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Full text of "Alessandro Poerio a Venezia"

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ETTEREeDoCUMENTI 

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YlTTOKIO TmBRIANI 

Editure Domeiiiro Morano 
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ALESSANDRO POERIO 



VENEZIA 



UTTEE E DOCIENTI DEL 1848 IllIlSTRATl 



DA 



VITTORIO IMBRUNI 



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NAPOLI 

DOMENICO MORANO LIBRAJO - EDITORE 
Strada Quercia 14, Cisterna deir Olio 36. 

M.DCCaLXXXIV. 



1/ 



HARVARD COLLEGE LIBRARY 
H. NELSON GAY 

USORGIMINTO COLLfXnON 

GOOU06E FUND 

1031 



S* intendono riservati tutti quanti i diritti di proprietà let- 
teraria dell* Editore Domenico Morano, in conformità delle 
leggi sulle opere dell* ingegno, essendosi adempito quanto 
esse prescrivono. 



U 



TIPOGRAFIA DI V. MORANO 
nell'Istituto Casanova. 



PREFAZIONE 



Nel volume presente, contiensi il carteggio di Ales- 
sandro Poerio, dal giorno, in cui lasciava Napoli, con 
Guglielmo Pepe (4 maggio 1848), alla sua morte (3 
novembre): cioè, quasi, tutte, le lettere indirizzategli; 
e, quasi, tutte , le scritte , da lui , alla famiglia. Po- 
chissime, invece, (due o tre, appena), di quante egli 
ne diresse, ad amici o conoscenti. E si, ch'io non ho 
pretermessa diligenza, per rintracciar, anco, queste. 
Ma le più sono state , sembra , distrutte, da' destina- 
tari , che le reputa van compromettenti o che non vi 
annettevan pregio. Altri, a vantarsi , meco o con gli 
ambasciadori miei, di possederne , tuttavia , parecchie: 
ma par , che sia impresa disperata il mettervi su la 
mano , tra le farragini delle lor carte. Me le han 
fatte sperare ; ma ho sperato , indarno. Ad un solo 
de' corrispondenti del Poerio, che vive, ancora, repub- 
blicano, mazziniano, cairolino, non ho avuto stomaco 
di rivolgermi, io, che goder di tai bestie non soglio. 

Ho volsuto pubblicar questo epistolario, parendomi, 
che specchi , ingenuamente, que' tempi. Leggendolo, 
o ch^io sbaglio, si rivive, in essi; si penetra, negli ani- 
mi degli attori. A Tizio , molta roba sembrerà sover- 
chia. E Gajo si meraviglierà: ch'io non abbia soppresse 
le missive di minore o nessun conto; ed amputato, qua 



e là. Ma, io, il mestiere del Norcino mi piace poco. 
E ritengo, che i carteggi non debban ridursi ad opere 
d' arte , anzi lasciarsi, come la realtà li ha prodotti: ■ 
sint ut sunt, aul non sinl. Ogni emenda, ogni pota 
ò una falsificazione. Per lo ombre, risaltano i lumi. I 
più vili particolari, si trova chi n' è ghiotto, ed a ra- 
gione. Se, fra le epistole di Marco Tullio Cicerone o le 
lettere della Maria di Rabutin-Chantal , marchesana 
di Sévigné , e' imbattessimo in note di bucato , forse, 
anzi senza forse, molti eruditi valuterebber quegli elen- 
chi, assai più degli sproloqui ad Attico e delle moine 
con la contessa Francesca-Margherita di Grignan. 

Tre figure campeggiano, in questo quadro: la ba- 
ronessa Poerio ed i suoi figliuoli, Alessandro e Carlo. 
Non mi s'addice, il lodar l'avola mia materna ed i 
zii. Solo , una cosa voglio aver detta. Eran persone, 
signoreggiate dal concetto del dovere. Devote alla pa- 
tria, pronte a' sacrifizi, non isfoggiavano, teatralmente, 
sentimenti ed abnegazione. Ned Alessandro, che, in 
età matura, fu sincero cattolico e zelante, che tal mo- 
ri, faceva pompa del suo fervor religioso. Davan, con 
semplicità, vita e tutto. Nulla, in que' due petti virili, 
(spesso , anche , discrepanti) del ciarlatano politico 
dello avventuriere. Non eran de' tanti, che pospo 
gono l'interesse pubblico al privato; o che (se, pur 
servono il paese o gli consacrano tempo , sostanza 
6 sangue) son mossi, dalla speranza secreta d'un sala- 
rio, ed, prima o poi.vengono a pitoccarlo, sotto una od 
altra forma. Nessuna ostentazione di patriotismo, nes- 
suna smanìa di pubblicità, in quella donna: non aveva a 



I 



mendicare un' aureola civica , per obumbrar magagne 
della vita domestica. Non che fosse, stupidamente, in- 
conscia, lei, che, dal 1799, soffriva, per la virtù de' 
suoi. Anzi, era conscia e vereconda. Cosi, conscia, 
scriveva, alla cognata, nel 1848: — «Io sono contenta, 
« anzi orgogliosa , che tutto ciò , che ha nome Poerio, 
€ si adopri, per la buona causa. Vostro marito, Ales- 
« Sandro ed Enrico , in Lombardia; Carlo, in Napoli ; 
€ e Carlotta, per mezzo di suo marito,.... rappresenta 
€ la sua parte. » — Cosi, conscia, non molto dopo, al 
figliuol Carlo, sottoposto a processo capitale, ella scri- 
veva : 

Carissimo figlio, 

Spero , che , questa mane , sarai chiamato , per fare il tuo 

coitituto; il quale, senza dubbio, sarà quello delPuomo di onore, 

come dev*essere il figlio di Giuseppe Poerio e mio. Ti abbraccio 

e benedico. 

A/f.wa madre 

Carolina 

Afa, i savi ed i verecondi, la piazza non li ama. Le turbe 
concorrono, invece, ad applaudire que' dissennati, che 
le adulano e le sovreccitano e le sfrenano; ad applaudire 
gli sguajati pagliacci, innanzi a' quaU si batte la gran 
cassa. E sia! ned invidierò l'ammirazione del volgo, 
ammiserì, ignari delle gioje, che procaccia l'adempimen- 
to del dovere. Valga quel vii premio, per castigo loro. 
Due anni e mezzo fa, iniziando la stampa di queste 
lettere, era intendimento mio lo illustrarle, per benino. 
Volevo dar contezza sufficiente d'ogni persona mento- 
yata, ancorchò oscurissima; riportare i documenti, 
ciUtad ora ad ora, accennano; e testimonianze, per ogni 



— n — 
fatto ricordato. Arduo lavoro e lungo. Ma creclor 
gli epistolari s'abbiano ad illustrare, in tal modo. Credo, 
che, sol quando illustrati così, dalla lor lettura, si ri- 
cavi e piacere e frutto. Credo, che i più belli, senza 
illustrazioni cotali, sfigurino e stanchino: giacché nes- 
sun lettore è, mai, in grado di aupplble, del tutto; e, 
senz'esse, di frequente, e' brancola fra tenebre fitte. 
Ecco, per esempio, neUa prima lettera di questo volu- 
me, Niccolò Tommaseo scrive, ad Alessandro Poerio: — 
« Salutatemi Donna Lucia. » — Quanti lettori sapranno 
od indovineranno, chi fosse questa Donna Lucia? E, per; 
chi non la conosce, nulla dice lo inciso. M' industriavo, 
insomma, a riunir, qui, tante notizie, che, malagevol- 
mente, si raccapezzano, sparpagliate, altrove. E, se non- 
altro, queste postille dovevano invogliare altri, a dif- 
fonder luce, sul nostro passato aneddotico. 

Dunque, nello incominìnciar la stampa, io apponeva 
una chiamata, ad ogni nome: nel solo primo foghetto, 
ce ne ha settantaseì. Rimandavo le annotazioni 
calce al volume, e per decoro tipografico e per aver più 
tempo da raccoglier notizie. Ma ( quasi, . 
con questa impressione) era cominciata la infermità in- 
sanabile, che mi prostra. Disperai di finire, ammodo, 
il libro ; e , per pur terminarlo, andai , 
mano a mano , che procedevo , le chiamate : sicché 
negli ultimi fogli, non ce n'è punte. Ecco, perchè le note 
superano, sol di poco, le quattrocento; ed occupano, 
a stento , da censessantotto pagine. E le forze mi 
mancarono, afi'atto, quando si trattò di stenderle 
per circa un anno , il testo aspettò le chiose. E, se. 



I 

I 



— vn — 

ora , ho volsuto , comechessia , abborracciarle , m' è 
stato d' uopo dettarle. E , certo , quali avrei bramato 
e potuto compilarle, se fossi stato sano e spedito ed 
in grado di muovermi, non sono. 

Pure, se non mi appagano in tutto, non in tutto 
mi rincrescono. Di non aver , mai , errato , di non 
aver presa chicchera alcuna , d' aver , ognora , im- 
broccato il versaglio, trattando di tante e tante per- 
sone, di tanti e tali fatti, io non ardisco affermare. So, 
non poter essere. Ma, per rintracciare il vero, io, sem- 
pre, ho fatto quanto era in me. Ed ho giudicato, sem- 
pre, rigido sì, aspro si, ma sereno: applicando, ad ogni 
caso, ad ogni uomo, ad ogni parte, i medesimi criteri 
semplici, con logica costante. Ben so, che la esposizione 
non fucata de' fatti e che i miei criteri, nel giudicare, 
debbono dar noja, a moltisshni. Direi la bugia, se asse- 
verassi di non curarmene. Anzi, Tho caro e Y ho cerco 
con cura. Primo avviamento al retto giudicare (e con- 
dizione sine qua non di esso) è: il narrare senza or- 
pellare , chiamando le cose, co' nomi più propri, sen- 
z'adornar le miserie moraU, con cenci retorici. Ed il 
giudicare, secondo criteri etici ferrei, secondo criteri ra- 
zionali, non perdonando a nessuna ipocrisia, a nessun 
sofisma, smascherando ogni travisamento, rimprove- 
rando ogni traviamento, dichiarando ogni ambage, par- 
mi dovere, ne' paesi, com' è il nostro, in pieno sfacelo 
morale ed intellettuale. Non è tempo questo d' indul- 
genza. Non eh' io mi creda solo buono e solo savio : 
nessuno, più convinto, di me, della insufficienza mia. 
Ma, qui, non avevo a giudicar me ; e, poi, io, mi do. 



— vin — 
sempre, per giudicato e condannato. Ma, o che il sen- 
so della pochezza mia doveva accecarmi o rendermi 
muto, sulla dappocaggine e sulla indegnità altrui? Ci 
colpo, forse, io, se molti pretesi eroi e patrioti e gran- 
di uomini e venerandi, bene esaminati, a conti fatti, si 
trovano d' ingegno scarso e di virtù fiacca ? Quando 
glltaliani, abbattuti gì' idoli del fango, cui, ora, si pro- 
strano, frugheranno, austeri, vita ed opere di chiun- 
que ne ha sollecitato o ne sollecita attenzione o plau- 
so, allora, saranno, già, sul rigenerarsi. Tanto vale un 
popolo, quanto valgono gl'ideali suoi, gli eroi suoi. G lai, 
alla nazione, che venera malfattori ed ammira cap- 
pochi ! che erge monumenti, a' falsi profeti ed a' mali 
poeti, a' Mazzini ed agli Aleardi! 

E, qualche amarezza, me la costerà, per avventura, 
r aver parlato, adesso, cosi , franco ed aperto. Ho a 
dirla ? Me l'aspetto; e non la temo. Prossimo alla mia 
fine, rassegnato a' nessi causali , sola una cosa io pa- 
venterei : che altri, mai, credesse , aver io consentito, 
ne' vaneggiamenti e letterari e politici , nelle matte 
adorazioni, che viziano questa gente nostra, onde au- 
guravamo, superbamente, quando s' unificò, che, me- 
glio d'ogni altra, incarnerebbe l'idea dello Stato. Poco 
sono, letterariamente; e nulla, politicamente. Ma, ora, 
dissento, dalle turpi maggioranze ed inette : e me ne 
tengo. Dissentir, dalla moltitudine! Gran presunzione è 
questa d'avvicinarsi alla buona via, se non di calcarla. 

Napoli, Domenica, 18 maggio 1884. 

Vittorio Imbriani 



I. Niccolò Tommaseo (1) ad Alessandro Poerio 

Caro Poerio, 

Non vi parlo di versi, né d' ombre o d' acque; vi 
parlo d' un vapore da guerra, che ci fa di bisogno. 
Vostro fratello (2), consorte mio nella carcere e nel 
miìiistero, vegga, se può farcene avere uno in pre- 
stito , perchè la Repubblica è povera. I marinai, li 
metteremo di nostro. Rispondete presto. E ditemi del- 
la ;jfostra salute ; e salutatemi donna Lucia (3) ; e 
mandatemi de' versi vostri. 

Addio di cuore. Vostro 



23 aprile 48, Venezia. 

Ad Alessandro Poerio, 

Napoli. 



Tommaseo. 



II. Alessandro Poerio a Niccolò Tommaseo 

Napoli, 4 Maggio 1848. 

Caro Tommaseo, 

La vostra de '25 (scorso Aprile) mi giunse ier l'al- 
tro, 2 Maggio. Mi affrettai, non solo, di farne cono- 
scere il contenuto agli attuali Ministri (4) ( mio fra- 
tello è fuori dal Ministero da più d'un mese): ma, an- 
cora, di dare ad essa Lettera la più grande pubbli- 
cità, perchè ciò fosse di sprone a'governanti, od al- 
manco li facesse vergognare (5). Fin da quindici giorni 
fa, il Giornale delle Due Sicilie annunziò pomposa- 

1 



— 2 — 

mente, che una flottiglia napolitana sarebbe subito an- 
data nell'Adriatico, per isbarcare quattromila uomini 
di truppa di linea in sul Veneto, ed oprerebbe a danno 
dell'Austria (6). Poi, non se ne fece altro; ed, invece, 
i nostri vapori, che, a quest'ora, avrebber dovuto mi- 
nacciare Trieste e Pola, son iti a sbarcar le truppe 
a' confini del Regno, donde, per terra, andranno a 
prender posizione sul Mincio (7). Oggi, s'imbarca il 
Generale Guglielmo Pepe, che ha il supremo comando 
di queste truppe (8). Ed io lo accompagno, volendo fare 
anch' io il debito mio verso la patria; e sperando anco 
guarire o migliorare del mio mal di nervi; ormai chia- 
rito incurabile in Napoli, e venuto a tale, da render- 
mi disutile ad ogni cosa. Come l'altra volta, che an- 
dai a Roma, spero anche questa, uscito che sarò dal 
Regno, aver sollievo al mio spasmodico soflfrire (9). 
Oh quanto vorrei, non solo, che vi fosse conceduto 
un vapore, ma che tutte le forze del Regno si ado- 
prassero in sostegno della risorta Venezia e d'Ita- 
lia ; che trattasi di causa comune e santissima. Ma 
qui abbiamo che fare con un Borbone de' più mal- 
vagi ed inetti, che sieno mai stati. Il quale a ma- 
lincuore allontana da sé i soldati: poiché teme de' li- 
berali; e solo fida ne' cannoni contro il popolo. E ter- 
giversa, e crede guadagnar tempo, e fa invece più 
grave e pericolosa la condizione sua (10). I più caldi 
ed animosi di qua insisteranno molto, perchè i vapori 
sieno messi a disposizione del Generale Pepe, il quale, 
così, potrebbe accorrere in aiuto de' punti più deboli. 
Ma non è certo, che ciò si ottenga, se già non na- 
sca una commozione violenta, che forzi il Re. Qui cor- 
rono voci contraddittorie. E chi dice Zucchi vittorio- 
so (11); chi Nugent entrato in Udine (12). Saprete 



— 3 — 

il subbuglio di Roma. Iddio protegga la causa d'Ita- 
lia (13). Frattanto, perchè il Governo provvisorio, di 
cui fate parte, non ha mandato a Napoli un agente 
suo, per insistere appresso il Re ? Milano l'ha fatto: 
ed i suoi due agenti, Toflfetti (14) e Bossi (15) , si 
sono adoperati assai , perchè questa spedizione di 
truppe si facesse; anzi desideravano, che una parte 
di esse sbarcasse verso le foci dell'Isonzo, in aiuto 
del Generale Zucchi. Se a questa promessa il Gover- 
no napolitano (ossia il Re) ha mancato, almeno si 
dee molto alle loro istanze. Chi sa quanti altri ritardi 
vi sarebbero stati, senza loro ed il conte Rignon (16), 
incaricato del Re Carlo Alberto ! Non diflferite ulte- 
riormente r invio di un agente. Io vi scriverà di 
nuovo da Ancona o da Bologna; e voi scrivete colà. 
Addio. Caramente vi abbraccia 

Il v.o aff.mo, 

Alessandro Poerio. 

P. S. Poiché, tra tanto turbine di cose, mi parla- 
te de' versi miei, sappiate, che gli ultimi, che scrissi, 
furono in occasione della prigionia vostra. Li vedrete, 
credo , nell' Ausonio (17). Tanti riverenti saluti di 
mio fratello. 



ni. Versi dì Alessandro Poerio 
PRIGIONIA DI NICCOLÒ TOMMASEO 

(FEBBRAJO M.DCCC.XLVm.) 

Oggi, il sospir del core 
Vola, Venezia, a te; ma le memorie 

Del vetusto splendore 
Non cerca, o donna d* Italiche glorie. 



— 4 - 

Là vola, ove il mio dolce 
Amico, invitto confessor 'dei Vero, 

L* empio carcere molce 
Con la conscia virtù del suo pensiero. 

Per te, cui T esecrato 
Tedesco ancor funesta (ahi piii non fosse!) 

Come guerriero, armato 
Da Dio, lo strai della parola ei mosse. 

Ardir, di fede viva. 
Senza orgoglio nessun, con larga vena, 

Sul labbro a lui veniva: 
Quindi, un lieto soffrir lo rasserena. 

D' Adria per V onde , guata 
I lidi nostri.... il lido, ov' egli nacque: 

L' anima innamorata 
Sempre d* Italia, come sua, si piacque. 

Ei, nel petto profondo, 
Più genti abbraccia e più sventure accoglie : 

Ma qual terra nel mondo 
La gloria del dolore a questa toglie! 

Ricca d* antichi affanni, 
Feconda or è di rediviva speme 

Italia; e s* apre agli anni 
Di sua nuova possanza, ed armi freme. 

Fulse Roma: e al Toscano 
E al Subalpin raggiò celesti cose; 

L'uno e T altro vulcano 
Foco spirò, che a quel fulgor rispose. 

Ma della gioja il canto 
Non sbalzi ancora, che saria menzogna; 

Né de* fratelli il pianto 
( Sarebbe infamia ) in vile obblio si pogna. 



— 5 — 

Scende e, a stuoli più spessi, 
Ingombra Lombardia V irto Alemanno ; 

Sui non domiti oppressi 
Raggrava il giogo il trepido tiranno. 

Venir per V aere io sento 
Flebile un grido, che nel cor mi suona: 

È funereo lamento 
Dal Ticin, dalla Brenta e da V Olona. 

Inermi eroi co' petti 
Pugnaro e il dritto sigillar col sangue. 

Su, su, moviam, costretti 
Da queir ira, che puote e mai non langue; 

Moviam, da quante il sole 
Piagge saluta deir ausonia terra; 

Come un sol uom, che vuole. 
Moviamo a certa, sacra, ultima guerra ! 

Quando tutta la bella 
Contrada di stranier libera fia, 

L' Italica favella 
Sarà tutta di gioja un'armonia (18). 



IV. La Carolina Poerio-Sossisergio (19) e la Luisa Parrilli- 
Sossisergio (20) ad Alessandro Poerio 

Mio carissimo figlio, 

Dopo che sei partito, ho preso un boccone e sono 
andata da tua zia , per vederti partire (21). Sono 
stata dietro ie lastre del balcone, fintantoché sei par- 
tito. Ti ho accompagnato con le mie benedizioni. II 
cielo possa proteggerti ! Tuo fratello è ritornato a 
casa, mentre io era ancora assente; ma il domestico 
mi ha detto tutte le attenzioni del Generale per te, 
di cui lo ringrazierai in mio nome (22). Domani l'ai- 



— 6 — 

tro , ti scriverò a Bologna. Intanto , ricevi la mia 
raaterna benedizione. 

Napoli, 4 maggio 1848. 

Tua aff.ina madre, 

Carolina. 

Mio caro Alessandro, 
Io ti ho seguito con gli occhi e col cuore, in unione- 
di tua madre. Spero, che giungerai bene, e che avre- 
mo presto le tue nuove. Ossequio il tuo Generale ; 
ed, abbracciandoti, sono 

tua aff.ma [da, 

Luisa. 

Al Nobile Uomo 

Signor Barone Alessandro Poerio, 

Ancona* 



V. Alessandro Poerio alla Carolina Poerio -Sossisergio 

ed a Carlo Poerio 

Carissima madre, carissimo fratello. 

Siccome vi sarà occasione di far partire delle let* 
tere da Messina, alla quale ci stiamo avvicinando, co- 
si profitto di questa occasione, per darvi le mie nuo- 
ve. Appena venuto a bordo, mi sentii sollevato; e con- 
tinuo a star benino. 

Il Capitano in secondo del Vapore è V uffiziale di 
marina Giovanni Vacca (23), ch'è assai gentile per 
me. Egli riverisce distintamente Carlino. * 

Il movimento del vapore produce il tremolio della 
mano, che mi fa scrivere poco intelligibilmente. 

Tutt'i miei compagni han portato anche la roba 
da paesano; ed, in più d*una occasione, può aversene 
bisogno. Abbiate dunque la bontà, di spedirmi a Bo- 



— 7 — 

logna il bauletto, con dentro: l'abito nuovo nero ed 
i corrispondenti pantaloni, due soprabiti, il pantalo- 
ne a quadrine e 1' altro bigio con le staffe; infine, 
l'abito bleu più vecchio ed il più vecchio de' panta- 
loni di colore. Aggiungete a ciò, la cartiera o por- 
tafoglio, rimasto sul mio cassettone, ed il volume de' 
quattro classici Italiani, e, se v'è luogo, il Tacito di 
Elzeviro, legato in bianco, due volumi; esso è nello 
scaffale n.*^ 10 od 11. Mandate anche i cappelli nel- 
le cappelliere. Il tutto alla direzione di Savino Sa- 
vini (24) della Gozzadini (25). 

Aspetto vostre nuove in Ancona o Bologna. Scri- 
vete in entrambi i luoghi. Il Generale vi riverisce, 
e sta bene. 

Addio , carissima madre : vi bacio la mano e vi 
chieggo la materna benedizione; abbraccio Carlino e 
Carlotta (26); saluto caramente Luisa, Antonia (27), 
Peppino (28) ed Emilio (29). 

Da bordo lo Stromboli, li 5 Maggio 1848. 

Vostro aff.mo figlio, 

Alessandro. 
A. S. E. 

La Signora Baronessa GaroUna Poerìo 

Strada del Salvatore d.^ 5. 
Napoli, 



VI. La Carolina Poerìo • Sossìsergio ad Alessandro Poerìo 

Napoli, 6 Maggio 1848. 

Mio carissimo figlio, 

Giovedì stesso ti scrissi; e mandai la lettera ad An- 
cona. Ma credo, che tu giungerai prima, perchè il 



\ 



fatto ricordato. Arduo lavoro e lungo. Ma credo, che 
gli epistolari s'abbiano ad illustrare, in tal modo. Credo,i 
che, sol quando iUustrati cos\, dalla lor lettura, si ri- 
cavi e piacere e frutto. Credo, che i più belli, senza 
illustrazioni cotali, sfigurino e stanchino: giacché nes- 
sun lettore è, mai, in grado di supplirle, del tutto; e, 
senz'esse, di frequente, e' brancola fra tenebre fitte. 
Ecco, per esempio, nella prima lettera di questo volu- 
me, Niccolò Tommaseo scrive, ad Alessandro Poerio: — 
« Salutatemi Donna Lucia. » — Quanti lettori sapranno 
od indovineranno, chi fosse questa Donna Lucia? E, par 
chi non la conosce, nulla dice lo inciso. M' industriavo, 
insomma, a riunir, qui, tante notizie, che, malagevol- 
mente, si raccapezzano, sparpagliate, altrove. E. se nott' 
altro, queste postille dovevano invogliare altri, a dif- 
fonder luce, sul nostro passato aneddotico. 

Dunque, nello incomininciar la stampa, io apponeva 
una chiamata, ad ogni nome: nel solo primo foglietto, 
ce ne ha settantasei. Rimandavo le annotazioni , in 
calce al volume, e per decoro tipografico e per aver più 
tempo da raccoglier notizie. Ma { quasi, ad un tempo,, 
con questa impressione) era cominciata la infermità in- 
sanabile, che mi prostra. Disperai di finire, ammodo, 
il libro ; e , per pur terminarlo, andai , diradando, a 
mano a mano , che procedevo , le chiamate : sicché ,. 
negh ultimi fogli, non ce n'è punte. Ecco, perchè le note 
superano, sol di poco, le quattrocento; ed occupano, 
a stento , da censessantotto pagine. E le forze mi 
mancarono, affatto, quando si trattò di stenderle ; e ., 
per circa un anno, il testo aspettò le chiose. E, se, .. 



I 



— vu — 

ora , ho volsuto , comechessia , abborracciarle , m' è 
stato d' uopo dettarle. E , certo , quali avrei bramato 
e potuto compilarle, se fossi stato sano e spedito ed 
in grado di muovermi, non sono. 

Pure, se non mi appagano in tutto, non in tutto 
mi rincrescono. Di non aver , mai , errato , di non 
aver presa chicchera alcuna , d' aver , ognora , im- 
broccato il versaglio, trattando di tante e tante per- 
sone, di tanti e tali fatti, io non ardisco affermare. So, 
non poter essere. Ma, per rintracciare il vero, io, sem- 
pre, ho fatto quanto era in me. Ed ho giudicato, sem- 
pre, rigido sì, aspro si, ma sereno: applicando, ad ogni 
caso, ad ogni uomo, ad ogni parte, i medesimi criteri 
semplici, con logica costante. Ben so, che la esposizione 
non fucata de' fatti e che i miei criteri, nel giudicare, 
debbono dar noja, a moltissimi. Direi la bugia, se asse- 
verassi di non curarmene. Anzi, Tho caro e V ho cerco 
con cura. Primo avviamento al retto giudicare (e con- 
dizione sine qua non di esso) è: il narrare senza or- 
pellare , chiamando le cose, co' nomi più propri, sen- 
z'adornar le miserie morali, con cenci retorici. Ed il 
giudicare, secondo criteri etici ferrei, secondo criteri ra- 
zionali, non perdonando a nessuna ipocrisia, a nessun 
sofisma, smascherando ogni travisamento, rimprove- 
rando ogni traviamento, dichiarando ogni ambage, par- 
mi dovere, ne' paesi, com' è il nostro, in pieno sfacelo 
morale ed intellettuale. Non è tempo questo d' indul- 
genza. Non eh' io mi creda solo buono e solo savio : 
nessuno, più convinto, di me, della insufficienza mia. 
Ma, qui, non avevo a giudicar me ; e, poi, io, mi do. 



i 



fatto ricordato. Arduo lavoro e lungo. Ma credo, che 
gli epistolari s'abbiano ad illustrare, in tal modo. Credo, 
che, sol quando illustrati cos'i, dalla lor lettura, si ri- 
cavi e piacere e frutto. Credo, cbe i più belli, senza 
illustrazioni cotali, sfigurino e stauchiuo: giacché ues- 
sun lettore è, mai, in grado di supplirle, del tutto; e, 
senz'esse, di frequente, e' brancola fra tenebre Atte. 
Ecco, per esempio, nella prima lettera di questo volu- 
me, Niccolò Tommaseo scrive, ad Alessandro Poerio: — 
« Salutatemi Donna Lucia. » — Quanti lettori sapranno 
od indovineranno, cbi fosse questa Donna Lucìa? E, par 
chi non la conosce, nulla dice lo inciso. M' industriavo, 
insomma, a riunir, qui, tante notizie, cbe, malagevol- 
mente, si raccapezzano, sparpagliate, altrove. E, se non 
altro, queste postille dovevano invogliare altri, a dif- 
fonder luce, sul nostro passato aneddotico. 

Dunque, nello incomininciar la stampa, io apponeva 
una chiamata, ad ogni nome: nel solo primo foglietto, 
ce ne ha settantasei. Rimandavo le annotazioni , in 
calce al volume, e per decoro tipografico a per aver più 
tempo da raccoglier notizie. Ma ( quasi, ad un tempo, 
con questa impressione) era cominciata la infermità in- 
sanabile, che mi prostra. Disperai di finire, ammodo, 
il libro ; e , per pur terminarlo, andai , diradando, a 
mano a mano , che procedevo , le chiamate : sicché , ■ 
negh ultimi fogli, non ce n'è punte. Ecco, perchè le note 
superano, sol di poco, le quattrocento; ed occupano, , 
a stento , da censessantotto pagine. E le forze mi 
mancarono, affatto, quando si trattò dì stenderle ; e , 
per circa un anno , il testo aspettò le chiose. E, sa, 



I 



— vn — 

ora , ho volsuto , comechessia , abborracciarle , m' è 
stato d' uopo dettarle. E , certo , quali avrei bramato 
e potuto compilarle, se fossi stato sano e spedito ed 
in grado di muovermi, non sono. 

Pure, se non mi appagano in tutto, non in tutto 
mi rincrescono. Di non aver , mai , errato , di non 
aver presa chicchera alcuna , d' aver , ognora , im- 
broccato il versaglio, trattando di tante e tante per- 
sone, di tanti e tali fatti, io non ardisco affermare. So, 
non poter essere. Ma, per rintracciare il vero, io, sem- 
pre, ho fatto quanto era in me. Ed ho giudicato, sem- 
pre, rigido sì, aspro sì, ma sereno: applicando, ad ogni 
caso, ad ogni uomo, ad ogni parte, i medesimi criteri 
semplici, con logica costante. Ben so, che la esposizione 
non fucata de' fatti e che i miei criteri, nel giudicare, 
debbono dar noja, a moltissimi. Direi la bugia, se asse- 
verassi di non curarmene. Anzi, Tho caro e Y ho cerco 
con cura. Primo avviamento al retto giudicare (e con- 
dizione sine qua non di esso) è: il narrare senza or- 
pellare , chiamando le cose, co' nomi più propri, sen- 
z'adornar le miserie morali, con cenci retorici. Ed il 
giudicare, secondo criteri etici ferrei, secondo criteri ra- 
zionali, non perdonando a nessuna ipocrisia, a nessun 
sofisma, smascherando ogni travisamento, rimprove- 
rando ogni traviamento, dichiarando ogni ambage, par- 
mi dovere, ne' paesi, com' è il nostro, in pieno sfacelo 
morale ed intellettuale. Non è tempo questo d' indul- 
genza. Non eh' io mi creda solo buono e solo savio : 
nessuno, più convinto, di me, della insufficienza mia. 
Ma, qui, non avevo a giudicar me ; e, poi, io, mi do. 



-. 12 — 

P. S. Questa lettera vi sarà ricapitata dal signor 
Leone Serena, veneziano (51), ottimo giovane e cal- 
do di amor patrio, il quale riparte domani. Ho fatto 
con piacere la sua conoscenza; e Tho pregato, di vo- 
lervi consegnar la presente lettera. Egli mi ha rac- 
contato, come a Venezia fosse aspettata la flotta, e 
quale accoglienza fraterna fosse preparata a'Napoli- 
tani; e mi ha proprio trafitto l'anima. Non dimen- 
ticate, di mandare un agente presso il Governo di 
Napoli; servirà, se non altro, a metterlo sempre più 
dalla parte del torto; e, frattanto, aprendosi le Ca- 
mere, la cosa potrebbe riscaldarsi di nuovo. Non per- 
dete tempo. 



IX. Alessandro Poerio aUa Carolina Poerio-Sossisergio 

ed a Carlo Poerìo 

Ancona, a di 9 Maggio 1848. 

Carissima madre. 

Sono stato alla posta, ma non ho trovato vostre 
lettere; spero averne dimani. Frattanto, non voglio 
mancare di scrivere, per rendervi conto del viaggio 
e dell'arrivo. Il primo giorno, avemmo bellissimo tem- 
po. Ma, nel passare i! golfo di Taranto, il mare in- 
grossò; ed il Capitano, prevedendo che vi sarebbe ri- 
tardo di cammino, avvedutamente fermò a Brindisi 
per rifornirsi di carbone. Il vento durò poi sempre 
contrario; e tutti quanti soflfrimmo, chi più, chi meno. 
Io però non tanto da render tributo al mare; e man- 
giai sempre di buon appetito, ma non digerendo bene. 
Finalmente, ieri, alle due e mezzo, toccammo Ancona, 



— 13 — 

bella e graziosa Città, ma stretta da colli, cosicché 
poco spazio piano vi si trova. Il porto, ampio e ricur- 
vo, fa di sé magnifica mostra a chi giunge. Trovam- 
mo qua le due fregate a vele napolitane, ed i vapo- 
ri. Il Generale Pepe col Generale Statella (52), i Bri- 
gadieri, il Capo dello Stato Maggiore, ed i due Com- 
missari civili (53) abitano in un superbo Palazzo det- 
to V Appanaggio (54), che, posseduto da alcuni Prin- 
cipi romani, è nobile ed ospitale ricetto a' viaggia- 
tori più cospicui per grado. Ulloa, due altri uffizia- 
li di Stato Maggiore ed io abitiamo in una buona 
locanda, detta la Pace, destinataci per alloggio. Ho 
una stanza con ampia veduta sul porto. Sto benino; e 
spero andar sempre meglio in salute , inoltrandoci 
dentro terra. È doloroso peraltro il vedere, come il Go- 
verno contraria in tutt'i modi la spedizione, con mala 
fede insigne: non vo' dire ne' Ministri, ma in chi li 
nomina. Di ciò il Generale Pepe è dolentissimo : ed io 
ne scrivo, per suo desiderio, non solo a mio fratel- 
lo, ma al Presidente del Consiglio Carlo Troya (55). 
Spero, che voi stiate bene; e cosi Carlotta, Luisa, e 
tutt'i parenti. So, che il mio allontanamento ha do- 
vuto dispiacervi; ma, tanto, dopo i miei lunghi pa- 
timenti, chiaritasi incurabile la mia malattia in Na- 
poli, era impossibile che io rimanessi costà; e voi me- 
desima soffrivate assai del mio stato, e di rimbalzo 
io pativa del dolore, che vi cagionava. Scrivetemi spes- 
so. Non so ancora quanti giorni staremo qui, ma non 
molto; indirizzate dunque le vostre lettere a Bologna. 
Vi bacio la mano; e, chiedendovi la materna benedi- 
zione, mi ripeto 

Yostro aff.mo figlio, 

Alessandro. 



— U - 

P. S. Mi rimetto alla lettera, scrittavi da Messi- 
-na, per quello, che concerne il pronto invio della roba 
da paesano a Bologna, comprese le cappelliere e le 
cravatte, all' indrizzo Gozzadini o Savini. 



Carissimo fratello. 

Del viaggio el arrivo ti dirà nostra madre. Il Ge- 
nerale Pepe , appena giunto qui , è stato amareg- 
giato nel vedere, che il Governo, sotto bugiarde ap- 
parenze , contraria la spedizione. Che vituperio ! Il 
Generale Nicoletti (56) arrivato a Pescara, è subi- 
to tornato a Napoli ; le truppe son senza Generali ; 
tutto va con lentezza, ed a nulla si provvede. Pepe 
insiste, poiché Nicoletti si è ritirato, per aver Pro- 
nio (57), il luogo del quale potrebbe essere occupa- 
to da Palma (58). Di più ha bisogno di uno o due 
Brigadieri di fanteria, e di uno di cavalleria. Desi- 
dera, che io scriva a tal uopo a Carlo Troya; ed io 
ti accludo una letterina per lui, che ti prego fargli 
ricapitare subito. 

Quando si sapranno le definitive elezioni ? Quando 
si raduneranno queste benedette Camere? De' legni 
austriaci son iti a minacciar Venezia; qui sono dei 
Veneti, spediti ad invocar soccorso , ancorché sia 
sparsa la voce, che i legni austriaci siano stati ri- 
cevuti energicamente, e costretti ad allontanarsi. Di 
qui si vede quanto fosse bene indicato uno sbarco 
di truppe nostre in Venezia. 

Almeno operi la flotta. Si dà per certa una vit- 
toria del General Durando su Nugent al Taglia- 
mento. Dicono anche assai maltrattati i Tedeschi 



— 15 — 

in un combattimento sulF Adige co* Piemontesi; ma 
nulla vi ò di ufficiale. 
Addio, caramente ti abbraccio. 

Tuo affezionatissimo fratello, 

Alessandro, 

P. S. Per maggior sicurezza , porta tu stesso la 
lettera a Carlo Troya. Le notizie sono incerte. Oggi, 
5e ne aspettano; non potrò scrivertele, prima di do- 
mani. 

A. S. E. 

La Signora Baronessa Carolina Poerio 

nata Sossi^Sergio. 

Strada del Salvatore , n.° 5 

Napoli, 



X. La Carolina Poerio -Sossisergio ad Alessandro Poerio 

Napoli, 9 maggio 1848. 

Quantunque, mio carissimo figlio, si sieno avute le 
nuove del vostro arrivo in Ancona, pure, non ancora 
ho veduto tuoi caratteri: spero, col prossimo corrie- 
re, riceverne. Spero, che tu avrai trovata la mia in 
Ancona e troverai l'altra in Bologna. Noi stiamo be- 
ne. Le nomine dei Deputati per Napoli son fatte; te 
ne darò la nota qui dietro. Quelle delle Provincie non 
sono ancora giunte. Mi auguro, che il vostro viaggio 
sia stato felice,^ il teApo buonissimo, il legno ottimo; 
tutte le persone di mare dicono, che non ci avrete 



— 16 — 

messo che 84 ore. Tua sorella col suo Giorgio va 
bene. Domenica, fui a pranzo da tua zia, dove venne 
anche Carlo, dopo finita l'elezione. Ti prego di dire 
tante cose alla cara Contessa ed al suo consorte, e 
di dare un abbraccio alla bambina (59). Sono ritornati 
i nostri diplomatici da Roma (60). Quello, che doveva 
andare a Firenze, ha procrastinata la sua partenza 
ed il suo giuramento sino all'altro ieri: ma poi V ha 
dato e si ha presa una somma. Il giorno di ieri, ha ri- 
cevuto notizia, che forse sarà nominato deputato nella 
sua provincia: e non vuol più partire (61). Pare, che 
le nuove, che ci giungono dall'alta Italia, sieno buo- 
ne ; speriamo nella Provvidenza. Certamente , mille 
volte l'abbiamo detto, che ciò, che succede da qualche 
tempo in Italia, è cosa provvidenziale: ma, finché non 
finirà (e ci vorrà tempo) questa tremenda lotta, si 
starà agitati. Tua zia fa preghiere per Pio IX e per 
la libertà: intendo parlare di Antonia, la quale, dopo 
48 ore, voleva lettere tue. Luisa ti abbracQia cara- 
mente. Eccoti la nota de' deputati di Napoli: Roberto 
Bavarese (62); Brigadiere Gabriele Pepe (63); Dome- 
nico Capitelli (64) ; .Giacomo Bavarese (65) ; Fran- 
cesco Paolo Ruggiero; Antonio Scialoja (66); Pao- 
lo Emilio Imbriani ; Andrea Ferrigni (67) ; Luigi 
Blanch (68) ; Colonnello degli Uberti (69) ; Miche- 
langelo Ruberti, Brigadiere; Raffaele Conforti (70); 
Barone Callotti (71); Camillo Cacace (72); Samuele 
Cagnazzi (73); Vincenzo Lanza (74); Carlo Poerio; 
Consigliere Cianciulli (Luigi) (75) ; Capitano Giro- 
lamo Ulloa ; Conte Ferretti (76). Di questi , però , 
parte non possono entrare per legge, parte vogliono 
rinunziare, parte son nomine doppie: non ne reste- 
rà neanche la metà; ed allora entreranno altri no- 



— 17 — 

atri amici. In Puglia hanno nominato Giuseppe Ric- 
ciardi (77) ; a Taranto, Vincenzo de Thomasis. Ad- 
dio, carissimo figlio. Pironti non mi ha fatto sape- 
re altro per le pistole; ci manderò di nuovo. Carlo 
ti abbraccia. Enrico mi ha scritto da Modena, il di 
30. Stava bene; anzi, mi dice, che la vita del Cam- 
po gli ha giovato immensamente. Addio , ca rissimo 
figlio; possa il Cielo benedirti come fo io. Tanti sa- 
luti al Generale. 



Isenza firma] 



Al Nobil Uomo 

Barone Alessandro Poerio, 

Bologna, 

O pure al Quartiere Generale, 
presso il Generale Pepe^ Napolitano. 



XI. Alessandro Poerio alla Carolina Poerio-Sossisergìo 

ed a Carlo Poerio 

Ancona, a di 11 Maggio 1848. 

Carissima madre, 

Vi scrissi ier Taltro per la posta; ed il Generale ac- 
cluse la mia lettera al fratello, perchè ve la facesse 
subito ricapitare. Ieri, egli ebbe lettera di Florestano; 
ed io sperava riceverne parimenti da voi. Fui alla 
posta, ma non trovai nulla: il che mi dispiacque 
tanto maggiormente, in quanto che voi mi avevate 
accennato di volermi scrivere la sera stessa di gio- 
vedì; ma, ancorché non aveste ciò fatto, e mi aveste 
scritto invece il seguente sabato, la lettera avrebbe 
ovuto giungermi, poiché quella di Florestano porta 

2 



— 18 — 

appunto la data di sabato, 6 corrente mese. Spero, 
che questa mancanza di notizie sia derivata da ri- 
tardo neir impostare, non da indisposizione; ovvero, 
che abbiate creduto troppo breve il mio soggiorno 
in Ancona , ed abbiate perciò indrizzata la lettera 
a Bologna. Ad ogni modo, sono impazientissimo di 
ricever vostre nuove; e, prima di chiuder la presente, 
tornerò alla posta per p^ter, in caso trovi lettere, 
accusarvene ricezione. 

Vi parlerò di me, della mia salute, e dell' impiego 
del mio tempo; le notizie, le scriverò nell'altro mezzo 
foglio a Carlino. 

Io continuo a star benino. Ed , avuto rispetto ai 
tanti e cosi lunghi e feroci patimenti nervosi, posso 
contentarmi, ancorché vegga, esservi bisogno di un 
po' di tempo , per ripigliar le mie forze. Confido di 
andar sempre meglio, soprattutto inoltrandomi dentro 
terra. 

Ancona é graziosa ed allegra città, e popolosa, 
ed animatissima. Le sovrastano colli d' ogni parte , 
cosicché poco spazio piano le resta in riva al mare. 
I colli sono ameni e verdeggianti, e solcati da strade 
e sentieri. A destra, sopra un' altura, è la Cattedrale; 
la fortezza sopra un'altra: entrambe a cavaliere del 
porto, ampio e sicuro. Il quale è praticato dentro un 
seno di mare, che da un lato termina con esso porto, 
ma dall' altro si distende lungo la costiera bellissima, 
in cui sono le Città di Sinigaglia , Fano e Pesaro. 
Questa è l'ultima, chiudendosi quivi la vista di terra, 
perchè la costa si ripiega. Questa via faremo nel- 
r andare a Bologna , il che sarà probabilmente do- 
mani, ler r altro, fui con gli uffiziali dello Stato 
Maggiore a vedere il Duomo e la fortezza; ieri poi 



— 19 — 

andai solo a passeggiare sul molo, dov'è l'Arco traja- 
no tutto di marmo, assai ben conservato, e di svel- 
tissime proporzioni (78;. 

Vi raccomando il pronto invio, a Bologna, del bau- 
letto con roba da paesano, compresi gli scolli, e delle 
cappelliere; io sono, fra tanti, che accompagnano il 
Generale, il solo, che non abbia abiti borghesi. Ma 
confido, che l'invio sarà stato già fatto, poiché que- 
sta preghiera vi diedi nella lettera, scrittavi a bordo 
e mandatavi da Messina. 

Spero, che Carlotta, Luisa, Antonia, Peppino, E- 
milio e tutt' i parenti stiano bene; a Carlino scrivo 
direttamente. 

Vi bacio la mano; e, con filiale tenerezza, chieden- 
dovi le materna benedizione, mi ripeto 

v.** aff.mo figlio, 

Alessandro Poerio. 

P. S. Son tornato alla posta ed ho trovato le vo- 
stre letterine del 4 maggio, giunte fin da ieri. Vi 
scrivo anche due righe pel corriere. 

P. S. Se questa lettera sarà recata dal Signor Ca- 
pitano Vacca, vi prego ringraziarlo delle gentilezze, 
usatemi a bordo. 

Ancona, 11 Maggio 1848. 

Carissimo fratello, 

Quasta lettera ti sarà recata dal Capitano di fre- 
gata Giovanni Vacca, fratello del Coadjutore (79), 
ottimo giovane, il quale mi ha colmato di gentilezze 
a bordo dello Stromboli, vapore da lui comandato in 
secondo. Egli mi dice esser tuo amico. Ad ogni modo. 



— 20 — 

ringrazialo. Vorrebbe esser destinato alla immedia- 
zione del Generale Pepe , in caso che la flotta re- 
sti neir Adriatico a disposizione di lui. Giunti qua, 
abbiamo trovato entusiasmo pe' Napolitani, ma in- 
degnazione contro il Governo, per aver abbandonato 
i Veneti, dopo che la* spedizione era stata uflScialmente 
annunziata. Un giovane Veneto, mandato a pregare 
il Generale, di soccorrere Venezia con la flotta, mi 
ha raccontato, come si fossero preparate colà grandi 
e festose accoglienze a' Napoletani , e come rima- 
nessero delusi pel mutato proponimento. ler sera mi 
si assicurò, esser partito alla volta di Napoli il signor 
Toffoletti (80) , agente del Governo Provvisorio di 
Venezia. Frattanto l'Austria, imbaldanzita dalla iner- 
zia del Governo di Napoli, ha dichiarato il blocco ; 
e, con due fregate e pochi legni minori, impedisce il 
commercio. La nostra flotta (sola salute in siffatta 
condizione di cose) potrebbe, alquanto rinforzata, ed 
unita alla sarda, facilmente distruggere tutta la ma- 
rina austriaca, la quale, impotente ad assalire Vene- 
zia , le fa peraltro gran danno con V intercettare il 
traffico. Il Generale fece fare -subito una comunica- 
zione telegrafica a Napoli; e ier sera mi disse, esser 
giunta risposta che la flotta soprattenesse in Ancona. 
Ciò non basta; bisogna rinforzarla, e sbloccare Ve- 
nezia; altrimenti rimarremo con carico ed infamia 
grande, di aver tradito la causa Italiana, dopo tanti 
pomposi annunzi. La mia lettera del 9 ti giungerà 
dimani o diman Y altro. Dà subito la letterina mia 
a Troya, la quale è urgente, e scritta per desiderio 
di Pepe. 

Siamo impazienti di conoscere le elezioni. Spero, 
che non fallirà la tua, sia in Terra di Lavoro, sia 



— 21 — 

in Napoli, od anche in entrambe le Provincie. Spero, 
che i Deputati, appena riuniti, si convinceranno: che 
le sorti d' Italia si decidono ne' campi lombardi, sui 
monti friuliani e tirolesi, e sulle acque dell' Adriatico; 
e che ogni altro obbietto divien secondario a fronte 
della guerra sacra della Italiana indipendenza. È in- 
credibile quante contrarietà, sotto mendaci apparenze 
di animo volonteroso , vengano a questa spedizione 
dal Ministro della Guerra (81), o più veramente dal 
Re. Il Nicoletti, ito a Pescara , se n' è turpemente 
tornato a Napoli. Mancano uffiziali inferiori e supe- 
riori. Pepe insiste per aver Pronio , invece di Ni- 
coletti; e Pronio stesso potrebbe esser sostituito da 
Palma nel comando delia fortezza di Messina. La 
mezza batteria di artiglieria a cavallo , la quale si 
è chiesta, sarebbe utilissima. 

Tostochè giungerà il signor Tofifoletti, vallo a tro- 
vare; e cerca di agevolarlo presso il Ministero. Il qua- 
le (se non ripara al mal fatto) sfigurerà e scapiterà 
nella opinione universale molto più dell' altro (82). 
Leggerai ne' fogli le notizie del teatro della guerra. 
Il Re di Piemonte ha battuto gli Austriaci a Pa- 
strengo , a Bussolengo, dove 1500 uomini deposero 
in massa le armi, ed a Ponton di là dell' Adige, dove 
fu ucciso il Principe Thurn e Taxis (83), ferito gra- 
vemente il Generale d' Asper (84) ( lo stesso , che 
venne a Napoli nel 1818 e 1821), fatto prigione il 
Principe di Lichtenstein (85) e poco mancò che non 
restasse preso anche Radetzki (86) con tutto il suo 
Stato Maggiore. La perdita degli Austriaci somma, 
tra morti, feriti e prigioni, a tremila uomini. Di Du- 
rando non si hanno notizie precise ; era giorni fii 
«alla Piave, ed aspettava un attacco di Nugent. Ieri, 



- 22 — 

si sparse voce, ch'egli fosse entrato in Udine: il che 
facea supporre, che avesse rotto il nemico; ma la no- 
tizia non si è confermata. Anzi, par certo, che anche 
Belluno abbia dovuto capitolare ai Tedeschi (87). 

Fa subito ricapitar l'acclusa a Peppino del Re (88). 
Gli accludo un ordine del giorno, il quale Pepe de- 
sidera, che sia subito inserito ne'pubblici fogli. Ca- 
ramente ti abbraccia 

il tuo aff.mo fratello, 

Alessandro, 



XII. Alessandro Poerio alla Carolina Poerio ed alla Luisa Parrilli, 

nate Sossisergio 

Ancona, 11 Maggio 1848. 

Carissima madre, 

Tornato alla posta, ho trovato la vostra lettera, 
scritta, poco dopo la mia partenza, nella sera mede- 
sima; ed assai mi hanno commosso le vostre materne 
ed affettuose espressioni. Conservatemi la vostra te- 
nerezza, che è il più prezioso, anzi il solo e vero be- 
ne, che io mi abbia al mondo. La vostra lettera era 
giunta ieri, e forse anche prima, ma l' impiegato non 
capi bene il mio nome, come mi ha confessato egli 
stesso pocanzi. Resto inteso, che il Sabato 6 Maggio 
alitiate scritto a Bologna, per dove partiremo /"forse) 
domani, al più tardi (credo) domani Y altro. Ora mi 
contento di farvi queste due righe, avendovi scritta 
più a lungo (ed anche a mìo fratello); e la lettera vi 
sarà recata o fatta ricapitare dal Capitan di fregata D» 
Giovanni Vacca, fratello del Coadjutore del Ministe- 
ro di Grazia e Giustizia, ottimo ufficiale, che mi ha 



— 23 — 

colmato di gentilezze a bordo. Se viene, fategli buo- 
ne accoglienze e ringraziatelo. Tante cose per parte 
di D. Guglielmo, col quale ho fatto le parti vostre. 
Addio, carissima madre. Vi bacio la mano; e mi ri- 
peto, chiedendovi la benedizione, 

V.® aff.mo figlio, 

Alessandro. 
Soggiungo due righe per Luisa. 

Cara zia Luisa, 
Vi ringrazio dell' afifezione, che mi dimostrate. In 
quanto a mia madre, vi farei ingiuria, raccomandan- 
dola a voi, che tanto 1' amate. Io sto bastantemente 
bene; e, respirando da patimenti cosi lunghi , cosi 
atroci e così disperati, debbo contentarmi. Le forze 
torneranno a poco a poco; e, quanto più tempo pas- 
serà, le conseguenze della mia terribile malattia sul 
mio organismo nervoso spariranno , spero , o dimi- 
nuiranno di molto. Tante cose a Don Michelangelo (89) 
ed a Peppino. Credetemi sempre 

\.^ aff.mo nipote, 

Alessandro Poerio» 
Cara madre, 

Vi raccomando il pronto invio della roba da bor- 
ghese a Bologna , se non è già partita , poiché vi 
scrissi da Messina, dandovi questa preghiera. Per fa- 
cilitare, mettete T indirizzo Conte Gozzadini o Sa- 
vino Savini. Non dimenticate, di grazia, i cappelli 
nelle cappelliere e le cravatte. 

A. S. G. 
La Signora Baronessa Carolina Poerio. 

Strada del Salvatore n.^ 5, 
Napoli. 



~ 24 — 

XIII. La Carolina Poerio-Sossìsergio ad Alessandro Poerio 

Napoli, 11 maggio 1848. 
Speravo, questa mane, avere tue lettere: ma è tardi 
e non ancora si vede la posta. Intanto, voglio farti 
un rigo, per dirti, che stiamo tutti in buona salute. 
Io, caro figlio , quando penso , che il viaggio ed il 
veder le cose più da vicino possono influire al tuo 
benessere, mi sento veramente consolata. Non avendo 
più veduto Pironti, ho mandato questa mane da lui; 
ma era andato in Salerno. Qui sempre i più tristi ed 
i più retrogradi fanno più chiasso: V esempio di fare 
dimostrazioni si è messo anche nelle Case Religiose. 
I Monaca dicono abbasso al Priore, che non li ammi- 
nistra bene (90). L' esempio di Emilio è stato seguito 
dal Ferretti e dal Ruggiero. Sarai sorpreso di sentire 
Manna, Ministro di Finanza (91). Qui ci è stato uno 
scandalo: che uno de' fratelli Abatemarco ha prefe- 
rito di essere direttore dell'Interno e non accettare 
la deputazione (92). Caro figlio, è tardi; lettere tue 
non mi son venute. Addio , speriamo domani. Tuo 
fratello, le tue zie, sorella, cognato e nipoti ed in 
fine tutti gli amici ti salutano. Federico Golia (93) 
mi ha detto, di salutarti particolarmente. Ti benedico. 

Aff.ma madre, 

Carolina. 

P. S.'Qui si dicono tante bugie; spero sapere da 
te la verità. 

Al Nobil Uomo 

Barone Alessandro Poerio, 

Bologna. 

Oppure al Quartier Generale 

del Generale Pepe. 



— 25 — 
XIV. Alessandro Poerio a Niccolò Tommaseo 

Caro Tommaseo, 

Vi scrivo per mezzo del signor Camillo Campa- 
na (94), il quale torna a Venezia. Il General Pepe fece 
conoscere, per telegrafo, al Governo di Napoli, la vera 
situazione delle cose e l'infamia grande, in cui sa- 
rebbe incorso esso Governo, se avesse abbandonato i 
Veneti, ossia la causa italiana. Fu risposto anche te- 
legraficamente, che la flotta (ch'era partita con l'or- 
dine di tornare a Napoli) dovesse soprattenere in An- 
cona. Stamani poi è giunto un Corriere, col quale ci 
si annunzia, che domattina si avranno istruzioni pre- 
cise circa le operazioni della flotta nell' Adriatico, e 
che si stanno armando altri legni. Si spera, che il 
Governo autorizzerà il Generale, a far partire la flotta 
per Venezia; nel qual caso io verrò ad abbracciarvi, 
e a discorrere delle cose Italiane; e, dopo tre giorni 
di fermata costà, raggiungerò il Generale in Bolo- 
gna. Siamo avvezzi a tante contrarietà da parte del 
Governo di Napoli, che appena osiamo credere a que- 
sta buona nuova. Se poi la flotta ricevesse ordine di 
incrociare nell'Adriatico o di avvicinarsi a Trieste o 
ad altri posti nemici senza entrare nella laguna, io 
non verrei; e resterebbe diflferito il piacere di riabbrac- 
ciarci, ch'è uno de'più vivi, che io sappia desiderare 
ed immaginare. Si dà per certo, che la guerra sarà 
dichiarata solennemente dal nostro Governo all' Au- 
stria; anzi il Corriere lo ha affermato, come cosa già 
fatta. Ma non abbiamo ancora avviso officiale di ciò ; 
speriamo riceverlo domattina (95). 

Addio, caro Tommaseo; Iddio protegga la nostra 



— 26 -^ 

Italia ! E voi credete alla inalterabile devozione ed 
amicizia del 

Ancona, 12 Maggio 1848. 

v.° aff.mo, 

Alessandro Poerio, 



XV. Alessandro Poerìo alla Carolina Poerio -Sossisergio 

ed a Carlo Poerio e la Luisa Parrilli-Sossisergio 

alla Carolina Poerio- Sossisergio 

COMANDO 

DEL CORPO d'armata 

Napolitano 

Ancona, 13 Maggio 1848. 

Carissima madre. 

Non ho avuto più vostre lettere, poiché ci siamo 
trattenuti in Ancona più a lungo, che non. credeva- 
mo, e voi mi avete scritto a Bologna; ma, ieri, per 
mezzo del corriere straordinario, mandato da Napoli 
al Generale, ebbi una letterina di mio fratello, in data 
del di 8. corrente mese, dalla quale rilevai con pia- 
cere il buono stato della vostra salute. 

Al solito, vi parlo di me, sapendo di non tediar- 
vi; delle altre cose scrivo a Carlino. Quantunque io 
non abbia potuto sperimentare questa volta un su- 
bitaneo ristabilimento, come quello dell'anno scorso 
in Roma » sto mediocremente : il mio soffrire è più 
tollerabile; e, quando m'inoltrerò dentro terra, confi- 
do sentirmi anche meglio. Ma è probabile, che, se la 
nostra flotta va a Venezia , io vada colà per tre o 



— 27 — 

quattro giorni, raggiungendo poi il Generale in Bo- 
logna. 

Stamane, sono stato al telegrafo, ch'è sopra il con- 
vento de' Cappuccini, in altura, con orizzonte assai 
vasto e be'prospetti del porto, della città, della for- 
tezza, e della costiera di Sinigaglia, Fano e Pesaro. 
Nel convento, ho fatto la conoscenza di un Padre 
siciliano ( propriamente di Caltanissetta ) e di due 
altri, che son calabresi ed entrambi del distretto di 
Catanzaro : tutti tre molto gentili , e che mi han 
fatto gran festa. 

Stamane sono partiti i Dragoni, comandati da Cu- 
trofiano (96); e domattina partiranno i Lancieri col 
Colonnello Caracciolo (97). Stamane, è entrato nel 
porto un Vapore inglese. Le forze navali austriache 
sono assai scarse ; e la nostra flotta , anche nello 
stato attuale, basterebbe a distruggerla. 

Qui tutti portano il nastro [?] o la croce tricolore; 
dappertutto bandiere tricolori, senz'altro stemma od 
insegna, sventolano ne'luoghi più frequentati; financo 
le donne ed i bambini parlano della cacciata degli 
Austriaci ; a' soldati di Napoli le donne anconitane 
distribuiscono corone di fiori; insomma, v'è il più vivo 
entusiasmo per la causa Italiana; cinquecento Anco- 
nitani son iti a soccorrere i Vicentini. 

Si aspettano nuove del quartier generale di Carla 
Alberto; e si spera, ch'egli abbia continuato a ripor- 
tar vantaggi sul nemico. Il General Ferrari (98) è 
con Durando, il cui corpo d'esercito era quasi a vi- 
sta di Nugent; e si aspettava ogni giorno, che ve- 
nissero alle mani. 

Son certo, che, a quest' ora, la mia roba^da paesa- 
no, con le cravatte, le cappelliere ed i pochi libri da 



— 28 — 

me desiderati (cioè, i quattro classici italiani in un 
volume ed il Tacito di Elzeviro in due) sono già in 
via per Bologna. 

È qui uno de'fìgli di Capocci (99), fattosi volon- 
tario nei Lancieri; disirapegna le funzioni di foriere: 
v'è parimenti uno de' Casanova (100). 

Ieri giunse l'Ordinatore Claudio Talva (101) mio 
antico conoscente. Questa lettera giungerà presto in 
Napoli, poiché parte, fra un'ora o due, cioè, a mez- 
zogiorno od all'una, col corriere giunto ieri, il quale 
riparte per costà. Saluto caramente Carlotta , Lui* 
sa, Antonia e tutti i parenti. Vi bacio la mano; e, 
chiedendovi la materna benedizione , con filiale te- 
nerezza mi ripeto 

vostro affezionatissimo, 

Alessandro. 

Carissimo fratello, 

Ieri, col corriere spedito al Generale, ebbi la tua 
del di 8 Maggio. Mi rallegro delle tue doppie no- 
mine , e di quelle di Emilio. Fa anche le mie con- 
gratulazioni con Ruberti, Silvio Spavento, e de Tho- 
masis. Tu, forse, il dì 8, nulla sapevi; ma pare, che 
il Ministero, veduto lo stato delle cose e la impor- 
tanza del momento attuale , si sia alquanto scosso. 
Abbiamo notizie, che altri legni a vele si stanno ar- 
mando; la flotta rimarrà nell' Adriatico. Ma temia- 
mo sempre, che si prendan mezze misure; pare, che 
si voglia mandare i bastimenti in crociera, senz'as- 
sediare i porti nemici. Forse i Vapori andranno a 
Venezia: nel qual caso andrò anch' io colà, per tre 
giorni; e raggiungerò poi il Generale in Bologna. Il 
Generale scrive lettere sopra lettere , per iscuotere 
la inerzia del Ministero; insistendo per aver Pronio, 



— 29 — 

e perchè si disponga la partenza di una batteria di 
artiglieria a cavallo. Grande è in tutta Italia la a- 
spettazione del soccorso napolitano, e non vorrem- 
mo riuscire inferiori alle speranze concepite. Dinian 
l'altro, ti perverrà una lunga mia lettera, con un'ac- 
clusa per del Re : te la reca 1' ottimo Capitano di 
fregata Giovanni Vacca. Avrai, certo, già dato la 
mia letterina a Carlo Troya. Te ne accludo una del 
nostro Ulloa. 

Saluto caramente Emilio e Poppino. Enrico, pare 
che sia in Bologna col battaglione di RossaroU (102). 

Giungono avvisi , che le forze navali austriache 
non sono tante da opporsi alle nostre; se il nostro 
Governo volesse, distruggerebbe la marina imperiale. 
Addio. Caramente abbracciandoti, mi ripeto 

tao afTezionatissimo fratello, 

Alessandro, 

Alla Nobil Donna 
La Signora Baronessa Carolina Poerio. 

Strada del Salvatore n.^ 5, 
Napoli, 

Ho letto questa lettera e te la rimando. 

[Luisa Parrilli] 



XVI. La Carolina Poerio -Sossisergio ad Alessandro Poerio 

Napoli, 13 Maggio 48. 

Mio carissimo figlio, 

Non prima di ieri, ricevetti la tua carissima let- 
tera de' 5 maggio, scritta da mare e spedita per terra. 



— 30 -. 

per la via di Reggio. Puoi immaginare di quale con- 
solazione mi sia stato, il sentirti già ristorato nell'in- 
cominciato viaggio: da ciò vedi, che i presentimenti 
del cuore di madre si verificano sempre. Ti avrei 
spedito al momento la roba, che mi chiedi: ma ieri 
era tardi, quando ricevetti la lettera; e non credo, che 
vi fossero stati vapori. Oggi, non ne partono. Sicché, 
prima di domani, non posso spedirla in Livorno, rac- 
comandandola al nostro console, per fartela perveni- 
re, raccomandata a Savino Savini, in Bologna. Non 
posso negarti, che son rimasta dolente di non avere 
ancora ricevuto tua lettera di Ancona. Questa è la 
quinta, che io ti scrivo: spero, che tutte le riceverai. 
Il Contemporaneo, venuto ieri, porta, che siete giunti 
e stati benissimo accolti (103). In punto viene l'amico 
Pironti; dice, che l'armiere gli ha assicurato, che le 
pistole sono buone; ci manca una piccola cosa, che 
ora si è portata ad accomodare. Se le avrò per que- 
sta sera, te le manderò domani, altrimenti con un'al- 
tro vapore, che parte nell'entrante settimana. Questa 
mane, sono stata a vedere le Camere. Sono cosi pic- 
cole, che pochissima gente ci entrerà; sono elegan- 
temente addobbate (104). Mi trovo contenta di aver- 
le vedute, perchè difficilmente ci anderò. Lunedi, si 
darà il giuramento nella chiesa di S. Lorenzo ; e 
credo, che sarà l'apertura della Sessione. Ieri, fui da 
tua sorella, per farle leggere la tua lettera : Emi- 
lio non vi era. Altri ministri hanno seguito il suo 
esempio, come il Ferretti, il Ruggiero e il degli li- 
berti... perdo tempo a ripeterti quello, che saprai già 
dai fogli. Troya è occupato, a fare il discorso della 
Corona (105). Le tue zie ti dicono tante cose , come 
ancora gli amici e parenti. Donna Giovanna poi parti- 



— 81 — 

colarmente fa preghiere per te; ed è dolente, di non 
averti baciata la mano, quando partisti. In Catanzaro, 
non hanno scelto né il Generale Guglielmo, che era 
uno dei primi candidati, né tuo fratello: il primo, per- 
chè era partito; e 1 il secondo, perchè avevano saputo 
«ssere stato scelto in Napoli ed era candidato di Terra 
di Lavoro , oltre essere stato scelto in Napoli. Spe- 
rava, che Carlo fosse di ritorno, per aggiungere un 
rigo: ma è tardi, né si vede. Ti prego de' miei cor- 
diali saluti alla Contessa; e, salutando il Generale, 
ti abbraccio. E mi dico, benedicendoti. 



aff.ma madre, 

Carolina. 



Al Nobil Uomo 
Barone Alessandro Poerio, 
Bologna. 
O presso il GM Pepe, al Campo. 



XVn. Alessandro Poerio a Carlo Poerio 

Carissimo fratello. 

Ti scrivo due righe in fretta. Il corriere parte 
fra mezz'ora; il Generale lo spedisce per informare 
il Governo di un dispaccio del Governo Provvisorio 
della Repubblica Veneta, giuntogli questa notte per 
espresso, e di cui ti accludo copia (106). 

Nel tempo stesso, il Generale ha diretto due ener- 
gici uffizi, r uno al Presidente del Consiglio, l'altro 
al Ministro della guerra. Bisogna far subito inseri- 
re ne' giornali il dispaccio veneto, affinchè il nostro 
Ministero si scuota e si vergogni. La flotta parte fi- 
nalmente questa notte per .Venezia ; io m' imbarco 



— 32 — 

sopra di essa per conferire colà coi membri del Go- 
verno Provvisorio; vengono anche due ufflziali d'ar- 
tiglieria, Musti (107) e Mezzacapo (108), destinati per 
istruttori de' volontari veneti. Io non rimarrò in Ve- 
nezia che tre giorni ; e raggiungerò il Generale in 
Bologna. 

Mi duole, non avere oggi il tempo, di scrivere alla 
nostra ottima madre, cui bacio la mano;. ma ieri le 
scrissi, per mezzo del corriere straordinario del Go- 
verno, ripartito per Napoli. 

Addio , carainente ti abbraccio ; mi dispiace , che 
non troverò nuove della famiglia , se non in Bo- 
logna. 

Ancona, 14 Maggio 1848. 

Tuo affezionatissimo fratello, 

Alessandro Poerio, 
Urgente. 

A. S. E. 

Il Signor D. Carlo Poerìo, 

Membro della Camera de'Deputati. 

Strada del Salvatore n.^ 5, 

Napoli. 



XVm. La Carolina Poerìo-Sossisergio ad Alessandro Poerio 

Napoli, 14 Maggio 1848. 

Mio caro figlio, 

Questa letterina, la riceverai insieme con le tue 
robe, delle quali troverai la nota nel baule. Ieri, ri- 
cevetti, per mezzo degli Affari Esteri, la tua lette- 



— 33 — 

ra, che mi consolò, per sentirti bene. Tuo fratello e 
tutti gli altri deputati sono da questa mane in se- 
duta permanente : siamo vicino mezza notte e non 
si vede nessuno. Pare, che l'imbarazzo sia la formola 
del giuramento (109). Questa lettera ti sarà inviata 
da Livorno; ed il baule, coi mezzi di trasporto, che 
ci sono per Bologna. Ieri, portai io medesima, in casa 
Troya, la tua lettera (110). Ora vengo, con tua zia, 
da tua sorella, la quale ti abbraccia. Tante cose al 
Generale. Ti benedico. 

Aff.raa madre, 

Carolina, 

Al Nobil Uomo 
Barone Alessandro Poerio, 

Bologna. 
RaccomaDdata al Sig. Savino Savini. 



XIX. Carlo Poerio e la Carolina Poerio-Sossisergio 
ad Alessandro Poerio 

Carissimo fratello, 

Ti scrivo dalla sala delle nostre adunanze prepa- 
ratorie. Da ieri, siamo in seduta permanente. L'in- 
qualiflcabile imperizia del Ministero ci ha condotto a 
tale, che una collisione tra la Corona e la Camera 
è inevitabile , poiché esso Ministero ha dimenticato 
nientemeno che stabilire la formola del giuramento. 
La Guardia Nazionale ci circonda e ci difende. Le 
barricate sono sorte questa notte, come per incanto. 
Peraltro , tutto terminerà pacificamente ; poiché la 
truppa ha avuto ordine di non tirare. Questa notte 
scorsa, il Ministero ha data la sua dimissione; e (il 
crederesti?) oggi l'ha ritirata. Sono de'miserabili, che 
muovono a schifo ed a pietà (111). La Camera è di- 



— 34 — 

spostissima a concorrere, virilmente alla guerra di 
Lombardia: e troverà i mezzi opportuni ed efficaci e 
pronti e potenti. Riverisco il Generale ed abbraccio i 
comuni amici. Ti stringo al cuore; e sono, per la vita, 

15 Maggio 1848. 

tuo aff.mo fratello, 

Carlo, 
Caro figlio, 

Tutto è tranquillo. Speriamo subito essere orga- 
nizzati. Don Martino (112), qui presente, ti saluta. 
Addio; ti abbraccio e benedico. 

Aff.raa madre, 

Carolina, 

Al Nobile Uomo 
Barone Alessandro Poerìo, 
Al Campo del G^^ Pepe, 
Bologna. 



XX. Carlo Poerìo e la Carolina Poerìo-Sossisergio 
ad Alessandro Poerìo 

Caro fratello, 

Ieri, dopo un fuoco vivo di sei ore, tra la Guardia 
Nazionale e l'Esercito, furono sciolte le Camere e di- 
chiarato lo stato d'assedio. Non posso dirti il numero 
delle vittime di questa tremenda collisione. Io sono 
salvo ed in luogo di piena sicurezza. Così nostro cogna- 
to (113). Non ho rimorsi, poiché ho fatto di tutto, per 
aprir gli occhi a'nostri dissennati fratelli. Si dice: che 
saranno Ministri Bozzelli (114;, Cariati (115), Carasco- 
sa (116); e che il Re dichiarerà, di voler mantenere 
la Costituzione, che ha concessa a'suoi popoli. Spero, 
che il Governo giungerà a reprimere gli eccessi della 



— 85 — 

nostra sfrenata plebe (117). Nostra madre sta bene; 
©, per suo mezzo, ti rimetto la presente. Addio di nuo- 
vo. Ti abbraccio con tutta l'anima. 

16 Maggio 1848. 

Tuo aff.o fratello. 

[^Manca la firma]. 

P. S. Non pensare in nessun caso a tornare, fin- 
ché io non te ne scrivo. 

addi 18. 
Carissimo figlio, 

Questa lettera doveva partire col vapore, che non 
partì ieri l'altro; e, sin'ora, non se n'è annunziato un 
altro. Per ora, tr scrivo, per assicurarti, che stiamo be- 
ne, tutti gl'individui delle tre famiglie (118), che ci ap- 
partengono. Io sono stata tranquillissima in casa mia. 
Ma, caro figlio, molte famiglie hanno sofferto sacco e 
fuoco. Tra i più belli palazzi di Napoli, quelli di Lieto, 
di Girella e di Ricciardi sono stati incendiati: ma que- 
st'ultimo ha bruciato sino a questa mane. L'apparta- 
mento di Donna Lisetta è sfondato, ed essa salva per 
miracolo (119). Non ti dico le morti, che si dicono, 
perchè, mano mano, quelli, che credevo estinti, mi 
vengono a vedere. Dirai al Generale, che Don Flo- 
restano sta bene. Il foglio di ieri portava il seguen- 
te Ministero : Bozzelli , Interno ed Istruzione Pub- 
blica; Cariati, Presidenza ed Affari Esteri; Ruggie- 
ro , Finanza e Grazia e Giustizia ; Torella (120) , 
Agricoltura e Commercio ed Affari Ecclesiastici ; 
Carascosa , Lavori Pubblici ; Principe d' Ischitel- 
Ia.(121), Guerra e Marina. Ieri, pure, vi fu una Pro- 



— 36 — 

clamazione, con la qaale S. M. convocava una nuo- 
va Camera (122). Io spero, che tuo fratello non sarà 
scelto; e cosi tenerti quella parola, che ti ho data, pri- 
ma che partissi. Quindi, caro mio, non pensare a ve- 
nire, ma attendici più tosto, perchè alla mia età ho 
bisogno di quiete e qui non se ne puole avere, perchè 
spiriti indomiti e scissi. E uscito un racconto molto 
veridico, che ti farò pervenire (123). Per ora, tutto è 
rientrato nell'ordine; ma poche ore di conflitto hanno 
fatto più di una battaglia campale. Ieri, ebbi le tue del- 
ril e del 13; ed una del 6, di Enrico. Ti ho spe- 
dito tutto quello, che mi avevi chiesto,, all' indirizzo 
al nostro Console a Livorno, con l'incarico di spe- 
dire il tutto al signor Savino Savini in Bologna. 
Dirai ad Enrico, che, da molti giorni, gli ho spedito 
i trenta ducati; e la persona mi ha fetto sapere, che 
già li aveva ricevuti. Non ti parlo di altro; sabato, ti 
scriverò un' altra volta. Addio , caro figlio. Donna 
Giovanna ti dice tante cose. Ti benedico, con tutta 
la tenerezza materna. 

Carolina. 
Saluto il Generale. 

Al Nobil Uomo 

Barone Alessandro Poerio, 

Bologna. 

XXI. Alessandro Poerio alla Carolina Poerìo-Sossisergio 

Venezia, a' 17 Maggio 1848. 

Carissima madre, 

Vi scrivo assai più brevemente, che non vorrei, 
poiché la posta non tarderà a partire; e non voglio 



— 37 — 

tralasciare, di darvi mie nuove da questa città. M'im- 
barcai, la sera del 14, sul Ruggiero (124), un de'va- 
pori della flotta; ma non salpammo,, che il 15 alle 
otto. Andammo assai lentamente: parte, perchè tre 
de'vapori rimorchiavano legni a vela; parte, perchè 
il Retro-Ammi raglio così giudicò opportuno. Giun- 
gemmo, ieri, alle due e mezzo, a Malamocco, donde 
passammo sopra un piccolo vapore veneziano : due 
uflSziali d'artiglieria, il figlio dell'Ammiraglio (125), 
gli uffiziali Acton (126) e Flores (127), ed io. Non 
potrei, ancorché volessi, descrivervi il giubilo di que- 
sto buon popolo veneziano, e le accoglienze, e gli ev- 
viva, ed il concorso del popolo sotto le finestre del 
Palazzo del Governo (128). Ora, essendo venuti al- 
tri uffiziali, si sta replicando la stessa scena (129). I 
Veneti avean gran bisogno del nostro soccorso, poi- 
ché la flotta austriaca, ancorché non mqlto forte, era 
tale da impedire il commercio ; ed i bastimenti non 
si avventuravano più ad uscire. 

Riabbracciai, ieri, con gran piacere, Tommaseo; il 
quale, poveretto, è oppresso della fatica. Stamane, mi 
sono lungamente tr.attenuto con Manin (130). Tutte 
le speranze de' Veneti son nei Napoletani: hanno ri- 
pugnanza invincibile per Carlo Alberto , e costui si 
conduce male con essi (131). Il Durando , generale 
della truppa pontificia , dipendente dal Re di Pie- 
monte , non volle soccorrere il Ferrari , che , alla 
testa de' volontari, era alle prese co'tedeschi a Tre- 
viso (132). Se i quattromila uomini di truppe na- 
politano fossero stati spediti , secondo le promesse , 
su'vapori, i Tedeschi sarebbero stati certamente re- 
spinti. Non posso oggi scrivere a Carlino , ma lo 
farò presto. Il Governo veneto manderà subito un 



— 88 — 

agente a Napoli. La flotta austriaca si è riparata a 
Pola; ed esegue de'piccoli sbarchi di Croati, per al- 
tro a molta distanza da Venezia. Questa città è for- 
tificata in modo, da renderla sicurissima. I Croati son 
pessima truppa, saccheggiatori più che soldati. Sta- 
rò qui tre altri giorni; poi andrò a Bologna, dove 
troverò il Generale Pepe, e lettere vostre, e la roba, 
che vi ho pregato mandarmi. Abbraccio Carlo e Car- 
lotta ; saluto Luisa e tutti i parenti. Sto mediocre- 
mente ; credo, che Y aria di Venezia mi gioverebbe 
più di quella d'Ancona e Bologna; spero stare anche 
meglio. Vi bacio le mani: e, chiedendovi la materna 
benedizione, sono 

v.o aff.mo figlio, 

Alessandro. 
A. S. E. 

La Signora Baronessa GaroUna Poerio, 

Strada del Salvatore N.® 5. Napoli. 



XXn e XXIII. Alessandro Poerio a Niccolò Tommaseo 
e Carlo Ben aparte a Litigi Masi 

Desiderava parlarvi; ma, essendo voi impedito, tor- 
nerò più tardi. Frattanto, vi lascio una lettera del 
Principe di Canino (133) pel Tenente Colonnello Ma- 
si (134), che egli vi prega di aprire, leggere e, poi, 
mandar subito. 

^Venezia'] 17 Maggio 1848. 

V.o aff.mo, 

Alessandro Poerio. 



— 39 — 

Ancona, 14 maggio 1848. 
Carissimo Masi , 
Sono in Ancona; ed ho avuto lungo colloquio col- 
l'ottimo ItalianissJmo Generale Pepe. Parte la flotta 
alle quattro col Barone Alessandro Poerio, del quale 
tutti possiamo fidarci. Potenti ragioni riterranno an- 
cora qualche giorno l'esercito. Intanto, ho ottenuto 
dal generale, che la prima divisione si concentri al 
più presto in Ferrara con uno dei magnifici reggimenti 
di Cavalleria ed una batteria di otto bocche da fuoco: 
cosi i nostri Svizzeri potranno passare il Po. Viva 
r Italia ! ! ! In piena fretta. 

Affmo e dev.mo, 

(7. P. Bonaparte. 

XXIV. L' Annamaria***** a Paolo***** (135) 

Napoli, 17 Maggio 1848. 

Io ti ho diretto altre due lettere: una ad Ancona, 
come tu mi avevi detto; e l'altra, prima, a Venezia. 
Mi son consolata sentirti bene. Ti lagni, che io non 
ti ho scritto: io ti scrivo ogni giorno, altra occupa- 
zione non ho, che scrivere a te, mio caro ed amato 
Paolo. Per mezzo di Don Camillo in Ancona, li ho 
scritto una lunga lettera: spero, che ti arrivi, acciò 
non ti lagni di me. Io non ho la divagazione dei 
paesi ed altro.... Il solo pensiero dei figli e tuo oc- 
cupa il mio cuore , caro Paolo. Noi stiamo in una 
massima desolazione, per Y accaduto di lunedì: una 
immensità di morti, una immensità di arrestati, tutto 
Toledo distrutto, tutti i palazzi incendiati; noi stiamo 
in una paura terribile. Caro Paolo mio, io son perdu- 
ta: la tua lontananza mi ha reso stupida; i figli prega- 



— 40 — 

no con me, sera e mattina, per la tua salute e pel tuo 
ritorno. Ritirati, caro Paolo; venditi tutto, con questa 
occasione. Salva la tua vita. Quella povera Mamma 
piange sempre la tua lontananza. Tutti i tuoi ed i 
miei stanno bene per grazia di Dio. Il timore è per 
la Santa Fede. Quanto pagherei stare con te ! I figli 
ti baciano, ti cercano, non capiscono il tuo allonta- 
namento. Enrico dice: perchè ci ha lasciati il mar^ 
chese? Paolo mio caro, non ti alienare: pensa a noi! 
Non fare, che, dovunque ti trovi, ti adatti. Io capisco 
bene , che tu ci ami ; ma V amore alienato diventa 
più di minor forza di quello, che era. Tu, in Napoli, 
andavi cercando: e poi ti ritiravi e ti si rinnovava 
l'amore e mio e dei figli; ma, con tanta lontananza, 
quando ti ritiri, chi ti ricorderà di noi? basta, fido 
in Dio. I tuoi figli son miserabili, altro non tengono 
che te: se tu li saprai amare , saranno felici , uniti 
a me; altrimenti, saranno infelici, infelici uniti alla 
madre. Son sette anni, da che ti amo; e morirò, col 
tuo nome in bocca. Tutti ti salutano: chi sa, se ci 
trovi vivi? Achille è tornato. Io q' figli ti baciamo 
stretto stretto al cuore ; e ti abbraccio e al cuore 
ti stringo fra le mie braccia e mi dico.... Caro Pao- 
lo, fiientre scrivo, la truppa, ch'è stata per tre giorni 
in piede di guerra, si ritira. I francesi hanno dato 
legge al Re, che in tre ore si doveva decidere, che 
avesse cacciati i 100 prigionieri: si spera, che sia tut- 
to finito. Così spero , che tu ritorni di nuovo. Ad- 
dio; ti abbraccio e ti bacio. La tua 

aff.ina, 

Annamaria, 

A Sua Eccellenza • 

Il Marchese D. Paolo ***** 
Capitano del Secondo Battaglione dei Volontarii 
Napolitani in Venezia. 



— 41 — 

XXV. Alessandro Poerìo alla Carolina Poerio-Sossisergio 

ed a Carlo Poerìo 

Venezia, a' 18 Maggio 1848. 

Carissima madre , 

Scrissi, ieri, in gran fretta; oggi, un po' più ripo- 
satamente posso raccontarvi l'accoglienza, fatta dai 
Veneti a'Napolitani. Giunti che fummo il 16 al porto 
di Malamocco, venne da Venezia un piccolo vapore, 
che aveva a bordo tre Membri del Governo Prov- 
visorio (136): Paolucci (un nipote del Generale e del- 
l' Ammiraglio di questo cognome, ma di ben altro 
pensare) (137); il signor Castelli, Ministro della Giu- 
stizia (138) ; il signor Pinkerle, Ministro del Com- 
mercio (139). Essi complimentarono il Comandante 
della flotta. Barone de Cosa. Poi, montammo sul pic- 
colo vapore : i due uffiziali di Artiglieria , Mosti e 
Mezzacapo, mandati per istruttori; il figlio di de Co- 
sa; ed altri due uffiziali di marina, Flores ed Acton; 
ed io. Secondo che ci avvicinavamo a Venezia, cre- 
sceva il numero delle gondole, cariche di gente ; e, 
d' isoletta in isoletta, ci venivano incontro festose 
grida ; ed , a qualche distanza dalla città , trovam- 
mo un altro piccolo vapore con numerosissima ban- 
da di suonatori , il quale voltò indietro per accom- 
pagnarci. In quella bellissima parte di Venezia, ch'è 
tra la piazzetta ed il palazzo Ducale, la chiesa della 
Salute e quella di S. Giorgio , Y affollamento delle 
barche fu tale, che, camminando di barca in barca, 
si sarebbe potuto passare da una riva all' altra , se 
non che quello delle persone impediva il muoversi. 



— 42 — . 

Sbarcati alla fine, con grande stento , non è da de- 
scrivere lo spettacolo di quella magnifica piazza di 
S. Marco, che voi conoscete, e che so esservi rima-^ 
sta così profondamante impressa nella memoria ; di 
quella piazza, dico, tutta gremita di guardie nazio- 
nali, di giovani, vestiti alla Italiana con abito stret- 
to di velluto e cappello a piuma, di popolo esultante, 
e tutti col nastro , o coccarda , o croce tricolore ; 
tre colossali stendardi tricolori in cima alle anten- 
ne delle piazze ; e poi, su' balconi delle Procuratìe, 
dame elegantissime; ed un fragoroso batter le mani, 
ed uno sventolar di fazzoletti , e più di ogni altra 
cosa, la gioja sincera, che sfavillava su tutt' i volti. 
Condotti al palazzo del Governo , dove ci aspetta- 
vano gli altri membri di esso, ad eccezione del Pre- 
sidente Manin , eh' era fuori Venezia , fu forza af- 
facciarsi, per rispondere a'ripetuti applausi di quella 
folla ondeggiante; ed, almeno per tre quarti d' ora,, 
quella commozione d'entusiasmo continuò. Ieri, poi, 
quanti uffiziali della flotta vollero venire in città , 
si ebbero permesso dal Retro- Ammiraglio; e iersera, 
alle otto e mezza , un banchetto di cento coverte , 
settanta in una sala e trenta in un'altra, affratellò 
sempre più gli animi de' Veneti e de' Napoletani. 
Manin presedeva la tavola più numerosa, Tommaseo 
l'altra. Accrebbe la gioja comune l'arrivo di un di- 
spaccio al Console , e di un' altro all' Ammiraglio , 
fatti per dissipare i dubbi, nati pur troppo dalle tergi- 
versazioni e lungaggini del Ministero: poiché cpnte- 
neano 1' ordine , che la flotta rimanesse a disposi- 
zione del Governo Provvisorio per tutti quei servi- 
gi , che avesse potuto rendergli. Spero , che presto 
sarà fiaccata la baldanza di questi tedeschi, che a- 



— 43 - 

veano già impedito tutto il commercio veneziano, e 
non ancora si rimangono dal mostrarsi in sul mare, 
come convinti, che la nostra flotta non opererebbe 
ostilmente. Confido, che presto saranno disingannati. 
Il 22, conto esser in Bologna; o, tutto al più tardi, 
il 23. Ivi troverò vostre nuove. Soggiungo due ri- 
ghe per Carlino; e, baciandovi la mano e chieden- 
dovi la materna benedizione, mi raffermo 

vostro aff.mo figlio, 

Alessandro. 
Carissimo fratello, 

Ho trovato i Veneti mal disposti verso Carlo Al- 
berto, il quale finora si conduce indegnamente con 
loro. Il Generale Durando , piemontese, il quale, ben- 
ché comandi le truppe pontificie, nulla fa senza gli 
ordini del Re, fu più volte pregato dal nostro Ferra- 
ri di soccorrerlo , poiché questi trovavasi , nelle vi- 
cinanze di Treviso , con soli volontari a fronte dei 
tedeschi ; ma , sotto vari pretesti , lo lasciò in ab- 
bandono. I volontari, la maggior parte, si batterono 
bene, anzi, in modo superiore a ciò, che poteva aspet- 
tarsi da loro; ma, in alcuni battaglioni, vi fu disor- 
dine. È ...... . peraltro cosa passaggiera: ed i 

nostri han ripreso ardire contro i Croati, che sono da 
più di settemila da quella parte ; e, se fosse qui un 
polso di truppe di linea ( i quattro mila napolitani 
promessi venti giorni fa con la flotta) il nemico sa- 
rebbe distrutto. 

Ter sera , si dicea , che Durando (il quale è tor- 
nato a Mestre) volesse finalmente marciare a Trevi- 
so. Le simpatie de' Veneti son tutte pe' Napolitani; 
questo convien che sappiano le Camere ed il paese: 
aspettano con desiderio grande le truppe sotto Pe* 



— 44 — 

pe. È necessario , che se ne mettano in moto anche 
altre, che possano servire di appoggio e riserva al 
suo corpo d'esercito. Confido, che i Deputati avran- 
no tanto senno , da comprendere , che i destini 
d'Italia si decidono in Lombardia, dove i Piemontesi 
bastano a battere gli austriaci , e qui nel Veneto , 
dove, per mancanza di milizie regolari, la cosa è più 
dubbia. Forse Nugent perverrà , con qualche mi- 
gliajo di uomini, a congiungersi con Radetzki. Du- 
rando, finora, par, che si aggiri incerto; ed aspetti, 
per operare gagliardamente, che i Veneti si diano in 
braccio al Re di Piemonte. Ma il Governo Provvi- 
sorio, ancorché volesse, non potrebbe pronunziar que- 
sta riunione, tanto il popolo tutto è alieno da quel 
Re. Ferrari (come mi disse ieri l' incaricato del Go- 
verno sardo Signor Rebizzo) (140) ha lasciato Trevi- 
so, affidando ad un altro il comando de'volontari; e 
va a trovar Pepe a Bologna. E urgente, che il nostro 
Governo lo nomini Generale, e gli dia a comandare 
una brigata o anco una divisione. Egli non è uomo 
da guidar volontari , ma vera truppa (141). Nella 
guerra di partigiani, si distinse assai, presso Treviso, 
il tuo amico Zambeccari (142). Il Marchese Alessan- 
dro Guidotti, ferito gloriosamente, mentre avanzavasi 
alla testa della guardia nazionale di Bologna, mori 
poche ore dopo (143). Addio. Caramente ti abbraccio. 

Venezia, 18 Maggio. 



Tuo affni3 fratello, 

Alessandro, 



A. S. E. 

La Signora Baronessa Carolina Poerio 

nata Sossi -Sergio, 

Strada del Salvatore N. 5. 
Napoli. 



— . 45 — 

XXVI. Alessandro Poerio a Niccolò Tommaseo 

Caro Tommaseo, 

Il Colonnello Cresci, inviato degli Anconitani (144), 
mi ha detto, aver saputo dal Generale Paolucci (145), 
che, questa sera, l'affare de'cannoni sarà proposto in 
Consiglio. Egli teme, che, invece del prestito di molti 
cannoni, il Governo Provvisorio inclini ad offrirne 
pochi in dono: atto di generosità sempre lodevole, 
ma che non provvederebbe a' bisogni di quella città. 
Vedete, se sia possibile, senza danno di Venezia, con- 
tentare gli Anconitani (146). 

Ho trovato il libro ed i versi; ed ho cominciato a 
legger questi. Mi pajono pieni di alto affetto, vena in 
voi larga e profonda; e nell'affetto è poesia vera (147). 

Riamate 

20 Maggio 1848. 

il v.<* aff.mo, 

Alessandro Poerio/ 



XXVII. Alessandro Poerìo a Carlo Poerio 

Carissimo fratello. 

Due righe, sole per raccomandarti Don Giuseppe del 
Balzo da San Martino nella Valle Caudina, il quale, 
come maggiore de' volontari napolitani, si è battuto 
nel Tirolo con grandissimo valore e tale da eccitar 
Tammirazione di tutti (148). Viene ora a Napoli, a 
dimandare, a nome di questo Governo Provvisorio, 
offiziali istruttori, de'quali è qui gran penuria. 



— 46 - 

I Tedeschi, da' contorni di Treviso, lasciativi solo 
duemila uomini, si son rivolti a Vicenza. Durando 
{uomo di Carlo Alberto) dice di volerli incontrare; 
« si è mosso verso Bassano. Speriamo, che faccia dav- 
vero : ma finora non si è veduto effetto alcuno di 
lui, benché abbia cinquemila soldati pontifici. Dicono, 
che , se continua a questo modo , il Ministero Ma- 
miani lo destituirà. 

La nostra flotta, per ora, incrocia tra Lido e Mala- 
mocco. Frattanto, gli Austriaci fanno sbarchi a Caor- 
le. Frattanto, è urgente, che i nostri legni vadano 
ad impedir questi atti di baldanza del nemico. Pel 
dippiù mi rimetto alla lettera , scritta per la posta 
alla nostra carissima madre ed a te , ed a quella , 
che ti presenterà il conte Dolfin-Boldù (149). Addio. 

Venezia, 20 Maggio 1848. 

Tuo aff.mo fratello, 

Alessandro. 

Al Nobil Uomo 
n Signo Carlo Poerìo Deputato 
in 

Napoli. 



XXvm. Alessandro Poerìo a Carlo Troya 
e Postula di Carlo Troya 

Venezia, 20 Maggio 1848. 

Carissimo Amico, 

Ti recherà questa lettera il signor Giuseppe del 
Balzo, il quale, come capitano-aiutante , e poi mag- 
giore de'volontarl napoletani , si è battuto nel Tirolo 



-- 47 — 

<;on valore sommo e tale da eccitare Tammirazione 
di tutti. Egli viene ora a Napoli, per chiedere, a nome 
di questo Governo Provvisorio , Uffiziali istruttori, 
di cui Venezia ha penuria. Piacciati, favorire cosi 
onesta dimanda ; e far si , che il Ministro della 
Ouerra provveda a ciò prontamente. La nostra flotta, 
sulla quale m' imbarcai per venir qua, con animo di 
andar fra pochissimi giorni a Bologna e raggiunge- 
re il Generale Guglielmo Pepe, fu accolta, come già 
saprete, con riconoscente e vivo entusiasmo. Finora, 
non ha fatto, che incrociare tra Lido e Malamocco. 
Si aspetta molto più; e, dopo l'ultimo dispaccio, che 
dicesi giunto al Retro-Ammiraglio, è da credere, che 
egli seconderà efficacemente il desiderio di questo 
Governo Provvisorio, ed impedirà ulteriori sbarchi 
di Croati in Caorle, dove, con incredibile baldanza, 
gli Austriaci mandan truppe ed anche artiglieria. Il 
Veneto è sempre in grandissimo bisogno di soccorso 
eziandio per terra: il Generale Durando (il quale è 
uomo di Carlo Alberto) non avendo tìnora renduto 
alcun servigio essenziale , e non avendo anzi mai 
affrontato il nemico, benché abbia parecchie migliaja 
di soldati pontifici sotto il suo comando. Ieri, si av- 
viò a Bassano, per incontrare (gl'incontri finalmen- 
te) gli Austriaci, che da Treviso par che si rivolgano 
verso Vicenza. Molta è la simpatia de' Veneti pei 
Napolitani. Il Governo potrebbe trarne gran par- 
tito. Scrivo a Carlo Troya; e non occorre, che io 
moltiplichi in parole. Qui, tutti mi dimandano di te, 
con riverenza ed aflfetto, essendo le tue Storie tenu- 
te in quel conto, che meritano. Fa, che come Presi- 
dente del Consiglio in Napoli , sia anche benedetto 
il tuo nome da queste popolazioni, così ardenti, co- 



— 48 — 

sì vivaci, cosi veramente Italiane. Oh questa Vene- 
zia è un incanto ! È proprio la città della fantasia; 
anzi, qualunque più fervida fantasia rimane indietro 
alla sua realtà. Amami ; e , ringraziandoti di quel, 
che farai pel mio raccomandato, o, per meglio dire, 
per Venezia , che aspetta con impazienza uffiziali 
istruttori, e pregandoti di porgere i miei distinti os- 
sequi a Donna Giovannina (150), mi raffermo 

tuo aff.mo, 

Alessandro Poerio. 

Ultima lettera, scrittami dal troppo caro Alessan- 
dro Poerio, mancato alle speranze d'Italia, combat- 
tendo , nel di 5 novembre 1848 , in Venezia (151). 
Vale, cuor generoso, anima eroica ed Italiana; vale.... 
Oh Dio ! qual perdita è stata mai questa ! 

Carlo Troya, 

Questa lettera sarà da me custodita come un sa- 
cro tesoro (152). 



XXIX. 6. Campana (153) a Giuseppe Boscaro (154) 

Venezia, 20 Maggio 1848. 

Signor Avvocato gentilissimo, 

Porgitore di questa mia sarà il signor Poerio , sog- 
getto conosciutissimo per i suoi peregrini talenti. Nel 
suo passaggio per codesta città, non saprei a chi 
meglio raccomandarlo, che a V. S., per tutto quello, 
che gli occorre alla sua causa. Sono sicuro, che V. 



~ 49 — 

S., nel] 'usare al mio raccomandato delle attenzioni, 
con quella gentilezza, che La distingue, si troverà El- 
la pure contento, di averne fatto la conoscenza. A- 
vanzandole pertanto i miei ringraziamenti, mi pre- 
gio raffermarmi, con verace stima e perfetta consi- 
derazione, 

Suo aff.mo servo, 

G. Campana. 

All'Illrao Signore, 
n Sigr Dre Boscaro, * 

Avvocato, ai Servi, 
Padova, 



XXX. Niccolò Tommaseo a Carlo Leoni (155) 

Caro Leoni, 

Il barone Poerio, autore di caldi versi e pensati, 
promotore de' sussidii napoletani, non ha di bisogno 
d' esservi raccomandato ; ma raccomanderà egli me 
all'amor vostro. 

