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•*-<( Un premio ad ogni lettore )» 

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Anao II. I Novembre 1903. N. 44- 1 

lA 

SETTIMANA 

Rassegna di LETTERE, ARTI e SCIENZE 

DIRETTA DA 

MATILDE SERAO 



ABBONAMENTI 

Anno . . . lire 12 )( Semestre. . . lire 6 

Un numero: trenta centesimi 



Vi 



CONTIENE: 

La psicologia della mancia, Lino Ferriani. 

Nadeide (versi), H. Mildmay. 

Il monaco pazzo (novella), Arxa. 

Trittico dei fiori (versi), Daniele Oberto Marrama. 

Profilo di fanciulla, Vittorio Alberti. 

Una nuova teoria per spiegare i fenomeni della suggestione e deil'ip- 

notismo. IX. In che consiste l' orientazione delie correnti nervose 

e come si determina, Raffaele Pirro. 

I libri. 

Le riviste, Ramnes. 
La pagina religiosa, Luisa Giulio Benso. 

II Teatro, Daniel. 

Noterelle filocartistiche, E. Broili. 
Ho fatto fortuna ! (romanzo), Victor Cherbuliez. 
I La pagina dei giuochi, Il principe di Calar. 



f Magnifici premii gratuiti agli abbonati \ 
V (Vedere il programma nell' interno) J 



vy) 



LA SETTIMANA 



INDICE del N. 44. 

I. 1-A t'SlCl>LtJ».lA IjKl.l^A MANCIA, LììlO /-,,,,,,■. ^.a^,. ,-, — 

II. NAnKiDK (versi), H. Mìldniay, pag:. io — III. Il.monacm 
PAZZO (novella), Ama, pag. ii— IV. Trittico dei kiori (versii. 
Pamele Uberto Marrama, pag. 30 — V. Profilo di fanciulla, 
littorio Alberti, pag. 33 — VI. Una nuova teoria per spie- 

(,ARE l FENOMENI DELLA SrCK;ESTIONK E DELL'IPNOTISMO. IX. 
IX CHE CONSISTE L' ORIENTAZIONì-: DELLE CORRKNTI NERVOSE 

i: COME SI DETERMINA. Raffaele Pirro, pag. 37 — VII. I libri. 
l)ag. 46 — \'III. Le riviste, Ramnes, pag. 53 — IX. I. a pagina 
KELiGios.x, Luisa dulia Jìenso, pag. 55 — X. Il teatro, daniel, 
|)agiue 57 — XI. NoTERELLE filocartistiche, /:". Broili. pagi- 
na 60 — XII. Ho fatto fortuna (romanzo), Victor C/ierbulies, 
pag. 63 — XIII. L a PAGiN AD£L-GU«QaÉfciwi^ principe di Cala/, 

"■"'• " '"- LIBRARY 



> I:" 



Un anno / L. 12 

Sei mesi > 6 

Primo anno della SETTIMANA, dal 27 aprile 1902 

AL 31 DICEMBRE 'l>y02 » 8 

: ^abbonamenti per l' Estero (unione postale) 

Anno L. 18 — Semestre L. 9 

[Oli ahhoiiamenti cominciano rial 1. di oan> m,-ai>\ 

^Tjif^ Inviare vaglia cariatine all' Ufficio Ottagono Galleria 
Umberto /.", 27. 

l manoscritti pubblicati o non pubblicati uon si restituiscoiw. 

m ABBONATI SEMESTRALI 'ZZT'^.ZJ'T^lt 

tilik- SiTiio Xcl pae»c di (ìchìi o l'altro, della lut-desiiuii scrittrice 
La Madonna e i huìiH. Il voliuiie itrcscolto sarà inviato a rigore 
di po»tu . '"■ !il>lii.ii >t... l'roghiera «li <<>iiiinii(arci subito la loro 
scelta. 

INSERZIONI 

Trìma del testo I Dopo il testo 

1.* pagina intera . . L. 15 1.* pagina, intera . . L. 12 

» metà . . . > 8 j « metà. . . » 7 

Ogni pagina snccessiva , Ogni pagina successiva 

intera » 10 j intera » 8 

f » mota . . » 6 I » » metà . . » 9 

Copertina: Facciata interna, L. 25; facciata esterna L. 30 




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La Settimanàr 



RASSEGNA di LETTERE, ARTI e SCIENZE 



diretta da 



MATILDE SERAO 



1903 



Volume V L 



-*ìi*~ 



NAPOLI 

Tipografia Angelo Trani 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



La psicologia della mancia 




ELLA vita mia — ahimè ! ormai sul declinare — 
ho viaggiato parecchio , e cosi seguendo i 
dettami, che sgorgano dalle leggi dei con- 
fronti , dei contrasti , del fatto — in tutto il 
suo splendore educativo — mi sono convinto — 
e credo non ingannarmi — che niun luogo . come la 
Svizzera , possa in modo migliore oiìfrire il materiale 
per uno schizzo psicologico della << mancia ». 

L' idea di questo studiolo m' è venuta appunto qui, 
neir angolo meraviglioso di bellezze alpestri elvetiche, 
dove mi trovo, perchè — ed è noto — la Svizzera è la 
terra più visitata dai viaggiatori di tutto il mondo. 
Non per nulla il gran ginevrino la chiama « la terra, 
che, quale calamita, attira il forestiero ». 

Pensate un po'. Solo che da questi dilettosi monti 
di Tesserete io guardi in giù , e contempli la leggia- 
dra Lugano — cara al patriottismo italiano cui ricorda 
Mazzini, Cattaneo, Saffi, Quadrio, Ciani, Grillenzoni, 
eh' essa amò e confortò nel crudo esilio — subito penso 
che Lugano , la quale conta appena io mila abitanti, 
possiede cinquanta alberghi, una ventina di pensions : 
e , pare, tanti hótels — alcuni davvero principeschi — 
non^bastino, che si continua febbrilmente a costruirne, 
tanto è forse il numero dei viaggiatori, che, da ogni 
luogo, accorrono ad ammirare la bellezza dell'azzurro 



4 LA PSICOLOGIA DELLA ALWCIA 

Ceresio, e le montagne che lo circondano e profumano 
di soave e vivificante poesia. 

Ah ! se Como sapesse imitare l' attività liiganese, e 
se, in genere, in Italia si svegliasse quella lucrosa in- 
dustria del forestiere, in torno cui, non è molto, con 
tanto senno argomentò Maggiorino Ferraris nella 
« Nuova Antologia » : industria cosi evoluta in questa 
Svizzera ospitale , dove tutto è fatto , ideato per at- 
trarre il forestiere, e rendergli la vita piacevole; tanto 
piacevole, che manco s' accorge — ecco 1' arte dell' al- 
l' albergatore — di pagarla salata per benino. Ma qui — 
per servirmi di un' espressione commerciale molto si- 
gnificativa — « si fa l'articolo del foi'estiere » con un 
garbo , una pazienza davvero ammirabili . e che sono 
frutto di lungo e amoroso studio , e cosi si riesce ad 
ottenerne una fonte generosa di lucro, che costituisce 
una vera ricchezza nazionale. Volete sapere un parti- 
colare , che àk un' idea del tutto , e molte cose inse- 
gna ? L' anno scoi-so la confederazione per sole carto- 
line illustrate svizzere ha guadagnato in francobolli 
dieci milioni , e cioè due milioni in più dell' annata 
precedente. E anche qui spunta l'arte svizzera di far 
quattrini , perchè nella cartolina illustrata non è per- 
messo scrivere cosa alcuna, eccetto la firma di chi la 
spedisce. (Occhio alle multe che devono pagare gli 
sventurati che le ricevono !) 

Per le cose dette , chiaro adunque, che per un po- 
sitivista osservatore, quale mi sono formato studiando 
molti libri, ma sopratutto il gran libro della vita reale — 
come ben insegnò il gran satirico toscano — . qui dove 
il forestiero aflìuisce, mi si presentasse alla mente spon- 
tanea r idea geniale d' esaminare al lume della critica 
psicologica il fenomeno del « fyourboire » . 

Kconomicamente — ma io non posso (juì occupar- 
mene, né sarei couìpente a risolverlo — è un proble- 
ma gra\e, e lo è tanto che presto vi sarà sul propo- 
sito un referendum , che le opinioni sono divise (e si 
combattono con ardore tra i diversi contendenti) tra 
coloro che vogliono abolita la mancia, e gli altri che 



LA PSICOLOGIA DELLA MANCIA 5 

propugnano rimanga. Sono in cotesta contesa agitati 
problemi economici d'alto momento, giacché nei gran- 
di alberghi , il cameriere non è pagato , ma vive di 
mance e guadagna più di... un magistrato italiano. (II 
confronto m'è uscito dalla penna con tanta spontanei- 
tà, che non oso cancellarlo : del resto rispecchia una 
verità, che per quanto importante, anzi per questo in- 
segnerà sempre qualche cosa agli studiosi della vita 
giudiziaria) (i). 






Ma lasciamo il problema economico , e abbozziamo 
quello psicologico , che non manca di una graziosa 
punta artistico-umoristica, e denuderà sopratutto Vava- 
Hzia e la vanità del viaggiatore nelle sue forme più 
acute : i due gran perni su cui , del resto, s' aggira 
tutta la vita umana. 

Dire viaggiatore e dire mancia , è quasi la stessa 
cosa. Quasi, perchè taluni viaggiatori, con arte sottile, 
o con forma rude,.... non la danno. La mancia può , 
in tesi generale, fotografarci l'indole morale del viag- 
giatore. 

Sentite l'opinione di un grande albergatore svizzero 
— mio cortese amico — che ospita spesso teste coro- 
nate (senza doppio senso , veli !) principi , alti perso- 
naggi della gran vita mondiale. 

L' americano è fantasticamente splendido nel dar 
mancia : lo segue, ma con minore ostentazione il fran- 
cese. 

L'Italiano è generoso, ma calcolatore: il tedesco gret- 



(i) Sulla quale ci piace ricordare all' amico lettore lo stes- 
so Lino Feniani pubblicò giorni sono un libro «L'Umoris- 
mo di un usciere (giudiziario » (ed. Streglo , Torino) assai 
festeggiato dalla stampa italiana e straniera, e di cui noi pu- 
re ci occuperemo a lungo. (n: d: R.). 



6 LA PSICOLOGIA DPZLLA MANCL\ 

to : l'inglese (oh ! quanto mutato il tipo da un venti 
anni in qua) regala appena il giusto : le grandiosità 
americane sono eccezioni. I grandi signori -:- qualun- 
que sia la nazione cui appartengono — non figurano — 
o almeno di rado — molto splendidi, perchè la mancia 
è data dai loro maggiordomi, o corrieri, e, si capisce, 
questi intermediari conoscono bene l'aritmetica , però 
calcolatori, e tutelano l'interesse del padrone e delle... 
loro tasche. Così il cameriere preferisce il ricco bor- 
ghese americano, france.se, magari italiano, che viaggia 
senza... intermediari. Non gli si può dar torto. 



* 



I varii tipi di donatori di mancia possono, a grandi 
linee, prender posto in queste tre categorie : 

i per vanità 
I." Splendidi » imjjulso generoso 

f » prodigalità 
II.'' avari 
III.'"' equi 

Non ci occuperemo dei prodighi perchè la loro ge- 
nerosità è il prodotto genuino di una forma morbcsa, 
e cade quindi nel dominio diretto della psichiatria ; e 
manco occorrerà parlare degli equi, di coloro cioè, che 
danno in proporzione de' servizi ricevuti e della loro 
potenzialità economica. Non potremo (juindi giudi- 
care (juelli e tjuesti c(jÌ criteri dei camerieri, che a- 
vranno , logicamente, una pretlilezione spiccata per 
soggetti che lo psichiatra studia, e il magistrato inter- 
dice, (ili ecjui — non è mestieri dirlo — fruiscono di 
tutte le nostre simpatie ; del resto è giusto rilevare, 
che il [jroblema delle mance per chi viaggia s'è fatto 
grave as.sai : ormai costitui.sce un fattore cotanto po- 
tente da intimorire chi vi>glia intrai)rendere un viag- 



I.A PSICOLOGIA DELLA MANCIA 7 

J4Ì0, e thi indurlo magari a rinunciarvi. La mancia \'i 
perseguita ovunque come 1' ombra di Banco : al mo- 
mento tipico della partenza vi trovate circondato da 
una squadra di persone (cameriera, cameriere di stan- 
za, di tavola, secondo cameriere, portiere, facchino, ra- 
gazzo dell'ascensore, della posta), che vi aspetta e vi 
svaligia con inchini e sorrisi ai quali è costretto di 
rispondere il vostro.... portamonete. E povero voi, se, 
da uomo prudente, non vi premuniste di monete spic- 
ciole ! Prudenti dunque ed equi, perchè , vedete , se 
avete l'animo inclinato alla generosità, e non calcolate 
la potenzialità de' vostri mezzi economici, potrebbe an- 
che darsi foste obbligato a rincasare prima del tempo 
fissato. 

Lo splendido per vanità non può essere simpatico 
che ai camerieri , perchè tutto ciò che si compie dal- 
l'uomo per un sentimento malsano (torni pure ad al- 
cuno proficuo) urta la psiche dell'uomo equilibrato. Le 
cosi dette « spagnolatc » (oggi , invece , con maggior 
ragione, si chiamano « americanate ») per i fattori va- 
nitosi , che le informano , non hanno più credito, che 
nel mondo degli ingenui (parenti prossimi degli im- 
becilli) e per quanto questo mondo sia assai popolato, 
e così si potrebbe dire che il loro credito è alto, ma, 
certo, non stuzzica le coscenze rette. 






Il tipo più ameno, più psicologicamente interes.sante 
è r avaro , che proprio nel « grand hotel » ci ricorda 
più che mai quello immortalato da Molière, che — co- 
me ricorderete — manco voleva dare il buon gior- 
no. Ama la vita, vuol essere ben servito, è meticolo- 
so, esigente , e al momento brusco della mancia , dal 
dotto archivio de'suoi scaltrimenti, snida mille astuzie, 
mille furberie abili per darla meschina o... non darla. 
E se — cosa in lui- facile — il pudore è vinto dall' a- 



8 LA PSICOLOGIA DELLA MANCIA 

varizia e riesce a non dare un centesimo , salta nel- 
X omnibus con l'animo composto a letizia, come il con- 
trabbandiere, che, a Chiasso, abbia gabbato la guardia 
doganale. Alcune \'olte manco rifugge dalla menzogna. 
Dal finestrino àiAVomnibiis in partenza, dice al facchi- 
no, al portiere: « Ho dato la mancia per tutti al pri- 
mo cameriere »: la carrozza parte e restano... i gabbati. 

Altri preparano due , tre lire in rame , e con aria 
grave le distribuiscono tra sei, otto persone. Taluno 
per non sborsare neppure un soldo recita la comme- 
dia. Al momento della partenza finge d' aver perduto 
una lettera, un libro: s'inquieta: sale sull' ^///w/^//.f a- 
gitato , frugandosi le tasche , non saluta alcuno e la 
commedia della mancia trionfa. 

Altri mandano il bagaglio alla stazione con Yomìii- 
bus, ed essi di buon mattino, pagato il conto, sgatto- 
laiano dall' albergo, come evasi dal reclusorio. Il ca- 
meriere li aspetta all'ora della partenza, ma, il pove- 
retto, non vede, che un baule: lui è già alla stazione 
e pensa al modo d'ingannare nel miglior modo possibile 
il portiere-conduttore. 

Nella categoria degli avari, frodatori di mance, pri- 
meggia pur quegli, che rimane in camera sino a che 
ripetutamente è avvi.sato di spicciarsi, che l'omnibus 
deve partire, né può aspettar oltre. Allora tutto affan- 
nato (come recita bene la sua parte, eh?» chiude la va- 
ligia, corre giù dalle .scale, precipita nell'omnibus, e 
invece di dar la mancia , esclama « Dio mio , se do- 
vessi perdere il treno ! » 






Come vedemmo sono tipi curiosi sia che li agiti la 
vanità, 1' avarizia ricca di trovate astute , e sui quali 
valeva la pena di posare lo sguardo. Del resto la vita 
ilell 'albergo t- mìa buona miniera jìer studiare l'uomo, 
e non è ilitticile ritorni sull'argomento per esaminarlo 



LA PSICOLOGIA DELLA MANCIA 9 

sotto UH altro punto di vista. Per ora smetto e me ne 
vado ad ammirare per la decima volta lo splendido 
affresco che l' amico pittore Rossi — una vera gloria 
ticinese — con arte magistrale dipinge nella capi)ella 
mortuaria del cimitero di Tesserete. 

Dalla mancia al cimitero, . . . via è un bel salto, ma 
in ultimo, vi è un nesso: la vanità umana. 



Tesserete, Ottobre 1903. 



Lino Ferriani. 




NAOEIOE 



Ad Antonio Fogazzaro. 

Laertes, Drown'dl Oh, where? 

Hamlet. 

Male, o signor dell' italo pensiero. 
Moderno solo a cui pel cor Jluia 
La nota che fé' care al mondo intero 
Le vicende di Renzo e di Lucia, 

Evochi il nome del vegliardo austero 
Che fra scitiche nebbie ermo s' avvia 
Ai regni dell'ignoto e del mistero. 
Ti perdoni il mio del di Lombardia, 

E il lago azzurro, cui la verde e grande 
Chiostra dei monti vigila e difende. 
Onesto che ti macchiò primo tuo fallo : 

Nadeidc dalla tomba di cristallo. 

Novella Ofelia, verso te distende 

Le braccia che non seppero ghirlande ! 

W. Mildmay 



IL MONACO PAZZO 



(Novella) 




UAXDO don Luigi Sasso usci dalla cella dello 
zio il vecchio giardiniere che l'aspettava gli 
fece un cenno impercettibile con la mano. 
Don Luigi si guardò sospettoso intorno per 
vedere se nessuno lo scorgeva, se nessuno appariva dal- 
l'altro lato del lungo corridoio. No . non e' era proprio 
nessuno che poteva vederlo. S'accostò allora lentamente 
al giardiniere fermo sotto l'uscio che dava sulla scalinata 
maggiore. Il giardiniere s'avviò per le scale seguito dal- 
l'altro. Scendevano lestamente , paurosamente , come se 
fuggissero un luogo di malagurio , i grossi zoccoli del 
giardiniere tinnivano maledettamente sulla vecchia tofa 
della scalinata. 

Non erano arrivati neanche alla terza svolta che una 
grossa voce tuonò dall'alto : Neh, don Luigi !... 

— Gnò... — rispose l'uomo dal basso, fermandosi ad 
un tratto e guardando in su all' altro che non vedeva, 
mentre il giardiniere rotolava precipitosamente gli altri 
pochi scalini, sino alla porta — Che c'è?... 

— E la ricetta? — continuò l'altro dall'alto. 

— La ricetta?... — fece don Luigi dandosi una for- 
midabile manata sulla fronte — Eccomi, eccomi — E si 



12 II. MONACO PAZZO 

precipitò per I' erta scalinata , su , verso il monaco che 
r aspettava ritto sul primo gradino. 

Il monaco gli fisse due occhi in faccia, due occhi tor- 
bidi che non facevano presagire nulla di buono — Ecco 
qua la ricetta. F'atela spedire subito e non vi dimenticate 
pure un' altra volta. 

Don Luigi si prese la ricetta dimenticata e ridiscese 
ancora una volta la vecchia scalinata, rosso rosso, quasi 
correndo. Fuori, sotto la tettoia, api)oggiato allo stipite 
della grossa porta, egli trovò il giardiniere. 

— La ricetta !... — disse tutto affannato, spalancando gli 
occhi più del naturale — Pure la ricetta ! Qualche altra 
lira come martedì pas.sato ! Capisci , come martedì pas- 
sato ! 

Il giardiniere lo guardava con gii (jcchi socchiusi, sor- 
ridendo a fior di pelle. — Come sta ? come sta? — disse 
infine, sbadatamente come per dir qualcosa. — Con quel 
diavolo di pazzo non c'è mai verso di saper niente ! 

— Eh, come sta! Lo so io? Che ha voluto dire 

una parola? Non parla... non può parlare.., chi Io sa? 
Secondo me io credo che questa ricetta sarebbe inutile 
spedirla!... Una lira perduta!.. Tanto non la passerà 
ncmmanco la notte!.. 

— Ah, no ?. 

Don Luigi non rispose. Si guardò intorno distratto — 
Puah !... — fece di.sgustato — Queste carcasse !... 

Poi cacciò di tasca un sigaro ne dette metà al giardi- 
niere, metà se Io mise in bocca. 

— Neh ? se finisce fammelo sapere subito... — disse, 
con un fare che voleva essere troppo sbadato. Poi voltò 
I)lacidamente le spalle all' altro ed imboccò il sentiero 
che menava giù al pae.se, scrollando il capo, con le mani 
in tasca ed il sigaro spento in bocca. 



* * 

Il monaco spinse 1' uscio della cella ed entrò. 

— Chi ha aperto quella finestra ? — di.sse contrariato, 
fermandosi la barba che gli svolazzava sul petto e gli 
solleticava il viso. 

Dal letto venne su un'altra voce, grave, pacata. — Tu. 

Le lenzuola si smossero lentamente, due occhietti pie- 



II, MONACO PAZZO 13 

coli fissarono il monaco che scrollando il capo rinchiu- 
deva la finestra. 

— L'ho aperta io?... — disse ancora, burberamente, ma 
con il fare di uno che non attende risposta. Poi s' av- 
vicinò al letto, guardò il malato, sorrise: un .sorriso che 
aveva qualchecosa di sinistro. 

— Sai disse. — Se quel tuo nipote viene dimani lo ro- 
tolo per le scale. Tu ci credi al malagurio ?... Io sì : ci 
credo da quando non credo più in Dio. 

Le palpebre del malato si tesero irrigidite , poi s' ab- 
bassarono lentamente sugli occhi che s' erano scolorati, 
diventati quasi gialli. 

— Non ci seccare, priore — disse il monaco irritato da 
quella lugubre tensione dello sguardo che aveva in sé 
qualcosa di doloroso e di terribile. — Padronissimo tu di 
morire — continuò dando un pugno sulla tavola — ma io 
quella bestia qua non ce la voglio. E non e' è nessun 
bisogno di stralunarti per quell'altro fatto. 

Egli si fermò in mezzo alla stanza, livido con gli oc- 
chi sbarrati. 

— Senti — disse — ragioniamo. Tu ora sei vecchio, tu 
ora sei per morire. Io ti voglio dir tutto , tutto quello 
che è stato. Non mi guardare così , con questi occhi 
gialli. Non t' insulto , non insulto il tuo Dio. Sentimi. 
Tanto tu ora o domattina morrai. E che ne sai che non 

potrò morire un'altra volta anch'io ? Tu morrai Salute. 

Che t' importa di me? Che t'affanni per la mia salvezza? 
La mia salvezza era nel tuo Dio, nel tuo Dio che amavo 
come tu ora ancora ami , che io amavo più forte di te 
stesso. Dio m'ha abbandonato. Ti ricordi ? Fu quella notte, 
quella notte di marzo. Anche ora siamo in marzo. La mia 
forza, come la tua, era nel tuo Dio: anche io era monaco. 
Ma esisteva questo Dio ? Io non lo so, ma, guarda, io sarei 
capace di tutto, ora. I due si guardarono. Il letto si 
scosse lentamente, scricchiolò : la piccola forma, le len- 
zuola si mossero. 

— Oh Dio ! — gemette il morente. 

— Invocalo pure, priore. È il tuo Dio. — Il monaco 
si mise a camminare per la stanza, irritato, tempestando 
furiosamente, urtando nei pochi mobili, nei pochi scanni 
sparsi qua e là. 

L"n 'ondata di sole entrava nella piccola cella, un' on- 
data di sole caldo che illuminava e riscaldava la stanza. 



14 11^ MONACO PAZZO 

La copiosa luce batteva quasi in piena faccia al malato, 
rinfrancandolo tutto. Il povero vecchio aveva cacciato 
fuori tutta la testa, al sole caldo. — Inavvertentemenie il 
monaco nella sua pazza sfuriata dette col gomito contro 
lo spigolo di una impo.sta. Quella si rinchiuse violente- 
mente d'un colpo solo. 

Il vecchio nel letto ebbe un tremore improvviso. — Oh 
il sole ! — balbettò lentamente , con un accento piano e 
velato. 

Il monaco ritornò; afferrò l'imposta, la scosse, la spinse 
contro il muro con un urto tremendo. Il legno scric- 
chiolò quasi fe.sso. Egli guardò un istante dai vetri. In 
basso, per la piccola discesa del colle, le piante, gli al- 
beri coperti di foglie , levavano in un rigoglio sublime 
le braccia al cielo : giù nella valletta , il paesello sem- 
brava dormire. 

— Ma la finiremo I — urlò. Sai tu quello che io ho sof- 
ferto pel tuo Dio ? Che cosa hai fatto tu che ti sei mar- 
toriato con i tuoi cilizii, che cosa hai fatto tu con le tue 
discipline, che cosa hai fatto tu con le tue spine? Niente! 
Son io il martire , .son io la vittima ! Ma io risuscito, 
capisci, io ritorno alla vita, ora, io riacquisto la mia co- 
scienza perduta. Io ritorno alla vita , priore ! Domani 
quando ti troverò lungo stecchito là risusciterai tu , tu 
che hai le carni martoriate dai cilizii e dalle spine ? Ma 
io ho l'anima martoriata , e 1' anima , te lo a.ssicuro io, 
risuscita ! 

11 priore spalancò ancora gli occhi , poi li .socchiuse, 
irrigiditi, come prima, 

— Guarda : prima io lo temeva il tuo Dit). (Juando 
il tuo Dio m' ha bruciato l'anima io non l'ho amato più, 
è vero, ma l'ho temuto però. Io amavo più la mia ani- 
ma che il mio Dio. Ma, dopo, io ho tremato di chi ha 
.saputo strapparmi l'anima per vendicarsi. N\>n .sono pazzo, 
no. Che cosa m'hai potuto tu rimproverare, priore? Che 
cosa ho fatto ? che co.sa ho detto ? Io ho sofferto, que- 
sto ho fatto. Io .son vissuto quaranta anni senza la mia 
vita , .senza la mia forza : son vissuto quaranta aimi pel 
tuo Dio, pel tuo Dio soltanto. Era il mio martirio. Che 
cosa ne ho ricavato? Niente. Capisci tu che co.sa signi- 
fica niente ? Ma che cosa ne volevo ricavare ? EI)beno 
no. Io .son seccalo. .Noi la finiremo una buona volta. 
Io ritorno alla vita , dopo quaranta anni di marciume 



IL MONACO PAZZO 15 

per combattere. Io ritorno alla vita a settaiitatluc anni. 
Andiamo!.. Dimani verrà tuo nii>ote mi caccerà via. 
Caccerà via me, il tuo Dio, la tua carcassa. Ebbene io 
non Io sofìVo. lo insorgo, lo risorgo. Io voglio tutta la 
vita mia da quest' intruso che dimani u.scirà con me, 
dietro di me , dalla tua casa , dalla casa di tuo nipote 
che verrà a conciare i suoi pellami ! 

Il priore si scos.se ancora — Dio mio!... — gemè. 

— Invocalo, invocalo il tuo Dio ! Egli è colui che s'è 
presa l'anima mia perchè io la amavo troppo, perchè io 
voleva meglio conoscerla e nell'anima conoscere lui! Egli è 
colui che dimani lascerà questa casa per lasciarvi impian- 
tare le stufe e le caldaie! Invocalo, invocalo ! Invocalo in 
nome dei cingoli, dei cilizii, delle spine pas.sate, in nome 
dei digiuni e delle penitenze, in nome delle lunghe ve- 
glie notturne, delle mille preghiere , dei mille inni, del 
fiume d'incenso versato... Invocalo, invocalo ! Egli verrà 
qui per combattermi, per finire di uccidermi, per finire 
di sterminarmi... Invocalo, invocalo ! Digli che io sono 
risuscitato, che ho riacquistato la mia anima, la mia forza, 

la mia vita ! Digli che venga pure a riprendersela 

Che venga ! che venga ! \'edremo se sarà ancora l'anima 
mia la prima a bruciarsi! \'a, va, corri... va presto!... 

11 monaco si fermò. Egli aspettava ; non respirava più. 
E vide allora il priore scotersi ancora, aver ancora un tre- 
mito, divenir pallidissimo: lo udì balbettare confusamen- 
te : — Dio mio !... la morte !... 

Ebbe un balzo allora il pazzo : si proTese lungo stec- 
chito sul letto e fisse sconvolto gli occhi lividi e fuor 
dell'orbita negli occhi gialli e spenti del moribondo. — 
Muori ! — urlò fuor di sé. vt - 

Poi si rialzò d'un colpo , attraversò di furia la cella, 
scappò via, rinchiudendo violentemente l'uscio. 

Lontano, dai campanili del paese sottostante, salivano 
mesti i tocchi delle ventun'ora. 

* * 

Don Luigi Sasso arrivò alle nove. Era andato a 
chiamarlo Giannino, il figlio del giardiniere verso le otto, 
dopo che il padre era sceso dalla camera del priore e 
l'aveva trovato morto. Don Luigi Sasso venne su con 
una faccia contrita e piagnucolosa e fu accolto dal giar- 



l6 IL MONACO PAZZO 

dinierc. dalla moglie di costui col viso rigato di lacrime 
con i quattro figli attaccati alla gonnella. Don Luigi 
volle vedere in primo luogo lo zio : lo baciò, l'abbrac- 
ciò, gli carezzò la barba tre o quattro volte, poi mandò 
rt giardiniere giù, al paese , a chiamare qualcuno. Egli 
girò il convento dal capo ai piedi , andò a bussare alla 
cella di Frate Angelico, il monaco pazzo, che gli rispose 
di dentro con un urlo. Allora egli sali lentamente sulla 
loggia, a godersi la splendida mattinata primaverile. Ac- 
cese un sigaro, protese le braccia nel vuoto in uno sba- 
diglio .sonoro, poi cominciò a fumare come un camino. 
Gli uccelli gli ronzavano intorno da tutte le parti , cin- 
guettando allegramente , stordendolo. Egli pensò alle 
belle giornate che verrebbe a pas.sare las.sù , a caccia, 
alle reti che verrebbe a tendere agli uccelli su quella 
interminabile loggia, (bramai era ricco. Lo zio oltre al 
monastero possedeva ancora qualche altra cosa, qualche 
buon gruzzoletto nascosto che egli saprebbe ben ritro- 
vare. 

Don Luigi pensava che avrebbe venduta quella bicocca 
che possedeva laggiù, in paese, quelle poche stanze che 
suo padre s'era fabbricate quando falli con la sua fab- 
brica di pellami, e che col ricavato, e con (juello dello 
zio, (chi sa quanto. Dio mio !) impianterebbe uno splen- 
dido stabilimento lassù, do^•e poi verrebbe a stare anche 
lui. E con lui gli alìfari sarebbero prosperati di certo ! 
Lui non era come suo padre, un fanfarone, un uomo che 
non calcolava fi danaro, che arrischiava tutto il suo in 
pericolose operazioni di Borsa, ah no I lui era un tem- 
l)erament<j freddo, pacato , calmo , calcolatore cui i da- 
nari non avrebbero mica fatto dar volta il cervello. Che 
forse non Io si conosceva ? 

Da iiueste riflessioni venne a trarlo la voce della Giu- 
ditta, la moglie del giardiniere, per dirgli che era giunto 
il tappezziere e che lei lo aveva fatto aspettare nel par- 
latorio. 

— Eccomi — gridò piagnucolosjimente don Luigi: cacciò 
ili tasca il grosso fazzoletto e scese le scale. 

Nel parlatorio il tappezziere gli si inchinò tre o quat- 
tro volte sino a terra . gli domandò compunto dell' ora 
della disgrazia , del motlo come era avvenuta , e quindi 
volle .s;ipcre come volesse che si addobbasse la camera 
ardente. Dopo il tappezziere venne il parroco. pt»i il 



IL MONACO PAZZO 17 

priore di una arciconfrateniita, poi il sindaco, poi 1' ap- 
paltatore dei trasporti funcltri, poi un sacco di jjente. 

Lo portarono via che erano le cinque del giorno. C'e- 
rano tutti: il sindaco, il parroco, orli amici, i devoti: un 
nugolo di gente si era riversato sul convento per la morte 
del vecchio priore. Don Luigi Sasso segui il feretro sino 
al cimitero dove vi furono dei discorsi e si fece tardi. 
Arrivò in paese con gli altri verso le sette e mezza. Pen.sò 
allora che era troppo tardi per ritornare al monastero a 
parlare con frate Angelico , di cui non s' era ricordato 
che quando scendevano tutti insieme la collina, seguendo 
il feretro. Deliberò di ritornarvi la mattina. 

Ed infatti la mattina egli s'avviò. Ma a mezza strada, 
là dove sorge un grosso castagno selvaggio , egli s' in- 
contrò im]irovvisamcnte con frate Angelico. Don Luigi , 
sorpreso, rimase a guardar in faccia all' altro, senza po- 
ter articolare parola. Anche il monaco lo guardava , 
muto. Finalmente egli potè rimettersi, potè trovare qual- 
cosa da dirgli : — Dove andate frate Angelico ? 

11 monaco lo guardò fiso, poi si rizzò sulla punta dei 
piedi , additò con la lunga mazza le punte degli ultimi 
cipressi che apparivano lontano lontano , sopra le viti 
coperte di pampini. — Lui lo sa — di.sse. Poi con un 
urtone spinse contro la siepe don Luigi, si riacconciò la 
bisaccia sulle spalle e passò , senza guardarlo in faccia , 
ripigliando la china. 

* 

Frate Angelico non era stato sempre pazzo. Non si sa 
dove era nato né che cosa aveva fatto dapprima di ca- 
pitare sul convento di Santa Radegonda, dove quei mo- 
naci se lo videro capitare addosso una sera , una scura 
sera di novembre. L' uomo poteva contare allora i suoi 
trent' anni. \'estiva che non c'era male, ma le sue mani 
piccole e delicate dicevano che egli apparteneva alla ricca 
borghesia. Consegnò al padre guardiano qualche migliaio 
di lire che aveva con se e disse che voleva farsi mona- 
co. Il guardiano stette un poco in pensiero ma poi , vi- 
.sto la risolutezza del giovane, l'accettò nel monastero. Il 
giovane fu frate. Ma appena accettato nella comunità il 
nuovo monaco divenne un mi.santropo ostinato. 1 frati 
non lo videro se non alle funzioni di chiesa ed al refct- 



r8 II. MONACO PAZZO 

torio: talvolta giungeva anche in ritardo sì che una volta 
il guardiano glie ne mosse rimprovero. Egli passava tutte 
le sue ore nella biblioteca, nella biblioteca abbandonata 
ai topi da tanto tempo , dove i volumi giacevano colmi 
di polvere e di fuliggine. Talvolta qualche monaco cu- 
rioso entrava di soppiatto , o con una scusa qualunque , 
nella grossa stanza : lo sentivano parlare ad alta voce , 
urlare quasi, con tanti vecchi libri spalancali dinanzi. 

A poco a poco gli altri monaci cominciarono ad aver 
per lui un rispetto , un' osservanza come per un essere 
superiore : lo stesso guardiano ora non lo rimproverava 
più per i lievi ritardi. Dopo quasi un anno, una mattina 
il « Sapiente » — come avevano cominciato a chiamarlo — 
andò dal guardiano per farsi dare qualche centinaio di 
lire per alcuni acquisti che intendeva fare. Poi vi ritornò 
ancora una volta , poi ancora. La somma fini. Allora il 
« Sapiente » scris.se alla sua famiglia , lontano lontano , 
e giunsero altri soldi. 11 monaco spendeva allegramente, 
spensieratamente, con un lampo negli occhi. Il guardia- 
no, tutti i monaci, lo guardavano con un non so che di 
rispetto , di inferiorità. 

Egli sorrideva loro come a dei sudditi , a dei poveri 
servi, a dei poveri inconsci, e tirava innanzi. 

Dopo alquanto tempo cominciarono a giungergli delle 
casse , degli involti che il priore gli faceva recare senza 
aprire . come sarebbe stato suo dovere. Poi ne giunsero 
altre , altre ancora. Allora si volle sapere che contenes- 
sero mai quelle case. Alcuni monaci , or con una scusa 
or con un'altra, entrarono nella celli di padre Angelico: 
anche il priore una volta vi entro. .Sulle sedie, sulla ta- 
vola, sulla scrivania oggetti di tutte le forme: lambicchi, 
vaschette, provette, fiale multicolori, sottili congegni di 
cui quasi tutti ignoravano ancora l'esistenza. E poi libri, 
sempre libri. Frate Angelico sorriileva e lasciava fare. 
L'na sera , anzi , fermò il guardiano che era venuto un 
momentino da lui ]>cr un consiglio , lo fece sedere , gli 
volle s|)iogare a che cosa tendessero tutti quegli studi, a 
che cosa volesse riuscire con tutte (juclle esperienze. Ma 
il giovane guardiano non volle saper niente, si schermi 
con la mano , rozzamente : egli fiilava in lui . nella sua 
scienza , nella sua tlottrina : era anche inutile , j^oi , lo 
spiegargli, non ne avrebbe capito niente. 



IL MONACO PAZZO I9 

E sorrise d'un sorriso stupido, ma clie pur voleva es- 
sere malizioso. 

Questo padre guardiano era un giovane di forse tren- 
totto anni, ritiratosi da una quindicina di anni sulla pic- 
cola collinetta , in quella sua vecchia proprietà che egli 
aveva sapientemente mutato in monastero. 

Egli era nato nel paese, ma era stato allevato in semi- 
nario da dove era venuto fuori i)rete e con 1' intenzioni 
di farsi monaco. Di parenti in paese possedeva soltanto 
una sorella che aveva sposato un fabbricante di pellami 
e che viveva quetamente col marito. A quel tempo essi 
erano ancora senza figli. A poco a poco sul nuovo con- 
vento fu un accorrere di nuovi monaci . parte venuti 
spontaneamente, parte inviati dai superiori. Al tempo in 
cui vi venne frate Angelico i monaci erano trentasette. 

Intanto nella calma del convento frate Angelico conti- 
nuava nei suoi studi! , nelle sue esperienze. La sera egli 
era sempre l'ultimo ad andare a letto e talvolta i monaci 
lo sentivano armeggiare sino a tarda ora nella piccola 
cella illuminata. Era un mito. Alcuni interrogavano il 
priore cautamente : « X'edrete I vedrete ! >> rispondeva il 
giovane paesano , ammiccando. I monaci si struggevano 
di sapere. 

Ma una mattina seppero davvero. Un frate minore, che 
era andato a chiamar padre Angelico per farlo venire 
alla preghiera , lo trovò inginocchiato , col mento sul 
margine della tavola , gli occhi sbarrati , le mani prone, 
distese sulla tavola. Frate Angelico era livido , giallo , 
freddo come un morto. Il frate scappò urlando, spaurito. 
Chiamò il priore, i monaci: accorsero tutti, lo scossero, 
gli diedero a bere dei liquori , gli fecero fiutare dell' a- 
ceto. Il « Sapiente » rinvenne. I monaci , curvi sul suo 
tettuccio, lo videro rialzarsi lentamente, guardarli uno 
per uno con uno sguardo velato, smorto, poi i suoi oc- 
chi cercarono il grosso crocifisso pendente dalla parete 
di faccia , sulla tavola. Quegli occhi allora tornarono a 
sbarrarsi, il monaco ebbe un tremito improvviso, un ah 
come per una sottile puntura al cuore. Poi si fecero an- 
cora smorti egli li socchiuse dolcemente e sorrise. Volle 
alzarsi , volle andare alla preghiera. I monaci andarono 
tutti via ed egli li seguì, ma prima di uscire mandò ancora 
un lungo .sguardo a quel crocifisso, uno sguardo corruc- 
ciato . doloroso ma nello stesso tempo pieno di terrore. 



20 li. MONACO l'A//.'> 

Nella cella non c'erano più libri, non c'erano più lam- 
bicchi, vasche, provette, bottiglie dai lunghi tubi di ve- 
tro, niente. Una puzza di carta bruciata ammorbava l'a- 
ria. In un angolo un cumulo di vetro , di tubetti , di 
scliegge, ili rote, ili fili, di corde, di anelli, di congegni 
rotti , di uten.sili spezzati : piccole fiale . pezzi di vetro . 
ti' ottone, di ferro, di stagno, smus.sati , .storti, .staccati, 
rotti completamente. Nell'orto, sotto la finestra c'era un 
altro cumulo di rovine. Sulla terra gra.s.sa una gro.s.sa 
striscia bagnata: qua e l<à pozzette di ogni sorta di liquori, 
di ogni sorta di liquidi di cui si spandeva intorno il fe- 
tore acre e disgustoso. 

Che cosa era avvenuto mai in quella cella? Che dramma 
oscuro vi s'era .svolto? Che dramma s'era svolto quella 
notte neir anima del frate ? 

Non lo si sep]ie mai. Frate Angelico s' accontentò di 
sorridere sempre . di volgere gli occhi intorno in cerca 
d'un Cristo per scrollare il capo muto e pensieroso. Egli 
fu un mitf) ancora, i>er .sempre. Non parlava più : agiva 
macchinalmente , volgendosi ogni tanto indietro per ve- 
dere .se alcuno lo .segui.s.se, guardando ogni tanto i gro.ssi 
crocifissi e mandantlo loro lunghi sguardi di commisera- 
zione , lunghi .sguardi spauriti. 

Onesto fatto impressionò dapprima: questo terrore che 
frate Angelico provava squadrando le lunghe croci semi- 
nate pel convento . sorprendeva i nvniaci , e li sorpren- 
deva i)ur anco quella specie di odio rei)re.s.so , di acre 
corruccio, di amarezza, che egli metteva nel rado parlare 
che faceva. Si formò allora una leggenda: si disse die il 
vecchio Cristo della parete avesse tlistrutto, quella storica 
notte, ogni co.sa nella stanza del frate, irritato da quegli 
studi, ila lineile ricerche certamente diaboliche. E si di.sse 
che da allora frate Angelico odiava Cristo, ma lo .serviva 
ancora j)erchò aveva paura della sua incommensurabile 
forza. 

Però pochi ci credettero a questa leggenda. I più si 
contentarono di chiamarlo « il pazzo * e nient' altro. 

Eli il i>azzo li vide morir tutti. Dal primo all' ultimo 
i monaci, lutti più vecchi di lui, morirono in quasi tren- 
l' anni uno per uno. Rimasero in tre soltanto : lui . un 
altro vecchio — frate An.selnio — ed il priore. Il priore 
era vecfliio pur esso : aveva quasi settanta anni. Non 
volle quinili accettar più nessuno al convento. Uopo quasi 



II. MONACO l'AZZO 2 1 

tìtto anni mori ancora frate Anselmo. I due rimasero soli. 
11 priore aveva in paese un figlio della sorella che non 
sperava se non nella morte dello zio. Da questo pensiero 
sopraffatto, dagli acciacchi della vecchiaia e dalle bruta- 
lità insensate del pazzo , qualche paio d' anni dopo la 
morte di frate Anselmo si mise pur esso a letto. Fu una 
malattia lunga, scoraggiante. Il vecchio guardiano si spe- 
gneva a poco a poco , a tratti , scosso ogni tanto dalle 
braccia del forsennato compagno. 

E morì infine , nel cadere di quella bella giornata di 
marzo , di una morte angosciosa . affrettata dalle scudi- 
sciate e dalle urla del vecchio monaco pazzo. 



* 



Annottava quando si fermò. Si guardò intorno : per i 
campi, per le vigne non c'era un'anima \iva. Egli senti 
il bisogno di riposarsi , di sfamarsi. Strappò da terra 
una rapesta, cavò dalla bisaccia un grosso tozzo di pane 
e si mi.se a mangiare. I suoi denti forti scricchiolavano 
nervosamente su la crosta secca del pane. Era quasi notte: 
egli doveva pensare a riposare. Fini di mangiare queta- 
mente , poi si voltò intorno per vedere se si scorgesse 
qualche casa, qualche capanna. Xon vide niente. Allora 
si cacciò risolutamente in un camino , deciso di dormire 
sotto un albero. Ma erano tutte viti che gli si paravano 
innanzi , tutte viti che Io circondavano. Camminò così 
qualche decina di minuti sin che scorse come un grosso 
bosco, una lunga distesa di alti alberi. S'avanzò: era una 
foresta di castagni. Egli scelse il luogo più acconcio, un 
grosso albero frondoso, dai rami che si curvavano fino a 
terra, come una capanna. Gittò la bisaccia a terra. I tozzi, 
le altre cose che conteneva, risonarono .sordamente su le 
radici dell'albero, delle quali sporgevano le coste all' a- 
perto. Intese allora un correre precipitoso, un lungo mu- 
golio. Vide alcune foglie poco lontano smuoversi , due 
occhi fiammeggiare nel buio , una grossa forma grigia , 
al cui collo egli vedeva luccicare un collare, slanciarglisi 
addos.so. Egli fissò quel collare, levò la mazza, vibrò il 
colpo. Il cane stramazzò poco lontano dai suoi piedi 
guaendo maledettamente. Volle dare ancora un altro col- 
po , poi indietreggiò. Aveva quasi paura di quella tozza 



22 IL MONACO PAZZO 

figura grij^ia che si torceva col ventre per terra in balzi 
subitanei, tutta immersa in una pozza di sangue nero. 

Raccolse la bisaccia e s' allontanò. Era furioso. Spez- 
zava con la mazza bagnata di sangue le viti ,. 1' erba , i 
lunghi rami che intralciavano la sua corsa. Roteava in- 
torno gli occhi nel buio. 

Quando fu un'altra volta sulla strada maestra si guardò 
ancora d'intorno. Voleva camminare, ora: non aveva più 
bisogno di ripo.sarsi. Voleva camminare , voleva andare. 
Che importa che era notte ? 

E camminò. Era apparsa la luna . una piccola falce 
luminosa. La via era oscura: egli inciampava continua- 
mente, cadeva continuamente coi piedi nelle pozze d'ac- 
qua sparse. Ogni tanto si fermava a guardarsi intorno. 
Bestemmiava. Borbottava ogni tanto parole confuse ed 
incomprensibili. 

Dopo quasi quattro ore di cammino scorse sui ciglioni 
della via poche case scure. Affrettò il passo: scorse altre 
case, poi, lontano lontano, una grande ombra nera, una 
città. Corse quasi allora. La sua mazza batteva sorda- 
mente sui sassi, sulla polvere, la l)isaccia gli ballava quasi 
sulle spalle. Che paese era quello ? Quarant'anni prima, 
quando venne a! convento, lo sajieva di certo : ora non 
.sapeva niente. Camminava come un insensato. Dove do- 
veva andare? Che doveva fare? Egli non sapeva niente. 
Egli fuggiva il suo monastero, egli fuggiva il suo Dio, 
scacciato pur esso dal monastero, che non tarderebbe ad 
inseguirlo. Ma ora, però, egli era resuscitato, ora ave- 
va tutta la sua forza , ora si difenderebbe : si provasse, 
lui , venisse anc(;)ra I Non sarebbe iiiii come una volta I 

Corse. Sulla porta della città un doganiere lo fermò : 
Dove andava ? che portava nella bi.saccia ? 

Il monaco si svincolò , tirò innanzi. L' uomo lo rin- 
corse, gli .strappò il sacco. Io vuotò, gittando ogni cosa 
per terra. L' altro lo inseguì . col ba.stone levato. Il do- 
ganiere allora chiamò gente. Uscirono da una casipola al- 
tre tre persone. Dalla j>orta aperta un fascio di luce il- 
luminò la strada. Il monaco conobbe le guardie, si sco- 
stò sorpreso: vide che quelli rovistavano nella sua roba. 

udì dire ripetutamente « niente niente ». l'oi se n<- 

andarono di.scorrendo e ridendo. Il monaco la raccolse 
la ripose nella bisaccia e ripre.se viepiù furioso il cam- 
jiiino interrotto. Entrò così in città : vagò alquanto pt ' 



Il, MONACO PA7,/.0 -23 



le Strade nere, per le piazze deserte; bevve ad una fon- 
tana che gemeva solitaria nel silenzio della notte e linai- 
mente si accoccolò per terra, nel piccolo vano d'un por- 
tone chiuso , aspettando il giorno. 



* 

■X- * 



Nella stanza del sindaco Don Luigi Sasso si girava 
impacciato il cappello fra le mani, attendendo. 

Intanto non veniva nessuno. Egli girava gli occhi in- 
torno, mormorando, guardando sbadatamente le vecchie 
poltrone, i divani, gli specchi . i quadri , le mensole: i 
tavolini colmi di ninnoli vecchi e bomboniere nuove, 
Attendeva già da qualche decina di minuti quando entro 
il sindaco. ^11 vecchio notaio si mise gli occhiali, sorrise 
sotto i baffi bianchi e tese la mano all'amico. Don Luigi 
fece una faccia compunta e prese lentamente la mano 
che gli si tendeva. 

—'^Accomodatevi.... accomodatevi... senza cerimonie. 

— Grazie, grazie... — Don Luigi sedette impacciato, 
non sapendo ^dove posare le mani , dove posare il cap- 
pello 11 notaio non se ne accorse. Lo guardava di tra- 
verso, di sotto gli occhiali, con la fronte corrugata. 

Don Luigi lasciò andare il cappello sulle ginocchia e 
disse curvandosi: \'oi mi avete fatto chiamare... 

— Ecco, don Luigi. Pensavo. Ditemi avete preso pos- 
sesso della vostra proprietà? 

Don Luigi fece lo gnorri.— Che proprietà? 

— Perbacco ! — mormorò il notaio — là, della casa... del 
convento... lassù. 

— Ah ! disse sbadatamente don Luigi ci sono andato 

stamattina. 

— Bravo. E, domando, che volete fare? 

— Come, che voglio fare ? 

— Dico volete lasciar rimanere il convento lassù ? 

— Io non vi capisco. Come , lasciar rimanere il con- 
vento ? • T-l- 

— Scusatemi,... già, il dolore..., l'impressione... Di- 
cevo : Da quaranta anni in qua quella ca.sa, in mano della 
buon' anima di vostro zio, era un convento. Ora morto 
vostro zio, la casa è vostra. 

Ora io domando a voi : quella casa volete voi ancora 
lasciarla ad uso di convento ? 



24 I^ MONACO PAZZO 

— E che debbo andare a farmi monaco io ? rispose 
duro do8 Luigi. 

— Capisco clic voi non vi volete far monaco : ma voi 

potreste benissimo donarla vi verrebbero altri monaci,. 

un altro padre guardiano... 

— Ma... egregio amico... 

— Oh figuratevi ! A me non importa niente. Io dicevo 
per sapere le vostre idee onde potersi venire alla con- 
clusione per cui vi ho fatto prendere l'incomodo di re- 
carvi sin qua. 

— E dite, dite, allora. Comandate. 

— Non si tratta di comandare carissimo don Luigi. 
Voi sapete benissimo che anche io tengo i miei doveri 
ed i miei grattacapi come voi avete i vostri. Ora, dun- 
que, voi certo non ignorate che sul convento non vi era 
solo la buon'anima di vostro zio , ma ancora un altro 
frate... 

— Se n' è andato. 

— Se n'è andato? — il sindaco levò il capo di botto, 
fissando corrucciato don Luigi — Se n'è andato ? 

— Ecco qua Mentre io saliva al convento te 1' ho 

incontrato che non sapevo da dove mai era venuto fuori 
tanto che m' ha fatto una paura del diavolo. Gli ho do- 
mandato dove andasse... 

— Embè ? E^mbò ?.. 

— Aspettate... Allora ha alzato la mazza, ha fatto se- 
gno ai cipressi del camposanto e poi ha detto : — Lui 
lo .sa — Lui forse doveva essere la buon' anima. 

— E voi non vi siete fatto dire tlove andava? 

— Ma io che ne sapeva che voi lo volevate sapere? 
Che m'importava di saperlo? Mi ha dato anzi un urto 
così forte col braccio che mi .son lacerata mezza schiena 
sulle spine di una siepe. Come volevate che io gli do- 
mandassi un'altra volte dove andava ? Gli avrei dato in- 
vece una bastonata in capo ! — 

(Juesto però, ad onor del vero, Uon Luigi Sasso non 
l'aveva nemmanco pen.sato quando s'era punta la .schiena 
sulla siepe. Intanto il sindaco batteva iro.samenle col 
piede sui vecchi mattoni, l'oi i)roruppe , continuando il 
discorso che aveva già iniziato. — l'oichò, se vi pare , io 
.sono responsabile verso le mie autorità dirette di quello 
che avviene di cotlcste comunità. Ora tlomanilo a voi, 
come diavt>lo nje la sbrigo con (piest'altrcj guaio tli mo- 



IL MONACO PAZZO 25 

uaco sulle spalle Dite qua : A che ora l'avete incon- 
trato voi ? 

— Peuh I Erano quasi le sette. 

— A quest'ora siete andato al convento ? 

Il nipote del priore divenne rosso, come un «i^ambero, 
|)er la vergogna: poi balbettò: — Che volete!... Non ho 

proprio potuto dormire stanotte !.. Con questa sventura 

Stamattina non sapeva che fare 

Il sindaco sorrise sotto i baffi, fece una piccola smor- 
fia poi mormorò : — Già... Già... — e soggiunse : — Che 
ora è? Don Luigi cavò l'orologio, guardò attentamente, 
poi disse : — Le tre ed un terzo. 

— Dunque non è tardi. L'unica città a cui si può ar- 
rivare per stasera dalla strada maestra è X**. Quando 
mi dite che non ha preso la montagna. 

— Ah questo ve lo assicuro io. Scendeva giù io saliva. 
Ed è appunto per questo, per passare, che m'ha spinto.. 

— \'a bene, va bene. Perciò dunque, si può far trat- 
tenerlo. Il sindaco s'alzò, sedette presso la scrivania. 

— Venite qua, don Luigi — soggiunse — aiutatemi a scri- 
vere i connotati. 

Don Luigi s' alzò, venne presso il tavolo lentamente, 
sempre col cappello in mano. 

— Posate, posate quel cappello , don Luigi. Accomo- 
datevi dunque. 

Prese un foglio di carta , una penna , 1' intinse , co- 
minciò a scrivere. 

— L'n frate del monastero di Santa Radegonda in Ca^'*. 
Lunga barba sino alla cintura... Occhi grandi 

— Si si. 

— ^Xaso... naso eh? 

— Naso? Naso grande. 

— Appresso — Il sindaco scriveva — ■ Capelli capel- 
li bianchi pochi.... 

— -Ah, nò !... molti anzi. — Il sindaco corresse. 
— ^ Sandali rotti Abito rotto... è vero è vero? 

— Verissimo ! 

— Carattere rozzo abbastanza altero... 

— Proprio... proprio... Anzi pazzo..., 

— Eh ? — Il sindaco sorrise, Vi fu un pò di silenzio. 
S'udiva solo il ronzio della penna che correva sulla carta. 
Don Luigi guardava in aria , distratto. Finalmente il 



26 IL MONACO PAZZO 

sindaco smise. Posò sul foglio la carta assorbente . lo 
chiuse in una busta e vi scrisse sopra l'indirizzo. 

— Fatemi voi allora il favore. Questa carta la darete 
all'impietrato postale. Ditegli che teleo^rafi subito. Servi- 
zio municipale. A voi intanto salute ed arrivederci... — 

— Arrivederci, sindaco. — Don Luigi allora volle in- 
chinarsi : un inchino goffo e .sguaiato. II sindaco sorrise 
ancora una volta, ma non si mosse dal suo posto, dritto, 
presso la scrivania. Don Luigi voltò le spalle , sparve. 
Appena fuori dette un'occhiata fuggevole alla .sopra.scritta 
della lettera « Onorevole sig. delegato di p. s. X**. — 
Ebbe allora un tremito. Scese di furia le scale rischian- 
dosi di rompere il collo e sotto il portone bestemmiò 
.sordamente il sindaco, lo zio, frate Angelico : andò al- 
l' uffizio postale pel telegramma e di poi si recò dritto 
dritto da un avvocato di sua conoscenza a domandargli 
se, per legge, il delegato di pubblica .sicurezza di X*' 
o le sue autorità superiori, potessero contestargli o negargli 
il pos.sesso della ca.sa che lo zio gli aveva lasciato in 
legittima eredità. 



* 



Dopo di averlo .spinto, malmenato, insultato, condotto 
tla un carcere ad un altro, da una cella ad un'altra, da 
un luogo ad un altro, lo mandarono finalmente poi all'o- 
spizio di Mendicità. Non vi restò che dieci giorni. 

I direttori si opposero subito elicendo che c'erano an- 
cora conventi per accogliere monaci. Dopo dieci giorni, 
guidato da una guardia di p. s., il monaco fu accompa- 
gnato al più vicino convento. Neanche là lo volevamo. 
Di quella roba, quei monaci nfMi ne pigliavano. Ma final- 
mente l'autorità s'impose ed il guardiano fu costretto 
cosi ad aprire le porte al nuovo venuto. Ma egli era de- 
stinato a non riuscir simpatico. Il guardiano gli a!ìsegnò 
un Ietto in una vecchia cella mezzo rovinata, dove dor- 
miva con un altro vecchio monaco, un inserviente : tutti 
gli altri monaci cominciarono ad odiarlo. Credettero che 
fosse un servo e vollero comandarlo : egli li sbirciò tutti 
dal capo a' piedi , disprczzo.so , e voltò loro le spalle. 
Allora e.ssi ricorsero al guardiano perchè desse « un po' 
sulle corna a quel babbeo». II padre guardiano alzò la 
voce : fu peggio. 11 monaco nuovo cominciò atl urlare 



IL MONACO PAZZO 2^ 

anche lui. a mostrare i pugni fin troppo diventati nodosi. 
11 guardiano parlò a lui di Dio , della vendetta di Dio 
grande ed onnipotente : il monaco nuovo si turò le orec- 
chie, stralunò gli occhi, urlò che non ci credeva in Dio, 
che conosceva molto bene quanto pesasse quell'intruso. 
I frati si scandolezzarono. Il guardiano ricorse ai su- 
periori, al Municipio dicendo che non poteva tenersi 
Satana in convento. 

Quelli s'informarono. Risposero che frate Angelico sul 
convento di S. Radegonda in Ca** era stato sempre sti- 
mato e rispettato per ben 40 anni e che quindi quelle 
tali accuse non erano possibili: ma che se pure qualcosa 
di verità c'era in esse, loro quel vecchio frate non po- 
tevano lasciarlo far morire in mezzo alla via. Bisognò 
allora trangugiarla. I monaci lo lasciarono quieto . spe- 
rando che, ottantenne quasi, morisse presto. Ma se essi 
s'erano potuti in certo modo dar pace , non s' era dato 
pace il » pazzo ». (come anche lo chiamarono per le sue 
confessioni di fedei. Egli girava dalla mattina alia .sera 
per la cella, furioso, come un leone stretto nella gabbia. 
Egli pensava che, chiuso colà, non avrebbe più potuto 
compiere il suo dovere, che, stretto tra le grinfe di Dio. 
nella casa di Dio. il suo ideale correrebbe maggior ri- 
schio di venir meno un' altra volta : egli pensava che 
questa sua seconda vita sarebbe stata breve, che doveva 
affrettarsi. 

Allora divisò di fuggire. Pensò tutta una notte il suo 
piano. La mattina di poi preparò la bisaccia , raccolse 
per .sé tutti i tozzi di pane lasciati dai frati sulle tavole, 
a refettorio. \'erso l' imbrunire si caricò sulle spalle la 
bisaccia, prese la mazza, venne giù per le scale. A quel- 
r ora i frati erano tutti nell' orto, per i corridoi, per le 
scale, per il cortile egli non incontrò nessuno. Raddop- 
piò i passi, venne all'aperto. Innanzi al convento era un 
piccolo spianato con pochi alberi ed una fontana con un 
piccolo zampillo. Egli attraversò il piazzale ax^AÌandosi 
verso le case che vedeva poco lontano. Poi si voltò in- 
dietro, sospettoso. Presso la vasca , con un secchio in 
mano, egli vide un frate che lo guardava. Frate Ange- 
lico tremò tutto, allora gli si irrigidirono le gambe, stette 
per cadere. Ma si riprese subito però. Scrollò le spalle e 
seguitò a camminare, sempre più raddoppiando i passi. Il 
frate sorrideva ammiccando con gli occhi maliziosamente. 



28 IL MONACO PAZZO 

La sera, alla chiesa la sua assenza non fu notata, ma 
quando i frati vennero a refettorio per la cena se ne 
accorse quello che era solito sederglisi vicino. Il guar- 
diano allora lo mandò a chiamare. Il frate che era an- 
dato a chiamarlo ritornò per dire che frate Angelico non 
era nella sua cella. Il guardiano invitò allora i monaci 
a mangiare dicendo che frate Angelico forse quella sera 
non aveva fame. Ma quando tutti furono a letto il guar- 
diano girò tutto il convento in cerca del fuggitivo : non 
lo trovò. Allora la mattina seguente chiamò a sé tutti i 
monaci, domandò loro chi avesse visto frate Angelico 
nel dopo pranzo del giorno prima. Nessuno lo aveva 
visto. Decisamente allora egli era fuggito. Il guardiano 
lo annunziò rabbiosamente ai monaci , i quali tutti ne 
provarono sollievo. E forse lo provò il padre guardiano 
stesso poiché è accertato come egli non abbia annunziato 
a nessuno, ne ufficialmente né confidenzialmente, che il 
monaco pazzo era fuggito dal convento. 



Chi percorre oggi le vecchie montagne irpine da Mu- 
gnano sino all'ultimo picco, all'ultima lista di confine 
del Principato Ulteriore, avrà certamente udito parlare 
di questo vagante ottuagenario. Per otto anni egli corse 
le montagne, intlisiurbato, conosciuto da tulli, rispettato 
e soccorso. Anche i giovani lo ricordano. La sua forza, 
la sua robustezza , è rimasta proverbiale. Arrivava ogni 
tanto, ogni quattro o cinque mesi, con il suo solito ba- 
stone, con il suo solito sacco, un poco più curvo , un 
poco più bianco. Non nominava mai Iddio. Quando do- 
veva a forza nominarlo diceva : « il tuo Dio. » .Si rac- 
conta anzi che una volta disse forte ad un contadino che 
su ciò lo interrogava : 

— Io non ci credo a Dio. 

— E perchè siete monaco? — interrogò il contadino 
maliziosamente — iierchè poi i)ortate cjucsta veste ? 

— Perché non ne ho un'altra — rispose duro il monaco — 
Fu d' allora che tutti lo chiamarono , come (pielli che 
prima l'avevano conosciuto ed avevano vissuto con lui, 
il «monaco pazzo». 

Andò cosi per sette o otto anni. Poi non se ne seppe 
l>iù nulla. Ma un giorno di novembre lo trovarono morto. 



IL MONACO PAZZO 



29 



disteso sotto un albero, su di una montagna, una delle 
tre montagne sante di Montevergine. Era freddo, gelato, 
forse era morto da parecchi giorni. Nella bisaccia non 
trovarono che pochi panni, un ferro , una pietra. Nem- 
manco un tozzo di pane. Si disse che era morto di fame, 
di freddo, di stanchezza, avendo voluto passare la mon- 
tagna da Mugnano a Mercogliano. Infatti qualche setti- 
mana innanzi alcuni lo avevano visto a Mugnano. Lo 
seppellirono quetamente nel cimitero dei monaci, lassù. 
Sulla tomba fu piantata una croce con pochi ciottoli at- 
torno. Fu tutto. 

Quegli uomini discesero la montagna parlando mesta- 
mente del povero morto ed ognuno narrandone i pochi 
aneddoti che ne conosceva. Il « monaco pazzo » non vi- 
veva più che nel ricordo. 



.4rna. 







j^-; -^ .7'^---r... l 



Trittico dei Fiori 



À mad.""' la Baronne D. N. 

Il Giglio 



— // 7>iio calice bianco, alteramente 
dritto qual pura /tonte verginale, 
mai non tremò, per vii cosa mortale, 
ci' un sol desio, d' un sol /'remito ardente. 

Io sono l'amor mistico : fidente 
schiudo la bianca bocca passionale 
al del, sì come tende in alto l'ale 
una colomba, al voi, securamente. 

Così fiorivo, ne la Nazarena 
valle solinga, e l'Angel, salutatido, 
die a la Fatici ulta la Novella arcana. 

Tutta di gigli era la valle piena, 
e il vento, fra gli steli susurrando, 
parca vibrasse, come un'arpa strana.. 



TRITTICO DEI FIORI ^I 



L,n Viola 



— Come un ri/fesso di crepuscolare 
luce, morente in un iramoìiio estivo, 
tinge la mia corolla, e ignota vivo, 
sognando amore, e pur senza sperare. 

Appassisco, in silenzio; e intorno pare 
che passi come un fremito giulivo 
pel bosco, e sui mughetti lungo il rivo 
le farfalle si posano a baciare.. 

Sono l'amor senza speme; la mesta 
Ofelia, a la fatai riva vagando, 
dì viole cingeva il capo biondo. 

E il fido serto su la vaga testa 

con lei sul fiume stette, galleggiando, 

con lei discese, dolcemente, a fondo.. 



TRITTICO DEI FIORI 



// a aro fillio 



— San di fiamma e di saiii^iic; come ardente 
bocca che voglia baci e dia la morte, 
schiudo i petali al sole, audace e forte, 
e sfido i ragoi suoi, superbamente. 

Io son la passione prepotente 
e sono la vendetta: o amanti morte 
nel sangue, come Carmen, (juella sorte 
vi die chi vi baciava lungamente ! 

Sorrido, a le finestre ove mi mise 
una mano gentil, quando d'amore 
trema un canto, a le notti luminose: 

e, ne la pompa del vivo colore, 
a cespi, come macchie sanguinose, 
fiorisco su le tombe de le uccise. 

Daniele Oberto Warraiiia. 



PROFILO DI FANCIULLA 



This is that Lady Beauty in whose praise 
The voice and hand shake stili. . . . 

Dante Gabriel Rossetti 
Sybilla Pahnifera. 



Ròchen, Siiavis, Aurora. . . Come ben la si nomi non 
so : so eh' ella è brìina ed è . . . bionda ! 

Cosi, proprio; e questo è il suo fascino. Di bruna non 
ha se non la parvenza. Alta , complessa, giunonica, do- 
vrebbe aver nel Verbo e nel Gesto qualcosa d'orgoglio- 
samente solenne : mirifica rosa nutrita di fiamme e di 
sangue, dovrebbe suscitar quasi sgomento... Pure no: la 
sua anima è bionda. La grazia pervade, in lei, la forza: 
Psiche si mesce con Igea. Il sorriso di Dio , traversan- 
dole l'anima, come raggio di sole dal prisma, vien franto 
in mille e mille iridi di rare virtù: nel suo corpo, anzi, 
sembra che la Virtù si sia plasmata perchè con più slan- 
cio gli uomini r adorassero. Tutto quello che è puro e 
sfavilla di lungi : tutto quello che timido sboccia in se- 
greto : l'affetto a ogni cosa gentile come i fiori ed i bim- 
bi : la carità, il misticismo, le nostalgie indefinibili e ar- 
cane , gemmando il suo spirito , ne fanno il più straor- 
dinario tesoro. Con una frase di Shakespeare che Sainte- 
Beuve ripete a proposito di M.'"^ Récamier , ben di lei 
può affermarsi che ha « the milk of human kindness » ; 
e se un occhio troppo eloquente la fisa , se una lode 
troppo intensa le è rivolta — ecco, ella freme, si turba : 
ecco , la sua squisita delicatezza si adombra : simile alla 
sensitiva dopo un rude contatto , si ritrae in sé medesi- 
ma... E allora il suo viso cerca quasi un rifugio ; e il 



34 PROFILO DI KAN-CIUI,I-A 

dolce roseo delle sue guance si rompe qui e li in vivide 
cliiazze di porpora 

Sopraccigli severi e iinguido sguardo di miope : tu- 
mide labbra emani dai tremiti lievi di steli: incesso im- 
periale e indulgente sorriso : — il contrasto si accentua 
anche nel suo fisico. Impronta, del pari, la sua voce. L'na 
voce maravigliosa di contralto : sinfonia nella quale coi 
clangori di trombe si fondono susurri di lire : melopea 
di blandizie e carezze su cui si abbandona il .sospiro del 
réveur e corre lontano lontano — non alle sirti fallaci ed 
alle chimeriche gioie, non là dove tutto è labile e fragile 
e i pomi — quali nel pandemonio del Milton — son va- 
ghi di fuori e vii cenere dentro... Corre lontano lontano, 
ai limpidi cieli ove il Dovere non è mai disgiunto dal- 
l' Estasi e il .Sogno del j^oeta e il casto desio della ver- 
gine collimano in un unico centro 

Ella è, infatti, la \'ita : la Vita che irradia la vita. 

Paga di non sentir nel suo intimo nessun malsano 
squilibrio, serena, tetragona agli assalti del dubbio, ignara 
di qualsiasi debolezza, ella porge, insieme raccolti, co'piii 
fragranti fiori del maggio i più sapidi frutti dell'autunno. 
Ogni moto, nei suoi pensieri come nei suoi sentimenti è 
ritmico ed agile: la si crederebbe r« Armonia Prestabi- 
lita » del Leibnitz. Ogni sua parola o lenisce un dolore 
o pertlona una col|)a ; e non consapevole, ne vana della 
sua malia, come non lo è 1' ape del suo miele o l'astro 
della sua luce, ella realizza ed integra i sublimi tipi mu- 
liebri de' poemi e del teatro indiano. Rivivono in lei 
.Sita, Damajanti , .Sàvitri , .Sakuntalà-.Sìta , la tenera e 
mite coloml)a che alla reggia d'Indra senza Rama prefe- 
risce il deserto con Rama: Damajanti, che, pur tierelitta 
da Nalo , non scinde il suo destino da (piello di lui . e 
non .sa ne osa nialedirlo. e lo cerca e ricerca, e non ha 
pace .se non (juaniio lo ritrova: Sàvitri dai grandi occhi 
di loto , la precoce niartire che con la sua abnegazione 
invincibile vince anche Vania, il dio della morte: Sakun- 
talà , r ingenua figliuola tielle selve . di cui la pa.ssione 
per Dushmanta racchiude tutte le lagrime del dramma 
e le ebbrezze de 1' idillio... Rivivono in Ròchen, queste 
glorificazioni del Ftminino Eterno del Clotiie , ornate di 
nimbi novelli; e a poco a poco, col perdere ogni e.s.senza 
terrena, assorgono fino all'essenza dell'AngioU). 

All'uomo che, degno il'invidia, sarà suo. ella nun oi- 



PROFILO DI KAXCIUI-r.A 35 

frirà, quindi, lo spettro dell' amore. Non fosforescenze e 
scialbi riflessi : non capziosi infingimenti e artificj : non 

lezie , né stolti capricci Offrirà l'amor vero, fulgido 

d'ambo le doti che contraddistinguono ogni cosa sovru- 
mana : V immensità e V eternità; e nessuna con maggiore 
entusiasmo di lei avrà pe' lari domestici un culto; e nes- 
suna più completamente di lei sarà nella sua casa maga 
e regina. Del paradiso d'affetti che asconde geloso, il cor 
suo creerà per quanti la cingano un paradiso di gaudio; 
ed ella sarà la Sposa onde ne'suoi proverbj parla il Sa- 
vio — impulso ai nobili atti e usbergo contro le avver- 
sità — la fida, vigile, soave sposa in cui gì' incanti della 
madre non escludono i vezzi della fanciulla — trionfo e 
apoteosi della donna che tutta dà la sua anima in un ba- 
cio e tutta invola con un bacio 1' anima di chi la ido- 
latra ! 

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Foglie erranti 



Foglie ingiallite, foglie accaitocciate 
de la boscaglia che digrada al mare, 
voi già col primo soffio aquilonare 
il materno riposo abbandonate. 

E via, coìi lieve gemere di note, 
pei campi incolti e V aria trasparente 
errate senza tregua e senza pace. 
Forse, a notte vi avranno le remote 
ed umide bassure d' occidente, 
ma voi errate ancor su la rapace 
ala del vento ne l' autunno edace .' 
Tentate ancor lo spirito canoro, 
efficso a r albe ed agli occasi d' oro, 
moribonde che posar bramate .' 

ottobre iSyó. 

Ugo Fiore. 




Nella Vita e nella Scienza 



Una nuova teoria per spiegare i fenomeni 
della suggestione e dell'ipnotismo 



IX. 



In che consiste l'orientazione delle correnti nervose 
e come si determina. 

Per ottenere lo stato di reciproca indipendenza dei cir- 
cuiti nervosi , in modo clie le varie correnti , anche quelle 
che non sono prodotte da uno stimolo esterno, ma che ven- 
gono riattivate dal fenomeno di risonanza di cui ho parlato, 
cessino di influenzarsi reciprocamente, è innanzi tutto necessa- 
rio che nessuna nuova corrente si produca in alcun circuito del 
sistema nervoso, e perciò che il circuito il quale riunisce l'or- 
gano sensorio ed il centro nervoso debba trovarsi in tali cir- 
costanze da rassomigliare perfettamente a quello per esempio 
che riunisce una pila elettrica ed un galvanometro, ma che 
rimane aperto; nella pila si genera la forza elettromotrice, ma 
il galvanometro non devia se prima non si chiude il circuito 
perchè solo allora si ha la corrente; così uno stimolo esterno 
può colpire uno qualunque degli organi dei sensi, in queste 



38 NKI.LA VITA K Ni:iJ,A SCIENZA 

speciali condizioni, ma la sensaziono non ha luogo, e non si 
inizia quindi, o per meglio dire, non è nuovamente alimen- 
tato quel completo lavorio di cui è eccitatore l'organo ce- 
rebrale. 

Di ciò si può dire che non esista uomo, il quale è solito 
concentrare tutta la sua attività , tutte quante le sue fa- 
coltà nella esplicazione di un qualsiasi lavoro, o nella osser- 
vazione minuta di qualche fatto, che non abbia avuto espe- 
rienza. — Non è accaduto mille volte che mentre eravamo 
intenti a qualche cosa, si siano prodotti intorno a noi dei 
rumori e 'lei suoni di cui non abitiamo avuto sentore, men- 
tre certamente essi hanno dovuto colpire il nostro orecchio? 
Non è accaduto mille volte che, assorti in un pensiero, ab- 
biamo guardato in volto l'amico, la persona cara, il parente, 
SI nza che quel volto che pure abbiaìiio listo, producesse in 
noi un effetto diverso da quello che avreblie prodotto un 
volto totalmente sconosciuto ? Non è accaduto mille volte 
che siamo stati ripetutamente chiamati per nome, senza che 
ce ne accorgessimo, fmo ad obbligare chi ci chiamava a ve- 
nirci vicino e a scuoterci? li, fatto ([uesto degno di molta 
considerazione, (|uando l'amico, il parente, la persona cara 
ci hanno scossi, è stato necessario che scorresse un certo 
periodo di tempo , per quanto breve , per quanzo rapido, 
prima che dallo stato di parziale incoscienza . passassimo 
allo stato normale, prima che si chiudessero quei dati cir- 
cuiti e le correnti nervose li attraversassero liberamente. 

* 
* * 

Lo stato speciale, che con tjualche modificazione diventa 
poi lo stato ipnotico, non è che la estensione a tutti (|uanti 
gli organi dei sensi, dei fatti accennati; e siccome, a quanto 
pare, in tali conilizioni le vibra/ioni nervose che furono già 
prodotte da stimoli esterni i <iuali non esistono più, anche se 
non spente del tutto, secondo la teoria del Richet, sono però 
tali che non hanno più la capacità di mantenere la relazione 
fra i diversi circuiti nervosi, una grande iranciuillità, che po- 
trennno chiamare il silenzio o le tenebre, a secondo del gè- 



NKLI.A VITA E XKLLA SCIENZA 39 

nere di vibrazione che scegliamo come punto di partenza nel 
paragone, si produce in tutto quanto l'organismo. 

Di questo abbiamo due esempii, uno naturale e l'altro ar- 
tificiale : il primo è quello prodotto dal sonno , il secondo 
quello che si ottiene a mezzo dell' azione del cloroformio e 
di altri anestetici e finché essi durano, nessuno stimolo esterno 
viene percepito dall' individuo ; si capisce che il limite di- 
ciamo così dell' insensibilità è difl'erente secondo che 1' el- 
fetto è dovuto al sonno, o al cloroformio. Accade però che 
nell'uno e nell'altro certe vibrazioni si riattivano , e per la 
relazione di risonanza in cui si trovano con altre, le trascinano 
con sé, e si hanno così i sogni, quando si dorme, e quella 
speciale attività cerebrale dell'anestetizzato, che corrisponde 
a quella di chi sogna e che qualche volta si manifesta con 
discorsi più o meno scuciti e disordinati. Ma allora questi 
fatti hanno origine o, quando si tratta di sogni, da qualche 
speciale stimolo, che pur non giungendo sino alla coscienza, 
può attivare una qualche serie di vibrazioni, le quali a loro 
volta poi ne richiamano delle altre, e di ciò si hanno innu- 
merevoli esempii ; o , e questo secondo moti\o vale anche 
per l'anestetizzato, dal fatto che l'individuo nel momento in 
cui abbandona lo stato di veglia ordinaria, é dominato da un 
pensiero speciale, di tale importanza che la attività cerebrale 
non torna completamente allo stato di riposo. 

Da questi due esempii , ed anche da tutto ciò che ho 
detto , apparisce che i motivi i quali possono produrre tale 
condizione di cose, possono essere la stanchezza, e quindi il 
bisogno naturale dell'organismo di riposarsi; l'attenzione, la 
quale si ha quando si cerca di riconcentrare le proprie fa- 
coltà a compiere vm fatto determinato e finalmente l'azione 
di materie medicinali. 



Fermandoci all'attenzione, a questo speciale sforzo che la 
nostra attività cerebrale compie per riconcentrare tutte quante 
le sue facoltà in un atto determinato, essa apparisce come 
il principio più attivamente efficace per impedire che l'azione 



40 NELLA VITA K NKLLA SCIENZA 

degli Stimoli esterni si muti in sensazione, e per conseguenza 
per indurre lo stato di riposo e disorganizzare la relazione 
di risonanza esistente fra i diversi circuiti nervosi. 

Quasi si direbbe che, mentre l'individuo è attento, è vera- 
mente, intensamente attento , rimanga sospesa 1' attività nei 
diversi circuiti, e soltanto i centri nervosi siano capacf di 
esplicare una certa energia, la quale, essa sola, può in certi 
momenti e con determinate condizioni rieccitare tutto il com- 
plesso lavorio dell'intero sistema nervoso; ma i)uò rimanere 
anclie, in qualche caso, semplicemente allo stato potenziale. — 
Questo convincimento mi sono formato , specialmente in se- 
guito all'analisi minuta che ho fatta di (juanto accadeva in 
me stesso , tutte le volte che mi sono assorbito ad ascoltare 
una conferenza, una lezione le ([uali presentassero uno spe- 
ciale interesse. 

Qualche momento dopo un periodo di più intensa atten- 
zione, il) un intervallo di riposo, riflettendo ai particolari del- 
l'ambiente, alla sala, agli uditori, all'oratore, ai tratti del 
suo volto, alle carattaristiche della sua fisonomia, al suo modo 
di porgere, al suono della sua voce, e cercando di ricordare 
quali essi siano stati in un determinato i.stante , ho consta- 
tato sempre che nulla di tutto ciò è possibile richiamare alla 
niente, perchè da un dato punto in poi 1' ambiente sparisce 
com|)letamente non solo; ma gli stessi occhi che guardano 
l'oratore , cjuasi quasi non lo vedono più , perchè non si è 
al caso di precisare i particolari di ciò che si vede. Si ha 
l'imjiressione di aver paralizzati tutti quanti i .sensi, e mentre 
i lineamenti della persona delle labbra della quale si pende, 
si confondono, sembra quasi che nemmeno le parole si odano 
più e che tutto ciò che da esse viene prodotto nel nostro 
pensiero avvenga semplicemente p'-r una misteriosa corri- 
spondenza esistente fra i cervelli dei due individui e non già 
perchè l'uiu) parli e l'altro ascolti. — Però, in (piesto genere 
di attenzione , come anche in <|uello per cui si esamina , si 
osserva {pialche cosa, si ha una conseguente attività cerebra- 
le: dato il modo di svegliare l'attenzione intorno a (jualch'^ 
cosa di materiale che non ecciti attività alcuna nel cervello, 
si ha una certa st)spensione, o direi meglio riposo, senza at- 



NELLA VITA li NELLA SCIENZA 41 

tività cerebrale, e il sistema nervoso rimane cosi inerte , o 
meglio in tutto il suo complesso, in tutte le sue parti in uno 
stato simile a quello di un circuito metallico chiuso, nel quale 
non circola alcuna corrente, stato il quale lo rende adatt'o 
pronto a subire l'azione del campo nervoso emanante da un 
altro organismo: e questo è lo stato ipnotico. 



Sembrerebbe dunque a prima vista, che la denominazione 
di orientazioìie delle correnti, non corrisponda effettivamente 
a quanto si svolge nel sistema nervoso , dato che lo stato 
speciale escluda che gli stimoli esterni abbiano efletto du- 
rante quel determinato periodo; ma tenuto presente ciré anche 
senza lo esplicarsi dell' azione di nuovi stimoli, si hanno nei 
circuiti nervosi le correnti che sono la conseguenza di altre 
eccitazioni che agirono per il passato , basterebbe soltanto 
questo a giustificare la denominazione che io ho adottato. 
Esse non si spengono e coesistono con quelle che certamente 
debbono essere prodotte dagli urti che , quantunque non 
arrivano alla coscienza, pure debbono produrre un certo mo- 
vimento ; r unico modo di esprimersi il quale ci possa far 
pensare all'esistenza di correnti vibratorie, le quali nel me- 
desimo tempo non si manifestino è appunto contenuto in 
questa parola orientazione che, presa a prestito del campo 
della fisica, indica uno stato di cose per cui un complesso 
di azioni, capaci di rilevarsi in un certo modo in alcune con- 
dizioni, possono in certe altre elidersi a vicenda , e quindi 
non dare alcun segno della loro esistenza. Non è qui il luogo 
di indagare come possano accordarsi i risultati degli studii 
sulle vibrazioni nervose, compiuti da illustri autori , e le 
teorie che conseguentemente se ne sono dedotte della me- 
moria, dell'associazione di idee e di altre forme di attività 
psichica, con questi stati speciali; io constato semplicemente, 
in seguito ai risultati dell'esperienza, la esistenza di alcuni 
fatti, e me ne servo per la .spiegazione di fenomeni interes- 
santissimi che allargheranno notevolmente il campo della 
scienza, quando saranno ben conosciuti. 



42 NELLA VITA E .NKLLA SCIENZA 

Xè è coniijilo mio cercare in qual modo e per quali raj^ioni 
l'attenzione produca questo speciale rilasciamento nelle azioni 
reciproche dei. circuiti nervosi ; a questo punto potrebbero 
anche trovar posto molte delle ipotesi che si sono fatte an- 
che per spiegare lo stato ipnotico direttamente , ma io lo 
ripeto, mi limito soltanto a servirmi di fatti constatati dal- 
l'esperienza e che nel medesimo tempo rendono più agevole 
r investigazione sulla natura di cjuesta classe particolare di 
fenomeni. 

E naturale dunque che questo stato particolare che si chiama 
lo stato ipnotico, si provochi cercando di eccitare l'attenzione 
più intensa nel soggetto , ed è ([uesto lo scopo che si pro- 
pongono tutte (|uante le manovre che ordinariamente si pra- 
ticano a raggiungere tal fine. 

Un oggetto brillante, uno specchio messo ad una distanza 
determinata dagli occhi dello individuo che deve e.ssere ad- 
dormentato; i rumori ritmicamente prodotti, le musiche ca- 
denzate, l'educazione più o meno lunga e variabile dalla durata 
di pochi minuti a quella di qualche giorno, compiuta sull'in- 
dividuo che deve soggiacere ad un dato esperimento, a mezzo 
della quale si cerca di infondere in lui la persuasione che lo 
sperimentatore, il dottore />ità far sì che le cose si svolgano 
in quella data maniera, si cerca di fargli avere fede, di fargli 
avere fiducia; l'imposizione della volontà compiuta a mezzo 
dell'uso di maniere energiche, rudi, incisive, non si propon- 
gono altra mira che ijuesta. 

L' etìetto , e in questo caso |Jossiamo chiamarlo mecca- 
nico, dell'attenzione e lo stato che ne consegue , sono con- 
fermati dal fatto che anche negli animali si può provocare, 
non dirò proprio lo stato sonnambolico , ma la catalessia, 
e dal modo con cui la si può ottenere. 

Alla efficacia dell' attenzione bisogna aggiungere quella 
di alcune speciali manovre, le quali anch'esse hanno un' a- 
zione notevole nella orientazione delle correnti nervose, azione 
che è in tutto e per tutto simile a quella che la calamita 
esercita nei fenomeni di transferto, dei c|uali ho parlato , e 
che non è altro se non quella slessa per cui nel magnetismo, 
si ila la magnetizzazione per influenza, e per cui si condizio- 



NELLA VITA E NELLA SCIENZA 43 

na.ìo le corrc.iù in modo che i circuiti ce .sino di influenzarsi 
reciprocamente. 



La relazione di risonanza fra i diversi circuiti nervosi non 
si presenta uguale in tutti quanti gli organismi. Ciiitamente 
essr. deve r.vere i! sv.c fondamento in fatti anatomici . fisio- 
logici e patologici speciali, dalla variazione dei quali nei dif- 
ferenti organismi , si spiegherebbe la varia attitudine degli 
individui ad essere immersi nel sonno ipnotico , e 1' in- 
fluenza che hanno su questa attitudine , quelle che ho dap- 
principio chiamate condizioni di inferiorità e che ho pare 
enumerate. E si ha inoltre il fatto curioso che una volta 
prodotto questo stato speciale, si ha in grande il fenomeno che 
presenta in proporzioni più limitate la fibra nervosa e cioè 
che una volta eccitata , conserva quasi una traccia perma- 
nente della prima eccitazione, per cui riesce più facile ecci- 
tarla una seconda volta ; nel sistema nervoso in cui una 
prima v^olta si è prodotta questa orientazione, riesce di gran 
lunga più agevole riprodurla, fino al punto che si potrà ar- 
rivare ad attuarla anche senza che si ecciti quel torpore spe- 
ciale che è il sonno ipnotico. 

Certo è però che l'abolizione, o se si vuole, l'attutimento 
di questa relazione di risonanza varia nella sua maniera dì 
essere completa, fra i limiti estremi del sonno ipnotico e dello 
stato di veglia, e che certi fenomeni, non sono possibili se 
non in alcuni stati speciali : è così che si ha ragione delle 
caratteristiche le quali sono proprie della catalessia . della 
letargia, del sonno sonnambolico e li rendono perfettamente 
distinti. 

Inoltre io credo che non tutti gli individui possano essere 
immersi nel sonno ipnotico alla stessa maniera. .Sappiamo 
che secondo il maggiore sviluppo di alcuni organi dei sensi, 
e forse secondo il predominio maggiore o minore che eser- 
citano nel sistema nervoso i circuiti ad essi corrispondenti, 
gli individui sono stati classificati in visivi , auditivi e così 
via , perchè essi maggiormente s' impressionano e si fan- 



44 N'KM.A VITA K NELLA SCIENZA 

no un concetto esatto di ciò clie vedono , o di ciò che 
sentono, o in altre parole perchè meglio intendono ciò che 
possano riferire alle impressioni visuali anziché alle uditive, o 
alle uditive anziché alle visive. Io suppongo che riuscirebbe più 
facile ipnotizzare un visivo, eccitando la sua attenzione a 
mezzo di sensazioni degli occhi , ed un auditivo a mezzo di 
sensazioni degli orecchi. .Ma su ciò, per quanto a me consti, 
non si sono ancora fatti degli esperimenti . i quali d' altra 
parte non sarebbero molto facili; se fo.sse cosi ne risulterebbe 
confermata la mia teoria. 

Ad ogni modo, .se collocandosi da questo punto di vista, 
meglio s'indende che cosa sia 1' ipnotismo e riesce di farsi 
un'idea esatta dell'azione delle manovre artificiali e del suo 
valore, e della relazione in cui queste si trovano con lo stato 
che ne deriva nel .soggetto, jiure non tutte le difficoltà sono 
appianate e l'organismo umano, (juantunque si mostri della 
più grande e mirabile semplicità rispetto alle finalità che la 
natura si è proposto di raggiungere in esso, risulta così com- 
plicato per rispetto ai fatti per cui un individuo si distingue 
dall'altro, che ci vorrà ancora molto prima che si possa ve- 
nire ad una teoria generale e delìnitiva. 

* * 

Non posso chiudere questo capitolo .senza fermarmi sojira 
un fatto importantissimo che spesso si \erifica durante il 
sonno ipnotico ed al cjuale deriva molla luce dalla ipotesi 
della orientazione delle correnti nervose, e cioè che alcune 
facoltà cerebrali , ed anche .sensitive del soggetto, possono 
raggiungere un grado di perfezione , del (|uale non sarebbe 
possibile di dubitare allo stato normale di veglia. 

L'intUieiua che reciprocamente e.sercitano l'uno sull'altro 
i diversi cirruili nervosi, e conseguentemente le diverse zone 
cerebrali, quantunque non distinte 1' una dall'altra, cui e.ssi 
fanno capo , opiKuie anche una certa limitazione al libero 
esplicarsi dell'azione di ognuna di esse. — K chiaro che non 
appena una sola venga eccitata in un modo qualunque, (juan- 
do le altre riposino , o pure mantenendosi in movimento , 



NELLA VITA K NELLA SCIENZA 45 

questo non sia tale da ostacolare anche menomamente il 
fiinzionamenio delle altre , compirà il suo lavoro o in quan- 
tità niai^o;iore, o più intensamente. 

Anche di questi fatti abbiamo avuti degli esempi nel sonno, 
che come ho detto, rassomiglia di molto allo stato ipnotico. 
È noto come Tartini finisse la sua famosa sonata, che poi 
chiamò // trillo del Diavolo , per averla intesa eseguire di- 
stintanìente in sogno, sul violino; come Condorcet compisse 
dei calcoli difficilissimi durante il sonno; come Franklin ri- 
solvesse delle importanti questioni politiche nelle medesime 
condizioni; come Coleridge componesse financo un poema 
trovandosi completamente abbandonato nelle braccia di Mor- 
feo: tutto ciò riescirebbe assolutamente strano ed avrebbe 
addirittura del miracoloso se non si pensasse che le fibre 
nervose a mezzo delle quali si esplicava l'attività produttrice 
di questi grandi, rimaste eccitate fin dallo stato di veglia, e 
libere dalla influenza delle altre a causa del sonno , hanno 
potuto meglio compiere il loro lavoro. 

Nello stato ipnotico, la vibrazione nervosa viene riattivata 
in seguito alla suggestione, ed è quindi in seguito alla sug- 
gestione che si nota tale fenomeno; ma siccome esso dipende 
esclusivamente , come i lettori vedono dalle condizioni che 
lo determinano, ne ho parlato adesso. 

Raffaele Pirro. 



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Sabauraiid. Furono s]>erimentate le sostanze che facilitano lo svi 
luppo del micro-bacillo e le sostanze che l'uccidono. In base di que- 
sti studi e stata preparata la Riciitina a base di resina di ricino e 
sostanze antisettiche. Con l'uso della Ricinina muore il bacillo della 
calvizie , quindi i capelli non cadono più e rinascono se non era 
stata distrutta la papilla pilifera. Si distrugge la forfora e l'untume 
ohe rovina gli abiti. Non maccliia la pelle , né la biancheria. A ri- 
chiesta si prepara anche come tintura a gradazione senza aumenta 
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di, una formola di ricetta efficacissima, jjreparata secondo i moderni 
dettami della batteriologia e dell'antisepsi intestinali. \J .ìiitisepiolo 
cura la diarrea e la stitichezza, nonché tutte le altre malattie croni- 
che, r inaiijietenza, le lente digestioni e simili. Basta provarlo per 
diventarne entusiasta adoratore e consumatore. 0])uscolo^rfl//jr chie- 
dendolo con cartolina d<Ji)])ia. Vi è tutto spiegato. 

La cura completa per la forma atonica (con stitichezza) costa L. 36. 
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con saggio L. 6 e sjiedito ovvincpie L. 7, anticipate all'unica fabbrica 
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cura facile ed alla portata di tutti. Con 1' u.so della Liclifitina ai 
creosoto ed es.senza di vicnta si procura immediatamente al soffe- 
rente la calma , cessa la tos.se e la febbre , scompariscono i bacilli 
deiresjjetlorato, aumenta il peso del copo. Molti ammalali ridotti 
come scheletri e già licenziati dai medici iianno riacquistato la salute 
come i)er miracolo. Molti medici ne .son. > 'nia^.li meravigliati e sor- 
presi. Chiunaueneha inlrai)resa la cura, l'ha seguitala con esjiltezza 
e ne ha ottenuto la guarigione. Sono a disposizione degli increduli 
lettere autografe da tutte le parti del, mondo; alcune vengono pure 
pubblicate a garenzia dei sofferenti. È una cura scientifica e niente 
affatto empirica. Costa L 3 il tìaccon, per posta in tutto il Mondo 
L. 3,50. Sei flaccon in Italia L. iS estero franchi 20 anticipale al- 
l'unica fabbrica Lombardi e Conlardi. Napoli. \'ia Roma 345 bis p. p. 




I LìBRl 



Arte contemporanea 
editore — \'enezia. 



di Mazzini Beduschi 



Rosen 



Un altro volume sulla \' Esposizione d'Arte, di Venezia; 
un volume che è però l'esponente odierno, come ben pochi 
altri del genere , di una applicazione metodica di già note 
premesse teoriche alle parvenze mutevoli dell'arte che passa, 
più che dell' eterno vivace chiacchierìo di certa critica da 
gabbamondi sul comodo e piano argomento di simili mostre. 
Fin nella severa sua veste estetica questo libro si tien lon- 
tano dal tipo, denso di riproduzioni fotografiche cui di rado 
s' unisce la sapienza dell' intendere e del comparare, troppo 
consueto alla facile vena dei revisori-poeti dell'arte di oggi. 
Qui non un fac-simile, non una lesta di colori che ci esorti 
qualche volta a distogliere d' un tanto il ben dell' intelletto 
dalla trama poco solida di quel che l'autore venga spremendo 
alla meglio dal suo cervello; qui una linea ben chiara e ben 
continua d'idee, dal primo dei prolegomeni all' ultima delle 
conclusioni ; qui non una filza scomposta di « impressioni » 
fosforescenti e di desiderata che furon già obbietto di tor- 
pide battaglie convenzionali su per le colonne della stampa 
quotidiana, ma un valido nudo organismo di pensiero, net- 
tamente segnato sullo sfondo d'una larghissima comprensione 
storico-dommatica di tutte le arti e di tutte le legittime no- 
stre aspirazioni inlellettuali. 



4S I LIBRI 

Perchè il Beduschi sa essere infatti un clommatico pur fa- 
cendo larga parte ai mòniti decisi della storia ; procede per 
rigide sintesi pur raccogliendo in esse , nel lume rivelatore 
d' una idea madre , i risultati d' una disamina analitica no- 
tevole. 

Pertanto nessun desiderio lascia, nell'animo di chi legge, 
questo libro. Tutto vi è espo.sto e tutto vi è discusso rigo- 
rosamente, categoricamente, lucidamente: dai pericoli del si- 
stema seguito da taluni organizzatori ai pregi speciiìci del- 
l' opera di altri , dalla fisionomia e fisiologia delle moderne 
figurazioni agli elementi fondamentali d' ogni singola opera 
d' arte , dalle secrete guide della nostra scultnra sulla base 
misconosciuta delle «tre anatomie muscolari» al periglioso 
fascino dello ziiloaghismo in pittura. 

La conclusione — che 1' arte italiana manchi di freschezza 
e di sincerità — è triste, ma vien giù così fatale dalle prece- 
denti argomentazioni , che non si pensa nemmeno a discu- 
terla per conto nostro. .Si medita invece anche noi con lo 
autore , melanconici ma fiduciosi , intorno alle cause del fe- 
nomeno, per fortuna transitorie e modificabili come il feno- 
meno stesso. 

La .MoGLiK DI Klic.io — Romanzo di Luigi Marrocco Di- 
prima — Rchcr editore — Palermo. 

Che un romanzo di Luigi .Marrocco, un Ittteralu sociolo- 
go, giunga di successo in successo ad una cjuarta edizione, 
è utile elemento a dire almeno docile allo esperimento di una 
sana e soda educazione artistica e letteraria quel buon pub- 
blico nostro, cui troppo spesso e con soverchia intemperanza 
s'avventa lo strale d' una critica apriorista o atrabiliare. Poi- 
ché il Marrocco è prima di tutto, da liberissimo stallo, me- 
todico inflessibile educatore , nel nome di una verità com- 
plessa , che la natura pare ofl'erisca e documenti invano da 
trenta secoli, ed incontro ai pregiudizii sociali di trenta secoli, 
al fioco lume degli umani intelletti. All'amore, alla fame, alla 
morte, agli iiUlii supremi nelle cui vigilie perenni si riassu- 
mono e s'allacciano e cospirano tutte le cause e tutte le mo- 
dalità dell' essere e del sentire, la mente illusa o ignara s'ap- 



I LIBRI 49 

pressa cinta più e più volte dal velo grigio dell'essere; e dis- 
vestirla dell' involucro periglioso , mostrare una buona volta 
nudee nitide l'anima all'anima, porre tra l'anima e le cose rap- 
porti logici di nozione e di beneficio, è tra gli apostolati no- 
bilissimi cui la modernità sa corrispondere tributo di reve- 
renza adequata. 

Come fine generico perseguibile in qualsiasi disc iplina e 
con qualsiasi forma d'arte, un simile indirizzo s'attiene ad 
una legge di metodo, e mette su, come in florida scena, tutta 
una scuola di filosofi e di artisti. Nonpertanto , Luigi Mar- 
rocco Diprima, pur sul cammino non sempre e non tutto suo, 
resta una figura a parte, un cervello armonizzante mille co- 
gnite note in guise nuovissime , ciascuna delle quali unisce 
ad un tesoro di bellezze formali inattese un collegamento in- 
timo, del pari inatteso , di « motivi » teorici o sperimentali 
impressionanti. A questa originalità di vedute e di condotta 
del Marrocco accennavamo brevemente altra volta , a propo- 
sito della sua « Clelia dell' Arco», il primo dei «romanzi 
della Morte»; ci teniamo a tornarvi più a lungo oggi, per 
« La moglie di Eligio», che, prima parte del trittico dell'A- 
more, è certo fin qui il lavoro più efficace del «gran ciclo» 
segnato dal fervido letterato e pensatore siciliano. 

Fra terra ed astri — \'ersi di Giulio Orsini — Casa edi- 
Iricc nazionale Roux e Viarengo — Roma-Torino. 

Dalla prefazione vivacissima , che apre il volume con un 
coro bizzarro di acri diatribe e di improvvisi entusiasmi, gran 
parte di quel che vien dopo si spiega: non tutto. La poesia 
di Giulio Orsini è senza alcun dubbio poesia forte e poesia 
nuova, normalmente, per felici effervescenze di ideazione e 
per sempre vigili cure di adattamento dei mezzi metrici alle 
trame pallidette o maliose della ideazione medesima; non però 
sa tenersi interissimamente lontana da quella più grave e men 
pura prosa ritmica , o semplicemente e capricciosamente ri- 
mata, che in quella prefazione aspramente si attacca e si con- 
danna. La vitalità irreprimibile d' un temperamento geniale 
dà, è vero , versi come questi, del poemetto Orpheus: 

4 



50 



I LlliRI 



Chi falcia le vite, e con alterno 
gioco, pe' giorni futuri 
altre progenie di morituri 
semina/ l' Inutile eterno/ 

Traballo, ajfranto dal duolo, 
sbattuto dallo sgomento: 
non so s' io vedo, odo o sento: 
mi par d'essere un senso solo, 

un senso sommerso nell' ebbre 
delirazioni, allorquando 
il petto si gonfia ansando 
nel farnetico della febbre. 

Solo un desiderio mi rulla 
nell' anima: via fuggire, 
fuggire, sparire, sparire, 
dentro gli abissi del nulla. 

E lancio dal profondo i dardi 
della bestemmia all' ignoto, 
li lancio a fischiare nel vuoto, 
inutilmente beffardi. 

Ma ve n'iia altri, (jua e W per le pagine di {[uesto libro, 
infinitamente meno alti; a fnggevole esempio, possono citarsi 
quelli che iniziano il canto per la caduta del Campanile di 
S. Marco: 

C è un vuoto, c'è un intollerando 
vuoto nell'aria! La mente 
lo contorna affannosamente, 
e lo dipinge, come quando, 

aperti gli occhi, ancora 
nella fluidità lontane 
le dubbie immagini vane 
la luce del sogno colora. 



r LIBRI 51 

Giova soggiungere naturalmente che la strofe umile e tar- 
da non è pausa frequente nel volume di Giulio Orsini ; il 
quale ha poi il pregio inestimabile, col bel tempo che corre, 
di non piegarsi mai a far soltanto della cronaca o della ca- 
talogazione poetica. L'anima giovine — e insieme chiaroveg- 
gente — del poeta riempie di sé, sempre, con gli egoismi vir- 
ginei della giovinezza migliore, ogni quadro, ogni più sistema- 
tica posa del pensiero, ogni richiamo alla vita esteriore, alla 
istoria tranquilla delle cose. 

Verrà dunque presto a noi — con animo lieto lo prevedia- 
mo — senza dubbiezze e senza mende la poesia libera di Giu- 
lio Orsini. Per chi sappia leggere in un libro anche « quello 
che non vi è impresso », Fra terra ed astri ne offre 1' an- 
nunzio formale. 

Eva novissima — Novelle dì Giuseppe De' Rossi — Casa 
editrice 'nazionale Rou.v e ì'iarengo — Roma-Torino. 

Chi non ha letto Eva novissima , del troppo noto autore 
di « Jlasc/iio e Feniina •» e di «.Quando il sogno è finito», 
con le altre novelle che ad essa sono unite ? Pochissimi, 
crediamo, o nessuno, di quelli c/ie leggono — poiché, tra i pro- 
satori meglio quotati dell' Italia che scrive, Giuseppe De' Rossi 
ha un posto ben più che discreto, e perchè « Eva novissima », 
pubblicata la prima volta sotto il titolo « N'ove mesi dopo » 
rappresenta indubbiamente la raccolta delle novelle migliori 
scritte da lui. 

Ora, nella quinta ristampa , nuovi racconti sono stati ag- 
giunti, e fervidi di tutto il calore violento della esistenza più 
adulta, ai precedenti, la cui dolce sentimentalità noi ricor- 
diamo. 

A questa nuova edizione delle novelle — avvertono gli edi 
tori — seguirà la ripubblicazione di tutti i romanzi, da tempo 
esauriti, del De' Rossi. 

La scuola laica e l' insegnamento religioso in Ita. 
LIA — di Giuseppe Rosati — Detken e Rocholl editori — Napoli. 

Già per altre pregevoli pubblicazioni messo a buon dritto 
tra i cultori più accurati delle discipline giuridico sociali. Giù- 



52 I LIBRI 

seppe Rosati esamina sottilmente, in questo suo studio, quel 
che lo stato italiano voglia, e quel che invece debba limi- 
tarsi a volere, nei riguardi della educazione del popolo; quel 
che r insegnamento religioso possa procurare di saldo e di 
fruttuoso nel carattere degli adolescenti e nella psicologia na- 
zionale; e come, infine, solo un coordinamento ormai doveroso, 
nel campo della pratica , di parecchie verità di ordine poli- 
tico e filosofico giovi a far raggiungere, con un savio incon- 
tro dei due opposti sistemi di insegnamento , le finalità la 
cui nozione dovrebbe essere inscindibile da quella di qual- 
siasi funzione educatrice. 

La varia cultura dell' autore, il rigore assoluto dei mezzi 
dialettici da lui adottati, la serena franchezza delle conclu- 
sioni, non certo di dominio comune, cui egli giunge, confe- 
riscono al lavoro una utilità speciale ed uno speciale in- 
teresse. 



Per aver sciiijtre le ninni e le unghie l>elle ed 
elefanti, oeeorre aver cura co stuiitemcnte di esse. 

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LE RIVISTE 



L'influenza esercitata da Paul Gauguin sui pittori 
DI Francia (P. L. Maud — !'(9<:Y7a'^«/'— ottobre). 

I più ardimentosi frequentatori dell'Académie Julian igno- 
ravano ancora nel iS88 i metodi bizzarri dell' impressioni- 
smo. S'eran fermati a Robl e a Dagnan; ammiravano scon- 
finatamente Lepage; studiavano l'opera di Puvis de Chavanne 
con voluto sussiego. Pure, grazie a Paul Serusier, quegli ac- 
cademici eran coltissimi; discutevano di Peladan e di Wagner, 
dei concerti Lamoureux e della letteratura decadente , delle 
dottrine di Plotino e di quelle bandite dalla scuola d'Ales- 
sandria. 

Fu proprio nel 1 888 che Serusier apprese ai suoi amici il 
nome ed i metodi di Gauguin, tornando da Pont-Aven. Ne 
mostrava uno strano disegno, che a furia di sintesi pittori- 
che pareva giungere al deforme, ed in cui le tinte eran tutte 
nette, pure, vergini da qualsiasi miscela. 

— Come vi pare quell' albero ? — aveva detto Gauguin — 
\'erde? Ebbene, ricorrete senz'altro al verde, al miglior verde 
della vostra tavolozza. Quell'ombra, più oltre, vi par d' un 
cilestre molto carico? E voi usate per essa, senza titubare, 
del cilestre oscuro. 

Così per la prima volta, sotto una forma paradossale, in- 
dimenticabile, penetrarono nel cenacolo gl'ideali d'un' arte 
la cui tecnica riducevasi ad assembrare in serie nitida ed in- 
telligente, sulla tela, i colori fondamentali. E, come l'insieme 
era evidentemente opera d' arte , si apprese che il compito 
dell'artista si esplica d' ordinario nello studio della esagera- 
zione di tutto quanto la natura ci offra , nella ricerca dello 
equivalente passionale d'una sensazione semplice ricevuta. 

Al nuovo movimento parteciparono immediatamente Ibels, 
Bonnard, Ranson , Denis. Si frequentarono da allora in poi 
i luoghi preferiti dajules Lefebvre, quella parte della Mai- 
son Goupil dove Van Gogh, fratello del pittore, aveva rac- 
dei Gauguin, dei Vincent, dei Monet, dei Degas ; e si sco- 
verse, in via Clauzel, il genio forte di Paul Cézanne. 



54 l'K RIVISTE 

Sérusier , osservatore filosofo, traduceva in teoremi e co- 
rollarii le intuizioni di Gauguin. Poiché Gauj^uin non era un 
professore ; né tutta o|)era sua poteva dirsi il sintetismo, di- 
ventato siinòolisìiio in letteratura. Ma egli restava di tutto 
ciò il maestro migliore , per la vigorìa delle idee e per la 
genialità originalissima delle trovate teoriche istintive. Ot- 
tenne il successo più largo e incondizionato, infatti, appunto 
per aver bandito idee nuove quando gli altri tacevano. 

Impressionista nato, Gauguin rappresentava la parte più 
eletta della scuola di questo nome. X'oleva che ogni espres- 
sione artistica rivelasse uno spirito possente , e ne chiedeva 
il segreto « al libro in cui son segnate le leggi eterne del 
Bello»; era ferocemente individualista, e nonpertanto traeva 
le migliori sue ispirazioni dalle tradizioni della folla. Questi 
atteggiamenti speciali del suo pensiero e della sua azione 
lo mettevano alla suite dei classici, lui che all'arte classica 
non intendeva accordale un solo sguardo. Egli vestiva5<li 
lirismo, sislemeticamente , cose e figure ; con lui crebbe in- 
coercibile la ribellione all' insegnamento ufiìciale , apostolo 
della copia fino alla sazietà più assoluta ; con lui si spiega- 
rono i suoi seguaci gli arilimenti più felici di Rubens e del 
Veronese. E Sérusier ed Alberto Aurier , in tanto fervor dì 
polemiche , gridavano alto che filosoficamente, logicamente, 
artisticamente, chi aveva ragione era Gauguin. 

Il quale, dopo tutto, a malgrado della strana complessità 
dei suoi paradossi, chiariva un \'ero tanto semplice quanto 
fecondo; che l'Arte è un mezzo d' espressione. 

Kamnes. 



I PIANOFORTI e gli HflRiVIONlUIVIS \ \ SONO 

i più eleganti 



i più solidi 



1 più sonori 



1 pui economici 



Gran lleposito CARLO CLAUSETTl 

presso la Ditta 

G. RieoROi & e. 

f Uraiis, a ricliiesta 

Via Chiaja - NAPOLI- PiazzaCarohna ^ ^ latalOflfl lllQSlralO 

VENDITA 
Sfrìtto da L. IO in sopra 




LA PAGINA RELIGIOSA 



Gaudio e Dolore. 



Og?nssanti — Dì dei Morti. 

Che contrasto e nello stesso tempo che armonia fra la fe- 
sta e la commemorazione con cui incomincia il mese di No- 
vembre I Neil' una si ricordano tutti i Santi che godono le 
delizie supreme in cielo, nell' altra tutti i defunti — i buoni 
ed i cattivi, i felici accanto a Dio ed i torturati ù^Waldilà 
fra r ineffabile angoscia della coscienza che non si sente 
pura. 

Tutti vissero e soffrirono ed il mese di Novembre li ac- 
comuna in un solo ricordo, come stringe in sé e le ultime 
dolci giornate piene dì sole , che sono come un prolunga- 
mento della morta state e le nebbie pesanti e le uggiose 
pioggie che danno un tedio infinito sull'anima. 

I camposanti pieni di fiori sono popolati in questi giorni 
al pari dei ritrovi più frequentati, tutti i dolori vi si confon- 
dono ed anche tutti gli inganni , tutte le caste scendono o 
s' elevano ad un medesimo livello e la morte regna sovrana 
così presso al ricco mausoleo, come sotto all' umile cumulo 
di terra che copre un povero defunto. 

Non voi ricchi cimiteri di città popolose mi tentate in que- 
sti giorni di memorie dolorose, ma gli oscuri camposanti ^i 
borgate tranquille o di paeselli su per le colline. E ti ricor- 
do con più intensità , o cimitero di montagna , dove passai 
tante ore sotto ai castagneti che ti cingevano d' una fresca 
ombra, ore piene d' una tranquillità infinita , da nient' altro 
turbata che dal mormorio incessante del fiume che ti costeg- 
gia e dal fremere dei rami degli alberi sempre agitati da un 



56 



LA PAGINA RELIGIOSA 



lieve venticello. Coni' eri bello e sereno, o luogo di riposo! 
A volte dalla chiesa vicina giungevano a te i canti dei vivi 
e passavano come una carezza sulle tue tombe , risveglian- 
dovi una specie d' eco, che pareva risposta dei trapassati ai 
fratelli viventi. Eri tutto verde, (juando t' ammirai, e le erbe 
crescevano cosi alte sui tuoi sepolcri ed i fiori campestri vi 
erano così spessi e le libellule e le splendide farfalle vi vol- 
teggiavano sopra con tanta grazia che ogni tristezza fuggiva 
da te lontana, per non lasciare, che un senso di pace scon- 
finata neir animo di chi ti guardava. 

Ora la neve ti sarà già caduta sopra, o cimitero alpestre. 
Le verdi erbe seccate, gli allegri fiori avvizziti , le libellule 
morte, ti avran tolto ogni incanto, ma nella tua veste bian- 
ca avrai pur un' attrattiva che manca ai cimiteri eleganti 
della città. 

Qui il dolore ha sempre una veste di parata che lo rende- 
meno sincero , là invece è pieno ed intenso; (.[ui 1' artifizio 
nasconde le miserie dell' uomo , là si mostrano intere nella 
loro durezza — ed è giusto che la morte, la cjuale come una 
falce tronca ogni legame d' all'etto, ogni illusione, ogni spe- 
ranza, ogni ideale, recida pure la maschera che serve a na- 
scondere tanti vizii all' umanità incivilita. 

Poveri morti riposanti sotto l'ombra della croce di Cristo 
ed aspettanti la risurrezione , a voi vadano le nostre pre- 
ghiere: tributo dei vivi che soffrono e faticano ai morti che 
hanno penato e riposano e che in questi giorni di memorie 
quasi tutte dolorose, si trovano piìi avvinti a noi, coi mille 
vincoli creati dai ricordi, dalle speranze e dalla fede. 



Luisa Giulio Benso. 



Torino, i'^ Novembre 1903. 




IL TKAXRO 



Emma Gramatica al « Sannazaro» — Un'apparizione di Coqueiin — 
La stagione musicale ai « Fiorentini » — Don Edoardo Scarpetta ai 
« Mercadante » — Il « Verdi » e il ballo « Nelly »= 



Le prime brezze pungenti , le prime foglie ingiallite , le 
prime nebbie crepuscolari, tutta questa cornice autunnale che 
da tempo immemorabile serve agli artisti per dare un'im- 
pronta speciale di tristezza ai loro lavori, ai quadri ove ros- 
seggiano tramonti su sfondi di boschi squallidi, alle romanze 
in cui trema il rimpianto di passati giorni di felicità, ai versi 
che rispecchiano la grave malinconia del primo autunno, 
tutto questo corredo di cose un pò meste, un pò dolorose, 
porta anche, con sé, l'annunzio della stagione mondana che 
ricoinincia. 

Con la pioggia, con i raffreddori, con le castagne arrostite, 
con i loden e con i crisantemi, i teatri maggiori riaprono i 
loro battenti. Un vago odore di naftalina è nell' aria : gli 
Ulster e i pastrani maschili sono passati in rivista dai vigili 
sguardi delle padrone di casa, le pellicce scuotono il giogo 
della canfora ; come una riscossa degli abbigliamenti inver- 
nali si matura a poco a poco, nel cupo silenzio degli arma- 
dii, ed esplode, a un tratto: le pagliettine ruzzolano al suolo, 
vinte, sventrate dal nemico, i parapioggia si schiudono come 
mostruosi fiori di color fosco, a celebrar la vittoria: ed ecco 
i cartelli con i nomi degli artisti più noti, alle cantonate. 

E già un cartello ci annunzia la riapertura del Sannazaro'. 
già un nome, simpatico e gradito ai cultori dell'arte ed agli 



58 



IL TEATRO 



ammiratori, il nome di Emma Gramatica, vi appare. La Gra- 
matica , che noi ricordiamo valorosa compagna di Ermete 
Zacconi, è oggi, prima attrice nella compagnia di Leo Or- 
landini; una prima attrice assai giovane, ma che ha già dato 
buone prove di sé. Il repertorio comprende parecchie novità, 
come Duchessina di A. Testoni, Piccola amica di E. Brieux, 
Heureuse di Hennequin , La bomba di P. Wolfl", // giogo 
di Grinon e Morcay , Sistema Doiirgachoii di A. Bisson, 
Sacrificio di primavera di E. von lleiserling e L' enfant dn 
miracle di Cavault e Charvay. 

Per due sere, intanto, l'S e il 9 novembre, Giovanni Co- 
quelin darà due rappresentazioni straordinarie, al Sannazaro: 
la prima con Le depnte di Bombignac di Bisson e Les fcm- 
vies savantes di Molière; la seconda con Le depit amoiirenx 
e Le Bourgeois gentillhomme di Molière. 

Ed altre serate interessantissima si preparano , per il no- 
stro elegante teatro di prosa. 



* 



La stagione musicale ai Fiorentini procede assai Ijeiie. 

.Sono rimasto molto con- 
tento, sopra tutto , di una 
eccellente esecuzione del- 
l'- /w/Vo/>/Vr,aflidata alle si- 
gnorine Gismondi — una -Vw- 
zel assai accurata — e Goer- 
ster, ed ai signori Zonghi — 
buona voce, assai ben mo- 
dulata e limpida sopra tutto 
nelle note medie — Astillero 
e Morghen. La Goersler , 
jnipazzettata qui nel suo 
co.stume di zingaro violini- 
sta, è, come può costatarsi 
a prima vista , una delle 
colonne più. . . solide del- 
l' opera Mascagniana. 




IL TEATRO 



59 



Don Edoardo Scarpetta ha avuto il merito di ridestare un 
poco dall'ingiusto oblio lo sfortunato teatro J/d'/r^rAr/z/t' che, 
grazie a lui, si va affollando sera per sera. Abbiamo avuto, 
sinora, riproduzioni applaudite del suo simpatico ma vecchio 
repertorio, ma sono annunziate già parecchie novità. 

Per lìnire, al Verdi continuano , con discreta fortuna , le 
rappresentazioni alternantisi di 
Cavalleria e Pagliacci, cui 
ha fatto seguito recentemen- 
te i'na partita a scacchi del 
maestro Abba Cornaglia. Al- 
la Fate delle bambole è suc- 
cesso , intanto , un grazio- 
so balletto di mezzo carat- 
tere, Xelly, del Marenco : lo 
scenario decoroso, il vestiario 
spesso pittoresco e, sopra tut- 
to , r insieme del corpo di 
ballo — nel quale sono eie. 
menti assai degni di pregio , 
sia per l'abilità e sia per . . . 
l'estetica — fanno chiudere un 
occhio, o, meglio, un... orec- 
chio sulla povertà della mu- 
sica , che non è certo fra le 
migliori dell'autore. Degna di 

lode sopra tutto la brava signorina Teresa Riccio, una prima 
ballerina che conosce tutte le finezze di quell' arte che gli 
antichi celebravano come divina e per la quale i nostri nonni 
andavano in frenesia. Senza andare in frenesia, noi altri ni- 
poti troviamo che ballerine come la Riccio meritano il più 
largo incoraggiamento e gli elogi più sinceri, nonché — pour 
la bonne boiiche — un pupazzetto, così come gliel' offro io, 
per amichevole omaggio.. daniel. 




NOTERELLE FILOCARTISTICHE 



In (luesto mese abbiamo avuto i)Oche novità , e infatti ; 
luglio , agosto e settembre sono i mesi delle cartoline con 
vedute. 

Moltissimi viaggiano , e sono sopratulto le vedute delle 
città che si visitano , quelle che s' inviano ai propri cono- 
scenti. 

Siccome però le cartoline artistiche non usano mai per- 
dere i loro diritti , così esse ci regalano anche questa volta 
alcune gentili serie , di cui le migliori sono indubbiamente 
quelle della Divina Commedia , dovute alla nobile iniziativa 
di un volenteroso editore che ha assunto il diflicile compito 
dell' illustrazione del glorioso poema di Dante. 

Ciascuna cartolina rappresenta i principali punti di ogni 
canto , dovuti alla fantasia di un i)rovetto artista. 



* * 



Riceviamo dalla Spagna una splendida serie di cartoline 
del pittore Casas, disegnate con quella maestria e umore che 
caratteristicano l'eminente artista catalano. 






n Le dodici preghiere », cosi s'intitola una pregevolissima 
serie di cartoline in miniatura , imita/ione pergamena , che 
nt>i non manchiamo di raccomandare ai collezionisti. 



NOTERELLE FILOCARTISTICHE 6l 



* 



Si è pubblicata la seconda serie della « Rivista umoristica 
del 1901 », composta delle seguenti 12 cartoline: — i." Il glo- 
rioso innalzamento al trono di Edoardo \'II; — 2." La guerra 
alle Filippine; — 3." Il re di Portogallo, ritira la sua corona 
dal JMonte di Pietà di Londra tenuto da Edoardo VII ; — 
4." La morte della signora Kriiger ; — 5." La Catalogna se- 
paratista ; — 6." L' assassinio del presidente Mac-Kinley ; — 
7." La guerra chinese ; — 8.'^ La guerra del Transvaal ; — 
9." Le follie di Kromprinz ; — io." Le disgrazie di Gugliel- 
mina; — 11." L'assassinio del capitano Krosig; — 12." L' Ita- 
lia a Tripoli. 



* * 



Preghiamo vivamente i nostri amici e abbonati a mandarci 
le cartoline commemorative che si pubblicano nelle loro 
città. 

Spediremo in cambio delle beile vedute estere a noi giunte 
coii timbro di origine. 






« I frutti della conferenza per la pace » è il titolo di una 
serie di dieci originalissime cartoline e assai ben trovate. Ec- 
cone i soggetti : — I." Soldati massacranti dei Chinesi ; — 
2." Cosacchi, che annegano dei Chinesi ; — 3." Soldati euro- 
pei portanti fra le braccia i frutti del saccheggio ; — 4." Si- 
gnora in una confetteria; — 5." Waldersee; — 6." Prigionieri 
Inglesi rilasciati in camicia dai Boeri ; — 7." Inglesi parlanti 
a una donna boera presso la sua fattoria in fiamme ; — 
8." Gli Inglesi trovano dei fanciulli morti in un campo di 
concentrazione ; — 9." Cecil Rhodes ; — io." Chamberlain dà 
il braccio ad una signora in costume di soirée. 



62 notp:rklle fii.ocartistichk 



* 
* * 



Infmt' , segnaleremo una bella cartolina commemorativa a 
colori emessa in occasione del IV centenario in cui Leonardo 
da \'iiici dise,c:nò il porto di Cesenatico (Forlì). 

Bruii! Enrico. 



RISPOSTB 



Tutti coloro che ci scrivono domandandoci elenchi di col- 
lezionisti, ci usino la cortesia, di farlo per mezzodì cartolina 
con risposta pagata o di lettera contenente il francobollo per 
la risposta. 

Signor C. P., Aridria. — Le ho risposto direttamente. 

Signor A. S., Firenze. — Anche il giornale di cui mi scrive 
ha sospeso le sue pubblicazioni e per il momento la consi- 
glio di abbonarsi a qualche rivista francese. 

Signorina P. A'., Recoaro. — Sì, e tra n<jn molto. 

Signorina N. S. , Catania. — Tante grazie per la bella car- 
tolina inviatami. 

e. ò. 

N. H. 1 collezionisti che desiderassero avere in materia di 
<-artoline illustrate indicazioni o cambi , potranno rivolgersi 
direttamente al signor Enrico Hroili. — Huttrio in Monte 
(Udine). 

In queste noterelle filocartistiche noi daremo ampia rispo- 
sta a tutti ({uanti vorranno chiederci consiglio. K sarà sod- 
disfazione assai cara per noi, ogni qualvolta potremo sotldi- 
sfare i desideri! e le curiosità del inibblico che ci legge. 

Enrico Bruii!. 



43 



Ho faitto fortUT?^! 

Romanzo di Victor Cherbuliez 

(Prima traduzione italiana di P. C. S. ) 



Le fece sedere nelle migliori poltrone della prima fila; poi, 
rivolgendosi ai membri della lamiglia, annunnziò, che apriva 
il testamento. 

« Prima spiegateci , gli disse con tono altiero il signor 
•della Farlède , quel che vengono a far qui queste tre in- 
truse ! >^. 

Elevando bastantemente la voce per esser sentito in tutti 
gli angoli della sala, il notaio rispose : 

Signore, queste tre intruse sono la vedova del delunto 
signor Cristoforo Trayaz e le loro figlie gemelle, le signorine 
Meg e Sally Traj-az. 

La folgore era caduta su di loro : un grido usci da quasi 
tutte le bocche. 11 celibatario era maritato, e aveva due figlie. 
Che orribile tradimento. Dopo aver gridato , restarono im- 
mersi in uno stupore doloroso. Benché nessuno parlasse, tutti 
■caricavano il morto di maledizioni e di ingiurie, rimprove- 
randogli la sua insigne perfidia. Lo credevano ancora più 
•colpevole che non lo era: l'occasione gli aveva fatto fare una 
cosa a cui non aveva mai pensato. Perchè mai doveva egli, 
tornato l'anno prima agli Stati Uniti, riviste le due gemelle 
che aveva avute dalla vedova del suo migliore amico , tro- 
varle così graziose che il desiderio di legittimarle passasse 
-sopra all'antipatia che gli ispirava la madre loro?. \'oi mi 



64 HO FATTO FORTUNA ! 

ofifrite da voi, gli disse ella quel che mi avete sempre rifiu- 
tato ! ». Ahimè ! un console di Francia si era prestato a quel 
nero intrigo che la religione aveva consacrato per 1' intro- 
missione del reverendo signor Milson. 

Le tre Americane avevano un' aria di perfetta innocenza. 
Non pareva che sospettassero di essere una calamità pubblica, 
uno di quei flagelli ciie manda agli uomini il Dio della ven- 
detta e della sciagura : che il guasto prodotto dalla loro su- 
bita apparizione in tutte quelle anime disilluse dalle loro 
speranze, fosse paragonabile ai disastri che fa la grandine nelle 
vigne o una nubt^ di locuste nelle messi. Si erano sedute 
nelle poltrone offerte dal signor Nondet , e calme, impassi- 
bili, sembravano restar del ttrtto straniere a quel che avve- 
niva attorno a loro. Gli sguardi di odio lanciati loro non 
turbavano la loro coscienza : possedevano quella facoltà di 
isolarsi che è il privilegio della razra anglosassone come dei 
ragni acquatici. .Sam, ammesso alla seduta, godeva di quello 
spettacolo ; trovava curiosa 1' avventura , e riflettendo alle 
grandi cose impreviste che vi sono nelle umane vicissitudini 
faceva ancora una volta il vano giuramento di non scom- 
metter mai più. Silverio, indifferente ma stupito, si ricordava 
cjuel che suo zio gli aveva detto un giorno : Sono una botte 
à siirpriscs; lo era stato in vita, e continuava ad esserlo dopo 
morto. 

Ma un uomo pure era stato per morire per cjuel colpo di 
scena che Sam trovava curioso : era il signor della Karlède. 
Era divenuto purpureo, e sua moglie aveva teniuto un colpo 
apoplettico. 

Egli aveva balbettato : Quel notaio mente I e s'era restato 
pochi secondi senza voce, morto, abbattuto sulla sua .sedia. 
Vollero fargli respirar dei sali : egli fé segno che lo lascias- 
sero in pace. Quando fu tornato in se , si accorse che un 
notaio che non mentiva aveva cominciato a leggere, e credè 
capire che il signor Trayaz aveva nominato due esecutori 
testamentari, di cui uno si chiamava, gli parve, il signor Hro- 
drey. Che glie ne importava ? Credè anche di capire che la 
fortuna era divisa egualmente fra le signorine Mey e Sally 
Trayaz, che erano obbligate di dare alla madre loro, se essa 



HO FATTO FORTUNA ! 65 

non si riinarilava, una rendita annuale di 200,00 franchi. Non 
me ne importa ! si disse. 

Aveva acquistato quella insensibilità ai colpi, che danno le 
rabbie concentrate. Ma pure senti rianimarsi da una vaga 
speranza. Benché i mormorii che gli avevano lasciato negli 
orecchi la sua commozione cerebrale non gli lasciassero ca- 
pire tutto quel che diceva il signor Trayaz, detrasse da certe 
spiegazioni che gli parvero molto imbrogliate che la parte 
disponibile saliva a più di venti milioni. Era abbastanza per 
la felicità di una famiglia. 

Trayaz non lasciava nulla a Lucquier, ma faceva dei grossi 
legati a alcuni Comuni, ai suoi fattori, ai suoi servi, fra cui 
a Sam, a molte opere sue di Francia e di America. Oftriva 
a Brodley, in segno di afifetto e di riconoscenza la modesta 
somma di 100,000 dollari , non osando , diceva , offrirgli di 
più per non turbare il riposo della sua anima. 

— \'edrete che non avremo un soldo ! disse de la Farlè- 
che a sua moglie con un sorriso di disperazione. 

Si ingannava. Trayaz lasciava 200,000 franchi a sua sorella, 
la signora Limiès , e tanto a ciascuna delle sue nipoti , alla 
pronipote Huguette, al pronipote Jules, al nipote Casimiro. 

— Io lego, seguitò il notajo, la mia proprietà della Figuière 

con tutte le sue dipendenze a Qui Nondet si fermò, 

gli era venuto un nodo di tosse. De la Farlède si era rial- 
zato : anche nella disperazione, quest'ottimista sperava. 

— Questa è forse la mia parte pensò. Non lo giudichiamo 
temerariamente : ha voluto legare la Figuière ad un agro- 
nomo decorato colla croce del merito. 

— Lego la mia proprietà della Figuière con tutte le sue 
dipendenze a mio nipote . . . 

De la Farlède ascoltava ansiosamente. 

— A mio nipote ... a mio nipote, Silverio Sauvagin . . . 

Nondet ebbe un altro nodo di tosse ; dovè ancora inter- 
rompersi e bere un bicchier d' acqua. Silverio aveva avuto 
una scossa che lo aveva bruscamente svegliato : ma i suoi 
occhi esprimevano più che altro la collera. 

— Lo conosco, pensò : ci deve essere una condizione inac- 
cettabile. 

...... A mio nipote Silverio Sauvagin, a condizione che 

5 



66 HO FATTO fortuna! 

sposerà nello spazio di tre mesi Aineliiia X'erlaqiie. In caso 
che si rifiutasse di sottomettersi a questa clausola, voglio che 
la Figuière passi a mia figlia Sally , che ne avrà cura e vi 
starà spesso. Per facilitarle il viaggio, le lascio .il mio yacht. 
Giulio non si mo.sse : dormiva gravemente. Le tre Americane 
si ritirarono : andarono al Cimitero a render gli ultimi onori 
al morto. Durante il cammino Sai spiegò a sua madre ed a 
iMeg, che non cono.scevano il francese, le principali disposi- 
zioni del testamento. 

La signora Trayaz non rinìase conlenta : preferiva i capi- 
tali alle rendite , e non le piacevano le clausole resolu- 
torie. 

— Ebbene, caro Ettore, disse Lejail a suo cognato, aveva 
ragione di diffidare di Sai ? 

De la Farlède era violaceo. E il ghigno continuo di Nondet 
moltiplicava la sua ira. 

Lo apostrofava violenlemcnte, gridando che il matrimonio 
di Trayaz era nullo , che il testamento era attaccabile . che 
egli farebbe lite. Nondet rispondeva cortese : 

— Sono ai vostri ordini : fatemi l'onore di venirmi a tro- 
var nel mio studio, li spiegheremo, vedrete i documenti. 

Sua moglie, lo trascino via, .seccata che egli si desse in 
spettacolo. Lungo il viale e lino alla soglia di una villa che 
aveva fretta di lasciar per sempre scuotendo la polvere delle 
sue scarjje, sfogò la sua l)ile, declamò tragiche tirate, contro 
il defunto, chiamandolo miserabile. 1 campi e i prati echeg- 
giavano della sua voce. 

« \'eramente vostro zio Ettore è uno sciocco, diceva Casi- 
miro a Huguelte che era riuscito a raggiungere , e a cui 
canmiinavano a fianco. Se cinque anni fa gli avessero annun- 
ziato che doveva ereditare in un giorno 400,000 franchi , 
avrebbe benedetto la sua fortuna. Ecco che cosa vuol dire 
montarsi la testa coi milioni : è un gioco che bisognerebbe 
proibire ai grandi come si proibisce ai bimbi di giocar coi 
tìammiferi. ila me.sso fuoco al suo cervello, e chi può più 
spegnerlo? In (pianto a me, se mio zio m'aves.se voluto dare 
quel bel milioncino che mi aveva quasi promesso al La- 
vaiultjn, sarebbe stata una cosa che non mi avrebbe turbata 
la coscienza, meno facile a turbarsi di quella del signor Bro- 



HO FATTO FORTUNA ! 67 

dley. Ma bisogna rassegnarsi. Lasciandomi 200,000 franchi 
ha raddoppiato la mia fortuna che metto ai vostri ginocchi. 
Se mi volete sposare, porterete i vostri, e la signora Limiès 
vi darà la metà dei suoi : cosi ne avremo 700,000, e di ere- 
dità in eredità saremo milionarii un giorno. Deliziosa cugi- 
netta, vi adoro ; siate mia . tutta mia. Dio ! come ci diver- 
tiremo ! ». 

E se la mangiava cogli occhi. Essa aveva provato un'im- 
mensa delusione : ma. come avevano detto Sani e suo padre, 
essa aveva della fibra , e rassomigliava a quei gatti che ca- 
dono senza rompersi il collo da un quinto piano e ricomin- 
ciano a correre. Essa pensò che Casimiro certe volte aveva 
del buon senso. 

» Cugino mio, vi è un pò di vero in quel che dite. \'enite 
un giorno al Dattier , mi ripeterete il vostro discorsetto , e 
finirò per credervi. Ma parliamo un pò di Silverio ! ». 

« Ah ! sì, parliamone, disse Casimiro. \'i sono certe felicità 
di cui non si è fieri , e certi bocconi che restano in gola e 
che poi si inghiottiscono. . . . Bel soggetto per una poesia ! ». 
Mentre cosi chiacchieravano , colui di cui parlavano era 
disceso sulla spiaggia. Seduto a piedi di un pino, colle brac- 
cia conserte , il viso sferzato dal vento contemplava il mare 
schiumoso e mosso , che gli pareva esprimere lo stato della 
sua anima. Se non era giallo come il signor della Farlède, 
se non si agitava come un ossesso, interrogava anche lui il 
morto. Non lo trattava da miserabile, ma gli diceva: 

« Eri il più malefico e ingegnoso degli uomini. Non avendo 
potuto renderti felice , volevi che nessuno lo fosse. Hai im- 
piegato r ultimo anno della tua vita , a tormentarmi , e mi 
tormenti ancora dopo morto ». 

Si era proposto di tornare nella giornata a Collobrières : 
ma era tardi, e si decise a passar la notte in un albergo del 
Lavandon. 

Uscì dal bosco di pini, salì su un monticello da cui ab- 
bracciò collo sguardo il magnifico fondo che gli era stato 
dato perchè scegliesse tra la vergogna di conservarlo e il 
dispiacere di rifiutarlo. Quel che lo affliggeva non era di rinun- 
ziare al possesso di quel reame, di quelle vigne, di quelle fo- 
reste, di quella pianura, di quella montagna, ma di pensare alla 



68 HO FAiTO fortuna! 

gioia che avrebbe avuta ad offrir la sua eredità ad una in- 
cosciente, se, una sera H il ricordo gli bruciava il 

sangue. 

Scorse in fondo al viale il signor Lucquier, che lo aspet- 
tava e lo cercava. Si diresse da quel lato, e quando non vi 
fu più fra loro che una distanza di venti o trenta passi ! 
« .Signor Lucquier, gli gridò, non prendete quell'aria mesta ! 
Hisogna mostrarsi forti nei rovesci , la fortuna è capricciosa 
(Jli ! restate dove siete , desidero parlarvi da lon- 
tano Ditemi , vi prego c|uanto ha reso la Figuière 

l'anno passato ? ». 

