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Full text of "Tra Mare e Terra"

Antonio Montcsaiiti 

TRA MARE 
E TERRA 



Il ruolo dei traffici marittimi licita storia 
del territorio costiero viboncse 




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Edizioni Fegica 



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Antonio MontBsanti 



TRA MARE E TERRA 



11 molo dei traffici marittimi 

nella storia del temtorio costiero vibone^ 

e dei centri urbani di Vibo Marina, BivonaePortasalvo 



'Ld storia non è altro che una continua serie 
di intÉrrogahvì rivolti ai passato in nome 

dei probienìi e delie curiosità - nonché delie 

inquietudini e deiie angoscie - del presente 

che ci circonda e ci assedia" 

FemandBraudel 



Primi? edizione 1999 



Edinom Pegica 
Roma 

Finito di stampare 
Maggio 1999 



PREMESSA* 



Questa ricerca siili' area costiera del comune di Vibo Valentia nasce dalla necessità 
di rispondere ad un quesito detemiinante per la nascita di una identità temtoriale 
anche nei centii urtiani posti lungo il litorale ed altrettanto importante per una 
corretta gestione e valorizzazione delle ri serse del tenilurio: la storia 
dell'insediamento umano lungo la costa (oggi rappresentato dalle frazioni di Vibo 
Marina, Bivona, S. Pietro e Portosalvo) prende corpo alla fine del XIX secolo, con 
la costruzione del Porto di S. Venere, oppure ha origini insediati ve e produttive più 
antiche? 

Diversamente dalle altre comunità costiere della provincia di Vibo Valentia, dove 
la "memoria storica" si esplicita con tutta la sua forza in caratteristici centii storici, 
chiese, castBlli e torri, nonché in tradizioni religiose e popolari, divenuti simboli 
visivi e rituali del ^nso d'appartenenza ad una comunità, lungo la costa vitonese, 
che pure presenta evidenti segni di una storia insediativa antica, è ormai radicata la 



* ViviEsinia nconoscenza si espnnie al Dctt, Roberto di Vincenzo ed a f^aunzio Antonico, Francesco 
Colloca, Roberto Timpani, nonché allaW.I.P. di Roma che, con la loro disponibihtà ed il loro fattivo 
contributo, hanno re&o pos^bile tale pubbhcazione. Si nngrazia per la disponibilità e la coitela 
dimostrata nel seguire la piesente ncen:a la DctLsaa Mana Teresa lannelli, Direltnce del I^useo 
A rcheolcgico di Vibo Valentia Si nngraziano inoltre la Dctt-ssaVillona Quarta, dell'Archivio diStdo 
di N^joli, la Defessa Luaa Chinigò, dell'Archivio di St3n di Cosenza, la DctLsaa Teresa Muscia, il 
Dott. Feniinando Scaraniozzino e Doltssa Mana Di Renzo den'An±ivio di StdE di Vibo Valentia, la 
Responsabile dell'Archivio Stonco del Comune di Vibo Valentia Dort-ssa Luciana Carlizzi ed il 
pei^onale tutto per la disponibililà garantita in cgni fase della ncen:a docunientana. Si ringraziano 
alliesi I comandanti della C^itanenadi Porto di Vibo Valentia riarma che dal 1996 hanno facilitato 
l' accesso ai documenti presenti nel loro an±ivio compartimentale nonché il perdonale civile degli uffici 
ammini^tTctivi manltimi. Un grazie particolare va al DotL Vincenzo De Mana, per il contante e f^tivo 
sostegno alla ncen:a ed alla realizzazione di que^ pubblicazione, a CionndaColcsimo per la preziosa 
collaborazione fornita in questi anni, al Dctt, Feniinando Cammarota per l' atenzione e la pazienza con 
CUI ha segurto questa ncerca. Si nngraziano inoltre Pietro Russo e Francesco Maduli per il m^snale 
fotografico cortesemente formtomi, nonché tutti gli anziani del mio pae^ che, con i loro racconti, 
hanno contnbLuto alla concecenza e comprensione di usi, topommi ed episodi diffialmente 
nntracaabili tra I documenti d'archivio. Infine, manoniHrordme d'importanza, un vivo rmgraziamento 
va a mia moglie, Anna Mana Rotella che, sin dalle pnme messe, ha seguito e sostenuto l'impegno neDa 
ricerca e l'entusiasmo della scoperta. 



11 



convinzione che il passato ed il tempo "partano" dalla posa della prima pietra 

dell' attuate impianto portuale di Vitxi Marina. 

In nome di tale convinzione gli stmmentl urtianistlci e produttivi, ancor più che 

r edilizia privata, hanno puntualmente trascurato, alterate o consentito la 

distmzione di molte delle tEstimonianze antiche esistenti, consolidando n^li anni 

il sensc d'appartenenza una comurità priva di stcria e, ancor più che onnai 

percepis:e l'antico come ostacolo allo sviluppo. 

E' questo un ^ntìmentc consolidato e diffuso e, cosa ancor più grave, 

maggiormente nelle giovani generazioni, che vivono la loio ricerca di identità in 

una comunità che ha praticamente "espulso" dal suo tessuto urbano la storia dei 

luoghi. 

11 nostro percorse di "ricostruzione della memoria" parte proprio da tale enato 

preconcetto, ^guendo le tracce evidenti e documentarie della pre^nza umana 

lungo il tratto costiero territorio vibone^, una sorta di "isola" mai per intero 

esplorata posta tra il mare e la collina, convinti che riscoprendo e valorizzando 

anche i piccoli segni del passato, possa essere in qualche modo ricucito il lappcrto 

uomo- slori a- territorio anche nella nostra comunità. 

Ogni contesto ambientale possiede caratteristiche geo-morfologiche e storiche 

peculiari che lo rendono unico ed incomparabile. Queste caratteristiche possono 

es^re lette, per intere, nelle antiche costruzioni perchè è proprio la geo- morfologia 

di un tenitorio che ne condiziona nel tempc te fasi costruttive; le sue forme, le sue 

fuTizioni, le soluzioni strutturali, i mattali utilizzati, le modifiche, i riusi, le 

manomissioni e le spoliazioni'^. 

Spesso la stretta relazione esistente tra territorio ed antiche costruzioni ha prodotto 

una "simbiosi strutturale" tale da trovarvi costruiti edifici con caratteristiche uniche 

ed incomparabili, che rendono altrettanto raro ed incomparabile il contesto 

ambientale in cui sono collocati. 

Queste osmosi tra antiche costruzioni e territorio, è ten rappresentete dall'area 

costiera vibone^, ed in partlcolar modo dal tratto che dall'antica Rada di Sante 

Venere conduce al Torrente Trainiti che, grazie anche ad un' attente rilettura delle 

fonti storiche ed a nuove ricerche documentarie, consente di rivelame la 

sorprendente trasformazione ambientale e l'inattese, quanto originale, perrrorso 

storico, offrendoci l'opportimità di riscoprire per intero la sua peculiarità rispetto 



'*"£' fondamentale cousiéerare Sa costruzione non come un insieme asettico, indipendente^ anulinahile 
aufitnomoniente. ma pJuOosio come una realtà che, essendosi venuto o realizzare in quei sito e non in 
un altro, è un'entità unicn per i suoi intrinseci rapporti con Vimmediato intomo. !l circostante va inteso 
come paviinenSazione^ come undamento altimetrico, come realtà naturate o artificiale, come adiacenze, 
come spazio aperto o chiuso, come quinto d'ombra e così via'. Polla E., !S riSievo critico come 
npercorso progettiiaSe. L' osservazione incrociata, in Espenenze di Stona dell'Archttettura e di 
Restauro. Rrenze 1937. voL IL 



U 



all' intero territorio calatoie^ e di apprezzarne il suo inestimabile valore storico ed 
ambientale. 

E' da premettere che negli ultimi due secoli fattori antropici e naturali devastanti, 
hanno completamente modificato rassetto ambientale e morfologico della coste 
vibonese; il costante avanzamento della linea di coste, verificatosi dal 1760 in poi, 
ha completamente intenato i r^sti degli antichi porti costruiti tra il periodo greco e 
quello alto medievale; le bonifiche attuate dalla metà del XVlll secolo, hanno 
con^ntito il riutilizzo agricolo di gran parte della faszia costiera, dapprima 
paludosa, umida e malsana; i lavori per la costruzione della linea ferrate Napoli- 
Reggio, nonché quelli per la costruzione del Porto di Sante Venere |oggi Vibo 
Marina) ultimati nella seconda metà del XIX secolo, hanno ulteriormente 
modificato la linea di costa; ed infine la recente destinazione dell'area ad 
in^diamento industriale, ne ha defimtivamente stravolto la natura ed il paesaggio. 
11 Castello di Bivona, costmite proprio in tale fascia di tenitorio costiero, rimane 
oggi l'unica, quasi inspiegabile, testimonianza visiva di un diverso assetto del 
Imitorio che, grazie ai possenti r^ della sua struttura, è oggi possibile riszoprire 
e ril^gere in tette la sua valenza storica, economica ed ambientale. 
Neil' Italia meridionale la costruzione dei castelli e delle toni sul mare o in luoghi 
ad esso vicini è legate essenzialmente alla necessità, nell'alto medioevo, di croare 
valide difese alle incursioni dei saraceni, che proprio in Calabria ed in Sicilia 
effettuarono una fortissima pressione penetrativa'^. 11 Castello di Bivona venne 
costruito proprio per tutelare il complesso impianto portuale esistente tra i tenenti 
S.Anna e Trainiti, dalle pericolose incursioni provenienti dal mare. 
La costruzione militare, per come oggi è visibile, in r^tà rappresento solo l'ultimo 
dei suoi stedi fortificativi, risalente al XV secolo'\ e cl^ soxessivamente 
mutarono per le nuove esigenze nella strategia di difesa costiera e per il suo 
utilizzo a fini produttivi . 

Sia il mutare delle dominazioni e di conseguenza delle valenze economiche 
attribuite all' area, che il progressivo mutare della linea di costa, sono stete causa di 
continue variazioni delle linee ideali di difesa, di avvistamento e di segnalazione 
militare neh' area, sin dalle sue più antiche fasi insediative. 



'^ CdalanoA., U Castetlo dj Olevano sul Tusciano. Considerazioni s\iUa vtìlon'zzuzi'ojie deUe roccaforti 
d^rEJte, inAA.VV., ] sistemi difensivi del baano del Mediterraneo, Rossano 1&94, p.294 

" Marturano F., !t CasSetSo di Bivona, in Ouademi del Dipartimento PdJimonio Anrhiteteomco e 
Urttìni&tico, III, Reggio Calabria 1991 



13 



Recenti ricerche dimostrano come una forte e consDlidata valenza commerciale 
dell'arBasiariscontratiilegiàapartirB dallasecondametàdef IV sec. a. C.'^, eche 
andò sempre più ad accrescersi nei secoli successivi peri nuovi rapporti di scambio 
tra la costa e TintEmo del tBrritario calabrese, oltre che per l'importazione e 
l' esportazione di manufatti ed alimenti. 

Per la sua valenza strat^ico-mil ilare, sin dal 1 sec. a. C. l'approdo maritlimo fu 
teatro di battaglie navali ed incursioni piratesche ed è probabile che già in 
quell'epoca il tBriitorio costiero fosse dotato di strutture difensive e di 
avvistamento in grado di tutelare le divora attività economiche che ruotavano 
intomo all' emporio portuale. 

I traffici commerciali e marittimi che si svolgevano lungo la coste intamo al VI 
sec. d.C, furono in ^guito positivamente influenzati dalla presenza di una delle 
prime e più influenti sedi vescovili della Calabria e che proprio del porto di 
Vibona-Bibona si ^rviva per i suoi rapporti con la Sante Sede e con le sedi 
vescovili di Calabria e Sicilia. 

Nel porto affluivano zucchero, sale, grano, ovini, bovini, suini, insieme a legname, 
pece e tutta una ^rie di altri prodotti provenienti dal Monte Fora e dalle Serre 
diretti versa i paesi che si affacciavano sul Meditenaneo. 
Tali rapporti di controllo e di s:ambio, come dimostreremo, hanno scandito tutte le 
fasi storiche dell' area costiera, rendendo necessario fondare la sua difesa su di un 
articolato sistema difensivo nel quale, dal XVI secolo in poi il castello di Bivona 
costituì spesso l'elemento centrale delle comunicazioni militari tra le torri costiere 
e la città collinare. Le toni ed il castello vennero cosi costruiti ampliati e riadattati 
nel tentetivodi farfronte alle mutevoli necessità difensive e doganali. 

II valore dell'area di Bivona e del suo castello é dato proprio dalle continue 
sovrapposizioni insediatlve, che oggi è possibile ril^gere grazie ad una gran mole 
di documenti inediti, di studi e di ricerche che spiegano le radicali trasformazioni 
geo morfologiche ed antropiche del territorio. 

Da tale ricerca sembra emergere un' importante lezione storica: più la città collinare 
di Hipponio-Valentla-Monteleone si dimostrò in grado di costruire uno stretto 
rapporto economico con il territorio costiero, più riuscì ad acquisire un ruolo 
politico e strat^ico nella storia della nostra elione. 

E' nel periodo di regenza dei Duchi Pignatelli che il tenitoiio costiero dello Steto 
di Montelone inizia a divenire sempre più marginale e "dipendente" alla città, 
subendo s:elte insediatlve subordinate alle nuove esperienze produttive feudali, 
impostete sul latifondo e sulla pesca, che di fatto impedirono la nascite di un vero e 
proprio nucleo urbano. 



" cfr. Vandermerech C, Monuaies et omphores coitìmerciaìes d'Hipponìon. A propos d'une famìUe de 
couteneurs Mogno-Grecs du !V siede avaut ] .-C, in La parola del pessao, fa&c.CCXXI, N^oli 1955, 
pp. 110-145 



14 



La ripartizione del tBiri torio colera in aree appartenenti ad uno sparuto numero di 
notabili locali, tra i più influenti dello Stato di Monteleone'^, per totto il XVlll 
^colo trasforniò cioè la costa in un'area legata ad attività di diversificazione del 
reddito feudale, con praduzioni agricole ed ittiche caratterizzate dal periodico e 
precario utilizzo di manovalanza a basso costo, proveniente per lo più dai vicini 
centri urbani di Pizzo, Longobardi, S. Pietro di Bivona Briatìco e Parghelia. 
Lo sIsEso porto di Bivona, ira i3 XVII ed il XVJll secolo, venne Gstromesso dal 
cin:uito del fiorente commercio marittimo per l' eccessiva pressione fiscale attoate 
dal Duca di Monteleone, tanto che, privo di investimenti strutturali e di 
manutenzione, non riuscì a sottrarsi ad un destino di abbandono e di distruzione. 

Se vengono considerale assieme la costante marginalità economica dello 
scalo portuale, la presenza di estese proprietà feudali, il preponderante 
assoggettamento militare dell'area in nome della difesa costiera, le iniziative di 
controllo e di esazione doganale, nonché la gestione militare dell'attività di 
monopolio del sale marittimo, si comprendono in pieno le ragioni che, prima del 
XIX secolo, impedirono l'urbanizzazione di queste parte di territorio con tali e 
tante caratteristiche positive: la quasi assolute mancanza di piccoli "fondi rustici" e 
di contro, la presenza di estese proprietà in mano di pochi ricchi notabili 
monteleonesi, si è rivelate determinante nel ritardare l'evolversi dei fenomeni 
economici e sociali che normalmente consentono la nascite ed il consolidamento di 
un tessuto urbano. 

La frequentazione umana della coste vitonese, sin dai tempi più remoti, 
ha comunque prodotto forme diverse di antrepizzazione le cui dinamiche 
in^diative, ruotando esclusivamente intomo allo scalo portuale, hanno 
condizionato i grandi spazi territoriali compresi tra la coste ed i primi terrazzi 
collinari, pori^ndo alla nascita ed alla scomparsa, in epoche differenti, di luoghi di 
culto, ville SLJburbane ed aree produttive. 

Probabilmente nell'epoca della romana Vibona esisteva una piccola 
comunità organizzate ma il reticolo strutturale su cui si fondava dovette dissolverai 
definitivamente nel 1078, con l'utilizzo dei suoi resti per la costruzione dei 
nascenti centìi urbani di Mileto e MonsLeo lodiemaVibo Valentia) . 

Da allora l' area costiera venne suddivisa in aree di competenza vescovile, 
badiale, baronale, militare ed infine demaniale, comunque riconducibili allo stesso 
modello economico del latifondo ed in cui, nonostante vennero intraprese costanti 
e diversificate attività produttive, la ridistribuzione sul territorio delle ricchezze 



'^ oltre al palazzo Ducale ^partenente a Pignd^lli, nella manna di Santa Venere e di Bivona, 
e&i^fivano, nei n^etùvi fondi, i palazzi delle famiglie Portolano Franaa, Capialbi, Gagliardi, Marzano, 
Toraarchiello, mio peratare alcune delle famiglie più influenti nell' economia monteleone^ dal 1500 
mpof. 



15 



prodotte, investendo in qualche modo nel suo s/iluppo, era un principio economico 
szonosziuto alla ricca baronia d'origine feudale. 

La metà del '700 rappresenta foree il momento più drammatico nella storia 
in^diativa costiera; le stnittura portuali sono onnai completamente insabbiate, 
distrutta dalle frane e dalla vegetazione la strada che coll^ava Montelecne a] 
porto, e lungo la costa si respira l'area malsana della malaria e dei sopprusi 
baronali. 

Per comprandere le condizioni di qu^li anni é il caso di adoperare le parole 
utilizzate dai cittadini dell'Università di Monteleone in una supplica indirizzata ai 
regnanti, nel tentativo di rivendicare la demanialità dello steto montelecnese: "avea 
un Porto più grande che nei Regno si ruttrovava, essendo di Unea retta più di un 
migìio, ed ora rovinato óa poicchè ùvea essa avuto t'infetice sorte di essere 
baronaie... " e più avanti "... ed iì castellano Idi Bivona, ndr.^ tiene giurisdiziorìe 
proibitiva di vendere commestibili per tutta ia marina di Bivona. spettando ad esso 
solo tal preteso jusso; e si puniscono i controvenientj coìto carcere e perdita della 
robba. esposta a vendita..." ed infine "... Tiene inoltre ... proibitiva della pesca nei 
mare che bagna il territorio di Mont&leone e jusso di esigere passi dalle 
cavalcature di soma che passano per cola, e di qualunQue altro animale che per 
negozio si passa per detto territorio"^^ . 

il tenibile terremoto del 1734 segnò ulteriormente il destino dell'area costiera 
vibonese, mettendo in moto quel progressivo abbandono del litorale il cui culmine 
è ben espresso in alcuni versi ottocenteschi s:ritti da un noto poeta monteleonese: 
"E avanti ogni pagghjiaru, ogni caseja, Crisciu l'erba di ventu e rardicheja.""'^ 
Taletendenzasubiun'inversionesolo dopo la creazione del Regno d'Italia. 
Conlosteto unitario la realizzazione di un nuovo porto nella rada di Sante Venera, 
a poca distanza da quello interrato di Bivona, coincise con la complessiva cr^szità 
delle id^ e delle r^ole democratiche; il porii], gestito dalla Regia Capitaneria 
divenne un reale punto di riferimento per le nuove classi imprenditoriali, che ben 
presto favorirono il ripopolamento della rada e, con la vendita delle aree demaniali 
ed il godimento dei diritti di colonia di gran parte dei contadini, la nascite di un 
nuovo nucleo urtano. 

Vi fu in quegli anni una complessiva ris:operte delle attività legate al commercio 
marittimo, ed il benefico influsso dato dalla marineria della vicina città di Pizzo, 
non mancò di favorire un maggiore investimento di risorse economiche e strutturali 
sul territorio dell' antico Feudo di Sante Venere. 



ASN, Archivio PigttateUi-Cortez. Se. 67, fase. 1 il 3 e 4 



■' Anmirà V., Poe^e DinSettaìi, Ediziom G. Froggio, 15 febbraio 1929, Freni. Of£ Tipografica G. 
Froggio, V ibm V alenba 



16 



La costruzione di due linee ferrate poi, che unirono la costa organicamente sia alla 
città collinam che al resto della nazione, portò in breve alla nascita di un nuovo 
centro urbano, che oggi conta quasi diecimila abitanti. 

Con questo nostro lavoro ripercorreremo a ritroso la storia dell'area costiera 
vibonese, con l'intento di spiegare non solo i perchè della presenza di un castello 
oggi inspiegabilmente assediali da strade ed industrie, ma anche la ricchezza di 
vicende storiche, economiche e religiose del tenitorio in cui esso é costruito: la 
storia del porto greco-romano; quella dell'antica Diocesi di Vibona; quella della 
marineria e della attività di pesca e di smercio del tonno; quella del Fondaco del 
sale, e quella, per finire, della fiorente produzione della canna da zucchero. 

Tale ricerca, tentando di rispondere al quesito da cui è partita ed evitando sterili 
campanilismi, intende rendere più corposa e legittima la ricerca dell'identità 
territoriale costiera ed altresì offrire ulteriori stimoli e spunti di documentazione 
alla ricerca storica sull'intera regione che, quasi sottostimando la valenza 
economica e sociale delle ar^ costiere e del commercio marittimo, è stata sino ad 
oggi caratterizzate da un'esclusiva attenzione ai centri collinari, alle loro storie e 
tradizioni, nonché alle loro produzioni agro-alimentari e manifatturiere, 
compromettendo un lettura d'insieme dei fatti economici della nostra regione. 
Convinti, al contrario, del ruolo s^/olto dalle attività marittime, commerciali, e 
fors' anche militari, nel favorire la complessiva crescite economica e culturale 
dell'intera ragione, narreremo le vicende e le storie minime svoltesi nell'area 
costiera vibonese. 

Tutte storie e vicende ormai scomparse, ma che il Castello di Bivona, 
SDprawissuto alle aggressioni antiche e moderne dell' uomo, quasi divenendone un 
simbolo, testimonia e custodisce con i suoi ruderi, tra mare e terra. 



17 



IL PORTO GRECO-ROMANO 
E L'AREA ARCHEOLOGICA DI BIVONA 



11 visitatoiBcheoggi arrivi nell'area costiemvibone^, in reallà szorge ben poco di 

quello che anticamente fu uno tra i più importanti approdi maritimi sul Tirreno. 

Quello che era il suo bacino è oggi completamente interrato ed occupato da nuovi e 

dismessi capannoni industiiali che cimai nascondono ai più anche i ruderi d^ 

castello di Bivona. 

Gli ultimi stadi archeologici confermano che in tutta l'area costiera compresa tra 

l'Angitola, Vibo Valentia e Capo Zambrcne esistevano sin dal Neolitico 

in^diamenti umani che fondavano la loro economia sul traffico marittimo l^ato ai 

trasporto ed alla commen:i al izz azione dell'ossidiana proveniente dalle Isole 

Eolie'^ 

La frequentazione dell'area del castello di Bivona è documentata da molte fonti 

storiche e bibliografiche che la fanno risalire alla fondazione della subcolonia 

locresedi Hipponioa intomo alla fine del VII se;, a. C, ed all'estensione deJla sua 

chora nei pianori sottostanti. 

Esistevano all' epoca piccoli in^iamenti umani legati al controllo del territorio ed 

alle attività agri co lo- marinare che gravitavano intomo all' area del porto ipponiate 

che Stratone indica costruito agli inizi del 111 sec. a. C. ad opera di Agatocle, 

Tiranno di Siracusa. 

L'antico geografo definisce il porto ep^neon della città ipponiate, e ciò porterebbe a 

supporre che l'insediamento greco posto lungo la costa, seppur l^ato 

"burocraticamente" alla città, fosse in realtà doteto di un'organizzazione 

amministrativa autonoma^^ . 

Nel periodo in cui si consolidò la presenza greca nel territorio compreso tra la 

collina ed il litorale, l'asse distributivo che venne a crearsi traVepineon e la po^'s 



^' GivighanoG.P., L' or^onrzzflzJonedeJ Territorio, mAA.VV., Annali della Scuola Normale Su^Knore 
di Pisa, s. 111. voi. XIX, 2, Pisa 1S59, pp. 737-76t 

" SCrabone.VI.I.XV. 



18 



dovette rappresentare un grosso polo d'atìiazione e di smercio per le produzioni 
agricole, peschereccie ed artigianali dell'intera comunità coloniale, oltre che 
divenire ben presto snodo commerciale con le poìeis siciliane e calabresi e polo 
d' attrazione per ogni insediamento abitativo compreso tre le città greche di Terina 
eMedma. 

E' nell'antica area portuale che il tiranno siracusano Agatocte siabitì un primo 
avamposto militare ed it ricovero della sua flotta prima di sfenare il suo definitivo 
atlacco alla città gre^a nel 294 a. C. 

Le fonti storiche in proposito sono un po' ^sre di notizie, tanf è che non è del 
tutto chiaro se Agatocle nel periodo in cui fu padrone d'Hipponion, abbia 
"ristrutturato" il pre-esistente approdo^ utilizzato dai primi coloni ipponiali, 
oppure sa ne abbia realizzato uno nuovo per sfmttare al meglio l'insenatura del 
torrente Trainiti. 

Comunque sia, n^li anni del dominio siracusano, lo scalo marittimo doveva 
es^re necessariamente in grado di rendere facile l' approdo alla flotta siracusana ed 
allo sbarco di fanti, cavalieri e delle numero^ macchine da guena utilizzate p^ 
l'assedio delia po^s. 

L'analisi sul molo dell'approdo costiero nella complessiva organizzazione del 
territorio, seppur le prime fonti storiche la l^ano alla presenza agatoclea obbliga a 
compiere per un attimo un passo indietro nella stona. 

Nella città di Hipponion, intomo al IV ^c. a. C, praticamente due secoli dopo la 
sua fondazione, venne coniata una ^rie monetale in bronzo con impresso sul dritto 
un particolare tipo di anfora vinaria da trasporto, nota agli esperti come "greco- 
italica", ed ampiamente diffusa in tolto il Mediterraneo per un ampio arco 
cronologico compreso tra il IV ed la fine del li sec.a.C. 

La simbologia adottata in quella che risulta essere una delle più tarde coniazioni 
della polis ipponiate rivela, non solo quanto fos^ determinante nell'economia 
complessiva della città ipponiate la coltivazione della vite e la produzione del vino 
ma ancor più, indica inconfutabilmente quanto il commeroio marittimo fosse in 
quei ^^oli il vero tratto caratterizzante della sub-colonia locrese^' risotto alle altre 
poieis magnogre^he. 

Considerando la valenza economica della produzione vinaria, attestata dalla s^e 
monetale, nonché la produzione di quel pariicolare tipo di anfore utilizzate per il 
suo trasporto, è posdbile ipotizzare che già nei primi anni dell' organizzazione 



^^ Gjvigli^oG., lannelli M.T., H^ppoFjro-VJbo Vaientìa: la topogrofìo. ui Annali della Scuola NomiaJe 
Supenore di Pisa, &in. voi. XIX. 2, Pisa l&e9, pp.627-66ì. 

■Vaiifeiiiierscli C, Monuoies et amphores commerciiiSes d'Hipponion. A propos d'une famiUe de 
conteneurs Mogno-Grecs du !V siede avantj .-C, in La parola del pessao, fa&c.CCXXI, N^oh 19B5, 
pp. 110-145. 



19 



territoriale della poìis ipponiate, il ruolo del "borgo marittimo" sia stato tutf altiD 
che secondario nella crescita economica della città magno-greca. Le tante e ricche 
opportunità di scambio offerte dall' emponum, citato da Strabene salo in relazione 
alla conquista agatoclea, in r^tà possono a^ere un' origine ben più antica, legate 
certamente ad un preesistente scalo portuale dove far confluire tutte quelle attività 
legate allo scambio ed alla compravendita delle mercanzie. 
Ma ritorniamo ad Agatocle ed alla sua conquista di Hipponion. 
Sbarcato senza grosse difficolta nello sialo ipponiate con navi sufficienti a 
contenere un numeroso esercito, il Tiranno siracusano cin^ d' esodio la città, nel 
frattempo sotto il dominio dai Brettì, i quali come garanzia della loro definitiva 
tesa consegnarono 600 ostaggi al presidio siracusano. Non sappiamo quanto durò 
l'occupazione siracusana, ma certo fu un periodo abbastanza lungo, se gli 
occupanti ebbero il tempo di realizzare rimpianto portuale e, ancorpiù, coniare 
monete della città con simboli agatoclei^. 

Non é da escludere che gli ostaggi ipponiati siano stati utilizzati nei pesanti lavori 
per la costruzione di quel porto che, secondo le mire di Agaliocle, doveva 
contribuire a rendere più effettivo il suo dominio nel Bmzioenel Mar Tirreno. 
Stando a Diodoro, qualche tempo dopo gli Ipponiati si ammutinarono, ucci^re i 
soldati del presidio liberarando gli ostaggi ed affrancandosi definitivamente dal 
dominio siracusano"^ . 

Successivamente "i romani cacciarono ì Eretti che in occupavano e te diedero U 
nome di Vibona VaienHa"'- ' , esodio raccontato anche da Velleio Patercolo"^ ctie 



^^ The Numismotic Chroiiicle Oliò Joumaì offheRo}/oìf^iiJftìsinatìc Society- London. Vd.Evaii& A. J. 
(1Q09K Eeltraan C.T. (1912), Vlasto M. P. (1930). 

=' DIOD..XXI.a 



■' VELL. PAT., I, 14, e, °At ittìtio primi beili Punici Frrnjirni et Castruin coìonis occuputn. et posi 
annum Aesemìa postque septem et éecem annos AesuSum et ASsiun] Fregenaeque post biennium 
proxitììoque anno Torquato Sempronioque consuUbus Bniuéisiutrì et post tneuniutìì Spotetium. quo 
anno FlomSium /irdonrm facSutn est imtium. Postque bienuiun] deducta Valentìa et sub advenhim in 
Itatìam HanuibaSis Cremona atque Placentia". Megli uitinii anni la validttà del racconto di Velleio è 
5taa rae&sa in discussione dalla ncena stonca che propende ad cfi&egnare tale città alla colonia spopola 
di Valenaa oppure a Valenza Po, ntenendo più fondata lavereione di Livio (che la d^ al 19^192, m 
XXXIV, 53 e XXXV, 40), Difato par strano che Velleio insensca una città spagnola mentre naira una 
dettaglia cni'nologia delle presenza romana nella iHnisola italiana, visto il suo escureus storico 
insensce Valentia tia Brindisi a Cremona E' da aggiungere che successivamente Livio denominerà la 
nuova colomaVibonem , senzaaccennare ad alcuntopommonfento a Valentia Con tutta probabilità la 
testimonianza di Velleio è da intendersi come segnalazione di un piccolo avampcsto romano non ancora 
in grado d' essere elevdD a coloma, con la conseguente npaitizione del teratono coloniale tra i militan 
inviai da Roma . Tra le óÉs teshmomas dai due stona njmam, nel 218 a. 0. la città ippoma^ risulta 
cccupaadai Cartaginesi, Vd. LIVIO. XXI, 51. 



20 



data la definitiva cacciata dei Bretli da parte dei romani al 237 a.C, epoca in cui 
fondarono un primo insediamento romano neir area ipponiate. 
Che lo scalo di Vibona fosse ben inserito nelle principali notte del commercio 
marittimo romano è dimostrato dal molo assunto dal porto nello smercio del 
legname e della pece proveniente dai toszhi calabresi, che portarono n^ti anni alla 
creazione di un vero e proprio asse viario-distributivo tra la Sila e le Sene, aree per 
eccellenza destinate alla produzione di legname, tavolati e pece, ed il poriD di 
Vibona, tramite il quale tali prodotti raggiungevano i princip^i porti dell'Impero. 
Difatti lo smercino del legname e della pece costituiva all' epoca una delle maggiori 
entrate per steto e peri privati che ne gestivano gli appalti^. 
Le vicende militari l^ate all' utltizzo del porto Vibona, che sembrano confennarB 
la presenza romana precedente alla fondazione della colonia del 192 a.C, 
testimoniano come io scalo divenne un'imporiante base strat^ica per la flotte 
navale romana sin dal 218 a.C. circa, epoca in cui la presenza di una flotta navale 
romana viene ^gnalata nette acque del "Viboniesemugrum nìariUmanQue" da Tito 
Livio^V in preparazione delta guena di Roma contro Filippo di Macedonia. 
Del resto, con il progressivo aumento delle sue conquiste, Roma dispose in quegli 
anni di un numero ^mpre maggiore di città marinare, che si rivelarono utilissime 
nell'impianto di cantieri per le costruzioni navali, perlafomitora degli equipaggi 
necessari alla sua flotte e per il controllo delle popolazioni delBnjzio 
Secondo quanto tramandatoci da Tito Livio è facile supporre come l' area costiera 
vibonese costituì, ancor prima della deduzione coloniale, un punto di riferimento 
navale per la flotte romana, ed in cui agiva Sesto Sempronio, legato del console 
romano Tito Sempronio, al comando di una spedizione navale che ave/a lo scopo 
di difendere il tenitorio costiero brettio durante lo svolgimento delle guene 
puniche, nel 201 a.C." 



^^ Givighano G.P., L'orgoFJJZzazfone... , Op. ciL, pp. 737-764; Gianhaa.ASa.ciira.di) AA.W .. L' uomo 
Romano. Ed. Ld^iza. Ban 1993. 

" nto Livio, XXI, 51, 4 - & 'laiti forte transìserout ad vostandam Italie omm, depopuìnSoque 
Vibomeusi agro urbem etiam terrebout. RepetenSi Siciimm consuU exscensio JiosÙirm in agrum 
Vibonlensem facto nuutiotur. tittemeque ah senahi de transji(j itt ftaliam Hunnibatis. et ut prirao 
quoque tempore coUegae ferret ouxiUum^ missae SrodunOir. Multis simuS anxius curis exercitum 
exSempio in uaves jmposji(jm Arimiuus mari supero misiS^ Sento Pomponio tegato cutn viginti quinque 
longìs navibiis Vibomensem agrum maritimamque oram Itisiiae tuendam attribut. M. AemiSio proetoii 
quinquaginta navium ctassem e\plevit.' 

" Tito Liyio, XXI, 3, 3: "M Vaìerius Luevimus proprutìor missus circa Vibonem duodequdrogiiìtn 
navibiis ab Cn. Octt^vio acceptis jji Maceéouiuiìtìi Srasmisit." Anche Dionigi di Alicamasao (XX , 15) 
conferma la presenza di una postazione romana, prima della guerra annibalica, legsÉa alla scttomissione 
dei Bred3] edallacessionedi nietì del temtono Silano. 



21 



Nel 194 a. C. viene decretata la fondazione della colonia latina di Vibona 

completasi nel 192^ con la partecipazione di 3700 fanti e 300 cavalieri che si 

ridistribuirono 64.500 iugeri del temtorioippcniat^^ 

Considerando le notizie ricavate dalle fonti e dalle monetazioni romane, che 

ombrano pone una precisa distinzione tra Valentia e Vibona, é ipotizzabile che, 

pur costituendo un'unica comunità coloniale, il borgo collinaro e quello 

marittimo'" mantennero tale loro specificità tenitoriale anche dopo l'elevazione a 

municipium. 

Per quanto riguarda l'attività commerciale, come già detto, il porto forniva un 

grosso contributo per lo smercio dei prodotti locali e per rimporlazione delle merci 

provenienti dal resto dell' impero romano. 11 materiale cernmico rinvenuto nei saggi 



" Tito Liyio, XXXIV, 53, 1-2 (a 194): XXXV, 40, 5-6 (a 192). 'Eodem hoc anno Vibone coionia 
deductn est e\ senato consuSSo plebique scito. Tno miìio ei sej^ugeiìti pedites ieruttt trecenti equites 
(...STrìunviri deéuxerutiS eos Q. Noevius M. Miiìucius M. Furius Crassipe; quina iugera agri dato in 
si ngulos pedites sutnS, éuf^ex equitihus. Bruttioniii] proxìme fuerotuger. Brutti ceperouS de Groecis.' 

" Tito Livio, ibidem; UlOOpediSes con 15 lugenatestaeSOOefjuJtesconSOiugenaascijQO. 

'^ Pareti L., Storia deiìa regione Lucano- Bruzin neiS' antichità, a cura di Angelo Russi, Edizioni di 
Stona e Ltìterd^ura, Roma 1997, fi 435: Taf lercio Mensitien M., Le emissioni tììoueiaìi della Calabria 
doU'etò di Diomgi 11 a q\ieUe di Ann\bQÌe, in S. Setbg <a cura di) in AA.VV., Stona della Calabna 
Antica, Età Italica e romana, Gangemi Editore, 1994, pp. 599^615 L'apparente discordanza tra Tito 
Livio e Velleio Patercolo è tutta da leggere nelle divelle t^pe con cui la presenza romana è a±e&taa 
nelT area ippomata L'ipotesi di una disCmzione tra due centn abitati, oltre ai avere ongine dalle diveme 
fasi cronologiche fsia di fondazione che di decadenza, dell'insediamento romano, presenla tutta una 
&ene di ragiom strategiche ed economico-commerciali legdE alla ndi?tnbu2ione del temtono, non 
ultimo il fa±o che i due centn nsultano posti aascuno su due diversi ed alternarvi assi vian; uno legato 
ad un tra:ci£io stradale, l'altro alle ritte manttime del Tirreno mendionale. Il nome Valentia, del resto, 
nsulta attestato nel Lapis PoSlae, itinerano romano meglio noto come Via Popìlia che umva G^ua a 
Reggio (la cui presenza è dccumentaa dal cippo nuliano nnvenuto a S. Onofno), mentre la stazione 
Vibona .Baleuha, é Sigad3^néì\a Tabula Pueutiugenoua (Cfr. GiviglianoG. P., L'organmazione del 
territorio, in Annali della Scuola Normale Supenois di Pisa, Op. ciL, pp. 761-763, nonché dello stesso 
a, Penxir^i e Strade, in S. Settis \5 cura di) m AA.VV., Stona della Calabna Antica, Ha italica e 
romana, Gangemi Editore, 1994, pp. 243/334). ìi punto di separazione tra i due toponimi n>mam 
{necessano perché la atta era nota per il doppio topommo o per distinguere tra t^pe stradali interne, 
litoranee e manttime'?} sembra poire un &egno grafico di distinzione tra i due centri abttati, che 
raenterebbe ultenon ^profondimene cartcgraflci, anche alla luce dell' itinerano percorso da Cicerone 
che, nelle sue iSlere, sembra porre una netta distinzione tra Vibona (porto) e Valentia (municipio). 
Nella Tabula Puentingenana, una sorta di carta stradale del rv secolo consertata in una copia 
medievale, la. tappa 'Vihona - BaSentia". nsulta essere punto di partenza di ben quattro tracciati vian, 
CIÒ a conf ernia del ruolo della città nel complessivo movimento commendale dell' intera regione, snodo 
stradale di un' importante scalo manttimo. 



72 



archeologici dell'area costiera, testimonia un intsnsD flusso commeraale con 

l'Africa Settentrionale, ma anche con le pravincie romane dell' Europa meridionale 

edelleisDledel Mediterraneo^. 

Ma è per la guerra civile tra Cesare e Pompeo, che il porto di Vibona viene 

ricordato dalle fonti storiche, a proposito dell'audacia dei veterani romani che vi 

erano stanziati. 

E' infatti nel 48 a. C. che, nello specchio di mare antistante la rada ipporiiatB, 

avvenne una furiosa battaglia navale Era la flotta dei veterani fedeli a Cesare e 

quella di Pompeo che, dopo aver assalito e distrutta la formazione stanziata a 

Messina, venne ad assalire anche quella in sosta nel porto vibonese. 

Ma vediamo come Cesare stesso descnve la battaglia navale sfoltasi tra le acque di 

Messina e quelle di Vito, il cui esito contribuì non poco alla vittoria su Pompeo ed 

alla riconquista della supremazia navale di Roma nel Mediterraneo. 

"La fiotta era divisa in due parti, i'una agli ordini dei pretore Publio Suipicio si 

trovava nelle acque di Vibona, ì'aitra, conìandain da Marco Pomponio, in queite 

di Messina: 

Cassio accorse in questfuitima cilìò con ie navi prirrìn che Pomponio venisse a 

sapere del suo arrivo, lo sorprese m una situazione confusa, serìza servizio di 

sentjneile e sema uno schieramento regolare; atiora con il favore dei vento ben 

sostenuto che spirava nel senso giusto, mandò contro la flotta di Pomponio navi 

onerarie cariche di fiaccole resinose, di pece e di stoppa e di ogni aìtro materiaìe 

adatto ad appiccare il fuoco e incendiò tutte te navi in numero di trentacinque, di 

cui venti erano dotate di ponti di protezione. 

Questa azione suscitò tate panico che pur essendo a Messina una legione come 

presidio, si potè a stento difendere ia città, e se proprio aUora non fossero giunte 

notizie della vittoria di Cesare, recate da staffette di cavalieri, quasi tutti 

avrebbero pensato che la città sarebbe stata perduta. Ma la piazzaforte fu difesa 

grazie aìle notizie che erano arrivate in un momento quanto mai opportuno. 

Cassio si diresse quindi a Vibona contro la flotta e i nostri, spinti daila stessa 

paura che li aveva colH a Messina, tirate in secco le navi, seguirono ia stessa 

tattica di prima: Cassio approfittò dei vento favorevole per lanciare alio scoperto 

contro le nostre navi circa quaranta navi da carico predisposte per appiccare 

incendi: il fuoco divampò alle due ali e arse cinque navi. 

E ie fiamme si espandevano sempre di più per la forza del vento: <i questo punto i 

soldati delie vecchie legioni, che per motivi di saiute erano stati iasciati ià, come 

difesa delle navi, non sopportarono una simile vergogna, si imbarcarono di 

propria iniziativa, presero il largo, si avventarono contro la flotta di Cassio e 



^^ Il matenale ceramico ntni'vato nelle diverse campagne di sca^o acheolcgico é costituito da ^gillata 
afncana da mensa, da alciim reperti di ceramica naitonense, oltre ai un notevole quantitativo di anfore 
di vana produzione, che dimostrano la nctevole valenza commen:iale dello &caIovib3ne&e. 



23 



catturarono due navi a cinque ordini dì remi; in una di queste si trovava Cassio, 
che però raccatto da una scinìuppn. si diede aiìa fuga; furono inoltre affondate 

due triremi"^. 

AHa morte di Cesare, anche il suo successore Ottaviano Augusto è costretto a 

szendere nel Bmzio per organizzare la guerra marittima contra Sesto Pompeo, 

figlio del Pompeo che undici anni prima era steto sconfitto dal navale di Cesare, e 

nel 38 a.C. tiDva rifugio nelle amiche acque vibonesi, ponendo nel porto la sua 

base operativa' ' . 

Tale presenza non può che aver giovato alla erbetta economica della città di 

Valentia, co3 come al borgo marittimo di Vibona. 

Oltre al ritratta di Agrippa, ritrovato nelle Terme di S. Aloe, una ghianda missile 

con iscrizione, comprovano la testimonianza dello storico Appiano d^li inlsr^ssi 

imperiali sulla città rimana. 

11 proiettile, che riporta impressi i caratteri Q _ SAL _ EMP, uniti al simbolo di un 

fulmine alato, r^tuisze l'onomastica di Q(uintusì SnUvnóienus) Rujis Snìvius 

dimostrando inequivocabilmente come il comandante della legio X Fretensis, 

durante la guerra navale tra Ottaviano Augusto e Sesto Pompeo, tra il 42 ed il 36 

a.C. tentò un attacco militare anche in questo tem^]or^o'^ ulilizzarKlo Gaiamente 

porlo sban:o l'approdo portuale. 

Fu probabilmente il ruolo svolto dal navale di Vibona ad indune Ottaviano 

Augusto ad esentare la città dalle confiszhe ttiumvirali per le quali, in un primo 

momenfa, era stete prescelta ^ 

Nel clima culturale dell'età augustea la stessa presenza di un porto, nel quadro 

delle iniziative di sostegno delle colonie romane nel 1 sec. d. C, era ritenute 

testimonianza visibile di una precisa strategia economica e difensiva, scendo 

quanto ricaviamo dalle stes^ parole di Stratone che a conclusione della sua opera 

geografica ribadisce come le coste italiane fossero all'epoca generalmente 

sprovviste di porti "ma. quando ci sono, sono grandi e mirabili" considerando 

inoltre come "in prima caratteristica, costituisce un vantaggio nei confronti delie 



^^ Fernando Solina& F. a cura di, Cesare. La guerra civiSe, De Belìo Civiìi, III, 101, 1-5, Mondaion, 
Milano 1989, pp. 284^237. Anche nel racconto di Cesare appare il toponimo Vibonem nefrmdicare la 
bcfìe aninttimadel suo navale. 

'' ApEiano,Be/JijmCjvjte,V,91,99, 103, 105, 113. 

" CcEtdale R, Salvieóieuo Rufo e in legio X Fretensis nelìn guerm navaSe tra Ottavmno e Sesto 
Pompeo. inRiv. Stor. Calabr., VI (1965) pp. 357-37 1 La ghianda missile è un [Moieltile di piombo fuso 
dalanciare con una fionda 

" G±b5E., Appiani BeìSonimCi\^iium Uh. V. Firenze 1970. p, 153. 



24 



aggressioni che vengono do! di fuori. ìa seconda favorisce sìa ìa difesa contro gii 

attacchi esterni, sia io sviluppo di un abbondante comnìercio""^ . 

in epoca romana il porto vibonese risulta inserito in un contesto territoriale ten 

definito, molto diffuso nell'llalia romana, organizzato secondo il modello delle 

fattorie-ville; ville che, allo stato attuale della ricerca, risultano disposte quasi a 

corona del vitale scalo portuale. 1 loro siti sono siati archeologicamente individuali 

in località S.V enere di Vibo Marina, nell'area del Castello di Bivona ed a Punta 

Scrugli di Briatico. 

E' facile suppone che, proprio per la loro localizzazione, tali ville costltuisseiD i 

limiti interni dell'approdo romano, su cui basavano l'attività di scambio e di 

smercio delle loro produzioni agricole, compresa quella derivante dalla pesca e 

dalla coltivazione ittica, con un pescato che veniva descritte dall' antico geografo 

Aeliano" d grande qualità, ed in particolare, ^condo la testimonianza di Atheneo, 

del tipo di pesce appartenente alla famiglia dei tunnidi, del quale il porto di Vitona 

risultava ricchissimo'- . 

Arrhe la coltivazione della vite si dimostra presente ed attiva in epoca romana 

rivelando un diversificato utilizzo dell'area di mezza costa a fini produttivi, che 

certamente aveva avuto il suo peso nella riorganizzazione del territorio in età 

romana. 

A circa due chilometri dall'area portuale seguendo una strada canata che da 

Portosalvo conduce a valle del paese di Pannaconi, sono stati ritrovati, alcuni anni 

addietro, durante i lavori di sbancamento di una cava i resti di un attrezzati ssimo 

impianto produttivo a vigna di epoca romana, provvisto di magazzini, torcuiarium 

e di ben 25 dolii interrati adibiti atta conservazione del vino. L'impianto, tra il 1 ed 

il 11 secolo d.C, poteva raggiungere una produzione annua di circa 6.250 litri del 

prezioso prodotto"' e ertamente fondava la sua ragione economica anche sulla 

vicinanza dell' emporium di Vibona. 

Tale ritrovamento può altrui far supporre (anche sa l'assenza di evidenze 

archeologiche può farla apparire una forzatura), cheta strategia economica adottata 



^'' strabene, VI, IV, 1. Strabene &cns^la sua opera geografica tra il 17 ed il 23 li C, a cavallo tra la 
reggenza di Ottaviano Augusto e Germanico. 

" Ae\]a]D,De natura anifmìiuTn.XW .3. 

'' Atìeneo, Deipnosophistae. VII, 302. Resti di iHschiere (c^anse) di epoca romana sono oggi visjbili 
m località S. Irene ed alla Rocchdta di BnSico, cfr. lannelli M.T., LenaG., Givigliano G.P., /ndajjrnJ 
suimcquee nel tmtlo ói cost^ tra Zatììbroue e ?\Z20 Ca\abn). c^n paThcaìare n/eFTr?]ejito aqW 
sfflbj/ÉFJienù ajitjctì]' per \q \ii\Qras.iìJ\£ del pesce,, in Atb V Rassegna di Archeologia Subacquea, Ed. 
PGiM, Messina 1992, pp.21-23. 

" Sulla vigna di Pannaconi vd. Quilici L., Una vigna net paesaggio óeila Calabna, in Archeologia 
VenetaXV - 1992, pp.117-129. 



25 



in epoca romana, di impiantare un' attività vinicola di notevoli capacilà produttive 

in prossimità dell'impianta portuale, si sia "agganciata" a tradizioni e scelte 

economiche radicate al tenitorio già dall'epoca magnogiiBca come dimostra la già 

citata moneta ipponiate, caratterizzata dall'anfora vinaria del V sec. a. C*^. 

Anche Cicerone fa riferimento al porto in occasione dei suoi viaggi, sempre 

effettuati via mare, visto cheVitona, posta com'era trai porti di Velia eRhegium 

risultava allora uno degli scali principali sulla linea di navigazione per la Sicilia 

^de della sua questura nel 75 a. C. 

E' nella primavera di quell'anno che Cicerone, appena trentaquattrenne, effettua il 

suo primo scalo aVibona, un anno dopa la sua elezione a gu<iestor, nel viaggio che 

lo conduceva a Lilybaeum. sede della sua questura nella Sicilia Occidentale, a 

fianco del pretore Sesta Peduceo. 

L'anno successivo Cicerone ripassava dal porto di Vitxjna nel suo viaggio di 

ritomo dalla Sicilia. 

Nell'inverno del 71 a. C, anno in cui i Siculi intrapresero un'azione di óe 

repetunóìs contro il loro governatore Verre, Cicerone sostò alcuni giomi nel 

tsnitDrio vibonese per raccogliera le ultime testimonianze e coriferme, a 

conclusione dell'inchiesta, durata 50 giomi, sulle perveraioni autoritarie del 

governatore siciliano. 

Quale testimonianza contro Vene, gli abitanti del municipio di Valentia dovevano 

riferire a Cicerone? 

Proprio di fronte al porto di Vibona, al lato estremo del Sinus Vibonensis, nella 

città di Thempsa, aveva trovate) ^de un gruppo di italici iSanniti, Campani, 

Lucani) che, con le loro continue incursioni piratesche, provocavano danni assai 

gravi ai Vibonesi, rendendo insicura la navigazione e la vita nei centri costieri. Per 

tele ragione i vitonesi avevano inviato a Verro un' ambasceria, guidata da "homo 

óisertus et nobUis M. MQrius"*\ nel tentativo di far interveniro il govematore 

control predoni che stazionavano nella vicina Thempsa. 

Ma l'accoglienza riservata loro dal govematore altro non dimostrò che la sua 

scandalosa connivenza con i pirati italici: Verre li accolse ^duto sulla spiaggia 

vestito alla greca, privo cioè della toga romana, simbolo della sua funzione di 

govematoro, rifiutandosi di accogliero le richieste di aiuto dei valentini'^ . 



^*Vd.Nctal1. 

'* CicinVeiT. (n] V, 16: 'CEjrri od te VaìenOnl venisseut et prò iss honio óisertus et nobììis M . Marius 
loqueretiir ut negotìntn susciperes, cum peues te pmeiorium (imperium ac) nomen essei, ad iììam 
parvutìì rnanum extinguendam ducetti Se pnuapemque pmebere.r. " 

^' Cic in Yen. (U) V, 16: '...jpsjs aulem l'alenllnis e\ bim inlustrì nobiUque nfi/jikipjo Soutis de 
rebus respousutn dedisii, aim esses cum tnuicii piUn etpatUo...' 



26 



Di fatto lo stesso Cicerorte a dimostra convinto della protezione di V^re ai pirati 
di Tempsa, se lo accusa di averpreparato l'agguato tesogli in mare nel suo viaggio 
di ritomo tra Vibona e Velia, nel tentativo di sopprimerìo o comunque per 
impedirgli di essere prB^nte a Roma il giorno del processo: "non ego a Vibone 
Veìinnì parvuìo navigio inter fugitivorunì oc praeóonunì ne tua tela veiìissem, quo 
tempore omnis mea f&stinntio fuit cum pericuto cnpiUs, ob eam causam ne tu ex 
reis eximerere si ego aódienì lìonadfuìssenì?"'^''. 

ìmbar^ratosi dunque, sempre dal porto di Vibone, per Velia su un pnrvuìo navigio, 
sfuggendo all'agguato tesogli dai pirati di Tempsa, Cicerone raggiunse indenne 
Roma per la celebrazione del processo. 

in seguito Cicerone tornerà a Vitxina all'epoca della triste vicenda del suo esilio, 
nel 58 a.C.'\ anno in cui Clodio aveva proposto la sua rogatio. Deciso di 
raggiungere Malta, durante il suo viaggio "itjnetis nostri causa [uit Quod non 
habebam iocum ubi prò meo iure óiuhus esse possem", l'illustio oratore romano 
venne ospiteto nella villa deli' amico Vibio Sicca "quam in fundunì Sicae"*^ , ed è 
da taìe soggiorno che invia la terza lettera all'amico Attico, pr^andolo di 
raggiungerìo "te oro ut ad me Vibonem statini venias, quo ego muitis de causis 
converti itermeum", per poi proseguire insieme alla volte della Macedonia. 
Avute però la notizia di essere costretto ad allontanarsi di 400 miglia dali'ltalia 
egli pensò di anticipare la sua partenza da Vibona per non creare problemi 
all'amico vibones^", dirigendosi alla volte del porto di Brindisi, da cui poteva 
facilmente imbarcarsi per il vicino Orienta'. 

Qualche anno dopo, esattamente nel 44 a. C. nel suo viaggio alla volte della Sicilia 
dopo la morte di Cesare, Cicerone ripasserà dal porto di Vitona, a bordo di una 



^'Cic.inVeir.(lljll.4a 

" Qc. adAtLIII, 4:XVI,6:ProPlaiL40, 96. 

" CicadAtL. IIL2. 



" de al Alt, IV, 4: 'aliata est rogatio de itìemìce meo; in qua, quod correctuitt esse amiieramus. erat 
eiiismodi. uS mihi ultra quodringenta miUin ticeret esse. lUo cum pervenure non hceret statun iter 
Bnindusium versus coiìtuU unte die rogationis; tteetSico. apud fjijern emni, perirei; et quod Mehte esse 
non Sicebat". 

^' Cic adAtL.XVl, 6; "Ego adhuc (pervem enim Vibonem ad Sicam! nrngis commode, quom strenue 
navigavi ... duosinusfuerunt fjjjos irnnsjmrftr oportet. Faestanus ei Vibonensis ... Vem igiUir ad Sicam 
octavo die e Pompeiano, cum unum dietn Veliae consiihssem ... !X Kat. (Mams! igitur ad Sicam. ibi 
tamquum domi meae sciljcet. Itaque ohdu\i posSerum diem. Sed putabam. cum Regium venissem, [ore ut 
iììic ... cogitaremus .... oneruria, statitne p-eio. an Siracusis. Hac super re scribam ad te Regio." 



lì 



piccola ùctuarìa a dieci r^mi, che si dimostra utilissima a far fronte all'assolulB 
as^nza di vento incontrata durante la navigazionEp. 

Il problema della localizzazione dell'approdo greco-romano, costruit: a forma di 
"braccio piegutn"^^' secorxiD la tEstimcnianza seicentesca del Fioro, venne 
affrontato, per la prima volta con "curiosila" scientìfica dall' archeologo francese 
Lenormant che lo situò nell'area di Portosalvo, "aU'estremo angolo disegnata 
della costa quando piega in direzione di Brintico", al riparo dai venti ed abbellito 
da una ^rie di arrrate (delle quali l'archeologo riconobte alcuni pilastri di 
sostegno), e provvisto di un'arcale centrale descritta a forma di arco trionfale in 
cui si ipotizzò inserita l'immagine scolpita di Nettuno^^ o di Giove ritrovata 
qualche anno dopo dalla visita del Lenormant, dall'Ispettore agli scavi di 
Montelecne Giovanbattista Marzano^". Questa ipcissi venne in qu^li anni 
avanzata proprio per il particolare tipo di lavorazione della scultura in marmo, che 
presenta una forma ad ovale o di tnedagiione, appiattita della parte posteriore, 
come ad indicare una sua originaria collocazione all'interno, o davanti, di una 
struttura arohi tettonica. 

L'autorevolezza delle fonti edi rinvenimenti archeologici avvenuti durante i lavori 
per la rBalizzazione del tracciato ferraviario costiera, indussero l'il giugno del 
1916 l'insigne aroheclogo Paolo Oisi ad organizzare, insieme al fraterno amico 



^^ Cic, ad Alt XVI, 6,1. Per meglio analizzare f Eoggiomi di Cicerone, cfr. Cnspo C.F., l viaggi ói M C . 
Cicerone o Vibo. in 'Archiv. Stor. Cai. Lue.", 1941, pp.3-47, nonché De Gaetano F., Uhìaizìone dei 
FrindrfsSJccoe, in ■'Italia NobiliEima', 1936, pp. 413-427. 

" moreG.. Della Caiabria llfustrata.Napdi 1691 (nsL Sala Bolognese 1977) p.2t 

^' Lenoiraant F., La Magna Grecia, voi. Ili, ChiaraM-alIe Centrale 1976, pp.156-157. 

" LiEchiL., DocumenSi ineéitì di scavi a Vibo VateuSm ira otìocenSo e novecento, m Annali, op.i:rt,,.pp 
505-5Ce. Il 9 gennaio del 1896, nel segnalare i nn?eninienti anJieolcgicr che si venficarono durante i 
ìs/on feiTOVian della tr31a Eboh- Reggi, il Mainano invia una nota alle autontà governative m cui 
scnva " ... Nella trincea ScnigSì si rinvennero^ ìì monete imperiati^ ì raggio óì pettine da donna; 3 
lucerne di terra coita,- I scacco di marmo esagonale di m 0.025 di tato: i ^sta di capitello di marmo 
bianco^ avente dimensioni di m 0.24 x m 0,2i; ì peno ài cornice di marmo bianco: 4 pez^à di marmo 
bianco^ di cui uno con piccola modanatura; ì altorilievo dì Giove in manno bianco^ testa e tronco 
sema braccia, il tutto a forma ovale o di medaglione; 3 rottami di anforette; 2 fusaioìi di creta: vari] 
matSom di sepolcro senza holto. 1 sopraindicati oggetti si trovano conservati presso l'Ufficio 
Governativo delie Ferrovie di Briatico; ma nmjsero nella Casina Scrugli vanj mattoni sagomati, vari] 
altri strati a romboevarij pezzi di cunetta di terra cotta". Peruna puntuale detenzione della statua cfr. 
Faedo L., ,4spetn" dd/n cultura figurativa in età romana^ mS. SettLs(acuradi), in AA,VV., Stona della 
Calabna Antica, Età italica e romana Gangerai Editore, 1994, pp. 599-615. La tìidua appartiene alla 
pniduzLone scultorea dell'età antoniana ma la perdita degli atnbuti non pennelte di identificare con 
precisione la divinità raffiguraa (potrebbe essere Giove, Ade o Mettimo). La forma del volto che si 
restnnge alle tempie, la fronte solcÉ:a da ima ruga orizzontale, gli occhi info&sati, la capighatura che 
scende a incorniciare il volto in lunghi nca e si dispone in una aiiifsto/é sulla fnjnte, la barba staibta la 
centro, ncordano un noto tipo statuano del rv sec; lo Zeus di Otncoli. 



28 



marchese Enrico Gagliardi, una ricognizione attorno alle mura del Castello di 
Bivona ed un'escursione subacquea nello specchio di mare antistante, alla ricerca 
dell' antico porto. 

Nonostante l'enorme "distesa di cocci che invadono ii suoio ìungo gii spaiti dei 
casteiio", in cui si riconoscevano "fabbriche eitenistjche tarde (un coccio a 
mascherettn ieorìina nero dei iJi-U secoio) e queUe rossigne romarìe", cosi come 
"ìe aretine genuine o contraffatte", l'archeologo non rilevò alcuna struttura che 
meritasi "l'epiteto d'antico" . 

Forse la delusione e la fatica di un intero giorno speso in un'inutile ricen:a di 
strutture murarie in alzato o sommerse dal mara, spinerò l'Orsi a scrivere nei suoi 
taccuini: "Hipponium ebbe certo U suo navaie che dovetìe essere tra S. Anna e la 
viiia Gagiiarói, ma in epoca greca sarà stata una rada e nuUa più, munitn 
s'intende dei doci3. Di un porto assurdo pariare. La regione priva di pietra e più 
che mai di grosse scogliere, difettava dei materiaie indispensabile per la 
costntiione dei moii. Se in età romana, quando i'ingegneria marittima era più 
progredita, sorgessero qui gettate in fabbrica, non saprei dire, ma propenderei 
piuttosto ai no. Certxi non se ne vedono tracce di sorta"^. 
Grazie alle nuove tecniche di indagine archeologica, ed in particolare alla 
fotointerpretazione unita agli studi geomorfologici del territorio, i primi resti 
sommersi dell'antico porto furono trovati nel 1566, a poca distanza dall'attuale 
foce del ton:ente Trainiti^' . 

Tale scoperta, unita alla recente indagine subacquea condotta da Stefano 
Mariottini, ha pennesso di rilevare proprio quelli che, con tutta probabilità, 
rappresentavano i due antemurali della struttura poriiiale, entrambi costruiti con 
massi squadrati e ciottoli, a poca distanza l'uno dall'altro"^ 
11 manufatto maggiore, posto in direzione nord-ovest dista circa 30 metri dalla 
riva, ha una lunghezza di circa 350 meEri, una larghezza che varia dai 40 ai 70 
metri ed un alzato massimo di 2,5 metri; il manufatto minore pare legarsi alla costa 
in prossimità di Punta Buccarelli, orientato a nond-esl; lungo circa 60 meiri, largo 
20 metri e con un alzato massimo di 3 metri'^ . 



^^Spadea[L,PflflioOrsjflMonteieone,mAA.W., Annali Scuola Normale Supenore di Pisa, op-ot, 
pp. 530-531. In cor3i?o brani tran dal Taccuino n. 106 di P. Orsi. 

^'SdmuedtG.. Antichi porti d'itatia. ì porti óeiiecofonìe greche. inL'Univeiso. XLVI. 1966, pp.296- 
356. 

^'ftruna precisa descrizione della ncerca vd. AA.VV., Armali Scuola Normale Supenore di Pisa, 
op.ciL, pp.603-6Ce. 

" laineJli M.T., LenaG., Gifi^sinDG.F., Indagini subacquee nei tratto di cosia tra Zambrone e Pizzo 
Calabro^ con parUcotare riferimento agii stabihmenti unticM per la tavorazione del pesce., in Atti V 
Rassegna di Archeologia Subacquea. Ed. P&M, Messina 19S2. pp.2 1-2 3. 



29 



11 diverso orientarnento dei due manufatti rispetto alla costa ed alla foce del 
torrente Trainiti è da mettere in relazione alla differente funzione delle due 
stnitture: la prima aveva probabilmente lo scopo di difendere l' approdo dalle onde 
provenienti da grecale, la seconda da quelle di maestrale. 
Non è da escludere che il manufatto maggiore non iniziasi dalla linea costiera e 
che, lasciando un ampio varco liberD tra l' inizio della struttura e la coste, volgesse 
una funzione di verD e proprio "convogliatare della con^nte marina" . A riprova di 
tele ipotesi v' è TassolutH assenza, su ambo i lati della struttura, del naturale riporto 
sabbioso dovuto alle correnti marine, oltre che dall'apporto del materiale inerte 
trasportato dal torrente Trairii ti, che non poteva che sfociare all'interno del porto. 
] due manufatti, seppur non cronologicamente contemporanei, si rivelano oggi 
costruiti con grande attenzione nel ruotare il flusso delle cononti per la difesa 
idrogeologica del bacino portuale. 

] due antemurali con^ntivano infatti alle cononti marine di entrare ed uscire dal 
porto, senza ostacolarne il peroors3 naturale versa nord. Tali benefiche correnti 
marine spazzavano incessantemente la rada, impedendo alla sabbia ed ai detriti 
provenienti dal torrente Trainiti, di depcsitarsi al suo intemo e lungo il lati 
dell' antemuram e maggiore, evitandone cosi l'insabbiamento. 
Lo scarto cronologico tra le due strutture confemier^te la tesi della costruzione 
ex-novo dell'impianto portuale da parte di Agatocle, che sfrutto quindi solo in 
parte il preesistente approdo antico. 

Gli ultimi studi e scavi archeologici hanno fornito un ulteriore contiibuto nel 
delineare l'estensione del bacino portuale verso tona, grazie al ritrovamento, a 
breve distanza dal Castello di Bivona, di una struttura interrata lunga più di cento 
metri e larga quasi cinque, costituita da mattoni cementeti con malta idraulica che 
viene interpre^ta dagli studiosi come un' opera di banchi naggio™. 



^° encarpi M., lannelli M,T., RivollaA., The costai site of Bivona; Its detection end its euvironfieiìOsi 
chonge througth geourciteoiogicat expioration. Il Caro 199G, Roma 1S95, pp. 21-2G, nonché RotellaA. 
M. - SogbaniF., J[ mateiinie ceramico tjirdoantico e altomeóievaie éa contesti di scovo e dal temtorio 
deìia Caìnbrio ceutro-mendioniile. inSaguiL. (a cura diì.AA.VV., Ceramica ìiì Jtatia: VI - VJIsecoìo. 
Atìi dei Convegno in onore éi ] ohtj W. Hayes, Roma, 11-13 maggio 19&6, Ed All'Insegna del Gicf ho, 
Firenze 19&e, pp. 769-771: 'La stmttuni (USM Ì02i. costruita con framnìenti ói /aten'zi' legati con 
maita idrauiica. è stata interpretotn come banchina porti/ale sìa per ie sue dimensioni complessive che 
peria sua disposinone lungo un cofdonesabbioso.il momento della messa in opera deila costruzione è 
riferibile agli inìà del V secoio, mentre il suo abbandono è databile ol VII secolo d. C. Accanto od essa 
sono sfoù indagati i resti di una serie di ambienti relativi alle vari fasi di vita déll'epoca^ databili irò il 
I! secolo avanti e la fine del V secolo dopo Cristo. A poca disiamo dal tratto di hanchina di epoca 
romana, con ulteriori saggi di scavo, son state indogate strutture abitative e di lavorazione cbe 
contribuiscono a conoscere meglio le modalità ìnsediatìve dell'area prospiciente l'approdo, che 
presenta uno continuità d'uso che vo dal li secolo ovanti al VI secolo dopo Cristo." 



30 



La tipologia costruttiva, ed ancorpiù le sue dimensioni, indicano chiaramente che 
il manufatta rinvenute costituisce il tratti) di epoca romana della struttura portuale. 
Accanto ad essa sono stati ritrovati resti di alcune strutture ad uso pubblico, le cui 
l'ultime fasi d'uso risalgono al VI sec. 

Poco più in alto dal tratto di banchina romana, in direzione sud-ovest, un ulteriore 
saggio archeologico ha messo in luce strutture abitative e di lavorazione, provviste 
di un'ampia cisterna o silos in pietre, con sovrapposizioni e fasi insediative che 
vanno dal 11 al VI sec. d. C, contribuenòo a meglio delineare un'area abitativa 
pn^spiciente l'approdo. 

La cronologia dei materiali aroheclogici rinvenuti nell'area del Castello in questi 
ultimi anni, rivela inolti:^ la notevole continuità di frequentazione del sitiD, che 
posscno essere riassunte in almeno tre principali fasi cronologiche: 

1) una fase greco-ellenistica documentata dalla presenza di materiali datanti in 
stratigrafia e da quelti provenienti dallo scavo di una stipe votiva (IV sec. a.C.}^^ 

2) una fase di età romano- imperi al e, di cui sono relativi ambienti di lavorazione e 
pubblici, oltre ad altri ambienti abitativi, for^ appartenenti ad un insediamento, 
rivelando inoltre la presenza di una stìiittura rettilinea interpretabile come un' opera 
di banchmaggio [dal 11 al VI sec. d.C.}; 

3) una fa^bass] medievale, databile tra il X ed il XIV ^colo d. C, documentBtB 
dalla presenza di un edificio di culto nella cui fase di abbandono furono mes^ in 
opera alcune ^poltijr^^ . 

Tali rinvenimenti e fasi cronologiche testimoniano, confermando pienamente le 
fonti antiche, come il porto ed il boryo marittimo ad esso collegato rivestirono un 
imperiente ruolo nella gestione delle risor^ economiche del territorio, non soltanto 
neir epoca della poUs green o in quella del muiìicipium romano, ma anche epoche 
più tarde. 

Possiamo immaginare le navi anivare per imbarcare o sbarcare il loro carico sulla 
banchina, o atiraccate all'antemurale in atiiesa di scaricare le mercanzie su altre 
piccole imbarcazioni, oppure alate, tirate a secco sul lungo tratto di spiaggia per 
front^giare mareggiate e seste invernali o pereffettuare le necessarie riparazioni e 
calafatijre d^li scafi. 

La continuità d'use del porto vibonese fino a ìnììo il VII secolo è documentata 
dall'epistolario di Papa Gregorio Magno, contenente una serie di missive 
riguardanti l' approvvigionamento ed il trasporto, via mare, di travi di legno fatte 



*'Lo stesso Lenoirnant notò la presenza, nei pressi del Castello di Bivona, di grossi bctnni per acque 
lustrali, ipcOzzando la presenza di un tempio greco. Cfr. F. Lenormant, opcit p 152. 

■'CucaziM-, lannell] M.T., Ri?oltaA., Op. aL, pp. 21-20; RctellaA. M. - SoglianiR, Op.ciL.p. 77a 



31 



tagliare nel Bmzio, per la costruzione delle chie^ romane di S. Pietro e di S. 

Paolo^. 

In una di queste lettere, scritia nel 599, il pontefice romano si rivolge con una 

postilla al vescovo Venerio di Vibona, ribadendo come sua fosse la responsabilità 

di occuparsi del legname richiesta, proprio perchè "cuitu proprio"^* la slb chiesa 

da tempo ne curava l' approvvigionamento . 

Ciò cofifenna che il ruolo assunto dall'approdo costiero vitonese rbon subì alcun 

contraccolpc dalla nuova amministrazione delle risorse del territorio calabrese 

assunta dal patriarcato romano e che, proprio grazie all' attenta e laboriosa pr^enza 

della Diocesi di Vibona in esso continuavarK) ad eseroitarsi significative attività di 

trasporto marittimo. 

In età binzantina, ed esattamente alla fine del VI secolo, Biboiìnn viene citata fra i 

castra dell'EparchiaCalabra^'. 

Una successiva menzione del centro di Bybonam la ritroviamo nella traduzione 

latina "Passio SS. SenaoLoris, Vintoris, Cassiodorì etDomìnatae"^\ citata tra il IX 

ed il X ^colo, di una più antica versione greca, legata all'utilizzo di una flotta 

navale, lungo la costa vibonse, per sconfiggerei nemici del cristianesimo. 

Il precipitare degli esenti nei due secoli successivi, causato dalle incursioni arabe e 

dalla loro conquista per quasi cinquantanni della città di Tropea (840-385) e di 

altri centri tirrenici^' influenzò negativamente il destino dell'antico impianto 

portuale. 



^^ S. Gregorn Magmi, Regìstmtti EpisOiiiirum. libn I-VIV, vol.2, Turaholtr \992 {Corpus 
chiistianonim. Sene Lcùna 140-140A}, rn propctìito cfr. Scgliani R, Per la storia di Vìbo VaSentia dal 
Taréoottico ni Medievo, in XXXVH Corso di cultura suU'Arte Ela^eondE e Bizantina, Ed Girasole, 
Bologna 19S0. pp.466-467. 

" S. Gregorn Manni, Registrum EpistuSarum, op.ciL, epstola 128: "Aédeudum Venerio episcopo^ 
dehes auletìì sare hanc fraSemiSiiti tuae curam vehemeuter incumhere. cuius ecdesiii trabes ipsas oìiiti 
cuitu proprio consueverat procurare' . 

*^ Gea^i Cypm. Descriptio orbis romaià . G± P.M. Conti 1970, p. 96. 

" E^accaicai D., Calohria Tnréonntica , in AA.VV., Stona della Galabna Antica, Età italica e romana, 
Gangemi Editore, 1994, p. 735. Il brano tradetto in l^no da Hubert HoLiben e dedicao a p^jaVittore 
111 (1036-1037), recita testualmente '... Sed Nocanor accipiende christnntitaSis falsa demonstraiìs 
promissa siinctis. duos mitites secum ducens de novibus perexit ad urbeii] B^hoiìnm" . 

*^Brusaiinoa, Storio Ecoi\omicha delia Caiahria. voi. 11. Ed. Emnieffe. Chiaravalle Centrale 1977. 
p.114. 



32 



L'area portuale caggiun^ la sua maggiore cria in^dialiva nel periodo compreso 
Ira il 915 ed ir 983 d. C, anni in cui violente incursioni saracene causarono la 
distruzione completa del boryo marittìmo, eoa come del centro urbano collinar^^. 



'GabnelbR, SSoiia^ cuSSum e civiltà degìi Ambi in Italia. inAA.VV.,GljArabimltalia, Milano 1955. 



33 



u 

LA DIOCESI DI VIBONA 



Le fonti ecclesiastiche sulla diffusione del Cristianesimo tra il IV ed il VII sec. in 
Calabria, testimoniano la presenza nel territorio vibonese di una ^de vescovile 
molto importante per l' organizzazione ecclesiale calabrB^ ma, seppur consentono 
di seguire l'avvicendamento dei vescovi vibonesi, non forniscono alcuna 
indicazione precisa sulla ubicazione della ^e vescovile. 
Prima di avanzare la nostra ipotesi, é importante ricordarB come, dal III al VII 
^colod. C, sia avvenuta una profonda trasformazione nella concezione urbana del 
mondo romano che tendeva a privilegiare Io spostamento insediativo nelle ricche 
ville suburbane rispetto all'accentramento abitativo in grassi nuclei urbani^. 
Tale decentramenlio delle residenze e delle attività economiche ad esse connesse, 
con^nbva un migliore controllo ed utilizzo delle risorse del tenitorio e, per la 
vicinanza ai porti ed alle arterie di comunicazione stradale, facilitava la possibilità 
di scambi a lunga distanza. Questa tendenza al decentramene] ed allo 
spopolamento dei nuclei urbani coinvolse, particolarmente nell'Italiameridionale, 
anche le prime organizzazioni ecclesiali del nascente cristianesimo: Moiìasterium e 
^di vescovili vennero contruite, dal tardoantico in poi, quasi esclusivamente in 
luoghi distanti dalle città ed in coincidenza degli in^diamenti legati allo 
sfruttamene] agricolo del territorio. 

Una discreta prevalenza del materiale archeologico proveniente dall'area costiera 
vibonese, nell'arco cronologico compreso tra il 111 ed il VII secolo, rispetto a 
quello recuperalo nella città, e la localizzazione di importanti ville remane proprio 



^^ Cfr. in proposto EJ^^rslan, La ricerca orcheohgiciì nel Bruzio. in Breto, Greci e Romani, Atti V 
Congr. Stor. CaL (C3 - W - RC 1973], Roma 1993, pp 269-310, nonché dello &te&so a. Vìlie e Città 
Romane in Catiìbrìo,m'M^aa. Giaecia" , IX, 9-10, 1974, pp. 1-3 ed intervento, in La M agna Grecia m 
Età romana (Atti Taranto, XV, 1975), Napoli 1976, pp.331-337. Cfr. altresì Sangineto A.B , Per !a 
ncostnisone del paesiiggio agrario éeUe Cai abne romane. inS. Settis (a cura di) AA.VV., Stona della 
Calabna Antica, Età Italica e romana, Gangemi Editore, 1994, pp.559-558. 



34 



lungo il litorale costiera rispetto alle zone inteme, confetmano come questa 

tendenza abbia prevalse anche nel tenitorio da noi considerato'^'^. 

La stessa villa di Vibio Sicca ed il [undus Sicae, citati da Cicerone nelle sue lettere 

all'amico Attico, erano poste "eros igitur in Siene suburbano"''- , fuori cioè dalle 

mura della città di Valentìa, e con tutta probabilità coincidono con i restì 

archeologici rinvenuti nella fine dell'ottocento nei fondi Rondinelli, Marzano e 

Santa Venere'". 

Va altiEa sotbolir^atD come i primi anni della cristianizzazione del territorio 

Calabre^ vennero caratterizzati dalle nas:ita delle cosiddette massne (come la 

massa tropeiaim e la mussa mcoteriana, ad esempio), veri organismi di gestìone 

del territorio da parte delle prime forme di aggr^azione dei cristìani calabresi, 

coincidenti spesso con preesistentì ville schiavistìche rurali ramane. 

Del resto la gran parte di nuovi adepti alla fede cristìana proveniva proprio dalla 

classe più reietta della società romana, gli schiavi per l'appunto, che nelle ville 

produttive costi tìiiv ano la maggiore popolazione. 

E' proprio in prossimità del porto di Bivona che venne ritrovala nel 1835 la 

^guente iscrizione cristiana; 

D M 

ATHENAIDI 
MATER FI 

LIAE DULC 

1SS1M FECIT"' 



RotellaA. M. - Scgliani R, Op. oL, p. 770: "L'anaUsi dei nmteriah del srto in esame conferma io 
presenio di una jìoreiìte ottìvitò commerciale lungo ìa costa in età taréonntica, doto questo che risulta 
in contrasto con !o documentata crisi netla realtà urboua di Volentia nelto stesso periodo, consoliéanéo 
con ciò lo tesi di Ejn territorio suburbano economicomente ottivo. in cui sono éocumentati commerci ad 
amfào roggio che privitegiauo i rapporti éi scombio con il nord Africo^ piuttosto che^ come è ottestoto 
net resto dello Penisolo, con l'oriente bizantino." 

"CicadAtL.XIl.at 

" Pesce G., Bollettìuo d'urte éel Ministero éelìo Pubbìica Istruzione, dicembre 1937, p, 251 e ssg. 
L'autore ipotizza che la villa di Sicca fosse ubicala in contrada Santa Venere isrché 'non lungi dal 
more eé opstartata^ potevo essere un nfìigio ideale, per chi sj trovasse jji condizioni' di fuggiosco" . Del 
resto parrebbe essere logica la scelta di Cicerone di rifugiarsi in una villa suburbana, nel iHncdodel suo 
esflio, distante dalla cittàtruinivu'ale di Valentia, sempre irapeguÉra nel mantenere dtnne relazioni con 
Roma, evitando cosi la delazione di chi lo nconiaM'a per le testimonianze rese in passdB contro Veire. 
dal porto di Vibona, consentendogli di non essere nctcio né dagli abituali utjlizzaton del porto, che 
tante volte lo avevano da h visto arrivare o imbarcaisi, né dai cittadmi di Valentia che lo nconiavano 
per le testimonianze re&e qualche anno pnma contro Vene. 

" ''D{ie) M(ambu5} / Atìtenaidi j mater fi / liae àule j issim{ae) fecit°. G^ialbi V., Jnscriptionum 
Vibonensium Soeciraen. Neapoli I^DCCCXLV, p. 32. L'israzione, oggi scomparsa, nsultai^a 
conseivaamcasaLombardiSainam, aSanCostantino Calabni 



35 



Nello stesso anno venne ritrovata un'altra intEr^ssantE iscrizione che documentB 
nell'area la prei^nza di un certe Antioco U Samaritano, probabilmente 
riconducibile ad esperienze religiose^^. Va inoltre aggiunta ctie, nella 
iaponomastìca costiera esiste, proprio a poca distanza dal Castello di Bivona, lungo 
il corsD del torrente Trainiti, un'area [che meriterebbe certamente un'accurata 
indagine archeologica) denominata appunto Masa, dove esistono tracce 
archeologico di una frequenzione romana'" , a poca distanza da quella ancor oggi 
denominata Vescovado. 

La letteratura antiquaria, del resto, narra del passaggio di San Pietro a Vibona nel 
suo viaggio via mare da R^gio a Roma dove fondò il primo oralurio cristiano nei 
pressi di un tempio, eleggendo in quel luogo il primo vescovo'\ ed il ricordo della 
sua evangelizzazione sarebbe testimoniato dal nome di S. Pietro dato ad un antico 
boryo poco distante dall' area costiera' ' . 

Era all' epoca solito che i primi insediamenti cristiani si SDpraponGssero ai luoghi di 
culto pagani ed il recente ritrovamento a poca distanza dal Castello di Bivona di 
una stipe votiva'^ e ór altri sporadici ritrovamenti in superfÌGÌe\ ombrano 



^- ■■0HKH/ATTriOXOTEA/MAPITAMO>T\ Capialbi V., Ibidein, p. 45. L'iscnzione viene &egnal£ta 
dall'autore come ntrOTata "prope Vìbouis Valenhae portiim anno i835' e conservaa presso il "meo 
inuseo'. 



'* L'areapo&taandoEEO del Campeggio Kursal di Portosalvo. Nel t^o opeiai) per la realizzazione di 
una strada interpcderale erano visibili, fino a qualche tempo fa, i resti di unatombaacqjpucciDa, oltre a 
vanfraramenti di laterizi d'epoca romana. 

"GudtiQiP., Sacro Trionfo ovvero Leggeiióoiio dei Santi Mortìri éi Calabniì,ì'ia.poh leso, p. 39 

■' Il togo di S.Pietro fu sede paiTCCchiale di tiilti I centn costien vibonesi fino ai 1929 

" Lo sca^o, eff^Iuan clandestinaniente da pnvdi nel 1990, ha permesso ù recupero di una stallina 
acefala di Peisefone, un cavalluccio ed un gallo in terracotta, una fibula m bronzo, frammenti di 
ceramica a vernice nera, una&taiietta a forma di corpo femminile, frammenti di un vascconEigurao a 
fonna di testa di donna, pesi da telaio, ecc. Questo maenale, consegn^o alla Sopnntendeza 
An±eoJcgica della CaJabna, èoggicoaseiv^oal Museo Archeologico di Vibo Valentia. 

■' rJeJlaadlsiaiepnvaaddlafamighaCollccadi Miletoèpresente un frammento di pinas margiUa 
rossastra, d^abile protebilemente al VI a. C.pnsveniente dall'area di Bivona (Cfr. Contnhuto ai corpus 
delie terrecatìe medmee e carta archeoìogica di Rosarno, m Medma ed il suo temtono, a cura di 
Paoletti M., Settis S., Bari 19B1, p.59). If reperto confermerebbe il culto di Pereefone anche nell'area 
ccstiera, analogamente a quanto accadeva nel Tempio del Cofino, nella città greca di Hipponion. Del 
resto anche il Lenoirnant, op.ciL espresse con certezza il suo parere sulla preesistenza nel sito di un 
tempio:" NelS' antichità^ sui terreno lievemente rilevato sui quale è costniito rJ casteUa. esisteva uji 



36 



confermare l'ipotesi della pre^nza di un tBmpio gi:eco in piDssimità dell'area 
portaale, già avanzata nel secolo sborso dal Lenonnant 

La letteratura antiquaria locale narra che l'Abbazia della SS.Trinità di Mileto sia 
stete costruita da Ruggero il Normanno anche con i r^ dell'antico Tempio di 
Persefone posto nella marina di Vibona; marmi, decorazioni ar^rhitettoniche e fusti 
di colonne abbellirono la Chiesa abbadiale, secondo quanto riporta il rev. Padre 
Diego Calcagno, Vicario della Abbazia. "restaurnH dagli eóiìi, con coìonne di 
marmo provenimti daWanhco tempio di Proserpina fabbricato d Vibona"^. 
Inoltre, tra i resti del tempio trafugati dal scvrano normanno, risulta un blocco 
marmoreo su cui era posta la statua di Persefone, trasformata in Prcsetpina nel 
culto romano, che documenta il resteura della statua e degli altari durante la 
reggenza dell' imperatore Claudio Tiberio {41 - 54d.C.), curato dal senato consulto 
vibonesE^' . 

Ma i resti del tempio di Vibona o qualche segno strutturale della sua presenza fino 
ad oggi, non sono stati ancora ritixivati. 

Perla suafocalizzazione ci viene in aiuto il Marefioti, che riporta int^ralmente un 
brano degli Annali Normanni; "cumque apud Miletum duas construeret Ecclesias 
ex lapióus quadris. columnis lapióeis, quas ab antico Proserpinae tempio 
pauiuium n Vìbono semoto nbstuierat..."^". Anche il Martire riprende le notizie 



temjào. Si nota ancora qualche frammento orchitettomco éi questo edificio impiegato nelSa costnnione 
ittedievole o giacente nei pressi. Raccattiomo parecchi piccoli pezzi di eiìortm hacineite iiì terracotta 
usate per l'acquo lustmSe. poste all'entrata dei templi e i cui esemploii meglio coiìsenioti si sono 
trovati nei recenti scavi di Selinuiìte" . 

^"fÈstoiaCroiL AbbaùcfiSarniiità, in Albanese F., Vibo Vaientìa neìlo sua storia. Grafica Calabrese, 
Vibo Valentia 1974. voLl, pp.132 e 184 

" r^laraficti. Cronache etnntichitìi di Calabria, lib. Il, pag. ill-.'Dovendo costruire presso Mileto due 
chiese usò le pietre quadrate e le colonne lapidee che aveva fatto portar via dall'antico tempio di 
Proserfsna. poco discosto da Vihona'- Il bJccco fuaifoperaD come bcsaraento di una delle pnite delia 
Abbazia della SS. Tnnità, recuperato nel 17&6, è cggi custodito in un cortile interno del Museo 
Nazionale di Napoli. In esso nsulta la seguente iscnzione;"Q. VIBULL3. L.F.Q.N.C. CINCIUS. C.F. 
PAUL. Ili VIR.I.D. SIGNUM, PR03ERPINAE. REFICIUNDUM. 3TATUENDUM0UR ARASQUE. 
REFICIUNDA3. EK. S.C. CURARUNT. H3. DCCLXX. MAG. FUERE HELVIA. Q.F. ORBJA. 
M.F.Vlacmtniduzioneè:" Q.VIBULLIO, FIGLIO DI LUCIO, NIPOTE DI QUINTO. CAIO CINCIO 
PAOLO FIGLIO DI CAIO. QUATTUORVIRI Gì URI SD IC ENTI, CURARONO. PER DECRETO 
DEL SENATO. CHE FOSSE RIFATTA E COLLOCATA LA STATUA DI PROSERPINA E CHE 
FOSSERO RIFATTI GLI ALTARI. PER LA SOMMA DI 770 SESTERZI. LE SACERDOTESSE 
FURONO HELVIA FIGLIA DI QUINTO E ORBIA FIGLIA DI MARCO". Per una precisa desoizione 
vd. NuBdeo V., op,ciL, Vito Valentia 19S4. 



" Ibidem, Op, CiL. lib. Il, p. 121 



37 



della tradizione locale che nana della costruzione della SS. Trinità di Mileto con i 

restì di uno dei più tei templi della Magna Grecia con fé sue colonne di granite 

della Numida del "tempo dei GeniJU óeUa dea Proserpina, netia marina di Vihona 

di! dove il conte Ruggero ti fece estmrre"^. 

Si è già accennata nel capitolo precedente come il dato cartografico collochi il 

toponimo Vibona ^mpre nella zona costiera vibcne^, legandolo eszlusivamentB 

all' attività portuale^'. 

Lo stEtso CicQone^' ^mbra, nelle sae lettere, pon^ una distinzione tra la città di 

Valentìa ed il porto di Vibcna, usando l'etìlico Vaientinis riferendosi agli abitanti 

di quello che egli stesso definisce inìustri lìobiìique municipio, mentìiB utìlizza 

l'etnico Vibonensis ogni guai volta scrive dello scalo marittimo di Vibana, il che, 

operato da quello che si è rivelato il più assiduo fr^aentatore del territorio 

vibonese tì:a gli scrittori romani del 1 sec. d.C sembra testìmoniare quanto meno 

una specificità toponomastìca, se non amministì:atìva, dei due centìi. 

Gli epistolari papali inoltrerivelano Vibona come una sede vescovile importantG^^ 

e questo ruolo le veniva cerismente dall'essere collocato nei pressi di un'area 

portuale che fino al secolo Vili, con il suo traffico marittimo, costìtìiva una sicura 

e veloce via di comunicazione, nonché via privilegiato dei rapporti con la sede 

papale e con il resto delle diocesi Calabre. 

il primo vescovo della diocesi di Vibona di cui si ha notizia è Johannes Episcopus 

VìbonensìS. 11 nome del vescovo vibcne^ compare in una lettera, inviato da Papa 

Gelasio 1452-496) atreves:ovi calabresi, in cui viene annunciato il provvedimento 

di scomunica contìi) i Dion'^sii che avevano usuipato alcuni diritti della chiesa di 



^^ r^artireD., CuSahria Sacra e Profotta. Ms.inArchivio di Stato di Cosenza, Voi. Il,fl.334 

'^ rMeimnante in tal senm nsutta il percorro hiremco dei pruni anni del HI sec. d.C. che nell' ef encare 
la sequenza di scali manttuni ^giunge; 'Hinc in Tuscura mare fìexus esi ei eiuséem terrae tahis 
aìterum, Muticona, Hipponium^ Vibou. Temesa, Ctempetia, Biunda. Bruxent[im, Velia, PoUnurus... ' 
ponendo una ntì±a di&tinzione tra Hippomon e Vibona. Cfr, MELA, 2, 69 {ed. Perroniì in Lomfcanio 
M., FonH Letterane dello stono ó'ippomo, in AA.W., Annali Scuola Nomiale Supenore di Pisa, 
op.aL, p.461 

^^Cicenz'ue, che frequentò assiduamente f area ?ibonese nef I sec. aC, pare offnre f a testinioniam^ più 
credibile della coeva diveratà di toponimo tra borgo collinare e raanttinio. Nelle sue lettere usa 
cronolcgicaniente i seguenti toponimi: Vibone Velium nel GO aC. (Vem, act sec. II, 90-99): 
VatentimA^olentinis nelTOaC. (Verr., al, sec, XVI, 40): Vjbone Brìndisi irm nel 58 a. C. {A\L S., Ili, 2 
e Pro Plancio, XLI, 97); ut ad me Vibonem stabm veiiias nel 52 a.C. (Att S., Ili, 3); 
Vibonem/Vibonensis nel 44 a.C. {Alt XVI, 6, 1). 

" Questa la successicaie dccumenlata da Vescovi di Vibona lohannes Episcopus Vifconensis (fine V 
sec:): Rufinus (559); Rufinus Episcopus {5&e-593]: Venenus Vivonensis Episcopus (599-603); 
Papianus o Papinianus (649); Crescens (SSO); Giovanni (XD sec); Stephanus (7B7). 



38 



Vibona, ed in cui vieie inoltre rimosso dall'ufficio ecclesiastico il pretE Celestino 

che, contio il volere del ve9:ovo e gli ordini della sede apostolica ave^a osate 

amministrare agli stessi Dionysu la sacra comunione. Mr^stola papale per 

nessuno dei tre vescovi viene indicata la sede, ma visto che si riferisce ad episodi 

accaduti nell'ecclesia vibone^ e che pochi anni più tardi, nel 495, Giovanni di 

Vibona risulta tra i vescovi inten^enuti al sinodo romano convocato da Papa 

Simmaco^\ èpcsatsie indicare messo uno dei destinatari di quella lettera. 

Nel 596 papa Gregorio Magno scrive a Rufino, nuovo vescovo di Vibona 

ordinandogli di recarsi in visita nella vicinaMùsstìeN^coterdntìe per consacrare un 

prete in grado di amministrare i sacramenti, visto che "non habet Eccìesia iììe 

presbyt&rutn, Qui sncrum iìtic opus vnìeat celebrare"^- . 

11 vescovo Rufino, secondo quanto scritto da papa Gregorio Magno^'' tbÌ 597, 

assieme a Secondino vescovo di Taomiina, risulta garante delle volontà 

testamentarie espresse dal vescovo siracusano Massimiano. 

A Rufino successe, nel guidare l'ecclesia vibonese, Venerio che incontriamo citato 

assieme ad altri quattro vescovi calabresi, sempre da papa Gr^orio Magno, tra 

quelli che dovettero intervenire nella diocesi reggina per infonnarsi sui óeiitti che il 

clero locale attribuiva al locale vescovo Bonifacio^'. 

La fraietlca attività di Venerio, chiamate spesso a dirimere situazioni conflittuali 

nell'amministrazione ecclesiastica calabrese, non può che confennare 

l'importanza assunta in quegli anni dalla Diocesi di Vitona. Venerio venne 

chiamato a sovraintendere all'elezione di "novelli pastori" anche nelle vicine 

diocesi di Turio e Tauriana^-, ncnchè a sovraintendere, come già ricordato. 



^' Can. Minasi G., Le chiese di Catubrm do quinto ni duocesimo secolo. Cenni siorici. 3tab.T}pografico 
Lanciano e Putto, N^joh 1396, p. 6i, 'Quaproj^er Dionysii^ qui sicut vestrae texhis relatioms osieuóit^ 
non suSiim Vibouensie Ecclesiae jura turbare, sed edam repensare, quod uequiSer admiseraiìt. 
respuemut. sacrae communiouis orceantur accessu..." (Es ColL Conci. Cardinali^ Deusdedit Lih 111 
c^ 9G. Migne Patr. Leti. V. LIX p. 101). La presenza di tale famiglia è alti^ documentata da una 
iscrizione nportaa dal C^ialbi (C^ialbi V., op. ciL, p. 35), che scnve 'ntrovnSo presso r niirn di 
Vihouis VaJenhoe nei 1833: T . SCAEFIV3 / DIONYSIVS / VIX . AN . XVII / PVLLIVS , 
DIONYSIVS / FILIO . OPTIMO . KT . SIBI". 

" Ibidem, p. 81. 

"lhdem,p.96, S.Gr^omMa^mi,Regi^nimEpistuìarunì.op.cit.. LihVlepi.41. 

" Itic^n; p. 97, S. Gfegoni M^mi, Registrun] EpisOiìarum. op.ciL, Lih. X epi. 33. 

" ÌÌMtÌEm,jLl01.S.GregomMagDH.RegistrunìEiHstuÌoruni, op.ctt,, Lib.E< epi. 47 e 43. 

" Iticfem,p. 10i,S.GregomMpgDH.RegistrumEfHstuÌoruni,op.ct., Lib.X epL 17. 



39 



al]' approwigionamentD ed al trasporto via mare del legname necessario per la 

costruzione delle chiese romane di S. Pietra ediS.Paolo^. 

Notizie di un nuovo vescovo di Vibona vengono dagli atti del concilio Laisrano 

tenutosi a Roma nel 649; tra i 125 vescovi partecipanti risulta presente un certo 

Papinioo Papiano quale vescovo di Bivon^'. 

Sempre a Roma, nel sinodo convocato da papa Agatone nel 679 infeiviene come 

unico vescovo calabrese Crescente di Vibona mentre nel scendo sinodo, 

convocato un anno dopo, intervengono Stefano di Locri, Giuliano di Cosenza 

Teofane di Turio, Pietro di Crotone, Paolo di Squillace, Abbondanzio di Temsa, 

Teodoro da Tropea ed Oreste di Vibona. Nello stesso anno il pontefice fece 

sottoscrivere ai vescovi occidentali una lettera da affidare ai legati pontifici 

affinchè la presentassero ai Padri del VJ Concilio Ecumentico di Costantinopoli, ed 

in questa i ves:ovi di Locri, Turio, Taureana Tropea e Vibona si sottos^ris^ro 

come ves:ovi di Calabria, distinguendosi dai ves:ovi bruzi, provenienti dall'area 

intema del cosentino" . 

Questa distinzione dei vescovi calabresi per atee tenitoriali inteme e costiere 

permette di sostanziare ulterionnente l'ipotesi di una collocazione della diocesi di 

Vibona nell'area costiera vibonese essendo la stessa Calabria rappre^ntsta da 

vescovi le cui ^di episcopali risultavano poste lungo la costa. 

L'ultimo dei vescovi di cui le fonti ecclesiali danno notizia risulta Stefano di 

Vibona che nel 7B7 partecipa al VII Sinodo Ecumenico convocato a Costantinopoli 

dapapaAdriano 1"^ 

Ad o^ nessuna struttura religiosa risalente a quegli anni è stata 

archeologicamente identificata, ne nell' area collinare né in quella costiera di Vibo 

Valentia nia le fonti antiche ed in particolare un diploma normanno^' c^l UOi 

indicano la presenza in Bibona di un "monnsterium custeìiurum" , che è possibile 

ipotizzare come probabile residenza del primitivo clero vibonese e che forse 



^^ 3. Gregoni Mcgiui, Regìstrum EpistuSarunì, op.ciL, epistola 12S: 'Aédeudun] Vetterìo episcopo: 
dehes nuletìì sare hanc fraSemitati tiiae curam uetìementer incumhere. cuius ecdesiii trabes ipsas olim 
c\iit\i proprio cousueverat procurare'. Gfr. Givigliano G., lannelli M.T., Hippomo-Vibo Valentia: ia 
topografìa, in Annali della Scuola Noirnale Supenore di Pi&a, &.in. voi. X IX . 2, Pisa 1989. pp. 627-631 
e SogliauR, Per Jfi storia éì Vibo Valentia dai Tardoout}coaSMeéievo.0^at,pp.4S6-4S7. 

" Cm. ramasi G-, op.at p. 110. 

" Ibidem, p. 16ep.ll3. 

" Ibicfem, p. Ié4. Il confronto dei dcflii del Can. Minsfii con la recente ncen;a di Sogliani R, Op. ciL, 
confemiereblH la nostra tea della Localiz2azione costiera dell' antica diocesi di Vibona. 

'^ Di[3cini Normanni (aìlOI, guj., Ini II, in D.J. Bisogni, Hipponii seu Vibottìs Vatenbae.op.ciL 
PP.9S-102. 



40 



soppmwisse alla spoliazione effettuata dal contE Ruggero dell'area costiera, 
proprio per tale sua caratteristica stutturale, che poteva prestarsi alla difesa 
dell' esistente apprcdo. 

Del resto uno dei primi provvedimenti amministrativi adottati dai sovrani normanni 
fu la concessione dell' ar^a portuale, delfa tonnara e di altre pertinenze del tenitorio 
costierD alla Abbazia di Mileto, territorio che proprio in nome della sua antica 
origine vescovile "si sostenne inóipenóente da Monteìeone sino ni secato XV, come 
si ha da vari Dipiomj spe2ì{iìment& de Re Angioini, che sono tra ie scritture delia 
Badia della Trinità date al Fisco nei 1 774"^^. 

Di certo sarebbe stato contrnddittorio ri^r^are un'ampia area costiern, l'unica 
provvista di antiche strutture portuli, sotto la giunsdizione ecclesiale proprio negli 
anni in cui si indirizzavano tutte le risorse economiche nella costruzione della città 
regia di Mentis Leonis, giungendo finanche a revocare la popolazione limitiofa a 
stabilirsi nella nuova città collinare, se non fossero esistiti consolidati diritti 
territoriali sull'area da parte della Badia e del Vescovado; diritti alla cui conferma 
non poterono sottrarsi nemmeno i scvrani normanni. 

E' da ipotizzare che l'Abbazia della S.S. Trinità prima e la Diocesi di Mileto dopo 
mantennero, come vedremo dal X fin tutto il XVll secolo, sotto la loro 
giurisdizione unicamente tale area del territorio vitonese, proprio in virtù della 
collocazione in queir area dell'antica diocesi di Vibona. 

Negli anni in cui tali organismi ecclesistici convis^ro nella città di Mileto, la 
qu^one della giurisdizione sull'atea di Monteleone e di Bivona diede il via ad 
una forte lite amminisErativa che riassumiamo con le parole del Napolion^', 
Razionale e Computista della Mensa Vescovile di Mileto verso la fine del '700, al 
^guitD di Mons. Giu^ppe Maria Carafa, che fu Vescovo di Mileto dal 1756 al 
1785 : "Pretese iì Collegio Greco di Roma, a cui dai Pontefice Gregorio XU! era 
stata data ia Badìa delta SS.ma Tinitò di Miteto, di avere giuridizione spirituale in 
una porzione detta stessa Citta di Miìeto (...) e di dodici luoghi abitnti situati quasi 
net Mezzo della Diocesi, e propriamente situati dentro de tórntorj spettanti alla 
Badia che sono: S. Gregorio Superiore, S. Gregorio di Mezzo, Zammarò, Piscopio, 
Cramastà, Arzona, Pizzinni, Vena Sup., Vena Infer:re, Triparni, Longobardi e S. 
Pietro di Bivona. (...) A óiiucióar Questa lite in Quanto aita sua origine, e motivo, 
egli è da sapersi, che l'Imperatore Federico lì, e I nostro Re di tal nome, fece, che 
circa la metà del XU! secolo fosse da Matteo Marcofaha, suo Segretario, fondata 
una Terra sui Monte di Bivona con fabbricarvi un Castello ed alcune Case, che 
chiamossi Mont&leone. 



"^ LiEzi V. F., Le memorie dì Urìéte Maria Nnpoìioue, Parte !. Memone per Sa Chiesa Vescovite ói 
MUelo. LarufEa Editore, Reggio Calabna 198 1 

" Ibidem, p.4S. Il Memonale fu redaio tra il 1770 ed il 17B2. 



41 



Siccome si credette, che il territorio, in cui tal Terra fu fondata, spettava alla 
Badia deìln SS.ma Trinità, e venisse compresa nei territorio donatole dal Conte 

Roggiero; così crederono gli Abati, cììe ia giurisdizione spirituaie di tai nuova 

Terra a loro spettasse}'^" 

La diocesi di Vitona a partire dal IX secolo, dovette attraversare un grave 

momenla di crisi, dovuto es^nzi al mente alle incursioni saracene, che costringendo 

ad abbandonare gli onnai poco sicuri centri costieri, obbligò all'abbandono della 

^de vescovile che, da quel secolo in poi, divenne suffraganea della chiesa 

metropolita di R^gioCal£Ì)ria'"'. 

1 rischi per Tins^amento religioso derivanti dalle frequenti incursioni saracene, 

furono detenninanti nella scelta dei nuovi invasori Normanni di trasferire la ^de 

vescovile di Vitona dalla costa in un luogo più intemo ed anche più difendibile del 

Monte di Bivona, come lo chiamai! Napolione, anch'esso facilmente raggiungibile 

dai saraceni. 

Cosi venne scelta come nuova sede vicariale la citÉ di Mileto, sancita dalla Bolla 

di PapaGr^orio VII n^ 1073'*^ pù che tutelata dall' attiva pre^nza del sovrano 

normanno. 

Una interessants, seppur succinta, storia del Vescovado di Bivona la fomisce lo 

stesso Napolione, continuando nell'elencazione dei possedimenti della Diocesi di 



"" La conLesatrala Badile la Diocesi di MJ^o sulla giunsdizione dell'ampio temtono di Monteleone 
ha ongini antichissime e già con p^a Clemente rv (1265-1268] ^ tentò di p^ire fine alla contesa, 
mandando nel 1265 Rodolfo, il caniinale vescovo di Albano, come delegdD ^jostolico, ri quale il 7 
otobre del 1267 pose f^onteleone sotto giunsdizione della SS. Trmità di f^ileto (Russo, 1034). Il 5 
agosto 12es lo comunicò are Cario, chiedendo la sanzione leale, che Carlo diede m deta 9 agosto 126B 
Il Registn della Cancellena Angioma, nccstmiti daR. Riangien, I, p. 1S4, n.349). Il papaGregonoX 
{1271-1276} confennò la sentenza del legato ed il decreto del Re, il 13 novembre 1272. (RBsso. 1056). 
Negb anm successivi sorsero delle contruM'eisie tra l'Abate ed il Vescovo psr la giunsdizione su 
Monteleone e altre teire, cosi un giudice delegao dalla sede apostolica decise a fa^oie del vesccuo, J 
quale ne enbò in possesso, nonostante le piDteste ed i dinieghi dell'Abate, il vescovo si appellò a re 
Carla Questi ordinò al " Giusticiano" di Calabnadi indagare (Regesto di Cario I, anno 12S1, lelt B, p. 
114, in Capialbi, M emone... I^ lieto, ppl59-160ì Successivamente si addivenne alla convenzione del 
1287 che riconobbe al vescovo la sola giurisdizione sufla atta di Monteleone ed all'Abate concesse tutti 
ghaltnlucghi contesL L' umone della Badia della SS.ma Tnnità al Vescov^o di MilSo fu decret^a dal 
p^a Clemente XI, con bolla del 15 agosto 1717, periodo in cui era vescovo Mons, Bemandini, dopo 
secolan contestaziom tra il vescovo e l' abbd^. In compenso dei bem della Badia mcorporati alla Mensa 
Vescovile, quest'ultima venne obbligdra acomspondeie un pensione annuale di scudi romam 2.400 a 
favore del Collegio Greco di Roma, a cui i bem economia, pni'venienti dalle proprietà della Badia, 
erano stdn devoluti fin dal 1577. 