Venezia, 20 Maggio 1848. 

Tommaseo. 

Al Conte Carlo Leoni, 
Porta Savonarola, 



. Niccolò Tommaseo a Giovanni GittadeUa (156) 

Caro Cittadella, 

Le sarà certamente grato, conoscere il Barone A- 
lessandro Poerio, uomo d' ornatissimo ingegno e di 
cuore Italiano, la cui parola autorevole aflfrettò ver- 



— 50 — 

so noi i soccorsi di Napoli. La sua raccomandazio- 
ne è in questo cenno, e nella persona sua stessa. Mi 
creda di cuore 

20 Maggio 1848, Venezia. 

Suo aff.mo, 

Tommaseo. 

Al Conte 
Giovanni GittadeUa, 

Padova. 



XXXn. Versi di Alessandro Poerio (157) 

Venezia , mai più rintimo canto 
Sgorgommi, come in te , da vivo affetto ! 
Mai più sentii la voluttà del pianto , 
Come al tuo dolce aspetto ! 

Tu occorri a me, quasi benigna amica, 
Conscia gentil d'ogni dolor secreto 
Dell'anima profonda; e par, che dica: 

— " Ancora esser puoi lieto ! „ - 

Una quiete nel mio cor s' induce, 

Ch* io perduta credei ne* lunghi affanni; 

E mi circonda una serena luce 

Al tramontar degli anni. 

Correva il mio pensier, libero e vago, 
Pe' campi, intatti ancor, di Fantasia: 
Ma teco, sempre, ogni più dolce imago 
Venne, o Venezia mia. 

Benchò nato colà, dove più ride 
Sotto limpido ciel Tonda tirrena, 
E inghirlandata Napoli s'asside, 
Città della Sirena: 



— 51 - 

Ebbi di te, che di Natura sei 
D'Arte e Gloria e Sventura eletta cosa, 
Desio supremo; e altrove non potrei 
Trovar ricetto o posa! 



XXXm. Carlo Poerio e la Carolina Poerìo-Sossisergio 

ad Alessandro Poerio 

Napoli, 20 Maggio 1848. 

Carissimo fratello, 

Ho ricevuto esattamente le due tue lettere del di 
li e 14 corrente. Ma non ho veduto il gentile uf- 
fiziale, che ha recato quest'ultima, poiché, dal 15, io 
sono a dimorare presso un amico, per cambiamento 
diaria (158). Veggo spesso la nostra buona e cara 
tnadre, che, ieri sera appunto, si trattenne meco, uni- 
tamente a nostra zia. Non ho relazione con alcuno; 
quindi non posso eseguire la commissione dell' otti- 
mo tuo Generale, che ossequio. Veggo giornalmen- 
te l'ottimo Generale Florestano, il quale va alquan- 
to meglio. Ti abbraccio affettuosamente; e mi ripeto, 
per la vita, 

tuo aff.mo fratello, 

Carlo. 

Mio carissimo figlio, 

Il signor Vacca mi ha mandato la tua lettera de- 
gli li; e quella del 14, Y ho ricevuta per altro mez- 
zo (159). Ti ringrazio dei ragguagli , che mi dai , 
sulla situazione fisica di Ancona e sul!' incontro del 
monaco catanzarese. Noi stiamo bene. Carlo, quan- 



— 52 — 

tunque assente, lo veggo spesso. Ti replico quello, che 
ti ho scritto in altra mia, cioè, di non pensare a ve- 
nire. Piuttosto ti terrò la promessa: cioè, di raggiun- 
gerti. Il giorno 15, ti spedii il baule con la roba. 
Spero, che sia giunta in Bologna. Siamo tornati nella 
calma; ma il paese, cioè, per meglio dire, le case di 
Toledo, di Monteoliveto, di avanti S. Ferdinando han 
sofferto. Qui siamo stati tranquilli, come a S. Gio- 
vanni Maggiore ed a Chiaja (160). Tante persone, che 
si credevano morte, vengono fuori mano mano. Que- 
sta mane, ho mandato a vedere, se partono vapori; 
e domani forse ne parte uno, o tutto al più doma- 
ni l'altro. È tardi: finisco, abbracciandoti e benedi- 
cendoti. 

AfT.ma madre, 

Carolina, 

Al Signore 
Sigp Alessandro Poerio. 
Presso il Generale Guglielmo Pepe, • 
in Bologna. 



XXXIV. Luigi de Tschudy (161) ad Alessandro Poerìo 

Gentilissimo signor Alessandro, 

Le rimetto una valigia e due cappelliere, che mi 
sono state inviate da Napoli dalla signora Baro- 
nessa Carolina Pcerio. Io ho consegnato il tutto al- 
l' ufficio di questa diligenza , che s' incarica di fare 
ricapitare questi tre oggetti al suo destino. Mi vo- 
glio augurare, ch'Ella sollecitamente riceverà i suoi 
efietti; della qual cosa mi sarebbe grato esserne in- 



— 53 — 

formato. E, pregandola a volermi comandare, sono 
di Lei 

Livorno, li 23 Maggio 1848. 

devotissimo servo ed amico 

Luigi de Tschudy. 

Al Nobil Uomo 
Il Sigr Alessandro Poerio, 
in Bologna, 
Racr;omandata al Signor Savino Savini, 
con un baule e due cappelliere. 



XXXV. Savino Savini ad Alessandro Poerio 

Rovigo. — 23 , ore 1 p. m. 

Caro Poerio, 

Da questo Comitato (162), imparo: che i Napoletani, 
da Ferrara , all'un'ora di questa notte , si ritiravano 
verso Bologna fino al Battifrè ; e che vi ritorna- 
vano questa mattina. Un foresto , che or ora pas- 
sava di Ferrara, mi diceva, che gli Austriaci del For- 
te avevano protestato contro il passaggio di qualunque 
truppa al tiro di cannone (163). Vi scriverò anche 
da Ferrara. Pepe e Statella , mi assicurano altre 
persone, che tuttavia trovansi a Bologna. 

Vostro, 

Savini, 

Corre voce, che, a Napoli, non sia definitivamente 
la vittoria al Re. Dicesi, persino, che cadesse nelle 
mani de' nostri; e che il palazzo ne fosse incendia- 
to. Ma non ci lusinghiamo (164), Addio. 



— 54 — 
XXXVI. Carolina Poerio-Sossisergio ad Alessandro Poerio 

Napoli, 24 Maggio. 

Mio carissimo figlio, 

Non voglio mancare di scriverti con ogni occasio- 
ne, che si presenta, per dirti, che stiamo bene, tutte le 
tre famiglie. Solo ho inteso con dispiacere dai fogli, 
che Enrico è stato ferito. Non ho lettera sua dal gior- 
no sei corrente (165). Spero, che, a quest' ora, avrai 
ricevuto l'avviso, che le tue robe sono in Bologna. 
Domani, avrò occasione di scriverti di nuovo. Tuo 
fratello è sempre in campagna, ma vicino: ieri, ci fui; 
ed era uscito. Ti raccomando di pensare alla tua sa- 
lute. E non pensare di ritornare, perchè, se Carlo 
non sarà eletto una seconda volta, faremo anche noi 
risoluzione di respirare altr'aria. Tutt'i parenti, gran- 
di e piccini, ti salutano: il piccolo Michelangelo ha il 
vajuolo anzatìcOj ma assai benigno (166). Il nostro 
amico Generale finalmente ha ottenuto di essere tolto 
dal comando del forte; cosa, che desiderava arden- 
temente (167). Ti abbraccio e benedico. 

Aff.ma madre 

[manca la firma'] 
Dà le nostre nuove ad Enrico. 

Al Signor 
Barone Alessandro Poerio. 
Al Campo del Generale Pepe, 



— 55 — 

XXXVn. Alessandro Poerìo a Niccolò Tommaseo 

Carissimo Tommaseo, 

Il General Pepe scrive al Presidente Manin, per 
mezzo del Capitano Musti, ch'egli rimanda a Vene- 
zia, per ottenere da cotesto Governo Provvisorio scar- 
pe ed altre cose, necessarie alle nostre truppe. Dipoi, il 
Musti andrà a Padova, ad eseguire altra commissione, 
per la quale abbisognerà forse di munizioni, che siete 
pregati di somministrargli dall'Arsenale di Venezia. 
Voi intendete bene, che, oltrepassando il Po, l'esercito 
napolitano divenendo veramente italiano, è in aperta 
rivolta contro l'amico dell'Austria, l'atroce Ferdi- 
nando ; è dunque indispensabile, che la Repubblica a 
faccia qualunque sacrificio , perchè nulla manchi ai 
soldati, che accorrono ad aiutarla. Vi r|iccomando par- 
ticolarmente il Capitano Musti, uomo di animo Ita- 
lianissimo e d'intrepidità singolare, come lungamente 
mostrò nella guerra, combattuta per la Grecia, che 
risorgeva a libertà^» quanto più non farebbe per l'I- 
talia, sua patria ! (168) . 

Mio fratello è in salvo, grazie a Dio; ma pare, che 
stia nascosto, non ancora uscito di Napoli. Scriverò, 
insistendo , perchè egli e mia madre non tardino a 
lasciar Napoli. Si hanno notizie, che sembran certe, 
di essere Avellino in rivolta, con arresto di tutte le 
autorità. Salerno già romoreggia, e la Calabria in- 
sorge (169). Ora, quel che veramente preme, è, che 
la flotta non vada. Avrete veduto il Leopardi (170) 
ed il Masi. Non posso scrivere più a lungo; ma di- 
mani diman V altro supplirò. Addio. 

Bologna, a' 25 Maggio 1848. 

V.o Aff.mo 

Alessandro Poerio. 



— 56 — 

XXXVIII. Carolina Poerio-Sossisergio e Carlo Poerio 

ad Alessandro Poerio 

Napoli, 25 Maggio. 

Mio carissimo figlio, 

Questa mane, per la posta, ho ricevuta la tua ca- 
ra lettera da Venezia, che attendevo con tanta an- 
sietà. Grazie al cielo, hai riveduto il tuo caro Tom- 
maseo. Io spero, che ora sia di ritorno presso il Gene- 
rale; ed avrai ricevuto tutte le mie lettere: dal gior- 
no della sanguinosa catastrofe, quasi tutti i giorni ti 
ho scritto. Tuo fratello, che è. stato qualche giorno 
da un amico, questa mane ha pranzato con me. Il Go* 
verno spinge la legge elettorale. Siamo sempre nel- 
lo stato di assedio. Godiamo di tranquillità al pre- 
sente. Tutti, parenti ed amici, stiamo bene. La tua 
roba, spero, che l'avrai trovata in Bologna: se ciò 
non è, scrivi subito al nostro console. Di Enrico, do- 
po la sua piccola ferita, nulla più ho saputo. Saba- 
to, ti scriverò più a lungo. Antonia ti abbraccia: in 
questi giorni, ha soflFerto il solito male di orecchio. 
Addio, caro figHo mio; scrivimi sempre, che puoi. Sa- 
lutami gli amici: il Generale particolarmente , con 
la cara Con|:essa, col Conte e col Sa vini. Carlo vuol 
farti un rigo. Ti abbraccio e benedico. 

Aff.ma madre 

Carolina. 

Carissimo fratello. 

Mi sono assai consolato, nel leggere là tua lette- 
ra, datata da Venezia il 17. Spero, che, a quest'ora, 
anche costà sia seguito il voto di adesione al Re- 



— 57 — 

gno Costituzionale dell'alta Italia (171). Ieri, fu pubbli- 
cata la legge elettorale; ossia, si è fatto ritorno all'an- 
tica, qualificando come sovversivo della Costituzione il 
Programma del 5 Aprile (172). Le novelle elezioni a- 
vranno luogo il 16 Giugno. Credo, che, in generale, 
torneranno i medesimi Deputati. Tutti gli atti del. Go- 
verno sono in senso apertamente retrogrado. Ma il 
paese è tutto deciso a mantenere la libertà. Riverisco 
il Generale e gli amici; e ti abbraccio di cuore. 

Tuo aff.o fratello, 

Cario. 

Al Signore 
n Sig. Alessandro Poerio , 
presso il Generale G. Pepe, Comandante 
dell'Esercito Napolitano, 
in Bologna. 



XXXIX. Savino S&vini ad Alessandro Poerio 

26 Maggio. 
Caro Poerio, 

Fra poco, gl'inviati di Milano (173) faranno un gi- 
ro in città colla vettura, come intendevi di far tu. E 
però, se vorrai essere loro compagno, rispondimi su- 
bito. 



Tuo 

S, Sa vini. 



Alloggiano al Pellegrino. 

Al Barone Poerio 
N.* 40, Grande Albergo, 
presso S. E. il Generale Pepe. 



— 58 — 

XL. Giuseppe del Re ad Alessandro Poerio 

Mio carissimo Alessandro 

Poche parole, per dirti, che io sono a Roma: e puoi 
bene intenderne il perchè. Quanti orrori, quante in- 
famie, quante sciagure ! Pure, fra tante tristezze, è 
venuta ieri a consolarmi la nuova di un'azione gene- 
rosa, eroica. Evviva il General Pepe! evviva i no- 
stri prodi soldati ! Con te, poi, mi congratulo di cuo- 
re assai più , pensando quanta parte hai tu dovuto 
avere a cosi magnanima risoluzione. Iddio protegga 
ora, con le armi Italiane, le nostre. All' ottimo Ge- 
nerale i miei ossequi ed auguri; e porgine altrettan- 
ti da parte dell'amico Massari (174). A te, poi, mando 
mille abbracci, ed una preghiera ardentissima: di man- 
darmi sempre, che puoi, tue nuove e de'nostri soldati. 
Pensa con che ansia noi ne aspettiamo, ogni gior- 
no , ogni momento. Io ti mando invece una lettera 
del nostro Pontefice, pubblicata or ora (175). Non è 
quanto desideravasi; ma essa è tale, che ha conten- 
tato almeno taluni, ed ha acquetato molte appren- 
sioni. Addio ; mio caro Alessandro , addio di cuore. 
Salutami Damiano (176) ed Ulloa. 



Roma, 27 Maggio. 



lì tuo afllroo 

G. del Re. 



All'Egregio 
Signor Alessandro Poerìo. 
(Presso il Generale Pepe) Posta Restante, 

Bologna: 



— 59 — 

ZLL Luigi de Tschudy ad Alessandro Poerio. 

Pregiat. sig. Barone , 

Le rimetto una lettera della Baronessa, Sua ma- 
dre; come pure L'avverto, averle spedito una valigia 
e due cappelliere, per mezzo della Diligenza: il tutto, 
diretto a Lei, ma raccomandato, pel sicuro ricapito, 
al Signor Savino Savini. E , pregandola a volermi 
comandare, sono, di Lei, 



Livorno, li 27 Maggio. 



dev.mo servo ed amico , 

Luigi de Tschudy. 



All'Egregio Uomo 
n Sig. Barone Alessandro Poerio. 
Raccomandate, pel sicuro ricapito, 
al signor Savino Savini, 
Bologna. 



ZLII. La Carolina Poerio -Sossisergio e Carlo Poerio 

ad Alessandro Poerio 

Napoli, 27 Maggio 1848. 

• Mio carissimo figlio, 

Spero, che, col tuo arrivo in Bologna, avrai ri- 
trovata la tua roba ed una decina di lettere. Io, 
caro figlio , specialmente dopo il 15 , ti ho scritto 
spessissimo, per farti stare al corrente circa la no- 
stra buona salute. Questa lettera, la porterà un a- 



- 60 — 

mico in Livorno; e la metterà alla posta per Bolo- 
gna (177). Son persuasa, che tutti i tuoi godimenti, 
a Venezia, sono stati amareggiati dalle nuove del, di- 
sastro di Napoli. Qualche volta, temo , che qualche 
reazione ci sia stata sii i Napolitani. Qui, la truppa si 
è portata da cannibali, tanto la Guardia Reale quanto 
gl'infami Svizzeri (178). È vero, che il partito de'pazzi 
hanno spinto le cose a tale eccesso; e tutto ciò, per 
pochi sciocchi, che hanno creduto, che bastava grida- 
re per ottenere, anche le cose al di là del possibile. 
Poche centinaja si sono battute per nove ore; e di 
quelli che erano più esaltati, rari erano quelli, che si 
battevano (179). Il campo di battaglia fu da Palazzo, 
S. Ferdinando, Largo del Castello, Fontana Medina, 
Monteoliveto. Li finiva la strage. Il palazzo Ricciardi 
fu l'ultimo olocausto; il resto di Napoli era tranquil- 
lo , meno che S. Lucia, i cui marinari fecero mos- 
sa (180). Quando si entrava in una casa , gli Svizzeri 
la Guardia Reale prendevano tutto il prezioso; e poi 
chiamavano i lazzari per la mobilia grossa. Quanto 
quanto ho ringraziato la Provvidenza di non es- 
serti trovato in Napoli! I primi giorni si dicevano 
tanti morti , ma man mano vennero risuscitando e 
te li vedi comparire. Credo, che ai Veneziani sarà 
passata la simpatia verso di noi, quando hanno inteso 
questa piccola iS. Barthélémy, con la differenza, che 
quella sagrificò i suoi nemici e questa ha trucidato 
gl'innocenti ed i suoi propri partigiani. Qui si vo- 
ciferano i fatti di Vienna : si spera imminente la di- 
soluzione dell' esercito (181). Qui si è molto sdegnati 
verso Cosa, perchè dicono, che non aveva ordine di 
andare a Venezia (182). La tua descrizione mi ha fat- 
to veramente piacere. Nulla mi hai detto però della 



— 61 — 

strada di ferro. Addio. E mezza notte. Ho dovuto 
scrivere ad Enrico. Ti benedico. 

A.fr.ma madre, 

Carolina. 

28 Maggio 1848. 

Carissimo fratello, 

Ti scrivo due righe, per dirti la posizione delle co- 
se. Il paese (mi duole il dirlo) si è mostrato molto al 
di sotto della sua situazionp. Le Provincie, dopo vani 
clamori e superbe e gonfie minacce, per ora, non 
han nulla fatto. Cosenza ha fatto di peggio: poiché 
ha sciolto finanche un Comitato di sicurezza, prese- 
duto dairintendente e di cui era uno de' membri il 
Comandante della Provincia (183). Di Salerno non 
ti parlo, giacché i quarantamila uomini di Carduc- 
ci sono iti in fumo (184). Lecce poi ha stomacato 
tutti, poiché, dopo aver proclamato balordamente la 
repubblica, non ha saputo resistere ad una mossa con- 
trorivoluzionaria, e, dopo ventiquattro ore, si é sot- 
tomessa al Governo (185). Il quale , dal canto suo, 
è in aperta reazione di uomini e di cose. Con tutto 
ciò , la massa della nazione pare , che voglia final- 
mente seguire il consiglio degli uomini sapienti, af- 
finché le camere possano riunirsi al più presto, e ri- 
guadagnino il perduto ascendente morale, usando con 
arte ed opportunamente dei suoi diritti. Io sono, qui, 
sulla breccia, con Emilio, con Bavarese (186), con 
Capitelli e con tutt'i buoni, che non abbiam voluto 
disertare il posto di onore in tanto pericolo. Tutti 
abbiam dichiarato aperta guerra al Bozzelli ed al 
Ruggiero; e facciam ogni sforzo , perchè il paese si 



— 62 — 

ricordi di essere Italiano. Se le cose andranno (come 
spero) bene nell'alta Italia, persuaditi, che qui risor- 
geremo. Ma ci vuole tempo e prudenza. Qui, la opi- 
nione liberale è rappresentata da un partito; e parti- 
to poco numeroso. Quando io lo diceva , e racco- 
mandava la temperanza civile, non mi volevan cre- 
dere. Ora rhan veduto, l'han toccato con mano; ed 
i più avventati han ricorso alla fuga, come estremo 
rimedio, lasciando il paese nella più tremenda posi- 
zione, da essi in gran parte provocata con le esor- 
bitanze d' ogni maniera. D' altra parte il Governo 
s' era preparato da lunga pezza ; ed , in qualunque 
evento, al primo atto di energia del Parlamento, si 
sarebbe corso alla violenza, al sangue ed alla rapi- 
na (187). Addio: cura la tua salute, e non pensare a 
venire, per ora. Ti abbraccio di cuore , 



Tuo aff.mo fratello, 

Carlo. 



Al Signor 

Il Sigr Alessandro Poerio. 

Presso il Tenente Generale^ 

Comandante del Corpo Napoletano, 

Bologna, 



XLm. Alessandro Poerio alla Carolina Poerio-Sossisergio 

Carissima madre , 

Finalmente, questa mattina, mi è giunta un' altra 
vostra lettera, in data de' 24; lettera, che io aspet- 
tava con grande impazienza, perchè, dopo quella del 
di 20, non ne avea ricevuto alcuna. 



- 63 — 

Mi consolo nel sentire, che voi, mio fratello e gli 
altri parenti stiate bene. Resto inteso di quanto 
soggiungete. E facile, che fra un pajo di giorni io 
lasci Bologna col Generale , che è in buona sa- 
lute. 

Anch'io, lode al Cielo, fra tante contrarietà, pos- 
so lodarmi della salute mia. Credo, che saranno con 
noi tutt'i nostri compagni di viaggio, od almeno la 
. massima parte. Vi scrivo per lo stesso mezzo , pel 
quale voi avete scritto a me. 

Ebbi la roba puntualmente , e vi ringrazio. Sa- 
vino Savini mi dimostra molta amicizia e vi sa- 
luta. La Contessa Gozzadini vi dice tante cose; essa 
mi colma di attenzioni, se non che mi manca il tem- 
po di accettarle tutte. Ieri, desinai da lei. 

Abbiate cura della vostra salute, voi e Carlo. Io 
credeva ricevere lettere vostre e sue da altro luo- 
go. Ad ogni modo, scrivete quanto più spesso po- 
tete; ed io esattamente risponderò. 

Rassicuratevi sul conto di Enrico. La sua ferita 
fn cosa leggiera; e so, eh' è già fuori letto. Trovasi 
ora a Coito. Egli si è molto distinto; e più volte è 
stato mentovato con meritata lode ne' pubblici fogli. 
Il Generale ha ricevuto in questo momento una 
lettera del 22; e gli duole molto sentire, che [suo 
fratello] non istà bene (188). 
Come vi ho accennato di sopra, seguirò il Gene- 
. rale, ch'è fermo di varcare il Po: ma, le lettere, piac- 
ciavi sempre dirigerle a Bologna, donde mi saranno 
fedelmente mandate, dove sarò. 

Addio, carissima madre; a rivederci in tempi mi- 
gliori ; a me piacerebbe, peraltro, saper voi e Carlo 



— 64 — 

fuori [Regnò], Serbatemi il vostro afifetto ; e cre- 
detemi 

Bologna, 29 maggio 1848. 

v.o aflfmo figlio, 

Alessandro. 

Alla Nobil Donna 
La Signora Baronessa Carolina Poerio. 

Strada del Salvatore n.^ 5. 
Napoli, 



XLIV. La Teresa Gozzadini-Serego-AUighieri 
ad Alessandro Poerio 

Pregiat. sig/® ed amico, 

Se domani, a 2 ore pomeridiane, Ella è in libertà 
d' altre occupazioni, sarò al Suo albergo a prenderla, 
per visitare la Contessa Martinetti (189) e la Marche^ 
sa Mariscotti (190) , come abbiamo concertato ieri. 
Mi creda, 

(Martedì sera). (191) 

Sua aff.ma, 

Gozzadini. 



XLV. La Carolina Poerio^ossisergio ad Alessandro Poerio. 

Mio carissimo figlio, 

Dopo la tua del 18 da Venezia, sono al buio sol 
tuo conto , essendo anche l'amico Flqrestano privo 
di lettere del fratello. Ignoro , se ti sei trovato in 
Bologna, allorché la truppa è partita di 11 per pas- 



— 65 - 

sare il Po, quel fiume, che dev'essere spettatore di 
tremende lotte. Io, tuo fratello e la nostra famiglia 
ed i conoscenti stiamo bene. Tuo fratello è nel tuo 
appartamento , perchè più fresco. Giorni sono , ti 
scrissi a lungo, per mezzo di un amico, che partì per 
Livorno. Ora, al momento, mi si presenta un'altra 
occasione; e ne profitto. Qui, si sta in calma, di quel- 
la calma, eh' è de' morti. Tutti gli amici, che di te 
s' interessano, ti salutano. Carlo è fuori casa, perciò 
non ti scrive. Non so il numero delle lettere, che ti 
ho scritte, dal 18 in poi. Addio, ti abbraccio e be- 
nedico. Tante cose al Generale. Sono tua 



Napoli, 31 Maggio 1848, 



Al Sig. Barone 
Alessandro Poerìo. 

Al quartiere generale 

del Generale Guglielmo Pepe, 

Bologna. 



aff.ma madre, 

Carolina, 



XLVI. Alessandro Poerio aUa Carolina Poerio-Sossisergio 

ed a Carlo Poerio 

Bologna, 31 maggio 1848. 

Carissima madre, 

Dopo la lettera del 20, ho ricevuto le altre due 
del 24 e del 25. Alla prima, ho risposto con lo stesso 
mezzo, pel quale mi pervenne; mando la presente con 
occasione sicura. 

Se ho motivo di consolarmi, sentendo, che state 
bene, come anche il mio caro fratello e Carlotta e 

5 



— 66 — 

tutt' i parenti , ad eccezione di Antonia , non posso 
tacervi, che mi tiene in grande ansietà e non mi la- 
scia riposo alcuno , il mutato vostro proponimento. 
Secondo quel , che accennavate nella vostra lettera 
de' 20 , io sperava riceverne, fra pochissimi giorni, 
un' altra da Civitavecchia o da Livorno. A che ri- 
maner più a lungo nel Regno? Costà , per legge e- 
terna di storia , si prepara una serie inevitabile di 
avvenimenti luttuosi. Venite via , per carità , voi e 
Carlino , venite via al più presto possibile. Altret- 
tanto vorrei, che facessero Emilio e Carlotta. Non vi 
giunga invano questa mia lettera ; non isperate tran- 
quillità in cotesto paese. Il Generale si unisce meco, 
nel darvi questa preghiera. Egli è in una posizione 
difficilissima; ma, fra tante contrarietà, mostra forza 
d'animo e perseveranza di volere meravigliose. Anco 
la salute è migliore, che non dovrebbe poter essere, 
in mezzo a cosi vivi e continui dispiaceri. Solo, di 
scrivere al fratello, non ha coraggio; se potete, fate 
saper voi a Florestano, che Guglielmo sta bene. Con 
molti con pochi, tra i quali sarò io, egli passerà il Po 
certamente. La prima divisione, datasi alla indiscipli- 
na ed incamminatasi a Ravenna, in aperta disubbi- 
dienza agli ordini ricevuti, ha forzato il Colonnello e 
gli uffiziali a guidarla nella turpe fuga. Parecchi uf- 
fiziali sono giunti a mettersi in libertà , e son tor- 
n nati a Bologna. Il Colonnello Lahalle (qualunque 
; fosse il suo pensare in politica ) indegnato da tanta 
turpitudine delle truppe, è morto alla romana, ucci- 
l dendosi, per non farsi strumento di così estremo di- 
tf sonore. Qui, chi più assicurava il Generale, di esser 
1 pronto col suo reggimento a partire, più gli manca 
i air uopo ; parlo del dispregevole, del turpissimo 06- 



— 67 — 

lonnello Cutrofiano, il quale, con subdole arti di rag- 
giro, nelle quali è a meraviglia valente , era giunto 
a far credere a Guglielmo Pepe, ch'egli fosse il più 
volenteroso di passare il Po (192). I volontari non 
mancheranno certamente ; e molti uffiziali di caval- 
leria e d'artiglieria verranno anch'essi. Potete imma- 
ginare quale impressione faccia ai Bolognesi la igno- 
minia di questi nostri sgherri, che usurpano il nome 
di soldato (193). 

La Gozzadini vi saluta caramente: essa mi mor- 
tifica, colmandomi di gentilezze. Ieri, fui a pranzo dal 
Marchese Calcagnini di Ferrara, da più anni sta- 
bilito in Bologna. Egli, sempre memore dell'amicizia 
con la felice memoria di mio padre, vi dice molte cose 
amichevoli (194). 

Vi rammento il ritratto ed il calamajo della felice 
memoria , ed un portafoglio di nastri a scacchi , il 
quale è nel mio segretario , e dentro il quale è una 
carta, che contiene i capelli del mio buon padre. Por- 
tateli con voi. 

Vi bacio la mano; e, chiedendovi la materna bene- 
dizione, mi ripeto, 

V.® aff.mo figlio, 

Alessandro Poerio, 

Carissimo fratello, 

Leggerai quel, che scrivo a nostra madre , e saprai 
la situazione del Generale e mia. Ad ogni modo, non 
mancheremo al certo a noi stessi. Di quella del Re- 
gno non ho notizie precise; ma, dagli atti del Governo, 
stampati ne'pubblici fogli, e da' pochi cenni delle let- 
tere tue, ne raccapezzo abbastanza, per intendere, che 
la cosa non va. Che fiducia può esservi più , dopo le 



— 68 — 

stragi commesse ? Che vuol dire il procedere a nuove 
elezioni ? Non sono stati forse i Deputati dispersi dalla 
più iniqua violenza, prima che fossero costituiti in ca- 
mera effettiva ? Se il paese acconsentisse, ad elegger 
di nuovo i Deputati, secondo la legge bozzelliana, da- 
rebbe causa vinta al Governo. Dio noi voglia. Tu ed 
i buoni serbatevi a tempi migliori. Dammi la consola- 
zione, di ricevere presto tue lettere e della nostra otti- 
ma e veneranda madre, da Civitavecchia o da Livorno. 
Potreste venir qui, dove trovereste amici veri ne'con- 
jugi Gozzadini. Anco il Marchese Calcagnini mi mo- 
stra benevolenza somma. Addio. Ho scritto oggi ad 
Enrico, il quale è a Coito. Si è molto distinto. Della 
ferita è quasi risanato ; ma pare, che la sua salute sia 
indebolita, come mi dice Leopardi. Ha ricevuto, pel 
suo valore, una decorazione da Carlo Alberto. Addio 
di nuovo. Ti abbraccia caramente 



il tuo aff.mo fratello, 

Alessandro, 



Alla Nobil Donna 
La Signora Baronessa Carolina Poerio. 

Napoli, 



XLyn. Alessandro Poerio a Niccolò Tommaseo 

Bologna, 31 Maggio 1848. 

Caro Tommaseo, 

Dapprima non vi scrissi, sperando, che presto a- 
vremmo passato il Po; in appresso, mi son taciuto, 
per vergogna delle infamie di questi sgherri, che usur- 
pan nome di soldati; ma la colpa è degli ufficiali, i 
più di loro atrocemente devoti alla tirannide, e tanto 



— 69 — 

stolti, da credere, ch'essa sia per trionfare ultima- 
mente. Ricorderete, come io, in Venezia, stentassi a 
credere, che questa sbirraglia, contro gli ordini Fer- 
dinandei, combatterebbe per la causa Italiana; poi, 
le notizie di Bologna, che voi deste, mi fecero spe- 
rar meglio ; ora, ogni illusione è svanita. Un de' Co- 
lonnelli, forzati dalle truppe ribellate, a guidarle nella 
turpe fuga verso Ravenna, sì è (benché fosse tenu- 
to un accanito realista) per punto d'onore militare, 
ucciso con un colpo di pistola (195). Temo forte, che, 
alla fine, il Pepe non avrà seco, per passare il Po, 
che i volontari (circa cinquecento giovani) ed un certo 
numero di uflSziali e sotto-uffiziali di cavalleria e di 
artiglieria , a' quali l' infamia de' loro compagni fa 
ribrezzo , ed aggiunge animo per la causa buona e 
santa d' Italia. 

Non moltiplico in parole: il resto saprete da Za- 
netti (196). Ossequio i membri del Governo Prov- 
visorio, segnatamente il Manin. Ed, abbracciandovi, 
mi raffermo 

v.<* aff.mo, 

Alessandro Poerio. 

P. S. Date, di grazia, l'acclusa al signor Camillo 
Campana, nipote del Console napolitano. 



XLVIII. Giuseppe Del Re ad Alessandro Poerio. 

Roma, 2 Giugno 1848. 

Mio carissimo Alessandro , 
Ho ricevuto, stamane, una tua lettera; e puoi bene 
immaginare di quanta consolazione mi sieno riusciti. 



— 70 — 

i tuoi caratteri , come, per contrario , son rimasto 
rattristato , sentendo le tante perversità di coloro , 
a'quali più doveva cuocere V onore del nostro di- 
sgraziato paese. E quel , eh' è peggio , apprendo or 
ora da Sterbini (197), che nessuno de'nostri voglia 
più partire per la guerra. Possibile tanta infamia? 
Dunque, saremo noi svergognati in faccia all'Italia, 
in faccia ali* Europa ? Meno male , che i nostri ma- 
rini siansi decisi, sol essi, a non ritornare. Questa, 
almeno, è la nuova, giuntaci iersera, per mezzo 
di staffetta ; Dio faccia, che sia vera ! (1 98) Dopo 
tante sciagure, dopo tante apostasie, l'animo è chiu- 
so ad ogni buona speranza. Avrai saputo , a que- 
st'ora, le notizie del nostro paese, fino al giorno 30: 
che. vi fu, cioè, in quel giorno, una nobile manife- 
stazione di più centinaja di persone, vestite a bruno, 
per la via di Toledo; che, la sera, voleasi uscir di 
teatro alla comparsa del Re ; che , per ciò , non vi 
fu spettacolo; che la squadra francese non fece la 
salva di onore; che ogni giorno si arrestano nostri 
amici; che il povero Alessandro Marini (199) è te- 
nuto sotto chiave ; che il General Ruberti è stato 
dimesso dal suo posto, per non aver tirato il giorno 
15 sopra la città. Come vedi : lo spirito pubblico è 
buono; il governo imperversa sempre più. Le Pro- 
vincie , poi , sono , presso che tutte , in agitazione : 
specialmente le Calabrie, Basilicata e Salerno. Esse 
sonosi staccate dalla capitale; e si preparano ad u- 
na vigorosa resistenza. Degli Abruzzi , quel , che 
so, è questo: che il castello è in mano della guar- 
dia Nazionale, e che quattromila uomini erano stati 
spediti dal Governo verso Solmona e poi richiama- 
ti (200). A quel, che pare, Y in fame fa capitale sulle 



— 71 — 

forze, che tornano da Bologna, per reprimere i moti 
degli Abruzzi. Ma la sbaglia, per Dio!... Ho ricevu- 
to, questa mattina, lettera del nostro amico di Aqui- 
la (Marchese), il quale mi scrive, che mi attende in 
Rieti (201); ed io partirò domani, in compagnia d'un 
altro amico. Questa notte, partono sette altri de'no- 
stri, per la volta di Sicilia: e tutti con la stessa in- 
tenzione. È fra questi mio cognato, il quale ti ab- 
braccia caramente (202). I Siciliani sono bene di- 
sposti per noi; e. faran causa comune. Or Dio prov- 
vegga! Se le nostre condizioni sono triste, quelle del 
nostro trucidatore sono anco peggiori; ed, ormai,* 
la sua sentenza è firmata (203). Mi consola assai 
sentire, che il nostro Enrico facciasi onore. Oh lui 
beato, che spende le sue forze per una causa san- 
tissima ! Se riceverai altre sue nuove , dammele ; 
e così degli amici tutti, che sono ancora per noi e 
con noi. Dirigimi le tue lettere a Rieti (posta re- 
stante); e non dimenticare chi, abbracciandoti mille 
volte, si ripete di cuore 

il tuo affezionatissimo 

P. Beppino Del i?^] 

P. S. Sento or ora le notizie di Milano. Che altra 
calamità ! (204) = Mi dimandi nuove degli amici, fug- 
giti da Napoli. Eccotene. Son qui: Carducci, SaU- 
ceti (205); Bellelli (206); Romeo (padre e figlio) (207); 
Salofia (208); Zuppetta (209); Petruccelli (210); i due 
Curioni (211); de Agustinis (212); de Vincenzi (213); 
Dorotea (214); de Blasiis (215); Porcaro (216); e Mi- 
randa (217), di Ariano (218) ecc. ecc. ecc. 

Qui, quanti sono Italiani non fanno, che benedire 
il nome del Generale Pepe. Io fo altrettanto, con tutti 



— 72 — 

i nostri. Avevamo preparato un indirizzo per lui : 
ma fu opera perduta. Tanti rispetti, intanto, da par- 
te di tutti, e specialmente di me , che onoro in lui 
r ottimo cittadino. = Mi dimenticavo dirti , che il 
nostro Carlo non è stato, fin qui, molestato affatto. 
Ricevetti, ier l'altro, lettera di mio padre, il quale 
mi diceva di aver ricevuto una sua visita. = L'ot- 
timo Massari ti rende tanti carissimi saluti; e si rac- 
comanda alla tua amicizia, della quale si onora al- 
tamente. 

Non iscrivo al mio carissimo Damiano ; per- 
chè il tempo è nemico a questo mio desiderio. In- 
tanto, abbraccialo caramente, per me, e da parte an- 
che di Massari. Fa lo stesso con l'amico Ulloa. 



XLIX. Alessandro Poerio alla Carolina Poerio-Sossisergio 

ed a Carlo Poerio 

Bologna, a di 3 Giugno 1848. 

Carissima madre, 

Dopo la vostra del 25 scorso maggio, non mi era- 
no pervenute altre vostre lettere; ed era molto in- 
quieto, quando, stamane, sulle insistenze del mio amico 
Savini , fatto diligenza tra le lettere de' militari, ne 
ho avuto sette ad un tempo: le altre arretrate, l'ul- 
tima in corrente, essendo de'28 maggio. 

Se mi consola, da una parte, il sentirvi tutti bene, 
mi desola, dall' altra, la risoluzione di rimanere nel 
Regno; e più lungamente scrivo di ciò a Carlino. La 
Contessa, la quale, unitamente al marito, caramente 
vi saluta, s'incarica di far si, che questa vi sia ri- 
capitata in mani proprie. 



— 73 — 

Domattina, partirò per Ferrara con gli uffiziali di 
Stato Maggiore; e, forse, anche iji Generale si avvierà 
a quella volta, nel corso della giornata. Vi ho già 
scritto (parimenti con sicuro ricapito) della ritirata , 
piuttosto fuga, della prima divisione verso il Re- 
gno: il che è dovuto al contrordine, venuto da Na- 
poli, circa il passaggio del Po; ma la cosa è stata 
anche più precipitata, per la inettezza del Cardinal 
Ciacchi, il quale insistè, perchè quelle truppe uscis- 
sero di Ferrara (219). Di cinquemila uomini , soli 
trecento circa son riusciti a tornare indietro verso 
il Po: molti e molti altri ben disposti, essendo trat- 
tenuti dalla massa. Al Colonnello Lahalle, che non 
volle sopravvivere all'onta, di esser costretto a capi- 
tanare questa turpissima fuga, ieri, il 2.° battaglio» 
ne de' volontari celebrò solenni funerali nella Chiesa 
di S. Francesco (220). 

Cerillo non è ancora tornato (221); siamo in som- 
ma incertezza , parlo per gli altri , che , in quanto 
a me, non credo sia per venire l'ordine, da noi de- 
siderato. Con pochi molti, il Generale e noi altri, 
che siamo con lui, passeremo il Po. Chi avrebbe detto, 
che i tempi , i quali pareano destinati a riabilitarci 
nel cospetto dell'Europa, dovessero, invece, esser tem- 
pi di nuova infamia napoletana (222)? 

Saprete le nuove del campo di Carlo Alberto; gran 
vittoria da lui riportata, a Coito, sopra circa trenta- 
mila Austriaci. Cosi furono vendicati i Toscani, che, 
il giorno prima, assaliti alle Grazie, sotto Mantova, 
da forze quadruple, furono rotti con mortalità gran- 
de, specialmente nel battaglione universitario. Il no* 
giro Pilla (223) fu ucciso, e ferito il Professor Mossot- 
ti (224). Ma , s' è vero, come fermamente si crede , 



— Te- 
che sia morto anche il mìo caro Montanelli, è que- 
sto uno de' più vivi dolori , che io potessi provare. 
La mia salute, in mezzo a tanti dolori, è bastante- 
mente buona. Scrivete. Vi bacio la mano; e, chie- 
dendovi la materna benedizione, mi ripeto 

v.o afT.mo figlio, 

Alessandro. 

Carissimo fratello, 

Resto inteso di quanto mi dici , nella tua lettera 
de'28; ma, francamente, ti dirò, che non posso ap- 
provare , anzi neppure intendere quel , che tu ed 
Emilio e gli altri, che mi nomini, state facendo. Ti 
ripeto quel, che ti ho già scritto ; che l'acconsentire 
alla nuove elezioni è un darla vinta alla tirannide. 
Soli Deputati legittimi della nazione son quelli, che, 
il 15 maggio, furono sciolti dalla violenza, prima di 
esser definitivamente radunati. Non veggo, che coloro, 
i quali si sono allontanati, debbano esser tacciati di 
viltà; non veggo, che lo star sulla breccia, come'dici, 
sia utile al paese : anzi, l'accettare una rielezione è 
lo stesso, che vulnerare i diritti nazionali, fatti salvi 
dalla protesta. Vieni via, per carità, con nostra ma- 
dre ; lo stesso dico ad Emilio ed alla sua famiglia. 
Ti prego e scongiuro, quanto so e posso, di lasciar 
cotesto misero paese ; non sarà diserzione, per Dio, 
ma più efficace difesa. 

Intorno a questo punto, non vi sono due opinioni 
dal Garigliano in qua. Ne' campi di Lombardia , si 
decidono le sorti di tutta Italia. Fa sapere a Flo- 
restano, che il fratello sta bene, e, fra tante contra- 
rietà, serba l'animo costante e sereno. Continuate a 



- 75 — 

scrivermi a Bologna, con raccomandazione di rica- 
*pito a Savino Savini, che avrà cura di farmele per- 
venire. Di Enrico non ho nuove recenti ; gli scrissi 
giorni fa. II 24, seppi da Leopardi, eh* egli era al- 
quanto malandato in salute; della ferita era presso- 
ché guarito. Spero, riceverne nuove in breve. A Par- 
rilli ed Imbriani tante cose amichevoli. Se mi. ami, 
fa, che io riceva presto lettere tue e di nostra ma- 
dre da fuori Regno. Ti abbraccia 

il tuo aff.mo fratello, 

Alessandro, 

Alla Nobil Donna, 
La Signora Baronessa Carolina Poerio, 

Strada del Salvatore n.^ 5, 2.° piano 
NapolL 



L. Carlo Poerio a Raffaele Poerio 

Napoli, 8 Giugno 1848. 

Carissimo zio, 

Mentre, da una parte, mi ha riempito di gioja la 
notizia del vostro felice arrivo in Marsiglia, sono ri- 
masto estremamente dispiaciuto, nel sentire, che non 
vi era pervenuto alcun mio foglio. Io vi ho scritto 
non appena mi giunse la vostra cara lettera, in cui 
mi annunziavate la vostra determinazione, di accet- 
tare l'onorevole invito del Governo Lombardo, e mi 
richiedevate, se la vostra famiglia poteva sicuramente 
yenire in Napoli. Nel mio foglio , io vi diceva : 
che la famiglia poteva liberamente venire; che i vostri 
figli avrebber trovato ogni naaniera di ajuti, per i- 



— 76 — 

struirsi; e prendere una carriera; e che aveva pre- 
parato in casa due ottime stanze, per ricevere la cara 
zia e la famiglia, con quell'afifetto e quella espansione, 
per parte della mia buona madre, che li ama di tutto 
cuore... Posteriormente ho tornato a scrivere; e sem- 
pre per mezzo del Ministero degli Affari esteri, che, 
allora, era occupato dal mio ottimo amico Marchese 
Dragonetti. Immaginate dunque il mio cordoglio, nel- 
l'apprendere, che, alla vostra partenza da Aìgieri, non 
vi erano ancora giunte le mie lettere. Se, come debbo 
supporre dietro la prevenzione ricevuta per mezzo 
di codesto ottimo console de Martino (225), zia Maria 
Teresa è rimasta in Africa, le lettere, a quest'ora, le 
saranno certamente pervenute. Ad ogni modo, se la 
medesima è in viaggio co' figli, potete ben credere 
con quanta premura noi V attendiamo. 

Dopo la funesta catastrofe del 15 Maggio, e la 
carneficina ed il sacco, che ne seguirono, lo stato del 
paese è divenuto spaventevole. Io ho dovuto assi- 
stere a tutta l'orrida scena, poiché, nella qualità di 
Deputato (per la doppia nomina di Napoli e di Terra 
di Lavoro) dopo avere assistito alla seduta prepara- 
toria, che si prolungò fino alle 5 dopo la mezzanot- 
te, fui destinato con Capitelli, Imbriani e Pica (226), a 
trattar col Ministero, per ottenere, che, secondo la pro- 
messa, il Re aprisse o facesse aprire, per mezzo di 
un Commissario Regio, le Camere, per quello stesso 
giorno, alle due. Ci recammo al nostro destino, at- 
traverso le barricate, eh' erano state costruite nella 
notte; e, giunti in Consiglio ed esposto il nostro mes- 
saggio, tutto ottenemmo con un Decreto Reale. Ma 
ersL fatale, che si versasse il sangue cittadino; poiché, 
in quello stesso momento, cominciò la fucilata e la 



— 77 — 

mitraglia. Certamente, le barricate furono una im- 
perdonabile imprudenza ed una provocazione intem- 
pestiva, poiché la Guardia Nazionate, che era scissa, 
non rispose in gran parte air appello, ed il popolo 
era apparentemente indifferente; e fu poi una osti- 
nazione colpevole quella, di non voler togliere le bar- 
ricate, disconoscendo la voce del General Comandante 
(jabriele Pepe, e de'suoi Colonnelli de Conciliis (227), 
Piccolellis (228), Letizia (229; e Gallotti, che tutti fu- 
ron trattati da traditori da que' furiosi, che impugna- 
rono i fucili per disfarsene (230); e fu doppiamente 
colpevole quel rifiuto , quando la Camera , con un 
suo aflSsso in istampa, comandò, che le barricate 
fossero tolte , giacché tutto era stato accomodato 
col Governo (231). Io riconosco tutto questo. Ma, 
d' altra parte, osservo: che l'aggressione , per parte 
de' soldati, era preparata di lunga mano; ch'essi e- 
rano ferocemente aizzati contro la Guardia Nazio- 
nale; che nulla si fece per impedire il fuoco, o per 
mettervi un termine , o almeno per impedire il be- 
stiale furore di quei cannibali ; che il popolo era 
già preparato, per dare addosso a' liberali ; che si 
eran raccolti in Napoli oltre ventimila uomini ; che 
invece e lungi di punire i colpevoli di si nefandi ec- 
cessi^ sono stati sfacciatamente premiati con deco- 
razioni, promozioni e pensioni. Il peggio si è, che il 
novello Ministero, mentre proclama l'inviolabilità del- 
lo Statuto, lo fa ogni giorno a brani, e sospende tutte 
le guarentigie. Disonora il Paese, richiamando la flotta 
e l'esercito spediti in sostegno della causa Italiana ; 
conculca ogni principio, sciogliendo la Camera non 
ancora aperta; si dà ad ogni specie di reazione, nelle 
leggi e nel personale : in somma , prepara a tutta 



— 78 — 

possa l'anarchia, sciogliendo la Guardia Nazionale, e 
lasciando i cittadini a discrezione di una truppa, avida 
di sangue , e di -un popolaccio, avido di rapina. Le 
novelle elezioni debbono farsi tra otto giorni; ed, in- 
tanto, il Governo, con ogni mezzo più inverecondo, 
cerca espellere dalla candidatura gli uomini indipen- 
denti e capaci, e sostituirvi persone indegne e ser* 
vili; e si mette di accordo co'Vescovi, per falsare la 
pubblica coscienza. Inoltre, prolunga l'illegale stato 
di assedio della Capitale, per impedire la stampa in- 
dipendente e non riordinare la Guardia Nazionale. 
Atterrisce il Re con mille voci sinistre; e lo tiene as- 
sediato in Palazzo. Per conchiudere: il Ministero pre- 
para , con tutt' i mezzi, l'estrema rovina di questo 
infelice Paese. Nelle Provincie, l'Autorità governa- 
tiva è quasi spenta; i tributi non si pagano; i con- 
gedati non tornano ; la leva nuova non si fa. Da per 
tutto si creano Comitati di sicurezza e poi si disfan- 
no. In Calabria s' istituiscono dieci Governi provvi- 
sori ; tutto è confusione ed anarchia. Una setta anar- 
chica s' impadronisce delle proprietà de' privati, e 
quindi irrita ed allarma i ricchi, e li rende devoti 
a qualunque governo, che prometta sicurezza. Anche 
noi ci siamo capitati; e, mentre la nostra famiglia fa 
tanti sacrifici per la patria e tutti a proprie spese, 
mentre Alessandro ed Enrico combattono in Lom- 
bardia, mentre voi abbandonate la vostra onorevole 
posizione per pugnare a prò della indipendenza Ita- 
liana, mentre io combatto col coraggio civile contro 
un Potere divenuto formidabile, i nostri coloni non 
pagano, e la guardia nazionale di Policastro s'im- 
padronisce della Sila e la divide tra i suoi abitan- 
ti ! Altri, poi, sognano, in mezzo a tanti impuri eie- 



— 79 — 

menti, di stabilire la repubblica. Altri parteggiano per 
Carlo Alberto. Altri aspettano il soccorso de'Siciliani. 
I fedelissimi aspettano il Russo ed il Turco ; gli an- 
glomani sperano nella Regina Vittoria ; i democra- 
tici, nel soccorso francese. Insomma, siamo nella Torre 
di Babelle; e, se il pietoso Iddio non ci ajuta, certo 
noi non ci ajuteremo. L'animo non regge al crucio 
di vedere, che, in mezzo a tanta gloria Italiana, noi 
senopre più ci copriamo di vergogna. 

Il novello Ministero aveva brutalmente destituito 
Luigi Vercillo, Intendente di Chieti (232). La sua sola 
colpa era quella, di aver dileguata una manifestazione, 
di tre in quattromila persone, con bandiera bianca, a 
favore del Re assoluto ; e gli avevano dato per suc- 
cessore il celebre Valla, antico gendarme, e rinne- 
gato del 1828 (233). Ma quelle popolazioni si sono 
opposte; Valla prudentemente non ha voluto andare; 
ed il Governo ha fatto di necessità virtù. Salvatore 
Ferrari non ha voluto esser Deputato. Il Ministero 
ha quindi creduto di doverlo premiare, e l' ha scelto 
per Intendente di Catanzaro; ma spero, anzi son cer- 
to, che non accetterà (234;. 

Mia madre^ in mezzo a tante angustie, sta lodevol- 
mente bene. Cosi anche zia Antonia. La famiglia Par- 
rilli gode buona salute: D. Michelangelo era nominato 
ano de' 50 pari. Imbriani, scelto anch' egli Deputato 
in due Provincie, aveva, fortunatamente, rassegnato 
il portafoglio, pochi giorni prima della tremenda ca- 
tastrofe. Zupi (235), qui presente, vi riverisce; il Go- 
verno gli aveva offerto di rientrare nell'esercito da 
basso ufficiale. Fra tutti i Ministri il più furioso è 
quello della Guerra, Principe d'Ischitella. Carrascosa 
ò tornato [?]; il fratello Raffaele è Ministro de' la- 



— 80 — 

vori pubblici. Bozzelli lo è dell' Interno, e s' immor- 
tala. Scrivetemi subito; e ditemi, dove debbo dirigere 
la lettera. 

V. affez.mo nipote, 

Carlo Poerio. 

P. S. Vi prego: di riverirmi il Conte Toffetti di 
Milano, che è stato inviato del Governo Provvisorio 
in Napoli , e domandargli , se ha ricevuto due mie 
lettere. 



LI. Alessandro Poerio alla Carolina Poerìo-Sossisergio 

Ferrara, a di 10 Giugno 1848. 

Carissima madre, 

Per quanto io possa immaginare le difficoltà, che, 
ne' tempi, che corrono, accompagnano la nostra cor- 
rispondenza epistolare, non so esser tranquillo, ve- 
dendomi affatto pri^vo di lettere vostre e di mio fra- 
tello. L'ultima, eh' ebbi, fu la letterina vostra de' 31 
Gennaio. Il Generale, oltre quella del 31 stesso, ne 
ricevette una di Florestano sotto la data de' 4 Giu- 
gno , ma non vi si facea menzione della mia fami- 
glia. Io vi ho scritto più volte ; vi ho pregata, stra- 
pregata, supplicata e scongiurata, non meno voi che 
Carlo, di lasciar cotesto infelicissimo paese. Io me- 
desimo non mi valgo del mezzo ordinario della po- 
sta, ben conoscendo, come sia rispettato, ad onta del 
famoso articolo apposito della costituzione de' 10 Feb- 
braio , il segreto delle lettere. 

Ma ho scritto più volte, raccomandando le lettere 



— 81 — 

mie pel ricapito a persone, che, certamente, han tro- 
vato modo di farvele pervenire. Non mi fate dunque 
stare in ansietà continua ; e datemi, jBnalmente, voi 
e Carlo, la consolazione , di veder giungere lettere 
vostre da Roma, da Livorno, da Firenze, da qualun- 
que città , che non sia Napoli. Il corso delle cose 
porta seco, che il Regno debba esser sempre più in- 
quieto ; questo è tanto inevitabile, che può dirsi fa- 
tale, e la quistione di costi è divenuta quistione Ita- 
liana. Frattanto, si spinge vigorosamente la guerra 
contro, gli Austriaci. Radetzki con Walmoden (236), 
Schwartzenberg (237), Thurn e Taxis, d'Asper, e coi 
due figli del Viceré (238), dopo la famosa rotta, avuta, 
il di 30 Maggio, a Goito, ha ripassato l'Adige, ed, in 
tre colonne, marcia dal Polesine, (ier Y altro era a 
Montagnana) mostrando di voler minacciare or Pa- 
dova, ora Vicenza;, ma pare, che il suo vero intento 
sia, o di rientrare in Verona, se può, o di aprirsi un 
varco alla ritirata pel Friuli o pel Tirolo. Il calcolo 
più esatto gli attribuisce circa sedicimila uomini. 
Se r esercito napoletano fosse già passato di là del 
Po, quegli sarebbe già incalzato alle spalle, in modo 
da dover forse arrendersi, poiché ha a fronte i Pie- 
montesi ed il Generale Durando co 'Pontifici. Ma spe- 
riamo, essere ancora in tempo. Il Generale fece, ier 
l'altro, varcare il fiume a Francolino (luogo, che voi 
ricorderete bene) da due battaglioni di volontari na- 
politani, a'quali se ne aggiunse uno bellissimo di Mi- 
lanesi, la maggior parte combattenti delle cinque 
giornate; e, ieri, furono raggiunti da un battaglione 
bolognese. Ma ciò, ch'empiè di gioia le popolazioni 
di qua e di là da quel maestosissimo fiume, si fu il 
simultaneo passaggio della batteria d'artiglieria na- 

6 



— 82 — 

poletana, con entusiasmo indicibile per la causa Ita- 
liana. Io mi trovai presente; e fu spettacolo vera- 
mente magnifico. Oggi, (fra poche ore) il Pepe, col suo 
stato maggiore, passa anch' egli , per trasportare il 
quartier generale a Rovigo ; e , nel tempo stesso , 
dà ordini precisi a' vari corpi di cavalleria e di fan- 
teria, che sono sparsi ed alloggiati in luogo diverso, 
di recarsi in quella città. Si spera , che non saran- 
no sordi alla voce dell'onor militare, e faranno am- 
menda delle turpe defezione della prima divisione, 
che ormai si avvicina a' confini del Regno. Anco 
fra que'disertori sono pertanto molti, che si vergo- 
! guano, di esser forzati, ad accompagnare una cosi vi- 
j tuperevole fuga. L' artiglieria , soprattutto , ha, più 
j volte, tentato, di tornare indietro ; ma la fanteria la 
tiene come prigioniera. Sperasi, peraltro, che, prima 
di giungere a' confini del Regno, quella turba indi- 
sciplinata si sbandi^ e così i buoni restino in 'libertà 
di raggiungere la bandiera. 

Checché ne sia, il General Pepe avrà fatto il do- 
ver suo; e, se mai fosse disubbidito (il che si crede, 
per altro, improbabile, ora, che le truppe sono dister- 
minate in vari siti e non han seco artiglieria) l'in- 
famia sarà tutta de' ricalcitranti ; e, forse, non pas- 
serebbero impuniti fra popolazioni irritate ed ener- 
giche. Speriamo il meglio, per l'onore del nome na- 
poletano e la salute d' Italia. 

Lascio detto, che mi mandino le vostre lettere die- 
tro ; abbiate l'avvertenza di aggiunger sempre, sulla 
sopraccarta: al Campo del General Guglielmo Pepe. 
Del ricapito di questa lettera, s'incarica il Conte Roc- 
chi (239) il quale ha tutt' i mezzi di far sì , che vi 
sìa ricapitata puntualmente. Cercherò, in Rovigo ed 



— es- 
ili Padova, altra buona occasione; e^ non trovandone, 
accluderò. la lettera al Conte o ad altra persona, in 
Ferrara o Bologna. 

Ho avuto un forte dolore: la nuova della morte 
di Montanelli, ucciso nel combattimento delle Gra- 
do ; poi , se n' è dubitato ; poi, si è data di nuovo 
per certa ; appresso, si è una seconda volta rivocata 
in dubbio , asserendosi esser semplicemente ferito. 
Quest* alternativa di forti emozioni , trattandosi di 
una cosi nobile vita e cosi importante all' Italia ed 
a me si cara, potete immaginare, quanto mi abbia 
scosso. Ad ogni modo, è conforto il pensare, ch'egli 
( s'è morto) è caduto gloriosamente, per la salute e 
libertà d' Italia ; e dicono, che, nel cadere , indriz- 
zasse queste parole al Capitano Malenchini (240): Fa 
fede 9 che muojo con la faccia volta al nemico. 
Anima grande e tenera e buona , abbiti pace nel 
Cielo, e culto perpetuo nel cuore d' ogni vero Ita- 
liant) ! Di Enrico ho saputo, che, rimesso già della 
sua ferita, combattè anch'egli alle Grazie; ma, lode 
al Cielo, non riportò alcun danno. Cosi mi si rife- 
risce, da persona, la quale vien di Toscana. In quella 
giornata memorabile, i Toscani, uniti a' Napoletani, 
fecero una resistenza eroica ; e non furono sopraf- 
fatti, che dal numero esorbitante degli assalitori; ep- 
pure , la perdita di costoro fu senza paragone più 
grave : i soli morti Austriaci furono duemila. Mori 
anche de' nostri il povero Pilla e un Calabrese a 
nome Vollaro (241) ; tra i feriti sono il Professor 
Biossotti , il Colonnello Laugier (242), e tanti, che 
sarebbe lungo a dire. 

Rafiaele, mio zio , è giunto in Milano, col grado 
di Generale, conferitogli dal Governo Provvisorio di 



— 84 — 

Lombardia, per assumere il comando di una brigata. 
Oggi stesso gli scrivo (243). Aspetto con impazienza 
vostre lettere e di Carlo e nuove di Luisa, Carlotta, 
e rispettive famiglie. Per carità, scrivetemi; e le let- 
tere vostre sieno da fuori Regno. Vi bacio le mani; 
e, t;on filiale tenerezza, mi ripeto 

▼ostro aff.mo figUo, 

Alessandro. 

P. S. In mezzo a tanti dolori ed emozioni ed an- 
sietà, non posso dolermi della salute. 



Ln. La Carolina Poerio-Sossisergio e Carlo Poerìo 
ad Alessandro Poerio 

Napoli, 10 Giugno 1848. 

Mio carissimo figlio. 

Mentre meno me Y aspettavo, ho ricevuto la tua 
cara lettera del 31, rimessa a mia sorella. Mi sono 
assai consolata della tua buona salute. Non ricevo 
più tue lettere per la posta; fai male, perchè le oc- 
casioni son rare; ed io sono in pena per la tua sa- 
lute. Dunque, caro figlio, scrivimi, sempre che puoi, 
per la posta, parlandomi solo di tua salute, perchò 
le altre cose si sanno dai fogli. Intendo le tue sol- 
lecitudini per noi; ma, grazie al cielo, ora, siamo 
tranquilli. Tuo fratello non potrebbe lasciare Napoli, 
ora, che è candidato; e poi, senza un'assoluta ne- 
cessità, senza poter disporre di una forte somma al 
momento, non potremmo avventurarci. Ma sta pur 



— 85 — 

tranquillo: non pensare a noi, ma pensa alla tua sa- 
lute. Di Enrico non ho ricevuto più lettere, dal di 
20 (scorso mese). Mi spiace sentire, che non si sia 
rimesso ancora; spero, che, se si è trovato nell'ultimo 
afiare, si sia portato bene. Sono stata assai dispia- 
ciuta per Montanelli. Capisco il tuo dolore. Lascio 
laogo a Carlo. Questa mia ti serva solo, per sapere 
la nostra buona salute, come quella di tutte le nostre 
famiglie parenti. Addio. Ti abbraccio e benedico. 



Aff.ina madre, 

Carolina, 



Al generale, tante cose amichevoli. 



Carissimo fratello, 

Godo, che la tua salute sia buona. Florestano ha 
ricevuta la lettera del fratello, del giorno 2. Egli sta 
nello stesso modo. La mia salute è ottima. Ti man- 
derò, per una occasione, il mio memorandum con- 
tro lo scioglimento della Camera, dimostrando la il- 
legalità di questa misura, violenta e dissennata (244). 
Con tutto ciò , siccome il Ministero , tra gli altri 
suoi pregi, ha quello della più matta caparbietà, ed 
il paese ha bisogno urgentissimo della Camera, per 
non cader neir anarchia, così tutt'i buoni fanno ogni 
sforzo , perchè le elezioni abbiano luogo e v' inter- 
vengano gli onesti, per rinominare i medesimi Depu- 
tati, tranne pochissime meritate eccezioni. Capitelli, 
Imbriani, i Bavarese, Pepe, Avossa (245) ecc. ecc. 
siamo tutti candidati per invito di parecchi Collegi. 
Onesto è il nostro campo di battaglia. Questa mat- 
tina, mi hanno letto una lettera, datata da Franco- 



— ge- 
lino sul Po , dove si parlava di te. La data è del 
quattro (246). — La disgrazia di Pilla e di Mon- 
tanelli ha afflitto tutti. Riverisco la Gozzadini e il 
marito. Dammi, se puoi, nuove di Ferdinando Fonse- 
ca (247) , che è prigioniero. Come ancora di un 
Regio Giudice, Enrico Amante (248), che milita col 
nostro Enrico. Saluto caramente il Generale, Assanti 
ed Ulloa. Gl'Imbriani ed i Parrilli stanno bene. Cura 
la tua salute; e non pensare ad altro. Ti abbraccio 
di cuore. 

Tuo aff.mo fratello, 

Carlo. 

Al Nobil Uomo 

Barone Alessandro Poerio 

in Bologna 

[Roì>igo\ 



un. Carlo Gazola (249) ad Alessandro Poerio 

Di Bologna, a di 16 Giugno 48. 

Carissimo Poerio, 

Ecco quanto mi scrivono, da Roma, intorno la vo- 
stra lettera — « Riguardo alla lettera del signor Ba«* 
« rone Poerio, figlio al grande Oratore, le cui dife- 
« se criminali furono Tammi razione e lo studio de- 
« gli anni' piii cari della mia carriera (250), sappia, 
« che fu da me raccomandata pel pronto e sicuro 
« recapito, a Monsignor Nunzio di Napoli. » — 
Spero , che, a quest'ora , ne avrete ricevuto rispo- 
sta. Qui siamo afflittissimi del disastro, accaduto a 
Vicenza ; altro danno gravissimo , sofferto per col- 



— 87 — 

pa delle truppe napolitane , non accorse oltre Po , 
secondo gli ;ordini del General Pepe. Giunse qui , 
ieri sera, da Roma, il General Ferrari, partito que- 
sta mattina pel Quartiere Generale di Carlo Alber- 
to. Mi disse, che erano giunti a Roma i Deputati 
di Napoli , per convenire sui mezzi di sostenere una 
rivoluzione, divenuta ormai inevitabile colà (251). 
I Reggimenti di Cavalleria Napolitana si provaro- 
no, ieri, a partire dalla provincia di Bologna ; ma, 
giunti a poche miglia da Minervio , videro cadere 
morti otto di loro, trafitti da palle di fucili; e si tor- 
narono indietro spaventati. I Bolognesi fremono e 
minacciano ; e , senza il Cardinale, ieri V altro sa- 
rebbero corsi a costringerli a passare il Po , o a 
massacrarli. Il manifesto del Correnti e compagni, 
io credo , sortirà pieno effetto , se mai questi vi- 
li satelliti della servitù si arrischiano di pigliare la 
via di Napoli (252). Degli altri , che retrocessero 
pei primi, ne arrivano sempre, ogni di, nuovi drap- 
pelli , che , deposta la napolitana , hanno preso la 
coccarda pontificia. Si diceva ieri , che tornavano 
qui anche tre pezzi d'artiglieria; ma, forse, non sarà 
vero. Saprete , che V uniforme , ordinata dal Re 
alla Civica di NapoU , è quella , che è sempre sta- 
ta usata dalla Guardia d'Interna Sicurezza (253); 
e i capi nominati da Lui sono il Principe di Fon- 
di (254), il Cavalier D. Antonio Donnorso (255), e 
D. Gennaro Pandolfetti (^6). Per la causa Italiana, 
si torna a parlare di diplomatiche negoziazioni; e, 
ad Inspruck, sono i ministri di tutte le potenze, com- 
preso l'inviato di Pio IX, Monsignor Monchini (257). 
Si dice, volersi la cessione del Veneto all'Austria, 
e sarà ceduto il Milanese al Piemonte. Povera Ita- 



^ — 88 — 

lia! speriamo, che ciò non avvenga (258). Il Gene- 
rale Ferrari mi disse , ieri sera , che , secondo lui , 
distribuendo una trentina di scudi a ciascun milita- 
re napolitano a cavallo, sarebbe facile guadagnarli 
tutti alla causa d'Italia; e trenta scudi, per cavallo, 
armi e soldato, sarebbe una spesa assai mite. Se il 
bravo Correnti volesse approvare la cosa , potreb- 
be intendersela collo stesso Generale, dopo che sarà 
tornato dal Quartiere Generale di Carlo Alberto 
costì , a raggiungere la sua divisione (259). Mille 
ossequi al rispettabile Generale Pepe , e all' ottimo 
Leopardi; tante cose ai chiarissimi signori Assanti e 
Ulloa e Correnti e Fabrizi (260) e Zanetti. La con- 
tessa Gozzadini sta bene. Addio. 

Il vostro e tatto di caore 

(7. Gazala. 



LIV. La Carolina Poerio-Sossìsergio e Carlo Poerio 

ad Alessandro Poerio 

Napoli, 18 Giugno 1848. 

Mio Carissimo figlio , 

Non prima di ieri , il signor del Balzo venne a 
portare la tua lettera del 20 (scorso Maggio). Quel- 
la, che dici di aver mandata per mezzo di un Con- 
te Dolfin-Boldù , non si è ricevuta. In fine , ca- 
rissimo figlio, io so le tue nuove dal Lampo (261), 
che ci parla di Pepe e del suo seguito. Ieri, final- 
mente, portò, con la resa di Vicenza, episodio spia- 
cevole , il passaggio del Po di tutte le truppe Na- 



— 89 — 

politane; ti assicuro, che allora lo crederò , quando 
le sentirò all'altra sponda; e, poi, non ho fiducia nei 
capi. Basta , salutami il Generale. Carlo vide Flo- 
restano ieri sera : sta al solito. Per quanto mi af- 
flìssi per la morte, sebbene gloriosa, del nostro caro 
Montanelli, altrettanto mi sono rallegrata, nel sen- 
tire smentita la triste nuova. Se mai ti riuscisse di 
scrivergli, fagli sapere tutta la parte, che io, mia 
sorella , mia figlia , abbiamo preso per lui , prima 
affliggendoci, e poi rallegrandoci dei suoi casi. Ma 
la povera Parrà ha perduto il figlio, spero che non 
sia r ammogliato; quanti dolori, povera donna! Ti 
scrìssi, il giorno 13; ti promisi, di scriverti il 20; 
ma, ora, mi si presenta Y occasione, per mezzo del- 
la Maria Antonietta (262) e ti scrivo di nuovo. 
Ieri r altro , fui a trovare le signore del Genera- 
le (263), le quaU hanno preso un appartamento nel- 
la casa di Pietracatella (264). Il Generale è amma- 
lato e non in Napoli : pare , che sarà nominato de- 
patato , come quasi tutti quelli , che lo erano stati 
altre volte. Sconfitta ministeriale, che avrebbero po- 
tuto risparmiarsi , ritenendo la stessa Camera. Ma 
i' nostri Franceschi Paoli (265) non veggono al di 
là del naso. Fui anche dalla famiglia Ricciardi: Li- 
setta mi raccontò la sua miracolosa liberazione, per 
cui, salva la vita, non cura la roba. Ti prego, es- 
sere tranquillo sul nostro conto. Per tua consola- 
zione , ti dico , che tanto io , che Carlino , stiamo 
bene in salute; mi sono ingrassata molto. Lascia 
fare alla sorte! Speriamo di vederci, sani e conten- 
ti Tutte le altre famigUe, nostre congiunte, stanno 
bene. Antonia anche sta bene, e così curiosa di nuo- 
ve, che mi mette alla disperazione. La lettera del 



— 90 — 

31 scorso , diretta a mia sorella , gliela mandò il 
Nunzio; non so, se fu acclusa a lui, o pure qualche 
persona gliela diede, per ispedirla alla suddetta. Io 
non lascio occasione, senza scriverti. Ti scrissi due 
^ighi, per mezzo del console. Addio; e e, dan- 
doti la materna benedizione, mi dico 

afr.ma madre 

Carolina. 
Napoli, 18 Giugno 1848. 

Carissimo fratello , 

Ieri, ci giunse l'infausta nuova della resa di Vi- 
cenza , e dell' uscita del presidio, comandato da Du- 
rando, con r obbligo di non militare per tre mesi. 
Stando alle notizie della Patria del 14 , Durando 
erasi ritirato ad Este ; ed il General Pepe , era, il 
di 11, a Padova. Avevo già letto il suo ordine del 
giorno da Rovigo. Quanta truppa è passata ? Dim- 
melo con precisione, ed indicami i capi. Qui le co- 
se sempre più s' imbrogliano pel Governo. L' oppo- 
sizione armata si mantiene nella stretta legalità. In- 
tanto, avendo bisogno il paese, ad ogni costo, di un 
Parlamento , si son fatte le elezioni con protesta ; 
e sono stati rinominati , per la maggior parte , i 
medesimi deputati. Lo spoglio della votazione, per 
Napoli e suo Distretto, non è ancora ben conosciu- 
to; ma i candidati antiministeriali hanno avuto la 
maggiorità, e sono: G." Bavarese; Blanch; Ruberti; 
Galletti ; Cacace ; Capitelli ;* R. Bavarese ; C. Poe- 
rio ; Imbriani ; Lanza ; Ferretti ; e Cagnazzi. I do- 
dici candidati del Ministero erano : Gigli (266); Car- 



— 91 — 

rascosa; Ruggiero ; D' Agostino (267) ; Sannicandro 
(268) ; Palermo (269) ; Campagna (270) ; CaBero ; 
Lacaita (271); Lefebvre (272); d'Amato (273); 
Pagnetti (274) ; e tutti sono andati allo storno. 
In punto conosco le elezioni del Distretto di Gae- 
ta y dove io e due altri antichi deputati siamo sta- 
ti eletti, con gran concorso di Elettori , alla quasi 
unanimità, poiché, in 3500 votanti, abbiamo avuto 
3400 voti. I candidati ministeriali hanno avuto una 
sessantina di voti. Scialoja (275) è stato rieletto a 
Pozzuoli; Imbriani ad Avellino; G. Capuano (276) a 
Casoria. Probabilmente risulterò anche Deputato a 
Caserta, e forse anche in un altro Distretto. Non ti 
posso dire tutte le porcherie, che ha fatto il Mini- 
stero, per impedire la nostra rielezione. Ora si dice, 
che il Sire, vedendo, che si trova sopra un vulcano, 
si farà fare delle rimostranze dal Cardinale e dal 
Corpo Decurionale e da altri , per tornare al pro- 
gramma del 3 Aprile. Allora, tutta la colpa sarà get- 
tata sopra Bozzelli, che si farà fuggire. Credo, che 
questa buffonata avrà luogo ; ma è troppo tardi. 
Ti abbraccio di cuore. 

Tuo aff.mo fratello, 

Carlo. 

Signore 

Barone Alessandro Poerio 

Bologna [ Venezia ] 



— 92 — 

LV. Alessandro Poerio alla Carolina Poerio-Sossisergio 

ed a Carlo Poerio 

Venezia, 19 Giugno 1848. 

Carissima madre, carissimo fratello, 

Vi scrissi , due volte da Bologna ed una da Fer- 
rara , raccomandando il sicuro ricapito a persone , 
che ne aveano il mezzo; e significandovi, nelle due 
ultime lettere, il mio dolore, di non ricevere vostre 
nuove. E, da questo medesimo lamento, mi conviene 
cominciare la presente. Se foste usciti dal Regno , 
come più volte ve ne ho vivamente pregati, sareb- 
be stata una vera consolazione per me. Ora, non "so 
che pensare; e vivo in somma inquietudine. 

La infamia della nostra truppa ha danneggiata 
grandemente la causa Italiana, facendo cader Vicen- 
za; ma non tanto, che non sia per risorger presto. 
Venezia è inespugnabile; Carlo Alberto, stato un pò* 
lento per soverchia prudenza , tostochè riceverà i 
rinforzi , che aspetta , assalirà con vigore gli Au- 
striaci. 

Mi rimetto, pel dippiii delle notizie, alla lettera, 
che il Generale Guglielmo scrive a Florestano , e 
dentro alla quale è acclusa questa mia. Dopo aver 
pianto amarissimamente per morto il mio caro Mon- 
tanelli, ho saputo, esser egli prigioniero in Mantova, e 
ferito , ma senza pericolo. La povera Parrà perde 
nel combattimento delle Grazie uno de'suoi figli , il 
quale cadde accanto a Montanelli (277). Di Enrico, 
non ho potuto avere notizie dirette; ma so, da altra 
parte, che, in quel fatto, non sofferse ferite, né pri- 
gionia. 



— 93 — 

Carissima madre, spero ricevere, presto, lettere vo- 
stre e di Carlo da Roma. Vorrei, che anche Emilio 
e Carlotta colà si recassero. Luisa che fa? Ed An- 
tonia ? E Peppino ? Dio buono ! Che pena non potere 
aver nuove delle persone più care. Ma la mancan- 
za, poi, delle lettere vostre e di Carlino mi è un cru- 
cio. Mi auguro, che sia difficoltà di comunicazioni 
e di occasioni particolari, non altro. Per incidenza. 
Florestano, parlava, in una sua lettera del 7 Giu- 
gno, di mio fratello. 

Vi ripeto, che non sarò tranquillo, iSnchè non mi 
scriverete voi ed egli da fuori Regno. 

Vi bacio la mano, chiedendovi la materna benedi- 
zione. 

Vostro aff.mo figlio, 

Alessandro. 

P. S. Sono alloggiato in casa del Signor Giusep- 
pe Mondolfo (278), amicissimo di Carlino in- Trie- 
ste (279), ma stabilito in Venezia dal 1828. 

Alla NobiI Donna 
La Signora Baronessa Carolina Poerio 

Napoli. 



L7I. La Carolina Poerio *Sossisergio ad Alessandro Poerio 

Napoli, 19 Giugno. 

Ti scrissi, carissimo figlio, ieri l'altro, lungamen- 
te; ora, profitto del vapore, che parte domani , per 
darti le nostre nuove. Per la salute , sono ecce!- 



— 94 - 

lenti ; perchè stiamo tutti bene. Siamo anche tran- 
quilli. Tuo fratello è andato alle elezioni; ed è sta- 
to fatto segretario, come l'altra volta. In questo mese, 
ti ho scritto il di 6, il di iO, il di 13, Mi pare, che 
le mie non ti pervengano tutte; ed è perciò, che le 
moltiplico, per non fartene mancare. Il di 10, ti ho 
scritto per la posta: questo è il mezzo più infedele. 
Questa mia partirà domani , il di 20. Ti scriverò 
un'altra volta, col vapore, che partirà il 21. Io, dai 
fogli , attingo , almeno , dove ti trovi. Ho ricevuto 
lettera del povero Enrico : non si è trovato all' a- 
zione, perchè malato. Finisco, perchè voglio andare 
da Lisetta Ricciardi .... 
Ti benedico. 

Aff.ma madre, 

Carolina. 
Tante cose al Generale. 

Al Nobil Uomo 

Signor Barone Alessandro Poerio. 

Presso S, E, il Generale Pepe 

Bologna [Venezia] 

Raccomandata, pel sollecito recapito, 

al signor Savino Savini, 



LVn. La Carolina Poerio-Sossisergio ad Alessandro Poerio 

Napoli, 23 Giugno 1848. 

Mio carissimo figlio. 

Ti scrivo un solo rigo, per dirti , che noi stiamo 
bene, tutte le famiglie parenti. Tua sorella, con tut- 
ti di sua casa , se n* è andata in campagna (280) : 



— 95 — 

stanno tutti bene. Si son fatte tutte le elezioni : e 
sono stati quasi confermati i medesimi deputati; in 
quelle provincie, però, nelle quali si son fatti. Le Ca- 
labrie non sono nel numero. Noi siamo tranquilli , 
per quanto i timori de'deboli, le mene della Polizia 
ed.i vari pareri dei cittadini facciano correre delle 
voci allarmanti, che, disgraziatamente, si propaga- 
no nell'Estero. Io non ho ricevuto tue lettere, dopo 
quella del 31 scorso Maggio , datata da Bologna ; 
dai fogli, ho saputo, che eravate: a Francolino, il di 
4; il 10, a Rovigo ; ed, ora, in Venezia. Altri han- 
no scritto: ma tu nulla mi fai sapere della tua sa- 
lute. Io e Carlo, come già ti ho detto, stiamo bene. 
Questa sera, forse, ti scriverò un'altra volta. Ho ri- 
cevuto lettere di Enrico: il quale sta meglio con la 
febbre, ma la ferita ancora aperta. Io dirigo le let- 
tere sempre in Bologna , come mi dicesti : tenta di 
mandarmene qualcuna per altri mezzi. Carlo ed E- 
milio hanno avuto doppia nomina. Rubarti ha avuto 
voti ad esuberanza ; ma è così ammalato , che ha 
già rinunziato. Le sue Signore vennero ieri l'altro 
a vedermi; esse ti dicono tante cose amichevoli; so- 
no contente di aver lasciato il casino solitario (281). 
Ho ricevuto lettere di Maria Teresa ; chi sa , se ti 
sei già iscontrato con tuo zio. Addio , caro figlio. 
Temo, che sia tardi, per mandarti questa mia. Il cie- 
lo ti benedica. Tuo fratello , essendo segretario di 
un Collegio Elettorale e veduto per nominarsi tra 
deputati, che non erano arrivati alla metà più uno 
[?]... Si portano tre dei liberali e tre dei ministeria- 
li. Speriamo , che sieno battuti come al solito. Di 



— 96 - 

nuovo tante cose. La gente di servizio ti bacia le 
mani, io mi dico 

afT.ma madre, 

Carolina, 

Al Nobir Uomo 
Barone Alessandro Poerio 
Bologna, 



LVin. Alessandro Poerio alla Carolina Poerio-Sossisergio 

ed a Carlo Poerio 

Venezia, a di 21 Giugno 1848. 

Carissima madre, 

Finalmente, ieri, ricevetti la vostra lettera de' 10 
corrente mese, il che potete immaginare, se dovesse 
farmi piacere, dopo essere stato privo di vostre no- 
tizie, dal 31 Maggio in poi ; e mi rallegrai molto, 
nell'aver certezza della vostra buona salute e di 
quella di Carlo e Carlotta , e de' nostri congiunti ; 
ma questa consolazione mi fu amareggiata, dal sa- 
pervi fermi nel proponimento, di rimanere costà ; e 
di ciò più particolarmente scrivo a mio fratello. 

La infamia delle nostre truppe è stata cagione della 
perdita di Vicenza ; ed ha renduto inutili , per tre 
mesi , migliaia di combattenti , 1 capitolati essendo 
ripassati oltre Po. Né Padova, che gira sei in sette 
miglia, fu potuta difendere, per mancanza di valida 
e numerosa guarnigione (282); cosicché le Provincie 
venete sono ormai tutte in mano agli Austriaci ad 
eccezione di Venezia, la quale è di sua natura (ag^ 
giuntevi le opere dell'arte) una fortezza tale, ch'essi 



— 97 — 

sprecherebbero tempo e fatica a volerla tentare. Non- 
dimeno , per bravata , il nemico si spinge iSn sotto 
Mestre. Se il Generale avesse maggior numero di 
truppe di linea, si sarebbe già fatta qualche spedi- 
zione; e, su di ciò, molto insiste questo Governo Prov- 
visorio ; il Generale, invece, vuole aspettare qualche 
rinforzo da Lombardia, ed il decimo di linea, che ha 
chiesto a Carlo Alberto ; ma questi difficilmente gliel 
manderà. Dentro le lagune, sono circa diciottomila 
uomini, divisi tra Chioggia, Venezia, Murano, Lido, 
Malghera ed altri luoghi , quasi tutti volontari, al- 
cuni battaglioni più esercitati, altri meno. Chi ve- 
desse questa città (bellissima, come ben vi ricorde- 
rete) tutta dedita alle sue consuete occupazioni, e, 
fino ad un certo punto, anco a'divertimenti, non cre- 
derebbe mai , che il Tedesco fosse cosi vicino. Ma 
ciò devesi alla unica ed inespugnabile situazione di 
Venezia, che la rende sicura in modo, da ridersi di 
ogni nemica minaccia. 

Della salute , attesi i continui dispiaceri , che ho, 
86 non posso pienamente lodarmi, non posso neppure 
dolermi. In quanto al danaro, avendone dovuto spen- 
der molto, quando il Generale mi mandò qui da An- 
cona, ed essendo questo paese carissimo, mi avanzano 
solo sessanta Ducati, più della metà de' quah sarà 
assorbita da spese di vestiario, essendo sprovveduto 
di roba da state (ed il caldo di Venezia ne disgrada 
quello di Firenze) e di altri oggetti, cosicché presto 
rimarrò asciutto. Potrò pregare il Generale di an- 
ticiparmi del danaro, di cui sarà rimborsato Flore- 
stano ; ma preferirei, che, per la metà di Luglio, mi 
mandaste una cambiale sopra questa città, preve- 
dendo io troppo bene, che, per molte ragioni, le quali 

7 



_ 98 — 

è inutile, che io dica, ma che voi potete indovina- 
re, mi troverò, forse, in una situazione falsa. Raffaele 
è in Milano, per comandare una brigata lombarda; 
gli scrissi, ma non ancora ho sua risposta. Di En- 
ricp, neppure; mi aveano detto, ch'egli era stato al 
combattimento dalle Grazie; ma il Maggiore Oliva 
del decimo di linea (283), uffiziale giunto ier l'altro 
dal campo di Carlo Alberto, mi assicura, che Rossa- 
roll ed Enrico, infermi ancora per le ferite ricevute, 
non si erano trovati colà. Di Pilla è pur troppo vera 
la morte; non così del mio caro Montanelli. Egli 
scrive, ad un amico, da Mantova: ch'è prigioniero, 
e ferito ; ma senza pericolo. Immaginate la mia eoa- 
solazione, per questa nuova, ormai certa. L'ho pianto 
per morto; poi, lo davano per vivo; poi, di nuovo, 
ne accertavano la perdita ; finché, alla fine, se n^ ò 
chiarita la salvezza. Quante emozioni! La povera 
Parrà ha perduto un figlio, il quale cadde accanto 
a Montanelli. Vi ho scritto il 19, accludendovi la 
lettera del Generale a Florestano. Egli vi ossequia, 
e cosi pure Damiano. Saluto caramente Carlotta, hwr 
sa , Emilio , Antonia , Peppino e tutt' i parenti. Vi 
bacio la mano; e, chiedendovi la materna benedizione, 
mi ripeto 

V. affei-^* figlio 

Alessandro. 

P. S. Dirigete le lettere : Venezia , presso il 
General Pepe. 

Carissimo fratello. 

Godo, che la tua salute sia buona. Mi è stata graiu 
dissima consolazione, ricever tue lettere, dopo tanti 



— 99 — 

giorni di silenzio, poiché mi mancavano dal 31 Mag- 
gio ; ma non ti dissimulo, che il veder te e parec- 
chi nostri amici entrati in una via, che, a me ed a 
quanti qaà siamo, pare del tutto falsa, mi è stata 
cagione di gravissimo dolore. Leggerò volentieri il 
tuo memorandum; ma, se lo scioglimento della Ca- 
mera, anzi la sua dispersione, fu un atto violento e 
tirannico, e se T alterazione della legge elettorale fa 
una violazione apertissima dello Statuto, come mai 
poter acconsentire alle nuove elezioni? Come mai 
potere, senza contraddizione flagrante, da una par 
te, sostenere, che il primo mandato era legittimo, dal- 
l'altra accettare il secondo ? I Deputati della nazione 
sono quelli, che uscirono dalle elezioni, costituzional- 
mente eseguite; né i rieletti, in virtù di una legge 
incostituzionale , possono accettare, senza implicita- 
mente sancire la violenza, contro di essi adoperata. 
Leggemmo la protesta: e, del non trovarvi parecchi 
nomi conosciutissimi, non ci meravigliammo, poiché 
Raggiungeva, che molti Deputati erano stati spediti^ 
daDa Camera, in missioni, donde non erano tornati 
ancora, quando fu stesa la protesta. Ma,,, ora, ve- 
diamo battere, da una parte di essi, una via,, eh' è 
aflEatto antilogica. Ma si faranno , poi , le elezioni ? 
8i.£Euranno in tutto il Regno, o soltanto nelle Pro- 
vincie suburbane? Io non resto, dal pregarti, sempre 
pib, di recarti, con nostra madre, a Roma. 

Contro la nostra cavalleria, avviatasi per tornare 
in Regno, furono tirati colpi di fucile vicino Minerbio, 
nel Bolognese } ed otto individui caddero. Dicono Ici. 
Bomagne in gran fermento; se già le autorità pon- 
tiftoie non calmeranno la effervescenza. Quante vèr* 



V 



— 100 — 



gogne sul nome napoletano ! Se le truppe avessero 
a tempo varcato il Po, l' Italia sarebbe salva. 



Tuo fratello 

Alessandro. 



LIX. Carlo Poerìo eMa Carolina Poerio-Sossisergio 
alla Teresa Poerio-De-Nobili 

Napol^ 23 Giugno 1848, 

Carissima zia, 

La fortuna, che mi contraria in tutto, ha fatto giun-- 
gere cosi tardi la mia lettera costà. Non v'è, che fare. 
Son certo, che ne avrete dato avviso a zio Raffaele. 
Io seppi, per mezzo del Console signor de Martino, fl 
suo arrivo a Marsiglia, e la sua partenza per Mila- 
no. Gli ho scritto colà, e ne attendo risposta. So, 
per altro , da' pubblici fogli , eh' egli è stato rice- 
vuto onorevolissimamente , che è Generale di Bri- 
gata, e comanda otto battaglioni. Alessandro è col 
Generale G. Pepe in Venezia, dopo lo sgombro del 
Veneto, per parte dell'Esercito Italiano. Questi sono 
i supremi momenti, per la causa dell' Indipendenza 
Italiana, che finirà col trionfar di tutti gli ostacoIL 
Enrico è tuttavia ferito e convalescente, al campo 
sotto Mantova. Mia madre ed io stiamo, come si può 
stare, in mezzo a tanto tumulto di passioni. Si son- 
fatte le elezioni ; e tutti gli antichi Deputati sono 
stati confermati. Imbriani ed io lo siamo stati in doe 
luoghi. Il parlamento dovrà aprirsi il primo luglio. 
La Nazione l'attende con grande ansia; e spero, che- 



j 



— 101 — 

gjastificherà la sua aspettativa. Yercillo era stato 
bratalmentd destituito ; ma il Ministero ha dovuto 
{negare al grido di tutta la Provincia di Chieti, che 
non ha voluto perdere queir ottimo Intendente. Vi 
ripeto e confermo , che il piccolo appartamento è 
preparato per Voi; ma, con franchezza, debbo dirvi, 
che non vi consiglio di venire, per ora. Attendiamo, 
die le cose interne prendano un aspetto, meno tristo 
e più regolare. La Calabria è minacciata dalla guerra 
civile. Faccia il Cielo, che si possa trovare un qual» 
che accomodamento ; altrimenti , molto sangue e 
grandi sventure ci sovrastano. Curate la vostra sa- 
hite, preziosa pe' vostri figli , e cara a tutta la fa- 
miglia. Abbracciate- per me i cugini ; datemi spesso 
la vostre nuove; e credetemi, per la vita, con la più 
sentita affezione, 

(Voltate) 

vostro aff.mo nipote, 

Carlo Poerio. 

Mia cara cognata, 

Pare, che, nella nostra corrispondenza, da qualche 
tempo, ci si sia messo il demonio. Raffaele è cor- 
rivo col nipote; ed io son corriva con lui, perchè, 
qoando Enrico era in Marsiglia, gli rimisi una lunga 
lettera per mio cognato , ma non ci ho avuto mai 
risposta. Basta: ora, avrà j*icevuta la lettera di 
Carlo e lo sdegno sarà finito. Io mi ero fatta una 
festa, di ricevervi in casa mia con la vostra fami- 
glia; avreste rianimata la mia solitudine... Ma sarebbe 
VI pensiero egoista. Si può dire di Napoli quello, che 
&e il Poeta [?]: chi ci è, vi stia, ma non c'entri, 
chi non vi è. Per noi è diverso. La posizione della 



— 102 - 

mia famiglia, senza risorse pecuniarie, sia per la trists 
amministrazione, che ne fa don Gregorio (284), ed ora 
per le vicende politiche della Calabria,... e, poi, mio 
fifflioera deputato e si teneva tale, anche dopo sciolta 
la Camera. Ed in fatti, dopo, essendosi fatta una 
nuova elezione, son risultati quasi tutti gh stessi, Io 
son contenta, anzi orgogliosa, che tutto ciò, che ha 
nome Poerio, si adopri par la huona causa. Vostro 
marito, Alessandro ed Enrico in Lombardia; Carlo, 
in Napoli; e Carlotta, per mezzo di suo marito (che 
anche è stato rieletto) rappresenta la sua parte. Fi- 
nisco di parlar di politica, e parliamo di quelli, che 
t' interessano. Prima di tutto, parliamo della vostra 
degna sorella, dalla quale ieri ho ricevuto una lunga 
lettera da Chieti (285). Il Governo, come Vercillo è un 
galant'uomo, l'aveva ringrazialo. Ma tutta la pop< 
lazione chietina ha mandato una deputazione in N; 
poli, per pregare il Ministero, di lasciar loro un cof 
buono e bravo Intendente. Dunque, per ora, sono sei 
pre là, tutta la famiglia, meno che Matteo con 
moglie, la quale fi sempre ammalata (386). Con la postati 
di domani, le scriverò le vostre nuove. Ho mandato 
la vostra lettera a D. Rachele (287) per mezzo di An- 
tonia, che si trovava presente, qui da me, quando ri- 
cevetti la vostra lettera. D. Emanuele Riso, qui pre- 
sente, vi ossequia (2S8). La mia salute e quella di Carlo 
è mediocre; dopo tante sofferenze, sembra un mira- 
colo specialmente la mìa esistenza. Di Alessandro ed 
Enrico, ne avrete notizie da Raffaele. 

Carlotta è andata in una sua campagna , vicino 
Napoli. Essa è diventata una matrona; per ora, ha 
sei figli: ò maschi e una femmina. In dieci anni di 
matrimonio, avendoli nutriti tutti da sé, mi pare, che 



un I 

I 

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J 



— 103 — 

non ci è male. Suo marito sta meglio in salute. Dopo 
tanti anni di cure> di cambiamenti di aria, si co- 
minciò a rimettere con la cura omiopatica ed idro- 
patica. Se fossero state queste o la cessazione di altri 
rimedi violenti non lo so , ma certamente si è ri- 
messo alquanto , da poter lavorare per la sua cre- 
scente famiglia e per la sua infelice patria. Antonia 
si lagna sempre/ ma, se la vedeste, non gli dareste 
{^i anni, che ha: tutt'i capelli neri, e la solita vi- 
vacità di agire e di parlare. Se verranno in tempo la 
saa lettera e quella di vostra sorella, ve le rimet- 
terò ; in altro caso, sarà con T altro vapore. Mi fa 
mille anni, di sentirvi in Italia. Speriamo, che le no- 
stre cose prendano una piega più tranquilla e legale; 
e, se non potremo dirci felici, almeno, non essere 
il ludibrio del resto d'Italia. Mia sorella ParrìUivi 
saluta con Raffaele. 

Addio , cara cognata. Tanti abbracci ad i vostri 
figli, specialmente alla cara Nina. Essa porta il nome 
della nostra cara e rispettabile suocera , donna in- 
comparabile . e rara. La figlia di mia figlia anche si 
chiama Nina, ma è diminutivo di Caterina e non di 
Gaetana: la sua ava paterna cosi si chiamava (289). 
Tante cose a Raffaele, da parte di tutti. Giuseppino 
è sempre al nostro servizio e gli bacia le mani. 

A£r.ma cognata 

Carolina Poerio. 

Signora 
Maria Tarssa Poerìo, nata de Nobili. 
BUdah. 
Algeria. 



— 104 — 

LX. Niccolò Tommaseo ad Alessandro Poerio 

. Caro Poerio, 

Vedete, che il Pepe trovi modo, di mettere ad e- 
same Tabilità degli uffiziali sinora eletti e gli inde- 
gni allontanare. Sospingetelo, a far qualche mossa. 
Parlatene con TUlloa. — Vi riprego de' vostri versi. 
Abbiatevi cura ; e credete ali* affettuosa mia stima. 

Giugno 24, 48, Venezia. 

Vostro aff.mo, 

Tommaseo. 

Al Barone Poerio. 



Giuseppe Gatterinetti (290) ad Alessandro Poerio 

Chioggia, 24 Giugno 1848. 

Carissimo amico, 

Ebbi dal Tenente Sabbatini (291), la cordialissima 
vostra; la quale mi recò un gran piacere: prima di 
tutto, per sapervi in discreta salute , e poi , per a- 
vervi cosi a me vicino, dopo tanti avvenimenti Ita^ 
liani. La Nina Gozzadini mi aveva mandati i vostri 
saluti ; mi avea informato , eh* eravate dello Stato 
Maggiore, col General Pepe, vostro prezioso amico; 
io speravo sempre, di vedervi presto; ma, il giorno 
dopo, che Pepe fu in Venezia, il mio secondo Reg- 
gimento fu spedito quiy e non ebbi tempo a ricer- 
care di voi. Di Chioggia, fui poscia mandato, con un 
distaccamento di tre compagnie, al posto avanzato del 



— m — 

Forte di Brondolo. Son cinque notti , che non mi 
spoglio. Questa mane, fui chiamato qui, per un Con- 
siglio militare; ma, oggi, ritornerà al Forte di Bron- 
dolo. Questa vita, piena di entusiasmo, abbenchè fa- 
ticosa e pericolosa, mi garba assai; e vi assicuro, 
che, il giorno dodici maggio, eh' ero Capoposto alle 
barricate di Treviso, vi stetti con un sangue freddo, 
a far maravigliare me stesso. Ora, il battesimo del 
faoco, r ho avuto; e mi pare, di esser più degno della 
vostra amicizia, appunto perchè ancor voi vi esponete 
alla guerra, per amor della santissima causa Italia- 
na. — Oh, si ! Napoli deve decidere, colla sua esplo- 
sione, deirintera e duratura nostra sorte ! Io aspetto, 
però, sempre la presa di Verona, fatta da Carlo Al- 
berto; altrimenti, la guerra sarà lunga e maggior- 
mente penosa. — Spero, che, fra pochi giorni, potrò 
tradurmi a Venezia, e non vedo Fora, per stringervi 
caramente al cuore e parlarvi lungamente sul futuro 
d* Italia , secondo il mio modo di vedere , che non 
credo tanto eteroclito. Addio. Amate e credete 

air aff.mo vostro amico 

Giuseppe Catterinetti F. Cap. 