« Tra fattone, taglio dei boschi, prodotto delle viti ha dato 
circa 150,000 franchi ». 

« Bella somma, per bacco ! ed è merito vostro. Sarei pazzo 
se mi privassi dei servizii di un intendente così abile .... 
Fin (la domani , signor Lucquier , ci parleremo più ila vi- 
cino ». 

F si allontanò , lasciandolo , pieno tii gioia , stupelatlo , 
dirsi : 

« Come cambia il punto di vista quanilo si divien pro- 
prietarii ! ». 

Un pò più lontano Silverio vide venirsi in contro la si- 
gnora Verlaque e sua figlia, che di nascosto cercavan da pa- 
recchio r occasione dì accostarlo. La signora , \'erlaque si 
cavava sempre facilmente dalle situazioni imbarazzanti : mo- 
strandogli Amelina col dito, gli disse con grazia e disinvol- 
tura : 

« Caro signore, giacché egli ve la dà, essa è vostra. Siate, 
felice ! ». 

« (irazie signora ! egli rispose : ma prima ho da chiederle 
una spiegazione: lasciate che le parli un pò a quattro occhi ». 

F senza aspettare il permesso prese Amelina per mano, e 
la condusse nel chiosco in cui poche settimane prima il si- 
gnor Lucquier aveva esposto a ipiella catecumena le sue edi- 
ficanti istruzioni. Fssa tremava come nna foglia: ma si ras- 
sicurò gradatamente. 

La fece sedere in faccia a lui e la guardava lisso, assicu- 
randosi che r incanto non era rotto. No, il fascino segreto, 
irresistibile operava sempre, e come una volta pensava a quel 



HO FATTO fortuna! 6o 

cagnolino incantato il cui campanello aveva suoni così dolci, 
che quella musica faceva scordare tutti i dolori della vita. 

« Essa non è nel diritto comune pensava , e sarebbe as- 
surdo di giudicarla con le regole della morale ordinaria. Dopo 
un lungo silenzio : 

« Amelina , le disse , son pronto a sposarvi ma vi debbo 
prevenire che non accetto il legato del signor Trayaz : ho le 
mie ragioni e ve le dirò più tardi. Non vi fate illusioni, non 
ho da offrirvi che un magro stipendio di aiutante naturalista, 
di assistente al Museum di Parigi. 1 nostri prìncipii saranno 
duri : vivremo di amore, di speranza e di privazioni Che ne 
pensate ? » . 

Essa non lo credeva, era persuasa che egli la metteva alla 
prova, e quand' anche lo avesse creduto la sua risposta sa- 
rebbe stata la stessa. 

« Sapete che la povertà non mi atterrisce ». 

« \'a bene. JSIa ho talvolta strani capricci. 

Un giorno mi son messo ai vostri piedi : ora \i vorrei ve- 
dere ai miei ». 

Essa non si fece pregare. Inginocchiata davanti a lui sem- 
brava uno di quei begli Angeli serii e dolci delle immagini, 
che danno al bambino Gesù dei concerti di viola e ribeca. 
La sua figura aveva una espressione di verginale modestia e 
di soavità celeste : egli 1' avrebbe voluta avvolgere di una 
nube d' incenso , spargere attorno a lei la terra di gigli e 
rose : ed era lieto che, perdute le ali, essa non potesse più 
fuggire nel paradiso, la sua vera patria, che l'aveva prestata 
alla terra. E pure le ordinava di inginocchiarsi davanti a 
lui, e guardava dall'alto in basso colei che era stata la de- 
lizia del suo cuore , e che non era più per lui che un bel 
sogno, una adorabile chimera. 

« Una bella penitente I parlate vi ascolto. Non avete con- 
fessioni a farmi ? Dite che la povertà non vi spaventa : non 
avete mai avuto desiderio di esser ricca ? Il diavolo non vi 
ha mai tentata ? Durante il vostro soggiorno qui il vostro 
cuore mi è sempre stato fedele? ». 

La signora \'erlaque aveva preveduto il caso e le aveva 
detto : « Se egli ti interroga non fargli imprudenti rivelazio- 
ni, perchè egli non sa e non può saper nulla: egli è duro e 



70 HO F.vrro fortuna! 

altiero , non perdona offese ; se confessi sei perduta. Nega 
tutto ! ». Essa negò. 

« Percliè mi sospettate di esservi stata infedele ? perchè 
farmi cjnesta offesa?». 

« lìadate una parola può perdervi o salvarvi. \'e ne sup- 
plico, siate sincera, perfettamente sincera: ne dipendono l'av- 
venire mio e il vostro... Il vostro torto è di esser troppo do- 
cile ai consigli. Non ve ne hanno mai dati di cattivi ? Non 
vi hanno insinuato che il signor Trayaz era innamorato di 
voi ? Non gli avete fatto nessuna proposta ? Non avete mai 
detto nulla o fatto nessun passo che potesse fargli credere 
che eravate a sua discrezione?». 

« .Mai ! diss'ella, mai ! ». 

Kgli la guardò bieco. 

« Lo potete giurare ? ». 

Poi ad un tratto, mettendole la mano sulla bocca : 

«Non giurate, per Dio, non giurate! Sciagurata ! La sera 
in cui essa è venuta ad offrirsi ad un vecchio che non 1' ha 

voluta ero in agguato vicino ad una finestra aperta Non 

è vero che vi ha raccontato la storia di un uomo che si era 
venduto l'ombra? Non è vero che vi ha detto: Signorina A- 
melina \'erla(]ue, voi siete l'angelo del vizio?». 

Essa si attaccava a lui piangendo : egli si sciolse e la re- 
spinse. 

« Piuttosto morire, gridò, che sposare una donna che ado- 
rerei .senza stimarla , e che mi obbligherebbe un giorno ad 
avvilirmi o ad ucciderla ! ». 

.Aveva 1' aria cosi feroce che essa si impauri e chiuse gli 
occhi. Quando ebbe il coraggio di aprirli , egli era scom- 
parso. 

Mentre egli passava davanti la casa per arrivare alla grande 
via che c(jnduce al Lavandoli , vide una giovanetta magra , 
dai capelli castagni chiari , dalla tinta pallida , i lineamenti 
minuti e (ini, il naso sottile, corto, un pò ironico, che , ac- 
covacciata presso una cuccia di cane teneva in mano una 
scodella. I!ra la signorina Sally Trayaz che, tornantlo dal ci- 
mitercj , si era messa in testa di consolare un cane incon- 
solabile. 

Da tre giorni Wasp aveva rifiutato ogni cibo. Carezzandolo 



HO FATTO FORTUNA ! 7 I 

e anche minacciandolo col frustino , a furia di arringarlo in 
francese e in inglese, lo aveva deciso a mangiare. 

« Ha finito per mangiare ! diss'ella a Silverio con aria di 
trionfo, accennandogli la scodella vuota. Ma c'è voluta molta 
pazienza ». 

Ciò detto stette alcuni istanti a contemplarlo con la testa 
dritta e il viso perfettamente immobile. Gli parve che gli oc- 
chi di quella Franco-Americana gli chiedessero la Figuière. 
Salutò profondamente e se ne andò. 

« È insaziabile, pensava : come suo padre , morrà di indi- 
gestione ». 

Risaliva il gran viale di eucalyptus, quando si sentì chia- 
mare da lontano. Si voltò e vide Nondet che gli correva dietro. 

— Dove andate ? gli disse il notajo. Qui e' è una camera 
preparata per voi. Sally Trayaz mi incarica di presentarvi 
le sue scuse per la licenza che si è presa di istallarsi in casa 
vostra senza domandarvi il permesso. Mi prega anche di dirvi 
che desidera avere un colloquio con voi. 

Silverio corrugò la fronte : avrebbe voluto stare almeno 
qualche ora senza parlare ad una donna. 

— Vado a dormire al La\andon. , rispose , e domani sarò 
da voi a Collobrières , per scrivere una rinunzia in buona 
forma. Poiché mia cugina desidera parlarmi , avrò 1" onore 
di offrirle stamattina stesso i miei rispetti. Ditele fin da oggi 
che non abbia nessuno scrupolo perchè non è in casa mia, 
è in casa sua. 

E poiché il notaio protestava : 

— Caro signor Nondet, informatevi un pò dei rumori che 
corrono. Sono delle voci infondate, lo ammetto, ma che im- 
porta ? Non voglio che si possa dire che Trayaz mi ha la- 
sciato la Figuière perchè mi facessi una posizione , e che la 
mia compiacenza mi da 150000 franchi all' anno. Mio zio è 
stato fino alla sua morte un gran tentatore , e sapeva bene 
fare del male. Ma che volete? Io ho sempre preferito il dolore 
alla vergogna. 

XXV. 

Tenne parola : la mattina presto si presentò alla Figuière, 
anche troppo presto, sperando che .Sally Trayaz non sarebbe 



72 HO FATTO lORTLNA ! 

ancora alzata, e che dovrebbe soltanto lasciar la carta da vi- 
sita. Era di cattivo umore come il giorno prima. 

Si era sbajjliato nel calcolo : come se avesse indovinato la 
sua segreta intenzione. Sai si era alzata presto, e mentre egli 
passava per un crocicchio del parco , la vide uscire da un 
viale e venirgli incontro. 

Non avendo ancora potuto vestirsi a lutto, aveva scelto la 
sua veste più scura. 11 suo cappello, coperto di nastri neri, 
era di una forma bizzarra : parve a Silveriochesembra-sse una 
giovane quacchera, e che certamente non era un angelo. 

Era accompagnata da W'asp , che governava dispotica- 
mente. 

— Vedete , disse a Silverio , stringendogli la mano, mi 
ama già. 

— E vi ubbidisce. 

— Oh ì lo prendo colle buone. Questa notte ha dormito 

su un tappeto vicino al mio Ietto Ma, cugino, vi prego, 

è vero che, come Nondet mi ha detto ieri... 

— \ i ha detto la verità. 

— Ma è possil)ile che rinunziate al diritto di posseder que- 
sta bella cosa , questo bel dominio , e tutto quello che e' è 
dentro ? Io sono innammorata della Figuière ; è il più bel 
luogo ch'io ho mai visto. L'America è bella, ma mi accon- 
cerei facilmente a stabilirmi cjui. 

— È un capriccio che potete soddisfare. 

— Si. ma io non sarei felice, perchè avrei dei pesanti ri- 
morsi sulla coscienza. 

— Le cpiacchere hanno la loro ipocrisia, pensò egli; Ame- 
lina è bugiarda ma non ipocrita. 

.Sai si era .seduta su di un banco, egli restò in piedi avanti 
ad essa. 

— \\'as|) . state fermo. \'i ho già detto che è inutile che 
lo cerchiate, che non lo troverete ! Mettetevi in testa che io 
son lui, e venite a cuccia... Cugino, proprio non volete spo- 
sare la signorina \'erlaque ? È così bella? Che avete da rim- 
proverarle ? 

— 1 lo da rimproverarle di non aver carattere, o piutto>to 
di aver quello dell'ultimo che le ha parlato, che può anche 
essere un farabutto. 



HO FATTO fortuna! 73 

— { )h 1 è male ! è meglio avere un cattivo carattere che 
non averne. Ma spesso dopo essersi arrabbiato, si perdona, 
e dopo aver rinunziato, ci si pente. Non c'è fretta, avete il 
tempo di riflettere. 

— Perchè ? ÌSIai intendetemi , mai , sposerò , la signorina 
\'erlaque. 

Sai sgridava W'asp che si agitava , e si agitava anch' essa 
molto. Si era alzata e ora piegava colle mani il frustino, ora 
dava delle sferzate sul banco. Colse un bottone di rosa; ora 
la contemplava con l'attenzione con cui im fakiro in estasi 
contempla il suo naso , ora se lo stropicciava sulle labbra. 
Alfine, disse : 

— Cugino, c'è un modo per accomodar tutto, e vorrei che 
vi piacesse. \'oi non mi conoscete, ma io vi conosco. L'an- 
no scorso, mio padre mi ha parlato di voi, e mi ha raccon- 
tato nelle sue lettere la vostra istoria. Lo rimproveravo di 
mostrarsi troppo duro con voi. e lo minacciavo di difendervi 
contro lui. Voi mi piacete, perchè siete qualcuno... Sì, e' è 
un mezzo di accomodare tutto , di risparmiarvi i rimpianti, 
di liberarmi dal rimorso. 

Aveva parlato voltando la testa. Poi guardò negli occhi 
Silverio : 

— Cugino, volete sposarmi? 
Egli credette eh' ella scherzasse. 

— Cugina, sareste ben stupita se avessi il candore di pren- 
dervi alla lettera. 

— Credete che io scherzi ? lo vi dico sul serio , proprio 
sul serio... 

Egli non sapeva che da molto tempo il suo sogno , che 
già aveva confes.sato a suo padre, era di offrire , se mai di- 
veniva ricca, la sua fortuna e il suo cuore ad un giovanotto 
povero, di genio, che si lascerebbe governare. Tuttavia egli 
dubitò di qualche cosa , esaminando i suoi piccoli occhi 
grigi in cui si rivelava una volontà tenace, ma superba. 

— Bell'affare farei ! pensò. Essa tiene molto di suo padre. 
Sarei il suo secondo W'asp ed essa mi darebbe , secondo i 
casi la frusta, o lo zucchero. 

— \'i piace il mio mezzo ?, diss' ella. E vi piaccio io ? 

— Come non mi piacereste, cugina ? Voi consolate i cani 



74 HO FA'rro fortuna ! 

e non disprezzate i poveri... La vostra offerta mi commuo- 
ve... Ma ahi! non posso accettare. 

— Perchè? 

— Vorreste sposare un uomo che porta nel cuore un'altra 
donna? 

— Credevo che non amaste più la signorina \'erlaque. 

— Io non la sposo perchè l'amo troppo ; sarei capace di 
perdonarle tutto. 

— Oh! diss'ella con un pò di iionia, che caso singolare! 
È troppo profondo e sottile per me: le americane non sanno 
risolvere dei problemi così complicati. 

— Del resto, voi mi fate 1' onore di credere che io .sono 
(jualcuno. .Sarei ancora qualcuno se sposassi la signorina 
Sally Trayaz ed i suoi trenta milioni ? 

— Ebbene, la mia idea non vi piace: ve ne voglio pro- 
porre un'altra, lo possederò la Figuière, e ci vivrò, ma ve 
ne darò la rendita, oppure, se volete , farete stimare il do- 
minio, e ne avrete il prezzo. 

— Impossile ; io non avevo che un diritto condizionale 
alla Kiguièrej: vi Iio rinunziato, rifiutando di compire la con- 
dizione. Da parte mia sarebbe una frode", da parte vostra 
un atto di pura benevolenza. Certi pesi non mi piace portarli. 

Questa volta, essa si arrabbiò molto. 

— Basta ! Voi rifiutate tutte le offerte, non ci si potrebbe 
intender mai con voi. Avete , cugino , un cattivo carattere. 
Dimenticatemi , o no , non m' importa : voi non sarete mai 
nulla per me. 

K.ssa se ne andava : egli la atterrò jier la vita, la fece se- 
dere sul banco , si sedette al suo lato. Comprendeva final- 
mente eh' e.ssa era più generosa che superba. 

Le tenne nn lungo tenero discorso , esprimendole caloro- 
.samente la stima, l'ammirazione che aveva per lei. 

— Voi .sarete, disse , la .Madonna del Buon .Soccorso. Se 
mai sarò in mi.seria, o proverò dei gravi imbarazzi, vi chia- 
merò in mio ajuto: vi giuro di accettar la vostra assistenza 
senza false vergogne. 

— Diventate ragionevole finalmente. È (jutsta la prima 
buona parola che mi abbiate detta. .Ma mi i!i>\ ri>^ti- iiir..riii.ir 
dei vostri piccoli affari. .Mi scriverete. 



HO FATTO FORTUNA ! 75 

— Spesso. 

— Tu vedi, Wasp, egli si forma, e ne potremo fare qual- 
che cosa. Ma cugino, da oggi accettate un piccolo dono. Lo 
voglio, sì, lo voglio, fate una volta il mio piacere. Che vo- 
lete ? 

— Datemi quel povero fiore che martirizzate sotto le vo- 
stre dita. 

— Sarà prima di stasera appassito. Domandatemi qualche 
cosa più seria. 

E lo pregò, insistè tanto, ch'egli finì par dire : 

— C è accanto al mare, in un bosco di pini , uno chalet 
fabbricato da un vecchio pittore, chiamato 1' Antonina. Voi 
lo conoscete : vi avete passato ieri un'ora in compagnia dei 
nostri cari parenti, che non vi hanno festeggiata. L'Antonina 
mi piace molto : cedetemela , e datemi anche una vacca ed 
una barca. 

— L'Antonina è vostra ! esclamò già raggiante. Farò re- 
darre l'atto da Nondet. Ma ora che ci penso, per una vacca 
ci vuole un prato : vi darò un prato , un grande prato : mi 
permetterete di ingrandire la vostra proprietà. Un pò , ma 
non troppo, vi supplico. 

— E poi rammobiglierò lo chalet, lo voglio rinnovare, im- 
bellire. 

— Non troppo, cugina, non troppo ! 

— E avrete due barche ! 

— A rigore, una mi basterà ! 

— Oh ! che bella idea I accomoderò 1' Antonina a idea 
mia... 

— No, cugina, a la mia, a la mia. 

— Lasciatemi fare: se voi siete ostinato, lo sono anch'io. 
Voglio che lo chalet sia un piccolo paradiso : ci verrete a 
passar le vacanze. Come son contenta ! Staremo vicini, e' in- 
citeremo scambievolmente a pranzo e a colazione, ci litighe- 
remo, ci diremo il fatto nostro, e poi m' insegnerete la bo- 
tanica. Saremo buoni amici. \'oi sapete 1' inglese : io vi leg- 
gerò dei miei versi, e, se non li comprenderete, ve li spie- 
gherò. 

E battè le mani , lasciando cadere il boccinolo di rosa. 
Silverio lo raccolse. 



JO m> lATTO FORTUNA ! 

L'n (jiiarto d' ora dopo, era in via per Collobrières. Cam- 
minava senza jjuardar la via, colla testa alta, e il cuore su- 
perbo. Ora jili pareva vedere kIì occhi };rÌKÌ di una fanciulla 
che lo aveva riconciliato col jjenere umano ", e pensava che 
l'amicizia ili una donna deve render la vita molto dolce. Ora 
pensava all'Antonina : era sua ; e, in quaUnniue modo .Sai la 
accomoderebbe, sarebbe sempre un nido delizioso e per un 
piccolo uccello, che non desiderava un arnn nido. 

•A un tratto un' immagine che non poteva respingere gli 
ritornava alla mente , cacciando bruscamente tutte le altre : 
«. non pensava |)iù che alla più perversa delle innocenti : si 
ricordava i suoi sorrisi , il suo spergiuro , tutto quello che 
ella aveva mentito, e delle grosse lacrime gli facevano groppo 
alla gola, e il cuore gli si serrava. 

Divi.so fra i pensieri ridenti e i ricordi amari . andava 
colla testa alta, con un fiore tra le labbra, stampando forte 
i passi nella polvere bianca della via , e poiché il sole gli 
bruciava le spalle , egli era sicuro di non aver venduta la 
sua ombra, che vedeva allungarsi, profilarsi, camminare da- 
vanti a lui. 

FINE 



A f 01 SlGfiORE ! "--"S^r" 

è l'unico prLp.irato del jj;cn<rf 'he meglio risponde 

allo .scopo; ò il solo che veramente toglie i peli e la 

lanaggi ne senza danneggiare menomamente la pelle. 

Placon !.. 2,50 - in Provincia 1.. 3. 

da ZEMPT FRÉRES 

Balleria Principe di Hapoli, 5 - Via Koma. 202 - Via Calaìriiio. 34 
NAPOLI 




LA PAGINA DEI GIUOCHI 



Anagramma a cambio di vocale (8). 



Giuoco genial \n\ò trasformarsi in sferza. 



Calandrino 



Intarsio 



( * * * • 



— ) 



Due tutto r un del genio i rei censori, 
Poscia vorrian dividerne gli allori ! 



Dedalo 



Sciarada alterna 

Dall' C'«, dal Due nemici il bel Totale 
difendere saprem sul Quirinale. 



Aldo Arnaldi. 



7'S 



LA PAGINA DEI GIUOCHI 



Premii per questo numero 

Un'artistica, deliziosa catena per orologio in rermèil, dono gentile di 
Luigi Tkikaki proprietario del rinomato negozio di gioielleria ed 
oreficeria in via Roma 27S-279. La squisita eleganza di questa ca- 
tena per orologio dimostra ancora una volta che il Trifari sa dare 
ai suoi articoli un' impronta di schietta genialità, pnr conser\'ando 
ad essi un i)rezzo addirittura irrisorio. F' questo il segreto del si- 
gnor Trifari, ed in ciò è riposta la fortuna del suo accreditatissimo 
negozio. 

11 premio sarà assegnato dalla estrazione del lotto pubblico , 
ruota di Napoli. Vi potranno concorrere soltanto i solutori di tutti 
i giuochi. 

Le soluzioni, accompagnate dal relativo talloncino, che trovasi fra 
le pagine rosa, dovranno pervenire non oltre il secondo lunedi suc- 
cessivo alla pubblicazione dei giuochi. 

» 
« « 

Soluzioni dei giuochi proposti nel numero 42 : 

I. Con-sol-azioni; 2. tripudio (tipo, rudi) : 3. Covipartimento ; 
4. R-a-p-prese-n-tante. 

Solutori 

Serie A 



I. 


Aletta (Giuseppe. 


13- 


2. 


Alaimo .Ada. 


M- 


3- 


.Amato Emilia, Ant. e Mario. 


15- 


4- 


.Amaturi Maria. 


16. 


5- 


.Anione! li Leone. 


17- 


6. 


Antonelli Leone. 


18. 


1 • 


Bernardini Giuseppe. 


>9- 


h. 


Bernini Ida. 


20. 


9- 


Bertini Guido. 


21. 


IO. 


Bosco RatTaele. 


22. 


II. 


Breglia Domenico. 


33- 


12. 


Caj>a.s.so Francesco. 


24- 



Caracciolo Ciu.stavo. 
Carcano Anna. 
Caro (de) Giuseppe. 
Carusio .Adele e<J Amelia. 
Cataldi Angelo. 
Cedraro Palmina. 
19. Ceroni Ugo. 
Ciampa Silvio. 
Cirillo Bernardo. 
Conte FilipiK). 
Copjiola Raffaele. 
Corte dlflla'» Roln-rlo, 



LA PAGINA DEI GIUOCHI 



79 



59- 
60. 



25. Cianno (de) Renato. 

26. Falanga Giovanni. 

27. Falco (de) F^ugenio. 
Falcone Enrico. 
Farese Giuseppe. 
Ferrari Enrichetta. 
Fiorentino Anna. 
Foschini Carlo. 
Frasca Vittorio. 
Fratta Enrico. 
Galizia Cristina. 
Gambardella Vincenzo. 
Gerlandi Rosa. 
Gervasi Salvadore. 
Giacobini Antonio. 
Giordani Rosina. 
Grandi Vittorio. 
Grassi Antonio. 
Izzo Luigi. 

44. Jannone Carlo. 

45. Jovino Luisa. 

46. Landolfi Giorgio. 

47. Lembo Carlo. 
Limoncelli Roberto. 
Lombardi Giu.seppe. 
Longo Francesco. 
Luca (de) Bianca. 
Luciani Giuseppe. 
Mango Giannina. 
Marciano Maigherita. 
Maresca Gustavo. 
Marini Saverio. 
Martelli Francesco. 

Sorrentino Mario. 

Spadoni Maria. 

Tammaro Riccardo. 

Tancredi Gilda. 

Secondo le solite norme, l'assegnazione del premio sarà regolata 
dalla estrazione del lotto pubblico , ruota di Napoli , di sabato 7 
novembre. 

Il premio consiste in un paio di orecchini di vero corallo rosa, 
montato in oro, dono dell'egregio signor Luigi Trifari, proprieta- 
rio dello splendido negozio di gioielleria ed oreficeria in via Roma 



58. Martino (de) Ugo. 
Martinoli Giuseppe. 
Mauri Antonio. 

61. Mellis (de) Ugo. 

62. Micco (di) Concett. ed Ass. 

63. Mirabelli Giulia. 

64. Morandi Domenico. 

65. Moroncini Ada. 

66. Musco Ettore. 

67. Nardone Giuseppe. 

68. Nicola (de) Vittorio. 

69. Orlandini Maria. 

70. Paladini Vincenzo. 

71. Pantaleo Alessandro. 

72. Pasquale (di) Leopoldo. 

73. Pellegrini Alfon.so. 

74. Piccirilli Matteo. 

75. Rinaldi Pasquale. 

76. Roberto Giulio. 

77. Romeo Bianca. 

78. Rossi Pasquale. 

79. Russo Ernesto. 

80. Sansoni Benedetto. 

81. Santini Pietro. 

82. Bavarese Gioacchino. 

83. Savastano Emilia. 

84. Scotti Adelaide. 

85. Sele Giulio. 

86. Sermini Francesco. 

87. Serra Antonio. 

88. Servidio Pasquale. 

89. Silvestri Angelo. 



90. 


Sorgente Attilio. 


Serie B 




5- 


Troise Errico. 


6. 


Vacca Edoardo. 


7- 


Venturini Elvira 


8. 


Vitale Antonio. 



So 



I.A l'AGINA DKI GIUOCHI 



278-279. Questo artistico paio di orecchini, farà certo venire l'ac- 
quolina in bocca alle gentili solutrici. 

(iiusta r estrazione del lotto pubblico, ruota di Napoli di sabato 
24 ottobre, i premii promessi nel numero 40, sono stati assegnati 
ai seguenti solutori della serie A: 

7." premio: — Un artistico, bellissimo ser\izio di toilette, compo- 
sto di dieci pezzi, in porcellana finissima, offerto dalla accreditatis- 
sima Casa Richard CJiNOKi,la più importante nel genere. — signor 
Raffaele Xunziaiilf (numero 79). 

2° premio — Un elegante temperino in argento, art noitveau, 
dono dell'egregio signor Li'k;i Trif.ari, con negozio in via Roma 
27S-279. — signor Filippo Conte (numero 32). 

Il Principe di Calaf 




liscoiio 



PREMIATO GABINETTO OTTICO OCULISTICO 

Brevettato da S. M. il Re d'Italia 

FRANCESCO LA BARBERA 

Vìa Rorpzk I 36 /Napoli 

di rimpetlo alla Chiesa Madonna delle liraiie ed ai Mai;azziol Qilardiot 
Molli, difettosi nella \isla, non riescono ;i trtivai e occhiali adalli e tìnisc 

col ){uaslarla magjjiormenle facendo uso di lenti male appropriate , e per 

dìppìù di pessima qualità. 
Col sistema gejieralmeiite adottato da molti ottici è difficile una perfetta 

correzione e molti difettosi di vista cedono ad una scelta più o meno adatta 

senza ottenere la precisa gradazione. 
Al sopradelto (Gabinetto Ottico il pubblico troverà il sistema più recente 

breve e sicuro acquistando le lenii di finissima lavorazione che conservano 

gli occhi e senza aver bisogno di cambiare di grado anno per anno come 

usualmente avviene a quelle persone che fanno uso ilelle lenii ordinarie. 

OCCHIALI e STRINGINASI in ORO 14 karati Lire 15. 
LENTI dì CKUW.MjLASSdi fina fabbricazione e CRISTALLI di ROCCA ia|[liati all'osie. 

SI STI Disri; 1 \ r Al i m;< > ck \ 1 is 

n/VSSlAAO BUOM A\ERCATO 



Carlo Avellano, responsaòi/e. 



Napoli. Tip. .A. TRAM 





;a;.^ - ^ ^;^ 

"^Cav. Onorato Battista^ 

NflPOliI - Farmacia Inglese del Cervo - HRPOliI 

i ♦^— — — ^ I 

I Le massime onorificenze nelle primarie Esposizioni 

Parigi 1930 -Grand Prix d'Honneur k Médaille d'Or -Parig i 1900 

Pr^p^^r^itì Speciali 

IL PRIMO RICOSTITUENTE 

del sangue, delle ossa 
e del sistema nervoso 

/ dal R. JovERN-o ne.ia FamiacoDea Ufficiale iel Reono x 

' PTT A T) TQP17 ■ ^•'eurastenia — Cloroanemia — Diabete — Debo- ' 
\JUì\.1a1oL/11 . lezza di spina doisxle — Polluzioni — Sperniator- 
rea — Inipolenza — Alcune forme di paralisi — Rachftide — Emicrania — 
Malattie di stomaco — Scrofola — Debolezza di vista. E' energico rimedio 
negli esaurimenti, nei postumi di febbri della malaria e in tutte le con- 
valescenze acute e croniche. 

O^oi botti^liz^ costzv L. 3. 
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AlulLljlul ^'flicQ specifico dell'EPiLESSIA 

Preparato a base di antisepsi intestinale, secondo la teoria tossica del 
Fere, ammessa da tutti gli Scienziati, dai primari Clinici e Specialisti è 
' stato dichiarato il rimedio più efficace e più sicuro nel guarire l'epilessia. 

Ogni bottiglia costzv L-. 4. 

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V fi T Tfin'nnm'nTinTlT i ai jodoformio, catrame e creosoto / 
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Sperimentato e prescritto dai più illustri Clinici per la sua pronta e 
sicura efficacia nel vincere e risolvere le tossi più ostinate e di qual- 
siasi natura, i catarri, le bronchiti e le altre affezioni dell'apparecchio 
respiratorio. 

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a base di polibromuri, estratto canape indiana, giusquiamo 
e lattuga 

rimedio sicuro contro l' INSONNIA 

Costante nell' effetto , arreca un riposo calmo, riparatore , privo di 
ogni depressione psichica ed organica , per cui Clinici insigni la pre- 
scrivono in tutti i casi d'insonnia, a qualunque causa dovuta, sia pure 
con febbre, quando urge rinfrancare il povero infermo. 

Ogni bottiglizv costai L. 2,50 

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I Reali d'Italia a Parigi, Matilde Serao. 

Gioia nova (versi), Angelo Vittorio Napodano. 

Lettere a Illa (novella), Tenente Mario T. Caracciolo. 

Spezzo la penna. Il campanile. Vendemmia (versi), Giovanni Vac- ( 

cari. 
Titani, LciSA Giulio Benso. 
Una nuova teoria per spiegare i fenomeni della suggestione e dell'ip- 

notismo. X. Come si spiegano i fenomeni della suggestione. Conclu= 

sione, Raffaele Pirro. 
Le riviste, Ramnes. 
L' orologio umano, CvRi's Smith. 
La pagina dei giuochi, Il principe di Calaf. 



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I REALI D'ITALIA A PARIGI 



Un soffio 




'va grandi, improvvisi soffii spingono, via, le nu- 
bi, verso il fondo di Parigi, oltre la nobilissima 
piazza della Concordia, oltre la imponente « a- 
venue » dei Campi Elisi, oltre il maestoso e so- 
gnante Arco della Stella, lontano, via, ogni nuvola triste 
e il cielo si rasserena subito, in un azzurro pallidetto, 
quasi lavato dalla pioggia e il sole, già vivido, fa scin- 
tillare l'acqua di cui sono intrise le vie; il vento, con un 
soffio lungo e forte, fa piegare gli alberi dei grandi « bou- 
levards » da qui, sino laggiù, laggiù, a perdita, da questo 
« boulevard des Italiens » giammai così ben nominato e 
ove palpita sempre la vita parigina sino in fondo, in fondo, 
ove r occhio non vede ma ove corre la immaginazione, 
la piazza della Repubblica, e gli alberi sfrusciano, inchi- 
nandosi, e sui colossali « omnibus » la gente trattiene, 
sorridendo, i cappelli sulla testa, e negli automobili sbuf- 
fanti e fischianti uomini e donne chinano il viso, come 
se si trovassero in aperta campagna, e i « fiacres » pre- 
cipitano la loro andatura, mentre sui marciapiedi le leg- 
giadrissime francesi tirano la veletta bianca sulle labbra 
rosee, si stringono nella stola di ermellino, affrettano quel 
loro passo lieve e ritmico che le distingue da tutte le al- 
tre donne del mondo. 

Il grande vento che rende nitida e trasparente 1' aria, 
fa come roteare tutte le cose, in turbini lieti, sbattendo 

6 



,S2 I RF-Al.l U ITALIA A l'ARlGl 

le tende dei caffè pieni di gente, facendo volare le car- 
toline dalle mani dei venditori ambulanti che passano, 
corrono, gridano, a centinaia, con la vivacità speciale del 
« camelot » francese, strappando i giornali alle mostre dei 
chioschi, sconvolgendo i fiori dei piccoli carretti floreali, 
tirati a ni ino, ove le rose si vendono a mazzolini di pochi 
soldi e le mammole odorano più di quelle dei grandi ma- 
gazzini. « fleurissez vous, fleurissez vous, madame », fa- 
cendo ballare i riccioli dei ragazzi che sgambettano per 
le vie; ma ognuno sorride, ognuno ride, poiché la bufera 
è fuggita, si è dileguata, poiché il cielo è libero, poiché 
l'aria è fresca e poiché lo spirito francese è facile alla se- 
renità e alla gaiezza, poiché tutte le avventure che il sof- 
fio del vento crea, a ogni passo , lo mettono di buonu- 
more, poiché il buonumore francese é comunicativo, am- 
pio, irrefrenabile. 

E mentre i miei occhi incantati rivedono, sempre con 
gioia intima, lo spettacolo di una città immensa che lia 
per .sé la bellezza e la forza, che sa unire 1' energia del 
lavoro serio e austero al brio spumante di un felice tem- 
peramento, che sa dare alle sue perfette qualità d'intel- 
ligenza, di spirito, di osservazione, alle sue manifestazioni 
di ardore, di tenacia, di abnegazione, quella forma sedu- 
centi.ssima. tutta latina, quella irresistibile forma che é la 
grazia, mentre, ancora una volta, gli occhi miei e l'anima 
assaporavano, in silenzio, tale intensa impressione, un 
gran palpito, nell'aria, al soHio del vento, un gran fre- 
mito di colori agitantisi, un ravvolgersi e svolgersi ca- 
priccio.samente: le bandiere, le bandiere italiane, vivaci, 
allegre, battute, battenti come ali tricolori, sui monumen- 
ti, sulle case, sui pennoni, le bandiere italiane piene della 
larga vita che comunica loro la luce, il sole, il vento ! 
E il nostro cuore attonito e solingo trema di emozione: 
e i nostri occhi si abbassano a con.servare preziosamente 
il sottil velo di lacrime che sale, dal cuore tremante. 

* 
* * 

Eccole, dunque, in Parigi, le bandiere italiane. Il co- 
cente e nostalgico sogno, quel sogno alimentato in se- 
greto da chiunque .senti l'onda dello stesso sangue latino 
.scorrere nelle proprie vene, per anni, per anni, e dovette 
.soffocarne l'urto e sedarne il bollore, poiché tristi volge- 



1 RKAI.I I) HAI.IA a PARIGI S^ 

vano i tempi e aspri eraiKj i cuori degli uomini politici; 
il grande sogno che tante anime elette nutrirono nella 
loro mente e cercarono, costantemente, ostinatamente, coi 
più semplici mezzi e coi più grandi di raggiungere, linea 
per linea con una umile e sublime speranza; questo sogno 
che in nome dell'arte, della bellezza, del pensiero, della 
tradizione, in nome di tutte le nobili e grandi cose che 
hanno comuni la Francia e 1' Italia, hanno invocato gli 
artisti, i pensatori, gli scienziati, i i)uri conduttori di po- 
poli: questo sogno che hanno amato, per un intermina- 
bile periodo di tempo, tutti coloro che credono nell'Ideale 
e che credono nella Poesia; questo sogno fraterno che ha 
agitato la vita di migliaia di persone, si è, oggi, rea- 
lizzato. 

Le bandiere italiane sono qui e sono gonfiate allegra- 
mente dal vento e i francesi le guardano e sorridono e 
gli italiani le guardano e si commuovono. Sono in Parigi, 
tutte le bandiere, cento bandiere, mille bandiere italiane. 
E non furono strappate a noi da una guerra fratricida e 
portate qui in trionfo^ per scherno ai vinti fratelli; non 
entrarono qui, come trionfatrici, dopo una guerra, impos- 
sessandosi di una città sorella. Niente I Lontani, lontani, 
queste aberrazioni e questi acciecamenti. Sono quelle, o 
simili a quelle, che nella guerra di Crimea salirono lie- 
tamente all'assalto, francesi e italiane, insieme, insieme, 
animose, vittoriose, eroiche; sono quelle, o simili a quelle, 
che nella guerra della liberazione d' Italia si agitarono, 
nei piani di Lombardia, francesi e italiane, insieme, sem- 
pre, per la bellezza di una idea patriottica, per la soli- 
darietà umana, per la solidarietà di razza. Le stesse o si- 
mili a quelle: ma le stesse come simbolo di amore, come 
simbolo di divozione, come simbolo di unione per la vita 
e per la morte ! E colui che le contempla, estatico, le 
confonde, poiché si rassomigliano, anche, nei due colori 
eguali, il rosso e il bianco: poiché paiono fatte per rag- 
grupparsi, per tenersi unite, per non dividersi mai più. 
Guardatele, dunque, le bandiere italiane, insieme alle 
francesi, su quella mirabile facciata dell'Opera ove sono 
la espressione di quella divina armonia d' arte musicale 
che i popoli latini hanno nella loro anima, da migliaia 
di anni; guardatele, insieme, le bandiere francesi e ita- 
liane, sulla facciata della Commedia Francese, ove Gol- 
doni fu fratello di Molière, donde partirono e ove ritor- 



84 I RKAI-l d'iTALIA a PARIGI 

narono i capolavori dell'arte drammatica che i francesi ci 
«Ietterò e che noi sapemmo intendere, ove due illustri ita- 
liane, Adelaide Ristori ed Eleonora Duse diedero alla 
Francia la fiamma dell'ingegno femminile italico; guar- 
datele, sempre insieme, quelle bandiere, sui grandi edifizi 
«iella politica, i Ministeri, il Parlamento, il Senato, ram- 
mentando che sovra ogni disputa, sovra ogni dissidio, il 
principio della razza è più forte, è più saldo, è vittorio- 
so; guardatele, insieme, sugli edifizi finanziari, alla Borsa, 
alle Banche, ovunque è la fortuna pubblica, ricordando 
che le due ricchezze, la italiana e la francese, debbono 
aver comuni le origini, debbono essere una di sostegno 
all'altra, debbono fraternizzare, per la comune prosperità; 
guardatele, queste bandiere, sulle grandi case di commer- 
cio, liete di questo riavvicinamento come di nessun al- 
tro, forse, liete di questa' unione che pone fine a enormi 
difficoltà e assicura novelle forze difensive ai commerci 
delle due nazioni, minacciati, tla tutte le parti, da quella 
modernissima forma di guerra che è la commerciale; in- 
sieme, insieme, le bandiere francesi e le italiane, ai bal- 
coni di questa stampa francese, di questa possente e sim- 
patica stampa francese, così larga, così abbondante, così 
generosa di ogni forma di affetto, oramai, per lutto quello 
che è italiano I Svolazzano giocondamente al vento pome- 
ridiano, in Parigi, le bandiere italiane, accanto a quelle 
di Francia: e così, a noi, che le vediamo palpitare in 
fraterna compagnia, le nostre bandiere sembrano vive, 
sembrano un pezzo della nostra patria e sono, sono la 
patria nostra, qui, invitata, accolta, salutata, abbracciata 
ed esaltata. U immenso soffio che animi e vivifichi la 
magnifica Lutezia in questi giorni di ottobre, o spirito di 
Dio che aleggi sulle cose e sugli uomini, o spirito che 
crei la vita e che crei la forza, unisci e salda per sempre 
i due simboli ! 



K nella solenne ora in cui, accanto al primo magi- 
strato della Repubblica, accanto al più .sempiice e al mi- 
gliore fra i suoi onesti figliuoli, accanto a Emilio Lou- 
bet, Re Vittorio entra, in l'arigi, per libera volontà di 
.Sovrano e in nome di un popolo che, laggiù, oltre i con- 
fini, benedice questi passi, nella gioconda ora in cui, da- 



l RKAI.I n' ITALIA A l'ARICrl 85 

vanti agli occhi del discendente di Casa Savoia, si spie- 
gano le bandiere italiane, a migliaia, moltiplicate per in- 
cantesimo, lungo la stupenda via che discende, dalle ver- 
dezze profonde del Bois de Boulogne alle solenni forme 
monumentali della città, che lo stesso soffio dia ai fra- 
terni vessilli la sembianza di una vita mirabile ! Che nel 
sole, nella luce, nell'aria fremente, « Deojuvante», sor- 
ridano, ridano, parlino, cantino le bandiere sulla testa 
giovanile e pensosa di Re Vittorio , su quella canuta e 
serena di Emilio Loubet; e che ambedue, il giovine e il 
vecchio, sentano di compiere, in questo momento, un 
atto memorabile della loro vita, sentano di aver avuto la 
sorte di poter esprimere una grande idea e di poter ma- 
nifestare un grande sentimento. Le idee e i sentimenti 
sono più alti e più potenti delle cose e delle persone : 
ma fortunati coloro e ricordevole nella loro istoria se po- 
terono elevarsi, in nome di un'idea, in nome di un sen- 
timento; più forti di sé stessi, diventati simboli, essi 
stessi, di una profonda corrente umana, di un immenso 
bisogno umano. Guardino le belle bandiere strette fra-' 
ternamente Re Vittorio e Loubet: e intendano quello che 
esse dicono, vivendo e aleggiando nell' aer puro, sovra 
Parigi: e il misterioso linguaggio s'imprima nelle anime 
loro: esso viene dal Cielo: esso germoglia dalla terra: è 
parola divina: è parola di popolo. 

La paix en dentelles 

Volete voi lasciare in lingua francese il titolo di queste 
fuggevoli ma sincere note di cronaca ? Esso è il rovescio 
di un' altra frase francese graziosamente suggestiva, « la 
guerre en dentelles »: e questa tenue e fine forma della 
moda antica, presente e futura, il merletto, la sottil trama 
che pare opera misteriosa di fata, il tessuto di aria dise- 
gnato in linee evanescenti, il velo apparente e sparente, 
la delicatissima tela che passerebbe in un anello, il mer- 
letto, ciò che è candido come la neve, ciò che è lieve 
come la spuma del mare, il merletto, infine, ha voluto 
personificare per il poeta, per l'autore drammatico, per lo 
storico, la donna istessa, in tutta la sua grazia molle, in 
tutta la sua finezza .squisita, in tutta la sua seduzione 
fatta anche di misterioso, d'inafterrabile, di fantastico. 



S6 1 REALI d'iTALIA A PARKJl 

La donna! E non è, forse, qui, tutto, la donna ? Non 
fu ella, tutto, in ogni minuto della vita sociale francese, 
non è ancora adesso, tutto? Per chi, dunque,' se non per 
essa qui si pensa, si vuole, si agisce, dalla piccola stanza 
dell'inventore al vasto opificio ove ferve la fatica di mille 
operai, dalla camera solinga ove lo scrittore evoca tutti 
i sogni dell'arte e della vita ai caldi teatri pieni di gente 
e frementi di attenzione e di emozione, dalle lontane Pro- 
vincie ove si tengono gii occhi fissi su Parigi a Parigi 
istessa, colossale officina di ogni cosa che serva alla bel- 
lezza e alla felicità muliebre? Per chi si affannano, dun- 
que, questi milioni di uomini, in ogni forma dell'umana 
attività, se non per rendere la vita facile, larga, ineb- 
briante alle loro donne, mogli, amanti, figliuole, sorelle, 
madri ? 

Chi, segretamente e anche palesemente, dirige ogni mo- 
vimento del pensiero, dell'azione, in Francia, se non que- 
ste deliziose creature che sanno diventar piacenti anche 
quando Iddio non le fece tali, che sanno restar belle e 
giovani oltre tutti i limiti dell'età, che sanno partecipare, 
anche esteriormente, a ogni manifestazione dell'arte, della 
scienza, della politica, che sanno sempre qualche co.sa di 
tutte le cose, che sono sempre qualche cosa, con la loro 
anima, col loro spirito, che sono sempre pronte a emo- 
zionarsi, che hanno rapido e intenso il disgusto o l'en- 
tusiasmo, che hanno un tesoro di brio da donare al mondo 
e un tesoro di energia nascosto nella flessuosa persona, 
nelle bianche mani, nei piccoli piedi che vanno, veloci 
e arditi, ovunque li jiorta una piccola ma ferma e vivida 
volontà di vivere e di operare ! 

Non sono esse, oltre la maestà ilei monumenti, oltre 
la intensità del pensiero moderno e tlell' azione infatica- 
bile che tutto lo esplica e lo realizza, non sono esse il 
fascino istesso della vita francese ? Non rammentate voi 
la parola penso.sa del principe di Bisniarck. quando cin- 
que miliardi e due provincie furono strappate via. alla 
Francia, sapete voi quel che egli di.sse? « Bisognava portar 
via tutte le donne francesi ! » Kgli riconobbe in loro il 
segno più forte e più vibrante dell'organismo sociale fran- 
cese. Quello che es.se vogliono. Dio lo vuole: ma dopo 
Dio, lo vuole la Francia, lo vuole Parigi ! Non fecero, 
le donne francesi, un tempo, nella politica, « la guerre 
en tlentelles», guerra leggiailra ma terribile? Fora, con 



1 REALI I)' ITALIA A PARIGI S7 

trasporto, con' un crescente abbandono delle loro belle 
qualità generose, non è una guerra in merletti che agita 
lietamente Parigi, è una pace in merletti, è una gran pace 
femminile, è un grande effluvio di simpatia, fra la Re- 
gina Elena e tutte le donne di Francia ! 



Tutte ! Dalle grandi contesse del Terzo Impero, quelle 
splendide dame che amarono e amano l'Italia come Na- 
poleone r amò, e che conservano in loro, al tramonto, 
come un raggio di quel magnifico periodo di storia quasi 
moderna, alle nobilissime dame legittimiste che rammen- 
tano il matrimonio di una figliuola dei loro Sovrani spo- 
destati ed esiliati, di Elena di Francia, che porta con 
tanta ammirabile fierezza il titolo di Duchessa d' Aosta, 
dalla grande signora nazionalista che ammira i sentimenti 
di religione e di dovere che sono il retaggio morale più 
bello delle Sovrane d' Italia , alla cortese signora della 
Terza Repubblica in cui, con mirabile assimilazione, qual- 
che cosa o molto della signorilità muliebre di altre classi, 
di altre epoche si riflette e rifulge, dalle grandi dame in- 
tellettuali, possenti e benefiche del mondo israelitico ove 
la colossale fortuna è adoperata, sovra tutto, al trionfo 
dell'arte, della poesia e della carità, alle artiste francesi 
che, nei giornali, nei libri, nei teatri, portano il contri- 
buto del più fremente ingegno, tutte quante, tutte, hanno 
aperto il loro cuore perchè la figura bella, semplice e cara 
di Elena Regina vi prendesse di tenera simpatia. 

Tutte ! Quante di esse erano in viaggi lontani e molte, 
anche, sui bei laghi italiani che esse hanno finito per am- 
mirare profondamente e a Venezia che esse adorano e 
sono qui ritornate, precipitosamente, per assistere a que- 
ste feste geniali ove l'elemento più fervido è quello fem- 
minile e la nota più saliente è quella di un sentimento 
schietto : Quante di esse erano nei loro castelli, nelle loro 
terre, agli estremi della Francia, con ospiti, con amiche 
e così, subito, sono partite, in gruppi, per ritornare a 
Parigi, nei loro automobili che divorano la via. e i loro 
palazzi del Faubourg Saint-Honoré, del F"aubourg Saint- 
Germain, del Pare Monceau. che doveano restar chiusi 
sino a fine di novembre, si sono riaperti, poiché la Re- 
gina d' Italia metteva il piede sul suolo di Francia, in 



88 I RRALl U'ITAI.IA A l'ARK.I 

forma ufficiale, poiché la sua maestosa figura jfiovanile 
dovea sorridere, a tutti, apparendo, piena di ogni grazia 
e aureolata di ogni virtù, sotto i grandi alberi ancora 
verdi dei Campi Elisi I 

Parigi che, quindici giorni fa, aveva il suo aspetto e- 
stivo, coi suoi « sergents de ville » che sonnecchiavano 
in tutte le grandi piazze e non avean bisogno, in tanta 
solitudine, di sollevare il loro bastone bianco per arre- 
stare la enorme circolazione degli equipaggi, Parigi che 
era frequentata, quindici giorni fa, solo dai <<< Cook's » 
che adoperavano a tal visita le loro vacanze estive, Pa- 
rigi che trascinava i suoi spettacoli teatrali, che vedeva 
vuoti i suoi « restaurants » e i suoi caffè, Parigi, a un 
tratto, è diventata quello che è nei suoi più brillanti 
giorni di primavera. Parigi ha riveduto tutte le sue don- 
ne, Parigi ha riavuto tutte le sue signore, di ogni ceto, 
e con esse son ritornati gli uomini che ne erano assenti, 
e quelli che erano qui si sono svegliati e una gran ri- 
surrezione di gioia fa luminose le vie di Parigi, dalla 
Butte di Montmartre agli Invalidi, dal Monte Valeriano 
alle rive della Senna, lontano, laggiù, laggiù, ove il gran 
tìume sparisce. Tutte le donne, tutte, hanno avuto un 
brivido di curiosità, di simpatia, di affetto, perchè Elena 
Regina qui dovea venire: tutte, anche i « trottins » della 
« rue de la Paix » che, ieri, disertarono le grandi case 
di moda per veder entrare la Regina d'Italia, tutte, an- 
che le donne del popolo dei sobborghi che sbucarono, a 
frotte, ver.so 1' Arco di Trionfo e che applaudivano, ri- 
dendo, strillando, tutte quante, poiché qui le donne .sono 
tutto e i)erchè quando esse si mettono ad amare una cosa 
o una i)ersona, tutta Parigi si solleva, i>cr amarla. 



* * 

Ed esse dicono: 

— Essa ha degli occhi cosi belli ! 

— lo amo il suo sorriso. 

— E' vero che è cosi buona ? Dio, dunque, le ha dato 
tutto ? 

— .Aveva l'aria commossa, non vi pare? 

— In fondo, le deve aver dispiaciuto di la.sciare le sue 
figliuolette ? 

— Perchè non ha portato le bimbe? 



1 RKAl.I d'HALIA a l'ARKil 89 

— Non vi ricordate? La Zarina condusse anche la sua 
primogenita, l'arciduchessa Olga. 

— Clie festa, se veniva anche Jolanda ! 

— Pare che il Re l'adori 1 

— Lo credo bene I 

— Avete visto come salutava graziosamente ? 

— Che farei, per andare all' Opera : essa deve essere 
bellissima, in « toilette » da serata ! 

— Io ho messo il maggior prezzo, per avere un posto: 
impossibile ! 

— Quanto è giovine ! 

— Che magnifici capelli I 

— E' vero che ama tanto la Francia ? 

— Ah, se avessimo una Regina, anche noi ! 

— ^< Hélas I Hélas I » 

— Non trovate che essa sia un tipo italiano? 

— Orientale, piuttosto ? 

— E' vero che fa dei versi ? 

— E della musica ? 

— Come ha l'aspetto intelligente ! 

— E sereno I 

— Peccato che rimanga così poco ! 

— Adesso, che il ghiaccio è rotto, essa verrà sem- 
pre, qui ! 

— E avrà sempre delle feste ! 

— Credete che ella sia contenta tli tutte queste accla- 
mazioni ? 

— E' così modesta, intanto I 

— Come siete fortunati di avere una così cara creatura, 
per Regina ! 

— Noi ve la invidiamo 

Trianon 

Quale viaggiatore, mai , disceso sino a Napoli , dopo 
che i suoi occhi mortali hanno impregnato la sua anima 
dei profondi, affascinanti e inobliabili paesaggi di Pompei, 
di Sorrento, di Baia, quale mai viaggiatore pensa di vi- 
sitare il Palazzo Reale di Caserta, meraviglia di architet- 
tura, e il suo parco maestoso e solingo e la cascata spu- 
mante che mette un bianco nastro, nel fondo, sul verde 
della collina e discende balzando e si diffonde e si ef- 
fonde, nei larghi bacini di pietra, nelle vaste e ricche 



90 1 RKAI,1 1) ITAl-lA A l'ARlGl 

fontane popolate di statue e si arrotontla, limpida e cri- 
stallina, nei brevi laghi e tutto irrora e tutto vivifica, in- 
torno a sé ? Per gli stranieri, Cook non mette Caserta 
nel suo itinerario e la gran massa, quindi, ignora il pre- 
zioso testimone di reali grandezze che sorge, in fondo al 
grande viale alberato, oltre la stazione: cosi, solo qualche 
rarissimo visitatore straniero vi arriva, poiché il suo spi- 
rito contemplativo amò, forse, sempre, le memorie di ciò 
che fu grande e fu possente, poiché, forse, questo stra- 
niero ha il ribrezzo della modernità e il passato gli sem- 
bra più seducente nella sua malinconia delle cose finite, 
morte, oramai. 

K anche gli italiani, specialmente i più giovani, dimen- 
ticano la reali magnificenze di Caserta, ove in linee co- 
lossali, pure, secure, X'anvitelli espresse il suo genio, ove 
la primavera che non conosce né i mutamenti politici, né 
il movimento delle persone, né la fedeltà dei sentimenti, 
né le infedeltà, mette, ogni anno, nel parco, nei florido 
e i^rofumato giardino inglese, tutta la sua innocente e 
spensierata ricchezza. Ma questa reggia, questo parco, 
questo lusso di marmi, di piante, di acque, di fiori, .sono, 
oramai, .scomparse dalla memoria delle genti: e i Re come 
gli artisti, gli storici come gli uomini politici, gli eruditi 
come i curiosi, nulla più sanno e nulla i)iu vogliono sa- 
pere della mirabile opera vanvitelliana e di tanta beltà 
delle cose e dell'arte. 

La nostra piccola Ver.sailles, poiché Ca.serta merita que- 
sto nome, ove un'altra arciduche.ssa d'Austria portò i suoi 
passi sulle erbe molli delle aiuole, e odorò i fiori e chinò 
il suo volto sulle chiare acque una arciduche.ssa sorella 
di Maria Antonietta, la piccola Versailles che, pure, pos- 
siede la magia duplice, (piella della bellezza e quella delle 
sugge.stive memorie, cede alla profonda solitudine, all'ab- 
bandono, all' oblio : la piccola Versailles che tanto do- 
vrebbe attirare, non solo per gli aspetti |)iù svariati e no- 
bilmente estetici, ma j^er le ombre oramai lontane, lon- 
tani.ssime del pa.ssato, non ha nessuno che l'ami, che la 
prediliga, che la indichi ad altri che potrebbero amarla 
e prediligerla. Es.sa non sjjari.sce, completamente, jioichè 
troppo po.ssente e durevole e direi quasi imperitura é 
l'a.ssisa ove collocò la reggia Vanvitelli, poiché non si 
può impedire alla primavera di rifiorire tutto il parco e 
i giardini e non si jniò impedire alle accjue di zampillare 



1 RKAF-l 1) ITALIA A l'ARKll 9I 

ilalla terra e discendere. Se ciò non fosse, la j^iccola \'er- 
sailles sarebbe già scomparsa, non solo dalla realtà, ma 
dalla memoria desfli uomini. 



Preziosamente, delicatamente, i francesi coltivano Ver- 
sailles, nei suoi ricordi di arte, di poesia, di grandezza, 
come uno dei gioielli più fulgidi del passato; e per questo 
singolare equilibrio di idee e di gusti che è nello spirito 
francese, per questo singolare contrasto, magari, fra le 
opinioni, le idee, i gusti, da cui lo spirito francese sa far 
nascere l'armonia, sono i francesi della terza Repubblica 
che, man mano, negli ultimi venti anni, hanno ridato a 
X'ersailles tutto ciò che potea farne più completa, più in- 
ten.sa e più invincibile la bellezza. Un conservatore di 
alta coltura, un innamorato ardente e paziente di X'er- 
sailles. un innamorato postumo ma appassionato di Maria 
Antonietta, Pierre de Xolhac, ha ricondotto, anno per 
anno, con una minuzia da innamorato, e il grande pa- 
lazzo, e il parco, e Trianon, a quello che erano, nel 
tempo del loro massimo splendore, quando Maria Anto- 
nietta vi visse, sino alla sua ora tremenda ; opera lenta 
e certa non di restaurazione, ma di ricomposizione, di 
restituzione, diciamo cosi, che colpisce chiunque vada a 
Versailles. E per le tre o quattro linee che conducono a 
Versailles, per i cinquanta, i cento treni giornalieri, con- 
tinuamente, in tutte le stagioni, ogni specie di folla va a 
visitare questo castello e i suoi giardini deliziosi e so- 
lenni, alcuni solenni e altri deliziosi, e il giuoco delle sue 
acque, spettacolo strano e sorprendente, e quanto vi ha 
di seducente, in nome della leggiadria, in nome della 
poesia, in nome della grazia, in Versailles che fu la di- 
mora di tutte le arti, che fu la custode di tutte le bel- 
lezze e ove il soffio di tutte le grandezze dei Sovrani di 
Francia, ogni tanto, vi scuote e vi lascia pensosi. Pen- 
sosi ! L'ambiente possiede tutti i fascini per attrarre ogni 
anima più diversa, qualunque sia la sua essenza spiri- 
tuale; ogni anima più caratteristica, da quella che palpita 
solo al trionfo delle linee e dei colori a quella che freme 
solamente per il trionfo di una idea, anche se questa idea 
sia già morta e la sua eco i.stessa si sia dileguata dal 
mondo, dall' anima che ammira la forza della volontà. 



92 I RKALI I) ITALIA A l'ARKil 

ovunque essa si manifesti, a quella che s' innehria solo 
delle parvenze esteriori. 

(Jgnuno è preso da Versailles, per qualche mistica cor- 
rente che ha nello spirito, ]>cr qualche inclinazione i)ar- 
ticolare e segreta del cuore: ma ninno che non senta la 
malinconia di ciò che fu, di ciò che mai jìiu sarà, nel 
tempo e nello spazio, di questa morte nella vita, le cose 
che più non sono. Chi mai non si .sentirà jìreso dalla 
grazia fine e .squisita di Trianon ? Chi non sognerà, di 
nuovo, quel sogno di rusticità eleganti.ssima, di sempli- 
cità cami)estre aristocraticamente ammantata di seta, di 
merletti, di nastri e di gioielli, quel sogno di una vita 
candida e ingenua, sui prati, fra i fiori, nelle fattorie, 
intorno al mulino, pre.ss(j il [presbiterio, ma tutto ciò fatto 
apposta, voluto apposta, ila una Regina che amava di fin- 
gersi pastorella, da dame che adoravano di esser prese 
per contadinelle ? Trianon ! Chi mai jiotrà dare il senso 
della vostra beltà e tlella \(isira intlicibile tristezza ? Oue- 
-sto primo grido di ammirazione, questo ])rim(i sorriso di 
cara sorpresa, vedendovi, Trianon, chi lo renderà, mai, 
se, più tardi, ma non troppcj più tardi, un .senso di sot- 
tile e cheta angoscia sorge, sorge e si distende e rav- 
volge ogni altra impressione ? Trianon I Maria Antonietta 
vi ha passato le più dolci ore della sua \ita; e se tante 
altre figure sovrane, reali, principesche vi vagano ancora, 
fra il grande palazzo e i piccoli padiglioni, .se cento av- 
venimenti della storia francese, nella sua vita della dina- 
stia e in quella del suo popolo che vi era strettamente 
legata, vi si sono svolti e i soffitti dipinti magistralmente 
e le stoffe delle i)areti e le grandi statue tlai larghi gesti 
immobili hanno tanto visto, troi)po visto, nel palazzo e 
nei viali e nei paiiiglioni, è sempre lei, .sempre Maria An- 
tonietta, di cui l'omlira si erge, nella vostra fantasia, a 
Versailles, a Trianon. Leggete nella sua storia, nelle 
cento cronache che di lei .scrissero e scrivono coloro che 
l'hanno ammirata e coloro che l'iianno odiata: qualunque 
sia lo scrittore, un divolo ili questa bizzarra e mulianiiue 
figura di donna e di Regina, o un suo accanito detrat- 
tore, voi vedrete che lo spirito di ([uesta .Sovrana non fu 
mai tranquillo e che il suo cuore fu semi)re inquieto. Si 
i' detto, si dirà tutto ili Maria Antonietta, in bene, in 
male, più in bene che in male, poiché ella ha più inna- 
morali [ìostumi che critici feroci: ninno oserà chiamarla 



I RKAI.l \) ITALIA A PARIOl 93 

incosciente. « Tutto » o 1' « onil^ra di tutto » le faceva 
come un incubo, sull'anima che rabbrividiva ai presen- 
timenti: ed ella ha cercato l'oblio, anche di un tjiorno, 
anche di un'ora. 

Trianon I X'e.stita di bianco, leggermente, a piedi nudi, 
con un largo cappello di paglia sul capo, Maria Anto- 
nietta amava di correre, al mattino, prestissimo, nei pra- 
ticelli di Trianon, molli di rugiada: e bere il latte allora 
munto nelle scodelle rozze: e pas.sare la giornata nella 
fattoria, in lavori campestri: e, all'ora del tramonto, dan- 
zare innanzi alle casette pastorali, sulle rive del ruscello, 
al suono della cornamusa. La tempesta incalzava a Pa- 
rigi, nella Francia, e lentamente la monarchia si disfa- 
ceva, non per i suoi errori presenti, ma per la somma 
degli errori passati e anche per quel senso ultimo della 
fatalità che tocca, specialmente, le altissime cime della 
potenza. Trianon le versava, ogni giorno, con le sue pa- 
storellerie artificiose e garbate, coi suoi spettacoli inno- 
centi e puerili, con questa commedia gentile e piacente, 
Trianon le versava quel filtro dell' oblio che chiedono 
tutte le esistenze profondamente turbate, che invocano, 
sino all' istante del crollo supremo, tutti coloro « che 
.sanno » di camminare verso una tragedia immensa, di cui 
ignorano, forse, i dettagli orriiiili. ma di cui misurano 
tutta la entità. 

Trianon I Costei che fu si infantile e frivola e leggiera, 
nel vostro paesaggio di frivolezza trovò tutta la sua fer- 
mezza, la sua forza, il suo saldo coraggio nell' ora tre- 
menda: e giammai donna, forse, sei:)pe cosi nobilmente 
morire, scontando, certo, peccati che non aveva com- 
messi e scontandoli cosi crudelmente, perchè un premio 
eterno non fosse riserbato a un cosi ingiusto martirio 1 
E forse queste apparenze di raffinata grazia che fanno di 
Trianon una delizia, forse questa finzione di ingenuità e 
di naturalezza primitiva, insieme a tutte le seduzioni che 
dà il lusso, la ricchezza e la potenza, aiutarono singo- 
larmente a vivere Maria Antonietta: colei che, in tutta la 
vita, non ebbe altro segreto terrore che quello della morte 
e che fece della morte il suo capolavoro. 

E adesso, nel giorno incerto, fra un po' di sole, molte 



94 > ki:ai.i d itai.ia a I'ARIGi 

nuvole e molti scrosci di pioj^yia. nel «giorno in cui Klena 
Regina ha lungamente visitato X'ersailles e si è fermata, 
più a lungo, a Trianon, che avrà ella mai provato? 
Quale idea, mai, dietro la sua fronte bianca ? Chi Iosa! 
Elena Regina non è solamente buona, ma saggia: e a- 
vrà, forse, pensato al precipitoso mutamento delle cose 
e delle persone. Tutto ciò che X'ersailles ha visto, è cosi 
lontano, cosi diverso ! Tutto ciò che avviene, ora, a Pa- 
rigi, è cosi profondamente diverso da quel che avveniva 
dieci anni fa ! E le anime si cangiano; e si trasformancj 
i sentimenti; e ogni giorno porta la sua ])arola novella; 
e la sa\ia Regina lo sa. 

Nella luce 

\'i è un aspetto di Parigi, uno dei tanti, che porta in 
se un incanto possente e durevole: e la fantasia beve, da 
questo aspetto originale, vasto e si)lendente. un filtro che 
la inebria. E' alle otto di sera : da quel cuore largo e 
fervido di Parigi che è la piazza dell' C)])éra, i)er quelle 
sei vie che ne partono, come i raggi di una stella, a si- 
nistra sino alla fine dei grandi « boulevards », in lonta- 
nanze quasi non percettibili, a diritta sino alla Rite Roya- 
le ; di fronte, per \'ia de la Pai.\ sino alla piazza \'en- 
dòme, sino alle Tuileries, di fronte, per via Quattro Set- 
tembre sino al fondo e di fronte, sempre, per la immen.sa 
« avenue » dell'Opera, sino laggiù, laggiù, al Louvre, ai 
lati, per tutta via Lafayette e per tutta la via Scribe: nel 
momento in cui tutti rientrano in casa per pranzare o ne 
escono per recarsi a teatro: in un'ora, dunque, in cui la 
circolazione degli equipaggi, degli automobili, degli « om- 
nibus », delle biciclette assume un carattere babilonico : 
in cui la circolazione, a piedi, ò il movimento delle pro- 
fonde e rinnovantisi onde di un oceant) di gente. Allora! 
Tutti i magazzini, grandi, alti, scintillano di lumi sul da- 
vanti, nelle vetrine, nel fondo delle botteghe e, molti di 
essi, traboccano di luce: tutti gli « ateliers *, gli urtici, i 
laboratori, i circoli, i « clubs », gli alberghi, le pensioni. 
le trattorie, collocati negli elevati primi piani, mandano, 
dai balconi, dalle finestre, dalle verande, dalle aperture 
ili galleria, fasci ili luce e attirano gli occhi, anche più, 
con le mille insegne luminose, anche lassù, ai terzi piani, 
sulle terrazze: tutti i giornali, tutti i cosmetici, tutti i ri- 



I RK.M.I I) riAI.IA A PARICI 95 

medi, tutto ciò che si offre, che si vende, tutte queste 
cose e altre ancora mettono, in giù, in su, di lato, di 
fronte, in aria, quasi nelle nuvole, le loro fascie luminose 
che si accendono e si spengono, ogni minuto, di tutti i 
colori, come ammiccassero, continuamente : agli angoli 
delle vie, a tutti i crocicchi, i teatri, i « café-chantants », 
i balli pubblici, mettono delle strisele luminose, ove è il 
loro titolo o il nome della diva in vedetta: e rosseggiano, 
verdeggiano di lumi le carrozze, gli automobili, le bici- 
clette, e da ogni angolo, da ogni lato, da ogni cantuc- 
cio, la luce sorge, emana, si dilata, diventa un mare, 
diventa un fulgore crescente che vi sorprende, vi vince, 
vi stordisce, vi abbaglia. Ora profonda, intensa: ora di 
bellezza e di forza: ora di vita: ora di una vita immensa, 
palpitante, ricca di energia e di gioia, in cui se nella 
vostra anima esiste una idea, essa scintilla in voi come 
un faro, in cui se in voi esiste una passione, essa di- 
venta una lava di fuoco. 

Con quella mirabile genialità che è il carattere speciale 
della loro fremente intelligenza, perchè non solo i Sovrani 
d' Italia godessero uno spettacolo, certo, mai visto, ma 
perchè il buon popolo di Parigi partecipasse a tanta gioia 
e perchè ne risultasse quell'ambiente di tripudio e di en- 
tusiasmo che solo la gente latina sa dare, le illuminazioni 
delle maggiori vie non hanno fatto che centuplicare 1' a- 
spetto appena descrittovi, pallidamente, e che sempre se- 
duce e conquide colui che qui viene. Mai focolare di luce 
fu più fulgido e più ardente, mai la notte su Lutezia vide 
così farsi fioche e sparire le stelle, poiché la terra era 
una luce sola. Erano, sulle case, archi, arabeschi, lettere, 
fiori, parole di luce: erano, in alto, sul nero del cielo, 
strisele, ghirigori, volute di luce: erano, sulle botteghe, 
sugli edifici, sui monumenti, dei ricami cosi splendidi che 
gli occhi si abbacinavano a seguirne i contorni: erano, 
in mezzo alle strade, sostenuti da fili invisibili, da pali 
invisibili, stelle vivide, ghirlande vivide, festoni vividi : 
erano, in tutte le forme più fantastiche che una gaia im- 
maginazione decorativa può creare, la luce che colpisce, 
che eccita, che esalta, che vi dà l'ebbrezza degli occhi. 
E non la luce bianca, quella della prima aurora meridio- 
nale: non la luce morbida dei crepuscoli nordici: non la 
luce fredda e gelida che agghiaccia: ma una luce diffu.sa 
in cento bianchezze diverse: ma una luce tra.sparente da 



96 1 RKAI.I IJ ITALIA A l'ARKM 

mille colori diversi, ma una luce passante attraverso tinte 
violente o fini, in modo da formare i contrasti più spic- 
cati. Fiori, frutta, foglie, tutto era trasparente e in ogni 
rosa e in ogni pomo, la luce elettrica era racchiusa, come 
un' anima in un corpo: ma in un corpo lieve, sottile e 
trasparente come l'alabastro: e i fiori, le frutta, le foglie, 
a tralci, a fasci, a festoni, andavano in corone, in gruppi, 
in mazzi, in mazzetti, andavano, lungo le vie, mettendo 
questa flora lumino.sa sul fondo della città, elevando que- 
sta lumino.sa flora verso il cielo. 

Dappertutto ! Dal P'aubourg St-Honoré ove sorge il 
palazzo del Presidente della Repubblica, sino al Quai 
d' Or.say, ove i Reali abitavano e ove vedevano i mille 
lumi riflettersi nella Senna, dai Campi Elisi alla Made- 
leine, dal « Boulevard des Italiens » air« Hotel de X'ille », 
al maestoso palazzo della Città di Parigi, sino agli Inva- 
lidi ove Napoleone il Grande, colui che più di ogni al- 
tr'uomo, nel mondo, volle la grandezza della ^"rancia e 
la gloria di Parigi, sino al Trocadero che vide i trionfi 
delle esposizioni francesi, dappertutto, la città rifulge nei 
colori forti o delicati delle sue decorazioni, rifulge nelle 
sue striscie di luce che ne cingono le linee, rifulge in 
questo colo.ssale disegno di luce che j)are ideato dalla 
niente di un gigante innamorato dello splendore, eseguito 
da gigantesche mani obbedienti a una imperiosa volontà. 
E, bizzarramente, la luce ora si fa elegante, squisita, se- 
contlo il gusto del decoratore, ora diventa ricca, lussu- 
reggiante, secondo la magnificenza di chi la volle ; ora 
diventata un giardino fatato, come via ticlla Pace, ora un 
viale cartaginese degno delle feste nuziali di Salammbò, 
come neir« avenue » dell'Opera, ora una fucina ardente 
come la piazza dell'Opera, ora un richiamo .sottile, lon- 
umo. come verso la piazza tlclla Concordia. Dappertutto! 
Non si cammina come in pieno giorno: è un'altra co.sa: 
è una luce ili .sogno: è una luce di visione: è una luce 
irreale: tanto che, a poco a poco, gli altri .sensi perdono 
il contatto della realtà: e par di camminare, come in un 
j)aesaggio meraviglioso ma sconosciuti), fra gente di altra 
razza, di altro nome, gente ignota, che, forse, non si ri- 
vedrà mai; par di camminare in un'atmosfera differente. 
j)rolondamenie iliver.sa, in un'aria più lieve, non toccaiulo 
I)iu terra, in un giardino dai frutti stravaganti, ilai fiori 
che niun poeta cantò mai, verso uno .scopo misterioso. 



1 RICALI 1) ITALIA A l'ARKil 97 

setrreto, verso uno scopo che jiar circondato da tutte le 
1 usi n f^li e dell' I r real tà . . . 

E una folla incommensurabile si è riversata, di sera, 
nelle vie di Parigli: folla non brulicante, ma densa, ma 
fìtta, ma folta, ondeggiante nella luce e il cui Hutto clie 
parea venisse da non so qual singolare oceano, non s'in- 
terrompeva mai. Dovunque, i capi degli uffici, i padroni 
di bottega, i direttori ili officine, i capi dei laboratori, 
degli opifici, hanno dovuto dar permesso a impiegati, a 
commessi, a operai, a operaie, di andare a casa un'ora 
più presto, per pranzare e andar a vedere le illumina- 
zioni: tutti i grandi « ateliers » hanno licenziato, per for- 
za, più presto di un'ora, le loro lavoratrici, poiché que- 
ste volevano vedere le illuminazioni. Nella casa del ban- 
chiere come in quella del modesto borghese, dalla gran 
signora borghese come dall'artista, si è abbreviata l'ora 
del pranzo, per poter uscire, per le vie, alle otto, alle 
nove. Alcuni teatri hanno abbreviato i loro spettacoli, 
perchè il loro per.sonale potesse godere la vista mirabile: 
e chiunque avesse un balcone ove la via era illuminata, 
e chiunque avesse una ca.sa sorgente in uno dei più bei 
posti di Parigi, ha invitato le sue amiche e i suoi amici 
a venir in casa, e tutti si sono avviati per raggiungere 
queste case, questi balconi; e i giornali che sono, quasi 
tutti, sui « boulevards », eran pieni di clienti e di abbo- 
nati, e gli alberi, persino gli alberi, erano carichi di grap- 
poli umani, per vedere, per vedere ! E il francese che è 
u.scito di casa, per far festa, per divertirsi, fa festa e si 
diverte, come nessun altro popolo mai, neppure l'italiano: 
e la sua gaiezza è .sprizzante, spiritosa, burlona, bonaria, 
incapace di offendere, capace di far ridere anche colui 
che ne sia preso di mira. I giovani, le donne, i vecchi, 
i bimbi scherzano, ridono, si chiamano, si perseguitano, 
si raggiungono, nelle strade, come in casa loro: e il frizzo, 
lo strillo, la burletta nelle parole e nel tono, scoppia da 
tutte le parti. 

Oh quante volte, in queste sere, intorno ai suonatori 
ambulanti di « Santa Lucia » e di « Funiculì Funicolà », 
circondati e applauditi, più che mai, io ho udito il grido 
faceto: « Vive les macaroni ! » E quante volte, sull'aria 
popolarissima del « V'iens, Foupoule, viens », l'altra im- 
provvisata: « Viens, Totor, viens », diretta affettuosamente 
a Vittorio Emanuele, r« ami de Mimile, viens, viens », 



98 I REALI d'iTALIA A PARIGI 

r amico del Presidente della Repubblica. Ma fra questa 
folla immensa, sorridente, urtantesi, nelle strade, il grido 
più popolare è stato, è, ancora, e ancora sarà quello in 
cui .si riassume la poesia, la grazia, la cortesia francese: 
« Vive la Reine ! » Dovunque, per qualunque cosa, que- 
sto grazioso evviva sgorgava, fra i gruj^pi della gente: se 
un equipaggio elegante trascorresse, portando delle si- 
gnore, dietro i cristalli, « \'ive la Reine! »: se un auto- 
mobile elettrico, silenzioso, come un fantasma, fuggisse, 
con una donna dentro, « \'ive la Reine ! »; se una signo- 
rina vestita di bianco uscisse, dall' aver preso il thè da 
Ritz, « Vive la Reine I » : se una signora con un man- 
tello chiaro uscisse, tardi, dal « Café de Paris », al brac- 
cio di un uomo, « \'ive la Reine ! ». E come, poi. non 
scuotersi, e non sorridere, nella strada, fra i torrenti di 
luce e i torrenti di gente, come non ridere, anche, fra 
tanta gente allegra e al grido bonario, cavalleresco e te- 
nero che il popolo francese ha adottato, come non ri- 
spondere, subito, da vicino, da lontano, come un' eco : 
« Oui, cui, vivL' la Reine I »? 

Un saluto 

Tuonava il cannone , continuamente . mentre le car- 
rozze dei Sovrani d'Italia e del Presidente della Repub- 
blica, lasciato l'Eliseo, si dirigevano ver.so la « gare des 
Invalides », nell'ora ultima della grande visita fatta alla 
Francia; e al cannone rispondeva come un'eco profonda 
e sorda di voci che salutavano, che acclamavano, semi)re 
più vicine; sino a che lo strepito della folla giunse, più 
alto del cannone, sin sotto la lunga, stretta tettoia ove il 
nostro cuore di italiani ne avea portati, accanto al vagone 
reale dagli sportelli ai)erti, donde tutta una fioritura odo- 
rosa giungeva a noi, dai fasci di fiori leggiadramejile an- 
nodati che adornavano i saloni della Regina. Fuori, tuo- 
nava il cannone e la folla francese . in mille grida , sa- 
lutava per l'ultima volta i due giovani Sovrani che eran 
venuti, con senso di affetto e di gentilezza latina, in Pa- 
rigi : e noi sentivamo che l'ora fuggiva, che già questo 
avvenimento così bello e nobile e sincero apparteneva al 
pa.ssato. Chi entra nella stazione, è già via, lontano, pre- 
sente ccjii la persona, ancora, ma lontano, via. sulla strada 
de! ritorno e forse, già con l'anima nella città che deve 



I RKALI D' ITALIA A PARIGI 99 

raggiungere : chi accompagna qualcuno alla stazione, per 
una partenza, sente questo distacco spirituale e prova già 
tutta la tristezza dell'assenza, anche se veda ancora il volto 
amico. Che importa il fischio del treno? Tutto è finito, 
prima di quel fischio : tutto è già entrato nel passato, nei 
minuti dell'addio : e già lo spirito si mette a desiderare 
altri arrivi giocondi e affettuosi, altre apparizioni di sor- 
riso e di bontà, già la nostalgia ricomincia, la nostalgia 
acuta di tutte le cose sentimentali. 

Mentre la Regina discendeva le scale della stazione e 
il lieve strascico serico sfiorava il tappeto rosso, mentre 
i suoi piccoli piedi la portavano verso il vagone della 
partenza, mentre Ella si fermava innanzi ad esso e il cer- 
chio si faceva, intorno a Lei e al Re. per gli estremi sa- 
luti, mentre i soldati francesi presentavano le armi e la 
bandiera di Francia si agitava . anche sul nostro capo, 
mentre, sovra, sotto, la folla tenuta in freno, ma non lon- 
tana , gridava ancora : « \'ive la jolie Reine I \'ive la 
Reine Hélène », noi cercammo udire quali fossero le pa- 
role ultime, gli ultimi saluti. Sorrideva dolcemente Elena, 
prima di partire, poiché il minuto, infine, era giunto : e 
sorridendo, tendeva la mano a stringere quella della buona 
e cara « madame » Loubet che le fu compagna fedele, in 
questi giorni, a stringere la mano di Emilio Loubet. l'a- 
mico, oramai, di \'ittorio Emanuele. E udimmo, due volte : 
« Au revoir. madame; au revoir. monsieurl », uscire dalle 
labbra di Elena . mentre si licenziava da Loubet e da 
« madame » Loubet. Dal finestrino, ancora, mentre il treno 
lentamente si muoveva, fra gli applausi e gli evviva, fra le 
mani che si agitavano , la Regina si è curvata e ha ri- 
petuto, non senza emozione sul suo volto : « Au revoir I » 

* 

E con queste due semplici parole , 1' anima un poco 
triste, l'anima un poco stretta, poiché tutte le cose belle 
che spariscono, che si dileguano, danno un senso di an- 
goscia, l'anima che ha la stanchezza che fa seguito alle 
vivacissime esaltazioni, l'anima che si sente, a un tratto, 
rientrando in Parigi, inaridita e solinga, nelle due parole, 
« au revoir », l'anima ritrova ciò che è il suo pascolo, la 
sua serenità, la sua gioia, l'anima ritrova il sogno. Ah si, 
poiché questa cara realtà che tanto noi considerammo, da 



lOO 1 REALI \) ITALIA A l'ARU;i 

anni, noi che fummo innamorati corrisposti della Francia 
•« avant la lettre », noi che sospirammo questa cara realtà 
per tanto lungo periodo di tempo, nei ritrovi famigliari 
con gli amici teneri e fedeli di Francia, noi. loro teneri 
e fedeli amici, poiché la soave e inebriante realtà è finita, 
mettiamoci a sognare l'altra, quella che Elena Regina ha 
voluto esprimere col suo: « au revoir!» Non vuol dire 
molto , tutto . questa forma affettuosa di saluto , questa 
forma che è un desiderio, un invito, una promessa? « Au 
revoir! » Due parole: e tutto un sogno di bene, che 
esse contengono ! Vogliono dire, queste due parole tutte 
graziose, tutte gentili, tutte cortesi, vogliono dire, oltre la 
loro grazia e oltre la loro cortesia: che Parigi è una città 
bella, possente e maestosa, ma che vi ha una città, Roma, 
che ha il suo fascino di forza, di bellezza, di pensiero: 
che il popolo francese è un popolo ammirabile in ogni 
suo slancio di cuore come in ogni fervore della sua mente, 
ma che vi ha un popolo, 1' italiano, il quale sa entusia- 
smarsi a ogni cosa che abbia un grande carattere : che 
il Louvre, X'ersailles, l'Eliseo, gli Invalidi, \'« Hotel de 
Ville» sono lo stupore di chi li visita, ma che Roma ha 
il suo Campidoglio, il suo Pantheon, le sue basiliche, le 
sue Terme e le sue ville, eterni emblemi di dominazione 
ilelle anime per 1' arte : che Parigi ha avuto 1' ospitalità 
più larga e più amabile, vestendosi a festa , per quattro 
giorni, inondando di luce le sue vie, parando i suoi mo- 
numenti e i suoi teatri , ma che Roma racchiude tesori 
di f>spitalità per chi viene a visitarla, con simpatia umana, 
con senso di amore. 

l'arigi e Roma: ecco il sogno: ecco r«au revoir» 
della Regina. Vale a dire, fra non molto, il compimento 
non solo ufficiale, non .solo diplomatico, di questa visita : 
* au revoir», cioè la visita di Emilio Loubet al Re d'I- 
talia, alla Regina d'Italia, la visita di Emilio Loubet al- 
l'Italia^ la visita della Francia all'Italia. Poiché il treno 
è fuggito via, verso Bourg , verso Modanc , poiché esso 
pas.sa la frontiera, l'ha pa.ssata, è in Italia, poiché il no- 
stro cuore é malinconico di tutta questa gioia spirituale 
involatasi, .sogniamo j^er rinascere, nel .sogno, sogniamo 
per riprendere tutte le nostre speranze, ma per rifare la 
mistica trama che lega il .sogno alla vita. « Au revoir ■• : 
cioè in Roma . nell' alma Roma che tanto vide e tanto 
ancora vedrà e in cui lo spettatore più scelti*" ricove 



1 RICALI I) ITALIA A l'ARKil lOI 

impressioni indimenticabili ; in Roma, cioè, dove la gio- 
vine nazione, sempre più vigorosa, tende le braccia amo- 
rose a quelli che 1' amano novellamente o che 1' hanno 
sempre amata; in Roma, cioè, ove dal palazzo del Qui- 
rinale in cui la famiglia sovrana è alla testa, come esem- 
pio, come guida, di tutte le famiglie italiane, al palazzo 
Margherita , ove vive la più grande fra le Regine e la 
più nobile fra le vedove; in Roma , cioè, ove dal Cam- 
pidoglio al palazzo del Parlamento , la storia moderna 
s" innesta, fra la latinità e T italianità, alla storia antica. 

« Au revoir ! » La coppia reale ritorna in patria, rientra 
nella casa sua, ove, dalla soglia, aspettano, sorridendo, le 
due figliuolette vivide e leggiadre, e sente di aver fatto 
cosa buona per la nazione, per la dinastia : e mentre il 
tempo trascorre, essa prepara l'ospitalità a colui che deve 
entrare, in Roma, salutando la terza Italia, ospite del suo 
Re. Cosi ! II brav'uomo che dalla sua Montélimar è ve- 
nuto a Parigi, e col suo talento e col suo carattere , ha 
la.sciato la sua casa di lavoratore modesto e tranquillo , 
per andarsi a coricare all' Eliseo, come Presidente della 
Repubblica . il piccolo uomo dalla barba bianca e dagli 
occhi dolci e arguti, colui che , bonariamente i francesi 
chiamano « le pére Loubet » o più popolarescamente « Mi- 
mile », l'onest' uomo che meritò la suprema magistratura 
sopra quaranta milioni di francesi, si appresta, dalla sua 
parte, a ricambiare con larghezza la visita reale, a Roma. 
La Regina che sa, voleva dire questo : Ecco, noi vi aspet- 
tiamo, colà, laggiù, nel nostro bel paese, in quel paese 
che da centinaia di anni seduce tutti i cuori e tutte le 
fantasie degli stranieri : vi aspettiamo noi , ma , sovra 
tutto, vi aspetta Lltalia, vi aspettano gli italiani : vi aspet- 
tiamo, tutti, per dirvi quanta emozione profonda ha dato 
a noi, air Italia, agli italiani l'accoglienza di Parigi; vi 
aspettiamo, in Roma, in questa città sacra e grande, in 
questa città materna che tutto sa intendere, tutto apprez- 
zare , e su tutto sa diffondere la sua grandezza e la sua 
maestà. In Roma I » 

Ah, r ora è vuota e solitaria : il nostro cuore ha una 
profonda , intima malinconia , esso è stanco perchè ha 
troppo palpitato ; le nuvole si abbassano sovra Parigi , 
fra poco cadrà di nuovo la pioggia ; tutti i monumenti 
sono ravvolti di bruma; e una folta nebbia ci racchiude, 
ci ravvolge, a.ssorbendo colori, linee, suoni, voci, tutto, 



102 I REALI D ITALIA A l'ARlGI 

una folta nebbia. Solo, il mite saluto ripete ancora : « Au 
revoir I » E ci parla di una giornata tutta azzurra , nel 
grande cielo latino, nel sole che riscalda e che illumina, 
sovra Roma, in Roma, dalla immensa campagna che la 
fascia alla grande cerchia dei suoi monumenti e delle 
sue case; di una folla impaziente e fremente; fra i suoni 
delle trombe militari , delle musiche, fra i canti , fra il 
rumore alto delle artiglierie; e in quella Esedra di Ter- 
mini ove Diocleziano mise le sue delizie e ove si svolge 
la linea imponente della terza Roma, il primo magistrato 
dell'Urbe, venire incontro al Presidente della Repubblica 
francese che entra in Roma, accompagnato dal Re d' I- 
talia, e che liberamente , fraternamente , penetri nel pa- 
lazzo liei Quirinale , ])er dimorarvi , in ospitalità gradita 
e dolce. Sia cosi : e sia i^resto : e che questa seconda 
.sanzione suggelli un patto che non ha bisogno di al- 
leanze scritte o promesse , che non ha bi.sogno di pro- 
tocolli conservati preziosamente negli archivi , poiché è 
basato sovra qualche cosa di più saldo , di più intenso 
che è il sangue latino, che è lo spirito invincibile della 
razza : e che questa visita faccia obbliare altre relazioni, 
altre tristezze, immeritate e ingiuste : e che quanto l'Ita- 
lia, allora, farà, in onore di Emilio Loubet, sia il .segno 
mistico dell' affetto riconoscente. Sia , sia ! Sulla .sottil 
tela liti gentile saluto , ricamiamo tutto il nostro sogno 
scintillante di ori e di argenti abbaglianti , fulgido di 
gemme mai viste , ricamiamo un sogno che acqueti l'a- 
nima e che so.spinga la fantasia sulle cime della visione, 
ove solo essa vive , ove .solo ci po.ssiamo consolare 
della vita I 

Matilde Serao. 




Gioia nova 



(i; 



^^o so, non vi son lacrime né baci 
né addii dolenti né carezze estreme 
pei volontari della Morte: teme 
anche il dolor gli oroscopi mendaci. 

Fin la lusinga d' un rimpianto geme 
spezzata sopra i ruderi pugnaci ; 
solo alla porta di quei foschi audaci 
la larva dell' Oblìo vagola e freme. 

Pure è sì dolce, in mezzo ai dì sereni, 
dopo mille sconfitte una vittoria 
cogliere in cima al fragile Pensiero 

e, folgorando in sé tutta la gloria 

d' un voler che sovrasta al mondo intero, 
stoicamente chiamare: — o Morte, vieni! 

Argelo Vittorio Napodano 



(i) Da un volume di versi di 
prossima pubblicazione , dal ti- 
tolo: J'erso la pace. 



Lettere a Illa 




i:N"n, Illa. Se la vendeUa era il piacere cleg:li 
4.'— ^ '^^^■'' '""^ ^"'^^ tutto è finito e del passalo non 
>(jW»Ì/ rimane più nemmeno il rimpianto, il mio solo 
«^^> "^ gt)tlimento. dopo tanti momenti tristi, è que- 
sto, è il pensiero che, ricordandoti uno per unt) tutti i 
jfiorni passati, tutte le promesse non mantenute, tu |)Ossa 
sentirne il pentimento o il desiderio . e , rivivendo nei 
baci o nelle buji^ie, pensare che niente jiiu rimane ili quel 
tempo, nemmeno la mia stupidità. 

Quando .saltasti jjiu dal treno , non gìk leggermente 
j)erchè. mio Dio I, non .sei poi troppo magra, ma sorri- 
dendo di quel tuo sorriso cosi maledettamente hello, non 
.seppi trovare una parola .sola , e poiché la tua vanità 
non si appagava . mi chiedesti : « Nemmeno un compli- 
mento mi fai?».... E non pensavi che nessuno dei tanti 
vagheggini che ti fanno la ruota intorno avrà mai saputo 
rivolgerti un complimento più eloquente ili quel mio si- 
lenzio ammirativo..! 

Tante co.se erano cambiate in quegli anni che non ci 
vedevamo ; sempre amici e cugini ( cugini per modo di 
dire, sai ? , perchè in fondo la nostra parentela sarebbe 
assai poca cosa, se non fosse l'amicizia ilelle lamiglie ), 
buoni amici anche , ma non altro , e mille sorprese ci 
aspettavano in (luell'incontro dopo due anni. 

La prìnìa, ricordi?, quando vedesti il riiratt»» della mia 
fidanzata e srntisti che i tanto bella e ihe ci volevanio 
tanto i)cne 



I.ETTKRK A 11. LA 105 

P'orsc allora il tuo orgoglio di regina delia bellezza si 
senti umiliato che osassi ribellarmi all'incontrastato trionfo, 
e volesti sperimentare la tua forza anche su me che in 
passato ero rimasto sempre insensibile alle tue seduzioni... 
Ed eccomi coi miei ventiquattro anni in lotta contro le 
arti di una raffinata civetteria. 

Quel giardino cosi bello e profumato fu il campo della 
tua vittoria. Lì. per la prima volta, sentii svanire i miei 
propositi , la mia forza , quanilo dalle tue parole velate 
intravidi la speranza di un bacio... 

Dio! sono giovane, sei cosi bella, d'una bellezza ter- 
ribile e cattiva, come il profumo di certi fiori , un pro- 
fumo che esalta e uccide... Ali allontanai col sangue che 
fremeva alla nuova speranza; come un ubbriaco corsi a 
casa mia, mi rifugiai sotto lo sguardo dolce e buono della 
mia fidanzata, dal gran ritratto, e mi domandai che cosa 
facevo, a che mi avrebbe condotto la via in cui mi avven- 
turavo, e una folla di paure e di rimorsi mi agitava già 
la coscienza. 

Era forse l'ultimo resto di ragione, l'ultimo perchè al 
solo vederti scordai ogni proposito. « Tanto, pensavo, 
sono forte e non cedo : sarà una scappatella che Ada 
ignorerà .seni pre . . . 

Scappatella ? Quella notte tutti dormivano ed eravamo 
soli noi due intorno ad un tuo disegno; mentre le mani 
mi tremavano e segnavano 1' una suU' altra delle linee 
a caso, .serpeggianti; mentre le tue parole negavano e i 
tuoi occhioni mi guardavano, mi incoraggiavano, io mi 
perdevo in un' ardente preghiera , di cui chi sa quante 
volte, pen.sandoci , hai riso dopo. E sia ! Ma io ebbi il 
tuo bacio, ma tu cadesti fra le mie braccia con una 
mos.sa di studiato abbandono; sentii tutta la tua persona 
stretta a me, sentii il fresco della tua guancia vellutata 
sulla mia, il profumo delle tue labbra umide serrate 
sulle mie; sentii i tuoi fremiti sotto quei miei baci in- 
fuocati, in.saziabili , che ti ricreavano 1' anima , ti scuo- 
tevano le fibre, quei baci che a te, più fredda del mar- 
mo, sicura di te stessa e dei tuoi nervi , pure ti da- 
vano i brividi e ti facevano rovesciare all' indietro, cosi, 
la bella testa in un lungo spasimo... 

Dio, che momenti ! Avrei dato , darei ancora la vita 
intera perchè fossero eterni. 

-Ma che dico ? Non credere, non mi credere ancora 



I06 I-ETrERK A ILLA 

COSÌ debole. Guarda: chiedo un bicchier d' acqua , e la 
febbre è passata... Vedi come sei poca cosa ora per me?.. 

... Cosi cominciò 1' idilHo e la fatale di.scesa era trop- 
po fiorita di rose, perchè non la percorressi sempre de- 
siderando, sempre chiedendo. Quale volta , quale volta 
la tua bocca non ebbe baci per me; quale volta, mentre 
la febbre del desiderio, in lotta con la ragione, mi dava 
.sconnesse parole deliranti, quale volta la tua mano ca- 
rezzevole, la tua voce ad arte infiochita non cercava di 
calmarmi, concedendomi quanto ancora , nella tua co- 
scienza di sij^norina viziata, potevi concedermi di baci, 
di abbracci, di strette sapienti... 

Cosi, piano piano, il ritratto della mia fidanzata scom- 
parve , prima dietro un velo , poi scomj>arve del tutto ; 
cosi, la prima volta bugiardo , mi finsi ammalato e non 
le .scrissi più , e le sue lettere tristi e purtroppo indo- 
vine le leggevo appena... 

Le ultime esitanze dileguavano. Ma la notte, nei son- 
ni affannosi e interrotti, non avevo più pace. L' imma- 
gine cara, sempre cara, della mia povera Ada mi appa- 
riva con voce di rimprovero, e nella duplice co.scienza 
ero insieme accusatore e avvocato, giudice e vittima. Un 
bagliore di ragione mi mostrava l'abi.sso cui andavo in- 
contro, r inanità di ogni progetto , la nece.ssità di tor- 
nare i)re.sto sulla via buona , di vincermi , ili tornare al 
pas.sato... Ma era un lampo. 

M' apjjariva il' un tratto la tua figura , così provoca- 
trice, mi balenava il ricordo dei tuoi baci , e di nuovo 
il sangue mi si ribellava, e non più la ragione . ma il 
cuore, for.se i nervi tornavano a te , non chietlendo che 
i baci tuoi, ancora, sempre ! 

E tu for.se a quell' ora, pen.sando alla \ittoria già quasi 
completa, ridevi e ti compiacevi con le stessa del nuovo 
trionfo; forse, come so che fai, ti baciavi da .sola le brac- 
cia morbide con pallidi baci impudichi... 

Poi la storia precipita. Appena ti accorgesti che per 
me eri divenuta inilispen.sal)ile , vedesti cessati .scrupoli 
e lotte, e la fidanzata abbandonata, e la coscienza morta, 
pensasti che la vittoria era completa e il tuo compito 
finito. Appagata la tua vanità, che importava del resto ? 

Che imi)ortava se una fanciulla candiila e l)uona ver- 
sasse amare lagrime sul suo gentile .sogno svanito , che 
importava se nel mio cuore fosse 1' inferno , se i miei 



LETTERi: A ILLA IO/ 

sensi erano ridotti ad uno solo : un desiderio sfrenato 
di te , di quella tua arte di maga , che a me , uomo e 
e non più bambino , insegnava quasi dei segreti di vo- 
luttà... innocua, della raffinatezza di piacere? 

Certe profondità oscure dell' anima femminile hanno 
misteri inesplicabili. La Carmen abbandona un amante 

per un altro : tu nemmeno quello: il rivale era una 

rivale ! 

Sento che il sangue mi si rivolta a questo pensiero : 
che hai tu nel cuore, nel cervello, nella coscienza ? 

Ecco : una signora divenuta presto l'amica indivisibile, 
compagna di passeggiate, di giuochi, di pranzi; emula, 
ma vinta, in bellezza , in civetteria , lei viziata da un 
marito imbecille, tu da un educazione debole e falsa. 

Strette da un'amicizia sempre più intima eccovi nella 
gara a chi ha più adoratori , a chi lancia le più ardite 
parole, i più eleganti doppi sensi, le più provocanti ar- 
guzie. 

Io stordito, perduto nel cerchio degli stupidi vagheg- 
gini, ridenti come oche alla pappa, mi ritraggo indietro, 
indietro, pauroso... 

Un orrendo sospetto cominciava ad apparirmi, invano 
scacciato : Che sia la fine?... Ed è possibile che 1" ami- 
cizia per una donna possa far dimenticare tutto, tutto? 

È possibile?... mi chiedevo quando i momenti che pri- 
ma mi consacravi divenivano man mano più radi e svo- 
gliati... Te ne chiedevo con una sconsolata preghiera 
negli occhi, e tu ridevi, spallucciando, o adducevi il pre- 
testo dei nervi, e correvi da lei... 

Da allora, addio, a pricipizio!... Addio, lettere brucianti 
che avrebbero dannato un anacoreta e che leggevo cento 
volte con uno spasimo sempre nuovo di tutto me stesso, 
addio ore eterne e pur tanto care di ango.sciosa attesa , 
ore beate di ricordi , mentre ancora il tuo profumo mi 
inebriava tutto e mi dava le vertigini.,. Addio a tutto ! 
Nello stesso giardino, dove prima concepii le ardite spe- 
ranze, ora eravate a braccetto, in languide movenze ab- 
bandonate, ridendo come due amanti... e in quel canto 
oscuro vi baciavate!!... 

Che dirti ? Vi baciavate ! \'i vidi io nascosto, tremante 
alla strana scoperta, incapace di attribuirvi un valore, un 
significato ; vidi quei baci e ne tremai... E da allora il 
morboso idillio è continuato, cre.sciuto vertiginosamente... 



I08 I.KTIERK A ILLA 

Con lei luti(j il tjiorno,. tutti i giorni a lei carez/c e 

baci . 

Io vc'kI lavo intere le iKitti, in un cjrri bile .senso di di- 
sgusto, di gelosia, di disperazione... e l'indomani, palli- 
do, sconvolto, vile, ti domandavo .se ero ancora per te 
quello di prima. 

— .Non siamo stati i^er tanti anni buoni amici ? mi ri- 
sptjndesti una volta, nervosa. Lo saremo ancora 

Non o.siii chiederti altro. 

iÌTii è finito, vero? ora dici che eravamo riilicoli, due 
amici!, che hai paura di tuo padre che non ci scopra o 
di tua madre che non .sappia, ed al mio grido disperato 
di ilolore minacci di non rispondermi nemmeno più, se 
oso ricordarti il pa.s.sato. 

Invece te Io ricordo, vetli, a tuo di.spetto e a tua ver- 
gogna , e ti stìilo . jierchè .sono ormai fuori ilal giogtj, 
I)erché i tuoi baci falsi non mi attirano più... 

.Si. erano preziosi, i)erch6 .sei terribilmente bella, per- 
chè hai un'infernale arte di baciare e di stringere , di 
conceilcrc e di negare , perchè hai saputo legarmi a te 
da vincoli che non potranno mai i)iii spezzarsi... 

.Mai? Oh, Illa! Per le lagrime sante di «quella povera 
Ada davanti a lui nemmeno in ginocchio potresti stare 
e che ho pur troppo perduta per te, per k- ore di mar- 
tirio , senza nome che mi hanno consunto nel corpo e 
nell'anima, ti giuro che sarai infelice e maledirai le 
stessa . 

Quel giorno cercherai qualcuno cui itjiifularti, cui a|>- 
I>oggiare 1' anima stanca , tiebole , impaurita... Ma non 
troverai allora l'amica ilei tristi baci che ti ilarà un consiglio 
buono, che ti offrirà una parola ili conforto, non trove- 
rai nessuno, nessuno K ilt)vrai scegliere a ca.so, fra i 

tuoi ailoratori già intiepiditi che ancora ti corteggeranno 
per im resto di bel!ezza sfiorita o per le tue ricchezze... 
li lui ti sjioserà, forse, e ti darà tlieci giorni tli illusioni, 
e poi tornerà alla vita cui era abituato e ti farà versare, 
una ad una , tutte le amare lagrime disperate che ora 
piango IO. 

.Ma la mia vendetta comincia da ora: guarda le bian- 
che spalle belli.ssime... \'i vedi ancora i segni dei miei 
ba<i? Kd io rido; leggo (pialcuna delle parole più inco- 
r.iggianti. e rido delle tue bugie, ilella niia pan-satu .stu- 
pidaggine, perfino della tua ingenuità nel lasciarmi dei do- 



I.KITKRK A II.I.A I OC) 

fumcnli simili, senza pensare die il vile che ha abban- 
donato cosi la fidanzala potrebbe con quelle carte com- 
promettere te 

Hai avuto paura?.. \'ìa, sta sicura, non ne farò nulla: 
rido invece tl'un riso convulso che sentirai anche tu ila 
lontano e ti spaventerà di più 

Ciao, cucjina. .Saluta la tua bella amica; dille che non 
.sono nò morto né impazzito dal dolore; badate però che 
tuo padre non vi scopra o che tua madre non sappia... 

A rivederci presto. 

Tuo l ■(;(!. 

II. 

Illa. Che ne dici ? Parlavo di vendetta e mi pareva , 
che il mio dolore e i miei rimproveri dovessero scon- 
volgerti; invece, in apparenza almeno , ne sei stata ap- 
pena tocca; .solo ora mi .sorge nella mente , concreta e, 
lasciami dire, sublime, un' idea. 

Ricordi X'ictor Hugo e il piccolo CJavroche ? X'alersi 
per propria difesa della stessa arma preparata per olTen- 
ilerci è dei genii. Ebbene, .sotto il tuo influsso, ho a\uto 
un lampo di genio... nel male. 

Che vuoi, cugina mia? La tua amica è una signora 
bella e ardita. Togliertela , poiché lei mi tolse te , ren- 
derti così ora per ora le mie giornate d'amarezza, stilla 
per .stilla le mie lagrime dolorose; farti trovare sola, sen- 
za di me elle hai lasciato, .senza di lei che t' ha lascia- 
to...? far tutto ciò io stesso e godermi io tli quei baci. 
Ma è sublime, è sublime; e, po.sso dirlo ?, sono a buon 
punto. L'na signora alla sua età , con la sua natura ar- 
dente, con là sua bellezza è presto stanca di lattiginosi 
baci femminei, e for.se tu stessa raccontando (e profanan- 
do) le nostre ore più belle, hai (.lestato in lei il deside- 
rio di quei baci di fuoco, di un amore più forte e più... 
completo. Perciò forse ora accetta volentieri la mia corte 
sempre più assidua, sempre più insinuante, ed ho tanta 
speranza che fra non molto saremo noi due a passeg- 
giare pel giardino di ca.sa vostra , a cercarne gli angoli 
ombrosi e chi .sa?, mentre tu, rodendoti d'ira, guar- 
derai dal balcone .socchiuso, noi ci baceremo Oh , 

Illa I Non avevo mai creduto alla vendetta; ero buono e 
mite. \'enisti tu a sconvolgermi l'anima, a farmi dimen- 



no I.ETTKRi: A ILLA 

ticare dfjvc-ri e morale Eccone il fruito: questo j^udi- 

nient<j intenso (se pure sa d'amaro) che ora mi fa caro 

il tuo dolore 

Hai niente da dire alla nostra amica ? 

Ugo. 

III. 



Illa. Ascoltami . perchè il moribondo sul suo letto di 
morte non è cosi lontano dalla vita , cosi chiuso in sé 
stesso e in un' unica iilea né. con la paura dell' « al di 
là » , si ìfiudica così severamente, come faccio io. 

Dunque, ho vinto I Non hai letto la vittoria sul mio 
viso sorridente, se pure estenuato di lajjrime ? Non liai 
vista la gioia nejjli (jcchi, se pure sulla fronte corrujfata 
grava un enorme dolore? 

Ebbene , ora che la vostra amicizia è tinita e la mia 
pure, ascoltami e seguimi in quello che sapro dirti, n»!- 
l 'enorme confusione che ho qui. nel cervello. 

Non lo pen.savi . vero?, non pensavi che all'orribile 
strana premes.sa . da te posta fra noi tre , seguisse una 
così orribile conseguenza prima, ed ora una così strana 
fine. 

Eppure, loiiicaiiuntf, ebbi i suoi baci... Ma come dir- 
ti ? Al primo, l'anima mi si rivoltava come a un tlelitto; 
le labbra, ancora memori della dolce bocca tua, non vo- 
levano, non volevano e mi tremavano e il .sangue mi gelava 
nelle vene, eppure a forza, a forza volli baciarla... 

Ho pagato quel momento con lunghe ore di pazzia, 
di ri.sa folli , di pianti disperati : tu eri ancora nel mio 
cuore ! 

\'olli strapparti a tutti i costi e tornai da lei. Dio ! 
Quel giorno I Ho ancora nell* anima i brividi di terrore 
da cui fui colto, ma voglio dirti tutto, tutto , a qualun> 
que costo I 

Pallido, smunto, né la sua bellezza mi attraeva, né le 
sue parole mi parlavancj più. 

In fondo alle sue parole, iliciru ia >ua lisina, qu.iniie 
cosa aleggiava , un<i spettro , un ricordo forse , che mi 
parlava ili te e mi dava i brividi... 

-Ma «juel bacio, come dire ?,• era il tito , era quel tuo 



LKTTKRK A II.I-A I I I 

bacio ardente, quaiulo mi prendevi un lal)bro fra le lal)- 
bra tue, e restavi cosi, a lunghe... 

Fu un lain])o: il ricorilo violento tli te , dei i)assato, 
il i>ensiero che quel bacio lei lo aveva appreso da te, 
il desiderio, il disijusto. l'orrore. .. 

Non so che è avvenuto : mi sono trovalo in camera 
mia, steso sul letto, la testa ardente, che so.sfnavo. 

Cioè , ricordavo : 

... Anche allora il caldo alto , opprimente , anche al- 
lora sdraiato sul letto, nell'arsura meriiliana, stanco più 
delle battaglie dell'anima che non del tìsico, dormivo. 

Due colpi .sommessi all'uscio : la speranza mi invade 
l'anima, una speranza cosi cara, così bella, che non o.so 
parlare e, gli occhi spalancati, trepidanti, aspetto. 

L'uscio, piano piano, si schiude... Niente?. 

Oh sì I Tu mi apjiari , tu mi appari sorridente dai 
grandi occhi cari, dalla bella persona bianca nascosta da 
veli bianchi, tu mi appari sfolgorante in tutto lo splen- 
dore della tua bellezza che non ha eguale, e dalla dolce 
bocca, dal sorriso divino, dalla rosea guancia profumata 
è una gloria di luce, una festa di baci, un delirio d' a- 
more... \'ieni Illa. 

Ti aspetto così. Tu avanzi, tu cadi nelle mie braccia, 
ti confondi con me nell'ardente lotta di folli baci, infiniti, 
insensati... 

Illa. Per quel Dio in cui tu forse credi , io muoio. 
Sento l'anima, il corpo, il cervello diventati un'immensa 
rovina, una rovina che ancora non crolla perchè .soste- 
nuta da un ultimo filo di speranza, dopo di che tutto ca- 
drà, in polvere, in nulla... 

Onesta speranza è in te. Ma io non ti prego , non ti 
supjilico, no: io aspetto che tu venga a chiedermi per- 
dono. 

V^ieni, scolpati, rinnega il jiassato... 

Un triste esperimento è compiuto, e forse non è tua 
colpa se un sentimento anomalo ti spinse verso una 
donna. Ma questa donna ti ha lasciato per altri baci e 
forse, senza volerlo, ti ho vendicata. 

Hai così paragonato due anime, ed ecco questa mia, 
ancora affranta dalla lotta, che viene a te desiderosa di 
pace. Scordare da me non po.sso; fammi dimenticare tu. 

X'ieni, Illa, parla, spiegami, accusami anche, ma vieni: 
ti scongiuro, ti supplico,... lo voglio I 



1 12 



I.KTIKRK A II.I.A 



Non mi vedi ? Son qui accasciato, stanco di lotte, in- 
certo fra la vita e la morte ; dimmi una parola, una pa- 
rola sola che mi schiacci , o una pietosa parola che mi 
faccia ancora vivere, ancora sperare... che mi faccia an- 
cora amare... O mia Illa.. I 



Tenente Mario T. Caracciolo. 




Spezzo la penna 



Ne la mia stanza ancora non penetra 
Fulgor di cielo e riso di colori. 
Sta la persiana dai ben chiusi fori, 
E a lei dinanzi anch' egli il sole arretra. 

Ma fuori, fuor de la mia stanza tetra 
Suona il lavor de li edificatori: 
Ascie, martelli odo pulsar di fuori 
Su'l vinto legno e su 1' eretta pietra. 

Anch' io la penna, il mio fido stroniento, 
Prendo, ma alacre e docil coni' io voglio 
Non risponde essa al mio novo ardimento 

L' opra ideal foggiando che perenna 
Cose e fantasmi,.... e su 1' intatto foglio 
Io mal fabbro d'idee spezzo la penna. 



Il campanile 



Qui in taccia a l'alpi e al xèrde paoauj^io 

Sorgo vedetta candida e lieve 

E a l'aspettante luminosa pieve 

Reco e a le oneste case il pio messaggio. 

De' mattutini soli il primo raggio 
D'oro e il jirinìo lunar bacio di neve 
La vegliante mia cuspide riceve: 
Son l'anima e la voce del villaggio. 

Il primo stjuillo il mio canto di lesta 
Dice al mattino, e al vesperi) la mesta 
Trenodia tle' rintocchi il pianto mi»». 

Ma prece è il pianto e il canto, eil è la prima 
\'oce tlel ili la mia che si sublima 
Oltre le nubi. \ ia pe' cieli, a Dio. 



Vendemmia 



Lustrano l'uve pendule: già sono 
'l'urgidi i grappi de la vigna aprica 
K rion promessa lieta, arra al colono 
Ch' equa mercede avrà la sua fatica. 

L' uve: il più caro e invidiabil dono 
Che su' nativi poggi gli nutrica 
L' amico sol col suo fervore buono. 
Co' suoi vitali umor la terra amica. 

Ne' bicchieri da' franti àcini il sole 
Rifiammi, e scenda per le umane gole 
Qua! di liquida luce onda benigna, 

A le vene ridia forza sanguigna. 

Salga in lampi di ebbrezza a li occhi e brilli 

Ed esca in riso da le labbra e squilli. 

Milano, Ottobre 1903. 

Giovanni Vaccari. 



TITANI 



Emigrazione italiana 

La initolojjia antica dava a tutte le forze incognite della 
natura etl alle sconosciute energie che reggono l'universo, 
una specie di personificaitione. Essa aveva popolato i boschi, 
il mare, i chiari ruscelli , i monti ed il cielo d'una i|uantità 
di dei e di semidei tutti ricchi di varie attribuzioni, e dopo 
la lotta immane di (iiove con Saturno aveva fatto seppellire 
dal vincitore i titani nemici sotto le più alle montagne. N'inli 
dal peso enorme i gignnti si ribellavano a volte, alzavano la 
superba testa e le montagne traballavano commosse; bestem- 
miavano irosi ed il loro fiato ardente bruciava la dura pietra, 
forava le cime ed in spirali di fuoco si mostrava agli uomini 
atterriti. Dolci leggende , graziosi idillii di dee, racconti fa- 
mosi di semidei , lotte di giganti, la cruda realtà v" ha tutti 
sfiatati I .Altri titani s' impadroniscono delle montagne, vi fan 
regnare la loro forza, vi convergono le energie migliori ; altre 
lotte più cruente si combattono , altri sacrifizi si compiono, 
altre vittorie si ottengono glorificanti tutte la potenza del- 
l' intelletto umano. 

Una delle «>pere che per la sua diflicoltà di compinienlo 
confma cpiasi coli' impossibile, che reclania per la sua realiz- 
zazione d.;lle migliaia e nùgliaia di uomini, che pare un fatto 
mitologico realizzato , che sarà una ilelle fonti più inesauribile 
di commercio e di ricchezza per varii iKipoli, ir il traforo del 
Scnipione, che si sia ora elìettuando. eil in cui quasi seimila 
operai sono impiegati nei due in»bi>cchi — di 1mI1«- miI ver- 
sante italiano e di lìrigut' nel versiinte svizzero. 

1 lavoratori sono tutti italiani. Ancora una volta la nostra 



TITANI 117 

patria si aflerma per la sua varia genialità. Madre dell' arte 
e della scienza , fiv^iha del bello , essa ora dà al mondo la 
forza espressa nei suoi figli. Nessun operaio come 1' italiano 
è così pronto ai più faticosi lavori, nessuno sa essere sobrio 
come lui , capace come lui ad aflrontare le più grandi dilìi- 
colià, nessuno ha la sua pazienza ed una quantità di attitu- 
dini morali adatte ad una lunga occupazione. E sono là questi 
esseri nati sotto il bel cielo d'Italia, dalle più ridenti regioni, 
là in paesi inospiti per clima , così diverso da quello a 
cui erano abituati. .Sono là a scavare, pel traforo di un //o/- 
Hcl di 19 chilometri, la dura pietra; il suono delle piccozze 
degli uni scavanti la rupe, si confonde col rumoreggiar della 
dinamite che altri hanno posta a lacerare i fianchi del gi- 
gante e ad ogni minuto una nuova sorpresa li a.spetta , ad 
ogni ora una nuova difficoltà si para a loro dinanzi. Sono 
vene sorgive che , scavando la pietra irrompono nel tunnel, 
interrompendo e guastando i lavori incominciati ; sono dif- 
ficoltà immani che la rupe durissima a loro presenta nell'es- 
ser infranta; sono disgrazie, rovine e morti che fermano gli 
audaci minatori nel loro oscuro cammino. 

Gli occhi dell' immaginazione stentano a raffigurarsi il 
grandioso e pur tragico quadro che deve presentare il lavoro 
dello svisceramento d'una montagna. Poveri esseri soggetti a 
tutte le variabilità del clima, lottanti con tutte le forze della 
natura , eppure tenaci , entrano per forza negli antri scavati 
nella dura pietra. La temperatura nelle gallerie è altissima, 
l'aria è quasi irrespirabile, l'acqua trasuda dai fianchi dei monti, 
come una linfa di vita dal corpo d'un essere ferito e bagna 
i minatori, ed essi alla fiamma incerta dei lumi che crea in 
(]uelle ombre fantastici giuochi di luce , fra qaiella tempera- 
tura satura di gaz irrespirabili, che l'azione dei ventilatori 
non può sempre mitigare, fra quei viscidi vapori che si fer- 
mano nel loro corpo coprendoli come d' una nera vernice, 
paiono gnomi alla ricerca d'un tesoro sconosciuto. 

E r immaginazione se li raffigura ancora questi operai 
quando s' avvinno frettolosi al lavoro. Li vede nelle giornate 
piovose dell'autunno ed in quelle piene di neve dell' inverno, 
andar su su pei fianchi del monte a centinaia, a migliaia, ve- 



Il8 TITANI 

sliti poveramente, colla pioggia che loro sferza sul viso o la 
neve" gelata che li avvolge in turbini iinasi accecandoli , so- 
miglianti a punii neri perduti fra la severa grandiosità delle 
montagne, finche giunti all' imboccatura delle gallerie in cui 
lavorano, vi si cacciano dentro, gettando ancora un'occhiata 
al cielo che non rivedranno per molle ore , inghiottiti da 
«|uella nera bocca enorme del liinncl , che par <|UcIla d' un 
mostro sempre afìamato di vite umane. 

V. se li ripresenta la fantasia cjuando stanchi dall' improba 
fatica continuata, ritornano dal lavoro, tutti bagnali dall' in- 
cessante stillare dall'acqua fra le rupi, ed escono dalla nera 
galleria a respirare l'aria frizzante che fa loro gelare i panni 
addosso e vanno al paesello vicino a rivedere le misere fami- 
glinole che li aspettano con ansia amorosa. 

Oh! iiuesli operai sono veraniente il ]>ensiero moderno in 
tutta la sua potenza, fatto azione; sono la pazienza che vince 
ogni forza avversa, sono la povertà che prodiga incosciente- 
mente sé stessa per dare la ricchezza altrui. 

Quanti degli italiani tranciuilli nelle loro case, sereni nelle 
occupazioni d'ogni giorno, fra un clima soave e dolci sv.nghi, 
pensano a (jnei miseri , pure italiani . che lavorano nel più 
duro dei lavori . in paesi stranieri ? Quanti s' immaginano i 
bisogni morali e niatc-riali eh' essi risentono e la necessità 
d' un appoggio dalla luro patria ? Chi si figura le ansie se- 
grete che travagliano quegli uomini , quando internali nelle 
oscure gallerie sentono lo sfasciarsi dei macigni sotto razi«)ne 
terribile della dinanute e ne ascoltano il rinibombo sonoro 
che si fornj.i sotto le cupe vt)ltf, ripercosso dalla eco , rim- 
bombo che sovente è precursore di trementle disgrazie ? Al- 
lora posando un momento la piccozza quegli operai forse 
correranno col pensiero alla ridente patria lontana, cosi bella 
sotto il cielo azzurro, alla povera fanugliuola che li as|K*tta 
nel misero abituro e se il pensiero di Dio non giungi* in 
(|uegli istanti a raflorzare la lon» mente, ahimè ! arriverà la 
ribellione e l'anarchia ad impadronirsi dei loro aninii in preda 
a mille s-ntinicntì diversi. 

No, n»)n è con comizi (e se l«» rictirdi la socict.i) con teorie 
socialistiche, con leggi «iflasì sempre infruttuose, che si x>\\t> 



TITANI 119 

soccorrere ed elevare il lavoratore. Ma con la parola che 
consola, con l'oliera che aiuta, con l'esempio che ravvalora. 

Erano privi di chiese, di scuole, di istituzioni benefiche i 
nostri operai là sul Senipione, a questo ha supplito, per quanto 
l^oteva , l'Opera di Assistenza per i lavoratori italiani emi- 
ijrati all' estero — e niissionarii e suore e secolari insig^ni per 
intellif^enza e per censo si son portati lassù, a quelle altitu- 
(\'\n\ , per dare consigli, aiuti , conforti agli operai a cui la 
beneficenza e 1' assistenza sociale dell' impresa per cui la- 
vorano, non poteva bastare. 

Sacerdoti e suore sono anch'essi titani del loro genere; 
anch'essi pronti a sacrificare la vita, a combattere col clima 
nemico , con la difficoltà immensa del dovere da compiersi ; 
anch' essi emigranti dalla patria , aneli' essi anelanti ad un 
bene difficile a conquistarsi.. 

È una delle piaghe dello Stato e nello stesso tempo è una 
delle sue fonti di ricchezza 1' emigrazione. Essa deve essere 
studiata e compresa a fondo da ogni cittadino, e, per questi 
oscuri lavoratori del Sempione , per questi titani moderni , 
finirò il mio articolo con le parole del conte Tommaso Gal- 
larati .Scotti, scritte da lui in una sua relazione al Consiglio 
centrale dell'Opera per gli emigranti. 

«Sarà opera santa di fede e di patriottismo, ogni preoc- 
cupazione e ogni sacrificio consacrati a (juesti soldati della 
civiltà e della miseria che ho visto — e sono visioni che non 
si dimenticano — nudi nelle viscere della montagna , aprire 
con la pazienza che solo la fame dà , una via nuova ai po- 
poli ed al Pensiero; la vena nascosta, per la quale attraverso 
ai secoli scorrerà il vivo sangue del commercio umano; ma 
nella quale solo i segni dello scalpello saranno rimasti a ri- 
cordare alle anime pen.sose, l'oscura lotta di ignoti scomparsi, 
contro la Natura impassibile ». 

Luisa Giulio Benso. 

Novembre, 1903. 




Nella Vita e nella Scienza 



Una nuova teoria per spiegare i fenomeni 
della suggestione e dell'ipnotismo 



Come si spiegano i fenomeni della suggestione. 



Conclusione 



Premesso tutto ciò che ho detto sinora, si arriva facilmente 
;iil ammettere che la suggestione è una speciale forma d' in- 
duzione- o an/i , per esprimere le cose con majjgiore preci- 
sione, che tutti i fatti delia suggestione, sono la conseguenza 
di un fenomeno di induzione. 

In tutto il complesso dei circuiti nervosi regna uno stalo 
che se non è pro|)ric> I' e<|uilii>rio , è prossimo mi esso per 
<|uanto è i»ossil)ile ; per induzione, proprio come avviene per 
l'elettricità ed il magnetismo, un dato circuito è attraversato 
da una corrente ; a causa della relazione di risonanza, su cui 
lu» giA insistito, e debbo insistere ancora, essa ne eccita, ne 
riattiva delle altre, ed ecco la suggestione svolgersi in tutta 
cpiant.i la sua complessitA. 



NELLA VITA K NKLI.A SCIliNZA 121 

Sicché apparisce che simihnente all'ipnotismo il quale, fon- 
dato assolutamente, come mi sonosforzato di dimostrare, sulla 
orientazione delle correnti nervose, è un fenomeno che quasi 
quasi si potrebbe pensare come appartenente al campo della 
fisica; la suggestione in primo tempo, nell'istante in cui viene 
eccitata, in cui la volontà del suggestionatore passa nel sugge- 
[ stionato, è regolata anch' essa dalle leggi che comprendono 
quelle dell'elettricità e del magnetismo; ma allorché, in seguito 
all'azione eccitatrice, le varie fibre nervose dei diversi gruppi, 
o meglio dei diversi circuiti si richiamano l'un l'altra alla vi- 
brazione e sembra addirittura che l'induzione eccitatrice venga 
moltiplicata attraverso i differenti circuiti e trasformata in 
varii modi ; allorché in seguito a queste vibrazioni anche 
nelle regioni cerebrali si produce qualche cosa , e di tutto 
questo movimento, di tutto questo lavorio attivo e complesso 
si hanno notevoli estrinsecazioni , la fisica entra in minima 
parte ed è nel campo della psicologia che bisogna ricercare 
le cause di questi fatti meravigliosi. 

^:- * 

La suggestione dunque implica un ritorno della relazione 
di risonanza , senza di cui il suo svolgimento non sarebbe 
aHatto possibile, il che è tanto vero che, cjuando la relazione 
intercedente fra i diversi circuiti nervosi viene abolita nel modo 
più completo che si possa avere, la suggestione, per quanti 
tentativi si facciano , per quanti mezzi si mettano in opera, 
non ha più luogo, come avviene allo stato letargico. Ma 
<iuesta risonanza non è la normale , non è quella che ha 
luogo nelle condizioni ordinarie , è invece circostritta , limi- 
tata soltanto a quei gruppi di fibre, cui la volontà della per- 
I sona induttrice consente che sia estesa; in altri termini pos- 
• siamo dire che la suggestione e le manifestazioni che ne cor- 
seguono, non sono che l'effetto del predominio di un circuito 
nervoso o di alcuni circuiti nervosi su tutti quanti gli altri. 
Ciò è dimostrato dal fatto che la suggestiona di compiere 
determinati atti, prodotta durante il sonno ipnotico, continua 
a svolgersi anche quando questo è cessato, senza che il sog- 



122 NKLLA VITA E NELLA SCIENZA 

getto il quale la compie e che pure in parte , ha ripigliato 
l'uso delle sue facoltà, trovi strane le sue azioni , poiché se 
gli si chiedono le ragioni di ciò che fa, è sempre pronto, per 
un fenomeno riHesso facilmente spiegabile, a trovarle ; è di- 
mostrato dalle suggestioni cosi dette negative, per cui il sog- 
getto non dei'c vedere una data cosa, una data persona ; non 
deve sentire suoni o impressioni tattili, o il caldo e il freddo; 
non di-i'f ricordare chi gli ha imposto di eseguire i|uegli atti 
determinati ; non dez-e poter muovere una gamba, un brac- 
cio, una mano; è confermato finalmente dal poter diftu ilmente 
impedire che il suggestionato, anche allo stato di veglia, com- 
pia l'azione che gli è stata imposta. 

11 Richer, ceicando un' interpretazione plausibile delle allu- 
cinazioni negative o inibitorie della vista, ritenne che l'ope- 
ratore, allorché determina 1' abolizione parziale o totale di 
essa, non sopprime già la sensazione visiva a mezzo ilella sug- 
gestione, ma semplicemente impe<lisce che la sensazione per- 
venga sino alla coscienza. Infatti , egli dice , prendiamo un 
pezzo di carta rossa, che avremo reso per suggestione invi- 
sibile al sonnanmbulo, e lo adattiamo su di un foglio di carta 
bianca, invitando il soggetto a fissarlo con tutta l'attenzione, 
a capo di un certo tempo egli dirà di vedere il verde , che 
è appunto il colore complementare del rosso. 

Ciò prova che il soggetto ha veduto il rosso, o meglio che 
ne ha avuto la impressione, o meglio ancora che il suo nervt> 
ottico ha vibrato in seguito al color rosso. Ma che cosa si- 
gnificherebbe che la impressione visiva non è pervenuta alla 
coscienza ? Non è più semplice e più chiaro dire che la 
suggestione ha reso preponderanti altre correnti nervose, le 
quali impediscono 1' aziona di quelle originale dalla sensa- 
zione proibita ? 



Accailc però che solo ahune Ira le \ ibra/ioni nervose le quali 
n«>n sono contrarie a «pielle attivate dalla suggestione, ordina- 
riamente si svolgono insieme con essa: si ha così lo stesso mec- 
canismo che si produce nell'associazione tielle rappresentazioni, 
soltanto che (|ui si può avere che anche le contrarie si richia- 



NEI.I.A VITA K NKI.I.A SCIKNZA 123 

mano liin l'altra, il che non avviene nella suggestione. Così, 
nd caso che ho gii\ riportato, quando fu suggerito ad un 
soggetto di trovarsi sopra un battello a vapore in viaggio 
per New-Jork, in esso si ebbe subito la nausea, senza che 
molto probabilmente il personaggio induttore vi avesse nem- 
meno pensato! così pure si è avuto tante volte che, avendo 
imposto ad una sonnambula di fumare, questa, dopo cinque 
o sei minuti che compiva tutti i gesti i ciuali avrebbero ac- 
compagnato simile operazione, ha cominciato a tossire vio- 
lentemente e qualche volta a metter fuori lacrime, ne più né 
meno che se il fumo le avesse preso la gola e irritati gli oc- 
chi; così a mezzo della musica si possono fare assumere alla 
tìsonomia di un sonnambulo svariatissime espressioni che 
vanno dal rapimento sublime dell'estasi, alla truce violenza 
del furore. 

Qualche volta si possono avere anche delle forme speciali 
di suggestioni , in cui può mancare 1' induzione nervosa , 
5 per lo meno può non essere evidente , e 1' associazione 
dei varii movimenti che si fanno eseguire al soggetto, può 
essere piuttosto attribuita ad una semplice azione meccanica 
diciamo cosi, dell'individuo che impone la sua volontà, in 
seguito alla quale si determina nei circuiti nervosi del pa- 
ziente una orientazione delle correnti parziali, per cui si as- 
sociano soltanto lineile che concorrono alla esecuzione di 
quei determinati movimenti. Si ha ciò in alcuni speciali pe- 
riodi dello stato ipnotico e specialmente nella catalessia, ed 
allora non sono in giuoco semplicemente le vibrazioni ner- 
vose, ma queste esercitano la loro azione sulle fibre musco- 
lari e reciprocamente. Se si chiude il pugno di un catalettico 
in atto di minaccia, inunediatamente sulla sua faccia si pro- 
durrà l'espressione del furore, e si può ottenere financo che 
chiudendo il pugno destro, si contragga il sopracciglio de- 
stro ed i muscoli del lato destro della faccia che contribui- 
scono alla espressione dell'ira, mentre accostando nel mede- 
simo tempo alle labbra la mano sinistra in atto di inviare un 
bacio, le labbra ed i muscoli del lato sinistro della faccia si 
contraggono in maniera da dar luogo al sorriso. Se si mette 
un piede di un catalettico su di una scala appoggiata al mu- 



124 NEIJ-A VITA E NELLA SCIENZA 

ro, e le mani più in alto, nella posizione di chi voglia salire, 
esso salirà senza difficoltà; se gli si dà in mano un cappello, 
se lo metterà in testa ; se gli si dà una spazzola, si pulirà 
r abito, ed in generale la vista di un oggetto gli sveglierà 
quella serie di movimenti che con quello si compiono nella 
pratica della vita. Ed è tanto vero che l'associazione è parte 
essenziale dello svolgimento della suggestione, che messo 
nelle mani di un catalettico un oggetto di cui egli non co- 
nosce l'uso, rimarrà inerte ed immobile. 

* * 

L'associazione dunque, per quanto limitata a ciuel gruppo 
di vibrazioni nervose che deve dominare su tutte quante le 
altre, è parte essenziale della suggestione, e si inizia, come 
ho mostrato, in seguito alla induzione ne vosa. Perchè questa 
si effettui è necessario quello stato particolare del sistema 
nervoso, nel quale le correnti circolanti per tutti i circuiti 
siano orientate in maniera che si possa creare un' associa- 
zione parziale, la quale esistendo da sola, determina quegli 
atti che da essa soltanto possono derivare. Abbiamo già vi- 
sto che non tutti gli individui possono essere immersi nel 
sonno ipnotico, e che le attitudini ad essere ipnotizzati pre- 
sentano una (luantità di gradaziciui secondo che riesce più o 
meno facile disorganizzare le relazioni esistenti fra le vibra- 
zioni nervose. Anche per la suggestione si hanno queste gra- 
dazioni e si spiega. Trattandosi di rendere un gruppo di cor- 
renti nervose isolato o predominante sulle altre, si va dai 
soggetti in cui è necessario prima di ugni altra cosa distrug- 
gere la relazione di risonanza per impedire cos' che sia in- 
tralciata l'azione delle correnti che si vuole che agiscano, ad 
altri in cui ciò si ottiene anche senza questa operazione pre- 
liminare. Ciò dipende dallo ei|UÌIibrio esistente fra i diversi 
gruppi di circuiti nervosi e dalla maggiore o minore intimità 
intercedente fra le correnti che li attraversano e si ha così ge- 
neralmente che r individuo facilmente ipnolizzabile è anche 
facilmente suggestionabile e viceversa. .Ma ciò non forma re- 
gola costante, giacché vi sono ad esempio individui i quali. 



NELLA VITA K NKLLA SCIENZA 125 

pur non essendo facilmente ipnotizzabili, accettano facilmente 
alcune forme di suggestione; allora vuol dire che pur man- 
tenendosi molto stretta la relazione fra le differenti vibrazio- 
ni nervose , 1' equilibrio esistente fra le azioni dei diversi 
circuiti non è completo ; ve n' è qualcuno che eccede sugli 
altri con la sua azione e la suggestione che si espliclii a mezzo 
suo, si può ottenere agevolmente. Questo fatto veramente è 
molto raro, e non deve fare meraviglia, poiché l'organismo 
umano offre qualche volta delle singolarità che sembrano u- 
scire addirittura dalle regole generali. 

Quanto a quel complesso di circostanze che costituiscono 
quelle che io ho chiamate condizioni d'inferiorità e che ren- 
dono più facile la suggestione e l'ipnotismo, sarebbe neces- 
sario studiare quali modificazioni esse apportino neUa rela- 
zione scambievole delle correnti nervose, e nello equilibrio 
dell' azione dei diversi circuiti, perchè da questo studio si 
avrebbero i mezzi di indagare più profondamente la natura 
di questi importantissimi fenomeni. Ma, non ho le cognizioni 
necessarie per compierlo, e per quanto a malincuore da que- 
sto lato non posso andare avanti. 



* 



L'induzione nervosa si produce in due maniere diverse, e 
cioè o ad una data corrente del personaggio induttore ne cor- 
risponde una all'intutto simile in quello indotto; o ad alcune 
correnti del primo, ne corrispondono altre di forma all' in- 
tutto diversa nel secondo. Nello stato catalettico per esem- 
pio, ed anche nello stato sonnambolico, il soggetto imita per- 
fettamente ogni movimento del suo suggestionatore, ed anzi 
questa .speciale imitazione è stata detta speculare, perchè esso 
ripete quasi sempre con il suo braccio sinistro, il movimento 
eseguito col braccio dritto, proprio come avviene dell'imma- 
gine di una persona che si trovi dinanzi ad uno specchio ; 
ripete ogni parola con la medesima altezza di voce e con la 
medesima intonazione; e ciò non soltanto della persona che 
l'ha immerso nello stato ipnotico, ma di ogni altra che sia 
messa con lui in rapporto diretto. .Se si canta, canta ; se si 



126 NELLA VITA E NELLA SCIENZA 

ride, ride; se si canimina egli esegue immediatamente, e la 
imitazione è tanto perfetta e pronta clìe quasi cpiasi si fini- 
rebbe col non distinguere più quale dei due è. il primo ad 
eseguire un dato movimento, a cantare, a parlare, a ridere, 
e qual'è ijuello che imita. P. Janet riferisce di una giovane 
signora nello stato sonnambolico, a cui degli stranieri russi, 
polacchi, tedeschi, tennero dei di^:corsi nelle loro lingue ben 
difficili a pronunziarsi, e che ella ripetette con una perfezione 
insuperabile. Anzi, uno di questi, che le aveva fatto cantare 
un frammento di inno nazionale, le espresse la sua soddisfa- 
zione in francese, con un accento tedesco pronunzialissimo, 
ed ella gli rispose ripetendo il complimento sul medesimo 
tono e con il medesimo accento, sì che tutti i presenti non 
poterono trattenere le risa. 

In generale però accade che il suggestionatole impone >t.iii- 
plitemente la sua volontà, e questa viene tradotta in alti dal 
suggestionato; sicché abbiamo che le correnti nervose dello 
induttore vengono ad essere diflerenti da quelle che si svol- 
gono ne!!' indotto ; di entrambe queste maniere abbiamo il 
tipo nel campo della fisica. 

La prima corrisponde a quel genere d'induzione che si ve- 
rifica fra i circuiti chiusi, per cui ad una corrente elettrica 
generata da una pila, ne corrisponde un'altra della medesima 
specie ; la seconda a quella osservata da Hertz per cui i 
raggi ultra-violetti di una scintilla . fanno diminuire il po- 
tenziale di scarica di due conduttori, o in altri termini ren- 
dono possibile l'aumenti» della distanza dei conduttori fra i 
quali scocca una scintilla elettrica, ancora un poco oltre il 
limite necessario alla sua produzione, senza che la scarica 
tessi; di tutti due i fatti ho parlato al cap. Ili (il. 