"' Sc^aniF.. op. ciL 

^''AA.W.. Beni aifturaU ^ MiSeio di Calabria. ViììaS. Giovamii 19B2. 



42 



MiletD, nel Vicariato di MontBleone, che comprendeva oltre alla cittì colUnare, S. 
Pietro di Bivona, Tripami, Longobardi, Vena Superiore, Vena Inferiore e 
StBfanaconi. Egli inizia in tal modo l'antica storia della diocesi; "S. Pietro di 
Bivona. Anhca, ed assai fumosa Città Greca, che fu decorata óaUa Sede 
Vescovile. Essendo pei stata assassinata dai Gch. Longobardi e Saraceni, fu la 
Cattedra trasìata in Mitetc, come sopra detto. Con tutto ciò si sost&ntìe 
inóìperìóente da Monteieone sin'at secolo XV, come si ha da vari Dipiomj 
spezialmente de Re Angioini, che sono tra ìe scritture delta Badia deità Trinità 
datÉ ai Fisco nei 1774. Finalmente divenne casate dì MontBleone. La Chiesa 
Parrocchiaie è intitolata a S. Pietro, ed è di Regio Patronato. Per ia miseria or 
non ha parroco. 

ln])arm. Anticamente era Casale di Bivona, e io fu sino ai secolo XV. Poi divenne 
Casale di Monteieone. Chiesa Parrocchiaie sotto il titolo di S. Nicola, che già 
pretendersi deità giurisdizione delta Badia delia SS.ma Trinità. 
Longohart^. Anticamente pur Casate di Bivona, ma nel secolo XV fatto Casate di 
Monteieone. Chiesa Parrocchiaie sotto ii Titolo di S. Lionardo, dove dalia Chiesa 
di S. Maria, ch'era l'antica Parrocchiale, furono trastati i sacramenti per essere 
stato soppresso ii convento de Carmelitani da Innocenzo X nei 1653, con darsi la 
chiesa al Parroco dopo tale soppressione, benché ie rendite dei Convento furono 
date alia Cappella del Santissimo Sacramento di Briatico. E pretendevasi già della 
giurisdiz:e delia Badia sud:a." anche " Vena Superiore, Vena Inferiore erano 
anticamente pure Casati di Bivona, poi fatti di Monteieone" '"•'. 
Con il trasferimento della sede vescovile a Mileto, e risolta la controversia 
giurisdizionate con la Badia della SS. Trinità dt Mileto, la nuova organizzazione 
amministrativa del veszovado si caratterizzava per la suddivisione del tenitorio in 
Granetterie^°^, n^le quali Bivona risultava essere una pertinenza a parto, 
comprendente il "Fondo Vescovato ... una Terra di circa tt: 26 nom: Vescovato tt: 
8 di aratoria e tt: 18 arenose. Limita coita strada pubblica: da due diversi lati 
colla Badia delia Santiss:a Trinità di Mileto: E coi Mare: Sta registrata nella 
Platea di M:r Panzani ai f.90"'''' ed il "Fondo Majolini di circa tomolate 



'" Luzzi V. F., Le memorie di UrieSe Moria Napolioue. Parie I, Memorie per ìa Chiesa Vescovile ài 
Miielo. LarufEa Editore, Reggio Calabnal&eé, pag.77-B). 

"^ Le graiKttaie oztìntiuvano delle anrcscnziom temtonali ajrane, dislocate m tutto il temtono della 
dioceEa. Granettien di Monteieone, col compito di controllare e n&cuotere i censi in grano, nsuitann 
Canonaco D. Guglielmo Branca al 1757; D, Pietro Munnura nel 1760 e D. Tommaso Frangipane 
176a 

"^ 1. 11^71 V. F., Le r/ìemorìe di Unéfe Mario Nopoiione^ Parte il. Memorie per j beni tSeìlo Mensa 
Vescovile dj Miielo, LaruffaEditore, Reggio Caluma 1994, pp.99- 106. 



43 



dodeci..."^°^, i fondi restanli, come si denoia dalla descrizione dei confini, 
rimanevano di proprietà dellaBadia della SS. Trinità di Mileto. 
L'impossibilità di rintracciare fonti precise per deszrivere i beni appartentl alla 
potente Abbadia di Mileto non con^ntono una più precisa analisi della storia 
ecclesistica del tenitorio costiere nell'arco crenologico comprese tra il X e XV 
^colo. Soltanto un documento preveniente dall'Archivio Collegiale Greco di 
Roma, riguardante unavisitapasberale al casale di Longobardi eS. Pietro effettuata 
all'inizio del 1600, riesze a fornire alcune indicazioni sull'antica presenza 
ecclesiale. Nel descrivere le chiese presenti lungo la costa, aggiunge; 
"... La 2° Chiesa è dedicata a S. Fran{ce}co Saverio, e fu fabrìcahi dai D. 
Dom{erà)co Marznno vicino ai suo Pataizo aita marina e proveduhi di tutta ia 
suppeUettile necess\ anjn per ceiebrarsi ivi la Santa messa..." 
" ...Neli'istessa Parrocchia vi sono due Cappetìe, una net Palazzo Ducale alla 
Marina dedicata a S. Venera. Per l'assenza deUi Sig{no)ri Duchi in essa non si 
trova alcuna suppellettile sacra. L'altra Capp\é[ì)a è dedicata a ... è dentro la 
Cangia di S. Dom(eni)co in Soriano dei PP. di quei Convento. Tutte queste Chiese 
si visitano dal P. Vjc(ari|o, solo la Capp{^ì}a delia Cangia di S. Domenico in 
Soriano non è stata visitata."'"' 

Per quel che invece riguarda la Parrocchia di S. Pietro di Bivona viene appunto 
precisato come questa fosse sempre stata setto la giurisdizione "dell' Abh{szì)a 
della Sant!S{si)tna Trinità di Mileto. La Chiesa di d(ett|f? Parochia è dedicata a S. 
Pietro Apostolo. Nell'Altare Magg{ìot\e v'era l'imagine della Madonna della 
Pietà con S. Pietro e nella sinistra un Altare con molti Santi mantenuto da' 
Pescatori, in visiti_R) 1616: E' piccioìa Chiesa di capacità con un sol Altare in cui 
non vi è alcun obìigo di Messa. La Lampa in d|ett|o Aìt/ire è mantenuta dal 
Parodio, e alcuni del Popolo facendo la cerca all'arie, e nel tempo della 
vendemmia contribuiscono a d{^o mantenimento col grano e con il Musto. 
In Q{ues\ta Parochia di S. Pietro di Bivona vi sono due Chiese soggette, una 
dedicata alla Madonna del Carmine, ch'è proprietà de' Sig{no]ri di Crispo, in 
dietimo Chiesa non vi è obligo alcuno di messa. L'altra Chiesa soggetta a d{eìi^a 
Parochia è dedicata all'Immacolata Concettione della Madonna, et è proprietaria 
del S!^[no}r Stefano Maì7ano, e titolo di Bene/fici)o ]us patronato di d{eì^o 
Sig{no)r Stefano, et ha due messe la settimana di obligo. Ha ia rendita di solo 
quindici ducati l'anno. Il benef[ìcì)o fu eretto da Nicolò Marzano l'8 Marzo Ì688 e 



'"* Nella Plebea Panzani del 1654, f. B4j, dice che questa terra era posta ' nello maiiua di Bivotia, e 
proprio dietro il Costello'. 

"^ Ddl'dlo, con&eivio m fotocopia nella sede parrocchiale di Longobardi, e che si conosce come 
fotocopiato airAn:hivio Collegiale Greco di Roma da Don Pino Caruso, es Parroco di Bivona, 
Poitosalvo, 3. Piseli' e Longobanii, non è stato possibile venficame la posizione in archivia 



44 



donato ad An\{oTà)o Marzfino 24 Giugno 1689 per Istrujn[en)to di Giusie^pe] 
Baidaro. 

Jn Questa medesima pnrochia oltre altre Chiese dirute delie quali non vi è 
memoria, due vi sono delle quali ancora rimangono le vestiggie, una dedicata già 
a S. Michele Arcangelo, vicino al Casteiio di Bivona, Vaitra delta Portosaiveiìo 
vicino al mare. Il Numero dell'Anime di Q{\ì^a Parochia è di soli 150 in c{ìu:)a 
consistendo la maggiorparte in Torri essendo piccoiissim il Casale. 
La Chiesa di S. Micheie nella Marina di Bivona nell'anno 1589 non solo era in 
piedi, ma vi celebravano due messe ia settimana Lunedi e Mercoledì, e dava la 
limosina per esse il Sig.r Duca di Mont{eìeo)ne che teneva in affitto tutte te terre 
dell' Abb{5d]a nella Spiaggia di Bivona e stette in piedi fino al 1616. 
Vi si è aggiunta in q.tn Parochia un'altra Chiesa dedicata a S. Domenico, q.ta è 
stata fabricatn dai Sig.r Dom.co Sacco, ed è st/it/i benedetta alli 6 luglio 1700 dal 
Rev.mo P. Vico Diego Calcagno"^°° 

Un atto rogato aMonteleoneil 12novembrBdel 1616 ba l'Abbate Lucas Felicellis 
Romanus, Procurator Generalis deH'Abbazia della Santìssima Trinità di Mileto e 
Marcus Antonius Thomarchello, con cui vengono ad esso concesse in uso le ten:^ 
postB "in ioco detto la marina delle sciabache, nomata la selvagia"'''' tBstìmonia 
quanto fossero fino ad allora estesi e radicati i possedimenti dell'Abbazia lungo la 
costa. 

Un ulteriore documenta del '700, convivala presso l'archivio deJla Diocesi di 
Mileto, che trascrive atti appartenti at Collegio Greco Romano, elenca i 
possedimenti detl'antìcaAbbadia proprio lungo la costa etiagti altri aggiunge; "... 
oltre aile chiese dirute, di cui non vi è più memoria, vi è la Chiesa di S. Micheie, 
vicino al Castello di Bivona, che non solo è in piedi, ma si celebravano messe fino 
al J6J6""". Lo stesso documento ci descrive la chiesa di S.Michele composta da 
"... tre altari: uno a devozione della S.S. Vergine Maria Immacolata, ove non v'è 
obbligo alcuno di messe, si celebra però la messa ogni Domenica, che festa di 
precetto, cui pagano dette messe parte della rendita d'alcuni censi, parte 
d'elimosina, che si raccolgono nel tempi della raccolta de' grani, parte d'altre 
elimosine di persone devote, e particolarmente de' marinai: H secondo altare è 
uno a devozione di S. Michele Arcangelo, di cui esiste l'antica statua di legno, 
credo posta per non perdersi la memoria della chiesa a lui dedicata vicin al 



'"* ADM-, Archivio Collegiale Greco. Visite 1725. il75, p.SO 

"' ASW.. Notaio Costo Cosmo di Monteieone (19D1-1621), cord. 51, liL. X/15. ff. 103-106. V'è da 
aggiungere che Marco Antonio Thomarchello nsulta es&ere franilo di Fabnzio Thomarchello. che 
prcipno nei pnmi anni del '600 ge&tiva il Fondaco del Sale, po&to a poca distanza dalla cala delle 
sdflbtìcJje. nella manna di Bivona, 

^'" Aia^. Archivio Collegiale Greco, Visite 1725, rL75, p.74 



45 



Castello dì Bìvona; il terzo è dedicato a S. Francesco Saverio moribondo: è staki 
eretto Questaitare Vanno 1693 per ia devoiione a questn Santo. Ha tutta la 
suppeUetìJie necessaria per celebrarsi la messa, in questa chiesa suole stare un 
Romito che la guarda e la segue" . 

E' prababile che i recenti s^avi archeologici abbiano ripottato alla luce proprio 
parte della struttura religiosa nominata a S. Michele, descritta in precedenza ed a 
cui, in quest ultimo testa, risulta innalzato una altare a devozione, ma un'ulteriorB 
notizia utile al fine della localizzazione dell' antica diocesi di Vibona, proviene da 
undocumentc del 1618 che, nel desiriver^ l'istanza presentata dal terriero Claudio 
De Luca, tornerò di Nocera, di edificare una ctiiesa dedicata a S. Maria di 
Portcsalvo, ci precisa che ad esso apparteneva "... una terra iatoria, il cui giardino 
limita con il fondo detto Vescovado"^^\ toponimo queste che, sia che testimoni 
l'appartenenza di tale ar^a all'antica diocesi o che ne riveli l'antica esistenza 
conferma comunque la presenza in tale sito di stnitturB religiose, alcune delle quali 
ritrovate nel 1905 dall'archeologo Paolo Orsi. 

Quest ultimo scrive della scoperia di avanzi di un abitato rem ano -bizantino a 
^guito della tonifica del suolo di proprietà del Barone D. Lombardi Satriani, 
fondo che ancora oggi viene detto Veszovado dagli anziani di Poriusalvo; "Attorno 
alla chiesa vi erano sepolcri di vario genere, cioè a cassa di mattoni, coperti di 
lastre marmoree o di tegoioni. Disgraziatamente dei ragguardevole edificio, al 
momento della mia visita, nulla più rimaneva, perchè distrutto sin nelle 
fondamenta per trarne materiale: mi sì mostrarono però due pezzi di soglie, una di 
quarzite calabrese, l'aitra in marmo; vidi anche un frammento epigrafico assai 
mu^o (0,24 X 0,14} colle lettere LKOl - EVCA - che dalla paleografìa delle 
lettere e dal formuiario ben va riferito ad un htolo sepolcrale dell'alto medioevo 
non so bene se cristiano o bizantino. Vidi altri pezzi provenienti da Porto-Saivo. 
Notai una rozza base di colonna certamente non classica, col tegolo di cm. 67,5 di 
lato. Mi impressionò un enorme lastrone marmoreo di m. 2,02 x 0,90 e 0,145 di 
spessore: ai margini esso ha dei fori per grappe metalliche e dei riquadri nella 
fronte... Ad età classica si riferisce la metà di un cippo marmoreo pure da Porto- 



'"ADM., Archivio CoUegiale Greco, Visite 1613. il 37, p. 56 "Il tornerò CSauéio De Luco éelìa terra 
dì Nocera, cheo^evo una terra Satoria it cui giardino limitava con il fondo detio ° vescovado" . fa i^nza 
per edificare nim chiesa sotto i! titolo di S. Maria di Poitosalvo'. La chiesa com&ponde all'atuale 
chiesa di Poitosalvo. dedicata alla SS. Manadi Portcsalva Distrutta dai tensmcti del 1753 e del 19C6 
fu ognivolta c^aitiemente ncoEtniita dai fedeli. Fabbncdra intorno al 1620, essa nsulta 
" ...immediotameute soggetta delia Abbadia, che u'é proprietaria e non d'aScuua parrocchia, come 
apparisce dalle memorie di più visite." Ibidem. Attualmente, in parte dell' area in cggetto, èccstraitala 
fabbnca della Ncstrorao S.p.a. 



m 



Salvo con le dimensioni frontaU dì cm. 43 v 37 avente sui iato sinistro un simpulo e 

net prospetto il titolo funebre DMS - L ATILIUS - PARTHNI" "l 
Precedentemente, nel 1865, ^mpre nello stesse fondo detto Vescovado dei 
Lombardi -Satriani, nei ptessi della chiesa di Portosalvo, lo storico monteleonese 
Giovan Battista Marzano racconta che "... nìentre aicuni lavoratori orano intontì a 
cavare dei fossati, venne scoperta pavimento di bel mosaico con sogiia di marmo 
lunga m.2,90 e delia ìargììeiza di m. 0,42: io. che era coiò a diporto coi suddetto 
mio cognato, lo pregai di far continuare quello scavo, cfìe già prendeva vaste 
proporzioni: ma dovemmo ben presto desistere dall'impresa, perché, per 
proseguire oltre, si sarebbe dovuto abbattere parecchi <ilfaen""^ 11 pavimento di 
bel mosaico, che non viene descritto come classico dall'attento Marzano, è 
possibile suppone appartenes^ ad una stnittura religiosa pr^sistenls, magari 
compresa nell'area dell' antico Vescovado di Vibona. 

Questa serie di dati raccolti, assieme alla significativa scareità di ritravamenti 
archeologicici tra il VI ed il X secolo nella città di Vibo Valentia, testimonia, oltre 
che un'antica e radicata vocazione cultuale dell'area costiera di Vibona, una 
diszreta prevalenza di frequentazione insediatìva rispetto all'area colfinare di 
Valentia, resa vivace con tutta probabilità, proprio dalla presenza portuale, vera 
arteria di comunicazione e di commeroio, suffragando così la nostra ipotesi sulla 
localizzazione della diocesi di Vibona neh' area costiera vi bonese. 



Or^P. Notizie Scavi diAutìchitò Ì92ì.p. éfiS. 

Ma^aiKi G. B., Senili, voi. I. Freni. Off. Tip^ G. Froggio, Monteleone di Calabna. 1926, pp. 49 e 



50. 



47 



Ili 



ILPORTODIBIVONA 
DAI NORMANNI AL XVI SECOLO. 



L'importanza del Porta di Bivona porgli szambi commerciali con gli altri paesi del 
Mediterraneo non diminuì nonostante Io spostamento della Diocesi neirentrotena 
militese e l' aumento delle incursioni saracene lungo le coste certamente perchè i 
nuovi dominatori normanni prima e gli suevi successivamente, non intesero 
linunciarB ai vantaggi economici e militari derivavanti dalta presenza di un valido 
approdo su demanio marittimo. 

L'area portuale infatti venne dotata dei necessari appostamenti difensivi, in grado 
di prcteggere i centri costieri e, cosa importante, a non scoraggiare iì commercio 
marittimo e le attività economiche che nel territorio costiero ancora si esercitavano, 
che al contrario si intendevano incentivare per un determinante contributo alla 
crescita della nuova realtà urbana di Mentis Leonis 

Da un diploma nomianno del 15.2.1091^'^ 3 mirice che ancora in quegli anni 
ì' attività portuale e di pesca che si s^^olgeva neh' area portuale forniva cespiti degni 
di rilievo se. la giurisdizione e le rendite del porto di Vitona e della antica attività 
della pesca del tonno, vengono specificamente "donate", o meglio ancora 
"lasciate" sotte la giurisdizione amministrativa dell'Abbazia della SS. Trinità di 
Milete, e ciò non solo per un formale gesto di riverenza al potere ecclesiale dei 
principi normanni ma certamente per un significativo segno di riconoscimento dei 
diritti amministrativi e giurisdizionali dell'Abbazia sull'area costiera. 
Interessante, per la nostra ricerca sulla fortificazione dell'area portLjale, risulte un 
successivo diploma normanno del IlOI, il quale, oltre a rilevare la presenza 
neh ' area portuale di una tennara, testimonia la pre^nza inBibona di una struttura 
incastellate, nell' atto meglio definite come ''monaslÉrio cnst&Uarium"' '" . 



'"Cfr. LenormantR, op.cit, p. 157ep. 225 

^'^Di[icrQi Normanni (a.1101, giù., Ind. Il): "In prìnàs dedimus proefato moiìastenum custelìarium. 
cirni Bìboua porUim Sounoriae. et cum omnibus eonim periinentii. videSicet cirltoris, et viueis^ sicut ego 
irnjzdje, etimo nocte tenui in meo domini lìbere, et ohsotute. et franche sine clìquo coiitradictìone...' , in 



E' proprio in quegli anni che, con le direttive di Ruggero il Nonnanno, si 
riorganizza l' urtanizzazione dell'intero territorio vitxinese. 
Nel 1073 venne costmilB sul punto più alto della collina una prima possente torre, 
che diverrà negli anni base per il successivo incastellamento di un nuovo borgo 
che, con l' avvio di una fase di ripopolamento, per lo più forzato'*^, verrà in seguito 
chiamato MonsLeo o Moniis Leonis. E' possibile ipotizzare che anche l'area 
portLiale venne in quegli anni dotata di qualche struttura difensiva, con l' intento di 
salvaguardare, oltre che la nuova città dalle frequenti incursioni saracene, anche il 
consolidato e peculiare traffico marittimo che molava intomo all'approdo naturale. 
Non sorprende quindi che Bibuni, dal XI secolo in poi, risulti pienamente inserito 
come scalo e teppa della marineria normanna, cosi come si rileva dalla cartografia 
redatta dall'Edrisi'". 

Difatti neir ottobre del 1239, mentre nella nuova città collinare viene rafforzata la 
struttura di fortificazione normanna, l' imperatore Federico 11, a cui certamente non 
sfuggì rimportonza di mantenere un valido stocco sul mare per lo s/iluppo 
politico-militare dell'area monteleone^, ordina la riorganizzazione del porto 
as^nandone la gestione amministrativa ad un guardiano che totelas^ la sicurezza 
e l'efficienza. 

Il testo di tale importante decreto recite testualmente; "Oróinnlio novorum portuum 
per Regnum et ad extrahendn victuaUa cum nomimbus custoóem notarium. Jt&m 
mandata imperainrìs varia sub encycUca forma quomodo m re eaóerrì ofjicialìs in 
re mdem officiaìes ager debeant !n Bivona novus portus. Custoóes Raymurìóus. 
Judex Bartholomeus deNicotera. Notarìus. ìdenijuóex Barthoìonìeus"^''\ 



D.J. Bimgni, Hipoouii se\i Vibottis Vaientìoe^ vel MontìsSeouis^ Ausoniae Cìvstotìs accurata Historia , 
M^olil710.pp.98-102. 

"* "Per ejfetSo di quelle ftinesie scorrerie (dei Samceiu. NdrJ, gii abitauH ritfiggiavousi in ìuoghi, ove 

que' Bofbari potevano dijfìciìmente penetrare: ruo reggendo ìe sorti dei Regno Ruggiero Normanno, 
conosciuta che questi ebheta importamo dei sito, vi fece edificare VoOuaSe diruto Castello per tutelare 
i pochi abitanti ritnasti. Jionc^ gli aStn da Sui richiamasi dai tuoghi vicini per abitarta. i quali furono 
perciò detti Revocatì'. CEr. LuaanoG., a.ciira.d\.!l Regno delle due Sicilie^ Distretto di Monteleone di 
Caiabria. Ì353. nsLEdiz. Mapograf.Vrbo Valentia 1996. p.24a 

"^Aman M. , Schiapparelii C, L'Italia descritta nel "Libro del Re Ruggero" compìiato da Ediisi. 
Roma 1GG3 (' M emone Lincei', ser. 2,V[l), p. 01 e 97: 'DaAngitola a bibuni, dodici miglia^ da questa 
a Tr.biah (Tropea) dodici miglia'. 

'" Histona diplomatica Frideria Secundi (a 1239, 5 otL : Ind. 3). In tale dto Bivona e Crotone sono 
gli unici pciib menzionati della Calabna. Allo ^tato non é pcs&ibile stabilire se con il tennine novus 
portus viene indic^a soltanto la nuova istituzione giundica del poito o &e, cosa non del tutto 
improbabile, già in quell'epoca vennero sf/i^À lavon per la costruzione di una nuova struttura 



49 



1 compiti affidati al custode del porto, chiamato anche pcrtolano o mastiD 

portolano, erano complessi e di grande importanza; doveva sovrintendere a] 

movimento navi nel pcrto ed alla sua vigilanza; all' uscìIb delle vettovaglie e dei 

generi di monopolio, all'inquisizione delle pratiche fiscali sulle terr^ demaniali; al 

equestre dei tesori rinvenuti nelle navi naufragate, all'amministrazione doganale 

ed al movimento del sale'^^. 

E' del 1276 la notizia di una incursione di ribelli siciliani che a bordo di cinque 

galee e due navi di legno assaltarono l'abitato di Bivona, occupando la tonnara, e 

probabilmente l' aria cin:ostante, e fu solo grazie al pagamento di un riscatto di 60 

once versato dai montelecnesi'^^ che i riMli siciliani abbandonarono l'area. E' 

una piccola notizia tratta dai Registri Angioini ma che svela il valoro economico 

delle attività che già a quei tempi si svolgevano lungo la costa. 

Altre notizie, riferite alla metà del Xlll secolo, sullo scalo marittimo di Bivona le 

ritroviamo nel "Compasso ón Navigare", che rappresenta la prima descrizione dei 

porti italiani, quasi un moderno portolano, redatta scendo le indicazioni delle 

carte di navigazione più antiche, aggiornate dai comandanti che di volta in velia le 

utilizzavano. 

Esso rK^ta testualmente; "De VAmantÉa ai Capo Suari. ch'é Capo dei Golfo de 

Sancta 'Femia de ponente, Vi! miUara per mecio dì. 

Del dicto Capo de Suari a Bibona XX mìUara per mezzo ól ver io sirocco^ De 

Bìbonn a Turpìa V miìinra per meczo di. 

Sopre Bibona à una isoìa approdo do tórra"^^' . 

Lo stesso approdo e con lo stesso toponimo è sanato nel mappamondo che si 

con^Tja nella chiesa madro della città di Hereford, dipinto nel 1313 da Richard 

Haldigam'^^ confermando pienamente la tesi della sua continuità d'uso, per tutto il 

Xlll ^colo. 

Tesi tra l' altro confortata da decine di atti notarili redatti a Palenno ed a Cotleone 

tra il Xlll ed il XIV secolo, che documentano ulteriormente l'utilizzo dello scalo di 



portuale. Quest ultima ipctesi conforterebbe if deto della ncerca archeologica che dtualmente esclude 
f utilizzo dello scalo romano in epoche successive al IX -X Becola 

"* Brusacdno G.. op.ciL, p. 283. 

^'■'^ Pioói G,. I Registri Angìoitìi e la popoìimone coìabrese dei ì276.ìaASPN. n.s. (1921) alfa voce. Per 
il nscatto della tounaraversarono le somme in deDaro il nctaioGicwamudiMonteverdeeDomemcodi 
Sinca 

^■'Mcto> B. R.,(a cura di), !S Compasso da Navigare, opera italiana delta metà del se. XÌIl. 

AniLCaglianVm, 1947; Alma^àR., Monur/ìeiìta ìtaliae Cariographica. Piisaze 1928. 

^■" BrancecaoG., Geografìa, cartograjìa e storia dei Mezzogiorno . Gmiìa.Eihton, Napoli 1991. 



50 



Bivona, da parte di imprenditori monteleonesi e Iropeani, per i loro commerci con 
la Sicilia, in parti col annodo di vino e di legno. 

Nella seconda metà del 1300 la Calabria risulta una notevole produttrice di vino, 
per lo più esportato in Sicilia, ed i porti d' imbarco di Bivona, Nicotera e Fuscaldo 
non solo testimoniano una sorta di domiriio d'imbarco commerciale delle aree 
tinoniche nel commercio con l'isola, ma disegnano una vern e propria area 
geografica della produzione e dell' esportazione di tale prodotto'^. 
11 porto di Bivona compare inoltra nel I37B, nel 1338 enei 1418 come approdo di 
partenza per l'imbarco e lo smercio verso la Sicilia del legname prodotto in 
Calabria, soprattutto di grandi quantità di lavole pesanti e poco lavoratB, dette 
all'epoca 5erratì2?j.'-- 

P^ ^i anni successivi l'attività del porto, che nel 1421 risulla s^nalato col 
toponimo di bibonn, in rosso e posto tra Sanfemia fSantEufemia} e Torpin 
(Tropea) scritti in nero'"^ r^la Carta Nautica del Meditenaneo del cartografo 
Francesco De Cesanis, viene inoltre documentata da un prezioso "noLamenta" di 
Petti Inginr, vices^r^tario del "óistricLus [undici BisboiìQ" tra il 1449 ed il 1450, 
che, oltre a mettere in risalto un discreto, e finora sconosoiuto, movimento di 
"ùccimo incoronato" e ferro, registra l'introito derivante dallo sdoganamento del 
"saiis rubei et albi", confenna la continuativa e redditizia attività meroantile del 
porto'-'. 

L'attività portuale continuò negli anni successivi grazie al movimento di meioi 
creato dalla attività dei meroantì genovesi e senesi, per lo più in iniziative l^ate 
all' esportazione dello zucchero, della seta, del legname e delle derrate alimentari, 
cosi come degli imprenditori calabresi, tra i quali si distinguono te famiglie dei 
Tagliaferri, dei Cafaro, dei CÌ9:ovio, dei Ronchi e dei Ruffa. 



'"Hresc Bautier G. e Bre&c H., Riflessi deU'attività economica calabrese nei docuntentì siciìiani dei 

secoti XIV e XV, in AA., Mesben, lavori' e professioni nella Calabria Medievale: Tecniche, 
organizzazioni, linguaggi. Atti dell'VIU Congres&o Stanco Calabrese, Rubbettino, Sovena Mannelli 
1993. pp. 227-243. 

"^ ASPA, Notaio G.M^zzapìedeG39: 26.9.1418. inG. BrescBautiereH. Bresc, Op. ctt, p. 23t 

"' Disitene S.. a cura di. Carte da Navigar. Portolani e carte nautiche dei museo Correr 1316-1732, 
Marsilio Editori, Venezia 199Cl Con la colorazione in nsso dell'^prodo il cartografo intenderà 
segnalare ai nariganb l'impoitanza dello scalo. 

"*McEzciem B., Fotti Aragonesi. Testi e documenti di storia napoSetona pubhSicotì dalV accademia 
Pontaniana, N^jofi 1967:"j;itnjji(js salis nihei et uSbi DicUis Magister Secretiis pottit repperire per 
quaternurn P etri !ngSar vicesecreti disctrictiis jìindici Bishone ipsutn recepisse sai ad opus discti fendici 
quod restoverat de tempore iìSo]fnora quod quidem assignatum jiiitjobottni Calovera sostituto in dicto 
fundico Bisbone ut extensius mostratur per quaternim dicti vicesecreti in carta 2 e per fljjuternur?] dicti 
sostituti un corto 2 vidiceìit de saie russo" . 



51 



L'economia dello scalo, dal 1445 in poi, subì tuttavia un contiaccofpo in negativo, 
in parti col annodo per i rapporti di scambio con la Sicilia dal privil^o concesso 
da Alfonso d'Aragona ai tropeani, con il quale il sovrano stabiliva nel piccolo scalo 
di Tropea un' arBa priva di dazi, dovei cittadini fossero "franchi di ogni mercuntia 
che facessero in tu Insula di Sicitia e per tutto ìoRegnoóiCitra"^^. 
Nonostantante ciò il porto continuerà ad essere meta d'approdo per il trasporto 
marittimo continentale anche in epoca ririascimentale. In tal ^nso risultano 
preziose alcune suppliche inviate ai renanti dalla fine del '400 in poi dai cittadini 
dell'Università di Monteleone, dalle quale si denota chiaramente la vitalità 
imprenditoriale esistente in qu^li anni lungo ta fascia costiera. In una supplica 
inviata al ReDonAlfon^ 11 dall' Università di Monlsleoneil 12 maggio del 1494, 
nella quale SI richiedeva di "concedere ed ordinare alcune [abri che necessarie ed 
opportune à fortificare detid Città", à pr^isava come tale richiesta fosse 
maggiormente giustificata dalla presenza "nei sito di essa, quale ha io Porto di 
Bibona due miglia vicino, ch'è d'importanza allo Stato e servigio di detta 
Maestò"^"\ Dd r^sto è lo stesso re che invia una missiva il febbraio 1495 al 
Tesoriera di Calabria Ultra, nella quale ordina di pagara 1000 ducati a] 
Guardarobiere Paolo De La Petra, al suo arrivo nel porta di Bivona'"^ 
L'afflusso di navigli nello scalo marittimo non poteva che essere occasione per 
procacciare alla popolazione ulteriori forme di reddito grazie alla vendita di vino, 
tonnina e tanti altri prodotti, nonostante gli ostacoli posti negli anni precedenti dai 
procuratori del "reverendissimo Signor Cardinal d'Aragona e Commendatario 
dell'Abbadia deila Santissima Trinità di Mileto", in seguito rimossi 
definitivamente dai regnanti, che accolsera la supplica degli "huomini deila detta 
città di Monteieone, siccome anticamente erano soliti fare, di poter edificare i toro 
pagliara e taverne, e vendere il loro vino e fare loro facende"'^" n^la Marina di 
Bivona. 



Pontien R, Lo Calubrio a metà dei secato XV e te rivolle di Atìtotìio Centeiles, Napoli 19É3, pp. 
275-276. 

^■^ Capitoti, e graAe. quali dormiìda ta Città e Università di Mouteleotte éelia Provittciii di CaSabria 
atia Maestà del Serenìssimo Signor Rè Don Alfonso Secondo, per la gratta di N.S. Dio Rè di Sictlin. 
Gientsalemme & e. 12.05.1494, in Biscgoi de Gatti 1. op. ciL, lib. m. cap.V, p. 199. 

^■' M^sdeiu J., Gh apprestamenti difensivi dei castetli di Catabiin Ultra atta fine del Regno 
aragonese I494-Ì495. in Archivio Stonco per le PrOTince N^JofeCane, a cura della R. Deputazione di 
Stona PdJia, Ed. Humus, Napoli 1947, f. 42 a. 

"" Capitoti, Supplìciìe e donmnde fatte dali Università ed huomini della cìtìò di Monteieone di Calabria 
atta Maestà det Signor Re Don Ferrante Rè di Sicilia, Gienisaìemme^ ed Ungane & e. 22,01. 14G0, in 
Bisogni de Gatti I, op. ciL. hb. Ili, cap. V. p. 192. 



52 



Non sorprende dunque che il porto di Bivona risulti ben evidsiziato nel cosideto 
Atianìino del Regno di Napoii, redatto alla fine del XVI secolo da Stigliola- 
Cartaro^^*. In tale carta geografica l'ampio bacino portuale, protetto da ben quattro 
toni, una delle quali denominata appunto "Torre dei porto", è descritto con il 
simbolo grafico di una galea unito al numero 6 con l'evidente intenzione di incar^ 
in tale maniera il numera massimo di quel tipo di naviglio stazionabile 
contemporaneamente. 

Nelle carte nautiche redatte tra gli inizi del XVI secolo ed il 1646, del CBsto, il 
porto viene ripetutamente ^gnalato dai cartografi veneziani, genovesi e spagnoli, 
per lo più pDsto tra quelli di SantEufemia e Tropea mentre soltanto dal 1646 
viene inserito tra quello di Pizzo e Tropea, con una colorazione del toponimo 
alcune volte rosso altiB nero, secondo l'importanza o meno data allo scalo dagli 
stessi cartografi. 

Cosi, ad e^mpio, il porto di Bibona viene incluso, con colorazione rossa nella 
Carta rìoutica dei Mediterraneo, dei Mar Nero, delie coste atlantiche deiVEuropa, 
dell'Inghilterra meridionale e deiVirlanda redatta agli inizi del XVI ^colo, da un 
cartografo anonimo, for^ veneziano o comunque attivo a Venezia e posto tra S. 
femin etorpia, anch'esse scritte in rosso. 

E' denominato Bevono, invece. nell'Atlante a tre carte delle coste atlantiche 
dell'Europa e del bacino dei Mediterraneo di Giovanni Xenodocos da Corfù, 
iBalizzato il 24 settembre 1520. 

Nell'Atìnnde del Mondo m nove carte rilegate di Battista Agnese del 1536, 
cartografo genove^ attivo a Venezia tra il 1536 e il 1564, Bibona appare scritta in 
rosso, ìialecoma (probabilmente Acconia scritta in rosso} eTurpi [in nero). 
Bibone, posta tra Siila e Turpia, scritte tutte con inchiostro nero, appare anche 
nella Ctìrto dei Mediterraneo di Jacopo Maggiolo, rodatta nella scenda metà del 
XVI secolo"". 

Ancora Torpia, scritta in rosso, segue a bibona e s. [ernia, entrambe in nero, nella 
Carta Nautica dei Mediterraneo di Bartolomeo Olives del 1535. Questultlmo 
cartografo venne in Italia intomo alla metà del XVI ^colo e fu dapprima a Venezia 
ed in seguito a Messina, dove è stato ipotizzato che lavorasi per l'armata 
imperiale, liìline neW Atlante Nautico di Placido Caloiro etOliva anch' egli attivo 



'^^LenaG., VÉbo Valentia. Geografìa e moifoSogia ééfia fascia costiera e i'imjàattto del porto antico, m 
A^ula^l Scuola Normale Supenore Pisa, opLat,, pfl5S3-607. 

"^Jaxfo Maggiolo, figlio di Vesconte capo&tipite di una famiglia di cartografi dtiviaGenova per oltre 
un seoolo, iniziò a lavorare con il padre vei^o il 1544. L'esemplare, custodito nel Museo Coirer, può 
essere daato intorno sgb anni Sessanta del secolo XVI. 



53 



a Messina tra il 1621 ed il 1657, redatto n^ 1646, Bivon viene posta tia lo pizo e 
tropw, bjttito ponimi sentii con inchiostrDnerD'^. 



'" Bicdene S., a cura dr. Carte da Navigar. Op. ciL, 1990. Sl è pensato utile scrivere le differenti 
colorazioni d' inchio^ro por via della con&uetudine, vanabile nelle van epoche, di a&segnare con la 
colorazione, il grado d'importami dell'^prodo portuale, proprio penrhé ancora oggi i paren 
suirainbuzione colore/importanza &ono di&conii. 



54 



IV 



IL FONDACO DI BIVONA 
E L'ARRENDAMENTO DEL SALE 



Attivila mercantile a parte, fu certamente la ptBsenza del porto vibonese lungo la 

costa che favorì l'istituzione a Bivona di uno dei fondaci del sale più attivi della 

Calabria. 

E' quindi il caso di tralasciareperun attimo la cronistoria dell'attività portuale per 

^guire da vicino l'interessante percorso documentario che^gnai tempi edi modi 

del funzionamento del fondaco costiero dello Stato di Monteleone. 

Il Fondaco di Bivona, assieme a quelli di Gioia, R^gio e Crotone, si dimostrò, tra 

il 1500 ed il 1700, una delle sedi di monopolio del sale marino con più redditività 

economica, e ciò proprio mentre la stragrande maggioranza dei fondaci Calabre 

esistenti venivano in quegli anni sopprossi percbé presentavano risultati economici 

poco esaltanti, vale a dire in essi "se negocm muy poco"'^^. Nd 1531 il fondaco di 

Bivona risulta provvisto di un fondacliieie, a cui spellavano 48 ducati annui, 

coadiuvato da due guardiani pagati annualmente con compfessivi 24 ducati. 

Ai fondachieri calabresi però si rimproverava l'abitjdine di utilizzaro sostituti per 

esercitare tali funzioni che, al contrario, avrebbero dovuto svolgere personalmente. 

fn qu^li ami it fondaco di Bivona, venne amministrato da Giovan Francesco 

Arena di Monteleone, pertutto il 1536'^- . 

Nei fondaci veniva in parte prodotto, ma per lo più depositato e venduto il sale 

marino, minerale preziosissimo all' epoca, tanto da poter essere considerato come 

un vero e proprio oro bianco'^". 



'^' ASN, Esttìdo, Nopoìes. ieg. 1C06, e U v. Cfr. Cosnqho G.. Aspetti éeììa societìi fieridioiìnle nei 
secoloXV!, Fiorentino Ed, N^i 197a 

"^ CcaiglioG., Una relazione sutle condi^^om deltn Calabria nel 1556, inAOninCongresmSlonco 
Calabrese. Cosenza 1964. pp-lOi-ilO. 

"^ Receatanenterunesco ha dichiarato le vecchie saline ed I loro edifici di servizio, un tesoro culturale 
del Mediteiraneo. A seguito di lale decisione è iniziato il censimento deUe salme ancora esistenti, alfine 
di tutelarle come "bene intangibile". Sarebbe interessante, dsto che è stac possibile collocare 



55 



11 sale era indispensabile per la conciatura delle pelli ed era l'unica sostanza in 
grado di consentire la conservazione d^li alimenti; ciò bastava a renderlo, nelle 
mani dei governanti, un prò dotto -chi ave, fonte sicura di potenza e di tenefici per il 
fisco. 

Nel fondaco di Bivona inoltre il sale giungla in grandi quantità, su imbareazioni 
prevenienti dalle saline di Trapani, da Lipari e dalle saline esistenti nella fascia 
ionica Calabre^, grazie alla comodità di sbarco offerta dall' impianto portuale. 
Nel febbraio del 1559 risulta arrendatore del "funónci in Vibone" il Magrifico 
Aiemanno Gernrdi, il quale si accordali 18 dello stesso mese con il con^ndatore di 
"saìis fiorentino", Sanfredin Acciavoli per la consegna "ad portu Vibone... cum 
duos navi" provenienti dalle "insule siciUe", per un totale di "ducntos 
duesmiiiesixcentos cinquanta quatro et grana duodecimi in int&gm sotuLione"^^'' . 
Sono inoltra numerosissimi gli atti che documentano l'attività del fondaco 
bivonese e degli imprenditori che per tutto il 1600 hanno gestito in subaffitto 
r attività di arrendatore del sale. 

Dalla lettura dei regiti redatti in quegli anni dai notai monteleonesi rileviamo non 
solo rinisnsa attività svolta nel fondaco di Bivona, ma anche il sorprendente 
avvicendare degli arrendatori in subaffitto, che alcune volte si succedevano l'uno 
all' altre nel giro di pochi mesi. 

E' quanta accade, ad e^mpio, nel 1613: nel febbraio il fondaco risulta gestito in 
subaffitto da Serafino CnnarreOn^^'^ e pochi mesi dopo a Pietro Cutusi, al quale, 
ammalatosi a settembre, il 20 dello stesso mese "durante sua infirmitò et perciò 
stante" gli fu ordinato " ...che non se intrometti più aU'esercitio detto ufJ^}ci)o..." 
costringendolo alla immediata con^gna "...de io Sigillo de Rame con l'arme 
Regie, con manico d'osso et segno con un poco segno Bianco con il quale serviva 
il ...fundaco de Bivona et Pizzo, iì quale sigillo che se trova in posto" venne 
con^gnato al nuovo arrendatore Stefano Torpiana. "genovese al pire^)ntó 
comm(emoran)te in la città de Monìi^eo'jnis /oc{otenen]tó come dice de Donjoè 
d'Alagona, M{a^o Port[olan)o della Prov{ìi\c]iQ de la Cal{abù)a Ultra... 
Relasciando in suo potere tutte rexped{mo)ni ch'esso d[é}tto Pietro ha da fare 
durante dittn infermità"'^^ 



e&cttamente fondax) bivone&e lungo il temtono costiero, adoperala in iruziai?e conerà per 
n?aliitare e tutelare i resti di tale antica dJjvità 

'^^ AS>JV. Notaio Baccarì Mariino di Moi\te!eone (1559-1565]. hk IV. cord..64. f..27. La famiglia 
Spinello nsulta, per tutto J 1500, una tra le più importanti famiglie irapieditnci calabresL Tra loro ^ 
distinsero Gregono e Cosimo, il pnmo commerciante di frumento ed il secondo di legname. 

"' ASW, Notaio Giojene Ottavio, hkXI. cord. 162 f. 93. 

"* ASW. Ibidem, lib. XL conLl62. f. 364 



56 



Lo stesso Stefano Toipiana soslituira definitivamentB, dopo aver presentato alla 
"Regia Camera Summaria debitn biintìcio" , Pietro Cutusi deceduto tro giomi dopo 
]' inizio della sua sostituzione*^. 

Qualche anno più tardi, precisamente il 4 ottobre del 1616, la sua gestione passa 
direttamente sotto le cure del potente MarceUo Barracca il quale, nonostante fosse 
Regio Arrendatore dei Sali delia Caiabria Citra, riusci ad accaparrarsi la gestione 
del fondaco di Bivona collocate geograficamente nella Calabria Ultra, "per anni 
quattro continui dai p(rese)nte 16Ì6 in antÉ" '". 

E' con il Barracca, poteite atrendatore dell' epoca che il fondaco si "specializza" 
anche nella custodia del "salinitra", antica denominazione del Nitrato di Potassio. 
11 salinitrato in quei secoli aveva un'importantissimo ruolo economico perchè 
laiyamenls usato come fertilizzante, e cosa ancor più importante, per la 
produzione dopo es^re stato "... netto di grasso et sale et sia di duo cotte refinnto 
con acqua chiara et albi", di polvere da sparr: e miscele esplosive. 
Nel novembre del 1616, quindi un mese dopo il sutentro del Barracca, il fondaco 
risulta in dato subaffito al Sig. Frabitius Thomarohello, il quale viene anche 
dettato a s^/olgere la delicata mansione di ìocutenentes e conducentes 
arrendanìonti salinitri et pulveriij in provinsia Calabria Ultra. 
Nella notte del 10 novembre 1616, nella città di Montelecne, tra il Thomarchello 
ed otto polverari provenienti da diverse città della Calabria, viene stilato un 
contratto di vendita di "Cantara ottanta di salinitro p{eti p(re}?20dj ducati tre(nìta 
otto il cant/iro et che ti rotuio sia di tre{nìta tre onie cioè cantara vinti di salinitro 
de qua in Mont{^eo)nis: io salnitro del marchisato di Cotroni cantara sessaih\ta 
in la città di Geraci il q{uà}le salnitro habbia essere netto di grasso et di sale 



■ ASW. Itodem. bb. XL conLl62. L 366. 



^" ASW. Ibidem, fih XI, cord.. 164. L219 - 4cttobre 1613. Di Marcello Banana ncaviamo alcune 
notizie dall' epi^lano del governarle Cenami. Il Bairacca si era nfugieto, nell'ottobre del 1614, 
presso l'Arcivescovado di S. Sevenna, non potendo far fronte alla nchiesta di versare 5.600 ducati per 
armare 40 galee slazionanti nel porto di Messina, pronte a contrastare le inoFBioni turche lungo ilitorab 
calabresi. Egli si poitò dietro "mott^ parte óeltn robba ói casa sua" ed il Cenami ncevette l'incanco 
dal Viceré di procedere alla vendita dei suoi crediti ed effetti. In particolare il Cenami scrive al Viceré 
che il suo delegato, recEflosi a Rocca Bemanda, abituale residenza del Banacca, troivò 'altri ire 
commissari, uno éet Mastro Portolano dì Reggio, che per online delta Camera ha sequestrato hitìe le 
saline e te rendite di esse, un'attro tesoriere di Monteleone, che tiene del pan in sequestro molta roba 
in animali e altre robe personaSi dei detto Barracca^ il terzo inviato dal Mastro di Campo Carlo di 
Sangro con lettere di V.E pel medesimo effetto, con tutto ciò il Jiosfro Commissario ha anche lui 
sequestrato alcune cosette che potete trovare", cfr. Valente G., Catabria^ calabresi e turcheschi nei 
secoli della piratena (1400-1800), DSPC, Ed Frama Sud, Chiara^alle 1973. pp255/2S8. Inutile dire 
chefeprcteziomdicuigcdevailBairacca, gli consentirono in qualche mese di tirarsi fuori datali guai, 
gestendo poi leSahnedellaCalibnaCitrae Ultra per tutto il 1624. 



57 



refìnato co acqua doUeetci io habbia di censi gnare p{er) rata hogni mese fra ter.e 

di uno ano incominciando alia prima di {s^embre p(tD£sim}o venturo di Q\u&)sta 

p(re^)ntó ano 1616 fmiendo alia fine dei mese di [novem)5re di Vano 1617 nei 

q{\ìB]ie ano sia licito ad essi ììoheristi con dettn saiinitro fame polvere et qiue)ila 

vendere a loro beneplacitn p|erì tutta in provincia", autorizzando altresì "polveristi 

di agregnre ^nd|et±}o officio di fare polvere durante d{ìtì:\o ano a qualsivoglia che 

a voìia entrare... e... Queiii che si accorderanno con detti poiverari e saiinitrari o 

revedìtori di polvere o qualsivoglia aitra persona et nìoìetteri che carriano dietimo 

saiinitro che possano godere tutte franchezze et immunità che concede in R{e^)a 

Cjm(nier|f7."'^. 

11 saEintro doveva essere consegnato ai poiverari "sia a io fiume di Coraci, sia a 

Rigio Vuno d'ogni mese airaiba" e gli stessi avtebtero poi dovuto recapitare la 

polvere quo in Monteieonis. 

Non è da escludere quindi che per effetturare tale trasporto si utilizzasi anche if 

naviglio operante negli approdo costieri dei centri interessati. 

Reddatto di notte e solo con "luminari accensi ad melius reconoscentns persones 

et osservandì attus nottumiis" proprio per la delicatezza e pericolosità dell' oggetto 

ed i protagonisti di tale accordo, questo documento testimonia l'importanza 

raggiunta dal Fondaco di Bivona e dell' intera area costiera bivonese, nella gestione 

e distribuzione delle tante risero economiche prodotte nella Calabria del XVI e 

XVll secolo. 

Altri atti rogati tra il 1616 ed il 1617 documentano ulteriormente l'attività di 

vendita di salnitro per produrre polvere da sparo confennando la notevole quantità 

del prezioso minerale"^ cielDdita nei fondaco di Bivona. 

Ulteriori notizie sull'attività del fondaco risalgono all'agosto del 1696, anno in cui 

gli "ofjìCìaU Reggi dei fundaco de Bivona" risultano obbligati a donare ai gestori 

delle tonnare di Pizzo tutto "... io saie che bavera di bisogno per salare la pesca 

d'essa e pagarcelo alla raggione di grana sedici lo tumolo, e non essendoci saie in 

detto fondaco de Bivona, l'habbiano di far venire à loro spese d'altro fundaco, e 

consignarcelo in quello sopra nominato di Bivona"^^'. 

Tra il 1690 ed il 1695 il fundaco viene nominato come "fundaco di Bivona e di 

Pizzo", anche perché, con l'acquisizione degli imprenditori pizzitani della gestione 

dell' anondamento del sale, l'attività amministrativa viene per intero trasferita 



'*- ASW, Woùjìd Menarola Giovanni Maria. Monteleone (1616- 1654), lib. XVI. f. 13. 

^'^ ASW.Notaio Cos^a Cosmo, f^onteleone (1601-1621) lib. X, cord.150, L 40 e succ. 

^" Cfr. dirado A.. mAA.W.. Le Tornare di Pizzo. Ed. Qiialeciiltiira-Jaca Book. Sovena Mannelli 
1991 



58 



nell'aiBa napitina, per ritornare successivamente nell'area bivonese dopo la 
szoperlB di alcuni brogli esopprusi'^. 

PuriiDppo le fonti d'archivio cessano di documentBre l'attività del fondaco di 
Bivona per l'arco cronologico compresa tra il 1700 ed il 1721, e ciò, suppongo più 
a causa della dispersione del materiale d'archivio che per una improvvisa 
cessazione di attività, cosi come dimostrano le dettagliate note provenienti da 
minute manoscritte dei pagamenti di cassa del fondaco di Bivona, a partire dal 
1721, che pr^suppungono la continuità amministrativa anche nei due decenni 
precedenti . 

Da tale minuta''^ 3 desume che il sale custodito nel fondaco veniva 
acquistato prevalentemente da acquirenti provenienti dagli stati di Monterosso, 
Mont&leoììe, Mestano. Fiìocastro, Rosarno, FeroULo, Mont&soro, Potin e Paìiolo, 
Casteimoììuróo e Brìntìco, producendo il seguente risultato economico: 

totaìe in cassa doc. 5167:18:10 

pagam.ti in cassa doc. 4993:10:7 

Resta incassa doc. 174:08:3 



Un'ulteriore documento contabile"', contente le SDmme esatte tra il 1728 ed iì 
1730, testimonia inalterata, rispetto al secolo precedente, l'importanza del reddito 
ricavato dalla Corte Ducale di Monteleone, nella attività di gestione del monopolio 
del sale, rispetto agli altri cespiti ducali. 
Tale documento presenta le ^guenti annotazioni: 

SalevendutD dai p{n}mo Gen{na)ro 1728 per tutto Dec{emb)rc seg{\ìBri}te 

due. 133545 

Sale datD a Locati delia R.(egial Dog.ima) 

di Foggia in caletto) tempo due. 5720 e 5/8 

Saie dato à Monasteri ed ai Luoghi Pij " 6188e4/8 

Sale dato in [ranchitù 

con ord(irì)e delia R{egì3i Com[era} ò diversi " 1251e2/8 



due. 146705 e3/8 
Scop{ertur]rtì due. 238 



'*^ vedi cto nolanli nxiati dalnolaion^itLnoDidacoSatnaiLC'roganaPizzotrail 16&0edil 1739, in 
ASVV, corde 285e2S6. 

^^^ ASN. Archivio Pìgmtelli-Cortez, Se. 65, f. 4. n. 3. 

^^^ ASN. Archivio Pìgmtelli-Cortez, Se. 65, f. 4. n. 4. 



59 



1729 

Saie vendutD dai p{n]mo Gen[na)ro 1729 

per tutto DeciemWe seg{uen)tG due. 133702 e 4/8 

Saie dato a Locati deila R.(^a| Dogian^j 

di Foggia in (fletto) tempo " 5806 e 6/8 

Saie dato ò MonnstÉri ed ni Luoghi Pij " 6263 e 4/8 

Saie dato in franchitù 

conord{inìe dei^ai?(egia} Cam{erà} ò diversi " 1432 &5/8 



due. 147205 e 3/8 

Scop{eitnr}Q due. 248 e 3/4 

1730 

Saie vendutD dal p{n]mo Genfna)ro 1730 per tutto Dec{emb)re seg{ueh\t& 

duc.149552 

Saie dato a Locati deila i?(egia| 

Dogiana) di Foggia in d\e\ÌD) tempo " 5778 e 2/8 

Saie dato ò MonnstÉri ed ni Luoghi Pij " 6268 e 4/8 

Saie dato in franchitù 

con ordiìnje deiia R(egiaJ Com[era} h diversi " 1289 e 2/8 



due. 162888 

Scop(ertur1fl due. 313 e 1/2 

Tot. due. 456798 e6/8 

Come si nota da tali conti economici, in quegli anni lo stretto rapporto economico 
esistente tra il Duca di Monteleone e le istituzioni ecclesiastìctie si rileva anche 
dalle quantità di sale marino fornito dai soldati del Fondaco di Bivonaù Monasteri 
ed ai Luoghi pij, ma quello che sorprende ancor più è il rapporto privil^iatc, tutto 
da apprDfondiie, che sembra essersi instaurato tra il fondaco e la Regia Dogana di 
Foggia. 

Nonostante l'arca del centro di Bivona risulti oggi interamente compn^messa dal 
proliferare dell' attività edilizia, è steto passibile localizzare esattamente il sito del 
fondaco del sale di Bivona, grazie ad alcuni raffronti cartografici etaponomastÌGÌ. 
Poste subito a ridosso della Torre Regia di S. PietiD di Bivona, altra struttura 
militare collocate lungo la coste ed in grado di ospitare la piccola guarnigione di 
soldati arruolati perla difesa dell'attivrià di monopolio'^, il fcodaco era costituito 



'" L'area subito andosm della Torre di S. Pietni' di Brvona è ancora oggi nominata dai più anziani 
comG'"u}tit}tSiiCii". Lapiantuiadei confini dell'area, che consente la sua esata collocazione, è custodita 



60 



proprio dal piccolo nucleo di ca^ che si affiacciano sull'odierna S.S. 522 e che, 

fino agli anni '50 costituiva il boryo di Bivona. 

E' oggi visibile quello che anticamente doveva essere il magazzino -ci stema 

costruito con un intemo ad ampia volta a botte e possenti mura^^. 

Notizie su alcuni soldati dell' Annodamento del Sale di Bivona, nonché sui compiti 

ed i rischi a cui erano sottoposti, le ricaviamo da una inedita testimonianza resa alle 

autorità giudiziale nel 1731 dal regenis anendatore del Fondaco di Bivona Don 

Saverio Proveniale che, nel raccontare uno specifico episodio in cui perse la vita 

un scldato alle sue dipendenze nel tentativo di contiHstare un' ennesimo episodio di 

contrabando, cosi escnjisce; 

"Avendo D. Saverio Provenzale, ,4n)mfinish:a)re Pli^jente 
de/r^rr(endamen)to dei Sali tenuta ia notizia, che neììa Marina di Bivona deUo 
Stato dì M[on)te Leone, erano approdate sei barche ìiparotÉ, cariche di Saie in 
contrabando, volendo impedire, che quello non si vendesse, perciò verso li vetìti 
del nìese di A^|os)to dei 1731 vi mandò Pietro Palumho, Ottavio Lo Iacono e 
Nicola Brigìio, Soldati de^rArrl endamen|tó del Sale. 

Ed Questi per dar soggez{ìo]ne a dette barche, ed alla gente, che forse comprar 
volea del sale, si posero alia vista di Quelle, tantoché in detta Marina di Bivona 
nulla successe. 

La mattina di nìartsdì 28 di detto mese di Agosto, dette barche fecero vela 
andando talune verso la Città del Pizzo, e due di esse verso ia fiumara 
dell' Angetola, e Vistessi tre soldati anche coi fine d'impedirne lo sbarco, o sia 
vendita, ie seguitarono colia vista, mù non così facilmente riuscirli potè iì di lor 
disegno per caggionchè le barche di gran lunga distanza giunsero, col favor della 
vela, prima dell'arrivo dei soldati e cominciarono a vendere il saie a più persone, 
che calarono co' i loro Animali in detta Marina del fiunìe deW Angetoia, e volendo 
compare alla di loro abligaz.ne mandarono a Giacinto Guìlo Cavallaro, come 

dalla famiglia Lorabardr- Di Salvia di Poito&alvo. Radutali 10 gennaio de 1312 con ia diatiira "Pionfa 
de' Tetreiii qulti (Sole), e de' Terreni incuM ueUa Mariiìn di Bivona, ratificiiti n ÌO geiia}0 Ì312 in 
occnsioiìE deUa missione Demamaie fotta éairugente ripartitore Sig.re ComiUo SarSo^ Sig.re ParioSo 
Antonio Nicast, Pento per parte delia Comune di Monteieoiìe. Nicotn Condoteo per parte delia 
Comune di Vena, Giuseppe Prestinenzi pento deil'L Sig. Duca di Monteleone. collcca esaltaraente il 
Fondaco propnonel piccolo cgglomerao ando&so della toire. Larelaaone dei penti è inglobaa nella 
relazione dell' Ing. Minnicelli Emilio, da C danzare, l&tnittore Demaniale, citata a pag. 104. 

'** Protdalniente il magazzino vero e propno del sale custodito neJ Fundaco, è la struttura tassa, con 
gnifi&e mura e copertura a volta di botte, che è stato nstnittui^D qualche anno ad uso di biirena- 
pizzena. Oggi appartiene alla famigha Raffaele di Bivona ed è adibito a piccolo appartamento per la 
Etapone estiva. E' inoltre pcssibile che il casino ^partenente alla stessa famiglia, a cui è stia 
afflanccfla una nuova cc^ruzione, fosse compreso nel Fondaco, cosi come si ricava dalla sopraatata 
piantina . 



ei 



potavano fare per uscire avanti a QueìVhuomini. che avevano comprato iì saie da 
dette barche, e te portavano colie some, ed avendoti colui insegnata la strada di 
fretta detti tre poveri soldati, senia denudarsi ie gambe ne togliersi le scarpe, 
passarono t'acgua del dettn fiume Angetola, e pigliarono la via dimostratali dai 
riferito cavallaro, e giuriti vicino le mura dirute di una Chiesa dettn di S. Maria 
delle Ricotte, veliero arrestare da' circa otto huomini deìla terram di Pulia, che 
co' loro animali dentro a sacchi conducevano dei detìo sale intercetto, e venuti a 
corìtesa, furoa posti da guelli nei mezzo, e dalli ru5|ato)n furono disarmati delle 
scoppette, il Nicola Brigiio, ed Otinvio Lo Iacono ed il Pietro Paìujo non si fece 
disarmare per che si pose indifesa colia sua scoppetta, e fuggendo l'altri di Pulia, 
rimasero soli li sud{<M^ti tre rufa(ato)ri Nicotera, Acito e giambrone, e non 
contento il Nicotera di avere colii di suoi compagni disarmato d{e\ì\i soidati, di più 
colla sua scoppetta, della quale andava armato, detto rub{ata|ro nicola Nicotera, 
scaricò un colpo al Nicola Briglia, che coipendoli una palia nelia fronte, 
immediatamente i'uccise e morto restò ivi à terra disteso, e li r[ib[atolri 
sollecitando tra di loro bestie somarrine, cariche di dletQo saie, s'incamminarono 
verso la di loro patria Terra di Puiia, portandosi ìi rub{aìn)ri Acito, e Giambrone, 
le scoppette tolte a d{ett}j due soldati, ed arrivati in alcuni pagliare proprie colà 
posero dfet±}o sale intercetto, che scaricarono dà sopra detti Animali, e li due 
soidaH viventi, uno di esso dissarmata, e l'altro colla sua scoppettd, andarono à 
chiamare alcuni huomini per farla diligenza ai cadavere, e trovandoli lo stile in 
sacca, due tari d'argento, otto cavalìi moneta di rame, la coltella, e solfarola al 
cinto, e quattordici bottoni d'argento al suo colletto, se li pigliò tutte il nominato 
soldato Pietro Palujo per dare conto à chi spettava, e se andorno con dar parte dei 
successo à più luoghi, tanto che il Mastro Giurato di Francavilla, andò con altri 
per pigliare il cadavere sud{etì:}o, e sopra un carro lo fé conducere nella chiesa 
matrice della rocca Angetola, dove poi fu seppellito per essere stato l'omicidio in 
territorio di detta Rocca." *™ 

L'epsDdio delittuoso, n^li atti allegati al procedimento penale contro i 
contrabbandieri Nicotera, Acito e Giambrone di Polla, viene descritta nei minimi 
particolari grazie ad ulteriori e preziose testimonianze, come quella di un barbiere 
di Rocca Angitola "perito nell'arte chirurgica" che esaminò il corpo esanime del 
malcapitate, cosi come quelle di alcuni pastori e degli compagni del soldato 
uccìsdì, comprendendo inoltre la ^ntenza di condanna dei contrabbandieri, ma 
quello che più imperia rimarcare è il ruolo eseroiteto dall' attività militare di 
gestione deirarrendamento del sale, che di fatto garantiva molto più del castellano 
del Castello di Bivona dei Tonierie e dei Cavallari, il costante controllo del 
tutorio costiero. 



AStì. Archivio Pìgtìotelli-Cortez. Se. 65. Uo 1, n. 1. 



62 



Per tale ragione oltre alla paga mensile i soldati godevano di un ulteriore premio in 
denaro, corrispondente ad un 1/3 del ricavato dalla vendita dei beni sequestrati ai 
contrabbandieri, in cui risultava il loro ditello intervento, elemento questo clie 
consentì di incentivare la dedizione al mandato affidatogli di contrailo del 
territorio. 

1 successi di tale attività e le quote spetlantì ai soldati vengono 
puntjalmente registrate, nel 1732, in una relazione che risulta stampata 
tipograficamente, presentata in quello stessD anno alla Camera Ducale^^'. 
Da tale interessante documento rileviamo l'attività del Fondaco e 
dell'Arrendamento del Sale di Bivona negli anni compresi tra il 1728 ed il 1731, 
che qui riportiamo int^ralmente proprio perehé è la cadenza cronologica dei fatti 
riportati che offra un preciso spaccato di vita, redatto dagli stessi protegonisti 
dell' epoca della complessa attività svolta nel fondaco: 

"Nota di somme pervenute aW Arrendamento de' Sali di mare di Caiabrin 
Uitm per causa di coiìtrabuniìi di saie di mare, ìmnìissione di detto genere ne' regj 
fundnci, comedaUi bilanci del sostituto Biase Arcuri, e magnifico Leoiuca Strano, 
vendita di cavaicature, e transazioni fatte a' vassaiii delìi sttiti di Monteìeone da 
maggio 1728 a tutin oggi sotìDscritto di presi parte dal Bariceìlo''^^ di Monteìeone, 
e t'aitri dalia squadra del regio Arrendamento, giusta te partite come sieguono, 
etc. 
1728 

Ì9. Luglio. Pervenuti dalia vendita di due cavailì perdoc. IL presi dentro ii stati 
di Monteieone dalla squadra dell'Arrendamento, che dedotti doc. 1. 81 -: per 
spese fatte, ed il terzo a detti soldati, e i'altro terzo spettò alVappaldatore di detti 

stati, come per obligo deli'appaldo, restano netìj doc. 3. 

6 e 1/12. 

Di detto. Pervenuti daila vendita d'altro cavalio per doc. 1 ì . preso come sopra a 
gente vassalia, che dedotti ii due terzi, uno alii soldati, e i'altro aW appaìdatnre 
sudetto, restano netti peri' Arrendamento doc. 3.67 e 1/12. 



'" ASN. Archivio Pigi\ateUi-CorSez. Se 65, f. i. n. 1. datelo Monteieone li 15 Giugno 1732, firniatc. da 
Gio(van)fcd±ista Strano Officiale r^aggiois nonché rogato dal Notaio FrancigoisPaiilus da Salerno. 

^^' BariceìSo. Burricelìo ed anche Bargeììo. è il nome dell'organismo che curava l'oiganizzazione 
militare delle dJuvità gestite in raonopulio dalla corte ducale. In tal senso esso paitecipava anche 
aH'oninana atività del fondaco del Sale. Nel Gdasto Onciano della ctttà di Montelone del 1755, 
compaiono diversi soldati del Bargello del Duca. Ad alcuni è associata l' annotazione di rer/ìigò o 
remiga ìi\ Galea, come a sottolineame la condanna subita di remare sulle na/i, cesi come compare un 
certo DomemcoC, og\iìnr\o del Bamcetlo. 



63 



Di detto. Pervenufi di transazione fatta a Geronimo Lento di Rasarno. a chi ìi fu 
preso a cnvaUo per controbanni ói saie comnìessi per óoc. 4.90, che dedotta ìa 
metà spettante aW a ppaitatore restano netH doc.2.45. 

12 Agosto. Pervenuti di transaiione d'Antonio di Paola e Giovanni Spagna di 
Rosarno per ia somma di doc. 4.50. per controbanni commessi, dedotta ia metà 

spettante aW appaidatore. restano netti óoc. 2.25. 

4 Settembre. Pervenuti dalia vendita di due cavaìii, arrestati neita marina di 
Nicot&ra a persone deUi stah di Monteìeone, per óoc. 14.80, che dedotte ìe spese, 
terzo de' soldati deilArrendamento, e ii terzo spettante aU'appaidatore, restano 
netti doc. 4. 76 e 1/3 

12 detto. Pervenuti dalia transazione fatta a Marco Minniti di Rosarno, che rimase 
inquisito per controbanno di sale commesso, che poi fu aggiustato per doc. 9.50., 
che dedotta ia metà deli'appaidatore, restano netti doc. 4. 75. 

1 7 detto. Pervenu^ ói transazione fatta a Giovanni Ursumanno deilo detto stato di 
MontÉlonne per doc. 4, ii quale era inquisito per controbanno commesso, dedotta 
ia metà deii'appaldatore, restano netti doc. 2 

8 Ottobre. Pervenuti dalia vendita d'un cavalìo preso a Marco Minniti di rosarno 
da' soldati deli'Arrendamento per docati 16., che dedotti ie spese, ed il terzo de' 
soldaU, ed lì terzo ali' appaidatore, restano netti doc. 5. 16 e 1/3. 

18 Novembre. Pervenne per transazione di domenico Scidò di Monteleone per 
controbanni commessi, dedotta ia metà spettò ail' appaidatore doc. 1 

Di detto. Pervenuti per transazione di Bruno Cataiifano di Monteleone per doc. 
3.80 per la causa ut sup. dedotta la metà all' apparatore, restano netti doc. 1.90 

2 Decembre. Pervenuti di transazione d'Antonio Gio:Bruno di Montsieone per 

doc. 3 per causa ut sup., dedotta ia metà ai sudetìo appaldatore, 

restano netti doc. 1.50 

23 detto. Pervenuti dalia vendita d'un cavaiio per doc. 17 dedotte le spese, terzo 
de soldati, e l'aitro terzo aiV appaldatore, per essere stato incettato dentro ii stati 
dì Monteleone, restano netti per l'Arrendamento doc. 5.52 



64 



1729 

Ì4 Gennaro. PervenuU daìia vendita d'una gioment/i, ed un cavaìio perdoc. 10.10, 

presi dalia squadra deWArrendamento agente in Rosnrno, dedotte te spese, terzo 

de' soldati, terzo aU'appaìdatore, 

restano peri Arrendamento doc. 3.23 e 1/4 

16 Febraro. Pervenuti per transazione fatta da antonio Barretta di Rosamo, per 
doc. 3, che dedotta la metà aW appùtdatore restano per t'Arrendamento doc. 1.50. 

Di detto. Pervenuti per transazione fatta a Giuseppe Mole, Domenico to Bianco, 
ed Eiìa Gìosto soldatì dei Barricelìo di Monteleone per doc. 30. che furono 
cùrcerùtìj e poi dal signor marchese Pignateìlì furono sborrati daila squadra dei 
detto Baniceilo, dedotta ìa metà aU'appaldatore, restono netti per 
i'Arrendamento doc. 15 

Di detto. Pervenuti per transazione di domenico Catalifanodi Monteleone per doc. 

3 per controbanni commessi, 

dedotti la metà per i' appaidatore doc. 1.50 

10 detto. Pervenuti dalla vendita di una somareila per doc. 3 presa daiii soldati 
dentro ti stati di Monteleone. dedotte ìe spese e li due terzi, uno alli soldati, e 
l'altro ail'appaldatnre, restano per VArrendamento doc. 1 

18 dettD. Pervenuti daila vendita d'un'altra somareila per doc. 5 presa dalii 
soldati dentro li stati di Monteleone, che dedotte le spese, e terzi, come sopra, 
restano per l' Arrendamento doc. 1.60 

Primo Aprile. Pervenuti per transazione dì mastro Francesco Scrugli fundacaro 
della Rocchetta per doc. 4, a chi li fu ritrovato certo poco saie in controbanno, 
che fu carcerato dai capitano dì compagnia del Barricelìo dì Monteieone, che 
dedotte ie spese, ed il terzo aìl appaìdatore, 
restano per l A rrendamento doc. 1.50 

Di detto. Pervenuti daila vendita di due cavalli per doc. 11.10 arrestati in 
Rosamo da quella corte d'ordine del signor marchese Pignateìlì per 
controbannij che dedotti le spese, 
e lì due terzi come sopra doc. 3. 63 e 1/3 

6 Aprile. Pervenuti per h-ansazione dì Gioi Spagna, e Scipione dì Paola di 
Rosamo per doc. 4 per aversi inteso dai signor, marchese Pignateìlì, che questo 
avevano commesso controbanni di sale, dedotta la metà aU'appaldatore, 



65 



restano aWarrendùmentù doc. 2. 

6 Maggio. Pervenuti óatin venóitn d'uno somareìto, preso óatìi soidati 
óaiVArrendnnìento con poco sute di Monte, che V andava vendendo in 
Casteìnìonaróo per óoc. 4, che dedotte ie spese, e ii due terzi 

restano netti doc. 1.30 

ÌO detto. Pervenutì daliù vendita di quìndìd somari, et uno muletto doc. 71.55 
arrestai dùili soldati deli'Arrendamento in Castalmonatdo a quali li fu datti 
agiuto da Quel mastro giurato con hittì U frati giurati, ette colà 
s'accompagnarono fino a Monteleone a portare ie detìe cavalcature per timore di 
non essergli rubbatì dùili padroni, ctie se ne fuggirono di numero di 14., ctie 
dedotie le spese, e lì due terzi spettorano à soldatì, ed appaldùtore, restano netH 
per l'Arrendamento doc. 20.39 e 1/3 

12 detto. Pervenuti per transazione di Domenico Ruggiero di Monteleone, e 
proprio di Piscopio per doc. 1 .80 per controbanno commesso, dedotta la metà niìo 
appaldatnre doc. Q.9Q 

30 Giugno. Pervenuti per transazione, e vendita d'una somareUn presa ad Antonio 
Pappalo di Monteteone per doc. 8, che fu arrestato incontrabanno dalie squadre 
dell' Arrendamento, che dedotte ie spese, e t&rzo de' soldati solamente stante per 

i'appaldatore terminò ì'obbiigo di Monteìeone dell' appaìdo doc. 5.33 e 1/3 

2 Agosto. Pervenuti per transazione d'Antonio GiOiBruno di Monteieone per 

aversi inteso, che vendè saie incontrobanno, 

che fu transatto per doc. 4. 

15 detto. Pervenuti per transazione d' Antonio Curado, Francesco Antonio SeUimo, 
Nicola ìa Rocca, e Catarina Fiarè di Briatìco per doc. 8 per aver comprato sale 
incontrobanno doc. 8 

30 Settembre. Pervenuti dùtla vendita di quattro somaretle, presi dì notte nella 
marina di Bivona con saie controbanno doc. 10 dedotte ie spese, e terzo de' 
soldatì deli' Arrrendamento doc. 6.56 e 2/3 

2 Decembre. Pervenuti dalla vendita d'una giomenta arrestata in Loriana da Quel 
mastro giurato ad uno di Piscopio, e fu venduta per doc. 9.96 dedotte le spese, ed 

it terzo de' capienti restarono netti per l' Arrendamento doc. 5. 33 e 1/3. 



1731 

Primo Settembre. Pervenuti daìin vendita d'una giumenta arrestata con un tomolo 
di saie in contrnhanno, ed uno cavaUo per óoc. 14 JO Quai saie si mette in Gioja, 
che dedotte te spese, ed ii terzo de' capienti doc. 7.25 

in Mano. Per Tomùìù IW dì salì dì mare, che furono presi d'ordine ai signor 
marciìese PìgnùtelU dailì soidatì dai Barrìcelìo dì Monteleone dentro il Castello 
dìBivonù, e consignùto al sostihitù Biase Arcurì, che, come dai Bìiùncio di deìto 
mesediMùrzo tùm. 1Ì9. 

Jn Decembre. Per tomola 50 sali arrestatì nella marina di Bivona dai sudetìo 
Banicello, che anche lo consignamo al sostitulo di Bivona, come da bilancia di 
Decemhre tom. 50. 

Come si denolB da tali succinte ma puntigliose note sui ripetuti sequestri 
di sale, l'aiBa controllata dai soldati del Fondaco di Bivona era in realtà molto 
ampia, estendendosi dal Lago Angitola a Gioia e Rosamo, tanto da non pcter 
contrastare efficacemente il contrabbando dell'epoca, che colpiva in maniera 
rilevante le entrate derivanti dall' aniHidamendo dei sali di mare. Difatri, nonostante 
taie controllo, capitava più spesso che la gente acquistasse il sale apertamente in 
pazza che nel fondaco stesso. Nello Stato di Montelone infatti il contrabando di 
sale era esercitato aperiamente, addirittura sotto la protezione dello stesso Duca 
Pignatslli, che profittando delle sue protezioni, lo faceva arrivare via mare da 
Trapani nonostante le reiterate proteste della regia udienza'^. 



'" Di Vittono A., GU Austriod e i! Regno ói Napoli Ì707-!734, voL ], Le finanze pubbliche. Ed. 
Giannini. Napoli 1969, pp. 1&5-186. 



67 



V 



IL PORTO DI BIVONA NELL'ECONOMIA 
DELLO STATO DI MONTELEONE 



A parte il molo e le funzione del Fondaco, l' attività e la consistenza economica del 
porto di Bivona dal 1500 in poi, è rilevabile, oltiB che da molte ricerche edite in 
questi tempi sui traffici marittimi, da una notevole quantità di documenti inediti 
convivati inarchivi pubblici eprivati. 

Nei primi atti del XVI secolo il porto di Bivona viene brevemente descritto come 
"puerto... [con un} ingenio... (perì a^ecar en et (le galee)", successivamente nel 
1550 come "porto... (coni stancin pergaiere dudece" enei 1579 come "riparo per 
navi egaìere"^^. 

il pcriii era comunque, quando la città per^ il suo stato di città-regia per divenire 
città- feudale, in grado produrre entrate doganali tali da far tentare ai cittadini 
dell' Università di Monteleonedi riacquisire il perduto stetijs demaniale proprio con 
gli introiti della "Doana di Bibona {... ] talché detto denaro possa contribuire aUe 
spese fatte per conseguire detto demanio, perché non ha altro speóiente, per 
sodisfare ò dette spese"^-\ se:ondo qLoito si ricava da una supplica inviata il 29 
maggio 1501 al nuovo feudatario, il Duca Ettore Pignatelli. 
Va però detto che sin dal suo in^diamento la redditizia attività portuale venne 
interamente gestita dal Duca di MonteIeone''\ il quale impose da subito tutta una 



^^* ASN, Commisione Liquidatrice per iS Debito Pubblico, a. 4350. 

"^ Capìtoli, e gmUe dottmndiino l'Umversitìi ed huomìni éelìn Città di MonteSeone di Calabria 
aW Ecceìleiìte Signor D. Hettore PignaSeìlo di Napoli^ Regio perpeiuo GovemaSore di deità Città di 
Monteìeoue^ da concedersi in perpet[ium per esso, suoi eredi, e successori od essa Uiìiversitò, ed 
uotniiìi di quello.. inBisKr(i]deGatil,Hippomi3eu... op.at., lib.l[l,c^ V, p. 207. 

"' Bìsre PigndeUi 1 di?enne Duca di Monteleone nei pnmi amo def '500, epoca in cui svolgeva 
l'incanco di Lucgotenente di Re Fedenco 1. Ciò pose il Pignaelli nella favorevole posizione di 
preparare e controfirmare le stesse Grazie e Privilegi che gli consentirono di acqusire le terre demaniali 
delio Stato di Monteleone e dei SUOI Casali. La famiglia FiguEtelli impcse la Eiuasignona sul temtono 



68 



^rie di nuove esazioni che, come vedremo, condizioneranno enonnementB ]e sorti 
ed il destino dello s^alo nonché dello stesso commeroio maritlimo monteleonese. 
Grazie alla presenza del porto il duca di Monteleone nasci ad ottenere, il 1 luglio 
del 1513, un privil^io reale che fissava una rendita perpetua di 200 ducati annui 
sulle entrate del Fondaco della Gabella Nuova e della Terziaria del Ferra, che si 
esigevano o si carricavuno nel Porto di Bivona. 

L'importante privilegio recita testualmente: "...et percipiendos singuiis annis 
incipiende a die ónte presentium in antea nemernnóo mensatim veì de terda in 
tercia ratam conijngentem in ex super juribus introitibus, et redóiijbus [undici 
gabelle nove et terziarie ferri aiiorimQue jurium quarurrìcum^ue que notez rìotrez 
Curie percipìuntur. et exigunt ini portu sive cnricntorio Bivone pertìnenciarum 
Terrez e Montisieonis de Provincia ulteriore Cnlnbriai exe primi pecunijs que 
óicto rum racione in ipso portu percipiunt hic tamen declaratione per iiluó quoó 
óeficeret consequi in uno anno exigere percipere possit nlp sequentibus itaQue 
integre et indiminute idem comes et presenti ejus heredes et successores anno 
quiìbet super permissis habeant et consequant dictos ducatos duocenta in pace et 
absque contrndic^one niiqua" '^. 

Dall'importo della rendita derivante só\o dalla gatella nuova e dalla 
terziaria del ferra, è facile dedurre il notevole movimento mercantile lungo la costa 
bivonese e quanto i cespiti derivanti da tale attività fossero importanti per 
r economia d^ Ducato di Monteleone. 

E' for^ il caso di ripercorrere la storia del Porto di Bivona nel periodo viceducale, 
utilizzando le parale adoperate dall'Avvocatura dello Stato di Monteleone in un 
memoriale redatto, nella scenda metà del XVlll secolo'"\ allo szopo di 
dimostrare sia i diritti della Corte Ducale sullo scalo portuale che la continutà 
d'u93 della struttura dal 1500 al 1700, la cui attività pracurav a insostituibili rendite 
alla Corte. 

monteleonese sino al 1506, anno in cui venne emanata da Giu^ppe Bonaparte la legge sulla 
soppressione della Feudalilà. Mantenne comunque tutta la sua influenza sulle sorti economiche della 
otta fino al 1.367, anno m cui l'ultinio Duca di Monteleone, il PnnciiH Diego Aragona Pignaelli 
Cortez, acquistò la Villa e le proprietà della famiglia Rcth&child. La dimora fu eredilata m seguito dal 
giovane pnnape Diego, mpcte ed omonimo del pRucipePignatelli, e da sua moglie Rosa Fia, dei duchi 
di AnialfL Nel 1955 la villa è stata donerà allo Steto con la condizione di istituirne il Museo Pign^flielli- 
Coitez, e che l'appartamento, nella sua paite rappresentdnva e con tutto il suo arredo di mobili e le 
raccolte di cggeDn di arte decorativa, nmanesse consetvao mtegralmente nei suoi aspetti carattenstid e 
nessun oggetto potesse esseme distrato o far parte di altre collezioni. 

'" ASN. Archivio Pìgnotelli-Cortez. Se. 3. f.lo 1, n. tó. 

^" ASH Archivio PignatelU-Cortez. Sc.7e. f. I, n,17 e IS, ^Pareri de! Magn." DonAngeSo Galante 

a ffittatore éélìa Dogano éi Bìvonn - !3 Aprile 1755 - Scrittì diversi e notìzie de Jussi speitanti ai Porto 
e Dogana di Bivoiìa" . 



69 



"Non ave dubbio" recita il memoriale "che ìa E ce I eli enti ssijmr? Casa di 
MontÉleone, per concessione fatta, a titoio di vendita, ad Ettore Pignatelii, primo 
Duca, sin dùìti 8 Giugno 1501, fece acquisto delia nominata Terra, " cum Castro, 
seu Turri. et Pohana. et Pottu Bivone, cum ipsorunì, et cujus iibet ipsarum ... 
passagijs. juribus. seu GabeìUs, et Dohanij. Pìateis, Jurihus Plateorum ... et 
omnibus aUisjuntus, et ] urisdicijonibus. et perijnenhjs. ad iììus spectantibus, et 
pertinenhbus. tam de Jure. quanì de Consuitudine ... ad dictam Terram 
Monmhsìeonis. subtituìo Gubernationis, et C astrum, Turrim Bivona, et Dohana. et 
Portum ipsius spectantibus. et pertinentibus, tam dejure, Quam da Consuetudine, 
seu alias quovis modo, in jusiumque vocabuti appetìahone distinctis. etiamsi 
oport&riet fieri specialem, et expressam mentìonem, et cui onìnibus aliis; etiamsi 
taiia forent, que exprinìenda spetiser essent; et dai quuois speciaiitate non 
venirent'^^. 

Una tal concess[ìonìe poi, essendo stata confermata ailo stesso Ettore primo dai 
Re Ferdinando it Cattolico, colia espressione di concederseli la nominata Terra, 
cum Turri, Portu, et D ohana Bivone; et con tutti gl'altri Dritti contenuti nei 
mentovato Privilegio, vi si aggiunse ex certa scientia, et graha speciale una nuova 
concess.{ìonì.e degli accennali corpi e dritti, non ostante, che nel possesso di 
questi non si fusse forse trovato ailora il Concessionario. 
Segui poi la reintegra, fatta nei 1543 dal Consigiiere Sebastiano delia Vaile, neila 
guale si rapporta, che l'Ecc:ma Casa hùveva, fra gl'aitri dritti, quello della 
Dohana di bivona. coila spiega di esiggersi quella a ragg.e di gra.i 18 ad oncia da 
Forastier i, che co m ^rayanp^ e vendevano neUe pertine n ze di d.a Terra, e ciò non 
mena dai Compratore, che dal Venditore, quando ambedue siano esteri. 
Si soggiunse ancora neila stessa reintegra, ii ]us dell'Ancoraggio del Porto di 
Bivona. che si esiggeva dalli Navigli che ivi capitavano; e vi si vede prescritto 
anche il diritto dell' esazzione, ed a qual ragg{ìon)esi praticava" . 
11 documento precisa inoltre, procedendo nell'elencazione dei rinnovati diritti e 
privilegi spettanti alla Casa Ducale sulle tasse d'Ancoraggio, che: "non ostante 
l'appoggio di tali documenti, ed anche de' Rilevi] degl'anni 1654 e 1677 ne' quaii 
si porta denunciato il Tus del Castello di Bivona. Dogane, e Dritti Spettanti alla 
Ducai Corte: poco sicura fu ìa Casa del Sig.r Duca dalle Molestie che dai Fisco 
poco appresso gli vennero inferite; giacché nell'anno Ì68Ì, havendo la fì(ea]le 
Camietia spedito mandato a possesso de' dritti dell'Ancoraggio, e Falancaggio 
del Pizzo. Rocchetta e Bivona. perchè fussero comparsi ad esibire il titolo di essi 
dritti; come quelli che essendo da Regalibus posseder non si potevano senza Regal 
Privilegio, e Concessione; 



'^* qui l'autore nporta un intero pencdo del Regal Pnvilegio del 1501, con cui Ettore PrguEtelb 
acquisivalo Stato di Monteleone. 



70 



per parte d&ì Sig.r Duca dì Moateìeone, non soìam{erì}tÉ si esibì ii soprnmentovato 
Priviiegio óeU'nnno 1501; ma nìtresi nìtegossi i' iirunemornbiie possesso óeìjus 
deiV Ancoraggio e Faiancaggio rìeiìa Marina di Bivona, e Rocchetta: dritti precisa 
i'ampiissinìe parole di esso Regaì Priviiegio, pretendeva esso Sig.r Duca di 
Doversi comprendere sottn ìa concessi io) ne dei Porta; e per conseguenza 
domandò non esser moiestato per ie pretenzioni fiscali. 

Ed essend'essi su tate emergenza nell'anno 1682 commesso ai Razionale 
Caropreso, perchè delie raggioni fiscali fatto havesse reÌaz{ìo)ne, fu questa poi nel 
1684 disimpegnata dai Razionate Domenico Farina; in vista della quale, 
quantunque iì fisco preteso havesse ii prezzo degi' accennati Corpi, coi decorso 
della Tassa sin dai 1501, a li Rilevi] duplicati, o semplici cogl' interessi, tuttavia 
nell'anno 1692, furono queste, ed altre pretenzioni fiscali su anfatta per la somma 
di docati Diecimila, pagati al Regio Fisco da D{om\\a Giovanna Pignatelli; e 
venner per conseguenza liberata la Casa del sig.r Duca dalle uiteriori molestie, 
sopra ì corpi dell'Ancoraggio, e Falancaggio di Bivona; Così che da quel t&mpo, 
ed in appresso vi è motivo di credere, che nel possesso di tali dritti mantenute si 
fusse. 

Finalmente nell'anno 1 752, in data de 30 ottobre, essendo stato, d'ordine del Sig.r 
Marchese Gregorio, publicato Banno per lo regolamento delle Dogane del Regno, 
nel capo 31 deilo stesso Banno fu fatta Questa disposizione: "Per uitimo, essendo a 
nostra notìzia, che diversi Baroni pretendono esigere iijus Fundaci, che loro non 
spetta, mentre aìcuni, che godono una tal prerogativa di esigger dritH sopra le 
Dogane, solo si estenda alJusDohana, che è il dritto della contrattazione, e pure 
questo dritto io devono esiggere per quelle merde, che s'immettono necessarie al 
consumo di quel Feudo, over hanno tal concess\ìo)e, e per l'estrazione solamente 
la devono godere per quej generi, che nascono in detto Feudo, ed abusandosi 
d'esiggerlo tanto per la robba che s'immettono per aitri Feudi, quanto quelle che 
provengono da altri Territori; e perciò ordiniamo e comandamo, che per quelii 
pretendono esiggere iì Jus Fundaci, debbano leggittimare avanii di Noi il loro 
Titolo, e per il jus Dohane permetljamo esiggerla a quej, che hanno tale concess.e 
per quej generi, che nascono nel t&rritorio del med[eàm\o Feudo, e dal 
med(Gsini)tJ si estraggono, o per quelii che vi s'immettono per il mantenimento de' 
cittadini del predi ettlo Feudo." 

Come ben si evidenzia da tale documento, sin dal loro insediamento a 
Monteleone, i duchi Pignatelli difesero strenuamente e con successo, le loro 
prerogative d'esazione e di possesso dell'area portuale di Bivona, rivendicandone i 
diritti proprio sulla base riconoscimento dei privilegi reali, ma ancor più, sul 
continuo possesso del diritto di ancoraggio e falancaggio, che dall'S giugno 1501 
al 30 ottobre 1752, viene documentato con l'esposizione dei regi privilegi e bandi. 

Una as^ta continuità d'uso che in appresso documenteremo con una 
notevole quantità di documenti ed atìì notarili. 



71 



11 21 Novembre del 1523 le iBsse pagatB dalle "persone tanto cittadine come 

forestiere", le ricaviamo dai Capitnii ed istruzione inviati dal Duca ai sindaci della 
città di Monteleone: "tutte Quetie persone forestiere che venderanno grani in 
Bivona, e Marina, e Qunìsivogìia altra cosa, che entra à peso, ed a misura, che per 
aggiustatura, habbiano da pagare grana dieci: E che s'osservi la forma e tenore 
óeUi sopraóet^ capitoìi"^^. EarEionando in caso contrario il tragressore con una 
pena pecuniaria fissata tra i dieci ed i quindia carlini. Inoltre "tulìe quelle persone 
che portano pesci, tanto nella città come neiii casali e distritto, a salma, habbiano 
óa pagare per ogni salma un rotnio di pesci. E senza licenza non possano vendere, 
e vendendo paghino la detta pena e perdano li pesci" ed ancora "tutte Quelle 
persone, tanto forestiere come cilìadine, che volessero vendere tonnina, siano 
tenuti e debbiano pagare un pezzo di tonnina per barite", e "per ogni barile di 
sarde saiate, habbia da pagare e donare due tornesi di dette sarde". 

Vicende economiche a paris, proprio un episodio militare lega la storia 
portuale ad uno dei pochi gesti eroici documentati di Ettore Pignatelli, risalente ai 
primi anni del XVI secolo, ed esattamente tra il 1515, anno in cui i francesi 
riprendono la lotta in Italia guidati da Francesco 1, ed il 1527 quando il Pignatelli 
ottenne in dono da Carlo V d' Asburgo anche il titolo di feudatano della Baronia di 
Castel Monardo. 

L'armata francese era all'epoca entrata pericolosamente nelle due Provincie 
calabresi e fu allora che "Ettore Pignatelli duca di Monteleone in quei tempo 
viceré in Sicilia, si parti dalla città di Palermo con una quantità di soldati corsi e 
sardi e se ne venne a sbarcare nei porto di Bivona, ed ivi sbarcato salì in Monte 
Lione con li detti Corsi e Sardi per guardia della cilìà" . 

In poco tempo raggiunsero i francesi "alli Castjlìucci" vicino Castel monardo, dove 
lo scontro armato fu in bre^e vinto dal Duca di Monteleone soprattutto perchè la 
nottE ^guente il maltempo e la pioggia torrenziale aveva tanto inzuppata ed 
impantanato i soldati francesi "che haveano tutta la monizione infusa e l'armi 
come ho ditto non possettero sparare un colpo verr^no"'^' . 
Dunque, da quanto si evince dal soprascritto memoriale, proprio nei primi anni 
della r^genza ducale il porto si rivelò un' importante base strategica nei fiequ^iti 



'^■^ Capitoli ed istnittìoni futSi e ordinasi per ìi Signori Siudici, Utìiversità, ed huomitti delio CiStìi di 
monSeteone^ da osservarnosi per quaisivoglia persona, tanto cittadina quanto forostiera, circo la 
ragione ed ezataone spettante allo Catapaiìia deììa detta Città, uoviter doirnSo oU'IflusSnssimo Signor 
Conte di Monteleone. suoi heredi e successori inperpetuum, 21.11. 152 1, in Bisogni de Gatti, I, ofl ciL, 
Lib. Ili, c^V,pp, 229-230. 

'" DocumenSo in su CasSetmonardo, Usi civici di CaSonzaro, fa&x inerente il Comune di Rladelfia, 
N^oli 1777, pp 109-112, ddato Castelnionardo 6 luglio 1667- notaio Giovanni Domenico Seirao che 
trascnsse tutti articoli, compre&o il ncstro, scnlti nel 1596 Cfr. Diego Maestn e Mimma Maestn De 
Luca, Ca&tetraonardo, Archeologiamediavaleencercamterdisapbnare, fase. 1989. 



72 



spostamenti del Viceré di Sicilia, nonché Duca di MontBleone, tra l'isola ed it 

continente, è ciò non potè che condizionare positivamente l' afflusso nel suo bacino 

di mercanti e mercanzie. 

Cosi, oltrB al vino, al ferro, al sale ed alla ^la, per tulio il XVI secolo il porto, 

come accadeva ai tempi di Papa Gregorio Magno, ritornò a dimostrarsi tappa 

obbligata e centra nevralgico per lo smercio del legname preveniente dalle SenB 

calabresi . 

E' infatti dalla "Grande Piateia" della Certosa di S. Stefano del Bosco redatta nel 

1534 cbe rileviamo come anche i monaci della Certosa di Serra S. Bruno 

utilizzavano lo scalo bivone^ per il trasporto del legname jsodotto nelle loro 

tetre'^. 

Un capitolo di lale documento addirittura stabiliva che i vassalli della Certosa 

fossera "tenoti siefjvitie) aUi dicH priore let) monaci soinrio medìQnt&, dove piace 

ad ìp{s}i priore et monaci: ma Quimjtn nlìo portar\e\ deio iignnme ì[n) io porto de 

Bìvona o ad altri lochi f...} sensa solario, ma p{eti aììgarin"'^^\ 

Rimane da aggiungere cbe alcuni anni prima di tale Piatela, ed esattamente nel 

1526 l'area di Bivona risulta visitata dal padre domenicano Leandro Aitarti, nel 

suo peregrinare perle tenB calabresi. 

Dalle sue parole, nel percorrere il tratto di strada che da Pizzo conduce a 

Monteleone, non ricaviamo alcuna notizia sull'esistenza di stnitturB portuali, né a 

lui contemporanee né più antiche, benché ci infoimi dei "molti pescatori (che in 

quei lito di spiaggia) si trovano, i Quali pescano contìnuamente"^'^' . 



'^- Graiìée Plateia della Ceito&a di S. Stefano del Bosco (a 1534) f. 15v.. inizio r. 11, Biblioteca 
Nazionale di Reggio Galabna, in F. Mosino, Eóizione di tesH volgari calabresi del secolo XV!. in 
AA.VV. Studi dedicati a Carmelo Tra&selli, a cura dell'Istituto di Stona Medievale e Moderna - 
catedra di Stona Moderna Facoltà di Lettere e Filosofia, Univ. di Messina, Rubb^tino Ed, Sovena 
Mannelli 1933. 

'"ibid., p.490. 

1'^ Vdate e, Leai\dro Alberti in C^iahria. Ed.TAC, Cosenza 1966: "...Quindi lungo iS lìlo dei mare 
(di Pizzo, ndr.J infìno al piccoto custetìo di Bivona, scorrendo sono quattro migSin. Nel qual spazio 
moiSi pescatori si trovano, q^sah coi\Ui\UQmente pescano. avvei\gQ che i\ ìito sjo spiaggia, ewj però 
buon riduSto de' pescatori. Camminando iuugo questo Sito, veggonsi da ogni parte pietre pomici^ quivi 
condotte dall'onde del mare, le quali sono a gran furia dalia fiamma, cbe esce dalla bocca dell'isola di 
Volcano gettate fuori, e cadendo nell'acque marine, poi da quelle quivi portate. Nella bella pianura 
posta sopra detto Irto, avanti nominata, vj era la città di ìppo^ poscia Vibone Valenza detta, ov'é di 
presente Monte Lione, come dimostrerò ne' Mediterranei. La onde credo che l'antidetto castelletto 
acquistare tal Jiome di Bivona. in vece di Vibone anzidetta. Eziando pare a me che quivi fosse quél 
luogo di Mercato, ò da trafìcar per li mercanti, fatto da AgatocSe tiranno di Sicilia, havendo soggiugato 
Vibone Valentìa, come narra Strabene. Egli è detto castelletto posto circa il fine di questo Golfo di S. 
Eufemia (...) U che mi fa credere il sito di essa (di Ipponio ndr.), che par sia quello da gli antichi 



73 



Nel descrivere l'arca, egli descrive "j vestigi degli ntìtichì edifìci, che quivi si 
veggono trascorrendo insino ai piccìoio cnst&Ro di Bibona posto ai tito dei mare", 
edifici che dovevano essere numerosi, oltre che ben visibili e riconoscibili come 
"città rovinata", se egli dà il via, per la prima volta, all'ipotesi, mantenutesi 
inalterata nell'ambiente dei viaggiatori europei per tutta il XVll ^colo, che 
l'antica città greca di Hipponion, fosse ubicata nell'arca costiera. 

A parte la descrizione fornitaci dall'Alberti, la lettura delle fonti d'anzhivio rivela 
una sorprendente, e tinora inedite, vivacità produttiva dell'arca costiera vitonese 
nei primi decenni del 1500, basata oltre che sull'attivitB portuale, sull'esercizio 
della pesca del tonno, sulla coltivazione delle fronde di gelso, della canna da 
zucchero e degli agrumi, sulla gestione del monopolio del sale marittimo, e tutta 
una miriade di altre iniziative economiche che fornivano importanti rendite alle 
casse della corte Ducale, co^ come appare in un rendiconta delle entrate dello 
Steto di Monteleone redatto nel 1536: 
"De in rng.eói vender il vino 

inBivona sefò io Tonnara due. 9:3:10 

De la venditione del ìe Frondi delii Ceìsi 

deli giardini di s. Venere " 1Ì2 

De i'affittD de ìa Tonnara di S. Venera 

per l'integro anno " 50 

De Vaffttto de li frutti del Giardino 

e de Longobardi per tutto Vanno " 10 

Per la Terra delli 24 de Vaffitto 

di li magazzini della marina " 8 

Per la Terza de li 200 

si hanno Vanno dai R.Fundaco " 66:6:36'-^^ 

Tale vivacità produttiva era possibile per la fertilità del suolo e dalle risorse del 
mare, beneficamente influenzate dall'esistenza di un'area portuale, certamente 
attrezzate per far fronte alle necessità stoccaggio delle mercanzie prima o dopo 



scrittori disegnato, et eàoudo i vestìgi de li antichi edifici^ che quivi si veggono trascorrendo iusino ni 
pìccioìo castello di Bibona posto ai litodeS mare (secondo è dimostrato). La onde credo, che fosse così 
nominnto detto castetlo da questa citXà rovinata. Anche questo me lo fa credere Tolomeo dipingendola 
quivi, et parimente Strabene descriveudota vicina a quella nobile inanura; ove passò di Sicilia 
Proserpinn a raccogtiere i beili, et odorijìci pori, per fare te ghirtunde (imperò che quivi ser?]pre à 
veggono verdeggianti prati, che superano tutti gli altri in vaghezza, et betleiza! secondo che dicevano 
gli antichi' . 

'^^ ASN, PignatelU-Corteì Archivio. Se. 69, f.lo 1, n. 1. 



74 



l'arrivo delle imbarcazioni, oppure per oryanizzare e sfruttare al meglio i tempi edi 
modi del successivo percorso via terra delle mercanzie giunte via mare. 
L'esitenza di un magazzino portLial e la rileviamo da un atte in pergamena, stipulato 
ÓR Notar Atìtanio Sorrentino ói Napoli il 6 ottobre del 1543, con cui il Reverendo 
Don Giovanrìi Vincemo Palmerio, Abbate e Comrrìendatore dell'Abbazia óetla 
SS.ma Trirìità di Mileta, ratifica una precedente vendita fatta da Nicola Brigìiuno di 
Montelecne a favore di Don Ettore Pignatelti, di un Magazziiìo sito nei Porto di 
Bivona, redditizio in perpetuo alla stessa Abbazia di MilelD^^. E' altred vero che 
l'utilizzo dell'area portuale per lo stoccaggio e la custodia delle merci sbarcate, 
viene documentato già un secolo prima dal capitolo 9 di una supplica inviata dai 
cittadini dell' Univer^tà di Montelone a Don Eenante, Re di Sicilia, Gerusalemme 
e Ungheria il 20 gennaio I4B0, netta quale i sottos:ritti "huomini ói detta città, 
supUcano e domarìóano, atteso che io terreno del fondaco ói Bibona è su lo 
distritiD delia Città ói Monteieone, e per ti detti huomini, succeóenóo ii caso, s'ha 
da guardare, e difendere, acciò si conservassero te mercantie; che si degrìi essa 
Maestà farti esenti, e franchi, & absQue soiutione atiqua nello detto fondaco"^^\ 
Che il porto rappresentasi un'importante tappa per il naviglio utilizzato tanto 
dagli imprenditeri quanto dagli organismi regi e ducali lo dimostrano parecchi atti 
rogati tra il 1500 ed il 1600 dai notai monteleonesi. 

Uno di guest, Baccari Martino di Monteleone, risulta particolarmente attivo nel 
redigere atti riguardanti il trasporto marittimo. E' il 17 febbraio del 1563, quando 
di fronte ad esso si costìtuiszono il commerciante Gregorio Spinello, dimorante in 
Monteleane ed il comandante Sebastiani per accordarsi sulla "expeditjone da 
portus Nicolai in civ{ì\^as Mont(eleo)ms'' di "milles ducatis óe frumentn irì se 
navilio dai porto S. Nicola alla rrìarina di Montié[£o)nis,aia marina di Reggio" . 
11 documento fornisce inette notevoti informazioni sulle prescrizioni che si era a 
quel tempo soliti redigere per garantire la buona riuszite non solo dell'atto di 
compravendita ma anche per garantire le merci ed il destinatario del carico inviato 
via mare. 

Si precisa, ad esempio, che il comandate Sebastiani dovrà attenersi al momento 
della consegna della merce, alle seguenti disposizioni; "a mette óettn ben su la 
prima cori tempo de partire et ch'esso navile partirò da p{redeJtto porto d{etJto S. 
Nicola benestagno ammainato et corredato et caricata come s'è accordato, per 
milie trecentoci quanta di grani et recto tramile andar in la città di Reggio in la 
marina etsehavvi calare ói essa città"; inoltre "intr^ giorni sei ó{eì:}to carico óe li 



'^* ASN. Archivio Pìgnotelii-Cortez, Se. 34. f.Io 1, a 35. 

"^ Cupitofi. suppliche, e domande fatte daW Università ed huoitìiui della Cittìi di Monteleone di 
Caìabiia alla Maestà del Signor Rè Don Ferrante Rè di Sicitia, Gienisalemme. ed Uugann . & e, 
22.01.1480, in Biscgm de GdJj ]. op. ciL, Ijb. ni. C£i>. V, p. 19t 



75 



1350 óì grani scharicare et consignare ben conóichonntì et nò maieffciati et 
bagnati" . 

Viene alEr^ stabililB una originale e finora sconosciuta unità di misura per il 
riempimenta dei sacchi di grano al momenta dello szarico; "iì pfrKlejtto 
com(8nÓBn)te debba consigliare ia p(x^e)tta Quantità ói grani alia mesura 
ch'adesso è stata consignatn guaie prontamente con ia tdgìia che s'ha da tagliare 
in computjanìo dentro uno sacco sigiUato at p(rede)Ho patrone at esso medesimo 
lavoro v'è statn consigrìata"; " possette pagare et fare pagare al p(rade|fto patrone 
i suoi noli a ragione et parte ói grana nove ciaschiuno ói grano" ^^. 
E' sempre dello stessD notaio monteleonese un inedito contratta di "guaróianie 
porhis vibonensìs"'-"\ dal quale non solo dedaciamo che in quegli anni Mastro 
Portolano del porto di Bivona risulta essera il magnifico Jo^eph^' CabaRus, ma 
anche il sinora sconosciuti) uso di "affittare" ufficialmente una delle mansioni di 
esclusiva competenza del Portolano, quella appunto di guaróiania del porto. 
E' questo forse uno dei primi atti pubblici di subaffitto di tale carica che, se 
certamente all'epDca era uso, era solito praticarsi "in nera", evitando 
szrupol osamente di redigere atti ufficiali, pena l'immediata esclusione 
dall'incarico. 