Al Chiarissimo 

Bignor Barone Alessandro Poerio. 

Aitaccfito allo Stato Maggiore 

del General Pepe in 

Venezia. 



— 106 — 
LXn. Niccolò Tommaseo ad Alessandro Poerio 

Caro Poerio, 

Leggete. Parlate caldamente al Pepe e airUUoa. 
n Ferrari è uomo animoso; e, con l'esperienza e il 
senno dello Zucchi , potrebbe far cosa , da salvare 
Venezia e mutar faccia alla guerra. Questo è ra- 
stremo consiglio, preghiera, speranza. Poi, bisognerà 
ire a Malghera, a ricevere una scheggia di artiglieria 
austriaca nel petto. (292) Addio. 

25 Giugno 1848, Venezia. 

Tommaseo. 



LXm. Carlo Poerio e la Carolina Poerio- Sossisergio 

ad Alessandro Poerio. 

Napoli, 26 Giugno 1848. 

Carissimo fratello, 

Finalmente, mi giunge, con gran ritardo , una tua 
lettera, del 3 corrente. Godo, che la tua salute sia 
piuttosto buona, in mezzo a tanti travagli di animo 
e di corpo. Siamo certi , che sei, ora, in Venezia ; 
ma, secondo le tue istruzioni, continuo a spedire le 
lettere in Bologna, raccomandandole a Savino Sa- 
vini. Le tue riflessioni sono giuste , poichò vedi 
le cose da lontano. Ma, chi le vede dappresso, come 
noi, porta tutt' altra opinione. Vedi bene, che niuno 
degli uomini di conto (a meno, che non siasi cre- 
duto fortemente compromesso) si è allontanato dal 



— 107 — 

Regno; e. come ti dissi, Capitelli, Avossa, Imbriani, 
Troya, i due Bavarese, Ferretti, Spaventa, Giardi- 
ni (293), Tupputi (294) , Ortale (295) , Giannatta- 
sio (296) sono stati tutti concordi, nel rimanere. Né 
io potrei separarmi da questi degni Golleghi, senza 
dar manifesti segni di pusillanimità; mentre credo, 
di aver dato pruove di coraggio civile, in tutta la 
mia vita, né voglio smentirla. A questa ragione po- 
litica, se ne aggiunge una tutta familiare; poiché, 
atteso la mancanza di communicazioni colla Cala- 
bria, e la violenta occupazione dei terreni, per parte 
de* predoni di comunisti, mi mancano assolutamente 
i mezzi; né voglio avere il rimorso, di andare, volon- 
tariamente, incontro ad un esìlio, che potrebbe esser 
breve, ma potrebbe anche prolungarsi, senza mezzi 
sufficienti. Nel distretto di Napoli , le elezioni sono 
terminate. Il Ministero é stato completamente disfatto, 
poiché nessuno dei suoi candidati ha ottenuta la mag- 
giorità. Eccoti i nomi dei dodici prescelti.- I. Giaco- 
mo Savarese. - II. Generale Michelangiolo Ruberti. - 
m. Barone Giuseppe Gallotti. - IV. Luigi Blanch. - 
V. Camillo Cacace. - VI. Domenico Capitelli. - VII. 
Carlo Poerio. - VIII. Roberto Savarese. - IX. Paolo 
Emilio Imbriani. -X. Vincenzo Lanza.- XI. Conte Pie- 
tro Ferretti. -XII. Carlo Troya. Come vedi, gli undici 
primi sono tutti antichi Deputati; l'ultimo è l'autore 
del programma de' tre Aprile, che è invocato da tutto 
il Regno. E questo programma trionferà, mercé 
r opposizione legale, che si fa colle armi in Calabria, 
e r opposizione parlamentaria, che si farà alla tri- 
bona. La posizione è difficile, per noi; ma è molto 
jiìx difficile, pel Governo. In Calabria, sono comin- 
eiati gli scontri, colla peggio delle truppe Regie. I 



— 108 — 

Generali sono tutti rinchiusi nelle città, e vi si sono 
fortificati. Lanza (297) a Lagonegro e Busacca (298) 
a Castrovillari ; Nunziante (299) a Monteleone e 
Nicoletti a Reggio. I Generali Longo (300) e Ri- 
botti (301) sono sbarcati, con duemila siciliani e con 
otto pezzi di artiglieria. Il primo è in Cosenza , il 
secondo è in Catanzaro. Emilio è, con la famiglia, in 
Pomigliano; è stato rieletto anche in Avellino, come 
io a Gaeta. Egli viene ogni giorno in Napoli; e tor- 
nerà definitivamente, il primo Luglio, per l'apertura 
delle Camere. Riverisco il Generale ; abbraccio gli 
amici; e sono, per la vita, 

tao aff.mo fratello, 

Carlo. 

Mio carissimo figlio. 

La lettera, qui acclusa, non potè' partire. In- 
tanto, ricevei la tua lettera del tre, alla quale ha 
risposto lungamente tuo fratello. Ora, so, che sei in 
Venezia: il cielo ti assista. La lotta è terribile ed 
europea: speriamo, vederne la fine, come noi desi- 
deriamo. Molti amici ti abbracciano. Per timore» 
di non giungere in tempo, ti lascio. Ti scriverò, tra 
pochi altri giorni. Addio. Afif.ma madre, che ti be- 
nedice, 

Carolina. 

Al Signor 
n Sig. idessandro Barone Poerìo, 

in Bologna. 

Raccomandata per ricapito 

al sig. Savino Savini. 



— 109 — 

LXIV. Alessandro Poerìo alla Carolina Poerio-Sossisergio 

ed a Carlo Poerio. 

Venezia, a di 27 Giugno 1848. 

Carissima madre, 

Finalmente , ricevo vostre lettere e di Carlo : la 
prima, scritta da voi sola; da entrambi, la seconda; 
runa, in data de' 15, l'altra, de' 18, corrente mese; 
e ciò, dopo lunga privazione, poiché, dopo la vostra 
de' 31 maggio , nessun' altra me n' era prevenuta , 
fuorché quella de' 10 Giugno. Potete immaginare, 
con quanta consolazione, io abbia avuto buone nuove 
della salute vostra e di Carlo e delle famiglie con- 
giunte; io stava in grande ansietà, per la mancanza 
di lettere. Mi rallegro, poi, sommamente, che le cose 
del nostro paese, cosi ìmmeritamente infelice, proce- 
dano meglio ; di ciò , io non dubitava , dacché mi 
Tenne alle mani un giornale calabrese , e propria- 
mente cosentino, de' 12 Giugno. Il 12 é la data del- 
l'ultima lettera, scritta da Florestano al fratello; mi 
duole, sentire, adesso, da voi, che, nella sua salute, 
non si manifesta miglioramento. 

Pur troppo, le vostre lettere non mi pervengono 
tutte; quindi, fate bene a moltiplicarle. Si aggiunge» 
ora, che il servizio della posta ( occupata dagli Au- 
striaci la via di terra) si fa in barca , per Comac- 
chio e Chioggia, talvolta per Ravenna e tragetti di 
strade di montagna, finché, poi, si prenda la via di 
mare; insomma, è lento ed irregolare assai. Queste 
sono le conseguenze della caduta di Vicenza; cadu* 
ta, che devesi unicamente alla infamia dal nostro 



— 110 — 

Governo, e delle truppe, negatesi (come ormai sa- 
pete) a passare il Po, con rivolta aperta contro il 
General Pepe, e vergognosa dichiarazione di voler 
retrocedere .; la macchinazione fu condotta da . pa- 
recchi capi di corpo , fra i quali primeggiò V infa- 
missimo Cutrofiano , che , mentre fingeasi animato 
da sentimenti di onore, e punto da stimolo di glo- 
riosa ambizione militare , avea preparato la turpe 
defezione, che sarà incancellabile macchia delle no- 
stre milizie. Vi assicuro, carissima madre, ch'essendo 
pur Napolitano , mi è durissima cosa , il veder cosi 
insozzato il nome delle nostre truppe. Si distingua, 
quanto si vuole , tra nazione ed esercito ; bisogna, 
pure, arrossire e macerarsi, per tanta pertinacia nella 
infamia. Passarono, il di 8 Giugno, coMue battaglioni 
di volontarii, una batteria di artiglieria ed una com- 
pagnia di minatori; il 10, un battaglione di cacciar 
tori. Alla spicciolata, poi, e di varii corpi, son ve- 
nuti circa trecento altri. Numerosi drappelli della 
prima divisione, che disertò da Ferrara, son rimasti 
in varie città della Romagna e delle Marche ; e , 
lasciata la coccarda napolitana , si vanno incorpo- 
rando nelle truppe pontificie. Il General Pepe co- 
manda, ora, in capo tutte le milizie, raccolte in Ve- 
nezia. La quale città è, come vi ho già scritto, una 
tale fortezza, per natura e per arte, da sfidare ogni 
sforzo degli Austriaci . benché questi si vadan mo- 
strando a Mestre, a Fusina , a Brondolo, a Treporti 
ed in altri luoghi , più per bravata , che per altro. 
Speriamo, che, presto, Carlo Alberto, ricevute le ri- 
serve e le nuove leve lombarde, già in marcia per 
raggiungerlo, soccorra il Veneto. Il 3 Luglio, sarà 
tenuta V adunanza generale , per deliberare intorno 



— Ili — 

alla unione col Piemonte; e credesì, fermamente, che 
questa opinione prevarrà. 

Ne' giorni scorsi, feci, col Generale, una escursione 
a Malghera (principalissima fortezza, vicinò al ponte 
sulla laguna) ed a Treporti. Ieri, fummo a Chioggia 
e Brondolo. Il Generale ha, per queste gite , il cui 
obbietto è Y ispezionare le fortificazioni , un vapore 
piccolo, ma velocissimo, a disposizione sua. Se non 
vi è giunta ancora, vi giungerà, in breve, una mia 
lettera , che vi porterà personalmente il corriere , 
spedito, giorni fa, dal Generale. Vi rinnovo la pre- 
ghiera, di mandarmi del danaro, per la metà di Lu- 
glio; scrivete direttamente a Venezia. Il caldo è ec- 
cessivo, in questa città; ho preso due bagni, finora. 
Ola sarà necessario, che ne prenda spessissimo. Tante 
<^se a Carlotta, Antonia, Luisa. Il Generale vi ri- 
verisce; egli sta bene in salute. Della mia, sottoso- 
pra, non sono scontento. Scrivetemi, quanto più spes- 
so potete; serbatemi il vostro affetto. E, baciandovi 
la mano, e chiedendovi la materna benedizione, mi 
raffermo 

vostro aff.mo figlio, 

Alessuìidro. 

P. S. Pur troppo, mi manca la occasione, di scri- 
vere a Montanelli: se mi si presenta, non mancherò, 
di far menzione di voi. Di Enrico non ho lettere , 
DÒ di Raffaele, quantunque io abbia scritto air uno 
ed air altro. 

Carissimo fratello. 

Puoi facilmente immaginare, come, dopo lungo 
silenzio , mi sia giunta gradita la tua del 18 cor- 



— 112 — 

rente mese. Godo grandemente, che, nella rielezione 
tua, abbi ottenuto la maggiorità in parecchi distretti;, 
ed , in generale , godo , che le scelte siano 'cadute 
sugli antichi deputati, con esclusione di alcuni, fra 
cui r infamìssimo Ruggiero. Mi fa meraviglia, veder 
fra gli antiministeriali quel frigido ed inconcludente 
Luigi Blanch. A dirti il vero , a me ed a parecchi 
altri, sembrava , che V acconsentire alle nuove ele- 
zioni , fosse un vulnerare la causa nazionale ; ma , 
poiché le nomine , o , per meglio dire, le conferme 
sono state accompagnate da protesta, veggo bene,' che 
la nazione, dove non ha potuto prender le armi, ha 
voluto dare una lezione al governo, per quelle stesse 
vie di costituzionale ipocrisia , alle quali erasi esso 
appigliato. Ma non crederò mai, che il nuovo par- 
lamento possa adunarsi, atteso lo stato di parecchie 
Provincie ; né credo tanto gonza la nazione , che , 
dopo cosi trista esperienza di assoluta incorreggibilità 
e d' inaudita perfidia, voglia entrare, di nuovo, nella 
pericolosa situazione, dalla quale sta uscendo, con 
isforzi magnanimi. In una parola, le nomine de* de- 
putati stessi, spiacenti al Governo, come scoppio e 
manifestazione della opinion pubblica , sono da lo- 
dar grandemente; ma, per Dio, non producano scis- 
sione alcuna tra i buoni, ì quali, con unanimità ed 
infaticata perseveranza , debbono assicurare la li- 
bertà del paese , e riparare V iniqua defezione, che 
ha compromesso , almeno per quanto dipendea da* 
traditori , la causa della indipendenza d' Italia ! To- 
stochè sarà tentata qualche fazione di guerra o qui 
dalla parte di Carlo Alberto , non mancherò di 
tenertene informato. Bellissimo spettacolo ò quello di 
Roma, che, come si addice al vero capo della Penisola, 



— 113 — 

soccorre alle membra, con efScacia. Due milioni di 
scudi, per le spese della guerra santa, ed una leva 
di ventimila uomini sono un bel contrapposto alla 
politica bozzelliana. Mamiani e Bozzelli* viveano esuli 
in Parigi, allora concordi nelFamore d'Italia e della 
libertà; ma il potere è gran pietra di paragone de- 
gli animi. Addio; abbraccio Emilio e Poppino; e sa- 
lato i comuni amici. Scrivi spesso. Di a Florestano, 
che il fratello sta bene; ma desidera sue nuove più 
frequenti. E credimi 

tuo aff.mo fratello, 

Alessandro. 



P. S. Ti prego , nel rispondere, di far due righi 
per Giuseppe Mondolfo, ricco banchiere, in cui casa 
io sono alloggiato , e che mi colma di gentilezze. 
Egli è il tuo antico intimo amico di Trieste. La Pel- 
l^rini (302) vive e sta bene. 

Mandami del danaro, per la metà di Luglio, affinchè 
io non sia costretto, a farmene prestare dal Gene- 
rale. 



Al Nobile Uomo 

n Signor Carlo Poerio. 
Strada del Salvatore al Corpo di Napoli, n. 5, 2. piano 

Napoli, 



8 



— 114 — 
LXV. Federico Bellazzi (3o3) ad Alessandro Poerio 
GOVERNO PROVVISORIO 

DELLA. LOMBARDIA 

Milano , il 29 Giugno 1848. 

Carissimo signor Poerio, 

Includo, in questa mia, una lettera, diretta a S. E. 
il Generale, che V. S. favorirà trasmettere, al più 
presto possibile. — Mi rincresce, di non aver potuto, 
finora, scriverle qualche cosa, relativamente alle co- 
se nostre di Lombardia; e di non poter far ciò nean- 
che adesso, perchè assediato da tutte parti. — Cor- 
renti la saluta caramente. Forse, ci rivedremo pre- 
sto in Venezia. Mi creda 

1* affezionatìssimo sao 

Federico Bellazzi. 

P. S. Le scriverò di più , un' altra volta. Se le 
abbisogna qualche cosa, mi scriva, che la soddisferò 
subitamente. Addio. Mi saluti Ulloa, di cui tanto 
bene si dice anche qui, Mezzacapo, ecc. ecc. 

Dalla Segreteria Generale del Governo Provvi- 
sorio. 

Al Preg.** Signore 
n Sig. Barone Poerio. 

Presso S. E. il Generai Pepe. 
Yenezia, 



— 115 - 

LIVI. Alessandro Poerìo alla Carolina Poerio-Sossisergio 

ed a Carlo Poerìo 

Venezia, a di 1. Luglio 1848. 

Par fatale, carissima madre mia, che io non debba 
ricevere vostre lettere, se non ad intervalli assai lun- 
ghi; quella, che promettevate nella vostra de' 18 
Giugno, di volermi scrivere il 20, non mi ò poi giun- 
ta; eppure, siamo a Luglio; eppure, altri hanno avuto 
lettere del 23^ e, se non erro, anche del 24. Questa 
privazione dì vostre nuove mi tiene afflittissimo. 
Alla vostra de' 18 , risposi subito. Debbono esservi 
state ricapitate altre mie precedenti , fra le quali 
una, affidata al corriere signor Longo, che, forse, ve 
l'avrà recata personalmente (304). 

Benché siano circa 18 mila uomini in Venezia , 
nulla si è tentato contro gli Austriaci, che ci strin- 
gono da Fusina, Mestre, Brondolo e Treporti. Ve- 
ro ò| che la massima parte son volontari, ne' quali 
nò il General Pepe , né il General Ferrari hanno 
gran fiducia, per far delle sortite gagliarde; ma, forse, 
qualche cosetta si sarebbe potuto tentare. Finora, 
non è accaduto, che un cannoneggiamento, per lo più, 
vano, e due o tre riconoscenze di poco momento. 
Del campo di Carlo Alberto, nulla si sa, oggi, di pre- 
dsp; ma, giorni fa, venne avviso, che diecimila (altri 
dicono quattordicimila) Piemontesi , avesser passato 
r Adige, sopra Rivoli , e combattessero contro gli 
Austriaci, nel Tirolo. Si é, poi, sparsa voce, che il 
Re voglia assalire il forte di Legnago, anco sul- 
r Adige , e così minacciare, anco da un altro lato, 
Verona, in cui consiste la somma di tutta la guerra. 
Cosi l'avesse fatto prima; od, almeno, lo facesse pre- 



— 116 — 

sto. Allora, i nemici sarebbero costretti, di allargarsi 
da intorno Venezia, o, se non altro, di diminuire 
assai le loro forze, da questa parte. 

Saprete le novità di Francia; solo rimedio, ammali 
interni di quel paese, sarebbe la guerra. Ma il co-> 
munismo è, dicesi, vinto, si a Parigi che a Marsi- 
glia. Ma risorgerà , e nasceranno nuovi disordini , 
flnchò ai pessimi umori non si trovi scolo. La guer- 
ra di liberazione della Polonia sarebbe oltremodo 
nazionale; e la sola minaccia di volerla fare^ darebbe 
occasione, a' popoli di Germania, di forzare i loro 
governi, ad intraprenderla. In quanto alla Italia, a- 
merei meglio , che fosse preservata da' forestieri , 
anco amici. Purché veramente voglia, farà da sé. 

Diman V altro , sarà qui tenuta V adunanza , per 
decidere l'unione col Piemonte. L'affermativa pre- 
varrà, certamente ; né Venezia, Repubblica isolata, 
potrebbe sostenersi. Ma la cosa pò tea farsi piti de*' 
cerosamente; ed é indegno il procedere di questa 
guardia civica, che va gridando, per le strade: Viva 
Carlo Alberto, alla vigilia di un' assemblea nazio- 
nale (305). 

Il caldo é eccessivo; a me pare il doppio di quello 
di Napoli, e, da qualche giorno, spira uno scirocco, 
che mi tiene abbattuto. Si aggiungono non poche 
amarezze; e vi ripeto quel, che vi ho già scritto, 
che mi trovo in una posizione difficile, anzi falsa. Vi 
prego, quanto so e posso, di farmi aver del danaro, 
per la metà di luglio. 

Delle cose politiche dì costà, scrivo, nella facciata 
seguente, a mio fratello. Spero, che Luisa, Carlotta, 
Antonia , Emilio , Peppino e tutt' i parenti stiano 
bene. Di Enrico nulla so , né ho mai ricevuto sua 



— 117 — 

risposta. Lo stesso debbo dire di Raffaele, se non che, 
da' fogli milanesi, rilevo, trovarsi egli in Cremona, 
dove sta ordinando la brigata lombarda , affidatagli. 
11 Generale vi saluta distintamente. Anche Da- 
miano vi riverisce. Per carità, scrivete; bisogna dire 
che le persone, le quali voi incaricate, d'impostar le 
lettere in Livorno od in Roma, trascurino l'adem- 
pimento. Vi bacio rispettosamente la mano; e, pre- 
gandovi di custodir con cura la vostra salute, mi 
ripeto 

v.^' affino figlio, 

Alessandro. 
Carissimo fratello. 

Nostra madre ti dirà, come la mancanza di lettere, sue 
e tue, mi tenga afflitto, massime nello stato inquieto, 
in cui ora trovasi il Regno, e che non può, se non 
crescere. A me pare, che il dado sia tratto. Se Na- 
poli e le altre città, che hanno riconfermati , sotto 
protesta , i deputati antichi, col rieleggerli, si sono 
condotte non senza dignità, meglio assai han fatto 
Bari, Foggia e quante han protestato assolutamente, 
di non poter rieleggere alcuno, perchè i veri e soli 
deputati della nazione sono quelli , • che la violenza 
disperse a' 15 maggio. Ottimamente, poi, fanno Te- 
roiche e vindici Calabrie. Gran danno sarebbe, se 
si adunassero Deputati in Napoli, sotto gli auspici 
di un cosi nefando Governo , capace di rinnovare 
qualunque eccesso. A me pare , che i Deputati rie- * 
letti debbano assolutamente dichiarare, di non rico- 
noscersi tali, se non in virtù del primo mandato. Ma 
spero, che tutti avranno dignità, senno e costanza. 
Non è più tempo di transazioni; ricomincerebbe una 
serie infinita di mali. Fa d'uopo, assicurare le sorti 



— 118 — 

del paese, che sono tanta parte di quelle d'Italia; e 
r Italia ciò aspetta , con fiducia , come sola e lar- 
ga ammenda alla turpe defezione delle truppe na- 
politane, voluta dall' iniquo governo nostro. Questa 
lettera ti perverrà in modo sicuro ; tutt' i migliori 
Italiani pensano, come io ti scrivo. Ci si fa sapere, 
che, nella Puglia e negli Abbruzzi, la viva e potente 
agitazione sta per iscoppiare in sollevazione aperta. 
In Roma, saprai, che il Ministero e le Camere ga- 
reggiano di energia ; e che], malgrado i retrogradi, 
che, mettono scrupoli indegni nell'animo del Papa, 
le cose andranno bene. Se noi sai già, sappi, che il 
Governo Provvisorio di Lombardia ha decretato : — L 
Un esercito di riserva. — H. Un comitato d'armamento, 
in sussidio del Ministero della guerra. — III. Soccorsi 
alla Venezia; ed incorporamento de' profughi veneti 
nell'esercito lombardo, ove il vogliano. -^IV. Prestito 
di dodici miUoni di lire, con ipoteca sui beni dei 
principali signori, a ciò offertisi. — V. Ricognizione de' 
militari napolitani, rimasti fedeli alle bandiere d*I- 
talia , come militari lombardi. — VI. Mobilizzazione 
della guardia nazionale. 

Vedi, che il rimanente d'Italia non manca al do- 
ver suo; ma, finché essa non avrà sicure le spalle, 
vi sarà pericolo. Abbraccio Emilio. Leggiamo il Gior- 
nale ufficiale ed il suo degno confratello 1' Omni" 
bus (306). Quante menzogne ! Credimi sempre 

Venezia, 1 Luglio. 

il tuo aff.mo fratello, 

Alessandro Poerio. 

Alla Nobil Donna 
La Sig. Baronessa Carolina Poerio. 

Strada à%\ Salvatore al Corpo di Napoli n.^ 5, 2.^ piano 

Napoli, 



— 119 ^ 
LXVn. Nicola Fabriz! ad Alessandro Poerio 

Amico carissimo, 
Ti prego di dire ad Ulloa di regolarizzare la mia 
posizione presso Tintendenza Militare , che gliene sa- 
rò obbligato, giacché i Tedeschi che a momenti sa- 
ranno a Modena mi metteranno al verde, per la se- 
conda volta d'ogni mio avere, e chi sa per quanto. 
Ti prego pure di vedere^ se mi sia stato portato da 
Ferrara un' involto [sic!'] con lettere, e nel caso 
raccoglierlo tu stesso, e tenerlo per darmelo al mio 
arrivo. Le notizie le dò al Generale. Qui si è nel 
terrore, e l'^eccitamento ; e tutto si deciderebbe per 
questo se ci fossero uomini a volerlo, e saper cosa 
si può farne. Vedremo. Molto si fida per Venezia 
sul General Pepe, che ha nome assai confidato nel- 
le multitudini [sidl. Qui si manca d'Ufficiali. Che 
dico! di Caporali. Addio 

Roma 1.** Luglio 1848. 

Tao aff.mo 

Nicola \Fahrizt\ 

Bada a ciò che ti dico per Ulloa. Te ne [sic!'\ 
raccomando. 



Barone Alessandro Poerio 

Yenezia 



— 120 — 

LXVni. La Carolina Poerìo-Sossisergio e Carlo Poerio 

ad idessandro Poerio 

Napoli, 2 Luglio 1848. 

Mio Carissimo figlio, 

Ho ricevuto la tua , del 19, da Venezia. Già, in 
una del venti del Generale, avevo letto il tuo nome 
e le tue lagnanze, perchè credevi , che noi non ti 
avessimo scritto. Le tue lettere sono giunte, qui, con 
ritardo ; ma , finalmente , tutte sono giunte. Spero , 
che, per le nostre, anche sarà cosi. Tutto ciò, che 
mi scrivi di affari pubblici, lo sapevo già dai fogli. 
Sono adirata, però, con detti fogli, per ciò, che ci 
riguarda. Hanno certamente cattivi corrispondenti ; 
perchè, essendo mendaci, danno adito al più bugiar- 
do giornale del mondo (quale è il nostro) di confu- 
tarli; mentre ci sarebbero tante verità a dire ! Ieri, 
si sono aperte le Camere per procuratore, o sia de- 
legato: tutto riuscì tranquillamente, anzi silenzio^ 
samente (307). Domani, si raduneranno le Camere , 
qui vicino, dove furono gli scienziati; poiché, ieri, fu- 
rono aperte alla gran Biblioteca degli Studi. Di 
Montanelli ti ho scritto, in molte mie lettere: il do- 
lore, dì quando giacque, ed il contento, di quando 
risorse. Pel figlio della Parrà, ho inteso molto do- 
lore, pensando a quella infelice madre. Carlotta era 
andata in campagna contro sua volontà; ma credo, 
che tornerà subito. Mia sorella anche è in Napoli, 
giacché D. Michelangelo è Pari. Da Don Grego- 
rio, nulla più riceviamo. Intanto, pare, che le cose 
sieno confuse, come sempre le cose nostre: Fun dit 



— 121 — 

blanc , V autre noir. Ma io confido nella Provvi- 
denza. Sei in errore, di credere Enrico al campo al- 
le Grazie, nell'ultinia azione: esso era ancora con la 
ferita aperta , perchè la malattia avuta ne aveva 
impedito la guarigione. Mi scrisse, in data del 12 
scorso, sempre da Modena. Spero., che ora sia del 
tatto sano, e ne attendo lettere. Se mi avessi detto, 
dov'è la casa del tuo albergatore, con la fantasia, 
ti vedrei al terrazzino o sia pergola : per ora , ti 
veggo su la Piazza^ in gondola sul Canal Grande , 
a Palazzo Ducale , e nelle sale delle Procuratie. 
Molte volte, ti abbiamo scritto il motivo, per cui re- 
stiamo qui. Sta tranquillo sul nostro conto: le cose, 
da lontano, non si veggono, come da vicino. I no- 
stri domestici, buona gente, ti baciano le mani. Zia 
Antonia stanca tutti i Santi del Paradiso. Ma è di 
sangue Poerio. Ti dice tante cose. Spero , con la 
prima tua lettera, che mi parlerai di tuo zio; spe- 
ro, che faccia cose tali, non solo da serbare la sua 
riputazione (sia come militare , sia come vero Ita- 
liano) ma di accrescerla. Ti abbraccio e benedico. 

Àff.ma madre. 

Carolina. 

P. S. Ti prego, di dire tante cose al Generale, da 
mia parte. 

Napoli, 3 Luglio 1848. 

Carissimo fratello, 

Ieri, ebbi, indirettamente, le tue nuove, in una let- 
tera , scritta, in data del 25 scorso , dal Generale 



— 122 — 

Guglielmo a suo fratello. Non so comprendere, co- 
me vada la faccenda della mancanza di nostre let- 
tere. Io ti ho scritto, spessissimo; e la nostra buona 
madre, in ogni ordinario, e, straordinariamente, per 
occasioni particolari. Le tue lettere , alla fin fine , 
giungono fino a noi. Come mai le nostre non giun- 
gono fino a te? Del rimanente, ogni qualvolta per- 
viene al generale una lettera del fratello, fa conto, 
di ricevere anche le nostre nuove, poiché io veggo 
il Generale Florestano, ogni sera. La presente giun- 
gerà immancabilmente, poiché affidata ad un uffi- 
ciale del Vapore Francese, che, dopo averci recate 
le funeste nuove di Parigi del 25, salpa questa notte 
per Venezia (308). Ieri l'altro, primo Luglio, furono 
aperte le Camere, nella gran sala della Biblioteca , 
dal Duca di Serracapriola, Regio Delegato. Poteva- 
mo essere un cinquanta pari, ed un settanta Depu- 
tati; ma, domani, saremo in numero legale (oltre ot- 
tantatrè ), poiché ne sono giunti molti in giornata. 
Diman Taltro, giungeranno Lanza, Scialoja, del Re, 
Dorotea e Bellelli, ch'erano in Roma, poiché sono 
stati tutti rieletti. La cerimonia si passò nel più cu- 
po silenzio. Il discorso della Corona fu degno del 
Ministero Bozzelli ; e fu degnamente accolto dal- 
l'assemblea. La risposta non si farà attendere: e sa- 
rà linguaggio di uomini liberi, ma dignitoso e calmo. 
I forestieri, che sono in Napoli, ammirano la fer* 
mezza degli elettori, che ha rieletto i medesimi de- 
putati, ed il coraggio civile de' Deputati, che, per 
salvare la patria dalla imminente anarchia, non han 
temuto di riunirsi, in Napoli, stanza di ventiquat- 
tromila uomini di truppe mercenarie, sotto il can- 
none di quattro castelli, ed in mezzo ad una plebe 



— 123 — 

stupida, feroce e rapace. Con la costanza, con la fer- 
mezza e con la temperanza, ho fede, che supereremo 
tutti gli ostacoli; e, forse, non è lontano il giorno, 
in cui , non una o due divisioni , ma la metà del 
nostro esercito, potrà varcare il Po, per combatte- 
re l'eterno nemico d'Italia. 

Ma , per raggiungere questo santissimo scopo , è 
indispensabile, che sia ristorata la pubblica tranquil- 
lità, e riordinata la finanza, ch'è nerbo di ogni guer- 
ra. E la sola vìa legale può condurci alla deside- 
rata meta. Tu sai, ch'io ho fatto le mie prove co- 
me cospiratore; ma, quando ogni altra via era chiu- 
sa. Ora, bisogna invocare la legalità; e chi fa altri- 
menti, non ha coscienza del suo buon diritto. Il ri- 
correre alla forza brutale, come unico mezzo di sa- 
lute, è mettere al repentaglio l'avvenire del paese , 
è un giuocare, al tristo giuoco della guerra civile, 
le sorti della patria. Alcuni, accecati dall'odio e da 
fiero e giustissimo sdegno, non veggono , che , per 
guadagnare questa lite, bisogna guadagnare tempo. 
L'iniquo Governo non può distruggere la Costitu- 
zione, di fronte ad un'opposizione legale. Ma, s'egli 
trionfa della opposizione armata (e con settantami- 
la combattenti questo non è difficile) non potrà mai 
opporsi, anche volendo, alla tremenda reazione del 
suo partito; e questo paese sarà crudelmentò insan- 
guinato, peggio della Spagna e del Portogallo. So, 
che gli oppressi e le vittime avranno le simpatie e 
le lacrime de' fratelli Italiani, che celebreranno per 
gli estinti delle messe di requie; ma ciò non impe- 
dirà il martirio di sei milioni di uomini. Verrà, poi, 
(Dio sa quando) la Spada d'Italia, che libererà noi 
dalla tirannide, come ha liberato il Veneto dallo stra- 



— 124 — 

niero oppressore. In verità, io non comprendo que- 
sto grande amore de' nostri fratelli Italiani per noi. 
Essi desiderano il nostro aiuto, per cacciar lo stra- 
niero; ed, intanto, fanno di tutto, per impedire, che 
un Governo, ragionevole e decisamente Italiano, si 
formi in Napoli. Bel modo di aiutare la vittima , 
aizzando, di continuo, con le più turpi contumelie, i 
potenti sacrificatori! apponendo, al Governo, fatti sup- 
posti di bestiale brutalità, come se le sue vere col- 
pe non fossero sufacienti, a chiarirlo oppressore, qua- 
si per offrirgli una propizia occasione, per gridare 
alla calunnia ! ÀI dir de' giornalisti , gli eroi del 
giorno sono Mauro il comunista (309) , Ricciardi 
r ateo , il socialista Mussolino (310) ed altra gente 
di simil fatta. Io non so, che razza di libertà possa 
attendersi da costoro; ma so bene, che tutti gli uo- 
mini eminenti di Calabria, che stavano formando 
una vasta confederazione di tutte le Provincie, per 
costringere il governo a rientrare nella via legale, 
all'apparire di costoro, si son ritirati e non han vo- 
luto più saperne. Lo sbarco dei Siciliani ha, poi, fi- 
nito di discreditarli. I Siciliani (come sai) non hanno 
mandato un solo uomo, a combattere per la causa 
Italiana; poiché non deve tenersi conto di cinquanta 
volontari, iti con La Masa (311). Ora, sono stati sol- 
leciti, d'inviare quasi tre mila uomini in Calabria; e 
ciò , pel triplice vantaggio: di disfarsi dei più faci- 
norosi tra' Bonachi; di sovvertire il nostro Regno 
ed allontanare ogni tema d'invasione, per parte del 
nostro Governo; d' impadronirsi del forte di Scilla, 
per dominare lo stretto, impedire, che la cittadella 
di Messina sia soccorsa , e farla cadere per fame. 
Intanto, il loro arrivo ha dato il carattere della più 



— 125 — 

truce ferocia a quella guerra civile; e Dio sa, come 
la cosa andrà a finire. Questa mattina, si è confer- 
mato il sacco del Pizzo, con la morte di due fratelli 
di Mussolino (312) , ed il disarmo di Monteleone, che 
si era mossa alle spalle di Nunziante. Questa ma- 
ledetta ed intempestiva mossa ha reso indispensa- 
bile il nostro sacrificio, di andare a sedere in Par- 
lamento, poiché il nostro supremo mandato è quello, di 
salvare, ad ogni costo, il paese dal despotismo e dal- 
l'anarchia. — Fra i nuovi eletti, vi è Carlo Troya, 
scelto da tre Collegi, G. Capuano, il Duca Proto (313), 
Centola (314), Muratori (315). — Capitelli sarà for- 
se il Presidente, perchè la salute di Troya non gli 
permette tanta fatica. Donna Lucia saluta Tomma- 
seo. Mi congratulo con UUoa, Tenente-Colonnello e 
capo dello Stato Maggiore. Lo abbraccio con As- 
santi. E riverisco il Generale; e mi congratulo con 
lui della bella difesa. EmiUo e la famiglia, i Parrilli, 
Zia Antonia e gli amici ti salutano. Io ti abbrac- 
cio, con tutto il cuore. 

Tao aff.mo fratello 

Carlo. 



LXIX. Federico BeUazzi ad Alessandro Poerio 

Reverbella, 4 Luglio 1848. 

Carissimo signor Poerio, 

Siamo, per partire di qui , alla volta di Brescia ; 
e Correnti m' incarica, di scrivere a V. * S., che lo 
saluta caramente, mentre Le raccomandai di riverire, 
in suo nome, S. E. il Generale. Quanto prima, o Ce- 



— 126 — 

sare stesso o alcun altro, delegato da lui, si recherà 
a Venezia. Con tutta la stima , mi creda , di tutta 
fretta, 

l*affos.mo sao, 

Federico Bellazzi. 

Al Signor 
Barone Poerìo 
Venezia 
preuo S. E. il generale Pepe. 



LZX. Girolamo Sfòrza-Bissari (316) ad Alessandro Poerìo. 

Milano, Luglio 1848. 

Distinto Amico! 

Dopo le ultime notizie, raccolte, sul vostro conto, 
da un ufficiale napoletano , che io stesso presentai, 
in Este, al Generale Durando, mandandovi, per quel 
mezzo, i miei più cordiali saluti , io non ho saputo 
altro di voi, se non che eravate a Venezia, coU'ot- 
timo Pepe. Ora, perdonatemi, se vi distraggo, per 
poco, da cose di maggiore importanza, pregandovi, 
d'occuparvi d'una cosa affatto personale; ma, abbi- 
sognandomi un buon consiglio , in cosa per me di 
tutta importanza, non saprei a chi meglio ricorrere, 
che al vostro senno e alla vostra preziosa amicizia. 
Mio caro, dei fatti di Vicenza non vi parlo, che vi 
saranno troppo noti; né del supremo dolore dell'a- 
nima mia, quando ho veduto invadere, perfino i pa- 
cifici domicili di famiglia, da queir orde barbariche, 
che, nella stupida loro ferocia, non sentono, che un 
prepotente bisogno, di distruggere tutto ciò, che è 
gentile. Compreso nella capitolazione , perchè Offi- 
ciale d'Ordinanza del Generale Durando, uscii di Vi- 



— 127 — 

jjenza; e, con lui, me ne venni a Ferrara. Io sarò 
sempre affezionato al Generale, per quanto ha fatto 
per la mia Patria ; ed io , che Y ho accompagnato 
quasi per tutto , dov' erano maggiori e il bisogno e 
il pericolo, non lo potrò certo accusare delle tristis- 
sime conseguenze dell'abbandono di tutti quelli, che 
hanno tradito la causa Italiana. Durando, abbando- 
nato alle sole sue forze, senza materiale da guerra, 
cosa poteva fare a Vicenza , contro quaranta mila 
austriaci con cento bocche da fuoco ? Io credevo , 
che il Governo Pontificio e Pio IX, rinsennato egli 
pure, avesser valutato di più il cuore e la mente di 
questo bravo Italiano; e che, approfittando delle ot- 
time sue intenzioni, avrebber voluto si organizzasse 
un esercito di trentamila uomini almeno, sotto la 
disciplina militare più rigorosa e con tutto il 
materiale da guerra occorrente^ approfittando, per 
r istruzione , dei tre mesi della capitolazione. Il mio 
giudizio fu erroneo. A Durando, venne l'ordine, di 
trasmettere ad altro il comando d'operazione, senza 
né anche un cenno sulla sua destinazione futura, senza 
un ringraziamento. Intanto, un mese è passato ; e 
nessuna cosa s*è fatta. Ora , Durando , persuaso da 
tutti noi , se ne è andato a Roma. Io credo , che 
tutte le accuse cadranno , per la parola dell' uomo 
giusto. Noi tutti, suoi aiutanti di campo, fummo li- 
cenziati , con tali parole di affetto , che di più non 
avrebbe potuto dirci ; e colla promessa , di ' richia- 
marci , se mai fosse tornato in campagna. E , spe- 
cialmente per me , esternava rincrescimento , per la 
mia posizione ben più affliggente , in confronto dei 
sadditi pontificii. Dietro suo consiglio, mi portava a 
Milano, dove sono dall' altro ieri. Qui , mi sembra , 



— las- 
che le cose non procedano cosi bene, come sarebbe 
desiderabile. Il Governo Provvisorio, accusato di len- 
tezza, di poca avvedutezza, anche di ambizioni troppo 
personali; il partito repubblicano, più esteso, che mai, 
ma diviso in due sezioni. L'una ottima, composta di 
tutti quelli, che lo sono di buona fede, che agiscono 
per intimo convincimento; e questa meno numerosa, 
per disgrazia , dell'altra , composta di gente , che o 
velano le proprie passioni, o mercanteggiano Ja pro- 
pria coscienza, rendendosi compri strumenti dell'Au-' 
stria, nel proclamare, adesso, un principio, che, al- 
meno, non è opportuno. Vi aggiungi un altro partito 
dell'opposizione, composto di gente, avversa alle per- 
sone del Governo, che si valgono di tutti i mezzi, 
per suscitar brighe a queste, onde {sic!'} farle cadere. 
Io avrei desiderato, di servire ancora la patria; ma, 
oltreché io, cosi subito, non potrei, forse, battermi, per 
causa della capitolazione (317), a dirvi il vero, vorrei 
vedervi dentro un po' più chiaro, prima di dedicare, 
il mio braccio a Carlo Alberto, dal quale, inSne, iO' 
ripeto, in gran parte, la caduta del Veneto. Perciò, 
tornandomi, più di tutto, pesante , il restarmene 
ozioso , quando la Patria trovasi nel maggiore biso- 
gno, mi è venuta un'idea. E sarebbe: di rivedere il 
mio ottimo amico Mariano d'Ayala (318); e, arruo- 
landomi alle generose schiere delle Calabrie, combat- 
tere l'oppressione e il tradimento dell'iniquo Borbone. 
Vi dirò , che questa guerra ha, per me, un partico- 
lare attraente, perchè vendicherei, in parte , l'infor- 
tunio delia misera Vicenza , di cui , forse , precisa 
causa fu la infame diserzione delle truppe napoUta- 
ne (319). Ho scritto, perciò, a Gaetano Grano a Messi- 
na (320), includendovi una lettera per il bravo Maria- 
no. Spero, che avrà mezzo di spedirla, e di farmi tenere 



I 
I 



— 129 — 

risposta. Ad ogni modo , voi potreste indicarmi la 
strada, che dovrei tenere, per arrivare sicuramen- 
te, per quanlo è possibile, fino a lui; e, prima di 
tutto , darmi un consiglio in proposito. A me sem- 
bra , che la causa dell' Indipendenza Italiana tanto 
si tratti sull'Adige e sul Mincio, come in Aquila e 
nelle Calabrie. Lo stradale, che io direi di tenere, 
sarebbe, di arrivare, prima, a Palermo, o a Messina — 
quale vi sembra più adatto ? Nel caso mi decidessi 
a questa risoluzione, voi mi sarete compiacente di 
qualche lettera, anche per Palermo e per Reggio o 
Cosenza. Ho letto la risposta di Mariano alla Cir- 
colare Bozzelli. Che mai è divenuto il nostro amico! 
Non è vero.^ quanto fa male il dover ritirare la 
propria stima, da chi la godeva pienissima ! Abbia- 
mo parlato di voi, con la Gozzadini, a Bologna. El- 
la si conserva vera Italiana. E il bravo Ruberti! 
Viva r onorevole vecchio ! E cosa ne è divenuto , 
prima di tutti, del nostro buon Carlo e dell' ottima 
madre vostra ? e di Ruggero Bonghi e di Peppino 
del Re e di Gemelli (321) ? E, ditemi, anche, dove si 
trova Luigi Scovazzo (322)... ? Mio caro, io non po- 
trò mai dimenticare la cordialità di tutti voi, e le 
ore beate, che ho passate con voi. Quante volte ab- 
biamo inaugurato, co' più fervidi nostri desideri, la 
liberazione d' Italia ! ma nessuno di noi , quando ci 
siamo separati, credeva, che tanto vicino ne fosse 
per essere l'istante. Maledizione a coloro, che han- 
no tradito la patria , nel momento più fortunato ! 
Addio , mio indelebile amico ; non dimenticate un 
istante, chi è 

tatto vostro, 

Girolamo Sforza^Bissari, 
Scrivetemi tosto, a Milano, ferma in posta. 

9 



— 130 — 



LXXI. Alessandro Poerìo alla Nina Gozzadini-Serego-Allighieri 



[senza data] 



Qui sono moltissimi Bolognesi; e meritano somma 
lode, per l'alacrità, con la quale disimpegnano il ser- 
vizio militare, per l'esatta disciplina, e per l'arden- 
te amore alla causa Italiana. Ma nessuna occasione 
di combattere si presenta. Noi siamo in mano alla 
diplomazia, antica sacrificatrice di popoli. Ma l'Eu- 
ropa è troppo mossa, perchè un assetto politico, il 
quale non abbia per base la nazionalità, possa riu- 
scire durevole. Lunga lotta, nuovi dolori, ineffabili 
angosce ; ma Y Umanità dee progredire , è decreto 
di Dio. 

Mi dia sue nuove ; e scriva, se ne ha occasione, 
a mia madre; la quale mi par che mi accennasse, di 
averle diretta una lettera, e di essere mancante di 
sue nuove ed inquieta sul suo conto. 



Suo dev.mo afT.mo, 

Alessandro Poerio, 



P. S. Se vede Savino Savini, abbia la gentilezza 
di rammentarmi a lui. Nulla- ho più saputo di que- 
sto comune amico. 



— 131 - 

LXXII. Alessandro Poerio alla Carolina Poerio-Sossisergio 
ed a Carlo Poerio, con postilla di Florestano Pepe 

Venezia, a di 10 Luglio 1848. 

Carissima madre, carissimo fratello, 

Torno in punto della posta , dove , al solito , ho 
inutilmente fatto ricerca di vostre lettere. Vi ripe- 
to, che l'ultima vostra, pervenutami, è del 18 Giu- 
gno. Immaginate , in quale inquietudine ed ansietà 
io mi viva. Ieri , acclusi una mia lettera per voi , 
ad un amico mio di Bologna, il quale, tempo fa, ve 
ne fece ricapitare; e confido, che, anche questa vol- 
ta, si presterà volentieri. Ma, presentandomisi occa- 
sione di scrivervi, nel plico del Generale al fratello, 
non voglio trascurarla. Non so intendere, come, an- 
corché mancasse ogni altra opportunità, voi non vi 
appigliate al partito, di consegnar la lettera vostra 
a Florestano. Il quale ha mezzi efficaci, di far per- 
venire le sue al fratello; e scrive, non molto spesso, 
ma, ad ogni modo, ad intervalli, non pivi lunghi di 
otto dieci giorni. A me, invece, tocca il rimanere 
senza notizie vostre, per mesi. 

Vi ripeto,anche, le istanze pel danaro. Esso potrà 
bastarmi, tutto al più, fino a tutto luglio ; ma non 
ne son certo, occorrendo, massimamente ora, che si 
fa qualche cosa , or l'una , or l'altra spesa straor- 
dinaria. 

Vi ho già descritto il combattimento de'sette corren- 
te, dove mi trovai con Ulloa, che dirigeva l'artiglie- 
ria, sull'argine sinistro dell'Adige, dirimpetto le Ca- 
vanelle. Tutt' i quattro battaglioni di volontari (lom- 



- 132 — 

bardo, napoletano , bolognese e trevigiano) si con- 
dussero con molto valore. Solo, fu dispiace voi cosa, 
che i lombardi ed alcuni napoletani, male interpre- 
tando l'ordine della ritirata, e messi su da chi vo- 
lea dar loro ad intendere , che la presa del forte 
Cavanelle fosse facile, trasmodassero fino ad insul- 
tare il general Ferrari. Oggi, i Lombardi, venuti a 
resipiscenza, preparano un indirizzo di scuse al Ge- 
nerale, cui si mostrarono così avversi e sconoscenti. 
I Napoletani essendo stati pochissimi , non credo , 
che sia per esservi disdetta del corpo (323). 

Ieri, 9, al forte Malghera, cominciò uri cannoneg- 
giamento; e, la cosa riscaldandosi a poco a poco, fu 
fatta una sortita, nella quale i nostri (soldati di li- 
nea, raccozzati da più reggimenti, e volontari ponti- 
fici, ma specialmente i primi ) fecero meraviglie. Si 
continuò il fuoco dal forte; la cavalleria nemica sof- 
ferse molto da bombe e granate; e tre case, occu- 
pate dagli Austriaci, fra Mestre e Malghera, furono 
riprese, con grave loro perdita, e distrutte. Man ma- 
no, questi giovani si vanno agguerrendo; e, sicco- 
me si aspettano duemila Piemontesi di truppe rego- 
lari , potrà intraprendersi qualche cosa di più. La 
notizia, scritta da Ferrara, dell' arrivo di ottomila 
Piemontesi, non si avvera. Hanno esagerato il nu- 
mero, stranamente. Un forte corpo entrerà nel Ve- 
neto ; ma passando V Adige tra Zeno e Legnago : 
così scrive Leopardi precisamente. È qui il mag- 
giore Rossaroll; il quale verrà, co' residui del suo 
battaglione , che sono ora in Brescia , a mettersi 
sotto gli ordini di Pepe. Cosi rivedrò Enrico , che 
ora è rimesso, come il Rossaroll mi assicura. Questi 
saluta te cordialmente , mio caro Carlino ; altret- 



— 133 — 

tanto fa il mio padron di casa, Giuseppe Mondolfo, 
cui vorrei, che scrivessi due righe. 

In quanto agli affari politici di cotesto paese, ri- 
peterò, per la trentesima volta, che non è possibile, 
che sieno accomodati con le buone. Chi crede po- 
ter andare, per la via della legalità, con un governo 
ferino, espone sé stesso, senza giovar punto alla pa- 
tria. Iddio protegga cotesta parte d' Italia, da cui 
dipende l'assicurare le sorti di tutta la Penisola. 

Vostro affino, 

A lessandro. 

AUa NobiI Donna, 
La signora Baronessa Carolina Poerio. 

Napoli. 

Con mille ossequi, da F. P, — Ischia, 21 Luglio. 



LXXm. La Carolina Poerio- Sossisergio e Carlo Poerio 

ad Alessandro Poerio 

Napoli, 11 Luglio 1848. 

Mio carissimo figlio, 

Ho ricevuto due tue lettere, in questi giorni: una, 
del 21; e l'altra, del 27. Il dirti quanto sono dolen- 
te per le mie, che ti mancano, è indicibile; dal 31 
Maggio al 10 Giugno, per lo meno te ne mancano 
tre e forse quattro ; dal 10 al 18 , quelle del 13 
e del 15 o 16. Infine, viene lo scoraggiamento, quan- 
do penso, che tutte le espansioni del cuore di una 



— 134 — 

madre , e tutti i più intimi pensieri , tutte le cose 
più intime della famiglia debbono, forse, essere og- 
getto di riso e di scherno , a qualche birbante ! Le 
tue, grazie al cielo, mi sono giunte tutte; e le ul- 
time, col suggello intatto. 

Caro figlio, mi scrivi, essere la tua posizione, ver- 
so il Generale, molto delicata e falsa ; vorrei una 
spiega di queste parole. In tutti i fogli, tu passi co- 
me appartenente allo Stato Maggiore suo. Tu sai, 
quanto io e tuo fratello ti amiamo; ora , la nostra 
posizione è disastrosa ; pure, faremo tutto ciò, che 
potremo , per te. Le nuove di Calabria sono tristi , 
pe' proprietari; tanto più perchè i nostri cari Cala- 
bresi hanno interpretata la Costituzione per Comu- 
nismo , ed hanno invaso le terre de' proprietari 
Per molti, hanno avuto ragione, perchè erano terre 
prese da' patrizi \f\ su le Comuni. Ma, per noi, non 
abbiamo nulla di nessuno ; e speriamo, che, presto, 
si ritorni all'ordine. Intanto, dopo molti mesi. Don 
Gregorio mi ha mandato cento ducati : de' quali 
quaranta, li ho ritenuti per la famiglia; e sessanta, 
avevo disposto di averne cambiale per Venezia. Ma 
il fatto si è, che ho fatti girare tutti i negozianti, e 
non è stato possibile di averne , essendo chiuso il 
commercio. Allora , ti acchiuderò un bigliettino pel 
Generale, affinchè ti passi detta somma. Io, già , la 
sera, che gli andiedi a dare il buon viaggio, lo pre- 
venni , che , forse , poteva darsi il caso, che avessi 
bisogno di danaro: e, gentilmente, mi disse , che te 
ne avrebbe dato , ed io l'avrei rimborsato al fra- 
tello. 

Questa mia lettera, l'avrai per via di Roma, man- 
dandola li, ad un amico, che avrà cura, di spedir- 



— 135 — 

la pel corriere militare. Enrico mi ha scritto da 
Brescia. Mi scrive, che Raffaele passò la sera prima 
da Cremona, dove passò lui dopo ventiquattr' ore ; 
lo Zio gli aveva lasciato una lettera; era dolente di 
non averlo incontrato. Addio , caro figlio ; fidiamo 
nella Provvidenza. Manteniamoci in buona salute , 
perchè le altre cose si possono accomodare. Carlot- 
ta, con tutta la famiglia, Luisa, idem^ e Zia Anto- 
nia ti abbracciano. Donna Peppina Guaccci è ammala- 
ta : sta alla Barra per cambiamento di aria (324). 
Addio ti abbraccio e benedico. 

Tua afiT.ma madre 

Carolina 

Caro fratello, 

L'ottimo deputato Massari, che è subito accorso, 
per seder tra noi, mi ha recato la tua cara lettera 
del 27. Io sto bene; ma molto affaticato , pe' lavo- 
ri della Camera. Abbiamo già verificato i poteri. 
Capitelli è Presidente ; Roberto Savarese è Vicepre- 
sidente; Tarantini (325), Devincenzi (326), Imbriani 
e Ciccone (327) , Segretari ; San Giacomo (328) e 
Cacace , Questori. Si è scelta la Commissione del- 
'indirizzo; anche quella della Guardia Nazionale e 
del regolamento. Tutte son buone ; ed han posto 
mano all' opera. Ieri, vi fu la prima discussione, in 
comitato segreto, co' Ministri. Cominciò cupamente; 
e fini romorosamente. Il Parlamento è animato da 
ottimi spiriti; e potrai leggere le discussioni nel no- 
stro foglio uflSziale (se costà giunge), che le ripor- 
ta a parola, coli' opera degli stenografi. Tolti tre o 
quattro, può dirsi, che non vi è partito ministeria-" 
le. Le condizioni del paese sono gravi, specialmen- 



— 136 — 

te dopo i funesti casi della Calabria. Ma non voglio 
rinunciare alla speranza, che le cose possano esser 
ricondotte sulla via della legalità; solo, ci vorrà tem- 
po, fatica , prudenza ed arte. Ieri , Bozzelli (che io 
non vedeva da tre mesi) s' incontrò meco , per la 
prima volta, a' piedi della tribuna. Egli parlò lun- 
gamente e ( bisogna confessarlo ) con molta arte e 
somma industria ; ma schivò affatto, di rispondere, 
ad una mia interpellazione, colla quale lo pregavo, 
di dichiarare le origini de'moti calabresi. Troya, che 
s'intese punto da una frase di Bozzelli, lanciò con- 
tro lo stesso una espressione poco parlamentare. 
Di qui il tumulto, e la necessità di sciogliere l'adu- 
nanza (329). Vorrei, che Troya separasse la causa 
del programma del 3 aprile, dalla difesa del suo Mi- 
nistero; ma non possiamo spogliarci del vecchio A- 
damo. Ho inteso la votazione di Venezia; e me l'a- 
spettavo. In verità, con buona pace di codesti signo- 
ri , quella repubblica improvvisata ha ritardato e 
compromesso il risorgimento d' Italia. Ma è meglio 
metter senno tardi, che mai (330). E come va Car- 
lo Alberto? Quale è il motivo della sua inazione? 
Sono vere le pratiche per la pace? Qui siamo con- 
fusi, per tante notizie contraddittorie. Dopo quaran- 
ta giorni, ieri, finalmente, giunse la posta di Cala- 
bria; e recò la conferma delle tristissime notizie di 
Calabria. I Regi sono in Cosenza ed in Catanzaro. 
Di RicciaQrdl, de Riso (331), Mussolino, Marsico (332) 
e Mauro ''non si hanno nuove. Carducci è prigionie- 
ro ed è ferito. Petruccelli è stato arrestato dalla 
Guardia Nazionale dì Scalea, mentre fuggiva (333). 
Ha subito scritto alla Camera, di cui è membro; noi 
l'abbiamo reclamato; ed il Ministero, per telegrafo. 



— 137 — 

ha dato l'ordine, che fosse condotto in Napoli. Noi 
dovremo esaminare, se ci è luogo ad accusa; e, nel 
caso affermativo , sarà giudicato dalla Camera de' 
Pari. Gli attentati contro la proprietà privata si 
moltiplicano, ih modo spaventevole. Campobasso è 
venuto, per reclamare alla Camera, sulla illegalità 
della sua espulsione dal Regno (334). Il Generale 
Ruberti ha rinunziato ad essere deputato. Ciò ha 
fatto dispiacere. Ma già conosci, quanto questo otti- 
mo amico sia stravagante, in alcune cose. Addio. 
Ti abbraccio di tutto cuore. 

Napoli, 12 Luglio 1848. 

Tuo aff.mo fratello, 

Carlo. 

Signor 
Alessandro Poerio, 
presso il Tenente Generale Guglielmo Pepe. 

Yenezta. 



LXXIV. Alessandro Poerio a Raffaele Poerio 

Venezia, a di 12 Luglio 1848. 

Carissimo zio , 

Saputo , eh' ebbi il vostro arrivo in Milano , per 
prendere il comando di una brigata dell'esercito lom- 
bardo , non mancai di scrivervi , per congratularmi 
con voi del vostro ritorno in Italia, dopo ventiset- 
te anni, ora, che, su* campi di battaglia, si agitano 
le sorti della nazione. Così non avesse, da lunga 
mano, ordito i suoi tradimenti il Re di Napoli, chè^ 



— 138 — 

passandosi il Po, a tempo, da'dodicimila uomini, de- 
stinati a combattere in prò della causa Italiana, Vi- 
cenza non sarebbe caduta, ed altro indirizzo avreb- 
bero preso le cose, in tutto il Veneto. Per la libe- 
razione di queste Provincie, sperasi neirefficace aju- 
to deir esercito lombardo e piemontese. Sento , che 
le truppe sotto i vostri ordini son raccolte in Cre- 
mona; anzi, che, fino airarrivo del General Perro- 
ne (335), il comando di tutta la sua numerosa di- 
visione, è affidato a voi. Ignoro, se abbiate mena- 
to con voi la vostra famiglia, ovvero, se V abbiate 
lasciata in Francia. Vi prego , di scrivermi , diri- 
gendo la lettera, qui, in Venezia, con l'aggiunta pres- 
so il General Pepe, a maggiore sicurezza di reca- 
pito. Non avendo ricevuto vostra risposta, alla mia 
prima lettera, sospetto, che non vi sia giunta ; ep- 
pure la consegnai, perchè vi fosse puntualmente re- 
cata, al signor Gonsalez (336), Commissario del Go- 
verno lombardo nelle Provincie Venete, da me co- 
nosciuto in Ferrara. 

Vivo in grande ansietà , per le cose di Napoli. 
Sono affatto privo di lettere della mia famiglia; l'ul- 
tima, pervenutami, essendo in data del 18 Giugno; 
ancorché, in quella, mia madre mi assicurasse, che 
solea scrivermi almeno ogni tre giorni. Conosco la 
infedeltà della posta, o, per meglio dire, la perfidia, 
essendovi ordine di quell'infame di Bozzelli (il qua- 
le si vantava, di aver costituzionalmente proclama- 
ta la inviolabilità delle lettere) di aprirne, quante 
sono dirette a persone, che a lui non piacciono. Ma 
mia madre e mio fratello non le impostano in Na- 
poli; le mandano ad impostare, in Roma od in Li- 
vorno, per mezzo di amici o di viaggiatori. Non so 



— 139 — 

intendere , dunque , a che si debba attribuire tanta 
scarsezza o, più veramente, mancanza di lettere. So- 
spetto, peraltro, che, anche nello stato pontificio, es- 
sendo r amministrazione delle poste piena d' impie- 
gati retrogradi, se ne ritengano molte. 

Rilevo, da' giornali , V intervento di mio fratello 
nella camera de' deputati, ed il di 1.® ed il di 3 Lu- 
glio. A me, sarebbe piaciuto, che i deputati si fos- 
sero astenuti , poiché , sotto gli auspici ferdinandei , 
nulla può avvenire di buono. Se i deputati si rico- 
noscono tali in virtù del secondo mandato, vengono 
a perdere, logicamente, il diritto, d'impugnare quanto 
si è fatto , dal 15 maggio in qua ; poiché la legge 
elettorale bozzelliana fu per V appunto una delle più 
flagranti violazioni, allora commesse. Era cosa più sag- 
gia, il tenersi dal canto degli insorti, e tentar di propa- 
gare il moto nelle altre Provincie. Quello di Calabria 
è certo assai forte; e, dalle stesse relazioni ofBciali, 
si raccoglie, che Nunziante è stato battuto e costretto 
a retrocedere al Pizzo, tanto più, che Monteleone gli 
era insorta alle spalle. Se la Basilicata ed il Cilento 
si sollevano, Busacca, che fu battuto a Castro villari, 
può esser presto distrutto. 

Questa lettera vi sarà recata dal maggiore Ros- 
saroll, Comandante il 1.® battaglione di volontari na- 
poletani, nel quale Enrico è capitano. Io ve lo rac^ 
comando quanto so e posso, concorrendo in lui le 
migliori qualità, che costituiscono un buon militare 
ed uno zelante cittadino; e vi sarò veramente obbli- 
gato, di quanto potrete fare per lui. 

Il General Pepe vi saluta caramente. La guarni- 
gione di Venezia è sufBcientissima alla difesa, ed an- 
che a far qualche riconoscenza e sortita^ ma, senza . 



— 140 - 

l' ajuto piemontese , non può fare sgombrare le Pro- 
vincie agli Austriaci. Mi trovai, con Ulloa, alle Ca- 
vanelle , sotto il General Ferrari. Se fossimo stati 
meglio informati e provveduti di obici, forse, il forte 
sarebbe stato preso; dovemmo ritirarci, ma la per- 
dita del nemico fu grave , e mori anche il Coman- 
dante. Credetemi 

v.®aff.° nipote, 

Alessandro Poerio. 

Al Nobil Uomo 
Il signor Raffaele Poerio, 

Ufficiale della Legione d'Onore, Generale di Brigata 
neir esercito lombardo, 
Cremona. 



LXXV. Cesare Correnti e Federigo Bellazzi ad Alessandro Poerio 

Milano, 13 luglio 1848. 

Carissimo Poerio, 

Il non avere io scritto a voi, dopo tanti giorni, 
forse, vi avrà fatto credere, che mi fossi dimenticato 
delle anime generose, che ebbi V indicibile consola- 
zione di avvicinare, in Bologna, Ferrara e Venezia. 
L' avvicendarsi non interrotto d' avvenimenti , che 
richiedevano saggi, pronti, energici provvedimenti, 
mi impedì , di render consapevoli i miei amici , di 
quanto pur troppo sarebbe stato necessario. Spero, 
che questi mi vorranno condonare questa apparente 
dimenticanza e negligenza, considerati i motivi, che 
ne furono cagione. Ho scritto a S. E. il Generale, 
che egli è mestieri, sospendere, per ora, quelle ope- 



— 141 - 

razioni, di cui anche voi siete consapevole; e ciò, per 
una dolorosa necessità, imposta dallo stato poco flo- 
rido, a confronto delle ingenti spese, in cui versa- 
no le nostra finanze. Ricordatevi di me e credete- 
mi sempre 

tutto vostro, 

Cesare Correnti. 

P. S. Abbiatevi, Poerio mio , una parola dall' a- 
nima. Io combatto , combatto , combatto. Dio salvi 
la patria! Ispirate energia a Pepe; fate, che il suo 
nome rimanga storico, come egli desidera. Perdona- 
temi, se vi scrivo anche qualche cosa di personale. 
In Venezia , sta , da molti giorni , il giovane , ma 
espertissimo uflSciale Giovanni Noghera (337). Rac- 
comandatelo a Pepe, come fareste di un fratel mio. 



♦ ♦ 



Ricordatevi anche di Bellazzi, che vi ama assai. 

Bellazzù 

D'Uffizio. 
Al Signor 

Barone Alessandro Poerio, 

Venezia: 

LXXVI. Giuseppe del Re ad Alessandro Poerio 

Roma, 13 luglio 1848. 

Mio carissimo amico. 

Latore di questa mia è il signor Luigi Pesce (338), 
il quale , vergognando di più servire nelle armi na- 



— 142 — 

poletane , viene a prendere servizio tra quelle di 
Carlo Alberto. E , dove meglio spendere il proprio 
valore , che a difesa della infelice Venezia , e sotto 
gli ordini dell'ottimo nostro General Pepe? È per 
questo, che io V ho consigliato a muovere per costì; 
ed, ora, lo raccomando a te caldamente, perchè tu 
lo raccomandi all' egregio Generale , procurandogli 
cosi un posto neir esercito. Questa mia preghiera 
valga pure per il vecchio suo zio , antico ed ono- 
rato ufBziale, che tu conoscerai, se non di persona, 
certo per nome. È questi il signor Bernardo Rug- 
giero (339), il quale è desideroso, ancor esso, di ver- 
sare il suo sangue, a prò della santa causa dell'in- 
pendenza. E questo nobilissimo desiderio, in un uo- 
mo , venuto già innanzi con. gli anni, ma vegeto 
ancora e robusto, serva a cancellare, in parte, tan- 
te ignominie de'nostri prodi campioni ! Quel, che ora 
scrivo a te, volea scrivere ad Assanti ed Ulloa; ma, 
poiché tra voi non e' è differenza d' intenzioni e di 
opere , cosi bastami essermi rivolto a te solo. Ma 
ciò non toglie, che tu abbia a ricordarmi a quegli 
ottimi amici , ed abbracciarli caramente , da mia 
parte. Io sono tuttavia in Roma; e vi resterò qual- 
che altro giorno , sperando poter effettuare alcuni 
nostri disegni. Se i Romani vorranno soccorrerci , 
forse, gli Abruzzi si desteranno dal loro vergognoso 
letargo. Delle Calabrie, potrei raccontarti cose me- 
ravigliose ; ma , con questa mia , ti giungeranno i 
giornali ; e il mio racconto tornerebbe inutile. Mio 
cognato è in Calabria, all'immediazione di Ribotti. 
Il Cilento è tutto in rivolta; e cosi, pure, una por- 
zione della Basilicata. La Camera s'è costituita; ed 
ha inaugurate le sue tornate con atti, degni di lei. 



— 143 — 

Intanto , il Governo infellonisce sempre più ; e lo 
stato della Capitale è più che desolante. Imagina le 
angustie e le oppressioni de' nostri più cari. Questo 
pensiero mi tormenta assaissimo; e di questo cordo- 
glio, ch'è il maggiore d'ogni altro, faremo sacrifi- 
cio, a quella causa santissima, per la quale combat- 
tiamo. Addio , mio carissimo Alessandro. Dammi , 
subito , tue nuove e degli amici. Presenta i miei ri- 
spetti al signor Generale. Ed, abbracciandoti con Da- 
miano ed Ulloa, mi ripeto, di cuore. 



Al N. U. 

Il Signor Barone Alessandro Poerio, 

Venezia . 

[^Sconosciuto ai yortalettere\ 
29. 7. 



il tuo afiT.mo, 

Giuseppe del Re, 



LXXVn. Savino Savini ad Alessandro Poerio 

Bologna, 13 luglio 1848. 

Caro Poerio, 

E credete, ch'io abbia potuto starmi, tanto tempo, 
senza scrivervi e mandarvi un saluto? Più volte ho 
pregato, nelle mie lettere. Correnti a darmi le vostre 
nuove, a ricordarmi a voi. Particolarmente scrissi al 
signor colonnello Ulloa (inviandogli l'indirizzo aPepe, 
sottoscritto da centinaia di Bolognesi e Ferraresi, il 
quale non so d' altronde , se fosse bene accetto) e 
pregai quel colonnello, a voler essere cortese, di dir 
tante cose per me a voi, mi buon amico. Avrete an- 



— 144 — 

che ricevuto alcuni opuscoletti, che, per mezzo di 
mio fratello , vi ho mandati (340). Anzi, vi racco- 
mando questo mio ottimo fratello, che già mi scrive, 
di avere per me visitato Uiloa. Egli è, credo, un buon 
uflSziale; e il suo colonnello Bignami (341) so che 
lo stima. Tuttavia, avrò per alta prova dell' amicizia 
vostra, se lo vorrete particolarmente raccomandare 
al vostro Tenente Colonnello. Colla marchesa Gozza- 
dini, ho pranzato domenica; e si parlò molto cordial- 
mente di voi. Mi rallegro, che abbiate assistito al 
fuoco delle Cavanelle , sul!' Adige. Mio fratello , che 
pure vi si trovò al centro, mi scrive un lungo det- 
taglio della ricognizione. In Calabria, sembra, le cose 
procedano bene. La Camera di Napoli, nella seconda 
seduta, non contava un numero suflSciente di depu- 
tati: e pare, che, nel partito stesso della corte, sorga 
taluno a metter in dubbio, che la mente del Re sia 
più sana. Ma coraggio, coraggio. Perdio! cosi la non 
può durare. Il 7.° di linea, tornato da Giulianova a 
Pizzo, ha messo a ferro questo povero luogo, come 
vedrete dall' articolo del Popolo di Siena , che in- 
chiudo. Ricordatemi al Generale ed a quanti sapete, 
che m' abbiano conosciuto volentieri. Scrivetemi di 
Tommaseo, che ora si è fatto anche più degno del- 
l' universale amore. Circa un mese fa , ho trovato, 
alla posta, una lettera per voi, alla quale feci la di- 
rezione per Venezia , raccomandandola al Comando 
in Capo. Era di Napoli; e spero sia quella, che mi 
accennate, delli 18 Giugno. Le molte migliaia di pie- 
montesi, che vi si annunziano, a Ferrara sono anche 
aspettate. Ottocento soli vi erano, tre giorni fa; ma 
cresceranno, forse, a soli duemila. Ragguagliatemi 
delle cose importanti» che volete siano note, perchè. 



— 145 — 

delle cose del Veneto, riferisco io all' Italia del Po- 
polo, il foglio più severo d' Italia. Mia moglie soffre, 
da parecchi giorni, di una tosse forte, che mi tor- 
menta r anima. Io sto, qui, ozioso, annoiato; eppure, 
mi credo buono a qualche cosa. 
Addio, caro Poerio, scrivetemi. 

Vostro aff.® amico, 

S. Savini. 

N.U. 
Signor Barone Alessandro Poerio, 

Ufflziale dello Stato Maggioro 
di S. E. il General Pepe, 

Yenezia. 



LXXVin. Alessandro Poerio alla Carolina Poerio-Sossisergio. 

Carissima madre. 

Continuo ad esser privo di vostre lettere ; ed , il 
18 corrente, sarà compiuto per V appunto un mese, 
dalla data dell' ultima, che ricevetti. Come vada que- 
sta faccenda, non so, né posso immaginare. I mezzi , 
che avete, di scrivermi , son tanti e poi tanti , che 
non mi cape in mente, come non vi serviate di al- 
cuno di essi. Carlino vede spesso Florestano; e perchè 
non accludere , nelle lettere di quello a Guglielmo 
Pepe, le proprie lettere e le vostre? Né vi mancano 
amici in Livorno, né in Roma, né in Bologna; ed, 
insomma, é inconcepibile, che, mentre tutti gli altri 
Napoletani ricevono lettere dalle loro famiglie , io 
solo debba esserne privo affatto. Di Carlino, raccolgo 
da' fogli la presenza nella Camera: cosicché debbo 
supporre, che stia bene, come anche Emilio. Ma di 

10 



— 146 — 

voi non ho il menomo barlume di notizia. È impos- 
sibile lo scacciare pensieri molesti; mi va per mente, 
che siate ammalata; e che, non volendo, che io lo sap- 
pia , vi attenghiate ad un perfetto silenzio , voi e 
Carlo. Per carità, traetemi, presto, d'aiTanno, scriven- 
domi, facendomi scrivere , rispondendo alle tante e 
tante, che vi ho dirètte. Io , tra questa privazione 
di lettere, ed il dolore pel cattivo andamento delle 
cose pubbliche costà, me ne vivo in grande angoscia. 
Oltre i tanti modi, che avete, di farmi accluder let- 
tere da amici , di farle impostare in Roma o Li- 
vorno Civitavecchia, vi sarebbe l'espediente, di 
scrivermi sotto altro nome. Tentate anche questo. 
Dirigetemi le lettere cosi: Al signor Fì^ancesco Bel- 
Unga, in Venezia, Volete un altro modo? Acclu- 
detele al signor Giuseppe Mondolfo, negoziante e 
banchiere, in cui casa io sono alloggiato. Che posso 
dirvi altro, che questo, che desidero, con ansietà som- 
ma, le vostre nuove ? 



Venezia, 15 luglio 1848. 



V.o aflf.o figlio, 

Alessandro Poerio. 



Alla Nobil Donna, 
La signora Baronessa Carolina Poerio, 

strada del Salvatore al Corpo di Napoli, n.o 5, 8.° piano. 

Napoli. 



— 147 — 

LXXIX. La Carolina Poerio-Sossisergio e Carlo Poerio 

ad Alessandro Poerio 

Napoli, 18 Luglio 1848. 

Mio carissimo figlio, 

Ieri sera, ebbi una vera consolazione, nel sentire, 
dal Commissario di Guerra Pirella o Pirelli (in fine, 
persona, che manca da soli otto giorni da Venezia), 
che ti aveva veduto e che stai bene (342). Anzi , 
mi soggiunse, che egli ti aveva dato l'alloggio, dove 
sei; e che, dopo qualche giorno, eri andato a ringra- 
ziarlo , perchè , nel tuo albergatore , avevi trovato 
un amico di tuo fratello. Io , dopo la tua del 27 , 
non ho ricevuto altra tua; solo, ho saputo, dal fra- 
tello di Ulloa (343), che aveva scritto il giorno 4; 
e che stavate tutti bene. Io, caro figlio, nel leggere 
le feste date a Venezia , ti ho veduto in chiesa , ti 
ho veduto in Piazza, ti ho veduto nel cafi'è: infine, 
nella mia fantasia, è dipinta tutta Venezia; e ti veg- 
go da per tutto (344). Ti scrissi una lunga lettera, 
con un bigliettino per il Generale , onde ti avesse 
passati ducati sessanta. Ti dissi, pure, le circostanze 
di Calabria. Noi stiamo, ora, allo scuro di tutto quello, 
che accade li, meno che la cattura di cinque o sei 
cento, tra signori e militi siciliani, fatti prigioni, nelle 
acque di Corfù, per cui ci è stata una nota del Mi- 
nistero Inglese, come violazione di territorio. Speriamo, 
che saranno salvati e rilasciati. Intanto, l'offerta della 
Sicilia al secondo figlio di Carlo Alberto complica, 
sempre più, gli affari. I Calabresi sono sempre gli 
stessi: molte ciarle e pochi fatti. In mezzo a tutto 



— 148 — 

ciò, miracolosamente, io e Carlo ed il resto de' con- 
giunti stiamo bene. Io sono tanto ingrassata , che, 
quasi, mi dà fastidio, Qualche volta, dico a me me- 
desima: — « Sarà fortunaì sarà disgrazia questa mia 
« buona salute? debbo vedere tristi o buone cose? » — 
Pare la guerra generale inevitabile; speriamo, la lotta 
tra Popoli e Sovrani sia, alla fine, decisa favorevole, 
a chi meritasi la protezione divina, perchè orrori si 
commettono da ambo i lati. Io ti scrivo, per mezzo 
dell' ambasciata francese : tu potrai scrivere, per lo 
stesso mezzo, o addirittura, o pure in Roma al Dot- 
tor Vincenzo Lanza; il suo figlio ora ha la bontà 
d' incaricarsi di questa mia (345). Verrà in Venezia 
il Generale del Giudice, a riprendersi la batteria na- 
poletana; dicono, che sarà accompagnato dal Cutro- 
fiano. Figlio caro, ogni uomo onesto ha bisogno, di 
scendere nel suo cuore, e, sotto 1' usbergo di sen- 
tirsi puro, sostenere i mali, che soffre V umanità dai 
tradimenti, dai cambiamenti di opinione e dalla man- 
canza di fede. Non finirei mai su questo proposito. 
Carlo è andato dal Generale Ruberti; e, poi, scen- 
derà al parlamento; mi ha detto, che veniva, per farti 
un rigo. Tua sorella e tutta la sua famiglia ti ab- 
bracciano: i bambini hanno una governante francese 
da tre mesi, e già parlano tutti bastantemente bene, 
tra gli altri Vittorio. Addio, caro figlio. I nostri do- 
mestici ti baciano la mano. Donna Giovanna e Don- 
n' Antonia pregano sempre tutti i santi. Di Enrico 
nulla so, dopo la lettera del dì 2. Addio; ti abbraccio 
e benedico. 

Aff.aia madre, 

Carolina, 



— 149 — 

P. S. Ho letto la lettera del caro Montanelli, in 
favore dell' ufBziale Boemo, che ha assistito 1 pri- 
gionieri; ed ho versato lagrime di tenerezza. Che de- 
lizia, quando si trova una bell'anima, in mezzo al fan- 
go del mondo (346). 

Caro fratello, 

Due soli righi, per dirti, che sto bene. Scendo dal 
Vomero, dove sono andato da Ruberti, che caramente 
ti saluta; ed, ora, vado alla Camera. Le mie previ- 
sioni pe' malaugurati moti di Calabria, pur troppo, si 
sono verificate. Leggerai, nei fogli, i particolari dei 
tristissimi casi. Perchè dare a' nemici del nostro paese 
facile occasione di trionfo? Dio perdoni agli autori 
de' nostri malanni ! Saluto carissimamente Mondolfo; 
gli dirai , eh' io serbo e serberò sempre gratissima 
memoria del tempo, passato insieme così fraternamente. 
La sua squisita cortesia mi è troppo nota; laonde, 
non mi reca punto meraviglia , eh' egli ti colmi di 
gentilezze. Lo abbraccio di tutto cuore. La commis- 
sione sta lavorando all' indirizzo: esso «ara dignitoso 
e fermo, ma prudente e temperato, nella forma; grave, 
nella sostanza. Abbiamo notizie da Venezia, fino al- 
l' 8 corrente; e sappiamo l'assalto di Brondolo, ener- 
gicamente respinto. Ti abbraccio di cuore. 

Tuo aff.ino fratello, 

Carle. 

Air Ornatissimo 

Signor Barone Alessandro Poerìo, 

in Venezia, 



— 150 — 

LXXX. Raffaele Poerìo ad Alessandro Poerio 
Dal Campo di Pietola, 20 Luglio 1848. 

Mio caro Alessandro, 

La vigilia della mia partenza da Milano, ho avu- 
to il piacere d'intrattenermi, ed a lungo, con Paolo 
Correnti (347); speravo rivederlo in Cremona; ma, poi, 
non ho avuto più notizie di lui. Dopo aver trasfe- 
rito il mio Quartier Generale, da quest'ultima città, 
in Bozzolo, la divisione Lombarda mosse, il 13 an- 
dante , per investire , unitamente ad una divisione 
piemontese, Mantova, sulla riva destra del Mincio. 
Il 14, la prima Brigata Lombarda, ch'io. comando , 
si portò sul territorio di Pietola, occupando Laven- 
se, la Maddalena, la Martinella e la Parma. La pre- 
sa di possessione ci attirò un cannoneggiamento di 
più ore; e che ci fu dannoso, più per l'effetto mora- 
le , prodotto su giovani truppe , che per la perdita 
sofferta. Metà della mia brigata è passata in secon- 
da Hnea; e mi è stata rimpiazzata, da quattro bat- 
taglioni piemontesi, fcon tre sezioni d'artiglieria, una 
compagnia del Genio , una di Bersaglieri ed uno 
squadrone di Lancieri. Il nemico costruisce molte 
opere avanzate; e piazza delle batterie in avanti. Il 
diciannove , dopo aver riconosciuto il terreno, ho 
occupato con un battaglione la Virgiliana, dove mi 
sto barricadando. Ma il nemico piazza molti mortai 
nelle opere avanzate; e mi attendo, da un momento 
all'altro, ad un infernale bombardamento, il mede- 
simo, essendo incomodato del mio vicinato. Cosi, io 
occupo l'estrema dritta, poggiandola sulla Virgilia- 



- 151 — 

na; e stringo il forte di Pietola, da dove può sol- 
tanto eflfettuire delle sortite il nemico sulla riva de- 
stra del Mincio. La Parma è il punto principale, su 
cui potremo essere attaccati, ed è la chiave di que- 
sto sistema: quindi, io mi sono stabilito, a 500 passi 
dietro alla Martinella; e la mia sinistra occupa la 
Maddalena, e si lega colla 2.* Divisione piemontese, 
postata in Cevese , avendo una linea di posti sulla 
strada postale, che mena a Mantova. Ieri, è venuto 
il Re: ha visitato tutto ed è rimasto soddisfattissi- 
mo; ma temo, che saremo costretti, a portare le no- 
stre linee più indietro. Le truppe Piemontesi sono 
eccellenti ed animate del migliore spirito; ma, all' ec- 
cezione di pochi, i Generali sono dei cacadubbi, se«- 
za idee pratiche del mestiere, privi d'energia, e non 
osando nulla. Non v'è un solo Generale, capace d'un 
piano di campagna. Tutti ne convengono; ma niuno 
vorrebbe accettare, per Generale in Capo, un Gene- 
rale straniero; e la guerra anderà per le lunghe. E, 
se l'anarchia non si fosse, per fortuna, impadronita 
dell' Impero Austriaco, cosa sarebbe avvenuto ? Ma 
basta su ciò , che non ho, né tempo, nò carta, per 
dirne di più. Ti spedisco una lettera, che de Mar- 
tino, Console di Napoli in Marsiglia, m'ha ricapitato 
per te. Ho avuto Enrico due giorni con me, in Cre- 
mona. Mi dicono, sia partito per Firenze: a che fa- 
re? La mia famiglia è in Genova; Guglielmo ha sem- 
pre le febbri. Penso, farla avvicinare di Milano , o 
di Cremona. Non ho ricevuto risposta alla lettera, 
che ti scrissi da Milano; e neppure di Pepe. Ti pre- 
gava, dirmi, dove era Ferrari. Spero, che la tua sa- 
lute sia buona. Io sto benissimo. Ti ho raccoman- 
dato, colla precedente mia, e ti raccomando di nuovo, 



— 152 — 

e vivamente, il volontario Giuseppe Vignati di Mi- 
lano (348), giovane studente, che s'è arruolato nel 
Battaglione della Guardia Nazionale mobile, coman- 
data dal Maggiore Novara (349) , a cui bisogna rac- 
comandarlo particolarmente dal Generale Pepe, che 
salutò. Se ha bisogno di qualche danaro, daglielo; ed 
avvisami, per rimborsartene. Addio. 

Tuo afT.mo zio, 

R. Poerio. 

Spedito dal quartiere generale di Valenza 
sotto Mantova, dal Signor Generale Poerio. 

Al Signor 
Il signor Alessandro Barone Poerio. 

Venezia, 



LXXXI. La Carolina Poerio -Sossisergio ad Enrico Poerio 

Napoli, 21 Luglio 1848. 

Mio carissimo Enrico, 

Rispondo alle due tue lettere, del 22 scorso mese 
e del 2 corrente. Ho mandate l'accluse, una a di Ce- 
sare (350) e l'altra a tua zia. Sono stata tanto sor- 
presa della domanda, che mi fai, nella tua ultima, cioè, 
se ne'sessanta ducati, che ti mandai, ci erano inchiusi 
quelli del Signor Arditi (351).. Io mandai 30 ducati 
per te e 30 per Amen te [?]. Arditi non sapeva che esi- 
stesse. Poi, è venuta la madre qui, ma danaro non me 
ne ha dato; né io mi sarei incaricata, di fare la spedi- 
zioniera di tutt' i crociati. Avranno fatto qualche im- 



— 153 — 

broglio, mentre D. Luigino (352) era ammalato. Mi 
duole assai, che non ti sei incontrato con tuo zio: se 
sei tanto scontento de'tuoi compagni, perchè non an- 
dartene con Raffaele? Basta, questo è fatto, che ti ri- 
guarda. Qui era corsa voce, che tu eri il Brigadiere 
Poerio al servizio di Milano. Il crociato delle Mu- 
ra (353) è già di ritorno; non ti parlo di tanti altri, 
che son venuti per aver nuove de' loro, perchè forse 
saranno già ritornati. Caro Eurico, sei nuovo in que- 
sto genere di affari ! Tutta l'Europa è in trambusto ! 
la lotta sarà orrenda , universale e lunga : bisogna 
aver coraggio, e fidare alla Provvidenza. Noi, certo, 
non istiamo bene; ma le menzogne de'fogli esteri ci 
fanno gran male. Le malaugurate cose di Calabria!... 
con quelle teste direttrici, con la miseria universale, 
un pugno d'oro, in poche ore, ha fatto quello, che i 
giornali della insulsa opposizione , non si avrebber 
mai creduto. Sono persuasa, che, in ciò, ci colpano 
le teste (anzi direi meglio le lingue) riscaldate del 
nostro infelice paese. Il Parlamento è tutto unito, ad 
agire con prudenza. Le cose nostre dipendono dalle 
altre. Le stragi di Parigi, di Praga, di Berlino fan- 
no fremere Y umanità ; dunque, ripeto, che solo la 
Provvidenza, con la sua assistenza, ci puole aiutare. 
Dicono il nostro Don Gregorio Capo della Guardia 
Nazionale* di Catanzaro. Dopo un mese, ho ricevuto 
tre sue lettere attrassate : mi aveva promesso una 
sommetta per te; ma non me ne parla più. Tornerò 
a scrivere, perchè il sarto mi assedia di un assedio 
più feroce di quello, che abbiamo avuto militarmen- 
te. Tua zia sta molto afflitta; voleva risponderti su- 
bito: ma, siccome avrebbe mandata una delle solite 
lettere sue , grossa grossa , e dovendo io mandare 



— 154 — 

questa in Roma per mezzo particolare, non ho vo- 
luto incaricarmene. La famiglia di d'Ayala è ritorna- 
ta in Napoli. Io non l'ho ancora veduta; ma Carlo 
ci è andato; io ci anderò, per far loro vedere, che 
non sono donnicciuola, come sono esse. Carlotta ti 
saluta: sta bene con la mezza dozzina di figli. La 
famiglia di mia sorella anche sta bene : non sono 
andati in campagna, perchè D. Michelangelo è pari. 
Addio , caro Enrico , scrivimi spesso di tua salute. 
L'altre cose, le so dai fogli. 

Aff.raa Zia, 

Carolina. 

P. S. Carlo ti saluta: è molto occupato col Par- 
lamento. 



Al Nobil Giovane, 
Signor Enrico Poerio, 

Capitano di una Compagnia di truppa napoletana, 
volontaria in Lombardia. 
Brescia. 



LXXXII. Carlo Poerio e la Carolina Poerio-Sossisergio 

ad Alessandro Poerio 

Napoli, 22 Luglio 1848. 

Carissimo fratello. 

Riceviamo, quasi contemporaneamente, le due tue 
lettere del 1.^ e del 10 corrente. Sono desolato, di 
saperti privo delle nostre lettere; ma ti prego, di cal- 
marti, e di star di buon animo. Qui, tutto va rego- 
larmente, per quanto lo consentono i tempi diflScilis- 



— 155 — 

simi, ne' quali viviamo. La Camera de'Deputati pro- 
cede con dignità e con prudenza; e, doman l'altro, in- 
comincerà a discutere il progetto dell'indirizzo, in ri- 
sposta al discorso della Corona. La diflScoltà non è 
di far cadere il Ministero; ma, sibbene, di comporne 
un altro, mentre vi è una feroce reazione sanfedista, 
nelle provinole, dove vi era stata mossa. Caro fra- 
tello, bisogna veder le cose da vicino, per ben giu- 
dicarle. Veggo bene, che tu ritieni, come vere, tutte 
le sporche bugie della stampa, sedicente liberale; che 
fa di tutto, per finire di rovinare questo misero Regno. 
In Calabria (credimi pure) pochissimi han preso le 
armi, poiché gli uomini del movimento non avevano, 
nò meritavano di avere, influenza. La rapina ed i ri- 
catti delle bande armate avevan finito di disgustare 
la massa de' proprietari e degli onesti cittadini. Nel 
Cilento, poi, gli sciagurati, che si sono mossi, formano 
una setta antisociale e bestiale, che non si occupa di 
altro, fuorché di mettere a sacco ed a ruba tutto il 
paese. Né altrimenti ha proceduto la cosa in Calabria. 
Dapprima, le masse, in nome del principio liberale, 
invasero e si spartirono mezza Sila; ora, l'altra metà 
è stata invasa e suddivisa, in nome dell' assolutismo. 
Noi abbiamo perduto tutta la rendita di quest'anno. 
A Barracco, sono stati ammazzati diecimila animali, 
ed incendiati cinque casini, dopo averli saccheggiati. 
L'esercito, poi> compie l'opera, con le sue sfrenatezze. 
Reggio ha sofferto il sacco, per parte dei villici, aiu- 
tati dalla truppa. Anche le guardie nazionali, in al- 
cuni luoghi, si son date al saccheggio. In somma, il 
Regno é in tale stato, che, per riordinarsi, ha bisogno 
di tempo moltissimo. Assicurati, che, se sparisse que- 
sta larva di costituzione, noi torneremmo allo stato 



— 156 — 

ferino, e daremmo il più miserando spettacolo all' Eu- 
ropa civile (354). Ma questa larva, col tempo , può 
divenire sostanza. Avrai saputo, dai fogli, la cattura 
deìV esercito liberatore, inviatoci dalla Sicilia: cioè, 
645 individui. I capi, in numero di trenta, sono stati 
condotti in Napoli. Fra questi vi è Ribotti Generale, 
il Longo (355) ; il delli Franci (356) ; il Principe 
Grammonte (357) ; il Marchese Fardella (358) ; il 
Cav. Landi (359); il Cav. Burgio (360); il Principe 
del Plico (361) ed altri Colonnelli (362). I rimanen- 
ti 615 sono stati condotti a Nisita, ad Ischia, ed a 
Gaeta. Ieri notte , fu tenuto il Consiglio di Guerra 
subitaneo, pei quattro Napoletani, accusati di diserzio- 
ne al nemico, cioè: Longo, delli Franci, Coccione (363), 
ed Angherà (364). Il consiglio si è tenuto in Sant'Elmo. 
Il castello era pieno di drappelli di tutti i corpi; ed i 
Bianchi eran pronti (365). Io mi presentai al consiglio, 
come difensore spontaneo del mio amicissimo Longo; 
il Marini-Serra (366) fu destinato dalla famiglia di- 
fensore di delli Franci; e Tarantino ebbe 1' incarico 
di difendere Coccione, che ha per moglie una suddita 
Inglese (367). Angherà, antico basso-ufflziale conge- 
dato, fu difeso da Egidio (368). Dopo gì' interroga- 
tori, che durarono dieci ore , fummo chiamati , alle 
cinque, per leggere, in due ore, i processi e presen- 
tar le difese : ma questo tempo fu prolungato , per 
ordine del Maggiore Nunziante (369). Ci fu anche 
concesso, finalmente, di parlare co' clienti. Tutti man- 
tennero il più dignitoso contegno. Alle dieci, comin- 
ciò il dibattimento , dopo che il Consiglio rigettò la 
nostra domanda d'incompetenza, pe' primi tre, giacché 
rimandò Angherà al potere ordinario, avendo avuto il 
congedo in Dicembre 1847 (370). Il pubblico Mini- 



— 157 — 

stero chiese la morte per tutti e tre; e, dopo, ci fu 
concessa la parola. Credo, che mai vi sia stata una 
difesa più difficile di quella di Longo e di deUi Franci; 
ma Iddio e' inspirò, e, senza compromettere il loro de- 
coro, presentammo una difesa piena e legale (371). 
Tarantino aveva assai miglior causa, poiché Coccio- 
ne era stato fatto prigioniero alla Mongiana; ciò fu 
confermato in dibattimento da Ribotti e da Fardella, 
ascoltati come testimoni; né appariva, da alcun pro- 
clama ordine del giorno, che egli avesse accettato un 
grado, preso servizio. Alle 3 dopo la mezzanotte, 
il Consiglio si chiuse; ed, all'alba, fu pronunziata la 
sentenza: Coccione posto in libertà; Angherà inviato 
alla G. C. Criminale ; Longo e delli Franci a mor- 
te (372). Ma, siccome spuntava l'alba del Venerdì, 
(giorno , in cui nor^ si eseguono le sentenze capita- 
li) furono rimandati i Bianchi e la truppa, che, mor- 
morando, discese. Sceso da S. Elmo , affranto dalla 
fatica e dal dolore, corsi a casa, per formulare una 
supplica in grazia, e chiedere un'udienza al Re (373). 
Contemporaneamente, diedi notizia dell' avvenuto al 
Presidente del Parlamento. Mentre Marini-Serra ed 
io attendevamo 1' udienza, fu spedita a' Ministri una 
commissione di Deputati ( cioè Savarese , Imbriani , 
Bellelli e Massari ) per implorare la grazia (374). 
Tutti dissero, che la desideravano e la speravano, 
ma che dipendeva dal Re. Bozzelli fu più esplicito, e 
disse: che, se si voleva versar sangue su'patiboli, il 
Ministero si sarebbe ritirato (375). Alle tre p. m., 
fummo ammessi alla presenza del Re, Marini-Serra, 
io , il padre di delli Franci ed il fratello di Longo. 
Il Re ci lodò e ringraziò della energica e dignitosa 
difesa; disse, che, come uomo, aveva già perdonato, 



— 158 — 

ma, come Re e custode della disciplina, aveva altri 
obblighi ad adempiere (376). Alle mie insistenze, per- 
chè permettesse, che i condannati vedessero le fami- 
glie, rispose: — « Poerio, voi siete maestro; e sapete, 
« che, in questi solenni momenti, non bisogna essere 
« distratti da affetti mondani, e conviene pensar solo 
€ alla salute dell'anima. Mi duole di non poter con- 
« sentire. » — Tentai di nuovo, ma fu invano. Il Re, 
dopo, abbracciò delli Franci e Longo, che si strugge- 
vano in lagrime; ed era visibilmente commosso e com- 
battuto. Marini-Serra ed io ci ritirammo alquanto in- 
dietro; ma, dopo pochi istanti, fummo tutti congedati. 
Io scesi da palazzo, con lo sconforto nel cuore; tanto 
più, che seppi, esser decisamente contrario alla grazia 
Filangieri (il figlio di Gaetano!), che ora esercita tanta 
influenza (377). Ieri sera, poi, ci fu una riunione di 
Generali da Selvaggio (378); ed, all'unanimità, deci- 
sero: che non era caso di grazia, e che l'esercito chie- 
deva la punizione de' traditori, che volevano disono- 
rare la nobile divisa militare. Questa mane, però, non 
vi è alcun preparativo di esecuzione; ma ciò deve at- 
tribuirsi alla ricorrenza della gala, per la nascita di 
non so qual Principe (379). Come vedi, tutto è tinto di 
nero; ma, con tutto ciò, io he ferma speranza, che quei 
carissimi giovani otterranno la grazia. Da questo fat- 
to, che ho voluto narrarti a distesa, potrai argomen- 
tare il vero stato delle cose, e la precisa situazione del 
paese. Cessino, per Dio! i fogli, che io credo in parte 
prezzolati dall'Austria, di attizzare continuamente il 
fuoco (380). Pensino, che ogni loro parola costa umano 
sangue, purissimo e generoso; e che le loro parole, se 
producono incendio , lo producono in un senso con- 
trario, ed espongono il paese a tale spaventevole rui- 



— 159 — 

na, che la mente ne rimane spaurita al solo pensarvi. 
Verranno, poi, i gazzettieri liberatori, ad assistere ai 
funerali di un popolo; e qualche poetastro canterà il 
martirio di tutta una generazione. Bisogna persua- 
dersi, che, qui, la causa liberale non ha, per sé, né l'e- 
sercito, né le masse; colpa, non degli uomini, ma di 
tanti secoli di brutale e stupido servaggio. Quindi, ci 
vuol tempo , pazienza e perseveranza, per ritornare 
questo popolo al senso della umana dignità. In punto, 
viene Brocchetti (381), in tutta fretta, per darmi la 
lietissima notizia della grazia. Corro a Sant' Elmo , 
per recarla al mio amico. Ti abbraccio di tutta fret- 
ta; e sono, per la vita, 

tuo aff.mo fratello, 

Carlo Poerio. 

Carissimo figlio. 