Fermandoci sul primo tipo di induzione, e tenendo presente 
(he la corrente indotta può essere diretta o inversa secondo 
che è del medesimo senso o di senso contrario a quella in- 
ducente, vien fatto di pensare se non si abbia (jualche cosa 
jji simili- (juaiulo uni corrente ner\ ii>»;i «Iella metlesima specie 

(l) Di alcuni fcnumcni del inaututismo e ilcU'cIcltricilà. Wdi al 
N. 36 della Sfttiinaua. 



NELLA VITA K NICLLA SClIi.N/.A 12/ 

di (luella circolante attraverso il sistema nervoso induttore, 
si svolge nel sistema nervoso indotto, e 1' imitazione specu- 
lare dello stato catalettico parrebbe spiegabile in questa ma- 
niera. Ma converrebbe poter definire la corrente nervosa di- 
retta o inversa per rispetto ad una corrente nervosa di un 
sistema esterno, converrebbe sapere se si hanno manifesta- 
zioni diverse da una medesima corrente nervosa, secondo che 
agisca in un senso o nel senso inverso; converrebbe in fine 
compiere una quantità di esperimenti , facendone variare le 
circostanze in tutti i modi possibili e immaginabili, e per ora, 
di tutto ciò nulla esiste. Mi contento quindi semplicemente di 
posare la questione, augurandomi che si trovi chi la raccolga 
e studii in primo luogo se può sussistere, e poscia il modo 
di risolverla. 



Per qualche tempo sembrò che le allucinazioni visive of- 
frissero una delle classi più meravigliose dei fenomeni che 
si potevano ottenere in seguito alla suggestione. Brevister 
era riuscito in un ammalato che aveva allucinazioni visive, 
a provocare lo sdoppiamento di esse, mediante la pressione 
del globo oculare, il quale, in tal caso, deviando dalla sua 
posizione normale, determina lo sdoppiamento dell'immagine. 
Fere pervenne a sdoppiare 1' immagine visiva allucinatoria 
adoperando il prisma, invece della pressione oculare. Sono 
note le proprietà del prisma. Egli suggerì un' allucinazione 
al soggetto, il quale destatosi conservava la suggestione ed 
avvicinato un prisma ai suoi occhi , rimaneva meravigliato 
di vedere due immagini, invece di una, le quali, secondo le 
leggi della fisica, si mostravano l'una sovrapposta all'altra, 
<luando la base del prisma corrispondeva in alto, e situate 
l'una di Iato all'altra, quando la base del prisma corrispon- 
deva lateralmente. Binet variò questa esperienza, sostituendo 
al prisma un occhialino, a mezzo del quale si aveva che l'im- 
magine allucinatoria si avvicinava o si allontanava, secondo 
che si accostava all'occhio l'oculare o l'obbiettivo dello stru- 
mento. 



128 NKI.LA VITA E NKI.LA SCIKNZA 

E le leggi della fisica si mostrano anche pienamente os- 
servate, (juando si varii ancora la esperienza, e invece del 
prisma e dell'occhialino, si adoperi Io specchio. Suggerendo 
al soggetto a mo' d'esempio la presenza di un uccello su di 
un punto qualsiasi di una tavola, egli lo vedrà come se real- 
mente esistesse e accostando uno specchio al punto nel (]uale 
si è suggerita la visione e disponendolo opportunamente, il 
suggestionato ne vedrà l'inmiagine riflessa, allo stesso modo 
che si vedono riflessi gli oggetti di cui l'esistenza è reale. 



Tutti questi fatti si .spiegano con la massima facilità, e sono 
anch'essi dovuti all'associazione; .soltanto però in questo caso 
l'associazione è quasi imposta da stimoli esterni, anziché ve- 
nire eccitata da altre vibrazioni dei circuiti nervosi. Quando 
il suggestionato ha davanti uno specchio o guarda nello spa- 
zio con r occhio sottoposto alla pressione , o attraverso un 
prisma, o attraverso un occhialino, non può non vedere qualche 
altro oggetto, 1' immagine del c|uale subisce le deformazioni 
che noi conpsciamo, e allora le vibrazioni precise, immediate, 
evidenti, ottenute da queste immagini, non possono non influi- 
re su quelle eccitate a mezzo dell'allucinazione, tanto più che 
si svolgono nei medesimi circuiti e sono della medesima na- 
tura, e si capisce che le immagini allucinatorie .sono trasci- 
nate dalle medesime leggi cui sono sottoposte quelle real- 
mente esistenti: ed è perciò che ben si apjjosero Hinet, Fere 
e Bernheim quando dis.sero che questi fatti avvenivano per- 
chè la imm.ìgine allucinatoria si associa .^d un punto di ri- 
trovo esteriore e materiale, e che sono le modificazioni im- 
l>resse dagli strumenti di ottica a (piesto punto materiale, le 
quali per conlrocolpo modificano l'allucinazione. Soltanto ve- 
ramente fondandosi sullo studio delle correnti nuove , s' in- 
tende meglio l'azione del punto di ritrovo esterno, ed il fe- 
nomeno non ajijìarisce più isolato. 

K giacché mi trovo a parlare della estensione dell' asso- 
ciazione delle vibrazioni nervose, non posso fare a meno di 
far notare che questa non può superare certi limiti, altrimenti 



NELLA VITA E NELLA SCIENZA I29 

si lìa il ritorno del soggetto allo stato normale e V interru- 
zione del sonno ipnotico se il soggetto era stato addormen- 
tato prima di essere suggestionato, del che si hamio moltis- 
simi esempii accaduti accidentalmente qualche volta, ma più 
generalmente per volontà dello sperimentatore. Hd è logico 
che sia cosi. Se la suggestione è il predominio quasi asso- 
luto di un gruppo di vibrazioni nervose sulle altre , quando 
mano mano questo riesce ad associarsi ad una gran parte delle 
rimanenti, cessa il predominio e ritorna l'equilibrio della ve- 
glia cosciente, l'equilibrio in cui tutti quanti i nervi vibrano 
e s' influenzano l'un l'altro. 



I fenomeni che rimangono tuttavia meravigliosi , perchè 
non ancora è stato possibile vederci molto chiaro, sono quelli 
della suggestione che si deve svolgere a tempo determina- 
to, a cui ho accennato alla fine del capitolo VI (i). 

Molti li spiegano con le medesime ragioni che furono ado- 
perate per lo sdoppiamento delle allucinazioni visive , e di- 
cono cioè che essi si svolgono perchè la vista degli oggetti 
o delle persone su cui si debbono svolgere gli avvenimenti 
imposti dalla suggestione, o dei luogiii in cui essi debbono 
avvenire, richiamano il soggetto alla esecuzione; ma ciò non 
è esatto, perchè anche se vede tutto ciò prima dell' ora sta- 
bilita nulla avviene ; il tempo dunque è un elemento es- 
senziale nello svolgimento di questo genere di suggestione. 
Molti altri quindi portano esclusivamente a questo elemento 
la loro attenzione, e perciò dicono che il giungere dell' ora 
assegnata, determina il punto di partenza dell'associazione di 
di tutte le vibrazioni nervose, a mezzo delle quali si svolge 
la suggestione imposta , ed ammettono che lo scoccare del- 
l' ora agisca come una specie di impulso o di stimolo. Ma 
è sicuro che il paziente abbia sempre la percezione di que- 
sto stimolo ? 

Io credo invece che nella maggior parte dei casi egli non 



(I) La suggestione — Vedi al X.o 39 della Settimana. 



I30 NELLA VITA K MOLLA SCIKNZA 

abbia questa perceziont; , quando pure si trovi in un luogo 
dove esista un mezzo di conlare le ore , e sono sicuro che 
imponendo ad un individuo una determinata azióne per una 
ora stabilita, egli non sbajjlierà anche trovandosi in campa- 
gna, anche trovandosi in mezzo al mare, in luoghi insomma 
dove r orologio non sia nemmeno conosciuto , perchè il si- 
stema nervoso che ha accettato una suggestione a tempo, 
s'incarica esso stesso di misurare accuratamente il tempo, e 
perciò n(m 4ia bisogno di sentir suonare ne l'ora in cui riceve 
la suggestione, né quella in cui dovrà compierla. 

Ricordo, e nelle mie condizioni certam.ente si troveranno 
numerosi lettori . che , quante volte , andando a letto ho 
pensato che era asso/ulaiiu-iite ìwassario che il giorno se- 
guente mi levassi per una data ora, mi sono sempre svegliato 
senza che nessuno mi chiamasse, e senza aver bisogno di oro- 
logio; ed una volta che dove\a partire e trovarmi alla sta- 
zione ferroviaria per prendere un treno mattutino, senza oro- 
logio , mi sono svegliato in tempo per lavarmi e vestirmi 
e con tutto il comodo recarmi alla ferrovia. Onesto fatto è 
mollo simile allo svolgersi della suggestione a tempo, perchè 
fra il proporsi di eseguire delle azioni staljilile . e 1' esecu- 
zione di esse, passano le ore del sonno. 

Come avviene ciò ? 

\\ innegabile che tutti noi clii più, chi meno acquistiamo una 
certa esperienza per la quale qualche volta siamo capaci di in- 
dovinare l'ora senza tener conto di nessuno ili ipiegli argo- 
mtrnti i (piali nella pratica ordinaria della vita .servono più 
ilirettamente per la misura del tempo ; questa esperienza . 
jicr le ragioni che ho dette alla fme ilei capitolo precedente 
>i rende più perfetta, allorché un' ora determinata viene im- 
l)Osta al suggestionto, perchè il tempo è 1' eL-mento più es- 
>c-nziale di tal genere di suggestioni, e si fonda sulla varia- 
zione ilella temperatura, ilella luce, del silenzio, ilei movimento 
ileiranibiente, di tanti fattori, anche di importanza trascura- 
bile nelle condizioni norniali, ma che non sfuggono alla sor- 
ianza del sistema nervoso in condizioni speciali. 

tilunta l'ora, il sistema nervoso comincia a s\olgere gli 
avvenimenti prestabiliti ; n>a , come si vede , non perchè il 
>egnak- venga dall'esterno: e<so viene dall'interno. 



XELI.A VIIA K -XKI.I.A SCIKN/.A 13 1 

.Mi resta a parlare ancora del prodursi delle stiyinalc, deì'.c 
]>ia.!:ilie , e dell' uscita del sangue e dell' azione dei medica- 
menti a distanza. 

(ili etTetti che si lianno da una (.[ualsiasi funzione normale 
deirt>rganisnio, come l'emissione del sudore e dell'urina, la 
sete, il caldo, la nausea e financo l'acceleramento o il rallen- 
tamento dei battiti del cuore, nulla oftrono di straordinario, 
poiché sappiamo che il sistema nervoso esercita un" azione 
stimolatrice sulle proprietà funzionali dell'organismo; ma la 
formazione delle stigmate e delle piaghe, non è un fatto nor- 
male; e veramente finora nulla si sa che possa rischiarare ii 
mistero. Certamente è una speciale orientazione del sistema 
nervoso che dà origine a simili fatti. Ora ammesso che ad 
ogni speciale svolgersi di un fatto anormale nell'organismo, 
corrisponda una data orientazione delle corrente nervose , 
tiuesta stessa è poi tale , quando il fatto non esiste da pro- 
durli)? 11 rispondere a questa donu\nda, equivarrebbe forse 
a compiere il primo passo nella via della spiegazione, ma r- 
nora r.ulla si sa in proposito. 

E così pure rimane miste: iosa l'azione dei medicamenti a 
distanza, sulla quale già come ho detto altra volta, nemmen(> 
si è avuto un numero sufficiente di esperimenti, l-'orse dalia 
materia emanano delle radiazioni, le quali secondo le qualità 
di essa sono di\ erse ed hanno proprietà càì-atteristiche e spe- 
ciali e sono appunto queste radiazioni che influiscono sulk- 
vibrazioni nervose, ed il dubbio acquista tanto maggior va- 
lore, quanto più si va innanzi nello studio di queste radia- 
zioni, ma anche per questo argomento bisogna attendere an- 
cora prima di pronunziarsi. 

E giacché si parla di questioni che non hanno ancora ri- 
cevuto una soluzione, non posso fare a meno di ricordarne 
una importantissima . quella della conoscenza della equiva- 
lenza nella trasformazione delle diverse forme di energia. 
Quando questa sarà risoluta, quando saranno ben conosciute 
tutte le forme di energia che derivano nel nostro organismo 



132 NEI-LA VITA E NELLA SCIENZA 

dalle correnti nervose , e potranno essere seguite a loro 
volta in tutte le loro trasformazioni , lincile esercitano una 
qualsiasi a/ione nell'economia della vita, allora il funziona- 
manto del sistema nervoso . normale o anormale con tutte 
le sue conseguenze, non presenterà l'iù alcuna incognita. 

» 

A cjuesto punto è probabile che molti leli<jri mi doman- 
dino: ma come avviene l'orientazione delle correnti nervose, 
come si forma il campo radiante nervoso, come si produce 
l'induzione nervosa, come le diverse vil)razioni dei nervi pos- 
sono iuHuenzarsi e richiamarsi reciprocamente ? 

Le spiegazioni di ciuesti fatti , «luantuiuiue anch' essi non 
molto ben ciliari, sono simili a iiuelle dei fatti analoghi della 
tìsica': bisogna concepire la materia formata come io ho ri- 
portato al cap. \\ — (I), e pensare che l'etere cosmico pene- 
Ira dappertutto ed eminentemente clastico coni' è , propaga 
in ogni senso i movimenti materiali. 

La suggestione mentale come pure i fenomeni telepatici, 
sarebbero per gli organismi dei fatti analoghi a quelli per cui 
si compie la trasmissione radio-telegrafica del Marconi, ma 
essi escono veramente dal campo tlell'ipnotismo e della sug- 
gestione, sebbene con quest' ultima s|)ecialmente vi siano 
molti punti di affinità, e debbo perciò astenermi dal parlarne 
per non annoiare soverchiamente i lettori. 

lùl a termine della rapida , anzi ra|)idissinia esposizione 
della una teoria, debbo pure riconoscer»? che essa è incom- 
pleta, piene di lacune, e non risolve tutti i problemi. Certo, 
però mette meglio in evid^-nza alcuni fatti , rende più com- 
prensibili alcuni fenomeni, spiega ed amplia ed applica con 
le leggi della fisica il concetto della radiazione nervosa, che 
da qualche tempo va sempre più sviluppandosi , non si può 
assolutamente , almeno per ora pretendere di più. Poi, è la 
jirinia volta che si parla di circuiti nervosi allo stesso m ■ l» 

(i> l'omc si considera la niaieria ili rap|>orto ni fenomeni elettrici. 
'W. n. 37 della SelHmana. 



NELLA VITA E NELLA SCIENZA 



o.> 



che si parlerebbe di circuitici metallici , e ciò deve far per- 
donare qualclie cosa. Del resto io son sicuro che dove la 
mia povera penna . è stata impari alla trattazione del tema, 
avrà supplito il pensiero del lettore, il quale avendomi seguito 
dai principii . certo mi avrà qualche volta prevenuto nello 
svolgimento delle mie idee, e qualche altra volta avrà tratto 
da esse più di iiuello che io dicevo, supplendo così alla ri- 
strettezza dei limiti che io mi era esposto, eil alla deficienza 
delle mie forze, e ciò mi basta. 

Raffaele Pirro. 




PREMIATO GABINETTO OTTICO OCULISTICO 

Brevettato da S. M. il Re d'Italia 

FRANCESCO LA BARBERA 

vizi Rorpa. I3S Napoli 

di rimpetto alla Chiesa Madonna delie Grazie ed ai Alagazzini Giiardinl 

Molti, difettosi nella vista, non riescono a trovare occhiali adatti e finiscono 
col guastarla maggiormente tacendo uso di lenti male appropriate , e per 
dippiù di pessima qualità. 

Col sistema generalmente adottato da molti ottici è diffìcile una perfetta 
correzione e molti difettosi di vista cedono ad una scella più o meno adatta 
senza ottenere la precisa gradazione. 

AI sopradetto Gabinetto Ottico il pubblico troverà il sistema più recente 
breve e sicuro acquistando le lenti di finissima lavorazione die conservano 
gli occhi e sellila aver bisogno di cambiare di grado anno per anno come 
usualmente avviene a quelle persone che fanno uso delle lenti ordinarie. 

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LE RIVISTE 



I UANCniKRi n! Roma ' Rocl. Lanriani 
r/V.-t' — ottobre). 



77u' Moitllilv h'f 



Massime in base ai risiili iti più recenti dejjli scavi e della 
critica archeolog^ica, torna la voghila di inda;j;are se non fos- 
sero già in uso presso i romani quei sistemi di scambio e di 
economia bancaria , che rei pensavamo doversi attribuire 
alla esperienza dei nostri prossimi pailri. V. l'indagine, a dir 
vero, non riesce di grande vantaggio al buon nome della 
modernità. 

Nel quarto secolo avanti Cristo una lunga fila di tabi^rtnu' 
<[>Xi'///iiriiU' , detta poi iioz'ai- labcrnac, albergn\ano, sul lato 
settentrionale <Iel l''t>ro romano, i sensali , i prestatori di 
danaro e gli usurai, l'iii tardi cpiei banchieri trasferirono i 
loro uflicì nella /ìasi/ica .ìeniiìiti, opera di Lucio Paolo Emi- 
lio, e presero a riunirsi periodicamente nella « \'ia di Gia- 
no», come oggi un gran numero di negozianti siu)le racco- 
gliersi in riazza Colonna. In caso di pioggia insistente . i 
convegni avevan liuigo sotto il colonnato delh» Basilica. K 
j)erciò (he, nel 15.^1, gli iniziatori degli scavi raccolsero ivi 
gran copia eli monete recantiate dtlel (piarlo .secolo avanti 
Crist(j, f che moltissnne altre se ne trovarono cementate. 



LK RIVISTK 135 

forse in consejE^uenza di un terribile incendio, nelle lastre dì 
(]Uel pavimento. 

L' industria degli argciihii-i rimonta , a voler "essere rii^o- 
rosi, al 305 innanzi l'era nostra, e poiché l'argento non fu co- 
niato in Roma se non dopo il 268, convien dire che il loro 
nome derivasse dalle operazioni di cambio da essi praticate 
con ogni sorta di moneta estera. K noto peraltro come si 
limitassero in seguito alle operazioni più importanti della 
economia commerciale (emissione di vaglia pagabili da cor- 
rispondenti residenti nelle piazze più remote , sottoscrizione 
di lettere di credito, etc), lasciando ai nuiiiiiinlari la parte 
modestissima del cambiavalute. 

Il denaro poteva venir depositato, ad interesse o no : 
a) presso i banchieri ; 
,3) presso i sacerdoti ; 
Y) nelle casse garentite dallo Stato. 

Gli argentari, considerati pubblici ufficiali e sottoposti alla 
vigilanza del prefetto dell'urbe, dovevano a tal fine segnare 
le loro partite di debito e di credito in appositi codices (z'cl 
fabulae, vel rationes). L'interesse, elevatissimo nei primi tem- 
pi, stabilito dalle XII tavole nella misura dell'olto e un terzo 
per cento all'anno (secondo il calcolo mommseniano, del 
dieci per cento), divenne del dodici per cento sul finire della 
repubblica, per ridursi al due e mezzo all'epoca traianea. 

Anche in fiore era l'economia privata, essendo abbastanza 
difluso Io spirito di previdenza , sebbene una buona metà 
della popolazione di Roma fos.se nutrita a spesa dello Stato, 
che nel 312 dopo Cristo provvedeva , solo entro la città , a 
riempire ben 290 pubblici granai. 

Xè i benefici della cooperazione erano ignoti o disprez- 
zati. Esistevano su vasta scala associazioni e casse sociali, an- 
corché al solo .scopo di assicurare degni funerali ai soci ed 
alle loro famiglie. 

La lotta per la industrlvlizzazione in Ungheria ed 
IN It.vlia (Xapoleone Colaianni — Rivista popolare. Ult. fasci. 

L'n fenomeno indubbio è quello degli sforzi che tutti gli 



136 LE RIVISTK 

Stati fanno per divenire industriali. Si trutta di contagio 
psichico? di orjiojflio nazionale malsan*» ? di una ragionevole 
aspirazione ad un benessere più sicuro e completQ ? 1 fattori 
probabili del caso sono diversi; prepondera tuttavia, nel no- 
vero delle cause, il fatto innej^abile di una certa correlatività 
storica esistente tra i ilati della ricchezza, della civiltà e dei- 
industria, K'ii^t«* le preziose osservazioni del (Joldstein. Far- 
sene vangelo sarà un bene , sarà un male ; avrà ragione il 
Wagner, avrà ragione il Brentano: certo non possont) negarsi 
la utilità e necessità relative della industrializz;izione. 

Potreblw? obbiettarsi. come Riccardo Cobden obbiettava a 
Quintino Sella, che a far possibile questa lotta occorrono con- 
dizì(jni nalui ali favorevoli, e speciali attitudini dei Livoratori; 
ma è beile ricordare che la risposta di (Juintino Sella al grande 
apostolo del liberismo fu, almeno per certe industrie, più che 
trionfale. 

Kd allora, date la possibilità e la utilità della lotta in di- 
.scorso, è lecito domandarci tjuel che I' Italia vada facendo 
per essa. l'er questa indagine, giova richiamarci, meglio che 
alle statistiche dell' Argentina e della Russia , a (pielle del- 
l'Ungheria, che, con i suoi 16 milioni di abitanti, rappresenta 
nell'impero ilegli Absburgo la parte prevalentemente agricola. 
Ivi le pubblicazioni utììciali curate dallo Szterenyi , non 
inferiori alla lit'iitsche \'olks7cirtschaft am Schlusse des ig 
Jahrhundct Is di Herlitìo forniscono ampia materia di studio 
allo statista ed al sociologo. 

Nel 1S6S il governo ungherese consacrò per I* incorag:g:ia- 
njento all'industria la sonmia di j.ijS corone; ili cui 20410 
per l'insegnamento professionale. 

I.' assegno cresce contimiamente; ma s|>ecialmente dal 1K80 
in poi: fu di corone 26,330 nel 1S79: di corone 114.559 nel 
iS.So; arriva a c«>rone 1 ,230,4x^6 nel i9o»>. 

.Sviluppo pili rapido prendono gli assegni per I' insegna- 
mento speciale : tla corone 3000 nel iS6-S si arriva a corone 
131.497 nel 1S80; a cor. 431, H71 nel 1H90; a cor. }. 171, 871 
n>.*l i9<M.). 

I.'ispozione del lavoro alla sua volta comim i.i fon i^.ono 
corone nel 1.S.S3; |M.Tviene a 152,950 nel 1900 



LK RIVISTF. 1.^7 

Si deplora inoltre che in rnijheria la spesa consacrata 
allo sviluppo dell'industria sia piccola; tanto più che in Au- 
stria, dov' è minore il bisogno — oltre le spese delle jjrovin- 
cie . — si comincia con 35^,794 corone nel 1.S68 e si arriva a 
S. 708,435 corone nel 1900. Per rinsej^namento professionale 
lo slesso governo anstriaco ha speso, nel 1901, cor. 7,236,522. 

In Italia, per contro, il bilancio presuntivo di agricoltura 
e commercio per il 1902-1903 propone, per incoraggiare e 
sviluppare 1' industria , lire 749,647. 11 capitolo S9 prevede 
una spesa di lire 19.835 per stipendi ed indennità agi' ispet- 
tori dell'industrie e dell' insegnamento industriale, mentre alla 
.sola ispezione del lavoro 1' Ungheria destinava , nel 1900, 
352,950 corone. Un capitolo umiliante del nostro biiancio, 
il 98, porta .segnata la spesa di lire 9500 per concorsi a So- 
cietà d'incoraggiamento ad altre istituzioni aventi per fitte di 
promuove) e lo svolgimento delie industrie , per Premi e me- 
daglie al merito industriale e per Borse di pratica commer- 
ciale, mentre nel capitolo analogo del bilancio ungherese era 
preveduta nel 1900 la spesa di un milione duecento cinquanta 
mila corone. Per salvar la proporzione relativamente al com- 
puto degli abitanti, 1" Italia, che all'industria in genere de- 
dica 749,647 lire , dovrebbe per i soli capitoli dell' incorag- 
giamento all'industria e dell'insegnamento professionale spen- 
derne 20,OCK3,000. 

H l'Ungheria non si è fermata a questo. Mirando al van- 
taggio della grande industria , ha , con le leggi XLI\' del 
1S81 e XLIX del 1899 , assicurata per 15 anni 1' esenzione 
dall' imposta per i benefici inferiori al 6 per cento per ogni 
istituzione finanziaria d' indole industriale avente un capitale 
minore di dieci milioni di franchi (in Budapest). 

I risultati di questa legislazione sono statt i seguenti : dal 
1.^89 al 1897 si sono create in Ungheria 1609 nuove intra- 
prese industriali che impiegano 45.<-''*'4 operai e che hanno 
speso 206,706,974 corone per primo impianto. L'esportazione 
dei prodotti manifatturati figurava per 280,860,000 corone 
nel 1886, per 454,881,000 corone nel 1899" Tra le esporta- 
zioni figuravano le cotonate per 10,832000 corone ; il cuoio 
e articoli di cuoio per 15,770,000 ; le macchine in ferro e 
loro parti per 19,806,000; gli oggetti in ferro per 31,135,000. 



13S LE RIVISTI-; 

In lUidapest le intraprese imlustriali per azioni tra il 1875 
e il 1890 oscillarono da 28 a 46, con un capitale totale che 
(la 53,398,000 nel 1S73 sale a 98,524,000 in 17 apni. Dopo li 
lefjge del 1S90, in S anni, il numero delle intraprese sale a 
149 e il capitale a 322,S22,o«jo. V. non si ha la statistica di 
tutta ri'nj^heria ! 

Le calhiie a vapore erano 13,372 nel iS9r, di cui 3.3"4 
per l'industria: 25,532, di cui 8,244 pt-r la industria nel 1899. 

Sopratutto, poi — perchè metton<» molte cose a p^>•^to — sona 
di sommo interesse per noi le consider fzioni de! ministro 
del commercio ungherese, llegedus: esse rappresentano qu.isi 
una oculata teorica della lotta |ìer la industrializzazione na- 
zionale. 

«Chiunque — scrive llegedus — osserverà laii dettagli 
senza partito preso, dovrà ammettere che la nostra grande 
industria ha fatto e la progressi rimarchevoli dopo U> stabi- 
limento della costituzione del 1H6S ; che i sacrifizi diretti e 
iniliretti dello Slato rappresentano un impiego remunerativo, 
atteso che il risultato «.ttcìuito sia stato di molto superiore 
alle .spese. Ma bi.sogna dire d'alira parte che su molti punti 
lo sviluppo non ha proceduto nel senso che si doveva spe- 
rare ; che non si rivolsero cure hastevoli alla piccola indu- 
stria : che non si volsero i primi sforzi sulle industrie chia- 
mate a mettere in valore le nostre materie prime; che non 
si dette la preferenza alle industrie i cui protlotti sono arti- 
coli di prim' ordine; che si tra.sciirarono decisamente le in- 
dustrie tessili, i cui protlotti sono Articoli di prima necessità 
l)er l'intera pop<»lazione. tanto che il loro consumo annuale 
sorpassa in media i 36tj,ooo,<jt>o di corone, mentre la produ- 
zione annuale non copre che la settima parte. 

« Il compito di sviluppare 1' industria può incombere allo 
Stato — tla noi è ancora il governo che deve dirigere il mo- 
vimento — o allo spirito «1" intrapresa dei particolari ; ma in 
tutti i due casi bisognerà creare la base sulla «piale si potrà 
camminare con conoscenza tli causa e di un paisso sicuro 
verso lo scopo cui si mira, allinchè l'industria n.-tzionale possa 
svilupparsi in vista dell'emancipazione economica del paese. 

« I. 'a/ione non pu('» avere che un solo punto di partenza: 



I.K RIVISTI-: 



139 



ìa eoiisfiilazionc /affa della situazione affttalc, la ìivclazioiic 
della produzioiie e del eonsunio. K questo il punto di par- 
tenza che ci permetterà d'impegnarci in una via pratica net- 
tamente tracciata ». 

Ramnes. 



I PIANOFORTI e gli HflRIVIONIUIYIS 

IrKI. 

erau [lepo,^it3 CARLO CLAUSETTI 

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. \ 17 ITP V VJ rii^ VI V debolezza generale e spinale e si- 
i\ LiU 11 AkJ J ll<iM A niili disturbi vengono cagionati dal- 
l' esaurimento del sistema nervoso ; la cura [)crciò , che guarisce la 
causa del male, deve rinforzare il sistema nervoso e tutto l'orgimi- 
smo. Ric-sce meravigliosa la Cura Lonilianli latta con > (,'raitiili di 
stricnina precisi ed il Rigeneratori" Lombardi e Contardi. Tutto 
l'organismo acquista vigore e forza, tutte le funzioni, si rigolarizzano, 
ottenendosi il benessere ed il piacere di godere la vita. Non si tratta 
di una cura empirica ma tutta razionale e scientifica, accettata dalle 
primarie celebrità in medicina. Numerose guarigioni in tutte le classi 
sociali, elVetti sjjlendidi anche in casi antichi e disperati. 

La cura completa dura due mesi (4 tì. Rigeneratore, i fl. Granuli 
stricnina), costa in Italia L. >8 e si spedisce in tutto il Mondo j>er 
Kr. 20 anticipati all' unica fabbrica Lombardi e Contardi. Napoli 
Via Roma 345 bis p. p. 



nlW \ ]>rri? ^^ malattia terribile, che per oltre cinque 
j 1 'I .\ IHj 1 Ci secoli ha tornato la costernazione degli am- 
malati e hi disperazione dei medici, oggi si guarisce facilmente con 
con la Cura Contardi fatta con le Pillole litigate Vigier ed il Rige- 
neratore Lombardi e Contardi. Oramai si contano molte migliaia di 
guarigioni in tutto il Mondo ed anche ammalati antichi e gravi si 
sono guariti perfettamente. La guarigione poi viene accertata mate- 
maticamente con l'analisi delle urine e visibilniciite col ritorno della 
buona salute nei soflerenti. Si mangia cibo misto e si ottiene la 
parsa dello zucchero delle urine con la ripre.sa delle fori.e. Nes.suna 
cura ha mai fin'oggi dati risultali simili. .Molli medici si sono gua- 
riti essi stessi cun tale cura, scrivendone i risultati. 

La cura c.jmi>leta di un mese costa L. 12 in italia e si spedisce 
in tutto il Mondo per L. 15 anticipate all'unica fabbrica Lombardi 
e C<.i.tnrili Napoli Via Roma 345 bis p. p. 



ri i VriT^'P C^\^ K Vj T/i *' *^"''^ splendidamente con 
'' oAAÌTUIj uUAMU la Smilancina Lombardi e 
Contardi, unita al ioduro di potassio. Con questa cura si mettono 
a profitto le esperienze di quattro secoli ed i più recenti deiuii 
della scienza. La Smilancina è a base di salsapariglia (20 ojo) con 
legni ind ani esaurii: con mett>do di preparazione .si>eciale. «Juesie 
sostanze venivano adoperate con vanuggio immenso tin da remo- 
tissimi tempi. .... „ 

Il i.xJuro è un prodotto moilerno. riconosciuto efhcac»s.simo in tutte 
le cliniche. L'unione dei due proilotti, Smilancina e ioiluro. da un 
effetto meraviglioso , mai conseguito da nessun' altra cura. Tutti i 
prMulii U)mbardi e Contardi destano invidia i>er la loro efficacia 
e vcngoiij falsificati e<l imitati. Ciò è successo anche (>-'■ '« Snula- 
Cina. Raccomand;usi non farsi ingannare. La cura i (.1 fl. 

SmilaciiKi) (I 11. iotli ta in Italia L. 21 e si»pc>.:-v .11 tutto 

il Mondo i>er L 25 . 1 all'unica fabbrica Lombardi e Con- 

tardi. Napoli Vi- Roma 345 bis p. p. 










'fm m^*^^^^'^ò'M (> .^.-' v^-^% 



L* ©rologìo umano 



Prima di iniziare la pubblicazione del nuovo romanzo che 
interesserà e divertirà i lettori non meno di quello termi- 
nato nel numero scorso, pìibblichiamo una novella del nostro 
Cyrus Smith, in cui è trattato un problema dell' ipnotistno. 

N. d. R. 

Per ragioni di comnierciu 1' amico Attilio ed io co- 
stretti a raggiungere al più presto Costantinopoli , non 
potemmo far altro per non perdere tempo, che profittare 
di uno di quei treni sui quali già gì' insorti macedoni 
avevano compiuto qualche attentato. Ciò era pericoloso 
è vero: ma in quel momento non avevamo la scelta dei 
mezzi ; e poi non ci pensammo sopra più che tanto, per- 
chè sapevamo che la linea era accuratamente sorvegliata. 
Appena entrati nel campo dell' insurrezione, le condi- 
zioni anormali del paese ci si rivelarono immediatamente 
dai frequenti gruppi di soldati turchi scaglionati lungo 
la linea , e dal fatto che il numero dei viaggiatori an- 
dava sempre più assottigliandosi a misura che procede- 
vamo innanzi. 

Sin dal principio del viaggio avevamo notato seduto in 
feccia a noi un giovane signore, robustissimo della per- 
.sona, dagli occhi neri e profondi , dalla faccia aperta e 
leale, il quale scmi^rava interessarsi moltissimo a noi, per- 
chè quasi quasi gli traspariva dagli occhi il desiderio in- 
tenso di sapere chi fossimo, dove andassimo e per quali 
ragioni. E' vero che l'individuo in questione riusciva 
oltremodo simpatico soltanto al vederlo; ma è pur vero 
che questa, diciamo cosi, tacita curiosità, che sembrava 
prossima a manifestarsi in domande, ci cagionava come 
una specie di disagio, ed Attilio ed io cominciavamo a 
scambiarci degli sguardi abbastanza eloquenti. 

Frattanto il treno correva e i gruppi di soldati si an- 
davano facendo meno frequenti lungo la linea, o perchè 
le autorità stimassero essere minori i pericoli nelle loca- 



142 L OROLOGIO UMANO 

lilà che attraversavamo . o perdio ve ne fosse necessità 
per insejfuire le squadre hulj^^are. Al passaggio del treno, 
con r aspetto impassibile dei musulmani , i)resentavan(. 
le armi e si riti'' i\ l'ii» quindi ni'li- li>i<i ti-mli imt r()\- 
visate. 

Non dirò che avessimo paura, ma da una parie il tro- 
varci sul teatro tlell' insurrezione , e dall' altra la solitu- 
dine che diventava sempre più impressionante, ci mette- 
vano nell'aninuj una certa ap|)rensione. 

Cert<j dcivemmo tiare (jualchc segno del n<jstro lurlu- 
mento , perchò 1' incognito viaggiatore , i i\ lùvi-ndoci la 
|)arola, ci domandò in buon francese : 

— Andate molto lontano, signori ? 

— A Costantinopoli, rispondemmo ad una voce Attilio 
ed io, felicissimi, a dir la verità, di attaccare discorso. 

— K perchè avete scelto questa via ? 

Gli sjìiegammo le ragioni jier cui non avevamo potuto 
fare diversamente. 

— In questo ca.so debbo darvi un consiglio, il che n»>n 
ho fatto [)rima , perchè ad ogni stazione speravo tli ve- 
dervi scendere. Il treno corre qualche pericolo, nialgra«.l<> 
la presenza dei .soldati , che d' altra p.irte vanno diven- 
tandi» . come potete vedere, sem|)re più rari , e siccome 
nel treno non siamo rimasti che soltanto noi tre e < - 
che altro, il quale (juasi lertamentc viaggia per sorvt 
me. vi trovate esposti a qualche rischio indipemlenten: 

ila ciò che potrebbe accadere al treno. .Scem! 
prossima stazione, e se ciò vi farà perdere tev 
s'furi che per lo meno vi eviterà tlei fasiiilii 

Siete forse, un membro del comitato bulgaro,-' <■ 
■Aiuiio , fingendo di .scherzare , ma abbassando i»tinii\.i- 
ip li'c la voce. 

Sono un indivitluo attentamente stirvegliaio . come 
vi In» detto dal coniitato bulgari), il i\v 

«iceasione favorevole ed a.ssolutamente .,.., 

impailronirsi di me da un momento all'altro. I) 

io non voglio fuggire. Il trovarvi soli . voi strai 

mia compagnia, cpiantlo nel treno non v'i ■ 

altro vi:iL'.'ialore , perchè cpiei pochi .se i >ii 

lutti, me al pericolo di essere ritenuti a parte di 

quelle a/ioui che hanno • io di n>e l'ira del 

coniitalo. S(<iii J.ii- iliiiiiii iM I s' './iiii!!' I 11 r 

(|uaiuo lii) I 

sarà per il vostro meglio. 



I. OROLOGIO UMANO 143 

l'ere) non sold non avemmo il tempo di j;iun.e:ere alla 
]>iossimii stazione; ma nemmeno quello di rispondere. Atl 
un tratto il treno si fermò, mentre numerosi uomini armati, 
vestiti del costume nazionale invadevano le carrozze. Mi 
parve dall'espressione delle loro facce che al vederci ci 
ai>ostrofassero rivolscendoci si^li epiteti iiiii ingiuriosi e 
gl'insulti più sanguinosi ilella loro lingua, e senza che nem- 
meno ci venisse in mente di protestare fummo trascinati 
via dal treno, legati, ed avviati verso i monti clie sor- 
gevano nelle vicinanze. 



Procedemmo iK-r qualche tempo per un sentiero fian- 
cheggiato da altissime siepi che ci nascondevano intera- 
mente, e quando fummo abbastanza lontani dal punto in 
cui il treno si era fermato, o era stato chi sa con quale 
mezzo, fermato, ci fecero sostare e ci bendarono. Preso 
pel braccio , e guidato così da un insorto , allo stesso 
modo che i miei compagni , continuai a camminare per 
circa un'ora, senza rendermi conto del cammino che se- 
guivo. Mi parve .soltanto ad un certo punto di attraver- 
sare IMI sentiero limitato da pareti molto alte che quasi 
mi toccavano , e maggiormente mi confermai in questa 
tjpinionc . perchè invece di essere guidato pel braccio , 
tenendo l'uomo al mio fianco, ero spinto leggermente da 
dietro. Finalmente, senza slegare le funi che ci avvince- 
vano ie braccia, ci tolsero le bende, e ci trovammo in 
una specie di capanna abbastanza larga , nella quale vi 
erano dei giacigli , su cui ci lasciammo cadere affranti, 
mentre eravamo lasciati soli. 

— Signori miei, disse subito lo straniero, voglio pro- 
fittare del tempo che abbiamo a nostra disposizione e di 
cui non è possibile preci.sare la durata, perchè sappiate 
in quali condizioni vi trovate e quanto male vi abbia 
fatto il trovarvi in mia compagnia — Sapevo, come già vi 
ho detto di essere spiato e seguito molto davvicino, pre- 
vedevo quello che mi è accaduto ed ora sono perfetta- 
mente conscio della sorte che mi spetta. Ma voi, è ne- 
cessario che conosciate almeno di che cosa probabilmen- 
te sarete accusati, per mostrare la vostra innocenza, an- 
che trattandosi di un'azione che torni a onore di .chi 1' ha 
compiuta. Avete letto certamente su qualche giornale , 
poiché la stampa di tutto il mondo ne ha parlato , di 



144 l'orologio umano 

quali potentissime armi disponessero i bulpfari nell'accin- 
^zTàì a suscitare 1' insurrezione macedone. Di una , 
delle dinamite, si sono già veduti i terribili effetti. L'al- 
tra consisteva in numerosi piccoli tubetti contenenti 
culture di bacilli della peste e del colera , preparati 
in appositi laboratorii , bacilli che diffusi fra le popola- 
zioni turche ed in ispecie fra i soldati del sultano, avreb- 
bero molto efficacemente aiutata l'opera nostra. Io, che 
sono un medico bulgaro, appartenevo al comitato e per 
convinzione e per ragioni di odio venso il turco brutale 
e sanguinario derivanti da antichi torti subiti dalla mia 
famiglia. In tutti i particolari dell'azione che dovevamo 
esercitare, fui d' accordo coi miei compagni , meno che 
quando si trattò di diffondere tali malattie. Se il mondo 
fosse stato abitato .soltanto da turchi, ebbene forse avrei 
aj^i^rovato ; ma minacciare seriamente tutti quanti i po- 
l)oli, danneggiare il commercio e le industrie di nazioni 
delle quali godiamo ogni simpatia ; attirarci l' odio di 
tutto il mondo civile, compiendo contro i nostri nemici 
una vendetta per cui certamente li avremmo su|)erati 
in crudeltà e nefandezza, mi parve troppo e mi opposi 
risolutamente. Solo contro tutti , non potetti imporre la 
mia volontà, ma con le mie insistenze ottenni che mo- 
mentaneamente r esecuzione dello spaventoso progetto 
fosse rimandata. Allora, determinato a far trionfare i miei 
principi! anche a costo della vita, andai nel luogo dove 
si conservavano le culture dei bacilli , e api)rofittando 
della mia qualità di membro del Comitato, le distrussi, 
o meglio le resi innocue, senza che colui che le aveva 
in custodia se ne accorgesse. Dopo feci pervenire notizia 
ai miei colleghi di quanto avevo fatto. 

Non solo fui dichiarato traditore del mio partito, ma 
mi si accusò di e.s.sermi venduto al nemico, o a chi aves- 
.se interesse di non farci vincere, e perciò venni condan- 
nato a morire appena fo.ssi venuto in jiotere del comitato. 

Tentai di far valere le mie ragioni . dimostrando che 
.solo un alto sentimento umanitario mi aveva spinto ad 
agire in tal maniera. Ma tutto fu inutile, e, se non sono 
stato arreslat(j prima di ora. tanto più die io non ho mai 
cercato ili fuggire o di nasconik-rmi, avemlo la coscienza 
di non essere traditore, ciò ò stato perchè si cercava di 
cogliermi in relazione con gli emissari! delle i)oicnze da 
cui. secondo loro, mi son lascialo corromp»''- '^■i > 1m' in 
tal caso 



I. OROLOGIO UMANO 145 

— Noi saremmo gli agenti corruttori ! disse Attilio, 
mentre un doloroso stupore gli si leggeva sul viso. 

— È facile che siate state presi per tali 

— Ma noi siamo italiani , e potremmo subito dimo- 
strarlo 

— Miei cari signori, in primo luogo 1' essere italiani, 
non impedisce che si possa, per esempio essere ai servi- 
zii dell' Austria o della Russia , eppoi in tal genere di 
cose, credetelo, le carte che potreste avere non rappre- 
senterebbero nulla, ne è il caso di andare a cercare un 
console italiano per chiedergli informazione , o doman- 
darne all' estero. Come stanno attualmente le cose , io 
.sarò certamente condannato, ma voi potreste ancora es- 
sere salvi; ciò dipende in primo luogo dalle persone che 
v' interrogheranno , e poi da quel qualsiasi salvataggio 
che potrà offrirvi la fortuna. 

Attilio rimase muto e pensiero.so con lo sguardo fìsso 
nel vuoto. Io esclamai: 

— Guarda un pò in che razza d' impiccio ci siamo 
cacciati ! per mostrarmi disinvolto e tranquillo, ma deb- 
bo dire la verità, tri.sti pensieri mi sconvolgevano l'ani- 
ma tumultuo.samente. 



Frattanto la sera cadeva lentamente e l'oscurità si fa- 
ceva sempre più fitta, il che accresceva le sofferenze già 
intollerabili procurateci dalle corde che ci entravano nelle 
carni, e che e' impedivano ogni libertà di movimento. 
Tacevamo accasciati sotto il peso di questa sciagura piom- 
bataci sulle spalle all' improvviso: tentai di far parlare 
Attilio, ma ne aveva poca voglia. 

Trascorsero cosi parecchie ore , durante le quali non 
potrei precisare .se dormissi o rimanessi completamente 
.sveglio; quel che è certo si è che il cupo silenzio, tanto 
dell' esterno che dell' interno della capanna, non fu mai 
turbato. Finalmente udimmo 1' avvicinarsi di un passo 
.strascicato, la porta si aprì ed una lanterna illuminò vi- 
vamente l'ambiente. Il rapido ])assaggio dalle tenebre più 
fitte alla luce, ci co.strin.se a chiudere gli occhi per qual- 
che secondo, e appena potemmo riaprirli , .vedemmo un 
vecchio di alta statura, anch' esso vestito del costume na- 
zionale , curvo sotto il peso degli anni , con una barba 
bianca e fluente che gli scendeva a metà del petto. Mi- 
lo 



146 l'orologio IMANO 

Sf in un aiijfolo un cesto con un poco di cibo ed 
una secchia |)iena di acqua e quindi venne a sciogliere 
le nostre corde. Il bulj^aro lo interroj;») nella sua lingua 
a noi sconf)Sciuta, ed ejjli k'' rispose dimostrandogli una 
deferenza e un rispetto grandissimo e tali da far capire 
che ben sapeva chi eg^Ii fosse . e quindi se ne andò. 
Mentre stiravano deliziosamente le membra intorpidite 
per il lun}?o e forzato riposto , Attilio e<l i() interr<^>fjam- 
me ansiosamente il bulgaro, ma egli ci disse: 

— Amici miei, disgraziatamente non ho a comunicarvi 
nulla di nuovo I So soltanto che gì' insorti son«> stati in- 
seguiti dai turchi, ed anche attivamente inseguiti. Ma essi 
conoscono a menadito i luoghi e tutte le risorse che que- 
-sti offrono, e se la caveranno. Intanto noi si inm oiii ai>- 
bandonati, ed aspettiamo. 

— Ma non ne .sono rimasti alcuni per faici la guardia? 

— No, con noi non ci sono che il vecchio il quale 
avete vi.sto ed una .sentinella. 

— Ma alhjra, potremmo tentare di scappare, disse su- 
bito .\ttilio, ed anche in contlizioni vantaggiose, |MJÌchc 
siamo tre giovani contro ilue uomini, ».li cui per lo me- 
no uno non può tenerci testa. Sarebbe il caso di non 
perder tempo I 

— Non vi fate illusioni , disse in tuf)no autorevole il 
dottore bulgaro, il vecchio non ci opporrà ne.ssuua resi- 
stenza: la .sentinella rimarrà a.s.solutamente invisibile. e|>- 
pure con tutto ciò la fuga non sarà po.ssibilc in alcun 
nunlij. perchè siamo custoditi dalla natura, siamo in un 
carcere costruito in ukkIo tale che l'unica .sentinella, pur 
rimanendo immobile potrebbe impedire di fuggire non a 
tre. ma a cinquanta persone , se pure riusci.s.sero a tro- 
vare r unica via di u.scita, il che ve lo assicuro, non è 
affatto facile. Kd io, aggiunse a prevenire qualsiasi insi- 
-stenza in proposito . pur desiilerando ardentemente che 
siate .salvi . non potrei indicarla , perche per (juanto sia 
pratico dei ilintorni, conosco questo luogo solamente per 
averne intes<» parlare. Della verità di «pianto vi dico vi 
convincerò domani. Ora i- opportuno mangiare qualche 
co.sa, anche per poter es.sere in condizioni , se la fortu- 
na \orrà concederci tjuel (|ualsi;usi .s;ilvataggio . di pro- 
fittarne. 

Mangiammo stentatamente, incitandoci a vicenda, tranne 
ì I dottore bulgaro il quale dimostrava una calma ed una 
.serenità invidiabili. F. finalmente , dopo che il disc'orso 



L OROLOGIO UMANO I47 

si fu asjgirato ancora qualche tempo sulla nostra presente 
condizione, sulle probabilità che avevamo di cavarcela e 
che fu anche toccato il tasto dolorosissimo dei nostri 
cari assenti, i quali in (luel momenttj n(jn potevano me- 
nomamente dubitare del nostro triste destino , ci sdra- 
iammo sui oriaci.s:li, i quali più che per uomini, sembra- 
vano apparecchiati per bestie. 

Quando mi svegliai, al primo momento sentii in me 
quella soddisfazione che prova chi ha ristorato le proprie 
forze con un buon sonno riparatore, ma appena mi resi 
conto del luogo in cui mi trovavo, un' angoscia indici- 
bile mi strinse il cuore, e mi domandai: Saremo ancora 
vivi questa sera ? 

La luce del giorno invadeva la capanna, e la lanterna 
in un canto mandava gli ultimi guizzi. 

X'olsi lo sguardo intorno e vidi Attilio sollevato a metà, 
anche lui forse in preda al quarto d' ora di scoraggia- 
mento che succede al risveglio. 

— Hai dormito, gli di.ssi ? 

— Si , contrariamente a quello che credevo. Ed oggi 
che co.sa ci succederà? 

— Ma I ne so quanto te ! 

— Possibile che proprio non possiamo profittare della 
felice circostanza che siamo soli , per andarcene via, 
senza affrontare tutte le eventualità che a quanto pare 
non ci saranno molto favorevoli ? Hai inteso ieri sera ? 
Un vecchio ed una sola sentinella! 

Al nostro dialogo il dottore si era svegliato , e volle 
sapere di che discorrevamo. 

— Usciamo, diss'egli levandosi, e avrete la risposta più 
convincente alle vostre domande. 

L'orizzonte limitato che ci si offriva alla vista, mostrava 
un cielo coperto di nubi grigie e spesse che non accen- 
navano a diradarsi , e non vedemmo nessuna traccia di 
essere vivente. 

— Pensate, continuò, che non tanto facilmente ci a- 
vrebbero lasciati soli , se fosse .stato possibile fuggire. 
Guardatevi intorno, ed osservate che qui siamo al fondo 
di una specie d'imbuto, le pareti del quale, quantunque 
non molto alte , quasi a picco come sono e formate di 
nuda roccia, potrebbero essere superate soltanto da chi 



148 l'orologio ('MANO 

fosse iminiicj di ali. Si direbbe che siamo nel cratere di 
un vulcano spento. Certo, per andare e venire vi dev'es- 
.sere qualche pas.sagjjio , ma oltre che di.ssiniulato , in 
maniera che molto probabilmente occorre sollevare qual- 
che macigno per vederne l'apertura, stando a ciò di cui 
mi sono accorto nel venire , dev' e.s.sere strettissimo in 
modo da concedere il cammino ad una sola persona alla 
volta. Si spiejfa cosi come una sola .sentinella sia surìì- 
cientemente a sorvejjliarci; quantunque e.ssa più clie per 
que.sto, sia utile per spiare i movimenti del nemico e 
seji^nalarli. 

Il vecchio che ci portò il cibo , non risiede sempre 
qui: abili.ssimo nel trave.stirsi, va a portare notizie e .se- 
jjnali dove il bisogno lo richiede. Ora forse deve stare 
qui finché ci .saremo noi. Kgli mi t molto fedele, perchè 
in una certa circostanza gli ho salvata la vita , e .se vi 
fosse il modo di fuggire me lo direbbe ; ma siate pur 
sicuri, e dopo quanto avete visto ve ne sarete convinti, 
che per (juesto lato non ci è nulla ila fare. 

Hi.sogna c(invenire die il luogo confermava abba- 
stanza efììcacemcnte le parole del nostro compagno! 

Attilio ed io ci guaniammo come due uomini a cui 
nient'altro ò ilato di sjìerare .se non che le ore terribili 
dell'attesa della morte, siano per quanto più è pos.sibile 
abbreviate, ed egli, carattere nervoso et! impre.ssional)ile 
cadik- singhiozzando nelle mie braccia. 

In questo mentre veiiemmo il vecchio già vicino a 
noi, il quale ci portava una frugale colezione, chedoi»-- 
averci .siilutati, andò a lasciare nella cappanna. Ouando 
usci si fermò davanti al balgaro, e con un atteggiamen- 
to che nulla la.sciava trasparire di buono, gli dis.se qual- 
che co.sa, a cui il bulgaro replicò do|H) un momento di 
rifle.ssione , «pialche parola. Il vecchio as.semt e se ne 
andò la.sciando il bulgaro pensieroso. 

(ili domandai se avesse .s;iputo <|ualche nuii/ia eil egli, 
dopo aver guardato .Attilio, mi rispo.se .semplici iii«-ni«- 

— Andiamo a fare colezione. 

Onesta fu mollo più triste tlella cena del giorno prc- 
ceilentc. Fra le altre cose nemmeno il dottore ci inco- 
raggiava. Kra triste, nervos»), premcupato, ed ogni tan- 
to sembrava tendere l'orecchio etl ascoltare. Questo fatto 
ci impressiono in maniera da non dirsi. Il velieri' 
dell.i sua tranuuillii.'i i- «lil siin s.un'iii- fn-iMo .r 



I.'OROI-ÓGIO UMANO 149 

ci faceva pensare atl un pericolo nuovo e misterioso di 
cui non sapevamo che cosa pensare. 

Muti ed angosciati, a stento inghiottimmo qualche boc- 
cone, dopo di die Attilio che, più nervoso di tutti, non 
saiKva stare alle mosse, dis.se : 

— Ma, dottore, diteci per pietà, ci é qualche cosa di 
nuovo ? Questo stato è cento volte peggiore della morte! 
Se dobbiamo morire, ditecelo, .sapremo almeno che cosa 
ci aspetta I — 

— Ebbene, rispose lentamente il dottore , si, potrem- 
mo e.sser morti fra mezz'ora ! — 

— Potremmo ? Dunque non è sicuro ? 

— No, e .se vedremo venir subito il vecchio, ogni pe- 
ricolo sarà svanito, almeno per il momento. 

Allora tutti tre ci mettemmo in attesa , e fu con giu- 
bilo immenso che dopo una ventina di minuti che ci 
erano sembrati secoli vedemmo apparire il vecchio col 
volto raggiante. 

Egli baciò la mano al bulgaro, e quindi, a ba.s.sa voce 
gli fece un lungo discorso. Poi lo prese per la mano, 
lo trasse sulla soglia della capanna, gli indicò un punto, 
rientrò. Ci fece anche a noi qualche segno di incorag- 
giamento ed uscì. 

Domandammo subito .schiarimenti, ma il dottore ci di.s- 
se .soltanto : 

— Buone notizie. Il vecchio se ne va altrove, almeno 
per ora, ma non ci lascia senza prima averci portato il 
cibo della sera, e .senza, aggiun.se con intenzione, averci 
dato qualche consiglio che potrà esserci utile. 

Infatti dopo poco rientrò col solito cesto carico di 
provvigioni, lo depose, venne vicino a noi, ci strinse le 
mani, al bulgaro le baciò e dopo averci rivolto un lun- 
go .sguardo velato di lagrime di tenerezza, uscì. 

— Ed il consiglio, chiedemmo Attilio ed io insieme ? 

— L'ho già avuto, e lo metteremo subito subito in 
pratica 

Attilio ed io stavamo sul punto di abbracciarci, di bal- 
lare, di cantare; ma un'occhiata severa del dottore ci trat- 
tenne. 

— Spero che non vorrete compromettere tutto, per fare 
gli sciocchi, di.sse concitatamente a bassa voce. Siate scrii! — 

Poi essendoci calmati, aggiunse: 

— Facciamo passare qualche po' di tempo. Poi usci- 
remo e ci sederemo su quelle pietre che vedete poco 
lontano dalla capanna, li parleremo. 



150 I. < IR* 'l.i "Mt » l'M \N<> 



* 
« ♦ 



Duravamo fatica a contenerci. Io uscii dalla capanna 
e mi misi a passegjfiare all' a|)erto , sejjuito suhito da 
Attilio, sul quale la sf)eranza «li una qualsiasi via di sal- 
vezza aveva addirittura operata una risurrezione ; poco 
dopo insieme andammo a rajjjjiungere il ilottore il quale 
era j^ià seilulcj su ili una delle pietre designate. 

— Meglio parlare qui che nella capanna disse. Qui se 
parliamo a bassa voce nessuno jiotrà ascoltarci . perchè 
non può avvicinarsi; non .sarebbe cosi invece se stessi- 
mo chiusi. Inoltre bisogna aver 1' aria di iliscorrere non 
trop|)o allegramente, perciò qualunque sia 1' effetto che 
sarà per derivare nell' animo vostro da quel che .senti- 
rete, reprimetevi e rimanete impassibili. .Se qualcuno non 
visto ci o.s.servas.se, potrebbe aver dei so.spetti alle ma- 
nifestazioni di allegria di uomini i quali dovrel)bcro s;i- 
pere di poter essere fucilati da un momento all'altro. 

Questa mattina siamo stati ad un pelo dall' andare al- 
l' altro lìKjndo , perchò il capo incaricato ili e.seguire la 
sentenza pronunziata contro di me è venuto , ed è tale 
uomo ihe non avrebbe ascoltata da voi ragione alcuna, e 
a qualunque costo non vi avrebbe risparmiati. E' perciò 
che avete visto il vecchio parlarmi ; ed io non per me 
temevo, ma per voi. Kortunatameate i turchi non se ne 
.s<jno stati tranquilli, ed egli per andare a .soccorrere con 
urgenza alcuni compagni nostri alle prese con i .soldati, 
ha potuto soltanto ordinare al vecchio del quale ha bi- 
.sogno attualmente , che lo segua e la.sciare qui due in- 
sorti feriti e due validi che li ansislono. facendo sapere 
che tornerà domani. Ora il po\ero vecchio mi ha tlato 
il mezzo di fuggire ili (\u\, mezzo cono.sciuto ila lui solo, 
perciò .se Iddio ci aiuta, domani .sarete lontani. Non prima 
di oggi poi ha |)otuto comunicarmi que.slo .segreto, por- 
chi- ila che giungemmo, fino a questa mattin.i. nei din- 
torni ilei luogo ove siamo, si .sono sempre aggirate s«jua- 
dre ili rivoluzionari. Qui sianu) vicinissimi ad un pu.sto 
di Turchi ben j^uardato , io conosco i luoghi e a|>|>ena 
fuori, in poco tempo potrò conilurvi in siilvo. 

.Alla mia destra, le rocce che circondano 1" imbuto al 
fondo del quale ci troviamo, sono facilmente acct 
sicché si può giimgere fai'ilmenle alla sommità e pi<>j.i n- 
menle a <iuel punto ilove la natura s'ò cumpiaciuia imi- 



laro srrossolaiianìcntc una statua sul suo i>ietlistallo. Se 
noi andassimo ora a quel i)unto ci si offrirebbe allo 
sjjuardo un precipizio talmente inaccessibile da fare spa- 
vento al solo tjuardarlo. Ma cinque ore dopo il tramonto 
in questa stagione, non un minuto di più, né un minuto 
di meno . come caldamente il vecchio mi ha raccoman- 
dato, la topografia è completamente mutata, il precipizio 
non e' è più ; si può camminare e con un leggiero de- 
clivio scendere alla pianura nel modo ])iù semplice . più 
facile di questo mondo. Non vi sembri impossibile : la 
natura fra le sue risorse meravigliose ha anche quella 
dei ponti mobili. Non avete mai inteso parlare delle 
rocce o.scillanti ? Sono dei gro.ssi massi di pietra che in 
un periodo determinato passano da una posizione ad 
un' altra. In America ve ne .sono due o tre. fra le quali 
una grandissima in cima ad una montagna della rejnib- 
blica Argentina. E' dunque una roccia oscillante che in 
un determinato momento si trova a formare un saldo 
ponte sullo spaventoso precipizio, è una roccia oscillante 
che la fortuna mutabile vi offre per trarvi da ogni im- 
paccio, il segreto della quale era conosciuto soltanto dal 
povero vecchio che me lo ha svelato per .salvarmi la vita, 
jier sdebitarsi verso di me di quanto molti anni addietro 
io ho fatto per lui. 

Non ci resta dunque, signori miei, che raggiungere al- 
l' ora stabilita il luogo che vi ho mostrato. Mi è stata 
raccomandata un' estrema esattezza, perchè a quanto pare 
la roccia non è .solita attendere i ritardatarii e dobbiamo 
perciò con ogni cura, cercare di non commettere qualche 
sbaglio. Peccato che oggi il cielo sia coperto e ci impe- 
disca di vedere il tramonto I Ma del resto non è un gran 
male, perchè il mio calendario, e ciò dicendo trasse un 
piccolo libretto dal portafogli, ci farà sapere con la più 
grande esattezza a che ora e.s.so avviene, ed il mio oro- 
logio è di una estrema esattezza. 

.Mi.se fuori 1' orologio . esso era fermo : guardammo i 

nostri e erano fermi anch' essi. Ciià da molte ore 

avrebbero dovuto essere ricaricati, ma le circostanze, di- 
sgraziatamente ce lo avevano fatto dimenticare a tutti tre. 
Ed ora? Un brivido mi agghiacciò il .sangue, e sentii i 
capelli rizzarmisi in testa ed il sudore dell'ango.scia im- 
perlarmi la fronte. Era triste per un ostacolo determina- 
tosi all'ultimo momento, per un ostacolo quasi quasi di 
valore secondario, dover rinunziare alla libertà, alia vita I 



152 L OROLOGIO LMANO 

Mentre queste idee mi attraversavano rapidamente il 
cervello. Attilio che non ancora si era reso esattamente 
conto ilelle c-onseguen/.e della fermata de<^li orolotfi . mi 
disse : 

— Ma che hai ? Sun ti conlVtnilere ; il tramonto è vi- 
cino e se il cielo è coperto si potrebbe 

Ma mentre parlava si era fatta la luce nella sua mente 
e tutto rannuvolato in volto tacque. 

— .Spero bene, continuo, che non sarà poi mipo.ssibile, 
dcjinandare l'ora a (juaUuno I 

— l'ossil)ile o impossil)ile , esclamò il dottore , il do- 
mandare l'ora sarebbe un gravissimo errore che ci atti- 
rerebbe una sorveglianza rigoro.sa, perchè può far sospet- 
tare chi .sa che cosa, e allora buona notte I 

Tacemmo : il dottore mise la fronte nelle mani e ri- 
ma.se assorto profoniiamente, intensamente nel corso dei 
suoi pensieri, e mentre la disi)era7.ione leggevasi sempre 
più chiaramente sul volto cupo di Attilio, e lo sconforto 
cominciava a invadermi 1' animo , disse, facendo ancora 
una volta ritornare la speranza nei no.stri cuori : 

— Ho trovatij un mezzo che forse risolverà soddisfa- 
centemente la (juestione. La partita è per ora tutt" altro 
che pertluta. Non abbiamo bisogno degli orologi. 

Frattanto l'aria era diventata completamente scura, l'ro- 
baliilmente il tramonto ilal (piale dovevamo cominciare 
a contare le cin(|ue ore era jjas.salo , e forse si iniziava 
già il movimento della roccia dal quale dipendeva la no- 
stra libertà. 

* 
» « 

Il dcjttore ci consigliò di ristorare le nostre forze, del 
che ci ilette subilo l'esempio; ed arììncliè mangi;issiino 
di buijn appetito ci rincoro , assicurandoci che lutto sa- 
rebbe anilalo bene. Ma altro non volle dire, ed alle no- 
stre insi.sienti ilomande si contentò ili rispondere 

— Ho un mezzo ili contare le ore chi- non ha !• 
né di essere regolato, ni- che si stal)ilÌM-a da <pi.. 
debba c«jminciare. 

Terminato il pasto, ci trattenemmo a iliscorrere ili «osi- 
a.s.solutamente estranee alle nostre presemi condizioni ed 
a tutto ciò che ci ciri'oiulava ; do|)o le ore angosciose 
tra.scorse, la speranza tiella |)rossima liberazione, e le as- 
sicurazioni del bulgaro, ci niellevani» nell'animo una 



L OROI.OC.IO l MANO 153 

grande calma ; una calma tale che non saremmo mai 
sembrati dei priijionieri in procinto di tentare una tuga, 
ma pacifici borghesi che avessero passata una giornata- 
in campagna. Ad un tratto il dottore, troncò i discorsi ed 
alzandosi: 

— È tempo di atrire, disse. Venite, signor Attilio, ed 
ascoltate bene ciò che vi dirò. 

Pronunziò le ultime parole con una energ-ia confinante 
quasi quasi con una certa brutalità. 

— Io ho il mezzo, ed io solo l'ho, di restituivi la li- 
bertà e di condurvi in luogo sicuro : da questo momento 
quindi io sono il vostro capo e voi dovete obbedirmi come 
ad un superiore del quale non si discutono gli ordini e 
doz'ete avere in me u?ia fede cieca, assoluta. 

La sua voce aveva assunto un tono quasi metallico 
ed una espressione .sempre più dura ed imperiosa. 

— Voi dovete obbedire ogni mio ordine. — Siete pronto? 
Attilio turbato, affascinato, rispose senza esitare : Sono 

pronto I. 

— Ebbene , continuò lo straniero fissando sempre più 
intensamente i suoi grandi occhi neri e profondi negli 
occhi di Attilio , io voglio che dormiate , dormite, obbedite. 

Ciò dicendo gli mise una mano sulla testa e seguitò : 

— Atiìdatevi a me ed al mio i)otere. Solo cosi posso 
salvarvi. Dormite. Gli occhi di Attilioi divennero fi.ssi , 
indi a poco a poco le sue palpebre battettero due o tre 
volte, e finalmente la persona si abbandonò. — Dormiva. 

Non capivo nulla , e cominciarono a sorgermi nella 
mente le più strane idee. Che volesse far regolare gli 
orologi da Attilio nel sonno ipnotico ? Ma come avrebbe 
fatto ? Ci sarebbe riuscito ? Mi avvicinai per fargli qualche 
domanda ; ma dovette intuire le mie intenzioni , perchè 
mi accennò di non disturbarlo. Dopo qualche minuto 
continuò volto ad Attilio : 

— Dormite ? 

— Sì. Dormo. 

— Credete che io possa salvarvi ? 

— Si, lo credo, voi solo potete salvarci. 

— Siete pronto ad eseguire i miei ordini ? 

— Si. 

— Ebbene io voglio che dormiate fino a tre ore dopo 
il tramonto. 

Tre ore dopo il tramonto vi sveglierete, quattro ore e 
mezzo dopo , cioè un' ora e mezzo dopo che vi sarete 



154 '• ' 'Kt)!.» '<.l< I •. MAX») 

svegliato darete il segano della partenza. Giunti che sa- 
remo al punto stabilito , se non ancora saranno scorse 
interamente cinque ore, vi fermerete ed aspetterete: allo 
scoccare dell'ultimo minuto della quinta ora .ci direte di 
di camminare, e procederete innan/i sotto la mia ^uida. 
fc, chiaro ? Esef^uirete bene tutto quello che \ i ho detto? 

— Si, vorrei eseguirlo, ma e se mi sbaglio ? 

— Non dtK'rett' sbagliare — Lo voglio e xiate preciso 
nella esecuzione dei miei ordini — Ripetete ciò che <Iove- 
te fare. 

Attilio ripetette fedelmente le i.struzioni ricevute, dopo 
ili che il dottore lo lascio dormire e tutti tlue ci sedem- 
mo sulla .soglia della capanna. Il silenzio all'intorno era 
profondo e solenne ed all'avvicinarsi del momento deci- 
sivo io .sentivo farsi più acuto il ilesiderio della libertà, 
ed il bis(jgno di rivedere i miei cari. Avevo ben capilo 
il tentativo ilei dottore. 

Sarebbe riu.scito .'' 

« • 

— K cosi gli liissi avete tolta ili mezzo la necessittà 
liell'orologio ; ve ne faccio i miei complimenti , perchè 
la trovata è veramente geniale, ma... 

— kiu.scirà, tiomaniiate voi ? l-;i domanda è giu.sta : 
ebbene io credo che riuscirà |»erfetlamente. 

— La mia liomanda però è tanto più giusta in quan- 
to che io ho due dubbii: può l'organismo umano misu- 
rare il tempo in maniera chi compiere delle azif>ni de- 
terminate senza un punto di partenza.* K poi , l'organi- 
smo «li .Attilio è adatto a ciò ? 

— Che in certe conihzioni , 1' organismo umano trovi 
in sé stesso il m«Hlo di misurare il tenipo . è oggi un 
fait«j del (juale si .sono avute tante [>rove. che non è più 
po.ssibile dubitarne. Non si sa. come ciò avvenga . nes- 
suno ancora è riuscito a darne una spiegazione sufhcien- 
te,- ma cert<» è che le azioni imposte nel sonno ipnotico 
con un orario tieterminato, si svolgono con una esiittez- 
za ed una precisione tali die non |X)trebbero otienerKÌ 
anche se la siii ne «legli avvenimenti fosse regolata 
«hil migliore oi ^ .. Né vale il dire che ciò avviene 
per <is.sociazione ili idee e che cioè lo scoccare dell' ora 
stabilita, o la vista ili cpialche oggetto i-hc ilebba ««er\ì- 
re dì mezzo nella esecuzione tielle azioni iniposl»- <♦ 



I. OROI.OC.IO IMAN(Ì I 55 

qualrhe altra cosa simile, sia il punto di partenza di una 
serie ili rappresentazioni, che sono poi le basi tlella ese- 
ruzione degVì alti imposti, perchè moltissime esperienze, 
nelle quali si era evitato con ogni cura che il soggetto 
potesse avere tali punti di partenza , riuscirono si)!endi- 
damenie. Dire le 23, o dire quattro, o cinque ore dopo 
il tramonto, è per l'ipnotico la medesima cosa : nel suo 
sistema nervoso si forma come una specie di congegno 
meccanico, il quale scatta all'ora stabilita. L'organismo 
liei vostro amico poi . si presta meravigli osamente , ne 
avete avuto la prova, poiché mi è subito riuscito di ad- 
dormentarlo: ed oltre ad es.sere nervosissimo, l'agitazio- 
ne di animo di questi giorni , ne ha fatto un soggetto 
sensibilissimo. Il cuore mi palpitò al momento di addor- 
mentarlo, ma verificatosi questo primo, importantissimo 
passo, non dubito che tutto il rimanente andrà bene. 

Continuammo ancora a discorrere dell'ip notismo, della 
suggestione, dei suoi efi'etti meravigliosi, e quindi sem- 
brandoci che Attilio dovesse essere prossimo a svegliarsi 
ci mettemmo ad o.sservarlo. 



* -;> 

Infatti, qualche tempo dopo Attilio si alzò; al momen- 
to del suo svegliarsi io caricai l'orologio per vedere se 
egli si sarebbe messo in cammino giu.sto un 'ora e mezzo 
dopo. Ripigliando i suoi pensieri, al punto in cui li ave- 
va lasciati quando era stato immerso nel sonno ipnotico, 
ci domandò come avremmo fatto, ed ebbe le più ampie 
a.ssicurazioni. Frattanto il tempo stringeva e ci demmo 
a fare i pochi preparativi della nostra fuga. 

Allo scoccare dell'ultimo minuto dell'ora e mezza, come 
constatai con 1' orologio alla mano , Attilio si alzò per 
andar via, mostrandosi insofferente financo dell' indugio 
di qualche minuto , fatto a scopo di precau zione e per 
accertarci che ogni cosa fosse tranquilla. Ora ero i)iena- 
mente sicuro della buona riuscita. .Spegnemmo la lanter- 
na e con l'animo sospeso e le orecchie intente ci avviam- 
mo, procedendo il dottore innanzi , Attilio dopo . ed io 
ultimo, e incominciammo la salita per un viottolo .sa.sso.so 
ed abbastanza erto; .salita non eccessivamente difficile, 
ma invero nemmeno molto facile. Giunti in cima, ci fer- 
mammo rattenendo il resi:)iro e cercando di frenare i i)al- 
piti del nostro cuore. 



156 l/OROI.OGIO LMAN(> 

Il silenzio segnava sempre alto, solenne; facemmo per 
avviarci ma Attilio ci trattenne. Stemmo immobili e si- 
lenziosi i)er circa dieci minuti, clo|)o di che ej^li ci disse 
a Nassa voce, ma energ^icamente : Andiamo ! Allora ci 
prendemmo per le mani, e do|)o che il dottore si fu in 
qualche modo orientato ci ilemmo a correre con tutte le 
nostre forze, tenendoci per la mano e cercando di attu- 
tire il rumore dei nostri passi. Quando ci parve di es- 
sere fuori di oo^ni pericolo ci fermammo ansanti e felici 
e non jioiemiiKj fare a meno ili voltarci indietro. .Sul 
fondo scuro del cielo vedemmo staccarsi opaca la massa 
del cocuzzolo, forse diventato <^ià di nuovo carcere iso- 
lato , dopo essere stato in comunicazione con la cam- 
I)af;na circostante a mezzo del ponte levatoio trettati> ilalla 
natura. 

Kbhri di i^ioia ci altbracciamiiio roiiunossi, e ben |)re- 
stf) , sotto la «jfuida del bul.narcj ifiunyemmo in vista di 
un accampamento turco. 

— È giunta r ora di .separarci . di.s.se il dottore. Non 
so se ci vedremo mai più, ma spero che in voi si con- 
servi vivo il ricordo di me, e che per amor mio facciate 
voti per il trionfo della nostra causa. Ai turchi non de- 
.scrivete i luoghi: non [iurlate della fuga. Dite di essere 
stati condotti l)endati ail un posto, e tiopo (jualche tempo 
di permanenza in esso di essere stati condotti . bendati 
qui. .Addio. 

(Juanilo il giorno seguente, dopo che i Turclii. assi- 
curatisi dell' es.ser nostro, e bandito il sospetto che fos- 
sinm delle spie, ci ebbero fatti accompagnare al sicuro, 
e fummo fmalmenie liberi, Attilio eil io non potemmt) 
trattenerci dal ricordare i particolari della no.sira avven- 
tura. .\d un tratto .Attilio fermandosi pensiero.so, mi do- 
mando: 

— Ma tlimmi un poco, come si (.• fatto per la misura 
del temjìo .' 

— Sei stato tu 1' orolo;,.;io . risposi , che ha regolato e 
ben regolaHi ogni co.sa. ln\eie ili un orologi»^ ili me- 
tallo, ci siamo .serviti di un orologio imiano , il quale 
non ha avuto bisogno di e.ssere regolato su un altro oro- 
logio ed ha .saputo esattamente inilicarci le cinque ore 
dopo il tramonto, .senza siipere a che ora questo era av- 
venuti». 

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LA PAGINA DEI GIUOCHI 



Cambio di consonante 
1 )'//// k- ciarli- detesto e A' altro i ragli. 

Calaiidritio 

Intarsio a scarto 

(•••t^'t** ) 

Ha Vhitt-r del fitiiil primo squisito. 

Dt-dalo 

Monoverbo (4) 

MENELIK ALULA^'^^ TAITU" 

Aido Ai'iotdt. 
Due monoverbi correlativi 



// prilli if^f- di Calaf 

Fremii per questo numero 

/ /)/>Mn<; — Aiuora un prtniio <l' una magnificenza ttttr/ionale: 
uno spkntlid»>. fmi^siiiio servizio completi», jK-r sei |»ers«ne, di bic- 
chieri (la tavola in ver.i cri.stallo di Uoemia. i, ipu-sto un dono d'un 
Rusto incomparal>ile. d'una eleganza stjuisila. e d'una utilità «-viden- 
tìtisima. K».s«i è dovuto all' e^re^io direttore della C.\s\ K 
CiiNom, ( piiizza Municipio, angolo Santa BriRida ) . una 
di valore non conunie . e clic , ad una attività pr.KliKK»?*;» . ad una 
intelliRenza acutissima, e ad una cortesia signorilmente obblij-ante. 
acc(>j>pia una singi.lare , eccessiva mcKtestia. che mi vieta j>ertino di 



I.A PAGINA Di:i GILOCHI 159 

fare il suo nomi-. I solutori tki j^iuochi ck-lla SillhiKiita già sanno 
che la Casa RiciiakI) (ìinoki, alla ([uak- (khhoiio altri (lue preniii 
di valore, è l'unica in Italia, la iiuale alla bontà, alia elejj;anza eil 
alla utilità dei suoi articoli acoo\)pii la niodieità dei prezzi. Nei^li 
Splendidi magazzini (iinori, dall'os.;.«,eltino di due lire allo splendido 
servizio di centinaia tli lire, tutto è bello, tutto è elegante, tutto è 
artistico, tutto è utile. Kd i lettori sanno principalmente che li lutto 
è nuovo e moderno, sia perchè gli articoli non vi restano a lungo, 
sia percliè essi vengono opi)ortunamente variati , secondo le nuove 
esigenze. .Aiìpena i iiriini freddi hanno fatto capolino, la Ditta (ii- 
lìori ha esposto i più artistici ed igienici caniinetii, le stufe più at- 
traenti e comode. Kd ora, approssimandosi il Natale, essa prepara 
una grandiosa esposizione tli articoli i>er regali e di oggetti d'orna- 
mento , nuovissimi ail eleganti, in porcellana ed in cristallo. Ma 
chi non conosce 1' inijiortanza della casa Richard Ginori ? Racco- 
mandarla ai lettori della Srlliniaiìa vale (pianto lo sfondare un uscio 
aperto I 

2." ftrt'iHÌo — Una elegantissima, siilendida tioiissr in raso e vel- 
luto celeste , con 3 siìazzole tìnissime , col dorso imitazione avorio, 
ofterta ai solutori dei giuochi della Silliiiiaita dalla importante e 
fiorente Ditta R.\kk.\ki.i-; Kiorkn riNo i-r Ci. )via Monleoliveto, 36), 
il migliore Emporio di chincaglierie, utensili da cucina, ecc. il solo 
fornitore di ottimi cassetti di sicurezza. Il negozio del signor Fio- 
rentino ha un moderno e completo as.sortimento di articoli, utilissimi 
ed a jirezzi modici, tali da non temere concorrenza. 

,"." premio — Un bellissimo bocchino di ambra, si)uma ed argento, 
rattìgurante un artiglio di aquila , che stringe un uovo di tortora. 
K questo l'ultimo della serie di oggetti, cortesemente ofterta ai so- 
lutori della .S'<'///;;/(7//<7 dal cortese signor LiKii TkiI'AKI, ])roprietario 
dell'accreditatissimo negozio di oreficeria e gioielleria in via Roma 
27S-279. Questo oggetto, che non è meno elegante ed artistico degli 
altri, sarà molto desiderato dai solotori, e specialmente dai solutoii.. 
fumatori. 

Il premio sarà assegnato dalla estrazione del lotto pubblico , 
ruota di Napoli. Vi i>otranno concorrere soltanto i solutori di tutti 
i giuochi. 

Le soluzioni, accompagnate dal relativo talloncino, che trovasi fra 
le pagine rosa, dovranno pervenire non oltre il secondo lunedi suc- 
cessivo alla pubblicazione dei giuochi. 

Soluzioni dei giuochi proposti nel numero 43 : 

/. Mitragliatrice (mirti, tagli arce); 2. Rifugio (rio g'iji)- 3- R 
ili tutti i suoi peiisier piange e s'attrista. (Ìm lettera E ha per- 
duta la compagna: quindi, in tutti i suoi peiisicr, piange e s'at- 
trista). 

La eccessiva difficoltà di quest'ultimo giuoco, col quale volli met- 
tere a prt)va la jìazienza e la utilità dei valorosi solutori della Set- 
timana, li fece cadere quasi tutti. Infatti, non ho ricevuto che solo 
tre soluzioni esatte. Inutile dire che ho irremissibilmente scartate 
tutte le varianti, \>'\ù o meno cervellotiche. I tre .solutori sono i 
signori Angelo Cataldi, Attilio Sorgente e Mario Sorrentino. 

Secondo le solite norme, l'assegnazione dei premi sarà regolata 
dalla estrazione del lotto pubblico, ruota di Napoli, di sabato 14 
corrente. 

Il primo solutore avrà i numeri dall'i al 30, il secondo dal 3! al 
60. ed il terzo dal 61 al 90. 



l'So LA PAGINA DEI GIUOCHI 

I premii sonp i seguenti: 

i:> premiu: — Un bellissimo specchio di Venezia di centime- 
tri 55 per 4.S , artisticamente hisiantè , inciso all' inxiro , e con 
borchie di metallo dorato ; dono liella Casa primaria di ammobi- 
gliamento Carlo Palladino, ex tappezziere decoratore della Casa 
Solei-Hebert. (via S. Brigida, 16- 1" p. di fronte alla (ialleria. La 
grande Casa Palladino, che ormai conta una importantissima clien- 
tela in Napoli e provincia, s'imjMjne fra le i>rime della nostra città, 
e non vi è compratore, che non vada a visitarla. I suoi lal><»ratori, 
in ])iazza Bellini , 6 , e le im|)ortazioni dirette di stofle per mobili, 
tappeti, portiere, carte da parati, sedie di \'ienna, ecc., lepermettono 
di accontentare tutti i gusti , e non fanno temere concorrenza di 
sorta. 

j." prfinio : — Una catenina d'argento con artistica medaglina, 
gentilmente offerta dall'egregio signore Liu.i Tkikaki, i)roprietario 
del fiorente negozio di gioielleria etl oreficeria in via Roma 27.S e 
279 ; dono graziosissimo ed elegante, come tutti gli altri offerti dal 
cortese signor Trifari. 

• tt 

(iiusta r estrazione del lotto pubblico, ruota di Napf)li di sabato 
.SI ottobre, i premii promessi nel numero 41, sono stati as.segnati 
ai seguenti seguenti solutori della serie A: 

I y premio : — Due artistici, elegantissimi sgabelli in ncjce inta- 
gliata , a cera, stile 500, gentilmente offerti «lai signor FiLipro uè 
SiMoNK, proprietario e direttore del fiorente Hotel de l'entes (via 
]>alazzo Monaco ), una delle più antiche eil accreditate Ca-se <li li- 
(juidazioni, e, nel tempo stesso, una delle migliori (."ase di ammobi- 
gliamento. — signor (iiustppt- .\ardont- (numero 72). 

,-•." premio: — Tre strenne enigmistiche [Edipo Dieci anni dopo, 
e Cninaleoptle), gentilmente offerte da Dkmktkk» Tolosam, ( ha- 
jardo), direttore (lell:i Diiiita d' .f/trtio. — signor L'urlo /.^///Au (nu- 
mero 50). 

Il Principe di Calaf 




Carlo A\ diano, responsabile. Napoli. Tip. A. TRAN! 



C:_ 



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MATILDE SERAO 

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ABBONAMENTI 

Anno . , . lire 12 )( Semestre. . . lire é 

Uo numero: trenta centesimi 

CONTIENE: 

Un amico. Matilde Serao. 

Sur ma ferrasse. Je sais un jardin clos.... Les Yeux , Barhara 

DE lÌATOt'RINK. 

L'estro della malinconia, novella), Li igi Antonelli. 
° Per la donna. Soma. 

I libri. 

Le riviste, Rasines. 

La pagina religiosa, Limsa Giilio Benso. 
Per la famiglia, Kettv. 

II Teatro, daxiei,. 
iN'oterelle filocartisticbe, E. Broili. 
Tramontando il Sole (novella!, Matilde Serao. 
La pagina dei giuochi, Il principe di Calaf. 



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5_^f Magnifici premii gratuiti agli abbonati 
V (Vedere il i)rL>'4ramma nell' interno) 



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LA SETTIMANA 



INDICE del N. 46. 

I. Un amico , Matilde Serao pag. i6i — II. ScR ma tek- 
RASSE. Jk sais un jardin clos.... Lks ^'kix. liarhara de Ba- 
iouri)u\ pag. 165 — III. L'estro della malinconia (novella). 
Luigi AtiloneUi, pag. 171 — IV. Per la donna, Sonia, pag. 177 — 
V. I LiiìRi, pag. 18S — VI. Le riviste, Ramnes, pag. 190. — 
VII. La pagina religiosa, Luisa (Jiu/io Benso, pag. 194 — 
Vili. Per la famiglia, Ketty, pag. 197 — IX. Il teatro, da- 
iiiel, pag. 199 — X. Noterelle kilocartistiche , E. Broili, 
pag. 202 — XI. Tramontando il sole (novella), Matilde Serao, 
pag. 205 — XII. La pagina dei giuochi, Il principe di Cala/, 
pag. 240. 



ABBONAMENTI 

Un anno L. 12 

Sei mesi > 6 

Primo anno della SETTIMANA, dal 27 aprile 1902 

AL 31 DICEMBRE 1902 » g 

Abbonamenti per l' Estero (unione postale) 

Anno L. 18 — Seme.stre L. 9 

{Oli abbonamenti cominciano dal 1. di ogni mete). 

%C^^ Inviare vaglia cartoline all' Ufficio Ottagono Galleria 
Umberto /.", 2j. 



1 manoscritti pubblicati o non pubblicati non si restituiscono. 



AGLI ABBONATI SEMESTEALI TL:;^:7:^z:t^. 

tilde Serao Nel paese di Gesù o l'altro, della luedesinia Bcrittrice 
La Madonna e i santi. Il volume prescelto sarii inviato a ritjore 
di poHta , all' abbonato. Preghiera di couiunit-'arci «libito la loro 
scelta. 

INSERZIONI 



Prima del testo 

1.* pagina intera . . L. 15 
> metà ...» 8 
Ogni pa^^ina succcHHiva 

intera > 10 

e > iiieti^ . . > 6 



Uopo il testo 

1.* pagina, intera . L. 12 

« metà. . . » 7 
Ogni pagina suocesaiva 

intera > 6 



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I, colpo di rivoltella che, in una tVedcla alba di 
novembre , in un' ora solinga e deserta , in 
quella stanza di pensiero, di studio, di lavoro, 
ove è vissuto ed è morto Pietro Rosano, questo colpo 
di rivoltella che ha spezzato il più nobile dei cuori , 
ha infranto la gioia di una tenerissima famiglia , ha 
infranto la tenerezza di centinaia di anime amiche. E' 
il migliore degli uomini, oltre che il migliore dei pa- 
dri, che si è ucciso , poiché troppo a lungo il dolore 
lo aveva segretamente minato, poiché troppo violento 
e ingiusto e crudele era stato 1' assalto della fortuna 
l)olitica, miserabile cosa, questa fortuna politica, poiché 
tropjK) profonda era la delicatezza di cjueiranima : ed 
è assai difficile che la emozione profonda onde trema 
sempre il mio spirito ripensando a Lui, ripensando al 
migliore fra gli uomini . permetta alla penna di dire 
che era la sua onestà, la sua rettitudine, la sua bontà. 
Tale è il nostro destino, da che una penna ci fu mi- 
steriosamente offerta in dono, dono assai fatale, e noi 
la vedemmo correre, nelle notti profonde e taciturne, 
sulla carta candida, e vergare parole e motti ove pal- 
pitava , magicamente , un pensiero , un sentimento : il 
destino , ahimé , di dovere , nell' ora tragica . quando 
vorremmo semplicemente piangere, ricordare, rimpian- 
gere, di dover scrivere quello che è la persona scom- 
parsa, quello che rappresentò, nella vita intima, quello 



II 



102 UN AMICO 

che rappresentò , nella vita sociale. Ogni lacrima no- 
stra , dunque , e la più amara, forse , che versammo , 
deve , lentamente , inaridirsi , perchè gli occhi dolenti 
si chinino sulla fatica abituale, quest' oggi i^iù dura e 
più pesante : ogni nostro singhiozzo deve, lentamente, 
chetarsi e tacere, e la mano non deve tremare più, e 
la mente, in nome del dovere verso Colui che è morto, 
deve farsi più forte di sé stessa, dominando il tumulto 
delle idee, 1' impeto dei ricordi . tutto 1" urto di mille 
immagini. Singolare destino il nostro : e cruccioso, an- 
che, e greve sull'anima, facendoci preferire, oggi, come 
semjjre, di essere la j)overa creatura ignota che passa 
nella via , carica di una tristezza oscura e che se ne 
va, muta, nella sua casa muta, a piangere, liberamente, 
tutte le sue lacrime, a consumare, in silenzio, tutto il 
suo dolore ! 



Un amico , Pietro Rosano ! E di questa parola mi- 
rabile che tanta gente si permette di usurpare volgar- 
mente, di questa forma grande e pura e schietta del 
vincolo umano , 1' amicizia , egli fu uno dt-i simboli 
umani più profondi , più espressivi, più perfetti. Chi, 
chi dirci mai, di questo amico, la divozione incondizio- 
nata e disinteressata, la solidarietà fraterna, l'operosità 
costante ed etticace, la fedeltà, (iualunc[ue fosse il tempo 
e comun<jue volgessero la fortuna e gli eventi ? Chi 
potrà mai narrare i tratti tli delicato ati'etto, d' indul- 
gente tenerezza , di carità amichevole , di generosità 
morale ? Chi fu più amico di lui, dei suoi anìici, e chi 
li amò di più , come un cuore vasto e tìammeggiante 
di amore , e instancabile , e semjjre più ardente , solo 
j)uò amare ? Ouale di essi, il più lontano e il più di- 
mentico, rivolgendosi a lui non ne ebbe , subito, con 
velocità di sentimenti), i conforti più immetliati e più 
balsamici ? (Juale lamento di tristezza, che non trovasse 
in lui l'eco certissima, e la consolazione più auìorosa .•* 
Quale grillo di dolore partito ila una verace sotierenza 



UN AMICO 163 

che non scuotesse le fibre di Pietro Rosano e non ne 
esaltasse, fulmineamente, quasi, la più umana e più nobile 
pietà? Chi si diresse mai a quest'uomo, a quest'amico e 
da lui, carico di cure segrete e palesi, carico di un lavoro 
di\'orante, tormentato da mille pensieri, non ottenesse 
da lui il suo tempo, la sua fatica, la sua difesa ? Quali 
mani palpitanti di sofferenza , di paura , di infermità 
morale, di miseria morale, si tesero verso lui, in una sup^ 
plicazione infinita e che egli non stringesse fra le sue, per 
dar loro il coraggio, la forza, la energia dello spirito? Chi 
fu più di lui, per i suoi amici, ed eran legione, pronto 
sempre, paziente, provvido, equanime, compassionevole, 
tenace, e magnanimo, infine, sì, magnanimo, nella più 
eletta forma della magnanimità ? Ah ditelo voi, amici 
suoi, come io lo dico , ripetetelo mille volte , sul suo 
corpo che un dolore supremo , un insulto supremo 
fiaccò, sulla sua tomba che è quella del migliore fra 
gli uomini, dichiaratelo, proclamatelo , proclamiamolo, 
che mai esistenza fu più consacrata al bene degli altri, 
che mai vita fu più dimentica di sé stessa, come quella 
di Pietro Rosano. che mai la divina virtù dell' altrui- 
smo che egli teneva da Cristo , la divina virtù dei 
cristiani perfetti, trovò, "in un uomo e in ogni sua ora 
e in ogni suo atto , manifestazione più sublime ! A 
quella chiara e quieta stanza ove egli lavorava assi- 
duamente, giungevano, a fiotti, i gemiti della tristezza 
e della caducità di questa nostra miserabile compagine: 
e innanzi al suo volto pensoso di uomo dalla niente 
geniale, si ergevano volti ove la incertezza, la confu- 
sione, la pena, mettevano le loro stimmate: nei suoi 
occhi pieni di una luce interiore, si fissavano occhi 
smarriti ove saliva il velo delle lacrime. Ed egli, dal 
suo posto ove tranquillamente sedeva, per ore e ore, 
curvo sulla carta, volgeva il suo viso pacato, volgeva 
i suoi occhi sereni e già, quasi a vederlo, così calmo, 
così dolce, nell'austerità, l'animo dell'interlocutore si 
placa\'a : e la sua mano faceva l'atto che suade : e la 
sua bella voce sonora diceva le parole che consolano: 
e da ogni suo gesto, da ogni sua intonazione, veniva 



104 UN AMICO 

un profondo conforto. O amici, noi non lo ritroveremo 
più cola, nelle ore torbide della vita : noi non senti- 
remo più, in quella cheta stanza, il motto che è spe- 
ranza e forza: noi non usciremo più, dalla cara visita, 
ridonati al bisogno di vivere, di lottare, di vincere ! In 
tiuel posto , ahi , egli si è ucciso : e la vita è un tra- 
gico mistero, ove tutto è travolto, ove non è più lume 
di bene, ove non è fiamma di virtù, poiché colui che 
era il Bene e che era la Virtù, così ha dovuto morire. 



Napoli, novembre 1903. 

Matilde Serao. 




Sur ma terrasse 




Es mots, des mots ! je veux des mots pour dire 

L' enchantement de cette nuit. 
Des mots plus doux que ne l'est le scurire 

De cette heure, qui, déja. fuit . . . 



Je veux dire, ò lune, ò nier. ò roses, 

— Roses blanches sur les murs bruns, 
Je veux vous dire, ò silence des choses, 
Et \ous, ombres ! et vous, parfums ! 

Car, je le sais, fugitive est cette heure 
Qui passe cornine nous passons. 

Et je voudrais que sa gràce demeure, 
Du moins un peu, dans mes chansons. 



Avec quels mots se peut-il que je dise 
Ce qu'est, ici, la nuit de Mai ? 

Hélas! quels mots diraient l'angoisse exquise 
Que mon coeur ressent à l'aimer? — 



l66 SUR MA TERRASSE 

A se pencher du haut de ma ferrasse 

Sur cet univers argenté, 
Sur tout ce fluide et vaporeux espace ? . 

— ó douloureuse volupté ! 

Car je voudrais, en cette tendre ivresse 
Que ne peuvent dire les mots, 

Me fondre en toi, brise ! fraìche caresse 
Errant sur la terre et les flots, 

Et n'étre plus, ò lune, ò mer, ò roses, 

— Blanches roses sur les murs bruns, 
Que la nìusique et le rythme des choses 

Dans le silence et les parfums ! 

jo Mai J90J. 



Je sais un jardin clos.... 



Je sais un jartlin clos où pleurent des fontaincs. 
Au centre est un étang qu'entourent des lys bleus, 
¥,t e est un jardin calme où s' endorment mes peines 
Et qui semble ètre fait pour ouir des aveux. 
Des statues au front blanc y dressent, imniobiles, 
Les gestes obstinés de leurs bras vers les cieux ; 
Des roses à levu" pied, — fragrantes et fragiles. — 
Exhalent de leur coeur les parfums prècieux. 
Près d' elles des cyprès, sveltes et magnifiques, 
Rèvent de pleurs qu'eux seuls, peut-ètre, ont vu verser, 
Et c'est ce rève-là qui rend mélancoliques 
Les glycines qui vont à leur tronc s' enlacer . . . 
Mais rien dans ce jardin, — nulle fleur et nul arbre, — 
Autant n' est beau pour moi cornine un pin-parasol, 
Qui, sombre et solitaire, en la brise se cabre, 
Et qui semble vouloir se détacher du sol. 
Car il porte très-haut, — plein de mépris pour l' herbe 
A ses pieds, — son obscure et lourde frondaison, 
Et, passionnément, la tend, comme une gerbe, 
A la libre clarté de 1' immense horizon ! . . 



L es Y e ux 



J'adorc les yeux et j'ai peur des yeux. 

Il en est qui sont des abìmes : 
Les autres regards, attirés par eux 

Deviennent leurs hunibles victimes. 



J'adore les yeux et j' ai peur des yeux. 

J'en sais qui donneiit le vertiije ; 
Ils ont le renard iVoid, inipérieux ; 

()n lui donne ce qu' il exiije. 

J'adore les yeux et j' ai peur des yeux. 

J'en ai connu de si canditles ! 
Mais ce sont, ceux là, les plus dangereux 

Kt. nìaintes fois. Ics plus perlìdes ! 

J'adore les yeux et j'ai peur des yeux, 
Les yeux huniains ont tous les charmes. 

Kt j'ai la terreur surtout de ceux 
Ou'ont rendu luniineux les larnies. 



LKS YKL'X 169 

Cadore les yeux, ne crois plus aux yeux ; 

SoLis les longs cils dorinent. à 1' ombre, 
Les rayons ardents et mystérieux 

D' une àme qu'on croit douce et sombre... 



J'adore les yeux, ne crois plus aux yeux : 
Ils contiennent tous les mensonges ; 

Mon ccEur a perdu. — nion coeur anxieux 
Pour eux tant d' adorables sonses ! 



J'adore les yeux et jai peur des yeux... 

Ce n'est pas vrai ! je les déteste ! 
Car j'ai trop verse de pleurs douloureux 

Sur leur attìrance funeste ! 



J'e.xècre les yeux, les beaux yeux humains, 
Masques brillants de 1' àme humaine, 

Ces phares trompeurs sur de faux chemins, 
Ces donneurs eternels de peine ! 



J'exècre les yeux, je maudis les yeux ! 

J'ai senti, comme une brùlure, 

Parfois, en mon cceur descendre Icurs l'eux, 
Et rien n'en guérit la blessure ! 



170 LES VKUX 

Je maudis Ics ycu.x, j'exòcre les yeux ! 

— Ce n'est point vrai, pourtant, encore : 
J'aì mis, — je le sens. — des rèves en eux. 

Ah ! qui font que je les adore ! 

J'adore les yeux, je bénis les yeux. 

Moins menteurs cjue ne sont les lòvres. 
Ce sont les joyaux les plus précieux. 

Qui souvent ont calme mes fièvres, 

Qui niUnt fait \uuloir, cjui ni'ont tait courir 

\'ers eux conime si j'etais ivre ; 
Qu'importe qu'ils ni 'ont fait pleurer. sourtVir ? 

Ils ni'ont fait ainier, m'ont fait vivre ! 

F^t je veux niourir, un jour. |>our des yeux. 

Qu'ils aieiit ou non l'ànic profonde: 
J'y mettrai le calme infini des cieux 

Ht r immense beante du monde ! . . 

Mai /(joj. 

Barbara de Batuuriae. 



Oiu-sli vtTsi pieni di st-ntinit-nto, tli una 
orlKinalilà |H»Swsente, S4ino gli ultimi sfritti 
<la quella KiuvaiK- jHR-ifstwi che era Barbara 
<!«• Hatourine. Diano t-ssi una iilea <leira- 
ninia |iri>fonila che è spanta ilalia terrai 



L' estro della malinconia 



/5 ottobre. 




UESTK serate calme di ottobre che io passo tutta 
sola al balcone contemplando con occhi di- 
stratti il crepuscolo e numerando le stelle, 
sono di una soavità idilliaca che mi rattrista. 
Un tempo avevano il potere di avvolgermi tutta in un 
desiderio dì pace gioconda da cui la mia anima si sen- 
tiva avviluppata come uu fiore marzolino dal roseo nimbo 

che gl'intesse l'aurora 

Ma allora al balcone io non venivo mai sola, ed era 
la Lidia sempre al mio fianco.... Povera piccola Lidia, 
amica tenera e buona dei miei buoni tempi, sorellina 
dolce della mia anima! Ella è stata l'unica creatura che 
io abbia amato veramente nella vita e di cui mi sia sen- 
tita veramente sorella; l'unica creatura veramente vergi- 
nale dinanzi a cui, come di fronte a una santa, io mi 
sono inginocchiata tante volte, suscitando lo stupore dei 
suoi magici occhi di fata, cosi puri e così sereni che 
tutte le immagini che vi si riflettevano sembravano pal- 
pitarvi trasfigurate ! . . . 

Ah! come vicino a lei mi era cara la mia tristezza! 
Spesso si rimaneva insieme sedute, l'una accanto all'al- 
tra, e io mi chinavo su lei per po.sare la guancia sulle 
sue ginocchia, e nell'aria era una pioggia lenta di viole 
e di rose, di contro al cielo che trascolorava. Si restava 



* Da un capitolo del romanzo « // Giornale d'una raj^azsa 
da marito », di prossima pubblicazione. 



172 I. KSTRO DKLLA MALINCONIA 

a lungo così, mentre 1' ombra crescendo ci avvoltreva 
lentamente 

E mentre io, muta, sentivo la mia persona percorsa 
da lunghi brividi improvvisi che mi davano uno strano 
piacere, Lidia mi cullava col suono della sua voce ca- 
rezzevole. 

Ella diceva per gioco molte cose che avevano valore 
solo perchè erano pronunziate dalla sua bocca che sa- 
peva dire tutto con grazia : ella mi narrava di strane 
cose da lei scoj^erte in una notte d'estate in cui era ri- 
masta chiusa in un cimitero, ma non era sicura che le 
avesse viste veramente o che le avesse sognate Rac- 
contava minuziosamente delle avventure stravaganti con 
gravità e con raccoglimento religioso: e io l'ascoltavo 
con queir attitudine grave e trasognata con cui le bam- 
bine ascoltano le favole 

Ora, la storia è cosi. La tragica storia ha in vero un 
poco l'aria d' una favola triste. Io scrivo queste pagine 
seduta allo stesso balcone che era a entrambe Éamigliare. 
dinanzi a questo crepuscolo di fuoco che i suoi occhi 
tante volte mirarono e in cui ho talvolta 1' illusione di 
ritrovare il suo .sguardo... Povera piccola! 

Ho riveduto suo padre, al manicomio di Mombelhi, 
r anno scorso, quando i dottori vollero condurmi alla 
sua presenza, sjierando che la mia vista potesse deter- 
minare nella mente del pazzo una crisi benefica — 

L'esperimento non riu.sci, ma valse a distruggere l'odio 
che io nutrivo per quell' uomo che aveva commesso il 
più orribile dei delitti, uccidendo sua figlia — Lidia era 
malata il'un male .sottile, implacabile, che la consumava 
a poco a poco; ed ella me ne parlava con una ra.ssegna- 
zione di piccola martire, quasi senza amarezzii, a.ssicu- 
randoml che il su(i maggior dolore era di veliere il padre 
torturarsi inutilmente con la sua scienzii che non gli ser- 
viva più. jìoichè ella era condannata ineluttabilmente ! 

Ah! Chi può ridire l'orrore di (piella mattina in cui 
la sua casii ri.sonò all' improvvi.so di altissime grida, e 
la trovammo a.s.sitssinata nella sua poltrona, bianca come 
un giglio, con la testa reclina sul j)etlo da cui un pic- 
colo filo di .sangue scaturiva, empiendo ' il cavo della 
manina raccolta sopra uno dei bracciuoli, come se di 
quel sangue ella si pre|)aras.se a fare un'offerta.' Chi può 
ridirr il nostro orrori dinanzi al p.iilrt-. al suo a.*4Siis- 



I. KSTRO DKI.I.A .MALINCONIA 1 73 

sino, clic ci mostrava, con un sorriso folle, il bisturi 
con cui aveva trafitto il cuore della sua piccola, e ci 
raccomandava, con tjrandi gesti, di tacere affinchè noi 
potessimo godere ilella meraviglia ili lei, allorché, de- 
stamlosi, si fosse accorta di essere guarita? 

Eppure io 1' avevo amato assai, (ine! piccolo vecchio, 
così piccolo e così gracile ila sembrare un fanciullo, 
tranne che nel viso, con la sua abitudine di camminare 
in punta di piedi anche quando era in istrada, con i 
suoi piccoli occhi rotondi e le sopracciglia arcuate che 
gli davano un'aria di perpetua meraviglia e con la testa 

lucida e polita come le lame dei suoi ferri chirurgici 

Ah! quale terribile angoscia dovè .soffrire quell'uomo sa- 
piente per la sua impotenza dinanzi a quella creatura che 
si spegneva a poco a poco e senza scampo ! 

Ed ecco: al manicomio di Mombello. 

Lo trovammo .seduto sopra un .sasso in un angolo re- 
moto del giardino, a disi^arte di tutti, grave, pensoso, 
senza però aver l'aria molto triste. Allorché ci vide, non 
dimostrò nessuna sorpresa, né si mosse : solo quando gli 
fummo dinanzi, e il dottore lo toccò sulla spalla, ci 
vol.se uno .sguardo e ci sorrise d' un sorri.so di persona 
scaltra, come per farci intendere ch'egli sapeva perfetta- 
mente la ragione della no.stra presenza in quel luogo.... 

— Voi lo sapete bene — egli disse al dottore — che la 
cosa fu sorprendente, ma avete troppa invidia della mia 
gloria per poterlo confessare pubblicamente!... 

Indi, levatosi all' improvviso e camminando verso di 
noi in punta di piedi, col passo che io gli conoscevo, 
disse : 

— E una vera crudeltà la vo.stra di non permettermi 
di rivederla dopo di averla salvata... 

Ma a un cenno del dottore io lo interruppi per dirgli: 

— Guardatemi bene in faccia Io sono Marina — 

-Marina Oderisi l'amica della vostra Lidia... Ricordate? 

II pazzo allora s'impadronì con un gesto furtivo della 
mia mano e rispose: 

— Io credo, si, che voi siate la sua amica, e capisco 

perfettamente perché siete venuta Ma come volete che 

io vada da lei .se non vogliono lasciarmi u.scire da qui?... 
Forse anche mi portate i suoi saluti? .Si? Ebbene, di- 
tele che venga lei a trovarmi, perché io non posso muo- 



174 L ESTRO UKLLA MALINCONIA 

vermi, perchè sono tenuto prigioniero qui dentro 

Ditele che se la mia scoperta le ha salvata la vita, ha 
rovinata la mia esistenza... Che vale dunque che io l'ab- 
bia salvata? Dite un pò: che vale, quando non mi c 
concesso di vederla mai più? 
Io chiesi : 

— Come avvenne? Dite: come avvenne? 

Egli atteggiò il viso a un profontlo stupore. Poi di.s.se 
guartlantlomi con un sorri.so di compassione: 

— Voi dunque non .sapete nulla? Nulla? Ma tutti lo 
sanno! E lei — la piccola Lidia — non ve lo ha rac- 
contato ? 

— No... non mi ha raccontato... 

— Sappiate che qui vengono tutti i giorni a felicitarsi 
con me i più grandi .scienziati della terra e voi non sa- 
pete nulla i)Overina? Ah ! come ciò somiglia al lume di 
una certa stella 

— Quale stella? 

— Nulla... È una cosa molto lontana... Basta: voi sa- 
prete tutto, ma non confessate ad altri la vostra igno- 
ranza... Ciò potrebbe anche nuocervi, siatene certa! 

Poi cominciò, .senza guardarci : 

— Io mi accorsi un giorno, osservando bene il viso 
della mia piccola Lidia mentre dormiva, io mi accorsi 
delia vera natura del suo male... E fui felice! Ah! tanto 
felice! Sempre durante il sonno bisogna osservare il 
VÌ.SO dei malati : così è più facile capire che cosa essi 
soffrono, in virtù dei loro occhi chiusi... Perchè, vedete: 
sono i poveri occhi dell' ammalato, i poveri occhi pau- 
rosi e .sofferenti che turbano la .serenità ilei dottore!... 
E straordinario, non è vero? Eu cosi che io scopersi il 
suo male... Etl tra un male strano... Eiguratevi un male 
dissimile da tutti gli altri, che aveva piutto.sto 1' appa- 
renza dì una grande tristezza. .Ma... che male terribile ! 
e (juanto difficile a scoprire! Infatti, come volete voi che 
fo.ssi riuscito a .scoprirlo a tutta prima, s' e.s.so si celava 
.sotto un falso nome?... Sì: esso aveva un nome con cui 
si vuol significare una co.sa ilei tutto diversa da una ma- 
lattia... Giutlicatene voi: e.s.sa si chiamava' maliutonio... 
Cosi dolce, n«)n i- vero? Cosi ilolce anche alla pronun- 
ziai .\la... che terribile male!... I^ mia bambina ne era 
presa a poco a poco quiusi dolcemente, e si .sentiva man- 
care e diventar triste... Oh! d'una tristezza indicibile, v 



I. ESTRO DKI.I-A MALINCONIA I 75 

.senza una rajjione al mondo!... Ebbene: a che giovava 
averlo scoperto senza conoscerne la ragione ? Io cercai 
il bacillo: non c'era! Bisognava dunque cercare qualche 
altra cosa. 

E io mi torturavo... mi torturavo... Ah! la mia povera 
testa I Ricordo ancora il ronzio della mia povera testa... 

Una notte, finalmente, mi balenò un pensiero : es.so 
poi mi s'infisse così acutamente nel cervello che non ne 
parti più per tre giorni e per tre notti... Scoprire /Vj^/;77 
dello malinconia: ecco il mio scopo, poiché, evidente- 
mente, c'era un estro e bisognava scoprirlo, a costo di 
rimanere in agguato tutte le notti sul corpo nudo della 
mia piccina!... Un'impresa difficile, non è vero ? Eppure 
io ridscii ! Ci riuscii una mattina, mentre ella s'era ad- 
dormentata sulla sua poltrona... Già, non appena l'avevo 
vista con gli ocelli socchiusi, avevo avuto cura di aprirle 

la camicia e di mettere a nudo il petto Ma quel che 

sembra meraviglio.so veramente è che io riuscii a fare la 
mia scoperta senza l'aiuto di alcuna lente. 

Non già ch'esso fosse molto grande, l'estro no... 

Piccolo anzi era, e ros.so, con due aluzze morbide mor- 
bide, di cui per altro non si .serviva mai... Aveva nel- 
l'insieme l'apparenza d'un piccolo ragno da cui differiva 
principalmente pel colore. Una cara bestiola cosi, a ve- 
derla, ma d'una furberia!... Ah, d'una furberia veramente 
straordinaria.., E credete voi che io sarei riuscito a sco- 
prirla se per un caso provvidenziale, non avesse dimen- 
ticato di posarsi al solito posto? 

— Dove, dove si posava ? 

— Qui... Guardate : qui sul capezzolo! È straordinario, 
non è vero ?, che una simile bestiola avesse tanta furbe- 
ria Essa profittava del suo colore rosso per celarsi 

completamente al mio occhio vigile Ma quel giorno, 

ah!, quel giorno essa dimenticò la sua prudenza e volle 
posarsi un poco più disco.sto... Cosi io la scorsi sul petto 
nudo della mia Lidia I Pareva un piccolo neo di san- 
gue... E anch' es.sa mi vide, la cattiva bestiola, e certo 
si ritenne subito perduta ! Io, d' altra parte, non osavo 

fare alcun movimento, nella tema che mi sfuggisse 

Quando a un tratto, con una velocità fulminea, essa si 
mos.se dal .suo posto, fece due o tre rapidi giri attorno 
al capezzolo roseo della mia Lidia, e poi, in men che 
non si dica, s'immerse e scomparve nel piccolo foro 



176 l'kstro uklla malinconia 

Non sembra straordinario ? Ma essa non poteva sfujjjjirnii 
più, ora che conoscevo il suo nitio!... Ah! Io sentii 
tanta K'oja affluirmi al cuore all'improvviso, che mi parve 
di sentirmi mancare... Fu un istante... Subito corsi nella 
stanza attigua e .scelsi, tra i miei ferri chirurgici, quello 
che mi parve più acuto e più .sottile... E poi, piano piano, 
con una prudenza e con una delicatezza infinita, tratte- 
nendo il respiro, affinchè la Lidia non si desta.sse, im- 
mersi d'un tratto il bisturi nel i)iccolo foro... 

Così fu facile ucciderla, la cattiva bestiola ! Eppure, 
lo credereste? Lo credereste eh 'e.ssa emise un grido? Un 
grido ; si I Vi giuro di averlo udito con queste orecchie, 
per quanto la cosa anche oggi non mi sembri naturale... 
Ma io vi giuro di aver udito il suo grido straziante di 
povera bestiola trafitta ! . . . 



Luigi .Antonelli. 




Per la donna 



A chi non è capitato di leggere un libro con avidità solo 
perchè il titolo l'abbia sedotto? 11 titolo vale molto e decide 
se non sulla fama, sulla fortuna del libro e sulle ragioni eco- 
nomiche dell' autore, poiché muove il desiderio e induce al- 
l'acquisto. E con ansia indicibile, con un po' di febbre si 
vuol vedere si vuol sapere il tessuto, gli argomenti, la dispo- 
sizione, la novità del contenuto e si corre all'indice e se que- 
sto è solleticante, se genera curiosità, se è ricco di promes- 
se si prende a leggere dimenticando e raccogliendo a quel 
fine tutte le attività della mente allontanando da noi qual- 
siasi anche lieve distrazione. 

Or non è molto e precisamente in una uggiosa giornata 
dello scorso dicembre per discacciare la noia che infonde il 
colore plumbeo del cielo e quella pioggerella clie vien giù 
lenta lenta, seduta al mio tavolino da studio leggevo il som- 
mario delle ultime Riviste pubblicatesi per trovarvi (jualcosa 
di utile o dilettevole. 

M'attrasse 1' enunziato : La redenzione della donna nella 
Nuova Parola e presi a leggere con avidità specialmente che 
una nota diceva essere frammento di un libro di prossima 
pubblicazione del Nowicow e ne preannunziava la traduzione 
del Tassoni. 

Il nome del sociologo russo è- assai noto e non meno in 
Italia pel suo ultimo libro la « Missione d'Italia» ed io volli 
avere questa sua « Redenzione della donna » (che non è an- 
< ora stata pubblicata nella traduzione italiana e presi a leg- 
gerlo con desiderio maggiore quando il titolo di ciascuno 
dei quattro libri e di ciascuno dei capitoli mi seduceva fa- 

12 



ly"» l'KR I.A DONNA 

ccndovisi promessa di assicurare la felicità, di restituire l'or- 
dine sociale in conformità alla natura delle cose , promessa 
che mi lusingava perchè veniva dalla bocca di un uomo che 
avevo giudicato da altri lavori mente acuta, ragionatore equi- 
librato , si che non sospettavo punto che si trattasse d' una 
delle solite dicerie più o meno voluminose sul femminismo 
tlelle quali siamo ormai stufi e nauseati. 

Mi ingannai e vcjrrei non averlo letto ! 

Non è della mia dignità e del mio decoro tentare una cri- 
tica a fondo, ma levo alto la voce protestando apertamente 
]>erchè il mio grido sia di sprone a tutte le donne oneste e 
che amano sinceramente sé slesse a gridare di sdegno contro 
costui che vorrebbe trascinare la donna nel fang<j, nella mota, 
distruggendo la compagine sociale. 

Io non so pensare altro che il Nowicow sragioni per par- 
tito preso e non si accorga come da verità incontrastabili 
deduca conseguenze illogiche, false e luneste adoperando pa- 
role oneste e sante a significare ben altro da t|uello che esse 
suonino per se stesse. 

L'autore parla di martirio della donna ed ha l'audacia di 
ragionare di superiorità morale, di aumento di giustizia e di 
r(>n<iuista di felicità, mentre non \ ' ha libro che più degradi 
la donna, che più la offenda, che più tenda a farle perdere l'in- 
canto, il rispetto, la nobiltà , 1' altezza del posto in cui ella 
siede], mentre non v' ha libro piii vergognoso ! Io mi .son 
chiesta parecchie volte durante la lettura del libro se l'autore 
dicesse con serietà ili propositi'; ho letto e 'riletto parecchi 
Inani non credendo (|uasi ai miei occhi e mi son tenuto forte 
forte la testa dubitando d'incretinire. 

.Avviso che si possano s<jstenere ilelle alfermazioni strane, 
ma a\ viene che la forza degli argomenti pare rie.sca a scuo- 
terci a trascinarci, pf)i la mente ripiglia la sua calma e va 
SI o|)rendo l'errore e la derivazione dell'errore ; ma questa 
*' Redenzione della donna» è un libro in cui manca pieno 
il buon senso, e la dignità di uòmo t- di scrittore, im libro 
in cui si vede chiaro che 1' autore è dominato da una pas- 
sione che l'acceca sino a non accorgersi che è sempre scon- 
clusionato. 



HKR I.A DONNA 1/9 

A me pare assai dilhcile che vi sia al mondo un aIlr'uom>» 
inon dicM pt»i ima donna) die possa fargli eco perchè la 
«(•sa è per sé stessa cosi incredibile che io dubito forte che 
Io scrittore sia di buona fede. 

[.e redenzione della donna dice il signor Novvicow ; ed io 
mi permetto di chiedergli: quale redenzione? ed aggiungo: 
come consiglia il signor Niwicow di redimere la donna po- 
sto ch'ella al)bia bisogno di redenzione? 

I miei lettori siano pazienti e mi seguano ne! rapido esa- 
me dei varii capitoli di questo libro, con l'animo disposto a 
udir meraviglie ! 

I, "autore ci assicura anzitutto che ha tendenze altamente 
benevole verso il genere uniano e ch'egli non vuol turbare 
l'ordine pubblico presente se non jier migliorarlo. Fosse 
vero ! 

L' errore genera dolore come la verità genern godimeuli, 
dice il Nowicow che sostiene la società odierna sia fondata 
sopra una serie di errori che ci rende infelici, infelicità che, 
a suo dire, deriva specialmente dal fatto che i due ^essi non 
al)biano gli stessi diritti, i medesimi doveri. 

V. ecco l'autore a cadere nei primi errori e<! a ragionare 
sul martirio della donna, 

Io chieggo a tutte le donne che non abbiano perduto il 
ben dell'intelletto, se mai sentono di essere martiri nel pre- 
sente ordinamento sociale, e se sentano di es.sere vendute 
agli U'iinini, come asserisce il N'owicow I E chieggo ancora 
a tutte le donne se credano in buona coscienza che il matri- 
monio sia un tal giogo che venga loro imposto crudelmente 

che vi s'immolino versando lacrime abbondanti, e se giu- 
dichino un tal martirio la cerimonia nuziale e .se sia vero 
che i presenti alla cerimonia si prendano il gusto maligno 
di tormentare la sposa con mille domande I 

La donna dovrebbe avere il diritto (son parole testuali del 
No\vicc>u' di lasciare un uomo appena senta di non amarlo 
l)iii, o senta di esser presa d' amore per un altro, poiché a 
giudizio dell'autore la donna ha dall'amore ; maggiori godi- 
menti, -.i che se non è libera nelT amore , ir'.vece di godi- 
menti avrà sofferenze crudeli I 



l8o PER LA DONNA 

Ecco perchè le istituzioni sociali presenti rendono la donna 
una vittima disgraziata ! Profanatore dell'amore' apprenda il 
Nowicow il valore preciso delle parole e là dov' egli dice 
amore sostituisca altra parola che io non scrivo e mostri al- 
meno di essere onesto ! 

Aflerma che bisogna accordare alla donna libertà comple- 
ta; ma che cosa è libertà per lui ? E licenza , è sfrenatezza, 
inverecondia ? 

E chi gli ha detto che solo poche scuole siano aperte 
alle donne e che la donna non possa disporre del suo avere 
e che i suoi diritti siano sempre conculcati e che negli opi- 
fici sia sempre rimunerata per metà di quel che non sia 
fatto jier l'uomo sol perchè è donna? A parità di lavoro? 
A parità di produzione ? 

Né risollevi argomenti e discussioni vecchie, se mai le fa- 
coltà mentali della donna siano inferiori a quelle dell'uomo 
né si scalmani a gridare che tutte le professioni debbano 
essere accessibili alla donna la quale ha bene il di:itto d'es- 
ser ministro deputato e che so io ! 

Signor Nowicow creda pure che la donna, sì come 1' uo- 
mo, ha avuta assegnata dalla natura una missione, e la mis- 
sione della donna è ben più alta , ben più nobile, ben piii 
elevata , più soddisfacente , più ricca di promesse, di com- 
piacenze, (.li gioie che non siano (|Uclle cht- Elia ti promet- 
te : false promissioni di bene ! 

E non si sforzi a volerci far credere che il mondo con- 
sideri hi donna come inferiore all' uomo tisicamente e intel- 
lettualmente si che per i|uesto le chiude molte vie : la donna 
diflerenzia dall'uomo ma non per i|uesto è inferiore; e se 
la donna non ha latto capolavori d'arte non è effetto d' in- 
feriorità intellettuale perchè ha fatto e fa il migliore dei ca- 
polavori: l'uomo ! 

Ed è proprio, perchè ella è designata a formare 1' uomo 
ed il cittadino che la donna è il principale artefice della 
grandezza della patria assai più che sedendo al parlamento 
e dettando leggi come vorrebbe il Nowicow. N'orrei chie- 
dergli se sia sinceramente convinto che la felicitii della d«>ri \ 
V ir.M,.- .'->-!. tirata (|ualora si sopprimesse il nKilrimonio • 



l'KR i.A DONNA r8r 

lasciarle piena libertà nelT amore e se creda da\\cro che 
potrebbe sussistere una società in cui ogni donna fosse li- 
l)era di lasciare l'uomo con cui ha vissuto un certo tempo, 
sol perchè non gli vada a genio e preferisca vivere con un 
altr'uomo che l' abbia adescata. In si fatto modo la somma 
della felicità sarebbe accresciuta di molto sulla terra ? 

Con quanta serietà sostiene poi che non vi sarà più l'a- 
tlulterio ed il tradimento ; s' intende bene ! Quaato poi a 
sostenere che non vi saranno più quei drammi selvaggi ge- 
nerati dalla gelosia il signor Xowicow ragiona da fanciullo 
e dimentica affatto la natura dell'uomo. 

11 solo legame legittimo sarà 1' amore , egli dice, la mo- 
rale vera sarà raggiunta quando verrà riconosciuto alla donna 
il diritto di libero amore; la purezza dei costumi sarà piena, 
l'elevazione dei caratteri toccherà il sommo grado poiché 
non vi sarà più né tradimento né bugia, non vi saranno più 
sedotte ne seduttori, non vi saranno donne vendute o com- 
l)rate ! 

Ed ha il coraggio di chiedere se proprio quello che egli 
dice sia una cosa si strana ed inaudita da meravigliare ! Che 
rispondergli ? 

E ascoltate un po' come 1' autore osa presentare 1' unione 
libera che a suo dire redimerà la donna e la società. Sono 
parole sue : Nella società da me sognata 1' unione di due es- 
seri si compirà nel mistero senza approvazione alcuna, senza 
sanzione alcuna. La donna, dopo aver contratto un legame 
potrà continuare a vivere coi genitori (sta a vedere se saprà 
quali sono i proprii genitori , dico io) o vivrà sola, o con 
l'uomo che ama, o meglio potrà passare a suo piacimento 
dall'una all' altra di queste combinazioni ed altenarle, anche 
--e le piaccia meglio. Ed ingenuamente afferma che allora non 
vi saranno più etère. E chi ne dubita ? La comunanza non 
anmiette differenza ! E aggiunge che 1' unione liberà aumen- 
terà la fedeltà ! 

Ouale fedeltà? Allora non sarà più di moda!!! Quando la 

donna potrà rompere qualunque legame quando meglio le 

l>iaccia , allora la moralità avrà raggiunto 1' apogeo ! Ed io 

— mi chieggo: quale moralità? Che intende il Nowicow per mo- 



l82 PER LA DONNA 

ralità? Egli vuol redimere la società riducendo tutti alla con- 
dizione di animali bruti , senza dignità , senza decoro, senza 
verecondia, ammettendo per comuni certe eccezioni che sono 
inevitabili nell' universale, massimo (|uando l'educazione non 
Ila saputo costituire la personalità, formare il carattere, di- 
ssipi inare i costumi. 

Immaginiamo un po'(iuesta società futura bene augurata da 
Novvicow nella quale la donna passa liberamente (spudora- 
tamente! 1 dalle braccia dell'uno a quelle dill' altn) senza 
jìensarci su ne punto né poco ; e poi che 1' incostanza, come 
ilice lo stesso autore, è facile alla natura umana, vi ha ben 
ragione d' immaginarla tutti i giorni fra le braccia ili uu 
nuovo amante senza che pertanto ne sorga rammarico o di- 
spetto o rabbia. Perchè se la donna non ama più l'uomo a 
cui s' è data, non è detto che 1' uomo cessi d' amarla nello 
stesso momento io penso ; ed allora che ne avverrà ? Oh I 
non ha diritto di dolersi o ribellarsi , o uccidere ; la donna 
è libera e conviene che la sua libertà sia rispettata! Non te- 
nendo conto poi che questa vita sarà possibile alla donna 
nella gioventù; e (piando succederà il tramonto? 

Allora, dice il N'owicow, essa contrarrà legami più .serii, 
I)iù durevoli, più forti; (piando non troverà da contrarre le- 
gami si darà alla vita pubblica , al lavoro 1 E non e' è da 
rabbrividire ! E la famiglia ? La famiglia che il Nowicow stes.so 
dice di essere il jjunlo culminante della felicità umana , lo 
scopo definitivo della vita , la sola sorgente dei più alti go- 
dimenti (piaggiù, dove andrà a finire? Potrà più sussistere? 
Dove l'anidre che congiunge i cuori e li rende solleciti del 
l)ene, del meglio di una creatura cui hanno allevata, cresciu- 
ta , educata, per cui hanno jiaipitato e pianto? Il Nowicou- 
I)retende che l'unione libera non distrugga la famiglia, e tpii 
a me pare sragioni per partito preso, perchè non ixitreblnr 
essere altrimenti ! 

I.' uouKj t la donna, dice egli, \ivono insieme perchè ciò 
jirocura lort) godimenti n.orali e materiali e tengt^no prcs.so 
di loro i figli per la medesima ragione ; né soppres.so il nia- 
trinionio vengono meno tali godimenti si che non può esser 
distrult.i l.i famiglia ; (pianta ingenuità ! Ma non pensa egli 



l'KR I.A DONNA 1 83 

che l 'nonio non è perfetto e che se talvolta abbandona cru- 
tlelmente i figli pur essendo obbligato dalle leggi a mante- 
nerli . che sarà poi quando nessuna legge lo costringa ? E 
dato che la legge vi sia non è evidente che al tempo dell'u- 
nione libera è più che imbarazzante, ipotetica la ricerca della 
paternità ? K quando non è il cuore che comanda chi non 
vorrà eludere la vigilanza della legge ? 

L'autore dice che allora una cerimonia speciale stal)ilirà il 
presente Stato civile : i delegati dello Stato civile si reche- 
ranno alle case di coloro che li chiameranno per registrare 
innanzi a testimoni le dichiarazioni dei genitori. Sta a ve- 
dere poi chi si darà la pena di invitare questi delegati ! 

L'autore aggiunge che colui che si sottrarrà a questa di- 
chiarazione sarà punito ; e oh ! quanti litigi , quante faisità, 
quante menzogne ! 

Ha del comico il Nowicow quando dice che mentre ai no- 
stri giorni parrebbe ridicolo vedere 1' uomo passeggiare ami- 
chevolmente con una donna da cui egli si è separato, avve- 
ratasi l'unione libera, parrà cosa naturale essendo un'amicizia 
come un'altra, un'amicizia meuo intensa , meno calda della 
primitiva; e dato questo il figliuolo potrà vivere alternativa- 
mente con l'uno o l'altro dei genitori che pertanto non sa- 
ranno ostili tra di loro! Ci crede davvero l'autore? Ed io 
credo meglio eh' egli abbia riconosciuto sé stesso fatto di 
ghiaccio ! 

E chi provvederà all'educazione del figlio? Il padre natu- 
ralmente no ; la madre al tempo della libertà avrà ben altro 
per la testa; nella gioventù avrà bene da passare la giornata 
con le soddisfazioni dell' amore , nel seguito avrà piena la 
testa degli affari dello Stato e dell' officina ; e dei figliuoli 
che sarà. E che sarà delle generazioni che seguiranno ? E 
dell'ordinamento sociale? E chi tutelerà l'infanzia, chi sor- 
reggerà la fanciullezza, chi conforterà la gioventù? 

Del resto esclama compiaciuto il Nowicow: Come gli ani- 
mali ! ecco l'espressione di quell'orgoglio satanico che 

rovina l'umanità! Proprio cosi!.... e perchè no?... sì come 
gli animali , cioè conforme alla natura. E siamo noi forse 
.spiriti puri , entità metafisiche ? Non siamo forse come gli 



lS4 fRR LA DONNA 

anini:ili composti di protoplasmi e non siamo come essi un 
insieme di cellule, di tessuti, di orfani e d'apparecchi? 
Orrore !! 

Come gli animali ! e non pensa il Nowicow alla sfrenata 
licenziosità di costumi , al libertinaggio vile e degradante ? 
Come gli animali ! è (juesta dunque la redenzione , la con- 
(|uista della felicità, 1' aumento del Ijenessere ? Dunque per- 
chè l'uomo sia felice deve tenersi pari al bruto? ISandita la 
virtù il decoro, la dignità d'uomo non crollerebbe di un sol 
colpo l'edificio della civiltà che tanta fatica è costata ed ha 
fatto tanti martiri , tanti eroi attraverso i secoli ? Sia orgo- 
glio satanico, come vuol chiamarlo il Nowicow, confesso da 
canto mio e avviso che non vi sarà chi discordi da me, 
eh' io mi sento superiore ai bruti e ringrazio Dio dei privi- 
legi di che ha voluto beneficarne. \'orrei chiedere inoltre al 
sig. Nowicow se abbia donna e se la tenga in qualità d'ani- 
male domestico! Per quanto poco io ne sappia allermo che 
neppure nelle infime classi sociali la donna è riguardata co- 
me animale domestico ! Che bella idealità la donna nuova 
del Nowicow ! Oh ! lasciatela irredenta così non gli toglie- 
rete quel candore, quella timidezza vereconda, quel ritegno 
grazioso che la renilono cara e pregiata, cosi non le toglie- 
rete la bella aureola che ne circonda la fronte , cosi non la 
priverete della dolcezza di quei godimenti spirituali che le 
fanno amare la vita , raddolcendo le asprezze che le sono 
proprie e rischiarando quelle tenebre che tornientano la 
vista ! 

11 Nowicow tenta di abbattere il trono ove la donna siede 
regina. No, sig. Nowicow non ne vogliamo di redenzione, 
di libertà, lasciateci il nostro regno ! 

Il socialismo , la pace , il fenuninismo sono le tre grandi 
speranze del tempo nostro , le tre forze che presto o tardi 
abbatteranno le funeste istituzioni dei nostri avi sciocchi e 
che ci libereranno tutti i mali! cosi esclama l'autore; ma s« 
egli ha (.lei socialismo le medesime itiee che uianifesta pel 
lemminismo io credo che nessuna persona onesta |>ossa far- 
gli eco e che tutti leveranno alta la voce contro tanta turpe 
profezia ! 



PER LA DONNA 185 

l'cr quel clie si riferisce all' istruzione della donna , non 
ledo vi sia più ai nostri .giorni chi pretenda che la donna 
tiebba rimanere ignorante ed ha ragione il Nowicow quando 
dice che il nemico peggiore della vita domestica è 1' igno- 
i.in/a della domia. Altre volte ho manifestate le mie idee 
>iil proposito e non è il caso di ripeterle. La donna che deve 
esser madre educatrice , deve essere compiutamente educata 
e preme alla società, alla patria, all'umanità intera che essa 
sia educata ed abbia personalità i^ropria, sì che possa razio- 
nalmente avviare 1' educazione del figliuolo, essergli compa- 
gna, consigliere, guida, lume, sostegno, conforto. 

K se il Nowicow afferma che l'apparire d'una donna in un 
<:onvegno, in un ritrovo, modifica per incanto l'ambiente e le 
discussioni perdono l'asprezra e il linguaggio si fa castigato 
pensi bene che questa prodigiosa trasformazione è dovuta al 
rispetto dovuto alla dignità femminile ; che se questa verrà 
meno, qual ritegno è sperabile! L'esperienza insegni! Strap- 
l>ate alla donna la corona tempestata di verecondia , di pu- 
dicizia, di dignità, di amor santo, di fede, gioielli preziosi, 
ed avrete l' essere più vile , più abbietto , più ributtante 
che mai. 

Non so con quanto buon senso affermi che la civiltà sarà 
■piena solo quando 1' uomo porrà la donna sopra un altare 
l)er adorarla come una divinità e invocando la storia aggiun- 
ge che le creazioni artistiche e letterarie, il raffinamento dei 
costumi e la fioritura dello spirito umano, tutti segni di ci- 
viltà, vanno di pari passo con l'adorazione della donna ! 

Ma è ne! fango 1' altare eh' egli intende preparare alla 
donna ? 

E se mai i suoi suggerimenti si traducessero in fatto non 
regnerebbero il culmine della l^arbarie ? 

Noi non potremo distruggere mai , esclama nel capitolo 
apjjresso, le imperfezioni fisiche, né le malattie, né la morte, 
né i vizii ! 

.Si noi po.ssiamo se non distruggerli assottigliarli, i vizii, 
le passioni proprie della natura umana per mezzo di un' e- 
<lucazione razionale ben diretta che miri a disciplinare l'uo- 
mo , che gì' insegni il governo di se stesso e soprattutto a 



l86 l'KR LA IJONNA 

conservare il dominio della ragione. A parie ( iit- il Nuui- 
cow ammette che i vizii sono inevitabili, come inneggia .il- 
l'unione libera fidandosi sulla rettitudine dell' uomo. 

Se le leggi che pur sono un freno, non bastano talvolta a 
domare le passioni, i vizii dell' uomo, che sarà mai quando 
sarà lasciato libero di fare e disfare quel che più gli piar 
cia ? quando sa di dover vivere come un bruto ? 

A me pare che l'autore per la manìa del nuovo abbia vo- 
luto trovar del nuovo anche nelia missione della donna. 
Dov' è mai la servitù, la dipendenza, la schiavilo della donna? 
Traviata la cosa sin dalle radici non è più intelligibile che 
cosa voglia fare il Nowicow della donna. Chiudiamo insit^me 
il libro, lettori pazienti, e seguitemi ancora un poco. A parte 
la modestia, di un essere suscettibile d'amore nobile qual'è 
la donna il Nowicow vuol farne un essere basso , vile pro- 
fanando la parola amore cb'egli confonde per capriccio. Pur- 
troppo è vero che amore non suona più sacrificio di tutto il 
proprio essere per la persona amata , non suona più indul- 
genza , tenerezza , abnegazione , e se mai redenzione debba 
tentarsi non è mai la donna che debba essere redenta , ma 
è l'amore che dev'essere ricondotto alla sua vera essenza, che 
dev' essere risollevato a quel grado di eccellenza che basl.i 
ad assicurare la pace, la concordia, la felicità nel consorzio 
amano. 

Tutto derivi dall' amore nella donna , ma da ciuell' amore 
che vi attacca, v' inveschia a<l una persona non per distrug- 
gerne le forze fisiche ma per accrescerne il vigore dello spi- 
rit<i, per indurla al bene, ad altri ideali secondo la sua vo- 
cazione e la sua educazione, per farne un uomo degno, un 
cittadino degno. Sia la donna ispiratrice dell'uomo e lo so- 
stenga e lo conforti e lo riscaldi e lo rincori e pianga con 
lui e gli rischiari la mente e la vita e col suo dolce sorriso 
lo sorregga. 

Sposa, madre, eilucatricc, ecco la più plendida aureola che 
possa circondare il capo d'una donna. .Sia regina di un cuore, 
sia regina della sua ca.sa, ispiratrice di grazia, sia regina di 
quel paradiso terrestre che ò la famiglia! Ah! il martirio 



l'KR I.A DONNA 1H7 

clolcissiniol Oli! rainore di madre quante dolcezze non procura 
alla donna? La vita per la donna è ulìicio di carità, di }:jen- 
tilezza, d'amore, e a lei son destinati trionfi ben piii solenni 
di quelli che possano offrirle la libertà sojjnata dai femmi- 
nisti. La donna p^usta la poesia più sublime (piando riesce a 
lar sorridere il proprio sposo, rincasato stanco spossato, indi- 
spettito, contrariato; la donna è destinata a idealizzare e pu- 
rificare i sentimenti; ne la sua vita è sulla palestra dell'am- 
biente né sul grande campo di battaglia ! 