Con tale atto infatti Joseph! Caballus affitta per "ducati sexanta mensiii" a partire 
óai ^'primus die mesi settembris 1563 ia guardianie portus Vibone atjacopus 
Barcha" . 11 Barcha, che non era di Monteleone, doveva essere certamente in grado 
di s^7olgerB tale delicato incarico e godere perciò della fiducia del Mastro Porinlano 
se nello stessD strumento notarile gli viene anche donato un pezzo di terra "in 
agrimusdi Vibona", per consentirgli di poterdimorare stabilmente lungo la costa. 
E' il 1571 quando l'Università ed i cittadini di Monteleone inviano una supplica al 
Duca di Monteleone Camillo Pignatelli in cui rivendicano il loro diritto di esigere 
fé entrate di alcune parti del tonno pescata nelle tonnare di Bivona e S. Venera, 
supplica che rimase inascoltata ma le cui argomentazioni risultano più che valide 
proprio perahé fondate sulla ten consolidata attività marinara svolta lungo la costa: 
"Si fa intendere a V. S. J. qualmente VUniversità predetta era in possessione 
ó'exigere ia gabella dallo rivenditore della tonnina fresca, tanto in Bivona, come 
in S. Venera, e da pochi anni in qua, de facto sono stati ti gabeiloti di detta 
Università probibiti per t'Officiali di V. S. L ad exigere la ragione ói detta gabella 
da detH rivenditori, sotto pretesto, che la tonnina predetta, essendo frutto di feudo, 
è franca di detìo deritto, guando si vende infra fmes feudi, io che è cantra ia 
disposinone legale, atteso da essi frutti feudali de jure è franco solamente il 
padrone dei feudo, e l'affdtatore, per quanto ascende iì prezzo dell'affitta, ma 



™ASW. Notaio Baccari Mariiuo. Monteleone (1559- 15EB), Sched. IV, lib.66. f.66. 
"* A^JV. Notaio BaccariMariìiio.\ìb.]V, conL66, f.l43- Ini^gio 1563. 



76 



comprandole il terzo, e queiìo doppo rivendendoli, sono obbligati aìU diritii di 

detta gabella, overo d'altre persone, per le contrnttaiioni. che da quelle si fanrìo, 
perciochè non s'hanno da nominare più frutti feudali, ma si reputano robbe di 
mercantie dei terzo, o d'altro, cììe ie controsse. E perciò piaccia a V. S. J. riporìere 
detta Università nell'antica possessione di detta exatione. Tantn più, cfìe essa ha 
sempre trattato e fatto trattare franchi, ed immuni di detta gabella, non solamente 
i' afjittatore deila tonnina, ma tutti li marinari, che in quella servono, come appare 
percapitoii con li quaii è sciita vendere la gabeila predetta"^'^. 
Tra gli imprenditori che nel 1582 utilizzavano lo scalo di Bivonaperlo smercio 
del legname si <:^^ng[ieNìColaus joannis Prunia habitatorin terra Arenarum che 
dichiarandosi "preyte de messa e non è beneficiato, però vive con le sue robbe et 
anco con lo fare dell'industria alie cose de Ugnami" , affittava le S^rra diArica ei 
boschi del tenitorio di Arena producendo tavole di abete, faggio e alto legname 
che esportava servendosi del porto di Vibona''\ inSicilia e Campania. 
Fu certamente l'impcrianza assunta in quegli anni dallo scalo portuale di Bivona 
per il prestigio sociale ed economico dei duchi di Monteleane che suggerì ai 
Pignatelli l' aggiunta del simbolo dell'ancora nell'in^gna araldica della famiglia''-. 
Ulteriori documenti testimoniano come la via marittima sia stata utilizzata anche 
dai "mastri zuccarari" di Rosamo per far giungere, nel 15B1, "cannameli (che) ìi 
portarono in io trappito de Bivona per mare e per terra e ne fecero de quelli 
cannameii da otto panni de luccaro" . 

L'annata successiva si rivelò ben poco produttiva per l'impresa di Rosamo "perchè 
a\ tempo che essi cannameli se pianterò perchè erano maturi, sopragionse un 



"* Copitoh, grafie, e Priviìeg}, quali si supi^ìcano per VUuìversitii ài Monteleotte aìì'lUustnssistìo. ed 
Ecceltenhssìmo Signor D. Camitlo PìgnateUo Duca di essa CiUh, 22.02.1571. m Bisogni de Gati I, 

Hippouii seu ... op.cit, lib.111, cap. V, p. 256. 

^"asn. Relevi. voi. 351, m G. Galasso, EcoiiOTifia e sodetìt nella CaSohna del Ciinuecento, Ed. 

Feltnnelìi. Milano 19B0. p. 20a 

'" A prc^xEito dell'araldica della famiglia PigndElli, é del 1593 un canne m veisi distici del poeta 
inonteleonese Giandomenico Scur&i (1571-1630y7?) dediCcÉo alla potente famiglia di ongine 
n^ol^tana. In quell'anno si dlendeva la visita di Ettore III PignÉslli nella città monteleonese ed J 
poeta, traendo spunto dall'arme del Ducascn&se: "XLIXd - Per V ancora, insegna deU'iU.mo Duca - 
D'Ettore ta gran casa non può per te tempeste penrej che t'ancora gettata tiene porti sìcutì // Come 
Vancora aiutn le novi sbattute dal mare, Il ^^s\ Ettore aiuta Se sue popoSaàom. Il Come tien salve 
Vancora le novi fissandosi ol porto. 1/ così tiene sicuro Ettore il suo domimo'. Non è da tra&curare 
l' ipotesi che la ricorrente simbologia ancor^porto fosse stara ispirata al pceta dalla presenza del porto 
nella sua città. Per una attenta lettnra delle vicende e delle opere del poeta monteleonese consultare la 
pregievole opera di G. Soalamandrè, acaia <h. Ciandoraenìco Scursì^ Liher Carminutn. inedito dei secc. 
:tW-XW;,Qualecultura-JacaBooK.ViboValential&93. 



77 



maìissimo tempo de mare et de terra e non ne potettero carriare in Bivona per 

macinarsi ai Lrappito e per ie pìoggie si annigrarono di sotto e se guastaro, che 

non valsero più e se persero" '''\ contrariamente a quanto accadde alla produzione 
di cannamele di Bivona. 

E' altrea nota l'importanza delle produzioni della seta per Iteconomia 
complessiva della città di Monteleone, ma poco nota è la quantità di seta che 
raggiungeva le maggiori piazze mercantili grazie al trasporin marittimo. Tra il 
luglio e l'ottobre del 1613, la dogana di Bivona sgabbellava 1.298 libbre di seta 
imbarcata (equivalenti a 4.049,76 kg), di cui 50 libbre rappresentavano una sorta di 
tassa di sdoganamento da pagare in natura al doganiere''^. 
Jn quell'anno risulta che lo stesso Mastro Portolano Mattheum delia Corte in 
civ{ihit)es tnont{eìeo]nis dimorante, assieme al figlio Honofry delia Corte, dopo 
aver ottemperato agli "speLtabiii regi bandi per ia vendita d'essa et Quelìi 
pubblicati etessendo uitima su' aliumatn ia candeia" , superando di ben 320 ducati 
l'offerta avanzata da Pascale Caputo, ave/a acquisteto il 31 gennaio, per 420 
ducati, l'incarico di riscossione delle gabelle ^rici, "essendo vacante alla Regia 
Corte l'affitto de Regi Credentis della Regia Gabella della Seta delia citth di 
Mont[é[eo)nis per morte de DeComelio Sang\[\}se)ppe"''\ 

Il XVI secolo si chiude con la cronaca del triste, qiianto sforiiinato, 
tentetivo di moto rivoluzionario antispagnolo organizzata da Tommaso 
Campanella il quale tramite uno dei congiurati, aveva richiesto l'aiuto per la 
sommossa ad alcuni gruppi turchi. Ma la rivolta non ebbe luogo perii tradimento 
dai suoi stessi compagni, e Tommaso Campanella venne arrestato l'S settembre 
1599. In quello stesso mese di ^ttembro i 156 congiurati arresteti, compreso il 
Campanella, vennero imbarcati dal porto di Bivona e da quello di Tropea sulle navi 
di Don Garziadi Toledo, per essere condotti nelle prigioni di Napoli' '^ pimatfel 
processo definitivo, in cui vennero inflitte esemplari condanne ai sovversivi 
calabresi. Testimone d'eccezione del tiaferimente dei congiurati dalla coste ionica 
a quella tinonica fu il Duca di Wolfenbuttel Agust Herzog, che in quei giomi 
soggiornava nella città di Pizzo, il quale scrisse nei suoi appunti di viaggio come i 



"^ ASN. Reievì. ?ol.336. e. 155. 

^^^McEzdem B.. cp.aL ed indire ASN, Aite deDa Seta, Fasao527. in Mcta:ena G., Architettura del 
Jovoro in Coiabiia Sra i secoli XVeXlS. Ed ESf, Napoli 1933. 

^^^ASW, Woforo Giovene Ottavio, Monteleone (ie02 - 1650] - bb. XI, cord.162. £53. 

^^^ Pepe A., La torre di Giuda, mA^ 111 Congresso Stonco Calabrese, Cosenza 1964, p. 755. Convinto 
fosse giunto il tempo di un nuovo ordine politico, il frate Tommaso Campanella, matò i calabresi 
contro il giogo spagnolo, pnmo pcsso verso la realizzazione di una Repubblica umv ergale, laCi'ftà éel 
Sole, nuscendo ad orgamzzare un vasto compiono, a cui aderirono calabresi di tutte le estraziom sociali 
e Emanche alledn turchi. Tradito dai SUOI stessi amici, venne giudicao a Napoli nel luglio del 1600. 



78 



prigionieri vennero cordotli nel portD di Bivona, "percorrendo, in iungn catena a 
coppie, un buon tratto del paese e dando uno spettacolo straordinario aiia citih e 

terre per ìe Qudii passavano" ed infine fatti salire su "tre galee (...) con a bordo 
quasi 300 prigionieri che avrebbero votutn cedere ia Calabria ai Turchi per le 
angherìe inflitte loro dagli Spagnoli"^'". 

Per tutto il XVI e XVH secolo lo scalo portuale e l'area costiera si 
rivelarono una vera e propria occasione produttiva per la città di Monteleone, che 
in quegli anni assur^ al molo di uno dei maggiori centri della r^one. Le 
maggiori attività dell'epoca vale a dirB la produzione della seta, la coltivazione 
della canna da zucchero e la pesca del tonno, nuotavano tutte sulle opportunità di 
smercio offerto dal vicino porto, dove continuamente approdavano galee ed altiB 
imbarcazioni provenienti dalle più importanti città italiane, ma anctie altn prodotti 
locali, come il vino e l'olio che, come vedremo, grazie alte richieste del mercato 
genovese e napoletano, trovarono nel porte di Bivona una determinante occasione 
szambio commerciale, secondo quanto rivelano numerosi atti notarili redatti in 
quegli anni dai notai monteleonesi e napitlni, cosi come numerosi viaggi da e p^ 
lo scàìo di Bivona vennero assicurati da varie compagnie assicurative. 
Un carico di fave di 60 tomoli partito da Bivona alla volta di Amantea risulta 
assicurato nel 1G13 mentre uno di vetri partili: dal porto di Napoli e diretto a quello 
di Bivona venne assicurato nel 1617 per un valore complessivo di 130 ducati. Le 
Assicurazioni Marittime assicurarono inoltre tra il 1623 ed il 1663 vari viaggi di 
feluche e velieri, con destinazione finale Napoli, Livorno, Genova e Vietri, cariche 
grano (700 tomoli nel 1623, 100 tomoli nel 1654, 2000 tomoli nel 1663], 
formaggio (600 ducati nel 1628} edolio |400 ducati nel 1633)'"^ . 

11 primo agosto del 1642 partiva dal porto di Bivona sopra la barca di 
Patron Simone Russo un carico di "fangotti di seta" alla volto del mercato di 
Napoli. La spedizione era stoto commissionato dal Barone Orazio Mottola di 
Monteleone, da Giovanni Battisto e Giovanni Frascesco Solari di Genova da Cario 
Trani e Francesco Antonio Broylo di Napoli e da Fabrizio ed Ottavio Gagliardo di 
Cava dei Tirreni, all'epoca tolti commemoranti nella città di Monteleone e 
trasportava complessivamente 13 fangotri e 3 ballette di seta "conforme ii tutto 



'"A. Eracg, 42. IS. Msciptor' E phemerides sive Dionim" , 33 Quartseiten, in Scamanii T., Viaggiatori 
tedeschi in CaSahna.Diil Grand Tour ol hirismo ói massa. Rubbetino Editore, Sovena Mannelli 1993, 
pp. 29 e 3Cl Per una d^tt^liEta detenzione della congiura di Campanella e delle condizioni della sua 
epoca viL Amabile L., Fra Tomntaso CammpaneUa. La sua cougiurii. j suoi processi e la sua pazzia. 
VoLl, parte I, A. Morano Editore, Napoli 1352. 

^^^ ASN,As3iairmanManttirQe,vol]. Ielljl617-1663). 



79 



appare dalie spedihoni sopra ciò fatte daìii magnifici Regi] offìciaìi deìia Regia 
gabeìia deità seta"^'^. fsruntolaledi 2.637 libbre, pari agli attuali 8.227, 44 kg. 
La spedizione si conclu^ tragicamente; l'imbarcazione durante il suo viaggio 
venne assalita dai ladri, che assassinarono "detto patrone e marinai e passeggeri e 
rubatosi te dette sete" . 

L'epilogo improvisto del viaggio, che obbligò i commercianti a nominaro un loro 
procuratore per "ta recuperatione d'esse sete, come per [are castigare tati tatri ii 
quaii hanno comrrìesso sì deforrrìe assassinio e detitto", documenta quanto 
r esportazione della sete prodotta nel circondario monteleane^ verso le maggiori 
piazze mercantili dell'epoca, dipendeva in buona parte dal movimento marittimo 
che lo scalo di Bivona garanti per tutto ilXVll ^colo. 

E' sempre grazie ad un atto notarile, rogate a Montelecne il 28 maggio 1649, che 
szopriamo il poriu di Bivona come teppa d'arrivo del brigantino S. Sebastiano 
Bonaventura" e del suo comandante "patron Bastiano Paduani" . 



"* ASW, WotflÉDLJbrundMjitoJimo. Montdeone{ie31-1ÉB7}. 6 Agosto 1642. lifc.XX m/340, e. Ili, 
fL Ì4ri7. "Die vigesiim sexto mensis Augusti éecime Inéitioms miUesitììo sei^centesimo quadra gesuno 
secundo in civitate Moutis ieouis in Jiosfri preseutiii coustìttiiti Dominus Baron Orotius nioitoltì, 
cìvitatis Moiìtìs Leonis. Jooune BuStistn et ] oa nue Frauciscus Soìnri civitutìsj unue. Carolus Troni ei 
Franciscus Antonius Broyio civiSotis NenpoU, FahritaisGiigUardo ei Octavius GagSiurdo civitatis Cave 
omnes odpresens obitantes et cotììmemorautes in preditta civiSote Mentis Leonis qui asserueniuS coraiti 
nohis il] vulgarì eloquio prò maiorì iuteUìgenha videticei quaìmente aìli soprascnttì nominoti et 
cognominuti alio primo del presente mese d'Agosto dei detto anno Ì642 maiìdarno in Napoli sopn? la 
borcn di Patron Simone Russo, di esso Baron MoStoSa fangoSti tre di libre quattrocento quaranta seiti. 
detti di Blaro fangoSti tre e doi baUetti di libre settecento ottantasei^ detti Tram e Broyio fungoSti doi 
libre trecento e più. di detti per conto di Monella e Luai halletSe tre di libre seicento, detto di 
Goglmrdo fangotti doi di libre trecento doi. e detSo Ottavio Gagliardo boUetta (jn di libre doicento e 
doi, conforme iS tutto appare dalle speditioni sopra aù fatte dalli magnifici Regij officiali della Regia 
gabella della setn di Bivona. e perché piii gioi-ni sono^ si intende che detto Patron Simone Russo il 
quale portava sopra Sa sua barca dette sete, sia stato preso dai ladri, con havemo elli laSn fatto r?]orire 
detto patrone e marinai e passeggeri e robaSosi le detSe sete e quelle levatosi, perciò non possendono 
conferire di persona perla recuperatione d' esse sete come per fare castigare tali latri Si quaSi Stanno 
commesso si deforme assassinio e deSitto. confidati perciò della Sealtà fedeStà e diligendo del detto 
Giovanni Ambrosio Lava negna delSa città di Genova^al presente esistente neSla citta dìReggio^aldetto 
Giovanni Ambrosio absente come presente, essi signori di MoStoSa Solan, Troni e Broylom Gagliardo e 
Gagliardo, consSihiiscono e Segitimamente creano loro vero caro et indubitato procuratore...' . Copia 
del documento, nportato m paite da Aiello M., Monteleone di Calabria. Storia di alcune isSituàoni 
insediate in un manufatto arcStitetSonico del '500, Ed. Mapograf, Vibo Valentia 1998, p. 18, ncta 3, 
venne redato presso il Notaio G. Manti di Reggio Calabna due giomi dopo, per fai/onre il recupero 
della men:e al procLiratore dei nomiiiati commeroiaiitL. Gfr. ASRC, Nctaio G. Manti, ff. 42-44r del 
2S.S.1642. 



80 



Inspi ^abilmente l'atto pubblico non riporta alcuna informazione sulEa ragione del 
nolo e della mercanzia sbanzata, ma precisa che "j^ prezzo di docati trecento 
sessatìhisette di monete di regno valutato per il prezzo del predetto nolo a 350 di 
monete papaii" era dovuto dall'Illustrissimo Reverendissimo Vescovo della 
Diocesi di Squillace "per il noio realizzato ii mesi passati del suo brigantino da 
RomaaBibona"'^°. 

Non sappiamo cosa costìnse il Vescovo a noleggiare il brigantino da Roma a 
Bivona, anziché farlo gitmgere in uno degli scali esistenti lungo la costiera ionica 
del Golfo di Squillace, è tuttavia possibile ipotizzare che non dichiarando 
ufficialmente le ragioni del nolo, le parli abbiano voluto evitare le quanto mai 
esose esazioni fiszali applicate dal Duca di Monteleone, godendo cosi dei benefici 
dovuti all' alta carica ecclesiastica. 

Per il periodo compreso tra 1650 ed il 1700 l'amministrazione portuale venne 
gestita dai Vicesecreti del Fondaco di Bivona, che come già detto, esondo in 
quegli anni data in arrendamento a personaggi napitlni, spostarono la sede di tale 
orgariano all'interno del territorio di Pizzo, ed il fondaco in quell'arco 
cronologico vena nominata appunta di Pizzo e di Bivona. 
Gli atti del notaio Didaco Sathano, rogante nella città di Pizzo tra il 1690 ed il 
1739, si rivelano una preziosa fonte di notizie sull'attività portuale, perché 
forniscono interessanti infonnazioni sulle imbarcazioni che approdavano nel porto 
di Bivona, nonché sulle controversie che spesso vedevano contrapposti i regi 
ufficiali ai padroni delle tartane, nelle operazioni carico e szarico delle mercanzie. 
11 2 febbraio del 1691 il R^o Vicesecreto Gregorio Vitale e Pietra Costaralla 
Regio Credenziere del Fundaco di Bivona e Pizzo, si costituiscono dinanzi al 
notaio per protestare formalmente contro il comportamento del padrone della 
tartana Paulo Geronimo Bagnare di Genova perché "... qlu&)sta mat^na verso le 
ore sedici si sono conferiti in q{ue)sta marina di Bisbone, ai fine di procedere ai 
caricam{eh\to di botti vent'otto doglio sopra la tartana (...) et havenóo richiesto 
per tal'effetto al P{&^on Paulo Geronimo Bagnara (...) che ponesse in mano 
d'essi Regigi] o^icia]^^ le sue vele per cautela della Reg\^) Corte in esecutiìojne 
dell' ord{ìn\iReg{gi), d[eìi^o P{aón:))ne ha ricusato di consignare d{eìì^e sue veie. 
L'obbligo, finora inedito, di con^nare le vele delle imbarcazioni alle autorità 
portuali durante le attività di imbarco e di sbarco delle mercanzie, a cautela dei 
Corte, e che non risulta praticato in altri porti del Regno, era attuato nel porto di 
Bivona dopo le disposizioni della Real Camera Summaria del 6 maggio 1638 e 
della 9 dicembre 1690, secondo quanto affermano gli officiali regi e "Perciò essi 
Regigi) ofj{ìcìa}li per non controvenire airord{m)i Reg{gi] non intendono 
procedere ai caricam{en)to predetto. 



ASW, Wotflio Ubmtìdì Antonino, Monteleooe [1631-1657», libJCX [11/340. f. 20. 



SI 



Pertanto se ne protestano cantra quos perchè d(ettJo Cf?ncf?m(en]to non succede 
per ìoro tnancnnza, ma per io sud{fleì:\tD defetto. E Q{ue}sto chiarnmentÉ si vede 
d'hùvere essi Reg{gi] off[ìcìa]U venuti in Q{ue\sta pred{et\tti marina diverse volte 
per far caricare i'ogiìo, che s'andava reducendo sopra ia Tartana"^^\ 
Come a confemiare il diritto di pretendere la consegna della vele, i r^i ufficiali 
precisano che proprio mentiB il padrone genovese pretendeva di sottrarsi a tale 
obbEigo esibendo un mandata d^ luogotenentB Regio Mastro Portolano, ìì 



'" A3VV. Notaio Didax> Satnano (Pizzo 1690-1739), Pizzo 02.02.1691, hk LXXXrV, conia 2B5, f. 
é. "Die secuuéa m(en}s] februan) jitiJ](esi)nn] sexcEuU.esi]n]o noi\agie5i)mo p(n)FJio, indiciione decinta 
quarta reg{aan)te. !n marina di Bishone noi per lìoUis fecimus quod Bodie preé{di3:)So die in ji(ost)ra 
pres{ea]tio personalni{ent)e costì.tm)ti i ma^(iufl)cj Gregono Vitate Regiio] Vices{&cre]to e Pietro 
CostareUii Reg{io) Cred.to sostituito del Regiio] jìiuéaco del Pino e Bivoua, ti qi'u^li q{aé}sta matina 
verso ti hore sedici s] sono conferiti in q{ae]sta pred[&)tiì murino at fine di procedere ol corica nì{en)So 
di Bota ventotto d'ogho sopra ta Turtana di P(cdr]oji Paulo Ger{oia)nìo Bagnura Genovese meéionSe 
mondiajneaìto del FJi(agmfììco Giacomo CarretSo Luog{fXeaen)Se del Reg{io] m.ro Cort.mo, ethavenóo 
richiesto per tiil'effetto o P{aór)on Pauìo Gej(oiu)mo, che ponesse in mono d'essi RegiqO offliCi^Si ìe 
sue veSe per cautelo détta fìejj(al) Corte, in eseari(io};ie dell' ord{i)ni Rejj(gi), d{^)o Piadiojne ho 
ncusoto di consignare d(et)te sue vele. Perciò essi Regfgi) ojf{ici^li per non controvenire iìll'ord{m)i 
RegiqO non intendono procedere al cariaìtn{ea)to pred{i3-^So. Pertanto sene protesSono contro quos 
perché deito coricam{en)So non succede per loro mancama^ ma per lo sud{d&^to defetio. E q{iies]to 
chiaramente si vede d'havere essi Regigi] ojf{ici^li venuti in qiiie)sta pred{&:)tiì marina diverse volte 
per for caricare Voglio, che Mandavo reducendo sopra. La Tartana con la persona dell' Assist(.eR)te 
Gen(sra}le e per ta notorio repugnanzo del d{&^to P(adii:i)ne di non ponere le d[^)te sue vele in mano 
d'essi Regigi] off[icia)li Jion ha potuto succedere d{&t)o cancomienìto. Però il P(adn>jn Luca di Lauro 
det piano di Surrento. che si trovano te vete in mano d'essi RegiqO ofììiciaj[J, ti med{esi]mi hanno 
sempre assistito sema veruno riparo al coricamien)to sopra la Tortona di d{i3:)to P(adr]on Luca con li 
mond{aiaea]ti di d{&^to FJi(agmfL]co Luog{fJsaen)te. Et pure essi Regiqì} ofj{icia)ti intendono che li si 
pogato il dentto o loro dovuto di carlini quattro a botte per ciascheduno in esecut{Kj)ne 
dell'antichissimo sotito di cinque docati della Regal Cornerò dello Sum{raman)o poenes graviotam 
attum et januai-ium costa ibom nulta prorsus hohita considerot(i.o]ne alle surrettizie prov[visi.o)ni 
oitenijte siJFT¥iti'^"f]FJi{enjte dalli m(^nifi)cr negotianti sotto il iO Genisìaiìo 1690 pones Attonosium 
perché jìirono spedite in alieno B.no nonostante che d'ordine dell' Rl{ii^JTSsi.)nio R{egi.)o 
Luogot{eaen)te dello fìeg(gia) Cammera s'erano inibite tutte le b.ne acciò non procedendo in q{Mss)to 
negotio. e s'era ord{ina)to. che non l'ubbidre ad oltre Prov{isio]nJ, che qi^ieitle det d[&ì^o Granata 
dove erono dedotte le loro ragg{i.o)ni^ e s'era costituito il toro Proci urato]re come ben costa a d{i^^o 
m{aQRiIi.)co Luogotienssìite^ et od olcuni di d{^)ti negotionti a cui furono notificate le prov{wisi.o)ni di 
d(ett)fi Regal Commero de 6 mogiqiìo I6S3 coli' ordi{n3ifS}ne pred[&:ìte e pure perché le sud{di3:)te 
surretSizie prov(visiojnj furono con speciole Dec{ré)to delta Regol Camera derogate sotto li 9 
dec{erah]re 1690. commetìendo l'esecutione d'esse alla Corte del Pizzo e giudice di Cotanzoro ins.mo 
q{ii^h prò v(visiojnj jìimo notificate a d{et)te r?](agnifi)co LuogifAensaite et o dii31)i negotianti con il 
Dec{re)to decurionale della Corte det Pizzo. jj(uel)]e Prov(viEiojnÉ de 9 dec(eni}bre IfiffO di d{^o 
Regol Gommerà diretta o d(ettjtì Corte sono cosi chiore che non ammetSono prorsus dubbio et 
attercat(io)ne mo si devono con ir^Jf esattezza ohedire. perù senza l' esìhi>i}'i\ne di d(ett)e Vele e 
pf]cjflm(en)to delti deritti det Regio Arrendomento e detti loro dentti si protestano, che non s'imbarchi 
l'oglio predetto né che d{eltìo rn1agnifi)co LjJo^(ctenen)te Regio Mastro Portolono, Giacomo Carretta 
s'intrometta pemtus nell'imbarco di d(ett)o oglio. spettando sotam{en)te do farsi da essi m{aqmh)ci 
Regiqi.) ofl^iciajfj, e dall' Assist{en)te Genisralle e non da esso Fu(agniEi)cD Liro5{otenea)te che soia ho 
focato di spedire li mandati...' 



82 



mangnifico Giacomo Carretta, neHo stesso giorno nel porto stazionava un'allia 
imbarcazione che "però ii Piadr)on Luca di Lauro dei Piano di SurrentD, che si 
trovano ìe vele in mano d'essi Regiqi) off(_\cia\ti. U med{£à)mi hanrìo sempre 
assistito senza ver'uno riparo ai cariaim(enìto di d[ettJo Pisdtjon Luca con ii 
mand\amen)ti di d{et\tD rn1agnifi)ctJ Luot^lotenen}te"'^. L'eato della controversia 
tra gli ufficiali f:egi ed luogotenente mastro pcrtolano non è riportata negli atti, 



'^^ Ibidem, "(segue)... e si protestano cantra quos e specìatn][ea)te contro esso FJi{agnifL)cf] 
Luojj(ctenen)fe ÌS quale per ìe sud{di3-^Se ragg{ifS}ni noi] può ingerirsi ai d(ett:)o imbarco, e 
maggiortnieaìte perché d(^)o cancatn{ea]to !o fa iì M{aQnih)co NaSaSe BereUi ^r conto deUi suoi 
cornspondenU di ì^apoh. q{a^Se nìf^iufi}cD NaSaSe BereSh. e SrateUo cong{ìua]to del r?]{agnifi)co 
Filippo Cesare Berelli^ Regiqeajte l'ujf{ci)o delia Reg{aì) M(astìro Portiolaìno, et è log{rAeasn)te di 
d(ett)f] m(cgiufi)i:o Giacomo Carretta L[^og(otenen}te alti qi^aitì donano per sospetti e sospettissini^ e 
Sì protestano di non ingerirsi \its.a. e di tutti donni e spese et interessi e d' haveme ricorso alla Regal 
Camtnera delta Summaria come loro giudice competente. Pres[sstemea]te esso r?]{agnifi)co 
Luog('-jteasn)te dei Regal M(ast]ro Portidì^no risponde che il suo accesso in q{ues)ta manna di 
Bivona è stato per causa della renitenza d'essi Regi Uff{ia^Si in non haver permesso ta spedit{io)ne 
detS' imbarco deti'oglio abbassasi qui pres[ea]te. tutto per non haversi ric{evu}to in deposito delti loro 
pretesi deritti quando legittitn{ajnea]te dalli Proc(uraii}n del m(^nifi}cD Giacomo Antonio Gioffo per 
le negoziarne di d(ett)o oglio si è pres{eal^ta fede di d(ett:)o deposito per l'intieri deritti d'essi 
m(^nifi)cr Regi Ufj{ici.a)ti in potere del mag{iah]co C?) in più atti od essi notìjìcati. et a rispetto 
dell'asserita forma del retratto atto delta consegna delle vele di Piadrojn Paulo Geri/yDijtno Bagnara 
essendo figurato presiesiite esso P{adro)n Paulo dice^ che non havendo disbrigato atl'abbassatnleajto 
dell' ogti colta assistenza dell' Assist{ea]te Genieraìle non intende dover consignare vele ma 
permittendosi il caricamiea)to di d{&l)i ogliin mare fa vela perii suo viaggio, e a rispetto dell'asserita 
pretent{i.fS}ne d'essi Regi Uflticia}/r che di&l)o oglio vada a conto del m(agmfì]co Natale Berelle ciò 
con ren[ih)ta si dice esser falso, mentre costa al Regio Ofp.i.ci.a}le del Regio Sec(ret}i:i e M{aA)ro 
Fort{o\a)no per Prov{visio)ne spedita della Regia Gammera posar d{&:)to oglio a cogito e negozio del 
m(^nifi)ci:i Giacomo Ant{om)o Cioffo^ l'istesso asserendosi nelti r?]f]F]d(anieiiJf] spediti da esso Rgio 
OffiiCi^le, il che viene a cessare inq[Maa]to alla sospett{Kj)ne^ oltre che in persona d'esso r?]1agnifi)cf] 
liiog{cksaea}te non corre sospett{ió)ne in atti ordini di spedit{i.o)ne, mentre non corre giudicatura 
contro la fonmì della Reg.a Pram.ca quinta de inspect[i.o]ne ojf{i.ci^lium et però come invalido non 
intende haver loco che peciò sene protestano formiter contro essi Regi Uff[i.ci.^lichehavendosida essi 
P(adro}jir di Barche pagati li dovuti diritti al Regio Fundaco intendono essi P{aàio]ni esser disbrigati. 
mentre si ritrova pres{ea)te in q[iie)sta marina il m{aQRiSi.)co Carlo iovene Regio Sust{ta)to e 
talm{en]te asserisce, e non permettersi da essi Regi Offlio^li l' espedit{i.fj)ne se protestano formiter 
d'haveme ricorso in Regia Gammera con fame insta ad essi r?](agnifi)cf] /[fojj(otene)fe, et Assistlesìite 
G(enera)/e pres{n)te che in caso di remtenda di d(ett}^ ogli se ne pìgli diligente inform{aìio)ne. {edisi 
per il trattenim{eat]o, come anche per tutte e qualsivoglia no altri pencoli er interessi li possabo 
soprastare inde negotiarsi et d{&t)e espedit{i.o}ni a provedersi in altra forma il modo di potersi partire 
e proseguire il loro viaggio. Li sud{di3-^ti Regi Gff[i.ci.a}li hanno rephcato che sempre pendente il 
caricam{er6-^o le vele della Tartana devono consegnarsi in potere d'essi Regi Off{i.ci.a)li in esecut{io)ne 
dell'ordini Regi et a rispetto delti loro dentti non ci cape deposito, essendone servizii personali e li 
competono iremisihilmente^ oltre di che vi sono h cinque enunciati decati della Regia Gammera a loro 
favore formati e di vantaggio le provisioni surreitiàe ottenute doli mag{aifi.]ci negotiam furono 
revocate ej[ supra con provisione d'essa Regal Gommerà e la loro sospettione allegata come sopra 
camino e tonto pjù che ingerendosi al detto caricamisatjo il detto mag{aifi.]co Luog{<-Aeasn)te 
controdirebbe alle Regie Decretat(.Kja)i. Testimoni: Magnifico Fran[ces)co Magniccaro. DDn](em)co 
CusentLno, Giu&eppe Salomone, Gregorio Rollo. Gioanne Rizio. Pascale Gamilìù et me Didaco 
Sotriano Regio Notaio rogante." 



83 



anche se dagli stessi sembra che il potente personaggio si sia poi recato 
persGnalmente ad assistere al caricamento delle botti di olio. 
Notìzie invece della partenza della citata tartana di PadtDn Luca di Laura di 
Sorrento le traiamo da un atto redatto otta giorni dopa dallo stessa notaio, ed in cui 
risulta che r imbarcazione "havea assnrpato tutte l'ancore e fatto trinchetto per 
partire da detta marinn di Bivonn (...) et immediatarrìente prosegui ii suo viaggio 
verso Ponente, senza perder momento di tempo", secando quanto raccontato da 
alcuni peszatori che vendetterD il loro pescato ai marinai della tartana genovese, 
pocoprima della partenza'^. 

A parte l'episodio della consegna delle vele, il magnifica Gregorio Vitale, Regio 
VicesecrBto del Fondaco di Bivona e di Pizza, risulta altre volte vittima di 
"pressioni superiori" attiete per agevolare il caricamento di alcune tartane o per 
applicare minori tasse sulJe mercanzie dei "negotianti" che erano soliti attraccare 
nella marina di Bivona. 

Emblematico in tal senso è la sua inattesa, quanto inverosimile reclusione in una 
"casa in loco di carcere", per un prevvedimento del Magnifico Giuseppe Voci, 
"asseritosi Delegato deN'iN{ustrissi] mo Preside di q{ue\sta Provincia come 
Gover{Da\D]re dell'Armi" . Alla nannale richiesta di esibire le necessarie 
documentazioni per effettuare il carico della merce su due Tarlane approdate a 
Bivona, compan/e imprewisaraente al Vicesecrete del Fondaco tale governatore 
che, dopo averlo intimorito con la minaccia di una penale di mille ducati, lo aveva 
fatto recl udore in casa, estromettendolo cosi dal controllo della sua partite di merci 
"senza inserire la Delegazione come da ] uro" . 

11 26 novembre del 1691 il r^o ufficiale, literatosi dalla forzate prigionia dopo 
che, "'sotto pretesto, da Domierà'jco Marzano li fu stata consegnata ia chiave", si 
reca da un notaio napitino per protestare formalmente contro tale arbitrio, 
verificatosi proprio mentre s^^olgeva le sue legittime funzioni ed assisteva "ai 
Caricamento di tum{\A]a mille cinquecento cinq{uan)ta di grano per extra sopra 



iB^ ASVV, Notaio Didaco Satriono {Pizzo 1690-t739ì. 10.02.1691, lib. LXXXIV, corda 285. L 8. 
'Die dedtììa m{ea]si februari} niiU{esi)n]o sexcenHesilFJio i\Dnag[esi)mo p(nìnio. /r?d([zio)ne decima 
quarta Reg{aan)te. !u Civitate PiSij uo}i noi(j facimus quod badie pred{&^to die iiì ji(ost)rfl pres{en]tìa 
il] publico testìimo)uio coustì.itia)ti Fmnicesjco Melami. Diego Siguoretta. Bruno di Penna e Giorgio 
Signoretta di qi^jeisSa Citìà dei Pizio. li q{'\ia)ti spente et con gmnitììieajto asseriscono come qi^jeìsia 
matiiìa circa ore quindici, si ritrovavano con Sa Saro Barca pescando nelSa manna di Bivona dove 
vennero ìi maiiimn deSìa Tariana dei P[3j:)oiì Luca di Lauro delia Città di Sutrento^ che stava in 
d{^)to porto carica d'oglio. a comprarsi pesci da noi^ et havendone comprato ne dissero qiaeYili se 
votessimo portare un'Ancora nel Pizio^ che Si jii prestata, che ci donavano quattro car<.ìi.)m e noi ci 
offersimo di voSerlo portare, e andando dove era d{etjta Tartana, la qia^Se havea assarpato tutSe 
iancore. e fatìo So trinchetSo per partire di detta marina di Bivona, e ci consegnò d{f^)ta Ancora, et 
immediatamente prosegui iS suo viaggio verso Ponente, sema perder momento di tempo'. 



84 



due Tortane netìa marina di Bivotìa". La protesta era quanto mai necessaria non 
solo perché "esso m[agràfì)co Gregorio Vitale viene detenuto per causa dei 
sudideìi^o mùnd( amen) to" ma anche perchè " viene a patire ii puNico commercio 
ritardandosi la negotiahone. ma anche il Rea! Servizio di Si uà) Miaestà], essendo 
pagato ii deritto delia tratta"^^. 



'^' A3W. Notato Sa1nai\o Didaco (Pizzo 1690-173S], 26.11.1691, lib. LXXXIV. corda 2S5, f. 51. 
'Die vigiesiima mieajsi Novem{h]ns Mitl[s^)mD Se\Se{esi]n]o Noi\iìg{esi]n]o P(n)mù- ÌJid(itLo)ne 
decima quarta Reg{aan)Se. !n Civ{ta)te PiSij fjos per natio facimus quoti hadie p{rede}ito èie l.nsSa 
fattaci tiaS m(^nifijco Gregorio Vitale R{eqi)o Vìces{ecre]to Prof.nto tii q{ae]sto ^ndis:)o dei Fino e 
Bivaua ci semo conferiti avanti dei M{aqmh)ca Gi\is{epp]e Voci, iS quaSe asseritosi Delegato 
tieìS' HU^^nssOmo Preside di q{ae]sta Prov{iSìCi]a come Gover{aan)re delt'armi sema inserire Sa 
Deìeg{aao)iìe come tia J ure cominava ha fatto rnanti{amen)to ati esso m{&jmh)co Gregorio Vitale, che 
sotto pena didoc{3:)i milSe havesse tenuto ìa Casa in toco di Carcere, soito pretesco, da D. Dom{em)co 
Marzano li /usse stufa consegnala Sa chiave, cosa verarn{en)te aerea. Sontana e Sontanissima dalSa 
verità e seiìzn fondamento aSaino. etesso m(ainifi)cD Gregorio Vitale trovandosi R{egi)o Vi'ceslecrejfo 
come sopra di fl(ue)siD j\ind[s:)o e immediatamente soggetio alSi Db{bedienjze deSSa fì(egi}f] 
Camisoejra suo Giud{i.c^j)re CDn]p(eten)te, tacito neSSe sue cause attive e passive, q{uaa)bi Civili e 
Crim(ina)[; e miste come appare dall' ori g{ina)U Prov{vi.sio]ni deSl'istessa R{eqi)o Cam[sotì]raJi q{a^Si 
si conservano appresso di me e deSle med[es].)me si esibisce copia a\ithen{b)ca at predi&ìa Giuseppe 
Voci, in eseciJtliojFje tielSe q{uaì]i prov(isio}m stantiono lorsibite tanti Se Corti inferiori, quanto 
S'istessa R(egal) Aud.sia^ e tutSi S' Off{i.ci^Si magg{i.fS}n e minon, viene da non haver loco it p(rede)tIo 
mand{aiaea]to per mancanza di Giurisdizione che non have esso Fin'agnifììco assento DeSeg[3:]o con 
d(ett:)i] Fn(agnifl]co Gregorio Vitale, come daSle d{&t)e prò v(visio]nj neSSi q{iiià)Si in caso di 
controventione sta comminata la penagratia dico la disgrada di SM.. e la pena di docati miSSe. E 
perchè sono capitati ad esso r?](agnifi)co Gregorio VitaSe due mand[sirosn)ti deS r?]1agnifi)co 
Luog{iteaen)te del Reg. l'officio di M(a&tìro Portiolaìno in qi^jejsta Prov(mci}f] spediti sotto la data de 
22 del corirerijte che prontamente esibisce^ per assistere al Caricamento di summa miSSe cinquecento 
cinq{iian]ta di grano per e\tra sopra due Tartane nella Marina di Bevono esso m(^nifi}co Gregorio 
VitaSe vjejie detenuto per causa del SEjd(d^}o mand[amen)to. dato che non soSo viene a patire iS 
puhSico commercio ntardandosi Sa negotiatione, ma anche il Real Servizio di S. M., essendosi pagato iS 
deritto deSSa tratta et in avvenire quando si volesse concedere da S.M. aStra tratta per q{'us)sti 
impedimenti, che possono ricevere l' officiali regi, non si troverà a pigSiarsi con facoltà dalSi negotianti. 
Per iS che esso m{aQnih)co Gregorio VitaSe si protesta contro esso Fii{agnifL)co Giuseppe l'ecr asserito 
Delegato, et contr quos per li tuttidanni, spese et interessi cS\e nonsoSo possojio venire per taS causa ad 
esso m(^inifi}co Gregorio Vitale ma anche aSli negotianti et aSSi P(adro);ir delie Tartane per ogni 
evento che potesse occorrere mutandosi il tempo^ e si protesta ancora di tutte Se cose Seg[i.\h)me 
protestandi non una^ due e tre voSte ma q(uan)te voSte sarà necessario, ed haverne ricorso ai 
Sijp(eno}n MaggiifSjri. Pres{ea]te iS m(^nifi)co Gjijseppe VocL dice che esso nilagnifijco Gregorio 
acquisisca appresso f'il[(iJstnsgi)mo Preside, al q{ua)le esso n'ha fatto reSatione del motivo per So 
qiii^Se se l'è fatto iS r?]flF]d{ai[ien)to. e che prodijchj Se sire prov(vi5io)nl e scritture, che tiene sopra Sa 
pretesa esentione di Foro affinchè con vista di q{ue]lSe dal d[^]o Preside si possano dare l'ordini 
necessari ad esso reg(gen}te per obbedirli come deve senza farsi novità aScuna, giacché veruno 
dovrebbe permette che S' ordini di Sup{eno)ri non siano obbediti, nserbandosi il reg{qen]te tutte S' aStre 
aceibo]ni, e raggiom, che le competono centra quos. Dimandando che delSa pres{ea)te li si dia copjo 
prò ^sco per rimetterla a d{&t}o i/l(usCnssi)mo Preside, et a rispetto délh caricamenti che asserisce, 
pendente Sa resuSta di d{eltìo Preside^ quando pure fosse if(uejs[fl preciso necessità prattichi come sole 
pratticare quando fusse infermo che non può assistere di persona, tanto più che q{ue)sta atta è vicina 
di q{u.';]SSo di Cat{ar]za)ro dove nsiede d[ett}D /i/(iislnBEi}nio Preside.^. Testimoni: rFj(agnifi)co 



85 



Alla protesla del r^gio ufficiale il d^egato risponde che, proprio p^ il suo sIbssd 
incarico poteva "dare Voróini necessari ad esso reg{g^\te per obbedirti come 

deve, senza farsi novità alcuna, giacché veruno dovrebbe permette cììe t'ordini 
Sup{eno)ri non siano obbedii (... )"*^. 

Nell'atto di protesta non vengono specificate le ragioni di questo intervento 
coercitivo nei confronti dell' ufficiale, ma il fatto che tale ptDwedimento sia stato 
eseguito per fa presenza nello scalo di Bivona di un Governatore dell'Anni, 
del^ato del Preside della Provincia, nel mentre si scaricavano le sue due tarlane 
(di cui non si menziona affatto il carico), e che questultimo rispondesse alle 
proteste del vicGSGcrelD con autorità e san:asmo, fa suppone che sulle imbarcazioni 
dovessero essere caricate munizioni o altre artiglierie. 

Cinque anni dopo nella carica di Vicesecreto del Fondaco di Bivona e di Pizzo 
compare un nuovo personaggio, il Magnifico Carlo Jovane, come dimostrano gli 
atti successivi. E'infatti il 23 maggio del 1696, quando Don Piero Vita di Scilla 
attracca nel porto di Bivona "... per carricare con ìa sua Barca nom{ÌDa]ta Santa 
Maria di PortoSaìvo, oijo per tomolo otto cento per portarlo in Nap[oì)i at rf(et|tD 
Giacomo ,4nt[onio) Cioffo puhlico negotiante" ed anche in questo caso lo 
apprendiamo grazie ad una nuova controversia che sorge sul pagamento dei diritti 
di dogana. H nuovo Regio Cassiere Cariojovane riteneva "che rf(etti)f? mercantia 
di d{^o imbarco non sia aìtrim{meh\t& robba, né interesse di Giacon'Anti,OTà)o 
Cioffo persona priviteggiata, ma d'aitre persone" e che quindi erano "soggette di 
pag{ar)e ta nova imposit[ìo)ne delle grana sei ad onza, che si chiama la nova 
gabelia" sospettando di con^guenza "che la spedizione sia in fraude in virtù delli 
Regi avvisi e pram[maìì]che, perciò tantn in suo nome, f?{uan)to in nome di d{eì^o 
suo principale dice che senìpre che viene esso Negoziante assicurato di d{eìì^a 
nova gabbeìla, utra preindicium, si dispone a firmare d{eìi^e spedihioìni, e 
din'aitro caso si ne protesta non una, due, o tre volte, ma qixìBnt^e volte sarà 
necessario^^ Arche in questo caso la controversia si risolve con il momentaneo 

Fnjn(ces)cD Mugmccaro, Friìt}{ces)co Morrictì, Marc' Ant{om)o Gapilfo^ Rosiirio Piasimo, Aut{om)o 
Ferruro et me Didaco Satriono". 

iB^ ASW, WottìJo Satriano Didaco (Pizzo 1690-1739), Ibidem. 

"^ AS<JV. Notaio Satriano Didaco (Pizzo 1690-1739), Pizzo 2aC5.1696, lib. LXXXIV, conia 2S6, f. 
4f D;e Vii\g{esi)ma octavo nj{en)sr Maij MiU{sa)mo Sexce{isi)nio Nonog{esi)im sextoi !nd[itì.fj)ne 
quarta Reg{aan)Se. in Civ{itiì!te Pitij... personoìm{en)Se cosii{\m]to Don Piero Vita dì ScìISa al 
pres{ea]te in questa cista. R qiii^le sua sponte asserisce q{\:^lmenSe essendo venuto neSla marina di 
bivona per camcare con la sua Barca i\oni{ina^3 SantaMaria di PortoSatvo l'oio tomota otto cento 
per portarlo in Nap{oV)i al d(et)fo Giacomo Aji[{oiuo/ Cioffo publico negotiante. q{aa}li essendo di già 
camcati con Vassìsienza delh m{aQnih!ci Vices{ecre)ti e Cred{trjr)i cost(it\a)Si di questo regio Fundaco 
dì Pino e Bivona^ et assisi{en)Se gisaei^le ai pres{en)te dal FJi1agnifì)co Carlo lavane sost[i.tii)So 
Cassiera di d[&l]o R{ec|fo) Fuud{ac)o si ricusa di far le debite sped(izio)nj, di modo che in pres[ea)za 
ossia esso P{adF)ou Pietro e pronto dì consig{aa}re e pag{aire t[iSti ti Regij deritb. Che per ciò in viriti 
delia pres{ea]te. tanto in suo Jiorue, q{aaa)So in noine e parte di Geniu^ro Basile proc{mSD)re del 



pagamenta dei diritti doganali e l' esposizione del fato dinanzi ad un notaio, prima 
di ricorTBrBalle autorità competenti. 

Comesi noterà la maggiorparte dei dati inerenti l' attività portoale ed il movimento 
delle mera che in esso si praticava alla fine del XVll, è giunta fino a noi proprio 
grazie alle contraversie che eorge^ano tra le autorità doganali ed i commen:ianti 
che utilizzavano lo s:alo marittimo vibonese. Tali controversie, che certamentB 
rappresentano solo una spanila percentuale dell'intero movimento merci, sono 
un'importante testimonianza non solo del lungo periodo d'attività dello scalo 
portuale, datando quasi per intero l'arco cronologico del suo utilizzo, ma 
fomiscono prmse indicazioni sulla pressione impositiva che in essa veniva 
applicata. In tal sensD è ulteriormente rappre^ntativa l'ennesima controversia 
esposta dinanzi al notaio napitino Didaco Satriano il 26 luglio del 1698. 
In tale data il magnifico Carlo Jovane, Sostituto Cassiere del Regio Fundaco del 
Pizzo e Bivona. ricorre contro la stima a suo avviso troppo bassa, dell'olio 
acquistato sempre dal magrifico Giacom'Antanio Cioffo e caricato sopra la 
Tartana di Padron Nicola Scarpato di Sorrento "... di snime Quattrocentn 
ottantotto, due teni et uno stazo". Egli si oppo^ a quella stima perché non 
effettuata "secondo Voró{ìh\i e prò v( visi o)n^' che io ó{ett)o Deìeg{a}to di d(etlJo 
Regio Arrend{amen)to e d{e\ì\i m{agnifi)d Regi] ofj{ìcìa\U poco curanóono 
l'interesse di dietimo Regio Arr(endamenjtó hano fatto io sudideìi^a stima a docoti 



d(ett)f] slignoi^e di Cioffo, se ne proSesia contro esso ni(c£|iiifl)co Car!o ìovaue di tuW daziì^ spese et 
interessi, passi e paSieudì^ et contrn qnos e dì ricorrere ai Sup{en.fS}ri miìgg{io)ri gradatimi. Et unito 
act[is ricMeée olii jn(cgnifi)d Gregorio Vitale Regio Vìcesecreto e Giacobino J a ziolìno Regio Cred.ro 
Sostituto acciò ti fossero disbrigate le debite spedizione per poter proseg{m)re it suo viaggio Cario 
Jovane, Regio Cassiere in q{iie)sto Regio Fundaco del Pizzo e Bivona dice che havendo stato 
mentìonato dal Re0o Arrend{aìa)re suo prinapale^ che d{&t)a mercanha di d{^^o imbarco non sia 
attrinì{en)te robba. né interesse di Giacon'Ant. Cioffo persona privilegiata, ma d'attre persone 
soggette di pag[sir]e la nova imposit[i.o]ne delie grana sei ad orna, che si chiama la nova gabelSa^ che 
intende d[^]o suo pnncipaSe arrendfatojre, che ta spedizione sia in fraudo jji virtù delh Regi hwjsj e 
pram[ra3i]che. perciò tanto in suo nome. if(uan}iD in nome di d{&t)o suo principate dice che sempre 
che Viene esso Negoziante assicurato di d{&l)a nova gabbéla, utra preindicium. si dispone a firmare 
d(ete)e spedit(.Kj)ni. e din'aStro caso si ne protesta non una^ due, o ire volte, ma q[Maat)e volte sarà 
necessario. Li Regij Vices{ecrs)ti ecred{.]ro Sost[i.ta)to dei Regio Fund{a)co dei Pizzo e Bivona dicono, 
che sono pronti, e prontissimi di consig{aa}re te debite spediz{io)ni delti sud{d^)i tornala ottocento 
grano caricati sopra d(ett:)fi barca med{i.an)te il mandato det m{aqm^)co Luog[oter]ea)te dét 
m(^nifi}ci:i Mia^^ro Port[oìa}no di q{'\jes)ta PrDv(ina)a spedito in Mont[éìeo)ne sotto li Ì9 maij 1696. 
E perché iS m{agaiti.}co Carlo Jovane recusa di jìnnareSe spediziioìm per causa delia nova gabbeUa. 
che pretende sopra d(ett)a mercantia. Perciò essi Regi Vices[ecrs]ti e Crederi Sost(ita]ti si ricevono 
docati vinti due, uno tari e grana tredici, e mezzo, che importa il deritSo delh gii^na ventìciqiae] ad 
onza spettante at d{i31)o Regio Àrrend{amea)to de ferri perpagartoaS m{aQmh)co A rrendianìre d'essi, 
era rispetSo det deritto deSla nova gabbeUa^ si bene essi Regi Vicesiscrejti e Cred.ro non possono 
tassarto per essere d(ett:}o mandato intesta di detSo mag{Dih]co Giacom'Ant. Cioffo persona franca e 
priviSeggiata nulta di meno, non intendono d'infenre pregiudicio al detto Reggio Arrendamento de 
Ferri, quando di costasse, che detta mercantia non fosse di persona privileggiata, e però si riserbano di 
forti ripetere contra quos quibus omnibis^.^" 



87 



undici in snìmn in tempo che corre a docùti treóici in saima. U che apporta grave 

danno, pregiudicio er interesse a dietimo Regio Afr|endanien)to"'^. Gli ufficiali 
regi, d'altro canto, replicarono che "... in stima delìi agii alia ragg[ìo)nedi ducati 
undici ia saima è stata ord(ina)ia, confìrmata et npprobbata dtìJr7^J(ustrÌ£si)^o 
S(igno)re Cons.to ói Francesco Gascon j Aitavos Preside di Q{uesjta Prov{mdì)a 
sotta a 21 dei passato mese ói Aprite dei cor(ren)te anno in MtJnt(elGO|ne {... e 



'°'' A3W . Notaio Satrìaiìo Didaco (Pizzo 1690-1739], Pizzo 2e.07.16&e, lib. LXXXJV, conia 2S6,f. 
56. °Die Ving[ss.)miì sexiJi m{en)sìJuonj Mitl{e^)mo Se\ce{esi)im Nonag[ss.)mo octjivo- ÌJid(itio);ie 
sexSo Reg{aan)Se. !u Cjv(ita)te PiSij nos noSus facimud por quod hodie p(redejJtD die in F](ost)rfl 
pres{ea]tiii personalmente coi]st(.itai)So iS m(^nifi}cD Car!o Jovane SosJ(itujto Ciiss{ie]ro in qiusàìto 
Regio Fundaco dei Pino e Bivoua^ il qiii^le spontes per nome e puriSà deUi ni{aqmh)ci Bof1io\o]meo 
CiorreUa e Gneiouo ée Nobili Regij aff\tfi^)n éetriìrr(.endajnea)to de Ferri di qi^jejsio Prov{inci)f] di 
Calabiin UStro asserisce, fj{uajin]ejitrB nei carico ni{enjto é'ogìi fatto eoi m(agmfl]co Gincom'Ant 
Cioffo flflìiflatojre deiyE\tratt[io]ui éeU'ogSi per extra sopra la Tortami di P{adc]on Nicotii Scarpoto ài 
Sorrento di Solme quattrocento ottnnVotìo. due terà et uno staio, s'è fatto do esso tìì{aQnih)co 
SiJst(itu]fo più voiSe instanza a nome di d[&l]i ss.ri oflìiflatoìri, alSi nn'agnifl)cj Gregorio viSaSe Regio 
Vices{ecis)to e Giacchino J a ziohuo Regio Creerò Sosi{ita)to di q{aes)to p{iede)tto Regio fuuéaco éel 
Pino e bivona. che facessero Sa stimo secondo S'ord{m)i e provifis.djui cf\e lo d{i31)o Deteg{a)to éi 
d(ett:)f] Regio Arreué{ajnea)to e é{&t)i FJi(agnifì)cJ Regij ofl^icia)!]' poco curandono t'iuteresse di d(ett)o 
Regio Anieadamsrijto hano fatto So sud[d&t)a sSima a docati undici So soSmo iti tempo cS\e corre a 
docaSi tredici tu soSnm. il che apporto grave donno, pregiudiao er interesse o d[^]o Regio 
Antendamenjto, che però esso tìì{aQih]co siist[itiÈ)o ha richiesto o noi infraSti Regio e PubSico Notaro, 
Regio Giudice ad cont.re et in vjrtù detla pres{en)Se se ne protesta non una, due. o tre volte, mo 
q{aan)tevoSte sarò necess{sir)io contro d[^]i m(cgiDfiìc; regii offiici^Si per essi fu repticatu che Si 
m(^nifi}cr Credono VitoSe Regio v]'ces{ecre)tó e Giacobino Jaìzotino Regio Cred.to SirsJ(itu)to di 
if(uesjfo Regio fundaco dei Pino e Bivono, dicono che So shma deSìi ogti olSo ragg{io)ne di ducati 
undici la saSma è stata ord(in^fo, confìrmuto et approbStata dtìJr!N(ustnssi]rno s1igno)re Cons.to di 
Francesco Gascon j Aitavos Preside di fl(ijes)&i Prov[mci)a sotto Si 21 del passato mese di Aprile dei 
coj(ren}te unno in Mont{e\eo)ne partihus auditis in contadictorio fudicio, tra iS nì(^nifi)cD CarSo 
CogSiardo^ e Si nf(^nifi)cE Agostino Gmocc^jo e GioiSimone IneSe GoviernÉnìn rf tìdni;n(istr£to}rj del 
Regio Anieadainen)to de Ferri di qi^iejsto provdna^o, delia qiua)Se detetninatione per d(ett}i 
miagnifìfci ginocchio e ìneSe non ju punto recSamato. né appeSìato^ di modo che di quétla per d(et!i 
offìicio}Si non si può né anche recedere senza nuovo ordine di d(ett)o RS{ustnssi)nio slignofr Preside, 
intesi essi m(ognijì)ci Vices(ecre)ti e cred(ito)ri. e li niiagnifi)ci negot{ionSti deSìa CitSò di MontieSeo}ne 
per rappresentare o d(ett}o itl(ustnssiSnio Preside che So stimn di d(ett!i ogli o docati undici So saSma è 
contro Sa forma del solito praticato in q(uest)o Regio fundaco deS Pizzo di tonti anni in quo che si 
trovano essi ojf(icia!li in q(ue!sto Regio fundaco e poiché d(ett!i vices(ecre)ti che sono da undici anno 
fra quaS tempo non si ricorda che t'ogSi si fossero stimati o maggior prezzo di ducati trenta la hotte 
Anzi l'anno passato neSt' ultimi mesi essendosi fotlo un' extratfiojne d' ogSio checalea in prov(inci)a pjjj 
di ducati cinq(\ianita Sa botte, non sj stimarno più che di ducati trenta, come appare daSU toro Sibri e 
deìSa copia d'essi nìondofa neSSa Regia Commera^ che però danno inta che dandosi copia delSa 
presienjte protesto si dia copia deSta pres(en)te reifica deverbo od verbu prout sacet citro pregiudidus 
di tutte, e q(ua)sivogUano oltre roggiio}ni centra quos. . perché aS plresenfte nétla CitSò di 
Mont(eleo)ne VogSi neanche si trovano a vendere o docati trenta la botte, come l'estato rappresentato. 
e do aStri offliciaJSi deSSo prov(inci)a si sono stimati a minor prezzo di docati trentatre conf{erma)to 
S'esato insinuato la botSe. Chiusura di rito. Testimoni: miagnìfì)co Thomaso Masdea, Leonardo vitaìe. 
Massimo Ventrice^ Francesco Piro^ Didaco Demuni. Hieronimojovane 



che...) non fu punto redamato, né appeìiato. di modo che di Quella per d{eQi 
o/fìicia}^' non si può né anche recedere senza nuovo ordine di d{eì^o 
JU{\}sìn^ì)ino s\\qt\o)r Preside". Continuando ad esporre le foro ragioni, 
aggiungono ins^uito che " poiché dietimi Wte^iecro)^, che sono da undici anno, 
fra quel tempo non si ricorda che Vogii si fossero shnìnti a maggior prezzo di 
ducati trenta la botte. Anzi Vanno passato nell'ultimi mesi essendosi fatto 
un' extrat{ìo)ne doglio che valea in prov(ind)d più di ducati cinQ{\ìan\ta la botte, 
non si stimamo più che di ducati trenta, come appare dalli loro libri e della copia 
d'essi mandata nella Regia Cammera, (...ed...) al p[resen)tó nella Citth di 
Mont[é[eo)ne Togli neanche si trovano a vendere a docaH trenta la botte" . 
L'episGdio esposto in lale documento é importante perché in esse vediamo 
prendere corpo una nuova stratta impositiva tatta tesa all'aumento detla 
pressione doganale sulla merce che transitava neir area dello sialo baronale e che 
diverrà in s^uito talmente esosa ed ingiustificatB da condurre alla esclusione del 
porto dalle importanti tappe del commercio marittimo medilsnaneo. 
Dal 1693 in poi le notizie sullo scalo di Bivona divengono ^mpre più rare e 
contraddittorie. 

E' il caso ad e^mpio del naufragio avvenuto n^ settembre del 1703 nella marina 
di Bivona della tartana di padronMtìttoo Guerino di Termini che trasportava "22S2 
tavole di fogo e carrate 3 e 'A di marrugi che aveva carricato nelia marina 
dell' Angitoia" . Lo sfortunato evento pone alcuni interrogativi. E' possibile che il 
maltempo abbia sorpreso a tal punto il comandante dell' imbancazione da non 
con^ntirgli il riparo nell' approdo di Bivona? Oppure l' approdo in queir anno non 
era più esistente? E' certo che quasi la metà del carico viene prontamente 
recuperata, infatti il 22 di quello stesa: mese viene spedita dal magnifico Protro 
Casseris di Palermo, acquirente del carico, al magnifico Gregorio Campò di 
Montelecne una speciale procura per curare gli interessi del commerciante 
palermitano, nonché ^ev "far caricare dalla marina di Bivona con l'assistenza de' 
regi ufficiali le 1058 tavole e marruggi carrate 2 e 'A recuperate da detto 
naufragio, comprese le altre tavole di fago numero 964 rimaste d'imbarcarsi" su 
una nuova imbarcazione "detta La Lanterna del padron Giuseppe Arbitrio di 
Messina" alla volta di Palermo'^. 

La partenza dalla marina di Bivona del nuovo carico rende erroneo pensare che 
l'approdo non fosse più utilizzabile in quella data, tanice che si proferisce caricare 
anche da quella ste^a marina le tavole che erano rimaste all'Angitola, ma una 
attenta lettura dell'episodio pone più di una perplessità sulle sue condizioni 
stnitturali. E' infatti più probabile che nella marina di Bivona il decadimento 
stnitturale dell'opera di banchinaggio fosse tale da non offrire più un sicure riparo 
alle imbaroazioni sorprese dal maltempo piuttosto che ipotizzare che il comandante 



ASW. Wotflio Satiiatìo Didaco, Pizzo 10.11.1703. lib. LXXXIV, conla286. L 49. 



89 



dell'imbarcazione naufragata non ne conoscesse l'esistenza. Quindi possiamo 

dedurre che la struttura, inad^uata nelle condizioni estreme di maltempo, fosse 

comunque utilizzabile in quelle di tempo nomiale. 

A tale considerazione va aggiunta quanto raccontato dalle cronache locali che 

narrano dell' improvi ssa sparizione di gran parte della strutbjra dei moli dopo il 

disastroso ten^moto del 1638'^^ dovulape"lo più all' eccezionale apporto di detriti 

da parte dei torrenti S.Anna e Trainiti. 

E' il conte G. Capialbi, autore nel 1659 della prima monografia sa Vibo Valentia. 

che descrive come "...longoQue trnctus veluti brnchio curvatn seper exensa 

mura..."'^'' ciò che restava delle struttura portuali, facendo supporre che la presenza 

di tali struttura facilitassero l'approdo alle leggero e veloci imbaroazioni 

tijrchesche, e ciò costrinse i romani pontefici ad ordinarne il totale inabissamento, 

che venne provocato deviando il corso dei torrenti Trainiti e S. Anna, facendo 

confluirai lora detriti all' intemo del bacino portuale'^'. 

In seguito, nei primi anni del '700, il Bisogni scrive che all'inciica n^ 1645, il 

Trainiti "retrocessiti & maximum propè Castrum iacum effecit, quo crnssum 

agebat aerem - Hinc omnes ibi habitantes occióun; necnon & miìites Hispnm, nò 

castri custodiam destinati, ipsum inhabitatum retinQuerunt: Et haec fuit causa 

Castri destructionis"''^^ 

La fin qui dimostrata organizzazione dell'attività portuale fin tutto il 1698 

smentisce inconfutabilmente le notizie forniteci dagli eruditi locali. 

Grazie alla ricerca archivistica è possibile tracciare un nuovo, quanto diverso, 

percoreo in^diativo dell' area costiera del Ducato di Monteleone, ricomponendo in 

parteil quadro dell'organizzazione portuale del R^no di Napoli. 

In realtà già nel I63I. quindi ^tteanni prima del ten^moto che dovette pravocaro 

la scomparsa di parte delle strutture portuali, il porto di Monteleone compare tra i 

porti che per decreto vennerono "proibiti a ioscaro"^^\ 



'"'CNR, 1962. 

"''G.Capiaìhi,Origims^sitti^ nobiìitaSis CmSntis Moiitisìeonis Geograf^iai Hisioria eiusdetn CivìOitis, 
Napdìi 1659. pp. 6-25. 

"' Tale DcCizia viene p:a npseGadaMù gk eruditi locali, cfr. ad esempio Mainano G.B,, Scritti vaiii, 
Laureana di Boirello 1913, voL I, p. ITL- P. Tarallo, Raccolta dì ttotiae sultn citSà di Monteleone. 
Monteleone Cai. 1926, p.9. 

""Disegni De Giù, /^;pponÉ^se(j VibouisVuSentiae.velMontisSeonis. ousoniae Civitatis occuratn 
Histono in tres tibros éivisa, Napoli 1710. 

"^ ^in^M..Attìvitò economiche e diritti feuéaìi nei porti, coricaSoi ed approdi meridioniiU tra iSXVI 
eXVllI secolo, m. AA.W. Sopra ]' porti ài More. ?ol. Il, !l Regno di Nopoìi, a cura di Simoncfni G. 
1993. p 379. Cfr. ASN, Soram. Not. 9ef. insentoaE. 194(17/3/1631). Popolale decreto dei portr 
calabresi sopravvissero iiffìcialmente solo quelli di Belvedere. Pizzo, Chitone e Reggia 



90 



provvedimento, che causò una drasEica riduzione dei porti calabresi tia il 

é1 ed il 1647, venne resD necessario per contrastare in qualche maniera l'aElora 
fiorente attività dr contrabbando. 

Il provvedimento provocò certamente una diminuzione del traffico commerciale 
ma, come dimostrato dai precedenti atri notanri, non la scomparsa dello scalo 
bivonese. 

ParB del resto improbabile, come vedremo, che moiri anni dopo tale pruibizione, ed 
esattamente nel 1692, Donna Giovanna Pignatel li versasse al Regio Fisco l'enorme 
somma di diecimila ducati, per assicurarsi defini ri vamente "i corpi 
dfitr Ancoraggio, e Falancaggio di Bivona"^^ ù un porto la cui rendita annuale 
fosse stata inferiore alla somma versata al Regio Fisco, o comunque, perconrinuare 
a mantenere sotto la giunsdizione della famiglia ducale un portD già all'epoca 
totalmente inabissato per ordine dei romani pont^ici, secondo quanto tramandatoci 
dagli stonci locali, o la cui rendita fosse stata definì ri vamente compremessa dalla 
proibizione generale del 1631. 

E' certamente vere cheli porte di Bivona, nei primi anni del XWUl ^colo, ebte a 
subire una vera e prepria recessione economica, ma la documentazione eastente è 
in grado di tesrimoniame la produttività fin quasi gli utrimi anni 1700, spostando 
co^ n^ri anni il suo abbandono e la sua scomparsa di ben cento anni rispetto a 
quanto affermato dagli storici locali. 

Probabilmente proprio perché l'athvità del commercio marittimo veniva svolta 
all'intano di untenitorio a completa giurisdizione baronale, e perciò stesso dototo 
di conringairi militan locali in grado di fronteggiare ogni fenomeno di 
contrabbando, si sottraeva, in virtù del privilegio baronale, alle regole ed agli 
ordini regi. 

Le disrinzione più rilevante, dal punto di vi^ aministrarivo, tra i porti baronali e 
quelli regi consisteva fondamenti mente nella competenza esclusiva dei benefici 
economici e degli oneri gesrionali delle atrività di dogana portuale, alle 
prorogarive ed ai privilegi concesse dai rcgnanri alla famiglia ducale, nel nostro 
caso appunto alla famiglia Pignatellr acuì apparteneva il Ducato di Monteleone'"^ 
Non essendo quindi oMigatoria la "rendicontazione" ai sovrani dell' enrità e della 
qualità del movimento mercantile s^^olto all'interno del porto di Bivona, il 
materiale documentario di tale atività è rimasto sconosciuto agli stodiosi proprio 
perché mai pubblicato assieme a quello degli alhi porti del Regno, di conseguenza 
quello che sembrò carattenzzarsi come un periodo di disuso e d' abbandono dello 



'^' vedi documento in Appendice. 

"^ Tale di^nzione appare Ln tuttala sua valenza nella vertenza che fide contrapp^^ tra il Duca di 
Monteleons ai regi sovrani per la deCeiminazione dei coipi feudali di falancaggio ed ancora;gio 



compresi nei pivilegi elargiti a Pignatelk 



91 



9;;alo, che coincide con il lungo periodo del dominio della città da parte dd 
Pignaisfli, in realtà altro non è che un "buco" documentario, che anche oggi risulta 
difficile colmare per intsR). 

1 documenti finora rintracciati dimostrano altresì che la stessa "gestione baronale" 
del porto di Bivona, che in un primo momento aveva influito positivamente sul suo 
destino, si rivelò ben presto causa fondamentale del suo declino, proprio perché 
lentamente, ma inevitebil mente, fu sottoposto a tali e lente vessazioni fiscali, dazi e 
tasse doganali, da tendete svantaggioso economicamente a qualsiasi atmat^re o 
mercante attraccarvi. 

In tei ^nsc si pronunciano anche gli stessi cittadini, in una delle tenie suppliche al 
Re contro i Pignatelli, nel tentativo di rivendicare le ragioni dell'appartenenza al 
Regno dell'Università di Montelecne'^: "avetì un Porto più grande che nei Regno 
si rattrovavù. essendo di iinen retta più di un nìigìio..." scrivono" ed ora rovinato 
da iX)icchè avea essa avuto i'infeìice sorte di essere baronate; nìa che iì d(ettìo 
porto poteasi con poco denaro ristorare ed in tal maniera ii commercio si 
aumenterebbe coìta ricchezza di tutì, ed iì Reai Erario per mezzo detta Dogana, 
ma più come da q(ueU)a Cdp(it{i)ie aììa cittn di Messina non vi era altro porto, 
cosi i'armùta di V.M., in caso di necessità sarebbe in evidente pericolo, se non ti 
riuscirebbe di prender per Quetìo di Messina"^'' . 

La supplica, redatta nella metà del XVIH secolo, continua fornendoci una la 
precisa collocazione del porto rispetto al Castello di Bivona, quando aggiunge che 
"neìia marina di bivona tiene inoltre esso JU.mo duca un Castelto fortissimo, 
guarnito di piccioli cannoni, che domina il Porto", collocando il porte proprio 
nelle immediate vicinanze del castello. Confennando inoltra le vessazioni fis:ali 
che noli' area si perpetravano i cittadini montelecnesi, rappre^ntati dai loro sindaci 
e dagli illustri personaggi dell'epoca, continuano affermando che "il Castellano 
(del Castello di Bivona ndr.) tiene giurisdizione proibitiva di vendere commestibiU 
per tutta la marina di Bivona, spettando ad esso solo taì preteso jusso; e si 
puniscono i controvenienti collo carcere e perdita delta robba, esposta a vendita. 
Tiene inottre esso Castellano proibitiva delta pesca nel mare che bagna il 
territorio di Monteteone e jusso di esigere passi daile cavaicature di soma che 
passano per colà, e di Qualunque altro animaie che per negozio si passa per detto 
territorio"^''. 

1 riformazioni precise sul carico fÌ9;;ale a cui era sottoposte la merrranzia che 
transitava nell'approdo costiero, le fomis:ono il puntigliose memoriale del 
Magnifico Don Angelo Galante, che dal 1755 al 1757 risulte affittetora della 



'" ASM. Archivio Pìgnotelli-Cortez. Se. 67, fase. 1. a 3 e t 
"^ ASN. Archivio Pìgmtelli-Cortez. Se. 67, fase. 1. n. 3 e t 
^" ASN. Archivio Pigmteiii-Corlìez. Ibd. 



92 



Dogana di Bivona^^. Egli affemiava; "L'uttimo stato però sino ai prossimo anno 
1757 è questo cioè: 

J - Rispetto ai Jus Plateatico deità Bagiiva di MontÉÌeone e suo distretto si 

esogevano gì1.^a 18 ad oncia in beneficio delia Camera Ducale dai ForesHeri o 
Compratori o Venditori sopra qualunque merce, specie d'Animali e generi di 
vittuaglia venduta, o comprata netia detta Città di Monteieone e suo Distretto; 

U - Rispetto alla Dogana di Bivona si esigeva il medesimo dritto di gr{an}a 18 ad 
oncia dalli venditori e compratori forestieri di Monteleone, simiimentÉ sopra 
qualunque merce, specie d'animati e genere di vittuaglia, che si comprava o 
vendeva da Forestieri nelle pertinenze di Bivona, senza farsi distinzione se ie cose 
che venivano in compra, fossero nate in Bivona stessa, in mont&leone e suo 
Distretto, o venissero altronde da altri feudi. Insomma si esigeva nelle pertinenze 
di Bivona ii medesimo dritto, e nella stessa maniera sotto il titolo di Dogana, che 
si esiggeva sotto il titolo di Bagiiva o di Jus Plateatico in Monteleone e suo 
distretto: 

Uì - Rispetto al Porto di Bivona si esigeva ii dritto caricatorio sopra qualunque 
cosa (merci, animali, vitluagiie, ce.) che si eslraeva, e s'imbarcava per lo detto 

Porto...""'". 

1 preziosi documenti riportati sono delfa metà del '700, ma è facile immaginare 
che tafe tendenza vessatoria abbia avuto un inizio più remoto, e certo fu causa 
n^li anni, di una lenta ma costante esclusione del porto dalle tappe del commercio 
mediterraneo, lanbo da dimmure notevolmente il gettito delle entiais doganali, e di 
con^guenza ben poco o quasi nulla venne più investito per la manutenzione delle 



'^* ASN. Archivio PignateUi-Corlgz. Sc.78, f. J. il 17 e 18. Pareri dei Magn."^ Don Angelo Galotìte 
a ffìttaSore éélla Dogano ói Bivona - Ì3 Aprile 1755 - Scnttì diversi e tiotiaedejussi speitatiti ai Porto 
eDoganadiBivoiìo. 

■'^ ASN, Archìvio PignatéHi-Cortez, Sc.7B, f. I. n.17 e IS. Paren del Magn." Don Ai^o Gdante 
affìttctore della Dogana di Bivona- IBApnle 1755- Scntti diverei e notizie de J ue&i spettanti al Porto e 
Dogana di Bivona ; " ITEM DìcSj Um.s Dux habetjus Dohoue Bivone quod jus e\igit[ir ad rabone 
grauonim decema et octo prò qualibei uncia oh exteris Diete Terre MouUsteoms vendeuSihus. sivo 
emeutihus in pertineiìas Bivoiìe omnes, ei qua}unque res; ei quando vendiSor e Compitoore ambo sunS 
exteri dicSum jvs exigiSur oh uSuoque. sciìicei Som a vendiSore^ flijnr?] ab comp-Sore ■ Soìez tocan 
singuhs ounis ducatis ceunSiitìì. et vigenti, et p/irs canéelo occensa plus offereub. 
Siccome espresso r?]e;i2ione se ne fo nel privilegio delia veiìdiSa. oSSre in detta Dogano di Bivono, 
dicendosi jji queUo cum Dohana et Porta Bivoue open accentuare, che non ve ne faccio r/iensione 
atcuno Supponesi^ che tutt^i Duchi di Monteleone dol detto anno 1501 fino aU'odiemo Sig.' DucaD.' 
Fabnzio siono stati net quieto, tegittimo e non mai interrotto possesso di detti Jussi di Baglivo di 
Monteieone e di Dogano e Porto di Bivoim." Poi continua con la citazione nportdanel testo. 



93 



stiutture portuali. 

La scelta quindi di non investire un solo ducato per il ripristino delle stnitture 
portuali, unito al continuo intsrTamento del suo bacino, nonché gli effetti nefasti 
dei violenti terremoti del 1638 e del 1783, furono le principati cause della fine 
dello scalo bivonese. 

Non sappiamo quali e quante strutture sopravvissero a tale concorso di eventi, ma 
certD i pochi resti con^ntirono ancora per anni l'utilizzo dell'approdo costiero, 
anche se probabilmente solo per fé attività legate al piccolo cabotaggio costiero, 
visto che il movimento mercantile viene confermato dal fitto della Dogana e dalle 
stesse esazioni doganali effettuate fino al 1754, cosi come dimostrato dal riportato 
memoriale del Galante. 

A tale preziosa testimonianza è da aggiungere un ulteriore documento, ad esso 
contemporaneo, redatto come atto di fede dei precedenti affittatori della dogana, e 
che recita testualmente: 

"Per noi Sotti Nicolao Brmznsco, Nicoìa Conóoieo, Ant{orà)o de Angeìis, ed 
Atìt{ori]o Sebinni di qiueistn città di M{onte}^mne, si fa piena e veridica fede, con 
giuramento e con animo, ta p[r^se)nfe ripetere eguaim{eh\tÉ: avendo 
respettivam{en^e affittato daita Camime\ra Ducale di Q{ue}sta Città, e per essa ii 
suo Erario. ìa Dogana Baronale di M{orÙB)ìione suo distretto, e q{ue)ìla della 
Marina di Bivona, e rispettiva ni{Bn)te esatto la meó\eà]nìe per più e diversi anni: 
Quando si imbarcavano gli agli nella Marina di d{eìi^a Bivona, tanto gii ogìi, che 
venivano fuori dalli Stati di M{orÙB)ìione, quanto di Q{ue\lli di dietimi Stati, sempre 
esiggevamo, tanto per gl'uni, quanto per gl'altri, carlini tre per ogni botte per 
dritto di Dogana Baronale, e non altro titolo, e cosi solevanìo affittarla, siccome 
così e con d\eìiìo jusso sempre si è affittata; 

Onde per esser q[ue\sta la verità abbiamo fatto la p|rese)ntóc/ìe va sotta da nostre 
proprie mani eroborata da leg{àì)e Notavo." ^' 

Come si denota da tale atto di fedé'^', redatto il 2 novembre del 1754, il porto di 
Bivona continuò ad imbarcare e sì)arcare botti di olio fino a tutta la metà del XVlll 
^colo, il che esclude aule mali cmente le tesi dell'abbandono dello scalo 
anteriori ormente a tale data. 

L'atìività portuale è quindi documentata da atti doganali fino al 1754, anno questo 
che sembraesserel'ultimo della sua esistenza; una sorta di spartiacque cronologico 
oltre il quale nessuna notizia sul porto è stata scritta o riportata, tanto da far 
ombrare che scompaia airimprovvisD nel nulla. 



^"^ A3N. Archivio PÌQi\Qteì\i-Corteì, 3c. 78. LI. n.M9. Fede degli affittaton déìia dogam di Bivona. 
M.lioue li due novembre 1754. Seguono le firme in fede degli ex affittatori e del Notaio Xaverius 
Atìtonucci Bellaume. 

■'^ Alto di Feda Giuramento, eff^tudB dinanzi le autontà, snUavendicità della propnatestiinonianza. 



94 



Di fatto documenti anteriori ataledataconfennanoruìiUzzo dello scalo e, comesi 
è visto, r esistenza di un diserà movimento di merci in grado di attirare capitali 
privati nella gestione e nell' affitto della struttura doganale. 
Addirittura il fitto stessD del Castello di Bivona per un periodo compreso tra il 
1730 ed il 1734 risulta legato alla possibilità di godere dei benefici legati alla 
presenza dello scalo marittimo, derivanti dai "...deritti di Saimaggi, passi, 
anchoraggi. tnaghuTzitìi, terre appartenentino ed annesse a ó.(ett)o CasteUo..." 
comprendendo inoltra in tale fitto quelli " ...sopra la Tonnard ed altre barche 
pescareccie, e con tutti nitrì suoijussi, dritti ed emolumenti dovuti solili permessi, 
leciti, e rìon proibiti..."^ come si rilega dall'atto notarile con cui Arìtonio 
Scordamngiin dui Casale di Longobardi prende in affitto per quattro anni il 
castello. 

Ad aggravare ulterionnente il destino dell'approdo costiero contribuì anche la 
causa per la difesa dei diritti demaniali, premessa nel 1769 da un groppo di 
"zelanti" cittadini di Monteleone, in quanto, a tatara della principale causa 
demaniale contro il Duca Pignatelli, venne riconosciuta inesistente, e quindi 
"usurpata", l'investitura del Duca a Sostituto Monti ero Maggiore e di Castellano di 
Bivona, titoli dei quali venne privato nel 1775^^". 

Risulta evidente che tale decisione, con la perrita di privilegi strettamente l^ati 
all'area costiera, non potè che provocare il definitivo disinteresse dei Pignatelli al 
ripristino dell'area poriiiale. 

Con tutta probabilità da quell'anno in poi il poriD di Bivona, o meglio ancora i 
ruderi di quello che era stato l'antico poriD, ritemarano setto la giuridizione regia, 
ed in tal senso è emblematica la decisione del nuovo Regio Porinlano, il 
monteleonese Don Tommasc di Franci^''\ d costruire il suo palazzo privato, da 



^"^ ASN. Archivio PìgtìoteUi-Cortez, Se. 79, f. 1. il 7. Rogdoil 31 Egosto del 173a 

■'^ Cfr.: Luciano D., // tramonto deììa feudoìitii a MoiìteSeotìe di Calabria nei settecettSo. in Congresso 
Stonco Calabre&e, 6, Catanzaro 1977. Atti del VI CongresEO... , Catanzaro 1931, v.2, pp. 353-370. Il 
titolo di Montiere Maggiore e di Castellano di Bivona si puòntenere uno da punti minon della caus^ 
tant' è che lo stesso duca ntenne di non insistere sulla rivendicazione ditali pnvJegi, concentrando tutte 
le sue nsorse ed annazie per difendere il suo più ampio potere baronale. 

■'* Alcuni conponenti della fannglia di Francia (a volte npoitati come de Frama, o di Pranza) già m 
precedenza avevano svolto l'incarico di Portolano, peni Ducao di Monteleone. Si ncordano Leoluca 
de Pranza, che nel 1696 fu anche sinda:o dell'Umveisità di Montelone^ Orazio di Prama, portolano nel 
1704: Domenico A ntomo di Pranaa, portolano nel 1739. Il Barone Francesco di Francia di Montelone 
acquistò il 7 settembre del 1759, per 46.000 duccÉi la Terra di Santa Caterina, dal Duca di Monasterace 
Francescantomo PerreUi, compreso il dmtto di Portolama. La scelta dei regnanti non poteva quindi che 
cadere, per l' espenenza acuisita, su di uno dei suoi membn. Tommaso di E^rancia, risulta ancora nel 
ISOl Regio Portolano. Cfr. Von Lobstem F., SetìeceuSo Calabrese ed uSSn sentii. Ed. Frema Sud, p. 
341; Pellicano Castagna M., Le ultime ittestasom fendali in Calabria^ Ed. Effe Emme, p. B9, nonché 



95 



adoperare per le rappresentanze dovute al suo mandato, nella rada di Santa 
Venera, luogo in cui succe^vamentevenH realizzata la nuova stmtbjra portuale. 
Come già detto, dalla seconda metà del '700 in poi, non si rintracciano precisi 
cenni documentari sull'attivilB del parto di Bivona, cosi come, da quell'epoca in 
poi, l'approdo non viene più descritto nelle cartografie nautiche. 
Del rasto non vi è alcuna indicazione del porto rinascimentale nella 
parti Golareggiata "Descrizione topografica dei Lago, o sia ristagno d'acque 
accanto ai Casteìto di Bivona" redatta dal R^o arrrhitetto Giuseppe Vinci^™ r^ 
1765, né nella "Piantn e Profiii delia noveiia strada che dovrà [arsi da questa città 
di MontÉieone neila Marina di Bivona"^''-\ restia dallo stesso architetto nel 1784. 
Le descrizioni riportate in pr^edenza inducono ad ipatizzaro la localizzazione del 
porto medievale ed altomedievale proprio accanto al Castello di Bivona eppuro 
nella desztizione del Vinci del 1765, dove tra l'altro viene rilegata sia la linea di 
costa comprosa tra il Castello e la Torre di S. Nicola, che lo specchio d'acqua 
dolce del Lago di Bivona^"\ non apparo nessun rudero o ^no strutturnle che 



Tarallo P., Ruccoìta di notizie suUa cittìi éi Mottteìeone, Monteleone Calabni' 1926, p. 232. 
Precedentemente avevano ^olto l'mcanco di Portolani i magniEici GLcComoGaiTelta[1691), f^attheum 
edHonofiy della GortE (1613): JacopuEHan±aU563): Joseph GaballusU560j. 

^"^ ASN. Archivio Pignatelii-CoTteì. sc.73,fl.l.al^. SJ. 773/2. Relozione coilo Pianta de Territori 
adiacenti ai Lido di Bivona speitanti nSìn Cunìeni Ducate con quelSi delia Mensa vescovile di Miieto. 

■'^ ASN, Piante e Disegià, cait XXXI, a. 25, Pianta de Profììi deUa novelìn strada cite dovrà farsi da 
questa citìò di Monteieone neìia Marino di Bivona per ordine di S. E. Sig. D. Franc.co PignateUi 
Tenente de' Reati. 7 agosto 1 784. 

'" ASN. ArcMvìo Pigimteììi-Cortez, [bid:Mir Ifì.ino Sig.r D. Carlo Rocca Gov.re Gt.e interino e 
Razionate di questi Stati di Monteleone e Briatico. In esecuzione di quanto a voce mifu incaricato da 
Vs. ULmo in virtìi deSt'Ordine peggevolìssitno di S.a E.a devo riferirle suSla pendenza de' terreni 
spettanti a questa Camera Ducale adiacenti alla Sponda dei mare, e contigue ai Castello di bivona^ e 
dei Lido, sia letto abbandonato dai ntare. che presentemente trovasi maggior parte arenoso, parte 
ristagni, e picciota parte iimaccioso. principiando dai detto Castello fintanto va ad incontrare il fiume 
chiamato Trainiti. Causa d'un si spazioso Lido s'è il detlo Trainiti che netS' aSluvione porta seco 
quantità d' arene e le rilascia nel mare, il quaSe le ridonda al Lido, che per ogn' anno mirasi sempre fàii 
accresciuto; per qual Lido da Bruno Messina a favor delia Camera Ducale s'offerse la somma di docatì 
40 per lo spazio d'anni quatlro e se ne fece il contratSo concedendosi al medesimo dot pnnapio delia 
sponda finche incontrava i confini delie terre della Mensa Vescovile di Miieto. Ma comechè il detSo di 
Messina oltre ii vero lido osseiyò neile terre della Vescovile Mensa a lui ignote superfìcie d'arena 
cagionata dal fiume, che credea Lido-. Onde per quanto compariva arenoso ne formò un fosso 
divisionale di confine; avvedutosi it Fattore della Mensa del fosso ed aggregazione ne fece parola di 
quanto spettava loro, e fìndove tendeano i ioro terreni. Pertanto se ne Umiiiù dai Sig. Erario veridica 
reSaztone a sua Ecc.a, che ne richiese da me giusta Pianta e con segretezza, dividendo j terreni delia 



96 



possa essere identificato come opera di banchinaggio. Nella piantina oltre al lago 
di Bivona viene dGscritto un altro laghetto d'acqua salsa "formatosi dalie grandi 
burrnscfìe di mare ed aUuvioni neiVarmo 1 767 nei Udo ói mare vicino ai Casteìto 
di B^vonù""'^. Tale accurata c^9:rizione potrebbe confermare ripetasi, avanzata in 
questi ultimi anni, che un' imprevvisD quanta violento esento metereclogico abbia 
potuto ptDvocam la formazione di un' alta duna sabbiosa, che causò 
l'insabbiamento delle stmtbjre portuali ed il repentino avanzamentc della linea 
costiera. 

Queste evento spiegherebbe la ragione delle limitate informazioni sul porto negli 
anni successivi al '700. 

Già net 1714, nella carta della Provincia della Calabria Ultra redatta da Domenico 
De Rossi, il porto viene rilegato solo dalla pre^nza di una torre, denominata 
appunto "del porto", ed appare deszritto come poco sicuro, in un codice cartaceo 
utilizzate dalla marineria commerciale nel 1762, che nell'area di "le Bibone" 
collocala "caia di S. Nicola", definendola "buona perla caia... che se gli entra da 
maestro, e gli è buon fondo; e se ormezzano in quatro e gii panino stare dui galere 
berìissimo, e sema dubbio in traversia sono ponerìti e Jjfaecch^"^''' . 



Mensa^ e Lióo spetÈatte aììa sua camera. Mo perché offiào mio s'è ubbidire n cenni uticodetSo Erario 
andammo ad esaminare le pretenàom deUo Mensa Vescovile e Camera ducale'. 

^"^ ASN, Archivio PignateUi-Coriez. Ibid: "poriaj ancor meco due piante rilevate una nel Mese 
d'Apnte 1766. l'altra nell'Agosto Ì767 come ambedue son delineate nella qui annessa Pianta che 
dimostra l'antico sentiero della Confìnazione de' terreni della Mensa, Segnato come G.G.G.G. Come 
anche dimostra un gran Lido con ri^agm. uno formato circa anni éieci indietro seg.o come AA. 
L'altro nei Mese d'Aprile Anno ì 767 Seg.o lettera B come dimostra una parte limacciosa segnata 
lettere C.C. che nell'Inverno sj vede sempre allagata, si per le escrescenze delle acque Correnti dì 
Trainiti, come delle acque che rimandano ì terreni della detSa Mensa^che mai badò raccogliere l' acque 
giovani. Descritti adunque i confini della Mensa, che chiaramente s'osservano, ed il liéo^ passo a 
descrivere il fosso formato dal detto Messina segnato in Pianta lettere L.MJ^. /ormato effettivamente 
dentro le terre della Mensa, che creéea esso Messina letto abbandonato dal mare; e certamente soci 
sembrava a prima veduta per quella picciolo superfìcie d'arena che copnva porzione di vera terra 
vergine delia suddetta Mensa, quale noi vidimo non poter esser altrimenti; ma j veri confini sono si 
della Mensa come del Udo, quelli, che in pianta descrissi e segnai: quantunque il Messina rapporta che 
nell'istessa direzione del fosso da lui formato rattrovarsi una strada pubblica ma da noi non fu trovato 
vestiggio alcuno: Tanto devo rifenra V:Si fila per adempiere agli ordini veliero fissjmr di SuaEcc.a, e 
pieno d'aita stima resto dicendomi. D. V:S: Illa Monteleone !3 Ottobre 1769. Gius. Vinci ing. 
Ducale' .Piopno rAn:h. G. Vina, dietro incanco del Duca di Monteleone, quindia anni dopo progetto 
una strada che daMonteleone conduceva alla manna di Bivona, nel quadri' di una più complessa opera 
di ncostruzione dell' anijcopoito, opere tra l'altro mai realizzie e di CUI se n'è persa traccia 

■"■ AzumG., Carta di Navigare, Civico Istituto Colombiano. Studi e Testi. Sene Geografica 3. Genova 
19&&, C. 104 V, p. 277. V'é da scttolineare la impressionante diminuzione delle galee che possono 



97 



11 porto ducale di Bivona tra il 1754 ed il 1767, condividendo in questo la stessa 
SDrte del porto romano, fini per essere complelamente arenato della fonnazione di 
una duna sabbiosa provocata dai detriti dei tanenti Trainiti e S. Anna che, oltre a 
ricoprirne completamenis le strutture, lo allontanarono definitivamente dalla linea 
di costa. 

L'area divenne ben presto cosi malsana che lo stessa atlraversameito veniva 
szonsigliato ai viaggiatori europa che intendevano recarvisi alla ricerca delle 
antiche vestigia greco-romane, eoa come racconta, a metà del 700, il Barone di 
Northumberìand, Herry Swinbume: "... Avevo intÉmione di óediaire una giornata 
aìie rovine di Hipponion o Vnientin. che sorgono in un iuogo chiamato Casteiio di 
Bivona, circa sei migiia a occidente ói Monteleone, ma i frati mi assicurarono che 
non vi avrei trovato nuUn che valesse ii disturbo: te uniche vestigia rimaste sono 
alcune voite e passaggi sotterranei. Infatti ii conte Ruggiero ha trasportato tutte ìe 
colonne del tempio ói Proserpina neìta sua grande Chiesa deità Trinità di Miieto; 
altre colonne di marmo bianco sono state dissepolte negli ultimi decenni e portate 
non si sa dove"^^^ . 

Nel 1775 la marina di Bivona è onnai del tutto priva di strutture in grado di 
garantire un sicuro approdo nella rada, tante che la notte del 24 dicembre di 
quell'anno, venne trascorsa in sosta alia fonda dalla martengana "Modonna delia 
Grazia e SS.mo Ecce Homo" del patron Domenico Cariddi, messinese, che aveva 
l'incarico di imbarcare "un pieno di carboni di Sovero" dalla Marina di S. Eufemia 
a Reggio.^" 

NorKiàante dò, il G. B. Marzano scrive che ^condo la testimonianza di un suo 
avo, le strutture del porto di Bivona erano in parte sopravvissute al terremoto del 5 
febbraio 1783, visto che le sue mura si vedevano ancora a fior d'acqua quando, 
pochi mesi dopo, fu pr^^ntata istanza al Re di Napoli Fenlinando IV di Bortxine 
dal suo parente, il nobile Guglielmo Marzano, sindaco dei nobili di Monteleone, 
nel tentativo di ottenere il ripristino dell'antico porto della città. La lettera recita 
testualmente; "S.R.M., Sire, ii governanti di Questa città di Monteione e i cittadini 
della medesima, qui sottnscritti, con umil supplica rappresentano alia V.R.M come 
alla Marina di Bivona, territorio di essa città, esiste l'antichissimo porto, famoso 
anche presso i Romani, sito nel Golfo di S., giacche corre dalia Regia Torre di S. 
Nicolò sino aU'aitra Torre Regia verso ìa Città di Pizzo, per io spazio più d'un 
miglio, con Castello denominato oggidì di Bivona. Detto Porta patì danno 

Etazionare nel poito; dalle 12 galee del 1550 si pas^a alle 6 della fine del 5C0 ( Sogliola- C aitare) , per 
scendere definitivamente alle 2 galee del presente ccdice, pnma della definitiva sromparse del parto 
nella cartcgrafia succe&Biva 

^" PiaziaF.. Dalla Puglia alla Calabria con Henry Svinburne, Ed. G. Barbera. Firenze 1966. 

'■'' Thpodi G., Op.ciL 1994, p. 224. 



ììelV incìirsìOJìG dei saraceni, e proprio nei nono e decimo secolo, e come nido di 
quei Corsari, v'è tradiiione che si fosse ridotto in un piccoio fmmiceUo detin 
Trainiti, per iscorrere neUo stesso porto e riempirlo, come in [atH in oggi è 
riempiuto in buona parte, ma non già che i muri non siano presso che a fior 
ó'acQua e con ia magnijicenza di V.R.M. non si possano ristorare; ed infatti 
continuamente vi approdano bastimene, ed i Regi Sciabecchi neW espulsione dei 
Gesuiti che vi trovarono ricovero; e però rendesi necessario io ristabiiimento dei 
Porto medesimo aUa Provincia e Regno tutto; essa Provinciaa è circondata da 
mare e spiaggie pericolose, e scio ai Ponente d'essa trovasi detto Porto, cosiccfìè 
da Messina per correre a Napoii non v'è aitro scampo dai venti di Scirocco e 
Libeccio, e moltissimi sono stati in conseguenza i naufragi per tal deficienza""^^ . 
Ma ìa proposta del sindaco montBleonese non ebbe alcun seguito, p^ la forte 
alterazione che l'area aveva ormai subito nel corso dei secoli, anche se lo scalo 
vibonese, o meglio ancorn, que muri che erano "presso cììe a fior d'acqua" come 
scriveva il Mariano, ed "in cui continuamente vi approdano bastinìenti ed i Regi 
Sciabecchi", continuò ad essere ancora utilizzato, seppur come tappa secondaria 
nei trasporti marittimi regionali. 

In tal senso prBzio^ testimonianze le ricaviamo da alcuni episodi veiiticatisi negli 
anni successivi al disastroso terremoto del 1733. 

E' il 7 febbraio del 1785, quando i Sindaci di Montelecne Capialbi e Cannata 
sottoscrivono dinanzi al Notaio Leoluca Candela, una pubblica procura in bianco, 
nella quale, "non potendonsi essi conferire neìia Città di Napoli, impediti 
dall'affari urgenti di essa Città""" nominano un loro procuratore che "per vece e 



^" Mariano, Op.ciL 1926. p. 174(note). 

'■'* ASW, NotoJo Candela Leoluca {Monteleone, 1732-1839). 7 febbraio 1755. Voi. 1. corda 1105, f. 
73 e ss. '!n Nomine Domine amen. Die SepSima mensìs Septembris Mitlesimii SepSiugnEsima 
octuagesimequinte. Tertis iiìdiiZifSjnis in dvitate Monsis Leoms^Persoiìalmifatìe Cosli(tiJit)J lìeìla 
F(rese)n?f] mia li Sig{aiì)n D: Viucemo Capialbi^ e D: GianoSta CannaSa atlunli Sind{i)ci di questa 
ÌUiustnssiJma e feéetissitna Citth di M{oiÈe)Leone a Noi beneCognit^is, li quali essi^ e per ogumuo da 
migliore vi asseriscono q\iaSmienL)e, noi] potendonsi essi conferire neSla Città di Napoli, impediti 

dall'affari urgenti di essa Cittò^ jìdafi intunSo ueUn fede del Sigr . ... degente nella Città di So 

med[ssim)o benché assente, come presente net nome sud{di3:)So. Consituiscono^ e fanno di loro 
leg[i\h)mD Proc(iiral;o]re, con tutta la facoltà che conviene; deciò Procurato] re notmne. e per vece e 
parte di essi costituenti, possa, e voglia comparire nel Tribunale della Regia Camera, e 
Sopraintendema di essa Città di Napoh. e dovunque bisognerò per ottenere Provjacnj per io trasporto 
di TumoU tremiSa Grani incettati per uso e partito di questa suditMìta Città di M{oste]Leoue nelSa 
Città di Cotrone. trasportandosi sino ai Lido di Bivona, giusta l'impronta, che da essi costituiti si 
conferma; Quindi per l'effetto sud{d^]to il sud{d^]to dì loro Protìuratojre possa, e voglia fare 
ogn'atto. che si conviene^ e che potrebbero dare essi costituiti se (ussero colà presenti, ed ancor che 
fiissero cose tali, e che richiedessero mandato speaaSe, specialissimo; Dandoli tuttn la facoM bastante, 
e nicessaria nel nor?]^ SLrd(det)to.- Le loro veci, e voci, colla clausola utaStes Nos; Promettendo il tutto 
aver dato, grato ed affinchè ai pr{ese]nte mandato di Proc(ujnj si dia tutta Sa fede si è fatto pubblico 
atto-. 



99 



parte di essi coshluenti. passa, e voglia comparire nei Tribunale della Regia 
Camera, e Sopraintendenza di essa Città di Napoli, e dovunque bisognerò, per 
ottenere Provisioni per io trasporto" di ben 3000 tomolate di "grani incettati per 

uso e partito di questa suó{ó.e\^ta Città di M{ontB)Leone'\ che già si trovavano 
custoditi nella cittì di Cralune, e che da questa ultima sarebtero dovuti giungere via 
mm^"sinoaìLido diBivona" . 

Questa gi:ande quantità di grano costituiva certamente una delle lantB, e foree 
ulÙme, fonne di sostano concreto decise dalle autorità del R^no, a soccoreo della 
popolazione monteleonese, sopravvissuta al terremoto del 17B3, ed il documento 
risulta essere importante pen:hé dimostra come, a due ami dal disastroso evento 
tellurico, continuavano a giungere nella città soccorsi alimentari "precettati", per 
usare un termine a noi contemporHneo, negli altri centri della regione, ed ancor più, 
documenta come in quegli anni, nonostante il costante iriabbiamente delle 
strutture poriieti, il lido di Bivona si prestava ad essere una concreta altsmatìva al 
trasporta terrestre, perTarrivo dei soccorsi. 

Un'ulteriore documento, redatta nel 1794, segna, con tutte prababilità, la date di 
fine d'uso dell'area di Bivonacomevalido approdo intermedio nei viaggi marittimi 
lungo la coste calabrese. 

Nel documento, che altro non è che una lettera in cui viene organizzato il trasporto 
di un cippo marmoreo, appartentente al Tempio di Persefone e posto nella 
Cattedrale di Mileto, viene specificato come il prezioso carico dovesse ossero 
posto "sopra un carro" per essere trasporiato "alia marina di Vivona e da Vivona 
sopra una barca a Pizzo"^^^. dove averebte potuto es^re da imbarcato su una nave 
alla volte del porto di Napoli. Risulta chiaro quindi, come nel 1754, il lido di 
Bivona nonfossepiù in grado di con^ntire l'approdo di una grassa imbarcazione. 
In effetti non v' è più alcun accenno adunapprado costiero doteto delle necessarie 
strutture per renderìo sicure, nelle relazioni redatte alcune settimane dopo il 
terremoto del 1783, a seguito dell'allanne s:atteta nella "Quasi diruta città" di 



^■^Scflvi di antìchitò neli Provincie di terrofernio óélì'antìco Regno di Napoli, dai 1743 oS Ì876, 
Documenti raccolH e o^bbUcaSi éa Michele Ruggiero^ Architetto óireitore degli scavi e monumenti del 
Regno. ÌAcipdii ÌWQ, p^. 601: "Foioso. 26 maggio 1794. Dotta Rapp/a di V.SAti/ma de' 24 dei Cad/te 
e da queììa acchiusa di D. Teodoro CaporoSe Soprintendente agii scavi di Anticbilò in Provincia di 
Cataniaro è rsmnsto informato iì Re con approvazione che S'iscrizione in pietra di paragone 
appartenente al distrutto Tempio di Proserpina ora esistente nella Cattedrale di MiSeto n potrebbe 
portare sopra un carro alla manna di Vivona e da Vivono sopra una barca di Pino condursi jn Napoli. 
Lo partecipo di R.Ord/ea V.S. ...de Marco.' mNusdeoV., Persefone Hifypomate, Ed. Mapograf, Vito 
Valentia 1934, p. 113. 



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Monteleone per l'avvistamento di bastimenti di "barbareschi piratì"^^^. ré in 

quelle redatte in quello stesso anno dagli studiosi e dagli ufficiali regi, incaricati di 

relazionare sui disastri effettuati nella regione dal terremoto^'' . 

Negli anni saccessivi, il continuo insabbiamento dell'area costiera di Bivona 

provocò la formazione di un laghetto, dagli abitanti della citàà chiamato "u 

Maticejiu" o "Maricello", cbe ebbe effetti nefasti sullo sfaittamento produttivo 

dell' area. 

La zona divenne ben presto malsana e causa di febbri malariche, tante che lo 

stesso Gioacchino Murai; durante la sua reggenza del R^no di Napoli dispo^con 

un decreto, datato al 34 giugno 1309, che "...ii Lago di Bivona, nei territorio di 



^" Tarsilo P., Raccosta di noSizie s\itìa ciStìi di MauSeìeone. Monteleone Calabro 1926, p. lOl-.'Certijìco 
qualmente ta natte dei 24 marzo prossitììo passato verso Se are cinque e Ì/4 pervenne in questo campo 
di Monteleone mia resiéemo, notizia éatla spiaggia di ponente di questa Provincia, qualmente alSi 
contomi ééila Terra éi Briatìca. Racchetta. Pizio e Città di Tropea si erano scoperò Bastimenti, quali 
con veSa latina e qunéra che bordeggiavano versa la sjàiiggia e éiedero caccia a diverse barche 
peschereccie detSe mannite^ sembrando detti bastinienti essere harbureschi pirati, ed impuutiti qu& 
pescatori si buttarono a nuoto, prendendo amore per non restare schiavi, ed arrivando a terra si 
diedero alla fuga disperdendosi per i paesi con gridarci barbari e ladri, a noi cristiani: per lo che a tat 
natiàa sparsa in quei paesi circonvicini diedero campo a quei popoli d'armaTsi e pervenuta tal notizia 
in questa quasi diruta citSà di Monteleone diede S'uUurme ai cittadini, correndo verso delie nostre 
tende, ossiano padigSiam, domandando aiuto e soccorso da noi miìitari^ per io che ad un subito dal 
capitano D. Francesco Casus del Reggimento Vaitene di Ambares si pose sopra t'armi, con i suoi 
soldati, essendo anch'io commessianato con altri miei compagni officiasi, per ordine deS Vice Vicario 
Generale monsignor D . Francesca PaoSo Mandarani Vescovo di Nicastro, disponendo Sa maggior parte 
detSa papota zione ed andare aSt' incontro del nemico, facendogli fronte per diverse imboscate, dirette da 
me ed armati atti i fucili, baionette ed anni bianche, per assaStarli in tre colonne composte ciascheduna 
di 200 persole atti tutti aìl'armì e pronti a sacrificarsi contro detti barbati e ladri; e queste da me ben 
disposta gente venne rinforzata da tutti quei popoli atti alle armi dei paesi corcanvicini di questa 
suddetta infelice diruta Citta di MonteSeane..." in Tarallo P.,op.ciL, p. 101, il quale npoita un 
documento onginale dargli dal]' Aw. Felice Cnspo di Monteleone. 

