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Full text of "Alcune indicazioni per servire alla topografia di Bergamo nei secoli IX.o e X.o"

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M459a 






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http://archive.org/details/alcuneindicazionOOmazz 



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S: ALEXJPTO RI M3ÌORIS. ÀyTO^^CATH: ECCL : 



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ALCUNE INDICAZIONI 

PER SERVIRE 
ALLA 

TOPOGRAFIA DI BERGAMO 

NEI SECOLI IX: E X. 

ABBOZZATE 

DA 

ANGELO MAZZI 



BERGAMO 

Dalla Tipografìa Pagnoncelli 
1870, 



"7-45.24 
A\453a. 



Avvertenza 



Siamo stati in forse se al presente scritto 
dovessimo aggiungere anche una carta Topogra- 
fica a maggiore schiarimento delle cose dette : in 
fine ci decidemmo ad abbozzarla in qualche modo, 
e per segnare alcuni punti di richiamo al lettore, 
e per non trovarci obbligati ad ogni passo a di- 
scendere a nojose spiegazioni e ad inutili digres- 
sioni. Quanto poi al giro delle vecchie muraglie 
tracciate in quella carta, noi non lo presentiamo al 
lettore come certo in tutti i suoi particolari: non 
lo è che nel suo complesso, e la ragione di ciò 
la troverà agevolmente in quella parte, nella quale 
trattiamo di questo argomento, ognuno che ab- 
bia la pazienza di svolgere questi fogli. Abbiamo 
poi credulo tanto più necessario di fare questa 
avvertenza, in quanto che se alcuno trovasse 
delle differenze fra i due Tipi, che rechiamo in 
fine, nella delineazione del nostro muro nella 
parte occidentale ov' è ora la Cittadella, non vo- 






4 

glia incolparci di inesattezza senza aver prima 
sentite le nostre ragioni: una differenza là in 
quel punto vi era senza dubbio: quella segnala 
da noi non è che approssimativa, perchè non 
abbiamo sgraziatamente indizii sufficienti per giu- 
dicare precisamente come in questo lato stesse 
la cosa. 

Non abbiamo neppure creduto necessario di 
cercare di far iscomparire certi pregiudizii, che 
corrono generalmente sulla estensione della no- 
stra Città nei tempi di mezzo, e di indagarne la 
origine. Quanto a noi abbiamo documenti tali 
che ci dimostrano 1' andamento generale delle 
nostre fortificazioni all'epoca che abbiamo preso 
in esame, che, siamo convinti, nessuno ci sareb- 
be tenuto se avessimo voluto allungare queste 
ricerche con una speciale discussione su di un tale 
argomento, che non ha niun fondamento di vero. 
Donde poi abbiano avulo origine quei pregiudi- 
zii, sarebbe un tema da trattarsi, quando inda- 
gini della natura delle nostre si volessero esten- 
dere anche ai secoli seguenti. 

Le fonti alle quali abbiamo attinto sono due 
principali : il Codice Diplomatico del Lupi, e i 
nostri Statuti. Non parleremo né dell' uno né 
degli altri. Del primo non può far senza alcuno 
che voglia un po' addentrarsi nello studio de' 
tempi di mezzo : sui secondi possediamo già 
due monografie abbastanza esatte. Piuttosto av- 
vertiremo che dei noatri Statuti non ci siamo 



serviti che per quella parte, ove si descrivevano 
i confini delle vicinie cittadine, e ce ne siamo 
servili come un anello di congiunzione tra V e- 
poca della quale trattiamo e la presente. Noi con- 
fessiamo il vero, che, senza i nostri Statuti, al- 
cuni cenni trovati nei documenti pubblicati dal 
Lupi ci sarebbero riusciti inesplicabili : e se a 
taluno parrà che troppo sovente abbiamo ricorso 
agli stessi, risponderemo che in pari tempo ab- 
biamo sempre avuto cura anche di tener fisso lo 
sguardo alle diverse epoche a cui risalivano quelle 
due sorgenti principali alle quali attingemmo, e 
che cercammo sempre di non lasciarci trascinare 
da illusioni o da ipotesi troppo avventale, con- 
fondendo le notizie date dagli uni con quelle date 
dagli altri. Che se, malgrado ogni nostra avver- 
tenza, talvolta non ci attenemmo strettamente a 
quella importante distinzione, noi ne chiediamo 
scusa come di fallo involonlario, e lasciamo che 
vi supplisca il buon senso del lettore, che avrà 
ad esercitarsi, e forse non poco, anche in molte 
altre parli. 

E giacché siamo in sul confessare, noi pre- 
vediamo che a molti non parrà ragionevole la 
stessa divisione del nostro lavoro in tre parti. 
La prima dovrebbe certo essere compenetrata 
nella seconda, e starvi come vi stanno tutti gli 
altri argomenti trattati in questa: e noi confes- 
siamo che non fu che dopo molte esitazioni che 
lasciammo correre la cosa com' è. Se la Topo- 



6 

grafia della nostra Città nei secoli nono e deci- 
mo fosse conosciuta in tutti i suoi particolari, 
nulla di più facile che fissare un punto di par- 
tenza nel centro della Città stessa, e, pigliato per 
mano il lettore, guidarlo a fargli fare conoscenza 
colle sue vie, coi suoi edificj, colle sue porte 
ecc. ecc. : ma sfortunatamente la cosa non è co- 
sì : a noi restavano troppi punti buii da schia- 
rire, troppe discussioni da fare: e poi dobbiamo 
aggiungere che, se abbiamo potuto dire alcunché 
su questo argomento e formarci un concetto ap- 
prossimativo della condizione materiale della no- 
stra Città a quell'epoca, lo dobbiamo in princi- 
pal modo ai cenni che sui nostri edificj pubblici 
trovammo nei documenti pubblicati dal Lupi, per 
la qual cosa credemmo che non sarebbe slato fuor 
di proposito lasciare al nostro lavoro quell'ordine 
affatto naturale con cui cominciammo e proce- 
demmo nelle nostre indagini: esso poi ci schi- 
vava non poche ripetizioni, e ci forniva il mezzo 
di stabilire fin da principio qua e colà dei punti 
di richiamo che ci sarebbero riusciti utilissimi, 
quando, a cagion d'esempio, avremmo avuto a 
parlare dell'andamento delle nostre mura, delle 
nostre vie, e così di seguito. 

Non ci perderemo a spiegare come abbia 
avuto origine il presente lavoro, che sarebbe co- 
sa assai nojosa e di niun giovamento al lettore: 
diremo piuttosto che sarebbe necessario che molti 
si occupassero a schiarire varii dei punti più in- 



7 

tralciati che presenta la nostra storia munici- 
pale, coordinando i tanti materiali che possedia- 
mo, all'unico scopo di gettare le fondamenta di 
una storia dei nostri padri che sia degna di essi, 
dei nostri tempi, del progresso dei nostri studj ; 
e se noi, o bene o male, ci occupammo in que- 
sto, non fu che per aprire una via ove altri po- 
tesse mettersi con più lena e con un corredo di 
cognizioni maggiore di quello che abbia potuto 
recare la pochezza dell'ingegno nostro. 



■<■ 



Parte L 

€SjLt ÉEMBMJFM€fMi PEJliiif.BCM* 

Avvertenza. — So nel trattare questo argo- 
mento, noi pigliamo le mosse dalle Chiese, egli 
è per ciò, che vi siamo indotti da una specie di 
necessità. E da capo : memorie più certe e più 
abbondanti noi non possediamo che intorno ad 
esse; poi, come vedremo più innanzi, è da esse 
che noi trarremo gli indizii più sicuri per de- 
terminare anche il ricinto della nostra città a 
quest'epoca. Distinzione adunque, la quale, nel 
trattare questo subbietto, diventava altrettanto 
necessaria, che opportuna, era di porre sotto il 
titolo di Chiese interne quelle che si trovavano 
entro la città: sotto quello di Chiese esterne tul- 
le l'altre che, sebbene poste fuori delle mura 
cittadine, servirono in certo modo di centro in- 
torno a cui si raggrupparono quelle abitazioni, 
che nei secoli futuri vennero a formare, se non 
La parte storica, certo la più industre e la più 



8 

importante della nostra cilta. — Un'altra cosa ci 
preme di avvertire. Se noi ci fossimo attenuti 
alla maggior parte dei nostri Storici municipali, 
quasi tutte le Chiese, che esistono attualmente, 
e il molto maggior numero di quelle, che esi- 
stevano nei secoU passati, doveano esser state 
erette fin dai primi secoli del Cristianesimo, o 
per lo meno doveano essere state fondate da 
Carlo Magno e consecrate dair arcivescovo Tur- 
pino. A costo però di vedere notate nel nostro 
lavoro delle dimenticanze, a costo di sentirci ac- 
cusati come troppo esclusivi, abbiamo voluto sta- 
re unicamente a quello, che ci sembrava più 
certo e più indiscutibile : ed ecco il motivo per 
il quale non abbiamo creduto occuparci che di 
quelle Chiese, la cui esistenza ci sembrava atte- 
stala dai più attendibili documenti. 

A. CHIESE INTERNE. 

§. 1. Cattedrale di S. Vincenzo. 

(V\ il N. i della Caria Top.) 

È la stessa attuale Cattedrale, che dai 1638 
porta il titolo di S. Alessandro (1). 

La fondazione di questa chiesa dovea risa- 
lire certo oltre al settimo secolo, poiché in oc- 
casione di questioni insorte fra i canonici di S. 
Alessandro e quei di S. Vincenzo, questi pre- 



9 

sentarono dei documenti nei quali è detto: « al 
€ tempo in cui Giovanni vescovo della chiesa 
« bergamasca, uomo santo, reggeva l'episcopato, 
« durante il regno di Cuniberto , egli e il 
a Re predetto, riteneva questa chiesa del beato 
« Vincenzo martire per sola matrice di tutte le 
« altre chiese della Diocesi, come si può vedere 
« dai documenti di quel tempo (2). » Questa 
chiesa si teneva adunque per cattedrale fin dal- 
l'epoca di Re Cuniberto e del vescovo Giovanni, 
cioè, fino dalla seconda metà del secolo settimo, 
e ciò è tanto più importante a stabilirsi, in 
quantoche, prescindendo anche dalla piena fede 
che meritano le indicazioni date da quei cano- 
nici, i nostri storici municipali — anteriori però 
al Lupi — ripetono concordemente che nell'an- 
no 887 sulle rovine della piccola chiesa di S. 
Agnese, fu dal Vescovo Adalberto eretto questo 
tempio a S. Vincenzo. (3) Che ciò non sia vero, 
quand'anche si volesse ritenere per meno accet- 
tabile la asserzione di quei canonici, lo si rileva 
da un'altra testimonianza, non meno importante, 
giacché per essere di circa un secolo anteriore 
all' epoca fissata dagli storici per l' innalzamento 
della cattedrale, dimostra a chiare note a quanto 
labile fondamento fosse appoggiata quella tradi- 
zione. Noi parliamo del testamento del gasindo 
Tuidone, fatto nel 774, e il cui apografo, sul 
quale il Lupi condusse la sua edizione, or si 
conserva nella nostra Biblioteca (4). Tuidone lega 



10 

delle terre alla Chiesa di S. Vincenzo posta en- 
tro la città : e non sarà senza importanza il ri- 
levare, come alla chiesa di S. Alessandro si dia 
il titolo di « Basilica » a quella di S. Vincenzo 
di « Ecclesia,» sulla quale distinzione, che mo- 
strerebbe essere stato il fonte battesimale pres- 
so quest' ultima, rimettiamo il lettore al diligen- 
tissimo Lupi (5)* È assai poco credibile che qui 
si intendesse parlare di qualche altro edificio sacro 
posto sotto lo stesso titolo nella nostra città, in 
quantochè primieramente non v'è tradizione al- 
cuna, per non dire che non v' è scrittore alcu- 
no, che di questo faccia la benché menoma 
menzione ; poi perchè si può di leggeri assegna- 
re una probabile origine alla tradizione da noi 
riportala nelle cure che appunto si vede avere 
avuto il vescovo Adalberto per questa cattedrale, 
sia coir innalzarvi un altare, sia coll'arrichirla 
in varie guise ed istituirvi la canonica > come 
vedremo in seguito. 

A noi mancano dati d' ogni maniera per 
poter dire alcunché di preciso su questo edificio 
alla noslr' epoca. Come si sa, questa cattedrale 
si cominciò ad ampliare ed a rifabbricare verso 
la metà del secolo decimoquinto, per cui fu im- 
posta anche una generale elemosina alla città; 
laonde a noi non è dato neppure colla immagi- 
nazione ricostruirla in qualche parte (6). Non sa- 
ranno però fuori di luogo alcune indicazioni at- 
tinenti a questa cattedrale, che avremo cura de- 
sumere da testimonianze attendibili. 



li 

Sarebbe lontano dal vero chi dall'attuale vo- 
lesse desumere l' ampiezza di questa cattedrale alla 
nostra epoca. A voler esser larghi non poteva in lun- 
ghezza oltrepassare la croce della fabbrica attuale, 
giacché sappiamo, che tanto il presbiterio che il 
coro furono aggiunti posteriormente. Non man- 
cano memorie che ricordano questo fatto. I no- 
stri più antichi statuti fanno menzione ancora 
di edificii posti a mezzodì della porta della ca- 
nonica (nella contrada delle Beccherie ) dove era 
la Sacristia, e che erano a un di presso ove oggi 
appunto sono e il coro e la sacristia della catte- 
drale. Lo statuto del 1331 descrivendo i confini 
della Vicinia di S. Cassiano si esprime in questo 
modo: « Che quella Vicinia cominci dalla porla 
« della Curia di S. Vincenzo e dalle scale di pietra, 
« le quali sono tra la casa di Bonaventura d' Al- 
« menno, e la casa degli eredi di Pagano primi- 
« cerio, venendo in su verso mezzodì da ambe 
t le parli della via fino alla piazza grande di S. 
« Vincenzo: comprendendo nella stessa Vicinia 
« questa piazza e la casa degli eredi del so- 
« pradetto Pagano. E similmente comprenden- 
t do nella stessa Vicinia tutte le case e botteghe 
« (staciones) e la sacristia di S. Vincenzo che 
« sono a mezzodì della porta della curia di S. 
« Vincenzo (7).» Queste indicazioni adunque non 
lasciano dubbio di sorta: a mezzodì della porta 
della Curia di S. Vincenzo, e precisamente nella 
direzione che da quella porta conduceva alla 



12 

« Piazza grande di S. Vincenzo » ( ora mercato 
del Pesce ) vi erano tutte « le case, botteghe e 
sacristia di S. Vincenzo, » ed a conferma di ciò 
si potrebbe anche citare il fatto che ai 13 di 
Marzo del 145G, quando si trattò della prima 
ampliazìone di questo tempio, la città nostra 
« fece alla cattedrale di S. Vincenzo magnifico 
« dono d' una casa et reggio posti vicino alla 
a chiesa, e ciò perchè si potesse in ampia et 
« maestosa forma detta cattedrale rifabbricare (8).» 
Vi erano pertanto delle case addossate a questa 
chiesa dalle sue parti di mattina e mezzodì, e 
queste poche indicazioni son sufficienti per dare 
un'idea approssimativa della sua ampiezza: tanto 
più che la cimerchìa, ricordata nello statuto del 
1331, è probabilissimo sia rimasta sempre nello 
stesso luogo fin dalla sua origine: il Cimiarca,o 
Cimeliarca, apparteneva all'ordine dei canonici, e 
di esso, che era il custode delle suppellettili 
destinate al culto, troviamo menzione fin dal 
928 (0). 

La chiesa in origine, com' era antico costu- 
me, avrà avuto un solo altare ; dal documento 
or ora citato veniamo a sapere che il vescovo 
Adalberto vi avea consacrato un altare speciale 
alla Trinità, legando dei beni perchè sei sacer- 
doti vi officiassero in perpetuo, ed esprimendo 
il volere che il suo corpo fosse inumato davanti 
a questo aliare (10). 



13 

§ 2. Basilica di Santa Maria Maggiore. 

( P. il N. o della Carta Top.) 

I nostri storici municipali — intendo anche 
qui una volta per sempre quelli anteriori al Lu- 
pi ed al Ronchetti, che lo seguì passo passo — 
indicano l'anno 1137 come quello in cui fu fon- 
data questa Chiesa (11). Può averli confermati in 
siffatta sentenza la iscrizione che è sculta sull'ar- 
co del portico di quella Basilica verso mezzodì, 
e che suona come segue : 

« Nel nome di Cristo, amen. Nella parte 
« superiore dell'entrala nella Chiesa della Beata 
« Vergine Maria nella Città di Bergamo si leg- 
« geva che la detta Chiesa fu fondata per mae- 
« stro Fredo, nell' anno della incarnazione del 
« Signore 1130, sotto Innocenzo II Papa, sotto 
« Roggerio Vescovo, regnando il re Lolario(12).» 

Come si vede, questa iscrizione è il compen- 
dio di una più antica, che rimase coperta dal 
nuovo atrio costrutto nel 1360, e a quella si 
rapporta interamente. A ragione nondimeno par- 
ve al Lupi che siffatto compendio non sia troppo 
esatto, e che vi sieno incorsi alcuni errori, i quali, 
ammessa quella data, sarebbero inescusabili: e 
primieramente perchè a quell'epoca era vescovo 
Gregorio non già Ruggiero: Lotario da alcuni 
anni portava già il titolo di Imperatore, non il 



14 

semplice di re: poi il « fundata » non s'accor- 
derebbe troppo coi varj argomenti che abbiamo 
per ritenere che questa Chiesa fosse di alcuni 
secoli più antica dell' anno assegnato alla sua 
fondazione, la quale noi non possiamo ritenere 
che per una riedificazione: per cui il Lupi ebbe 
ad esprimere la sua opinione che quella parola 
non si trovasse nella iscrizione originale. 

Ciò risulta da giurate testimonianze che si 
conservano nell'Archivio capitolare, che risalgono 
al 1187 una delle quali, riportata dal Lupi, 
è di questo tenore: « Lanfranco Mazocchi teste 
« giurato... disse inoltre che la Chiesa della Bea- 
< ta Maria e del beato Vincenzo sono una sola 
« chiesa matrice: interrogato in qual modo sap- 
« pia che sono una sola, risponde: perchè pri- 
t ma che fosse stata distrutta per essere rieàx* 
« ficata più bella, i canonici celebravano nella 
« Chiesa di Santa Maria i loro Ufflzii durante 
« l'inverno, e in quella di S. Vincenzo durante 
« la state, e dopo le riparazioni fatte ma non 
« per anche compile, vi celebrano le festività di 
« Maria, ed in quaresima a nona vi cantano messa, 
« ed inoltre perchè alcuni redditi, che furono dati 
« alla Chiesa di Santa Maria, sono posti in una certa 
« prebenda della Chiesa di S. Vincenzo. » Poi lo 
stesso testimonio aggiunge, che se il Vescovo il 
sabbato santo celebra il divino ufficio nella Cat- 
tedrale « va in processione alla chiesa di Santa 
« Maria a benedire il fonte ed a celebrare il 



15 

e battesimo. » Questa testimonianza è importan- 
tissima : ciò che pei nostri scrittori è una fon- 
dazione, per questo teste non è altro che una 
riparazione od una riedificazione; e se si bada 
al fatto che i Canonici di S. Vincenzo alterna- 
vano nelle due chiese i loro officii, che il Ve- 
scovo vi andava il sabbato santo processionalmen- 
te a benedire il fonte battesimale (che fino al 
secolo XVII rimase in questa Chiesa (18)) si fa- 
ranno chiare le espressioni del documento che 
stiamo per citare. 

Questa chiesa esisteva già fin dell' ottavo 
secolo ; Y insigne Testamento del gasindo Tuido- 
ne ce n'offre una prova indubitata. In esso fino 
da principio troviamo questa espressione « La 
« Basilica del beatissimo martire di Cristo S. 
« Alessandro..., e del beatissimo martire ed apo- 
« stolo S. Pietro, entro il cortile di S. Alessan- 
« dro, e la chiesa della beatissima Maria sempre 
« vergine e genitrice di Dio e di S. Vincenzo, 
« chiese bergamasche (14). » Che qui si intenda la 
chiesa di cui ora ci occupiamo e non altra, vi 
sono molti argomenti per ritenerlo, e primamen- 
te perchè, per le ragioni addotte più sopra, ab- 
biamo veduto che questa chiesa non era per 
nulla stata fondata soltanto nel 1137, ma risali- 
va ad una maggiore antichità ; poi perchè esi- 
stevano bensì due altre chiese poste sotto que- 
sto titolo, ma nelle nostre carte, come vedremo, 
Vuna si chiamava Santa Maria della Torre, V al- 



16 

tra Santa Maria del Monastero vecchio, le quali 
non sono da confondersi per nulla colla nostra, 
come si scorge che, con queste distinte appella- 
zioni, non si voleano confuse neppure a quell'e- 
poca; infine, giacché il gasindo Tuidone ha posto 
assieme nella sua enumerazione la Chiesa di 
S. Alessandro e la cappella di S. Pietro che e- 
rano affatto contigue, e che tali rimasero fino 
all'epoca della loro distruzione nel secolo deci- 
mosesto 5 si può credere che non senza ra- 
gione abbia posto insieme anche la Basilica di 
Santa Maria colla Cattedrale (15), primamente per 
la loro vicinanza, poi perchè non v' ha nulla che 
si opponga a credere che anche in queir epoca 
qui si trovasse il fonte battesimale della Città, 
e che qui in tempo determinato si portasse il 
Vescovo a benedirlo ; indizio non insignificante 
della qual cosa si potrebbe trovare nel fatto del- 
l'avere Tuidone nel suo testamento accomunato 
alle due ultime chiese il titolo di « ecclesia » 
in antilesi alle due prime indicate soltanto come 
« basilicae. » Quella contiguità materiale poi era 
maggiore alla nostr'epoca, in quanto che le con- 
dizioni Topografiche del luogo erano allora assai 
diverse delle presenti, e, come procureremo me- 
glio di chiarire in seguito, non esistendo la 
piazza ora circoscritta dal Vescovado, dalla Basi- 
lica di Santa Maria Maggiore, dalla Cattedrale e 
dal palazzo della Biblioteca, Cattedrale, Vescova- 
do e chiesa di Santa Maria formavano un corpo 



17 

solo. Ecco perchè il teste Lanfranco Mazzocchi 
asserisce che ancora al suo tempo la Cattedrale 
e questa chiesa formavano come una sola matri- 
ce di tutte le altre: ecco perchè in un'epoca 
anteriore persino a quella di cui abbiamo intra- 
preso a trattare, poteva benissimo il gasindo 
Tuidone unire assieme quelle due chiese ne' suoi 
legati, porgendoci così argomento a confermare 
quel rapporto fra di esse, quell'esistenza più di 
tutto di una di esse, che non potevamo fondare 
su semplici supposizioni. 

| 3. San Cassiano. 

( F. il N. li della Carta Top.) 

Allorquando il Vescovo Adalberto nel 897 
gettò le fondamenta della istituzione della Cano- 
nica di S. Vincenzo, perchè quei chierici, che e- 
rano destinati ai divini Uffizii nella Cattedrale, 
avessero di che sostentarsi, conferì alla canonica 
stessa la basilica di S. Cassiano con tutti i beni 
che le appartenevano e che erano sparsi, a quel 
che sembra, in molle parti del nostro contado(16). 
Le espressioni del documento che contiene que- 
sta notizia dimostrano la esistenza della basilica 
di S. Cassiano alla nostra epoca e la sua posi- 
zione vicino alla Canonica (« ibi prope »), pre- 
cisamente com' è ai nostri dì. 



»*'*. 



18 

§. 4.° Sa» Giovanni in Arena. 

( F. il N. 3 della Carla Top.) 

Questa Chiesa era posta alla estremità del 
colle sul quale è fondata la città, ove, tutte le 
più accreditale induzioni, ed il nome rimasto fino 
ad ora a quella località, fanno credere che a' 
tempi romani s' innalzasse l'anfiteatro cittadino. 
La prima menzione di questa chiesa cade nel- 
nell'anno 806, vale a dire « nella donazione in- 
ter vivos » del Vescovo Tachimpaldo colla quale 
assegnava ad essa una vigna posta pure in Are- 
na colle seguenti espressioni « Io Tachimpaldo 
€ vescovo, voglio che per rimedio dell'anima mia, 
« la basilica del bealo apostolo ed evangelista 
« Giovanni edificata entro questa città di Ber- 
« gamo abbia un piccolo pezzo di terra coltivato 
« a vile, che io posseggo entro questa stessa 
é città di Bergamo nel luogo chiamalo Arena, e 
« che è posto fra questi confini : a mattina Deus- 
fi dedit di Bonate, a tramontana la via che corre 
« a Perelassi, a mezzodì ed a sera i confini della 
« nostra basilica di S. Giovanni (17).» La espres- 
sione di « nostra basilica » usata da Tachimpaldo 
dimostra, come rettamente avvertì il Lupi, che 
egli non aveva sopra di essa soltanto quella ge- 
nerale giurisdizione che gli competeva su tutte le 
cljiese della Diocesi, ma bensì che dovea fodere 



1!) 
di qualche speciale diritto, ad esempio di giuspa- 
tronato, come se egli o qualcuno de' suoi prò* 
genitori ne fosse stalo il fondatore; il che si 
conferma tanto più pel fatto che, essendo vicina 
a questa basilica una vigna di privala proprietà 
di Tachimpaldo, essa potrebbe benissimo essere 
slata edificala pure sopra un terreno di sua privala 
proprielà(1 8). Si dovrà quindi rigettare col Ronchet- 
ti (19), P opinione dei nostri scrittori che questa 
chiesa sia stata eretta per opera di Carlo Magno; non 
però per ritenerla più antica come fe quel dotto, 
poiché essa pelea facilmente essere stata fondata 
nello spazio dei trenta e più anni, corsi dacché 
i Franchi s'erano stanziati in queste nostre con- 
trade. Al che però, come a cosa grandemente 
incerta, non aggiungiamo più altro (20). 

Sulla carta Topografica che serve di schia- 
rimento a queste indicazioni noi abbiamo segna- 
lo ai N. 3 la probabile posizione di questa chie- 
sa. La fabbrica della Cittadella nel XIV secolo, 
delle mura nel XVI hanno talmente mutato l' a- 
spetto dei luoghi, che ogni più piccolo indizio 
uon può che riuscire preziosissimo* 

|. 5, & Agnta* 

{ V. il N. 4 delia Carta Tofj. ) 

Il Calvi, a proposito di questa chiesa scrive 
sotto il 1.° gennaio: «Si rinnovano in questo 






20 

a stesso giorno le antiche memorie della consa- 
« orazione della chiesa parrocchiale di S. Agata 
« di Bergamo hor dai padri Teatini degnamente 
« posseduta et santamente officiata. V anno et 
« Vescovo che la consagrò son andati in obli- 
« vione; et la sola rimembranza del fatto a noi 
« per tradilione è passala (21).» Ciò è verissimo: 
ma per dire alcunché di certo su questo argo- 
mento possiamo asserire di trovare la prima me- 
moria dell'esistenza di questa chiesa nei primi 
anni del secolo X.° e più precisamente nel 908, 
in una carta di permuta ove abbiamo questa 
espressione: «un pezzo di terra a vile posto 
« entro la slessa città nel luogo detto sotto S. 
« Agata (subtus sancle Adiate ) (22). » 

La seconda menzione cade nel 924. In un' 
altra carta di permuta abbiamo pure: « una ca- 
« sa con corte di proprietà della chiesa di S. 
« Alessandro posta entro la città di Bergamo, 
« vicino a S. Agata (23). » 

Qui non abbiamo che a fare alcune consi- 
derazioni. E primamente che, sebbene non si 
abbia altra memoria dell'esistenza di questa chie- 
da prima del 908, tuttavia non vi ha nulla che 
si opponga a credere che abbia esistito anche 
nel secolo antecedente se da essa avevano già 
ricevuta una denominazione i luoghi circostanti 
« (subtus sancte Achate) » e se tale denomina- 
zione s'era radicala nell'uso comune di espri- 
mersi. Appare in secondo luogo dai brani che 



21 

abbiamo citali che le mura da questa parie re- 
stavano un po' lontane dalla chiesa di S. Agata, 
in modo che fra questa e quelle trovasse posto 
una piccola vigna. Forse questa sarà stata occu- 
pala in seguito dal monastero dei padri Teatini: 
ma ad ogni modo gli indizii che ci somministra 
questa notizia combinali ad altri, dei quali par- 
leremo a luogo opportuno, sono sufficienti per 
lasciarci intravedere con bastante certezza l'an- 
damento delle nostre mura in questa parte 
della città. 

§. 6. S. Matteo. 

( Vedi, la Carta Topografica.) 

Non sappiamo quanto vi sia di vero nella 
tradizione, che la chiesa di S. Matteo sia stata 
fondata da Carlo Magno, ma essa è così costante 
nei nostri scrittori, che, se non altro, si può ac- 
cettare in parte come argomento della antichità 
di questa chiesa e in pari tempo della sua esi- 
stenza alla nostra epoca (24).Nei nostri documenti, 
è vero, non rinveniamo una diretta menzione di 
essa se non nel 1110, in occasione che, per suo 
conto, erano acquistati case e terreni in Levate (25); 
ma una testimonianza giurata del 1187, la quale 
però si rapporta a falli successi nel 1112, ci fa 
conoscere che in quest'anno presso S. Matteo 
esisteva già una collegiata di canonici, i quali 



22 

cogli altri canonici delle due cattedrali, a quello 
che pare, concorrevano alla elezione del vescovo 
(20); e questa peculiarità, come pure l'altra, cioè, 
di alcuni speciali privilegi de' quali godeva que- 
sta chiesa (27), ci rende meno esitanti a riconoscer- 
ne la antichità e ad annoverarla fra quelle, la 
cui esistenza ci pare sufficientemente provata da 
queste indicazioni. 

|. 7. Santa Eufemia. 

( V. il N. G delia Carta Top. ) 

À stretto rigore noi non dovremmo parlare 
di questa Chiesa, perchè, a dire il vero, nei no- 
stri documenti non ne troviamo menzione che 
dopo il decimo secolo. Ad ogni modo è così u- 
nanime nei nostri Scrittori la opinione, che la 
fondazione di questa chiesetta andasse a perdersi 
nel buio dei secoli più lontani, che non possia- 
mo esimerci dal parlarne, tanto più poi, che la 
troviamo ricordala pochissimi anni dopo l'epoca 
di cui noi ci occupiamo. Da un documento del 
1006 noi veniamo a sapere che oggetto di % una 
vendita fu una vigna posta « vicino alla città di 
« Bergamo nel luogo detto Sotto il muro della 
« slessa città, presso il campo di Santa Eufemia 
(29).» A noi non pare di discoslarci gran fatto dal 
vero ammettendo che quella vigna si trovasse pre- 
cisamente sotto il muro orientale della Rocca, 



23 

che allora era il muro della città, e che il cam- 
po, al quale essa era vicina, avesse pigliato quel- 
la speciale denominazione dall'essere forse pro- 
prietà di questa chiesa. Fino al 1141 non ab- 
biamo più menzione di Santa Eufemìa (29;.; ma 
non crediamo però inutile di notare, che, dallo 
Statuto del 1331, il quale, come è opportuno av- 
vertirlo, attingeva in questa parte a fonti di qua- 
si un secolo anteriori, appare che la vicinia di 
Santa Eufemia si estendeva anche al di fuori 
del recinto cittadino; anzi dalle sue espressioni 
risulterebbe, che una più minuta descrizione dei 
confini esterni di essa diventasse inutile, dai 
momento che una consuetudine, senza dubbio 
inveterata, li avea già abbastanza designali (30). 
Che il tempietto di Santa Eufemia fosse 
sorto nei primi secoli dell'era cristiana sulle ro- 
vine dell'antico tempio degli Dei Capitolini, è 
opinione alla quale non saremmo tentati né 
di accedere, né di contrastare, ma alla quale 
tuttavia potrebbe aggiungere qualche lume il fat- 
to, che non pare infondata la asserzione di chi 
volle, che in questa località esistesse una rocca 
(forse l'antico Capitolium), prima che al tempo 
di Giovanni di Boemia nel 1331 venisse ordinato 
l'innalzamento dell' attuale fortilizio, la quale 
chiamavasi «Castello di Santa Eufemia (31), » e 
della quale al Rota, dopo un minuto e diligente 
esame, parve di scorgere conservati i resti in una 
parte del muro occidentale della Rocca, qual'è og- 



24 

gidì (32). Ora, il Calvi, il quale polè vedere senza 
dubbio ancora intatta quella chiesa, asseriva che era 
« piccola, in rotondo perfetto, con portico avanti 
« assai antico, et un solo altare (34); » ed il Rota, 
acutissimo indagatore delle cose nostre, e il qua- 
le, per quanto a noi vicino, non ebbe però la 
sorte di vederne gli ultimi avanzi tramutali in 
celle carcerarie, dalla sua forma, dalla sua angu- 
stia, e più di tutto dalla sua struttura confron- 
tata con quella di altri consimili edifici argomen- 
tava fosse opera dei cristiani dei primi secoli (34). 
Al quale giudizio non parendoci di opporci in 
niuna maniera, noteremo soltanto, che, a chi sa- 
rà concesso e quindi basterà il cuore di pene- 
trare nell'attuale fortilizio, vincendo il ribrezzo 
che destano ad ogni passo le memorie di una 
aborrita dominazione e il triste soggiorno a cui 
l'ha destinalo l'opera dell'uomo, troverà ancora 
una parte, sebbene disformata, di questo anti- 
chissimo tempietto, quasi rasente al vecchio mu- 
ro di cinta della nostra cillà, e meraviglierà non 
poco scorgendo la piccolezza di quel monumento, 
che forse pei nostri padri avrà segnato una delle 
vittorie più contrastate, che su questi colli beati, 
abbia mai riportato la nuova contro l'antica civiltà. 

| 8. S. Pancrazio. 

( V. il N. 5 della Carta Top. ) 

Noi non sappiamo nulla del tempo in cui 
sorse questa chiesa, ma documenti irrefragabili 



25 

né accertano l'esistenza alla nostra epoca. In una 
carta del 888 nella quale oggetto di permuta ò 
« un campo posto fuori del muro della città di 
« Bergamo nel luogo detto Prato lungo » vi ha 
tra i confinanti « a sera sancii Brancatii : » 
vale a dire una proprietà della chiesa di S. Pan- 
crazio o di S. Brancazio, come già fin d'allora si 
chiamava (35); ma noi non saremmo tanto corrivi, 
come il Ronchetti (36), ad ammettere che qui si 
intenda proprio parlare della chiesa cittadina, se 
non ci occorressero due documenti del secolo 
seguente, che ci porgono argomento per ritenere 
che qui non si accenni veramente che alla sud- 
detta chiesa. Diffatti trovando soscritti in una 
carta del 952 : « Giovanni ed Adalberto, padre 
« e figlio, di Bergamo dalle parti di S. Pancra- 
« zio (qui dicitur da Sanclo Pancratio) » in al- 
tra del 962 trovandosi di bel nuovo un « Adal- 
€ berto di S. Pancrazio (37)» ci conferma nella 
nostra opinione, che siffatta denominazione locale 
non avrebbe potuto pigliar piede fra il popolo, 
quando già da un certo lasso di tempo non fos- 
se esistita la chiesa che serviva a contraddistin- 
guere e luoghi e persone ad essa vicini. I due 
documenti del 952 e del 961, a nostro vedere, 
concordano perfettamente con quello de; 888 , 
ma le conclusioni che saremo per trarre dai due 
primi, si faranno chiare quando tratteremo delle 
vie cittadine. 



26 



| 9. Santa Maria della Torre. 

(V. il N. 7 della Carta Top.) 

Di questa chiesa e dei luoghi ad essa cir- 
convicini noi non abbiamo menzione che nel se- 
colo decimo: riporteremo quindi in ordine di 
tempo i brani dei documenti che ad essa si ri- 
feriscono, facendoli susseguire da alcune osser- 
vazioni, che non reputiamo affatto inutili. 

Ann. 928. Nel Testamento del Vescovo A- 
dalberto: « infine quelle case, fondi e famiglie 
« che ho in Aulene (ora Oleno, che forma co- 
fi munita con Sforzatica): quella vigna di mia 
« proprietà che ho entro la città di Bergamo nel 
« luogo detto Montizello, vicino a quella torre 
« che chiamasi di Santa Maria ecc. ecc. (38). » 

Ann. 982. Tra i confini di un campo posto 
nelle circostanze di S. Tommaso de' Calvi (allora 
dello Calfe), e che forma oggetto di una per- 
muta, vi ha: « da sera sancte Marie de Turre » 
(39) cioè una proprietà di Santa Maria della Torre. 

Anno 1049. E per sorpassare di alcun poco 
i confini dell'epoca che abbiam preso in esame, 
in una permuta del Vescovo Ambrogio si trova: 
« una pezza di terra di diritto episcopale e che 
« appartiene alla Cappella di Santa Maria che si 
« dice della Torre (40). » 

Sulla posizione di questa Cappella, quanto a 



27 
noi, riteniamo abbia pienamente cólto nel segno 
il Lupi quando osservava : « intorno alla Cap- 
« pella di Santa Maria in Torre già sopra avver- 
« timmo doversi stimar quella, che in un anti- 
« chissimo calendario viene ricordata in questa 
« guisa : ///. Kalend. Juniì. Dedicatio S. Mariae 
« Rosariae in Turre : quella cioè che esiste 
« ancora, che si chiama S. Maria di Rosate ed 
« alla quale è annesso il Monastero delle piissi- 
« me Clarisse (41).» Era posta adunque ove ora è 
il Liceo nel luogo detto di Rosale; il che basta 
per rigettare le fole di cui riboccano gli scrittori 
nostri sulla origine di questa chiesa. 

Gli indizi datici dalle Carle che abbiamo 
citate, benché pochi, meritano uno speciale ri- 
guardo. E dapprima, quanto al nome di « Torre 
« di Santa Maria » assegnatole nel documento 
del 928, noi crediamo che sarà stalo nell'uso di 
quel tempo di attribuire alle torri cittadine qual- 
che appellativo, sia dalla vicinanza di qualche 
Chiesa o di qualche illustre casa, sia da altra 
particolarità, come, a cagion d' esempio, nelle 
nuove fortificazioni vi era la « piattaforma di 
S. Grata » e la « tanaglia di S. Agostino; » 
poi, che questa torre appartenesse al muro citta- 
dino, si persuaderà chiunque avendo la pazienza 
di tener dietro alle indicazioni che saremo per 
dare a suo luogo, scorgerà che esso muro dovea 
passare vicino a questa chiesa. 11 documento a* 
dunque del 928 e gli altri due del 982 e del 



28 

1049 come pure l'antichissimo Calendario citato 
dal Lupi si illustrano a vicenda, giacché può 
benissimo la torre cittadina, dalla vicina cappella 
essere stata chiamala « torre di Santa Maria » 
come, quella chiesa stessa, a differenza dell'altra 
dello stesso nome, di cui abbiamo già constatala 
la esistenza, può aver pigliato il suo appellativo 
dalla torre che pure ad essa era vicina. Che se 
del resto non si volesse ammettere che questa 
chiesa esistesse fino dal nono secolo - (al che 
veramente non abbiamo accennato, e sul che ef- 
fettivamente noi non insistiamo gran fatto, per- 
chè non v'hanno argomenti che lo confermino 
o lo rigettino, né ha tale importanza che meriti 
il prezzo di porre in campo sottili investigazio- 
ni per provare una cosa che torna lo stesso la- 
sciarla in dubbio) - vi ha tuttavia nel documen- 
to del 928 una particolarità, che non vogliamo 
intralasciare di far notare, ed è, che, la deno- 
minazione di « Monticello » data al luogo dove 
erano questa chiesa, questa torre, ed il vigneto 
ad esse contiguo, non parrà strano a chiunque 
ponga mente (nonostante i grandissimi mutamenti 
a cui andò soggetta questa parte della città) al 
pendio che separa questa chiesa di Rosate (ora 
unita al Liceo) dalla vicina basilica, che da secoli 
si chiama Santa Maria Maggiore. 



29 
B. CHIESE ESTERNE. 

§. \0. Cattedrale di S. Alessandro. 

( V. il N. i della Carta Top. z= a parte. ) 

Questa chiesa, la cui posizione è ora indi- 
cata da una colonna in principio di Borgo Cana- 
le, era nei secoli nono e decimo fuori delle 
mura, come deve essere stata anche prece- 
dentemente. È bensì vero che nel Testamento 
del gasindo Tuidone si trova scritto : « la basi- 
fi lica . .. di S. Alessandro entro (intra) questa 
« città di Bergamo (42), » ma questa asserzione 
merita una speciale considerazione, vale a dire, 
rende necessario che noi esponiamo qualche 
nostro dubbio sul significalo secondo il quale 
va accettala. E innanzi tutto per la tradizione, 
della quale troviamo per la prima volta menzio- 
ne nel citato testamento, la quale voleva che 
questa chiesa fosse stata eretta sul luogo ove 
era stalo sepolto il corpo di Alessandro, e la 
quale, unita al fatto che i cadaveri si seppelli- 
vano fuori del ricinto cittadino, ci lascierebbe 
credere che fuori di esso ricinto dovea trovarsi 
fin dai primordii anche questa chiesa. Ecco ora 
lo stato delle testimonianze posteriori all'anno 774: 

Ann. 816. « La basilica di S. Alessandro 
• ove riposa il suo santo corpo vicino al muro 
« della città di Bergamo (43). » 



30 

Ann. 856. « La chiesa di S. Alessandro sì* 
« tuata fuori della porta vicino al muro della 
a città di Bergamo (44). » 

Ann. 856 bis « La chiesa di S. Alessandro 
« posta fuori del muro della città di Bergamo(45).» 

Ann. 901 circa è detta : « vicino alle mura 
« della città di Bergamo (46)» e così di seguito 
per gli anni 905, 908 e 915 ... in breve per 
tutto il secolo decimo e pei susseguenti. 

Lo slato adunque di tutte le testimonianze 
e induzioni è cosiffatto, che, cioè, prima dell'ot- 
tavo secolo questa chiesa era esterna, e così 
pure nei secoli nono e decimo, mentre per lo 
meno nel secolo ottavo parrebbe che fosse rin- 
chiusa nel ricinto cittadino. Ma è questo appun* 
to ciò di cui non sappiamo capacitarci, perchè 
noi riteniamo che da quella parte le mura non 
abbiano mai potuto allargarsi, appunto perchè 
mancavano le due ragioni principali per le quali 
ciò potesse succedere; e primamente, non per la 
floridezza ed aumento materiale della città, in 
quantochè tre secoli di guerre, di invasioni, 
di malcerti dominii e di spaventose condizio* 
ni economiche erano atti più a far ispopolare 
una città che a farla rifiorire — e noi vediamo, 
per citare un esempio solo, appunto in questa 
parte della città, verso la metà del nono secolo, 
non rimanere più che il nome dell' edificio del- 
l' anfiteatro romano ; — in secondo luogo non 
per ragione di difesa, giacché quanto più si ad- 



31 

dossavano al colle di S. Giovanni, le mura si 
rendevano difficili alle offese nemiche più che 
se non fossero slate fondale vicino al ripido e 
sovrastante pendio del monte S. Vigilio (47). È 
probabile, almeno a nostro vedere, che nel te- 
stamento di Tuidone sia incorso un lapsus ca- 
lami, o, quando non si voglia ammettere ciò, 
non sarebbe lontano dal vero il ritenere, che, 
senza dover pigliare alla lettera la frase, si vo- 
lesse indicare quella di S. Alessandro come 
chiesa cittadina in antitesi alle molte altre no- 
minale in quel documento che erano sparse 
nel nostro ed in altri contadi. Che il « prope 
muro » della caria dell'anno 816 si debba in- 
tendere dalla parte esterna del recinto, resta 
provato dall' uso linguistico di quell'epoca, giac- 
ché la chiesa di S. Lorenzo, la quale, come ve- 
dremo, era notoriamente ed incontrastabilmente 
fuori della città, nel 879 era detta « prope mu- 
« ro civitate Bergamo (48), » mentre invece le 
chiese di S. Giovanni e di S. Matteo che erano 
vicinissime alle mura della città slessa, ma dalla 
parte interna, in documenti del 809 e del 1110 
son delle, l'una: « infra hac civitate Bergamo » 
l'altra: « edificata intra civitate Bergomi (49). » 
Si noli pur anco che, volendo accettare alla 
lettera il senso dato dai nostri documenti, la 
esclusione di questa chiesa dal recinto cittadino 
avrebbe dovuto succedere tra 1' anno 774 e il 
816: ma, anche prescindendo dalle considera- 



32 

zioni falle più sopra, prescindendo dalle condi- 
zioni del luogo, le quali, come già avvertimmo, por- 
tavano che le mura riuscissero meglio difendi- 
bili quanto più si addossavano al colle di S. 
Giovanni, vi ha una testimonianza sincrona alla 
presa di Bergamo per opera di Arnolfo nel 894, 
la quale, dalla parie appunto del Castello donde 
mosse F attacco, fa menzione di un « muro an- 
« ticamenie fondalo (50):» e che tale potesse chia- 
marsi un muro innalzalo non più di un secolo 
innanzi; che, dopo non più di un secolo, un 
muro di una fortezza potesse appena reggere 
per poche ore ad un primo assalto, quanto a 
noi noi possiamo credere tanto facilmente. Per 
il che noi qui ci discostiamo a malincuore dal 
parere del chiarissimo Lupi — seguilo alla let- 
tera dal Ronchetti (51) — di ammettere alternati 
allargamenti e restringimenti delle mura cittadine 
per far concordare la testimonianza del 774 col- 
le posteriori, e colle induzioni che essi stessi 
ammisero per un'epoca assai anteriore a quella (52): 
ma quand'anche il compilatore del testamento di 
Tuidone non abbia erralo, quand' anche abbia 
usala la parola « intra » nel suo più stretto 
significalo, quand'anche le sagacissime supposi- 
zioni del nostro Lupi siano vere, pel nostro as- 
sunto però ci basti sapere, che tutte le più con- 
cordi ed incontrovertibili testimonianze ci accer- 
tano, che questa basilica, nei secoli nono e de- 
cimo, era fuori delle mura cittadine. 