Signor Nowicow , Ella vuol distruggere la nostra gloria 
purissima, vuol abbattere il nostro trono recitando la farsa 
della donna oppressa e promettendoci la redenzione ! 

Lasciateci la nostra grazia, lasciateci la nostra gloria mag- 
giore , e se volete far opera benefica e degna studiatevi di 
rendere più salda , più vasta , più generale la sana aduca- 
zione perchè 1' uomo sappia rispettare nella donna la com- 
pagna della sua vita, l'educatrice dei suoi figliuoli e la donna 
veda nell'juomo della perfezione e sia orgogliosa di amarlo 
con tutta l'energia dello spirito e di sacrificarsi per lui. 

Sonia. 





I LIBRI 



L'umorismo di tn tsciere — di Lino Ferriani — S/re\i^/io 
editore — Torino. 



A trar fuori dal laberìnto dei laberinti la \'crità, tesori in- 
fniiti di filosofica saggezza e d'astuzia son necessarii; e però 
non ci meraviglia che Lino Ferriani, nella multilaterale sua 
cognizione dei misteri delle anime, hantlisca ora con metodo 
originalissimo, se non con rinnovati intendimenti, un appello 
impressionante , che , per diversa via, molta 0|>era d' inge- 
gno gli era già costata. F l'umorismo, questa volta, che lega 
in vivida serie ricordi e ammonimenti e speranze, sul tèma, 
non mai abbastanza tòcco, della esistenza miserrima tutelata 
dalle sacre mura d'ogni «tempio di l>mi»; un umorismo 
cosi pregno di melanconia , da non riuscire neanche causti- 
co, neanche acre , neanche rivelatore di libero scherno ; un 
umorismo che ci sfiora la pelle, n<»n però in guisa da darci 
l'impressione gaia del si>lleticu , ma brividi lunghi, sempre 
più lunghi e penosi. Dalle ombre e dalle penombrc delle 
meschine preture dei villaggi ; dalle figure più precise , ma 
non meno tristi . animanti le maggiori scene dei Tribunali; 
ilai quadri e quadretti che son la istoria giornaliera delle 
Assisie — il povero «usciere», cui si attribuiscono ipieste 
note retrospettive , trae argt)mento, sempre , a condire di 
molto pallida arguzia un suo giudizio fondamentale intorno 



I LI URI 1S9 

.11 destilli loj^ici dei preposti agli ulTicii niaji:istratuali. Non 
una risata larga, gioiosa, mai ; mai una visione ciie procuri 
assenso incondizionato al corso delle cose. Ed a noi pare 
che Lino Kerriani, egli stesso, non abbia voluto fare assolu- 
tamente dell'umorismo, nemmeno secondo la interjietrazione 
esotica della parola : se venisse ad aflermare il cf)ntrario, ci 
troveremmo costretti a dirgli che non è riuscito a toccar la 
mèta. Lino Ferriani ha inteso spezzare con semplicità , alle 
folli rifuggenti dall' arduo e dal complesso, un pane che al- 
tri, pur dolorosamente famelico, avrebbe riguardato da lungi 
con misterioso terrore: ed ha saputo farlo da maestro. 



I. 



R MALATTIE <•■ STOMACO «' LNTE- 

S'IVI *'' curano oggi scientificamente con V Aiiiiseplolo Lom- 
. . i i\ l l)ardi e Contardi. Non vi è rimedio di eguale efficacia. 
Non è un segreto, ma, come tutte le specialità Lombardi e Contar- 
di, una forniola di ricetta efficacissima, preparata secondo i moderni 
dettami della batteriologia e dell'antisepsi intestinali. XJ Antiseplola 
cura la diarrea e la stitichezza, nonché tutte le altre malattie croni- 
che, 1' inappetenza, le lente digestioni e simili. Basta provarlo per 
diventarne entusiasta adoratore e consumatore. ()pu.scolo^;v7//.s cliie- 
dendolo con cartolina doi)i)ia. Vi è tutto spiegato. 

La cura completa per la fi)rnia aloiiica (con stiticiiczza) costa L. 36, 
per la forma putrida (con diarrea) costa L. 24, ))er la forma acida 
(acidità, pirosi, lente digestioni) costa L. iS, in tutto il Mondo. Flac- 
con saggio L. 6 e spedito ovunque L. 7, anticipate all'unica fabbrica 
Lombardi e Contardi. Napoli via Roma 345 bis p. p. 



j VI7III-? V ^ Ili^VI \ debolezza generale e spinale e si- 
li L/U l\i\0 1 JLi^-Nlii. mili disturbi vengono cagionati dal- 
l' esaurimento del sistema nervoso ; la cura perciò , che guarisce la 
causa del male, deve rinforzare il sistema nervoso e tutto l'organi- 
smo. Riesce meravigliosa la Cttra Lombardi fatta con i Granuli di 
stricnina precisi ed il Rigeneratore Lombardi e Contardi. TiUto 
l'organismo acquista vigore e forza, tutte le funzioni, si rigolarizzano, 
ottenendosi il benessere ed il piacere di godere la vita. Non si tratt.a 
di una cura empirica ma tutta razionale e scientifica, accettata dalla 
primarie celebrità in medicina. Numerose guarigioni in tutte le classi 
sociali, efletti splendidi anche in casi antichi e disperati. 

La cura completa dura due mesi (4 11. Rigeneratore, i fl. Granuli 
stricnina), costa in Italia L. 18 e si spedisce in tutto il Mondo per 
Vt. 20 anticipati all' unica fabbrica Lombardi e Contardi. Napoli 
\'ia Roma 345 bis p. p. 



LE RIVISTE 



Lo SDOPPIAMENTO DELLA PliRSONALlTÀ NELLA GENESI DEL 

DRAMMA (Jean Morel — Revne d' art dramatiqiie, nlt. fasci. 

I, 'opera di taluni autori drammatici non è che una rappre- 
sentazione varia, ma continua, della loro esistenza intcriore: 
valgano ad tsimpio, per tutti, i capolavori di Hyron, Goethe, 
do Musset, nei quali elemento predominante, per non dire 
unico, è la mania istintiva della confessione. Per uno sdop- 
piamento curi(iso della sua personalità, l'autore del dramma 
essenzialmente lirico fogjjia casi e persone a seconda di ciò 
che è nel fondo mutevole della sua anima : tutti i contrasti 
intimi, tutte le istorie tenuissime dei suoi giudizi etici e delle 
sue azioni sono riesaminati e riprodotti con vivacità impres- 
sionante sulla scena. Il povero Coelio, che ne / capricci di 
jilarianna trascina ovuncpie il peso della sua triste'.za incu- 
rabile, è immagine precisa di Alfredo de Mussel che ne ab- 
bozzò la figura; ma Alfredo de Musset ritrovasi in pari tempo 
in ( )ttavio, la cui grande anima nt»n si cela mai del tutto 
sotto le parvenze malcerte d' un frivolo impressionismo. In 
realtà, è lo spirito dell'autore, uno e molteplice, che chiac- 
chiera sottilmente con se medesimo. 

Cosi, molto spesso, le diverse figure s'incontrano nella es- 
.senza d'una idea o di un sentimento invincibile. 

«Ottavio — sospira Coelio nel primo atto de / capricci di 
Afarianna — io non saprei amar (luella donna come tu l'a- 
meresti, o come io stesso ne amerei un'altra. K in t|uali con- 
fini s'inchiutle tutta (juesta battaglia di anime? Ecco: due 
occhi cilestri. due labbra \ermiglie, ima veste bianca e dut* 
candide mani. l'erchè ciò che ti riempirebbe di fervida gioia 
nu rattrista ? Puoi dire che il fatto in sé sia lieto o doloroso? 



I.K RIVISTE 191 

- J,H realtà è iiii'oml)ra: la immaginazione o la follia la renclon 
divina. Nella follia, dunque, è la bellezza. Ogni uomo va e 
va, per il monilo, cinto sempre d'un velo bizzarro; egli crede 
scorgere intorno piante e rivi e volti mirabili, come tra le 
pieghe d'un tessuto magico, che è quello dell' universa na- 
tura. Ottavia, Ottavio, soccorrimi!..» 

K Ottavio, a sua volta, viene a rammentarci inconsapevol- 
mente questo ])allido spunto di tetra filo.sotìa quando i suoi 
lamenti sfiorano dolcissimi la tomba dell'amico estinto: Coelio 
non avrebbe sentito in modo diverso se le parti dei due gio- 
vani si fossero invertite. Gli atteggiamenti sono indefinita- 
mente mutevoli, ma le personalità finiscono per ricongiun- 
gersi presto o tardi. 

.Altro esempio non meno impressionante vien pòrto dal 
Jùiìist di Goethe, in cui identità fondamentale è tra Faust e 
Mefistofele. Metafisica a parte, i due tipi etici ed estetici son 
l)arti inscindibili dello stesso io; nelle repliche diaboliche del 
s(.condo al primo è l'acre dubbio che l'anima comune chiude 
ed alimenta. 

Di là dai confini della lirica scliietla. lo sdoppiamento è 
l>iù raro: il vero poeta drammatico tende, confessatamente, 
a porre con obbiettività quasi assoluta le linee maggiori e 
definite d' un carattere. Pure, anche cjui, la visione duplice 
(l'uno spirito complesso non è molto difficile a scoprirsi. Ci 
capita, per dirne una, Molière, nel Misantropo. Alceste, in 
! esso, riassume tutta 1' acredine violenta e tutta la causticità 
acquisita dall'autore traverso ai mille casi della sua densis- 
sima esistenza; I-ilinto, invece, è tranquillo e sereno in co- 
siKtto del male. Ma Filinto è un Alceste invecchiato; le sue 
|)arole rivelano, sempre, gli antecedenti logici e storici della 
sua calma : 

Oui je Z'ois CCS défauts, dont l'otre àtiic iiiuriiiiirc, 

coìunie zices um.% à /' huinaiue nature ; 

et vion esprit cnfin n ' est pas plus offensc 

de voir un honimc fourbe, injitste, interesse, 

que de voir des vautours affamés de earnage, 

des sine^es inat/aisants et des toups pleins de ra^^c. 



192 LE RIVISTE 

E Alceste e Filinto, inclubitataniente, soikj ^fnliC-rt-, soUd 
tutto Molière. 

Lo studio di questi fenomeni è per Io meno nuovo ed in- 
teressante. Ne risulta per ora una verità molto limpida: che 
altro è il poeta lirico datosi al teatro, altro il po:;ta dram- 
matico nato, e che il primo si diH'eren/.ierà fatalmente dal 
secondo per la sua inidoneità a segnare contrasti veri e vere 
diversità di persone. 

L'iSCRl/IONE NAPOLETANA DI Co.MINIA l'i.l'TOGENIA ( Lui^^i 

Correrà — Napoli nobilissima). 

La « iscrittion (ireca, presso alla Chiesa di S. Paolo, dove 
.si fa mentione di una tal Cominia IMutojjenia, sacerdotessa 
di Cerere » — relativa, spiega il Capaccio, al culto notevo- 
lissimo di Cerere in Napoli — può finalmente conoscersi nella 
sua integrità, essendosene trovato l'originale in un palazzo, 
segnato col numero civico 62, all' angolo tra \'ia Tribunali 
e Piazza S. Gaetano. Prima, ne erano state messe in circo- 
lazione parecchie, non coincidenti; il .Martorelli, ricavandola 
dal Capaccio e correggendola a suo modo, rammentava se 
in lectitamio risissc plurimum; il Franz, includendola nel suo 
Corpus inscriptionum v^raecaruui (III, 5799), accoppava a di- 
rittura il Martorelli, cancellandone le correzioni e chiaman- 
dolo lioiiio ridictile dvctus; il Kaibel, infnie, giun-^e anrlìt- .1 
ritener falso tutto il testo dell'iscrizione. 

La lapide preziosa è quasi na.scosta in un secondo corti- 
letto del palazzo su determinato, e venne adoperata come 
materiale di costruzione; è ima base di travertino, di m. 0.4S 
per m. 0,50, con zoccolo e cornice, rotta dalla parte destra. 
La lettura non sempre ne è facile, giacché le lettere in varii 
punti .sono svanite. Presumibilmente, eccone il contenuto : 

Ko;A'.v;a I II/ouTOY£v:'!a | tiS'ia AT,|ir,?oo; ^ii'x-^\.u .:.> 1» u-^.u. 
(Yjvaix't) I \\rA/.-.tj\t kaXrJòo'j àoxov i t-.xoO xx\ pr.Tf.t ^^»x)xlOu | KotXr,- 
Str/vo)5 aYooxvo^txoù) | ;ì.ì;ì;*»ì (hsajtf.xiou n(oÀÀ{) wvo; àp(xoyTtx(>i^ I 
Ti. KaTrp!x(toi) k»).T,ò(!r,v6;) | (3r,<x)afxi5«(a«» -J, (nsojxs|j.|ir,) | (iw or 
(^s!a;) (£vsx«» | (iÓY'iaT'.) o-j (vxXt.toj). 



m: rivistk 



193 



(Juesta iscrizione, che il Kaihel chiamn « tilulum i-aidc ine- 
inorabiUm ». è di somma importanza j^er la storia delle isti- 
tuzioni di Napoli. Le sacerdotesse tii Cerere, napoletane, sono 
ricordate dal noto passo di Cicerone {prò Balbo, op. 24): Has 
Saccrdoti's vidfo fere aut Xeapolitanas ani I e/ieiises ftiisse, 
che ci prova l'importanza che ebbe, nella greca Neapolis, il 
culto deWActea Ceres, come la chiama il poeta napoletano 
Stazio {Si/z\, 1\', 8, 45). Son poi degne di nota le magistra- 
ture ivi ricordate, le quali confermano aver la greca Neapolis 
conservato le sue antiche istituzioni, anche durante l'Impero. 

/^am/iex. 










PREMIATO GABINETTO OTTICO OCULISTICO 

Brevettato da S. M. il Re d'Italia 

FRANCESCO LA BARBERA 

\?i2i Rorpa. I 36 AHapoIi 

di rimpetto alla Chiesa Madonna delle Grazie ed al Magazzini Giiardini 

Molti, difettosi nella \ ista, non riescono a trovare occhiali a<laiu e finiscono 
col guastarla maggiormente facendo uso di lenti male appropriate , e per 
dippiù di pessima qualità. 

Col sistema generalmente adottato da molti ottici è difficile una perfetta 
correzione e molti difettosi di vista cedono ad una scelta più o meno adatta 
senza ottenere la precisa gradazione. 

-Al sopradetto Gabinetto Ottico il pubblico troverà il sistema più recente 
breve e sicuro acquistando le lenti di finissima lavorazione che conservano 
gli occhi e senza aver bisogno di cambiare di grado anno per anno come 
usualmente avviene a quelle persone che fanno uso delle lenti ordinarie. 

OCCHIALI e STRINGINASI in ORO 14 karati Lire 15. 

'■EMI di CROWNQLASSdifina fabbricazione e CRISTALLI di ROCCA tagliati all'osse. 

SI SPKUISCK CAT.M. <)<;() (GRATIS 

A\ASSIA\0 BUON A\ERCATO 




LA PAGINA RELIGIOSA 



Ombre e luci. 



Novembre. 

l,e lacrime sono slillatt.- a poto a poco, col giungere del 
Novembre, sulla nostra anima. Tutte le evocazioni più dolo- 
rose, le angosce più profonde, i tedii più pesanti, le dispe- 
razi<jni. gli inganni, le fallacità d' ogni cosa , si sono venuti 
agglomerando lentamente nt-1 nostro pensiero e sul nostro 
cuore, cingendoli come in una stretta di ferro. 

Chi in (jueste tristi giornate di nebbia e di pioggia, collo 
sguardo pertluto o sul mare phmibeo, che si fa burrascoso, 
o sulla campagna «lagli alberi quasi ischeletriti, non rivive le 
»)rc ili dolore trascorse.' Non si rivede presso al letto d'un 
caro morente, non si immedesima delle ansie allora soHertc 
e ilclle <Iis|>fra/i»)ni provate e non sempre vinte? 

E Novembre, il mese che commemora i morti. E dal pro- 
fondo del mare popolato dagli scheletri dei naufraghi, dalle 
ttimbe bianche là nei camposanti, tlai ricchi mausolei, dalle 
oscure cripte piene di sepolcri e ricche di statue ima voce 
si eleva; una voce che chiama la comunione dei vivi con le 
morte cose. 

Alle evocazioni tragiche la mente si rattrista, il dubbio si 
impadronisce itegli animi e dinanzi al dolore una doman<la 



r,\ HACilNA RKMGIOSA 195 

corra sul lal>hn> : « Che è la vita? A clie tende 1' umanità? 
Cosa l'aspetta?» Eterno Amleto l'uomo sta sempre rivol- 
g:endo fra la sua mente il |>rofonclo problema dell' essere e 
del non essere — e — se nelle sue ore di sconforto e di disil- 
lusione suprema, una fede sdentile , una speranza ineflabile, 
un amore divino non giung:essero a sollevarlo in più pure 
regioni . 1' amarezza della vita sarebbe per lui tale da non 
averne la forza di sopportarne il peso. Ma presso alle tombe 
coperte dai crisantemi vigila la croce del Cristo, nelle oscure 
criine a stento illuminate si vedono le statue dei santi a cui 
sempre rise la luce della fede. 

Oh anche il Novembre ha i suoi santi eroi, che vinsero i 
dubbii, che lottarono tenaci, ehe piansero, soffersero, ma si 
elevarono sempre ! 

E tu primo a noi ti presenti , o Carlo Borromeo , come 
primo fosti a slanciarti per soccorrere i miseri appestati 
della tua diocesi , in te noi vediamo le più alte virtù della 
mente, le piìi soavi doti del cuore, la più eletta forza a vin- 
cere le rabbie nemiche. E , come in processione , ti stilano 
dietro il guerriero S. Martino col volto trasfigurato da quella 
sublime carità che gli ardeva nell'anima quand'era in vita, e 
Stanislao Kostka cosi puro, così pudico da parere più una gio- 
vanetta che un uomo, così profondo di mente e così pietoso 
e tanto innamorato della povertà e della Madre di Dio , da 
poter dir di lui — e fìat ria ei non coìiobbe altra che il cielo — 
e circonfusa da voli e d' Angeli osannanti . fra le armonìe 
di strumenti celesti, collo splendido capo cinto dalla doppia 
aureola del genio e della santità, tu so^ve Santa Cecilia ci 
appari, eletta fra la gloria e fra il supplizio, bella d'una bel- 
lezza ultra terrena. 

E cara sopra tutti , j>iìi di San Giovanni della Croce, pur 
tanto innamorato di Dio , più di San Francesco Saverio il 
ferventissimo e celebre missionario , più di Sant' Ambrogio 
primo fra i primi dei santi cristiani , ti scorgiamo umile e 
bella Elisabetta d' Ungheria, unica nella tua semplicità, nella 
dolcezza senza eguale del tuo carattere , nella tua rassegna- 
zione fine. Ti rivediamo vedova, raminga pel tuo regno, coi 
tuoi quattro infelici baml)ini. disprezzata, calunniata e pur se- 



196 LA PAGINA Ri:i,l<;i<JSA 

rena sempre, ricca d'una f«;de che nulla ottenebra, -d'una carità 
che vince ogni ostacolo, forte d' una speranza che l' infiora 
la vita di gioie sconosciute. 

tutti avete sofferto, santi di questo mese, quanto si può 
soffrire in terra, avete bevuto a centellini nel calice del do- 
lore, eppure avete vinto la cruda tenzone e riposate tran- 
quilli all'ombra della croce del Salvatore. Rievocandovi col 
pensiero, care figure di santi , le affannose battaglie del no- 
stro spirito si chetano , ed ognuno di noi può ripetere col 
poeta: 

« Tal, poi eh 'amor col iloice riso via 

Rase le nubi che gravarmi tanto. 

Si rileva ne'l sol l'anima mia. 
K molteplice a lei sorride il santo 

Ideal de la vita : è un'armonia 

( )gni pensiero, ed ogni senso un canto». 

Luisa Giuliu Benso. 



PER LA FAMIGLIA 



Per gli sposi. — // riso. Il vecchio uso inslesc- — venuto dalla 
cainpaji;na — di gettare ai giovani sposi del riso e delle vecchie scarpe, 
come portafortuna e di cui la Regina Vittoria istessa fu gratificata, 
il giorno delle sue nozze , ha jireso una forma più graziosa. Sono 
ancora delle manate di riso, ma le vecche scarpe sono diventate delle 
calzature minuscole, degli zoccoli argentati, decorati con molto gusto, 
che l'assistenza distribuisce e può conservare come pegno di ricordo. 
G antichi costumi hanno un carattere di candore toccante. Si do- 
vrebbe rispettarli dapertutto. I jiopoli invecchiati , soli , iierdono il 
gusto della leggenda che aft'a.scina gli spiriti giovani. 






Per i bimbi. — d'/torhi istriilliz'i. Avviso alle balie, alle gover- 
nanti e alle manime attente ! Le cose più semi)lici sono sovente quelle 
che divertono meglio i bimbi. Essi si distrarranno , in campagna, 
durante i giorni di pioggia, facendo fra loro, con la paglia un giuoco 
di bastoncelli. Si taglieranno in eguale grandezza, dei fili di paglia, 
molto diritta e senza nodi. Alcuni fili più grossi e leggermente ])iù 
lunghi figureranno i re e le regine. IVr questi ultimi, s'immergerà 
l'una delle punte nel colore rosso o azzurro , per distinguerli. I 
crochels si faranno per mezzo di una forcinella ricurva, che s' in- 
trodurrà nel tubo di una paglia. Tutto ciò che tocca da vicino la 
natura, attira l'infanzia. 



« » 



In casa. — Stuoie. L'uso delle stuoie per rimpiazzare i tai)i)eti du- 
rante l'estate, specialmente in campagna, è molto grazio.so e pratico. 
Si curano giornalmente , passando un panno bagnato, destinalo a 
togliere la polvere. È anche, necessario, di far loro subire una pu- 
lizia più c(*mpleta. .A questo scopo, si toglie la stuoia e la si colloca 
perfettamente di piatto, di preferenza sovra un terrazzo o im prato, 
e si lavano con acqua salata , con un grosso tampone di tela che 
forma spugna. I colori riprendono la loro vivacità e la loro fresciiezza. 
Si lascia asciugare, a piatto. L'acqua sarà fortemente satura di sale. 



lyS l'KR LA FAMIGLIA 



**• 

Lo chic. — Lenzuola da inaggio. Conoscete voi le lenzuola da 
viaRgio in liiton di sete azzurra© rosa? Se ne raccomanda l'uso a tutte 
le persone delicate. È un grande sacco che avendo la lunghezza e la 
larghezza di un letto ordinario, di cui una parte resta aperta, allo 
scopo di esser rigettata indietro, sull'origliere; l'altra parte in avanti, 
sulle coltri. Un sacco simile, in fine tela bianca è |)iazzata in questa 
prima fodera. Si evita, cosi il contatto disaggradevole del letto di 
albergo e nessuno spessore di pieghe può far male all'epidemide. 



Ketty. 



IL I^BATRO 



« La Piccola amica ■> di Brieux e « Duchessina >> di Testoni al 
Sannazaro — Teatri che si riaprono. 

La conipasj^nia Orlandini Gramatica ci ha dato, nella scorsa 
settimana, due novità: a dire il vero, nessuna delle due ha 
meritato l'onore di un lungo soggiorno sul... cartellone. 

La Piccola amica, del Brieux, è un dramma molto poco 
originale per la trama e troppo aspro e .selvaggio per lo svol- 
gimento. Tutte le più false brutalità, tutte le più inverosimili 
violenze, tutti i più artificiosi scoppii di cinismo che si an- 
nidano nei drammi di repertorii popolari sono cacciati nei 
tre atti del lavoro di Brieu.x, tre atti di urli, di sogghigni, 
di imprecazioni e di singhiozzi che si chiudono con un an- 
negamento a due, che mi ha ricordato un' antipatica oleo- 
grafia tedesca che da vent'anni ingiallisce in tutte le vetrine 
dei cartolari.. 

L'n dramma morale? Dio buono, il fine è una gran bella 
cosa, ma occorre che i mezzi siano degni di e.sso : e tutto 
l'arsenale che ha rimesso in uso il dramaturgo francese, per 
farci commuovere sulla sorte di due amanti che si rifugiano 
nella morte perchè la vita è re.sa angosciosa dalle persecu- 
zioni di un padre cinico che non può pensare che un suo fi- 
gliuolo senta di dover qualche cosa — oltre che del danaro — 
a una giovane povera che ha sedotta, tutto quell'arsenale di 
declamazioni, di crudeltà, eli tirate rettoriche è troppo vec- 
chio, oramai, e troppo brutto per potersi chiamare, ancora, 
arte. Anche l'Ibsen e l'Hauptmann hanno spinto alla morte 



200 IL TEATRO 

i loro protagonisti, anclie Hartleben, in quel l-unedi delle 
Rose che ha dato tanto sui nervi a certi critici e che a me. 
come al publ)Hco napoletano, è piaciuto assai, allaccia i due 
amanti nella suprema stretta del suicidio: ma in tutti costoro 
la tragica fine è necessaria, è fatale, ed è il frutto di un lungo 
e tormentoso lavoro che s' è svolto nelle anime... Togliete 
questa preparazione, eliminate questa inesorabilità della morte 
e il suicidio diventa un .semplice fatto di cronaca; e compren- 
derete che un fatto di cronaca, sia pure in tre atti, non è 
cosi straordinario da interessare la gente per parecchie rap- 
presentazioni. 

Dinhessina di Testoni, è, potrebbe dirsi, il rovescio ili 
Pinola ainiia: non un'ombra di tristezza, non uno squarcio 
di declamazione: si ride, sempre, di tutto e di tutti; si ride 
perfino della logica, ciò chi- dimostra come il brio non ri- 
spetti più nulla. Non è una comedia, perchè non ha né una 
tela né ilei caratteri che possano pigliarsi sul serio : non è 
una f>ochade perchè (|uella verve che sjiuma nei lavori fran- 
cesi — siano pur banali o inverosimili — si lascia desiderare 
abbastanza. K, tutto compreso, una specie di farsa paesana, 
molto sciocchina come intreccio, con sufiiciente gaiezza nei 
primi due atti e una inattesa e stonata punta ili sentimen- 
talità nel terzo, l'n duca clericale è sorpreso in com|>agni.i 
d'una donnina, in una cittadina di villeggiatura, da amici che 
lo stimano moltissimo: egli, per salvare il prestigio, fa pas- 
sare la donnina per sua figlia: ili qui molti equivoci e mol- 
tissimi impicci, fra i quali l'amore ili un giovane gentiluomo 
che le chiede la mano e che la donnina .sa ricondurre, in- 
vece, lon mollo garbo, nelle braccia d'una giovane ch'egli 
aveva sedotta e che spo.serà. Ecco il piccolo rocchetto sul 
quale s'arrufia il gomitolo: gomitolo che non ha ruzzolato a 
lungo sul palcoscenico del Sannazaro. 

* 
« » 

l'er due sere, una tournee di artisti francesi al Sannazaro 
ci ha fatto sentire Coi|uelin yir/y in tre comedie di .Molière e 
nel gaio Def>Hte de /ioinòiffnae di Bisson; Coquelin yir'A, che 
ha molti punti di contatto col maggiore dei Coquelin , è 



II. IKATRO 20 1 

un artista che sta molto bene nel repertorio molieriano e che 
mostra come il cnlto del Rran comico francese sia tuttora 
vivo nell'anima dei suoi connazionali, che ne sanno compren- 
dere lo spirito e fanno di queste recite un' opera d' arte, e, 
insieme, come un" eterna glorificazione dei loro grandi. Ciò 

che da noi, purtroppo 

Nella compagnia erano .M.me Marthold del teatro Sarah 
Berti hard t, M.me Delia deW Odeon e M.me Bianche Miroir, 
M.lle Claude Ritter e M.lle Chapelas della Porie Saint Martin. 

* 

Nella settimana, si riapre il Salone Margherita: ed ecco 
tutta la muta dei viveurs che si sguinzaglia... fltoiles di tutte 
le grandezze, chanteuses, diseuses gommeuses riappariscono 
sul firmamento napolitano. Mano agli occhialini, e en avant 
la »iusique .'.. 

*"* 

Al Verdi, dopo un placido tramonto della stagione lirica, 
la compagnia Canepa viene a chiedere il verdetto del i)ul)- 
blico napoletano. Repertorio consueto ; novità , // Big/ietto 
d'alloggio, che a Roma è piaciutissimo. Il critico non ap- 
punta la penna demolitrice: si contenta di affilar la matita 
per fare dei pupazzetti... 

daniel. 



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NOTERELLE FILOCARTISTICHE 



11 viag:gio dei nostri sovrani a Parigi . ha dato occasione 
agli editori francesi di pubblicare un gran numero di carto- 
line commemorative , umoristiche , fotografiche , tutte dimo- 
stranti evidentemente con quale viva simpatia Elena e \'it- 
torio Emanuele siano stati accolti dalla serena consorella. 

Sarebbe troppo lungo e quasi impossibile dare un elenco 
completo di tutto ciò che si è messo in vendita per espri- 
mere r allegria inspirata dalla venuta per la prima volta in 
Francia di due sovrani ugualmente giovani ed amabili. 

Grazie alla cartolina illustrata le gloriose armi della casa 
Savoia , non furono mai cosi popolari come in questa oc- 
casione. 



Una notizia che sarà senza dubbio accolta con molto fa- 
vore dei collezionisti è la fondazione su salde basi e con cri- 
teri praticissimi di un' « Associazione Cartofila Italiana » de- 
stinata a rendere non pochi servigi ai cultori del tìlocar- 
tismo. 

Si tratta di una società molto seria e destinata indubbia- 
mente ad occupare in breve un dei primi posti fra tutte le 
consimili associazioni estere. 



L' ormai celebre casa Raphael Tuck et fils ha compreso 
come vi fosse il bisogno di rappresentare sulle cartoline le 



204 NOTKRKl.I.i: I- II.OCARMS 1 ICII K 

principali scene dei migliori lavori lirici. Ed essa ha comin- 
ciato a far i|iiesto illustrando la « Carmen », spettacolo or- 
mai popolarissimo in tutta 1' Europa. Niente è stato trascu- 
rato onde dare 1' idea più esatta e precisa di questo pode- 
roso lavoro. 



Dall'Inghilterra ci kìu"i?o»o sette artistiche cartoline rap- 
presentanti un comico Pierrot in varie pose indovinatissinie. 

Una specialmente è fatta con tale accuratezza da destare 
anche al profano un senso di spontanea ammirazione. 



/,(/ l.'iiidii Cartojiìa Italiana — E" ultimo numero di questa 
interessante e fortunata pubblicazione , contiene oltre a pa- 
recchi schiarimenti e consigli indispensabili ai collezionisti, i 
seguenti articoli : Per la morale e peri' arte, di « Ara^^a*, 
Rarità filocartistiche di /:". lìroi/i. De Gustibus di « Fran.-:i», 
Ea badia Greca di Grottaferrata e Riproduzione vietata del 

« /yoit. niitz » , 

Broili Enrico. 



Tutti coloro che ci scrivono domandamlocì elenchi di col- 
lezionisti, ci usino la cortesia di farlo per mezzo di cartolina 
con risposta pagala o di lettera contenente il francobolli) per 

la risposta. 

Sii^norina dina J>f /•'., .\'a/>o/i — l.<f risposi direttamente 
ancora un mese fa; ricevette ? 

Si^tiur y.m'x'i A'.. .\\i/>o/i — Mandi pure e vedremo cosa 
sarà il caso tli fare. 

CapihtHo Riinirdo A., l'ox/ifni— « Ea (.iuida Cartotila ila- 



NOTKRKI.I.K FII.OCARTISTICHK 205 

liana» si pubblica a \'oghera. e l'abbonamento costa 3 lire 
all' anno. 

Sii^noriiui l'ittoiiiia di M.. A'oi/k: — Sì il «Trionlo delia 
Cartolina» è morto come era nato: fra lindifferenza g^'ierale. 
Per il resto veda il N. 34 della «Settimana». 

Mari/u\si' Riccardo .\., Torino; Vittorio de L.. Venezia; Al- 
do F., Roma e littorio J/. , Firenze — Cartoline doppie. 



b. 



A'. B. I collezionisti che desiderassero avere in materie di 
cartoline illustrate indicazioni o cambi , ixìtranno rixolgerst 
direttamente al Sijjnor tnrico Broili, pubblicista. Udine. 

In queste noterelle filocartistiche noi daremo ampia rispo- 
sta a tutti quanti vorranno chiederci consijj:lio. E sarà sod- 
disfazione a.ssai cara per noi. ogni qualvolta potremo soddi- 
sfare i desiderii o le curiosità del pubblico che ci legge. 

Broili Enrico. 



•iti Xir'TTl? r^T''" i CTA si cura splendidameir.t^ con 
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sostanze venivano adoperate con vantaggio immenso fin da remo- 
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le cliniche. L'unione dei due prodotti, Smilancina e ioduro, dà un 
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TRAMONTANDO IL SOLE 



(Novella) 



A Enrico Nencioni. 



I. 



— Chiarina , ti presento un amico, Giovanni Serra — disse 
la padrona di casa, mentre Serra faceva un grande inchino. 

— Oh Anna , ma io lo conosco ! — esclamò Clara Lieti, 
vivacemente, stendendogli la mano in atto famigliare. 

— \'eramente? E come? — soggiunse Anna, con quel falso 
interesse mondano, che copre di amabilità la perfetta indif- 
ferenza. 

— Da vari anni da moltissimi anni da un numero 

infinito di anni , lo conosco — e Clara finì con una risatina 
squillante. 

— Non tanti, poi , signora Lieti — osservò Giovanni Ser- 
ra, quasi facendo una correzione di pura cortesia. 

— Allora , tutto va bene , vi lascio insieme — concluse la 
gentile e frettolosa padrona di casa, allontanandosi verso gli 
altri gruppi che popolavano il suo salotto. 

— Non sedete ? — chiese Clara, reprimendo un breve moto 
d' impazienza. 

Egli ebbe una fugace esitazione ; poi , si sedette in una 
poltroncina , accanto a lei. A poca distanza da loro, tre si- 
gnorine chiacchieravano e ridevano con due giovanotti. 



20H TRAMONTANDO IL SOLE 

— Perchè vi siete fatto presentare ? — domandò Clara a 
Serra, rompendo il silenzio, parlandoceli con una intonazione 
più intima nella voce. 

— Non sono stato io. Mi ha detto, la signora Anna : ve- 
nite, vi presento a una donna di spirito. 

— .Sono io, disgraziatamente 

— Come, disgraziatamente? 

— Lo spirito è una gran disgrazia, per una donna — ella 
.sentenziò, con una di quelle tetraggini improvvise che le 
oscuravano la sorridente faccia. 

— Perchè, signora? È un dono affascinante, un dono con- 
(juistatore.... 

— Per conquistare che ? 

— 1 cuori degli uomini. 

— Hella conquista ! 

— Non l'apprezzate più ? 

— No, .Serra — ella disse, profondamente. 

Kgli la guardò, ma senza stupore. Si vedeva che non le 
credeva. Klla abbassò le palpebre, per celare un lampo d'ira 
passeggiera nei suoi dolci , ma anche fieri occhi castani. 

— Mi duole, che vi abbiano presentato... — mormorò, poi, 
(|uasi parlando a sé stessa. 

— Lo ripeto, non è colpa mia. 

— come se foste un estraneo — ella soggiunse, vaga- 
mente — mentre io ho pensato a voi... spesso. 

— Oh ! — disse lui , con una incredulità modesta e cor- 
tese. 

— ... mt)lto spesso — ella terminò, senz' aver l'aria di ac- 
corgersi della sua negazione. 

— K come mai? — domandò lui, con un po' d* ironia, 
niente altro. 

— Cosi — disse Clara tristemente e brevemente. 

(iiovanni .Serra abbassò gli orchi , quasi celando una do- 
manda che si potea forse leggere nel suo sguardo. (>i lon- 
tano, mentre attraversava il salone per pregare una signora 
di cimtare, Anna mandò loro un sorriso : li vedea discorre- 
re, era contenta ili aver bene collocati due suoi ospiti. 

— V«ii non credete alle voci interne dello spirito? — ella 



TRAMONTANDO IL SOLE 209 

gli chiese, guardandolo fisso, con quei suoi occhi che il pen- 
siero rendea più osculi. — \'oi non avete inteso che io pen- 
sava a voi ? 

— No, signora. 

— Non credete a queste voci, o non ne avete inteso? 

— Io ci credo, come credo purtroppo, a tutte le cose sen- 
timentali : ma nulla mi ha detto nulla — e sorrise. 

— Peccato I peccato ! — ella soggiunse, a bassa voce. 
Cantavano, adesso. Era una signora bionda e fine che, in 

giovinezza, si destinava al teatro e che un felice matrimonio 
aveva tolta al palcoscenico. Ma ella, cantava dovunque, sem- 
pre, appena le domandavano di cantare, posando il suo ma- 
nicotto o il suo ombrellino, levando la testolina dal colletto 
di pelliccia che ornava la sua mantellina, come un uccelletto 
canoro che vive del suo canto, e morrebbe, se non cantasse. 
Tutti tacevano, nel salone : donna Clara Lieti ora guardava 
la cantatrice, quasi non volendo perdere una espressione di 
quel volto, sereno nella soddisfazione del canto. Poi, voltan- 
dosi verso Serra , pianissimo , gli disse , con un sorrisetto 
malizioso, tutta mutata nel viso : 

— Non vi siete ammogliato, poi ? 

— Io ? E perchè avrei dovuto ammogliarmi ? 

— Dicevano 

— Voi ci avete creduto? — egli le chiese, mostrando per 
la prima volta una ansietà nel viso. 

— No, mai. 

— Volevo dire — replicò lui, tranquillamente. 

— Mai creduto , mai — riprese Clara , sorridendo — Po- 
teano passare gli anni , potevate viaggiare , cambiar paese, 
cambiar viso, dimenticare la patria, ma ammogliarvi, no ! 

E le balenò il trionfo, nel viso. Egli si ritrasse: una espres- 
sione di austerità, di nuovo, gli chiuse il volto. 

— .Siete fedele, voi — esclamò lei, ridendo. 

— Io, si — replicò, a occhi bassi, duramente. 

— Fedele, quand tnéìne — e rideva sempre più. 

— Quand mcmc, no, signora Lieti. 

— Vale a dire? 

— Vale a dire che il fedele quand méme, è l'uomo che se- 

14 



2 IO TRAMONTANDO IL SOLE 

guita ad amare , anche se è schernito, o vilipeso, o abban- 
donato. A me non è accaduto nulla di questo. . 

— Come ? — diss' ella, diventata grave. 

— Io non ho amalo nessuna donna frivola o perfida.... 

— Oh sì , Serra , voi avete amata la più frivola e la più 
perfida fra le donne ! — ella esclamò, pianissimo, con un velo 
di lacrime negli occhi. 

— Che importa quella^ Io ne ho amata un' altra — egli 
dichiarò pianissimo, guardando innanzi a sé, come se vedesse 
la visione di una creatura incorporea. 

— Ahimè , sono la medesima persona — Clara disse . pia- 
nissimo, con una mortale tristezza. 

— Per me, no. 

— È una illusione , Serra. Ella era cattiva , e voi avete 
gittato il vostro cuore. 

— Il mio cuore serba un divino ricordo, un ricordo ideale 
a cui resta fedele: e giacché tutto si riassume e si risolve in 
illusione, signora, io preferisco la mia. 

— E la donna umana , la donna terrena , quella fatta di 
ossa, di carne e di nervi, quella che vi ha fatto soffrire e vi 
ha fatto piangere, l'avete dimenticata, Serra? 

A questa domanda così diretta , così limpida , che Clara 
gli faceva , con voce pianissima , ma tremanttr , egli rispose 
subito, pianissimo, ma senza tremare : 

— No, per molto tempo. 

— Per quanto tempo ? 

— Per cinque o sei anni , credo, portai tiuesio tormento. 
Dopo, ebbi una grave malattia. (Quando guarii , ito i^u. trito 
anche del mio segreto tormento. 

— Guarito ? Completamente ? 

— Sì, signora, completamente. 

— Felice? Felice ? 

— .Sono come un uomo liberato da una grave e crudele 
croce. Ouando la depone , egli si sente mortalmente stanco: 
e, forse, si domanda, se quella croce non era la sua vita. 

— Non so che farei , per vedervi felice , Serra — essa gli 
mormorò, pianissimo, con tenerezza. 

— Quando volete, sapete anche esser buona. 



i 



TRAMONTANDO IL SOLE 2 [ I 

— Non siate cosi amaro. E da un'ora, clie vi parlo con la 
più grande dolcezza. 

— È così strana, per me, la cosa, che non la capisco. 

— Perchè siete così ironico ? Non sentite che vi parlo a 
cuore aperto ? 

— Quale cuore, donna Clara ? 

— Il mio cuore. 

— Quello di dieci anni fa ? 

— Quello di oggi, Serra. 

— Io non lo conosco, donna Clara. 

— È un cuore pieno di umiltà e di tenerezza. 

— E perchè ? 

— Così. Perchè la gente si stanca di essere cattiva, si di- 
sgusta della propria perfidia, ha la nausea di sé stessa! 

— Pare impossibile, donna Clara. 

— Non mi chiamate cosi ! 

— Non è il vostro nome ? Il vostro bel nome luminoso e 
glorioso ? 

— E il duro nome di altri tempi ; chiamatemi : Chiarina. 

— \'i chiamerò: signora. 

— Non siate cosi duro. Serra, ve ne prego. 

— Io non sono che rispettoso. 

— Il vostro rispetto è freddezza , é sarcasmo. Sapete che 
odio questa battaglia di frecce avvelenate. 

— Signora Lieti, perdonatemi, se vi ho irritata. 

— Non mi avete irritata, mi avete addolorata. 

— E da quando in qua voi soffrite, signora ? 

— Ah il dolore è delle più trionfanti creature , sappiate- 
lo 1 — ella disse , battendo le palpebre per diradare le sue 
lacrime. 

Giovanni Serra tacque. 

— Scusatemi , se vi ho detto qualche parola pungente — 
egli riprese, sottovoce — Ma la vostra dolcezza, inaspettata, 
improvvisa, mi ha sconvolto. Perdonatemi. Nessun cuore vf 
è più devoto del mio, signora. 

Ella lo guardò. Il pallore e la tristezza di quel bel volto 
di cui egli aveva adorato la gaiezza , lo colpirono. Anna si 
avanzava , tutta contenta, attraverso la gente che discorreva 



212 TRAMONTANDO IL SOLE 

un po' (lua , un po' là, ma riunita secondo le simpatie o j^li 
interessi. 

— Ebbene, sono rifioriti i ricordi? — chiese, mostrando i 
suoi bei denti bianchi di donna grassotlella, elegante, fredda 
e felice. 

— Rifioriti, certo — disse, levandosi, Clara. 

— Viole mammole ? Rose bianche ? 

— Crisantemi , crisantemi. Anna ! — e sulla tetra parola 
lece una gran risata, si licenziò con un sorriso da Serra, con 
una stretta di mano da Anna, attraversò il salone, salutando 
ancora qualcuno ed esci. 

Donna Clara Lieti, sotto l'atrio del gran portone magna- 
tizio, in piazza Sant' Apostoli, sentì un gran freddo. Erano 
gli ultimi di febbraio : ma sovra, nel salone, il caminetto era 
acceso , tanta t^ente vi si agitava , sotto le lampade coperte 
dai larghi paralumi rosei, (iiù la via era fredda, nella prima 
ora della sera ; ne via Santi Apostoli è molto frequentata. 
Ella affrettò il passo, chiudendosi meglio nella sua giacchetta 
di lontra , abbassando la faccia sotto la veletta , stringendo 
le mani sotto il manicotto. Tutto quello che era accaduto , 
sopra, da Anna, le appariva mollo confusamente in tjuesto 
primo momento di solitudine ; ma a traverso il tumulto delle 
sue .sensazioni, ella sentiva, nitidamente, tutta l'amarezza di 
una delusione. Come, perchè? Avrebbe forse preferito che, 
Giovanni Serra le avesse parlato del pa.-.sato , scherzando , 
come qualumiue altro uomo avrebbe fatto, \iolando , nella 
realtà del presente e dell'oblìo, tutta la sentimentalità di un 
grande e violento amore? No, lo scherzo l'avrebbe offesa 
intimamente, dandole una delusione. Avrebbe ella preferito 
che Cjiovaimi .Serra, l'uomo che ella avea ragione di stima- 
re come il più leale che avesse incontrato mai, fingesse, in- 
nanzi a lei, un rimpianto che non sentiva? No, ella avrebbe 
inteso l'ipocrisia e ne sarebbe stata tristamente delusa. A- 
vrebbe ella preferito che egli le facesse una scena violenta, 
come nei ttnipi in cui ella infliggeva a un amore giovane , 
onesto e ingenuo le torture di una glaciale civetteria e le 
perfìdie di una fantasia muliebre mobilissima? Chi sa! Ella 
non sapeva bene che cosa avrebbe preferito, in quell'incon- 



'TRAMONTANDO II- SOLK 213 

im con l'antica sua vittima, se l'oblìo assoluto, o la menzo- 
gna gentile . o il rinfocolarsi della passione : ma quello che 
era accaduto, non le piaceva. Era scontenta e triste. .Senti- 
va di aver fatto troppi passi sovra un terreno infido, su cui 
aveva vacillato varie volte : e si pentiva della via intrapresa, 
così obbedendo a non so quale segreto impulso del cuore. 
E dire che da tanto tempo , nel mistero della sua anima , 
ella si preparava a un incontro con Giovanni Serra , dire che 
aveva tanto desiderato, mitemente desiderato questo incon- 
tro e pensato con umiltà, con tenerezza, tutte le cose umili 
e tenere che gli avrebbe detto ; dire che ella aveva tanto 
creduto all'effetto della bontà e della dolcezza, sovra un cuo- 
re che ella aveva abbeverato di fiele ! L'incontro vi era stato, 
ma stupidamente combinato, senza poesia ; ella aveva detto 
le cose umili e le cose tenere , ma le aveva dette male ed 
egli non le aveva credute ; era stata buona e dolce, e non 
aveva fatto che tentarlo dolorosamente , rammentandogli i 
dolori passati. Ali come era triste , e scontenta, e affaticata 
e infinitamente delusa, di tutto quello che era accaduto ! 

— Queste cose del passato, forse, bisogna lasciarle stare — 
pensò fra sé, e un sospiro le uscì dal petto. 

Per andare al Corso ella non aveva osato , a quel!' ora , 
prendere la via dell'Archetto che è deserta e male illuminata: 
così aveva attraversato tutta la via Santi Apostoli, sul mar- 
ciapiede, uscendo a piazza X'enezia. Pensò se non fosse me- 
glio, per rientrare in casa sua. in via Babuino, prendere una 
canozza. Ma la folla, di quell'ora, al Corso , la rincorò : la 
sua vivace immaginazione ricevette una impressione , imme- 
diata, di distrazione. 

— Non ci pensiamo — disse ancora fra se. sentendo in fondo 
all'anima una delusione infinita. 

Così, camminò lungo le botteghe fulgidamente illuminate, 
guardando con occhio distratto le vetrine. Quanto si pentiva 
di essere stata così affettuosa e così dolce , con Giovanni 
Serra! No, non avrebbe mai voluto apparirgli leggieia, fri- 
vola e schernitrice, come dieci anni prima ; ma avrebbe do- 
vuto trattarlo con disinvoltura , ecco , come se nulla fosse 
stato. Come un altro indifferente qualunque. Quasi quasi 



2 14 TRAMONTANDO IL SOLE 

aveva tentato di farsi fare una dichiarazione d'amore, da lui ! 
Quasi quasi gliene aveva fatta una, lei ! E quello , intanto, 
glielo aveva detto così chiaramente, che non 1' amava più ! 
E tutto lo scetticismo naturale e giusto, che egli aveva ali- 
mentato nel cuore dieci anni, non era sgorgato, quando quasi 
quasi ella gli av^va detto di amarlo ! Ora nella via , Clara 
Lieti soffriva atrocemente nell'orgoglio. Quasi aveva chiesto 
e non aveva ottenuto ; quasi si era abbandonata ed era stata 
respinta. Un'ira si mescolava alla delusione; ella camminava 
più presto, internamente esaltata dalla ferita che aveva sco- 
perto alla sua superbia. Poi, camminando, ad un tratto, l'ira 
cadde : 

— Bene mi sta — pensò. — Raccolgo quel che ho seminato. 
Giovamii ha ragione. 

Un uomo la raggiunse : erano in piazza San .Marcello. 

— Signora, buonasera.,. — e si cavò il cappello-, mettendo- 
sele accanto. 

Era Giovanni Serra. Un po' pallido , niente altro. 

— Buonasera — ella rispose, con voce stanca — Siete ve- 
nuto via ? 

— Si: avrei voluto scendere con voi di là... ma siete fug- 
gita, cosi... e poi, si poteva notare,,. 

— Oh, non importa ! — diss'ella con un sorriso amaro. 

— A me, importa. 

La voce di ( Giovanni pareva meno breve, meno secca. E- 
vitava di guardare Clara. 

— Posso accompagnarvi, un poco? — le chiese, frenando 
il tremore di emozione che lo vinceva. 

— .Si, si, anche molto. 

— Non seccherà nessuno? 

— Chi, nessuno ? 

— Qualcuno che vi ami e che voi amiate. 

— Io non amo nessuno e nessuno mi ama, Serra -ella ri- 
spose, frecklamente. 

— Non è possibile, signora. 

— < »h è possibilissimo, credetelo. 

— Voi mi parete una donna degna dell'amore di tulio il 
mondo — e la guardò con un impeto di anmiirazione, in cui 
parve risorgesse l'uomo di dieci anni prinia. 



TRAMilNTANDO li, SOLK 215 

— Siete Slato seniprt- molto esagerato , ' per me, Serra — 
continuò ella a ilire , con un freddo e triste sorriso — e mi 
avete abituata male. \'i assicuro che la gente fa di meno di 
amarmi, senza nessuno sforzo. 

— Non vi conoscono — egli disse, a bassa voce. 

— Anche chi mi conosce. Specialmente chi mi conosce. 

— Siete in un periodo di pessimismo, signora. 

— In verità, Serra , ninno pensa dì me tutto il male che 
io ne penso. E sì che tutti mi giudicano assai mediocre- 
mente. 

— Non parlate così -egli mormorò. 

— Voi stesso. Serra. 

— Io ve ne domando perdono. Ero tanto turbato mi 

avete parlato in un modo cosi strano... 

— Già : è la mia nuova maniera, quella di esser buona — 
disse Clara, con un sorrisetto amaro e gelido— ma mi riesce 
poco, come vedete. 

— Fare il male vi piace di più ? — egli le chiese, chinan- 
dosi a guardarla attentamente , come quando gli parea in- 
travvedere la verità di quell'anima femminile. 

-Ma ella schivò la confessione. Rispose di scatto : 

— Piaceva di più agli altri. 

— La perfidia? A chi, dunque? 

— A voi. 

— A me ? 

— Proprio. Se io fossi stata una buona ed affettuosa don- 
nina e non una civetta infernale, se fossi stata un'anima pia 
e tenera e non una beffarda e arida creatura , mi avreste 
amata ben poco, credetemi — e le lampeggiarono gli occhi , 
come in quei tempi in cui egli delirava per quegli occhi. 

— Se voi foste stata non buona, ma umana, semplicemente 
umana, Clara — egli disse, a voce bassa — allora, voi non avre- 
ste disfatta la mia vita. 

— \'eramente, disfatta ? Mi sembra che stiate benissimo— 
e sogghignò. 

— Io non mi lagno, signora — rispo.se .Serra, semplicemente, 
ma senza durezza — e non vi rimprovero. 

Ella lo guardò, in silenzio. Veramente, in quel momento, 



2l6 TRAMONTANDO IL SOLE 

mentre attraversavano piazza Colonna tutta fulgida di lumi, 
Giovanni Serra le parve invecchiato. Su quegli occhi azzurri 
che ogni tanto aveano qualche cosa d' infantile , parea che 
veli e veli di lacrime fossero passati, nell'ombra e nella so- 
litudine, quartdo l'uomo può lasciar erompere il suo dolore, 
oltre le dighe della fierezza. Su quelle labbra si era posata 
una stanchezza die ella soltanto ora scorgeva, la stanchezza 
di aver invano chiamato un nome, di aver invano invocato 
un bacio , di aver invano singhiozzato , nelle ore solinghe 
dell'abbandono. Per la prima volta, e con una intensità pro- 
fonda, ella senti che vi hanno ferite che non si chiudono mai, 
e senti che il tempo può portare via una vita, ma non può 
portare via un dolore da un uomo vivente. 

— Quanti anni avete, ora. Serra? 

Klla lo chiedeva, cosi, vagamente, tristamente. 

— Trentaquattro, signora. 

— Un uomo è giovane, a questa età. 

— Anche una donna— egli disse, cortesemente. 

Clara ebbe un lieve moto della testa. E con una infinita 
tristezza, soggiunse : 

— Io non ne ho più trenquattro, amico mio. 

— No ? Non eravamo coetanei ? 

— Eravamo? Non siamo più. lo ho centotrentaquattro an- 
ni, credo. E incalcolabile quando io sia vecchia. Serra. 

E mentre ella si abbandonava a quest'asserzione, piena di 
un vero dolore — ella sofì'riva molti.ssimo d'invecchiare — ten- 
deva l'orecchio, a raccogliere la contraddizione. Ma egli non 
contraddisse ; disse, con un ritorno di candore anunirativo : 

— Per me, non sarete mai vecchia. 

— Vecchissima, vecchissima !— insistette lei. adenti stretti. 

— Non dite tpiesto, non lo credete : io non lo cretio. 

— Io ho dei capelli bianchi, fra i neri. 

— Ma non si vedono : io non li vedo. 

— Perchè li nascondo o li mostro con disinvoltura. Se mi 
guardate bene, di giorno, ho una quantità ili piccole rughe, 
accanto agli occhi e accanto alle labbra. 

— Non si vedono; io non le vedo. 

— Perchè rido senjpre. Ma se sono triste , non so come. 



TRAMONTANDO IL SOLE 2\J 

i miei capelli bianchi appariscono subito e le mie rughe si 
vedono tutte, sottili , che tagliano leggermente la pelle, vi- 
sibilissime. Che orrore ! 

Aveva detto questo in fretta, eccitata , come una persona 
che si confessa di un suo grave errore, piena di dolore, con 
una brutalità di particolari, che le rendean fischiante, quasi 
flagellante la voce. 

— Io vi vedrò sempre come vi ho amata, Clara — egli le 
rispose, con la sua buona voce consolante. 

— Ah io sono vecchia. Serra: nessuno mi ama più e nes- 
suno mi amerà più! — gemette ella, levando il manicotto, 
sino alla bocca, a sofibcare un singhiozzo. 

Turbato sino al profondo del cuore , egli non trovò pa- 
role per esprimere il suo pensiero. Forse non ne aveva nep- 
pure uno preciso, in quell'agitazione di sentimenti. Delica- 
tamente, con una tenerezza paterna, egli le prese una mano 
guantata e la carezzò fra le sue : 

— Poveretta, poveretta ! 

— Se sapeste, se sapeste ! — ella balbettò, al massimo del- 
l'emozione. 

— So... so qualche cosa... — e il calore della piccola mano 
che egli sentiva , dell' apertura del guanto . aumentava im- 
mensamente la sua confusione. 

— Se potessi dirvi... amico mio... se potessi dirvi tutto — 
ed affannava, come se i più terribili segreti la soffocassero. 

— Tacete... non dite niente — egli le susurrò, all'orecchio. 

— Che bene mi farebbe il parlare , amico mio ! ah io mi 
sento affogare. Da anni e da giorni , io vorrei gridare , ur- 
lare, pur di gittar via la mia pena. 

E lo guardava con occhi così dolorosi e così interrogati- 
vi, così invocanti un orecchio pietoso alle confidenze , che 
egli si arretrò. Era pallidissimo : ma Clara , nell' egoismo 
della sua angoscia, non se ne accorgeva. 

— Non potrei ascoltarvi, Clara. 

— E perchè, e perchè ? 

— Cosi : non potrei. 

— Non mi siete amico, allora ? 

— Si, vi sono amico — e parlava con un evidente sforzo. 



2l8 TRAMONTANDO IL SOLE 

— E non vorreste confortarmi ? 

— X'orrei, vi giuro che lo vorrei; ma così, iijon posso. 

— Che crudele siete ! \'oi sapete che se io potessi dirvi la 
mia croce, essa sarebbe meno schiacciante , meno pesante; 
voi sapete che se io potessi piangere accanto a voi, a lun- 
go, a lungo, piangere immensamente, infinitamente , queste 
lacrime mi laverebbero da ogni torbido proposito: e mi ne- 
gate questo sollievo. Ah siete un crudele ! Non eravate, 
crudele ! 

Si erano fermati all'angolo di via Babuino, dopo aver at- 
traversata piazza di Spagna. Egli la guardava, immobile, con 
gli occhi pieni di dubbio. 

— Ma che donna siete voi, Clara, che non dovete inten- 
dermi né prima , né poi ? Io, vi debbo consolare, quando 
tutto il tempo della vostra gioia è stato dato ad altri ? lo ? 
Chi sono io? Niente, nessuno. Cosi avete voluto che io 
fossi : niente e nessuno. 

— Avete ragione — ella disse, domata a un tratto, caduta 
nella rassegnazione e nell'umiltà. 

— Non vi rammentate che vi ho adorata come uno schiavo 
e che avete battuto sul mio cuore, come si batte sul dorso 
di uno schiavo? Non vi rimprovero, non mi lamento: ma 
voi mi domandate anche della pietà, voi che non ne avete 
avuta mai ! 

— Avete ragione — Clara ripetè, umilmente. 

— \'i rammentate, Clara, che vi ho voluto bene così te- 
neramente e che non me ne avete voluto mai ? \'i ricordate 
che avete lasciato che io vi amassi, incoraggianilomi talvol- 
ta, talvolta avvilendomi, facenctomi passare dalla gioia alla 
di.sperazione, in un giorno, e non volendomi bene mai, mai, 
né prima, né dopo, né mai? E vero, o no? 

— É vero, é vero — ella annuì , chinando il capo , fatta 
quasi più piccola dall' annichilimento, in cui la gittavano il 
rimorsij e il rimpianto. 

— \'i rammentate, Clara , che ne avete amato un altro, 
me presente , che avete voluto che io lo sapersi , che me 
lo avete detto, ridendo ? 

— Sì, si, é vero. 



TRAMONTANDO IL SOLE 219 

— E ora, Clara, ora che voi avete mutalo il vostro cuore, 
come dite, ora voi siete come allora, voi volete che io vi 
conforti, perchè un altro vi ha lasciata. Voi siete crudele 
come in quel tempo, Clara: allora ridevate . adesso piange- 
te, ecco la difl'erénza ! 

— Scusatemi — ella mormorò, nel colmo dall'avvilimento. 

— Ma io sono un uomo, Clara , e se posso avere spez- 
zato il mio cuore, se posso ^ver vinto ogni desiderio e ogni 
speranza, sono sempre un uomo , e voi non mi potete rac- 
contare i dolori, che vi ha dato l'amore di un altro ! 

— Perdonatemi I 

E fece l'atto di volergli prendere la mano. Ma egli la ri- 
trasse. 

— Non mi avete capito, mai, Clara. Morirò , ma non sa- 
prete nulla di me — concluse egli, più freddamente, essendo 
giunto quasi a vincere la sua emozione. 

Così camminarono in silenzio verso la casa di Clara. Ella 
andava a capo basso, sentendo di avere errato ancora, di 
avere inutilmrnte violato la fierezza del proprio cuore , mo- 
strandone il segreto dolore , a un uomo che non poteva 
avere pietà di lei : sentendo di avere nuovamente offeso 
quel cuore che era stato così intieramente suo e che ora 
non aveva più forza pel desiderio, avendone solo per la di- 
gnità. Più amaro crebbe in lei il rimpianto, comprendendo 
di essere passato accanto all'amore, alla devozione, alla de- 
dizione più completa , senza accorgersene , abbandonando 
alla solitudine, all'angoscia questo cuore inutilmente devoto 
e inutilmente affezionato. Era troppo tardi , oramai , anche 
prr far risorgere in questo cuore una mite aftezione : troppo 
tardi, per ridare a questo cuore la bella luce della fiducia. 
Due volte, quasi fosse sola, ella fece un piccolo cenno defi- 
nitivo, con la mano aperta che pendeva lungo la gonna e 
le cui dita pareva avessero lasciato andare un piccolo e pre- 
zioso tesoro. Camminavano accanto : ma ella che non aveva 
mai capito chi egli fosse, intendeva che le loro strade erano 
diverse. Quando furono innanzi al portone , si fermarono. 
Egli aveva l'aspetto più stanco che mai; ma ninna durezza 
vi fu nello sguardo con cui la fissò. 



2 20 TRAMONTANDO IL SOLE 

— Buonasera — ella disse , con un'intonazione monotona. 

— Buonasera — egli rispose, cavando il cappello e facen- 
dole un grande saluto. 

Ma non si lasciarono subito. Parea che ambedue sapes- 
sero di non doversi veder più e che una qualche cosa, più 
intima, più misteriosa , si dovessero dire. Ella gli stese la 
mano : egli la rattenne un poco fra le sue , ma senza strin- 
gerla. Ambedue sedavano a stento il tumulto delle loro ani- 
me. Poi, a un tratto, egli le domandò una cosa strana, im- 
pensata : 

— Che fate ora, sopra? 

— Io? Nulla. 

— Qualcuno vi aspetterà ? 

— No. Nessuno. 

Il tono era della più perfetta franchezza. 

— E voi, che fate? — chiese ella con eguale incoscienza. 

— Vado a casa. 

— A casa ! E che ci farete ? 

— Non so. 

— Buona sera, Giovanni — ella mormorò, facendo per an- 
darsene. 

Ah, quale sussulto lo scosse! Ella che aveva sempre tro- 
vato antipatico, brutto, volgare il suo nome di battesimo, 
tanto che egli aveva finito per odiarlo , ella lo pronunciava 
adesso, dopo dieci anni, con tanta soavità ! Egli s' inchinò 
e le baciò la mano, leggermente. Si guardarono : ella volse 
le spalle; jìian piano entrò nel portone, cominciò a salire le 
scale. Non era forse incerto il passo della donna, salendo 
per quelle scale, alla sua casa deserta? Il passo tlell'uomo 
era incerto, andando alla sua casa deserta. 



II. 



Ella lo ricercò , dopo soli tre giorni : ed egli che 1' aveva 
fuggita per quattro o cinque anni , da quando Clara , dopo 
un lungo viaggio, era ritornata in patria, egli si lasciò ricer- 
care e tenne 1' invito. Fatalmente , Clara era troppo sola e 
troppo libera , adesso, (ili aveva scritto un biglietto fra il 



TRAMONTANDO II- SOLE 221 

malinconico e scherzoso, per dirteli che la sera istessa sarebbe 
andata al veccliio teatro Argentina , dove cantavano una 
vecchia musica , V Annida , di Gluck. Ella vi arrivò prima. 
Vi era un gran ballo, quella sera, all' Ambasciata d'Inghil- 
terra, e tutta la grande società romana era colà: l'Argentina 
era quasi vuota, male illuminata, freddina: pochi amatori di 
musica antica stavano nelle poltrone, immobili, a pregustare 
le melodie incantatrici. Clara era vestita di nero: stava in un 
palco di terza fila, di fianco, scelto apposta: una veletta nera 
le scendeva dal cappellino molto semplice e molto carino. 
Così, sembrava più piccola e più giovane. Serra tardò. Due 
o tre volte, ella pensò che non sarebbe venuto e si penti di 
avergli scritto. Aveva la più ferma volontà di essere umile e 
-schietta , ma il suo amor proprio dava dei sobbalzi all'idea 
di un rifiuto sprezzante. Però, quando egli entrò, senza far 
rumore, ella chiuse gli occhi, a nascondere la gioia del suo 
sguardo. Ella si voltò , gli sorrise e gli stese la mano : 

— O Dia belle lénébreuse . ... — egli disse , con una certa 
disinvoltura. 

II tono disinvolto durò così, un pochino. Poi, a lui sfuggì 
una frase pericolosa : 

— Io non voleva venire — 

— E perchè ? 

— Mah.... per paura. 

— Paura di chi ? 

— Di voi. 

— Di me ? Paura ? 

— Me ne avete sempre fatta un poco , Clara. 

— Io sono una povera scema — diss' ella, con la più per- 
fetta umiltà — io non faccio paura a nessuno. 

Ed era umile e semplice, nello stesso tempo: e una gran 
bontà le si leggeva negli occhi , nel sorriso , trapelava nella 
sua voce. Gli parve piccolina , così giovane e sempre così 
cara! Pure, volle dire quest'altra cosa lui: 

— Credevo che non sareste venuta.... 

— Io ? E perchè ? 

— Per farmi soffrire 

— Io vorrei che foste l'uomo più felice della terra, amico 
mio — esclamò ella , con una sincera convinzione. 



2 22 TRAMONTANDO IL SOLE 

Ciiovaniii ebbe un sorriso malinconico. Disse, di nuovo : 

— Si, si, ho creduto che non sareste venuta.... 

— Come avete potuto credermi così cattiva ? 

— Il mio animo è cosi combattuto dai dubbi , Clara — e 
il volto gli si turbò. 

— No, no, non parliamo di ciò — ella replicò, subito, in- 
terrompendolo. — Fa male ad ambedue. 

— È vero — egli consenti. Un sospiro di sollievo gli uscì 
dalle labbra. Ma il pessimo demonio che si annida nelle 
anime buone e le fa tormentate e tormentatrici, gli fece sog- 
giungere : 

— Mancavate cosi spesso ai convegni , allora ! 

Ella guardò sul palcoscenico , un momento. Lo chiamò , 
poi : 

— Giovanni ? 

— Che volete ? 

— Mi fate un piacere? 

— .Sì , subito. 

— Vogliamo lasciare in pace il passato ? Vogliamo non 
amareggiarci qualche ora graziosa, che possiamo passare in- 
sieme ? X'ogliamo essere anche per un mese, anche per una 
settimana , anche per una sera , due cari amici che si ritro- 
vano , che non ricordano più i torti comuni , i torti di uno, 
è più giusto , e che si danno, ingenuamente, alla serenità e 
alla letizia di un colloquio senza ira e senza malintesi ? Vo- 
gliamo ? 

— Potremo noi far cjuesto ? — chiese Giovanni ansiosa- 
mente. 

— Se voi lo volete, si. 

— Io lo voglio , Clara. 

E c|uietamente, tirandosi un po' indietro , i due si posero 
a discorrere sottovoce, guardandosi con dolcezza, l'uno pren- 
dendo la parola dall' altro , senza mai alterarsi , senza mai 
alzare il tono della voce , mentre la soave musica glQckiana 
che culla l'incantesimo del cavalier Rinaldo, pareva culhisse 
ijuel dialogo cosi mite e cosi dolce. In verità, Clara fu jjer- 
fetta, quella sera. Giustamente malinconica, ella seppe a tempo 
sorridere, perchè il loro colloquio non cadesse nella tetrag- 



^TRAMONTANDO IL SOLE 223 

sine , dove sarebl^ero risorti gli amarissimi ricordi del pas- 
sato : e tutta una dolcezza fioriva dalla sua malinconia e dal 
suo sorriso, dalle sue parole come dal suo silenzio. Più, dal 
suo silenzio. Giacché ella lasciò molto che parlai?se lui, con 
le manine inguantate di nero congiunte sul suo ventaglietto 
a stelline d'argento, con il viso intento dietro il sottil velo 
nero , con gli occhi placidi e dolci , con la bocca tranquilla 
e dolce che approvava, con un gentil motto delle labbra. So- 
vra tutto , ella non rise mai. Si rammentava che egli , dieci 
anni prima, nei tempi dell'amore e del tormento, detestava 
(juel suo riso squillante e clamoroso che le scopriva tutti i 
denti bianchi, che dava un non so che di feroce alle labbra 
rosee e che le riempiva gli occhi di scintille. Lo aveva tante 
volte visto fremere e impallidire , dieci anni prima , a quel 
mal riso beffardo e aveva sempre più riso , per ucciderlo a 
forza di risate, come in una leggenda! Non rise mai, quella 
sera , mentre Armida cantava le sue magiche canzoni , che 
davano le visioni ineffabili al sonno di Rinaldo. Lo ascoltò, 
serena , raccolta , con un' attenzione così dolce, che 1' animo 
di Giovanni, restato in grande trepidanza sino all'entrata in 
teatro, si venne rassicurando, rianimando, rallegrando. Due 
o tre volte, involontariamente, egli alluse al passato, giacché 
troppo il suo amore mancato aveva influito sulla sua esisten- 
za , deviandola , torcendola ad altri ideali dello spirito , più 
alti, più inaccessibili e più tormentosi. Ma ella, dolcemente, 
non rispose alle allusioni che con un cenno di umiltà , ab- 
bassando il capo : ed egli si riprese subito , commosso da 
tanta dolcezza. Solo a vederla così , ascoltatrice intenta e 
cheta, tutta data alle parole che egli le diceva, coi begli oc- 
chi limpidi nella loro nerezza, piccola, vestita di nero, senza 
gioielli, senza nulla che sfolgorasse, senza nulla che strides- 
se, egli si senti invadere di una tale letizia dell'anima che 
giammai gli parve di averne provata una simile. Ella fu, in 
questo, perfettissima: giacché lasciò svolgersi quell'alta con- 
solazione spirituale, senza avere l'aria di sospingerla, di pro- 
vocarla, di goderne come di un trionfo: e quando lo spetta- 
colo fini, si levò in piedi, pian piano, prendendo il suo man- 
tello. Egli fu più lesto di lei : ed ella .senti che mentre 



2 24 TRAMONTANDO IL SOLE. 

l'aiutava ad indossarlo, le sue mani tremavano. Allora, ella 
ebbe un pensiero orgoglioso , muliebre. Pensò : 

— Ora mi dà un bacio. 

Egli s' indugiò a metterle questo mantello ed ella senti il 
suo respiro, sulla sua nuca: ma Giovanni non le dette il 
bacio. E come Clara aveva nascosto la sua subitanea ambi- 
ziosa idea, cosi nascose la sua pronta delusione. Xè fu una 
delusione fortissima. La dolcezza di quella serata, aveva in- 
gannato anche lei. Ella sapeva bene di fare uno sforzo su 
sé stessa , per reprimere gli impeti del suo temperamento 
bizzarro e per essere assolutamente dolce : ma sperava di 
poter continuare cosi , sempre che lo volesse seriamente. E 
come lui credeva di aver innanzi una creatura trasfigurata , 
che gli avrebbe dato le fredde, tranquille e ultime tenerezze 
senz'amore, ma tenerezze sicure di un'amicizia muliebre, cosi 
ella si lusingava di poter essere questa amica gelida , affet- 
tuosa e quieta. 

Però, ambedue, chiudendo gli occhi, si lasciarono andare 
a questa consolante fiducia. Egli cominciò a vederla più sjiesso. 
Ella era molto stanca, invincibilmente stanca della vita mon- 
dana che aveva fatta sempre : e si appartava volentieri. Se 
andava a una passeggiata , era in ore .strane e in posti de- 
-serti : lo avvertiva , egli ci veniva. Se andava in un teatro 
era alle terze rappresentazioni , in serate vuote; e dieci mi- 
nuti dopo il suo arrivo, entrava lui. nel jialco, si sedeva in 
fondo , ella si tirava indietro , un poco, \estiva di scuro , 
sempre; sapeva di piacergli cosi. Si può essere una semplice 
amica , ma si deve piacere all' amico. Parlavano con fredda 
tenerezza. Molto ella ascoltava : ma <|uando diceva qualche 
parola, era sempre sapiente, iletta con la più squisita cautela 
.sentimentale. Giammai un'allusione al proprio cuore, al pro- 
prio stato, né diretta, né indiretta : sempre la massima pietà 
per gli altri, la massima indulgenza per ogni peccato, come 
chi sa che è imi)ossibile non peccare , (juando si deve pec- 
care. Egli si era mutato , però. Non poteva tenere il patto 
di non evocare il passato. Era la sua vita , il suo amore di 
dieci anni prima , e ricompariva .sempre più spe.sso , fino a 
che diveime il solo soggetto dei suoi discorsi. Taceva da 



TRAMONTANDO IL SOLE 225 

tanti anni e con tutti , che ora la verità di quella mortale 
passione sgorgava infrenabile. Ella ascoltava, stupefatta; ma 
non interrompeva mai. Veramente, egli aveva ragione: Clara 
non aveva mai calcito cjuanto era stata amata: ora, lo capiva. 
Ogni tanto, quando egli le diceva una delle sue torture inef- 
fabili di gelosia, di allora, ella faceva un atto come per chie- 
dere perdono, vm atto in cui ella si dichiarava colpevole, sì, 
ma incosciente, ma ignorante, ma degna di perdono. Egli la 
guardava con tanta tenerezza, che, senza parlare, le diceva di 
averle perdonato. Quando egli si meravigliava che ella avesse 
potuto essere così atroce, essa gli diceva di esserne stupita, 
di stupirsene, lei stessa, e ciò come se si parlasse di una donna 
assente, di cui si compatissero gli errori. E quando egli giun- 
geva a narrare certe ore terribili in cui avrebbe voluto mo- 
rire , pure di strapparsi dal petto questo amore , ella aveva 
una frase di pietà profonda, intima, raumiliata, la frase del 
carnefice pentito innanzi alla sua vittima : 

— \'oi siete buono. 

Niente altro, diceva. Ella non si difendeva mai, né si ac- 
cusava : quando egli l'accusava, gli dava ragione, con un'oc- 
chiata, con un triste sorriso, con un cenno espressivo della 
bella bocca. \'i era un ritornello, che egli pronunziava sempre, 
nervosamente , a traverso i suoi racconti scuciti ; un ritor- 
nello che rivelava l'attossicamento della sua vita, in tutte le 
sue più pure sorgenti, l'avvelenamento crudele di un sangue 
giovane e di un'anima, resa inetta a vivere e incapace di 
morire così. Il ritornello: 

— Che veleno mi avete dato, che veleno ! 

Quando ella lo udiva, aveva un moto cosi pessimista della 
testa e della persona, sulla crudeltà muliebre che egli si com- 
moveva. Talvolta, tornava la frase : 

— Quanto veleno, Clara, quanto veleno! 
Ella diceva, allora, umilissimamente : 

• — Avete ragione. 

Ma da questa sua umiltà voluta, e poi quasi fatta naturale, 
nei loro colloqui , da questo suo abba.ssarsi nella coscienza 
dei suoi gravi torti , da questo non difendersi giammai , da 
questo dargli ragione , sempre , da questo racconto triste e 

15 



2 26 TRAMONTANDO IL SOLE 

violento di un amore infelicissimo, ella trasse una nuova sen- 
sazione e un nuovo sentimento. Il senso della soa colpevo- 
lezza , verso Giovanni giganteggiò ai suoi occhi : e il senti- 
mento della rijiarazione divenne acuto e ardente, quanto era 
stata la colpa. 

Così , mentre (Giovanni risaliva tutta la piena della 'sua 
grande sciagura sentimentale e con la sua sensibilità fine e 
tenera ne approfondiva , narrandoli, tutti i dolorosi partico- 
lari. Clara che aveva un temperamento più fantastico che 
.sensibile, esagerava, con una dura voluttà di abbassamento, 
contro sé stessa, la propria aridità passata e l'atroce perfidia. 
Tanto che, alla fine, secondandolo e sorpassandolo ella, am- 
bedue sembrarono accanirsi contro una persona assente, lon- 
tana, morta , che ad ambedue avesse commesso i più gravi 
torti. Anzi quella lunga istoria intima , tenuta chiusa nel 
cuore per dieci anni dì esistenza triste , priva di spirituali 
conforti, traboccando dalle labbra di Giovanni perdeva molta 
amarezza, nello sfogo : e la naturale indulgenza di (juel cuore 
virile che non sapeva dimenticare, ma sapeva perdonare, tro- 
vava delle misteriose scuse alla donna che era stata con lui 
senz'amore, senza carità, senza pietà. Invece, quella medesi- 
ma istoria, a Clara sembrava più lugubre e più ignobile che 
mai, quando ella pensava il come e il perché della perfidia 
e della sua durezza. Internamente, ella si maltrattava, molto 
più che Giovanni 1' avesse maltrattata mai , nei momenti di 
maggior furore. Ogni tanto , cpiando egli le aveva descritto 
una delle sere tragiche, di quel tempo, (|uando egli passeg- 
giava le serate intiere sotto la sua casa, non per vederne le 
finestre illuminate, giacché ella era fuori, a ridere, a divertirsi, 
ma per aspettarla quando tornava . per vedere con chi tor- 
nasse, per vedere il suo bianco volto nella oscurità, per udire 
quel ri.so alto e beflardo e per allontanarsi, non salutato, non 
ricont)Sciuto, non visto, non rammentato, egli, col più tenero 
dei rimproveri, le prendeva le mani e le chiedeva : 

— Come avete potuto essere cosi cattiva? 

Klla non s' inteneriva, col viso chiuso, con le sopracciglia 
aggrottate , piena d' ira e di disprezzo contro questa Clara 
tanto colpevole, e rispondeva, duramente : 



TRAMONTANDO IL SOLI-: 22/ 

— Io sono Stata sempre cattivissima. 

— Chi sa.... — mormorava lui, nella semplice clemenza del 
suo animo — chi sa per quali strane ragioni 

— Non v'illudete, Giovanni: per nessuna misteriosa ra- 
gione. Non vi fate di me una figura romantica. Io era ci- 
vetta, volgare e cattiva come l'ultima delle donne, ecco tutto. 

— No, no, cara donna, non vi avvilite così — soggiungeva 
lui, colpito dai più bizzarri sentimenti, in contraddizione — io 
non voglio che vi avviliate. Forse , io fui ingiusto : forse, 
sono ingiusto ancora adesso. Chi soffre, chi ama, è così fe- 
cilmente ingiusto. 

— Voi siete il più onesto e il più buono fra gli uomini — 
ella rispondeva, con gli occhi velati dalle lacrime. 

Tacevano. Spesso, in quel periodo acuto di reminiscenze, 
mentre (Giovanni si lasciava andare alla immensa consola- 
zione di parlare del suo amore passato, egli intravedeva con- 
fu.samente , in queste tenere tristi confidenze , non so quale 
pericolo. L' intensa attenzione con la quale Clara lo ascol- 
tava, la squisita furberia sentimentale con cui lo interrogava, 
i suoi silenzi! pieni di una repressa emozione, a un tratto fa- 
cevano risorgere tutti i suoi dubbii e la sua anima sofferente 
si rigettava indietro, sgomenta di essersi troppo abbandonata. 
Spesso, diffidente vagamente , egli tentava di togliere il di- 
-scorso, dicendo che questi ricordi lo turbavano troppo : ma 
ella l'obbligava, prima con la dolcezza, poi con una certa 
energia di volontà coperta di dolcezza, a ritornare alla triste 
istoria. Una sera, in una passeggiata al chiaro di luna , gli 
disse : 

— Ditemi tutto. Forse mai più ci potremo vedere cosi li- 
beramente e cosi spesso : forse , fra una settimana , fra un 
giorno, non ci vedremo più. Dite, dite , che io sappia, che 
io non muoia senza aver saputo , che qualcuno mi ha vera- 
mente amata. 

— Potremmo non vederci più, Clara? 

— La vita è oscura — ella rispose, profondamente. 
Forse, per questo, ella moltiplicava gli incontri, dandogli 

sempre dei nuovi convegni , ansiosa , affannosa, come se il 
tempo le fuggisse , come se ella avesse qualche misteriosa 



228 TRAMONTANDO 11. -xil.K 

chiamata altrove e che la presentisse. Ella arrivava più presto, 
portando dei fiori nelle mani, come era il suo costume, un 
po' pallida sempre, sotto le fini velette nere, vestita <juasi 
sempre di nero, piccola, con un viso che si levava verso lui, 
esprimente una immensa ansietà negli occhi dolci che egli 
aveva adorato , nella bocca ancora fresca e vivida che era 
stata la sua adorazione. .Si stringevano appena la mano e si 
mettevano accanto, passeggiando piano, non vedendo nes- 
suno , andando per le vie più strane e più remote , perden- 
dosi per ore intiere , parlando di cjuel passato che ella evo- 
cava , con un motto, con un gesto. E più il tempo trascor- 
reva , i)iù cresceva in lei , in duplice corrente spirituale, un 
infinito rimpianto per il passato e un acuto rimorso. Di lon- 
tano, questo amore di cui ella aveva riso, in pubblico, ijue- 
sto amore di cui ella si era burlata, come una pessima fem- 
minetta, (juesto amore |)er cui ella aveva a\uto il più palese 
disprezzo, cjuesto amore si faceva più alto, più puro, più 
spirituale , staccato dal tempo e dallo spazio, sciolto dalla 
realtà dei fatti. In certe sere , in cui la riaccompagnava a 
casa , sino al portone , non volendo mai salire sopra — non 
voleva salire , era inflessibile , non voleva metter piede in 
casa sua — dopo aver ancora chiacchierato a lungo, nell'om- 
bra, ella saliva sopra, così smorta che pareva sveninse. Nella 
casa non vi era che un sol lume, nella sua stanza da letto; 
ed ella l'attraversava, questa muta e deserta casa, all'oscu- 
ro, a tentoni , guardando nell' ombra. .Ma quando giungeva 
nella sua stanza da letto, ella si gittava sul letto, col capo 
na.scosto nei cuscini , piangendt», singhiozzando, sull' irrepa- 
rabile : 

— Che ho fatto, che ho fatto ! Che amore ho perduto, per 
sempre, per sempre ! 

Acuto rimpianto e acuto rimorso ! Essa, forse, nel furi>re 
contro sé stessa, esagerava, dipingendosi come l'anima fem- 
miiiilf più turpe comparsa nella gran falange muliebre; ma 
non era men vero che la esistenza di (iiovanni Serra era 
stata infranta da (jnella passione infelice, tanto che egli non 
aveva raggiunti!, come il sut» cuore e il suo talento merita- 
vano, nò la gloria, ne la felicità : non era men vero che egli 



TRAMONTANDO IL SOLE 229 

era UH essere senza molla interna che lo spingesse , senza 
«iesiderii e senza speranze: non era man vero che, per que- 
sto amore, egli aveva gittate la sua salute , la sua gioventù 
e la sua fortuna : non era men vero che egli possedeva la 
I)iii preziosa qualità umana , che è 1' onestà , e la sublime 
virtù che è la bontà. Come non doveva Clara piangere, nella 
solitudine della sua stanza , tutte le più ardenti e le più a- 
mare lacrime su questo amore perduto e su questo cuore 
infranto? Come non doveva sentire in se, temperamento mo- 
bile e violento, assetato di amore, assetato di felicità, la ri- 
l)ellione contro l'irreparabile? 

Invero, si trovava di fronte all' irreparabile: ed era quello 
che le faceva torcere le braccia, nella notte, quando per 
tutta una serata ella aveva udito il mormorio dell'amore, al 
suo orecchio, ma di un amore finito, morto. Giacché ogni 
parola, ogni frase di Giovanni Serra, pur restando nella più 
fine gentilezza da uomo a donna, pur avendo la poesia della 
tenerezza, diceva a Clara, che egli non l'amava più. Invano 
ella, con l'animo ansioso — era questa , la sua ansietà — in- 
terrogava ogni tono di voce , scrutava il senso riposto di 
ogni motto, rifaceva, da sola, tutto il loro dialogo, per sco- 
prirvi una sottil luce presente. No, non 1' amava più , mal- 
grado la commozione che egli aveva, sempre, nel lasciarla, 
nel rivederla , malgrado il fascino che subiva . malgrado la 
gran tenerezza che dominava ogni suo atto. Amore vissuto 
tanto tempo e cosi ardentemente e ora sepolto sotto un muc- 
chio di gelida cenere che una mano andava smovendo, mano 
sapiente che conosceva la storia di quel fuoco e di quella 
vampa e che la rievocava , sulla fredda cenere. Giovanni , 
non parlava quasi mai del presente , con un atto di finezza 
d' animo, quasi dolendogli di non poter ancora ardere come 
lìrima, quasi sembrandogli un'offesa al suo idolo, la fiamma 
spenta e le ceneri gelate. Non diceva nulla, ma si capiva 
così chiaramente , che nulla più . più nulla, non la più pic- 
cola scintilla ardeva innanzi alla cara donna, simulacro vano 
della passione, morto, come la passione era morta, Ed ella, 
sì, singhiozzava nelle sue notti senza sonno su quella grande 
fiamma spenta, sentiva di essere passata accanto alla felicità 



230 TRAMONTANDO IL SOLE 

senza vederla, allontanandosene per sempre , ma esclamava, 
fra r inutile pianto : 

— Ha ragione, di non amarmi più . ha rajjione : egli sol- 
tanto ha ragione, egli clie ha amato ! 

Ma da queste nascoste battaglie dello spirito che Clara 
combatteva, con tutto l'impulso di una natura appassionata, 
sebbene fugace ; da questa umiliazione in cui la sua anima 
era caduta, tanto che parea si prostrasse innanzi a Giovanni 
Serra; da questo indicibile rimpianto dell'amore, acutissimo 
in una donna che aveva amato 1' amore sovra tutte le cose 
umane e a cui 1' età non calmava 1' anima ; da questo tor- 
mentoso rimorso che si sollevava da tutti gli istinti di giu- 
stizia e di equità offesi , sorse dentro Clara una impetuosa 
volontà di correggere e di vincere il destino. Ella pensò, 
questo: che era suo dovere morale di amare Giovanni Serra, 
di un amore profondo e devoto che fosse 1' estremo della 
Sua vita, e in cui ella prodigasse tutte le ultime e supreme 
dolcezze del suo cuore ; che non solo era suo dovere , ma 
che era questo il suo desiderio sentimentale più forte , più 
immediato, più irresistibile ; che non solo era un desiderio 
irresistibile, ma che era, questo amore, la più cara speranza 
del suo cuore che voleva lavarsi , che voleva purificarsi e 
diventar nuovo e candido come il cuore del Salmista ; che 
non solo era la sua più cara speranza, ma che era la salva- 
zione tlella sua dignità di donna, l'assoluzione dei suoi er- 
rori trascorsi, la vecchiaia percorsa senza più sentire rimor- 
si , aspettando serenamente la morte. .Sorto dalle ire soffo- 
cate e dai profonili disprezzi di se stessa , questo pensiero 
di amore 1' avea jn un baleno soggiogata e tutta 1' anima 
ebbe il calore del metallo in fusione. Nessuna voce interna 
l'avverti a non mettersi in tjuesto periglioso pa.sso, nelle sue 
condizioni, alla sua età, con un uomo come Giovanni Serra: 
e se talv<jlta , un nero |)resentimento la colpì , a traverso le 
esaltazioni del suo entusiasmo, se il negro presentimento le 
susurrò che ella si avviava a un errore anche più fatale e 
anche più irrimediabile degli altri, ella ebbe il cenno dispe- 
rato di coloro che sono ebl>ri di sacrificio. 

(«iovanni non l'amava j)iù: è vero. Che importava? 11 suo 



TRAMONTANDO IL SOLE 23 I 

cuore di donna che ella aveva sentito morto, duro come una 
pietra, per tanti anni, dentro il suo petto, ardeva di un sen- 
timento dove tutto era elemento di ardore , il rimorso, il 
rimpianto, la pietà , la tenerezza , il bisogno di devozione, 
il bisogno di darsi, il bisogno di abbandonarsi. Che impor- 
tava che Giovanni Serra non V amasse più ? Ella voleva a- 
marlo così profondamente , cosi piamente , con tanto com- 
pleto abbandono di ogni amor proprio e di ogni orgoglio, 
con tanto perfetto oblio di ogni vanità e di ogni altro 
istinto mediocre umano, che tutto il dolore passato sarebbe 
pagato da questa immensa abnegazione amorosa. Ella voleva 
espiare il suo passato, soffrendo come egli aveva sofferto, 
dando il suo cuore a un essere che non poteva più amarla; 
voleva espiare di non avere amato, amando senza speranza, 
solitaria anima che recitava un monologo appassionato e do- 
loroso. In fondo, come per tutti i grandi penitenti , la sua 
espiazione sarebbe stata anche il pascolo della sua anima. 
Oramai , la sua esistenza di donna era deserta. Aveva tren- 
taquattro anni : e nell' abbandono in cui era caduta, si sen- 
tiva assai più vecchia, incapace di tentare un' altra volta lo 
ignoto dell'amore. Era stata molto amata, due o tre volte: 
ma fatalmente, questi amori si erano dileguati, come se mai 
fossero esistiti : e due volte ella aveva dato il suo cuore, e 
due volte era stata abbandonata. Esistenza finita , duncjae, 
giacché le illusioni non risorgono mai dalla loro tomba : e 
le stanchezze morali sono più forti di qihelle fisiche. Che re- 
stava a Clara, se non questa ultima speranza di potersi dare 
a un sentimento vivido e duraturo, a null'altro simile, senza 
fallacie e senza disfatte? La sua espiazione , quella di voler 
amare Giovanni Serra , era anche la sua salvazione, giacché 
ella sapeva di non poter vivere senza 1' amore . un amore 
qualunque, ma un amore, un amore! Meglio, meglio, se ciò 
non era un" avventura in un cuore sconosciuto, innanzi a 
un' anima misteriosa, un' avventura di incerto risultato, ma 
portante con sé, forse, una disperazione e un' onta novella: 
meglio, se era l'amare una creatura nota, stimata, ammirata 
per le sue nobilissime virtù , una creatura senza amore , è 
vero, ma che aveva saputo amare, ma che si sarebbe lasciata 



23 2 TRAMONTANDO IL SOLE 

amare, dolcemente, teneramente. L' espiazione sarebbe stata 
la vita della sua anima ed ella vi si sarebbe buttata con 
ebbrezza , giacché quello che più temeva , per sé e int<jrno 
a sé, non era il dolore, ma era l'aridità, non era la tortura, 
ma era il silenzio, non era la passione infelice, ma era l'in- 
differenza, l'n mese prima , ella era immersa nel marasma 
più profondo, moralmente così misera che non o.sava neppur 
dire a nessuno la sua miseria: ella si vedeva già finita, sen- 
z'amore, senza amicizia, coi soli legami frivoli mondani, ri- 
tenuta per una donna senza cuore — giacché questa, fatalmente, • 
era la sua reputazione — e gemente intanto nel desiderio 
dell'amore. Ora, ora, da quel pomeriggio in casa di Anna, 
ella aveva data una sublime ragione alla sua esistenza. 

Dai grandi occhi, spiranti uno strano turbamento, dai su- 
bitanei pallori che le coprivano il volto, quando egli appa- 
riva , dalle mani che si facevano fredde nelle sue , da certi 
più prolungati silenzii che regnavano fra loro, dall'imbarazzo 
crudele di certi momenti , dai sussulti che ella non sapeva 
reprimere, a certi atti, a certe parole, Giovanni intravide che 
accadeva qualche grave fatto nell'animo di Clara. Una o due 
volte, la interrogò : 

— Che avete ? 

— Nulla" — ella diceva , chinando gli occhi , mortlendosi 
lievemente il labbro, come quando non pronunziava la pa- 
rola che voleva pronunciare. 

Egli credette che Clara gli na.sconde.sse un fatto dispiace- 
vole, forse una lettera dell' uomo che 1' aveva abbandonata, 
o il suo ritorno, forse. Diventò più freddo, più riservato. 
Mancò a un apiiuntamentr). Elia lo rimproverò assai, (juando 
lo rivide. 

— Io vi disturbo, Clara — diss'egli malinconicamente. 

— Che vi fa iKMisare ciò ? — gli chiese ella precipitosa- 
mente. 

— Sono stato sempre cosi superfluo, nella vostra vita. È 
.sempre 1' ultimo venuto, che mi ha scacciato. Almeno, con- 
fessatemi la verità. 

— Non ho nulla da confessarvi, Giovanni. 

— .Ma \oi siete agitata, molto, da (jualche tempo. 



TRAMONTANDO IL SOLE 233 

— Sì, è vero. 

— ■ E non volete dirmi perchè ? 

— No, non ve lo voglio dire. 

— Non me lo merito? 

— È inutile. 

— Non vi posso metter rimedio ? 

— No — ed ella voltò la testa in là. 

— Né consolazione? 

— Consolazione ? Forse. 

— Ditemi come e lo farò. 

— Non qui, Giovanni. 

— Dove, dunque ? 

— Nella mia casa — ella rispose , tendendo a sé stessa, e 
a lui, inconsciamente, il più terribile tranello. 

— Sapete che non ci verrò mai — egli disse, sgomento, 
sentendo il pericolo. 

— Ebbene , io non vi narrerò le mie pene , Giovanni — 
diss' ella, tetramente. 

— Scrivetemi.... 

— No. 

— Parlate qui, altrove.... 

— Nella via, in teatro ? No, no. 

— Io non posso venirci , lo sapete, in casa vostra — egli 
mormorò, già più debole, più affascinato. 

— Perché ? 

— Non mi obbligate a dirlo. 

— Ditelo. 

— E la casa dove amato un altro. 

— Che ve ne importa, se non mi amate più? — ella disse, 
leeando le spalle, amaramente. 

— Ah io soffro sempre, Clara, anche non amando ! 

— Quante volte , lo ripetete , Giovanni ! è troppo — e il 
suo tono fu così lamentoso che egli s' intenerì. 

— Verrò forse una sera 

Ella sorrise, nel fondo dell'anima. 



234 TRAMONTANDO II. SOLE 

ni. 

Tre volte Giovanni Serra mancò alla promessa. Le diceva 
verrò domani sera, alle nove. Clara lo aspettava in preda a 
una emozione nervosa, a cui la sua fantasia dava un carat- 
tere passionale. Ella dal pomeriggio dava ordine che nessun 
altro venisse introdotto e ripeteva le sue raccomandazioni, 
alla cameriera, con insistenza: quando 1' ora si appressava, 
per frenare la sua torbida impazienza, ella si metteva a rior- 
dinare delle carte, prendeva un libro, forzandosi a intendere 
ciò che leggeva. Giovanni non veniva. Le fresche rose che 
aveva messe nei vaselli nitidi, rientrando a casa, parea che 
declinassero e languissero, cjuasi per morte; il fuoco si co- 
vriva di cenere, nel caminetto; ed ella, discesa dalle esalta- 
zioni sentimentali , cadeva in uno snervamento profondo. 
Alla fine di queste serate d' inutile attesa, la parte più sin- 
cera di lei pensava che era meglio lasciar finire, senza finir- 
la, questa singolare avventura, che le cose morte non si vi- 
vificano e che anche per lei , Clara , cosi innamorata dell'a- 
more, era troppo tardi per tentare un ultimo fatto del cuore. 
.Ma ristinto della vanità muliebre, mediocre istinto, ma che 
non isbaglia mai, tanto è finemente esercitato, le diceva che 
(jnegli appuntamenti mancati erano tante vittorie negative, 
è vero, ma vittorie, sul cuore di Giovanni : che chi non va, 
ha paura di andare; e chi ha jKiura di andare, ha sempre il 
cuore debole e facile a es.sere trascinato, in un impeto del- 
l' altrui energia. Cosi , ella , nelle immense prostrazioni di 
una vivacissima speranza delusa , trovava novelle forze per 
ritentare l'anima di Giovanni. Kgli balbettava, tentava delle 
scuse magre, per colorire la sua assenza : ma ella lo vedeva 
molto confuso. Dietro il pretesto di un impegno dimenti- 
cato, tli un ostacolo improvviso, il iVeildo istinto 'della va- 
nità intravedeva il combattimento del cuore di Giovanni; ed 
ella se ne compiaceva , dimenticando il suo nobile divisa- 
mento di amare Giovanni , senza domandargli il ricambio. 
Alla terza sera, ella lo aspettò dietro i cri>talli del balcone; 
più nervosa , più triste , più esaltata che mai , »Il.i t'mi por 



TRAMONTANDO IL SOLE 235 

aprire il balcone , malgrado il freddo della serata. Ebbene 
all'ora indicata, efla lo vide giungere frettolosamente, a capo 
basso, fermarsi due minuti sotto il portone ed uscire di 
nuovo, lentamente allontanandosi, Non aveva avuto la forza 
di salire. Era un gran freddo nell'aria, tjuella sera: ma ella 
rientrò con le guancie brucianti. E l'indomani non gli fece 
nessun rimprovero. Sentiva che Giovanni aveva subito una 
tortura segreta. 

Egli venne al quarto appuntamento, quando ella non lo 
a.spettava più , alle dieci e mezzo, invece che alle nove. Il 
suo orecchio fine udì il suono timido e debole del campa- 
nello, udì la voce bassa con cui egli domandava di lei , in 
anticamera, e il passo cheto con cui egli si avanzava, a tra- 
l'erso r appartamento. Clara sofìbcava per il battito del suo 
:uore: e 1' accoglienza che gli voleva fare, disinvolta e sere- 
na , come a un amico che venisse sempre , e le parole che 
a:li voleva dire, tutto sparve, ed egli la trovò in mezzo alla 
stanza , aspettandolo con troppo palese ansietà e porgendo- 
a;li una mano glaciale e tremante. Sedettero ambedue non 
accanto, ma dirimpetto : taciturni , imbarazzati. Clara non 
Dsava aprir bocca; intendeva che la sua voce 1' avrebbe tra- 
dita. Egli guardava , come trasognato, i galloni rossi e az- 
?urri che adornavano il vestito di lana bianca di Clara. 

— Mi volevate: - eccomi — egli di.sse , con un sospiro, 
:hinando gli occhi. 

— Grazie — mormorò ella, semplicemente. 

— Chiederete voi che io faccia qualche altro sacrifizio, al 
mostro fascino ? 

— Tanto vi è costato, questo? — Clara interrogò, ansiosa- 
mente, piegandosi verso lui. 

Egli si arretrò, quasi temendo la vicinanza di quel volto. 
Disse : 

— Mi è costato moltissimo. 

— Ma perchè ? — e aveva un tono così ingenuo, chiedendo 
ciò, ella ! 

— Proprio, non lo capite? 

— Xo, 

— Questa casa mi è odiosa. 



236 TRAMONTANDO IL SOLE 

E un riflesso di tetraggine gli si diffuse sul volto. Clara 
si guardò intorno. 

— Non capisco — disse. — Siamo soii.... 

— Siamo soli ? 

— Dubitate di ciò? — ed ebbe , sulle belle labbra un riso 
forzato. 

— Io credo che \ i sia possibile fare tutto — egli soggiun- 
se , guardandola con quel misterioso terrore , come quando 
gli parca veder sorgere un mostro nella donna. 

— Tutto, che ? 

— Non mi domandate troppe cose, Clara : io sono molto 
turbato. Parlate voi, piuttosto. 

— Si — ella annui, cercando di vincere, prima di tutto, sé 
stessa. — Lo vedete, siamo soli. Nessuno può venire e nes- 
suno ha diritto di entrare. Qui vi è la vostra amica, che vi 
aspetta da tanto tempo, che è così felice di passare un' ora, 
con voi, in una stanza chiusa.... 

Egli guardò le porte, con una lieve ombra di diffidenza e 
di paura negli occhi. 

— Anche a voi , fanno terrore le porte socchiu.se ? — ella 
soggiunse , infantilmente. E si levò, andò a chiudere le due 
porte , fra le tende. 

— Voi temete di vedere entrare qualcuno, sempre, è vero, 
Clara ? 

— .Si, da l)imba, 1' Ikj sempre temuto. Se qualcuno saliva 
alle mie spalle, nelle scale, se qualcuno mi seguiva, in un 
appartamento , se una porta restava aperta , con un vano 
oscuro , io era assalita da uno sgomento folle , e , sentite , 
adesso — soggiunse, dandogli la mano — solo a parlarne, io 
tremo tutta.... 

Egli trattenne quella mano fra le sue, ma mollemente. 

— .Sono sempre così sola! — ella soggiunse, e gli occhi le 
si velarono di lacrime, mentre il volto le si tramutava. 

Giovanni guardò quello scoloramento e quei begli occhi 
velati: impallidì leggermente. 

— Non sempre siete stata sola — mormorò, con un'into- 
nazione ironica, ma non aspra. 

— Oh ! — e Clara fece un gesto largo, per dire che tutto 
era finito. 



TRAMONTANDO IL SOLE 237 

— Lo avete già dimenticato, Clara? 

— Intieramente — ella rispose, con un cenno tagliente. 

— Dimenticate presto, mi pare. 

— Sì, tutto quello che non merita di esser ricordato. 

— Ma che meritò di essere amato , però. 

— Oh chi non ha errato, nelle cose del cuore? Chi ha mai 
preso la via giusta, amando ? 

— Nessuno, avete ragione — diss' egli , malinconicamente. 

— Io ho sbagliato sempre, io — e il bel volto ebbe un fre- 
mito di dolore. 

— Sempre ? 

— Sempre. ^li hanno amata poco: o male: o niente. Sarà 
una bella burla , alla fine della mia vita per me . che porto 
la reputazione di avere ispirato delle passioni folli, 1' accor- 
germi che nessuno mi ha amata, mai. 

E un doloroso , amarissimo ghigno le contrasse il viso. 
Clara era immensamente sincera , in quel momento. Aveva 
tenuto solo all' amore , nella vita e . probabilmente . non la 
aveva, né visto né provato mai. 

— Quanto siete ingiusta, Clara ! 

— Con chi ? 

— Con me. 

— Ah già, è vero, voi pretendete di avermi adorata — ella 
soggiunse eccitata , ma schiettissima , sempre. — Chi ne sa 
nulla ! È una leggenda : tante leggende sono false. 

— Perchè dite questo ? Perchè volete negare il passato ? 

— Bella istoria , il passato I Ognuno se ne inventa uno, a 
propria convenienza, quando il passato è passato. Chi cono- 
sce la verità? \"oi intanto, no: e io, neppure. Forse non 
mi avete amata mai ; e tutta la leggenda non è che una cosa 
buffa — e rise clamorosamente , offendendolo anche col suo 
riso. 

(contimia) 

Matilde Serao 




LA PAGINA DEI GIUOCHI 



Sciarada 

Cu malnati pensier, senza costrutto, 
piena è la Fin dell'infelice Tutto. 



Aldo Arnoldi 



Intarsio 



♦ e a «s » 



Donzella, che non ha senso morale, 
Qiiand'è total, è priuio e s.ìv:ox Jì naif / 

Dedalo 

Incastro 

Per mostrar la difesji contro i (lutti 
L'/ntfr Cor Lati venne esjjosto a tutti. 



Calandrino 



LA PAGINA DEI GIUOCHI 



239 



Premio per questo numero 

l'n artistico albiini per oartuliiu- illustrate. 

I! premio sarà assegnato dalla estrazione del lotto pubblico , 
ruota di Napoli. \'i potranno concorrere soltanto i solutori di tutti 
i giuochi. 

Le soluzioni, accompagnate dal relativo talloncino, che trovasi fra 
le pagine rosa, dovranno perv^enire non oltre il secondo lunedi suc- 
cessivo alla pubblicazione dei giuochi. 



Soluzioni dei giuochi proposti nel numero 44 : 

I. Sciaracia-Scunada ; 2. Dispregiano {disegno, pria); 3. Baìt- 
diera (bande, ira). 



Fratta Enrico. 
Gambardella Vincenzo. 
Gervasi Salvadore. 
Giacobini Antonio. 
Giordani Rosina. 
Grassi Antonio. 
Izzo Luigi. 
Jovino Luisa. 
Landolfi Giorgio. 
Lembo Carlo. 
Limoncelli Roberto. 
Lombardi Giuseppe. 
Longo Francesco. 
Luciani Giuseppe. 
Mango Giannina. 
Marciano Margherita. 
Maresca Gustavo. 
Martinoli Giuseppe. 
Mauri Antonio. 







S olu1 


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Serie 


• A 


I. 


Alaimo Ada. 




20. : 


2. 


Amato Emilia, Ant. e 


Mario. 


21. 


3- 


Amaturi Maria. 




22. 


4- 


Bernini Ida. 




23. " 


5- 


Bosco Raffaele. 




24. < 


6. 


Breglia Domenico. 




25- ' 


7- 


Caracciolo Gustavo. 




26. ] 


s. 


Carcano Anna. 




27- . 


9- 


Carusi© Adele ed Amelia. 


28. 


JO. 


Cataldi Angelo. 




29. : 


II. 


Cedraro Palmina. 




30. 


12. 


Ceroni Ugo. 




31- 


13- 


Cirillo Bernardo. 




32. 


14. 


Coppola Raffaele. 




2>c,- 


15- 


Corte (della) Roberto 




34- 


16. 


Cranno (de) Renato. 




35- 


17- 


Falcone Enrico. 




36. 


18. 


Ferrari Enrichetta. 




2>1- 


19. 


Frasca \'ittorio. 




3». 



240 I-A PAGINA DEI GIUOCHI 

39. Micco (di) Concett. id Ass. 49. Rossi Pasquale. 

40. Mirabelli Giulia. 50. Russo Krnesto. 

41. Morandi Domenico. 51. Sansoni Benedetto. 

42. Moroncini Ada. 52. Seie (iiulio. 

43. Nardone Giuseppe. 53. Sennini Francesco. 

44. Paladini Vincenzo. 54. Silvestri Angelo. 

45. Pantaleo Alessandro. 55. Sorgente Attilio. 

46. Pellegrini Alfonso. 56. Sorrentino Mario. 

47. Piccirilli .Matteo. 57. Spadoni Maria. 

48. Romeo Bianca. 58. Venturini Elvira. 

Secondo le solite norme, l'assegnazione dei premi sarà regolata 
dalla estrazione del lotto pubblico, ruota di Na|x>li, di sabato j 
corrente. 

li i)remio consisti- in una artistica, deliziosi! catena per orologio 
in vermcil , oft'erta da Lt'iGi Trikari proprietario del rinomato 
negozio di gioielleria ed oreficeria in via Roma 27S-279. La s(|uisitii 
eleganza di ijuesta catena dimostra ancora una volta che il Trifari 
sa dare ai suoi articoli un' imjirnnta di schietta genialità, pur con- 
servando ad essi un prezzo addirittura irrisorio. K' cjuesto il segreto 
del signor Trifari, '•'' in < li) •'• riin.st.i !;i furtuiia (Iti sim m 1 nilita- 
tissìmo negozio. 

Giusta l'estrazione del lotto pubblico, ruota di Na|>oli di sabato 7 
corrente, il premio promesso nel numero 42— consistente in un jwio 
di orecchini di vero corallo rosa, mcjutato in oro, dono dell'egregio 
signor I.rii.i Tkiiahi, proprietario dello .splendido negozio di gio- 
ielleria ed oreficeria in via Roma 278-279, — è toccalo in sorte al si- 
gnor (iiulio Roberto. 

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Nel prossimo numero sarà pubblicato il risultato definitivo 
del IV Concorso enigmistico. 

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Anno II. 22 Novembre 1903. N. 47 

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SETTIMANA 

Rassegna dì LETTERE, ARTI e SCIENZE 

DIRETTA DA 

MATILDE SERAO 

ABBONAMENTI 

Anno . . . lire 12 )( Semestre. . . lire i 

Uo numero: trenta centesimi 



CONTIENE: 

Il ■■ Paradiso perduto » del Milton, Bonavexti'ra Zimiuxi. 

Luce ed Ombra. Il buon convegno (versi), Adelaide Bernardini. 

Dialogo d'amore, Matilde Serao. 

\ e B commedia). Alberto k Vittorio Ai.iikkti. 

L'importanza meteorologica delle stazioni radio^telegrafiche, Raffaele 
Pirro. 

I nostri concorsi. La Direzione. 

II Teatro, Daniel. 
Tramontando il Sole (novella), .Matilde Serao. 

La pagina dei giuochi. Il principe di Calap. 

l, 

, / Magnifici prcmii gratuiti agli abbonati ^ I 

V (Vedere il programma nell'interno) j^~^^~ 



LA SETTIMANA 



INDICE del N. 47. 

I. 11. «Paradiso perduto» del }>Ui.tos, Bofiaven/ura Zioii 
bini, pag. 241 — II. Li'CK ED OMRRA. Il, BLON CONVEGNO (versi l. 
Adelaide Bernardini, pag. 26S — III. Dialogo d amore. Mo- 
ti/de Serao pag. 270— IV. A E B (commedia 1. Alberto e littori. 
A/berti , ^ag. 2'j-] — V. L'importanza meteorologica delli 
STAZIONI radio-telec-.rakiche. Raffaele Pirro, pag. 277 — VI. 
I NOSTRI concorsi, Im Direzione , pag. 301— VII. Il teatro 
daniel, pag. 305 — VIII. Tramontando il sole (novella^ Ma 
tilde Serao, pag. 309— IX. La pagina dei giuochi, Il principe 
di Cala/, pag. 317- 



ABBONAMENTI 

Un anno L. 12 

Sei mesi » 6 

Primo anno della SETTIMANA, dal 27 aprile 1902 

AL 31 DICEMBRE 1902 » 8 

Abbonamenti per l' Estero (unione postale) 

Anno L. 18 — Semestre L. 9 

(Oli abbonamenti eomineiano dal t. di ogni me*»). 

jt3f^ In^'iare vaglia cartoline all' Ufficio Ottagono Galleria 
Umberto /.", 27. 



1 manoscritti pubblicati o non pubblicati non si restituiscono. 



AGLI ABBONATI SEMESTRALI :t.t:r;;J:/ri;i:: 

tikle Senio Sei patite di (lt»à o l'allru , doli» uiedesiina scrittrice 
La Madonna e i tanti. Il volume prescelto sarà inviato a rigore 
di punta , all' abbonato. Preghiera di comunicarci subito la lof» 
eccita. 

INSERZIONI 

Prima del testo | Dopo il testo 

1.* pagina intera . . L- IS 1.' pug>i>ai intera . L. 12 

> metà ...» 8 ; « metà. . . » 7 

Ogni pagina RnocessivA 1 Ogni pagina sncceBsiva 

intera ». iO i intera ► 6 

< » metà . . » 6 , > * metà . . » 9 

Copertina: Facciata ioterua, L. 25; facciata estema L. 80 



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Il '* Paradiso perduto,, del Milton 



1... .)ME il «Viaggio del Pellegrino», cosi il « Pa- 
f<^ radiso Perduto » è la creazione di una grande 
anima, senza fine infelice per aver visto socconi- 
■^ ^s^' bere la nobil causa, a cui era devota. Ma, ol- 
tre a questo dolore, comune a lui e al Bunyan, il Mil- 
ton , in età ancor verde , ebbe 1' altro di perdere la 
luce degli occhi, sicché parvegli di essere stato tolto in- 
sieme alla patria e al mondo. L' operosità .straordinaria 
che lo spinse a visitar lontani paesi , a studiar lingue e 
letterature antiche e moderne, e a gittarsi in mezzo alle 
ardenti polemiche religio.se e jiolitiche ilei suoi conna- 
zionali, a cagione di quella doppia sventura si trovò pre- 
cluse tutte le consuete vie, e costretta a contenersi e far 
groppo dentro lo spirito da cui procedeva. Poche vite 
umane debbono aver patito quaggiù quanto quella; poche, 
sorte cosi splendide e liete, essere tramontate così mesta- 
mente. Ma ancor più rari .saranno stati quegli uomini 
che abbiano saputo così tollerare il martirio e render fe- 
condo il proprio dolore per sé e per gli altri, come fece 
il Milton. La sua patria aveva perduto la libertà ; egli 
tutto , fin la vista della natura , del sole e di quei cieli 
che annunciano la gloria di Dio I Eppure, in mezzo alla 
notte da cui era circondato, trovò un'altra patria e nuovi 
cieli, non meno lucenti dei primi ; e ritraendo questi, che 
gli .sorridevano in mezzo alle sue tenebre , compo.se il 
grande poema. In esso volle adombrare i destini del Pu- 
ritanismo, che allora volgevano al tramonto. Come l'E- 
den, perduto una volta, .sarebbe stato infallibilmente ri- 

i6 



242 II. « 1 ARADISO PERDUTO» DEL MILTON 

cuperato dall'uomo; cosi doveva intervenire a quella nohii 
causa, ch'era, in sostanza, la stessa libertà morale e ci- 
vile, il majj^jrior tesoro dell'umana famiglia: ciò che avea 
dato Iddio non poteva essere tolto da l'orza umana. E 
sj)esso, .se penso al Milton cieco, mi torna alla mente il 
suo Adamo, che, la.sciando per .sempre il nuovo paradiso, 
ode le profezie (lell'angehj, vede per entro ai secoli fu- 
turi l'opera della Redenzione, e poi piglia la via dell'e- 
silio, confortato nel suo immenso dolore da una celeste 
speranza. Forse il poeta, ritraendo così Adamo, ritrasse 
anche il proprio stato; certo nella sua opera lasciò alle 
umane generazioni non solo una grande poesia, ma una 
parola quasi divina , che riaccende nei cuori la virtù e 
la speranza di più lieto avvenire. Benedetto il genio 
.sempre; benedetto più specialmente quando con.'^icra .se 
stesso ad ottenere un tanto "fine ! 

1. 

Il «< Paradiso Perduto » è I' epopea più vasta che sia 
slata immaginala da alcun poeta moderno , come quella 
che comprende lutti i temici descritti nella Bibbia, dalla 
Genesi all' Apocali.s.se. Anzi . jìoichè in alcuni del libri 
sacri si parla pure di avvenimenti anteriori alla creazione, 
quale . ad e.sempio , è la ribellione degli angeli , così il 
poema inglese , narrando ancor questi , accoglie in sé 
perfino i tempi che chiamerei antecosmici. V'ero è che 
di (piellc grandi età alcune entrano nel poema come sog- 
getto precipuo della rappresentazione, alcune come parie 
episodica, ed altre come visione di co.se remote: nia tutte 
insieme fanno un dramma, del quale ci sta più da presso 
la scena della caduta dell'uomo, e più o men lontane le 
altre, fino alle (.lue lonlani.ssime, nell'una ilelle quali ve- 
diamo il mondo emergere dal nulla , e nell' altra dissi- 
parsi nel nulla : concezione immensa e degna dell' inten- 
ilimenio ilei pt)ela, ch'era ili sublimare sé stesso e i pro- 
prii simili, e .sentire quanto più potesse della grandezata 
e dei misteri di Dio. Stando in ispirilo sulle alture del 
Sinai, egli vedeva nell'universt) come un circuito di pro- 
duzione e distruzione, la genesi, la metamorfosi e la palin- 
genesi ili tutte le cose. Vedeva il paradi.so, qual era stato 
in princi|)io. popolato di angeli innumerevoli, la rovina 
di gran parte di e-ssi, e l'opera della crciuione del mondo. 



II, « PARADISO HKRDUTO » TìEL MILTO.V 24.^ 

, un la quale Dit) si compensò di tanta periiita. \'edeva 
il primo uomo raggiante di g-loria e di bellezza . poi la 

uluta e la dejrenerazione di tutta la specie per tanti se- 
.oli, e finalmente il risorgere di essa per virtù di un sa- 
i ritìzio ili valore infinito. E poi nuovi danni e nuove ri- 
storazioni , fino a quelle impossibili ad essere comprese 
da umano intelletto. L' orizzonte, per cui spazia il Bos- 
suet nella storia universale, è come un solo degli oriz- 
zonti del poeta ingfle.se. 

Or il Milton volle che il suo poema, ritraendo tutte le 
via. antecosmiche e cosmiche, poetiche e storiche, pas- 
sate e future , destasse nei lettori quel sentimento . che 
le \arie parti della Bibbia infondono in colui che le studi 
e melliti tutte insieme. E appunto jier questo gli parve 
di far opera immen.samente più degna che non avessero 
fatto neanche Omero e X'irgilio. ÌS^ella cosmogonia mo- 
saica egli avea la stessa fede che nella storia più recente, 
e l'apice dell' umana virtù consi-steva per lui nel far a 
Dio come un tempio del proprio cuore. Quale intenzione 
dunque più alta dellasua? Qual materia più sacra che 
quella intorno a cui lavorava? Certo, egli mo.strò di te- 
mere che r età troppo tarda in cui era nato fosse poco 
favorevole alle opere della fantasia; anticipando così l'o- 
pinione del \'ico, svolta poi con maggior copia, ma con 
minor profondità di argomenti, dal \Iacaulay, cioè che la 
poesia è destinata a venir meno secondo che la .scienza 
cresce. Tuttavia si confidava che la sua arte non sarebbe 
rimasta inferiore alla materia e all'intendimento del poema; 
perchè l'arte, come la coscienza, era per lui tanto più per- 
fetta, quanto più fedelmente rispecchiasse le cose divine. 

Cosi egli cantava le origini più che la storia delle cose; 
i fatti cosmici più che gli umani ; gli univensali più che 
i particolari ; il .soprannaturale più che la natura. All'uo- 
mo fa nel suo poema minor parte che a prima giunta 
non paia : intorno ai nostri primi parenti s' indugia ben 
poco; e non dà altro che rapide occhiate ai secoli furari 
e a quegli incircoscritti spazi, dove le umane generazioni 
si succedono rapide, confuse e senza lasciar traccia che 
le ricordi: occhiate bibliche, con le quali scorge, non 
che gli uomini di tutti i tempi , ma i mondi di tutto il 
firmamento, pas.sare come atomi e sparire innanzi a Colui 
che tutto muove. Or appunto in quel modo di concepire 
e di sentire, in quella co.scienza puritana, dove risonava 



244 "- « lARADISO PERDUTO » UHI. MILTON 

eterno il grido « Sursuni corda», e in quella natura co- 
smogonica dei fatti che costituiscono la materia del poema 
inglese, tenterò di fondare la mia qualsisia critica : il che 
vuol dire che esaminerò 1' arte senza ilisunirla dalla co- 
scienza , anzi facentlo delle due una cosa sola , come 
erano nel Milton , e come in ogni grande poeta le ha 
fatte Iddio. 

Chi studi un ])o' il « Paradiso Perduto » in tutti i suoi 
elementi , si avvede ben presto come la concezione . si 
sublime e sì vasta , stia in gran disuguaglianza con la 
rappresentazione; perchè tante parti della prima non fanno 
corpo con la seconda , anzi ne rimangono epicamente 
staccate. Non tutti quegli avvenimenti cosmici .sono parti 
naturali della favola ; e alcuni ci stanno per adombrare 
il concetto metafisico e religio.so del poeta, e specie per 
compierne 1' universalità. 11 Milton credette che , subor- 
dinando l'ordine biblico e cronologico degli avvenimenti 
air ortline epico della sua concezione , pote.s.se ridurre 
tutti (jutsti a unità , e far si che per il .soggetto imme- 
diato del poema alcuni di essi avessero importanza come 
|)a.s.sato, altri come avvenire. Ma non pare eh' ei conse- 
guisse pienamente il suo fine. I-;i storia di quel pa.ssato 
e la storia di (piell'avvenire .stanno nella ma.ssima spro- 
porzione col fatto , eh' è la materia vera e propria del 
« Paratliso PertUito •> ; perchè la prima occupa quattro 
(\'-Vlll), la seconila ilue canti (Xi-Xlli; e tutto il poema 
non ne ha più di tlodici. 

Di che segue che l'azione, la quale lieriva ilal .soggetto 
immediato dell'opera, s'impiccolisce in una favola di 
proporzioni sì vaste. 11 poeta , fondandosi sul suo con- 
cetto teologico, credette forse non occorrere altro perchè 
le due i>arti estreme facessero un tutto .solo col centra 
della sua tela immen.sa; e che l'arte pote.s.se sicuramente, 
e .senza adoperarvi altri modi |)iù allatti , rappresentare 
insieme quelle cose che la coscienza sentiva e ammirava 
come divinamente unite. Or questo l'arte non poteva; e 
il difetto del p«)ema è non tanto in quella sproporzione, 
già notata, tra la .storia ilei passato e dell' avvenire, da 
una parte, e il suo .soggetto vero e proprio, dall' altra ; 
quanti t nella mancanza di ne.s.so veramente epico ira la 
jìrima e il secondo tra i maggiori episotli e l'azione prin- 
l'ipale. Toccherò prima del nesso tra il presente e il 
pas.sato. 



II. « l'ARAHISO PRRDl'TO » DKI. MILTON 245 

il racconto della ribellione celeste, fatto da un angelo 
a Adamo per premunirlo contro le insidie di Satana , è 
non meno ampio e adorno che quello della caduta stessa, 
eh' è' il sog^getto vero del poema. Ma tutta questa , che 
liirei epopea accessoria, non doveva poi riuscire a nulla, 
perchè Adamo trasgredisce il comando divino, così come 
l'avrebbe trasgredito se l'angelo non gli ave.sse i)arlato. 
Ancor meno motivata è la storia della creazione dell'uomo, 
che Adamo narra poi all'angelo che la ignorava sol perchè 
in quei tempo trovavasi lontano per adempiere un alto 
ufficio che gli era stato commesso ! E cosi 1" apprende 
ora per la prima volta, egli , l'abitatore del paradiso, 
dove cantano continuamente le glorie di Dio mille e 
mille angeli, i quali aveano assistito alla più bella delle 
opere divine , eh' era appunto quella creazione ! Che se 
il racconto del ribellarsi degli angeli ha per noi qualche 
efficacia drammatica , come quello che avrebbe potuto 
impedire la prima colpa e la caduta, non sapremmo rav- 
visarne alcuna nell'altro tli Adamo all' angelo; il quale, 
oltre ad essere immutabile per natura, non doveva par- 
tecipare in alcun modo all' azione seguente. 

i due racconti non potevano aver altro effetto clie 
quello di continuare la storia del mondo sino al tempo 
di Adamo ; perchè il Milton voleva innestar tale storia 
nella favola principale sull'esempio dell' « Odissea » e 
dell' « Eneide ». Ma il caso mi par molto diverso, poiché 
l'antefatto dei due poemi antichi era parte integrale degli 
avvenimenti che sono raccontati in maniera diretta dal 
poeta. Oltre a che, in Omero e in Virgilio, essendo l'eroe 
medesimo del poema quegli che narra del passato . rie- 
scono allo stesso modo importanti cosi le cose fatte in- 
nanzi ai nostri occhi, come quelle raccontate ; e l'eroe, 
narrando insieme ed operando, riduce ad unità tutte le 
parti della favola. In tal nìodo il ritorno dal passato al 
presente, dal racconto all'azione, desta in noi effetti na- 
turalissimi e simili in tutto a quelli che , assistendo ad 
una vera rappresentazione drammatica, produce il succe- 
dersi delle scene, dove, in tempi e in situazioni diverse, 
abbiamo innanzi quegli stessi caratteri umani, di cui sem- 
pre più bramiamo veder nuovi lati, penetrar 1' intimo e 
indovinar la catastrofe. 

Fin qui gli episodi che si riferiscono al passato : ve- 
diamo ora l'episodio che riguarda l'avvenire. Esso non 



246 IL « PARADISO PERDUTO » DKL MILTON 

entra veramente nell' azione , e , ciò eh* è peggio , vien 
fuori quando questa era finita. Che finita può dirsi non 
appena è pronunziata la contianna dei nostri primi pa- 
renti ; dimodoché tutte quelle visioni che l'angelo, pria 
di eseguirla, apre agli occhi d'Adamo, non possono più 
produrre alcun effetto che riguardi il vero argomento del 
poema. L' effetto Uno ò piuttosto futuro che presente ; 
perchè Adamo , uscito dall' Kden , trarrà conforto dalla 
visione avuta, e, adempiendo così i fini di Dio, traman- 
derà quei barlumi di verità e quelle speranze ai suoi fi- 
gliuoli. Ma un tale Adamo non appartiene più al poema 
tlel Milton. Certo la visione e la profezia di cose lonta- 
nissime possono avere anch'esse la loro efficacia sull'a- 
zione, come vediamo nei grandi poemi d' ogni tempo ; 
tuttavia non sarebbero mai sufficienti a formare una .se- 
conda epopea che fosse come il compimento della prima, 
il cui giro non avesse potuto comprendere tutti quanti 
gli avvenimenti che l'autore, per i suoi fini morali, vo- 
leva che comprentlesse. E questo è appunto il ca.so del 
nostro poeta. Dopo la caduta ili Adamo , ci rimaneva 
tutta la storia umana , ed egli ne fece come un' epopea 
in forma di visione. E poiché vero legame epico non ci 
era tra es.sa e il nucleo flel poema , egli sforzò la rap- 
presentazione ad adeguare quella concezione, che, come 
dissi, la eccedeva di gran lunga. 

11. 

.\ia della imperfezione epica del « Paradiso Perduto » 
ci è un' altra cagione non meno importante. 1 suoi ele- 
menti storici .sono , come si è vi.sto , lutti biblici, e bi- 
blico il significato onde il poeta gl'informa. Ma egli non 
si contentò ili (juesto ; e , nel consiilcrare i libri siìcri 
come fonti del suo poema , volle ritenerne al po.ssibile 
anche le forme estetiche, le quali, pur «piando sembrano 
epiche, o non sono assolutamente tali, «» non hanno tuli 
qualità da poter essere trasportate in un epico lavoro. 
Chi consideri la Genesi e 1' Apocalis.sc , nelle quali il 
Milton s'era principalmente ispirato, riconoscerà che, no- 
n«).stantc l'apparenza epica, quei libri .sono poemi essen- 
zialmenle lirici. Unico attore vi è Dio stesso, a cui ob- 
bediscono la natura e gli angeli, nìinistri ilelle sue gra- 
/.!«• e delle sue vendette. Nella (ienesi nessuna forza eli 



IL « l'ARADISO PKRDUTO » DKI, MILTON 24/ 

si oppone; nessun contrasto fra lui e la materia, la quale, 
ad una sua parola, esce dal nulla . e assume le forme 
olì' egli prescrive. Neil' Apocalisse un contrasto c'è, ma 
scarso; e, in ogni moilo , più della lotta, sono visibili 
gli effetti della potenza vincitrice : il perire di uomini, 
di città, di regni, tli mondi, fulminati dalla vendetta del 
ciclo. Qui la potenza infinita tlistrugge ; nella Genesi 
crea. L' uomo venuto su dal nulla , è pur sempre un 
nulla innanzi a un'onda, a una scintilla, mosse da Dio. 

Finché ilunque i termini opposti sono quella potenza 
e quella nullità, non ci può essere vero contrasto, non 
vera epopea. Sia che descriva la creazione , come nella 
Genesi , sia che la distruzione , come nell' Apocalisse, 
l'autore biblico non comprende né la ragione , né i fini 
ultimi di ciò che gli è davanti : mistero è per lui Dio, 
mistero il destino dell'uomo stesso. Pensando a ciò che 
oltrepassa i termini delle facoltà umane , egli ammira, 
adora e ritrae quel poco che può delle segrete cose. La 
disposizione del suo spirito è affatto lirica. Il tentativo 
di comprendere e descrivere più a fondo le opere di Dio 
gli parrebbe una profanazione. E quale nel poeta biblico 
è l'effetto delle meraviglie divine , tale é in noi quello 
del suo poema: ammiriamo più che non intendiamo; ogni 
visione ci si cangia in sentimento , ogni sentimento in 
mistero. Or il Milton , avendo più di ogni altro poeta 
moderno intesa e ammirata la Bibbia, improntò di quei 
concetti e di quelle immagini tutte le cose da lui pen- 
.sate. Con siffatta imjjronta gli avvenimenti cosmici e sto- 
rici, materia precipua del suo poema, non potevano for- 
mare un'epopea perfetta , né i fatti umani , in essa ri- 
tratti , destare forti impressioni drammatiche. Quella vi- 
sione permanente del Creatore impediva al poeta lo stu- 
dio immediato e pieno delle creature, che gli si allonta- 
navano dallo .sguardo per il suo continuo salire in alto. 
E chi legga attentamente il « Paradiso Perduto ». troverà 
appunto in quella coscienza biblica , e profetica, e quasi 
oltramondana e serafica, la ragione ond'csso ci leva alle 
.somme altezze del pensiero , più di quello che non ci 
accosti alle creazioni della fantasia. 

Ma perchè poi la natura cosmogonica dell' argomento 
conferi non poco a dare al poema siffatti particolari ca- 
ratteri ? Il Milton, come dissi, pigliava le cose che sono il 
suo precipuo soggetto nei loro primordi , quando non 



24S II. « l'ARAUISC) l'KRDUTO » OKL MILTON 

avevano peranco storia. Ora questo modo non è favore- 
vole alla rappresentazione obbiettiva. Anche un autore 
non puritano e dotato delle majfgiori facoltà poetiche 
avrebbe creduto nìolto diftìcile il dar vita alle cose stes- 
se, trattandole come fece il nostro poeta : perchè dove 
non è storia , quivi non è vita ; e il poema epico e il 
dramma non sono se non la storia stessa , rifatta dalla 
fantasia. Vediamone «jualche esempio. Nel paradi.so ce- 
leste del Milton (dico celeste, per distinguerlo dal para- 
di.so pertluto, ch'era in terra) tutto è quiete e uniformità 
di pensiero e di azione. Fra gl'infiniti suoi abitatori non 
ce n'è pur uno , che non si perda in quella misteriosa 
unità di Dio e delle sue creature ; le quali .sono come 
altrettanti atti visibili della sua volontà, altrettante scin- 
tille della sua luce. Nulla è colà di simile a noi, né alla 
natura in mezzo a cui viviamo ; sicché, per intendere e 
g^odere qualche cosa ili ([ueU' ideale so^Riorno, dovrem- 
mo quasi poterci trasumanare. 

E' vero che in quel paradi.so, tutto quiete e uniformi- 
tà, .scoppia a un tratto un'orrenda tempesta, la ribellio- 
ne di una gran parte degli angeli verso Dio; ed t- ancor 
vero che quella guerra, essendo co.sa inaudita, stupenda 
e inarrivabilmente descritta , suscita nuovi moti negli 
spettatori: ma un efletto veramente epico non lo produ- 
ce : e non è ditìicile trovarne la ragione. Il Milton, pa.s- 
sando nella dipintura del suo paraili.so da un estremo 
all'altro, fa a.ssumere agli elementi soprani\aturali le .sem- 
bianze meno convenienti, meno verosimili e più disfor- 
mi dalla loro natura. (Juegli angeli ribelli diventano a 
un tratto guerrieri esperti.ssimi ; hanno per capitano un 
meraviglioso strategico , e nella .seconda battaglia com- 
battono con cannoni : sian)o non .solo in terra , ma in 
pieno .secolo XV'II. (Jui a molti potrebbe |)arere che se 
al p(»eta si conceile, come pur si deve, che la metafisica 
e la fisica siano vietiate nelle loro leggi , egli abbia poi 
il iliritlo di valersi a su(j modo ili cotesta licenza. .Ma 
il vero L- chf l'arte, pur facenilo contro alle leggi altrui, 
rispella sempre le proprie, e non la.scia al capriccio tli 
alcuno la .scella tra le molte e iliver.se forme terrene, 
onde si po.ssono vestire i tipi soprannaturali. L'na di 
quelle forme è sempre indispensabile che ci sia, ma non 
è mai inilifferente che sia questa o quella . nò che la 
scelta si faccia con altri criteri che quelli ilella poesia .sie.ssa. 



II. « l'ARADISO l'KRIHTO » DKI. MILTON 249 

Perchè la contraddizione , anzi la incompatibilità dei 
due elementi, il sovrannaturale e il naturale , sia meno 
evidente o s|)arisca del tutto, la fantasia dei più f^randi 
j>oeti ha sempre ritratto l'uno in quelle forme dell'altro, 
che sono, o almeno sembrano, le più antiche fra le sto- 
riche, le più nobili fra le umane, e, in jjenerale, le più 
ideali tra quante ne offra il jiensiero. Ed è parso cosi 
difficile il far meglio, che i moderni di rado hanno can- 
giato o modificato quelle forme tradizionali, a cui la fan- 
tasia era tanto avvezza , da non sentir più 1' inevitabile 
discordia dei due elementi. Così, per esempio , le armi 
degli angeli furon sempre le lance e le spade, e i loro 
modi di guerra quegli stessi descritti nella Bibbia: modi 
che, consacrati dalla religione, dall'arte e da leggende 
di ogni sorta, ci sembrano ora qualche cosa di più re- 
moto, di più primitivo, di più dissimile a noi e di più 
conforme a chi è tanto diverso da noi ; e certo non ci 
dispiacciono come fa la congiunzione di cose cosi dispa- 
rate , quali sono gli atti delle angeliche sostanze e le 
scoperte ultime della meccanica e della strategia. Certo, 
il poeta può ribellarsi alla tradizione e crear nuove forme, 
nuovi modi di far visibile e umanamente operoso ciò 
ch'è divino; ma a patto che non guasti, che non riesca 
a finzioni men poetiche delle antiche. Quanto al Milton, 
può dirsi che, arditissimo venso la tradizione , non con- 
segui appieno l'intento: poiché l'eccesso dell'umano, por- 
tato a un tratto, come notai, in quel suo paradiso, dove 
ce n'era la più assoluta deficienza . non divenne poesia 
vera, non trasformò quel soprannaturale cosi inestetico; 
il quale anzi rimase « sicut erat in i)rincipio », quando 
non era ancor l'uomo né l'universo. 