Ieri un Tenente, per nome Musti (382), mi ha re- 
cato la tua del 1.° Luglio; e, dopo poche ore, Flore- 
stano mi ha mandato la tua del 10. Non capisco , 
veramente, come sono disgraziata nella nostra cor- 
rispondenza. Ti scrissi col vapore francese; e crede- 
vo, che, il di 7 8, avresti avuto la lettera. Ti ho 
scritto per altri mezzi. Insomma , nel corso di 22 
giorni, ti avrò scritto sei lettere. Non potetti trova- 
re cambiale per Venezia; scrissi al Generale, di pas- 
sarti 60 ducati; ho mandato a dire al fratello, che 
ho questa somma alla sua disposizione. Noi siamo 
stati in grande afflizione, per questi infelici, che so- 
no già salvi; Io ti farò un'altra lettera e la man- 
derò a Pepe, per accluderla nella sua; ma spero, che, 
a quest'ora, avrai ricevuta qualcuna delle mìe tan- 
te lettere. Ti ripeto, che, tanto io, che tuo fratello e 



vV'- 



_ . 1 



— 160 — 

tutte le famiglie parenti, stiamo bene. Lo stato del- 
le Calabrie è orrendo; e il comunismo , le vendette 
sono al loro colmo. Abbiamo avuto un foglio di Ve- 
nezia: la sopraccarta della fascia pare tuo carattere 
ed è gratis. Ci erano gli attacchi ed un proclama 
del Generale. Ti prego, di fare spesso simili spedizio- 
ni; e scrivimi di tua salute, anche con la posta; di 
sola salute, però, aflSnchè non sia trattenuta la lettera. 
Enrico mi scrive da Milano: aspetta risposta di As- 
santi, per venire in Venezia; tuo Zio è in Cremona. 
Credo, che ti sei ricordata la mia profezia circa la 
repubblica francese. Ma credevo una ragazzata , non 
il comunismo. Ti benedico. 

Carolina. 



Al Signor 
Barone Alessandro Poerio. 

Presso il Tenente Generale Quglielmo Pepe, in 

Yenezia 



LXXXm. La Luisa Parrilli-Sossisergio ad Alessandro Poerio. 

Mio carissimo Alessandro, 

Le tue lettere e le nuove, che abbiamo avuto da 
varie persone, hanno al sommo consolato tutti noi, 
per sentirti ben rimesso in salute, ch'era ciò, che si 
desiderava ardentemente. Noi siamo anche bene; e 
mio cognato e mio figlio ti dicono tante cose. I 
miei piccoli nipotini vorrebbero venirti a vedere, per- 
chè dicono, che, da tanto tempo, non ti veggono: e 
questa è cosa facile, come vedi. Ti prego far gradi- 



— 161 - 

re i miei complimenti all'ottimo Grenerale Pepe; ed, 
abbracciandoti con trasporto, sono la tua 

Napoli, 23 Luglio 1848. 

aff.naa zia, 

Luisa. 



LXXnV. Alessandro Poerìo alla Carolina Poerìo-Sossisergio 

ed a Carlo Poerìo 

Venezia, a' 23 Luglio 1848. 

Carissima madre, 

Ho, finalmente, avuto il piacere, di ricevere una 
vostra lettera: ed è quella del di 11, continuata da 
Carlino il 12, impostata in Roma il 17. Quantun- 
que un poco attrassata, mi è riuscita di gran con- 
forto, dandomi notizie della vostra buona salute. Per 
disperazione, io mi era ridotto, a pregarvi, di scri- 
vermi sotto altro nome: Francesco Belltnga, E fa- 
telo pure; e, insomma, cercate tutt'i mezzi , perchè io 
abbia lettere vostre. Ci è la via di Livorno. Ci è 
quella di Genova, di cui si serve il General Flore- 
stano; potrebbe egli, accluder le vostre lettere, nel- 
le sue al fratello. — Guglielmo, al quale ho dato il 
foglioUno vostro e di Carlo , sta bastantemente bene 
in salute; e vi riverisce distintamente. In quanto al- 
la mia situazione difficile , anzi falsa presso di lui , 
se io volessi specificare i particolari, sarei infinito; 
ma la sostanza è questa. Io non son altro, che un 
semplice individuo della guardia nazionale di Napoli 

(buona memoria!) addetto al suo Stato Maggiore. 

11 



— 10;^ — 

Ma non ho grado alcuno, né soldo, né attribuzioni 
speciali. Il Generale mi usa, certamente, molti ri- 
guardi; io gli do qualche consiglio, ch'egli non sem- 
pre segue; e, frattanto, mi si ascrive, da tutti, in- 
fluenza, molto maggiore di quella, che io ho. Ne'dif- 
ficili frangenti, ne' quali ci siamo trovati e che po- 
trebbero rinnovarsi, io ho sempre detto il vero, se- 
condo l'animo mio; né mai spoglierò la mia natura 
schietta e sincera. È sperabile , che io possa rima- 
nere con lui, salva la mia dignità ; che , a questa , 
io debbo, certamente , provvedere. Della sua amici- 
zia non ho, che a lodarmi ; ma , a chi sente , non 
ignobilmente , di sé stesso , ciò non può bastare; fa 
d'uopo, che vi sia congiunto il decoro. Lungi di a- 
busare menomamente della sua bontà per me, io mi 
tengo in disparte, il più, che posso; né ho consenti- 
to, ch'egli mi nominasse (come volea fare) nell'ordine 
del giorno della fazione di Cavanelle, poiché nessu- 
na occasione io aveva avuta, di distinguermi. Io , 
come gli altri dello Stato Maggiore, pranzo dal Ge- 
nerale; ed ho l'alloggio mihtare. Per dippiù, accetto 
da lui , quando si esca in campagna , T uso di uno 
de' suoi cavalli, doveché tutti gli altri (senza ecce- 
zionfi) hanno il cavallo proprio. Basta così ; al ri- 
manente delle spese , che non son poche (massime 
per la continua necessità, or di uno, or di un altro 
oggetto di vestiario militare) debbo provvedere del 
mio. Del resto, io non getto il danaro; l'ho econo- 
mizzato in modo, che quello, che ho, mi basterà tut- 
to il mese. Non prenderò i sessanta Ducati , di cui 
ringrazio voi e Carlo, che a' principii dell'entrante 
mese; e di un' altra rimessa di danaro non avrò bi- 
sogno, che in settembre. 



— 163 — 

Lo stato del nostro paese mi tiene inquieto. Fin 
dal principio, io aveva compreso tutta la contraddi- 
zione , che v' era, da noi, tra il guasto prodotto da 
una lunga servitù, ed i tempi rapidi e grossi ed a- 
nelanti a libertà piena. Chi crede , peraltro, che si 
possa tornare indietro, s* inganna a partito. Questo 
è moto europeo. E deplorabile , che si commettano 
eccessi contro le proprietà private, triste conseguen- 
ze di un sistema di governo, arbitrario e fiacco ad 
un tempo. I mali , che Tiniquo Bozzelli ha fatti al 
suo paese , saranno scritti dalla storia in caratteri 
d'infamia. Io non veggo, come egli e la Camera dei 
Deputati possano staile insieme. In tutta Italia, il suo 
nome desta un abbominio, maggiore di quejlo di Dei- 
carretto. 

Godo, che Carlotta, Luisa ed Antonia stieno be- 
ne, e così pure i bambini in casa Imbriani e Par- 
rilli. Questo clima non mi è avverso; e sto benino. 
Abbiate gelosa cura della vostra salute. Scrivete , 
spesso e per molte vie , affinchè alcuna delle molte 
lettere mi giunga. Vi bacio riverentemente la mano; 
e, chiedendovi la materna benedizione, con filiale te- 
nerezza, mi ripeto 

v.« affo, 

Alessandro. 

P. S. Ieri, ebbi anche lettere dall'ottima contessa 
Gozzadini. 

Caro fratello, 

Le notizie , che mi dai del nostro paese , mi ad- 
dolorano. Quantunque alcuni , fra i^ capi del Co- 
mitato cosentino, fossero uomini più avventati, che 



— 164 — 

abili , avrei desiderato la prospera riuscita di que' 
moti, per una buona lezione alla tirannia. Veggo ^ 
che la Camera è piena di generose intenzioni ; so , 
che procederà con vigore, con risolutezza, con co- 
raggio civile, tanto più raro del militare, tanto più 
alto e più degno; ma che ne uscirà? Fa orrore, che 
un Bozzelli osi, presentarsi alla Camera, osi, difen- 
dere il nefando sistema, che lo ha renduto più ab- 
bominevol nome , che non è quello di Delcarretto ; 
non so , se Troya sia uscito dai termini parlamen- 
tari; a me pare, che Francesco-Paolo l'apostata, ab- 
bia trapassato tutt'i termini costituzionali da un pez- 
zo. Che vuoi, che io pensi, quando leggo: che Sil- 
vio Spaventa è insultato da uflSziali in un caffè ; 
che a nome deWesercito si dichiara non volersi li- 
bertà della stampa; che i militari entrano nelle stam- 
perie e spezzano i torchi (383)? Sta bene, che sieno 
nominate le tre Commissioni, che tu dici ; ma tro- 
verete appoggio, nella Camera de'Pari ? A me sem- 
bra , che abbiate da fare , con chi , assolutamente , 
la libertà, non la vuole. Parli il Bozzelli, con quanta 
industria può usare il più artifizioso sofista ; come 
potrà giustificare tante infamie? e, segnatamente, il 
proditorio abbandono della causa Italiana? Ma, già, 
la sua iniqua e stolta politica sta dando i frutti, che 
se ne potevano aspettare. I tempi ingrossano; gli av- 
venimenti incalzano. Tu mi scrivevi a' 12. Ora, sa- 
prai, che ogni pratica di pace è rotta; che gli Au- 
striaci han violato il territorio del Pontefice; che co- 
stui, se vuole evitare una rivoluzione compiuta, dee 
far la guerra con vigore; che il Duca di Genova è 
proclamato Re di Sicilia; che il nuovo Regno è rico- 
nosciuto solennemente dalla Inghilterra e dalla Fran- 



— 165 — 

eia (384). Tu dici, che, con tempo, prudenza, arte e 
fatica, si camminerà per le vie legali. Ed io ti ripeto: 
che avete che fare, con chi non conosce altra legge, 
che l'arbitrio; e che, nel risorgimento d' Italia, vi è 
solidarietà tra le diverse parti della penisola, si vo- 
glia non si voglia. Saluto , caramente, Emilio e 
Peppino. 

Ieri, è giunto un altro battaglione piemontese. Se 
ne aspetta anco un altro; allora, saranno 2400 uo- 
mini. Carlo Alberto, par, che voglia uscire dalla sua 
inerzia; stringe Mantova, sotto cui dev'essere anche 
zio Raffaele ; si fa più vicino a Verona ; minaccia 
Legnago. A Governolo, giorni fa, gli Austriaci fu- 
rono battuti; e lasciarono 400 prigionieri, in mano 
a'nostri. È tempo di muoversi, poiché il nemico riceve 
sempre nuovi rinforzi. 

Caramente, ti abbraccia 



il tuo aff.mo fratello, 

Alessandro. 



A. S. E. 

La Signora Baronessa Carolina Poerio 

Strada del Salvatore, n.^ 52.° piano nobile 
Napoli 



LXXXV. La Carolina Poerio-Sossisergio e Carlo Poerio 

ad Alessandro Poerio 

Napoli, 23 Luglio 1848. 

Mio caro figlio. 

Ieri, tuo fratello ti scrisse una lunga lettera; nella 
quale ti dava, specialmente, ragguaglio del processo, 
fatto ai militari, catturati mentre fuggivano da Ca- 



— 166 — 

labria, uniti a cinque o seicento siciliani, tra i quali 
ci sono gl'infimi del popolo e le cime dell'aristocra- 
zia. Sicché^ la plebe è a Nisita o Ischia; e i nobili, a 
Sant* Elmo. Si fece una corte militare, per giudica- 
re i militari, che erano quattro. Tao fratello si offri 
difensore volontario di Longo, suo amico; Marini- 
Serra difese Delli Franci (fratello di quelPuffiziale di 
Stato Maggiore, che hai conosciuto in Bologna); Ta- 
rantini, Coccione; e de Marco, il sergente Arcarà o 
un nome presso a poco come questo. Il risultato, per 
i due primi, morte; pel terzo, non costa; pel quarto, 
delitto comune, rimesso alla Corte Criminale. La sen- 
tenza non si esegui, perchè giorno di Venerdi , es- 
sendo finita la causa all'alba. Il fratello del signor 
Longo, il padre del Delli Franci, gli avvocati cor- 
sero a Palazzo. Il Re fece molte carezze; ma disse, 
che doveva dare un esempio. Avendo tuo fratello 
insistito, aflSnchè avessero veduto gl'infelici (come es- 
si desideravano) i parenti, il Re disse: — « che non 
« bisognava turbare gli ultimi momenti, con mondani 
« pensieri. » — Io, da questo rifiuto, incominciai a 
sperare; perchè mi parve essere una inumanità troppo 
grande, se non avesse avuto il pensiere di salvarli; e 
questa inumanità inutile, con persone, che aveva al- 
l'attuale suo servizio, mi parve impossibile. Intanto, 
passato il Venerdi senza nessun risultato, anzi con 
voci contradittorie, venne l'alba d' ieri, nascita d'u- 
na figlia del Conte dell'Aquila: ed era anche inibita 
la fucilazione. Ma, con l'alba, si sparsero, per Napoli, 
le assicurazioni della grazia. Bozzelli 1' aveva assi- 
curata, alla deputazione di deputati, composta da E- 
milio, Scialoja e Pisanelli; il confessore, zio di De 
Simone (385), l'aveva assicurata, ad un nostro amico. 



— 167 — 

Finalmente, tuo fratello, ieri, ti scrisse, che Brocchetti 
era venuto per dirgliela. Ma Carlo, sempre diffidente 
delle voci, andò sopra Sant'Elmo; ed il Comandante, 
oltre di avergli mostrato l'ordine, lo fece parlare con 
Longo medesimo. Ora, poi, è venuto D. Carlo Lon- 
go, per prendere tuo fratello ed andare a ringra- 
ziare il Re. Ma D. Carlo già l'aveva veduto; ed il Re 
gli aveva detto: Uho fatto a- vostro riguardo. Ora, 
Alessandro mio, con voi, ci è l'altro fratello Longo: 
ti prego, fargli sapere tutto l'accaduto; e quanto io 
mi reputo fortunata, che mio figlio abbia potuto fa- 
re qualche cosa, per suo fratello; quando non fosse 
altro, che dargli la consolazione, che volontariamen- 
te andava a difenderlo. E quell'ora di conversazione, 
avuta con lui, dovette essere un balsamo alle sue 
ferite. Gli dirai, pure, che D. Carlo, questa mattina, 
era tanto contento , che aveva cambiato fisonomia. 
Ti replico, che questa è stata una grande gioia, per 
tutt'i buoni. 

Caro figlio, a quest'ora, avrai dovuto ricevere mol- 
te mie lettere; e spero, che il Generale ti avrà pas- 
sato i ducati 60. Ieri, fui da tua sorella, la quale sta 
bene. L'ultimo bambino è veramente bellino ; se va 
di questo passo, il duodecimo sarà un Adone. Tua 
zia Antonia ha fatte gran preghiere, per questi in- 
felici; ed è contentissima del risultato. Zia Luisa ti 
scriverà un rigo. Ad essa, non ho detto, che ti sei 
esposto su la batteria. Non ti dico, il mio cuore co- 
me palpita . . , . Ieri, ricevemmo l'altro foglio di Ve- 
nezia, del 14, con tutti gli ordini del giorno. Abbia- 
mo saputo, anche, l'occupazione di Ferrara e la par- 
tenza precipitosa dei Tedeschi. Si erano sparse, an- 
che, nuove di una battaglia, a Legnago; ma pare. 



— 168 — 

•ieno ciarle. Non ho ricevuto l'altra tua, per mezzo 
del corriere Longo , che , mi passa per mente , sia 
quello stesso, che portò la grazia di Antonelli (386); ne 
farò fare ricerche, all'uffizio della posta. Ho ricevu- 
ta lettera di Enrico, da Genova; partiva per Livor- 
no e Firenze. Vuole la sua roba; e pare, che voglia 
cercare a fare un altro battaglione volontari tosca- 
ni; ma credo, che verrà in Venezia. 

P. S. Carlo mi ha tolto tutto il luogo. Addio , 
caro figlio. Saluto il generale; e sono 

aff.ma madre 

Carolina. 



Caro fratello, 

Ieri , ti scrissi a lungo, narrandoti le crudeli an- 
gustie, in cui mi sono trovato, per salvare la vita di 
Giacomo Longo. Ora, ti dico, che torno da Palazzo, 
dove sono stato, a ringraziare Sua Maestà col fra- 
tello del mio amico. Ti prego, di dirlo all'altro fra- 
tello Roberto, che è costà colla batteria. I Generali 
tutti erano contrari alla Grazia; ma il Re, loro mal- 
grado, ha voluto farla. Qui, nulla di nuovo. Dopo 
domani, incominceremo a discutere l'indirizzo. Vuoi 
ridere delle umane miserie? Giacomo Savarese ha 
preferito di esser Pari, come anche il Barone di Po- 
lizzi, Giuseppe de Biasio (387). Per contrarlo, Lavel- 
lo e Sangiacomo (388) han preferito di esser deputati. 
Abbiamo saputo la fuga precipitosa degli Austriaci da 



— 169 — 

Ferrara. Spero, che Pio si scuota. Ti abbraccio di 
cuore; e sono, per la vita, 

tuo aff.mo fratello, 

Carlo. 

Al Signor 
Barone Alessandro Poerio 

Presso il Generale D. Guglielmo Pepe 
Venezia. 



LXXXVI. Savino Savini ad Alessandro Poerio 

Bologna, 24 Luglio 1848. 

Caro amico, 

V'avrete già una mia, raccomandata al fratello, 
insieme ad alcuni libretti. Con questa, voglio avvi- 
sarvi, che, nel Tempo, giornale di Napoli (18 Luglio), 
si legge una lettera di un ufficiale napoletano di 
artiglieria, data di Venezia, 28 Giugno, in cui tante 
cose contro Pepe e tutti i buoni. Non è di Pedri- 
nelli (389). Date nota di ciò ad UUoa. Io credo, che 
fareste molto bene, a imbarcare tutta quella carne 
guasta e spedirla a Napoli, tenendo le armi. Addio, 
caro Alessandro. Vi consiglio, a non leggere, mai, 
le sedute delle Camere di Napoli. — Fratellanza. 



Tutto vostro, 

S. Savini. 



-♦Jf Crociato. 

N. U. 
Signor Barone Alessandro Poerio, 

Ntllo Stato Maggiore di S. E. il General Pepe, 
Venezia. 



— 170 — 

LXXXVn. Carlo Gazola ad Alessandro Poerio 

Di Bologna, 25 Luglio 1848. 

Carissimo Poerio, 

Ho spedito, pel solito mezzo, la vostra a Napoli ; 
e, spero, sarà stata, a quest'ora, già ricevuta. Saprete, 
che Re Sacripante ha doma, coli'armi, la rivoluzione 
in Calabria; e minaccia, dai confini d' Abruzzo , gli 
Stati Romani. Qui, intanto, si dorme; e il Ministero 
Mamiani sta per cedere il potere , a un Ministero , 
che i buoni hanno tutta ragione di temere, sia o es- 
ser possa, conforme al Ministero Bozzelli di Napoli. Si 
parla di Orioli (390) e Farini ( 391 ). I retrogradi 
sono giunti a impedire gli arrolamenti militari, spac- 
ciando carte e stampe, dove si dice e s^insinua: che 
il Papa non vuol la guerra; e che i liberali grida- 
no guerra, contro l'espresso volere del S. Padre. 

Dei tre mesi della capitolazione, sono passati già 
45 giorni; e, dopo altrettanti, si riaprirà la campa- 
gna pei nostri. Or bene, quanti credete, che potran- 
no vorranno marciare? I corpi civici e volonta- 
rii sono in gran parte sciolti; quelli di linea (eccet- 
tuati gli Svizzeri, i Carabinieri e l'artiglieria) sono 
vili poco e male istruiti, né conoscono disciplina. 
Reclute non si fanno , benché decretate dal Mini- 
stero, perché non si presentano persone. Dunque, im- 
maginate, come saranno pochi i nostri. E fosser pur 
molti! Potrebbero, oggi, ripassare il Po, e ritornare 
al campo? Eccovi un problema insolubile. Gli Au- 
striaci, intanto, sono al di qua del Po; ed hanno co- 
stretto Ferrara, a incaricarsi del mantenimento quo- 



— 171 — 

tidiano della guarnigione austriaca, residente nella for- 
tezza. Il Papa ha protestato; ha conceduto al Ministero, 
di usare ogni mezzo di difesa, ma non di portar guerra 
oltre ai confini. Le Camere gridano guerra, il Ministero 
guerra ; ma, ove non sia voluta dal Papa, difficil- 
mente il popolo si condurrà a volerla fare. L'anti- 
co entusiasmo è dileguato ; le sofferenze , cagionate 
da questo stato penoso di guerra, crescono; gli Au- 
striaci insolentiscono. Io tengo, che, senza aiuti fran- 
cesi, è impossibile di redimerci; ed, oggi, le cose sono 
ridotte a tale, che, pel meglio dell' Italia e per assi- 
curarne la indipendenza, conviene implorare soccor- 
si stranieri. Se Napoli, se Roma fossero state unite 
al Piemonte, forse, potevamo fare da noi; oggi, non è 
più possibile, né giova illudersi. L'America, la Gre- 
cia, il Belgio acquistarono indipendenza cosi; e, cosi 
l'acquisteremo noi pure. E indarno, ricorrere alle ra- 
gioni arcadiche di coloro, che chiamano indegno di 
libertà quel popolo, che non sa conquistarla da sé. 
Sono bei discorsi, ma privi di senso. Oggi, la nostra 
salute non può venire da Carlo Alberto solo; con- 
vien derivarla pur dall' armi di Francia. A Roma, 
sono acquistati i cavalli per un nuovo reggimento 
di Cavalleria dragoni, ma si stenta a trovare i sol- 
dati; tutto per le gesuitiche arti dei retrogradi. Vi 
prego, di ossequiarmi, ben caramente, il General Pepe, 
Assanti e UUoa; e sarò gratissimo, se vorrete salu- 
tarmi il bravo Pichat (392), che é il Maggiore del 2.* 
Battaglione Bignami di Bologna. Egli era l'esten- 
sore, qui, del giornale liberissimo Vitaliano, che facea 
si caldamente la causa della indipendenza e della li- 
bertà. Vedete, di conoscere il bravo Pichat, per mez- 
zo del nostro Commissario Aglebert (393), che vi pre- 



— 172 — 

gherò, pure, di volermi salutare. Se valgo, in cosa 
di vostro genio, vi rammenti, che sono, sempre, 

tutto vostro di cuore 

C. Gazala, 

P. S. La Gozzadini, spesso, mi chiede vostre nuo- 
ve; e, più di una volta, mi ha imposto di riverirvi, 
se mai vi scrivessi. Ella sta bene; ed ha conosciuto 
d* Azeglio, per mezzo mio. La ho io introdotta da 
questo illustre Italiano, che trovasi qui, obbligato a 
letto dalla ferita, riportata a Vicenza, dove una pal- 
la gli scheggiò lo stinco- di una gamba (394). 

Al N. U. 

n signor Barone Alessandro Poerìo 
Ufficiale presso S. E. il General Pepe 

Yenezia, 



LXXXVni. Guglielmo Pepe ed Alessandro Poerìo alla Carolina Poerìo 
Sossisergio ed a Carlo Poerìo con postilla di Damiano Assanti 

Venezia, il 26 luglio 48. 

Rispettabile e cara signora, 

Alessandro sta bene ; ammira le rarità di questa 
capitale classica; è amato da tutti; e fu battezzato al 
fuoco, dirimpetto ad un luogo forte del nemico sul- 
l'Adige. Egli, che ha tempo di esser lungo, vi dirà, 
almeno in parte, ciò , che concerne questo esercito, 
composto di Napolitani, Romani, Lombardi e Piemon- 
tesi. Io mi limito a pregarvi , che gradiate i miei 
rispettosi saluti. 

Guglielmo Pepe, 



— 173 — 

Mio caro Carlino , 

Le condizioni del Regno sono tali, da affliggere an- 
che gli animi, poco suscettivi d'amor patrio. L'ab- 
bietta corruzione, che avvilisce gli uomini, altra volta 
stimati nella capitale^ addolorare debbe ogni napoli* 
tano. Se Talta Italia sarà libera ed indipendente, è 
impossibile, che le nostre provincie restino umiliate, 
come si vedono in questo momento ; ed io sono 
quasi che sicuro, di vedere scacciati gli austriaci ol- 
tre le Alpi. Questa idea mi consola, in mezzo alle non 
poche difficoltà , che mi circondano , e che non i- 
stenteresti a conoscere , ove leggessi la mia corri- 
spondenza co' governi di Roma e di Lombardia , e 
col Re Sardo. 

Leggerò sempre, con sommo piacere, le tue lette- 
re; ed, intanto, ti saluto caramente. 

Guglielmo Pepe. 

Eccovi , carissima madre , carissimo fratello , due 
righe di risposta del Generale; profitto di questa oc- 
casione, per darvi mie nuove, avendovi già scritto, 
a lungo, il 23, cioè, lo stesso giorno, in cui, final- 
mente, ricevetti, dopo un mese, una vostra lettera^ 
arretrata anch'essa, poiché portava la data de' 12. 
Siamo a' 28, e non m'è pervenuta altra lettera vo- 
stra; il che mi dispiace tanto maggiormente, in quanto 
sembrami deplorabile lo stato di cotesto Regno. Co- 
stà, come ben veggo, trionfa la forza brutale. Il ci- 
vile coraggio non mancherà, ne son certo; ma quale 
sarà il risult amento ? Iddio soccorra il nostro infe- 
lice paese; e gli dia forza dignitosa, negli animi alti 



— 174 — 

e severi, che, nel giudizio della storia, lo redimano 
dalle tante infamie , ond'è contaminato. Gl'interessi 
europei si agitano, cosi vari , così' procellosi e cosi 
complicati, ad un tempo, ch'è difficile, prevedere anco 
l'avvenire più prossimo. Temo, peraltro, che, anche 
questa volta, possa toccare all'Italia l'infausto ajuto 
straniero. I Piemontesi e gli Ausfriaci sono alle mani, 
da più giorni, a Rivoli, a Somma Campagna, a Vil- 
1 afranca, su tutta la linea, dalla parte di Verona; Te- 
sito definitivo di questi combattimenti accaniti , ne' 
quali importanti posizioni sono state prese e riprese, 
non sì conosce ancora. Non mi stendo di più, per- 
chè manca lo spazio; e la mia lunga lettera del 23 
è stata spedita, per la via di Livorno^ con sicurez- 
za di ricapito, dal signor Giuseppe Mondolfo, in cui 
casa alloggio; e iiel quale aspetto, sempre, due righe 
di Carlino. A mia sorella, a zia Luisa, ad Antonia, 
non che ad Emilio e Peppino, tante cose. Vi bacio 
la mano, carissima madre. 

Vostro &fL9 figlio 

Alessandro, 

P. S. Raffaele mi scrive da Pietola, sotto Man- 
tova, dov'è con la sua brigata. 






Damiano Assanti. Mille e mille ossequi , e con 
Carlo, Carlotta ed Emilio Imbriani. 

Baronessa Carolina Poerio 



— 175 - 
LXXZIX. La Carolina Poerio-Sossisergio ad Alessandro Poerio 

Napoli, 26 luglio 1848. 

Mio carissimo figlio , 

Ti ho scritto, nella scorsa settimana, due lunghe 
lettere ; ieri V altro, ne inviai un' altra al Generale 
Florestano, il quale mi avea fatto pervenire la tua 
del 10 ; allo stesso, ho già rimesso i ducati 60, che 
ti avrà passato il fratello. Io non ho altro da ag- 
giungere a quello già scritto, senonchè stiamo bene 
in salute. Tu già saprai, prima di me, come si son 
salvati alcuni de' nostri amici , tra' quali il nostro 
Peppino. Ieri, fui, con Luisa, a consolarmi con la fa- 
miglia; e trovai, che la sua moglie era partita, per 
andare a raggiungerlo ad Ancona, lasciando le due 
figlie alia Contessa; la quale, per verità, le ama come 
sue proprie; ed esse chiamano lo zio e la zia, papà 
e mammà (395). Fummo, ancora, dal buon Generale 
Ruberti: di aspetto mi parve che stesse bene, ma si 
lagna di essere ammalato. Tanto lui che le Signore 
ti dicono tante cose amichevoli. Ti scrissi, come il 
signor Longo aveva buttato tutte le carte, meno che 
i dispacci; e ciò, ad insinuazione del Comandante del 
Vapore. Anzi, in talune lettere, ci erano degli oggetti, 
come ritratti , spille : questi furono salvati e man- 
dati a chi erano diretti. In questo momento, ricevo 
lettere di Enrico, da Livorno. Va in Toscana, per 
naturalizzarsi; e spera, essere ammesso, ne'Volontari 
Toscani. Pare assai disgustato dei suoi compatrioti: 
e, veramente, è cosa dolorosa l'accaduto in Calabria. 
Aveva ragione Monsieur Guizot ! Del resto, caro 



— 176 -^ 

figlio, ognuno risponde delle sue proprie azioni; an- 
zi, è tenuto più meritevole colui, che, in mezzo alla 
corruzione , si mantiene puro e non somiglia agli 
altri. Io non ho avuto più lettere di Calabria: l'ul- 
tima era di 32 giorni fa. Si sono sfrenate tutte le 
ire, gli odt e gli sdegni privati; e cercano, col pre- 
testo del liberalismo, vendicarsi degl'inimici. A ciò, si 
unisce la truppa ladra, invereconda e mal guidata. So, 
che i buoni, nel vedere a chi si erano fidati, si sono 
assai rammaricati, di essersi uniti a tal gente. 
Addio, lascio luogo a tuo fratello; ti benedico. 

Aff^ madre 

Carolina. 

P. S. La persona è venuta a prendere la lettera; 
e Carlo non è venuto. 

Al Signor 
Barone Alessandro Poerio 

Presso il Generale D. Guglielmo Pepe 
Yenezia, 



XG. Nicola Fabrìzi ad Alessandro Poerio 

Roma 28 Luglio 1848. 

Caro Alessandro, 

Impegno la tua terribile perseveranza presso Ul- 
loa, ond'egli si sovvenga , e non lasciandolo tran- 
quillo sino a che non si sia sovvenuto di intendere 
dal Generale, se nel caso che le cose potessero ren- 
dere non del tutto inopportuna una mia apparizio- 



— 177 — 

ne a Messina, egli sarebbe per giudicare di inviar- 
mivi, collo spedirmi un passo che me ne autorizzi, 
e tale da poter valermene , o no » a secondo che i 
casi mi consigliano, cosicché andandovi, possa non 
interrompere il mio servizio. Le circostanze sono 
queste. Là è sorto un pieno disaccordo tra Sicilia- 
ni e Galabri; ciascuna delle parti imputando all'al- 
tra responsabilità della rovina. So bensì che a Mes* 
Sina i più intelligenti avevano calmata V opinione 
contraria a' Calabresi; e qui purè tra' Calabresi in 
generale si conviene che le ricriminazioni a nulla 
valgono tra' sventurati mentrecchè [sic/I invece 
la vera colpa è in chi non agi e molto dell'inerzia 
generale si attribuisce al parlamento che si mise a 
capo della opposizione legale, e diversa dalla rivo- 
luzionaria. Pertanto a Messina si è pur composto 
un che di nuova direzione alla propaganda Cala- 
brese, mentrecchè \_sic!'] qui pur si vanno racco- 
gliendo de* migliori che vi si tengono d' accordo. 
Un cento e più Calabresi poi sono in Messina, che 
ove si verificasse l'aggressione della truppa napo- 
letana, potrebbero anche sul luogo e nella sola di- 
fesa del suolo Siciliano rimoralizzare assai la buona 
armonia, ed ove le cose in Sicilia si sostenessero 
per bene servire a perno d'altra per di qua del fa- 
ro. — A Napoli tutto va alla peggio di fatto; ma 
lo spirito non vi è si abbattuto che potrebb' essere 
fatto r impero della forza fisica , con un tentativo 
mancato come quello delle Calabrie, e lo spettaccolo 
[^sic /] di una Camera impotente, e mista di servili 
(396). — Io non partirei per Messina senzacchè [sidj 
apparisse prossima e certa 1' aggressione de' sol» 
dati Napoletani e senza essermi bene inteso con co- 

12 



— 178 — 

desti nostri amici che rimarrebbero da questo lato. 
Qui sono Ricciardi, due Plotino, tre Romei, Musso- 
lino di cui fu massacrata [sic!'\ la famiglia al Pizzo, 
Achille Parisi di Napoli, Torricelli che si è assai di- 
stinto ne* fatti in Calabria, ed altri molti, la Ceci- 
lia etc. etc. (397) — Si manca di Ministero a Roma e 
continua il dimissionario, non so se per compiacenza, o 
per gusto. Ho creduto e credo utilizzare il tempo di 
cui dispongo, specialmente per ciò che tocca la nostra 
tendenza nel Regno. Dio ce la mandi buona! 

tao 

Nicola. 

P. S. Neppur per Napoli si può essere ormai re- 
pubblicano per ora. 



XCI. La Carolina Poerìo-Sossisergio ad Alessandro Poerio. 

Napoli, 29 Luglio 1848. 

Mio carissimo figlio. 

Voglio fare un ultimo tentativo, per farti perve- 
nire mie nuove. In pochi giorni, ti avrò scritto quattro 
cinque lettere; ne mandai, anche, una a D. Flore- 
stano, al quale ho mandato i docati 60 sino ad Ischia. 
Questa mia letterina, l'accludo al tuo Padrone di casa; 
e prendo questa occasione, per ringraziarlo delle cor- 
tesie, che ti usa. Carlo ha fatto lo stesso, in una tua 
lettera. La mia salute è sempre buona, come quella 
di tuo fratello. Non è poco, in questi tristi tempi.-— 
Enrico è giunto in Firenze. Mi aveva detto, che sa- 



— 179 — 

rebbe venuto in Venezia; ma, essendo interrotte le 
comunicazioni, si è diretto in quest'ultima città. Pare, 
che non abbia più intenzione di essere alla ventura; 
né, tampoco, di arruolarsi per anni. Ma, volentieri, 
farebbe il volontario, durante la guerra, rimanendo- 
gli il grado nella truppa, finito il bisogno. Io gli ho 
scritto, che approvo tutto ciò, che farà, inclusivamente 
il naturalizzarsi toscano; ma quella di non tornare al 
campo mi sembra indegno del suo nome. — In pun- 
to, viene persona, che riceve, esattamente, le lettere 
del suo fratello: questi ti consegnerà questa mia let- 
terina. Martedì, poi, ti scriverò per il mezzo del tuo 
padron di casa. Ti prego, poi, di rispondermi, per lo 
stesso mezzo, col quale riceverai questa. Sono, già, di- 
ciannove giorni dalla data della tua ultima, del 10 cor- 
rente; ma i fogli danno, sempre, nuove di Venezia; e, 
poi, dal di 13, D. Florestano mi fece sapere, che stavate 
tutti bene. Sono tempi angosciosi, sia per il fisico, che 
per il morale; fa caldo eccessivo e siamo in pena per 
tante cose, ma io, poi, la finisco, dicendo: fidiamo in 
Dio! — Abbiamo ricevuto due fogli di Venezia; uno 
del 5 e r altro del 14. Scrivimi, anche tu , qualche 
volta, per la posta, dirigendo la lettera a mia so- 
rella. Ti abbraccio e benedico. 



AfT.ma madre, 

Carolina. 



Tutti i parenti bene. 

Al signor 
Barone Alessandro Poerio, 
Venezia. 



— 180 — 
XCn. La Carolina Poerìo-Sossisergio ad Alessandro Poerio. 

Napoli, 31 Luglio 1848. 

Mio carissimo figlio, 

In una settimana, ti ho scrito cinque o sei lettere: 
spero, che, alla fine, te ne perverranno. Questa, te la 
darà Tamico Àssanti, dal quale ho saputo, che sei in 
grandissima pena per noi. Grazie al cielo^ noi stiamo 
bene in salute, cosa miracolosa in questi momenti: 
ma, qualche volta, l'orgasmo morale assorbisce tutto 
e la parte animale resta in pace. Tua sorella, che vidi 
ieri sera, ti abbraccia, come fanno i tuoi nipoti. Cep- 
pino mi consigliò di scriverti in tedesco, perchè, così, 
là polizia non avrebbe capito. Noi abbiamo uno spet- 
tacolo marittimo: 13 Bastimenti inglesi si sono piaz- 
zati a tiro di fucile, per conseguenza , in contegno 
ostile. Le cose, che si dicono per Napoli, sono infi- 
nite. Iddio solo le saprà! Si crede, per avere inden- 
nità , per i guasti di Messina. Si teng ono Consigli 
lunghi, lunghi di molte ore; ma, sin'ora, si sta all'o- 
scuro. II nostro D. Salvatore Ferrari è Intendente di 
Catanzaro. Era stato ammalato, da molti mesi; aveva, 
perciò, rinunziato alla deputazione: poi, ha fatto come 
Sisto V. Speriamo, che non faccia ulteriore male alla 
provincia sua. Sono trentasei giornj, che non ho lette- 
ra di D. Gregorio. Gli ultimi 100 ducati, che mi mandò, 
te ne mandai 60, pregando D. Guglielmo di passar- 
teli; ed io gli ho, già, passati a D. Florestano. Tua 
zia Antonia, qui presente, ti abbraccia; Luisa, dove 
fui ieri al giorno, per vedere l'imponenza della flotta^ 
ti dice tante cose. 



— 181 — 

Caro figlio, ti scrissi, sabato, quello, che avevo detto 
o, per meglio dire, scritto ad Enrico, cioè, che non 
approvavo, che si fosse ritirato dal servìzio militare; 
vuol essere volontario e va bene, ma ritirarsi no. I 
fogli portano notizie sino al 20 corrente; ti prego 
scrivermi, almeno una volta la settimana, consegnando 
la lettera a Fonseca. L'ultima tua era del 10. Addio. 
Tuo fratello è cosi impicciato, che non ti scrive. Ti 
abbraccia, per mio mezzo ; ed io ti benedico e sono 

mff.ina madre, 

Carolina. 

Al Signor 

Barone Alessandro Poerio, 

Yenezia» 



XGin. La Carolina Poerio-Sossisergio ad Alessandro Poerio. 

Napoli, 1 Agosto 1848. — iV.° 1. 

Mio carissimo figlio, 

Sono, da molto tempo, priva di tue lettere; e, cer» 
tamente, non posso dubitare della tua esattezza nello 
scrivermi. Dopo tante prove, prendo il mezzo della 
posta; e, siccome ti scrissi sabato, per mezzo di Fon- 
seca, ieri, per mezzo di Assanti, ti scrivo, oggi, diri- 
gendo la lettera al sig. Giuseppe Mondolfo. Domani, 
ti scriverò, per mezzo del vapore francese, per via 
di Roma. E, per farti conoscere quante volte ti scrivo 
in un mese, ho incominciato il numero d' ordine in 
questa mia. Da ieri ad oggi, non ho nulla di nuovo 
a dirti; solo, che la venuta della flotta inglese è stata 
per affari mercantili, per l'indennità delle perdite, fatte 
dai negozianti inglesi per i bombardamenti delle di- 



— 182 — 

verse città delle due Sicilie. Questa mattina, abbiamo 
ricevuto, dalla posta, il ragguaglio dell'affare del Forte 
Marghera; ma, già, si sapeva dai nostri giornali. Ora, 
si attende, con ansia, il risultato della battaglia sotto 
Verona. Ieri, mi venne a vedere Àjello; e mi disse di 
ringraziarti, in suo nome, della brochure, che crede 
essergli stata mandata da te, perchè egli non conosce 
nessuno in Venezia, né de* naturali né de' nostri, che 
avesse potuto pensare a lui. Mi ha promesso, di por- 
tarmela a leggere. Ti prego, di presentare ì miei ri- 
spetti al sig. Tommaseo. Io Tamo senza conoscerlo. 
Io pregai D. Lucia di scrivergli; ma essa si ricusò, 
dicendo, che l'amico aveva finito di corrispondere seco, 
da molto tempo: quindi, non voleva essere nojosa. Io , 
se fosse possibile, vorrei avere il piacere di recarle 
un bigliettino dell'amico, onde si persuada, che... è 
obblio. Io, questa sera, comincerò a scrivere, come, già, 
avevo incominciato, le memorie, che tu sai^ salvo a 
voi di accomodarle grammaticalmente (397).Carlo ti ha 
scritto tante lunghe lettere, e non ti riscriverà, se non 
riceve qualche tua risposta; sta affaticato e (quel, che 
è peggio) annojato assai, perchè tutti quelli, che vole- 
vano essere impiegati al ministero, vogliono esserlo 
alla Camera: figurati che assedio ! D. Peppina Guacci 
seguita ad essere inferma: le ho scritto varie volte. 
Ora , attendo una sua risposta. — Addio , carissimo 
figlio. Il cielo ti benedica, come fa la tua 

afE.roa madre 

Carolina. 
Tutti stiamo bene di salute. 

Al Signor 
Alessandro Poerio, 
Venejtia. 



— 183 — 

XGIV. La Carolina Poerio-Sossisergio ad Alessandro Poèrio 

Napoli, 2 Agosto. — N."" 2, 

Mio carissimo figlio, 

Ti scrissi, ieri; ti riscrivo, oggi, perchè mi si pre- 
senta l'occasione; spero, che, finalmente, ti sia capitata 
una si gran quantità di mie lettere, che ti sarai messo 
al corrente. La flotta inglese, dopo avere incassato 
il danaro, è partita. Cosi, ha tolto, a tutti i partiti, 
il divertimento di fare delle supposizioni, una con- 
traria alle altre. Ieri sera, fui da tua sorella: sta bene 
con tutta la famiglia. Tuo fratello, anche, sta bene; 
ma la Camera è una tale stufa, che torna come in 
un bagno. Prima di andare, va a bagnarsi a mare. 
Stiamo con grandissima ansia, aspettando la conferma 
della battaglia. Se oggi non si saprà nulla, è segno, 
che era una bubbola. 

Addi 3 Agosto. 

Caro figlio, il mio presentimento si è avverato; 
anzi, con la giunta di essere Taffare contrario a quel, 
che si diceva. Temo molto, che l'ultimo verso di quella 
tua ode non si verifichi. Basta, confidiamo nella Prov- 
videnza. Il mondo non è stato, mai, tanto imbrogliato, 
come lo è ora. Questa, te la mando per il solito ca- 
nale francese. Noi stiamo tutti bene; spero Io stesso 
di te. Ora, riuscirà più diflScile il nostro commercio 
di lettere; ora, sarà più difficile. Viene la persona a 
prendere la lettera. Ti abbraccio e benedico. 

Aff.ma madre, 

Carolin a. 

Al Signor 
Alessandro Poerio, 

Venezia. 



XCV. Alessandro Poerio alla Carolina Foerio-SoBsisergio ed a 
Carlo Poerio, eoo postilla di Florestano Pepe. 

Venezia, 4 Agnato 1848. 

Carissima madre, carissimo fratello, 
Scrivo due righe, in fretta, poiché, soltanto pocanzi, 
ho saputo, che il Generale scrive al fratello; e voglio 
profittare della occasione. 

Ebbi le vostre de' 18 e 23 Luglio; inoltre, due let- 
tere attrassate: l'una del 26 Giugno, l'altra del 2 Lu- 
glio; finalmente, una del 26, la quale mi giunse, ieri. 
Mi rallegro, che, fra tanti dolori ed ansietà, la vostra 
salute, almeno, sia buona, come anche quella de'aostrì 
parenti. Mi rimetto alla lunga lettera, scrittavi, in 
data de'28 Luglio, per la via di Livorno. Del danaro 
ho indugiato a far uso, restandomi qualche cosa di 
ciò, che aveva; cosicché l'altra rimessa non sarà ne- 
cessaria, che nel Settembre. Vi ringrazio delle molte 
auiorevolezze, che mi dite. Lo stato deplorabile del 
nostro paese mi contrista assai. L'orizzonte politico 
imbrusca sempre più. Avrete, ormai, sapute le per- 
dite, sofferte dall'esercito piemontese, sloggiato dalle 
posizioni, acquistate con tre mesi di fatica; e questo 
è danno gravissimo, ancorché le perdite degli Au- 
striaci, fra morti, feriti e prigionieri, siano di gran 
lunga maggiori. In sostanza, nella guerra, il vinci- 
tore è colui, che rimane padrone del campo di bat- 
taglia. Ma le cose non rimarranno qui. I Francesi 
sono stati chiamati; e par, che vadano d'accordo eoa 
gl'Inglesi. Abbiamo nuove da Milano, che un agente i 
inglese si è recato al campo austriaco, por ottenere*] 
nna Bospension d'armi; negata la quale, sarà, subitt^^ 



- 185 — 

proceduto ali* intervento. Milano arma, potentemen- 
te; Genova manda guardie nazionali a soccorrerla; 
Brescia fa, anche, formidabili preparativi; Tentusia- 
smo, che parea freddato, si riaccende sotto la nuova 
«ventura. Se l'Austria non cede, (né par, che voglia 
cedere, nella ebbrezza de* presenti trionfi ) , avremo 
guerra universale. 

Io sto mediocremente; Taria di questo paese non 
mi è avversa; e starei, anche, meglio, se il caldo non 
fosse intollerabile. 

Aspetto due righe da Carlo , dirette a Mondolfo 
(Giuseppe), mio padron di casa. 
^ Saluto caramente Carlotta, Luisa, Emilio. Vi bacio 
la mano, cara madre, ti abbraccio, caro fratello, e 
jnì ripeto 

rostro afif.mo, 

Alessandro. 

D. S. Raffaele è partito per Brescia, con la sua 
brigata. 



* 



Con gli ossequi di F. P. Ora, in punto, arrivata. 

Alla Nobil Donna 
La Signora Baronessa Carolina Poerio, 

Struda del Salvatore, N.o 5. 

Napoli, 



XGVI. La Carolina Poerio-Sossisergio ad Alessandro Poerio 

Napoli, 5 Agosto 1848. — 2V.*» 5. 

Mio carissimo figlio. 

Finalmente (esclamo come fai tu) ho ricevuto una 
.tua lettera, dopo tanti giorni di angustie. Grazie al 



— 186 — 

cielo, la tua salute è buona ! questo è, per me, l'affare 
principale. Che posso dirti di altre cose? Il mondo 
è sottosopra; speriamo, con Tajuto di Dio, che, final- 
mente, si quieti. Capisco, ora, tutte le difficoltà della 
tua posizione, ma sappi, che il Generale ti stima assai; 
in ogni sua lettera, ne parla con vantaggio. Io, questa, 
te rinvio alla direzione del sig. Bellinga. Martedì, 
ti scriverò per mezzo dello stesso, che mi ha man- 
dato la tua, che, se non è giunta celeremente, pure, 
mi è giunta. Tu, peraltro, pare, che non mi abbi^scritto^ 
dal dieci al 23. Il genero di Giuseppino è venuto 
come corriere dal Campo di Carlo Alberto, portando 
dispacci per il nostro Governo, della non accetta- 
zione del Duca di Genova al Trono di Sicilia. E, ve- 
ramente, oltre i suoi imbarazzi, mettersi anche que- 
sto addosso!... Tuo cugino doveva mandare varie copie 
del suo dizionario di Marina: per disperazione, li ha 
mandati per la strada di Puglia. Si trovò qui, quando 
ricevetti la tua lettera, ieri mattina; ti saluta cara- 
mente. Questa mane, è venuto Àssanti. per aver no- 
tizia del fratello. Io V ho assicurato, che mi avevi 
scritto, che stavate tutti bene, ma non mi avevi par^ 
lato in particolare di Damiano. — Addio, caro figlio. 
Martedì, ti scriverò più a lungo. Carlotta, che vidi 
ieri sera, ti abbraccia. D. Giovanna e Zìa Antonia 
pregano tutti i santi per la tua salute. Scrivendo 
alla Contessa, dille tante cose da mia parte. Sono tua 

aff.mii madre, 

Carolina. 
Tuo fratello ti risponderà martedì. 

Al Signor 

Francesco Bellinga, 

Yenexia* 



— 187 — 

XCVII. Niccolò Tommaseo ad Alessandro Poerio. 

Caro Poerio, 

Vi mando, anco, la sopraccarta; veggiate, che fu 
stracciato il sigillo un po', non aperto. 

Barone Poerio. 



XCVin. La Carolina Poerio-Sossisergio ad Alessandro Poerio. 

Napoli, 7 Agosto 1848. — iV.^ 5. 

Mio carissimo figlio, 

Ieri, fu una giornata felice per me; ricevetti due 
tue lettere, una del 15 e Tjaltra del 28. La prima, 
credo che la rimettesse il sig. Cirillo, perchè una 
mia amica mi disse, che costui aveva una lettera per 
me, e voleva consegnarla in mani mie proprie. La 
seconda, me la mandò l'ottimo General Florestano, 
per mezzo del quale ti rimetto questi pochi righi. Non 
scrivo al tuo Generale, per non togliergli il tempo, 
che, per lui, è prezioso; solo, gli dirai da mia parte, 
che non poteva toccare una corda, che avesse risuo- 
nato più sonora, per il cuore di una madre, come 
quella di fare il tuo elogio. Non conoscendolo per adu- 
latore, credo, che siano cose, da te meritate. È molto 
dolorosa la dispersione delle mie lettere: in esse, ti apro 
tutto il mio cuore, ti dico tutti i miei più intimi pen- 
sieri. Ora, spero di avere assodata una corrispondenza 
più diretta. Senza che tu me l'avessi scritto, siccome 
dovevo dei ringraziamenti al sig. Mondolfo, gli ho 
scritto, anche, dandogli una lettera per te; altra ho 



— 188 — 

diretta, per mezzo di Fonseca; altra, per via di Roma; 
questa, per mezzo di Pepe e, domani, un'altra, per mez*- 
zo del... negoziante» che mi rimise la tua del 28. In 
una delle mie lettere perdute» ci dev* essere quella, 
con la quale ti pregavo di dirmi il luogo della tua 
abitazione. Ora, mi dicono, che Venezia non ha quasi 
più che il Canal Grande. Non posso negarti, caro 
figlio, che sono in gran pena, per te. Non ti ripeto 
le nuove, che corrono, qui, una contraria all' altra: 
ma la certa pare Vintervento. Io sono assediata da 
tutte le famiglie de' Crociati, che partirono con En- 
rico : ora, è venuta una signora Cicalese , il cui 
fratello era in Brescia col Battaglione. Informati cosa 
fa; ora, dev'essere con voi. Caro figlio, questa lettera, 
la debbo mandar subito al negoziante, perchè è lo 
stesso, che manda la lettera del Generale Pepe: e mi 
ha fatto dire, che mandassi al momento. Carlo è as- 
sente. Ti scriverò, per mezzo del Nunzio, poichò la 
lettera del 12, che hai ricevuta, la mandai per suo 
mezzo. Tutti stiamo bene: le tre famiglie, Donn' An- 
tonia. Addio; ti abbraccio e benedico. 

Afif.roa madre 

Carolina, 

Al Signor 
Barone Alessandro Poerìo, 

yenezia. 



XdX. Alessandro Poerìo alla GaroUna Poerìo-Sossisergio. 

Venezia, a di 8 Agosto 1848. 

Carissima madre, 

Ieri, ebbi due lettere vostre : Y una de' 29 scorso 
Luglio, per mezzo del fratello del nostro amico, pri- 



— 189 — 

gioniero degli Austriaci (ed a lui medesimo» che gen- 
tilmente se ne incarica, consegno la presente); 1* al- 
tra, poi, mi fu data dal mio buono e cordialissimo 
padron di casa, al quale ho piacere^ che abbiate 
scritto di ringraziamento per le molte cortesie, che 
mi usa. 

Mi è di somma consolazione il sentire, che la vo* 
stra salute e quella di Carlo, come pure de' nostri 
parenti, è buona. Di mio fratello non ho, poi, rice- 
vute tutte le lettere, che voi mi dite; Tultìma, che 
mi pervenne, in data, se non erro , del 26 Luglio, 
parlava della causa, da lui difesa, nel consiglio su- 
bitaneo di guerra. Altre sue notizie, le ho lette nel 
Giornale Costituzionale de'28 Luglio. Mi duole, che 
siate stata 19 giorni senz' alcuna mia lettera. Il che 
mi sembra tanto più inconcepibile, che io non sono, 
mai, stato più di quattro giorni o cinque, al massi- 
mo, senza scrivere; e, sempre, con mezzi, che offri- 
vano ogni guarentigia di fedele ricapito; e, segnata- 
mente, più volte , accludendo le mie , in quelle del 
generale a suo fratello Florestano. Moltiplicherò le 
lettere; e scriverò, anche, per la posta, come voi mi 
* suggeritef. Frattanto, è una buona idea quella, di 
mettere alle vostre il numero d' ordine; cosi, quando 
ne viene una, saprò, almeno, quante altre se ne sie- 
no disperse. 

Obbietto di questa mia è parlarvi, principalmente, 
di me, poiché so, che, come madre, e madre affet- 
tuosissima, v' interessate a tutto ciò, che mi risguarda. 
La mia salute è mediocre. Quest'aria non mi è, punto, 
avversa; anzi, credo, che, alla lunga, mi gioverebbe 
assai. E, se non ne ho ricavato, ancora, tutto il van- 
taggio, che me ne verrebbe, si dee, da una parte. 



— 190 — 

attribuire a! caldo umido, che, qui, regna la state e 
che fa male anco a* sani , dall' altra, alle ansietà di 
animo, che non possono non esercitare la influenza 
loro sul corpo. Speriamo, per altro, tempi migliori. 
Ma vi ripeto, che , della salute , io mi contento ; e 
che confido di potermi , a poco a poco , ristabilire 
pienamente. Poiché, ad onta di tante vicende, e sotto 
gli stessi incomodi, che ho ancora, sento fortificata 
la fibra ed i nervi, alquanto, calmati. 

Il Generale sta benino; e meglio starebbe, se fa- 
cesse una vita più sistemata. Figuratevi , che, alle 
volte, si pranza alle undici della sera; mai, prima 
delle otto ! Egli lavora molto; ed è, certamente, be- 
nemerito di questo paese, per aver introdotto un pò 
di disciplina tra i volontari, e migliorati gli ordina- 
menti di guerra. 

Addio. In quanto al danaro, vi ho, già, scritto, che, 
sebbene io avessi urgente bisogno di molte cose , 
avrei indugiato sino a' principi di questo mese , a 
prender la somma di ducati sessanta, tirando innanzi, 
alla meglio, affinchè non vi fosse necessità di altre 
rimesse, che dentro Settembre. 

Abbraccio Carlo e Carlotta; saluto caramente Luisa, 
Antonia e Peppino; e, baciandovi la mano, con filiale 
rispetto , mi ripeto 

▼o. affo, 

Alessandro» 

P. S. In quanto ad Enrico, non mi ha, mai, risposto; 
ma ho ricevuto i suoi saluti in una sua lettera ad 
Assanti. Sono, anch' io, del parer vostro. 

P. S. Sono dolente, che la Guacci continui ad 
essere inferma. Fatele dire tante cose, da mia parte. 



— 191 — 

Ad Ajello direte, che lo ringrazio della memoria, 
che serba di me. Ed io, certo, penso, spesso, a lui; ma 
non ho avuto parte alcuna nell* invio fattogli. Il suo 
nome è conosciuto da molti. 



Alla Nobil Donna 
La Signora Baronessa Carolina Poerio. 

Strada del Salvatore, lu 5. 
Napoli 



G. La Carolina Poerio-Sossisergio e Carlo Poerio 
ad Alessandro PArio. 

Napoli, 8 Agosto 1848. — NJ" 6. 

Mio carissimo figlio, 

Sono, già, sei volte, che ti scrivo, in questo mese: 
neirultiraa mia, ti avevo detto, che ti avrei scritto 
giovedì, ma non posso resistere al desiderio di trat- 
tenermi teco; e, poi, son certa di darti una consola- 
zione e non voglio trascurarla. — Noi stiamo bene: 
ieri sera, fui da tua sorella. Capisci bene, che lieti 
non possiamo essere, nelle posizioni attuali ; non ò 
poco, però, di mantenere la salute, in mezzo a tanti 
urti morali; ma lasciamo fare alla Provvidenza! — 
II mio unico divertimento è la lettura. Questi giorni 
passati, ho letto de' numeri del giornale di Parigi la 
lllustration. Vi è un bellissimo articolo di un gio- 
vane pittore francese, che parla istericamente di Ve- 
nezia circa le due fazioni, che servivano a dare i 
campioni per la Regata; descrive, poi, Tultima, fatta 
al tempo del Congresso, Tanno scorso. Vi è la stampa, 
dove vi è un pezzo del Canal Orando; ed io, ad ogni 



— 192 — 

easa, mi figuro, che sia quella, dóve abiti, e ti veggo 
sul pergola (398). Ora, questi fascicoli li ho dati a leg- 
gere ai miei nipotini. I quali, non puoi figurarti, in me- 
no di quattro mesi, che progresso hanno fatto nella 
lingua francese: leggono e parlano, certamente non 
benissimo, ma bastantemente bene; Vittorio ha miglior 
pronunzia. Mia sorella s' occupa molto de* suoi ni- 
potini. I quali non crescono mai; tanto che gì* Im- 
briani, che sono cresciuti molto, vedendo i cugini, 
esclamarono a coro: come siete diventati piccini! 
Di Enrico , dopo che gli ho mandato la roba , non 
ne ho avuto più le^ra; se non avessi saputo, che 
ha scritto ad altri, sarei in pensiero. In punto, si ri- 
tira Carlo dal Parlamento, con la nuova di un ar- 
mistizio di due mesi. — Caro figlio, amami e ti be- 
nedico. 

aff.ma madre 

Carolina. 
Al Generale, i miei rispetti. » 

Carissimo fratello, 

Le notizie di Lombardia ci hanno tenuto e ci ten- 
gono nella massima agitazione. Questa mattina, final- 
mente, si è saputo l'armistizio di due mesi, conchiuso 
per mezzo deirinviato Inglese, giacché l'ajuto francese 
era condizionato alla invasione, per parte degli Au- 
striaci, de*domint della Casa di Savoja, ossia al pa»* 
saggio del Ticino. Si aggiunge, per altro, che Milano 
è seriamente minacciata, poiché Radetzky si é por- 
tato, col grosso dell' esercito , tra Milano e Brescia, 
ed impedisce i mutui soccorsi. Qui, le cose vanno 
al solito. Se vi fosse senno per parte de* Governanti 



— 193 — 

e dei governati, le nostre condizioni potrebbero mi» 
gliorare. Ma la voce della ragione resta muta, in 
mezzo al tumulto delle passioni. Aggiungi la crassa 
ignoranza e 1' accidia vergognosa di quella classe, 
che, in ogni paese, forma il nerbo della nazione. Per 
^òpràssoma , vi è la licenza di alcuni militari , che 
disonorano, con le loro violenze, l'onorata divisa del 
soldato. Tutto ciò, come vedi, non promette un av- 
venire ridente; ma bisogna combattere, virilmente e 
sapientemente^ per tema di peggio. Ad onta del vo- 
to di censura, il Ministero Bozzelli, che aveva dato 
la sua dimissione, resta al potere. Doveva suri*ogarlo il 
lilinistero Filangieri, Carrascosa (Michele), Fortunato,. 
Nicolini ecc. È il vero caso dei sonetti, presentati a 
Nicola Capasso (398). Emilio sta bene; ed è il relato- 
re alla commissione per la legge sulla guardia naziona- 
le, che sarà discussa quanto prima. Altre importantis- 
sime leggi si stanno preparando; e, tra breve, saremo 
occupatissimi. Riverisco l'ottimo Generale; e lo rin- 
grazio di vivo cuore. Abbraccio, poi, caramente, Da - 
miano ed Ulloa. Ti raccomando un milite, che chia- 
masi Giuseppe de Giuseppe. Vedi, se il Generale pu ò 
prenderlo con sé. Egli (in confidenza) è figlio natu- 
rale del March. Giuseppe Ruffo. È istruito e docile. D i 
nuovo ti abbraccio di tutto cuore. 

Tuo aff.mo fratello 

Carlo Poerio 

Al Signor 

Sig. Francesco BeUìnga 

Yenexia. 



13 



— 194 — 



CI. La Carolina Poerio Sossisergio ad Alessandro Poerio. 



Napoli, 10 Agosto 1848. iV.^ 7. 



Mio carissimo figlio, 

Profitto del mezzo del Nunzio, per mandare la pre- 
sente in Roma. Ora, che tutto è scombussolato nell'alta 
Italia, la nostra corrispondenza sarà più difficile; vo- 
glio credere di trovare qualche mezzo per Ancona: 
da quella città, sarà più facile arrivare a Venezia. 
Puoi figurarti, caro figlio, come io stia intenta. Di 
Venezia, su i, fogli, non se ne parla, dopo la intiaia- 
zione, fatta dal Generale Austriaco. Qui, si sta tran- 
quilli; e di salute stiamo bene, specialmente io: mi- 
racolo delia Provvidenza ! Qui, si vocifera, che le no- 
stre truppe, che son pronte per la Sicilia, partiranno, 
invece, per unirsi ai Tedeschi, sbarcando in Roma- 
gna oppure attaccando Venezia per mare. I nostri 
fogli ! Il Tempo dice, che i Francesi non interver- 
ranno; e La Libertà Italiana dice di si: a chi cre- 
dere? Carlo ti scrisse, ieri, per la posta; di tuo zio 
nulla si dice. Di Enrico, ieri, ho ricevuto lettera del 
4 corrente.- Sta bene; ma, al momento di dover com- 
binare qualche cosa sul suo afifare, è caduto il Mi- 
nistero Toscano e si sta ricomponendo. È un atroce 
destino quello della povera Italia, ma io confido nella 
Provvidenza. Tu, intanto, sta pure tranquillo sul no- 
stro conto: pensa alla tua preziosa salute. Tutte le 



— 195 — 

famiglie stanno bene; tutti gli amici ti salutano ; ed 
io ti abbraccio e benedico. 

Aff.m» madre 

Carolina. 

Al Signor 
Barone Alessandro Poerio 

Allo Stato Maggiore del General Pepe 
[Servizio Militare) 

Venezia 



CI. Alessandro Poerio a Carlo Poerio. 

Venezia, 10 Agosto 1848. 

Caro fratello, 

Ieri, scrissi a nostra madre ; ora, ti accludo due 
rigbe, nella lettera, che il Generale manda a Flo- 
restano. I militari napoletani, spinti dalle continue in- 
sistenze del Governo, se ne son voluti tutti andar 
via. Si assicura, che il nostro Governo , con ordine 
del giorno del 18 passato mese, abbia destituito il 
Generale. Fa maraviglia, che di ciò non si sia parlato 
nella Camera; dico in quella de' Deputati, poiché Tal- 
tra è venduta al Governo. 

Il Generale è risoluto a non accettar gradi né 
onori; ed a ritirarsi nella vita privata, dopo la guer- 
ra della indipendenza: benché, presso Carlo Alberto, 
non potesse mancargli il più alto favore. Egli é fer- 
mo in questa risoluzione ; ed, ora più che mai, at- 
tende alla difesa di Venezia. Par vero, che i Tede- 
schi sien entrati a Milano; ma è vero, ugualmente. 



— 196 — 

che i Francesi calano in difesa d* Italia. La guerra 
generale è imminente; né dubito dell'esito. Addio. 

Tuo afT.mo fmullo 

Alessandro. 

P. S. Ringrazia Florestano, di avere scritte tante 
cose, in mio favore, a suo fratello. 

Al Signor 
Sig. Carlo Poerio, Deputato, 
in Napoli, 



Gn. Alessandro Poerio alla Carolina Poerio-Sossisergiò 

e a Carlo Poerio. 

Venezia, 14 Agosto 1848. 

Carissima madre, carissimo fratello, 

Vi ho scritto, oggi stesso, più a lungo, per la via 
di Livorno; questa, la mando per la posta, facendo 
rindirizzo a Zìa Luisa, la quale caramente saluto e 
riverisco. Obbietto della presente è il dirvi, che la 
mia salute è mediocre, e che non crediate alle tadte 
dicerìe, che vanno attorno. Il Generale sta, anch*e- 
gli, benino; come Assanti, che è dolente di sentire^ 
che Cosimo non avesse ricevuto sue lettere. L' ul- 
tima vostra , pervenutami , è quella del 5 corrente. 

II caldo è grande; tanto più, che, da un pezzo in 
qua , non è caduta una stilla di pioggia. Continue- 
remo a stare in questa Venezia, eh' è pur bella. An- 
che, in mezzo ad ansietà e sollecitudini, una corsa pel 
Canal grande, una visita a grandiosi ediflzt, solleva 



— 197 — 

e conforta. Godo, che la vostra, salute sia soddisfa- 
cente. Ad Antonia, tante cose. Abbraccio Carlotta; e 
saluto i suoi. Vi bacio le mani; e mi raffermo, con 
filiale tenerezza e fraterno amore, 

Y.^ aff.m.o figlio • frauUa 

Alessandro. 

Alla Nobil Donna 
La Signora Baronessa Luisa Parrilli. 

Strada Banchi nuovi, N.<> 13. 
Napoli. 



Cm. Giuseppe Mondolfo ad Alessandro Poerio. 

Venezia, 17 Agosto 1848. 

Amico Pregiatissimo, 

Affari importanti, cioè vari miei crediti in grande 
pericolo, mi obbligano allontanarmi, per qualche gior- 
no, da Venezia. Quantunque vi dissi, varie volte, che 
dovete calcolarvi padrone di casa e non far compli- 
menti, pure, ve lo replico, in questa circostanza, or^ 
dìnando a tale oggetto la servitù di casa, onde vi 
riguardino come un altro me stesso. — - Nel deside- 
rio di rivedervi presto, vi rinnovo le sincere espres- 
sioni di stima ed amicizia. 

L* aff.mo amico, • 

Oius. Mondolfo. 

Pregiatissimo 
Barone Sig. Alessandro Poerio 




CIV, La Carolina Poarìo-Sassisergìo 
ad Alasaandro Poerìo. 



Mio carissimo I 
In punto, ricevo la tua letterina, in data dell'otto 
corrente, vale a dire, ignara di tutta la catastrofe 
di Carlo Alberto. Noi ti abbiamo scritto, in data del 
13; ti abbiamo detto il nostro sentimento. Qui, stiamo 
tranquilli. Non ti dico altro, perchè, forse, questa mia 
non ti troverà in Venezia. Spero, subito, ricevere al- 
tre tue lettere. Quel, che mi dici della tua salute, ò 
veramente miracoloso, in mezzo a tante angustie, come 
la tua salute si mantenghi più tosto bene. Sento, però, 
che, da ora innanzi, la stanza di Venezia è malsana. 
Ieri sera, fui da tua sorella, che è in pena per te; 
subito, le farò sapere le tue nuove. Non ti parlo di 
nulla, perchè son quasi certa, che questa mia non ti 
troverà in Venezia: ad ogni modo, penso questa mia 
farla partire per la posta, con la soprascritta al tuo 
Padron di casa. Le nuove della Guacci sono meno tri- 
sti, da qualche giorno: un'angina sopravvenuta, pare, 
che abhia sgombrati un po' i polmoni. Dirò ad ^ello 
la tua imbasciata. AI momento, che ti scrivo, sono 
assordata dal rimbombo delle carrozze de' Pari, per- 
che prendono possesso cinque nuovi nominati. Addio, 
carissimo figlio, ti abbraccio e benedico. Tanti com- 
plimenti al tuo Padron di casa:. Sono 



Zia Luisa, Antonia ti salutano. 



— 199 — 

Napoli, 17 Agosto 1848. 
Carissimo fratello, 

* Ci giunge, finalmente, la tua carissima del di otto 
corrente; e godo, che la tua salute sia buona. Noi 
stiamo bene , come anche gli Imbriani e i Parrilli. 
Ti scrissi, in passata, che attendeva conoscere quale 
era la tua determinazione, dopo i disastri dell'eser- 
citó piemontese; se, cioè, avresti seguito l'ottimo tuo 
Generale, ovvero ti fossi condptto in Toscana, per 
godere di un: poco di riposo. Colà, hai molti amici; e 
potrai utilmente occuparti. Qui , le cose vanno al 

solito. La Camera è occupata del di molte leggi 

iiàpbftanti, Emilio è relatore di quella sulla Guar^ 
dia Nazionale. Ma. forse, ìa Camera sarà prorogata. 
Leggerai, nel foglio uflSciale, come il Generìale Nun- 
ziante abbia creduto di dovere atlaccare me e Mu- 
ratori'. Domani, che avrà luogo la prima tornata dopo 
la suddetta pubblicazione, risponderò, dalla tribuna, 
coti moderazione e dignità. La Guacci sta alquanto 
meglio. Non cosi il Marchese Ruffo. Ti ricordo a que- 
sto proposito, che ti ho raccomandato il Sig.' Giu- 
seppe di Giuseppe, che è figlio naturale del suddetto 
Marchese; é ti ho rimessa una lettera per lui. Questo 
ottimo giovane serve come volontario. Se hai no- 
tizie della Gozzadini, non defraudarmene. Ho saputo, 
che la magnifica armeria antica del marito è andata 
dispersa. Saluto, caramente, Mondolfo ed i tuoi com- 
pagni. Riverisco l'ottimo Generale; ed, abbraccian- 
doti di tutto cuore , mi ripeto , per la vita , 

tuo aff.mo fratello, 

Carlo. 

Signor 
Barone Alessandro Poerio 

in Venezia 



— 200 — 



GV. La Carolina Poerio Sossisergio ad Alessandro Potrio. 

Napoli, 19 Agosto 1848. — iV.° 10. 

Mio carissimo figlio. 

Dopo la tua del di 8, non ho avuto più tue nuove; 
e pare, 'che gli avvenimenti sieno tali , che avresti 
dovuto farmi sapere le tue risoluzioni. Quando gli 
avvenimenti umani superano la preveggenza de* più 
s^vl, bisogna dire, cristianamente: Iddio così ha vo- 
luto ! Nessun foglio parla, se siete usciti o pur no 
da Venezia. Non s^, se hai seguito o pur no il Ge- 
nerale. Infine, siamo alFoscuro di tutto. Io sarò in- 
discreta col tuo Padron di casa, ma gli fo un altro 
rigo, accludendogli questi pochi righi per te, che potrà 
inviarti, dove ti trovi. Noi stiamo tutti bene. Spero , 
che la tua salute non abbia sofferto. Carlo ti scrisse 
in passata. Amami e credimi 

tHa aff.tna madre, 

Carolina. 

P. S. In punto, ricevo la tua del di 14 corrente, 
diretta a mia sorella. Scrivimi, sempre, per la posta« 
come farò io : avessimo fatto, sempre, cosi ! Addio. 

Al Signor 
Il Signor Alessandro Poerio. 

Yenezia 



— 201 — 
evi. Enrico Poerio ad Alessandro Poerio. 

Firenze, 19 Agosto 1848^ 

Carissimo Alessandro, 

Finalmente, ricevo una tua lettera; degli 11 Luglio; 
e vi rispondo, subito, acciocché tu non dica, come ho 
sentito da Gas^on, che non ti scrivo mai. Io ti ho 
scritto, molte volte; e tu non avrai ricevute le mie 
lettere, come io non ho ricevute le tue. In quanto 
alle nuove di casa, posso dirti, che Zia Carolina mi 
scrive, sempre. Dalle sue lettere, benché apparisca 
deploràbilissimo lo stato del paese, pure, si conosce, 
che essi non sono tormentati e che stanno in buona 
salute. Carlino non mi ha scritto, mai; egli è depu- 
tato alla Camera. Hai ragione in quanto dici del 
Regno. Per me, vi ho rinunziato; e, se sono venuto 
in Toscana, é stato, per trovarvi quel ricovero antico 
e vecchio della famiglia nostra. Seppi, che qui si for- 
mava una nuova leva; e ci venni, sperando di en- 
trarvi, essendo passata alle Camera la leggQ , che 
preferisce coloro, che si sono distinti sul campo di 
battagha. Ho chiesta, anche, la naturalizzazione to- 
scana; e l'otterrò. Credo, che approverai il mio pen- 
siero. Voglia Iddio, che la guerra cominci con tutto 
Tardore possibile; ed, allora, ritornerò^ come militare 
vero, sul campo dell'onore. Non ti parlo dell'esito, che, 
finora, ha avuto la guerra; non potrei dirti, che quello, 
che tu senti: dolore e vergogna! Misera Italia 1 Ho 
saputo, che, dapprima , disapprovasti Y esser io ve- 
nuto via dal battaglione, e il non avervi tutti rag- 
giunti a Venezia. Ma sento, che, ora, convieni, che 




doveva io regolarmi cosi. Infatti, non era più deco- 
roso restare fra quella canaglia, che rimaneva del 

battaglione. Avrei voluto venire a Venezia; e scrissi 
a Damiano, il quale mi rispose, che, se volevo venire, 
doveva venire col battaglioDe, non potendo, staccato 
da esso, ottener nulla, per il gran numero, che c'era, 
a Venezia, d'ufBziatì : quindi, mi sono attenuto alla 
risoluzione di rimanermi in Toscana, che per me è 
seconda patria. Saluta il Generale , Ulloa, Cosenz e 
tutti gli amici ; mentre , abbracciandoti caramente , 
mi dico 

tua ftir.iDO cuEÌno • trxmik 

Enrico Poerio. 
P. S. Ti prego di dare l'acclusa a Roaaroll. 



Signor AleBsaudro Poerio, 

pres-w il Generale Pepe. 



cm. Girolum Sfbnà-BiiMri ad Ueisandro Paarfo. 

Vercelli, 21 Agosto 18481 :l 

Egregio Alessandro, 

I luttuosi avvenimenti di Milano, dei quali fui testi- 
mone, (e, per poco, non ne rimasi vittima,) mi getta- 
rono nell'anima tanta costernazione, che non avrei 
potuto prima d'ora raccogliere due idee per metterle 
insieme. Quanto è accaduto, in Vicenza, sotto ai miei 
occhi, non 6 che una debolissima imagine dei casi ifi. j 
Milano. Già, fino dall'annunzio, avere t'esercito i 



ne dei casi <&■ 
esercito pa»^H 



— 203 — 

sato TAdda, si sparse tale un terrore per la città, che 
quasi tutti i ricchi ed i nobili^ vigliaccamente, pensa- 
rono a mettersi in salvo, parte trasportando sé, le 
famiglie e gli effetti in Svizzera, parte in Piemonte; 
e, ai più atterriti, non parve d'essere garentitì, fino 
a che non avessero frapposto, fra loro ed i tedeschi, 
i mari e i monti. Tutti i membri del Governo Prov- 
visorio, tutti quelli de* Comitati, V istesso Generale 
Lochi, perfino due membri del Gomitato di Difesa , 
Maestri e Rastelli, abbandonarono, vergognosamente, 
il loro posto. La città rimase in preda al popolaccio. 
LMstessa Guardia Nazionale si disciolse; e fece chiu- 
dere tutti i corpi di guardia. I Milanesi hanno oscu- 
rato, per sempre, la gloria delle loro cinque giornate. 
Nel palazzo del Governo al Marino , non si trovò , 
fermo al suo posto, che il Generale Fanti; ed io, che 
era divenuto suo ajutante, assieme ai due miei col- 
leghi Menotti e Beaufort, non lo abbandonammo. Ti 
assicuro, che passammo un brutto rischio, perchè il 
popolo, che tu sai come ragioni sempre, se V avea 
pigliata, proprio con noi, per non aver altri, su odi 
sfogare la giusta sua ira. Si chiamava tradito; e ad- 
ditava, in noi, i traditori. Dopo avere trionfato, pella 
nostra franchezza, delle minacce, ripetuteci sulla piazza 
colla punta della bajonetta, fummo costretti di rima- 
nerci, quattr'ore, in Palazzo, mentre quella sfrenata 
moltitudine pretendeva, che il Generale assumesse il 
poter dittatorio e proclamasse la difesa della Città 
ad ogni costo, quando il Re avea capitolato e, quin- 
di^ l'esercito non voleva più battersi e tutto era ca- 
duto nelFanarchia più completa. Basta, quando a Dio 
piacque, ce ne andammo di là, per ricadere in una 
prigione, ancora più stretta. Dovemmo trasferirei al 



— 204 — 
ite di Carlo Alberto; da 
fu più permesso l'uscire, per parte di una luoltilu- 
dine di gente, tutta dell'infima plebe, e che, certo, non 
avea nessun colore politico. La quale, dopo avere tu- 
multuato ed invaso , perfino , l' atrio e le scale del 
Palazzo, minacciando il Re e chi, innocente o colpe- 
vole, s'era, in quel momento, lasoiato cogliere presso 
luì, si discìolse, venendo la sera, riducendosi a circa 
20 persone. Queste, però, bastarono a cominciare un 
fuoco , eccellentemente nutrito, di circa quattr" ore, 
cercando, perfino, alla fine, di incendiare la porta dt 
strada; e, se non sopragyiungeva un battaglione di 
linea , in mezzo al quale ce ne andammo , io non 
so altro, se non che sì sarebbe finita assai male. 
Presentemente, io mi trovo in Vercelli, dove si ria- 
niscono e si riorganizzano t resti dell'armata lon]>- 
barda: miserabile cosa in vero; e tanto disordinati, 
ohe fa male il vederli. Che si fa rÀ dopo l'armistizio, 
non so: ma lo non ho più coraggio dì sperar bene 
pella nostra causa. Ora, l'esercito è demoralizzato; 
Generali, giustamente discreditati; il Re, incapace dì 
levarseli, una volta, d'attorno e circondarsi di pochi 
e buoni; l'officiaììtà, minimamente compresa di ver- 
gogna per il male esito delle armi, ma, piuttosto, 
stolidamente contenta dì aversi finalmente la pace e 
dì potere mostrare il bel personcino pei caffè e pei 
passeggi; il partito aristocratico, più che mai inca- 
ponito a volere la pace. Che vuoi fare con simile 
materiale? Impossibile rientrare in campagna, quando 
la Francia non intervenga; ma troppo tempo si è 
concesso ai maneggi diplomatici , per poter sperare 
questo soccorso , certo non molto onorevole per la 
nazione, ma, alfine, necessario; e troppo i realisti, ch»J 



, ch«H 



— 205 — 

sono tre terzi dello stato, paventano la venuta dei 
francesi repubblicani. Vedremo Tesito della missióne 
di Tommaseo: è Tunica speranza rimasta, che Venezia 
repubblicana confonda la vecchia diplomazia nelle te- 
nebrose sue operazioni. Io, se , qui , non si dovesse 
continuare la guerra e se, in qualche maniera, Ve- 
nezia si sostenesse , ho intenzione di riparare nelle 
sue lagune. Garibaldi, dopo aver messo una contri- 
buzione di 14000 franchi ed averne ricevuti metà 
dalle Monache di Àrona, risalì il lago, impadronen- 
dosi dei battelli a vapore e di tutte le barche; e battè 
400 austriaci, a Como o in quelle vicinanze. Io credo, 
che, ora, si sia unito con d'Apice, che deve avere sette 
mila uomini. Durando è, già, venuto in Vercelli colla 
sua truppa, circa 4000 uomini. Tutto, oramai, ha cedu- 
to: Peschiera, Brescia, Rocca d'Anfo, tranne Venezia. 
Essa è rimasta il propugnacolo della libertà Italiana. 
Chi sa, che, da essa, non si estenda, di nuovo, Tindi- 
pendenza su tutti gli altri territori; e, questa volta, 
per consolidarvisi. Di Napoli hai notizie? e della tua 
famiglia ? Tu mi risponderai in Vercelli, al mio indi- 
rizzo, ferma in posta... Perdona il cattivo carattere; 
e vivi persuaso della stima ed amicizia immancabile 

del tao aff.mo 

G, Sforza-Bissari. 

Mi scriverai dello spirito, dal quale sono animati 
i Veneziani e le truppe, che vi si trovano; e, se, anche 
nel caso, che la flotta Piemontese si ritirasse, avete 
credenza di sostenervi. 

Onorevole Signore 
il Éarone Alessandro Poerio, 

Presso S. E. il Generale Pepe, 
Yenesia. 



CVm. Alessandro Poeiio alla Caialina Poerio-SosaiBergio 
ed a Carlo Foerio. 



Venezia, a di 30 



Carissima madre, carissimo fratello, 
Non avendo occasione particolare di scrivervi, mi 
valgo del mezzo della posta, come feci, anche, quattro 
cinque giorni fa, dirìgendo la lettera a Zia Luisa, 
ctie, caramente, saluto. Delle nuove politiche è inu- 
tile, che io vi parli, rilevaniiole voi da fogli. Avrete 
saputo i disastri dell' esercito sardo e la conven- 
zione de' 9 Agosto, ch'equivale ad un abbandono 
delle Provincie, insorte contro l'Austria. Venezia, per 
altro, è risoluta a difendersi , dovessero anche par- 
tire, si la truppa di terra, che la flotta del Re di 
Sardegna. Finora , benché la convenzione sia stata 
comunicata officialmente, l'ordine positivo non è, aib- 
cor, giunto; ma può giungere, da un giorno all'al- 
tro. Si spera, che, almeno, qualche vapore francese 
sia per venire in queste acque, per impedire il bloc- 
co da mare, che la flotta austriaca farebbe, tosto- 
chè si allontanasse la sarda. Mu, anche bloccata da 
mare, Venezia è atta a resistere più mesi; e , del- 
l' armistizio stipulato per sei settimane , sono , già, 
corsi dieci giorni. E, poi, impossibile, che le cose non 
si chiariscano in breve. Il linguaggio della Francia è 
molto energico ; ed, io caso che le sue proposizioni 
sieno rigettate dall'Austria, la guerra è inevitabile. 
Io credo, che l'Austria non cederà. Lettere del Pift- 
monte annunziano grandi armamenti. Da Milano, poi, 
l'emigrazione è tanto considerevole, che la città pa^ 



— 207 — 

dirsi deserta. Se Brescia, Como e Bergamo saranno 
occupate dagli Austriaci, avverrà lo stesso. È caso 
miserando ed unico nelle storie moderne. Noi stiamo, 
qui, di buon animo; e, finora, non abbiamo sofferto 
alcuna privazione, avendo anco i gelati. Il caldo ò 
oppressivo. Ed a questo ed alle ore troppo tarde del 
desinare del Generale, attribuisco Tesser poco bene 
di stomaco. Ma è piccola cosa; per rimettermi, so- 
no , spesso, obbligato, ad astenermi di desinare con 
lui, prendendo una zuppa ed un arrosto più per tem- 
po. Lo sciupo della biancheria, proveniente dal' mo- 
do di lavare in questa città, è incredibile. Dovetti, 
poi, prendere i sessanta ducati; e li economizzo, ma 
ho di bisogno di parecchi oggetti di vestiario e cal- 
zatura. Li farò durare più che posso; dentro Settem- 
bre, prenderò una egual somma dal Generale; e voi 
avrete la bontà, di passarla a Florestano. Il Generale 
vi ringrazia di ciò, che avete scritto per lui. Tutta 
Targenteria è stata, qui, depositata alla Zecca. La guar- 
dia civica s' istruisce, al servigio de' forti. Gli Au- 
striaci, peraltro, da parecchi giorni, nulla hanno ten- 
tato. Conservatevi in salute; vi ripeto/ che stiamo 
allegramente , per quanto si può , in mezzo a tanti 
contrattempi. Saluto Emilio, Peppino, Luisa, Antonia; 
abbraccio Carlotta; e mi ripeto, baciandovi la mano, 
cara madre, e stringendoti al cuore, caro fratello, 

▼.<^ aff.mo figlio e firatellò 

Alessandro Poerio, 

P. S. n mio padrone di casa ha dovuto assentarsi, 
per qualche giorno, a cagion di affari commerciali. 
Ha disposto, che la servitù mi considerasse come lai 



■ 208 - 
. Gli SODO obbligatissìmo di tanta gentilezza; 'itM 
potete ben credere, che non ne abuso. 

Le ultime vostre sono de! 7 e dell" 8 agosto. 

Ij 
Alla Nabi! Donna 
la Sig.ra Baronessa Luisa Parrilli 



Napoli. 



.»13. 



CIX, La Carolina Poerìo-Sossìsergio e Cario Poerio 

ad Alessandra Poeno. 



Napoli, 23 agosto '. 



-N." 11. 



Mio 

Sabato, ti ceonai, soltanto, di aver ricevuto la tua 
del 14, per mezzo di tua Zia. Carlo ne fece, subito, 
consapevole D. Florestano; ed io, Cosimo: perchè sia- 
jno in accordo, che, chiunque dì noi avesse nuove 
ile' suoi , sia comunicato alle altre famiglie. La tua 
lettera mi lece vero piacere, si per sentirti in me- 
diocre salute, che per sentirti, sempre, in Venezia. 
Aveva ragione Barcher! Del resto, non voglio anti- 
cipare il mio giudizio; voglio. In questo, seguire il tuo 
consiglio, di non credere alte ciarle, che corrono per^ 
il mondo. Qui, stiamo tranquilli. Sono assai in penaJ 
per la nostra Contessa Gozzadini ; voglio scriverle 
e mandare la lettera ad Enrico, Ieri, ho veduto Fon- 
seca, il quale mi ha portato tue nuove verbali. Mi 
ha detto, che risolvette di partire al momento, che 
ti offri di scrivere , ma non ci fu tempo. Ad ogni 
modo, ijuesto fu il giorno dieci; ed, avendo tue nuove 
posteriori, non m» sono allarmata. Spero, che non 
facciate mancare le provvisioni, ora, che potete prov- 



1 



— 209 — 

vedervene, per non fare come Milano. Io non posso 
peffsare a quel, che è accaduto, senza rabbrividire ! 
ma speriamo , che la scintilla elettrica non perisca. 
No, non puoi perire: Iddio ha messe queste scintil- 
le nel cuore e nella mente dell* uomo ! Di Raffaele e 
della sua famiglia nulla so. Non hanno, più, scritto; 
di modo , che non so , se Maria Teresa si è mossa 
dall' Afifrica , e dove sta , per dirigerle qualche let- 
tera. Caro figlio , un bottegajo del nostro vicinato 
ha un fratello, impiegato alla segreteria del Generale: 
si chiama Crispino Vitale. Mi ha pregato tanto di 
raccomandartelo e raccomandarlo anche al Generale. 
Io lo fo, con tutto il cuore; perchè tutti quelli del 
vicinato sono buona gente, e li ho provati, in tempi 
e giorni difficili. Dunque, se potete far cosa per lui, ve 
ne sarò obbligato. Un' altra persona vuol sapere, se 
Tommaso Pulsinella, volontario, che era in Venezia, 
sia vivo morto. Non puoi credere, quante seccature, 
che ho, per questi crociati. Caro figlio, ho ricevuto, 
per mezzo di Carlo, due tue lettere, del 4 e del 10. 
Vedi quante lettere mie hai ricevuto, in pochi giorni? 
Ed io pure! Dunque, non ci stanchiamo di scrivere, 
per ogni occasione. Quest'oggi, il giornale il Tempo 
ha messi degli articoli, con la data di Venezia, ve- 
ramente indegni per il Generale. Io credo tutto men- 
zogna; e, siccome tu mi dici di non credere alle ciarle 
che corrono, non credo, certamente, al Tempo: ma bi- 
sognerebbe risponderci, perchè sono delle indegnità. 
Domani, soggiungerò qualch' altra cosa. Addio. 

Addi 24. — Questa notte , non ho punto dormito, 
pensando al Tempo. Son vari giorni, che non veggo 
Carlotta; ma so che sta bene. Sabato, ti scriverò ad- 
dirittura. Domenica, è il giorno della tua nascita: come 

14 



— 210 — 

passa il tempo! Addio, caro figlio, lascio luogo a tuo 
fratello. Le tue zie ti dicono tante cose. Antonia de- 
sidera nuove di Raffaele. Addio, ti benedico. Tante 
cose al Generale; e tanti ringraziamenti, per l'affetto, 
che ti dimostra. 

Affezionatissima madra 

Carolina. 

Carissimo fratello, 

Il Tempo (che, come sai, è il foglio semi-officiale) 
ci ha dato, ieri sera, un lungo racconto della par- 
tenza de' Napoletani da Venezia, e notizie dell'attacco 
a Malghera del di 16. Credo, che quel racconto non 
sia genuino. Pare , che 1' intervento francese non 
avrà più luogo. Io n'era persuaso. Qui, le cose vanno, 
sempre, allo stesso modo. Il partito reazionario si agita, 
in tutt' i modi; ma spero, che i suoi colpevoli tenta- 
tivi riescano infruttuosi. Questa mattina, Imbriani leg- 
gerà il rapporto sulla Guardia Nazionale; e, fra tre 
giorni, si aprirà la pubblica discussione. Intanto, tutto 
è sospeso e paralizzato , con gran detrimento del 
paese. Ma come impedirlo, in così tristi condizioni? 
La Guacci sta, alquanto, meglio. Manna è stato am- 
malato; ma, ora, sta bene e ti saluta. Troyse è di- 
venuto Pari; ed è uno dei più retrogradi. Palermo 
si è dato, perdutamente, alla reazione; ed ha rotto 
con tutti gli antichi suoi amici. Ogni giorno, si hanno 
novelli disinganni. Ma non, per questo, bisogna, dispe- 
rare. Anche altrove, accade lo stesso; ed è giusto, che 
i popoli scontino le colpe degli avi ed i propri errori. 
Riverisco il Generale; ed abbraccio Assanti, Ulloa, 



— 211 — 

Mezzacapo, Cosenz ed il tuo padron di casa. Sono, 
per la vita, 

tuo afif.mo fratello 

Carlo. 

Al Signor 
Sig. Alessandro Poerio, 

Yenezia. 



ex. La Carolina Poerio-Sossisergio ad Alessandro Poerio. 

Napoli, 26 Agosto 1848. — iV.^ 12. 

Mio carissimo figlio, 

* Ti scrissi, a lungo; e ti promisi, di scriverti, oggi. 
Oggetto della mia lettera è per farti gli auguri, per 
domani, giorno tuo natalizio: come oggi, principia- 
rono i dolori, e come domani, al mezzogiorno, ti diedi 
alla luce. Dopo qualche giorno, venne a vedermi il 
•Generale, con D. Titta suo fratello. Ecco, da che e- 
poca egli ti conosce, cioè, da che sei nato. Io non 
era solita di farti regalo; ma, quest'anno, come sei 
lontano, ho pensato di fartene uno. Ti manderò una 
cosa di poco costo, ma di gran prezzo per te. La spe- 
dirò, il giorno 4 Settembre. Io, dopo la tua del 14 
e le due attrassate de' 4 e del 10, non ho ricevute 
altre tue; sono certa, che mi hai scritto. Attenderò, 
pazientemente, che giungano ; se pure potrò avere 
tanto sangue freddo. Basta, farò come meglio potrò. 
L'altra sera, vidi tua sorella con tutti i suoi figli, i 
quali vanno molto bene; il marito anche sta benis- 
simo. Ieri l'altro, ebbi occasione di vedere un mo- 
naco della Cava e, precisamente, quello, che ti accom- 
pagnò alla gita di Amalfi, insieme con quel letterato 



— 212 — 

straniero; mi premurò tanto, che ti avessi salutata 
in suo nome. Noi, qui, stiamo tranquilli; ma combat- 
tuti tra tante nuove contraddittorie. Io finisco, sem- 
pre, col dire: lasciamo fare alla Provvidenza! Ad- 
dio, caro figlio; ho avute delle lunghe visite, per cui, 
se voglio mandare questa lettera, debbo essere breve. 
Tuo fratello tornerà tardi. Addio. La zia ti abbrac- 
cia, i nipoti ancora. — Sono tua 

aff. ma madre, che ti abb.. e ben ed ice- 

Carolina. 

Al Signor 
Sig. Francesco Bellinga, 

Venezia. 



GXI. La Luisa Parrilli-Sossisergio e la Carolina Poerio-Sossisergio^ 

ad Alessandro Poerìo. 

Mio carissimo Alessandro, 

L'altro ieri, fu il tuo giorno natalizio; e ne par- 
lammo, molto, con tua madre. Ti auguro gli anni av- 
venire meno tormentosi dei passati; ed è tutto ciò, che 
posso augurarti di meglio. Godo tanto , di sentirti 
bene, dalle tue lettere e da persone, che, da poco, ti 
hanno veduto. Io assisto, il più, che posso, la mia 
cara e buona sorella, per poterla sollevare; e ti as- 
sicuro essere un prodigio, come si trova in buona 
salute ed ingrassata. Mio cognato, che si trova Pa- 
ri, è molto affaticato ; e ti dice tante cose , come ^ 
anche, mio figlio. Il quale ti prega di procurargli le 
nuove dell'uflSziale di Marina Sig. Luigi Fingati, col 
quale era in corrispondenza, mentre, avendogli scritto- 
più lettere, non ne ha avuto risposta; come, anche. 



— 213 — 

d*una scatola, con molti volumi dell'opera sua, che 
gli ha diretto, per mezzo d' un trabacolo pugliese: 
sicché, ti prega di darti la pena di fargli saper cosa. 
Farai gradire al signor Generale i miei complimenti, 
assicurandolo della stima annosa, ch'io ho per lui. 
Carlo sta bene, ma affaticato assai; come, anche, Emi- 
lio. Carlotta sta bene, come i figli; e ti dice tante cose 
affettuose. Ed io, abbracciandoti di tutto cuore, mi 
dico la tua 

aff.ma zia 

Luisa, 

Napoli, 29 Agosto 1848. 

P. S. Le lettere, che mi dirigi, mi vengono esat- 
tamente. I miei Bambini domandano spesso di te; e 
vogliono venire a vederti. 

Mio caro figlio. 

Poiché il tuo padrone di casa é partito, mi servo 
del solito sig. Bellinga, per farti pervenire questa mia. 
Ti scrissi, in data del 26; e, dopo avere mandata la 
lettera alla posta, mia sorella mi mandò la tua. Per 
quello, che ho potuto interpetrare della tua lettera, 
mi sono consolata, che state tanto tranquilli per 
quanto si può. Ti dico di non avere tutto interpre- 
tato, perché lo scritto é fatto in fretta e l'inchiostro 
talmente bianco, da non potersi leggere. Ieri sera, 
viddi un chirurgo, che ti vedeva spesso in Venezia. 
La notizia non è recente, perché é di 30 giorni fa; 
ma, pure, mi ha fatto piacere. Non ti parlo di nuove 
pubbliche: esse sono tanto incerte e varianti, come 
la fantasia di una bella e capricciosa fanciulla. La 



— 214 — 

mia salute e quella di tuo fratello sono buone; Io 
stesso, domenica, fu a pranzo in campagna. Di D. Pep- 
pina, nulla so; ma stava un pochino meglio. Ti ri- 
metto una lettera di Cosimo, il quale non riceve più 
lettere del fratello. Io ti scriverò, il giorno 3 o 4, 
perchè avrò occasione. Spero, aver pronto il regalo 
destinatoti , perchè questo oggetto sarà pronto tra 
giorni. Antonia fa, sempre, novene per te; come, an- 
cora, D. Giovanna. Io ti abbraccio e benedico e sono 
la tua 



aff.raa madre 

Carolina. 



Al Signor, 
Signor Francesco Bellinga, 
Yenezia. 



CHI. Alessandro Poerìo ad Enrico Poerìo (399). 

Venezia, 29 Agosto 1848. 

Caro Enrico, 

Ti scrissi, giorni fa, accludendoti una lettera, per 
mia madre, pregandoti di procurarle sicuro ricapito 
per la via di mare. Profitto della partenza dell'ot- 
timo Mordini, il quale viene a Firenze, con incarico 
speciale di procacciare soccorsi pecuniari a Venezia, 
per accluderti un'altra lettera, per mia madre. Fammi 
l'amicizia di spedirla, parimenti, subito e con sicuro 
mezzo. Sono stato poco bene, in questi giorni; ora, 
mi vo ripigliando. Dammi tue nuove. Dello stato 



— 215 — 

nostro, qui, non te ne parlo; poiché Mordini ti rag- 
guaglierà di tutto, a voce. Addio. 



Tuo aff.mo cugino 

Alessandro Poerio. 



Airornatissimo 
Signor Enrico Poerio, 
Firenze. 