33 
Vi ha un' altra quistione la quale^ sebbene 
strettamente non si connetta coir assunto no- 
stro, è necessario che sia posta in luce per 
giustificare se non altro in qualche modo il ti- 
tolo di cattedrale attribuito a questa chiesa 
in principio del presente paragrafo. La poseremo 
in due parole, giacché è già stala pienamente 
risolta dal Lupi. Abbiamo già accennato in prin- 
cipio di questo scritto ad alcune dissenzioni fra 
i canonici di S. Alessandro e quei di S. Vincen- 
zo (v. sopra §. 1). Che, in un' epoca anteriore 
alla nostra, la chiesa di S. Vincenzo fosse stata 
la sola cattedrale e matrice delle altre chiese è 
molto dubbio: e primamente perchè anche 3, 
Alessandro, come vedremo, aveva il collegio dei 
canonici, che cogli altri formavano il clero mag- 
giore della città : il che, per quanto si voglia 
esser ampli nelle deduzioni, è però sempre un 
argomento di dignità maggiore di questa chiesa 
per rispetto alle altre, e di un certo uguaglia- 
mento di essa colla cattedrale : in secondo luogo 
perchè la più alta antichità della chiesa di S. 
Alessandro, ed il fatto di essere stata questa — 
almeno si riteneva per certo — fondata sul luo- 
go dove fu sepolto quel martire, doveano con- 
correre a farvi porre la sede episcopale; e che 
là fosse in origine, lo indurremmo dalle appel- 
lazioni che sempre furono in uso di « vescova- 
ti do di S. Alessandro » e di « vassalli di S. 
« Alessandro » per indicare i vassalli del vesco- 

3 



34 

vo (53). Questa dupplicità di cattedrali non era nuo- 
va neir Italia langobarda, ed il sagacissimo Lu- 
pi, applicando alla interpretazione di questo fat- 
to un passo di Paolo Diacono (54), dal quale noi 
sappiamo che quasi in ciascuna città vi erano 
due vescovi, uno Ariano, e l'altro Cattolico, e che 
per conseguenza vi saranno state due cattedrali 
per le due diverse credenze che esistevano l'una 
accanto all'altra, argomentò giustamente, che 
presso la Basilica Alessandrina risiedesse il ve- 
scovo cattolico, presso la Vincenziana Y Ariano. 
Ne indusse quindi, che, convertiti i Longobardi, 
per esser la chiesa di S, Vincenzo posta nel 
centro della città, per una certa deferenza ai 
dominatori, colà si trasportasse anche la sede 
vescovile: il fonte battesimale posto nella vicina 
Basilica di S. Maria servisse per la città e suo 
circondario: mentre per lo contrario, nella chie- 
sa di S. Alessandro per rispetto alla sua anti- 
chità ed al suo titolare soltanto le insegne di 
cattedrale venissero conservate (55). 

Comunque si sia, noi abbiamo già detto 
ove si trovava questa basilica: una colonna di 
pietra (che è segnata sulla nostra carta = a parte 
= al N. 1) ne indica il luogo in modo indubi- 
tato. Per voler dire alcunché di questa chiesa, 
noi non possiamo rapportarci che agli scrittori 
che ci precessero. Ma è necessario innanzitutto 
avvertire due fatti. Il primo, che, in occasione 
della presa della nostra città per opera di Ar- 



35 
nolfo, pare indubitato elio anche la chiesa di S. 
Alessandro abbia sofferto gravissimi danni. L'as- 
salto, che era mosso dalla parte del monte S, 
Vigilio, la rovina di una parte del muro citta- 
dino, il furor soldatesco che non risparmiò niun 
luogo sacro o profano, erano cause più che suf- 
ficienti perchè non pochi guasti venissero recali 
a questa chiesa. E di questo fallo ne rimase co- 
stante tradizione, sebbene i nostri scrittori, in- 
dotti in errore da non sinceri documenti, e dif- 
fetlando di critica, ne esagerassero i danni e ne 
errassero l'epoca. Il secondo fatto è, che nel 
1561, quando si diede principio alla nuora for- 
tificazione, con tanta fretta si pose mano alla 
demolizione di questa chiesa, che non si poterò- 
. no salvare che le reliquie, trasportale nella cat- 
tedrale di S. Vincenzo : il resto andò disperso, 
perduto, come suole avvenire in siffatle circo- 
stanze. Tuttavia per adempiere in qualche modo 
all' assunto nostro, non sarà discaro che ripor- 
tiamo qualche passo del Lupi e di altri nostri 
scrittori riguardante questo edificio. 

Il Lupi (dopo avere espressa la opinione che 
questo tempio fosse fondato nel IV secolo, dopo che 
Costantino ebbe dato pace alla chiesa , ed in seguilo 
alle sue ordinanze , perchè con ogni diligenza e 
cura si riparassero i luoghi destinati al culto, si 
ingrandissero, ovvero se ne innalzassero di nuovi) 
pensa che la nuova fabbrica possa essersi giovata 
anche delle imperiali elargizioni stabilite a questo 



36 

scopo. « cosi che allora primamente, egli scrive, 
« e non dopo ( come pensa Pinamonte ) fu ri- 
« dotta a quella magnificenza ed a quello splen- 
« dorè che colla bellezza degli ornali corrispon- 
« desse alle cure imperiali, e in fine la feceam- 
« mirata dai posteri: e questo mi sembra ac- 
« cerlato dalle molte colonne di marmi prezio- 
« sissimi e pellegrini sulle quali poggiava il 
« tempio prima che nel '1561 fosse distrutto, 
« imperocché palesano liberalità e spesa da im- 
« peratore, e ne" secoli posteriori, come avvisa- 
« no gli eruditi, non si potevano facilmente 
« procacciare. Anzitutto accusano la medesima 
« antichità gli epistilii delle colonne stesse fcg- 
« giati alla maniera elegante di quella prisca 
« architettura che già nel quinto secolo inclinò 
« alla barbarie; ad ogni modo non si possono 
« attribuire né al decimo secolo, in cui vuoisi 
« ristaiiralo dal vescovo Adalberto, né al cleci- 
« moquinto in cui fu dai canonici ornato; quel- 
« lo poi che nei secoli successivi fu per la 
« maggior parte fatto, non a volta, ma a palco, 
« credo abbiasi a riferire ai ristauri fatti da 
« Adalberto dopo le ruine e le devastazioni pa? 
« lite: perciò non rettamente un autore Bollan- 
te dista, seguito dissennatamente nell'opuscolo 
« manoscritto sopra nominato, dubitò dell' anli- 
« chissima sua costruzione. (56)» Ed in altro luogo, 
parlando ancora dello stesso argomento, fa que? 
sle osservazioni a conferma delle precedenti ; 



« Allorquando nciranno 15G1 la chiesa Alessan- 
« drina fu atterrata, restavano ancora molti se- 
« gnì dell' antichissimo splendore e della roma- 
« na magnificenza; e testimoni! avveduti, i quali 
« scrivevano mentr' era ancora in piedi, affer- 
« mano che rendeva immagine dell' antichissima 
« basilica Costantiniana della città di Roma. (57)» 
Pigleremo dallo slesso altre notizie affine 
di completare maggiormente questo subbietto. 
Egli scrìve: « Adalberto pertanto, magnanimo e 
« munificentissimo antistite.,., sludiosissima- 
« mente e con grandi spese ebbe cura di ripa- 
« rare e di ornare V antichissimo e magnifico 
« tempio di S. Alessandro crollante, e, come 
« dimostrai, nella espugnazione della città per 
<( opera di Arnolfo in parte diruto ed abbrucia- 
« to. Quindi sopra I' epistilio di una delle mi- 
« neri parti del tempio fu posta ia marmorea 
« immagine dello stesso vescovo, e solf essa, 
« sul medesimo epistilio furono incisi questi 
« versi : 
« Quisquis Alexandri properas ad limina Sancii 
« Semper Adelberti praesulis esto memor. » 
« Vi coslrusse inoltre la cripta, o, come si di- 
« ceva, la Confessione, ed in essa trasportò ed 
« onorevolmente con grande solennità collocò il 
« corpo del gloriosissimo martire Alessandro, e, 
« coni' è assai verisimile, le reliquie dei due 
« primi vescovi: e questo luogo fu pure dal 
« Guarnerio, oculato testimonio, descritto nella 



3S 

« vita di Adalberto: egli vivea prima che queHa 
« celebre basilica nel 1561 venisse rasa dalle 
« fondamenta tanto miseramente. In quella 
« parte del tempio, egli dice, che guarda ad 
« oriente vi era il maggiore altare di magnifico 
« lavoro, e circondato da una parete, ed ivi sta- 
ff vano i canonici quando recitavano le solite 
« preci e le laudi divine; era chiamato Coro. 
« Abbassalo sotto questo altare di sette piedi e 
« fatto a volta vi era un altro luogo, che in 
« lunghezza misurava quaranta piedi, in larghez- 
« za sette. Questo si chiamava Confessione. Ivi 
« coir intervento di Re Berengario furono con 
« grande venerazione trasportate e nposle fé re- 
« fiqaie di uomini santi: nel destro lato è col- 
« locato Narno, nel sinistro Viatore, nel mezzo poi 
« è posto S. Alessandro patrono e custode (58).» 
La chiesa era pertanto volta verso oriente; essa 
era costrutta a tre navi, e sei colonne di finis- 
simi marmi, delle quali il Lupi potè vedere gli 
avanzi, ne sostenevano la volta. Il tipo dell' an- 
tica facciata di questa chiesa si trova unito alle 
opere dei Pellegrino, del Celestino e del Calvi, 
e quello rappresenta meglio che a parole quale 
ne era P aspetto esteriore per lo meno poco pri- 
ma della sua distruzione ; in conseguenza di ciò 
abbiamo reputato anche noi necessario di unirlo 
alla presente operetta insieme al disegno di un» 
antica moneta bergamasca, nella quale forse si è 
immaginato di rappresentare quel tempio sorgen- 
te sopra le mura cittadine. 



39 
| 11. Chiesa di S. Pietro. 

Il testamento più volte citato di Tuidone 
nel 774 ci porge sicura notizia di una chiesa od 
oratorio dedicalo a S. Pietro e contiguo affatto 
alla basilica di S. Alessandro colle seguenti pa- 
role: « la basilica... del beatissimo martire ed 
• apostolo S. Pietro (posta) entro la Corte di 
t S. Alessandro (59) ». Siccome perle leggi stesse 
di Costantino alle maggiori Chiese andavano an* 
nessi degli edifiej, che si chiamavano « domus 
ecclesiae » (60), e siccome, trattandosi di edifici, 
nell'uso linguistico delle nostre carte, la « Cur- 
« tis » è quello spazio scoperto, che si trova in 
essi, né più né meno dei nostri « corte » o 
« cortile »,così si potrà comprendere in qualche 
modo dalle indicazioni di Tuidone in quale con- 
nessione topografica stesse questa piccola chiesa 
colla maggiore di S. Alessandro. Essa, ampliata 
poi nel 1495, fu distrutta nel 1529, in occasio- 
ne dell' innalzamento di certe fortificazioni alle 
quali era vicina. Questa chiesa ci serve anche di 
termine di confronto per ammettere, come ab- 
biamo fatto, la esistenza della Basilica di Santa 
Maria ed il suo stretto rapporto coll'attigua Cat- 
tedrale di S. Vincenzo (61). 

| 12. Santa Grata inter-vites. 

Di questa Chiesa, posta fuori della Città, ed 
ora parrocchia del Borgo Canale, si ha sicura 



40 

memoria nel testamento di Tuidone, più volte 
citato, dell'anno 774, nel quale si legge: « la 
« basilica della beatissima S. Grata ove riposa il 
« di lei corpo, e che è vicina alla Città di Ber- 
« gamo » . In esso si legano a questa Chiesa dei 
fondi posti nel contado Bresciano. Altra menzio- 
ne di essa abbiamo nel 879 come confinante per 
alcune sue proprietà, insieme alla Chiesa ora 
detta di S. Martino della Pigrizia, con « una pezza 
« di terra a vile.., posta nelle circostanze di 
« (borgo) Canale, nel luogo dello Teuderata. » 
Rimettiamo per tutto ciò e per Y epoca della 
esistenza di S. Grata, ai luoghi qui citali (62). 

| 13. S. Lorenzo. 

(V. il N. i3 della Caria Top.) 

La prima menzione di questa Chiesa è sot- 
to il regno di Ariberto, che, anche ammettendo 
sia il secondo di questo nome, devesi quindi 
porre necessariamente tra gli anni 701 e 712. 
In seguilo viene essa ricordata nel 755 in un 
diploma di re Astolfo che, confermando la con- 
cessione fatta a questa Chiesa di una casa tri- 
butaria posta in Calcinate, ha quindi dovuto 
accennare al « praeceptum » di Ariberto, che è 
perduto e che noi non conosciamo che per la 
menzione fatta dal suo successore. Nel diploma 
del 755 la posizione di questa Chiesa è benissimo 



41 

delineata dalle seguenti parole, vale a dire : « la 
« basilica di S. Lorenzo, beatissimo Levita e mar- 
« tire di Cristo, posta fuori delle mura della no- 
ci stra fortezza (castri) di Bergamo. » Nella Car- 
ta del 879 questa Chiesa è detta « vicina alle 
mura della Città di Bergamo; » e sebbene un 
po' tarda, può giovare nullameno una testimo- 
nianza dell'anno 1044, secondo la quale questa 
Chiesa era « fuori ma non mollo lontana dalla 
« stessa città di Bergamo. » Fu atterrala anche 
essa in occasione dell' innalzamento delle nuove 
mura e slava in fianco all'attuale porta cittadina 
che da essa ebbe il nome (63). È questa senza 
dubbio la chiesa di cui abbiamo la più antica e 
la più sicura menzione. 

| 14. S. Andrea. 

(Y. il N. i4 della Carla Top) 

Tutto quello che possiamo dire di questa 
chiesa è, che di essa abbiamo memoria sotto 
l'anno 785, in occasione della vendita fra privati 
di un piccolo vigneto ad essa vicino. Merita di 
essere riportato il brano del documento che la 
riguarda, giacché da esso si comprende di leg- 
geri che questa chiesa era fuori del ricinto ciU 
tadino. « A te Guidoaldo, che abili fuori ma vi- 
« cino alla Città di Bergamo presso la basilica 
« di S. Andrea, (vendo) la mia porzione di una 



42 

« vignetta (viticellas) che posseggo sotto il mu- 
« ro di questa Città. » Questa testimonianza ci 
riuscirà preziosissima quando cercheremo di de- 
terminare più precisamente il circuito delle vec- 
chie mura cittadine (64). 

| 15. S. Michele al Pozzo Bianco. 

{ V. il N. i5 delia Carta Top.) 

Ancora nell'insigne testamento di Tuidone 
del 774 noi troviamo il primo ricordo di questa 
Chiesa. Inutile dire che dovea essere esterna 
dacché, come vedemmo, Io era anche quella di 
S. Andrea, e la testimonianza che noi arrechia- 
mo, tratta da quel documento, lo prova lumino- 
samente: « la basilica del beatissimo S. Arcan- 
ti gelo Michele fuori delle mura delia città di 
« Bergamo. > La prima volta in cui si trova 
contraddistinta questa chiesa coir epiteto « del 
Pozzo » è nelT anno 905, ma ciò non toglie 
che T abbia portato anche assai tempo prima, 
cioè nel secolo nono. La carta del 1075, sebbene 
d'alcun poco posteriore ai limili di tempo im- 
postici in questo lavoro, merita tuttavia uno 
speciale ricordo, perchè ci fa conoscere in qual- 
che modo i contorni di questa chiesa colla 
rispettiva denominazione. Eccone il brano. Si 
tratta di una permuta di terreni fra il Ve- 
scovo Aitone ed il cittadino Adalberto. Pel 



43 

primo Àltone diede a questi « un vigneto di 
« diritto dello slesso Vescovado e che appartie- 
« ne alla cappella di S. Michele detta del Pozzo (de 
« Puzo), il qual vigneto è posto fuori e vicino 
« alla città di Bergamo presso la stessa chiesa 
« di S. Michele nel luogo che si chiama Monli- 
« cello... ed è per giusta misura cento tavole 
« legittime. » Vi erano adunque attorno a que- 
sta Chiesa delle vigne, presso a poco come ora, 
e la località in cui è posta non potevasi meglio 
indicare che col nome di « Monlieello » giacché 
forma un piccol colle a sé, che si stacca dal vi- 
cin colle di S. Eufemia (65). 

(a) MONASTERI E CHIESE ANNESSE. 
§. 16. Monastero e Chiesa di S. Salvatore. 

(V. il A 7 . 8 della Carta Top.) 

Questo monastero ebbe probabilmente ori- 
gine sul finire del Regno longobardo (66). Il Lupi 
suppose con qualche probabilità che il monaco 
Maginardo, spedito dal vescovo Aganone di Ber- 
gamo a quello di Brescia perchè fosse fatto aba- 
te del monastero di S. Faustino, appartenesse 
appunto al monastero di S. Salvatore, che si po- 
trebbe supporre contiguo al vescovado dalla e- 
spressione usata nella lettera d' accompagnamen- 
to dell' anno 841 : « imperciocché dalla di lui 
« (di Maginardo) compagnia ritraevamo non piceo- 
« lo diletto (67); » il quale argomento è lutt'altro 



44 

che fortissimo, sebbene non esistano neppure 
delle prove per rigettare l'antica esistenza di que- 
sto monastero. Nell'anno 89S il Re Arnolfo con- 
cesse al vescovo Adalberto ed alla Chiesa Bergo- 
mense « il monastero di S. Salvatore posto nella 
« medesima città vicino alla cappella di S. An- 
« tonino (68). » Quantunque vi sia molta pro- 
babilità che fosse posto nel luogo ov'è ora la 
chiesa di egual nome, nullameno non vi sono 
prove per accertarlo, e la stessa indicazione da- 
taci dal diploma di Arnolfo è tult' altro che con- 
cludente, giacché ignoriamo perfettamente la po- 
sizione della cappella di S. Antonino ivi nomi- 
nata. Per il che qui noi lasciamo la cosa, come 
è, affatto incerta, bastandoci l'averne affermata 
1' esistenza in questo secolo. Neil' anno 901 Lo- 
dovico III. confermò ad Adalberto la concessione 
di questo « monasterio posto entro la medesima 
« città, e dedicato in onore di S. Salvatore (69). » 
Nel 911 poi abbiamo memoria di una permuta 
falla fra il vescovo Adalberto ed un certo Gio- 
vanni figlio di Randigone milanese, colla quale 
questi riceve una quantità di beni posti in Cor- 
singo, che appartenevano alla basilica di S. Salva- 
tore, la quale era forse unita al monastero (70). 
Ma le considerazioni che fa il Lupi nel vedere 
in questo documento nominata la sola basilica 
meritano di essere qui riportate, « Neil' antece- 
« dente volume, egli scrive, fu pubblicato un 
« diploma di Re Arnolfo col quale si donava al 



15 

« vescovo Adalberto il monastero S. di Salvato- 
« re, al principio poi di questo un altro diplo- 
« ma di Lodovico imperatore, col quale si con- 
« ferma quella donazione: credo che in questa 
« permula si tratti di poderi ad essa spellanti. 
« Ma non si chiama più monastero, sibbene ba- 
« silice. Sarei per affermare pertanto che fin da 
« quando questo monastero fu assegnato al vesco- 
« vado fosse quasi vuoto di monaci, ovvero, che in 
« questo tempo fosse slato dagli stessi inlera- 
« mente abbandonato; perciò si appella non più 
« monastero ma soltanto basilica. Del resto vi era 
« anticamente in Bergamo un'altra basilica sotto 
« il titolo di S. Salvatore, la quale forse spet- 
« tava ugualmente al vescovado per diritto di 
« proprietà insieme co' suoi possessi come lo 
« dichiara questa forinola : » la quale basilica è 
« noto essere posta sotto la potestà della chiesa 
« bergomense e dell'episcopato:» ed indi « del- 
« la detta basilica di S. Salvatore e del mede- 
« simo Episcopato e chiesa bergomense (71). » 
Nel 1136 il vescovo Gregorio donò ai mo- 
naci di Vali' Alta la cappella di S. Salvatore con 
tutte le sue possessioni (72). 

| 17. Monastero e Chiesa di S. Michele. 

(V, il N. 9 della Carta Top.) 

Lungo lutto il secolo nono non abbiamo 
memoria del Monastero posto sotto questo titolo, 



46 

ina sibbene della sola Chiesa. Però nei primi 
anni del seguente, cioè nel 905, trattandosi dei 
confini di un pezzo di terra a vite contiguo alla 
Citlà, si nomina anche una « proprietà di S. Mi- 
« chele del Monastero nuovo (73) ». L'uso dei 
Langobardi di dedicare di preferenza a S. Michele 
le loro chiese lascerebbe supporre, che anche 
questa abbia potuto avere origine durante la loro 
denominazione: ma che ad essi spelli pure la fon- 
dazione del Monastero, come riterrebbe il Ron- 
chetti (74), noi crederemmo, giacché ci parrebbe 
difficile lo spiegare ancora dopo un secolo e 
mezzo l'appellativo di « Monastero nuovo » attri- 
buito a questo solo, mentre per l'identica ragione 
si sarebbe forse potuto dare a quello di S. Sal- 
vatore e di S. Maria: poi sta il fatto che, nell'at- 
to di costituzione della Canonica, troviamo a set- 
tentrione di essa « una terra di S. Michele (75) » 
senz'altro distintivo, il che basta per lasciarci 
supporre che sia la chiesa di cui trattiamo at- 
tualmente, non la esterna delta « del Pozzo » la 
quale, come vedemmo, otto anni più lardi portava 
già il titolo « de Puleo », e che con questo o 
con altro distintivo non si sarebbe mancato di 
indicarla, molto più trovandosi vicinissima al 
luogo, del quale si descrivevano i confini, una 
chiesa omonima, e polendovi essere interesse a 
che le due chiese non venissero insieme confu- 
se. Per combinare meglio la cosa si può ammet- 
tere bensì che la chiesa abbia potuto avere ori- 



47 

gine al tempo longobardo, mentre il monastero 
ad essa congiunto può benissimo essere stalo 
fondato sul finire del secolo nono o sul principio 
del seguente. È poi degno di nota, che sebbene 
si supponga che questa chiesa si chiamasse « San 
Michele dell'Arco » da un arco di Nerone che 
dovea essere là vicino, tuttavia questa distintiva 
appellazione non compare che nei nostri Statuti 
e quindi nel secolo decimoquarto (76;; men- 
tre nel 987 si chiamava semplicemente « S. Mi- 
chele: » in principio del secolo decimo, per di- 
stinguerla dal S. Michele del Pozzo bianco si ap- 
pellava, come vedemmo, « S. Michele del Mona- 
stero nuovo »: oppure nel secolo undecimo so- 
lamente « Monastero di S. Michele (77): » il che 
però abbiamo voluto semplicemente notare per 
debito di cronisti, e null'allro, perchè, a dire il 
vero, non potrebbe esser forse argomento suffi- 
ciente a voler infirmare del lutto quella creden- 
za. Ravvicinando pertanto i due documenti del 
897 e del 905, ponendo mente in quest' ultimo 
alla espressione « S. Michele del Monastero nuo- 
vo » che, quando le nostre induzioni fossero on- 
ninamente erronee, avrebbe per lo meno dovuto 
suonare; « nuovo Monastero di S. Michele », 
crediamo si confermi quanto abbiamo più sopra 
ammesso, cioè, che la Chiesa di S. Michele ab- 
bia bensì potuto essere stala fondala all' epoca 
langobarda, ma che il monastero sia stato an- 
nesso più tardi, cioè» secondo un possibile rav- 



48 

vicinamenlo dei due citali documenti, tra Tanno 
897 ed il 905. La comparazione poi dei docu- 
menti del 905 e del 1051 mette fuori di dubbio 
d'altra parte che nell'uno e nell'altro si tratti di 
una stessa chiesa, di quella che nei secoli più 
tardi die nome ad una piccola piazza la quale fu 
come il nucleo della spaziosa Piazza vecchia 
ora Garibaldi. 

§18. Monastero Vecchio di S. Maria. 

(V, il N. io deità Carta Top) 

Qui dobbiamo procedere in senso contrario 
di quello che abbiam fatto nel precedente para- 
grafo. Là dall'aggiunta di « Monastero nuovo » 
alla Chiesa di S. Michele abbiamo indotto che 
mentre la Chiesa poteva esistere dall'epoca Lan- 
gobarda, il monastero dovea esserle stalo u- 
nito sui finire del nono o sul cominciare del 
susseguente secolo : qui dal vedere lungo il se- 
colo decimo attribuito al monastero di S. Maria 
il titolo di « vetere » noi siamo indotti ad am- 
mettere per esso un'antichità assai più alta di 
quella in cui per la prima volta ne appare la 
menzione. E per cominciare: nella vendita di un 
prato vicino al Brembo fatta nel 911 troviamo 
senz'altro tra i confinanti anche il « Monastero 
di S. Maria » che certo dovea essere quello di cui 
ora trattiamo; ad ogni modo ventisene anni do* 



49 

pò, cioè nel 938 troviamo accennata una « vigna... 
« posta sul monte della stessa città di Bergamo, 
« nel luogo detto sotto il Monastero nomalo di 
« S. Maria, e che appellasi vecchio: » e tra i 
confinanti vi ha « a sera una proprietà dello 
« stesso monastero di S. Maria, a settentrione il 
« muro della città: » nel 953 abbiamo identiche 
indicazioni: nel 1000 Giovanni prete lega, fra 
altri beni, alla Canonica di S. Vincenzo: « entro 
« !a stessa città di Bergamo un pezzo di terra 
« su parte del quale si innalza un edificio a cui 
« è unita una corte, in luogo vicino al mona- 
« stero vecchio.... della misura di quattro tavole 
« legittime: » il che è confermato anche da una 
carta del 1038 (78). Si vede da queste indicazioni 
che quel monastero era in quel tempo adossato 
alle mura della Città. Fu poscia chiamato Mona- 
stero di S. Grata dall'esservi stato trasportato il 
corpo di quella santa : il che, quando sia avve- 
nuto è incertissimo: bastandoci notare che ciò 
non deve essere stato prima del 1038. 

SENODOCHII. 

Avvertenza. = Sebbene fin dai bei tempi ro- 
mani si conoscessero questi Senodochii, od ospi- 
zii di Pellegrini (da %*»** e ^^<*<) e sebbene, 
secondo una tradizione probabile, quest'istituzio- 
ne abbia avuto origine in Palestina (Hieronym. 
ep. 66 n. 11), nullameno le fondazioni di questi 

4 



50 

luoghi di beneficenza crebbero d' assai quando 
Costanlino ebbe dalo la pace alla nuova creden- 
za (Murat. a. i. m. ae. diss. 37); per lo che furono 
bene scarsi i monasteri e le Chiese, i quali non 
avessero un luogo speciale destinato ai forestieri 
(v. a cagion d' esempio Hieron, in reg. s. Pa- 
chom. 51). Anche nei borghi delle Città si co- 
struirono di questi ospitali perchè i pellegrini, 
còlti dalla notte ed obbligati a restare fuori delle 
mura, avessero ove ricovrarsi. Di tali ne trovia- 
mo uno nel suburbio di Mantova, fuori della 
porta detta dell' Ospitale (Murat. a. 1. e), un al- 
tro nella nostra Città, che, dalla vicina basilica, 
era detto di S. Alessandro. — Quantunque, co- 
me già avvertimmo, il nome di Senodochio non 
significhi propriamente che Ospizio di Pellegrini, 
nuilameno è lecito credere, che, a quest' epoca, 
esso indicasse già quelli edificj che volgarmente 
noi chiamiamo ospitali, ove unicamente si rac- 
certano gli infermi; ed alle tante prove addotte 
da Muratori (a. 1. e), noi possiamo aggiungere 
che questo nuovo significato attribuito ad una 
tale denominazione si trova già in alcune leggi 
di imperatori romani (Cod. Just. I. Ili, 46 § 1. 
Ibid. VII, VI, 1. un. | 4.). Se poi quei Senodochii, 
dei quali conosciamo la esistenza in Bergamo, 
servissero esclusivamente all'uno od all'altro sco- 
po, od in pari tempo a tulli e due, è ciò che 
non sappiamo: per il che noi lasciamo sussiste- 
re il titolo di Senodochii, che abbiamo veduto 



51 

essersi usato fino abantico ad indicare runa e l'al- 
tra specie di ospizii. 

§19. S. Cassiano. 

(P\ il N. ti della Carla Top.) 

Di questo Senodochio si trova menzione fi- 
no dall'anno 772. Un certo Liminone prete, a- 
vendo nel 747 ottenuto dal Re Rachi fondi e 
case in Sorisole ed Ursianica, ne fece dono nel 
772 a questo Senodochio. Controversie sorte co- 
gli eredi di quel prete a proposito di questi 
beni donati, diedero occasione ad un Placito, che 
si tenne in Ghisalba nell' anno 843 nel quale, 
contro le loro pretensioni, venne riconfermata la 
donazione di Liminone. Quando nel 897 il Vesco- 
vo Adalberto ridusse a comunanza di vita i Ca- 
nonici, assegnò loro bensì la chiesa di S. Cas- 
siano con tutti i beni ad essa appartenenti, ma 
ne eccettuò i fondi di Sorisole ed Jussianica 
(od Ursianica) come quelli che erano stali in 
perpetuo assegnati a questo Senodochio (79). 

Separata coir atto di costituzione della Ca- 
nonica la chiesa di S. Cassiano dall' ospitale o- 
monimo, è probabile che questo cominciasse 
d'allora a pigliare il nome di ospitale di S. Vin- 
cenzo : il certo si è, che, nel secolo decimoquar- 
to, una tale denominazione era in pieno vigore (80), 
Che poi l'ospitale di S, Vincenzo non fosse altro 



che l'antichissimo di San Cassiano, Io desumia- 
mo da un documento importantissimo inedito 
del 1457, in cui, stabilendosi dal Vescovo Baroz- 
zi i capitoli che doveano regolare il maggior o- 
spilale della città, e quindi annoverandosi quei 
piccoli ospitali che erano sparsi in Bergamo e 
fuori, e che per conseguenza vennero aboliti, 
quello di S. Vincenzo è descritto con queste e- 
spressioni : « ospitale di S. Vincenzo, che è si- 
« tuato in città, nella vicinia di S. Cassiano, 
5 dietro alla chiesa, ossia davanti alla nostra 
« Canonica di S. Vincenzo (81). » Era posto adun- 
que in contrada delle Beccherie a sinistra di chi 
dal Gombilo muove verso il Mercato del Pesce. 

| 20. Casanova in Arena. 

Non sapremmo se soltanto nel decimo, op- 
pure nel secolo antecedente sia stato fondato 
questo Senodochio. Ad ogni modo noi ne tro- 
viamo menzione la prima volta nel 913 e ve- 
niamo a sapere che ad esso presiedeano i Cano- 
nici di S. Vincenzo. Come si comprende dal do- 
cumento che ci serve di guida, i canonici da 
parte di questo Senodochio, che era « posto en- 
« tro la città nel luogo chiamato Arena e si de- 
« nominava Casanuova », in cambio di fondi ri- 
cevuti in Albegno e Treviolo diedero al Vescovo 
Adalberto « la detta casa edificata entro la città 
« in Arena, come si disse, che è chiamata Casa- 



83 

« novo, colla corle e l'area sulla quale è fabbri- 
« cala, coll'uniio brolo, col muro da cui è cir- 
« condala, cogli alberi e colle pietre, la quale 
« per confine ha da ogni parte delle vie e da 
« mezzodì un po' di terra di proprietà di S. Ales- 
« Sandro, e misura una superficie di duecento 
• sessantotto tavole (82) ». Ommettendo per ora 
alcune osservazioni, che troveranno miglior posto 
altrove, ci limitiamo a riportare questa sola del 
Lupi: « agevolmente crederei, egli scrive, che 
« Adalberto abbia lasciato all'episcopato la casa 
<( che ricevette con diritto di proprietà in questa 
« permuta: imperciocché, come vedremo, consta 
« che nei secoli susseguenti vi abbiano talvolta 
« abitato i Vescovi bergamaschi. » Nel 923 i 
Canonici di S. Vincenzo, quali rettori di un Se- 
nodochio, di cui non si dice il nome, fanno un' 
altra permuta di terreni posti in Albegno con 
altri posti nella stessa località (83). Che questo e 
l'antecedente detto di « Casanova » fossero un 
solo ed identico Senodochio, lo dimostrerebbe il 
fatto, che ambedue si dicono retti dai Canonici 
di S. Vincenzo. Se si badi poi alla circostanza 
che il primo per lo avanti si chiamava « Seno- 
« dochio di Casanova : » che questa casa fu data 
al Vescovo in cambio di altri terreni , non è a 
meravigliare che abbia perduto quel titolo, e che 
dieci anni dopo siasi chiamato Senodochio e nulla 
più, quantunque niente si opponga a che si 
creda, che, almeno volgarmente, si dicesse, per 



54 

distinguerlo dagli altri, « Senodochio di Arena: » 
distinzione questa del resto non gran fatto ne- 
cessaria, poiché bastava, o pare bastasse, appunto 
il patronato che vi esercitavano i Canonici per 
riconoscerlo a prima vista. Il Lupi ha posto 
mente ad un'altra circostanza, che, a nostro ve- 
dere, è decisiva sotto questo rapporto. « Gli è 
« indubitato, egli scrive, che qui si tratta del 
« Senodochio ricordalo neir altra permuta del- 
« l'anno 913 pubblicata di sopra; nell'una e 
« nell'altra infatti si tratta di fondi posti in Al- 
« begno, ed ambedue parimenti erano retti da- 
« gli Ordinarj della Città, vale a dire dai Cano- 
« nici della Cattedrale di S. Vincenzo. » E que- 
sto ci pare basti per togliere ogni dubbio, se 
non restasse il più importante, ma che dichia- 
riamo immediatamente di essere impossibilitati 
a scioglierlo , di sapere cioè ove fosse posto 
questo Senodochio. 

| 21. Senodochio di S. Alessandro. 

Da chi e quando fosse stato fondato questo 
Senodochio noi possiamo dire: soltanto nel 958 
in un atto di permuta di fondi in Azzano, tro- 
viamo nominalo il Senodochio e la Canonica di 
S. Alessandro, ai quali come custode presiedeva 
il Prevosto di S. Alessandro (84). Il vedere che la 
Canonica e questo Ospitale aveano fondi in co- 
mune (85), che ad essi presiedeva la stessa per- 



55 

sona, il sapersi frequentissime presso le Chiese 
alla nostra epoca siffatte istituzioni, darebbe già a 
divedere che questo Ospitale dovea essere conti- 
guo alla basilica di S. Alessandro ; ad avvalorare 
la qual congettura, anzi a portarla al grado di 
certezza, concorre una carta di donazione del 1093 
nella quale troviamo: « l'ospitale di S. Alessan- 
« dro che è posto nel cortile di quella Chiesa, 
« fuori e vicino alla stessa Città (86). » Nelle 
« aedes » adunque di questa Chiesa era posto 
queir ospitale, e dobbiamo credere che fossero 
molto estese, se unito ad esse abbiamo già tro- 
vato T Oratorio di S. Pietro e fra breve trovere- 
mo anche la Canonica. Noi ommeltiamo altre 
considerazioni, perchè crediamo bastino queste 
sole al nostro soggetto, cioè di stabilire la esi- 
stenza e la posizione di questo Senodochio. 

LE DUE CANONICHE. 

Avvertenza. — Se non si può stabilire 1' e- 
poca in cui ebbe origine la istituzione delle Ca- 
noniche, tuttavia queste si diffusero talmente in 
Italia nei secoli nono, decimo ed undecimo, che, 
se non avessimo altre prove che ci accertano del 
contrario, noi saremmo quasi tratti ad ammette- 
re che una siffatta istituzione fosse anteriormente 
sconosciuta in questo paese (Murat. a. i. m. ae. 
diss. 62). Bisogna nondimeno notare, che la dif- 
fusione della vita regolare fra i chierici addetti 



5G 

specialmente alle Cattedrali, si deve in molta 
parte alle cure di Lodovico Pio e del Concilio 
di Aquisgrana (Murat. a. 1. e): e noi vedremo, 
parlando della canonica di S. Vincenzo, che lo 
scopo che indusse il Vescovo a volere che que- 
sti Chierici avessero comuni il vitto e la abita- 
zione, fu perché si trovassero in ogni ora del 
giorno e della notte pronti agli ecclesiastici uf- 
ficii. Collo andare del tempo i collegi dei cano- 
nici si istituirono anche in altre più illustri chie- 
se delle città : nella nostra vi era la Canonica 
addetta alla basilica di S. Alessandro (la cui fon- 
dazione è certo da ritenersi posteriore a quella 
di S. Vincenzo), ed alla chiesa di S. Matteo. Di 
quest'ultima non possiamo occuparci perchè sen- 
za dubbio ebbe origine dopo l'epoca della quale 
abbiamo impreso a trattare. 

| 22. Canonica di S. Vincenzo. 

Essa è posta a settentrione dell'attuale Cat- 
tedrale, di fianco alla piazza vecchia, o Garibal- 
di, nel luogo che anche oggidì si chiama « la 
« Canonica > volgarmente « Calonga. » La isti- 
tuzione della vita in comune fra i chierici ad- 
detti al servizio della Cattedrale ebbe origine nei 
897 per opera dei vescovo Adalberto. Nel docu- 
mento dal quale caviamo questa notizia, si leg- 
ge : « Mentre Adalberto venerabile vescovo della 
« santa Chiesa di Bergamo sedeva in sinodo nel 



87 

« Vescovado coi suoi sacerdoti e tulio il clero 
« di delta chiesa e con al tri nobili personaggi 
« che intervennero alla medesima sinodo, tral- 
ci tando delle condizioni della detta chiesa, tutti 
« i sacerdoti e i chierici a una voce chiesero al 
« loro Pastore, che, per 1' amore di Dio e dei 
« santi Vincenzo ed Alessandro martiri di Gri- 
fi sto, instituisse una Canonica dove i sacerdoti 
<* e i chierici addetti al servizio della Chiesa 
« fossero alloggiali e nutriti. Il quale, conside- 
« rando la loro domanda, e trovando giusto che 
« chi serve all'altare viva dell'altare, doman- 
« dò qual fosse il luogo più vicino alla Chiesa 
« nel quale sotto gli occhi del vescovo essi po- 
« tessero avere abitazione conveniente. I quali 
« ad unanimità scelsero e cercarono il chiostro 
« presso la chiesa di S. Vincenzo, come quello 
« che preslavasi a permettere loro di ristorarsi 
« quando avessero compili gli uffizi divini, e 
« nottetempo di poter più facilmente agli stessi 
« uffizi intervenire. Pertanto avuto riguardo alla 
« loro comodità, concesse loro integralmente il 
« predetto chiostro colla sala ed altri edifizi an- 
« nessi, coll'orto e col cortile fin dove ha per 
« confini a mattina la via, a mezzodì la detta 
« Chiesa di S. Vincenzo, a sera il cinto del Ve- 
« scovado, e a monte un pezzo di terra di pro- 
fi prietà di S. Michele e di Giovanni prete : in 
« tutto tavole legittime seltanlasei (87). » — Le 
conseguenze che si potrebbero trarre da queste 



58 

indicazioni saranno da noi accennate quando si 
parlerà delle vie e delle piazze della città : qui 
noteremo soltanto che molta parte degli edifici 
di questa Canonica fu atterrata nel secolo XVII 
allorquando la Cattedrale ingrandita assunse fi- 
nalmente l'aspetto attuale. 

| 23. Canonica di S. Alessandro. 

A noi manca l'atto col quale fu costituitala 
Canonica di S. Alessandro : è perciò che dobbia- 
mo, fino a prova contraria, attenerci ai più che 
probabili argomenti che ha addotti il Lupi per 
dimostrare che essa deve aver avuto orìgine negli 
ultimi anni del vescovo Reccone, il quale pontificò 
dal 938 al 953 (88). Nulla di più probabile che, 
come nella Cattedrale di S. Vincenzo per luogo 
opportuno a ridurre a vita comune quei canoni- 
ci si scelse il t clauslrum » vicino alla chiesa, 
così anche qui si sia approfittato degli edificj 
che forse fino dalla sua fondazione 4 erano annes- 
si a questa basilica. La prima memoria che noi 
abbiamo di questa Canonica cade nel 954 : è una 
donazione ad essa fatta dal vescovo Odelrico di 
una masseria posta in Sabio e lavorata da uomi- 
ni liberi (89). Nel 959 abbiamo memoria anche del 
Prevosto, che presiedeva a questa Canonica, per 
una permuta, da esso fatta con un certo Pietro, 
di terre poste in Àzzano (90); e, per non uscire 
di troppo dai limiti del nostro soggetto, citere- 






59 

mo in ultimo la donazione fatta a quella Cano- 
nica dalla contessa Rotruda di fondi posti in 
Isione sull'Adda (91). 

In questa epoca adunque la chiesa di S. 
Alessandro, quella di S. Pietro, il Senodochio, 
la Canonica ed altri ediflcj formavano un gruppo 
solo. Questa Canonica ebbe in seguito una pro- 
pria celebrità : ospitò Arcivescovi, Cardinali, Le- 
gati pontificii, Arcicancellieri imperiali e così via. 
Il vescovo slesso vi avea stanze per suo uso (92). 

ALTRI EDIFICI. 

| 24. // Vescovado. 

(V. il N. 12 della Carta Top.) 

Noi abbiamo memoria dell'esistenza del Ve- 
scovado e della sua posizione, corrispondente al- 
l'attuale, nell'anno 897. Nell'atto di costituzione 
della Canonica troviamo tra i confini di essa 
verso occidente « la clausura della sede episco- 
pale (93) », e che, sotto la espressione qui usata 
di « ipsius sedis », si intenda veramente il vesco- 
vado, lo confermerebbe un atto di donazione del 
vescovo Adalberto del 911 nel quale leggiamo: 
« instituì la Canonica nella chiesa del beato Vin- 
« cenzo martire presso la casa della stessa sede 
« (episcopale) (94). » Da ciò si vede che il Ve- 
scovado si spingeva sull'attuale Piazza Vecchia o 



60 

Garibaldi fino a chiudere ad occidente la Cano- 
nica: altre osservazioni troveranno miglior posto 
altrove. 