Dissi che l'aver pigliato le cose nel loro stato primi- 
tivo contribuì a scemare nel Milton quella facoltà di 
obbietti varsi, a cui frapponeva ostacoli anche la sua fede 
puritana. Xe avemmo una prova nel paradi.so celeste; 
tocchiamo ora un po' anche del suo paradiso terrestre, e 
ne avremo un' altra. Qui troviamo i due primi uomini ; 
ma la loro è una forma di vita diversissima dalla nostra 
e quasi appena concepibile al pensiero. Scansa è poi la 
loro azione fino al canto IX ; essi non ci vengono in- 
nanzi che due o tre volte, per farci vedere come si go- 
dano le delizie dell'Eden, e come stiano a colloquio con 
l'angelo, calato dal cielo per metterli in guardia contro 



250 IL « PARADISO PERDUTO » DEL MILTON 

il tentatore. L'azione vera, quella almeno che faccia ef- 
fetto potente su noi, è brevissima e si riduce alla catluta 
di Eva, sedotta dal serpente, e di Adamo, sedotto da 
Eva. Lì ci è passione, umanità, contrasto. 1 due perso- 
naggi, fino a quel punto, hanno fatto parte piuttosto 
tlella vita angelica che dell'umana; e il paradiso terrestre 
altro non è stato che una pallida immagine del celeste. 
Se il tempo anteriore alla colpa fosse durato molti secoli, 
per altrettanti .secoli ci sarebbe mancato il principio della 
storia. .Soltanto per quella colpa, i due primi uomini di- 
vengono i)ersone storiche; appunto come gli stessi an- 
geli cominciano a divenir tali, dal momento che la bel- 
lezza delle figliuole degli uomini li costringe a lasciar il 
cielo per la terra. Soltanto cadendo, la prima coppia 
umana ci si mo.strò in balia di quella lotta eterna, onde 
il gener nostro appartiene insieme a Dio e a Satana, e 
ci diede il primo esemiiio di quella potenza femminea, 
la quale vince nel cuor dell'uonio tutte le altre forze del 
mondo. Ma con la colpa e con la caduta finisce vera- 
mente l'epopea miltoniana ; e perciò la sua materia pro- 
priamente .storica doveva jìer necessità es.sere molto scarsa, 
e il suo paradi.so terrestre non poteva riuscir poetico se 
non in poche occasioni e per pochi momenti. 11 Poeta 
fece i maggiori sforzi i)er accrescere quella materia, e 
per trovarne anche nel tempo anteriore alla caduta ; e 
cosi descrisse nei menomi particolari la vita di Adamo 
e d'Eva, le loro cure campestri, le abitudini casalinghe, 
e r arrivo e il desinare dell'angelo con e.ssi. Ma tutte 
queste minuzie non fanno la storia, come tutti gli aiti e 
le parole di quei personaggi non fanno i caratteri : la 
storia, come i caratteri, ò fatta ilalla parte intima del- 
l'uomo. Ora nessun poeta avrebbe potuto vincere le ili f- 
ficoltà che derivano da una materia come quella, né con- 
durre una vera azione epica e foggiare caratteri perfetti, 
dove gli fo.sse mancalo ciò da cui viene la vita all' una 
e agli altri. 

Il Taine, osservando che que.sii primi uomini adom- 
brano qui l'ideale puritano ilei vivere domestico, e che 
Eva in j)articolare non ò altro che una buona massaia, 
ne ha fatto rimprovero all'autore come di un grave ana- 
cronismo. .Ma se il chiaro critico fosse andato un po' più 
a fondo, si .sarebbe accorto che quei due pers«>naggi sono 
poeticamente imperfetti, non tanto per la ragione alle- 



II. «PARADISO PERDUTO» DKI, MII-TON 25 I 

gata (che 1' anacronismo ricorre frequente nelle più in- 
signi creazioni dell' arte, senza che ne alteri punto la 
bellezza), quanto per la mancanza di vita intima e di 
fisonomia particolare; per quel tipico, quell'astratto e 
intleterminato, eh' è nella loro natura. E forse egli a- 
vrebbe anche riconosciuto essere tal difetto, non che per- 
donabile, ma (juasi inevitabile al Milton, il quale voleva 
e doveva ritrarre due caratteri diversissimi da quelli che 
gli davano l'esperienza e la storia, e scevri di tutto ciò 
che poi il peccato e il dolore aggiunsero alla natura u- 
mana. La quale in ciascuno di noi piglia forme concrete 
dai luoghi, dai tempi e dalle passioni; sicché l'arte quanto 
più tien conto di siffatte condizioni, tanto più facilmente 
giunge a creare persone vive e vere. Ma il poeta inglese, 
prendendo la nostra natura quale gliela dava il tempo 
primo, omogenea e senza accidenti interni, volle forse 
trovarle un compenso negli accidenti esterni, che pote- 
vano es.sere, com' erano davvero, tutti propri dei suoi 
tempi, ma non bastavano per loro stessi a infondere la 
vita, e a scusare il difetto delle qualità più intime. Le 
anime umane non sono tirate che da altre anime umane. 

IH. 

Nonostante la co.scienza jKiritana del Poeta e la ma- 
teria preistorica dell'argomento (due fatti che dovevano 
impedire e impedirono, fino al punto che abbiamo visto, 
la creazione di caratteri e i migliori effetti epici e dram- 
matici), e' è in questo poema un personaggio meravi- 
glioso, che basta solo per molti: si capi.sce che intendo 
parlare di Satana. Non mi pare che i critici abbiano 
spiegato appieno cotesta eccezione. Ib, per me, la spie- 
gherei così, che, essendo quello un personaggio essen- 
zialmente umano e storico nella stessa tradizione cri- 
stiana, anche un Puritano poteva considerarlo come tale, 
senza il minimo rumore di eterodossia. Qui l'umano con 
le sue passioni più ardenti non escludeva il divino : e 
r obliarsi del poeta nella vita non era a .scapito delle 
alte contemplazioni di una coscienza profondamente reli- 
giosa. Ogni coscienza cristiana tro\a in Satana un tipo 
eminentemente poetico. Quali si siano le origini del Giu- 
daismo, è certo che gli elementi onde essa coscienza ha 
composto quel personaggio si trovano nella Bibbia ; e 



252 H. « l'ARADISO PERDUTO» DEL MILTON 

questi elementi sono stati come i semi, da cui i Padri 
delia Chiesa fecero germogliare gran copia' di concetti 
nuovi e leggiadri. 

Satana è dunque nella cosmogonia e in tutta la storia 
umana il personaggio più importante dopo Dio. Per ca- 
gione ili lui c'è una storia dell'universo. .Senza lui, Dio 
si starebbe forse ancora nella sua quiete, inneggiato uni- 
camente da nature angeliche, e non avrebbe avuto oc- 
casione di recare ad atto la sua potenza infinita. Satana 
urta Dio, lo costringe a .star sempre desto ; e comincia 
cosi quella lotta piena di episodi soprannaturali ed umani, 
che avrà un' immen.sa catastrofe con !a distruzione del 
mondo, .senza aver forse nemmeno allora 1' ultima fine. 
Se con la ribellione die origine alla storia dell'universo, 
con la seduzione di Kva cominciò più particolarmente 
la .storia ilell'uomo. Per tal guisa diventò come un altro 
re del mondo : fin dove po.ssono penetrare la colpa e il 
dolore, fin quivi estenderà il suo dominio. .Scopo supremo 
di lui è il contrastare sempre e da per tutto a Dio, ri- 
volgerne gli ordini, guastarne le opere ; e già, jìerver- 
tendo l'uomo, egli ri usci insieme a corrompere la nobiltà 
e la bellezza di tutte le cose. Campo di eterne battaglie 
è per lui la nostra vita. Non essendogli più dato di ri- 
bellare a pio nature immortali, mise tutto il suo ingegno 
a far nemici allo stesso gli abitatori della terra. Tutti 
quelli che non .seguono !e vie dei Signore, apparten- 
gono a lui; e così il suo inferno è molto più popolato 
del paradiso. 

Anche quell'altro regno intermedio, ammes.so dalla .sola 
credenza cattolica, che si chiama purgatorio, se da una 
parte è come un vivaio del paradi.so , attesta dall' altra 
l'immen.so potere di .Satana ; il quale , ipianilo non può 
con.seguire il danno eterno delle anime, fa indugiare al- 
meno e precedere ili |)ene, amare (pianto (luelle dell' a- 
bi.s.so, il loro ascendere al cielo. Nulla di più meraviglio- 
so che le sue facoltà, la sua diligenza e i suoi modi di 
guerra e di conquista. Salvo la volontà ilei bene , egli 
non ha i)erduto nulla ilella primitiva grandezza , che lo 
faceva, dopi» Dio, il maggi»)re di tutti i celesti ; e il suo 
pervertimento morale non ne ha alterato che in parte la 
sostanza, (i) Impareggiabile nel fare il male, egli non 

(I) S. A«;osriNo, /V zt-riì rr/iaiont-, e. XIII, 26: • .Ni-r :ili<|uid 
saiictìfiiatis iiialiis :iiii;i-lii.s tilH-rit, (|tiì dialioliis diritiir, (|iiia t-t ipsc-. 



IL « l'ARADISO l'KRDUTO » DKL MILTON 253 

ilornie , non riposa mai : non si cil)a , non si cvjtnpiace 
di altro che della propria perversità e delle proprie opere 
bieche ; non pensa e non anela che a perdere anime 
umane, (i) Nell'altezza dell'antico .y;rado, non solìVendo 
che alcvmo lo superasse o gli stesse a paro, alzò le ciglia 
contro Iddio, quando questo, secondo alcuni teologi, an- 
nunziò ai celesti la gloria a cui avrebbe assunto il suo 
Unigenito , o, secondo altri, quando fece preveder loro 
la felicità e la grandezza dell'uomo. (2) Sente più dolore 
dell'altrui bene che del proprio male ; gode delle nostre 
sventure , esulta alle nostre cadute , ha sete del nostro 
.sangue e si pasce della nostra carne. Tuttavia 1' umana 
creatura in se medesima gli parrebbe forse intlegna di 
tanto odio , se non vedesse in ogni uomo un possibile 
abitatore di quel paradiso, da cui egli fu cacciato, e da 
cui vorrebbe escluso ogni altro. (3) 

Tanta ambizione e tanto livore gli fanno dentro una 
tempesta che sempre rugghia. Come , anche prima del 
Milton , disse mirabilmente .S. Bonaventura , egli porta 



in quantum angelus est, non est malus, sed in quantum perversus 
est ])ropria voluntate*. Lo stesso. De Ch'itati' Dri, \. XIX. e. 13: 

. Proinde nec ipsius dialioli natura, in quantum natura est. ma- 

lum est; sed perversitas eani nialam facit •. K la natura del dia- 
volo, in quanto è natura, è buona, perchè, come dice lo stesso 
Santo in un altro suo luogo , < diabolus natura est .Angelus . sed 
quod natura est, opus Dei e.st • . 

(i) S. Giovanni Criscjstomo, Honiclia l'siip. Evaìi. Malthaei 
(sec. esp.y. < non manducai, non bibit. non dormii, non opus ali- 
quod aliud oiieratur, nisi ut tentet, ut fallai, ut subvertat. Hic est 
cibus illius, hic honor, hoc et gaudium». S. Bernardo, iMcdita- 
tiones piissiìiiae de lOi^iìitioiic Indiianar roiiditionis, e. XIH: — cui 
(al diavolo) nullum aliud est desideriuni , nuUum negotium, nul- 
lum studium, nisi perdere animas nostras » . 

(2) S. Pietro Crisologo, Senno CXIAIII: .... Sed omnia 
haec ne haberet homo, Angelus, qui inter primos habebatur, invi- 
dit, maluitque in diabulum commutari ne hominem i)lenum gloria 
sic videret > . 

(3) Riccardo di S. Vittorì;, Adnotatio in Psalintan li: Poene 
l)lus oderunl (parla de' diavoli in generale, e Satana è il compen- 
dio delle loro qualità) bona nostra, quam tormenta sua; innno ma- 
lunl quotidie tormenta sua augere, quam nostra bona.... •. S. PiK- 
TRO Crisoloco, Senno XCVI {De paratiola zizatwnimy. Fra- 
tres, ille malis nostris gaudet, turget ruinis nostris, vulneribus con- 
valescit, nostrum sanguinem sitit, no.stra saturalur e.\ carne, nostris 
vivit ex morlibus. Diabolus hominem non vult habere sed ])erdere. 
Quare ? Quia ad coelum unde ille cecidit, non vult, non fert, non 
patitur, hominem per\enire • . 



254 "- « l'ARADISO PERDUTO» DKI, MILTON 

sempre 1' inferno dentro di se. In lui 1' intelletto è pari 
al mal volere. Di quanti uomini vivono in tutti i inniti 
dello spazio conosce apjiieno le brame, quasi che nella 
nostra comune madre abbia imparato a conoscere i cuori 
delle innumerevoli creature, che liovevano di.scenderne per 
tanti secoli (i). 

I modi poi, infinitamente vari, ciicicli inlopera ad ot- 
tenere il suo intento , sono subordinati a un principio 
unico, cioè a quello di vincere l'anima per via del corpo. 
E il corpo lo conquista lusin-j^ando i sensi, alimentando 
le passioni, e facendo irresistibilmente voluttuoso ciò che 
nuoce alla .salute dello spirito ; così noi crediamo di bere 
il miele, intanto ch'ei ci propina il suo fiele più micidia- 
le. (2) Di oj^ni i)o' di materia .sa farsi una potente 
arma da guerra , di un capello una trave. (3) E' vero 
che , secondo la curiosa etimologia tli S. Bonaventura . 
uccide e l'anima e il corpo ; (4) ma la morte del corpo 
vien sempre alquanto dopo quella dell' anima ; anzi non 
muore ne l'una né l'altro, prima che (jucsto, per un tempo 
pili o meno lungo, non abbia avute molte voluttà o vere o 
immaginate. Si direbbe che il Maligno non po.ssa tirare 
anime all'inferno, cioè rapirle al paradi.so, per cui erano 
state fatte , .se non dopo aver loro procurato , quasi a 
sproporzionato compenso , un breve e funesto paradiso 
dei .sensi. 

II nostro gran nemico dunque , conquistando infinite 
anime mercè di meravigliosi diletti sensibili e illusioni 
potenti come la verità .ste.s.sa, mostra di essere il malva- 
gio jiiii forte insieme e più poetico che si cono.sca al 
monito. Perciò la fantasia cristiana trova o mette lui do- 
vunque le i)a.^sioni più fervano, e gli affetti più contrari 



(J) S. Lkosk Paia,/// luilizilutr Ihimini, Srrnto .\.\IJ: » Ni' 
vit (il iliavolo) cui ;ulliil»i.at aisUis ciipiiiilatis, mi illftfhra.s ^\i\i\\. 
ingerat, cui apinmat iiicilanunta luxuriae, cui inluiuìal .virus invi- 
diac. Novit <|Ufin niot-rorc conuirixl, qucni «auiliu fallai , qucni 
melu «ppriniat, quem admiralionc s<.«lucal. Omnium discutit con- 
suetudintrs, ventilai cur:us, scrutatur afl'ectus • . 

(2) S. EisKBio Emisse.no, Di- Efif'hania, Homelia III. 

(3) S. Fkancksco di Assisi, Opnstuli , itillalii> l'I: • K.\ nimta 
securiiatc miiius cavciur lioslis, et dial>«lus si rie suo capillum ha 
))ere jKitest ex Imniine. cito excrescere facit in 

(4) S. BoNAVKN I IKA , Comf>r>td. siu taf ti. fxmp^rum, 
1. 11. rul>. XXVI; • I)ial>oluh a ilia, quinl esl duo, el hnlus quod 
<'>.t tìii >tri-11iis ijuia ihiii iKi'ìdit. M ilicfl tuipu> ft aniiiiain». 



II. «PARADISO PERDUTO» DEL MILTON 255 

si contendono il nostro cuore ; dovunque siano delitti , 
spargimento di santrue, perdizione di anime, tragedie e 
battaglie ; dovunque più si agitino le onde nell'immenso 
mare dell'essere (i). E perciò ancora, fra tutti gli spiriti 
celesti, ammessi dalla fede ebraico-cristiana, questo è il 
più umanamente concepito e rappresentato. In lui non si 
sarebbe potuto concepire il gran ribelle, se non attribuen- 
degli come due nature, l'una divina, e l'altra non solo 
umana, ma direi eminentemente, eccessivamente umana, 
, capace di possedere nel grado più alto tutti gli affetti che 
f sì muovono dentro di noi. E poiché, quando egli si ri- 
bellò a Dio, l'uomo non era ancor nato, così tutto il suo 
carattere è un anacronismo enorme e pur fecondo di ori- 
;.:inalissima poesia. 

Di questo gran personaggio della fede cristiana il Mil- 
. ton ritenne le qualità principali , e fece il carattere più 
I. meraviglioso della poesia moderna. Privo di Satana , il 
' suo « Paradiso Perduto » ci parrebbe deserto , come il 
paradiso terrestre, nel medesimo poema, sembrava a A-» 
damo, prima della creazione della donna. Adamo, solita- 
rio in mezzo alle bellezze dell'Eden, diceva al Creatore, 
ipparsogli in forme sensibili : « Tutte le cose che qui mi 
circondano, sono a me inferiori. Or qual comunanza po- 
trebbe esser mai fra cose disuguali ? quale armonia, ^ual 
^ godimento ? Dov'è disparità , fra creature che stiano le 
une in alto e le altre in bas.so, non ci è vero amore, e 
il tedio le opprimerà tutte. Io desidero una compagna 
ohe sappia godere con me i piaceri dello spirito ; e que- 
sta non sarà mai una belva... Le belve trovano compa- 
gnia ciascuna nella propria specie... Dovrebbe dunque 
l'uomo trovarla nel bruto, ed aver così la sorte peggio- 
re ? » Il nostro primo parente nel paradiso terrestre si 

■ credeva solo, essendo tutto colà al di sotto di lui; e noi 
I troveremmo ben poco di che godere in questo poema , 
I se non ci fo.sse Satana, perchè quanto altro ci scorgiamo 

■ sta al di sopra di noi. Le due condizioni sono fra loro 
K opposte, ma un identico bisogno è nelle due parti: Ada- 

■ mo e noi vogliamo il medesimo , qualcosa che ci somi- 

^ft (i) Origine, In loò, ì. I: « .... in omini proelio, vel pugna, in 

^^>mni perturbatione atque mortis ruina, in omni seditione ac tumul- 

tu, in omni contentione et lite, in omni sanguine et honiicidio , et 

furto atque adulterio, omnique lamentabili bello sive orientis, sive 

occidentis, sive meridiani, sive aquilonis.... • 



25Ó IL «PARADISO PERDUTO» DEI, MILTON 

gli ; ed egli poi la trova in Eva. e no^' la troviamo nel 
gran ribelle. Deh ! che i lettori timorati , attribuendomi 
un concetto satanico, non mi esorcizzino. La somiglian- 
za tra noi e il re dell'inferno io la sento non certo nella 
sua inimicizia verso Dio e nel suo immenso odio del 
bene, ma in quelle ardenti passioni, in quella lotta con 
altri e con sé medesimo, in quell'abbondanza di umanità, 
che distinguono lui da tutti gli altri personaggi del jioe- 
ma inglese. In lui solo sentiamo ciò che avvertimmo tante 
volte in noi .stessi e nei nostri simili. Noi po.ssiamo ab- 
borrirlo, dolerci del suo momentaneo trionfo , esultare 
alle sue sconfitte : e non di meno è quello il solo carat- 
tere che intendiamo in tutti i suoi movimenti più segre- 
ti. Fra noi e tutte le altre creature celesti del Milton è 
differenza di natura ; fra noi e Satana, soltanto di grado. 
E gli stessi due primi uomini, benché padri nostri e pri- 
vi, come noi, di qualità soprannaturali, ci sono men so- 
miglianti di lui, così pieno di j)assioni e sempre domi- 
nate da procellosi contrasti interni. 

Guardiamolo ancora più da presso. Fin dal suo primo 
apparire, ci si rivela un eroe. Dal fuoco eterno, dove 
era caduto, precipitando capovolto a traverso 1' immenso 
spazio che divide il paradiso dall' inferno, egli , Fari- 
nata .soprannaturale , si erge con la testa , mentre gli 
altri innumerevoli spiriti giacciono gli uni sugli altri, 
vinti , annichilali dal dolore (i). 11 suo ste.s.so jiensiero, 
irrequieto e indomabile , lo tormenta più che quel let- 
to ; ma , non che lamentarsi della .sconfitta , egli crede 
sia meglio essere libero nell' inferno che servo nel cielo. 



(1) 1).\\TK tlis-sc di Fannaia (/«/., X- .ì4 5)^ 

Kd ti s'eruta lol |H.-tto e colla frniUc 
(■«.mi- ;ivis-,f r Iiift-riiu in nr.ill ili>)>iU<i. 

K il Mii.iuN ili Satana U, »y- *»KJ4-): 

Thiis Salali talkiiiu ti) liis ncartst mate 
Wilh ht-ad u|>lifl alMjvi- the wavt-, and cycs 
That sparkliiJK tOaxwl, his othtr |)aris Ih.-sì<Im 
Proni- on ihc HimmI, ixtcnded lonj; an«l larni-, 
I.a> Hoaiinn nian> ii tikkI.... 

1. ,.... M <lo|ui ne dcstri\i- stnpcndainfUtf il sor){< r- • '"• ^* • "" '"Ha la 



II- « PARADISO PERDUTO » DEL MILTON 257 

Sente che , grande coni' è per propria natura , saprà in 
qualsisia liiojco compiere inaudite meraviglie e divenir 
I' emulo di Dio. La lotta sarà dunque il suo destino e 
la sua gloria, la condizione i)erpetua di sua vita, la sua 
vita stessa. 

E veramente , dal tempo che , uscendo dall' inferno, 
ricomincia la guerra contro il cielo, fino a quello che, 
facendo cader 1' uomo, crede averla vinta , non compie 
atto che non sia eroico, che non accresca evidenza al 
suo stupendo carattere. Mentre i compagni rianimati da 
lui disputano intorno ai modi della riscossa , egli ne ha 
già ideato il disegno, e si apparecchia ad eseguirlo, per 
quanto arduo : cosa che tutti insieme quegli innumere- 
voli angeli caduti non avrebber osato. Magnanimo e 
astuto insieme , nell' accingersi a tanta impresa , dimo- 
stra in un gran concilio infernale come la sovranità vada 
esercitata a vantaggio degli inferiori , e le fatiche più 
ardue spettino a chi siede sopra gli altri. Il suo eva- 
dere dall' inferno, il suo viaggio a traverso 1' abisso e 
fino alle soglie del creato, è un prodigio di perspicacia 
e di ardimento. E nuovi prodigi compie per penetrare 
neir Eden, dove giunto, sdegna di entrare per la porta, 
e vi balza sorpassando d' un salto la gran muraglia che 
lo chiudeva. Non difìicoltà, non resistenza, non pericoli 
scemano in lui la forza o il volere. Riconosciuto da un 
angelo nelle sue mentite sembianze , ne assume sempre 
di nuove ; cacciato dal paradiso terrestre , gira e rigira 



persona dalle fiamme, le quali, respinte cosi dall'una e dall'altra 
parte, lasciano in mezzo un'orrida voragine {Ibid., 221 sgg.): 

Forthwith ui)right he rears from off the pool 
His mighty stature; on each hand the flames 
Driv'n backward slope their 'lointing spires, and roll'd 
In billows, leave i'th'midst a horrid vale. 

E ci fanno ricordare dell'altra similitudine dantesca: «Come d' au- 
tunno si levan le foglie», i seguenti versi, dove gli altri angeli ca- 
duti, galleggianti sopra lo stesso lago di zolfo acceso , da cui Satana 
si leva, sono paragonati appunto alle foglie d'autunno, che nuotano 
sui ruscelli di Vallombrosa (Ibid., 300 sgg.): 

and call'd 

His legions, Angel forms, who lay entranced 
Thick as autumnal leaves that strow the brooks 
In Vallombrosa. 

17 



258 IL « PARADISO l'KRULTO » DP:L MILTON 

la terra intorno all'equatore, la gira e rigira da un polo 
altro, e, ritornato, vi penetra una seconda volta. 

Potente di pensiero e di azione , supera poi sé stesso 
neir eloquenza. I discorsi degli angeli , del Verbo e di 
Dio medesimo sono scolorati e freddi a paragone dei 
suoi. Nel cielo, per confondere Abdiele ; nell' inferno, 
per rialzare i cuori degli angeli caduti , e fare a sé be- 
nigni la Colpa e la Morte ; negli abissi , per persuadere 
il Caos e la Notte che Iddio, creando, restringeva sem- 
pre più i confini dei loro dominii; egli ha una vena ine- 
sauribile di argomenti . con la quale signoreggia , tra- 
scina tutti. A chiunque lo ascolti , apre nuovi oriz- 
zonti , e fa vedere il mondo cangiato di faccia. Tira 
a sé infiniti angeli persuadendoli di non essere stati 
creati da Dio , come avevan sempre inteso. Anche a 
sedurre Eva , svolge una certa teorica di generazione 
spontanea , secondo cui le nature soprannaturali , figlie, 
come tutte le altre , della terra fecondata dal sole , non 
sono che una forma più nobile di vita , alla quale lo 
stesso uomo potrebbe inalzarsi. Ed Eva , salutata da 
lui come la cosa più beila dell' universo, non che con- 
vinta e {lersuasa , rimase quasi affascinata da quel di- 
scorso. La parola di Dio creò il mondo ; quella di Sa- 
tana lo scompiglia e Io rivolge contro Io .stes.so Creato- 
re. Con tali facoltà straordinarie , con tanta energia di 
volere, con imprese cosi terribili a compiere, si capisce 
(juali effetti 1' eroe debba produrre sugli animi degli 
spettatori. Lottando con tutto ciò che gli è d' intorno, 
fa nascere sempre il dramma dove eh' ei sia ; e (juando 
é solo, gli dà origine con la procella eterna dei suoi 
pensieri. Nel soliloquio non riesce meno potente che 
nel dialogo ; perchè le sue reminiscenze sono storia , i 
suoi propositi sono azione. Quando non è più sulla 
scena , tutto langue : quando ci é tutto si avviva ; e 
non ci ritorna mai , senza destare in noi nuovi moti , 
.senza accrescer forza all' azione e atTrettarne la cata- 
strofe. 

Ma ciò che in lui mi sembra più notevole è la parte 
tli bene, mista alla sua natura maligna. In lui non solo 
non é ancora spento del tutto il senso morale, ma .sono 
vivi eziandio certi affetti delicati , teneri e degni delle 
|)iù gentili anime umane, h. vero che alla fine essi ri- 
niangon semj)re vinti ilagli affetti opposti ; pure , cosi 



IL « PARADISO PERDUTO » DKL MILTON 259 

men gagliardi come sono, bastano a produrre i più mi- 
rabili contrasti. Quell' eterno nemico di Dio ha talvolta 
tanto rimorso del suo gran fallo, e tanta pietà degli an- 
geli con lui e per lui caduti, che per poco non piange. 
Tal' altra , ha brama dell' antica beatitudine , anche se 
dovesse ricuperarla col sottomettersi al vincitore, e pre- 
ferirebbe alla sua grandezza tormentosa la pace dei più 
oscuri fra i celesti. In tali momenti ci fa ricordare di 
Abbadona , cioè di quel nobil angelo pentito , eh' è il 
carattere più poetico del « Messia ». Fu già osservato 
esser questo del Klopstock una continuazione di un 
altro episodio del « Paradiso Perduto » ; ma più impor- 
tante mi parrebbe il notare , che Abbadona non è altri 
che Satana stesso nei suoi momenti più belli. Se non 
che r eroe miltoniano non può intenerirsi un istante, 
senza accorgersi insieme che il suo infortunio è irrevo- 
cabile , e che se acquistasse di nuovo 1' antica gloria, 
egli ricomincerebbe tosto le sue guerre contro Dio. E 
allora è preso come da una paura del suo orgoglio, su- 
periore al suo volere, e della sua stessa natura, che non 
potrebbe esistere senza lotta ! 

Di quali effetti é a lui cagione la bellezza del mondo 
creato I Al primo apparirgli del paradiso terrestre, 1' am- 
mirazione, l'odio, l'orgoglio ferito, le memorie dell'an- 
tica felicità, r amarezza del presente e lo sconforto del- 
l' avvenire, orribilmente tetro, gli fecero dentro tale un 
tumulto, eh' ei dovette sentire come una pace improv- 
visa , quando poco dopo si riscosse e si gittò tutto nel 
pensiero della sua terribile impresa: pensiero angoscioso 
esso pure, ma che almeno non gli spezzava 1' anima in 
più parti tra loro cozzanti. Direbbesi che nell' inferno e 
nei regni del Caos e della Notte , Satana fosse meno 
infelice , perchè colà i pensieri gli venivano tenebrosi e 
crudeli tutti ad un modo; ma che in mezzo alle armonie 
del creato, destandoglisi in cuore un po' dell' antica an- 
gelica natura, il suo strazio divenisse immenso. 

Anche in certi momenti supremi ( come quando, tro- 
vato dopo lungo studio il miglior modo di trasformarsi 
e .sedurre Eva , dovea essere indifferente ad ogni bel- 
lezza e tutto assorto nei pensieri del gran tentativo) an- 
che allora , se gli si offre alla vista la natura vivente, 
esclama : « Oh terra, come somigli al cielo, se pure non 
-sei più bella del cie,oI...Ti girano intorno mille e mille 



26o IL « PARADISO PERDUTO » DEL MILTON 

splendidi astri, e infiniti raggi di luce piovono su te da 

ogni i^arte Oh come sarei lieto di vivere in mezzo 

alle tue pompe , se a me fosse possibile godere di cosa 
alcuna!» Insomma, per essere un vero Satana, non do- 
veva avere innanzi agli occhi nessuna cosa bella! Quando 
primamente ebbe visti Adamo ed Eva , egli , il fabbro 
della loro imminente rovina , senti che sarebbe stato 
capace perfino di amarli ! E vedendoli baciarsi , trafitto 
d' invidia , torse altrove la faccia. L' invidia ò il senti- 
mento più basso e spregevole del cuor nostro ; ma que- 
sta di Satana ce lo fa parere più degno che mai di am- 
mirazione ; perchè egli brama ciò che di più gentile e 
tenero è nell' uomo, e per divenire come il fragile Ada- 
mo, forse cesserebbe volentieri di essere l'emulo di Dio. 
A un certo punto la donna pare che lo conquisti in- 
teramente ; ed è quando, avvicinatosi ad Eva per se- 
durla , egli avvertì in sé qualche cosa di simile a quel- 
r impressione di spavento ( come la disse il Petrarca) 
che ci viene da una gran bellezza femminea; e per poco 
non abbandona 1' audace impresa ; momento supremo 
e incomparabilmente drammatico, in cui il male , per 
u.sare la .stessa immagine del Milton, si divide da quella 
fonte di ogni male; e i destini dell'universo jiendono 
incerti innanzi a Satana , vinto e sgomentato dalla bel- 
lezza di una donna ! 



IV. 



Tanto varia e poetica è dun(iue la natura del prota- 
gonista niilt<jnia>io. Ma qui é da notare ch'essa ci é ri- 
velata più dagli atti e dalle parole del personaggio stesso, 
quando io vediamo sulla scena , che non da ciò che il 
poeta ne dice descriventlolo : il che vuol tlire \ùii dalla 
rappresentazione diretta, che dalla indiretta. Pare che il 
Milton, parlando ili lui, non guardi che alle sole qualità 
cattive, e appena si accorga ik-llc altre pur buone , che 
con es.se lottano. Niindimeno nelle opere dell' eroe la 
parte del bene ci sembra maggiore di quella che dalla 
rappre.seiìtazione indiretta ci saremmo aspettata; e in e.s.se 
troviamo quasi sempre (jualchc cosa che .scema valore 
alle parole con cui il poeta lo descrive. Secondo queste, 



IL « l'ARADISO l'KRlJlTO » DKL MILTON 26 1 

la clisfnità di Satana era falsa e aiiparcnte ; ma con tutto 
ciò gli atti di lui sono impressi di dignità vera e grande. 
Dice ancor il poeta che i più malvagi affetti sconvolge- 
vano dall' imo fondo quell'anima infernale; ep]Hire, quan- 
do ciò dice, noi vediamo come un raggio di cielo guiz- 
zare sopra le sataniche tempeste interne. Aggiunge che 
il gran ribelle fu domo dal colpo vibratogli da Michele 
nella prima battaglia; ma il vero è che subito dopo egli 
rincora i suoi, e nella notte che seguì la gran giornata 
inventa nuovi e più formidabili strumenti di guerra. Da 
che procede questa disuguaglianza tra 1' eroe posto in 
azione e l'eroe descritto ? Perchè egli trae più vantaggio 
dalla prima che dalla seconda condizione ? La ragione è 
questa, che 1' idea puritana era nel poeta meno presente 
nell'uno che nell'altro caso. Descrivendo, il Milton pen- 
sava all'effetto dell'opera propria sul cuore degli uomini, 
e voleva che questa conferi.sse a far loro abborrire in 
Satana il principio di ogni male , scevro al possibile di 
elementi buoni. Ma ponendolo in azione, egli si obliava 
inconsapevolmente nella sua creatura, e, oltre a farla più 
eroica, le toglieva tanto di soprannaturale, quanto le dava 
di umano. 

Questo duplice momento di spontaneità e di riflessione, 
che ho notato nella coscienza del Poeta , è un fatto di 
somma importanza, che spiega ciò che altrimenti sarebbe 
inesplicabile, cioè la innaturale catastrofe del poema ; in- 
naturale, perchè intesa a distruggere d'un tratto tutta la 
grandezza del protagonista. La vera catastrofe di questo 
poema, che. in sostanza, si può definire l' epopea di Sa- 
tana, avviene quando, compiuta 1' ardua impresa, l'eroe 
torna all' inferno, monta sul trono e fa di sé improvvisa 
mostra agli infiniti angeli cachiti, che lo aspettavano, pieni 
di ansia e di speranze. F, ad essi , pendenti dalle sue 
labbra, discorre in breve dei suoi prodigi, della sua vit- 
toria e dell' immenso regno acquistato per sé e per loro. 
E finito il suo dire, quando egli aspettava, ed aspetta- 
vamo noi pure , che un applauso fragoroso e un grido 
immenso di gioia scoppiasse da quella moltitudine, ecco 
uscirne invece come un coro di fischi, segno di riprova- 
zione e di disprezzo. Or nulla di più strano, di più in- 
concepibile per noi che quella riprovazione e quel di- 
sprezzo. Satana aveva rotte le porte dell' inferno, passato 
e ripassato il Caos, volte contro Dio tante forze naturali 



202 IL « l'ARADISO PERDUTO » DKI. MILTON 

e soprannaturali, ing^annati ^li angeli, fatto cader l'uomo; 
e poi tutte queste imprese sarebbero sembrate stolte e 
ridicole a quegfli spiriti infernali, che prima, al solo sen- 
tirne proporre il disegno s'erano taciuti, leggendo ognuna 
nello sguardo dell'altro il proprio terrore ? E quegli spi- 
riti stessi , avvezzi a temere ed ammirar Satana , anche 
dopo le sconfitte, che, lui duce, avevano toccate, anche 
in mezzo ai supplizi , a cui per sua cagione erano stali 
condannati, avrebbero perduta la stima di lui, anzi l'a- 
vrebbero cangiata in disprezzo, proprio in quel momento 
ch'egli doveva sembrar loro più magnanimo, più fortu- 
nato, più benemerito e più necessario che mai ? E per- 
chè, anzi , in quel momento non avrebbero sentito , la 
prima volta da che erano caduti dal cielo, una gioia che 
gli avesse fatti quasi dimenticare di quel cielo sempre 
sosjiirato ? Perché non comprendere che i fischi a Satana 
sarebbero stati come un inno a Dio . loro eterno ne- 
mico ? 

Forse il poeta credette che bastasse a far vcri^imili 
quei fischi l'aver Satana detto, ch'egli aveva conseguito 
tanta vittoria per mezzo di un pomo. Ma questo solo 
tratto, dove pur fosse dovuto sembrare comico, poteva 
volgere in burla un' intera storia, tanto seria e solenne ? 
Che se era cosa ridicola che l'universo fosse stato scom- 
pigliato per mezzo di un pomo , fatto saggiare a una 
donna, perchè mai quel comico non sarebbe dovuto ri- 
cadere su colui che aveva subordinata l'innocenza del- 
l'uomo e la conservazione dell'ordine universale all'in- 
tegrità di un pomo? Perchè, anzi, trionfando a tal modo. 
Satana, oltre che vinto Dio , non avrebbe convertito in 
una commedia tutta l'opera della creazione? Oh ! io non 
credo a quei fischi ; ma se veramente ci furono, bisogna 
dire che quegli spiriti infernali erano una turba d' imbe- 
cilli, indegna del loro gran capitano. E se in questo mio 
sentimento e' è peccato , se n' abbia il rimorso il poeta 
stesso, che mi aveva fatto ammirare un tanto eroe, Ma 
egli, appunto perchè dubitò che il suo eroe potesse pa- 
rere o tropi)u grande o non abbastanza perverso , volle 
menomarlo e abbassarlo d'un tratto, e bruscamente. Volle 
che colui, il quale nella storia della religione era il mas- 
simo avversario di Dio , non potes.se in arte lare altra 
impressione finale, che quella del comico , del brutto e 
tlel mostruoso. E sta benissimo. Ma , volendo ciò con- 



IL « PARADISO PERDUTO » DKI. MILTON 20 



O 



seiTuire. non intese clic, dopo aver dato al gran nemico 
di Dio le forme più eroiche in cui fosse stato mai visto, 
non era poi in sua facoltà di farlo a im tratto degno di 
odio e , ancor peggio . di beffe e di scherno. Non vide 
che non è possibile a qualsiasi più grande poeta di mu- 
tar sempre che gli piaccia le qualità morali ed estetiche 
dei caratteri umani, da lui medesimo perfettamente con- 
cepiti e descritti ; perchè quella stessa perfezione li fa 
quasi indipendenti da lui ; e quanto più essi gli siano 
usciti di mano vivi e veri, tanto più nel corso dell'azione 
deve sentirsi obbligato ad accettare le conseguenze del 
fatto proprio. L'autorità del Poeta sulle sue creature so- 
miglia non a quella del Pater familias del diritto romano, 
bensì a quell'altra, molto più ristretta e temporanea, che 
concedono al genitore le moderne leggi civili. Anche per 
quelle creature ideali ci è un tempo in cui diventano 
maggiorenni ; e allora il poeta stesso prima di tutti ri- 
spetterà quel tesoro di affetti e di simpatie, ch'esse ab- 
biano saputo procurarsi , e eh' è il loro patrimonio in- 
violabile. 

Il Satana del « Paradiso Perduto » è rimasto insupe- 
rato fin ora , e rimarrà forse tale per sempre , essendo 
ben difficile che sorga un' altra fantasia capace di quel 
doppio miracolo , che consiste nell' unificazione perfetta 
di una natura sovrannaturale e di un'altra umana in una 
sola persona , e nel continuo manifestarsi di questa in 
azioni potenti. Il Milton stesso , gran taumaturgo , non 
ha saputo fare una seconda volta un tanto miracolo in 
quell'altro suo poema, di cui avrò a parlare in proposito 
del Klopstock. Si vedrà allora come anche il Satana del 
« Messia » non regge al paragone di questo. Nella fede 
religiosa del Milton un personaggio di tanta grandezza 
era necessario a spiegare la cosmogonia, la storia umana 
e specialmente l'eterno problema del male e del dolore. 
Fuori di quella fede e in tempi a noi più vicini . non 
era possibile altro tipo diabolico che Mefistofele , il 
quale potrebbe dirsi uno squarcio dell' eroe milto- 
niano. 

Ma già temo che questo gran personaggio poetico, ti- 
randomi troppo a se, non mi faccia oltrepassare i con- 
fini del mio argomento. Io volevo dimostrare com' egli 
fosse il solo carattere veramente umano e drammatico 
dell'epopea miltoniana, a cui ne mancano di altri simili 



204 IL « PARADISO PERbLTO » DEL MILTON 

per le raj^jioni che credetti di aver trovato cosi nell' in- 
gegno e nell'animo del poeta, come nella natura del suo 
lavoro. Ed ora, tornando a considerar questo nelle sue 
qualità più intrinseche, dirò ch'esso è la miglior epopea 
che si potesse fare della cosmogonia biblica. Una vera 
epopea di questa specie era possibile con la mitologia 
greca, dove gli enti cosmogonici si succedevano gli uni 
agli altri : le divinità olimpiche ai Titani, e questi ad 
altri enti più remoti ancora. Anche le forze della natura, 
come il Caos, la Terra, il Tartaro, Eros, 1' Èrebo e la 
Notte, nascevano consapevolmente le une dalle altre: 
anzi, la cosmogonia e la teogonia formavano come una 
storia unica: la teogonia non era se non il secondo pe- 
riodo della cosmogonia, come si vede in Esiodo. La 
cosmogonia greca è dunque un'epopea di per sé stessa. 
Ma la cosmogonia biblica, per le ragioni che di.ssi più 
innanzi parlando della Genesi e dell'Apocalisse, non po- 
teva essere materia che di un poema essenzialmente li- 
rico e descrittivo. E la lirica e la descrizione sono ap- 
punto le forme in cui il Milton è maestro. Egli ha tinte, 
gradazioni e armonie infinitamente varie : ne ha sempre 
di proprie e mirabili per il cielo, per 1' inferno, per la 
natura vivente, per gli abissi del Caos; tantcj che nella 
sua descrizione si trovan tutti i movimenti e le innume- 
revoli trasparenze che assume la superficie del mare. Lii 
poesia degli ultimi secoli non ha dipinture di cose co- 
lossali tli fatti cosmogonici, le quali possono adeguare 
quelle del Milton; anzi dubito che fra gli antichi lo stesso 
gran Cantore degli atomi ne abbia che le superino di 
evidenza e splendore. 

A tacer ili moltissimi altri luoghi insigni, tutto il se- 
condo canto del poema è tal viva ik-scrizione di fatti 
portentosi, che di egual pregio non se ne trovan forse 
che nella «Bibbia» o nella « Divina Commedia ». Nulla 
di più l)iblico e di più dantesco che certe immagini tlel 
poeta inglese, sublimi insieme e jiaurosc. Tale, ad esem- 
pio, è (juclla di .Satana e degli altri ribelli, che, incal- 
zati da milioni tli angeli fedeli, precipitano capovolti dal 
cielo nei regni del Caos, lUì\c gli atonìi sono ab eterno 
in guerra fra loro; e, attraver.sanilo gli spazi immensi, 
accrescono confusione a quella confusione, tumulto a quel 
tumulto; tanto che il re dell'abisso fugge spaventato verso 



II. « l'.\KAl)l>t) l'F.ROUTO» DKI. MII.TOX 265 

ijli ultimi confini del suo impero (i). E non minore spa- 
vento ne ha lo stesso Inferno, il quale, sententlo quel 
fragore e vedentlo come i)recipitare il cielo dal cielo, 
sarebl)e anch' esso fuggito, se una forza sovrana non lo 
avesse tenuto al suo posto (2). Ancora Esiodo, nei suoi 
luoghi più belli e nella stessa battaglia dei Titani, resta 
inferiore al poeta inglese; e tutta la sua narrazione sta a 
quelle e ad altre simili parti del « Paradiso Perduto » come 
una cronaca alla più splendida storia. 

Molte dipinture del Milton sono ])OÌ degne di nota an- 
che come interpretazione dei concetti biblici ; e talvolta 
.si direbbero un felice svolgimento d' idee e d'immagini 
rimaste quasi in germe nei sacri libri. Dove in ispecie 
descrive la creazione del mondo, egli fa il commento più 
poetico che si conosca delle Sette Giornate. Che sono 
mai al paragone gli altri poemi sul medesimo soggetto, 
non escluso quello del nostro Tasso ? 

Ma, per quanto profondato nei pensieri e nelle imma- 
gini degli scrittori .sacri egli non poteva rimuovere dal 



(i) Par. Losl, II, 993 sgg.: 

I .saw and heard; for such a mim'rous host 
Fled not in silence tlirough the frigted deep 
With ruin upon min, rout on rout, 
Confusioii worse confunded; and Heav'ngates 
Pour'd out by millions ber victorius bands 
Pursuing. I upon my frontiers bere 
Keep residence 

(2) Par. Losl, VI, 867 sgg. 

Hell beard th'unsufferable noi.se; Hell saw 
Heav'n ruining from Heav'n, and would bave fied 
.\ffriglited; hut strici Fate bad cast too deep 
Her dark fuundations, and too fast bad bound. 

<^uesti versi ricordano quel « Videbam Satanam sicut fulgwr de coelo 
cadcntem » (Lrc, X, 18), e anche più quel luogo di Danti-:, dal 
quale anzi pare siano stati ispirati, dove si dice di Lucifero (In/., 
XXXIV): 

Da questa parte cadde giù dal cielo; 
E la terra, cbe pria di qua si sporse. 
Per paura di lui fé' del mar velo, 

E venne all'emisperio nostro, e forse 
Per fuggir lui, lasciò qui il luogo voto 
Quella, cbe apjiar di qua, e su ricose. 



266 U. « PARADISO PERDUTO » DKL >IILTON 

SUO Sguardo tanti secoli di cultura universale ; anzi , in 
ogni grande fatto deila storia , in ogni splendore della 
scienza e dell'arte , trovava di che meglio glorificare la 
sua propria fede. Così, raccogliendo intorno a un sog- 
getto sacro tante ricchezze profane, credeva ricondurre la 
bellezza alla verità, da cui si era miseramente divisa. Ed 
è soprattutto ammirevole come tante reminiscenze dell'arte 
antica egli abbia cosi adoperate, da fare con esse e col 
suo concetto religioso una perfetta unità estetica. Per tal 
modo il « Paradiso Perduto» è come l'inno di una co- 
scienza puritana , la quale , da quanto per mente e per 
occhio si gira, traeva cagione di ammirare Dio ed infiam- 
marsi nella brama di unirsi a Lui, E già, dentro questa 
epopea , ad un uomo profondamente religioso potrebbe 
parere di trovarsi come sopra cime di monti altissimi » 
donde vedesse gli spazi tutti immensi e tutti perdersi nel 
cielo, e ogni cosa umana quasi naufragata in quella im- 
mensità, e le cose invisibili, credute fino allora per fede 
prendere forme corporee, muoversi e fare come un dram- 
ma univensale. Ma, oltre a quest'inno che nasceva dall'im- 
mediata contemplazione dell'universo, nel poema ce n'è 
un altro, cioè quello della stessa coscienza puritana , la 
quale esulta per aver costretto il mondo antico e il mo- 
derno a cantar con lei la gloria di Chi tutto muove , 
strappati alla filosofia, all'arte e a tutta la sapienza umana 
i loro tesori , e fattone come tanti segni del trionfo di 
Dio, come tante parole della miglior [preghiera che l'uo- 
mo possa volgere all'Eterno. E questo era veramente l'i- 
deale sovrano del Puritanismo, che considerava la parola 
come un inno, e il cuore umano come il miglior tempio 
di Dio sulla terra, (i) 

E così quella religione potè essere feconda (Vi tanti 
mirabili effetti. Essa credeva l' uomo poca cosa nel gi- 
ro della sola storia, ma ricco di un valore immenso, se 
considerato come parte di quel cosmo , fatto forse per 
lui, certo poi per ragion ili lui sconvolto e restaurato. 
Es.sa spirava nei cuori il sentimento di una dignità uma- 
na, inferiore di poco alla divina, e quasi parte della di- 



(i) Par. Los/, I, 17-18: 



O Sp'rit, ihat dusl prefer 

Before ali tenipks th'upright hcart aiiul pure. 



IL « PARADISO PERDUTO » DEL MILTON 267 

vinità Stessa. Con tanta coscienza di sé medesimi, come 
dovevano i Puritani giudicare quel domma di un doppio 
diritto divino nel re e nei vescovi, che gli avversari so- 
stenevano e imponevano agli altri con la violenza ? E , 
a difendere e propagare la nuova fede, quali opere, quali 
sacrifizii potevan loro "sembrare gravi e dolorosi ? Qual 
forza al mondo avrebbe osato resistere ad essi , che in- 
tendevano reintegrare il divino sulla terra ? Quella fede 
non era certo esente da errori e da colpe ; combatteva 
anzi alcune parti della civiltà, che sono fra le maggiori 
glorie della medesima. E poi , vittoriosa usò modi non 
meno violenti di quelli per cui essa stessa aveva tanto 
patito. Ma nonostante queste ed altre impefezioni e colpe, 
le rimarrà sempre il gran vanto di avere affrancato uo- 
mini da uomini, dato origine a parecchi istituti di libertà, 
che durano ancora ai nostri giorni, e ispirato i due poe- 
mi : dai quali è oramai tempo che io mi divida, dolente 
che tanta parte delle loro bellezze non abbia saputo ren- 
dere nella parola, come la sentivo nel cuore. 

Bonaventura Zumbini 




Luce ed Ombra 




^/ 



)rte, o Inaccessa, agli occhi miei vegliatiti 
per poco ancora non negar tua luce ! 
L' inno possente che del cor traduce 
i moti, i sogni, i lutti fa eh' io canti ! 

Sfinge ! Talora i tuoi fedeli amanti 
folli poeti il raggio tuo conduce 
alle superne vette ! A me traluce 
speme degli alti tuoi color fiammanti. 

Superbamente nel pensier mi freme, 
s' agita, brilla la canzon più nova, 
e ascender tenta verso te o Divina. 

Indarno ! Indarno ! Alla mia fronte china 

il tuo sogghigno un ordine rinnova 

Ed io recedo come quei che teme ! 



Il buon convegno 




|ra solenne a mezzo il dì, sonora 
voce che chiamerei della speranza 
se a lui ricordi nella tua esultanza 
il buon convegno eh' io ripenso ancora. 

Sii tu severa ammonitrice, allora 
che me travolta, per la sua incostanza, 
vedrai, nel flutto che non sa distanza, 
andar siccome abbandonata prora. 

O sii, comando, contro cui nessuna 
sottil malìa di donna consigliare 
possa un sol gesto di ribellione 

a lui, che volle, per la mia fortuna, 
sentirsi amato, e dolcemente amare 
come chi ogn' altro suo voler depone. 

Adelaide Bernardini. 



DIALOGO D'AMORE 



— Dunque mi amate? — Ella domandò. 

— Io vi amo. E voi ? — Egli chiese. 

— Anche io vi amo. 

Ma perchè non erano felici, dopo quella confessione? 
perchè quella permanente nube di tristezza in entrambi? 

— Avete assai tardato a dirmelo — ella soggiuse. 

— Moltissimo. Anche voi, del resto. 

— Anche io — ella replicò — Perchè tardaste tanto ? 

— Perchè non ero perfettamente certo di amarvi : e 
non volevo ingannare né me, né voi. 

— Dubitavate ? Non vi piacevo , io , forse ? — Ella 
disse. 

— Mi piacevate e mi piacete immensamente. I vostri 
occhi così vivaci e tanto spesso pieni di malinconia, la 
vostra bocca .sempre così fresca, e dove il sorriso assu- 
me tante forme novelle e bizzarre , mi attirano irresisii- 
bilmenle; io adoro le vostre perfette mani e quando im- 
magino che esse possono f)assare sui miei capelli , con 
una lenta carezza , fremo ili un lungo brivido : tutta la 
vostra persona su me esercita il fascino che non si vince 
dei corpi giovani e belli, fatti per l'amore... 

— Ebbene ? 

— Ebbene, tutto ciò, talvolta, non esiste più. X'engo- 
no periodi, in cui non mi piacete punto. Né lo sguardo 
vostro, né il vostro riso arrivano sino a me : mi sem- 
brano pallidi, smorti, o, forse, io non l'intendo, sono 
diventato sordo e cieco alla loro espressione. La vostra 
espresione mi i)are quella di un manichino e non la 
bella forma ili una creatura umana. In questi periodi, io 
potrei stare vicino a voi, voi .sola con me , lontani am- 
bedue da ogni rumore, da ogni fastidio, in quella com- 
pagnia, intìne, che ogni amante ardentemente desidera e 
io non vi prenderei una mano per baciarvi, non vi direi 
una parola d'amore... 



DIALOGO D AMORE 27 1 

— È Strano... — è strano... — ella mormorò. 

— \'i è di peggio. Debbo dire anche il peggio. Non 
vi offendete, voi. 

— Non mi otTendo. Dite. 

— Capitano dei periodi anche peggiori. Sono quelli 
in cui tutto in voi mi dispiace. Dopo la indifferenza, un 
senso di disgusto, di irritazione tutta fisica. I vostri oc- 
chi mi sembrano sfrondati, perversi, sempre duri, come 
se giammai vena di dolcezza vi possa attraversare; la 
vostra bocca ha qualche cosa di odioso, di sovranamente 
■antipatico, nel parlare, nel sorridere; ogni vostro movi- 
mento mi sembra volubile e goffo ; e tutta voi , per me 
mancate di armonia, siete una dissonanza, urtate i miei 
nervi e vi debbo fuggire , se non voglio essere maledu- 
cato, villano con voi. 

— Così ? 

— Così. 

— E poi ? 

— Poi, non so come, giacché la transizione mi sfug- 
ge, viene il giorno, viene l'ora in cui voi , a un tratto, 
mi apparite in tutta la vostra seduzione. Sarà, forse, un 
vestito che vi va bene ; un significato più tenero degli 
occhi; qualche cosa di più mite nel sorriso ; una posa 
stanca, più abbandonata del vostro bel corpo; un tocco 
fuggevole della vostra cara mano nella mia... non so! 
allora l'antica incantatrice mi prende, mi riprende ed io 
i^ono suo. 

— Solo per questo non eravate certo di amarmi ? 

— Anche per altre ragioni. 

— \'i ascolto. 

— Non vi rattristeranno, esse ? 

— Sì : ma non importa. 

— L'istesso fenomeno del mondo fisico tra me e voi, 
si è sempre riprodotto nel mondo morale. Vi ho ammi- 
rata sempre, lo sapete, perchè il vostro carattere ha qual- 
che cosa di assolutamente personale, perchè sotto il vi- 
vido favillare dello spirito ho ritrovato un senso equo 
della vita, perchè, a traverso gli erramenti naturali del 
cuore, il vostro cuore mi è parso buono , e perchè , in 
mezzo a tutte le inevitabili influenze di corruzione, avete 
tanta ingenuità infantile. Ciò è così nuovo, in una donna 
moderna, ed è cosi inaspettato in voi, che sono stato e 
.sono innamorato della vostra anima... 



272 DIALOGO D AMORE 

— Ma non sempre innamorato ? 

— Non sempre ! Ciò che voi dite , in certi momenti, 
mi pare senza colore e senza sapore, come il cinguettio 
di un uccellino senza cervello e io mi domando se die- 
tro la vostra bianca fronte avvi veramente un pensiero. 
Mi .sembra che il vostro spirito sia quello comune a qua- 
lunque altra donna , senza intelligenza e che la vostra 
bontà sia quella debolezza naturale del cuore muliebre, 
quella volgare impotenza a odiare, a fare il male, che si 
.scambia tante volte, fallacemente, con la bontà. I^ vo- 
stra sentimentalità mi pare insipida e la vostra ingenuità 
mi fa l'effetto di una puerilità scema. 

— Triste ! 

— Non basta. Dopo ciò arriva , costantemente , il 
periodo della irritazione morale , allora , sì , allora non 
solo dubito di amarvi , ma .sento che mi diventate 
cosi odiosa, che tutto il mio cuore si solleva , si ribella 
contro di voi. \'i ritengo per una donna completamente 
falsa, in ogni vostra manifestazione. Fredda , se avete 
l'aspetto sentimentale; maligna, .se .scherzate; sleale, se 
vi abbandonate a delle confidenze; e sovra tutto bugiar- 
da, bugiarda nelle prove ili l)ontà, bugiarda nelle espre.s- 
sioni di equità, bugiarda nella ingenuità, bugiarda nella 
tenerezza, incapace, incapace di una verità, mai ! 

— E poi ? E poi ? 

— Improvvisamente , il suono della vostra voce, di- 
cente una parola ; una lettera scritta da voi ad altri e 
che io leggevo per caso; 1' aver cono.sciuto lo scopo di 
una vostra passeggiata, di una vostra visita; il velo delle 
lacrime nei vostri begli occhi; la morte del sorriso sulle 
vostre labbra; una impressione simile, un fatto vago, t- 
fuggevole . mi ritlavano , intiera , tutta la malia che la 
vostra anima esercita su me... 

— Ma , allora, in tanta incertezza , come siete giunti) 
a credere che mi amate ? 

— .Sentite. \'oi .sapete che io ho un carattere senti- 
mentale e un temperamento amoroso. L' amore , cosi, è 
stato il grande affare della mia vita. Io ho amato varie 
volte e con entusiasmo, con profontlità. Le donne che 
ebbero tutto me ste.sso, mi meritavano ? non mi merita- 
vano ? Erano, .sovra tutto, degne di un tanto amore? Io 
non lo .so! So che mi detti ad esse e all'amore, con 



DIALOGO D AMORE 273 

trasporto. Ebbene, attraverso questa dedizione della mia 
persona , dei miei pensieri , dei miei sentimenti , io ho 
scorto, in un cantuccio del mio spirito, un pensiero so- 
litario, talvolta latente, ma costante: il pensiero di voi. 
Non già che vi amassi , mentre ne amavo un' altra. No. 
Ma mi occupavo di voi , ma vi seguivo in tutte le evo- 
luzioni della vostra vita, ma nulla di quello che facevate 
voi. mi era indifferente. Andando ad un convegno d'a- 
more, desideratissimo, se v'incontravo, mi distraevo su- 
bito, non per molto, ma mi distraevo : tornando da un 
convegno d' amore, tranquillo, felice e stanco, se vi ri- 
vedevo per la via, tutto il mio essere aveva una vibra- 
zione. Quando mai mi siete uscita di mente? Una curio- 
sita costante di voi, dei vostri fatti, della vostra esisten- 
za, ha accompagnati tutti i miei ardori per le altre donne. 
Io ho delirato di amore e di dolore, ma non sono stato 
mai infedele a questo pensiero, a questa curiosità. E se 
il criterio dell' amore è un abbandono assoluto, incondi- 
zionato, se bisogna darsi tutto, se il lasciare anche una 
piccola parte di sé stesso è una infedeltà, io ho tradito 
tutte le donne che ho amate , per voi. 

— Per questo, soltanto, avete avuto la certezza che mi 
amavate ? 

— Non soltanto ! Il vostro cuore ha avuto le sue ore 
di passione, non è vero ? 

— Sì — ella disse. 

— Ne ha avute anche di aberrazione ? 

— .... Si. 

— Quanto ho sofferto, sempre, in queste ore, che ge- 
losia continua , profonda , sanguinante , ho avuto di voi 
e della persona che amavate ! Che tormento lungo e sot- 
tile , ad ogni nuovo sospetto, ad ogni nuova induzione! 
Che spasimo segreto, non tanto segreto, però , che non 
ve ne accorgeste, voi ! Dite, ve ne siete accorta ? 

— Sempre. Ogni volta che ero prossima ad amare 
qualcuno, 1' idea che voi ne avreste sofferto, mi ha tur- 
bato molto: qualche volta, vedete, ho rinunziato, perchè 
sentivo tutta la vostra gelosia. 

— Atroce. \' intendevo, io, quando stavate per com- 
mettere un altro errore e venivo da voi , e vi parlavo, 
vf rammentate . vi maltrattavo talvolta ! Ciò vi fermava, 
lo so. Ma quella volta , quella volta fatale , nulla vi ar- 
restò, nulla poteva arrestarvi ed io che vi amava, forse 

18 



274 DIALOGO l) AMORK 

dovetti assistere alla vostra caduta. Che orribile cosa, 
che notte ho trascorsa , con questo cruccio nell' anima, 
vedendovi avvilita , perduta , disonorata . non solo agli 
occhi del pubblico, che non sarebbe di prima impor- 
tanza, ma agli occhi miei , agli occhi vostri ! Questo, è 
amore. 

* 

* * 

— \'oi, dunque, mi amate? — Ella domandò, ancora. 

— Si. E voi ? 

— \'i amo. 

— Da molto tempo, ò vero ? — Eglj chiese, 

— Da moltissimo temi)o. 

— Perchè non me lo avete mai detto? 

— Perchè voi siete voi e non un altro. 

— Come ? 

— Ho avuto paura di voi. 

— Paura ? 

— Si : ho temuto assai di non rendervi lelice, dell'a- 
more, di non e.sser felice come voi. 

— Triste, triste — egli di.sse a sua volta! 

— Triste I — ripetette ella, come un'eco. — Dal giorno 
che vi ho conosciuto sono stata attratta verso voi con- 
tinuamente e continuamente respinta, come innanzi a un 
pericolo sconosciuto. Ho intravveduto sempre , con un 
.senso d' infinita dolcezza, 1' idea di appartenervi, 1' idea 
ili avervi mio, ]K-r tutta la vita, prima come amante, i>oi. 
quando la ragione dell' età fosse sopravvenuta , come la 
migliore vostra amica , come il migliore fra i miei ami- 
ci, come r unico amico. Qual sogno I 

— Ebbene ? 

— Ebbene, ogni volta che la realtà mi pareva si av- 
vicina.ssc a me, a noi , .sempre che questa visione pren- 
deva forma, cominciava a prender forma, un invincibile 
terrore mi ha impedito di continuare. 

— Ma perchè ? 

— \'e r ho detto : sospettavo, temevo una reciproca 
inguaribile infelicità. Troppo diversi fra noi e troppo 
eguali in alcuni momenti : troppo esigente . io, e certo, 
troppo esigente . voi : ambedue, s|>e.sso, ribelli alle esi- 
genze: innamorati e intanto dilhdenti, disdegnosi, chi sa, 
forse disjìrezzanti l'uno dell' altro; gelosi e infidi, con un 



DIALOGO I) AMORE 275 

mondo spirituale ora complicato e spaventoso, ora sem- 
plice e tormentoso ; capaci di ogni sacrificio, ma capaci 
anche di rinfacciarli brutalmente e crudelmente; con un 
passato tumultuoso, ambedue , tumultuoso e risorgente, 
ahimè , a ogni crisi amorosa ; con un dubbio avvenire, 
.senza fede , sovra tutto, senza fede ne in noi , né nello 
amore 

— Questo formava il vostro sgomento ? — gridò lui. 

— Sì — disse lei, piano. 
In minuto di silenzio. 

— E come avete vinto questa paura ? — egli chiese , 
rompendo il silenzio. 

— Come voi avete vinto il vostro dubbio. 

— Cioè ? 

— Pensando che, infine, vi è una fatalità che lega se- 
gretamente le persone che si debbono amare , che si 
debbono appartenere, e che dopo aver lungamente com- 
battuto , invano , questa fatalità , era ben dolce lasciar- 
visi andare, senza resisteiìza, senza forza, oramai , più. 
Sentendo che vale la pena di rischiare tutte le infelicità, 
tutti i dolori , per un poco di amore , con quella tals 
l)ersona, tanto desiderata, tanto invocata ; sentendo che 
non si deve morire, senza aver gu.stato a qtiel tale amore 
che si è troppo sognato e troppo respinto. 

— È vero, è vero — egli disse. 

— Non avete voi superato il vostro profondo e insi- 
-stente dubbio, sul vostro amore, proprio per questo ? 

— Sì. 

— Così ho superato la mia paura — confermò lei. 

* 

Ma le parole sincere che essi avevano pronunziate , 
stavano fra loro , nell' aria , intorno a loro , nelle loro 
menti, nei loro cuori : quello che non si erano mai detto. 
ora lo sapevano. E altre parole più intime, più cocenti, 
anche più sincere , le più sincere fra tutte . quelle che 
-Stanno chiuse nell' imo cuore, che sono la verità istessa 
dell' anima, il grido ultimo, essi intravedevano , in una 
rivelazione indistinta ma dolorosa. E il silenzio fra loro 
si fece tragico : e si fece tragicamente lungo , ognuno 
di essi , assorbito dal proprio pensiero , da una cogita- 
zione muta ed estrema. Forse , in quell' assorbimento. 



276 DIALOGO d'amore 

Ognuno s' incolpava d'aver dichiaralo il segreto dei pro- 
prio spirito , tristemente e inanemente : le parole erano 
state dette, avevano vibrato nella voce, avevano onileg- 
giato nell'aria, ognuno le aveva udite palpitare ne! pro- 
prio cervello. Impossibile tornare indietro. Ella fu , che 
interruppe , per la prima , il silenzio : e la sua voce la 
scosse, come mai udita; ed egli fu sco.sso dalla sua voce, 
come inaspettata. 

— Voi, mi amate? — Ella domandò. 
Egli non rispose : pensava. 

— Mi amaste, mi amate ? — ricliie.se, ella, subito. 

— Non so — egli disse. 

— Non potete saperlo ? 

— Non posso. 

— Non potete es.sere più forte del vostro dubbio ? 

— No. E voi, mi amate? 

— Forse, — ella disse, — ma non debbo amarvi. 

— Non osate ? 

— Non oso. 
Ancora il silenzio. 

— Addio, dunque. Massimo. 

— Adtlio, Luisa 



essi SI amavano. 



Matilde Serao. 



•"^'^^^ 








A e B 



Scherzo comico in un atto 



PERSONAGGI 

Gilda Fiordiligi vedova Himmel 
Carlo Altari va, avvocato 
Mario Revertera, poeta 
Faust Lombroso, medico. 

La scena ha luogo a Mantova 
Epoca presente 

ATTO UNICO 

Salotto d'albergo : porta in fondo che mena alla camera di 
Gilda, e porte laterali. Nel mezzo : tavolo con arnesi da 
scrittojo, giornali, libri e campanello: poltroncina a destra 
e a sinistra del tavolo. 

SCENA L 

Carlo , in assetto da viaggio 



[Entra, guarda intorno; poi, si ferina, emettendo un gran 
sospiro). Dunque, in porto?.. Respiro! In viaggio da due 
lunglii mesi, non ne posso proprio più ! (Si libera della va- 



278 A 1-: B 

ligia, del bastone e del cappello). Sono stanco, stanco d'anima 
e corpo. Se quella vedovella si eterea e carina l'avesse vo- 
luto fare a posta, non avrebbe potuto far peggio. Figurarsi: 
un vero Paper-flunt! Da \'iareggio a F^irenze , da Firenze 
a Bologna, da Bologna a Piacenza, da Piacenza — infine — 
• jui, per due mesi ella non ha avuto pace, e, vi giuro, non 
l'ha fatta aver né anche a me. Ad ogni albergo, in cui per 
due o tre dì si fermasse, io , giungendo come i carabinieri 
di Oflembach, non trovavo già lei: oibù ! la era ita già via! 
Trovavo, invece, .Sua Amarezza il Disinganno in vaga ma- 
schera: verbigrazia, un viglietto elegante, civettuolo , profu- 
mato, contenente — su per giù — la medesima frase {Con voce 
leziosa): « Parto or ora per.... Arrivederci » ! Ed io a Cor- 
rere al luogo indicatomi; ed ella a fuggir via di nuovo; ed 

io, di nuovo, a rincorrerla Ahimè ! Un vero Paper-Hititl , 

ripeto. Quando, fra un ciuarto o un terzo d'ora, potrò intìiK; 
parlarle, vo' veder proprio se sì lungo martirio mi sia valso 
a qualco.sa. Intanto (Piccola /V/wòV/ — Annunziamole il no.stn» 
arrivo {Siede al tavolo e accintesi a scrivere. Dopo un pu' , 
suona il campanello). Cameriere ! 

SCEN.A li. 

.Mario, anche in tenuta da viaggio, e Carlo 

Carlo, {sentendo entrar qualcuno, e continuando a scrivere) 
Cameriere dica un pò. La signora (iilda.... 

Mario, ii^irando le spalle di tarlo e squadrandolo per òene) 
Khm?.... 

Carlo, {c. s.) K in camera la signora (ìilda.... fPausa», 

Mario, (iilda ! 

Carlo, {c. s.) Mio Dio, si! Cìilda.. Le pare strano qufslt> 
nome o non Le basta ? Ecco : Gilda Eiordiligi , una bitmda 
molt»» ina — carina, cioè, vezzosi na , sveltina... una òehee, 
«luasi, quasi. È dovuta giungere ieri— o stamane, tutto al più; 
e ha già ilovuto chieder d'un tale... 

Mario. ( prontissimo j .Mario ! 

Carlo, {c. s.) No, Car... (voltandosi bruscamente e accor- 



A K H 279 

X^Hdosì àeì qitiprogiwì Pardon, signore! Credeva che fosse... 
<.SV Jera in piedi).,. 

Mario. {ituJiimjndosi e sorridendo)... il cameriere.... 
Carlo, (uu pò confuso) Sì, ecco il cameriere.... 

Mario, {c. s.) Grazie! E per contrario... 

Carlo, {cor-tesìssivio) Ho l'onore di parlar con....? 

Mario, [drizzundosi e con sussiego) Mario Revertera — 
poeta, ui Parnaso — e in amore, .Suo rivale ! 

Carlo, (facendo un passo innanzi) Come ? come ha detto? 
KoTi ho ben -compreso. Ripeta: « mio.... 

Mauto. Dì buon grado : Mario Revertera... 

C.A.RL'O. {interrompendo) Ma no (|uesto non m' importa. . 
L'ultitaia parola, 1" ultima ! 

Ma-rio.. [compitando) R-i, ri: v-a, va: 1-e, le: rivale! 

Cahuo. [portandosi una mano al la fronte ) Poffarbacco ! ' 
Ouest"'altra doccia fredda ci voleva. Pareami d' esser già in 
porl©^ €d ecoo un'onda mi ricaccia in alto mare! {Volgendosi 
a Mario con forzata rassegnazione). Ebbene, sia cosi ! L'af-- 
fermazione è un pò inverosimile, ma accettiamola per — 
-un minuto. Bunque, Ella è mio rivale. Ha seguito, quindi, , 
-come tne, la -signora Gilda... 

.Mario, {annuendo col capo) Come lei da Viareggio... . 

Carx,o. ... a Firenze. 

Makjo. .... da Firenze. 

Carì.0 a Bologna. 

Mario. ... da Bologna. 

Carx-o. ... a Piacenza. 

AIa-RSO. ... e da Piacenza, qui ! 

Cario. E qui, alt! A meraviglia. Ed ora vorrebbe.... 

Mark), {giraniosi un dito nel colletto) Veramente , la di- 
manda è un tantino... Non dovrei, né potrei neppur di volo... 
■CompresÉlerà, la delicatezza... Ma... 

Carlo, Manco aale ! C è un « Ma.. » 

Mario, (^dopo aver guardato Carlo con un sorriso ironico) 
Lei — fra jaarentesi — m' è simpatico! 

Carlo^ Giazie.! E lje\ a me — senza parentesi — simpati- 
cii&sJnio! 



28o A E B 

Mario, (con alterezza) Oltre di che, mi sembra un avver- 
sario niente affatto terribile ! 

Carlo, (ridendo) Ah! ah! ah!... Permetta ch'io rida! ah! 
ah ! ah ! Ed Ella osa dirlo con questa grinta! .Scusi, veli!... 
non vorrei mica offenderla.... Ma la sijjnora ("jilda non è 
offa per Lei... 

Mario, (accendendo una sigaretta e sedendo) Crede? 

Carlo. Credo ! 

Mario, (scrollando le spalle) Crede e s'inganna ! 

Carlo. Peuh ! All'opposto. Ecco: la Signora Gilda è un 
bocconcino da re. Con quegli occhi... (Mario si associa col 
gesto alle lodij... con quel nasino... (Mario, come innanzi)... 
con quei riccioli... (Mario, id., id.i... con quell' incesso da 
minuscola dea (Mario, id.)... Capisco Le fa gola, ed è natu- 
rale che Lei ci abbia perduto la testa. Ma se la Signora 
Gilda è tanto bella, è anche tanto seria. Pei poeti, ella non 
è mai andata in visibilio. « Son degli esseri bislacchi ! » — 
le ho sentito sclamar tante volte. Ella non stima che i cer- 
velli ben quadri — coloro, per esempio , che della lor vita 
fanno una sacra missione per difendere gli orfani, le vedove, 
i pupilli. 

Mario {interrompendo)... i banchieri, i falliti, gli usuraj... 
Alto Ih, sor avvocato! Lasci, lasci da banda i soliti luoghi co- 
muni, e venga al sodo. Affermar non è provare. Carte in ta- 
vola ! Se Lei .spiffera che la signora Gilda non può avere un 
debole per me, ma che l'ha per \'ostra Signoria, deve esi- 
birmi delle pruove — delle buone pruove squillanti e schiac- 
cianti. Ne ha ? 

Carlo. Ne ho ! 

Mario. Quante? 

Carlo. Inasta una ! 

Mario. Quale ? 

Cario. Questa: l'amor vero non può sussistere che fra es- 
seri eterogenei nel fisico e nel morale I grassi corron die- 
tro le magre, ed i m igri alle grasse: i giganti — alle nane, 
ed i nani ai donnoni: gli allegri alle meste , ed i mesti — a 
le allegre... Lo sentenzia Arturo Schopenauer, un filosofo col 



A E B 281 

lìocclii. Or la signora Gilda è bionda e pallida: Lei è pal- 
lido e biondo. Dunque... 

Mario {gettando via il mozzicone della sigaretta). Ah ! ah ! 
ah!... Lasci che rida anch'io, alla mia volta! Decisamente, 
Ella è un l'onte a getto continuo di l)uoniuiiore (S'alza). Creda 
pure: Lei vaneggia: parola di gentiluomo e poeta , Lei va- 
neggia... (/Rivolto al pubblico) E poi, se ne vengono che i 
poeti si cibano d'aria e di nuvole... Ma che ! Noi sappiamo, 
all' occorrenza, esser più pratici dei cosi detti uomini prati- 
ci... \a Carlo) Quanto a me, invece di aforismi e apoftegmi 
caro Lei, posso offrirle qualcosa di meglio. 

Carlo. Di meglio, eh ? Vediamo ! 

Mario. Sicuro ! La scienza, oggi, trionfa; e il documento 
vai tutto (con sussiego) Io posso offrirle dei documenti. 

Carlo. Ripeto: vediamo {Fa cenno a Jlario di sedersi). Si 
accomodi. 

Mario {inchinasi e siede : pone le gambe a cavalcioni , e 
poi accende una seconda sigaretta). Mi sarebbe facile metter 
fuori un intero archivio: mi appagherò d'assai meno. Le re- 
galerò tre documenti soli ! (chiude la destra: indi, alza il solo 
pollice) Documento, n. i. La signora Gilda ha un cagnolino 
cui vuole un ben dell' anima. È un maltese candido, genti- 
le, amorosissimo; e lei gli ha posto nome Bob. Ora Bob. in 
inglese è vezzeggiativo di Roberto; ed io, oltre al chiamarmi 
Mario, mi chiamo anche Roberto. 

Carlo {sogghignando). Renissimo ! Documento n. 2... 

Mario {alzando V indice). Documento n. 2. Un otto setti- 
mane fa, per avvisarmi della sua partenza, la signora Gilda 
m" invia un vigliettino: tre linee, venti parole, cinque errori 
di ortografia. Nessuno, certo, oserebbe dir ch'ella abbia fal- 
lato per ignoranza: tutt' altro. Ha fallato per.., amore. Quan- 
do si ama, infatti, da senno, non è possbile piegarsi alla vol- 
garità e alla pedanteria delle regole. Il pensiero con ala in- 
domita spazia neir empireo; ed il cuore , insorgendo contro 
la ragione e i ragionamenti.... 

Carlo (interrompendo). Alto là, sor Poeta ! Lasci, lasci, 
ora, Lei i soliti luoghi comuni, e venga al sodo. Documen- 
to n. 3 ! 



282 A K n 

Mario {a(>^grolla le sopraccif;;lia e Jisu Carlo). Documenfu 
11. 3. (A/za il dito tuedio). Darò alle stampe, fra poco, i miei 
versi. Capisce , sarà una rivoluzione: un volumino elegante, 
un elzevir con dei frejji e figurine e il mio ritratto, per giun- 
ta. Com' è naturale, il libro porterà in fronte una dedica; e, 
com'è anche più naturale, la persona cui esso verrà consa- 
crato ed offerto, sarà la signora (iilda. l-.lia ne ha già gra- 
dito l'omaggio, e me ne ha concesso il « //i/iil oòslal t), alla 
condizione, però, eh' io la indichi con altro nome e cogno- 
me... 

Carlo {ballando le mani). Bravissimo , arcibravissimo: di 
bene in meglio ! (alzandosi) Ebbene , senta , sor, Mario, se 
Lei, come suol dirsi, non ha altri moccoli da accendere, fac- 
cia cosi. Pigli il documento n. i , lo unisca al documento 
n. 2, e poi leghi i documenti n. i e n. 2 col documento n. 3. 
Ouando ne avrà fatto un bel mazzolino , li lanci senz' al- 
tro nel... 

Mario (severo). Nel ? 

Carlo (dopo pausa). Nel nulla ! 

.Mario. Baje ! Lei varca un pò i limiti, se non erro. Ca- 
pisco che, oppresso dal peso delle pruove, vuol cercare di 
mordermi... Ma tanl'è: il troppo è troppo. \'ia ritiri quello 
frasi ! 

Cari.cj (Piisse^^iando co» le mani in tasca). Niente, non ri- 
tiro niente ! lei è un vanesio ! 

AL\Rio. Replico: ritiri quelle frasi 1 

Carlo. Niente! 

Mario [lOinincian.io a sd:\i;».irsi. Ritiri quelle frasi, od io... 

Carlo (fermandosi di botto innanzi a .Mario, e con tono 
secco). Lei, che? 

•NLvRio. Io gliele ricaccerò in gola ! 

Carlo. Mah ! Lei è un vanesio ; ed agjjiungo è triplice 
zero ! 

Mario. K Lei, un tanghero ! 

Carlo [calmo sempre). Ha uno zero nel cervello!... 

.Mario. K un melenso! 

Carlo (e. s.). Uno zero nel cuore... 

.Mario. P. un imbecille! 



A I-: n 283 

Carlo (c. s.). K uno zero neW anima ! 

Mario (fuor di sì-). Basta, basta, perdinci ! Me ne rende- 
rà aspro conto ! 

Carlo {cotnitalo). Ai suo ordini ! 

Mario {battendo il pugno sul tavo/o). Oj(j;i stesso ! 

Carlo {picchiando anche lui col pugno^. Quando vuole! 

Mario (r. s.). Con la spada ! 

Carlo {c. s.).. Come vuole ! 

Mario {c. s.) In questa camera ! 

Carlo (r. j-.)- Ove vuole ! 

{Durante le ultiìnc frasi scambiate con gran velocità, si sarà 
udito girar la chiave nella toppa della stanza di fondo. A un 
tratto, appare Gilda iu toletta da passeggio, con ombrellino 
e l'entaglio). 

SCENA III. 

Gilda, Carlo, Mario. 

GiLD.v {sul limitar della porta). «Quando vuole!» «Ove 
vuole!» «Come vuole!»... {Picchia replicatamente il suolo 
colf ombrellino) Ehi, dico: che cosa è questo chiasso ? Bistic- 
ciarsi cosi, alla porta della mia camera? Da bravi ! oh , da 
bravi ! 

{Carlo e Mario restano — l'uno a destra, a l'altro a sini- 
stra della scena — annichiliti, umilissimi, gli occhi bassi). 

Carlo {portando la mano al cuore). Oh, sis^nora ! 

.Mario {gestendo come Carlo). Oh, madonna ! 

C.\rlo. Non sono stato io ! Quel tomo li!... {Indica 
Mario) . 

Mario. Non è mia la colpa ! Quel farfallino... ( Indica 
Carlo). 

Carlo. Volea. 

.Mario. Pretendea... 

Gilda. Volea! Pretendea ! Che mai ? Sentiamo! E presto, 
in quattro e quattr' otto: non ho tempo da perdere ! 

Carlo. Ecco... (A Mario). Almeno, parli Lei ! 

Mario, {schermendosi). Io? Ma no! Lei! 



284 A K B 

Carlo (<r parte). (\'ile !) {A Gilda). Coni" Ella sa, ecco,... 
noi siamo entrambi innamorati dei Suoi... [Covre Gilda di 
sguardi, da capo a pie, e s' impapera)... dei Suoi... {Sospi- 
ra)... dei suoi mezzi. 1.' abbiam seguita da \'iareg:gio a Fi- 
renze... 

Gilda... da Firenze a Bologna... 

Mario... da Bologna a Piacenza... 

Carlo... da Piacenza qui, senza eh' io sospetta.ssi di lui, 
né lui di me. Qui ci siamo conosciuti, e ci siamo accesi per 
decidere... {Altro sospiro)... per ( l'olgendendosi a Mario). Ma 
ho parlato abbastanza io. Su ! parli, parli un pò Lei ! 

Mario {a parte). (Miserabile!) Ecco: per... per... per 
decidere qual di noi abbia più dritto d'aspirare al suo cuore... 

Gilda.... e alla mia mano! [Scoppia a ridere) Ah! ah ! ah ! 
E perciò si.... complivano? e urlavano.'* e parean due orsac- 
chiotti? Ah, gran bontà dei cavalieri... moderni! E dir che 
Lorsignori dovrebbero conoscere come e quanto a me poco 
piacciano certi scandali. Certo, io non posso impedire. {Con 
affettata viodestia) a ne.ssuno d'idolatrarmi. Si servano: pur- 
ché non pretendano eh' io li incoraggi e risponda ai madri- 
gali che m' inviano ! Ma di cjui al far risonare il mio nome 
nel salotto di un albergo, ci corre. È troppo — lo dico con 
amarezza — è un po' troppo ! 

Carlo, (contrito) Ha ragione, un cjuintale e mezzo di ra- 
gione.... 

Mario, {battendosi tre volte il petto) Chiediam, quindi, mille 
scuse.... 

Carlo. Ne incollai l'amore, non altro che lui. Lui, infatti, 
è tal birbo da obliare e da fare obliar le più semplici con- 
venienze. E noi siamo... cioè , io son cotto e biscotto sino 
al midoPo. 

Gilda, {assolvendo con la mano) Sia ! Perdoniamo. E una 
indulgenza plenaria che guadagno. Giurino , però , sul mio 
dito che non si verilìcheran mai più in seguito siffatti pett»-- 
golezzi ( Vende l'indice della destra). 

Mario, {poggiando la mano sul dito di Gilda, e con voce ca- 
vernosa) Ci i uro ! 

Carlo, [imitando Mario) Giuro! 



A E B 285 

Mario, {iti/errogando Gilda con lo sguardo) K.... 

Carlo, {a C'ìlda) K.... 

Gilda, {facendo l' ingenua) E?... 

{Tittt'e Ire si guardano un pezzetto , sorridendo e con le mani 
H'inpre tese). 

Mario, {pianissimo) Quanto alla soluzione del.... pro- 
blema ? 

Gilda, {aprendo e chiudendo, per gioco, il ventaglio) Il pro- 
blema? Quale?... Ah la smemorata eh' io sono ! Non ci pen- 
savo mica più! Bisognerebbe, ecco... {Riflette ; poi , levando 
con aria di trionfo ben in alto la faccia). Benissimo ! Eureka! 
To': un' idea.... 

Mario... luminosa, certo.... 

Carlo... come la fronte alta sotto cui è sorta... 

Gilda. Alle gemonie i complimenti ! Un'idea buona, non 
altro. Lorsignori , poco fa , volean battersi : vada pure, pe'' 
duello ! Ma un duello non alla pistola , né alla sciabola, né 
alla spada, intendiamoci. Un duello a la penna ! 

Mario, {esultante) A ravir ! Alla penna! Profetizzo, fin da 
ora , che vincerò. La penna è il mio scettro e la mia bac- 
chetta magica. Che vuole, orsù? Un dramma, un romanzo, 
un' elegia ?... 

Carlo... un sermone, un bozzetto, un saggio critico? 

Gilda. Gnaffe ! Nulla di tutto ciò. Si tratta d'assai meno 
e... d' assai più ! Io loro detterò le iniziali di due parole... 
{Carlo e Mario corrono a scrivere)... cioè A {Pausa)... e B .^ 
Chi di loro saprà scovrirne il significato, si avrà... {si covre 
il viso col ventaglio aperto). 

Carlo, {affrettandosi a mostrar che ha capito) II... Ma Lei è 
un angelo ! 

Mario, {con suffisance, come Carlo) La... Ma Lei è un che- 
rubino ! 

Gilda, {fa cenno di no col capo) Dunque, siamo intesi ? 

Mario. Da non poter meglio. E il giorno della pruova ? 
■ il luogo ? 

Gilda. Ma ora: ma qui, proprio qui. Lorsignori s'asside- 
r.in presso il tavolo e... penseranno. .Sembra un capriccio, lo 
-o , ma che farci ? Le mie idee son tutte così : portan tutte 



286 A K ti 

alla gola un sonagliuzzo d'argento che sc|uilla sempre... fi/i. 
Un, fin... All'opera, via! 

Carlo, {con tono drannnatico) AH' opera ! 

Mario, [con risolutezza) All' opera ! 

Gilda, lo, intanto, andrò a far (juattro passi su la terrazza 
e a leggere l'ultimo romanzo del Péladan {/'rendi' un librn 
dal tavolo). A Lei, Carlo: una sigaretta! 

C.VRLO. {ojfrctido}rli?la, quasi in ginocchio) Signora !... 

Gilda. Grazie. A Lei, Mario, del foco... 

JMario. {porta subito la mano al cuore ; poi , fingendo d'a- 
ver preso un involontario granchio , accende un cerino e lo 
presenta a (Jilda) Madonna !... 

Gilda, (irazie ! {Dopo aver accesa la sigaretta) Ed ora , 
addio! {('na pendola, dall' interno , suona le undici meno un 
quarto) Son le undici meno un quarto : alle undici , sarò di 
ritorno. Loro... iCon un sorriso) — mi raccomando: non fac- 
ciam come prima: stieno cheti cheti, senza... {Lancia un gran 
Oujffo di fumo)... senza... Batte, a ognuna delle seguenti frasi, 
/'ombrellino sul pavimento)... «Ove vuole» — «Quando vuo- 
le » — « Come vuole »... Ah ! ah ! ah ! {via fumando). 

{Mario e Carlo accompagnano (ìilda fino all' uscio di de- 
stra, s' inchinano ancora una volta: la seguon, finché possono, 
con lo sguardo , le inviano un bacio su la punta delle dita. 
Nel lanciare il suo, Carlo colpisce Mario, che sj volta istan- 
taneamente e applica uno scappellotto a Carlo. Poi, amendue, 
mogi mogi, tnelanconici , silenziosi, ritornano in iscena, e si 
sdraiano su le poli rane i)ie presso il tavolo. Carlo sceglie una 
penna nuova, Mario tempera un lapis; Carlo si sdraja, quasi 
per dormire ; Mario poggia i gomiti sul tirvolo e nasconde la 
faccia nelle mani. ."Studiano, l'uno e l' altro. Lungo silenzio). 

SCENA IV. 
C.\Ri.(i . .Mario. 



Carlo, [lentamente) A !. 
Mario, (pianissimo) A !. 
Carlo, (r. s.) B ! 



A E B 287 

Mario, {c. s.) H ! 

Carlo. (scaifaudo\ Eh , si ! Quel .Signore ! .Si comincia 
proprio bene! Io dico A, B; e Lei, come un'eco risponde 
A, B. Se Le pare cu" io possa studiar così!... 

iM.VRio. {fisa Carlo, e res/a calmo) Ella studia, ed io studio. 
Ella pensa ad alta voce ed io penso ad alta voce. Dunque, 
niente eco. 

Carlo. Eco, si ; e I^ prego di smettere ! 

Mario, [fa spallucce e ripiglia il prisco atteggiamento) 
Mah ! 

[Nuovo silenzio). 

Marlo. {con voce cupa) A !... 

Carlo, {guardando il soffitto) B !... 

Mario, {c. s.) A\... 

Carlo, {c. s.) B !... 

M.A.R10. {òalzando inferocito) Ebbene! Ed ora? Anche Lei 
fa da eco ? 

Carlo. Pardon! B non può esser l'eco di A. E poi {co)i- 
tiaffacendo la voce di Mario) Ella studia ed io studio : Ella 
pensa ad alta voce ed io penso ad alta voce. Dunque... 

Mario {si alza). Ho capito ! .Se resto ancora qui, quel 
grullo non mi farà cavare un ragno dal buco. Pazienza ! an- 
diamocene altrove ! [Raccoglie le sue carte, prende il lapis e 
va a seder pile lontano). 

Carlo {soddisfatto). Manco male ! M'ha liberato da un in- 
cubo. Con quel visino da Mirliflor dinnanzi agli occhi, mi 
crebbe riuscito impossibile serbar fede al giuramento. Or mi 
sembra di star meglio. Reimmergiamoci nelle nostre elocu- 
brazioni {Si covre gli occhi con una mano, allunga le gambe ^ 
e pensa. Pausa. Poi con tono di lamento) A... A... A... A... 

ISIario {levando il capo e guardando Carlo). Si duole o... 
medita ? 

Carlo {c. s.). A... A... A... 

Mario {alzandosi). Si duole, è evidente. \'edianio: slam ri- 
vali, ma non abbiamo poi cuore e viscere di bronzo {Si av~ 
vicina a Carlo) Signore?... 

Carlo {lo fisa con muta interrogazione). 

ALvRio {con interesse). Signor Carlo, si sente male? 



288 A E B 

Carlo. Male, io? Ma che Le gira! Sun forte come un 
leone ! {Dà tm pugno sul tavolo). \'ada, vada a curarsi Lei, 
e non mi faccia perder le staffe. \'ada ! 

Mario {stringendo i pugni e frenandosi). Ed io che cre- 
devo 

Carlo {con forza). Niente, assolutamente niente. Era la 
tortura dell'intenso pensiero: capisce o non capisce? 

Mario {con sorda rabbia). Capisco... e si conservi! (Si al- 
lontana, lanciando occhiate >ninacciose a Carlo) Gemi un'altra 
volta e sul serio: ti lascerò crepar come un cane! [Ritorna 
al suo nuovo posto). 

{Altro silenzio). 

Carlo [infastidito). E' inutile ! Non riesco. La mia mente 
che, d'ordinario, è più lucida d'uno specchio, non mi serve 
più. Mi par — non so — di avere due emisferi di piombo nei 
cranio: anzi, pegjjio, del vuoto. Forse, come i grandi geni, 
avrei bisogno di pormi in condizioni anormali e strambe: ve- 
stirmi di rosso, come Richepin, o da frate, come Halzac: ir- 
mene in mezzo a un prato come Gliick: fasciarmi di lana il 
capo, come Hossuet.... O fors' anco, dovrei imitare i poeti 
cinesi, quando compongono: aver ipii, a me innanzi, un va- 
sellino con dentro una margherita... no, con una gardenia, 
il fior che piace tanto a Gilda... o sarà, forse altro: vattel'a 
pesca ! Certo è che i minuti volano, e le undici si avvicinano. 
Facciam cosi: accendiamo una sigaretta. La sigaretta — a 
cjuanto afferma il Taine — è utilissima, allorché già si pos- 
siede mezza idea, e si cerca l'altra mezza. (Accemh' una si- 
garetta: si sdraja meglio su la poltroncina, e descrive dei ge- 
roglijìci con la mano nell' aria). V viro, per altro, che la 
mezza idea non l'ho! Mah.... 

.Mario (seguendo i geroglijici di Carlo). E' impazzito ora ! 

(Hrei>e pausa). 

Carlo (fumando sempre e sen:a voltarsi). Signor Mario, 
dica un po': è proprio proprio un'./ la prima lettera? 
Mario. Proprio proprio un, / .' 

Carlo. Come trema di giubilo la sua voce nel disingan- 
narmi. Perverso ! (.S; It-xui a metà, prende uh pezzo di carta 
e z'i scrive su qualche cosa.- poi, resta a guardar ciò che ha 



A K K 289 

scrUfo). Ahimè ! la sigaretta, né anche essa giova! Ciiungerò 
a fumarne dieci, venti, quaranta, e rimarrò sempre al bujo ! 
{Confinila a guardare il suo scritto). 

Mario {volgendo uno sguardo a Carlo). Avrà còlto nel se- 
gno. Non si muove più: direi quasi che voglia crogiuolarsi 
tutto nel piacer della vittoria... [asciugandosi una lagrima:) 
Beato lui ! lui felice ! Ed io non ho fatto ancor nulla ! [Ri- 
soluto:) Coraggio: potessi lanciare uno guardo sul suo scritto... 
(^V alza pian piano, e pian piano si appressa a le spalle di 
Carlo: allunga il collo per leggere). 

Carlo {azi'cdendosi della vicinanza di Mario, si ritrae bru- 
scamente dal lato opposto e nasconde la carta). Ma, sangue 
d'un ircocervo, questo è un inferno ! Fare anche la spia ! Ma 
se ne vada, egregio rompiscatole ! Ma esca fuori ! Ma non 
abusi della mia pazienza ! 

Mario [sogg/iignando). Ehi, eiii, non si riscaldi per così 
poco ! Tanto. Lei, al par di me, non ha risoluto ancor nulla! 

Carlo. Nulla ? Lo dice Lei ! 

>L^rio. Nulla ! Cosi è. 

Carlo. O tutto o nulla, ciò non La riguarda. Ah, se ciuel 
benedetto giuramento... 

Mario {tornando a piccoli passi al suo posto). Nulla! Nulla! 
Come son soddisfatto ! 

Carlo [lo mira e gli fa le corna. Poi, spezza in due la 
sigaretta che stava fumando e ne getta i frammenti in aria. 
Si leva di scatto, e comincia a passeggiare per lungo e per 
traverso, le mani unite alla Napoleone I dietro il dorso, il 
capo basso, gli occhi fisi a terra. Quando giunge al punto op- 
posto a quello ove siede Diario, si ferma). Asino ! 

>L\rio. Bestia ! 

Carlo, {brandendo una seggiola). Insolente ! 

>L\rio {levandosi e brandendo anche lui una sedia). Male- 
ducato ! 

Carlo {accennando a Mario), E mezzo ! Confesso, per de- 
bito di lealtà, che non m'occupava di Lei: pensavo. Asino, 
è, infatti, una parola che comincia per A ! 

>L'^Rio {contraffacendo Carlo). Né anche io mi occupavo di 
Lei: pensavo. Bestia è, infatti, una parola che comincia per B ! 

19 



290 A E B 

Carlo. Dunque? 

Mario. Non v'ha luogo a procedere ! 

{Carlo e Mario si ininacciano ancora »n po' col i^esto: poi, 
il primo ripiglia a passeggiare, e il secondo ritorna al sua 
primo posto, vicino al tavolo). 

Mario {dopo aver consultato un dizionario, da un pugno 
enorme su' l tavolo). Testa d'un coccodrillo! Questa volta, 
non m'inganno! {lìalbettando per r emozione:) Ho... !io... 
ho... trovato ! 

Carlo {aii'icinandosi a Mario, con premura). Davvero? Lei 
ci è ? 

Mario {con tono orgoglioso). Altro che ci sono ! (Si alza, 
prende una sedia e improvz'isa un balletto). Altro, altro che 
ci sono! oh, Amore 1 oh, Imene! oh, che fortuna! 

Carlo (costringendo Mario a fermarsi). Ma stia fermo, per 
carità, mi fa girar la testa. Lei, dunque?... 

Mario. Ma sii Che c'è di strano? To': sol perchè non ha 
saputo Lei... (stropicciandosi, soddisfattissimo, le mani.) Oh! 
Gilda ! e tu surai mia ed io sarò tuo... Mi .sembra d' im- 
pazzire ! 

Carlo {a parte). Sul serio, li.i dovuto cavarsela : non ne 
dubito più. Cerchiamo, intanto... (Prende Mario a braccetto: 
e durante tutto il seguente dialogo fino all'asterisco, passeg- 
gia con lui). Ebbene, s' Ella ha vinto, caro signor Mario 

Mario (a parte). (Or mi dà del « caro »... Eh, comprendo, 
comprendo ! ) 

Carlo (affettuoso). Se proprio ha risoluto, ottimo e impa- 
reggiabile amico, 

Mario (c. s.). Ottimo, impareggiabile.... Come mi sono 
trasformato, ad un tratto ! ) 

Carlo [insinuante). Vo potreste.... 

Mario \c. s.). (Capperi ! Il « \'oi » ) 

Carlo [sempre piti tenterò). Oedetemi : in fondo — non to 
per dirlo — son buono come un marzapane , e voi,., ve ne 
.sovvenite? ve l'ho già detto... mi siete simpàticissimo. — Se 
ci Siam bisticciati, credete pure che ne serbo acre rimorso... 
Ero stanco dal viaggio, non vi conoscevo bene, che so.... 



A K B 291 

Mario (ptofesfando). Ma no, ma no ! Cose da I^imbi ! Cian- 
ciafruscole ! Bazzecole ! 

Carlo yr. s.) . \'e ne chieggo scusa, e prometto che, d'ora 
innanzi, sarem come Oreste e Pilade.... 

Mario [un po' infastidito). Niso ed Eurialo , Clorìdano e 
Medoro, il Marchese di Posa e don Carlos... Benissimo ! Ma 
mi lasci ! Lei mi ha intormentito un braccio.... 

Carlo. Mai più ! Così sino alla morte ! Dicevo , dunque, 
se tu.... 

Mario {a parte). (Di bene in meglio ! Ora, il « tu »! ) 

Carlo {insinuautissiino). Se tu volessi favorirmi quelle.... 

Mario {volg;endosi bruscamente verso Carlo)... Eh!... Eh! 
che farfuglia? Quelle ! 

Carlo {c. s.). Non adombrarti, bellezza! {carezzandolo:) 
Quelle due paroline.... 

Mario {cercando di liberarsi dal braccio di Carlo). Oibò! Che 
Le gira? Si tratta d'un concorso! 

Carlo {rattenendo Mario e con umiltà). Non l' ignoro. Ma tu 
sei cosi impareggiabile.... 

Mario. E daccapo ! Impareggiabile, ottimo, caro... \'a bene, 
eh si, va bene ! Certo, or son pochi minuti, Vostra Signoria, 
sol perchè io avevo tentato di strisciare un'occhiatina su la 
sua carta, m'ha fatto una risciacquata; e ora... E dir che 
Lei non avea risoluto nulla di nulla !... 

Carlo [ostendando un gran dolore). Non ricordarmelo, Ma- 
rio , te ne supplico ! Se sapessi come mi disprezzo ! Ma, 
vedi , io non avevo preso che un farfallone , e non volevo 
trascinarti nella mia mina... Altrimenti, ti pare? 

Mario [dubbioso). Sul serio ? 

Carlo [ponendosi una mano sul cuoi'e). Sul serio ! 

^L\RIO [cominciando a commuoversi). Ebbene, allora... [Poi 
pentendosi: ) Ma no , corno d' un bufalo ! Che sto facendo ! 
No, gentilissimo signor Carlo, non posso ! 

Carlo. (Cuor di macigno ! Né anche se ti giuro eterna gra- 
titudine ? 

Mario [serio). Né anche! 

Carlo. Nemmen se ti giuro che non me ne avvarrò [a parte) 
(Se lo credi ! ) 



292 A K ìi 

Mario. E come? rinunci alla mano di Gilda? (Kesta a 
bocca aperta) 

Carlo [con doloro. Si ! Capisci: vò salvare almeno almeno 
l'onore... (a parte). (E beviti anche questa ! ) 

Mario (cedendo). In tal caso, forse... benché... K necessario, 
però , che cjuesto gran rifiuto Lei me lo ponga in iscritto. 
Vuole ? 

Carlo [alzando (:;li occhi al soffitto Fiat voluntas Ina ! y.Si 
sciojilie dal braccio di J/ario , va al tavolo e scrive : poi , 
dà la sua dichiarazione a Mario) Ecco ! 

Mario [dopo aver letto) Sta bene ! Ed ora, pieghi le brac- 
cia e ascolti, in silenzio! Le due parole sono queste: l'una 
« Amato »... 

Carlo u'on ansia) «Amato! » K l'altra? 

Mario (solennemente) « Mario ! » 

Carlo (stupito) Come? Mario? (scoppiando dal ridere) 
Mario... Ah ! ah ! ah ! 

Mario (oj/iso) «Ah ! ah ! ah ! » Che c'entra iiuesto ^(ioc- 
co riso ? 

Carlo [ridendo sempre) Eh ! eh ! eh ! Amato Mario !.. 
Ih! ih ! ih !... 

Mario (sempre piìi offeso) « Ih ! ih ! ih ! ».. Aggiunga « Oh ! 
oh ! e avrà emesso il suo grido naturale. Questi sberleftì , 
creda pure , non mi passano neppur 1' epidermiik- ! Li di- 
sprezzo ! 

Carlo (c. s.) Uh ! uh! uh!... Amato .Mario! Uh uli uh! 

Mario (al colmo dell' esasperazione). Ma potrebbe finirla, 
mi pare. S'è, dunque imbecillito? 

Carlo (ritornando serio) Si finiamola ! Lei mi muove a 
pietà ! Ma. caspiterina !, come si fa a non avvedersi che .Ma- 
rio comincia per M ? 

.Mario (fulminato) M ? Mario... A... U.. Mio Uio . ha ra- 
gione : per h» prima volta in sua vita, ha ragione ■ *>''' 'i^cia 
cader sovra una sedia t 

Carlo (Sia pur l'ultima, non monta. Certo è, amato .Ma- 
rio, che Lei... (Si picchia la fronte ccn l' indice per significare 
(he cervello Mario non ne ha) 

Mario (senza curarsi di f'nfn l.u.ia . ,>h ,ti\t><ffi> le ^ue 



A K B 293 

lai/c t- ne /lincia in aria i pezzi, che casualmente, vanno a 
cader su quello^ Ed io che credevo... Io che ho tanto in- 
gegno.... 

Carlo. .Modestia a parte ! {Raccoglie i pezzi di carta lan- 
ciatigli da Mario e glieli rinvia nel modo istesso). 

M.\Rio yabbattutissimo sempre si strappa i capelli e si morde 
le mani). Ed ora, ed ora?... 

Carlo. Punto e da capo! 

(Mario e Carlo riprendono a meditare, l'uno seduto e l'al- 
tro passeggiando. uVel contempo, dall' uscio di destra appari- 
scon, non visti da guei due, Gilda e Faust: li guardano, sor- 
ridono , si scambian qualche -parola a bassa voce. Quando la 
pendola suona le undici, Carlo e Mario scrivon presto presto 
due parole. Faust va via, Gilda entra). 

SCENA \'. 

Gilda. Carlo, Mario. 

Gilda \si avanza a lenti passi , e sorridendo a Carlo e 
Mario che le rimangan, chini, l' uno a destra e l'altro a si- 
nistra). Dunque, egregi concorrenti ?... Scoccan le undici, ed 
io, puntuale come il conte di Montecristo, vengo.!.. 

Carlo. Siamo pronti !... 

M.\Rio. E apparecchiati ! 

Gilda. Ne ero certa ! Sediam, quindi, ed esaminiamo ! 

( Gilda siede nel mezzo, Mario e Carlo ai suoi lati , impa- 
dronendosi — l'uno del suo ventaglio, l'altro del suo ombrellino). 

Gild.\. Lei, signor Carlo, per primo. Revertera non m'ama 
che da un anno , Lei da uno e mezzo. Meritar perciò , una 
preferenza... Su, mi dia il suo scritto ! 

Carlo (Presentandoglielo) Per servirla ! 

Gilda {legge e sorride. Poi a Mario). E il Suo, Signor 
Mario ! 

Mario offrendo una busta chiusa). Madonna ! 

Gilda (legge e torna a sorridere. Pausa). Ebbene 

Carlo | , ^, . ., 

Mario ( "^ '■^'•^^- Ebbene?... 



294 A E B 

Gilda [piega i due foglietti , foiigiandune due veniagli , e 
con essi si sz'entola su le guance]. Ebbene, lo dico con an- 
goscia,... nessuno di Loro due ha.... 

Carlo {can interesse) Ha?... 

Mario (con ansia) Ha?... 

Gilda [dopo un po' di esita'jiouf, e scandendo bene le sil- 
labe). In-do-vi-na-to! 

Carlo. Possibile ? 

Mario. Certo ? 

Gilda. Possibilissimo e certissimo ! Non si tratta né di 
(a Carlo) « Amor bollente », né di (a Mario) « Affetto balsa- 
mico ». Ergo, nessuno di Loro due... C intendiamo? 

(Pausa. Mario e Carlo tacciono , abbattutissitni. Gilda li 
guarda, sorridendo e continuando a soffiarsi). 

>L\Rio (asciugandosi una lagrima). Convien rassegnarsi — 
bon gre , mal gre. Ma creda pure , ornatissima signora il 
tema era spinosissimo. Da due sole lettere dedurre... 

Carlo yanche lui tergendosi il pianto). \'\ abbiamo stu- 
diato e ristudiato su; e certo, non siam due zucche.... 

Gilda (con vivacità). Si sbagliano! La soluzione è assai 
facile, e potrei dimostrarlo.... 

Carlo X'ediamo ! 

Mario. Vediamo ! 

Gilda (c. s.) Proprio? Lo voglion proprio? 

Carlo. >Lt sicuro ! 

.Mario. NLi senz' altro ! 

Gilda. Ebbene, allora... (Volgcnodosi verso l'uscio di de- 
stra e chiamando) Faust ! Faust ! 

(Mario e Carlo si ammiccano, meravigliati : Faust appare 
nel vano della porta e saluta con lo stick : Gilda gli tende la 
destra. (Quadro). 



A K B 295 

SCENA VI. 
Gilda, Faust, Carlo, Mario. 

Faust. Faust! Presente e... {correndo a strin,s;cr la mano 
che j^li offre Gilda) accettante! (Poi, saluta con un inchino 
Carlo e Mario), 

Gilda {facendo le presentazioni) [a Faust). Il signor Carlo 
Altariva , avvocato -- il signor Mario Revertera, poeta.., [A 
Carlo e Mario, indicando Faust). Il dottor Faust Lombroso, 
alla cui vasta scienza ho affidata la cura d'una mia endo- 
cardite, uomo di spirito e mio cugino.... 

Faust {stringendo la mano a Mario ed a Carlo , successi- 
vamente). Ho l'onore.... 

Carlo {coti voce debole). Ho l'onore 

Mario {con voce anche piti debole). Ho l'onore.... 

Gilda. Faust , bisogna infliggere una lezioncina a questi 
egregi amici. Loro ho dato a sciogliere il seguente quesito : 
« che voglion dire, secondo me, le due lettere puntate A e 
V) ? » Essi non son giunti a cavarsela. Vi riusciresti , per 
caso, tu ? 

Faust {eh' è rimasto in piedi) Io? D'emblée \ 

Gilda. Lo intuivo! Sei un genio! E spiegheresti?... 

Faust. Spiegherei... (Fsita) Pavento, però, che questi si- 
gnori 

Mario. Ma no ! 

Carlo. Ma Le pare. 

Faust. Badino che.... 

Mario. Non si confonda : parli su.... 

Carlo. Senza scrupoli.... 

Faust. Ebbene, se lo permettono, le due parole in causa 
sono... (Pausa. Poi, accennando a Carlo e Mario) « Ambedue 
balordi ! » 

Carlo {scattando). Balordo, a me ? 

Mario {indicando G/;7t»). A lui, manco male! Ma a me?... 

Gilda. Full stop.' Han promesso di non andare in collera; 
ed ora ? 



296 A E H 

Carlo (rabbonendosi). Abbiam torto! (Con ironia). Plau- 
dianio anche noi all'ingegno del cugino Faust! 

Mario. E intoniamo il « Te Deutn... non laudatnus ! * 

GiLUA. Da giovani tli spirito, si sa. Ed io, da vedovetta 
di spirito, aggiungo che il signor Faust Lombroso, oltre al- 
re.s.sere il mio dottore, è anche... (-SV alza e si pone sotto il 
braccio di Faust)... il mio fidanzato! 

{Carlo e Mario si alzano e conset^natw l'ombrellino e il ven- 
taglio di Gilda a Faust. Faust loro offre la mano : essi la 
respinjiono con orrore). 

Carlo. Or non più ! 

Mario. Giammai ! 

Gilda (con amabilità). Ne anche la mia?., {offre la destra). 

Carlo [dopo aver alquanto esitato). Questa si ! (Strinile la 
mano a Gilda). 

Mario {facendo come Carlo). E' una manina assai crudele, 
lo .so; ma al postutto, è sempre tanto bella ! 

CjILda (dando col ventaglio chiuso un colpo su la spalla a 
Mario). Poeta! K dopo ciò, cari amici, addio! Ognuno se- 
gua la sua strada. Lei (a Carlo), ad onorar la Dea Temi : 
(a Mario) Lei, a cavalcar l'alato Pegaso: io.... 

Carlo... a curar la sua endocardite.... 

(ìiLOA (j^uarda, sorridendo Faust )...Ja...\ Inchinandosi, un ul- 
tima volta, a Carlo e Mario) Guten Morgen ! 

1*'al'ST (salutando con la mano). Addio ! 

(Carlo e Mario se_t^uono con lo s^^uardo Faust e Gilda, l'uno 
mordendosi un dito, l'altro stracciando il fazzoletto. Poi, ap- 
pena si vejt^jifono soli, riprendono i loro arnesi da l'iaggio, ri- 
tue t tono il cappello e si pongono a braccetto). Pausa. 

Carlo (scolendo il capo). E noi a non comprendere il per- 
chè di (juesto viaggio, a non comprentlerlo ! 

Mario {pensoso) A e B, caro amico, H etl A! 

Carlo. Si è vero: ambedue balordi.' 

Mario (indicando la porta da cui sono usciti Gilda e Faust, 
e sospirando). E invece: amendue beati.' 

(Cala il sipario, mentre Carlo e Mario l'iano lentamente). 

Alberto e Mtturiu Alberti. 



Nella Vita e nella Scienza 



L' importanza meteorologica delle stazioni radio=telegrafiche. 

La lotta combattuta intorno a Marconi ed alla sua scoperta 
divenne più acuta qualche tempo fa in hiijhilterra, special- 
mente perchè si trattava di passare dal campo sereno ed ele- 
vato della scienza, a ijuello tumultuoso ed appassionato del- 
l'industria, dove, allorché acca'de che il nuovo minaccia di 
sostituirsi all' antico, 1' uomo generalmente difende con ogni 
sua forza e servendosi di qualsiasi mezzo privati interessi, 
piuttosto che adoperarsi per il trionfo di una nuova teoria o 
di un nuovo ritrovato, dal quale possano derivare importanti 
vantaggi all'umanità, 

A causa del nuovo sistema di trasmissione si trovano di 
fronte la compagnia dei cavi sottomarini da una parte e la 
Marconi' s Wireless Company dall'altra. La prima, e perchè 
dispone di capitali ingenti, e perchè numerosissime ed ap- 
partenenti ai più alti ranghi sociali sono le persone che ad 
essa per tante e svariatissime ragioni aderiscono, supera in 
potenza la seconda; ma cjuesta ha per sé l'avvenire; e se la 
trasmissione radio-telegrafica, presenta ancora degli inconve- 
nienti, come lo stesso Marconi ha riconosciuto; non é per 
questo meno vero che egli va sempre innanzi, conquista sem- 
pre, avanza sempre verso la perfezione, come ci dicono le 
ultime modificazioni delle quali oggi tanto si parla. .Ma an- 
che se gì' inconvenienti non potranno essere eliminati tutti, 
anche se la radio-telegrafia dovesse sempre rimanere allo 
slato in cui presentemente si trova, dall'uso, quantunque fi- 
nora limitato, che se n' è fatto é risultata abbastanza utile, 



298 NELLA VITA E NELLA SCIENZA 

perchè sia più possibile dubitare che ben presto diventi una 
necessità, nelle svariatissime forme di attività in cui si esplica 
la vita moderna. 

Tutti (luesti vantaggi sono stati accuratamente enumerati 
da quelli che si sono mantenuti estranei alle passioni, di- 
ciamo così, industriali, ma quello che potrebbe derivare alla 
meteorologia dalle m«)lteplici stazioni radio-telegrafiche che 
si vanno impiantando nei diversi luoghi della terra, sino a 
questo momento non è stato notato da alcuno. 

* 
* * 

Come ho detto altra volta in questa rivista (i), l'osserva- 
zione accurata di una determinata serie di fenomeni, non è, 
come molti credono, il fine cui tenda esclusivamente la me- 
teorologia; ma il mezzo con cui essa si propone di arrivare 
alla conoscenza delle leggi generali che regolano tutti i cam- 
biamenti, tutte le trasformazioni per cui variano continua- 
mente le condizioni dell'ambiente in cui si svolge la vita, e 
per conseguenza alla possibilità di prevederli con una certa 
esattezza. Né a (jucsto intende fermarsi 1' utile e benefica 
scienza, che spera di cogliere il segreto dell'intima relazione 
esistente fra le diverse forme con le tjuali si esplicano le 
energie della natura, in modo da potere all' occorrenza tra- 
sformarle l'una all'altra a volontà, il che applicherebbe a mo- 
dificare lo sviluppo ed il cammino delle perturbazioni atmo- 
sferiche e a costringere il vapore acquoso a sciogliersi in 
pioggia prima che, addensatosi in nube minaccio.sa colpisca 
con la grandine distruttrice il raccolto fonte di tante spe- 
ranze, o che, concentratosi in terribile e nera colonna ince- 
dente con movimento vorticoso, semini il terrore e la morte 
sul suo passaggio, svellendo gli alberi, abbattendo le case, 
inabissando le navi. 

Il primo passo, come già dissi, verso la conoscenza ilelle 
leggi regolatrici e la conseguente possibilità di prevedere e 



(1) La meteorologia ed il suo avveniri-. V. La S^ttiniana Anno \, 
N." 23. 



NKI.LA VITA K NKLLA SCIENZA 299 

prevenire è già compiuto: dai massimi e dai minimi della 
pressione barometrica nei varii luoghi della terra, si deducono 
le notizie nella tempesta prossima e del cammino che essa 
seguirà, e la teoria cosi detta dinamica dei temporali ha già 
mostrato che le perturbazioni temporalesche si propagano non 
già per trasporto di massa, ma dipendentemente dallo esten- 
dersi successivo della pressione barometrica alle diverse re- 
gioni dell'atmosfera, con un movimento che può benissimo 
venir paragonato a quello delle onde sonore. Né la via di 
trasformare o modificare le diverse forme di meteore in ma- 
niera che risultino innocue è rimasta vergine, poiché l'hanno 
inaugurata i cannoni grandinifughi, i quali, efficaci o non, 
saranno registrati dalla storia delle scienze come il primo 
tentativo per raggiungere tale intento. 

* 

Intorno all'elettricità atmosferica vi è ancora molto da fare, 
perchè le cognizioni circa il modo con cui si produce, la 
funzione che esercita, la maniera con cui si trasfornìa in altre 
forme di energia, sono rudimentali o incerte, mentre dai varii 
fenomeni ripetentisi tanto frequentemente si intuisce che gli 
effetti i quali ne derivano hanno un'importanza niente aftatto 
secondaria nell'economia della natura. 

Ciò è perchè finora nessun mezzo perfezionato si ha per 
registrare le diverse manifestazioni ad essa dovute che si pro- 
ducono nei diversi luoghi; per studiare il modo con cui si 
propagano di luogo in luogo, per metterle in correlazione 
con le altre cause perturbatrici. Infatti i bollettini che c}UO- 
tidianamente si pubblicano dalle numero.se stazioni meteoro- 
logiche sparse per tutta la terra, oltre alle misure relative 
all'altezza barometrica, alla temperatura, alla tensione del va- 
pore acquoso, all'umidità relativa, ai venti, alla quantità di 
acqua caduta, contengono soltanto qualche accenno, quando 
ne è il caso, al temporale verificatosi nel periodo di tempo 
al quale si riferiscono le osservazioni e non arrischiano mai 
la più piccola previsione circa le possibili variazioni che po- 
trebbero verificarsi. 



NELLA VITA E NELLA SCIENZA 



* 
* * 

Anche perchè mi sono in diverse occasioni occupato 
dell' argomento , farei opera assolutamente superflua se mi 
intrattenessi qui ad esporre come si effettua la trasmissione 
elettrica senza fili attraverso lo spazio: ormai se ne è tanto 
parlato e le polemiche intorno ad essa hanno appassionato 
tanta gente, che tutti i lettori sanno che si compie a mezzo 
delle perturbazioni eccitate nell'etere cosmico dalle scintille 
scoccanti fra due conduttori ed hanno notizie e particolari 
abbastanza completi intorno agli apparecchi che servono a 
tal uso. Si sa pure che ogni apparecchio ricevente è sensibile 
a tutte le speciali perturbazioni di questa specie trasmessc 
dair etere cosmico, per quanto differenti possano essere le 
fonti dalle quali emanano; tanto vero che ciò è stato ritenuto 
uno dei maggiori inconvenienti della telegrafia senza fili, per- 
chè non può essere conservato il segreto. Ebbene questo in- 
conveniente ha poi i suoi vantaggi: è infatti in grazia adesso 
che le navi in movimento possono mantenersi constantemenle 
in comuTTfcazione con altre navi e col continente, malgrado 
la distanza variabile e la potenza diversa dei diversi appa- 
recchi; la tjual cosa senza dubbio alcuno costituisce uno dei 
lati più importanti della nuova scoperta; è per esso che l'e- 
lettricità atmosferica può essere meglio conosciuta e la me- 
teorologia, questa scienza così importante per il bene della 
umanità, può spingersi più innanzi verso il con.seguimento 
dello scopo finale che si propone. 

* 
* * 

In Seguito alle teorie più accreditate della scienza moder- 
na, la scintilla gigantesca che rompe la compagine dell' at- 
mosfera, accompagnata dal fragore del tuono, non può non 
dar luogo a ciucile tali iJcrturbazioni eteree trasmesse dall'e- 
tere cosmico, alle quali sono sensibili gli apparecchi ricevi- 
tori della telegrafia .senza fili. Potrà essere questione di di- 
stanza maggiore o minore, ma, tenendo presente il gran nu- 
mero di stazioni radio-telegrafiche che vanno sorgendo di 



NELLA VITA E NELLA SCIENZA 30I 

i^iorno in giorno, sia immobili sui continenti, che mobili 
sulle navi, si può essere pienamente sicuri che ogni fulmine 
troverà nel suo raggio di azione un apparecchio che potrà 
registrarlo. E allora dal paragone delle osservazioni riguar- 
danti il medesimo temporale, dallo studio di quelle riguar- 
danti temporali diversi, potrebbe risultare molta luce nuova 
circa le manifestazioni dell'elettricità atmosferica. 



* 



E" vero che da quello che io ho detto, l'utilità delle sta- 
zioni radio-telegrafiche, meteorologicamente parlando, appa- 
risce molto limitata. Ma se si pensa che dal poter conser- 
vare i risultati delle osservazioni compiute su questo genere 
di fenomeni, frequenti ma rapidissimi nelle loro manifesta- 
zioni e dal poter agevolmente moltiplicare le osservazioni in 
ogni punto della terra si rende più facile lo studiarli intima- 
mente e l'approfondirne la correlazione con le variazioni di 
altri fenomeni che la meteorologia segue più da vicino ; se 
si pensa che la sensibilità di questi strumenti potrebbe rive- 
lare anche l'esistenza di nuove perturbazioni non ancora co- 
nosciute; se si pensa che dalle diverse registrazioni di diffe- 
renti apparecchi dovute ad un medesimo temporale se ne 
possono ricavare cognizioni speciali rispetto alla distanza a 
cui si produce ed alla maniera con cui si propaga, sino ad 
arrivare al punto dì prevedere il suo verificarsi in un luogo 
determinato, dal fatto clie si è precedentemente prodotto in 
un altro; non si può fare a meno di convenire che le stazioni 
radio-telegrafiche, sono destinate ad esercitare una funzione 
importante anche per le scienze meteorologiche. 

Nessuno finora ha pensato ad utilizzare da questo punto 
di vista le stazioni di trasmissione senza fili, pure la cosa è 
cosi importante per la scienza e per l'umanità da farmi spe- 
rare che voci più autorevoli della mia si levino a patroci- 
narla ed a suggerire il miglior modo di organizzarla sì che 
se ne possano trarre i più utili effetti. 

Raffaele Pirro. 



I NOSTRI eONeORSI 



Ritornando la stagione in cui tutti rientrano, dalle lunj^he 
villej^yiature, dai lunjjiii viaggi, in cui tutti cominciano o ri- 
cominciano a leggere, a discutere, a occuparsi di cose dello 
spirito, di questioni mondane, politiche, scientifiche, sociali, 
la popolare rivista La Setti)iiana ricomincia le sue inchieste, 
dirette a esplorare la pubblica opinione e a far manifestare 
lo spirito e la cultura dei suoi numerosissimi lettori e anche 
delle sue numerosissime lettrici ! Questo sistema, tutto ame- 
ricano, si è, ora, largamente sviluppato in Europa e da tutte 
le parti, nelle riviste e nei giornali fioriscono le inchieste di 
ogni genere , dalle più semplici alle più bizzarre : ed è un 
grande interesse che si desta, in chi risponde e in chi legge 
le risposte. La Setlituana di stamane, fa, dunciue, tre doman- 
de ai suoi lettori. Eccole: 

1. Domanda diretta alle signorine abbonate della St'l- 
fÌHiiiua: 

« E consigliabile, è utile , è simpatico che una giovinetta 
scriva, ogni giorno, il suo taccuino intimo, il suo f^iatNiìUÌ 
Se sì, perchè? Se no, perchè?». 

2. JJomanda diretta agli abbonati della St'ttimami, di amb<> 
i sessi e ili ogni condizione: 

« uuale eia slimate ragionevole perchè u\\ uomo si ammo- 
gli: e perchè prescegliete tale età?». 

3. Domanda, diretta, indistintaménte, a lutti i lettori e le 
lettrici della Settiinana: 



I NOSTRI CONX'ORSI 303 

« 1 titoli di nobiltà debbono conservare la loro legittima 
intUienza e il loro prestigio, nella società moderna ? Si deve 
far la guerra ai falsi titoli?». 



* 



I" Concorso, per le sole signoriue abbonate : Mandare le 
risposte sino al 12 dicembre 1903, unendovi due fascette di 
abbonamento alla rivista. Primo premio alla migliore rispo- 
sta: una cinta di cuoio nero, lucido, con fibbia liberty. Se- 
condo premio: due spilloni per cappello. Terzo premio: una 
medaglia portafortuna. Le otto migliori risposte saranno pub- 
blicate nel numero susseguente alla chiusura del concorso. 



-X- 



2" Concorso, esteso ai nostri abbonati dei due sessi e di 
ogni condizione: mandare le risposte sino al 12 dicembre 1903 
unendovi due fascette di abbonamento. Primo premio, alla 
migliore risposta: un orologetto di argento bruciato, con nodo 
da sospendere. Secondo premio: un portafogli di cuoio, con 
angoli di argento. Terzo premio: una medaglia portafortuna. 
Le otto migliori risposte saranno pubblicate. 






3" Concorso, per tutti i nostri lettori, indistintamente: man- 
dare le rispo.te sino al 12 dicembre 1903, unendovi tre fogli 
rossi, ove sono ripetute le formule del Concorso. Primo pre- 
mio: un ombrellino d'inverno, per signora. Secondo premio: 
un ombrello per uomo, per pioggia. Terzo premio: una me- 
daglia portafortuna. Le dieci migliori risposte saranno pub- 
blicate. 



* 

Condizioni generali : le risposte non debbono superare le 
venti righe; potranno esser firmate con un nome o con uno 



304 



I NOSTRI CON'CORSI 



pseudonimo, da rivelarsi, poi, in caso di premio, alla Dire- 
zione. Inviare lettere a Matilde Serao, Direttrice della Setii- 
mana. Ottagono Galleria Umberto I 27. Preferibilmente, rac- 
comandare le lettere. 

La Direzione. 




PREMIATO GABINETTO OTTICO OCULISTICO 

Brevettato da S. M. il Re d'Italia 

FRANCESCO LA BARBERA 

\PÌA Rorp» I 36 /iJipoli 

di rimpetlo alla Chiesa Madonna delle (iraiie ed ai Mafaiiial Gllardiai 

Molti, .lifi(ti.~,i nella \lsia. luiii rit-smiici a triu.irc ixxhiali aii.itti e tiiiiscoiio 
Cui j;''i">'i*f'a niaK>;ioriiiciilc l'acciitlo uso ili lenti male- appropriale , e per 
dippiii ili pessima (|ualìtà. 

Col sistema Keiieralmciitc allottato da molti ottici è difficile una perfetta 
correzione e multi difettosi di vista cedono ad una scelta più o meno adatta 
senza ottenere la precisai gradazione. 

.W sopradetto (labinetto <.)ttii-o il pubblico troverà il sistema più recente 
breve e sicuro acijuibtaiubj le lenti di finissima lavorazione cbe conservano 
gli occhi e senza aver bisosno ili cambiare di grado anno per anno come 
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IIv TKAXRO 



Per la riapertura di S. Carlo— Le novità al « San- 
nazaro » — Al Salone Margherita. 



San Carlo ! San Carlo ! La magica parola è scritta, il gran 
nome è gettato, sulla carta, per le colonne dei giornali, nelle 
conversazioni mondane, un po' da per tutto, dove si vive, si 
chiacchiera, si flirta, si fa della mondanità; San Carlo ! San 
Carlo ! 

Ed ecco, innanzi alla mente, la visione delle lunghe file 
di carrozze signorili trascorrenti innanzi al porticato del no- 
stro Maggior Teatro, sotto la luce cruda delle lampade elet- 
triche che brillano attraverso la nebbia delle sere invernali ; 
ecco la visione delle due scalinate di marmo sulle quali in- 
cedono le nostre belle signore scintillanti di gioielli, ravvolte 
nelle ricche pellicce o nelle magnifiche sorties de bai, fra una 
doppia ala di elegantissimi in cilindro e inonoclc ; ecco, in- 
fine , il miraggio incantatore dell' immensa , magnifica sala 
sfolgorante, della vasta serra di grazia e di beltà feminile, del 
centro di ogni alta vitalità del nostro gran mondo ed anche, 
largamente, della nostra borghesia cosi raffinata, e il sogno, 
anche — l'antico sogno, la passione che non scema giammai — 
del nostro popolo, del nostro buon popolo così assetato di 
arte, cosi amante delle cose belle, delle buone musiche, degli 
eccellenti artisti ; del nostro popolo che affolla il lubbione e 
la platea con entusiasmo schietto, con ardore di buon gu- 
stalo, con serena coscienza di critico equo ed esperto... 

Àncora un mese, ancora trenta giorni, forse anche meno, 

20 



306 IL TEATRO 

ci separano dalla gran data, dalla riapertura del Massimo, 
ma già le notizie degli spettacoli e degli artisti circolano, ed 
io son lieto di riportarle, così, in riassunto. 

Apertura, come annunziai da parecchi mesi, coli' Adriana 
di Lecotivrcur del nostro Cilea: protagonista quella soave, in- 
dimenticabile artista che è Salomea Krusceniski; con lei, la 
Marconini, il tenore Zeni e il baritono Nani. Seguiranno gli 
Ugonotti, protagonista Rina Giacchetti, che noi tutti ricor- 
diamo, nelle molteplici, squisite interpetrazioni d'arte, coa- 
diuvata dal tenore De Marchi che canterà con lei anche nella 
Tosca. Poi la Fedora, con la Pasini-Vitali, che canterà anche 
nel Ballo in tnasc/iera. Infine, la novità dell'anno, la Siòcria 
di Umberto Giordano, che sarà anche cantata da Rina Giac- 
chetti. L'elenco degli artisti sarà completato dai tenori Fran- 
ceschini e Bassi. Direttore d' orchestra, il \'itale. Ballo , il 
s i nipat ico Tanzmarchen . 

Kd ora... rassegniamoci ad aspettare pazientemente che 
j)assino questi trenta giorni... 



* 



Settimana di gaiezza, al Sannazaro, con la Bomba di Wolft 
e // figlio del ìniracolo di Gavault e Charvay. 

La Bomba ha delle situazioni sceniche graziose e i primi 
due atti assai brillanti: le manovre di un Z'/z-ev/r per liberarsi 
di un'amante e scaricarla sulle spalle d'un amico più ricco 
di lui, il pentimento successivo, per una resurrezione dell'an- 
tica passione per questa donnina, che l'amico finisce per spo- 
sare, e il ménage .stranissimo che si stabilisce, all'ultimo, fra 
i tre, riconciliandosi gli amici e divenendo il primo amante 
una specie di suocero che sorveglia ed annoia terribilmente 
la sua antica compagna, con gran soddisfazione dell'amico, 
provocano degli spunti di scene assai comiche: peccato che 
la comedia finisca a mezzo, troncata bruscamente e senza ra- 
gione a un punto qualsiasi della scena fra i tre, soluzione 
the non è una conclusione e che non si chiude neppure con 
la rituale freddura della battuta finale ! .Spezzarla li, o prima, 
o dopo, è ristessa così». E lo spettatore che vuole andar via 



IL TEATRO 307 

ili qualsiasi momento del terzo atto ne saprà tanto, della co- 
media tutta intera, quanto lo spettatore che ha aspettato co- 
scienziosamente il calar della tela... 

// figlio dei miracolo è qualche cosa di più ameno e bi- 
slacco di una pochade: è una continua convulsione di riso, 
una sciocchezza deliziosa, una mostruosità ineffabile, senza 
senso e con molti doppi sensi, ma che s' infischia allegra- 
mente di tutte le esigenze della logica, della severità dei co- 
stumi e di tante altre belle cose, perchè ha un requisito di 
più, che non le è mai mancato, a Parigi come in Italia : il 
successo. 

La tela? Piena di... sforacchiature. Una vedova freschissima 
perderà tutta la sostanza del marito se non avrà discendenti, 
avendo egli, in tal caso, lasciato tutto a una città, per te- 
stamento. Un suo amico e interessato d'affari s'incarica di far 
venir fuori questo discendente salvatore per forza o per a- 
more... di un altro. E quest'altro, un giovane che amò, senza 
speranza, la leggiadra vedovella, è ricercato per mare e per 
terra. Si sa, finalmente, che ha intrapreso il giro del mondo: 
in viaggio invia, ogni tanto, dispacci strazianti all'ingrata... 
X'iceversa lo scovano a Parigi, con un'e.x cameriera della ve- 
dovella, e si scopre che egli ha mandato il domestico a gi- 
rare il mondo, con l'obbligo di quei telegrammi a data fissa, 
per stabilire un alibi. L'amico s'incarica di riavvicinare i co- 
lombi, ma ecco che capita, dalla città che dovrebbe eredi- 
tare, un « curatore al ventre » mandato da quel municipio 
per sorvegliare 1' annunziata gestazione della vedova... Oc- 
corre allontanare, per poco, l'inesorabile importuno; ed ecco 
altri pasticci ed altre gherminelle. Infine, si rintraccia per 
caso un testamento posteriore del defunto: la moglie è erede, 
abbia o no discendenti, tutto è aggiustato, e gli amanti po- 
tranno fare per sport quello che dovevano fare per necessità 
di cose... 

Questo, Il figlio del miracolo ; il pubblico lo ha accolto 
festosamente e gli ha fatto da padrino ; inchiniamoci, senza 
altro ! 



;o8 IL TEATRO 



* 
* * 



Il Salone Margherita ha ritrovato il suo pubblico fedele. 
Lo spettacolo della settimana ha presentato i Les Bengalis, 
nani boxeurs, la coppia Bacchus-.Miller, duettisti e famosi 
danzatori di cake-zvalke, i Bressy-Block, duettisti imitatori e 
un contorno di chauteuses grosse e piccine. Ce n'è per tutt'ì 
gusti, e ce ne sarà anche di più, con le prossime apparizioni 
di astri maggiori... 

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TRAMONTANDO IL SOLE 



(Novella) 



A Enrico Nencioni. 



— Clara , io non sarei qui, se non vi avessi amata — egli 
disse seriamente. 

— Vale a dire ? 

— Che ci vuole una grande tenerezza , per dimenticare 
quello che mi avete fatto: e una grande tenerezza non viene 
che da un grande amore. 

— Bella rovina , illuminata a chiaro di luna — ella disse , 
non ridendo, tetramente. 

— Ognuno dà quello che può — Giovanni rispose, con una 
tristezza semplice. 

Clara tacque. Scherzava con un tagliacarte giapponese e se 
ne pungeva le dita. A un tratto , si rivolse tutta mutata : 

— Perdonatemi , Giovanni : ho avuto un accesso di catti- 
veria. 

— Tanto , per non cambiare — ed egli ebbe un pallido 
sorriso. 

— Sono cose che restano, a filoni, nell' anima. Ma 1' ani- 
ma è così cangiata ! 

— Così ? — e la tenerezza velava 1' incredulità. 

— Tutta quanta. Non ve ne siete accorto ? \'i sono sem- 
brata la stessa, in questo tempo, la stessa di dieci anni, di- 
telo , in coscienza ? 



3 IO TRAMONTANDO IL SOLE 

— No , non mi siete sembrata la stessa. Ma non vedo la 
causa del vostro cangiamento e non so lo scopo. 

— Al solito, voi mi supponete qualche infernale progetto. 
No, Giovanni, disilludetevi. Nulla vi è di più complicato in 
me — e sorrise , con una mesta semplicità. 

— Nulla? 

— Nulla : a che ? Per sedurre chi ? Voi siete inseducibile. 

— Vi piacerebbe sedurmi ? 

— Sì, moltissimo — ella esclamò, impetuosamente, con la 
verità sulle labbra e nel cuore. 

Giovanni fu scosso , da questo colpo diretto. 

— La cosa è già fatta — egli disse , piano , cercando una 
via obliqua , per ischermirsi. 

— La seduzione passata, Giovanni, non conta — soggiunse 
subito, la terribile e infelice donna, riportandolo al duello. — 
Era una pessima seduzione , fatta da una donna i>erfida e 
fallace, una seduzione fondata sull' inganno, che partiva dalla 
malvagità e arrivava alla perversità. Non quella, non quella! 
Mi sarebbe piaciuto sedurvi, mi piacerebbe sedurvi, con una 
seduzione nobile e alta , quella della schietta anima femmi- 
nile , che si dà in tutta la sua naturale bontà , con una se- 
duzione fondata sull'amore, profondo, umile, segreto e pure 
sgorgante da ogni atto e da ogni parola ! 

Si era avvicinata a lui , chinata verso lui , parlandogli : e 
gli parlava con una voce tremante , roca , come egli non 
aveva mai inteso uscire da ciuelle lahhr.ì. Ei^li t-hti»- vin .itto 
di smarrimento : 

— Tacete , Clara , tacete ! 

— No , amico mio , non mi fate tacere , non vi ho mai 
detto nulla, in (|uesto tempo, e t>ra muoio, se non vi dico 
tutto.... 

— lo non posso udirvi.... — e cercava sciogliere l.e sue 
mani da (|uelle di lei che le tenevano, neirafTanno dell'emo- 
zione, stretti.ssime. 

— Sì, si, potete udirmi, giacché io nulla ilebbo dirvi che 
vi turbi , che vi offenda I Giacché io non voglio niente da 
voi, Giovanni, niente! Voi mi avete amata, è vero, nel pas- 
sato e io sono sacrilega , quando lo nego , ma anche il sa- 



TRAMONTANDO IL SOLE 3H 

crilegio è una forma della passione , anche il calpestare è 
una voluttà dell'amore ! E ora voi non mi amate più e avete 
ragione ; io sono stata crudele , io sono stata infame , con 
voi , vengono dei momenti in cui mi faccio orrore , ve lo 
giuro.... 