CXni. Alessandro Poerio alla Carolina Poerio-Sossisergio 

ed a Carlo Poerio. 

Venezia, a' 29 Agosto 1848. 

Carissima madre, carissimo fratello. 

Vi ho scritto, il 26 e ieri 28, per la posta, facendo 
l'indirizzo a Luisa. Nella prima di quelle lettere^ il 
General Pepe avea soggiunto due righe, per te, caro 
fratello. Fummo, egli ed io e tutti quanti ciò seppero, 
assai mortificati, che, in Napoli, si credesse, univer- 
salmente, Venezia obbediente alla infame e proditoria 
convenzione de' 9 Agosto. Come ? Una città, ch'è una 
vera fortezza naturale, rinforzata, egregiamente, dal- 
l'arte, una città, dalla Provvidenza renduta alla Ita- 
lia, per la cacciata miracolosa degli Austriaci, avrebbe 
riammessi i suoi più crudeli nemici, ad un sol cenno 
di Carlo Alberto? La fusione, tanto voluta da costui, 
era, dunque, un preparamento alla rifusione nell'Au- 
stria ? Venezia si terrà ; Venezia sarà saldo e glo- 
rioso propugnacolo della Italiana indipendenza. Da 
Trieste, son venuti, per mezzo di un uffiziale tedesco, 
ordini precisi, sottoscritti dal nuovo Ministero, all'Am- 
miraglio Albini, di lasciare le acque di Venezia, im- 



— 216 — 

barcando le truppe piemontesi e quanti altri voles- 
sero andar via ; ma questo generoso Italiano ha in- 
terpetrato gli ordini da vero patriotta, ossia non gli 
ha eseguiti. Speriamo, che, da parte del Governo Sar- 
do, non vi sieno maggiori insistenze: speriamo, che, 
ancorché ci siano , V Albini perseveri nel patriotti- 
co proponimento. Ma, dovesse, anco, la flotta sarda 
ritirarsi, dovesse, anco, l'Austriaca venire e bloccare 
la città, da mare, non, perciò, la popolazione e la guar- 
nigione si perderanno d' animo. Gli Austriaci, frat- 
tanto, costruiscono opere: ma fuori tiro del cannone 
delle fortezze; e più (a quel, che sembra) per trince- 
rarsi essi medesimi, che con intenzione di assaltar la 
Venezia. Pare, che, non ostante le trattative di pa- 
ce , si aspettino alla guerra : ingrossano molto sul- 
l'Adige; intorno a tutta Lombardia han fatto un cor- 
done impenetrabile; e sono spaventati dalla pertina- 
cia, con la quale i rifugiati sulle montagne cercano 
di organizzare la insurrezione. Quello, di che, qui, 
si difetta, assai, è il danaro. Si è data tutta l'argen- 
teria alla Zecca; si son fatti e si fanno continui sa- 
crifici pecuniari ; ma le spese sono ingenti. Un ap- 
pello, a'Governi Italiani (s'intende, già, escluso il no- 
stro) ed alle popolazioni, darà, speriamo, larga mes- 
se. Oggi , partono diversi incaricati di una speciale 
missione, a tal uopo. In Toscana, va il Sig. Antonio 
Mordini, giovane d' ingegno e patriottismo grande ; 
per suo mezzo , ho scritto a Gino Capponi. Ver- 
so il 10 settembre , vi prego passare a Florestano , 

sessanta ducati, perchè io possa farmeli 

dal fratello. Degl'incomodi, sofferti in questi ultimi 
giorni, mi vado, a poco a poco, ripigliando. Spero, che 
la vostra salute sia buona. Mi duole non aver vostre 



— 217 — 

lettere correnti, V ultima essendo quella de' 19 ago- 
sto. Sono inquietissimo, per la Guacci: datemi pre- 
sto sue nuove e più rassicuranti. Mi affligge, anche, 
lo stato del Marchese Ruffo; scrivetemi, se si è sal- 
vato. Abbraccio Carlotta; saluto, caramente, Luisa, 
Antonia, Emilio e Peppino. Vi bacio la mano, cara 
jmadre, ti abbraccio^ caro fratello, e sono 

Vostro 

Alessandì'o. 

P. S. Questa la mando ad Enrico; cui scrissi, an- 
•che, il 24, accludendogli una lettera, per voi. 

Alla Ornatissima 
Signora Baronessa Carolina Poerio, 

Napoli. 



GXIV. Errico Poerio ad Alessandro Poerio. 

Firenze, 30 Agosto 1848. 

Caro Alessandro , 

Ho ricevuta la tua lettera de' 25 corrente. Credo, 
con te, che Venezia sia 1' ultimo propugnacolo del- 
rìndipendenza d* Italia; ma non credo, disgraziata- 
mente, che le trattative diplomatiche vengano sven- 
tate. Credo, che la guerra non s'abbia a far più, poi- 
ché mi pare, che sia dell'interesse delle potenze, che 
-ci sono di mezzo, il far la pace, temendo esse una 
guerra generale e temendone, vieppiù, le conseguenze. 
Ripeto: questo io credo; e con dolore. L'attitudine 
de* governi è molle ed incerta, ne convengo ; ma 
Don convengo, che si possa supplire, a questo difetto. 



— 218 — 

con lo zelo delle popolazioni. Le popolazioni, mio ca- 
ro, dopo gli esempi, che ci hanno dato, ci hanno mo- 
strato quanto poco si possa contare su loro. I Lom- 
bardi, che, a Milano, nelle cinque giornate, han fatto 
prodezze , son fuggiti dinanzi al fuoco regolare del 
nemico: e, poi, non mi scorderò mai, quando ero al 
campo, che i contadini ci vedevano correre contro 
il nemico e ci stavano a guardare, come stupidi, allo 
stesso modo, che non si trattasse di loro. Qui, si è 
chiamati i cittadini ad una nuova sottoscrizione di 
volontari: e nessuno ha risposto. Si è detto, di far 
la leva forzata: e i contadini han risposto, che avreb- 
bero tirato, prima, contro quelli, che sarebbero an- 
dati a prenderli. É vero, per esempio, che i Bolo- 
gnesi han respinto, col più gran valore , il nemico, 
quando era alle porte della città. Ma, scacciato quel- 
lo, il popolo armato ha organizzato un vero brigan- 
taggio ; e così ha inteso 1* indipendenza Italiana. È 
vero , che i Livornesi , di tratto in tratto , fan del 
rumore. Ma senza scopo, senza causa e guidati (ciò, 
eh' è peggio) da gente ambiziosa, subdola, maligna. 
E, poi, i Livornesi furono i primi, a darci, sul campo, 
il malo esempio d'un còrpo di volontari, che si scio- 
glieva; e gridavano, spaventati: Ohe ! Madonna, tu 
vano a mitraglia! parole, udite da me. Di Napoli, 
non ne voglio parlare. Bisogna pregare Iddio, che 
qualcuno sorga, non ambizioso, né malvagio, a gui- 
dar la plebe. Bisogna pregare Iddio, che nasca quel- 
l'unione, che non ci è stata, finora; che i partiti per- 
sonali cessino: ed, allora, potremo contare sulle po- 
polazioni. 

Caro Alessandro, io ti dico questo, con le lagrime 
agli occhi, col core, che mi sanguina, perchè sento 



— 219 — 

tutta la vergogna, che pesa sul nome Italiano. E prega 
il Signore, che, dopo Tarmistizio, possa ricominciare 
la guerra ; ma tale, da vincere o morire tutti sul 
campo , affinchè sì cada , almeno , con onore. Ri- 
guardo alle collette, in soccorso di Venezia, non ti 
saprei dir, precisamente, nulla; ma mi pare, se non 
sbaglio, che non ce ne sia il principio. Io, puoi im- 
maginarti, farò quel, che potrò, come cerco sempre 
di predicare unione, calcando la mano su' malvagi^ 
che, ammantandosi del santo nome di repubblicani, 
vorrebbero soddisfare alle loro particolari mire. Godo, 
che tu approvi la mia idea di chiedere, qui, la natu* 
ralizzazione. Infatti, a Napoli, che mi aspetterebbe? 
Persecuzione, o la necessità di morire di crepacuore» 
Ho ricevuto lettere di casa : stanno tutti bene. Ho 
mandato la tua lettera a tua madre. So, che Poppino 
del Re deve venir, qui, come ci è venuto Ricciardi 
(Peppino) e Zuppetta... Mariano è a Pisa. Le condizio- 
ni di Napoli, mi dice Zia, sono particolari; ed essi 
sono in mezzo ad un mare di contraddizioni. Povero 
paese! Le Targioni ti salutano. Giusti, tutti gli amici 
di qui; ed, anche, Ruggiero Bonghi, che è qui, da un 
mese. Tu, salutami il Generale, Ulloa, Assanti, Ros- 
saroll e Cosenz ; mentre io , abbracciandoti cara- 
mente, sono 

Tuo aff.ino cugino, 

Enrico Poerio. 

P. S. Ricevei, tempo fa, lettera da Zio Raffaele, da 
Vercelli. Gh risposi ; ma non ho avute sue nuove* 
Dimmi tu, se ne hai. 

Al Signor 

Barone Alessandro Poerio, 

Venezia. 



— 220 — 
€XV. Cesare RosaroU-Scorza ad Alessandro Poerìo. 

Gentilissimo Signor D. Alessandro, 

Profitto della di lei bontà, pregandola di far per- 
venire Tacclusa al mio carissimo Enrico; e, siccome 
vivo sicuro de* suoi favori, cosi, anticipandole i do- 
vuti ringraziamenti , ho V onore dichiararmi di Lei 
Signore 

Marghera, 2 7.bre 1848. 

L* Obb.mo Devotis.mo .Servo 

Cesare Rosaroll Scorza. 
A. S. E. 

Il Signor Barone D. Alessandro Poerìo, 

Yenezia» 



GXVI. Alessandro Poerìo alla Carolina Poerìo-Sossisergio 

ed a Carlo Poerìo. 

Venezia, a' 2 Settembre 1848. 

Carissima madre, carissimo fratello, 

Vi scrissi, il 24; poi, il 26; poi, il 29 Agosto. Son 
inquieto, mancandomi lettere vostre; poiché Y ultima 
•è de' 19, scorso mese. 

Vi scrivo, ora, da un trattore, dove sto facendo 
compagnia a Cesare Correnti, passato Segretario del 
Governo provvisorio di Milano, il quale parte , fra 
mezz'ora, per procurare armi, danaro, munizioni e 
■soccorsi d'ogni genere, per Venezia. Del resto, siamo. 



— 221 — 

qui, tranquilli; né i Tedeschi c'inquietano. Pare, che la 
flotta sarda partirà con le truppe piemontesi; ma an- 
drà, solo, sino ad Ancona; invece, dicesi, che ver- 
ranno, subito, vapori francesi, in apparenza per pro- 
teggere i negozianti di quella nazione, ma, in so* 
stanza, per impedir il blocco, che la flotta austriaca 
potrebbe voler fare. Di salute, sto alquanto meglio,, 
che ne'giorni scorsi; il Generale sta, anche, mediocre- 
mente. Ha rinunziato alla metà de' suoi soldi, cosa,, 
ch'è stata gradita, assai, dal governo e dal pubblico. 
Noi stiamo di buon animo. Lo spirito nazionale, che 
si va svegliando, specialmente, in Bologna, nella Ro- 
magna ed in Liguria, estendendosi, anche, a buona 
parte del Piemonte, non che la piccola guerra, che 
sta facendo Garibaldi, con tanto successo, contro gli 
Austriaci, manderanno a vuoto, appoggiato alla re- 
sistenza di Venezia, tutti gl'intrighi diplomatici. Vi 
bacio la mano, cara madre; ti abbraccio, caro fra- 
tello; saluto tutt' i parenti; e mi ripeto, pregandovi 
di non farmi restar, tanto tempo, senza vostre let- 
tere, 

yo. aff.o 

Alessandro. 

Alla Nobil Donna 
La Signora Baronessa Carolina Poerìo, 

Strada del Salvatore, N.o 5. 

Napoli. 



— 222 — 
GKVII. M. A. PapadopoU ad Alessandro Poerio. 

Cariss.^ Barone, 

Nel ringraziarvi, di avere accettato di venire a 
passare un' ora da noi , vi pregherei di cambiare il 
giorno di domani in quello di giovedì, perchè, do- 
mani, il Papà Mazarachi non può. Scusate questa mia 
indiscretezza; e tenetemi, sempre, per 

Vostra aff.a amica, 

Af. A. PapadopoU, 
Lunedi mattina. 

Ài signor 
Barone Alessandro Poerio^ 
Casa Mondolfo. 



GXVUI. La Carolina Poerio-Sossisergio e Carlo Poerio 

ad Alessandro Poerio. 

N.^ 1. Questa è la prima lettera di Settembre. Ti 
prego, di fare lo stesso, anche tu. 

Napoli, 4 7mbre 1848. 

Mio carissimo figlio, 

Ieri, da tua Zia, ricevetti la tua cara lettera del 
di 28; non giunse inattesa, perchè l'aspettavo. Quella, 
che dici avermi scritto il 26, non Tbo ancor rice- 
vuta: ma so, che, di simile data, ne ha ricevute il 
medico de Luca. Infine, mi pare, che la via del cor- 
riere sia la più spicciativa, quando non le tratten- 
gono alla posta. Oggi, ti scrivo per mezzo del Va- 
pore Francese. Per questo istesso mezzo, ti scrissi il 



— 223 — . 

14 ed il 24 dello scorso mese; questa mane, ho avuto 
riscontro, che le lettere sono state mandate. Volevo 
mandarti il dono, che ti ho promesso, bielle mie del 
26 e 29; ma, se prima non mi assicuro, che, per questo 
mezzo, giunge sicuro quel, che si manda, non l'az- 
zarderò certo. Il dono, caro figlio, è la copia del ri- 
tratto di tuo padre, un pochino più piccolo, per es- 
sere più facile a spedirlo; più tardi l'avrò. Me lo ha 
copiato l'amico Golia: mi dice, che gli è riuscito dif- 
ficilissimo, per la delicatezza de'tratti com'è maneg- 
giata la matita. Caro figlio mio , temo , che tu sii 
stato più incomodato di quel, che mi dici; allora, non 
stiamo più ai patti, di scrivermi, tutto e sempre, il 
vero. Non posso nasconderti, che sono in pena per 
te; ma, poi, quella speranza, che ho avuto, sempre, in 
cuore, mi consola; e, poi. Iddio non puoi lasciar im- 
punita la iniquità. Questa mane, ho avuta la visita 
de' miei tre nipoti, di mia figlia, D. Rosina e la loro 
governante. Carlotta ti dice tante cose; tutti gli al- 
tri parenti ti salutano ed abbracciano. Enrico sta be- 
ne; solo di Rafl*aele non so nulla. Domani, li scriverò, 
per la posta. È partita la spedizione per Sicilia. Chi 
dice, che tutto è combinato, con l'intervento della 
Francia e l'Inghilterra; altri dicono, che l'Isola sarà 
ridotta con la forza: infine, nulla di certo. Non ti 
parlo dello nostre cose interne, esse sono al solito. 
Di D.* Peppina non so nulla, da qualche giorno, per 
che non ho veduto Ajello. Ho mandato a casa, alla 
specola: non viene, mai, nessuno in Napoli. Ti rimetto 
una lettera, per Damiano, del fratello; un'altra, te l'ac- 
clusi giorni fa. Di Enrico ho buone nuove, da Firenze. 
Molte persone ti salutano; molte altre hanno dichia- 
rato inimicizia: se il mondo è brutto, in generale, il 



— 224 — 

nostro paese è bruttissimo. Ma dico quello, che ti ho 
detto, altre volte; contentiamoci di mantenere il carat- 
tere individuale. Al Generale, tante cose, da parte mia» 
Pasqualino ti bacia la mano. In punto, ho avuto il 
ritratto, al quale, per maggior sicurezza, farò mettere 
il cristallo. Addio, caro figlio; farò quel, che dici, 
per il danaro. Tutti tutti i parenti, ti dicono tante 
cose; la gente di servizio ti fa i suoi rispetti. Sono 
la tua affezionatissima madre , che ti benedice , con 
tutta la potenza delF anima sua, 

Carolina. 

Caro fratello. 

Abbiamo ricevuto, regolarmente, la tua lettera del 
28, spedita col corriere ordinario. Mi piace di sen- 
tire, che, costà, tutto vada regolarmente. Dopo gli 
accordi coir Inghilterra e le dichiarazioni del Gene- 
rale Cavaignac, qui, il Governo ha fermato di ese- 
guire la spedizione di Sicilia. Filangieri comanda in 
capo 24 mila uomini; e la spedizione è .partita. Spe- 
riamo, che si venga ad un accordo, senza effusione 
di sangue. Le offerte del Governo sono le stesse del 
6 Marzo, cioè: Parlamento ed amministrazione sepa- 
rata; lista civile, esercito e diplomazia comune. La 
condotta del Governo Francese ha d.Uo baldanza 
ai nemici del novello ordine di cose; e tutto è nel 
massimo disordine. Il Ministero non ha forza; la Ca- 
mera de' Deputati , ad onta del buon volere , è in- 
ceppata in tutt' i suoi movimenti. Lo crederesti ? il 
Ministero, abitualmente, non assiste alle nostre tor- 
nate, se non quando è chiamato per qualche inter- 
pellazione. Allora, viene; ma risponde, sempre, evasi- 
vamente. Ti prego di leggere il mio discorso del 



— 225 — 

26 caduto Agosto. Lo troverai, nella Libertà Italiana 
del 29. Leggi, ancora, una lettera di Baldacchini, nello 
stesso foglio del 28; e la mia risposta, in quello del 
31. L'intera tornata, poi, la troverai, per esteso, nel 
Giornale Officiale del 2 Settembre. Leggi, ancora, 
il rapporto, fatto da Emilio, per la Legge sulla Guar- 
dia Nazionale. Ringrazia, per me, l'ottimo Generale; 
ma digli, che non ho ricevuta la lettera col suo po- 
scritto. Ho letto i suoi proclami; e la Libertà Ita- 
liana li ha riportati. E giunto il Conte Griffoii , 
con una missione del Governo Toscano. Lo accom- 
pagna il signor Gori-Pannilani, che dice, che io cono- 
sceva sua madre. Non ho potuto vederlo, ancora, poi- 
ché sono stato occupatissimo. Credo, ch'egli mi con- 
fonda con te; poiché suppongo, che, essendo Senese, 
la madre ha dovuto conoscerti , quando fosti colà. 
Ti rimetto una lettera, pel signor Goffredo, che deve 
essere nel forte Malghera. Egli à fratello di Carlotta, 
che sta da D.* Lucia. Ieri sera, ci fui, per darle no» 
tizia di Tommaseo, che è giunto in Parigi. Questa 
degna amica ti saluta, cordialmente. Il Marchese Ruffo 
mi assicura, che Giuseppe di Giuseppe (e non di Peppe) 
è costà e serve fra' volontari. La Guacci sta meglio; 
ma io non l'ho veduta, perchè mi manca il tempo, 
nò posso perdere una mezza giornata. Ci andrò» se 
saremo prorogati, come credo. Il Generale Florestano 
sta molto meglio. Ti abbraccio di tutto cuore. 

Tuo aff.roo fratello^ 

Carlo, 

Al Signor 

U Sig. Barone Alessandro Poerìo, 

Yenezia, 

15 



— 226 — 



Raccomandata, pel sicuro ricapito, al Sig. Direttore delle 
Poste della Repubblica Francese in Livorno. 



GXEC. Guglielmo Pepe a Carlo Poerio ed Alessandro Poeria 
alla Carolina Poerio-Sossisergio. 



Venezia, il 5 Settembre 48. 

Ti prego , mio caro Carlino , di ossequiarmi tua 
madre , di darmi ragguaglio della salute di Flore- 
stano, dopo i bagni d'Ischia, ed, infine, di mandar- 
mi, sotto fascia, il foglio del Tempo del 23 Agosto, 
in cui detto giornale semi-uffiziale diceva orrori di 
me. Farò rispondere (non già per desiderio di giu- 
stificarmi: ma per dimostrare questa nuova infamia 
del governo; ed accrescere, sempre più, la sua rab- 
bia contro di me , ) esponendo la situazione attuale 
della Venezia, la quale sfida le forze Austriache, ad 
onta della partenza della squadra e delle truppe 
Sarde, le quali ci abbandoneranno, dimane. Sono 
stato, altresì, minacciato dell'abbandono de' quattro 
reggimenti Romani; ma spero, che, invece, a dispetto 
di quel turpe governo , lungi di partire essi , ver- 
ranno, qui, tre battaglioni da Bologna, di quelli, che 
avevano incontrato, altra volta, gli Austriaci nella 
Provincie Venete. In tutti i casi, quando, anche, ri-* 
manessi senza una sola Compagnia pontificia, ho messo 
in ordine, talmente, tre brigate venete , compresi i 
mille Napoletani, che, (con esso, un battaglione Lom- 
bardo e queste guardie nazionali , ) la classica La- 



— 227 — 

guna resisterebbe agli assalti dello straniero, invi- 
tando a libertà le altre provincia della cascante Italia. 

Qmo Pepe. 

P. S. Ti prego d' inviarmi il suddetto giornale, 
sotto fascia, diretto alla Contessa Rachele Soranzo, 
Venezia. 



« * 



Cara madre. 

Profitto del luogo, che, gentilmente, mi lascia il 
Generale, nella sua lettera, per soggiungere due ri- 
ghe, quantunque vi abbia, recentemente, scritto, e lun- 
gamente; ed alle molte mie lettere, in tutto, mi ri- 
ferisco. Questa, la mandiamo a Roma, affinchè per- 
venga, in mano a mio fratello, in modo sicuro; impor- 
tando al Generale, com'era naturale, di conoscere le 
infamie, fatte pubblicare dal Governo di costà, sul suo 
conto, e smentirle; meno per difesa alla sua fama, 
che per rispetto alla verità. 

Della salute vi ho scritto, che mi andava ripi- 
gliando. Son ricaduto alquanto; ma ho fiducia, di ri- 
mettermi. 

Pel danaro, vi ho pregato di passare a D. Flore- 
stano ducati sessanta, che mi farò dare dal fratello. 
Di una somma, da tenere a mia disposizione, per ogni 
eventualità, in questi procellosi tempi, vi ho scritto, 
più particolarmente, per la via di Livorno. 

Cara madre, la costanza dell'animo non ci abban- 
dona; la coscienza di fare il dover nostro rasserena 
noi tutti , in questo difficile frangente. Il Generale 
provvede, il meglio, che per lui si può, alla difesa; 
è bastantemente secondato dal Governo , ma si di- 



— 228 — 

fetta di danaro. II Generale ha rinunziato alla metà 
del soldo. Ogni Italiano, degno di questo nome, ed, 
anche, solo, non indegno, dovrebbe contribuire l'obolo ' 
sacro, alla difesa di queste classiche lagune. 

Veggo, spesso, in casa della Contessa Soranzo,. 
dove alloggia il Generale, la Contessa Papadopolr, 
figlia deir Angelica Àldobrandini , signora piena di 
amabilità e di spirito. Abbracciando mio fratello e 
mia sorella; e dicendo tante cose a Luisa, Antonia,. 
Emilio e Peppino; sono 

V. aff.roo figlio, 

Alessandro. 

Mi piace, sentir, ch^la Guacci stia meglio. Quanto 
desidero, ch'ella si rimetta perfettamente! Fatele 
dire, o ditele, se l'andate a trovare, tante cose affet- 
tuose, da mia parte. 

In quanto alla Contessa Gozzadini, da un pezzo» 
non ho sue lettere. Intendo scriverle. So, che, nelle 
giornate di Bologna , se n' era andata ad Imola. 
Credo, che, ora, sia tornata a Bologna. Scrivetele, che, 
certamente , la lettera vostra le farà piacere. 



GXX. La Carolina Poerio - Sossisergio e Carlo Poerio 

ad Alessandro Poerio. 



Napoli, 5 7mbre 1848. 

Mio carissimo figlio. 

Ieri, dopo spedita la mia lettera, ricevetti la tua 
attrassata del 23. Mi consolo della tua migliorata 
salute; e non posso pregarti abbastanza di prenderne 



— 229 — 

trura ed essere sincero meco, perchè sarei infelice, se 
pensassi, che tu mi nascondi qualche cosa, riguardo 
a ciò. Ti scrissi, ieri, che il dono, che ti facevo, era 
la copia dei piccolo ritratto di tuo padre, in un sesto 
più piccolo, per avere più facilità d'inviartelo. Carlo, 
ora, che sta un po' libero, anderà a respirare un pò* 
d^'aria campestre. Questa mane, si è prorogato il Par- 
lamento, per Novembre. Tutte le nostre famiglie stan- 
no bene; Luisa, anche, profitterà di questa reldche^ per 
andare in campagna. Addio, caro figlio; amami e cre- 
dimi tua afiezionatissima madre, che ti benedice, 

. Carolina* 

Carissimo fratello. 

Ieri, ti scrissi, lungamente, rispondendo alla tua 
del 28. Ieri sera, poi, mi giunse la tua del 25; alla 
quale risponderò colla prima occasione. Ti dirò, solo, 
da adesso, che l'articolo, dal quale hai desunte le no- 
tizie sul mio conto, è un ammasso di stomachevoli 
e perfide bugie. Il discredito di quel giornale è giunto 
al colmo ; ed il dizionario delle sue ingiurie muove 
la nausea, ad ogni onesto. Il tempo, ne son certo, 
svelerà grandi cose, sul conto del direttore di quel 
foglio. A quest'ora, avrai letto le ultime nostre di- 
scussioni ed il mio carteggio col Baldacchini, che 
è nella Libertà Italiana del 28 e del 31. Questa 
mane, le Camere sono state prorogate, al 30 Novem- 
bre. Tutto si è passato colla massima dignità. Non 
appena il Commissario del Governo (il Ministro Rug- 
giero) ha letto il Decreto Reale di proroga, il Pre» 
sidente ha dichiarata prorogata la Sessione , tutt* i 
deputati si sono alzati e, silenziosamente, hanno sgom- 
brata la sala. Oggi , vi è stata una dimostrazione 



— 230 — 

di pochi lazzari assolutisti. Dopo aver percorso To- 
ledo, impunemente, mentre vi erano molte pattuglie^ 
sono andati ad assalire i lazzari costituzionali del 
quartiere Montecalvario. Ma hanno avuto la peggio; 
e se ne sono tornati malconci. Novella gloria pel Mi- 
nistero del 16 Maggio! E osservabile, che alla testa 
dell'attruppamento (due o trecento persone del vol- 
go ) vi erano due Cappellani della Real Marina ed 
il celebre Ispettore Cioffi , che è stato rimesso dà) 
Ministro Bozzelli. Ora, che son disoccupato, andrò, per 
qualche giorno, ad Ischia, dall' ottimo Generale Flo- 
restano. Ti abbraccio di tutto cuore. 



V» 



Tuo affino fratello, 

Carlo. 

Signore 

Francesco Bellinga, 

in Venezia, 



GXXI. Nicola Attanasio ad Alessandro Poerio. 

Napoli, 9 Settembre 1848. 

Mio cariss.** Alessandro, 

Le premure di un amico mi costringono a pren- 
dere la penna, per pregarvi, acciò vi adoperiate in 
favore di Eduardo e Ludovico Masoli, Crociati Na- 
poletani del 2^ Battaglione, sotto gli ordini di Mata- 
razzo ed, ora, a Chioggia. II padre, avanzato in età 
e malsano, desidera vedere questi suoi figli, scampati 
ad onorevoli perigli. Io, ai suoi voti, aggiungo le mie 
preghiere; e, quindi, vi raccomando adoperarvi presso 



— 231 — 

cotesto Generale Pepe, onde gli sia permesso venire 
in Napoli. Ciò, per altro, nelle debite riserve; poiché 
io credo raccomandarli solo nei sensi del dovere, vai 
dire, quando la causa Italiana non soffrisse di nulla; 
poiché, se dessa richiede, che restino, io vi raccoman- 
derei farli rimanere. Ma suppongo, che il loro mo- 
mentaneo allontanamento sia cosa, che non possa re- 
care il menomo pregiudizio alla causa nostra, anche, 
pei soccorsi vicini degli stranieri. I ruderi di Mes- 
sina, sottoposti alla Cittadella, son caduti in mano ai 
regii; e questa occupazione é costata, ad essi, immensi 
morti e feriti, che, da 3 fregate a vapore, sono stati 
trasportati a Reggio , oltre 4 cannoniere perdute. 
L*armata sicula è accampata sulle alture di Messina; 
ed i legni da guerra siciliani sono a Milazzo. Pare, 
che vogliono chiamare i Regii ad un attacco, fuori 
il tiro della Cittadella. Vi abbraccio, cordialmente; 
e, nella speranza di poterlo, in breve, fare fra le mi- 
gliori fortune d* Italia, mi dico 

Tutto vostro, 

Nicola Attanasio. 
A s. E. 

Sig. Barone Alessandro Poerio, 

, in casa del Generale Pepe, 
Yeriezia» 
2° Battaglione Volontario Napoletano. 



— 232 — 

CXXII. La Carolina Poerio-Sossisergio e Carlo Poerio 

ad Alessandro Poerio. 

N.** 3. 

Napoli, 9 Settembre 1848. 

Mio carissimo figlio, 

Ho atteso, sin' ora, che son le sei, per prender la 
penna per iscriverti, sperando, sempre, di aver tue let- 
tere; ora, incomincio a perdere la speranza e non vo- 
glio ridurmi più tardi. L'ultima tua era del 28, scorso 
mese. Vi è chi ha ricevuta quella del 31; ma io ho 
ricevuta, invece, quella del 28. Giorni sono, cioè il 
quattro ed il cinque, ti ho scritto per diversi mezzi; 
per conseguenza, questa ò la terza lettera del mese. Noi 
stiamo bene. Le piccole inquietudini si sono calmate. 
Le tue zie, tua sorella, tuo fratello, i tuoi nipoti, tutti 
stiamo bene. Passeremo il denaro, come tu dici. Forse, 
avrai, già, veduto una persona, che ti deve aver re- 
cati i miei saluti: parti di fretta, per un affare pres- 
sante, per cui non venne a prendersi la lettera, che 
ti avevo destinata. Il povero Poppino Ferrari, dopo 
tre anni di consunzione, è morto: i zìi, pare, che non 
si siano condotti molto delicatamente verso di lui. 
Povera madre! Lascio luogo a tuo fratello, che vuole 
scriverti di varie cose. Sento, che le febri terzane af- 
fliggono molti, in questa stagione. Puoi credere, se sto 
in pensiero ! Ma so, pure, che i nervosi non sono sog- 
getti a tali febbri. Basta: mi raccomando ali* Essere 
Supremo I Addio , carissimo figlio , ti benedico con 
tutte le forze dell'anima mia, le quali crescono, con 
gli anni. E ti saluto. 

Tiaaff.ma madra, 

Carolina. 



— 233 — 

Carissimo Fratello, 

Non abbiamo avuto tue lettere, dopo quella del 28 
agosto. Ma ne ho letto una del 31 , scritta da co- 
stà. Noi tutti stiamo bene. Non ho potuto andare 
dall'ottimo Generale Florestano, in Casamicciola, poi- 
ché Gaetano Zyr, col quale ho fissato di andare in- 
sieme, non ha potuto, finora. Vi andrò, nella prossi- 
ma settimana. Ieri V altro, essendo andato a far vi- 
sita, in compagnia de' Capecelatro, al Marchese Dra- 
gonetti, che è molto ammalato con gli emorroidi, il 
Marchese m'incaricò di pregare l'ottimo Generale Gu- 
glielmo, affinchè desse un congedo, di qualche tempo, 
a' suoi due figli, per curarsi. Entrambi sono andati 
soggetti alla recidiva della terzana; ed il padre teme, 
giustamente, che non si sviluppi qualche febbre perni- 
ciosa. La nostra città è perfettamente tranquilla , 
dopo due giorni di lievissime agitazioni. Le Camere 
sono state prorogate, al 30 Novembre. Emilio, la mo- 
glie ed i figli stanno tutti bene ; egualmente i Par- 
rilli e zia Antonia. Vidi il padre Tosti, di Monte- 
cassino, il quale ha scritto un bel libro, sulla Lega 
Lombarda. Egli m' incaricò di salutarti. Se il tuo 
ottimo padrone di casa è tornato , ti prego di sa- 
lutarlo, caramente. Ti abbraccio, infanto, di tutto cuo- 
re; e sono, per la vita, 

Napoli, Q Settembre 1848. 

Tao aff.mo fratello, 

Carlo Poerio. 

Signore 
Giuseppe Mondolfo, banchiere, 
Venezia, 



— 234 — 
CXXin. Maria-Teresa Poerio-De Nobili ad Alessandro Poeria 



Mio caro nipote Alessandro, 

Prendo la libertà, di scrivervi pochi righi, onde 
raccomandarvi il giovane Olivieri, che viene in Ve- 
nezia, figlio d'un amico di mio cognato Vercillo, il 
quale ce lo ha raccomandato, come se fosse nostro 
figlio. Egli viene in Venezia, per combattere per là 
santa causa della Libertà. Ve lo raccomando, dun- 
que, caldamente; e ve ne sarò veramente obbligata, 
della buona accoglienza , che li farete. Mio marito 
vi ha scritto, già, due volte; ed un' altra al nostro 
congiunto signor General Pepe. Ma è stato dolente, 
di non aver ricevuto vostro riscontro. Amerei, gran- 
demente, ricevere vostre notizie; e sentir tanto voi, 
come il Generale, in buona salute. Rispondetemi, in 
Genova, ove mi trovo, da due mesi. Intanto, vi au- 
guro perfetta salute; e che la causa, che voi, santa- 
mente, difendete, sia per essere vittoriosa. Tali sono i 
sinceri voti, che il mio cuore forma, per l'indipen- 
denza del nostro paese. Mio figlio e figlia vi salu- 
tano, affettuosamente. Fate le nostre parti, col Ge- 
nerale; e credetemi, per la vita, 

Genova, li 7 Settembre 1848. 

Vostr* aff.ma Zìa 

Maria-Teresa Poerio. 

Airillmo Signore, 
n Signor Alessandro Poerio. 
Yenezia. 



— 235 — 

CXXIV. Alessandro Poerìo alla Luisa Parrilli-Sossisergio 
ed alla Carolina Poerio-Sossisergio. 

Venezia, a di 10 Settembre 1848. 

Carissima zia. 

Rispondo alla vostra, de'29 scorso Agosto, piena 
di affettuose espressioniv per me, e, proprio, dettata 
dal cuore. Vi ringrazio degli auguri ," che mi fate. 
In quanto alla salute, io me ne lodava , nelle prime^ 
settimane del mio soggiorno, in questa città. Dipoi, 
essa ha subito qualche alterazione : la bile (e come 
non accumularne molta , fra tanti avvenimenti in- 
fausti ?) ed un forte catarro, avendomi di nuovo irri- 
tato i nervi. Ciò nondimeno, anche nel presente sta- 
to, debbo chiamarmi contento, in paragone de' miei 
patimenti spasmodici di Napoli. Il singhiozzo^ ch'era 
abituale, non si è riaffacciato ; se non che, a* tristi 
annunzi, massimamente, se improvvisi, me ne soglioa 
venire alcuni colpi. Ma, subito, cessa. Da qualche gior- 
no, sto meglio ; e spero, a poco a poco, rimettermi 
bene. Godo , che i vostri nipotini crescano sani ed 
allegri. Ringrazio D. Michelangelo della memoria, che 
serba di me. Non oso congratularmi della sua di- 
gnità di Pari. Dio buono ! Che Camera alta! Mai, non 
fu veduta la più bassa. Veggo , da' fogli pubblici , 
ch'egli è molto occupato, come relatore, in materie 
non politiche, cioè, nella, verifica de' poteri, per le no- 
mine de' Pari nuovi. Direte, a Peppino, che ho ve- 
duto il Capitano Fingati, UfSzialè molto stimato, qui,, 
per coraggio e cognizioni militari. È, anche, pieno di 
cortesia. Mi disse, aver risposto, puntualmente, alle- 



— 236 — 

lettere di mio cugino. Menochè a quella de' 15 o 25 
e(non ricordo bene) del mese di Luglio, pervenutagli, 
dopo il suo ritorno dalla prigione , sofferta in Lu- 
biana. E ciò, in parte, perchè cercava un' occasione 
particolare, per iscrivere con sicurezza maggiore di 
ricapito, occasione, che non si è presentata. In par- 
te, perchè aspettava l'arrivo degli esemplari del Di- 
zionario di Marina. Or , questi esemplari non sono 
giunti. Peppino ne prenda conto da quel Salimbeni, 
per mezzo del quale intendea spedirli, com'egli scrisse, 
allo stesso Fingati. Il certo si è , che questi non li 
ha ricevuti ; è pronto, tosto che giungano, a farne 
la distribuzione, tra quelli Uffiziali, che, dal saggio 
veduto, si erano invogliati, di posseder l'opera. Ecco, 
guanto posso dire in proposito, al mio caro Peppino, 
•circa la commissione datami. Serbo , carissima zia , 
vivissima memoria e gratitudine del vostro affetto. 
Il quale vigilò sulla mia infanzia e mi seguì negli 
esili della mia giovinezza ; di cui novelle prove mi 
deste, negli anni più maturi, passati in Napoli; e che, 
ora , in questo declinare della mia vita ed in que- 
43ta forzosa lontananza, a cui mi condannano la mia 
povera salute e le condizioni de'tempi, mi accompa- 
gna, ancora. E, specialmente, vi ringrazio delle tante 
cure, che avete per l'ottima vostra sorella e mia ma- 
dre, della cui buona salute, (miracolosa, come voi ben 
•dite, fra tante avversità) sono riconoscente alla Prov- 
videnza, e che accetto, come largo compenso di molti 
dolori. Scrivetemi, qualche volta; e dite, a' vostri ni- 
potini, che, quando saranno' più grandicelli, zio A- 
lessandro li aspetta. Addio. Credetemi, immutabil- 
mente. 

Vostro aff.mo nipote, 

Alessanchv. 



— 237 — 

Carissima madre, 

Sono inquieto, pel vostro silenzio ; Tultima lette* 
ra, che ho ricevuta, essendo quella de' 29, scorso mese^ 
scritta da voi , da zia Luisa e da Carlo. In quanto 
alla salute, mi rimetto a quanto scrivo a Luisa. Ri- 
spetto a' sessanta Ducati, da passare a Florestano, vr 
prego, di consegnarli subito, essendo in fine del da- 
naro. Vi ho, anche, scritto del modo, come aprirmi 
uh credito di 200 Ducati, per ogni caso straordina- 
rio, ne' tempi, che corrono, grossi e difficili : mi ri* 
metto al foglio , scrittovi a' 5 Settembre. In quella 
stesso giorno, soggiunsi, anche, due righe, in una let- 
tera del Generale a Carlino. Vi avea, già, preceden- 
temente , scritto , a' 2 del corrente mese. La flotta 
sarda, con le truppe di Carlo Alberto, ci ha lasciati,, 
per Ancona ; ma è giunto avviso ufficiale, che, pre- 
sto, saranno, qui, due vascelli di linea francesi q due 
vapori, che li rimorchiano. Una lettera di Tomma- 
seo, (giunta ier l'altro, e che leggerete ne' giornali,) 
dà buone speranze; ma lascia travedere, che, se Ve- 
nezia non avesse resistito , la Francia avrebbe ac- 
consentito ad un nuovo trattato di Campoformio. La 
resistenza di Venezia può essere, anzi, ho fede, che 
sarà la salute d'Italia. La guarnigione, benché assot* 
tigliata dalle malattie, è sufficiente; la popolazione,, 
ottimamente disposta. Aspettiamo, da Romagna, un 
altro migliajo di giovani. 

Si sta trattando, co' principali signori di Venezia, un 
prestito di cinque milioni di lire, (pel quale sarà e- 
messa carta monetata,) oltre le somme, che si racco- 
glieranno, da soscrizioni, in altre Città d' Italia, ed 
il prestito più considerevole, che quattro Commissari 



— 238 — 

«tanno procurando. Un recente discorso di Carlo 
(cui, per mancanza di spazio, oggi, non scrivo) è sta- 
to lodato, da chiunque lo ha letto. Ma non è iute* 
ro, la Gazzetta di Venezia avendone, solo, riportato i 
brani principali. L' ho cercato , finora , invano, nel 
Giornale delle Due Sicilie. Qualche espressione è 
piaciuta meno ; ma s' intende , che ne han colpa i 
tempi deplorabili e la posizion falsa della Camera. 
Una recente promozione è la risposta dell' assoluti- 
smo. Con maraviglia, ho veduto il nome di Emilio, 
(che, caramente, saluto,) tra quelli de' dissenzienti. Ab- 
braccio Carlotta ed i suoi vispi e spiritosi bambini, 
massimamente Fra Vittorio ; e mi rallegro de' loro 
progressi. 

Ringrazio Antonia delle novene , che fa per me. 
Qualunque ne sia l'efi'etto , vengon, certo, da afie- 
zione per me. Saluto D.* Giovanna ed il domestico 
e Giuseppina. Aspetto , con impazienza , il vostro 
dono. Immagino, che sia il vostro ritratto. Son cer- 
to, che avrete preso ogni precauzione , per la sicu- 
rezza del ricapito. Oggi, vi è, qui, gran rivista della 
Ouardia civica. Stringo al cuore mio fratello; e, ba- 
<jiandovi la mano, mi ripeto, 

Vostro aflf.mo figlio, 

Alessandro. 



Alla Nobil Donna 
La Signora Baronessa Luisa Parrilli. 

Strada Banchi nuovi, N.*^ 13. 

Napoli. 



— 239 — 
GXXV. Enrico Poerio ad Alessandro Poerio. 

Firenze, 11 Settembre 1848. 

Carissirao Alessandro, 

Ho ricevuta, con molto piacere, la tua de' 5 cor- 
rente. Ti assicuro, che le riflessioni, che ti ho, già, fat- 
te, le faceva con moltissimo dolore. 

Non è, che venga meno la fede in me. Io ho fede 
nella causa: ma mi duole, di vedere, che, forse, non 
siamo corrisposti, come dovremmo. In quanto a me, 
io correrò la mia via, fino in fondo; già, anche la 
morte non mi fa senso : Y ho affrontata al campo. 
Non negherò, che Firenze siasi alquanto accasciata: 
ma spero, che, al momento del bisogno, la si voglia 
ridestare, a tutta la vita del Settembre passato. In 
quanto a Livorno , assicurati, che coloro, che sono 
alla testa di questi movimenti, è feccia: ti basti, che 
lo stesso Guerrazzi è stato fischiato, essendovi andato, 
per calmare. L'Italia, sono con te, risorgerà; tanto 
più, ora, che par certo, essere stata accettata dall* Au- 
stria la mediazione anglo-francese. La Francia, sono 
sicuro, in tutti i casi, sarà pronta a prender l'armi. 
Le cose di Sicilia, par, che non vadano bene. Mes- 
sina è stata costretta a cedere. A Napoli, è seguito, 
anche, del rumore. Le camere sorìo state prorogate, 
al 30 Novembre. I lazzaroni, che tenevano dal Re, 
han creduto di fare allegria, per questo avvenimen- 
to; e sono andati ad insultare i lazzaroni, che ten- 
gono dalla parte liberale. Carlo mi scrive, che il Go- 
verno gli ha lasciati fare. Ma, per altra via, si dice, 
che il Re, al solito, ha fatto uscire la truppa ed ha 



— 240 — 

fatto far fuoco, indistintamente, sugli uni e sugli aU 
tri. Riguardo alle collette per Venezia , non ti sa 
dire nulla, nessuno me ne ha saputo informare. La 
mia naturalizzazione par, già, ottenuta ; e ho c^uasi 
certezza d*un posto nella milizia. Zio Raffaele mi ha 
scritto da Vercelli. Egli si lagna della diversità di 
sentimenti, che è fra i capi de' corpi lombardi. Se 
egli potrà avere il comando isolato d'un corpo, re- 
sterà; in altro caso, anderà in Romagna; o verrà a 
Venezia. Da Napoli, mi scrivono, sempre; ed io ri- 
metterò, subito, la tua lettera a Zia. Spero, che, a 
quest'ora, sarai guarito del tuo accesso bilioso: man- 
tienti in salute, mio caro Alessandro. Salutami Ul- 
loa, Cosenz, Assanti, il Generale ; mentre io , salu- 
tandoti da. parte di Bonghi e di tutti gli amici di 
qua, ti abbraccio, caramente, e sono 



tuo a£f.mo cugino, 

Enrico. 



Al Nobil Uomo 
n Sig. Bar.ne Alessandro Poerìo, 

presso il Generala Pepe, 

Yenezia, 



GXXVI. Enrico Poerio ad Alessandro Poerio. 

Firenze, 12 Settembre 1848. 

Caro Alessandro, 

Ti ho risposto, già, alla tua del 5 corrente. Ti 
scrivo, di nuovo, cogliendo l'occasione, che parte, di 
qui, Nicola Pierni per Venezia. Le nuove di Messi- 
na sono dolorosissime. Pare, che l'abbiano bombar- 



— 241 — 

data; e che la Cittadella abbia fatto uii fuoco vivo. 
lìa. i Messinesi, (quando han veduto, che non era, più, 
possibile di resistere) hanno incendiato ciò, che re- 
stava della città, ed hanno emigrato. Così, non hanno 
ceduto; ed han rinnovati gli alti esempi della Gre- 
cia. Del resto, nella truppa, ci è stata grandissima 
strage. Anelo di sapere, quanto più presto si possa, 
ciò, che deciderà la diplomazia, dacché è stata ac- 
cettata la mediazione anglo-francese dall' Austria. 
Le condizioni della pace, Dio voglia sian onorevoli! 
Oppure, e questo mi auguro più che altro, possa la 
guerra ricominciare, con tutto l'ardore e l'entusia- 
smo, di cui è d*uopo. Tanti saluti a tutti gli amici; 
mentre, abbracciandoti, caramente, mi dico 

Tuo affm.^ cugin<^ 

Enrico. 

Al Signore 

Signore Alessandro Poerio, 

Venezia, 



CXXVn. Alessandro Poerio alla Carolina Poerio-Sossisergio 

ed a Carlo Poerio. 

Venezia, a di 13 Settembre 1848.— iV.** 4. 

Carissima madre. 

Secondo il vostro comando, segno, con numero d'or- 
dine, le lettere in ciascun mese. In questo, la pre- 
sente è la quarta , oltre la mia , soggiunta in una 
lettera del Generale a Carlino. Non siate in appren- 
sione sul conto della mia salute ; nò crediate , che 

io vi taccia cosa alcuna , in tal proposito. Vi ho , 

16 



— 242 — 

sempre, scritto il vero. Ho sofferto; ora, sto alquanto 
meglio. Sotto impressioni cosi dolorose, è un mira- 
colo, che io non abbia fatta una grave malattia. La 
mia salute ha continui alti e bassi. Ma non sono, 
mai, ricaduto in uno stato tanto deplorabile quanto 
in Napoli. Cosicché, in pieno, debbo contentarmi, sop- 
portare, pazientemente, gl'incomodi e rallegrarmi, 
quando i nervi mi dalino tregua. Ma , da qualche 
giorno, anche a traverso delle osrillazioni della mia 
salute, sento, che vado meglio. Ed, ora, che l'aria è 
alquanto rinfrescata , confido , che questa miglioria 
voglia progredire. 

Dovrò prendere, fra pochi giorni , i sessanti Du- 
cati; i quali credo, che abbiate fatto o farete, subito, 
passare a Florestano. Per la somma straordinaria , 
di cui abbisogno, vi ho scritto, circostanziamente, il 5 
settembre. Fra un mese, bisognerà pensare a vestirsi, 
pel verno; e, tra le altre cose, il mio cappotto, fatto in 
principio del 1835, è fuori stato di prestare ulterior 
servizio, e prende congedo. Economizzo quanto posso; 
e vi dirò (con vostra e mia maraviglia), che passo 
per molto misurato nello spendere. Poiché dovete 
sapere, che, se la vita, in Venezia, non è cara, ne' 
tempi ordinari e per chi si stabilisce qui, è carissi- 
ma, pe'forestieri e, massimamente, ora. Tutti gli Uf- 
fiziaU, venuti con Pepe, non bastando loro il soldo, 
sono obbligati a gravare le loro famiglie, tanto più 
che alcuni di essi, seguendo l'esempio del Generale, 
hanno rinunziato alla metà de' loro averi. Fra que- 
sti, è Ulloa. 

La mia principale distrazione, in questa città , è 
Tandar vedendo gli obbietti d'arte, de'quali abbonda, 
ed il visitare le isolette più amene, che fan coro- 



— 243 — 

na a Venezia. È , certamente , una Città d' incan- 
to; ed i riflessi degli edifizi, nelle acque, sono i più 
<5hiari e netti, che io mi abbia, mai, veduti. Il canal 
grande, poi, ed il Canale della Giudecca, al chiaro di 
luna, son cosa, veramente, magica. La sola privazio» 
ne, per chi ama la campagna, è quella de'prati, de* 
boschi, della verdura e delle acque correnti de'fiu* 
mi. Intendo dire, adesso, che le comunicazioni, con 
la terra ferma, sono interrotte; poiché, quando la strada 
ferrata è in attività, Venezia è il più bel soggiorna 
del mondo , le campagne circonvicine essendo della 
più ricca vegetazione, e sparse di ville magnifiche, 
tanto verso Padova e Vicenza , quanto verso Tre- 
viso. Ho la fortuna di conoscere le famiglie Papado- 
poli e Galvagno, che posseggono, in Venezia, i due 
più belli giardini , vasti abbastanza ; ed , il prima 
soprattutto, ben tenuto e pregevolissimo, per un bel- 
vedere e per un terrazzo sul Canal grande. Entro in 
questi particolari, perchè so, che, al vostro cuore ma- 
terno, fa piacere ogni cosa, che mi conforta Tanimo 
stanco ed addolorato. Delle cose pubbliche, scrivo a 
Carlino. Il Generale e Damiano stanno benino. Ab- 
braccio Carlotta; saluto Luisa, (cui scrissi il 10, nella 
stessa lettera, in cui scrissi a voi), Antonia, Peppino 
ed Emilio co' bambini. Le vostre ultime son quella del 
4 e r altra del 5. Vi bacio la mano; e, con filiale 
tenerezza, mi ripeto 

v.° aff.m.o figlio, 

Alessandro. 
Carissimo fratello. 

Ho avuto le lettere del 4 e del 5 Settembre. L'ar- 
ticolo, di cui mi parli, io non l'ho mai letto, né so 
indovinare in qual giornale sia; non hqW Omnibus^ 



— 244 — 

che il Generale riceve. Spiegati più chiaro. Del re- 
stOy in questi calamitosi tempi, nulla mi fa maravi- 
glia. Ho letto la discussione de'26 Agosto. Ed il tuo 
discorso mi è piaciuto assai: ed ho avuto la soddi« 
sfazione, di sentirlo lodato, da tutti. Ma le tue let* 
tere e quella di Baldacchini mi sono perfettamente 
ignote, né, qui, viene il giornale La Libertà Italia* 
na. Mandami, dunque, piuttosto, quel numero, sotto, 
fascia. li deplorabile andamento delle cose , in Nà- 
poli, mi tiene afflittissimo, benché mi conforti, dal- 
l'altra parte, la buona piega, che piglia le mediazione 
di Francia, mediazione, che, ove V Austria non ce- 
da, si muterà, infallibilmente, in intervento armato. 
Parecchi bastimenti da guerra francesi , diretti a 
Venezia, sono sulle coste d'Istria, aspettando venti 
favorevoli, per venire in qua; e saranno, in breve^ 
raggiunti da parecchi altri. Se l'assemblea nazionale 
germanica si chiama fuori la quistione Italiana, co- 
me dovrebbe fare, l'Austria non può, sola, affrontare 
la Francia. Quantunque il Governo della Repubblica 
proceda, con minore energia di quel, che, alle circo- 
stanze presenti, si richiederebbe, V opinione pubblica 
si è manifestata così gagliarda, che non può dispen- 
sarsi dall'esigere lo sgombro tleiritalia. Questo è il 
vero; e se ci è [chi] crede, che l'Austria possa con- 
servare il Regno lombardo -veneto, é nel più com- 
piuto errore. Sento i ragguagli di coteste risse, tra laz- 
zari. Qui, corrono voci tristissime, sulla sorte di Mes- 
sina; si dice la Città occupata da' Regi e, pressoché, 
distrutta. Lettere del 6, da Napoli, specificano, sol- 
tanto, ch'eran cominciate le ostilità, con accanimen- 
to; spero, che il risultamento, che dicesi aver avutOv 
luogo, sia una esagerazione. 



— 245 — 

Aspettiamo nuove in proposito , con somnaa im- 
pazienza. È egli vero, come leggo ne'fogli, eh' è u- 
scito , a nome dell' esercito , un indirizzo, in cui la 
Camera de'Deputati è attaccata, inverecondamente: e 
tu, segnatamente, Emilio, Silvio Spaventa e Mas- 
sari ? Addio. 11 Generale ti saluta. Ti auguro buona 
villeggiatura, presso Florestano, in Ischia. 

P. S. Ieri, giunsero, a Chioggia, da Ravenna, otto- 
cento volontari de' capitolati di Vicenza e Treviso* 
Formano due battaglioni, uno de' quali è comandato 
dall' egregio nostro amico Livio Zambeccari. Oggi ^ 
si aspettano in Venezia. 

Tuo Aff.mo fratello 

*• Alessandro. 

Alla Nobil Donna, 
La Sig.ra Baronessa Luisa Parrilli. 

Strada Banchi Nuovi, n.^ 13, 
Napoli, 



CXXVm. Carlo Poerìo e la Carolina Poerìo-Sossisergio 

ad Alessandro Poerio. 

Napoli, 13 Settembre 1848 

Carissimo fratello. 

Manchiamo di tue lettere, dopo il 28; ma non di 
tue notizie, poiché Ulloa ha ricevuto lettere, dal fra- 
tello, in data del 2. Attendiamo, con ansia, tue no- 
tizie dirette. Ti scrissi, a nome del March. Dragonetti, 
affinchè l'ottimo Generale concedesse, a'due suoi figli, 
un permesso temporaneo, per curare la loro salute, 
dopo una recidiva di terzana. Ti raccomando questo 



— 246 — 

afifare , poiché il povero padre è afflittissimo. Dopa 
la proroga delle Camere, qui, la reazione continua» 
Dicesi: che la Camera sarà sciolta; e che verrà pub- 
Wicata una terza legge elettorale, con un censo al- 
tissimo, per assicurare, al Ministero, una larga mag- 
giorità. Insomma, bisogna, ohe il Paese si accomodi 
alle vedute del Ministero, non già questo si unifor- 
mi a' desideri di quello. Io non so, se sarò rieletto, 
poiché sono in cima della lista di esclusione , tra* 
quali Imbriani, Avossa , Troya , Scialoja , Massari, 
Spaventa, Pica, Dragonetti, Muratori, Ferretti ecc* 
insomma, oltre cinquanta membri. Il Ministero ha per 
principio, che non ci dev'essere opposizione. Se sarò 
rieletto, continuerò a fare il mio dovere, con coscien- 
za , con coraggio e perseveranza. Se no, mi occu- 
però, esclusivamente, de' miei rovinati interessi. Ti 
abbraccio di tutto cuore. 

Tuo aff.mo fratello, 

Carlo Poerio. 

Mio carissimo figlio, 

Sono in grande agitazione, per non aver, più, ri- 
cevute tue lettere. Altri hanno scritto. Se ti fosse 
accaduto cosa , sarebbe andata su 1' ala dei venti : 
questo solo mi tranquillizza. Noi stiamo bene. Carlo 
andrà, per qualche giorno, in campagna ; io starò 
con mia sorella. Sono sorpresa, che, di tre lettere, in- 
viate per mezzo della posta francese, delle due pri- 
me, avrei dovuto avere risposta. Questa mia ti sarà 
consegnata, da un amico. Attendo la scatolina del 
ritratto, per inviartelo, per questo mezzo sicuro, sicu*" 
rissimo. Domani, ti scriverò per mezzo di Livorno, 
accludendo la lettera ad Enrico. Ho ricevuto lettera 



\ 



— 247 — 

attrassata da Maria Teresa, la quale sta, in Genovaj 
con la famiglia, senza mezzi. Io non ho potuto far 
nulla per lei; le sorelle si son prestate. Qui , si sta 
imitando il sistema della Repubblica Francese, ossia 
del dittatore Cavaignac. Ma speriamo, che il Cielo 
ci prot*^gga. La mia salute e quella di tutti i pa- 
renti è, buona. Tutti gli amici, che ci son rimasti, ti 
abbracciano. Paladini, qui presente, Anastasio, Fe- 
derico, infine, tutti i buoni. In punto, viene il ritratto; 
non è, proprio, come l'originale, da cui è preso, ma vi 
è molta somiglianza. Mi viene avviso, che debbo spe- 
dire la lettera ed il ritratto. Ti abbraccio e bene- 
dico , e sono 

AfT.ma madre, 

Carolina, 

P. S. Non posso mandarti né né ritratto , 

perchè non parte , ancora , il vapore per Venezia. 
Rimisi il Tempo del 23 , per la posta. Ti rimetto 
due fogli della Libertà Italiana, 

Al Signor 
Signor Alessandro Poerio, 

Yenezia, 
[con una scatoletta d: latta]. 

Addi, 22 settembre 1848. 

Carissimo figlio, 

Questa lettera, scritta il 13, non parti. Partirà, for- 
se, domani, per mezzo di un amico, che ti consegnerà 
il ritratto e tutta quella roba, di cui ha potuto in- 
caricarsi. Ed è: il soprabito forte; due calzoni, uno 



\ 



— 248 — 

nero ed uno di colore; tre gilè; ed il paracqua. Ieri, 
dopo mandata la mia lettera alla posta , mi giunse 
la tua del 13. Lettera carissima, per Taffezione, che 
mi dimostri e per i ragguagli, che mi dai. Solo, non 
mi dici, dove abiti. Desidero saperlo effettivamente, 
poiché, vedendo qualche stampa di Venezia, mi posso 
figurare, dove tu sei. Basta, ti veggo, sempre, sul Ca- 
nal grande. Questa notte, ho sognato, che eri entrato 
nella mia stanza. Ti sei seduto sul mio letto. Mi pa« 
revi di perfetta salute; ma, solo, afflitto e piangente, 
per una lettera, che avevi in mano. Ti sei accinto a 
leggerla, mettendo gli occhiali fissi. Io ti confortavo 
a tranquillarti, dicendoti, che, nei tempi presenti, biso- 
gnava essere superiore, a qualunque dispiacere. Il mio 
discorso è stato tanto energico, che mi ha fatto de- 
stare, senza poter sapere, cosa conteneva la lettera: 
ma tu stavi bene ed eri curioso, con gli occhiali fis- 
si. Ti ho scritto, ieri, di aver passati i ducati 60 al 
Generale; e che, nel corso di ottobre, avrai la creden- 
ziale. Non ti parlo di cose pubbliche. La strage in 
Sicilia è cannibaliana da ambo le parti. Ti accludo 
un numero del Finimondo, dove si parla, vantag- 
giosamente, di tuo fratello. Carlo, in pochi giorni, ad 
Ischia, si è ingrassato molto. Ti benedico. 

Aff.ma npadre, 

Carolina. 



CXXIX. Carlo Poerio, Luigi Scovazzo e Giacomo Tofano 

ad Alessandro Poerio. 

Caro Alessandro, 
Questa lettera ti sarà recata da Gioacchino Ma* 



— 249 — 

glielta, cugino de'Romano, che recasi, costà, per fug- 
gire le dolcezze della Polizia Partenopea. Egli ha un 
fratello, costà, che serve come ufficiale de' volontari. 
Entrambi sono egregi giovani e miei amici. Non sog- 
giungo altro. Ti scrivo, da Ischia, dove mi son re- 
cato, da ieri, per passare qualche giorno, con l'egre- 
gio Generale Florestano Pepe. L'ho trovato molto 
meglio. Ho lasciato benissimo la nostra cara ma- 
dre. Ieri la sera, le ho scritto. Io tornerò domenica 
o lunedi. Si dicey che le Camere saranno disciol- 
4e. Tanto meglio: la posizione sarà più netta. 
Ti abbraccio di cuore; e sono, per la vita, 

Ischia, 14 Settembre 1848. 

Tuo aff.roo Fratello, 

Carlo Poerio. 

P. S. Luigi Scovazzo, presente, ti abbraccia, con 
.tutto il sentimento di amistà. Addio. 

D. S. Giacomo Tofano abbraccia il caro Alessan- 
dro e tutti i prodi. 

Signor 

Alessandro Barone Poerio 

in Venezia 



GXXX. Alessandro Poerio aUa Carolina Poerio-Sossisergio. 
Venezia, a' 15 Settembre 1848.— iV.'^ 5. 

Carissima madre, 
Vi scrissi, ier l'altro, per la posta, dirigendo la 



/ 



— 250 — 

lettera a zia Luisa; la presente, Taccludo ad Enrico, 
acciocché la faccia pervenire, sicuramente, in mana 
vostra. Vi ripeto, di non essere in ansietà, circa la 
mia salute. Essa aveva, alquanto, sofferto. Ma, ogni 
giorno, va meglio; e, cessato il caldo, spero, adesso, 
rimettermi bene. E, se, anco, il mal di nervi, ora, sotto 
una forma, ora, sotto un'altra, m'inquieta, non sono, 
mai, ricaduto nello stato spasmodico e deplorevole, 
in cui era, costà. Fa d'uopo, dunque, contentarsi; ed 
io mi contento. E, quando il soffrire non è tale, che 
tolga la forza d' animo necessaria a sopportarlo , è 
un gran vantaggio. Questo è lo stato mio, questa è 
la pura verità; non ho più di quelle irritazioni rab- 
biose, di que' sgomenti profondi, di que' tedi, cupi e 
terribili, che mi rendeano tanto infelice. Anco sof- 
frendo, ho rassegnazione, pazienza, fede di miglio- 
rare. Vi ripeto, dunque, che siate tranquilla intorno 
a ciò: né crediate, mai, che io voglio tacervi il ve- 
ro, avendovi promesso di scrivervelo, senapre. Quel- 
lo, a che debbo pensare, si è il premunirmi bene pel 
verno. 

Finché io non riceva una somma straordinaria , 
non posso vestirmi; oltre abiti e sottabiti, ho bisogno 
di cappotto, quello , che feci, in Parigi, nel 1835, 
essendo, ormai, divenuto inservibile. Per ora, prov- 
vedere, alla meglio, ad alcune cose urgenti, come ad 
una giacchetta di casa ed a qualche sottoveste più 
forte. Ma, ricordo, che, in Napoli, dev'esser rimasta 
altra roba di verno; e, precisamente, parecchie sot- 
tovesti, alcune delle quali nuove, ed un abito tur- 
chino, con bottoni lavorati, da potersi, ancora, met- 
tere. Tutto ciò, ch'é rimasto e ch'è, tuttora, servi- 
vibile, fareste bene di spedirmelo, qua, perchè sarà 



— 251 — 

tanto di risparmiato , a meno che il trasporto non- 
costasse eccessivamente. Siccome Damiano ha scritto 
a Cosimo, suo fratello, di mandargli la sua roba di 
verno: cosi, vi prego, d'intendervela con Cosimo stes- 
so, poiché, unita a quella, sia spedita, anche, la mia. 
Abbiate la bontà, di far parlare, di ciò, a Cosimo ^ 
tostochè riceverete la presente. Domani , prenderò 
dal Generale i sessanta Ducati, che ritengo, già, pas- 
sati a Florestano. Scrissi, nell'ultima mia, a Carlino,, 
in risposta alla vostra e sua de*5corr. mese. Non 
me n'è giunta alcun' altra; e, più tardi, andrò alla 
posta, nella speranza di trovarne; e lascio aperta 
questa letterina^ con animo di accusarvene ricezione 
e soggiungere due altre righe. A Carlino , questa 
Tolta, non iscrivo, poiché, accludendo la lettera ad 
Enrico, non ho preso, che un mezzo foglio. Spero,, 
che la gita in Ischia, dove volea recarsi, a far com-^ 
pagnia all'ottimo General Florestano, gli abbia re- 
cato sollievo. 

Zambeccari e Ceccherini son giunti, con circa un 
migliajo di capitolati di Vicenza e di Treviso. Le 
nuove erano, ieri, alla guerra. Ma, par, che l'ingresso 
de'Francesi sia sospeso di nuovo, avendo, finalmente, 
l'Austria accettato la oflFerta mediazione. Ma io ho 
pochissima fede, nella diplomazia; né credo; che l'Au- 
stria voglia lasciar la sua preda ; nò credo , che la 
Francia, ancorché il suo governo fosse a ciò inclinato,, 
possa, mai, consentire ad un nuovo trattato di Cam- 
poformio. Di Leuchtenberg si parla meno. La voce, 
che circola, ora, é: che la Lombardia sarà aggregata 
al Piemonte; il Veneto formerà uno stato a parte, 
sotto un Arciduca Austriaco italianizzato; e Venezia 
sarà uiia Città libera ed anseatica, sotto la prote» 



— 252 — 

^ione delle grandi Potenze. Sarebbe un pasticcio, che 
non potrebbe durare a lungo. Ma nulla v'è di certo. 

Che dirvi dello stato deplorabile di cotesto pae- 
se ? La Camera prorogata sia come sciolta , se, 
nell'intervallo fra e tutto Novembre, la tirannide è 
altrettanto fortunata, ne'suoi disegni, quanto è stata, 
iinora. Nel caso d'un intervento armato francese, le 
cose muterrebbero aspetto. Noi siamo stati tutti e 
siamo, ancora, in grave inquietudine, sulla sorte di 
Messina. Un vapore francese, giunto, con dispacci 
pel Console, e passato pel Faro, assicurò, il giorno 11, 
che la Città era stata distrutta da' Regi. Ma la data 
non corrispondeva con le lettere di Napoli del 6, anzi 
del 7, che nulla dicono di ciò. Speriamo, che non sia 
vero. Vado, or ora, alla posta, per saper qualche cosa. 

Alcuni legni da guerra francesi son sulle coste 
d'Istria, trattenuti dal vento, eh 'è stato contrario, que- 
sti giorni. La flotta austriaca si è ritirata a Fola, 
di cui vi dovete ricordare, poiché dopo le [tempeste ?] 
sofferte, nel 1821, nel!' Adriatico , ci riparammo in 
^uel porto. 

P. S. La posta non è giunta. È il terzo giorno, 
che manca. Attribuiscono questa mancanza al tempo, 
poiché, da alcuni giorni, soffia un vento gagliardo e 
contrario. 

Abbraccio Carlo e Carlotta ; saluto Luisa, Anto- 
nia, Emilio e Peppino. Vi bacio la mano; e, con fi- 
liale rispetto, mi ripeto 

V.o aff.mo 

Alessandro 

Alla Nobil Donna 
La Signora Baronessa Carolina Poerio. 

Strada del Salvatore, n. 5. Secondo piano. 

Napoli. 



— 253 — 

CXXXL Filippo Cicognani alla Carolina Poerio-Sossiserglo. 

Roma, 16 Settembre 1848. 

ViadeTréfettiN.o22. 

Signora Baronessa veneratissima , 

Non so esprimerle quanto grata mi riuscisse la 
pregiatissima sua, recatami dai padre De Riso : gra- 
tissima, perchè vi trovai la prova , che, dopo tanti 
anni e tante vicende, io viva, ancora, nella sua me- 
moria; e gratissima, pure, perchè mi procurava il pia- 
cere della conoscenza di un soggetto, che, essendo 
congiunto a lei., non poteva non essermi caro. lo^vrei 
desiderato di legare, con lui, una relazione più ìnti- 
ma; ma esso, dopo una breve dimora in questa no- 
stra città, se ne partì per il Ritiro di Subiaco, e mi 
lasciò col desiderio di sé. 

Io rammento, sempre, con compiacenza, la sua in- 
teressante famiglia ; e mi sono procurato dal padre 
De Riso le più minute notizie di tutti. Vorrei, però, 
rivedere tutti e, specialmente, Lei, signora Baronessa 
veneratissima, per cui nutro e nutrirò, sempre, la più. 
viva e rispettosa affezione; né voglio rinunciare alla 
speranza di vedere, un giorno, realizzato questo mio 
desiderio. 

Ella avrà, già, sentito le mie notizie dall'ottima 
Don Alessandro. Ed io altro non le dirò, se non che 
sono in possesso della domestica beatitudine, avendo 
una compagna impareggiabile e nove figli , tutti di 
ottima salute ed amorosissimi per i loro genitori ; 
onde non posso che chiamarmi contentissimo della 
mia sorte. 



— 254 — 

Faccia gradire gli affettuosi miei saluti, ai cari suoi 
'figli ; mi conservi la sua benevolenza ; e mi creda 
quale sono e sarò, sempre, 

Suo Dev.mo Servo ed Amico Aff.mo 

F, Cicognani. 

Alla Nobil Donna, 
La Signora Baronessa Carolina Poerio, 

Napoli, 



CXXXn. La Carolina Poerio -Sossisergio ad Alessandro Poerio. 
[Bollo postale di Firenze, 18 Settembre 1848.] 

Caro figlio. 

Ti scrivo, come ti avevo promesso, anche oggi. Ieri, 
•ti rimisi il ritratto di tuo padr-e per mezzo partico- 
lare. Io ho ricevuto le tue del 20, 26, 28; e, daH9, 
4;i ho scritto, in data de' 24, 27, 29. Ieri, ricevetti la 
tua del 2. Scrivimi, qualche volta, per la posta. Non 
ti parlo di affari politici. Questi cambiano da un mo- 
mento air altro. Beati gli abitanti del nuovo mondo! 
Essi soli sono uomini, perché uniti. Noi siamo tutti 
divisi ; per òui , per nostra disgrazia , saremo op- 
pressi. Ho ricevuto lettera di Maria Teresa e di 
Enrico. Addio, carissimo figlio. In questo mese, ti 
ho scritto, il 4, il 9, il 13 ed il 14. Non mancherò, 
mai, nessuna occasione, per farti sapere mie nuove. 
La povera Sicilia! Addio, ti abbraccio e benedico- 
Tutti i parenti ti salutano. 

AtT.ina madre, 

Caro Un a. 

Al Signor 
Barone Alessandro Poerio 
^/€nezia 



— '^fòo — 

CTXYìTì. Alessandro Poerìo alla Carolina Poerìo-Sossìsergio 

ed a Carlo Poerìo. 

Venezia, a di 18 Settembre 1848.— A".^ 6. 

Carissima madre. 

Vi scrissi, il 15, per la via di Toscana; oggi, 
scrivo, direttamente, per la posta, con Tindirizzo a 
Luisa. Mi duole, che il 9 corr. mese (data delPuIti- 
ma vostra pervenutami) non avevate ricevuto, che 
la mia del 28 agosto. Mi pare ricordarmi, di aver- 
vene diretta un'altra, il giorno 30. Ma, in tanta ir- 
regolarità di servizio postale, non siamo, al postut- 
to, i più disgraziati, essendovi degli ufBziali napo- 
*letani, che non hanno lettere , da mesi , e vivono, 
perciò, in grande angòscia. Mi affligge assai la no- 
tizia, che mi date, della morte di P'eppino Ferrari, 
Della indelicatezza de' suoi zii, non mi meraviglio, 
punto. Non so intendere, chi sia la persona, venuta 
qua, come dite, per affari urgenti, e partita, così di 
fretta , che non potè prendere le lettere, a me de- 
stinate. Sentii dire , che un mìo carissimo amico , 
tornato, non è molto tempo, da Roma a Napoli, era 
intenzionato di venir qua, ma, poi, non ho saputo 
altro. 

Godo, che in tempi, cosi difficili e dolorosi, alme- 
no, la salute vostra e di tutti i parenti sia buona, 
il che mi è conforto di molte amarezze. In quanto 
alla mia salute, ho, già, scritto quanto basta , per 
tranquillarvi. Vado, di giorno in giorno, meglio. Bi- 
sogna, che mi premunisca bene contro il freddo. Poi- 
ché, qui, la mezza stagione è brevissima; ed il verno 



— 256 — 

sopravverrà, ad un tratto. Già, in questi giorni, dopo- 
un caldo estuante, 1' aria è rinfrescata molto. Fre- 
quentissime sono le febbri, per l'aria malsana, ne*^ 
forti dell' estuario. Ma io, stando presso Pepe ed ia 
Venezia, non corro alcun rischio, di prendere di tali 
malattie. Il mio amico conte Catterinetti , il quale 
è stato, un pezzo, a Brondolo, era ricaduto nella ter- 
zana ; ma, ora, mediante il chinino, se n' è libera* 
to. Egli mi dimostra, sempre, grande amicizia; è al- 
loggiato presso la contessa Mosconi -Papadopoli, sua 
concittadina (son Veronesi ambidue), la quale viene 
ad esser nipote della Papadopoli- Aldobrandini, di cui 
vi ho parlato nell' ultima mia. Questa Signora Ve- 
ronese è molto benemerita di Venezia, poiché pre- 
siede il comitato delle dame, che provvedono ai bi- 
sogni urgenti di vestiario e di altri oggetti de' mi-* 
liti, destinati alla difesa delle lagune. Vidi, ieri, una 
altra signora, venuta da Verona, la quale raccontò, 
dello stato di quel paese , cose , da far piangere e 
fremere. Inoltre , stava in continui palpiti , per le 
tante menzogne, sparse dagli Austriaci, sul conto di 
Venezia: nientemeno che colera, anarchia, omicidi, 
saccheggi. Il vero si è , che V ordine , la pace , la 
tranquillità e la civiltà somma di questa popolazio- 
ne sono mirabili. 

Oggi, prendo i sessanta Ducati; che avrete, già,, 
passati a Florestano. Una parte, se ne andrà, subito, 
per provvedermi di qualche oggetto di vestiario in- 
vernale più necessario, mancando, del tutto, di giacca 
per casa e di sottovesti. Vi ho pregato , di unire 
tutta la mia rimanente roba d' inverno, ancora ser- 
vibile, a quella, che Damiano ed il Generale si fanno 
spedire, da Napoli. Per ordinare il resto di ciò, che 



— 257 — 

mi bisogna , aspetterò , che mi venga una somma 
straordinaria. Tra le altre cose indispensabili, vi è il 
cappotto: quello, che fu fatto, in Parigi, nel 1835, es- 
sendo , dopo tredici in quattordici anni di servizio, 
passato agi' invalidi. Nulla mi avete, più, accennato 
della Guacci. Maria Teresa, eh' è a Genova, mi ha 
scritto, per mezzo di un uffiziale, venuto, qua. Il ma- 
rito è a Vercelh'; non par certo, ch'egli sia per ri- 
manere nell'esercito piemontese-lombardo. Forse (mi 
scrive la moglie) verrà in Venezia. Io non gli con- 
siglierei di farlo, se, prima, non gli verrà affidato un 
comando; nel qual caso, potrebbe rendere eminenti 
servigi. Abbraccio Carlotta; saluto, caramente, Luisa, 
Antonia, Emilio e Peppino ; e soggiungo due righe 
per Carlo. 

P. S. Ho riveduto, con gran piacere, Livio Zam- 
beccari, ch'è giunto, col suo battaglione. Ve, anche, 
il battaglione universitario; comandato dal Ceccherini; 
e si aspetta, da Romagna, altra gente. 

Carissimo fratello , 

Nel tempo stesso, sono giunte, qua: lettere dell'Am- 
basciatore francese in Roma, annunzianti la partenza, 
per Venezia, di una flotta, con quattromila uomini da 
sbarco; e le notizie del contrordine, dato, in conse- 
guenza della mediazione , accettata dall' Austria. A 
me, duole, grandemente, che, mentre la guerra stava 
per iscoppiare, a salute d'Italia, siamo ricaduti, in mano 
alla subdola diplomazia. Se lo sgombro degli Austriaci 
non ha luogo, immediatamente, le trattative potranno, 
tirando le cose in lungo, dar, all'Austria, il tempo, 

di riaversi de'disordini interni, che sono gravissimi, 

17 



— 258 — 

d'intrigare e di conservare, in qualche modo, la sua 
influenza, in Italia. In breve, cadranno le nevi; e diffi- 
cilissimo sarà il varcare le Alpi. Dicono, che questa 
risoluzione dell'Austria, di accettare la mediazione of- 
ferta, sia stata motivata, dalla ripugnanza dell'As- 
semblea nazionale di Francoforte, a far causa comune, 
con essa, nella quistione Italiana. 

Parlasi di lega, conchiusa: tra Carlo Alberto, Leo- 
poldo ed il Pontefice. 

Il nostro misero paese, già, s'intende, è come non 
fosse in Italia. Ho saputo le carneficine di Sicilia; se 
metà di quell'accanimento fratricida si fosse adoperato 
contro gli Austriaci, sarebbero stati, già, cacciati, ol- 
tre l'Alpi. Noi siamo, qui, volenterosi e sereni; e fare- 
mo il dover nostro. 

Crispino Vitale serve, effettivamente, nella Segre- 
teria del Comando supremo. Per ora, dice esser con- 
tento; e non desidera nulla. Giuseppe di Giuseppe (te 
lo ripeto, perchè tu lo dica al xVlarchese Ruffo) non si 
è, mai, veduto. Se si presenterà, lo raccomanderò, al 
Generale. Ma, siccome egli segue la regola, di non usar 
favore, ad alcuno, e di operare le strette regole di 
giustizia, cosi vi è poco da fondare su di ciò. In quanto 
a'figliuoli dell'ottimo Dragonetti, uno di essi, a nome 
Alfonso, assai malandato in salute, chiese un permes- 
'so: e l'ottenne. Dev'essere, già, partito, da più giorni. 
L'altro, essendosi ristabilito, sufficientemente, non ha 
insistito, per andar via. Il Generale mi ha detto, che, 
in caso di recidiva e di determinazione di partenza, non 
mancherà di facilitarlo; e saluta, caramente, il Marche- 
se. Ti dice mille cose amichevoli; e, cosi, pure, Assanti 
ed Ulloa. I fogli parlano di agitazione grande, costà, 
e di risse sanguinose tra lazzari; tu mi dici esser 



— 259 — 

stata cosa leggiera. La Gozzadini scrive a Cattarì- 
netti, da una, villa vicino Bologna; e si mostra, assai, 
sconfortata. Colpa del marito, eh' ella ama molto . . 

Addio. Caramente, abbracciandoti, mi 

ripeto 

Tao Aff.mo fratello 

Alessandro. 

Alla Nobil Donna 
La Sig. Baronessa Luisa ParriUi nata Sossi-Sergìo 

Strada Banchi Nuovi, u^ 13. 
In casa di D. Michelangelo ParriUi, Pari del Regno. 

Napoli, 



CXXXIV. Federico Bellazzi ad Alessandro Poerio. 

Genova, 19 Settembre 1848. 

« 

Pregiat.mo Signore e Amico, 

Spero, che la S. V. non si sarà dimenticata di me, 
-dopo i giorni, che passammo, insieme, a Bologna, a 
Ferrara e a Venezia , quand' io era , presso Cesare 
Correnti, in qualità di Segretario. In quel tempo, (in 
cui le nostre speranze , per la sventurata e tradita 
Italia, non vedevano una nube sulforizzonte dell'av- 
venire, che ci attristasele e ci facesse fremere d'indi- 
gnazione,) io conobbi, in Lei, un'anima tanto generosa 
quanto ingenua e cara; e mi fu dolce, allo spirito, il 
pensiero, che di Lei grata memoria avrei conserva- 
ta. E cosi fu. Ma mi duole, che, per provarle la mia 
stima e il mio aflFetto, debba, per la prima volta, ca- 
gionarle qualche incomodo. Latori della presente sono: 
Achille Correnti, fratello di Cesare, V ingegnere Guar- 



— 260 — 

sieri e il medico Amadeo, che accompagnano, com« 
capi, quei pochi animosi, che a Venezia si recano, co- 
me martiri, per la patria, e come apostoli di conforta, 
presso i loro fratelli. Io Le raccomando, caldamente^ 
questi tre ottimi giovani, onde li assista e li proteg- 
ga. Certo , che il suo buon cuore non mi negherà 
tale favore , non aggiungo altro. Cesare Córrenti 
e gli altri della Commissione, per il prestito Nazio- 
nale, sono a Torino; e lasciarono me, in questa città», 
come loro Segretario, onde disimpegnare alcune fac- 
cende. Genova è ancora Italiana, di azione e di pen- 
siero; e farà, quanto è in lei, per soccorrere la so- 
rella Venezia. Si dice , questa mattina , che Bedeau 
abbia accettato di condurre Tarmata Piemontese, a 
patto, però, che il Re, in caso di guerra, stia a casa 
sua. Nella speranza, di, presto, rivederla a Venezia,. 
La riverisco; e mi pregio sottoscrivermi, di V. S. 

A f fez. ino e Devotiss.mo 

Bellazzi Federico. 

Al Signor 
Barone Alessandro Poerio. 

Presso S. E. il Generale Pepe, 
Yenezia, 



GXXXV. Alessandro Poerio alla Carolina Poerio-Sossisergio 

ed a Carlo Poerio. 

Venezia, a dì 21 Settembre. 
^.^ 6 {bis). 

Carissima madre, 
Vi scrissi, il 18 corr. mese, per la posta, dirigenda 



— 261 — 

la lettera a zia Luisa; questa Taccludo, per maggior 
sicurezza di recapito, ad Enrico, in Firenze. Da due 
giorni , manca il corriere ; T ultima vostra è quella 
del 9 settembre. Damiano non ha ricevuto lettera 
alcuna, dopo quella, in data del 31 agosto. Il Gene- 
rale n'ebbe, ier l'altro, una di Florestano, per mezzo 
del Console francese, ma senza data, piena di buone 
speranze di soccorso, per parte della Francia, e con 
l'annunzio positivo, che sarebbe, subito, arrivato, in 
Venezia, un incaricato di quel Governo. Finora, nulla 
si è avverato. Io la credo, dunque, una lettera attras- 
sata, scritta, prima, che, per l'accettazione della of- 
ferta mediazione anglo-galla, fosse dato contrordine 
alla divisata spedizione nell'Adriatico. Ma, delle cose 
politiche, scriverò, nell'altro mezzo foglio, a Carlino. 

Non ho ricevuto il ritrattino della felice memoria 
di mio padre, che mi diceste avere spedito. Mi dor- 
rebbe , infinitamente , che si fosse smarrito. Pren- 
dete conto, se, eflFettivamente, sìa partito. 

In quanto alla salute , vi ho scritto la verità : 
tranquillatevi. Mi vado, sempre più, ripigliando; e con» 
fido, di star bene. Ed, anche, gl'incomodi, che si riaf- 
facciano, li sopporto, animosamente: certo, come mi 
tengo, di non più ricadere, in quello stato spasmo- 
dico d'irritabilità nervosa, che m'affliggeva e pro- 
strava, costà. Per questa parte, non siate, dunque, 
punto, inquieta; e abbiate voi cura della vostra cara 
salute, ch'è la cosa più preziosa, che io mi abbia al 

mondo. 

Parliamo, ora, del danaro, cosa sostanzialissima. Al- 
tra novità! Il Generale, nel passarmi, ultimamente, i 
sessanta Ducati, mi disse, che, non volendo, io gli re* 
cava danno. Poiché, quantunque voi diate, anticipa- 



— 2»i2 — 

temente, a Florestano, le somme, ch'egli, qui, mi pas- 
sa, egli non può ripeterle dal fratello, il quale tanta 
largheggia verso di lui, rimettendogli vistosa quan- 
tità di danaro. E, così, quel, che io prendo da esso 
Guglielmo, viene ad esser tanto di meno, su quel, cho 
il fratello gli manda. La cosa è vera. Ma vi confesso^ 
che la- osservazione, mentre noi procediamo, con tanta 
delicatezza, e dopo, che, in Napoli, fu concordato, con 
lui, che si sarebbe tenuto questo modo, non ha man- 
cato di mortificarmi. Ecco, dunque, la necessità, che 
il danaro mi sia rimesso, direttamente. Vi ho scritto 
la urgenza, io cui sono, di roba d'inverno. Vi ho 
pregato di concertarvi, con Cosimo, perchè io abbia, 
qui, tutto ciò, che lasciai, in Napoli, ancora, in tol- 
lerabile stato. Ricordo, poi, che le sottovesti inver- 
nali eran molte ed, alcune, nuove. Ma ho bisogno di 
molti altri oggetti; ed il solo cappotto (più necessa- 
rio di ogni altro ) è spesa non piccola. Perciò , vi 
ho pregato di una somma straordinaria, per vestir- 
mi; oltre la solita, pel mantenimento. Vi ho fatto, 
anche, osservare, che, in tempi così procellosi e dif- 
ficili, in cui, anche, il prossimo avvenire non si può 
prò vedere, il trovarsi sprovvisto di danaro, per qual- 
che emergenza subitanea, è ben triste cosa. Dopo il 
discorso, fattomi dal Ge/ierale, non posso rivolgermi, 
a lui. Soltanto, posso pregarlo, di raccomandarmi, a 
qualche banchiere, qui, per trarre a vista su voi e 
su Carlino. Ma vorrei evitare, anche, questo; e, s'è 
possibile, che mi mandiate, direttamente, una somma 
proporzionata alle suddette necessità , sarà molto 
megho. So che Cesare Berretta, cui Carlino mi rac- 
comandò, Fanno scorso, in Romay ha casa di com- 



— 263 — 

mercio, eziandio, in Ancona; e quella avrà, certamen- 
te, relazioni, anche, a Venezia. 

Conosco la deplorabile situazione della famiglia. 
Perciò, vi ho pregato di vendere una parte de'libri, 
che potrebbero, a me, spettare. Penetratevi della mia 
situazione : io non ho soldo , non essendo, neppure, 
caporale; di sopra, vi ho esposto quel, che il Gè-» 
nerale mi ha detto ; il verno sopravviene; e gli e- 
venti, che si preparano, sono incertissimi. Scrivete, 
dunque, subito, se i dugento Ducati, che ho chiesti, 
potete mandarli, direttamente, o se debbo cercar, di 
averli , qui, da un banchiere , traendo a vista. Ab- 
braccio Carlotta ; saluto Emilio , Luisa , Antonia e 
Peppino. Vi bacio la mano e, con filiale tenerezza, 
mi ripeto 

Il v.o Aff.mo 

Alessandro. 

P. S. La posta è, finalmente, giunta. Damiano ha 
avuto una lettera del fratello, del di 10; io, nulla. 

Carissimo fratello, 

I casi di Sicilia mi hanno , assai , funestato. Per 
quanto la Inghilterra sia perfida, non parea possi- 
bile, ch'ella volesse rimanere spettatrice di tante a- 
trocità. È, poi, vero, che la Francia e l'Inghilterra 
abbiano interposta, dopo l'eccidio messinese, la loro 
mediazione? Io stento, a crederlo; poiché, se avessero 
avuto senso di umanità, que' Governi avrebbero im- 
pedito il male. Tutto ciò è di pessimo augurio, per 
la povera Italia. Tante belle promesse son gite, a 
vuoto. La spedizione navale francese, nell'Adriatico, 
è contromandata. Circolano voci contraddittorie. Chi 



— 264 — 

dice, che l'armistizio sarà prolungato di dritto, per le 
trattative cominciate. Chi dice , per contrario, che, 
(l'Austria insistendo, perchè il Lombardo- Veneto re- 
sti aggregato all'Impero, quantunque sotto un' am- 
ministrazione separata; e la Francia non potendo, su 
ciò, acconsentire,) le ostilità cominceranno, presto. Non 
sappiamo più, che pensare. Certo è, che non abbia- 
mo veduto un sol legno francese; né la Repubblica 
manda un obolo, a Venezia. Dall' altra parte, è un 
fatto, che un vapore austriaco , avendo predato un 
bastimento, su cui erano imbarcati cencinquanta mi- 
liti romagnoli, i legni francesi ed inglesi, che sono 
in Trieste, lo forzarono a rilasciare la preda. Eccoci, 
in ansietà grande. La città è risoluta a difendersi; 
e non teme gli assalti austriaci, ma piuttosto le in- 
sidie e perfidie diplomatiche; e, siccome il danaro non 
può bastare, alla lunga, il vero pericolo è, che que- 
sto Governo dell'unica città, che, ancora, resiste allo 
straniero, muoja d'inedia. Lessi la tua animosa mo- 
zione, per la immediata presentazione dello stato di- 
scusso. La risposta è stata la proroga delle Camere. 
Manca la posta , da due giorni. Puoi immaginare , 
quanto ciò tenga contristati gli animi , che vivono, 
qui, di continue speranze , di ricevere, di giorno in 
giorno, qualche nuova migliore. 

Ebbi una lettera di Nicola Attanasio, il quale sa- 
luterai, caramente, da mia parte. Gli dirai, che sono 
dolente , di non aver potuto far nulla , pe* fratelli 
Masoli, suoi raccomandati. H Generale non dà con- 
gedo, se non in caso di malattia certificata. L' uno 
de'Dragonetti partì. L'altro sta meglio; e non pensa, 
ad andar via. Aspetto, con impazienza, tue lettere. 
Della mia situazione imbarazzante , ho scritto , lun- 



— 265 — 

gaiDente, a nostra madre. Provvedete, al più presto 
possibile. Ti abbraccia il tuo 

Aff.mo firatello, 

Alessandro. 

Alla Nobil Donna, 
La signora Baronessa Carolina Poerio, 

Strada del Salvatore N.o 5 
Napoli. 



GXXXVI. La Carolina Poerio-Sossisergio e Carlo Poerio 

ad Alessandro Poerio. 

Napoli. 21 Settembre 1848. 

Mio carissimo figlio, 

Alla tua del 5, risposi; e ti mandai II Tempo, sotto 
fascia. Ora, rispondo, brevemente, alla tua del 10, per- 
chè domenica ti scriverò a lungo, e ti manderò qual- 
che cosa d'inverno, avendone l'occasione. Mi duole, as- 
sai, l'agitazione dell'animo tuo. Ed io e tuo fratello 
vorremmo fare tutto, dal canto nostro, per contentar- 
ti: ma l'imperiosa necessità c'impedisce, di fare tutto 
•ciò, che vorremmo. Per altro, nel corso di Ottobre, ti 
<5ontenterò, per la credenziale. Ma sappi, che, per Vene- 
zia, non è possibile averla; poiché non ci è commercio, 
col Regno. Perciò, dimmi, più o meno, le città, su le 
quali vorresti essere accreditato. Per il progetto, che 
mi fai, di vendere i libri, non ti rispondo altro: che, in 
piazza, non si trova, neanche, a vendere argento ed oro, 
^1 suo giusto valore. Certo, è un momento di crisi, per 
l'intera Europa: dunque, i particolari, bisogna, che se ne 
<^vino, come meglio possono. Tuo fratello è tornato 



— 266 — 

dalla campagna, da dove ti scrisse: ora, soggiungerà 
un rigo. Ho fatto capitare i ducati 60, al Generale^ 
qualche giorno più tardi. Credevo incassare una 
somma, qualche giorno prima; ed essere, appunto, 
per il di dieci ed, anche, prima, pronta. Ma dimmi, se 
i calcoli e i desideri degli uomini vanno, mai, a se- 
conda ? Quel, che ti prego, è di tranquillarti, prima di 
tutto, sul nostro conto; e fidare nell'avvenire. Qui, ha 
fatto un freddo di dicembre, tutto ad un tratto, al- 
lorché faceva un caldo di luglio , non di settembre. 
Tua zia ti saluta; ed è stata molto intenerita dalla 
tua lettera. Tuo cugino ti ringrazia, di quanto hai 
fatto , per cavare il netto della spedizione de' suoi 
libri. Tua sorella, cognato e nipoti e zia Antonia ti 
dicono tante cose. Maria Teresa si lagna , che suo 
marito non riceve tue risposte, alle lettere, che ti ha 
scritto. Addio , figlio mio, amami; e credimi la tua 
afifezionatissima madre, che ti benedice 

Carolina. 

Carissimo fratello, 

Ieri l'altro, sono tornato da Ischia, dove mi son 
trattenuto, cinque giorni. Ho trovato l'ottimo Gene- 
rale Florestano, molto, migliorato la salute, sebbene 
egli non ne convenga. Egli si tratterrà, tutto questo 
mese; e, se mi riesce, tornerò a visitarlo. Il mio di- 
scorso del 26 si trova, per esteso, con tutta la di- 
scussione, nel Giornale Ufficiale del 2 Settembre. Non 
mi dici, di aver letto la lettera del Baldacchini e 
la mia risposta. Entrambe trovansi nella Libertà 
Italiana^ periodico, che si stampa, in Napoli ; e che 
credo, che venga costà. Procurati, dunque, i due nu- 
meri del 28 e 31 Agosto. In ogni caso , te li spe- 



— 267 — 

dirò, con un amico, che viene costà. A quest'ora,, 
avrai ricevuta una mia lettera, datata da Ischia. Il 
Segretariato dell'Assemblea si sta occupando del ren- 
di-conto de' lavori della Camera e delle leggi in pro- 
posta. Subito, che sarà stampato, te lo rimetterò^ 
Cicognani scrisse alla nostra buona madre. Ora, egli 
è Ministro di Giustizia. Io non gl'invidio la compa- 
gnia di Pellegrino Rossi. Saluto, caramente, il tuo 
padrone di casa, se è tornato. Ossequio il Generale; 
e saluto, aflfettuosamente, i compagni. Dammi notizie 
di Cosenz; mi dicono, che sia infermo. L'ottimo An- 
druzzi, che accompagnò Enrico, quando fuggiva da 
Napoli, un anno fa, è stato ucciso, combattendo, con- 
tro i Messinesi. L'ottimo ufficiale Pellegrino ha avuto 
la stessa sorte. Deplorabili effetti delle guerre civi- 
li! Ti abbraccio, di cuore. 



Tuo aff.mo fratello 

Carlo Poerio. 



Al Signore 

Sig. Francesco BeUinga 

in Venezia. 
[Sconosciuto dai Portalettere] 



CXXXVn. Enrico Poerio ad Alessandro Poerio. 

Firenze 21 Settembre. 