■'^ Ptopio nella citta di I^onteleone po&e ri suo quartier general il Vicano del Re Pignatelli, mcancato 
da Ferdinando IV di cooniinare gli interventi e gli aiuti a fasore della popolazione calabrese. Cfr. 
Pìacamca. A.. L'Iliade funesta. Storia del terremota calahro-messinese del !738, Casa del libro editrice, 
Roma 1562. Nello Stato di Monteleone, su 11.331 abitanti ne penni'no 81. Nella relazione nsulta che S. 
Pietro di Bivona contava allora 326 abitanti, mentre Longobanii 430: i duecentn costien subirono solo 
tre vittime, tutte diS. Pietro. Che il porto Bivona non Eo&se all'epocapiù utilizzabile lo dimostra inoltre 
la scelta di effettuare solo nel poito di Pizzo tutti gli sbarchi di generi di pnma necessità dadistnbuire 
ai bisognosi. 



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Monteteone, sarò disseccato nei più breve tempo possibile ed i terreni poiudosi 
bonifìcali"^^^. 

Nel 1828 l'area si pimentava agli occhi del ministro della chiesa siozzeseCraufurd 
Tait Ramage come una gi:ande distesa di sabbia, da cui emergevano pochi, ma 
"dnU'aspetto massiccio", r^sti dell'antico porto, ma vediamo come egli stesso ci 
racconta la sua visita: " ... Nei pomeriggio mi recai a cavailo a Bivona, che si trova 
sui mare e che si pensa sia shitn Varìtico porto di Mont&leone. Se questa è vero, ia 
città non poteva vantare un gran porto, ma non dobbiamo dimenticare che a quei 
tempi te navi potevano essere tirate a riva. Questa porto è megiio protetto di 
queito dì Pizzo. Era evidente, comunque, che era stato fatto un tentativo di 
costruirvi un porto importante, poiché i resti di Questo avevano un aspetto 
massiccio"^^^\ 

Le vicende del porto di Bivona pongono comunque un quesita alla ricerca storica 
e cioè come mai, nei racconti della letteratura di viaggio dei primi anni 
dell'ottocento, vengono ten descritte e localizzate le antiche vestigia greco- 
romane del porto ed, al contrario, non appare alcun riferimento a qutìle utilizzate 
traXVl ed il XVll secolo? 

La carenza di testimonianze precise sull' ubicazione delle strutture del porto ducale 
è un dato che caratterizza le ricerche storiche fin qui effettiete sulla città di 
Monteleone. La sala certezza esistente è che le strutture ducali non coincidevano 
affatto con quelle di età classica, essendo già coperte dal terrena^S ragion peroui 
l' intemjgativo, sulla loro esatta collocazione, rimane intatte. 
Più volte il porto, nelle citazioni documentarie del '700, viene descritte come 
costruito subito a ridosso del castello di Bivona, tante che le espressioni usate 
possono essere qui riassunte: 

"esiste i' antichissimo porto, famoso anche presso i Romani, sito nei Goifo di S., 
giacche corre óaiia Regia Torre di S. Nicolò sino ait'aìtra Torre Regia verso la 
Città di Pizzo, per lo spazio più d'un migiio, con Castello denominato oggidì di 
Bivona"'-"^; 

"Questo porto era ancora in efficienza ai tempi di Federico Ji, ed anche alia metà 
del secoio XV! Quando fu costruito il castello per proteggerlo ""^" ; 



^"Albanese F., op.ciL, ViboVaL 1974. Voi. I, pp. 250263. 

•'^ Cla^E., a diradi. Viaggio nel Regno delle Due Siciiie, Ed. De Luca. Roma 1966. 

"'■■ Le lecenQ indagini achedcgicle cuiàs dalla Sopnntendenza An;heolcgica di Reggio Calabna 
confermano tale dÉn, essendo ia struttura di banchin^gio ni'mana coperta da uno strio di terreno che 
nefennal'usoalV, massimo VI sec d.C. 

■■' r^larzano, Op.ciL 1926. p^ 174 (note). 

■'^ F. Lenorraant. op. cit 



102 



"La p<resejnfe CarM Topografica è óeU'esistente Casteìio dì Bivona, sito a 

guardiadi QueiPorto"^; 

Tali testimonianze pemiettono di ipotizzare che la stnjttura portuale fos^ con tutta 
probabilità costruita proprio a ridossi del castello e, ^ si es:lude il lato nord della 
cinta muraria, occupato dal trappetc della canna da zucchero, ed ovviamente il lato 
intemo che guarda verse la collina di Monlsleone, è possibile fare l'ipotesi che 
r area occupata dal porlo era posta a sud del castello st^so. 
Con tale ipotesi verrebbe a spiegarsi l'ampia spianata posta a ridosso dell'ingresso 
al castello che. ergendosi di tre metri dal suo livello di costruzione, oltre a 
costituire una platea naturale su cui aprire il ponte levatoio per superare il fossato 
che lo circondava, poteva essere utilizzata anche come area di stoccaggio delle 
merci scaricate dalle imbarcazioni, nella stessa epoca in cui il mare lambiva per 
intero il castello. 

Del r^sto che l'ampia spianata fosse cinta per intero da possenti muraglioni si 
spiega con la necessità di difenderla dallo smottamento che poteva es^re 
provocato dalle mareggiate, oltre che appostanti artiglierie o guanC altro 
necessitava alla difesa dell'approdo. 

La progressione continua della linea costiera, allontanò in modo significativo il 
castello dal lido del mare. Dal 1334 al 1852 infatti, il tratto arenoso creatosi davanti 
al castello era avanzato di 2S0 palmi"", ed é lo stesso Ing. Toscanelli, nella 
Relazione Ufficiale per la costnjzione del Porto di S. Venere che ribadiva 
l'impossibilità di ricostruire il porto nello stesse sito, in guanto "una ìinen 
subacquea paraìteia alia spiaggia si è formata gradualmente, che in secondo 
tempo è emersa (1 645) formando un lago prima salso e poi paludoso neila marina 
di Bìvona, detto mariceilo ... ia forte e graduale protrazione di tutin Quella 
spiaggia, cui non sono innocui i torrenti che mettono alia sinistra dei mare, per 
l'improvviso sboscamento delle scoscese coste dei monti sovrastanti, non solo se 
ne è rialzato il letto, ma immenso è ii materiale che trascinano, e questo sia per !a 
direzione dei venti poco obii^ui alia costa, sia per la spiaggia, e venirla 
successivamente alla gando""'\ 

Nel 1880 l'archeologo franco^ FrangoiseLerromiant, utilizzando un'imbarcazione 
offertagli dai responsabili della costruzione del nuovo porto di Santa Venere, fa 
tappa lungo la laguna che circondava i r^ dell'antico castello di Bivona. 
Egli, nel ripercon:ere la storia del castello e del porto precisa, che "ai principio di 
questo secolo, vivevano ancora a Monteleone dei vecchi che raccontavano di aver 



"^ ASN. Archivio Pìgnotelli-Cortez. Sc.73, L I, n.l& 
"^Garcrffolo F., ìppoFJJofl, Ed Romeo, Reggio Calabna 1969. 



::& 



Alfcai&eR, op.ciL, ViboVaL 1974. Voi. I, pp. 250-263. 



ICG 



visto neìin loro infanzia, questo arco di marmo con ìa sua sculhira^^. Essi 

dicevano, ed è divenuta una tradiiione nella città, che ii porto non era mai stnto 

distrutto, ma progressivamente ricoperto per i coìntamenti prodotti dalie 

alluvioni. " 

E' forse il caso di riportare integi:alinenfe le sue impressioni di storico, non appena 

sbaK:a sulla spiaggia; 

"... Un poco più m ih sbarchiamo nei punto più vicino al vecchio casteilo di 

Bivona, che si trova ora ad un chilometro dalla riva, essendo il terreno intermedio 

di formazione motto recente a causa delie sabbie marine spinte dai flutti e dalle 

alluvioni dei torrenti che scendono dalle montagne. Questi terreni di recente 

formazione che attraversiamo che sono disseminati da grandi gruppi di canneti e 

di tamerici, pullulano di biscie che fuggono via ai nostro passaggio quasi ad ogni 

cespuglio. Jl castello è di epoca angioina, rimaneggiato al principio dei XVJ sec. 

per poter contenere l' artiglieria che difendeva la costa. 

Nell'antichità, sul terreno lievemente rilevato sui quale è costruito ii castello, 

esisteva un tempio. Si nota ancora quaiche frammento architettonico di questo 

edificio impiegato nella costruzione medievale o giacente nei pressi. Raccattiamo 

parecchi piccoli pezzi di enormi bacineite in terracotta usate per l'acqua lustrale, 

poste all'entrata dei tempii e i cui esemplari meglio conservati si sono trovati nei 

recenti scavi di Seiinunte. Alcuni pretendono che da qui ii gran conte Ruggero fece 

prendere ie magnifiche colonne di marmo africano per adornare ia cattedrale di 

Mileto; ma la tradizione a questo riguardo è vaga e contraddittoria. !n ogni caso, 

il terreno intorno è cosparso di cocci di mattoni e di vecchie terrecotte greche e 

romane. E' ii vicino, all'estremo dell'angolo rientrante disegnato dalla costa, che 

piega ad ovest in direzione di Briatico (situato ad una lega di distanza) e di Capo 

Zambrano, che si trovava il porto di Hipponion, poi di Vibo Valentia, in posizione 

favorevolissima e perfettamente riparato dai venti. 

Questo porto era ancora in efficienza ai tempi di Federico U, ed anche alla metà 

del secolo XV! quando fu costruito il castello per proteggerlo. 

Oggi il porto è colmato dalle alluvioni e dalle sabbie, e solo una laguna paludosa 

pochissimo profonda, comunicante con il mare, dimostra in parte la sua antica 

estensione. 

Sulla spiaggia attuale si distinguono ancora sottacqua gli avanzi molto 

considerevoli dei moli esterni. 

Presso le sponde della laguna cui ho ora accennato, dei grossi pilastri quadrati di 

costruzione romana in mattoni, disposti in linee regolari, spuntano fuori dalla 

sabbia di tanto in tanto. Essi sostenevano delie arcate che correvano lungo tutto il 

porto, che gii scrittori calabresi del XVI e XVII secolo dicono esìstenti fino al 



^"*F. Lenomiant.Op.ciL, 51 nfenscealf arcata di mezzo del potto di Pivona ^la cui chiav'e di volta era 
scolpita la figura di NStiino. 



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rinùscimento, quando vennero distrutte per impedire ai pirati barbereschi dì 

ricoverarsi. 

L'arcatn centraie. dicono gii stessi scrittori, era costruita in marmo, molto più 

larga e più alta delle altre, e formava una specie di arco trionfate. Sulla sua chiave 

di voltn era scolpita ìa figura di Nettuno. 

(...) Se questo racconto è vero, degii scavi riporterebbero aita luce il 

monumento"^''. 

La deszrizione offertaci dal famosa archeologo della costa vitonese, 
costituisce un prezioso esempio di apprciccio al temborio, allo stesso tempo 
scientifico e poetico che, per meglio commentarla e compr^nderìa. è il caso di 
utilizzare le parole di un'altro viaggiatore straniero, Norman Douglas, il quale, 
percorrendo la stessa tappa dell'archeologo francese nel 1913, cosi rifletts sullo 
ststo d'animo provala in precedenza dal Lenormant: "... Jn un giorno come questo 
it dotto salpò da Bivona, su un mare cosi Uscio, che la nave sembrava sospesa 
nell'aria. Jl pelo deW acqua era, egli stesso ci dice, "uniecomme una giace" , tanto 
da scorgere le profondità cristaìtine trafìtte dai raggi dei sole, che ne incendiano 
le misteriose foreste di alghe, i cumuli delle rocce e te argentee strisce di sabbia; 
egli scruta in quelle 'prairies pélasgiennes" e ne riconosce tutta le meravigiiosa 
fauna, i ricci, i granchi, i pesci e le trasiucide meduse, 'semblabes à des clochetìes 
d'opale". 

Quindi, comprendendo come dovesse colpire la fantasia degli antichi e attenti 
osservatori quella 'popuiation pullulante de petits animaux marins" , prosegue 
descrivendo, sempre con leggerezza di tocco, gli antichi stili decorativi locaii, in 
cui l'artigiano copiava con reverenza gii animati marini, i moiluschi e le piante 
acquatiche, e non da esempiari morti, ma " pris sur vifet observés au milieu des 
eaux" : spiega come sorse una vera e propria scuoia, che traeva ispirazione dalle 
forme squisite e dai movimenti di quei fragiii esseri. C'è qui "du meilleur 
Lenormant" t ... L'Italia gli fu fatale, come era stata la Grecia a suo padre. 
Ma uno dei suoi momenti più felici dev'essere stato quello di Bivona, m queUa 
chiara giornata d'estate... una giornata come questa, quando ogni nervo sembra 
vibrare per la gioia di vivere"^"\ 

Purtreppo, in questi anni di ricerche d'archivio sull'area costiera, non siamo 
riusciti a rintracciare alcun disegno o pianta dello scalo portuale viceducale, o 
almeno di qualche indicazione dei suoi r^, anche sa più volte vi sono stati indizi 
della sua esistenza. 

E' il caso, ad esempio, delle carte comprendenti la discussione della Camera ducale 
del 15 gennaio 1776 sulli Jussi spettanti al Duca di Monteleone con la carica di 



^"^F. Lenormant, op. at 



"^DoiglEGl^, Ole Calohria, 1913. 



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Montieiato Maggiore deEle Caccie e Castellano di Bivona, in cui si confenna 
allegata la pianta del Castello e dell'area intomo ad esso con la seguente 
affennazione; "sta esibita con tati scritture anche in Piniìta dei CastÉtìo di Bìvona. 
La p(reseMte Cariti Topografìe^ è deW esistente CasteUo ói Bivona. sito a guardia 
di guei Porto, e Vattestiamo Noi qui sottoscritti coi nostro giuramento per essere 
pura verità. 

Ed a fede Monteieone iì 15 Gennaro 1776 = Vespasiarìo Pisarìì Sindico attesto 
come s[opt\a = Fran{ces)co Santa Croce di Barletta = D. Cesare Lombardi 
Dom{eTà)co attestiamo come di sopra"^^. 

E' possibile comunque affemiare che, subito dopo il tenBinoto del 1783, lo scalo 
marittimo di Bivona Fosse orniai in condizioni eoa estreme di praticabilità e 
sicurezza, che fecero escludere alla Corte Ducale di Monteieone qualsiasi ipotesi di 
un suo recupero struttiirale. Questa ipotesi treva confenna nella lettura del progetto 
di costnizione, affidato al R^io Architetto Giuseppe Vinci, delia novella strada 
che dovrà [arsi da Questa città di Mont&ieone nella Marina di Bivona per ordine di 
S. E. Sig.D. Francco Pignateilì Tenente de' Reaii, commissionatogli proprio dopo 
il disastroso evento tellurico, e nel quale il nuovo tiBcciala viario viene spostato 
molto più a nord dell'area occupata dal porto, abbandonando definitivamente 
l'antica strada che univa il castello di Bivona alla città e fissando come nuovo 
punto d'arrivo della stinda il Casino degli eredi Marzano, posto nell'ex feudo di 
Santa Vennera. 

La scelta di escludere l'antica area portuale di Bivona dal nuovo tracciato viario 
dipese certamente dalla sua impraticabilità, ma ancorpiù dalla necessità di pene 
ripare all'inconsistente rendite doganale puntando sullo sfruttemento della più 
sicura rada di Sante Venere. Seguendo porzioni dell'antica strada che dalia 
marina conduce in detta città, Monteieone veniva di fatto collegate organicamente 
alla marina di Sante Venere'^", nella cui rada già molti comandanti preferivano 



^'* ASN. Archivio PigmlelU-Cortez. Sc.7B, L 1, n.16. 

■'^ ASN, Piante e Disegni, cait, XXXI, n. 2b. Pianta de Profìti éeUa noveltn strada che dovrà fursi da 
ifuesta dtìò éi Monteieone nella Marino di Bivona ^r ordine di S. E. Sig. D. Francco Pignateìli 
Tenente de' Reati. Monteieone 7 agosto 1734. Giuseppe Vinci Regio Arch\tetto. Legenda- A 1 2 3. 
Porzione deli' onticiì strada che dolio marinn conduce in detta città; B 5 6C' attra poraonedi strada 
che conduce aììa città; L L L r Valloni; A B C: Linea di colore Rosso ìa tiuafe indica fa novéfìa strada 
{a npoitanolet^pe intermedie della nuova strada, descritte nella pianta, pnaeguendo dalla manna alla 
atta : K : Casino degli Eredi Marzano; I r Casino di D. Felice Crispo; H' Casino di D. Pasquale 
Sacco: E : Fontana detta Liboni; G : Casino di D. F. dan.co Fabian\: D : Font/ina denominata io 
Sirica; F r Città di Monteieone). Jl nuovo tracciato é di l.SCG Canne Napoletane, che cornspundono 
Eitualniente a ni. 3.504.33. 



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ancorare le loro navP', e die, come vedremo, vena in seguito prescelta dagli 
ingeneri reali perla costruzione di un nuovo porto. 

Prima di concludere questo capitolo, è forse il caso di soffermarci brevemente 
sull'abitato di Porta Salvo, attuale frazione di Vibo Valentia, posto a pochissima 
distanza dal porto e dal castello di Bivona, e la cui nas:ita, inizialmente come 
piccolo borgo marinaro, é legata alla pre^nza di una chiesetta contenente la sacra 
icona di una Madonna con bambino, stante la prima segnalazione, nell'area 
costiera, di un luogo di culto a cui erano devoti "'particotùrmente de' marinai""^", 
noto appunto come Chiesa di S.S. Maria di Portesalvo 

Narra la leggenda che la chiesa venne costruita come e^-voto per lo scampato 
naufragio della nave comandata dal genovese Bernardino Belladonna che qualche 
anno prima nel suo viaggio di ritomo da Costantinopoli, trovò riparo da una 
improvvisa tempesta, grazie alle pr^hiero rivolte alta Madonna riprodotJa in un 
quadro bizantino. Trovarono scampo proprio nella rada del porto, e per devozione 
eressero una chiesa in cui fu custodito il quadro della Madonna miracolosa, che 
d'allora fu chiamata dai fedeli S.S. Maria di Portosalvo^'^ 
Seppur non conosciamo la data precisa della sua costruzione è comunque possibile 
affermaro che l'esistenza della chiesa sia precedente al maggio del 1618, data in 
cui il Magnifico Claudio De Luca di Nocera, "tenenóo et possedendo uim sua 
cottura aratoria posta neìta trmrina di Bivorìd, stnnte tra lo Udo de mare, ii 
giardino di esso Ciauóio, ia via pubblica et le terre dei Vescovado, diede potestà et 
[acuità et Ucensin ad esso Gio:pauio Attesane, che edificasse come già edificò con 
consenso dei Reverendissimo Vicario deiVAbbaiia di Miìeto, come dicono, una 
chiesa sotto tituiodi Santa Maria di Porto SQÌvo...etdepiù,percommodità di esso 
Gio:pQulo ti permese che a limitar detta chiesa facesse uno giardinetto di una 
tomulata in circa quale al presente si ritrova chiuso di spine et balastruni et 
pertanto quanto et perchè al tempo che esso gio:paulo habituva nella torre fece 
uno horticello incontro la porta di la torre quale è detto giardino""^' . 
In tale atto in pratica, il De Luca concedendo in uso il terreno in cui è costruita la 
chiesa di Santa Maria di Portosalvo a "Jeanne Paulo Attesano^^^ e Don Mircello 



^^^ Galanti G.M., Giornale di viaggio iti Caìnbrio (ì 792). Ed. cnUca a cura di Placamca A., S.E 
n^ol^^ana. N^>[>b 19BÌ. 

■'' ADM.. Archivio Collegiale Greco. Visite 1625, rL75, p.90. 

■'^ Di S^vìaM., Mario SS. di Portosalvo. Legenda, cenni storia eailto. F^raf.Vibo Manna 19B7. 

■'^ AS'JV, Notaio Menarola Giovanni Mario diMonteleone, hkXVI.f. 36, /sifurnentodj S.SoMona 
di Poitosalvo. 

■'* Cerne scopnreroo nel coitolo succes&ivo la famiglia Attisaiu veirà de&cntìa dal Bi&cgni e dal 
Tarallo le più iHne^tanti dell'epoca, che propno nell'area di Poito&alvo investirà i &iJoi capitali nella 
coltivazione della cannamele, nell' offrire garanzie per la gestione delle galslle legÉE al Castello di 



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Caseìin di SinopoU fino che servissero detta ecclesia et hagniuno de loro che 
attendessi alii servizi} predetti godendo horto e Giardinetto vita ioro durante", 
con^ntB toro di aiiargare la ecciesia già esistente e di fabbricarvi accanto un 
dormitorio. Non vi sono, allo state della ricerca elementi per definire con 
precisione quale fosse la torre a cui si fa riferimento nell'atto. Potrebbe essere la 
Torre di S. Nicola, posta poco soprn la foce del fiume Trainiti oppure una delle 
quattro torri del castello di Bivona. 

Di quello stesso anno è un ulteriore documento che, seppur riferendosi all'impresa 
delle cannamele posta a ridosso del Castello di Bivona, indica però, costruita pDco 
distante dal magazzino dell'impresa, la pre^nza di una chiesa dedicata a 
SantAngelo, specificando che "... inanti la Chiesa di S. Angelo ci sono cinque 
scrufine vecchie ../'^^. 

E' probabile che S. Angelo sia un'abbreviazione di S. Michele Arcangelo, visto 
che altri documenti del 600, consentati presso l'archivio della Diocesi di Mileto, 
riprendendo atti appartenti al Colico Gr^co Romano, collocano in tale area "... 
oltre alle chiese dirute, di cui non vi è più memoria, vi è la Chiesa di S. Michele, 
vicino ai Castello di Bivona, che non solo è in piedi, ma si celebravano messe fino 
all616"''\ 

Quest ultimo atto descrive la chiesa composta da "... tre altari: uno a devozione 
della S.S. Vergine Maria Immacolata, ove non v'è obbligo alcuno di messe, si 
celebra però ìa messa ogni Domenica, ch'è festa di precetto, cui pagano dette 
messe parte della rendit/i d'alcuni censi, parte d'elimosìna, che si raccolgono nel 
tempi della raccolta de' grani, parte d'altre eiimosine di persone devote, e 
particolarmente de' marinai: H secondo altare è uno a devozione di S. Michele 
Arcangelo, di cui esiste l'antica statua di legno, credo posta per non perdersi la 
memoria delia chiesa a ìui dedicata vicin al Castello di Bivona; il terzo è dedicato 
a S. Francesco Saverio moribondo; è stato eretto quest'aitnre l'anno Ì693 per la 
devozione a questo Santo. Ha tutta la suppellettiie necessaria per celebrarsi la 
messa, in questd chiesa suole stare un Romito chela guarda eia segue" . 
Rilevando, grazie a questi documenti, come il culto religioso fosse già radicato 
neh ' area costiera, e forse ancor prima del 1616, epoca in cui il porto risulta ancora 
attivo, è for^ il caso di segnalare quanto fosse in uso in quegli anni, confermando 
eoa una forte devozione dei padroni di barca e dei marinai alla Madonna di 

Btvona, e per l'acquisto dello "... heresnuni cum Ecclesia S. Marine de Portir [alvo, juxta Vibonis 
poTtum". Tutta la propnetà degli Atbsani ?eiTà, alla fine del XVIII secolo, acquisteta dalla famiglia 
Loiafcardi Satnani. 

^^'^ ASN, Archivio Piguatelh-Cortei , Se 79, Lio 1, il.3 e &egg., Inventario deSle robhe ai CasieìSo éi 
Bivona (16Ì8Ì. 

■'^ ADM.. Archivio Collegiale Greco. Visite 1625, rL75, p.90. 



108 



Portosalvo, nominare in tal modo le loro piccole e grandi imbarcazioni. Risultano 
agli atti un discreto numero di imbarcazioni nominate alla Madonna di Portosalvo 
che, per una varie ragione, transitavano lungo l'area portuale di Bivona. Notizie in 
tal senso le ricaviamo da un atto notarile redatto il 17 novembre 1557, che sanala 
la presenza proprio in quello specchio di mare, di una fr^ats denominata "Snnhi 
Maria di Portosaivo", di proprietà del tropeano Andrea Bagnato. La fr^ata 
transitava lungo la costa bivonese, durante i suoi periodici viaggi perii trasporto di 
tavole di legno imbarcate a S.Eufemia e dirette a Palenno^^. Un^ulteriore 
imbarcazione nominata Santa Maria di Portosaivo, del padron Don Piero Vita di 
Scilla la ritroviamo invece proprio nel porto di Bivona il 2S maggio del 1696 p^ 
caricare delle botti di olio da portare a Napoli^^^ 



^^^ Tnpodi G., !i\ CaJohria tra dnqiiecento e otìocenSo, _}^oa Editnce, Reggio 0. 1994. p. 222. Il 
B^nSo aveva noleggiai) la propria fregerà al inen:ante Cosimo Spinello per cancare nello ' scaro" di 
S. Eufemia tavole da trasportare a Palermo. L'autore, nella pagina successiva scnve di un'altra 
imbarcazioue nomata "Santa Mann di Portosaivo". che grnnge nella marma dell'Angitola il 18 luglio 
1694, equipcggida con undici mannai e comandatda da Antonino Zagan di Scilla, per un canco di 
ta/ofe da trasportare a Messina 

'^^ AS<JV. f^otaìo Satrìano Didaco (Pizzo 1690-1739), Pizzo 23.C6.16&e, Iib. LXXXIV, oonia 266, f. 
44. 



105 



VI 
IL CASTELLO DI BIVONA 



A tiitt oggi non esistono fonti storiche in gmdo di datare precisamente l'anno in cui 
si avviò la costruzione della prima strutJiira "fortificata" attB a difendere lo scalo 
marittimo e la sua area costiere, ma è certo che la frenetica attività commerciale e 
doganale che in questo sito si s^^olgeva sin dal IV e V secolo ne obbligava la 
costruzione anche in quegli anni. 

La notizia più antica dell'esistenza a Bivona di un edificio fortificato risale all'alto 
medioevo e la ricaviamo dal già citato Diploma Nonnanno del giugno 1101, il 
quale accenna ad un " monasterium casteUnrium. cum Bibonn portum tonnQrie"^°, 
neir elencare i possedimenti delLAbbaziadella SS. Trinità di Mileto. 
Successivamente con un diploma di Cario 1 del 1276, emanate per contrastare la 
politica di espanaone territoriale ed economica attuata da alcuni feudatari, si 
avvisavano i nobili della Calabria Inferiore a non usurpare i diritti marittimi delle 
spiagge comprese nei loro feudi, poiché spettavano appunto alla Corona, ed in 
esso si ribadiva inoltre che i diritti marittimi di Bibona ricadevono sotto 
l'amministrazione della SS. Trinità di Mileto"-'. 

E' probabile quindi che l'edificio cultuale detto motìùsterium castelinrium nel 
diploma normanno, non più utilizzate dal clera pervia dello spostamento della 
diocesi da Bivona a Mileto venne, per cosi dire, "riconvertito" ad usi marittimo- 
demaniali. 

Per quel che riguarda l' attuale fortificazione, alcuni studiosi, interpretando la 
tipologia dei mderi, ipotizzano l'edificazione del mastio negli ultimi anni del X[l 



^"Diplomi Nonnamu (a.1101, giiL, Ind. ]l, in D.J. Bi^cgm, Hippouii se\i Vibonis VatenSiiìe^op.ciL 
pp.98-102. 

■^'R^gistnAngioim. V, L 109: Ibidem. [. t 19. 



110 



^colo^^ e la successiva costmzione delle mura di cinlB nei primi anni del regno 

angioino"'^ 

Certo è che se nel 1325 lo scalo marittimo risulta prDwistD di dogana, come si 

rileva dall'atto di fitio dei diritti della dogana di Bivona da parte della Abbazia 

dellaSS. Trinità di Mileto^'- p^qiBttro once d'oro, l'ipotBsi della prB^nza di una 

struttura in grado di ospitare la dogana e difendere una guarnigione militare, ed in 

grado altred di tutelarne le attività di sgabel lamento, risultH più che valida e 

giusti fi cala. 

Dal Bisogni, che riprese integralmente le teorie del conte G. Capialbi, traiamo 

invece la notizia di una costruzione ex-novo dell'attuale struttura del castello di 

Bivona. 

Lo studioso afferma che il castello fu costruite nel 1442, all' epoca in cui la città di 

Montelecne era sotto il govematcrato di Mariano D'Alagni, Conte di Bucchianico, 

successora del Conte D'Apice, per proteggere il porto di Bivona dalle incursioni 

pirateszhe. 

Secondo il Capialbi i lavori di costruzione del castello furono affidati e diretti 

all' architetto montelecne^ Xanto Nopoli, "Mie maximo studio, et cura ad opus 

sibi commissum incumbens, brevi tempore arcem ad perfechonem perduit. en 

forma, quaehisce temporibus erectn. seó pene óemoìita cernitur..."^''\ 

H conte, che nel 1655 scris^ la prima monografia su Vito Valentia, des:rive 

inoltre brevemente le funzioni e ['area in cui il castello verno edificato: 

"occnsionem navigijs praebuit. eò se conferenói, mercesQue deponendi, ibÌQue 

alias accipieiìdi res; staho iìia a maioribus (praetermissa atiarum opiiìione) 

ììuncupabatur porhis Ercuiis. à recentjorihus vero portus Divi Nicoiai appetìatur .. 

ingenti iapidum macerie in mare iniecta, longoque tractus veìuti hrachio curvutn 

seperextenso muro..."^'^^ 

Ma prima di addentrarrri nella storia del castello di Bivona e del suo diversificato 

utilizzo di struttura militare e produttiva, è il caso di dame una breve descrizione. 



^"F^liaV., Tjpofojjra delie torri costiere di awìstmneiito e segnoìanoue in Coìabiin Citra eiiì 
Calabria Uitra. Lissone 1964. 1. p^. 175. 

■'^SartcHD L., C asteUì angiomi e aragonesi nel Regno di Napoli, Miìano 19S2, p. 9t 

="Aiì±ivio ddla R^ia Zecca, Estnmieiito daa» il 20.09.Ì325, m G^ialbi V., Memoiie de! dero di 
MonteSeoue compilate da V. Capialhi, N^x)h 1S43, p. li; Albanese F., Vibo Vaìentia neììa suo storia 
dai tempi fàii remoti oi tempi nostri, Vibo Valentia 1974, vol.l, pag. 218. 

^^^Biscgm, op. ciL,1710, bb. 1. cap. X. pag. 33. 

■^^G. Capialbi, Origiiìis. sita, lìobilitotis Civitotis Moutisleonis Geographica HisSoria eiusdem Civitatis. 
n^oli 1659, pp. 3-2S. 



Ili 



11 castello si presenta oggi con una pianta trapezoidale, prowistD di quattro totri 

circolari agli angoli estBmi. 

11 suo perimetro, tani inclu^, misura circa 45 x 32 metri ed è prcvvisto di mura di 

cinta dotate di scarpa difensiva su cui si aprano aperiiirB di diver^ misure e stìle^^. 

Sono proprio tali differenze, unite alla diversità di spessDro dei muri di cinta ed alla 

anomala minore altezza della szarpa su due lati iNord-Est e Nord-Ovest), che 

permettono di ipotizzare almeno due differenti fasi costruttive. 

Il mastio intsmo è di forma rettangolare, con tre piani, uno dei quali sottostante il 

livello del cortile intemo, e lati di m. 25 x 15 di lunghezza, di cui due SDno oggi 

visibili in elevato, esattamente il lato Ovest e parte del lato Nord. 

Utilizzato come residenza per la guarnigione, il mastio fu successivamente 

sopraelevato di un piano nella seconda metà del 1500, probabilmente nell'epoca in 

cui il castello viene utilizzato come fabbrica delle cannamele. 

Che la so praelev azione del mastio sia un opera successiva, lo si desume dalla 

maggiore ampiezza delle finestre poste al piano superiore rispetto a quelle più 

antiche a feritoia del piano lena, nonché dalla diversa tecnica costruttiva utilizzata. 

Il piano inferiore era diviso a metà longitudinalmente, co^ da creare un lungo 

corridorio attreverso il quale si accedeva alla grande camera con copertiira a volta 

di botte ed alle due camere con copertura a volta a crociera. 

Anche il piano elevato aveva una divisione longitudinale e ve ne è un indizio 

presso il muro di Nord-Ovest 

L'ingresso al mastio era sul lato Sud-Est; e durante i lavori di sostentamento del 

castello del 1069 si è trovato il gradino della sua, probabilente unica, poria 

d' accesso, attraversando la quale si poteva raggiungere sia i locali sotterranei che i 

piani superiori. 

Il piano sottenaneo aveva due grandi sale, che oggi risultano completameitB 

riempite dal materiale crollato. 

Allo spigolo Nord del mastio vi sono i resti dell'imposta dell'arco, descritto in 

documenti del '600 e visibile in una stampa del XVIII ^colo, che sosteneva un 

camminamento che dal tetto conduceva alla tonB ad esso posta frontalmente. 

Tra le mura ed il mastio vi è un largo corridoio di circa m. 5, che diviene maggiore 

di altri due metri di fronte all'atliiale ingresso del muro di cinta, consentendo, in 

tale maniera, una maggiore area di movimento Ira quello che era il ponte levatoio 

e l'entrate principale del mastio. 

Nel cortile intemo, a Nord dell' ingresso al mastio, rimane l' aperiiira quadrato del 

pozzo estemo, sotto la quale si trova una cistema coperto a volto di circa m. 3x2. 



^*^Per imapreci&a descnzione volumanca defla struttura vd. Maitorano F., !ì CasteUo di Bivonn, in 
Quaderni del Dipanmento Pdnmonio Architettonico e Urbanistico, 3, Università degli studi di Reggio 
Calabna. 



112 



La tone Nord è probabilmente la più antica delle torri, e questo sembra essere 

indicato sia per il maggiore di ametiD che perii notevole spessore della muratura. 

Essa Gontriamente alle altre tre torri che risultano in buono stato, è quasi del 

tutto crollata, e presenta un taglio alla sua base che coincide con una delle aperture 

del magazzino ad essa annesso in epcca successiva. 

Nella torre Sud sono presenti aperture strombate a croce allungata adatto 

all' impiego di arcieri e balestrieri. 

Alla torre di Nord-Est venne affiancata successivamente la tono a saetta che 

azionava le macine del trappeto delle Cannamele, poste nel magazzino appoggiato 

al muro di cinta del castello. 

E' interessante notare come tutta la muratura del castello ingloba, in più parti, 

frammenti di terracotta greci, romani e medievali, identici a quelli che, in grande 

quantità, affiorano nel terreno circostante. 

Dopo questa breve descrizione strutturale, ritorniamo a raccontare la storia del 

Castello di Bivona, storia che tanto ha condizionato la sua tipologia strutturale. 

Che la costruzione sia avvenuta precedentemente al 1490, e che a quell'epica il 

castello fosse già predisposto perla difesa costiera, la ricaviamo dai r^esti della 

cancelleria aragonese di queir anno. 

11 Castello di Bivona viene nominato in relazione alla richiesta, in una lettera del 

22 ottobre indirizzata al Regio Tesoriere dal feudatario Marino Brancaccio, di una 

diminuzione delle spe^ per la paga del castellano e della guarnigione militare che 

risiedeva nel Castello, per venire incontro alle richiesto di aiuto economico 

avanzate dalla vedova di suo fratello Cola Brancaccic^. 

Sempre grazie a tale fonte è possibile suppone che tra il 1490 ed il 1451 il Castello 

di Bivona venne sottoposto ad alcuni lavori di resteuro, visto che viene citato tia i 

castelli calabresi, ispezionati e misurati, che necessitavano di miglioramenti^*^ . 

In quegli anni si intensificarono fé incursioni piratesche lungo la costa, tanto da 

minacciare anche la città di Monteleone. Per far fronte al nuovo pericolo 

r Università di Monteleone fece esplicite richieste a Ferdinando 11 di rinforzare le 

mura del centro abiteto riconvertendo proprio le entrate provenienti dalla dogana di 

Bivona"^''. 

Ulteriori notizie sul castello sono ^mpre legate a lavori di adeguamento difensifo 

delle sue strutture e della sua dotazione militare. II 22 settembre 1494 Cario 

d'Aragona ordina al Tesoriere di Calabria Ultra, Battiste di Vena, di provvedere 

alla spesa necessaria per i lavori murari da eseguirsi nel Castello di Bivona, in 

particolare alla "torre mustra", mentre il 30 di quello stesso me^ invia, sempre 



="E^nlJ Aragonesi, Xll[ (1463-1499). N^)o1] 1990, pp. 241-242 iLia, in Martorano R, op. cit, pag. 29. 

■^^Etati Aragonesi, op,ciL pag. 249rL23. 

^'"Cfr.AlbaneseF, op.ciL.vol.lI,p.473eMarzanoG.B.. Op.cit. 1913, voL 1, p. 178. 



113 



allo stesso Tesoriere, l'orjinedi distribuire alla milizia le ^le e le corazze date in 
consegna al Castellano di Bivona^'. Qualcl^ me^ dopo, il 2 novembre 1494 
vengono inviate al castello di Bivona trecento lance e sa bombarde da utilizzare 
perla difesa costi er^-\ 

Con l'occupazione spagnola Ettore Pignatelli divenne Governatore della città 
acquistandola, assieme ad altre tene, nei primi ami del 1500, da Federico 11 per 
15.200 ducati. 

1 privilegi che il Duca di Monteleone riuscì ad ottenere erano ovviamente i più 
diversi, e tra questi era compresa la carica di Castellano di Bivona, che consentiva 
l'investitura a Capitano di Guerra, con la facoltà di; "patentare 150 armigeri che 
andavano armati alia custodia óeite marine" ed inoltre lo jus prohibendi 
dell'acqua, il diritto di quanteria, di falancaggio, di ancoraggio e di portelani^"^ 
Era il 25 settembre del 1505 quando il Duca di Monteleone ottenne il permesso ed 
fi relativo finanziamento, nonostante la proibizione generale che risulte attuate in 
quegli anni, di fortificare ulteriormente sia il Castello di Monteleone che il Castello 
di Bivona^^\ anche se non risulte chiaro a quale d^le due strutture militari abbia 
dedicato i maggiori lavori di ferii ficazione. 

A quell'epoca il Castello di Bivona viene descritto come provvisto " ...di un forno 
ed una taverna..." , e contemporaneamente " ...si proibiva a ciascheduno di tener 
[orno taverne, di vendere ìa sua robba o di conìpraria fuori daita Taverna dei 
Casteììo'"'' . 

L'azione del presidio militare di stanza nel Castello di Bivona, che di fatto 
condizionava l'organizzazione delle nonnali attività scolte lungo la costa, si 
dimostrò ben presto coetrritiva nei confronti dei cittedini dell'Università di 
Monteleone, non soltanto per i vessatori controlli fis:ali sugli scambi commerciali 
ma ancorpiù p^ i continui obblighi ad effettuare il controllo della costa, sia 



^^^ Mazzoleiu J., Gii opprestomenti difensivi dei casleìh dì Coìabiia Uìtm aiìa fine de! Regno 
aragonese I494-M95. in Arcbvio Stonco per le ProM'ince N^JolSane, a cura deTla R. Deputazione di 
StonaPdJia. Ed. Humus, Nc^oli 1947, f. 27 b e f. 21b. 

='- Ibidem, f. 2 6b. 

'" Luciano D., Op. cit, pp. 353-370. L'autore dimosCranel suo saggio come la canea di Castellano di 
Bivona, in realtà venne u&urpaacon la fal&ificazione di un Pnvilegio Reale ed annulleia, all'uicirca 
due secoli dopo, con lavenficaregale legia alla veitenza promossa da Demaniabsti dell' Umversità di 
Monteleone. 

■'^ ASN, Archivio PignateUi-Cortez. Se. 3, Lio 1, n. 45, 25 settembre 15CQ, Permesso dd Viceré ai 
Duca di MotiSeteioue di fortipcare i suoi casteUi di Monteleone e di Bivona. nonostante ìa proibizione 
genemie. 

■'^ TardloP.. Raccolta di notizie sulio ci ttó di Monteieone, Monteleone Calabro 1926, p.57. 



114 



all'interno del castello che nelle toni vicine, imposti alla popolazione. Certo era 
^mpre viva e radicata la paura delle incursioni ìuithe, ma "U Officiali" non 
pote^/ano costringere "gl'huomìni di detta Città, e Casaìi a [are guardie di notte, 
per M custodia dei Castello di Bivona", cosi venne inviata dall'Università, il 22 
febbraio 1571, una precisa supplica a Camillo Pignatelli, all'epoca nuovo Duca di 
Montelecne, in cui si chiedeva "di togliere detto peso a detta Università e Casaìi 
dì fare la guardia di detto Castello di Bivona, tanto più che non è necessaria, 
perchè detto Castello spetta alia V. S. L farlo stare guardato, come ancora per le 
torri fatte per la Regia corte"^^. 

E' in questo periodo che il Duca di Monteleone. profittando dei suoi poteri, usurpa 
gran parte dei beni della Corts di Milet: ricadenti nell'arBa di Bivona, teni che, 
nonostante fosse stata intrapresa una vertenza giuridica sul possessi dell'area, 
rimasero per decenni scOd la sua giurisdizione. Ne è un esempio la tonnara di 
Bivona, i cui magazzini nei primi anni del '500, erano costruiti proprio a ridosso 
delle mura del Castello, e la cui attività di pesca del t:nno, tutelata proprio dalla 
presenza di strutture difensive, aveva sempre fomite rilevanti entrate alla Corte di 
Mileto. 

Non sappiamo l'anno preciso in cui il Pignatelli s'impossessi) della tonnara, certo é 
che nel 1581, venne dal duca stipulato un contratto, della durata di quattro anni, 
con il msBagrìato Graziano por 1645 ducati annui, con l'aggiunta di una postilla 
nella quale il Rais s'impegnava a vasara altri 150 ducati nel case in cui si fosse 
risclta a fasore dei Pignatelli la lite sulla giurisdizione dell'area di Bivona con la 
Corte di Miletir^". 

Alla scadenza del contratto il Duca di Monteleone non riuscì più ad affittare i 
magazzini della tonnara con canoni tali da garantirgli dei veri vantaggi economici, 
per cui, alcuni anni dopo, nconverti i tenoni prospicentl il Castello ed i suoi 
magazzini alla coltivazione e lavorazione della canna da zucchero, allora meglio 
nota come "cannamele" . 

La produzione della cannamele risulta già attiva nel biennio 1591-1592 e grazie al 
vicino approdo, che consentiva l'arrivo del prodotto via mare, il mulino 
dell'impresa veniva usato anche per la macinatura della canna da zucchero 
proveniente da Nicotera e Rosamo."^ 



^"CtìpÉtoJÉ, gratis, e PriviSegj. qunSi si supplicano peri' Università éi MonteSeoue oU'IUustnssìmo, ed 
Ecceltentìssìmo Signor D. CamiUo Pìgnatello Duca di essn Città. 22.02.1571. m Bisogni de Gati I, 
Hippoiiii se\i ... op.cit, lib.l[l, c^ V, p. 256. 

■'^ASN, Rel^n, vd. 3E&. La tonnara di Bivona, negli anni successivi venne nco&tniita tra il Regio 
Fondaco dei Sale manHimo e taToire di S. Pietro di Bivona, nella piccota insenatura allora chiamala 
Caia Scìahecchi. 

■" Il predetto Tarallo P., npoita inoltre nella sua opera atata, alle pp. 11 1-1 13, ctìn notarili oggi non più 
nntacciabiì] e che qui nportianio, anche se non pienamente ceiti della Ioni autenticità ' A 24 tììono 



115 



Emblematica è in tal senso la inazione del commissario dell'impresa della Corte 
Ducale, che recita testualmente: "A Rosarno ia Ducul Corte fece chianhire una 
qudììtith dei curìnumeìi ad una stagliata de terra chiamata io chiuppo aia via de 
Nicotera per [are esperienza si ce facevano bene, e cosi in detto primo anno riuscì 
poco bono. e ti cannameli ìi portarono in io trappito de Bivona per mare e per 
terra et ... ne fecero de quelli cannameli da otto pani de luccaro, e lo sequents 



156L perattì di Motor Martino Vaccuro^ Frottcesco Bishaì óa Nnpoìi, Conte di Brìatico vettde n Delia 
Sottseverino sua mogSie ed a Gaspare e Stefano ìuterioni, genovesi abbitautì in Monteìeone sessanta 
cantora de ^^cchero jìno cotto, bono et receptibiSe de S' impresa di esso signor conte fa et fa fare ^ et farò 
d'hoggi innante infre er per tutti ìi ruesj di maggio et giugno di fanno proximo uvenire Ì562 in Sa 
marina di dieta terra... ecct . 

Agii maggio Ì58Ì per notar Martino Vaccaro di Montefeone, Pietro^ Sebastiano, Girolamo e 
Francesco Vento^ affìttatori delta terra delia Badia delta SS. Tnmtìi di Mileto^ subaffìtìano al Duca di 
Monteìeone Canatlo PignateSli Sa coltura di S. Anna. So Rinano di Melo^ le terre di ConiceUa. 
l'Abbatessa. Sa terra del fundaco di Bivona, ta cottura deSla Calcara. Se terre della Cuccuruta de Sa 
piana di sopra e sotto, te terre nominate le Filici, iS Baglio, e tutte le aStre terre te quali detlo 
j/[[^sJrJssJmD Duca ha tenuto in affìtto dall' arrendamento di detta Abbazia Si anm passati per servizio 
delS'impresa de ^uccari. jji quaSunque quantitate et quaSitate reperìuntur. {Tale ato si nvela 
interesaante per la quantità di toFommi presenti nell'area coEtiera nella fine del '5CX), la maggior paite 
dei qua^l ancora in oggi in uso). 

A I mano Ì595 per Notar MicheSangéfo Pitoya di Monteìeone^ Marcantonio, Scipione. Salvatore e 
Ferrante Maiza sì sono convenuti coSli Magnifici Nardo e MarcelSo Garuffo che Si ducati quattromiSa 
che oggi predicto die presero da Francesco Scavetlo alSa ragione di 8 'A per cento, ne spettano ducati 
2000 a detti di Mona, e ducati 2000 a detti di Garuffo. Vero che sono convenuti cìteh ducati 2000 di 
Mazza restino in mano delSi Garuffo, e quelli onderanno spendendo per la quarta parte che spetta a 
detti di Mazza nelS'impresa dei CannameSi di Bivona. 

A Ì4 ottobre Ì604, per Notar G. Antonio Ursello di Monteleone^ Anfiso Burella jigho ed erede del 
quodam Martino vende a D. Ottavio Pisani un censo di tumoSi quattro di grano bianco, ed un ducato, 
che Sa Ducal Corte di MonteSeone gli pagava per l'acquidotto deSVacqua che si porta in Vivona per 
abeverareh canamelSati dell'impresa di detti cannameli. 

A 12 otiobre 1618, per Notar Possidomo Grasso di S. Pietro di Maida, commorante in MonteSeone, 
Geronimo Scotio, genovese, procuratore di Jacopo Zatara Barone di Mercugliano e dello Stato di 
Rorio, consegna Sa Dottore d'ambe le leggi G. Battista Grispo, Ruzionale e Percettore del Duca di 
Monteìeone, tutta la rame^gli ordegni^ le macchine, lo stìgSio egSi ogg^ cfi' eranservitì perVimpresa 
delSi CannameSi di Bivona e deSla Rocchetta. 

A 6 marzo 1619 , per notar Domenico Venezia^ iS signor Tiberio Pìgnatelli. Generale Governatore delSo 
Stato di Montelone contratta S'impresa del cannameSe con Dottor G. Domenico Barone, Tarquinio 
Cafaro, Dottor G. Domenico VadoSato e Leonardo di Lauro, di fare S'impresa dei cannamélati del 
signor Duca di MonteSeone hoggi in mano del signor Marchese di Cerchiara. tanto detti cannamélati. 
che si ritrovano in Bivona nelle terre delS'Attisani. et in altri . consistentino al numero di sei migliora. 
A 23 agosto Ì619. per Notar Lelio Onemma di Monteìeone, è Domenico Gagliardi Governatore 
delS'impresa dei CannameSi di Bivona. 

A 22 settembre Ì622, per Notar Giovanni di Nicastro di Monteìeone è governatore Francesco Scotto ed 
a ì novembre ì 643 . per strumento di Notar Marcelìo ^ca. è il MagnificD CaimUo Capialbo.' 



U6 



anno poi ... ne fece piantare essa Ducni Corte maggiore quantità, e perchè ni 
tempo che essi cannameU se pinntaro perché erano maturi, sopragionse un 
malissimc tempo de mare e de terra e non ne pctettero carriare in Bivona per 

macinarsi ai trappito e per ie pioggie si annigrarono di sottn e se guastarono, che 
non vaisero più e se persero"^^ . 

Nel 1555 gli affittuari dell'impresa delle cannamele di BivoEia debtxino anticipare 
ben 3000 ducati al Pignatelli prima di intraprendere la loie attivila, anche penzhè il 
Duca si impegnava a fornire a sue spese agli imprenditori gli animali, gli utensili, il 
terreno, lepiantineelemacchine necessarie a tale lavorazione''". 
E' facile guindi supporre che i lavori per adeguare il Castello, rialzando o 
ri strutturando il piano superiore del mastio, ed i magazzini precedentemente usati 
come malfaraggio della tannarn, alla nuova destinazione economica siano 
precedenti al 1590. 

Con la modifica del mastio del castello venne costruito un acguedotto che, 
agganciandosi alla torre Ovest e ^uendo per intero il tratto della cinta muraria 
convogliava le acque del vicino tenente Trainiti sulla torre Est facendole confluire 
nella saetta che azionava il mulino, costruito proprio tra la tone Est ed il trappeto. 
Nel lato Est del Castello sono ancora oggi visibili i resti dei muri perimetrali del 
magazzino adibito alla macinatura ed alla cottura della canna da zucchero, co^ 
come quasi integra risulta la saetta del mulino. 

E' interessante rilevare come l'incastellamento della attività di produzione della 
canna da zucchero rappresenti una delle caratteristiche principali di quasi tutte le 
impre^ di questo tipo pre^nti in Calabria. Erano infatti incastellate, oltra 
all' impresa di Bivona, anche quelle di Diamante e Belvedere, così come l'impresa 
di Briatico della Rocchetta era protetta da una possente torre; il notevole valora 
economico dello zucchero, nonché del reddita che se ne ricavava rendeva 
necessaria la difesa dei luoghi di produzione e di consona azione, che spesso 
coincisero con aree già provviste in antico di struttura atte alla difesa. 
Che comunque il Castello di Bivona fosse custoditi) e governato da un castellano, 
e dotato, con tutta probabilità, di una piccola guarnigione militare anche n^li anni 
in cui veniva utilizzato per la produzione dello zucchero, lo si rileva da un rogito 
notarile del febbario 1613, in cui compare un certo "Antonino di Maio de 
Mont{é[Qoh\e" che si qualifica "nei priesejnte CasteUano dei Casteiio de Bivona" . 
In tale atto il castellano Di Maio compra nel poco distante Fondaco di Bivona 



^™ASN, Relevi. vol.3B6. e. 155, 

lIBi 



'MaacaiaG-, Op. cit, 1983. 



117 



"to(ino)/i trecentntrenta sette di sali de Trupani"^^ f^ es^re utilizzato dagli 
occupanti della stnitiura difensiva. 

E' quindi possibile affennare che, saprattuto nei primi anni di avvio della 
produzione dello zucchero, l'attività imprenditoriale conviveva certamente con 
quella militare di difesa costiera. 

L'impresa delle cannamele^^" d Bivona si rivela in quegli anni come la più 
imperiente attività produttiva esistente nell'Università di Monteleone, tante che 
per due anni di seguito l'intera produzione di 2uccf?n, musture et ruttume, forme di 
mele, schiume et rineite viene acquistata dall'Illustrissimo Ferrante De Falco di 
Montelecne per es^re poi venduta "la mito alin fiera di Salerno di settembre di 
detto anno 1602 et l'altra mith a comptehimento netia fiera di SuntoLuca di 
MontÉteone detVistesso armo 1602" ^^^\ 

Dal con^uente atto di vendita d^li zuccheri rileviamo come l'impresa veniva 
amministrata da una società composta da Marcello Garuffi, Minico Cesare Raffa, 
OttHvj Pisano e Nardi Garuffi, per metà, mentre l'altra metà apparisneva a 
Ferdinando Cacciaturi, tutti soci dimoranti a Monteleone e che impegnano tiitJa la 
"cottum di zuccari cominciaUi finché finerà, si faranno nel trappito deU'impresn 
ài cannameli di Bivona, et Questo atli seguenU preizi: 



^" ASVV. Noinìo Gìovene Otiavìo di Monteleone, sched XI. lih 162 f. 81; " Die !4 mesi februanij 
1613. in Civ{t£i)tis MouU.e\&o)i\ìs nelSa pr{ese)utiii di noi ^ personolmente costituito Antonino di Maio óe 
Mont[éìeoR)e et nei pr{s^)nSe CasSeUano dei Castétlo de Bivona. fnterdo aW !ntuto per te suoi haveri 
et Sum.ni et Mg.le éectura inante de noi ei de Serafitto Cuttorretta substiSuto da Marcello Barracca 
Regio Qirendatore de saiì nel fondaco de hivona. esso Ai^om)no hovere riceviÉo et tenere in sud 
potere to{inD)U trecentotrenSasette di sali de Trapani consignotoìi esso sop{ode)tto Serafino hieri 13 nel 
p(rese)nte mese in éeito fondaco, atia mesuni ord.na fjjjtìfj So[rafS}h 337 di sati esso pljedéjtio 
Ant(.ODi]no promeite venderli nUo rog{ion)e di cor{]i)ni otto ai gr. (jn h toijQ.6)Ìo et il prezzo d'esso 
consegnarlo ad esso Serafino o ach'esso Drd{ine)rà ad ogni sua req{ae]sta in pace ei sopra la quale 
vendita possi arrend.re con ogni dilig{eai^a che! piredejtSo Si concede tutta S'ajuta bastante et So 
constituisse in suo Soco Promettendo: de più esso Ant{oni!no d'ogni altra qiii^ntità de sali ch'esso 
piiedeìtto Serafino le consignasse o facesse cons[&^a}re in suo nome venderlo et il prezzo consignarSo 
ad esso Serafino oach'esso ord(ine)rfl ad ogni sua req{'\ies)ta. 

■'' Con I teinini 'cannamele" o 'canna mela zzi' venivano indicie, fino al XVIf secolo, le canne da 
zucchero prodotte nel secondo anno di coltivatone. Ogni piantagione veniva in genere coltivata per 
tre anni di consecutivi, facendo in seguito nposare il campo per altn tre anni: le piante predette il pnrao 
anno venivano chianicflie 'Horti": quelle prodotte il secondo anno 'Cannamele' appunto, o 
'Cannamelazzi". e quelle prodotte il terzo anno "Sirapponj". 

'" A3JV. Notaio Costo Cosmo (Monteleone 1501 -1621), 8 dicembre 1601 - hb. X/135 f.205. La 
famigliaDe Falco futrale famiglie patrizie monteleonesi che più ricorre tra gli imprenditon della città 
tra il XVI ed il VII secolo negli 3h notarili del tempo, tanCè che nel 1563 appaiono investiti della 
Guardiama della Gabella della Seta di Bivona. 



118 



' U TiiccQTì. Tiìustìire etfaccmme a ducali ottantti io cantaro ai peso dì once 33 per 
ciascun rotolo; 

- U rutinme di ditti zuccari et musture a ducati sessniìtti io cantaro ai peso 
predetta: 

- [\ ri22etìj Q ducati tre to pane, te schiome a ducali doi taformo; 

- ]\ furmi di mele a cariini venti cinque la forma. 

Lo prezzo delie quale robbe Vili. Don Ferrante promette pagarlo alìi predetti 
Marcello, Minico Cesare, Ottavio e Nardo et nccinscuno di loro in solidum in 
questa modo ; ducati ntilie in parte et principio di pagamento delle robiie predette 
venduti; aia quindici di agosto dell'anno entrante 1602 qui in Monteleone, et tutta 
l'altra quantità di denari ch'importerà lo prezzo di dette robbe, pagarli don 
Ferrante alli predetti" dopo le Fiere di Salerno e di S. Luca di Monteleone. 
11 documento si rivela intet^ssante anche perché, grazie ad esso, veniamo a 
conoscere la finora inedilB figura del "mastro" dell' impresa delle cannamele, figura 
che risulta determinante per il buon esito del processo produttivo, per la sua 
capacitàdit^tJver/ìtìre tutte le delicate operazioni dela cottura degli zuccheri. 
1 firmatari di tale atto, infatti, prevedono esplicitamente che "detti zuccari musture 
et altre robbe utili s'habbiano di fare governare da Mastro jacono Rizzo de 
Castiglione ch'ai presente se ritrova in detta impresa, il quale mastro Jacono li 
habbia di governare et darce la cretn conforme al solito et come parerà a esso 
mastro Jacono. Patto ancora che volendo esso Ferrante fare una o due cotte di 
retromele se lo possa fare in detto trappito, et detti venditori siano obbligali, si 
come promettono, darli tutta la quantità di legni che bisogneranno perdette una o 
due cotte, et promettono anco essi venditori, cotti che saranno li furmi delle 
schiume, quando s'hanno da incritare, ce li abbiano a detto Ferrante di 
consignare, et che li furmi che s' haveranno di mettere detti schiumi, rizzettee pani 
di mele, s'habbiano di pigliare concretamente dalle formi che ohi si retrovano in 
detta impresa di Bivona, et cotti che saranno dette robbe, per lo interesse di essa 
parte, voieno ch'ai magazzino dove staranno dette robbe predette s'habbiano da 
fare due chiave, una che la tenga detto Ferrante et l'altra detti venditori, et più 
promettono essi venditori al predetto Ferrante che tutto il governo s'harà di fare 
per dette robbe in quanto all'asciugare sopra scaffe di delti zuccari, et della 
rottame all'attacchi, al tutto shano ai parere di detto mastro J a cono" . 
ChelaprB^nzadi Mastrojacono Rizzo da Castiglione doveva essere determinante 
per la buona riuscita della cotture, lo si rileva inoltra dalla sclenne promessa fatta 
dai ptDduQori dello zucchero "... al predetto Ferrante che tutto il governo s'harà 
di fare per dette robbe, in quanto all'asciugare sopra scaffe di detti zuccari, et 
della rottame all'attacchi, al tutto stiano ai parere di detto mastro Jacono, et 
casochè detto mastro Jacono fosse impedito d'infermità od altro caso fortuito et no 
potesse assistere al governo di dette robbe, a detto Ferrante sia lecito eligerse una 



119 



persona deili lavoranti di detta impresa o altro mastro, per farse governare dette 
robbe, da pagarse detto mastro per detH venditori conforme ni soiito" ^^. 
Ulteriori documenti sull'attività dell'impresa dei Cannameli, la descrivono fornita 
di 18 buoi da tinsporto, che secondo la nota di consegna del 5 maggio 1618, 
risultano cosi suddivisi : 

"Nota di Bovi consigliati per ii £'(ccellentissi)mo Bonvicino ah 
M{3ithe)se Gìo: Dom.co Gagiiardi compi rejse ii ìnstrum.to fatto Vanno 1614 che 
saranno da servire neìi'lmpresa di Bivona, appeiiah et estimati per Nunhato La 
Vecchia, da parte de/r£'cc(ellentt£sim}tì di Monti_eìeo]ne et Criiangeio Currerì da 
parte di do Ecc. Bonvicino, in nome dei Ecc. Jacopo Zatara, afjittatore di ii Stato 
di Mont{eÌ£Ó]ne: 

Uno paro di Bovi esimaij perii guìd[aìo}rì D.24 

S{econ)do Paro rit.sup.a " 24 

3°Paro " 25 

4" Paro " 27.2.10 

5" Paro " 23 

Uno] anco orbo "13 

6" Pamv&x;hi ' 18 

7" Paro vecchi " 18 

8' Paro "30 

Uno bove nomine Uno " 13 

D. 215.2.10 

Fò fedejo notaro Giandominico Venetia dimorante in l}4ont&Ìeone come le sudette 

stima di boi num. 18, sono stati appreziah per ta su delia somma di D. 215.2.10 
per ii detti estimatori " ^^ 

Tra i documenti d'archivio sono stali ritrovati due inediti inventari delle "robbe" 
con^gnate ai nuovi affitbjari dell'impresa delle cannamele e custodite all'interno 
del castello e del liappeto. Gli inventari^^^ redatti tra il 1618 ed il 1619, risultano 
importanti per la comprensione della complessa attività produttiva e la conoscenza 
degli strumenti e dei materiali all'epoca utilizzati nell'impresa ma ancor più, per 
la dettagliata descrizione che fomiscorx) del castello e dei suoi magazzini. 



^^' ASW.WoùjJd Costa Cosmo, Ibidem. 

='^ ASN. Archivio Pìgnotelli-Cortez . Se. 7S. f.l, al- 19. 



■'^ ASN,Archivio PiguateUì-Coitei , 3c 79, £lo 1, n..3 e segg.. inventario deUe robbe ai CastetSo ói 
Bimno (1618). 



120 



I due inuenlari consentono, seppur SGnimariamente, di tentare la ricostruzione del 
castello, eoa come si pre^ntava agli occhi degli imprenditori di quel secolo. 
All'epoca oIEtb alla porta dei CnsìÉtìo di Bivonn, esisteva anche una potin del 
ponte con ia chinvatum e cathenaccio ò braccio, davanti alla quale viene descritto 
io ponte ievati2zo con la sua cathena de ferro e ìe fosse a torno di d(ett)tJ casteilo 
lìonsoiì nette. 

Nel castello furono inventariati ben Quattordeci arcaìjugi, cioè Quattro di questa 

Casteilo di Bivona, e ii dieci dei Casteilo di Mont{eìeo)ne, ed i pie^nti tennero a 

precisare che i quattro del castello di Bivona risultavano vecchi ed in pessime 

condizioni. 

All'interno del mastio viene visitata la saia veccììia la cui chiave e chia^jatnra era 

provvista di brazzeìto di ferro, mentre la porta di un'altra camiBtja dei Casteilo 

risultava senza chiavatura. Anche il camerino, pesto atVincontro de ìa predetta 

porta era provvisto di entrata con chiavahira. 

Viene inoltre descritta un'ulteriore camera dove stanno ti zuccari che, 

probabilmente era, per le dimensioni che consentivano di custodire tutti ti filari 

fatH dì ciauroiìi per calare ii zuccari à p(redett}o, con ìe tavoie di sotto con ìi 

porteiii che tÉneno detH ciauroni^^. Y ampio camercne interrato. 

il tette, meglio ancora t'astraco, vale a dire terrazzato e privo di coppi, viene 

descritto provvisto di un campaneìio disarmato che, con tutta prcbabilità, altro non 

era che una piccola campana, ormai priva di batacchio, utilizzata in passato per 

^gnalare con il suo scampanellio un qualunque pericolo proveniente dal mare. 

E' interessante notare come una delle quattro toni viene distinta dalle altre, sia 

perchè compare nominata come Torre Regia, sia perché é l' unica in cui vengono 

rinvenuti ed inventariati dui pezzi d' artigiieria di pezzo grosso con te cascie 

inferrate e con te rote senza ferro,econ ii pali di ferro per caricare. D'altro canto 

era proprio tale torre ad es^re l' unica collegata al mastio centrale, tramite un ponte 

acconcio, atomo con tavole, ch'incomincia da ì'astraco, e va per detta torre, 

consentendo cosi di andare a d|ett]ù torre dal mastio del castello. 

Anche neU'astraco p|rede}tto v'è un'altro pezzotto d' arLigìieria con i'arme di 

Pignateilo, e colonna, e cavailo ed cascie e rote senza ferro con ia paletta, e sei 

cucchiara per caricare che, in quell'occasione risultava ancora provvisto di due 

palle di ferro piccoie del pezzotto piccolo. 

Sempre sul tetto del mastio viene deszritto uno corritore d' aito verso Mont{^eo} ne 

con le tavoie, che probabilmente era un marchingegno utilizzali) per inviare 

^gnalazioni visive alla città collinare. 

II castello appariva altresì circondato da un fossato, anzi da delle fbsse, che 
all'epoca risultavano poste sia denaro efà tomo ia fortezza, ma non sterrate. 



daunini o chabnitìU [ra^icelle di legno. 



121 



Il documento continua fornendo la localizzazione della Chiesa di S. Angelo, prono 

interno all'arca del Castello, specificando che "..Atìnnt! M Chiesti dì SAngeio ci 

sono cinque scrufine vecchie ..." 

Nel documento successivo, redatto tre mesi dopo^^^ e che risulta scritto in bella 

grafia e più accurato nella descrizione, probabilmente perché copia ufficiale del 

predetto sopralluogo, gli antichi fucili non sono più quattordici ma diventano solo 

"c^tro nrchìbusci dentro io castello" cu^M "nìin cammem dei cnstÉtiaro" , 

riferendosi certamente ai quattiD " vecchi" che nel precedente inventario risultavano 

del castello di Bivona. 

Prosegue inoltre aggiungendo che innumi alla potin vi è U presente ìevnticcio con 

in sua catena di ferro, mentte ii fossi abrasi di detto castello et di detto ponte 

sono netti. 

La camera che in precedenza veniva chiamata sala vecchia, viene in questatto 

meglio descritta come cammera dello castÉilaro, vechia. senza chiavatura, ed if 

canìerino aìlocato entro la parte di dettd camera dello castsUaro, la cui porta 

risultava vecchia et chiavatura senza chiave. 

Sul tetto, anzi precisamente nell'abbaio sopra detto castello, vi è una campanella 

di sonare distirmatn. 

Nella Ione detta la torre Regia, vengono descritti sempre i due pezzi d'artiglieria 

di pezzi grossi, co li casci ferrati et con li roti senza ii ferri, con ii pali di ferro 

per carricare, meglio precisando che per andare in detta Torre vi è un ponte a 

arco et atomo al muro arco cum U ponte che incomincia dalVandraco. Nel 

ribadire che sull' astraco era posta un piccolo pezzo di artiglieria con lo stemma del 

Duca di Monteleone, e che complessivamente si rtitiavarDno sei palli di ferro per 

lo prefato pezzo co aitri palli di ferro che sono nella prefata torre regia, viene 

meglio denominato come lo avvis{sì:\ore di aito, verso Mont(eleo)ne, con le 

tùvute, il man:hingegno che sentiva per le segnalazioni con la città. 

Come ben si nota le due descrizioni ten si integrano tta di lora, anche se 
in guest ultima tutto viene descritto in migliori condizioni rispettt) al precedHite 
inventario, cosi come ad esempio risulta dalla descrizione del fossato intomo al 
castello, che "...come si è detto si trovano in ordine et netti ii fossi tanto fra detto 
casteilo come dentro e attorno ia porta Turria dentro ove si fa la macina la creta 
a chome pani, dimodo che delia porti ia zocharia per tutto netto senza alcuno 
impedimento" . 

Interessante risulta inoltre la descrizione delle decine e decine peniate e scodelle di 
lame di vario peso e forma custodite "abasso net trapeto", compresi manufatti ed 
utensili utilizzati per la cottura dei pani di zucchero e p^la Lavorazione in genere. 



^^* ASN, Archivio PigiìateUi-Coriez . Se 79. f.lo 2. n.l e &egg. 12 gennaio 16Ì9. Jnstniments delia 
consegna de' caiìnameSi. 



122 



Inoltre il "trappìto", costruito proprio a ridosso delle mura noid del Castello di 
Bivona, risulta fornito di "dot scnìi rustiche Quaii servono per saivnmento deiii 
gena delio truppito a tempo di bisogno per potersi salvare in cast&Uo da derìtro 
detto trappito", ciò a testimonianza di quanto fosse ancora rischiosa, nella prima 
metà del XVll ^colo, la vita nell'aroa costiera vibonese, sottoposta al mai risolto 
pericolo delle incursioni piratesche, pericolo con cui era necessario imparata a 
convivere, magari anche grazie alla pre^nza di due scale, in grado comunque di 
garantire una possibilità di "salvamento". 

Nel contratta del 1615 le condizioni di fitto delle imprese di cannameli di 
Bivona e di Briatico dispongono che il Duca di Monteleone de/e provvedere a 
consegnare "i'acQuedotti accomodati, deve donare ii cinque para e mezzo di bovi 
di servizio di detta impresa (...) ii trappeto delia Rocchetta macinate con tutti h 
aitri stigli necessari per servizio óeila macinatura delii cannameli (...) ed anco per 
ia cottura delii zuccheri li rami necessari, (...) tutti li formi, e cantarelli che ci 
sonno (...) nei Castello per la cottura e la conservazione de li zuccheri, e così lo 
magazzeno" , mentre i fittiiari hanno invece l' obbligo "d^ lasciare neila rocchetta a 
benefìcio di detto Sig. Duca sei mirliaria di cannameiati, et sei piantine tanto però 
meno quanto ne riceveranno" . 

in tale atto si definiscono inoltre le condizioni per gli "accomodi de l'acquedotti" 
ed il diritto di passaggio dell'acqua "che si porta a Vivona per abbeverare i 
cannameiati dell'impresa di detti cannameli"^^ . 

Per r impresa di Bivona il Marchese di Cerchiara pagava il fitto con 600 tomoli di 
grano Tanno e si calcola che nei 10 ettari destinati alla coltura fos^ro piantate 
CÌTC5 6000 piantine di zucchero, con un ricavo tordo annuo che si aggirerebbe 
intomo ai 24.000 ducati. 

La coltivazione delle cannamele e la successiva produzione dello zucchero erano 
ovviamente s:andite dal susseguirsi delle stagioni. 

In primavera, comunque entro mar^o, con la tecnica della talea, si 
piantavano le piantine della canna da zucchero nei solchi già predisposti n^ 
campo. Per tutta la stagione estiva le piants necessitavano di una costante 
irrigazione e con cura dovevano es^re tolte tutte le erbacce. La loro maturazione 
avveniva Ira rx)vembre e dicembre, epoca in cui si procedeva alla cosiddetta 
"paratura", vale a dire al taglio delle canne, alla ripulitura del fogliame e degli 
intemodi. Successivamente avveniva la "tagliatura", le canne cioè venivano 
tagliate in piccoli pezzi e sminuzzate, divenendo così pranteperla "macinatura" . 
La pasta macinata veniva insaccate e pressate in un torchio, da cui fuoriusciva un 



^^^A^V. Archivio PignafeUi-Cortei , atto stTpuldDil 6.03.1619 tra il Sig. TLbeno Pignafillo. Generale 
Governatore dello Stao di Monteleone. DotL Giov. Dora. Hani'ne Taiquirao Cafari', DotL Giov. Dora. 
Vcdalai et Leonardo di Lauro, in Capialbi V., Sulla coStum delia canuameia nifi secoh passati lungo ii 
Golfo di S. Eufemìa. Lettera a Leopoldo PiUa, Napoli 133S, pp- 4rb. 



123 



succo del bjIlD simile al mosto: questa fase veniva chiamata "sciroppatura" . 11 

succo successivamente veniva versato in pentoloni di rame e fatto bollire e passato 
al setaccio per essere szhiumato. 11 succo ottenuto veniva chiamata "iento" e 
necessitava di un'ulteriore fase di lavorazione denominata "brigantino del masLro" 
dove, lo zucchero cosi ottenuti), veniva versato in recipienti di teniHcotta e lasciato 
a risiedere ed a raffreddare, per essere successivamente scolato pian piano, 
raggiungendo la consistenza del miele, in un ulteriore recipiente di tenacotta per 
es^re irifine ridotto in pani^™. 

Dal 1620 in poi lo zucchera prodotto nel trappeto di Bivona viene 
acquistato in larga parte da mercanti genovesi, che instaurano una fitta relazione 
commereiale tra i mercati liguri ed i produttcri locali. E' addirittura un genovese, 
Francesco Scotto, che nel 1621 prende in fitto la gestione dell'impresa degli 
zuccheri, e ciò lo si rileva da un atto, rogato dal notaio monteleone^ Nicastre il 22 
dicembre di quello stesse anno, nel quale lo Scotto rilasziava una quetanza di 278 
ducati a G. BattlstB Crispo di Monteleone quale "saldo e a fìnni pagamento 
óeW impresa de U luccari di Bivona"'-'^. 

Ulteriori notizie sull'impresa risalgono al 1677 ed esattamente come una delle 
voci delle entrate dei Pignatelli, in cui risulta rendere alla corte ducale un canone 
annuo di 34ducati"'^ 

L'ultimo atte relativo all' impresa di Bivona è datato al 1 marzo del 1695, 
anno in cui il notaio Pitoja di Monteleone ratifica l'accordo tra gli affittuari dello 
zuccherificio ed alcuni commercianti genovesi, per l'acquisto dell'intera 
pneduzione annuale dei cannameli perun importo complessivo di 8000 ducati-'', al 
saggio deir8%, somma all'epoca considerevole, se si tiene conto che proprio in 
quegli anni tutte le imprese calabresi stentavano a contrastare le concorrenziali 
impcriazioni di zucchero, a prezzi molto più bassi, provenienti dalle Americhe. 

Allo stato attuale della ricerca, non sono state rintracciate fonti 
documentali in grado di spostare più avanti del 1695 la data di utilizzo a scopi 
produttivi del trappeto di Bivona anche se è possibile ipotizzare che le ultime 



^'" Una precisa detenzione delle fcfii di lavorazione della canna da zucchero effettuata J Cafabna sglr 
inizi del '600, la si deveajohannjacob GraE&er, an^cratico suizzeni' che nel 1605 effettuò un vi^gio 
nella nostra regione: in pnjposito cfr. ScaniardiT., ofLCit, p. 40 e MatacenaG., op ciL, pag. 27-2G. 

■^' Cnnira B., Le reloziom poSitiche e commerciati fra Liguria e CaSabria jìn dai tempi delia 
domina iioue Sveva. inAn^ivioStonco della Calabna, Atti, annoili, 1915, pp 249-256. 

■^'Cfr. HA BdlaS., Grano. Mir[rm e Baroni nella Calabna moderna e contemporanea. Cosenza 1979, p. 
183, in CUI viene npoitào un Relevio che indica le entrate feudali del ducato di Monteleone nel 1678. 

■^^ Cinim B.. OfL ciL, pp. 249-256. 



124 



annate di jHoduzione delle cannamele siano coincise proprio con i primi anni de 
XVlIl^olo. 

La fine della attività legate alla coltivazione della canna da zucchero non 
significò però l'abbandono dell' aroa a fini produttivi, tante che iniziò da quegli 
anni lariconvereione della coltura in ^^ùrrfino di agmmi, s^/incolando comunque la 
stnittura fortificata dalle iniziative produttive, stante le successive notizie 
d'archivio che descrivono castello di Bivona utilizzato esclusivamente come luogo 
ove pratìcaro l'esazione doganale l^ata alla pesca, all'ancoraggio ed al 
falancaggio delle imbaroazioni. Merita un brave cenno la notìzia, fornitaci 
dall'Albanese^^, della morie nel castello di Bivona, TU gennaio del 1723, del 
vescovo di Mi loto Mons.D. A. Bernardini, mentre si "rìnfranaivQ la saìute". 

Su questo episodio maggiori partìcolari li fomis:e Uriele Maria 
Napclion€^'\ aaittiirale della Diocesi di Mileto, che nel descrivera il tumulo del 
Bernardini posto all'interno della Cattedrale, precisa che in esso "... fu posto ii di 
lui cadavere, trasportato daìie Case del Romito di S. Maria ói Portosnìvo in 
Bivona, peravercolà tal vescovo cambiato vita". 

11 31 agosto del 1730, il castello di Bivona risulta es^re preso in affitte daAntomo 
Scordamagiia dai Casnieói Longobardi''^ a partire dal primo ^ttembredel 1730 
fino all'ultimo di agosto del 1734, assieme ai "CoUi deritti di Salmaggi, passi, 
anchoraggi, maghaizini, terre apparterìmtino, ed annesse a d(eti^o Casteìto, ed 
altri jussi e prerogative, cbe si ha ii meó{eà]mo" . Per tale affitto lo Scordamagiia 
s'impegna di pagara alla Corte Ducale di Montelecne "... somme per docati milie, 
quattro cento settanta/1470: di moneta corri_en)te ... parte d'argento e parte di 
rame". 

Da tale coniratto si desume che in quegli anni, con l'affitto del Castello di Bivona 
si acquisiva anche il diritta di eseroitare una sorta di attività di portolania e di 
controllo doganale, confermando in tale maniera lo stretto legame esistente tra il 
castello e l'approdo costì ero. 

Le preragatìve ed i compiti dell' affittuario si estendevano infatti "sopra ia Tonnara 
ed altre barche pescareccie, e con tutti nitri suoijussi, dritti ed emolumenti dovuti 
soìiti permessi, leciti, e non proibiti" compreso dell'impano formale di non 



■'"Albanese F, op, at,. vol.l. pp..250-263. 

■'* MoDB. Domenico Antonio Bemardmi (1696-1723) mori l'il gennaio 1723 a Portosal?o di Bivona, 
che era tornata da poco sotto la giiin&dizione vescovile, da quella della Badia della SS. Tnnità di 
Mileta Circa la "Casa del Romito" nel voL 79, f.24 dell'Archivio dei Collegio Greco di Roma, delia 
Chiesa di S. Mana di Pottosalvo è scntto: 'In qa chiesa SMoSe stare un RomiSo chela guarda, e serve'. 
Dando oimai psr certa ia non coicidenza tra ia casa dei immito ed li CcSteiio, ^ potrebbe &caitare 
l'ipotesi dei scggiomo dei vescovo pni'pno ali' interno di questa ultimo. 

=^^ ASN. Archivio Pìgmtelli-Cortez . Se. 79. f. 1. n. 7. 



125 



adotore, neH'eserdzio di tale attività " Quùtsivoglinno ustuzij, negotij od industrie 
priibite e non permesse, e che non possa per ciò permettere o fare qualsiasi sorte 
di controbandi d'ogni genere di Robbe" . 

Lo Scordamaglia, ctie non possedeva beni sufficienti a garantire il pagamento 
quadrimestrale delle rate d'affitto del castello, per un periodo cosi lungo, si 
avvalse della fideiussione "a maggior cautela e sicurtà di essa Bucai Corte" dei 
nobili "D. Nicoia Marzano, D. Cario Cafare Soriani et Antonio Attisani^^\ 

berìestantj di questa città" ì quali, per sostenerne l'iniziativa, impegnarano tutti i 
toiD beni. 

Un ulteriore contratto di affitto del castello di Bivona risulta rogato aMonteleoneil 
14giugno del 1740. 

Dall'atto ricaviamo la notizia che allo Scordamaglia successe nella 
gestione del castello Bernardo Ventrice delia Vena, e che il nuovo affittuario 
diveniva Mf? sffo Gaetnno Spanò^. 

Anche la durata di questo affitte viene stabilita di quattro anni, partendo dal 
^ttembte 1740 e finendo all'agosto 1744, ma la diminuzione del suo costo 
complessivo di ben mille ducati in pochi anni, e cioè dai 1470 ducati pagati dallo 
Scordamaglia ai soli 470 ducati di quest ultimo contratto, testimonia 
inequivocabilmente la progressiva perdita di valore dell' attività sjolta con la carica 
di castellano di Bivona e la scarsa redditività da tale funzione. 
Con tutta probabilità lo scarso valore di quegli anni era originato dallo scarso 
movimento di merci che si realizzava nella struttura portuale di Bivona, onnai 
fuori dal mercato marittimo per le vessazioni fiscali della corte ducale e per 
r inarrestabile insabbiamento dell' approdo. 

Ad aggrnvara le sorti dell' approdo e dello stesso castello, sopraggiunse la decisione 
del Govemo Regio di ritirare al Duca di Monteleone, nel 1775, il titolo di 
Castellano di Bivonaedi Sostituto Montiero Maggiora, as^uife) della verifica dei 
privilegi del Pignatelli originata dalla causa intentatagli dai cittadini di 
Monteleone; verifica che sancì definitivamente la falsità del privilegio reale '^ 



^" [n Bisogni De Gatti D. 1, Hrpponn se\i .. op. cit, p^ 3&5, la famiglia Attisani, seppur ignora l'ongine, 
comprare tra le più benestanti dell'epoca, che possedeva un'e&te&o fondo nell'area di Poitcsalvo, e "Hi 
rminàì detiaos reìinqueiìtes. hoc heremum cum Ecclesia S. Marioe ée PorOi faivo^ juxta Viixniis 
poTtim". 

'^^ ASH Archivio Pìgnotelli-Cortez . Se. 79. f.Lo 1, a 7-8. 

■^^ Cfr.; Luaano D., Op, at, pp. 353-370. La venfica dei pn?ileg] ducaii venne nclnesta dal Pnrao 
Ministro del Re Ferdinando IV, Tanucci a seguito della cau&a, imzid^a nel 1769, intentata contro il 
feuddano dai cittadini di Monteleone, che nvendica^'ano la demamalità della città di Monteleone e di 
Mestano. I Demanisti erano capeggiati dal Dr. Cesare Lombardi dei Satnam e Don Gregorio Acquano 
di Laizona Tra l'altro si accusava il ducadia/ere-cinqr^eprcco/i cannoncini" e di tenere 'arrotuSo un 
numero di uomini col nome di battoghone di guerra". A questo gli avvocai del duca napondevano che 



126 



Seppur continuasi ad appartenere al Duca di MonfEleone, il castBllo di Bivona si 
avviò dunque ad un lungo periodo di disuso. 

L'area adiacente al castello venne, dalla scenda metà del settecento, cin:ondatada 
un lungo cordone sabbioso che, allontanando definitivamente la stnittura fortificata 
dal mare, creò una nuova e più avanzatala linea costiera e l'apparizione di due 
spaziosi laghetti, comeconfennato dalla già cennata pianta dell' architetto Vinci. 
Tutta quella porzione di terreno che si crBÒ con il ritirarsi del mare i^sa ben presto 
insalubre ed inadatta alla coltivazione buona parte del tenitorio di Bivona, che 
costrinse all' abbandono di una vasta area costi ern, ormai paludosa e causa di febbri 
malariche. 

Permeilo descriverete stato di abbandono che nei primi anni deirottocento rese 
noto, nell'intera territorio monteleonese, il tratto costiero di Bivona per la sua 
^vaggia inospitalità è forse iì caso di citare i versi di una poesia in cui viene 
ironicamente canzonata la credenza popolare dell'epoca che voleva il laghetto del 
Maricello dimora di un pauroso mostro, coni gnrgi russi ed arra ggiusi^"", con le 
zanne più grandi di un cinghiale e le zampe pelose /jnctì n l'unghi hnvi pìiusf^\ 
una coda ìonga sefÉ canrà e gli occhi sbijicati dì conacv^' , una teste alta con le 
coma tese, rm coraa mai veduti a mazzu a mazzu. Nel testo Bivona è deszritta 
come il luogo dove "Nuju cchiù cusi, lìuju chiovu anippa,! Merijanu. nmjistra e 
invanóaraj Nuju a Bigonn 'nc'è chi chìanta o scippa,! E' tu terra di ìi frutti a tri 
soiara;! Crapi e pecuri s'inchirìu ta trippaj Pecchi non vnci cchiù ìa ciìonarn;! E 
QVdììtì ogni pugghjiaru. ogrìi cnsejd I Crisciu i'erha di ventu e V nrdichejnj/ Non 
jinno li trabacuii a piscarij Amureju e no rizza si vióiaj L'uffritti sbenturati 
marinari / Eranu pizzicuni, arrassu sia! / Trerrìavanu di stari a menzu marij 
Tremavanu di jiri ' rìcumpagnia-J E ì'arìimaìiu ogrìunu jestimava / Pe M farrìi 
carìirìa ch'assaggiava../'^^. 

'nei feiidi di mare, com'è questo città di MonteSeone. nei quali è continuo il timore deSla invasione óei 
Turchi, niutto s'era sognato essere questa una novitìi'' , mentre per quel che nguarda/a il fcatt^lione, 
che SI nimica tre Tolte l'armo m occasione di tre EestiTità. si era 'prontissimi o fofìo dimettere col 
ritirarsi le patenti agii iscritti.' 

^" Le becche rosse ed digngnaj. 

■" pelcGS fino alle ur^hia 

''^ ^ cechi fQCB dalle orbite e grandi come pietre di fimne. 

'"Ammira V., Poesie DialeltaH, Edizioni G. Froggio, 15 febbraio 1929, Prera. Off Tipcgrafica G. 
Froggio.Viln Valentia Lapoe^a, opera di qiaello che ^nz' altro è statoli più lucido ed arguto poeta 
monteleonese, Vincenzo Ammira (1321-1390), dal titolo 'L'Anitnaliu d"u tnancejin', reata 
testualmente: " Mammama, cM ribeju! Chi fracassul/ Cu' éi cca giiàa. cui ó\ }a schiamaiza-J Votati 
djjv] voi ca vidi chiassui Gugghi la genti comu muschi 'nchiaua-jNa giidu paru, dassomi m(j possir, / 
N\i 'mhutta 'mbutta^ 'mpatìca scavazza: I Cu' si" sgorgia gridandu e cui trapila, /Cu' voli pemmu 
flmruflcfl cui 'nt' 'mpiSa.// Unu sija chi fu, n' outru chi abbi f ni. / N' autru si metti h mani a li ganghij 



ni 



Ccò tocci grossi, ja temperupìum / Hacci^ runcingghia^ faccetOim e vanghi; /A muri o mori, e nujuccò 
si tìiìui, ! ATim.rmìJ\à\ ùi ruughi e di falonghij / E chi vidistì sciohuti e pisUini I Caccian {\\ìQj\ta^ 
Mui\ta!iìguui. // Cu' jìn di ccuni^cui éija Somnva./Cui pigghiuva Sa vm di in Marina J Cui li ziunori a 
tnipa si sciuppavu. / Cui ciaiìgendu dicim Guarda arnijiua'.jCui ìa gibemn ovanti sivoSova,/Mu vidi 
sid'oggetb l' avia chiua^ / E petri }etloìuci efurminottSi/Cu' cercavo ommucciuui e cui dovunti. // 'Ntra 
cMju menzEJ, comu jkj sturduUi, I Guardava \\ì ìernbiM ribejir, / Com'oce^M di Vac<^a combaftufii, / 
Cndi^mi c'aj\coTG j\q mi reju; / Mi cridia co di Turchi erauu vefliri(j/A la Marina 'ncjjnj caravsju; /E 
ad uuuveccMareju addintatìdai / La causo m(j mi dici di fu guai.// U t'animali ubruttu mi rispusi/'uc'é 
di SuMariceju 'utra li conni J hovi lu gorgì rirssj ed orroggiusi^ / cchiìi di boji(j verru havi li zontti; /ìi 
pedi finca o t'ungM havi fàìusi^ / hovi la cudo tonga seta canni, / havi la testa quontu ji(j mvaci, I e 
l'occhi shijicaSi di conaa. // N'autru vinni di costa e subbromisi: / Non è serpenti, no, estì acejazzu; / 
N'autru si vota e dia: mi ferisi / VEfh na cosa quantu n(j poiazm, / Cu la testa ouìa e cu \i corno tisi. / 
Ma corno mai veduti a maizu a mazzw, / N'autni die: Spaventul È cuccutrigghiu; / N'autru vacca 
marina e n'autru nigghiu. // Poi cu na vua assai piatusa e mesta, / Dissi iu vecchiui Guarda, e mi 
mustrau, / Ogni anguSu, ogni porto, ogni jìnistra^ / TutSu vi comu ciongi; ho mi resiau / Mu viju a 
novantanni stfautra festa! /E. la testa vasciandu^ sospirau; /E 'nfotìi ad ogni ìocu era Ìamenhi/Comu 
a mari 'ntempesta fa Suventu.//Nu}u cchiù cusi, nuju chiovu azzippa. / Merijanu majistro eiavondaro^ 
/ Nuju a Bigona 'nc'è chi chianSo o scippa, / E' la terra di U frutti a tri solara; / Crapi e pecufi 
s'inchinu la trippa, / Pecchi non vaci cchiii la cilonora; / E avanti ogni pagghjiaru, ogni caseja / 
Crisciu l'erba di venSuel'ardicheja.Z/Nonjiano li trohaculi a piscari, / Amureju e no rozzo so vidia,/ 
L'ajfriSti sbenturati marinari / Eranu iHzzicuni, arrossir sjo^ / Tremavanu di stari a menzu maii, / 
Tremavanu di }iri 'ncumpagnia; /E l'animaìiu ognunu jestìmava / Pe la fami canina eh' assaggiava J/ 
Cascettuni'^^ gàjiapeSu pajisi / Cu la trumhetSa^ e allongu U campani / Dicianu. iati ja, MunSalonisi, / 
Jocati comu è sotitu li mani, / Comu quandu a l'Abbati,'*' dò rdi 'mpjsj / Quontu vozzi e vrusciau 
l'aggenti soni, / Focistivu m(j fascio e pemmu roci / Prestu pe duvi vinni coci coci. // Cu poti jìlu fìlu 
pemmu cunta /Li cosi chi Jion sugnu registrati? /Di ccò, di jà, di 'nzonduvè ndi spunta /Chi parinu 
diavulì arraggiati: / Ognuno esti ji(j crapiu chijunta/E dici a Vautri: CataSi^ Colasi; /Cui sbafantija. 
cui ndi voli cento, / E a cui l'onchi 'nei 'ncrina lau spaventu. //Avanti avanti e propija a lu locu /Di 
l'Arangu chiamatu, ch'aspettava / Nc'era autr'aggenSi^ ma non era pocuj Chi pregava, ciangia, chi 
jestimavai / Pio tutti si jungiru e paria focu. / Chi jetSanu calondu^a lava a lava./ E arrivarua tu lagu 
a na volata / E jeu. gridandu, cu la mozza armato. // Jiam trovammo nu gra porajàgghia / D' aggenti 
d'ogni cetu ed ogn' arrazza! // Cu voti mu scummenti. oh maravigghia! / Suto chi}u animatiu mu 
ammazza: / Cui cu tu chiaccu vivu mu lu pigghia. / Cui m(j lu stendi morta cu na mazza; / E gridavanu 
tutti comu cani^ / Chi n'autru morzu venenij a li mani. // Ogni lanza stratantu no rejio / Portandu 
aggenti senza riposari. / E cui mezzi mu 'marca non avia. / S'adattava a la megghiu a camminari; / 
Tuttu tu Pizzu ja sj ricogghia. / Cu' rina rina, e cui venia pe mari / Varchi 'ntra l'undi, guzzareji 
'nterra. / Paria 'nzumma Vigona co fa guerra. // Quand'Un[f^\ chi paria nu pamiàjuni^ / Si misi 
pemmu parrà di sto modu: /Chiuditi chissi vucchi di cistuni. / Attentu ognunu o mia mu staci e sodu./ 
D ossoti fari a mia chi su mostruni^/jeu vogghiu sta faccenda pemmu assodu. / Ccà 'jiej tò tò si 'nbsi. 
poi quetaru/ E ad i}u tutti quanti si votaru.// Di ccà venitì vui cu li scupe>tì,/'Vui cu li runchi a chija 
Vanda jati, / Vui cu vanghi, cu saabuti e faccetti / Attempu ripa ripa caminati; / Vui cu Si cordi }ati a 
setti a setti / E a li quattru pEjni(jni vr posati. / Minati, ttà, sparati appena spunta, / E tigatitu forti 
nommu junta. // Sfavanu tutti quanti cu Si lanzi^ / Cui votia pemmu ammazza e pemmu sgrupa. / Cui 
àìcia vogghiu arman ti vilanzi, / Cui. 'nchi, cumpari, fazzu m(j s'allupa: / Cui jeu mino altorbuni a 
scattapanzi, / Mi carricu e Su sbranu comu lupa. / Eccu si senti na gridata lesta / Et e' minati co 
cacciaula testa. // Cui di ccà. cui di }à si tibbaraujComu quandu si dici arrumbuluni; / Nudu nuducuì 
tutta sijettaujCui stezzi suSu 'mpittuSa ecazuni; /Cuicomu si trovava si minaujCu na cazettn misa e 
nuscarpuni/'Ntra chiji borei currijandu a sguazzu / Ed acchiapparu Sa testa di lu-.-caz^.' 



128 



Nella des:rizione poetica Yammaìm è rappresentato come la causa dell' abbandono 
e del disusD dell'arca, ma é una caratteristica delle credenze popolari animare di 
mostri quei luoghi ctie in realtà è proprio l'as^nzadeiruomo a rendere invivibili. 
Negli anni immediatamente successivi al 1730, un'enorme massa di tara 
tra^rtata dai tenenti, frenata dalla duna costiera che aveva ostruito gli sbocchi 
dei torrenti S.Anna e Trainiti, allontanò definitivamente il castello dal mare. 
Con il conseguente allontanamento della linea di costa ed il seppellimento delle 
strutture portuali rinascimentali, si creareno nuove saperfici tenitoriali che 
dilatareno a dismisura le antiche aree di demanio feudale, nonché i possedimenti 
comunali ed ecclesiali esistenti nel tratto costiero di Bivona, tante che proprio in 
quegli anni, nel primo tenazzo collinare, prende corpo il nucleo originario del 
boryo di Porto Salvo, composto per lo più da quelle famiglie di contadini che 
trovavano lavoro nelia coltivazione dei nuovi estesi pos^dimenti. 
E' in qu^li anni che si assiste al frenetico quanto costante fenomeno 
dell'usurpazione dei teneni posti lungo la costa, fenomeno che vide protagonisti 
sia i ricchi latifondisti che i piccoli proprietari. 

Dei casi più eclatanti diremo in aquila, ma merita un breve cenno, per lo spaccato 
umano e sociale che offre dell'epoca la storia di un massaro che aveva ricevuto 
come dote maritale unavigna posta nella Marina di Bivona. E' il 29 ottobre del 



^" ASVV, Nctaio Candela Leoluca, 17B6, VoL 2, corda 1105, L IB recto e ss. "in Nomine Domine 
amett. Die Vigesimunoua mensis Octobris Milìesìma Septìiìguesima ocSnagesimiseKti. Quarto 
Iud{i7io)uis in CiviSote Monsis Leouis:Persoi]a!m[sst]e Cosn"(tuitì]' nelSa p(rese}ji2ii mia iS Massaro 
Doni{em)co AniSe alins Mitucono, e la Massaro Nicohua Fiala detla Marina éi Bivona distreito di 
questa suiì{éet}Sa citSà, marito e moglie nel presente e d{&^tiì Massaro Nìcohno coll'usseuso e consenso 
di d[et!to suo manto^ che p(rese);ite a Noi col suo giuramento ghelo promtnelte. e dona, aggeutiuo^ ed 
intervenieuSiuo una simuS et insoSidum alle che sieguono per loro stessi, loro eredi e successori in 
fu{ta)ro ed in perpetuo; 

D(et]tó ÀnSouino Fiala di questa sud{ùA)to dttìì commomnte in detta Marina di Bivona^ cognito^ detto 
e cognato nei rispettivi s\id{d&)ti. i quale agge. ed interviene ancora colle cose che sieguono per se 
stesso, sijoj eredi e successori in ju{ta)ro ed in perpetuo colS'altia parte. 

Esse parti hanno assento ed asseriscono avanti d Noi. come da più tempo fu contratto matrimonio per 
verbo de ju{ta)ro tra essa Massaro Nicotina fiala ex una. e d{^]to Massaro Df]r?]{eiii)co Anile^ ex 
altera . Per dote delia quale Massara Nicotina esso Ant{om)no di unità col suo Padre Dom[sm]co Fiala 
insolidum allora quando viveva promisero, e s] obligarono di dare, pagare, e con effetto consegnare ad 
esso Massaro la seguente dote, cioè di denaro contanti ducati cinquanta^ una catdara di ducati cinque^ 
una padella di carlini dieci, un trippiè di carlini tre. una cassa di abheto^ un materasso di lana, una 
coperta rossa di capicciola, ed un'altra di cottone bianca^ due para di renzuoli, camicie numero sei , 
duhbretti numero quattro usati^ quattro supponi (i:iJzzoiu?J, cioè due di seta uno di vellutino di seta^ e 
l'altro acquamare. anche di seta, (addali nEjrnera quattro di seta^ tovaglie numero otto, cioè di facci 
nijniero quattro e di testa numero quattro, e di vantaggio il cennato ^{eiiitojre Dom{era)co Fiala li 
promise a detta sua figlia la giusta parte, e porzione che le spetto, e compete, cioè della proprietà 
tantum, giacche l' usufrutto se lo nserbò lo med{esi}mo.di una vignola della capacità di menarolate tre 
circa^ e per quanfè. che limita il Rev{eis)ndo Abbate Pignataro di questa cittìi, ed altri seve ne sono, 
giusto i duoi confini, nonché la giusta parte e porzione di tutto quello piccolo asse ereditario^ che forse 
rimana seguita la sua morte e ciò sì è promesso in buona fede, sema aver passato essi loro per d{^]ta 
promessa dotale scrittura di sorte alcuna, come dissero.Essendosi di già colla grazia di Mostjro 



129 



1786 il giorno in cui "Massaro Dom(eni)co Amie alias Minicano, e la Massara 

Nìcoìina Fiaìò delia Marina ói Bivona distretto di questa sud{óet)ta città, marito e 

moglie nei preferite", accompagnati da "Ant(onin)o Fiaià suo cognatD" si recano 

da un notaio per espone il loro atto di fede sull' usurpazione di una piccola vigna 

perpetrata da un loro parente. 

Ve da dire che massaro "Minicano" è costretto a tale azione perché, considerando 

la sua canuta età, non pote^/a permettere che "seguita ia sua morte, di restar 

misera la cennata sua moglie Massara Nicoìina a cui tanto ama, arìche sui 

riguardo cheia med{eà]nia si attrova figlioia" . 1 tre premettono che qualche anno 

prima "per dote esso Aììt{onì)no di unità col suo Padre Donj|eni]co Fiala 

insoiidum ailora quando viveva, promisero, e si obìigarono di dare, pagare, e con 

effetto consegnare ad esso Massaro ia seguente dote, cioè: 

di denaro contanti ducali cinquanta, 

una caidara di ducali cinque, 

una padelia di carlini dieci, 

un trippiè di carlini tre, 

una cassa di abbeto, 

un materasso di larìa, 

una coperta rossa di capiccioia, ed un'altra di cottone bianca, 

due para di renzuoli, 

camicie numero sei, 

dubbretti numero quattro usati, 

quattro supponi |cuzzoni?), cioè due dì seta uno di vellutino di seta, e l'altro 

acquamare, anche di seta, 

faddaii numero quattro di seta, tovaglie numero otto, cioè di facci numero quattro 

e di Lesta numero quattro". 

Unitamente a tale piccola dote "il cennato ^|enito)re Dom{eTà)co Fiaià li promise 

a detta sua figlia la giusta parte, e porzione cììe le spetta, e compete, cioè della 

proprietà tantum, giacche l'usufrutto se lo riserbò lo med{eà]mo, di una vignala 

della capacità di mezzarolate tre circa, e per quant'é, che limita il Rev{erQ\ndo 

Abbate Pignataro di questa città, ed altri se ve ne sono, giusto i suoi confini, 

&(gnojre, conchiuso eó effeituito iì motrimonio s[^d(det}to per verbo dei presenti^ e /ato per detto 
ge{ratd}re Dom{em)co Sutìo la cousegnu delta sopradetta dote descriStii come sopra, ed esso Massaro 
Doni{em)co Attiìe a conto ncevuta. siccome con giuramento asserisce, come esso stromento sSiputato 
da Notar Cannamétia. a riserba delie preieiizioni che li speita alia r?]ed(esira]o; e per esso alia 
sudid&^ta dì lui Moghe, su vitUi deUii promessa sopra deità vigiìn e piccoìo asse ereditario dei detto 
geiiiSore Domienijco Fiaià, che sì posseggono attualmente da Pietro Fiala zio. ex parie patris dei 
cenuaSi cosi(iCiu)ft Antonino e NicoUna. di casale di Vena. . per causa che detSo genitore Dom{em)co si 
attrovava di unita col il cennato Pietro suo fratello, e seguita la morte deìlo medesimo tutìa la rohba 
rimase in potere dello stesso Pietro, siccome al presente si attrova. 



130 



nonché in giushi parte e porzione di tutto quello piccolo asse ereditario, che forse 
rimarrà seguitn la sua morte e ciò si è promesso in buona fede, senza aver passata 
essiioro perd{e\^ta promessa dotale scrittura di sorte alcuna, come dissero. 
Essendosi di già colla grazia di NiosQro Si{qno)re, conchiuso ed effettuito il 
matrimonio sudldetjto per verba dei presenti, e fatta per detta ge{rà\o}re 
Dom(eni)co tutta la consegna delia sopradetta dote descritta come sopra" la vigna 
testimoniano i tre, era stata usurpala da "Pietro Fiala zio, ex parte patris" che 
possedeva una terreno limitante. 

PurtKippo non conos:iamo l'esito della vicenda, ma la testimonianza giurata d^ 
fratello della Massaia Nicotina, era senz' altra l' unico modo per richi edera allo zio 
usurpatore "l'esposta consegna, ed in caso di renitenza astringerlo, e farlo 
astringere in conto"^^. 

Un'ulteriore usurpazione di terreno la si rileva da un documento redatto un anno 
prima dinanzi allo stesso notaio monteleonese, nel quale un certo Domenico Russo, 
nel fissare il prezzo di vendita di un suo terreno terreno posto nella Marina di 
Bivona, nomato Spataro, è costratto a ribadire, a maggior cautela del compratore, 
"come tempo fa per l'aggregazione dallo stesse fatta di Terreno della Real 
Abbadia di Mileto" venne condannato "daWìlìustre Preside di Cosenza di dover 
anco d[et]to Dom\erà}co pagare il suo tangente", non conoscendo ancora l'esatto 
ammontere della pena pecuniaria, il Russo, assumendosi l'onera per tale 
usurpazione, precisa che "non sapendo il med(esi)mo la somma per poterla 



^^^ ASVV, Nctaio Candela Leoluca, Ibid.: °Oi\d' esso Massaro Dom{era)co Anile considerando la sua 
canuta età non permettendo seguita la sua morte di restar mìsera la cennata sua moglie Massaro 
Nicohna a cui fajifo ama, anche sul riguardo che ta mediesijma si attrova figliola, richiese pertanto a 
d(et)ff] Ant{oma)o Fiala suo cognato per l'adempimento della sud{d&:)ta pretenzione^ che li spetìa 
sopra detla vigna^epiii l' asse ereditario di d{&^to suo suocero Dom{eia]c-o Fiatò, penndi quietare alio 
stesso, ed assolvere di tutSa l'intera dote, la quale Antomno memore detlo cose pred{&^te e da essj 
provato prontissimo a dare non sotam{en)te la giusta przione come sopra spettante a d[&^ta sua sorella 
per raggion di dote, ma per far cosa grata, e per tanti giusH fini benché qui non si esprimono, e per 
amore affetto e benevotema. cede e renuncia. et dona anche la porzione che alio med{esi)mo spetta 
come figlio legittimo dei cennato genitore D om[sm]co di tutto quello che per tegge Si spetta, e compete, 
e che infuturo li potrebbe spettare e competere sopm detta vigna e piccolo asse ereditano del cennato 
genitore suo padre, che tutto ciò si attrova in potere del mentovato di loro zìo Pietro Fiala, con 
richiedere allo stesso per l'esposta consegna, ed in caso di renitenza astnngerlo. e farlo astringere in 
conto, e fare ogn' altra cosa che sarà di hisogno^ bastando allo sud{i^)to Ant{oai.]no quella robba che si 
acquistò con le sue fatiche, come disse. 