Mentre parlava ella , così , singhiozzava e il suo petto si 
sollevava, nel singulto. Qualche rara lagrima le usciva dagli 
occhi e Clara 1' asciugava rapidamente , col fazzoletto. Gio- 
vanni l'ascoltava, la guardava, stupefatto, incapace di difen- 
dersi più , e incapace di sottrarsi al pericolo estremo in cui 
si trovava. 

— Ma , sentite , Giovanni , sentite con pazienza , poiché 
queste cose mi soffocano, sino a morirne, e le debbo dire, 
giacché sono le ultime parole di passione che mi usciranno 
dalla bocca , in questa vita. Si , si , le ultime , poiché io ho 
trovato in questa mia anima, così maltrattata, cosi ingiusta- 
mente maltrattata da chi non doveva mai farlo , ho trovato 
una sublime speranza , Giovanni , quella di poter es.sere 
un'altra donna, quella di poter amare con un infinito entu- 
siasmo e una infinita devozione , quella di poter essere in 
una estrema tenerezza, una donna leale, pia, umile, vivente 
solo per voler bene, così, come una povera creatura anima 
lata e convalescente si innamora della vita , di nuovo ! 

— Illusione, illusione — balbettò lui, tentando reagire con- 
tro quella esaltazione sentimentale , che gli si comunicava , 
fatalmente. — \'oi non potrete mai far questo , Clara ! 

— Io posso fare tutto quello che voglio, io lo farò — ella 
rispose energicamente. — Ah ho ben visto , io , in questo 
tempo , nella mia anima , io vi ho letto come in un libro 
aperto , io so tutto, io so che una sola cosa può farmi rivi- 
vere ed é un afletto schietto e saldo , senza altri interessi 
morali che 1' affetto istesso , senza altro desiderio che dare 
uno slancio di purezza a quest' anima, senz'altro ideale che 
la redenzione di uno spirito malato e corrotto. 

— Non vi riescirà, non vi riescirà — egli esclamò, in preda 
a tale un' agitazione e a una confusione , che gli pareva di 
non aver parlato lui , ma un altro. 



3 I 2 TRAMONTANDO IL SOLE 

— Se questo non mi riesce, io sono perduta, Giovanni — 
ella soggiunse, cupamente. 

— Ma perchè, perduta ? 

— Perduta, perduta ! Questo è l'ultimo anello che mi lega 
alla vita: se si spezza, cessa la ragione della mia esistenza. 
Ebbene, io non posso perdermi, Giovanni, io non posso mo- 
rire, io sono vecchia, perchè ho vissuto troppo, è vero, ma 
non ho che trentaquattro anni, e sono troppo pochi per ri- 
nunziare, per morire ! Io non voglio rinunziare, io mi ab- 
branco a questa speranza, essa mi deve aiutare a vivere, io 
voglio amare così, se no, sono perduta e niuno, ninno può 
desiderare la perdita e la morte di una creatura come me ! 

— Ma chi, chi volete amare? — gridò lui, levandosi, vo- 
lendo fuggire, ma non trovandone la forza. 

— \'oi — esclamò ella, guardandolo con gli occhi sfolgo- 
ranti, con le labbra schiuse che mostravano i bianchi denti 
minuti, che egli aveva adorato. 

— Me ? me ? E perchè ? 

— Perchè voi solo ne siete degno — diss' ella, aprendo le 
braccia, chinando il capo, con un atto di umiltà. 

— Clara,, io sono uno sciocco, un malato, un infelice, io 
non merito questo — disse lui, turbatissimo, dando indietro, 
cercando fuggire. 

— \'oi siete l'anima più Ijuona e più nobile che io abbia 
mai incontrata - ella disse, con un accento profondo di a- 
more, che fini di sconvolgere Ciiovanni. 

— Clara, voi avrete con me le maggiori delusioni, lo ho 
sofferto, io sono stanco, sono vecchio, oh quanto più di voi, 
così piena di vita, di vivacità ! Clara, Clara, se sapeste quanto 
sono vecchio, e <|uanlo sono stanco, non tlareste al mio cuore 
questa tortura, «piesta nostalgia 

L'ultima parola era così imprutlente ! Superbamente, rea- 
lizzando il suo iin incibile bisogno di espiazione, ebbra di sa- 
crificicj, folle di sacrificio, ella gridò: 

— Che importa? Fosse anche così, così mi piacete: fosse 
anche peggio, voglio amarvi così ! 

— E' un inutile amore, Clara — egli replicò, tristissima- 
mente. 



TRAMONTANDO IL SOLE 313 

— Percliè, inutile? L'amore non è mai inutile! 

— Inutile, lo vedrete, Clara: io non dei)bo ingannarvi. Io 
non vi amo. 

— Lo so: non importa — diss'ella, crollando orgogliosamente 
le spalle. 

— Ciò che è fuggito, non ritorna più. Io non posso amarvi 
di nuovo. 

— Non importa — replicò ancora lei, giunta al culmine 
della superbia e dell'umiltà sentimentale. 

— Clara, Clara, questo è un romanzo: io non ho le forze 
morali per seguirvi in questo romanzo. 

— Non importa: camminerò sola. 11 mio cuore è saldo, 
quando l'amore lo regge. 

— Oh Clara mia, mia amica buona, voi v'illudete, voi non 
mi amate punto, voi siete in preda a un accesso di infinita 
bontà, voi v'ingannate, sul vostro cuore ! 

— Io vi adoro — ella disse, semplicemente, sorridendo. 

— Non è vero. 

— Provate — ella soggiunse, subito, con una tal luce nello 
sguardo, con un tal sorriso di offerta sulle labbra, che il po- 
veretto vacillò. 

— Sentite, Clara, io sono il più saggio, fra i due, e invece 
vi sembro il più scortese e il più crudele. Clara, restiamo 
amici, non tentiamo la Provvidenza, non prepariamoci un av- 
venire di amarissime delusioni. Guai, se vi credessi ! 

— Mi crederete — e sorrise, fiduciosissima di sé e del- 
l' amore. 

— Io non vi vedrò pii'i ! — gridò lui, sentendo sfuggirgli 
l'estremo suo lémbo di coraggio. 

— Perchè. Giovanni ? Non mi amate, è vero : ma non è 
una dolce consuetudine di vedermi, per voi ? 

— Sì, si, purtroppo 

— Non mi amate, lo so: ma non sono io, la donna che 
più avete amata ? Non sono io la donna con cui piìi avete 
desiderato di vivere, la sola con cui abbiate desiderato di 
vivere ! 

— La sola, la sola ! 

— Ebbene ? perchè mi dovreste fuggire ? Dite che siete 
stanco, ammalato, vecchio, e che non mi potete amare? Quale 



314 TRAMONTANDO IL SOLE 

pericolo correte, dunque ? Voi avete la g^ran sicurezza ; che 
temete ? 

— Nulla... infatti... ma dovrò fuggirvi. 

— No. Re.stiamo amici, voi volete cosi ? Restiamoci. Sola- 
mente, solamente io non sarò amica, ma innamorata di voi. 

— Clara, sarebbe una condizione insopportabile ! 

— Io sola, la debbo sopportare ! Che fa, a voi ? \'i amerò 
cosi quietamente, così segretamente, che cjuasi quasi non ve 
ne accorgerete neppure. Sarete buono con me, ecco tutto : 
mentre io fui così cattiva ! 

— Voi, non siete fatta per questo orribile stato di animo, 
che è r amore non corrisposto. Voi siete stata sempre una 
vittoriosa 

— Lasciatemi provare la dolcezza di esser vinta — disse ella 
tenerissimamente. 

— Voi finirete per odiarmi, Clara, io lo sol -e fece un 
atto di disperazione. 

— Ma perchè combattete questa lotta inutile e inefficace, 
Giovanni, contro me, contro voi stesso? Perchè mi negale il 
permesso di volervi bene, quando ciò non vi costa nulla e 
quando ciò può anche piacervi ? Perchè rinunziate, quando 
non vi si domanda altro che di lasciarvi amare, (iiovanni ? 
Che vi fa ? Perchè dite di no, (|uando nessuno vi chiede di 
dir sì ? Lasciatevi amare, lasciatevi amare, è una cosa tanto 
confortante, tanto consolante, credetelo ! 

Egli non le rispose nulla. 

— X'edrete, amico mio, vedrete che questo mio amore, 
mentre sarà il segreto della mia esistenza, non turberà la vo- 
stra. Fidate in me. Io vi saprò amare così bene, che non ne 
avrete né preoccupazione, né noia. Verrete a vedermi, tjuando 
vorrete. Io non vi darò le mie ore: vi aspetterò, sempre. 
Sarò profondamente felice, quando vorrete darmi qualche 
ora del vostro tempo: e se non vi vedrò, ebbene, non uscirà 
un lamento dalla mia bocca. \"\ scriverò. Mi permetterete di 
scrivervi, è vero? Le lettere sono uno sfogo così dolce a chi 
ama: e non turbano colui che non ama. Giovanni, C.iovanni, 
lasciate che io vi ami, non mi to;^liete ijuesto amore, se vi 
sono stata cara una volta. 

E pian piano, dalla sedia in cui era seduta dirimpetto, gli 



i 



TRAMONTANDO IL SOLE 315 

scivolò inginocchiata, innanzi, levando il volto trasfigurato 
verso Giovanni Serra. Egli la sollevò, nelle sue braccia, di- 
cendole forte, violentemente come se volesse convincerne sé 
stesso, mentre la stringeva a sé : 

— Io non li amo... non ti amo ! 

— Nei sei certo? — ella chiese, misteriosamente, con la 
testa sul suo petto, col volto proteso a lui. 

— Non lo so — balbettò il ptneretto, in un impulso di lu- 
minosa verità. 

E la baciò, sulle labbra. Tutta la virtù di quei cuore d'uo- 
mo, in quel bacio, cadde. 
(continua) 

Matilde Serao 



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malati e la disperazione dei medici, oggi si guarisce facilmente con 
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Intarsio 



X * * X * * X * fatai di precipizi 

s' apron color che xxx tra 1' *»«*« e i vizi! 



Incastro 



Dedalo 



al Principe di Calaf 



Fra tre numeri un re fa calpestarsi. 

Esse lieto 

Logogrifo 

Conquisa dall' xxxx 1' xxxxx xxx 
xxxxx come di xxxxx all' xxxxxxx ! 

Aldo Arnoldi 
Monoverbi sillogistici ad incastro 



MAGRE 



NO 
STAMI 



Eleonora Demi 



3l8 LA PAGINA DEI GIUOCHI 

Premio per questo numero 

Una medaglina portt- boiihcitr d'ar>{ento. 

II i)remio sarà assegnato dalla estrazione del lotto pubblico 
ruota di Napoli. Vi potranno concorrere soltanto i solutori di tutti 
i giuochi. 

Le soluzioni, accompagnate dal relativo talloncino, che trovasi fra 
le pagine rosa, dovranno per\'enire non oltre il secondo lunedì suc- 
cessivo alla pubblicazione dei giuochi. 

.♦. 

Soluzioni dei giuochi proposti nel numero 46 : 

/. Comari, Somari; 2. Carpione {carne, Po); j. Ras-chi-a-tura; 
4. S-a-l'-a-mama; 5. Indi-c'-è. 

Anche questa volta la difficoltà dei giuochi proposti , più che as- 
sottigliare le fila dei solutori, produsse una vera ecatombe. 

I .solutori, infatti, non furono che noz'e. Essi, quindi, concorre- 
ranno ai tre splendidi premii promessi, disjMinendo ognuno di essi 
IO numeri, cioè: 

da I a 10 Cataldi Angelo 

» li > 20 Ceroni L'go 

» 21 > 30 Giacobini .Antonio 

» 31 > 40 Maresca (instavo 

» 41 » 50 Mauri Antonio 

• 51 » 60 Romeo Bianca 
» 61 » 70 Sele Giulio 

• 71 » 80 Sorgente Attilio 

• 81 » 90 Sorrentino Mario. 

Secondo le solite norme, l'assegnazione dei premi sarà regolata 
dalla estrazione del lotto pubblico, ruota di Napoli, di sabato 28 
■corrente. 

I premii sono i seguenti : 

/." premio: — l'no splendido, finissimo ser\izio completo, per s<.-i, 
di bicchieri da tavola in vero cristallo di Boemia. K questo un dono 
tl'un gusto incomparabile, d'una eleganza squisita , e d' una utilità 
evidenti.s.sima. Ks-so è dovuto all' egregio direttore della Casa Ri- 
chard tiiNOKi, (piazza Municipio, angolo Santa Brigida». 1 so- 
lutori dei giutxrhi della Sfllimana già siuino che la Ca.s;» RicH.\RD 
GiNORi, alla quale debbono altri <lue premii di valore, è l'unica in 
Italia, la <|uale alla bontà, alla eleganza ed alla utilità dei suoi ar- 
ticoli accoppi la motlicità dei prezzi. Negli splendidi magazzini 
(iinori, è ora una grandiosa esjwsizione di articoli per regali e di 
oggetti d'ornamento, nuovissimi etl eleganti, in porcellana ed in 
cristallo. Visitarla, visitarla... ed acquistare, giacché chi visita non 
sa resistere etl acqui.sla I 

3." premio — Una elegantissima, splendida trousse con Ire spaz- 
zole fmissime , offerta ai s«jlutori dei giu<x-hi della Settimana dalla 
importante e fiorente Ditta R.akk.aki.iì Fiorkntino Kf G. (via 
Monteoliveto, 36), il migliore Knqiorio di chincaglierie, utensili da 
cucina, ecc. il .solo fornitore di ottimi cassetti di sicurezza. 

7." premio — Un bellissimo bocchino ili ambra, spuma etl argento, 
raffigurante un artiglio di atpiila , che stringe un uovo di tortora. 



LA PAGINA DEI GIUOCHI 3 I9 

E questo l'ultimo della serie di oggetti, cortesemente offerta ai so- 
lutori dcWaSr/h'tnana dal cortese signor Luigi Trikari, proprietario 
dcH'accreditatissimo negozio di oreficeria e gioielleria in via Roma 
27S-279. 

**» 

Giusta r estrazione del lotto pubblico, ruota di Napoli di sabato 
14 corrente, i premii promessi nel numero 43 sono stati assegnati 
ai seguenti solutori : 

i.° premio: — Un bellissimo specchio di Venezia di centimen- 
tri 55 per 48 , artisticamente biscaìtté , inciso all' ingiro e con 
borchie di metallo dorato ; dono della Casa primaria di ammobi- 
gliamento Carlo Palladino, ex tappezziere decoratore della Casa 
Solei-Hebert. (via S. Brigida, 16-1° p. di fronte alla Galleria) — si 
gnor Mario Sorrentino. 

2.'^ premio: — Una catenina d'argento con artistica medaglina, 
gentilmente offerta dall'egregio signore Luigi Trifari, proprietario 
del fiorente negozio di gioielleria ed oreficeria in via Roma 278 e 
279 ; dono graziosissimo ed elegante, come tutti gli altri offerti dal 
cortese signor Trifari. — signor Ans^elo Caialdi. 

IV Concorso enigmistico della "Settimana,, 

Come i lettori ricorderanno, essendo dubbio il risultato del refe- 
rendum, pregai di dare il loro giudizio sui dodici lavori prescelti, 
votando per trentesimi su ciascuno di essi, i signori Demetrio To- 
losani , Giacomo nobile Borelli , don Pellegrino Accordi , Aurelio 
Romoli e Carlo Varola. 

Con gentile sollecitudine, il Tolosani, 1' Accordi ed il Romoli ri- 
sposero al mio invito; anzi i primi due mi spedirono anche lunghe 
ed acute critiche ai lavori, scritte in forma brillante, e che mi di- 
spiace di non poter pubblicare per assoluta mancanza di spazio. 

Il Borelli con una gentile lettera, si scusò di non poter aderire al 
al mio desiderio , jier ragioni d' indole privata , ed io non credetti 
d'insistere, rispettando la sua volontà. 

Il Varola, che io mi decisi a mettere insieme con i più forti 
campioni dell'enigmografia moderna , sol perchè mi aveva spedita 
una relazione accuratissima e piena di savie osser\'azioni suU' esito 
del concorso, quando si trattò di accogliere il mio invito e di votare 
per trentesimi sui varii lavori, cominciò a tentennare , e prese del 
tempo. 

Per non ritardare di più la pubblicazione del risultato definitivo 
del concorso, mi ero deciso a rinunziare al giudizio del Varola, 
visto e considerato che egli non voleva saperne. Ma , venne , final- 
mente, il giorno... del giudizio, e questo fu il 16 corrente! 

Intanto essendo venuto a mancare il giudizio del Borelli, credetti 
opportuno supplirvi, invitando il rag. Andrea Troncone. Questi gen- 
tilmente aderì al mio desiderio, e ritirò il suo giuoco (numero 2) 
dal concorso. 

Nel pubblicare i voti riportati dai singoli giuochi, con i nomi de- 
gli autori, ringrazio sinceramente gli egregi amici , che con tanta 
cortesia dettero il loro giudizio sui lavori. 



320 



LA PAGINA DEI GIUOCHI 



Votazione sui giuochi del IV Concorso 



o 

.SO 


Numero 
^ del giuoco 


1° 


2o 


II 


3° 


12 


40 


5 


5° 


7 


6" 


I 


70 


8 


80 


4 


90 


6 


IO» 


IO 


Ilo 


2 



Nome e cognome 
dell'autore 



Aldo Santi 

avv. Clinio Cottafavi 

G. M. Sambrotto 

aw. Giannino Parmeg- 

giani 
ing. Arnaldo Lodi 
G. M. Sambrottto 
avv. Giannino Parmeg- 

giani 

G. M. Sambrotto 

ing. Arnaldo Lodi 

G. M. Sambrotto 

id. id. 






29 

28 
18 

20 

25 
12 

26 

15 

20 

16 

5 



o 
u 
u 

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15 
30 

21 

27 
14 
17 

8 
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30 
25 
28 

28 
15 
25 

15 

18 

20 

15 

IO 



o 
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p 



27 

38 

28 

27 
26 

26 

28 
28 
24 
25 
25 



Cd 

e 

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29 


130 


14 


"5 


25 


120 


17 


119 


26 


106 


20 


100 


31 


98 


23 


84 


J5 


79 


33 


78 


24 


64 



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1110 e necessario ? Bisogna l'are la 
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Mandarle le risposte sino al dodici 
licenibre, unendovi tre di questi Togli 
rosei. 

Primo premio: Un omhrelluio din- 
rerno, per sir/nora. 

Secondo premio: Un ombrello per 
nomo, da pioggia. 

Terzo premio: l^na medaglia por- 
lafortnna. 

Le dieci mig'liori risposte saranno 
|)ubl)licate. 

Indirizzare' lettere, con nome o pseu- 
donimo. [)ref(M'ibilmente raccomandate 
a Matilde Serao . Direttrice della 
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— ^ Un premio ad ogni lettore r>^ — 

Anno II. 20 Novembre 1903. N. 48- 

lA 

SETTIMANA 

Rassegna di LETTERE, ARTI e SCIENZE 

DIRETTA DA 

MATILDE SERAO 

ABBONAMENTI 

Anno . . . lire 12 )( Semestre. . . lire ft 

Un numero: trenta centesimi 



CONTIENE: 

Regine e Imperatrici, Matilde Skrao. 

La Fonte (versii. (ìiovanni Anniijakui. 

Idylle de l'age d'or, Bkkthk Tosti. 

A mes morts (versi), Anna Crisafilli. 

Fatti e figure del XVIII secolo. Sara Gondar, Li igi Manfredi. 

Emilia Pardo Bazan, A. Siniscalchi. 

La vita nei cristalli. Prof. I'rnksto X'ocatiko. 

I libri, I). (). M. 

Le riviste, Ramnes. 

I nostri concorsi. La Direzione. 
Tramontando il Sole (novella), Matilde Serao. 

II Teatro, Daniel. 

La pagina del giuochi, Il principe di Calak. 



_j. ^f Magnifici prem- ••••*■ --'• -'-' '- ^ * 



V. 



lanifici premii gratuiti agli abbonati >^_, 
(Vedere il j rogninima iiell' inleriioì 1>-^- . 



LA SETTIMANA 



INDICE del N. 48. 

I. ki;c;iM-: k ìmi-kkaikici, Matilde Serau iJa;^. --.zx — li. L.\ 
1 oNTK (versi), (ìiai'anui Anuiba/di, pag. 326 — 111. Idvi.le DE 
i.AGF. d'or, Jìcrthe Tosti, pag. 331 — IV. A mes morts (versi i, 
Atina Crisafnili, pag. 335 — V. Patti e figcrk dei. X\'I11 sk- 
coLO. Sara Gol'dar, Luigi Manfredi, pag. 336 — VI. Emilia 
Pardo Hazan, A. Siniscalchi, pag. 301 — VII. La vita nei 
CRISTALLI, Prof. Ernesto l'ocatiiro, pag. 347 — Vili. I muri, 
D. O. M.. pag. 357 — IX. Le riviste, A'awnes , pag. 561 — 
X. 1 nostri con'CORSI. La Direzione, pag. 366 — Xl. Tra^ 
tando il sole (novellai, Matilde Serao, pa^. 369— XII. li. 
TRO, daniel, pag. 393 — XIIL La pagi.na dei giuochi, // principe 
di Calaf, pag. 397- 



ABBONAMENTI 

Un anno L. 12 

Sei me.si » 6 

Primo anno della SETTIMANA, dal 27 aprile 1902 

al 31 dicembre 1902 » 8 

Abbonamenti per l' Estero (unione postale) 
Anno L. 18 — Seme.strb L. 9 

(Oli abbonamenti eomineiano Hai t. di ogni nett). 

(^3^=* Inz'iare faglia cartoline all' L fficio Ottagono Galleria 
Umberto L", 27. 

1 manoficritti pubblicati o no» pubblicati non ni regtituiscono. 

m ABBONATI SEMESTRALI rt.XCr;':..,™/^^ «:: 

tiltU" Sera») -V</ patiir di (ietiii o l'altro, della iiu><lt>HÌnui Ht-rittrioe 
La Madonna e i santi. Il voUiiue i)re8colto sarà invinto a rigore 
di ponta , all' iil)l)onato. Preghiera di coinimicarti «nhito ' ; ^•■'•" 

HCcltU. 

INSERZIONI 

Prima del testo ' Dopo il tento 

1.' pagina intera . . L. 15 1.* imgin», intera . . L. 12 

» metà ...» 8 < mctA. . . > 7 

Ogni pagina anceesHiva Ogni pagina suocesaiva 

intera » 10 intera » 6 

« > metà . . > 6 * » metà . . > 9 

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"•SBT" 



Regine e Imperatrici 




^hi scriverà mai le memorie segrete della vita mo- 
derna, nelle sue più curiose espressioni ? E chi 
mai scriverà le memorie segrete e molto bizzarre 
^cs- delle alleanze fra Stati profondamente divei'si, 
delle discordie fra nazioni assolutamente consimili, delle 
antipatie represse malamente sotto le formole diplomati- 
che, delle simpatie esplodenti con la forza della sincerità? 
P2 chi mai misurerà la influenza intima, intensa, possente 
e quasi sempre segreta delle donne in certe visite so- 
vrane fatte o non fatte, ricambiate o non ricambiate , 
ricambiate bene o ricambiate male ? Ogni tanto . una 
jjarola di verità sfugge alle bocche più chiuse , ma 
pochi o nessuno osa riferirla ; ogni tanto, in certi cir- 
coli . un aneddoto impressionante , suggestivo , si fa 
strada : ma il grande cronista che l'ode, è distratto o 
prudente, e il piccolo giornalista, più audace, non ar- 
riva a penetrare in certi circoli, donde è tenuto lon- 
tano, sovra tutto per la sua audacia ! Chi almeno, con 
buona grazia, con quella filosofia sociale che viene dal- 
l'aver molto vissuto, dall'aver troppo visto e dal non 
meravigliarsi più di nulla, fornirà qualche notizia alla 
persona ideale, forse non esistente, che dovrebbe scri- 
vere le memorie segrete di questo nostro tempo ? O , 
almeno , chi fornirà qualche notizia più interessante , 
più umana, più personale, a questo grande raccoglitore 

21 



322 RKGIXE K IMPERATRICI 

di fatti che è il pubblico, che gli dirà ciò che è l'in- 
verso della banalità ? 

Torniamo un poco all' antico , facciamo del gran 
reportage. Uno dei maggiori successi della lìostra buona 
regina Fllena, a Parigi , nei circoli diplomatici e po- 
litici, è stato il paragone costante fatto con la Zarina ! 
La imperatrice di Russia , nella sua ultima visita alla 
Francia, lasciò delle imj)ressioni poco gradite. E, forse, 
non per sua colpa! Lo spirito della Zarina è dominato 
da due grandi correnti che regolano non solo la sua 
vita morale e sociale , ma che dirigono quella dello 
Zar, in una forma costante ed efficace. Ella sente in- 
tensamente la grandezza e la potenza della sua posi- 
zione ; ella ha un orgoglio immenso per sé, per la sua 
Casa, per la Russia : ella non riconosce nulla e nes- 
suno oltre la gloria e la felicità dei Romanofif, oltre 
la gloria e la felicità della Russia. Questo sentimento, 
laudabilissimo, certo, nella sua essenza, k talmente esa- 
gerato nelle sue manifestazioni che ne conturba ogni 
suo atto, ne diminuisce ogni grazia e ne cancella ogni 
cortesia : quando ella è amabile, la sua fierezza trapela 
egualmente e la sua amabilità appare sempre un grande 
movimento di condiscendenza : e quando non vuole o 
non crede esser amabile, la sua taciturna freddezza, la 
sua glaciale alterezza scoraggiane^ ognuno. I ministri 
francesi e le loro mogli ne sanno bene qualche cosa, 
alla famosa visita di Compiògne ! 

La seconda corrente che imj)era nell' anima della 
Zarina , è pure degna di loik- . ma senza eccezione , 
questa volta : ella adora lo Zar e ha una paura orri- 
bile di jjerderlo. Tutte le nazioni coi loro gruppi di 
radicali, di socialisti, di anarchici, le fanno s|)avento : 
tutti i viaggi oltre la Russia, che non siano in Dani- 
m.irca, o nella Russia medesima, le danno un terrore 
UKirtale. Alexandra Keodorovna non ha torto ! E lo 
Zar ama tant(i sua moglie, le è cosi intimamente legato, 
ne comprende così giustamente l'adorazione cieca e la 
cieca ]>aura, che egli finisce per lasciarsi guidare non 
solo nelle piccole , ma anche nelle grandi cose della 



REGINK K IMPKRATRICl 323 

politica, dalla Zarina. Oh essi vennero in Francia, ma 
come ci vennero ! Era necessario di venirci, per tante 
ragioni : ma la loro riluttanza, sovra tutto la riluttanza 
di Alexandra non fu possibile celarla. Anzi tutto , la 
Zarina dichiarò che aveva paura di Parigi e che non 
vi sarebbe mai andata: Parigi attese invano la loro vi- 
sita. Secondariamente, ella disse che non voleva lasciare 
solo lo Zar. in carrozza , con il Presidente della Re- 
pubblica , in nessun momento : che ella era venuta a 
visitare, come imperatrice della Russia , non il Presi- 
dente della Repubblica e la sua signora , ma la Na-, 
zione francese : che madame Loubet era una stimabi- 
lissima persona, ma che non era niente e che, quindi, 
ella non sarebbe mai andata in vettura con lei : che 
erano . anche stimabilissime tutte le mogli dei mini- 
stri , ma che esse non rappresentavano la Francia : e 
che, infine, siccome ella non avrebbe mai lasciato lo Zar, 
il Presidente prendesse il terzo posto nella carrozza. 

Cosi fu fatto ! Invano tutte le dame della Repub- 
blica, mogli di presidenti e di ministri, e ve ne sono 
di molto simpatiche , molto intelligenti ed alcune an- 
che chic furono gentilissime, ossequiose , devotissime : 
la Zarina non si accorse mai di loro. Anzi , ella ac- 
centuò le sue simpatie per la contessa di Montebello, 
gran signora francese, ambasciatrice di Francia a Pie- 
troburgo, sino ad isolarsi con lei , sino a battezzare , 
come madrina, in Compiègne, il bimbo di Montebello, 
senza invitare la moglie del padrone di casa, la buona, 
mite e pia madame Loubet. Sempi^e preoccupata , in 
pubblico , sempre inquieta , sempre assorbita nel suo 
orgoglio o nella sua diffidenza, la partenza sua, con lo 
Zar , sollevò lei da un incubo : e anche gli altri ! E 
io oso aggiungere un dettaglio singolare che la diplo- 
mazia può smentire, ma che non è meno vero: quando, 
a luglio, il Re e la Regina d' Italia dovevano recarsi 
a Parigi , giunsero lettere dalla Corte di Russia alla 
Corte italiana , facendo delle osservazioni tutte proto- 
collari , tutte di decoro reale , consigliando ad Elena 
di seguire l'esempio di Alexandra, pregandola di non 



3 24 REGINE K IMPERATRICI 

voler lei, regina, far diventare qualche cosa .\^ signore 
della Repubblica. E sono alleati, i governi di Russia 
e di Francia ! 

La cara Regina nostra è andata a Parigi , invece, 
con una simpatia la cui schiettezza traluceva dagli oc- 
chi; è stata di una cortesia italiana cosi nobile e così 
larga, con tutte le signore della Repubblica che le ha 
incantate e sedotte; e, purtroppo, ogni tanto, qualche 
uomo politico rammentava Compiègne. con una smor- 
fia, e un inno ad Elena esciva dalla sua bocca. Dopo 
di che, la mancata visita dello Zar trova tutta la sua 
spiegazione intima , in questo atroce incubo che pesa 
sul cuore deli "imperatrice; ma, anche, pare impossibile, 
in questa sua rigidità ieratica sovrana. Im reine Hé- 
lene n' est pus alide à Saint- Pétersboiirg , avec voi re 
roi » — mi diceva una grande dama russa che passa 
qualche mese dell'anno a Parigi. — Mais, madame, la 
Reine était enceinte .' — Cest égal, madame , ime im- 
pératrice de Russie, ne rend pas une visite qu'elle n'a 
pas re(ue / — Cosi ! Dopo di che, siatene certi , o la 
visita non sarà mai resa, dallo Zar; o egli la renderà 
in alto mare, senza scendere a terra; e la Zarina non 
vi sarà! E in questa visita alla Corte d'Inghilterra non vi 
sono memorie segrete da scrivere: non vi sono, o non 
appaiono , quegli aneddoti che dovrebbero formare il 
fondo di queste memorie: il grande cronista, il grande 
reporter , il piccolo e sfrontato giornalista non han- 
no nulla da narrare. Poiché siede sul trono d' Inghil- 
terra accanto al più simpatico e al più grazioso fra i 
re, la più simpatica e la più graziosa delle regine. A- 
lexandra d' Inghilterra non ò più giovane, ma Dio le 
diede un dono di bellezza cosi resistente da sorpren- 
dere ; e la beltà della sua anima , un lungo corso di 
esistenza speso solo in cose nobilissime, formano un'ar- 
monia grande e mirabile col suo volto e con la sua 
persona. Dolce, ma piena di spirito; spiritosa, ma non 



REGINE K IMPERATRICI 325 

mordace ; gentile, ma non familiare; innamorata della 
sua Casa, de'suoi tìgli, de' suoi nipoti, ma bene al suo 
posto, sul trono, nei grandi ricevimenti, nelle funzioni 
pubbliche; la più elegante donna di Europa, come E- 
doardo ne è 1' uomo più elegante ; coltivatrice intelli- 
gente e passionata delle arti; istruita, ma non pedante; 
pietosa , di una pietà viva, vera , efficace , che arriva 
fino alle più lontane miserie del suo popolo; buona, di 
una bontà riflessiva e saggia; indulgente a tutti gli er- 
rori umani, pur non essendosene mai macchiata, indul- 
gente sino all' oblio di sé stessa ; senza vanità ma col 
vivo desiderio di piacere a tutti; senza pretensioni, ma 
piena della sua dignità di regina, di moglie e di ma- 
dre: ecco che cosa è la regina d'Inghilterra. Tutte le 
idee tenere ed elette la trovano entusiasta : tutte le 
poesie della vita sono da lei accolte e fatte più belle e 
più profonde. Ella rivede, in Londra , Elena d' Italia, 
per la seconda volta: e la stessa soave cordialità spinge 
la regina d'Inghilterra, nelle braccia di quella d'Italia: 
e domani, quando che sia, la regina d'Inghilterra verrà 
fra noi, senza che il Protocollo debba studiare mesi e 
mesi su questa contingenza, senza che le ambasciatrici 
ci rimettano il posto, come la contessa di Montebello, 
e che gli ambasciatori facciano la spola fra le capitali 
europee o chiedano il ritiro. E gli italiani, quando A- 
lexandra sarà qui, quando che sia, sorridendole, salu- 
tandola, acclamandola, la ringrazieranno di esistere, di 
essere sul trono , col duplice fascino della grazia e 
della bontà ! 

Matilde Serao. 



LA F©NTE 



Sui Monti Sepiiii 




JONTE solinga, pura come l'aria 
delle scoscese erte montane 
ove zampilli a quella che ti guarda 
solitudine fresca 
la tua canzone chiusa 
in un sorriso eterno, 

tu, fra le roccie nata e in grembo accolta 
d'un tronco un giorno lieto 
per amori di linfe 
or di tue acque allegro, 
sei pur selvaggia in quel cht- ti circonda 
monil di monti, 

ma pel soave spirito che move 
la tua piccola polla, 
o fonte, sei gentile! 



Canta la Terra 

per la bocca insonne ; 

solitudine ascolta e con sue vene 

invisibili adduce alla pianura 

di tua presenza 



LA FONTK 327 

i più sereni spiriti. 

Sale tìn te la voce delle messi 

nasciture da campi e te cui l'opra 

del contadin che spese intero il giorno 

alla vanga e t' implorò 

ben grato è di compire, pii^i presta allora 

fuori del tronco ruvido trabocchi 

lieta, fra sassi e rovi 

r erta montana scendi 

e in traccia vai, con palpiti, con ansie, 

delle tenere piante e delle fresche 

sementa nove, 

felice se ventura 

su' rosei labri 

di fanciulle a piover ti conduca! 

Oh. qui, dove tu sgorghi, 

sogni di volti e canti villerecci ! 

Tu sapesti o fontana 

quello che possa in giovinetta gola 

melodiosa rima.. 

rima che nunzi o investa 

lo sciabordio de' lini 

o che lenta lo sogna o altisonante! 

Sapesti come suona 

d' una conca il metallo, o d' una bocca 

qual voce s' abbia 

quella che un dì bagnasti 

a fecondar la spiga, 

adesso rozze forme 

foggiata per fatiche 

nuove, terra indurita ! 



328 LA I-ONTE 

Come discocchi lingua 

cui molta venne 

dal cor voglia di canti 

e siasi stanca e si ristori, e il riso 

di labri aulenti a berti 

il primo riso adduca! 

A te solo il pastor co' labri cinti 

d' ispida barba viene 

e beve; né tu t'adombri: benigna 

sempre, il figlio della Terra 

con lieta voce accogli e pur felice 

di tua fortuna semplice, ristori. 

Beve l'armento 

lungo il rivolo chiaro, 

quando a quando un belar lento si spande. 

volgesi il cane e attorno 

guarda co' miti occhi. 

O fonte solitaria. 

poi che Aprile suade il cielo e i campi. 

e quella che t' è amica neve 

profondando ne' solchi 

in lucid' acqua sciolta. 

pur da gran tempo .salutò il corte.se 

piccol tuo rivo 

che in seno se la colse; 

poi che desio di pure erte montane 

in questo come un' alba 

sottil di primavera 

tempo soave 

fino a te mi .sospinse 

e te come ospitai donna mi apri 



LA rONTK 329 

i uscio di tue frescure, 

o fonte solitaria. 

fra quella che ne emana 

dal ciel da' campi nova dolcezza 

e più leggiadri i tuoi spiriti rende, 

nella canzon che semplice mi sgorga 

dal core, t'inghirlando ! 

Siamo in alto, fontana ! 

in alto ove più azzurra 

r aria ne cinge 

e più discosta è l'impostura umana! 

Tu sei pura, selvaggia e sei gentile! 

Immagine mi doni 

di vergin primitiva 

che sovra stuoia 

d' odorosi lauri 

sogni d' amor 1' avvento. 

Fonte, pel chiaro labro 

di tua lucida polla 

mi baci la letizia! 

Quelle che dissetasti a te fraterne 

bocche, fluir non mai 

nel borboglio dell' onda 

fiumi di gioia intesero bevendo 

quanti sul sangue mio, 

come in lavacro immerso, 

tu beli' acqua porrai ! 

Oh eh' io ti beva o pura 

acqua del fonte ! • 

che tutta in me zampilli 

la tua chiara canzone e il tuo sorriso ! 



330 LA FONTE 

solitudine in petto non vorrai 

che per vene insinsibili raccolga 

il tuo spirito dolce, 

ma r anima che resa 

da' tuoi prodigi pura 

or pe' miei occhi vivida ti ride ! 



Giovanni Annibaldi 



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V- 



IDYLLE DE L'AGE D'OR 



C'était au temps où, jeune parmi les mondes, la Ter- 
re, en son printemps d'éclosion, s'épanouissait radieuse 
dans la force de sa nouvellc et vigoiireuse maturitè. 

Des fórets immenses au feuillage touffu peuplaient l'e- 
space; et la cime des haut cèdres s'abiniait dans l'azur, 
tandis que leur pied plongeait mollement dans l'émeraude 
des inoiisses, émaillée de mille fleurs aux couleurs étin- 
I ■ lantes. 

Partout éclatait l'exuberance de la grande nature créa- 
trice, partout, e' était un fourmillement infini de vie et 
despoir. Dans les aids suspendus aux branches , dans 
les roseaux au bord des eaux , sur la faune où volti- 
geaient les papillons bleus et la multitude des insectes 
ailés; et jusque dans 1' anfractuosité du rocher de lave 

'nbre, tiède encore de la chaleur du sein dont il ve- 
nait de naìtre, des germes de plantes fréle et gracieuses 
luttaient ardemment pour prendre part à ce concert de 
vie. Partout, partout c'était une poussée victorieuse de 
seve, d'ardeur, d' amour , qui comme un hymne gran- 
diose et glorieux de la beante terrestre , montait vers 
r infini. 

Sous les rayons d' un soleil couchant , les eaux du 
Gange, le fleuve sacre, se teignaient des tons irisés de 
la palette celeste , et roulaieiit des flots tumultueux et 
tjèdes encore des ardeurs d'un jour brùlant, vers le gol fé 
immense, où majestueux et lent le roi de la création al- 
lait de.scendre sous l'onde. A l'horizon, les sommets nei- 
geux de l'Himalaya, comme de roses nuages immobiles 
dans les cieux , .semblaient de gigamtesques sentinelles 
préposées à la garde du berceau du monde. 

I^ nature entière .se recueillait en un religieux silen- 
ce. 1^ fleur, avant de clore sa corolle en signe de deuil 



332 IDVLLE DE l'a(;K ì) OR 

et d'adien, exhalait vers lui de plus doux parfums ; et 
la brise embaumée inclinait la cime des hauts arbres que 
balayait en passant le cortège des nuages pourpres que 
le roi du monde trainait à sa suite. La lune , rivale ti- 
mide, dessinait chastement son croissant argenté, et l'é- 
toile du soir naissait aux confins du brasier où venait 
de plonger l'astre souverain. 

C'était l'instant du rcpos. Deux étres peuplaient seuls 
la solitude immense, et seule la voix humaine osait trou- 
bler le silence imposant de cette heure crépuscolaire. 

Au pied d'un magnolia en fleur, sur un tertre de ga- 
zon pale, encadrée de lianes fleuries et de chèvrefeuille 
odorant était étendue une femme ; une immortelle sans 
doute, car un tei chef d' oeuvre de beauté ne pouvait 
appartenir à ce monde. Son bras replié souteuait parmi 
les fleurs, qui lui faisaient un oreiller parfumé, sa petite 
téte blonde, et jusqu'à ses pieds glissaient les ondes 
d'une longue chevelure. Une mèdie soyeuse , égarée 
comme un rayon de soleil sur un champ de neige. voi- 
hiit un de ses seins , tandis que l'autre se dressait rose 
et fréniissant carcssé par la brise du soir. De ses han- 
ches dOlicates et pourtant puissantes , fuyait la ligne 
pure de ses chairs nacrées, et ses deux talons roses sem- 
blaient des coquillages perdus dans la mausse. 

Sa bouche entre-ouverte montrait la blancheur lai- 
teuse des tlents, et de ses grantls yeux mi-clos glissaint 
le regard bleu de ses prunelles sombres; tandis que ses 
narines délicates frémi.s.saicnt comme à l'attente du plai- 
sir, pendant, qu'elle pretait une oreille avide aux accents 
d'un jeune niortel deboul devant elle. Bien doux devait 
étre le miei qui découlait de ces jeunes lèvres, et bien 
puissant devait étre aussi le charme des parole qui glis- 
saient dans r oreille de la vierge immortelle pour aller 
sintìltrer jusqu'à son coeur , car elle senìblait perdue 
dans une extase sans noni. Soudain sous la voùte sombre 
retentit une voix plus tonnant que le grondement de la 
foudre, plus traiichanie que le glaive. 

PVappés d'é|)ouvante, les deux coupables se drcsseni 
tremblants. La vierge dans .son efìroi raniòne sur .son 
visage le voile flottant ile ses cheveux. et l'homme, qui 
pour la première fois sent la peur l'etìleurer de son alle 
grise. fait un niouvement pour fuir ! 

« Ténuraire qui ose lever les yeux sur une immor- 



IDYLLE DE L AGK D OR 333 

telle, et lui parler d' amour, disait la voix. Meurs 1 — 
Dans sa juste fureur , le del lance sur toi son tonner- 
re ! — Pcris, toi qui as pu te rendre coupable d' un si 
grand crime ! 

En entendant l'arrét aflfreux, la vierge tombe à genoux 
et lève ses bras suppliants. 

« O toi qui fis les mondes , Toi , créateur des dieux 
et des hommes, Toi, source de tout amour, de toute 
bonté, Toi mon pere, que nul ne peut invoquer en vain 
^>gémi.'-sans elle«, prends pitie de ma misere. Je l'aime! Il est 
le plus beau de tes enfants. Sa parole a ennivré mon coeur. 
Pardonne, pardonne nous ! J'ai cru ciu'il était immortel 
comme moi. Il n'a rien de sa race, qui semblable à celle 
des bétes fauves , naìt , procrée et meurt dans les bois. 
L'amour pur, le divin amour fait vibrer son àme comme 
une lyre celeste. Il a senti le pouvoir magique de la 
beauté, il en est devenu l' esclave. Oh mon pere, peux 
tu le punir d'ètre sur terre le premier prètre de ce eulte 
divin , de ce eulte idéal qui de toute éternité règne su- 
prème dans le séjour des dieux ? Pardonne. Je 1' aime. 
Je l'aime, mon pére ! 

« Non, pas de gràce!, « tonne la voix », qu'il meu- 
re !» Puis se radouci.ssant: « Mais puisqu'il a su s'élever 
audessus de ses pareils, puisque pour un instant il a dé- 
pouillé la matière , puisqu' il a aspiré a 1' amour divin, 
puisque enfin, semblable aux dieux, il a su peindre avec 
une éloquence surhumaine ses rèves , ses aspirations et 
la blessure de son coeur , qu' il ne perisse pas tout en- 
tier. Oue cette àme qui vient de s'ébaucher , et que la 
vue de Beau Idéal a fait naìtre , que cette àme reste et 
piane sur terre, qu' il soit donne à des ètres privilégiés 
des dieux de l'éveiller, de la faire revivre; que leur in- 
spiration la répande en accords d' une harmonie divine; 
que sous leurs doigts naissent des sons magiques qui 
troubleront et calmeront les coeurs , qui adouciront la 
souffrance et charmerout mème les bètes fauves ; enfin, 
des sons qui exprimeront ce qui nul mot , dans nulle 
langue humaine, ne pourra jamais qu'ébaucher. 

Et la voix se tut. 

Et un large soufìfle passant sur la forét fit fremir l'àme 
des choses. 

Et l'on vit le Jeune homme se ployer lentement com- 
me un lys qui se meurt , et tomber inanime aux pieds 



334 IDYLLE DE L AGK D OR 

de l'amoureuse Immortelle, qui, se penchapt sur sa bou- 
che, y cueillit son àme, Dans un soupir elle la jeta à la 
brise, qui à son tour l'emporta par delà les fleurs et les 
roseaux. 

Au loin. un bruii étrange. mystérieux et doux éionna 
r écho : 

Sur uue flùte de jonc. un i)ersres soU))ìrait la première 
mfllodie humaine. 



i.a musique était née. 
Londres AvriI 190;. 



-^^ 



Benne Tosti. 




A MES MORTS 



Old, voiis étes partis, chers morts de mont enfance, 
Oui, vous ètes partis, mais vous n' etes pas loin. 
l 'o2is étes pres de moi, e' est là vion espéraiice, 
Vous étes près de moi, mon ca'ur en est teinoin. 



Oli' importe si la roiitc est ardue et pénible, 
Si nous noiis meurtrissoìis aiix pierres dti cheviin. 
Si le sort, en naissant, nous a choisis pour cible, 
Gomme im soldat au feu, restons Jnsgu'à la fiìi. 



La vie est une épreuvc et la mort un passage. 
Un pont jeté par Dieu, lance vers l' infoili. 
Non, nous ne viourons pas, nous sommes en voyage; 
Nous marchons, incoscients, vers un but definì. 

Anna Crisafulli 



Fatti e figure del XVIII Secolo 



SRRR GOUOaR 

Nella vita napoletana della seconda metà del XN'lIi seco- 
lo — (juando il Regno , liberato dall' oppressione del triste 
dominio spagnuolo — era risorto a nuova vita — appare un'al- 
tra di quelle figure che furono la caratteristica spiccata dell'.e- 
poca : Sara Goudar. 

Irlandese, non ebbe origini molto più elevate dell" Emma 
Hamilton , la baccante del 1799 , di cui fu amica , poiché 
visse ballerina in una birreria di Londra sin ciuando un av- 
venturiei"e francese, il cavaliere Angelo Goudar, colpito dalla 
sua atìascinante bellezza, la trasse da nuell'ambiente di vol- 
gare depravazione e ne curò l'educazione, che volle raffina- 
tissima : Sara parlava e cantava con voce di sirena , aveva 
grazie perfette di signorilità e suonava benissimo il gravicem- 
balo. 

Il Goudar — tipo geniale di delinquente — nutriva delle 
profonde ambizioni, sicché, in quell'epoca che fu intimamente 
riformatrice, andava di continuo sballando su per le stampe 
le più matte teorie economiche, storiche e politiche : a ciò 
aggiungeva una cultura svariatissima ed una perfetta cono- 
scenza dell' intrigo. — Con Sara, legalmente sposata , tornv*) 
in patria, ove apri la serie de' suoi insuccessi con Io spin- 
gere la moglie verso Luigi XV , il re del parco dei cervi, 
con la lusinga, che avvinto dalle grazie dell' irlandese, que- 
gli avrebbe licenziata la Dubarry , ed a lui sarebbe stato 
facile il percorrere la strada per salire al ministero. Tale 



FATTI E FIGURE DEL XVIII SECOLO 337 

piano fu intanto sconcertato dal fatto che la Dubarry , che 
rappresentava troppi interessi di coalizzati cortigiani , grazie 
ai finissimi raggiri messi in opera, si mantenne più che mai 
salda nel predominio del cuore e dei sensi di Luigi: la coppia 
allora lasciò Parigi e venne a Napoli (1767). 

Il Gondar — cui non si può indubbiamente negare un 
senso d' intuizione assai felice — comprese di qual stoffa si 
fosse Ferdinando IV, e ritornò a'suoi vecchi sogni di potere 
e di gloria. Cominciò — tanto* per mettersi in mostra — col 
sottoporre a Bernardo Tanucci un progetto inteso all'impianto 
di una manifattura di drappi che avessero potuto far deci- 
siva concorrenza per qualità e per costo a quelli che s' im- 
portavano nel reame. Ma il Tanucci — il quale, forse, aveva 
intravista quanta dose di farabuttismo si nascondesse dietro 
le proposte industriali del francese , e quanto di losco si 
fosse nei diportamenti di costui — respinse come inattuabile 
il progetto. 

Ma il Goudar non si arrese : nel palazzo che fitto ed assai 
elegantemente ammobigliò a Posillipo, e di cui Sara faceva 
gli onori , accorse in breve tutto il fior fiore della nobiltà 
napoletana , tanto da esservi in una sola volta a banchetto 
sessanta dame ed altrettanti cavalieri. Permettavano tanto 
lusso sfacciato della degna coppia, i prowenti del gioco, in 
cui il cavaliere Goudar non mantenevasi sempre onesto, che 
anzi costituì allora, sotto la sua presidenza, una vera società 
d'industriali del tappeto verde, come argutamente narra nelle 
sue Memorie quell'altro gran gentiluomo e grande onest'uomo 
di Giacomo Casanova. 

Né contento, per far colpo ed ingraziarsi 1' animo dei so- 
vrani, spinse Sara ad abiurare solennemente sotto gli auspici 
della regina Maria Carolina, la religione anglicana che mai 
aveva professato , perchè , come irlandese , era cattolica sin 
dalla nascita. 

Cosi trascorsero ben quattro anni : dopo di che la coppia 
divisò darsi lo svago di un viaggio di piacere sino a Venezia. 
Al ritorno soffermossì qualche tempo in Toscana, colà Sara 
sedusse l'ammiraglio russo Alexis Orlow, che nel porto di Li- 
vorno attendeva ordini dal suo imperatore. Questi ordini ven- 

22 



33S FATTI E FIGURE DEL XVIII SECOLO 

nero infine e 1' ammiraglio dovette troncare il dolce idillio : 
tra i due rimase un grato ricordo ed un dolce, legame che 
valsero ai posteri 1' eredità di una serie di lettere della Gou- 
dar aircjrlow riferentesi al carnevale di Napoli del 1773. 

Sul principio di quell'anno !a coppia fece ritonio in questa 
città ove il carnevale fu vivo e divertentissimo : le lettere 
snccitate — unica fonte storica dell'epoca — ne fan fede con 
un'assai brillante descrizione. Apri la serie dei divertimenti 
una gran serata di gala al San Carlo con Alessandro nelle 
Indie , melodramma di Pietro Metastasio musicato da quel 
grande Nicola Piccinni che , solo , poteva vincere , davanti 
alla posterità ammiratrice, Cristofaro Gluk. Cantarono la De 
Amicis ed il Pacchierotti , per cui Sara non si addimostra 
punto tenera; seguì un ballo del Lepicq. 

La Corte diede successivamente, sostituendoli al saccheg- 
gio dei carri in uso sotto i vice-re spagnuoli , al largo del 
Castello (oggi piazza Municipio) quattro cuccagne ispirantisi 
a ricordi storici o ad arcadiche pastorellerie : Vela dell' oro, 
V assedio di Troia, il tempio di Astrea, V incantamento di Ar- 
mida. Così la turba famelica dei lazzari poteva, negli ultimi 
giorni del periodo carnevalesco sfamarsi : poteva cosi altresì 
avere pratica attuazione il sano principio politico — la Gou- 
dar nota : conciliazione del divertimento dei sudditi col bene 

inseparabile del re e dello Stato — di feste , farina e 

forca ! 

Accanto a tali volgari traltcniinenli, altri i<c ne davano e- 
sclusivamente per la nobiltà. Al San Carlo furono sei balli 
mascherati, in cui inter\ennero, in ricchissimi costumi, anche 
Ferdinando e Carolina. Nel teatro in festa immenso fu il 
concorso, grande il numero delle bellezze che si disputavano 
il primato. Oltre alla Goudar - una fra le più ammirate — 
v' erano e la bellissima marchesa di San Marco la Catola, e 
Donna \'ittoria Guevara , vedova di Carlo Carafa duca di 
Maddaloni e rimaritata al conte Palma d'Aquino di Carama- 
nico, e Donna Heatrice di Sangro, e la principissima di Bu- 
reta , Donna Margherita Branciforte, e Donna Teresa Ulano 
ed altre ancora. I )?i lialli fiiron dati anche, e non meno 



FATTI E FIGURK DEL XVMI SECOLO 339 

splendidi, a Corte, ove si recitò altresì V Orf^o di Cristiano 
Back. 

Carri riccliissimi percorsero le vie principali della città, fatti 
costruire e montati da signori. Riscosse fra essi la ma2;.2;iore 
ammirazione quello del Trionfo in cui erano nobilissime 
dame ed aristocraticissimi cavalieri. — Furono calcolati a circa 
centomila i ducati spesi per quella stagione carnevalesca. 

Allora molto probabilmente fu che Ferdinando IV dovette 
incappare nella rete tesagli da tanto tempo dal cavaliere Gou- 
dar ; ma per poco, perchè lo seguiva dovunque l'occhio vi- 
gile della moglie, di quella Carolina che aveva, meglio delle 
altre sorelle, ereditata dalla madre, il re Maria Teresa, la po- 
litica di tenere il marito attaccato alle sue gonnelle per spa- 
droneggiare indisturbata nelle faccende dello Stato. Infatti 
nel dicembre 1773, mentre Clara Gondar ed il consorte erano 
tutt' intenti nell'allestire sontuosamente una gran festa che ave- 
vano stabilito di dare nel loro palazzo , fu ad essi intimato 
lo sfratto nei tre giorni, con la espressa ed irrevocabile ini- 
bizione di porre più i piedi nel Reame. — Della ragione di 
questa dragoniana ordinanza narra il Casanova nelle sue Me- 
morie : la regina , la cui attenzione era già desta, ebbe tra 
le mani un biglietto di Sara al re, in cui accennavasi ad una 
ora di piacere trascorsa insieme a Precida : e Carolina, che 
non permetteva al debole ed ignorante marito di leggere le 
opere di \'oltaire, arse di rabbia contro la intraprendente e 
bella a\•^'entu riera irlandese. In tal modo si spezzarono per 
sempre i sogni di potere e di glorie del cavaliere Angelo 
Gondar. 

Aggiungo, per debito di cronista, che alla coppia le spese 
dello sfratto le fece un tal Burtulin ; che, partiti da Napoli, 
i coniugi ripararono in Toscana , dove nemmeno li lasciò 
in pace Carolina , poiché attizzò contro di loro (e special- 
mente contro la sua ex-rivale , la quale cercava confortarsi 
della caducità delle cose umane con la lettura delle opere 
di Seneca e di Bossuet) l' ira del fratello , arciduca Pietro 
Leopoldo, che fini ancor egli con lo sfrattarli alla sua volta 
da' suoi Stati. Peregrinarono ancora, finché dopo essersi di- 



340 FATTI E FIGURE DEL XVIII SECOLO 

visi , il Gondar mori di miseria a Londra nel 17S3 e Sara, 
forse, a F'arigi nel i794- 

Luigi Manfredi. 
Bibliografia 

Casanova — Histoire de ma vie — rifacimento del Lafor- 
^e — voi. Vili. 

Sara Goudar — Relation historique des divertissenients du 
carnaval de Naples, lettre à M. le general Alexis Orlmv. — 
Lucca 1774. 

Ademollo — Un aii'enturiere francese in Italia nella se- 
conda vieta del Settecento — Bergamo 1891. 

Miranda — Cronaca del carmz'ale di Napoli nei secoli XVI, 
XVII e XVIII— Napoli 1S93. 



EMILIA PARDO BAZAN 



Nel 1S95 — epoca in cui ero a Madrid corrispondente del 
Mattino — mi proposi di far conoscere e rendere popolare 
in Italia la letteratura amena spagnuola. Mi rivolsi a Treves 
cui piacque la proposta e vi aderì in massima ; ma non se 
ne fece nulla quantunque gli proponessi tutta la collezione 
dei romanzi di Perez Galdós , i migliori del Pereda , della 
Pardo Bazan e di Juan Valera. Tentai successivamente con 
parecchi altri editori, come il Voghera, lo Streglio, il Salani, 
Remo Sandron, Aliprandi , con quelli insomma i quali, più 
o meno, diffondono in Italia i romanzi stranieri, solleticando 
it gusto del pubblico fine e anche di quello grosso, perver- 
tendolo sempre più con 1' inbandirgli del Montépin, del Ri- 
chebourg e di quegli altri che sono gì' industriali del romanzo 
francese ; ma non mi riesci di conchiudere nulla di nulla. 

Il romanzo spaguuolo è pressoché ignoto fra noi, e non è 
quindi impresa agevole il tentarne la diffusione : questo su 
per giù il concetto cui s' inspirava la risposta di ciascuno , 
mentre io credo che il pubblico abbocchi facilmente a un 
pasto nuovo, a qualche cosa di cui non gli sia abituale il sa- 
pore e che vi prenda gusto con nuova appetenza. 

Volevo allora incominciare da un romanzo della Pardo Ba- 
zan, La Tribuna, quello che più facilmente avrebbe, secondo 
me , incontrato il favore dei lettori buongustai e di quegli 
altri, ed aveva già pronto un cenno critico-biografico dell 'A., 
la cui produzione letteraria è tale da metterla in prima linea 
tra gli scrittori del suo paese : ma traduzione e cenno rima- 



342 EMILIA PARDO BAZAN 

sero inediti. Ed ora , dopo parecchi anni , riprendo il mio 
progetto di far conoscere al mio paese quelli fra i roman- 
zieri spagnuoli che più ne meritano la pena e mi valgo delle 
riviste, specie della Se/tiinana che si distingue fra tutte per un 
senso di fresca e sincera modernità. 

Incomincio dalla Pardo Bazàn, come ne avevo già l'inten- 
zione lieto di presentarla auspice la sua illustre consorella in 
arte, Matilde Serao. 

* 
* * 

Emilia Pardo Bàzan è la più grande letterata della Spagna 
moderna, e la sua celebrità non è superata da alcuno scrit- 
tore dell'altro sesso. Schieratasi di colpo, come romanziere, 
dopo Perez Claldós e Pereda, è probabilissimo che ne diventi 
la rivale. 

Nacque nel 1S52 nlla Corogna, capitale della Gallizia . da 
quella famosa e nobilissima famiglia dei Bazàn, in cui \'ictor 
Hugo andò a cercare i personaggi del suo Ruy-Blas. Figlia 
unica , la sua infanzia trascorse nel leggere e rileggere con 
passione tutl' i libri della biblioteca paterna : suo padre, li- 
berale e deputato alla Cortes, favorì l'amore allo studio della 
figliuola e ne incoraggiò i primi timidi saggi letterari, alcuni 
poemetti inspirati dal trionfo delle armi spngnuole in Africa. 
Al pari di tiitt'i grandi pmsatori, t-Ila ffCt- U- priiiit- .irmi con la 
poesia. 

Nel 1 868, appena indossate le sottane lunghe, passò a ma- 
rito. 

Per racchiudere in poche parole quanto si riferisce alla sua 
vita privata e domestica , diremo clie il marito è Don José 
Quiroga, gentiluomo di antica nobiltà, e che tre figliuoli nac- 
quero da questa unione, un maschio e due ragazze, tutti e tre 
ben nutriti, allevati e teneramente amati dalla madre. 

Dopo alcuni annui passati a viaggiare e conoscere 1' Eu- 
ropa, compreso un soggiorno di parecchi mesi in Italia, per 
la quale concepì un'ammirazione entusiastica, 1-Imilia Pardo 
Bazàn fece ritorno alla Corogna, dove fu ripresa dalla passione 
per lo studio e la letteratura, as.sopita durante i primi anni 



EMILIA PARDO IJAZAN ^:,S 

di matrimonio e di viaggi. Si accorse allora delle lacune pro- 
fonde lasciate nella propria educazione intelletuale e si diede 
a studiare con ardore la filosofia, le lingue vive, un po' il greco 
e molto la storia e la letteratura classica. 

In quell'epoca i suoi principi tendevano verso il neo-cal- 
tolicismo e il suo stile , ora vibrante e modernissimo , era 
nelle prime sue prose arcaico e pieno di reminiscenze dei 
vecchi maestri e dei mistici castigliani. Il primo saggio di 
una certa mole , lo studio su Feijoó , le meritò un premio 
disputato da scrittori già celebri; ma il narratore, il roman- 
ziere non si era per anche rivelato in lei. Fu solo nel 1S76 che 
lanciò il primo roman>;o, Pasqiiale Lopez y notevolissimo, il 
quale ebbe subito 1' onore di esser tradotto in tedesco. Il 
secondo. Un viaggio di nozze, fa epoca nella storia della let- 
teratura spagnuola, poiché segna l'avvento della Scuola na- 
turalista, di cui però La Tribuna è forse l'opera più carat- 
teristica in lingua cr.stigliana. L'affermazione di Olio Ogden, 
il quale riconosce nella Pardo Bazan una estrema sensibilità 
alle correnti della letteratura contemporanea straniera , mi 
pare esattissima: il raturalism.o, in Francia già fiorente, era 
in Ispagna ancora temuto ed ignorato ad un tempo, quando 
l'autrice del Viaggio di nozze ne parlò, ne applicò i metodi 
al romanzo spfgnuolo e se ne fece l'esposizione e la critica 
in lettere ebdomadarie ne La Epoca col titolo di Questiofie 
palpitante. Si osservi però che tali lettere non erano il pane- 
girico di Zola e dello Scuola di Médon, giacché la signora 
Bazàn voleva piuttosto restaurare il vecchio realismo spa- 
gnuolo con un senso di modernità affatto ìmo e originale. 

L'impulso era dato e la discussione che s'impegnò intorno 
a quella lettera è forse l'ultima grande polemica sostenuta 
in Ispagna. Una nuova scuola sopraggiunse e, con le diffe- 
renze imposte inevitabilmente dalla natura del loro talento, 
molti romanzieri evolsero verso la verità. 

La Pardo Bazàn , volendo fare un'opera affatto sincera e 
popolare, studiò cccieniiofamenie i costimi e il carattere 
delle operaie, e La Trilvna è appunto il frutto di quegli 
studii. Rattristata però e compresa di profonda pietà , ella 
non rinnoverà la prova : le cose troppo vere , affatto vere 



344 EMILIA PARDO BAZAN 

sono crude e dolorose ad un tempo. Nessun .'litro scrittore 
spaguuolo ha osato descrivere sì al vivo il popolo rinunziando 
a velarne i dolori e le piaghe; anzi se gli altri romanzi della 
signora Bazàn sono sempre calcati sui costumi e inspirati 
alla realtà, si sente, però, sempre in lei il poeta, l'artista in 
cerca di soggetti meno penosi. 

Per non prolungar troppo questo cenno indichiamo rapi- 
damente la ricca quanto varia produzione di Donna Emilia, 
dividendola in due gruppi ben distinti • il romanzo con la 
novella, il racconto, il bozzetto e la critica. 

Fra i romanzi sopra tutti assai notevoli quelli che descri- 
vono la natura spendida e i costumi originali delle contrade 
galliziane con un alto sentimento del paesaggio e dell' am- 
biente : l'afiTascinante idillio di Bucolia, i Pazzi di L'iloa, Il 
cigno di Vi/lamorta, La madre natura. Poi gli studi della vita 
di provincia: Dojtna Miracoli, Memorie di uno scapolare. Rac- 
conti di Marimeda; un romanzo a tesi di antropologia giuri- 
dica. La pietra angolare; un romanzo psicologico, // saluto 
delle streghe e due novelle d'amore. Insolazione e Mortalità. 
Meritano poi menzione speciale i racconti e i bozzetti nume- 
rosissimi e molto vari , fra i quali ve ne sono di quelli da 
vero notevoli finamente cesellati. 

Tutte le opere della Pardo Bazàn sono tradotte in molte 
lingue ; i suoi racconti , in seguito a numerose traduzioni, 
sono diventati popolarissimi in Germania e in lughilterra. 

La sua opera critica, come leggiamo in uno studio di Ogden, 
è forse quella che ha esercitato maggiore influenza sul pen- 
siero spagnuolo contemporaneo. Se lo stile facile e smagliante 
e l'osservazione giusta e sempre originale costituiscono le sue 
precipue doti dì romanziere; l'elasticità, l'abbondanza, l'am- 
piezza, l'analisi acuta e .serena, 1' imparzialità più sincera, e 
un ecletismo meraviglioso, formano le sue doti di critico. Fra 
i suoi lavori critici bisogna collocare in prima linea il S. Fran- 
cesco d'Assisi, la Questione palpitante, lo studio su Queredo, le 
Letture all'Ateneo di Madrid sulla letteratura russa contem- 
poranea e il Corso di letteratura francese tHoderna, (atto alla 
Scuola di Alti Studi. Mai un corso di lezioni aveva attirato 
air Ateneo di .Madrid una folla sì numerosa ed eletta. Le 



EMILIA PARDO BAZAN 345 

dodici lezioni furono altrettanti grandi successi. Alcuni gior- 
nali consacrarono V intero numero per illustrare queste le- 
zioni che avevano il singolare privilegio di attirare persino il 
fior fiore della società Madrilena per l'ordinario indifferentis- 
sima al movimento intellettuale. 

Il lato più caratteristico dell' arte della Pardo Bazàn con- 
siste in una vivacità incredibile che ha sempre conquistato e pro- 
fondamente commosso il pubblico, quel pubblico spagnuolo 
sì accensibile e nondimeno si apatico, che, specialmente dopo 
le gravi disgrazie della patria , sembra interessarsi sempre 
meno alle questioni d' indole artistica e letteraria. 

Credo superfluo dire che a uno scrittore il quale giunge a 
schierarsi in prima linea, che conquista tanta popolarità, so- 
pra tutto se questo scrittore è una donna, non possono man- 
care nemici e rivali. E non e' è difatti in tutta la Spagna un 
solo letterato che sia altrettanto discusso e strapazzato : tanto 
è vero che Emilio Castelar, il quale, nel suo discorso alla Sor- 
bona a Parigi, fece l'apologia della Pardo Bazàn, citando il 
solo suo nome fra tutti gli scrittori spagnuoli , le disse un 
giorno di raccogliere e conservare preziosamente tutte le pietre 
che le lanciavano i contemporanei per farne il piedistallo al 
momento che le innalzeranno i posteri. Né si fermò qui la con- 
siderazione del Castelar per questa donna, che Egli fu il più 
strenuo sostenitore dell' ingresso di Emilia Pardo Pardo Ba- 
zàn all' Accademia de la Leiigua , mentre il Valera, pur es- 
sendo fra i più caldi ammiratori della romanziera, non crede 
possibile per cagione del sesso. 

D'altronde la Pardo Bazàn sicura poco degli onori e delle 
distinzioni. Tutt' i biografi riportano la risposta eh' Ella dà 
invariabilmente a chi le domanda perchè non porta il suo 
titolo di contessa : « Ho il mio nome letterario: io sarò per 
tutta la vita Pardo Bazàn senz' altro. » Io le feci osservare 
che dovrebbe dire piuttosto : « Io sarò per tutta la vita Dontia 
Emilia senz' altro » — essendo questo difatti il nome con cui 
tutti la indicano secondo prescrive l'usanza spagnuola per i 
personaggi molto rinomati : infatti Castelar era per tutti D. 
Emilio, come Perez Galdós è D. Benito. 

Da molti anni Donna Emilia abita IMadrid nell' inverno e 



346 EMILIA PARDO BAZAK 

passa l'estate in Campagna nelle sue terre di Meiràs da lei 
descritte meravigliosamente in uno squisito brillantissimo 
studio autobiografico. 

La .uà casa a Madrid , nella Calle Aiicha di S. Bernardo 
è un salone che riunisce una società elettissima, scelta fra il 
bel mondo e il mondo politico e diplomatico : solo per ec- 
cezione vi si incontrano pochi scrittori — fra i quali assiduo 
il suo amico Narciso Campillo, squisito bozzettista come fi- 
nissimo e spiritoso conversatore — poiché alla signora Pardo 
Bazàn non piace parlare di letteratura fuori del suo contegno, 
negli atti , nel linguaggio non e' è nulla che rasenti in lei 
il has bleu. È donna in tutta e ne la più alta estensione del 
termine, è anzi una gran signora per i gusti e le abitudini. 

Come alcuni anni sono faceva notare Gomez Carrillo in 
una intervista con la signora Bazàn , pubblicata nei giornali 
parigini, e per dare con un particolare curioso la nota inti- 
ma di questa donna, dai Nord-Americani chiamata la rap- 
presentante in Ispagna dei diritti del suo sesso e lo scrit- 
tore virile nel pensiero, diremo che Ella consacra i suoi brevi 
momenti di ozio a formarsi una collezione, non già dì anni, 
come facilmente si potrebbe immaginare , ma di.... ventagli 
preziosi ed antichi. 

A. Siniscslchl. 




A. 




sr 




iNella Vita e nella Scienza 



La vita nei cristalli 

Il prof. Schròn, la sua coltura e il suo ingegno sorprendenti. Come 
egli arrivò alla scoperta della vita nei cristalli. Il petroplasma, i 
petroblasti, le petrocellule e somiglianza di queste con le cellule 
dei tessuti animali. La jvita nella sua forma più semplice. La 
forza misteriosa che domina la materia, ordinandola ed armoniz- 
zandola. Come si manifesta la vita nei cristalli: movimenti , cre- 
scimento, evoluzione, riproduzione, lotta per l'esistenza, malattie, 
invecchiamento e morte. La generazione spontanea nelle soluzioni 
dei sali e i cinque grandi bioplasmi. In natura esiste un solo 
regno. Ipotesi dello Schròn sull'origine dei mondi. 



Il mondo scientifico si va sempre più interessando , con 
vivo entusiasmo, di una nuova e grande scoperta, destinata 
a portare — senza dubbio — una vera rivoluzione nelle scienze 
naturali. 

Autore di essa è 1' illustre prof. Otto von Schròn, un te- 
desco di Hof in Baviera, che dal 1865 insegna anatomia pa- 
tologica nella R. Università di Napoli, e che occupa uno dei 
primissimi posti fra gli scienziati modemi. 

A tutti son noti la sua coltura e il suo ingegno sorpren- 



348 NELLA VITA E NELLA SCIENZA 

denti, invero, e che fanno di lui non solo un patologo in- 
signe, ma un morfologo, un fisiologo, un terapista, un bat- 
teriologo, un fisico, un chimico, un mineralogo, un geologo, 
un astronomo, un filosofo , ecc. ecc. , di gran valore ugual- 
mente. 

Ma ben pochi conoscono i suoi studii geniali e fecondi sui 
cristalli — ai quali attende da venti anni, con costanza e pas- 
sione di scienziato e con fede d'artista — che lo portarono alla 
scoperta della vita negli stessi, poiché egli non ha reso an- 
cora pubblici , a mezzo della stampa , i suoi trovati. E di 
questo ritardo — per il quale i suoi avversari non cessano di 
muovergli accuse — spiega le ragioni, puramente ed essenzial- 
mente scientifiche, in una preziosissima lettera al prof. G. B. 
Milesi, nella quale traccia, anche , a grandi linee , la storia 
del suo meraviglioso lavoro. 

Fortunato, adunque, chi potè assistere alle conferenze ch'e- 
gli, cedendo alle vive insistenze dei suoi ammiratori , tenne 
in Italia e all'estero; conferenze principalmente dimostrative, 
mediante negative fotografiche in proiezione coll'apparecchio 
di Zeiss a forte luce elettrica, che, con i preparati microsco- 
pici, sono le sue armi più taglienti. 

« 
* » 

Incominciò il «uo lavoro , lo Schròn , nel 1S83 — appena 
dopo le classiche pubblicazioni di Koch sulla tubercolosi — 
studiando l'evoluzione strutturale del bacillo tubercolare. Ma, 
a poco a poco, senza volerlo, fu trascinato nel campo della 
genesi e struttura dei microbi in genere, e dei loro prodotti 
di secrezione. E constatò che, fra tali prodotti marcalissimi, 
una sostanza prevalentemente albuminoidea polarizza nello 
.stato amorfo e dà poi cristalli ^specifici dal punto di vista 
morfologico e, presumibilmente, anche chimico. 

Fu appunto lo studio di detti cristalli organici, di genesi 
albuminoidea che— come racconta lo stesso Schrón — condus- 
se r illustre scienziato alla scoperta , da lui giammai né 
creduta, né ambita, della vita nei cristalli in genere — orga- 
nici ed anorganici — esplicata sotto forma di crescimento per 



NELLA VITA E NELLA SCIENZA 349 

i n t 11 s s u s ce p t io, di varie forme di auto-movimento , di 
divisione germinale, gemmazione ed endogenia, di lotta per 
l'esistenza, nonché di una patologia, confermata per ora dalla 
conoscenza di parecchi processi patologici , alcuni dei quali 
hanno grande analogia con certe malattie delle ossa. 

Si tratta, adunque di vita nel vero senso biologico, e che, 
per esser tale, suppone l'esistenza di un plasma o mate- 
ria primitiva, che mostri la sua vitalità. 

A questo plasma o materia primitiva viva del nascente 
individuo, che nello stato di maturità si chiama cristallo, lo 
Schròn ha dato il nome di p e t r o p 1 a s m a o 1 i t o p 1 a- 
s m a. Esso può assumere diverse forme: la ialina, la granu- 
lare, la gomitolare , la retiforme. La forma ialina è la più 
semplice: la retiforme la più elevata. Per successive fasi evo- 
lutive può acquistarne altre svariatissime e arrivare alle forme 
cellulari più palesi, alle petrocellule o litocellule. 
Le quali sono delle vere cellule , in senso anatomico e vir- 
tuale, dotate di poteri riproduttivi e formativi, in tutto ana- 
loghe alle cellule vegetali ed animali. Le più tipiche imitano 
non solo le cellule del connettivo, dell'epitelio, del midollo 
delle ossa fetali, ma anche quelle del sistema nervoso, sotto 
l'apparenza di cellule unipolari, bipolari o multipolari , e la 
rassomiglianza é resa ancora maggiore dalle varicosità dei 
prolungamenti e dalla costituzione del nucleo con le differenti 
sostanze plasmatiche. Guardando, così, la microfotografia del- 
le petrocellule dell'acido salicilico , sembra guardare quella 
di un preparato dello strato delle cellule piramidali della cor- 
teccia cerebrale. 

Dalle petrocellule hanno origine i cristalli. Nei loro nuclei, 
infatti, in un dato tempo , si produce una gjande quantità 
di punticini neri , detti petroblasti, che si presentano 
formati di un guscio esterno chiaro o protolitoplasma 
e di una materia centrale oscura o denterolitoplasma. 
Dall'antagonismo di queste due sostanze formative primitive — 
paragonabili alla nucleina e alla paranucleina— con 
la tendenza alla costituzione dell' individuo cristallo, s'inizia 
il processo della vita, nella sua forma più semplice. 

Giunte ad una certa grandezza , le petrocellule si aprono 



350 NELLA VITA E NELLA SCIENZA 

e i petroblasti, divenuti liberi , si espandono — per la lotta 
fra le due sostanze sopradette — in anelli, che divengono an- 
golosi, cambiano di forma e si trasformano in cristalli. Op- 
pure, una volta liberi, attraversano, in vicinanza della cellula 
madre, la forma cellulare, prima di compiere il loro destino 
cristallino. 

Ma i petroblasti, e quindi i cristalli, possono avere anche 
genesi libera, non intracellulare. Ciò che dimostra , d' altra 
parte , che la forma cellulare del plasma non è necessaria 
per tutte le biogenesi. Osservando , cosi , una soluzione sa- 
tura di allume , la si vedrà — ai più forti ingrandimenti 
(400.000) — prima uniforme , omogenea ; ma, cominciato il 
processo di cristallizzazione , si difìerenzierà in essa un pic- 
colo globo, formato, nel suo interno, di una sottilissima rete 
petroplasmatica. In questa rete appunto — che si scinde su- 
bito in protolitoplasma e in denterolitoplasma — compariranno 
come globetti minimi, puntiformi , i petroblasti. I quali , a- 
dunque , sono gli elementi formativi per eccellenza dei cri- 
stalli. 

La loro trasformazione si opera per la comparsa di una 
fo r z a ^— differente da tutte le altre forze conosciute finora 
dalla scienza — che domina la materia ordinandola ed armo- 
nizzandola. Essa comparisce ora come centro radiale di for- 
za, ora come linea direttiva , ora come asse di un cristallo, 
ora come asse principale di una colonia di cristalli. Quando 
questa forza superiore alla materia non ha campo di agire 
liberamente, nascono allora le deformità dei cristalli. 

Che cosa sia, poi, questa forza, che sfugge ai nostri sensi 
ed ai mezzi delle nostre indagini scientifiche, che anima tutte 
le cose, che regge 1' universo e gli dà vita; a quale catego- 
ria di forze essa appartenga nessuno sa ancora. La scienza del- 
l' avvenire saprà forse spargere, su questo altissmio mistero 
dell'infinito, cjuella luce per la quale invano, oggi, la nostra 
mente si aflatica. 

* 
* * 

I cristalli sono dei veri individui viventi. Un' esplicazione 
della loro vita è il moto. Fin dall' inizio ilella loro costitu- 



NELLA VITA E NELLA SCIENZA 35 1 

zione, infatti, si notano nella materia formatrice dei chiari 
movimenti vibratori ed ondulatori; movimenti che generano 
calore manifestantesi con la fusione della gelatina intorno ai 
cristalli stessi. 

Ess- crescono per i n t u s s u s e e p t i o , per espansione 
successive cioè, e non già — come erroneamente fu sempre 
creduto — per iuxtapositio. Hanno una evoluzione strut- 
turale, nella quale cambiano successivamente la loro tessitu- 
ra, analogamente all' evoluzione strutturale di una pianta o 
ili un animale, e si riproducono per divisione germinale o 
per gemmazione o per endogenia, coli' espulsione della pro- 

Ile — in quest'ultimo caso — dal cristallo madre. 
La lotta per 1' esistenza — infine — differente per l'intensità 
secondo la genealogia, che si riscontra fra i cristalli, vale a 
rinforzare di più la dimostrazione della vita agli stessi. Un 
cristallo che, durante il suo accrescimento, ne incontri un al- 
tro più forte viene da questo assorbito e disfatto. 

Ma vita fisiologica implica vita patologica. Anche i cristalli, 
infatti, hanno una patologia, entro i limiti sempre di esseri 
infimi. E le deformità — acquisite o congenite — e i processi 
morbosi, che alcuni di essi presentano, hanno spesso perfetta 
analogia nella patologia animale. 

Quando il cristallo ha percorso le sue fasi strutturali evo- 
lutive caratteristiche invecchia e quindi diviene fossile. I suoi 
\ angoli si smussano; la sua vitalità diminuisce e infine scom- 
pare. « 11 cristallo, scrive 1' illustre scienziato, non è più che 
sostanza inerte dal punto di vista biologico , priva di ulte- 
, riori cambiamenti strutturali attivi, ma non passivi, soggetta 
f semplicemente alle comuni leggi fisico-chimiche, per le quali 
le sue sostanze elementari rientrano, un giorno o l'altro, nel 
serbatoio universale degli elementi , da cui risorge sempre 
nuova vita ». 

* 
* * 

Da quanto abbiamo detto, circa la genesi dei cristalli da 
una sostanza primitiva, uniforme ed omogenea, è chiaro co- 
me debba risorgere la ipotesi della generazione cellu- 



352 NELLA VITA E NELLA SCIENZA 

lare spontanea, ipotesi che, accettata come verità pa- 
lese dagli antichi naturalisti, fu in appresso sempre combat- 
tuta come errore {grossolano , cosi come furono combattute 
anche le ipotesi posteriori dei jjermi eterni e della continuità 
della vita. Ma — a nostro parere — anche la teoria chimica 
o del cianogeno, assai seducente in verità, emessa dal PflQ- 
ger, che incontrò il plauso di tutti gli scienziati e che domi- 
na tuttora, sarà destinata — per gli studi dello Schrón — a 
non avere vita lunga. A chi. infatti , segua la genesi di un 
cristallo in una soluzione salina sterilizzata, che, agli ingran- 
dimenti straordinari di 400,000 si mostra uniforme, omoge- 
nea e priva di qualsiasi germe circoscritto — ciò che fa sup- 
porre che esistano delle vere soluzioni e non delle sospen- 
sioni, come credono i chimici e i fisici moderni — la com- 
parsa in essa di quelle petrocellule tipiche . delle quali ab- 
biamo parlato innanzi, non può non essere la prova più evi- 
dente della generazione spontanea. 

Esiste, aduntjue, in natura una materia prima, omogenea, 
indiflerc-nziata, il plasma. A questo plasma lo Schròn dà 
il nome di b i o p 1 a s m a e alla formola antica del Redi 
o m n e v i v u m ex o v o e alla moderna del Wirchow o m- 
n i s cellula e cellula sostituisce o m n e v i v u m ex 
plasmate. Distingue poi cint|Ue grandi bioplasmi — com- 
parsi successivamente a grandissime e incalcolabili distanze^ 
di tempo — che secondo che genereranno stelle, cristalli, pian- 
te, animali od uomini si chiameranno p rotobioplasma, 
petroplasma, fitoplasma, zooplasma, antro- 
plasma. 11 differenziamento proprio ail ogni specie di essi 
non esce mai dai suoi confini, non entra mai nel dominio dì 
un altro bioplasma, producendo delle specie distinte ed im- 
mutabili. 11 protoplasma non produrrà mai piante , come ii 
fitoplasma non produrrà mai animali. 

La biogenesi di tutti i plasmi, poi, è regolata da identiche 
leggi. Ecco, adunque, che non esiste più barriera tra il mon- 
do organico e il mondo anorganico ; ecco . adunque, dimo- 
strata l'unità biologica dei regni della natura. 

o Tutto sorge da un processo di vita — scrive 1' illustre 
professore — Niente esiste sul nostro pianeta che non viva 



NELLA VITA E NELLA SCIENZA 353 

od abbia vissuto, che non sia prodotto di secrezione, di escre- 
zione o di decomposizione di qualche cosa di vivo. Anche 
nei processi che chiamiamo processi chimici puri, come l'u- 
nione di un acido con una base per la genesi d' un sale, vi 
è un momento, in cui un plasma filiforme, rapidamente com- 
parso nel momento di riscaldamento , e scomparso con la 
slessa rapidità , ci ricorda fugacemente che i detti fenomeni 
rasentano per un istante i processi vitali, origine di ogni ge- 
nuina formazione». 

Ed ecco come 1' intuizione geniale del gran filosofo tede- 
sco Leibniz, che or son due secoli parve un' arditezza incre- 
dibile, della esistenza di un solo regno in natura, del quale 
i minerali, le piante e gli animali non sono che forme diver- 
se, risorge oggi come una grande verità luminosamente di- 
mostrata dagli studi maravigliosi dello Schròn. 

* 
* * 

Delle sue scoperte si vale, infine, il grandissimo scienziato 
per spiegare — con un' ipotesi assai suggestiva — l'origine dei 
mondi. Il nostro sistema solare, egli dice , è stato generato 
dal protoplasma, di cui esistono residui in evoluzione pro- 
gressiva nelle nebulose. Dalle cellule del protobioplasma si 
dififerenzia luce, come dalle cellule salivari ptialina, dalle epa- 
tiche bile, dalle cerebrali 1' energia, che chiamiamo corrente 
nervosa. In alcune nebulose , massime quelle planetarie , la 
luce, differenziata al principio in modo disseminato nel loro 
corpo, si concentra nelle medesime sotto forma nucleare. Or- 
bene, fatti del tutto analoghi, dal punto di vista morfologico 
e plastico avvengono nella cristallogenesi dei sali. 

Non solo , ma un globo — continua sempre lo Schròn — 
condensatosi in una soluzione salina satura, può generare nel 
■ suo interno tre generazioni di globetti identici al globo ma- 
dre, delle quali due emigrano dal medesimo e la terza vi re- 
sta organizzandosi. Tale fatto , inaudito nei fasti del mondo 
scientifico, prova , da un canto, che la riproduzione per en- 
dogenesi sia riser\-ata non solo alle cellule in senso largo 
■cellula, uovo, sporaì ed ai loro derivati morfogenetici , ma 

23 



354 NELLA VITA E NELLA SCIENZA 

concessa alla materia in generale, ancorché costituita da sem- 
plice globo, e, dall' altro canto, esso ci rende plausibile, per 
la prima volta, in quale modo siano potuti essere generati i 
pianeti dalla loro madre sole e i satelliti di Giove, di Sa- 
turno, di Urano, ecc., dai loro rispettivi pianeti, mentre fi- 
nora mancava qualsiasi fondamento obbiettivo a simile pro- 
babilissima ipotesi. 



* 



Queste, a grandissime linee, le maravigliose scoperte dello 
Schròn. Scoperte che poggiano su una base granitica di straor- 
dinarie forze dimostrative, consistenti in centinaia di prepa- 
rati microscopici e in migliaia di disegni colorati e di nega- 
tive e diapositive microfotografiche, che permettono di vede- 
re quanto prima sfuggiva nel preparato e che, proiettate, in- 
grandite e illuminate a forte luce elettrica, hanno tale un ef- 
fetto da convincere i più increduli. 

E qui bisogna notare che egli non sarebbe, certo , giunto 
a certe scoperte , se non avesse portato la tecnica — quella 
tecnica, che, quando si mostrano preparati, negative e dia- 
positive, sembra tanto facile , tanto semplice — a tale perfe- 
zione da sorprendere a stupire, invero, i più provetti tecnici. 

Ad un celebre fisiologo .straniero — che domandava come 
mai avesse potuto concepire un lavoro simile , di tanta en- 
tità ed estensione e come mai avesse potuto resistere a si 
grande fatica per trent' anni, fatica che gli prendeva , coni-.; 
gli prende, poiché non cessa mai di lavorare, gran parte dell.i 
notte — r illustre professore rispondeva « ch'egli, a priori, 
non aveva concepito niente al tutto, ma che lavorando 
da anni sulla tubercolosi fu a poco a poco , senza volerlo, 
trascinato ulteriormente, e che dovè man mano rendersi pri- 
gioniero dell' onnipotenza dc-i fatti obbiettivi , che modifica- 
rono il (ihusma delle sue cellule cerebrali, inquinate da quella 
.serie di assiomi che fanno parte integrale del nostro comune 
tesoro della scienza, e che il dilficile non è il lavoro, quan- 
do r uomo — dotato delle indispensabili qualit.'i psichiche e 
morali — ne sia abituato con apposita auto-educazione. Il la- 



NELLA VITA K NRLLA SCIENZA 355 

\ oro — esclama — è una delizia, massime in biologìa gene- 
rale 1 L' assistere allo svolgimento dei fenomeni iniziali e più 
elementari della vita, appartiene certo alle più sublimi conce- 
zioni e alle più nobili occupazioni della vita umana ! » 

t^ poiché (jueste sue sublimi concezioni, queste sue nobili 
occupazioni — che così nuovi e vasti orizzonti aprono alla 
scienza — possono avere il plauso entusiasta di tutto il mon- 
do civile, facciamo voti che presto possa egli ottenere quel- 
r aiuto materiale — che ora gli manca — per la costosissima 
pubblicazione del suo grandioso lavoro. 

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Il mio Peccato — \'ersi di Camillo Solimèiia ( Palermo, 
Fr. Ganguzza-Laiosa Ed. 1903). 



Io non so da quanti anni ( certo , non da molti ) Camillo 
Solimèna abbia varcato il ventennio ; ad ogni modo i venti 
anni son rimasti nell'opera sua, nel fluire continuo dei suoi 
versi, nelle sue prose colorite e vibranti, in tutti i suoi scritti 
che la fecondità giovanile crea senza interruzione , facendo 
succedere un volume di liriche a una raccolta di novelle e 
dei buoni articoli di impressioni giudiziarie a poderosi studii 
di diritto. E dovunque, nel verso e nella prosa, nel giure e 
nel giornalismo , è il suo soffio di genialità che passa , un 
soffio un po' ruvido , un po' selvaggio , come di vento clie 
scompigli irsute chiome di querce in un bosco sul quale in- 
comba un autunno tempestoso. 

Perchè i venti anni di Solimèna non sono i venti anni 
delle illusioni e dei miraggi, i venti anni riscaldati dal sole 
e baciati dalla fortuna: sono i venti anni del ribelle, di colui 
che si leva di fronte alla vita e la sfida , di colui che lancia 
un canto al destino, che sia come un colpo di scudiscio che 
risponda a un colpo di fulmine. 

Perchè Camillo Solimèna ha dovuto sentire, molto giovine, 
troppo giovine, forse, il fiotto dell'amarezza traboccare dal- 



358 I LIBRI 

l\mima sua, perchè egli ha dovuto molto presto, troppo pre- 
sto, forse, trovarsi in faccia alla vita. E la sua giovinezza rea- 
gisce, e quando non è l'invettiva di Archiloco che gli balza 
dal labbro è il triste sorrise scettico di Beaudelaire che ap- 
pare nel suo verso. 

ICgli è , in latti , e sopra tutto , un beaudeleriano : il suo 
rec;;nte volume di versi , // mio Peccato, è un libro assai tri- 
s;e, nel fondo , sul quale balenano , ogni tanto , squarci di 
sjle, che fanno sentire più greve e dolorosa l'ombra che si 
c.iiude sul breve guizzo, inesorabilmente. 

Ma come suggestiva, la sua descrizione , come intenso il 
dolore delle cose, nella cerchia delle sue rime ! Sentite que- 
sto Funerale nel bosco : 



Su la bara rossigna, che ondeggiando 
su le robuste scapole, digrada 
pel declive frondoso, par si vada 
pili spessa ancora e lugubre posando 

la piova de l'autunno. Jì par che entrando 
in una svolta buia de la strada, 
il breve legno beva ansioso il blando 
riso crepuscolare de la rada 

luce... Così a quest'ombra di poeta 
(lasciato il vallo e la nivosa meta 
a' ner~L'i scaltri di piii scaltra gente) 

vorrei piovessero, ultima coorte 
e sola intorno, silenziosamente, 
un raggio stanco e poche foglie morte... 

E come dolce questa strofa a /.'olivo, la seconda strofa del 
carme, che ha una così soave reminiscenza leopardiana : 



l LITRI 359 

. . . i'ii di, bauibino io venni 
battendo anch'io pc' frutici, a pe' rami 
d'alte tue piante, ed oltre 
ed oltre con felice ansia portando 
a le rote feconde un cesto anch'io. 
Tutti i poemi de la gioia, un blando 
fiorir d'affetti, un ciclo di ricaini 
tenui tutti e sereni 
eran con me, bambina 
coorte intorno a l'anima baiìibina. 
Oggi non più 



Accanto a questa serenità mesta, stride, talora, l'impreca- 
zione spietata, come nel Che voglio ? che, a mio modo di ve- 
dere, è la meno bella delle sue poesie, anche per un vago 
ricordo del troppo a lungo ed a torto celebrato Canto del- 
l' Odio stecchettiano , che funestò la giovine letteratura di 
vent' anni fa. 

Pure, in tutte le sue rime, nelle dolci come nelle tristi , 
nel rimpianto come nell' invettiva, qualche cosa di molto te- 
nero, di molto affettuoso, un fondo di bontà che, anche at- 
traverso la ribellione , si ripiega , talora , su sé stessa , e si 
scopre, senza volerlo, mostra come l'anima di questo poeta 
che canta l'ombra, in cui ghignano 

. . . il Dubbio imbelle, il Male 
la molteplice Morte, il Nulla . Noi 



aneli alla luce, alla buona luce serena , al sole che feconda 
la terra benigna , che colora i mandorli rosei e le messi 
d'oro : il combattente del dolore anela alla pace ; ed io 
auguro a Camillo Solimèna, all'amico buono che ripudia sde- 
gnoso il mondo, del quale diffida, che ritorni a questo mon- 
do, dove pur si ama, dove pur si crede, dove c'è ancora un 
cantuccio di sole ; che 1' anima sua , smesso il rancore , si 



360 I LIBRI 

schiuda, largamente, alla luce, e che ci dia , domani , cose 
meno tristi, meno sconfortate, più degne di chi deve affron- 
tar la vita non con 1' amarezza del ribelle , ma con la fede 
del vincitore. 

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LE RIVISTE 



Joseph Roumanille e la rinascenza provenzale — 
(Paul Mariéton — Reiivc blciie, 7 novembre). 

Le espressioni migliori del pensiero e della lingua di Pro- 
venza sono di certo negli scritti di Joseph Roumanille, il 
mite caposcuola della rinascenza provenzale. Venuto su dal 
popolo, dotato d' una fantasia fervidissima e insieme d' una 
tenacia non comune, egli era più idoneo d'ogni altro a rap- 
presentare in liriche vivaci ed in tersa prosa le tradizioni ca- 
ratteristiche , vivide di intenso affetto o di invincibile fede 
religiosa, che in ogni tempo furono tesoro precipuo di quelle 
genti incorrotte. Mistral doveva portar la rinascenza lettera 
ria del mezzogiorno ai più duraturi trionfi: ma ogni linea 
fondamentale dell' arte di Mistral era già nella pagine buo- 
ne — buone anche tra i fervori più sapidi d' un umorismo 
inesauribile — di Roumanille. 

Questi scrisse le prime sue poesie, Li Margarideto (Le 
pratelline, 1847), per farne dono a sua madre, una contadi- 
na di Saint-Rémy, che non conosceva il francese. L'atticismo 
nuovo raggiunto dalla musa provenzale riflulgeva limpida- 
mente in quel libro d'oro, del quale una pagina specialmen- 
te — JMouìitc l'Ole nwuri — parve anche più che una rivela- 
zione. 

MOUNTE VOLE MOURI 

Dins un mas que s'escound au mitan di poumié, 

Un bèu matin, au tèms dis iero, 
Sièu na d'un jardinié 'me d'uno jardiniero, 

Dins il jardin de Sant-Roumié. 



302 li: rivisti; 

De set pàuris enfant venguère lou pronniié... 

Aqui ma maire, ù la testiere 
De ma bresso, souvènt vihavo de niue 'ntiero 

Soun pichot malaut qne dormié. 

Aro, autour de moun mas, tout ris, tout reverdejo; 
Liuen de soim nis de flour, soiispiro e voulastrejo 
L'auceloun que sies enana !... 

Vous n'en prèj^ue, o moun Diéu ! que vosto man benido 
Ouand aurai proun bega l'amarun de la vide, 
Sarre mis iue mounte siéu na. 

[I^ove io voo^lio morire. In un piccolo nido ascoso tra il 
folto del pometo, in un'alba gioiosa in tempo di mietitura, 
io nacqui da un giardiniere e da una giardiniera, tra i fiori 
di Saint-Rémy. Di sette poveri bimbi, io fui primo. Ivi, a 
capo della mia culla, mia madre vegliava spesso le notti in- 
tere per me , suo prezioso infermo addormentato. Oggi in- 
torno a me lutto ride, tutto rinverdisce; lungi dai loro nidi 
infiorati, gli uccellini oramai liberi piangono, volando, le loro 
canzoni. Ed io chieggo. Signore, che le vostre dita benedette 
chiudano i miei occhi dove io son nato, cjuando abbastanza 
io avrò bevuto dell'amaro che è nella vita]. 

Ai Margarideto vennero dietro Li SottnjareUo (Le sogna- 
trici, 1851) e La pari de Di ni (1853), poemi geniali e pro- 
fondi; La campano mountado, capolavoro eroicomico (1857); 
i jVoi'/s, in cui Roumanille raggiunse e sorpassò .Saboly (1S59); 
infine, /./ Flour de salivi (Fiori di salvia), tornanti alla vena 
dolcissima del primo lavoro. E .Mistral defini in (juattro versi 
semplici e commossi tutta l'anima poetica del maestro: 

... Tu que sabes, o Roumaniho, 
entrena diens tie armounio 
e li plour de la pacaniho 
e lou rire di chato e li llours dòn printèms... 

[... Tu che sai, o Roumanille, intrecciar nelle tue armonie 
le lacrime del popolo e il riso delle vergini e i fiori di pri- 
mavera...]. 



LE RIVISTE 363 

Nondimeno, la poesia non fu certo l'aspetto migliore della 
sua attività letteraria e civile. Egli fu innani;i tutto un' apo- 
stolo della rinascenza artistica della sua terra. Prosatore ga- 
gliardo e spontaneo, forte d'uno spirito semplice che faceva 
di lui una specie di Rabelais pudico e cristiano, Roumanille 
raccolse intorno a sé fin dal 1S36 gli eletti di Provenza; egli 
combattiva le sue prime battaglie dalle colonne de La Cor.i- 
viuìf , primo giornale ad un soldo , organo della Socicté de 
la Fai , e faceva larga breccia nelle anime col suo realismo 
sano, sincero , fecondo di idee buone ed utili. Nei suoi ar- 
dori per la epurazione della lingua ebbe a compagni , tra • 
moltissimi che ne accolsero 1' iniziativa. Mistral, Aubanel, i 
fratelli Giéra. Fermò poi quella lingua nel capolavoro, Li 
Soìinjarìello, che Saint-Beuve lesse con attenzione vivissima, 
scrivendone più tardi all'autore: 

« \'otre pièce de vers, autant que je la saisis' sous le voile 
de votre suave idiome . est digne des anciens troubadours, 
et elle exprime des sentiments de charité religieuse qu' ils 
avaient, ce me semble assez peu. Votre auge des petits eu- 
fants et des crèches, dans sa tristesse celeste , ne serait pas 
désavoué par les Anges de Klopstock, ni par celui de M. de 
Vigny... ». 

Ma l'opera non parve ancora compiuta a Roumanille. Pen- 
sò che la letteratura di Provenza dovesse divulgarsi; e riunì 
in denso volume i migliori scritti di ben trentuno poeti e 
prosatori provenzali, compreso Jean Baptiste Gant, il ribelle. 
Li convocò poi a dirittura in congresso linguistico, ad Arles, 
segnando così la vera data iniziale di quella sana rinascenza. 

E a questi ideali restò ligio sempre, nella sua umile bontà, 
fino agli ultimi suoi giorni. Odiò Parigi, la gran corruttrice: 
odiò ogni forma di vita che costringesse lo spirito a velar 
parte di sé anche nei confini dell' Arte. Il folk-lore della 
terra natale ebbe in lui un adolatore perfetto; egli mori so- 
spirando una delle frasi dolcissime consuete al suo popolo : 
« San Michele mio Signore, compagno della morte, principe 
del Paradiso , usate grazia all' anima quand' ella sarà fuori 
del corpo !... ». 



364 LE RIVISTE 

loHN RusKix E LA CIVILTÀ INGLESE (Maria Gothein — 
Prenssìsche lahrbiicher) . 

Nel campo delle scienze sociali il nome di lohn Ruskin 
non può disgiungersi da quello di Tommaso Carlyle. Fu co- 
mune ad entrambi — e fu nota predominante del loro carat- 
tere e del loro pensiero — lo spirito dell' ordine, dell' obbe- 
dienza , della disciplina interiore ed esteriore , che il purita- 
nismo di Scozia rafforza invincibilmente anche nelle anime 
che parrebbero meno equilibrate ; ed entrambi vollero che 
l'educazione si proponesse a méta ultima l'armonia perfettis- 
sima tra il pensiero e 1' azione , si negl' individui che nelle 
folle. Così, quando il Carlyle, vecchio, lesse la prima delle 
opere sociali dell'altro, esclamò ridendo: D'ora in avanti mi 
troverò almeno in una minoranza di due voti I 

In filosofia essi non composero vane lamentele intorno alla 
libertà ed all' eguaglianza. Pensavano questa essere impossi- 
bile , data la eterna superiorità di alcuni uomini sugli altri , 
e talora d'un solo su tutti gli altri, ed essere pertanto egual- 
mente impossibile la libertà assoluta ; ne deducevano dover 
soltanto istituirsi praticamente, per il bene di tutti, un siste- 
ma di obbedienze proporzionali. 

Ma lohn Ruskin completò le idee di Tommaso Carlyle sul 
terreno scabroso dell' arte come mezzo di educazione. Per 
Carlyle , anche il lavoro più umile « fa vibrare lo spirito » ; 
pel Ruskin invece occorre, perchè ciò sia, che al lavoro con- 
tribuiscano quasi in egual misura la fibra ed il pensiero del 
lavoratore. Per Carlyle, lavoro e dolore costituiscono il destino 
degli umani; il Ruskin pensa altrimenti: « L'uomo è nato per 
il lavoro, per il dolore, per la gioia: il lavoro senza la gioia 
è cosa bassa , cosa bassa il dolore senza il lavoro , cosa 
bassa la gioia senza il lavoro ». Di qui la utilità incommen- 
surabile dell' arte nella esistenza grigia dei popoli. 

E primissima tra le arti è per il Ruskin l'archileltura, ove 
ne governi le sorti la storia essenziale d'una gente. Occorre 
che uno stile architettonico sia prodotto secolare d'una razza; 
e , a cercar di produrre una simile formazione , occorre ab- 



LE RIVISTE 365 

bandonare sdegnosamente nell'insegnamento dell'architettura 
gli orridi metodi dell'eclettismo. Architettura-tipo, poi, sotto 
il rispetto sociale e sotto quello della possibilità che ogni ar- 
tefice gioisca oprando, è senza dubbio quella gotica; la quale 
per ciò appunto rappresentò nella storia dell'arte un momento 
etico-sociale degno del più alto interesse. 

Dalle linee maggiori dei motivi architettonici il Ruskin ama 
discendere ai minimi particolari dell'ornamentazione, la cui 
comprensione vien dietro a quella profonda e geniale della 
natura. E, passando con rigore dialettico d'una in altra idea, 
John vuol tornate in onore le arti indtistriali, che eliminano 
lo sconforto onde oggi è moralmente ucciso l'umile lavora- 
tore ; vuol l'utile, il buono, 1' industria, ma vivificata da un 
soffio di bellezza esteriore dolcissima , così che la fatica ab- 
bia anch' essa in sé vive fonti di gioia. 

É noto quale importanza abbiano tali sistemi per chi vo- 
glia far la storia dell' Inghilterra contemporanea. Rnskin fu 
« coscienza vivente » della terra che sovra ogni altra amò e 
conobbe; comunicò agl'inglesi le sue predilezioni per l'arte 
gotica , e diresse ivi vivacemente il rinnovamento delle arti 
industriali. 

Oggi Ruskin è passato, ed è passata con lui la moda creata 
da lui; ma l'educazione del popolo nei riguardi dell'arte e 
delle applic .zioni del bello ad ogni aspetto della vita reale è 
rimasta. 

Raranes. 



I NOSTRI eONeCRSI 



Ritornando la st.igione in cui tutti rientrano, dalle lunghe 
villeggiature, dai lunghi viaggi, in cui tutti cominciano o ri- 
cominciano a leggere, a discutere, a occuparsi di cose dello 
spirito, di questioni mondane, politiche, scientifiche, sociali, 
la popolare rivista La Settimana ricomincia le sue inchieste, 
dirette a esplorare la pubblica opinione e a far manifestare 
lo spirito e la cultura dei suoi numerosissimi lettori e anche 
delle sue numerosissime lettrici ! Questo sistema, tutto ame- 
ricano, si è, ora, largamente sviluppato in Europa e da tutte 
le parti, nelle riviste e nei giornali fioriscono le inchieste di 
ogni genere , dalle più semplici alle più bizzarre : ed è un 
grande interesse che si desta, in chi risponde e in chi legge 
le risposte. La Settimana di stamane, fa, dunque, tre doman- 
de ai suoi lettori. Eccole; 

I. Domanda diretta alle signorine abbonate della Set- 
titnana: 

« E consigliabile, è utile , è simpatico che una giovinetta 
scriva, ogni giorno, il suo taccuino intimo, il suo g-iorna/eì 
Se sì, perchè? Se no, perchè?». 

3. Domanda diretta agli abbonati della Settimana, di ambo 
i sessi e di f>gni condizione: 

« Quale et.\ stimate ragionevole perchè un uomo si ammo- 
gli: e perchè prescegliete tale et."»?». 

.^. Domanda, diretta, indistintamente, a tutti i lettori eie 
lettrici della Settimana: 



I NOSTRI CON'CORSI 367 

<.■ 1 titoli di nobili.^ debbono conservare la loro legittima 
iniluenza e il loro prcsti.<;io, nella società moderna ? Si deve 
far la guerra ai falsi titoli?». 



1" Concorso, />er le soie sii^itoriiie abbonate: Mandare le 
risposte sino al 12 dicembre 1903, unendovi due fascette di 
abbonamento alla rivista. Primo premio alla migliore rispo- 
sta: una cinta di cuoio nero, lucido, con fibbia liberty. Se- 
condo premio: due spilloni per cappello. Terzo premio: una 
medaglia portafortuna. Le otto migliori risposte saranno pub- 
blicate nel numero susseguente alla chiusura del concorso. 



2" Concorso, esteso ai nostri abbonati dei due sessi e di 
ogni condizione: mandare le risposte sino al 12 dicembre 1903 
unendovi due fascette di abbonamento. Primo premio, alla 
migliore risposta: un orologetto di argento bruciato, con nodo 
da sospendere. Secondo — remio: un portafogli di cuoio, con 
angoli di argento. Terzo premio: una medaglia portafortuna. 
I-e otto migliori risposte saranno pubblicate. 



3" Concorso, per tutti i nostri lettori, indistintamente: man- 
dare le rispo.te sino al 12 dicembre 1903, unendovi tre fogli 
rosei, ove sono ripetute le formule del Concorso. Primo pre- 
mio: un ombrellino d'inverno, per signora. Secondo premio: 
un ombrello per uomo, per pioggia. Terzo premio: una me- 
daglia portafortuna. Le dieci migliori risposte saranno pub- 
blicate. 



Condizioni generali : le rispo.ste non debbono superare i 
venti righe; potranno esser firmate con un nome o con uno 



368 



I NOSTRI CON'CORSI 



pseudonimo, da rivelarsi, poi, in caso di premio, alla Dire- 
zione. Inviare lettere a Matilde Serao, Direttrice della Setti- 
mana, Ottagono Galleria Umberto I 27. Preferibilmente, rac- 
comandare le lettere. 

La Direzione. 




PREMI.ATO GABINETTO OTTICO OCLITSTICO 

Brevettato da S. M. Il Re d'Italia 

FRANCESCO LA BARBERA 



\?ÌA RorT)3k 136 ti».^oU 



■ rdlo! 

tiui»coiio 
I i.>ie , e per 



di rimpetlo alla Chiesa Madonua (ielle Grazie ed ai *•'.. 

Molti, tlilctlDM nella visla, non riocoim alrosarcn 
c<il guastarla ma(;KÌurnieiitc facendo uso di lenii man- .\\'\ 
dlpiiiii di jicssiin.i qiialit.'i. 

Col sistctiia Keneralnicntc adottato da molti ottici è dilTicilc una perfetta 
correzione e molli difettosi di vista cedono ad una scelta più o meno adatta 
senza ottenere la precisa gradazione. 

Al sopradetto rialiinelto Ottico il pubblico troverà il «istenia pi'. 
l)reve e sicuro acquistando le Inni .li rniU^inii In. .ir i/iinif . ìc . • 

rIì cK-clii e senza aver bisogno i>me 

usualmente avviene a t|uelle p' : ■•-". 

OCCHIALI e STRINGINASI In ORO 14 karati Lira 15. 
LE.NTI di CRUW.NOLASSdlllja labbricailon: e CRISTALLI di ROCCA U£liatl ■tl'MSe- 

SI si'i;i)iS(.K r\iAi.o>;o iìkatis 

a\/\ssi;ao buon a\ercato 



TRAMONTANDO IL SOLE 



(Novella) 



A Enrico Nencioni. 



IV. 

Infelicissimo amore ! Immediatamente Giovanni Serra provò 
il confuso avvilimento della sua caduta e Clara la delusione 
della sua prepotenza sentimentale. Passata l'ebbrezza singo- 
lare e pur triste della grande serata, ella si trovò di fronte 
a Serra, nella condizione tormentosa e misera, di una donna 
che ama troppo, che vuole amar troppo e che, sovra tutto, 
pensa e dice di amar troppo, mentre non è riamata abba- 
stanza. Infelicissimo amore ! Giacché nello speranzoso e bal- 
danzoso animo di Clara, restituito ai consueti trionli della 
sua beltà e della sua grazia, tolto dal fittizio ambiente di u- 
miliazione morale, in cui ella si era collocata con amara vo- 
luttà di punizione, rimesso nella posizione solita ed orgo- 
gliosa di una donna che ha conquistato un uomo o che lo 
ha riconquistato, in questo animo in cui gli impeti della im- 
maginazione erano il fondamento della passione e dove la 
vanità si nascondeva sotto le forme più semplici, in questo 
animo tramontò subito quel purissimo e inaccessibile ideale 
di un amore che volontariamente rinunzia alla corrisponden- 
za, di un amore che volontariamente invoca di esser dolore 
e di essere espiazione. L'imperio.so cuore che si voleva dare 
in un immenso sacrificio, privo di premio, ritirò subito la sua 

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370 TRAMONTANDO li. SOLE 

offerta, quando negli occhi smarriti di Giovanni Jjerra vide 
la follia dell" amore, quando egli si curvò a baciare quelle 
labbra col trasporto di un uomo che non ha mai finito di 
amare, che ricomincia ad amare, con la for^a di dieci anni 
di ricordi, accumulata e repressa. Clara p.tssò la notte se- 
guente nella veglia deliziosa, e indescrivibilmeiUe deliziósa 
di chi ha trovato, nell'amore, quello che cercava, il gran se- 
greto che tutte le anime sentimentali e passionali cercano : 
un amore eguale al proprio, la corrispondenza perfetta e l'ar- 
monia sublime. La vita, infme, aveva dato, con dieci anni di 
ritardo, è vero, ma con più potenza di concentràmento, alla 
donna innamorata dell' amore , ciò che eUa non aveva mai 
provato, ciò che pochi uomini e poche donne provano sulla 
terra: un amore .schietto e profondo, cosi sentito e cosi cor- 
risposto. Immensa delusione: e infelicissimo amore! 

Poiché, quando ella rivide Giovanni e guardò nei suoi oc- 
chi, ella vi .scorse un imbarazzo mortale, una tristezza mor- 
tale, come ne nascono nelle pure coscienze di (oloro che 
caddero per una inesplicabile debolezza della volontà. Clara 
credeva, era certa di vedersi apparire innanzi un uomo fe- 
lice, ringiovanito, ridato alla forza vincitrice degli ostacoli e 
ridato agli entusiasmi dell'età più bella: e invece. Giovanni 
aveva l'aspetto di un uomo che ha errato e sente amaramente 
tutto il peso del suo errore. Clara era lieta e dolce, aveva 
rialzato i suoi capelli in un grosso nodo attraversato dagli 
spilloni di tartaruga, come dieci anni prima, aveva un ve- 
stit<i chiaro e gaio: e Giovanni la guardava, con certi occhi 
distratti e stupiti, dove, ogni tanto, si abbassava il velo di 
una malinconia intensa, dove, «.lmiì t.mto, |).i«.s.iva li nii\..il.t 
dello sgomento. 

*— Come siete gioconda. <|uesta sera I — le disse, come tra- 
sognato. 

-- Perchè ti voglio tanto l>ene — ella gli rispose, dolcissi- 
mamente, prendendogli le nmni. 

Egli si turbò sempre più. 

Non parliamo di (juesto, Clara. 

— Perrjjr ? Non mi credi? Non nu credi.' 



TRAMONTAM)(ì li. SOLK 37 1 

Egli tacque. Non le credeva, infatti. Ella intese perfetta- 
mente questa sfiducia. 

Che debbo fare, perchè tu creda ? 

— Nulla. Clara: non fare nulla, lo sono uno sventurato. 

— E perchè? Non ti voglio bene, io, malgrado la tua in- 
credulità? Non mi vuoi bene, tu? 

— Io 1 - gridò lui. — No, no, non ti amo ! 

— E che mi liai detto ieri sera, allora? Hai mentito ? Sei 
diventato bugiardo, ora ? Non eri bugiardo, prima. 

Giovanni Serra non rispose. Era così pallido, cosi disfatto 
ed evitava tanto di guardarla ! 

— Amore mio. amore mio- ella riprese, tenerissimamente, 
carezzandogli una mano — non tormentarti, te ne prego. Non 
ti dico nulla, non ti domando nulla : la mia voce e le mie 
parole ti agitano, lo vedo. Lascia ch'io stia vicino a te, co.sì, 
in silenzio. 

Era, difatti, seduta accanto a lui, sul divano, e gli aveva 
passato un braccio sotto il braccio; aveva appoggiata lieve- 
mente la testa sulla sua spalla. Un lungo silenzio: ma ella, 
a occhi bassi, sentiva che il respiro di Giovanni diventava 
affannoso. Allora, pian piano, levò gli occhi, lo guardò, gli 
mormoro: 

— Mi vuoi bene? 

Una così grande espressione di dolore, negli occhi di quel- 
l'uomo I Ella tacque, ancora un poco, legata a lui, cheta, re- 
spirando appena: poi le parve che egli le sfiorasse con le 
labbra i capelli: 

— Mi vuoi bene, amore ? — chiese, sorridendo nel fondo 
del cuore. 

Giovanni sospirò prolondamente e rispo.«ie : 

— No. 

Attraversata da un impeto d'ira, ella si staccò bruscamente 
da lui, si levò, esclamando : 

— Sei cattivo e scortese. 

Una scena dolorosa avvenne fra loro , dove tutta la vio- 
lenza e tutta la naturai tenerezza del cuore di Clara — tene- 
rezza repres.sa nel periodo d' isolamento in cui era stata — 
sgorgarono in parole precipitose, ardenti, innamorate e pure 



372 TRAMONTANDO IL SOLE 

ingiurianti: e dove tutta la mitezza e tutto il profondo scet- 
ticismo di Cliovanni si manifestarono, più dolci e più freddi, 
pieni delle grandi timidità di chi, avendo amato invano per 
tanto tempo, ha oramai una paura invincibile di amare. Du- 
o tre volte, durante questa penosissima scena, ella lo offese 
in un modo crudele, poiché era avvezza a calpestare i cuori 
che adorava, per poi adorarli più profondamente, dopo; ed 
egli sentì 1' offesa , con un amaro piacere , giacché essa lo 
autorizzava non a reagire, ma ad andarsene, per non ritor- 
nare mai più. Questo , questo , era il suo intimo desiderio, 
innanzi a (luella donna che lo affascinava e che lo terroriz- 
zava coi tumulti strani della sua fantasia, con le singolarità 
di un temperamento fuggevole e pericoloso, con l'impensato 
di un'animn, nella quale la incoscienza assumeva degli aspetti 
terribili e dolcissimi. Nel momento in cui ella più gravemente 
lo ingiuriò, egli pensò che era giunta la salvazione per lui, 
se partiva. Ma quando ella lo vide arrivato alla soglia, quando 
intese che lo perdeva, cosi, miseramente, irrimediabilmente, 
lo chiamò con una voce cosi spezzata dal pianto , che egli 
si volse, venne a lei. Clara piangeva. Piangeva ! Mai l'aveva 
vista piàngere. Credeva che non potesse piangere , tanto il 
gran riso clamoroso, e i! riso breve , e il soiriso , e il sog- 
ghigno le eran particolari. Clara piangeva , soffocando dai 
singhiozzi, con un lamento che le usciva dalle labbra , con- 
tinuo. 11 cuore di quell'uomo buono s'infranse , ed egli in- 
te.se sul suo petto quel povero corpo femminile scosso dai 
singulti, ed essa intese da quella voce tremante e fievole l:i 
parola d'amore, strappata dall'essenza di quell'anima, dolo- 
rosamente. 

Tali furono , sempre , le amarissìme vittorie di Clara ; e 
procedendo oltre , il combattimento fu diversamente aspro, 
con forze maggiori o minori dall'una parte e dall'altra, ma 
concedenti sempre il più triste ilei trionfi al soldato più en-.r 
gico e più ardente, più abitualo alla guerra dell'amore, piii 
mulliph» nelle sue risorse di altJicco e di difesa. Giacché ap- 
pena (iiovanni .Serra si allontanava da Clara, dalla sua casa, 
dal cerchio magico in cui ella lo rinserrava, rinasceva in luj 
il desiderio della fuga ultima, della liberazione. Quando ella 



TRAMONTANDO IL SOLE 373 

non era presente ed egli non ne vedeva le grazie delicate, 
e la novissima incantatrice dolcezza, e tutta la seduzione mu- 
liebre potente, Clara gli appariva come l'aveva sempre con- 
siderata, da dieci anni : una donna attraente , perfida e fal- 
lace, a cui egli aveva gittato inutilmente il suo cuore o per 
la quale aveva perduto ogni fede in sé stesso e nella vita. 
La figura di una creatura quasi mostruosa, senza pietà fem- 
minile, senza alito di sentimento nell'anima, senza coscienza 
pel bene , come pel male , formatasi in dieci anni nel suo 
spirito, lo signoreggiava, di nuovo, con novello impulso di 
ribrezzo, di orrore. Mutata, forse? Forse. Ella era capace di 
tutto . anche di vestire 1' aspetto della maggior tenerezza, 
della maggiore nobiltà spirituale, e di essere , forse , tenera 
e nobile veramente , per un certo tempo per ordine della 
propria volontà, sino a che la natura sopita si risvegliasse, 
e l'onda della perfidia e della menzogna trasportasse via il 
bel sogno di bontà e di dolcezza. Mutata? E che, perciò? 
Anch" egli s'era mutato purtroppo, e doverla lava incande- 
scente della passione aveva gorgogliato , schiumando , del 
fuoco, si stendeva il lapillo grigio e freddo delle devastazioni 
vulcaniche: dove aveva vissuto la fede nell'anima umana e 
nella sua purezza , vi era il gelo di un dubbio tranquillo e 
non più torturante: dove avevano balzato di gioia e di vo- 
luttà gli entusiasmi giovanili, vi era l'inazione e l'aridità. La 
lealtà, il rispetto, la bonui virile rimanevano intatte in quel- 
l'uomo che aveva avuto in dono , nella giovinezza , le qua- 
lità più nobili dello spinto: ma ciò che restava, non bastava 
all'amore. Una parte di quel cuore, era veramente finita. E 
tutta la sensibilità che ancor viveva in lui, fremeva di sgo- 
menti) all'idea di essere stato ripreso da quel fascino ; non 
si sentiva più la forza morale per quelle lotte e il risultato 
non gli .sembrava più la sua grande ambizione. Cosi, di lon- 
tano, egli formava sempre il disegno di non vedere mai più 
Clara. Ella gli scriveva delle lettere lunghe e bizzarre , con 
un'incoerenza sentimentale che sarebbe stata molto interes- 
sante e molto seducente per un uomo più giovane e più vi- 
vace, meno provato dai dolori della vita, ma che gli produ- 
ceva un senso di ripulsa , di maggior distacco : non rispon- 



374 TRAMONTANDO IL SOLE 

deva alle lettere. Ella gli mandava degli appiintam^-nti; tìio- 
vanni vi mancava, due o tre volte. Perchè alla quarta volta, 
egli non resisteva più e vi andava, riluttante, pieno di tutte 
le incertezze ? Egli non se lo spiegava: e nella sua timida 
immaginazione, il fascino di Clara assumeva un aspetto on- 
nipossente; Giovanni aveva bisogno di credere a un potere 
ascoso, rarissimo, unico, per spiegare la mollezza della sua 
volontà. Perchè, tante volte, quando egli andava da lei. ben 
deciso, ben risoluto, a dichiararle che queir amore così po- 
vero di gioie , così dubbio , cosi squilibrato non aveva ra- 
gione di essere e di durare, perchè Giovanni, innanzi al bel 
volto tranquillo e sorridente di Clara, a quelle mani che gli 
si tendevano affettuosamente , al suono di quella voce che 
ella rendeva cosi insinuante, per lui, perchè egli non diceva 
più niente , lasciandosi andare alla corrente di quel senti- 
mento, illuso per un poco , credendo di essere amato , cre- 
dendo di amare ? Perchè, nelle loro grandi scene, scoppiate 
improvvisamente, egli aveva provato a proclamare la sua li- 
bertà , la sua indifferenza , sempre più duramente , meravi- 
gliandosi anzi talvolta della propria durezza, ed era riescilo 
soltanto ad esa.sperare Clara ; ma non aveva svincolato il 
proprio cuore ? Perchè , mentre egli era dei due quello che 
meno pensava d'amare, che meno diceva d'amare, che non 
scriveva, che rinunziava ai convegni , perchè , poi , era lui 
quello che più credeva, che più si dava , che più rientrava 
in servitù, con ritorni di affètto che costituivano le pochis- 
sime soavità di quell'amore ? Perchè, una volta, ({uando stet- 
tero quindici giorni senza vedersi ed ella continuava a scri- 
vergli, egli non ebbe la forza di non aprire, come aveva di- 
chiarato, le sue lettere? E una sera, ella passava, sola, tri- 
ste, pallida , per una via , rientrando nella sua casa deserta 
con aspetto di tale abbattimento ed infelicità, che Giovanni, 
vedendola innanzi a sé, non visto da lei, provò uno schianto 
indicibile. Ritornò a lei , subito , senza che lo avesse chia- 
mato: e Clara stessa si stupì di questo ritorno inatteso, men- 
il suo cuore si era innuerso già nell'amare/za dell'abbandono. 
K ingenuamente, puerilmente, Giovanni non sapendo come 
spiegarsi la sua debolezza e la sua itisfatta, pensava a qual- 



TRAMONTANDO IL SOLK 375 

che cosa d' insolitamente affascinante , e diceva come un 
bimbo: 

— E una strega. 

.Ma per colei che misteriosamente lo riconduceva a sé, ogni 
volta, questi trionfi erano un tossico. Fermentavano dentro 
il suo spirito indomito le ribellioni più profonde contro questo 
stato di lotta che avviliva l'idea ch'ella si era fatta di quel- 
l'amore e che la mortificava in tutte le sue vanità muliebri. 
Ella, infine, lo amava, è vero, come poteva e come sapeva, 
con un senso immensamente egoistico che aveva sempre do- 
nimato in quell'anima: lo amava, perchè le faceva piacere di 
amare, perchè il suo stato migliore era l'amore, perchè ella 
non .sentiva la vita che (juando era innamorata: l'amava per- 
chè così aveva voluto ed ora la sua volontà era più forte di 
lei. Ciò che la sconvolgeva, era di non sentirsi amata abba- 
stanza, mentre ella sapeva di dare a Giovanni il meglio che 
restava di lei : ciò che la esasperava , era questa battaglia 
quotidiana che ella sosteneva, per conservare, se non l'amore, 
la larva di amore che le portava quest'uomo: ciò che la fa- 
ceva delirare di collera , segretamente , era di avere ancora 
sbagliato , anche in tiuest' ultima volta e di non potere in 
nessun modo metter rimedio al suo errore. Per il passato, 
coloro che 1' avevano amata, erano stati tipi soliti , comuni, 
non più buoni e non più cattivi di qualunque altro uomo, 
in modo che il mondo psicologico di Clara non aveva avuto 
sviluppo che nelle ombre della sua anima, assai più grande 
e assai più complessa di quelle che ella aveva avuto ai suoi 
piedi. Ella aveva sofferto per loro, non già per le complica- 
zioni sentimentali, ma perchè questi due o tre erano esseri 
limitati, non meschini, ma limitati, a cui ella aveva creato 
ima luminosa e inesistente aureola. Aveva sofferto di non 
essere amata abbastanza, disprezzando coloro cui mancava la 
potenza spirituale, rimpiangendo sempre Giovanni. Giovanni, 
ch'ella aveva disdegnato e di cui si rammentava la violenza 
giovanile di passione: e lentamente, nella sua coscienza , si 
era formato il criterio che solo lui , cosi profondo , cosi in- 
timo, cosi squisito , avrebbe potuto amarla come ella desi- 
derava. Gli altri erano , infine, poveri diavoli , ai ciuali ella 



376 TRAMONTANDO II, SOLE 

aveva dato il manto di porpora della sua immaginazione e 
uno scettro d' oro , sotto cui ella medesima si era curvata; 
ma l'anima bella per sé, grande per sé, unica nella tenerezza 
come unica nella passione, eri quella di Giovanni. Ella a- 
veva creduto a una fatalità del destino quando , finendo la 
sua giovinezza, prima del tramonto, s'erano incontrati nuo- 
vamente ed egli le aveva parlato dell' amore passare. E in 
lei si erano dileguate le profonde stanchezze , mentre più 
vivo, più forte rinasceva il desiderio di amare eccezional- 
mente, di essere eccezionalmente amata. Ella si rammentava 
un (Giovanni Serra tutto pieno di un ingenuo e vibrante ar- 
der giovanile, che faceva dell'amore non un breve episodio, 
come tutti gli altri, ma il grande afl'are dei suoi giorni e delle 
sue notti , che dava all'amore un tesoro di intima mestizia 
e di gioie delicate, che portava l'immagine dell'amata come 
la sola visione degna delia sua fantasia , e che ne pronun- 
ziava il nome con una emozione vivissima e candidamente 
mal repressa. Aveva creduto, quando egli le narrava i suoi 
dolori passati con si grande senso di amarezza , che egli 
fosse sempre il medesimo: e che era giusto e umano l'amiirlo; 
e che era una voluttà dolorosa 1' amarlo senza conforto ; e 
che, infine, infine, egli l'amasse ancora, malgrado i tentativi 
di fuga, malgrado i dinieghi , malgrado i terrori che gli si 
dipingevano sul volto, malgrado che egli restasse freddo e 
confuso, nelle ore più calde, in cui ella più si abbandonava 
a questa estrema pa.ssione. E dall'antico concetto e dal no- 
vissimo errore suo , ella traeva un veleno interno di delu- 
sione, un seguito di sconfitte inavvertite da lui , ma di cui 
ella provava il colpo nel fondo dell'animi, un ricadere con- 
tinuamente sulle |iroprie speranze e un soflrire per tutte le 
parti, dall'amore all'amor proprio, dalla delicatezza all'or- 
goglio, dalla sensibilità femminile bonaria alla sensibilità fem- 
minile maligna. Come si torturava ella, per un ritardo di 
un' ora , per una parola detta con troppo disinvoltura , per 
un z'oi apparso improvvisamente nel più intimo discorso : e 
il suo umore si cangia\ ;i , per la sottile ferita ricevuta , ed 
egli, che non sjipeva di aver ferito , si stupiva del can - 
mento, e arretrando.si, pallido, come se avesse visto un i.ii. 
tasm.i le eliceva la tetra e monotona frase : 



TRAMONTANDO IL SOLE 377 

— \'oi siete sempre la stessa. 

Sì, Clara era sempre la stessa, con un carattere mobile e 
pure ostinato , con una energia breve e caduca , con un di- 
sprezzo intimo e cordiale di sé, con un egoismo a cui dava 
le forme nobili dell'amore, con un desiderio di vivere e di 
godere che non si saziava mai ; e su tutto questo fondo 
stravagante , e spesso perfido , e spesso capace dei più alti 
sagrificii , il ricordo di una vita vissuta mediocremente , il 
ricordo di sciocchi errori e di delusioni meschine. Era sem- 
pre la stessa, lei, ma da tutti i pianti versati nella solitudine 
della sua casa , da tutte le angoscie soffocate sotto la sua 
maschera di donna mondana , da quell' abbandono in cui 
aveva passato un anno , le era venuta innanzi alla mente la 
grande verità, che tutti i calcoli dell'egoismo sono sempre 
sbagliati, e che bisogna vivere per gli altri, per poter essere 
felici. Non era fatta per questo, la sua natura capriccio.sa ed 
esaltata : ma la sua volontà le imponeva di assuefarsi alla 
più semplice verità umana , che è la felicità altrui : ed ella 
giungeva con uno sforzo supremo là dove altre creature ar- 
rivano naturalmente e la sua bontà calma , la sua dolcezza 
ragionata, la sua serenità esteriore avevano, forse, maggior 
merito, poiché ella affogava in esse tutto il clamore di un'a- 
nima ribelle. .Soffriva profondamente, perchè non era amata 
abbastanza , perchè non era neppure certa di essere amata : 
dentro le vene ardeva il sangue per collere improvvise: cento 
volte ella sentiva la tentazione di scacciare Giovanni da sé, 
di non vederlo mai più. Ma il pensiero che egli, veramente, 
la. credesse ancora una perfida femmina , capace del male 
per la voluttà del male , ma 1' idea di desolare ancora Gio- 
\anni, con una catastrofe spirituale, tale che per sempre ne 
restasse violata la sua memoria, la rigettavano nell'amore e 
nel sacrificio. 

E più il suo spirito spasimava per la battaglia che soste- 
neva, più ella prodigava a Giovanni Serra i tesori della più 
squisita affezione. Egli , talvolta , ne restava avvilito. Ora , 
non le diceva più di non crederle; né, d'altra parte, la fidu- 
cia nasceva in lui , bensì uno stupore malinconico. Quando 
ella gli dava qualche novella pruova, non chiesta, di amore, 
egli restava confuso e rammaricato : 



378 TRAMONTANDO IL SOLE 

— lo non merito questo, Clara. Tu esageri, sempre: e che 
sarà il nostro avvenire , cosi ? 

— Io ti amerò sempre egualmente — diceva ella, esaltata. 

— Quante volle 1' hai iletta la parola sempre* 

— Ah tu sei crudele ! — esclamava lei, abbassando il capo 
per nascondere il suo pallore. 

Si, (|ueironest'uomo, quell'uomo onesto e buono era spesso 
crudele, con lei. Non s'accorgeva di colpirla, così duramente : 
o non la credeva sensibile: o credeva che fosse necessario di 
colpirla , per guarirla da questo morbo spirituale che la te- 
neva. Certi giorni, dopo un'assenza di una settimana, le ap- 
pariva innanzi quietissimo, avendo l' aria di non vedere cht- 
ella era disfatta dall' attesa . non dando nessuna scusa alla 
sua mancanza. Un dialogo freddo si stabiliva fra loro due : 
le labbra di lei fremevano leggiermente, perchè reprimevano 
lo sdegno : egli non capiva ciò e dopo un' ora trascorsa . 
così , in uno strazio fine e pur terribile , egli si levava per 
andarsene : 

— \ieni domani? — ella diceva, a occhi bassi, pallida come 
uno spettro. 

— Non so. 

— Dopodomani , allora ? 

— Non ti saprei dire : ho delle faccende noiose da sbri- 
gare. 

— Ah! — diceva lei, senz' altro, sentendosi morire. 

— Ti scriverò , (|uando posso venire. 

— Va bene. 

E lentamente lo seguiva . mentre si avviava alla porta : 
gli porgeva una mano gelitla ed immota. Talvolta , egli Ir 
chiedeva : 

— Che hai ? 

— Nulla — ella rispondeva con voce cosi mutala che egli 
avrebbe tiovuto capire. Ma, temendo una scena , egli se ne 
andava, senz'altro. Come ella correva nella sua stanza, git- 
tandosi sul Ietto , mordendo i cuscini , ingiuriando la fred- 
dezza di Ciiovanni , imprecando alla propria viltà, esalando 
tutta r ira della sua delusione . s<ifl«xrando le grida del suo 
cuore che insorgeva contro un dolore cosi atroce' I.i «risi 



TRAMONTANDO li, SOLK 379 

iirava una notte intiera : ella si addormentava all'alba, con 
gli occhi rossi di lacrime , con il petto ancora esalante so- 
spiri. Egli non sapeva nulla di ciò. Ella temeva che Ciiovanni 
la fuggisse per sempre , se diventava troppo insistente e 
troppo noiosa. L' altiera donna era giunta a credersi una 
• seccatrice. Pure, qualche sera, quando più l'onesto e buo- 
n'uomo era stato crudele, ella sentiva cadere le forze della 
sua rassegnazione. Allora gli appariva infelice, così accasciata, 
cosi perduta in un abisso di delusioni, che l'oscuro mistero 
della sua tenerezza per Clara, si svelava. Una volta, egli era 
andato via. Appena fuori , sulle scale , egli intese , dietro la 
porta ancora chiusa, un tale scoppio di singhiozzi che tornò 
indietro, bussò e la trovò smarrita, incapace di affogare i suoi 
lamenti, incapace di dominarsi più. Qual notte! Egli le par- 
lava ed ella, perduta in un oceano di amarezza, non gli ri- 
spondeva, mentre, come se fosse sola, si raccomandava alla 
.Madonna ed ai santi , perchè la liberassero da quelle tortu- 
re. Egli le prendeva le mani , ma ella le ritraeva , come 
inorridita , convulsa , per rivolgerle al cielo, per chiedere la 
pace, la pace, niente altro: egli cercava di abbracciarla, ma 
quel corpo fremente gli sfuggiva ; essa passava da un divano 
all'altro, camminava al buio, per le altre stanze, parlando 
sola , gemendo tutto il suo male . gemendo di dover amare 
così , gemendo di essere cosi poco amata. Notte fatale , in- 
vero : giacché fu allora soltanto ch'egli capì tutta la gravità 
del loro ca.so: giacché fu in ciucila scena di lacrime, di con- 
vulsioni, in cui ella pareva avesse dimenticata persino la sua 
presenza , che egli le parlò , per una volta, come dieci anni 
prima, come un innamorato, come un amante. Egli s'ingi- 
nocchiò innanzi a lei e le chie.se perdono della sua condotta, 
e la pregò che avesse pietà di lui ; la scongiurò di credergli, 
quando le diceva che nessun essere le era devoto come il 
suo, e di compatirlo se egli non sapeva amarla, se egli non 
sapeva ritrovare in un" anima stanca , malata , vecchia , gli 
accenti e gli entusiasmi dell'amore; che per quanto egli po- 
teva amare, l'amava; che era poco, sì, era poco, per una 
donna appassionata come lei ; che ella meritava un miglior 
innamorato, un miglior amante; ma che lui non poteva amar 



380 TRAMONTANDO IL SOLE 

meglio , ma che egli le aveva dato tutto , dieci anni prima, 
e che quella devastazione era opera sua. Mentre ella, sfinita, 
esausta , si passava ancora sugli occhi aridi il fazzoletto ba- 
gnato di lacrime, Giovanni, ai suoi piedi, le narrava ancora 
la sua miseria sentimentale presente , la sua morbosa sensi- 
bilità che aveva paura dell' amore , la sua impotenza spiri- 
tuale , tutta la rovina irreparabile che gli impediva di esser 
per lei il perfetto innamorato , il perfetto amante. Alle sue 
ginocchia , in una evocazione straziante di quello che era 
stato il suo passato d' amore e nello strazio della presente 
realtà, egli versò poche, cocenti lacrime, le più dolorose che 
avesse versate mai. Smorta, con gli occhi spalancati su lui, 
reggendosi la testa con le mani, ella che aveva gridato tutta 
la sua desolazione , udiva ora le parole di una ben diversa 
mi.seria, di un disfacimento umano assai più tragico del suo; 
e mentre l'alba faceva il cielo di un freddissimo bianco-ver- 
dino i due amanti si guardarono , presi da una pietà im- 
men.sa, per sé stessi, e .sentendo che nessuno cU-i dut- puttva 
consolare, giammai, giammai l'altro. 