Che vi fossero altri edificj, noi possiamo né 
affermare, né negare per mancanza di documenti. 
Dove risiedessero il conte della « Civitas bergo- 
mensis » od i suoi officiali; dove coloro ai quali 
pare fossero affidate molte di quelle cure che , 
ora chiameremmo municipali, noi lo ignoriamo 
affatto : e piuttosto che arrischiare ipolesi, alle 
quali nulla farebbe piede, se non induzioni ap- 
poggiate a tempi assai posteriori, preferiamo ta- 
cere. 



Gì 
CITAZIONI B NOTE 



1. «,... unique S. Altxandro (anno scilic. 1688), su!) 
« cujus etiam nomine iaan anlea saeculi XV. reaedifieari coet>- 
« tum fuerat ) suppresso pontificia maxi mi Decreto beati Vin- 
te centii titillo, fui! prò bono pacis nuncupalum. » Lup. Cod. 
Dipi. I. 3o6. Quando nel 1 4^9 Sl era cominciato a riedificare 
o ad ampliare la Cattedrale, la prima pietra fu benedetta sot- 
to il doppio titolo di Vincenzo ed Alessandro. Calvi, Eff. II. 
i5. Id. I. 36i. 

2. ap. Lup. I. 3of>. 5o2 — Ronchet. Meni. Stor. I. 77. 79. 

3. Calvi. Eff'. I , lai., che si rapporta al Muzio, al Ce- 
Itstino ecr. V. anche Lupi e Ronchetti aa. 11. ce. 

3. Lup. I. 527 seg. 

5. Il Lupi, coll'aver posto in sodo con tanta dottrina la 
distinzione nell'uso linguistico di quel tempo fra a ecclesia » 
e « basilica w, ci autorizza a questa illazione. V. il suo Cod. 
Diplom passm. e I. 3 10, e l'insigne opera De Parodi, ante 
an. Chr. millesim., p. 68 seg. 

6. Per tuttociò ci rimettiamo al Calvi, Eff'. I. 4 T > 3 io, 
II. i5. Ili, 378. che ebbe tra mano deliberazioni prese al suo 
tempo, ed al quale perciò possiamo affidarci. 

7. Stat. mss. an. 1 33 1 . collat. IL, §. 46 nella civica 
^Bibl. gabin. A. F. IX. 4. 

8. Calvi, Eff. I. 3 io che si rapporta al Libro delle rec- 
chie deliberazioni della Città. Si aggiunga poi il fatto, a 
cui si accenna pure nel testo, che, per ridurre questa Chiesa 
allo stato attuale, si dovette verso settentrione demolire anche 
una piccola parte della Canonica, e si comprenderà la veracità 
delle nostre indicazioni. Lup. I. io65-66. Nel n54(ap. Lup- 
II. 1117), si dona ai Canonici « casa una terranea que est 
« inter portam S. Vincentii et brolitum de campanile * tutta 
edificata a spese dei donatori. Nel Necrologio di S. Vincenzo 
(ap. Lup. II. 1 35 1 ) troviamo: « Nonis Julii 1220 d. Joan- 
« ncs de la Scala Archipresbyter edificavit domum a porta 
« usque ad campanile. » — Ronchetti, o. e. III. 177. — Una 
carta inedita del 1207 ( N. 65o nella Bibl.) fa menzione di 
una » statione episcopatus que est justa portam de domino 
« ( duomo ). » 



62 

9- Lup. II. 1 65. 

io. Id. ibid. i65 e seg. 

il. Ciliamo anche qui per tutti il Calvi, Eff. II. ?.63 
che si rapporta interamente ad essi. 

12. Avvertiamo che quanto siam per dire lo prendiamo 
quasi interamente dal Lup. II. ioli seg. — Ronchetti, III. 
65. seg. 

i3. La licenza per far demolire il battisterio posto nel 
centro di questa basilica, e che ora si vede nel Cortile della 
Canonica, i'u data dalla Città ai Presidenti della Misericordia 
il i5 Gennajo 1660. Calvi, Eff. I. 93. 256. Era stato innal- 
zato nel 1340 da Giovanni Campione. Id. I. 5oi. — Ron- 
chetti, V. 82. 

14. ap. Lup. I. 527. 533. — Ronchet. I. 120. 

i5. Ad esempio, nel 1078 e nel 1086 si (anno donazioni 
a queste due chiese unite insieme, ap. Lup. II. 71 3. 749. 

16. ap. Lup. I. 1059. 

17. Ibid. I. 643. 

18. Ibid. I. 646. 

19. Ronchetti I. i49*5o. 

20. Il Lupi parlando della probabilità che il primo fonte 
battesimale fosse presso S. Alessandro, soggiunge : t< quorum 
« ( sacrorum nempe fontium ) indicium mihi videtur depre- 
di hendisse in quibusdam ebarlis seriptis imtio saeculi XIII., 
« in quibus mentio habetur de (ontibus saniti Johannis, et ex 
« ipsis colligi tur illos silos in aede, eidem dicala, quae pro- 
ci xima fuisse videtur portae urbis S. Alexandri r.oocupatae, 
« ideoque eidem insigni basilicae vicina. « Lup. I. 3 11. 

2i. Calvi. Eff 1. 2. 

22. ap. Lup. II. 59. 

23. Ibid. II. 137. 

24 V. per tutti il Pellegrin., vinea herg., II. i3. — 
Calvi, Eff. I. s3 7 . 144. 

25. ap. Lup. II. 863. Si notino le espressioni del docu- 
mento : a Ecclesia S. Malhei apostoli que est edificata intra 
« civitatem Bergomi. >? 

26. Jllegaz. ap. Lup. II. 877. 

27. Lup. in nota al doc. dd ino, ibid. II. 863. 

28. ap. Lup. II. 443. 

29. Ibid. II. io35. 

30. Lo Statuto del 1 33 1 (coli. II. 40 non usa cne 
questa espressione : « et extra suprascriptum murum civitatis 
« sicut est et esse consaevit ipsius vicinie sit et esse dcbcal 



63 

« ipsiu9 vicinie S. Heufumic. » — È probabile, a nostro giu- 
dizio, che questo Statuto abbia desunto le descrizioni delle 
Vicinie cittadine da altro compilato dopo il ia5o e prima del 
1277. In esso (coli. II. 52 ) non si tace menomamente que- 
sta circostanza di avere attinto ad uno Statuto più antico le 
sue indicazioni, e, a cagion d'esempio, ove tratta delle quat- 
tro « factae portarum « della città, nota persino la Collazione 
ed i Capitoli che ha copiato. Se si osserva dapprima, che in 
questo Statuto si fa menzione di Filippo Tommaso di Asti 
( p. e. coli. II. 27 ), il quale, come è noto, fu podestà nel 
i25o (Ronchetti, IV. 82. VI. p. XIV.), poi, che in pari 
tempo, dove parla della vicinia di S. Pancrazio (coli. II. 39 ), 
non fa cenno alcuno della chiese di S. Francesco, ovvero dei 
Frati minori, i quali la occuparono nel 1277 ( Ronchetti, IV. 
157 seg. ) — menzione fatta del resto da tutti gli Statuti po- 
steriori — crediamo che le nostre induzioni non siano senza 
fondamento. Vi ha poi un'altra circostanza, la quale, unita 
alle precedenti, ha, secondo noi, un certo valore. Lo Statuto 
del 1 33 1 parla della casa di un certo Aydo (od Aidino ) del 
Grumeilo come della proprietà di un vivente (coli. II. 36), 
mentre tulli i posteriori non si dipartono mai da questa for- 
inola : « domus quondam d. Aydi ( vel Aidmi ) de Grumeilo. » 
Ora, questo Aydo doveva vivere intorno al 1264, poiché due 
carte inedite, una del 1252, l'altra del 1254 ( nn. 703, 4§2 
nella Bibl. ) parlando di alcuni pezzi di lerra in Paderno, ci- 
tano parecchie volle fra i confinanti « d. Aydini de Grumeilo 
« civitalis Pergami. » Questi pochi indizii, raccolti quasi a 
stento, crediamo però bastino a confortare in qualche modo 
la nostra osservazione, la quale qui intendiamo sia fatta una 
volta per sempre. 

3i. Documento del 1182 ntWArch. della Misericordia, 
Fase. I. instrum, vet., citato dal Rota, Sior, ant. di Berg. 
p. 1 19, nota 3. 

32. Rota, o. e. ibid. nota 4* 

33. Calvi, Eff. II. 242. 

34. Rota, o. e. p. 123. 

35. a-\ Lup. I. 993. 

36. Ronchetti, I. 229. 

07. Lup. II, 221. 267. Si noli che i due Alti sono ro« 
gali in Bergamo. 

38. Lup. II. i65. 

3 9 . Ibid. II. 36i. 

40. Ibid. II. 627. — Ronchetti II. 27. 1.57. 



04 

4i. 1 1 > i 1 1 . II. G-iy-S. Ancora presso il Lupi (IL i3?o) è 
riportato un brano dui Necrologio di S. Vincenzo nel quale 
si legge : « Tertio Kaltndas Novembri* ann. MCLXXXVII d. 
ce Guala episcopus dedil nobis capellas sanciti Marie in Tuire. n 
Nel famoso registro dei censi dovuti alla Chiesa romana com- 
posto nel 1192 da Cencio Camerario, in quella parte che ri- 
guarda le Chiese e i monasteri bergamasrhi, troviamo pure 
« Ecclesia S. 01 a ria e in Tu ni. » V. Rondici. HI. 201-2. 

42. ap. Lup. I. 627. 

43. Ubiti. I. 667. 

44. Ibid. I. 781. 

45. Ibid. I. 733. 

46. Ibid. II. u. 

47. E difficile comprendere come, essendo entro le mura 
la chiesa di S. Giovanni, ed esistendo degli argomenti per ri- 
tenere che a una eert'Vpoca lo fosse ani he quella di S. Ales- 
sandro, il Sai vioni abbia detlo (he la muraglia antica b cende # 
va direttamente dal palazzo Sozai (ora incorporato nel Semi- 
nario ) e dall'anfiteatro alla porta del Pantano ( della Fort. 
ani. e nuova p. 7 ). Qui vi ha senza dubbio un errore, come 
quello di confondere la porta del Pantano colla porta di S. Ales^ 
sandro, le quali, sin dove giungono le nostre memorie, come 
vedremo, erano perfettamente distinte ( ibid. p. 6 ). Ma di 
ciò più avanti. 

48. ap. Lup. I. 891. 

49. Ibid. I. 643. II. 863. 

50. Cont. an. fuld, ap. Murai, r, L s. II. II. 119. — 
Lup. I. 1023. 

5i. Lup. I. 53 1. seg. — Ronchetti I. 121, 

52. « Supra tumulum enim beatissimi tnariyris (Abxan- 
a dri ) fnit excitat.* ( haec-basilica ): defunctorum autem eorpora 
a extra urbes quarto sacculo proietto sepeliebantur ». ( Lup. 
a 1. 532). Identiche parole ha il Ronchetti, a. 1. e. « ncque 
« enim intra pomerium romanis temporibus cadavera sepelie* 
« bantur. » ( Lup. I. 3o8 ). Quista usanza risaliva per lo 
meno all'epoca della redazione delle XII tavole, nelle quali 
il seppellire in Cit'à era severamente vietato: « Hominem 
« mortuum in urbe ne seppellito neve urito. 

53. Su questo argomento vedi alcune allegazioni (ap. Lup. 
II. 1028.) 

54. Paul. Disc. (L g. L. 4. 44. 

55. Ho compendialo il Lup. I. 3o3-3ii. -*r Ronchetti 
J. 6. — Un esempio che potrebbe avere in parte analogia coi 



65 

fatti atrennRti più sopra !o troviamo in Arezzo (Murat., a. i. 
m. ae. diss. 32), ove sappiamo che la Cattedrale, il Vesco- 
vado e la Canonica tirano fuori della Citta, nel luogo ov'era 
sepolto il corpo di S. Donato. Fu dopo Carlo il Calvo, anzi 
sulle istanze di questo imperatore e sulle concessioni da lui 
fatte che si pensò di fondare entro la Città una Cattedrale* 
colla casa del vescovo e l'abitazione dei Canonici ( Murat. a. 1. e). 

56. Lnp. I. 55. seg. 

5 7 . Iti. I. io36. seg. 

58. Id. II. 176. — 11 nostro Castello, nella sua Cronaca 
( ap. Murat., r. 1. s. XVI. 925), dice che l'altare sotto il 
quale era il corpo ili S. Narno era a mattina, quello, sotto il 
quale era S. Vialore, era a sera della Chiesa. V. anche Ron- 
chetti, VJ. 9. Calvi Ejf. 11. 488, 5o5. =: 11 Ronchetti poi il. 
29. seg. ha volgarizzato e nnlla più i brani da noi citati del Lupi. 

59. V. per tutto ciò Lup. I. 57, 58, 527, 532, 533. 
Ronchetti. !.. 20. 

60. Lup. J. 54. 

6». Una carta del 1 1 49* ( ap- Lup. II. 1091 ), prlando 
di questa chiesa dice : « Ecclesia S. Peti i sita ante basilicam 
« S. Alexandii ». E difficile comprendere se la parola » ante *» 
si riferiva a chi si trovava iuori, od entro la città : ne la 
carta, essendo stata rogata « apud ecclesiam S. Alexandri, » 
basta a metterci a un di presso nella posizione dei contraenti 
per indovinare in qualche modo il valore di « ante ». 

62. Lup. I. 527, 539, 893,895. — Ronchet. I. 122,211. 
— Abbiamo ancora una testimonianza abbastanza antica per 
ritenere che questa Chiesa non fosse di una grande capacità. 
Il Pinamonti nella vita di S. Grata ( §. 37. ap. Boìland. s. d. 
IV. Sepl. II. 25o) la chiama « oratorio humili et a civibus 
« satis remoto », ed il contrapposto di « nobili tempio et 
« decenti » per indicare il nuovo tempio ove fu portato it 
corpo di Grata, non è fatto certo per darci un buon concetto 
ne della capacità, ne della magnificenza di quella chiesa. 

63. V. Lup. I. 369, 437, 891. II. 6i3. — Ronchet. I. 

99. 111. 211. 

64. Lup. I. 599, 601. — Ronchet. I. 1 38. 

65. Lup. I. 529, 543. II. 37, 695. — Ronchet. I. 123. 
II. 9, 187. 

66. Ronchet. I. 108. 

67. Lup. I. 694. che interpreta con « societate » il 
« collegio » della lettera di Aganone. — Ronchet. I. 1 63. 

6^ò, Lup- I. 1039, io45. — Ronchet. 1. 245. 

5 



66 

69. Lup. II. 7, 8. 

70. Lup. IL 75. questi fondi misurano una superficie di 
Ettari 3i, 21. 

71. Id. IL 77. — Ad ogni modo è duopo convenire che, 
quando fossero topograficamente contigui questa Chiesa e que- 
sto monastero, la spiegazione più probabile sarebbe: o, I.° che 
dopo la concessione di Arnolfo il Vescovo innalzasse una Chiesa 
sotto lo stesso titolo : ovvero, II.° che alla Chiesa di S. An- 
tonino fosse dal Vescovo mutato il titolo in quello di S. Sal- 
vatore. Questa seconda ipotesi però è la meno probabile. Per- 
chè il vescovato avesse dei diritti speciali su questa Cappella, 
era necessario che nel diploma di Arnolfo, non si accennasse 
soltanto alla sua jricin^n/.a al monastero, ma benanro alla con- 
cessione di essa cappella di S. Antonino insieme col monastero. 
Per noi, data la condizione già accennata, stiamo alla [rima 
ipotesi : sebbene non sia difficile ravvisare che gli argomenti 
per segnare a un di presso la posizione del Monastero vadano 
pigliati ed adoprati con molti riguardi. 

72. Id. IL 1007. 

73. Id. IL 37-40. -- Ronchet. il. 9. 

74. Fioncbet. I. 108. 

75. Ap. Lup. I. 1059. 

76. Parliamo dello Statuto del i33i; il più. antico è 
troppo mutilo per poterne cavare un costrutto. 

77. Ann. io5i « intus eadem civitate Bergamo prope 
« monasterio S. Michaelis « ap» Lup. IL 637. 

78. Lup. IL 79, 198., 225 j 4^5, 5g3 - 596. — Ronchet. 
IL 36, 49, 93, i33. 

79. Lup. 1. 509 - 5 12, 699 - 704» 1059 -1066 — Ronchet. I. 
107, 1 15, 167, 260. 

80. NN. 35r, 43o, 463 delle Pergamene inedite in Biblioteca. 

81. Capitoli per V istituzione dell'Ospitale in Bergamo, 
§. I. presso la segretaria dell'Ospitale Maggiore. 

82. Lup. IL 87-90. — Ronchet. IL 11. seg. 

83. Lup. IL i3i -33. 

84. Id. IL 239-242. 

85. Per citare un solo esempio, oltre ai fondi già nomi- 
nati in Azzano, la Canonica e questo ospitale ne aveano in 
comune anche a Paladina. Carta del 1014 ap. Lup. IL 4?3. 

S6. Lup. IL- 781 784. — Ronchet. IL 222. seg. Credo 
per semplice errore quest'ultimo abbia posto questa carta sot- 
to il 1095. Il lesto del Lupi non lascia dubbio di sorta. 






G7 

87. Lup. I. 1059. e scg. e le importanti note che fa se- 
guire a questo documento. 

88. Lup. II. 23o. — Ronchet. II. 48. seg. 

89. ap. Lup. II. 227. — Ronchetti ibid. 

90. ap. Lup. II. 239. 

91. Ibid. 247 - 262. V. anclie una carta del 975 ( ibid. 
II. 319.), ove si dice: « quod stare videtur Canonica ipsa 
foris prope ci vitate Bergamo >?. 

92. Lup. I. 23 1. — Ronchet. II. 49- 
93- ap. Lup. I. 1069. 

94. Ibid. II. Su 



Fine della parte prima. 



Parte ll. a 

SL /fi CITTA" 

§ 1. // nome della Città. 

Prima che la nostra Citlà avesse il nome 
che. dopo tanti secoli , conserva quasi inalte- 
rato, era chiamata « Parrà » (1): probabilmente 
dall'uccello auspicale che s'era mostrato favore- 
vole alla sua fondazione, e che, come tale era 
tenuto verisimilmente da quelle schiatte, che 
prima si stanziarono su questi colli, e le quali, 
lottando colle acque, che doveano allagare tutto 
il piano, cominciarono a ridurra a coltura le sot- 
toposte campagne (2). Sopravvenute le invasio- 
ni galliche, i Cenomani che pare fossero una 
schiatta mollo affine alla Cimbrica, forse, come 
pretende Catone, distrussero questo villaggio; 
forse, sebbene ci siano altamente dipinti, prefe- 
rirono, alla pianura dominata ancora in molta 
parte da stagni e paludi , queste alture dal- 
l'aria purissima e si accomodarono nell' antica 
Parrà: ovvero — giacché per quante supposi- 
zioni si facciano, si aggirano pur tutte intorno 



70 

ad un unico punto — sulle rovine di quelle abi- 
tazioni, o poco di là discosto, essi si unirono 
insieme, e diedero origine a quel centro, al 
quale fu dato nome dalla sua posizione. Comin- 
ciò quindi allora a suonare il nome di questa 
« abitazione montana » (3), che pei nuovi abi- 
tatori significava qualche cosa più che non l'an- 
tico di Parrà ; e quando le armi romane si furo- 
no stabilite in questi paesi, trovarono appena al- 
cune reminiscenze del doppio nome che avea 
portato questa città, le quali ci furono conser- 
vale dal vecchio Catone. Ad ogni modo e' pare — 
e ciò sarebbe consentaneo anche a tutti gli indizii 
storici che abbiamo sulla conquista di questi paesi 
- che i Romani abbiano avuto la prima notizia della 
esistenza di questa città e della conseguente sua 
denominazione dalle tribù galliche circonvicine, 
poiché la forma del nome « Bergomum » ad es- 
sa attribuito, qui non prese mai piede ; ed infatti 
nei primi documenti locali del medio evo, noi 
vediamo ricomparire il nome di questa città sotto 
la forma « Bergamum, Bergamo » (4), e mante- 
nersi tale fino ai nostri giorni. Cominciando per- 
tanto dall'anno 772, e seguendo tutti i nostri 
documenti del nono e del decimo secolo, noi 
troviamo in tutti — salve poche eccezioni che 
diremo — la nostra città chiamata « Bergamo »: 
la forma « Bergomo » appare due o tre volte 
al più, una delle quali per lo meno è assai dub- 
bia: quanto a « Pergamum » lo abbiamo in 



71 

cinque o sei documenti: ma se si badi che due 
di essi sono diplomi rilasciati dalla Cancelleria 
imperiale, talché non si prestano a farci cono- 
scere la forma locale di questo nome: che gli 
altri quattro sono copie autentiche fatte nei se- 
coli seguenti, quando per l'uso comune era in- 
valsa anche nei nostri documenli questa forma, 
si comprenderà di leggieri che anche di siffatte 
eccezioni non è a farsi niun conto (5). 

L'addiettivo che serviva ad indicare la per- 
tinenza alla città, e quindi anche il cittadino 
stesso, ove si eccettui il diploma di Astolfo del 
755 nel quale leggiamo « Bergomalis » e forse 
« Bergamatis » nei nostri documenli è sempre « Ber- 
gomensis » e tre o quattro volte al più « Bergamen- 
sis ». Noi troviamo pure la forma « Pergamensis » 
ma soltanto nei casi o nelle circostanze che si rap- 
portano a « Pergamum », sul che sono inutili altre 
considerazioni. La parola « civis » per indicare 
l'abitante della città in antitesi a quello del con- 
tado, non è forse mai usata nei nostri documen- 
ti : spesse volte abbiamo la espressione « habita- 
« tor de Bergamo » (6) senza che sia necessario 
ammettere in essa una speciale condizione giuri- 
dica; però, generalmente parlando, la preposizio- 
ne « de » bastava ad indicare la provvenienza 
o l'attuale domicilio di coloro che intervenivano, 
sia come interessali, sia come testimoni^ agli 
atti che pervennero sino a noi. 



72 

| 2. Posizione della Città. 

Nel punto dove, tra le due valli del Brembo 
^ del Serio, le montagne del Bergamasco digra- 
dano in poggi, che vanno a perdersi nella vasta 
pianura di Lombardia, nella direzione da mae 
stro a scirocco, e diviso dai monti da angusti 
piani, s'innalza un gruppo di colline, varie d 
forma e d'altezza, che, unite dalla parte d'orien 
te, si disgregano poi, spingendo due braccia quas 
a toccare la riva sinistra del Brembo. Verso set 
tenlrione sono coperte da folti castagneti ; ivi 
però né la scena del Luvrida e del Canto con le 
lor falde popolale di vigneti e di polite ville, né 
le ignude e maestose vette dell' Albenza, né la 
punta boscosa dell' Ubione valgono a rallegrare 
lo sguardo dello spettatore rattristato dalla soli- 
tudine del luogo quasi incolto, né d'altro variato 
che da seni e da vallette umide ed uggiose, do- 
ve a dicembre, sulle brine intempestive dell'ot- 
tobre, cadono ed invecchiano le nevi. — Ma dal 
lato di mezzodì lo sguardo si gode nel lucido 
sereno d'un vasto orizzonte, nell'aspetto d'una 
pianura seminata di villaggi e di casali, irrigala da 
acque fecondatrici, ricca d'ogni coltura e chiusa 
in lontananza dalle nembose catene dell'Appen- 
nino e dell'Alpi Cozie e Graie. Qui amene val- 
lette dove l'umano lavoro educò ogni maniera 
di piante fruttifere: qui miti inverni, qui limpi- 



73 
de fonti, non copiose a dir vero, ma bastevoli 
al bisogno degli industri agricoltori e dei citta- 
dini : qui innumerevoli strade che con dolce pen- 
dio scendono al sottoposto piano : qui insomma 
la bella e la dovizia onde la mano benefica delM 
natura fa caro agli uomini il loro soggiorno sul- 
la terra. — A quasi uguale distanza dal punto 
più elevalo di queste colline scorrono i due 
maggiori fiumi che bagnano il contado: a le- 
vante il Serio, a ponente il Brembo ; rinserrato 
questo per la maggior parte del suo corso fra 
ripe scoscese, allargantesi quello sulle contigue 
campagne con ruinosa baldanza. 

Sull'estrema punta a scirocco di questo grup- 
po di alture, forse fino dai tempi più remoti era 
collocala la italica Parrà, o, quando questa ipolesi 
paia meno accettabile, là certo fin da principio 
si stanziò una tribù Cenomana, e vi pose la sua 
« abitazione montana ». La dominazione roma- 
na, che pare non fosse tanto grave ai Cenoma- 
ni(7), nulla non immutò nella postura di questa 
Città, né era agevole il farlo : avvegnacchè solo 
la lenta opera del tempo, e rivoluzioni più deci- 
sive e forse più terribili potevano creare ai piedi 
dell'antico nuovi centri e nuova vita. Quindi nel 
punto più culminante della città, ove ora è la 
Rocca, vi era il « Capitolami » o, per usare le 
parole di Livio, e in pari tempo di un nostro 
marmo votivo scavato in quel luogo, « la sede 
a di Giove ottimo massimo e degli Dei e delle 



74 

« Dee immortali, » ed appiedi di esso si rag- 
gruppavano le abitazioni cittadine, i templi, gli 
archi, l'edifìcio dei bagni, come a Pompei, con- 
tiguo al Foro, e un po' più ad occidente s'in- 
nalzava l'anfiteatro, di severo stile loscanico, ove 
trovavano pascolo 1' ambizione dei Decurioni, e 
l'animo dei cittadini reso feroce dal lungo abito 
di una educazione pervertita, e dove, fino ancora 
attorno alla metà del terzo secolo, per cortesia 
( «ex indulgenza» ) di Gordiano — il cantore 
delle virtù degli Antonini — i nostri quatrum- 
viri davano alla Città spettacoli di combattimen- 
ti umani (8). 

I motivi, che indussero i primitivi abitatori 
a collocare qui le loro sedi, devono avere operato 
almeno in parte, pel corso dei secoli a farvele 
mantenere; e se ora si volesse immaginare che 
soltanto la felicità della posizione, la temperanza 
del clima e la ubertosità del suolo siano con- 
corse a far prescegliere queste alture per fondar- 
vi un centro di abitazioni, non si andrebbe troppo 
vicino al vero del pari che coli' ammettere che 
solo un inalterabile ed inflessibile rituale ne de- 
signasse il luogo. Le cause per le quali hanno 
origine, fioriscono e si conservano le città sono 
molto complesse, e spesse fiate non ci è dato di 
compiutamente indagarle e di porle in piena luce: 
giacché molli elementi, ed anche i più impor- 
tanti, ponno talmente sfuggire allo esame della 
più attenta analisi, da far quasi credere che 



75 
quanto ci si para innanzi allo sguardo meravi- 
gliato, non sia avvenuto che per effetto del puro 
caso. Nondimeno, rispetto a Bergamo, noi possia- 
mo argomentare, che, collocata sovra un'altura, 
sulla quale poteva difendersi ugualmente e dalle 
innondazioni frequenti che nei tempi remoti de- 
solavano il piano, e dagli orrori di una guerra 
e di un assalto improvviso : situata allo sbocco 
di valli industri, nelle quali per lo meno fin 
dall'epoca romana, per quanto il consentono le 
più scrupolose induzioni, si doveano esercitare 
le arti minerarie di estrazione del ferro e del 
rame, e della prima e più rudimentale elabora* 
zione di questi metalli: posta frammezzo a due 
importantissime città, Brescia, cioè, e Milano, le 
quali né erano troppo vicine perchè la adugias- 
sero al suo nascere e la riducessero allo stalo di 
un semplice villaggio, né erano troppo lontane 
perchè non mantenessero vivi gli scambi i reci- 
proci ed un utile commercio : porgendo, per co- 
sì esprimerci, la mano, verso mezzodì alla pia- 
nura coi molteplici suoi prodotti, verso oriente 
ed occidente ad una serie di altipiani, di apriche 
colline fertilissime di vino, verso settentrione a 
tre valli ricche pei loro metalli, per le loro la- 
ne, per la inesauribile miniera delle loro legne, 
dovea farsi un centro naturale di tutti questi 
prodotti, un mercato a cui tulli concorressero 
pei loro scambii, e quindi trovare in ciò una 
ragione della florida sua esistenza. Questa con- 



76 

dizione di cose avrà avuto per naturale conse- 
guenza una notevole attività nel nostro munici- 
pio e nel nostro contado, e ne abbiamo un indi- 
zio in una lettera che Plinio indirizzava ad un 
nostro concittadino , nella quale lo pregava di 
tenerlo ragguagliato delle cose nostre, che qual- 
cosa di osservabile era solito di accadere in que- 
sta città (9): ne abbiamo altri indizii nel fiorirvi 
delle corporazioni dei Fabri, dei Centonarii e dei 
Dendrofori, e nel vederle ricevere legati, ed e- 
ìeggersi illustri Patroni: nel trovarsi erette delle 
are alla Dea protettrice dell' arte di filare la 
lana, a Minerva, in molte parti del nostro conta- 
do (IO), e finalmente nella memoria, giunla fino 
a noi, di agiati negozianti che risiedevano in que- 
sto territorio. — Ma le condizioni economiche 
che nella loro realtà mostravano la più spaven- 
tosa decadenza, l'influsso dissolvente del dispo- 
tismo, i continui pesi che gravavano sui muni- 
cipii, e che dal dispotismo, impotente a portarli, 
erano però con forza bastante addossati ad al- 
tri, e fatti accettare dal giovane cristianesimo, 
avranno influito, come sulle altre città, anche 
sulla nostra; non tanto però da annientarla del 
tutto, poiché la benefica influenza delle cause, 
che abbiamo più sopra enumerate, più che altro 
trovava una ragione di permanente esistenza nelle 
condizioni fra le quali viveva questa Città, e nel- 
la sua stessa posizione; talché se mancano me- 
morie per poter con certezza definire le condì- 



77 
zioni di essa sotlo i primi barbari, vi vediamo 
però fin dalla mela del quarto secolo stabilito 
il primo Vescovo; i Longobardi farla sede di 
un Duca, ed essa prendere parte non piccola 
alle commozioni interne di quel regno : sotto i 
Franchi un Conte della nostra città con genti 
levate in questo contado strenuamente combattere 
contro i Saracini dell'Italia Meridionale: qui di- 
rigere Arnolfo e Berengario i loro eserciti, e la 
sua caduta determinare la sottomissione dell'al- 
tre città dell'Alta Italia. 

Naturalmente, sebbene questa Città avesse 
conservata una certa importanza, le sue condi- 
zioni topografiche avranno subilo, non nel com- 
plesso, ma nei particolari, le più notevoli modi- 
ficazioni. La sorte dei municipii ed il loro stato 
finanziario erano caduti si in basso negli ultimi 
tempi dell'impero, che sarà stalo già molto, se, 
quando sopravvennero i primi Barbari, i pubblici 
edifici si trovassero ancora in piedi. Vi erano i- 
noltre due cause potenti ed affatto opposte, le 
quali nullameno agivano in uno slesso senso, 
concorrendo a far cancellare persino la memoria 
di quegli stessi monumenti, i quali soltanto ci 
potrebbero render conto del nostro passalo. Da 
una parte i Barbari non si saranno astenuti dal 
distruggere questi edificj dei quali essi non po- 
teano comprendere lo scopo, né ammirare il 
bello; e per quanto i racconti degli antichi sia- 
no esagerali specialmente riguardo alle prime 



78 

invasioni, tuttavia non è difficile credere che 
delle distruzioni senza un fine determinato, e per 
puro capriccio, ve ne saranno state e non poche. 
Dall'altra parte, forse nel primo e più naturale 
bisogno della difesa, molli di quei monumenti 
saranno stati convertiti a quest'uso; ed è ciò 
che noi pensiamo sia avvenuto per lo meno del 
nostro Anfiteatro, del quale nel 806 non rima- 
neva già più che il nome: eppure dovea essere 
stabile ed in pietra, se poniamo mente all'abbon- 
danza dei materiali che presenta la nostra Città, 
ad alcuni avanzi scoperti sul luogo, ed al fatto 
che non si sarebbe voluto perpetuare con iscri- 
zioni in marmo la memoria di combattimenti av- 
venuti in un anfiteatro di legno, e quindi sol- 
tanto temporaneo. Cambiata la destinazione di 
tali edificj, non è difficile accorgersi che avreb- 
bero malagevolmente potuto resistere ad un at- 
tacco, e si sarebbero mutati in un ammasso di 
ruine : la legittimità della difesa, e forse una di- 
fesa disperata poteva giustificare in qualche mo- 
do dinanzi agli occhi degli assalitori la offesa 
spinta fino agli estremi e la necessità di togliere 
ogni riparo a coloro, che voleano frapporsi alle 
loro marcie trionfali. 

Si deve inoltre tener conto di un' altra ca- 
gione non meno importante. Quando cominciò 
ad estendersi il Cristianesimo e fu donata la pa- 
ce a questa nuova credenza fu una gara nelle 
città d' innalzare delle chiese ai primi martiri. 



79 
e se non anteriormente a Costantino, certo dopo 
di lui si incominciarono a spogliare gli antichi 
templi dei loro ornamenti e delle loro colonne 
per decorare le nuove chiese. Che quelli si tras- 
formassero in queste non era gran fatto possi- 
bile, poiché il tempio pagano non rispondeva per 
nulla al concetto della Chiesa cristiana : là, e- 
scluso il volgo, pochi assistevano al sacrificio: 
qui dovea trovarsi riunita la universalità del po- 
polo credente per assistere ai nuovi riti; e la 
maggiore ampiezza non era certo una delle con- 
dizioni meno esenziali. — Non bisogna dimenti- 
care infine che, oltre a questo, anche il fanatismo 
religioso avrà avuto parte non piccola in questa 
opera di distruzione, o per lo meno di trascu- 
ranza: tutlociò che sapeva di pagano, che ricor- 
dava le antiche credenze religiose, ossivero la 
mollezza degli antichi costumi, sarà parso a ta- 
luni cosa affatto innocente — quand' anche non 
sembrasse loro mollo meritoria — il distruggerlo 
ed impiegarne quindi i materiali in altra guisa 
più conforme alle nuove idee: e sapendosi che 
il battistero cristiano fu modellato sulla forma 
degli edificj balnearii dell'epoca romana: veden- 
do che Tunica memoria che ci rimanga di un 
nostro concittadino, il quale provvide dei bagni 
e dell'acqua necessaria la nostra città, era infis- 
sa nel muro dell'attuale Cattedrale, e fu rinve- 
nuta ne' suoi contorni, a noi pare di essere ab- 
ìastanza giustificati se ammettiamo in questo 



80 

fallo un'opera di distruzione, che ci è dalo per- 
fettamente immaginare, sebbene sia andata smar- 
rita ogni memoria: forse la munificenza del no- 
stro Cluvieno avrà prestato i marmi pel fonte 
battesimale collocalo nella basilica di S. Maria, 
e forse, come sembra più probabile, in un'epoca 
anteriore avrà contribuito per la sua parie allo 
innalzamento della Chiesa eli S. Vincenzo, od 
all'edificazione di quella basilica stessa. Questo 
stato di cose, al quale, ove si aggiunga la deso- 
lante miseria dei cittadini sul finire dell' impero, 
i quali per isfuggire le cariche municipali ormai 
divenute insopportabili abbandonavano patria e 
famiglia, lasciando che il fisco imperiale sten- 
desse la mano rapace sulle loro sostanze, per- 
suaderà ognuno, che necessariamente l'aspetto 
materiale della città dovea presentare la più mi- 
seranda decadenza : edifici! pubblici e privati rui- 
nati e devastati; l'antica basilica, il foro, le vie, 
ogni luogo insomma ove si manifestava la vita 
cittadina ridotto alla più squallida condizione: 
ed un indizio significante di questo stato di co- 
se V abbiamo nel fatto che sonsi trovati pavi- 
menti a mosaico ove ora poggiano le fondamenta 
delle nostre case, e che la via, la quale passava 
pel mezzo della città, e che, per quanto si può 
giudicare dalle poche indicazioni pervenute fino 
a noi, presentava tulli i caratteri elei tempi ro- 
mani, verso il 1600 si trovava ad una certa pro- 
fondità sotterra. Indizii simili a questi pur trop« 



81 
pò sono anelali perduti, e potrannosi soltanto e- 
stenclere con notevoli rimescolamenti del suolo 
attuale; ora ci basti notare che solamente poche 
iscrizioni ci lasciano divinare alcunché della cit- 
tà nostra all'epoca romana ; ma a quante doman- 
de noi moviamo con ansia quasi febbrile, non 
risponde che il più cupo silenzio ! — La città 
adunque, rispetto alla sua posizione, rimase an- 
che sotto i Regni Longobardi, Franchi e tutti 
i successivi fino al presente qual'era sotto i Ro- 
mani e i Cenomani ; e sarebbe a meravigliare 
che ciò non fosse. Essa si prestava tanto bene 
alla difesa — che per dura necessità era e do- 
vea essere lo scopo precipuo in que' tempi — 
che si può credere che né i Goti, né i Longo- 
bardi principalmente, si saranno trattenuti dal 
mantenervi accuratamente le mura, che la cir- 
condavano come cerchio di ferro, e che, unite 
all'altre condizioni tutt'altro che propizie, ne im- 
pedivano ogni espandimento. 

|. 3. // Monte della Città. 

Che nei tempi più antichi il colle sul quale 
era posta la Città avesse un nome proprio, o di- 
verse denominazioni, non oseremmo né affer- 
mare , né negare del tutto. Il fatto è che alla 
nostra epoca noi vediamo attribuirsi a questa al- 
tura la appellazione di « Monte della Città » sen- 
z'altro, e ciò perla prima volta nell'anno 904 (11). 

G 



82 

Non è sì facile il segnare i limiti di questa de- 
nominazione. Abbiamo già veduto, parlando della 
Chiesa di S. Maria della Torre e di quella di 
S. Michele al Pozzo, come alcune località portas- 
sero il nome di « Monticello » in antitesi ai 
monte principale sul quale era collocata la no- 
stra Città; ma ciò non toglie, che quando si 
indicassero pezzi di terreno posti a piedi o sui 
pendio di questo colle, a cagione d'esempio, in 
Pignolo od in Fontana, non si dicessero situati 
« sui monte (in mons) » ovvero « vicino al mon- 
« te della stessa città (iusta mons ipsius civita- 
« tis) (12) » , il che è indizio sufficiente per ammet- 
tere questa sola e generale denominazione. La 
quale inoltre si estendeva al contiguo colle, seb- 
bene questo simultaneamente portasse anche il 
nome di Monte S. Vigilio. Così in documento 
del 957 abbiamo : « un vigneto che è sul monte 
« della stessa Città di Bergamo nel luogo chia- 
<l mato S. Vigilio; » in altro del 1032: « un 
« pezzo dì terra fuori e non lungi dalla stessa 
(( città nel luogo che si chiama Monte S. Vigi- 
« lio; » in altro del 1058: « tre pezze di ter- 
« ra fuori della Città una delle quali sul mon- 
« te che si dice S. Vigilio ; » e finalmente in 
uno del 1142: « una vigna sul monte di questa 
t città ove si chiama la Cappella (13) ». La con- 
nessione in cui si trovano il colle di S. Vigilio 
e quello della città fa credere che anche a quel 
primo siasi esteso il nome di « monte della cit- 



83 
là » e che non sia stato che in un' epoca assai 
più tarda che abbia preso piede la indipendente 
denominazione di « Monte S. Vigilio ». Se nelle 
nostre carte anche questo si chiama monte della 
città, non vuol già dire che fin là si estendesse 
la città stessa, perchè altrimenti sarebbero ine- 
splicabili tutti gli indizii storici che in questi e 
nei susseguenti secoli abbiamo sul giro delle 
mura nostre da questa parte (14): vuol dire sol- 
tanto che, sebbene fin dall'anno 727 fosse stata 
t'ondata sulla sommità di quel colle la chiesa di 
San Vigilio, tuttavia in due e più secoli non era 
ancora invalso fuso di chiamarlo esclusivamente 
dal titolo di quella chiesa: e ciò non parrà stra- 
no a chi consideri, sembrare la città nostra, a ehi 
da lontano la riguardi, posta sulla china dello 
stesso monte S. Vigilio, piuttosto che sulla cima 
di un colle quasi da esso interamente staccato. 

| 4. Le Mura della Città. 

Avvertenza. — Della esistenza di fortifica- 
zioni, che cingevano la nostra città anche in una 
epoca anteriore a quella di cui ora ci occupiamo, 
alcune notizie troviamo negli storici e nei croni- 
sti di quel tempo. Cosi, duranti alcune guerre 
intestine, che turbarono la quiete del regno Lon- 
gobardo, noi sappiamo che intorno all'anno 591 
« Gaidulfo.... si fortificò nella sua città di Berga- 
« mo (15) : » nel 701, quando il nostro Duca Ro- 



84 

tari si ribellò, sappiamo dallo stesso storico che 
« il re Ariperlo.... assediò Bergamo, e cogli arieti 
« e diverse altre macchine militari in breve tem- 
« pò, senza alcuna difficoltà la espugnò (16). » 
Risulta di qui che all'epoca Longobarda questa 
città era cinta di mura, le quali, aggiunte alla 
posizione montuosa, si prestavano ad una certa 
tal quale difesa: il che è confermalo anche dal- 
l'uso linguistico di quel tempo, giacché, come 
vedemmo, il re Astolfo nel 735, parlando della 
basilica di S. Lorenzo la dice « collocata fuori 
« delle mura della nostra fortezza (castri) di Ber- 
« gamo(17). » Il titolo di « castrum » attribuito 
alla città, che già per sé stesso indica un luogo 
posto in alto e fortificato, unito alla circostanza 
della somma cura che ponevano i Longobardi nel 
mantenere le mura delle loro città (talché al mi- 
nimo indizio di ruina il vicario del luogo provve- 
deva con ogni sollecitudine) (18), ed al fatto ancora 
che essi, sia nelle loro guerre coi Franchi, sia, a 
cagion d'esempio, nella invasione degli Avari ri- 
conobbero la loro salvezza nel riparare nelle città 
munite (19), dimostra apertamente, che non è du- 
rante il loro regno che la nostra città poteva ve- 
nire smantellata, o che potevan esser lasciate, per lo 
meno, andare in ruina le sue fortificazioni. Che 
queste mura esistessero anche nei secoli seguenti, 
nonostante forse una certa trascuratezza per parte 
dei Franchi nel riparare ai guasti più inevitabili, 
e, quel che più importa, per ragione di difesa, e 



85 
che alla difesa o bene o male servissero, lo sap- 
piamo per testimonianze irrefutabili di fatti esi- 
ziali alla nostra città, che successero appunto sul 
finire del nono secolo. Nell'occasione della presa 
della nostra città per opera di Arnolfo nel 894 
noi sappiamo dal Continuatore degli Annali di 
Fulda, che, nel luogo ove successe F assalto vi 
era un « muro fondato anticamente (20):» Liut- 
prando accenna in pari tempo ai « fortissimi ripari 
« del luogo (21), » e l'Anonimo nel Panegirico 
di Berengario racconta che Arnolfo e Berengario 
« Pergami adveniunt urbem, quam detinet ultra 
« Munitam jaculis nimium, sudibusque praeustis, 
« Natura tribuente locum satis arcibus aptum...» 
e inoltre che: 

« Urbis ad excidium properat germana Juventus 
« Undique luctifico sonitu compulsa tubarum. 
« Hie fossas implent alii, muroque propinquant, 
« Pars scalis etiam tendunt conscendere turres (22).» 