Quindi atte le cose sird(detjte, e ricevo di dote, e renuncia come sopra esso Massaro Dom{em)co Anile. 
e Massara Nicolina Fiata cos'assenso e consenso ut supra dictu messo, in p(rese)nzii JifosjJra con 
giuramento dichiarano esse ben contenti e soddisfatti di tutta la sua dote si propria robba di detto 
defunto Com(eni)co per mano di rf(et)[o An(oiu)no Fratello e cognato, comesopra sta designata ed 
annotata. 

Chiamandosi in pireseìnza mia ben contenti, pagati e soddisfatti e liberano quietanza ed assolvono il 
sudid&i^to Ant{om)no Fiata presente erede, facendoli finale e generate quietanza, jji ampia e valida 
forma, e che il p{T^^nte resti fermo per futura FJiemoria.' 



131 



spiegare; cosicché io st&sso Dom[en]co s'obbUgn coi suo giuramento di pagare ni 
detta Reai Abbadia di Miieto. o chi per essa, tutto è Quanto fu condannain, e 
deciso, coii'intÉresse maturato, e maturando in futuro tempo"^^, sollevando cosi il 
suo acquirente da ogni cons^uenza legale perquell' usurpazione. 
Utteriori episodi di vendila di tenoni lungo l' ar^a costiera vennero originati dalla 
necessità di far fronte ai danni causti dal terremoto del 1733. E' il caso, ad 
esempio, del fondo di proprietà dei coniugi DonAntonino Alfiere Francia e Donna 
Caterina Soriano, i quali venderono alloro nipote Don Felicentonio di Francia, per 
complessivi duesento^ttanto ducati, "un corpo stnbiie nibornto con vigne e piante 
d'olive, fichi, pera,ceras{i. e diversi oimi alberi fruttiferi con cnsettn terrena dentro 
situato e posto nelie pertinenze dei Casale di S. Pietro di Bivona in iuogo detto 



^" ASVV, Notaio Candela Leoluca, 1765, VoL 2, corda 1105, L SS recto e ss. "7^ Womiiìe Domine 
amen. Die Nona mensis Octobns MiUesima Septinguesimn ocUiagesimequiuSe, Tertìs !nd[iZifS}nìs in 
Civitate Monsis Leonis^Persouatn]{ent)e Costi{tiat)i netSa p(resejnztì mia D: Domiemjco Russo ài 
questa sudi/M-ìta citSà di Monteleone a Noi bene cog{ai)So, uggente ed interveniente aUe cose che 
sieguono per se stesso, suoi eredi, e succ{ess>rj)n. E Giuseppe Russo di Fmnicesjco deUn Marina di 
Bivona, distretto di questa prefata citìò^ anche a Noi bene cog{ni)to. i! quale agge. ed inServine ancora 
atìe cose infrdicente. per se stesso, suoi eredi: 

DaW altra parte iS Sud{d^]to Dom{em)co Russo Spontaneamente ^ e per ogni modo mig{\io)re, evia ave 
asserito, ed assensce avanti di Noi col suo giuramento^ avere. teJiere, e possedere da vero Signore e 
Padrone giusta mnente^ fra gli altri suoi heni^ una vigna chiamata Spataro. situata neSle pertinenze delia 
sudid&:)ta Marina di hivona. delia Capacità di tumotate tre circa^ e per quant^è a corpo, e non a 
Misura; limita li beni di Dom{em)co Antonio PalSaridì da una parte, e dall'altra Dotn{em)co Russo, 
alias Bolìaro, e dalla parte dì sotto alla vaile h beni delia Reale Abbadia dì Mìleto e vìa pubhhca. 
soggetto al cerno enphiteutìco perpetuo di carlini vediti' due e meno, pagabili ogm mese di Agosto 
atl'abboSito Convento dei P.P. Carmelitani della Crftò di Briatico. ed oggi aSla Cassa Sacra, e del 
restro franca e libera di ogn'attro peso, cerno e servitii, à nìssuno venduta, obbligata, sommessa o 
ipotecata, cheli pervenne per eredità da suoi Maggiori come disse, alio quaìein tutlo e per tutto abbia 
reatzione. 

Quindi tenendo esso Df]FJi{eni]co fìirsso bisogno di denaro per sìiplire agl'affari di sua casa e per altri 
suoi giusti jìni. e per che cosi ba piaciuto, e piace; Perciò sì è risoluto, e deliberato la sud{d&^ta vigna 
venderla, ed aSienarSa liberamente e sema patto alcuno di ricompra, ed avendo avuto trattato con detto 
Giuseppe Russo suo congiunto^ colio med{esi.]mo sj convennero, ed accordarono per la somma di 
ducati cento, tanto stimata ed apprezzata da Luca Patanea e Bruno Io Guarro Agromensori delie ambe 
le patti; della quale stima ne restarono ben contenti: soggiungendo esso Com(em}co nell'assertiva 
seg{ueR)te^ come fempo fa ^r l'aggregandone dalSo stesso fatta di Terreno delia Rea! Abbadia di 
Mìteto. fu decìso dall'ItSustre Preside di Cosenza dì dover anco d{et)[o Com(em)co pagare iS suo 
tangente, noji sopencTo il med(esi)mo la somma per poterla spiegare; cosicché lo sfesso Dom{era)co 
s'obbliga col suo ^ijromento di pagare al detSa Rea! Abbadia di Mileto. o chi per essa, tutto è quanto 
fu condannato, e deciso, coli' interesse nìotirroto, e maturando in futuro tempo^ con levare ìndenne^ ed 
illeso il sud{d&^to Giuseppe p{isss)nte^ ed eredi, restando di suo conto ciocché va dovendo, per detta 
aggregazione, alla prefata Real Abbadia, e così in p{rise]nza mia si convennero per pjito espresso, e 
forma con ciò netto lo contratto sud{di^)to^ ed hanno devenuto alla sbpuSa dei p(rese)nfe js^irnienio" 



132 



"Lo Guardiola" ^^\ di capacitò di tumuiate cinque e mezza in circa, limito ii beni 
di Nohir Giuseppe Gasparro. dei sig. Marcantonio Moreiìi e via convicinaie ... 
per provedere atìe urgenti necessità che stante ii corrente t&rrihiie fìagetìo dei 

terremotD ii sovrastano"^^ . 

Quelli citati sono salo alcuni dei tanti episodi che caratterizzarono la storia 
Jn^diatJva deirarea costiera, tra ìa fine del ^ttecento ed i primi decenni 
dell'ottocento, fenomeno che in verità vide distinguerai le maggiori famiglie 
monteleonesi, subito dopo gli interventi di bonifica attuati nei primi anni 
dell'ottocento, molti dei quali a discapito delle proprietà demaniali, siano state 
es^ comunali o feudali, destinate ad uso civico della coìlettività. 
L'intero temtorio costiera, in quegli anni, con il sequestra dei beni ecclesiastici e 
l' e/eraione della feudalità, venne in parie acquistato da ricche famiglie locati ed in 
parie destinato ad usi civici, legati al pas:olo [jus pascendi) ed alla semina ijus 
serendi). L'araa divenne meta di lavoratori a giornata, di pastori e di tenaticanti 
che corrispondevano ai signori quote parti del loro prodotto ed all'autorità locale 
una quota di fitto dell'uso civico del Isneno demaniale incolto. 
E' in questi anni, però, che si accentija la propotenza della nuova borghesia terriera 
monteleonese che, oltro ad escludere dagli usi civici le loro tenie, mirarono ad 
occupare, con pratezioni e connivenze amministrative, i demani comunali ed 
ecclesiali, usurpandone, giorno dopD giorno, le proprietà e gli usi. 
Contro tali usurpazioni, nel primo decennio del 1800, sia l'Università di 
Monteleone che quella di Vena e Tripami, diedero inizio ad una ^rie di azioni 
legali contro tali usurpatari, rivendicando i loro diritti sul territorio demaniale 
costiero ed obbligando le autorità ad istituire una Commissione Reale con il 
compito di accertare la consistenza dei beni soggetti ad usi civici e la loro natura. 
Una prima indagine venne affidata all'Agente Ripariitoro sig. Bnjno Antonio 
Varano, il quale il 28 novembre 1810, inviò al Commissario del Re per la 
ripartizione dei Demani della Pravincia di Calabria Ultra il seguente rapporto: 
"Per i' adempimento dei miei doveri e pei disimpegno affidatomi sono coita 
presente a rapportarvi ie mie operazioni. Ben vi consta o Signore che per Quanta 
indagini si sono da me prese, sottn ia vostra direzione ailorchè in questa città 
soggiornavate, niun corpo demaniale si era rinvenuto in questo Circondario. 
Sovvengavi che avendo fatte ie mie specuìazioni, vi proposi ì'articoìo se ie terre 
adiacenti ail'ex feudo di questo ex duca neìia Marina di Bivona e che furono 
lasciate dai mare, dovranno entrare o no neUa ripartizione: questo articolo vi fece 
pensare un poco. Ne voleste prendere conto suile carte deila Camera ex Baronaie, 
per mezzo dell'agente Sig. Gio3atta de Noci. Esaminaste ia platea formata dal 



^^^11 toponimo 'La Guardiola" deJ fondo ha certamente onginedallapresenzadi un casctto di guardia 
militare. 

'" ASW. Notaio Antonucci Francesco Saweno. 17 settembre 1736.0. 649 ff. 30j-31v. 



133 



signor Sebastiani, si sottopose nU'esume ancora iì catasto di Quest/i universitò, 

donìandasts ai suddetin agente ia esibizione di qualche titolo che portasse l'epoca 
prima deila Real Pramnìatica dei 1536. o decreto definitivo di qualche tribunale, 
ma perchè aiuno di questi documenti si è prodotto in sostegno dei diritti feudali, 
risolveste che dovessi conferirmi sopra luogo, avvisando prima il suddetto Agente 
per mandare i suoi periti ad assistere mentre per parte dell' università di Tripami 
si facevano venire i periti suoi, onde si avesse dovuto divenire alia fissazione dei 
limiti divisori ed alla misurazione delie terre lasciate dal mare, e quelle che si 
posseggono dall'ex Barone e farvene di tutto un dettagliato rapporto, per ìndi 
attendere ie ulteriori determinazioni: eccomi perciò al rapporto: 
Jl giorno 4 dello spirante mese, precedente avviso all'agente dell'ex Barone, e 
coli' intervento dei suoi periti per nome Giuseppe PresHnemi ed Antonio Loriggio: 
nonché quelli dell' università di Tripami per nome Nicola Profdi e Pasquale La 
Torre; mi sono conferito sopra luogo; prima di tutto presi conto dei luogo ove 
giungevano ie acque del mare: tutti convennero che giungevano fin sotto le 
fabbriche del Castello di Bivonaj e convennero parimenti che l'ex Barone fino 
all'epoca circa settanta anni addietro, nella Marina di Bivona altro non possedeva 
di Feudale, che il puro e semplice castello co' magazzini e loggia ad uso di 
conservare gli attrezzi della tonnara e le Barche ad uso di pesca; nonché una 
tomolata di terra adiacente denominata l'orto del Castello: 
Fissato questo princìpio non contradetto, si è principiata Voperazione della 
misura geometrica delle terre lasciate dal mare, che parte sono coltivate e 
possedute dall'ex Barone, parte arena assoluta e parte si trovano paludose e ad 
uso di pascoli di animali, mi darò dunque il vantaggio a descriverle come furono 
osservate e misurate. 

i) Avendo principiato la misura del terreno che confina col fondo dell'Alfiere 
Francia, oggi posseduto dal Duca di Monteleone, per la parte di levante, col 
mare per la parte di occidente; questo terreno si estende per la linea retta pel 
fondo di Marzano e proseguendo ia pubblica strada va a finire col torrente 
denominato S.Anna eh' è proprio territorio appartenente al casale detto S.Pietro 
di Bivona; lo stesso è territorio lasciato dal mare, ed é della estensione di 
tomoiate otto, le quaìi possonsi rendere coltivabili e tumoiate sei sono coperte di 
pura arena; ma per opera dell'uomo si possono anche rendere coltivabili; in 
queste terre aperte e pubbliche si trovano fabbricati alcuni edifici come siano 
una Loggia ed un Magazzino per uso e comodo delia Tonnara ed una piccola 
casetta, le quali potrebbero essere soggette ad un canone a beneficio del 
Comune di Monteleone, mentre il Casale di S. Pietro va incluso con Monteleone. 
11} Si passò dal descritto luogo il Torrente S. Anna ad entrare nel territorio di 
Tripami, dalla pubblica strada in sotto verso il mare; giacché dalla parte sopra 
la strada va incluso col territorio di Monteleone ed avendosi usate tutte le 
suddette osservazioni, si sono trovate le seguenti terre coltivate possedute 



134 



dall'ex Camera Baroaaìe. ìa quale annuaìmentÉ si ha esatto e si esiggeVestagìio 
dì esse: Queste terre sono deW estensione di tomoìate Quattordici. 

Ili) Sotio te suddette terre vi esistono quelle paludose e addette ad uso di 
pascolo degli anirrìaìi; Queste si sono calcolate altre tomoiate Quattordici ed i 
periH sono stati di parere che possonsi rendere coltivabili al pari delle altre. 

JV) Dal descritto luogo si passò ad osservare tutta la continenia delle terre per 
la parìÉ di sotto ai Castello di bivona, che sono appinto quelle terre per uso di 
pascolo e luoghi paludosi ancora, e furono acoicolate per tomolats 
centocinQuanta. Le suddette t&rre detti periti furono eguaimente del parere che 
coU'andare del tempo e con poca spesa, si possono pure rendere coiUvabili ad 
uso Ói semina. 

V) Le denominate terre confinano da una parte colle terre del Feudo di bivona 
che prima erano della Reaì Abazia di Mileto, ora del Sig. Gagliardi perché 
vendute dal Demanio, e dall'altra parte confinano coìle terre della Mensa di 
Miìeto: si calcolarono prima Quelie adiacenti alle terre delia Mensa di Miìeto e 
si trovarono tomoiate sei ed altre cinque tomoiate sono paludose e per uso di 
pascolo. 

VI) Le terre denominate Li Giardini di Porto Salvo che prima erano delia 
suddetta Rea! Abbazia; indi passarono nel dominio del R. Demanio e da questi 
subasta al Sig. Lombardi dono tomoiate ottantaquattro le quali possonsi irrigare 
coìi'acqua dei fiume Trainiti. J periti fìan giudicato cììe le stesse furono anche 
lasciate dai mare ed aggregate aile piccole terre di Porto Saivo, e per esso 
daìi'Abazia: ma se siano o no soggette alia divisione dei demani comunaii, 
questo è un arhcol che dovrete esaminare e decidere voi, mentre io non ho 
trovato cììe vi fosse del Feudale, né veruno jusso civico per quanto fio potuto 
verificare. 

Queste sono le operazioni ed osservazioni praticate nel sudetto giorno 4 novembre 
dell'andante novembre. Rimase cosi imperfetta la mia commissione per mancanza 
di tempo in Quella prima giornata, ma poi fu ripigliata il giorno dieciotto deilo 
stesso mese avendo usate tutte ie suddette precauzioni e precedenti gli avvisi 
ail' agente deil' ex Barone, il quale fece intervenire li stessi primi periti Prestinenzi 
eLoriggio. 

Jn questa giornata dunque si principiarono ie operazioni sopra la strada pubblica, 
che viene ad essere il territorio appartenente ali' università di monteleone.Fccomi 
dunque alia dimostrazione: 

J) Si sono osservate tutte ìe terre denominate Le Marinate, terre lasciate 

libere dal mare e che confmano colì'orto del Castelio di bivona: ie divisate 
terre sono divise in due menbri: uno di questi è dell' estensione di tomoiate 
venti e mezza e l'altro sono tomoiate quattro: queste terre sono tutte coltivate 
ad uso di semina di grano. Le stesse vengono possedute dall'ex Barone ed 



135 



ùggregate nUao tomoiota deU'Orto dei Casteiìo che é feudnie, percui daiia ex 
Camera Baronate annualnìente si esigge ii convenuto estnglio óaUi fittuatii. 
Hi Si osservarono iet&rre lasciate dal mare nei luogo óettn Santa Venere; ed 
in esso luogo si trovano soiatnente sei tomolate di terre coltivate er aggregate 
ai fondo del Sig. Cesare Lombardi di Francesco di Monteleorìe; io dorrìandai ìi 
periti del prezzo di esse e mi dissera che non si possono calcolare in aitra 
somma fuori di quella di ducati sei aWanno aiia ragione di cariini dieci alia 
tDmolatd; e così terminò ia suddetta mia commissione ora a voi Sig. 
Commissario risolvere coi vostri lumi quello che devesi fare e comunicarmi li 
vostri oracoli per eseguirli a guisa di legge. 
Tanto mi occorre rapportarvi e pieno della più indicibile stima passo a salutarvi 
distintamente ". 

Come ben si comprende dalle parole dell'agente ripartilDre, il castello di 
Bivona, che già in quell'anno appare descritto ^nza alcun riterimento ad uso od 
attività in esso scolte, diviene il solo metro tangibile, condiviso da tutti i periti, in 
grado di consentire l'esatta estensione dell'area demaniale, visto che le acque, 
n^li anni passati giungevano fin sotto le fabbriche del Castello di Bivana. 
La vicenda merita di essere seguita perché, seppur offro poche notizie sul castello 
di Bivona, consente di trscciaro una mappatura precisa del tenitorio costiero, dei 
toponimi e delle famiglie ctie, in quegli anni, risiedevano nell'area posta tra Bivona 
e Santa Venero, ed altresì s^uiro alla sua nascita, que] perooiso sto ri co- economico 
che condunà al suo attuale assetto amministrativo. 

Sentiti gli esiti di tale sopralluogo effettuato dall'Agente Varano, il 10 
dicembre del 1811, l'Intendente Commissario del Re ordina "che i fondi detti Orto 
di S.Giuseppe. Coltura del Castello, Terra del Castello di bivona e Feudo di S. 
Vennero e la Badia di Miieto posseduti da varii possessori, siano esenti óa 
divisione, salve ai comuni le loro ragioni presso il Giudice Ordinario competente 
per le aggregazioni fatte dai mare sulle terre finitime al lido; che le terre delle 
Marinate e Feudo di Vena siano divisi, dandosi ai comuni suddet^ tutta ìa 
estensione delle Marinate che attualmente non trovansi coltivate ed il terzo del 
Feudo di Vena nella parte più eulta di esso e più comoda ai citadini, compensando 
il valore coW estensione, imputando però all'ex feudatario ia parte che si troverà 
alberata segnando il valore dei terreno, ed una contingenza non maggiore di 
dodici moggia, ove trovasi stubilitn la casa rurale; che le terre inculte delle 
Marinate imputate ai comuni suddetti restino provvisoriamente in promiscuità tra i 
medesimi, e la terza parte del feudo di Vena sia divisa per metà a beneficio dei 
Comune di Monteleone e per l'altra metà a rate uguali tra i comuni di Vena e 
Triparni." 

Incaricato all' esecuzione dell' onjinaza fu il Sig. Camillo Sarlo, Agente Ri parti toro, 
il quale cominciò a procedero alla misurazione dei demani e delle relative divisioni 



136 



il 15 gennaio del 1812, redigendo un sibillino vertale con dei periti, tutti 
crocefirmati. 

Certa, ta scelta di affidare gli interessi della popolazione a periti che non erano 
nemmeno in grndo di scnvere il lora nome e che, stimando le distanze ad occhio in 
quei luoghi piani e pantanosi, riuscirano in due sali giorni a compiere un lavoro 
che ancora oggi, con i moderni strumenti tecnici, ne prevede s^/ariali, pone più di 
un interrogativo sulla leggittimità delle operazioni di effettuate e sulla volontà 
rappr^entare efficacemente la scvranità dello stato a discapito degli interassi dei 
nobili locali. 

Del resto, i toni utilizzati nel redigere il verbale, sgelano ancor più la 
"compiacenza" dei periti edell'AgenteRipartitoreai poteri forti della città; 
"Noi Qui sotiDscritto crocesegnati iìcrih eietti uno per parte dai comune di Vena, 
i'ùìtro per parte del Corritene di Monteìeone e Vaitro per parte deìi'ex Duca di 
Monteleone certifichiamo come avendoci conferitn nel Feudo detto di Vena, ed 
avendolo girato dapertuttn, i'abbiamo considerato di estensione tumolate 110, 
includendo tanto Votivetato quanto ia seminutoria, ed avendo esanìinato la loro 
natura t'abbiamo considerato che dona annuo rendita per ogni tomoiata carlini 
tre; ed avendolo diviso in tre porzioni uguaii, tanto in valore cììe in estensione 
secondo le regole deiVarte, ii toccò alli comuni suddetti quella terza porzione 
principiando daiia Scaia, limita con iiSig. Taccone si segue ii piano e limita con te 
Uiivi deli Mancusi ai Monhceiio delia Pezza, verso la pietra grande al lato del 
vallone delia parte di mezzogiorno dove attualmente esistono due fossah fatti con 
ia zappa, saie ii vallone della pezza e volta per l'oriente limita con la mensa 
vescoviie di Mileto voita per selìentrione e iimita colie duodeci tumolate assegnate 
alia casetta rurale, colla spiega però che ie tumolate duodeci della casetta vanno 
comprese colle due terzi che toccarono ai Barone. 

La metà spettante ai Comune di Monteleone principia dalia parte di basso coUa 
metà che toccò alia Comune di Vena e Triparni e colie duodici tumolate deila 
casetta ruraieeva a terminare verso la strada deiia pezza. 
La parte che toccò ai Comune di Vena e Triparni è quelia che limita colie duodeci 
tomolate deila casetta, coiia parte che toccò al comune di Monteleone e si estende 
sopra gli uiivi deiii destrosi, scende e limita coi sig. Taccone e voita per ia strada 
deila Scaia-' 

il sopralluogo venne ripreso e concluso tre giorni dopo, il 15 gennaio, con i periti 
che si recarono "nella terra detta Le Marinate di Bivona e propriamente Vincuiti li 
abbiamo considerati tumolate sessanta, per cui l'abbiamo valutati annua rendita 
grana 15 la tumolata", e nove giorni dopo viene redatto il processo vertale, 
trascrivendo le accorte misurazioni. 



137 



Tuttavia l'aver trascumtD di fissarne i limili, con ^gni di fabbrica stabili continuò 

ad offrire il destra ad ulteriori usurpazioni sulle terre demaniali assegnate al 

Comune di Monteleoneedaquellodi VenaeTripami^^. 

Per taleragione dopo l'esecuzione deirordinanza Colletta su richiesta del Sindaco 

di Monteleone venne es^uita una ulteriore verifica che portò alfaccertamenta di 

un'usurpazione da parte di Don Domenico Lombardi Satriani, [ante che il 27 

giugno 1336 venne e^guita una v^fica in cui si stabilono usurpati ben 21 

tomolate e quattro ott^i di pascoli, valutati a carlini cinque la bomolata. 

Successivamente venne riscontrata anche l'usurpazione del Duca Pignalslli, di 

tumolate 12, pen:ui con l'Intendenza emise un'ordinanza di reintegra a favore del 

Comune di Monteleone il 22 febbraio 1837, lo stesso fece il 20 novembre 1843 

l' Intendente in consiglio d' Intendenza sull' usurpazione del Lombari, 

condannandolo alla restituzione delle terre ed al rifacimento dei frutti 

indebitamente percepiti dal 1B16, stabiliti dai periti inducati 10 e grana 75 l'anno 

fino al raggiungimento della quota di 300 ducati, oltre alle spese di giudizio pari 

ducati 26 e grana 4. 

Venne incaricato per l'e^cuzione della reintegra il consigli^^ Distrettuale Sig. 

Dondomenico Gagliardi e con verbale del 15 febbraio 1844 avvenne l'immissione 

in possesso del comune di Monteleone. 

Qualche anno dopo tutte le proprietà nelle marinate rimaste all'ex feudatario 

passarono agli eredi del Marche^ Gagliardi 

Tutti i documenti citati provengono dalla acuta reazione effettuata quasi 

novantanni dopo dall'Istruttore Perito Ing. E. Minnicelli, incaricato di proporre al 

Demanio, visto il perpetrarsi dell'usurpazione anche dopo la nascita dello Stato 

Unitario, una soluzione che ristabilis^ la legalità nell' area costiera. 

Il 12 gennaio del 1031, anno IX dell'epoca fascista, ^li conclude co^ la sua 

indagine demaniale^^'' : 

"Con M presente operaiione da noi fntia, U Comune di Vibo Valentia verrà a 

realizzare un ammorìtare ar\n\io di ctmoni dì £. 2.173. 59, con una zona iegittimata 

e di ettari 13J4.91: mentre con te reintegre delle zone non legitirrìabiìi erìtrerà in 

possesso dì ettari lì. 31 .68 di terreno e realizzerà la somma complessiva di £. 



^^* Il Comune di Vena e Tnpami, nel 1B30, ?eEne ingloba^ in quello di Monteleone, divenendone 
frazione. Da quell'amo in poi di conseguenza le tene che erano di sua peftrnenza pasaanano al comune 
di I^onbeleone. 

■'^ 1125 tpnnao 192Svennenomindx>rincf. Mmnicelli Emilio, da Catanzaro, IsCmttora Demamale per 
il compimento delle operazioni del Comune di Vito Valentia, con mcancodi pre&entare la relazione, i 
veitali e gli 3h entro qudlro rae&i dal suo giuramenta Studia gli 3ìi degli archivi del Commi&Bianato 
degh Usi Civia e del Comune, cominciò le venfiche sul posto, identificando l'area demaniale delle 
Marmate e le usuipazioni avvenute negli anm piecedenb. La relazione è conseiv appresso gli Archivi 
del ComnussanEto degìi Usi Civici di Catanzaro. 



138 



44.886,52 per frutti indebìtametìts percepiti". Il perito perà, non rinucia di 
premettere, alla conclusione dell' incarico scolta, le sue amare considerazioni: "F 
troppo viva ancora e palpitante la storia dei nostri poveri comuni. ìe cui sorti 
verìivuno affidate ai Consigli Comunali, i cui componenti erano sempre, ed era 
naturale, Quelli che maggiori conti avevano da rendere ai comuni stessi. Così si 
spiega ìacquiscienia dei comune nei confronti degli usurpatori: guesti erano 
sempre amministratnrio. o toro adepti, conosciuti sotto iì nome, tantn deprecato di 
galoppini elettorali. 

Stando così ìe cose, soltantn dallo Stato potevano avere molestia gli usurpatori dei 
Demanio di Vibo Valentia, ed essi si affrettarono a pagare il prezzo quantunque 
irrisorio della estensione occupata" . 

Probabilmente proprio a seguito di tale intricate vicenda legale, il castello di 
Bivonafinì per essere invischiato in quella spe^ e di oblio collettivo che coinvolse 
tutte r area demaniale ed in cui, una sorte di silenzio-as^nso sulla ridistribuzione 
delle aree demaniali, pernii^ a molti di legittimare un possesso temtoriale 
altrimenti non facilmente dimostt:abile. 

Ancora oggi pochi calabresi conoscono l'esistenza del castello di Bivona, e tì:e 
questi ia maggioranza non è certo costituite dagli abitanti dell'attuale comune di 
Vibo Valentia. 

I suoi ruderi oggi appaiono privi di sensD e di storia, distanti come sono dagli stili 
vita a noi contemporanei, eppure non si sono sottratti a queir alone di leggenda che 
avvolge ogni castello diruto. Ancora oggi gli anziani contedini del luogo si dicono 
certi dell' esistenza di una galleria sottenanea che unisce il castello a quello di Vibo 
Valentia, nella quale, quasi a metà del suo peroorso, è custodito un enorme tesono, 
perla cui ricerca molte persone, dicono, hanno perso la vite. 
Un'antica credenza popolare, riportate dall'antropologo Raffaele Lombaidi 
Satriani^', piende le mosse proprio dalla Inonda ddl'esistenza di tale cunicolo, 
scavato nelle viscere della terra su ordine del conte Ruggero, per garantire una 
sicura via di scampo dalle orde saracene, ed in cui lo stesso spirito del conte 
"assassinato, risiede nel luogo della disgrazia, fin dall'età in cui sarebbe vissuto in 
terra", condannato a ripetoorrere all'infinito quel tt:agitto sotterraneo in groppa al 
suo cavallo. 

Si dice che il magico fenomeno si ripete ancora oggi, quando il maltempo, il forte 
vento e la fitte nebbia avvolgono il castello di Vibo Valentia. E' in quel preciso 
istante che dal cunicolo giungono degli strani mmori, che danno la sensazione di 
^ntire dei gemiti convulsi, uniti allo scalpitio di un cavallo, che al galoppo inizia 
la corsa che lo condunà assieme al suo indomito cavaliere, in salvo lungo la via 
della marina. Purtroppo la corsa è destinate tragicamente a concludersi allo sbocco 
del cunicolo, che si apre sulla scogliera di Bivona. L'incantesimo vuole che un 



'^ Lorabanii Satnani R., Credeme popolari CtìJobresi, RateLi De Simone Editon, N^joli 1951, p. 23. 



139 



violentD fascio di luce argenteo, investa il cavaliere nonnanno, il quale, 
mantenendosi a stento in groppa al suo tenDrizzata destriero, è costrotlio ad 
invertiro il suo galoppc, risospinto con forza nel tetro percorso sottenaneo. 
11 magico castigo vuole che tale percorso si ripeta nel tempo, quasi come un mito 
greco, destinato a durare in etemo. 



140 



VII 
LE TORRI COSTIERE, 



li Castello di Bivona, tra il 1500 ed il 1800, risultava inserito in un complesso 
sistema di difesa dell'intera costa vitxinese che basava la sua efficacia militare e 
funzionalilB sulla perfelia integrazione con le toni di avvistamente e di 
^gnalazione presenti nelI'araacompr^satraPizzoeBriatico. 
In proposito è da solioIinearB come il confronto sinottico Ira le carte geografiche e 
nautiche, redatte tia il 1600 ed il 1702, presenti una frequente sovrapposi zi one 
toponomastica delle torri costiera vibonesi, creando co^ più equivoci che certezze 
sulla loro esatta fecalizzazione. 

Ciò premesso, ed evitando di inoltrarci nelle ragioni di tale confusione 
toponomastica, più che chiarita ormai da altii insigni autori a noi contemporanei^^, 
è il caso di addentrarci nella "riscoperta" delle nostre toni costierB e della loro 
storia, iniziando il nosttD itinerario da quelle poste a sud dell' antica area portuale. 

Nella logistica militare, nonché nel quadro complessivo delle necessità di 
comunicazione visiva e di segnalazione tia le torri poste a guanjia delle marine e 
dell'insediamento portuale, rittxiviamo posta all'estremo sud la Torre óeiìa 
RoccheWi, in grado di raccogliere le segnalazioni provenienti dalla Torre del Porto, 
pure detta di S. Nicola, e di rinviarle alla Torre Imperiale, po^ in contrada Cocca 
di Briatico, allavolta della città di Tropea. 

Essa appara perla prima volta segnalata nella carta Stigliola-Carlaro del 1613. 
Avanzando verso nord era posta, secondo fonti del 1589 che la collocano quasi a 
ridosso dell' attuale Punta Scrugli, la Torre di S. Nicola del Porto. Essa scompare 
nella cartografia del Mazzoli^" cM 1601, per riapparire nel 1613 in quella dello 
Stigliola-Cartaroconil solo nome di Torre rfei Porto. 



^^^ Gfr. m propoBito i testi ài Vaiente G.. Toni Costiere dello Caìnbrio. Ed. Frama, Cluara^aUe 
Centrale, 1972 e Fcglia G., Tipologia delie toni costiere di difesa costiera di Calubrio Crfra, di 
Calabria Ultra dal XH secolo. Ca&tella 28-29. U.C., Typo&, Lissone, 1964 

■'■ Ma£Z£]\a.S.. Descrisone dei Regno di NapoSi. NapàhlADCl. 



141 



Nella Inazione def Vicario Generale G. T. Blanch, sceso in Calabria pe" 
riorganizzare la difesa costiera dopo il tremendo tenemota dei 1638, la ritroviamo 
citata come "Torre de Santo Nicoia, appartenente al territorio di Briatico, la quale 
non aveva " paóegióo dei terremoto pero ha de menester tres ììolmas dei muraila 
de gasto de ducados 50"^^. La denominazione della torre a San Nicola è 
certamente legata al diffuso culto del santo nel territorio di Briatico, culto 
ampiamente documentato in tutti i centri in cui prevalente era l'attività marinara". 
Con questultimadenominazionevieneanche segnalata nel 1620 enei 1714 dal De 
Rossi. 

Nel 1707 risulta custodite dal temerà Domenico Crispino, mentre nel 1741 
compare nell'elenco delle torri costiere come 'Torre di Santo Nicoin", la quale 
risulte "bisognevoie di riparazioni" '^^ . 

La tone di guardia viene descritte come "torre di S. Nicola dei Porto"^'' ' rBll' atto 
con cui venne acquistata, il 16 luglio del 1723, dalla famiglia Lombardi Satriani. 
Nell'atto, con cui i Lombardi Satriani acquistano anche ^'l'esercizio di Torriero 
deUa suddetta torre" viene segnalato un corpo aggiunto alla tone, ad uso di 
"Pagliaro per comodith dei Torriero". Tate de9:rizione si rivela una Eraccia 
deteminante per affennaie ctie l'odierno casino colonico, posto in contrada 
Scrugli-Licciardi, sia in realtà l'antica torre di S.Nicola. 

Del resto la ton^ viene riprodotta a forma quadrata, con un alzato di due piani, e 
collocate proprio nel piccolo promontorio a ridosso della foce del Tonente Trainiti 
anche nella già citete relazione del 13 Ottobre 1769, redatta dall'Ingegnere Ducale 
Giuseppe Vinci. 



^^' Valente G., Difesa cosiiem e reciutnmenSo soldati in Calabria Ultra ai tempi del vicario Giovnn 
TDr?]fiSf] B/tìncJj. m Atti III Congresso Stonco Calabrese. Cosenza 1964. pp. 607-633. 

■'^ Cfr. in proposito l'esauriente nceicadi Pretto M., Santi e Santità neiSa pietà popolare in Calabria. 
Editonale Erogato 2000. Cosenza 1993. vol.U, pp. 362-396. Il santo, s&rondo latraiizione, ?[sse trail 
terzo e quarto secolo, al tempo di Costantmo che fu imperatore dal 305 al 337. Gli episodi che 
influirono sul raiicaniento dei suo culto nelle diveise mannene del Mediteiraneo furono il miracolo 
dell' approvvigionamento di Myra oon navi canche di grano in tempo di carestia ed il miracoloso 
trasporto delle sue reliqae. che scamparono ad ijna violentissima tempesta, nel viaggio na^'ale da Myra a 
Ban. 

■'^ Algratìi G^, Alcuni caratteri della viOs lungo le coste del mezzoggiorno nel periodo vicereaìe, in 
Studi in onore di Riccardo Filangien. voLlI, pp, 417-431. Napoli 1959 ed ancora Algranati G.. Le Soni 
ntaritSime in Calabria nel penodo vicereale. mCalabna Nobilissima 33, 1957. 

■'^ Ardnvio Lonbardi sanaoi. San Costantino di Gnatico, Atto per la compra della torre diS. Nicola 
del Porto in temtono di Bncflico. Monteleone I6fugho 1723, in FaetaF. e Mirella I^., (a cura di). 
Sguardo e Memoria. Alfonso Lombardi Satnam e la fotcgrafla signorile nella Calabna del pnmo 
Norecento.AmoldoMondcdoriEditoie- De Luca Editore l&SS, XVII. fni'ntespizio. 



142 



Nel 1777 viene nuovamente nominata come Torre di S. Nicola del Porto e dal 

1792, con il rilevamento della carta del Rizzi- Zanoni, verrà descritta come Torre di 

S.Nicola. 

Sempre procedendo verso nord incontriamo il Castello di Bivona e 

successivamente la Torre di S.Pietro o S.Pietro di Bivona. 

Questa torre venne costruita nel 1564, assieme alla torre gemella di Santa Vennera, 

dal mastro monteleone^ Giacomo Pitoya che si aggiudicò al quinto incanto 

l'appalto della costruzione delle due torri, per un importo complessivo di 450 

ducati. 

Le due torri, commissionate con strutture troncoconiche, furano costruite in grado 

di ospitare "l'archibuscieri, et bombardieri in ti ìochi necessarij" . Inoltre viene 

prescritto che in es^ si "habbinno da fare ie lamie duppie. et buone ad resisHtio 

d'artigUeria che correrà p{etj sopra d'essi et incosciarìe tutti massicci talché se 

troverà in pianeza giusta le cima d'esse lanìiej et alia cima di d(etjte torri 

habbianodefareìi nìorii conii nrchibuscieri, ebbonìbardieri" . 

Esse dovevano essere costruite "m loco d(et^to La Caia di le Sciabicfìe et 
un'altra in ìoco d|etJto S.tn Vennera... et farse conforme aU'or\flì)iìe et nìodeilo 
mandato dairUi.mo s. Viceré di Qiueista plrovin'itia", assicurando che "p(er} tre 
anni che d(etit& torres nò faccino lesione alcuna"^^. 



^" ASVV. Notaio Baccori Martìno di Monteleone. sched IV. Iik67. f.69 - 30 apnle 1564 Del 
documento ne nportiamo integralmente alami strala: " Die uttimo npriUs ittdi 1564 in Cfivijto 
Moi\t(eSeo)nis constiitiiifti in mi pr(ese)ntia M(iìgmfì}cis ]oe !r{oniarchi)e[rf] V. J. D. et nob{ihssi}nìo 
Marco de Necastro sm(do!cos in anno pireéei)So eiirs oem c(ivi}Se montfeieojms agentib} ei Jnter.lo ad 
iiìtra omnia sm.rio nde et parte di mo.uiseteaden] b]f tr et nomiuìhus ipsia er quihj et uno quog. ipsou. 
ei nd.rio indetto protììisent omnu futuro tempore deraSo et vatihohitione in for.a parte ec unolt.mo 
Jacobo piSo]fa de c(ivit)aSe mont(eteo)uis... provisiona de coustruedis tumtos et munimire ei presidio 
lictorri !n UcitaSione posuitSe constuSione duone tr^m'irm jji Uctore pto trs. mont.nis nuucupaSo de.sta 
nemeraSa bricandani com infra iuserendi cuplis decentibus q. pturinìi sub hastatronihi in platea pub.ca 
d.te tres. JustJimon soiihi factys candela accensa ei extinta .. in ta c.ta di moni.Jirs fauno ibannire la 
fahrìca diìi duoi torre se siano da fare in loco d.to La Cala di le Sciabiche et un'altra in loco d.to S.ta 
Vennera dove dall' Aff.tno S. Duca è suo gub.re sarà otto ei farse conforme all' or ne et modello 
mandato datrULmo s. Viceré di q.sSa p.Siai Co l'intri pacti et condeiionibi Jtnp.s essi m.mi sind.ci 
bandiscono et fanno bandir et dare a staglio la fabrica di d.cti duoi Sorres di farsi pr. d.to loco et 
conforme alla d.ta pre ne venuta ei s.do lo modello et for.a et s'ìng.lla se contene ei d.ti m.mi sid.i 
declarano che no votino mettere cosa alcuna ai construere d'essa fabrica eccetto la somma di denari 
nella quale coq.llo misa Sa pigherà se converranno nell'incanto quale sommo di denari p rueiùno essi 
m.ci sib.ci pagamo in tre terzi q.li: la p.a paga al fare di la cauielaj la s.da faita sarà la fabrica otto 
palmi sopra la tra: la tr.m et ulta paga faita sarò la fabrica aliri vinti palmi sopra tra Lie essi m.cj 
sin.ci volino che q.Ri pigheranno d.ta fabrica s'obligino comf^i.rSa p. tuito lo mese d'ottobre primo 
/jjtrfTO veru volino esso tn.ci sind.à pifjffo lo mese di giugno p.o futuro sia alzaia la fabrica vintiquatro 
palmi sopra la tra: sic cheli p.ti muri pigSieranno d.tti torri es'habbiano à fare dAa fabrica buona ei 
p.fecta et q.lla fundarìa et appe dametarla sopro il forie a giudicio d'esperti ei ch'abbiano de fare 
i archibuscieri. et bombardieri in li lochi necessari] ei dove si seranno designati habbiano da fare le 
lamie duppìe^ et buone ad resistiho d'artiglieria che correrà p. sopra d'essi et incosciarìe tutti massicci 
talché se troverà la pianeza giusta le cima d'esse lamie^ et alla ama di d.te torri habbiano de fare 
limerli conli archibuscieri. et bombardieri utr.adettì: et fare la gettatore sopra de la porta d'essa torre 



143 



Alla stipula del contratto d'appalto fu concordato che le toni dovevano essere 
costruite entro l'ottobre del 1564 mentii il pagamento sarebbe stato versata al 
maslro costruttore in tre rate: la prima rata alla finna del contratto, la seconda 
quando ìafabrica avrebbe raggiunto gli otto palmi sopra terra, e la terza ed ultima 
rata corrisposta ad un alzato di venti palmi. 

Anche nella descrizione risalente al 1576 la torre di S. PietiD viene collocata nella 
Caia Sciabecchi toporiimo questo che, seppur scomparao nelle cartografie 
successive, rivela come lo specchio di mam antistante ad essa sia stato in passato 
utilizzato per l'approdo o il ricovero di un tipo ben precisa di imbaro azione navale, 
detta appunto sciabecco^ 

In quella data risulta custodita dal torriero Casulla Giovan Antonio, a cui 
successero nell'incarico i terrieri Antonio D'Avita nel 1589, Francesco Varane 
1598, Francesco Barono nel 1608, Vasone Francesco^"' rsl 1618 e, ultimo 
torrieriodicui si ha notizia Michelangelo Marturano''' M 1707. 
Sempre secondo la relazione Blanch del 1638 "la Torre de Santo Fedro, territorio 
de Moritiìeon, dosache en parte muQstra major dano que por acomodarìa ha de 



COI] duoi ù trecaguoU seta sarà il bisogno, co lo suo architravo, et pettoruto si sopra ei sopra di Vuna 
ei Vaìtra lamio s'hahbia éi fare S'astraca atto et buono ei che d.ti muri hahbiiino di dare idonea rf 
sufficiente p.ggeria di far d .te torre et assicurarìi p tranni ched.tetorres nò faccino SesioneaScuna, rf 
assicurare tutta Sa somma del dinaro pigìierà in tutte d.te trefunde cbe h p.ggi siano di latra di mont.ne 
et nd. sugrestieri jigìi s'abbiano d'obbligare p. prio privato pri.nti noe et pres-dicbi co d.ti niu 
c'habhiauo di fare di modo de Sa d.ta fahrica s' habbiano di fare aS tempo determinato utr.a etU denari 
se fi consegneranno stiano securi inhenef.o di dAa imp.sa. secondino essi m.ci sind.ci cbe Si possiano 
mettere uno soprastante aperto sopra dieta fabrica con consenso ìnter.to et votuntìi dei quale li mastri 
pigSieranno dAa fabrica habhiano di fabricare et operare et nò aStri tn.trì et cbe Sa calce se Sa 
fahrìcberà in d.ta torre habbiano di fare competentimente spassa et impastata co buona arena se So 
p.ìzo in hene^cìo d'essa vin.ta darSi a q.Sli le quinto intato et d.to quinto incanto realmente incontinente 
et q.tlìno p.trano incantare né possano calare manco di cinq.ta ducati p. guadagnare io q.nto incanto: 
ìnte se decSara che la grosseza de la torre è quarantaduoi paSmi al pedatnento de Si quali inS'alteza di 
vintiduoi palmi sindep.dino dieci p.scarpa et essi m.ci sin.ci volino per pacto expresso da Si m.stri et no 
resterò d.ta fabrica incasu che la fabrica di d.b torri diminuisse dal modello d.to nt.a ches'habhia da 
scomputare penata parte et cosi se la crescerò perrata parte q.i cbe d.te torri se facessero più grossi 
dei tnodelto dis. Ht.mo S.a viceré declorando cbe d.ta fabrica s'hahbia di fare bene ritnbuccata et 
increspata et indo ta piana et che nò Gabbiano di Sasciare onditi ne buscia alcuno, ma che sano latìì 
integramente stappati" . 

^^* SCIABBTCQ Ardi SCIABAK. BcEtrmento da canco con grosso scafo con una portata niasEiina di 
300 tonnellate. Con tre alten verticali leggennente mclmcti a prua, quelli di tnnchtìto o di nicfistra a 
calcese eoa vele lame, quello di mezzana a randa o a calcese. 

'" Gistanino R., Tom costiere e tomen del Regno di NapoSi (1521-136), Castella 15, Istitituto Itaf lano 
dei Castelli. Typos Lissone 1978. 

"Vaiate G., Torri Costiere delSa Calabiia^&L Frama, Chiara/alle Centrale, 1972. 



144 



menestor de ducf?dos 60"^™, risultando altrea bisognevole di riparazioni"^ anche 

nel 1741. 

E' il tBstBinento di Torquata D'amico, dell'agosto del 1742 che fornisce ulteriori 

notizie sulla torre, nel quale il D'amico risulta prapn etano di una "vigna con terre 

scQpuie e torre dentro, neila pertinenza di Bivoiìn in luogo detto Tomarchieììo" 

dall'estensione di cin:a quindici tumolate e che "Unìita lo Magazzino del Saie, li 

beni dei Cav. A. Deluca e via pubbUca"^''\ Coniale atto, sia la torre che la vigna 

vengono date in credila ai fratelli Francesco, Paolo e Fabrizio Mercadante di 

Monteleone. 

Nel 1777 viene descritta come "custodita dagli invatidi e meritevole di 

restauro"^'^- , r^tauro che deve essere stato ceriamente effettuato se, ancora nel 

1950, la torre risultava in perfetta buono stato etenvÌ3bilein tutto il suo alzato. 

Attualmente risulta inglobata in una moderna abitazione che ha ripreso, nei corpi 

aggiunti, la merìatiira de suoi antichi spalli. 

La stravolgente ristrutturazione a tini abitativi, ne ha però completamente occultato 

le caratteristiche costruttive originarie. 

Procedendo ancora verso nord, troviamo la Torre di Praja, segnalata per la prima 

volta nella cartografia Stigliola-CartarD del 1613, riporiata come Torre Prat/ija 

successivamente anche dal De Rossi nel 1714. Dai confronti con le cartografie 

successive e dalle attuali ricognizioni sul tenitorio è possibile oggi ipotizzare che 

tale tone corrisponda con quella denominata Torre di Maio. 

Veda dire, a giustificazione di tale disguido, che nessuna ricognizione precedente 

a questa ricerrra aveva individuata la tane, e questa perchè, fino al 1980, risultava 

inglobata nella stnittura di una casa colonica costruita proprio nell'ex fondo 

Marzano, ragion per cui, nel momento della sua scoperta la si credette appunto 

Torre Marzano, ma ulteriori documenti permettono di scartare defini ti vamenlp tale 

ipotesi. 

L'abbattimento della casa, per la costruzione di nuovi alloggi dello lACP, ha 

messo in luce la base e parte dell' alzali] della torre, ad impianta circolare, percome 

descritta nel 1820. Notevolmaite danneggiata dal lenemoto del 1638 ^condo 



^''- Valente G., Difesii costiero e reciutamettto soìóati in Caìabiia Uìtro ai tempi àé( vicjinD Giovan 

Tomaso Btunch. op.ciL 

"^Vaiate G., Torri Costiere detSa Caìabnu. op.ciL p. 54. 

"* ASVV,Nctaio Lo Schiaro Nicola. Monteleone agosto 1742, e V526, voi. GXXIV. 

"* P^ia. G.. Tipologia óelìe toni cosiiere di difeso costiera di Coìabria Cìtro^di Coìabria Ultro da! 
SH secoJo, op. cit p.341. 



145 



l'elenco Blanctf^, n^ 1707 risulta custodita dal tomero il caporale Andrea 
Rubino oRubilo^"\ 

Lo schieranientD difensivo dell' ar^a costiera vibonese era completato dalla TonB 
Marzano e da quella di Santa Vennera. 

Oggi è piossibile localizzare esattamente la Torre Marzano grazie alla trascrizione 
^ttecentesca della Piatela dei piossedimenti del Duca di Monteleone, in cui una 
non meglio nominata torre risulta compresa nel fondo detto Le Muraglie, 
attualmente appartenente alla famiglia Russo, ma allora posseduto dalla familgia 
Marzano, per un'estensione di "tumulate Quaranta in circa, e per quante óeUn 
suódettn Misura Napoìitnna. tutte terre di cenzo, alberate con alberi fruttiferi, 
vigne, ceisi neri e bianchi, olive, bosco e terre aratorie (...). Dentro óettn giardino 
vi è una Torre con la scala di Pietra fuori di essa, col suo Ponte levature. 
Consiste in tre Bassi Grandi, sopra de Quali vi sono dodece camere ripartite, ed 
altrettanti nello Quarto superiore. Al lato di detta Torre vi si trova una piccola 
chiesa, sotto il titolo di Santo Francesco Saverio: Q^^l Torre e Chiesa furono 
fabricati a proprie spese dal Rev." Don Donìenico Marzano"^^\ 
Come si denota da tale de9:rizione la torre doveva necessariamente aver^ una 
stnittura ben maggiora di quella scoperta recentemente nella costruzione delle case 
lACP che, al contrario risulta con un alzato in grado di contenera una o al massimo 
due camere. 

Un'ulteriore perlustrazione del territorio costiero ha perniesso la sua definitiva 
localizzazione sul primo terrazzo collinare di Vibo Marina, quasi sopra il campo 
sportivo, nel luogo ancor oggi nominato Le Muraglie. Anch'essa risulta 
completamente obliterate da una construzione ristrutturata intomo agli anni 80. 
H fondo detto Muraglie appartenne in passato alla famiglia Mariano, e proprio dal 
testamento olografo del nobile Don Fabrizio Marzano dateto il 3 maggio 1839, e 
riportato da successivi atti notarili^"-, rica/iamo la preziosa infonnazione che una 
porzione "d^ esso fondo è denominato la Torretta sullo Scoglio", certamente pen:hé 



^"Valente G., Difesa costiera e recSutamento soldub in Calahria Ultrn ni tempi del vicofio Gìovan 

Tomaso Bìnnch.mAOj. Ili Congresso Stonco Calabrese, Co&em^l96t 

"^Vaiate G., Torri Costiere deìla Calabrin. op.ciL p. 54. 

'" ASN. Archivio PignoteUi-Cortez, Se 34. f.lo 2. il3. Plolea dei PrivitEggi. Bei\i e Censi della Ducal 
Cofte di MonSeleone. IS Dicembre 1704, njxMtianio specific^amente i beni feudali della fascia 
costiera. 

"^ SiiingiciziaFerladisponibililàelacoitesialafamighaRiis&odiVilKiManna, atuali propri^^an del 
fondo Mur^lie, che ci hanno concesso di visionare gli onginali degli ath nctanli da loro conseivii, e 
che redatti, dai Notai Pietro Salaraò (30 cttobre 1341) e Ortona Francesco Saverio (31 ottobre ISÉB), 
nfercorrono in premessa parte della stona ereditana del Fondo suddetto, nonché dei beni in esso 
contenuti. 



146 



in esso, posta com'era sul primo terrazzamento della collina della marina di S. 
Venera, e di natura prevalentBmente rocciosa era posta la Ton^Marzano, des:rittB 
neir atto come un "cdsinetto di diverse stnme e nmpio basso sottoposto per uso di 
staUn, che trovasi orti fitiato a Santo MarceUino di Loiìgobarói, iì cui affìtto dura e 
si estende fino a 17 ottobre dei venturo anno 1866" . 

Oggi poco r^sta della torra, interamente inglobais in una costruzione di fine 
ottocenti Nei r^enti i lavori di restauro, sono stati rinvenuti, SDtto il suo piano di 
calpestio, i primi gradini dell'ampia scala che conduceua all'ingrasso principale 
dell' antica TonB, poi interrati perla funzionalità del restaura. 

La torridi Santa Vennera o Santa Venere, gemella della Torridi S.Pietro 
di Bivona, venne costruita, secondo quanta descritio dal contratto del 1564, dal 
mastro monteleonese Giacomo Pitoya^'°. 

Da un successivo documento del 1576 rileviamo la notizia che la ton^ era 
custodita in queir anno dal torriero Michele Valilonga^''. 
Nel 1598, all'epoca un cui era custodita dal torrienD Martino Roscic^'', em ancora 
nominata come Torre di Santa Vennera. 

Negli anni successivi viene inserita nella cartografia del Mazzetta (1601) come 
Torre di Santa Venera ed in quella dello Stigliola-CartaiD [1613} come Torre S. 
Vergine. 

Dal 1639 ritoma ad essere segnalata come Tono di Santa Venera, e nell'elenco 
Blancff' ^ vieie segnalata bisognevole di riparazioni, con tale descrizione: "ìa 
Torre de Santa Venere hene desecha la ombra muertn ;^ eì cornecion y io camera 
dei Torrero, Que por acconìodarìo ha de menest&rdeducadosGO". 
Ulteriori infonnazioni sulla torra di S.VenerB le traiamo da un inedito atto notarile 
rogato a Pizzo il 3 gennaio 1695, in cui viene descritto il rituale di con^gna della 
Ione al nuovo torri ero'". 



^" ?ediDctal41. 

'" Cisteinmo R., Torri costìere e toniefi del Regno di Napoìi (1521-186), o^ctì. 

"- Ihdem. 

"^ Vaiate G., Difesa cosUera e redutomento soldatì in Calabria Uìtra ai temfà dei vicaiio Gìovan 

Tomaso Blanch. op.aL 

^'^ A3JV. Notaio SatrianoDidaco [Pizzo 1690-17^9), ]ih.LXXXW,corda2Sò. f. 44, del 03.0L1695; 
'Die tertia nì(ej])si Januaiy MiU(esì}nìo Se\ce(esi)ino Nonagiesifmo Quinto- InéfiSiofiìe tertia 
Reg{nau!te. NelSa Torre éi Santa Vennera tenitiorifo di Longobardi distretto deUa CrflÀ éi 
Moi\t(eìeo)ne, et coram omnis V.S. di.re Fran(ces!cD Ajifojiro Antonucci et Leoluca de Franza^ sindici 
piredejtta civ(ita)tìs, etili i\(ost)ra pres(ei\}tia persona! mente const(it[ii)tMS Fabium ée AscoSi civiti Pitì] 
prò sei persona publica éixit. ei exposuit officiah seu caporalis eiusdem Turris d(ett)iì de Saiìtn 
Venjiem per ohiSiim q(uan!to SSefanis ScarmaSo uSSimi eiusdem Tunis dutn vixit possessori vacavit. et 
vacet. etdeexc.tno anno ViceReg(enS)e etCap.nes G.nti huiris Reg.ns proviéere obtimut prò vitim liei 
seu patente nobis exibuit et é{^)ti M(agnij!)ci Sindici preiìtibus et qua propterd.o Fabiumó' Ascoli se 



147 



Quel giorno, "nelid Torre di Sanhi Vennero ternt(ori)tJ dì Longobardi dìstret^ 

delia Città di MonU,^eo}ne" i sindaci monteleonesi "Franic^jco Antonio 

Antonucci et Leoluca deFrania", accompagnati dal notaio DidacoSatiiano ed altri 

otto tEstimoni, consegnarono la "hirris dettn de Santn Vennero cum omnibus 

juribus et perUnentijs" al caporale Fabìutn d'Ascoli di Pizzo, che subentrava al 

decedute tornerò Stefanis Scarmato. 

La numerosa detrazione, entrata nella tono, fece prestare giuramento al nuovo 

toniera che, affacciatasi dalla torre, suonò più volte il six) corno "in signu reaii 

adepte possessioni " . 

Sempre con la denominazione di Torre di Santa Venera compare nel già citato 

elenco delle toni del 1696 ed ancora viene segnalata nella cartografia del De Rossi 

del 1714. 

Anch'essa, come già la toriB di S. Pietro di Bivona viene s^nalata nel 1777 come 

"custodito dagli invaiiói"^^^ e meritevole di riparazioni. Compare ancora nella 

cartografia del Ri zzi- Zanoni del 1792, con forma giedrangol are, e nell'elenco delle 

toni del 1320. 

Oggi della Torre di Santa Venere non è stata trovata traccia alcuna, ma è possibile 

ipotizzare che la sua ubicazione coincida con l'area oggi meglio nota come 

contrada S. Venera, posta nella strada d' accessi all'attuale Vito Marina, e che 

anch'essa, come la tone Maio e la torre Marzano, sia stata in passato interamente 

inglobata in una successiva costruzione abitativa. 

Proprio in tale area vengono collocati i mderi di una non meglio specificata Casina 

S. Venere dai membri della Commissione R^a incaricata alla redazione del 

progetto del porto di S. Venere, i quali però segnalano come Ton^ S. Venere 

l'unica costruzione con caratteristiche a torre da loro notata, quella che in realtà 

risulta oggi essere la Torre Marzano. 



jji et ad corporale reate et act[iate posessore éusdem Tirms detta de Santa Vennero cum omìbus 
jufihus et peitinentijs et per d(et!ti Miagnijìjci Sindicì recipi eso aó mieta sibiq. deiUis pTictibus, 
reéditibus. proveutiottibus. rijribirs obventiouibus et dìsonbuziomhus umvenis et siuguìis integre 
responéerì instante poshiìavit quibus quidem tirisin seita tirrre lecSis et intellectis, dietSti Miagnijìjci 
Sindici eiusdetn Fabium d'Asceti personalmente in et ad dieta turrem corporales realem et actuaìes 
passessore cum omibus luribus et perinenbhus suis vigente dictar. Regiar hteani expediton Neapohs 
subdie decima sexta Navetnbns anti prossimi pretenjaom et exequforiatorì in Regi (...! prefuSi 
M{iìgnifì}ci Sinéici receperunS prefatum Fabium De Ascoli età d(ett!o Surre induxenin et in signu reali 
adepSe possessioni huiustnanéi upeniit danuam detta tarns inSranéa etexeunéo camu sonandi ei alias 
faciendo in signu possessioni predetti ei caporaro prestisi juramenSa. (...)Trestimoni: Fran(ces}co 
Barone. Dom(enì)ca SaSriano, Caralo Pompò Sejirore e Caroto Pompò Juniore, Jacaho RiìzuSa. 
Thomaso Caffo. 

^'^ Algran^j G., Le Sani marittime in Caìabna net periodo vicereale^ op.cit. E' possibile ipotizzare, 
vista la npetuta pre&enza di "lnvalldl^ che con tale termine s' intede&seiD indicare non lanto delle 
pei^one ammalate o fente, quanto degli non abilitati alla mansione di tornerò, che lo sostituivano in 
atesa della sua nomina. 



148 



E' inoltre da ^gnalare che le testimonianze degli anziani del posto, collocano 
proprio in contrada S.Venere, nei primi anni del '900, i restì di una struttura 
costruita con mura poderose, poi distrutta per l'edificazione di moderno palazzo 
civile*'^. 

Ricostruendo dunque lo schieramento difensivo messo in atto nel 1613, a tutela 
dell'area costìera vibonese, vi traviamo collocate ben sei stmtiiire militari 
raggruppate in pochissimi chilometri, che erano, sempre procedendo da sud verso 
nord, la Torre della Rocchetta, la Torre del Porto, il Castello di Bivona, la Torre di 
S.Pietro di Bivona, la Torre di Praja (o di Maio], la Torre Marzano e la Torre S. 
Vergine lo di S. Venere). 

Tale tipo di insediamento militare, riconvertito successivamente ad uso abitativo, 
venne addirittura sottolineato nella relazione della visita pastorale alla parrocchia 
di S. Pietro di Bivona, effettuata nel 1725, in cui si precisa che "ii Numero 
deWAnime di Q\u^a Parochin è di soli 150 in c{irc}ù consistendo la 
maggiorparte in Torti, essendo piccoUssim il Casaìe""" . 
Come ben si potrà notare questo schieramento, che non ha eguale lungo la costa 
tirrenica e che giustifica liitte le confusioni crBatesi in questi anni sulla loro 
localizzazione e sui loro nomi, può spiegarsi solo con la grande valenza economica 
acquisita dall'area costieravibone^ dal XIV alXVll secolo, epoca che non a caso 
coincide con il periodo di maggior sfmttamento dello scalo marittimo di Vibona- 
Bivona, allorquando il porto rappresentò una delle tappe obbligate del commeroio 
calatHese con i maggiori porti del Mediterraneo. 



^^ La costruzione a^waancoravisibile una base costruita con raun di arca due metn di spessore ed il 

suo ingresso era unito ai una scala ad arco. Nei suoi dintorni vennero spesso trovai tessere di mosaico e 
lucerne. Più spesso gli anziani chiamavano la struttura "forna::e", per via della vicinanza di una miniera 
di calce, e peni suo interno che sembrala essere la volta di una grande fonicce. Oggi al suo posto è 
palazzo Aiello, pesto di fni'nte al distrubutore di benzina Esso. A poca distanza dal palazzo, fmo agli 
anni '50, era pesta la fontana detta di S.V enere. 

"^ Aia^. Archivio Colìegia!e Greco, Visite 1725, n.75, p. &0. 



149 



vili 

DAL FEUDO DI SANTA VENNERA 
ALPORTODIS.VENERE 



E' forse il caso di iniziare la storia d^ feudo di Santa Venere, l'odiema città di 
Vibo Marina, con le parole del famoso an:hecIogo francese Lenonnant che visitò 
l' area costiera proprio durante la costnizione del nuovo porte, pen:hé 
rappresentano fino ad oggi l' unico approccio stori co- etimo logico, alla storia centre 
urbano costierD; "Questo ììuntn si chiama porto di S. Venere per una antica statua 
in marmo assai nìutilata, che è fi da tempo immemorabile, e che fu posta ai 
disopra di una piccola fontana. 1 contadini le rendono un cuito sotto il nome di 
Santa Venere. E' probabilmente santa Paraskevì, ìa martire di Locri nei tempi 
della persecuzione di Diocieziano, venerata soprattutto dalla chiesa greca sotto 
Questo nome" ^^^ 

L'archeologo riceve informazioni dagli abitanti del posto, che collocano la statua 
come ornamento di una fontana pasta, al bivio Monteleone - Pizzo - S.Venere, iì, 
da tempo immenìorabile, riconoszendola immediatamente come copia della 
"Arianna addormentata nelVisoia di Nassa, uno dei soggeth che la scultura antica 
più si compiacque di trattare". 



^'* F. Lenoimant, Op at, " Eìia em cosi chiamata, dicono, perché nata iì venerdì, come santii Cynaca 
Kirinki, So martire di Tropea netS'epocii delta stessa persecuzione, perché nato di domenica. Iiì 
qualche Uturgia Satino deiSa Caìnbrin. iì nome di Punjstevf è trodotto per Venero; in un dipSoma del 
gran conte Ruggero, iS viltuggiodi Paravoti, nSle porte di Mileto é detSo Terra Pomsceves. in esi Sonde 
Venere. Ma a cagione deìV assonanza deS nome^ che vi si presiova facilmente è S'antica Venere che è 
slata conservata doìSa superstizione popolare sotto la veste di S. Venere nel culto dei contadini nei 
dinSomi di MonteSeone. E' in ejfetlì^ per le malattie delSe donne che s'invoca la sua intercessione. |... ) 
Quanto atSa statua, cui sì da, nei dintorni di Monteleone^ il nome di Santa Venere, essa raffiguro in 
realtà Arianna addormentatJi nelS'isolo di Nasso^ uno dei soggetti che ta scultura onticii piii a 
comfàacque di trattare'. 



150 



Non sono però affatto chiari i modi ed i tempi del suo rilrovamenlD. Essa viene 
elencata tra i rinvenimenti effettuati qualche anno prima della visita del Lenormant; 
durante i primi lavori del tronco ferroviario Porto S. Venere-Pizzo, iniziati nel 
1S70, nella stessa zona in cui vennero recuperate altre due pregiejoli statue, 
raffiguranti una copia dell'Artemide di Dresda ed un ritratto femminile, di età 
Claudia, in basalto nero, titrevamenti risalenti al 1354. Difatti però solo queste 
ultime risultano ufficialmente consegnate ai responsabili governativi, mentre la 
statuetta dell'Arianna donnients, inspiegabilmente, la ritieviamo inglobata neJla 
fontana. 

"Una vaschetta con una statuetta ón cui linfe zampiìlano"^^^ . viene però 
^gnalata nella relazione preliminare sulla costmzione del porto di S. Venere 
redatta nel 1834, e cioè risalente a quasi quaranta anni prima dell'inizio dei lavori 
ferroviari. Ciò rende ipotizzabile il suo inamente nella lista dei rinvenimenti 
effettuati durante quei lavori, es:lusivamente per documentarne il valore 
archeologico, mentre in realtà la statuetta non venne mai spostata da quella 
fontana, cosi come testimoniato al Lenormant dagli abitanti del luogo. 
La statuetta, databile tra la scenda metà del 11 ed il 111 secolo d.C.^"" raffigura una 
ninfa addormentata su un rilievo recciosc, coperto dal suo manto. La scultura 
risulta essere una riproduzione rr^mana di un tipo ellenistico e che sia un opera 
tarda è confermato dalLutilizzo del trapano nella lavorazione del marmo. 

Certamente in quella statuetta di marmo è stato emblemanticamentB 
riassunto dalla tradizione popolare, quel percorso storico-religioso, iniziatosi con 
un uso cultuale pagano dell'area costiera ed a cui si sarebbe pei sovrapposto, 
probabilmente tra il XI ed il XV ^colo, il culto alla martire cristiana Santa Venera 
o Parasceje. 

11 primo percorse ipotizzato parte dalla presenza del vicino porto remano 
di Vibona ed in cui, durante la guena civile tra Cesare e Pompec, era stanziata 
metà della flotta navale di Cesare. 

L'episodio che rese famosa la guarnigione romana costituita essenzialmente da 
veterani cesariani, è legato alla battaglia sfoltasi dinanzi al porto vibonese, tra le 
due flotte navali. In quella circostanza dimostrando un'orgogliosa fedeltà 



^^^ CQVi3:ì.Dom^tìco. RGÌùzioTie per nóiirre V ancoraggio ài S. Venere presso la àOh del ?\2zo m 
ampio e s\ciiro porto, lS3t 

'■^ La^tatUÉtta, recaperda alla ?isione pubblica grazie all'unpegno della Pro Loco di Vibo Manna, è 
posta in una piccola area verde della cittadina, mentre fino al 1946 era vi&ibile sulla stessa fontana 
ammirerà dal Lenomiant, Essa raffigura una donna, acefala, distesa sul fianco destro. Dai re^ del collo 
latestadcueva essere come reclinata ^la spalla de^tiB. Il braccio destro poggiava col gomito sul nalzo 
roccioso, mentre il sinistro, ora perduto, era piegato sul petto e la mano posava sulla spalla destra. Il 
manto a^^olgeva i fianchi e le gambe: la gamia sinisCra, in paite perduta, era leggeimente flessa. E' 
pni'babile che la sistemazione su una fontana nprendesse la sua funzione onginana, vista la modesta 
qualità, destinata appunto ad un giaidmo, come pni'va tutta una numenjsa sene di esemplari simili, 
alcuni dei quali mostrano anche i resti di fistule per zampilli d' acqua. 



151 



all' imperatDre, i soìóaìì della flotta riuscirono ad invertirB le sorti di una attacco 
navalea sorpresa chestavaperdivenire l'ennesima sconfitta del navale di CesarB. 
La maggiorB audacia dimostrata dai veterani vibonesi, anche rispetto al resto della 
flotta cesariana stanziata nel porto di Messina, ebbe il merito di contribuire, in 
maniera significativa alla riconquista del predominio marittimo sul Tirreno del 
navale di Cesare, tanto da legare strettamente le sorti di questo territorio, del 
municipio e del suo porto, a quella del futuro imperatore remano. 

L'imperatore^', cl^ si era sempre dichiarato pubblicamente quale diretto 
diszendente della dea Venere, scendo quanto tramanda Appiano^^", doveva l'esito 
positivo della guerra contro Pompeo proprio alla protezione di quella dea, a cui 
offrì un sacrificio nel cuore della notte, prima della batteglia decisiva contro 
Pompeo, pronunciando il voto d'innalzare in Roma in casa di vittoria, un nuovo 
tempio; a quelle parole un'improvvisa lingua di fuoco che nasce 
dall'accampamento va a spegnersi nelle postazioni di Pompeo e Cesare riconosce 
in ciò la protezione della dea. 

11 mattino del 9 agosto 48 Cesare lancia le sue truppe contro Pompei al grido di 
'•VenusVictrixr. 

La fedeltà e decozione dei vibonesi, che valse al municipio romano l' istituzione di 
un proprio Pontefice Massimo, potrebbe aver spinto la comunità locale ad 
includere trai suoi culti, nell'areacostieraoccupate dai veterani, quello di Venere 
L'ipotesi è forse priva di precisi riscontri archeologici ma in qualche modo la 
comunità dei veterari stanziati a Vibona, potrebte aver voluto dimostrare la 
propria fedeltà all'Imperatore, con un emblematico gesto di "venerazione", 
istituendone il culto, magari nell'esistente Tempio di Persefone e Proserpina. 

Il scendo percorso pronde le mosse dal culto greco- cri stiano di Sante 
Parasceve, la vergine sante e martire venerate, soprattutto nell'Italia Meridionale, 
coni nomi di S. Venera, Veneriao Veneranda. 

11 suo culto é steto di grande popolarità in epoca medievale e risulte 
oggetto non meno quindici passiones ed un Elogio, riportati nei manos:tittl redatti 
tra il XI e XVI ^colo, anche se pochi di questi testi sono steli pubblicati. Sante 
Venere sarebbe stete martirizzate nel 11 sec. d. C. e maggiori particolari sulla sua 
storiali ricaviamo dall'E/oi^m'^^scritto da Giorgio Acropolite nel sec. XIV. 



^-^ Cesare aveva sempiedickardE che Valere era una sua antenata e tale paraÉela era a^cettcia da im 
In proposito cfr.SchiDingR.,Rom[^JjjsréJiJ etRémusleréprouvé. REL. 33. 1&50, pp. 301-316. 

"' Appiaio,B.C.,2.6e. 

'■^ Ccdice Ambrosiano P 210, inAA.VV.. Bibìiot^eca Sanctonim. IsL Giovanni XX 111 della Pontificia 
UniveratàLdEranense, Voi. X. par. 32^331- Città Nuova Ed.. Romal9B2. Sarebbe steta raaitinzzaa 
setto Antonino Pio verso il 160 d.C. 



152 



Nata a Roma o a Locri^ all'^zoca ddl'impeìalDre Adriano da ricclii genitori 
cristiani, che avevano ottenuto con le loro preghiere la sua naszita dopo 35 anni di 
matrimonio. Alla loro morte Parasceve vendette tutti i beni che aveva ereditati e 
distribuì il ricavato ai poveri; poi si ritirò in preghiera finché non cominciò a 
predicare pubblicamente la dottrina cristiana. La predicazione della dottrina da 
parte di una donna contraria a quanto impartito dalla religione ufficiale, provocò 
l'ira dei giudei cheladenunciarDnoairimperalare Antonino Pio. 
Da questo momento iniziano le vicende miracolo^ che segnarono la breve vita 
della santa. L' imperatore, per punirìa, fece riscaldare sulla fiamma, fino a renderìo 
incandescente, una specie di elmo metallico che i carnefici le po^ro sul capo, 
^nza però provocarle alcun danno. In molti, vedendo questo prodigio si 
convertirono. 

Riportata in prigione, un angelo la libera dalle catene ma ricondotte 
dall'imperatore, viene appesa peri capelli mentre i carnefici ne te nnentano il corpo 
con fiaccole accese, sempre senza provocarìe alcun dolore, cosi viene preparato un 
gran pentolone pieno d'olio e pece bollente in cui viene fatta immergere la santa 
che rimanendo indenne alla tortura, sprjzza del liquido bollente sugli occhi 
dell'imperatore Antonino, che si convertirà al cristianesimo quando la sante lo 
guarirà dalle sue piaghe battezzandolo. 

Successivamente si reca in altre città'^^ per eseicitara il suo apostolato, l'ultima 
delle quali governate ceriu Teresio, che si oppone egualmente alla predicazione del 
Vangelo. Risultando indenne alla tortura immersa nel pentolone bollente, viene 
fatte sdraiare a terra, inchiodate con dei paletti e duramente colpite con flagelli. 
Nella notte le appara Cristo circondato dagli angeli, che la guarisze da tette te sue 
ferite. Riportate dinanzi a Teresio nel tempio di Apollo, Parasce/e dice alla stetoa 
dell'idolo di non avere più alcun valore e, con grande meraviglia la stetea le 
risponde confermando di non essere un dio. A queste visione i sacerdoti del tempio 
chiedono la sua morte, e Teresio la fa decapitare, mentre la sante pronuncia le sue 
preghiere. 



^^' Martire D., mia CaSabria Sacra e Profana, D. Migliacao Edit, Cedenza 1376, Ri&L AricSt, a cura 
della Casa Eli E.R, A., Roma 1973, voLl.p 98 ss.. La dice 3. Venera di Gerace. Vergine e Martire, ndra 
dal niamnionio di un ceito Agotone di Locri ed Ippolita, che la chiamarono Paicfi&ene o Venere. 
Secondo l'a. se ne conseiva la tesla nel Monastero di S. Anna delle monache agosCmiane di Gerace e 
celebrajaquel clero l'ufficio il 28 lugbo. 

'■^ AA.W., BibtioSheca Sanctorum, Op.aL, Voi. X, par. 32^331: amvaanel pcese governato da un 
certo Asclepio, chelaintemxiasuha&uareligionenmanenendoturbato dalle sue nsposte, la fa condune 
fuori dalla città m Luia gretta abitala da un tenibile drago. Ella traccia un piccolo segno di enee e la 
bestia ruggendo si squaita in dna a questa vista A&clepio ed altn testimom si convertono e vengono 
h3ìezz3i. La celebrazione della santa figura nei menei moderni iJ 26 lugbo, ma acche l'B ed il 9 
novembre. 



153 



Le vicende del martirio della santa rendono in parte comprensibili le ragioni 
atliHverEO le quali, nell'immaginario popolare, anche una statuetÌB caratterizzata da 
una inusuale nudità, possa es^r^ divenuta la rappresentazione di Santa Venera 
nella tradizione religiosa locale. 

Quella figura di donna distesa inerme sulla roccia come dopo un supplizio, con i 
fianchi e le gambe avvolte in un manto quasi a coprirne le ferite, resa mutila da] 
tempo delle braccia e delta testa, riassume emblematicamente tutti i supplizi palili 
dalla giovane donna compresa l'estrema decapitazione. 

E' da aggiungere che l'ubicazione della fontana, sopra la quale era 
collocata la statuetta, a poca distanza dalla chiesetta dedicate al culto di Sante 
Venera, nonché il rinvenimento fortuit: del 1953, in località Fontana di Santn 
Venera, di un mosaico d'epoca romana a tessere bianche e nere^^ t^nraniano 
una sorprendente continuità insiediativa e cultuale lungo queste tratto costiero, che 
ben si associa al più antico toponimo Santa Vennem, certamente legato a termini 
quali venera o venernri-^^ , aggettivazioni dell'atto stesse della venerazione^"^ ad 
una dea o ad una sante. 

Sebbene è solo dal periodo dell' acquisizione dello Steto di Monteleone da parte dei 
Pignatelli che è possibile rintracciare fonti attendibili di documentazione, una 
notevole quantità di ritrovamenti archeologici d'epeca romana segnalati sin dalla 
fine dell' 800 proprio nella contrada oggi dette di Sante Venere, spostano ancor più 
indietro nel tempo la frequentazione e l'organizzazione insediativa del territorio 
costiero. 

E' il 29 novembre del 1889, quando Giovambattiste Marzano, all'epoca Ispettore 
agli scavi di Monteleone, comunica la scoperta di un sepolcreto romano durante lo 
Slavo dell'area per lavori fenoviari; 



"^^ Giornale d'ibiha, Edizione deDasera.Crona:a della Cafabna- 26.5. 1963. 

'■^ A ipndera plau&ibile ripotesi che al topuninio Santa Vennera corn^ponda spesso resistenza di 
un' antLca area cultuale, si p^sono citare gli esempi di Poseidoma e Nassa. In Iccalilà Santa Venera di 
Po&eidonia {Pestum), a pcca distanza dalle mura della atta greca è stcio rinvenuto un santuario 
Euburbano, del quale ancora oggi non si conosce la divinità a cui era dedicato, d^ato alla metà del VI 
&ec. a. C. grazie al nnveniniento dell'unica metopa della atta di Poseidonia, raffigurante Europa in 
groppa al toro, A Nasso (Nasos), deve i confmi della atta greca erano segndn dal mare e dal torrente 
Santa Venera, l' area di culto era po&ta proprio alle foci del torrente, utilizzata come area cultuale dal VI 
secolo a 0. mpoi, , con l' ubicazione di primitivi ier?]ene che daranno in seguito a lucgo averi e pni'pn 
edifici templari. In proposito cfr. ; Cfr. Di Vita A., Urbanistica deUa Sicilia greca, mAA.W., I Grea 
rn Occidente, a cura di Pugliese Canatelli G., Ed. Bompiam, Milano 1995, p. 3&0, nonché Rolley C, 
La sculOira deità Magna Grecia, in AA,VV., I Greci m Ocadente, a cura di Pugliese CairdslliG., Ed. 
Bompiani, Milano 1996, p.279. 

"^ In pimposito cfr. Dumézfl G., La reiigioue romana arcaica, Rizzoli Editore, Milano 1977, pp. 366- 
36S, nonché pp. 463-469. 



154 



"Non credo di dover passare sotto siìeiìzio, che pochi giorni fa. in prossimith dei 

Porto di Santa Venere, in un tagiio di trincea eseguito per i lavori ferroviari, s'è 
scoperto un sepoicreto ronìano di grossi tegoloni senza hoito: e vicino a questo, 

parte d' un edifìzio, sul cui pavimento veggonsi due striscie di rozzo nìosaico. 

Mi sono recato sul luogo, ho osservato i rozzi vasi di creta rinvenuti nei sepolcri, 

ed ho pregato l'ingegnere di Sezione Sig. Piccaiuga, di mettere a nudo l'edifizio 

suddetto e di darmene avviso, per procedere a novella visita. 

Ne ho avuta promessa ed attendo avviso per recarmi nuovamente sul luogo e 

quindi fare ia debita relazione a codesto Ministero." ^^ 

Protatìilmente l'episodio verme prBso in 3:arFa considerazione dall'Ispettore, visto 

l'as^nza di infonnazioni pracise sul manufatto e sui successivi lavori di messa a 

nudo deiVediftzio, e questo nonostante dalle autorità governative gli giungessero 

pressanti richieste di dettagliate informazioni. 

Solo diversi anni dopo, ed esattamente il 9 gennaio del 1S95 il Marzano inviò un 

sommario elenco dei reperti an:heologici rinvenuti durante) lavori ferraviari: 

"Nei tronco Porto S. Venere-Pizzo, nelia trincea Decaroiis. si sono rinvenuti varij 

tegoioni senza boUo, appartenenti a sei o sette sepolcri; 12 urceoli di terra cotta, 1 

olia a due manichi id.j 2 lucernette id.; 1 patera id; ed avanzi d'anfore vinarie. 

TatioggetH trovansi neir ufficio Governativo delle Ferrovie di Pizzo. 

Nonostante da tele succinte note non appaiano le stetue recuperate in 
quell'occasione, come invece è puntualmente documenteto dalla Soprintendenza 
Archeologica, è oggi possibile confermare che l'intero insieme del materiale 
rinvenute costìtuisserarredo prestigioso di una grande villa di epoca romana. 
E' facile immaginare che l' importanza dei ritrovamenti venne all' epoca 
sottosbmate al fine di consentlrB il rapido completamento della tratte ferroviaria. 
Uno splendido busto femminile, scolpito in basalto nera, che ritrae il viso di una 
donna con grandi occhi di forma allungate e la bocca con labbra sottili, venne 
ritrovato interrato tra due muri di mattoni e privo di ba^. Per le condizioni del 
rinvenimento, che dimostrando il suo non uso negli ultimi anni d'utilizzo della 
villa pennettono di ipotizzare l'applicazione di una sorte di damnatio memorine 
della donna raffigurata, estete ipotizzato che il busto rapptei^ntesseMessalma^^". 



^^* Luschi L., Documenti ineditì di scavi o Vibo Valeutìn fro ottoceiìlo e novecento, mAnnali, op.ciL, 
pp. 505-5Ce. 

""Cbr. G. Pe^ce, in 'Hd'A' 1937 p. 251 eb. Tale inteipretazione manca però di nscontn iconografici, la 
ptttinatura presenta invece elementi bpia delle peltincture di età Claudia, l'uso di questo tipm di 
matenate per ntr^ti di prestigio in età Claudia è documentao ai e&empio dal ntrato di Germanico 
custodito al Bntish MuseumllPescechehapubblicEtoilntraiC'nel 1937, ntenevachelacctìiuzionem 
CUI è stato ntrcwato il ntratto facesse paite dello stesso complesso in cui nel 1928 futroveta una replica 
dell' aitemide di Dresda villa che lo stesso autore ipotizza essere quella di Sicca, amico di Cicerone, e 
che nel 1394 crebbe restituito anche l'ananna domuente, oltre che resti di un mosaico e cmstne di 



155 



L'acconciatila è molto complessa e rivela tutta rabilità dello szultore: una 
szriniinatura divide la capigliatura e lunghe ciocche di capelli riccioluti scendono, 
incomiciando il volto, per poi finire l^atì sul collo da una piccola treccia avvolta 
in un triplice giro. La coda dei capelli szende coprendo la spalla ed il petto. 11 busto 
è tagliate all'altezza del seno, appena coperto da una veste aderente e sottile, con 
uno scollo che fonna una piega sinuosa. 

Si Iratte di un'opera non comune per la finezza dell'esecuzione, la complessità 
dell'acconciatura, ed il materiale utilizzato, estratto da cave dell'Africa 
^ttentrionale, probabilmente egizie. 

11 ritratte, prezioso di qualità e fattura, era certamente destinata ad un committente 
di grande possibilità economiche e dotato di notevole cultura, rappresenta 
efficacemente il grado di ricchezza raggiunto dalla villa marittima, e confermata da 
un ulteriore ritrovamento, tra i suoi resti, di una grande statua di donna stante, 
acefala replica dell'Artemide di Dresda ed attualmente conservata al Museo di 
Reggio Calabria. 

La statua^\ rissleite alla prima mete del 1 sec. d.C . è priva, oltre che della l^sta 
anche delle braccia, che probabilmente furono lavorate a parte ed inserite con dei 
perni, vista la presenza di incassi; il braccio sinistro doveva essere accostato al 
corpo, come rivela la presenza di un puntello sul fianco sinistro. La spalla destra è 
sollevata, come pure il seno destro; i muscoli del collo rivelano che la testa era 
volta verso la spalla sinistra, come nella copia di Dresda. La cinghia della faretra, 
attraversando il petto e il chitone con cui la donna è vestita, forma uno sboffo e una 
^rie di pieghe sotto il seno sinistro. La statua presente un incasso al di sopra della 
scapola sinistra, indizio della presenza di una faretra. 

La stessa villa romana, posta tra il mare ed il primo tenazzamento 
collinare, negli anni seguenti non smise di dare notìzia di sé, tante che tra il 1928 
ed il 1930 presso l'imbocco della galleria ferroviaria tra S.V enere e Pizzo, furono 
rimessi in luce ulteriori ruderi di adirici romani di epoca imperiale e sepolcri di età 
ellenisti co-romana^ ^- . 



manm cx)lorab. Precise Qcbzie Bili novermnenbo e comperaziom &tili&tiche della stóua le offre Faa^ 
Aspetti deìia cuStum figurativa in età rotììaua. inS. Seltig(aa]radi}, mAA.VV., Stona della Calabna 
Antica, Età Italica e romana. Gangami Editore, 1994, ppt 599-615. 

^^'U. K^B^^sàL. Die wirtschafìliche Lage GrossgiecheuSiiuds iti der Koiserzeit. IstonaEinzelschnftené, 
Wiesbaden 1963, p. 36. L'autore ntiene che la replica della Artemide di Dresda e il ntrdlo non ^ano 
peitinenti allo stesso complesm, ma i dati dell'Archivio della Sopnntendenza confermano la notizra 
<]3^ dal Pe^ce. 

"' Parto Santa Venere (Catanzaro) Bollettino del f^useo dell'Impero, 2 in BCAR, LIX., 1931. 50. 



156 



11 26 maggio del 1953 è il Giornale d'Italia che riporta la notizia del rinvenimento 
di un mosaico a tes^r^ nere e bianche, in località Fontana di Santa Venera, nella 
proprietà di Scalfaro Antoni o^^. 

Fino a qualche tempo fa si era ritenuto che gli interventi edilizi realizzati 
nella zona, tra gli anni 60 e 70, avessero cancellalo ogni traccia dell' edificio, alcuni 
anni fa però, nello spianamento effettuate a seguito di una nuova lottizzazione 
edilizia in contrada S.Venet^, proprio a ridosso dei due tracciati ferraviari, è stata 
rinvenuta una necropoli romana. 

Datata tra il 11 ^colo d.C. ed il 11 secolo d.C, pK" il numerD di sepolture 
ed il povero con^do funerario, si suppone appartenessero agli schiavi di servizio 
alla villa, le cui tracce stnittiirali risultano ancora ben evidenti a poca distanza 
dalla necropoli, con un pavimento in opus spicatum, che emerye dal taglio del 
tHreno effettuato perla trincea ferroviaria delle Calabro Lucane. 

La frequentazione, in epoca romana, anche del tratto costiero oggi noto 
come Santa Venero, con un'importante insediamento caratterizzato 
urbanisticamente come villa marittima, legato alla produzione agricola dei fondi 
rurali, e fors' anche all' attività di pesc^'-, unitBallarH:^itBsegnalazionedi un'area 
dedicata alla produzione di anfore e manufatti ceramici^'', fumetto di disegnare 
quasi per intero il complesso sistema insediativo dell'epoca romana, che ben si 
completava, nello sfruttamento economico del tenitorio, con la presenza poco più a 
suddetto scalo portuale. 

Purtroppo esiste un grosso vuoto nella documentazione dell' in^di amento umano 
lungo l'area costiera di Santa Venera, tante che ulteriori notizie si rintracciano 
solo nel periodo compreso tra il 1444 ed il 1459, saltando per intero un notevole 
aroo cronologico cheva dall'epoca post-romana alla prima metà del '400, seppure 
riferite es:lusivamente alla tonnara dette appunto di S. Venere. 

In quegli anni Alfonso d'Aragona, detto il Magnanimo, conferma la 
concessione del palo della tonnara a Zarìetto Caracciolo di Napoli''^ Tale tonnara 
la ritroviamo in ulteriori atti con il toponimo di Tonnara di S. Venere ói Briatico 



^^^Giornoleó'!tiìiio. Edizione delIa5era.Crona:a della Calabna- 26.5. 1&53. 

"^ Maunao Paofetti, Occuonnone rotììana e storia deUeciStà, inAA.W. Stona della Galabna Antica, 
Etàrtalica e Romana, laoiia di Salvatore Settis), Gangenii editore, 1994, pp. 45e-4£6. 

"^ RficeTtemente, durante la costruzione dello stadio di Vibo Manna 5ono Él3i nies&i m evidenza, 
dalle operazioni di sbancamento, i i^sti di una o più fornaci di epoca romana L'area, compresa nel 
fondo anticamente deUs "Muraglie" dove già negli anni 70 venne fortuitamente trovata, durante la 
piantagione di un aranceto, una grande fornace a Eonna quadrata, con anfore cotte e non cotte, è ora 
cggeto di ultenon indimi da paite della SpnontendenzaArcheoJcgica 

"* Salvai C. a cura (6, Rxti Aragonesi, voi. VI, FrammenU dei registri "Commune Summanae" 
(1444-1459), doan. 199, p. 56. 



157 



posseduta sempre da un' appartenentB alla famiglia Caracciolo, Berardo, signora di 
Oppido, nel 1505. In quell'anno, Don Verardi, intendente dei Caracciolo, infonna 
il feudatario di essera "motto nóiviìuto perchè è venuto anno che in iDnndra non se 
ave aiìocata ne trovnse da locare per ìa steriìitò e la penuria de lo piscare ilio 
ditto anno passato T indinone". 

L'anno successivo l'intendente riuscì afittarlaamelàdelprassDSDlilD, ma 
la pea;a fu cosi scarsa da non pennettera di rientrara nemmeno con le spese "in 
quest'anno 8 ' indizione si è venduta once 14 per non se piscare, non sitniinìentÉ 
per lo predo nessuno per ti anni da venire"^^. 

Notizie più precise le rintracciamo a partire dal 1507. In esse viene riparlBtB per la 
prima volta la dizione di Feudo di S. Venera, che risulta acquistato proprio in 
quell'anno dal Principe di Bisignano, con il Regio As^nsa di Ferdinando 
d'Aragona. Successivamente il 23 marzo del 1507 venne prea: in possesso dal 
Duca di Monteleone. Nonostante l'acquisizione dell'area, il Pignatelli rimane 
vincolato nel suo dominio del feudo costiero a causa di un suo complessivo 
smembramento in aree spettanti ad altri principi, che godevano di diritti 
preesistenti, ciò però non gli impedi di avere in concessione anche il palo della 
tannala di S. Venere, cosi come accadde con quello della Tonnara di Bivona, posta 
a sud dello stesso feudo. 

Tali informazioni storiche le traiamo da un'importante memori^^^ sul Feudo di S. 
Venera redatta nei primi anni del 700 dall'avvocatura della Corte Ducale di 
Monteleone, e che permette di ^guira per lungo periodo la storia amministrativa 
dell' area. 

11 documento cosi pnc^gue; "Nei 25 Novenìbre Ì507 ii suddetto Si^|no|r Principe 
di Bisignano fece instrumento di vendita dei suddetto feudo a Faneiio Mormite per 
mano di Notar Angeio Marziano di Napoii, e nel 26 Novembre ai suddetto Sig{no)r 
Conte di Monteleone per mano del suddetto Notar Angelo Marziano di Napoli; nei 
1524 à 20 Agosto per mano di Notar Gregorio Ruffo di Napoli si è fatto 
instrumento di affrancazione col Regio assenso per Mtì(^n|ifi}ctJ Gian de Gurnara 
al Magn{ìfì)co Berardo Capece, Procuratore dei Si g{no)r D{o]n Ettore PignatÉÌlo, 
di annue docati 200 per capitale di docati 2000 sopra detto fondo. NelVanno 1547 
per mano di NotnrAfonzo Biscia di Napoli, con special priviteggio delia Maestà di 
Carlo Quinto, ottenne detto Si^{no}r D{o]n Ettore Pignateiio la reintegra et 
inventario, netia quale per detto feudo contene, di poter neita Marina di Bivona 
calare la Tonnara, con affittare lo Paio di essa candela accensa plus offerenti, e 
possa detta Tonnara uscire dentro il Mare canne Nouviciento, cioè canni 
cinquecento lo corpo delia Tonnara sino a capoarraso, e canni quattrocento io 



^^'ASN.R.eleyi,vo].376. fase 3. 

"^ ASN.ArrhfvJoPifjnote/ir-Cortez, Notizie sul Feudo di S.Veoere, Se. 54, f.lo l.n. 6. 



158 



codardo; neU'nnno 1562 detto Sìg{m>)r D(o)n Ettore Fignateìla, ottenne assenso 

Regio dì poter caìare detta Tonnam quùì Priviieggi Reintegra inventario 

instrumentD e Regio Assenso si conservano nel Ducal Archivio. 

Oggi la detta Ducnì Corte affitta te rendite di detto feudo consist&ntìno ìe terre di 

olivi, trappeto. Molino. Giardino di Agrume, fronda nera, Pergoli, Arbusti frutti et 

ogn'aìtrn rendita che in esso si ottiene per ogni anno candela accensn plus 

offerente" . 

In defÌE5Ìtiva tale documento traccia per grandi linee la storia del Feudo di Santa 

Venere, che prima del novembre del 1507, risulta apparisnente al Principe di 

Bisignano, per essere poi venduta adunceriD Fanello Monnile, prababil mente con 

un semplice atto di transazione, vista che nello stesso mese di quell'anno viene 

acquistato da Ettore Pignatelli. 

Quasi ventanni dopo il Pignatelfi nomina come suo procuratore del Feudo di S. 

Venera il Magnifico Berardo Capece. 

Come emerge da tale atta, il feudo di S . Venera si caratterizza dagli atti successivi 

al 1547, esclusivamente come araa produttiva, con diversificate attività 

economiche che spaziavano dalla pesca del tonno alla coltivazione di terre di 

olivi, trappeto, Molino, Giardino di Agrume, fronda nera, Pergoii edArbusti frutti. 

Del resto la valenza produttiva di tale feudo lesi desume nei particolari dal Broglio 

delle entrate della Corte Ducale di Monteleone del 1536^^, da cui risultano, in 

queir anno, le ^guenti entrate: 

"De in rngiìohiedi vender il vino ìnBivona 

Quando se fa ia Tonnara doc. 9:3:10 

De ta venditione deìte Frondi delìi Gelsi 

deli giardini di S. Venere 112 

De t'affìtto de ìa Tonnara di S. Venera per l'integro anno 50 

De t'affttto de ii frutti del Giardino 

e de Longobardi per tutto ì' anno IO 

Perla Terza deìti 24 de l'affitto di li nìagazzini della marina ....8 
Perla Terza deh 200 si hanno Vanno dal R.Fundaco 66:6:36 

11 toponimo di Santa Vennera lo ritraviamo, qualche anno più taidi, nell'appalto 
per la costruzione della torre di Sjintf? Vennera o Santa Venere, gemella della Torre 
di S. Pietra di Bivona, costruite entrambi nel 1564 dal mastro monteleonese 
Giacomo Pi toya^**. 



^^* ASN. Archivio Pìgmtelfi-Cortez. Se. 69. f.lo 1, n. 1. 
'^'' vedinctal41. 



159 



S accessi vaniHite, in un ultEriore documento contabile, ritroviamo l'area costiera 

di Santa Vennera descritta tra le entinte feudali^^ ctei Pignatelli di Monteleone nel 

1533-84, risultando non solo Era le più cospicue, ma anche trn quelle in grado di 

produn:e redditi più diversificati. Esso recita testualmente: 

Entrate in grano ; 

giardino di Santa Vennera Tumula 400 

Entrate in otio: 

giardino di Santa Vennera Cannate 400 

Mastroóattia viceducaìe óoc. 645 

Mastroóattia ducale 153 

Bagiia di Monteieone 

ecasaìi di Tricono.S. Pietro eBivona 446:3:6 

Bagiiva di Longobardi 26:3:6 

Capitania dell'Università di Monteleone 12 

Fronde di Santa Vennera 220 

Gelsi di Longobardi 91 

Dohana di Bivona 54:2:6 

Taverna di Bivona 13:hl3 

Tonnara di Bivona 645 

Fino ai primi anni del '700 il Feudo di Santa Vennera restò di es:lusivo 
appannaggio del Duca di Monteleone, mentre è da qu^li anni che si r^istra un 
significativo mutamento nelle proprietà lungo la costo. 

E' infatti dalla fine del '600 che appaiono nuove figure di ricchi proprietari nella 
storia del Feudo di S. Venere, tra cui spicca, per Testenzione dei suoi 
possedimenti, il Portuìano Francia, discendente della potente famiglia Di Francia 
di Monteleone^-- . Il di Francia risulto possedere in enfitousi, una gran porzione di 
Isneno proprio nella marina di Monteleone, terra che, come vedremo, la Corte 
Ducale meditava di far rientrare tra quelle compre^ nel Feudo di Santo Venera, in 
quanto "... ^7 Feudo di S. Venere nel 1530 circa, in cui da Sebastiano della Valle sì 
fatigò sulla noverazion de' Feudi delia Casa EcceU[erùì^)ma e de' vari lorojussi, 
e confini, era molto più esteso di quello che non è presentemente, perchè 



^" Regia Cumem Sommuria, Serie éi Relevi, Num. 3Bt Per la comprensjone dell'unità mondana vd. 
caello Salvati, Misure e pesi nei Meziogiorno, N^oli 1970: I Ducato = 10 Carlini = 100 grana ; J 
Ducuto = 5 Tari ; ì Tari = 2 Carlim : ! Carlino = 10 Grana 1 Oncia = 6 Ducati - 30 Tari. 

"^ Della femiglia di Francia e dell'incanco di Portolano svolto da alcuni dei guoi membn &l é già 
scritto nelle note precedenti. 



160 



comprendeva tutto quei tratto di terreno, che oggidì è posseduto dai Portuiano 

Francia, sotto nome del Portolano^". 

Ciò appare dalia descrizione de' confini di detio Feudo, cììe trovasi 

neU'istromento di reintegra dei riferito Sebastiano delia Vaile. 

Durò tai Feudo neU'antica anìpiezia sino ai 1700 circa, nei Quaie tempo fu 

smembrato, e data una gran porzione di terreno in empììitheusim aU'Avo dei 

Portuiano odierno ed ad altre persone senza dispensa e formalmente alla 

proibizione compresa nelia costituzione... {tre sigle inabili]. Apparisce ciò 

dail'isLromenti di concessione, e daite testimonianze di persone, che di tutto ciò si 

raccordano, ricordandomi io d' aver fatto fare molti attest/iti informa pubbiica da 

più persone. 

Quindi nasce, che si potrebbe reintegrare ii Feudo S. Venere neìio smembramento 

con sommo utiie della Camera Ducale ancorché si dovesse pagare Qualche 

migiioramento dei terreno. Si rimette aiia voionth dei Sig.r Duca 

Fcceli{entì^)mo"^\ 

E' probabilmente per le difficoltà economiche e politiche incontratB dalla seconda 

metà del settecento dalla famiglia Pignatelli che il sopraccennato consiglio di 

reinisgrare il feudo di S. Venero non ebbe alcun esito, anzi, altri ricchi e nobili 

proprietari monteleonesi cominciarono ad estendere i loro possedimenti lungo il 

tenitorio costiero, scendo quanto rileviamo da un dettagliali] elenco dei 

Possedimenti ducaii neìta marina di Monteleon^^\ redatto il 18 dicembre del 

1704 



^" E' da Ecttolmeare come in que^ ato l'intera estenzione della propnelà di Francia viene descritta 
comi toponimo del Porto/nno, toponimo che compara nelle cartine dell'area di S.V enere del pnmianm 
dell'ottocento. Il Fondo Portolano, imzia^'a dall'area denominata Timpa Bianca e si estendeva sino 
aira±uale contraia S. Andrea Nella piantina del 1S34, redata per la costruzione del Porto di Santa 
Venere, viene segnalaa la Casma Portolanc^ un bunune Portolano compare m quella del 19C0 redatta 
per la costruzione del tratto feiratoPizzo-S.V enere. Nell'area era costruito un grande palazzo nobiliare, 
di stile Vanvrtelliano, visibile nelle vecchie cartoline di Vibo Manna. I crolli venficaesi dopo la 
costruzione della galleria Eeiroviana Rondella, resero necessario il suo totale abbattmienta Oggi 
rimangono solo i resti di un piccolo mnfeo, di discreta fattura, seppure per metà obbliterao da una 
stanza ad uso agricolo. In esso si vedono realizzdj a nlevo due delfini che ne cireondano uno più 
grande, centrale, dalla cui tocca a^Hitafuonusava l'acqua conente. 

^" ASN, Archivio PìgtialeUì-Coitez. Memoria per lo smembra mento dei feudo di S. Venete, Se. 54, 

f.lo 1, n. 3. 

'^^ ASN, Archivio PìgnatelU-Cortez. Se 34, f.lo 2, aS, Piatea dei Privileggì. Beni e Censì della Bucai 
Coite di Monteleone. IS Dicembre 1704, riportiamo specificatamente i bem feudali della fascia 
costiera. 



161 



In tale atto compaiono, iiKludendoil nuovo Portaìano, cioè il Reverendissimo Do^ 
Orazio di Fmma e suo fratello Don Bernardo, il D(otto)r Fisico Franco Pnuìo 
Vita, il magnifico Cesare Lombardo, ì magnifici Luigi Domenico e Antonio 
Antonucci, il Reverendissimo Don Già Battista Diiauro delia Città deiVAmantea 
che in seguito, ed esatitamente il 28 marzo 168S, vendette la sua proprietà a Don 
Francesco Pauio Mariano ed a cui subentrarono i figli ìi Magn[ifì)ci Gugtieìmo, 
Domenico, Fabrizio e Nicola, il magnifico Antonio Crispo, ed infine i 
Reverendissimi Padri Donìinicani di detta città nonché i reverendissimi Padri 
Scaizi Agostiniani detti delia Pietà, delia predetta città. 

Come si nota compaiono come proprietari di ampi appezzamento di terrone uno 
spanila gruppo di nobili e borghesi, col titolo di magnifici e reverendissimi, oltiB 
che due diversi ordini religiosi, i quali erano soliti affittare aììi Massari di Santo 
Pietro e Longobardi, candela accensa più offerenti la gran parte delle Iodd 
coltivazioni. 

Lo stesso documento aiuta a tracciare neJ dettaglio l' intero corpo feudale di Santa 
Venere, le colture praticate e gli esatti confini delle diverse proprietà: 
"Possiede ia Ducai Corte di Monteleone. per ogni mese di Agosto, dell'annuo 
censo enìphiteuto perpetuo inaffrancabiie in grano Bianco, tunìuia otto della 
Misura Napolitana, sopra io Giardino sito e posto nella circonferenza di 
Longobardi, Casale di Monteleone, e proprio sulla Marina in loco detto Le 
Muraglie, di capacità tumulate Quaranta in circa, e per quante della suddetta 
Misura Napolitana, tutte terre di cenzo, alborats con alberi fruttiferi, vigne, celsi 
neri e bianchi, olive, bosco e terre aratorie. 

Limita da Levante con li beni del D(otto}r Fisico Franco Paulo Vita, da Ponente 
con li beni del Magn{\fì)co Cesare Lombardo e ìi beni delli Magn{ìtì)ci Luiggi, 
Domenico e Antonio Antonucci; 

Da Mezzo Giorno con li beni del Revieierijdo Don Orazio e Don Bernardo di 
Franzo e da Tramontana col Lido del Mare. 

Dentro detto giardino vi è una Torre con la scala di Pietra fuori di essa, col suo 
Ponte levaturo. Consiste in tre Bassi Grandi, sopra de quali vi sono dodece 
camere ripartite, ed altrettanti nello quarto superiore. 

Al lato di detta Torre vi si trova una piccola chiesa, sotto il tìtolo di Santo 
Francesco Saverio; qual Torre e Chiesa furono fabricati a proprie spesi dal 
Rev{erBndissim)o Don Domenico Marzano^^''. 



"* CuSostD Ondano di Monteleone éi Calabria 1775, in Tarallo P,, Op. at, : 'Magnifico D.Domenico 
Marzano. patriao dì anni 65. abita in caso propna. con rendita onde 931.4^ assieme a D. Maddalena 
Crispo, mogUeanm 56. Dott. D. GugHelmo. figlio anni 42. Rev. D. Francesco PaaSo, Decuna unni 40, 
D. Filippo, fìgìio unni 25. D. Scipione, figlio anni 5; D . Erasmo. figSio anni 3: D.!gnaàa. figlia anni 2; 
D. Nicola, figlia anni i; D. Felicia Crispo, suacem anni 85; Teresa Laureano, hatia anni 33; Maria 
AStotnare, serva anni 30; Pietro Papateo. servo anni 60j Domenico, servo anni 25: Leoluca 
Chiaromonte^ famiglio anm 3i. Incta "Discendono éai Duchi di Sessa, ed unFrancesco Paolo, venisto 



162 



Oggi ti suddetti tumula otto dì Grano Bianco alia Misura Napoiitana si paghano 

aìia suddetta Bucai Corte per ogni mese di agosto, censo empììiteuto perpetuo 

inaffrancabile indìff\enhì]le da ìi Magniìfì'jci Gugiielmo, Domenico, Fabrizio e 

Nicola Mariano, quali uihmi odierni possessori del suddetto giardino. 