Carissimo Alessandro, 

Ho ricevuto la tua diletta, de' 15 corrente mese; 
e vi rispondo. Per mezzo di Zanardini non ti scrissi, 
avendoti, già, mandata, per la posta, un'altra mia let- 
tera. Qui, è accluso un foglio a RosaroU; al quale 
ho risposto. La lettera, a tua madre, è andata, come 
sono^ sempre, andate, anche, le altre. Eccomi a ri- 



— 268 — 

schiarare le notizie, che avete intorno a Livorno ed 
a Napoli. Livorno è, sempre, staccato dal Governo; 
e si governa da sé. Ma non sanno , al solito , quel 
che vogliono. Ti ripeto ciò, che mi pare averti detto, 
un'altra volta: cioè, che, a Livorno, erano, alla testa 
delle cose , gente ambiziosa e perniciosa. Il movi- 
mento non era, forse, del tutto liberale; era incerto 
e debole. E il governo, (che, da bel prima, avrebbe, 
con una certa tal quale energia, potuto sperdere i 
cattivi, e che, invece, per paura, è venuto, a patti, con 
ruffiani e spie, che venivano in deputazione,) è tra- 
scorso, poi, troppo tardi, a misure sciocche ed irrita- 
trici, come, per esempio, a quella, di far chiudere i 
circoli popolari. Non posso trovare migliore espres- 
sione, per dipingere gli affari di Livorno, che quella, 
usata da Ruggiero Bonghi, in una lettera, ad un amico; 
ed è questa: Allo sbadiglio del moto Livornese, 
che non sa essere o non essere, s'apre lo sbadi-- 
gito del Governo, che non sa vincerlo né ceder^ 
vi. In quanto a Napoli, saprai, che, dopo la proro- 
ga delle Camere , vi fu una zuffa , tra' lazzaroni di 
S.* Lucia e quelli del Largo delle Barracche. Ora, (ed 
è De Cesare, che me lo scrive), soltanto, sono rima- 
sti, al Re, i due quartieri di S.* Lucia e di Mercato: 
gli altri dieci sono per la nostra causa e sono pa- 
gati da' circoli nazionali. Pare, che preparino qual- 
che cosa. Ma voglia Iddio, che faccian bene e dav- 
vero; e diano, all'infame Ferdinando, una di quelle 
lezioni, che basta per tutte. Si, è vero, si è messa 
assieme una somma, per Venezia; anzi, Taltra sera, 
ci fu, al Cocomero, una beneficiata, per l' eroica città 
di Venezia. Non è vero, per altro, che Firenze sia 
fredda, né le altre parti della Toscana. Se hanno 



— 269 — 

mostrato avversione, al movimento Livornese, è sta- 
to , perchè lo vedevano diretto da gente di nessun 

costume, di nessuna morale, di nessuna influenza. E, 
poi, temevano, che quest' interno agitarsi potesse nuo- 
cere, alla causa generale; ed amavano meglio, d'es- 
sere tutti uniti, per provvedere alle cose d'una guer- 
ra, che, forse, si potrebbe subito ripigliare, termi- 
nando in breve l'armistizio. Convengo, con te, che 
non si sa nulla, ancora, di quello, che si farà, se la 
pace o la guerra. Degli ordini e contrordini, di cui 
mi parli, nella tua lettera, se ne parla, anche, qui; né 
si sa, a qual giudizio appigliarsi. La mediazione d'una 
potenza, come la Francia, che potrebbe, anche, inter- 
venire a mano armata , deve imporne all' Austria ; 
ma, d'altra parte, l'Austria, ebbra della vittoria, si 
piegherebbe, a sgombrare dalle possessioni lombarde? 
È un gran problema. Dio voglia , che ricominci la 
guerra : questa è V àncora di salvezza. I Gabinetti 
mi fan paura. Montanelli è tornato; io non vado a 
Pisa, perchè so, che egli, fra giorni, viene a Firenze- 
Appena, lo vedrò, l'abbraccerò per te. Sì, egli può 
essere, molto, utile. Giusti è occupato alle Camere; 
ma non è di quelli, che vi figuri. Sai, che, tra le al- 
tre cose, non ha il dono della parola. Per adesso, non 
ha scritto altro; almeno, per quello, ch'io sappia. Ho, 
sempre, lettere da Napoli; ma, da zio Raffaele, è un 
pezzetto, che non ne ricevo. Ho scritto, a Genova 
a zia Teresa, perchè mi desse sue nuove. Io ho, già,, 
ottenuta la naturalizzazione toscana: ho meco il re- 
scritto del Granduca. Vedremo, ora, il Ministro della 
Guerra, che farà. Egli mi promise di far caso di me, 
per un posto militare, appena fossi stato riconosciuto 
toscano. Non mi trovo il numero, che chiedi, della 



— 270 — 

Libertà Italiana; né, finora, l'ho potuto trovare. Ma 
farò di tutto; ed, appena l'avrò, te lo manderò, sotto 
fascia. Vieusseux, tutti gli amici di qua, Ruggiero 
Bonghi ti salutano; mentre io, pregandoti di salu- 
tarmi il Generale, Assanti, Ulloa, Cosenz, t'abbrac- 
cio e sono 



Tuo aff.mo cugino, 

Enrico Poerio. 



Al Nobile Uomo 
Il Sig. Barone Alessandro Poerìo 

presso il General Pepe. 
Yenezia. 



GXXXVIII. Alessandro Poerio alla Carolina Poerio-Sossisergio. 

Venezia, a di 25 Settembre 1848. 
N!" 7. 

Carissima madre. 

Dopo una serie di lettere vostre, giunte, piuttosto, 
con regolarità, esse cominciano, di nuovo, a man- 
carmi, con mio forte dispiacere. L' ultima, che siami 
pervenuta, è del di 9 corr. mese. E sarei in grande 
apprensione, se una lettera de'14, dettata, da Flore- 
stano, a Carlino, in Ischia, ed un'altra di Cosimo As- 
santi, in data del 16, in cui si parla di tutti voi, non 
mi avessero tranquillato. Io scrivo, spesso; e vedete, 
che la presente è la settima, che vi dirigo, nel corr. 
Settembre, oltre due righe, che v'aggiunsi, in una del 
General Guglielmo a Carlino, il di 5. 

Mi rimetto alle mie antecedenti, per quel, che ri- 
guarda: il danaro, che attendo; la spedizione della 
roba d'inverno, ancora, servibile; il mandarmi i fondi, 
direttamente, qua, (poiché il Generale non può ripe- 



— 271 — 

tere dal fratello le somme, che gli passate, per conto 
mio), ovvero rautorizzazione di trarre a vista, pren* 
dendo il danaro, da qualche banchiere, che, sotto le 
raccomandazioni del Generale, vorrà anticiparmelo. 
Il verno è imminente ; e bisogna, ben, provvedersi. 
Della salute, in pieno, vado meglio; e, poi, vi ripeto, 
che, anche soffrendo, in paragone di quel, che pa- 
tiva in Napoli, debbo chiamarmi contento. 

Delle cose pubbliche, carissima madre, che dirvi ? 
Circolano mille voci diverse. Stiamo a vedere, che 
sia per fare la Diplomazia; io ne auguro poco bene. 
Ad ogni modo, ecco il nostro motto, (e credo, che, da 
Francia, non avremo altro, per ora): Fais ce que tu 
dots, advienne que pourra. Non ostante il preteso 
blocco da mare, in Venezia, è grande abbondanza di 
tutto; spesso, abbiamo, anche, il gelato. Presto, giun- 
geranno seimila fucili. Il Morandi (uomo di valore, 
che combattè a Treviso e sul Sile) è venuto, con cin- 
quanta volontari, ben ordinati. 

RajQfaele è incaricato , con due altri generali ; di 
riorganizzare i Lombardi, rimasti in Piemonte. Maria 
Teresa mi scrisse , da Genova , per mezzo del pri- 
mo tenente Olivieri , giovane napolitano, che si è, 
assai, distinto; ha ottenuto, qui, il brevetto, che de- 
siderava. 

Ho scritto, a Montanelli, che, con immensa gioja, 
ho saputo liberato e ripatriato. Non ho avuto, ancora, 
risposta. 

Credo Carlo tornato, da Ischia ; abbraccio lui e 
Carlotta. Saluto, caramente, Luisa, Antonia, Emilio, 
Peppino ed i bambini delle due famiglie. Domani, 
desinerò in casa della Contessa Papadopoli Aldobran- 
dini, la quale ha due bambini, che mi ricordano, prò- 



— 272 — 

prio, Vittorio e Matteo. Addio, carissima madre; il 
Generale e Damiano vi riveriscono. Io, vi bacio la 
mano; e, con filiale tenerezza e rispetto, mi rafferma 

V.o Aff.mo 

Alessandro. 

Alla Nobil Donna 
La Signora Baronessa Luisa ParriUi nata Sossi-Sergio. 

Strada Banchi uuoyì, d.^ 13 2.° piano, 
in casa di D. Michelangelo ParriUi^ Pari del Regno. 

Napoli, 



CXXXIX. Il Circolo Italiano di Venezia ai Socii. 

I 

Cittadino Socio, 

Il Circolo Italiano , nella sua tornata del giorno 
25 andante, nominò una Commissione, composta dei 
sottoscritti, onde invitare ad alcuna largizione i socii, 
che, non essendo presenti, nulla avevano potuto con- 
tribuire, per supplire alle spese del cambiamento di 
sala. Assunto dalla Commissione l'incarico, ha tro- 
vato suo primo dovere quello di verificare, presso 
r Amministrazione del Circolo, lo stato della cassa, 
mentre non è possibile di incontrare spese, per pas- 
sare nelle sale del Ridotto, senza che siano pareg- 
giate quelle dell'allestimento della sala CampJoy, per 
le quali il Circolo ha emesso un voto 9i piena ac- 
clamazione e delle quali, in parte, si spera un sol- 
lievo, da chi aspirerà ad ottenere la cessione del no- 
stro contratto. Emerse dalla verificazione, che, pa- 
reggiata a tutto settembre la contribuzione mensile, 
la quale, comunque leggera, unita ai buoni ingressi 
di settembre, fu sufficiente, però, a coprire le spese 
ordinarie e quelle della prima istituzione, rimangono 



— 273 — 

insolute correnti lire 3000; e che un altro migliajo 
ne occorre, per indispensabili riparazioni ed affìtto 
anticipato, al Ridotto. Ora, (ponendo a calcolo: i ri- 
sparmi, che possono aver luogo sulFordinaria tassa, 
tosto che siasi il circolo, stabilmente, collocato; i van- 
taggi, che si cercherà d'ottenere, nella cessione della 
sala Camploy ; la sperabile aggiunta di socii, nel 
nuovo locale) la Commissione è certa, che, se ogni 
socio volesse portare Y oblazione spontanea , a sole 
correnti lire otto, la tramutazione, al Ridotto, po- 
trebbe avvenire, immediatamente, ed il Circolo sa- 
rebbe sicuro di non avere più d'uopo di* suffragare 
la Cassa. A tenore di questo progetto, ognuno dei 
socii, che si firmò, nel foglio delle oblazioni, al Ban- 
co della presidenza, il 23 corrente, per meno di lire 
8 , non avrebbe che a supplire alla differenza ; gli 
altri firmerebbero V unita oblazione: pagando , ver- 
rebbe loro rilasciata relativa ricevuta, firmata da 
un membro della Commissione. Se il decoro d' un 
Circolo , che ha per iscopo la cooperazione al ben 
essere della patria, in appoggio alle sagge mire del 
Governo, ha suggerito, ai sottoscritti, la proposizione, 
che vi fanno, egregio cittadino; questo, per altro, non 
toglie, che la vostra oblazione, appunto perchè serba 
il carattere di spontanea , non possa essere meno- 
mata. Salute e fratellanza. 

La Commissione per le oblazioni : 

Giuriaii, presidente 
Bollarti, 
Rossetti. 
Peroni, 

18 



— 274 — 

Venezia il settembre 1848. 

II sottoscritto si obbliga di pagare, il giorno 
correnti lire per oblazione spontanea, onde pa- 

reggiare le spese dei due tramutamenti di sala del 
Circolo Italiano per la stabile sua residenza al ridotto. 

Cittadino 
Poerio Barone A. 
presso il Generale Pepe. 



CXL. La Garolìjia Poerio-Sossisergio ad Alessandro Poerio. 

Napoli, 23 settembre 1848. 

Mio carissimo figlio, 

Ieri l'altro, dopo averti scritto, al solito indirizzo 
del sig. Francesco, ricevetti la tua lunghissima del 
13. Ti avevo, già, scritto: di aver mandato il danaro; 
e, per la credenziale, che vuoi, di darmi qualche gior- 
no di tempo. 

Ho pronta una lettera, per te, del giorno 14; ci fe- 
ci una soggiunta, ma nemmeno è partita, ancora. Que- 
sta, la mando ad Enrico. Il quale mi dice, che il suo 
affare della naturalizzazione va a compirsi. Ho rice- 
vuto lettera, da Maria Teresa, del di 13, da Genova: 
pare che vorrebbe muovere in Regno, ma io non pos- 
so consigliarglielo. Tuo fratello ti scrisse. Giovedì; ora, 
ti abbraccia e ti saluta. Non ancora ho veduto Car- 
lotta, perchè mi sono fatta una legge di non uscire, 
quando il tempo è rigido. Ho ricevute tutte le altre 
lettere, che mi hai scritto. La tua ultima è stata, ve- 



— 275 — 

ramente, un balsamo, per me. Ho ricevuto un'affet- 
tuosissima lettera, da Cicognani, ora, Ministro; ci sono 
tante cose amichevoli, anche, per te. Addio, caro fi- 
glio, amami. Ossequia il Generale, da parte di tutti. 
Non ti parlo di politica: qui, stiamo al bujo di tutto. 
Peppino, tuo cugino, le tue zie ed, in fine, gli amici, 
tra i quali Amodio, il Tenente ed altri.... Ti abbrac- 
cio e benedico 

A ff. ma madre 

Carolina. 

Ad Alessandro 

"Venezia. 



GXLI. Da-Bois ad Alessandro Poerio. 

Il Distintissimo signor Poerio è riverito, dal signor 
Du Bois, il quale si è recato, due volte, al di lui al- 
loggio, senza avere l'onore d'incontrarlo. Siccome, 
però, avrebbe da conferire, con lui, sopra certo argo- 
mento, lo prega, a volergli indicare Tgra ed il luogo, 
ove potrebbe avere il bene di trovarlo. 

Venezia, S. Polo, 24 settembre 1848. 



GXLII. Cesare RosaroU-Scorza ad Alessandro Poerio. 

Gent.mo sig. D. Alessandro, 

Il latore della presente è il signor D. Peppino Tri- 
solini, che io vi raccomandai, quando fusto, qui, onde, 
vi avreste cooperato, presso S. E. il General Pepe, 
per farlo avanzare. Il mio raccomandato è un ottimo 



— 276 — 

giovinetto. Ed appartiene, ad una famiglia, che, sempre, 
ha pensato bene; ed alla quale io ho delle obbligazioni: 
perchè il chirurgo D. Vincenzo Trisolini fu l'unico^ 
che, finché visse, assistè e soccorse la famiglia del- 
l'infelicissimo mio compagno di causa, Angelotti. Perciò^ 
a voi, che siete tanto buono, raccomando il di Lui ni- 
pote, onde saldare un debito, che, fin ora, non ho potu- 
to, come avrei voluto, pagare. Se avete notizie del ca- 
ro Enrico, datemene; e, pregandovi di darmi dei coman- 
di, ed in attenzione de'medesimi, ho l'onore dichiarar- 
mi, di voi, 

Marghera, li 24 settembre 1848. 

L* Obb.ino Devotis.mo Servo 

Cesare RosaroU- Scorza. 
A. S. E. 

n Signor Barone D. Alessandro Poerio, 

Venezia, 



GXLin. La Carolina Poerio-Sossisergio e Carlo Poerio 

ad Alessandro Poerio. 

Napoli, 26 settembre 1848. 

Mio carissimo figlio. 

In data dei 24, ti scrissi una lettera corrente e ti 
mandai quella, che doveva partire, per occasione, per- 
chè mi dispiaceva, di averti detto tutto quello, che a- 
vevo pensato, che sentivo, senza che ti fosse capitata. 
Ti mandai, pure, i fogli, che desideravi. Il Tempo, te- 
lo mandai, sotto fascia, al signor Francesco, il giorno- 



— 277 — 

16. Di modo che, a quest'ora, l'avrai, già, ricevuto 
tutto. 

Il Generale, nel rispondere, alla mia del 21, mi ha 
mandato questo bigliettino, che ti compiego; ed una 
tua lettera, in data del 5, per la posta: poi, ne ho ri- 
cevute due del 15 e 18. Mi consolo, per la tua mi- 
gliorata salute; spero che, finito il caldo, starai me- 
glio. Per il danaro, prima di ottobre, (e siamo vicini) 
non posso servirti. Per il tuo progetto di vendita, non 
bisogna pensarci, perchè non si trova a vender nulla; 
e, quasi, argento ed oro, ci si perde, se si vuole mo- 
neta. Ma non dubitare, che ti compiacerò. 

Cosa posso dirti di nuovo ? Certo, nuove de'nostri 
vicini, ne saprete più voi che noi; esse sono desolanti. 
Feroci, inumani, da ambo i lati. Le potenze sono inter- 
venute, quasi, per dileggio. Il Tempo, dice, che son 

menzogne, che Messina è intatta Sta a vedere, 

che, oggi domani, dirà, che i cannoni e le bombe han- 
no fatto sorgere (come per incanto) i belli palazzi, a 
Messina. Quel, ch'è certo, è, che il mondo è in tale sta- 
to, che qualche cosa ne deve uscire. Buona o cattiva? 
Iddio lo sa. Per la tua roba, è pronta. Ho due oc- 
casioni. Una, che te la recherà quello istesso, al qua- 
le sarà consegnata; Taltra, per mezzo del primo ba- 
stimento francese, che verrà, in Venezia. 

Mi combinerò, con Cosimo; e vedremo quel, che si 
puoi fare. Ti manderò la roba migliore, s'intende. E- 
milio è andato, per qualche giorno, in Pomigliano, per 
affari; ma la moglie è rimasta, qui, con 4 figli, per- 
chè due sono andati, con il padre e la zia. Tua so- 
rella, pure, è abbattuta, per le cose pubbliche. Ti pre- 
go di dire tante cose amichevoli, al signor Generale. 
Se si dasse credito , al bugiardo Contemporaneo , 



— 278 — 

già, 4 mila francesi sarebbero in Venezia. Ma , in 
Terità, cosa detta da un giornale, tanto discredita- 
to, per le sue menzogne, non merita fede. Ora, molti 
credono, che sia pagato, per ciò. Giovedì, ti scriverò 
addirittura; questa, te la mando, per Enrico. 

li buon Enrico à tanto contento di appartenere ad 
un popolo civilizzato ! Spera, ora, di aver l'impiego. 
Mi sono offerta, se crede, che qualche mia lettera, ad 
antichi amici della famiglia, gli potessero essere utili: 
subito, gliene farei; gli voglio bene', come un mio terzo 
figlio. Tua Zia non puole leggere le tue lettere, per- 
chè scritte con un inchiostro tanto bianco, che io, che, 
per leggere la stampa, non ho più bisogno di lente, la 
prendo, per leggere le tue. Sapevo, già, che la Si- 
gnora Contessa Papadopoli sfa una delle più graziose 
e vivaci di Venezia. Mi ricordo, di averla conosciuta^ 
molto bambina; e prometteva, molto. Mentre ero in 
Firenze, conobbi il suo dotto e bel cognato, morto, an- 
ni sono, per il quale Saverio Baldacchini scrisse quel- 
la bella lettera. A proposito di Saverlo, ho, già, ri- 
messo, in passata, due fogli della Libertà Italiana^ 
ad Enrico, affinchè, sotto fascia, te li facesse perve- 
nire; vi è, SLUCOfS Araldo. 

In Venezia, ci dev'essere il Marchese Montemajor: 
ti prego di dirgli tante cose amichevoli, da mia parte. 
Tua Zia, Peppino, Antonia,.... D. Giovanna, Giovanni, 
Giuseppino, tutti ti baciano la mano. Amami; e sono, 
benedicendoti 

Affezionatiasima madre, 

Carolina. 

Caro fratello, 

Ci giunge la tua lettera del 18; e godo dell'arrivo 
del carissimo Livio Zambeccari, che abbraccio, di tut- 



— 279 — 

to cuore. Qui, nulla di nuovo. Il Governo non pub- 
blica bollettini di Sicilia; ma sembra indubitato, che le 
ostilità sieno ricominciate, poiché gli Ammiragli Fran- 
cese ed Inglese si sono limitati, ad impedire il bom» 
bardamento per mare. La spedizione prosegue, dunque, 
per terra; ma (dicesi) con poco frutto. È uno spet- 
tacolo straziante quello, di vedere, con che ferocia, si 
combatta da Italiani contro Italiani, mentre il comu- 
ne nemico insulta, colla sua presenza, tutta la Nazione. 
Ti ho mandato i fogli, che chiedi; e spero, che, a que- 
st'ora, gli avrai ricevuti. Emilio sta bene; ed è a Po- 
migliano. Il piccolo Michelangelo è ammalato, con 
riscaldamento viscerale; ed è a cura di latte d'asina. 
Ieri, ho scritto, al Generale Florestano, in risposta ad 
una sua. Pare, che voglia trattenersi, altri 15 gior- 
ni, in Ischia. 

Riverisco la Contessa Papadopoli. Non so, se si ri- 
cordi di me; ma io sono stato intimo della sua buona 
madre. Ti abbraccio di cuore. 



Tuo aff.mo fratello, 

Carlo. 



Al signor 
Barone Alessandro Poerio, 

presso il General Pepe. 
Yenezia. 



CXLIV. Ultimi versi di Alessandro Poerio. 

VOCE dell'anima 

27 Settembre 1848. 



Quasi lene aura d'Aprile 
Vien, talor, nel mio pensiero. 
Fra i silenzi , a quello amico . 
Un susurro lusinghiero; 



— 280 — 

Che Tu' infonde una gentile 
Di speranze voluttà : 
ProDoiettendo , alle mie chiome , 
Già y canute , allor felici ; 
Promettendo eterno il nome, 
Fra la gente, che verrà. 

Ma terribile una voce, 
Come tuon,'che, in valle, echeggi, 
Empie r alma ; e , dal profondo , 
A me , grida: — « Che vaneggi ? 
« Tutto , qui , passa veloce ; 
« Ed il nome , anch' esso , muor > 
« E la morte , a Dio , ti chiama , 
« Spirto ignudo e tremebondo ! 
< Non v' è gloria , non v' è fama , 
« Nel cospetto del Signor ! 

« A superba vanitade , 
« Non ti dar , perdutamente ; 
« Da la vita , che declina , 
« Leva il guardo de la mente, 
« Ne la vera eternitade : 
« Pensa il carco del peccar. » — 
Così, questa , in me , rimbomba 
Voce libera e divina ; 
E mi preme , inver la tomba , 
Perch' io possa , al Ciel , volar. 

GXLV. Enrico Poerio ad Alessandro Poerio. 

Firenze, 27 settembre 1848. 

Caro Alessandro, 
Ti spedisco, in fretta, due lettere di Napoli, che ho 
ricevuto, stamane, con 2 numeri della Libertà Ita^ 



— 281 — 

liana ed uno àeW Araldo. Non ti scrivo, a lungo, 
perchè ti voglio spedire, subito, ogni cosa, per mezzo 
del Conte Marco Sugana, che parte, fra due ore, per 
Venezia. Ti scrivo, più a lungo, un'altra volta. Sa- 
luto tutti gli amici ed il Generale; mentre, abbrac- 
ciandoti, caramente, mi dico 

Tuo aff.mo eogino, 

Enrico Poerio. 

P. S. Ho, già, avuto il rescritto della mia natura- 
lizzazione; e pare, che, nella milizia, mi conserveran- 
no il grado di capitano. Addio. 

Al Nobile Uomo 
Il signor Barone Alessandro Poerio, 

presso il General Pepe 

Yenezia, 

Raccomandata, alla boutà del conte Marco Sugana. 



CXLVI. La Carolina Poerio-Sossisergio ad Alessandro Poerio. 

Mio carissimo figlio, 

Ieri l'altro, risposi, a tutte le tue lettere, perchè, in 
una giornata, ne avevo ricevute tre. Questa serve, 
solo, per dirti, che stiamo bene di salute. Tuo fratello 
è andato a fare una visita di S. Michele (al solito, 
sopra il Vomero). Quell'amico manda, spesso, a pren- 
dere le tue nuove; e ti dice tante cose. Ho scritto, a 
Cosimo, per combinare l'invio della tua roba. Per il 
denaro, mi rimetto, alle mie antecedenti. Spero, che 
abbi ricevuto il giornale desiderato; gli altri, li avrai, 
da Firenze. Maria Teresa non mi ha risposto: per cui, 
avendo un' altra somma da rimetterle, me ne sono 



— 282 — 

astenuta, se prima non mi risponde. Qui, si sta in per- 
fetto silenzio. Questa mane, è venuto il Solitario di 
Molise, per congedarsi. Ha avuto il permesso di as- 
sentarsi, sino ali*apertara delle Camere; ti saluta, ca- 
ramente. Pare, che il mondo, non sia stato, mai, in 
una maggiore agitazione di questa. La mia salute 
e quella di tutte le nostre famiglie è buona. Gredo,^ 
che mia sorella anderà, presto, in campagna; tanto 
più, che il piccolo Michelangelo è un poco emaciata 
ed ha bisogno di aria campestre. Spero, sabato, aver 
tue lettere del 22 e 23. Addio, carissimo figlio. Con- 
serva la tua salute; e credimi, dandoti la mia ma- 
terna benedizione, 

aff.ma madre 

Carolina. 
Napoli, 28 settembre 1848. 

Al Signor 
Sig. Francesco BeUinga, 

Venezia, 



CXLVII. Alessandro Poerio aUa Carolina Poerio-Sossisergio 

ed a Carlo Poerio. 

Venezia, a di 30 Settembre 1848. -r. N."" 8. 

Carissima madre. 

Le vostre lettere del 13 e del 14 cadente mese ,. 
delle quali fate menzione , in quella de' 21, non mi 
sono, mai, giunte. Questa ed un'altra, senza data, 
(ma che congetturo scritta il dì 16) sono le sole, che 
io abbia avute, dopo la lettera del 9. Veggo, esser, 
di nuovo, grandissima la irregolarità della posta: par- 



— 283 — 

te^ a cagione de* nefandi modi d' inquisizione, tanto 
cari, al nostro costituzionalissimo Governo ; parte , 
pe' ritardi . che, ora, il cattivo tempo, ora, la man- 
canza di vapori cagiona, facendosi il trasporto della 
corrispondenza, di Ravenna a Venezia, per mare. 

Della salute, quantunque mediocre, io debbo con- 
tentarmi, atteso: i continui dolori e disinganni, che 
ci piovono addosso, da Principi Italiani e Repubbli- 
che straniere; la mancanza di prati, boschi, colli e 
campi (che sono a vista, ma in mano all'Austriaco); 
e le forti sciroccate, che, qui, abbattono i «ani, non 
che i malaticci. Ma Tanimo è saldo ; ed ho fede in 
sorti migliori, per l'Italia. La diplomazia ci venderà; 
l'ostinato odio allo straniero ci riscatterà. L'Austria 
ha dichiarato il blocco. I bastimenti francesi non si 
oppongono. Ma il blocco è nominale: parte, pe* tempi 
grossi, che, soprattutto nell' Adriatico, sono Serissi- 
mi; parte, per la scarsezza delle forze marittime au- 
striache. Il Vulcano^ vapore nemico, alle volte, pre- 
da trabaccoli ed altri piccoli legni. Ma, se il Pio IX^ 
Vapore nostro, gli va sopra, abbandona la preda; e 
scappa. Le malattie (febbri intermittenti soprattutto) 
continuano ; la mortalità è poca, ma il numero de- 
gl' infermi è grandissimo. Si spera , che , nel mese 
entrante, spariscano questi tristi effetti della mal'aria. 
Le piogge cadute hanno allagato Malghera, in modo, 
che le piccole opere, alle quali gli Austriaci atten* 
devano, sono state interrotte. Venezia non può rica-^ 
dere, in mano loro, finchò ha danari. Ma i danari ba- 
steranno, appena, due altri mesi, se altri non ne so- 
pravvengono. Si ha, peraltro, fondatissima speranza^ 
che (oltre alle collette, le quali, specialmente, in Ge- 
nova, saranno abbondanti) possa conchiudersi il pre- 



— 284 — 

^tito di dieci milioni, che si sta trattando, per mezzo 
di Commissari, spediti dal nostro Governo. 

Non ho ricevuto, ancora, il ritratto della felice me- 
moria di mio padre. Spero, riceverlo in breve; e ben 
condizionato, in modo, che non abbia sofferto. Sulle 
cose di Sicilia^ qui, corrono voci diverse. Chi dice le 
ostilità sospese, per mediazione della Francia e della 
Inghilterra. Chi le afferma interrotte, di fatto, per- 
chè le forze regie, occupatrici di Messina e Milazzo, 
non bastano ad intraprender altro. 

Rispetto a'miei bisogni pecuniari (e per l'inverno 
imminente, e per far fronte, alle eventualità di una 
posizione così straordinaria,) vi ho scritto parecchie 
lettere; ed alcune , mandate per la via di Toscana, 
peonie verrà, anche, la presente) non hanno potuto 
andare smarrite: cosicché ad esse mi riferisco. Dalle 
ultime scrittevi , avrete rilevato , come non sia più 
possibile, attenersi al modo, seguito, finora, (cioè, pas* 
sare i denari, a Florestano, e farmeli dar, qui, dal Ge- 
nerale,) avendomi questi fatto osservare, che, così, egli 
viene a perdere queste piccole somme, che non può 
ripetere dal fratello, il quale lo tratta, assai, genero- 
samente, e con cui non ha conti. Resta, dunque, uno 
Ai questi due modi: o rimettermi voi, direttamente, 
il danaro (ed, a ciò, non mancano mezzi di comu- 
nicazione: ed il Sig. Dubois, p. e., banchiere francese, 
qui, stabilito, è corrispondente diretto di Degas, in 
Napoli, come egli stesso mi ha detto) ovvero trarre 
a vista, facendomi dare il danaro, da qualche ban-i 
chiere veneziano, nel che potrebbe agevolarmi, con 
le sue raccomandazioni, il Generale medesimo. Aspetto, 
con impazienza, la roba d*inverno; c'eran molte sot- 
tovesti, c'era un soprabitone, un frac nuovo servi- 



— 285 — 

bile. Credo, che la occasione, di cui vi varrete, sarà, 
la stessa di Cosimo e di Florestano , che mandana 
roba, a' rispettivi fratelli. 

Fui, ieri l'altro, a desinare dalla figliuola dell'An- 
gelica Àldobrandini, che ha due bambini, i quali mi 
rammentano Vittorio e Matteo. Abbraccio Carlotta;, 
saluto, caramente, Luisa, Antonio, Emilio e Peppino. 
Vi porgo gli ossequi del Generale e di Damiano; e, 
baciandovi la mano, con filiale tenerezza, mi ripe- 
to 

Carissimo fratello. 

Ho avuto il piacere, di sapere, che molti tuoi ca- 
lunniatori sono stati costretti, a disdirsi ed a dichia- 
rare, che si eran ingannati, sul tuo conto. Lo scrive, 
da Livorno, un nostro amico, al cui figliuolo, eh' è- 
in Venezia, consegno la presente, affinchè, per la via 
di Toscana, ti pervenga, con sicurezza. Quantunque 
cotesto Regno sia tanto infelice, anzi, per l'appunto,. 
a cagione della sua tanta infelicità e del tirannico 
modo, con cui è trattato, si spera, che (com'è il so- 
lito delle cose umane) d^bba, dall' eccesso del male, 
nascere il bene. La Sicilia sarà osso duro, a' veltri 
e molossi , che vi si son gettati sopra. L' Austria 
opprime, sempre più, la Lombardia; perseguita, car- 
cera, uccide. Il contadino, spogliato da tutti, cova il 
rancore; e l'odio si accumula. Tutte le diplomazie dei 
mondo non faranno, mai, che l'Italia acconsenta al gio- 
go. Ma la salute d'Italia non verrà, al certo, né da 
Re Tentenna, né da Pio IX, fatto strumento de're- 
trogradi: sibbene, dal popolo. Venezia terrà, finché le 
resti un obolo; il fermento, nel Veneto di terra ferma, 
cresce, l'un di più che l'altro. Gli Austriaci hanno 



— 286 — 

concentrato la massima parte delle loro forze , in 
Lombardia; poiché, quantunque la mediazione sia 
stata accettata, (non volendo, a niun patto, sgombrar 
r Italia , e temendo , che il partito più caldo possa 
prevalere in Francia,) si tengon pronti, per la guerra. 
Il Generale sta benino; e si rallegra, assai, delle 
notizie, che mi dai, circa la migliorata salute dii^'lo- 
restano. Cosenz non è punto infermo , come tu sospet- 
ti. Lo veggo, ogni giorno; e sta bene. Ti accludo, 
anzi, una sua letterina, che ti prego, di far, subito, 
pervenire, al suo indirizzo. Ti prego, di dire, in mio no- 
me, ad Attanasio, ch'ebbi la sua lettera, con cui mi 
raccomandava i due fratelli Masoli , volontari napo- 
letani, desiderosi di avere un congedo, per riabbrac- 
ciare il padre, in Napoli. Ma nulla potei fare. Il Ge- 
nerale non dando licenze a nessuno; e non potendo, 
in verità , atteso il bisogno di difensori e V assotti- 
gliamento della guarnigione, per le continue malat- 
tie. Tanto più è necessario, che i sani rimangano, al 
loro posto. Del rimanente , la raccomandazione del 
nostro ottimo ed Italianissimo amico (che io, caramen- 
te, saluto ed abbraccio) era subordinata, alle esigenze 
della causa d' Italia: cosicché, egli non può dispia- 
cersi. Non ho potuto, procurarmi il numero della Lj- 
bertà Italiana^ contenente le due lettere, tua e di Sa- 
verio Baldacchini. Scrissi, ad Enrico, che me lo man- 
dasse da Firenze; promise, di farne ricerca; ma, non 
ancora, me lo ha spedito. Il discorso, ch'è stato, gran- 
demente, lodato (meno qualche espressione, forse, strap- 
pata, dalla necessità di questi tempi tristissimi) lo lessi 
per intero, nel Giornale Ufficiale. La dichiarazione 
d^urgenza, per la presentazione dello stato discusso. 



— 287 — 

sulla mozione tua, ha tolto al Ministero, il quale ha 
prorogato la Camera, lultima maschera, dal volto. 



Tuo aflf.® fratello. 



CXLVni. Alessandro Poerìo alla Carolina Poerio-Sossisergio. 

Venezia, 30 Settembre 1848. 

Carissima madre, 

Vi ho scritto, oggi, a lungo, perla via di Toscana; 
la presente, la metto alla posta, facendo, secondo il 
consueto, la sopraccarta, a Zia Luisa. 

Per quanto concerne la 'rimessa del danaro, vi ho 
detto , quanto occorre , nella summentovata lettera; 
ma questa serve, unicamente, per farvi sapere, che il 
mio amico , il sig. Capitano Musto (Gaspare) desi- 
deroso, di rimettere, al sig. Alessandro Vitale, suo 
parente, in Napoli, la somma di Ducati cinquanta, 
rha passata, a me, poc'anzi. Piacciavi dunque, tosto- 
chè riceverete la presente, far pagare essi Ducati 
cinquanta, al sig. Vitale, che abita Strada nuova 
Montoliveio, w.^ 29, 2."^ piano. Per regolarità, io 
rilascio, al Capitano Musto, un ricevo; e, parimenti, 
ne ritirerete voi uno, dal sig. Vitale, Conoscendo, che 
lo scrivere, per la posta, va soggetto a dispersione o 
ritardi, abbondo in precauzione, consegnando al Ca- 
pitano una mia letterina, dirótta a mio fratello Carlo, 
la quale egli accluderà, al sig. Vitale medesimo. 

Questa somma di Ducati cinquanta, unita a Du- 
cati quaranta, che, ancora, mi restano, mi serviranno, 
a fornirmi dei vestimenti, più necessari, ed a vivere, 
finché mi vengano ulteriori rimesse. 



— 288 — 

La salute è mediocre; i tempi calamitosi e difficili. 
Ma l'animo è saldo; ed, in mezzo a molti dolori, con- 
fortato dal saper voi e Carlo ed i congiunti in buona 
salute. Le ultime vostre sono del 16 (credo, non es- 
sendovi data in quella lettera) e del 21. La posta non 
è giunta, ancora, oggi. Addio. Vi bacio la mano; e 
mi ripeto, con filiale tenerezza e rispetto. 

Il V.o Aff.mo 

Alessandro. 

Alla Nobil Donna 
La Signora Baronessa Luisa Parrilli 

in casa di D. Michelaagelo Parrilli. 
Strada Banchi Nuovi, N.o 13 

Napoli. 



GXLIX. Alessandro Poerio a Carlo Poerio. 

Carissimo fratello, 

La presente ti sarà recata, dal signor Alessandro 
Vitale, parente del mio ottimo amico , signor Capi- 
tano Musto, il quale mi ha passato Ducati cinquanta, 
che tu rimetterai, ad esso sig. Vitale , ritirandone, 
per regolarità, un ricevo , come io ne rilascio uno, 
al sudd. Capitano Gaspare Musto. Ho avvisato, di ciò, 
nostra madre, anche, per la posta; ma, per maggiore 
precauzione, ^scrivo questa letterina, affinchè il Mu- 
sto l'accluda, al Vitale medesimo. In caso, che la let* 
tera, a mia madre, giunga, prima, che il Vitale ti rechi 
la presente, ti prego, di andare subito, da lui, per 
farle un tal pagamento. Egli abita Strada Nuova 
Monioliveto N,^ 29, 2.^ piano. Ho scritto, oggi stes- 



— 289 — 

so, a lungo, per la via di Toscana. Ti abbraccio, ca- 
ramente; e mi ripeto 

Venezia, 30 settembre 1848. 

Tuo aff.mo firatello, 

Alessandro Poerio. 

Al Nobil Uomo 
n Sig. Carlo Poerio, Deputato, 

Napoli. 



CL. Federico Bellazzi ad Alessandro Poerio. 

Genova, 2 ottobre 1848. 

Pregiatissimo signor barone, 

Latore della presente è il signor Sedeboni di Bre- 
scia, uomo assai benemerito della causa Italiana, rac- 
comandatomi da Correnti, onde lo munissi dì qualche 
lettera, presso la S. V., e perchè me ne prevalessi^ 
qualora, alcunché avessi, a far sapere, intorno agli af- 
fari del prestito e del modo, con cui procede , qui, in 
Genova. Correnti si trova, ancora, a Torino, in compa- 
gnia degli altri Membri della Commissione. La quale, 
dovendo stare, ancora, per qualche giorno, colà, per la 
realizzazione di alcune somme , lasciò me , in Genova , 
quale suo agente, per gFinteressi di Venezia. In questa 
qualità, posso dare, alla S. V., alcune nozioni in pro- 
posito. Ella saprà, che, appena, si propose, a Genova, 
un prestito per Venezia, questa generosa città votò, nel 
primo istante d*6ntusiasmo, un milione. Questo voto fa 
autorizzato, dal concorso del Municipio , che, subito, 

19 



— 290 — 

scrìsse, al Ministero, per quelle formalità, che, sebbene 
inutili in simili faccende , diventano, però, essenziali, 
quando un Governo intende, di non favorire l'inten- 
zione del popolo. E, poiché l'attuale ministero piemon- 
tese è, appunto, di quelli, che sprezzano le intenzioni 
popolari, così, fatta riconoscere, per lui, la necessaria 
concorrenza delle formalità d'uso, invece di adempirlo, 
subito, e di porre, in tal modo, i Genovesi in grado di 
passare un milione a Venezia, sta silenzioso, e dà nes- 
suna definitiva risposta, al Municipio. Anzi, ha agito, a 
Torino , in modo tale, da ingannare i Commissari; e 
di far credere, a questi, che la colpa, di non essersi e^ 
messe le cedole del valore d*un milione, a prò di Ve- 
nezia, è tutta del corpo decurionale di Genova. 

Quando il conte Freschi mi scrisse tal cosa , da To- 
rino, mi recai, colla sua lettera, presso il Municipio. E 
questo, sdegnato del procedere del Ministero, mi pre- 
sentò, per sua giustificazione, tutti i relativi documenti. 
Onde, io, convinto della sua lealtà, mandai, tosto, un e- 
spresso, a Freschi, in Torino, per renderlo consapevole 
delle cose; e per far si, che non, più a lungo, si lasci 
raggirare, dai Ministri. Ora, attendo l'effetto di questa 
operazione. Ma ho molte speranze, che riesca a bene; 
e che, quindi, il milione passi, all'eroica Venezia. 
Fatta astrazione di alcune cedole del prestito, che si 
vendettero, la carità pubblica fa di tutto, per soccor- 
rere Venezia; ed, anche, il mendico offre il suo obolo, 
perchè si conservi qual'è. Egli è vero, che questi mezzi 
sono tenui. Ma, siccome, in molte città, si praticano, cosi, 
dall' insieme, qualche frutto se ne trarrà. Spero, che. 



— 291 — 

presto, ci rivedremo a Venezia. I miei saluti di cuore, 
a Lei e ad Uiloa. Salute e fratellanza. 



Aff.mo De votano suo 

Bellazzi Federico 



Per favore 



Al Signor 
Barone Poerìo, 

presso S. E. li Generale Pepe 
Venezia. 



GLI. Antonio Hordini ad Alessandro Poerio (400). 

Mio caro Poerio, 

Saprete, già, quanto m' è accaduto. Avevo incari- 
cato qualche amico, di costà, perchè prendesse, a so- 
stenere il mio aflFare. Dalla risposta ricevuta, or 
ora , risulta , che non v' è speranza. Pur, tuttavia, 
persisto, nel ritenere , che le ragioni , che mi assi- 
stono, debbano trovare ascolto. Né so rendermi con- 
to, come un Potere Sovrano , sebbene dittatoriale , 
possa punire , con pena straordinaria e arbitraria , 
un cittadino, che ha, solamente, esercitato i diritti, a 
lui, competenti, in forza delle leggi vigenti. La libertà 
della parola (e, per conseguenza, la facoltà , anche, 
di criticare gli atti governativi) è diritto, di cui si 
gode, a Venezia. Io sono rimasto, ieri sera, in que- 
sti limiti. Perchè debbo essere punito ? Se ho avan- 
zato delle calunnie , mi si faccia un processo re- 
golare! mi si metta in carcere, anche! sono conten- 
to ! Né avrei, per questo, a dolermi, potendomi as- 



— 292 — 

sumere il carico di giustificarmi. Ma violare il mio 
domicilio, di notte , obbligarmi, ad ipibarcarmi , per 
Ravenna, sopra un bragozzo, come si trattasse di 
un mariuolo o peggio, sottoponendo, così, la mia par- 
tenza, da Venezia , alle più sinistre interpetrazioni ,. 
mi pare atto indegno di Governo libero , che deve 
rispettare la libertà personale e, solamente, limitar- 
la, in ragione di quello, che può richiedere l'ordine 
pubblico. Per ciò, che mi riguarda, ammettendo, an- 
che, che avessi l'intenzione di turbare l'ordine pub- 
blico, (ciò, contro cui protesto) il Governo, j«enza di- 
venire, allo sfratto , aveva il potere di assicurarlo, 
dai miei tentativi, intimandomi l'arresto. Oltre tutto 
ciò, perchè , di tutto il Comitato Direttore del Cir- 
colo Italiano, egualmente, responsabile, di quanto io 
dissi, ieri sera, per l'accordo preventivo e per la pò» 
steriore adesione , dobbiamo essere favoriti , collo 
sfratto, solamente. Revere ed io ? Questa è un'altra 
ingiustizia, contro cui, egualmente, protesto. 

V ho scritto la presente , caro Poerio , perchè 
prendiate, a cuore, il mio affare; e preghiate il nostro 
buon Generale, a spendere una buona parola, per me. 
Comunicatela , anche , a chi credete meglio ; e, in- 
tanto, credetemi 

Vostro aff.mo, 

Antonio Mordini. 

P. S. Stasera, andiamo a bordo alla Corvetta, che 
stanzia davanti il Lido. Domattina, ci vien detto, 
che anderemo a Chioggia. 



— 293 — 
OLII. Angelo Civita ad Alessandro Poerio. 

Angelo Civita di Mantova, già, basso ufSciale nel 
Reggimento Haugwitz, rifiutato il promessogli grado 
di Tenente, per la continuazione del servizio, in quel 
corpo, Pofi'ri, al Veneto Governo, con istanza, per es- 
sere addetto alla linea, in qualità, almeno, di primo 
tenente, carica, di cui spera disimpegnarsi lodevol- 
mente, atteso il suo zelo e la sua capacità note, 
già, per informazioni e per attestati, all'onorevole 
Cittadino, General Cavedalis : ora, bramerebbe il più 
sollecito e favorevole riscontro, a sollievo, ancora, 
delle noje e dei sacrifici di sì lungo esigilo. 

Air onorevole Cittadino Poerio, 
presso riUustre Generale Pepe. 



CLni. Cesare Rosaroll-Scorza ad Alessandro Poerio. 

Gentilissimo signor D. Alessandro , 

Profitto della bontà vostra ; e vi accludo una let- 
tera, pel caro Enrico, onde ce la facciate pervenire. 
L'amico latore della presente, nostro compatriotta, 
desidera conoscervi ; ed io ve lo dirigo, perchè, es- 
sendo un bravo giovine, è meritevole di questo ono- 
re. Vi ossequio; e, pregandovi darmi de' comandi, ho 
l'onore dichiararmi, di voi 

Marghera, 3 ottobre 1848. 

L'obb.ino Devot.mo serTO 

Cesare Rosaroll Scorza. 
A. s. E. 

n Signor Barone D. Alessandro Poerio 
Venezia 



— 294 — 

CUV. La Carolina Poerio-Sossisergio e Carlo Poerio 

ad Alessandro Poerio. 

Napoli, 5 ottobre 1848. 

Mio carissimo figlio. 
Dopo la tua del 18 scorso, nulla ho ricevuto; né 
altri hanno avuto nuove, al di là del 19. Intanto le 
nuove sono molte contradittorie, su Venezia. Chi dice 
stretto il blocco , chi dice di no. A chi credere ? mi 
auguro, però, nell'uno e nell'altro caso , che la tua sa- 
lute sia buona. D. Florestano è tornato da Ischia. 
Ho veduto Cosimo , che ti saluta; ed abbiamo combi- 
nato, per fare un invio della robba. Noi non sappia- 
mo nulla, di Sicilia: solo, che molti Siciliani, qui, stan- 
ziati, hanno avuto ordine di partire. Anche, da.... per- 
sone innocue sono state costrette, a partire. Caro fi- 
glio, sono tempi tempestosi, per tutti: per chi spera 
e per chi teme. Abbandoniamoci, in braccio alla Prov- 
videnza. Ma non trascurare di scrivermi, il più spesso, 
che puoi; la sola attiva corrispondenza di lettere fa 
soffrire, con rassegnazione, la lontananza. Io ti mando 
questa, per mezzo di Enrico, poiché veggo bene, che 
è il mezzo più sollecito. Dopo la mia del 9 e che è 
l'ultima, che hai ricevuta, te ne ho scritto il 13, 14, 
16, mandando il Tempo del 23 agosto, il 21, il 23^ 
24, 26, 28 : sono nove altre lettere, che hai dovuto 
ricevere. Di ottobre, questa è la prima. Tu sai, che, il 
primo di questo mese, ho finito gli anni: siamo alla 
zoppa settanta, come dicono i Toscani, più uno. Sto 
bene; e spero vivere, lungamente. Tua sorella ti ab- 
braccia, caramente. Ora, sta facendo l'istitutrice asso- 
luta: perché é partita quella, che aveva, e ne aspetta 



— 295 — 

un'altra, ed, in questo intervallo, si occupa lei sola di 
tutti i figli. Emilio è andato, per i suoi affari, in cam- 
pagna: non ha voluto muovere la famiglia da Napoli. 
Addio, carissimo figlio. Quando non ricevo tue lette- 
re, non posso abbandonarmi, a scrivere, lungamente. 
Addio. Ti abbraccio e benedico. 

AfT.ma madre 

Carolina. 
Mille cose, al Generale, da mia parte. 

Carissimo fratello, 

• Manchiamo, tutti, di vostre lettere; ma abbiamo no- 
tizie di Venezia. del 24. Spero, che avrai ricevuto i 
fogli. La mia salute è ottima. Emilio, anche, sta bene: 
ieri tornò, da Pomigliano; e, domani, parte, per S. Mar- 
tino. Il degno Generale Florestano è tornato, da I- 
schia. Egli fa, regolarmente, la sua trottata; e sta, suf- 
ficientemente, meglio. Saluto, caramente, il tuo pa- 
drone di casa, Assanti, Ulloa, Mezzacapo e Cosenz. 
Il March. Dragonetti ti ringrazia; egli è, tuttavia, in- 
fermo. Riverisco il Generale; e ti abbraccio di cuore. 

Tao aff.o fratello 

Carlo Pcerio 



CLV. Errico Poerio ad Alessandro Poerio. 

Firenze, 5 Ottobre 1848. 

Caro Alessandro , 
Avrai ricevuto, a quest'ora, dal Conte Marco Su- 
gana, un pacco, che ti ho mandato, contenente i gior- 



— 296 — 

nali, che richiedevi, e due lettere di tua madre. Avrai 
ricevuta, anche, un'altrJ lettera di tua madre , che ho 
messa, alla posta. Ora, come ti ho promesso, ti scri- 
vo, un poco più a lungo. Comprendo, che le cose di 
Sicilia e dltalia, in generale, ti abbiano fatto, molto, 
soffrire : ma spero, che, ora starai meglio. Di Napoli, 
ricevo, sempre, lettere. Ma i nostri di casa non mi di- 
cono, mai, nulla di preciso, intorno ai fatti del paese, 
perchè, forse, temono della posta; ed, ai giornali, non 
si può credere. Quindi, non so, nemmeno io, nulla di 
veramente certo, riguardo alle cose di Napoli. Pare, 
però, da quel, che si dice, da tutti, che si aspetti qual- 
che movimento popolare di qualche consistenza. Mi 
auguro, che facciano ciò, che, solo, può farsi, per sal- 
vare Napoli e r Italia : m' intendi. Non mi mera- 
viglio della Francia e dell'Inghilterra, per il conte- 
gno serbato, nelle vicende Siciliane. Né mi meravi- 
glierei, che facessero il peggio, che possono, per le cose 
generali d'Italia. Ma spero, che l'Italia, una volta, vo- 
glia capire la missione d'un popolo, che anela di ri- 
sorgere, interamente; e che mandi, a vuoto, tutte le 
mene dei gabinetti. Guerra ci vuole; e guerra di po- 
polo, insurrezionale. Qui, in Toscana , si seguita, allo 
stesso modo: senza sapere quale sia l'idea politica, che . 
vogliano formulare coloro, che fan, sempre , rumore. 
A Livorno, si sente il bisogno di avere, per Gover- 
natore , Guerrazzi ; e ( quantunque faccian vedere , di 
qon voler dipendere , dal Governo Centrale) mandan, 
sempre , deputazioni , perchè riconosca il Governo 
Guerrazzi, per Governatore. Il movimento, vedi bene, 
si fa , per una persona. E questa è, generalmente, la 
disgrazia di tutti noi Italiani, che ci scordiamo sem- 
pre gli interessi comuni e generali, per servire a pri* 



— 297 — 

vate ambizioni. Anche, qui, in Firenze, ci è stato del 
rumore: ma, senza sapere, al solito, che cosa doman- 
dano. Ed è curioso questo fenomeno ! S'urla, si gri- 
da; mentre, se, poi, a' Toscani, presi insieme, toccano 
il Granduca, pare, che offendano la loro più cara af- 
fezione. Che c'è da sperare? Montanelli, l'ho ve- 
duto; l'ho abbracciato, per me e per te. Egli ti ab- 
braccia; e ti dice tante cose affettuose. Egli ha molte 
buone idee; e propende, per una dieta nazionale, che 
potrebbe conciliare e riunire l' Italia , in modo che 
sia indipendente. Zia Teresa mi ha scritto, da Ge- 
nova; e ti abbraccia, caramente. Zio Raffaele è occu- 
patissimo, per la riorganizzazione delle truppe lom- 
barde. Ti dissi , già , che sono Toscano adesso , per- 
chè riconosciuto tale. Ho saputo, indirettamente, ( da 
persona del ministero , ) che , nel lavoro , che fanno , 
della riorganizzazione della milizia, vi è il mio nome ; 
e che mi hanno conservato il grado. Staremo a ve- 
dere. Massari è a Roma ; ma verrà a Firenze. Se 
il Generale scrive alla Bruckerte, pregalo, dei miei 
saluti, per lei. Tante cose, a Rosaroll, a cui scriverò, 
a Pierni, a Cosenz, Ulloa, Assanti, al Generale; men- 
tre, abbracciandoti, con tutto lo affetto, sono 

Il tuo aff.mo 

Enrico. 

Al Nobil Uomo 
il^Sig. Barone Alessandro Poerlo, 

presso il Oenerals Pepe, 
Venezia, 



CLVI. Alessandro Poerio alla Carolina Poerio-Sossisergio 

ed a Carlo Poerio. 

Venezia, a di 5 Ottobre 1848. 

Carissima madre, 
Ieri, ebbi la vostra gradita lettera de'26, non re- 
centissima. Avrei potuto riceverne, anche, del 28 o 29; 



— 298 — 

ma bisogna contentarsi, poiché il ritardo della po- 
sta, si è, oramai, fatto frequentissimo; e, parte, il poco 
numero de'vapori, parte, i tempi grossi, ne sono ca-^ 
gione inevitabile. Godo, che la vostra salute sia buo- 
na. Mi duole di sentire Carlotta, alquanto, abbattuta; 
non vorrei, che la sua salute se ne risentisse. Sperò, 
che il piccolo Michelangelo sia, oramai, ristabilito. 

Non ho ricevuto, ancora, il ritrattino della felice 
memoria di mio padre. Non vorrei* che fosse andata 
disperso. Ma, forse, la persona, cui lo consegnaste^ 
avrà dovuto fare un lungo giro. Resto inteso , che 
mi manderete la roba d'inverno, più servibile. Se siete,, 
in tempo, aggiungete due camiciuole di maglia di 
lana, piuttosto lunghe: affinchè, unite a quelle, che 
ho, mi bastino; ed io non sia obbligato, a farne di fla- 
nella, la quale costa molto, in Venezia. Ho rimediato, 
per ora, alla necessità di danaro ; e , se non avete,, 
ancor, ricevuto, riceverete, presto, altra mia lettera, 
del 25 settembre, con avviso, di aver preso, dal Ca- 
pitano Gaspare Musto, Ducati 50, da pagarsi, imme- 
diatamente, in Napoli , al sig. Alessandro Vitale, do- 
miciliato Strada nuova Montoliveto n.° 29, seconda 
piano. Con questi cinquanta Ducati , provvederò, al 
cappotto e ad altri oggetti di vestiario , più neces- 
sari; pel rimanente, aspetterò vostre rimesse: vivendo, 
frattanto , con quel, che resta , de'sessanta Ducati , 
presi dal Generale, veirso la metà dello scorso mese. 
Spero, che la rimessa non tarderà, oltre il 20 cor- 
rente. Vi ho scritto, che, tra Venezia e Napoli, non 
mancano comunicazioni dirette: Degas, ha, qu), per 
corrispondente, il sig. Dubois ; Meuricoflfre è, in re- 
lazione commerciale, col conte Giovanni Papadopoli, 
marito della sig. Maddalena Aldobrandino Alla quale,. 



— 299 — 

non mancai, ier sera, di fare i vostri saluti. E m'in- 
caricò di contraccambiarli, co'suoi ringraziamenti. Le 
pare, di ricordarsi , di avervi veduta, in casa della 
madre. 

La salute è mediocre; le notizie cosi incerte e con* 
tradittorie , che, a tener dietro ad esse, vi sarebbe, 
da perder il capo. Le malattie, (non ostante, che la 
temperatura sia rinfrescata,) non diminuiscono, punto ; 
e , senza esagerazione , più di una metà de' militi è 
inferma. Il mio amico Catterinetti è recidivo di feb- 
bre. Ciò nondimeno , vi è grande alacrità d* animo,^ 
per la difesa; e, solo, si desiderai danaro. Se ne sta 
raccogliendo, in parecchi luoghi d'Italia e, segnata- 
mente, in Genova; ma le collette volontarie non pò* 
tranno bastare. Si spera, nella conchiusione d'un pre- 
stito. Il Governo sta trattando, anche, l'acquisto di 
alcuni vapori: l'Austria ridendosi, delle potenze me- 
diatrici, (o, per dir meglio, essendo d'accordo con l'In- 
ghilterra, che sta burlando la Francia,) e bloccando^ 
per quanto le sue scarse forze navali lo consentono^ 
Venezia, da mare. I viveri incariscono, bastantemen- 
te; pure, entrano, di tempo in tempo, piccoli legni^ 
con bestiame e generi. 

Saluto, caramente, Luisa, Antonia, Emilio (che cre- 
do tornato, da Pomigliano); abbraccio, caramente, mia 
sorella; a Carlo, soggiungo due righe. 

Carissimo fratello. 

Non ho mancato, di consegnare la tua letterina, ai 
Generale, che si è molto rallegrato, di sapere, tanto» 
migliorato, in salute, il fratello. Che io, distintamente, 
ossequio; e ringrazio della memoria, che serba di me. 

Il Governo Provvisorio ha risoluto, di convocar 



— 300 — 

l'Assemblea, il di 11 Ottobre, atteso la gravità della 
situazione, massimamente, per la parte pecuniaria. Si 
crede, che l'Assemblea confermerà i poteri dittatoriali 
del Governo; ma, nel tempo stesso, darà provvedimenti 
e norme opportune. La diplomazia ci nuoce molto ; 
la insurrezione delle Provincie venete (le quali son 
ben disposte, massimamente il Friuli) potrebbe aju- 
tarci, assai. Finora, il Governo ha creduto, di non do- 
ver incoraggiare queste disposizioni ed accelerare il 
movimento; speriamo, che, a tempo, muti opinione. Sen- 
to, con orrore, il procedere della Francia e dell' In- 
ghilterra , nelle cose di Sicilia. I Siciliani non deb- 
bono sperare, che in sé stessi; e la loro ostinata di- 
fesa può salvare l'Italia, come la loro eroica rivolu- 
zione fu feconda di costituzioni, in tutti gli Stati I- 
taliani. Vidi, ier sera, l'amico, giunto, qua, da pochi 
giorni; e lo veggo spesso. Fui, ieri , col Generale, al 
Lido; ed a Malghera, dove trovasi Livio Zambec- 
cari, col suo bellissimo battaglione; egli ti risaluta, 
quanto più affettuosamente si può. 

La Contessa Papadopoli-Aldobrandini mi dice, che 
le par, di ricordarsi, di averti veduto, in casa di sua 
madre; e controcambia i tuoi saluti. Il marito ha, per 
corrispondente, in Napoli, il Meuricoffre. 

Questa la mando, ad Enrico. Spero ricevere tue let- 
tere, in breve; e scriverò di nuovo, per la via di To- 
scana. 

Tao aff.mo fratello 

Alessandro. 

Alla Nobil Don Da 
La Signora Baronessa Carolina Poerio. 

Str&da del Salvatore N.^ 5. 
Napoli, 



— 301 — 

GLVn. Antonio Hordini ad Alessandro Poarìo. 

Caro Poerio, 

Ricevei, ieri , la vostra lettera , datata del 5 ; e vi 
sono grato per le cure, che vi siete date, per Revere e 
me. Noi continuiamo, a sperare, che il Governo di Ve-^ 
nezìa, riconosciuto il proprio errore, vorrà darci quella 
intiera riparazione, che^ sola, può cancellare l'offesa, 
fatta al nostro onore, che, col mistero e collo sfratto, 
è stato compromesso, non tanto in Venezia quanto in 
tutta Italia. Più che ci pensiamo e meno sappiamo 
trovare la ragione, che ha indotto il Governo, a trat- 
tarci,cosi immanemente, pel fatto del primo Agosto,[5ac/' 
corrige: Settembre,] di cui, d'altronde, 8, non 2 indivi- 
dui soli, erano responsabili, egualmente. Un tal proce- 
dere rovescia qualunque idea di giustizia. La sola scu- 
sa, che potrebbe avere cotesto Governo, sarebbe que- 
sta, che fu male informato , sul conto di Revere e 
mio e sulla parte, che prendemmo ^ al Circolo, nella 
sera del r corrente. Ma, in questo caso, parrebbe giu- 
sto, che, riconosciuto l'errore, venisse il medesimo ri- 
parato. Lo che si potrebbe, benissimo, fare, senza che 
vi rimanesse impegnato, neppure, troppo grandemente, 
r amor proprio di cotesto Triumvirato. E, poi, è così 
bello e nobile, riconoscere il proprio errore, soprattutto 
quando è stato causa di pena , a uomini di fama inte- 
merata e immeritevoli, sotto ogni rapporto, della scia- 
gura, in cui sono stati avvolti ! Il consiglio del Gene- 
rale Pepe e tuo, intorno alla condotta, che Revere ed 
io dobbiamo tenere, nelle circostanze attuali, è ottimo; 
e, bene, risponde, ai sentimenti di patriottismo, che vi 



— 302 — 

distinguono, ambedue, e che, mai, avete smentiti, du- 
rante la vostra vita. . 

Ho il piacere, intanto, di dirti, che, fino dal primo 
giorno del nostro arresto, io e il mio compagno di 
sventure abbiamo deliberato, di patire, con religiosa 
rassegnazione, Tofifesa e l'onta, che ci ha inflitta il 
Governo Provvisorio di Venezia, senza muoverne 
querela, per via della stampa; e abbiamo rinunziato e 
rinunziamo, a giustificarci, dirimpetto allltalia, pel so- 
lo amore del nostro paese e dei nostri principi. Non 
ci ridurremo, alla pubblicazione di tutto quello, che ci 
è accaduto, se non quando saremo arrivati, alla dura 
estremità, ( che non si verificherà, almeno, lo speria- 
mo!) di difendere il nostro onore, onde aver modo, di 
^vivere tranquilli e senza essere respinti, dalla Società 
Italiana. Ti prego, di comunicare la presente, all'ot- 
timo Generale Pepe, cui Revere .ed io professiamo la 
più alta gratitudine, per l'amorevolezza, che ci ha di- 
mostrata, intercedendo, a favor nostro, coi suoi buoni 
uffici, nella cui continuazione osiamo, tuttora, sperare. 
Saluta gli amici tutti; e credimi, sinceramente , tuo 
amico devoto e affìezionato. 



A. MordinL 



Ravenna, 9 Ottobre 1848. 



Barone Alessandro Poerio, 

presso il Generale Pepe, 
yenezia. 



— 303 — 
CLVin. Alessandro Poerìo alla Carolina Poerìo-Sossisergio. 

Venezia, a di 9 Ottobre 1848. — NJ" 2. 

Carissima madre, 

Nessuna vostra lettera , scritta in Ottobre , mi è 
giunta, finora: avrei dovuto riceverne del 2 o del 3, 
almeno. Vi scrissi, per la via di Toscana, il dì 5. 
Questa, la mando, per la posta, facendo, secondo il 
solito, la sopraccarta, a Zia Luisa. Pare, che, di nuo- 
vo, la infedeltà o negligenza della posta si faccia sen- 
tire. A quest'ora, ha dovuto giungervi la mia de' 30 
Settembre; con l'avviso di aver preso Ducati cinquanta, 
dal Capitano Gaspare Musto, per provvedere, agli og- 
getti più urgenti di vestiario d' inverno. Somma, da 
pagarsi, immediatamente, costà, al signor Alessandro 
Vitale, Strada nuova Montoliveto n. 29, 2^ piano. 

La salute è mediocre. Dell'andamento delle tratta- 
tive diplomatiche, non abbiamo nulla di certo; è un 
grande imbroglio. Enrico mi scrive, da Firenze, in 
data de'5. Spera far parte dell'esercito toscano, con- 
servando il gradò di Capitano. Di Zio Raffaele non 
ho notizie dirette; ma sento, eh* è, molto, occupato, 
nel riordinare le truppe lombarde. Se si ripiglierà la 
guerra, son certo, che si farà onore. Ma di ciò du- 
bito assai, non parendo, ohe i preparativi, in Pie- 
monte, siano abbastanza gagliardi, a tal fine. 

La fiotta Austriaca blocca Venezia, quanto può e 
sa; ciò non impedisce, che, tratto tratto, capitino basti- 
menti, con viveri. I prezzi , per altro, di ogni cosa, 
giàf bastantemente, alti, son saliti, anche, maggiormen- 



— 304 — 

te. Le malattie non diminuiscono, secondo che il rìn- 
frescamento della temperatura fàcea sperare. 

Il Generale sta benino. La mia salute è mediocre; 
l'appetito mi è tornato ; speriamo, che venga, anche, 
il ben essere. Mi sto armando, quanto più posso, di 
filosofia. Il mondo è agitato, in sensi cosi opposti, che, 
a voler seguire questo turbine e molinello di cose, 
ci sarebbe, da perdere il capo. 

Aspetto la credenziale, dentro il corr. mese; basterà, 
anche, che giunga, verso la fine di esso. Vi ripeto, che 
corrispondenze dirette, tra Venezia e Napoli, ve ne 
son molte. E, tra le altre, Degas è, in relazione, col 
banchiere Dubois; e Meuricoflfre, col Conte Giovanni 
Papadopoli. 

Son impaziente di ricever vostre nuove; e di aver 
certezza della buona salute di tutti voi : essendo io 
privo di vostre lettere, da quella Jel 28 Settembre, in 
qua. 

Mi giunge un plico, da Firenze, con dentro due let- 
tere vostre e di Carlino^ bastantemente, attrassate : 
runa, de' 13; e l'altra, de' 25 Settembre. Leggendole, 
mi rallegravo e meravigliavo, ad un tempo, dell'invio 
del ritratto e del non averlo, ancora, ricevuto; ma ho, 
poi, trovato, sulla sopraccarta, l'avviso, di non esser 
più partito né ritratto, né roba. 

In quanto alle premure, che fa il March. Drago- 
netti, pe'suoi figli: l'uno è, già, partito, molto, avendo 
sofferto, in salute; l' altro, è in molto migliore stato, 
anzi, a vederlo, par sanissimo. Il Generale, a malin- 
cuore, dà congedi. Con tutto ciò, forse, sopra ulteriori 
insistenze del giovane , lo avrebbe compiaciuto ; ma 
il giovane stesso ha mostrato desiderio di rimanere» 
È, ora, in Venezia; e, forse, sarà messo, alla immedia- 



— 305 — 

zione del Generale Conte Sanfermo. Pe* fratelli Ma- 
soli, ho scrìtto a Carlino, che dicesse, ad Attanasio, 
le difficoltà della cosa. 

A mio fratello, tostochè riceverò lettere, non man- 
cherò di scrivere. Abbraccio lui e Carlotta ; saluto, 
caramente, Luisa, Antonia, Emilio e Poppino; vi ba- 
cio la mano; e, con filiale tenerezza e rispetto, mi raf- 
fermo 

V.o Aflf.mo, 

Alessandro. 

P. S. Ho lettere dalla Gozzadini, che mi chiede vo- 
stre nuove. 

Alla Nobil Donna 
La Sig. Baronessa Lnisa Panilli nata Sossi-Sergio 

In casa di D. Michelangelo Parrilli, Pari del Regno 
Strada Banchi Nuovi N.<> 13 
Nmpoli. 



CUX. Maria-Teresa Poerìo-De Nobili ad Alessandro Poerìo. 

Genova, il 10 ottobre 1848. 

Mio caro nipote, 

Ricevo, in punto, una lettera di vostra madre, la 
quale si lagna di non ricever vostre lettere né dal 
nipote Errico. Vi do le sue nuove, nel caso, che ne 
siatiO, da lungo tempo , privo. Il signor Olivieri vi re- 
cherà la presente. Egli ci ha veduto, quest'oggi; e, 
partendo, ora, medesimo, ho profittato della sua bontà, 
per dirvi, che la cognata sta bene, e ringraziarvi, al 
tempo medesimo, della bontà, che avete avuto, pel mio 

raccomandato. Rafiaele voleva, ancora, scrivervi, que- 

20 



— 306 — 

sfoggi; ma non lo puole, a causa di tanti impicci, che 
ha avuto. Ma Io farà, quanto prima. 

Pare, che il gran Duchino di Modena sia stato ob- 
bligato a fuggire, per la guerra, che si è mossa, tra 
gli Ungheresi e Croati, ed a cui il popolo ha preso 
parte , per gli Ungheresi , gridando : — « Morte al 
Duca !» — Il reggimento Regina, stazionato a Geno- 
va^ ha fatto una dimostrazione terribile gridando : o 
la guerra, o che volevano ritornare a casa. Se Tar- 
mata si rivolta , bisogna , bene , far la guerra , onde 
contentarli. Pare, che la mediazione anglo-francese 
sia stata, formalmente, rifiutata dalFAustria; stiamo 
a vedere. Noi partiamo, oggi medesimo, per Vercelli, 
onde raggiungere mio marito. Fate , col signor Ge- 
nerale Pepe, i miei complimenti e quelli di Raffaele: 
egU gh scriverà , di bel nuovo , quanto prima , spe- 
rando, che questa lettera avrà migliore fortuna delle 
altre. Speriamo , che il Cielo avrà pietà della sorte 
del nostro povero paese; e che risorgerà, dalla catti- 
vità, sotto la quale geme, datanti, anni, e che sor- 
gerà una , sola ed indipendente, e sarà annoverata 
anch'essa, la povera Italia, fra il numero delle grandi 
nazioni. Intanto , mio caro nipote, conservatevi , in 
buona salute. Dateci vostre nuove , sia a me come a 
mio marito. Oggi medesimo, avendo scritto, a vostra 
madre, le ho date vostre notizie. Intanto, conservate- 
mi il vostro aff'etto ; e credetemi, sempre. 

Vostra aff.ma Zia, 

Maria Teresa Poerio. • 

Airill.mo Signore 

Il Signor Alessandro Poerio, 

Y erte zia. 



— 307 — 

CLX. La Carolina Poerio-Sossisergio e la Carlotta Imbriani- 

Poerio ad Alessandro Poerio. 

Napoli, 10 ottobre 1848. 

Mio carissimo figlio, 

Rispondo, a due tue lettere, del 25 e del 30, rice- 
vute, quasi, contemporaneamente, all'indirizzo di mia 
sorella. La tua, rimessa ad Enrico, esso meTha an« 
nunziata; ma, non ancora, è giunta la persona, che 
deve portarmela. 

Mi consolo, che la tua salute ti contenta. Io sto 
bene; come, anche, tuo fratello, il quale è assente, per- 
chè è andato a fare una campagnata, con vari ami- 
ci. Sono andati , ad Airola , a trovare Aceto. In pun- 
to, ho consegnato i ducati 50 al Signor Vitale, gen- 
tilissima persona, il quale me ne ha fatto il ricevo. 

Caro figlio, che posso dirti di affari ? I particolari 
vanno molto male; i generali, peggio che mai; chi sa 
cosa ne sarà per riuscirne? La mia salute è buona; 
quella di tuo fratello, ancora. Tua sorella mi venne 
a vedere, ieri, con quattro de'suoi figli. II tuo favo- 
rito, Vittorio, è di due dita più alto di Geppino. Oggi, 
vado a pranzo, da loro; la giornata è non solo bella, 
per Ottobre, ma è, positivamente, estiva. Ieri, mandai 
un involto, a Cosimo, contenente il soprabitone, due 
calzoni e cinque gilè, una cassettina di latta; con il 
ritratto di tuo padre. Questa lettera, la finirò, in casa 
di tua sorella ; e la dirigo a Bellinga. Le lettere di 
Enrico, le ricevo, esattamente. Ora, tua Zia parte; scri- 
vimi, direttamente: se le lettere di Enrico, le ricevo, 
perchè non riceverei le tue ? 

Ora, sono, da tua sorella, circondata da tutti i miei 



— 308 - 

nipotini, che mi fanno festa. Ed, in confidènza, non 
essendo avvezza, a questo chiasso, non posso conti- 
nuare, a scrivere. Tua sorella vuol farti un rigo» 
Tua Zia Luisa, Antonia, Peppino, gli amici, i dome- 
stici, tutti si ricordano, alla tua memoria. Sono a£fe* 
zionatissima madre , che ti benedice. 

Carolina. 

Carissimo fratello. 

Profitto dell'occasione, che mi ofi're nostra madre, 
per scriverti due righi. Mi gode Tanimo , che tu sei 
stato meglio; e confido, che guarirai, perfettamente. 
Io e la mia famiglia godiamo buona salute. Emilio 
è, quasi, del tutto, libero del suo incomodo; ma, mo- 
ralmente, poi, è assai oppresso : egli è andato, per i 
suoi affari, a S. Martino, dove si tratterrà, qualche 
giorno. I miei bambini domandano, sempre, del loro 
caro Zio; e sono desiderosi di rivederti. Tu, forse, ti 
sarai sorpreso, che io non ti abbia, mai scritto. Ma sap* 
pi, che il mio pensiero, sempre, ti segue; e che vorrei 
saperti lieto e felice, se, nelle presenti condizioni no- 
stre, questo è possibile. Io ho il coraggio di resistere^ 
a tutte le sventure, che ci circondano, pel pensiero, 
che mi debbo, a' miei figli, e che mi corre l'obbligo 
di educarli, virilmente, di renderli, insomma, uomini: 
merce, Mi cui vi è difetto, ne'tempi presenti; tempi di 
corruttela e di viltà. Addio, caro Alessandro. Fa dì 
star sano e di confidare, nella Provvidenza, che, tosto 
tardi^ punisce i malvagi; e di amare la 

tua aff.ma sorella,. 

Carlotta. 



— 309 — 

P. S. Nostra madre, la Dio mercè, sta, assai, bene; 
e questo è un gran conforto, per tutti noi. 

Al Signor, 
Signor Francesco BeUinga, 
Vene^iia, 



GLXI. Enrico Poerio ad Alessandro Poerio. 

Firenze, 11 Ottobre 1848. 

Caro Alessandro , 

Ricevo la tua de^5 corrente, con quella di Rosa- 
roll. À tua madre, ho spedito, già, quella, acclusami. 
Avrai ricevuto, spero, i giornali, che ti mandai, per 
mezzo del Conte Sugana. Qui, ti accludo un mezzo 
foglio di lettera, che ti scrivono da Napoli. Le cose 
di Livorno durano; ed il Governo segue, a fare er- 
rori. Nondimeno, fra tutti questi chiassi. Montanelli 
è stato invitato, da una deputazione, ad andare, a Li- 
vorno, come governatore; e vi è andato. Il suo pro- 
gramma politico è bellissimo. Egli comincia, per dire» 
al popolo, che la sua professione di fede politica è 
democratica, nazionale, cristiana; spiega, quindi, 
queste tre idee, non contraddittorie, ma uniche, nello 
scopo e nel sentimento; e finisce, per proporre, come 
mezzo solo, ad ottenere nazionalità ed indipendenza 
Italiana, una costituente, formata da una dieta gene- 
rale Italiana, a cui intervengano non solamente i rap- 
presentanti de'governi, ma quelli del popolo. Monta- 
nelli, uomo di coscienza, non poteva mancare, a so 
stesso ed al paese. I Livornesi vogliono, assoluta- 



— 310 — 

mente, abbasso il Ministero; e queste grida si sono 
incominciate, ad udire, anche, a Firenze. Se il Mini- 
stero non sarà buttato giù , i Livornesi intendono 
marciare, su questa città. Spero, molto, dalla religione 
e dalla politica di Montanelli. Egli, te Tho detto, ti 
abbraccia, caramente. È vero, ricevè la tua lettera. 
Ma mi disse, che le mille occupazioni, da cui era af- 
follato, gì' impedivano, di scriverti ; e che io facessi, 
teco, le sue parti. Di Napoli, sempre, buone speranze 
e grandi preparativi: ma nulla di positivo, nulla di 
effettuato, ancora. Monsignor Code è tornato. In Si- 
cilia , seguono a farsi apparecchi. Vedremo, come le 
cose anderanno, da quelle parti, che sono interessanti 
tanto, nella bilancia della questione Italiana. Ho vi* 
sto Spaventa e Massari, di passaggio, che andavano 
a Torino, per il congresso politico. Delle cose gene- 
rali, non ti dico nulla: possiamo, d'accordo, lamentare 
il contegno lento ed incerto delle potenze mediatrici, 
che, nel prolungare le effimere loro trattative, ci fanna 
un gran danno. Ti dirò, solo, che ho letto un pro- 
getto di Costituzione, fatto da una Commissione au- 
striaca, per tirare, a se, i lombardi, consoliti zimbelli 
ed allettamenti. Esso è un capolavoro di larghezze e 
concessioni. Credo , che nessuna repubblica abbia 
avuto, mai, libertà più grande, di quella, che si con- 
tiene, in quel progetto; e spero, che la Lombardia non 
sarà tanto cieca, da farsi prendere, all'amo. Dì Zio 
Raffaele non ho avute più lettere. Ma mi ha scrìtto 
sua moglie, da Genova, dicendomi, che e stato molto 
occupato, per la riorganizzazione dei corpi lombardi. 
Ella ti fa tanti saluti. Il Ministero toscano, nel suo 
vacillamento, agisce, lentamente: perciò, bisogna aspet* 
tare, per la decisione del mio grado, nella milizia. Dirai^ 



I 



— 311 — 

a RosaroU, che, quest'altra volta, gli scriverò e gli 
manderò il nastro, che mi chiede. 

Tanti saluti, al Generale , UUoa, Assanti, Cosenz, 
Pierni e Vollaro ; mentre, abbracciandoti, caramente, 
sono 

Tao aff.aio cugino e fratello, 

Enrico Poerio. 

Al Nobil Uomo 
n Signore Barone Alessandro Poerio 

presso il General Pepe 
Yenesia, 



GLXn. La Lauretta Parrà e Giuseppe Montanelli 
ad Alessandro Poerio. 

Livorno, 12 Ottobre 1848. 

Caro Sandro, 

Fu una grande consolazione, per Montanelli e per 
me, il ricevere la vostra cara e desiderata lettera. 
Eravamo insieme, assestando alcune carte, quando ci 
pervenne; e rileggevamo un'antica vostra lettera, con 
alcuni bellissimi versi, che ammiravamo, insieme. Mon- 
tanelli era per partire, per Firenze, come deputato di 
Fucecchio; e avevamo tutto quel gran da fare, che 
si ha, il giorno d'una partenza. Era nostra intenzione 
di scrivervi, insieme, giunti, in Firenze; ma egli non 
ebbe, per sé, un momento di tempo ! Io, per aspettare 
lui, ho indugiato, fin ora; e me ne pento. Avrete ve- 
duto, dai fogli Toscani, come esso si trova, malgrado 
lui, balzato, al posto di Governatore di questa città. 
Povero martire, è già dimagrito ! e, di più, la sua fe- 
rita li duole, un poco più. 



— 312 — 

Egli ha, in questo posto, un triplice lavoro; la si- 
tuazione di questo paese, tutto eccezionale, è un mon- 
do da portare. Egli ha l'intenzione di scrivervi, oggi: 
ma è capace di arrivare stanco, rifinito, esaurito, co- 
me li succede, quasi sempre! Voi lo saprete compa- 
tire; saprete indovinare tutto il suo affetto, per voi;* 
e sentirete il suo cuore, che è sul vostro. Quanto ci 
contristano le cose di Napoli, non ho a dirlo. 

Disgraziatamente, non v'è un angolo di questa pò • 
vera Italia, su cui quietare il pensiero! Si piangerebbe, 
sempre, se non ci fosse la speranza dell'avvenire. La 
costituente Italiana, progettata da Montanelli, può e 
deve salvarci, costituendo un'Italia : il resto verrà, da 
sé. Scriveteci, su questo particolare. M'immagino, che 
leggerete Y Alba, tutt'i giorni. E voi, Sandro mio, 
non vi farete vedere, fra noi? come lo desidero !! Scri- 
veteci, che venite, presto. Montanelli sarebbe nella 
gioja. Intanto, scriveteci; e non aspetterete le rispo- 
ste. Godo, che la vostra madre stia bene di salute e 

che il vostro fratello non si stanchi mai, mai 

La mia Emilia e suo marito sono, per qualche giorno, 
a Fivizzano. Mio figlio, in campagna. Essi , tutti , vi 
amano. Non vi parlo di me meschina, per non rat- 
tristarvi. Addio, aspetto, come una consolazione, una 
vostra lettera. Parlateci di Venezia; ma, sopratutto, 
venite, presto, qui. Sono, di cuore, l'amica vostra af- 
fezionatlssima, 

Lauretta Parrà. 



— 313 — 

Caro Sandro, 

Son tanto stanco, che, appena, ho forza, per darti 
«n abbraccio. 

Tao, 

Montanelli. 

Al Nobil Uomo 
Il Signor Barone Alessandro Poerìo, 

presso il General Pepe, 
Venezia, 



GLXin. Alessandro Poerìo alla Carolina Poerìo-Sossisergio. 

Venezia, a di 13 Ottobre 1848. — N."" 3. 

Carissima madre, 

La mancanza di vostre lettere mi tiene, somma- 
mente, inquieto: Tultima, che ho ricevuta, essendo de* 
28, scorso mese. Vero è, che, in una del Generale Flo- 
restano, al fratello, in data de' 5 Ottobre, si fa men- 
zione di voi: e ciò mi tranquilla, un poco. Ma come, 
mai, le lettere vostre mi mancano, da tanto tempo ? 
Avete molti mezzi, per iscrivermi : accludere la let- 
tera, ad Enrico; o far la sopraccarta, a Mondolfo, il 
quale, benché sia in Trieste, ha lasciato, qui, gli a- 
genti suoi. 

Neppure, al nome di Bellinga, ne son, più , venute. 
Insomma , trovate modo, che io abbia vostre nuove 
dirette. 

La recentissima rivoluzione di Vienna , ajuterà , 
speriamo, le cose nostre, tanto declinate. 



— 314 — 

Aspetto la roba d'inverno ed il ritratto; ed, alla 
fine del mese corrente» il danaro. 

Scrivo, in fretta : dovendo dare queste due righe, 
a Damiano, che le accluderà, a Cosimo. 

V.o aff.mo 

Alessandro. 



CLXIV. La Carolina Poerio-Sossisergio ad Alessandro Pperìo. 

Napoli, 14 Ottobre 1848. 

Mio caro Alessandro, 

Mando questa letterina, ad Enrico, per la vìa di 
Livorno, cioè, per mezzo del vapore francese. Ho ri- 
cevuto la tua lunga lettera del 30, alla quale, rispon- 
derò, per lo stesso canale, a lungo. Questa mia, te la 
scrivo, a solo fine, di farti sapere, che stiamo bene. 
Carlo, ieri, si ritirò dalla sua piccola gita. Domani 
anderà a Santo-Jorio; e, così, cercherà di distrarsi, dal- 
le seccature. In punto, è giunto Fonseca. Io ti replico 
quello, che ti ho detto, in altra mia: subito che avrò 
il danaro, te lo manderò; ma, da Calabria, nulla an- 
cora. Ho pagato i ducati 50, al Signor Vitale. Spero, 
che possi riparare, al momento. E, poi, cerca di fare, 
quanto più puoi, economia , come facciamo noi, qul> 
non certo, ma pensa, per quanto puoi, alle nostre cir- 
costanze. Godo, che la tua salute è buona. La mia è 
buonissima ; tanto, che ne sono spaventata. Accludo 
questa, ad Enrico. Spero, che abbi ricevuto tutt'i fo- 
gli, che ti ho mandati, e, anche, V Araldo. 

Di cose pubbliche, non ti parlo: perchè, qui, tutto è 



— 315 — 

segreto, vi è una tal qual catena. Mi dispiace, assai^ 
che, non hai ricevuto le nostre lettere del 13, 14 A- 
gosto , perchè ti dicevamo molte cose interessanti 
(che, ora, già, non lo sarebbero più). Fonseca è tor- 
nato bello e grasso, dai suoi 50 giorni di tappa e 
d'ingiurie, ricevute dai Croati, ma, invece, di applausi 
e buon volere, delle Croate e Boeme; il sesso debole 
è più compassionevole. Ti benedico 

Aff.ma madre. 

Carlotta, martedì, ti scrisse, nella mia lettera; tutti 
quanti ti abbracciano. 



GLXV. Alessandro Poerio alla Carolina Poerio-Sossisergio 

ed a Ciarlo Poerio. 

Venezia, a dì 17 Ottobre 1848. — iV.° 4. 

Carissima madre. 

Pare, che, di nuovo, una mano dispettosa intercetti 
la nostra corrispondenza ! Poiché , se voi, a di 5 Ot- 
tobre, non avevate lettere mie , che de' 18 Settembre, 
(quando è certo, che io vi ho scritto, spessissimo, e 
propriamente, otto volte, nel corso del passato mese,) 
io, fino a ieri, era privo di lettere vostre, dal 28 Set- 
tembre in poi. Al nome di Bellinga, prima, mi ginn- 
geano, con sicurezza; chi sa, che non abbiano capito, 
nel gabinetto nero, che il Bellinga son io ! Usava la 
prevenzione di dirìgere ( scrivendo, per la posta) le 
lettere, a Zia Luisa; e di aggiungere, sulla sopraccarta, 
la indicazione: in casa di D. Michelangelo Parrilli. 



i 



— 316 — 

Pari del Regno. Ma sembra, che ciò, a nulla, giovi; e 
che, aperte le lettere e trovato, che venivano a voi, 
siano state soppreside. Cercate , che (oltre quelle, che 
mi spedite, per mezzo di Enrico,) io ne abbia, per I^ via 
di Roma, potendo voi farle ricapitare, a Cicognani p, 
e. ad altra persona, che me le spedisse, qui. Pierni^ 
ch'è in Livorno, ha un figlio, in Venezia; ed, a lui, ho 
consegnato, due volte, lettere, per voi. Egli mi ha as- 
sicurato, che il fratello ve le avrebbe portate di per- 
sona ; e mi ha detto, che, incaricando lui del ricapito 
delle risposte , sareste sicura, di farmele avere. In- 
gomma, trovate modo, che io abbia nuove più fre- 
quenti. 

Della saluta, mi debbo contentare, benché non sia 
quale desidererei. Queste malattie nervose rivestono 
tante forme diverse, son veramente indefinibili. Ma, 
quando ho patimenti, che non siano spasmodici, io non 
mi dolgo; e cerco di darmi coraggio. Dopo la rovina 
delle cose Italiane, veramente, mi credea ricaduto in 
modo, da non riavermi ; a poco a poco, mi son ve- 
nuto ripigliando. 

Poiché desiderate sapeTe, dove io abiti, vi dirò, che 
sto di casa, due porte dal Generale. Si entra, da un 
vicolo, dietro le Procuratie. Le stanze, che io occu* 
pò, non danno sulla piazza ; ma T appartamento no- 
bile è a mia disposizione, sempre, che voglio entrarvi. 
Dalle finestre, si gode tutta la piazza. E propriamente, 
la vista infila, direttamente, la piazzetta ; e si vede 
r isola e chiesa di S. Giorgio. Questo , come dovete 
ricordarvi, è uno de'.piii bei luoghi di Venezia. Mon- 
dolfo continua, a stare, in Trieste. Ultimamente, mi 
fece dire, che sperava, di tornare, in breve. Ma io ne 



— 317 — 

dubito, assai; tanto più, che le cose, per quanto pare^ 
volgono alla guerra. 

A quest'ora, avrete pagato, ad Alessandro Vitale, cor- 
rispondente del Capitano Musto, i ducati cinquanta.. 
Questi ho spesi, in parte, per fornirmi di oggetti di 
vestiario, di più urgenza. Aspetto, con impazienza, la 
roba d'inverno, costà, rimasta; non ho neppure una 
sottoveste; insomma ho bisogno di vestirmi. Soprat- 
tengo a farmi il cappotto, finché mi venga il danaro, 
che non tarderà, certamente, oltre la fine del mese. 
Fin là, posso andare, con quel, che mi rimane. Ma, ol- 
tre quel termine, mi troverei, nell'imbarazzo. Mi rac^ 
comando, dunque, sempre più, per le rimesse. Vi ripor- 
to, che corrispondenze dirette, tra Venezia e Napoli, 
non mancano. Degas ha, per corrispondente, il signor 
Dubois ; Meuricoflfre, il Conte Giovanni Papadopoli^ 
marito dell'Aldobrandini. 

Carissima madre, quanto son consolato, nel sentirvi 
di buona salute. Iddio vi conservi, lunghi anni, e sce- 
vra di acciacchi! Abbraccio Carlotta, di cui sento, con 
piacere, le infaticabili cure, pe'suoi bambini. Saluto^ 
caramente, Luisa ed Antonia. Aspetto il ritratto ; vi 
bacio la mano; e mi ripeto 

V.o aitmo figlio, 

Alessandro. 

Carissimo fratello. 

Sappi, che, di tante lettere, che nostra madre ac- 
cenna aver mandate, io non ho avuto, che quelle del 
13 e del 23 Settembre, (giuntemi, con incredibìl ritar- 
do, ) un'altra de'28 Settembre e l'ultima de'5 Ottobre. 
Dovrei averne avuto di più recenti. Per carità, tro- 
vate modo, che io abbia le lettere, facendole impostare. 



— 318 — 

in Roma o Livorno, od accludendole ad Enrico. Ebbi 
i giornali : lessi la lettera di Saverio e la tua , che 
mi piacque molto. 

Mi gode r animo, che il nostro Montanelli abbia 
avuto, subito dopo il ritorno dalla sua gloriosa pri- 
gionia, cosi bella occasione d*esser utile, al suo pae- 
se; e, con tanta ampiezza di concetto e felicità di pa- 
role, abbia fatto la sua professione di fede ed indi- 
cata la nuova via, che ^e percorrere l'Italiano . . . 
• .... Si spera, che il Gran Duca non aspetterà, che 
si venga, agli estremi. Il voto pubblico chiama Mon- 
tanelli, al Ministero. Egli è uomo considerato e sag- 
gio, ma non da mezze misure , né capace di tran- 
sigere su' principi. 

Saprai la rivoluzione di Vienna. Jellacic non ha, 
per quanto sembra, forze sufficienti a domarla; e gli 
Ungheresi gli saranno , presto , addosso. 

Tutti gli sforzi della diplomazia, per conservare la 
pace, torneranno vani; la prepotente necessità della 
guerra è nelle cose e negli uomini. Bisogna, che tutti 
gl'Italiani si preparino alla lotta. L'intervento fran- 
cese, sarà, forse, determinato dagli avvenimenti, che 
si svolgono in Europa. Ma noi dobbiamo farne, pie- 
, namente, astrazione; e far conto di esser soli. 

Dicon seri disturbi scoppiati, tra Ungheresi e Croa- 
ti, in Mantova e Vicenza. Iddio faccia, che ciò si 
avveri. 

Ieri, si andava, in barca, per la piazza di S. Marco: 
spettacolo singolarissimo. Il Generale, Assanti, Ulloa, 
Cosenz ti salutano. Io ti abbraccio e mi ripeto 

Tuoa£f.mo fratello 

Alessandro. 



— 319 — 

P. S. In quanto al figlio di Dragonetti, qui, rima- 
sto, lo raccomandai, al Generale, come tu desideravi; 
ma il Generale è alquanto alieno, dal concedere per- 
messi a' volontari. Con tutto ciò, si piegava, a farlo 
partire, allorché il giovane stesso manifestò volontà 
di restare , purché avesse tempo di rimettersi in 
salute. E, ora, in Venezia, addetto al Generale Saa- 
fermo. Del resto, la sua indisposizione è poca cosa. 
Il fratello parti, assai malandato in salate. Mi duole, 
che il Marchese sia infermo. Saluto Emilio e Pap- 
pino. 

Alla Nobil Donna 
La Signora Baronessa Carolina Poerio 

Napoli. 



GLXVI. Carlo Poerio e la Carolina Poerio-Sossisergio 

ad Alessandro Poerio. 

Napoli, 17 Ottobre a848. 

Mio carissimo fratello , 

Ho ricevuto, regolarmente, le tue lettere del 30 scor- 
so mese e del 4 fe 9 corrente. Io sono stato, per brevi 
momenti, in Napoli; e, per lo più, sono stato in qualche 
vicina campagna. Fui, dal collega Giovanni Aceto, in 
Airola, in compagnia di Sansone. Venne, anche, Emi- 
lio, da S. Martino, e Crisci, da un paese vicino. Di- 
modoché, nella numerosissima compagnia, si contavano 
cinque deputati. Non puoi credere quanta civiltà sia 
in Airola : vi ho passato, piacevolissimamente, otto 
giorni. Ieri, fui, ad un eremo, sopra Maddaloni. Que» 
sta mane, vado, da Starace; e giovedì, dal Presidantt 



— 320 — 

Capitelli. A proposito della Camera, ieri la sera, fi- 
nalmente, uscì il Decreto di convocazione de* Collegi 
Elettorali, per la nomina de' 43 deputati mancanti. 
Le elezioni avranno luogo, il 13 Novembre. Vedremo 
quali nomi usciranno, dalFurna elettorale. Mi scrisse 
Gioberti, invitandomi a Torino; egualmente, ho rice- 
vuto lettere da Leopardi, Massari e Spaventa, prima 
di muovere a quella volta. Ma io non accetto le basi 
stabilite, dal Gioberti, per mascherare Tambizione di un 
Principe. Se il dovere non mi ritenesse in Napoli, co- 
stantemente, non mi recherei in Torino, ma altrove. 
Mamiani, anche, mi ha scritto, da Pesaro, in una let- 
tera, diretta, al Generale Florestano; mi dice delle cose 
affettuosissime e troppo lusinghiere. 

Rilevo, dalla sua lettera, ch^egli ignora, che tu sii^ 
costà. Il caro Montanelli mi ha mandato a salutare, per 
mezzo di un amico. La sua condotta è degna di un 
vero Italiano; ma, a me, pare, che il suo generoso prò* 
getto non sia eseguibile. L'ambizione Piemontese gua- 
sta tutto. Il Generale Florestano va, sempre, meglio; 
sebbene, lentamente. Ti prego de'miei rispetti, all'ot- 
timo suo fratello, e de'cordiali saluti, per Damiano, Ul- 
loa, Cosenz e Mezzacapo. Dirai, ad Alfonso Dragonetti, 
che il padre è partito per Aquila, dove è giunto l'al- 
tro fratello. Riverisci la Contessa Papadopoli, che io 
ho conosciuto graziosissima bambina. Mille saluti, al 
tuo Padrone di casa. Ti abbraccio, cordialmente. 

Tao aff.mo fratello, 

Carlo Poerio. 

Mio carissimo figlio, 

Ti giuro, che, quando penso, alle quantità di mie let- 
tere disperse, mi cadono le braccia. Questa è la quarta 



— 321 — 

lettera, che ti scrivo, in questo mese. Ho ricevuto, io 
pure, tutte le tue lettere, sino al cinque, come ti ha in- 
dicato tuo fratello. 

Mi consolo, che la tua salute è buona ; e che hai 
deciso, di non adirarti, tanto, per gli affari,' in generale: 
perchè quello, che la Provvidenza vorrà, quello avver- 
rà. E, siccome io fido, assai, nella stessa, così mi sono 
abbandonata, intieramente, in essa. Quindi, non leggo 
nessun foglio, tenendoli tutti (di qualunque colore essi 
siano) mendaci. 

Quando, poi, le nuove sono vere, vengono confer- 
mate ; ed, allora, le so io. Ma pei^dere il tempo, per 
leggere cose, prive di senso comune, non mi ci attrag- 
gono, più. Appena, ricevuta la tua, mandai, dal signor 
Alessandro Vitale; ma esso veniva, da me. Gli conse- 
gnai i ducati cinquanta, come ti scrissi. Per gli altri 
denari, gli attendo, da un momento all'altro. Io penso, 
mandarli, per mezzo di Meuricoffre, più tosto che di De- 
gas. Ieri, oltre la tua lettera del 5, ricevetti quella 
del 9; e Tattrassata, per mezzo di Fonseca, il quale sta 
benone. Ha avuto la fortuna, che una sua domanda, 
fatta, da lui, quattro anni fa, di entrare, come impie- 
gato, nel Gabinetto mineralogico, si è decisa, favore- 
volmente, nella sua assenza ; e, ieri stesso, prese pos- 
sesso. Mi han detto , che si è tolto il blocco, come 
cosa inutile. Ma io non lo crederò, se tu non me lo 
scrivi. Preparerò le due altre giacche di lana: se non 
sono partiti i colli del Generale, partiranno, con essi. 
Ho, finalmente, avuto lettera di Maria Teresa, del 10. 
Era su le mosse, di raggiungere suo marito, in Ver- 
celli, perchè far due case non era cosa. li figlio Pop- 
pino è, ancora, in Francia, per fare gli esami: dice, che 
è buono, studioso e timido. OuglieUno è stato messo, 

21 



— 322 — 

nel Collegio Militare, in Torino; ma la madre non se 
ne loda, perchè poco studioso. Speriamo, che si acco- 
modi. Tutti ti abbracciano. Zia Antonia è furente, 
per notizie; crede tutto e s'infelicita. Ti abbraccio e 
benedico 

aff.ma madre, 

Carolina. 

Signore 
Giuseppe Mondolfo, banchiere, 
Venejiia, 



GLXVn. La Carolina Poerio-Sossisergio ad Alessandro Poerio. 

Napoli, 24 Ottobre 1848. 

Mio carissimo figlio , 

Ieri sera, ricevetti il tuo fogliolino del dì 13. Io 
non ho mancato di scriverti, per tutti mezzi possi- 
bili ed, anche, quello della posta. Ieri l\ìltro, ti scrissi, 
per occasione; ti mandai una giubba , un soprabito 
e due camiciole di maglia, le più lunghe, che ho po- 
tuto trovare, per mezzo della persona. Ti scrissi, fred- 
damente, perchè, qui, detta persona non persuade trop- 
po. Te r avviso, affinchè ne faccia parte, a chi con-- 
viene. Badate, ai suoi andamenti. Puoressere, che sia 
menzogna; ma, in tempi tanto diffìcili, bisogna esser 
cauti. Voleva, che io avessi dati de' consigli: ma me 
ne sono guardata, bene. Tenete l'avviso, per voi soli. 