Noi ommetliamo qui, per non invadere il 
campo della storia, tuttociò che dagli stessi è 
narrato sulla ruina di una parte di questo muro. 
Naturalmente non si potrebbe ricercare di più 
per islabilire questo fatto nel modo più positivo ; 
ma vi ha appunto una questione , che tutte le 
arrecate testimonianze non bastano a sciogliere 
e che pure è per noi della massima importanza: 
qual'era l'ambito di queste mura? È ciò che dob- 
biamo indagare negli scarsi documenti di questa 



86 

epoca: a fare il che riporteremo nella nota qui 
appresso richiamata, in ordine di data, i brani 
di quei documenti, nei quali ci sarà dato trovare 
qualche indicazione anche lontana (23). Sono però 
necessarie due osservazioni ; e primamente, che, 
sebbene le nostre mura siano state danneggiate, 
ed una parte di esse sia crollata nell'assalto da- 
to da Arnolfo, nondimeno questa mina deve es- 
sere stata affa t lo parziale, giacché l'attacco mosse 
dalla parte del Monte S. Vigilio e del sovrastan- 
te Castello, e quando nel riedificarle i nostri cit- 
tadini non si fossero attenuti ai limiti delle pri- 
me, almeno la chiesa di S. Alessandro, che, co- 
me vedemmo, era posta vicinissima al luogo don- 
de i Tedeschi penetrarono nella città, avrebbe 
potuto venire inclusa nella nuova fortificazione : 
ma invece questa chiesa, incominciando per lo 
meno dall' anno 806, è sempre delta fuori del 
muro cittadino, per lo che possiamo ritenere che, 
anche dove gli avvenimenti luttuosi succeduti 
sul finire del secolo nono potevano indurre qual- 
che modificazione, nulla non si alterò dal primi- 
tivo assetto, ed il giro delle mura rimase lo 
stesso. In secondo luogo, chiunque abbia avuto 
od avrà lo pazienza di scorrere anche superfi- 
cialmente i brani da noi citati, è impossibile non si 
accorga a primo tratto come le indicazioni dateci 
da essi siano scarse ed insufficienti a farci se- 
guire ne' suoi più minuti particolari l'andamento 
delle nostre mura: bastano però a darci in gè- 



87 
nenie un'idea dell'estensione che avevano le 
stesse, ed a lasciarci stabilire se non altro un 
punto di confronto fra la condizione materiale 
della città in quel tempo e l'attuale. Intanto co- 
minciamo a notare, che i documenti del 755, 785, 
816,856 (bis) e 958 ci danno tre punti slabili 
di partenza per le nostre ricerche, vale a dire, 
ci fanno sapere che le chiese di S. Alessandro, 
S. Lorenzo e S. Andrea erano fuori della città. 
La posizione dell'ultima di dette chiese tutti a 
un di presso la conoscono: quanto alla prima, 
come già avvertimmo, è indicata da una colonna 
in principio del Borgo Canale : la seconda dovea 
trovarsi all' incirca di fianco all'attuale porta che 
ha lo stesso nome, dalla parte del borgo pure 
omonimo. Ora su questi dati e sui pochi indizii 
che andremo mano mano raccogliendo nella no- 
stra peregrinazione, tentiamo di ricostruire in 
qualche modo l'antico circuito delle nostre mura. 



Partendo adunque dal punto più orientale 
della città, e cominciando verso il mezzo dell'at- 
tuale contrada di Porta Dipinta nel punto ove 
in essa mette capo il vicolo degli Anditi, le mu- 
ra salivano sul colle di S. Eufemia, ov'è la Roc- 
ca, non in tutto direttamente - che vi si oppo- 
neva il ripido pendio - ma, giunte quasi all'al- 
tezza delle case ora incluse nella Rocca, ne se- 



88 

guivano ad un dipresso il contorno da esse se- 
gnalo in guisa da raggiungere da una parte il 
ricinto orientale della Rocca stessa e dall'altra da 
proteggere fortemente e da fiancheggiare la sotto- 
posta porta. Che nella costruzione della Rocca 
fatta da Giovanni di Boemia nel 1331 non si re- 
cassero innovazioni di sorta dallato orientale di 
quel fortilizio, quanto a noi, agevolmente lo cre- 
deremmo; poiché evidentemente la fortificazione 
occupava la parte più alla di questo colle, il più 
elevato della città, in modo da dominarne per- 
fettamente tutto il declivio co' suoi notevoli avvalla- 
menti (24): cosa di non poca importanza a quei 
tempi, e dalla quale si comprende perchè tulli 
gli indizii concorrano a farci ritenere, che da 
questo lato la noslra città, nei diversi assalti a 
cui andò soggetta, non venne mai battuta ; il 
colle di S. Eufemia discende ripidamente su 
quello della Fara, e da questo al piano ove 
scorre la Moria. Inoltre noi possediamo ancora il 
testo delle deliberazioni che furono prese quan- 
do Giovanni di Boemia si trovava in questa Cit- 
tà ; e la proposta fatta, che era passata a grande 
maggioranza, e la quale suonava in questi termini, 
« che le mura di Bergamo, prescelta però una 
« parte nella quale si costruisse una fortezza re- 
« gale e nella quale potessero avere stanza i Reg- 
* gilori e i soldati, venissero spianate (25),» dimo- 
stra che era disegno di Galvaneo dei Gargani 
e dei nostri concittadini, che, nell' innalzare que- 



S9 
sto fortilizio, si approfittasse di parte del muro 
della città, il quale in tal modo veniva a for- 
marne il ricinto orientale ed esterno; e che ciò 
siasi fatto, lo vedremo fra breve risultare da al- 
cuni brani dei nostri Statuti, dai quali si può 
argomentare, che verso F interno della città si 
dovettero bensì abbattere dalle case private per 
far luogo a quella fortezza, ma che il muro cit- 
tadino non fu tocco per nulla, poiché le indicazioni 
che lo riguardano sono le stesse nel più antico come 
nel più recente Statuto. Il ricinto orientale della 
Rocca servì di muraglia della città anche quando da 
oltre tre lustri s'era posto mano alle nuove for- 
tificazioni, e quando quasi tutta la città era guar- 
dala dai nuovi baluardi (26), poiché ai Capitani qui 
inviati dalla veneta Repubblica il sito parve ga- 
gliardissimo in modo, che non fosse urgente 
chiuderlo di preferenza a molti altri più scoperti 
(27). Ma se però si volesse fondare un giudizio 
sullo stato attuale di quel ricinto per iscovrirvi le 
traccie della sua antichità, a nostro vedere do- 
vrebbe riuscire ben difficile trovarvi punti di 
confronto cogli altri tratti che sopravvissero al- 
l' epoca dissolvitrice del tempo, in quanto che 
non bisogna dimenticare, che, quando venne fab- 
bricata la Rocca, non si sarà mancato di ristau- 
rarlo e di ringagliardirlo ove la necessità lo ri- 
chiedeva, e che sul finire del secolo scorso la 
cinta della Rocca slessa minacciava di ruinare in 
modo, che la veneta Repubblica dovette pensare 



90 

seriamente e rimetterne tutto il muro (28). -Oltre- 
passato quel fortilizio, le mura si portavano al- 
l'altezza dell'antico convento di S. Francesco e 
lo giravano in parte. In questa località anche nei 
tempi antichi erano succeduti cambiamenti, che 
non ci permettono di segnare con tutta precisio- 
ne il luogo ov'era poggiato questo muro. A ca- 
gion d'esempio nello Statuto del 1331, nella 
descrizione della « Porta » di S. Lorenzo e del- 
le vicinie di S. Pancrazio e di S. Eufemia, tro- 
viamo la seguente espressione « andando diret- 
« tamente per contrada Solata fino al muro del- 
« la città di Bergamo e per la stretta che è tra 
« la casa gli Albarini e le case di Nantelino che 
« dicesi Brugalo e di Nigro dei Mazzocchi della 
« Ripa (29); » ma in questo frattempo si era posto 
mano alla costruzione della Rocca: almeno dalla 
parte interna, come accennammo, si erano do- 
vute abbattere delle case, per il che nello Statuto 
del 1391 e nei susseguenti troviamo invece: 
« andando in su per via Solata.... fino al muro 
« della cillà di Bergamo rasente la chiesa dei 
« Frali minori, lasciando dalla parte di sera 
« quella chiesa, la quale è in capo alla stretta 
« che è tra le case un tempo di Nantelino di 
a ser Sozio della Ripa ed ora del Comune di 
« Bergamo, e la casa del signor Raimondo, che 
« fu poscia di Albarino degli Albarini, le quali 
« case furono gettate a terra a cagione della 
« Rocca (30). » Risulla da queste allegazioni, che, 



91 

partendo dall'attuale Mercato delle Scarpe, ed 
andando per contrada Solala, si raggiungeva il 
muro cittadino: che. atterrate alcune case per 
l'innalzamento della Rocca, l'unica indicazione 
che rimase in seguito, era che questo muro si 
trovava rasente alla chiesa dei Francescani. 
Non bisogna però , nel seguire l' andamento 
dell' antica fortificazione , partire dalla base 
della forma attuale di quel Convento e della 
chiesa ad esso unita, ed ora quasi distrutta. Fi- 
no dal 1455 la chiesa ed il convento minacciava- 
no di ruinare per la loro vetustà (31), e nel 1502 
si pose mano a rifabbricarli sopra una base più 
vasta che non fosse l'antica (32). Le indicazioni date 
adunque dai nostri Statuti non bisogna adattarle 
alla lettera alle attuali condizioni del luogo: se 
l'antica chiesa era assai più piccola della nuova 
— e non si durerà fatica a crederlo, — e se 
essa si trovava rasente al muro cittadino, biso- 
gna necessariamemte indurne, che questo pas- 
sasse pel corpo dell'attuale edificio, e lo girasse 
in parte, fino a raggiungere la porta di S. Lo- 
renzo, nel punto ove s'incrociano la contrada 
del Seminario e la stretta di S. Francesco colla 
via di Borgo S. Lorenzo (33). - Oltrepassata la pre- 
detta Porta, le mura seguivano un andamento, 
quale è segnato dall'attuale contrada del Semi- 
nario, e dall'edificio dello stesso Seminario vec- 
chio, e quale lo esigevano le ragioni della dife- 
sa, e le condizioni stesse del pendio. La nuova 



92 

chiesa adunque di S. Lorenzo ed il contiguo 
fonte del Lantro restavano fuori della città, e 
ciò è confermato anche da testimonianze ante- 
riori ai nostri Statuti, e quindi vicinissime all'e- 
poca della quale ci occupiamo. Ne! 1032 in un 
atto di permuta nel quale si enumerano varii 
pezzi di terreno, posti in parte dentro, e in 
parte fuori della città, fra gli esterni ve ne ha 
uno posto « nel luogo che si dice Lantro (34).» In 
altra carta del 1044 parlasi di un altro pezzo 
di terra situalo « ove si dice Lantro... ove corre 
« lo slesso Lantro... non molto lungi dalla stessa 
« città (35):» e nello Statuto del 1331, trattan- 
dosi dei confini della vicinia di S. Matteo, si ac- 
cenna alla casa di un certo Manfredo Mallio, la 
quale poneva capo « nella vicinanza di S. Lo- 
« renzo sul muro della città, che è sopra il Lan- 
« tro (36). » Siffatta indicazione pone fuori di 
dubbio la direzione da noi segnata delle nostre 
mura, le quali, girando, come dicemmo, l'edificio 
del Seminario vecchio, e chiudendo nel loro àm- 
bito l'antica chiesa di S. Matteo, della quale co- 
me di chiesa interna abbiamo memoria per la 
prima volta nel MIO (37), con rapida risvolta verso 
mezzodì risalivano il colle nella direzione del 
fonte del Vasine, sotto il convento de' frati Car- 
melitani, ove sussistono ancora non pochi avan- 
zi, e d' onde, riprendendo la prima direzione 
verso occidente, raggiungevano direttamente l'at- 
tuale edificio della Cittadella. 



93 

Qui sono necessarie alcune considerazioni, 
affine di convalidare meglio le nostre indicazioni. 
E dapprima, anche all' epoca della compilazione 
del nostro Stalulo del 1331, il fonte della Boc- 
cola era esterno: la descrizione della vicinia di 
S. Matteo non ci può lasciare alcun dubbio (38). 
Poi vi è il fatto, che gli archi della muraglia dei 
Vasine, inoltrandosi per un certo tratto lungo la 
così detta strada del Vasine, non poteano con- 
giungersi col restante muro verso S. Matteo, che 
lasciando fuori del loro àmbito il fonte e 1' at- 
tuale strada della Boccola. Naturalmente il muro 
che risaliva da S. Matteo, congiungendosi a quel- 
lo che, pel fonte del Vasine, andava verso l'at- 
tuale edificio della Cittadella, avrà formato un 
angolo : e questa circostanza ci spiega la deno- 
minazione di « Cantone del Vasine » che nel 
1196 troviamo in una investitura, per indicare 
appunto un pezzo di terra posto in questa loca- 
lità entro le mura stesse (39). Gli archi che costi- 
tuiscono il fonte del Vasine, e che, nascosti dalle 
case, si protendono da una parte e dall'altra di 
esso fonte, appartengono, come dicemmo, all'an- 
tica muraglia. Le indicazioni che ne danno tutti 
i nostri Statuti, cominciando da quello del 1331 
— che, come già avvertimmo più volte, in que- 
sta parte attingeva le sue descrizioni ad un'epo- 
ca assai anteriore — e giù giù fino a quelli 
compilati quando era qui stabilita già la Signo- 
ria Veneta, non ne lasciano alcun dubbio. In 



94 

essi — nella descrizione della Porta di S. Ales- 
sandro — noi troviamo concordemente queste 
espressioni : « ed andando in giù per la via del 
« Vasine (partendo cioè dall'attuale Piazza Nuo- 
ce va) fino alla pietra lavorata, che è nel muro 
« della città, nella qual pietra sono scolpile le 
« insegne del signor Filippo di Asti, un tempo 
« podestà del comune di Bergamo, e la quale pie- 
ce tra è nel bel mezzo del fonte del Vasine (40):» 
È chiaro dunque che lo stesso fonte del Vasine 
non è altro che l'antico muro della citlà ; e qui 
deve essere successa la stessa cosa che pel mo- 
nastero di S. Francesco, cioè che verso il finire 
del secolo XV essendo le nostre fortificazioni e- 
slremamente trascurate, o meglio, avendo già lo 
stesso muro prese altre direzioni, i Frati Carme- 
litani estesero Siili' antico la rinnovata fabbrica 
del loro monastero (41).-- Continuando così la sua 
direzione verso occidente, il muro raggiungeva 
l'attuale edificio della Cittadella e lo circondava 
in quasi tutta la sua parte settentrionale; poi, 
giunto al luogo dove a un di presso è ora 1' u- 
scila dalla Cittadella stessa verso il Colle Aperto, 
volgeva verso mezzodì (42), addossandosi al colle 
di S. Giovanni in Arena, e seguendo appresso a 
poco la direzione ora segnata dall'ampia strada, 
che corre dalla Porta attuale di S. Alessandro al 
bastione di S. Giovanni. In questa parte però il 
muro presentava delle angolosità volute dalle 
condizioni locali : e, girato il colle di Arena fino 



95 

all'altezza del nuovo Seminario, volgeva verso 
Scirocco. Qui le tracce dell'antica muraglia sono 
un po' più frequenti : ad oriente di quella parte 
del basso Seminario, che guarda sulle mura e 
che nella sua costruzione appalesa di essere for- 
mata da duo torri contigue, in un giardinetto e 
sostenuti da piccoli barbacani si veggono ancora 
evidenti avanzi della vecchia nostra fortificazio- 
ne: sotto il monastero di S. Grata e precisa- 
mente nell'attiguo giardino restano ancora dieci 
archi di quella muraglia : archi consimili sono 
quelli che sostengono la parte superiore della 
strada che dalla mura nuova conduce sul mon- 
ticello di Rosate, ov' è ora il Liceo. Sappiamo 
che la chiesa di S. Lorenzino poggiava sull' an- 
tico muro della città, poiché nel 1462 la Città 
concesse alla compagnia dei disciplini di S. Lo- 
renzo di fabbricare la loro chiesa « sopra il mu- 
« ro della città medesima, ferma la via restante e 
« senza verun pregiudizio (43): « e questa notizia 
ci è tanto più preziosa, in quanto che, coinci- 
dendo a un di presso coll'epoca dell'ampliamento 
dei conventi di S. Francesco e del Carmine, di- 
mostra che in questo tempo si cominciava ad 
usare e ad abusare forse delle nostre mura per 
tutl' altro fine di quello, pel quale erano state 
innalzate : al che si prestava la città stessa colle 
sue concessioni. Questi indizii ai quali abbiamo 
accennato, ed ai quali ognuno può porre atten- 
zione, ci fanno vedere, che l'antica fortificazione, 



di molto più interna della nuova, passava : I.° sotto 
il Seminario nuovo; II. per lo mezzo del mo- 
nastero di S. Grata; III. che, giunta presso a 
poco ove ora un vicolo chiuso separa dalla parte 
orientale quel monastero dalle restanti case, do- 
vea abbassarsi di alcunché sull' attuale strada 
delle mura sino a porsi all'altezza degli archi 
superstiti sotto il Liceo; IV. che la strada det- 
ta tuttora di S. Lorenzino correva rasente alle 
mura, anzi sulle mura stesse della città; V.° e 
finalmente, che 1- area occupata dal palazzo un 
tempo Brembati dovea restare fuori dell' antico 
ricinlo; del qual fatto si avea notizia certa fin dai 
primi anni del secolo XYI (44). — Oltrepassata 
la contrada di S. Giacomo, il muro continuava 
nell'altro lato della città (vòlto verso ostro-sci- 
rocco) conformandosi alla linea segnata in parte 
dell'attuale vicolo degli Ànditi. Anche qui ne ri- 
mangono degli avanzi, ancora ben conservati, in 
archi identici a quelli, che ricordammo entro il 
monastero di S. Grata. Il ricinto delle mura si 
chiudeva allo sbocco del vicolo prenominalo nel- 
la contrada attualmente detta di Porta dipinta, 
donde abbiamo prese le mosse in questa nostra 
rapida descrizione (45). — Tale a un di presso era 
il ricinto di Bergamo in questi secoli. Noi l'ab- 
biamo seguito a passo a passo cautamente, ed è 
perciò che talvolta siamo riusciti un po' dubbiosi 
nelle nostre induzioni. Abbiamo segnato tre punti 
estremi della nostra città^ che in quei secoli e- 



97 

rano fuori delle mura, cioè le chiese di S. Ales- 
sandro, di S. Lorenzo e di S. Andrea: abbiamo 
segnato altri punti affatto opposti, nei quali tro- 
vammo ancora pochi avanzi di quest'antica mu- 
raglia: ecco lutto ciò che ci resta di quel tem- 
po. Potrà un gruppo di case essere stato incluso 
in posteriori accerchiamenti : dove rileniamo se- 
guisse una linea reità, costretto dalle condizioni 
del luogo, il muro potrebbe forse essere stato sog- 
getto a sinuosità più o meno spiccate: ma, pre- 
sa nel suo complesso la cosa, non può rimaner 
dubbio di sorla sulle indicazioni da noi date. Si 
accorci la contrada di S. Andrea e di Porta dipinta 
sino al vicolo degli Anditi: si tagli il borgo di 
S. Lorenzo fino all'altezza della chiesa attuale 
posta solto lo stesso titolo, o meglio, fino all' in- 
crociamento dello stesso colla contrada del Se- 
minario e col vicolo di S. Francesco, e si vedrà 
designarsi da se intorno a questo gruppo di ca- 
se il contorno delle sue fortificazioni. Quando 
anche ci mancassero quelli scarsi indizii che l'è- 
dacilà del tempo e l'imperizia degli uomini non 
giunse a rapirci, quand'anche tutte le memorie 
fossero spente, noi, gettando uno sguardo sulla 
configurazione della nostra città, saremmo co- 
stretti a dire che tale, e non altro, ne dovea 
essere il ricinto. I nuovi mezzi di offesa, costrin- 
gendo a cercare nuovi mezzi di difesa, allarga- 
rono questo ricinto: ma il corpo della città ri- 
mase, quale fu sempre, strettamente insieme 

7 



98 

rannodato : si collegò bensì per poche vie, forse 
in principio quasi deserte, ai diversi gruppi di 
abitazioni, che sorgevano a' suoi piedi, ma man- 
tenne sempre intatta la sua configurazione, la 
quale in ultima analisi non andò mai soggetta 
a notevoli mutamenti. La forma slessa del colle, 
sul quale è posta, fissava quasi preventivamente 
i limiti della sua estensione: non poteva allar- 
garsi in un senso o nell'altro senza mettere a 
pericolo il bisogno della difesa prepotente a' quei 
tempi, i quali del resto non erano i più propi- 
zii a questo ingrandimento. Ma quando le sorti 
mutarono, quando, oltrepassato il secolo decimo, 
cominciarono a manifestarsi i segni di una vita 
cittadina piena di gioventù e di forze, di una 
vita attivamente libera, non fu già la città che 
si estendesse al piano, ma essa stessa dovette 
alfine porgere la mano ed abbracciare in un àm- 
bito solo quei disgregati centri, i quali, se da 
lei non potevano riconoscere in modo assoluto 
la loro esistenza, ad essa però si collegavano 
per la comunanza degli interessi, per la vicinan- 
za del luogo, pei santi legami del sangue, e da 
essa ricevettero da ultimo l'augusto battesimo 
di un nome onorato. 

§. 5. Le Torri Cittadine. 

Ognuno comprenderà di leggieri che, se ap- 
pena rimangono alcune traccie dell' andamento 



99 
che avea il nostro muro, tanto più deve essere 
difficile il voler determinare ove si trovassero 
le Torri , che servivano a renderne più age- 
vole la difesa. Ci accontenteremo perciò di alcu- 
ne generali indicazioni, appoggiale, per quanto 
è in noi, a lutti gli indizii più probabili, che ci 
si faranno innanzi. — È indubitato che il nostro 
muro sarà stato interrotto a quando a quando da 
alle Torri ; ma se queste poi fossero più o meno 
frequenti, se conservassero fra di loro quella di- 
stanza, quale la pretendevano gli antichi, e che 
era richiesta dalla portata delle loro armi (46), è 
ciò che non sappiamo nel caso nostro. Tuttavia è 
lecito credere, che, essendo la città nostra posta 
sopra un colle, che da tre parti discende con 
ripido pendio sovra il piano, e molto più, che 
le condizioni locali costringendo il nostro muro 
a seguire un andamento piuttosto tortuoso, in 
modo che i fianchi degli assalitori restavano u- 
gualmente scoperti, senza ricorrere ad altri arti- 
ficii, le Torri non saranno slate né necessaria- 
mente, né utilmente molto frequenti. Nel diploma 
di Berengario del 904 troviamo in vero concessa 
facoltà ai nostri cittadini di riedificare « mura e 
torri (47): » ma qui Y indicazione è troppo generale, 
molto più poi, che, trovandosi le identiche espres- 
sioni in un diploma di Rodolfo del 922 (48), si può 
credere che si usasse una formola generale invalsa 
allora nelle Cancellerie regali per la necessità 
delle cose, e nulla più. — Nella descrizione 



100 

della presa della Città per opera di Arnolfo nel 
894 troviamo pure menzione speciale di una 
Torre, ove nella fuga riparò il Conte Ambrogio: 
per esempio nel Continuatore degli annali di 
Fulda abbiamo : « il Conte Ambrogio, autore di 
« quella guerra contro il Re, cercando nella fu- 
ti ga uno scampo, sali sovra una certa Torre: » 
nell'Anonimo panegirista di Berengario: 
* Ambrosius auctor sceleris, fomesque malorum, 
« Ut tandem vkJet immites dominarier hostes 
« Arcibus adscensu celeri petit ardua turris, » 
ma ognuno comprende come anche questa indi- 
cazione sia troppo generale, e importi ben poco 
al caso nostro, perchè non serve che ad attestarci 
l'esistenza di queste Torri, del che non avevamo 
la minima ragione di dubitare. — Piuttosto no- 
teremo, che abbiamo sicura memoria dell'esisten- 
za di una torre sotto il Liceo, la quale, come 
vedemmo già, era detta Torre di S. Maria, dalla 
vicinanza di mna cappella cosi intitolata: che 
forse apparteneva alla noslr'epoca quella « Torre 
« rotonda che è sul muro cittadino (49),»^ situala 
nella vkinia di S. Giovanni, poco discosto dalla 
Porta di S. Alessandro: che la denominazione di 
« Turresella » che si trova riguardo al muro 
della città sotto 5 S. Matteo e sopra la Boccola, se 
non risaliva proprio alla nostra epoca (50), dovea 
Tuttavia accennare ad una piccola torre che fino 
■dai nostri tempi poteva trovarsi in quella loca- 
lità, e che sarebbe quasi a meravigliare non fos- 



101 

se esistila, perchè là il muro, che discendeva 
dalla Porla di S. Lorenzo e girava la chiesa e le 
« domus » di S. Matteo, dovea formare una cèrta 
angolosità sporgente, la quale, per ragione di di- 
fesa, richiedeva la costruzione di questa Torre. 
Non vorremmo asserire che la Torre de' Gru- 
melli, ia quale crollò nel 1404, possa essere uri 
tempo appartenuta al muro cittadino, sebbene 
non ne potesse essere neppure di molto disco- 
sta (51): ad ogni modo per dare una indicazione 
generale, la quale per lo meno giustificherà chiun- 
que sulle traccie da noi indicate vorrà segnare 
qua e colà qualche Torre senza poter citare qual- 
che documento che ne assicuri l'esistenza, dire- 
mo, che, quando le antiche fortificazioni non e- 
rano affatto regolari, in modo da dare norme 
quisi stabili alia collocazione di quesii mezzi di 
difesa, non si può andare errati nel supporre, 
che per lo meno agli angoli fossero poste delle 
Torri, per quell'antica massima, la quale per es- 
sere troppo ragionevole, dovea sopravvivere a 
tutte le età, cioè, che « in quelle fortificazioni 
« nelle quali si protendono degli angoli, la di- 
« fesa è malagevole , perchè essi proteggono 
« meglio il nemico che non il cittadino (52): » e 
dove queste fortificazioni si mantennero, si confer- 
ma pienamente V asserto nostro. Naturalmente 
poi, ove il muro correva in una linea più diret- 
ta, come, a cagion d'esempio, dal lato di mezzo- 
di della nostra città, queste Torri saranno state 



102 

collocate a tratto a tratto, secondo regole pres- 
soché stabili; e questo ci pare basti al nostro 
argomento (§3). 

§. 6. Le Porte della Città. 

Avvertenza. — Quali e quante fossero le 
Porte della nostra Città a quesl' epoca, noi non 
possiamo determinarlo che per via di induzioni. 
Nel Diploma di Berengario del 904(54), col quale 
si concede che siano rifatte le mura in parte ca- 
dute per opera dell'armi sue e di quelle di Ar- 
nolfo, si parla di « Porle della Città » ; ma in 
qual numero fossero esse e dove poste, sarebbe 
inutile il pur ricercarlo, mollo più che, come 
osservammo nel paragrafo precedente, qui si sa- 
rà naturalmente impiegala qualche formola in 
uso nelle Cancellerie di quel tempo, senza che 
si avesse uno speciale riguardo alla effettività 
della cosa. Le Porte potevano essere due, come 
quattro o sei : Berengario concedeva la facoltà 
di rifabbricare mura, porte e torri e nulla più 
in termini affatto generali ; per il che è facile 
vedere quanto piccolo fondamento possiamo fare 
su questo semplice dato. — Piuttosto diremo, 
che della « Porta di S. Alessandro » abbiamo 
menzione nel secolo nono, e precisamente nel 
856, in una carta, ove, accennandosi alla Basi- 
lica di S. Alessandro, è scritto che questa era 
« posta fuori della Porta, vicino al muro della 



103 
« Città di Bergamo (55);» e sebbene da questo 
documento non risulti appuntino che già fin d'al- 
lora questa Porta avesse la sua denominazione 
dalla basilica che le era vicina : sebbene ciò non 
risulti neppure da un'altra Carta del 958 nella 
quale si legge: « la canonica della Chiesa di S. 
• Alessandro, che è posta fuori del muro non 
« molto lungi dalla Porta della Città di Bergo- 
li mo (56) : » tuttavia possiamo accertare che quella 
denominazione abbia comincialo ad introdursi 
verso la fine di questo slesso secolo decimo, poi- 
ché in documento del 982, noi troviamo : « la 
« chiesa (di S. Alessandro) fuori della Porla che 
« dicesi di S.Alessandro non molto lontano dalla 
« Città di Bergamo (57). » Ecco le uniche memo- 
rie delle porte cittadine che abbiamo in questo 
tempo : ma a chi ben guardi la configurazione 
della nostra città : a chi osservi che le prime 
memorie, che appajono nei nostri Statuti — ed 
anche anteriormente ad essi — sono di « quat- 
« tro Porte » le quali, se da una parte, obbe- 
dendo ad un certo rituale, erano rivolte alle 
« attro plaghe celesti, dall'altra però, conforman- 
dosi alle esigenze del luogo, non erano che l'es- 
pressione di un bisogno urgentissimo, quale do- 
vea essere quello di porsi in immediata comuni- 
cazione con tulli i punti del contado, parrà chia- 
ro, che queste quattro porte, qualunque fosse la 
loro denominazione, avranno dovuto esistere per 
lo meno fin dall'epoca romana. Il nostro Mosè 



104 

del Brolo, che deve aver scritto intorno al 1112 

le sue Lodi di Bergamo, cantava : 

« Quatuor Urbs oris, portis patet ipsa quaternis, 
« Interiusgrummis, ceu diximus, edita ternis (58),» 

e il nostro più antico Statuto, che contiene dis- 
posizioni fin dai primi anni del secolo decimo- 
terzo, ha, fra le altre, l'ordinanza «di assettare 
« e di migliorare le vie delle Porte di S. Stefano, 
a S. Andrea, S. Lorenzo, e S. Alessandro (59) ; » 
e sebbene della Porta di S. Andrea, se non e' in- 
ganniamo, non vi sia memoria anteriore alle ar- 
recate, e non per questo, come osservammo, sia 
a rigettarsene la sua esistenza in epoca anterio- 
re, dell'altre due, cioè di quella di S. Stefano e 
di S. Lorenzo, vi ha qualche cenno in documen- 
ti precedenti ; cioè per la prima in carte del 
1012, 1032, 1058 (60), nelle quali, a cagion d' esem- 
pio, troviamo : « la Basilica di S. Stefano co- 
« struila presso la stessa Città di Bergamo ver- 
« so la Porta di mezzodì, » ed ove. apprendia- 
mo per lo meno, che, in un' epoca anteriore al- 
l'erezione di quella Chiesa, questa porta si chia- 
mava non altro che « Porta di mezzodì »;perla 
seconda pure in carte del 1030,1031,1062 (61), 
nelle quali, verbigrazia, troviamo: » non lungi 
« dalla stessa Città di Bergamo.... verso la Porla 
« di S. Lorenzo : » ovvero « due pezzi terra 
« entro la città, dalle parti della Porla di S. Lo- 



105 
« renzo. » — Che, prima dell'erezione di queste 
basiliche, ed anche per un certo tempo dopo la 
loro esistenza, le nostre Porle si denominassero 
dalle regioni celesti alle quali erano rivolte, an- 
ziché da altra circostanza speciale, è cosa che 
noi proponiamo senza volercene assumere la re- 
sponsabilità ; il documento del 856 non parla 
già di una Porta di S. Alessandro come quello 
del 892, ma di una Porta a cui era vicina la 
chiesa di S. Alessandro ; quello del 1032, scrit- 
to mentre già esisteva la chiesa di S. Stefano, 
parla ancora della porla cittadina di mezzodì. 
— Sebbene queste testimonianze siano un po' 
tarde, sarebbe un disconoscere la natura stessa 
delle cose, negando l'esistenza di queste quat- 
tro Porte anche all' epoca di cui trattiamo, o 
volendone alterare il numero. Questa esisten- 
za, e la ragione di essa, anche nei primi albóri 
della nostra vita municipale, erano radicate più 
di quel che si creda nella coscienza del nostro 
popolo. Che nella divisione del nostro contado 
fatta per le quattro * Factae Portarum » vi pos- 
sa essere stato anche alcunché di arbitrario, non 
si potrebbe né asserirlo, né negarlo con certez- 
za ; ma tuttavia sarebbe malagevole supporre che 
quando si immaginò una tale partizione non si 
pigliassero, almeno in parte, per base anche le 
vie di comunicazione che istintivamenle le diver- 
se parti del nostro contado mantenevano colla 
Città ; che tale partizione (per lo meno indirei- 



106 

tenente) non rappresentasse un bisogno, che in 
siffatte comunicazioni era già stato sentito e da 
secoli certamente effettualo, che infine in questa 
divisione, che era fondamento del reggimento e 
della uguaglianza municipale, non si avesse uno 
speciale riguardo anche alle condizioni topogra- 
fiche e storiche dell'annesso contado. Sarebbe 
inoltre assai difficile sostenere che, uno il quale 
abitava nel nostro piano dovesse risalire fino al- 
la Porta di S. Alessandro o di S. Lorenzo per 
recarsi nel cuore della Città ; come non vi sarà 
chi creda che un abitatore dei contorni di S. 
Andrea non potesse recarsi ai mercati cittadini 
che per vie obblique, egli che era già vicinissi- 
mo al centro della città. Queste Porle non era- 
no più di quattro, perchè non vi ha memoria 
alcuna che lo fossero a quest'epoca ; perchè lo 
scarso ricinto non ne richiedeva di più; perchè 
in fine il bisogno della difesa non ne avrebbe 
comportato di più ; ma sarebbe puranco affatto 
irragionevole il supporne un numero inferiore, 
giacché vi si opporrebbero e tutte le tradizioni 
e tutte le memorie più certe, per lacere della 
configurazione stessa della nostra città. 



Di due delle nostre Porte noi possiamo de- 
terminare la posizione nel modo più certo. — • 
La porta di Levante era, come già dicemmo, a 



107 
mezzo della contrada di Porta Dipinta, ali* in- 
circa dove il vicolo degli Anditi mette capo in 
essa. Fu demolita al principio di questo secolo 
(62), ed era, come tutte le altre, sormontata da un 
torrione. Forse cominciò già alla noslr'epoca ad 
essere chiamata porla di S. Andrea. Essa restava 
un po' al di fuori delle mura, come a un dipres- 
so l'antica Porta di Nola ; ma questo non recava 
verun pregiudizio alla sua difesa, perchè, come 
osservammo, il muro che saliva sul colle di S. 
Eufemia la fiancheggiava validamente. — L'altra, 
vòlta a settentrione, era nel luogo ove la con- 
trada del Seminario ed il vicolo di S. Francesco 
sboccano nella contrada di S. Lorenzo : fu de- 
molila a memoria d'uomo, ma rimangono ancora 
i segni del luogo ove poggiava l'arco della Por- 
ta nel muro di cinta dell' attuale Penitenziario. 
Anch'essa era sormontata da una torre — La 
Porla di mezzodì dovea essere un po' più inter- 
na della nuova porta di S. Giacomo (63). Le in- 
dicazioni che noi abbiamo date sulla direzione del 
muro cittadino da questo lato, ed il fatto incon- 
testabile che la strada così detta di S. Lorenzi- 
no era una strada interna ed appoggiata alla 
vecchia fortificazione, indica da sé la posizione 
di questa Porta, nel punto cioè ove a un dipres- 
so quella strada mette capo nella contrada di 
S. Giacomo. — Abbiamo riservato per ultimo la 
Porla di S. Alessandro, perchè qui, oltreché ci 
mancano certi indizii, ci è mestieri procedere più 



108 

cauti affine di togliere alcuni malintesi propagati 
su questo argomento. Il Salvioni, che nel 1829 
Sesse nel nostro Ateneo un discorso « SuW ori- 
« gine delle antiche e nuove fortificazioni di 
« Bergamo, » parlando di questa Porta dice : 
« l'altra (Porta) posta all'occidente era detta Por- 
€ ta di S. Alessandro, perchè metteva all' anti- 
« chissimo tempio di questo santo, che fu la 
« nostra prima Cattedrale: più anticamente si 
« disse con nome latino Porta pultatii, ora porta 
« del Pantano: » e più sotto, indicando gli a- 
vanzi di queste Porte, come più sopra abbiamo 
fatto pur noi, aggiunge : « quelle poi del Pan- 
« tano e di S. Lorenzo si veggono ancora.... la 
« prima sta all'angolo settentrionale in fondo a 
« Piazza nuova (64). » Il Celestino già prima, par- 
lando della vicinia di S. Grata, avea identificato la 
Porta del Pantano con l'antica di S. Alessandro 
(65); né sappiamo se altri ancora l'abbia fatto, 
avvegnaché basti al nostro assunto l'aver messo in 
chiaro questa opinione. — In lutti i nostri do- 
cumenti pubblicati dal Lupi noi non abbiamo 
memoria che della « Porta di S. Alessandro » 
ma con espressioni tanto vaghe, da riuscirci im- 
possibile di poterne anche solo a un dipresso 
determinare la posizione. Ciò fino al 1176: ma 
in quest'anno, in una carta, nella quale il Ve- 
scovo Guala stabilisce i confini della vicinia di 
S. Grata inter vites, vi ha questa espressione: fuo- 
« ri della Porta di S. Alessandro e fuori della Pu- 



f©9 

t sterla fino ai confini del sobborgo (Canale) (66).» 
Nella parte occidentale del nostro muro adunque, 
oltre la Porta di S. Alessandro, vi era la « Pu- 
« sterla » o, come diremmo noi, una « porta di 
« soccorso » ovvero, come direbbero i Francesi, 
una « fausse-porte (67); » ma mentre nel Codice 
Diplomatico a questa circostanza non si pon men- 
te, il Ronchetti fa seguire al cenno sul citalo 
documento questa osservazione: « questa porta 
« della Città, detta Pusterla, come si ha negli 
« Statuti del Re di Boemia, fu poi chiamala 
« Porta del Paltano, e conduceva verso S. Got- 
« tardo (68;. » Quando il Ronchetti avesse portato 
un esame più accurato sui nostri Statuti avreb- 
be veduto che questa Pusterla non era già la 
così detta Porta del Pantano, quale attualmente 
si vede, ma che reslava in altra posizione ; in 
qualunque modo, per quanto riguarda la asser- 
zione del Salvioni, la questione resta già risolta 
in un senso sfavorevole a quest'ultimo; poiché, 
anche ammettendo che la « Pusterla » del 117C 
fosse la Porta del Pantano, si scorge chiaramen* 
te che questa era cosa del tutto diversa dalla 
vera Porta di S. Alessandro. — Effettivamenk 
il documento del 1176 non ci porge alcun indi 
zio per determinare in quale posizione stessei 
Tuna rispetto all'altra, queste due Porte: ne 
non sappiamo altro, che sulla facciala occidentale 
del nostro muro, il quale da queslo lato ave, 
una direzione da settentrione a mezzodì, Y un: 



no 

potea trovarsi più a settentrione o più a mezzo- 
dì dell'altra; i dati non ci sono per pronunciare 
un esalto giudizio. È qui che ci è duopo ricor- 
rere ai nostri Statuti. In quello del 1331 questo 
problema è risolto luminosamente. In esso, de- 
scrivendosi i confini della stessa vicinia, leggia- 
mo: « che questa vicinanza cominci presso la 
& porla della Pusterla, e sia limitata dalla via 
« che va dalla stessa Puslerla alla Piazza di Ga- 
« naie.... E cominciando di nuovo presso la Pu- 
« sterla (il confine) vada verso mezzodì, presso 
« e fuori del muro cittadino fino alla Porta di 
« S. Alessandro (69).» Su questo brano ogni com- 
mento sarebbe inutile; è chiaro che la Pusterla 
era più a settentrione della Porta di S. Alessan- 
dro, poiché da quella per venire a questa, rasen- 
tando il muro cittadino, bisognava prendere una 
direzione verso mezzodì. Siffatte indicazioni, che, 
ommetlendo il fatto della più recente costruzio- 
ne della Porta del Pantano, quadrano perfetta- 
mente colla osservazione fatta dal Ronchetti, non 
potevano però bastare per porre in sodo la iden- 
tità della Pusterla del 1176 colla Porta del Pan- 
tano; tanto più poi che in questa parte della 
Città essendo avvenuti notevoli cambiamenti in 
grazia dell'innalzamento della Cittadella nel 1355, 
il quale era stato cagione che venissero atterrate 
non poche case private insieme a pubblici edifi- 
ci, come a cagion d' esempio il € Portico di A- 
rena, » dovea lasciar dubbio che anche in quella 



ili 

Pusterla non si fosse recala veruna innovazione, 
sia nel ricostruirla, sia nel riaprirne un' altra in 
luogo della più antica. Queste considerazioni do- 
veano bastare già per sé stesse a renderci cauti 
neiraccetlare completamente la asserzione stessa 
del Ronchetti, ed a convalidarle, o a dimostrare 
con tutta evidenza che la Porla del Pantano, non 
è, né l'antica Porta di S. Alessandro, né l'antica 
Pusterla, ci soccorre fortunatamente lo slesso 
Statuto del 1331, ove, nella descrizione della 
vicinia di Arena, troviamo: « le case e torri 
« della Famiglia della Crotla, che sono presso 
« il muro della Città, a settentrione della Puster- 
« la e della via di Arena (70). » Chiunque sia un 
po' pratico delle condizioni topografiche del luo- 
go, è impossibile non comprenda al primo sguar- 
do come mal si conformi la supposizione del 
Ronchetti con questa preziosissima indicazione. 
Quando la Pusterla dei nostri documenti fosse 
stata né più né meno che la Porta del Pantano 
non si saprebbe comprendere come le case della 
famiglia Crotta, che erano vicine al muro della 
Città, potessero trovarsi a settentrione di essa, 
e ciò pel semplice fatto che noi sappiamo stori- 
camente che le case di quella famiglia furono da 
Bernabò Visconti incluse nella Cittadella ; che esse 
formavano il lato di tramontana delle abitazioni di 
quel fortilizio, ove, ai tempi del Celestino, da quel- 
la parte si indicava ancora lo stemma dei Crotti; 
e che infine le stesse si trovavano quindi a mez- 



112 

zodì della Porla del Pantano e non a settentrio- 
ne, il che è precisamente V opposto di quanto 
indica il nostro Statuto (71). — Per non allungarci 
di troppo in questa digressione, accenneremo 
soltanto come )o Statuto del 1391, trattando an- 
cora della vicinia di S. Grata, usi questa espres- 
sione:... « la Porta, che di solito chiamavasi Porta 
« della Pusterla, ed ora è detta Porla della Cit- 
« tadella verso il Borgo Canale (72):» la quale 
espressione si potrebbe pigliare sotto due aspetti: 
o che l'antica Pusterla venne incorporata nella 
Cittadella e quindi servì ancora a questa di u- 
scita verso il contiguo sobborgo; oppure che, 
distrutta coli' innalzamento di quel fortilizio la 
vera Pusterla, si pigliasse poi per base di par- 
tenza nella designazione dei confini di quella 
vicinia, la nuova Porta, che certo non corrispon- 
deva più all'antica. Nell'un caso e nelP altro — 
sebbene il secondo sia il solo accettabile (73) — le 
nostre indicazioni rimangono però le stesse. — 
Questa digressione era necessaria non tanto per 
combattere la opinione del Salvioni e metterne 
in luce la erroneità, quanto anche per darci un 
filo affine di ritracciare la posizione della Porta 
di S. Alessandro. Se questa era più a mezzodì 
della Pusterla, la quale, come vedemmo, si tro- 
vava all' incirca nel corpo stesso della Cittadella, 
bisogna dire che fosse sul fianco sinistro del 
baluardo di S. Alessandro, a un dipresso ove 
ora corre l'ampia strada che conduce dall'attuale 



113 

porta di S. Alessandro alla strada delle mu- 
ra di S. Grata, e sulla diritta imboccatura della 
strada detta di S. Giovanni in Arena, insomma 
dov' è segnala anche sull'antica carta della no- 
stra Città, che oramai è per le mani di tutti (74), 
e dove per conseguenza fu segnata anche sulla 
nostra Carta. La quale posizione è confermala 
anche dai nostri Statuti, là dove descrivono i 
confini della vicinia di S. Giovanni : giacché vi 
è detto che dal lato di mezzodì, seguendo il no- 
stro muro, si raggiungeva la detta Porta (75) : il 
che indica che questa era tanto vicina all'angolo 
che faceva la muraglia per discendere a S. Grata, 
che di questa risvolta verso settentrione non se 
ne teneva neppur conto: risulta poi dagli stessi 
nel modo più positivo, che dà alle nostre indu- 
zioni l'aspetto della maggiore certezza, ponendo 
mente al fatto, che la vicinia di S. Giovanni, 
abbracciando il colle pure di S. Giovanni (ove 
ora è il Seminario) colla contrada de' Colleoni : 
e la vicinia di Arena, occupando l'attuale Citta- 
della colla Piazza Nuova e la stretta di Loreto 
fin presso a S. Agata, i nostri Statuti include- 
vano nella prima la Porta di S. Alessandro, nel- 
la seconda la Pusterla (76). — Questa posizione è 
la più confacente anche alle condizioni locali. Era 
impossibile che, partendo dalla Cittadella, col 
muro si affrontasse direttamente il ripido pendio 
del sovrastante Colle di S.Giovanni: e la Chiesa 
stessa posta sotto questo titolo e la quale vedem- 

8 



114 

mo che alla nostra epoca era enlro la Città, di- 
mostra che qui il muro dovea sporgere un po' 
all' infuori, non discendere direttamente dal mez- 
zo del nostro Seminario alla Porta del Pantano, 
come pretende il Salvioni; il che sarebbe con- 
trario a tutte le più autentiche indicazioni che 
noi possediamo (77). — Che poi in questo lato del 
nostro muro esistesse anche alla nostr' epoca la 
Pusterla, non vorremmo decidere. Secondo noi è 
possibile che essa fosse un' opera posteriore al 
decimo secolo, quando la Città cominciando a ri- 
destarsi ad una nuova esistenza, sentì forse pre- 
potente il bisogno di aprirsi una nuova via ver- 
so occidente, ove, oltre a tutto il resto, la trae- 
vano reminiscenze religiose fondate sopra un 
ciclo di leggende già quasi interamente com- 
piuto. 