Si pervenne fra i'heredità dei Don Francesco Pauio Marzano loro padre, da cui fu 

comprato e venduto dai Rev|erBndissi)n)o Don Giò Battista Dilauro delia Città 

dell' Amant&a, primo patrone e censuario di detta Ducal Corte, come 

dall' instrumento rogato per mano di Notar Giuseppe Nesci in data 28 Marzo 1688 

col suddetto peso dei suddetto annuo censo emphiteuto perpetuo inaffrancabileper 

ogni mese di AgostD aita suddetta Ducal Corte di Monteleone, Grano Bianco aìla 

Misura Napoiitana tumuia otto. 

ITEM possiede la Ducal Corte di Monteleone una coltura aratoria sita e posta 

nelle circonferenze di Santo Pietro, Casaie di Monteleone, nella Marina di Bivona, 

di capacità di tumoiate Quattro circa, delia Misura Napoiitana, terra di terzo; La 

suddetta coltura ììa compresa in corpo dei feudo di Santa Venere. 

Limita da Levante con ia Coitura di essa Ducal Corte, detta la Coitura delle 

Sciabache, coi vailone di Aqgua corrente che si frammezza tra ioro due:Da Mezzo 

Giorno iimita con li beni deila i?ev(erBndissi}mù Parrocchiaie Chiesa del suddetto 

casale e con a beni del Magni ìf\)co Antonio Crispo^^^; eda Ponente e Tramontana 

iimita con li beni del Magn{ìfì]co Antonio Marzano. 

Jn detta coitura pag'alia suddetta Ducal Corte il sopradetto Antonio Marzano 

censo emphiteuto perpetuo inaffrancabiie, per ogni mese di Agosto, Grano Bianco 

tumula cinque della Misura Napoiitana. Si pervenne dalla heredità paterna coi 

suddetto peso deli'annuo censo emphiteuto perpetuo inaffrancabiie per ogni mese 

di Agosto alla suddetta Corte di Monteleone grano bianco tumuia cinque deila 

Misura Napoiitana. 

ITEM possiede la Ducal Corte di Monteleone una coltura aratoria sita e posta 

nelle circonferenze di Santo Pietro, Casale di Monteleone, nella Marina di Bivona, 

detta la Coitura delle Sciabacììe. 

Consiste in tumulate ottanta nella Misura Napoiitana, mità deile quali sono terre 

di mità et'aitra mito sono terre di terzo. 

Limita da Mezzogiorno con li beni deili fìev(ei:BndÌ£si)mi P(ad)ri Dominicani di 



a Mofiteìeone nel 16Ì7. contrasse ntatriniomo con Pnsóena TomarcMeUo. nipote e soreìSo di Fra 
Paolo e Fra FohrizìoToitìorciìieììo, Cavafien di Malta"), 

"^ Catasto Ouciofio di Monteleone di CaSabria Ì775, inTaralloP., Op. crL : 'Magnifico D Francesco 
Crsspo, Patrì^ào anni 46. abita in casa propria rendita di onde 571, con M.ca D Lucia Lombardo, 
moglie anni 42; M.ca D . Annunjaata, figlia anni Ì2; D.giuseppeM.a . jigìio ctenco anm Ì3j D. Felice 
M.a^ jìgìio anni ìì; Francesco Stombe, senio anni 45, Domenico, servitore anni 12: Fortunata 
Semìnara. serva anni 30'. 



163 



detta città e con ii beni deiiì iìev( erendi ssi) mi P[ad)n Scnizi Agostiniani detti deUa 

Pietà, delia predetta città, tra li qunii vi è ìa strada publica da dove si vò neita 

suddetta Marina. Da Trenìontana iì Lido dei Mare, in strada pubblica, 

da Ponente limita ìa Torre Reale di Guardia, la casa di essa Ducal Corte dove si 

tiene iì Regio Fundaco dei Sale Marittimo, e ìi beni del Magn{ìfì]co Arìtonio 

Marzarìo nelle guali si trova una strada publica, e, similmente dentro detta terra vi 

è ujìa strada che si vò nel Casaìe di Longobardi, e di dietro detta coìtura vi si 

trova una Grotta con uria ficara silvaggia. 

La sopradetta coìtura va compresa in corpo del feudo di S. Venera e si è da tempo 

immemorabiie affittata aili Massari di S. Pietro, e Longobardi, candela accensa 

plus offerenti. 

ITEM possiede la Ducal Corte di Monteieone una coltura aratoria nomina 

Frascbà sita e posta nelle circonferenze di Santo Pietro Casale di Monteleone, 

nella Marina di Bivona, consiste in tumolats quattro e un quarto della Misura 

Napoiitana, terra di terzo. 

Limita da Levante con li beni delii Mag{ìlì}cì Luiggi, Domenico e Antonio 

Antonucci. 

Da Ponente con lì beni de' Rev( erendi ssi} mi P(ad)ri Dominicani di ditìa città e da 

Tramontana co lido del Mare in strada pubblica. 

La suddetta coìtura va compresa in corpo del Feudo di S. Venera e sempre si è 

soiuto affittare olii Massari di Santo Pietro e Longobardi, candela accensa pìus 

offerenti. 

A parte i possedimenti descritti in tale documento, vi erano inolile il fondo di Don 

Giacomo Deluca, posto tra Bivona e S. PietiD, che pagava ogni anno alta Coite 

ducale un censD enfiteutico perpetuo di 20 ducati e 13 grana, ed il giardino di 

agrumi appartenente al Duca di Monteleone. 

Del primo fondo abbiamo notizie precise sin dal 1739, anno in cui i pubblici 

appiezzatori dei toni stabili della citià, Vito Bruno e Domenico Russo Seniore, per 

ordine di un ufficiale di CatanzarD, furono citati dal Senziente di Cotte di 

Monteleone Bruno Candideìlo alias Fanaie, come pubblici appiezzatori ed esperti, 

per valutarne il valore. 11 fondo limitava con quello del sig. France3:o Paulo 

Mercadante da un lato, dall' alliD con i terzi della coite ducale, e "vìa pubblica di 

sotto e di sopra" e gli apprezzatali "giunti di persona incomincarono a girarla 

tutta, e per intero, ed iianno stimato, giudicata, ed apprezzato secondo ìe regole 

delVagricoitura"^^ che la vigna consisteva per intero incirca 10 tLunolate, di cui 

otto alberate con "vigni migliaro ventiuno in circa, che aiìa raggiane di doca^ 

venticinque lo migliaro importano docati cinqueciento venticinque", le restanti due 

tumolate risulatarono di "terra rasa" slimandola "alia raggione di docati 

trentasette e mezzo ia tumolata, importi ducati trecento settanta cinque" . 



ASVV,.Vf]&]ED Lo Schiavo Nicoìn, Monteleone21 febbraio 1743, e. 526, VoL CXXIV. p. 25. 



164 



Gli apprezzatati nolano come "n&Ua vigna suddetta v'è una torre^^ cfieper essere 
in iuogo di Marina a toro giudiiio e parere l'apprezzarono docah cento, perché 
essendo altrove ìa stimarebbero per puro commodo da soìodocati trenta" . 
Con tutta probabilità l'apprezzo venne effettuato perchè si stava per pervenire alla 
vendita del fondo, tante che quattro anni dopo, ed esattamente il 21 febbraio del 
1743, gli stessi apprBzzatori 3 portarono nella stessa vigna, che risultava però 
posseduta dal Magnifico Francesco Godano di Monteleone. 
Il nuovo apprezzo delta vigna che risulta più partlcolar^giato nella descrizione 
delle coltivazioni e del loro valore, venne commissionato per richiedere al Duca 
una diminuzione del cenzo enfiteutlco, stante il piccolo utile che il nuovo 
proprietario attestava di ricavarne, fornendo preziose informazioni per la 
comprensione del valore dell'attività agricola del tempo. 1 pubblici apprezzatoti, 
attestarono che quel tipo di coltivazione a vigna posta a mezza costa, poteva 
fruttare "un anno per l'altro, sessantasei saime di musLo, che alia raggione di 
carlini dieci a salma importano docati sessaatasei; medesinìamente vi sono alcuni 
piedi di uva Zibbibo, Insoiino. Ruggia e Belvedere, che un anno per Vaitro 
possono rendere e fruttare altri docati dieci; che ancora in detta vigna v'è un 
migiiaro di piante di Zibbibo. che venendo in [rutto a loro giudizio può rendere 
carlini trenta ogn'anno; che gli alberelli nell'anno venturo possono rendere e 
fruttare calini quindeci l'anno; che dette due tunìoiate di terra rasa, un anno per 
l'altro, seminandosi fruttano docati sei e mezzo l'anno; attestano in oltre, che detta 
torre serve in detta vigna per commodo della stessa senza che apportasse lucro a 
detto Possessore; che in tutto dette rendite [ruttando detta suddetta vigna, terra 
rasa, alberelli, zibbibbo. insolino, ruggia. belvedere ascende alia somma anzidetta 
di docati ottantasette. guali debbasi dividere, e metà spetterebbe ai colono, cioè 
docati quarantatre e grana cinquanta, per le fatiche, e metà a detto Godano 
possessore, cioè docati quarantatre e grana cinquanta, sopra la Quale metà di esso 
Godano si deve dedurre e scemare ia somma di docati venti e grana tredici di 
cenzo enfiteuhco, che pagasi per lo fundo a detta Corte Ducaie, restando di netto 
in benijizio di esso Godano soli docati ventitre e grana trentasette, delli quaìi 
debbasi medesimamente scemare carlini venti e grana trentasette, per compra di 
canne mazze cinquanta, e condotta delle stesse servendone per detta vigna. 



"* Mancandovi nvenmenti precrsi non é possibile stabihre quafe fo&se la torre descntta m tale atto; 
potrebbe essere una ultenoretorre posta tra quella di Mao e quella di S. Nicola, oppure una delle due, 
mancando una preasa coUocazione geografica della fffopnetà Deluc^Godano. In un documento dei 
pruni anni del 1600, redato per nchiedere l' edtficazione della chiesa dedicia a S. Manadi Poito&alvo, 
il terreno &u cui costruire la chiesa nsulta/a essere del tornerò Claudio De Luca, tornerò di Nccera, a 
CUI apparteneva"., una terra Satoria^ il cui giardino limita con it fondo detto Vescovado", propnaà 
che, seppure anche m essaviene segnalatala presenzadi unatorre, none possibile far comadere con 
quella Godano. 



165 



restando di paro netto in benefizia di esso Godano Possessore soli docati venti uno 
di tutte dette rendite fruttando, ut supra coi peso di aggiutare io colono, che 
coltiverà detta vigna cori somministrandoli in aggiunta docati venhcingue, e 
poscia ripet&rsiU deli' ìstessì aiia fine deW anno"^^ . 

Per quanto rigoarda il giardirìo appartenente ai Pignatelli, il prelato napoletano 
Giovan Battista Padchelli, visitando Monteleone nel 1693, lo descrive coltivato di 
" nobiii agrumi" ponendolo a poca distanza dal "picciol e ben disposto Palazzo che 
chiaman di Santa Venere"''' . 

Da una prima lettura sembrerebbe che il Pacicchelli, con l'espressione picciol e 
ben disposto paiazzo, à riferisca al castello di Bivona stante il brwe perrrorsj che 
^parnva il giardino dalla città di Montelecne, che si poteva raggiungere salendo 
"comodamente in ire miglia", ma l'ulteriore segnalazione del più breve pen:orso 
dell'Affaccio, da cui "quasi noveilo Posiliipo sovra Santa Venere", era possibile 
"anche scendere ai Mare, e gustarvi neile Salsedini", consente di escludere tale 
ipotesi. 

Del resto è confemiata la pre^nza di un palazzo ducale nella marina di 
Santa Venera nella già citata relazione sulla visita pastorale nella parrocchia di 
Longobardi'^\ eff^JiBta qualche anno dopo del viaggio dell'abate Pacicchelli, da 
cui risultano ben distìnte le due cappelle esistenti nella marina, ponendole una 
"vicino al Casteila di Bivona" e l'altra "nel Palazzo Ducaie alia Marina, dedicata 
a S. Venera". 

Un grossD aiuto per collocare nell'area costieia il palazzo ducale, o 
quanto meno quelli che erano i suoi resti, e quelli della cappella dedicate a Sante 



™ ASVV. Notaio Lo Schiavo NicoSa. Monteleone 21 febbraio 1743, c.526. Vo[. CXXIV, p. 26. Con 
tutta probalilità La Coite Ducale non accolse la nchie&ta del Magnifico Godano, vista l'assenza di ogni 

nfenniento in tal senso degli 3h del notaio che ne cuiù la Bupplica. 

"' Pa3cbGJli G,B., !S Regno di Napoh in prospeitrvo. D, A. Parano. Napoli 17CG: PaacheUi G.B., 
Ltìlere ai fainilìofi isteriche eé erudite, Pamno e Muri, N^oli 16S6, Valente G., La Calohria 
deWAhate PacicheUì. Ed Effe Emme, ChiaraM-alle Centrale 1977,". ..Era questa t^ Viho-V^Seiaa, e 
Vihona de' Locri, habitatn una voSSo da' Greci, daltii quale i popoh^ e 'ì sito raccordali, Plinio, 
Strabone. e Vrocopio; da hoggi à godere, alle rive piacevoli del Tirreno Ejn vago Giardin di Fiori, e 
delie specie rare ^ e più lìobili Agrumi, moltiplicati anche in un sot ramo con artipciosi iniìesti, e coi] un 
picciol e ben disposto Palazzo, che chiamai] di Santa Venere. Quindi si salisce comodamente in ire 
miglia alla città. ..(...}e i popolari dimandan S'Affaccio quasi novello PosiUipo, sovra Santa Venere già 
descritta: per ove si può anche scendere al Mare, e gustarvi neSle Salsedini. dell'Acqua dolce, ed 
esquisita di una sorgente, descntta con Se atre sua Acque, e vaghezze daS CapìaSbi' . Il viaggio veicola 
Calabna iniziò il 6 raggio 1693 con TirateiiB sulla tartana Santa Foitun^a, diretta m Puglia e si 
concluse 1 17 giugno, quandopre&e il largo da Paola. 

'" ADM-, An±ivio CoUegiaie Greco. Visite, n.75, p.74. 



166 



Venera, lo fomisceladescrizione dell'area costiera effettuata, per la relazione sulla 

costruzione del porto, nel 1S34. 

In essa Gompareunadimta Casina, nominata appunto di Santa Venere e ben distinta 

dall'omonima borre, collocata tra la Casina Gagliardi e quella di Portolano di 

Francia, precisando inoltre che "nita órittn delia chiesetln di S. Venere per chi da 

terra si rivoiga in mare, osservasi una scaturigine d'acqua, ed un'aitrn più 

copiosa inoitranóosi un poco verso i' interno neU'istÉSsn direzione, ed è da notarvi 

una vnscfìetta con una statuetta da cui linfe za mpiRano/'^^ 

La chiesa era quindi collocata a poca distanza dalla fontana descritta dal 

Lenonnant; sulta cui sommità era collocata la statuetta dell'Arianna domiientB, 

chiamata Santa Venera'' c^gli abitanti del luogo. 

11 nuovo futuro insediativo dell'area costiera di Santa Venera è agnato dal 

definitivo interramento ed abbandono del porta di Biuona sostituito come scalo da 

quello di Pizzo. 

11 tratto costieiD posto tra il vecchio porto vibonese e quello napitino, conosciuto 

allora dai marinai come Rada di Santa Venera, e compreso tra la Ione Regia di 

Bivona e la mpe denominata Timpa Bianc^^\ riperato com'era dai minacciosi 



^" Cervai Domentico, Relazione per fiàurre l'ancoruggio éi S. Venere presso la città éeì Pizzo in 
flmpjo e sicuro porto. lS3t 

"^ In effetti, fioo ^h anni stìtanta, nello spiazzo antistante palazzo Mirabelle, erano ancora in piedi i 
resa di una chiesa, che i vecchi abitanti di Vibo M anna nconiano non essere mai stata adibita a culto, 
né &anno dire con certezza a quale santo fosse in passio dedic^a. Propno alla sua destra era pesta la 
fontana con indusa la slatuSta di S. Venera La fontana scomparse nell' unmediEto dopogueira e la 
stctuetta posta m un giardmo pnvdD, la chiesetta invece venne ado^Hrata nel dopogueira come 
deposito, ed m seguito come magazzino di fenamenta della ditta Aiello Benito, divenendo infme 
precaria abitazione di una coppia di anziani del luogo. Venne distrutla perché iHncolante nei pnrni anni 
settanta. Oggi ai suo p[>sto è costrutta una edicola prefabncata 

"' Il promontono di Tunpa Bianca oj anca, prende tale nome dalla presenza, sulla sua sommità, di una 
gnssa roccia bianca che SI erge tia la vegetazione. La roccia fu certamente un punto di nfenmentoper 
la navigazione costiera sin dall'antichità. Tale toponimo è attestato lungo la costa del Tiireno 
mendionafe ed è spesso, soprattutto dove compaiono rocce sCrapionibo sul mare, associlo alla presenza 
mitica delle Suene, strutturandosi sulla vicenda del Ioni' suiadio, con il salto in mare o katapontìsmos 
da una alta rupe, secondo quanto nporta Licofrone. Esiste un forte legame tra le suene e le 'rocce 
bianche", esse stesse divengono cosi "deebianche\ e queUe tiiremche m particolare, nel loro ruolo di 
entitàcollocctealdiscnnunefrateiraemare, preposte al controllo degli elementi naturali quali limare 
edi ventL Queste " Muse del mare" e "signore delle rocce bianche" erano strettamente legate aT mondo 
della navigazione: la situazione limmale fra teira ed acque, contrassegno visibile posto nel punto def 
pass^gio, ha conbbuito a mitizzare, secondo un tipico processo di " sovradetenninazione" , quei lucghi 
caratteDZ2ati dalla presenza di rocce candide, lumincse, atte a costituire punti di nfenmento della 
naM'igazione{mtal senso Cfr.Cic,AtL 16, 6, 1). 



167 



venli di maestrale e di libeccio, venne dalla metà del '700 in poi, utilizzato dalle 

imbarcazioni che dovevano fare scalo nel porto di Pizzo, che al contrario era poco 

sicuiD in casD di maltempo. 

Proprio per tale ragione, come vedremo, la maggior parte delle navi usavano 

sostare nella rada di S. Venera in attesa del buon tempo, del pennesso di sbarco, 

dei contatti commerciali o per attendere la fine del periodo di contomacia stabilito 

dalle leggi sanitarie, quasi come natorale appendice di quell'approdo ncavato in 

piccola una lingua di spiaggia. 

E' il 1702 quando Teconomiste Giuseppe Maria Galanti, incaricato dal Sovranodi 

redigere una relazione sugli effetti del tonemoto del 1783 nell'area vibonese, 

notando come il duca di Monteleone continuava ad esigera le tasse d'ancoraggio 

nonostanto il porto antico di Bivona fosse ormai ridotto ad un semplice approdo, 

prese in ^a considerazione l'opportunità di costruirne uno nuovo "giacché 

oggidì" il vecchio porto "è sufficiente a dare ricovero ad aicuni, ma vi è bisogno 

di guida per entrarvi"^^ . 

Egli fece tale riflessione partendo dalle notizie del ri pare offerto dalla rada di Sante 

Venera di ben cinque b^menti, e richiese in tale senso un'accurate relazione al 

Generale Acton''', il quale il 27 febbraio del 1793 scriveva: "..Anni addietro 

Giorgio Shnci. Piiota Genovese, dalia fortuna di mare fu spinto aìia spiaggia delia 

marina chiamata di Santa Venere, situata quasi nei mezzo dei Uttoraie tra il Pizzo 

e Monteieone. 

Quivi l'accorto Pilota trovò un naturai rifugio al pericìit/inte suo legno, e fece 

notD, a vantaggio de' naviganti, che quei luogo avea una lingua, poco sotto del 

peto deiVacQua, la quale dava un sicuro ricovero. 

Molti bastimenti hanno profittato della notizia, e si sono salvati dalie frequenti 

tempeste che si suscitano in quel mare; ma molti, ignari di tal ricovero, sono 

miseramente periti su quella costa dove solamente l'anno passato naufragarono 

cinque bastimenti. 

Uno di padron Giacomo Gabriele Francese, carico di Lana, ruppe nella marina di 

Nicotera. Un bastimento Inglese vuoto si ruppe nella marina di Pizzo. In quella di 



^"Gafanti G.M.. domale ói viaggio in Calabria (1792), Ed. critica a cura di P[a:anica A., S.E. 
^f^ol4tana, N^x>li 1981, "... J[ detSo tesoriere (della Cassa Sagra Don Luigi Gagliardi nór.} ha 
assicuruto che presso Bivona vi era un porto eh' è stato interrato dui fiume Trainiti. Tra questo luogo e 
il Piìio li Genovesi tìanjio scoperto itji luogo assai adatto al porto di oggi Santa Venera. Quivi 
nell'inverno passato si salvarono da una forte burrasca cinque bastimenti, il duca di Monteleone vi 
esige l'ancoraggio. Si assicura che con !5 o 20 mila ducati si potrebbe costruire un otìimo porto, 
capace di moltissimi bastimenti^ giacché oggidì è sufficiente a dare ricovero ad alcuni^ ma vi è bisogno 
di guida per entrarvi. Lo stesso tesoriere ha promesso di rimettersi una pianta di detto luogo' . 

"^ PìaaacaA., acoTsdi. G M.Gatanti, Scritti sulla Calabria. SE^. Kapdi IQfSJ. ■p.^Q-i^S. 



168 



Tropea fece naufragio un bastijnento Veneziano con poche aringhe che andava a 
caricar cottone a Smirne. 

NeWìStessù marina naufragò un bastimento inglese carico di zucchero e cartti per 
GalUpoU; e neìta Marina di Sant'Eufemia naufragò Padron Orazio SpineUi di 
Precida, che andava a caricar bottame in Messina. 

Jn una grave tempeski, mentre molti legni erano trasportati in alto mare daita 
furia de' venti, quattro di essi, cioè uno Genovese di Padron Alessandro M argante, 
e tre Procedani, ebbero ricovero net ridosso naturale di Santa Venere" . 
Fatta tale premessa il generale precisa di aver data incarico al Regio Ing^nere 
Don EnnenegildoSinte^ d'impanarsi neiripatesi costruttiva di un nuovo porto, 
della quale espone di seguito i risultati più salienti; 

"Egli ha ritrovato verissimo che nella marina chiamata di Santa Venere, la i^uale 
è nel golfo di SantEufemia tra la città del Pizzo e quella di Mont&leone, vedesi 
formato dalla natura un seno ben grande, garantito da un masso, ossia secca, 
continuato, che si estende nei mare per circa mezzo miglio in forma Quasi 
semicircolare, il seno che forma Questo masso somministra t'idea di un magnifico 
e sicuro porto: imperocché viene a difenderlo da' venti di Ponente, di Maestro e 
Libeccio, e dà la sicura apertura al porto dalla parte di Tramontana. Nelle sue 
vicinanze non iscorrono fiumi di alcuna sorte, da' quali si possa temere 
deposizioni di arena e di interramento. La profondità dell'acqua di tutto il seno è 
assai grande, e strabocchevole, capace di Qualunque bastimento di alto bordo. La 
lingua di terra, ossia secca, che forma il seno, è situata poco al di sotto del pelo 
dell'acqua.' 

il generale precisa inoltra di averne fatto redigere una pianta, con la raffigurazione 
di un'idea complessiva della costruzione dei moli, che avrebbe presto sottoposto 
all'attenzione del Galanti, compreso un preventivo di massima, pari a 130.000 
ducati, per la costruzione completa del porto, "con tutte le necessarie opere di 
Lanterna, ridotti d'artiglieria, magazini, e ogn'altro", della cui fattibilità però 
restava in parte in dubbio, per non aver avuto il tempo di far scandagliare con 
precisione i fondali dell' area e quelli della secca, né di essere riuscito a conoscere 
di quale materiale erano composti, né de rischi d'interramento che pctrebbero 
es^re causati dal distante ma sempre pericoloso fiume Angitola. 
Del progetto del Sintes non si è più trovata traccia ma la scrupclosa ed arguta 
relazione del generale Acton non tardò ad avere i suoi effetti, avviando una 
diszuEsione sui vantaggi economici che l'intera regione avrebbe tratto dalla 
presenza di un nuovo e sicure scafo sulla costa tirrenica, che favorisse il 
commercio marittimo tra Napoli eia Siciliaelo sviluppo dell'intere comprensorio. 



^^* ArchilMto, a]]ie?oilelVanvitelli, fu molto ctìivo nella ^sura di progni nell'area compresa tra 
Monteleone e Tropea 



169 



Commercio che in realtà non era mai venuto meno in quegli anni grazie alla 
presenza del porto di Pizzo, che dalla fine del '700 fino all'ultimazione dei Eavori 
perla costruzione del nuovo porto di S. Venere, vide non solo il trasferimenta degli 
uffici Doganali Regi ma, ancorpiù, la presenza di un nutrito corpa militare in grado 
di garantire sicurezza ai bastimenti che qui approdavano. 
Lo stesso Duca di Monteleone in quegli anni, esondo ormai del tutto intenato il 
suo porto di Bivona, utilizzava lo scalo edi marinai napitini perii naviglio di sua 
pn)prietà, come è dimostrato da diversi documenti dell'epcca, tra i quali, quello 
che merita maggiormente di essere messo in evidenza, risulta un testimoniale 
pubblico redatto il 15 settembre 1808 da un notaio di Pizzo^ alla cui fieseizag 
costituisce Padnon Frnncesaintomo SnveUi, fu Ruberto comnnóniìte i<i sua feìtuca 
a tre niberi nominatn L'Adóoioruta, di proprietà del signor Duca di Monteleone 
(...) ben armigiata, ed ntt' anavigure coi suo equipaggio di Mnrinarj numero 
sedeci. In quell'occasione il comandante ed un piccolo gruppo del suo equipaggio, 
composto da Giorgio Vinci fu Erasmo e Giuseppe Vinci Ùmonieri, ed il marinaio 
Domenico Ventura, tutti di questa città dei Pino, esposero la loro sfortunata 
vicenda di navigazione, rivelando per intero la difficile vita dei padroni di barche 
nel periodo in cui le coste calabresi, e tutto il Tinreno meridionale, divenneR) aree 
guenaedi azioni piratesche, trai bastimenti francesi ed inglesi. 
In tale testimoniale il Savelli, inizia il suo racconto premettendo che, oltre alle 40 
botti d'olio da con^nar^ a Salerno, nell'imbarcazione furcino caricate, per suo 
conto, altiBS botti d'olio d'ulivo, "e., seta libre duecento di Reggio-, per conto dei 
signor D. Filippo Ignazio Malacrinis, libre quattrocento di seta; per conto dei 
detto Mezzana cottane a marruggio cantoja sei; per conto del signor Brucette, 
barin serrati numero tre, e più una cassa con tre schioppi: per conto dei signor D. 
Ginmbattistn delia Noce, imbasciate di biancììeria; per conto dei signor Gaetano 
Mariafusca. formaggio e pelle di Lepri; per conto dei signor D. Domenico 
Attanasio, polvere di Morbelie cantaja duodici; e per conto deità Regia Corte 
Tavole di abete numero venti e carronate, seù cannoni numero due" 
Caricata la merce, il 23 agosto del 1308, "verso Vore cinque della notte 
accompagnate con altre cento trentn Barche circa, tutte cariche d'olio, ed altre 
mercanzie, e tutte assieme ci posimo alla vela accompagnate da tre Barche 
cannonieri Reale sotto it htoio di convogiio, ed al comando dei signor Amò 
Francese." 

11 giorno dopo "tutte unite ie Barche, e ii cannonieri diedinìo [ondo netia spiaggia 
di Amantea dove giunsimo verso Vore quattordice. in dove siamo dimorate fino 
all'ore ventuna di detto giorno, ed atVora medesima postici aita vela e tutte 



^^^ ASW, Notfljo Rizzo Luigi Antonio (Pizzo 1S0B-1S49), 15 settembre laOB. ach. CCCVI, voi. 1579, f. 
75. 



170 



assieme ìe Barche per nostro destìno, e navigando tutta la notte andiedimo a dar 
fondo nei Citraro. unite alie Barche cannonieri verso l'ore undici dei giorno 
veniente di deto mese di agosto, e fatto di nuovo vela per ordine del conìandante 
verso i'ore sedici andiedimo a dar fondo nella Marina di Belvedere, e siccome il 
conìandante colla sua cannoniera si ritrovava un po' addietro, ed accostatnsi a 
Noi ci impose di sarpare, conìe infatti tutte le Barche, e noi ancora sarpassinìo con 
vento Maestro, e Quantunque contrario andiedimo hordigiando a dar fondo tutte 
unite nella Marina di Diamante verso l'ore ventitre di detto giorno, dove il 
conìandante nìedesimo de' cannonieri in quello stesso momento andato a terra 
tornò subitD, e ci comandò, che le Barche tutte si dovessero tirare a terra, a causa 
che il Direttore de Signali, o sia l'ufftciaie de' nìedesimi signali Vavea detto di 
aver veduto nel Golfo di Pulicastro un Bricce^'''^ nemico, e così tutte ìe Barche 
quella stessa sera del trenta, e chi ìa mattina del giorno trentuno, furono tirate 
tutte a terra." 

il 31 agosto infatli, "nei mentre si stava facendo una tale operazione da tutti ìi 
padroni verso l'ore duodeci, comparve il Bricce di Levante a Noi da circa miglia 
otto, ed all'ore ventuno dei giorno suddetto il Bricce medesimo si accostò vicino 
alle nostre Barche a tiro di cannone, ed in un subito principiò a tirare cannonate 
sopra i tre cannonieri medesimi, e le Barche, alle quale ìi cannonieri medesimi 
corrisponderono con altri tanti tiri di cannoni sopra del Bricce sudetto, e dopo una 
ora dì combattimento, e terminato ii cannonigiamento di ambe due le parti verso 
l'ore ventidue di detto giorno, in quello stesso stante ii Bricce medesimo si allargò 
un poco fuori a nostra veduta tanto di notte, che di giorno, ed a tiro di cannone, e 
senza aver fatto altra operazione contro di Noi, ma ci tenne imploccate a non poter 
partire fino al giorno quattro settembre, tempo in cui comparve una Galeotta 
nenìica " che si uni al nemico. 

A quel punto i padroni di barca, convinti che quell' apparizione sarebbe stata causa 
di ultsriori pericoli, deciserc "di mettere a terra tutte le mercanzie, che si 
attrovavano sopra un numero così grande di Barche, ed ogni Padrone principiò di 



^^" BRICCE, o bncche o bnck, o meglio ancora Bngantino, é un tipo di imbarcazione ingie^ che 
corapanrà di gegurto in altn te^moniali redatti a Pizzo. Nel pencdo remico era una vanante minore 
della galea, senza ponte, con uno o due alben avelalanna.Jo&ephFiJi1tembacli nella sua Archjfectura 
Navahs (1629} lade&cnve con 10 coppie di remi, lunga, senza lo perone, adata alla guerra di corsa. 
Non è chiaro come il nome bngantino Eiapessao ad indicare la vela rettangolare a corno (con solo 
picco, senza bom^, poi divenuta randa, che veniva insenta a poppavia degli alben a?ele quadre, ma 
sembra che proprio questa vela abbia óÉn il nome al brigantino del tenio evo moderno, che era un 
bastimento di alto bordo, sulle 150 tonnellae di portala, con propulsione e&climvamente velica, con 
bompresso, seta di fiocco e fiocchi, tnnchetto a vele quadre, maestra pure a vele quadre, con una randa 
aunca con picco e boma, completavano la velatura vele di strallo, coltehacci e scopamare. Con 
1' ^giunta del trevo alla maestà, il bngantmodivenneilBnck, dal quale derivò il" bncche" ligure. 



171 



scùriaire ìe suddette mercanzìe, e tutte unite si posero nei Palazzo dei Signor 
Leporini, ed altre ancora dei Diomante medesimo, unite ancora le sete, Bauìii, 

cassa, formaggio, cottone, imbasciate di biancheria, pelli di Lepri, Polvere di 
Mortella, e Tavole della Regia Corte, ed altro, che si attrovavano sopra la detta 
mia FeilucQ, e termirìoto il disbarco di dette mercanzie si pensò de' padroni 
medesimi, e marinar] di ricuperare gualche poco d'oiio, e l'attrezze delle barche, e 
così ognuno si pose a trasportare gl'attrezze sudetta nelle casini di campagna, 
dove riposti diedero essi conferuti tutti uniti di mano a scaricare olio, e non 
essendovi luogo dove riporlo si pensò di fare grande fosse nell'arena, ed ivi dentro 
riporlo con tutti li botti pieni, come in fatH ci era riuscito. 
Ed ecco che il giorno sei detto settembre con nostra sorpresa abbiamo veduta 
venire da luntnno alla volta nostra diversi bastimenti quatri, li Quali abbiamo 
considerato essere nemici come furono, ed il giorno sette detto mese si 
avvicinarono a terra a tiro di cannone, che contatosi da Noi l'abbiamo numerate 
duodeci. e verso l'ore ventuno di detto giorno principiarono a tirar cannonate 
sopra il paese detto il Diomante, e tutti noi atterriti compiangendo le Barche, e 
mercanzie, che si rattrovavano sopra le medesime, non potendosi dar riparo a 
quello continuo fuoco anco sopra di Noi. ci fece allontanare dalle Barche per 
mettere in salvo la vita, ed avendo tutto quel giorno, e la notte del seguente tirato 
da continuo cannonate sopra il paese per atterrire la Gente, e non essendovi 
truppe di poter far fronte in caso mai dovevano fare qualche disbarco, come li 
riusci di farlo nella marina di Ponente verso due ore di mattino avendo disbarcato 
a terra una quantità di soldati, che da noi si crederono Inglesi di unite altre truppe 
Siciliane, e la mathna del giorno otto, conoscendo le medesime truppe non esserci 
per loro alcuno ost/icolo s'impossessarono del Paese e dell'alture, ed una quantità 
di Marinar], che si sbarcò da detti Bastmimenti subito diedero di mano a mettere 
le Barche in mare di quelle, che si ritrovavano nella Marina di Ponente, e 
terminate Quelle si portarono all'altra Marina di Levante, dove eravamo terate a 
terra da circa venti barche, e le tre cannoniere, e tutte queste in un momento 
furono poste in Mare senza attrezze, e condutte fuora vicino alle loro Bastimenti." 
\\ racconta di ciò che accadde ad Amantea in quei giomi continua facendosi 
^mpre più ricco di particolari e di paure: "il giorno nove di detto mese 
coir intelligenza dalla Gente del Diomante, ed a questi uniti i Marinar] delli 
Bastimenti, ed accompagnati da soldati di loro compagnia andarono girando tutte 
le campagne convicine dal Diomante medesimo, ed avendo ritrovato l'attrezze di 
tutte le barche, e le robbe de' passeggieri, e de' Negozianti, che siritrovavano 
unite all'attrezze se le condussero tutte a bordo de' sudetti di loro Bastimenti, ed 
indi poi fecero il saccheggio a tutto il Diomante portandosi seco tutte le sete, che si 
ritrovavano nel Palazzo di Leporini ed in altre case, non avendo solamente 
imbarcato la legname apparteniente alle Barche medesime consistente in falanghe. 



172 



argani, tegìi. aste, ed altro furano tuiìe date aite fiamme con tutti gVoìj. che da Noi 
si erano sotterrate. " 

La situazione era eoa disperata e ^nza via d'uscita che, seppur "^n detta Marina 
del Diamante erano accorse in di ioro difesa ìe civiche di quei luoghi convicini, e 
da circa trenta sotóati Francesi, li quaii si fecero animo di fare due scariche sopra 
it nemico", non ci fu nulla da fare per salvare il resto della mercanzia, e il pae^ 
stesK), dall'assalto dei nemici: "poiché questi erano in numero motto assai 
maggiore, e preponderante, furono costretti ritirarsi dentro ìe Montagne, fin dove 
l'inimico l'inseguì a vivo fuoco, che col favore óegi' alberi han potuto salvarsi. 
E' certo però, che se vi fosse stata forza sufficiente Francese, il nimico non 
avrebbe sbarcato, ed essi constituiti at t&mpo proprio la richiesero a quel 
comandante de' Cannonieri, il quale gliela promise, ma non la mantenne, o perchè 
non la richiese a chi conveniva, o perché ad altro applicatn non ha potuto 
accorrere. U giorno nove di detto mese di Settembre giunsero in detta Marina di 
Diomante undeci Lanciuni Siciliani, una bombardiera, ed una mezza Galera tuttì 
armati in Guerra, che uniti assieme facevano il numero di ventotto Bastimenti 
nimici, oltre ad altre picciole Barche, le quale non facevano altro, che tirar 
cannonate dove vedevano gente" 

Mentre ciò accadeva/' Wo^ grazia addio meracolosa mente salvata la vita, mediante 
la fuga che tutu Noi abbiamo presa per la volta di Belvedere" ma "Noi tutti non 
abbiam altro salvato se non che quelìo che avevamo di sopra, ed avendoci 
rifuggiato in Belvedere colà non abbiamo potuto fare il presente testimoniale per 
mancanza di denajo. e per non essersi in detta città alcuno Notajo, perché tutti 
fuggiti alla montagna atterriti dalle cannonate" 

11 triste episodio raccontato da padran Savelli, che coinvolse tragicamente le altre 
133 imbarcazioni del numeroso convoglio navale, nonché l'intera popolazione di 
Amantea, rapprasenta emblematicamente la difficile condizione della Calabria nei 
primi anni dell' 800, ma ancor più testimonia una sorprendente caparbietà nel 
condurre attività commerciali per via marittima, nonostante queste risultas^ro 
rischiosissime per l'evidente supremazia della marina ingle^ nell'intero bacino 
Meditenaneo. 

Era certamente una navigazione che privil^ava un itinerario sothDco^ a stretto 
contatto con le postazioni di difesa costiera, ma che nonostante ciò, non riusziva a 
sottrarsi alla minaccia dei Brick inglesi e dei Lancioni corsari, neanche quando la 
costa risulta ten difesa da torri, castelli e cannoni come quella compresa tra Pizzo e 
Briatìco. 



173 



E' infatti il Ti marzo dei ISIO quando la Bombarda^' nominala S. Qa^tùna e 
l'Anime del Purgatorio, comandate da padron Tommaso Visco di Vico Equens fa 
sosta nella Rada di S. Venere, "per essere sicura e non t&neria neUa Spiaggia dei 
Pizzo" dopo aver consegnato nella marina di Pizzo "ìe lettere a chi andavano 
dirette" perii disbrigo del suo carico di botti d'olio d'ulivo. 
11 3 di aprile di quello stesso anno si "diede principio al carico, il Quale non si 
terminò pria del giorno sette di detto Apriie, avendone imbarcate salme cento, e 
diece, e staja tre di stnja sedece per cadauna salma, ed iì giorno medesinìo firmò 
ie dovute polize di carico, e continuando il tempo cattivo, non li fu pernìesso di 
portare la Bombarda in Questa marina per imbarcare detfoiio, accomodatosi 
dunque il giorno quattordeci detto Aprile al far dei giorno diede fondo in questa 
marina con detta Bombarda, e subito si diede mano aìl'inìbarco di dett'oìio, e si 
terminò ìa sera del giorno sudetto verso l'ore ventitré." 

In quello stesso 14 aprile il comandante fu costretta a caricare sulla propria 
imbarcazione cantaja trenta Bombe per conto della Regia Corte e disbrigatosi 
dunque, ed allestitosi la Patente si ritirò con detta Bombarda la sera medesima di 
detto giorno Quattordeci nella Rada di S. Venere per stnre al coperto de' tempi 
cattivi, in dove ritrovò ancorato un Bastimento o sia Polacca di nazione 
Ottomana." 

Mentre erano alla fonda, il 19 aprile "al far del giorno, comparvero fuori detta 
rada di S. Venere un Bricb, ed una Fregata nemici, cbe si giudicò essere Inglesi, e 
considerando essi di poter soffrire da' medesimi qualche danno risolsero di 
unanime consenso di portare detta Bombarda in questa Marina dei Pizzo, come in 
fatti sarpata l'ancora, diedesi fondo in questa Marina ii giorno diecennove di detto 
Aprile, in quel giorno si lasciarono da detta Fragatn, e Brich cinque Lande, e 
presero la proda sopra il Bastimento Ottomano, ed avendosi accorto il capitano, 
che dette Lande andavano ad incontrare il loro Bastimento, si fece animo, ed uscì 
con la sua Lancia, ed unitosi con le cinque Lande nemiche, che si disse essere 
Jnglesi, alli quali avendo mostrato le sue carte, fu subito liberato, e non molestato 
il suo Bastimento come ci riferì esso Capitano Ottomano, 
in questo stato di cose ritrovandosi detto Padron Visco in questa Marina del Pizzo 
ancorato con ìa sua Bombarda, ed il giorno venti di sudetto Aprile non 
comparendo più la Fragata e Brich, e minacciando iì tempo esser cattivo, e 
considerando non esser sicura la detta Bombarda in questd Marina ancorata per 
essere una spiaggia, risolse esso padrone con ii consenso dei sue equipaggio di 
portare di belnuovo detta Bombarda in detta Rada di S. Venere, per stare sicura. 



^" BOMBARDA: piccolo baEtimento mercantile, cun uno o due alben a vele quadre e una vefa 
mezzana di punla a poppa, inpenodo di guenavemva annasa con bombanie, denominazione genenca 
con CUI SI chiamavano, tra il xni e XIV secolo, le pnme rozze bocche da fuoco. 



174 



come in fatti colà giunti diedero fondo ni fianco dei Bastimento Ottomano ti 
suddetto giorno venti." 

Maall'improvvisG, all' alba del 21 aprile '7tì Guardia, che faceva uno de' marirìarj 
sopra dettti Bombarda, vidde venire una Barceita, ia Quaie fu subito ciiiamata coi 
portavoce di allargarsi dal nostro bordo, alia Quale chiamata rispose uno 
dell'equipaggio di detta Barcelìa chiamando ii nome di detto Padron Tomaso 
Visco, domandandoci se avendo colò passate le Barche de' nostri paisani di 
Pargheiia, ed avendosi in Questo discorso accorto Vequipaggio del Bastimento 
Ottomano, ivi ancorato, chiamarono coi portavoce detta barceila, dicendoii, che si 
avessero allargato dai loro bordo, e fingendo di ancorarsi poco distante dai 
Bastimento, e Bombarda, fingendo di dar fondo, si maneggiava a tegliare V ancora 
di Poppa di detto Bastimento ed ad un istante si vidde una scarica di fediate, 
boccacciate, oltre il tiro dei cannone che sopra detta barcelia si ritrovava, sopra ii 
Bastimento, l'equipaggio dei quaie fece anco fuoco sopra detta barcelia, e 
considerando non poter riuscire di predare ii Bastimento, andiede ad assaltare 
detta Bombarda con l'armi alia mano e dopo aver sparato diverse fediate, 
boccacciate, oitre il cannone, furono costretti essi attestanti di stare in coperta 
colla faccia per terra, e vedendo che la sudetta barceila veniva a dare ad essi 
medesimi attenstanti l'arrembaggio, e propriamente quando la viddero attaccata 
al loro bordo, con tutti i Marinar] con l'armi aila mano, li riusci meracolosamente 
dal lato opposto di fuggire sopra ia Landa, ed andare a terra per salvare ia vita, e 
subito montarono a bordo i marinar] di detta barcelia e tagliarono l'ancore di 
detta bombarda, fecero veia e se la portarono per la volta di Sicilia, come da esse 
si è giudicato avendo veduto ii far del giorno detta bombarda circa miglia duodici 
distante da dove fu predata. 

E siccome in questa marina dei Pizzo si ritrovavano due Lancioni, e due barche 
Scorritorie non si mancò da esso Padrone subirò giunto a Terra in detta rada di S. 
Venere, di portarsi in questa marina del Pizzo, e dare avviso ai Signor 
Comandante de' Lancioni Luigi Rosso delia Costa di Sorrento, per uscire, se 
poteva rangiungere ia Bombarda. 

Come in fath subito esso Comandante si parti da questa marina, accompagnato da 
tre barche scorritorie, per andare a raggiungere detta Bombarda, e toglierla dalle 
mani del Nemico, sopra i quali Lancioni e Scorritorie s'imbarcò detto Padrone 
Visco e sue equipaggio, e non avendo potuto raggiungere la sudetta Bombarda se 
ne ritornarono li detti Lancioni e scorritorie in questa suddetta Marina del Pizzo, 
come pubblicamente si vide, e detta barcelia nemica si portò con sé la 
Bombarda."^ 

Fortuna volle che nel porto di Tropea si trovasi ancorato un convoglio mililaro 
comandato dal Capitano Baitarà, il quale la sera stessa riuscì ad impossessarai del 



^^ ASW , Notaio Rìzny Luigi Antonio (Pizzo 1933-Ì349}. 26Apnle ISIO. sch. CCCVI, voi. 1579, f. 
10. 



175 



bastimento che, tias^joreo nell'appiDdo tiDpeano il periodo di contumaci a^^, venne 

riconsegnato 

il successivo 15 maggio a padran Visco dietro pagamento di una sostanziosa 

ricompensa ^'. 



^^' Il TKnodo di conliir/ìacia , oweiD unpenododi quarantena defla duria massima di quaranta giorni, 
era foree l' inconveniente che più preoccupava ed cstacola^a i noleggiaton ed i padroni di barca. Esso 
consisteva m un pencdo di blccco di accesso al porto o di sosta nel porto senza poter sbarcare uonnni e 
mera, isbtuito dalle autontà locali nel CcSO dell' msorgenza di epidemie. Tale restnzione faceva 
aumentare considerevolmente i costi, tantr'è che spesso, nei contralti di nolo, venivano fis&ie anche le 
probabili "spese di contumacia". Che in quegli anni si aiplicasse il pencdo massimo di quarantena 
lungo le nostre coste, nvela conseguentemente ta notevole Sequenza di lali epidemie 

"^ ASW, Notaio Rizzo Luigi .IntonÉo (Pizzo 18Ce-1849), 15 maggio ISIO, sch. CCCVI, voi. 1579, f. 
15. Riportiamo per esteso ^cuni bram dell'accordo di riconsegna dell' imbarcazione, perché l'elenco 
della cose mancanti da essa, offrono un eloquente spaccato della vtta di bordo e delle abitudim 
alimentarL 11 padron Tomaso Viscosi presenta e"fl3serisce col SEJogjjjrnmeFitoaitestjJido, comeaveniìo 
iì Capitano Barbara conéotto in questa Manna dei Pìzìo la sua Boraburda, queUii stessi? che dai 
medesima /ir npresa dal Nemico net tempo Istesso, che se la trasporava in siciìa. e dopo aver 
consumato in questa medesima manna giorni due di contumacia, avendo S'altm consumata neUa 
marina di Tropea si diede In prattica ultii Bombardo medesima, ed a' marinar] che sopra le medesima 
si trovavuna per custodirla, intanto essendosi presentata dal Capìt/ino Barbara richiedendoli Sa 
restituzione delta BoniJMrdo sudetSa. unitamente a! carico di ogSia che nétla sudetta si ritravuva, ed iì 
medesima li ripropose di voler SutSo restituire^ ma pnmn déla restituzione di dovesse fare una regalia 
all'equipaggio di due Lancioni, un FilSocone, e due Barche ScorriSorie. alla quale richiesta avendosi 
coperuta alcuni amici di qui per ultimare una tuie preterizione, e colla sirn presenza, si è uttimiìSa 
rigaiare all'equipaggio medesimo per compenso delle loro fatiche, la somma di ducati cento, come dal 
ricevo, che presso di lui si conseiva. oltre ad altri ducati venticinque spesi jji Tropeo per cojisejhìo della 
cont\anacia come anche da rice\J0. Avendo dirjifjire con tal pagamenti? ricuperata la Bombardo, subita 
se ne andiede cai sue equipaggia a bordo della medesima, ed avendola visitata da per tutto per vedere 
se mancava cosa alcuna tanto de carico, quanta degl'attrezzi di detta Bombarda, ha ritrovato 
mancanti la segiente robba. Videliat. Otlo quarzaroli pìem di alio, che ritrovavansi in coperta della 
capacita di staja ventidue circa per cadauno: Una botte nella Sentina mancante circa staja sedeci; Due 
gemine di cunope poco regate ttìjj[lote in pezze dal corsara nemico allor quando si prese la Bombardo 
nella rada di S. Venere e da lui Imploniòote per servirsene per non averne altie; Un Caldaro di Rame 
jfijovo libre venti: Una Triella di Rame di libbre tre: Un trippiè di ferra dove appoggia il Caldaro di 
rotoli quattro; Una Bussola di navigare; Un BecJiraloFie della spesa di ducati f^iroffro; Un ballaccone 
poco rigato di canne trenta di cottone, e cottone; Un Vilaccio dell'istesso cottane di canne venti; Due 
remi di coperta del valore di cariini trenta; Due prodesi di canape poco usati del peso roioll 
centottanta; La cassa con tutti i ferramenti del vaiare di ducati quattro; Cottane nuova per uso di vele 
canne venti che fu comprato a grana cinquanta la canna: Oltre di rotoli centosettanta formaggio di 
pertinenza di esso Padrone; Una bandiera nuova di canna una e mezzo; Come pure can^a due biscotto 
per provisione di mannarij Pasta rotoli trenta; Tremolo itjio fave e fagioli; Rotoli quindeci sarde 
salate;Barili tre uiJio; Rotoli quindeci formaggio; Nonché la cassa con tutte le robbe di bra^icberio ed 
altro. Unitamente a due strapuntini e ducati venti, che si ritrovavano in cassa di detto padranejCon 
tutìi ] vestrmejin del suo equipaggia;E siccome in detta Bombarda si ntrovovano Ijiborcoti' cantaja 
trenta bombe di ferra per canto della Regia Corte, e non avendo potuto far diligenza di basso della 
Bombarda medesima per vedere se vi era mancanza di dette Bombe, sospetSando che il ccorsara 
nemico per farla maggiormente ca minare, e non esser sapra giunta dal Capitano Barbara avesse potuto 
butìare in Mare qualche porzione di Bombe. Riservando esso Padrone Relatore di aggiungere cosa 
d'avvantaggio, se caso mai a-ovasse qualche mancanza '" 



176 



I testimoniali redatti in quegli anni barca offrono un'inedito ropertario di storie 
personali, di difficoltà quotidiane, di imprevisti che, seppur rappre^ntando di volta 
in volta episodi piccoli, minimali rispetto alla slaria dell' intera r^one, riescono ad 
es^re prezio^ testimonianze ed unite ad altrettante piccole starle offrono un 
contributo determinante per la staria di un territorio e del suo evolversi nel tempc. 
Durante totto il penodo napoleonico il porto di Pizzo riusci ad affermarsi come 
un' importante teppa intermedia per il commercio marittimo tra Napoli e la Sicilia 
protetto come era dai cannoni pesti nel Castello e nella marina, lungo la rotonda 
piattaforma della MonuceUn, ma presentava lo vanteggio di essera costitoito in 
larga parte da una piccola spiaggia e poco riparato dai venti e dai marosi, tante 
che in questi casi le imbarcazioni preferivano trasferirsi a sostare proprio lungo la 
rada di S. Venero. 

Del resto il pericolo più grande per il naviglio a vela era rappresentato proprio dal 
cattivo tempo e la Rada di S . Venero, rivelandosi in tal senso prezioso rifugio, si 
afferma col tempo come una valida alternativa all'approdo napitino, ed è per tali 
ragioni che l'area, nei primi anni dell'ottocento, risulte dotate di una piccola 
guarnigione militaro di Guardie Costiero in grado di fronteggiare le piccole e 
grandi necessità amministrative create da quel continuo approdo di bastimenti. 
Tale presenza militare, sempro e comunque subordinata alla guarnigione francese 
di guardia nella marina di Pizzo, vuoi perla lontananza dal comando costiero o per 
uno spregiudicato uso del potere, si dimostra cagione di danni irreparabili perla già 
tanto in queir epoca provate attività marinara. E' quanto ricaviamo dal racconto di 
una serie di episodi che coinvolsero il comandate di un bastimento greco sin dal 
suo arrivo nella rada di S. Venere. 11 23 febbraio 1311 si costituisce a rendere 
pubblico testimoniale il "Capitano Giorgio Strombot, suddito Greco Ottomano, 
com{Hid{int& io sua Polacca nominata San Nicolò, e ben armegiata, e coi suo 
equipaggio di numero ventitré marinar] esso capitano compreso; nonché ii suo 
nostromo Demetrio Lussotioti ed i due suoi timonieri Giorgio Spighe od Erasmo 
Cornelio, anche sudditi Greci Ottomani" . 

H gruppo di marinai retrovandosi con detta Poiacca ancorata nella Rada di Santn 
Venere di Bivona, poco miglia distante da questa comune del Pizzo con porzione 
del suo carico di Saie, con venti fascietH di Cortice, trentaquattro cassa di Manna, 
stipa vuota, diversi vasi di creta ordinaria, e piatti di porcellana per uso di esso 
Capitano, ove fu detta Polacca menata per causa del tempo; ed essendo stnti 
obbligati a consumare in essa rada di Santa Venere la contumacia in giorni 
Quarantuno, in questo frangente hanno sofferto diverse fortune di Mare, nonché 
tempeste con Mare grosso oltremodo" ma questo sarebbe steto niente se non ci 
foEse steto il comportamento ostile della guamigione di terra, visto che "dai primo 



177 



giorno che diedero fondo coUa sudetta loro Polacca neììa medesima Rada di Santa 
Venere, ìi furono posti a bordo per ordine de' Superiori, numero nove soldati di 
truppa Francesi, oltre di un Caporale ed un Sergente delia medesima, in tutto 
numero undeci, e questi si trattennero fintanto che si terminò la contumacia de' 
suddetti giorni quarantuno, e subito che sono sttiti posti in prattica scesero a terra 
detti nove soldati, caporale e sergente, ed invece de' medesimi sono imbarcati 
diversi G uarda Costa, e cannonieri, che di presente si attrovano a bordo. 
Terminata essendo poi ia contumacia dei sudetti giorni quarantuno. nel mentre si 
dovea da venire al disbarco de' sudetti generi, si portò a bordo di detta Polacca il 
Tenente d'ordine per levare via l'incerata dai boccaporto del corridore, e levare 
ancora ii suggello, come di fatti li levò, e dopo terminata tuie operaiione si 
principiò nel giorno sei di questo mese di febbraio lo disbarco del detto Sale, deila 
cortece, manna, vasi di creta ordinarie e piatti, ed il detto Tenente di ordine, per 
ordine de' superiori dopo terminata la discarica de' generi, per ogni sera si 
portava a bordo di essa Polacca, e metteva Vistessa incerata nel boccaporto del 
corridore e mettea ancora il suggeilo; e perché non si ritrovava l'incerata sopra il 
boccaporto di coperta, dove era solito tenersi, fece si che tutta i'acqua tanto 
dall'onde, che s'introdiceva daila parte di proda, e dalla parte laterali della 
Polacca, nonché quella, che cadeva dal cielo, tutta andava nel basso di essa 
Polacca. 

In questo fratempo la cortece. Manna e vasi furono totalmente disbarcali, ma non 
così il sale; ed ecco che ilgiorno Quattordici di questo Febbrajo sopragiunse un 
gran temporale con mare grosso, che gli attestanti credevano certo ad ogni 
momento colla ciurma, e Polacca sommersi dall'onde del mare, le quali 
montavano da proda, nonché da' lati della Polacca per lo sbalzo e movimento che 
la medesima facea, percui si vedeva crescere l'acqua nella sendna più del solito, 
perciò si stimò da essi attestanti di scendere, e calare lo scandaglio nella sudettn 
sentina, ed hanno ritrovato in essa un palmo d'acqua, cosa insolita, e che da essi 
marinar] non si mancò di asciugarla colla tromba, ma osservarono, che la 
maggior parte era acqua liquifatto del sudetto sale; dopo ore ventiquattro sendo 
calmata detta tempesta, e resosi il mare alquanto tranquillo, si vide la mattina del 
giorno sedici detto febbraio venire di belnuovo a bordo di essa Polacca il sudetto 
Tenente d'ordine, accompagnato con altri, il quale fece togliere dalla Polacca il 
timone, e lo fece a terra condurre, senza dire a' costituiti il motivo, e senza sapere 
i medesimi la causa; ciò fatto non si continuò la scarica del sudetto sale perché il 
tempo minacciava di farsi cattivo, come di fatti la notte di detto giorno di 
óiecessette si mosse una furiosa tempesta più forte dell'altre, percui non potendosi 
la Polacca mantenere in equilibrio per la deficienza di detto cacciato timone, il 
mare e tempesta la menava sempre a traverso, causa percui l'onde marine 
entravano su la stessa dalla parte di proda e dalla parte ove sbazava, e facea moto 
la Polacca in maniera che li marinar] non poteano reggersi in pie ad asciuttare 



178 



l'acqua delia sentina colia tromba sudetta. stante l'acqua crescer da momento in 
momento, e credevano esser di beìnuovo sommerse dall'onde, essendosi la ciurma 
avvilita, percììé aspettavano l'istante morto, che li sovrastava, tanto 
maggiormente, cfìe la gomena della speranza minacciava di rompersi. 
Ritrovandosi dunque in tante angustie, ambasci e pericoli colla loro ciurma, e 
vedendo ereserò l'acqua nella mensionata sentina, si sono accorti, che non ostante 
l'acqua di Mare entrava da proda alla Polacca, nonché quella daila parto dei 
moto, e sballo della stessa, che s' introduceva di basso, pure hanno creduto, e 
tennero, come tengono per certo, che dalla parte di fuori di essa polacca siasi 
rotto qualche filo, da dove s' introduceva anco dell'acqua, e tutta andava ad 
introdursi nel fondo della Polacca, dove esiste ancora porzione del carico del saie 
sudetto, non essendosi per parte degli attestanti, e loro ciurma nìai mancato di 
ascittarla colia tromba, per non venirsi a perdere tutto il sale, nìediante l'acqua, 
che si trovava introdotta nel basso, e sono l' attestanti sicuri sicurissimi, che sidetto 
sale sene sia liquefatta una buona ponione"^^. 

La versione r^sa allo stesso notaio dieci giomi dopo si amcchis^e di una maggiore 
perizia nella descrizione di ciò che accadde durante i qLiarantuno giorni di 
contiunacia dell'imbarcazione "giorno ventuno Decembre prossimo passato anno 
mille otto cento e diece giunsero felicemente in detta rada di Santa Venere il 
giorno ventidue detto mese, con venti di mezzogiorno, e Libbeccio, ed avendosi 
detto capitano m detta rada ancorato, fu in quello medesimo giorno obiigato di 
mettersi sopra la lancia con altri quattro marinari deU'istesso equipaggio, per 
portarsino a terra, perché da ivi chiamati da soldati Francesi e Guarda Costn, ed 
avendo seco portata la patente, la consegnò a chi spettava; ed avendosi in quello 
stesso istante ritornata la lancia a bordo di detta Polacca, rimase a terra il solo 
Capitano, il quale fu trattenuto fino al giorno ventiquattro, tempo in cui andiedero 
a bordo nove soldati di Truppa Frencese, un caporale, ed un Sergente per costodia 
della medesima Polacca, e l'istesso giorno ìianno fatto disbarcare numero diece 
marinar] dell'equipaggio della medesima, ed uniti li medesimi col capitano furono 
posti in una casetta, dove venivano guardati da' Guarda Costa'^^", ed altri, e dopo 
due altri giorni andò a bordo il Tenente di Guardia Costa, il quaie pose ii suggello 
a boccaporti del corridore, sotto del quale stavano riposh il sale e manna. 
Essendo stati obligati in detta rada di Santa Venere a consumare giorni 
quarantuno di contumacia, tanto i marinar], che si attrovavano a bordo di detta 



^^ ASN. Notaio Rizzo Luigi Aiìtonio [Pizzo 13C6-1B49). 23 febbraio 1811. sch. GCCVI, voL 1579. f. IS 

"" La testimomaiiza SI nvela qui ultenonnente interessante, in quanto nporta la presenza di unaca&etta. 
nella rada di S. Venere, utiliz2ata dai soldcÉi dellaGuaniia Cesta e Francesi, che comunque non doveva 
essere molto confortevole se. nell'ublizzaiia a mò di pngione per i dieci mannai Lm numero 
corrispondente di soldati preferi trasfenisi sd bastimento greco. 



179 



Poìacca. unitD co' suddetti soldati francesi caporale, sergente e Tenente di 
Guardia , nonché U capittino coi suoi diece marinar] a terra costoditi neìia sudetia 
casetta, e fra Questo tempo di consumo di contumacia hanno sofferto in detta rada 
diverse fortune di Mare, o sieno temporali con mare oltremodo gonfio, che 

credevano in ogni istante esser sommersi dall' onde"^^. 

Ma le disavventure del comandante greco erano destinate a non cessare, visto che 
tiBmesi dopo la sua imbarcazione era ancora alla fonda nella Rada di S. Venere. 
11 26 giugno 1311 si reca ancora dallo stesso notaio napitino asserendo che 
"ritrovandosi egli questo istesso giorno ventisei a terra in detta rada di Santa 
Venere, mandò in questa città dei Piizo quattro marinarj dell' equipaggio di detta 
Polacca per mantenersi iì restante dell' equipaggio istessoj comedi fatti ia mattina 
di esso giorno ventisei s'incamminarono per questa città i sudetti marinarj ed 
avendo comprato tutto queilo ch'era di bisogno, verso l'ore diecessette si 
partirono del Pizzo co' sudetti viveri, e si portarono per terra in detta rada di 
Santa Venere all'ore diecedotto di esso giorno ventisei, ed avendo chiamato da 
terra la lancia per venire ad imbarcare li sudetti quattro Marinarj, e viveri, ma 
siccome la sudetta lancia non avea ferro perchè li fu rubato, così non potea stare a 
terra, ma alia fine venuta a terra la sudetta lancia per mezzo di una cima, ch'era 
ligata sopra il capitello, ossia ancora di Poppa di essa Polacca, che confinava fino 
allo Udo di terra, questa servia di ferro di detta lancia, ed essendosi imbarcati detti 
quattro Marinarj, e viveri sopra ìa sudetta lancia, principiarono ad andar sino 
cima cima al bordo di essa Poìacca, ma siccome ii mare era alquanto grosso, tutto 
ad un colpo si rompe la sudetta cima, e la lancia andò ai traverso, e si perderono 
tutti i viveri, due de' quattro Marinarj vennero offesi uno al piede, e l'altro alia 
gamba, e per meracolo d'Iddio si hanno salvati, ma la lancia mediante il grosso 
mare l'ha fatto in varie pezzi, le quali il Mare istesso l'arrenò in detta rada di 
Santa Venere, dove al presente si attrovano."^^'^ 

Ma qiMlo che accadde quasi un mese dopo all'equipaggio greco fu ancora più 
grave "iì ventiquattro andante mese di Luglio di questo corrente anno mille otto 
cento ed undeci, essendo comparsa verso l'ore quindeci fuori Briatico, seu 
Rocchetta una Fragata Inglese, la quale fino aU'ore sedeci drizzò il camino per il 
golfo di Sant'Eufemia, indi poi verso i'ore diecedotto si ritrovava dirimpetto di 
Santa Venere di Bivona, ed appoggiò ia prora a dirittura supra la detta Polacca, e 
subito gettò in mare tre lande, una delle quaii andò sopra la mentovata Polacca, e 
pose fuoco, essendo l'ore venti circa. 



^'^''ASW.Nofnio Riso Luigi Antonio (Pizzo 1Q0B-1B49J , 4 marzo 1811, acL CCCVl, ?ol. 1579, L 26 

"* ASW. Notaio Rim> luigi Antonio (Pizzo IBCe- 1349), 26 giugno ISTI, gch.CCCVI.vof. 1579, f. 
62 



180 



In qual veduta, siccome in questa Marifìn si trovavano tre ìancioni deììa Divisione 

dei Signor Bnrbarò^^, nonché Vice Scorridore dei Signor Lo Prest, e Signor 
Luciano: ?J medesinìi subito fecero vela andando contro le sudette lande nemiche, 
ma in tanto l'altre due ìancie Inglesi andavano a Terra di Santa Venere facendo 
fuoco, perchè ivi v'era una Barca nel Udo, e come colò era occorso tanto la 
Truppa qui stazionata, che la civica, ed altro ajuto di Monteieone, così a vicenda 
facevano fuoco, ed impedirono dette lande nemiche a bruciare, o prendersi la 
barca di sopra denominata, percui se ne ritornarono, ed andarono di beìnuovo 
alla surriferita Polacca a porre, come posero maggior fuoco, e la Fregata Inglese 
si avvicinava alia dirittura di essa Polacca, la quale era accesa, e si bruciava per 
il fuoco avutn. 

Jn questo stato di cose tanto i ìancioni dei Signor Barbara, che le denominate due 
Scorridore tiravano colpi di cannoni contro dette ìancie, e contro la Fregata, e lo 
stesso facevano le lande contro i Lancioni e Scorridore, essendovi un fuoco vivo, 
in quaì fuoco la Fregata vieppiù si accostava alla Polacca per non andare niun 
legno a smorzare ii fuoco, il Fortino di questa Marina [di Pizzo, ndr.) ijrò tre o 
quattro colpi di cannoni alla Fregata, allora la medesima Fregata essendo quasi 
l'ore ventidue tirò più colpi di cannoni a terra di Santa Venere dove era la sudetta 
Barca, truppa e civica, indi cominciò a tirare coipi di cannoni contro detti 
Lancioni e Scorridore, le quali da valorosi si difendevano contro ìa Fregata 
sudetta, la quale non si partì mai fino ail'ore ventiquattro ad andare in alto mare 
con poco vento da terra, se pria non vidde bruciata per intera la sudetta Polacca, 
cosa notoria a questa popolazione" . 

Prababilments se l'imbarcazione greca non fosse stata vittima delle angherie d^ 
tempo e d^li uomini non sarebbe stata costretta a restare alla fonda nella rada di 
S.V enere per ben otto mesi, evitando in tal modo di finire sotto il fuoco nemico. 



^^* Il editano Barbara, che questi dccumenti nvelano ativissimo nella difesa narale del trito costiero 
compreso tra C^x> Vacano e Pizzo nel 1810 e nel ISTI, ebbe succes^vamente un ruolo di pnmo 
piano nello sfortunato sbarco nella manna di Pizzo di Gioacchino Murat, SM^enuto quattro anni dopo, 
nella manna di Pizzo, nel tentdnvo di norgamzzare la nconquista del Regno di Napoli, Comandante 
della nave "S. Erasr/ìo'. sullaqualeeraimbarcdDlostessoMurat edil&uostdo maggiore, raggiunse la 
cesta napitma l'S ottobre 1S15. Il convcglio navale partito il 23 stìtembre 1815 dalla Coi^ica, disperso 
dal maltempo, &i ndusse a due &ole na/i, ed il Baitarà convm&e il Re ad approdare a Pizzo, dove era 
molto concfiauto dai mannai per le sue passSe azioni mihtan. Ma appena Murat raggiunse la cittadina, 
la situazione preaptò a tal punto che, per evitare l'arresto, il gruppo francese nfuggi verso la manna 
scoprendo però, ini'Uia della sorte, che la nave del Barbara aveva preso il laigo a vele spiegate, sentiti i 
pnmi colpi di fucile. Il tradimento, che fccihtò l'arresto di Murat, pare sia stao ongmato dalla presenza, 
a borio della nave, del tesoro di gueira dello sfortunato re, 3.000. COO di franchi con i quali finanziare la 
commossa antiboitomca, somma che renderebbe comprensibile ai più un' azione cosi vile da ^panre 
fnspiegabiie. Alle ore 21,00 del 13 cCobre 1815 MuTEtvennefualato nel castello di Pizzo. Cfr Cortese 
R, Sbarco cattura e tficiiaTioiie ài Gioacchino Murat a Pizzo Caìabro nel Ì315. Ed Brenner, Co&enza 
1977. 



ISl 



Proprio perii tortuoso evolversi della sua vicenda il comandante Copi ton Giorgio 
Strambotti, non soia di questo se ne protesta contro ii suo Principaie Signor 
Vincenzo Rossi, incaricato a fnrio qui caricare di generi, e non l'ha mai dopo otto 
mesi, che dimorò in Santa Venera, disbrigato di carico, nonché si protesta di tut^ i 

danno, spese ed interessi ordinar], ed estraordinarj fin dai suo arrivo in detta 
Santa Venere, a tuttoggi, e fmacchè sarò per ritirarsi coUa sua restante ciurma 
nei luogo ove fu noiegginto/'^^ 

A parte gli episodi di rappresaglia bellica, in quei primi anni dell' ottocenta, la 
Rada di S. Venera rappr^^ntava peri naviganti Testremo punta d'ancoraggio, una 
sorta di ultima spiaggia dove evitare gli eccessi del maltempo. Spesso però non fu 
eoa. Molte furono le imbarcazioni che travolte dalle onde in quella rada subirono 
danni impressionanti in termini economici, con la perdita di ancoro, fas:iame o 
mercanzia imbarrrata alcuni tali da causarne addirittura il naufragio. 
11 7 maggio del 1816, alle ore 17, si ritrovò dinanzi la marina di Pizzo il Capitano 
Vincenzo Cafiero, fìgìio dei fu Prospero, nativo di Sorrento, comandante della 
Bombarda nominata l'Assunta, con il suo carico di 1643 tumoli di grano "e coila 
Lancia si andò", racconta nel suo testimoniale, "al Lido di questa marina, e fatti 
chiamare i signori Deputati di Sanità in contumacia, si è mandato ancora a 
chiamare ii Signor Don Domenico Musoiino raccomandatario di detto grano e che 
giunto in essa marina, disse ioro che si avessero dato fondo nei ridosso di Santa 
Venere, per indicare ioro la risposta, o di scaricare o di andare in Napoli; ciò 
inteso si chiamò un Piloto che li drizzò a dare fondo in detto Santa Venere, come 
fecero". Nonostante il giorno dopo fossero state ottenute le necessarie 
autorizzazioni per effettuare lo sbarco della merrranzia, il maltempo costrinse nella 
rada l'imbarcazione fino al 'lunedi tredici di detto maggio, e poiché ii mare era 
calmo ed il tempo dimostrava propizio, si partì esso capitano con ìa suddetta sua 
Bombarda da detta Santa Venere verso l'ore duodeci, ed a forza di rimorchio delia 
sua lancia, perché il vento era calmaria, giunse in questa rada verso l'ore sedeci 
{... ma) un'improvviso colpo di vento di Ponente e Maestro rese in un momento il 
cielo nuvoloso, e minacciava borrasca. Fu perciò costretto esso capitano Cafiero 
di recarsi a bordo delia bombarda, in dove avendo consultato il parere 
dell'equipaggio, furono tutti di accordo di doversi andare colla Bomiìarda istessa 
nel ridosso di Santa Venere per così mettersi in sicuro, percui si spiegarono le vele 
colla proda a Tramontana, ma siccome in un momento il vento e il mare 
ingrossato, ed una gran corrente di mare menò la detta Bombarda vicino a questa 
Tonnara del Pizzo, dove fu costretto detto capitano anche col parere di essi 
marinar] far serrare ie vele e gettare un'ancora per mantenere in un sito distante 
alla detta Tonnara la Bombarda. Correano Tore ventitré del medesimo giorno, e 
rinfrescò ii vento di Ponente e Mestro, ed il mare più ingrossato fece andare la 



^'^ ASW,No&zJoJ?izzoLm5JAntoflJo (Pizzo iaD8-ì349). 25 lugbo del 1811, scL coevi, voi. 1579, f. 
72 



182 



sudeM Bombarda in faccia al capo di essa Tonnara, nojninatn il Pedale, dove, 
mediante i'agitazione dell'onde, il limone delia Bombarda restò inceppato conn 
detto corpo di Tonnara, e fattesi tutte ìe manovre possibili dall'equipaggio di essa 
Bombarda non si è potuto svincolare. 

Verso Vore ventiquattro del giorno medesimo sortirono due barcììe da terra per 
darli ajuto, ie quali furono spedite per disposizione del Raccomandatario Signor 
Musoiino, ed appartenevano alla Tonnara sudettn; coi favore di questo per mezzo 
del rimorchio, e di un torreggio, che si è steso sopra di una ancora della 
Bombarda stessa, dopo di essersi tolto il timone dall'equipaggio, si levò la 
Bombarda dal capo di detta Tonnara, e si ancorò poco distante dalla medesima, in 
un sito che si è creduto da' marinar] di questa città, che si trovavano sopra dette 
barche, confaciente e polito. Nel medesimo momento si gettarono in mare dua 
altre ancore, cioè la seconda e la Speranza, per cosi maggiormente assicurare il 
legno ed il carico, ma nel gettarsi in mare detta Speranza, si è danneggiato il friso 
si mezzo, del lato sinistro di essa Bombarda. 

Correano l'ore quattro di notte, ed il tempo burrascoso si era avanzato, percui di 
inchiodarono li boccaporti, s' impagiiettarono ie gomene dell' ancora, e si assisteva 
di tutto punto alla Bombarda, ma verso Tore cinque, e mezza, resosi più 
burrascoso detto vento, ed ii mare, minacciavano ii naufragio della Bombarda, per 
cui esso Capitano, domandato il parere di tutti i marinar], furono d'accordi per 
salvarsi la vitù, abbandonare detta bombarda ed andare a terra, come fecero con 
la Lancia, e quando furono vicino al Lido, le onde frangenti messere a fondo la 
Lancia, colla quale investirono sul Lido, e si salvarono meracolosamente verso 
l'ore sei, il resto della notte io passarono sulla spiaggia in contumacia" . 
La situazione non precipitò ulterionnente solo perché il giorno successivo, 
nonostante le condizioni del tempo non fos^ro migliorate, l'esperto capitano, 
compredendo la necessità di mantenere maggiomiente ferma la nave con una 
nuova ancora, la richiese al raccomandatario, ed avutala nel pomeriggio, con 
coraggio, sali su di una lancia con il suo equipaggio, e si portò sul bastimento "e 
giunti che furono sulla Bombarda gli adattarono una gemina vecchia che su la 
Bombarda si trovava, e situarono la detta ancoretta alla poppa di detta Bombarda, 
e la drizzarono sulla stessa, dopo di che meno trapazzo le dava il mare, quitiài 
visitarono le pagliette delle gemine delie ancore di prora e le trovarono intatte, e 
senza danno, visitarono benanco la sentina, si trovò poco acqua con de' granelli di 
grano mescolati nella stessa, e subito la tolsero per via della Tromba, e per mezzo 
de' cati Assisterono iì Legno fino all'ore ventitre del giorno medesimo, ma come il 
tempo seguiva sempre burrascoso, e sembrava che la notte dovea crescere, col 
consiglio dell'equipaggio si restituì esso Capitano a terra con la detta Lancia, e 
con tutti i marinar], e si abbandonò nuovamente la Bombarda. 
Tutta la notte anche il mare fu burascoso, ed ii giorno quindeci si è reso più calmo, 
ed ha dato luogo verso l'ore quattordeci di fare andare ad esso capitano coita sua 



1S3 



ciurma per mezzo deìlù Lancia sulla Bombarda, giunfi neìia quale visitarono le 
gomene dell'ancore di proda, e Queìin di poppa, e le trovarono in buono stato. 
Visitarono ia sentina, ritrovarono poco acqua e subito ia tolsero. Quindi 
manovrarono di fissare il timone, e ii riusci di collocarlo, sebbene con piccolo 
danno Timoniera e nelle Sirene di Poppa. 

Tutta sembrava andare perii versD giusto, erijHeso il controllo dell' imbarcazione 
"crederono poter sarpare l'ancore per sortire da quei sito, e prima di tutto 
cercarono sarpare ia speranza, ed appena che principiarono a tirare la gomina 
della stessa, se ne venne, e si è conosciuto cbe si era rotto, e distoccato 
dall'ancora peroni la iasciarono, e pensarono di avvisare di tole avvenimento il 
raccomandatario Signor Musolino, anche per spedire qualche barca per 
rimorchiare la Bombarda, e lavarla di quel luogo."^^ 

I tebmoniali redatti in quegli anni raccontano per intero le tante disavventure 
corse dalla marineria commerciale lungo questo tratto di costa, e tutte 
meriterebbero di es^re citate interamente per la ricchezza dei particolari, detta 
descrizione degli usi marinari, di gerghi e di descrizioni dei luoghi che rivelano con 
efficacia la vitalità di una cultura marinaresza, che a torto si è sottostimata nel 
tiacciare la storia delle nostre città costiere. 

Erano le ore 20 detrs luglio 1816 quando, già duramente provata dal maltempo 
incontrato nel tratto di mare F^rrrorso da Paola a Santa Venere, giungeva nella rada 
la Felluca di padron Nicola Padotella, carica di tabacco e dogarelle, nell'estremo 
tentativo di sbarcare con una lancia gli attrezzi necessari per poi tirare 
l'imbarcazione al sìcutd sulla spiaggia, ma "mentre stovano a tirarla, il more 
vieppiù ingrossava percui si rompe un prudere, che si ero posto per capo o vento, 
e subito per riparo si pose altro capo, e seguitavano a tirare la Barca; ed ecco che 
tirandola si rompe il copitelio, nonché si rompe un capo di ferro de' due ferri, che 
so ritrovavano dati a fondo, e cosi venendo meno ambe due, si traversò la barca, 
prendendo il iato di fuori, e vedendo di non poterla più tirare, diedero principio o 
discaricare le mercanzie, come di fatto hanno salvato tutto il Tabbocco, le 
imbasciate, un fiasco di olio, ritrovato poi rotto, e delle dogarelle se ne ricuperò 
una quantità, stonte il resto fu portato via dal mare.""^'" 

QKjaà la ^Esea sorte toccò al capitano Salvadoie Giardino, di Cefalù, ed al suo 
sziabecco a tre alberi a vela latina nominato l'Immacolata Concezione, il quale 
colto dalla burrasca nel suo viaggio tra Palermo e Lipari, con l'albero di maestra 
rotto dal Maestrale ed una porzione del carico di Fave gettata in mare per 



^'^ A3W. Notaio Ri^io Luigi Antonio {Pizzo 13C6-1B49). 16 m^gio 1816. sch. CCCV, voi. 15S1, f. 
36. Le nrao^tranze del Capitano erano essenzialmente rivolte al naramento dei danni subiti, ed in 
parbcoLarmodo al nsaiamento dell' ancora della Sp&ranza con ka sua gomena, per il cui acqui*> aveva 
speso ben 52 duc^ a Palemio 

'^' AS'JV. Notaio Rizzo Luigi Antonio (Pizzo 1800-10^]. 9 ìaqhod^ 1816, sch. CCCV. voL 1532. f. 
192 



184 



alleggerire l'imbarcazione, raggiunse verso le ore 16 (M 22 febbraio 1S17, la rada 
di Santa Venere ed ancorata ['imbarcazione in tutta fratta, tra acgua tuoni e 
fulmini, sali con tutto il suo equipaggio su un bozzetto pe:" cercare scampo sulla 
spiaggia "da dove stavano a mirare ii bastimento, che sembrava naufragarsi da 
momento a momento, e ciò fino ai giorno ven^cinque detto febbrajo. La mattina 
poi di detto giorno venticinque verso l'ore dodeci, essendo U mare ai^uunto in 
calma si pose esso capitano con iì suo equipaggio nei batteiio. e si porturono a 
bordo di esso Sciabbecco per visitarlo, e giunti trovarono al di dentro cfìc ci erano 
tre palmi di acQua di mare dentro il basso. Ciò posto, e dopo avar asciuttato 
l'acqua considerando che non poteano più fare il di loro camino, e per avere rotto 
il sudetto albere, e per aver patito iì legno e ia mercanzia, hanno stimato e risoluto 
di venire in questa marina dei Pizzo" dove con la perizia del Mastro Barcaiolo 
Marco Malerba di Giu^ppe in un solo giorno riuscirono a riparare interamente i 
danni subiti dallo sciabecco. La vicenda potrebbe ombrare a lieto fine, senonchè, 
mentre il capitano stava perparandosi alla partenza "venne costretto da questo 
Controioro D. Francesco Marabito a scaricare e vendere in questa Marina i Favi 
del carico, per uso di questa popolazione, e non potendo esso capitano opporsi, ha 
dovuto cedere, ed infatti ha dovuta scaricare e vendere detti favi in questa marina 
con suo discapito"^^ . 

Un me^ dopo, esattamente il 25 aprile del 1817, è il Capitano GiovanB atti sta 
Bignone di Gibilterra comandate del bastimenti] battente bandiera inglese 
nominata "ii Cavalio Marino", che effettuò un ancoraggio nella rada di S.Venere. 
in attesa di caricare bottì di olio nella marina di Pizzo, ma mentre era alla fonda 
nella rada vibonese, "dall'impeto di una tempesta fu menato suia spiaggia di detta 
Santa Venere e quantunque si sia salvato, pure ha dovuto fare molti ripari, ed ììa 
perduto degli attrezzi, per l'accomodo dei quali ha erogato la somma di ducati 
300, unitamente all'acquisto delle provviste per uso della sua ciurmam nel viaggio 
che deve fare fino a Roma, col carico di oleo che deve prendere di conto del 
Signor Don Emanueie Greco, Negoziante in Napoli"^''' 

Qi^stBnotevole quantità di bastimenti che utilizzavano la rada come rifugio, favori 
in breve tempo la nascita di un piccolo villaggio. Alfe ca^ della famiglia 
Marzano, dei Gagliardi, del Portolano di Francia, dei Guardia Costa ecc., si 
affiancarono altre piccole casette di marinai e pescatori, nonché qualche taverna, e 
la prima descrizione in tal ^nso ci viene fornita dallo stijdiosc sjizzereo Charles 
Didier, che nel 1835 visitò l'area costiera:"...// golfo di S. Eufemia termina come 
comincia, cioè con degli oliveti, tagliati qua e là da quercie e faggi, popolati da 
usignoli {...) ^ alcune miglia di distanza, verso Pizzo, si trova, sulla riva del mare. 



^'' ASVV.Wofrj^ofìraoLrfi^AfltoflJD (Pizzo 1603- lB49).6q)rilelB17.&cLCCCV,vor. I5B2, L 113. 
'^^ ASW,No&iÌDfìÉaoLrfi^AfltoflJO (Pizzo 1803-1349). 29^inlelB17,sch.CCCV. voi. 1532. f. 100. 



185 



un viiiaggio chiomato Santa Venere. Santa, a dire ìi vero, un pò profana, benché 
bene e cnnomcameate riportata nel caienóario rotnano"^^. 

E' il 1840 quando il commendatore Domenico Cel:vati^■^ c^ alle stampe la 
relazione del pragetto definitivo "per ridurre l'ancoraggio dì S(antjtì Venere 
presso ta città del Pizzo, nei Golfo di S.a Eufemia, a sicuro ed ampio porto". 
Nell'ampia premessa, viene elogiata l' intBlligenza del sovrano, che Tanno prima 
aveva nominate la commissione composta da ^li stesse e dal Comandante di 
Marina Don Salvatore D'amico con l'incarico di "riconoscere quel fondo se piano 
e facile fosse ad ancorarvisi e non ondeggiante e ne cavassero un disegno per 
recare a felice termine guel porlo". 

Egli scttolinea come un porto costruito nella Rada di S. Venere venebte a 
collocarsi nella media distanza da tutte e tre le Calabrie, in quanto distante 71 
miglia da Cosenza, 40 da Catanzaro, e 61 da Reggio, divendendo in breve lo 
sbocco ottimale dei loro ricchissimi prodotti: "troverebhesi ezinndo presso alle 
copiose pianure del golfo di S. Eufemia, facendo capo dalia marina di Nicastro 
alla foce deU'Angitola, e dalle terre di popolati paesi che si distendono da 
Monteteone sino a Rosarno. Per tali essenziali vantaggi quella postura centrale 
presso alia Quale prolungasi la strada Regia, che radendo il ciglio delia pendice su 
cui siede la Città del Pizzo, con breve tratto non maggiore di tre Quarti di migiio, 
potrebbe comunicare coi porto, diverrebbe l'emporio del commercio delie 
Calabrie, e sorgere vi si vedrebbe una numerosa popolazione d'industriosi 
abitanti. Ne ciò è u?ì vago e semplice concetto. !i Pizzo posto ad egual distanza 
delle due città più operose e commercianti delle Calabrie, Nicastro e Gioia, va di 
giorno in giorno accrescendo la sua importanza malgrado ie condizioni in cui è. 
Esso già divenuto veicolo dei commercio di Nicastro, il diverrebbe ancora di Gioia 
con la costruzione dei porto di S. Venere, di cui la bocca essendo distante da 
quella Città per un breve ed agevole spazio di lido lungo men di un miglio e tre 
quarti (pai. Ì2000Ì, in breve vedrebbonsi riuniti quei due luoghi in una sola citìà. 
Così a commercio delie vicine città Calabre ricche e popolose avrebbe un luogo 
accomodatissimo al traffico ed allo scambio delle merci, e resterebbe deserto il 
paventoso sbarcatoio di Gioia. 

E poiché brevissimo egli è ancora Quel tratto di terra che s'interpone tra la rada di 
S.Venere in sui Tirreno ed il golfo di Squiiiace nel Ionio, così è da considerarsi 
egualmente che tutto il commercio che si uvea il porto di Cotrone, oggi interrito, e 



^'^Dióiei e, L'Italie pitluresque, Pigoreau. Pangi 1B35 

'^^ Cei7£ti DoEientico, Relonone per riéurre S' uncoroggio di S. Venere presso Sa città del Pizzo in 
ampio e sicuro porto, lS3t Tenente Colonnello del Gemo, Soao com&pondente della Reale 
Accademia di Belle Arti, membro della commissione regia incancata dal Re delle due Sialie 
FeidinandoII, di isdigere il progettoperil porto di S.Venere. 



1S6 



non atta a venir ripristinato, andrebbe a rifluire in queììo di Cataniaro, ed i 
prodotti del Marchesato si avrebbero dei pari un Ubero e sollecito sbocco. Né qui 

si pretermette di far considerare, cfìe i Reati e grandi Stnbiiimenti della Mongiana 
e di Ferdinandea, che l'un di più che l'altro vanno acquistando nuovo increnìento 
e nìaggior lustro, nullameno non han ove enìettere i loro abbondanti lavori di 
ferro, tutto che siasi costruita con grave dispendio una strada roUibile da essi al 
Pizzo, ed aitra da questd città alia marina, ove convenienti depositi sono stati pur 
edificati. Attualmente que' prodotti caricansi a spilluzzico su piccoli navicelli in 
sulla spiaggia del Pizzo, come il punto più prossimo e più facile pei trasporti; e in 
cambio, formandosi il porto in S. Venere, facilmente si estrarrebbero per mezzo di 
grosse navi con guadagno di tempo e risparmio di spesa". 
Ma a parte le ragioni economiche, è for^ il caso di riportare integralmente la 
dettagliata descrizione che il tecnico offre deirarea, in quante rappresenta meglio 
di una fotogr:afia il litorale vitonese: 

"E oltre progredendo innalzasi sul lido Briatico, ameno villaggio, accanto di cui, 
verso Greco, è una grossa torre quadrata, che chiamano la Rocchetta, la quale 
forma egualmente il limite di libeccio del seno di S. Venere. Poco distante ed a 
levante di Briatico si scaricano due torrenti, il Morea e lo Spadaro; e percorrendo 
un miglio e mezzo di spiaggia verso levante incontrasi la punta di Savò, quindi 
quella detta del Pecoraro. Da questa dipartivasi quel seno che lievemente 
incurvavasi a pie delle colline che ivi con piccola altezza sorgono, ed aveva fine a 
quella sporgenza montuosa sopra cui è la casino di Gagliardi, e che venne di 
mano in mano ricolmo dal torrente detto il Trainiti, (da trahens), il quale vi si 
scarica. Eppure in remotissima età fu riguardato come buon porto, ma è mestieri 
por mente alla grandezza dei navigli di quel tempo, i guali pescavano poco e 
tenevansi per lo più a secco. Di fatti vi sorge il diruto castello di Vibona eretto a 
guardia dell'anUco porto d'Ercole Ipponiaco che non più di 1880 palmi dista dal 
nuovo lido, benché stesse nel sito più intemo del seno. Epperò ammesso il caso più 
sfavorevole che la torre fosse lambita dalle acque di quel famoso porto, non di 
meno la rientrante non poteva essere maggiore di quella da noi indicata con la 
apertura di una corda lunga due miglia circa. 

Si osservano ancora i suoi frammenti e non ha guari furono trovate delle anella di 
ferro ad uso di ormeggiare o di tirare a secco le navi. Agatocle, tiranno di Sicilia, 
istituiva quel porto, allor quando si rendeva padrone di Vibovalenzia e Ipponia, 
cui i Locresi che la fondarono chiamarono Metaponto: oggi Monteleone, cittù 
ragguardevole a tre miglia dal vibonese lido sul ciglio del monte. 
La continua azione del Trainiti, resa oggi mai più potente per l'abuso che si fa 
della coltivazione dei monti da cui ha origine e dei terreni per dove trascorre, ha 
formato dinnanzi alla sua bocca un banco di arena bislungo, il quale nascondesi, e 
s'innalza poco sotto la superficie delle acque, e verso la dritta soltanto a guisa di 
una lingua o pignone se n' estende una parte appariscente agli occhi. 



1S7 



Daìin prominenza ói Gagliardi seguendo verso ii Pizzo iì Udo con dolce seno 
s'interna, ed è questo ii loco da noi tolta in esame. E' coronato dagìi ameni colli di 

Lorìgobardi e di S. Giovanni (qui probabilmentB intendeva S. Pietro}, di struttura 
formata di granita e di pietra calcarea, i quaii tra gli ubertosi e cattivati terreni 
discendono dolcemerìte versa la riva ove terminano in piccole e scoscese sponde di 
granito, separale dai mare per uri tratto di spiaggia arenosa di giusta ampiezza. 
Alia punta orientale sorge la città del Pizzo sovra una roccia sporgente nelle onde 
quasi a picco. La corda che ne corìgiunge ia punta estrema con la Rocchetta di 
Briahco è lunga 5 miglia, e U suo rientrante intomo ad un migiio ed un quarta 
(...).Sorge dai fondo del mare rimpetto la riva, tra ia tarredi S. Venere e la Casina 
Francia Portolano, una collinetta la quale dal iato che sta contro la riva 
scoscende alquanto ripida nei mare e dal lato opposto con dolcissimo e protratta 
declivio. Pare ed è ai certa una continuazione delie colline che vestite di alberi 
s'innalzano dalla riva, e quello spazio che rimane interposto convien giudicare ia 
naturale vallea che da' flutti viene occupata. 

Di quella lunga collinetta oltre mezzo miglio, una punta torce verso la torre di S. 
Venere formando tra essa e la riva un ampio e lungo canale, mediante il quale te 
acque prendono un benefico movimento, e Valtra progredisce distendendosi verso 
Greco. La felice suo postura toglie l'impeto alle onde mosse dai venti che hanno 
imperio in quel golfo da Tramontana sino a Ponente, di guisa che te acque le quali 
tempestose ne salgono il ridosso, giunte al sommo naturale si calmano e canno a 
percuotere ii Udo con minor violenza, ogni loro forza viene indebolita dalla lenta 
erta della collinetta. 

Di tal che uno stupendo e capace porto la natura in quei loco ci offre con 
magnifiche profondità sopra letta arenoso, te quali ordinatnmente da piedi 6 
aumentano fino a 20, 30, 40, 50, ecc., a cui poco bisogna che aggiunga la mano 
dell'uomo." 

L'aatore poi si dilunga in un'attenta disamina delfe correnti litoranee e dei venti, 
dimostrando l' impossibilità che queste possano nuocere al bacino portuale durante 
i marosi in tempo di burrasca o per l'apporto di materiali dall'Angitcla, dai 
Trainiti, dal Morea e dallo Spadaro, che di fatto avrebbero interessato solo il tratto 
comprBSD traBivonaePortosalvo. 

"Ed in effetti chiunque si faccia a riguardare con occhio indagatore la costa che 
comprende la rada di S. Venere, e segnatamente quella del sito deli' ancoraggio, 
egli osserverà che la spiaggia quivi non si è punto avanzata in sul mare, 
perciocché le sponde di quei colli che s'ergono d'intorno stanno tuttavia prossime 
al lido, e scoscendono ivi di tratto in tratta in piccole balze di granita. Tati sono le 
rupi su cui sovrasta ia casino Gagliardi, quella delta diruta Casina di S. Venere, la 
sporgenza di Francia Portolano e da uihmo ia rupe che appellano di Timpa 
bianca ed altre." La copiosità delle acque rappresentava un'ullerioro vantaggio 
dato dalia natura al sito "da ultimo gii piacque altresì menomare la copia delle 



1S8 



acque potabili che da molte sorgenti abbondevoìmente scaturiscono m quelle rive, 
ed acconcissime sarebbero a sopperire a' bisogni de' iegni che ivi gittassero un 
tempo le ancore. 
Aila dritta deila chiesetta di S. Vertere per chi da terra si rivolga ia mare, 

osservasi una scaturigine d'acqua, ed un'altra più copiosa inoltrandosi un poco 
verso Vinterno nell'istessa direzione, ed è da notarvi una vaschetta con una 
statuetta da cui linfe zampillano. 

Aitre limpide sorgenti non meno sono nelle vicine casine di Mariano, di De 
Gennaro, e di Francia Portolano, e nelle valli di Sleo e di Montella, che nei 
sovrapposti colli di S. Giovanni e di Longobardi enei fondo Gagliardi. Ovunque in 
queiluogo si scava erompe acqua potabile" . 

Descrivendo il limite intemo della naturale diga lapidea di Santa Venere come il 
silD ideale dell' ancoraggio, continua: "A stabilire i due suoi punti estremi, essendo 
che la secca nei primi tratti più vicini al lido si eleva fino a 5, 6, 7, ed 8 piedi sotto 
l'ordinario livello delle acque, e si avanza di poi verso il largo con dolcissimo 
pendio, la commessione, ritenendo questro tratto di secca quale argine sufficiente 
ad intercettare ia ondulazione delle acque commosse dalla forza delle correnti, 
propone V incominciamento della diga dal punto a delia pianta, e seguendo un 
arco circolare che ha per centro il punto x poco discosto dal lido, terminarla 
all'altro estremo c; cosicché tuttn l'argine a b e della lunghezza di 192 canne 
legali, riparerà l'ancoraggio dal Ponente-Maestro sino Tramontana -Maestro. 
Poiché come abbiamo precedentemente osservato, questi due limili comprendono i 
cinque rombi di vento alia tranquiliith. Siffatta circolare disposizione della diga, in 
pari tempo che ingrandisce lo spazio, e giova a respingere le trobide e i marosi 
nella direzione delle tangenti, nell'interno poi, conservando libera la circolazione 
delle acque, impedirà gl'interrimenti iungo la diga. Essendo inoltre il a meglio di 
168 canne distante dal lido, potrà conservarsi quelia corrente che natura ivi 
stabilita ad utilità del porto e che l'esperienza ha mostrata non arrecar molestia ai 
bastimenti che in quel ricovero salvaronsi durante la procella.{...] Essendo la 
entrata del porto di tre gomene o all'intorno, e tutta l'aia di esso ben di centomila 
canne quadrate, che vai quanto dire più del quintuplo dell' ampiezza del porto 
mercantile della Capitale, i bastimenti vi potranno entrare ed uscire con ogni 
vento, anche bordeggiando entro ii porto medesimo; dove potranno stnre 
ormeggiati in quella guisa che meglio potrà ad essi convenire, sin in su le ancore, 
sia pure con la poppa rivoita o legata ai molo, o con ancora al di fuori, e col 
prodese a terra secondo le porttite e le bisogne loro. Solo debbesi avvertire che 
l'apertura di ponente del porto venga vietata alie grosse navi, e tenendosi discoste 
per lo meno di una gomena e mezzo dal perimetro esteriore deil'argine artificiale. 
Quelle che provengono dal capo Zambrone, radendo la punta di Briatico per 
pigliar l'ancoraggio dirigano a levante, o verso il Pizzo, e non si accostino al faro, 
se non quando lo avranno rilevato per Scirocco. Provenendo poi da capo Suvero, 



1S9 



dirizzando la prora a mezzogiorno, incofìtreranno iì faro anzidetto, ed 
oltrepassatolo si cacceranno nei porto." 

In quanto al metado da adottare per la costiuzione del molo, la commissione 
proponeva due differenti maniere, secondo la disponibilità economica 
dell' investimento strutiurale; "La prima interamente di struttura murate racchiusa 
entro recinti di legname, e con una scogiiera di guarentia neìta parte esterna, può 
abbracciarsi, Quando l'aumento della spesa cui indispensabilmente vanno incontro 
tali costruzioni, più solide in vero, non fosse di ostacolo ai mezzi provinciali. La 
seconda che riguarda la edificazione del molo con grandi macigni, detta a pietre 
perdute, dei pari soiida e robusta, con la parte superiore solamente di fabbrica a 
getto, raccolta entro piccole casse, per ìe banchine, presceglier potrebbesi ove le 
ragioni di economia dovessero prevalere, e quando non facesse peso il lieve 
inconveniente del rassettamento dei scogli cui van soggette tali opere. La spesa del 
primo progetto ammonta alla somma di ducati 214 miia, e soiamente ducati 150 
mila Quella del secondo, siccome dai dettaglio dei rispet^vi Estimativi alligati alla 
presente memoria può ravvisarsi." 

Precisando inoltra che per un altra porto di tali dimensioni e capacità la spesa 
sarebbe tiplice o quadruplicata, l' autore a rafforzamento della tesi della 
commissione, della validità della tesi di costruire nella rada il nuovo porto, 
racGontB un episodio accaduto pochi anni dopo il loro soprallaogo "Nel giorno 1 
aprile dell'anno 1853 aile ore 2 p. m. una grande nave Americana di circa 600 
tonnellate, danneggiata daila traversia dei venti di ponente e di maestro, ond'ebbe 
rotti gli alberi di gabbia e veiacci, correva in balia del vento e del mare verso la 
spiaggia opposta. Approssimavasi cosi alle vicinanze del ridosso di S. Venere, ove 
si era poco prima salvato iì Cutter da guerra napolitano lo Sparviero, comandato 
dal primo Pilota D. Tommaso Palomba, e costui spedi il suo capitano d'Abundo 
con una lancia, il quale messosi al ridosso della secca guidò con la bandiera la 
direzione che la nave doveva prendere per l'ancoraggio. Difatti imboccata 
felicemente quel seno, il d'Abundi vi si recò a bordo e la menò al luogo 
dell'ancoraggio, cosi la campò dal certo naufragio a cui andava incontro. (Tolto 
dal Giornale Nautico dello Sparviero). 

Di presente tutti Que' piroscafi mercantili che fanno il viaggio delle Calabrie, 
toccando Paola e Pizzo, soprappese dal cattivo tempo, e non potendo quivi 
eseguire le operazioni di sbarco e di imbarco vansi a rifugiare a S. Venere fino a 
che non cessi la burrasca." 

Dopo tale accurata analisi, la Commissione R^ia riasaune nei s^uenti undici 
punti i fatti che deponevano favorevolmente alla scelta dell' area portuale: 

J. L'ancoraggio di S. Venere, nello stato in cui rattrovasi d'intero abbandono, è 
loco di sicuro ricovereo per ogni sorta di nave che ivi approdi indirizzatasi da 
pilata che ne abbia contezza e ne sia esperto. 



190 



2. La Qméa é\ un faro tìncortì \\ renderò utile a tatti quei navigìi che non han 

pratica di Quei paraggi. 

3. Con ìa non ingente somma di ducati Ì50.000 potrà rimutarsi in uno dei 
migìiori e più ampi porti del Regno. L'ambito suo maggiore cinque volto di 
quello del porto mercantile della Capitale, conterrà rìel seno gran numero di 
bastimenti di ogni grandezza e mercantile e da guerra, i quali non potranno 
nuocersi ed impacciarsi tra di loro. E vi sarà Sììazio sufficiente perchè la navi 
da guerra potranno eseguire le loro manovre senza dar disturbo alcuno ai 
traffico de' legni mercantili. 

4. il molo non osteggerà di fronte la corrente , ma posta a seconda di quella, con 
la sua lieve inflessione la sospingerà fuori del porto verso il mare largo. Da 
un'altra banda l'apertura di ponente genererà nell'interno del porto una 
corrente propria atìa ad impedire ogni specie di deposito delie materie 
galleggianti. 

5. La bocca ampissima vien riparata da' corvi lidi d'intorno, i quali con dolce 
pendio scoscendoni in mare. U che renderò agevole l'entrare e l'uscire de' 
legni nel tempo de' pochi e più forti venti ostili senza aver bisogno di 
rimurchio: e verranno preservati dalla risacca i bastimenti che vi si trovano 
ancorati. 

6. S'avrà nel levoro celerità, e nell'esecuzione sicurtà e facili espedienti. 
Imperciocché l'esterna collinetta, che a guisa di una scarpa immergersi net 
mare profondo, togliendo a' flutti l'impetn loro, dà agio di potersi ogni opera 
eseguire senza rischio. E l'erta sua varrà come un antemurale a riparo della 
costruzione del molo. 

7. Luogo da natura favorito per la specialissima condizione che vi si potrà 
edificare un molo in un'altezza d'acqua di 15, 16, 18, 24 piedi, e si ha 
spontnnemente una profondità nel seno di piedi 20, 34, 42, 54, ce, senza 
bisogno di spendervi grandi somme di denaro e difficoltà di opere, come 
avverrebbe in qualunque altro luogo per ottenere simile profondità. Né i 
marosi hanno materiale a travolgere, perché nel loro cammino non 
incontrano un fondo arenoso, da quello spalto lapideo. 

8. La rada nel suo ambito riparata da tre quarti di venti della bussola: la declive 
giacitura del fondo e la natura di esso arenosa e stabile, danno facile presa 
alle ancore. La corrente che naturalmente cammina per mezzo della rada ne 
rende piano l'ingresso, mentre con molto stento si vincon quelle che vengono 
di fianco. 

9. Leggendo le statistiche, rivolgendo uno sguardo alle carte topografiche 
s'accoglierà incontanente la certezza esser quel loco centro delle città più 
operose e commercianti, ricche d'ogni miniera di prodota, il Pizzo gli sorge 
accanto, Nicastro, monteleone, nicotera. Gioia ec. Lo coronano intomo con 
facili comunicazioni. 



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10. Felice è ancora ia sua posture perle ragioni miUhirì, e per le attinenze che hn 
con i belìi opijìcìi pirotecnici deiia Mangiano e di Ferdinanden, [ath oggi più 
inìportanti peri migtioramenti che vi si van recando. 

n. Le ncconce ed elevate colline poste intorno a guisa di recinto, alhssime 
saranno alie opere di fortificazione per la difesa dei porin e delia rada. Ueria 
della coliinetid subacquea intanto porgerà allo esterno molo facile 
fondamento ad erigervi hatt&rie, senza che si tolga, come spesso accade, 
spazio a danno delia iarghezza e comodità dei traffico delie rive murate del 
porto. 

Non trascorse molto tempo, dalla data di questo primo progetita, all' istituzione del 
porto di Santa Venere. L'epoca in cui si meditava sulla realizzazione di tale 
importante sliutturH portuale, in rBallà fu un'epoca liili^ altra che tranquilla. Nella 
prima metà dell' ottocento l'intera paese venne pervaso da un eccezionale spirito 
[iterale che costrin^ i regnanti a concedere alle popolazioni statiti costituzionali 
che accoglievano le diffu^ istanze di democrazia e partecipazione. 
Lo stesso accadde nel Regno di Napoli il 10 febbraio del 1843, dala in cui il re di 
Napoli Ferdinando 11 finnava la Costituzione tanto auspicata nel regno, nonché 
l'istituzione di un nuovo Parlamento, tia i cui deputati venne eletto il pizzitano 
Benedetto Musolino. Qualche mese dopo però il Borbone revocò le sue scelte 
liberali, pn^vocando la nas:ita di moti insunBzionali in tutto il regno. In Calabria 
venne istituito un governo provvisorio, con ^de a Cosenza alla cui presidenza 
venne nominato Giuseppe Ricciardi, mentre MusDlino ricopri la carica di esperto 
n^li affari di guerra. Attondendosi le reazioni repressive dei bort)oni venne creato 
un piccolo esercito, una parte del quale era stanziata nella piana di Filadelfia. 
11 6 giugno 1348 una flotta navale composta da quattoD navi a vapora e da tre di 
trasporto truppa, approdava a Pizzo, sbarcando duemila saldati, che al comando del 
generale Ferdinando Nunziante, dovevano sedare i moti insurrezzionali. Il 
Nunziante installò il suo quartier generale a Monteleone, e nella rada di Santa 
Venera stazionavano spessa le imbarcazioni cariche di viveri e munizioni per le 
biippe. Un valorasD episodio, che vide protagonisti un manipolo di uomini assalire 
una feluca carica di munizioni, viene raccontato dallo stessa Musolino^^ nelle sue 
memorie. In quei giorni venne progettata una "piccola spedizione nel porto di 
Santa Venere, per l'assoiuta mancanza di poiveri in cui si era. e perchè i giovani 
animosi, che ne concepirono i primi l'idea e che si offrirono di t&ntarla, 
dichiararono fermamente che i' avrebbero eseguita ad ogni costo. 
Approdava in quelio stesso tempo al porto di Santa Venere una feiuca carica di 
300 barili di polvere, destinati ail' approvi gionamento del pubblico deposito di 
Pizzo. Qual più bella occasione per uscire dalia penuria di munizioni in cui si era? 