Caro figlio, speravo, oggi, mandarti il danaro, ma 
non l'ho avuto, ancora : promesse, si, quante ne vo- 
glio. Ma, certamente, non passerà il mese, senza che 
venghino: dunque, si tratta di giorni più o meno. Ci 



— 323 — 

è chi ama il disordine, affinchè i proprietari si rovi- 
nino. I briganti hanno le bandiere costituzionali. 

Tuo fratello mi scrive, dalla campagna: si diverto- 
no, in buona compagnia ; domani, anderanno, in Bene - 
vento. Le nuove , che corrono, sono molto somiglianti, 
ai conti di Mille ed una Notte, incredibili ! ed io, col mio 
scetticismo^ non credo, ancora, nulla. Ti replico quel- 
lo, che ti scrissi giorni fa: la Provvidenza ne sa più di 
noi. Ho ricevuto, finalmente, lettera di Maria Teresa. 
È curioso: non sapeva, che le lettere si dovevano af- 
francare, per cui sono rimaste, alla posta. A quest'ora, 
sarà giunta, in Piemonte. Mi promette di scrivermi, 
appena giunca, per mezzo della legazione Sarda, mez- 
zo, di cui mi son servita, per farle pervenire le mie. 
Enrico, ora, è pentito di non essere venuto a Vene- 
zia! è, veramente-, un ragazzone, che in Napoli si chia- 
ma Maccaro7ie. Dimmi, se potresti ajutarlo, in caso 
venisse, ora, che si organizzalo le compagnie ? Luisa 
mi ha scritto, in cinque giorni, quattro lettere: stan- 
no bene, sopra TEremo di Castiglione. Ora, che non 
ci è Carlo né Luisa, ho fatto venire Giuseppino, a 
stare, qui, la notte. L'ho fatto, per te, perchè io sto 
tranquillissima: il nostro quartiere è pacifico, sempre; 
anche, quando non lo sono gli altri. Addio, caro fi- 
glio; amami e credimi 

tua aff.ma madre, 

Carolina. 

Di tua sorella, da due giorni, non so nulla. Ti ho 
mandato il tuo ombrello. 

Al Signor 

Sig. Banchiere Giuseppe MondoUò 

Venezia 



— 324 — 
CLXVm. Alessandro Poerìo alla Carolina Poerio-Sossisergio» 

Venezia, [23 Ottobre 1848.] 

Carissima madre. 

Ebbi, pochi giorni fa, la vostra del di 10, col fo- 
gliolino, scritto da mia sorella, che ringrazio, assai, 
della memoria, che serba di me, e dell'amorevolezza^ 
che mi dimostra. Le scriverò, separatamente, uno di 
questi giorni, accludendo la lettera, a voi. Frattanto,, 
caramente, l'abbraccio; e le dico tante cose, pel marito 
e pe' bambini. 

Ques^ notte, Ulloa è andato, a fare una riconoscen- 
za, con cinquanta uomini; e nulla mi ha detto. Tratto 
di poca amicizia. Il Generale, (che, pur, sapeva, pregato, 
da me, una volta, per sempre, quanto volentieri io sa* 
rei andato,) neppure, mi ha avvisato. Non ho saputo 
la cosa, che dopo la partenza. Mi tocca, ad avere ogni 
specie di dolori. Il Generale ha allegato, esser questa 
una piccolissima spedizione; speriamo, che sia augurio 
di cose maggiori. Più tardi, sapremo il risultamento; 
ma non può essere di molta importanza. Solo, è bene, 
che si sia ricominciato, a menar le mani, perchè l'as- 
soluta inerzia demoralizza i soldati. Ch^ dirvi, delle 

m 

cose politiche ? Mille voci contradittorie: guerra, pa- 
ce, intervento, abbandono, lega, controlega. Insomma,, 
e' è da perdere il capo. Chi afferma, Carlo Alberto 
pronto a ripassare il Ticino. Chi dice , che fa viste 
e non verrà , mai , all' atto. Frattanto , un con- 
gresso di notabilità Italiane, in Torino; la Costituente 
proclamata , in Toscana. Molte agitazioni , nessuna 
concordia. L'idea di Montanelli è quella, che, più, mi 



— 325 — 

piace : ma V adunanza torinese le sarà di ostacolo. 
Si spera , che il nostro amico possa salire, al Mini- 
stero. Io Io desidero: purché si circondi di uomini» 
secondo il cuor suo ed atti, ad affiancarlo. Troppo, mi 
dorrebbe, che la sua popolarità, come quella di tanti 
altri, venisse meno. Ma egli, uomo coscenzioso e retto, 
non accetterebbe il potere, che a condizioni onore- 
voli; e non Io riterrebbe, se le vedesse violate. 

Resto inteso della roba, che mi mandate. Non fate 
menzione delFabito bleu, co' bottoni di metallo lavo- 
rati; esso era servibile, ancora. 

In quanto al danaro, spero, che Io rimetterete, alla 
fine del mese. Io ho soprattenuto, a farmi roba da 
vestire; non ho comprato, che due paja di pantaloni 
di strapazzo , una giacca di casa ed un ombrello: ap- 
punto, per non trovarmi sprovveduto di danaro. Indos- 
so, ancora, la sottoveste d'estate. Ma, se si entra in 
campagna, non posso fare a meno, di comprar, su* 
bito, un cappotto, con cappuccio. Io tirerò innanzi, con 
grande economia; non credete, che io getti. Ora, se 
le vostre rinjesse tardassero troppo, mi troverei a- 
sciutto. Fate, dunque, che non tardino, oltre la prima 
decade di Novembre. 

Aspetto lettere di mio fratello, che, caramente, ab- 
braccio; saluto, assai assai, Luisa, Antonia e Peppino. 
Vi bacio la mano; e, con filiale tenerezza, mi ripeto 

V.o Aff.mo 

Alessandro. 

P. S. Riapro la lettera, già, suggellata, per accusar- 
vi ricezione della vostra de'14, che in punto, ricevo. 



— 326 — 

Godo, che stiate tutti bene; scriverò, fra giorni, più 
a lungo. 

Alla Nobil Donna 
La Signora Baronessa Carolina Poerio, 

Strada del Salvatore, N.<> 5. 
Napoli. 



CLXIX. Il Governo Provvisorio Veneto ad Alessandro Poerio. 

Governo Provvisorio Veneto 
Dipartimento della Guerra 

Al Barone Alessandro Poerio, 

Venezia. 

Dietro relazione di S. E. il Generale in capo, che 
fa conoscere i servigi, da Lei resi, per Io passato, alla 
causa Italiana, ed in considerazione airintrepidezza, 
da Lei dimostrata, nella sortita e presa di Mestre , 
il Governo provvisorio le conferisce il grado di Ca- 
pitano, concedendole, in pari tempo, lo stato di riposo. 

Venezia, li 28 Ottobre 1848. 

G. Cavedalts 

Fontana 
L. S. 

xTo 16980 

4708 

Al Sig. Capitano Poerio 

dello Stato Maggiore. Presso S. E. il Generale in capo. 

(D*aflElcio.) 

(Dal Governo») Venezia. 



— 327 — 

CLXX. Alessandro Poerio alla Carolina Poerio-Sossisergio 
ed a Carlo Poerio; e Guglielmo Pepe alla Carolina Poe- 
rio-Sossisergio. 

Venezia, 28 Ottobre 1848. 

Carissima madre, carissimo fratello, 

Dalla lettera del Generale, avrete rilevato quel,ch'è 
avvenuto. Come avrei (401) volentieri la mia vita , 
per la patria, cosi non mi dorrò di restare, con una 
gamba, di meno. Vi scrivo, perchè veggiate, che sono 
fuori pericolo. Abbraccio Carlotta ; saluto Luisa, An- 
tonia , Emilio e Peppino; e mi ripeto 

V.o aff.mo 

Alessandro. 

Il nostro caro Alessandro, mia ottima Baronessa 
Poerio, si è condotto, con valore ammirabile : il suo 
patriotismo ed il suo sangue freddo non si possono 
superare. Colpito, leggermente, da una palla di mo- 
schetto, alla gamba, continuava, ad avanzarsi, allor- 
ché un colpo di mitraglia, al ginocchio, lo stese a terra. 
Alcuni infami Croati, onde lasciarlo morto, il ferirono, 
alla testa. Allorché, cessato il combattimento, fui a 
vederlo, le sue sentenze erano degne di un eroe di 
Plutarco; e circondato, come io era, da' miei uffiziali, 
non giunsi a trattenere il pianto. Egli soffri l'ampu- 
tazione, coraggiosamente; e chiedeva scusa del solo 
grido, che gli sfuggiva. Trovasi, ora, nella mia abita- 
zione; in ottima camera, che occupava , per Taddietro, 
Assanti. La Contessa Soranzo, mia ospite , gli ò quale 
tenera madre, quale voi gli sareste; le sue camerie- 
re, il mio famiglio parigino, Taltro di Assanti, hanno 



— 328 — 

tutti cura indefessa di Alessandro, ch'io vedo, contì- 
nuamente, raccomandandolo, a due ottimi medici. 

La fazione di ieri onora il nome Italiano. La for- 
tuna, contro il suo 3oIito, mi ha favorito: senza di 
che non avrei potuto superare grandissimi ostacoli , 
sebbene i volontari mostraronsi bravissimi, come se 
fossero stati della vecchia guardia di Napoleone. Trat- 
tavasi di assaltar gli Austriaci , superiori di nume- 
ro , ben fortificati , muniti di artiglieria: mentre io, 
per singolari combinazioni della laguna , appena, fui 
raggiunto, da un pezzo da sei. 

n nemico ebbe trecento, tra morti e feriti, seicento 
prigionieri ; e perde sei bocche da fuoco, ammirate, 
molto, dal popolo Veneziano, per la loro bellezza, es- 
sendo esposte, in questa piazza senza uguale. 

Abbraccio Carlino, cui non iscrivo, in questo mo- 
mento, perchè oppresso da faccende. Gli direte, che le 
condizioni attuali d* Italia mi spinsero, ad eseguire 
Tesplorazione di Mestre, onde invogliare i Piemon- 
tesi, ad imitare i volontari, nella Venezia. Mi dicono, 
che non erasi ottenuto un tanto vantaggio, sul ne- 
mico, d'Aprile in qua. 

Sono astretto ^di lasciarvi, mia cara Baronessa. Se 
potete far leggere questo foglio, che scrivo alla cor- 
sa, a Florestano, mi fate un regalo. A lui, scriverò, al 
primo momento, che avrò libero. 

Abbiamo, a vista, la flotta Sarda; esperiamo, che 
sia ciò un segno di buona intenzione, da parte di Carlo 
Alberto. 

Guglielmo Pepe. 
Fui, talmente, sdegnato, al trattamento indegno dei 



— 329 — 

Croati verso Alessandro, che molto mi costò, il non 
vendicarlo sopra i 600 prigionieri (402). 



GLXXI. Ordine del giorno di Guglielmo Pepe. 
COMANDO GENERALE 

ORDINE DEL GIORNO. 

I triumviri veneti conoscer fecero, il gioi:no 26, a^ 
generale in capo, che era, ormai, tempo di lanciar, sul 
nemico, i difensori della Laguna, sicchò, con Tesem- 
pk), invogliassero gì* Italiani a correre alle armi. 

La mattina del 27, avanti Talba, il generale, cir- 
condato dal suo stato maggiore, dalla lunetta N. 12, 
nel Forte di Marghera , osservava le mosse delle tre 
colonne , le quali, in tutto, contenevano duemila ba- 
jonette. Quella di sinistra , di 450 uomini della quinta 
Legione Veneta, comandata dal suo colonnello d'A- 
migo, ed imbarcata su parecchi battelli, era prece- 
duta da cinque piroghe e due scorridoje, sotto gli or- 
dini del comandante la divisione di S. Giorgio in 
Alga, capitano di fregata Basilisco. Questi legni, con 
le loro artiglierie, facilitar dovevano lo sbarco de*no- 
stri, in Fusina. 

II colonnello aveva istruzioni, di occupare quel pó- 
sto; e, poscia, dalla parte della Boaria, presso la città 
di Mestre, servir qual riserva^ alla colonna del cen- 
tro. Questa , di 900 uomini , comandata dal colon- 
nello Morandi e composta da* volontari Lombardi e 
Bolognesi , aveva il carico, di sloggiare il nemico, 
trincerato sulla strada ferrata ; e, quindi, occupar, di 
viva forza, Mestre. La colonna di dritta, di 650 uo« 



— 330 — 

mini, formata dal Battaglione Italia Libera e Cac- 
ciatori Alto-Reno , comandata dal colonnello Zam- 
beccari, forzar doveva, lungo T argine angusto del 
canale di Mestre, una barricata, difesa da due boc» 
che da fuoco e da molti fanti , stabiliti nelle vicine 
case. 

Già, albeggiava. Le piroghe, verso Fusina, non 
avevano principiato il fuoco, a cagion della nebbia, 
densa , oltre Tusato ; i quattro pezzi di campagna, de- 
stinati per le colonne di dritta e del centro « non 
erano giunti dall' isola di Lido. Ma ogni ulteriore * 
ritardo sarebbe stato nocivo: quindi, bisognò ese- 
guire la mossa; e dar principio agli assalti, colla 
bajonetta. 

Il nemico, forte di 2600 uomini in tutta la linea, 
ne aveva 1500 trincerati in Mestre , difesa, da sei 
pezzi da campo e da*cacciatori , pronti a far fuoco, 
dalle case. 

La colonna del centro fu arrestata, da vivi fuochi 
di artiglieria e di moschetti, dagli Austriaci. Il gene- 
rale in capo vi spedi il colonnello Ulloa, capo del suo 
stato maggiore. Egli si fece seguire, da cento gendar- 
mi di riserva; e, con questo ajuto, riordinò e spinse 
a passo di carica la colonna , la quale penetrò den- 
tro la città. Arrestata, una seconda volta, a mal- 
grado la forte resistenza, che incontrò , e le gravi 
perdite sofiferte, procede oltre. Il nemico, dopo aver 
perduto parte delle sue artiglierie, difendevasi dalle 
case. Il capitano Sirtori, il maggiore Rossaroll ed 
il capitano Cattabene, arditi sino alla temerità» con 
un pugno di bravissimi Lombardi, si diedero a scac- 
ciare gli Austriaci, casa per casa, ed aprir la via» 
a*nostri» che occuparono la città, militarmente. 



— 381 — 

Fu in questi frangenti, che il barone Alessandro 
Poerìo, volontario allo stato maggiore generale, ri- 
cevè una palla di moschetto, alla gamba. Continuò 
ad avanzare: ne ricevè una seconda, al ginocchio 
dritto ; e, steso a terra, i nemici lo ferirono, in te- 
sta, colla propria daga. Mentre gli veniva amputata 
la coscia dritta , il valoroso Poerio, con calma, di- 
scorreva della sua cara Italia ; e ne discorreva, con 
lo stesso affetto, che gli eroi di Plutarco avrebbero 
usato, parlando di Atene e di Sparta. 

Tra queste vicende , la colonna di Zambeccari , 
seguendo Targine costeggiante il canale, incontrava 
forte barricata, difesa da due pezzi da sei; e se ne 
rese padrona alla bajonetta. Ma il nemico , profit- 
tando delle variazioni del terreno a canto e di al- 
cune casipole, offendeva, grandemente, la coda ed il 
ratroguardo della colonna , in modo che vi fu esita- 
zione, tra parecchi volontari. Essi vennero riordi- 
nati, dal bravo colonnello Paolucci e dal maggiore 
Assanti, i quali, nella mischia, trovavansi, sovente, 
a fianco del generale in capo. 

Il colonnello d'Amigo , appena le piroghe furono 
in misura di far fuoco, sbarcò, a Fusina, si rese pa- 
drone di due pezzi da dodici, abbandonati dagli Au- 
striaci, di cui fece alcuni prigionieri; ma non giunse 
a tempo, da secondare gli assalti su Mestre. 

I risultamenti del valore prodigioso delle colonne 
del centro e di dritta, furono di oltre 600 prigio- 
nieri , 5 cannoni di brobzo , molti cavalli e buona 
quantità di munizioni da guerra. 

Ma ciò, che vai meglio, è Tessersi provato, che i 
volontari d'Italia batterono gli Austriaci, superiori 
di numero, ben fortificati, ostinatissimi a difendersi» 



— 332 — 

preparati, fin dalla notte, a riceverci , e che servi- 
vansi delle abitazioni, come seconda linea di difesa. 
Desiderava il generale in capo, che coloro, i quali 
-sogliono dire, che egli ripone fidanza, più del dovere, 
ne' volontari Italiani, avessero veduto combattere i 
Lombardi ed i Bolognesi. Avrebbero osservato, che 
^ue' bravi impiegavano, di preferenza, la bajonetta; 
che disprezzavano ogni ostacolo, come si fa , da chi 
è deciso a vincere od a morire. Avrebbero amoìi- 
rato, in essi, la calma, l'ordine e Tardire, da onora- 
re i più esperti veterani; ed avrebbero ascoltato, an- 
che, i più gravemente feriti salutar V imminente li- 
bertà Italiana. Allorché una nazione possiede Milano 
e Bologna, essa, di necessità, romper debbo le più 
jsalde catene. 

La guardia nazionale di Venezia, che, al generale 
in capo, ripugnò condurre, a si aspri combattimenti, 
mostravasi, su' rainpari di Marghera, implorando il 
permesso di marciare contr' al nemico. 

È ardua cosa il dover far cenno di coloro, che più 
si distinsero, nella giornata del 27, dacché, il valore 
e l'entusiasmo patriottico furono, nel petto di ognu- 
no. Ma il generale in capo ha cercato, per tutte le 
vie, di far conoscere coloro, che mostraronsi più va- 
lorosi, in mezzo a tanto valore (403). 

Venezia, primo novembre 1848. 

Guglielmo Pepe, 



GLXXn. Damiano Assanti a Carlo Poerìo. 

Mio caris.™** Carlo, 
Mercoledì, V 9mbre, ti ho scritto una lunga rela- 



— 333 — 

zione sulla salute di Alessandro, la quale, quantun- 
que migliorata , per quanto ci assicurano i profes- 
sori , non lascia, perciò, di tenere e loro e noi, in 
grave dubbio. In quella, ti dava, come causa finita 
e perduta, la sua guarigione; in questa, ti dico, che 
ci è permesso di sperare un miglioramento. La sup- 
purazione della ferita si è presentata, con leggiero 
infiammo e con inclinazione airassorbimento: ciò ci. 
fa tremare. Egli soffre, pazientemente e rassegnata- 
mente, tutto. Tutte le cure possibili abbiamo, per lui;. 
ed egli è contentissimo del modo, come è assistito.. 
Tutta questa popolazione è interessata, per la sua 
disgrazia; e, nella classe alta, che, già, lo conoscevano 
nel suo vero merito , sono in continua agitazione. 

Ti abbraccio, mio caro Carlo ; e ti prometto scri- 
vere tutti i giorni. E bacio la mano, alla Baronessa. . 



Venezia, 3 Ombre 1848. 



Tao àff.mo Amico 

Damiamo Assanti. 



CLXXIII. Damiano Assanti a Cosimo AssantL 

Mio caris."** fratello Cosimo, 

Nella scorsa settimana, ti ho scritto due lettere; 
e due ne ho scritte, a Carlo Poerio. In tutte , vi dava 
ragguaglio dell' andamento della salute di Alessan- 
dro; che, dolorosamente, fini di vivere, venerdì mat- 
tina, alle ùndici. Mori, da vero uomo forte e cristia- 
nissimo. Io Tho assistito, sino al momento, che tornò 
alla terra. Con me, disse le ultime parole, ringrazian- 
domi. Non ho , mai , sofferto dolore simile. Il nostro 



— 334 — 

paese ha fatto una perdita inapprezzabile. Ieri, si fe- 
cero le pompe funebri. Il Generale ed i tre del Go- 
verno accompagnarono il cadavere. La bara fu por- 
tata, da me, da Ulloa, da Carrano e da Cosenz; e 
tutti gli altri uffiziali Napoletani attorno. Tutti gli 
uftìziali della guarnigione e grimpiegati militari del 
Governo e della Piazza facevano corteggio. Una 
compagnia di truppa Veneziana accompagnò la pro- 
cessione, con due bande militari; e, finita la funzione, 
fecero le scariche, dovute al grado di capitano, che 
gli conferi il governo, il giorno 28 8bre. Io e tutti 
gli uffiziali dello Stato Maggiore l'abbiamo traspor- 
tato, al camposanto, in una Isoletta, chiamata S. An- 
gelo. Li , ebbe sepoltura , nella cappella di un suo 
amico della nobile famiglia Paravia. Le dame Vene- 
ziane si hanno assunto il carico di mettere una la- 
pide con iscrizione in caratteri d'oro; ed un altro 
monumento sarà eretto da'Militari, nel forte di Mal- 
ghera, da dove si fece la sortita. È 5<tato pianto, da 
tutto il paese, dove si avea fatto apprezzare, e per 
mente e per cuore. Fu scritta e letta un' orazione 
funebre, ma non mi ha bastantemente piaciuta (404). 
La sua morte era inevitabile: mentre, co'suoi incomodi 
nervosi, non poteva resistere ad operazione simile, 
che, per altro, fu fatta esattissima, da eccellente pro- 
fessore. Fu assistito da' sei primari chirurgi, che, in 
tutti i consulti, sono stati, sempre, d'accordo. Ti ripe- 
to, non si è mancato in nulla, e prima e dopo morto. 
I Veneziani sono rimasti edificati deiraflfezione, che 
il Generale ed io abbiamo mostrato, per lui. Il mio 
cameriere, che lo serviva in vita, lo assisti, senza, mai, 
riposarsi , per otto giorni. Questi, insieme col razio- 
nale della nostra Padrona di Casa, hanno avuto il 



— 336 — 

carico, di fare un notamento di tutto ciò, che si avea 
d' equipaggio; onde, dopo, tutto riunito, si rimettesse 
alla famiglia. Anche, costoro s* incaricarono di fare 
tutte le spese necessarie ; e portarne nota al Gene- 
rale. 

Finisco, abbracciandoti mio caro fratello insieme 
con Carlino , insieme con Guglielmo ed Alfonsinello; 
e saluto tutti gli amici. 



Venezia, 6 9mbre 1848. 



Per Cosmo Assanti. 



Tuo sff.mo fratello 

Damiano. 



CLXZIY. H Jtimento di spese e latte par Poerìo. 

Esito. 
Per funerali , cere, cassa mortuaria ed interro . 551,00 

Pagati i chirurgi ed infermieri 207,00 

Pagato U farmacista 138,00 

Regalia a' domestici di Mondolfo .... 75,00 

E^to totale . . L. 971,00 

Introito. 

Contante rinvenuto nel tiratojo 190,00 

Esatto da Du Bois 526,00 

Introito totale. L. 716.00 

Esito superante Introito. L. 255,00 



pari a Ducati. 51,00 



— 336 — 
GLXZY. Girolamo Sfona-Bissari ad Alessandro Poerio. 

Vercelli, 8 Novembre 1848, 

Ottimo Alessandro, 

Avea, già, stabilito , di rompere il mio silenzio e 
mandarvi notizie di qui, per averne in cambio le vo- 
stre e quelle della generosa Venezia , quando mi 
giunse, a consolare la tristezza di questa inerzia vi- 
tuperevole, Pannunzio del brillante successo delibarmi 
nostre, nelle vittoriose sortite , operate su Mestre e 
Fusina. Se non che , per avvelenare , anche , quella 
gioja tanto giusta, dovea queir annunzio portarmi la 
nuova della vostra ferita e della amputazione, ope- 
ratasi in conseguenza di quella. Credetemi , mio caro 
Alessandro , che ne rimasi aiSEiittissimo , come se si 
fosse trattato d'un fratello mio; perchè, come ben 
sapete, senza ripetervelo, vi professo verace stima e 
amicizia ; le quali, ora, se è possibile, più, ancora, si 
accrescono, dopo che, in voi, raflSguro un martire della 
nostra indipendenza. Si , mio amico , voi avete me- 
ritato della Patria, nel maggior modo ; e avete coro- 
nate le vostre sofferenze, in una maniera, che non 
poteva attendersi, che da chi aveva, fin dall'infanzia» 
durati tanti patimenti, per Lei. Mi lusingo, che la vo- 
stra cura prosegua di bene in meglio ; e che possa 
intendervi, presto, ristabilito. Per mia tranquillità, se 
non vi riesce d'incomodo, vi pregherò, di farmi scri- 
vere, almeno ogni settimana , due righe, sul vostro 
stato. Io mi trovo, in Vercelli, a metà strada tra Mi- 
lano e Torino, come officiale d'ordinanza» attaccato 



— 337 — 

al Generale Fanti, il fu presidente del Comitato di 
difesa in Milano , nei giorni dell' estremo pericolo e 
dell'eterna onta, pelle armi di Sardegna. 

Mi rincresce il non potervi dare notizie troppo 
confortanti. Specialmente, dopo una mia gita, a To- 
rino, in questi ultimi giorni, ho dovuto convincermi, 
che è, quasi, sicuro, che, per adesso, non si farà guer- 
ra. La schifosa aristocrazia, da cui è dominato l'o- 
sercito, la società, i dicasteri , quattro parti si può 
dire della popolazione del Piemonte e massime della 
capitale,, è cosa incredibile. Tutta questa oflScialità, 
massime nella cavalleria (avvezza a considerare le ca- 
riche, nell'esercito, come un patrimonio indubitato dei 
cadetti nelle grandi famiglie, i quali, a tutto loro agio, 
facendo i soldati da parata, arrivavano al posto di 
Grenerale, per aversi dodici mila franchi, all'anno, pas- 
sando» una volta all'anno, rivista), odiano la guerra, 
nella quale il solo valore e la vera scienza possono 
farsi strada, agli avanzamenti, aggiungendo, di piti, 
che sono troppo teneri della loro persona, per im- 
molarla sull'altare della Patria, parola per loro d'i- 
gnoto significato. La popolazione , poi, tutta , in ge- 
nere, è tenerissima del suo Re; e, cosa quasi inespli- 
cabile, unanimamente animata, dal sentimento nazio- 
nale, credendo nulla avere di comune, con noi, cui 
apostrofa, col nome di Italiani, chiamando, sempre, i 
suoi: Piemontesi. Con tali sentimenti, io domando : 
cosa v'è da sperare? Il Re ha protestato, fino adesso, 
di volere la guerra. Ma, intanto, ha fatto, costante- 
mente, ripetere, ai suoi ministri, che, prima, doveasi 
tentare ogni via, di ottenere una pace onorevole ; e 
che, ad ogni modo, tale indisciplina regnava, nell'e- 
sercito, da non potere imaginare, per adesso, di rien- 

22 



— 338 — 

trare in campagna. Intanto, poco o nulla si opera, 
per riorganizzare le truppe; e vi si mantiene, anzi, il 
disordine, onde trarre, da questo, argomento, a man- 
tenere lo statu quo ignominioso dell'armistizio Sa- 
lasco. Noi, poi, lombardi, siamo guardati, con occhio 
torvo e, quasi, ci negano quello, che a nessuno uomo 
si può, le cose di prima necessità. La povera divi- 
sione lombarda, ultimo pensiero del Ministero, ( stre- 
mata di numero, per i continui congedi, domandati, 
quasi, per forza, attesa la disperazione del soldato,) è 
ridotta, ad ottomila uomini, tuttora, laceri e scalzi e, 
una parte, senza armi. Il Generale Fanti, uomo, ia 
tanta penuria di buone teste, prezioso, distinto oflB- 
ciale di Stato Maggiore in Ispagna, stimato, da quanti 
hanno il bene di avvicinarlo, è lasciato, tuttora, in un 
turpe riposo ; perchè non vuole avvilire la sua di- 
gnità , collo strisciarsi davanti a questi rettili. 
Quando penso, allo sconvolgimento, ben più formida- 
bile del Marzo trascorso, in cui trovasi, ora, la Mo- 
narchia Austriaca , agli avvenimenti di Vienna e 
d'Ungheria, a più di 20,000 prodi, rinchiusi nella la- 
guna; e mi vedo, qui, condannato all'inazione, men- 
tre avea, sempre, supposto di essere, presentemente, 
coH'esercito, nel di là del Ticino: non so frenare il 
mio dispetto; e dubito, d'esser capace, di restarmene, 
tutto Tinverno, così. 

Io credo, che, facilmente, verrò, a Venezia: almeno, 
vi si farà più che qua. Quasi, tutti i miei concitta- 
dini sono ritornati, a Vicenza; vergogna a loro, che 
vollero, così, macchiare la gloria, di cui s'era coperta 
quell'eroica città. Io ho perduto la mia povera ma- 
dre, dopo la giornata terribile del dieci giugno : quel- 
l'infelice non ha saputo sopravvivere, alla caduta 



— 339 — 

della sua patria, all'esilio dell'unico suo figlio. Ades- 
so, non vi rimane più, che mio padre , vecchio più che 
ottuagenario. Sarei stato più compatito di qualunque 
altro, se fossi rientrato. Ma, fino a che v'è speranza 
di scacciare il tedesco, dalle belle contrade, ho giù* 
rato, di chiudere il petto, a qualunque afietto più sa- 
cro, che non sia quel della Patria e della nostra In- 
dipendenza. La insurrezione di Chiavenna e Val den- 
teivi, già, avrete udito, come fini ? Coli' occupazione 
delle truppe del Maresciallo Hajnau e colla fuga del 
d'Apice e Mazzini: il quale, pure, colle sue poetiche 
supposizioni e co'suoi proclami, non lieve danno ar- 
recò, alla causa della Nazione. Cosi, si convinceranno 
tutti: che, troppo, ci siamo illusi sulla condizione delle 
nostre popolazioni, le quali, pur troppo, (parlo delle 
campagne) non sono atte alle sollevazioni; e che eser- 
cito e cannoni (non parole e poesia) richiedonsi, a li- 
berare il nostro paese. Oggi , alle otto di sera , la 
Camera dei Deputati, in Torino, si deve riunire, in co- 
mitato segreto, per ricevere quelle istesse comunica- 
zioni, circa l'operato del Ministero, riguardo alla me- 
diazione, da lui fatte, tre giorni fa, alla Commissione 
dei quattordici. Vedremo, se tutta la camera vote- 
rà, col relatore della commissione, il deputato Buflfa, 
polla disapprovazione delle operazioni del Ministero e, 
quindi, per la sua caduta. Dio voglia, che se ne formi 
un altro, più confacente ai tempi; e che ci mandi, alla 
guerra. Avrete veduto d'Ayala, a Firenze. Ho letto, 
il suo bel proclama, indirizzato al Gran Duca. Spe- 
riamo, che Roma e Toscana faccian soldati , unico 
mezzo, per la nostra salute. E, di Napoli e della po- 
vera Sicilia, cosa mi dite? e di Carlo e di vostra 
Madre avete buone notizie? Sapete chi ho veduto, a 



— 340 — 

Firenze? Il bravo Ruggiero Bonghi. Vi ricordate la 
nostra gita, ad Amalfi? Quante illusioni, non è vero, 
si formavano, allora ? Amatemi; fatemi scrivere, tosto; 
e credetemi, sempre, 

^ Il Vostro 

Bissart. 

P. S. Ho conosciuto, credo, un vostro Zio, il Ge- 
neral Poerio. In questo punto, sua moglie manda, dal 
General Fanti, a sapere quale Poerio sia stato ferito^ 
in Venezia. 

II mio indirizzo : 

Girolamo Sforza-Bissari in Vercelli. Ibi vel ubù 

Al Nobil Uomo 

Il Sig. Bar.Dd Alessandro Poerio, 
Yenezia, 



GLXXVI. Raffaele Poerio ad Alessandro Poerio. 



Torino, li 11 Novembre 1848. 

Mio carissimo ed amatissimo nipote Sandro, 

Ho appreso, con orgoglio, ma con vivissimo dolore, 
a un tempo, la parte gloriosa, che tu hai preso, nelle 
sortite, che si sono, felicemente, eflfettuite, da cotesta 
piazza, con tanto danno del nemico, e le gravissime 
ferite, che tu ne hai, disgraziatamente, riportato, le 
quali han, poi, per colmo di sciagura, reso indispen- 



— 341 — 

sabile V amputazione d' una gamba. Non ti parlerò 
della profonda afflizione, in cui mi ha immerso que- 
sta tritissima nuova, né della desolazione di Maria 
Teresa e de* tuoi cugini , che ne sono stati istruiti , 
da un indiscreto, senza esservi preparati. Ma, cono- 
scendo l'eccessiva irritabilità del tuo sistema nervo- 
so, immagino le tue sofferenze; e sono, nella massi- 
ma ansietà ed inquietitudine, sulle conseguenze pos- 
sibili d*una così difficile e pericolosa operazione. Giun* 
to, oggi stesso, da Si vigliano, dove avea appreso la 
trista ed affliggente nuova di quanto t* era accaduto, 
ti scrivo questi pochi righi, in fretta, che soccarto, 
al buono e degno Generale Pepe, pregandolo, istan- 
temente, di darmi, al più presto possibile, de* raggua- 
gli precisi e circonstanziati, sullo stato della tua sa- 
lute e della tua posizione, e che spero non tarderà 
a darmi. Desidero, ardentemente, mio caro nipote, 
conoscere, minutamente; quale sia lo stato attuale della 
tua ferita, dietro l'operazione subita; il progresso 
della miglioria ; le probabilità approssimative della 
tua guarigione ; se hai bisogno , se hai desiderio di 
qualche cosa, ch'io e la mia famiglia possiamo so- 
disfare. Compiaciti , mio caro Sandro , di farmi ri- 
spondere , subito , dal Generale Pepe , e da qualche 
tuo amico, in particolare, onde toglierci, dalle inquie- 
titudini, in cui viviamo , sul tuo conto , ed aver la 
certezza, che sarai conservato, alla tenerezza della tua 
rispettabile e degna genitrice, alla patria, all'amici- 
zia , air affezione ed alle cure amorevoli di tutti i 
tuoi. In presenza di tanta disgrazia , che t* ha col- 
pito, un'idea, però, mi consola, che il sangue, che tu 
hai sparso, che quello , di cui hanno inondato il cam- 
po tanti altri bravi Italiani, non sarà, certamente. 



— 342 — 

perduto; e che contribuirà, potentemente, al trionfa 
della libertà ed indipendenza d' Italia. Addio , intan-* 
to, mio caro ed amato nipote. Ricevi i saluti affet- 
tuosi e le amicizie di mia moglie , di Nina e di Gu- 
glielmo , che ti scriveranno , appena , avremo notizie 
della tua miglioria; e ciò, per risparmiarti delle emo- 
zioni intempestive. Spero, ricevere, presto, tue nuove 
rassicuranti, mio caro Sandro. Addio, intanto, pensa 
a guarire presto. Abbiti cura e, soprattutto, pazien- 
za. Ti abbraccio, affettuosamente, come fa Maria Te- 
resa ed i tuoi Cugini. Amami ; e credimi 

tuo aff.mo rio, 

Raffaele Poerio. 

Ainilmo Signore, 

Il Signor Alessandro Poerio. 

Yenezia, 



CliXXVn. Niccolò Tommaseo ad Alessandro Poerio. 
Mio caro Poerio, 

Vi compiango e v'invidio. Per la libertà deiritalia, 
avete combattuto, e con la parola e con l'opera. L'e- 
silio, lo spasimo dei cari vostri; da ultimo, le ferite. 
Venezia serberà il vostro nome, nelle sue memorie; 
io, sempre, o Alessandro, nel cuore. Addio. 

12 Novembre 1848, Parigi. 

Tommaseo. 



— 343 — 
GLXXVUI. Niccolò Tommaseo alla Carolina Poerio-Sossisergio. 

Parigi, 20 Novembre 1848. 
Signora, 

Di poche madri il dolore può essere più grande 
del suo; di poche, compensato, da si alti conforti. Né 
io tenterò consolarla. Ma piangerò, seco, l'uomo, che, 
da molti anni, conoscevo; e col quale, ebbi lunga cor- 
rispondenza di lettere e di speranze; la cui memoria, 
tutti i giorni, ritornerà, al mio pensiero. Venezia, alla 
quale egli ha consacrata la vita, conserverà, nel nu- 
mero dei cittadini più benemeriti e cari, il suo nome: 
e Dio buono rimeriterà, di ben più alta corona, il suo 
sacrifizio. 

Me le offro, devotamente, 

Umilissimo servo 

N. Tommaseo. 



GLXXIX. Niccolò Tommaseo a Guglielmo Pepe. 

Parigi, 22 Novembre 1848. 

• Caro Generale, 

A voi, che amavate Alessandro Poerio, giungerà, 
certo, accetta la mia preghiera. Vorrei, delle cose sue 
stampate e non istampate, fare una scelta; e accom- 
pagnarla, con qualche mia parola di riconoscenza e 
d'affetto. De'fogli, che l'Amico nostro avrà lasciato, 
costi, fate, prego, trascrivere versi e prose, anche in- 
corrette, che sieno. Spetterà, alla mia cura fraterna. 



— 344 — 

mettere insieme quelli, che, più, fanno onore, al suo 
nome 

JV. Tommaseo 

GLXXX. La Carolina Poerio-Sossisergio a Niccolò Tommaseo. 
Mio carissimo amico, signor Tommaseo , 

Dico, a voi, lo stesso, che ho detto, al signor Gene- 
rale Pepe; cioè, che ho incominciate molte lettere di ri- 
sposta, alla vostra, e non ho potuto proseguirle. Ma, 
questa mane, ho forzata la mia volontà; ed eccomi 
all'opera. È un grande ardire, per me, di scrivere, ad 
un letterato di primissim'ordine; ma non ho voluto 
confidare, a nessuno, la cura di rispondervi. Comun- 
que sia la mia Jettera mal scritta, al certo, essa e- 
sprimerà i miei sentimenti. 

Debbo, però, prima di tutto, chiedervi scusa, se, sen- 
za avere il bene di conoscervi, vi scrivo , con troppa 
confidenza. Ma voi eravate Tamico di mio figlio; esso, 
sempre, mi parlava di voi: ora, lo rappresentate nel 
mio cuore ; vi amo, come un altro mio figlio. Tutto 
quello, che mi dite, per consolarmi , potrà essere uti- 
le , in un altro tempo ; io, però , ve ne sono tenutis- 
sima.... per ora, non veggo, che la mia perdita; per 
ora, non sono che madre tènera, debole, inconsola- 
bile. Il tempo potrà modificare il mio dolore, renderlo 
meno atroce ; ed, allora, la memoria del mio Alessan- 
dro verrà, come una cosa sagra. Anch'io, dico, spesso, 
a me stessa:— «Esso è in cielo». — L'anima sua pura, 
scevra da ogni pensiero di utilità propria, veritiera, po- 
teva tacersi sopra i suoi sentimenti, ma non mai tradirli. 



— 345 — 

neanche per celia. Ma voi lo conoscevate, da vicino; 
per conseguenza, apprezzavate le sue virtù ; e compa- 
tivate i suoi difetti , che , in parte, nascevano, dalla 
sua fisica costituzione e dalla sua sensibilità morbosa. 
Vi prego, di presentare i miei ringraziamenti, al 
signor Manin, per quello, che ha fatto , per la me- 
moria di mio figlio. Vi prego, di ringraziare le buone 
Veneziane, delle parole, che han messe sotto la tomba 
di Alessandro. Vi prego, di andare, a questa tomba; e 
baciarla, in mio nome. 

Vostra 

..... Poerio, 
La mia arnica^ D. Lucia, è inconsolabile. 



GLXXXI. Guglielmo Pepe a Niccolò Tommaseo. 

Venezia, 13 Dicembre 1848. 

L'aflfetto, che dimostrate, per la memoria del fu no- 
stro caro Poerio, è una novella prova del vostro bel 
cuore. Ammirabile fu il suo valore; ammirabile, la sua 
modestia ; ammirabili, le sentenze, che profferiva , an* 
che, negli ultimi momenti di agonia. È opera degna 
della vostra penna, di pubblicare i suoi manoscritti e 
far ristampare le sue produzioni, che, già, avevan ve- 
dute la luce. 

Fra giorni, vi spedirò copia di tutti i suoi lavori. 
E chi, meglio, di voi, potrà eseguire le correzioni, che 
essi meritano , e che mancò il tempo , all' autore , di 
eseguire? 

Da ogni angolo dellltalia, qui, giungono notizie de' 
preparativi degli Austriaci , contro Venezia. Lascia- 



— 346 — 

teli fare! Io vorrei, che il nemico intraprendesse, con 
tutte le sue forze disponibili, V assedio di Marghera: 
aflSnchè spiccassero il valore Italiano e veneto ; e per- 
chè si mostrasse, all'Europa, di che sono capaci i po- 
chi Italiani, nella Laguna, non traditi da Principi, pri- 
vi di patriottismo e di onore. Addio, caro e virtuoso 
amico. Scrivetemi, sempre; e credetemi tutto vostro 

Guglielmo Pepe. 



GLXXXn. Raffaele Poerìo alla Carolina Poerìo Sossisergio. 

Torino, li 13 Dicembre 1848. 

Mia carissima ed affettuosissima cognata, 

Oltre alla mia lettera, che spinsi, in duplicata, a 
Carlo, in data del 18 dello scorso Novembre, spero, 
ti sia pervenuta, pure, a quest'ora, l'altra mia, che soo- 
cartavo, al medesimo, del 29 dello stesso mese, al tuo 
indirizzo, onde esprimerti il* vivo e profondo dolore, 
in cui ci avea immerso la funestissima nuova del- 
la amara ed irreparabile perdita, fatta, dalla nostra 
famiglia , nella persona del mio amatissimo nipote , 
del tuo nobile e sventurato figlio Alessandro. Vittima 
eletta e volontaria dell'indipendenza Italiana, genero- 
so, egli ofifriva, in tributo, la sua esistenza, pella rige- 
nerazione. ed il riscatto dell'amata patria. E, combat- 
tendo da forte , egli cadea, sai campo dell'onore, uni- 
versalmente, compianto, e lasciando cara, ad un tem- 
po, e dolorosa memoria, di sé, fra i più distinti figli 
d'Italia, un nome glorioso, e, pella sua prematura fine. 



— 347 — 

delle amarissìnie reminiscenze, alla sua inconsolabile 
famiglia. Comprendo, pur troppo, mia degna e rispet- 
tabile cognata , che sifiFatte considerazioni scemar non 
possono il vivo rammarico , il profondo ed inespri- 
mibile dolore del tuo cuore materno; e che tutt'altro 
sentimento è pallido, tace o si dilegua, al cospetto di 
tanto affanno, d'una sì grande sciagura. Piangi, o 
illustre e sventurata madre d'un più degno e nobile 
figlio, piangi, che son giuste, necessarie le tue la- 
crime, che sole esse potranno alleviare il tuo immen- 
so aflfanno, mitigare il tuo santo dolore. 

Ti compiego, in questa, una lettera di Maria Tere- 
sa, la quale è venuta a raggiungermi, da due settima- 
ne, circa, in questa Capitale, ed ha pagato, fin dal suo 
giungere in questa, tributo, alla severità del clima* 

Nina non sta bene. Ella ti bacia, rispettosamente, 
le mani; ed abbraccia, afifettuosamente. Ho ritardato, 
di qualche giorno, a dar corso, alla lettera di mia mo- 
glie, onde poterti dar nuove d' Enrico, che attendea, 
ad ogni istante. Finalmente, è giunto, ieri, a Torino,, 
col suo amico e collega Gaston. In quanto ad En- 
rico, io avea preso delle misure preventive, a tempo; 
e sarà ammesso, nell'armata lombarda, nella quale ia 
ho potuto farlo comprendere ; ma non sono sicuro, 
per Gaston. Però, spero molto, dalla benevolenza dei 
miei colleghi. Conservo, pure, delle speranze di poter 
far impiegare, in attività, Errico, prima che cominci 
la guerra, se, pure, si realizzano alcune mie previsio- 
ni. Io avrò cura di lui. 

Spero, che Carlo, Carlotta, Imbriani e la loro fa- 
miglia godino perfetta salute. Abbracciali e salutali, 
affettuosamente, da parte «mia e de'miei. Non dimen- 
ticarmi, presso Luisa, D. Michelangelo e Peppino Par- 



— 348 — 

rilli, siccome ti pregai^ con la precedente mia. Attendo, 
<son ansia, nuove della tua salute e di tutta la fami- 
glia. Guglielmo ti bacia la mani ; ed abbraccia i cu- 
gini. 

Addio, mia buona e rispettabile cognata. Ti abbrac- 
<$io, affettuosamente; e ti ripeto l'omaggio del mio ri- 
spetto e della mia venerazione, pelle tue tante virtù, 
come pella dignità e coraggio, con cui sopporti le tue 
«venture. 



All'Egregia 
Signora Baronessa Poórìo, 

N.o 5, Strada del Salvatore, in 
Napoli, 



Tuo aff.mo Cognato 

Raffaele Poerio. 



NOTE 

(1) Niccolò Tommaseo , nato a Sebenico, il 9 Ottobre 1802; 
morto, poi, a Firenze, il primo Maggio 1874. Il dirne poco sa- 
rebbe superfluo; il parlarne, ammodo, lungo tema. Alessandro 
Poe rio, che, prima del 1830, non lo aveva in gran conto, avvi- 
cinatolo , in seguito, molto , a Parigi e Yersaglia , ne divenne 
amicissimo, entusiasta. Rimpatriato il Poerio, nel 1836, i due 
ebber continuo carteggio ed affettuoso, che, in gran parte, ò sal- 
vo. Fra le liiiche a stampa del Poerio, le terzine: Ad un ami" 
cOf (che incominciano: Come, indarno, venutOf a questa luce\ ^on 
dirette, al Tommaseo. Il quale, senza il permesso e <;ontro il ve. 
lere deir amico, ne avea pubblicati larghi squarci, (senza , però, 
nominarlo^ nelle sue Scintille, pag. 155.) imperfetti, ancora. Per 
esempio, il primo verso vi si legge, cosi: In secol molle, io venni^ 
a questa luce. In uno stracciafogli del Poerio, ho ritrovato il se- 
guente frammento (inedito) abbozzato, appena : 

A Niccolò Tojimaseo. 

27 Giugno 1847, Napoli. 

E salirà tuo canto, 
A più veggente altezza: 
Perchè Tanima tua, sempre, si schiude. 
In più schietta virtude; 
Perchè, nudrita di secreto pianto, 
Del cor la gentilezza 
Spira, sempre, più santo amor di vero, 
Al fervido pensiero. - 

E volerà, più lunge, 
La possente parola. 
Che, meditata, nel profondo petto, 
Con recondito affetto. 
Inaspettata, in sul tuo labbro, giunge ; 
E, d* armonia', consola. 
Più lunge, volerà, perchè 1 tuo cuore 
S^apre, in più largo amore. 



— 350 — 

E durerà, loDtano, 
Il suon di quella voce, 
Nel tempo, che prepara ignoti eventi, 
A nasciture genti. 
Perchè te vii desio di plauso vano , 
Che se ne va veloce, 
Non corruppe: e dicesti, ardito e puro. 
Sospirando il futuro. 

(2) Carlo Poerio juniore nato, in Napoli, il 13 Ottobre 1803. 
Il quale, poi, moriva, in Firenze, 11 28 Aprile 1867; ed è se- 
polto, in Pomigliano d'Arco, nel sepultuario degl' Imbriani. 

(3) Lucia de Thomasis. Nata, nel 1793, in Mola di Gaeta, 
dov'era comandante il padre, Enrico Gomez di Paloma; moglie, 
nel 1811, dell'abruzzese Giuseppe De Thomasis, (di ben ven- 
tisei anni maggiore di lei; ed, allora, procuratore regio alla Cor- 
te dei Conti; e ministro, poi, della Marina, nel 1821); morta, il 
22 Dicembre 1858 , dopo ventott' anni di vedovanza. Antonio 
Ranieri {Scritti Vari) e Niccolò Tommaseo (La Donna, Scritti 
vari editi ed inediti) ne hanno stampati elogi, che insospetti- 
scono , per la stessa loro esageratezza. Dovrei, farvi una gran 
tara ! Ma lasciamola requiescere, in pace ; ed auguriamo , alla 
Italia, donne, che vivan solo e tutte, per la famìglia. 

(4) Il Ministero di allora era, sempre, quello detto del 3 A- 
prile ; composto, cosi: 

Carlo Troya, presidente del Consiglio ; ed ebbe, poi, 1* in- 
terim della Istruzione pubblica (in surrogazione di Paolo Emi- 
lio Imbriani. Vedi, pag. 8.) 

Luigi Dragonetti, affari esteri. 

Pietro Ferretti, anconitano, (che fu, poi, sostituito da Gio- 
vanni Manna,) finanze. (Vedi, pag. 24.) 

Gaetano Del Giudice, brigadiere, guerra. 

Giovanni Vignale, magistrato, grazia e giustizia. 

Raffaele Conforti, (succeduto, a Giovanni Avossa) interno. 

Vincenzo degli Ubertj, colonnello, lavori pubblici. 

Antonio Scialoja , agricoltura e commercio ; ed ebbe , poi 
r interim degli affari ecclesiastici ( in surrogazione di France- 
sco Paolo Ruggiero. Vedi, pag. 24.) ^ 

(5) Procurò questo scopo il Poerio, facendo stampare e gri- 



— 351 — 

dare e distribuir, per le Tìe, un foglio Tolante dì millimetri 275 
per 188, che noi, fedelmente, ristampiamo, qui. 

Lettera di Niccolò Tommaseo. 

Niccolò Tommaseo, Membro del GoTemo provrisorio della 
Repubblica veneta , uomo, il quale, illustre, per ingegno , per 
iscienia e (più alta e rara cosa) per Tirtù, mi onora delfami- 
cizia sua, credendo mio fratello, tuttora, Ministro, mi scriveva, 
a* 25 dello scorso Aprile , una lettera , che ho ricevuta, non 
prima di stamane. Mi sono affrettato di parteciparla, a*Mini- 
stri attuali, com* era mio dovere. Ma dovere più sacro io sti^ 
mo, il comunicarla, ali* universale, divulgandola, per le stampe. 
Eccola : 

e Caro Poerio, 

€ Non vi parlo di versi, nò d*ombre o d^acque; vi parlo d*un 
€ vapore da guerra, che ci fa bisogno. Vostro fratello, consorte 
e mio, nella carcere e nel Ministero , vegga, se può, farcene 
€ avere uno, in prestito, perchè la Repubblica è povera. I ma- 
€ linai, li metteremo di nostro ». 

Oh quanto si racchiude, in queste, così, brevi e semplici pa- 
role ! Ed il taciuto rimprovero accresce, ad esse, efficacia, a noi, 
vergogna; che, fio da molti giorni, il Giornale officiale delle Due 
Sicilie aveva annunziato: che una flottiglia napolitana andreb- 
be, subito, a Venezia , con quattro mila nomini di truppe da 
sbarco; e rimarrebbe, nell'Adriatico, vigile contro P Austria, anzi 
operosa, a danno di quella. Ma, invece, i vapori son iti a sbar- 
care le truppe, a'confini del Regno; e tornano, qua. Or, Vene- 
zia, che, scacciati gli Austriaci, n*è minacciata, di nuovo, chiede, 
a Napoli, quieta e sicura, un vapore, un solo, ed in prestito; 
ed, i marinai, li metterà di suo! Chiede, che, agli ozi delle flot- 
te napolitane, sia tolto un sol legno, perchè i figli di lei, an- 
tica dominatrice de* mari, vi si slancino sopra, a combattere 
contro il comune nemico, per la salute della patria risorgen- 
te! (Chi, neiranima profonda, non sente la irresistibile potenza 
di questa invocazione solenne, non osi chiamarsi Italiano. Se, 
come, tuttodì, veggiamo accadere,) non ostante le buone inten- 



— 352 — 

zioni de* Ministri, quella mano occulta, che, qui. comprime ogni 
impeto di magnanimo entusiasmo, impedisce ogni opera gene* 
rosa e lascia passare, fra grette dubbiezze e tergiversazioni 
codarde, il tempo opportuno e supremo de' redivivi fati d'Ita- 
lia, respingerà od eluderà il fidente desiderio de' Veneti, prov- 
vegga la pubblica opinione, con un di que* scoppi d* indegna- 
zione tranquilla, a cui non si resiste. Altrimenti, l'idiooìa di 
Dante non avrà espressioni, abbastanza, energiche, per marchia- 
re d'infamia un, cosi, proditorio abbandono. 

Napoli, 2 Maggio 1848. 

Alessandro Poerio, 

(6) Giornale Costituzionale del Regno delle Dice Sicilie. N.® 84 
(Sabato) 15 aprile 1848. 

É giunto, in questa nostra Capitale, da Milano, il Signor Tof* 
fetti, da quel Governo Provvisorio, appostatamente, qui, inviato^ 
per sollecitare, da questo Real Governo, la pronta spedizione di 
una flotta, nell'Adriatico, collo scopo di frapporre impedimento, 
a qualunque possibile tentativo di sbarco, per parte di milizie 
austriache, sulla orientale costa d'Italia. 
L'onorevole Inviato sarà, domani, ricevuto, dalla M. S« 
Il Ministero frattanto , informato del fine di tal missione e 
compreso di tutta l'importanza della domanda, porrà ogni sua 
cura, perchè la stessa venga soddisfatta. 

(7) Giornale Costituzionale del Regno delle Bue Sicilie, N.® 8& 
(Lunedì) 17 aprile 1848. 

Ministero e Real Segreteria di Stato 
DEGLI Affari Esteri 

Ieri, il signor Conte di Rignon, incaricato d'una missione 
speciale del Re Carlo Alberto , ebbe la terza udienza di Sua 
Maestà. 

La Maestà Sua, prendendo in considerazione le qualità del 
Signor Conte, lo ha decorato della Croce di Commendatore del 
R. Ordine di S. Ferdinando e del Merito. 



— 353 — 

Aderendo, alle richieste del Governo Sardo, espresse dal sul- 
lodato signor Conte di Rignon, la Maestà Saa ha disposto, che 
una squadra della Real Marina, composta di quattro Fregate 
a Vapore, con a bordo quattromila uomini delle Reali truppe, 
comandate dal Tenente- Generale Guglielmo Pepe, si rechi^ im- 
mediatamente, nell* Adriatico, per prender parte, con le truppe 
Piemontesi, alla guerra, che si combatte, in Lombardia, per Tln- 
dipendenza Italiana. E, per aderire ad altro desiderio del Go- 
verno Sardo, spedisce, in Venezia, parecchi Uffiziali e Sotto-Uf- 
fiziali esuberanti , che potranno servire, sia per istruire i vo- 
lontari Veneti, sia per guidarli alla pugna; e, specialmente, Uf- 
fiziali di Artiglieria, capaci di dirigere, all*uopo, le batterie di 
campagna, che ne mancassero. 
17 Aprile 1848. 

(8) Guglielmo Pepe, nato a Squillace, nel 1782, morto a To- 
rino, 1*8 Agosto 1855. La vita pubblica n*ò sufficientemente 
cognita: e non è irreprensibile. Il pronunciamento del 1820 par- 
rà, forse, lodevole, a chi crede, il fine giustificare i mezzi : noi 
possiamo, appena, scusarlo in parte, considerando, che la tiran* 
nide crea antinomie terribili fra* vari doveri. Ma la sua mag- 
gior colpa fu: di non essere una gran mente e di pur credere 
d'esser tale e di assumerne le parti. 

(9) Questo soffrire spasmodico trovasi descritto, nel seguente 
certificato medico: 

— « Certifico io, qui sottoscritto, dottore in medicina, come 
€ il signor Barone Alessandro Poerio soffre, da più anni, un fe- 
€ roce singhiozzo nervoso, contro il quale son tornati fallaci 
4L tutti i più vantati rimedi, che V Arte medica gli ha prescritti. 
€ Nato da pervertita azion de* nervi pneumogastrici, cotesto suo 
« spasmo, non che scemare, per correr di tempo, si è fatto, anzi, 
c( più ardito, associandosi, ch*ò peggio, con ogni maniera d*idee 
€ tristi. E, siccome, dopo le tante sciagure, le quali han col- 
€ pito la sua Famiglia, il soffrente ritrova, fra noi, troppi og- 
€ getti e rimembranze, che gli svegliano penose emozioni; cosi 
€ avviene: che gli si aggravi, ogni d) più, la malinconia; e per 
4L essa, si renda maggiormente inferma e deperisca la sua sa- 
€ Iute. Però , a trovar modo di alleviare il suo fiero patire , 
« riuniti in varie consultazioni, con me sottoscritto, i più rmo- 
4L mati Professori di questa Capitale, se gli è, di unanime ac- 
4L cordo, consigliato, come il più sicuro ed efficace espediente, 

23 



— 354 — 

< che or gli rimanga a tentare, la navigazione ed il viaggiare 
€ per lontane contrade ; essendoché il variare interamente di 
€ clima, di usi e di cose, può: rompere la morbosa abitudine 
€ de' suoi nervi; modificarne, in bene, la condizione vitale; e ri- 
« tornarlo, a lungo andare, in lodevole stato di sanità. Onde, 

< per il vero. 

< Napoli, ventisei gennaio 1847. 

< Dottor Alessandro Lopiccoli. » — 

(10) Ferdinando II, nato , a Palermo , il 12 Gennsgo 1810, 
succeduto al padre Francesco I , sul trono delle Due Sicilie \ 
rS novembre 1830; morto, nella Reggia di Caserta, il 22 Mag- 
gio 1859. Fu soprannominato Re Bomba, nel 1848-49, per a- 
ver fatto bombardare alcune città ribelli di Sicilia, il che, cer- 
to, nessun giusto uomo gli ascrive, ora, più, a colpa. È dovere 
del capo d'uno stato di conservarne l'integrità: ma il capo di 
uno stato è inescusabile, se non rende il vincolo politico caro 
a' sudditi, pe* benefizi, che ne vengon loro. E Ferdinando non 
ebbe alcuna degna ambizione; non comprese alcuno deMoveri, 
ch'egli. Re Italiano, avea verso i suoi popoli e Tltalia; e non 
seppe rispettare la santità del giuramento. Onde, ha lasciato 
fama esecrata; e preparò la caduta della sua dinastia. 

(11) Carlo Zucchi, nato in Reggio d'Emilia, nel 1776, servita 
la repubblica e l' impero francese ed il Regno d' Italia e lo 
impero Austriaco, fu pensionato, col grado di tenente-mare- 
sciallo e si ritirò in patria. Nel 1821, imprigionato dagli au- 
striaci, rimase, per quattro anni , nelle carceri di Milano. Aven- 
do partecipato, nel 1831, a' moti, che represse l'intervento au- 
striaco, s'era imbarcato, in Ancona, per emigrare in Francia; 
ma, catturato, dagli Austriaci, nell' Adriatico, tradotto a Vene- 
zia, quindi a Gratz e condannato nel capo, l'intercessione della 
Rtigina de' Francesi gli fece commutar la pena in vent'anni di 
prigionia. Li scontava, nella fortezza di Palmanova, quando la 
rivoluzione, liberandolo, nel marzo 1848, il trasformò in go- 
vernatore di essa fortezza e comandante generale del Friuli. 
Sventuratamente, era, allora, un povero vecchio, poco man che 
rimbambito, come dimostrò in seguito. 

(12) Mcuni membri della famiglia Nugent, oriunda normanna, 
emigrarono dalla Gran Brettagna, quando gli Stuardi ne furono 
espulsi; e «i stabilirono in Austria. Lavai, conte Nugent di West- 
meath, nacque, nel M.DCC.LXXX, in Praga, dove il padre era 



— 355 — 

comandante. A ventinove anni, era, già, colonnello e capo di 
stato maggiore dell* Arciduca Giovanni ; neU*andici, andò in In- 
ghilterra, con una missione secreta, per intavolar trattative, col 
governo Inglese. Nel tredici, comandava da Maggior*generale 
una parte dell'esercito capitanato dallo Hiller; occupò Trieste e 
coQchinse la convenzione , che garentiva la corona di Napoli 
al Murat. Ristaurati i Borboni, fu nominato , nei diciassette , 
generalissimo dell'esercito napolitano: posto, che dovè lascia- 
re, pe'moti del venti. Rientrò, come Luogotenente-Maresciallo 
di Campo {Feldmarschalllveutenant) neU*esercito Austriaco; fu 
promosso a General d'Artiglieria (Feldzeugmeister}^ ed ebbe, nel 
quarantotto, il comando di un corpo, col quale marciò^ al soc- 
corso del Radet^ky, posto alle strette dagl'Italiani. 

(13) Allude a'torbidi , che seguirono V allocuzione pontificia 
del ventinove Aprile. Atto funesto per la causa Italiana, det- 
tato, alla coscienza del Papa, da motivi, certo, nobilissimi, ma 
che dimostrò, pur troppo, come la qualità di principe tempo- 
rale Italiano e di sommo gerarca cattolico, fossero incompa- 
tibili. 

(14) — € Il Conte Tofifetti era un bellissimo originale; aristo- 
€ cratico, liberale e patriota; la sua conversazione fu piena di 

< spirito e di brio. Il Conte Giuseppe Durini, che lo stimava 
« ed amava, lo propose a' suoi colleghi del Governo Provvi- 
€ Borio, per inviato a Napoli. Vi andò ; fece bene quel poco , 
€ che poteva; finché, dopo i disastri , emigrò, con gli altri, \i- 
« vendo, molto, a Parigi. Mi ricordo d'avergli sentito raccon- 
« tare^ con quel suo fare da grand Seigneur, che, quando l'Au- 

< stria, per l'insano tentativo mazziniano del 6 Febbrajo 1853, 

< ci sequestrò i beni, a tutti noi, notissimi antimazziniani, i ric- 
« chi signori milanesi , il Duca Litta , il Duca Yisconti-Mo- 
c drone, il Conte Vitaliano Borromeo, studiando qualche modo 
« d'uscire da quel duro passo, pensarono di pregare il Tof- 
« fetti d'andare a Vienna, dov'egli aveva non so che alte pa- 
« rentele, per dimostrarvi l'iniquità della cosa e procurare, che 

< il sequestro fosse levato. Il Borromeo andò, a fargli la pro- 
« posta. Ma il Toffetti se l'ebbe a male. Io andare, a Vienna, 
€ per questo? Per chi mi si piglici Accettai d'andare, a Napoli^ in 
« un interesse generale e patriotico ! ma, a Vienna, per il no- 
« stro particolare interesse? ... Fate, anche voi. Signori, quello , 
€ che ho fatto io. Mandai, a Crema, la mia procura, al mio fat^ 



— 356 — 

a tore: e queste materie^ le lascio trattare, dal mio fattore, con 
a casa éPAicstria >. — [Comunicazione confidenziale di E. B.]^ 

(15) — < 11 Bossi fu un patriota, non so bene, se fino dal 21, 

< certo dal 31, repubblicano convinto: vuol dire, che non ave- 
a va una gran levatura di mente. Fu, anche lui, adoperato, dal 

< Governo Provvisorio , in qualche missione diplomatica >. — 
[Comunicazione confidenziale di E. B.}. 

(16) — € 11 Ministero Sardo spedii a Napoli, il conte Rignon 

< con l'incarico di far premura^ a qael governo, perchè man- 

< dasse sussidi di uomini e di danari,, alla guerra, che si com- 
<x batteva per la indipendenza di tutta Italia. Il governo prov- 
€ visorio di Milano, con lo stesso scopo, inviava, dal canto suo, 
« il conte Toffetti, diplomatico abile ed esperto e, piii d*ogni 

< altro, idoneo all'ardua missione. Il Rignon ed il Toffetti fé- 
« cero quanto stava in poter loro , per raggiungere 1* intento 
€ desiderato. E rinvennero, nei ministri^ tutta la buona volontà 

< possibile , la brama caldissima di far la guerra per davve- 

< ro >. — Cosi Giuseppe Massari. Vedi / Casi di Napoli, Cap. 
XII. Vedi, pure, l'estratto del Giornale Costituzionale, ripoi tato, 
per errore, nella precedente nota settima. 

(17) — < L' anno appresso [cioè il 1845] > — scrive Pier Sil- 
vestro Leopardi, nelle sue Narrazioni Storiche, Cap. XI — < per 
€ cura della principessa di Belgiojoso > — cara gioja ! — < e 
<c del Bizio » <— italiano infranciosato , che fu , poi , ministro 
della seconda repubblica francese — < si tentò, a Parigi, la pub- 
« blicazione di una Gazzetta Italiana , intesa a dimostrare ;ia 
4L facilità delle riforme in Italia. Io, che non m'ero, mai, ristato 

< dallo scrivere, il più che potevo, ne'giornali francesi, vi con- 

< corsi, alacremente... Quella effdmeride non durò molto, a ca- 
« gione delle discordie sorte fra gli estensori e della opposizione 
« di chi volle sostitairle V Ausonio, ibrido periodico, che nacque 
<c e morì senza frutto >. — L' Ausonio fu giornale mazziniano, 
con reverenza parlando. 

(18) Senza dubbio, in que'mesi d'ambasce e di tumulti, molti 
versi avrà cominciati a scrivere il Poerio; ma, senza poterli 
condurre a perfezione. Da un libro d'appunti, trascriverò l'ab- 
bozzo informe dello esordio di un inno, per le cinque giornate 
di Milano, principiato, come si vede, al primo annunzio della 
vittoria popolare e, poi, lasciato li imperfetto: la strofa non avea 
neppure pigliata forma determinata. 



— 357 — 

Fra quante altere vanno 
Di scacciato tiranno — alme cìttadi. 
Tu, con raggio lontano , 
'Generosa Milano , 
Più splenderai ne le future efadi. 

Quattro fiate sorse 
Su le tue pugne e si nascose il sole; 
Poi, recando vittoria, 
Cinse d'eterna gloria 
La tua rinata prole. 

Ond* io, che, intento vate , 
Vigilo l'opre per le vie degli anni , 
Pien de* tuoi lunghi affanni — e dell* ardire , 
Sento il carme venire, 
Con novella esultanza, 
Vittoriosa de la mia speranza. 

(19) La Carolina di Niccolò Sossìsergio^ (magistrato, di una 
: famiglia pugliese e, propriamente, del Poggiardo, che ebbe alti 

uffici ne' cosi detti Prestata morto prima del 1799) e della Car- 
lotta Trompaur da Brusselle (la quale era stata istitutrice in 
corte dei Granduca di Toscana, Leopoldo I ; e , dopo il quarto 

* figliuolo, ne fece dieci altri morti») Vedi, per qualche notizia 
intorno a lei, nelle vite del marito Poerio e del cognato Feli^ 
ce Parrilli , che contengonsi nel libretto intitolato; Commemo- 

. rajsione di Giureconsulti Napoletani. 5 Marzo i882, Napoli, 
Cav. Antonio Mw^ano Editore , 37 i , Vìa Roma , 372. i882. 
La Carolina Poerio- Sossisergio dava al marito tre figliuoli: A- 
lessandro, Carlo e la Carlotta, che fu moglie di Paolo Emilio 
Imbriani. 

(20) La Luisa Sossisergio, sorella della Carolina, vedova del 
Barone Felice Parrilli, al quale die due figliuoli: un Giuseppe, 
che ancor vive ; e la Carolina, morta, suicida, (come pare), nel 
1840. Vedi, per qualche notizia intorno a lei, nell' opuscolo in- 

< dicato nella nota precedente. 

(21) I Parrilli possedevano un bel quartiere, nel palazzo, che 
porta il numero 13, strada Banchi Nuovi. Fra le altre belle cose, 
era ornato da un amenissimo giardino pensile, che si stendeva 
sopra tutta la copertura della contigua chiesa. Da alcune sue fi- 

. nestre, si ha una veduta magnifica del golfo. — Scrive il Massa- 



— 358 — 

ri:— «Nel partire alla Tolta della Lombardia, il generale Gnglìel- 
« mo Pepe venne accompagnato da Alessandro Poerio , anima 
€ generosa e gentile, scrittore di liriche stupende, poeta civile, 
€ Italiano caldissimo è sviscerato. Il rammarico , col quale i 
€ Napoletani lo vedevano partire , era temperato dal pensiero 
€ de* grandi servizi, che, coi suoi lumi e col suo ingegno, egli 
€ sarebbe stato per rendere alla causa nazionale. Alessandra 
<c Poerio, in tutti i suoi versi, in tutte le sue scritture, predi- 
€ co la Italianità : e , quando suonò lo squillo della tromba 
€ guerriera, nessuno potè frenare la sua impazienza di accor- 
« rere sui campi della guerra santa. Partiva, acclamato e desi. 

< derato da tutti, benedetto dalla veneranda madre....»— >Che, mi 
sia lecito notare, non dava, però, teatrale spettacolo, come 
altre, del suo sacrifizio; i sacrifici, che cercano il plauso plebeo, 
non hanno merito vero, non sono sacrifici. Attendite ne mstitiam 
vestram faciatis coram hominibus, ut videamini ab eis, alio^ 
quin mercedem non hdbébiHs apud patrem vestrum, qui in 
Coelis est, Cum ergo faeis eleemosynarrij noli tuba canere ante 
tey sicut hypocritae fUdunt in Synagogis et in vids, ut honori- 
ficentur ab homintbus. Amen dico vobis^ receperunt mercedem 
suam. (HLuTTE. VI. 1-2). 

(22) Guglielmo Pepe. Alessandro Poerio non aveva altra qua- 
lità, se non quella di mìlite della Guardia Nazionale di Napoli, 
addetto allo Stato Maggiore del General Pepe. — « Tanto di- 

< sinteresse e tanta modestia erano virtii ammirabili, direiv 

< quasi, incredibili, in un'epoca, nella quale si correva al pal- 

< lio degr impieghi; e la più inetta mediocrità voleva, ad ogni 
€ costo, cariche e pubblici uffizi. > — Cosi il Massari. 

(23) Giovanni Vacca è stato , poi , nel Regno d*Italia ,. con- 
tr*ammiraglio e deputato al Parlamento e Consigliere Comunale 
aNapoli. Avrebbe riparato Tesito infausto del primo scontro appo- 
Lìssa, dove comandava una divisione, e ricondotta la squadra no- 
stra contro Taustriaca, se il Pensano, ricomparendo, non avesse 
ripreso il comundo. Sposò una figliuola del General Cardamone;, 
un* altra avea sposato Ludovico Bianchini. Lasciò una figliuola 
Carolina: ora, maritata con un Rocco, ufficiale de* Pompieri. 

(24) Savino Sa vini nacque, in Bologna, il primo Ottobre 1813,. 
da Carlo Antonio Savini e dalla Teresa Carate. Fu laureato in 
legge ed amante infelice delle belle lettere. Si provò, piti volte^ 
come autore teatrale: ma fece, sempre, fiasco. Ho letto e po8<^ 



— 359 — 

seggo un suo Simone de Catix \ o \ Scienza nuova e povera. \ 
Dramma storico in tre atti \ del \ Dott. Savino Savini» \\ Vene" 
sia I Tipografia di Alvisopoli \ i845. Scrisse pure un Dada, 
un Nuovo Caino, una Emma Liona. Dal Gennajo 1841 al De- 
cembre 1844, pubblicò, in Bologna, uà giornaletto, quando eb- 
domadario, quando quindicinale, quando mestruo, intitolato la 
Parola. Nel 1849, fu membro della Costituente Romana; ed, il 
9 Febbrajo, votò le proposte Filopanti (abolizione del poter tem- 
porale ed istituzione della repubblica). Cercò, quindi, rifugio in 
Piemonte, dove insegnò filosofìa positiva ne* Collegi Nazionali 
di Bobbio, Cherasco, Carmagnola, Tortona; e, poi, fu adope* 
rato, in Torino, come segretario alla redazione dei Dizionario 
del Tommaseo. Rimpatriato nel 1859, ne* primi di settembre, 
vi mori. Ne vive, ancora, il fratello Francesco, notajo, la ve- 
dova Teresa Mondini ( figliuola delio anatomico Francesco e 
moglie del Savini dal 1837 ), tre figliuole ed il figliuolo avvo- 
cato, Virginio. Presso i qu^di^ abbiamo fatto fare ricerca delle 
lettere del Poerio al Savini: ma nessuna se n'ò ritrovata esi- 
stente ancora. Tutte furono abbruciate, per prudenza, ne*tempi 
difficili, dal 1849 al 1859. 

(25) Intende il Conte Giovanni Gozzadini e la moglie Nina 
(Maria Teresa di Serego-Allighieri). Il Gozzadini, nato nel 1810, 
archeologo reputato, vive, ancora, in Bologna; ed è senatore del 
Regno. Ed egli, testé, commemorava, largamente, la moglie de- 
funta, in un grosso volume in sedicesimo, intitolato Maria Tc' 
resa \ di Serego Allighieri \ Grozzadini \\ Bologna \ Tipografia 
Faiva e Qaragnani] i882. Fanne ricerca. 

(^6) La Carlotta del barone Giuseppe Poerio e della Carolina 
Sossisergio, sorella di Alessandro e di Carlo Poerio, nata, in 
Napoli, il 29 Giugno 1807; moglie, il 2 Maggio 1838, di Paolo E- 
milio Imbriani; mancata a* vivi, in Napoli, il 14 Gennaio 1868. 

(27) L'Antonia di Carlo Poerio seniore e della Gaetana Poerio, 
sorella del barone Giuseppe Poerio. 

(28) Per Poppino, intende il cugino Giuseppe Parrilli, (Vedi la 
vigesima e la quadragesimaottava di queste note) che, allora, 
era vedovo di una figliuola del generale Michele Carrascosa (o- 
dioso pe* fatti del 1814 e del 1821), dalla quale aveva avuto due 
figliuoli, un Felice ed un Michelangelo. È autore di parecchie 
scritturelle e d* un "Vocabolario militare di marineria Francese 
Italiano^ in due volumi in quarto (Napoli 1846-47). 



— 360 — 

(29) Per Emilio, intende il cognato Paolo Emilio di Matteo 
Imbriani juaiore (da Roccabascerana) e della Caterina De Falco 
(da Pomigliano d*Arco) nato, in Napoli, il 31 Decembre 1808, 
mortovi il 3 Febbrajo 1877, senatore del Regno, professore di 
filosofia del Diritto nella R. Università, socio della R. Accade- 
mia di Scienze Politiche e Morali. 

(30) Giorgio Ruggiero Pio di Paolo Emilio Imbriani e della 
Carlotta Poerio, nato, in Napoli, il 28 Aprile 1848, morto, sul 
campo dì Digìone, il 21 Gennajo 1871, per una causa, che non 
era, ahimè! quella del suo paese: tra file, dalle quali i doveri di 
cittadino e suddito Italiano avrebbero dovuto allontanarlo. Onde 
il dolore, per la perdita immatura d'un giovane d'alto ingegno, 
non può, neppure, esser lenito dal pensiero, che egli è caduto 
adempiendo ad un dovere, per una causa onesta, come il zio 
Alessandro Poerio. 

(31) Aveva dato le dimissioni, principalmente, perchò— < la 
« guerra contro V Austria era debito e desiderio d* ogni anima 

< Italiana ed ufficio impreteribile di ciascun Principe d' Italia; 

< e, frattanto, invece di provvedersi, con potente e ben capita- 
€ nato esercito, con franco e bene determinato indirizzo, ginn- 
a gevasi fino a cavillare sul diritto di farla, quasiché il racqui- 
€ sto deir indipendenza e della libertà non bastasse a giusti - 
€ ficarla, senza prescrizione di tempo. > — Inoltre, la cerimonia 
d'un cosiddetto baciamano, al quale aveva dovuto prender parte, 
come voleva V etichetta, con tutti i colleghi, lo avea stomacato 
per modo , eh' egli ebbe a starne male e giurò di non pren- 
dervi più parte. Non accettandosi le dimissioni, cessò, col fatto, 
di andare in ufficio ed al Consiglio. Re Ferrante, che gli avea 
usate molte finezze, a* colleghi, che tuttavia insistevano, per- 
chò fosse richiamato, rispose:— -€ Non lo posso far condurre 
€ qui da' gendarmi. > — 

(32) Non si tratta, già, dell'ottimo Michele Pironti, ora Se- 
natore del Regno e procuratore generale presso la Cassazione 
di Napoli, creato Conte da Vittorio Emanuele. Ma, credo, di 
un Francesco Pironti, de' duchi di Campagna, ufficiale di ma- 
rina, destituito nel 1820., poi richiamato al servizio e morto uffi- 
ciale superiore al ritiro. Bizzarro uomo, che, per un pezzo, si fe- 
ce vedere, per Napoli, con due scimmiotti sulle spalle, che avea ri- 
portati dall'America, navigandovi, da capitano mercantile, du- 
rante la sua destituzione. Giocatore appassionato, si narra, che. 



— 361 — 

una sera, tornasse da uoa bisca a Foria, con le tasche intera- 
mente ripulite. Giunto a Costantinopoli, sotto l'antico arco, ora 
rimosso, fu aggredito da un grassatore. Egli, che s'era accorto 
dell'assalto, come robustissimo, scosseli ladro, lo stramazzò a ter- 
ra, gridando: giusto questo andavo cercando! gli tolse le armi; e 
r obbligò a consegnargli quanto aveva nelle saccocce: trenta 
piastre, due fazzoletti, un orologio; e lo congedò, poi, con una so- 
lenne caudata, come dicono a Napoli. 

(33) Chi fosse quest'amica bifronte, ignoro. Ned il Conte 
Gozzadini ha saputo ricordarsene. 

(34) Intende il cugino Enrico di Leopoldo Poerio e della in- 
glese Elisa Merida. Leopoldo Poerio, fratello minore del Ba- 
rone Giuseppe Poerio, giunse, nel decennio, al grado di Te- 
nente-Colonnello. Catturato, dagl'Inglesi, nel Jonio, passò alcuni 
anni prigione sul pontone il Canada, non essendoglisì voluta con- 
cedere la libertà su parola d' onore, percbò lo accusavano di 
avere fatto avvelenare da quattrocento persone, quando era co- 
mandante di Cerigo. Accusa calunniosa. In Inghilterra^ s'inna- 
morò della giovine, che, poi, sposò. Moriva esule, in Firenze, 
nel 1836. La vedova mori, suicida^ in Napoli, se non erro, nel 
1841, gittandosi in un pozzo. Gli sopravvissero due figliuoli: E- 
4uardo, morto giovane, ed Enrico. Il quale molto si dilettò di 
lettere e scrisse versi e drammi. Enrico era partito luogotenente, 
con un battaglione di volontari. Vive ancora. 

(35) Questi tutti erano, allora: la Luisa Parrilli Sossisergio 
(vedi la 20* di queste note); ed il figliuolo Giuseppe (vedi la 28* 
di queste note); ed i nipoti Felice e Michelangelo; ed il vecchio 
Don Michelangelo Parrilli, fratello del barone Felice Parrilli , 
avvocato e scrittor d'epigrafi ed impiegato in non so che uffi- 
cio araldico, che fu, pure, Pari del Regno, poco dopo. (Vedi la 
89* di queste note). 

(36) Una camerierai per nome Giovanna Lavizzari. 

(37) Male abbiamo, qui, stampato Staffetta in corsivo, scam- 
biandolo pel nome di un qualche legno. 

(38) Girolamo Ulloa, implicato nel processo Rossaroll (1834). 
Fatti voli meritati a Venezia, e scritte opere militari, tenute 
in pregio , ricusò il comando di un reggimento de' cacciatori 
•delle Alpi, nel 1859, col solo grado di colonnello, risponden- 
do al Cavour : — € Chi ha fatto il cuoco , non può rasse- 
« gnarsi a fare il guattero. » — E fu spedito a comandare lo 



— 362 — 

esercito toscano. Si rese impossibile, parteggiando pel principe 
Girolamo Napoleone, che vi era stato mandato, dal cugino, con 
alquanti francesi e con Tidea, che potesse succedere al granduca. 
Tornato a Napoli, divenne, ad un tratto,, borbonico ed autono- 
mista. Segui, se non erro, Francesco, a Roma; vivacchiò^ fpoi, a 
Firenze, dove, credo, che tuttora si mangi la pensione, ottenuta 
dal dabben governo Italiano. 

(39) Florestano Pepe, uno dei ventuno fratelli maggiori di: 
Guglielmo, nato, nel 1780, in Calabria, era luogotenente^ nel 1799. 
Servi la Repubblica Partenopea; e stette, quindi, fino alla pace 
del 1801, nella legione Italica; e, poi, rimpatriò. Nel 1806, prese 
servizio sotto Re Giuseppe; che segui in Ispagna, capo della 
Stato Maggiore della Divisione Napoletana, nel 1810 e nel 1811. 
Nel 1812, condusse una Divisione Napoletana in Danzica, che 
difese, (dopo aver coperta la ritirata dei Francesi, alla testa della 
nostra cavalleria) ammalato e ferito, per quanto potò, contro i 
Russi. Liberato dalla prigionia, represse una insurrezione, negli 
Abbruzzi; combatto contro gli Austriaci; fu promosso a Luo- 
gotenente-Generale; e mantenne l'ordine in Napoli, tra la fuga 
del Murai e 1* ingresso degli Austriaci. Rimase estraneo alla 
Rivoluzione del 1820, dalla quale fu mandato a reprimere Tin- 
surrezione siciliana: ma il Parlamento non ratificò le conces- 
sioni, da lui fatte agrinsorti. (Vedi la 63.^ di queste note.) Fu, poi, 
escluso dair esercito; e visse, quindi innanzi, da ricco privato, ri- 
fiutando, persino, la nomina a Pari del Regno, nel 1848. Ferdinan- 
do II, prima di quell'anno, soleva mandargli, sposso, della cac- 
cia in dono. Il Pepe abitava, nel 1848, al Palazzo Galabritto. 
Francesco Garrano ne ha pubblicato la vita (Genova , fratelli 
Ponthenier, 1851). 

(40) I fratelli Andrea e Gaetano Zjr erano proprietari della 
Albergo della Vittoria a Chiaja. Parenti lontani del March. Dra» 
gonetti. La madre n*era sorella dell'albergatore Magatti: e quel- 
le due locande eran le sole buone , allora , in Napoli. Andrea 
sposò una figliuola del Santoro, da cui si divise. I mprigìonato 
più volte per misura di polizia; dopo il 1860, fu nelle poste 
come ispettore. Gaetano ebbe due mogli. La prima era figlino- 
la del Block , negoziante di oreficerie a Toledo , cui fece il 
busto Tito Angelini. E da questa ebbe due figliuole; una, mari- 
tata, in Firenze, all' avvocato Carrozzini ; e 1' altra, Eleonora» 
che al presente ò moglie del Sacchi, impiegato superiore di Ca- 



— 363 — 

sa Reale a Napoli. La seconda moglie era sorella del famige- 
rato Beneventano del Bosco e vedova di un Marchese Bevila- 
cqua. E da questa il Zyr ebbe parecchi figliuoli; fu bravissimo 
uomo e liberale (nei due veri sensi del vocabolo), senz'ambizione 
personale. 

(41) Francesco Paolo Ruggiero di Pietro, medico, da Palo, 
nel Barese (1760-1837) e della Matilde Sancio, nacque, in Na- 
poli, il 4 Aprile 1798: fu paglietta piii che avvocato. Ministro 
degli affari ecclesiastici, nel Ministero del tre Aprile, avversò 
ed ostacolò la spedizione militare neirAlta Italia, tenendo il 
sacco al Re. Incerta è la sua condotta nel conflitto. Dopo il 
quindici maggio, prestò la mano alla reazione; ma Ferdinando, 
servitosene ne* tempi dubbi, lo buttò via come un limone spre- 
muto. E lo volle persin condannato a morte, in contumacia, 
dopo averlo fatto confidenzialmente avvertire del mandato di 
cattura , acciocché fuggisse. Ricoverò in Toscana , schivato 
come appestato dagli altri emigrati. Egli voleva scusarsi e e* ò 
chi vorrebbe scusarlo, rappresentandolo come reo solo di cre- 
dulità eccessiva nella buona fede di Ferdinando. E può am- 
mettersi, che nò lui, né, forse, alcuno de* ministri del 16 
Maggio, credessero, dapprima, il Re fisso a spergiurare: nò, 
forse, il Re v' era fisso, e paure materiali e scrupoli religiosi 
il trattenevano. Ma potrebbe valer la scusa al Ruggiero , se 
si dimostrasse aver egli alacremente atteso a mettere in pra- 
tica la costituzione. Ed il contrario è vero. Noto ò, come quel 
ministero si conducesse verso la Camera, come non le presen- 
tasse nò schemi di legge, nò bilanci a tempo, come non desse 
corso alle leggi da essa votate, come non le desse retta, nep- 
pur quando chiedeva, che si lasciasse libero il corso alla giu- 
stizia verso assassini notori. Ed il richiamo dell* esercito dal 
Veneto ? Non fu quell* atto infame, che dio causa vinta alFAu- 
stria nel 1848? In Toscana, il Ruggiero diceva essersi rovinato 
con una vasta speculazione nel commercio del mercurio e ri- 
fatto con Tesercizio di una cava di marmi, presso Serra vezza. Rim- 
patriò nel 1860. Trovò un collegio elettorale (Napoli, San Fer- 
dinando) per mandarlo anche al Parlamento Italiano , ma non 
vi fece figura alcuna. Ebbe anche velleità letterarie. Diede in 
luce, nel 1863, il Catalogo di una scelta biblioteca da vendere 
(2 voi. in 8.® a due colonne) che, bibliograficamente, non vai nulla. 
E, poco prima di morire, pubblicò, nel 1881, per le nozze della fi- 



— 364 — 

glinola Matilde Margherita col Cav. Carlo Fiorilli, una edizione 
del Driadeo di Luca Pulci, senza punta critica, testo scorretto e 
note insipienti. Volle, fra le altre cose , impugnare la data della 
morte di Luca^ fissata, da Salvatore Bongi, al 1470. Ma aveva 
torto marcio. (Vedi Giornale degli Eruditi e dei Curiosi» Fasci- 
colo del 15 Dicembre 1883). Un fatto poco noto, ma che io so di 
certa scienza: Francesco Paolo Ruggiero fu autore di parecchie 
Anacreontiche, scritte sul fare dell*Ingarrica ed in apparenza ia- 
Bulse, come le cento di quel povero magistrato; ma, in realtà, 
velenosissime. Sue sono, specialmente, quella per la morte della 
Maria Cristina, che incomincia Testamento é un atto grande, 
e r altra, al principe ereditario, ora ex*Re Francesco II. 

Francesco, sei piccino 
Ma mi sembri tanto grande 
Che Golia, quel gran gigande [sic!] 
È pigmeo vicino a te. 

Possa il cielo, oh possa presto 
Farti ascendere sul trono ! 
Sarà questo il più gran dono 
Che può farci il nostro Re. 

(42) Nell'autografo, per lapsus calami evidente, è scritto sa- 
pere invece di piacere. — Il Generale Michelangelo Ruberti è 
rimasto caro a*Napolitani, perchè si crede, che, nel Gennaio 1848, 
rifiutasse di tirare, sulla città, dal castello Sant'Elmo, che coman- 
dava. Ed, il 15 Maggio, quando gli Svizzeri, nel castello, issarono 
bandiera rossa ed ebbero tirati tre colpi a palla, egli minacciò di 
far saltare in aria il forte, se non desistevano. Fu destituito. Mo- 
ri verso il 1855. Aveva usate, sempre, molte cortesie, a' pri- 
gionieri politici; e, nel trattarli, era divenuto liberale anch'egli. 

(43) Silvio de Laurentiis Spaventa, da Bomba, noto sotto il 
nome di Silvio Spaventa, che, poi, come tutti sanno, è stato 
Ministro del Regno d'Italia e vive. Consigliere di Stato, in Ro- 
ma. Uno de' pochissimi uomini pubblici d' Italia, che abbiano 
mente filosofica e pratica e che possano veramente chiamarsi 
uomini di Stato. 

(44) Vincenzo de Thomasis fu eletto Deputato dallo Abbruz- 
zo Citeriore. Era nipote di Giuseppe (vedi la 3.^ di queste note) 
giacché figliuolo del fratello Giacinto. Era nativo di Montenero- 



— 365 — 

domo. Fu, poi, governatore di Chieti, nel 1860; e Consigliere- 
delia Corte de' Conti dal 1862 al 1869 (credo). Morì a Chieti. 

(45) Parla del ministero formato dal Mamiani ed annunziato^ 
dalla Gazzetta di Roma, giornale ufficiale, il 4 Maggio. Era cosi, 
composto: 

Presidente del Consiglio: il Cardinale Ciacchi; e per interim- 
il Cardinale Orioli. 

Affari esteri secolari: conte Giovanni Marchetti: 

Interno: Conte Terenzio Mamiani. 

Grazia e Giustizia: Avv. Pasquale De Rossi, Consultore. 

Finanze: Avv. Giuseppe Lunati, Consultore. 

Armi: il Principe D, Filippo Doria Pamphili. 

Commercio e Lavori Pubblici: D. Mario Massimo, Duca di/ 
Rignano. 

Polizia: Avv. Giuseppe Galletti. 

(46) Non mi riesce di ritrovare iu questo momento la data 
precisa della dichiarazione del blocco. 

(47) Leggesl nel N. 52, Anno I., del Mondo vecchio e mondo 
nuovo, Mercoledì, 26 Aprile, 1848: — « La squadra, che partì 
« per r Adriatico, era composta di cinque fregate a vapore, due 
« fregate a vela ed una corvetta, sotto il comando del De Cosa. > 

— E nel N. 94 del Giornale Costituzionale, 28 Aprile 1848, pag. 
Il, col. Ili: — « Ieri, fra grandi applausi, lasciarono questo porto 
« le nostre navi a vela ed a vapore, con sei battaglioni d'ordinanza 
« a bordo ed un settimo di volontari. A Reggio, s'imbarche- 
« ranno, su questa flottiglia, un altro battaglione di fanteria ed 
« una compagnia di Zappatori. E stato ben doloroso, che il 
« prode Generale in Capo, S. E. il Tenente Generale Barone D. 
« Guglielmo Pepe, colpito da importuna indisposizione, non abbia 
<c potuto, ancora, partire; ma, ben presto, raggiungerà i suoi corn- 
ac militoni. A* tre reggimenti di Cavalleria, che per disposizio- 
« ne di S. M., avrebbero dovuto passar per Roma, non è stato 
« possibile di tener quella via, così perchè il cammino sarebbe 
« stato assai più lungo, come perchè non si era sicuri di tro- 
« varsi i viveri e foraggi sufficienti nel loro cammino. > — Se- 
condo PiERSiLvESTRO LEOPARDI, nelle sue Narrazioni Storiche: 

— « La flottiglia » — napolitana , spedita nell' Adriatico — 
€ ebbe due fregate a vela: la Regina, da sessanta cannoni; la 
€ Isabella, da quarantasei; un brigantino, il Carlo, da sedici; sei 
« belle fregate a vapore: il Carlo III, il Roberto, il Guiscardo, i 



— 366 — 

< Ruggiero, il Sannita, lo Stromboli; e parecchi altri legni mi- 
€ nori, sotto gli orcUui del contrammiraglio De-Cosa. > — 

(48) n Comandante della flotta era il contrammiraglio Raffae- 
le di Leopoldo De Cosa e della Carlotta Cozzolino, nato il 24 
maggio 1T78, morto a'29 Febbrajo 1856. Chi ne fosse vago, po- 
trà leggerne la vita, scrìtta dal prenominato Barone Giuseppe 
Parrillì, che ebbe la malinconia di sposarne, in seconde nozze, una 
figliuola; e che dedicava essa vita al Conte di Aquila, nel 1856, 
mentre i suoi congiunti ed affini erano in esilio od in galera per 
causa di libertà. 

(49) Raddoppieremo gli uffict. Non ho potuto procacciarmi es- 
si uffici, che, da queste parole, si potrebbero credere minutati dal 
Poerio. 

(50) Grandissima parte de* mali, che soffrimmo nel 1848, fu 
appunto Tessersi ritardata la convocazione delle Camere, la cui 
apertura avrebbe posto un fine alla agitazione di piazza ed alla 
posizione anormale, in cai si era. Forse, appunto per questo, né 
la Camarilla, ned i Tribuni desideravano veder cominciata l'opera 
efficace della macchina costituzionale. 

(51) Leone Serena, veneziano, israelita. Trovasi, ora, a Londra, 
come sensale di noleggio; ha circa sessantasei anni. Nel 1848, e- 
gli, fra le altre cose, acquistò, per conto del governo provvisorio 
due vapori in Inghilterra, uno de* quali si chiamava il Raven- 
na, Intrinseco del Manin, fu agente del governo in molte faccende. 
Era del comitato di vigilanza. Fu tra gli esclusi dair amnistia, 
dopo la caduta definitiva di Venezia. Un suo fratello è in Vene- 
zia e fa il sensale di cambio, sotto le procuratie nuove. 

(52)11 Conte Giovanni Statella, fu fratello carnale dello Statella, 
principe del Cassare, e ministro degli affari esteri al tempo della 
quistione de* zolfi, e rilegato a Foggia, per avere scritto al mi- 
nistro inglese Tempie, che il Re era disposto a cedere. Gio- 
vanni, luogotenente generale, era stato preposto al comando del* 
la prima divisione delle truppe, che dal Regno eran venute ad 
Ancona. Egli doveva comandare in secondo, sotto gli ordini del 
Pepe. Si buccinavano orrende cose sul suo conto; e che avesse 
uccìso d' una pistolettata un marinajo, che lo avea riconosciuto 
ed avrebbe voluto ricattarlo: omicidio noto alla polizia ed al Re 
e rimasto impunito. Sposò una sua nipote, figliuola del Prin- 
cipe del Cassaro: matrimonio infelice. Un nipote di Giovanni, 
figliuolo del Maresciallo Enrico Statella, per nome, anch*es8o 



— 367 — 

Enrico , partito da Napoli con quella cara Belgiojoso , fu 
fatto ufficiale dell'esercito piemontese, sulle raccomandazioni 
del Leopardi, da Carlo Alberto. Chi crederebbe, che, richiamato 
dal padre, desse, pochi giorni dopo, le dimissioni, per andare 
in Calabria a combattere contro altri Italiani? e chi crederebbe 
che dalle Calabrie, chiedesse una decorazione, per mezzo del 
dabben Leopardi, al buon Carlo Alberto, che la concesse? L*ho 
visto emigrato a Genova, nel 1849. A Torino non se la faceva 
con gli emigrati, ma sposò una titolata ed ho letto il suo nome 
nella lista dei componenti una congregazione di spirito, affisso 
in una Chiesa. Colonnello, poi, dello esercito Italiano nella bri- 
gata Villarey, morì, eroicamente, nella giornata di Custoza, in- 
sieme con Nicola Caracciolo di Turchiarolo. 