§. 7. Le Vie interne della Città. 

In questi brevi cenni noi non possiamo pro- 
cedere che per via di induzioni. È già molto se 
negli scarsi documenti di questi secoli noi troviamo 
due o tre volte fatta menzione di strade nell'in- 
terno della Città; menzione che del resto non 
può giovarci gran fatto, avvegnaché, in parte 
l'aspetto dei luoghi mutatosi nelle sue condizio- 
ni topografiche, in parte un semplice cenno sen- 
z' altri indizii che valgano a farci conoscere di 
quali vie effettivamente si tratti in quei docu- 



ÌVÓ 

menti, ci lasci appena ravvisare alcunché di pro- 
babile. Ad ogni modo, per non lasciare imperfet- 
to il nostro argomento, anche qui intraprende- 
remo una breve peregrinazione neir interno del- 
la nostra Città, raccogliendo tutte quelle no- 
tizie che ci è possibile, affine di meglio compren- 
derne la struttura interiore. Partendo dal punto 
in cui abbiamo cominciato nel delineare l'antica 
fortificazione, cioè dalla porta orientale o di S. 
Andrea, diremo che naturalmente e necessaria- 
mente vi sarà stata anche allora la contrada ora 
detta di Porta Dipinta, la quale conduce al Mer- 
cato delle Scarpe. Qui succedeva un incrociamen- 
lo notevole di vie : e primieramente vi era quella 
da cui abbiamo preso le mosse: poi, nel senso 
opposto, la via che dalla Porta di Mezzodì saliva 
al detto Mercato: più ad occidente la contrada 
ora detta di S. Cassiano, la quale denomina- 
zione deve per lo meno avere esistito fin dalla 
nostra epoca, se da tempo esistevano e il Se- 
nodochio e la Chiesa sotto lo stesso titolo : 
poi la contrada Solata, una delle più antiche del- 
la Città, e la quale conduceva direttamente al mu- 
ro cittadino e in fine quella via che ora si dice 
di S. Pancrazio. Che nell' incrociamento già ac- 
cennato di queste vie esistesse una Piazza, vi 
sono alcuni indizii per ritenerlo: e primieramen- 
te per la slessa condizione topografica del luogo ; 
poi perchè, fin dai più antichi nostri Statuti, qui 
troviamo il « Mercato della Biada (78) » della no- 



f 16 

stra Città, e non sarebbe fuor di luogo il sup- 
porre che qui appunto fin da antichissimo si 
tenesse quel mercato, i cui proventi furono dal 
Vescovo Adalberto lasciati ai Canonici, giacché, 
luogo più acconcio, vicino a due Porte, che con- 
ducevano a due plaghe fertilissime del nostro 
contado, non si sarebbe potuto trovare. — Da 
una parte la via proseguiva per quella attual- 
mente detta di S. Pancrazio, che ebbe tal nome 
fino dalla nostra epoca. L'aver trovata l'esisten- 
za di questa Chiesa fino dal 888 ci avrebbe scu- 
sati se avessimo presupposto che d'allora potes- 
se aver dato nome alla via cittadina che le pas- 
sava vicina; ma fortunatamente a convalidare le 
nostre induzioni ci soccorrono due documenti 
del 952 e del 962, nel primo dei quali, fra le 
soscrizioni, troviamo: * Giovanni ed Adalberto 
« padre e figlio, dell'infrascritta Città di Berga- 
« mo, che diconsi da S, Pancrazio: » e nell'al- 
tro pure nelle sottoscrizioni: Adalberto da S. Pan- 
« crazio (79).» — Continuando così la via, si giun- 
geva all'attuale incrociamento di vie al Gombito, 
che tutte le induzioni portano a credere esistes- 
se già da molto tempo innanzi anche alla nostra 
epoca. E dapprima queste induzioni si fondano 
sul nome stesso locale, che non è altro che il 
latino « compitum » il luogo dove s'incrociano 
le vie: nome che senza alcun dubbio gli fu at- 
tribuito fin dall'epoca romana, e che, corrotta- 
mente bensì, gli può essere rimasto assai più a 



ììl 

lungo per Fuso che i Romani slessi aveano di 
rendere sacri tai luoghi. Vi ha in secondo luogo 
una circostanza che è decisiva : da oriente, come 
vedemmo, metteva capo in questo punto la con- 
trada di S. Pancrazio; da tramontana la via che 
veniva dalla porta Settentrionale o di S. Loren- 
zo; ad occidente vi era certamente la continua- 
zione di questa via. giacché era uno sfogo ne- 
cessario per tutta la parte della Città che resta 
verso ponente; a mezzodì in fine esisteva indub- 
bitatamente la contrada ora detta delle Beccherie; 
(e che quest'ultima esistesse già fino d'allora, 
ne è per prova il fatto che, nella descrizione dei 
confini della Canonica, troviamo a mattina una 
via, che non può essere altra da quella di cui 
ora ci occupiamo); la quale circostanza ci spie- 
ga il nome che portava e che porta questa loca- 
lità ; ci conferma in modo assoluto la esisten- 
za anche alla nostra epoca di codesto quadrivio: 
le quali induzioni si confortano anche con una 
delle più antiche denominazioni, che, per questa 
località, si trova nei nostri Statuti, cioè, di « Cro- 
ci ce del Gombilo (80)» la quale ci persuade anche, 
che, perdutasi col tempo la coscienza del primi- 
tivo significato di questo nome, si pensò di so- 
stituirvi quello di « croce » che non ripeteva 
che in un modo più determinato la stessa idea (81). 
Finalmente ( per esaurire più che ci è possibile 
questo argomento ) vi ha il fatto , il quale , 
sebbene attestatoci da un documento del 1187. 



118 

tuttavia è altendibilissimo , che in un' epoca 
non guari lontana da quella che ora ci occu- 
pa, cioè al tempo del vescovo Attone ( tra 
il 1058 ed il 1075), fu arciprete della Catte- 
drale di S, Vincenzo un Celso « de Compi- 
to (82): » e qui abbiamo nella più pretta forma 
latina questo nome, il quale ci indica di più, che 
a questo tempo si distinguevano le persone an- 
che coi nomi parziali delle località slesse poste 
entro la Città. — À sinistra della strada che da 
questo « Compitum » conduceva alla Chiesa di 
S. Michele, almeno sul finire del secolo nono, 
non vi erano case, ma bensì un pezzo di terra 
di proprietà in parte di S. Michele ed in parte 
di un prete Giovanni. Questo fatto ci è attesta- 
to esso pure dalla descrizione dei confini del- 
la Canonica già da noi riportati: e che questa 
isola, formata attualmente dalle contrade delle 
Beccherie e del Gombito, dalia Piazza Garibaldi, 
e dal così detto vicolo della Canonica, non 
fosse molto popolata di case, non solo nel se- 
colo decimo, ma anche nei susseguenti, lo pro- 
verebbe una carta d'investitura del 1179 nel- 
la quale leggiamo: « nella Città di Bergamo, 
« nell'orto di S. Vincenzo col legno che teneva 
« in sua mano il signor Adelardo Arcidiacono 
« della chiesa di S. Vincenzo investi Canzanico 
« notaio di un pezzo di terra vicino alla casa dei 
« Consoli, in capo del predetto orto (83). » In 
questa località adunque dopo quasi tre secoli 



119 

vi erano ancora degli spazii coltivati. — La via 
proseguiva così, lasciando a sinistra lo spazio ove 
è ora la Piazza Garibaldi o vecchia, a destra il 
monastero di S. Michele colla contigua contra- 
da Rivola, della quale abbiamo la più certa men- 
zione in un documento del 1051 (84), e la qua- 
le fino dalla compilazione dei primi nostri Statuti 
è chiamata « Via de Rivola vegia (85) » ed entrava 
nella contrada ora detta di Corserola. Qualnome 
portasse questa via alla nostra epoca sarebbe dif- 
ficile a definire; cercheremo tuttavia qualche in- 
dicazione nei nostri Statuti. — In quello del 1331, 
nella descrizione della « Porta di S. Alessan- 
« dro » troviamo: « Che quella Porta cominci 
« presso la porla del Vescovado, andando per 
« la via retta verso la Chiesa di S. Michele del- 
« l'Arco, fino al cantone della casa gli Ruggerii, 
« che è in mezzo alla Piazza della Chiesa di S. 
« Michele dell'Arco a mezzodì della via che va 
a in su pel Grumello e per Arena, fino nel mez- 
« zo della detta via. E tuttociò che vi è a mano 
« sinistra fino alla Piazza che è presso al Porti- 
ti co di Arena.... appartenga a quella Porta (8G). » 
Lo Statuto del 1391, a definire la posizione di 
quel portico, aggiunge; « il qual Portico fu gua- 
« sto e poi distrutto in occasione che si scavò 
« la fossa della Cittadella di Bergamo (87). » In 
quello del 1331, ove si parla della vicinia di S. 
Agata, vi ha: « che quella vicinanza cominci 
a sulla via o strada pubblica del Comune di Ber- 



120 

« gamo per la quale si va per la contrada di 
« Grumello e di Arena (88). » In quello del 
1391, ancora ove si tratta di quella vicinia, abbia- 
mo: « cominciando sulla via per la quale si va 
« dalla casa un tempo di Baldino milite de' Suar- 
« di, ed ora di Giovanni suo figlio al portico 
« di Arena, ora distrutto, verso la chiesa dei Car- 
« melitani (89). » Ancora nello Statuto del 1331 
troviamo che le case della famiglia Crotta era- 
no « a settentrione della Pusterla, e della via 
« di Arena » e finalmente in quello del 1391, 
per istabilire la posizione del « Portico di Are- 
fi na, » si dice che era « rasente alla via per 
« la quale si va alla chiesa di S. Salvatore, e la 
« via per la quale si entra nell'edificio grande 
« della Cittadella di Bergamo (90). » Risulta nel 
modo più evidente dal parallelismo delle arrecate 
testimonianze, dapprima il fatto che, all' epo- 
ca della compilazione dei nostri Statuti, la Con- 
trada ora detta di Corserola era chiamala « di 
« Grumello e di Arena ; » questa contrada era 
quella che conduceva dalla Chiesa di S. Miche- 
le al Portico di Arena distrutto per l' innalza- 
mento della Cittadelta; era quella che menava 
anche alla Chiesa dei Frati Carmelitani; risulta 
inoltre un altro fatto, che questa via non mette- 
va direttamente alla Porta di S. Alessandro, ma 
bensì alla Pusterla, e più precisamente, come 
vedemmo al Portico di Arena; perchè, quando 
ciò non fosse stato, i nostri Statuti nelle loro 



121 

minuziose indicazioni non avrebbero mancato di 
accennarlo. Che quella denominazione di Gru- 
mello poi esistesse fino dalla nostra epoca, noi 
almeno in parte lo ammettiamo. È difficile che 
fin da principio non si ponesse mente al pie- 
colo rialzamento che soffre la stessa via di 
Corserola andando verso Arena, e che è formato 
dal Monticello di S. Salvatore: e, quanto al no- 
me di questo monticello, non dovea essere nep- 
pure straniero alla nostra epoca, giacche abbia- 
mo nel nostro contado antichissimi villaggi , 
denominati Gromo, Grumello ecc. e fino dal 875 
troviamo il paese di Grumello del Piano appellato 
« Grumulo (91) » che non è altro che una 
forma diminutiva identica al « Grumello » dei 
nostri Statuti. Ma quand'anche non sembrasse 
sufficientemente provato che questa via potesse 
esser chiamata fin d' allora « via de Grumulo » 
nella sua parte inferiore, abbiamo però degli in- 
dizii per ritenere che, almeno fin da questo tem- 
po, cominciasse per la sua parte più occidentale 
ad usarsi quello di « via de Arena » . In un do- 
cumento del 842 troviamo sottoscritto un domi- 
fi natore « de Arena (92): » in altro del 982 sono 
sottoscritti pure un Martino ed un Alberto « de 
« Arena (93): » una carta del 847 porta « acto Are- 
fi na (94):» abbiamo già veduto la esistenza di 
« una Casa che è edificata entro la stessa Città, 
« nel luogo di Arena e dicesi Casanova:» infine 
osserveremo, che quella via che correva a set- 



122 

tentrione di una casa con vigna posta in questa 
parte della Città era forse la slessa « via di Arena » 
della quale ora ci occupiamo (95) ; ad ogni 
modo, se uomini e cose si contraddistinguevano 
alla nostra epoca coll'appellalivo di questa loca- 
lità, ci pare lecito poterne inferire a tutta ragio- 
ne, che anche la via principale, che passava per 
essa, sarà stala chiamata né più ne meno che 
a via de Arena. » — Bisogna credere che qui 
succedesse un incrociamenlo di vie più o meno 
importante, giacché, come vedemmo, Casanova 
in Arena col suo cortile ed il suo brolo era cir- 
condata per ogni parte da strade ; e di ciò pos- 
siamo forse trovare una ragione nel fatto, che, 
restando la Porta di S. Alessandro più a mez- 
zodì, e non esistendo ancora la Pusterla, tutte 
le case addossate lungo la via di Arena e quelle 
che si trovavano dal lato settentrionale della 
Città avranno cercato uno sfogo necessario sul- 
l'unica via, che conduceva fuori della Città stes- 
sa. Naturalmente queste strade avranno avuto 
una destinazione ed una denominazione propria: 
per esempio, nel 806 troviamo a settentrione 
della basilica di S. Giovanni una via che mena- 
va a Perelassi (96): nei nostri Statuti troviamo, 
prima dell'erezione della Cittadella, una stretta, 
che allora si diceva degli Spinelli (97), e così via: 
ma sarebbe troppo il pretendere, che, su queste 
semplici indicazioni, noi potessimo arrischiare ulte- 
riori congetture. — Questa che abbiamo seguilo 



123 

sin qui, e che ora è la contrada principale della 
nostra Città, è lecito congetturare non lo fosse 
almeno alla nostr'epoca ed all'epoca romana. — Par- 
tendo ancora dal Mercato delle Scarpe, verso occi- 
dente saliva la via ora detta di S. Cassiano, la quale 
era forse così chiamata già in quel tempo, poi- 
ché fino dal 772 abbiamo memoria dell' ospitale 
posto sotto lo stesso titolo. Giunta quindi ove è 
ora il Mercato del Pesce, per mezzo della con- 
trada ora detta delle Beccherie e attraverso il 
« Compitum » si poneva in comunicazione colla 
Porta di S. Lorenzo: e, lasciatasi a destra la Cat- 
tedrale di S. Vincenzo colla basilica di S. Maria 
Maggiore, a sinistra il Monticello di Rosale col 
suo vigneto e colla modesta Cappella di S. Ma- 
ria della Torre, raggiungeva la contrada ora detta 
di S. Grata. Questa forse sarà stata chiamata 
« via del Monastero vecchio », dall'antico Mo- 
nastero che vi era stato fondato: forse anche 
« via della Porta di S. Alessandro » come si 
trova nel nostro più antico Statuto: e diciamo 
forse, perchè nella prima e più antica menzione 
che abbiamo di questa contrada, essa è detta 
« via » e nulla più (98). Ma che questa avesse un 
tempo maggiore importanza, ne abbiamo alcuni 
indizii : e primamente nel fatto che in questa 
via furono scoperti avanzi di un arco grandio- 
so, per quanto si può giudicare dalla grandez- 
za delle poche lettere sopravvissute (99): poi in 
questo, che verisimilmente le piccole colonne 



124 

poste vicino al monastero di S. Grata, e delle 
quali vi ha ripetuta menzione nei nostri Statuti 
(100), facessero parte di un antico tempio forse in- 
nalzato al «Dio Invitto» in questa località; indi 
nell'altro fatto che un pezzo di marmo con let- 
tere dell'epoca romana, che scorgesi tuttora in- 
fisso nella base del Campanile di S. Maria, do- 
vea appartenere ad un arco posto in queste cir- 
costanze e con molta verosimiglianza all'estre- 
mità della maggior Piazza Cittadina dove met- 
teva capo questa via principale (101). A questi fatti 
di un'epoca più remota aggiungeremo alcuni indi- 
zìi di un'epoca più recente : e in primo luogo la 
tradizione slessa conservataci dal Celestino (102) — 
senza che per altro egli ne comprendesse l'im- 
portanza — che, per giungere alla Torta ed alla 
Cattedrale di S. Alessandro, si entrava per la Porta 
della Cittadella, la quale era, ove un arco pone 
ora in comunicazione le due parti del Semina- 
rio, precisamente all'estremità della via di Santa 
Grata ed in principio di quella di S. Giovanni 
in Arena, e l' indicazione da lui data che al suo 
tempo quella Porta della Cittadella (e quindi la 
via corrispondente) era al tutto « disusata »: 
poiché infatti, coli' innalzamento delle nuove mu- 
ra, il passaggio all'esterno dalla parte occiden- 
tale della Città avea pigliato quella direzione, 
che tuttora mantiene: arroge in secondo luogo 
il fatto indubitato che, quando i canonici anda- 
vano processionalmente dalla Cattedrale di S. 



125 

Vincenzo a quella di S. Alessandro, o viceversa, 
passavano per questa via, perchè era l'unica che 
direttamene conduceva alla Porta della Città; e 
di questo fatto ne è rimasta memoria nella leg- 
genda stessa dalla traslazione di S. Grata (103). — 
Oltre a queste vie principali, eranvi senza alcun 
dubbio delle diramazioni secondarie. Così pos- 
siamo senza esitanza ascrivere alla nostra epoca 
la esistenza della contrada del Seminario che 
conduce a S. Matteo, quella del Salvecchio ( la 
« via de Tovo » dei nostri Statuti), la stretta 
di S. Salvatore, quella via « Vallis surdae » che 
dal vicolo degli Anditi, o meglio dalle mura cit- 
tadine, metteva capo a circa il mezzo dell'attuale 
contrada di S. Giacomo, e la cui denominazione 
certo antichissima, ci richiama ad un' epoca in 
cui qui non erano abitazioni, ed il colle presen- 
tava forse profondi avvallamenti, colmati dalla 
industria de' nostri cittadini collo andare dei se- 
coli, e cosi di seguito. Naturalmente, come ve- 
demmo, in Arena vi erano vie, delle quali non 
ci è dato con sicurezza presumere la direzione: 
una via avrà congiunto la Chiesa ed il mona- 
stero di S. Michele al Vescovado ed alla Catte- 
drale, senza bisogno di dover discendere sino 
alla contrada delle Beccherie. In ultima analisi 
noi possiamo ritenere che per lo meno il prin- 
cipale ed interno intreccio delle vie cittadine 
abbia sofferto nel complesso ben poche modifi- 
cazioni sino al presente. La via di S. Grata sarà 



126 

slata allora più frequentata che non quella di 
Corserola ; la contrada delle Beccherie avrà avuto 
allora una importanza, che ora è diffìcile anche 
solo il supporre; ma in generale le principali 
vie della nostra Città corrispondono così bene, 
per così esprimerci, alP economia materiale di 
essa, che, come dicemmo, sarebbe quasi assurdo 
l'ammettere per esse delle profonde modificazio- 
ni. Queste vie però, come in tutte le antiche 
Città, erano strettissime, ed oltre a questo vi 
saranno stati indubitatamente angusti chiassuoli 
privi della luce e dell'aria purissima di un mon- 
te. E ciò era affatto naturale, e perchè, attese le 
condizioni topografiche del luogo, e la piccolezza 
dell' àmbito delle mura che guardavano la Città, 
il terreno doveva essere molto prezioso, e le case 
in conseguenza, addossate le une alle altre, 
avranno dovuto lasciare alla interna circolazione 
niente di più del puro necessario, e perchè, in 
secondo luogo, in un'epoca di malferme signorie 
e di ripetute invasioni il bisogno della difesa 
dovea farsi sentire prepotentemente, e quand'an- 
che le mura fossero slate prese dal nemico, pel 
modo di combattere e per l'armi usate in quei 
tempi, ogni via poteva diventare una tomba per 
l'ardito, che avesse, a mano armata, violati i sa- 
cri limiti della Città. 



127 



8. Le Piazze Cittadine. 



Trovandosi in due Carte, l'una dell'anno 
854, l'altra del 860 « acto Foro (104) » il Lupi fa 
seguire queste considerazioni: « essendo questa 
« la terza vendita d'una piccola porzione di ter- 
« reno situato in Canale (o, come abbiam detto, 
« nel sobborgo che ancora porta lo stesso no- 
« me) stipulata fra contraenti del luogo, e di- 
« cendosi che ciascuna è stata fatta nel Foro 
« (il qual vocabolo, anche nei documenti del 
« medio evo, adoprasi spesso per indicare i luo- 
« ghi destinali alla vendita delle merci), sarei 
« per credere che, per la vicinanza della celebre 
« Cattedrale di S. Alessandro, in qualche luogo 
« opportuno vi si tenesse mercato in certi gior- 
« ni stabiliti, e che vi sieno slate stipulate que- 
> ste vendite; quel sobborgo era assai popolato 
« di case e di abitanti. » In altra carta poi del- 
l' anno 879 si trova: « acto Foro cives Berga- 
mo, « e qui lascieremo seguire ancora le osserva- 
zioni che vi fa sopra il Lupi: « forse questo (cioè 
« Foro della Città di Bergamo) fu aggiunto per 
« distinguere questa Piazza situata in Città, da 
« quella: o, come mi sembra più verisimile, 
« quantunque la piazza nominata in questa car- 
« ta esistesse in quel sobborgo, nondimeno ven- 
« ne chiamala della Città allo stesso modo che 
« è detta Fiera della Citlà di Bergamo quella 
« che si tiene nei suoi borghi intorno alla festa 



128 

« di S. Alessandro. E questo mi viene confer- 
« malo da ciò, perchè eziandio in questa Carta 
« i contraenti son detti « de Canale » cioè abi- 
* tanti di quel sobborgo: né mi ricorda d'aver 
« veduto alcun istromento fatto nel Foro, ec- 
a cetto quelli stipulati dagli abitanti di quel 
» luogo (105). 

Un esame attento dei nostri documenti, a 
dire il vero, ci obbliga nostro malgrado a non 
attenerci alla opinione espressa dal dottissimo 
Lupi. Effettivamente l'unico argomento da lui 
addotto per sostenerla è, come vedemmo, che in 
ultima analisi compare questa formola « acto 
« Foro » soltanto là dove i contraenti erano di 
quel sobborgo o si trattava di terreni posti là 
vicino. Potrebbe ciò valere sino ad un certo pun- 
to, se non possedessimo esempi della formola 
usata in quell'epoca, quando i contratti succede- 
vano effettivamente in borgo Canale o ne' suoi 
contorni ; così in carta del 842 (106) abbiamo : 
« acto in Canalis; » in altra del 856 troviamo 
pure: « acto ad Sancto Alexandro (107) » per 
indicare come in altre, che fu redata « avan- 
ce ti la porta » ovvero « nel Chiostro » di S. 
Alessandro : e nel primo di essi documenti, ap- 
punto in antilesi ai due contraenti che erano del 
borgo, figurano come testimoni un Dominatore 
di Arena, ed un Vitale « della stessa Città: » 
il che ci indica che alla nostra epoca, material- 
mente, non politicamente parlando, l' appel- 



129 

lativo di « Cives » o « Civilale » (108) si restrin- 
geva al corpo delle abitazioni circondato dalle 
mura, e quindi, per lo meno nei nostri documenti, 
non veniva mai esteso al contiguo sobborgo oppure 
ad altri luoghi circonvicini. A conferma di che, 
ed a solo titolo di esempio, si protrebbe citate 
la espressione anche di una carta dal 933 (109), 
nella quale il « loco Canalis » è detto « prope 
« hac civilate Bergamo » cioè « vicino a questa 
« Città di Bergamo » e di un'altra del 953, 
nella quale, dopo essersi usata la identica espres- 
sione, si pone anche una notevole differenza fra 
le sostanze possedute da un testatore « entro la 
« Città di Bergamo * ed « in Canale » (110). Ora, 
che in tre carte successive pel corso di quaran- 
tacinque anni non si trovi mai « acto Foro de 
« Canale » ma che, nell' ultima specialmente, si 
trovi invece « acto Foro cives Bergamo » cioè, 
nel mercato della Città di Bergamo, e che si 
voglia dedurne ciò non ostante, che qui si 
intenda un mercato fuori della Città pel solo 
fatto, che i detti contraenti non sono della Città, 
ci pare tale interpretazione che pecchi di soverchia 
sottigliezza, che si opponga troppo direttamente 
all'uso linguistico di quell'epoca, e che quindi 
non possa assolutamente venire accettata sino 
ad una prova in contrario la più decisiva. Sono 
tante le cause, che possono aver indotto questi 
abitanti a portarsi nel centro stesso della Città 
pei loro affari, che dovrebbe in caso contrario 

9 



130 

diventare inesplicabile, come si trovino rogate in 
Bergamo carte, che riguardavano persone, le qua- 
li abitavano ne' luoghi più disparati del nostro 
territorio. La presenza stessa di testimoni che 
erano di Àzzano, di Curno, di Brignano ecc. pro- 
va che ben poco fondamento si può fare sulla 
provenienza di quelle persone per determinare 
anche il luogo ove fu redato l'atto, e, quanto ai 
terreni che erano oggetto di contratto, si dovreb- 
be estendere la denominazione di « civitate Ber- 
« gamo » anche al borgo Canale, perchè trovia- 
mo talvolta con « acto civitate Bergamo » delle 
carte, nelle quali si contenevano delle stipulazio- 
ni riguardanti pezzi di terra posti in questa lo- 
calità. E non può esser accettalo neppure a 
chius'occhi l'argomento, addotto ancora dal Lupi, 
della consuetudine, cioè, di chiamare Fiera del- 
la Città di Bergamo, quella, che effettivamente si 
tiene ne' suoi bórghi. Siffatta argomentazione 
potrebbe avere il suo valore, quand' egli avesse 
dimostrato che una tale denominazione cominciò 
a pigliar vigore all'epoca in cui furono scritti i 
documenti, che sono obbietto della presente con- 
troversia, o per lo meno in un tempo ad essa 
vicino: ma oltreché abbiamo dimostralo che al- 
lora il concetto di « Città » si restringeva al 
corpo delle abitazioni chiuso entro le mura;ol- 
trecchè non v' è argomento alcuno che possa far 
piede a siffatta congettura, abbiamo anche delle 
prove dirette per dimostrare, che, la denomina- 



131 

zione di « Fiera della Cillà di Bergamo » non 
cominciò ad usarsi che in un'epoca di mollo più 
recente. Cosi nella concessione del Vescovo Adal- 
berto del 911 abbiamo semplicemente: « il Mer- 
« calo.... che si dice di S. Alessandro (111): » 
nella donazione di Lanfranco di Gradiniano (Ghi- 
gnano) del 996 troviamo pure : « il Mercato che 
« chiamasi di S. Alessandro (112): » infine nel 
diploma dell'imperatore Federico del 1158 si 
accenna ai mercati entro la Città « ed a quello 
« che fuori di essa si tiene nella festa di 
« S. Alessandro (113). » La prima volta che 
compare la denominazione tratta in campo dal 
Lupi è nel 1189 (cioè oltre tre secoli dopo la 
data delle carte citate in principio di questo pa- 
ragrafo ) in una sentenza nella quale si legge : 
« il mercato o fiera di S. Alessandro della pre- 
detta Cillà (114): » ma se si pon mente a ciò, 
che in quest'epoca il ricinto delle mura com- 
prendeva già la massima parte dei nostri bor- 
ghi e che quindi s'erano in certo modo dile- 
guati quei piccoli centri, dei quali conoscere- 
mo più avanti l'esistenza, inquantochè erano 
stali compresi per la maggior parte in una sola 
individualità, non è a meravigliare, che anche 
nell'uso comune fossero cominciate a sparire le 
loro speciali denominazioni, e che quindi il con- 
cetto di Città, se non giuridicamente, almeno in 
fatto venisse esleso fuori del primitivo ricinto, 
e per conseguenza comprendesse tutti i luoghi 



332 

chiusi nelle nuove fortificazioni, fra i quali vi 
era già forse anche quello ove si teneva la detta 
fiera. — Se pertanto nelle carte citate non si 
tratta di una piazza situala nel vicino borgo Ca- 
nale, dov'era dunque la piazza principale, il « Fo- 
rum » della nostra Città? Qui ci è duopo af- 
frontare una questione, la cui soluzione, ne sia- 
mo certi, andrà contro a molle idee preconcette. 
— L'esame però che istituiremo dei nostri do- 
cumenti giustificherà, crediamo, abbastanza le 
nostre induzioni. 

Il Rota nella Storia antica di Bergamo (115) 
credette che il « Forum » della nostra Città 
all'epoca romana fosse né più né meno che dove 
è l'attuale Piazza vecchia; quindi la « Basilica » 
fosse situata nel luogo ove è l'antico palazzo del 
Comune, ora della Biblioteca: che, più a setten- 
trione, si trovasse l'arco innalzato a Nerone, che 
ha lasciato fino ad oggi la denominazione alla 
Chiesa di S. Michele, e così via. Veramente nei 
nostri Scrittori non v' è indizio alcuno, dal quale 
si possa argomentare, che il centro della nostra 
Città abbia sofferto grandi mutamenti (116), ed 
in fatti il nome stesso di « Piazza vecchia » dato 
alla maggior piazza della nostra Città, pareva do- 
vesse attribuirle una remotissima antichità. Ma il 
Lupi, colla potente intuizione che lo dislingue, 
già nelle note al documento di istituzione della 
Canonica di S. Vincenzo, ed in conseguenza della 
descrizione dei confini della Canonica slessa, avea 



133 

osservato: « se adunque questa chiusura del 
« Vescovado, com'è verisimile, giungeva fin do- 
« ve è la casa del Capitolo, vale a dire fino al- 
« la piazza ed al palazzo ove si rende giustizia, 
« è chiaro che in questo secolo non vi saranno 
« stali né questo Palazzo né quella Piazza, ma 
« soltanto uno spazio chiuso di proprietà epi- 
« scopale. Infatti la Piazza attuale, la quale, dopo 
« che ne fu fatta un' altra dinanzi al Fortilizio 
« di Cittadella, si dice vecchia, in antiche carte del 
« secolo XIII veniva chiamata nuova (117). » 
Queste considerazioni non hanno bisogno di com- 
mento : la Piazza vecchia o Garibaldi non esiste- 
va nel secolo nono e decimo, non esistette fino 
al secolo decimoquarto, ed a dimostrare ciò non 
abbiamo che a ricorrere ai nostri Statuti. In quel- 
lo del 1331 nella « adequatone et deffinilione » 
della Porta di S. Alessandro vi ha questa espres- 
sione: « quella Porta incominci presso la porta 
« del Vescovado di Bergamo, che è in mezzo 
« alla piazza piccola di S. Vincenzo, andando 
« per la via retta sino alla Chiesa di S. Mi- 
« chele ecc. (118): » e che qui non si inten- 
da una « via retta » affatto ideale lo dimostra 
la descrizione della vicinia di S. Salvatore ove 
si legge : « andando verso mattina fino alla 
« via pubblica per la quale si va da S. Michele 
« dell'arco al Palazzo del Comune di Bergamo: » 
e più sotto: « e poscia venendo per la sopra- 
« detta via verso mezzodì fino alla porta della 



134 

« Curia Episcopale (119): » e ciò è confermalo 
anche dalla descrizione della vicinia di S. Mi- 
chele dell'arco ove abbiamo: « quella vicinia in- 
« cominci presso la camera pitturala del Comu- 
« ne di Bergamo venendo direttamente per la via 
« pubblica presso la piazza di S. Michele (120). » 
Non può rimaner dubbio di sorta adunque, che 
a quest'epoca una via congiungeva il palazzo del 
Comune ed il Vescovado colla Chiesa di S. Mi- 
chele; e quando quesle espressioni sembrassero 
ancora incerte, ci soccorre lo Statuto del 1391, 
che, nella descrizione della stessa vicinia di S. 
Michele, è così esplicito, da confermare nel mo- 
do più luminoso le nostre induzioni. In esso si 
legge: « quella vicinia incominci presso l'angolo 
« di un brenio (121), che esisteva un tempo 
« e nel quale vi era la casa del Comune di Ber- 
« gamo o della Chiesa di S. Vincenzo, nella qual 
« casa stavano una volta gli officiali delle bullette, 
« e nel qual angolo era infissa una catena; e i 
« quali brenio e casa ora sono distrutti, e vi è 
« soltanto ano spazio vuoto, nel quale ora è la 
« Piazza grande, in cui oggidì si tiene il Merca- 
« to della biada: e quella catena era di rimpetto 
« all'abitazione un tempo di Gentilino de' Suar- 
« di (122). t> Nella seconda metà adunque del 
secolo decimoquarto, ovvero (giacché qui lascia- 
mo la cosa in bianco se, cioè, lo Statuto del 1331, 
come pare anche per altri argomenti, abbia at- 
tinto le sue indicazioni ad un' epoca di mollo 



135 

anteriore), nella sua prima mela s' era formala 
questa Piazza, la quale anzi, fino al principio del 
secolo decimoquinlo, si continuava a chiamarla 
« Piazza nuova (123). » — Non è da questa parte 
adunque che bisogna cercare l'antico « Forum » 
della nostra Città : e che ad ogni modo questo esi- 
stesse, ne danno indizio certo i documenti del 854, 
860 e 879 : ne danno altri indizii due carte, l'una 
del 1033 ove troviamo menzione d'una « casa po- 
ti sta entro la città di Bergamo vicino al Foro, che 
« chiamasi Mercato (124) : » l'altra del 1180, nella 
quale troviamo pure memoria di un certo Dulcio 
« del Mercato della Città di Bergamo (125). » 
Ora, la più antica Piazza di cui rimanga memo- 
ria nello Statuto più antico, è la « Piazza gran- 
« de di S. Vincenzo. » Della « Piazza piccola » 
che era quella, che ora sarebbe circoscritta tra il 
Vescovado, la basilica di S. Maria, la Cattedrale, il 
Palazzo della Biblioteca e la Pretura, e che nel 
14G3 fu per decreto pubblico tramezzala dal muro 
attuale del Vescovado (120), noi non crediamo 
occuparci per la semplice ragione, che il Vesco- 
vado stesso si spingeva, come vedemmo, col suo 
chiuso fin contro la Canonica. Mala « Piazza gran- 
de » deve avere avuto una antichità assai remota. 
Essa era il punto al quale mettevano capo le 
vie, che, dalle Porte di mezzodì, di levante e di 
settentrione conducevano alla Porla di S. Ales- 
sandro: vicino ad essa troviamo l'edificio dei ba- 
gni a' tempi romani; di essa insomma non vi ha 



136 

memoria alcuna quando siasi formata (127). Que- 
sta Piazza corrispondeva precisamente all'attuale 
Mercato del Pesce, giacché, venendo a mezzodì 
della Porta della Canonica per la contrada delle 
Beccherie, si entrava in essa, come ne fa fede lo 
Statuto del 1331, ove, parlandosi della vicinia di 
S. Cassiano, si legge : « quella vicinanza cominci 
« dalla Porta della Curia di S. Vincenzo e dalle 
« scale di pietra, le quali sono tra la casa di Bo- 
« naventura d'Almenno, e quella degli eredi di 
« Pagano primicerio, venendo in su verso mezzodì 
« fino alla Piazza grande di S. Vincenzo (128).» 
Questa alla nostr' epoca era senza dubbio assai 
più ampia e dovea spingersi fino all' estremità 
della via di S. Grata, giacché le posteriori e gran- 
diose fabbriche della Cattedrale e della basilica 
di S. Maria non ne aveano ancora occupalo tanta 
parte. — Nel Testamento del Vescovo Adalberto 
del 928 fra gli altri legati assegnati ai Canonici 
di S. Vincenzo, troviamo anche « quel mercato di 
« mia proprietà che lutti i sabbati si tiene en- 
te tro la stessa Città di Bergamo. » Abbiamo già 
accennato alla probabilità che il luogo destinato 
a quel Mercato fosse ov' è l'attuale Mercato delle 
Scarpe ; ed una reminiscenza di questo fatto si può 
rinvenire forse nella denominazione di « corno 
del Foro », che noi troviamo unicamente nel no- 
stro Statuto del 1331, e che appunto vigeva in que- 
sta località (129). — Aggiungiamo a titolo di ipo- 
tesi alcune induzioni desunte dall'esame dei no- 






137 

stri Statuti. In quello del 1331, nella descrizione 
della « Porta » di S. Alessandro, noi troviamo 
menzione di una « Piazza che è presso il Portico 
« di Arena (130). » Dal complesso delle indica- 
zioni date da esso si comprende, che questa Piaz- 
za e questo Portico doveano trovarsi a un di 
presso ove ora è la « Piazza nuova » e precisa- 
mente il « Mercato del Lino »; e ciò risulta an- 
che più chiaramente dalla descrizione che abbia- 
mo di questa località quando era già stala innal- 
zata la Cittadella, e, per conseguenza, quando le 
condizioni del luogo avevano assunto un'aspetto, 
che all' indigrosso non dovea differire molto dal 
presente. Lo Statuto del 1391, alle brevi indica- 
zioni date da quello del 1331, aggiunge: « fino 
« alla piazza che è, e che era solita essere presso 
a al Portico di Arena: il qual Portico fu distrut- 
« to in occasione dello scavo della fossa della Cit- 
« tadella di Bergamo. E quel portico di Arena 
« era rasente alla via per la quale si va alla 
« Chiesa dì S. Salvatore, ed alla via per la quale 
« si entra nell'edificio grande della Cittadella di 
« Bergamo (131). » Ora, sono necessarie alcune 
considerazioni. E primamente, per definire la 
posizione di questa piazza, non ò difficile com- 
prendere a primo aspetto come lo Statuto del 
1391, accennando alla esistenza ancora della Piaz- 
za, ed alla sola distruzione del Portico in causa 
della fossa di quel fortilizio (platea.... quae est, 
et solita erat esse ), la piazza stessa non potea 



138 

essere che. una parte dell'attuale Piazza Nuova; 
perchè poi il Portico, che era in questa piazza, 
confinasse da una parte colia via che metteva 
neir « Hospilium magnum », cioè nel maggior 
corpo delle abitazioni della Cittadella, ( ove era 
la Prefettura), dall'altra parte colla via che met- 
teva a S. Salvatore, la quale, partendo da questo 
punto, non poteva esser altra dall'attuale contra- 
da de' Colleoni, era necessario che si trovasse ad 
un dipresso dov'è ora la casa Roncalli e quella 
parte della Cittadella che è a mezzodì della por- 
ta d'ingresso e fa angolo colla predetta casa; 
anzi probabilmente il ¥ Portico stesso — come lo 
lasciano supporre le indicazioni da noi citale — 
avrà formato quest'angolo, e per conseguenza avrà 
abbraccialo due lati della piazza di Arena. Seb- 
bene non abbiamo argomenti per asserirlo, non 
v'ha tuttavia nulla di più probabile che quel 
Portico appartenesse all'epoca romana, posciachè, 
infatti, non è a pensarsi, che un'opera di tal 
natura fosse stata eseguila nel tempo, che scor- 
se dalie prime invasioni al secolo duodecimo; e 
quando dopo quest'epoca si fosse pensato ad a- 
dornare una piazza con un portico che la circon- 
dava per lo meno da due parti, pare impossibile 
non ne sia rimasta la minima memoria nei do- 
cumenti o negli Statuti di quel tempo. Noi non 
conosciamo sgraziatamente nulla della condizione 
materiale della nostra Città all'epoca romana per 
potere, anche solo con una certa probabilità, se- 



139 

gnare ove fosse il centro della vila cittadina in 
quei tempi; e quando anche solo il più pic- 
colo indizio su ciò fosse sopravvissuto, non sa- 
rebbe difficile trarne anche altre induzioni non 
meno importanti ; ma giacché sfortuna vuole che 
noi restiamo perfettamente al buio di tutto que- 
sto, diremo soltanto, che non è inverisimile, che 
anche qui si trovasse uno dei mercati cittadini; 
che il luogo scarso di abitazioni avrà prestato 
uno spazio sufficiente a ciò, e in pari tempo fatto 
sentire la necessità di ripararlo in qualche mo- 
do, e dagli ardori del sole, e dagli incomodi 
della pioggia. — Ecco tutto ciò che noi possiamo 
dire su questo argomento, sul quale desidere- 
remmo che altri portasse maggior luce a costo 
anche di vederci interamente smentiti. 

§. 9. Le Fonti. 

È difficile che fin dai primi tempi non si 
pensasse di provvedere la nostra Città dell' acque 
che nascevano sui sovrastanti colli, e di mettere, 
a prefitto quelle poche che scaturivano vicino 
ad essa. Se un complesso di circostanze, da noi 
enumerate in parte, avea fatto si, che sulla 
sommità di questo colle si formasse un gruppo 
ragguardevole di abitazioni, è naturale il presup- 
porre, che si sarà innanzi tratto pensato a giovarsi 
di lutto ciò che vi ha di più necessario alla esislen- 
7,i mPiipnHn a .i-u quia liciiii posizione di appro- 



140 

fìtlare dei beni che largiva la natura del luogo, 
e senza dei quali diventava inutile il riparare 
dietro a mura, le quali, per questa ragione sles- 
sa, rendeansi indifendibili. Durante la signoria 
romana può forse datare, almeno perla massima 
parte, il bel sistema di canali, che rende la Cit- 
tà nostra più ricca di acque, di quello che a pri- 
mo aspetto non parrebbe, e sembra tanto più 
difficile il non ammettere ciò, inquantochè un 
nostro concittadino non avrebbe pensato a trar- 
re le acque pei bagni, che sono utili, fino sul- 
l'attuale Mercato del Pesce, quando non vi fosse 
già slata copia di acque per altri usi, che sono 
troppo necessari. Aggiungi a luttociò, che alcune 
fonti scaturivano vicinissime alla Città, od entro 
la città slessa; come, a cagion d'esempio, quella 
della « Bocola » sotto S. Matteo (132), quella 
del « Lantro » sotto l'attuale Casa di Pena, per 
cui già fin d'allora si sarà usalo delle loro non 
iscarse acque. Questo elemento era troppo neces- 
sario perchè venisse trascurato del tutto duranti 
le dominazioni barbariche, molto più che, que- 
sta Città avendo una certa importanza come luo- 
go fortificato, si avrà avuto cura di i revenire o- 
gni causa, che avrebbe potuto agevolare le con- 
seguenze anche del più breve assedio. — Effetti- 
vamente scarsissimi sono gii indizi diretti che 
abbiamo per ammettere questo fatto alla nostra 
°^^. ma crediamo che anche questi pochi pos- 
sano bastare, atmeno m F «.i^, r .« iws ritpnp.rp 



141 

non infondale le osservazioni che abbiamo pre- 
messe. 