Cfr. CoitestìF., Genesi e Progenìe dello cifto di PfJ?o, Edizioni Hreimer, Cosenza 1981, pp. 42-43 



192 



Sedici giovani che si trovavano al campo in quaUtà di semplici volontari, si 

offrirono all'impresa. J principali fra essi erano: Saverio Bianchi di Catanzaro; 

Pasquale Musoìino fraìÉlìo di Benedetto; Basiiio Mele; Fortunato Vallotta; Paolo 

Vacateìlo e Sebastiano Rosi tutti del Pizzo: gli altri appartenevano alla compagnia 

dell'Abate Ferdinando Bianchi. 

... U Porto di Santa Venere è situato a quattro miglia a nìezzogiorno del fiume 

Angitola. Non vi si poteva arrivare che per mare, servendosi di qualche barca a 

remo della tonnara, presso l'imboccatura dello stesso fiume, e passando in mezzo 

alla squadra borbonica, la quale stava ancora nella rada del Pizzo. 

L'esistenza di molte tonnare, in quella stagione, ed il continuo transito delle 

barche pel trasporto del pesce, permettevano in verità un tal passaggio senza 

sospetto. Ma arrivati alla feluca, un grido, un colpo di fucile della gente che la 

custodiva, avrebbero esposto gli assalitori a morte sicura. Non avrebbero potuto 

salvarsi a terra, senza cadere nelle mani del Nunziante; non sperare scampo sul 

mare, senza essere catturati dai vapori borhoniani, uno dei quali teneva sempre la 

caldaia riscaldata. Ma la fortuna favorisce quasi sempre l'audacia. 

Quei giovani si trasferirono alla tonnara dell'Angitoìa, s'impossessarono di una 

barca da otto rematori, si accovacciarono scamiciati nella cala, come se fossero 

marinari, ed attraversando non rimarcati la squadra napoletana, abbordarono la 

feluca ancorata a Santa Venere. 

L'equipaggio di questa, fra cui tre guardie doganali, non oppose la menoma 

resistenza, né osò profferir parola. 

J calabresi s'impadronirono di 25 barili di polvere che di peso maggiore non era 

possibile il loro navicello; e seguendo la stessa via per la quale erano andati, 

ritornarono felicemente all' Angitola , apportando al campo quella polvere di cui si 

aveva tanta necessità. 

Jl generale Nunziante, saputo il fatto, ordinò che la polvere rimasta sulla feluca 

(altri 275 barili) fosse gittata in mare, anziché sbarcata al deposito del Pizzo; 

tanta poca fiducia aveva egli, in quel tempo, nell'esito favorevole della sua 

missione in Calabria" 

La coraggiosa incursione però non poteva invertire le serti di uno sconto che 

contrapponeva le poche e male annate forze dei calabresi alle più fomite ed 

organizzate forze bortxiniche, tante che i] 4 luglio approdò a Pizzo il generale 

Winspeare con tra vapori e due legni a vela ed altra artiglieria che unitasi alle 

colonne del Nunziante e del Grossi, rius^ineno in poco tempo a reprimera i moti 

cai abrasi del 1B4B. 

Nonostante il particolara momento storico, la macchina burocratica messa in moto 

per la costruzione del porto di Santa Venera non subì alcun contraccolpo, tant è 

che il 29 maggio del 1863 viene promulgata la l^ge n. 1295, che istituiva il porto 

di quarta classe di S. Venere e successivamente, il 25 ìuglio del 1364 , viene 

promulgato il Regio DecratD che stabiliva la ripartizione della spesa per la sua 



193 



costruzione, metà a carico dello stato e l'altra metà a carico delle province 

calabresi. 

Seppur i lavori del primo banchinaggio, che ^condo il progetto originale era 

sparato dalla gosIb da un piccolo specchio d'acqua, iniziarono quasi subita, la 

necessità di assicurare un riparo più sicuro ai mercantili fece a che il progetto 

definitivo delle opero suppletive di rilegamento della banchina a mare con la 

spiaggia, l' innalzamenta del Faro, ed altre opere ancora, non potè essere redatto 

che dopo il 1865. La definitiva approvazione, l'as^nso d^li Enti consorziati, lo 

stanziamento delle somme ratizzate, le perizie, le revisioni, le ispezioni, gli appalti 

e tutto quanto occorreva per concludere il procedimenta amministrativo, 

prolungarono il termine dei primi lavori in grado di rondero funzionale l'approdo 

nella nuova struttura, fino al 1881, cioè perben 12 anni dal definitivo progetto. 

Purtroppo le prime opere di banchinaggio si rivelarono poco sicuro per i bastimenti 

che vi approdavano. Nel febbraio del 1870 alcune imbarcazioni che si erano 

rifugiate nel porta furono sbattute tra di loro dal cattivo tempo e da un forte vento 

di Libeccio e di Ponente, tanto da provocarne il naufragio. 

"Tanto disastra non servi di scuoia a nessuno, nei dicerrìbre del 1892 si ebbe 

un'aìtrn straziunte catastrofe di altri cirìQue bastimenti perduti nel porto stesso, 

con vittime negli eguipaggi."^^ 

L'Offra portuale, nonostante la sua importanza ed il notevole investimento 

economico, ebbe un avvio travagliato e contraddittorio. 

L'aroa risultava sprovvista di collegamenti stradali, di magazzini ed anche i lavori 

della costruzione del tratto fenoviario in grado di collegaro il porto con il resto 

della regione, tardavano ad iniziare. 

Ma l'episodio che scalano maggiori reazioni fu l'emanazione del Decreta Regio 

del 3 maggio 1385 che, classificando il porto di terza categoria, rivedeva gli enti 

obbligati a contribuire economicamente alla sua costruzione, includendovi anche i 

minicipi locali, in quote peroentuali ripartite secondo le ricadute positive nei 

rispettivi territori. 

Questo provocò una violenta reazione da parte del Consiglio Comunale del 

Municipio di Monteleone che 1' 3 luglio di quello stesso anno deliberava il ricorso 

al decreto per l' illegittima ripartizione delle spese a carico dei comuni, tia i quali, 

non a caso, quello di Monteleone risultava il maggiore contribuente. 

Per comprondero appieno con quali ragioni i delegati istituzionali dei cittadini di 

Monteleone si opponevano a tale decreto, è for^ il caso di riportare alcuni stralci 

della relazione che accompagnava la stessa delibera, pubblicate per intero da un 

periodico locale dell'epoca: 



^'* Manncola di S. Floro Rlippo, Le forze economiche delia Proviuda di CuSouzaro. Catanzaro, 
D'a&tohEdiL, 18&e,p.47. 



194 



"Quni è infatti ia condizione m cui oggi si trova qu&U'opera, dopo un lavoro di un 
ventennio, e dopo ii sacrifizio d'ingente spesa? Anche ai più profani é data vedere 
che la condizione dei Porto di Santn Venere è rrìoìto depìorevaie. 
Forse una terza parts deUa superficie acquea, che doveva formare ii Porto, è già 
atterrata, e ì' atterramento progredisce, né gii si può assegnare un fermine, se 
pronte misure non saranno adoperate per arrestarlo . 

La bocca st&ssa dei Porto minaccia di essere ostruita. Sono state già rilevate 
aìcune secche che ne rendono difficile Ventrata. E i lavori, che sono riconosciuti 
necessari per rendere iì porto agevole, e comodo ai naviganti, sono di tale 
importanza, e dovrebbero essere eseguiti con tanta soUecitudine, che dobbiamo 
disperare dell'avvenire del Porto, e sarà molto difficile che siano attuati. 
(...jOrdinariamente un Porto si costruisce nei territorio di un Comune marittimo, 
spesso anche nelle vicinanze dell'abitato. (...) Ma ciò che rende assolutamente 
insopportabile il carico che si vuoie imporre al Comune di Monteleone, è il fatto 
che maigrado il Porto di Santa Venere sia sito in un lembo del suo territorio, gli 
abitanti, e l'amministrazione non se ne possono vantaggiare in alcuna guisa. Ogni 
ipotesi, speranza di utilità viene eliminata per ia lontananza stessa dei Porto 
dall'abitato, per l'accesso difficile, per l'indole e le attitudini cittadine aliene da 
qualunque marinaresca fortuna, per tutto quel cumulo di sentimenti, di bisogni e di 
aspirazioni, che ci tengono avvinti con vincoli così saldi a questo Monte, a questa 
Rocca di granito, su cui i nostri antichissimi padri posero la ioro stanza, e dalia 
quale conhamo tenacemente, che noi e ì nostri figliuoli non saremo mai obbligati a 
dipartirci. 

Siamo montanari, che non possiamo avere nei porto un interesse diretto, e moito 
meno quel maggiore interesse, che una finzione legale ci attribuisce sopra tutti i 
consorti di un'opera marittima. 

Fra tutti i cittadini di Monteleone non si trova un solo marinaio, o un quaiungue 
industriaie, che si vantaggi, o possa vantaggiarsi anche indirettamente del Porto 
di Santa Venere"^^. 



^'* Namia G.. a cura di. L'Avvenire Vibonese. Antologia delle aanÉs 1S83-1SS5-1S87. Ediz. 
C.I.R.S.E.V. Mapograf g.r.L. Vibo Valentia 1054, pp. 13tl4a (n. 29. 3 agcsto 1855. 
Successivamente, nel n. 36 del 14 dicembre 1837 del pencdico vibonese. venne pubblicato 
integralmente il Regio Decreto del 7 ^o^ 1837 con l'elenco integrativvo delle quote mille&imali 
imputas ai comuni calabresi, al fine ± consentire ai cornimi ed ai cittadiM di nccorrere contro di esso, 
vi^ che - SI tratta di un vero porto rifugio, che forae non menta nemmeno il nome di porto, poiché 
]■ ammimstrazione, con tutti i miliom che vi prodigò, non seppe creare che una semplice getterà di 
scegli, che per il mantenimento, e per l'abbandono assoluto in cui è Icficiata, si va ogni giorno 
interrando, sen^a banchine a terra, senza fanali, senza magazzini, in una spi^gia deserta, lontana sei 
chilometn da Pizzo, il centro abitua piùvicino, e 12 chilometn da Monteleone. 



195 



Argomentazioni simili, owiamentB per la loia parzialità, non trovarono nessun 

orKlito pressD gli organismi statali, ed ebbero il solo effetto di escludere la città di 

Montelecne dall' as^gnazione del Compartimento Marittimo competente alla 

gestione portuale che, al contrario, il 29 novembre del 1886, con la consegna al 

comandante Giurano Giu^ppe ed all'applicato di porto di 1 classe Rioco 

Giuseppe^^, veiiva assegnate alla XVI Capitaneria di Porto del nuovo 

Compartimento Marittimo di Pizzo Calabro. 

Successivamente, il 7 agosto 1887 un ulteriore Regio Decreto elevava la sua 

classificazione alla seconda classe, serie seconda. 

Le statistiche dei decenni successivi il 1864 documentano intomo alle 5000 

tonnellate il volume del traffico e neppure la costnizione di un'ulteriore diga di 120 

metri, dopo il disastro del 1892, servì a rnider^ più sicuro il porto. 

Nel quadriennio 1351-1854 venne imbarcata appena la quarta parte della merce 

imbarcata nel vicino scalo di Pizzo, che era pursemprB una rada aperta. 

Con il completamento del tratto ferroviario Eccellente-Tropea-Rosamo, iniziato 

nel 1385 e terminato dieci anni dopo, il porta cominciò ad offrire risultati 

economici soddisfacenti, collegandosi con un complesso sistema viario ctie 

garantiva la distribuzione delle marci sbarrrate ed imbarcate nel r^stc dell'intera 

penisola, con tempi e costi economicamente vantaggiosi. 

Ve da dire che molte furono le difficoltà incontrate peri lavori di costnizioned^ 

tratto fenoviario, in particolare del tratto Curinga-S. Venera, realizzato negli anni 

compra tra il 1836 ed il 1892, decidendo di costruirìo proprio a ridosso della 

strada provinciale Pizzo-S.V enere, cheinrBaltàeraunas:omoda strada carrai^^'. 

Fra Pizzo e Santa Veneti poi, fu necessario costruire una galleria, dette galleria 

Mondella, di 947 metri circa che ritardò di molto il proseguimento dei lavori. 

Gli inizi del 1900 videro completete la tratta ferroviana che univa Porta Santa 

Venere al t^sto della penisola italiana e ciò non mancò di renderò ancor più 

efficace la funzionalità commerciale dello scalo marittimo. Le tante merci 

pn^venienti dalla Sicilia caricate nelle capienti stive dei piroscafi a vapore, 

trovavano nel porto di Sante Venera lo scalo ideale nel quale poi far proseguirò, 

ricaricate nei vagoni della ferrovia, la loro distribuzione nelle principali città del 

Regno. 

Ma a parte la valenza economica che man mano l'aria costiera vibone^ andava 

acquisendo in quegli anni, l' esento in cui il porto e la nuova stazione ferroviaria di 

Monteleone-Porto Sanla Venere si rivelarono come importanti snodi strategici nel 



^^'^ Cfr. Ministero LL.PP., Alti óeUa Commissione per iS Piaiìo Regoìatore dei Porti dei Regno. Voi. I, 
Relazione riassuntiva, PoiG del MarTineno, Beigamo, 1910, p. 4C5. 

'" Miceli G., Manno D., Lo Uuea ferrovioiia FraucaviUa - fìosurno, Stab. Tfpolitcgrafico Romano, 
Tropea 1989 



196 



complessivo sistema viario italiano, fu il violento teiremonto che nel 1905 funestò 

l'intera regione Calabre^. 

La letale scossa sismica colpì la Calabria alle 2,45 dell' 3 settembre 1505, con 

epicentro nel distretto monteleonese, ed in cui vennero praticamente distrutti la 

maggior parte dei paesi vicini alla città di Monteleone, dove alcuni quartieri^^ 

furono praticamente rnsi per terra. Pizzo, Piscopio, S.Onofrio, Stefanaconi, 

Tripami, Zammarì), Drnpia, Briatico con tutte le sue frazioni, Parghelia ugnarono 

il percorso mortale del sisma, che non mancò di coinvolgere anche molti dei 

paesini rurali delle province di Cosenza e di R^gio Calabria. 

Anche le borgate di Longobardi, Porto Salvo e Porte Santa Venere, quella notte, 

vennero avvolte da quel fumo e da quella polvere alla cui scomparsa i calabresi 

contarono a centinaia le loro vittime, con il doloro e la ras^gnazione di una 

regione già piegata dalla mi^ria e dalle prepotenze dei ricchi proprietari terrieri. 

L'eco della distruzione provocata dal tenemoli] raggiunse tutti i paesi italiani, dove 

immediatamente vennero organizzate raccolte di denaro, di indumenti ed alimenti 

che coinvol^ro le città piccole come quelle grandi. Ai primi soccorsi delle 

autorità civili e militari si affiancarono le iniziative dei Comitati sorti 

spontaneamente nelle città di Torino, Milano, Genova, Livorno, Napoli e altre 

ancora. 

Porto Santa Venero divenne in quei giorni la principale area di smistamento dei 

soccorsi, che giun^ro in Calabria esclusivamente con Ironi e navi a vapore, proprio 

perohé la precarietà e la pericolosità delle strade pubbliche calabresi si rivelò allora 

in tutta la sua drammaticità. 

11 giorno dopo giungono da Messina due torpediniere, la 127 e Ì28, cariche di 

medicinali e ghiaccio, cosi come dal panificio militare stessa città, vengono spedili 

regolarmente per alcune settimane, con due viaggi giornalieri, 2D00 chilogrammi di 

pan^^^ 

in quella stessa sera giungono alla stazione di Porto Sante Venero un gruppo di 

ottante saldati zappatori deir37 e 83 fanteria, partiti da Bari con il trono delle 

9,20, come precisa un quotidiano italiano dell'epcca^^'. 

La città di Monteleone venne immediatamente scelte dal Prefetto di Catanzaro e 

dal sindaco marchese di Francia quale base operativa dei soccorsi, anche se la 

distanza di undici chilometri da Porto Sante Venere, punto di arrivo dei medicinali, 

dei commestibili, del vestiario, d^fi utensili e dei materiali da costruzione, era 

causa di non pochi di^uidi e costi aggiuntivi. Inutile raccontare gli episodi di 



^^"VeimecompletamentedistuaB il quartiere dei Forgian,a>3Ì come molti fabbnccb caddero 
di Teiravecchia infenore, Ennco Gagliardi, etppiinia 

"^ L'ORA, CoraeiB Politico Qucbdiano della Sicilia., domenica 10 setterafcre, amioVI,a252 
"^ HGJomded'!&]/ra. sabato 7 settembre, aimoV,iL251 



197 



sofferenza e di eraismo che in quei giorni dolorosi per la sciagura che aveva 
coinvolto tutti e febbrili per l' opera di rimozione dei corpi e delle macerie causate 
dal ten:emoto, si realizzavano in ogni paesino calabr^^, così quando giunse la 
notizia che lo stesso sovrano sarebbe presto arrivato in Calabria, essa venne accolta 
come s^no di una rinnovata attenzione verso questo estremo lembo della penisola 
e la speranza che le sue scrii si sarebbero presto risollevate. 
E' cosi che viene deszritta l'attesa del treno reala alla stazione di Porto Santa 
Venere, in quella mattina dell'I [settembre del 1905; "It Rein Cnìnhrin fra i colpiti 
dei terremoto. La popoiazione è oggi più soRevata, in attesa deU'arrivo dei Re che 
è febbriirrìeiìte aspettato. li treno arriva con ritardo. Alia st/izìone di Rino è salito 
in esso il senatore Cefaly. 

Alla stazione di Monteleone si trovano ad aspettare il Re il ministro Ferraris, i 
deputati delia provincia, il prefetto di Catanzaro, il sindaco di Rizzo ed altre 
autorità. Appena montato iì Re premurosanìentÉ chiede al ministro notizie suila 
entità dei disastro. Poscia sale con l'on. Ferraris, i generaii Brusati^Vaicamonica 
e Dimaio neil' automobile che si avvia verso la città. Grande foila attende lungo ii 
percorso, Quasi festosa, dimentica ii suo terrore. L'automobile spesso rallenta la 
sua velocitò o si arresta. Quando il Re incontra il generale Ferrario^^ gli stringe 
ia mano..."^^\ 11 Re visiterà in quei giorni la maggior parte dei paesi colpiti dal 
terremoto ed it suo commento "speriamo che non piova" alla vista di quei piccoli e 
distnitti agglomerati uitiani, esprimeva tutta la sua commiserazione per le misere 
condizioni in cui viveva la popolazione Calabre^. 

La desolazione palpabile in ogni luogo divenne l'argomento principe di ogni 
articofo trasmesso ai quotidiani del tempo dai tanti cronisti giunti in Calabria: " i 
provvedimenti e i soccorsi che urgono per le Calabrie desolate" titolava il giornale 
bolognese 11 Resto del Carìino'^' "Monteleone Calabro 17, sera. {...} ie prime 
tracce deli'immane sventura si vedono iungo la linea ferroviaria appena passato 
Sapri, ove famiglie spaventate dormono in aperta campagna. A Rizzo le 
popolazione è attendata suila marina. 

A Monteleone marina moito ma sempre insufficienti e troppo miserabili sono le 
baracche. Centinaia di famigiie giacciono inerti in attesa dei provvedimenti dei 
Governo, che, pur troppo non sono ancora efficaci. Noto aila stazione di 
Monteleone uno scarsissimo movimento. Nessun ufficio speciale, nessun segno di 
snodata organizzazione. La direzione deiie opere di soccorso si accentra nel paese 



^^^ Comandante della BngataM[pJ" 

"* art, telegrafaodaE'inviaDjaaHus, inLfl Tribuno. Roma, maitedi 12 settemtffe 1905, anno XXm, n. 
254, Seconda Edizione 

"^ aiùcdotdegrafEtodaProScmetti, m II Resto del Cu rN'no, giornale di Bologna Lmnedi- Martedì 18- 
19 Settembre 19C6. annoXXn. n. 25t 



198 



che è distante alia stazione undici chiìometrì. Per io via erta e faticosti passa in 
autDrrìobiie U generale Larrìberti col ministro Ferraris: passano carretti carichi di 

parìe scortai dai soldaij. 

A metà della saiitn si trova iì viUaggio di Longobardi tutto danneggiato. La 

popolazione sitenziosa, ascoita la messa officiata su un aitare improvvisato 

dinanzi ia chiesa mezza diroccata. 

Non si ode una voce implorante carità: traspare dai volti emaciati una dolce 

fatalistaica rassegnazione..." 

]n un trafiletta dello stesso giornale s informava che l'indomani sarebbe partita da 

Napoli per Porto Santa Venere il piroscafo della Regia Marina "Garigliano", con 

un carico di 1000 metri cubi di legname destinati alla costruzione di barracche, 

oltTB a coperte, viveri, utensili ed allo stesso personale che dovrà prestar mano 

d'opera al lavoro di edificazione. Si informava inoltre che era s^to messo a 

disposizione del comitato civico per i soccorsi ai danneggiati di Calabria formatasi 

a Genova nei giorni precedenti, il vapore "Mathias Kiraly" e che sarebbe partito 

con destinazione Po riio Santa Venere carico di 6000 coperte, 1000 materassi, 2000 

cuscini, 15.000 ceste di pasta. 50 quintali di pane, una botte di vino, 30 sacchi 

diriso, 5 casse di caffè, 950 scatole di ferro smaltato, oltre ai rappre^ntanti di quel 

comitato che avrebbero coonjinato gli interdenti a favore dei terremototi. 

Proprio al Comitoto dei soccorsi genovese si devono gli interventi a favore degli 

abitanti compresi nella fascia costiera di Porto Santo Venere e Porto Salvo. 

Era il 72 settembre del 1905 quando giunse nel porto il vapore "Mathias Kiraly", 

messo gratuitamento a disposizione del comitato genove^^^ dal cav. Maurizio 

Epstein, carico commestibili, oggetti di vestiario, utensili, arnesi manufatti, 

materiati da costruzione, suppeìtettili ed oggetti di medicazione. La nave era 

partito il 18 da Genova alla volto di Palemio, dovi imbarcò altri 70 colli di 

indumenti e sei esperti carpentieri siciliani. 

"La roba sbarcata era in proporzioni addirittura enormi, e , quando fu tutta a 

terra, riempi un gran tratto dell'ampia banchina del Porto. Essa venne data in 

consegna al delegato del porto, iì quale avrebbe dovuto consegnaria agli esibitori 



^^^ Ctìà di Geiìfyi a, ReìnzionesuW opera deììa cosnmissioue pei soccorsi ni danneggiati dal teiremcto in 
Calabna, Genova, Stah Poligrafici Bangalupi 10&6, p. 74: 'Dalie proviuae e dai comuni, éagh istituti 
di pubblica benefìcemii. da pubbha impiegaSi^ da insegnanti ed aliievì dlie pubbliche scuole, dalle 
società commerciasi, industnali, bancarie, e sportive, do operai^ da privati cittaduti, ed anche dagli 
stranieri qui residenti e dagli itatiani stabiliti all'estero /brojio fotte vistose oblazioni. I relativi 
versamenti nella civica Sesorena ebbero pnncipio col giorno U settembre e continuarono fino al 2 
aprile corrente raggiungendo la ragguardevote cifra di E. 280.5WJ6 (..) L'opera dei delegati della 
Commissione, che si assunsero il compito di distribuire direitamente i soccorsi, riuscì conforme agli 
intendimenti del Comitato ed al maggior interesse de danneggiati. Moltissimi erano i bisogni ed arduo 
comjàto il provvedervi con sollecitudine e nella misura lichiesia dal caso (...)". 



199 



ói boni portanti ìa firma di Quakuno d&i componenti ii Comitato"^^, scris^rD i 
giornali locali dell'epoca. 

Sbarcato il carico del vapore nel porto, anche con V aiuto dei marinai del piroscafo 
"GarigUano" che aveva pi:K;eduta il vapore genovese, e ripartiti i primi soccorsi 
nelle due torgalB marinare, il gmppo genovese cominciò a progettare la 
costruzione di 50 baracche perle famiglie indigenti del borgo di Pohusalvo. 
"Lù costruitone delie baracche presentava ivi gravi àifficaìth. specialmente per 
l'esistenza óetìa maiaria"^^'\ precisa nella sua relazione finale il comitato 
genovese, ma fortinatamente riuscirono ad ottenere dal barone Lombardi Satriani 
la concessione gratuita d'affìtto di un appezzamento di terreno igienicamente più 
sicure, posta in contrada Cuccumta, per la durata di nove anni. A ciò si aggiunse 
la stipula di un regolare contratto, redatto dai signori Villa, Oberti'"' e Canepa^^\ 
rafp:^entanti del comitato in Calabria, col maestro carpentiere palermitano Cario 
Sceuza, per un totale stabilito a forfait di £. 5.901.20, per la costnizione delle 
baracche. 

"Nei primi giorni d'ottobre si iniziarono i lavori ói costruzione delle cinquanta 
baracche di cui 15 ói metri 6x4 e 35 di metri 4x4, di un locate ad uso scuola óelie 
óimensioni di metri 8x4 e di nitro di metri 10x6 aó uso ói chiesa. Ji tutto in 
conformità óel tipo appositamente stuóiatn e stabilito con pavimenti di legno e 
copertura ói feltro incatramato, come furono parimente incatramate tutte le parti 
diiegno infìsse nel terreno. .."^^\ 

In un articolo apparse su un giornale dell'epoca veniva ribadito come "nessun 
canone ói fittn, oó altro, dovranno pagare i concittaóini che andranno ad abitare 
le casette di legno costruite nelia maniera più perfetta e più igienica. Essi hanno 
l'uso gratuito e dovranno custodire la buona conservazione, garantìtn, peraltro, 
da un contratto di assicurazione contro gli incendi. 

Le aperture saranno fornite ói reticelle antimalariche, e da ogni famiglia sarà 
assegnato con ìa propria baracca un certo numero di coperta e ói altre masserizie 
proporzionale ai propri bisogni"^'^' . 



La Rivista Vibonese, Giornale d'interessi del circondano, "Nell'ora del disastro. I comitdi di 
Eoccoi^o', Monteleone 15 cttobre 1905, anno 19C6, n. 2t 

" CiOàdi Genova, Relazione aull'operadellacommissione... , Op.ciL, pp.ss. 

" PieadeiteiMlasoaetàginna^ca' Andrea Dona" 

'" diiettore del giornale 11 Lavoro di Genova 

'^ CiOàdii^ncva, Relazione sull'opera della commissione... , Op.cit,, pp.ss. 

'^ La Rivista Vìbouese. Giornale d'interessi del arcondano, "Nell'ora del disastro. I comitati di 
soccorso'. Monteleone 15 cttobre 1&05. anno 1905. n. 2i. 



200 



11 nuovo villaggio di Portosalvo venne inaugurato il 28 novembre del 1905, alla 
presenza dellle autarità civili e religiose, "... ed iì signor Oberti procedette 
aR'ussegnaiìone óeìte baracche costruite dai Comitato a 50 fùmigUe povere 
óorrìiciUate neUa borgata..."?^ 

Le misere condizioni di vita in cui si ritravanono gli szampati dall' immane disastro 
obbligarcno i membri del gnippo a restare ancora qualche giorno con gli abitanti di 
Portosalvo, e la loro instancabile opera di sostegno alla popolazione veniva cosi 
descritta sulle pagine della Rivista Vibonese; " Merìtre ii sig. Oberti nei nuovo 
villaggio disponeva ogni cosa per iì buon andarrìento dei inveri e con caide parate 
di affetto educava quei contadini nii'anìore reciproco, aite virtù dei bene, ni 
rispetto verso i simili: mentre incuoteva loro che forse per la prima voita sentivasi 
parinre. cosi teneramente ed affettuosamente, i più sani concetti di una reiigionedi 
fede e di amore senza superstizione e senza false credenze, e li ricbiamava a 
i'affetiD dei campi ed all'onesto lavoro cbe ogni creatura dirime, gii altri 
componenti per diverse vie ed in numerosi comuni distribuivano ai più bisognosi, 
tutta la provvidenza di cui la munificente carità genovese li aveva fatti custodi"'^^\ 
Per molti anni ancora l'area costiera vibonese venne ^nata dagli intervenli 
irradiativi effetliiatj a ^guito di quel terremoto, cosi come quello altrettanto 
disastroso del 1908, eppurelamaggiorpartodellapopolazioneche traeva il proprio 
reddito dall'attività marittima e peszhereccia continuava a risiedere nei vicini 
centìi di Briatico e di Pizzo, compresi i tonnaroti assoldati per le stagioni di pesca 
della Tonnara di Bivona. 

Già' dal 9 giugno 1398 il comune di Monteleone aveva acquistoto dal Demanio 
Marittimo gran parto dell'amnile a valle della linea ferroviaria, comprese tt:a il 
tenente Bravo e l' abitoto del borgo portuale, inizialmente dato in fitto per pascolo 
o seminatavo con un evidente scareo profitto per locasi comunali, "sicché parve 
sbagliata l'operazione di acquisto, tanto più che la malaria v'infieriva. Ma le 
mutate condizioni igieniche per iì prosciugamento di acque stagnanti, per la 
benefica influenza del Chinino di Statn, le migliorate condizioni del Porto, 
l'impianto dei Malfaraggio nelle tonnare di Bivona, Pizzo e Langhiva, il traffico 
aumentata in seguita ai disastri tellurici, ia distruzione di città e borgate della 



^^^ CittàdiGencwa, Relazione Bull' opera della commisaione... , OpLCit, pp-sa., 'La Commissione ttou si 
limitò olio somiiììmstra^^oue di sussidi, olia costruzione éi boracche eé alViuvestìmenSo di copitaSi in 
rendita intestati a vorii pij istituti, ma peensò anche éi éotare MouSeteone Calabro éi un moderno 
oìeifìdo ... l'oleifìcio "Genova" . it quale stohitimento rappresenta una forma di pubhSica henefìcema 
affatto corrispondente ai moderni iutendimeuSi in questa materia, ed ad \iu tempo costituisce un 
preàoso coutnbuSo al progresso agrìcolo ed economico di queUe misere, ma forti popolaziom. che cosi 
ebbero mezzo di provvedere ad uno dei loro più urgenti hisogui e di liberarsi daSle pretese dei grandi 
proprieiori dì trappeii...' 

"" La Rivista Vibonese, Giornale d'interessi del arcondano, Monteleone 15 ottobre 13)5, anno 1&05, a 
2t 



201 



Riviera cninbrese hanno contribuito a rendere importante questa spiaggia già 

solitaria e inospitaìe"^^ . ccdil 14 settembre del 1008 venne approvata un progetto 
di suddivisione in lotti degli arenili di S. Venere che, venduti con robbligo di 
edificazione entro quattro anni dall'acquisto "dei tanti cittadini che in 
ispeciaìmoóo si unisce neUa stagione baìrìeare (...) per edificarsi neUa zona di 
terreno óeUa spiaggia un viUino, una casetta o una capanna per passarci Qualche 
mese deW estate" , consentiva una veloce crescita dell' originario nuclei insediativo 
costruito a ridosso del Porto, a cui negli anni si aggiunse la numerosa gente di mare 
dei paesi limitrofi. 

Emblematiche risultano essere le notizie ricavate da un'attentB lettLira dei registri 
della genis di mare iscritta nel Compartimento Marittimo di Pizzo Calabro nel 
periodo compreso tra l'aprile 1905 ed il luglio 1909, per comprendere sia 
l' auinentstB produttivi tà marittimo- mercanti le del porto di S. Venere. 
Jn queir aroo cronologico si verificarono 387 nuove iscrizioni tra la Gente di Mare 
di 2" Categoria'''^ perle più pescatori del litorale e baroaioli di età compresa tra i 
14 ed i 16 anni; di questi, ben 218 risultano nati e residenti a Pizzo Calabro e gli 
stessi pescatori nati nei centri di Monteleone Calabro (14), Maida(15], Catanzaro 
(3) Filadelfia Filadelfia Zungri, S. Onofrio, Palmi, Bagnara, S. Costantino, 
Capistrano e Montero^so risultano stabilmente residenti a Pizzo, eccezion fatta per 
quelli nati aNicotera (101}, Tropea 1 10} eParyhelia (2}. 11 nudo dato statistico di 
quegli anni confemia la tendenza dei pescatori a risiedere nella città napitina 
piuttosto che nella loro città natale, e questo essenzialmente per l'assoluta carenza 
di abitazioni intamo all'area poriiiale di Santa Venere, il cui borgo, in quei primi 
anni del novecento, era ancora caratterizzato dalla sua funzione di scalo marittimo 
meroantile; eppure tra le scarne annotazioni ripori^ls nella r^istrazione dei 
pescatori, emerge un dato sorprendente: ben il 56% delle persone iscritte risultano 
es^re "figli di ignoH" ed il dato assume proporzioni ancora più significative se lo 
si restringe ai soli 14 pescatori nati nella città di MontelGon^^\ (M quali soltanto 



^ ASCV, Deiibere dei Consiglio Ì90Ì-1910, 14setteinbre 190Q, ff. 6. 

^^^ C^taneaia di Poito di Vibo Manna Registro delta Gente dì Mare di 2" categoria, dal n. 2365 ni 
2562. Capitaneria di Parto del Compartimento Mariitìma dì Pizzo. Circondario dì Pjììo, Voli. a5e6. 

"^ Ccpilccenadi Porto diVibo Manna, ibidem. Questi i deti nf enti ai pescaon monteleonesi lanlti tra 
il 19C6 ed il 190& Salvato Francesco Esposito, natoli 27 giugno 1S57 a Monteleone C, geniton igncb, 
aHevao da Ro&a Bella, moglie di Di Leo Francegco, donualida a Pizzo, iscntto come PeKdBre dei 
Ltoraleil 12/4/ 19C6 a 2370: ,4 muto Fraji cesco, nato il 16 mazzo 1S89 a Monteleone C, geniton Igncù, 
allevio da Raffaella Barbuto, moglie del fuGregono Pagnctta morto in Anienca, doraiahao a Pizzo, 
Lscr. il I2/4/19C5, n. 2371: Orteuzio Francesca . nioil 1 maggio 1S91 a Monteleone C, geniton Igncù, 
domiciIicÉo a Pizzo, iscr. it 15/4/ 19C6 n. 2373; Palicara Antonio nato a Monteleone C. il lOstìtembre 
ISSe da Vincenzo e Russo Angela, iscr. il 30/ai&05 n, 2375: Cutiili Francesco Maria nato a 
Monteleone C. il 25 febbraio 1586 dal bj Vincenzo e Calafati Cienna. iscr. il 5/12/1&05 n. 2411: 
AllegretSi Viviana Francesca Nicola Vittorio n^o a Monteleone il 12 novembi^ 15S9, geniton ignoti, 
iscr. li 26/04/1906 n. 2423, domiciliato a Pizzo; ZeJfl^tefniJ/ro ndoil 13 ottobre 18e9aMonteIeoneC., 



202 



quattro risultano trasentii con paternità certa. Tali infonnazioni, seppur riferite ad 
un brove arco crcinologico ed es:f usi vomente al tratto di costa compreso tra Pizzo e 
Nicotera, e che dimostrano una prevalente origine adottiva tra colora che 
sceglievano la pes^a come unica risorsa economica, rappresentano ceriamente 
un' interessante spunto per una più apprafondita analia delle condizioni sociali dei 
primi anni del '500 calabrese. 

Gli anni successivi al 1910 videro aumentare gli investimenti strutturali lungo la 
costa vibone^ e ben presto ripresero nuova lena i lavori ferroviari per la 
costruzione del tratta a scartamento ridotto delle Fenovie Calabro Lucane che 
collegava il porto con le città di Pizzo, Monteleone e Mileto. Il tratto Porta Santa 
Venere- Pi zzo-Montelecne inaugurato il 2 luglio 1517 e si completò con il 
raggiungimento della città di Mileto il 4 ottobre del 1523. 
Le due linee ferrate modificarono in maniera determinante V esatte del tenitorio 
costiero, obbligando alla r^imentazione dei tanti torrenti che dalla collina 
raggiungevano il mare ed alla realizzazione di strade in grado di oollegara le due 
stazioni all'impianto poriiiale del piccolo bcrgo di Porin Santa Venere. Gli effetti 
di questa n organizzazione del territorio costiero non mancarono di produne 
benefiche influenze sul movimento marittimo- commerciale. 
I dati sul movimento portuale, seppur di difficile lettura per l' allora esistente 
operazione tra sede del compartimento marittimo, posto nella marina di Pizzo 
Calabro, e struttura portuale, posta nella rada di Sante Venere, confennano un 
significativo aumento del movimento commerciale, mentre stentava ancora a 
decollare l' attività peschereccia. 

Nella rotazione sul movimento della marina mercantile italiana del 1926, seppur 
viene rilavata la tendenza positiva, iniziate in quegli anni, a sostitiiro i vecchi 
velieri con moderni motopescherecci*", "l'attività peschereccia in questn 



gemton ignoti, i&cr. il 4/10/1906, n. 2491; Tramontana Fraiìcesco Saverio, nao a Monteleone C. il 11 
luglio 1B58, geniton igncb, iscr. il 4/1/1907 a 2506; Maggi Giovanni neto a Monteleone C. il 13 
maggio 18^ geniton Ignoti, iscr. il 5/9/1907 n. 2561: Atììato Giuseppe nato a Monteleone 0. il 1 
settembre ISGSgeniton ignoti, iscr. il l/lCVl&06a 2i^; Roseo Francesco oÉn aMonteleoneC, il 14 
Apnle 1391 geniton Igncù, iscr. il 1^10/1907 n. 2574 (il 15 Maggio 1912 n^ulta pre&o in for^a della 
Regia Nave "Etmna"]: Pern Arturo Giuseppe naa a Monteleone C. il 30 maggio 1891 daDomemcoe 
Resa Malerba, i^o: il l£yiCVl&08 n. 2651; Omobono Pasquale neto a Monteleone C. il 1 ^nle 1894, 
geniton ignoti, allevao da Carmela Faro residente a pizzo via Meli, iscr. il 24/11/1903 n. 26S1; Aracn 
Felice TìÉn a Monteleone C. il 3 agcsto 1S93 da Clemente ed Isabella De Leo. iscr. il 22/4/1&09 a 
2713 con esennzio alla iKsca limitata acquisterò con la barca n. 110 denominerà 'San Francesco" diretta 
del padrone La Valle Foc^ Bello Uraberto néto a Monteleone C. il S cttobie 1S91, gemton IgncG, 
residente a Pizzo presso Tommasina Rcseto, moglie di Tozzo Giuseppe, bracciante, che lo ha allevio. 
Abita dinmpetto la casa del sindaco Romei, iscr. il £y^l9C9 n. 2741, giusta dichiarazione del padrone 
di barca Vallone Domemco. 

*°'* ìnLc Murino MercauUìe !taSioua ai 3! dìcetabre Ì926 - V, Relazione del Direttore Generale defla 
Manna Mercaible a S. E. il Mmistro delle Comumcazioru, Ministero delle commucazioni, Direzione 



203 



compartimento tnarittimo è niquanto imitata e di scarza importanza. La pesca 

costiera si applica principalmente con la meniade. con ia sciabica e con la 
lampara, ha uno sviluppo maggiore e relativamente rilevante è la cattura delle 
sardelle e delle alici che avviene con tali sistemi. ! pescainri locali ritraggono da 
tale pesca gli utili maggiori. Al contrario veramente importante è la pesca del 
tonno, poiché due tonnare vengono calate ogni anno nel golfo di S. Eufemia; però 
per il 1926 essa fu alquanto scarsa, anzi una delie due tonnare ha chiuso la 
campagna di pesca con perdita, avendo pescato appena intorno ai 300 quintali di 
pesce. Anche ia pesca meccanica a strascico con divergenti ha avuto nel 1926 uno 
sviluppo inferiore a quello dell'anno precedente. La pesca d'alto mare è 
assolutamente negativa'"^^ 

Da tale atto apprendiamo che il 29 luglio di quell'anno, il Cutter "San Biagio", 
iscritto al compartimento di Torre del Greco, naufragò nel Porto di Santa 
Venere""", pDbabilmente per un' impnowisa bunasca, causando la perdila tolale 
dell' imban:azione. 

Nel 1526, tra la gente di mare iscritta nel compartlmeto marittimo di Pizzo-" 
risultavano compi essi vamenis 19 padroni di barca IB marinai autorizzati al 
piccolo traffico e alla pesza, 26 capi barerà autarizzatl al traffico nello stato e 70 
capi barca per traffico locale, 1.120 marinai e mozzi, 1 macchinista in prima, 26 
motoristi autorizzati, 9 fuochisti autorizzati e operai meccanici, 158 fuochisti ed 
altri addetti alle macchine dei piraszafi 158, rientranti tutti nel totale delle 1430 
persone di prima categoria; 2621 risultavano invece quelli iscritti tra la gente di 
mare compra nella seconda cat^oria composta da 108 maestri d'ascia e calafati, 
2.1 63 peszatori , 72 capi barca per traffico locale e 278 barcaioli; il che portava al 
numero complessivo di 4.051 persone iscritte tra la gente di mare del 
compartimentD marittimo di Pizzo. 

Per quanto riguardava la rendita economica derivante della pesca del tonno, le due 
tannare in attività nel 1526 risultavano es^ro la Tonnara di Bivona del Marchese 
Gagliardi, che con un personale di 70 pescatori, pescò in quell'anno 1.020 tonni, 
per complessivi 438 quintali, che resero 486.782 lire, e la Tonnara di Mezzapraia 
sita nel comune di Maierato, gestita dalla Società Anonima "Tonnara Angitola", 



Generale della Manna Mercantile, ProvvedttoraB Generale della Manna Mercantile, Stabilmente 
pciligraficoFerl'animim&trazione dello Stao, G.C, Roma 1929, anno VII, pfL2C6-206. Ufficialmente J 
primo motopeschereccio nsulbante di propnttàdi un annEtoremonbeleonege risultali Motopeschereccfo 
'Eia" ditonn.72, HP 151, dell'armatore Giuseppe Candela di Monteleone Calabro. 

*°^ìnLa Marino MErcantiìe Itoiiana al 31 dicembre 1926. Op.ciL, pp.2C5-206 

"- lbidem,Tav. 4S, Elenco delle na^'i nazionali ed estere colpite da sinistro nei porti e nelle acque 

nazionali e delle colonie durante r anno i926. pag. 427 

'*' Ibidem, Tar. 3, Situatone deilagented] mare al 1926, p^. 306 



204 



che con 55 pescatori, catturò 552 tonni, ■per complessivi 265 quintali, cial valore 

complessivo di 238.000 lire^. 

1 battelli e le barche addette alla pesca erano ben 435, delle quali soltanto due 

potevano effettuare la pesca con atto di nazionalità-"', mentre il numero 

complessivo dei pescatori iscritti nello stesso compartimento risulta essere di 1 .962 

unita, che poneva al sesto posto per numero di iscritti il Porto di Santa Venere tiH i 

compartimenti marittimi italiani posti sul litorale Tirreno''^ 

Per quanto riquandava i costi che gli armatori dei piroscafi o dei motovelieri 

dovevano affrontare per scaricare le loro merci sulle banchine del Porto di Santa 

Venere, il costo medio per tonnellata da sotto paranco a carretto era di 2,50 lire, 

mentre per coloro che szaricavano cemento e pozzolana il trasporto della merce, 

da fondo stiva a sotto paranco, veniva e^guito dall' equipaqqio''''. 

Gli anni che vanno dal 1928 al 1532 vedono aumentare il movimento complessivo 

dei motovelieri e dei piroscafi che attraccano nel Porto di Santa Venere, anche ^ il 

traffico si caratterizza esclusivamente come un traffico nazionale'''V 



*°' Ibidem.Tav. 135, Pesca del tonno anno 1926, [ag. 794 

"' Ibntem. Tav. 132. Quadro dei bdtelli e delle ban:headdelti alla iKscaaT 31 dicembre 1926, pa|. 791. 

"^ ItadeaiL, Ta^j. 133, Pe&ca dei raollu&chi, curatacele pesce, durante l' anno 1926, nei divem litorali dei 

Regno. Fl791; Pizza Numero pescatori 1.962. valore delle barche 601.650. valore atrezzi 1.019.120, 

valore pesca 2. 816.0CX). Cfr. moltreTa/. 134, Valore del pesce, dei molluschi e dei crostacei pesccfì nel 

1926. pag. 793. Pizza Molluschi 7.200; Crostacei 2aOCO: Pesce 2.768.8CO: Tot 2.8ie.CO0 

^" IbiifeniTav. 119. Cesto e rendimento del lavoni' nei poiti del Regno al 31 dicembre 1926, pag. 725 

'" Movimento delia navigazione éel Regno ó'JSoUa neU'anno Ì932. vd.l, Ta^de anditiche, a cura del 

Ministero delle Rnanze. Direztone Generale delle Dogane e imposte indirette, ufficio stcflusbca, 

PiDvveditor^ generale dello 3t3xì, Roma 1935, anno XIII. Parte seconda, navigazione per operaziom 

di commercio nei porti secondan. Tav, Vili, Riassunto deUa navigazione per operazioni di commercio 

dei porti nazionali che hanno a^'uto un movimento non mfenore a 50CO tonnell^ di meice m uno degli 

anmdel qumquenmo 1928-1932, pag. 770: 

PORTO SANTA VENERE : 

PIROSCAFI: Numero Tonn. nette Tonn. merce Equipaggi 



ICQQ 


61 


29.302 


13.918 


946 


1929 


189 


56.023 


41.952 


2.584 


1930 


142 


106.462 


27.355 


2.4BB 


1931 


1S7 


142,457 


35.191 


3.3C7 


1932 


209 


143.315 


27.159 


3.274 



VELIERI: 



1928 


117 


17.413 


15.379 


752 


1929 


83 


11.506 


9.473 


550 


1930 


146 


29.027 


25.563 


1.112 


ISOl 


150 


23.419 


20.263 


1.066 


19S 


196 


35.067 


29.122 


1.424 



205 



IX 

DA PORTO SANTA VENERE 
A VIBO VALENTIA MARINA 



Completate le linee ferrate deUe Ferrovie dello SlBto e delle Calabro Lucane, il 
borgo costruita intamo al Porto di Santa Venere, cominciò ad assumere un vero e 
proprio assalto urbano. 

L'attuale corso Michele Bianchi, costruito nel 193S dal Provveditore alle Opere 
Pubbliche Lepore, con gli avanzi della costruzione del molo Foraneo, divenne la via 
principale ddla cittadina costiera, ai cui Iati si affacciavano i palazzi Condò, 
CutuIIè, Tranquillo, nonché la tonnara di S. Venere, appartenente al Cav. Adragna, 
tutti costruiti alla fine dell'ottocento, contemporanemente alle casennette della 
dogana, del genio civile, della sede staccata del compartìmento marittlnio, dei 
magazzini portLiali ed alla baracca, tipo chalet egiziano, di Don Vincenzo Cantafio, 
ed in cui sor^ l'Agenzia Marittima che tanta paté ebbe nello sviluppo dell' attività 
portLiale della cittadina. 

Nel 1928, anno in cui il comune di Monteleone mutò il suo nome con quello di 
Vibo Valentia*®, l'area portuale di Santa Venere, si presentava come un perenne 
cantiere e Io stesso cambiamento del suo nome in Vibo Valentia Marina passò 
inosservato tra la gente del posto, quasi fosse una logica conseguenza del continuo 
mutamento di cui era protagonisti e testimoni. 



^"^ASCVV. Delihere de! ConsigUo !924-!927. 23 febbraio 1927. il decrato goveradivc. che sana J 
cambio di denominazione del comune venne pnsmulgio l'S dicembre 1927. Il 19 gennaio del 1923 la 
cilJàvenne tappezzata di manifesti, mciu il podestàDomemco Antonio Basile annuncia/a la deasione 
con tali parole: " Da oggi la Città nostra, i cui Womi rìcorduno civiìtò miltenarie, si chiamerà Vibo 
Vaìeutìiì. nome augusto dei parente mumcipio romano, ni quote la CitSà eterna comunicava l'aOnbuto 
deìSa suo patema. Questa per coiìsigìio dei suoi tnighari. vo/ere di popolo e magiìanitnitìi del Duce, 
auspice e vindice, iiì Itaha e fuori^ dei gran Nome romano Sia il nome novello^ nei secoli antico, ài 
prosperità e grandezza per Sa Città nostra" 



206 



Due anni dopo una violenla alluvione, provocata dallo straripamento dei tonanti S. 
Anna e Labadessa mise in ginocchio la fragile economia portLiale^^°. 
Tra le costmzioni di qu^li anni, la piccola comunità, composta da imprenditori, 
marinai, contadini, e dipendenti poriiiali e fenoviari, non trascurò di avviare quella 
di una chiesetta, che realizzasse il bisogno di unire una comunità allora divisa nei 
suoi momenti liturgici, tra la chiesa del piccolo txirgo collinare di S. Pietro, la 
cappella privata rBali zzata nel palazzo della famiglia CutuJlè^" elachie^ttaposta 
all'interno della tonnara di Bivona tutte compre^ nella antica parrocchia di S, 
Pietre di Bivona. 

Cosi la costnizione della chiesa di Vito Marina risulte terminata quando giuria a 
S. Pietro, nell'agosto del 1933, il nuovo parroco don Domenico Costa^'^ 
accompagnato dal padre, sul dorso di un asino, pochi giorni dopo dalla sua 
ordinazione sacerdotale. 

Don Costa severa nei suoi appunti; "Vedificio è di media dimensione, suffìcietìts 
per la popotaiione attuale. Lo stile architettonico tende al romanico, ma ia forma 
è a croce greca; è priva di decorazioni sia all'interno che alVesterno. Fu costruita 
nell'anno 1930 per opera di S.E.Rev.ma Mons. Paolo Albera. Vescovo di Miieto e 
data al culto nello stesso anno, dopo essere stata benedetta dallo stesso Vescovo, 
dedicandola alla Madonna del S. S. Rosario di Pompei"^'^ . 



*" D'Amico N. e Romeo D., Verso la fj^ova provittcin: l'evoluzione àeHa struUura economicn, in 
AA.VV,, Le citeà della Calabna: Vibo Valentia, Stona Cultura Economia, collana a cura della Banca 
Popolare di Crotone. Riibbatino Editore, Sovena Mannelli 1995, p.33a 

'" La pooia espella di Eamiglia, costruita assieme al palazzo del DotL Carlo Antomo Cutullè fu 
Francesco nel 15S6 dalla Ditìa Carrozza, era pcsla al piano teira propno dinanzi al porto ed cggi è 
visitabile grazie alla dispombilità degli eredi, tra cui menta di essere citao il Notaio Francesco Cutullè, 
per J' attenta nccstruzione realizzata e per la disponibilità offerta. Essa ospita l'antico ed onginaie 
quadro della Madonna di Pompei, a cui la moglie del medico era devota, quadro che venne per un breve 
penodo sostituito dalla statua della Madonna, realizzctacome ex-veto da un certo Cstenacci. Lastaniaè 
lastessache attu^DienteèTenef^anellachiesadiVibo Manna 

"' r)ai Dcmemco Cc^a nasce a Maierato il 12 febbraio del 19C6, da Giuseppe Costa e Mana Grazia 
Talotta. All'età di 17 anni entra nel Seminano di Mileto dove compie gli studi gimiasiali e liceali. 
Completa gli studi teologia nel Seminano Regionale "Pio X" di Ceianzaro, e nell' agosto del 1933, 
all'età di 23 anm, viene ordin^o sacerdcte. Nello stesso anno viene nonunato, da Mons. Paolo Albera, 
vescovo di Mileto, parroco di S. PiSro di Bivona. Il 14 agosto del 1946, con l'eiezione della nuova 
parrocchia di Vibo Manna, intitola^ a M ana SS. del Rosano di Pompei, ne viene norainao parroco. 
Muore a Vibo Valentia il 6 cttobre del 1962. 

'"De Maia V., a cura di, Mons. Domettico Costa, itjhi vita per Vibo Marina, stanip. in propno, Vibo 
Manna. 1992, p. 13. 



207 



La chiesa si presentava ancora ^xjgiia, provvista solo di un altare di marmo di 
Carrara posto nell'atside centrale, cosi il giovane parroco si mise all'opera, 
avvicinando la gente del luogo nelle loro case, nei luoghi di lavora e di ritrovo. La 
chiesa si arricchisce in brave dei doni della piccola comunità: un guadra ed una 
statua della Madonna del S.S. Rosario di Pompei, un taldacchino in seta una^e 
completa della via crucis in ceramica un mobile per la sacrestia le sedie per la 
chiesa, un grande crocifisso ligneo, opera di uno s:ultara di Ortisei; tutti s^ni del 
crescente e forte affiatamento creatosi tra il parroco e la gente del piccolo borgo. 
E' il 31 agosto del 1934 quando, dopo averle sollennementetenedette, suonano per 
la prima volta le Ira campane di Vibo Marina "io grande, di un quintnie e 
venUcinQue porta il nome di Maria S.S. dei Rosario, perchè è riprodotta 
i'irrìmagine di codesta chiesa su di essa. Perchè la seconda porta Veffige di Santa 
Verìera te fu dato tale nome ed è di chiiogrammi 84. U campanetìo di tre 
chiìogrammi porta ta figura ed U nome del crocifisso "^^*. 
Intanto le opere per la costruzione del porto, dopo il primo piano regolatore redatto 
nel 1904 dalla apposita Commissione Ministeriale, assunsero nuovo vigore con il 
scendo piano regolatore redatto nel 1936''^ tante che in quegli anni, tra i porti 
calabresi, quello di Vibo Marina risulta essere secondo solo al porto di Reggio 
Calabria. 

Purtroppo dati in grado di des:rivere, al di là delle cifre statistiche, la tipologia 
delle merei sbarcate e degli armatori che frequantavano il porto vibonese, si 
rintracciano solo a partirB dal 1940, tottavia quelli esistenti consentono di seguire 
perintero gli arrivi dei bastimenti fin tutto il 1942. 

Genovesi, napoletani e siciliani risultano essere gli armatori e padreni di barca che 
utilizzavano lo scalo per le loro attività marittime. Solo nel terzo trimestre del 1940 
vengono scaricate 1.135 tonnellate di Pozzolana proveniente dallo scalo napoletano 
di Baia^'^ 500 tonnellate di Calce Idrata, proveniente da Napoli e Castel di 
Stabia"'. Notevolissimo fu, nello stesso periodo, il quantitativo di cemento 



Ibidem, op.at, p. 14 

"^ColaceMT. ,U Porto éi Vibo VnSentia Mariiìn, Umveisitàdegli Studi di Messina, Fccoltà di Lettere 
e Filosofia. Tesi Anno Accademico 1971-72, G-C-B2 

"^C^Htanena di Poito di Vibo Manna. Registro dei Movimento Merci 1940-42. In paiticolare la 
pozzolana viene sbarcaa più volte dai mctovelien °S. Francesco di PaoSa" di Domenico Sebiano, 
'FSorette" di Telaio Giovanni, "San Francesco' di Scotti D'Antuono, "Amo" di Lubrano Alfonso, 
'Aàeìe' di Scotto Gennaro, ° San Francesco" th SaHìoToìna^ ' Beila Italia' di Antonino Luten 

"^ C^jlsnaia di Porto di Vibo Manna, Ibidem, scancete dal PinHcafo "Coioraba Lofaro' di Infante 
Gaetano, e dai moto^'elien 'Mona S" di Schia/o Domenico, 'Concettino M." di Di Meglio Antonio e 
'Maria L.' di Di Risso Alessandro 



208 



proveniente da Milazzo, Salerno, Napoli, Scario, Baia e Portoferraio^'^, che 
raggiunse un totale di 4.029 tonnellate, mentre un unico sbarco di pomice, di 420 
tonnellate, venne effettoato dal Piroscafo "Campidogiio" di padron Garilli 
Giu^ppe, proveniente da Cannette di Lipari. 

Nel I94I si fermano nel porto di Vibc Marina 169 imbaroazioni, di cui 70 
effettuarono solo uno scalo di transito. E' da quell'anno che nel porto figura 
l' arrivo di veri e propri convogli commerciali provenienti dalla Sicilia e scortati da 
piroszafi della marina militaro italiana, tra i quali risultano approdati il 12 aqosto i 
Piroscafi "Tergestea"'^^ ed "Istria"'-", cl^iarcarano 12 militari. Qualche giorno 
dopo, il 19 agosto, giunge il Piroscafo "Titanio" '^' . 

Sorprondente risulta in quell' anno il quantitativo di agmmi provenienti da Palermo, 
Milazzo e Catania, che raggiun^ro la quota di 11.840 tonnellate. Tra le 
imbarcazioni che trasportavano le arance il più attivo risulte il Piroscafo "Corriere 
óei Tevere", di padron Aneto Prospero, che per ben ^tte volte giunse nel porto di 
Vibo Marina da Palermo'", eoa come le quantità di cemento, che raggiunsero 
quote 2.520 tonnellate, di cui ben 1.150 tonnellate vennero sbarcate il 23 marzo 
1941 solo dal Piroscafo "Dorin Uranio", comandato dal Capitano di Lungocorso 
Uranio Giuseppe, partito daSatemo lo stesso giorno. 



^'* Capitaneria di Porto di Vibo Manna, Ibidem, sbarcato dai PiroBcat 'Pace^ di Gensola Giuseppe, 
'Rvanìa" di padron Mo&chini Giovanni, 'Porto S. Paolo' di Vago Proserò, 'Corriere de! Tevere" di 
Aneti PnifiFeni', e dei Mctovelien 'Ginslina' di Salv^un Cesare, 'Mann Serra' di Cartolo 
Francesco, 'Mano S." di Schiavo Domenico, "FrateUì Corrao' di M aniscalco Alberto, "Mario' di 
Feirara Emanuele, 'Maria Luisa' di Dominia Giuseppe, "Moria Giorgia" di Domimci Mano, "Maria 
delie Grane' di Bono Giacomo, " Frieda' diRecchiaMano, 'Giorgio" di Russo Gaspare. 
"^ C^taena di Porto di Vibo Manna, Ibidem, di 3.7Ce tonn., e 34 pem d'equipe, comanda^ dal 
editano di Lungo CorsoVisentim Giorgio, partito da Taranto il 7 

'■'■ C^itaneaia di Porto di Vibo Manna, Ibidem, di 3.405 tonn., e 43 pere d'equip., comandalo dal 

editano di ^ungo corso Giovanni Cosalich 

'" C^taiena di Porto di Vibo Manna, Ibidem , di 3.249 tonn., e 37 pere d'equip., comand^o dal 
editano di Lungo Corso Mcficd^Ui Achille, partila da Taranto il 16JB/41, dopo ave eff^u^o diversi 
scab, sbarca 4 militan 

''' Cqatanaiadi Porto di Vilx> Manna, Ibidem. Sei volte vi fece scalo ri Piroscafo "Porto San Paolo', 
di Vogo ProsiHro, cinque il Piroscafo 'Sr?vfl", di Penanti Giuseppe, quatnnil Mctoveliero 'Moritì de//e 
Grane', di Bono Giacomo, tre il Piroscafo "Lo;io°, di Lepillo Giuseppe, il Motoveliero "Madonna del 
GardiUo' ,ih Gabnele Posano, il Moto^'ebero 'Mario Santissima", di Dasan> Francesco, ilMctoveìiero 
'Maria Rosa' , di Cataldo Alberto Mctona/e e il motcwehero 'Eufrasia C." , di Brunone Angela Due 
volte il pin>scafo "GamiHdogtio". di Ganlli Giuseppe, il MotOM'ehero "AFinuFizi'oùj Batìista" , di Longo 
Mateo, il Motoveliero 'Sacro Famiglia", di Mule Micofò, il motoveliero 'Nuovo San Antonio", di 
RosanoTandureìla, il Motoveliero "VetirNo Monn". di Mule Emanuele. 



205 



Tra il febbraio ed il maggio del 1541 raggiungono il porto di Vibo Marina i 
rimorchiatori "Monfaicone" ©d "Annuniintn Battista" dalla Sioilia ed "Ardito VI" 
da Genova, portando a ri morohio tette cariche di esplosivo. 
11 1941 risulta inoltre l'anno della svotta industriale di Vibo Marina con 
l' insediamenta della Montecatini e della Gasi ini, nonché con con l'avvio dei lavori 
per la costiuzione della fabbrica di cemento della Calcementi, estuiti per la 
maggior parte dall'impresa Azzaroni, l'avvio della produzione di conserve di 
pomodori detta S. CI A., di Callipo e Borello, il prDs^uimento dei lavori portuali 
eseguiti dall'impresa E. Parrini e C. di Roma e dalta Ditta Davide Rossi; altri lavori 
edilizi vennero e^guiti dall'impresa di costruzioni Damiano Borello di Vibo, e 
dalla ditta Magnni i lavori stradali. Venivano inoltre a consolidarsi le produzioni 
della grande falegnameria Tozzi e della miniera ^partenente alla ditta Trimboli^^. 



*'^ Un gKfiso auto iKr concscere I nomi degli operai assunti giornalmente dalte aziende esistenti a Vibo 
Manna nel 1941, lo fornisce il diano delle visite mediche efEeltuate in quell'anno dal dcttor Gaetano 
CammaiDta, in cui n&ultano essere stati oirÉn i seguenti operai ed operaie: Ditta SOIA: Lo Bianco 
Concetta, De Lorenzo Cannine, Sauleo Catenna, Gra/ina Carmelina, Gallucci Serafma De Fazio 
Vincenza, Carnovale Francesca, Lo Turco Anna, Gallucci Rosa, Sican Anna, T^ella FoitunSa, Mollo 
Antomo, Lieo Gioito Istagmnoì, CamoM'ale Francesca, Porcelli Annunz>ao: Impresa E. PARRINi e 
C: Cotosimo Giuseppe, Minasi Giuseppe, Cosentino Luigi, Viniò Bruno, Fedele E^rancesco, De 
Leonardo Nicola, Mirenzio Domemco, De Cicco Benedetto, Bellissimo Domenico, Simonetb 
Francesco, Artusi Antomo, Ressi Michele, Costanzo Anselmo, Papandrea Domemco, De Lorenzo 
Antomo, Papaletto Giuseppe, Lo Bianco Anna, Toitonci Nicola {palombaro}, Michienzi Abramo, De 
Cicco Claudio, Marramao Rccco, Colace Giuseppe, Zaccana Michele; Ditta Davide ROSSI: Callipo 
Mana, Quaranta Eii:ole,ArtusaMana Giovanna Stani'poh Manangela La Gamba Francesco, Di Bmno 
Maria Rosa, Librandi Mana, Librandi Domenica Stanganello Antomo, Sonsntino E^rancesco: Impresa 
Ccstruziom Damiano BORELLO: Ossia Cnstma, Colace Giovamu, Pansi Bruno, Belsito Giovanna, 
Belsito Francesco, BulzomdB Vmcenzo, Mirabello Teresa, Colloca Francesco, Russo Carmela, 
Sorrentmo Francesco, Costanzo Anselmo, Oallipo Antomo, Colace Amelia, Russo Giuseppe, D'ascoli 
Concetta, Guastalegname Domemco, Mazzeo Tommcfin, Michienzi Abramo, De Lorenzo Luciano, 
Sican Catenna, Mancuso Francesco, Sorrentino Francesco, Bellissimo Domenico, Lo Praao Aurora, 
Colace Giovanni; Ditta A ZZAR NI: De Lorenzo Carmine, LoBiancoGiusepiH,Annaccarato Michele, 
De Lorenzo Angela, Alibrandi Giuseppe; Ditta MAGRINI: C^ama Giuseppe, A ddesi Domemco, Niita 
Giuseppe, Roncone Felice, De Vita Francesco, Alibrandi Giuseppe, Viniò Bmno, Oanoti Nazzareno^ 
Falegnamena TOZZI: Passalacqua Calmelo, Pitaro Vtto, Araco Francesco: Ditta TRIMBOLI; Lo 
Praiato Nazzarenc^ GASLINI: Costa Bruno, De LucaAituro, Sgrò Annunzia, Quaranta Ercole, Cesta 
Giuseppe: MONTECATINI: 3aax:a ConcSlina, Scia:ca Emanuela; Ditta TETI: Colloca Naz2areno, 
Callipo Nazzarenc^ Ditta MISITI: D'Ulto Francesca, Caruso Angelo, Di Bruno Mana Rosa, Aitusa 
Mana Giovanna, La Gamba Libei^ra: Ditta Ing. Francesco ATTONI; De Lorenzo Cannine (bottaio): 
CALCE E CEMENTI: Cannalunga Domemco, Soirentino Francesco: Scttostazione Elettrica: De 
Lorenzo Luciano: Tonnara Cantaflo: Galloro Giuseppe {leggiero). 



210 



1 dati del movimento portuale del 1942 confennano ancora di primaria importanza 
lo sbarco degli agrumi siciliani, che quell'anno raggiunsero un totale di 13.050 
tonnellate, il che dimostra quanto, nel periodo pra-tellico, il porto assunse 
un' importante ruolo di area di smistamento degli agrumi siciliani per il r^sta della 
penisola grazie alla benefico ruolo economico dello sialo fenDviario. 
Ben 13 siali per sbarcare agrumi effettuò in queir anno il Motoveliera "Murìa óeite 
Grazie", di padron Bono Giacomo, comandato dal marinaio autorizzato Aliotta 
Antonio. La stessa famiglia Aliotta si confenna tra le più attive nello sbarco di 
arance, tante che appartenevano ad essa sia il Motoveliero "Emanuele Padre", 
appartenente ad Aliotta Crocifisso che giun^ due volte nel porto, chei Motoveli^ 
"Papà Giuseppe A.", di Aliotta Giuseppino e "S. Giovanni BattìsLa" di Aliotta 
Giu^ppe. 

Sei volte giunse il Motoveliero "Spicn", di padr. Pozzolano Vincenzo e 1' 
"Eufrasia C.", comandate dal marinaio autorizzato Melilli Salvatore, alla cui 
famiglia apparteneva anche il Motoveliero "Pier óeite Vigne" approdato altre due 
volte, carico di agrumi, nel porto di Vibo Marina '^. Sempro nel 1942 un grosso 
incremento ebbe l'importazione di pomice dalle Isole Eolie, che raggiun^ la 
ragguardevole cifra di 4.200 tonnellate, eoa come intomo a quel torinellaggio fu la 
quantità di pomodori sbarcati. 

E' in quegli anni che facevano c^)o al porto di Vibo Marina diverse linee di 
navigazione, tra le quali sono da ricordare la linea Genova-Alessandna, effettuata 
dalla Compagnia Genovese di Navigazione, la Genova-Trieste, della S.A. di 
Navigazione Tirrenia la Genova-Si ci li a- Adriatica, della Flotta Lauro, la Venezia- 
Sicilia-Calabria della S. A. di navigazione Salvagno, la Pesaro-Sicilia-Calabria 
dell' annatore Gennari, la Genova-Trieste, dell'armatore Mersina e la linea Trieste- 
Genova della Sj\ . Navigazione Tripcovich'^" . 

Nel 1942 viene inaugurata la casa cononica, costruita a ridosso della chiesa, ma la 
guerra, dapprima vissuta come un evento estraneo, si avvicinò, da allora in poi con 
tutto il suo carico tragico: "Saltuariamente daita fine dei 1942 in poi, 
saituariatnente e sempre di notte, ci fiirono diversi mitragiiamentì compiuti da 



*^' C^itanena di Poito di Vibo I^anna, Ibidem. Sempre per sbarrare agrumi, cinque volte giunse J 
Piroscafo 'Tosca" di Tasi Luigi, il Motoveliero 'Manetta C." di Donato Lorenzo, ed il Rimorchiarore 
'lusHter' di Carenante Antonio, che di volla in volta nniorchiava ben due b^te canche; quaHro volte ] 
mctovelien "Isto', di Solari Libero, "CSauóio' di Petn Eugenio, 'Manii Santissinm" . di Dasani' 
Francesco ed il 'S Gennaro', di Ammduna Guglielmo. Altre famiglie di amiEton siciliam che 
utilizzano Io scalo vibone&e per lo smercio di ^rumi nsultano essera i Velia, con i mctovelien 'S. 
Ciuseope', appartenente aVmcenzo, "S. Antonio" di Orazio e 'Domenica Padre' di Domenico, e gli 
Scotto, con I motovelieri "S. Francesco" di Tobia e "Pensiero" , di Antonio. Mon va trascurato di 
^giungere che, oltre alle già citae imbanraziom, risultano esserne ^prod^H altre 70 che, seppur con 
un solo scalo, hanno in queir anno &ban:ato cgrumi predetti in Sicilia. 

'" C^staieiiadiPtHto di Vito Manna Ibidem. Prenolaziom effettuate dall'Agenzia Manltima di 
VmcenzoCantafio, fondatadal padre nel 1839. 



211 



aerei su nnvi ormeggiate nei porto" scrive Domenico Satriani^^ m suoi appuntì 

sulla guerra "ci eravamo quasi abituati a sentire quei crepitio delie mitragiiatrici 

itdiiane e tedesche che rispondevano ai fuoco. Sempre di notte, puntualmente ogni 

sera, sentivamo ii rombo di un ricognitore. Anche a questo ci eravamo abituati: i 

ferrovieri lo avevano denominato 'il guardatinea' poiché nelia sua rotta 

privilegiava il tracciato ferroviario". 

Nel periodo Mlico, oltre ai militari detla Capitaneria di Porta, dislocati nella 

casennetita posta nei pressi del porto, era installato nel palazzo Portolano dì 

Francia, un comando dell'artiglieria militare italiana comandato da un colonnello 

ricordato dagli abitanti del paese per la sua carattsristlca lente a caramella, e che 

spesso incontravano al galoppo su un cavallo nero, nei suoi ripetuti giri di controllo 

delle altre postazioni ubicate sulla costa. 

La vicina galleria fenoviaria Mondella venne utilizzata come rifugio antiaereo, non 

solo peri militari, ma anche perl'mlsta popolazione di Vibo Marina. 

Poco più in giù. all' altezza del Ca^lo numero uno delle Ferrovie Calabro Lucane, 

vi era una postazione di artiglieria per la difesa antinave ed antiaerea, in cui si 

alternavano militari italiani e tedeschi. 

Una zattera, con inalterata una vela grigia e rimorchiata con un lungo cavo da un 

motopes:a, simulava il rudimentale bersaglio per i tiri di allenamento 

dell' artigli era posta all' altezza del casello. 

1 soldati tedeschi, per lo più del reparto genieri, erano invece accampati poco più 

sopra, fungo la strada che sale a LongobanJi. I loro spostamenti erano sempre gli 

stessi; ogni mattina andavano al porte, marciando e cantando, per scaricare vagoni 

ferroviari o montate i pezzi di zatteroni che arrivavano via mare, mentre a 

mezzoggiomo in punto attraversavano via Michele Bianchi, ^mpre maroiando e 

cantando, tornando ai loro accampamenti. 

] rapporti tra i militari e la popolazione civile erano buoni, come lo dimostra un 

episodio avvenuto nei primi mesi del 1941. 1 circa quaranta soldati erano stati 

costretti ad intervenire per un' azione militare nei prassi di Tropea, e nell'occasione 



^" [bidera, op.at, p, 20. L'interesgantissLma testimonianza prosegue con il iccconto di un epimdio in 
CUI SI mette in nsalto la figura di Mons. Cesta i-We/ polverone ad (jn truffo vitti un'otììbro umana. Essa 
provenivi! daltn strada che si diparte dalia pìazietìa deUii Chiesa. Quell'ombra procedeva a grandi 
falcate e quando mi fu prossin-ta mi accorsi che era un preie. Ero rimasto fermo in attesa che quella 
pgura fosse n conoscibile. Anche jo cercavo qualcuno. Quando fummo vicini riconobbi in quell'ombra 
ìi parroco di Vibo Marina, io impaurito mi fivoìsi a ini, che era sfato mio padrino aSìa cresima, 
dicendo: 'Compare, c'è siato forse lui terremoto?', 'Figlio}' mi rispose 'saìvatì se puoi! E' successo 
forse motto di più'. 'Compare, ma dove andate?' , 'Figlio' mi ripetè cerca di satvarti'. !o vado a fare iì 
mio dovere. Ci sono certamente tanti morti e tante anime a cui dare l'Estrema Unzione!' e riprese la 
sua corsa a grandi falcate ^ con quella sua veste nera imbiancata, con la stola viola svolazzante verso la 
morte, verso il dolore di tanti suoi parrocchiani" 



212 



abbandonarano il Ioitd accampamento posto ntì fondo Giordano p^ due notti di 
^guito. La prima notte fu però fatale: alcune persone fomite di diversi carri trainati 
da buoi, piombarono noli' accampamento portando via tutto ciò che poteva essere 
caricato, eccetto la stazione radiotelegrafica. Al loro rientra, alcuni bambini 
giiDnzolavano net l'accampamento alla ricerca di qualche oggetto sopravvissuto 
alta ruberia. Nonostante fa sorpresa e la leggi tti ma rabbia per l'accaduto, i soldati 
accompagnarono nel paese i piccoli, senza effettuare alcuna azione di ritorsione 
sulla spaventata pcpolazione^^. 

11 controllo marilimo deirinterD Golfo di S. Eufemia era effettuato da un piccolo 
cacciatorpediniere tedesco, che rintiava nel porto sdIo per i rifornimenti di 
carburante ed acqua. Spesso l'imbarcazione era accompagnata da sa Mas e più 
volte divenne bersaglio degli aerei alleati: propno nella primavera del 1543 riuscì 
ad abbattere un aer^^ inglese, che cadde nel mare vicino Pizzo. 1 sei avieri inglesi 
si salvarono e, recuperati da uno dei mas italiani, vennerc avviati ad un piccolo 
campo di prigionia verso l'Angitola. 

1112 aprile del 1543 la cittadina venne presa di mira dai bombardieri americani. 
"AUe ore 17.55 precìse sentii un sibilo assordante, intenso, infernale, improvviso, 
inóescrivibite" continua il ricordo dell'allora studente di terza ginnasiale Satriani 
"dopo a sibilo ngghincdante. che ebbe la durata di diversi secondi, che non 
finivano mai. ci fu un immenso boato e mi ritrovai avvoito da una coltre di polvere, 
sempre più fitta, sempre più nera. Mi precipitai di corsa per le scale m gran parte 
divette, per raggiungere ia strada. Pervenuto all'aperto ebbi l'impressione di 
trovarmi in un mondo da apocalisse. Di fronte a me non esisteva più niente di 
quanto conoscevo: le case intomo erano tutte ridotte a macerie fumanti che 
ostruivano te strade, ed una nube fìtta incombeva sul paese. Si sentivano tante urla 
di terrore e di dolore " . 

Nel porte erano ormeggiate cinque navi ed una sesta era appena entrata scortata da 
un idrovolante, raccontava Giuseppe Minorchio, uno dei temoni di quel funesto 
giorno. "Ero sul porto ed osservavo l'idrovolante italiano, che a missione 
compiuta, salutava il piroscafo compiendo alcuni giri intorno ad esso, per poi 
votare a bassa quota su Vibo Marina neW allontanarsi. Ma il rumore di aereo non 
cessava: alzato io sguardo vidi dei bombardieri inglesi che si avvicinavano al 
paese, ma non mi preoccupai più di tanto perché eravamo abituati a veder passare 
ricognitori e bombardieri" . 

All'improvviso però un taato mutò il destino di quel giorno, da tutti ritenuto un 
giorno normale: "rimasi impietrito da un violento boato, mentre respiravo fumo e 
polvere da sparo. Pensai all'improvviso scoppio della mina recuperata il giorno 
prima da un motopesca. per il quale si attendeva l'artificiere, ma le urla di dolore 



^" Tale testimonianza è dovuta al sig. Fedele PcdIo, componente di una delle poche famiglie nnic^s a 
ViboMannanelpenodo bellico. 



213 



ed !/ fumo alto che si sprigionava daU'interno dei paese, neìio spiazzo che 
chiamavamo 'campo sportivo', mi terroriizò. Corsi verso queìte grida, insieme a 
óegii amici preoccupati per i propri famiiiari. Quelle immagini resteranno sempre 
impresse nella mia mente; case croilate e tanta polvere, tanti morti, gente che 
soffrendo scappava. Riconobbi Ciccio Fedele, soldato del Batinglione San Marco 
in iicenza, che aveva tra le braccia il corpo sanguinante di una ragazza. Mi colpi 
la figura del nostro giovane parroco, che con ia tonaca impolverata benediceva in 
ginocchio una donna moribonda. Solo allora capii cosa fosse successo. Mi 
ricordai degli aerei e fuggii col cuore in gola verso il Caseilo numero Uno, dove 
trovai i miei familiari" . 

il triste episodio si rivelò più grave di quanto venne freddamente dictiiarato dal 
bollettino di guerra del giorno dopo, diramato alle ore 9,00 dall'Ufficio Difesa 
Controaetei dello Stato Maggiore del Regio Esercito; "Località incursionate: Vibo 
Valentia Marina (Catanzaro). AUe ore 17,50 del 12 corrente, alcuni Quadrimotnri 
americani hanno sorvolato la Calabria, dirigendosi verso nord-ovest. Uno degli 
aerei, staccatosi dalla formazione, ha sganciato alcune bombe suUa frazione di 
Vibo Vaienha Marina. 

Risultano colpiti e danneggiati: ia stazione ferroviaria; un magazino viveri e 
qualche fabbricato civile. Vittime: 5 morti fra la popolazione civile; 13 feriti di cui 
due militari e 11 civili"'^. La citlsdina in rBaltà, venne sjentiata da quel 
bombardamento, e quando il grande polverone alzatosi dalte macerie si diradò 
completamente, si contarono due donne e ben otto bambini deceduti: 
Giovanna Lenza, una graziosa ragazza di 14 anni, studentessa nel V ginnaisio, cbe 
morì perii crollo della propna abitazione; le sorelline Rosaria e Lucia De Lorenzo, 
di 5 e 11 anni, che rientrate da una passeggiala scolastica giocavano nel Campetto 
insieme ad Annunziata Corso di 7 anni; Rosina Sacco di 25 anni, sposata da nove 
mesi, mori nella sua umile baracca. Anche in una piccola baracca vicino al campo 
sportivo abitava la famiglia Neri, scappata da Augusta {St), intimorita delle 
continue incuraioni aer^ in Sicilia; la agnora Mariantonia, trentatreenne, era 
appena rientrata a con i suoi quattro figli: Nicotina di 10 anni, Vincenzo di 7, Anna 
di 3 ed in braccio Franca di appena quattro mesi. Sulla loro baracca crollarDno i 
muri di una casa vicina. Divorai furono i feriti, mentre nessun dato ufficile è mai 
stato fornito dall'autorità competente sul numero e sull'identità dei militari 
deceduti' "^ 



*-^ Notiziano M. 151, P.M. 9, 11 13 Apnle 1943 - XXI. Stóo M^gjore Regio E&ercito. VI Reparto, 
Ufficio difesa controaerei (Centro raccolta notizie}. 

"* ASCW. dcti ufficiale anairafe 1943: "L'anno 1943, a XXI. addi quattordici del mese di ^nle, alle 
ore 12,00 nella ca&a comunale, IoAw. IgnazioLoToito, ufficile dello std^avile del Comune di Vibo 
Valentia, deleg^flio podestanle, do a±o che: il giorno 12 apnle dell'anno 1943 XXI, alle ore 13,00 m 
Vibo Valentia, inseguuitoadincui3ionenemicaèmorto:DeLoj¥Ji?i]L[^c^ii, anni 11, nata a Vibo, figlia 
di Camime {falegname] e Gdlo Domenica (caEalmgaJ; ... De Loretzo Rosario, anni 5, naa a Vibo, 



214 



Da quel giorno altre bombe e mitragliate colpirono periodicamente la cittadina. 
Capitava frBguentemente ai treni di fermarsi per ore dentro la galleria Mondella in 
attesa che cessassero gli allarmi aerei, e spessa, a protezione dell' imboccatura della 
galleria venivano utilizzate le stesse mercanzie traspariate nei vagoni: "ricordo che 
per alcuni giorni" racconta Fedele P. "t'ingresso óeiìn gnUerin era shitn 
compietamente occultato da centinaia di forme di fornìaggio. La fame in quei 
giorni era grande, e non fu difficile convincere U capotreno di lasciarcene 
prendere gualche forma, ad dUarme aereo terminato". Un tximbardamento 
successivo causò l'affondamento dentro il porto del pitoszafo Carlo Zeno, che 
alcuni giorni prima ave^a fatto scalo a Vito Marina scortato dall' incn^ciatoro 
Duilio. 

11 piroscafo era adibito all'approvvigionamento di carburante e munizioni nelle 
colonie africane, ed alcuni giorni prima venne attaccato dall' aviazione americana 
lungo la costa di Nicotera. La difesa della Duj^jo impedi la perdita del carico, mail 
piros:afo aveva ripariate danni tali che imponevano il rientro nel porto. 
Pervia del carburante trasportato in fusti dentro il piroscavo, boati assordanti per 
diversi giorni risuonarono nelle vie della cittadina e te notti erano illuminate dal 
fuoco che aveja invaso la coperta della nave e che non accennava a spegnersi. 11 
bombardamenteo della Carlo Zeno, venne subito avvolto da un alone di mistero e 
di legenda; ai più par^e strana la precisione con cui venne colpita quel piroscavo. 
Le voci che fos^ una nave spia si sovrapposero a quelle di un sabotaggio 
provocato dallo stesso equipaggio, nell'estremo tentativo di evitarsi il rientro 
nell'area di guena africana; alcuni raccontavano inoltre della sparizione di alcuni 
fusti di carìourante e dell'improvviso arricchimento di personaggi che vendevano 
carburante al mercato nero, altri ancora che il carburante fosse mischiato con 
quantità tali di olii e zuccheri da es^re inutilizzabile*^. 

figlia di Cannine (falegname) e Gatto Domenica (casalinga: ... Lema Ciovautja. anni 14, nda a 
Onngnano (Pa), studentessa, figlia di Domenico (feiroviere) eFeoRo5a(ca&alingaJ: ... Neri Anna, anni 
3, n£ta ad Augusta (Sr), figlia di Francesco (operaio) e fu Romano Manantonia Neri Franca, mesi 7, 
nd^a ad Augura (3r], figliadi Francesco {operaio} e fu Romano Manantoma; ... Neri Viiìcenzo. anni 7, 
n3n ed Augusta (Sri, figlio di Francesco (operaio] e fu Romano Manantoma; ... Rotììano Manantonìa, 
anni 33, n£ia a Vibo, casalinga, figlia fu Gregono e C^jarrotta Feliana. Il giorno 12 ^nle XXI 
nell'ospedale r^ilitaraTemtonale "M. Morelli" alle ore 20,C0 in seguito ad mcuisione nemica è moito: 
Corso Annunciata, anm 7, nata a Vibo, figlia di Paolo {bracciante) e Lo Preiao Rosa {casalinga):... 
Sacco Rosina, anm 29, nata a Vibo, flgla di Nicola e Maleitia Marianna, coniuge di Tamigi Ve&pasiano. 
[1 giorno 13 apnle 1943 XXI nell'ospedale Mibtare Temtonale "M. Morelli" m seguito adincureione 
nemica, è deceduto alle ore 15,3ft Neri Nicolina Maria, anm 10, nSa ad Augusla {Sr), figlia di 
Francesco (operaio) e fu Romano Manantoma. 

^" DifÉli l'aloie di mistero obe ai/volse il relitto del Carlo Zeno, rimase tale fino al m^giodel 1945, 
anno m CUI venne orgamzzato il &uo recupero In d^ 7 agosto 1945, secondo quanto n&ulta dal Registro 
del Movimento deDa Mannena della Caprtanena di Porto, il piroscafo 'Cario Zeno", comanddD dal 



215 



La paura del ripeterai dei bombardamenti ebbe comunque il sopravvento, 
costringendo la stragrande maggioranza degli abitanti di Vito Marina ad 
abbandonare il pae^ verso i più sicuri centri collinari di Maierato, MonIsrDsso, 
Filadelfia ecc., con la certezza ormai che iS porto e la stazione ferrovia 
rappr^entassera obiettivi di sicura interasse militare. 

Lo stesso giovane parroco Ira^eri tutti gli oggetti sacri e di valore delia chiesa in 
una casa di Longobardi, dovevi si recava a riposara solo a tarda sera. 
Pochi mesi dopo il tragico episodio bellico che coinvolse la cittadina, ed 
esattamente il 7 settembre del 1043, avvenne lo sbarco anglo- americano che si 
concentrò proprio dinanzi l'arca portuale di Vito Marina, e lungo titto il litorale 
compreso traBivona*^V Timpa Bianca e Pizzo Marina. 

Per qualche mese i militari inglesi ed americani si acquartierarono negli stessi 
edifici e località dove prima erano quelli tedeschi e, alla loro partenza gli sfollati 
che rientrarono dopo l' armistizio, ritrovarono la cittadina spogliata di tutlio; perfino 
la chiesa parrocchiale venne derubata di quelle poche sedie impagliate che non era 
stato possibile trasferire a Longobardi. 

Gli sforzi degli anni successivi furono tutti indirizzati alla ricostruzione 
del paese, ed è proprio nell'immediato dopoguerra che inizia la produzione di 
cementi e derivali dello Stabilimento "Calcementi di Segni" (di Bombrini- Parodi- 
Delfino], che con i suoi 500 operai, oltre ai 300 operari occupati per suo conto 
nelle vicine miniera di lignite, e con una produzione di circa 2000 q.li al giorno di 
cemento e di affini esportatiti, diede un contìibuto determinante net rispondera alla 
grande richiesta di lavoro della popolazione vitonese. 

Assieme alle tante iniziative impronditoriali che in quegli anni si realizzavano 
lungo la coste, nelle aree demaniali destinate ad alilvità produttive, l'attività 
peschereccia contiibuì non poco a risolle/ara le sorti economiche del piccolo 
centro urbano. 



Comandcis di LimgoCorso Rosade Filippo e con l'equipaggio composto da: marò Giacalone Alberto, 
dcfìse 1913, del comp. manlt. di Titani: T macchimi Donaggio Giovamu, ci. l&OO, del comp, 
manlt di Venezia^ capoma:xhim^ GSto Ago&tino, cL 1899, del comp. mantL di Savona; 1' ufficiale 
LaEsaglia Carlo, ci. 1914, del comp. manlt. di Viareggio^ marò Cinllo Giu^ppe, ci. 1919, del comp. 
mantL di Torre del Greco, parti con destinazione Venez>a, con t^pa mtennedia a Palermo, dove 
imbanxi un canco di mainala. Secondo il Tels. n. 287 del 17/^45 ore 9,2S invilo a Messina, il locale 
rappresentante dell'armatore del piroscafo Carlo Zeno, la S. A, Salvaino, a/eva filmato un contratto 
con la ditta Scdmi di Viareggio per ricupero na/e, che durarono dal giugno al luglio del 1945. Al 
palombaro di Messina {Telex, n.75, del 17 giugno 1945 ore 18,35) vennero affiancati i manovali 
Vrterale Francesco di Giuseppe classe 1914^ Minasi Giuseppe di Vincenzo classe 1922: D'urso 
Francesco Luigi di Michelangelo clcEse 1925; De Lorenzo Antonio di Cannine clas^ 1923, che verrà 
poi sostituito dal manovale P^andrea Domemco fu Italo Luigi e di BcKaglia Mana classe 1922, "con 
paga giornaliera dì £ I75eé eventuale lavoro straordinario E. 23 at ora'. 

*^^ t*llaTainaadi Bivonasi era acquartiera un comando tedesco, che vi aveva istituito undeposrto 
di caituranfi e munizioni. 



216 



La pes^a dei tonno era affiancala dall' attività di diversi padroni di baroa, che con i 
loiD piccoli motopescherocci, contribuirono alla nascita di una vera e propria 
tradizione peschereccia. 

I primi marinai pescatori iscritti nel nuovo compartimento marittimo di Vibo 
Marina risultano es^re Malerba Domenico^ cIee^ 1890; Florio Benedetto'^', 
claEsel909; Arena Ferdinando'^', cl^Gel9I3. 

E' seguendo le date di imbarco e sbarco del pescatore Melluso 
Vincenzo'^" , clas^ 1906, iscritto nel compartimento marittimo di Reggio Calabria 
che desumiamo tempi e modi delle prime attività di pes^adi quegli anni. 

Nel gennaio del 1938 ^li risulta es^re capobarca al comando del 
motapeszhere^cio "RaffaeUuccio" , molo n. 1725, ed il 10 di quel mese s'imbarca 
sui suo motopesca con l'aiuto motorista Loiacono Saverio, clas^ 1920, ed il 
giovanotto Campisi Ferdinando, classe 1914. Del groppo di pescatori si 
rintracciano ulteriori notizie solo dal 16 aprile del 1944, quando il Melluso si 
imbarca con il titolo di padrone ^mpre sullo stesso mobopesca che risulta però con 
un nuovo numero di roolo, il 2985, ed è comandato dal capobarca Carcisnuto 
Aniello, classe 1895, iszritto al compartimento marittimo di Torre del Greco. 
Entrambi sbarcheranno il 25 luglio di quello stesso anno, dopo 4 mesi e 9 giorni 
effettivi di maro. 

II 4 settembre del 1944 si riimbaroano assieme sul "Raffaeìuccio" , ma mentre si 
perdono le tracce del Carotenuto Aniello, il Melluso risulta sbarcare il 2 gennaio 
del 1946, dopo 15 mesi e 29 giorni di maro, al comando di quel motopesca. Si 
imbaroa ancora il 24 aprile di queir anno, con qualifica di capo barca al comando, e 
con lui i marò A grippi no Leonardo, classe 1918 eSimonetti Giuseppe, clas^l910, 
oltro al mozzo Tronto Luciano, classe 1914, sbarcando il 13 giugno 1947. 

E' solo due anni dopo che si rilevano ulteriori notizie, ed esat^ente il 6 agosto 
del 1949, data in cui il Melluso risulta iscritto, sempro come padrone al comando, 
con una nuova matricola al comparti menti: marittimo di Vibo Marina e con un 
nuovo motopesza, il "S.Murìn di Monte Vergine", ruolo 2992, con tutta probabilità 
acquistato l'anno prima dal suo ex padrone Bagno Silvano e comandato prima del 
suo imbaroo da quel Carotenuto Aniello, compagno del primo imbaroo del 
Melluso. 11 padron^peszatere sbarcherà l'il dicembro del 1949 da quel 



*^^ Cspitaaena.'hP'ytto, Registro del Mo^Amento delti! Marineria, Mdncolan. ICSOS, imbarcatoi! 
2.12.44 sul I^ctoveliero "Idea', sbarcctodopo 4 mesi e 19 gg. di mare. 

"■ C^taienadiPor^j, Registro del Movimento delìiì Miìrit}erio.'Mài].co\aiL 10B74, imbarcato stesso 
gg. sul ractoveliero" Idea". 

''^ C^ta^sìadiP/yt^j, Registro del Movimento delta Marineria, M^Jicdìao. 11C07, imbarcato ij 23 
inalzo 1946. 

"' Cifataisas.'±.P<x\D.Registro del Movimento delta Morineria, MdncolaiL9933. 



217 



peschereccio, e da. allora non compare più tra i peszatori registrati all'imbarco, 
mentre il "S. Maria di Monte Vergine"'^ continuerà ad effetioarB le sue battute di 
pesca fino all'otlobrB del 1950, comandato dal capobarca Messina Marino, classe 
1901. 

Anche i membri della famiglia De Finto risultano tra i primi pescaluri del 
dopoguerra. Vincenzo De Finto, clas^ 1856, iscritto al compartimento marittimo 
di Molfetta, compare imbarcato nell'aprile del 1548 al comando del motopesca n. 
8429, "Mnóoniìn dei Martiri", anche se appena un mese óopo venne sustituito at 
comando dal figlio De Finto Mauro, clas^l509. 

Tra gli altri non sono da dimenticare i pescatori appartenenti alla famiglia 
Canduci. Esperti soprattuto nelle pesca del tonno, erano il punta di riferimento per 
le tonnare di Bivona, Vibo Marina e Fizzo, dove per decenni si sono succeduti 
nell'importante mansione di "rais" . Dagli archivi della Capitaneria di Forto però, 
rintracciamo notizie solo di uno dei componenti la famiglia, Nunzio Gaetano, 
classe 1931, iscritto inizialmente al Compartimento Marittimo di Messina, ed 
imbarcatosi come mozzo il 31 agosto del 1950 sul motopesca denominato "Tonno" 
di Galeano Leandro. 

E' inoltre da aggiungere l'importante ruolo scolto dai motopescherecci negli anni 
in CUI la Capitaneria risultava priva dei mezzi necessari ad effettuare il contrello 
delle attività di pesca lungo le coste comprese nella sua giurisdizione. Sin dai primi 
anni del 1530 infatti la vigilanza sulla regolarità dell'attività scolta dai pescatori 
veniva effettuata dagli uomini della Capitaneria, preprio imbarilandosi su alcuni 
dei motopescherecci premuti nel porto. 

In tale maniera, oltre a front^giare la mancanza di mezzi, quasi "mimetizzati" tra 
gli altri pescatori, riuscivano a contiellare, ^nza essere immediatamente 
riconosciuti, che la pesca venisse effettuata rispettando le prescrizioni stabilite 
dalla l^ge e che si s^^olgesse oltre il miglio dalla costa la pesca a strascico. 

Fer tale sen^izio i padrem dei motopescherecci venivano puntualmente 
pagati at rientre nel porto e dalla lettura delle ricevute emesse dalla Capitaneria 
dal 1560 in poi, l'importo raggiunse negli anni settante la somma di 3.050 lire ad 
ora, pen:ui, un'uscita in mare pereffettuare la vigilanza di 18 o 20 ore, fruttava un 
rimborso massimo di 61 .000 lire. 

Sin dalla sua naszite come centro urbano penò, lo sviluppo di Forto Sante 
Venere risultò fortemente condizionato dalla distenza esistente dal centro delle 
scelte politiche e della vite amministrativa; la città di Monteleone. 

Le scelta economiche dei politici che di volte in volte subentrarono nella 
gestione di un eoa vasto territorio comunale non furono mai in grado di slegarsi 



^" Il peschereccio risulterà, successivamente al 1951, coDiaodaD da un nuo?o padrone, un certo 
Incorvaa Salvatore. 



218 



dalla difesa degli intBressi dei ricchi latifondisti delle terre esistenti lungo la costa. 
Tale atteggiamento non mutò nemmeno con l' acquisto di gran parte degli arenili da 
parte del comune di Monteleone, che seppur aveva sottratta alla gestione 
demaniale buona parte del territorio costiera, per anni disattese il bisogno di un 
^rio piano amminisliativo che puntasse alto sviluppo di quelle attività che pian 
piano nascevano attorno alta nuova sttiittLira portuale ed al punto di snodo 
fenoviario. Questa ritardo era da imputare a vane cause, ma di fatto la 
"separazione" geografica delleduerealtà urbane pesò per lungo tempo prima che si 
comprendesse appieno quanto la crescita di Porta Santa Venere non potes^ che 
condizionare positivamente lo s^^iluppo della città collinare. 
L'esistenza di ampie estensioni di terra possedute da pochissimi proprietan, che 
impediva la nascita di quelle piccole proprietà necessarie alla creazione di un 
nuovo borgo, si uni alla scelta di ridistìibuire gran parte degli arenili alle proprietà 
societarie dei nuovi insediamenti produttivi, sottraendo di fattt) ulteriori fette di 
territorio alla organizzazione strutturale detta nuova realtà urbana, ed alla 
progettazione di quei ^rvizi pubblici (acqua, luce, fogne ecc.] essenziali al vivere 
civile, lasciando disattesi i bisogni di quanti avevano la necessità di risiedervi 
stabilmente permotivi di lavora. 

La ttasfonnazione dei diritti di colonia in piccole proprietà, da parte di quella gran 
parte di contedini che per generazioni erano stati al servizio di padroni latifondisti, 
misero improv^/isamente sul meraato ampie aree del territorio costiero, 
consentendo, neh' immediate dopoguerra, la nascite di quella piccola proprietà che, 
unite alle prime timide iniziative di appropriazione abusiva degli spazi demaniali, 
diedera il via ad una sorte di parcellizzazione del territorio costiero che condusse in 
breve alla nascite, ^ppur disordinate e precaria, della piccola cittadina di Vibo 
Marina, tutta strette intomo all'impiant: portuale. 

Con la ricostìuzione post-bellica nacquero i primi malcontenti nella popolazione 
del borgo marino, che si riteneva del tutte ttascurate nella ridistiibuzione dei fondi 
stanziati dallo Stete Italiano per incentivare la ricostt\izione; " Più di 1000 operai 
vivono ìli conóiziom ói disagio per M muncama di alioggi ed ogni sera sono 
costretti a recarsi nei paesi viciniori per trovare ospitalità. Tutto ciò per le 
trascuraggini óeite amministrazioni comunali passate e presente, le quali hanno 
sfruttato ìe posizione di Vibo Marina, ultima Queita dei danni ói guerra, dato che 
solo Vibo Marina ha avuto 100 % delle case danneggiate o distrutte, per 
avvantaggiare esclusivamente l'abitato dei capoluogo che non ha subito reali 
danni di guerra, usufruendo hensi ói tutte le provvidenze concesse dallo Stato ai 
paesi gravemente danneggiati."'^ 



^^^CormtatodiAgitazione prò AutonormaComunale'Poito Santa Venere", Tip. LaModenns&iraa, 
Vibo Valentia Manna, 15 luglio 1943 



219 



E' il 18 giugno del 194S che a costituisce, dinanzi al notaio dott. Pietro Trimarchi 
di Vibo Valentia^ il pimo Comitato di Agitazione Pro Autonomia Comunaìe 
"Porta Santa Venere", i cui membri si dicevano forismente convinti che lo 
sviluppo della cittadina e del suo porin sarebbero stati negativamente condizionati 
dalla cecità dei politici vitoned, e per tali ragioni ne chiedevano l'autonomia 
amministrativa realizzando un unico comprensorio urbano, il nuovo comune di 
Porta SantaVenere, comprBndents i borghi di Vibo Marina, Longobardi, S. Pietro 
di Bivona Bivona Portiosalvo e ca^ viciniori. 

11 comitato organizzò al meglio la diffusa protesta, riuscendo in breve a 
coinvolgere l'intera popolazione costiera ed a fonnulare una proposta di legge per 
l'istituzione del nuovo comune, successivamente pre^ntata in Parìamento 
dall' Onorevole Larussa'^" . 

La proposta era accompagnata da un librettino stampato dalla Tipografia Froggio 
in cui venivano elencate ttitts le ragioni che spingevano l'intera comunità a 
rivendicare la nascita di un nuovo organismo amministrativo, e che nella sua prima 
pagina esordisce cod; "Ai piedi delie sue verdi e ìussureggianti coUinevi è fervore 
ói vita operosa, che va dagli stabilimenti ai cantieri portuali, basti ricordare la 
"Calcemerìti" ói Parodi- Delfino coi suo bel gruppo di case popolari, lo 
Stabiiimento per la lavorazione deiVoiio ai solfuro di Gaslini. il grande 
Stabiiimento per la lavorazione dei legno, di Domenico Cianflone. il grande 
pastificio Gargiulo, una fabbrica di conserve alimentari ed aìtri minori. Essa è in 
cammino per raggiungere nuove e più grandi mete, ma occorre cfìe la sua gente si 
svincoli dell'attuale protezione materna, occorre che essa si costituisca una 
propria amministrazione autonuma più rispondente aile esigenze locali, occorre 
che si renda Ubera ed arbitra óetV immancabile suo fiorente avvenire" y''' 
Es^nzialmente si rimproverava all' amministrazione comunale l'assoluta assenza 
di progettualità nella gestione del comprensorio costiero, nonostante che "nella 
zona vicino ai porto sono sorte, come abbiamo già detto, numerose industrie ed 
altre ne sorgeranno non appena saranno stabilite ìe condizioni economiche 
normali." 

" Pur essendo una frazione moderna con case nuove, ricostruite dai privai, non ha 
ancora le fognature e ciò perché il Comune non intende affrontare tate spesa 
preferendo utiUzzare ìa somma corrispondente per ie necessità del centro 



*^^ Nctao Pietro Tninarchi, Vibo Valentia, 13 giugno 1948. rep. il 11141, registra^ all'Uffiao del 
Registro dL Vibo Valentia il 27 luglio 194Saln.73,nic<L [ ,vol. 79. 

"' ron. Avv. Domenico Larusaa, Deputato democn&tiano per la Calabna, presentò al parlamento la 
proposta di Legge per l'istituzione del comune di Porto Santa Venere il 28 mazzo I960. 

"'■ Ccjmtato di Agitazione prò Autonomia Comunaie "Poito Santa Venere\ Tip. La Moderai&smia, 
Vibo Valentia Manna, 15 luglio 1943 



220 



cìtLadmo. Per ia stessa ragione a Vjbo Marina te strade sono in conìpletu 
abbandono e iiìtransitabiìi di inverno; cosi pure queìie di Bivona e deite aìtre 
frazioni già menziorìate" . 

11 vivere civile, con tutte le incombenze burocratiche da assclvere, era sanato 
dalla lontananza degli uffici comunali ed "i cittadini delie [razioni per tutte ìe toro 
necessitò in fatto di documenti delio stato civiie, dell'anagrafe, deW alinìenttizione 
ecc. sono costretti a recarsi al Municipio di Vibo Valentia Città sostenendo la 
spesa di £. 400 solo per t'acquisto dei bigiietti ferroviari e perdendo due giornata 
di lavoro, una per ìa prenotazione dei documenti l'altra per il ritiro, sempre che 
riesca ad ottenerli perla giornata prestabiiita" . 

Con una punta di ironia, i membri del comitato, sottolineavano come perfino la 
spesa per recarsi nella città a ritlrHre gli alimenti distribuiti ai più bisognosi era più 
costoso dei viveri stessi, elargiti dall'amministrazione del capoluogo alle frazioni 
"soltanto dopo la fornìazione dei comitato di agitazione prò- autonomia 
comunale" '^^ . 

A parte i disagi che ogni cittadino subiva per l' assoluta assenza di quello che oggi 
chiamiamo "decentramento amministrativo", le condizioni in cui il paese si 
ritrovava erano dawera drammatiche: 

"Oggi 60ailunni della ! elementare sono ammassati in due piccole stanze sporche, 
senza vetri e con gli infissi sconnessi. Altri due vani presi in fitto dal Comune sono 
stati sfrattali dal proprietario per morosità e negligenza assoluta 
dell' amministrazione nei pagamenti dei tenui canoni di fìtto, ... pur avendo il 
Provveditorato alle CC. PP. dato ii suo nullaosta per la costruzione di due nuovi 
padiglioni, e ciò perchè da parte del Municipio non si è ancora provveduto a 
deliberare ta spesa della piccola quota a suo carico." 

Nel borgo di Bivona gli abitanti erano costretti a vivera "in squassate baracche, 
costruite con il carattere di provvisorità dopo ii terremoto del 1908 e rimaste taii 
sino ad oggi. L'impianto elettrico giunge sino a metà del paese con qualche 
lampada, il resto è al buio completo di notte, dato che non è stata prolungata la 
rete per deficienza di mezzi e disinteressa del Comune. Non esiste impianto idrico 
e i'acqua viene attinta fuori dai paese. I servizi igienici e sanitari non esistono" . 
Nel borgo di Poitosalvo, mancava non solo l'acqua ma addirittura le fontane, 
pen:ui la gente era costretta a bere "l'acqua di un benefico ruscello, e forse è 
questa la causa della diffusa maiattia d'anchilostomiasi, che serpeggia nella 
popolazione, ed i bimbi, per mancanza di alloggi, al par dei confrat&lii deile aitre 
frazioni si vedono quasi ammassati in antigieniche stamberghe". 