Ella , folle oramai di sacrificio , fu dimentica di se , e si 
rassegnò a una forma c|ualsiasi dell'amore, purché Ciiovanni 
non l'abbandonasse. Kinunziava alla passione, chiudendo gli 
occhi: ella che adorava solo la passione! L'amasse Ciiovanni, 
come voleva, come poteva, quando voleva : purché quel re- 
siduo di tenerezza fosse suo ! Oramai ella diventava simile 
ai malati che , giorno per giorno , vanno rinunziando alle 
dolcezze che godono i sani e fanno un ragionamento malin- 
conico a ogni rinunzia. Diceva, ella: 

— Tu , che non mi scrivi mai.... 

E se egli annuiva , ella frenava il suo spasimo. Giovanni, 
un tempo, le aveva troppt» scritto: adesso non ne aveva più 
la forza. Altre volte diceva : 

— Tu non vieni, è vero, domani sera .> 

Ed era perchè soft'riva troppo, a uilirlo dire da lui che non 
sarebbe venuto. Parlando dell'amore, ella soggiungeva, con 
un debole sorriso : 

— Tu che mi \uoi bene cosi poco 

E lo sogguardava, ansiosamente, per csscrvare auche l'e- 
spressione più fugace. Egli sorrideva, acconsentendo al fallo 



TRAMONTANDO IL SOLE 381 

di amarla poco: Clara indietreggiava, disperata internamente 
della pruova. Qualche volta , bonariamente, ella gli tendeva 
un tranello : 

— Perchè mi ami così poco ? Io ti voglio troppo bene. 

— Perchè non posso di più. 

— Non puoi , non puoi ? Tenta. 

— Oh no ! — esclamava, con un tono di stanchezza, di sfi- 
ducia, di paura. 

— Io ti amo troppo — ella diceva, affogando di dolore, ma 
non mostrandolo. 

— E' ciò che mi trafigge. Io sono un indegno, Clara. 

— E se non ti amassi più ? 

Giovanni impallidiva e taceva. Quei pallore, la rincorava. 

— Se non ti amassi più, di' ? 

— Mi rassegnerei malinconicamente. Sono stato un grande 
sventurato, sempre. 

— Ti rassegneresti ? — e fremeva, ella. 

— Mi rassegnerei. 

— Mi riesce impossibile di non amarti, Giovanni ! — ella 
esclamava. 

— Se tu volessi, ti sarebbe facile. Credimi, non ti ho me- 
ritata prima: non ti merito adesso. Era destino ! 

— Parliam.o d' altro- diceva lei, brevemente, vinta. 

Ma si rinnovava ogni giorno, ogni sera, il duello, sopra 
una ben semplice frase così cara a tutti gli amanti. Quando 
ella era di umore più lieto, gli diceva: 

— Già, non ti domando se mi vuoi bene. Sarebbe inutile. 

— Sarebbe inutile — mormorava lui, sorridendo, cercando 
di scherzare. , 

— Non mi ami aftatto ? — e la voce lievemente le tremava. 

— Aftatto. 

Clara taceva, incapace di scherzare più. 

— Che hai ? — chiedeva Giovanni. 

— Nulla. 

— Nulla? Ti ho rattristata? 

— Un poco. 

— Sono un infelice — diceva Giovanni, così schiettamente 
addolorato, che Clara non osava proseguire la discussione. 



382 TRAMONTANDO IL SOLK 

Ma, talvolta, la domanda era diretta: 

— Mi vuoi bene ? 

E se lui era tranquillo, senza fremiti nella sua sensibilità, 
le rispondeva: 

— Tu lo sai. 

— Non so nulla. Ripeti un poco. 

— Quante volte lo vuoi sentire, Clara I 

— Gli è che non lo dici mai, mai, mai I 

— A che serve ? 

— Mi serve: mi serve immensamente, i e ne prego , Gio- 
vanni, Giovanni mio, mio amore, dimmi se mi vuoi bene! 

— Ti voglio bene - diceva lui, a occhi bassi, quasi per 
forza . 

— Quanto ? 

— Quanto posso. 

— E' poco, è vero, è poco ? 

— Perchè mi ricordi che .sono un poverello, in fatto dì a- 
more ? Perchè mi rinfacci la mia miseria ? Perchè mi rimpro- 
veri se non ho più lena, se non ho più una scintilla di en- 
tusiasmo ? Clara, Clara, tu mi uccidi, cosi! 

— Perdonami- diceva lei, scivolandogli inginocchiata in- 
nanzi, con un moto che le era familiare. 

— Io non tiebbo vederti più — diceva lui, come se parlasse 
a sé stesso. 

Oppure, la frase cara agli amanti riappariva in altri modi 
tormentosi. Talvolta, dopo un lungo silenzio, vagamente, di- 
strattamente, come per un moto delle labbra, ella chiedeva: 

— Mi vuoi bene ? 

Giovanni non rispondeva. Immediatamente, ella diventava 
trepida e ansante: 

— Giovanni, mi vuoi bene? 

Allora egli usciva dalle sue riflessioni e vagamente, di- 
strattamente, diceva: 

— No. 

— Giovanni ? 

— Clara ! 

— Hai detto che non mi .imi ? 

— L'ho detto. 



TRAMONTANDO IL SOLR 383 

Ki\ è vero ? 

- E' vero. 

Silenziosamente, ella curxava il capo, e le lacrime le di- 
scendevano sulle guancie. Giovanni la guardava, desolato : 
poi. le andava vicino, le carezzava una mar.o, le baciava le 
guancie bagnate di lacrime. 

— Ho scherzato — diceva. 

— Tu non ischerzi mai. 

- Ho scherzato. 

Tutto finiva, così; ma le lacrime erano state versate. E in- 
fine, sulla frase cara agli amanti, avveniva ancora questo: 

- Tu non mi chiedi mai, Giovanni, se ti voglio bene ', 

- Perchè chiedertelo ? 

— Non ti piace saperlo ? 

— No, non mi piace. 

— Ti tormenta, il mio amore ? ^ 

— -Si. mi tormenta tanto. 

— .Ma perchè, ma perchè? 

— Perchè mi hai amato troppo tardi — esclamava lui, per 
!a centesima volta; —perchè io non sono più il giovanotto ap- 
passionato di dieci anni fa, ma un uomo arido e stanco, 
senza speranze e senza desiderii I E' tardi, è tardi, Clara. 

— Mai tardi, per l'amore. 

— Siamo vecchi, Clara: il nostro sole tramonta. 

— Dio mi salvi dalla notte — ella mormorava, avvilita, senza 
più energia. 

\i fu un giorno, però, in cui tutte le ombre melanconiche, 
e le incertezze, e i timori parvero dileguati. Era nella calda 
estate ed ella era andata ad Albano, sui colli, per fuggire 
l'aria soffocante di Roma. Colà, lo aspettava pazientemente, 
per giornate intiere, ma egli, pur promettendo di venire a 
trovarla, pur scrivendole, non veniva mai. Per tre o quattro 
volte ella era andata alla stazione, inutilmente. Una grandis- 
sima tristezza adesso opprimeva la donna superba ; giacché 
le pesava sulle spalle tutto l'irreparabile del suo errore sen- 
timentale. Volontariamente ella si era ingolfata in questo a- 
more; con ostinazione di passione ella ne aveva abbracciata 
la croce; la sua fantasia l'aveva spinta ai più duri sacrificii; 



384 TRAMONTANDO IL SOLE 

e adesso erano impegnati il suo cuore e il suo onore. Stando 
sola, nella freschezza dei colli albani, ella approfondiva l'im- 
mensità del suo ultimo fallo e quel verde riposato tutt' in- 
torno, e quella serenità la crucciavano. Infine, un giorno egli 
giunse, quasi inaspettato. Era così lieto ! Le disse, subito, 
che non era venuto, ma che aveva sofferto molto, a non ve- 
nire: che r aveva molto amata, nella sua assenza : e le do- 
mandò, se ella lo amasse ancora. Così lieto ! Ella diventò 
lietissima. Andarono, insieme, sotto l'ombrellino di Clara, a 
una lunga passeggiata, a braccetto, a traverso i sentieri di 
campagna, fra i prati fioriti. Clara aveva un vestito di seta 
leggiera, di un bianco avorio: e un gran cappello di mer- 
letto avorio, come una cuffia. Pareva molto più giovane e 
così delicata che egli la chiamò, ridendo: Madame la mar- 
quise. Ella era raggiante. Si sedettero sull' erba, all' ombra 
di un elee secolare, famoso in quelle cnmpagne, e le loro 
anime furono così assolutamente e perfettamente armoniose, 
in quella soHnga e serena campagna, che essi si guardavano 
e indovinavano l'un l'altro i pensieri. Si dispersero, due vol- 
te, per la via, ridendo, scherzando, baciandosi, dietro l'om- 
brello abbassato di Clara : e Madame la marquise arrossiva 
finemente di gioia, sotto l'ombra bianca del suo grande cap- 
pello. Non un motto del passato: non un pensiero del do- 
mani: non un velo di amarezza, mai. Egli aveva l'aria di un 
fanciullo; strappò dei fiori di campo, odorosissimi, ne fece 
un gran fascio, lo portarono all'albergo in trionfo. Là pran- 
zarono .soli, soli, in un angolo della stanza da i>ranzo, guar- 
dandosi negli occhi, sorridendosi, toccandosi le mani nel por- 
gersi un bicchiere, un piatto, ebbri di una gioia di vivere 
che li faceva impallidire di piacere. Andarono sulla terrazza 
dell'albergo, soli sempre, tenendosi per mano, tacendo, di- 
cendosi nello sguardo innamorato quelle cose profonde e in- 
time, che l'amore pensa e non dice. Ogni tanto, ella chie- 
deva : 

— Mi vuoi bene ? 

— Sì - rispondeva lui, semplicemente, senza reticenze. 

— Quanto ? 

— Molto. 



TRAMONTANDO IL SOLE 385 

— Io ti adoro — ella concludeva, arrossendo. 

Alla sera, ella lo ricondusse alla stazione, attaccata al suo 
braccio, innamoratissima di lui, mentre lui non sapeva stac- 
care lo sguardo da quei cari occhi: si baciarono nella pe- 
nombra della stazione, senza pensare a chi li guardava. Il 
treno si mosse, ella restava a guardare e lui si sporgeva 
dallo sportello, salutando. 

Ella gli scrisse, nei giorni successivi, otto o dieci lettere, 
folli : egli non rispose. Aveva giurato di ritornare : non ri- 
tornò. Ella ripartì per Roma, prima che la villeggiatura fi- 
nisse. 



V. 



Vestita di bianco , con un leggiero sciai letto di crespo 
bianco sulle spalle , Clara , in quelle ultime lunghe sere di 
estate, aspettava Giovanni al balcone. Prima, la solinga j don- 
na leggeva un poco, si aggirava come un fantasma per la 
casa deserta; poi, verso le nove, approssimandosi l'ora del- 
l'arrivo , ella esciva sul balcone , interrogando le penombre 
di via del Babuino. Malgrado che 1' afa di quella fine d'a- 
gosto togliesse la gente alle case soffocanti e la spingesse 
per le vie, in cerca di un fantastico fresco, via del Babuino 
era spopolata. E lontcÉia dal centro : ed è via di forestieri, 
che la popolano solo nell'inverno. Pochissima gente l'attra- 
versava ; avanzandosi la sera , non più un viandante. Clara 
guardava l'alto della strada, verso piazza di Spagna, donde 
giungeva sempre Giovanni, quando giungeva: e appena una 
persona svoltava l'angolo, essa si piegava sui ferri, cercando 
distinguere 1' alta figura e il passo un pò lento , a lei così 
noti. L'ora serotina si svolgeva, calda, spesso attraversata da 
un molle soffio sciroccale; Giovanni non compariva. ;' Affati- 
cata dallo stare in piedi , ella si sedeva sovra uno sgabello 
di legno , che era fuori sul balcone ; appoggiava la testa ai 
ferri, in atto di pazienza e di riposo; talvolta, un lieve son- 
no la coglieva; alle undici e mezzo, che ella sentiva suonare 
a Santa Maria del Popolo, si levava, rientrava, poiché [Gio- 
vanni non sarebbe venuto più. Un brivido di freddo la co- 

25 



3»6 TRAMONTANDO IL SOLE 

glieva, in casa: e si accostava alla sua scrivania , per scri- 
vergli un biglietto , una lettera , lagnandosi che egli avesse 
ancora mancato alia promessa. Ma, sedutasi, si rialzava su- 
bito: a che lagnarsi ? Su sette sere della settimana, egli man- 
cava cinque: e la lasciava, così, in una interminabile aspet- 
tativa, fuori su quel balcone, in una solitudine e in una ma- 
linconia grande , sapendo benissimo che ella lo aspettava 
ogni sera e che era sola, solissima. Adesso , ella non si la- 
gnava più, giacché le scene la stancavano e la impaurivano, 
perduta di energia, precipitata e giacente nella inazione spi- 
rituale di chi ha troppo amato inutilmente: e non lamentan- 
dosi lei, egli non si scusava neppure e aveva 1' aria di non 
rammentarsi che ella non esciva, non vedeva nessuno , per 
lui soltanto. Oramai, Clara non aveva più quelle crisi di vio- 
lenza, in cui malediceva l'aridità del cuore di Giovanni e la 
viltà del proprio cuore che non sapeva infrangere un legame 
cosi fittizio e così torturante: ella era in preda a quelle son- 
nolenti rassegnazioni, che abbattono tutte le persone di ca- 
rattere impetuoso, dopo un periodo di passione. .Sul viso 
altiero di Clara, dove sempre aveva brillato il sorriso trion- 
fale della donna padrona del proprio destino , ora sedeva 
l'espressione slanca e paziente della vittmia. Quando Gio- 
vanni le riappariva innanzi, ella sorrideva tenuemente, gli si 
sedeva accanto , ma non troppo vicino , non gli faceva un 
rimprovero, gli parlava a voce bassa/fsenza ridere mai. Egli 
la guardava curiosamente: .scrutava tutte le impressi«jni di 
(juel volto mobile, di quegli occhi vivacissimi, e .scorgendovi 
come disteso un velo d' inesorabile e quieta tristezza , crol- 
lava il capo, senza dire nulla. Figli stesso era profondamente 
triste. Forse, sMmponeva di non andare da Clara, più spesso, 
l'orse, per una singolare contraddizione del suo spirito, quel- 
l'aspetto di vittima, quel silenzio, (|uella mancanza di sorriso; 
lo tormentavano più di una scena furiosa. Nel settembre, 
egli partì per Napoli, senz'avvertirla neanche: ella gli scrisse 
tre o <|uattro volte, delle lettere pacate, ma senza rampogna; 
delle lettere dove tutt<j il fuoco dell' anima di Clara parea 
fosse stato smorzato tlalle lacrime. Ritornò, (>iov:inni, tiopo 
dieci giorni: ed ella non gli fece nessuna interrogazione, 



TRAMONTANDO IL SOLE 387 

fredda e tenera , fredda e triste , fredda e oppressa da una 
fatica morale che le traluceva, torbidamente , dagli occhi. 

— Che hai ? Che hai ? — le chiese lui, quel giorno, con an- 
sietà , anda!ido volontariamente incontro a una spiegazione. 

— Sono stanca — ella disse, chinando gli occhi. 

— Di me ? 

Ella esitò, un minuto. Disse : 

— No. 

— Finirai per odiarmi . io lo aveva preveduto — egli sog- 
giunse , desolatamente. 

— E perchè, Giovanni ? Tu non hai nessuna colpa. 

— E tu neanche , poveretta ! — replicò lui , prendendole 
le mani. 

Ella si svincolò, dolcemente e freddamente. 

— Oh io , si ! — e un vero accento di convinzione , la di- 
chiarava colpevole di quel malinconico ultimo peccato, pieno 
di tante delusioni. 

— La colpa è delle cose , è degli anni, è della fatalità — 
egli spiegò. 

— La fatalità è la scusa dei deboli e degli sciocchi — dis- 
s'ella brevemente. — Io ho voluto che questo fosse; la colpa 
è mia. 

— Poveretta , poveretta ! — mormorò lui , con voce di 
pianto. 

— Mi sono ingannata , anche questa volta — ella replicò , 
con una freddezza di ghiaccio. 

L'accenno agli amori passati, il primo che ella facesse du- 
rante un anno e mezzo di relazione con lui , la comunanza 
del suo amore con gli altri , nella mente di Clara , gli fece 
una impressione pessima. 

— Io non ti ho ingannata — esclamò lui offeso, contrista- 
tissimo. 

— Chi sa ! — ella disse. — Hai creduto di dirmi la verità: 
ma quando è che 1' hai detta ? 

— Mai , mai ti ho ingannata ! 

— Eppure un giorno mi dicevi d' amarmi e un giorno lo 
negavi. Quando è che mentivi ? 

— Mai, mai, Clara! 



388 TRAMONTANDO IL SOLE 

— Vedi bene che tu stesso ignori la verità. Tu non sai 
niente ! 

— So che soffro, ecco tutto. 

— Anche io, molto, Giovanni, molto. 

— Non più di me ! 

— Più di te , più di te, in un modo diverso, con una in- 
tensità maggiore e diversa. Niuno ha mai espiato un peccato 
più immediatamente e più rigorosamente di me, credilo. 

— Povera Clara , io ti ho portato sfortuna ! — e la più 
grande tenerezza vibrava in lui. 

Ma queste gelide consolazioni non arrivavano a riscaldare 
il cuore della donna. 

— La fortuna o la sfortuna è in noi — rispose ella , reci- 
samente. 

— In me , in me ! Sono un essere malaugurato e sven- 
turato. 

— E perchè ? Non hai amato ? 

— Troppo presto e troppo male, Clara ! 

— Non sei stato amato ? 

— Troppo tardi, troppo tardi. 

— I tuoi ricordi saranno dolci, nella vecchiaia — ella sog- 
giunse, con una glaciale tenerezza. 

— lo non giungerò alla vecchiaia degli anni, lo so. 

— Fortunato le ! 

Fu l'unica parola profondamente disperata che le uscì di 
bocca , in ciuello strano duetto. Ma, adesso , i loro scarsi e 
rari colloqui diventavano penosi; vi aleggiava una tristezza in- 
finita, i loro volti erano distratti e assorbiti, un soffio di gelo 
chiudeva la coppia amorosa. Amorosa ? Ninna parola d' a- 
more, più. Ella, a poco a poco, gli scriveva meno. Egli se 
ne lagnò : 

— Perchè mi scrivi così poco ? 

— Ti affliggerei, scrivendoti. 

— Tu puoi dirmi tutto, lo sai. 

— Non ho da dirti nulla. 

Anche quando si vedevano, la conversazione si rallentava 
fra loro. Prima , Clara si interessava a tutta P esistenza di 
Giovanni lasciandosi narrare le sue noie e le sue soddisfa- 



TRAMONTANDO IL SOLE 389 

TÀonì : adesso , ella non lo interrogava più. Se egli voleva 
dirle qualche cosa , lo ascoltava , ma con gli occhi velati, 
quasi non intendendo. 

— La tua anima è lontana, Clara — le disse, una sera. 

— Non è che malata, tanto malata — ella si lamentò. 

— Non speri di guarire ? 

— Sperare di guarire ? Questa guarigione è anche la morte, 

— La morte è di tutte le anime che hanno amato. 

— È vero — ella concluse, a capo basso. 

Adesso, ogni tanto, guardandola, mentre essa lo guardava, 
gli pareva di vedere delle lacrime negli occhi. Ma esse si 
dileguavano. Talvolta, ella si alzava dal suo posto , andava 
verso un balcone, andava nell' altra stanza : egli indovinava 
che Clara rasciugava queste poche lacrime : 1' avanzo dei 
grandi pianti antichi. 

— Perchè ti viene da piangere, guardandomi ? — le domandò, 
infine, turbato assai di ciò, intravvedendolo. 

— Io? No, non piango. 

— Perchè me lo nascondi ? Non sono il tuo migliore amico? 

— Amico ? Io non ho amici. 

— Il tuo amante, allora? — ribattè lui, dopo una esitazione. 

— Io non ho amanti, Giovanni. 

— L'uomo che ti ama? 

— Nessuno mi ama. 

Profondo silenzio. Le lagrime erano inaridite negli occhi 
di Clara: ma egli vi ritornò sopra amaramente : 

— Non vuoi dirmi, perchè mi guardi e i tuoi occhi si or- 
lano di lacrime ! Ciò è cosi triste ! Mi pare che tu pianga 
un morto: 

— Sono tanti i modi di morire. 

Cosi , in questo ambiente di gelido dolore , di amarezze 
quiete e infinite, di grandi veli bigi e fitti che li avvolge- 
vano in una nuvola di orrenda e intima malinconia , evita- 
vano di vedersi in casa , dove soffrivano anche più. Non si 
davano convegno, ma si incontravano randagi pallidi, vaga- 
bondi delle vie remote di Roma, camminando accanto senza 
parlarsi , o scambiando qualche motto insignificante. Una 
volta andarono al Colosseo; era un chiarore plenilunare bian- 



390 TRAMONTANDO IL SOLE 

chissimo. con un freddo vivido d' ottobre ; ella era tutt' av- 
volta in un mantello col cappuccio. Si sedette, Clara, sovTa 
uno scalino dell'anfiteatro ; Giovanni si sedette più giù, vi- 
cino a lei, toccandole le ginocchia con la testa. Il grandioso 
circo era tutto molle e candido, sotto il raggio lunare. Ella 
fece un atto, e la sua mano, si posò, lievissima , sulla testa 
di Giovanni. Tacevano: la mano restava lì, lieve fredda, im- 
mota. Egli si volse un poco, prese la mano e la baciò sulle 
dita, appena appena, con una carezza casta, fugace; la mano 
ricadde lungo la persona. Si guardarono negli occhi, in quella 
solitudine, in quella notte chiara, e quello sguardo infinita- 
mente e rassegnatamente desolato fu inteso , da ambedue, 
per quel che era, per quel che diceva. 

L'indomani, nelle ore tarde pomeridiane, si videro al Pincio» 
dove ella gli aveva dato convegno. Ella era vestita di un 
abito di seta grigia e aveva una giacchetta di velluto nero; 
sul cappellino di velluto nero era una fine veletta nera. Egli 
pensò, vedendola, a quella sera di Armida, oramai lontana, 
nelle sensazioni e nelle memorie. Ma si forzò a scacciare ogni 
debolezza, tanto temeva di sé. Clara camminò un poco ac- 
canto a lui: poi guardando gli alberi di villa Borghese, dalla 
terrazza, gli disse la gran frase : 

— Dunque, si finisce ? 

Ah egli si era creduto più forte ! Si senti vacillare , non 
potè rispondere. Che avveniva, dunque, in lui, dì contrad- 
dittorio, di bizzarro, che questa .soluzione tanto da lui in- 
vocata, ora gli faceva orrore ? 

— Non mi rispondi, Giovanni ?— ed ella alzava, ogni tanto, 
il manicotto sino alla bocca, come a esprimere un singhiozzo 
un grido. 

— Tu non hai pietà di me, Clara? 

— Tu pensi troppo alle tue miserie, e non a lineile altrui; 
io non ti chieggo pietà. 

— Tu sei forte. 

— Ero forte. 

— Tu sei forte. 

— La mia unica forza mi ha abbandonata— ella so^giun-se, 
sempre guardando altrove. 



TRAMONTANDO IL SOLE 391 

— Quale era ? 

— L'amore. È finita, Giovanni— ed ebbe un cenno largo, 
definitivo, verso la campagna. 

— Non ci vedremo più, dunque ? — egli chiese, debolissimo, 
tremante, come un fanciullo disperato. 

— A che servirebbe ? A maggiori dolori ? 

— Come amici.... qualche volta? 

— Io non ti sono amica , Giovanni : ti ho troppo amato 
per esserti amica. 

— Io sono il più sventurato fi-a gli uomini — egli gridò, 
gittandosi sovra un banco, non reggendo più. 

Ella gli sedette accanto: aveva gli occhi bassi , dietro la 
veletta. 

— Giovanni, sii buono , non diminuire il mio coraggio. 
Vedi.... per giungere a questo, la mia anima ha dovuto fare 
un così lungo viaggio ! Ho detto io, la parola estrema : io! 
Che ho innanzi; io? Sai che esistenza di solitudine, d'inutili 
e tardi rimpianti . di pentimenti postumi , di lacrime senza 
conforto ? Sai che lungo e deserto viaggio io intraprendo, sino 
alla morte, sola ? 

— Il più sventurato fra gli uomini ! — gemeva lui, con la 
faccia fra le mani, come un fanciullo abbandonato. 

— Eppure io, io stessa rinunzio. Tutto è stato inutile, 

fra noi: il tuo amore, prima; il mio amore, dopo. 

— Almeno, almeno, non mi avessi amato ! — esclamò lui, 
in uno ingenuo scoppio di dolore. 

— Ti ho amato , invece , moljo , alla mia maniera, che è 
certo imperfetta , poiché tutti siamo degli esseri imperfetti. 
Ti ho amato.... così teneramente, così passionalmente.... ma 
era tardi, era tardi, era tardi ! 

— Ma io ti voglio bene, Clara ! — egli balbettò, smarrito, 
vedendo che ella era per levarsi, per andarsene. 

— Ne sei certo ? — gli chiese ella , duramente , come nella 
prima sera del loro amore. — Ne sei certo ? 

— Non lo so — rispose lui, annientato, ricadendo sul banco. 

— Addio, Giovanni !— ella disse, innanzi a lui, pallida come 
una morta. 

— Non te ne andare , non mi lasciare ! — e tese le mani 
per rattenerla. 



392 TRAMONTANDO IL SOLE 

Ella si trattenne in piedi, innanzi a lui. Si vedeva che non 
aveva la forza di fare un passo. Guardandola disperatamente 
negli occhi, tenendole una mano , egli la supplicava ancora 
confusamente, di non lasciarlo, così, in quell'ombra; ed ella 
non rispondeva, levando il volto, mordendosi le labbra, 

— Giovanni, perchè vuoi che io resti? Che ci porterà di 
nuovo questa sera , o il domani ? Non saremo sempre gli 
stessi ? Che si muta, per un discorso o per un giorno ? Ave- 
vamo strade diverse e ci siamo voluti amare: questo amore 
è stato il tuo cruccio, allora; è stato il mio cruccio, adesso. 
Riprendiamo la via, più stane hi e più delusi di prima: Dio 
benedica la tua strada ! 

— Non te ne andare, non te ne andare ! 

— Addio, Giovanni — e gli toccò la mano , con la mano 
guantata, allontanandosi subito. 

Per l'uomo che singhiozzava, lassù, sul banco del giardino 
solitario, come per la donna che discendeva alla città, senza 
vedere il sentiero, poiché le lacrime 1' acciecavano , il sole 
era tramontato. Intorno ad essi era la grande , lunga , infi- 
rvita notte dell' anima. 

(fine) 

Matilde Scrao 



IL TrKATTRO 



Al Sannazaro: « Hel'reuse ! » di Hennequin — La com- 
pagnia Farinati ai Fiorentini — Al Politeama: Mam'zelle 
Fretillon. 

Uscendo dal Sannazaro , qualche sera fa , dopo la prima 
dell' « Hetireiisc ! f> di Hennequin, io andavo rimestando fra 
me e me certe considerazioni sul pubblico — considerazioni 
che forse si svilupperanno in una certa chiacchierata che farò 
quest'inverno innanzi a un uditorio molto gentile — e mi chie- 
devo che cosa mai avesse trovato il sullodato pubblico nella 
comedia che aveva testé ascoltata e che era stata applaudita 
con una convinzione della quale voleva trovare la ragione. 

L' « Heureuse ! » appartiene a quella grandinata di lavori 
teatrali a cui fa da fondo il vecchio motivo del divorzio; e, 
quel che è peggio, a questo motivo non è aggiunta neppure 
una favola nuova. Una signora tradisce il marito— un ercole 
campagnuolo, tutto dedito al suo bestiame e refrattario alle 
.squisitezze della toilette — per un elegantissimo amante. La 
cosa si .scopre, e divorziano. La signora (che , poverina , è 
heureuse soltanto quando inganna i suoi consorti ! ) sposa 
l'amante, e poi lo tradisce per darsi ad un anonimo che le 
scrive lettere infocate, e che è , viceversa , il primo marito, 
trasformato interamente in un mondano di prima forza. V'è 
qualche scena graziosa, come quella — al secondo atto — tra 
i due ..mariti, il vecchio e il nuovo, che si riavvicinano , e 
il vecchio va dal nuovo per cacciargli in capo dei sospetti 



394 IL TEATRO 

di gelosia e consigliarlo a sorvegliare severamente la moglie: 
mettete al posto dei due mariti un amante piantato e il suo 
successore ed avrete il secondo atto della « Bomba », di Wolft. 
Per tutto il resto, non ho potuto distogliere dalla mente le 
reminiscenze del <t. Divor(Otis ! ». Che cosa resta ? Una buona 
dose di gaiezza sopra una falsariga antica e 1' afl'ermazione 
di questo principio, che la felicità è nell 'ingannare e che un 
marito, perchè apprezzi sua moglie, deve diventarne l'amante. 
Questo è tutto ciò che il pubblico ha trovato di delizioso, sol- 
tanto perchè ha riso: ed io mi sono convinto, alla fine, che 
purché si rida , 1' originalità non ha alcuna importanza : si 
dimentica che, ieri, si è riso per la stessa ragione, e si ap- 
plaude. 

La morale? Non ce n'è: se ce ne fosse stata il pub- 
blico non si sarebbe divertito ! 

« 
« * 

Il teatro dei Fiorentini s'è riaperto con una giovane com- 
pagnia di prosa che a me par degna d' incoraggiamento e 
meritevole di successo. La dirige Vittorio Farinati, un arti- 
sta che ha una eccellente intuizione del dramma ed una re- 
citazione sobria e corretta, per quanto colorita, e ne fa parte 
la signora Furian, una coadiuvatrice di prim'ordine. 

Ho intesa questa compagnia, una sera— ciualche mese fa— 
alla Fenice, trascinatovi da un autorevole collega del me- 
stiere che me ne aveva detto molto bene, e fui assai lieto 
di averla conosciuta , quantunque il lavoro che davano , 
Terra bassa, un dramma sociale spagnuolo a tinte banal- 
mente cariche , non desse molto agio di apprezzare il vero 
merito degli artisti. 

Ma, alla « prima» dei Fiorentini, nel komanticismo di Ro- 
vetta, ho potuto convincermi che Vittorio Farinati e la Fu- 
rian sono davvero degli egregi artisti e che la compagnia 
che li circontia è aftiatata ed ha buoni elementi. 

Un repertorio un po' moderno e un po' scelto: ecco quello 
che vorrei più spesso da loro, a preferenza di qualche dramma 
della vecchia scuola : essi son degni di interpetrare dei buoni 



IL TEATRO 395 



lavori ! È vero, d'altra parte, che l'ottima impresa può rispon- 
dermi, con criterii molto pratici, che i vecchi drammi affol- 
lano i teatri molto più che i nuovi. Ed io non potrei darle 



torto. 



* 



Al Politeama, Mam' zclle Fretillon , una discreta opera 
comica, messa su con vestiario e scenario decorosissimi: una 
rievocazione settecentesca, nella quale 1' umorismo non ab- 
bonda, tanto che il buon Maresca dimentica il suo consueto 
ruolo e si concede il lusso di cantare. Cosa che, naturalmente, 
vale la pena di vedere, per... sentire ! 






Musica e Musicisti — Ecco il Sommario del fascicolo di 
novembre di questa graziosa ed elegante rivista musicale e- 
dita da Casa Ricordi: La nostra Santa (5 illustraz.) — Corri- 
spondenza intima — Piatti d'esclamazione ! — In qua e in là — 
Balli e festini medicei di G. Conti (12 illustr.) — Attraverso 
le arti sorelle — Vittorio Alfieri (3 illustraz.) — Repertorio in- 
ternazionale — Fiori d'arancio — Ave Maria, di A. Bormio- 
li — Musica : Pale nord, di G. Strigelli — // Teatro del Cor- 
so rinnovato, di Ugo Pesci (12 illustraz.) — Giulio Massenet 
(2 ili.). In platea — Proiezioni (2 ili.) — Albe e tramonti (io 
ili.) — In tnemoria (2 ili.) — Il giro del motido in un mese — 
Piccola Posta — Concorsi e giuochi a Premio — Un grosso e 
fittissimo fascicolo racchiuso in una copertina squisitamente 
disegnata e dipinta da L. Metlicovitz. 

daniel. 



LA TISI ° TUBERCOLOSI ^ITS^^-lS. 

cura facile ed alla portata di tutti. Con 1' uso della Lichntiita al 
creosoto ed essenza di menta si procura immediatamente al soffe- 
rente la calma , cessa la tosse e la febbre , scompariscono i bacilli 
dell'espettorato, aumenta il peso del corpo. Molti ammalati ridotti 
come scheletri e già licenziati dai medici iiiiiino riacquistato la salute 
come per miracolo. Molti medici ne sono riiv.asli meravigliati e sor- 
presi. Chiunque ne ha intrapresa la cura, l'ha seguitata con esattezza 
e ne ha ottenuto la guarigione. Sono a disposizione degli increduli 
lettere autografe da tutte le parti del_ mondo; alcune vengono pure 
pubblicate a garenzia dei sofferenti. È una cura scientifica e niente 
affatto emjìirica. Costa L 3 il flaccon, per posta in tutto il Mondo 
L. 3,50. Sei flaccon in Italia L. iS estero franchi 20 anticipate al- 
l'unica fabbrica Lombardi e Contardi. Najxili. Via Roma 345 bis p. p. 



n]v| 4 T)J,'rr? la malattia terribile, che per oltre cinque 
j \)\ \ IM j I Ij secoli ha tornato la costernazione degli ara- 
malati e la disperazione dei medici, oggi si guarisce facilmente con 
con la Cura Contardi fatta con le Pillole litigate V'igier ed il Rige- 
neratore Lombardi e Contardi. Oramai si contano molte migliaia di 
guarigioni in tutto il Mondo ed anche ammalati antichi e gravi si 
sono guariti perfettamente. La guarigione poi viene accertata mate- 
maticamente con l'analisi delle urine e visibilmente col ritomo della 
buona salute nei sofferenti. Si mangia cibo misto e si ottiene la 
parsa dello zucchero delle qrine con la rijìresa delle forze. Nessuna 
cura ha mai fin'oggi dati ris\ilt;'ti simili. .Molti medici si sono gua- 
riti essi sii-ssi con tale cura, scrivendone i risultati. 

La cura completa di un mese costa L. 12 in Italia e si s[>edisce 
in tutto il Mondo per L. 15 anticipate all'unica fabbrica Lombardi 
e Contardi Napoli Via Roma 345 bis p. p. 



ni VPT^I? PTTA CTA s' '^"''^ splendidamente con 
OA^MtUCj uUAoiy la Smilancina Lombardi e 
Contardi, unita al ioduro di potassio. Con questa cura si mettono 
a profitto le esperienze di quattro secoli ed i più recenti dettati 
della scienza. La Smilancina è a base di salsapariglia (20 010) con 
legni indiani esauriti con metodo di preparazione speciale. Queste 
sostanze venivano adoj)erate con vantaggio immenso fin da remo- 
tissimi tempi. 

Il ioduro è un prodotto modem no in tutte 

le cliniche. L'unione dei due pri' ro, da uij 

effetto meraviglioso , mai conse;;uili> lia ; ùiru cura. Tutti 1 

prodotti Lombardi e Contardi destano in, ; r la loro efficacia 

e vengono falsificati ed imitati. Ciò è successo anche per la Smila- 
cina. Raccomandasi non farsi ingannare. La cura completa (3 fi. 
Smilacina) (i fi. ioduro) costa in Italia L. 21 e si spedisce in lutto 
il Mondo per L 25 anticipati all'unica fabbrica Lombardi e Con- 
tardi. Napoli Vii Roma 345 bis p. p. 




LA PAGINA DEI GIUOCHI 



Sciarada incatenata 

Nel fin estremo mi primiero al tutto. 

Aldo Arnaldi 

Anagramma (6) 

Tra i frutti sono assai utile e grato; 
Molto m' aman le donne, anagrammato. 

Ettore Praga 
Incastro 
In mal, numero, tosto forma enimma. 

Acragas 
Premio per questo numero 

Un elegante portJi-lapis d'argento. 

Il premio sarà assegnato dalla estrazione del lotto pubblico , 
ruota di Napoli. Vi potranno concorrere soltanto i solutori di tutti 
i giuochi. 



398 



LA PAGINA DEI GIUOCHI 



Le soluzioni, accompagnate dal relativo talloncino, che trovasi fra 
le pagine rosa, dovranno pervenire non oltre il secondo lunedi suc- 
cessivo alla pubblicazione dei giuochi. 



«% 



Soluzioni dei giuochi proposti nel numero 46 : 
/. De'-mente; 2. Maritata (inatta, ria); j. Modello {molo del). 

Solutori 
Serie A 



1. Adamo Guido. 29. 

2. Amato Emilia, Ant. e Mario. 30. 

3. AntDnelli Leone. 31. 

4. Angelis (de) Ottavio. 32. 

5. Assante Vincenzo. ^^. 

6. Bagno (del) Enrico. 34. 

7. Bernini Ida. 35. 

8. Bertini Guido. 36. 

9. Biasio (de) Maria. 37. 

10. Bosco Raffaele. 38. 

11. Breglia Domenico. 39. 

12. Capasso Francesco. 40. 

13. Carcano Anna. 41. 

14. Carusio Adele ed Amelia. 42. 

15. Cataldi Angelo. 43. 

16. Cedraro Palmina. 44. 

17. Cianipa Silvio. 45. 

18. Cilento Virginia. 46. 

19. Cirillo Bernardo. 47. 

20. Conte Filippo. 48. 

21. Corte (della) Roberto. 49. 

22. Falanga Giovanni. 50. 

23. i-'alcd (de) Eugenio. 51. 

24. Falcone Enrico. 52. 

25. Farese Giuseppe. 53. 

26. Ferrari Enrichetta. 54. 

27. Fiorentino Anna. 55. 

28. Foschini Carlo. 56. 



Gambardella Vincenzo. 
Ger\asi Salvadore. 
Giacobini Antonio. 
Giordani Rosina. 
Grassi Antonio. 
Jovino Luisa. 
Landolfi Giorgio. 
Lembo Carlo. 
Lezzi Vincenzo. 
Limoncelli Roberto. 
Longo Francesco. 
Luca (de) Bianca. 
Luciani Giuseppe. 
Mango Giannina. 
Marini Saverio. 
Martelli Francesco. 
Martino (de) Ugo. 
Mauri Antonio. 
Mellis (de) Ugo. 
Micco (di) Concett. ed Ass. 
Morandi Domenico. 
Moroncini Ada. 
Musco Ettore. 
Nappi Amedeo. 
Orlandini Maria. 
Pantaleo .Alessandro. 
Pellegrini Alfonso. 
Periodico • Il Geroglifico» 



LA PAGINA DKI GIUOCHI 



399 



57- 


Piccirilli Matteo. 


71- 


5J?- 


Romeo Bianca. 


72. 


59- 


Rossetti Giuseppe. 


73- 


6o. 


Rossi Pasquale. 


74 


6i. 


Russo Emesto. 


75- 


62. 


Sansoni Benedetto. 


76. 


63. 


Santini Pietro. 


77- 


64. 


Savarese Gioacchino. 


78. 


65- 


Savastano Emilia. 


79- 


66. 


Scotti Adelaide. 


80. 


Ó7. 


Sele Giulio. 


81. 


68. 


Sermini Francesco. 


82 


69. 


Serra Antonio. 


83 


70. 


Servidio Pasquale. 





Sorgente Attilio. 
Sorrentino Mario. 
Spadoni Maria. 
Strazzullo Pietro. 
Tammaro Riccardo. 
Tancredi Gilda. 
Tortora Gustavo. 
Troise Errico. 
Vacca Edoardo. 
Venturini Elvira. 
Vercillo Giovanni. 
Zamparelli Maria. 
Zanetti Guglielmo. 



Secondo le solite norme, l'assegnazione dei premi sarà regolata 
dalla estrazione del lotto pubblico, ruota di Napoli, di sabato 28 
corrente. 

Il premio consiste in un artistico album per cartoline illustrate. 



* 
* * 



Giusta l'estrazione del lotto pubblico, ruota di Napoli, il premio 

promesso nel numero 44, consistente in una bellissima catena per 

orologio in vei-meil , offerta dal signor Luigi Trifari, proprietario 

del rinomato negozio di gioielleria ed oreficeria in Via Roma 278 

279, è toccato in sorte al signor Francesco Sermitii ( numero 53 ). 



Il Principe di Caiaf 



Cario .A.vel!aao, responsabile. 



Napoli, Tip. A. TRA.M 



U/ ' l [ \' I y I K^ dipende da un microbo isolato e studiato 
L.lL > iLillj nell'Istituto Pasteur di Parigi dal dott. 
Sabaurand. Furono sperimentate le sostanze che facilitano Io svi 
luppo del micro-bacillo e le sostanze che l'uccidono. In base di que- 
sti studi e stata preparata la Riciniiia a base di resina di ricino e 
sostanze antiseitiche. Con l'uso della kiciniiia muore il bacillo della 
calvizie , quindi i capelli non cadono più e r:nas<.<.no se non era 
stala distrutta la i^apilla pilifera. Si distrugge la f..rf<>ra e l'untume 
ohe rovina gli abiti. Non macchia la ]>elle , ne la biancheria. .\ ri- 
chiesta si prepara anche come tintura a gradazione senza aumenta 
di spesa. 

Costa L. 5 il flaccon, per posta L. 6. Quattro flaccon sufficienti 
per vederne gli effetti costano L. 20 anticipate all'unica fabbrica 
Lombardi e Contardi, Napoli \'ia Roma 345 bis p. p. 



. VPTTI^ V Q'ri7V| \ debolezza generale e spinale e si- 
i\ LjU liAl^J I^^\1A mili disturbi vengono cagionati dal- 
l' esaurimento del sistema ner\oso ; la cura perciò , che guarisce la 
causa del male, deve rinforzare il sistema nervoso e tutto l'organi- 
smo. Riesce meravigliosa la Cura Luiiibardi fatta con i Cranuii di 
stricnina precisi ed il Rigeneratore Lombardi e Contardi. Tutto 
l'organismo accpiista vigore e forza, tutte le funzioni, si rij ' tio, 

ottenendosi il benessere ed il pi.acere di goiiere la vita. N iia 

di una cura empirica ma tutta razionale e scientifica, acf !le 

primarie celebrità in medicina. Numero,se guarigioni in tu; ^i 

sociali, effetti splendidi anche in casi antichi e disi>erati. 

La cura completa dura due mesi (4 fl. Rigeneratore, i H. Granuli 
stricnina), costa in Italia L. 18 e si spedisce in lutto il Mondo {)er 
Fr. 20 aiiticipati all' unica fabbrica Lomb;u'di e Coniardi. Najwli 
Via Roma 345 bis p. p. 



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Q'pi'VT si curami oggi scientificamente con \' Anttseptolo Lora- 
M I \W bardi e Contardi. Non vi è rimedio di eguale efficacia. 
Non e un segreto, ma, come tutte le s|>ecialità Lombardi e Contar- 
di, una furmola di ricetta efficacissima, preparata secondo i moderni 
dettami tlella batterit)logia e dell'anlistpsi inu-stinali. L'.* 'lo 

cura la diarrea e la stitichezza, !ioii. b,"- H!t»<- !<• altrt- ma' ni- 

che , r inappetenza, le lente ■' ; «er 

diventarne enlusi;i.sta adoralo! _ ^le- 

dendolo con cartolina doppia. Vi è tutto spiegato. 

Lii cura completa j>er la forma atonica (con siitichez?.»" > '■•-i-t L. 36, 
IKrr la forma putrida (con diarrea) costa L. 24, |>er acida 

(acidità, pirosi, lente digestioni) costa L. iH, intuitoli ..i..ii>.... Flac- 
con saggili L. 6 e spedito ovunque L. 7. anticipate all'unii'a fabbrica 
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con febbre, quando urne rinfrancare il povero infermo. 

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Si (loiiiaiula : 

« Clio pensiate voi doi liloli di nn- 
hiltà ? Il prestigio del titolo è legini- 
1110 (* necessario ? Bisog-na l'are la 
ii'iuM'ra ai falsi titoli ? 

Mandarle le risposte sino al dodici 
dic(Mnbre, unendovi tre di questi t'o<;ii 
rosei. 

Primo premio: l^n oinbrclUno din- 
ver/io. per .sif/nora. 

Secondo premio: Un ombrello per 
nomo, da pioggia. 

Terzo iiremio: l^na medaglia /lor- 
tafortnna. 

Le dieci niig'liori risposte saranno 
pubblicate. 

Indirizzare lettere, con nome o [)s('U- 
doniuio. piMd'eribilniente raccoinaudato 
a Matilde Serao . Direttrice della 
SETTIMANA. Ottao-ono Galleria. 27. 



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ilotti (-(tnximiìi jurcìic possiede la (jualità di dare 
ai capelli un colore così deciso che non è jxtssihile 
distiniiuerlo da quello naturale. 

Non altera la struttura dei capelli, non attacca 
la cute né forma sulla massa dei capelli uno strato 
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Anno II. 6 Dicembre 1Q03. N. 49 




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SETTIMANA 

Rassegna di LETTERE, ARTI e SCIENZE 

DIRETTA DA 

MATILDE SERAO 

ABBONAMENTI 

Anno . . . lire 12 X Semestre. . . lire i 

Un numero: trenta centesimi 

CONTIENE: 

Innanzi ai mare azzurro, Matilde Serao. 

Capitolo XI dei « Promessi Sposi » (versi), Gino Favaron. 

Il Gatto (novella). Giovanni Amadio. 

Carlo Morelli, Rocco Salomone. 

A chi la colpa ? Enrico Sienkiewicz. 

I residui delle industrie e i residui della vita, Raffaele Pirro. 

I libri, G. V.. e. s. 

Le riviste, Ramnes. 

I nostri concorsi, La Direzione. 

II Teatro, Daniel. 

Sogno di una notte di estate (^novella), Matilde Serao. 
La pagina dei giuochi, Il principe di Calaf. 



C Magnifici premii gratuiti agli abbonati \^ 
(Vedere il programma nell' interno) 7^ 



LA SETTIMANA 



n 



INDICE del N. 49. 

i 

I. Innanzi al mare az/l'rro, Matilde Scrao pag. 401 — II. 
CAriTOLO XI DKi « Promessi Spotjj » (versi) , Gino Favarou 
pag. 407 — III. Il Gatto (novella), Giovanni Amadio, pagina 
411 — IV. Carlo Morelli , Rocco Salomone pag. 419 — \'. A 
CHI LA COLPA ? Enrico Sicnkieii'icz, pag. 428 — VI. I residui 
DELLE industrie E i RESIDUI DELLA VITA, Raffaele Pirro , p. 
444 — VII. I LiRRi , ,e^. V., e. s. pag. 454 — Vili. Le riviste, 
Ramnes, pag. 459 — IX. I nostri concorsi, La Direzione, pag. 
464— X. Il TEATRO, daniel, pag. 467 — XI. Sogno di una notte 
di estate (novella), Matilde Serao, pag. 470— XII. La pagi.wa 
DEI giuochi, // principe di Calaf, pag. 477. 



ABBONAMENTI 

Un anno L. 12 

Sei MESI > 6 

Primo anno della SETTIMANA, dal 27 aprile 1902 

AL 31 DICEMBRE 1902 8 

Abbonamenti per l' Estero (unione postale) 

Anno . . . . . . L. 18 — Semestre L. 9 

(Oli abbonamenti cominciano dal 1. di ogni me$e). 

^J3f^ inviare t'astia cartoline all' Ufficio Ottagono Galleria 
Umberto /.", 2/. 



1 manoscritti pubblicati o non ptibblicati non si restituiscono. 



AGLI ABBONATI SEMESTRALI TL^TIl.z:':^'^ 

tilde Seruo JSVi paese di Genù o l'altro, della medesima scrittrice 
La Madonna e t santi. Il volume prescelto 8arj\ inviato a rigore 
di poHta , all' abbonato. Preghiera di comunicarci subito la loro 
scelta. 

INSERZIONI 

Prima del testo | Dopo il testo 

1.* pagina intera . . L. 15 1.' pagina, intera . . L. 12 

» metà ...» 8 « mota. . . » 7 

Ogni pagina succesHiva Ogni pagina snccessiv» 

intera » 10 . intera > 6 

< > metà . . » 6 I > > metà . . » 9 

Copertina: Facciata interna, L. 25; facciata esterna L. SO 



&msÈS^^^^^^m^^^^^^^m 






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-^ di Giuseppe Car^bonini ef^ 

AW/VA/-DÌ Ironie alla Tosta V^nirale - A APOL/ 




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Inchìoztn opecmli per Registri e da copiare 
Neri, Bleu, Rossi e Violetti 

delle primarie Fabbriche Nazionali ed Estere 

— — e— <C@3>— 3 

incliiostri per Timlìri di Caucciù e Metallo, inileletiile per tiianclieria, 
per Polygrafo in diversi colori, in pani per lettere a traforo ec ec 

Tanaglie per piombare Vagoni, Balle, Casse, Paeehi 
e relativi piombini 



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un dunque ha mai pronunciato questo nome , 
intorno alla infermità dell' Imperatore Gugliel- 
^^^^ mo ? Qual labbro mai, rammentando tal nome, 
~-^^^^ ha evocato una lunga scena di profonda bel- 
lezza, di alta poesia e d'immenso dolore? Sono quin- 
dici anni : e pare ieri. Un gran mare d' un azzurro 
ideale, sotto il più azzurro cielo ove occhi estasiati si 
possano fissare, obbliosi di ogni tristezza, di ogni cura: 
un' aria soave ed eguale fatta per calmare ogni agita- 
zione dello spirito : e fra i fiori aulenti dei suoi bei 
giardini . fra i palmizi dei suoi parchi, Sanremo tutta 
bianca e quieta sotto il sole benefico di marzo e un 
po' in alto , con un paesaggio indicibile innanzi , cir- 
condata da tutti gli effluvi più sani , carezzata dalla 
biondezza del sole , tutto il giorno , Villa Zivio , ove 
Federico Guglielmo, il principe imperiale di Germania, 
era venuto a svernare , già mortalmente toccato dal 
male crudele , atroce, ove si consumava da tempo la 
sua salute, la sua forza, la sua vita. Federico Gugliel- 
mo : una delle anime più belle e più grandi che mai 
s' incontrassero in un involucro umano : una di quelle 
anime così possenti nel bene, da bilanciare migliaia di 
anime volgari, basse e perverse : una di quelle anime 
rare, fulgide, di puro diamante, fatte di tutto ciò che 
è più puro, nel mondo : un'anima passata, ahi, troppo 

26 



J.02 INNANZI AI. MARK AZZURRO 

presto, sulla terra, perchè i suoi beneficii potessero es- 
ser pari alla sua beltà e alla sua grandezza. 

La sua breve istoria pubblica non conteneva che i 
tratti più vividi e più commoventi di un' alta genero- 
sità, di un'umanità illuminata ed efficace : la sua vita 
privata non era che una testimonianza quotidiana di 
superiore bontà e di costante magnanimità. Rammen- 
tate ? Dicevano, allora, che tra lui e il principe di Hi- 
smark il dissidio d' idee e di sentimento fosse inconte- 
stabilmente grande : dicevano che il Cancelliere del- 
l' Impero , in cui unico sogno e unica realtà , nella 
grande sua vita , era stata la gloria della Germania , 
temesse, quasi , 1' avvento al trono del principe impe- 
riale, di questo Federico (Guglielmo cosi magnificamente 
buono, così saggiamente umanitario, così aperto a tutte 
le forme della solidarietà fra gli uomini, così pensoso 
del bene altrui più che di ogni guerresco trionfo, non 
un Imperatore di Germania come Bismarck avrebbe 
voluto, fiero, rigido, forte della sua forza e forte del 
suo diritto. Tante cose si dicevano, in quel tempo, e, 
forse , erano vere , e nessuno poi ne saprà la verità 
assoluta e perfetta , poiché i protagonisti dello spiri- 
tuale contiitto sparvero, prima il giovine, poi il vecchio, 
e tante di quelle cose restarono e resteranno oscure , 
come i segreti movimenti dell'anima. 

Per noi , italiani, Federico (niglielmo era non solo 
l'amico tenero, ma il tenero fratello di Umberto e di 
Margherita : era colui che, in una sera memorabile, in 
Roma, innanzi al popolo aveva levato nelle braccia il 
piccolo Vittorio Emanuele , lo aveva stretto sul suo 
petto fedele e lo aveva indicato alla folla che piangeva 
e apj)laudiva: era 1' immagine, Federico Guglielmo, di 
un Lohengrin redivivo , con la sua figura robusta di 
cavaliere del mistico San (ìraal, con la sua barba bionda 
e fluente e i suoi occhi azzurri, di un azzurro vivido 
di fioraliso : era. per gì' italiani, l'amico securo, leale, 
saldo, incrollabile. E quando, dopo l'operazione subita 
eroicamente , a Berlino , egli anilò a .San Remo , con 
la sua Corte , quando tutti compresero che il segno 



INNANZI AL MARK AZZURRO 403 

fatale del destino era apparso sulla fronte del migliore 
fra oli uomini, del migliore fra i principi, Villa Zivio 
attrasse le persone, gli occhi, le anime, i cuori, come 
un faro luminoso e confortante , di cui si trepidasse , 
ovunque palpitasse un sentimento di amore e di pietà, 
di vedere sparire il chiaro e tido chiarore. 



Così la bella e piccola San Remo, diventata , poi , 
una delle stazioni d'inverno più popolose, più eleganti, 
più incantevoli , San Remo che era ancora piccola, 
allora, ma in cui già si delineava la fortuna presente, 
si trasformò in un centro curioso, bizzarro e, purtroppo, 
dolente. I suoi alberghi si riempirono di tedeschi, an- 
siosi della salute del loro principe imperiale e tor- 
mentati che la scienza sanitaria tedesca fosse stata al- 
lontanata dall' infermo augusto , poiché la principessa 
Federico non aveva indietreggiato di un passo , nella 
lotta epica, sostenendo il suo medico inglese , il Ma- 
ckenzie , il solo , veramente , che curò Federico Gu- 
glielmo, dal principio alla fine: le sue ville si riempi- 
rono di famiglie inglesi, parteggianti per la loro prin- 
cipessa Federico , figliuola della Regina Vittoria , e 
parteggianti per la scienza sanitaria inglese: e, insieme 
a queste due parti contendenti, una folla, dappertutto, 
di giornalisti, di cronisti, di scrittori , di tutte le na- 
zioni: e per dare la nota più strana, più eccitante di 
questo periodo indimenticabile, la mancanza completa 
di ogni notizia, da dare in pascolo agli inglesi, ai te- 
deschi , ai corrispondenti cosmopoliti. Villa Zivio era 
accerchiata : ma ninno vi penetrava. Il dottor Ma- 
ckenzie, un medico illustre, certo , ma profondamente 
irritato della battaglia che sosteneva contro l'orrendo 
male e furibondo della lotta che doveva sostenere 
contro una nazione, contro l'Europa, difeso e protetto 
solo dalla principessa imperiale , usciva , andava nella 
farmacia inglese, ma o non rispondeva alle domande, 



404 INNANZI AL MARE AZZURRO 

o rispondeva che il principe imperiale stava meglio, 
bruscamente : e subito partiva. 

L'eroica donna, poiché, veramente, Vittoria di Ho- 
henzollern fu una eroina, in quel tempo, per il coraggio, 
per la muta energia , per la profonda pazienza , per 
l'obblio delle ingiurie, esciva ogni giorno , tranquilla, 
serena , dissimulando il suo dolore e la sua inquietu- 
dine, portando seco, a passeggio, le tre figliuole, Vit- 
toria , Carlotta e Sofia , celando , forse , persino a sé 
stessa, l'imminente pericolo del suo consorte, del solo 
uomo che essa avesse piamente e fedelmente amato: 
e a chi potea parlarle, rispondeva, sempre, che Fede- 
rico Guglielmo andava meglio , sempre meglio. La 
sventurata principessa arrivò , persino , a mandare le 
figliuole in un ballo di signorine, e per divagarle, pe- 
verette, e per sviare le cattive notizie. E i giornalisti, 
i corrispondenti, i cronisti, stringevano sempre più il 
loro cerchio intorno a villa Zivio, tentando tutti i mezzi, 
americani ed europei , per sapere qualche cosa e a 
nulla riuscendo , invero. 

Pure, Federico Guglielmo era visibile ! Una grande 
terrazza è all' altezza del primo piano, a Villa Zivio : 
una di quelle mirabili terrazze soleggiate, dalle balau- 
stre di marmo, cariche di piante di geranii rosei, di 
geranii fiammeggianti : una di quelle terrazze ove è 
cosi dolce passare le ore, in silenzio, lasciando passare 
il tempo, non misurandolo più, lasciandosi vivere. Va- 
rie ore della giornata Federico Guglielmo le trascor- 
reva colà: o disteso in una poltrona, fra carte e libri: 
o appoggiato alla balaustra: o passeggiarne lentamente, 
innanzi e indietro: sempre solo. Non poteva e non do- 
veva parlare: for.se, i servi, gli infermieri, il medico, 
erano dentro, a poca distanza: ma egli era solo, sem- 
pre. Sebbene la villa sorgesse sovra una piccola al- 
tura, divisa dalla via da giardini, da siepi, tutta la ter- 
razza era visibile: e tutta visibile era la figura del 
grande sofferente. Oh che pietà immensa era per noi, 
sì, per tutti noi, giornalisti di qualunque nazione, an- 
che per i francesi, che pietà indicibile quell'alta figura 



INNANZI AI, MARE AZZURRO 405 

di uomo, mi rammento chiuso in un « macferlane » 
bigio, col collo serrato in un fazzoletto di seta bianca, 
col capo coperto da un cappello molle di feltro, quella 
figura che andava, veniva, sempre taciturna, sempre 
solitaria, lassù, fra la pompa di fiori vivaci, sotto il 
cielo di una dolcezza intensa, fra tanto profumo e tanta 
beltà delle rose, che pietà, quell'ombra di un principe 
a cui, con la vita, sfuggiva un trono potente, a cui, 
con la vita, sfuggiva il più bel sogno di bene, che 
pietà, quel pallido principe, sempre più pallido, ogni 
giorno e di cui gli occhialini, di lontano, seguivano 
ogni passo, che pietà, pensando ai suoi pensieri, pen- 
sando ai suoi palpiti segreti, pensando al suo nobile 
addio alla vita che, certo, egli dava, ogni giorno, con 
lo stoicismo di una grande anima ! 

Mi rammento, un giorno : un giornalista francese ed 
io, potemmo accostarci, abbastanza, a quella terrazza 
di Villa Zivio ove si svolgevano le ultime scene di 
quella esistenza di martire: non so come, ci potemmo 
avvicinare assai. E lo vedemmo da vicino. Federico 
Guglielmo : egli si arrestò dalla sua eterna passeggiata: 
ci fissò, un poco : ci sorrise. Ah quegli occhi di fiora- 
liso, gli occhi di Lohengrin, su cui si distese come un 
velo grigio, quegli occhi pieni di una mansuetudine 
suprema, ci dissero, a me, al compagno, la « notizia 
ultima », e noi ne tremammo di emozione, senza più 
pensare al nostro ufficio, sentendoci ' creature umane e 
caduche e misere, come quel principe che soffriva, in 
terra, tutto il suo calvario e che aspettava, fra i fiori 
e l'aer mite e il tiepido sole della Riviera, quell' an- 
gelo della morte che lo doveva liberare ! 






Guai mai imprudente, o malaugurato, nominò. Villa 
Zivio, dicendo che, forse, 1' Imperatore Guglielmo vi 
passerebbe una parte dell' inverno ? Quale cronista si 
lasciò sfuggire questa notizia cosi suggestiva di tri- 
stezza e falsa, certamente falsa ? Chi pensa mai che 



4o6 INNANZI AL MARE AZZL'RRO 

egli potrebbe ritornare per la sua convalescenza, colà 
ove sono impressi i ricordi suoi più dolenti, con la 
perdita del più buono fra i padri ? L' Imperatore Gu- 
glielmo è giovane, è forte, ha un sangue ricco e una 
ricca salute: il suo malanno non ha nessun carattere 
d'identità con quello di suo padre: è in via di guari- 
gione : il suo Moritz Schmidt ha detto una parola di 
verità, sul suo male: domani, l'Imperatore sarà gua- 
rito e i dubbii, le incertezze saranno dileguati. E che, 
come tutti quelli che soffrirono o solfrono jier la cru- 
dezza dall' aria invernale, forse, egli lasci Berlino, a 
gennaio, per venire in Italia, ciò somiglia a tanti e 
tanti altri viaggi di gente che ricerca il sole, fra noi : 
e verrà anche 1' Imperatore di Germania, innamorato 
dei nostri paesi, innamorato del sole, a finir di gua- 
rire, o guarito del tutto, lieto della sua salute, della 
sua vigoria, lieto di vivere, per gli altri, per sé, lieto 
come è la sua caratteristica più simpatica, lieto di com- 
pire, ogni dì, sempre bene, sempre meglio, il nobile 
ufiicio della sua vita ! 



iMatilde Serao. 




Capitolo XI. dei "Promessi Sposi,, 



« Vide per terra certe strisce bianche.... 
guardò, toccò e trovò ch'era farijia.... » 
Ma il sonno chiuse le palpebre stanche 

né più parlò la pagÌ7ia divina... 

Chi duìique rilesse la narrazione? 

Fu il sogno. E Renzo allora s'incammino. 

( o perché mai lunghesso il Bacchiglione? ) 
s'incammina alla volta del convento. 
Ma il Traìnaglino della visione 

fece a un tratto uno strano mutamento. 
Ed ero... io stesso, ancora adolescente, 
con in cuore non so guai turbamento... 

Io camminavo silenziosamente 
sulla farina che cedeva al piede. 
E cos'i, ca^nminando immobilmente, 

ero giunto al convento. — Di chi chiede? — 

domandò il portinaio. Ed io risposi : 

— Di Fra Bonaveiitura. — Ecco, non vede?...- 



408 CAPITOLO XI. DEI « PROMESSI SPOSI » 

Vidi. Appoggiato ad un de' quattro ombrosi 

olmi guardava me, senza parlare, 

il padre : e ne' suoi grandi occhi pensosi 

era un 7nistero azzurro come il mare. 

Mi venne allora un dubbio, ond'io mi chiesi 

nel sogno s'io sognassi di sognare. 

Ma nel mistero di gè' due turchesi 
lessi : — No, tu sci Renzo Tramaglino 
che cerchi in questi tuoi cari paesi 

per questo aulente e candido cammino 

il dolce viso della tua Lìccia. 

Ma piii che tu non creda è a te vicino 

il dolce viso della Poesia. — 

Ed il frate spaj'ì e mi vidi presso 

bionda e ridente la fanciulla mia. 

— Renzo, tic qui? — disse. Risposi : — Io stesso; 
e son qui giunto da lontano. — Ed ella, 
che dentro agli occhi aveva in sé riflesso 

il cielo, con la tacita favella 

degli occhi disse : — Grazie ! — Ma nel viso, 

pallido un poco, di Lucia Mondella 

ecco vanir di s ubi lo il sorriso.... 
Ella prese uno staccio né so donde 
e stacciò la farina ed n7i intriso 



CAPITOLO XI. DEI « PROMESSI SPOSI » 409 

fece con fioi'e ed acqua (sulle bionde 

chiome, argento sull'oro, il vapoi'ato 

fiore s'era deposto in bianche onde ) ; 

ed ecco ch'ella aveva già domato 
la pasta obbediente; e le azimelle 
spandeano intorno il loro odore grato 

al cuore. E poi gettava altre gÌ7imelle 
del Sito tesoro dentro il paziente 
staccio ; e lo staccio tra le palme delle 

savie mani danzava novamente 

con lieto ritmo. E poi col mondo fiore 

facea la nuova pasta obbedieìite 

e la domava; e intorno era l'odore 
buo7io del pane. E avì'ebbe ripetuto 
l'opeì-a strana... quando il mio stupore 

la trattenne. — Perchè stai così, nudo f — 
disse. Risposi : — Io seguo il tuo lavoro 
che si rinnova e non è mai co7npiuto : 

ma la ragione, mal mio grado, ignoro. — 
Ed ella : — Sappi, io sono la Poesia, 
non la Mondella; e il bianco mio tesoro 

non è fariìia, e la materia mia. 
Ne tu sei Renzo; solo a te, poeta, 
io S0710 quel che a Renzo era Lucia. 



4 IO CAPITOLO XI. DEI « PROMESSI SPOSI >♦ 

Abii è lo staccio che m e ade Ji za lieta 

danza tra le mie mani e l'oziosa 

cnisca trattiene: e il verso. Alla sua meta, 

guidato da una legge armoniosa, 

vola. Ond'io vivo solo dell'odore 

del mio pane e rifiuto ogni altra cosa. 

Cos), poeta, nel tuo stesso cuore 
mite d' adolescente a Viano a mano, 
sappi, si va mondando il puro fiore 

dalla crusca oziosa. Or getta il vano 
peso di questa dal tuo cuore e cura 
l'utile fiore né ti paia strano 

farne il tuo pane per l'età matura !.... — 
Ma lo stupore apre all'adolescente, 
ahi, gli occhi dell'adulto... e la figura 

bionda scompare Ed or nella mia mente, 

desto, ritesso le parole varie 
e parmi di domar la obbediente 

pasta eh 'esala il buon odor del pane. 

Gino Favaroa 



IL 



TT€ 



(NOVEIvLA) 




^o chiamavano il Gatto per la sua strana agilità. 
Lo si era visto salire sulle più rocciose vette 
dell'aspro Gennargentu, con una rapidità straor- 
-^ dinaria. Dinanzi al pericolo i suoi occhi si dila- 

tavano e la sua fronte abbronzata e spaziosa , si corru- 
gava sinistramente. Forse in quel momento egli si sen- 
tiva superiore a tutto ciò che lo circondava. 

Sembrava un bimbo per la statura , ma qualcosa più 
di un uomo per il coraggio e per la forza. — Del resto 
era buono , di una bontà selvaggia , ma generosa ; pro- 
teggeva i miseri e gì' infelici e si affezionava facilmente 
a tutti ; sebbene più alle bestie che agli uomini. Amava 
i suoi monti, le sue pinete, le sue campagne, il suo vil- 
laggio e sovente rimaneva estatico dinanzi al più umile 
degli spettacoli. 

Si cibava con una strana ingordigia di fichi d'india e 
di altri frutti che la natura selvaggia dei suoi monti pro- 
duceva. 

Aveva trovato del lavoro in casa di un ricco proprie- 
tario , ma due giorni dopo era fuggito nuovamente alle 
sue campagne, giurando a se stesso di non tornare più 
al servizio di alcuno. Preferiva rimanere povero, ma li- 
bero. Nessuno avrebbe saputo dire dove passasse la 
notte ; all'aria aperta di sicuro. Spessissimo qualcuno gli 
aveva offerto un ricovero, ma egli aveva sempre sdegno- 
samente rifiutato. 



412 IL GATTO 

Lo conoscevano tutti. Una volta un bimbo, nel salire 
una ripida altura, era rimasto spenzoloni nell'abisso, at- 
taccato ad una roccia per un lembo delle vesti ; un mo- 
mento ancora ed il misero era perduto; ma egli lo aveva 
salvato. (Juando i contadini avevano da compiere qualche 
lavoro difiìcile , chiamavano il Gatto e perciò si diceva 
che il Gatto, come Dio, si trovasse dapertutto. 

Chi lo vedeva per la prima volta rimaneva meravigliato, 
perchè qualcosa di strano e di potente animava il suo 
sguardo. Parlava poco, componeva dei versi in vernacolo, 
che in breve tempo divenivano popolari nel paesello, e 
sapeva suonare anche un poco la chitarra, ma prima di 
suonare si assicurava che nessuno stesse ad ascoltarlo. 
Era un essere strano : una grand'anima, un gran cuore, 
un' intelligenza non limitata, ma sembrava che egli vo- 
lesse tener celate a tutti queste sue doti. Fis.sandolo però 
bene negli occhi , in quegli occhi luminosi e belli , ne 
traluceva qualcosa di straordinario. Un poeta lo avrebbe 
amato, un lìlosofo lo avrebbe adorato. La sua anima, in- 
somma, selvaggiamente racchiudeva tutti i più gentili e 
forti sentimenti ; era un fanciullo ed un gigante, un pa.'?- 
.sero ed un'aquila, un agnello ed un leone. 

Un giorno freddo e jiiovoso d' inverno , aveva incon- 
trato una fanciulla lacera , che piangeva per il freddo e 
per la fame e che gli aveva raccontato una lunga storia 
di .sofferenze. 

— Vieni con me, non sotTrirai. 

— No ! non posso : il padrone mi batterebbe. 

Il Gatto aveva insistito e quella lo aveva guardato spa- 
lancantlo i grandi occhi neri e lacrimosi; aveva guardato 
i monti, le pinete, la campagna, le rocce, il cielo 

— Tutto que.sto è mio ! — aveva detto con orgoglio il 
Gatto. 

— No! 

— Come ti chiami ? 

— Mariaiuiicca. 

Ed era iuggita il.i lui , ttmcntlo forse ili cetlere alla 
tentazione. 

Ma il Gatto l'aveva rivista, quasi sempre allo ste.><so 
luogo e le aveva parlato con dolcezza , regalandole ora 
un' arancia, ora un pugno di ca.stagne o di firhi secchi. 
In paese lo sei)pero lutti e ridendo di.ssero che il Gatto 
stava per prender moglie , perchè infatti sembrava chr 



IL GATrO 413 

egli volesse un po' di bene a quella fanciulla scalza, la- 
cera ed orribilmente sudicia. Ma la sua vita non cambiò 
per questo : egli era sempre là : o ritto sulla vetta più 
alta e più rocciosa del suo Gennargentu, a dominare con 
lo sguardo tutta la pianura circostante, o in un cavo di 
roccia a guardare per lunghe ore le formiche, o all'om- 
bra di un fronzuto pino a sognare. Quando il sole era 
già tramontato, lasciando nel bel cielo di Sardegna una 
lieve tinta di rosa e di violetta , quando le prime stelle 
cominciavano a tremolare nell' azzurro , egli si dirigeva 
con la sua chitarra verso la folta pineta, a trarre dal suo 
strumento accordi melanconici e dolci. Qualche volta 
Mariannicca lo seguiva di nascosto ed egli che lo sapeva, 
e fingeva sempre di non accorgersene. Ma la ragazza una 
sera lo chiamò per nome ed egli fu costretto a voltarsi; 
non volle suonare ; posò la chitarra in mezzo all'erba e 
>i contentò di contemplare la fanciulla a lungo , senza 
far parola. 

Sembrava davvero innamorato. 

Guardarono insieme 1' immensa vallata che diveniva 
2!^radatamente oscura, ascoltarono con un certo senso di 
voluttà il lontano canto dei grilli , poi Mariannicca lo 
asciò senza nemmeno salutarlo, ed egli la vide scompa- 
•ire nell'oscurità, tra il folto delle piante. 

Un giorno il Gatto non comparve in paese e tutti lo 
credettero morto, ucciso dalla sua stessa audacia. 

— Sarà precipitato in qualche burrone. 

Ma s' ingannavano ; ecco invece cos'era avvenuto : il 
/ecchio prete del villaggio , mentre passeggiava tran- 
juillamente lungo la riva del fiume , era caduto in una 
specie di pozzo profondo e melmoso : nessuno si sarebbe 
irrischiato a scendere laggiù ; ma il Gatto mise a repen- 
aglio la propria vita per salvare quella del prete , che. 
in mese prima, per un nonnulla, gli aveva aizzato con- 
ro due grossi cani da pagliaio e riusci a salvarlo. Ci 
/olle pero un giorno intiero e le sue carni si fecero a 
^randelli. Il Gatto dunque perdonava facilmente il male 
atto a lui, ma forse non perdonava con la medesima fa- 
:ilità quello fatto agli altri. 

In breve il racconto pa.ssò di bocca in bocca e lo seppe 
lerfino Mariannicca, che da quel giorno sentì per lui una 
;pecie di ammirazione timorosa, mentre nella sua fervida 
àntasia di fanciulla, il Gatto prendeva delle proporzioni 



414 IL GATTO 

meravis^liose. Ora ella si fermava più sovente e più vo- 
lentieri con lui, mentre il suo mutamento dava al Gatto 
un' intima soddisfazione. Anzi una sera le fece nuovamente 
r invito : 

— Vieni con me. Saremo liberi. 

— No. Tutto ciò che vuoi, ma questo no ! 

— Perchè ? 

— Il mio padrone!... Mio Dio! Se lo sapesse!... • 

— Chi è il tuo padrone ? 

— Là. 

E gli aveva indicato una fattoria bianca . che compa- 
riva nel verde, fatto cupo dal crepuscolo. 

— Vieni ! 

— No ! no ! non tentarmi. 

— Vieni ! Ascolta : dormiremo sotto la volta del cielo 
in estate, nelle caverne nel tempo freddo : correremo in- 
sieme attraverso le foreste e le campagne, ci arrampiche- 
remo sui monti ; vieni I col tuo padrone sei schiava con 
me sarai regina. 

— No ! 

Ed era fuggita da lui, come la prima volta. 

Egli aveva guardato la fattoria bianca , che spiccava 
nel verde , diventato quasi nero , digrignando i denti , 
mentre al suo orecchio risonava ancora la parola risoluta 
della ragazza : 

— No ! 

E sognava quella Casina tutta bianca , dove la ric- 
chezza ed i cenci si univano in un bizzarro amplesso. 

Da quel di Mariannicca , avendo paura della tenta- 
zione, non si fece più vedere, ed allora egli senti un 
timore vago , quasi indistinto , impadronirsi lentamente 
del suo animo. La cercò per un giorno intiero dapertut- 
to : nella camj)agna, nelle rocce, sui monti, nella fore- 
sta, sino a quando, stanco e sfinito, cadde in mezzo al- 
l' erba e si addormentò. 

Appena sveglio vide Mariannicca al suo fianco. 

— Tu qui ? 

— Si ! sono qui, da te. Fa di me ciò che vuoi. 

Il jatto si stropicciò gli occhi, come per assicurarsi di 
essere ben sveglio. 

— Dunque accetti ? 

— Si ! Ascolta : il mio padrone mi batte : guarda ! 



IL GATTO 415 

E mostrò il suo braccio pieno di lividure. Il Gatto ebbe 
un fremito d'orrore e di rabbia. 

— E poi e' è la Signorina ed io la odio. È lei che mi 
fa battere. 

Il Gatto si sollevò, guardò la fanciulla, mentre i suoi 
occhi s' infiammavano vivamente. 

— Va bene 1 — disse — Vieni con me ! 

E da quel giorno furono visti sempre insieme, sebbene 
la fanciulla avesse paura , ed infatti quando gli parlava 
della crudeltà del suo padrone, tremava. 

— Ho paura. 

— Di chi ? 

— Di lui I Ah ! se mi trovasse. 

— Non ti fidi di me ? 

E il Gatto stringeva nervosamente i grossi pugni. 

— Lo so ! Lo so ! Ma tu non lo conosci. 

— Lo conoscerò col tempo. 

— No ! non voglio I Fuggiremo ! andremo lontano ! 
Ma il Gatto non ascoltava più ; sembrava assorto in 

un pensiero tormentoso e il suo volto aveva delle con- 
trazioni , orribili a vedersi. Mariannicca lo osserv^ava e 
forse capiva. 

— Tu non lo farai ! 

— Cosa? — diceva lui. 

— Bada ! 

E la fanciulla faceva con la mano una bizzarra mi- 
naccia , che il Gatto non capiva o fingeva di non ca- 
pire. 

— Fuggiamo ! fuggiamo I — mormorava paurosamente 
Mariannicca. 

— Sì ! fuggiremo, ma non adesso. 

E la ragazza vedendo che nel pronunciare quelle pa- 
role il Gatto impallidiva e digrignava orribilmente i den- 
ti, gli prendeva le mani tra le sue, dicendogli : 

— Promettimi che non lo farai. 

— Ma cosa ? 

— Altrimenti 

— Altrimenti ? 

— Non mi vedrai più ! 

— Ebbene sì, te lo prometto I — si affrettava a rispon- 
dere dolcemente. 

Ma la ragazza si accorgeva con angoscia che dopo un 
momento il volto di quell'essere bizzarro diveniva cupo 



4l6 IL GATTO 

e tenebroso come prima. Per distoglierlo dai suoi pen- 
sieri una mattina trovò un espediente. 

— Io ritorno dal mio padrone — disse risoluta. 

— Perchè ? — chiese lui spalancando gli occhi. 

— Perchè ho paura. 

— Per questo soltanto ? 

— Anche per altro. rL che io non voglio .... tu lo 
.sai .... 

Si guardarono un istante negli occhi , poi lui , come 
conquiso da quello sguardo, disse risolutamente : 

— Ebbene no ! non lo farò : te lo prometto. Ma tu 
rimarrai. 

E questa volta il Gatto sembrò mantenere la sua pro- 
messa. Ritornò alle sue antiche occupazioni, la sua bocca 
ripigliò l'antico sorriso e la sua fronte si spianò. 

— E' così che ti voglio ! — gli disse Mariannicca. 
Un giorno però egli chiese indifferentemente alla ra- 
gazza : 

— Laggiù non avevi nessuno che ti volesse bene ? 

— Si ! 

— E chi ? 

— II figlio del padrone. 

Il Gatto corrugò la fronte. 

— Un fanciullo? — chiese. 

— No ! un giovane. 

Egli divenne livido, ma la ragazza non se ne accorse; 
soltanto r indomani , quando lo vide su di uiì poggio , 
guardare con una certa insistenza verso l'orizzonte, dove 
il verde smeraldino della campagna sembrava confondersi 
con l'azzurro puri.ssimo del cielo, 

— Gosa guardi ? — gli chiese con angoscia. 
Ma il Gatto non rispose. 

Verso sera le chiese la descrizione della fattoria , ma 
ad intervalli , per non destare sospetti nell' animo della 
fanciulla. 

— Prima e' è un gran cortile. 

— E poi ? 

— Poi c'è il casino del guardiano. 

— Vi sono molti cani ? 

— No ! due solamente. 

— Ah ! 

E ricadeva nelle sue abituali riflessioni. 

— Ma perchè mi fai queste domande ? 



IL GATTO 417 

— Per nulla — rispondeva sorridendo: quel sorriso can- 
cellava ogni sospetto nell'animo della fanciulla. 

— Ricordati ! 

Ma sembrava che il Gatto non sentisse più quella pa- 
rola. 

Una mattina egli disse a Mariannicca che si sarebbe 
allontanato per qualche tempo. 

— Dove vai ? 

— In paese. 

— ^la non vedi che sta per iscoppiare il temporale ? 
Non ci sono più uccelli per 1' aria e poi se ingrossa il 
torrente ? 

— Non aver paura. 

— Ebbene... vengo con te ! 

— No. 

— Rimani dunque. 

— Non posso. 

— Comincia già a piovere ! Rimani ! Rimani ! 

— Non ho paura io del temporale. 

E rise sinistramente ; quel riso non isfuggi alla ra- 
gazza. 

Egli, saltando come un camoscio di roccia in roccia, 
scompar\'e quasi in un attimo. Alcuni grossi goccioloni 
d' acqua, cadendo sulla terra riarsa, sollevavano una pol- 
vere sottile. Il cielo era oscuro e all'orizzonte le nubi si 
amassavano bizzarramente e avevano degli strani riflessi 
verdastri. Il tuono brontolava sordamente in lontananza. 
Tutto preannunziava il temporale. La fanciulla tremante 
di paura, rimase, ancora per qualche istante, a guardare 
verso la vallata dov' era scomparso il Gatto. Cosa an- 
dava egli a fare in paese ? Era forse bastata la scintilla 
della gelosia per infiammare nuovamente la sua anima di 
queir odio e di quell' ardore di vendetta che ella aveva 
cercato di smorzare ? Chissà ? Era un essere tanto strano 
che diffìcilmente si sarebbero potuti indovinare i suoi pen- 
sieri. Ma, con tutto questo, Mariannicca aveva Ietto nel 
profondo di quegli occhi sinistramente luminosi un sen- 
timento cupo , un sentimento che doveva mettergli in 
tempesta il cuore. Ella presentiva una disgrazia ed es- 
sendo per sua natura superstiziosa , nel cielo pieno di 
tenebre leggeva qualcosa di sinistro, mentre la sua anima, 
torturata da un'angoscia profonda, cercava inutilmente di 
riacquistare la pace. 



4l8 IL GATTO 

Intanto la pioggia cadeva fitta e il tuono rumoreggiava 
sonoramente per tutta la vallata. 

Ella, con uu moto nervoso , si strinse la testa fra le 
mani ed aspettò. 

... Lo aspettò a lungo, guardando le cime degli al- 
beri che si piegavano rumorosamente al soffio impetuoso 
del vento; lo aspettò sussultando al rumore di ogni ramo 
che si spezzava , gemendo allo scroscio sinistro della 
pioggia che cadeva a torrenti , al sibilare della raffica , 
air urlare della tempesta ; lo aspettò nel cavo profondo 
della roccia, da cui egli soleva innalzare i suoi begli oc- 
chi neri al cielo, imperando con lo sguardo maestoso i 
monti e le campagne ; lo aspettò rievocando come in so- 
gno il suono melanconico della sua chitarra e mormo- 
rando le sue canzoni dialettali ; lo aspettò piangendo , 
pregando, singhiozzando. Mai, mai il distacco le era sem- 
brato così lungo e doloroso. 

E quando finalmente egli comparve , ella gli gettò le 
braccia al collo, dicendogli convulsamente. 

— Ti amo tanto ! 

Ma il Gatto era cupo e triste ed un sorriso errava sulle 
sue labbra. 

La pioggia si era acquetata , ma il vento soffiava più 
impetuoso che mai. 

Il Gatto guardava verso l'orizzonte , dove le nubi si 
ammassavano bizzarramente. Anche Mariannicca guardò 
laggiù, ma subito si volse spaventata a lui, lanciandogli 
un'occhiata d'odio e di disprezzo. 

Il vento sibilava sinistramente e in lontananza si ve- 
deva la bianca fattoria in fiamme. 

Mariannicca non disse più una parola ; fuggì ed il 
Gatto la vide tlileguarsi tra le piante. 

* 
» * 

L' indomani furono trovati morti sotto un mucchio di 
cenci. 

Giovanni Amadio. 



" eaRL© MORELLI „ 



yuello, che per il primo trasse dall'oblio il nome di Carlo 
Morelli, fu ^Onorevole De Cesare in un libro eh' è la storia 
fedele della famiglia Morelli, riguardo agli avvenimenti della 
rivoluzione in Calabria del 1S4S e del 1860. Ma ne parla 
di volo; e quasi che lo storico costringesse nei suoi limiti ri- 
gorosi il critico , non abbiamo che accenni vaghi sulla vita 
di quello, ed un giudizio fugace sui suoi meriti letterarii per 
i quali così s' esprime: « I versi assegnano a lui un posto, 
se non altissimo nella letteratura, certo onorevole. Non fu- 
rono scritti versi più belli dei suoi dai letterati napoletani ne- 
gli ultimi venticinque anni ». Il De Cesare però ebbe un pen- 
siero geniale; pubblicare, in appendice al libro, le poesie del 
Morelli. Il libro non dovea essere che una santificazione del- 
l' opera che la nobile famiglia calabrese di Rogliano avea 
spiegato negli avvenimenti del '48, e specialmente del '60; do- 
vea rispondere allo scioglimento di tm voto soletme e alla sod- 
disfazione d'un tributo verso la memoria di persone care, co- 
me il Senatore Donato Morelli, unico superstite della fami- 
glia, scriveva al De Cesare ; quindi forse oggi esso non si 
trova che negli scaffali degli amici intimi. E così brillato per 
un momento solo quel nome, legato tanto alla tradizione dei 
fatti calabresi di quegli anni pieni di atti eroici delle no- 
stre terre, ricadde nel buio della dimenticanza, immeritata di- 
menticanza. 

Il Morelli visse dal 1826 al 1880, e trascorse quel tempo 
per lo più a Rogliano, suo paese natio , (in Calabria, posto 
sopra un' altura, circondato da contrade fertili e da monta- 



420 CARLO MORELLI 

g^e, ove si gode un panorama incantevole) , salvo i primi 
anni d'educazione nei quali tu nel Collegio dei Nobili a Na- 
poli, alla quale si recava di tanto in tanto a rivedere le an- 
tiche amicizie, e specie il Casanova. Erano tempi in cui d'o- 
gni parte fremea la guerra, e, nel Napoletano, il popolo op- 
presso dalla dominazione borbonica, cominciava a sentire ef- 
ficacemente le idee di libertà. Sicché facilmente può com- 
prendersi quali siano state le condizioni d' ambiente , nelle 
quali visse il gentile e ardente poeta, ed animoso patriota. 
Poiché Carlo Morelli non lu soltanto un placido amatore del- 
l'arte, ma uomo d'azione, lottatore vigoroso al pari dei suoi 
fratelli, acceso delle idee liberali, che animarono tanta parte 
dei suoi versi, e furono causa dell' atteggiarsi continuo' della 
sua vita. Per cui tra una poesia e una novella, nel 1860 avea 
tempo di adempiere alle funzioni di segretario del comitato 
insurrezionale, e poco dopo, verso il 61, capitano della Guar- 
dia Nazionale, prendeva le armi insieme al fratello Vincen- 
zo contro il brigantaggio, che, fomentato dai partigiani del- 
l' antico regime , assumeva delle forme strane e pericolose 
per la sicurezza dei diversi paesi, specie della Sila. Quando 
il sogno fu realizzato, si ritrasse modestamente in disparte, e 
non cedette mai alle preghiere degli amici, specie del Casa- 
nova, né all' insistenza degli ammiratori, per accettare il man- 
dato politico, ma trascorse gli ultimi anni accanto alla sua 
madre adorata, vivendo spiritualmente in un mondo sereno, 
e in corrispondenza affettuosa coll'amico dell' infanzia A. Ca- 
sanova , soccorrendo istituti di beneficenza , da questo fon- 
dati, traendo l'ultima ispirazione dall'arte, la quale gli ren- 
dea tranquilli quei giorni , che la politica parlamentare gli 
avrebbe reso amari. 

Il .Morelli fu uomo d'azione, ma tale fibra mostrò special- 
mente nelle sue poesie, che sono saggio di audacia senza pa- 
ri, dominandovi nella maggior parte di esse lo spirito ribelle 
del rivoluzionario del '4S e del '60 , essendovi scolpite con 
verità terribile , le considerazioni dei tempi e la prepotenza 
di una dinastia ignorante e spergiura. 11 25 giugno 1S60 Fran- 
cesco 11 accordava la costituzione (quante volte giurata e vio- 
lata !), come ultima ancora di s iKtz/a, <• imm hi idiomi dopo 



CARLO MORELLI 42 1 

il Morelli scriveva un manifesto dove con parole roventi bol- 
lava l'ultimo monarca, ed avvertiva i Calabresi di stare ac- 
corti, e di non lasciarsi ingannare da quella rozza canaglia di 
realisti; e questo manifesto fu affisso in Cosenza alla porta 
della prefettura e ai posti di Guardia. Con questa medesima 
forza di linguaggio, parlava nei suoi versi, che nulla hanno 
da invidiare, per vigoria di sentimento, e per bellezza di co- 
lorito, ai canti patriottici del Borghi, del Rossetti, del Ma- 
meli. 

Così cantava: 

« Anche il Borbone 

« fuggi, ludibrio di fortuna, tratto 

« giù dal lubrico trono; ed imprecando 

« al fuggitivo, Napoli risorta 

« a braccia aperte accolse nel suo grembo 

« le francesi coorti — Tra le antiche 

« balze del Bruzio rimbombava il grido 

« di vittoria foriero. Il re vigliacco 

« rifugiato a Palermo » 

e neir istessa poesia: 

« le voraci fiamme, 

« le selvagge rapine ed i macelli 
« con rauchi suoni ricopriva il grido 
« del Sanfedista vincitore. Il trono 
« fu vendicato, e un brivido di morte, 
« presaga forse dei futuri affanni, 
« senti Palermo al ghigno triviale 
« del Re vigliacco ». 

E ancora: 

« Il vile 

« Sanfedista fuggia pien di .spavento. 

« Ma il sangue sparso a fiumi, e le ruine 

« novo sangue chiedean, nove ruine, 



422 CARLO MORELLI 

« a placar l' ira del fratello ucciso, 

« dell' amico, del padre; a vendicare 

« e l'onte e i danni; onde altri incendi ed altre 

« stragi e rapine desolavan quelle 

« infelici contrade, ed alla scure 

« sottentrava il patibolo». 

11 Rossetti, dopo il ritiro della Costituzione del 1S20, chia- 
mava Ferdinando il «.Monarca Iscariota», cìte avea di tradi- 
tor sì nera fama. 

Nella mente del Morelli era chiaro il compito: gettare quel- 
la luce fosca sui Borboni che essi aveano meritato. Cosi le 
idee nuove dei patriotti venivano ad apparire radiose, afifa- 
scinatrici dei cuori del popolo calabrese , che inorridiva al 
racconto dei fatti commessi dai suoi re , e che erano stati 
abilmente coperti dalla pompa regale, e dalla falsità religio- 
sa. Era l'epoca in cui bisognava mostrarsi arditi, e il ]\I'.)relli 
ebbe l'anima di forte, da trascinare quelli che sentivano la 
sua parola. I Irammenti di un inno ci mostrano intero il ca- 
lore dei suoi scritti, ci rivelano i suoi sentimenti schietti di 
apostolo di libertà: 

« Sacri monti del suolo natio 

« valli apriche, alma patria gentile, 

« non più schiava, non pigra, non vile 

« la novella progenie sarà 



« Questa patria vetusta, 1' Italia, 
« non più serva e divisa sarà». 

\ersi che ci fanno ricordare i migliori componimenti poe- 
tici della letteratura patriottica, per l'entusiasmo e per la gran- 
dezza dell'idea, come per la sincerità del sentimento; forse 
migliori per correttezza di stile, per bellezza di forma. Carlo 
Morelli era giovine di anni e di spirito, era calabrese e quindi 
avea 1' anima vergine , come le foreste della Sila ; e ai 
primi lampi di movimento rivoluzionario, senti intera la po- 
tenza dello spirito suo. I versi doveano essere fedele ripro- 



CARLO MORELLI 423 

duzione della natura sua, forte, quasi selvaggia, e il grido di 
libertà suonò terribile, come per le vallate, e per le rupi sco- 
scese dei suoi monti rumoreggiano i torrenti. Fu impeto ga- 
gliardo che animò la sua azione , che ispirò i suoi versi, 
mirabili davvero, se si pensa che furono scritti in momenti 
di lotta terribile dalla quale non usciva stanco, ma maggior- 
mente vigoroso, si che potea ben dire in un suo componimento 
poetico: 

« Vinti, ma non oppressi, 

« stanchiamo almen con vindice dileggio 

« Nella vittoria i vincitori stessi » . 

L' uomo di parte non potea assorbire completamente i sen- 
timenti e i pensieri del giovane poeta, pieno d'idealità, tanto 
sensibile, il quale , quando sarà finito il temporale politico, 
non si troverà a disagio nella quiete del suo Rogliano, ove 
scrive lettere piene di dolcezza al Casanova. Quindi più d'u- 
na volta nei suoi versi si sentì attratto dalle ispirazioni d'a- 
more, da queir ordine di sensazioni or dolci, or vioiente, or 
decise, or vaghe, che questo produce. E d'amore parlò con 
quella pienezza di sentimento, con quella sincerità, con quella 
vaghezza di tono e di colorito, che lo distinguono dai poeti 
casti e purgativi da un lato, e da coloro che abusano del ve- 
rismo moderno , dall' altra. Non affettò, perchè non voleva 
seguire una scuola, o combatterne un' altra; egli scrisse per 
sfogo dell' anima , sfogo necessario per tanta esuberanza di 
energie vive, e cantò ciò che sentiva, si che sofferenze e spe- 
ranze, amarezze e conforti, ire e amori sono tutti ritratti con 
dolce ingenuità. Non comprendeva l'amore dei romantici lan- 
guidi, nò i baci ideali, ma neanche l'abbrutimento spiritua- 
le, la mancanza di limiti negli impeti della passione. L' a- 
more dovea essere umano, non trascendentale , come esiste 
nella fantasia della maggior parte dei poeti, ma non corrotto 
e deo-enerato. Egli lo concepì e lo manifestò senza sottinte- 
si; non per nulla si crebbe in mezzo ai monti selvosi , ab- 
bronzato dal sole. Eppure v' è dolcezza infinita , effusione e 



424 CARLO MORELLI 

squisitezza di sentimento nelle sue immagini, mentre e' è il 
fremito del bacio, e si sente il calore dell'amplesso. 
Ecco qualche verso : 

« .... Il fianco, 
« logoro ed egro per durati affanni, 
« io posavo sul morbido tappeto 
« del margine odoroso, e m'obliavo 
« ne' miei pensieri, fuor di me vaganti, 
« assorto in mille fantasie d'amore. 
« Quando sul margin del ruscello, agli occhi 
« mi s'ofterse la dolce visione 
« di colei eh' era un dì della mia mente 
« r idolo amato, e che il destin crudele 
« invido mi rapi. Com* era bella 
« in quel punto ! Io ristetti palpitante 
« e muto : tutta la virtù dell' alma 
« negli .sguardi raccolsi a inebriarmi 
« dell' improvvisa imagine. Accostossi 
« ella al mio petto : io me la strinsi forte 
« in un amplesso disperato ; i labbri 
« s' appressarono a' labbri ; ed in un bacio, 
« bacio di foco, i palpiti, i sospiri, 
« si confusero, l'alme ebbre d'amore. » 

Ma dove l'anima gentile del Morelli si manifesta, con tutte 
quelle sfumature di soavi vibrazioni, è nella ritrazione degli 
spettacoli della natura. È l'artista che ha avuto agio di am- 
mirare tante volte le cose che descrive; ne ha sentito 1' im- 
pressioni molteplici, ne ha penetrato le intime varietà, le re- 
condite bellezze. Non saranno mancati mai al suo sguardo 
ampio i paesaggi più varii , dalle praterie immense, all'erte 
brulle montane. Quelle balze, ciucile vallate, quei cocuzzoli, 
che avea ammirato da bambino , sempre di nuovi fascinisi 
adornavano; e gli occhi insaziati poteano bene- spaziarsi per 
il cielo azzurro, limpido, o fissare per poco, rimanendo, poi 
abbagliati, il sole ardente, non offuscato da nuvole. Quante 
volte non avrà pa.ssato delle notti , notti serene d' estate o 



CARLO MORELLI 425 

fredde d' inverno, e avrà guardato le stelle più o meno nu- 
merose, e la luna più o meno pallida. E d'altra parte quante 
tempeste degli elementi ferocemente sconvolti, e quanti tur- 
bini non saranno passati a devastare le verdi campagne ; e 
le cime dei monti si saranno copèrte di neve alle quali il 
sole, riflettendovi i suoi raggi, avrà dato una tenue tinta di 
rosa. Tante osservazioni, unite all'agile fantasia dell'artista e 
del poeta, doveano produrre versi stupendi, nei quali si av- 
verte lo squisito senso della natura, nulla mancando perchè 
il quadro riuscisse vero ed efficace. 

Descrive il Sanuto , che scende giù , giù fino al Tirreno , 
passando per erte, e per piani ; ed ecco come dice il poeta : 

« Per boschi e balze tortuose scorre 
« il profondo Sanuto. — L' ardue rive, 
« ammantate di querce e di castagni, 
« risuonan cupe del rumor dell'onde. 
« Era d'agosto. Ove nell' ima valle 
« più s' incurva la sponda, e tra sporgenti 
« massi impedito nel suo corso il fiume 
« par che ristagni e dilaga ». 

E quanto bella, ricca di poesia quest' altra descrizione di 
scene notturne, nelle quali incombe 1^. maestà del terribile, 
il grandioso mistero, mentre si delineano qua e là figure fo- 
sche che fanno sospettare qualche cosa di triste , di truce : 

« La notte 

« alta regnava ; raggi malinconici 

« su d' un arso villaggio appiè d'un colle 

« piovea la luna. Lamentoso e roco 

« gemea nel fondo della valle il fiume, 

« mescendo il suon dell'onde agli ululati 

« spessi del lupo. In mezzo alle macerie 

« la lamelica cagna ramingando 

« alzava il capo ad invocar più chiaro 

« il raggio della luna, o forse indarno 

« chiedea ragione del mancato pasto. 

« Di tratto in tratto dagli infranti travi 
« dalle rotte muraglie, ultimi avanzi 
« delle fiamme rapaci, a spire il fumo 



426 CARLO MORELLI 

« si sollevava verso il cielo, ad ogni 
« soffiar lieve dell' aura tramutando 
« e forma e loco; poi ratto per l'etra 
« si dile.c(uava. Ombre di morte, spettri 
« vagolanti parean quei neri e densi 
« vapori. II passeggier da lungi al petto 
« si segnava e alla fronte spaurito, 
« e mutando sentier requie pregava 
« ai trapassati. In cima all'erto colle 
« alta una croce era confitta, donde 
« penzolava un cadavere. La luna 
« della sua luce l'avvolgea. Sul nudo 
« terreno accovacciata, appiè del legno, 
« lacera, scalza, per le cave guance 
« e per gli omeri scarni il crine sparso, 
« giace una donna. » 

Strani poemi della notte! Poemi che D. Milelli, anche lui 
calabrese , ha cantato con la stessa forza d' immaginazione, 
con ristessa efficacia di verso. 

Sono numerosi ricordi che s' addensano nella mente del 
poeta , sono affetti intensi che ricompaiono come fantasmi , 
alla rievocazione di quelle cose viste ed ammirate; e l'anima 
di lui si culla dolcemente in queste visioni di giorni e di 
luoghi memorabili. Dalla tavolozza sua trae i colori più varii 
e pili belli, in una policramia insensibile, e nuove forme as- 
sumono le manifestazioni della natura. In una descrizione 
dell'alba il colorito del verso è mirabile ; vien dato al pen- 
siero di ricordare i versi dell'Alighieri nelle stupende descri- 
zioni del paradiso terrestre. Ben si può dire della sua me- 
ravigliosa destrezza in tutte queste ritrazioni, come egli dice 
per il Mancinelli', a cui dedica un'ode dopo averne visitato 
lo studio : 

« . . . . A questo cielo 
« che si dispiega come azzurra tenda 
« sopra un nugul di fiori ; a queste curve 
« sponde ammantale di pampini e rose; 
«a questo mar turchino, ove l'incanto 
« sempre d'amor si rinnovella, ei tolse 



CARLO MORELLI 427 

« le dolci tinte e il contornar leggiadro 
« dei suoi quadri immortali.» 

Il Morelli fu originale nella sua produzione ; non sentì 
r influsso di nessuna corrente letteraria ; i suoi versi sono 
dettati da sentimenti forti e da impressioni , che il mondo 
civile e naturale ha prodotto sulla mente serena, e sull'ani- 
ma vergine. Nel canto patriottico, politico abbiamo il grido 
formidabile del fiero calabrese, pieno d' ira e di sdegno per 
i nemici della libertà; nel canto d'amore 1' impeto e la dol- 
cezza di giovine fremente di passione e d'ebbrezze; nel canto 
della natura l'osservatore acuto, che nelle serene gioie, e nei 
turbini di esse ha raffigurato la sua vita trascorsa tra la se- 
renità degli studii, la pace domestica, e la rivoluzione. 

Sembra nelle sue poesie, come in quella « Amarezza e con- 
forto » che un' ombra di tristezza e d' angoscia turbi 1' am- 
biente in mezzo a cui vive , ma sono istanti di stanchezza 
spirituale, passati i quali la vigoria ritorna a rinnovellare le 
forze. 

Non fu un sognatore politico, non un utopista : lottò per 
il raggiungimento di un fine possibile , e lottò con fede ed 
ardore; nelle manifestazioni d'amore non vagò nelle nubi, 
né strisciò nel fango; nella descrizione delle scene naturali, 
non cercò con spirito irrequieto il sensazionale, non osservò 
con occhio di scettico, né d' idealista. 

Come forma, predilesse il verso sciolto, che tratta con abi- 
lità grandissima , rendendolo agile e vario di tono , si che 
abbiamo una dolce musicalità . che varia in una mirabile 
scala di suoni. 

In certi punti c'è l'ingenuità del dolce stil novo, in altri 
la soavità e scorrevolezza del verso delle Grazie del Foscolo, 
e del Monti, in altri la energia dantesca, e qua e là la mesta 
cadenza del Leopardi. 

Perchè dunque obliare il ^Morelli ? I Calabresi dovrebbero 
essere più riconoscenti verso i loro migliori ! Del resto m'au- 
guro che lo saranno. 

Rocco Salomone 

Pizzo- Calabria seti: igoj. 



R Chi la colpa? 

Ud atto di Enrico Sienkicwiez autore del Quo Vadis 
tradotto e adattato alle scene italiane 



DA 



Marie Yon Verno e Renato Manzini 



PERSONAGGI 



Jadviga Karlovetski — Leo celebre pittore 
Un cameriere 



Scena I. 

Cameriere introducendo Leo nel salotto. La signora verrà 
fra un momento, l'ia. 

Leo solo. Non posso frenare la mia emozione e i palpiti 
del mio cuore! Tre volte fui sul punto di suonare il cam- 
panello esterno, e tre volte ne ritrassi la mano ! Tutto il mio 
essere è penetrato dall'ansietà!... Perchè mi ha chiesto di 
venire da lei ? Toglie dalla sua tasca una lettera, 

« \"\ prego, malgrado tutto ciò che è avvenuto fra noi, 
malgrado tutto ciò che è morto, di aver la bontà di venirmi 
a trovare per trattare d'affari importanti che non ammettono 
<lilazione. Spero che voi non vi rifiuterete di esaudire la pre- 
ghiera di una donna. 

Jadviga Karlovetski ». 
.... Forse avrei fatto meglio, se, più prudentemente e più 



A CHI I.A COLPA 429 

onestamente, non avessi risposto a questa lettera, ma ho 
tentato me stesso ! mi sono persuaso che niente può acca- 
dere, che sarebbe stata sempHcemente una brutalità il non 
venire. L' anima, povero tarlo, cerca il lume che può bru- 
ciarla, ma non riscaldarla! Che mi ha indotto a venire qui? 
É l'amore? É possibile convincere me stesso che ancora ami 
questa donna, che poco rassomiglia alla mia bianca dea del 
passato? Ah! poco invero le rassomiglia (juesta lionessa an- 
nientata nella sua reputazione dalla lingua della gente ! No, 
no, è stata piuttosto una specie di curiosità morbosa che 
mi ha trascinato qui ; quel dispiacere tremendo che ho avuto 
anni fa ! quella sete di sapere il perchè delle notti senza 
sonno ! Ebbene, lasciate che Ella veda questo viso dimagrito, 
lasciate che Ella veda da vicino la mia vita guastata ! Io 
non potevo resistere alla tentazione di farle vedere tutto que- 
sto — tale vendetta è nel mio diritto, ma preserverò la mia 
dignità, sarò forte : dessa non sentirà un gemito. — Ciò che 
è accaduto non può mai essere riparato ed io lo giuro, lo 
giuro a me stesso, stringendo i pugni. 

Scena II. 

Jadviga entrando. Vi prego di scusarmi se vi ho fatto 
aspettare tanto ! 

Leo. Ma è colpa mia ; sono venuto troppo presto, benché 
abbia cercato di venire all'ora indicatami. 

Jadv. No, io debbo essere sincera, e vi dirò il perchè di 
questo ritardo. Tempo addietro noi eravamo amici intimi, 
ma ora da più di due anni non ci vedevamo ; vi ho invi- 
tato — ma non ero sicuro che sareste venuto — perciò, quando 
ho sentito il campanello— dopo due anni (^c»« wz/j'ormo) — ho 
avuto bisogno di qualche tempo per frenare la mia emo- 
zione. Credevo che anche voi, forse, avreste avuto bisogno 
di qualche tempo.... 

Leo. In quanto a me, signora, io sono calmo e aspetto 
quanto avete da dirmi. 

Jadv. Anch'io ho desiderato che ci si rivedesse come per- 
sone che hanno dimenticato il passato, che sanno che non 



430 A CHI LA COLPA 

può ritornare, e rimangono buoni amici — non oso dire come 
fratello e sorella. Ecco la mia mano, e adesso vi prego di 
sedervi, e di dirmi se siete d'accordo con me. 

Leo. Sono d'accordo con voi. 

Jadv. In questo caso dirò ancora che un tal contratto 
esclude la freddezza eccessiva, è d' uopo essere naturali, 
sinceri. 

Leo. Tutto ciò sarà un pò difficile, ma.... 

Jadv. Non sarebbe difficile se non ci fosse la prima con- 
dizione, nemmeno una parola sul passato. Tenendola pre- 
sente, può darsi che col tempo si divenga amici I Ditemi 
che cosa avete fatto in questi ultimi due anni? 

Leo. Ho tirato il carretto della vita come tutti, poveri 
mortali che siamo! Ogni lunedì mi sono detto che dopo una 
settimana ci sarebbe stato un altro lunedi ; c'è un certo di- 
vertimento in questo, ve 1' assicuro ; appare come lo svol- 
gersi del cotone di una balla, e, come tutto ciò eh' è acca- 
duto, se ne va, svanisce a poco a poco, come un uccello 
che voli lontano. 

Jadv. Forse questo può essere un divertimento per coloro 
che aspettano dall' avvenire 1' arrivo di un altro uccello do- 
tato di nuovi gorgheggi.... ma nel caso opposto... 

Leo. Nel ca.so opposto si può inventare un più gran di- 
vertimento immaginando che quando tutto il cotone della 
balla è svolto, niente ci rimane. 1 ricordi sono qualche volta 
molto tristi ; fortunatamente il tempo ci aiuta, senza di che 
i ricordi ci farebbero male, come gli aculei delle rose ! 

Jadv. O brucerebbero come il fuoco! 

Leo. La natura ha inventato una cura per questo. Il fuoco 
senza nutrimento deve per forza morire e si sa che i carboni 
spenti non scottano. 

Jadv. Siamo tutti e due — nostro malgrado — alla caccia 
dell'uccello sparito, ma non importa! Avete molto lavorato 
in (inesti ultimi tempi? 

Leo. Non faccio altro che pingere. Appena concepisco il 
soggetto lo traduco sulla tela ; è vero che non ho crealo 
molto finora; non ho neanche terminato molti quadri co- 



. A CHI LA COLPA 431 

minciati. Questa, però non è colpa mia. Ma, adesso, ditemi 
chiaramente : perchè mi avete fatto venire qui ? 

Jadv. Lo saprete a poco a poco.... In primis la curiosità 
di vedersi innanzi un uomo celebre, potrebbe essere un mo- 
tivo sufficiente : e il vostro nome è tanto celebre in tutta 
Europa ! 

Leo. Credereste, forse, che io sia vanitoso? Invece io non 
mi credo che una pedina qualsiasi sulla scacchiera della so- 
cietà, e per questa ragione, forse, non ho potuto mai com- 
prendere perchè mi abbiate annientato e scartato come una 
pedina inutile ! 

Jadv. Rammentatevi del nostro accordo! 
Leo. Ma questa è una storia della quale le circostanze 
sono, si può dire, raccontate da una terza persona. C era, 
del resto, un'altra condizione nel nostro accordo, dunque... 
Io posso aggiungere che mi sono abituato a trascinare il 
mio carretto. , 

Jadv. Non ne parliamo... 
Leo. Vi avverto che ciò sarà difficile. 

J.\DV. Eppure dovrebbe riuscire più facile a voi. \'oi siete 
stato baciato dall'arte, costituite la gloria d'una nazione in- 
tera, e siete anche un «etifaut gate». \o\ avete qualche 
scopo per vivere. j\Ia tra i fiori buttati ai suoi piedi, un 
grande artista può sceglierne i più belli o non pigliarne af- 
fatto e camminare sempre per la bella strada piena di fiori. 
Leo. Finché casca! 

Jadv. No ! fino ad arrivare all' immortalità ! 
Leo. Desiderando la morte ad ogni passo... 
Jadv. Questo è esagerato pessimismo : è una frase simile 
a queir altra con la quale asseriste che vi siete abituato a 
trascinare il vostro carretto ! 

Leo. \'olevo soltanto mostrarvi il rovescio della medaglia; 
anche il pessimismo è molto di moda ai giorni nostri. Vi 
prego di non prendere ie mie parole alla lettera. Nelle con- 
versazioni le frasi si susseguono in fila come i grani di un 
rosario : è un passatempo. 

Jadv. Allora divertiamoci... (Dopo un vioviento di silenzio) 
Che cambiamento ! Se qualcuno mi avesse detto due anni 



432 A CHI LA COLPA 

fa che noi due ci saremmo seduti qui, oggi, così distanti 
l'uno dall' altro, parlando come ci parliamo oggi, guardan- 
doci con una curiosità felina, come se fossimo 1' uno [estra- 
neo all'altro, gli avrei riso in faccia! Oh! questo è davvero 
un divertimento! 

Leo. Non dovrei io ricordarsi il nostro contratto ! 

Jadv. e però me lo ricordate! Ve ne ringrazio! Questa 
melanconia oggi è causata da' miei nervi, ma sento che non 
sta bene, se non fosse che per vanità, dimostrarmi più me- 
lanconica. Io, credetemelo, richiamo le vecchie memorie 
perchè sento la noia della vita. Ciò mi diverte. Questi ul- 
timi giorni ho tanto sofferto. 

Leo. e per questa ragione mi avete pregato di venire? Io 
temo che la mia presenza non sarà una ricca vena di diver- 
timento!... Sono un uomo poco predisposto all'allegria; mi 
pare che ho troppo valore, che sono troppo fiero e onesto 
per lasciarmi trattare come un soggetto di distrazione. Ac- 
cordatemi d'andarmene. 

Jadv. \'i prego di scusarmi ! Non avevo 1' intenzione di 
offendervi. Senza ritornare alle memorie del passato, posso 
dire che la fierezza è il vostro più gran difetto : se non fosst- 
per tale fierezza, tante cose tristi non sarebbero mai accadute! 

Leo. e senza anch'io ritornare alle memorie del passato 
vi rispondo che la fierezza è 1' unico lembo di vela rimasto 
alla mia barca; le tempeste della vita hanno stracciato tutti 
gli altri : se non mi fosse rimasto quest'ultimo, senza dubbio 
sarei andato a fondo da gran tempo. 

Jadv. Al contrario. Io penso che questa fierezza vostra è 
una roccia su cui, sbattendo, ha naufragato non solo la vo- 
stra barca.... Ma non parliamone più! Che peccato per co- 
loro che avevano fiducia nel bel tempo e nel mare calmo. 
Non permettiamo neanche adesso alla corrente di portarci 
dove .sarebbe meglio non andare. 

Leo. e dove .senza dubbio c'è bassofondo.... 
Jadv. Che strana conversazione! Mi pare che questo dia- 
logo sia come una rete, dentro la quale 1' anima si dibatte 
invano per arrivare alla verità, senza il potere di rompere 
le maglie ciie l'avviluppano... .Ma forse é meglio così. 



A CHI LA COLl'A 433 

Leo. è molto meglio. Mi avete scritto che dovevo venire 
<iui per parlare con voi d'un art'are d'urgenza, vi ascolto. 

Jadv. {con un sorriso). Sì... Una signora del gran mondo 
ha il diritto di avere certi desideri, certi capricci che un ga- 
lantuomo non ha la libertà di rifiutarle. Adesso io vorrei 
far pingere il mio ritratto dal celebre pittore Leo. Siete 
d'accordo? 

Leo. Signora.... 

Jadv. Ah ! La fronte del leone si corruga come se con 
quelle parole io avessi voluto insultarlo! 

Leo. Io trovo che le signore della grande società hanno 
qualche volta capricci abbastanza difficili a comprendersi e 
un poco rassomiglianti allo scherzo !... 

Jadv. Questa mia domanda ha due aspetti : il primo ap- 
pare sotto questa forma; La signora Jadviga prega, con la 
più grande cortesia, il celebre pittore Leo di pingere il suo 
ritratto. Ecco tutto. II celebre pittore, il quale, come si sa, 
eseguisce tanti ritratti, non ha una ragione plausibile per 
rifiutarsi. \]n artista non si può rifiutare di pingere un ri- 
tratto, come un dottore non può rifiutare il suo consiglio. 
Adesso rimane l'altro aspetto: il passato. Ma siamo d' ac- 
cordo di non parlarne... 

Leo. Permettetemi, signora... 

Jadv. Ah ! la mia diplomazia di donna sa come legare il 
nodo e nascondere i due capi nell' acqua. Come la vostra 
irritazione mi diverte ! Ma e' è ancora un' altra cosa ! Sono 
una creatura leggera, non lo negate, piena di vanità femmi- 
nile, di invidie, di gelosie! E voi avete miniato i ritratti della 
signora Sofia, della signora Elena.... e per questa ragione 
voglio che facciate anche il mio. Questo non si può rifiutare 
ad una donna. Mi parlano tutti della vostra celebrità, tutto 
intorno sento chiamarvi « il nostro gran maestro ». Dio sa 
quanti cuori battono per voi ! Tutti possono avvicinarvi e 
vantarsi di conoscervi. Io sola, la compagna dei vostri anni 
giovanili, la vostra vecchia conoscenza, io solo sono la 
bandita... 

Leo. Signora Jadviga ! 

Jadv. Ah! finalmente mi avete chiamato Jadviga! Vi rin- 

28 



434 A CHI LA COLl'A 

grazio, e vi domando seriamente perdono di ciò che ho detto! 
Era la vanità di donna che parlava, nient'altro: vi prego di 
non aver paura de' miei nervi ! vedete come è pericoloso 
l'eccitarmi? Qualche volta mi sento molto sola e dopo sono 
insopportabile ! Ma adesso sono calma. Vi do tre giorni per 
riflettere. Se non volete venire a'dirmi la vostra decisione a 
proposito del mio ritratto, vi prego {sorridendo con tristezza) 
di scrivermi. Soltanto vi avverto che se non venite o non 
scrivete io dirò a tutti che avete paura di me, e così la mia 
vanità sarà appagata. Nel frattempo non parliamone più ; 
nemmeno una parola. Sono un pò ammalala, e perciò un 
pò capricciosa! 

Leo. Dopo tre giorni vi scriverò. (Si alza pn andar via). 
E adesso debbo andare... 

Jadv. Ah no ! non con tanta facilità I lo credo veramente 
che avete paura di me. Io so bene che ho fama di njiirt » 
e di capricciosa. So anche che la gente sparla di me ; ma 
in verità non sono tanto nera come mi dipingono ; e noi, 
poi, siamo le due vecchie conoscenze di una volta, che non 
si sono vedute da due anni. Dunque parliamo un poco. \'i 
prego di darmi il vostro cappello — ecco ! così mi piacete ! 
adesso vogliamo parlare. Credo veramente che ci sarà pos- 
sibile di bel nuovo , diventare buoni amici : io , almeno !... 
Qual lavoro avete in vista oltre il mio ritratto ? 

Leo. Una conversazione della tjuale fossi il soggetto sa- 
rebbe presto esaurita. Scegliamo un argomento più interes- 
sante. Parlatemi di voi stessa, della vostra vita, tlella vostra 
famiglia. 

Jadv. Mio marito, come sempre è a Chantilly. I^ mamma 
è morta. Povera mamma ! vi voleva multo bene... [dopo un 
corto silenzio)... lo, come vedete, sono ilivenuta vecchia: >.<>n 
cambiata tanto che a mala pena mi si riconosce ! 

Leo. Alla vostra età le parole « sono divenuta vecchia » 
sono soltanto una sfida di donna che non ha paura di essere 
cre<luta. 

Jaia'. Ho ventiquattro anni — dunque non parlo degli 
anni, ma si può invecchiare moralmente. Io sento oggi che 
non rassomiglio in nessuna maniera a quella Jadviga che voi 



A CHI LA COLPA 435 

avete conosciuto tanto bene. Mio Dio ! che sconforto quando 
penso alla fiducia che avevo nella vita , a tutte le illusioni 
di giovane che desiderava di essere felice e di rendere fe- 
lice, a quell'entusiasmo per tutto ciò che è nobile e buono ! 
Dove è svanito tutto questo? Dove è andato? E pensare 
che ero veramente quale un fiore dei campi, onestissima.... 
e oggi... 

Leo. Oggi... una gran signora... 

Jadv. Il sorriso scettico dipintosi sul vostro viso un mo- 
mento fa mi farà apparire poi ridicola tutte le volte che mi 
siederò davanti il mio telaio per ricamare fiori svaniti sul 
canevaccio del passato , da voi forse dimenticato e disprez- 
zato. Il ricamare omai è una moda di tempi, quando si pren- 
deva sul serio la fedeltà ! 

Leo. In questo momento, però, il vostro modo di parlare 
appartiene all'ultima moda! 

Jadv. Debbo piangere, o posso riprendere il filo una volta 
che è rotto ? Sarebbe diffìcile ! I tempi cambiano. State si- 
curo che attraverso i miei migliori momenti quando posso, 
rido di cuore e di tutto I ( otfrrìidog/i mia sigair//a > fu- 
mate ? 

Leo. No, signora. 

Jadv, Io si , ecco un altro divertimento. Qualche volta 
vado alla caccia « pa?- force » con mio marito ; leggo i ro- 
manzi di Zola; faccio le visite; ne ricevo; e ogni giorno la 
mia preoccupazione è come ammazzare il tempo; un giorno 
magari mi riesce , 1' altro non mi riesce. A proposito : voi 
conoscete mio marito non è vero ? 

Leo. Lo conobbi molto tempo fa. 

J.\DV. A lui piace molto la caccia , ma soltanto la caccia 
« par force » . 

Leo. Siamo sinceri. \'ia con questa nota falsa ! 

J.\DV. Ma come ? \'i parlo semplicemente della mia vita. 
Al giorno d' oggi abbiamo bisogno di impressioni che diano 
forti scosse ai nervi. Le ultime composizioni nella musica, 
come nella vita, sono piene di dissonanze; non intendo dire 

con ciò che sia infelice per colpa di mio marito È vero 

che lui è sempre a Chantilly e che non lo vedo che una 



436 A CHI LA COLPA 

volta sola ogni tre mesi; ma questo dimostra la sua rìducia 
in me non è vero ? 

Leo. Non lo so e non ho il desiderio di saperlo ; sopra 
tutto non ne dovrei sapere niente. 

Jadv. a me pare che ne dovreste sapere; vi prego di cre- 
dere che con nessun' altra persona sarei tanto sincera — ma 
noi siamo tanto vecchie conoscenze! Io non mi lagno. Mi 
lascio circondare da giovani signori che mostrino di essere 
innamorati di me ! Non v' è il valore di un centesimo in 
tutto ciò che mi dicono; mi dicono tante bugie da fare am- 
mortire le orecchie. Ma la loro maniera di dirle è molto 
bella, perchè molto bene educati. Il Conte Skorzevski mi fa 
anche la corte ! forse ne avrete sentito parlare ? Ve lo rac- 
comando come un modello per un Adone. Ah ! Ah ! voi 
non potete riconoscere il fiore dei campi di Kalinovitse !! 
Leo. Vero ! Non posso riconoscerlo ! 
Jadv. Ah ! Ah ! ma ecco la vita... e così passa il tempo. 
Leo. Fra gli scherzi. 

Jadv. Ai ([uali , francamente , non si sente sempre voglia 
di ridere ! Se questo secolo non fosse stato tanto scettico, 
farei sembianze di essere di natura selvaggia, romantica, sem- 
pre in traccia del modo come scacciare un pensiero dispe- 
rato. Ma i tempi romantici sono passati e così io cerco di 
colmare un gran vuoto. Talvolta , però , mi sento tanto in- 
felice che corro al. mio inginocchiatoio — erediti» di mia 
madre — e lì mi sfogo, piangendo fino a che non ne posso 
più , e pregando con tutta 1' anima mia. Poi le mie lacrime 
e le mie preghiere mi fanno ridere !... Sapete che e' è certa 
gente che dice cose scandalose di me ? . 
Leo. Non le a.scoIto. 
Jadv. Come siete buono ! Ma vi dirò perchè parlano male 

di me. Prima, però, tievo raccontarvi una storia. L'n missio- 

I 

nario ebbe a domandare a un moro cos' era per lui il male. 
Dopo aver ben riflettuto , il moro rispose : « Male sarebbe 
se qualcuno mi ruba.sse la moglie ». E che cosa intendete 
per bene f — replicò il missionario — « Bene replicò il moro — 
è quando io rubo la moglie ail un altro ». Kbbene; gli umici 
di mio marito sono d'accordo con (juel moro; ciascuno di 



A CHI LA COLI'A 437 

essi sarebbe contento di fare il bine- in tal maniera; rubando 
la moglie ad un altro ! 

Leo. Ciò dipende dalla moglie. 

Jadv. \'ero , ma ogni parola e ogni .sguardo è un'esca. 
Quando il pesce non prende 1' esca, la vanità del pescatore 
è tìnita. Per questa ragione propalano bugie intorno a me. 
(Dopo un momento di silenzio). Voi dalla mente grande e 
nobile siete pieno di semplicità ! Questo vi fa dire che tutto 
dipende dalla moglie ! 
Leo. Ma è vero. 

Jadv. Per Bacco ! come dice mio marito — e se la moglie 
è nauseata dalla noia della vita ? 
Leo. {alzandosi). \'i dico addio. 
L^DV. Perchè? Vi ha offeso ciò che ho detto? 
Leo. Più che offeso, voi mi avete fatto male. Forse que- 
sto vi parrà ridicolo oggi, ma qui, sul mio cuore, io serbo 
dei fiori — avvizziti è vero — per me, però, preziosi, e voi 
in questo momento li calpestate spietatamente. 

Jadv. (con passione). Oh ! se questi fiori non fossero av- 
vizziti. 

Leo. Sono qui sul mio cuore, e il mio cuore è una tomba. 
Lasciamo il passato in pace ! 

Jadv. Si , lasciamolo in pace , avete ragione. Ciò che è 
morto non può risorgere ! Io vorrei parlare con calma. Guar- 
date la mia posizione. Chi mi difende ? qual braccio mi so- 
stiene ? Sono giovane e mi dicono che sono bella; dunque 
nessuno s' avvicina a me con un cuore semplice, onesto; ma 
sempre con una trappola negli occhi e sulle labbra. E quali 
armi ho io per difendermi ? La fatica, la noia, il vuoto della 
vita 1 Un uomo in un tal caso cerca qualche interesse cui 
aggrapparsi; ma io, una donna debole sono come un battello 
senza gli alberi , senza un faro verso il quale potersi diri- 
gere. Malgrado tutto ciò il mio cuore sente il bisogno della 
felicità. Non potete comprendere che per una donna l'a- 
more è una necessità; se non può trovare il sentimento sin- 
tero d' amore, si contenterà forse della parvenza, della prima 
ombra... 

Leo. ifebbrilnìente ma con un sorriso}. Infelice !... 



438 A CHI LA COLI\\ 

Jadv. {con passione). Oh ! non ridete ! Siate più. buono con 
me ! non tanto spietato ! Non avrei nemmeno alcuno al quale 
parlare con confidenza , se non ci fosse il conte Skorzevski. 
Il suo bel viso mi fa disgusto, io disprezzo le sue idee per- 
v<;rtite — ma non lo mando via perchè sa fare la sua parte 
come un buon attore, e quando Io sento recitare, l'eco delle 
memorie passate si risveglia in me.... (dopo un ìnotnento di 
silenzio). Con che cosa posso riempire la mia vita? L'arte? 
La scienza ? Anche se le amassi desse non potrebbero vo- 
lermi bene, perchè non sono es.seri viventi. Nessun dovere, 
nessuno scopo, nessuna base nella mia vita ! Tutto ciò che 
forma il mondo delle altre donne , la loro felicità , la loro 
consolazione, la loro forza, le loro lacrime, i loro sorrisi — 
tutto ciò non esiste per me ! Moralmente sono una mendi- 
cante : non ho alcuno al mondo; come un'orfana, non ho 
nessun essere per il quale vivere. Non .sono nemmeno libera 
di desiderare una vita onesta e tran(|uilla ; non posso fare 
altro che nutrirmi delle memorie del pa.ssato , quando ero 
l'innocente, l'onesta, l'amata Jadviga !... Ma di nuovo ho 
dimenticato il nostro accordo! Oh! scusatemi!... 

Lko. Signora Jadviga , la vita è diventata molto iniiic.iia 
per entrambi... Ma se io mi sentissi infelice come voi , ab- 
bandonato intieramente a me stesso, l'amore di un ideale — 
tlel mio paese — mi rimarrebbe. 

Jadv. {meditando). L'amore d'un ideale, del proprio paese... 
ceco qualche cosa di grande e di nobile. Voi glorificate il 
vostro paese; con ogni vf>stro quadro glorificate il suo nom*; 
ma che posso fare io ? 

Leo. Soffrire con rassegnazione, fare il proprio dovere, ciò 
potrebbe costituire uno scopo per vivere ! 

Jadv. Ouali doveri? mostratemeli! l'n amore- iileale non 
« surticiente a riempire la mia vita. Io sono una donna, debbo 
attaccarmi come l'edera a (jualche cosa, senza di che ca- 
scherò a terra e si camminerà, senza dubbio, sopra di me ! 
{toH passione) Ah ! si ! Almeno io potessi rispetliire mio 
marito... 

Lko. Fermatevi, signora Jadviga ! .No* ho il diritto di sa 
pere le vostre relazioni di famiglia. 



A CHI LA COLPA 439 

Iadv. Questo è vero; non il diritto, ma neanche il dovere, 
né la vosjlia. I cuori amici soltanto sanno consolare quelli 
che sotlVono, sanno inspirare la simpatia ! Voi vi siete perso 
guardando le stelle; la ruota delle miserie umane si volge e 
si rivolge, ma voi non voltate nemmeno la testa, benché le 
grida della miseria s'elevino alte... e questo è avvenuto per 
colpa vostra ! 

Leo. Colpa mia ? 

Jadv. Ah ! non prendete alla lettera quella espressione se- 
vera , non mordetevi le labbra {incrociando le braccia). Non 
voglio farvi rimproveri ; vi ho perdonato da lungo tempo e 
ora io — la donna leggera che tutti vedono tanto allegra — 
SQUo in verità tanto povera che non ho nemmeno la forza 
di odiare ! 

Leo. Basta. Ho sentito la vostra storia; non voglio dirvi 
l« mia ! Se la sentiste . un peso ancora più terribile vi cur- 
verebbe le spalle ! 

Jadv. No ! no ! era una volta possibile per noi di essere 
felici — ma non lo siamo stati ! Ecco la colpa di tutti e due ! — 
Che disperazione pensando che ci siamo separati per una 
inezia , per una espressione detta senza secondo fine — Se- 
parati per sempre... {si copre il viso con le mani) senza spe- 
ranza ! senza possibilità di salvezza ! 

Leo. Questa espressione detta da voi senza riflettere, vi 
pareva un'inezia, signora, ma io la ricordo ancor oggi col 
mio cervello e col mio cuore. Allora io non era un pittore 
celebre come oggi ; ero povero , aconosciuto , e voi eravate 
tutto il mio avvenire, l'unico scopo della mia vita, tutta la 
mia ricchezza... 

Jadv. Oh ! Leo ! che sogno di felicità ! . 

Leo. Ma io ero fiero, perchè sentivo la scintilla della di- 
rinità in me. Io vi amava sopra ogni altra cosa , e il mio 
cielo era senza nuvole, finché — una sera — quello che è oggi 
il vostro marito, si è mostrato, e la sera dopo — si, sì, era 
la sera dopo — mi avete detto che voi mi davate più di 
quello che ricevevate... 

Jady. Leo ! Leo ! 

Leo. Fino ad oggi non ho saputo spiegarmi il perchè di 



440 A CHI LA COLPA 

Ciucilo schiafto dato alla mia superba miseria ! Non è possi- 
bile che abbiate amato quell'uomo, allora; eppure appena 
lo vedeste , mi avete umiliato. Ci sono cose che un uomo 
che si rispetta non può tollerare, perciò quelle parole furono 
le ultime che vi intesi jìronunciare,.. 

Jadv. Debbo frenarmi, in verità, quando sento la vostra 
accusa ! Appena quell' uomo si è mostrato , siete scoppiato 
in gelosia. — Io vi ho detto « che davo più di quanto rice- 
vevo «> e voi avete pensato che parlassi del mio danaro, in- 
vece parlavo del mio amore per voi. Mi avete creduta ca- 
pace di questo .-' È questa la ragione per cui non mi avete 
mai perdonato .-' È questa la ragione per cui mi avete abban- 
donata guastando la vostra vita e la mia ? 

Leo. e troppo tardi per parlare di tutto ciò, troppo tardi ! 
Voi ben lo sapevate allora e ben lo sapete oggi , che non 
era possibile comprendere altrimenti le vostre parole crudeli. 
In vostro marito avete subito veduto un uomo del vostro 
mondo e al quale volevate tanto bene al punto che giudicai 
tjuel mondo esser più caro a voi del vostro amore ! questi 
miei dubbi voi non li avete mai calmati; vi siete divertila a 
sollevarmi con la vostra mano ; io in un momento , quando 
erano oltrepassate tutte le misure , in un momento di umi- 
lia/ione , ho rifiutato «|uella mano. Voi , voi lo indovinaste 
allora; voi oggi lo sapete. 

Jaijv. Lo .so oggi , ma non lo indovinai allora 1 Ve lo 
giuro per la memoria della mia cara madre ! Ma , se anche 
ciò fosse , perchè non avete mai perdonato ? Oh ! Dio ! in 
verità io perdo la ragione ! Non e* era né tempo, né mezzo 
per dare schiarimenti ! Siete partito e non vi siete più mo- 
slraicj. Che potevo fare io? c|uando vi ho visto per l' ultima 
▼olta, tanto adirato, il dolore mi stringeva il cuore e — mi 
fa vergogna dirlo — vi ho guardato negli cxrchi come tm cane 
che cerca di far calmare la rabbia del padrone con la sua 
"(onmiissione ! Pensavo Ira me stes.sa : quando verrà il mo- 
uu-nto (li separarci , prenderci la sua mano con tanta tene- 
rezza I he lui mi perdonerà... .Ma non mi avet« dato la mano ! 
Mi avete .soltanto i^ulututa con freddezza. Allora pensav» : 



A CHI LA COLl'A 44 I 

ritornerà domani — ma trascorsero un giorno, due, poi una 
settimana un mese... 

Leo. e poi vi siete sposata ! 

Jadv. {con passione). Sì, le lacrime inutili ed il tempo mi 
convinsero che quella separazione era per sempre ! Allora la 
rabbia contro di voi è entrata nel mio cuore col desiderio 
della vendetta. A me non importava che la mia vita fosse 
rovinata con questo matrimonio. L' ho fatto, come si fa un 
.salto dalla finestra nella disperazione, perchè mi sono detta : 
queir uomo non ti ama e non ti ha mai amato ! 

Leo. Signora, non bestemmiate ! Non mi fate dire più di 
quello che voglio dire ! Io non amarvi ? Guardate dentro 
I' abisso che avete aperto sotto 4' mie piedi ! Contate le notti 
senza sonno, nelle quali mi sentivo dilaniare il cuore dal do- 
lore; contate i giorni durante i quali gridavo il vostro nome. 
come si grida quando si è fissi in croce ; guardate questo 
viso dimagrato, que.ste mani tremanti... e ditemi, ditemi an- 
cora che non vi ho amato ! Che ne fu della mia vita senza 
di voi? Oggi la mia testa è coronata d'alloro ma qui , qui 
nel mio cuore, sento un dolore senza fine! Qui, qui c'è la 
miseria senza lacrime, ne' miei occhi è buio eterno. Oh ! per 
Iddio che sa tutto ! vi ho amato con ogni goccia del mio 
sangue, con ogni mio pensiero!... quando vi ho perso, ho 
perduto tutto; la mia luce, la mia forza, la mia fede, la mia 
speranza, ogni desiderio di vivere, e non soltanto ogni feli- 
cità, ma il potere di essere felice. Donna ! capite ciò che vo- 
glio dire ? Ho perso il potere di essere felice ! E io non vi 
ho amato ? Iddio sa quante notti ho gridato : Oh ! Dio ! 
prendete la mia fama, la mia vita, in cambio di un momento 
con la mia Jadviga... 

Jadv. Oh ! basta, basta :... Leo, io vi amo ! 

Leo. Mia Jadviga ! (La tiene sul suo cuore : uu nionieuto 
di silenzio). 

Jadv. Finalmente ti ho ritrovato ! Ti ho sempre amato ! 
Ah ! come .sono stata infelice senza di te ; non potevo più 
vivere senza di te, e per ciò ti ho fatto venire qui oggi. Se 
non fossi venuto, qualche cosa di terribile sarebbe accaduto 1 
Adesso non ci separeremo mai più , non saremo mai pii 



442 A l.HI LA COLPA 

adirati l'uno contro l'altro, non è vero? («;/. moinenio di 
silenzio^. 

Leo. {Co/ne risvegliandosi da un lungo sonno). Signora oh ! 
signora ! perdonatemi ! 11 presente mi parve per un momento 
il passato e mi sono abbandonato ad una illusione ! Perdo- 
natemi signora ! 

Jadv. Ma cosa, cosa dite, Leo? 

Leo. {coti severità). Io ho dimenticato per un momento, 
signora, che siete la moglie di un altro ! 

Jadv. Oh ! tu sei sempre stato giusto ed onesto ! Tu hai 
ragione; non vogliamo far del male ! Ti riconosco, mio grande, 
mio nobile Leone ! La mano che ti offro oggi è innocente, 
io lo giuro ; perdona anche a me 1' i-stante d' oblio !... Ec- 
comi : non sarò , perù , tua (ino a che non avrò la mia li- 
bertà. Ma io so di già che mio marito darà il consenso al 
nostro divorzio. Gli lascerò tutta la mia fortuna , e poiché 
una volta ho ferito la tua fierezza , perchè la colpa era la 
mia — sì , era la mia — tu mi prenderai povera — con un 
solo vestito — non è vero ? E sarò la tua moglie e sarò one- 
sta e buona e amata ! Come ho desideralo con tutta l'anima 
mia «juesto momento ! Non posso pensare al nostro avvenire 
senza piangere , Dio è tanto buono ! Quando tu la sera ri- 
tornerai dallo studio non ti troverai più tra le squallide mu- 
ra , ma io ti aspetterò , io dividerò ogni gioia con te — e 
(Igni dispiacere! Lì dividerò con te con una crosta di pane !.,. 
Ah I non posso trattenere le lacrime !... \'e<li non sono cat- 
tiva, io ero soltanto povera. Ti ho sempre amato ! Se non 
fosse stato per la tua fierezza , questo momento di felicilA 
sarebbe venuto lungo tempo prima. Dimmi ancora una volta 
che tu m'ami, che sarò tua moglie quando sarò libera, dim- 
melo, Leo... 