La prima menzione del Lantro l'abbiamo nel 
1032, quindi pochi anni dopo l'epoca della quale 
ci occupiamo (133): non ci è noto però se l' indu- 
stria cittadina avesse approfittato di questa sor- 
gente per raccoglierne le acque in luogo accon- 
cio, ed in conseguenza per renderne più agevole 
l'uso tanto ai cittadini, quanto agli abitanti del 
contiguo Fabriziano: tuttavia parrebbe di no, per- 
chè, quali che siano le congetture che si voglia- 
no fare su questo argomento, a nostro giudizio, 
è necessario tener presente, che a quest'epoca 
le acque del Lantro scorrevano liberamente lungo 
il pendio del nostro colle: il che lascerebbe fa- 
cilmente supporre, che niun lavoro di qualche 
importanza si fosse fatto attorno a questa scaturii 
gine per rendere più pregevole il dono che natu- 
ra avea largito agli abitatori di questi colli (134). 
— Piuttosto diremo, che abbiamo memoria del 
Vasine fino dal 955 per un pezzo di terra 
che gli era vicino. Le acque del Yasine, le 
quali scaturiscono sotto l'attuale contrada di 
Corserola, sembra che fino da un'epoca remola 
sieno stale tratte al punto ove la fontana cit- 
tadina porla ancora lo stesso nome, vale a dire, 
sotto le vecchie mura della Città. La poesia ha 
bensì còllo l'occasione di magnificare gli arlifi- 
cii, che furono messi in opera affinchè quest'a- 
cqua, resa più limpida e più pura, potesse me- 



142 

glio soddisfare ai bisogni dei cittadini, ma non è 
men vero che per questi deve essere stala opera 
meravigliosa quella per cui, dal punto ove sgorga- 
vano, si trassero quelle acque per lungo tratto 
sino sulla via attualmente detta del Vasine; le 
tradizioni poi dei primi anni del secolo duodeci- 
mo parlano ancora delle condizioni, in cui si tro- 
vava questa località, prima che si fosse pensato 
di costrurre un canale, fatto a vòlta* affine, e di 
poterlo coprire coi materiali tratti dal sovrastan- 
te vertice del colle, e di poter quindi colmare 
queir avvallamento pel quale anteriormente scor- 
revano le acque del Vasine. Noteremo infine che 
la poesia, non meno che le indicazioni più certe 
concordano a farci conoscere che nel punto, ove 
mettevano capo quelle acque, vi era un seno, 
entro il quale era stalo costruito un vasto serbato- 
io, a cui con tutta facilità andavano ad attingere 
i nostri cittadini (135). — Più importante per noi è 
il Saliente. Nella carta del 1029 si comprende chia- 
ramente che, sotto questo nome, si intese accen- 
nare un pezzo di terra posto in Castagnela (136) : 
ma non è difficile accorgersi, che una tale deno- 
minazione deve essergli stata attribuita dal canale 
che forse gli passava vicino, e che portava l'acqua 
alla Città fino dai tempi romani (137). Col nome 
di Saliente era altresì chiamata una fontana posta 
nelle vicinanze della Porta del Pantano, la quale 
fu distrutta all'epoca in cui si innalzarono le nuo- 
ve fortificazioni (138): e che questa fosse ali- 



143 

mentala dalle acque del canale omonimo, non 
può rimaner dubbio di sorta, come pure non si 
potrà negare, che l'acqua del Saliente, la quale 
era stata derivala dai « vasi » di Castegnela, ol- 
trepassato questo punto, andasse ad espandersi per 
tutta la città, ove appena si ponga mente a questo 
fatto, che ancora nel 1305 non esistevano nella 
nostra città che soli tre pozzi (139), e che l'acqua, 
di cui essa abbisognava, non poteva per necessa- 
ria conseguenza essere condotta che per mezzo di 
canali dai colli vicini. È forse pura fantasia di poe- 
ta quella, per cui sappiamo, che, sul finire del- 
l' undecimo, e, sul principiare del duodecimo se- 
colo, una vena di gelida acqua alimentava in o- 
gni parte della nostra città fonti e pozzi (140)? 
ovvero può essere avvenuto, che, nel decimoterzo 
secolo ordinatasi meglio la distribuzione delle 
acque nella città colla costruzione di nuovi ser- 
batoi, i pozzi, come quelli che erano più dispen- 
diosi e meno addatti all' uso giornaliero, venisse- 
ro trascurali, per il che riuscisse poi più agevo- 
le a Costanzo di mettere a dura prova la sicu- 
rezza della nostra Città? Noi qui lasciamo la co- 
sa indecisa, e viemeglio perchè essa riguarda 
più direttamente un'epoca posteriore. 

§ 10. Alcuni particolari sulV interno della Città. 

Pare che in Arena fino dai tempi più re- 
moti le abitazioni non fossero mollo addensate: 



144 

là troviamo V anfiteatro nei tempi romani, il 
quale naturalmente si sarà procurato fabbricarlo 
in un luogo, nel quale colla sua mole, per quanto 
piccola si voglia ritenere, non avesse ad usur- 
pare uno spazio occupato già dalle case cittadi- 
ne, e già, come vedemmo, abbastanza ristretto. 
Una ragione di ciò può risiedere nel fatto, che 
in questa parte la nostra Città era assai vulne- 
rabile: che, per quanto fosse piccola la portata 
delle armi antiche, poste a confronto colle no- 
stre, tuttavia questo lato della Città era il più 
debole per essere dominalo in molta parte dal 
sovrastante monte S. Vigilio, per cui i cittadini 
slessi, quasi istintivamente, avranno rifuggilo da 
un luogo, che era il più esposto agli assalti, ed 
il primo ad essere danneggialo dalle macchine di 
guerra. Quindi è che fino dall' 806 troviamo qui 
in Arena un vigneto, appartenente al Vescovo Ta- 
chimpaldo, che circondava da due parti la proprie- 
tà della basilica di S. Giovanni (141); Casanova, 
nel 913, col suo cortile e col suo brolo occupa- 
va uno spazio di quasi settantaquattro are (142) ; 
nel 969 sappiamo pure di una casa a cui andava 
congiunta una vignetta di poco meno che quattro 
are (143). Questo slato di cose durò fino al tempo 
della redazione degli Statuti, e dura in moltis- 
sima parte sino al presente. A cagion d'esempio 
gli Acerbi, i Gargani vi avevano i loro « broli » 
i quali, quando si eresse la Cittadella , diventa- 
rono proprietà del Comune (144). — Sotto la 



145 

Chiesa di S. Agata nel 908 vi era un vigneto, che 
era stato oggetto esso pure di un cambio con un 
altro pezzo di terra, il quale, per essere posto nel 
luogo detto « a muro » e per essere di proprietà 
della basilica di S. Alessandro, probabilmente 
era situato nelle parti di Arena, ove quella basili- 
ca possedea dei terreni (143). Del resto non deve 
far meraviglia il trovare una vigna in quella 
parte così settentrionale della Città, perchè sap- 
piamo che, nel 1331, per lo meno il pendio che 
è tra il Yasine e la Boccola era tulio coperto di 
viti (146). E terra coltivata si trova nel 955 non 
molto lungi dal Yasine (147), e ancora nel 1196 
abbiamo veduto un atto d'investitura di un pez- 
zo di terra situato in questa stessa località. — 
Sebbene un po'posteriormente alla nostr' epoca, 
tuttavia non crediamo inutile notare che nel 
1030 vi erano « due pezzi di terra di proprietà 
e della Canonica di S. Vincenzo.... posti entro 
« la Città di Bergamo.... verso la Porta eli S. Lo- 
« renzo... (148) » e quantunque non conosciamo 
la precisa posizione di questi « due pezzi di 
terra » nullameno non può essere fuori di luo- 
go il notare, che anche al tempo della redazio- 
ne dei nostri Statuti, da queste parti trovia- 
mo il « Brolum » dei Bonghi, il « Viridarium » 
dei Suardi (149) e così via — Abbiamo già ve- 
duto come la Chiesa di Santa Maria della Torre, 
ov' ò ora il Liceo, fosse posta vicino ad un vi- 
gneto; la contrada del Gombilo non era a mez- 

10 



146 

zodì fiancheggiata da case, ma bensì da un pez- 
zo di terra coltivato; alla Canonica stessa era 
unito un orlo : e di orli in questa località abbia- 
mo memoria ancora nel 1179: vicino alla Cat- 
tedrale nel 973 sappiamo di una casa pure con 
orto della superficie di quasi vent'otto are (150), 
e similmente questo ci è noto nel 977 per 
un'altra casa, la quale però non sappiamo preci- 
samente ove fosse situata, per mancanza di più 
determinate indicazioni (151,). — Non bisogna 
adunque abbandonarsi a vanti immaginarli od a 
ridicole illusioni. La nostra Città, oltreché a que- 
st'epoca era rinserrata in un àmbito assai ristret- 
to, conteneva anche molti spazii affatto inabitati. 
Ciò può essere stalo una conseguenza delle con- 
dizioni politiche ; può essere stato anche una 
conseguenza del falto, che a' suoi piedi comin- 
ciavano a formarsi nuovi centri e ad ampliarsi, 
in guisa, che la Cillà potesse stentatamente ri- 
farsi dal grave tracollo che avrà subito sotto i 
primi barbari. La popolazione sarà stata forse 
addensata nelle abitazioni, ma per quanto queste 
si immaginino numerose e capaci, almeno a no- 
stro vedere , sono ben lontane dal giustificare 
cifre, che si sono poste innanzi con una sicurez- 
za troppo leggiera, e che si sono da taluni accet- 
tale con una buona fede troppo grossolana. Non è 
neppure improbabile che molte di queste abitazio- 
ni cittadine fossero di legno, e che di quando in 
quando rovinassero con una facilità pari a quel- 



147 

la con cui venivano innalzate (182): nullameno 
è lecito anche presupporre che la maggior par- 
te, per l'abbondanza dei materiali che presentava 
il luogo, saranno slate in pietra (153): ad ogni 
modo è in questo fatto, quasi più che in tutte 
le successive vicende, che deve risiedere la causa, 
per la quale, almeno per quanto sappiamo, ove 
si eccettuino brevi traiti di mura, non riman- 
gono altri avanzi di questi secoli. — Solo la 
vaghezza della posizione avrà contemperato 1' a- 
spello malinconico e severo che dovea presenta- 
re la nostra Città a chi la riguardava dal piano. 
Le mura merlate, e dove lo richiedeva la ripi- 
dezza del pendio, con saggio intendimento fatte 
ad arco; a tratto a tratto delle torri o rotonde 
o quadrate: le porte della Città anguste ; le case 
in legno o in pietra addossate le une alle altre e 
prive di quelli ornamenti, che danno una grazio- 
sa varietà allo opere fatte anche solo per soddis- 
fare ai più urgenti bisogni della vita ; non le 
vaghe ville disseminate lungo il pendio: piccoli 
e radi villaggi ove ora ricchi ed industri borghi 
fanno corona all'antica Città : ecco quale a un 
di presso ne sarà stalo l'aspetto. Eppure là in 
quelle strelte vie e in quelle buie abitazioni si 
svolgeva una rivoluzione potente, una rivoluzio- 
ne feconda quant'allre mai, perchè ai primi al- 
bori di una civiltà precoce con forza irresistibile 
gettava le fondamenta di una eguaglianza, che 
su questo sacro suolo era pur troppo senza 
esempio. 



148 



CITAZIONI E NOTE 



s. Plin. 7i. h. 3. 21. 

2. Huschke, Die Igiwischen Taf. S. 66 flg. 

3. Da berg (monte) e da heim, frane, hameau ( abita- 
zione J . Che le due radici celtogertnaniche, delle quali è com- 
posto il nome della nostra città, sopravvivano ancora nel ter- 
ritorio occupato un tempo dai Ccnomani, lo provano, più che 
altro, il nome di Bergimo rimasto ad un colle di Valcamo- 
nica (P. Gregorio, Trattenimenti ecc. ap. Odorici, Sior. Bresc. 
I. ii40* il nome dei villaggi di Cimberga, Berzo, della 
stessa valle, in capo alla quale è un monte detto ancora Berg 
(Odorici, o. e. I. 1 1 4 Se g-J: Berso di Valcavallina , posto 
in luogo alquanto elevato, e, con forma più genuina, nel te- 
stamento di Tuidone del 77^ chiamato Bergis ( Lup. I. 53o.), 
infine la Ca cV Bèrghem, una frazione posta in alto sopra il 
villaggio di Pradalunga, ed il cui nome contiene in due dif- 
ferenti lingue la parziale ripetizione dello stesso concetto. Che 
poi queste induzioni non siano senza fondamento, lo confer- 
mano luminosamente delle iscrizioni bresciane, nelle quali tro- 
viamo menzione di voti fatti da un Nonnio Seneciano e da un 
Lucio Vibio Ninfiodoto a Bergimo, e più di tutto il* fatto at- 
testato da una di quelle iscrizioni^ che un edile, dietro ri- 
chiesta del popolo di quella città, ebbe a rialzare un 5 ara a 
Bergimo (Odorici, o. e. p. 1 1 1 seg. ). Questa era senza dub- 
bio una gallica divinità, alla cui tutela sembra fossero affidate 
le montane abitazioni : ed il rapporto fra il suo nome e quel- 
lo della nostra città indica, e la identità del significato, e in 
pari tempo che, dal nome del dio protettore del luogo, può 
darsi anche che abbia pigliato nome questo gruppo di casolari, 
che forse sorgeva sulle rovine della italica Parrà. 

4. A nostro vedere, l'attuale forma bergamasca di questo 
nome, che è Bérghém, ammetterebbe una forma più antica 
zn Bergamum e non Bergomum, 

5. A voler ridurre la cosa in cifra — salva qualche ora- 
missione — cominciando dal 772 sino al 1000 noi abbiamo So 
documenti in cui la forma « Bergamo » si trova una più 
volle : 3 documenti nei quali una più volte si ha « Bergomo ^ 



149 

6 documenti con « Pergamum. » Su questi ultimi abbiamo detto 
abbastanza. 

6. V. p. e. ap. Lup. I. 727. II. 37, 57, 73, 223, 261, 
42 3, ecc. 

7. I Cenomani furono cagione che si distraessero le forze 
de' Boii quando questi invasero 1' Etruria (a. a. C. 224) e 
ricevettero la terribile sconfitta di Telamone ( Polib. 2. 23). 
Nel 223 a. C. facilitarono il passo al console Flaminio, che 
movea contro gli Insubri, sebbene, a dir vero, il console non 
gli ricambiasse con pari fiducia (Polib. 2. 32, 33). Alla Treb- 
bia i Cenomani formavano la sinistra dell' esercito romano 
( Liv. 21. 55, 56. cfr. Polib. 3. 73, 74 J • Sebbene nella spedi- 
zione contro Piacenza del 200 a. G. i Cenomani fossero uniti 
agli Insubri ed ai Boii, tuttavia nel 197 a. C. non rifuggivano 
dalla ribalda vigliaccheria di assalire sul Mincio alle spalle 
gì' Insubri loro alleati, agevolando così a Cornelio Cetego una 
delle più decisive vittorie contro questi popoli (Liv. 32. 29, 3o.), 

8. Per chi conosce appena la Storia antica della nostra 
Città le prove di questi pochi cenni sono affatto inutili; per 
tutti gli altri sarebbe uno sfoggio di citazioni e di argomen- 
tazioni collocate molto mal a proposito. 

9. Plin. ep. 4. » 1 • 

io. Più che alla interpretazione comune, che vede nel 
(atto delle molte are dedicate a Minerva un culto speciale per 
le scienze, le lettere e le arti, noi crediamo che facciati piede 
alla nostra V Inno che va tra gli Omerici in Vener. i4 seg. 
Tibul. eleg. 2. !. 6i-65, Virg. aen. 7. 8o5, 806., Ovid. fast. 
3. 4*o, 4 1 !• 

1 1. ap. Lup. II. 33-36. 

12. Ibid. II. 109, 195. Citiamo questi due soli ad esem- 
pio: del resto si potrebbero consultare i documenti del 904. 
924. 953. 962. 966. 1020. 1021. io5i. ecc. 

i3. Ibid. IL 235, 569, 653, 1041. — Ronchetti, II. 
5o. III. 74. 

i4« Si confrontino per questa opinione, che crediamo del 
resto inutile di prendere in serio esame, Lup. II. 236, 1 04» • 
— Ronchetti a. 1. e. 

i5. Paul. Diac. d. g. L. 4. 3. 

16. Id. o. e. 6. 20. 

17. v. Lup. I. 4^7. 445. 

18. Veggasene un esempio rispetto a Verona in Ughelli, 
1. s. V. 711. 

19. v. Hegel, Stor. della Cost. ecc. p. 317, 3 19. ed ita). 



150 

20. ap. Murat. r. i, s. II. II. 119. 
21 • Liutpr. antap. 1. 7. 

22. Paneg. Bereng. ap. Murat. r. i. 5. II. II. 397. 

23. Ecco i brani dei nostri documenti nei quali vi ha 
cenno del nostro muro : essi sono disposti in ordine di data : 

Ann. ^55 : « basilice beatissimi levile et martyr. Chr. Laurentii 
« sita foris muros castri nostri Bergomatis ( ap. Lup. I. 437). » 

Ann. 774 : " basilice beatis. S. Archangeli Michaelis foris 
« muro civitate Bergomate (ibid. I. 529). » 

Ann. 785 : « Gaidoaldi commanenlem foris prope cives Ber- 
« gamo prope basilica S. Andreae .... vites subtus civitatem 
« Bergamo subtus muro (ibid. 599). » 

Ann. 816: «. ... basilica S. Alexandri ubi eius. s. corpus 
« requiescit prope muro cives Bergamo ( ibid. 657 ). » 

Ann. 856 : « ecclesia beati mart. Chr. Alexandro sita foris 
« porta prope muro civitatis Bergamo ( ibid. 781 ). » 

Ann. 856 bis : « ecclesia S. Alexandri sita foris muro civis 
« Bergamo (ibid. 783). » 

Ann. 888 : petia de terra campiva conslituta foris muro 
« cives Bergamo loco ubi dicitur Prato lungo ( ibid. 993J. « 

Ann. 894 : « ecclesia S. Vincentii . . . quae conslructa esse 
« cernitur infra moenia Bergomensis civitatis ( ib. 1017). w 

Ann. 904 • u Turres quoque et muri seu portae urbis la- 
« bore et studio ipsius Episcopi et concivium ibidem confu- 
« gentium sub potestate et defensione supradictae Ecclesiae et 
« prenominati Episcopi suorumque successorum perpetuis con- 
ce sistant temporibus : domos quoque in turribus et supra muros 
« ubi necesse fuerit potestantem habeant edifìcandi et vigiliae 
« et propugnacula non ininuantur (ap. Lup. II. 23). « 

Ann. 905 : « pecia de terra vitata constituta foris prope muro; 
« de eadem civitate loco ubi dicitur Suptus muro ( ib. 37). >> 

Ann. 908 : « Petia clausuriba conslituta . . . eadem civitate 
« loco ubi dicitur a muro (ibid. 59J. ?> 

Ann. 91 1 : « Vineam quam habere videor prope muro ipsius 
« civitatis a meridie , inler adfines .... ab uno latere vìa 
« prope muro ipsius civitatis (ibid. 81 ). » 

Ann. 922 : « È un diploma di Rodolfo identico a quello già 
« riportalo sotto Tanno 904 ( ibid. 125). » 

Ann. 909 : « pecia vitata foris muro loco ubi dicitur Cor- 
« nesello — tres pecie de terra constitute foris muro cives 
« Bergamo — Prima pecia loco ubi dicitur Mercorina : secun- 
« da pecia ibi prope : tertia pecia loco ubi dicitur Sancto 
« Donato (ibid. 67 ). « 



131 

Ann. 9^3 : « Pecia de terra vitata . . . posita in mons foris 
« muro ipsius civitatis Bergamo suptus monasterio, quod eia- 
« matur vetere, coheret ei fìnes . . . A mons muro ipsius civi- 
« tatis Bergamo. — falia^) pecia vitata in mons foris muro 
« ipsius civitatis Bergamo locus ubi dicitur Fontana Bertelli 
« fibid. 223 ). » 

Ann. 958 : « ecclesia S. Alexandri, que est posita foris 
« muro non multum longe a porta civ. Bergamo ( ibid. 239J. " 

Ann. 965 : « vinea .... suptus muris eadem civilate Ber- 
« gamo ad locus ubi dicitur Albariolo (ibid. 279 ). » 

Ann. 966. « Pecia di terra vitata in mons foris muro non 
« multum longe eadem civitate Bergamo ( ibid. 279J. « 

24. Erano detti « Valloni di Rocca » e furono riempiti 
colla nuova fortificazione. Calvi Eff. \. 3 16. 

25. V. Stat. a. i33i, collat. I. =: 11 Ronchétti ( o. e. 
V. 57 ), parlando di Re Giovanni, scrive : « emanò alcuni 

« ordini e statuti . . . . , e furono che, demolite alcune 

ce mura della Città, fosse fabbricata una fortezza la quale fu 
« nominata Rocca. » La espressione è per lo meno dubbia. 
La cosa sta in questi termini. La venuta del cavalleresco Gio- 
vanni avea infuso tale una fiducia che potessero aver fine le 
discordie cittadine, che si era proposto, ed era passato a grande 
maggioranza ffactis partitis . . . . „ placuit quasi omnibus ) che, 
ad eccezione di una piccola parte delle mura, ehe servisse per 
la rocca, tutto il restante si spianasse; e la ragione che addu- 
ce di questi fatti lo Statuto, cioè, « ut omnis materia et pre- 
« sumptio a malignorum cordibus vel receptaculli (sic) tolla- 
« tur omnino. » spiega il carattere e lo scopo delle delibera- 
zioni prese. 

26. « Questa fortezza f di Bergamo ) ha una Rocca nel 
« centro della Città, et parte di essa serve al presente per 
a cinta della fortezza in quella parte ove si dissegna lare il 
« Baloardo della Fara. » Relaz. mss. del Capit. Tommaso 
Morosini del 25 Settembre 1Ò78 nella Biblioteca. 

27. V. per esempio la Relazione mss. del Capit. Mar- 
cantonio Memo del 1576. 

28. Le carte e i disegni relativi alla restaurazione della 
Rocca, colla data del 1762, sono in Venezia nell'Archivio dei 
Frari. — Questa notizia mi fu gentilmente comunicata dal 
Sig. Tommaso Gar, Direttore di quest'Archivio, con lettera 
8 Dicembre 1868. 

29. Stat. Mss. a. i33i, collat. II, 28, 39, 41. 

30. Stai. Mss. a. 1391, collat. VII. — al Stat. mss. 
saecul. XP. nella Bibliot. Sala I. D. Fil. V. 9. 



152 

3i. Reg. Cane. Due, i 7 ap. Calvi Eff. III. i5o — 
Notae et meni. S. Frane, ibid, 

32. Lib. Cons. a. i5o2. — Mem. Monast. S. Frane. 
ap. Calvi Eff. I. 3i2. Queste indicazioni del Calvi riescono 
tanto più preziose, inquantochè l'archivio del Convento andò 
disperso. 

33. Riteniamo, senza tema di essere smentiti, tutti i no- 
stri Scrittori trascuratissimi nel segnare le diverse modificazioni 
apportate alle nostre mura. Il fatto è che verso la fine del 
XV. ed il principio del XVI. secolo il Convento di S. Fran- 
cesco puteva espandersi liberamente, giacche, o le mura avea- 
no già pigliata un'altra direzione, inchiudendo tutto il borgo 
S. Lorenzo, od erano affatto trascurate e nel massimo deperi- 
mento. Qui ci basta aver accennato questo fatto. Il Salvioni 
poi che ne ha trattato ex professo, è il più trasandato di tutti 
gli altri. Nel quadro iconografico della nostra Città copiato 
dall'Àlbrizzi, ponendo mente al ricinto antichissimo da noi 
descritto, si possono segnare anche nei suoi particolari tutte le 
posteriori modificazioni, sebbene non si possa determinarne 
l'epoca con tutta precisione. E il Salvioni poteva e doveva 
farlo, se non si fosse accontentalo di metter sotto l'egida di 
un pomposo titolo un discorso accademico, che, dopo i brevi 
cenni del Tassi e del Rota, era affatto inutile. 

34. ap. Lup. II. 565. 

35. Ib. II. 6i3. 

36. Stai. a. i33i. coli. II. 37. 

3n. Lup. IL 863. Sebbene questa chiesa possa essere an- 
tichissima, come vedemmo ( V. sopra parte II. §. 6. ) 9 tuttavia 
sono prette invenzioni quelle spacciate dai nostri storici intor- 
no ad essa, i quali sanno persino che ai 28 Gennajo 801 venne 
qui a consacrarla l'Arcivescovo Turpino. Calvi Eff. I. 137. 

38. Stai. cit. II. 37. 

39. Ronchetti 0. e. III. 209. 

40. Statuti citati ecc. 

4i. 1 nostri storici fPelIegr. vin. I. 53. — Calvi Eff, 
IL 279 352 ) ammettono sia avvenuta nel Giugno i45o la 
introduzione dei Carmelitani e la fondazione della loro chiesa. 
Questa poi sarebbe slata rinnovata nel 1489. ( Calvi 0. e. III. 
205,). In ciò vi ha senza dubbio un equivoco, poiché lo Sta- 
tuto del 1 3g 1 fcoll. VII. f. 71 J parla della « ecclesia fra- 
« trum Carmelitarum « precisamente nel luogo ov' è l'attuale. 

42. Le ragioni di questa nostra iuduzione saranno date 
più avanti, in fine della nota 77. 



1S3 

43. Pari, vet. eh, ap. Calvi, op. e. III. 4? 2 « Bisogna 
però avvertire che una parie ili queste pile fu allargata ancora 
a memoria d'uomo pel conseguente allargamento della sovrap- 
posta strada. 

44* Lo dice il Rota ( Slor. ant. di Bergamo pag. 94 
n. 3) sulla fede di una carta mostratagli dal Mozzi. 

45. In complesso le nostre indicazioni concordano perfet- 
tamente con quelle date dal Tassi e dal Rota e in parte dal 
Salvioni. 

46. V. per esempio Vitruv. drchit. 1, 5. 

47. ap. Lup. II. 23. 

48. ap. Lup. II. 125. 

49. Stat. a, i33i. collat. II. 33. 

50. La forma « Turrisella », per indicare una piccola 
torre, non dovea essere strana neppure all'epoca di cui ci oc- 
cupiamo, dal momento che fin dal 785 abbiamo « viticellas « 
per indicare un piccolo vigneto f ap. Lup. I. 599J e nel 856 
abbiamo « sortecella « per indicare una piccola sorte fib. 783J. 

5i. Castelli, Chron. ap. Murai, r. i. s. XVI. 947. 

52. Vitruv. Arch* 1. 5. 

53. Ai tempi di Mosè del Brolo per lo meno molte delle 
Torri dell'epoca nostra doveano ancora esistere, ed è perciò 
che riesce assai preziosa la sua testimonianza: 

« Turribus expositis per cunctas undique partes, 
" Ut nihil hostiles noceant his moenibus artes. =z Perg. 23, 24. 
Che Mosè, sebbene si riferisca ad un' epoca anteriore, nello 
scrivere quelle parole, non avesse sott'occhio lo slato attuale 
delle mura cittadine, non vi sarà chi lo creda. 

54. ap. Lup. IL 23. 

55. ap. Lup. I. 781. 

56. ap. Lup. II. 239. 

57. Ibi J. II. 36i. — Liutpriando (anlap. 1. 7.,) par 
landò del Conte Ambrogio dice che fu « suspensus ante portai 
« januam. » Ma, oltreché questo cenno è troppo generale» v 
ha anche il fatto, che le circostanze di quell'assalto fanno ere 
dere, che anche qui non si tratti che della Porla di S. Ales 
Sandro; il che non aggiunge nulla ai nostri documenti già citati 

58. Moys. d. Brolo. Perg. i85, 186. 
09. Index collat. XV. 26. 

60. ap. Lup. II. 453, 565, 653. 

61. Ibid. IL 56i, 565, 661. 

62. Salvioni o. e, p. 6. che potè averla veduta ancora 
in piedi. 



134 

63. Per la determinazione della posizione di questa Porta 
diventano assai preziose le indicazioni date dal C?ipitano Lo- 
renzo Donado nella sua Relazione mss. 3i Dicembre 1 565 : 
« La Porta vecchia (di S. Giacomo^ per la quale hora si 
« viene nella fortezza è cosi accanto il fianco del baloardo di 
« S. Dominico, che il ponte per il qual si viene a delta Porta 
« viene ad affrontarsi nell' istesso fianco del bastione, et così 
« propinquo viene a levarvi ogni dilesa, » Si vede da ciò che 
il ponte, che conduceva a questa porta, appoggiandosi al fianco 
dell'attuale bastione, essa dovea trovarsi un po' a sinistra , ed 
un po' più interna dell'attuale; a un di presso dove l'abbiamo 
segnata anche noi sulla nostra Carta Topografica. 

64- Salvioni o. e. pp. 6, 7. 

65. Celestino h. q. 1. 486. 

66. ap. Lup. II. 1299. ««*- Abbiamo detto nei documenti 
pubblicati dal Lupi, perchè, quanto alla Pasterla, noi la tro- 
viamo ricordala fino dal 1 r^5 in un documento inedito, che 
conservasi in Biblioteca (n. Sy^ )• 

67. Du Cange, gloss. s. v. 

68. Ronchetti o. e. III. 160. — La distinzione della 
Porta del Pantano dalla Porta o Portone di S. Alessandro la 
troviamo anche all'epoca in cui si era appena incominciato a 
por mano all'erezione delle nuove mura, ed in cui le antiche 
sussistevano ancora, cioè nella relazione del 20 Ottobre i56i 
del Capitano Giulio Gabriel nella quale, parlandosi dei capita- 
ni posti a guardia dei varii luoghi della Città, si legge : « il 
« strenuo Rizzardo al Porton di S. Alessandro con altri 
« fanti cento et dui, il strenuo Zuan Andrea da Pomo con 
« fanti cento et dui alla Porla del Pantano et Piazza Nnova. » 
Questa distinzione del resto si trovava già fatta dal Celestino 
( 0. e. lib. 9. e. 21 ) ed ammessa dal Calvi ( o, e. II. 5io,), 
che pure si riferisce a quest'ultimo, là dove parlano dello 
stesso oggetto, laonde lanlo più si rende inesplicabile la stra- 
nezza delle asserzioni del Salvioni, le quali con sua pace, sono 
prive di ogni fondamento. 

69. Stat. a. i33i. col. II. 3i. 

70. Siat. cit. col. II. 35. 

7?. Ronchetti o. e. V. 110. — Celestino o. e. I. 4?5. 
— Calvi o. e III. 287. — Achil. Mutii Th. P. II. f. 32 — 
Nello Statuto del 1 453 gentilmente donato dal Senatore Ca- 
mozzi alla Civica Biblioteca , abbiamo : « domus quondam 
Guielmi militis de Lacrolta et modo comunis Pergami. » 

72. Stat. a. 1391. col. VII. 



73. Si troverà la ragione di questo nostro giudizio 'più 
avanti in fine della nota 77. 

74. V. la « Ichonografica descritione dell'antica magnifica 
« Città di Bergamo ecc. » che ora, riprodotta colla fotografìa, 
ognuno può averla sotto gli occhi. Anche questa è una copia 
di altro quadro fatto nel 1693 quando era ancor fresca la me- 
moria de' luoghi prima della nuova fortificazione. 

75. Stat, a, i33i. col. II. Si. Altri indizii raccogliere- 
mo più innanzi. 

76. Stai. cit. col. II. 33, 35. 

77. E necessario in questa piccola nota (V. sulla nostra carta 
Topografica il hrano — A parte — ) spiegare un po' più mi- 
nutamente le modificazioni recate dalla Cittadella in questa 
parte della Città, le quali furono cagione di tanti abbagli, nei 
descrittori del nostro r»cinto cittadino. Cominciamo dal pre- 
mettere un fatto, ed è, che in una carta del 1 38 1 (porta il 
N. 1 58 tra quelle da noi ordinate), la quale si conserva nella 
pubblica Biblioteca, si legge : « Ecclesia S. Johannis in Civi- 
tadela pergamensi. » La ragione per cui questa Chiesa si dice 
inclusa nella Cittadella è semplicissima. Questo fortilizio e 
conseguentemente la sua denominazione non erano ristretti al 
semplice corpo degli edificii, che esistono tuttora, ma essendo 
questi in tutto dominati dal Monte S. Giovanni, la Cittadella 
propriamente detta inchiudeva anche questo nel suo ricinto 
con una linea, che, partendo dalla Porta del Pantano , termi- 
nava al palazzo de' Sozzi, al disopra dello sbocco della con- 
trada de' Colleoni nella vja chiamata di S. Giovanni : e ciò 
è tanto vero, che ancora nel 1 56 1 il Capitano Giulio Gabriel 
nella sua relazione manoscritta in data del 20 Ottobre faceva 
la distinzione « de la Cittadella de sopra » per accennare a 
quella parte di essa che appunto abbracciava quel colle, in 
antitesi alla parte bassa, che si trovava in fianco alla Porla del 
Pantano e di fronte a Piazza Nuova. La Cittadella quindi ve- 
niva ad essere appoggiala da tre parti al muro della Città: due 
comunicazioni avea essa verso l'interno della Città stessa: l'una 
per la via di Arena (ora di Corserola) dalla parte dell'attuale 
Piazza Nuova, per quella Via che nel nostro Statuto è detta : 
« via .... qua itur in Hospitium magnum cittadelle Pergami 
(Stat. a. 1391, coli. VII.): » l'altra per l'attuale di S. Giovan- 
ni in Arena per mezzo della Torre (o Portone) di fianco al 
palazzo Sozzi, nella quale era posta quella iscrizione che indi- 
cava l'anno della sua fondazione e che si vede ancora infissa 
nell'arco, che mette in comunicazione le due parti del Semiv 



136 

nario. Dall'altra parie la Cittadella comunicava all'esterno, pri- 
mamente per mezzo della Porta di S. Alessandro , che a un 
dipresso imboccava, come vedemmo, l'attuale strada di S. Gio- 
vanni in Arena, e in secondo luogo più a settentrione per mez- 
zo di un' altra piccola porta , la quale, come si legge nello 
Statuto {lei i3gi (a. 1. e), « solita erat appellar! porta de 
a Lapusterla et ounc appellatur porta cittadelle versus burgum 
a Canallem « e la quale non è da confondersi coll'atluale Por- 
ta del Pantano, imperocché questa, insieme all'altra che le fa- 
ceva riscontro dal lato esterno della Città, sebbene evidente- 
mente costrutta all'epoca in cui fu innalzata la Cittadella, tut- 
tavia non serviva propriamente a mettere in communicazione 
la Cittadella stessa, sia coll'interno della Città, sia col di fuori, 
ma non era che uno sfogo necessario per tutta quella parte 
della Città, che restava lungo la via di Arena, o Corserola, ed 
a settentrione di questa, precisamente come in un' epoca an- 
teriore lo era stalo la così detta Puslerla di Arena. In conse- 
guenza d'i questo stato di cose, mentre un tempo la chiesa di 
S. Giovanni si diceva posta a intra hac civilale » si indicò 
poscia come situata « in civitadela pergamensi » appunlo per- 
chè questa, per necessità deila difesa, dovea abbracciare lutto il 
lato occidentale della Città. Quindi mentre in un' epoca an- 
teriore all'erezione di questo fortilizio, troviamo in questa par- 
te molli « Broli s? e case di privata proprietà, come, a camion 
d'esempio, la casa di Federico degli Acerbi, il Brolo di Gui- 
smano Lazario, di Mantenario degli Acerbi, e così di seguito 
(Stat. a. 1 33 1 col. II. 33.) in un'epoca posteriore noi trovia- 
mo queste significatili espressioni : « usque ad brolum qui fuit 
a Mantenarii dei Acerbis et nunc est comunis Pergami : — 
« usque ad brolum quondam Johannis qui dicebatur Crottus de 
« Acerbis et modo est comunis Pergami : — directe per quen- 
« dam murum broli , quod erat inter brolum quondam d. 
« Marini de Garganis et modo est terra vacua com. Pergami: — 
" Brolum d. Aydini de Lanzis, et modo com. Pergami, {stat. 
« a. 1391 col. VII. — - Stat. cit. a. i4o3) « e così via. Ber- 
nabò, per render questo fortilizio degno del nome che gli ave- 
va imposto di « Firma Fides « avea seguito Tunica via che 
gli era rimasta, di escludere cioè ogni proprietà privala da 
questa parte della Città : e lo avea fatto non sappiamo se con 
mezzi de^ni di lui e de' tempi suoi. Da tultociò si comprende 
l'errore del Salvioni, che, pigliando il lato della Cittadella che 
guardava verso la Città per il muro slesso della Città, non 
comprese che escludeva lolalinente dal recinto la Chiesa di S. 



137 

Giovanni : con quanta ragione, lasciamo pensare ad allri ! Se 
badiamo poi a quello che dice il Celestino, che la iscrizione 
di Bernabò (!a quale fu lasciata nel luogo dov'era posta ori- 
ginariamente) fu messa sopra la Porta della Cittadella « al- 
ee Tliora più frequentata per entrarvi, per cui si andava all'an- 
ce tica nobile Cattedrale di S. Alessandro, hora disusata per 
a essere la medesima Cathedrale et la Porla per cui si usciva 
« atterrate ( Celest. o, e. ì. 47^ ), » è giocoforza convenire 
che la Porta di S. Alessandro fosse ove l'abbiamo segnala noi, 
e che l'attuale contrada di S. Grata e S. Giovanni in Arena 
fosse quella via che conduceva direttamente alla Porta della 
Città , quella via che nel nostro più antico Statuto è detta 
« Via Porte S. Alexandri (Stat. Mss. saec. Xlll. index col. 
« XV. 26). » Come poi il Salvioni che a p. 12 ripete quasi 
le stesse cose dette dal Celestino rispetto a questa Porla ed a 
questa iscrizione non abbia compreso tutte le inconseguenze 
alle quali andava incontro colle sue strane fantasie della « Por- 
ta Pultatii » quanto a noi non sappiamo spiegarcelo. Il fatto 
a cui ora abbiamo accennato, troverà maggiori conferme, sep- 
pure ne ha bisogno, più innanzi in fine del §.7 — Che poi 
la salita della via, che ora si vede avanti il Seminario, e che 
a un dipresso comincia allo sbocco della Contrada de J Colleoni, 
non esistesse neppure in un' epoca relativamente assai meno 
antica , lo provano le porte ed altre aperture , che in questa 
parte si veggono mezzo nascoste sotto la superficie della via 
attuale : per cui è lecito credere, che, per lo meno anticamen- 
te, la via qui fosse assai più piana, in conseguenza di che la 
discesa dalla Porta cittadina alla Cattedrale di S. Alessandro 
non sarà stata così ripida , come per avventura potrebbe cre- 
dere chi, dalle odierne condizioni locali, volesse senz'altro de- 
sumere le antiche. — Noteremo poi in fine, che nel luogo ove 
e l'attuale corpo della Cittadella e dalla parte esterna, il muro 
della città, in occasione della erezione di questo fortilizio, deve 
senza dubbio essere andato soggetto ad alcune modificazioni. 
Perchè le case dei Lacrotta, le quali erano « apud murum 
civitatis » fossero in pari tempo « a montibus partibus Pu- 
« storie et vie de Arena (Stat. a. 1 33 1 col II. 35J, « bisogna- 
va che iì muro stesso della Città non giungesse fino all'altezza 
della massiccia torre quadrata, che ora si vede verso la Porta 
di S. Alessandro, giacché la Puslerla aperta in esso si sarebbe 
in tal caso trovala ad occidente, non mai a mezzodì delle case 
della famiglia Lacrotta , ma era necessario che rientrasse nel 
corpo stesso dell'attuale edificio, a un di presso, ove ora esiste 



158 

l'uscita verso il Colleaperto : il che risponderebbe assai meglio 
alle condizioni accennate nei brani del citato Statuto. L'antica 
Pusterla adunque, che era il punto di partenza nella descri- 
zione della vicinia di S. Grata, cessò di esistere e ad essa si 
sostituì la uscita dall' « Hospitium magnum » che ora è chiu- 
sa da una cancellata e che si trovava coperta e difesa dalla 
sopradetta Torre. Q lesta uscita allora sì chiamava « Porta 
« Cittadelle versus burgum Canallem ; « ne diversa appella- 
zione potrebbe portare anche oggidì, quando tutte le condizioni 
locali si fossero mantenute le stesse. 

78. Stat. a. 1 33 1 . coli. II. 29, 39, 4 T * 

79. ap. Lup. II. 221, 267. 

80. Stat. a. 1 33 1 coli. II 39. 

81. Giacche « compilurn » può essere tanto un trivio, 
che un quadrivio od altro (Porcellini s. v.), coll'aggiunta di 
« cruce »? si mostrava che questo a quel tempo era un qua- 
drivio e non altro. 

82. ap. Lup. I. 5oi. 

83. Ibid. II. i3i6. Sull'orto annesso alla Canonica, vedi 
sopra Parte I. §. 22. 

84. Ibid. II. 637. — Quanto a noi crediamo che senza 
dubbio vi accenni questo documento. Se si bada al fatto che 
la casa, oggetto della permuta, era separata dal Monastero di 
S. Michele soltanto dalla via; se si pon mente inoltre a ciò, 
che questa casa confinava a tramontana , cioè lungo la dire- 
zione della via stessa, con proprietà dei fratelli Domenico e 
Lanfranco di ftivola, non vi ha luogo a dubitare che qui si 
tratti appunto di quella via che i nostri Statuti chiamano « de 
« Rivola vegia s>. E di ciò siamo tanto convinti, che non du- 
bitiamo asserire., che, eccettuate le Contrade delle Beccherie e 
di S. Grata, non vi ha forse altra via, di cui prima della re- 
dazione degli Statuti, possiamo con tanta sicurezza accertarne 
la esistenza. 

85. Stat. a. i33i. coli. IL 37, 38. 

86. Stat. cit. col. II, 27. 

87. Stat. a. 1391 col. VII. 

88. Stat. a. s33i col. IL 36. 

89. Stat. a. 1391. col. VII. 

90. Ibid. nella « Defiinitione et adequatione » della Porta 
di S. Alessandro. 

91. ap. Lup. I. 871. 

92. Ibid. I. 695. 

93. Ibid. IL 387, 390. 



159 

94. Iblei. I. 729. 

95. Ibid. II. 293. E dell'anno 969. Una carta inedita del 
1272 (n. 389 nella BiblJ parla senz'altro della « contrata de 
« Arena » che è forse la stessa a cui accenna altra carta ine- 
dita del uo5 (n. 555 ibidj, e più precisamente quella via che 
correva a mezzodì di una casa che era posta vicino alla Porta 
della Pusterla (n. 574 ibid. è dell'anno xi25). 

96. Ibid. I. 643, 647. 

97. Slat. a. 1 33 1 . col. II. 33. 

98. ap. Lup. II. 4^3. 

99. Quanto dice il Rota su questo pezzo di arco, ( Slor. 
ant. di Berg p. 126. nota a.) e la sua congettura che possa 
essere stato trasportato da S. Michele dell'Arco al monastero 
di S. Grata (che, questi avanzi., erano posseduti dalle monache 
di quest'ultimo monastero) si fonda sulla erronea supposizione 
che l'antico Foro, la basilica, il centro insomma materiale e 
morale dell'antica città fosse ov' è ora la Piazza vecchia o Ga- 
ribaldi. Vedremo coi documenti del medio evo svanire questa 
supposizione. 

100. Per es. v. Stat. a. i33i. col. II, 47. 
ioi. Si veggono ancora le lettere NVS. 
io*. Celestino o. e. I. 47$. 

io3. Pinarnont. vii, s. Gr. 37, 39. — Celestino o. e. 
II. 363. 

104. Lup. I. 759, 791, 792. 
io5. Ibid. 893, 896: 

106. Ibid. I. 695. 

107. Ibid. I. 783. 

108. Hegel, Slor. della Cost. ecc. p. 3i6 seg. 344. 

109. ap. Lup. II. 191. 
1 io. Ibid. II. 319. 

111. Ibid. IL 81 seg. 

1 12. Ibid. IL 4°7» 4* » 
n3. Ibid. IL 1162. 

114. Ibid. IL 1401. 

11 5. Rota Star. ant. di Berg. p. 126 nota 2. 

116. Se si eccettui nel Muzio (Th. VI. L 118 ed. Berg. 
a. 1696) che cantava a proposito della (amiglia Bonghi : 

« Nunc ubi conveniunt cives loca prima plateae, 
« Hujus, gentis erant, quae modo dieta vetus. 

« Donarunt celebres aedes patriaeque, locisque, 
« Majores horum, ruraque laeta piis. » 

1 17. Lup. L 1066. 



ICO 

1 18. Stai, a. 1 33 1 . II. 27. 