*" 'eìargendo generosamente una trentìnn éi pacchi vìveri contenenti solo 2 kg. di pasta e 2 itg. éi 
legumi^ con 'A htro di o[]o, costnngeiìdo i poco fortuiìnti n sostenere un óisiigiatissimo viaggio e 
costoso per portarsi oS capoluogo perii ritiro" 



221 



Nel tx)[go di S. Pietro di Bivona le condizioni non erano diverse, mancando del 

tutto le strade, sostituite da "qualche tracciato torrentizio che consetits di 
accedervi sono nei periodi di magre; non ha luce, né fognature, né acqua pot/ibiìe 
sufficiente. Gli abitanti vivono qui in luride baracche". Lo stesso abbandono si 
ritriDvava nel txirgo di Longobardi, dove "nessun migìiommento vi hanno 
apportato ìe civiche amminìstraziorìi di Vibo e nulla hanrìo concesso i feudatari 
della cilìò che pur attìngono dalla laboriosa borgata prodotti e ricchezze" . 
La viabilità, in tutti i borghi costieri, era data salo da piccole stradine naturali, che 
"ove esistono, non consentano il deflusso delie acque piovane, e d'inverno si 
trasformano in paludi" . 

11 gruppo di cittadini riteneva direttamente responsabile il consiglio comunale della 
città capoluogo delle condizione in cui si era costretti a vivera in quegli anni, 
accusandolo addirittura di osteggiare in ogni modo il naturale s^^iluppo dei borghi 
costieri, con l'improvvisa ed ^Trettata vendita di "terreni, sorgenti di ricchezza, 
forse per la previsione che tali beni verrebbero assegnati ai nuovo comune di Vibo 
Marina trovandosi essi nel perimetro circoscrizionale " . 

Che lungo la costa si CBspiras^ una nuova aria di crescita e di s^^iluppo lo 
dimostravano i dati della crescente industri al izz azione. 

Le aziende sarte in qu^li anni avrebbero consentito al nuovo comune un brillante 
future, acominciamdallo "Stabilimento "Calcementi di Segni" (Bombrini-Parodi- 
Delfino) il più moderno per tecnica non solo d'Italia ma di tutta ì'Europa, che 
assorbe circa 500 operai, oltre 300 operari occupati per suo conto nelle vicine 
miniere di lignite, con una produzione di circa 2000 q.li al giorno di cemento e di 
affmi esportabili, produzione che va aumentando essendo in corso l'impianto di un 
secondo grande forno, per la fabbricazione di cementi ad alta coesione e derivati: 
(dallo) Stabilimento "S. A. Gaslini" per l'estrazione deìl'eìoìio al solfuro che 
occupa circa 70 operai al giorno; (dallo) Stabilimento della "S.C.IA." per 
conserve alimentari con circa 60 operai; (dal) Pastificio "Fratelli Gargiulo" con 
circa 30 operai; (dalla) Fabbrica di ghiaccio e pastificio "Callipo" con 12 operai; 
(dallo) Stabilimento per la lavorazione del legno "Domenico Cianflone" con circa 
60 operai; [dalia) Industria del Tonno (gestione delle tonnare di Pizzo, Bivona e 
Angitola) con assorbimento stagionale di circa 200 operai; (dalia) Società 
Costruzioni Marittime (SO.CO.MAR.) di Ciardi per i lavori di costruzione dei due 
moli di Levante e di Sottoflutto con un impiego di 200 operai al giorno, 
modernamente attrezzata e dotata di unità navali per i iavori suddetH per 
compiessive 2 mila tonn. di stazza; fdalla} Compagnia Portuale scaricanti "S. 
Giorgio" con 80 operai; (dalla) Succursale Ditta Filippo Reale e Figii di Siracusa, 
esportatrice di prodotti artofrutticoli all'int&rno e all'estero; (dai) Servizi del 
locale scaio ferroviario dello Stato, della sottostazione elettrica e della Ferrovia 
Calabro Lucana, che vengono disimpegnati da oltre 150 dipendenti; (dallo] 
Stabiiimento d'Arti Grafiche, diretto con perizia da Giuseppe Froggio e Figlio. 



222 



Attrezzata di cùratteri di uttima creazione e di modernissimo macchinario per ta 
stampa di lavori commercìaii e di iusso e per ìa fabbricazione delie scatnie di 
cartone; 

Not&voie è ta produzione e ì' esportazione, neiìa frazione di Longobardi, delie 
rinomate e pregiate uve da tavola riconosciute coi titoli di "OliveUe" e " Zibibbo" ; 
ì servizi bancari vengono disimpegnati daìla Cassa di risparmio di Calabria; 
Inoltre nei portn hanno sede i magazzini generali Ditta F.Ui Cantnfio, S. S. 
Feìtrinelii, Gioffrè, Ventura, Condello, Surace Giovanni, Burzomachi Diego, 
Catalano Pasquale e doganali, depositi di legname e carbone, cipolle e frutta 
destinati all'imbarco" 

Tra i più attivi SDstenitari del Comitato Pro Autonomia figurava Don Vincenzo 
Cantafio, industriale napitino che sin dai primi anni del novecenta trasferì nel 
porto la sua agenzia marittima ed i suoi magazzini generali, il guai e, rispondendo a 
quanti sostenevano che il nuovo borgo era nato con investimenti comunali, 
affermava sulle pagine di un quotidiano nazionale; "Quali spese ha mai fatto il 
comune di Vibo per U miglioramento di Santa Venere? Nessuna spesa, eccetto cììe 
per poca luce e due spazzini"*^ . 

Egli puntualizzava che "tutiD queilo che esiste colà come opere pubblicììe, è tutta 
opera del Genio Civile a cominciare dalla strada Michele Bianchi, che nel 1938 il 
Provveditore alle 00. PP. Lepore fece costruire con gli avanzi dei molo foraneo, e 
tutte Quelle oggi esistenti ed m corso di sistemazione sono anche esse opera del 
Genio Civile e non del comune di Vibo, perché non si è mai visto colò alcuno degli 
amministratori vibonesi, che abbia speso una lira per ie opere pubbliche di Porto 
Santa Venere. Anzi in Questi ultimi tempi - stridente contrasto!- il comune di Vibo 
ha tassato gravemente, con l'imposta di famiglia e con l'aumento dell'acqua da 20 
a 54 lire il me. qU abitanti di Porto Santa Venere, senza che questi nemmeno 
abbiano l'acqua del comune!" . 

Trascurando di ripori^re quei brani della lunga lettera inviata a] direttoro del 
Giornale d'Italia che potrebbero apparire parziali, perohè riferiti dal più convinto 
sostenitore del comitato autonomistico, Tariicolo risulta interBssante per il racconto 
di un episodio vissuto dal Cantafio assieme ad un gruppo di amici; "d fu un 
tempo" scrive l'industriale "che per un anno e mezzo ia citt/idina fu lasciata senza 
luce, e solo una estate in cui venne il sottoprefetto Rossi - perché allora 
Monteleone era Sottoprefettura - il Comune fece accendere tutti i lumi a petrolio, 
compreso uno pensile, vicino alla finestra del sottoprefetto dove vi è un'albero di 
acacia. La notte l'industriale di Pizzo, il marchese Enrico Gagliardi, il doti Paolo 



*" Il GLomale d'Italia, domemca 27 gennaio 1952, Cronaca della Calabna, "Autonosnia comunale e 
stona di Porto S Veliere. Lo risposta di Ejn industriale jàintatìo alle pretese dei vsbottesi". l^era al 
direttore di Vincenzo Cantafia 



223 



De Francesco, il defuntn sig. Scipio Marznfìo e iì sig. Giovanni Licùslro, presero 
tutti Questi ìumi e ii accesero nei terrazzo dei Sottoprefetto: tanto servivano per 

Luir 

11 goliardico gesto di sfida effettieto da quel piccolo gruppo di amici rivela 
pienamente un profondo sentimento di ingiustizia vissute all' epoca dagli abitanti di 
VJbo Marina per le disagiate condizioni di vita a cui il comune capoluogo li 
costringeva, tant è che, convinto che tali condizioni non sarebbero mai mutate se la 
cittadina fosse rimasta sotto la giurisdizione amministrativa di Vito Valentia, il 
Cantafio concludeva : "Ad ogni modo Vibo si metta l'anima in pace, perché se non 
è oggi, sarà un prossimo domani che Porto Santa Venere per iì continuo progresso 
in ogni campo, dovrò [mire per avere l'agognata autonomia, che a buon diritto le 
compete" 



224 



Appendice 1 

MEMORIALE PER LOJUS 
DELLA DOGANA DI BIVONA 



443 



"Prima di passare à dar Sentimento della pretenzione, affacciata da Francesco 
d'Jnzitlo^'", per lo scomputo domandato sopra l'estaglio della Dogana di 
Montelecne e Bivona, à motivo di esserti stata impedito, si con ordini superiori, 
l' esazione di carlini tre a txittB d' Oglio, conviene premetterB alcune circostanze di 
fatto, come quelle, che deveranno regolare la sussistenza, o insussistenza 
dell'accennate pretenzione. 

Non ave dubbio, che l'Ecclellentissijma Casa di Monteleane, per concessione 
fatta, a titolo di vendita, ad Ettore Pignatelli, primo Duca, sin dalli B Giugno 1501, 
fece acquisto della nominate Terra, " cum Castro^ seu Turri. et Dohann^ et Porta 
Bìvone, cum ipsorutn, etcujus ìibet ipsarum ... pnssagìjsjurihus, seu GabeUis, et 
Dohanij, Piateis.Juribus Piat&orum ... et omnibus aUisjuntus, et ] urisóìctìonibus, 
et perhnentijs, ad iìtus spectantibus, et pertinentibus, ttim de Jure, Quam de 
Consuituóine ... ad dictnm Terram Monmtisìeonis, sub tituìo Gubernatioiìis, et: 
Custrum, Turrim Bivona, et Dohana, et Portum ipsius spectantibus, et 
pertinentibus. tnm de Jure. £^uù^ da Consuetudine, seu alias Quovis modo, in 
jusiumQue vocabuU appetiatione distinctis, etiamsi oporteriet fieri speciaìem, et 
expressam mentionem, et cui omnibus aliis; etiamsi tatia forent, que exprimenda 
spetiser essent; et dal quoìs speciaiitate non venirent." 

Una tal GonGessiion}e poi, essendo steta confermate alto stesso Ettore primo dal Re 
Ferdinando il Cattolico, colla espiBssione di concederseli la ruminata Iena, cum 
Turri. Portu, et Dohana Bivone : et con tutti gl'altri Dritti contenuti nel mentovato 
Privilegio, vi si aggiunse ex certe scientia, et gratia speciale, una nuova 
concess^ion)e degli accennati corpi e dritti, non ostante, che nel possesso di questi 
non si fus^ forse trovato allora il Concessionario. 



*" AStì. Archivio Pìgmtelìi-Cort£i . scaa-z. 73. IsL I. n.13 
'" AfEiltaHiEdellaDogana di Bivona nel 1754 



225 



Seguì poi la reintegra, fatta nel 1543 dal Consigliere Sebastiano della Valle, nella 
quale si rapporta, che rEcc(ellentl£si)ma Casa haveua, fra gl'altri dritti, guello 
della Dohana di Bivona colta spiega di esiggeisi quella a raggIion}e di gra(n)i 18 
ad oncia da Forastieri, che compravano, e vendevano nelle pertinenze di d[ett)a 
Terra , e ciò non meno dal Compratore, che dal Venditore, quando ambedue siano 
esteri. 

Si soggiunse ancora nella stessa reintegra, il .|us dell'Ancoraggio del Porto di 
Bivona , che si esiggeva dalli Navigli che ivi capitavano; e vi si vede ptBszritto 
anche il diritto dell'esazzione, edaqual ragg{ion]esi praticava. 
Non ostante l'appoggio di tali documenti, ed anche de' Rilevij degl'anni 1654 e 
1677 ne' quali si porla denunciato il Jus del Castello di Bivona, Dogane, e Dritti 
S[:ettanti alla Ducal Corte i poco sicura fu la Casa del Sig{no]rDuca dalle molestie 
che dal Fisco poco appresso gli vermeto inferite; giacché nell'anno 1681, havendo 
la R(Ggia} Cam(er)a spedito mandato a possesso de' dritti dell'Ancoraggio, e 
Falancaggio del Pizzo, Rocchetta e Bivona, perché fussero comparsi ad esibire il 
titolo di essi dritti; come quelli che essendo da Regalibus pos^dere non si 
potevano senza Regal Privilegio, e Concessione; 

per parte del Sig[no)r Duca di Monteleone, non solam(enlte si esibì il 
sopramentovato Privilegio dell'anno 1501; ma altresì allegossi l'immemorabile 
possesso del Jus dell'Ancoraggio e Falancaggio nella Marina di Bivona e 
RoGchetJB; dritti precisa l'amplissime parole di esso R^al Privitelo, pretendeva 
esso Sig.r Duca di Doversi comprendere sotto la concess(io]ne del Porto; e per 
con^guenza domandò non esser molestato per le pr^lsnzioni fiscali. 
Ed essend'essi su tale emergenza nell'arme 1682 commesso al Razionale 
Caropr^so, perchè delle raggioni fis:ali fatto riavesse tBlaz[io)ne, fu questa poi nel 
1634 disimp^nata dal Razionale Domenico Farina; in vista della quale, 
quantunque il fis:o preteso riavesse il prezzo d^l'accermati Corpi, col decorso 
della Tassa sin dal 1501, a li Rilevij duplicati, o semplici cogl' interessi, tuttavia 
nell'anno 1652, furono queste, ed altre pretenzioni fis:ali su arifatte perla somma 
di docati Diecimila, pagati al Regio Fisco da D(onn}a Giovarma Pignatelli; e 
venner per con^uenza liberata la Casa del sig{no}r Duca dalle ulteriori molestie, 
soprai corpi dell'Ancoraggio, e Falancaggio di Bivona; Cosi che da quel tempo, ed 
in appresso vi è motivo di credere, crie nel possesso di tali dritti mantenute si fusse. 
Finalmente nell'armo 1752, in data de 30 ottobre, esondo stato, d'ordine del 
Sig[no)rMarcrie^ Gregorio, pubticatoBarmo porlo regolamento delle Dogane del 
Regno, nel capo 31 dello stesso Banno fu fatta questa disposizione 
"Per uìtimo, essendo a nostra notizia, che diversi Baroni pretendono esigere iijus 
Funóaci, che loro non spetta, mentre alcuni, che godono una tnì prerogativa di 
esiggerdrita sopra le Dogane, solo si estenda al Jus Dohana, che è il dritto deila 
contralìazione, e pure questo dritto io devono esiggere per queite merde, che 
s'immettono necessarie ai consumo di i^uet Feudo, ove hanno ini concess{ìon)e, e 



226 



per r estrazzione solamente ìa devono godere per quej generi, che nascono in detto 
Feióo. ed abusandosi d'esiggerio tanto per ia robba che s'immettono per aìtri 
Feudi, quanto quelle che provengono da aitri Territori: s perciò ordiniamo e 

corrìandamo, che per queUi pretendono esiggere il Jus Fundaci, debbano 
ieggittimiire avanti di Noi iìioro Titolo, e per il Jus Dohane permettiamo esiggerin 
a Quej, che hanno tale concess[ìon\e per quej gerìeri, che nascono nei territorio dei 
med{^m)o Feudo, e dai med{eàm}o si estruggono, o per queììi che vi 

s'immettorìo perii mantenimento de' cittadini dei pred.o Feudo." 
Dalla pubblicaziione del riferito Banno, seguita in Monteleone ne avvenne, che 
l'affittatore della Dogana di d(ett|a Città, e di quella di Bivona vedendo ristiBtli 
gl'emolumenti di tali Corpi ocpra le sole merci die nascono in essi Feudi, ad indi si 
astraggono, oche ne' med(esim)i s'immettono per consumarsi in essi, stimò perciò 
egli di rinunciare l'affittD, e di chieder l'escomputo; quale effettivam{entje gli 
venne accordato. 

In sequela di questo avvenimento si fece ricorso per parte del Sig[no)rDuca nella 
Regal Soprintendenza, ed avanti il Sig. March(es}e di Gt^orio; ed essendosi 
esposte, che senza raggionevole appoggio, e contro la forma de suoi Privilegi) ' 
Ministri Sutaltemi, residenti in partibus, prendevano, in vigore dell'accennato 
Banno, di pr^Dibire l'esazione de' Dritti di dogana e Piazza, nelle pertinenze di 
Bivona, eMontelecne, sapra quelle merci, che, dopo esser state ivi contrattate, vi si 
trasportavano altrave, o pure sopra dell'altre, che contrattate nell'istesse 
pertinenze, si andavano a prender fuori per fame carico nella Marina di Bivona 
periziò ottenne ordini dall'istessa Sig. MarT:h(es|e di Gregorio, sotto il di 25 
Maggio 1753, rinnovati poi à 25 Settembre dell'istesso anno, colli quali venne 
imposto all'Amministratore delie Dogane di Calabria Ultra di dover permettere al 
Sig.r duca "di esiggersi U jus Dohana, cioè iì dritto delia contrattazione in 
Mont&leone e Bivona, nommeno per queile robbe, ciìe in essi luoghi nascono e 
dalli stessi si estraggono, che per guelie, che vi si trasportano per colà 
consumarsi. Per tutte le altre poi, che nascono fuori dai Territorio, e pre transitum 
si trasportano in d{ììi^i luoghi, si spiegò che non doveva pagarsi cosa alcuna, ma 
tutu a Deritti si pagassero all' Arrendamento de' Ferri. Se però si contrattassero in 
d{eì^a Città di lytonteleone e Bivona, e poi s' estraessero, ciìe allora dovessero 
pagare al Sig.r Duca la gr\8r\)a Ì8 della Contrattazione. F per guelie robbe, che 
vengono da fuori Territorio per Mare o per Terra, e che non servono per uso e 
consumo della Sud[detti)f? Città e Terra, non si dovesse pagare la Sig.r duca cosa 
alcuna, ma bensì all' arrend amento de' Ferri tutti i dritij, ed anche quello della 
Contrattazione, purché però tnli robbe non si estrassero dopo esser state 
contralìate in d|ett|j luoghi; nel qual caso si vuole che debbasi pagare ad esso 
Sig.r Duca la contrattazione ed alVArendatore de' Ferri tutti j dritti." 
Premessa la notizia de' rapportati fatti, resta ora a divisare, quali siano i Corpi e 
Dritti, che in vigor delle accennate Regali Concessioni, e diritture o pur di legali 



227 



disposizioni, hanno spettala, e spettano alla Casa del Sig.r Duca; e quali quegl'altri 
che, in virtù del riferito Benno, ed ordini della Regal Soprintendenza, si possono 
effettivam(enQe riputar perduti per essa Ecc(ellentissi}raa Casa, o purB in parte 
diminuiti; Affinchè dopo fatta untai divisamento, più acconciamente possa andaisi 
a rilevar il merito e il peso del domandato escomputa. 

Dal tenore delle rapportate concessioni si scorge, che fusse stata venduto ad Ettore 
Primo la Terra di Monteìeone, col Castello, colla Dogana e col Porto di Bivona, 
colle Piazze e Dritti delle Piazze. 

Or basterebbe la sola concess(ion}e della Dogana per potersi dire acquistati tutti i 
Dritti Subalterni, che come parti e membri di quella, sotbo il nome di Dogana 
vengono compresi; e sono per appunto, il Dritto del Plateatico, quello del Fundico, 
dell'Ancoraggio, della nuova Catella, e del Trafico, del Peso, della Misura, 
dell' Esitura e del Passaggio, ed ultima esitura del Regno; Per modo che colui che 
comprato habbia la Dogana, si può dire che tutti guest altri dritti ancora abbia 
acquistato, come sta disposto da rito della R(egia| Camfer^a [1}^^, e s'insegna da 
Goffredo di Gaeta (2)'-' Pisano (3)-'^ eMol^[4|^'^ 

E' certo adunque, che sotto il nome di Dogana, fra gì' altri Dritti, venga quello della 
Piazza ^5|^'^ quale non è già nuovo, ma fu conosciuto anche dalle Leggi communi 
{6|^"" sotto il nome di Jus Rerus Venalius |7)""', e (Mie Costituzioni del Regno, 
sotto il nome di Jus Plateatico [3}^'^ a cau&a cl^ rdle putdicl^ piazze, dove si 
esigge^a or questo Dazio, che per commun Dritto, importava l'ottava parte delle 
merci (l)'^', p^qu^lo del R^no esiggersi deve alla ragg(ion)e di gra|na) 13 per 
ciascun' oncia dal di loro valore ^2}''^ e si riscotE per raggion della contrattazione 



'*^ Note onginali del testo che npoitiamo di seguito lotegralmente 

Rubr. BdeJureDohan. etin#recipenze. 
"^ Gctì^Supa-etLRiLiLS.. 150^151. 
"^ Pisan. Ibid. n. 2. 

"^ Moles #. 6. dejur. Doha. Menibr. 1. il 14 
"* RiL R. C. de Decimi] Solvend. 
''' L.<feteL27. #qmdergo.fLdeEd]lLLedicL 
''' L.iite-piibhcafEDeV.S. 
'^' Coist. Magistn Camerar. 
'^^ L.ffl prestale. deVictigah 
"* RiLR-C.deJur. Doha. Pr^ra-i. deValtigal. 



228 



di essa non già per la di loro estiazzione(3)^^. BsBle:^±:e peri' aver questo drilto, 
che taluno habbia la sola concesslionje della Piazza, ancorché gli mancasi quella 
della Dogana siccome rappcrla decisD Gio:Laganario (4)'^^ rella Causa tra il 
Conis di PolicastiD coll'Unità delti Bonati. Ma il Sig(no]r Duca, che tiene la 
ConcGS£(ion)e non solo della Piazza ma anche della Dogana, non pctrà 
controverti rsi, che oltrB al Plateatico, tutti gì' altri dritti se gli appartengano, che col 
nome di Dogana si comprendono. 

Con specialità però se gli appartengono quej Dritti, che appellansi Ancoraggio e 
Falancaggio , non tanto, come Parti della Dogana, SDtto il di cqj nome vengon 
comptesi, quanto perchè ne' regali Privilegi] particolarm[ent]e venne conceduto, 
oltre alla Dogana, anche il Portp di Bivona, cujuribusasipsum spectantibus . 
Or la Conce£s{ion]e del Porto importa appunto la Gabella dell'Ancoraggio e 
dell' Esiturn, come vien in^gnato da Orazio Montano (5)'^' : e precisa questa legai 
disposizione, si vede dalla Reintegra del ConsiglierB Sebastiano della Valle, che 
anche nel 1547 con particolarità il Dritto dell'Ancoraggio si pos^de^a dalla Casa 
del Sig.rDuca; cosi obesi rafforza anche in maniera, con cui allora si esiggeva. 
Consiste il Dritto dell'Ancoraggio nell'esazzionechesi fa delle Navi che arrivano 
nel Porto (1)'", conosciuto anche dalle Leggi commuiii col titolo di Naulum (2)'^", 
e si corrisponde per ragg(ion)e dell'Ospizio, o sia ricetto, che a dà nel Porto a 
Navigli, e ciò ad intuito della Spesa, che vi bisogna per quello rifare e consona are, 
tanto che a questo riguardo impropriamente si po' chiamare Gabella, come 
avvertono Montano e Giulio Sapone presso Ageta (3)'^^ . 
L'esazzione, che deve farsene vi en prescritta nel rito della R(^a] C(amera) (4)'^', 
e che di un oncia e quindici tari peregri Nave della portete di due gabbie; e per 
quelle di una gabbia si paga un' oncia e peri' altre ^nza gabbia quindici tari. 
All'incontro per le Navi e legni piccoli, e che non habbiano Comtori, si paga il 
Dritto, non dell'Ancoraggio, ma del Falancaggio, come rilevati dallo stessD Rito, e 
da quel che rapporta il Reg(entJedeMole£l5}'^^ 11 Dritto poi dell' esitura compreso 



^^^Cit-nLdejurDoha. 

'^^ L^anar. adRoyiLSuperpr^iiLdeoff. H^ulin. 6. 

'^^ EHiRigd. ncos. sun a npani n. 7 

'" RiLR-C.deJ US Ancoraggi. 

'^^ L.HUJI1S ff. qui port in pign. hab. 

'"■ Aget-adMaj ad net. ad #b. membr. ert 47 et 71. 

'" RiLifeJureAncorcCigi. 

'" Moles. deJureDohaneMeiibn>3. etn. 7 età 



229 



K)ttD quello del Porto, come parte di esso, per quanto si è sopra accennato 
coll'autDiità di Montano (6)^^ e d A^ta (7)'^", è uno di que' nuovi Dazij 
intiDdotti dall' Imperata r Federico, eoa denominata perchè si deve scpra quelle 
robte che si estraqgono per Mare {ì'f^^ pe" compra di mercimonio, e che sono 
esentì dal Dritto di Dogana, benché per quella si paghino altri drittì (2)'^^ e 
siccome sta quello fondato sopra l' estrazione della robba, cosi si paga tante volte 
quante questa si estragga; come decratò la R[egia) C[amera) negli AnEsti 
generali(3)-^\ 

Questa estrazione pere s' intende, quando scrtìsca fuori Regno, perchè per quella 
che si fa dentro al Regno e per Mare, si pagano due altri dritti, uno vien detto della 
nuova Catella, introdotta dal Re Cario Terzo di Durezze nel 1385 (4)'^^ e poi 
ampliata da Alfonsc 1 per tutta il Regno nel 1457, giusta i Capitali del med(esim)o 
Re, rapperlatì da Ageta, colla Tariffa della di cuj esazione (5)'^"; Gl'altro è il jus 
Salmarus[comeawertisceil nominato Ageta|6)"''', altrimenti detto Jus T refi cus, o 
siadelJusRafico, che si paga a raggi one di gr^anja 17 a salma giusta il Rito della 
Camera{7]^'' eTautoritàdel R^g(entJeMolesf8}'^^ 

All'incontro il Dritto dell'esitura si esigge variam(ent]e scendo i varij costumi 
delle Dogane; bensì in quella di Napoli si prattìcalaragglionjedel dieci percento, 
e vi sono soggette le men:i, che come dicemmo, non pagano il Jus della Dogana, 
come sono salami, sevo, oglio, formaggio, ed altri generi enunciati dal Moles 

or. 

Vero è, che il nominato dritto dell'esitura non si comprende setto le clausule 
generali, che si appongono nelle concessioni de' Feudi, come quelle che non 
abbracciano giamm^ le Regalie, sa non quando vengono espressate, come fondaà 



'Montan. deRegalverb. poiti&n. 7 

^ Aget.edMctis#5deJi]rDohan. 46ni. pub. Sn. 1. 

' T£GsiadeJureR«|ii]deb. 7deoff. ManltFund n. 8. 

^ Pisan. ad nt R.C. rubnc 6 dejiire situi] a 3. 

^ AiresL general, ^ud de M ann. ane&L 4. 

' Piagm.J. devertigaL 

^ Aget ad Moles #6. Membr. tn. 15. 

^ id loc. membr. S. n.34. 

' Riiy[l.Cara.adeJijras Regie. 

' Moles de Fund. Doha. #. 6 membr. 5. 

^ Id dejur. Doha#.6. membr. S. 



230 



dal RegienQe Galesta {1|^'^ e cM Consighere de Rosa (2)*'^ tuttavia un lai 
^ntimenta, da questistessD Autore dopo riferita pienamfentle le opinioni de 
contrarij, vien limitato in tre casi: il primo è quando le clausule generali fuEsero 
apposte nella dispositiva della concessione, 1 quando a concedono tutti, e 
qualsivogliono dritti, che habbia il concedente. 

3" quando nel Privilegio si concedono espressamente alcune Regalie, e poi ^guono 
le clausole generali; ed in tali casi sostiene il mentovate Rosa, e con esso il 
med(Gsim)o Galesta (3''^) che le R^alie Minori della stesso specie dell'altre già 
espressate, restino comprese nella Goncess(ion|e, ma non già quelle totalmente 
diverse. 

Applicando dunque un tal divisamente alla Specie del caso pte^nte, ben si vede 
che non osti al sig.r Duca l' insegnamento de' rapportati Autari, per lo godimento 
del Jus Exitur, giacché egli tiene a suo favore una concessione non già generica, e 
colle semplici clausule del mero e misto imperio, cum quibus quamque alijs 
Juribus et pertinentijs (ne' qiiali casi figurasi la quistione rapportata da mentovati 
autori], ma vanta a suo favore l'espressa concess(ion|enon t^ffito della Dogana (la 
quale, come dicemmo sopra comprende i Dazij minori, e della stessa specie, 
qual'e questa di cui si tratta) quanto la particolare del Porto; il quale contiene, 
come anzi habbi amo fondato, i dritti nommen dell'Ancoraggio, chedell'esitura. 
E quando questa special concessiionle non bastasse ad abbracciare un tal dritto, 
bastEranno certamente le altre più forti espressioni, che li sus^uono, e che non 
potranno rimanere inutili e prive di effetto; come sono quelle "cum dctìonibi/s, et 
pertìnentys ùé diuhi Terrum, CnsLrum. Turrim Bivone, oc Dohanani, et Portum 
ipsius spectantibus, et perhnenhbus. torri dejure. qunm de consuetudine, seu niias 
quovis modo, eujuscumQue vocabuU appeUntione distinctis. etinmsi oportre fieri 
spedate mentionem. et cum omnibus niìjs, etiansì talin forent Que expimendti 
specidUter essente et sub qunvis generniitate non venirent" . 
Da quanto si è fin' ora divisato, essendosi veduto quali siano i dritti spettanti al 
Sig.r Duca, in vigore delle rapportate concessioni e scritture, resta ora da vedere se 
qualcuno di essi, per virtù del Banno ed ordini delta Soprintendenza fusse rimasto 
abolito, purdiminutio. 

Dal tenore del soprariferito Banno, ed ordini, a è pototo rilevare che altro in essi 
prescritto non venne, ^ non che quel dritto della Dogana, che pagasi per raggione 
della Gontraduzione, esigger non si potesse se non per quelle Merci, le quali, o 
nascono ne' feudi, edalliovesi trasportano, o vengono da fuori per consumarsi in 
essi: si pieszrisse similmente che per quei generi, che nascono fuora, che passano 



*"" GalesL respons. Eisc. IS.. cap. 6. il lOt 
'^^ Rcea lect Eeud. t IL 5a 

'^^ Galestalomcitaon. 67. 



231 



per transitum per essi Feudi, per trasportarsi inalili luoghi, nulla si pagasi, purché 

non fussero contrattati nelle pertinenze di Monteleone e Bivona; Nel qual caso si 

ordina che si pagasse il Dritto della Contrattazzioneal Sig.rDuca, allarHgg(ione)e 

di gi:1an}al8 l'oncia. 

Or tutti questi stabilimenti in una parola altra non vollero dire, che dove non vi sia 

contrattazione, non vi debba esser questo dritto di Dogana: lo che à buona lingua 

non è già una novità, ma una mera disposizione delle Leggi del Regno: giacché 

non sulta estrazione delle merci, ma sulla di loro contrattazione sta sitiate questa 

dritto; eoa quelle che si estiaggono, senza contrattarsi nel luogo, non soggiacciono 

a vemn pagamento, secondo vien prescritto da Riti della R(^)aCamler1a(I)^^. 

Siccome all'opposta, se le med(esim)e più volte si contratt^sera, più volte altresì 

son sottoposte a pagare questo tal peso [1}''\ a c^ è tenuto ugualmente il 

compratore, cheli venditore|2)'■^ 

Tanto èveKi che questo Dazio non si de^e ne per merci, né per riguardo di esse, 

ma solo perii contratto; perrrhé ^ altrimenti fusse, ei si pagher^be una sdI volta, e 

dal solo compratore, presso di cui passano i pesi della robba vendula: siccome 

riflettesi daAgeta(3)'^^ 

Questi legali stabilimenti unifonni sono anche alla reint^ra del 1549; giacché in 

questa sta reggi strato, che l'accennato Dazio si pagava ab exteris vendentibus, siva 

ementibusincertinentiisBivone; etquandcompratoretvenditorambo suntexteri, 

dictum.IuseKigiturabutiociue . 

Sicché dunque, gli ordini della Regal Soprintendenza non hanno indotto novità 

veruna, riguarrlo al Dritto della contiattazione, o sia a quella parte di Dogana, che 

chiamasi Plalsatico, ma piuttasto nello stabilirne il regolam(ent)o, si sono 

unifonnati alla maniera prescritta dalle nostri Leggi, ed a quella con cuj è stata 

esercitata e posseduta ab antiqua dalla Casa del Sig.rDuca. 

Che se altrimenti esercitarsi volea dall' affi ttatìore, l'avvisato Dazio, sarebbe stato 

più tosto in abuso, la di cui moderazione non obbliga il Padrone al defalco ed 

all' ammenda del danno, che sa ne viene a soffrire. 

Veduto cheli Corpo di quella parte di Dogana, che dicesi il Plateatico, non rimase 

punto abolito dalla Regal Soprintendenza, resta a dimostrare che non fusse stato né 

pur diminuito. 

Infatti gl'ordini della med(esim}a prescrissero che l'esazione del mentovalo dazio, 

pratfcicata si fusse alla ragg(ion)e di gitan)a 13. ad oncia; lo che si uniforma allo 



*"Rit,R. e. deJijreDoha.inpnnciFL 

'^* Molesdejur. Doha.ft aniembr. 1 n. 18 da 77. 

"^ RILR. C: p.ni d^p. inrabr. de consbtud. pnnc. e4iL S6. 

'" Aget. ad Moles. #6. dejur. doha. membr. l.iLé 



232 



statili imentD de' Riti della R[egia) Caiii{er)a sopra rapportati, ed a quello che 
pratticavasi in tempo della Sud(etl^a reintegra dell' anno 1540. 
Sicché nonv'è su di ciò luogo alle lagnanze dell'affittatole. Che se mai per questo 
si raplicas^, che sia stato sempre solita di esiggerai da sopra li ogli, che 
s'imbarcavano nella Marina di Bivona carlini tre a botte, lanto per quelli che 
venivano dalli Stati di Montelecne, quanto da fuori di quelli, e ciò a tìtolo di diritto 
di Dogana Baronale, e non per altro tìtolo, siccome si as^s:edai quatìio passati 
Afflittetojri, colla loro fede de' 2 Novembre 1754: e che per conseguenza 
osandosi fatto l'ultìmo affitto della Dogana Baronale, una con li Jussi solitì , 
qualora questì non si esiggono scendo il solito, si deve dar luogo al defalco. 
Si può nspondere a questa opposizione, che, quando anche si voglia fare il 
quartìera airAff(ittBtor)re di menarceli buona, o vera TaccennatB fede, provata e 
fatÌB a sua istanza, pure niun suffragio da quella per cuj si ricava; mentre per 
potersene ^li giovare avrebbe dovuto il med(esim)o prevare a giustìficara che 
questa esazziion}e si fusse fatta perle passato solamente ad intìjito di quel dritte di 
Dogana, che pagatì per la contrattazione, cioè per lo Plateatìco; e non già per cusa 
di qualcuno di queg' altri drittì, che come babbiam di scpra fondato, al Sig.r Duca 
s'appartengono, in virtù delle rapportate concessiofii; e che pure sotto il nome di 
Dogana, come partì e membri di essa, sono compresi e si convennerD nell'ultìmo 
affitto, sotto il titolo di Dogana ed al tn.Iussi; né dal Banno vengono proibiti: 
Onde potendosi a questa altn dritti riferire la passata esazzione, può star bene che 
siansi quelli esatti a titclo di Dogana, secondo l'assertiva de passati affittatori, e 
che dal Banno non essendo steti comprati, come diversi dal Jus della 
Contrattazione, si de^e rifondere a colpa del Conduttore il nonhaverli esatti. 
Che poi si replicasse dall'Affitiatore che gli altn sopracennati dritti non havesse 
potuto esiggerìi, ad oggetto, che nelle Previsioni spedite dalla Rogai 
Soprintendenza ad istanza del Sig.r Duca, si spiegò con parale generali, che per le 
iDbte che vengono da fuori e passano per le pertinenze di Monteleone e Bivona, et 
^nza ivi contrattarsi si estraggono, non si doves^ pagare cosa alcuna al Sig. Duca, 
ma bena all'Anendatore de Ferri tutti i dritti; si risponde che ugualmente dal 
tenore dell'esposto fatte nella S oprai ntendenza per il Sig.r Duca, che 
dell' orji nativo della meti[esim}a si scorge ad evidenza, che nulla fu ditto e 
mentovato ciccai dritti dell'Ancoraggio, Falancaggio o di esiterà, che seno Dazij, i 
quali si appartengono al Porto; ma si parìò solo di quello della contrattazione; e 
altTD di questo non fu praibito dalla Sopraintendenza. 

Quella espressa ion)e poi, che si ravvisa ne sud(ett^i ordini della meti| esimia che 
tiitti gl'altri dritti si pagassero all'Anendatore de Peni, riferirsi deve alle nuove 
impesizioni sinora imposte dalla Ri egi}a C(amerìa che similmente per raggion 
della contrattazione si esiggono come aumente di Dogana, oltre del primo impesto 
di gr1an}al3 ad oncia. 
Imperocché nel]' anno 1625 dal Viceré D(on} Ant)oni]o di Toledo Duca d'Alba vi 



233 



fu accresciuto il dritto, detto il nuovo imposto; quale prima si labili a raggi ion)e 
del cinque per cento, ma poi colla Prammatica 71 .#.1 de vestjgalibus, fu ridotto al 
due per cento; e questa imposizione si ordinò dalla R(egi)a Cam(er)a nel 1627 di 
esiggersi anche nelle Dogane Baronali a teneficiodellaR.aC.te. 
Onde COSI questa come le due altre, doppo sopragiunte e rapportate da Ageta ( 1)^^ 
esiggendosi in es^ Dogane, non può avetvi dubbio che de' dritti di quest'altri 
nuovi imposti parlato abbiano gli ordine della Sopraintendenza. 
Questo è quanto ne' termini di rigor da Giustizia considerar si puote a favore del 
Sig.rDuca; lo che per verità può riuszir disputabile e problematico. 
All'incontro, riflettendosi alle circostanze, che al conduttore non fu spiegato 
nell'affitto, quali fussero distintam(entjequi dritti soliti, che ^ gli affittavano colla 
Dogana e col Porto di Bivona. e quali quelli, che sotto tali nomi si comprendevano, 
^mbra egli es^r scusabile, sa, ptDibito il dritto della contrattazione non havesse 
egli fatto valere qu^li altri che alla Camera Ducale (per quanto si è provato) se li 
appartengono; e che per con^uenza essendo stato proibito il dritto del Dogana 
nelle merci, che s'estraggono, ^nza contrattazione, non pare meraviglia, che 
l'affittatore, il quale altro non ha veduto esserli stato affitiato, che la Dogana 
habbia creduto esserci mancato questo Corpo, in virtù de' Regij Ordini; Vieppiù 
che dopo di questi, per quanto ci vien rappresentato, l'Amministratore delle 
Dogane di Calabria, equivocando foree anch'ali, nella intelligenza dei sud(eti}i 
Ordini, proibì all' Affittatore l'esazione del solito dritto. 

Se mai dunque, attente tali riflessioni da noi considerate per l' affittetore, venisse a 
produrrsi nelle raggioni del Duca qualche dubbiezza, pure questa affatto cader non 
potrà in un'altro aspetto, in cuj riabbiamo considerato la pretenzione dello stesso 
Affittatore; Ed è per l'appunto, che il medfesimjo con sua confesE(io]ne asserì nel 
memoriale, diretto al Sig.r Duca al 23 Luglio 1754; "che egli dopo haver affitiain 
in Dogana coìti emoìumenLi ciie si soievano prima esiggere, fu óaUa M(aestà} dei 
Re emanato ordine di doversi ia Dogana esiggere soiamente sopra i beni, che 
nascono e si corìsumano in Feudo, a Quai oggetto esso Affitttitore desistè 
óaU'Affitto, e domandò l'escomputo, che ìi fu accordata. 
Ma essendosi poi ison parole del memoriale] spedite provisioni ad istnma dei 
med(esim)tJ Sig.r Duca dui Regio Sopraintendente, che le d{eì^e Dogane si 
estendessero anche sopra i beni esteri, che si contrattano in Feudo, intraprese di 
nuovo it d{e\ì\o Affitto" . 

Or premessa questa notabile circostanza di fatto, diciamo, e crKJiamo dirìo con 
ragg(ion)e, che sa gli ordini della Sopraintendenza furono noti all' Affittatore e, se 
di questi ugualm{ent]e che del precedente Sanno, se ne fece ^li carico nel 
memoriale dato al Sig.r Duca; e se dopo di tutto ciò, pura ripigliò luj l'affittei 
creder si deve, che ripigliato lo habbia con tutte quelle l^gi, moderazioni e 



'^ AgeL ad Moles #.&inenibr. 1. a 66. 7a 72. et 76. 



234 



limilazioni, che cosi nel Banno, come in essi ordini, furono espressati; e p^ 

con^guenza, o habbiano questi abolito o moderali) qualcuno de' dritti, che prima 

s' esiggevano, come che con tale abolizione o diminuzione, la rinovazione 

dell'affitto si deve sentir fatta, non si deve più, per una tal causa al preteso 

escomputo. 

Cresce di peso l'additata considerazione net rifletl^K, che quando anche 

l' Affitti ato}rB rinnovato ne avesse l'affitto dopo gli ordini della Sopraintendienzja; 

e che pervirtù di questi penduta aves^ il solito dritto sopra le merci, che senz' esser 

contratte vengono ad estrarsi. purB il med(esim}o non sarebbe in danno; e 

tantomeno nel caso di ricevere l'escomputo; ed eccolo come. 

Prima del Banno e dello Stabilim|en)to della S oprai ntendenza, questo dritto òi 

Dogana (come vuol la fede de' passati affittetori) si esiggeva alla Ragione di 

carlini tre ogni botte d'oglio. 

All'incontro dalla Soprintendenza viene ordiinajte che queste esazzione si 

praticasse alla raggione di gr(an]a 18 ad oncia, come per altro vien prescritte ne' 

riti della Reg(gi]a Cam|merìa, e nella stessa reint^ra dell'anno 1547. Ciò posto; 

non può difficultarsi che più vantaggioso sia lo esiggere g(ran}a 18 ad oncia di 

valore dell'egli che carlini tre per ciascuna botte di essi, giacché ognuna di queste, 

come è troppo noto, sonnonte il valore di tre e for^ quattro oncie ancor. 

Or diciamo noi; date che si fus^ perdute queiresaz|ion)e della Dogana e che 

prima si praticava indifferentemente sopra tutte le merci, che si estraevano, anche 

non contrattate: pure queste perdite potrebbe dirsi tastevolmente compensate 

ali 'Affittiate} re col dritto maggiore, e più vanteggioso, che li è venute permesso 

dalla Sopraintjendenjza; tanto sopra le robte eh' entrano per consumarsi ne' Feudi, 

e pur quelle che, nate in questi, si estraggono fuora, quanto per l'altre, che 

contrattete in pertinenza de' med[esi)mi, si vanno a trasportare altrave. 

Ed ecco per quai principi di strette giustizia sembra che non possa darsi luogo al 

defalco dall'Affittetore preteso. 

Non lascia pere la ragion dell'equità venir in soccorso del med(esi)mo, e di 

suggerire le riflessioni: che dovete egli forzatamente soggiacere ad un danno 

indipendente da ogni sua colpa; che questo non gli vien forse abbastanza 

compensato, con vantaggio, dianzi da noi considerato; e che tinalm(en}te la 

rinovazione eh' ^li fece dell' affitto dopo sopraggiunti i Reali Ondini, fusse state da 

lui effettuate alla stessa ragiionje che nel principio fu convenute, cioè senza 

minorazione dell' annuo esteglio. 

Onde per queste e per altre considerazioni di equità, crediamo di essere il 

medesimo degno di qualche onesto risarcio. 

Coir avvertenza tensi di non concedersi questo in is:ritte, perchè non possa poi 

trarsene un esempio al Sig.r Duca pr^iudiziale intervenire per noj riguardi; ma 

bena dopo essersi, col fatto, concedute il defalco ali 'Affittiate} re, si potrà da lui 

percautela, riscuotere una rinunzia a tal beneficio d'escompute. 



235 



Sarebbe pure della nostra incombenza il dare anche qualche sentimento sopra le 
quantità a cui un tal rilascio ascender dovesse. Ma essendo questa una ispezione, 
che regolarsi dee da circostanze di fatti a noi ignoti; come sarebbono le quantità 
d^li ogli che all' incirca, più o meno, si solevano prima del Banno trasportare nella 
Marina di Bivona, senza contrattarsi nelle pertinenze di essa...(j/ documento 
termina con formule ìegaii di rito) . 



236 



Appendice 2 

ASSASSINIO DI UN SOLDATO 
DEL FONDACO DI BIVONA^^ 



Avendo D. Saverio Proveniale, Am^{inistrata}re P{TQs)ente deWArriendsmeriito 
dei Sniì tenuta la lìotizia, che netìn Marina di bivonn delio Stato di M{on)te Leone, 
erano approdate sei barche ìiparotÉ, cariche di Saie in contrabando, volendo 
impedire, che queilo non si vendesse, perciò verso ti venti del mese di Ag{os\to dei 
1731 vi mandò Pietro Paiumbo, Ottavio Lo Iacono e Nicola Brigtio, Soidati 
detV ArrienÓBmerìjto dei Saie. Ed Questi per dar sogge2Ì_ìo]ne a dette barche, ed 
alia gente, che forse comprar votea dei saie, si posero aita vista di quelie, tantoché 
in dettn Marina di Bivona nuila successe. 

La mattina poi di martedì 28 di detto mese di Agosto, delie barche fecero vela 
anndando talune verso io Città dei Pizzo, e due di esse verso ia fiumara 
deil'Angetoia, e ristessi tre soldati anche col fine d'impedirne lo sbarco, o sia 
vendita, ie seguitarono coiìa vista, ma non così faciimente riuscirà potè ii di ior 
disegno per caggionche ie barche di gran lunga distanza giunsero, col favor deiia 
veia, prima deli'arrivo dei soidati e cominciarono a vendere ii saie a più persone, 
che calarono co' i loro Animali in detta Marina dei fiume deli' Angetoìa, e volendo 
compare alia di ioro obiigaz{ìo]ne \(lo]mandarono a Giacinto Guiio Cavailaro, 
come potevano fare per uscire avanti a queii'huomini, che avevano comprato ii 
saie da dette barche, e lo portavano coiie some, ed avendoli coiai insegnata la 
strada di fretta detti tre poveri soidati, senza denudarsi le gambe ne tngiiersi le 
scarpe, passarono l'acgua del detta fiume Angetola, e pigiiarono ia via 
dimostratali dai riferito cavailaro, e giunti vicino le mura dirute di una Chiesa 
detta di S. Maria delie Ricotte, voiiero arrestare da' circa otto huomini deiia 
terram di Puiia, che co' ioro animali dentro a sacchi conducevano del detto sale 
intercetto, e venuti a contesa, [uron posti da queiii nei mezzo, e daiii rub.ri furono 
disamìati delie scoppette, il Nicoia Briglio, ed Ottavio Lo Iacono ed il Pietro 
Palujo non si fece disarmare per che si pose in difesa colla sua scoppetta, e 
fuggendo i'altri di Puiia, rimasero soii ii sud{e\ìti tre rub.ri Nicotera, Acitc e 



AStì. Archivio Pìgtìotelli-Cortez . Se. 65. f.lo l.n. 1 



237 



giambronG, e non contento il Nicotera di avere colli di suoi compagni dìsarnmki 

dietimi soiónti, di più coUa sua scoppeti/i, deìin Quaie andava armato, detto rubro 
nicota Nicotera, scaricò un colpo ai Nicola Brigiio, che coipenóoìi una paita neìla 
fronte, imnìediatamente Vuccise e morto restò ivi ò terra disteso, e iì rub,U 
soiiecitnndo tra di ioro besije somarrine, e. r., cariclie di d.o saie, 
s'incamminarono verso ia di loro patria Terra di puìia, portandosi ii rub.ti Acito, 
e Giambrone, te scoppette tolte a d{e\ì\i due soldati, ed arrivati in alcuni pagliare 
proprie colà posero d{e\ì\o sale intercetto, che scaricarono dà sopra detti Animaìi, 
e li due soldati viventi, uno di esso dissarmato, e l'altro colla sua scoppetta, 
andarono à chiamare aicuni huomini per far la óiUgenia al cadavere, e trovandoìi 
lo stile in sacca, due tari d'argento, otto cavalli moneta di rame, la coltella, e 
solfaroia al cinto, e Quattordici bottoni d'argento ai suo colletto, se li pigliò tutte il 
nominato soldato Pietro Palujo per dare conto a chi spettava, e se neandomo con 
dar parte del successo à più luoghi, tanto che ii Mastro Giurato di Francavilla, 
andò con altri per pigliare ii cadavere sud[etQo, e sopra un carro lo fé conducere 
nella chiesa matrice della Rocca Angetola, dove poi fii seppellito per essere stnto 
l'omicidio in territorio di detta Rocca. 

Dalli Gov\emaÌD)ri deN'Arr{entainen)to de' Sali della Calabria Ultra à fa ricorso 
à S.MJdio g{\}Br}di, rappresentandoli i pregiudiiij, che d{eì^o Arr\er\ó^men)to in 
dies riceve per l'incessanti controbandi, che colò si commettono, ed in particolare 
nello Stato di M{on)teieone, tanto che per lo spazio di un anno, e nove mesi non si 
è venduto sale dalli Regij Fundaci per servitio di d(ett|o Stato, anche se li soldati 
de/rArr(enclamen)to volessero impedirli, certam{en)te sarebhono uccisi, com'è 
accaduto spesse volte, che sono stati feriti, e maltrattati. Sup{pììcm}do la M. S. 
non solo a stringersi la V.ntà di d(ett^o Stato per lo rimborso deli' interessi fatti al 
dietimo Arr(endamen}to, ed ai pag{am^to di una franc{azìo]ne fatta dal 
Reg{qen)te di Tomase, ma altresì fare costringere quelle al soggiacim{^\to delle 
pene stabilite daile Regie Pram{m3Ììch)e, come questo, ed aitro si legge dalla 
copia del dfetQo ricorso folj ad IL. 

Per il qual ricorso, si degnò S.M. Dio g\uar]di, inviar cedola à 
quest' Ecc{eììerùì^)mo Sig.r Viceré Conte di Arach, per i' accetto 
dell' !nform{azìo}ne, e per ii gastigo de' contobandieri con altre providense, 
siccome dalla Copia della Real Cedola si iegge, fol.l2 e 13. 
E per esec\\izìo)ne de' Reali Ordini, s'inviò dispaccio ali' InltBuderìjte Sig,r 
Com.to D. Antonio Magiocco, che si fusse portato in partibus à pigliare 
Jn/or(mazio)ne di dietimi controbandi asseriti, e di tutti l'attentati, ed eccessi, che 
per tal fine si son commessi con altro, che sta espressato in d[etQo dispaccio, 
copia del quale sta nei foi. 14 e 15. 

L'istanza del Gov{ematD}re di d|ett|o Arr(endamen}to fatta sine partibus acciò 
dietimo Sig.r Com.to prenda i'inform{siìo]ne dell'omicidio sortito nel di 28 Agosto 
Ì73Ì in persona di Nicola Briglia soldato di d{etQo j4FT(endainen)to con 



238 



carcerarsi egasUgarsiU Rei deità Terra di Puiia. che noti solo uccisero quello con 

uncoipo d'nrcìììbujahi, ma anche disarmnrno due aitri compagni soidati, neWatin 

voievarìo impedirà U trasporto di un contrabando di sale, e vi è U capJo 

informativo foi. Ì6. 

Su la notizia, cfìe iì Capo di Ruota di Catanzaro avesse preso inform{zì)ne. ò [atta 

diiigenza su di dietimo omicidio, se li scrive ietterà dei prefato Sig.r Com.to per la 

trasmissione degli atti, come dalia copia di d{e\ì\a ietterà si legge in fol. 17. 

Risposta dei dietimo Capo Ruota, ed invia solo ii delitto in genere, con alcuni ati di 

consegna de' testimoni] intesi dallo Scrivano dell'udienza Nicoia di Marco e dà 

notizia, che il passato Preside di Cataniaro forse averebbe t&nuto altri atti, come 

dà detta lettera si vede foi. 18, et fol. 19 . ad 23. 

Copia d'altra lettera, scritta ai d|ett}o passato Preside attuale in Cosenza, per lo 

stesso effetto d'averne gli atti fol. 24. 

Risposta del d(ett|o preside, il Quaie invia al sig.r Com.to alcuni piccioli atti, che 

sono una relazione dei d(ett)o Nicola di Marco, la noUiia di dietimo omicidio 

mandatali dall' Amm\ìrà^T5tD]re de' sali Saverio Proveniaie, due deposiz{ìo)ni di 

due barbieri, esperti in chirurgia per lo delitto in genere dell'ucciso, e due 

deposizioni delii due compagni del soldato ucciso, come si osserva dalli fogli 25 et 

26 ad 37. 

Chiamata, ò sia ordine, che si fa alìi d{eì^ì due soldati attesi, ed alii nominati 

periti, fol. 38. 

Carlo di Dario, Testij fol. 39. e Giov.e Lo facono. Testi] fot. 40, 

ripetono le di loro deposizioni, nelle quali dicono d'avere osservato ii cadavere di 

dietro Nicola Brigtio con una ferita nella fronte passata nella parte di dietro con 

frattura dei cranio, ed esser stata dà palla di piombo dà scoppettata, per causa di 

quella se ne sia morto. 

Si esamina Pietro Palujo, Soldato compagno dell' ucciso stranie V altro era assente, 

e va deponendo tutto il fatto della maniera che sta asserito nella rubrica, e ripete 

ancora la sua deposizione fatta al d{e\ì\o Scrivano Nicola di Marco fol. 41 ad 43. 

Citaz[ìo)ne de' Testimoni] foi 44. e fede dell'assenza di Nicola Sgotto, e Bruno 

Bitasco di Pulia fol. 45. 

Cìtaz[ìo)neà testimoni] fot. 46. 

Antonio Gemelli, Testij fot. 47.- depone, che la mattina del 28 Ag{os\to 1731 à 

circa l'ora di mezzo giorno mentre stava con due altri amici guardando i loro 

animati nel luogo detto La Pirara, poco distante dalia Chiesa detta di S. M{m)a 

delle Ricotte, in Territion)o, e giurisi <:^7.ìo] ne della Rocca Angetola, e 

discorrevano fra di lo, intese rumore di gente vicino ie mura dirute di detta Chiesa, 

e ii vidde rissare fra di loro, che per l'impedimento d'alcune fratte, non potè 

distinguere quanti huomini fussero però tramezzam{en)te ne vidde più di sette, ò 

otto ed alzatosi per poter meglio discernere il fatto vidde, che il rub.to Nicola 

Nìcotera suo conoscente per prima, con una scoppetta, sparò un colpo. Che non 



239 



vidd& ò chi avesse colpito per d(ett|D impedimento deìie fratte, e nei med{sàm)o 

tempo vìdde che d(etQo NicotÉm si unì coli'nltri due rub.to Nicota Aceto, e Vito 
Ginmbrone, nnche tutti due suoi conoscenti, ed armati di scoppetta, una per 
ciasciheódjno e di fretta s' incaminarono verso ia Terra di Putta toro Patria, con 
aicuni somarri carichi con sacchi pieni, e nei passar per ìa strada pub{ì}ì\)ca per 
vicino dove esso rest(imoni|o stava, ti vidde sbigottm e ii dissero, che se erano 
domandati di toro non avessero d{ett|o niente, e se ne andarno, da che giudicò, 
che d(ett|ù archibujata, avesse fatto danno à Quaìcheduno, ed imnìediatam{eh\tÉ 
dà aicuni di passaggio, intese dire, che in terra dove aveva veduta la scoppettata 
sparata dai tifetQo Nicotera, vi era un huomo morto, ed esso Test[ìmoTà)o, subito 
ivi andò, e vi ritrovò ucciso à terra, ed insanguinato di fresco, un huomo con una 
ferita neìta fronte, fattali dà palla da scoppettn onde giudicò, che quello era stato 
ucciso dal dietimo Nicotera con d{eì^a scoppettata, e sentì dire che l'ucciso era 
soldato dell' ArTier[óamen)to dei Saie come appariva essere dalli suoi vestimene, 
ed in d(ett|o luogo vidde venire due altri soldati di d[etì^o Arr(endamen)tò, uno 
senza scoppetìa, e Vaitro armato. Da quelli sentì dire, che il morto si chiamava 
Nicola Briglio, ed era loro compagno, e de' tutti tre volendo arrestare detti di 
Pulia, che portavano Controbando di Saie intercetto caricato alla Marina dà 
barche liparote, quelli per non farsi pigliare il controbando, l'avevano maltrattati 
con disarmare d{e\ì\i due soldati, et poi di più avevano ucciso dietimo Nicola, e 
giudicò esso Testi,ìmorà}o, che te due scoppette, quali apportavano ìi rub.ti Vito e 
Nicola, erano ristesse levate à dfetQi soldati, atteso che per prima mai avea veduti 
armati li med{£àm\i, come aU'incontro avea veduto quasi sempre andare armato 
dietimo Nicotera rub.to, e dò altre genti poi senfi dire ii fatto delia maniera 
espressato. 

Domenico Dastoii Testi] fot. 50. - Depone che d{e\ì\ a mattina à dett'ora ritrovatosi 
in un luogo dietimo Marasano, guardando animali circa un tiro di scoppetta 
distante dalle mura dirute di d{e\ì\a chiesa ivi vidde, che circa dieci huomini si 
erano azzuffati e facevano rumore, ed alcuni si posero a fuggire per dentro te 
fratte verso la marina, e mentre calava per trovare il sudidett)o Testij Antonio 
gemelli, e due suoi compagni intese sparare un coipo di scoppettata, verso dove 
era ta rissa, e giudicò fosse sortito cosa di maie, ed accostatosi al dietimo 
Testim{oTà]o Gemelli, ti domandò se sapeva che cosa era successo, e queilo ii 
disse, che ii rub.to Nicola Nicotera, aveva sparata d{eìi^a scoppettata, ne sapea 
altro, ed immediatami en)te vidde passare per avanti di lui tutti tré li rub.ti 
Nicotera, Acito, e Giambrone suoi conoscenti, per per\^)na ogni uno armato di 
scoppetta guidando tré somarri carichi con sacchi pieni, senza vedere che vi era 
dentro, facendo la via di Puiia loro Patria, e stando sbigottiti, li dissero, che se 
erano domandati di loro non avessero detto niente, onde giudicò, che la 
scoppettata avesse fatto danno. Sentì poi dire, che in d[eìi^o luogo vi stava il 
morto; va a vederlo coti'altri: vede il cadavere di fresco ucciso, con d[ettjfl ferita 



240 



in fronte e tutin it di più io depone de anditi publici e dal conquesto de' detti due 
soidntn compagni dei Nicoin Brigiio ucciso. 

Bruno Saiatino TesHj foì. 52. - Depone che ó{e\ì\a matina nU'orn di meno mentre 
stti\ja con nitro amico Nicoin Sgolìo, in una pagiiara in territi_on)o di Francavilìa 
vidde passare per avanti di lui tutti tre ii rub.h armali di scoppetta suoi paesani, e 
conoscenti guidando tre somarri carichi con sacchi pieni, che non vidde che cosa 
vi era dentro, e si [è meravigiia, che ii rub.tj Giambrone ed Acito, andavano armati 
di scoppettd, perchè non era loro solito, come era solito andare armato ii 
Nicot&ra, e vidde che scaricamo d{e\ì\i sacchi in aicune toro pagliara, e poco 
doppo intese dire tutto ii successo del modo descritto, onde giudicò, che detti 
sacchi erano pieni di Saie intercetto, e ìe scoppette apportutÉ daiii detH Vito, ed 
Acito, erano Vist&sse disarmate à d(ett|j soldati, e la mattina seguente avendo 
veduti dietimi rub.ti tutti tre armati dei medes{ìm]o modo, ii domandò perchè 
portavano dfet±}e scoppette e ii d{e\ì\i Acito e Giambrone in presema del rub.to 
Nicot&ra, li raccontarno d'aver caricato ii saie intercetto dà dette barche liparots 
con nitri paesani, ed arrivati in d(ett|o luogo di S. Maria delie Ricotte avevano 
incontrato detti soldati, guali volevano arrestarii, è però se Vavevano posto in 
mezzo, e l'avevano disarmati, e d{ett}o rub.to Nicotera, ne avea ucciso uno, che 
era remasto morto là interra, con portarsi poi l'intercetto in dietimi pagiiara, e che 
ie scoppettÉ sud{eì^e erano ie med{Qàm\e quaii portavano essi rub.ti Acito, e 
Giambrone daiché si accertò esso testijmomjo di tutto il successo, e depone 
ancora V assertazìone di quelii della ior Patria. 

Giuseppe Muzzà, testij fol. 55., Domenico Gomito, tosti] foi. 55.ato, Depongono, 
che stando in d[etQo giorno, scogniando grano nelia loro torà in Territ{on}o di 
Francavilìa intesero sparare un colpo di scoppettata circa mezzo migiio da sotto il 
iuogo dove essi stavano, e non ci badamo su ia credenza, che avesse sparato 
quaiche cacciatore. Di ià à poco videro venire in d(ett)tJ iuogo due soldati uno 
armato di scoppetta, e i'altro non la portava, e li dissero tutto ii successoìi, 
pregandoii, che fossero andati con essi per vedere che cosa tenea il cadavere di 
dietimo Nicoia Brigiio, ioro compagno, in effetto andarno in dietimo iuogo, e 
ritrovarne d(ett|o soldato ucciso, e giudicamo, che la scoppettata da ioro intesa 
poco prima avea ucciso d[etQo huomo soldato, e tenea ia coltella e la solfatara ai 
cinto, ed un stiiletto dentro al fodaro deiia sua sacca dritta de' calzoni, e 
quattordice bottoni di argento al colletto, e due tari d'argento ed otto cavalli di 
moneta di rame, quali robbe tutti si pigliamo d{eì^i due soldati, e se ne andarno 
con dire, che volevano procurare di far seppellire detto cadavere, e depongono la 
fama pub{ìAìc]ca contro de' rub.ti come sta asserito. 

Gregorio Barberio, Testij foi 60., Giuseppe Barberio, testij fol. 62., Antonio 
Brìzzij, testi} fol. 64. Depongono l'invenzione di d|et±|o cadavere in tJ|et±}o luogo e 
che sopra un carro fu portato per ordine del Mastrogiurato della Terra della 
Rocca Angetola per farlo seppellire in quella Chiesa Matrice, e perchè non tenea 



241 



ia CQTìeìÌQ sapra fu chiuso m uìì basso terraneo, e doppo due giorni fu seppellitn. e 
depongono ia fama pub{Uì}ca dei seguito neììa maniera descritta contro ii rub.ti. 
Agostino Ceivaso, Testi] foì. 66 e Gincintn Guilo Teshj foi 67. Depongono d'aver 
veduto approdare d{ei^e barche Uparots indleìi^a marina deli' Angetoìa , dove 
corìcorsero più persone convicine. e giudicamo, che queìti portavano saie 
irìtercetto. e depongono tutta ia fama pub{Uì]ca dei seguilo. Ed ii sud{eì^o 
Testim{oTà]o Giacinto Guìio depone di più che tre soidati rfeN'ùfr|endamen)to dei 
saie ii dissero di essersi accorti che i'huomini di Puiia avevano pigiiato saie 
irìtercetto da d(ett|e barche, dimandandoii ia strada per poter uscire avanti à 
queiti. che arìdavano coii'animaii caricììi di dietimo saie dentro a sacchi, ed 
avendoii insegnata ia via, vidde cììe dietimi soldati sema ievarsi le scarpe 
passarono l'acQua del fiume Angetola, e vicino le mura dirute di d{eìi^a chiesa di 
S. Maria delle Ricotte, uscirono avanti a quelli, che portavano l'intercetto e ii 
vidde anuffare. e parte se ne andarono e tré si posero a contrastarse con dfetQj 
soidati ed intese dire, cììe dietimi tre huomini erano ii rub.ti Nicotera. Acito, e 
Giambrone. quali per non farsi ievare ii contrabando dei sale avevano rissato con 
dietimi soidati, e i'avevano levate dette due scoppette, e che d(ett)o Nicotera avea 
ucciso d[etQo soidato. 

Ordine al governatore deila Terra di Pulia perla carcerazione delli rub.ti 
Risposta del med{eàm]o GtJv(emalD|re nelia guaie dice non aver potuto obbedire 
all' ordini sud[eti^i per essere d[eì^i rub.ti Assenti, ne sapersi dove siano. 



242 



Appendice 3 

INVENTARIO DELLE ROBBE 

DELL'IMPRESA DEL CANNAMELE 

AL CASTELLO DI BIVONA^ 



Die iero duodecima mensi Octobris 1618, per Jnd[mor^e In nìnrina Bivone 

ter(rito}nj Montisieonis nos per grnóe die Personultnieritie conshtuitìs Dotinre 

jonnne Baptn Crispo, Rationnìe et Perceptore staus dieta civitatin Monti eleo)nis 

agente per tam noie suo Quntn noie et prò prate Curie iusdem Civitnhs ex una. et 

Hyeroninìo Scotto proc[urato|re utipsedietìliojnvobi Zatara Baronis Murigìinnim 

et SttitusNorey agente per prose et ex atea parte. 

Ad nìaiorem inteìiigentia io p[i:Bde)tttJ Geroiimo noie guos s.a consegna at 

p{móe)tto Dottor Gio:hatts! Crispo ragionale periceìinjre dei p{m:le)ttD stato, 

i'infratta quantità di rame, iegname, ferramenti, et aitre cose infratte quaìì eran 

deU'impresa del canameie di Bivona: 

ìmprimis la cììiave de ia porta dei Casteiio di Bivona, de la porta dei ponte con ia 

chiavatura e cathenaccio a braccio 

E più un'aitro braccio sema chiave e chiavatura del porteiio di d(ett)f? porto, 
inanati de ia quale ci è io ponte ievatizio con ia sua cathena de ferro e le fosse à 

torno di d(ett|o castello non son nette 

ìt&m una cascia d'abito longa vecchia vacante per t&ner la polvere deiìa 

munitione 

Jt&m due iibarde vecchie all'antica 

ìt&m quattordeci arcabugi, cioè quattro di questo Castello di Bivona, e li dieci dei 

Castello di Mont{eÌQo)ne li quattro vecchi 

Jt&m una tavoletta da mangiare con li suoi piedi 

Jt&m la chiave, e ia porta de la sala vecchia e chiavatura co lo brazzetto di ferro 

Jt&m la porta de ia cam{er)a dei Castello senza chiavatura 

Jt&m la porta dei camerino aW incontro de ia predetta porta con 

chiavatura 

ìt&m nelia Camera dove stanno li zuccari vi sono ii filari [atH di ciauroni per 
colare ii zuccari à p(osQo so^o con ie tavole di sotto, con ii portelli che t&neno detti 



AStì. Archivio Pìgtìotelìi-Cortez . Se 79, f.lo 1, n.2 



243 



ciauroni età queìiidi sopra mancùno moìd ciaurom 

Jtem una mayila dove si tagliniìo ii zuccari con la sua coverta di tavoie d'abito 

vecchia 

ìt&m nU'astrnco ci è un campanello disarmato 

Jt&m nella torre regia dui pezzi d'artiglieria di pruzo grosso con le cascie inferrate 
e con ie rote senza ferro con li pah di ferro per caricare, e per andare a d{eìi^a 
torre ci è il ponte acconcio eh' irìcomincia da Vastraco, e vù per detta torre, et è 
atorno con tavole 

Jt&nì neìl'astraco p[i:^e)tto v'è un'altro pezzottn d'artiglieria con l'arme di 
Pignatello, e colonna, e cavallo et cascie e rote senza ferro con la paletta, sei 

cucchiara per caricare 

Jtóm due palle di ferro piccole dei pezzetta piccolo 

Jt&m uno corritore d' alto verso Montì,eìeo] ne con le tavole 

Jt&m le fosse dentro et à torno e dentro la fortezza ma non sterrate 

Jt&m l' infratte cald are di rame ai peso di trentdtre onze per rotolo col fondo 

Cioè una caldera grande del fumo grande senza pessi à tomo, ma con ìi faldi rotti 

in molte parti, e poso cento settanta otto rotoli con ia corda 

Jt&m una caidara del fumo grande e con quattro pezzi à torno coi fundo sono le 

falde rotte peso rotoli cento trenta quattro con la corda 

Jtenì una caldera grande del fumo grande con lo fundo buono, e ie falde rotte à 

tomo, e con una pezza alie falde, peso ri_otD}U cento quarantacinqui con la 

corda 

ìt&nì una caidara grande del fumo grande con lo fundo sano peso r{otD)ii cento 

novantacinqui con la corda 

Jt&m una caldera del fumo grande con lo fundo buono pesò insieme con la corda 

ri_otD)li cento venti nove 

Jt&m una caidara del fumo piccoio con lo fundo buono pesò con la corda r[oìnila 

settanta duoi etèdei rijinatore 

Jt&m una caldera del fumo piccoio per lo riftnatore pesa con la corda r[o\n}la 

novanta 

ìt&nì una caldera grande per l'apparature co' una pezza al fundo pesò con la 

corda r{oto)li cento ottnnta otto, con le falde rotte 

Jt&m una caidara grande per apparature con due pezza al fundo pesò con ia corda 

r{otD)li cento ottanta duoi 

Jt&m una caidara dei sciroppo con io fundo buono pesò con la corda r{oÌD]li cento 

trenta 

Jt&m una caldera de lo parature del miele con la pezza al fondo pesò con la corda 

ri_otD)li cento ventisei 

Jt&m una caidara grande del riparature del miele con una pezza ai fundo pesò con 

la corda riotD)li cento cinque 

Item una caidara grande con io fìindo perciato, de io fumo grande, pesò con la 



244 



corda r{o\o)ìi cento seltanta sette 

7tóm una caidara grande con io [undo percìnto pesò con ia cordo r{o\D)li dui cento 

vena 

ìt&m una cnìdara grande con io fundo percinto pesò con ia corda r[o\D}lì duoi 

cento 

Jtem Una caìdara sema fundo de rotuii cento et ondeci, aila Quaie esso Geroiiino 
offre l acconciatura e io fare a sue spese, io quaie pur sono ii più consegnati, e 
pesò r{_o\D)ii centG sessanta uno, che in tutto sono r{otD)ii duoicento settanta 
doni 

Quali tutti so dette caióare sommano cantara venti sei e r(ota|l^ sessanta tre tordi, 
óeUi quaii si nededuceno r|oto)^i novanta óeiordo, edieceotto pesi a ragiìovì^fe di 
cinque r(oto)^j peso de ia corda, restano iiquidi venticinq[ue) cantara e r{otD)ii 
settanta tre 

Rame minuto di Bivona: 

Una conca grande de refìnare dove si sparte ii zucchero con !e maniche 

Jt&m dudeci tangiii, deiii quali sette son buoni e cinQiue) perdati, ii quaii con 

ó{eì^a conca pesate insieme pesarno r{oÌD)ia novanta sette dedutti tara restano 

novanta duoi :^oto|^j 

Jtem cati di rame nfumero) tredici tutti buoni con aicuni chiodi pesarno r{o\a]ia 

settanta duoi dedutta tara restano sessanta sette 

Jtem cati di rame duoi con te maniche de Ugno sema peso 

Jtem cinqui case con te maniche di Ugno mescolati ionghi senza peso 

Jtem tre ramioii di partire dui grandi, et uno piccoio senza peso 

Jtem tre caidaretti di rame per ia sentina de ia macina 

Jtem uno critio di rame per ìa creta 

Jtem diece schiumaturi, cioè grandi, mezani e piccoli, usati e vecchi 

Jtem dodeci casse grandi, mezzane e piccole, ie quaii sopfrHde)tte Quan{\ì]tà 

partite unite insieme de tutta tara pesano r(oto)Jj cunquanta duoi 

Ferramenti di Bivona: 

Sei casse di ferro cioè cinq{uej buone et uno rotto 

Jtem uno ferro per lo fuso de la rota 

Jtem tre iandi per ìe tre bocche de ii fumi 

Jtem uno Tripodi de ferro grande usato 

Jtem quattro pali di ferro per ii fumi, cioè i'uno grande che è rotto e s'offre 

d{eìi^to p{msa\nte di conciario e così ancora l'altri tre s'habiano da conciare 

Jtem uno palo di ferro per cambio del quaie si consegnano sei coiteiiì di riparare 



245 



It&m ufìa staterà con io marchio 

Jt&m dodeci peme per ie scrùftne 

Jt&m uno rasteìio a tre óenij di ferro 

ìtem tre gmlìnroìe per la macina 

Jtem una lunetta di ferro per l'incoUo de ia macina 

Jtem tre boccoli di ferro per il fuso 

ìtemduoi martello per conciare ie caldere 

Jtem un'altro martello de ferro per conciar le caldere 

Jtem un'altro rastella a óuoi denti 

Jtem due lumare di ferro l'una con io manico, e l' altra sema manico 

Jtem sette perni piccioli per io fuso 

Jtem duci crespiti e dui dadi aili fusi 

Jtem dodeci arcioni perla scalette de ie chiande 

Jtem tre corteiiaci 

Jtem dodeci chiavetti per V ancini de le scalette de le chiande 

Jtem uno parodi biianceili di rame con ti pesi per sette onie 

Jtem tre cathenacci con le chiavi, e due altre senza chiave, et uno guasto 

A' busso ai Trappito si consegnano l'infratte cose vs. lo tappilo con dodeci conci, 

viti Unelii. e scrufine. nelii quali ci ne è uno guasto da t'inluLto, in cambio del 

quale s'assigna una chiave de sotto per metterla de solìo e manca la chianca de 

sopra, due viti e due scrufìne. e s'offre di rifarle, e così ancora si mancasse 

alcun'alLra cosa deU'aitri ondeci conci all'incominciar del lavoro, e a rettura 

d'esse 

Jtem tre pietre della macina con ia squelia in ordine, filaro e tinello in ordine per 

macinare 

Jtem li Claretti sopra l'apparatore delli mieli 

Nella dispensa soni'infratìe cose cioè otto botb da tener vino 

Duepitarreda tener' oglio 

Jtem lo fumo da cuocer lo pane e la maylla 

Jtem in cambia delle tre botti vecchie napolitane s'assigliano due migliori 
Jtem in cambio del rnsteito, e tavole del fumo s' assi gnano sedeci addi di carro 
Jtem detto proc(umtD)re s'offre accomodare le porte dei trappito difettose perchè 

son alquanto guaste 

Jtem nel piano del trappito de la marina ci è maggior quantità di Ugna, de ii quaii 
la Corte se n'ha da cacciare li cenntonovantn carrate sue e l'altre haverà da 

pagare all' a ffìttatore Zatara 

Jtem inanti la Chiesa di SAngelo sono cinque scrufine vecchie 

Jtemi^ Castello, trappito, fumo recivitore, refmatore s' offreno essi affittatori dov' è 
guasto farii voitare et accommodare 



246 



Jtem come s'è detto ie fosse di fuom son ìorde et hanno da annettnre e di dentro 

sono cornea furo consignate s' offreno farti annetter di fuora 

Jtem uno arbore dei trappito quale s'ha da compensare à stima 

Rame delia Rocchetta pesata in Bivona: 

Una caldura grande con lo fundo buono pesò ii_otG}li doui cento e dieci nove con 

la corda 

ìtem una caldara per mettere miele pesò con la corda cento otto rotuli 

Jtem una caìdara grande con lo fìindo perciato pesò r[o\o}li duci cento et ondeci 

denza la corda 

Jtem una caldara con lo [andò sano ma lento pesò con !a corda cento venU rotoli 

con una pezza alla falda 

Jtem una caldara con io fundo buono pesò con la corda r(oto)Jj cento ottanta 

nove 

Jtem una caldara de lo rifmatore con io fundo buono pesò con ia corda rotula 

cento e otto 

Item una cnidara con lo fundo perciato pesò con ia corda r{o\D)li cento 

settanta 

Jtem una caldara de lo rifmature con lo fundo buono pesò con la corda r(oto)!i 

cento et ondeci 

Jtem una caldara con lo fundo perciato pesò con la corda rotuli cento settanta 

uno 

Jtem una caìdara con io fundo nuovo e con due pezze alla falda porta l'anno 
passato da rn{ast|ro Gio Domierì'jco Caloiaro pesò con la corda f(oto)^j duoi 
cento e deci, quale si consegna per servirnesi all'impresa di Bivona allo fumo 
dello sciroppo 



Instrumeitp dgjla consegna de" cannameii fl2 gennaio 1619) 



in civitùte Monhsleonis habita previes obzenta si scrissibis oretinus venia ab 
abbate Ottavio Bozuto vicario foranis an order munzi faso J)ominicius sonsituitis 
in mi presentia joanni Diminico Guagliardi oli rationale stato Montjsleonis 
nomine. (...) portati nel Castello per farne nota delie robbe die siano restate et 
restano ai presente in detto castello, tanto delle robiie spettanti a detto Castello, 
come ancora necessita della impresa di cannameli cììé in detta marina, dove 
quindi fecero inventariare tanto le robbe in detto castello come in detta impresa 
per mezzo di notar Gio: Fran.co Ursello, di Mont.ne e proprio l'ultimo del mese di 
ottobre prossimo passato. 



247 



A di diìì misi ói ottobre, m queìid marina di Bivona, destrecto delia città di 

Montne et proprio dentro et forti di detto casteiio inveiìtazio fatto da Giodominico 
Guigiiardo oiim rnhonate dei stntn di Montne delia Ecc.a Casa dei Sig.rDuca di 
Montne. in preseniia del sig.r Angustino Bonvicino generate p.re aite cose ciò 
fratte et aitti agrimensore del stato di Mont.ne e Briatici, posto dai Sigxjacopo 
Zahira barone de meregiiato (...) apportato modo nella marina di bivona et 
proprio nei cast&iio di detto iuoco per farne nota inventario delie robbe che siano 
trovate ..in detto castelio come ancora cììiamato delia impresa di cannameli cììe 
sia in detta marina dove pronti fecero inventariare tanto ie robbe in detto castello 
come in detta impresa per mano di notar Gio: fr. Ursello di Montne e propro 
l'ultimo del mese di ottobre prossimo passato 1614 

Jmprimis ia chiave della porta di detto castello con la chiavatura et 

catinacci a braccio et più uno altro braccio sema chiave ne chiavatura deììo 

portello di detta porta, innanzi alla guaìe porta vi è il presente levaticelo con la 

sua catena di ferro et li fossi abrasi detto cast&lio et detto ponte netH; 

Jt&m una cascia di abito longa, vechia, vacante, per t&nere la polvere 

della monitione; 

ìt&m tre lepardi sedie vecchie neliatra, vechia alla antjguaj 

Jt&m quatro archibusci dentro lo castoilo alia cammera del 

casteilaro, vecchi: 

Jt&m una tavoletta d'abito dimangiata ne li piedi; 

ìt&m la porta della saia di dettn cast&Uo, vecchia con la chiave et 

chiavatura, con braccietto di ferro senza chiavatura: 

Jt&m la porta deila cammera dello casteilaro, vechia, senza 

chiavatura; 

Jt&m la porta del camerino ailecato entro la parte di detta camera 

dello casteilaro, vecclìia et chiavatura senza chiave; 

Jt&m netia cammera dove stanno li zuccari messi li filari fata di 

ciascun per caiare li zuccari a Q{ue\sto solo con li grandi di sotto con li portelli chi 

tenero detti ciarvori e queii sopra ne mancano molti ciaruni: 

Jtem una maijila, due sete chiaro, li zuccari cola sua coperta di tanti 

d'abito vechia: 

Jt&m l'abbaio sopra detto castello ne è una cun panello di sonare 

disarmata: 

ìt&m nelia Torre detta la torre Regia vi sono due pezzi d'artiglieria di 

pezzi grossi, co li casci riferrati et co li roti senza li ferri, co li pah di ferro per 

carricare seu cochiare, et per andare in delia Torre vi è un ponte a sorco, et 

atorno al muro arco cum il ponte che incomincia dall' andraco; 

Jt&m nello detto posto vi è un'altro pezzo d'artiglieria co li armi a 

pigna, co li colonni a cavallo, con cascia et roti senza ferro col la poietta senza 



248 



cochiarù di canicare: 

Jtem sei pnìli di ferro per io prefato pezzo co altri paiìi di ferro che 

sono rìeìin prefata torre regia; 

ìtem to QvvìS.ore di aito verso montne con ìe tavule: 

Jtem ie fossi dentro e atomo ia portiìiera, tutti netti non sterriati 



Vs rame: 

ìtenì una cnidarn grande deììo fumo grande con fondo bono, pesata 

per lì detto Gio.Donìinico ivi noi redatta ia seg.te t/ibeìa . d.ta at piso di tre onzi a 
rotoio pesò uno cantaro et mezzo caias.nda cììe se atornono 

è nèiìbanod'herba di 150 

Jtem un'altra caldara grande per io fumo grande con io fundo bono, 

pertusata, pisa aliavpisata con detto libano 

piso ratula cento quaranta quattro 144 

Jtem una aitra caidara grande per ìa apparaturi, bona di fondo et 

faida, pisata nitta, peso uno cantnro et trentacinquine ri_o\DÌ]a 135 

Jtem una aitra caldara grande per io fumo grande con fondo buono, 

pisata nitta, pertusata, peso uno cantaro et trentanove r{otDÌ)a 139 

Jtem una aitra caldara grande con fundo buono con ia pezza alia falda, pìsat/i 

nitta, piso un cantaro et rotula cinquanta doi 152 

Jtem una altra caidara grande con fundo bono con pertuso alia faida, pesata 

netta, un cantaro e trentotto pruina} 138 

Jtem una aitra caidara grande per ii apparaturi con fundo bono pisata netta, 

piso r{otGÌ]a centuottantasepte 187 

Jtem una altra caidara grande, però usata per ia cottura con fundo bono, 

pisata nitta, piso cantaro duicento rotula septe 207 

Jtem un'altra caidara grande con fundo perciato, grande, pisata netta pisu 

r{otD[]i uno ottanta 180 

Jtem una aitra caldara grande de lo sciroppo, fundo bono, pisata netta piso 

cantara doicentoguaranta tre 243 

Jtem una altra caidara grande con fundo tutto perciato e quale non vale per lo 

pisor{otDÌ\a HO 

item una aitra caidara grande per io fumo grande con fundo bono pisata netta 

peso r[oÌDÌ)a centotrentasepte 137 

Jtem una aitra caidara grande per li apparaturi dello sciroppo con fundo non 

bono, pisata netta piso ri_otGÌ]a centunovantadoi 192 

Jtem una altra caldara grande con fundo tutto perciato che non serve per lo 

piso, pisata netta r{otD\)a cenhnovanta 190 

Jtem una altra caldara grande con fondo perciato pesata netta piso cantara doi 
et r{otDÌ)a sidece 116 



249 



Item una altra caidara grande con fundo bona pisata nitta centusettanavi 

KotDJlfl 179 

Jt&m una aitra caìdara per io fumo grande fundo bono pisata netta r[otD])a 
settantatre 73 

Tutte te p{iQsa\nti caldare de cottn uniti insienìe pesamo cantara venij otto et 
riotDÌ]a ottantino 2881 

Rame minutn vs.: 

una conca grande dove pisare, d uve se sparte iì zuccaro con ìe maniche 

Jtem dodici tagiìi delie Quali ìi septe no buoni et ìi rami perciati ìe 

Quali ìa detta conca pisati ciascuno da detin già diminico con detta stabeìa pisi 

netti centoetunodi 101 

Jt&m cati di rame numero Quattro delti Quaii nissuno boni, rotti et ii tre son 
guasti li Quali pisano insieme a altri chiodi di rame quali venero per lo farsi detii 

cuttali pisano r|otol)tì centn et Quatro 104 

Jtem cati de rame con te maniciie di tegno ma senza peso - 

Jt&m cinQue casci con te maniche di tegno, mesccolati legni senza piso __-- 

Jt&m tre ramiuoiidi spartire da grandetti etpicioU di rame senza piso - 

Jt&m tre calduretti di rame per la sentina della macina - 

Jt&m unocriudi rame perla cretn 

Jtem due scutnaturi grandi mezzani etpicioU usati et vechi 

Jt&m dodici cati grandi mezzani et picioli tutti boni et giusti li Quati pisano 

septe Quatro partite levatine, ìe cui dette parijts Quuti no fumo pisati insieme piso 

netto r{otol)tì sissanta 60 

Li sopradetti rami minuti uniti insieme pisati neth, piso ri_otGÌ]a doicentn 

sessanta cinque 265 

li Quali r{oÌDÌ)a dot cento sessanta cinque de rame minuta uniti con li suddetti 
cantara dece otto et r{otDÌ)a Quarantuno fanno la somma di cantara trenta undece 
etsidici.dicor{otDÌ)a 31L16 

Pezzi vs. 

Jn primis sei cosci di ferro per ii secchi de li fumi 

Jt&m uno ferro giusto fuso della rata 

Jt&m tre landi per le tre buchi delti fumi 

Jtem uno trepodo di ferro usato grande 

ìt&m quatro pah di ferro per li forni cioè Vuno grande lo pezzo 

grande, uno altro mezzano di bergantino uno altro per lo fumo delio sciroppi 

ìtem uno paio di ferro di tre palmi e mezzo lungo 

Jtem una statea con to marchio 

Jt&m dodici perni QuesH senza fori 

Jtem uno grastello di ferro a tre denti 



250 



Item tre grattaìosi per ìa macinti 

Jt&m una conelìa in ferro per io inesto delia macina 

Jt&m tre bucchoti di ferro per io piso 

Jt&m dai marteiia per conciare ii caidari 

Jt&m unoaitro grasteiio voittito per corìzare ìi caidari 

Jt&m uno aitro grasteiio a dot óen^ 

ìt&m doi iameri di ferro iuna con io manicotto iaitra senza 

Jt&m uno perciature per a zuccari 

Jt&m septe perni puioii per io fuso 

Jt&m doi crispati et doi dadi aìii fusi 

Jt&m dodici argini perii scaietti deiii cììianciìi 

ìt&m tre corteiiaccì 

Jt&m dodici ciìiavetti per ti argini óeiii scaietti óeiìi chianchi 

Jt&m sei coiteiii veciìidi parata i quaii servono per aiLro servitio 

Jtem uno paro di biiarìcetH di rame, et uno piso septe onzi 

Jtem tre catinazzi maii ciìiusi e óoi aiti senza cììiavettn, uno giusto 

Abasso nei trapeto vs. 

Jmprimis io trappito con dodeci conci co ii scatetij per i forni e cogii 

tineiii irì ordine 

Jtem tre petri delia macina con ia sequeila in ordine, netti cato e 

tineiio in ordine per macinare 

ìtem ii ^iaretti per io apparatore deiii meii 

Neiia vs. per io muiino vs. 

Jmprimis otto butH de tenere vino vechi 

Jtem doi pitai.nidi tenere ogiio 

Jtem to fumo per fare pane con ie tavole et majilari ia porta sopra di 

tavole et antì guarniti et dei ioro porti nere le tavole 

Jtem tre butti da pulizare vechi nei detto fumo per tnere grano o altra 

robba, scassali senza tri pagnineiii quaii se soie tenere cavuri 

Jtem doi crina di farina 

Jtem avanti detto trappito neiìo presso deìia macina, legna vechi 

restati dalia coltura, carrati cento novantaquatro 194 estimati per peso e prezzo 

con queiio giò dominico patuito 

Jtem avanti al m.a d.o santo Angeio avanti detto casteiio vi sono una 

pisa senza ferri et tre chianchette per usarii do trappito 

Jtem dentro castello acennato contene in ordine coperto di travi con lo 

trappito p.tto di spiana fumo e ii capi turi te ie fiaturi quali tutti in erdine e bene 

conciati senza mancamento alcuno 

Jtem come si è detto si trovano in ordine et netti ii fossi tanto fra detto 

casteiio come dentro attorno la porta Turria dentro ove si fé la macina la creta ia 



251 



creta chome pani dimodo che detta porti ta zocharia per tutto netto senza aicnno 
impedimento 

Jtem doi scnìi rustiche Quali servono per salvamento delìi genti dello 

trappito a tempo di bisogno per potersi salvare in castello da dentro detto trappito 
Lo detta inventario de modo pr.nte fu [atta et scipto da propria mia mano di Notar 
Gio fran.co UrseUo di Montne alla richiesta della p.tta E. di Angustino con Già 
Diminico con presenzia delli detH Già Dominico predato. Già Diminco Caliardo, 
Già petro Jerali, S.re Frabritio Matanire, Frn.ca De Enrijio Castallo. Mario 
Antonio Morano et Sancta Agata di .... già gregorio ghatto di ionadi et nuntiato 
Morcia di ionadi Barricello di Montinone e ii Quale inventazio a Questo paìazo per 
atto pubìico per non essere numerate te infratte robbe et per stato stardo 
Et da poter Q.to io fatto detti inventario delia p.ia giurn. gio: diminico petittoe già 
petro la zona mandati apposta da io detto Sig.r Augustine er gio diminico e 
mesurar li fumi et cantareiii di detta impresa etriferirno haveme numerati ii fumi 
deili zuccari al numero di miìte daicento di 1200 et cantarelli r.a dot mitia 2000 
Et pria have noi tornato esserci in detto castello uno robeclto(?) degiiare ìi 
zuccari con -iuo torno gr.a 2000.. 



252 



Appendice 4 

CONTRATTO ASSUNZIONE MARINAI 
TONNARA DI BIVONA^ 



lì giorno quindeci :15i dei mese di Marzo dei corrente anno mille otto cento 
quitìdece : 1815:, in questa Comune dei Pizzo, Provincia di Calabria Uitrn, avanti 
a Noi Regio e publico Notnro Riconosciuto dalla Legge Luigi Antonio Rizzo, figlio 
di Giorgio di Questa Comune dei Pizzo, ed in essa domiciliato Strada ii Borgo 
collo studio e legalmente patentato nel Ruolo di essa comune, per il caduto anno, 
all'articolo centotrentasei 136, non ancora avuto la patente per Vanno corrente, 
ed in presenza degl' infuoscritH Proprietarj TesHmonj di essa comune, conoscendo 
le parli, ed aventi ia qualità daila legge richieste, sono comparsi li seguenti 
Marinari del Pizzo, cioè il Rais Francescantonio Maierba, Giorgio Maierba, 
Raffaele malerba, Vincenzo Malerba, Giacomo Malerba, Pasquale Malerba, 
Giuseppe Vallone, Bruno Camillo, Marcantonio Sacco, Giuseppe Muzzi 
D'antonino, Pasquale Guzzo, Fortunato Valottn, Gennaro Guzzo, Antonio Muzzi, 
Giorgio Giannello, Fortunato Grillo, Diego Foro, Vincenzo Artesi, Carmelo 
Muzzi, Domenico Malerba di Saverio, Vincenzo Raffaele, Antonio Pagnotta, Santo 
Pagnotta, Santo di Ali di Pasquale, Pasquale Mormorato, rosario Sacco, Carmelo 
Malerba, Francescantonio Malerba di giuseppe, Giovanni Ranieri, Domenico 
Penna di nicola, Giovanni Malerbam Pasquale Facciolo, Leonardo Valia, 
Domenico Sacco Galluzzo, Erasmo Ventura, Bruno Todesco, Stillitano Dato, 
Carmelo Donato, Onofto d'Aloi, Giuseppe Potenzoni di Parghelia, Gregorio 
Leggio, Rocco Galasso Fragalà, Giovanni Bortolotta, Francesco Mazzitelli, 
Giuseppe Costanzo, Pasquale Malerba, Giacomo Lorello, Gaetano Mangione, 
Fortunato Valotta di Francesco, Filippo Murano, Fortunato Bortolotta, Giorgio 
Secolo, Nicola Di Ali, Costabile Bagnato, e Fabrizio Bongiovanni da una parte; E 



^^'A.SWV, Notaio Rizzo luigi An1omo(FizzalQ0Q-lQé9), 15 Maizo del 1315, sch. CCCV. voi. 1581, a 
5, f. 173. Nei pnmi anni dell' cttocento la Tonnara di Bivona venne presa in affitto da due affansti 
francesi, Pieire M^ourel e Fran^i&e Astruch: tale a±o nsulta impoitante perché dimo&tra il protrarsi 
della gestione francese della tonnara al 1S14, quindi sei anni in più nspello a quanto dccumentao da 
Caldera U., mColabnii Napoleonica (1506-lB15),Ed. Bisnner, Cedenza. 



253 



dall'altra il Signor Fratìcesco Astruch di Nazione Francese. Proprietario 

dorrìiciUato qui, e cognito; 

Asseriscorìo ìe pnrH. Qualmerìte sin da' sedici: 16 Agosto dei caduto anno miile 
otto centD quattordeci 1814: fin oggi sempre avanti a Noi, e Testinìonj hanno 
rispettivamente contratto con detta Signor Astruch appaidatnre delia Tonnara di 
Bìvona, e Pizzo, ch'essi Marinar] dovessero andare a Servire nelia tonnara di 
Bivona da Primo entrante mese di Aprile sino a Lutto Giugno di questo corrente 
anno nìilìe otto cento quindeci, e porre le ioro fatiche personaii. giusta il solito 
delle Tonnare, e dal Servizio sudetto non mancare per quaisivoglia causa, né di 
prendere altro servizio tanto se la Tonnara pesca, come si spera in Dio, quanto se 
non fa pesca, il che Dio non vogiia, altrimenti esser tenuti a tutti i danni, che per 
ioro mancanza accaderanno in detta Tonnara, ed avere erri Marinar] per paga, e 
iucro, siccome si costumano neila Tonnara dei Pizzo. 

Ed aW incontro essi Marinar] dichiarano fin d'oura aversi ricevuto da detto signor 
Astruch ie qui sotto annotate somme, cioè: 

1) U Rais di Malerba ducati dodeci 12=00 

2) Francescantonio Malerba ducati cinque 05=00 

3) Raffaele Maierha ducali cinque 05=00 

4) Vincenzo Malerba ducati Quattro 04 = 00 

5) Saverio Malerba ducati quattro 04=00 

6) Giuseppe Valione carlini Quarantotto 04=80 

7) Francesco Vailone ducati quattro 04=00 

8) Bruno Camiilò ducati cinque e mezzo 05=50 

9) Marcantonio Sacco carlini Quarantacinque 04=50 

ÌO) GiuseppeMuzzi cariini cin Quanta quattro 05=40 

11) Pasquale Guzzo carlini ventisei 02=60 

12) Fortunato Valotta ducati diciannove 19=00 

13) Gennaro Guzzo cariini quindeci 01-50 

14) Antonio Muzzi ducati sei 06=00 

15) Giorgio Giannelio carlini trentn 03=00 

1 6) Fortunato Gulio ducat quattro 04=00 

17) Diego Faro ducati cinque 05=00 

18) Vincenzo Artesi ducati cinQue 05=00 

19) Carmelo Muzzi ducati cinque 05=00 

20) Domenico Malerba ducati quattro 04=00 

21) Vincenzo Rafaele ducati due 02=00 

22) Antonio Pagnotta ducati tre 03=00 

23) Santo Pagnotta ducati tre 03=00 

24) Santo di Ai] ducati tre 03=00 

25) Pasquale Mormorato ducati sei e mezzo 06=50 



254 



26) Rosario Sacco ducaii tre 03=00 

27) Carmelo Malerba ducati cinque 05=00 

28) Francescantonio Malerba di Giuseppe ducati cinque 05=00 

29) Giovanni Ranieri ducati quattro 04=00 

30) Domenico Penna ducati tre 03=00 

31) Giovanni Malerba ducali sei 06=00 

32) Pasquale Facciole ducati tre 03=00 

33) Leonardo Valia ducati quattro 04=00 

34) Somenico Sacco ducati due 02=00 

35) Erasmo Ventura ducali quattro e meno 04=50 

36) Bruno Tedesco ducati cinque 05=00 

37) SUlUtano Dato ducali cinque 05=00 

38) Camelo donato ducati tre 03=00 

39) Onofrio D'Aloi ducati cinque 05=00 

40) Giuseppe Potenzoni Ducati due 02=00 

41) Gregori Leggio ducati tre 03=00 

42) Rocco Galasso ducati cinque 05=00 

43) Giovanni Bartolotta ducali cinque 05=00 

44) Francesco MazzitelU ducati tre 03=00 

45) Giuseppe Costarne ducati quattro 04 = 00 

46) Pasquale Malerba ducali cinque 05=00 

47) Giacomo Loreìlo ducati cinque 05=00 

48) Gaetano Mangione ducati quattro 04=00 

49) Fortunato Valotta ducati quattro 04=00 

50) Filippo Murano ducati cinque 05=00 

51) Fortunato Bartolotta ducati quattro 04=00 

Sono in tuao ducati 235=80 

Duecento trenta cinque e grani ottanta 235:80 

E però è, che detti Marinar} promettono osservare quanto di sopra sta descrìtto; E 
vogiiono esse parti, che in caso contrario, il presente atto autentico s'incusi dalla 
parte osservante contro la contaveniente, in ogni Corte di Pace, o Tribunale, e che 
abbia ia via esecutiva pronhi e parat/i. 

Tanto esse parti hanno asserito, dichiarato, convenuto, ricevuto ed in forma si 
sono obligate. Patto che tutte le spese di carta bollata del presente atto autentico, 
registro, camera notariaie, e competenze notariali, vadino metta per esso signor 
Astruch Apparatore come sopra, e metta per essi Marinar], perché cosi e non 
altrimenti. Tutti deth Marinar] hanno dichiarato di non saper scrivere, all' infuori 
di Pasquale Facciole, che si è sotte scriUo 



255 



Appendice 5 

COSTITUZIONE DI UNA 
SOCIETÀ DI FRITTA DI TONNO' 



Oggi che si contana li ventidue ; 22: del mese di Aprile corrente anno mille otto 
cento diecessette ; 1817:. in questa jìóeiissinia Città dei Pizzo, Provincia di 
Culùbria Seconda Regnando Ferdinando Primo per la Grazia di Dio Re dei 
Regno deiie due Sicilie, e di Gerusalemme, infante di Spagna. Duca di Parma, 
Piacenza e Gran Principe Ereditario delia Toscana, avanti a Noi Regio e publico 
Notaro Riconosciutn dalla Legge Luigi Antonio Rizzo, jìgìio dei Notar Giorgio di 
questa sudetta Citta, ed in essa domiciliato Strada del Borgo col nostro studio ed 
in presenza delìi sotto scritti Testimonj di detta citta, ed in essa domiciiiati, 
conoscenti le parti ed aventi le qualità richieste dalla legge: Sono comparsi i 
Signori Calo Schiano di Vincenzo, Napoletano, al presente domiciliato in questa 
Marina. D. Francesco Rosi del fu ftlippo, D. Benedetto Musoìino del fu Saverio, 
Francesco Savelli del fu Pasquale, Francesco Sardanelli di Carmine, Leoluca 
Belsito di Francesco, Giuseppe Bevevino del fu Nicola. Giorgio Zupponi del fu 
Domenico, Pasquale Matacia del fu Emiiiano, Emilio Maierba di Giuseppe, e 
Domenico Bevevino del fa Giuseppe, tutti di questa citìh ed in essa domiciliati, e 
da noi cogniti. 

Asseriscono esse ambe le parti come sopra constituita avanti a noi Notare e 
Testimonj esser tra di loro devenute alla presente Società colìi patti, e condizioni 
come sieguono: 

f Primo eliggono per Cassiere Generale deila presente Società la persona di 
detto Signor Domenico Bevevino, in potere del quale oggi medesimo passano la 
somma di ducati cinquanta :50: di moneta di argento al peso e corpo di legge per 
cadauno di essi constituiti socj, quali sono coita spiega che controvenendo, o 
resilendo cadauna parte della presente società di ducati cinquanta 50, che 
cadauna resiìisce, vadino in beneficio delie parti che non resiliscono ecciò in 
pena; 



*°^ ASW. Noinìo Rino Luigi Antonio {Pizzo iSOQ-imS], 22 ApnÌQ del ISn^sch.CCCV.'iol 15S2. L 
306 



256 



2'' Secondo, che la societh constituita di fare Fritta in questo annodi Tonno Fritto 

in olio, e posto in aceto, tanto delia Tonnùja di Questa ciiìò dei Pizzo, cinedi Queiìa 

di Bìvona, fare in spesa detto Cassiere, ed imbarcarsi per Roma, e dare conto 

tanto deii' introito, che deli' Esito aiìa Società; 

3' Terzo, Si obiigano. e promettono tutti essi soci di stare in detta Società di Fritta 

per questo anno tanto aiìa perdita, che ai guadagno: 

4° Quarto, che tutti i Socj aita compra che si farò dei Pesce Tonno, devono tutu 

essere intesi dei prezzo cje si compra, se stimano comprarsi, ma non fare compra ii 

Socio di Tonno senza i' intesìiigenza delia Società, la quale deve tutta concorrere: 

5' Quinto, che se mai qualche Socio da per se solo, il che non può fare, comprassi 

del pesce Tonno a Qualunque prezzo, qualora detto prezzo piacesse alla Società, il 

Tonno resti per la Società, altrimenti resta di conto del Socio che non pot&a 

comprare senza i'inteiligenza della Società tutta, e perciò viene proibita ad un 

Socio la compra, che non può farla da se solo, fino a che dura la Società della 

Fritta delle Tonnare di questo anno; 

6' Sesto, dopo fatta la Fritta, e Spedita per Roma, per farne colà la vendita, debba 

andare il Sopradetto Cassiere Domenico Bevevino, Carlo Schiene, e Francesco 

Savelii con portare aita Società esso Schiavo un esatto conto dello spesato che 

occorre, in tutto il corso del viaggio, che deve egli fare: 

/ Settimo, Dietro fatta la vendita in Roma di essa Fritta, deve il Cassiere farne 

l'introito, e darne conto alla Società sudetta; 

8' Ottavo, Bisognando in Roma ai Socio Francesco Savelii Ducati cento, 100:, il 

Cassiere è nell'obiigo di darceli, e notarli a suo conto; 

9' Nono, tutto il ricavato di essa Fritta è neli'obligo il sudetto Cassiere depositarlo 

in Napoli, in potere del signor Gennaro Camera, figlio di Antonio di Napoli, a 

disposizione della Società sudetta; 

10" Decimo, I sudetH tre Socj Signori Domenico Bevevino, Carlo Schiano, e 

Francesco Savelii, che anderanno in Roma per la sudetta vendita, avranno per 

compenso D ucati venticinque 25: per cadauno, oltre delie Spese, cibarie, ed aitre, 

che potranno accadere; 

11' Undecime, Lisi dà la facoltà agii stessi Schiano, Bevevino, e Savelli da tutta la 

Società di fare come Padri di Famiglia nel corso dei viaggio, e nelia vendita di 

esso genere in Roma, o in aitri luoghi di amici, e vantagiosi, trattando sempre però 

il vantaggio della società sudetta; 

12^ Duodecimo, e finalmente è priobito a detto Signor Francesco Savelii di far 

contrath, o vendita in Roma d'essa Fritta, sema il consenso in iscritto di essi 

Signori Domenico Bevevino, e Carlo Schiano, li quali tutti e tre devono dare di 

consenso la vendita, e facendo il contrario esso Savelii, inquesto caso i danni 

patirà la Società, anderanno a suo carico. 



257 



Così ie parij, e non altrimenti, si sono obligate, e convenute. Volendo i\ caso 

cantrtirio. che il presente s'incusi dalia parte osservante contro ia controveniente 

in ogni Corte di Pace, o Tribunale, e che abbia la via esecutiva pronta, e parata. 

Patto, che tutte te spese di Carta boUata, Registro, Camera Notariale, e 

competenze del Notare, vadino a carico di tuttd ia società. 

Fatto, ietto, puhiicato, e stipuiato oggi sudetto di, mese ed anno in Questa città dei 

Pizzo, nei sudetto nostro Studio, sito come dietro, in presenza delie parti tutte, e 

sotto scritti Proptietnrj. 

Tesìimonj Signori Onofrio Licastro di Giuseppe, domiciiiato Strada dietro Gesù e 

Maria, e Vincenzo Leonardo del fu Antonino, domiciiiatD Strada il Carmine, e 

dopo la lettura fattone, venne da tutte ie partì, testìmonj e Noi Notare Sotto Scritto. 



258 



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