Leo. No. signora... 

Jauv. {spaventata) Leo? Leo? Forse non ti ho ben capito? 
Non pos.so credere che , vedendomi sospesa sopra l' abisso, 
con le mani mggrap|>ate :d bordo voi, voi invece di darmi la 
mano, mi calpestiate It dita... No, questo non può essere! 
siete troppo buono per fare una cosa simile ! Non mi rifiu- 
tate I La vita senza voi, adesco, mi sarebbe davvero inutile! 



A CHI LA COLPA 443 

Non ho nessuno al mondo che voi e vedete bene, che per- 
dendo voi , non perderei soltanto la felicità ma ogni senti- 
mento buono che esiste in me, tutto ciò che adesso sospira 
per una vita onesta, quieta, buona ! Tutto ciò sarebbe finito 
jier sempre ! Voi non lo potete forse sapere come voi stesso 
sareste felice nel pensare che mi avete salvata ! Ma tu mi 
ami — come sono persuasa — tu 1' hai detto ; 1' ho sentito, 
ed io adesso come un naufrago ti tendo le mani , Leo; — 
Oh ! Leo — salvami ! 

Leo. è tempo di finirla con questa tortura morale. Si- 
gnora ! Io sono un uomo debole — io farei tutto ciò che voi 
volete, se non fosse che le mie sofferenze e che il mio cuore 
morto non sono capaci di darvi altro , adesso , che la mia 
compassione. 

J.'VDV. Non mi amate ? 

Leo. Non ho più il potere di essere felice, ve 1' ho detto. 
Vi ho amato. Il mio cuore batteva alla memoria di questo 
amore , come alla memoria di una donna morta ! Col mas- 
simo dolore, torturato, ve lo dico : no, non vi amo ! 

Jadv. Leo ! 

Leo. Abbiate compassione e 'perdonatemi ! 

Jadv. Non mi amate ? 

Leo. Ciò che è morto non può risuscitare... mai. Vi dico 
addio... 

J.'^.DV. {dopo UH momento di silenzio). Se credete di avermi 
abbastanza umiliata, che mi avete dato schiaffi sufficienti, che 
avete compiuto la vostra vendetta , allora andate... ma no, 
no ! non andate ! abbiate compassione. 

Leo. Compassione? Che Iddio ve l'accordi.... e anche a 
me Jadviga !... {se ne va). 

Jadv. Tutto è terminato ! 

Cameriere {entrando). Il conte Skorzevski 1 

Jadv. Ah ! fatelo entrare, fatelo entrare... Ah ! Ah ! Ah ! 



Fine. 




Nella Vita e nella Scienza 



1 residui delle industrie e i residui della vita. 



Lo studio dei fenomeni della natura ha condotto oramai 
alla constatazione di un fatto che tanto più apparisce evi- 
dente, quanto maggiormente si va allargando il campo delle 
conquiste scientifiche: la vita , in tutte quante le manifesta- 
zioni che di essa si hanno nell' universo, non è che il risul- 
tato delle trasformazioni che subisce la materia, ed ogni tra- 
sformazione, ogni cangiamento che su di questa si verificano, 
non sono che manifestazioni di vita. 

Queste trasformazioni e ciuesti cangiamenti, quantunifue si 
compiano attraverso i periodi di cicli determinati , per cui 
dopo un certo numero di episodii, diciamo cosi, si torna al 
punto di partenza, sono innumerevoli e variabili all' infinito: 
variabili secondo le diverse epoche della vita del nostro pia- 
neta , a (juanto ci dicono le traccie rimaste nelle viscere d« 
esso; variabili secondo i luoghi ed i climi , a quanto vedia- 
mo dalle diverse regioni della nostra terra; variabili second» 
le condizioni transitorie che per tante cause accidentali pos- 
sono prodursi in un medesimo posto, come agevolmente ve- 
rifichiamo ogni giorno per nostra esperienza; variai)ili anche 
dipendentemente dagli artilìcii cht- 1' ut uno, spfii.iliiwnlr da 



NKLLA VITA E NELLA SCIENZA 445 

qualche tempo a questa parte va adoperando a suo vantag- 
gio con frecjuenza sempre crescente. E le piante trasformano 
la materia della terra, e gli animali la prendono da queste 
per modificarla ancora e per offrirla così trasformata ad al- 
tri animali, e l'uomo delle une e degli altri si serve per suo 
nutrimento, e tutti gli esseri viventi restituiscono al termine 
della loro esistenza all' alma genitrice ciò che da essa ave- 
vano preso a prestito per nascere, crescere e prosperare, per- 
chè altre piante, ed altri animali, altri esseri viventi insom- 
ma nascano, crescano e prosperino; e lo avvicendarsi si com- 
pie in maniera ininterrotta attraverso i secoli, che dico, at- 
traverso il tempo; mentre l'aria e 1' acqua circolando senza 
posa regolano la distribuzione della materia momentaneamen- 
te alterata dalle funzioni della vita organica ed inorganica, 
e l'equilibrio della quantità e della proporzione è, forse, l'u- 
nica cosa che rimanga fissa , immutabile , attraverso il can- 
giamento o, come dissero gli antichi filosofi greci , il dive- 
nire continuo. 



Fra tutte queste trasformazioni mi piace intrattenere i let- 
tori su quelle che più strettamente interessano 1' uomo , la 
sua vita, l'esplicazione della sua attività, per mettere special- 
mente in rilievo una tendenza già apertamento manifestatasi 
e le conseguenze che ne potranno derivare per l'avvenire. 

Quelle successive operate artificialmente dall' uomo sulle 
così dette materie prime, per raggiungere nelle industrie uno 
scopo determinato , producono dei residui che fino a poco 
tempo fa, in qualche caso venivano adoperati come concime 
o come nutrimento di alcuni animali; ma più spesso veniva- 
no abbandonati come rifiuti inutili, i quali finivano poi col 
divenire addirittura dannosi e per lo spazio sempre maggiore 
che ingombravano e per i danni che potevano derivarne alla 
pubblica igiene. Non sono però molti anni che le cose si van- 
no notevolmente ed utilmente modificando, perchè gli indu- 
striali cercano con ogni loro sforzo di trarre vantaggio dai 
residui, il che oltre al profitto commerciale arreca il benefi- 



446 NELLA VITA E NELLA SCIENZA 

ciò importantissimo di non alterare la salubrità dello ambien- 
te in cui r industria viene esercitata ed i i)rogressi della chi- 
mica permettono di compiere svariatissime operazioni che 
conducono a tale scopo, mantenendo costantemente una re- 
lazione di inferiorità fra il prezzo di esse e quello del pro- 
dotto che se ne ottiene. 

* 

* * 

Non sarà inutile addurre qualche esempio dell' opera van- 
taggiosa che si va compiendo sui residui industriali. 

Nelle fabbriche dei turaccioli di sughero ordinariamente si 
comincia dal fare quelli più grossi e si passa quindi grada- 
tamente ai i)iù piccoli utilizzando successivamente i pezzi ri- 
sultanti dalle operazioni compiute antecedentemente , sicché 
alla fine si hanno dei residui consistenti in una quantità di 
pezzi piccolissimi di tutte le forme da cui non si pussopo 
più trarre turaccioli e che per conseguenza , e ciò avveniva 
eftettivamente non molto tempo fa e forse disgraziatamente 
qualche volta avviene ancora, dovrebbero essere buttati via 
come roba inutile, mentre sono invece utilissimi poiché forni- 
scono dei prodotti altrettanto e forse più importanti del primo 
ricavatone. Infatti , sottoposti alla combustione , danno un 
nero bellissimo e resistente conosciuto sotto il nome di ?i^ro di 
Sfiatanti e precedentemente ridotti in polvere, po.ssono venir 
messi a profitto per fabbricare i così detti agg/otncrafi di su- 
ghiro ed il linoleutn. Per ottenere i primi si impasta la 
polvere di sughero con una specie di latte di calce ed alla 
pasta che così risulta , si fa subire il medesimo trattamento 
che si usa con la creta con cui si fanno i mattoni; il lino- 
U'ìnn poi si ha coprendo una tela con uno strato di pasta 
formata mescolando alla polvere di sughero V olio di lino 
essiccativo. 

Lo stesso si è cercato di fare con i residui, quasi simili a 
quelli del sughero , che si hanno nelle otìicine in cui si la- 
vora il legno, e si sono fatti dei tentativi per fabbricare delle 
mattonelle con la .segatura , il che dà il mezzo di utilizzare 
anche gli avanzi di altre industrie. Si hanno per far ciò di- 



NKLLA VITA E NELLA SCIENZA 447 

versi metodi, ma fino a questo momento non pare si siano 
ancora ottenuti risultati molto soddisfacenti. Più sicuramente 
vantaggioso è 1' uso che se ne fa nelle segherie e nelle offi- 
cine in cui gli strumenti del lavoro vengono messi in movi- 
mento da macchine a vapore, e dove si fa servire come com- 
bustibile per scaldare le caldaie di queste e sostituire com- 
pletamente il carbon fossile , purché si adoperino delle gri- 
glie speciali. 

Nessuno potrebbe immaginare che le acque che si hanno 
come rifiuto nell'operazione della pettinatura delle lane, pos- 
sano essere molto vantaggiosamente utilizzate; eppure fra i* 
residui che si ottengono dalle industrie , forse esse sono le 
più ricche di prodotti secondarii, talmente che secondo l'o- 
perazione che ognuna di esse compie sulla lana per rispetto 
alla pettinatura , si dividono in tre categorie , le quali deb- 
bono essere trattate separatamente e da cui si hanno pro- 
dotti diversi. 

Da quelle di una categoria , evaporate a secco , si ha un 
residuo il quale calcinato nelle storte dà un gas che può 
benissimo venire utilizzato per l'illuminazione ed un corpo, 
che trattato con l'acqua fornisce un composto potassico con- 
tenente dal 70 airSo per 100 di carbonato potassico puro; 
da quelle di un'altra contenenti una parte degli olii adope- 
rati per facilitare la pettinatiura delle lane, e del sapone im- 
piegato ad emulsionare gli olii, si ottiene una materia grassa 
che può servire alla fabbricazione dei saponi e di cui il prezzo 
varia fra le 60 e le So lire al quintale ; dalle ultime final- 
mente si ottiene anche della materia grassa, ma quantunque 
sempre con utile, con trattamento più complicato ed in quan- 
tità minore. 

Nelle tintorie con si.stemi piuttosto semplici si ricupera 
una parte della materia impiegata «ne Ila operazione ,0 nell 
operazioni compiute per raggiungere lo scopo , la quale di- 
versamente andrebbe completamente perduta e ciò rende 
meno costcso l'intero procedimento. 

Siccome si tratta del resto di cose che non sono molto 
recenti e quindi probabilmente ed in massima parte cono- 
sciute, stimo superfluo dilungarmi a parlarne e cosi pure del- 



448 NELLA VITA K NELLA SCIENZA 

l'utilizzazione dei rifiuti delle distillerie e delle raffinerie di 
zucchero, i quali si adoperano jjeneralniente come nutrimento 
degli animali, o come concime e quando non sono comple- 
tamente adatti a ciò, si rendono aggiungendovi opportuna- 
mente qualche ingrediente, il c)uale però costa sempre meno 
di quel che vale ciò che si ottiene dal rifiuto. 

Anche nelle officine metallurgiche e per le m.'icchine a va- 
pore si fa qualche cosa di simile. 

Un tempo i gas sviluppantisi negli alti forni si svolgevano 
liberamente e bruciavano arrivando a contatto dell'aria; ma 
"da 60 anni circa a questa parte è stato ad essi impedito di 
disperdersi e vengono utilmente impiegati. Dapprima sono 
stati adoperati a riscaldare l'aria inviata alle tubulature, a 
riscaldare i forni e sopratutto ad alimentare le caldaie delle 
macchine a vapore necessarie all' officina, specialmente delle 
macchine soffianti dei fornelli, delle pompe e di altre di si- 
mil genere ; in seguito , con quanto profitto è dimostrato 
dalle applicazioni che vanno diventando sempre più nume- 
rose, il potere calorifico dei gas per il passato ritenuti inu- 
tili, sia di quelli degli alti forni che di quelli dei forni a 
coke, si va usando per 1' alimentazione diretta di possenti 
motori a gas, talmente che Lencauchez ha detto gli alti forni 
costituire i migliori gassogeni. 

\"ì sono giA dei motori, financo di 200 cavalli i quali, ali- 
mentati in tal maniera funzionano benissimo , e si è giunti 
pure in alcuni motori a vapore ai tiuali per ragioni' speciali 
non è possibile applicare il condensatore, ad utilizzare il ca- 
lore e quindi la forza del vapore di scappamento facendo 
azionare da esso una turbine che può mettere in movimento 
anche due dinamo. 



La vita umana, considerata specialmente per rispetto alla 
collettività, può benissimo essere concepita come una gran- 
de, sterminata, possente officina industriale, a mezzo di cui 
si compiono trasformazioni importantissime su enormi quan- 
j titA di materie prime e che danno dei residui, si capisce, in 



NELLA VITA E NELLA SCIENZA 449 

ragione proporzionata alle materie prime adoperate. E in- 
somma un circolo del quale non si riesce a trovare dove ha 
principio e dove ha fine: maggiore è la (juantità di materia 
su cui si esercita l'attività della vita umana , maggiore è la 
quantità dei rifiuti che se ne producono ; e siccome nella 
loro generalità sono trasformazioni tali che senza di esse la 
vita non potrebbe svolgersi , tutto dipende esclusivamente 
dal numero degli individui che compongono la collettività. 

A fornire le materie prime e a trasformare ed eliminare 
i rifiuti delle trasformazioni compiute su di esse dalle fun- 
zioni organiche della vita umana, provvede largamente, come 
generalmente si sa, la natura ; ma se si pensa che la popo- 
lazione cresce con una rapidità assolutamente vertiginosa 
paragonata al tempo necessario perchè i laboratori! naturali 
possano esercitare la loro azione rinnovatrice ; se si pensa 
che a questa moltiplicazione vertiginosa si debbono aggiun- 
gere i rifiuti prodotti dagli artificii a mezzo dei quali 1' uo- 
mo esplica la sua attività, si trova subito la necessità dell'o- 
pera dell'istesso uomo per rendere più pronta l'attività rige- 
neratrice. 

Per rispetto alla conservazione dello equilibrio di propor- 
zione fra le diverse forme della materia, le varie trasforma- 
zioni sono tanto intimamente legate 1' una all'altra che non 
si può fissare il pensiero su alcuna di esse , senza passare 
dall' una all' altra scorrendole tutte , almeno quelle cono- 
sciute. 

La legge, che pure esiste , la quale ne governa l'ordine 
e la successione, forse ci sfugge nella sua totalità, tanto più 
che molto probabilmene noi non conosciamo tutte quante le 
varie trasformazioni della materia , ma intuiamo facilmente 
che quando l'uomo si contentava di usufruire naturalmente 
delle materie prime che la natura gli offriva, poteva , parlo 
sempre considerandolo nella collettività , attendere che essa 
stessa provvedesse a ripristinare le condizioni primitive di 
equilibrio turbato; ma, quando, con artificii e col moltipli- 
carsi rapidamente ha costretto la natura a dargli più di 
quanto essa era solita di offrirgli, si è reso necessario , da 
parte sua l'uso di artificii anche per il ritorno delle cose 

29 



450 NELLA VITA E NELLA SCIENZA 

allo Stato originario, per ricominciare poi da capo, non vo- 
lendo esporsi al rischio di vedersi mancare gii elementi più 
necessari!. 

L'uomo ad esempio con la respirazione mette fuori acido 
carbonico, il quale è necessario alla respirazione delle pian- 
te, le quali a loro volta emettono ossigeno ; quindi fra ani- 
mali e piante in generale 1' equilibrio sarebbe mantenuto. 
Ma se si riflette che un uomo nelle 24 ore produce in me- 
dia allo stato adulto litri 455.500 di acido carbonico, il che 
corrisponde in peso a gr. 900 e che la sola oflìcin ^ di Krupp 
ad Essen lancia nell'atmosfera tanto acido carbonico che cor- 
risponde a kg. 2.400.000 di carbonio si comincia a compren- 
dere come r attività respiratoria delle piante potrebbe in 
qualche modo essere insufficiente. 

Quanto al nutrimento, la terra certamente fornisce tutto 
il necessario ma fermandoci soltanto al grano che si consuma 
in tutto il mondo, Ray Stannard Baker nel Windsor Ma}^azine 
del Novembre 1900 ha calcolato che in esso vi sono 517 mi- 
lioni di persone che mangiono pane e che ogni anno questa 
cifra enorme cresce di otto milioni approssimativamente, sia 
per l'aumento della popolazione del globo , sia perchè ci 
sono popoli che vanno sempre in numero maggiore abban- 
donando il riso, la segala ed altri prodotti per il grano. Si 
è stabilito che in media una persona consuma ogni anno 
presso a poco 4 bushels e mezzo di grano (i), sicché per 
soddisfare il bisogno mondiale ci volevano secondo lo scrit- 
tore americano, tre anni addietro, 2300 milioni di bushels. 
Nel 1878 che fu un anno di straordinaria abbondanza se ne 
raccolsero 28S0 milioni, 580 soltanto più di t|uanti sarebbero 
stati strettamente necessarii due anni dopo, ma 1' anno pri- 
ma, rioè nel 1S97 se ne ebbero solamente 2220, ossia meno 
del suHiciente, in modo che alcuni paesi e segnatamente l'In- 
dia, furono visitati dalla fame. 

Da ciò si vede che all'aumento della popolazione che man- 
gia pane, sventuratamente non corrisponde l'aumento della 
produi^ione, i->l il 1(1. hn- fisi. n William Ci d. .ki-^ li. i calcolalo 

(i) Un luishels americano equivale a 35 litri. 



NELLA VITA E NELLA SCIENZA 45 1 

che dal 1931 in poi non si produrrà grano abbastanza per 
sfamare il mondo. 

Né ciò è tutto; le fognature delle grandi città versano ogni 
giorno residui per ora inutili, e qualche volta anzi dannosi 
nelle acque del mari e dei fiumi; i rifiuti che per natura loro 
non possono essere immessi nei corsi luridi si ammonticchiano 
in luoghi appartati, e col loro accumularsi diventano sempre 
più ingombranti ed imbarazzanti: sicché non il solo proble- 
ma di soddisfare ki fame dei popoli si presenta urgente, ma 
anche quello di sbarazzare i luoghi dove essi vivono dai ri- 
fiuti che sono una conseguenza imprescindibile delle funzioni 
della vita stessa. 






Ed allora si è cominciato a seguire la via aperta dalle ope- 
razioni compiute sui rifiuti delle industrie , si è cominciato 
cioè a cercare di mettere a profitto i medesimi rifiuti della 
vita per eccitare e rendere più attiva l'opera della natura. 

E mentre in tutte le parti del mondo si pone in opera ogni 
mezzo per moltiplicare le piante , si cerca contemporanea- 
mente di rendere più fertile la terra cercando di aggiungerle 
quegli elementi che possono renderne massima 1' opera pro- 
duttrice. E per ragioni di economia , e perchè facilmente si 
intende che deve compiersi il ciclo e che gli elementi della 
nuova vita debbono ricercarsi nella morte , si cerca di uti- 
lizzar a ciò tutto quel che è rifiuto , tutto qnello che è di- 
venuto ^inutile , che deve corrompersi , che deve in questa 
corruzione trasformarsi , per restituire alla massa comune gli 
elementi una volta presi a prestito. 

Come ho detto già i progressi compiuti dalla chimica, favo- 
riscono la titanica impresa , ed i buoni risultati ottenuti in 
quelle trasformazioni parziali e limitate che costituiscono le 
industrie danno affidamento di buona riuscita. 

Soltanto però una volta incominciato non si può dire dove 
si andrà a finire. E mentre mille ragioni una più importante 
dell' altra spingono ad operare su tutti quanti i rifiuti , e 
quindi l'industriasi impadronisce di quelli che non possono 



452 NELLA VITA E NELLA SCIENZA 

immettersi nei corsi luridi , per ricavarne un qualsiasi van- 
taggio, come ad esempio accade negli Stati Uniti del Nord 
America , dove i residui ammonticchiati nelle vie vengono 
raccolti ed accuratamente divisi in categorie secondo i diversi 
prodotti che se ne possono trarre, mentre si mettono a pro- 
fitto i fumi dei camini, i (juali contenendo ancora delle par- 
ticelle di carbone in sospensione, possono offrire del combu- 
slibile di prezzo inferiore a quello ordinariamente adoperato; 
mentre si è cercato di rendere concimi eflicaci molti rifiuti, 
aggiungendovi alcuni minerali trovantisi nelle miniere; men- 
tre si studia di trasformare le acque di rifiuto delle grandi 
città immesse nelle fognature , in maniera da non renderle 
nocive alla pubblica igiene, si è giunti pure a trarre dall'aria 
atmosferica 1' azoto di cui sono ricchi i minerali adatti alla 
fabbricazione dei concimi, a formare nei gabinetti di chimica 
i più importanti alimenti necessarii alla vita , a cercare in- 
somma i mezzi più diretti e più spicciativi perchè le funzioni 
delle trasformazioni necessarie alla vita , non vengano alte- 
rate dall' aumentare dei membri della collettività e da tutti 
gli artificii che ne sono la legittima conseguenza. 

« 

Il movimento dunque diventa addirittura vertiginoso e per 
le ragioni che ho dette innanzi si vede subito che a questa 
grande attività nel rendere pronte le materie prime a mez/o 
delle quali debbono svolgersi le funzioni della vita , deve 
corrispondere un' attività altrettanto grande, altrettanto sol- 
lecita nel restituire nella forma primitiva tutti i residui, i ri^ 
fiuti di queste funzioni alla massa comune. E facile preve- 
dere che in tal modo si arriverà a tal punto che la chimica 
diverrà la reggitricc suprema delle sorti dei popoli , e la 
scienza cessando di intluire indirettamente sulla vita di essi* 
con le conseguenze del progresso di cui è causa , diventerà 
la funzione più importante dell'organismo sociale ; le leggi, 
il commercio, le industrie subiranno radicali modificazioni; 
non più disagi e carestie, innumerevoli istituti chimici spar- 
geranno r abbondanza per tutto il mondo. 



NELLA VITA E NELLA SCIENZA 453 

Nel nuovo stato di cose è certo che la politica non potrà 
l>iù essere quella che oggi è : gli uomini politici dei nuovi 
tempi non potranno essere che uomini di scienza ; la divi- 
sione in partiti non potrà essere costituita che dalle diver- 
genze create dalla lìducia negli effetti dell' applicazione di 
una formola anziché di un' altra, e si avrà il vantaggio che 
i popoli non potranno più facilmente essere illusi , giacché 
da una parte l'individuo, la persona non rappresenteranno 
più nulla, dovendo i benefici! della politica di uno o dell'altro 
l^artito essere per forza di cose collettivi , e dall' altra essi 
sperimenteranno subito e praticamente, gli efletti di un dato 
indirizzo, e sapranno subito e facilmente che cosa pensarne. 

Raffaele Pirro. 



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Vi;i C.ilrtljiuto, •< Il Piazza .Muniti pio, n4-ó5 



Il P \ I V I y I 17 dipende da un microbo isolalo e studiato 
jA ljAli> 1Zj1i.ì nell'Istituto Pasteur di Parigi dal dott. 
Sabaurand. Furono sperimentate le sostante che facilitano Io svi 
luppo del micro-bacillo e le sostanze che l'ucciiiono. In base di que- 
sti studi e stata preparata la Ricinina a base di resina di ricino e 
sostanze antisettiche. Con l'uso della Ricinina muore il bacillo della 
calvizie , quindi i capelli non cadono più e rinascono se non era 
stata distrutta la papilla pilifera. Si distrugge la forfora e l'untume 
ohe rovina gli abiti. Non macchia la pelle , uè la biancheria. A ri- 
chiesta si prepara anche come tintura a gradazione ser.za aumenta 
di spesa. 

Costa L. 5 il flaccon, per posta L. 6. Quattro flaccon sufiicienti 
per vederne gli effetti costano L. 20 anticipate all'unica fabbrica 
Lombardi e Contardi, Napoli \'ia Roma 345 bis p. \). 




I LIBRI 



L'infanzia di l'Na Parigina — di Giulia Datuirl ; trad. 
di l'itiorio Pica — Torino, Renzo Strcglio ed. L. 2.00. 



Di Giulia Daudet, che fu aflettiuKa compa^'ua e iniclli- 
gentissinia, squisita collaboratrice del marito parla con la sua 
consueta, perspicace penetrazione critica X'ittorio Pica n^l 
saggio che precede /.'infanzia di una Paris^ina e Bimbi e 
mamme della scrittrice francese, da lui tradotti con amorosa 
cura e con vigile senso di arte. 

I ricordi della propria infanzia evocati dalla Daudet e la 
fine analisi psicologica della semplice e pi>r cosi oscura anima 
infantile, non solo conservano in ciuesta traduzione tutto il 
loro sapore di verità fresca ed ingenua, voluta dalla scrit- 
trice fuori dalle complicazioni di un passionalismo morboso, 
ma acquistano maggior pregio, adorni come sono di italiane 
leggiadrie ed eleganze. 

La pubblicazione di cjuesto nitido volumetto attesta I' at- 
tivit.'i e il fervore mirabili di Vittorio Pica, che sdegnando 
ogni riposo fa succedere un volume atl un altro, tra l'uno e 
l'altrij fascicolo delle sue « Sensazi()ni il'arte » e dell'* Espo- 
sizione di X'enezia » di cui ci occuperemo prossimamente. 



I LIBRI 455 

Alghe marine. — Versi di Paolo Guerra. — Sceber edi- 
tare. — Firenze. 

Al mollo dolcissimo di De Chabot, che Paolo Guerra pre- 
mette al titolo del suo volume , e che è tra le espressioni 
più melodiose e sintetiche trovate fin qui dalla poesia degli 
umani in cospetto di quella inefTabile delle cose : « C est 
V heurc de la mer; e' est l'hcure de l' amour » — queste pa- 
gine rispondono ad una ad una fedelmente , con musicalità 
orientale di ritmi e di rime, con eguale ininterrotta soavità 
di rinàscite e di abbandoni. Non saprei ricondurre Paolo 
Guerra ad alcuno dei poeti dell' ora presente ; piuttosto, se 
a quando a quando non facesse capolino nei suoi versi lo 
spunto d' una notevole , varia , profonda cultura scientifica, 
si potrebbe disegnarne 1' opera, logicamente, accanto a certa 
genialissima poesia d' oltr' Alpe , non certo scaduta oggi di 
attualità o d'interesse. Ma no: Paolo Guerra è solo ed è 
con tutti; le armi degli altri in sua mano diventano sue; egli 
resta uu' anima a parte, con le impressioni vivaci della sua 
natura complessa e e )n la cara semplicità dei suoi mezzi ar- 
tistici, 

Ecco, nel secondo sonetto Sull'alba, un risollevamento te- 
nuissimo, quasi triste, dell' anima passionata : 

O lieto sogno, fulgido d' ebbrezze, 
che sopisci del cor l' intime sfingi, 
e d' un eterno abbracciamento cingi 
la mia persona con le tue carezze; 

odimi : io sento adesso che ciascuna 
fibra s' esalta, e come per solenne 
prodigio il duolo piti non m' importuna 

Si che nitide al Sol vedo le antenne 
tutte spiegarsi della mia fortuna, 
onde in' arride gioventìi perenne. 

Ed ecco, in Marina di Pisa, l'espressione, anche più te- 
nue e melodica nella sua tristezza, dell' antico sconforto : 
Io da te mi divisi. Ed in quel giorno, 
fissando il mar che avea riflessi strani 
d' una bianchezza inusitata intorno, 



456 I LIBRI 

ebbi il presagio di sconforti immani, 
e vidi il nostro amor senza ritorno, 
il nostro amore che non ha domani. 

Il carme AmaM, già pubblicato a parte tre anni sono e lo- 
dato allora dal Carducci , non è però il componimento mi- 
gliore della raccolta, per uno studio troppo sottile e visibile 
della forma, che qua e là mostra in nudo conserto i metodi 
della poesia neo-oraziana. Piaccion molto di più Viareggio, 
Portofino, Di notte, l'erso la patria. 

Voci. — \'ersi di l'ederico de Maria — Sandron editore 
Palermo. 

Come pari al precedente per comprensione mirabile d 
quanto la natura gioiosa o desolata venga disvelando alla pò 
verta delle nostre menti attonite, così questo libro se ne dif- 
ferenzia per una combattività bizzarra di ideali e di metodi 
Federico de Maria entra in lizza anche adesso come un lot 
latore cui sian consueti i fervori e le acredini della mischia 
Ai suoi nemici, nel proemio, dirige un canto che s(|uassa e 
che atterra; nelle strofi vigorose del Fabbro mette come un 
rullo crescente di martelli e di tamburi ; ne Im batta- 
glia del ìnare dichiara e disegna le linee superbe dei suo 
cammino. E così sempre , di canzone in canzone e di epi- 
nicio in epinicio , quando non suoni invece nel verso , per 
inesplicabile pausa, una affettuosità per ciò appunto impres- 
sionante, come nel Canto dell' usignuolo, perlina incantevole 
venuta giù non si sa come tra le furie dell' uragano. Il con- 
trasto è vivo, ed accompagnato da antinomie bizzarre di .sen- 
titi riposi con le sonorità irrefrenabili predominanti : pure , 
mai 1' arte di Federico de Maria appare esser di maniera, né 
mai egli risponde meno che adequatamente al richiamo, 
dolce o febbrile, delle cose. 

La navigazione interna nki-la valle del Po— dell'In- 
gegnere Achille Fazio — Stab. tipografico Vesuviano, Portici. 

Nei riguardi dell' interesse economico e commerciale del 
Paese è fra noi conveniente, o no, allargare e completare la 
rete dei canali navigabili nella valle del Po , tenuto conto 
della fisionomia particolare che dà alla questione lo sviluppo 
chilometrico colà raggiunto dalle strade ferrate ? 



I MURI 457 

A questo problema, che ha occupato e spesso preoccupato 
non pochi dei nostri tecnici e recentemente una apposita 
Conunissione; che soventi volte ha fatto le spese di pregiu- 
dizi economici più o meno inveterati o di interessi finanziari 
estranei alla questione obbiettivamente considerata; a questo 
problema il chiaro e giovine A. dà senz'altro una soluzione 
negativa , confortata da prove statistiche e da ragionamenti, 
cui il meno che si possa riconoscere è 1' obbiettività più 
serena. 

Non posso — e me ne duole — coi lettori della Settimana 
esaminare partitamente il lato tecnico del lavoro — che, fra 
parentesi , è saggio di uno studio più vasto e minuto che 
vedrà la luce fra breve — ma per la loro cultura non sarà 
inopportuno eh' io renda conto delle conclusioni cui con in- 
vidiabile chiarezza giunge 1' Autore. Per completare la rete 
na\-igabile della valle del Po, da INIilano al mare, per prov- 
vederla di tutte le opere d' arte che possano giustificarne 
r esistenza ed assicurarle una utilità non solamente teorica, 
lo Stato dovrebbe sottoporsi ad una spesa d' impianto di 120 
milioni ; vale a dire , tra interessi di questa somma e spesa 
di manutenzione, ad un onere annuo di 9 milioni. Con ciò — 
si badi bene — non si otterrà altro vantaggio che quello di 
costringere 1' Adriatica , che esercita le ferrovie di quella 
regione, ad una riduzione di tariffa di circa due centesimi a 
tonnellata-chilometro, oltre il qual limite ai canali sarebbe 
assolutamente impossibile ogni ulteriore concorrenza con le 
ferrovie. L' Adriatica intanto , che per ora non ha natural- 
mente che pochissimo o nessun interesse ad abbassare le sue 
tariffe, ha peraltro dichiarato che, con prezzi cosi ridotti, un 
traffico intenso sarebbe sempre per lei perfettamente rimu- 
neratore. 

Ora lo Stato, il quale non è se non l'amministratore uni- 
versale del Paese , deve essere innanzi tutto pratico e , la- 
sciando r idealità di una -ricca rete navigabile (che sarebbe 
pure, senza dubbio, un titolo di gloria per l'Italia nuova), con 
l'erogazione annua complessiva ai soli 4 milioni circa, .sa- 
rebbe in grado : i'* di provvedere ad una manutenzione per- 
fetta ddle vie d' acqua esistenti; 2" imposta nelle imminenti 
convenzioni la riduzione già implicitamente accettata di 2 



458 I LIBRI 

centesimi a tomi, chilometro, di ottenere con una sua con- 
tribuzione diretta il ribasso di un centesimo. Cosi si conse- 
guirebbero tutti i vantaggi economici di una rete navigabile 
completa e, di più, una intensificazione del traflico, che quella 
non basterebbe a far sorgere. 

Attendiamo con gran desiderio il lavoro promesso al pub- 
blico dal chiaro A., che con tanta felicità sa render piana e 
dilettevole altrui il linguaggio bello si , ma poco accessibile 
alla comune, delle cifre. 

La correlatività psicofisica e la scienza della edu- 
cazione — di Natalizio Marotta. Cav. Niccolò Giannotta edi- 
to re, Catania. . 

Non è un predicare a gente convertita già , il parlare di 
equilibrio necessario tra le occupazioni fisiche e quelle intel- 
lettuali nella educazione dei fanciulli e , in genere , di un 
popolo ? Cosi dovrebbe essere oramai fra tanto lume di scien- 
ze pedagogiche e dopo tanti e tanti anni ciie semi^re e tutti 
si batte su queste note. Ma , purtroppo , cosi non è , e .se 
grandi progressi si son raggiunti nella pratica della educa- 
zione in un periodo relativamente breve di tempo , può 
bene a ragione lamentarsi che questo lato della questione non 
sia stato tenuto presente quanto meriterebbe, e ciò vuoi per 
una tal quale forza d' inerzia che ci lega a vecchi sistemi, 
vuoi anche per la pluralità degli ideali, che di volta in volta 
si propongono agli educatori. 

Non è dunque inopportuno toccare ancora di questo argo- 
mento, specialmente poi quando, come fa 1' A., in brevi pa- 
gine e con affetto vero *di educatore si tracci la sintesi di 
tutti gli argomenti che a confortare la tesi forniscono a gara 
la pedagogia, la fisiologia, la storia. 

.Solamente, poiché gli intellettuali d' ogni terra sono ormai 
persuasi — teoricamente almeno — delle belle cose che I' A. 
viene e.sponendo non sarebbe forse inopportuno , a nostro 
credere, che egli cercasse, con forma più piana ed accessi- 
bile, di parlare al popolo grosso , senza la cooperazione in- 
telligente del ciuale è vano illudersi che una qualsiasi inno- 
vazione, per (juanto evidentemente benefica, sortisca ^gli ef- 
fetti che sarebbe lecito sperare. 

r. s. 



LE RIVISTE 



Il cristianesimo attraverso i secoli. Primo evo cri- 
stiano. (Baldassarre Labanca — Rivista di Roma, 25 no- 
vembre). 

La religione di Cristo (poiché Cristo fondò una reli^s^ioite, 
non una chiesa), fu individuale, indiri;czata cioè, puramente 
e semplicemente, alla morale riforma del sentimento indivi- 
duale. Prese invece, più tardi, indirizzo sociale, e, mentre 
Gesù aveva sempre in sua vita, beneficando, raccomandato 
il dominio di Dio nelle anime, i suoi seguaci vollero farne 
un simbolo di vita comune ed attiva, trasportando nel campo 
delle parvenze e della coazione ciò ch'era destinato a restare 
culto intimo e rinnovatore dei cuori umani. Il « regno di 
Dio » negli evangeli sembra essere ora intcriore, ora este- 
riore, ora superiore, ma sempre esclusivamente. Bene com- 
parando i diversi passi, si vede come la radice di quel do- 
minio sia dentro di noi, e i rami si estendano fuori e sopita 
di noi stessi. 

¥. per vero non volle Gesù opporre d' un tratto chiesa a 
chiesa, tempio a tempio. Da perfetto riformatore, egli com- 
prese che un passato, ancorché insano ed infecondo, non sa- 
rebbe potuto distarsi d'improvviso; pensò quindi soltanto a 
preparare il « vino nuovo », lasciando al tempo la cura di 
mandare in frantumi le vecchie anfore. 

Il programma di riforma religiosa di Cristo viene ricapi- 
tolato a meraviglia dove leggesi: « Non crediate ch'io sia ve- 
nuto a disfare la legge ed i Profeti : non venni per disfare, 
bensi per compiere ». Amò dunque la religione come capo- 
saldo degli ordini civili; ma prepose al legalismo cerimoniale 
il moralismo reale, il regno di Dio, che doveva infiltrarsi e 
propagarsi nei cuori degli uomini. 

Sopra tutto, due immediate alterazioni si fecero del pen- 
siero di Gesù. Gli Evangelisti usarono promiscuamente le di- 
zioni « regno di Dio » e « regno dei cieli »: perchè il regno 



460 LE RIVISTE 

di Dio viene dal cielo; gl'interpetri invece si -aggrapparono 
senz'altro alla parola ed alle sillabe dei vangeli, giungendo 
al terribile amare cirlestia et terrena dispicere^, il cui fune- 
stissimo imperio è piaga d' ogni terra cristiana. Ancora, la 
sentenza di Gesù : Rei^ntiin fnetim non est de hoc tniindo — 
servi indirettamente a quegli interpetri di corta vista per con- 
fermare l'unilaterale loro principio. 

Era però fatale il socializzarsi della dottrina di Cristo, poi- 
ché ciò che resiste forte e continuo dentro di noi si mani- 
festa fuori di noi. Le prime comunità cristiane, vai quanto 
dire le prime chiese, si formarono e crebbero in seno alle 
famiglie dei primi proseliti {Atti ap. I, 13, 14; A'oni. X\'I, 6). 
Poi, cresciuta in ogni parte dell'impero di Roma la folla dei 
credenti, gli apostoli dovettero servirsi degli stessi locali 
prima frequentati da Giudei per le loro sinagoghe ( adu- 
nanze), l'aolo, giunto prigione a Roma, insegnò, per la li- 
bertà accordatagli, nelle sinagoghe della città eterna. Esiste 
ancora una chiesa, detta di S. Paolo della Regola, posta nel- 
l'antico (juartiere degli Ebrei, la quale fu allora una sinagoga 
giudaica, e che la tradizione ricorda ora come Se/iota Sanc/i 
Pauli. 

Prima del 70 i principali centri del cristienesimo furono 
Gerusalemme ed Antiociiia ; dopo del 70, Roma. Giunsero 
ivi, per subirvi il martirio, Pietro e Paolo, sotto Nerone; non 
potè ijerò il primo dimorarvi più di 3 o 4 anni. Tra i due, 
relativamente all' argomento importantissimo della circonci- 
sione, sorsero dissidi notevoli; ma troppi) ha voluto esagerar 
la cosa la scuola critica del Baur. Il contlitlo tra i due apo- 
stoli non fu né dottrinale né personale, ma locale, in quanto 
dipese dalle condizioni specialissime nelle (juali ciascun d'essi 
evangelizzava; il primo a Gerusalemme, attaccata alle tradi- 
zioni giudaiche, il secondo in Antiochia, dove i Gentili non 
volevan sentir jiarlare di circoncisione. 

Vivo Pietro, non potè parlarsi di supremazia della chiesa 
romana. Gesù gli aveva accordato un primato d'onore, non 
mai di giurisdizione, facendolo primo inter pares, non più. 
La primazia d'onore si mutò in ijuella tii giurisdizione, len- 
tamente, a datare dal 2" secolo. 1 passi, su cui vorrebbe fon- 
darsi l'imperio del vescovo di Roma ab tni/io, sono notissimi: 

« S. .Matteo, 16, 16: E Simon Pietro, rispondendo, disse: 
« Tu sei il Cristo, il figliuc»! dell'lildio vivente. 

« 17. E Gesù, rispondendo, gli disse: Tu sei beato, o Si- 
« mone, tìgliuol di (.iiona. conciossiachè la carne e il sangue 
« non ti abbian rivelato questo, ma il padre mio che è nei 
« cieli. 

« 18. Ed io altresì ti dico, che tui sei Pietro, e sopra que- 
« sta pietra io edificherò la mia chiesa, e le porte dell' in- 
« ferno non la potranno vincere. 



LE RIVISTE 461 

« 19. Ed io ti darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto 
« ciò che avrai legato in terra sarà legato nei cieli, e tutto 
« ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto nei cieli ». 

Ma questi passi sono ormai troppo scossi dogmaticamente 
e storicamente, anche se si voglia prescindere dalle violente 
persecuzioni patite nei primi tre secoli dalle chiese cristiane, 
e che non potevano permettere ai vescovi, presbiteri e dia- 
coni di quella chwresia, di assodare un dominio stabile e 
preponderante per la chiesa di Roma. Persecuzioni le quali 
però giovarono indubbiamente più alla religione di Cristo 
che a quella pagana, e che moralmente prepararono il pas- 
saggio dei supremi onori sacerdotali dal pontificato massi- 
mo, rinunziato dall'imperatore Graziano, al vescovato di Si- 
riaco. 

L'Egitto gli abitanti (M. A. Rieffel — Reznie blciic, 21 
novembre). 

Gli europei chiamano « arabi » gl'indigeni d'Egitto, ingan- 
nandosi cosi completamente sul conto di quella gente, che 
è invece tanto poco degna di simile qualifica, e tanto seden- 
taria da chiamare a dirittura pazzo chi imprenda a viaggiare 
per suo diletto. 

L'aspetto dell'egiziano è caratteristico: dalle spalle quadre, 
dal torso snello, dalle gambe sottili e lunghe. Le donne por- 
tano ancora, come un tempo, una larga banda di stoft'a ap- 
plicata sulla fronte e, così larga da coprire tutto il capo e 
riversarsi abbondantemente dietro l'occipite. 

Come tutti coloro che menino vita troppo sedentaria, gli 
egiziani sono assolutamente alieni da ogni effervescenza dì 
poesia sentita e spontanea. Mai un grido di entusiasmo, mai 
uno di quei canti che addormentano dolcissimamente il viag- 
giatore in terra di veri arabi, di veri turchi, di veri tartari. 
Solo, per rendersi men grave la fatica, 1' egiziano regola i 
suoi movimenti sovra una specie di ritornello monotono e 
banale, le cui note fondamentali, malissimo fuse, non sono 
più di tre o quattro. 

Poi, gli egiziani son sudici, estremamente sudici. Forse li 
spinge su questa via anche la scarsezza della legna, poiché 
per essa si è tra loro costretti a far uso, per riscaldarsi p per 
sostituire altrimenti l'ordinario combustibile, di ciò che i col- 
tivatori europei adoperano come concime. Con un sistema 
complicato di disseccamenti e di impasti, quella roba diventa 
infatti idonea alla combustione. 

Chi attraversi la Russia, ascolta venti volte al giorno una 
risposta tipica: nitchci'o ! cioè, niente! A questa espressione 
corrisponde con pari insistenza ed universalità, in Egitto, 
l'altra: ma lech ! cioè, non fa nulla!. I! che rivela una parità 



462 LE RIVISTE 

notevole di psicolosfia schiavesca nei due paesi, poiché è 
proprio dello schiavo, o di chi lo sia stato per lunghissimi 
anni, il non chiuder nell'anima se non un sentimento di ter- 
rore per una pena ipotetica, continuamente e virtualmente 
minacciata, e ad evitar la quale non siavi che il mezzo uni- 
laterale, semplicissimo, di negare sistematicamente tutto. 

Ed invero, l'egiziano è, per un verso, incurabilmente vile, 
e, se battuto, non si vendica mai; per l'altro, è sempre felice 
se gli capiti di mangiare e dormire comodamente senza la- 
vorare. Cosi, i mendicanti ed i ciceroni sono la gran piaga 
delle rive del Nilo, dove maggiore è il concorso dei fore- 
stieri, epperù più agevole il procacciarsi da vivere gabbando 
il prossimo. 

Nonpertanto va riconosciuto agli indigeni un merito note- 
vole: quello di avere custodito integro nelle loro famiglie il 
culto tradizionale, e di aver conseguentemente salvati dalla 
distruzione certa il tesoro meraviglioso di figurazioni pitto- 
riche e scultorie dovuto alle arti rappresentative dei secoli 
più remoti, di fronte alla ferocia iconoclasta dell'islamismo. 

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I NOSTRI eONeORSI 



Ritornando la stagione in cui tutti rientrano, dalle lunghe 
villeggiature, dai lunghi viaggi, in cui tutti cominciano o ri- 
cominciano a leggere, a discutere, a occuparsi di cose dello 
spirito, di questioni mondane, politiche, scientifiche, sociali, 
la popolare rivista La Settimana ricomincia le sue inchieste, 
dirette a esplorare la pubblica opinione e a far manifestare 
lo spirito e la cultura dei suoi numerosissimi lettori e anche 
delle sue numerosissime lettrici ! Questo sistema, tutto ame- 
ricano, si è, ora, largamente sviluppato in Europa e da tutte 
le parli, nelle riviste e nei giornali fioriscono le inchieste di 
ogni genere , dalle più semplici alle più bizzarre : ed è un 
grande interesse che si desta, in chi risponde e in chi legge 
le risposte. La Settimana di stamane, fa, dun<iue, tre doman- 
de ai suoi lettori. Kccole: 

1. Domanda diretta alle signorine abbonate della Set- 
timana: 

« È consigliabile, è utile , è simpatico che una giovinetta 
scriva, ogni giorno, il suo taccuino intimo, il suo giiyrnaUÌ 
Se sì, perchè? Se no, perchè?». 

2. Domanda diretta agli abbonati della Settimana, di ambo 
sessi e di ogni condizione: 

« Quale età stimate ragionevole perchè un uomo si ammo- 
gli: e perchè prescegliete tale età?». 

3. Domanda, (iiretta, indistintamente, a tutti i lettor! »• ?•• 
lettrici della Settimana: 



I NOSTRI CONCORSI 465 

« I titoli di nobiltà debbono conservare la loro legittima 
influenza e il loro prestigio, nella società moderna ? Si deve 
far la guerra ai falsi titoli?». 



* 



1° Concorso, per le sole signoi-ine abbonate : Mandare le 
risposte sino al 12 dicembre 1903, unendovi due fascette di 
abbonamento alla rivista. Primo premio alla migliore rispo- 
sta: una cinta di cuoio nero, lucido, con fibbia liberty. Se- 
condo premio: due spilloni per cappello. Terzo premio: una 
medaglia portafortuna. Le otto migliori risposte saranno pub- 
blicate nel numero susseguente alla chiusura del concorso. 



* 
* * 



2*^ Concorso, esteso ai nostri abbottati dei due sessi e di 
ogni condizione: mandare le risposte sino al 12 dicembre 1903 
unendovi due fascette di abbonamento. Primo premio, alla 
migliore risposta: un orologetto di argento bruciato, con nodo 
da sospendere. Secondo ~ remio: un portafogli di cuoio, con 
angoli di argento. Terzo premio: una medaglia portafortuna. 
Le otto migliori risposte saranno pubblicate. 



* 
* * 



3" Concorso, per tutti i nostri lettori, indistintamente: man- 
dare le rispo.te sino al 12 dicembre 1903, unendovi tre fogli 
rosei, ove sono ripetute le formule del Concorso. Primo pre- 
mio: un ombrellino d'inverno, per signora. Secondo premio: 
un ombrello per uomo, per pioggia. Terzo premio: una me- 
daglia portafortuna. Le dieci migliori risposte saranno pub- 
blicate. 



* 
* * 



Condizioni generali : le risposte non debbono superare i 
venti righe; potranno esser firmate con un nome o con uno 



30 



466 



I NOSTRI CONCORSI 



pseudonimo, da rivelarsi, poi, in caso di premio, alla Dire- 
zione. Inviare lettere a Matilde Serao, Direttrice della Selti- 
mana, Ottagono Galleria Umberto I 27. Preferibilmente, rac- 
comandare le lettere. 

La Direzione. 




PREMIATO GABINETTO OTTICO OCULISTICO 

Brevettato da S. M. il Re d'Italia 

FRANCESCO LA BARBERA 

Vlz^ Rorpa 136 nz^poli 

di rispetto alla Cbleiia Madooaa delle Grazie ed al MaKazzloI Gllardiai 
Multi, •lilcllusi iiolla \i-.la, non riescono a imvare i>. liliali adatti e liriiscoiio 

col guastarl.i maggiormente facendo uso di lenti male appropriate , e per 

dippiù <li pessima (|ti:ilità. 
Col si.stema generalmente adottato da molti ottici è dillìcilc una perfetta 

correzione e molti difettosi di vista cedono ad una scella più o meno adatta 

senza ottenere la precisa g^radazione. 

Al sopradetto Cahinetto Ottico il pubblico troverà II sistema più recente 

breve e sicuro acquistando le lenti di finissima lavorazione che • lO 

gli occhi e senza aver bisogno di cambiare di grado anno per .v le 

usualmente awii-ne a «lucile persone che (anno uso delle lenti oraiu.inc. 

OCCHIALI e STRINCINASI In ORO 14 karatl Lire 15. 
LENTI di CROW.NQLASSdllloa labbricailoae e CRISTALLI di ROCCA lafllall all' 



SI si'i:i)isii; 



A 1 AI I >i;i I (■, K \ 1 In 



A\ASSIA\0 BUOAi A\ERCATO 




11. TKAXRO 



« LcLÙ » DI C. Bertolazzi, al Sannazaro. 



Se Dio vuole, ecco qualche cosa che non è una pochade 
gonfiata da tutte le bugiarde magnificazioni che fanno da con- 
torno a certa roba d'oltre Alpe; ecco una comedia paesana, 
di un italiano che iia buon senso e ingegno d'artista, e che 
ha una tela, della logica e del movimento; ecco delle figure 
che «vivono», che hanno un' impronta personale — sia pure 
qua e là esagerata con un pò di rettorica troppo... teatrale — 
e che amano, ingannano, mentiscono e ammazzano come uo- 
mini e non come fantocci maneggiati da un burattinaio che 
non si vede ma si sente, quasi sempre, e fa indovinare i fili 
che muovono i suoi personaggi di cartapesta e stracci ! 

Ltilù non è un tipo ignoto al palcoscenico del nostro tea- 
tro di prosa: è una mima, figlia di un ciabattino e di una 
mezzana, che si apre una via calpestando cuori e fortune 
finché può, armata della sua bellezza che ammanta di pudica 
civetteria la sfacciataggine originale e della menzogna spu- 
dorata che le fiorisce di continuo sulla piccola bocca usata 
ai baci che si pagano sempre troppo cari.. 11 mondo dei Z'/- 
veurs la conosce, ma gl'ingenui abboccano all'amo, ed è così 
che, mentre de Farnesi — un mondano elegantissimo — non si 
stupisce afifatto di sorprenderla, nel quartino che egli le paga, 
con un giovanissimo amante, e fa a costui, con una cinica ed 
ironica indifferenza che desta fin l'ammirazione, la consegna 
formale delle chiavi di casa, il giovanetto s'innamora troppo 



468 il. TEATRO 

sul serio di lei e quando ella gli confessa, più tardi, che è 
per divenir madre per lui, la sposa, sapendo che. questo ma- 
trimonio ucciderà suo padre. Il secondo atto, nel quale ella 
fa la falsa confessione della sua maternità incipiente, si svolge 
nella stamberga del ciabattino, ed è l'atto che meno mi piace. 
Quell'ambiente di miseria e di vizio, quelle pareti nude sulle 
quali fanno pompa di sé due bandierine di raso — premii 
di veglione — , quella madre che fuma, bestemmia e tien bor- 
done alle tresche della figlia, quel padre ozioso e briacone, 
non sono abbastanza originali da far superare il disgusto con 
l'interesse che possano destare. 

Lu/ù moglie di un onest'uomo non perde le vecchie spo- 
glie di cortigiana e tradisce assai presto il marito per un in- 
gegnere che quello conosce in villeggiatura, ma che ella co- 
nosceva fin dai suoi tempi di baldorie. Il marito, l'ingenuo 
che le ha creduto, il figlio che ha fatto morire di crepacuore 
il padre per lei, sa (tutto il paese gli ha parlato, da un pez- 
zo, ed egli ha dubitato sempre), accorre, di sorpresa, una 
notte e giunge in tempo perchè l'altro scappi: ma oramai la 
sua vergogna gli è palese. Non dubita più ! 

E, nel primo momento di furore, è il marito tradito che 
accende in lui la vampa dell'ira e lo spinge verso di lei, che 
afferra per i polsi, che scuote, che maledice, in nome del 
padre suo: ma ella non confessa; ella mente, mente ancora.. 
-Ma un subito pensiero traversa la mente di quel marito : 
egli è per esser padre.. « E nostro figlio?» chiede, in una 
domanda angosciosa che è un urlo.. Sarà egli il padre pu- 
tativo di un bastardo ? Il dubbio è atroce. Egli « vuol sa- 
pere »; quel vincolo che lo unisce più saldamente a lei, (juel 
vincolo elle la fa sacra al diritto alla vita che hanno le ma- 
dri, è, tuttavia, un vincolo che egli può portare senza ros- 
sore ?. «Parla! Parla!»... 

Ed ella parla: ella non mente più, questa volta. Quei vin- 
colo non è mai esistito: ella non è stata mai incinta di lui, 
ella gli ha mentito.. «... Per sposarmi ! » aggiunge lui. con 
un ruggito. E la tragedia, breve, vera, terribile, si compie.. 
La menzogna della maternità Io ha colpito come una trafit- 
tura di pugnale: ella lo ha ingannato nella cosa più sacra» 



IL TEATRO 469 

ella non ha più nulla che lo unisca a lui : tutto il passato, 
tutto il presente, menzogna, infamia, tradimento, e nessun 
legame che possa più salvarla. In nome di che cosa ha ella 
il diritto di vivere se non è madre ? Ecco la sentenza rapida, 
tremenda, inesorabile.. E, mentre ella, presaga, si torce in 
ginocchio, nel terrore della morte, una piccola rivoltella lam- 
peggia, un colpo secco l'atterra.. E' finita: egli ha uccisa in 
lei tutta la propria giovinezza spezzata e distrutta, per sempre. 

* 

* * 

La fine della comedia è bella perchè è rapida e sobria: la 
gaiezza cinica di due atti e mezzo si spegne in una macchia 
di sangue che non ha il tempo di dilagare sul palcoscenico 
perchè la tela si abbassa. E quella morte, se giunge improv- 
visa, non giunge, però, inaspettata. Io, che ho 1' abitudine 
di raccogliere le voci del pubblico, durante lo spettacolo, ho 
inteso, quando il marito è ritornato in casa, affannando, in 
cerca della prova del suo disonore, voci gentili di signore 
che mormoravano, dai palchetti: Uccidila ! E' il tue-la di Du- 
mas ed è, anche, la spontanea interiezione con la quale un 
pubblico spontaneo accoglie, in un teatro popolare, al San 
Ferdinando, 1' ultima uscita del protagonista. Signor Berto- 
lazzi, sia lieto di questo : quando un pubblico aristocratico 
si commuove come un pubblico popolare, vuol dire che ella 
ha saputo toccar certe fibre, vuol dire che ella, in una pa- 
rola, ha vinto. 

* * 

L'esecuzione, mirabile. Emma Gramatica è stata una Lulìi 
a volte scettica, a volte bugiardamente graziosa, efficacissi- 
ma, nella scena finale; Orlandini, corretto e disinvolto come 
sempre; assai bene il Casilini, il Fabbri e la Del Moro. 

La comedia, naturalmente, ha avuto parecchie repliche. 

daniel. 



Sogno di una notte di estate 



(Novella) 



Massimo era solo. L'amico d'infanzia, iiuii veduto da anni 
e poi incontrato improvvisamente per la via , dopo il lieto 
riconoscimento era venuto, alle sette, a pranzare in casa di 
Massimo. E costui che trascinava pesantemente il fardello 
di un'estate cittadina, mentre tutti gli altri anni era partito 
nel mese di giugno, si riprometteva una buona serata di ri- 
cordi, in compagnia dell' amico ritrovato. Avevano, infatti, 
passato due ore insieme fra il pranzo, la sigaretta e i liquori, 
chiacchierando dei tempi antichi, cominciando tutti i loro di- 
scorsi con un // ricordi, sorridendo vagamente iille care me- 
morie che si affollavano alla mente, interrompendosi talvolta, 
dando in cjualche esclamazione di rimpianto, di nostalgico 
desiderio. Ma nella amichevole giocondità che aveva dilatato 
i loro cuori, si era presto infiltrato un senso di malinconia; 
avevano fatte vie tliverse ed erano diventati assai tliversi, in 
tutto; partiti dal medesimo punto, avendo flttto gli stessi stu- 
dii, l'amico era adesso un illustre avvocato di provincia, con 
moglie e figli, con idee pratiche e semplici, un |>o' appesan- 
tito di fibre e di spirito ; e Ma.ssimo se ne era andato per 
dieci <) (|uindici anni all'estero, tli kgazione in legazione, dl- 
ploniatico senza passione, indolente, non facendo carriera per 
la sua pigrizia, contento o non malcontento del suo posto dì 
segretario, bello come un meridionale l)ello, ma giA appas- 
sito, coi ca|)elli che si facevano radi sulla fronte e gli occhi 
smorti, non ricchissimo, ma abl);istan/a ricco, e adesso in- 



SOGNO DI UNA NOTTE DI ESTATE 47 1 

chiodato da un anno a Napoli, in licenza — in penitenza, di- 
cevano gli amici. Massimo era fine, originale, ma già consu- 
mato dalla sua esistenza, e segretamente oppresso da altre 
cure: l'amico era pieno di talento, ma forte e tranquillo, ri- 
masto un po' grossolano, chiuso nel buon senso provinciale 
che chiama follia l'originalità, e che si mortifica nel presente, 
per godere in un troppo tardo avvenire. Così, mentre l'uno 
raccontava all'altro la propria vita, colui che ascoltava, ap- 
prezzava, giudicava, freddamente giudicava, senza dire il suo 
giudizio in forma cruda, mitigando, è vero, per riguardo al- 
l' amicizia d'infanzia, ma facendo intendere come si trovas- 
sero lontani: e a un certo punto si guardarono in viso, per- 
chè pensarono di essere, oramai, due estranei ; ma non lo 
dissero. E forse, in fondo, Massimo invidiava all'illustre av- 
vocato di provincia la sua limitata ambizione e il suo assiduo 
lavoro, e la famiglia grassa, pacifica, al sicuro delle tempe- 
ste, e la casa messa alla buona, ma la casa degli avi, la casa 
dei figliuoli, e quel senso di praticismo, di serietà, di equi- 
librio, tutte le cose, infine, che gli mancavano; mentre l'av- 
vocato invidiava a Massimo la vita vagabonda ma aristocra- 
tica nelle Corti straniere, e l'avvenire che potea essere splen- 
dido, e la libertà di scapolo, e tutte le avventure di quella 
esistenza fantastica, e quella casa di giovanotto elegante e 
squisito, visioni che avrebbero oramai turbato i suoi sonni 
di provincia. A un certo momento, sospirarono ambedue. La 
serata era calda: dal balcone aperto del salotto dove fuma- 
vano, non spirava un soffio di aria: solo un acuto profumo 
di gelsomini veniva di fuori. Si accorsero di essere malinco- 
nici. Troppe cose del passato avevano ricordate, troppe pietre 
sepolcrali di persone care perdute, di amori morti avevano 
rimosse: tutto questo non si fa senza un triste piacere, e il 
piacere poi fugge, e la tristezza resta. Fumavano in silenzio, 
con la testa rovesciata sulla spalliera della poltroncina ; poi 
l'avvocato aveva guardato 1' orologio. Per cortesia, disse a 
Massimo: 
— \'ieni via con me ? 

Ma non si eran forse detto tutto? E non avevan forse 
fatto male, a dirsi tutto ? Massimo rispose vagamente che 



472 SOGNO DI UNA NOTTE DI ESTATE 

doveva scrivere alcune lettere urgenti; che si sarebbero ve- 
duti più tardi, alla Villa, verso le undici, senz' altro. Fred- 
damente, r avvocato promise di esserci, e si divisero, con- 
vinti che non si sarebbero riveduti quella sera, e forse mai 
più. Per dolce che sia il passato, esso è morto; e fantasmi, 
anche soavissimi, turbano l'animo dei più coraggiosi. Quando 
fu solo. Massimo si penti di essersi condotto a casa quell'a- 
mico: tante chiuse cicatrici avevano stillato sangue, in quelle 
due ore ! Mentre egli seguitava a fumare, nel salotto, udiva 
il suo servitore che riordinava la piccola stanza da pranzo ; 
e poco dopo, il giovanotto gli venne a chiedere se avesse 
bisogno di lui, in quella sera, che avrebbe voluto andarsene 
a trovare certi amici, per fare una passeggiata, con quel 
caldo così grande. Massimo, con una parola, lo licenziò: la 
porta si richiuse; egli era perfettamente solo. Ma la sua se- 
rata era perduta, postochè aveva voluto risalire imprudente- 
mente il fiume del passato, in compagnia di una persona 
che aveva amata: il viaggio Io aveva scoraggiato, facendogli 
perdere quell'ultimo resto di morale pazienza, che lo aiutava 
a tirare innanzi (|uella solitaria e fastidiosa estate napoletana. 
In queste ore di ribellione, sdraiato, abbandonato a una mor- 
tale spossatezza esteriore, mentre dentro gli si sollevava il 
cuore, egli fumava assai certe stupefacienti sigarette egiziane, 
che per lo più finivano per stordirlo : ma in quella sera di 
estate le sigarette gli si sfacevano fra le labbra strette ed egli 
le buttava via, semispente, a pezzetti. Andò al balcone: era 
al terzo piano di un gran palazzo di via Gennaro Serra, ed 
essendo più basse le case innanzi alla sua, pel livello della 
via, vedeva un po' di mare e un grande arco di cielo stellato. 
La notte era bellissima, con un gran palpito luminoso della 
Via Lattea; ma la brezza non veniva e l'aria opprimeva. Sen- 
tendosi avvampare la testa, solo, stanco e pure non potendo 
restar fermo, prese la penna e volle scrivere: ma improvvi- 
samente, innanzi alla carta bianca, si fece in volto più bianco 
della carta stessa, quasi che avesse veduto apparire non so 
quale visione, fra le penonjbre della stanza. Dalla via Gen- 
naro Serra, un continuo rumore di carrozze si udiva : tutti 
uscivano dalle loro case, tutti se ne andavano per le strade, 



SOGNO DI UNA NOTTE DI ESTATK 473 

a respirar meglio, a guardare le stelle, a godere la notte na- 
poletana bella, fresca nelle ore alte. Egli si fece di nuovo al 
balcone, soffocando: ritornò alla scrivania, si rimise a scri- 
vere, ma non vi riuscì. E perchè avrebbe dunque scritto ? 
A che servono le negre parole scritte sulla candida carta, 
nella effervescenza della solitudine, quando il parente, o l'a- 
mico, o l'amante che le riceve, le legge forse dinanzi a estra- 
nei, freddamente, ridendone? Troppo tempo e troppe cose 
passano fra il momento che si scrive e quello che si legge, 
fra chi scrive e chi legge, perchè una lettera serva a qualche 
cosa. Un organetto si fermò in piazza Monte di Dio, a suo- 
nare, con un metro largo, con un tempo largo, una canzo- 
netta assai allegra, la quale così diventava bizzarramente tri- 
ste; Massimo s'impazienti contro quel sentimentale o stanco 
suonatore di organino, che mutava una tarantella in marcia 
funebre. Forse il suonatore era vecchio ; forse aveva fatto 
una magra giornata; forse era un infelice, perciò usciva dalla 
sua mano quella nenia così stravagante. Massimo si abbassò 
sulla ringhiera del balcone, e da quell' altezza buttò a caso 
una moneta da due lire al suonatore. La musica, dopo un 
poco, tacque: e Massimo se ne dolse; ora si sentiva più so- 
litario, più annoiato, più insofì'erente che mai della sua di- 
mora in Napoli. Che fare, dove andare, dove portare il suo 
corpo e il suo spirito, con quali sciocchi, con quali indiffe- 
renti, con quali esseri detestaljili andare ? Come passare quella 
notte di estate? Non avrebbe avuto riposo, lo sentiva; e sen- 
tiva che non vi era rimedio alla sua agitazione. Andava e 
veniva dalla scrivania al balcone, macchinalmente, quando 
un sottile canto vicino lo colpi. Si fermò, ascoltando. Il canto 
veniva da un balcone poco discosto dal suo, anch' esso al 
terzo piano: aguzzò gli occhi, vide un'ombra bianca, era una 
donna che cantava una vecchia romanza del Tosti, poco nota, 
che è piuttosto un recitativo e che comincia così: 

// gallo canta; e i sogiii lidi o tristi 
Fuggon nel grande oblìo. 
Torna al mondo dei sogni, onde venisti, 
Larva delVanior mio 



474 SOGNO DI UNA NOrPE DI ESTATE 

La voce era tenue e un po' tremula, ma le parole si udi- 
vano distintamente. Massimo tese l'orecchio, guardò acuta- 
mente, e si accorse che la donna si dondolava sopra una se- 
dia, cantando, come se si cullasse ; aspettò che ella avesse 
finito, poi, piegandosi sulla ringhiera, chiamò: 

— Luisa, Luisa ? 

— Che volete ? — rispose una fresca e lieve voce femminile. 

— Buona sera: vi sto ascoltando, ma la vostra canzone è 
troppo triste. Perchè non ridete un poco ? 

— Così, ^er ordine vostro? 

— Ve ne prego: ridete. 

— A che servirebbe ? 

— Per rallegrare la mia infinita malinconia. 

— Voi, malinconico ? — e diede in uno .scroscio di risa fre- 
sco e limpido. 

— Brava, brava ! — egli e.sclamò, applaudendo. 

Lei, per parlare con lui, si era alzata dalla sedia, si era 
messa all'angolo del balcone, curvandosi per veder meglio, 
e non li divideva che lo spazio di una stanza ; le due case 
erano vicine. 

— Vi basta ? — chiese Lui.sa ridendo ancora. 

— Mai abbastanza. Sono un uomo morto, Luisa. .Ma tjuando 
sarò da quattro giorni nella tomba come Lazzaro, veniteci 
voi e ridete; io risusciterò, ve lo prometto. 

— Ci vedremo allora, non mancherò — diss' ella ridendo. 
Poi tacque improvvisamente. Massimo, per ringraziarla, si 

mise a cogliere dei gelsomini bianchi, odorosissimi, li rac- 
colse in pugno, tentò due volte di buttarglieli sul balcone : 
ma etano cosi leggieri che caddero in istrada, candidi, ro- 
teanti. 

— Peccato, peccato ! — gridò lei, che aveva indovinato il 
grazioso pensiero. 

K restò a guardare, giù, come se potesse ancora scorgere 
quella pioggerella di gelsomini odorosi. A un tratto, ella 
diede un piccolo grido: 

— Che è ? 

— Ne ho trovato uno per terra. Curazie ! 

Sul balcone di Luisa un'ala di ventaglio si agitava ed egli 
ne vedeva luccicare le stelline: 



SOGNO DI UNA NOTTI-: DI KSTATK 475 

— Siete voi, che avete quel ventaj;lio ? 

— Si ; perchè ? 

— Perchè pare un pezzo di firmamento. 

— Non mi burlate — disse lei un po' seria. 

Parlavano cosi tranquillamente, come se stessero in un sa- 
lotto di conversazione: ma le notti estive sono cosi belle a 
Napoli, ed è così naturale stare al balcone, o sulla terrazza 
o nelle vie , è cosi naturale la chiacchera all' aria aperta ! 
Certo l'elegante addetto non avrebbe fatto così a Bruxelles, 
o a Copenaghen, dove le notti sono gelide, e i balconi hanno 
triplici imposte: né con le dame della società sua, si sarebbe 
permesso una simile famigliarità. Appunto per questo egli 
trovava gusto in questa conversazioncella borghese con una 
semplice ragazza, da un balcone all' altro, dimenticando la 
profonda noia e il disgusto che lo avevano assalito mezz'ora 
prima. Adesso, sorgendo da quel poco di mare che si ve- 
deva dai balconi, un globo rossastro si levava nel cielo, e 
ascendendo, impallidiva, diventava roseo.... 

— .... ecco la luna, signor Massimo — mormorò lei, piano. 
Eppure egli udì. 

— E' una bellissima luna, Luisa — le rispose, con convin- 
zione. 

— Fra poco si nasconderà dietro quelle case, e non la ve- 
drò più — disse la fanciulla, sempre piano. • 

Egli udiva benissimo. A un tratto, chiamò: 

— Luisa ? 

— Che volete ? 

— Volete uscire, a veder la luna ? 

— Sola ? 

— Con me. 

— .... nossignore — disse lei, dopo aver esitato. 

— Perchè nossignore ? 

— Per questo — replicò Luisa, enigmaticamente. 

— Venite, via. Torniamo presto. 

— No, non posso. 

— Siete cattiva, sapete. 
Luisa non rispose. 

— Se non vi decidete, vado via solo. La notte sarà magni- 



476 SOGNO DI UNA NOTTE DI ESTATE 

gnifica e voi non la vedrete. Peggio per voi ! Sono abba- 
stanza vecchio, per non compromettervi. Volete venire ? 
.... non posso. 

— Buona sera. 

— Buona sera — mormorò ella, lentamente. 

Matilde Serao 

(Cotitinua) 



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LA PAGINA DE! GIUOCHI 



Cambio di Consonante-Sciarada incatenata 

Dell' «« aborro i ragli, d' un sul fine 
e dell' altro 1' inter che non ha fine. 



Aldo Arnaldi 



Falso accrescitivo 



Nornial, dico una morte ch'eccelsa s'infutura: 
Cresciulo, aggiro l'anima di tormentosa cura. 

Francesco Cianflonc 
Monoverbo semplice (3) 



c e 



// pi.iuiju- lii LdiaJ 



Rebus crittografico 

PEGGI S DROPISIA 



Calandrino 

Premio per questo numero 

Il cortese signor Ll'Uìi Trikaki, proprietario ili (pulii) s| 
rinumalissimo negozio ili ginielleria eil orerueria, in via k- , ^ 

279, non sapendo cedere alle nostre insistenti jìreMUirc, di otfnre ai 
valorosi solutori ed alle gentili solutrici dei giuochi della Sfttimana 
(lualche altro oggettino, lia voluto, questa volta, darci un premio 
li'un valore artistico ed effettivo assi>Uitamente straordinario, tale da 



LA PAGINA DEI GIUOCHI 



479 



far venire l'acquolina in bocca alle nostre gentili solutrici. Si tratta 
d'un anello d'oro massiccio, per signora con perla e smeraldo, art 
nouz'i-au, in elegantissimo astuccio. È "n lavoro deliziosissimo, pre- 
miato all'Esposizione di Parigi del iSj-'''- E', quindi , con vera sod- 
disfazione di napoletani , che diamo 1' annunzio di questo premio, 
considerando che oramai non si ha più bisogno di far venire dal- 
l'estero quanto si può facilmente trovare in Italia ed a prezzi conve- 
nientissimi, giacché sono queste le carattaristiche di tutti gli articoli 
del Trifari: eleganza, gusto, prezzi modicissimi. 

Il premio sarà assegnato dalla estrazione del lotto pubblico , 
ruota di Napoli. Vi potranno concorrere soltanto i solutori di tutti 
! giuochi. 

Le soluzioni, accompagnate dal relativo talloncino, che trovasi fra 
le pagine rosa, dovranno pervenire non oltre il secondo luned'i suc- 
cessivo alla pubblicazione dei giuochi. 



Soluzioni dei giuochi proposti nel numero 47 : 

/. Voragine {fati orgie); 2. Ter-v.K-no ; j. Arvionia {aj>ior> 
anima, tuia, riman, jXorvia),- 4. Regna; 5. Atitenore. 





Solu t 


ori 




Serie 


A 


I. 


Adamo Guido. 


25- : 


2. 


Amato Emilia, Ant. e Mario. 


26. 


3- 


Angelis (de) Ottavio. 


27- 


4- 


Assante Vincenzo. 


28. 


5- 


Avitabile Gustavo. 


29. 


6. 


Bagno (del) Enrico. 


30- 


7- 


Bernini Ida. 


31- 


8. 


Bertini Guido. 


32. 


9- 


Biel Virginia. 


33- 


10. 


Biasio (de) Maria. 


34- 


II. 


Bosco Raffaele. 


35- 


12. 


Carcano Anna. 


36. 


13- 


Carusio Adele ed Amelia. 


n- 


14. 


Cataldi Angelo. 


38- 


15- 


Cedraro Palmina. 


39- 


16. 


Cirillo Bernardo. 


40. 


17- 


Copte Filippo. 


41. 


18. 


Corte (della) Roberto. 


42. 


19- 


Curti Vincenzo. 


43- 


20. 


Dragotti Silvestri, 


44- 


21. 


Falanga Giovanni. 


45- 


22. 


Falco (de) Eugenio. 


46. 


23- 


Falcone Enrico. 


47- 


24. 


Farese Giuseppe. 


48. 



Ferrari Enrichetta. 
Fiorentino Anna. 
Foschini Carlo. 
Galizia Cristina. 
Gambardella Vincenzo. 
Gervasi Salvadore. 
Giacobini Antonio. 
Gigante Orlando. 
Gigante Ada. 

Giordani Rosina. 

Grassi Antonio. 

Ircanio Emilio. 

lulio (de) Adele 

Jovino Luisa. 

Landolfi Giorgio. 

Lembo Carlo. 

Lestuiski Vera. 

Lezzi Vincenzo. 

Limoncelli Roberto. 

Lodi Arnoldi. 

Longo Francesco. 

Luca (de) Bianca. 

Lucianelli Stellina 

Luciani Giuseppe. 



48o 



LA PAGINA DEI GIUOCHI 



Mango Giannina. 

Marini Saverio. 

Martelli Francesco. 

Martino (de) Ugo. 

Mauri Antonio. 

Micco (di) Concett. ed Ass. 

Morandi Domenico. 

Moroncini Ada. 

Musco Ettore. 

58. Najjpi Amedeo. 

59. Orlandini Maria. 

60. Pellegrini Alfonso. 

61. Periodico «Il Gerogli6co » 

62. Piccirilli .Matteo. 

63. Ridola Emma 

64. Romeo Bianca. 

65. Ros-selti Giuseppe. 
Rossi Pasquale. 



49. 

50. 
51- 
52. 
53- 
54- 
55- 
56. 
57- 



66 



67. Russo Emesto. 

68. Sansoni Benedetto. 

69. Santini Pietro. 

70. Savastano Emilia. 

71. Sele Giulio. 

72. Sermini Francesco. 

73. Serra Antonio. 

74. Sorgente Attilio. 

75. Sorrentino Mario. 

76. Spadoni Maria. 

77. Tammaro Riccardo. 

78. Tancredi Gilda. 

79. Tortora Gustavo. 

80. Troise Errico. 

81. Troncone Andrea. 

82. Vacca Edoardo. 

83. Venturini Elvira. 

84. Vercillo Giovanni. 



Secondo le solite norme, l'a-ssegnazione del premio 
dalla estrazione del lotto pubblico, ruota di Napoli, 
corrente. 



latA 

•> Ì2 



Il premio consiste in una mtdaglina porte botthfur tl'argento. 



• * 

Giusta l'estrazione del lotto iiubbim), ruota di .Naiw^iji, 1 premii 
promessi nel numero 46 sono toccati in sorte ai seguenti solutori; 

j.o premio: — Uno splendido, finissimo servizio completo, per sei, 
di bicchieri da tavola in vero cristallo di Boemia; dono d'un gusto 
incomparabile, d'una eleganza squisita , e d'una utilità evidentissi- 
ma , dovuto all'egregio direttore della Casa Rilhaki» Ginori, 
( piazza Municipio , angolo Santa Brigida ). — signor (Hulio SeU 
(numero 77). 

2.'> premio — Una elegantissima, splendida trousse con tre spai- 
zole finissime , ofTertn ai solutori dei giuochi della Settimana dalla 
imiH<rtante e fiorente Ditta Rakfakle Fiokk.stino FU G. (via 
Monteolivelo, 36), il migliore Em|K>rio di chincaglierie, utensili da 
cucina, ecc. il solo fornitore di t>ltiini cas.setti di sicurezza. — si- 
gnorina Bianca Romeo (numero 69' 

7.° premio — Un bellissimo lH)Cchino lii umbra, sputila ed argrnio, 
rartigurante un artiglio di aquila , che strium- un ut>vii di tortora, 
iiirtesemente offerto ai solutori «iella si- 

gnor Li'icji Tkikaki , proprietario dell > di 

oreliceria e gioielleria in via Roma 278-279. — signor Angeto Ca- 
taliti (numero 5). 



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dicembre, unendovi tre di questi fogli 
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verno, per signora. 

Secondo premio: Un ombrello per 
nomo, da pioggia. 

Terzo premio: Una medaglia jm-- 
tafortuna. 

Le dieci migliori risposte saranno 
pubblicate. 

Indirizzare lettere, con nome o pseu- 
donimo, preferibilmente raccomandate 
a Matilde Serao , Direttrice della 
SETTIMANA, Ottagono Galleria, 27. 



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MATILDE SERAO 



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ABBONAMENTI 

Anno . . . lire 12 )( Semestre. . . tire i 

Un numero: trenta centesimi 

CONTIENE: 

L'ingiuria politica e forense, Lino 1-"erriani. 

Rutii (versi), Virgilio La Scola. 

Il Sospetto inovellaì. L'mhkkto dk Sica. 

Giovanni Uanero e alcune lettere inedite delia famiglia borbonica , 

F. >L ("■ELORMINI. 

Piccolo poema del mare, Ceccardo Roccatagliata-Ceccardi. 

A proposito della recente scoperta sul Radium, Raffaele Pirro. 

A voi, piccoli martiri, LiiSA Gulio Uenso. 

La pagina religiosa, LnsA CriiLio Iìenso. 

I libri, K. I-. 

Le riviste, Ramxes. 

I nostri concorsi. La Direzione. 

Sogno di uni notte di estate (novella), ^Lvtilde Serao. 

La pagina dei giuochi. Il principe di Calaf. 



^^^f Magnifici premii gratuiti agli abbonati \ 



LA SETTIMANA 



INDICE del N. 50. 

I. L' INGIURIA POLITICA E FORENSE, Lino Ferriaìti pag. 481 — 
II. Ri'TH (versi), l'ir^i/io La Sio/a, pag. 4.S6 — III. Il sospf.tto 
(novella) , Umberto de Sica , pag. 4S8 — 1\'. Giov.xnni Dankko 

E ALCUNE LETTERE INEDITE DELLA FAMIGLIA BORBONICA, /-\ M. 

Cclormini, pag. 494 — V. Piccolo poema rel mare, Ceaardo 
A'occata^(;;lia(a-Ceccardi. pag. 503 — VI. A proposito della re- 
cente scoperta siL RADIUM , Raffaela Pirro , pag. 507 — 
VII. A VOI, piccoli martiri, Luisa Giulio Benso, pag. 519 — 
Vili. La pagina religios.\ , Luisa Giulio Benso , pag. 525 — 
IX. I libri, r. />. , pag. 529 — X. Le riviste, Ramnes, pag. 529 — 
XI. 1 nostri concorsi. La Direzione, pag. 539 — XII. Sogno 
DI UNA notte di ESTATE (novella), Matilde Serao, pag. 542 — 
Xlll. La PAGINA DEI GIUOCHI, Il principe di Cala/, pag. 560. 

ABBONAMENTI ""^ 

Un ANNO L. 12 

Sei mesi > 6 

Primo anno della SETTIMANA, dal 27 aprile 1902 

AL 31 dicembre 1902 » 8 

Abbonamenti per l' Estero (unione postale) 

Anno L. 18 — Seme.stre L. 9 

(Oli abbonamenti rnmineia no lìaì I. lii nani nt't^K 

fej^=' Inviare vaglia cartoline all' Ufficio Ottagono Galleria 
Umberto /.", 2j. 

1 manoscritti pubblicati non pubblicati non $i restituiscono. 



AGLI ABBONATI SEMESTRALI rLt"."":;..!"^':. , 

tildo Sorao Nel paete di Gesti o l'altro , d«lla luedetunui suàMnev 
La Madonna e 1 ganti. II voliiiuu preaoeito narA inviato <i rigore 
di pania , all' abbonato, l'rcghiern di i-i>iiiiuiicurci subito la loro 
•celta. 

INSERZIONI 

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1.* pagina intera L. 15 I 1.* pagina, intera L. 12 

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L'ingiuria politica e forense 




HI segue le cronache parlamentari e giudi- 
ziarie di questi ultimi tempi , avrà notato 
un fenomeno degno di esame, giacché im- 
plica un alto problema di educazione civi- 
le, che indubbiamente, viene turbato, scosso dal feno- 
meno stesso , in quanto rispecchia una degenerazione 
delle buone norme , che debbono governare ogni di- 
scussione tra persone , che per sapere , posizione so- 
ciale sono educate. 

Ora queste medesime persone , che , nelle abituali 
relazioni sociali, hanno tratto cortese, linguaggio tem- 
perato, sovente si trasformano nell' aula parlamentare, 
o in quella giudiziaria , e quando discutono perdono 
la correttezza, la dignità della forma , e sanno unica- 
mente sfogliare il dizionario delle contumelie più vol- 
gari. Una volta si diceva, per biasimare la parola vi- 
rulenta di un oratore « usò frasi punto parlamentari », 
oggi, per contro, si può affermare che le ingiurie han- 
no un terreno propizio e fecondo proprio là dove non 
dovrebbero spuntare, giacché si dovrebbe pur riflette- 
re, che se l'esempio non vien dall' alto, da coloro, cui 
sorridono coltura, elevata posizione sociale, e sui quali 
si posano di preferenza gli sguardi del popolo , sarà 
stolta pretensione da parte loro credere, che essi pos- 
sano educare questo popolo , e formargli 1' abito del 
rispetto agli avversari, della tolleranza nel discutere le 



482 l'ingiuria politica e forknse 

opinioni contrarie, del linguaggio mondo da ogni ple- 
bea volgarità. 

Comprendiamo, e ben si spiega psicologicamente, la 
frase pungente dell'oratore, specie quando lo investe 
e infiamma la passione vivificante il tema politico che 
svolge, ma ci sorprende dolorosamente 1' ingiuria ba- 
nale, che ormai regna sovrana nei Parlamenti italiani 
e stranieri, e nelle aule giudiziarie, convertite pur ta- 
lora in sale d'indecoroso pugilato. (Ci basta rammen- 
tare le recenti scenate nel processo Bettolo-Ferri). 

L'ingiuria volgare , feroce può spiegarsi nei tempi 
rivoluzionari, perchè preludiano alle vie di fatto, non 
in epoche di calma, e in cui l'uomo colto non deve 
mai perdere di mira che in lui è il dovere di concor- 
rere all'educazione popolare, d'ingentilire cioè i costu- 
mi delle masse tuttora rozze. 

Troviamo cosi qualche cosa di grandioso nell'invet- 
tiva del macellaio Legendre a Lanjouinais « Scendi 
dalla tribuna e t'accoppo » e nella risposta — in cui 
pur scoppietta lo spirito francese — di Lanjouinais : 
«Prima fa decretare che io sono un bue», e anche 
in certe ingiurie di Marat nell' Aìfii dii Peuple, di Ro- 
chefort nella Lanterne contro Napoleone III , mentre 
quelle di Hebert nel Pere Duchéne ci nauseano tanto 
sono triviali. Rileggendole ci ricordammo il turpilo- 
quio della Gogna del pazzo criminale Peri, che gavaz- 
zava nel reato satayiico — come avrebbe detto Carra- 
ra. — L'ingiuria — per rimanere ancora un pò in Fran- 
cia — s'accentua vie più di trivialità, con la decadenza 
dei costumi , sotto Luigi Filippt) , e così vediamo il 
gittimista La Mode usare un frasario da briachi , e 
seppure in quel periodico scrivessero persone d'alto ran- 
go. Non è, forse, dati i tempi, rigorosamente psicologica 
la definizione che dette Taine dell' oratoria rivoluzio- 
naria, ma torna opportuno ricordarla qui : ^« Una sco- 
lastica di pedanti spacciata con un un'enfasi di ener- 
gumeni ». — Triviale pure il linguaggio della stampa 
boulangista contro il Procuratore Cienerale Quesnay 
de Beaurepaire, che aveva avuto il torto di intuire come 



l'ingiuria politica e forensi-: 483 

sotto il brillante uniforme del òrave general si nascon- 
desse la volgarità ambiziosa del Dulcamara. Memora- 
bile invece per causticità dignitosa la risposta di Falloux 
agli attacchi personali di G. P'avre : « Le ingiurie se- 
guono le leggi della gravità, esse non hanno peso se 
non per l'altezza da cui cadono». Così del pari no- 
bilmente fiera l' apostofe di Cavallotti (ai tempi cri- 
spini) rivolta ad alcuni tumultuanti della destra « Co- 
scienze torbide, rispettate le coscienze tranquille». 

Abbiamo così a grandi linee, e anche con il sussi- 
dio di qualche ricordo storico abbozzata la fisono- 
mia dell'ingiuria parlamentare e forense ne' suoi aspetti 
nobili e volgari, ed ora è doloroso — ma la verità avanti 
tutto — dover rilevare come da parecchi anni la tribuna 
del parlamento e del foro sia in decadenza per il fatto — 
parlo in generale — che alla competenza intorno al sog- 
getto in discussione; alla potenza deirargomentare per- 
suasivo, spesso, si sostituiscono una verbosità clamo- 
rosa, chilometrica, imbottita di ingiurie plateali, che — 
se il male altrui può consolarci — è solo inferiore a 
quella che infuria nel parlamento austriaco , dove le 
offese minori, che gli avversari si scambiavano di re- 
cente, erano di «ladri ù'uffatori». Mancini, Pessina , 
Brofferio, Ceneri, Busi, Cuccia, Puglia ed altri illustri 
artisti della parola e dal pensiero profondo, che man- 
tennero pure le alte tradizioni della tribuna cortese, 
hanno fatto — ahimè! — poca scuola. Oggi, specie certi 
giovani aspiranti alla deputazione, si servono dell'aula 
giudiziaria per mettersi in vista, e per riuscire in que- 
sto scopo, fanno un grave rumore ; per cui ad essi è 
applicabile il monito satirico di Glùck : « grande salle, 
grosses w^/'^i' ». Strillano, tempestano il tavolo di pugni, 
offendono 1' a\^ersario, ledono la dignità del luogo, 
dove parlano, vanno a caccia d'ncidenti clamorosi e in 
tato battagliare incomposto, piazzaiuolo spesso dimen- 
ticano — oh ! inezie — il povero cliente , che vorrebbe 



484 I^' INGIURIA POLITICA E FORENSE 

meno pugni, minore oratoria mitingaia , e più argo- 
menti in suo favore. 

Il rimedio per tutelare il decoro del mandato legi- 
slativo e della toga che non devono mai contrabban- 
dare ambizioni folli che si estrinsecano con morbose 
forme teppistiche — può signorilmente fornirlo la pub- 
blica stampa, quella, s'intende, che è compresa dell'alta 
sua posizione sociale e però riverberante luce educativa. 

Deve essa volgere le sue cure assidue a educare nel 
popolo sensi gentili e in guisa che le masse diroz- 
zate siano le prime a biasimare e a condaimare chi si 
serve della parola non per discutere ma per vilipen- 
dere, chi indossa la toga come pretesto per suscitare 
rumore intorno al suo nome sconosciuto, chi converte 
la tribuna parlamentare in un mercato di erbivendole 
e cerca imporsi non con la vigorìa del pensiero sa- 
piente, della dialettica convincente, sorrisi dalla forma 
elevata, ma con il frasario rubato alle trecche. 

Non basta : la stampa onesta possiede altri mezzi 
terapeutici, che saranno fecondi di gran bene. 

Per tutti codesti parolai inviperiti, che discutono a 
base d' insolenze, e' è la doccia fredda del silenzio. Bi- 
sogna colpirli nella genesi del loro peccato. Si sbrac- 
ciano , smaniano , lavorano di gomiti , assumono pose 
gladiatorie per il senso della vanità che li agita. Eb- 
bene, ninno si occujjì di loro : la congiura del silenzio 
sarà santa , perchè mentre punisce il peccatore , vieta 
la ditiusione del contagio psicologico del male ; con- 
tagio dannoso più di quanto non possa apparire agli 
osservatori superficiali. 

L' uomo rozzo , con simili esemi)i . è sempre più 
educato alla scuola dell'intolleranza, ilella projiotenza, 
e perduto ogni concetto critico del senso della mi- 
sura, finisce per ammirare non coloro che sono mae- 
stri in logica e temperanza, ma gli attori che lo sono 
in contumelie , escaiulescenze , e allora nel suo entu- 
siasmo snaturato talora esclamerà (come io stesso più 
volte vidi) volgendosi ad \\\\ confratello : « Hai sen- 
tito, che belle insolenze ha dette l'avvocato al rappre- 



l'ingiuria politica e forense 485 

sentante la Parte Civile ? eh ! che uomo ! quello si 
chiama parlare ed avere buon fegato ». 

In questa guisa le aule parlamentari e quelle de' tri- 
bunali (dove il magistrato è spesso impotente a reagire, 
per r erronea solidarietà, sgorgante da un non meno 
erroneo spirito di carità, che unisce i buoni ai turbo- 
lenti) divengono scuole d' inciviltà , focolai di devia- 
zioni psichiche , centri d' infezioni amorali. Il buon 
senso, la logica, la nobile oratoria, l' educazione riman- 
gono debellati dalle verbosità facchinesca , e l' impro- 
perio oscenamente trionfa. 

Il rimedio, che ho suggerito , parmi buono : lo ap- 
plichi il giornale serio , che intende il suo apostolato 
educativo. 

Lino Ferriani. 




RUTH 



(FRAMMENTO) 




AMPI di falce, e giù rabbrividite 
Scemavano le spighe ai passi loro 
Quasi da V infiammato aer carpite. 



E sempre incontro a nuovi oceani d' oro. 
Dei mietitori la solinga schiera 
Si dibatteva in perpetuo lavoro. 

Ouand' ivi giunse improvvisa, leggera. 
Desio di spigolar col guardo espresse 
Candida e dolce 1' umile straniera. 

Ristretta in bende nivee, dimesse, 
Parve colomba dagli azzurri scesa 
O liberata a voi da 1' aurea m^sse. 

Parve che ne 1' immota afa sospesa 
Un alito adducesse de la spenta 
Primavera a lor cura, a lor difesa. 

Taciti i raccoltor de la sementa. 
Come a padrona che in suoi campi resta, 
Guardavano con anima sgomenta. 



RUTH 487 



Non sì tosto a cercar piegossi lesta, 
Ogni fuscello con fremiti umani 
Le vellicò 1' i^nude braccia a festa. 



•»■ 



Nere le chiome, pallide le mani 

S' intravedeano al biondo suolo errare, 
Curva, a la messe avvallamenti strani 

Mettea, coni' Euro allor che inclina al mare. 

Addietro la falciante opra sfinita, 

Dietro al baglior di quei fantasmi strani, 
Parca sfuggirle una parola ardita : 

« Abbandonate sul cammino, umani, 

— Se vi vien dato abbandonarlo — il pane ; 
Fate vi scendan le mendiche mani. 

Pria che lo calchi il pie di genti insane ». 

1898. 

Virgilio La Scola. 



!ì Sospetto 



(Novella) 

Tre colpettini dati colle nocche delle dita alla porta, 
evidentemente significativi, portarono un movimento ac- 
centuatissimo nella camera della marchesa Lidia de 
Soriani. 

La marchesa, lasciate che ve la presenti nella sua te- 
letta di mattina elegantissima. È una superba bruna, al- 
ta, di un'eleganza finemente aristocratica. Figliuola uni- 
ca, con un patrimonio di qualche milione, sposò or son 
due anni il marchese de Borlani, un banchiere notissimo, 
il quale fin dalla sua infanzia passò i migliori suoi anni 
a Parigi dove da gran viveur dissipò moltissimo in una 
vita estremamente elegante riducendosi, come tutti que- 
sti figli della gran vita, molle e disgustato d'ogni go- 
dimento. 

Stanco di questa vita emozionante , per la continua 
débauché nella quale erasi dato, pensò essere pur giunto 
il tempo di prender moglie. Ed una sera in un ballo 
di beneficenza dato all' Hotel du Quirinale a Roma , si 
imbattè con la figliuola del Comm. Badia , la buona e 
superba matrona come era conosciuta a Roma. Quella 
sera la Badia era attraentissima nella fine vestaglia cele- 
ste che mostrava un decoltè irresistibile , circondata da 
uno stuolo di adoratori. 

Il Borlani pensò: Ecco chi fa al mio caso. Io son ric- 
co, essa lo è egualmente; via non è a pensarci due volte. 

E da quella sera incominciò la sua corte insistente, 
adoprò, da vecchio ed esperto scapolo, tutta la seduzio- 
ne che si ha sempre a riservo per le grandi occasioni, 
ma inefììcacemente. La signorina Lidia, si mostrava fred- 
di.ssima. P'inalmente la chiese formalmente al babbo e 



IL SOSPETTO 489 

gli fu risposto un bel no. Ne si dette per vinto. La se- 
gui nei viaggi intrapresi da lei, le era sempre fra i pie- 
di, non mancava né ad un concerto, né ad una passeg- 
giata dove lei si recasse. 

Fu dopo un anno che la morte del padre della Lidia 
decise il matrimonio col marchese de Borlani che a fu- 
ria d'insistere era riescito vittorioso, tanto più che la si- 
gnorina Lidia restava sola in compagnia di una vecchia 
fidatissima governante. 

Trascorsi pochi mesi dal lutto, il puro necessario, si 
sposarono a Nizza. Triste quel giorno. Una funzione pas- 
sata senza feste , senza quel necessario cntoìirage di cui 
son piene queste cerimonie. La Lidia evidentemente lo 
sposava per un capriccio , per qualche bizza , forse, un 
capriccio, una bizza da donna. 

Passarono due lunghi anni. 

La vita fra questi due tipi era di una disparità di af- 
fetto e di sentimenti grandissima. Egli innamorato folle- 
mente era pazzo addirittura, essa mostravasi fredda, in- 
differente, chiusa in un mutismo schiacciante, nota tema- 
tica del suo carattere. 

Seguiva per altro la sua vita elegante , non mancava 
al teatro , ad una première , faceva la sua trottata con 
Bajardo il suo cavallo preferito ed a volte, rimaneva in 
casa a bearsi con una sua bambina un vero angioletto 
venuto a portare una dolce nota in quella eterogeneità 
d'affetti. 

li marchese era estremamente geloso e le sue pazze 
apprensioni lo rendevano, come tutti gli uomini colti da 
questa divorante febbre, ridicolo. 

Il marchese, dunque, entrò quel giorno repentinamente 
nella camera di sua moglie , tanto che la pesante tenda 
orientale si scosse tutta sconvolta da una mano nervosa. 

La marchesa leggeva con aria annoiata un libro di 
versi del de Musset. 

I tre colpettini erano giunti in tempo. 

Egli con l'occhio acceso di febbre , tenendo in mano 
la tuba lucida che gli tremava tra le dita, non si. move- 
va invaso da un nervoso, né parlava. Era confuso e le 
vampate gli salivano come fiamme roventi in sulla faccia. 



490 IL SOSPETTO 

La marchesa Lidia , lasciando per poco abbandonato 
il braccio che col libro andò a lambire la frangia della 
poltrona, guardandolo fisso gli chiese : 

— Oh voi qui, marchese? Come comparite senza farvi 
annunziare capitando come un audace ladro in came- 
ra mia ? 

— Da bando le frasi , marchesa — gli disse — avvici- 
nandosele e mettendosi a sedere sull'altra poltrona, gi- 
rando intorno l'occhio come di chi cerchi qualcosa. 

10 sono capitato qui perchè doz'ei'a, intendete, dozez>a 
capitarci — e sottolineò le parole guardandola fissa in viso. 

Ella non si scompose e affrontò quello sguardo ! 

* 
* * 

La camera della maichesa era avvolta in una penom- 
bra tenuissima. 11 piccolo letto di mogano intarsiato e basso 
era coperto da una serica coltre di damasco color nero, 
ciò che dava un senso di tristezza, una intonazione grave 
a quella stanza. Un tavolinetto da lavoro era li in un 
angolo, su cui messi cosi alla rinfusa mostravansi dei la- 
vori incominciati, ed un ricamo sporgeva dall'angolo del 
piccolo mobile cesellato. Un mazzo di viole doppie e 
di rose, messe a fascio in un vaso di Sévrfs, emanava 
acuto l'alito della primavera. 

11 marche.se aspirava a stento quell'aria greve e piena 
di snervante profumo. Credeva di venir meno. Poi vol- 
gendosi a sua moglie le porse una lettera ilicendole: 

— Leggete ! 

Ella scorse rapidamente lo scritto e con un indifferente 
disprezzo, increspando le belle labbra: 

— Vigliaccheria — dis.se — L' anonimo è vigliacco.... 
vigliacco quanto voi, che venite qui, preso all'amo, nella 
mia camera con la certezza di sorprendervi l'amante, di 
cogliermi in fallo, venite qui iitl insultare vostra moglie 
una donna onesta che non può difendersi, che forse non 
le credereste ; ma via cotesta non è che una bas.sa ma- 
novra nata dalla vostra gelosia di i-ui si fan giuoco i vo- 
stri amici. 

— Ma pure... interruppe lui — 

— Tacete e lasciate che vi dica in questo momento in 
cui mi si presenta 1' occasione , tutta la piena di questa 
amarezza racchiu.sa per due lunghi anni in cui, voi, con 



IL SOSPETTO 491 

le vostre continue investigazioni, con le vostre fisime a- 
vete ridotto me, la più infelice delle donne. 

La marchesa in piedi, appoggiandosi sullo schienale della 
poltrona s'era accesa in volto ed era semplicemente in- 
cantevole. Portò la mano agli occhi e la tenne jicr un 
pezzetto, come per fermarvi un'idea che le si era presen- 
tata alla mente. Egli subiva il fascino di quella donna 
bella resa tale più che mai da quello stato di eccitazione. 

Ristette cosi a guardarla mentre torturava la sua testa 
girandosela fra le mani. In questo entrò la bambina con- 
dotta dalla bonne. La piccina corse dalla mamma che 
l'abbracciò nervosamente indi dal babbo. Tutti e due si 
guardarono. 

Quell'intervento inatteso portò come un alito di benes- 
sere nell'animo di lui. 

La bambina fu fatta allontanare. 



* 
* * 



— Vedete — marchese, ella riprese, non appena la pe- 
.sante tenda orientale nascose la innocente che usciva da 
quella stanza di peccati — voi avete mostrato molta de- 
bolezza in questo vostro slancio affidandovi a poche righe 
di scritto ignobile e basso, per venire qui nella mia stanza 
a buttarmi sul viso una terribile ed obbrobriosa ingiuria 
che io fieramente respingo non toccandomi per niente. 
Ma ricordatevi che ciò che ora avete tentato contro la 
mia onestà di moglie e di madre, cadrà sulla vostra fra- 
gile coscienza di uomo sospettoso. 

Ricordate quella sera a Nizza i giuramenti vostri, il 
vostro attaccamento per me ? Ricordate le vostre parole 
piene di affetto, di venerazione ? 

Dov'è andata tutta questa roba ? 

La stima, il rispetto, che si dci'e ad una donna sorpresa 
nella sua camera, dove essa è mai andata ? Chi sono io 
dunque ora per voi ? Rispondete una buona volta. 

— Ma via — riprese lui — io sono venuto qui per farvi 
leggere questa lettera, per rompere questo ghiaccio che mi 
martoriava da mesi. Ma su.... venite che vi stringa qui, 
al mio cuore... e fece l'atto di avvicinarsele. 

— Allontanatevi — vi prego — Voi, comprendo, siete 
invaso dal dubbio, questo atroce tarlo dell' animo, quel 



492 IL SOSPETTO 

vostro animo che io conosco profondamente. Ebbene mar- 
chese io vi sfido. 

E in ciò dire g^li andò vicino e presolo per un braccio 
quasi scuotendolo gli dis.se: 

— Cercate da per ogni dove , qui in questa camera , 
aprite dappertutto, rovistate, cercate, assicuratevi, soddi- 
sfate questo vostro anonimo, voi bramoso dello .scandalo, 
pur di .sapermi colpevole. 

— Ma — egli rispose — con un affanno nella voce, qua- 
si preso da un convulso interiore — ma basta , marche- 
sa, basta, vi credo.... credo alla vostra parola vi ri- 
torno la stima, lasciatemi che io respiri, lascia che ti 
baci le bianche mani, che mi metta qui ai tuoi piedi a 
chiederti perdono. 

— No — io desidero, io voglio, intendete, che voi mi 

accontentiate e in ciò dire alzò la bella testa fidiaca 

quasi come una sfida. 

La penombra in quella camera pareva si fosse aum en- 
tata. I fiori esalavano più acutamente il loro profumo. 
La portiera del vestibolo alle ultime parole della mar- 
chesa sembrò, in quella semi-oscurità come si fosse scossa 
leggermente. 

— Basta — basta Lidia . non insistere, lacera questo 
maletletto foglio che mi ha procurato questi momenti si 
tristi e perdonami — e le si accostò. Ella stavolta ristet- 
te, e lui stringendole la vita posò le labbra sulle lab- 
bra rosee di lei baciandola febbrilmente. Poi avviandosi 
alla porta riprese: 

— Scappo, scappo ho bisogno di aria, di luce, di 

calma — e la teneva ancora pel braccio, quindi le baciò 
la mano, come soleva fare a sera prima d'uscire, e spari 
dietro la portiera. 

« 
« * 

L' scilo il marchese e.ssa origliò un pezzetto appoggian- 
do la bella testa alla porta. Ansava. Quando senti i passi 
j)erdersi per la scaletta segreta per la quale soleva scen- 
ilere lui, tornò indietro — apri in fretta le imposte. L'n 
fascio ili luce inondò la camera, l-o vide in istrada mon- 
tare in carrozza , lo vide allontanare e guardandosi at- 
torno corse al lato del vestibolo, ne alzò la tenda e a 
voce ba.ssa disse: 



II, SOSPETTO 



493 



— Adolfo, esci, esci , presto , presto — a domani alle 
cinque ! 

Un bacio risuonò per la stanza. 

Il sole rideva sinistramente sulla coltre di damasco 
nero, i fiori pareva che avessero avuto come un brivido 
di vitalità più accentuato. 

Appena sparito, ella tornò quietamente a leggere sulla 
sua poltrona i versi del de Musset ! 



Umberto de Sica. 



Maggio del 1903. 




GIOVANNI DANERO 

e alcune lettere inedite della famiglia borbonica 



A Guglielmo Della Noce. 

Cercando alcune carte di famiglia , ho rinvenuto diverse 
lettere della Real famiglia Borbonica , le quali sebbene non 
presentino gran valore storico, pure credo che saranno lette 
volentieri, e come curiosità, e perchè dirette ad uno dei mi- 
gliori e ad uno degli ultimi generali dell' esercito borbonico. 
Queste lettere dirette tutt? al Generale Giovanni Danero, 
comprendono un periodo dal 1S13 al 1S25. 

Prima di riportare cjueste lettere credo opportuno, per il 
buon intendimento anche di esse, di riunire alcune notizie (i) 
intorno al generale Danero. 

* * 

Giovanni Danero nacque in Cadice , da Giambattista Da- 
nero, prode ed esperto capitano di mare, al servizio di Fi- 
lippo \' , e da Maria Antonia Piedimonte , il 20 settem- 
bre 1724. 

Mostrando sin da fanciullo grande propensione per il mare, 
il padre suo lo fece educare ed istruire in tutte quelle scienze 
che formano un buon marinaio. E cosi nel 1730 venne no- 
minato Cadetto nella K. Marina. Poco dopo accingendosi il 
re Filippo alla spedizione di Orano il giovinetto chiese ed 
ottenne di poter accompagnare il padre suo, e durante que- 
sta spedizione per la sua audacia e per i modi gentili ed 
onesti entrò nelle grazie dell'Infante Don Carlos, al punto 

(1) G. A. Vitale — G. Danero, Capitan Generale etc. — Na- 
poli 1868 - (2.» Edizione a spese di S. M. Francesco I). 



GIOVANNI DANERO 495 

che questi lo voleva sempre a sé vicino , e alla real mensa 
vi era sempre un posto per lui. 

Nel 1732, insieme col padre, e sulla stessa nave che l'aveva 
portato nella spedizione di Orano , prese parte alla nuova 
spedizione per la conquista del Regno delle due Sicilie, e, — 
dice un suo biografo, — dal primo momento in cui toccò 
questa estrema parte d' Italia , divenne Napoletano per ele- 
zione. 

Divenuto 1' Infante D. Carlo Re delle due Sicilie , il gio- 
vine Giuseppe , fu nominato guardia-marina e nello stesso 
anno 1736, dopo pochi mesi, brigadiere guardia marina, ed 
ebbe il comando di un filocone della marina Reale. Ma que- 
sto filocone , a dispetto di tutta 1' arte e di tutti gli sforzi 
del giovine brigadiere, sulla costa detta Giannuti afTondò. Il 
Re riconoscendo il merito del giovine marinaio, e compren- 
dendo che al di là di un certo limite tutte le umane azioni 
si infrangono, al suo ritorno in Napoli, lo nominava Alfiere 
di Fregata (15 luglio 1743). 

Nel 1767 combattette sempre vittoriosamente i pirati, che 
ricoverandosi nell'Africa, infestavano il mare Mediterraneo 
e ne fece non pochi prigioni. 

Allorquando scoppiò in Messina pestilenza mortifera , fu 
messo a capo di alcune navi, per tutelare la penisola da tale 
morbo ferale , ma entrando un giorno con la sua nave nel 
golfo di Trapani per la caduta e rottura di un argano si 
ferì alla testa gravemente ed ebbe il braccio destro frattu- 
rato. Perciò dovette chiedere un congedo. Ristabilitosi , in- 
sofferente dell'ozio chiese un sovrano congedo nel 1767 e si 
diede a viaggiare 1' Europa, visitandone buona parte, e stu- 
diandone i costumi, le leggi e le istituzioni. 

Tornato nella sua patria adottiva , il Re Ferdinando lo 
metteva a capo della Calabria , col titolo di Preside. Mera- 
viglierà forse questa decisione del sovrano borbonico, di no- 
minare ad una carica cosi importante, con autorità reale un 
uomo di mare ; ma primieramente nei suoi viaggi aveva 
acquistate cognizioni numerosissime intorno al governo dei 
popoli , e finalmente cesserà la meraviglia , quando diremo, 
come prova più evidente, — scrive un suo biografo, — che 



496 GIOVANNI DANERO 

per opera di lui quella provincia vide felicemente cangiate 
le sue sorti... 

Egli vi calmò e quietò gli odi intestini fra le famiglie e 
le popolazioni, odi inesorabili che infuriavano fra quella po- 
polazione ancor quasi barbara. Ne ristorò 1' erario e princi- 
palmente riformò 1' amministrazione della giustizia , arenata 
e abbandonata a sé stessa da lungo tempo. 

Soddisfatto il Real Sovrano dell' azione pronta e sicura del 
Danero , nel 1788 lo innalzava al grado di Governatore mi- 
litare e politico della Regia Piazza di Messina. Giunse in 
Messina dopo il tremendo terremoto che rovinò non poche 
città siciliane, e la trovò deserta e abbandonata dai suoi cit- 
tadini , questi ultimi nella penuria di tutto. Primo andò ad 
abitare nel centro della città distrutta e al suo esempio ri- 
tornarono gli abitanti e nuovi edifici successero agli antichi, 
ampie strade alle anguste , la Cattedrale, monumento nazio- 
nale, risorse più bella. 

Terminato questo male ne sopravvenne un nuovo più tre- 
mendo. 

« Divenuto il Cielo di bronzo, rimangono inaridite le im- 
mense e feconde terre della Sicilia, dell' Italia, dell' Europa 
intiera. Succede funesta carestia. La morte fa strage nella 
classe più bisognosa del popolo : la penuria è universale e 
spaventevole. Il Re profonde con munificenza sovrana i soc- 
corsi, ma non bastano pel cuore generoso di Danero, il quale 
reputa in tal congiuntura grave delitto non iscemare il bi- 
sogno onde è travagliata la parte più interessante di quel 
valle. Perciò mette in vendita copioso vasellame d' argento, 
e ne distribuisce il prezzo ai poveri ». 

Nel 1790 fu promosso Maresciallo, e nel 1797 Tenente Ge- 
nerale. 

« Al cominciare del nuovo secolo egli era già vecchio, e 
dalla malignità dipinto più vecchio ancora per mancato vigor 
di mente e di corpo. Perciò fu dimesso da quel governo ed 
eletto Presidiente della Giunta dei Generali (iSoo) : carica di 
onorificenza, nella ijuale facendo bisogno di sola maturità di 
consiglio , potea prestare ancora servigi al Re , uso a guar- 
darlo con filiale tenerezza ». 



GIOVANNI DANERO 497 

Qualche tempo dopo , sebbene anelasse calma e riposo , 
per volontà del Re ebbe il comando di Castel S. Elmo in 
Napoli, e quindi quello della piazza di Capua : ma nel iSo6 
chiese ed ottenne il riposo. 

Sopravvenuti gli avvenimenti della conquista del reame di 
Napoli da parte del Murat , allorquando Ferdinando fu co- ' 
stretto a ritirarsi in Sicilia , seguì Danero il suo sovrano , 
cui era attaccato e fedele. 

Nel iSoS il Re, bisognoso di uomini a lui fedeli e sicuri, 
lo richiamò nuovamente al governo di Messina. Accolto dai 
Messinesi «come padre affettuoso », trovò i tempi cambiati, 
e dovette dar prova di non poca prudenza e di non poco 
accorgimento per andar d' accordo coi capitani inglesi, che 
presidiavano tutti i forti della città , e per tenere a freno i 
non pochi desiderosi di politici rivolgimenti e cambiamenti. 

Nel 1810 sbarcano improvvisamente i Francesi in Sicilia, 
circa tremila uomini , ed egli avvertitone subito , prende le 
necessarie disposizioni , e sebbene vecchio va contro il ne- 
mico e lo ricaccia dalla Sicilia (18 settembre 1810Ì, meritando 
in tal modo le insegne cavalleresche dell'ordine di S. Gen- 
naro. 

Con decreto del 13 dicembre 1S12 veniva nuovamente messo 
a riposo, con libertà di ritirarsi in qualsiasi luogo della Si- 
cilia. 

Contemporaneamente il Principe Reggente d' Inghilterra 
gli inviava in dono e in ricordo delle buone relazioni che 
per lui esistevano fra 1' Inghiltejra e i Borboni , una .splen- 
dida sciabola : alla sua morte il Danero la donò al Re Fran- 
cesco I. 

Avuto il tanto da lui desiato riposo scelse a sua dimora 
Catania, ma non avrebbe potuto attuare tale progetto causa 
la mancanza assoluta di danaro per il viaggio, se non fosse 
venuto in suo aiuto Giuseppe Cetera, suo amico : da ciò po.s- 
siamo dedurre come egli si sia sempre condotto onestamente 
e da uomo disprezzante il danaro, sebbene per le cariche a 
lui conferite avrebbe potuto , come han fatto tanti altri uo- 
mini, formarsi una certa ricchezza. 

Scacciato Murat da Napoli e ritornatovi il Re Ferdinanc'o, 

32 



498 GIOVANNI DANERO 

ricordevole dei fedeli servigi prestatigli in tempi burrascosi 
e difficili, lo richiamò a se e lo innalzò, con decreto del 15 
giugno 1815, al grado superiore di Capitano Generale della 
Marina Reale, e poco dopo gli affidò il Comando Supremo 
della Marina Reale. 

Durante questo periodo ebbe gli ordini cavallereschi di 
S. Ferdinando e del Merito, di S. Giorgio della Riunione, e 
da Ferdinando VII di Spagna, come oriundo spagnuolo, quello 
dell' ordine di Carlo III. 

Il 5 gennaio del 1826 in età di anni loi, mesi 3 e giorni 
19, un anno e qualche giorno dopo la morte del Re Ferdi- 
nando, moriva. 

Fu uomo di ingegno sviluppatissimo , di animo forte ed 
audace, di sentimenti nobili e generosi, benevolo ed affabile 
con tutti , non curante della ricchezza e degli agi , dormiva 
sin da fanciullo fino all' ultimo suo respiro vestito ; attacca- 
tissimo alla famiglia borbonica non se ne distaccò un solo 
istante, e servi con onore e fedeltà quattro Re. 



* 
* * 



Passiamo ora alle lettere. 

Cinque di esse sono quasi tutte di pugno della Regina Ca- 
rolina, moglie di Ferdinando. Ne scelgo tre le quali hanno 
qualche importanza , mentre le altre non parlano se non di 
cose futili. 

« Generale Danero vi mando il capitano Ropaiol che vi 
« raccomando ed questo un uomo che si ed sempre condotto 
« con zelo ed vero attaccamento per il Re lo protegeretc e 
« r impiegerete dove lo crederete utile, non posso bastante- 
« mente esprimervi la mia Riconoscenza per i vostri buoni 
« fedeli prudenti savi ed zelanti servizi che ci prestate cre- 
« dete che ne sento tutto il merlo ed prego ad che sano per 
« la vita vostra Grata ed vera Amica e Padrona 

« li 8 Giugno iSuS 

Carolina » 



GIOVANNI DAN ERO 499 

Non saprei dire chi sia questo capitano Ropaiol, per quanto 
io ne abbia cercato fra le carte di famiglia. 

«. Caro Danero potete credere quando piacere ed Consola- 
« zione mi a fatto la leltera da voi Speditami, dell sbarcho 
« tentato e non riuscito per il Corraggio ed buona volontà 
« dei bravi Paesani ed il Soccorso delle nostri proddi Alleati 
« vedo quando con zelo ed Attenzione avete fate e ci rico- 
« nosco lanticlio vostro provato Zelo ed Corraggio la cosa 
« ed sempre ottima si per 1' opinione che prendano li Pae- 
« sani di loro forza come per il scoragimento dell nemico io 
« ne ho di Cuore reso umile ringraziamento al Cielo desidero 
« sapere le nomi famigle dei gente nostre morte e ferite per 
« raccomandarle alla Clemenza ed Generosità dell Re man- 
« datemi il nome dei Prigionieri in somma fido in tutto ali 
« vostro zelo conservativi e credetemi sempre con vera Gra- 
« titudine. 

« li 20 7mbre iSio 

vostra buona Padrona 
Carolina » 

Questa lettera si riferisce allo sbarco tentato dai Francesi 
murattiani in Sicilia. Eccone qualche particolare. 

Il iS Settembre 1810 le truppe di Murat muovono da Pen- 
timele e da Reggio Calabria nelle prime ore della notte sbar- 
cano, in numero di 3000 circa, inosservate sulle spiagge di 
Mili, di Calati e di S. Stefano nella Sicilia e s' inoltrano 
sulle alture dei monti vicini. Avvisato il Generale Danero dai 
suoi esploratori, ne manda tosto avviso al Capitano Inglese, 
Generale Stuard , e va incontro al nemico. Intanto i militi 
di quei contorni di ciò avvisati si riuniscono sotto il Danero, 
e muovono contro il nemico che vien fatto quasi tutto pri- 
gioniero. Tornato Danero in JMessina spedisce una staffetta 
con un resoconto dell' azione a S. M. Ferdinando e alla 
Regina Carolina , e questa risponde a lui con la lettera più 
sopra riportata. 

« Caro Danero andando Rodino che ed persona mia Sicura 
« a me pena posso scrivervi ciuesta ed dirvi quando mi ed 



500 GIOVANNI DANERO 

«Stato penoso ed sensibile il vedervi levato di un posto che 
« con tanto onoratezza ed prudenza in questa dificile occa- 
« sione ed Circostanze voi coprivate io vedo con vera e pro- 
« fonda pena un posto di fiducia come me pena levato di 
« mano ad un onesto fedele servitore del Re , vi posso dire 
« per la verità che Consolazione vi sia che il Re non ed stato 
« ne domandato ed che non ha saputa questa risoluzione che 
« con pena ed delle publici fogli da ciò potete giudicare di 
« tutto il resto della nostra pesante dolorosa situazione ma 
« non voglio fare qui una lamentazione ma solamente assi- 
« curarvf che avete tutta la nostra stima che li vostri lunghi 
« fedeli e sempre buoni servizi meritano che la vostra remo- 
« zione ci ed stato di sommo Cordoglio e che sono per la 
« vita con vera stima ed Riconoscenza vostra aflezionatisima 
« grata Amica e Padrona 

« A Margherita li 4 Gennaro 1S13 

Carolina » 

Questo secondo congedo o ritiro, che dir si voglia, veime 
comunicato al Danero col seguente decreto : 

« 11 Re , per dare \'. E. , e sollevarla dall' attuale sua ri- 
« spettabile età dai travagli non lievi , che finora con tanto 
«onore, e pubblico applauso ha sostenuto nelle incombenze 
« di Real Servizio viene a concederle il ritiro dall' impiego 
« di Governatore militare, e politico delia Real Piaz/a di Mes- 
« sina per istare in ijualunque luogo le piaccia di questo Re- 
« gno con gli averi che or percepisce. Sua Maestà quindi 
« palesa la sua piena soddisfazione per lo zelo, e fedeltà con 
« cui in tempi si difficili ha disimpegnato un tal Governo. 
« Ed io nel Real nome lo partecipo a V. K. per sua intel- 
« ligenza ed uso convenienti. Palermo 13 Dicembre 1S12. 
« Principe d'Aci. A. .S. E. il generale Danero.» 

« * 

« Palermo li 28 Luglio 1S14. 

« I vostri caratteri mi hanno recato indicibile consolazione, 
« essendomi cosi rassicurato del vostro j>errctto stato di sa- 



GIOVA>rNI DANERO 50I 

« Iute eh' è la principal grazia che io dal Cielo vi imploro, 
« onde poter esser pago un giorno il mìo desiderio di rive- 
di dervi a me vicino. 

« Vi ringrazio poi delle cordiali espressioni clie venite a 
« farmi colla vostra de 18 andante, e relative alla ripresa del 
« Governo , e spero che l'Altissimo nel benignarsi di esau- 
« dire i vostri sinceri voti , voglia altresì accettare le mie 
« fervide preghiere per concedermi il suo Divino aiuto. 

« Addio caro Danero; vi auguro ogni bene, e come sempre 
« mi confermo lo stesso vostro affezionato 

« Ferdinando B. » 

Ferdinando risponde con questa lettera ad una del Da- 
nero , il quale si congratulava col Re per la guarigione di 
una forte indisposizione. 

Ferdinando poi mantenne in appresso le promesse di 
onori al Danero , come lo dimostrò infatti appena ritornato 
in Napoli. 

* 

« Bocca di Falco : li 25 Sett. 181 5. 

« L' onore, che il Re mio augusto Padre si è compiaciuto 
« di compartirmi volendo che si desse il mio Nome ad una 
« delle sue Reali Golette , mi ha recato un infinito piacere. 
« Sono assai grata anche a voi , che glielo avete proposto, 
« e vene ringrazio senza fine , ben conoscendo esser voi im 
« soggetto al Re, ed a tutta la nostra Famiglia molto attac- 
« cato; e sommamente rispettabile, carico di meriti. 

« Sono 

« Mari.v Isabella ». 

Maria Isabella, figlia di Ferdinando VII di Spagna, sposò 
Francesco di Borbone Principe Ereditario , figlio di Ferdi- 
nando, Re delle due Sicilie. 

La Goletta di cui qui parlasi ovvero la fregata, come trovo 
scritto altrove, fu varata nel luglio del 1827, col nome «Isa- 
bella». Il Generale Danero, come Comandante Supremo 
della Marina , propose al Re di dare alla nuova fregata il 



502 GIOVANNI DANERO 

nome della principessa Reale, e costei, grata del gentile pen- 
siero scrisse, in ringraziamento a lui questa lettera. 

Alla cerimonia del varo dell' « Isabella », varo celebrato 
con pompa massima , il Re Francesco I comparve per la 
prima volta vestito dell' uniforme della R. Marina. 

Questa lettera è tutta di pugno della Principessa. 

Roma, ottobre 1903. 

F. M. Gelormini. 



T\ (^\IA'I71I7 dipende da un microbo isolato e studiato 
j.\ VjAIjV i/jlLt nell'Istituto Pasteur di Parigi dal dott. 
Sabaurand. Furono sperimentate le sostanze che facilitano lo svi 
lujjpo del micro-bacillo e le sostanze che l'uccidono. In base di que- 
sti studi e stata preparata la Ricinina a base di resina di ricino e 
sostanze antisettiche. Con l'uso della Ricinina muore il bacillo della 
calvizie , quindi i capelli non cadono più e rinascono se non era 
stata distrutta la papilla pilifera. Si distrugge la forfora e l'untume 
ohe rovina gli abiti. Non macchia la pelle , né la biancheria. A ri- 
chiesta si prepara anche come tintura a gradarione senza aument* 
di spesa. 

Costa L. 5 il flaccon, per posta L. 6. Quattro flaccon sufficienti 
per vederne gli ettetti costano L. 20 anticipate all'unica fabbrica 
Lombardi e Contardi, Napoli Via Roma 345 bis p. p. 



•1 C \ Vr^TTl? PTT 4 CTA ^i cura splendidamente con 
" OA.MtUiIì uUAoIU la Smilaucina Lombardi e 
Contardi, unita al ioduro di potassio. Con questa cura si mettono 
a profitto le esperienze di quattro .secoli ed i più recenti dettali 
della scienza. La Smilaiicina è a base di salsapariglia (20 010) con 
legni indiani esauriti con metodo di preparazione speciale. Queste 
sostanze venivano adoperate con vantaggio immenso fin da remo- 
tissimi tempi. 

Il ioduro è un prodotto moderno, riconosciuto efficacissimo in tutte 
le cliniche. L'unione dei due prodotti, Smilancina e ioduro, dà un 
efifettù meraviglioso , mai conseguito da nessun' altra cura. Tutti i 
prodotti Lombardi e Conlardi destano invidia per la loro efficacia 
e vengono falsificati ed imitati. Ciò è successo anche per la Smila- 
cina. Raccomandasi non farsi ingannare. La cura completa (3 fl. 
Smilacina) (i fl. ioduro) costa in Italia L. 21 e si spedisce in tutto 
il Mondo per L 25 anticipati all'unica fabbrica Lombardi e Con- 
tardi. Napoli Via Roma 345 bis p. p. 



Piccolo poema de! Enare 



Le due eliche. 



La vecchia elica. — Dove io sono? olà perchè mi avete 
qui, abbandonata ? Su questa terra nuda il sole mi cuo- 
ce indosso un cattivo umor di salsedine , ed io m' an- 
noio rodendomi... Rimettetemi sul mio albero di ferro ! 
eh' io batta ancora il mare spaventando i pesci, e ascolti 
davanti a me il cupo ronfiar delle caldaie , e dietro il 
cigolio del timone. — Perchè mi avete gettato qui ? 

Un marinajo passando. — Come è vecchia questa elica ! 
non è più che un rottame : par che i pesci 1' abbiano 
forata intorno coi denti, e che poi il mare abbia riem- 
pito quei buchi di una crosta di sale, li pur si potrà 
mai immaginare fin dove sia arrivata ? — Forse è andata 
più lontana di me che navigo da ragazzo , ed or già 
varco i quarant' anni. Anch' io un giorno m' assomiglie- 
rò a questo povero ferro vecchio ; bah ! e allora cotto 
dal salso me ne .starò al sole, aspettando con la pipa in 
bocca... Chi? Uf! Non sarebbe meglio andar prima, a 
dormir laggiù coi pesci ? 

La vecchia elica. — Mi par che anche costui sia del 
mio parere. Certo , meglio giacer laggiù entro 1' acqua 
coi pesci... Una vecchia ancora che mi strepitava sopra, 
m' ha raccontato in un mio viaggio , di aver posato in 
fondo al mare , aggrovigliata dall' alighe per un lungo 
tempo ceruleo, e non se ne doleva. 

Un fanciullo. — Oh oh ! un' elica che non è più buo- 
na ! è rossa come la nonna quando s'addorme al sole... 
Ma vediamo un po'... ; voglio provarmi di cavalcarla! 
Deve esser facile su questa ala... ; non rassomiglia alla 
groppa del mio cavallino ? — 



504 PICCOLO POEMA DEL MARE 

La vecchia elica. — Se n'è andato il noioso ! E che vo- 
leva da me ? — 

È vero, già altre volte mi era accaduto di esser leva- 
ta fuor dal mare, ma mai di essere abbandonata in sif- 
fatto modo. Allora mi togliean con cura dal mio arcato 
nido di ferro, mi ripulivano dal cattivo sale , mi unge- 
vano... ; e come ero più destra a 1' onde allorché ritor- 
navo nel mare ! Ma questa volta ? 

Un vecchio Capitano — Quest'elica un giorno mi salvò 
la vita: non avrei mai più creduto ch'essa avrebbe resi- 
stito a tanta furia d'acqua. 

La nostra macchina era debole, e a prima vista que- 
st'elica parca troppo sottile. Ma noi siamo pur ciechi 
d'innanzi a quanto non sappiam comprendere! Il bronzo 
di ventanni fa era migliore di quello d'adesso? Birr! 
Io non tenterei più un mare battuto da così gran vento 
con un'elica siffatta. Pur allora., s' era giovani. Ed eri 
giovine anche tu, buona elica. Bah ! sei diventata vecchia 
anche tu... 

Un'elica miova (dal viare) — Oh! ecco un istante di 
pace. Dove sono ? Mi sono pur affaticata a lungo que- 
sta volta..., ma non me ne rincresce perchè il naviglio 
ha gettato un pò del suo peso sulla terra, sollevandomi 
a riguardar l'aria. L'aria? Si veggono tante cose in que- 
st'aria, e cosi differenti Ed io posso mandar un saluto 

a qualche compagna che m'abbia inteso trascorrere d'ac- 
canto nell'Oceano con un ruotar fiero e una lunga ansia 
sorda, — senza poterla però scorgere. — Non ne ho nei>- 
pure il tempo! intenta come sono allora a mover quel 
gran gorgoglio che spinge innanzi la nave; ed a prestar 
orecchio al timone che non si rimane mai d' avvertirmi. 
Ma qui ò un altra cesa. Guardiamo un pò che c'è di 
nuovo in questo porto. 

La vecchia elica — Olà, olà non m'abbandonate. 

L'elica nuova — Chi mi chiama? Sei tu? e che fai cosi 
mal ridotta ? 

La vecchia elica. — Voglio ritornare nel mare, aiutami. 
Come sei lucida e pulita ! E il mare come ti carezza 
alzando e abbassando sotto di te il suo ni<>ll<^ rfS]Mro 
azzurro...! 

Il timone ti jicnde ilietro sonnecchiando, e il sole che 
a me fastidia par che a te dia piacere, perchè tu ne ri- 
scintilli tutta. 



PICCOLO POEMA DEL MARE 505 

L'elica nuova — Sono arrivata stamane, ripartirò fra 
poco. Altri mari, altri porti m' aspettano. Che gioia! se 
il naviglio non sia troppo carico, oh ! non m'affannerò 
tutta stretta nella solita prigione azzurra eh 'è il mio nido, 
ma sbatterò pure le mie ali in aria e gittando intorno 
ciuffi d'acqua imiterò i delfini che usano rincorrermi... 
come è avvenuto il giorno che son discesa dal cantiere. 

L'elica vecchia — Dunque non mi rispondi? 

L 'elica nuova — Che vuoi da me ? Sento già che entro 
lo scafo il fuoco brucia, e il cuore della caldaja batte. Fra 
poco quel palpito arriverà fino a me. Sento già il gran- 
d'albero di ferro che giù mi tiene infissa scotersi e vibrare. 
Su., su... 

L'elica nuova — Ed io? Portami teco. 

L'elica nuova — Io nulla posso; raccomandati a chi 
può...; a chi ha dato a me questo rude lavoro da com- 
piere , e a chi ti ha gettato , cosi tristamente , su una 
spiaggia. Se hai ragioni non ti si farà troppo il sordo... 

L' elica vecchia — Sii buona, non esser maligna: aprimi 
un pò di posto vicino a te; mi contenterò...: mi rivol- 
gerò adagio adagio e cercherò di tenerti buona com- 
pagnia... Chiacchieremo... io so tante storie ! 

L 'elica nuova — Storie ? 

Poco me ne importa ! Chiacchere ? E come pensarci 
quando tutta m'agito ad aprir immensi solchi nei de- 
serti del mare su cui la faccia del cielo par suggelli 
un'immobile calma, oppur quando mi sforzo, con le mie 
tre teste, di superar l'onda decumana della tempesta? 

Nient' altro so... e nient' altro voglio sapere. La tua 
compagnia ? Ma, cosi mal ridotta ti adopreresti invan di 
seguirmi... 

Un poeta passando. — Che tristezza una vecchia elica 
abbandonata ! Come tutto ciò che è « morto » per dav- 
vero... poiché più che interrogo questa reliqua io non 
ne ascolto voce alcuna...; e ognor più mi convinco che 
non vi ha una sola « morte »: l'una... 

L'elica vecchia. — Xo, no! Olà, mare, mio buon ma- 
re, prendimi... 

L'elica nuova. — Baje. Io sento che l'albero si muo- 
ve. Ti saluto ! 

L'elica vecchia. — No, no! rimani ancora. Ti raccon- 
terò qualche storia lo stesso, anche se tu non mi vorrai 



5o6 PICCOLO POEMA DEL MARE 

poi teco : mi consolerò almeno raccontandoti la mia 
esperienza. 

L'elica nuova — L'esperienza vien dall'agitata vita che 
ciascun si vive non dalle altrui inutili memorie. L'albero 
gira, e il timone cigola ! Al mio rude lavoro ! 

L'elica vecchia — Resta... Oh perchè anche tu mi fug- 
gi... Rimarrò qui dunque ancor al sole che mi brucia 
senza una goccia d'acqua ? E fino a quando e perché ? 
Eppur mi sono anch'io sforzata di lavorare ! 

Quante notti, quanti giorni a fior d'acqua oppure palmi 
e palmi sotto l'onda, come entro una 'prigione, con as- 
siduo impeto, con lungo gorgoglìo, obbedendo alla mac- 
china, e rispodendo al timone ! Forse o mare, perchè ti 
ho battuto cosi bene, or tu ti vendichi di me e m' hai 
gettato fuor del tuo grembo, lungi ai tuoi aspri baci, lungi.. 
Oh questo tuo lento respiro mi par un sarcasmo ! E cosi 
per sempre ? 

// poeta — Io svolgo un inno al lavoro umano : guar- 
date quel piroscafo che intorbida l'aria coi vortici di fu- 
mo. È arrivato un'ora fa : ci ha portato novelle dell'In- 
die, ed or reca i nostri .saluti all'Inghilterra. 

Oh il trionfo dell'uomo ! 

L'elica vecchia — O giovine amica, non mi saluti 
neppure ? 

L'elica 71 uova : Avanti, avanti... 

Genova Noz'embre ipoj. 

Ceccardo Roccatagliata Ccccardì. 




Nella Vita e nella Scienza 



A proposito della recente scoperta sul Radium. 



Fino ai tempi in cui la chimica si è veramente formata , 
r ultimo limite della materia a cui i dotti si erano arrestati, 
era stato dato dai corpi semplici, i quali dal principio furono 
ritenuti di un numero che poi è andato sempre crescendo , 
mano mano che si sono perfezionati gli strumenti ed i me- 
todi di ricerca. 

Erano questi corpi semplici che combinandosi fra loro in 
proporzioni ^ed in maniere diverse, originavano tutto ciò che 
ci circonda ; che fornivano la roccia costituente la crosta dei 
mondi , le piante e gli animali che popolano in ispecie in- 
numerevoli la terra; che con l'attività delle loro combinazioni 
davano lo splendore ai soli che scintillano nello spazio im- 
menso dei cieli. 

Questo limite dei corpi semplici fu tenuto come una bar- 
riera insuperabile, come il non plus ultra delle investigazioni 
scientifiche, come l'ultimo confine fra il mondo della scienza, 
in cui è permesso cercare la spiegazione di tutti i problemi 
che si presentano alla mente umana e quello misterioso, im- 
penetrabile, le cui verità sono superiori alla nostra intelligenza 
e nel quale non abbiamo i mezzi di avventurarci con le no- 



508 NELLA VITA E NELLA SCIENZA 

stre forze : i corpi semplici, gli elementi, erano il principio 
e la fine della chimica. Pure, quantunque anche qualche anno 
fa non ci fosse altro da dire al riguardo, se non che i corpi 
semplici esistono tali fin dall'eternità e tali esisteranno sem- 
pre , questa barriera ha tentato continuamente col suo mi- 
stero le menti più profonde e più audaci e se qualche uomo 
illustrissimo nelle scienze chimiche si è arrischiato a tentare di 
sollevare il velo per tanti anni ritenuto impenetrabile , pos- 
siamo dire che non ha fatto altro che tentare un' impresa la 
quale era nel pensiero di tutti gli studiosi dei problemi na- 
turali, che compiere un voto il (}uale era nella coscienza di 
tutti gli scienziati. 

Cosi, sia dal punto di vista scientifico che da quello filoso- 
fico , nei tempi nostri si è manifestata 1' idea che si possa 
pervenire ad un limite più remoto che non quello indicato 
dai corpi semplici, e tanto maggiormente quest'idea è stata 
presa in considerazione che essa è stata enunciata sia da chi- 
mici e fisici consumati nelle osservazioni delle esperienze di 
gabinetto come Dalton, Faraday, Ciraham, Stokes, Lockyer; 
sia da filosofi i quali lungamente hanno meditato sui proble- 
mi che presenta la natura ed hanno fatto prò di tutti i pro- 
gressi che la scienza ha acquistati, fra i quali, per citarne uno, 
Herbert Spencer, il quale scrive che la sua convinzione è che 
gli atomi chimici sono prodotti da quelli veri fisici per via 
di evoluzione, e in condizioni che la chimica non ha potuto 
ancora riprodurre. 

* » 

Poco dopo che Dalton ebbe resa pubblica la sua teoria ge- 
nerale degli atomi, Proust manifestò l'opinione nel 1815 che 
r idrogeno fosse la materia primordiale di cui si compongono 
tutt' i corpi semplici e che per conseguenza i pesi atomici 
di tutti gli elementi debbono es