119. Ibid. II. 34. 
i?.o. Ibid. II. 38. 

121. Traduciamo « brenio » per brevità e per non impe- 
gnare una discussione sui varii significati che questa parola ebbe 
ed ha tuttora (bregn) nel nostro dialetto. Essa meriterebbe una 
speciale illustrazione, e v'ha tra noi chi la potrebbe far comple- 
ta e conscienzosa, l'egregio autore del Vocabolario dei dialetti 
bergamaschi, il nostro Tiraboschi. Avvertiremo soltanto che 
sembra nei nostri Statuti essersi usata la parola brenium ad 
indicare uno di quei vólti od archi, dei quali se ne scorgono 
alcuni avanzi, ad esempio, nella contrada del Seminario. 

122. Stat. a, 1391. coli. VII. — La casa di questo Gen- 
tilino Suardi era allo sbocco della contrada di Corserola nella 
Piazza Garibaldi. V. Castell. Chr. ap. Murat. r. i. s. XVI. ioo3. 

123. V. lo slesso Castelli (Chr. mss. Gabin. T. VI. 4) 
ove chiama « Platea nova » quella che era « scita prope pa- 
lacium Comunis Pergami. » — V. anche nell'edizione pubbli- 
cata dal Muratori, XVI. 855. ioo3. 

124. ap. Lup. II. 577. 

125. Ibid. II. 1327. 

126. Lib. part. vet, eh. ap. Calvi o. e. I. 212. 

127. Lo Statuto Mss., che porta la data del 1220, ma che 
contiene disposizioni anteriori, ha nell'Index coli. XV. 64: 
« de plateis s. Vincentii magna et parva sollandis de quadrel- 
« lis. » La cura che si ebbe perchè venissero ammattonate 
queste piazze, specialmente la grande, non indica che soltanto 
si fossero formate allora, ma unicamente che, col dirozzarsi dei 
costumi, si pensò di togliere un grave inconveniente, quello di 
avere una specie di pozzanghera nel centro maggiore della Città. 

128. Stat. a. 1 33 1 . II. fò. — La posizione di queste 
« scale di pietra » e benissimo determinata dallo stesso Sta- 
tuto, ove si parla delle vicinie di S. Michele e di S. Pancra- 
zio. Per la prima abbiamo: « usque ad viam pubblicani et in 
« viam per quani itur in Gombetuun sursum per portam s. 
« Laurentii. Et ab ipsa via eundo sursum claudendo versus 
" sero parte, seu manu recta, usque ad portam curie S. Vin- 
« centii , que est per medias scalas lapideas etc. » Dunque, 
venendo in su per la via di S. Lorenzo e pel Gombito verso 
la Canonica, a mano destra vi erano queste scale di pietra. Per 
la vicinia di S. Pancrazio abbiamo: « quod ipsa vie. incipia- 
« tur iuxla supraseriptas scalas.... que sunt per mediani su* 
« prascrìptam portam S. Vincentii veniendo ab ipsis scalis 



161 

« recte per viam deorsum, usque in crucem de Gombetto : » 
e nel chiudere questa descrizione : « plaudendo ipsam vie. a 
« mawu sinistra usque in crucetn Gombetti prope contonum 
« Turris d. Bartolomei de Zoppo (la Torre di Gombito). Et 
« ab ip«o cantono eundo sursum usque ad suprascriplas sca- 
« las. » La spiegazione sta nel significato qui usalo di « sur* 
« suoi » e di « deorsuin. » Dal Gornbilo alla porta della Ca- 
nonica si saliva (eundo sursum): da questa a quello si discen- 
deva (eundo drorsum) precisamente come ora. Da quella porta 
alla Piazza grande g*i S. Vincenzo si saliva, e quindi lo Sta- 
tuto usa « insursum ». 

119. ap. Lup. 11. 167. — Per il « Cornu de Foro 9» 
v. Stat a, i33i. II. 42. 

i3o. Stat. a. 1 33 1 . II. 27. 

i3i. Stat. a. 1391. col. VII. 

|32. Che questo fonte fosse utilizzato dall'epoca romana 
Io indiehen hbe il suo nome evidentemente latino « Buccula », 
il quale, sebbene fino ad ora non ci appaja usato ad indicare 
propriamente il modo di derivazione di un* acqua nascente, 
tuttavia poteva trovare un' analogia strettissima coli* impiego 
rhe di queste « bmeulae », dette altramente « regulae », si 
faceva nelle marchine da guerra (Vitruv. arch. 10. lò-Forcell. 
S. v). La stessa disliozione di « Buccula vetus o vegia » Stat. 
vet. col. XV. i3, i5. — Stat. a. 1 33 f . col. II. 38. — che si 
faceva anticamente., concorre a confermare le nostre induzioni. 

i33. ap. Lup. II. 565. 

i34. Ibid. II. 61 3. Questa pergamena parla di un pezzo 
di terra « ubi dicitur Lantro ... ubi currit ipso Lantro ... non 
« multimi longe ab eadem civilate. » 

1 35. Per la prima menzione del Vasine v. il documento 
ap. Lup. II. a3i. Per il luogo ove si raccoglievano quelle 
acque v. Moys Perg. vv. 219 e seg. ove si legge: 

« Hic inter muros sinus est in concava sectus 
« Parietibus cinctus solidis, et fornice tectUs.... 
« Quo trepidante gradu veniens fons il le receplus 
« Gurgitis ingentis fil ibi lacus undique septus. » 

Naturalmente meno poetico, ma in compenso assai più 
esplicito è il nostro Statuto più vecchio (coli. XV. 11.) ove 
parla delf se introitum erotte illius Vazinis » e della " Lucca 
« ipsius erotte. » 

' 36. Ibid. II. 559. La iscrizione del 1329 ( ap. Celest. 
o. e. I. 478 ) dice: « Salientem Pergami » per accennare il 
fonte della Città; indizio che il nome di " Saliente » lo por- 

1 1 



162 

lava anche il luogo donde scaturiva quell'acqua o pel quale 
passava. 

1 37 Era detto volgarmente con forma prettamente dialet* 
tale « Saiét ». — Quanto a noi non dubitiamo di asserire.» 
che questo fonte cittadino ed il canale che vi portava le acque, 
si debbano ascrivere alla epoca romana. Jl suo nome è tanto 
apertamente latino, che, senza tema di andare errati, si può 
ritenére che l'opera di condurre quest'acqua in Città ci prov- 
enga da quell'epoca, « Saliens dicitur aqua in rivis, quia, la- 
te pillis eursuin interrumpentibus, salii potiui quam defiuat 
« (Forcell. s. v.). » Non fa mestieri ehe noi vogliamo sotti» 
lizzare sulla ragione, perchè alla nosti' acqua siasi dato il nome 
di Saliente : p può darsi, che, dal luogo donde scaturiva e poco 
lontano dal quale, ancora si vede la iscrizione citata nella nota 
precedente, essa avesse l'apparenza di salire per raggiungere ed 
alimentare le cisterne cittadine : ovvero, e questo crediamo miglio, 
ed a questo sottoscriviamo pienamente, il nome di « Saliente » 
ed il suo significato possono corrispondere perfettamente al si- 
gnificalo attribuitogli da un nostro corregionale, Plinio il Gio- 
vane, in que'le parole, che, sebbene si riferiscano a Lorentino, 
pajono tuttavia scritte appositamente pel caso nostro : « Haec 
« amoenilas deficitur acqua salienti, sed puteos, ac potius fon* 
» tes habet (Plin. ep. 2. 17) ». Il « Saliente » è adunque l'acqua 
corrente, in antilesi all'acqua dei pozzi scavati sul nostro colle 
ed a quella che scaturiva vicinissima alla nostra Città; e ciò 
è tanto evidente* che non crediamo intrattenerci più oltre sa 
questo argomento, al quale può bastare il solo aver accennato. 

i38. Celestino o. e. I. 478. — Achil. Mucii , TheaL 
Pars IV. f. 71. 

139. Ronchetti, o. e. V. 26. 

i4o. Moys. Perg. iq3 seg. 

1 4 1 . ap. Lup. I. 643. 

i4a. ibid. II. 87. 

i43. Ibid. II. 093. 

i44. V. la nota 77, Parte II. §. 6. 

i45. ap. Lup. II. 59. Sulle proprietà di questa basilica 
in Arena, v. i confini nelle carte citate qui sopra. 

146. Stai. a. i33i. col. il. 3g. 

1^7. ap. Lup. II. q3i. 

148. ap. Lup. II. 56i. 

149. V. gli Stat. del i33i, i353, 1391, ecc. 
i5o. ap. Lup. II. 3oq. 

i5i. Ibid. II. 345. 



163 

i52. Hegel, òlor. della Cost. ecc. p. 3^3, noia i. pag. 
38 1. — Verri, Stor. di {Milano t 1. p. 49 e seg. ha recalo 
molte prove di un Ul fatto per questa città. £ utile consultare 
pure il Giulini, Memor. ecc. I. p. 5io-5i5. 

1 53 Per esempio Casanova in Arena, una delle poche di 
cui abbiamo menzione (ap. Lup. II. 67.), era in pietra, e così 
forse la casa di cui ibid. II. 345. È decisiva sotto questo ri- 
spetto la testimonianza di Moisè (Perg. 267-270) il quale scri- 
veva non più di un secolo dopo la nostra epoca e il quale 
asseriva 

« Optima quaeque domus multo fundata labore 

Saxea materies monlis viscera secta 

Circuit omne latita decoratqae micaulia teda, » 



Fine della parte seconda- 






165 



Parte HI.' 

E COffTORIVM DELLA CMTTA 9 

$. I. Il Castello. 

Generalmente i nostri scrittori più vecchi, 
come, a cagion d'esempio, il Bellafino, il Cele- 
stino, il Calvi, credono che soltanto nel 1345 sul- 
la sommità del Monte S. Vigilio si innalzasse un 
Castello a tutela della sottoposta Città (1), o meglio, 
(giacché erano i Visconti, che allora qui domina- 
vano) perchè in qualunque caso una ribellione 
trovasse in esso un freno potente. In effetto pe- 
rò, la iscrizione stessa, che si citava a conferma 
di questo fatto, poteva lasciare in dubbio se il 
podestà Pirovano avesse innalzato solo una parte, 
o tutto quel fortilizio (2): ma, in mancanza di al- 
tri documenti, era agevole attenersi alla interpre- 
tazione più ovvia, e meno controversa. Tuttavia, 
quell'epoca è completamente errata. Pochi mesi 
dopo stretta la Lega di Ponlida, i nostri Conso- 
li, affine di preservare le minacciate libertà, pen- 
sarono a fortificare questa altura: e questo è 
portato da documenti sì incontrastabili, che non 



crediamo di occuparcene più a lungo (3). — Ma il 
Lupi, da un esame più accurato dei nostri docu- 
menti, fu indotto ad ammettere che, per lo meno 
sul finire del nono secolo, sulla vetta di questo 
colle esisteva un fortilizio, che in quel tempo 
era chiamato il « Castellum bergomense. » Natu- 
ralmente egli Tha fatto con argomenti di tale 
evidenza, che noi non possiamo scostarci dalle 
indicazioni da lui tracciate (4). In un diploma, col 
quale il Re Arnolfo assegna alla Cattedrale di S. 
Vincenzo tulli i beni di proprietà di un chierico 
Gotefrido veronese, troviamo questa espressione : 
« lo stesso Gotefride poi, pigliato a stento colla 
« forza il Castello Bergomense, fu ucciso per le- 
« gale giudizio (5). » Sarebbe difficile determinare 
ove si trovasse questo « Castello » se non ci 
soccoressero due circostanze degne di nota; la 
prima, cioè, che il diploma porta la data del If 
febbraio, e la seconda, che porta « V actum ber- 
gomensi castello. * Ora, l'assalto alla nostra città 
essendo stato dato il giorno seguente, questo ca- 
stello non poteva essere molto lontano dalla Cit- 
tà: e che effettivamente la cosa stesse così, che 
il primo di febbraio i Tedeschi fossero già in 
possesso del Monte S. Vigilio, e che solo la not- 
te separasse la mischia impegnatasi tra assedian- 
ti ed assediati, lo prova il racconto del Continua- 
tore degli annali di Fulda, che è in questi ter- 
mini: 4 Arnolfo ebbe primieramente notizia che 
* la Città di Bergamo eoi conte Ambrogio, mes- 



467 

t sovi da Guido, s'era ribellata. Per questo com- 

* mosso il Re, comandò che l'esercito venisse tuU 
e t'allinlorno fatto avanzare sul monte fino al 
t muro della Città, ove cavalcò egli medesimo. 
« Vennero alle mani assalitori ed assaliti sul 
« punto che stava per cadere il giorno (è la se- 
■« ra del 1° febbraio), sicché il resto della notte 
t e gli uni e gli altri dovettero vigilare con pa- 
•«. ri attenzione, Allo spuntare dell'alba, (è il gior- 
« no 2 in cui fu presa la città) ecc. » Se si pon 
mente poi alla circostanza notata negli stessi an- 
nali, che, durante la pugna, il re « stava sulla 
« vetta del monte coi gonfaloni a recar aiuto 
t a coloro che assalivano il muro, » si compren- 
derà di leggieri, che la vetta di questo monte 
non poteva esser che quella del colle sul quale 
è posto il Castello, ove il re avea collocala la 
sua provvisoria residenza e donde dirigeva l'at- 
tacco. Potrebbe confermare almeno in parte que- 
ste induzioni il fatto, che, fra i testimonii in u- 
i>a carta del 828 rogata in Bergamo, troviamo 
sottoscritto un Rodperto « del Castello (6) : > che in 
altra carta del 918, rogata pure in Bergamo, ab- 
biamo un Rotepaldo ed un Garimondo t del Ca- 

* stello », che entrano in una permuta di pezzi 
di terra posti, parte vicino al borgo Canale al 
luogo detto Casa Susana, parte « in fundo Caslel- 
c lo • ove si chiama Vallegella (7>: nel 962 si no- 
minano due fratelli t del Castello (de loco Ca- 
«< -stello) vicino alla, città di Bergamo (8): » infine 



168 

in un documento del 1032, troviamo menzione 
di un « orto nel luogo che chiamasi Castello vi» 
« cino a Canale (9). » Sono indizi questi che, uniti 
insieme, hanno non poca importanza ; e benché 
fino dal 1042 si trovi la denominazione di « Cap- 
« pella » applicala a questo luogo (10)fe si vegga 
durare nelle diverse scritture de' secoli seguen- 
ti, pure dal sopravvivere fino ad oggi quella di 
« Castello » bisogna concludere che essa fosse 
talmente in uso j>resso il nostro popolo, da pas- 
sare d'una in altra generazione senza punto al- 
terarsi. — Per fare qualche congettura si può 
credere, che, dopo la vittoria d' Arnolfo, questo 
Castello restasse smantellato: e se si pon menta 
alla poca cura che in generale aveano i Franchi, 
in confronto ai Langobardi, nel conservare le 
fortificazioni ond' erano cinte le nostre città, ed 
alla facilità con cui è presumibile si impadronis- 
se Arnolfo di questo Castello, non ostante la di- 
fesa opposta da Gotefrido, come lo lascierebbe sup- 
porre il silenzio degli Annali di Fulda (11), biso- 
gna credere che il Castello, almeno per sé stesso — - 
per tacere della sua posizione — non fosse tenuto 
di quella importanza, che meritava : per il che, quan- 
do la città fu autorizzata da Berengario a rifabbrica- 
re le abbattute mura, a queste solamente volgesse 
tutta la sua attenzione. Onde, pur rimanende 
al luogo il nome di castello per tutte le succes- 
sive generazioni, quel fortilizio fu trascurato: forse 
sulle sue rovine sorsero, insieme alla Cappella 



169 

di S. Maria Maddalena, anche delle abitazioni 
private, sinché in un'epoca gloriosa, coloro che 
aveano in mano le sorti della città, volsero lo 
sguardo a questa vetta e vi riedificarono mura e 
torri (12) che. nel loro entusiasmo, credettero senza 
dubbio dovessero essere baluardo di libertà, igno- 
rando forse che inespugnabile baluardo della li- 
bertà può esser soltanto una durevole concordia. 

§. 2. La Chiesa di S. Vigilio. 

Parrebbe da una Iscrizione, della quale non 
ci fu conservato che il sunto, che questa Chiesa 
sia stata fondata nella prima metà del secolo ot- 
tavo, cioè nel 727, e consecrata nell'anno seguen- 
te (13). Sebbene, col non essersi conservata quella 
iscrizione nella sua integra forma — giacché an- 
dò perduta, — lo storico un po' schifiltoso po- 
trebbe metterne in dubbio la autenticità e ritenerla 
una fattura de' tempi posteriori, nullameno, per 
non spingere la sottigliezza fino all'estremo, ac- 
cettiamo volentieri le osservazioni del Lupi, tan- 
to più, che certe indicazioni sono di una esattezza 
storica incontestabile — caso molto difficile in 
siffatte adulterazioni — e che alla 'nostra epoca 
vediamo questa chiesa aver già dato la sua de- 
nominazione a buona parte del colle sul quale 
era posta: indizio anche questo che ne conferme- 
rebbe la sua antichità. Quindi nel 957 sappiamo- 
di un « vigneto posto sul monte della stessa cit- 



170 

« tà di Bergamo nel luogo detto S. Vigilio (14) : ».. 
ed alcuni anni dopo la nostra epoca la denomi- 
nazione di * Monte S. Vigilio » si trova in 
pieno uso nei nostri documenti. (V. Parte IL §. 
3). Noi non crediamo di intrattenerci oltre su 
questo argomento, né molto meno di segnare le 
posteriori vicende di questa chiesa, bastandoci 
di averne constatala la antica esistenza. 

§. 3. Borgo Canale e suoi Contorni. 

Il più antico sobborgo della nostra Città, di 
cui abbiamo memoria, è quello ora detto Borgo 
Canale. Cosi fino dal 842 sappiamo di una casa 
con piccolo orlo, che era situata « in fuudo Ca- 
« nales (15),» e così dicasi per gli anni 854, 860, 
879, 933, 948 ecc. (16). Vicino a questo borgo vi 
erano alcune località, che portavano speciali deno- 
minazioni, e che noi qui diviseremo a parte, seb- 
bene non ci sia dato di determinarne la posi- 
zione. 

a. Teuderata. Ann. 879: i un pezzo di terra 
t coltivato a vite, che posseggo in Canale nel 
« luogo detto Teuderata (\7). h 

b. Casa Susana. — Ann. 933: « quel vigneto 
a posto nello stesso borgo Canale nei luogo det- 
« to Casa Susana; » Ann. 948: t un pezzo di 
« terra con vite posto in Canale vicina alla Cit- 
« tà di Bergamo nel luogo detto Ca Susana (18). » 
Si badi alla forma già dialettale di questo nome. 



171 

e. Oliveto. — Ann. 933: « due pezzi di terra 
« coltivati a vite, situati nella campagna del sud- 
« detto Borgo Canale.... il secondo de' quali chia- 
« masi Oliveta ii9). » Abbiamo riportato tanto più 
volentieri questa citazione, in quanto che potreb- 
be darci un indizio, che nei tempi antichi su que- 
sti colli si coltivassero gli olivi. Non sarà stata, lo 
ammettiamo, una coltivazione generale; si saran- 
no scelti i luoghi più proprizii in alcuna delle 
tante insenature di questi poggi, ove il rigore 
degli inverni non potesse far prova; ma la so- 
pravvivenza di questa denominazione in una lo- 
calità delle più grate a quell'arbore, la notizia 
tramandataci dopo non più di due secoli dal no- 
stro Mosè del Brolo, che a Longuelo si coltivano 
gli olivi (20), la denominazione pure, di « Uliveto » 
che al tempo della redazione dei nostri Statuti 
troviamo entro la stessa città nelle circostanze di 
Rosale (21), tuttociò pare confermi sufficientemen- 
te le nostre induzioni. 

d. Vitegari Aldoni — , Ann. 948: « Un vigne- 
« to posto nello slesso Borgo Canale nel luogo 
« detto Vitegari Aldoni (22). » 

e. Fontana Bertelli. — Ad una carta del 953 
nella quale troviamo questa indicazione: « un 
€ podere coltivato a vile situato sul monte, fuo- 
a ri del muro della Città di Bergamo, nel luogo 
t chiamato Fontana Bertelli (23) : » il Lupi fa segui- 
re questa nota: « dai confini dei fondi nominati in 
« questa carta si può agevolmente conoscere che, 



172 

« specialmente verso l'occaso, il giro delle arili» 
« che mura era poco diverso dall'odierno, il che 
« lascio all' altrui esame: dalla stessa parie vi 
« era anche il luogo, che si appellava Fontana 
« Bertelli, come appare da altre carte (24). » 
Questa località dovea esser vicina anch'essa al 
Borgo Canale (25) e ne abbiamo menzione an- 
cora in Carte del 1023, 1083, 1081 (26). 

f. Sudorno. — Sebbene un po' dopo la nostra 
epoca, tuttavia crediamo di non ommettere anche 
questa denominazione locale, che si trova in una 
Carta del 1011 ove si legge: « un castagneto si- 
« tuato nel luogo detto Sudorno (27). » 

§. 4. Fabriziano. 

Pare che questo fosse alla nostr' epoca un 

gruppo di abitazioni, ma non sapremmo dire di 

quale importanza. Il nostro Mosè ne parla in 
questo modo : 

t Costruiti con divina arte, due luoghi 

« Qui sorgono, alla cui difesa l'uomo 

« Opra alcuna non pose. Ebbero il nome 

« Dal possessor cui piacque in prima il silo— 

« L'un da Fabrizio Fabrician fu detto 

« E di Boote il tardo plaustro mira (28). » 

Il sentenzioso Salvioni, che pure possedeva 
i mezzi per indagare la posizione di questo Fa- 
briziano, e che, scorrendo anche superficialmente 



173 

il brevissimo poema di Mosè, poteva compren- 
dere come questi nel suo « Pergameno » non 
si allontani gran fatto dalla Città, esce in que- 
ste osservazioni: « dall' aver poscia Moisè del 
« Brolo lodali a cielo il vico Fabriciano, il Pom- 
t piliano, il Pretorio, il Mudano, che erano vil- 
« laggi o Castella, sparsi, alcuni non si sa ben 
« dove, nel nostro territorio, il Calvi ed il Cele- 
ri stino, scrittori troppo coprivi di patria istoria, 
« gli ebbero per borghi antichi uniti alla Città 
« (29). » Se il Salvioni avesse badato a ciò, che non 
era molto difficile avvertire, che, cioè, Mosè parla 
della nostra Città e de' suoi contorni, se per 
conseguenza avesse posto attenzione ai versi ar- 
recati, dai quali si comprende che questo Fabri- 
ziano restava a settentrione della Città e fuori 
delle mura — circostanza questa, che, se fu no- 
tata, indica che era tanto vicino alle mura, che 
poteva anche esservi incluso — non sarebbe an- 
dato a cercare questi borghi pel nostro territo- 
rio, ma si sarebbe accontentato di fare pochi 
passi fuori del ricinto della aostra Città. Le in- 
dicazioni che ci sono date da due carte, 1* una del 
911, l'altra del 1031 (30) sono preziosissime. Nella 
prima si parla di una selva di circa otto ettari 

posta nel luogo detto Monte Bo osi (il nome 

è corroso) vicina a Fabriziano, non lontana dalla 
Città e che da un lato toccava la Moria : la se- 
conda parla pure di un pezzo di terra vicino alla 
Città, fuori di Porta S. Lorenzo, posto nel luo- 



174 

go detto Fabriziano e circondato da due parli 
dalla Moria. Che questo Torrente nel suo corso 
abbia potuto subire qualche modificazione, non 
abbiamo argomenti né per asserirlo né per ne* 
garlo: ma tuttavia ci pare che non si possa a- 
gevolmente ammettere che le indicazioni date da 
questi documenti, unite a quelle tracciate dal 
nostro Mosè, non valgano a persuaderci, che a 
un dipresso questo Fabriziano fosse ave ora 
è la piccola contrada di Val verde, e ohe il centro 
di questa località si trovasse ove ora sorge un 
piccolo poggio detto il Castello Medolago. Le 
indicazioni del luogo, la \icinanza della Città e 
della Porta di S. Lorenzo da una parte, della 
Moria dall'altra, ci sembra siano indizi tali da 
non lasciarci in dubbio di porre anche sulla no- 
stra carta Topografica in questo luogo l'antico 
Fabriciano: e se una congettura ci è permessa, 
diremo che, giacché anche ai tempi di Moisè 
sembra che il luogo fosse molto popolato, nulla 
vi ha di più probabile, che, sotto qnella denomi* 
nazione, sia stato compreso anche quel gruppo di 
abitazioni nel cui centro innalzavasi forse la 
Chiesa di S. Lorenzo, e che fu il nucleo del bor- 
go che da questa prese nome nei secoli seguenti. 

{. 5. Plauriano. 

A stretto rigore, noi non dovremmo parlare 
di questo vico, giacché la prima sua menane 



175 

cade fuori dei limiti dell'epoca da noi prefinita. 
Ma sarebbe tanto improbabile che questo « vico 
Plauriano > fosse sorto soltanto dopo il mille, 
perchè soltanto nel 1020 (31) lo troviamo ricordato 
in un nostro documento, che noi preferiamo di 
essere più larghi nelle nostre induzioni ; mollo 
più che la forma stessa di questo nome richiama 
all' epoca della dominazione romana (32). Ad ogni 
modo si vede, che, pochi anni dopo la nostra e- 
poca, qui esisteva un gruppo di abitazioni, giac- 
che nella carta più sopra citata porta già il li- 
titolo di « vico Plauriano » : una ragione di più 
j>er ammetterne Y antica esistenza. Dove fosse 
posto è quasi inutile il dirlo. La relazione in 
cui, in un documento del 1036, son messi la 
Noca di S. Giovanni, Mugazione, Galgario e Plau- 
riano darebbe già a sospettare dovesse trovarsi 
nelle vicinanze della Città: e la forma « Plauri- 
zanum > di questo nome che rinveniamo in un 
privilegio concesso nel Ho3 da Papa Anastasio 
IV alle Monache di S. Fermo, ci fa comprendere 
che qui si intende parlare del « Plorzanum » 
dei nostri Statuti, che non è altro che l'attuale 
borgo di S. Caterina. Noi possiamo immaginare 
quale sarà stata alla nostra epoca la condizione 
di questo piccolo villaggio: esso non avrà avuto 
nessuna attinenza colla città propriamente detta, 
dalla quale lo separava non breve tratto di ter- 
reno: avrà avuto ima esistenza propria. Non cre- 
diamo perciò di doverci arrestare più a lungo su 



176 

questo argomento, sul quale ci sembra d'aver 

detto quanto basta (33). 

§. 6. La Corte Regia della Moria. 

Il Borgo Palazzo. 

Più a mezzodì del Vico Plauriano vi era la 
« Corte Regia della Moria. » La menzione di un 
Gastaldo in Bergamo accanto al Duca (31) avrebbe 
potuto metterci sulla via per presupporre la esi- 
stenza di una Corte regia anche nella nostra 
Città; e le nostre induzioni sarebbero state con- 
fermate nel modo più chiaro dai documenti del- 
l'epoca di cui ci occupiamo. La posizione di que- 
sta Corte è cosi delineata in un diploma di Lo- 
dovico IH., che deve essere del 901 circa: t la 
« Corte di nostra proprietà che si chiama Mor- 
ii gola, situata cioè nel contado di Bergamo, lun- 
« go il fiume che ha lo stesso nome (35) : » ed in 
altro diploma di Berengario leggiamo: « la Corte 
« di nostra proprietà detta Murgula nel territo- 
« rio bergamasco, la quale giace sotto la stessa 
« città (36). » Noi non indagheremo qual parte nel- 
l'ordinamento politico ed amministrativo di quel 
tempo avessero queste corti regie, né quale atti- 
nenza avessero con un certo tal quale servizio 
municipale (37), che sarebbe totalmente opposto al 
nostro di visamento > non possiamo però dispen- 
sarci dal notarne alcune vicende. — Nel 875 



177 

Lodovico IL concesse questa Corte insieme a 
quella d' Almenno a sua nipote Ermengarda (38) : 
T imperatore Carlo il Grosso vi risiedette per lo 
meno dal 22 Giugno al 30 Luglio, poiché ab- 
biamo ancora quattro Diplomi che portano « a- 
t ctum Murgula curie regia (39) : » l'Imperatore Gui- 
do nel 894 ne fece un dono a sua moglie Agel- 
truda (40) : nell'anno 901 circa, Lodovico III la con- 
cede al Vescovo Adalberto in parte, poiché pare 
che l'altra parte fosse stata dal medesimo già con- 
cessa allo slesso Vescovo (41): e, cosa quasi stra- 
na, nel 903 (o 904) troviamo pure il re Beren- 
gario che fa una concessione ugualmente limitata 
ancora ad Adalberto (42) : del quale fatto può tro- 
varsi la ragione in ciò, che né Lodovico, né Be- 
rengario riconoscessero queste concessioni da lo- 
ro rispettivamente fatte, per il che, non osando, 
o non piacendo loro annullarle, le sancissero con 
un nuovo Diploma. Laonde può darsi benissimo 
che Berengario avesse già attribuito una parte 
di questa Corte al nostro vescovo, e che, sovrag- 
giunto Lodovico, confermasse a questo una tale 
cessione o la rinnovasse, quasi egli medesimo ne 
fosse stato l'autore. Ad ogni modo il fatto è che 
dopo il 903 il fìsco non fu più in possesso di 
questa Corte ; ed il Lupi, nelle Note al docu- 
mento del 875, fa seguire questa considerazione 
che imporla assai al caso nostro : « la Corte 
« Morgola.... non solo era situata nel contado 
< bergamasco, ma anche vicino alla Città, e pres- 

12 



178 

« so al fiume che fino ad oggidì portalo stesso 
€ nome, in quel luogo che ora è detto borgo 
e Palazzo, il qual nome gli è derivato forse dal- 
t le regie od imperiali abitazioni che vi erano 
t in quella corte, come consta dai diplomi più 
t sotto pubblicali: e crederei agevolmente, che 
« le rustiche case ora abitate dai coloni del Ve* 
t scovado occupino l'area dell' antichissimo pa- 
t lazzo reale (43). » — Non si può stare alla de- 
scrizione che di questa Corte ne fanno tanto Lo- 
dovico, che Berengario, perchè è facile accorgersi 
che nei loro diplomi si saranno serviti di for- 
inole in uso a quel tempo; ma d'altra parte non 
si potrebbe negare, che anche questi formularli, 
per così esprimerci, abbiano avuto una certa ba- 
se nella effettività stessa della cosa. Ora, in quei 
diplomi si parla di campi, vigne, prati, selve, e 
di case; e che la Corte regia fosse formata an- 
che da un gruppo di case più o meno impor- 
tante a seconda della importanza di essa, si com- 
prende dal fatto, che là risiedeva il Gastaldo (44) 
cogli « actores regii » suoi dipendenti : che le don- 
ne libere, le quali aveano contratte relazioni con 
servi, si ponevano tra le filatrici della Corte re- 
gia ; che, essendo a questa attribuita per lo me- 
no la esazione dei diritti fiscali, vi erano neces- 
sariamente locali destinati a siffatto ufficio; che 
vi saranno state abitazioni per gli Aldi e pei 
servi destinati alla coltivazione dei vasti possessi 
ond'erano circondate queste corti ; e, per discen- 



179 

dere più particolarmente al caso nostro, lo si 
rileva dal fatto, che nella Corte della Moria, al- 
meno per oltre un mese, tenne sua residenza 
T imperatore Carlo. Ora, non vi ha nulla di più 
probabile che, cessati di appartenere al Fisco, 
questi possedimenti diventassero obbietta di pri- 
vale contrattazioni ; intorno al gruppo di case, 
che formavano l'antica Corte regia, saranno sor- 
te altre case di privati : delle permute sì sa- 
ranno fatte, in modo, che questa vasta tenuta si 
restringesse entro limiti più angusti ; saranno 
stati alienati dei diritti che andavano annessi 
ad alcune parti della stessa, onde, per quanto è 
dato indurre da argomentazioni non improbabili, 
si può credere che il fondo stesso sul quale si 
teneva l'antichissimo Mercato di S. Alessandro, 
i cui provventi furono dal Vescovo Adalberto ce- 
duti ai Canonici di S. Vincenzo, spettasse a 
questa Corte regia (45). Provviene da ciò, che, un 
secolo dopo le concessioni di Lodovico e di Be- 
rengario, noi troviamo la denominazione delle 
vigne del borgo Palazzo distinta dalle « brede » 
della Corte della Moria (46) : e che nel 1021 vedia- 
mo permutare colla Chiesa di S. Vincenzo dei ter- 
reni posti nel « Vico Palazzo » e nelle adiacenti cam- 
pagne (47). Sul finire adunque della nostra epoca 
era già sorto questo t Vico » intorno all'antica 
Corte regia: e noi portiamo la convinzione, che, 
quando maggior numero di documenti fosse per- 
venuto fino a noi, si potrebbe segnare la esi- 



180 

stenza di questo e degli altri borghi anche in un 
tempo assai anteriore a quello in cui, per un 
solo indizio affatto negativo, si soglia fare. — 
Il nome a questa Corte regia era dato da un 
torrente che, prowenendo dalle alture di Ponte- 
ranica, corre vicino alla Città dalla sua parte o- 
rientale, e che, se non è infelice esagerazione di 
poeta, si può credere che negli antichi tempi 
recasse non pochi guasti alle vicine campagne, 
giacché di esso canta il nostro Mosè: 

t Prossimo al monte cittadin, trascorre 

« Un fiume a cui di Moria han dato il nome, 

« E crudelmente le campagne innonda (48). » 

La residenza degli Imperatori in questo luo- 
go ha originato il nome di « Palazzo » che tut- 
tora conserva questo vasto sobborgo. 

§. 7. Paltriniano. 

Al Conventino sorgeva, a quello che pare, 
all'epoca di cui trattiamo, un piccolo gruppo di 
case, che era detto Paltriniano. Quale fosse la 
sua importanza, è inutile affatto l' investigarlo, 
posciachè niuna memoria sia rimasta su ciò: e 
solo, quanto più ci avviciniamo ai di nostri, noi 
troviamo che questa denominazione abbracciava 
una piccola cappella con romitaggio, e campi 
coltivati a grano ed a vite. Ci restringeremo per- 
tanto a dire, che la prima menzione di questo 



181 

luogo noi la rinveniamo in un documento del 
879, nel quale, in occasione di una permuta di 
fondi, si tratta anche di una casa con altri edi- 
ficii e con terreni annessi, i quali erano posti in 
Pallriniano (49). Questo nome ritorna in seguito a 
contraddistinguere persone: cosi nel 9Ì 5 abbia- 
mo un Paolo di « Polterniano (SO) » : nel 1088, an- 
noverandosi le persone presenti ad un placito, è 
pure ricordato « fra i cittadini » un Lanfranco 
Nozo di Polteriano (51); ed in una carta inedita e 
corrosa del 1481 troviamo queste espressioni: 
« un pezzo di terra arativo ed a vite posto nel- 
< la contrada di Pollrigniano nelle contrade di 
« Bergamo, ove si dice a S. Maria di Sopra. 11 
€ qual pezzo confina a mattina con beni del Ve- 
« scovado, a mezzodì colla via ed inoltre col 
« letto della Guidana (52). » Qui ci si affaccia una 
quistione, la quale però, nello stato attuale delle 
nostre investigazioni, ci è giocoforza lasciare in- 
soluta, se, cioè, essendo noto che la Chiesa del 
Convenlino chiamavasi un tempo S. Maria di 
Poltergnano o di Sotto, per puro errore nella 
nostra carta siasi tratta in campo questa S. Ma- 
ria di Sopra, ovvero, se effettivamente la deno- 
minazione di Poltriniano si fosse col tempo e- 
stesa di tanto, da includere qualche altra cap- 
pella posta sotto lo slesso titolo, in modo da 
non poter contraddistinguere i due santuarii che 
coir indicarne la rispettiva posizione. Sebbene, a 
nostro vedere, questa seconda supposizione sia 

alitai 



182 

la sola ammissibile, tuttavia osserveremo, che il 
nome di Poltergniano mantenutosi costantemente 
alla località detta del Conventino, ci obbliga ad 
occuparci di questa sola ; per il che chiuderemo 
questo cenno notando come « S. Maria del Se- 
ti polcro, detta S. Maria di Sotto, fosse da gran 
« tempo una cappella con romitaggio, chiamata 
t S. Maria di Poltergniano: tenuta da più d'un 
« secolo da un romitello, venisse ceduta dalla 
« città nel 1482 alle istanze di fra Alessandro 
« Bonetti de' Minori Osservanti, e a questi incor- 
« porata V anno 1502 sotto il Vescovo Lorenzo 
« Gabrieli, e dai medesimi rifabbricata ed ag- 
t grandita sotto il titolo di S Maria del Sepol- 
« ero: poi passata nei Padri Riformati, fosse nel 
e secolo scorso finalmente sottomessa alla parroc- 
t chia di S. Alessandro in Colonna (53). » Ed ec- 
co in questi brevi cenni chiarito donde a questa 
località fosse derivato il nome, che porta anche 
attualmente. 

§. 8. Pompiniano. 

Il sagacissimo Lupi, trovando sottoscritto in 
una carta del 856 rogata in Bergamo un Pietro de 
t Pumpiniano (54) », fa la seguente osservazione: 
t fra questi testimoni abbiamo Petroni de Pum- 
« piniano : a ciò pongano ben mente coloro, i 
« quali riferiscono, che il suburbio ora appellato 
a Pompiano, fosse anticamente chiamato Pompi- 



183 

t liano « da Pompilio » affinchè non spaccino 
« favole contrarie agli antichi documenti (55). » Il 
Lupi avea dunque scórto che sotto questa deno- 
minazione si indicava uno dei luoghi vicini alla 
Città : e diffalti questo Pompiniano ritorna in campo 
in una carta di permuta del 870 (56) ; ed in altri due 
documenti del 905 e del 938 (57), sono ricordati due 
diaconi Ansperto ed Anselmo « figli del giudice 
€ Lazzaro di buona memoria, del borgo di Pom- 
f piniano. » Nel nostro Mosè troviamo fra i luoghi 
vicini alla Città « Pompilianum •: ma se si to- 
glie la indicazione, della quale non guarentiamo 
la esaltezza, che, insieme con Fabriziano, era 
« divina conditus arte », che non era fortificato, 
che era rivolto a mezzodì, e che pure insieme a 
Fabriziano poteva a' suoi dì armare un dugento 
cavalieri (58), noi null'altro non sappiamo della ma- 
teriale condizione di questo luogo. Che alla no- 
stra epoca vi fossero abitazioni, non v' ha dubbio 
per due principali ragioni; la prima pei docu- 
menti da noi citati : giacché da esso (de Pom- 
piniano) non sarebbero state indicate le persone, 
delle quali abbiamo memoria, quando non vi a- 
vessero avuto la loro residenza : la seconda per 
questo, che non solo a' bei tempi della latinità, 
ma anche alla noslr'epoca « locus » e e vicus » 
si fanno sinonimi; per cui il documento del 938 
più sopra citato, ove vediamo nominati i figli 
del giudice Lazzaro « de loco Pumpiniano » basta 
per persuaderci che qui esistesse già fin d'allora 



184 

un borgo. È quasi fuor di dubbio inoltre, che 
la forma di questo nome, tramandataci da Moisè 
del Brolo, sia la forma di transizione fra il Pum- 
pinianum della nostra epoca (contrada di Brose- 
ta) ed il Pompianurn (od il Pampianum) dei no- 
stri Statuti (59) : dalle espressioni dei quali ad ogni 
modo si scorge, che, in epoca più recente, i nomi 
di Erosela e di Pompiano si confondevano as- 
sieme, giacché, a cagion d'esempio, nello Statuto 
del 1331, si nominano t le case e la residenza 
« dei figli del signor Alberto Colleoni, che sono 
• in Pompiano: » e poco di poi si accenna alla 
« via ovvero strada delta di Pompiano o di 
« Brosela (60). » 

|. 9. Petrorio. 

A mezzodì della Città ed a greco del borgo 
di Pompiniano vi era il vico Petrorio. La prima 
menzione di esso si trova nel 904 colla espres- 
sione: « in fundo Petrorio prope mons ipsius 
« civitatis (61) »; ed in una carta del 905 troviamo 
usato alternativamente e villa Petrorio » e « fun- 
t do et vico Petrorio (62) ; » nel 970 abbiamo que- 
sto nome mutalo in * Predorio > (63) : poi nel 998 
viene in campo la forma « Pretorio » che si 
conserva nella maggior parte dei nostri Statuti, 
e la quale aprì un vasto campo alla fantasia dei 
nostri Scrittori per novellare di residenza di Pre- 
tori romani e così via (64). Non è tanto facile a vo- 






185 
ler precisare con tutta certezza la posizione di 
questo vico: le indicazioni dei nostri Statuti ac- 
cennano a troppi punti a noi affatto sconosciuti, 
perchè ci sia dato trovare con certezza il filo di 
questa arruffala matassa. Ad ogni modo, Moisè 
del Brolo, cantando nel suo Poema: 

t Nomato dal Pretore, evvi altro borgo, 
« Che riguarda il meriggio, e sorge in loco 
« Scosceso al quale danno adito mille 
« Tortuosi sentieri, onde non teme 
« Insidia o aperta guerra, sì il difese 
« E la Natura e de' Prior Y ingegno (65), b 

ci porge un indizio per ritenere che le attuali 
contrade di S. Carlo e del Mattume doveano co- 
stituire questo stesso vico (66); e la espressione del 
nostro poeta, che per opera della natura e del- 
l'arte era al sicuro delle ostili insidie, e la espres- 
sione delle Carte da noi citate, che era sul monte 
della Città e vicino alla stessa, dimostrano aper- 
tamente, che era posto sul colle, nel luogo che 
più tardi ebbe nome di borgo di S. Stefano. 

§. 10. Credasio. 

Il discorso intorno a Petrorio richiama ne- 
cessariamente anche quello su Credasio. Che que- 
sto fosse vicinissimo a quello, lo dimostrano le 
carte della nostra epoca, ove, ad esempio, in una 
del 905 noi leggiamo : e non lungi dal borgo 



186 

t Petrolio nel luogo detto Credasio (67): » e lo 
«dimostra in pari tempo la espressione usata dal 
nostro poeta, il quale, dopo aver parlato del Pe- 
trorio e del fonte di Cereto, scrive: 

•t Moviti alquanto verso l'oriente 

« E del ricco Credazio il bel verziere 

« Ti si presenterà... (V propri beni 

« Credazio, avo di Grata, come é fama, 

« Qui una villa innalzò, qui fu sepolto 

-« Ed al loco die' nome. Certa fede 

« Ne fa l'alta colonna che a ricordo 

« Dell'estinto signore il popol pose (68). » 

L' indicazione della colonna eretta sul tu- 
mulo di Crotazio (che ora si vede innanzi alla 
Chiesa di S. Alessandro, e che nessuno vorrà 
seriamente connettere ccn quella leggenda), mo- 
stra senz' altro la posizione di questo borgo 
(borgo S. Alessandro). Noteremo poi che Pina- 
monte Brembati, il quale scriveva nella prima metà 
<Iel secolo decimoterzo, quando, cioè, le antiche 
denominazioni locali doveano essere ancora per 
la massima parte in pieno vigore, parlando del 
luogo ove, secondo la leggenda, fu mozzato il 
capo ad Alessandro, dice che era situato e nel 
« borgo chiamato Credasio, ove ora èia chiesa 
* eretta in onore di quell'inclito martire, e la 
« quale appellasi S. Alessandro in Colonna. • 
A questo aggiungeremo da ultimo, che, nel se- 
colo decimoquinto, sussisteva ancora in questa 



187 
località la denominazione di Credano, e, per 
quanto si può indurre dalle generali espressioni 
dello Statuto, si deve credere che portasse tal 
nome una via, la quale, staccandosi dalla princi- 
pale del borgo S. Alessandro di fronte alla chie- 
sa della Maddalena, andava a raggiungere il mu- 
ro cittadino verso la strada del Lapacano ; que- 
sta via dovea corrispondere indubitatamente presso 
a poco all'attuale vicolo detto di S. Giuseppe (69 . 
— Con questo e coi pochi cenni lasciati da Moi- 
sè del Brolo la posizione di Credasio rimane sta- 
bilita nel modo più certo. — Sebbene Mosè siasi 
appagalo di descriverci soltanto il miracoloso 
giardino di Grata e solo per incidenza abbia ac- 
cennato al fatto, che, dal ricco Credazio, ebbe no- 
me il borgo che stava tntt' intorno alla sua prin- 
cipesca dimora, nondimeno è lecito credere che 
egli pure nello scrivere ubbidisse più alla pro- 
pria fantasia ed alle leggende che correvano, di 
quello che badasse alla vera condizione delle 
cose, poiché, se nel 952 troviamo persone « de 
« fundo Credacio, » e se nel 962 vediamo a 
questa località applicato il titolo di « vico » (70), è 
necessario indurne che, anche qui esistesse un 
gruppo non piccolo di abitazioni: tanto più poi 
che dopo il mille, o meglio, dopo il secolo un- 
decimo questi borghi cominciarono a crescere 
in modo, che si dovette pensare a cingerne una 
parte, quella almeno che reslava più vicina alla 
vecchia Città. — Per quanto adunque è dato 



188 

argomentarne, se allora non esistevano i Borghi 
propriamente delti, sorgevano però intorno alla 
Città dei villaggi più o meno importanti, che ne 
formavano il nucleo. Se nelT idea di borghi si 
intende inclusa quella di una speciale relazione 
colla Città, nulla di più esatto del dire che quelli 
non sorsero che dopo il mille; ma d'altra parte 
sarebbe contrario a tutte le notizie che abbiamo ; 
recate, il supporre che alla nostr'epoca in questi 
contorni esistessero soltanto sparsi casali. Sarà 
stata, rispetto alla Città di quei tempi, una con- 
dizione di cose, come è, rispetto alla Città dei 
nostri, l'esistenza di alcuni piccoli centri, quali 
Boccaleone, Campagnola e così via; i quali se, 
per una ipotesi affatto insussistente, inconseguenza 
di alcune cause speciali, dovessero espandersi fino 
a connettersi alla Cillà, ne formerebbero nuovi 
borghi per I* identica ragione per la quale si forma- 
rono gli antichi. — Esistevano già adunque a questa 
epoca i centri materiali intorno a cui si sviluppò 
la industre attività dei secoli posteriori ; ma quale 
importanza essi avessero, in quali rapporti si 
trovassero colTantica Città, è ciò che assoluta- 
mente non sappiamo: solo ci basta averne posto 
in sodo la esistenza. 

§. li. Le Vie esterne. 

È più che naturale l'immaginare, che tutti 
questi gruppi disgregati di abitazioni saranno 



189 

stati uniti al centro principale della Città con un 
sistema di vie più o meno complesso, a seconda 
dei bisogni e delle stesse esigenze locali. Noi 
tenteremo colla scarsissima messe dei nostri do- 
cumenti, di confermare almeno in parte questo 
fatto: giacché, colle indicazioni, che sono rimaste 
fino a noi, è impossibile gettare una splendida 
luce su questo subbietto. — Verso il borgo Ca- 
nale abbiamo ripetuta menzione di vie runa pas- 
sava a settentrione di Teuderata : un'altra a mez- 
zodì di un luogo detto Platea: una terza passa- 
va pure a mezzodì di un pezzo di terra posto in 
Fontana Bertelli (71). Noi non possiamo stabilire se 
qui si tratti di una sola via: quando noi fosse, 
è facile che una di quelle abbia condotto a Pon- 
te S. Pietro per l'attuale di S. Martino della Pi- 
grizia : giacché questa era la via più diretta per chi 
dalla Città si portava in quella parte del nostro 
territorio : è poi anche probabile che il facile pendio 
del colle verso S. Matteo, e in pari tempo la ce- 
lebrità che acquistava a mano a mano la basili- 
ca di S. Alessandro, siano concorsi a rendere il 
luogo frequente di strade, che agevolassero il 
prepotente bisogno di comunicazioni. — Dalla 
Porta di mezzodì, detta poi di S. Stefano e da 
noi di S. Giacomo, discendeva una via, che na- 
turalmente avrà messo in comunicazione questa 
Porta della Città col sottoposto piano forse at- 
traverso ai « Campi Calfaschi » nei dintorni dei- 
Fattuale S. Tommaso de'Calvi (72). Questa via pas- 



190 

sava ad occidente del vico Credasio ed a levan- 
te del vico Petrorio: e bisogna credere che qui 
succedessero delle diramazioni, o che la via 
stessa, per ragioni che non possiamo indovinare, 
subisse una rapida svolta, perchè troviamo in 
Credasio un pezzo di terra cinto da due parli 
da questa via (73). — Coloro che dal piano saliva- 
no alla Porta di mezzodì potevano recarsi nel 
borgo Canale ed alla basilica di S. Alessandro 
per due vie; o per la interna del Monastero 
vecchio di S. Maria, ovvero per una via esterna, 
la quale, a quello che pare, non sempre stava 
rasente al muro della Città, ma talvolta lo toc- 
cava, talvolta se ne scostava in modo da lasciare 
tra mezzo delle piccole vigne (74). Forse un po' più 
sotto a questa, ma ad essa parallela, a mezzo il 
pendio di questo lato di libeccio del colle su cui 
era situata la Città, correva la via di S. Donato, del- 
la quale abbiamo memoria nei nostri Statuti (75), 
e che può essere quella stessa accennata in un 
documento del 909 ove, tra i confini di un pezzo 
di terra posto a S. Donato, vi ha a levante una 
via (76). — La Porta d'Oriente, o di S. Andrea, sa- 
rà stata in comunicazione, oltreché col restante 
territorio, anche principalmente colla regia Corte 
della Moria, diventata in seguito il Borgo Palaz- 
zo. Questa via passava per Mucazone, ora Pi- 
gnolo (77), ed è forse sui lati di essa che s'era già 
formato l' importante borgo, che oggidì è detto 
di Pignolo. — Infine, dalla Porta di S. Loren- 



19f 

zo sarà partita quella « via rossa » della quale- 
abbiamo memoria in un documento del 928 (78)- 
Le indicazioni dateci da questo documento fanno 
supporre, che il prato, di cui in esso è parola, e 
che, essendo * vicino alle mura della Città > 
tuttavolta confinava a mattina colla Moria, si tro- 
vasse a un di presso sotto il colle della Fara;, 
per cui la strada « rossa » che era a mezzodì 
di quel prato, dove/} metter capo da una parte 
alla Porla di S. Lorenzo, dall'altra al vico Plau- 
riano, o per lo meno a Marcianica, Redona, e 
cosi via, lasciandosi alla destra quel vico. Con- 
fermerebbe la nostra induzione il fatto, che, nel 
più antico nostro Statuto, nell'indice della quin- 
dicesima collazione andata perduta , troviamo 
questa indicazione: « della Via che correa mat- 
€. tina della Porta di S. Lorenzo (79) : » e la dire- 
zione da noi segnata per la « via rossa » con- 
corderebbe pienamente con quella accennata nel 
nostro Statuto. 

.§. 12. Altri particolari sui contorni della Città. 

Abbiamo già veduto (v. Parte I. §. 14) come ap- 
pena fuori della Porta orientale della Città fino dal 
785 vi fossero delle abitazioni; il pendio del colle, 
ancora attorno al mille, era tutto coperto di vili, 
sulle quali prelevavano la decima i Canonici di S. 
Vincenzo (80). — Un documento del 875 parla di 
una vigna in Gallinaria ; un altro del 1013 parla di 



192 

un pezzo di terra « posto sul monte non lungi 
t dalla città, nel luogo detto Gallinaria (81). • Il 
Lupi nelle note al primo documento mostra di 
credere che Fattuale Gallinazza del borgo San 
Leonardo possa essere l'antica Gallinaria ; nondi- 
meno, vedendo come questa località si trovasse 
sul monte stesso della Città, quando almeno 
nella forma denominativa vi possa essere un' at- 
tinenza fra l'antica Gallinaria e l'odierna Gallinaz- 
za (il che però non crediamo affatto) (82), noi pro- 
penderemmo a credere, che meglio si confacesse 
l'ammettere, che quella località si trovasse a un 
di presso dove nei nostri Statuti troviamo la 
piazza della « Galinazia » la quale per la via 
dei « Tovi » era in comunicazione col « fonte 
« di Pignolo (83). » — E di una vigna in Pignolo 
noi troviamo menzione fino dal 917 ; ed abbia- 
mo prove sufficienti per ritenere che questa de- 
nominazione non si estendesse già al borgo, che 
attualmente porla lo stesso nome, ma bensì alla 
parte inferiore della contigua contrada che ora 
è detta di S. Tommaso, il che crediamo farà me- 
ravigliare non pochi (84). Quindi è che troviamo pel 
luogo ove è posta la chiesa di S. Alessandro, la 
denominazione distinta di Muchazone o Mugatio- 
ne. Dal testamento del vescovo Adalberto ve- 
niamo a sapere, che egli qui possedeva una vigna 
la quale — per volgarizzare esattamente le espres- 
sioni da esso usate — è detta: « fuori, non molto 
« lontano, presso alla Città di Bergamo (85). r 



193 
Nel 1036, fra gli altri, si legano alla Canonica di 
S. Alessandro dei fondi posti in « Plorzano » 
(Plauriano), in Galgano, nella Noca di S. Gio- 
vanni, ed in Mugazione (86) ; ed in un testamento 
del 1183 si lasciano dodici denari alla Chiesa di 
S. Alessandro in « Mugazone (87) » . Il nome di bor- 
go di Mugazone durò per lo meno fino in prin- 
cipio del secolo decimoterzo, poiché nel 1210 ab- 
biamo memoria di un Lanfranco Bono, che vi a- 
bitava (88), e di qui si comprende, che la deno- 
minazione di Pignolo rimase, per lo meno fino a 
questo tempo, limitata all' altra località, di cui 
abbiamo parlato qui sopra (89). — Più ad occiden- 
te di questo borgo di Muchazone vi erano le 
vigne del Cornesello: nome questo, che è so- 
pravvissuto ancora, dopo oltre nove secoli e 
mezzo, ad indicare una via quasi deserta, che 
mette in comunicazione la Contrada della Ma- 
sone colla Strada Vittorio Emanuele (90). — Dal 
lato di libeccio ed occidentale della Città tro- 
viamo parecchie denominazioni locali che non 
crediamo inutile riportare : per esempio : « Slip* 
tus muro » (91) « Albariolo » che era una vi- 
gna sotto il muro cittadino (92) : < Mercori- 
na » (93), « Prato lungo » (94), « S. Donato » 
di cui abbiamo già parlato (v. Parte III. §. 11)- 
— Nel 933 abbiamo memoria di « Fontana » 
in borgo Canale : nel 938 troviamo pure men- 
zione di una vigna che « giace vicino al Monte 
« della stessa Città, nel luogo detto Fontana (95j. » 

13 



194 

Noi crediamo che qui si tratti della stessa loca- 
lità, alla quale accenna una carta del 1030 ove 
si legge: « un prato.... che è fuori e non molto 
« lontano dalla stessa Città di Bergamo nel luo- 
« go appellato Fontana, che è nella Valle detta 
« Brolo (96). » Le indicazioni date combinano tal- 
mente, che noi crediamo che qui non si tratti 
che di una stessa località, per cui non ci resta 
che a notare, che la denominazione di « Fontana 
Brolo » sopravvive ancora lungo il pendio meri- 
dionale del colle sul quale è posto il Borgo Canale. 

§. 13. Conclusione. 

Ecco esaurito il nostro compito : se in molte 
parti restò imperfetto, la colpa non è in tutto 
nostra, perchè, a voler far conoscere la topografia 
di una città coll'aiulo soltanto di un centinaio 
di documenti, che non se ne occupano né punto 
né poco, è tale opera, che necessariamente non 
può riescire completa. Molti non converranno 
in parecchie delle nostre induzioni, ed anche di 
questo la colpa non può esser tutta nostra ; e se 
l'argomento non parrà trattato con quella vastità 
di vedute, con quella fantasia, che sola potrebbe 
far rivivere, almeno in parte, davanti ai nostri 
occhi il passato della nostra Città nei secoli dei 
quali ci siamo occupati, basti a salvarlo da sif- 
fatte accuse il modesto titolo sotto il quale l'ab- 
biamo posto, e lo scopo nostro di non porgere 



195 

che i materiali sui quali altri potesse lavorare 
con più largo intendimento e con miglior frutto. 
À noi basta d'aver dato l'esempio di mietere in 
un campo, in cui, almeno fra noi, alcuno non 
ha ancor posto la mano ; e l'esempio dato colle 
più oneste intenzioni non sarà sufficiente discol- 
pa di errori commessi affatto involontariamente ? 
Quanto a noi non desideriamo altro che questo. 



197 



CITAZIONI E NOTE. 






i. Citiamo per lutti ii Calvi. Eff. I. 5o2. 

2. V. la iscrizione nel Calvi, o. e. a. 1. e, e nel Ron- 
chetti, o. e. V. 87 e seg. 

3. Lup. II. ia3i-34 — Ronchet. 0. e. III. i33. 

4. V. il Lup. J. 1017. 1020. 

5. Che Gotefrido fosse veronese e figlio di Gislario lo si 
rileva da altro diploma di Arnolfo, ap. Lup. I. io45. 

6. ap. Lup. I. 673. 

7. Ibid. II. in, 1 14. 

8. Ibid. II. 267. 

9. Ibid. II. 565. 
io. Ibid. II. 1041. 

lì. Il « difficile capto « del diploma di Arnolfo è affatto 
relativo. Per la ripidezza del pendio anche la più meschina 
bicocca avrebbe in quel tempo opposto una discreta resistenza: 
Arnolfo poi aveva bisogno di giustificare un atto di severità 
esagerando le cause che l'arcano provocato. Insomma quella 
espressione può riferirsi anche alla posizione, senza che sia ne- 
cessario ammettere che il forte in se stesso fosse pure di eguale 
importanza. 

12. « in qua terra hedificatum est castrum et turris per 
* comune predicte civitatis. » Doc. an. 1167 ap. Lup. II. 
« 123 ij anno 1167: octavo Idus octob. Caslrum de la Ca-» 
a pella edificatum fuit per Consules qui tunc consulatum gere* 
« bant. » Arch. cap. Lib. H. fol. 35. ap. Ronchet. HI. 1 33. 

i3. Benal. d. g. et. a. ss. Berg. 2. 5. mss. ap. Lup* 

I. 38i-2. * 

i4- ap. Lup. II. 235. 
i5. Ibid. I. 6 9 5. 

16. Ibid. I. 759. 791. 893. — lì. 191. ali. etc. 

17. Ibid. I. 89*3. 

18. Ibid. II. 191. 211. 

19. Ibid. II. 191 . 

20. Moys. d. Brolo perg. 8. 3-4» 

ai. Vi ha « la volta dell'Uliveto » fp. e Stat. a. i33i. 

II. 46) che dalle indicazioni date, dovea essere senza dubbia 



198 

vicina alla chiesa ed al monastero di Rosate ora il Liceo. V. 
Stat. a. i453. coli. VII. g4, col quale se ne può determinare 
la posizione con bastante esattezza. 

22. ap. Lup. II. 21 1. 

23. Ibid. II. 223. 
24' lbid. II. 225. 

25. Ronchetti III. 174. 

26. ap. Lup. II. 5w. 74 5 » i339. 

27. Ibid. II. 453. 

28. Moysè d. Brolo, perg. 47 e seg. 

29. Salvioni delUant. e nuova fori, ecc. p. 9, — Uni- 
che digressioni di Mosè sono ove parla del Brembo e del Serio, 
di Mozzo ( Ficus Mucianus ) di Longuelo e di Breno. Del 
resto si limita sempre alla Città ed a' suoi vicini contorni; è ciò 
è tanto vero, che dopo aver detto (V. perg. 27-28 e seg.): 

e« Si quis forte situm nescis, nomenque locorum 
« Saepe brevem summam tibi eie. « 
aggiunge: 

« Sed memorabo tamem loca prìmitus exterioria i » 
cioè, li considerava tanto vicini alla Citta, che credeva di non 
potere adequatamente parlare di essa senza ricordarli. Quanta 
poi a porre il « Vico Pretorio » o « Petrorio » tra i villaggi 
castella sparsi nel nostro territorio, questa è una delle scap- 
pate, a cui pare fosse abituato il Salvioni, poiché se egli aves» 
se badato a quei versi di Moisè ( Perg. 65 e seg. ), ove par- 
lando appunto « de loco Praetorii » scrive : 

« Unde nec insidias, nec vim timet ille furorum, 
« Munere naturae munitus et arte Priorum, » 
avrebbe con sua somma sorpresa capito che ai tempi di Moisè 
le fortificazioni cittadine si spingevano fino ad includere questa 
Vico nel loro ricinto ; e se avesse poi badato che il Pretorio, 
©, diremo meglio, il fonte di Cereto, da esso non molto lon- 
tano, restava un po' più ad occidente della colonna di Crota- 
zio, che è conosciuta fin dai bambini, non si sarebbe sbrac- 
ciato tanto malaccortamente contro il Celestino ed il Calvi, i 
quali avevano una buona parte di ragione, mentr'egli aveva 
tutto il torto. Il fatto sta cofà. Sebbene il Vico Petrorio all'e- 
poca in cui scriveva il Moisè fosse incluso nel recinto cittadino, 
nel concetto di quell'epoca però non faceva parte della Città 
propriamente detta, ma costituiva sultanto uno dei borghi del- 
la Città stessa, e ciò è tanto vero che nel più antico docu- 
mento ufficiale in cui appaja questa distinzione (è del r 1 71, 
«p. Lup. II. 1267-1-370), troviamo la espressione « de Perga- 



199 

mo et de burgis « : o meglio ancora, troviamo stipulalo che 
gli abitanti di Romano nuovo « ad mattata burgi debenl stare 
« et esse et ita debent esse liberi ut unus ex burgis civitatis 
« Pergami. » La stessa divisione del nostro territorio per le 
quattro « Factae porlarum » di S. Lorenzo, cioè, S. Alessan- 
dro, S. Stefano, e di S. Andrea, anche in un* epoca in cui la 
maggior parte del borgo S. Leonardo era circondata di mura, 
dimosfra la persistenza nel restringere il concetto legale di 
««città » alia parte antica e collocata in alto. iVJoisè del Brolo 
adunque nella sua descrizione partiva da questo concetto : chia- 
mava esterno il borgo Petrorio, perchè infatti era fuori del 
primitivo ricinto «Iella Città, e si trovava, rispetto ad essa, in 
quei rapporti giuridici, in cui vedemmo circa un mezzo secolo 
di poi, essere costituito il borgo di Romano che, da essa dista- 
va effettiva nente A\ parecchie miglia. 
3o. ap. Lup. Il 8i. 565. 
Si. {Imi II. 499. 

3i E evidentemente un addiettivo colla formazione in 
anus che indica somiglianza o pertinenza; ma l'etimologia del 
s<-m pine * Plaurio ci sfugge, sebbene possa trovare molte at- 
tinenze nelle Irrigue ar oeuropee. Come poi da Plaurianum sia 
sorto Plorzanum a nostro giudizio si può spiegare con una 
particolarità del nostro dialetto. Premetteremo intanto a titolo 
di semplice comparazione, rln*, sebbene in latino la semivocale 
j in rnez/o a parole non siasi mantenuta che tra due vocali, 
tuttavia è noto, t\it quando le leggi della prusodia lo richie- 
devano, ricompariva anche dopo consonante, per cui a cagione 
d'esempio, in quei versi di Virgilio 

« nec claustra, nec ipsi 

« Cuslodes suff rre valcnt. Labal ariete crebro 

« Janua » Aen. II. 49^. 

<e cujus apertum 

« Ad versi louga transverberat abiete pectus. » 

Ib.d. XI. 667. 
la / di ariete e di abiete ha il valore della semivocale corri- 
spondente j ( Raudry. gram. comp §. 177 in not. ). Che que- 
sto dopo la r ed avanti a vocale, succedesse e succeda nel no- 
stro dialetto, è foraa ritenerlo, poiché in diverso modo sarebbe 
inesplicabile, come, a ragion d'esempio, possano sussistere for- 
me quali sgarià e sgargia ( frugare ) , Maria e Margià 
(Mariano, villaggio) e così di seguile) a noi .pare evidentr per- 
tanto che nella pronuncia di Plaurianum ( = Pìaurjanum ) 
debba essere succeduto un fenomeno pressoché identico, vi 



200 

debba essere stata, cioè, per attrazione della j, una forma di 
transizione * Pìaurdjanum (Curtius, Gr. Elym. II. 187 194. 
— Srhleicher, Comvend. ecc §. «45) la quale fu come il 
funddiiit'iito da cui sorse la g. palatina, che alla sua volta 3' è 
trasformata nel suono z , come ^verbigrazia si trasformò in 
zet Ialino gen(l)s, in zenocc, lat. genu, it. ginocchio, in 
arzent. lat argentum ecc. — La forma poi P/or per l'origi- 
naria Plaur — non ha bisogno di ulteriori commini'. 

33. V. docum. ap. Lup. II 499- 5o5. 565. 589. 653. 1 1 1 7- 

34. Ibid. I. 5o6. 

35. Ibid. II li. 

36. Ib.d. II 19. 

37. Hegel, Star, della Cost. ecc. p, 3^5. 

38. ap. Lup. I. 865 

39. Ibid I. 9^5. 939. 947. 957. 

40. Ibid. I. io4«. 
4-1. Ibid. II. 1 1. 

42. Ibid. II. i5. 

43. ap. Lup. I 868. 

44- Ad « Arnrhis qui fuit Gastaldus in Bergamo, » ab- 
biamo già accennato più indietro in questo stesso paragrafo - 
nel 883 Carlo il Grosso dona del le masserie a « Johanni 
« Gastaldio de curte nostra Murgola ; » ap. Lup. I. 925. 

45. Una pergamena, ehe porta la data del 908 (ap. Lup. 
II. 6» seg. ), parlando della Corte Morgola e del Menato di 
S. Alessandro, dice che questo si teneva annualmente: « in 
« prefatae curtis rure: » un'altra di 91 1 invece (ibid. II 81 } 
dice sempli» emenie «he quel Mercato si ttneva « iuxta praefa- 
« tam urbem. « Sebbene vi sieno tutti gì» argomenti per te- 
nere il documento del 908 per una finzione di un'epoca po- 
steriore, tuttavia avea una base di vero , ed era abbastanza 
antico per poter sapere ancora in qual luogo si teneva quel 
Mercato. È probabile fosse nell'umica mo o duodecimo secolo 
al più modellato sulle rimembranze dell'originale perduto, su 
alcune note, e su a'tre carte allora esistenti : e, dato ciò, come 
non dubitiamo di affermare, sarebbe chiaro che i possessi della 
Corte Regia si spingevano fin dove è ora la Piazza Cavour, 
la Fura ecc. Insomma il documento del 908, non è un do» 
eumento aut?nt"0 ma è abbastanza anti'o, perchè alcune sue 
indirazioni sieno tenute \t\ pregio. 

46. ap. Lup. II. 4**5. 

47. Ibid. 11. 5oi. 

48. Moys. perg, 43 e seg. Ora per una contrazione affat- 



204 

to normale del nostro dialetto, provocata dalla caduta della 
vocale breve non accentuata, è detta Moria. 

49. ap. Lup. I, 891. 

50. Ibid. II. 89. 
5i. Ibid. II. 759. 

52. N. 269 delle Pergamene nella Bibl. 

53. Questa nota la tolgo dal Pasta, Pitture notabili di 
Berg. p. 107 nota 1. 

54. ap. Lup. I. 781. 

55. ap. Lup. I. 784. 

56. Ibid I. 85 1. 

5 7 . Ibid. II. 37 195. 

58. Moys. perg. 47 e seg. 

59. Il cambiamento di n in l non è senza esempio nelle 
lingue antiche e nelle neolatine ( Bopp, vergi. Gram. §. 20. 

— Baudry, Gram. comp. §. 48. ), come non lo è nel nostro 
dialetto, se badiamo a forme quali, ad esempio lumina (no* 
minare ), calonga, calònega ( canonica ) paltà ( pantano ) e 
quindi Pompinianum e Pompilianum, per cui il Pompianum 
degli Statuti è più facile sia venuto in via mediata da una 
forma Pompilianum, che immediatamente da Pompinianum^ 

— Ad ogni modo non ci è difficile dimostrare come la storia 
del nostro dialetto ci presenti ragguardevoli esempi, i quali ci 
fanno vedere che la caduta della sillaba -//, -el \ se così pos- 
siamo esprimerci) in parole affini nella forma a Pompilianum 
segue in virtù di una legge, che possiamo ritenere costante. 
Quindi abbiamo : Cimeliarca, Cimeliarchia, poi Cimiarca 
(ap. Lup. II. 1307.), Cimiarchia nei nostri Statuti: Bunde- 
lione (ap. Lup. II. 533. ) e Bondione : Mareliano e Maria- 
no fdi cui possediamo la forma media Maritano ap. Lup., IL 
22!, col che cadono le congetture del Rota sulla origine di questo 
nome dai Marii : Stor. di Berg. p. i3o. nota 3. ) : Campìlioni 
e Campioni (ì\ nostro Architetto, del cui nome la forma me- 
dia Campleono si trova sulla porta di S. Maria,): Spellano 
e Piano (di Gaverina ) : Carpelioni fap. Lup. IL 1 393, 
1395, 1397 e pass.^ e Carpioni, e quindi necessariamente 
Pompinianum per Pompilianum in Pompianum. 

60. Stat. a. 1 33 1 . col. IL li, — Del resto è a notare, 
che non abbiamo citato questo brano, che per mostrare la con- 
fusione che in una certa epoea esisteva fra questi due nomi. 
La strada qui citata è una strada esterna che da S. Grata 
ìnter-viles conduceva al borgo di Pompiano, e che appunto per 
questa sua direzione e pel luogo a cui metteva capo avea pi- 



202 

gliato il uome ài Pompiano o Broseta : è rio è tanto vero, che, 
mentre la contrada Broseta, il vero borgo di Pompiniano, avea 
ed ha una direzione da oriente ad occidente, questa via invece 
discendeva da settentrione a mezzodì ( stat. a. 1391. col. VII. 
nella deff\ vie. S. Grat. ). — Ad ogni modo la denominazione 
di Broseta dovea cominciare a preponderare anche all'epoca in 
cui scriveva Moisè del Brolo poiché nel 1117 (ap. Lup. II.891J 
troviamo un prato in « Broxeta prope Loiiijolasea » e non in 
« Ponpiniano ». Qui si deve ammettere che, od il nostro poeta ab- 
bia raccolto qua e colà qualche nome, che gli fornisse il pretesto 
di tirare in campo antiche reminiscenze, e che quindi il bar- 
barico Broxeta ( che forse più anticamente suonava Burxexida. 
— ap. Lup. II. 1 39^ non potesse porgere un argomento suf- 
ficiente alle poetiche sue induzioni piene di reminiscenze del- 
l'epoca romana : ovvero (a qui ci duole di dover dare a que- 
sta argomentazione, la quale noi accettiamo, l'aspetto di una 
ipolesi, che, speriamo, verrà senza dubbio sufficientemente rin- 
francata allorquando parleremo della Topografia della nostra 
città all'epoca degli Statuti ), che il nome di Broxeta non 
fosse allora applicato all'attuale contrada cittadina, ma al grup- 
po di abitazioni, ora «hiamato Loreto, ed agli sparsi casali ed 
ai terreni circostanti. Con questo si intendono meglio i confi- 
ni delle vicinìe cittadiue-: si comprende come il riolus, che 
partiva dal fonie di Cereto, passasse in Broseta, in fine si co- 
nosce che il nome di Broseta attribuito alla p<»rta cittadina, le 
derivò non dalla contrada che ad essa mette capo, ma dal pic- 
colo villaggio che erale vicino, come dal più prossimo villagr 
gio ebbero nome le Porte di Colognola, Osio ecc. In tal modo 
resta chiarito, come all'attuale contrada di Broseta spettasse 
unicamente e propriamente l'appellazione di Pompiniano. 

6r. ap. Lup. II. 35. 

62. Ibid. II. 5 7 . 
■ 63. Ibid. II. 297. 

Mi Ibid. II. 421. 4^3. 555. 

65. Moys. perg. 63 è seg. 

66. Per parlare più esattamente, la espressione più sotto 
citata del nostro Moisè « Hinc ubi procedes sce » per accen- 
nare alla posizione di Credasio, deve riferirsi al fonte di Cere- 
to e non al borgo Petrorio. Combinerebbe con ciò il fatto, che 
nella descrizione della parte esterna della vicinia di Antescoli 
(la quale entro la città comprendeva la contrada di S. Grata, 
col Vescovado, la chiesa di S. Maria Maggiore e l'attuale pa- 
lazzo della Biblioteca^, lo statuto del % 33 1 (col. ti. fa) ci 



203 

parla di una via fatta per « le Ortaglie » la quale metteva 
capo in altra via che dal fonte di Cereto poneva in Predono. 
Il ronfine della vinnia volgeva verso quel fonte donde partiva 
un rigagnolo (« riolus » ), ebe discendeva in Broscia ( Loreto) 
e scorreva anzi p? j r Broseta. Combinano poi insieme queste 
indicazioni con quelle date ♦"ella descrizione delle altre V'cinie 
quando si badi che il detto fonte s ; trova a un di presso nei 
dintorni di. S. Lucia vecchia, e più precisamente a circa 225 
metri a N.N.O. da questa chiesa nel prato detto ancora di 
Cereto, per cui viene ad essere ad occidente e dello colonna di 
Credasio e in pari tempo del borgo Petrorio fle contrade di 
S. Carlo e del Mattarne J. 

67. ap. Lup. il. 57. 

68. Moys. Perg. 75-76, 81-86. 

69. ap. Lup. II. 22» 267. nelle sottoscrizioni. — Frale 
soscrizioni ad una carta del 982 troviamo: « Riprandi qui et 
« Gunzo germanis fil. quondam item Benedicti de loco Creda- 
« ciò, isti de eadem civitate B«rgamo. « ap. Lup. IL 36i. 
Anche qui si vede che quei due fratelli aveano abbandonalo 
la casa paterna, per trasportarsi nella città; un indizio di più 
an«he questo che in Credasio vi erano abitazioni, che insomma 
questo alla nostra epoca era già un borgo. 

70. Pinamont. Kit. s Grat. cap. VII. ed. Rovet. 1822. 
— Stat. a. i453. coli VII. 87 — La vicinia di S Stefano 
abbracciava le attuali contrade del Mattume, di S. Carlo e di 
S. Ch'ara fino all'ospitale della Maddalena da una parte, e dal- 
l'altra fino ad una casa degli Umiliati detti di Ciserano, che 
poscia era passata nelle mani di privati. Il confine di questa vi- 
einia poi correva lungo la via del La pacano fino a certi Mulini 
nuovi, 1 quali nella seconda mela del secolo decimoquarto erano 
diventati proprietà della Misericordia Maggiore di Bergamo. Il resto 
poi della contrada (ino alle Cinque vie (od alla contrada di Ga- 
linazza) era diviso fra due vicinie : la parte orientale spettava 
alla vicinia di S. Alessandro in Colonna, la occid«ntale a quella 
di S. Leonardo L'ospitale della Maddalena e la casa degli Umilia- 
ti venivano adunque a trovarsi sul conline di tre vicinie: le espres- 
sioni poi dei nostri Statuti ci autorizzano ad ammettere nel modo 
più cerio che questa casa degli Umiliati si trovasse di fronte 
alla Maddalena. Ora, da una parte la vicinia di S. Alessan- 
dro cominciava all'ospitale ed alla chiesa della Maddalena: ver- 
so mattina si dilungava per la strada di Eorgofuro, verso mez- 
zodì correva lungo il lato di levante dell'attuale borgo S. Ales- 
sandro fino alle Cinque vie; la vicinia di S Léonard-», dalla 
parte opposta, cominciava dalla casa degli Umiliati, ed andava 



204 

verso occidente p^r la via di Credano fino al muro delta cit- 
tà ; poi, principiando anrora dalla stessa casa, Terso mezzodì 
abbracciava la parte occidentale delia contrada di S. Alessan- 
dro, per cui la chiesa di S. Leonardo, topograficamente, resta- 
va inclusa nella vininia di S. Alessandro : ragione ^er la qua- 
ve i nostri Statuti, dal più antico al più recante, non omette- 
vano di notare, che essa ch'esa andava detratta da quella vi- 
cinia. Questo abbozzo che abbiam dato, e nel quale non pre- 
tendiamo alla più minuta esattezza, speriamo basterà a con- 
vincere ognuno, che la via di Credarìo dovea trovarsi a un 
di presso di fronte alla Chiesa della Maddalena od alla con- 
trada di Borgofuro, il che combinerebbe precisamente colla no- 
tizia tramandataci da Moisè ( prescindendo dalla parte leggen- 
daria ehe la infiora ), che il luogo., ove il ricco Cretazio avea 
innalzato la sua villa, ed ove i suoi sudditi gli eressero l'alta 
colunna ebbe nome da lui ( Perg. v. 83 e seg. ): si vede chia- 
ramente che a queste abitazioni raggruppate intorno alia chiesa 
di s. Alessandro nell'under imo, od al principio del duodecimo 
secolo, si era conservato il nome di Credasio, o , the è lo 
stesso, di Credario (il Crotacio della favola ) '> che poi nel : 
quindicesimo secolo una tale appellazione s'era ristretta ad una 
via, che metteva capo un po' al disopra di quella chiesa nella 
contrada maggiore del borgo omonimo. — Per qutsle indica- 
zioni cfr. Stat. a. 1 33 1 . coli. II. 5o, 5i, 52. Stai. a. 1 353. 
eoli. VII. )»4, n5, 116. Stai. a. 1391. coli. VII. Stat. a. 
i453. coli. VII. 86, 87, 88. 

71. ap. Lup. I. 894. II. 38. 223. 

72. Ibid. II. 35. 

73. Ibid. II. 58. — La disposizione del nostro più anti- 
co Statuto « de via sive slrata de Predorio aptanda » (index 
col, 11. 29J, indica in certo modo la antichità di questa via, 
se si era creduto riattarla in un'epoca, in cui la polizia stra- 
dale era tutt'allro che oculata. 

74. Noi poniamo assieme i due documenti del 91 1 e del 
938 fap Lup. II. Si. 195); la vigna di Adalberto ha « ab 
u uno latere via prope muro ipsius civitatis " : l'altra invece > 
posta sotto il Monastero vecchio di S. Maria, ha a settentrio* 
ne il muro cittadino, a mezzodì la via. 

75. p. e. Stat. a. 1 33 1 . col. II. 47> 

76. ap. Lup. II. 67. 

77. Ibid. II. 109. 1 65. 

78. Ibid. II. i65-i68. 
79 Index col. XV. 33. 
80. ap. Lup. II. 4^5. 



205 

8i. Ibid. I. 8 7 3. II. 4^3. 

82. Il rapporto fra « GalinarJa e Galinazia , Galinazza » 
ci sembra molto dubbio, e quanto a noi, quando pure do- 
vesse indicare una medesima località, non sapremmo compren- 
dere come le due ultime forme di quel nome abbiano potuto 
sorgere dalla più antica, la quale, nel nostro dialetto avrebbe 
dovuto suonare « Galinéra » non mai « Galinazza ». Piutto- 
sto è a notare che la espressione del documento del 875 : 
« Casa vero et rebus meis infra muro Bergamo seo vinea od 
« ipsa casa pertinente que est in Gallinaria » (ap. Lup. I. 
873), si può pigliare in due sensi: 1 ,° o che alla casa di 
quel diacono, la quale si trovava entro la città, fosse unita 
una vigna, e che quindi casa e vigna si trovassero in una me- 
desima località detta Gallinaria, a noi del resto perfettamente 
sconosciute : 2. ovvero, che soltanto la casa si trovasse entro 
il ricinto delle mura, mentre la vigna fosse situata fuori di 
e9So, e che il rapporto di pertinenza indicato in quel Testa- 
mento, riposasse, parte sulla unica proprietà dei due enti le- 
gati, parte sul fatto che chi coltivava la vigna, non {abitasse 
già in Gallinaria, ma nella casa stessa del testatore entro la 
città. Quanto a noi propendiamo per la seconda supposizione. 
Per quanto sia ruzzo il linguaggio di quel documento, non è 
tuttavia difficile il comprendere come il testatore abbia voluto, 
nel mentre ne segnava una stretta attinenza, anche indicare il 
diverso luogo in cui erano posti e la casa e la vigna : quella 
era collocata « infra muro Bergamo » questa « in Gallinaria » 
e, a nostro vedere, non è a dubitarsi che nella prima ipotesi 
da noi fatta, un semplice giro di parole, a cagion d'esempio 
questo : « casa vero et rebus meis in Gallinaria in fra muro 
« Bergamo seo vinea ad ipsa casa pertinente etc. ». od altro 
somigliante avrebbe tolto ogni dubbio. Conferma poi la nostra 
induzione il fatto che nel 101 3 troviamo un pezzo di terra 
« in monte non longe eadem civitate . . . locus ubi Gallinaria 
« dicitur » ( ap. Lup. II. 4^3 ), da cui si comprende eviden- 
temente che infatti fuori della città e sul monte sul quale essa 
è posta vi era un luogo detto « Gallinaria » : per il che, om- 
messe tutte l'altre ipotesi sulla posizione di questa località, è a 
ritenersi indubitata la nostra induzione. Il Lupi poi (II. 876^ 
che fa quasi le medesime considerazioni , non vide però la 
connessione dei due documenti del 875 e del ioi3 e non potè 
quindi farne risultare la più soddisfacente interpretazione delle 
espressioni del diacono Stefano, e, lasciando la cosa in dubbio 
richiamò l'attenzione dei lettori sul più antico significato di 
« infra » che, sgraziatamente per la sua ipotesi, non è mai 
usato nei nostri documenti. 



206 

83. V. p. e Stat Mss. Cartaceo nella Biblioteca. Sala L 
D. Fila V. 9. ove parla della vicinia di S. Mi< hele del pozzo. 

84- ap. Lup. li. 109 Ciò risulta dall'esame dei nostri 
Statuti. Quello del 1 33 1 fll. fa) parla della Platea de' Pi- 
gnolo : « il più recente, che è quello del 1 4^7 ( c o\\, VII. 
« dono Sozzi ) nomina la « plateam de la Galmazia que quan- 
ta dam apprllabatur platea Pignoli ». Or», e noto che la Piazza 
della Galmazza era ad una estremità dell'attuale contrada di 
S. Tommaso, la cui denominazione le è derivata da una chie- 
suola, che pure era chiamata S. Tommaso della Galinasza, e 
la quale era posta presso a poco un po' al disopra e dalla 
parte opposta della caserma del Paradiso. Ora è evidente che 
all'epoca della redazione degli ultimi nostri Statuti il nome di 
Pignolo attribuito a questa località non era nulla più che una 
lontana rimembranza; il che ci porta a ritenere che qui sen- 
z'altro dovesse trovarsi il « Pignolo » delle nostre più antiche 
carte. La fontana poi dei Gozzi all'epoca della redazione dello 
Statuto del 1 353 si chiamava « fons de Tovis », ma, come 
nota questo importante Statuto, u quondam appellabatur fons 
« de Piniolo. et ( e$\ ) iuxla ecclesiam disciplinorum S. To- 
« maxii ». — Stat, Mss. a, 1 353. coli. XVI. 119. 

8*. Ibid. II. i65. 

86. ap. Lup. II. 689. 

87. Ibid. 11. i343. Che il S. Alessandro di Mugazione 
non sia il S. Alessandro alla Moria fora i Capuccini), come 
erroneamente opinò il Ronchetti (o chi compose l'Indice della 
sua opera, voi. VJ, p. 11. ), lo dimostra una carta inedita del 
ia44 ( N. 439 m Bibl.j) nella quale leggiamo: « in burgo de 
s< Mugazione in domo ecclesie S. Alexandri de Lacruce ». •*- 
Cfr. Pinam. Vit. S. Grat. 8. 

88. Ronchetti o, e, III. 228. 

89. £ inutile avvertire che quanto si narra dal Pinamonte 
( Vit, S, Grat, 8) e da altri, i quali vogliono trarre « Mu- 
ti gazone » da « Mutatione » è una poco spiritosa invenzione 
fondata sopra una leggenda che non ha nessun carattere storico 

90. ap Lup. II. 67. 

91. Ibid. II. 37. 



92. 


Ibid. 


II. 279. 


93. 


Ibid. 


II. 67. 


94. 


Ibid. 


I. 993. 


95 


Ibid. 


li. 191. 


96. 


Ibid. 


11. 56i. 



195. 
Fine della terza ed ultima parte. 



207 



INDICE 



Avvertenza Pag. 3 

PARTE I. — Gli Edifici pubblici 

Chiese interne* 



1. Cattedrale di S. Vincenzo 






8 


2. S. Maria Maggiore . . 






, » 13 


3. S. Cassiano . . . , . 






» 17 


4. S. Giovanni in Arena . 






, » 18 


5. S. Agata 






, » 19 


6. S. Matteo 






. » 21 


7. S. Eufemia 






. » 22 


8. S. Pancrazio .... 






. » 24 


9. S. Maria della Torre 






. » 26 



Chiese esterne» 

10. Cattedrale di S. Alessandro 

11. Chiesa di S. Pietro . . . 

12. S. Grata inter-vites . . 

13. S. Lorenzo . . '. . . 

14. S. Andrea 

15. 5. Michele al Pozzo bianco 



29 
39 
ivi 
40 
41 
42 



208 


Monasteri e Chiese annesse. 




« 16. 


Monastero e Chiesa di S. Salvai. Pag. 


43 


« 17. 


Monastero e Chiesa di S. Michele » 


45 


< 18. 


Monastero vecchio di S. Maria . » 
Senodochll. 


48 



Avvertenza » 49 

19. S. Cassiano » 51 

20. Casanova in Arena .,.,.» 52 

21. Senodochio di S. Alessandro . . » 54 

Le dne Canoniche 



Avvertenza 


» 


55 


< 2^1. Canonica di S. Vincenzo 


5 


56 


« 23. Canonica di S. Alessandro 


» 


58 


Alivi Edifici!. 







« 24. // Vescovado » 59 

Citazioni e Note ....,.> 61 

PARTE II. — La Citta' 

ti.// nome della Città » 69 

t 2. Posizione della Città . , . . » 72 

« 3. J7 Jl/ottte della Città » 81 

«4. Le Mura della Città .... » 83 







209 


« 5. 


Le Torri cittadine Pag. 


98 


« 6. 


Le Porte della Città » 


102 


« 7. 


Le Vie interne della Città . . . » 


114 


« 8. 


Le Piazze cittadine » 


127 


« 9. 


Le Fonti • 


139 


« 10. 


Alcuni particolari sull'interno della 






Città » 


143 




Citazioni e Note » 


148 



PARTE III. — I Contorni della Citta' 

1. // Castello p 165 

2. La Chiesa di S. Vigilio ...» 169 

3. Borgo Canale e suoi contorni . » 170 

4. Fabriziano » 172 

5. Plauriano » 174 

6. La Corte Regia della Moria. — Il 

borgo Palazzo » 176 

7. Paltriniano » 180 

8. Pompiniano » 182 

9. Petrorio » 184 

10. Credasio » 185 

H. Le Vie esterne ....,.> 188 

12. Altri particolari sui contorni della 

Città » 191 

13. Conclusale » 194 

Citazioni e Note » 197 



ALCUNE INDICAZIONI PER SERVIRE ALIA TOPOGRAFIA DI BERGAMO NEI SECOLI IN , N 








SPIEGAZIONE 




1 Cattedrale t/i . f. finca 


xo 


1 


9 S. )/„/„■/, JclMonastero nuovo 




2 S.Maria Mano.ore 






10 Monastero vecchio eh. S.Maria,. 




i S.Gùrvaam ,n .Irma 






11 Ondale e CAiesa ,/, S.Cusiano 




4 S./ a «t a 






12 Kscooaa'o 




5 s /;„„■„,„<, 






13 /estuane .M/o CAiesa di. S. laren . o n 


ru/laj 


O S.Fufimla 






11 S.Jndrea 




7 S.Maria dOla Torre 






IO S.MieèeZe.del&xxoXùuuo 




8 S. Salvatore >■' ut 


roj 




ABCDE Zuoy/a dove esistono aaaiuUdel 


ro.ron.nro | 





ALCUNE INDICAZIONI 

PER SERVIRE 



ALLA 



TOPOGRAFIA DI BERGAMO 

DEI SEGOLI IX. E X.° 







Prezzo L. 2. 50. 




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