(53) Scrive il Massari: — « Il Dottore Camillo Golia accompa- 
«gnava il corpo di spedizione, col titolo di Commissario Civile. 
« Un uffizio consimile veniva affidato all'egregio giovane Damiano 
« Assanti, nipote del General Pepe, e già compagno di carcere, 
« nel 1844, al Bozzelli ed a Carlo Poerio. > — Ed il Leopardi 
dice: — « Alla spedizione s'aggiunsero Damiano Assanti e Ca*- 
« millo Golia, come Commissari Civili. Questi uffici erano affatto 
« superflui. Ma, dei due uomini, il secondo amava tanto di gran 
« cuore ritalia, che, quando la spedizione fu richiamata, poco 
« mancò che, dal rammarico, non impazzasse; e il primo seppe 
€ meritarsi molta lode, cambattendo strenuamente a Venezia. »— 
Nel Giornale Costituzionale del 26 Aprile 1848 possono leggersi 
le — € parole, che il Commissario Civile Camillo Golia indirizzava 
« alle truppe, che andavano a raggiungere quelle degli altri prin- 
< cipi in Lombardia. » — Camillo e Luigi Golia, gemelli, alunni 
della Nunziatella, ne furono espulsi nel 1821, perchè libera^; 
si diedero a studiar medicina ed han pubblicate insieme pa- 
recchie versioni dair inglese. Luigi vive, ancora, ottuagenario. 
Ed anche 1* Assanti vive ancora: maggior generale al riposo e Se- 
natore del Regno. Uomo egregio. Celebri sono i suoi duelli e 
soprattutto quello, in cui allogò una palla fra il cranio e la dura 
madre ad un tal Soler, che, a Torino, avea stampate villanie con- 
tro i Napolitani, difensori di Venezia. 11 Soler sopravvisse, ma 
melenso. Celebre anche V altro, che segui i due solenni schiaffi, 
da lui dati a Giovanni Nicotera, in Firenze, e che terminò con que- 
ste parole del generale Angelini al Nicotera:— cStia almeno otto 
€ giorni in casa. > — 



— 868 — 

^54) — < Il palazzo ora è in proprietà della Banca Nazionale. 
a Nei primi anni del corrente secolo, fu chiamato Casa Ducale 
a Leuchtenberg, perchè faceva parte dell'appannaggio, dato da 
« Napoleone I al Principe Eugenio. In seguito, fu venduto a di- 
< versi principi romani. In questi ultimi tempi, fu ceduto alla 
« Banca Nazionale; ed, ora, vi risiede il Tesoro Provinciale e Go- 
« vernativo. La piazza, ove sorge il palazzo, chiamavasi prima 
« Piazza Nuova; ed, oggi, henchò sia stata battezzata per Piajxza 
« Garibaldi^ tutti la chiamano Piazza cavalli. » — [Comunica^ 
zione confidenziale da Ancona"] 

(55) Carlo di Michele Troya e dell'Anna Maria Marpacher na- 
cque in Napoli, il 7 Giugno 1784; e vi mori il 28 Luglio 1858. 
Fu, nel Collegio de' Cinesi, con mio nonno , Matteo Imbria- 
ni iuniore. Suo padre, Medico della Regina Isabella (che tenne 
Carlo a battesimo e gli diede il suo nome) e devotissimo a' 
Borboni, li segui, con la ^simiglia, nella prima fuga in Sicilia; 
ma Carlo non volle tornar nell'isola, nella seconda fuga. Nel 
1815, ritornati i Borboni, fu nominato Avvocato di Casa Reale 
e capo d' un ripartimento del Ministero di Casa Reale e, poi, 
per due mesi, Governatore di Basilicata. Cominciò dall'appas- 
sionarsi per la storia di Francia: né, mai, alcuno , meglio di 
lui, seppe minutamente e raccontò con più garbo quanti fatte- 
relli sì sanno intorno alle ganze di Ludovico XIV, del Reggente 
e di Ludovico XV; intorno a tutti i cortigiani e le dame dis- 
solute di que' due regni e del seguente. Poi , s' invaghì delia 
Storia Italiana del Medio Evo. La munificenza di Ferdinando II 
( è giusto ed onesto il ricordarlo ) gli permise di pubblicare , 
senza alcuna sua spesa, (e, quel che piti monta, anche dopo il 
1848) le opere voluminose, sulle quali poggiala sua fama. Opere, 
come pure i suoi due Yeltriy mirabili per dottrina, ma sventu- 
ratamente, senza critica alcuna. A Firenze, si gioiva, quando e- 
gli e Gabriele Pepe, non meno erudito di lui, nelle Storie I« 
taliane del Medio Evo, consentivano, in società a giocare fra loro 
al fatto storico. Non vi era piccolo fatto , di oscura repubbli- 
chetta Italiana , che ciascuno di loro non indovinasse prima 
di aver terminate le quindici domande cornute, che quel giuoco 
concede. Italianissimo e sincero amante di libertà, non aveva, 
però, nò capacità amministrativa, ned attitudine ad acquistarla: 
e però non potò fare alcun bene, mentre fu Ministro costituzio- 
nale, dal 3 Aprile al 15 Maggio 1848. Quando egli morì, era mi- 



— 369 — 

nistro il fratello Ferdinando, dissimile affatto da lui, per pensie- 
ri e carattere, che non permise gli si rendessero solini onori fu- 
nebri, i quali avrebber potuto credersi dimostrazione politica. 
É sepolto, nella Chiesa de' Santi Severino e Sossio, nella cap - 
pella a diritta dell* aitar maggiore. Vedi le Brevi Notizie della 
vita e delle opere di Carlo Troya, che pubblicò Gaetano Trevi- 
sani (Napoli 1858), deputato del distretto di Lagonegro nel 1848, 
promettendo un*ampia biografia e TEpistolario di esso Troya. 
Vedi, pure, nell'opera, citata nella vigesimaquinta di queste note. 

(56) Carlo Nicoletti. — « I brigadieri, Carlo Nicoletti, » — che 
comandava la seconda divisione del corpo di spedizione, — « e 
€ Ferdinando Lanza, » — Comandante della Cavalleria, — a non 
« vollero partire sotto gli ordini del Tenente Generale Pepe; e la 
« mancanza dissestò tutto il comando del corpo di esercito. » — 
Cosi Piersilvestro Leopardi. Il Nicoletti era cosa del vecchio 
Nunziante, che il mise nelle grazie del Re. Valentuomo, aveva 
un fratello indegno, che il Santangelo ministro non voleva no- 
minar sottintendente. Diceva al Re — < Non si può; > — ed espo- 
neva Tindegnità della persona. Ed il Re, insìstendo: facesse que* 
sto piacere a lui! Che Re! chiedere in piacere un atto iniquo! 

(57) Questo Pronio (figliuolo del celebre partigiano e guer- 
rigliero, che il Colletta e gli altri scrittori liberali chiamano 
brigante) fu tra* generali più intemerati di Ferdinando II. Di- 
fese, eroicamente, la cittadella di Messina, contro gl'insorti si- 
ciliani. Il suo intercalare era: Fatalità ! Se il Re lo lodava, per 
una bella manovra della sua brigata, s* inchinava, quasi depre- 
cando la lode, con un: Fatalità! Avrebbe potuto andar male. Se, 
in vece, il Re deplorava qualche irregolarità, ed egli: fatalità! 
doveva andar male! 

(58) Il Palma veniva dall'esercito murattino: piccolo, corto, 
con gli occhiali. Inflessibile , domava le ciurmaglie più triste. 
Nella campagna di Russia, ebbe il comando d*un quarto prov- 
visorio (battaglione formato dì galeotti). Sotto Francesco I, fu 
Colonnello del 12.® reggimento, composto da galeotti siciliani, 
nel quale, essendo venali i gradi, il presente Generale Pianell 
acquistò, a quindici anni, quello di capitano, rimanendo, tutta- 
via, a terminare gli studi alla Nunzìatella. Ed un tal reggi- 
mento egli seppe rendere il più ordinato dello esercito. 

(59) La Dina Gozzadini, figliuola unica del Conte e della Con- 

24 



— 370 — 

tessa Gozzadini, nata il 1842; maritata, il 30 Maggio 1865, al 
Conte Àntoaio Zucchini di Bologna. 

(60) Per trattare della lega Italiana, il Troya ed il Drago - 
netti — « in sulle prime, prescelsero Alessandro Poerio , V ex 

< ministro Giacomo Savarese ed il Principe di Luperano, affi- 
« dando T ufficio di Segretario a Ruggiero Bonghi, gìovanis- 
« Simo, ma dottissimo filosofo, di acuto e virile intelletto, di 
€ senno, per tutti i versi, precoce alla verde età. Il Savarese ed 

€ il Poerio non vollero accettare Come il generoso de- 

« striero, che, al clangor della bellica tromba, nitrisce, s*ini- 

< penna ed esulta e s'infiamma, quell'anima grande e magna- 
4 nima di Alessandro Poerio anelava, al fragore delle battaglie, 
« al cozzo delle armi; e non curava gli onori diplomatici. Dopo 
€ altri tentativi, la legazione.... fu composta dal Principe di 
« Luperano, da Biagio Gamboa (Colonnello) , dal Principe di 
€ Colobrano, dal Duca dell' Albaneta e da Casimiro de Lieto. 
« Al Bonghi, venne aggiunto, in qualità di secondo segretario, 
€ Alfonso Dragonetti, ardente e leale giovanetto, ottimo fìgliuo- 
a lo dell'onorevole Ministro degli Affari Esteri. Questi diplo- 
<( matici furono accreditati presso tutte le Corti d' Italia ; od 

< incominciarono il loro viaggio, recandosi a Roma. Furono 
« presentati, dal Conte Ludolf, al Cardinale Antonelli. Il quale 
€ li accolse, con somma gentilezza; e , quindi, alla sua volta, 
« li presentò, al Santo Padre, dal quale vennero, parimenti, ri- 
a cevuti con singolare affiibiiità » — Cosi, il Massari. — La no- 
mina del Poerio era stata sottoscritta, dal Re, in data del 4 
Aprile. Se ci era persona disadatta alla diplomazia , tal era , 
certamente, il Poerio. Ma, almeno, sarebbe stato degno dell'Uffi- 
cio, per la coltura, per la mente, pel carattere. 

(61) Scrive il Massari: — « Il Barone Gennaro Bellelli fu no- 
« minato, invece del Conte Grifeo, Ministro plenipoteuziario« a 
^ Firenze » — Sposò una figliuola del banchiere De Gas. — ■ A- 
lessandro Poerio, poco prima di partire, l'aveva brutalisé, sul- 
l'Uffizio di non so più qual giornale, ritenendolo autore di arti- 
coli, ingiuriosi al fratello Carlo. Ne segui una sfida: ma lo scontro 
fu rimandato, a dopo la guerra. Il Bellelli ò morto, in Napoli, Sena- 
tore del Regno e, se non isbaglio, Direttore Generale delle Poste. 
Una sorella sposò il generale Vito Nunziante; e se ne ha un ri- 
tratto, dipinto da Giuseppe Mancinelli, che fé' chiasso. Un fra* 
tello, Federigo, dopo il quindici maggio, insieme con Guglielmo 



— 371 — 

De-Sauget — « ufficiali di artiglieria a cavallo.... ebbero il co- 
< raggio di dichiarare al loro capitano, non accetterebbero deco- 
€ razioni, per aver dolorosamente compiuto il loro dovere mili- 
« tare, contro 1 propri concittadini; e, poscia, il Bellelli dava le sue 
€ dimissioni. » — Così, Nicola Nisco, nell'opera Ferdinando lied 
il suo Regno, E, per caso, stavolta, non nisca. 

(62) Roberto Bavarese nacque in Napoli, il 4 Dicembre 1805; vi 
morì, il 24 Maggio 1875. Fu Avvocato e Professore privato di 
Dritto; e Deputato negli anni 1848-49. Ed esule, quindi, dimorò, 
principalmente, a Pisa. Rimpatriato, nel 61, non volle nò cattedre, 
nò la Deputazione; e visse tutto al foro ed alla famiglia, quasi te- 
nesse il broncio, perchè Napoli aveva perduta la qualità di capita- 
le. Nell'opuscolo citato nella decimanona di queste note, si legge 
una sua novella in ottava rima ed un'altra ne fu pubblicata nel 
Qiomale Napoletano della Domenica^ nell'anno 1882: le quali 
mostrano, che, se egli avesse atteso alle lettere, sarebbe, facilmen- 
te, ora, annoverato fra i migliori del suo tempo, come fu tra' som- 
mi giureconsulti. E sua madre e sua moglie nacquero Winspeare. 

(63) Gabriello di Carlo Marcello Pepe e dell'Angela Maria Cuo- 
co nasceva, il 7 Dicembre 1779, in Civitacampomarano nel Moli- 
se, dove mori, il 26 Luglio 1849. Colonnello e Deputato nel 1820, 
propose, che fosse casso il trattato, conchiuso, da Florestano Pe- 
pe, co'Siciliani.— «Quel parere»— scrive il Colletta — «seguito dal 
« Parlamento, fu decretato dal Vicario; l'arringa diede, all'oratore, 
« (diverso dai Generali Pepe, per patria, famiglia, animo, ingegno) 
« fama e favor popolare e, poco appresso, sventura.»— Fu bandito 
dal Regno e relegato in Moravia; ottenne, quindi, di recarsi a Fi- 
renze, dove visse, dando le/ioni. Ne dio, pure, alla principessa Ma- 
tilde Bonaparte. E venne in fama, scrivendo n&M^ Antologia e, so- 
pratutto, per un duello col Lamartine, (che rimase ferito, T 8 
Febbraio 1826, e, poi, sempre, amicissimo al Pepe.) Tornato a 
Napoli, visse in disparte e misero. Generale della Guardia Na- 
zionale, nel 1848, si mostrò impari all'Ufficio arduo allora, forse 
perchò la vecchiaja lo avea reso minor di so stesso. Fu deputato 
dei distretto di Larino. Fu il solo a dissertare ragionevolmente 
sul Veltro di Dante ed a cogliere nel segno, fra' tanti, che se ne 
occuparono, nella prima metà del nostro secolo. 

(64) Domenico di Antonio Capitelli nacque in S. Tammapo 
(Terra di Lavoro) e mori di colera, in Portici, il 31 Agosto 1854, 
di setiant'anni. Rimandiamo, per notizie intorno a lui, a' libri in- 
titolati: 



— 372 — 

i.® Opuscoli I di I Domenico Capitelli | raccolti e nuovamente 
pubblicati I per cura del figliuolo \\ Napoli \ Tipografia di Fran- 
Cesco Giannini | Strada MagnocavaUo, i5 \ i86i, 

ir Bella vita e degU studu \ di \ Domenico Capitelli \ Fresia 
dente del Parlamento Napoletano \ del i848 1| Napoli \ StabiU^ 
mento tipografico di Francesco CHannini \ vi<t Museo Nazionale 
31 I i87i. 

Yeggansi, pure, Topuscolo citato, nella decimanona di queste 
note; ed un altro intitolato: Raccolta \ degli attestati di somma 
sUma che U opere dell'Avvocato | e già Professore di Dritto^ SUff. 
Domenico Capitelli, hanno \ dalle Accademie e da distinti per- 
sonaggi e scrittori dell' Europa riscossi, (s. I. n. d. ma Napoli, 
1835). — Fu padre di Guglielmo Capitelli, che ha avuto ronorey 
come Sindaco della città dì Napoli, di tenere, al fonte battesi- 
male, quel Principe, che, speriamo, più tenero che non si sia 
mostrato il padre delle tradizioni dinastiche, abbia, un giorno, 
a chiamarsi Vittorio Emanuele III e non già Vittorio Ema- 
nuele I. 

(65) Giacomo Savarese, fratello maggiore di Roberto, si dette 
agli studi economici. Molto più ricco del fratello, specialmente 
per un vantaggioso matrimonio, era stato negli uffici pubblici 
fin dal 1836; fu Ministro dei Lavori Pubblici, il 6 Marzo 1848. Non 
accettò, come abbiamo detto nella sessantesima delle presenti 
note, di essere agente diplomatico per la lega Italiana. Nomi- 
nato Pari del Regno, il 2Ò Giugno 1848, preferì questa nomina 
al posto di Deputato. Rimase, sempre, in Napoli e negli uflSct 
pubblici; e fu, successivamente, membro (16 Giugno 1848) e Pre- 
sidente della Commissione delle Bonifiche (80 Settembre 1850) 
ed Amministrator Generale delle Opere di Bonificazione del 
Regno. Caduti i Borboni, ha conservato un atteggiamento o- 
stile verso le nuove cose; e lo ha manifestato, in molti opuscoli 
e volumi. 

(66) Antonio-Giuda-Taddeo-Giuseppe-Mariano Scialoja na- 
cque, il 31 Luglio 1817, in S. Giovanni a Teduccio, da Aniel- 
lo, Ispettore di Pubblica Sicurezza, e dalla Raffaella Madia. La 
famiglia era oriunda spagnuola e stabilita in Precida. Morirà 
il 13 ottobre 1877, in Procida. Valente economista, aveva con- 
seguita, giovanissimo, una cattedra nella Università di Tori- 
no. Fu Ministro, nel 1848, a Napoli; e, più di una volta e di 
più di un dicastero, nel Regno d* Italia. Può consultarsi, io- 



— 373 — 

torno a lui il libro intitolato: La vita, i tempi \ e le Opere \ 
di I Antonio Scialoja \ per \ Carlo de Cesare \ Senatore del Re- 
gno Il Bxìma I Tipografia del Senato \ di Forzani e Comp. \ 
iS79, 

(67) Andrea di Diego Ferrigni -Pisone e della Margherita 
Si mi oli, nacque di famiglia barese, in Napoli, il 24 Maggio 1799; 
morì il 17 Settembre 1859. Fu dottore in Teologia, Professore 
di Teologia Dommatica e di Lingua Ebraica e Greca nel Li- 
ceo Arcivescovile , Canonico Teologo della Metropolitana di 
Napoli, Professore di Sacra Scrittura nella Regia Università de- 
gli Studi e Rettore di essa Università nel biennio 1848-49, Re- 
visore Regio ed Arcivescovile dei libri, Componente la Com- 
missione Superiore di Revisione nel 48, Membro della Giunta 
di Pubblica Istruzione, Consigliere degli Ospizi della Provin- 
cia di Napoli, ecc. ecc. Nominato Vescovo e non facendogli conto 
di lasciar Napoli, rinunziò. Le sue scritture di maggior mole so- 
no: tre volumi in 8.** di Institutiones Btblicae (Napoli, 1844-59); 
e quattro volumi in 12.** di Catechismo Liturgico (Napoli, 1857, 
3.^ edizione). Egli è morto totus, 

(68) Scrive il Massari, che, durante il Ministero Troya, — « ac- 
€ canto al Re, continuavano a stare gli uomini, che, coi loro 

< consigli e con le loro arti, avevano contribuito, non poco, a 
€ tener fermo in sella il Bozzelli; e, vedendolo sopraffatto dal 

< flutto popolare, intendevano a guadagnare il terreno perduto, 
€ opponendo, agli atti del nuovo Ministero, quella resistenza 
€ passiva, che, nella sua stessa inerzia, attinge forza smisura- 

< ta e, purtroppo, spesse volte, insuperabile. Fra cotesti Con- 
€ siglieri non responsabili del Re e, quindi, estra-costituzionali 
« e, però, faziosi, debbo nominare, con gran rincrescimento, 
« due uomini, che. per Taltezza deiringegno e per la maturità 
€ del senno, erano obbligati ad intender meglio glMnteressi del- 
« la patria e quelli della dinastia: Carlo CianciuUi e Luigi 
€ Blanch. Entrambi uomini dottissimi, ricchi di lumi e di e- 
€ sperienza: ma , per mala ventura, imbevuti della tradizione 
€ municipale del 1820 e, quindi, astiosamente, avversi al gran 
« movimento nazionale ed Italiano. Il loro intelletto sovrasta, 
€ senza alcun dubbio, alla mediocrità: ma ò immiserito dalla 
€ grettezza municipale. Una Carta alla francese, una buona Ca- 
c mera di Pari, Deputati con pìngue censo; ecco quarè, a sen- 
« no loro, Tapice del progresso politico. Il CianciuUi ed il Blanch 



— 374 — 

< yanno annoverati nella categoria di quegli uomini, tenacissi- 
€ mi delle loro idee, i quali pretendono tenere stretto lo spi- 
€ rito umano , eternamente , nella cerchia dei loro pensieri ; 
€ e fanno delle loro opinioni le colonne di Ercole d'ogni prov- 
€ cedimento. Questi due uomini, che io so essere, per ogni ver- 
€ so, onesti e ragguardevol!, con la loro pedanteria, con la lo- 
« ro boria, nocquero alla causa patria, assai piti che se fosse- 
€ ro stati malvagi. » — 11 Blanch, de' Marchesi di Campolattaro, 
nato in Lucerà, nel 1784, morto il 7 Agosto 1872, ufficiale sotto 
il Murat, escluso dall'esercito^ dopo il 1820, era valente scrii - 
tor di cose militari. Ne riempiva il Progresso. Nell'Epistolario del 
Giusti, v'ò la minuta di un esordio di lettera, direttagli. Negli 
Schizzi di Gius. Ferrarelli, (Napoli, 1871) un capitolo s'intitola: 
Lista di molti lavori militari di Luigi Blanch, Ed il Ferrarelli 
ne scrisse una necrologia sul Piccolo deU' 8. Vili. 1872. 

(69) n Colonnello Vincenzo degli liberti (nato, in Tauraso, di 
una famiglia, che pretende discendere dal fiorentino Farinata) 
era, come dice il Massari — « d'indole mite e di sensi italiana- 
« mente liberali, distinto uffiziale del Genio, scrittore di libri 
a accreditati intorno alla Architettura ed all' Idraulica mili- 
€ tare. > — Era entrato, come Ministro della Guerra, nel rim- 
pasto del 6 Marzo; e faceva parte del Ministero Troja, come 
ministro de' Lavori pubblici. Rinunziò alla deputazione. Ha tra- 
dotto dallo inglese il Cosmos di Alessandro di Humboldt. 

(70) Raffaele Conforti, Avvocato Penale, del Principato Ci- 
teriore, era entrato, nel Ministero del 3 Aprile, in surrogazione 
di Giovanni Avossa e reggeva il dicastero dell'Interno: impari, 
certo, a tanto peso, come ha dimostrato* essendo, poi. Ministro 
di Grazia e Giustizia del Regno d' Italia, in uno dei Ministeri 
Rattazzi d'infausta memoiia: nel primo, non in quello detto 
de* malmaritati. È morto Senatore del Regno e Procuratore 
Generale della Corte di Cassazione di Firenze. Dimostrò co- 
raggio civile, quando, tenendo fronte al La Marmerà, allora 
onnipotente, fece decidere, dalla Corte, il confliti^o di giurisdi- 
zione , sorto fra il Tribunale Supremo Militare e la Corte di 
Cassazione di Napoli. Il Tribunale Supremo Militare pretende- 
va giudicare, quando la legge Pica, avea cessato d' essere in 
rigore, su* ricorsi contro le sentenze, profferite da' Consigli di 
Guerra in virtù d'essa Legge. Questa enorme pretesa avrebbe, 
forse, trionfato, se il Conforti avesse consentito a sostenerla od 



— 375 — 

almeno a tacere. Ma, confortata e convinta da lui, la Cassazione 
Fiorentina, rimise que' ricorsi alla Cassazione Napoletana; e pa- 
recchie sentenze, tumultuariamente abborracciate da'Consigli di 
Guerra in extremis^ potettero essere, equamente, riformate. 

(71) Giuseppe Gallotti, amante non cosrisposto delle Muse , 
ha dato alla luce parecchie novelle, romanzi, ecc. E morto Se- 
natore del Regno d'Italia. In Napoh*, era famosissimo, perchè 
ritenuto uno de' più terribili jettatori, che immaginar si possa. 
Se non che, essendo egli anche spadaccino di prima forza, nes- 
suno, per paura del suo braccio, osava più manifestargli, co' 
gesti la paura , che inspiravano i suoi occhi. Suo padre era 
stato, anche, celebre jettatore: per modo che il Barone Cosenza 
aveva creduto metterlo in iscena come tale. Il pubblico rico- 
nobbe il personaggio e lo nominò: ed il giovane Gallotti, che 
era in teatro, adontato , affrontò e schiaffeggiò T autore della 
commedia. Il Gallotti, padre, credendo, forse, anch^egli, alla sua 
potenza jettatoria, non abbracciava, mai, i figliuoli. Pure, aven- 
do un d' essi, per nome Giovanni, sostenuto, mirabilmente, un 
esame diplomatico, si narra, che il padre noi sapesse tratte- 
nersi, dallo stringerlo al cuore e dal dargli un bacio. Il gio- 
vanetto ebbe a farne una malattia mortale. Riavutosi, imprese 
un viaggio per l'Europa; a Ginevra, ritrovò un amico e com- 
pagno di Napoli, che vi. era maritato con una francese alsa- 
ziana. Costei fece tant' inviti al povero Giovanni, il quale non 
volle imitare il casto Giuseppe, da irretirlo. Ma, essendo egli 
uomo di alti sensi, gli parve cosa così orribile lo aver tradi- 
to lo amico, che impazzò: ed è morto, lì, in Isvizzera, in una 
casa di salute. Ogni qual volta quel marito il visitava, egli gli si 
buttava piangendo al collo e gli chiedeva scusa e gli diceva : — 
« non sono stato io, è stata tua moglie ». — - Eppur, quel dabben 
uomo non ha mai capito la cosa, neppure, quando , anni do- 
po, sua moglie scappò di casa con un altro amico napolitano, 
M***** C*** Principe della R****. — Giuseppe Gallotf i, già sene- 
scente , si unì in matrimonio secreto ( solo religioso ) con la 
Principessa di Villa Cellammare (Del Giudice Caracciolo). 

(72) Camillo Cacace nacque il 3 agosto 1784; moriva, il 2 a- 
gosto' 1856, all'età di anni settantadue meno un giorno. Fu va- 
lente avvocato, specialmente commerciale, in modo da arricchire. 
Coltivò, pure, le scienze economiche, stampando, sulla quistione 
del Tavoliere di Puglia un volume di dialoghi (1833), che ebbe 



— 376 — 

pue edizioni. Fu spedito, dal Governo delle due Sicilie, a Londra 
per trattare della quistione de' zolfi. Dopo il periodo costituzio- 
naie del 1848, lasciò Tavvocheria e si ritirò in campagna, al Pia- 
no di Sorrento: ma mori in Napoli. Il Massari scriveva di lui: — 
€ Se Camillo Cacace dimenticasse le consuetudini del foro e fosse 
€ più avaro di distinzioni e di sofistiche sottigliezze, sarebbe, an- 
€ eh' egli, buono oratore politico ». — Suo fratello Tito è, ora, 
Senatore del Regno. 

(73) Luca de Cagnazzi Samuele da Bisceglie, Arcidiacono, era 
quasi nonagenario. Morì, verso il 1853. Srisse molta roba: p. e.: 
una Morale Evangelica, un sistema delle Monete antiche (dedicato 
ad Isabella di Borbone), Istituzioni di Statistica, ecc. ecc. Avendo 
il Blanch, in un articolo sul Progresso, nominati CHoja e Ca- 
gnazzi come economisti e statistici, che onoravano Tltalia, il Ca- 
gnazzi se ne risentì, assai; voleva, che si fosse detto Cagnazzi e 
Gioja, rivendicando a so la priorità. Nel 1848, deputato per 
Altamura, fu intemperante: dicevano, pQr dispetto di avere spera- 
to e sollecitato, da* Principi, ricompense, che non aveva ottenute. 

(74j Vincenzo Lanza, medico sommo, al quale è stato innalzato 
un monumento marmoreo, nella patria Foggia, lavoro di Beniami- 
no Cali, con questa iscrizione brodosa, dettata da Antonio Ra- 
nieri : 

Vincenzo Lanza 
di parenti umilissimi 

PER SOLA FORZA d'iNGEONO E DI STUDII 
SI LEVÒ A NOSOLOGO E CLINICO 

NON PIÙ AGGUAGLIATO 

PRESIDENTE ALLA SUA FACOLTÀ 

NBL CONGRESSO SCIENTIFICO DEL MDCCCXLV 

E DEPUTATO NBL MDCCCXLVHI 

ESULÒ CONDANNATO NEL CAPO 

CON INDEGNAZIONE UNICA 

dell' UNIVERSALE. 

NATO IN Foggia 

A DÌ Vn DI MAGGIO MDCCLXXXIV 

MORÌ IN Napoli 

A DÌ XI DI APRILE MDCCCLX 

(75) Per Luigi Gianciulii, vedi la sessagesimaottava di queste 
note. Era stato Uffiziale di Cavalleria del Murat: rinomato pel 



— 377 — 

suo valore, giunse al grado di Maggiore. Congedato, nel 21, 
fu richiamato, al 30: ma non volle sottoporsi ad esami, per essere 
riammesso in attività. Nel 1848, fu Pari del Begno e Consultore. 
Era figliuolo di Michelangelo Cianciulli, Gran Giudice e Mini- 
stro, a* tempi del Murat, e, prima, avvocato fiscale della Gran 
Corte di Vicaria. 

(76) — e II Conte Pietro Ferretti, Anconitano dopo il 1831, 

€ astretto a cercar scampo dalla persecuzione gregoriana, ottenne 
« di poter soggiornare in Napoli. Dove, bentosto, la specchiata il* 
« libatezza del vìvere, la generosità dei sentimenti, la rara abilità 
€ finanziaria gli fruttarono la stima e Taffetto di tutti. » — (Cosi 
il Massari). Era fratello al Cardinal Ferretti; e, credo, parente di 
Pio IX; certo. Tesser creduto tale contribuì, a renderlo popolare. 

(77) Giuseppe-Napoleone Ricciardi fu secondogenito di Fran- 
cesco Ricciardi ( fatto conte di Camaldoli e Ministro e ricco , 
dalla benevolenza di Re Gioacchino); e nacque, il 19 luglio 
1808, a Capodimonte. Del padre, egli ha vergata una biografia; 
ed , inoltre, su di esso, può trovarsi qualche indicazione, nel- 
r opuscolo citato nella decimanona di queste note. Ma, quan- 
to savio e pien d*ingegno fu il padre, tanto stolto e pazzo si 
mostrò, sempre, il figliuolo; tutta la cui vita rappresenta il 
contrasto fra le velleità di gloria e di ambizione, ed una im- 
potenza ed incapacità assoluta. Scrisse infinita roba , ma non 
una mezza pagina a modo. Nulla lasciò d* intentato , per far 
chiasso: schiccherò istorie profetiche (nelle quali si faceva tra- 
scinar Carlo Alberto, a coda di cavallo, per le vie di Torino, col 
cartellone: traditore; e mandar Papa Gregorio sul patibolo , 
dov*ei^ schiafifeggiato, dal manigoldo); scombiccherò tre volu- 
metti sulle Bruttezze di Dante^ pretendendo correggerne i ver- 
si: ma non fu rimunerato, neppure, con la riputazione di Tersite 
o di Zoilo. Cospirò; fece parte di governi provvisori; apparten- 
ne, per molte legislature , al Parlamento Italiano : ma , dap- 
pertutto, suscitò, solo, le risa e fece la parte buffa. Pur pro- 
fessandosi repubblicano e non avendo se non due figliuole dal- 
la moglie franzese, alsaziana, nata Noth, figliuola d*un medi- 
co militare, implorò, da Vittorio Emanuele, il titolo di Conte. 
Stampò, a Parigi , nel 1857, la propria autobiografia, sotto il 
titolo: Memorie d'un ribelle. La quale mostra, chiaro, eom*e- 
gli mancasse di sale e di pepe. La copertina , in carta luci- 
da, bianca, verde e rossa, che, da lungi, sembrava, appunto^ 



— 378 — 

una fetta di cocomero, era simbolo esatto delle mellonaggini 
contenute. La maggiore delle sue ridicolaggini fu Tanti conci- 
lio , da lui bandito e presieduto, in Napoli, nel 1869. Ed in 
Napoli è morto, nel 1882. 

(78) Vedi : Ancona \ descritta \ nella Storia \ e \ nei MonU" 
menti \ per \ F, de Bosis, C. Ciavarini, C, Gariboldi | G, Bevi~ 
lacqua, M, Maroni \ \ Ancona \ pei tipi di Guatavo Chericbini. | 
1870. 

(79). Giuseppe Vacca, nacque, in Napoli, il 6 Luglio 1808 d 
Emanuele (che ebbe alti uffizi amministrativi) e della Raffaella 
Marzano. Datosi alla magistratura, era, nel 1848, Procurator 
Generale della Gran Corte Criminale di Napoli. In queir-anno, 
fu Coadiutore: prima, del Ministero dello Interno e, poi, del 
Ministero di Grazia e Giustizia. Ed i Coadjutori erano una specie 
di Segretari Generali, pel disbrigo delle faccende correnti, re- 
si necessari dalPessere i Ministri occupati, interamente, dalla po- 
litica, dalla ressa de* petenti; ecc. Pure, la istituzione di questo 
uffizio fece scandalo. Scrive il Settembrini, parlando de* Mini- 
stri del 6 Marzo; — < Come se dieci fossero pochi, alcuni Mi> 
€ nistri si scelsero loro Coai^utori, con centocinquanta ducati 
« il mese [L. It. 637,50]; e, poi, tutti vollero un Cencinqtuat'^ 
€ ta. » -—Però, ch*io sappia, i Coadjutori furon due soli: TÀbate» 
marco ed il Vacca. E, certo, i Ministri della Guerra e della Istru- 
zion pubblica, non ebber Coadjutori. Fu, poi, destituito, impri- 
gionato e, per, alcun tempo, sbandeggiato. Caduti i Borboni, 
fece parte di alcun ministero luogotenenziale; resse il dicastero 
di Grazia e Giustizia, nel primo periodo del gabinetto Lamar * 
mora, pubblicando i codici Civili, di Procedura Civile, di Com- 
mercio e della Marina Mercantile, che hanno, con tanta sapienza, 
regalati alla Italia. È morto, nelFAgosto 1876, in Napoli, Se- 
natore del Regno e Procurator Generale della Cassazione Na- 
poletana: ma, pur troppo, colpito, negli ultimi mesi, di vizio 
di mente, forse, pel rimorso di aver prestato mano, in Senato, 
air imbroglio, con cui si fece passare la legge su* punti fran- 
chi. Nobile carattere quello, che tanto può accorarsi d*una colpa 
d*uno errore! Vedi Alla Memoria \ di\ Giuseppe Toccali 
Album I del Giornale giuridico \ il Filangieri \\ Napoli \ Dott, 
Leonardo Vallar di — Editore \ Via S, Anna dei Lombardi^ 27 
i p. I i876, 

(80) Non mi è riuscito procurarmi notizia alcuna intorno a 



— 379 -^ 

costui. DaVenezia, uno mi scrive, che — « nella raccolta di tut- 
€ ti gli atti , fatti, eventi, pubblicazioni, ecc. di quei due anni 
« 1848-49, questo nome non si trova, » — Un altro: — « Nes- 
« sun se ne ricorda Non contò, mai, nulla, evidentemente. > — 

(81) Ministro della Guerra era il Brigadiere Raffaele del Giu- 
dice. 

(82) Per la composizione del Ministero , vedi la quarta di 
queste note. Il precedente era quello, uscito fuori dal rimpa- 
sto del 6 Marzo, così composto: 

Il duca di Serracaprìola, Presidente. 

Il Principe di Cariati, Affari Esteri. 

Francesco-Paolo Bozzelli, Interni. 

Giacomo Bavarese, Lavori Pubblici. 

Carlo Poerio, Istruzione Pubblica. 

Aurelio Saliceti, Grazia e Giustizia. 

Vincenzo degli Uberti, Guerra e Marina. 

Delle quali persone tutte, si parla, qua e là, in queste note. 

(83) Accenna a^ combattimenti, sostenuti, dal Durando, sotto 
Vicenza. Non ho modo di ritrovare il nome e di appurare le 
gesta di questo membro della famiglia della Torre e Taxis. La 
quale, sebbene oriunda Milanese, è, da parecchi secoli, divenuta 
tedesca; e possedeva il privilegio delle poste, come feudo imme- 
diato dallo Impero. L*amministrazione postale particolare della 
Torre e Taxis non è interamente cessata, se non dopo la Co- 
stituzione dello Impero tedesco, e dopo il 1870. Il morto do- 
veva appartenere alla linea laterale, che è stabilita in Boemia. 

(84) Costantino von Hoobreuck, barone d* Aspre, (e non di 
Asper) lu figliuolo d* un tenente-maresciallo di campo, che mo- 
rì, nella battaglia di Wagram. Nacque in Brusselle, nel 1789; 
entrò, come Alfiere, nell'esercito austriaco, nel 1807; prese par- 
te alle piti campagne contro Napoleone. Servì, sotto il Nugent, 
(v. la 12.^ di queste note) nel 1815, contro Murat. Nel 1821, 
contro i- Costituzionali di Napoli. Nel 1830, comandò un reggi- 
mento, contro grinsorti Romagnoli. Nel 1848, era tenente-ma- 
resciallo di campo e Comandante del secondo corpo di eserci- 
to, in Italia. Nel marzo 1848, cercò di unirsi col Badetzky; ed 
entrò, il 28 maggio, in Mantova, dopo che questi ebbe presa la 
offensiva sul Mincio inferiore. Era, dunque, falsa la notizia del- 
la sua grave ferita, che davano, allora, i fogli. Prese parte im- 
portante alle campagne del 1848-49, contro i Piemontesi, alle 



— 380 — 

cui disfatte contribuì principalmente, guadagnandone il titolo 
di Feldzeugmeisier. Felicitò, poi, il ducato di Parma» e partecipò 
ali* intervento in Toscana. E , TU maggio , prese di assalto 
Livorno, dove commise crudeltà senza fine. Nell'ottobre 1849, 
ebbe il comando del 6® corpo di esercito; e moriva, nel quartier 
generale di Padova, il 24 maggio 1850. La salma ne è stata 
dissotterrata, nel Gennajo deiranno corrente 1884, e trasportata 
in Austria, rendendole, eziandio, le truppe Italiane gli onori 
militari. Èvn gran pacier la morte! (Manz. Carm. V. 5.) Ma si 
avevano da dimenticare e perdonare, anche, le crudeltà ? 

(85) Non abbiamo avuto modo di procacciar notizie^ su que- 
sto Principe di Lichtenstein. 

(86) Giuseppe Yenceslao, conte Radetzky di Radetz, nacque, 
il 5 novembre 1766, a Trzebniz, in Boemia; entrò, come cadetto, 
in un reggimento ungherese, e prese parte a molte campagne 
contro i Turchi e contro i Francesi. Restrìngiamoci a ciò, che 
fece in Italia. V'era, nel 1796, capitano di cavalleria ed Ajutan- 
te del Beaulieu; e, poi, come Maggiore e Comandante de*Zap- 
patori. Nel 1799, pe' suoi meriti, quale Ajutante del Melas, fd pro- 
mosso a Tenente-Colonnello. Ritornò in Italia, nel 1805, da Mag- 
gior Generale. Nel 1831, era Generale di Cavalleria; e fu man- 
dato in Italia e vi prese il comando delle truppe austriache, in- 
vece del Frimont. Fu, poi, nel 1836, nominato Maresciallo di 
campo. Nel marzo 1848, battuto dal popolo milanese, dovette 
abbandonar la città, il 23 marzo, co' suoi; e si ritirò a Verona. 
Questa ritirata salvò l'esercito austriaco e l'impero. Battuto, a 
Goito, dai Piemontesi, che espugnarono Peschiera, il Radetzky, 
rinforzato dal corpo del Nugent ( che sbaragliò i Romani e 
non vide i Napolitani ), dopo parecchie abili operazioni, vinse, 
il 25 luglio 1848, la battaglia di Custoza, che decise delle sor- 
ti della guerra. La battaglia di Novara ( 23 marzo dell' anno 
seguente ) rese definitiva la sconfitta del Piemonte : Venezia 
gli si arrese, nell'agosto. Gli atti di crudeltà e di barbarie, co* 
quali macchiò la vittoria e che resero, per sempre, impossi- 
bile il dominio austriaco nel Lombardo-Veneto, tutti li cono- 
scono. Il 28 Febbbraio 1857, prese il riposo, dopo settantadue 
anni di servizio militare; e moriva, a Milano, il 5 Gennaio del 
1858. È noto, con quanto coraggio civile, il Municipio di quella 
città si rifiutasse di prender parte alle onorificenze funebri, che 
gli rendevano gli oppressori. 



— 381 — 

(87) Gli Austriaci si accamparono, fuori Belluno, il 4, tementi 
di entrare in città; la dimane, il Vescovo e gli Onoraziori si 
presentarono al Generale Culoz, pregandolo di occuparla, per sal- 
var Belluno dal saccheggio e dalla violenza di molti ladruncoli. 
Ed il Generale vi penetrò la sera del 5, con seicento soldati. 

(88) Giuseppe del Re, juniore, era de* piti cari ingegni e de* 
migliori uomini di Napoli. Cultore delle lettere e figliuolo del 
proprietario della stamperia dell'Iride (che, poi, diresse, insieme 
col fratello Domenico) pubblicò, per molti anni, quella Strenna, 
chiamata Viride: la cui raccolta, ancora, si scartabella, con pia* 
cere e frutto; e che Ufissuna strenna posteriore, ha mai, pareggia- 
to. Il Settembrini narra, come il Del Re a* incaricasse di fare 
stampare, dal Seguin^ nel 1846^ 1& famosa protesta del popolo 
delie Due Sicilie. Il Seguin aveva la sua tipografia, nel palazzo 
a' Banchi Nuovi, dove era il quartiere dei Parrilli (Vedi la»21.* 
di queste note). Ma il Settembrini erra; e la protesta fu fatta 
stampare, da Ferdinando Mascilli, a sue spese. Amantissimo di 
libertà, corse gravi pericoli. Dopo le catastrofi, emigrò, a Genova 
ed in Piemonte ; e , fra le altre cose , vi pubblicò la prima 
traduzione Italiana dello Intermezzo dello Heine, ed, a Pineroio, 
una versione dei Repubblicani di Napoli , romanzo di Adolfo 
Stahr: poiché egli era non men garbato scrittore Italiano, che 
conoscitore del francese, del tedesco e dello inglese. Rimpatriato, 
nel 1860, fu Deputato, del Collegio di Gioja del Colle, nella Le- 
gislatura, che proclamò il Regno d*Italia; imprese, in Napoli, con 
Antonio Ciccone e Stanislao Gatti (morto Prefetto di Benevento) 
la pubblicazione di una Rivista Napoletana; e potè, finalmente, 
compiere il secondo volume de* suoi Cronisti e Scrittori sincroni 
Napoletani. Mori, lasciando desiderio sommo di so, negli amici. 
Sua sorella era moglie di Constabile Carducci; e non seppe, mai, 
la tragica fine del marito, assassinato, a tradimento, dal prete 
Peluso. I suoi nipoti mi hanno assicurato di non possedere al* 
cuna delle lettere, scrittegli dal Poerio. 

(89) Michelangelo Parrilli, avvocato, del quale vedi fatta men* 
zione, nelle trigesimaquinta di queste note. Aveva la monoma- 
nia di stampare iscrizioni latine, con la versione Italiana, per 
ogni avvenimento pubblico e privato di qualche importanza. Ne 
riporteremo le due seguenti, che ci sono capitate fra le mani, 
concementi fatti del 1848: 



— 382 — 

FIDE AC VIRTUTIBUS INNIXI 
TOTIUS NEAPOLITANI REGNI CIVES 

PLUBiES Regem Ferdinandum EXORAVERE 

AD FORMAM ItALAE UNITATIS 

FOBDERIS FACTUM SPONTE SECUM INIRI 

INTER MORAE INDUQAS 

PROH MIRUM 

OMNIPOTENS LAEVA INTONUIT 

ET ILLICO A REGE LUBENTE ANIMO 

EXOPTATUM PERENNE FOEDUS 

INEFFABILI OMNIUM PLAUSU 

DIE in, KAL. FEBR. MDCCCXLVIII. LARGITtM 

CONFICI INTRA DECEM DIES SANCITUM EST. 

SCITOTB ID POSTERI NAM VESTRA RES AGITUR. 

M. A. Parrilli 

Devotionis ergo et eoo animo 
PATRI AE AC REGI DICAVIT. 

» 

PVERI AC IVVENES VTRIVSQVE SEXVS 

NVLLO CONDITIONIS DISCRIMINE 

NE DVM SENIO CONFECTI CIVES 

INNOCVA HILARITATE ìESTVANTES 

OB PARTAM DIVINITVS ITALI FOEDERIS VNITATEM 

DIV NOCTVQVE PER VRBEM GRATES AD ìETERA MITTVNT 

jo Fernande Rex JO 

TIBI PLAVDVNT ITALAE GENTES 

ET PROPERE QVI IMPERANT EIS 

MAGNANIMVM lAM TWM /EMVLANTVR EXEMPLVM 

SIC REDEMPTiE ItALIìE FOEDVS CONSTITVTVM 

FAVENTE DEO 

SVB VNICO CRVCIS VEXILLO 

FIAT JEB.E PERENNIVS DVRATVRVM 

M. A. P. 

(90) Per quante ricerche abbìain fatte, ne' giornali del tempo, 
per quante domande abbiam rivolte, a chi, allora, era in mezzo 
a^ trambusti, nulla abbiamo potuto sapere di determinato, in- 
torno alla insurrezione monacale, cui, qui, si accenna. 



— 383 — 

(91) Giovanni Manna fu, allora, Ministro di Finanza, per pochi 
giorni. Uomo profondo nel dritto amministrativo, del quale ha 
scritto un trattato reputatissimo. Fu, poi, ingenuo inviato a 
Vittorio Eaimanuele, insieme con Giacomo de Martino (che non 
era ingenuo) da Francesco II, quando questi, troppo tardi, volle 
una lega. Senatore, quindi, del Regno dMtalia e Ministro di 
Agricoltura e Commercio, essendo premorto al padre, non lasciò 
altra eredità se non lire cento di assegno mensile, fattogli dal 
padre, appunto in occasione del suo matrimonio. Non sempre 
avviene cosi degli uomini, che sono stati, per lunghi anni, im- 
piegati ed hanno esercitati altissimi uffici ed hanno famiglia. 
Fu, anche, cultore delle belle lettere; ed ho ritrovato, in un al- 
bum, di proprietà della Signorina Carolina Just, figliuola del 
Console Sassone a Napoli, poi maritata Giordano, Duchessa 
d' Orotino, e morta da lunghissima pezza, il seguente sonetto 
di lui: 

Il mio ritratto 

Pensoso, sempre, e non irato, mai; 

Pallido, scarno e nell'andar negletto; 

Di rumor schivo e taciturno assai; 

La calma in viso e non la calma in petto. 
Come la luce 1 mobili suoi rai 

Assidua muta di uno in altro aspetto, 

Tal, sempre, il suo pensiero, or tristi, or gai 

Sembianti move, or uno or altro affetto. 
Tra speranza e timor Palma agitata 

Fugge il presente e l'avvenire appella: 

D'altrui scontento e di so, mai, non pago. — - 
Ecco, donna gentil, la vera immago 

Del vate ignoto, eh' or teco favella, 

Ferse la prima e l'ultima fiata. 

1840, 25 Giugno 

(92) Domenico e Gabriele furono figliuoli di Angelo Abate- 
marco da Montesano sulla Marcellana e della Giovanna Tor- 
torella da Lagonegro, dove nacque Domenico. Angelo emigrò, 
pe'fatti del 1799; onde la moglie rimase direttrice dell'educazione 
de' figliuoli. Poi, rimpatriato, fu magistrato e divenne Giudice 



— 384 — 

d* Appello. Domenico e Gabriele s* addissero al foro. Ma, nel 
1821: il padre, ch'era stato della Giunta di Stìnto, fu destituito; 
ed i due figliuoli, emigrando, passarono, da dieci anni, in esi- 
lio, fra Malta (doTe furono amicissimi del Rossetti) Parigi (nel 
1822), Firenze e Boma. Rimpatriati, nel 1830, attesero al foro 
ed alle lettere. Domenico, nel 1848, fu nominato Consigliere 
di Cassazione e Pari del Regno. Ma, Tanno dipoi, venne de- 
stituito. Nel 1860, reintegrato nella Cassazione, firmò il Pro- 
clama del Plebiscito. Nel Gennaio 61, fu Consigliere di Stato 
in Napoli; e rappresentò, nel 1.^ Parlamento Italiano, il Colle- 
gio di Sala . Soppresso , poi, il Consìglio di Stato in Napoli , 
tornò alla Cassazione, finché V età non V indusse a chiedere il 
riposo. Moriva, il Venerdì,, 29 Aprile 1872. Fu uomo colto nel 
le lettere e faceto. Ci trovammo seco, compagni di viaggio ma- 
rittimo, quando egli si recava al Parlamento, in Torino; e ri- 
cordiamo, come, travagliatissimo dal mal di mare e dovendo 
pur cedere a*conati del vomito, dicesse, sorridendo, neirafifer- 
rar Torinale: — « se é bello morir per la patria, sarà bello, an- 
€ che , il vomitar per essa. > — Gabriele fu Direttore dell'In- 
terno (Coadjutore) nel Ministero del 3 Aprile 1848. Rimase in 
utficio, sino al 7 Settembre 1848. Moriva, il 28 Marzo 18..., nel- 
Tetà di anni settantacinque. Uno de* figliuoli di Domenico, a 
nome Angelo, è, ora, consiglier di Cassazione, a Napoli; un altro, 
Carlo , esercita V avvocheria. E le cose son cosi ben congegnate 
in Italia, che, senz' alcun dubbio, i guadagni. dell' avvocato su- 
perano d' assai lo stipendio del magistrato. 

(93) Federigo Golia di Aversa, fu pittore; stette in carcere, 
per motivi politici; mori, a Ginevra. Suo fratello. Cesare, riusci, 
sventuratamente, ad insediarsi, nel Collegio Elettorale di Aversa, 
invece di Francesco Strongoli-Pignatelli; e, sventuratamente, è, 
anche adesso. Deputato della 2.'^ Circoscrizione di Caserta. 

(94) Camillo Campana era nipote del Console Napoletano a 
Venezia, Altro non sapremmo dirne. 

(95) Una formale dichiarazione di guerra, all'Austria, non ebbe, 
mai, luogo : salvo che non si voglia considerar, come tale, il 
Proclama di Re Ferdinando a' suoi popoli, del 7 Aprile. 

96) La vedova del Duca della Torre, bruciato vivo da' laz- 
zari, nel 1799, Duchessa ereditiera di Cutrofìano, sposò, in se- 
conde nozze, D. Pietro d'Aragon, Conte di Fitou, Uffiziale di 
Marina, francese di origine, al quale portò ricchezze molte e 



— 385 — 

titoli assai. Un loro figliuolo, Giovanni, fu ucciso, in duello, 
verso il 1831; Gr.etano, primogenito, fu principe di Squinzano; 
il terzo, Raffaele, è quello, di cui, qui, si parla, che, nel 1848, 
si trovava colonnello del 1® Dragoni. Egli proveniva dalla Pag- 
goria; e fu nominato , come di diritto, Alfiere, al reggimento 
Gavalleggierì-Guardia. Ma (scopertasi una sua lettera a quel- 
la Principessa Cristina, che doveva, poi, immortalarsi in Ispa- 
gna e che, già, faceva prodezze in Napoli, gittando, alla villa, 
fiori, a'vagheggiator), e facendo lor cenno, in teatro, dal pal- 
chetto, che il padre le aveà date le busse) per castigo, fu man- 
dato nella Gendarmeria a cavallo, in Calabria; e vi rimase, fin- 
ché la Cristina non fu maritata e Francesco I morto. In Ca- 
labria , trattò per la presentazione di nove briganti, che ven- 
nero, co' salva-condotto, in casa sua. Ma, non essendosi con- 
chiuso r accordo , il Ministro Intontì avrebbe voluto , eh' egli 
profittasse dell' occasione e sostenesse que' briganti r voleva , 
insomma, rinnovare l'infamia commessa, nel 1818, dal gene- 
rale Amato, contro i Vardarelli (Vedi Colletta, L. Vili). Di 
tanta slealtà il Cutrofiauo ricusò macchiarsi; anzi, con passa- 
porti e danari, facilitò loro l'uscir dal Regno. Nel 1848, qu in- 
do il Pepe, richiamato a Napoli, dopo aver ceduto, in Bologna, 
il comando allo Statella, (che, per l'effervescenza popolare, non 
osò ordinare la ritirata) l'ebbe, poi, ripreso ed ordinato il pas- ' 
saggio del Po, il Ritucci obbedì co' suoi cacciatori ed il Cutrofia- 
no si preparava ad obbedire ed avea dato gli ordini; ma uffiziali e 
sott' uffiziali gli rubaron la bandiera, lo fischiarono, lo sprio- 
rarono, ed impresero, per conto loro, il ritorno a Napoli. Tornò 
anch'egli, a Napoli, per conto suo; ed accusò, al Re, di ribellione -■ 
e diserzione il suo Reggimento. 11 Re gli die ragione, a parole; - 
ma lo mise alla 4* classe. Nella quale stette, finché il Filan- i 
gieri noi volle seco in Sicilia , dove ebbe un cavallo ucciso 
sotto. Fu, quindi, Colonnello Comandante de' Carabinieri a caval- 
lo, che erano gli antichi Gendarmi scelti; ed, in seguito. Generale 
di Brigata. Nel 1861, non fu compreso nella capitolazione di 
Gaeta, trovandosi spedito in missione diplomatica a Pietroburgo. 
Mori, a Londra, verso il 1868. Ebbe, per moglie, una Madama . 
d' Argy, sorella del famigerato^Colonnello de' Zuavi Pontifici. 
Molto vagheggiata dallo scultore Tito Angelini, che affermava 
aver dovuto alla sua protezione di sfuggire a non so quali per 
secuzioui della polizia. Costei, come narra Piersìlvestro Leo- 

25 



— 386 — 

pardi, dopo il 15 Maggio, scriveva al marito: — a Non isp erate, 
« che io vi accolga, più mai, nelle mie braccia, se, prima, non 
« avrete lavato, col sangue de'nemici d'Italia, le turpitudini, di 
« cui si sono macchiate le truppe napolitano e, più ancora, le 
« svizzere. » — Bello quel marito, che mostra simili lettere, che 
sollevano le cortine dell'alcova! Certo è, che il Cutrofiano tornò, 
a Napoli, senza aver nulla lavato, in nessun sangue. Chi sa, se 
la moglie avrà tenuto parola? 

(97) Questo Caracciolo di Turchiarulo, sendo stato nominato 
Tenente-Colonnello, andò (com'era, allora, d'uso e prammatica) a 
ringraziare il Re, che gli disse: T*haggio puosto a cavallo ^ncoppa 
alli mole. Era fratello di Paolo Caracciolo di Turchiarulo, San- 
fedista acerrimo, comandante delle Guardie del Corpo a caval- 
lo, e celebre pe'molti suoi spropositi, come quando annunziava 
prossima la venuta della flotta svìzzera, in ajuto del Re. 

(98) Il colonnello Andrea Ferrari, del Napoletano, era stato 
fatto generale e Comandante le guardie Civiche romano ed i 
volontari mobilizzati, cioè: 

1.* Legione Romana. — Colonnello: Natale del Grande (che 
fu ucciso, a Vicenza, il 10 Giugno 1848, e surrogato da quel 
Bartolomeo Galletti , celebre per tanti motivi ed, anche , per 
un volume, intitolato: Il Giro del mondo | colla Ristori | Note 
di Yiaggio \ del Generale \ Bartolomeo Galletti \\ i? ma \ Tipo^ 
grafia del Popolo Romano \ Via delle Colonnette, 23 \ i876.) 

2.* Legione Romana. — Colonnello: Marchese Filippo Pa- 
trizi. Questa legione si sbandò, dopo il fatto di CornuJa ; e 
qualche avanzo fu incorporato nella terza. 

3.* Legione Romana. — Colonnello: Giuseppe Gallieno. I 
militi, dopo il combattimento di Vicenza, rimpatriarono. 

4.* Legione Romana. — Colonnello: Conte Luigi Pianciani. 

Battaglione Universitario. — Colonnello: Angelo Tittoni, che 
si ritirò, dopo il fatto di Vicenza; e fu sostituito dal Maggiore 
Ceccarini. 

1.° Reggimento volontari. — Colonnello: Duca D. Filippo 
Lante Montefeltro. 

2.° Reggimento volontari. — Colonnello: Cavaliere Luigi 
JBartolucci. 

Artiglieria cìvica romana. — Capitano: Federico Torre (ora, 
luogotenente generale; uomo egregio). 

Comandante in capo del corpo di operazione e della Di- 



— 387 — 

visione di linea romana era il Generale Giovanni Durando, Pie- 
montese. 

(99) Ernesto Capocci (nato a Picinisco, il 27 Marzo 1798, mop- 
to, a Napoli, Senator del Regno, il 6 Gennyjo 1864) astronomo 
insigne, ebbe, dairAlmerinda Farina, figliuola di un Consigliere 
di Cassazione, numerosa prole: ma, nel 1848, soli quattro figliuo- 
li erano in età di portar le armi: Stenore, Oscar, Teucro e 
Dermino. Stenore (ora Impiegato di Casa Reale, a Firenze) e 
Dtìrmino(Gia Consigliere Delegato, alla Prefettura di Pisa) par- 
tirono, con la Belgiojoso (cara gioia!) sul vapore il Virffilio^iì 
29 Marzo 1848. Stenore andò, poi, a Venezia e, promosso ser- 
gente, fu tra gli ultimi a lasciar Malghera, nella notte del 26 al 
27 Maggio 1849. Oscar (ora. Professore airUniversità di Napoli) 
parti, due giorni dopo, sul Lombardo, per raggiungerli. Teu- 
cro, (che, per avere già, cosi giovane com'era, calcolata l'orbita 
di una cometa, fu nominato, da Gioberti, nel Primato come 
esempio di virtii d' ingegno ereditaria) si arrolò ne' Dragoni di 
Cutrofiano (e non già ne' Lancieri, come, erroneamente, seri re 
il Poerio). Quando ebbe luogo la vergognosa ritirata de' Napo- 
litani, egli passò il Po, con un Diaz, Luogotenente di Cavalleria; 
e segui il Pepe. Fu ferito, a Venezia, il 25 Giugno 1849. Nel 
lb66, fu Ufficiale de' volontari, nel Tirolo. Nel 1878, era, in Na- 
poli, Direttore dell'Ufficio di Pesi e Misure; ed andava, a pòco 
a poco, perdendo la vista. Il 22 Maggio, poco prima del mezzodì, 
entrò nel Caffè di Napoli, dov'era cognitissimo; e chiese, al pro- 
prietario, cinquanta lire, per poche ore. Comprò, quindi, una pi- 
stola a sei colpi; sali in una carrozzella; e disse, al cocchiere, di 
condurlo a Fuorigrotta; ma, a metà della Grotta di Posillipo, 
si uccise con due rivoltellate. In una lotterà pel fratello Oscar, 
che gli si trovò indosso, dichiarava di aver preso le cinquanta lire, 
perchè aveva dimenticati, a casa, i suoi denari. Ma torniamo 
al 1848, quando Ernesto Capocci era Deputato ed i suoi fi- 
gliuoli giovanetti. Dunque, quattro fratelli in età di portar ar- 
mi e, tutti e quattro, in guerra, volontari! E parve, a loro ed a 
tutti, cosa naturalissima; e che facessero il dover loro, come 
molti altri. Se non morirono, non fu colpa loro. Dovevamo ve- 
der, poi, menar grande scalpore, da alcuni ciarlatani politici, 
come di cosa eroica, singolare, unica, che, in una famiglia, ci 
fossero stati tre o quattro volontari; ed eternar, con monumenti, 



— 388 — 

la memoria del fatto l E si ! che si trattava di buaccioli , e non 
già di giovani intelligenti e colti, come i Capocci. 

(100) Federico della Valle di Casanova, condotto ad arrolar- 
si ne' dragoni, insieme col Capocci, da Ferdinando Carafa, (ora, 
duca d'Andria, nipote del Cutrofiano.) Questo Federico era frar 
tello di queir Alfonso, che ha lasciato cara memoria di sé, in 
Napoli, per le cure spese negli Asili Infantili ed il danaro le- 
gato loro: ned il zelo imprudente di chi ne ha pubblicati due 
volumi di scritti, immeritevolissimi della luce, ha potuto ren- 
derlo ridicolo. Sì copron d' un oblio pudico le sguajataggini, 
eh' egli schiccherò , e se ne ricorda la carità. Federico fece , 
poi, un ricco matrimonio; e stette quasi sempre e sta nell'Alta 
Italia. Fu, per breve tempo. Colonnello Ispettore della Guardia 
Nazionale nella provincia di Benevento, quando lo Spaventa era 
segretario generale degl'Interni, nel primo ministero Minghetti. 
Volle, quindi, porre la sua candidatura nel Collegio di Monte- 
sarchio; ma non entrò neppure in ballottaggio. 

(101) Di questo Claudio Talva, Commissario Ordinatore (sus- 
sistenza, alloggi ecc.) nulla ho potuto appurare, 

(102) Il Tenente Francesco Angellotti, Vito Romano e Cesare 
Rossaroll , caporali nel 2.° Reggimento delle Guardie, ordirono 
una congiura, per togliere dal mondo Ferdinando Ily il quale^ fa- 
cendo sperare liberali istituzioni , avea impedito la rivolta del 
1831; e, poi, avea dato il paese in mano allo sterminatore del Ci- 
lento. Denunziati dal porta-stendardo Paoletti, che si era infinto 
di voler partecipare all'opera nefanda, il Romano ed il Ros- 
saroll furon sorpresi, nel Quartiere del Ponte della Maddalena, 
mentre si preparavano al regicidio. I due risolvettero di ucci- 
dersi. E la pistolettata, preparata dal Rossaroll pel Re, spense, 
difatti, il Romano. Ma, dalla pistolettata di lui, il Rossaroll ri- 
mase solo ferito; e, quindi, indicò, come complici, molti altri, 
fra i quali tre suoi fratelli , caporali anch' essi, e gli ufficiali 
di Artiglieria Antonio e Girolamo UUoa, Due de' fratelli eb- 
bero il consta che non; un altro ed i due UUoa, il non consta; fu- 
ron condannati alla forca l'Angellotti ed il Rossaroll: e, certo, 
se la meritavano. Andando il Rossaroll al patibolo, scalzo, come 
parricida, diceva: Emo\^sto catarro, pecche me Vhaggioapiglià'f 
Graziato all'ergastolo e, poi, liberalo, nel 1848, dovendo partire 
come capitano ajutante maggiore di un battaglione di volonta- 
ri, per la Lombardia, ed essendo ito a ringraziare il Re, per 



^ 889 — 

la grazia, questi gli disse: Rossaroll^ mi raccomando; que - 
ste sono reclute; bada tu ali* onore del tosone/ Ed il Rossa* 
roll , tomo tomo, gli rispose : Vostra Maestà sa^ che io ho, sem- 
pre^ fatto il mio dovere ! — Il Rossaroll prese parte al combat- 
timento di Curtatone e Montanara, dove rimase ferito; si recò, 
poi, a Venezia, e vi mostrò, sempre, un così matto coraggio, 
che Guglielmo Pepe il soprannominò V Argante della laguna. E, 
pel suo temerario coraggio, rimase ucciso, il 27 Giugno 1849. 
Era uomo religiosissimo, devotissimo; praticava, assiduamente, 
i Sacramenti : ma, essendo di poca coltura e levatura, per lui 
stava, che la religione non vieti, anzi comandi il tirannicidio: 
per la fé, per la patria, il tutto lice. Or che giovò la sua congiu- 
ra ? Ferdinando II, venuto al trono con non cattive intenzioni, 
fu atterrito dalle riforme, dalle congiure di Frate Angelo Pelu- 
80, e, spedala. ente, da quella del Bossaroll. E, chi ben guarda, 
tutto sommato, la figura bella non la fa il caporale, che vole- 
va assassinare il Re, usurpando le funzioni di accusatore, di giu- 
dice e di esecutore, e che, malgrado V animo ben temprato, si 
avvilisce, si abbioscia e denuncia a drittaed a manca: ma bene 
il Re, che risparmia la vita del caporale, giustamente condan- 
nato. Ma lo sgoverno borbonico era tale, da far parere, anche 
a galantuomini e valentuomini, legittimi e lodevoli i tentativi 
di Rossaroll e de* Melano. 

(103) Sembra alludere, alla seguente corrispondenza, in data 
di Ancona, 6 Maggio, pubblicata, nel Contemporanjso, di Martedì, 
9 Maggio, 1848: — « Trovansi, in questo momento, in questo 
«porto, quattro fregate a vapore napolitano, il Carlo III, il 

< Sannita, il Guiscardo, la fregata il Ruggiero, il Robeì^to, col 
«barone Raffaele de Cosa, brigadiere Comandante superiore. 
« Sono, inoltre, giunti: il brick PHncipe Carlo di venti cannoni; 
« la fregata Isabella^ di quarantaquattro; e la Regina di ses- 
« santa. Questi legni portarono un battaglione di volontari , 
« il reggimento del 1.^ e del 12.^ di Linea, un battaglione di 
« cacciatori, un battaglione del 5.° di linea, una compagnia di 
« Zappatori e minatori; in tutto, un corpo di armata di circa 5000 
« uomini. Inoltre, giunse, per la via di terra, il treno di artiglie- 
« ria, composto di sei cannoni e due obici , con una quantità di 
« munizioni. Una deputazione veneta, è giunta, per chiedere, che 
« questa truppa vada, direttamente e subito, a Venezia, ove son 

< necessari i soccorsi. Dicesi, che, in seguito di ciò, il comandante 



— 390 — 

< abbia spedito una staffetta, a Napoli, per istruzioni. In tanto, una 

< parte della truppa è, già, partita per la Lombardia; e Taltra sta 
€ per prendere la stessa direzione ». — Ma, o la scrittrice ha pre- 
so un equivoco, o , forse , alludeva a qualche altro artìcolo , che 
chi ci ha favorito non ha saputo ritrovare, nel Contemporaneo: 
giacché il Pepe non vi giunse se non V8 maggio, nò di lui e del 
suo arrivo si fa parola, in questo articoletto. 

(104) Dice il Settembrini : — « Si pensò , lungamente, dove al- 
€ legare le due Camere del Parlamentofe, dopo molte discas- 
€ sioni, si stabili di allogarle, neirUniversità: la Camera de* De- 
€ putati, nella gran sala del Museo Mineralogico; e la Camera 
« de* Pari, nella gran sala della Biblioteca. Io mi feci, come un 
€ serpente : Ma cotesto significa chiudere V Università/ ma chie~ 
€ se e conventi non ce ne sono ? Ma non avete la immensa isola 
€ dei Gesuiti, dove fu il Parlamento, nel 1820, e dove ce ne poS" 
€ sono stare dieci, 'non utw ? Ma i nostri antichi e tutti gì Ita- 
€ liani non tenevano, nelle Chiese, i loro Parlamenti? Chiudere, 
€ con tavole, gli scaffali, dove sono i minerali, ù, certamente^ un 
4L danno: pure, i minerali non si guastano. Mai libri, ma tanti 
€ preziosi libri, seppellirli, così, è distmf/gerli,certamente.lo ripe- 
€ tevo queste cose, nella sala della Biblioteca, airArchitetto, che 
€ dirigeva i lavori e che, levando le spalle , mi disse queste pro*- 
« prie parole : È provvisorio! Non dura molto! Ognuno lo capp- 

€ sce\ Ed era vero, pur troppo: questo ci era, nella coscienza 

« della moltitudine». — 

(105) Non sappiamo, se il Troya giungesse a terminare que- 
sto discorso, che non fu pronunziato. Sarebbe curioso a leg- 
gere. 

(106) Di questo dispaccio del Governo Provvisorio della Re- 
pubblica Veneta, non ho trovato la copia, che, qui, si dice. 

(107) Gaspare Musto combattè, con valore, in Grecia (vedi a 
pag. 55 del pr. volume). Ed, essendo, poi, tornato a Napoli, andò, 
una sera, in teatro, con Tuni forme di ufficiale greco. Il Re volle 
sapere chi fosse; e gli fece offrire di entrare nell* esercito napole- 
tano. Era capitano fonditore, nelFartiglieria. L'ho conosciuto 
nel 1850. Abitava, in una villa, celebre, perchè, già, ditnora del 
Byron, ad Alvaro, presso Genova, insieme con Domenico Car- 
dente e con alcuni ufficiali napolitani, stati alle difese di Venezia 
di Roma; i due Mezzacapo , Camillo Boldoni, il Virgilio, ecc. 
Aveva, per moglie, la vedova di un generale, (se non erro, di un 



— 391 — 

general francese), che, rimasta in Napoli, andava , sempre , a 
piangere miserie col Filangieri e col Re. Il Re le fece un asse- 
gno; e, poi, permise il rimpatrio del marito , che, però, non fu 
riammesso nell' esercito, e si vide precluso Tavvenire brillante , 
che, senza dubbio, gli sarebbe spettato, nel Rtìgno dMtulia. Nella 
Cronaca di Carlo Lwoni, (Vedi la 155/'* di queste notule ) si 
parla di lui, ma il nome ò storpiato in Morti. 

(108) Cario Mezzacapo, che, poi, nel R'.»gno d' Italia ò divenuto 
Luogotenente Generale e Senatore del Regno , (come pure il 
fratello Luigi, che per giunta ò stato Ministro,) e cui, ora. i gior- 
nali danno dfl Conte. I due Me/zacapo furono i soli emigrati, in 
Piemonte, che propendessero pel Murattismo. 11 che si spiega, 
per essere Luigi cognato di queir Aurelio Saliceti; prima, servi- 
tore de'Borboni; poi, ìuì\ 48, Ministro ultra- liberale, e non ulti- 
ma cagione, c»)n le sue improvvide avventatezze e con la in- 
teozion dichiarata di svolgere la costituzione, prima ancora, che 
entrasse in atto e senza il concorso delle Camere (atto inco- 
stituzionale in primo grado !), delle catastrofi napoletane; quin- 
di, triumviro della Re[)ubblica Romana, col Mazzini : il quale, 
venuto a Genova, si era rasa la barba ed avea chiesto al Go- 
verno sardo un ufficio diplomatico; rispostogli, aspettaase alcun 
po\ essere troppo recenti i fatti di Rorna^ si fé' ricresce re la bar- 
ba e ridivenne repubblicano; e, da ultimo, era diventato, a Pa- 
rigi, famigliare e lancia spezzata di Luciano Murat. Carlo Mez- 
zacapo ha fama di ulRciale dotto. 

(109) La formola del giuramento fu, difatti, la quistione, per 
cui avvennero dissensi: fra la Camera, non ancora legalmente co- 
stituita e,(|uindi, illegalmente adunata; ed il Governo. Questi dis- 
sensi serviron di pretesto a quelle barricate, per conseguenza 
delle quali scoppiò il conflitto sanguinoso del 15 maggio 1848. 

(110) Questa lettera al Troya p.<ir che più non esista, come 
tante altre. Di quelle , che il Poerio gli mandò, da Venezia, 
sembra essere avanzata, solo, V altra del 20 Maggio. Fra quelle, 
che la Vedova ha regalate alla Biblioteca Nazionale di Napoli , 
nessuna è del 1848. 

(Ili) In qud' momenti, non ò da stupire se penino un Carlo 
Poerio perdesse le staffe. Tutti, più o meno, erano spostati. Certo, 
r incapacità del Ministero Troya fu somma: ma si può essere in> 
capacissimo, neir amministrare e nel reggere uno stato, mas- 



— 392 — 

aime in tempo di rivoluzione, senza meritiir, per questo, l'epiteto 
di mhcrabUc, Quantunque io non voglia negar essere tra le 
colpe più gravi lo stender la mano al potere, quando nc»n si 
ha forza e sapienza. 

(112) Un certo D. Martino Cafiero, oscura persona, verbosa 
nullità, che stava, sempre, in mezzo a'iiberali, facendo chiacchie- 
re e portando notizie. 

(113) Carlo Poerio si ricoverò in casa di Florestano Pepe. Ma 
l' Imbriani non si allontanò pmito dalla casa propria (vico Belle 
Donne a Chiaja , palazzo Anfora di Lirignano). — Uopo essere 
stato nella Reggia , dove erasi recato in deputazione , durante |il 
tempo del confitto, fu, a sera, accompagnato, sino a casa , dal 
Generale Raffaele Carascosa, il quale abitava nello stesso pa- 
lazzo e che fu de* Ministri della dimane. (Vedi la 116.* di que- 
ste notule). 

(114) Fraucesco-Paolo Bozzelli aveva conseguita gran fama, 
non tanto pe' suoi leggiadri versi, quanto per gli scritti filosofici 
(era un sensista) e letterari (specie jìe' tre volumi Bplla Imita^ 
zione tragica)^ per lo splendido esercizio dell'Avvocheria, per lun- 
go esilio e dura povertà, magnanimamente sostenuti. Quando fu 
chiamato, dapprima, al Ministero, da Re Ferdinando ed incaricato 
di formolare una costituzione, parve, a tutti i buoni , che fosse 
stato trascelto T ottimo. Ma , come avn-bbo dovuto prevedersi , 
(giacché, di rado, avviene, che, da un avvocato sessagenario, sfar- 
falli, ad un tratto, un legislatore ed un amministratore) si mostrò 
incapacissimo. Rimase , inoltre , offuscato dalla grazia regia e, 
non volendo piìi soffrire le passate miserie, pensò di mettersi dal 
lato del manico della scopa , quando si trattò di spazzare. Fu 
adoperato, finché parve necessario; e, poi, buttato da canto; ma 
con una pingue pensione, che lo consolò della fama perduta. 

(115) — «Gennaro Spinelli, principe di Cariati, vecchio uffiziale 
€ di Murat, diplomatico del 1820 e uomo di maniere affabili e 
« cortesissime, un cavaliere compito, un vero gentiluomo, un 
« accompìished gentleman^ come direbbero gì* inglesi. Non sorti 
« dalla natura grande intelletto; ma non difetta di quella sup- 
« pellettile di astuzie e di piccole scaltrezze, che soleva fare il 
« pregio de* diplomatici della scuola di Talleyrand. Egli posale- 
€ de il requisito, in tanto pregio tenuto da cotesti diplomatici , 
« di parlar molto, senza dir niente; e di farvi credere di avere 
« risposto alle vostre interrogazioni, senza avere, in realtà, ri- 



— 393 — 

«sposto hulla. Sceltico ìq tutto e, segnatamonte, la politica , 
« con le labbra, sempre, composte a sorriso, gentile (nel tempo 
« stesso) e maliziosamente beffardo, lo direste il tipo della mol- 
« lezza Napoletana, il modello della indolenza. > — Così, il Mas- 
sari. — Il principe di Cariati avea fatto parte del Ministero del 6 
Marzo. Egli mori pazzo; ed avendo, una volta, incontrato Ferdi- 
nando II, gli stese contro la mano, dicendogli: Tu ni* hai tradì' 
« to/ M'hai fatto credere di esse^^e un galantuomo J Ed io ti ho 
« secondato; ed, ora, mi trovo disonorato, per te. Nel 1820, di- 
plomatico a Vienna, conferendo col Duca di Portella [Metter- 
nich], vedendo questi accavalciar le gambe, ed egli alzò le sue t 
le appoggiò al davanzale del caminetto, come per meglio scaldarsi. 
Il Metternich, sorpreso, disaccavalcìò le gambe; ed il Cariati^ subi- 
to, rimisele sue sul pavimento e si ripose a sedere, con decenza. E, 
cosi, fece, più volte; non tollerando, nel Metternich, l'oltraggiosa 
disinvoltura e sprezzante, che gli era solita. 

(116) Raffaele Carrascosa, fratello di quel Michele C.arrascosa, 
che tanto male si condusse, nel 1814 e nel 1821. Anche il Carra* 
scosa, forse, non credette, almeno sul principio, che il Re avesse 
intenzione di spergiurare; né si accorgeva della gravità degli atti 
quotidiani. Era un militaraccio ignorante: onde può, fino ad un 
certo punto, valer, per luì, questa scusa, inammessibile pel Rug- 
giero (vedi la quadragesimaprima di queste notule). Quando se 
ne accorse, volle ritirarsi. Ma, il Re non gliel permise, dicendogli: 
Se occort^eyCe ne andremo insieme. Prevedeva un naufragio; e non 
voleva, che, nel giorno del rcdderationem, alcuno de' suoi stru- 
menti potesse svincolarsi da lui, per salvarsi. Ed il Carrascosa 
non era di quegli eroi, che, pertinacemente, fanno getto, anche, 
d'uD portafogli e della grazia sovrana, per ossequio al dovere. 

(117) Bisogna riconoscere, che, dopo gli eccessi avvenuti il 15 
Maggio, la plebe, i lazzari non ne commisero altri. Gli abbienti, 
memori del 1799, temevano, che si rinnovassero tutti i guai di al • 
lora: ma, cosi, non fu. 

(11<^) Cioè, le famiglie Poerio, Imbriani e Parrilli. La tranquil- 
lità, goduta, generalmente, nella capitale, da tutte le famiglia 
pili invise, certo, a* realisti, mostra, come gli eccessi parziali non 
fossero comandati e regolati dall'alto. 

(119) Certo, gli Svizzeri, 8opratntto, e parta dalla milv 
litane si condussero, in modo feroce e brutale; oarto|< 
il saccheggio non sono da Bcnaara, mai! Ma non 



■■* 



— 394 — 

disconoscere, che sono conseguenze necessarie delle guerre ci- 
vili. Quindi, rei veri non chiamo coloro, che, materialmente, uc- 
cidono, abbruciano e saccheggiano; bensì, quelli, che han reso 
inevitabile il conflitto. I veri colpevoli de' guai di Napoli furono 
gli sciagurati (come i La Cecilia) e gli sciocchi (come i Luigi 
La Vista), che eressero le barricate e che non avevano, nemmanco, 
provveduto o pensato, non dico ad assicurarsi la vittoria, ma solo 
a procacciarsi una lontana probabilità di vittoria. La maggior 
parte de' quali, poi, cansò il conflitto; ed il più i morti, furono 
uccisi, non combattendo, ma neir arrendersi o dopo essersi ar- 
resi. No, il quindici maggio non fu, neppure, una dissennatezza 
eroica! Che diamine, siamo giusti! Niun governo costituito può 
tollerare insurrezioni armate; ogni governo, anzi, ha il dovere 
di reprimerle. E dell'eccesso, nella repressione immediata, la più 
gran parte di responsabilità morale ricade sugl'insort'. Non è da 
condannare Ferdinando li, pel 15 majrgio. Ma perchè non fu, poi 
leale mantenitore della Costituzione concessa e delle amnistie lar- 
gite; perchè fu spergiuro; perchè governò ed amministrò, con mezzi 
iniqui. — Questa donna Lisetta era la prima delle figliuole del Conte 
di Camaldoli [Vedi la 77* di queste note]. Moglie del principe di 
Tricase (Gallone; che la sposò vedovo), sorella della Irene (poe- 
tessa e scrittrice, che sposò il Maestro Vincenzo Capecelatro), eb- 
be la gentil virtù di non iscombiccherar quadri e di non ischicche- 
rar versi. Si salvò, nel 15 maggio, dal palazzo, già. Gravina, allo- 
ra, Ricciardi, ora, sede della Posta e de' Telegrafi in Napoli, al 
braccio del Cardinal Carafa, morto Arcivescovo di Benevento. 
(120) Il Principe di Torella (genero di Cristoforo Saliceti: vedi, 
nel Colletta, passim) era, come dice il Massari, — « patrizio, al- 
< lora, in Napoli, popolarissimo, già ufficiale di Ordinanza di Re 
« Gioacchino e tutto imbevuto della tradizione Murattiana. La 
€ sua casa era il ritrovo degli uomini di lettere e di scienze più 
« ragguardevoli di Napoli, ed era, sotto Tassolutismo, una casa di 
« opposizione. Il suo figliuolo secondogenito, Camillo, era stato im- 
« prigionato, prima del 29 gennajo; ed era una delle vere gemme 
a del patriziato civile Italiano di Napoli. > — Che razza di gemma! 
Dopo breve emigrazione, ritornò a Napoli e strisciò a Corte. Nel 
Regno dltalia, ò stato deputato. La deputazione, si sa, dà la 
scienza infusa; e fu, quindi, prima, ministro plenipotenziario; poi, 
prefetto; e si è sempre dimostrato leggiero ed incapace'. Vive in 
Roma, dove una sua figliuola è maritata; ed ò senatore del 
Regno. 



— 395 — 

(121) Dice il Massari: — «1 due nuovi Ministri, Ischitella e Car- 
€ rascosa, soldati, niente altro che soldati, rappreRentavano, nei 
€ Consigli del Principe, la trionfante forza materiale; ed erano 
€ indizio dell'ascendente, il quale, già, cominciava ad esercitar- 
« si, dalla truppa. 11 principe d'Ischitella, antico Ufficiale di Mu, 
« rat, è soldato coi'aggioso, di carattere impetuoso, di modi av- 
«c ventati. Avea fama di patriota, perchè, nel 1821, fu destituito; 
« e, dopo il 29 gennajo, la parte liberale lo aveva proposto al 
€ Ministero. » — Francesco Finto, sino alla morte del padre (net 
1823) portò il titolo di Marchese di Giuliano. Nacque nel 1788. 
Ciambellano di Re Giuseppe, il 10 marzo 1808; luogotenente ne* 
veliti della Guardia di Re Gioacchino (colonnello Colbert), Tan- 
no stesso; capitano e maresciallo d'alloggio del palazzo, nel 1809; 
maggiore negli usseri della Guardia (colonnello Roccaromana), 
nel 1810; ajutante di campo di Gioacchino, nella campagna di 
Russia; ferito, alla battaglia della Moscova, e decorato, quindi, 
della legion d'onore e colonnello, il 13 settembre 1812; ufficiale- 
delia legion d'onore e gran cordone dell* ordine delle Due Si- 
cilie, nel 1813; comandante degli usseri della guardia, nel 1814; 
maresciallo di campo, onorario, il primo gennajo 1815; poi, effet- 
tivo, accompagnò Gioacchino, da ajutante di campo, nella sua 
fuga in Francia. Ma era a Parigi (sollecitando, dal Fouchè, pel 
Murat, licenza di passar, liberamente, in Inghilterra), quando il 
Re andò in Corsica e, poi, al Pizzo. Reintegrato, nel 1818, nel 
grado, col duca di Roccaromana, per grazia speciale, non ebbe 
parte a' fatti del 1820, sebbene, poi, destituito; il 20 gennaja 
1840, il Principe di Cariati e lui, (che non erano stati richiamati 
al servigio, come tutti gli altri, all'esaltazione di Ferdinando II) 
furono autorizzati ad indossar V uniforme. Ejrl^ ha pubblicato 
un opuscolo, di G4 pag. in 8.°, intitolato: Mé'tnolres \ et souve^ 
nirs I de ma me\\ Paris \ Imprimcrie lìenou et Mcaulde | Ru€ 
de Rivoli, i44, i864 \ . (Dovè scriverlo in Italiano; e me ne ac- 
corgo dallo errore del traduttore, che, spesso, traduce Giuliano 
con luUen, quasi fosse il nome proprio del Finto e non già un 
nome di luogo e, quindi, titolo ed intraducibil-f). 

In esso, tra le altre cose, dice, che i ministri del 15 maggio 
furono, tutti, liberali moderati. — « Le roi fut de bonne foi, ne vou- 
€ iut pas abuser de la victoire sur la revolution, conserva la Con- 
« stitution; et nous fùmes tous des ministree d*ordre constitu- 
« tionel. » — Ma, volendogli mandar buone tutte le cose, che gli ai 



— 396 — 

rimproverano, una, della quale si accusava, vantaiidosene, nel 1864, 
che, altrimenti, non conoscerebbe nessuno, non può perdonanù. 
Nel 1861, un pozzo dopò la caduta di Gaeta, egli sollecitava, con 
lettera, presso il Walewski, l'intervento francese in quello, che egli 
chiamava, ancora, il Reame di Napoli. 

(122) Questo scioglimento di una Camera, non ancora costi- 
tuita (cbè altro non significa Io annullamento delle elezioni), par- 
ve, a molti, pratica poco costituzionale. Tale volle dimostrarlo 
• Carlo Poerio in un Memorandum. A noi non pare. Il Re può 
sciogliere la Camera, o costituita o non costituita che sia, anche 
secondo il nostro Statuto Italiano. Certo, se, mai, un tale prov- 
vedimento parve scusabile, fu, appunto, allora, trattandosi di Ca- 
mera, che poteva sembrar macchiata da velleità rivoluzionarie. 
Il male non istette nello sciogliere h prima Camera, non ancora 
costituita, bensì: prima, nell" alterare arbitrariamente la legge 
elettorale; e, poi, nel non governar costituzionalmente con la 
seconda, che, malgrado la legge elettorale mutata, risultò, quasi, 
identica alla prima, ed era la più mite Camera del mondo. Basti 
dire, che l'estrema Sinistra era rappresentata da Silvio Spaventa. 
Disse benissimo Guglielmo Ewart Gladstone: — € La condotta . 
« del Parlamento Napolitano, nel tutto insieme, prova aperto, che, 
4c sia esso o non sia stato savio in ogni passo, fu, però, lealmen- 
« te intenzionato verso la monarchia. Ove, poi, si chiederà in 
« futuro, se si avanzò abbastanza ed assunse un'attitudine suffi- 
« cientemente ferma nel difendere le franchigie, solennemente 
« stabilite, i posteri potranno, forse, risponder meno favorevol- 
« mente. Ma, certo, non possono i reazionari rimproverarlo di 
€ questa mancanza di ardir virile ». — 

(123) Non sapremmo dire quale fosse questo racconto molto 
veridico. 

(124) La fregata a vapore Ruggiero, costruita in Inghilterra, del- 
la forza di 320 cavalli, era comandata dal capitano di vascello, 
Giovan Battista Lettieri. Il Comandante in secondo era il te- 
nente di vascello, Alfonso Barone. Guglielmo Acton era tra gii 
Ufficiali dello Stato Maggiore. 

(125) Questo figliuolo del contrammiraglio si chiamava Leo- 
poldo de Cosa. Il quale, poi, comandò un bastimento della Re- 
gia Marina Italiana, nella giornata di Lissa; e, per la sua con- 
dotta, in quella giornata, venne imputato di codardia, per a- 
ver tenuta la nave ad una distanza tale, da rendere inefficaci 



— 397 — 

i tiri delle artiglierie , ed essersi, perfino , opposto alla facile 
operazione dello investimento di una piccola cannoniera in le- 
gno. Il Pubblico Ministero, capitano Cappuccio, ritirò Taccu- 
sa; ed incuorò i giudici, ad assolvere V imputato. Dopo un di- 
scorso del capitano di fregata, Ferdinando Acton, Deputato al ^ 
Parlamento, il quale ( in unione col capitano di vascello, Bal- 
disserotto) sosteneva li difesa, il Consiglio di Gui^rra Maritti- 
mo, votò, subito, la st itenza, che fu di piena assolutoria. La 
pubblicazione della quale, per altro, venne eseguita, solo, nel 
giorno successivo, perchè il Consiglio stimò debito suo di ot- 
tenerne, ^p rima, r approvazione dal Ministero. (Vedi: Processo \ 
del capitano di vascello \ Barone Cav. Leopoldo de Cosa \ Co' 
mandante la Terribile a Lissa | davanti \ il Consiglio di Guer- 
ra Marittimo \ in Venezia \\ Udienza del 22 Luglio 1867 \\ Ve- 
nezia i867 I dal preì/i. stubiL tip. di P. Naratvvich \ S. Apol- 
linare n. i296). Malgrado questa assolutoria, Leopoldo de Co- 
sa fu, però, costretto a lasciare^il servizio. 

(12G) Guglielmo Acton è, presentemente. Ufficiale Generale 
della Regia Marina e Comandante il dipartimento marittimo di 
■ Napoli. Bizzarro spirito, che, s'è, quasi, più occupato di lingue, 
di arti e di altro, che del suo stesso mestiere. Vedi, nella Stren- 
na Album delV Associazione della stampa periodica in Italia (an- 
no li, 1882) la Macchietta Navale, intitolato VAìnmiraglio Artista. 
In cui, lo sì piaggia, smaccatamente. Ha fama d'essere il migliore 
del suo cognome, il quale, certamente, non può sonar bene agli 
orecchi de* Napoletani e degritalidui, quando sì pensa a quel, che 
sono stati, ed a quel, elio han fatto, gli Acton ministri, sotto i 
Borboni assoluti e sotto i Savoja costituzionali. 

(127j Carlo di Francesco Flores e della Vita Montalbano, sici- 
liani, nacque, in Napoli, il 2 maggio 1821. Nel 1848, era tenente 
di vascello e segretario del Contrammiraglio De Cosa. Nel 1860, 
si dimise, per un puntiglio d'onore; e non appartiene più alla Re- 
gia Marina Italiana, ned ha liquidato pensione. Ora, ò Direttore, 
in Napoli, del Convitto Caracciolo, col quale, ogni anno, imprende, 
felicemente, un viaggio marittimo, sopra il Daino, legno ceduto dal 
Governo, e che era stato dichiarato inservibile dai nostri Inge- 
gneri Navali. E si che la cessione del Daino^ inservibile, al Mu- 
nicipio di Napoli avvenne sin dal 1869, essendo ministro della 
Marina il Ribotti, per intercessione deiregregio Antonio Cicoo- 
ne, ch*era, allorai miDÌstro di Agricoltura e Commercio. Il Flores 



— 398 — 

Ila un fratello maggiore Giuseppe, nato a Palermo, che, uffi- 
ziale di marina anch* egli, nel 1848, non era imbarcato; e che, 
nel 18fì0, fu destituito arbitrariamente, con la formola in omaff' 
gio alla pubblica opinione^ per non avere arreso il suo legno, in 
Palermo, al Garibaldi: ha però potuto, poi, liquidar la pensione. 
Un altro fratello, Ferdinando, nato, il 7 decembre 1824, in Napoli, 
ò professor ordinario di Letteratura Greca, nella R. Università 
di Napoli. 

(128) Queste accoglienze sono descritte, più parti colareggia- 
mente, dai Poerio, nella lettera del 18 maggio. Neil* opuscolo 
intitolato : Fatti | di Venezia \ degli anni 1848-49 \ descritti 
con imparzialità e dettagliatamente \ con ordine cronologico \\ 

Yenezia, co* tipi di Gio. Acchini \ 1850; e firmato N. Forami- 
ti, r ingresso della flotta napolitaua, nel poKo di Venezia, è ri- 
portato in data del 14 maggio: ma, dev'essere un errore, coma 
si vede, chiaro, da questa lettera del Poerio. 

(129) L'indole festajuola degl'Italiani, pur troppo, non si smen- 
tiva! Mi dispiace di dover notare una porcheria: il Governo Prov- 
Tisorio pagò, all' Albergo Danieli, ben tremila lire, per dare un 
jfn^anzo alV Ufficialità della flotta napoletana. Denari bene spe- 
si , invero , in champagne e sorbetti , in mezzo a tanti e cosi 
gravi ed urgenti bisogni della patria. Se il Manin ed 1 suoi 
coUegbi avessero pagato del loro, applaudirei! Ma col denaro 
pubblico ! 

(130) Di Daniele Manin ci siamo occupati, a lungo, in un ar- 
tìcolo, pubblicato, anni sono, nel Giornale Napoletano di Filoso» 
^a e Lettere (1876), a proposito di un insulso libro e sgramma- 
ticato dello ebreo Alberto Errerà. Crediamo di essere stati 
primi e, sin qui, soli a parlarne senza illusioni e senza ira. 

(131) Ingiustissimo questo rimprovero a Carlo Alberto; il 
quale fece quanto poteva con le forze, di cui disponeva, impa- 
ri all'ardua impresa. Nò 'la reverenza e lo affetto verso Ales- 
sandro Poerio c'impediscono dallo scorgere l'errore suo. Se egli 
avesse sopravvissuto allo assedio di Venezia, sarebbe diventato, 
senza dubbio, un fautore di Casa di Savoja, come tutti quelli, 

• che, davvero, amavano V unità ed il bene della patria. 

(132) Il Ferrari si lagnava del Durando: il Durando si la- 
gnava del Ferrari; il vero si è, che 1' uno e 1' altro eran me- 
diocri Generali e che i loro soldati, in massa, salvo la pace 
de' pochi buoni, non valevano gran che. Il Durando trovò in 



— 399 — 

Bologna, chi ne prese le difese, con uno scritto, intitolato: Al' 
meno due parole di verità. Egli stesso pubblicò, in Roma, una 
apologia: Schiarimenti stilla condotta del Generale Durando ^ 
comandante la tru^^e pontificie nel Veneto, scritta da lui me- 
desimo e dedicata a* prodi di Vicenza (Roma, 1 agosto 1848, 
volumetto in 8.^ di GO pagg.). Massimo Tapparelli {vulgo il d'A- 
zeglio), Ajutante del Durando, scriveva alla moglie Luisa Blon- 
del, da Vicenza, il 22 maggio: — « Mi scrivono, che a Milano pen- 
« sano, che non operiamo con vigore. Con Tarmata [sic!], che 
« Abbiamo, non sì può far nulla. Si riduce a 3500 Svizzeri. Il 

< resto è peggio che niente, perchè imbroglia e mangia. Quando 

< ci rivedremo, te ne avrò da dire. Intanto, pensa tu e pensate 

< tutti, che, per giudicare, bisogna conoscer tutto; e, perciò, so- 
« spendete il giudizio. E credetemi, che Durando non poteva fare 
<L più di quel, che ha fatto; e, ritardando il nemico e coprendo il 
« Veneto, dov' è Treviso, Padova e Vicenza, ha fatto assai. » — 
E'I, il 25: — « La divisione Ferrari, mal condotta, si battè bene, a 
« Cornuda; poi, per indisciplina, si ripiegò a Treviso. Durando, 

< onde [sic!] appo^^giar la Civica, avea ceduto al Ferrari la metà 
<« della Bua liuea: Ferrari si trovava aver, circa, 9000 uomini; 
« e Durando non arrivava, in tutto, a 4000. Sciolta la Divisione 

< Ferrari, ci slam trovati a dover manovrare, con questa forza, 
4 in campagna aperta, a fronte di quindicimila uomini e trenta 
« pezzi. Per piii giorni, ho creduto, che, o s'era tagliati a pezzi, 
4 presi; Durando ha saputo salvare il suo piccol corpo, ripie- 
« garsi dietro la Brenta e riannodarsi alla divisione Ferrari, 
<( che parte se n* era andata, parte chiusa in Treviso, e parte 
« si uni con noi, cioè, circa, 4 battaglioni. Con questa forza, 
« siamo, in Vicenza, attaccati da circa 16000 uomini.... I Ve- 
« neziani hanno detto, che Durando tradiva in favore di Carlo 
« Alberto e mille infamie simili. Per tradire, avrebbe preso 
4 un bel mezzo ! Lasciar passare 15000 uomini di soccorso a 
« Radetzky! Cedjre la maggior parte delle forze a Ferrari, co- 
« nosciuto per repubblicano esaltato ! E restar con meno di 4000 
4 uomini ! L' imbecillità di questi governanti popolari è tale da 

< far venir voglia della Monarchia. > — E, il 2 giugno, aggiun- 
geva: — « Sappiate, ora, quello, che non vi ho detto mai: che 
« la linea pontificia è peggio dei Napoletani! Che, a Treviso, 
« alla prima cannonata, i cavalli, ch'erano di avanguardia, ti 

< soD rovesciati, addietro, sulla fanteria, e tutti sono scappati 



— 400 — 

« come ladri! Che T ambulanza ha raccolti 60 uomini e non 
< Te n* era che sei feriti! Che due sono impazziti, yarì morti 
<L del tetano, per paura! Che più di dieci ufficiali, di grana" 
€ tieri^ hanno abbandonati i loro posti in faccia al nemico! Che 
« un ufficiale, dei dragoni, arrivato a Padova, non fu mai pos- 
« sibile farlo venire avanti, ed è ora sotto consiglio di Guerra, 
« imputato di.... paura! Che, il giorno della sortita, un pelottone 
« di dragoni, posto trecento passi dietro a noi, fu abbandonato 
« dall'ufficiale, che lo comandava, il quale andò a prendere posi- 
« zione altri trecento passi indietro! Che il Colonnello m'ha detto 
« che tre di questi ufficiali, non sa più come maneggiarli, tanta 
« è la loro paura! Che i corpi franchi, ecc. abbandonano le 
4 posizioni, senz'ordine! e non si è mai sicuri dei posti coperti 
« da loro ! Che un colonnello di loro, la sera, in cui si teneva 
« per certo di essere attaccati, scrisse, che era troppo esposto 
« (ed era falsissimo), e che dava la sua dimissione. E si era in 
« faccia al nemico!.... Dunque il General Durando, tutto bene 
« spremuto, aveva: tremila e cinquecento svizzeri, duecento ca- 
« rabinieri a piedi e un centinajo a cavallo, e otto pezzi. E, con 
« questi, ha dovuto operare. » — Prospero Merimèe, in una let- 
tera del 5 agosto 1848, ad una incognita, scriveva: — « Un de 
« mes amis, qui revient d' Italie, a été pillé par des volontaires 
« romainp, qui trouvent les voyageurs de meilleure composì- 
« tion, que les Croates. Il prétend qu' il est impossible de 
« faire battro les Italiens, excepté les Piémontais, qui ne peu- 
« vent étre partout. » — Giudizio, certo, falso, perchè esagerato: 
ma, pur troppo, gl'Italiani non fecero tutto il dover loro, e solo 
pochi il fecero. (Vedi, anche, pag. 218 del presente volume). 
(133) Carlo-Luciano-Giulio-Lorenzo Bonaparte, Principe di 
Canino , figliuolo di Luciano Bonaparte , fratello maggiore di 
Napoleone I, principe di Canino e Musignano , e della Ales- 
sandrina Laurenza di Blcschamp, vedova del banchiere Jouber- 
thon , nacque, a Parigi, il 24 maggio 1803. Viaggiò, per isco- 
pi scientifici, in America, dopo studiato in Università Italia- 
ne. Divenne celebre per le sue opere zoologiche; e prese gran 
parte a' Congressi degli Scienziati. Nel 47, avendo fatto allusioni 
politiche, in un discorso, tenuto in quello di Venezia, fu espulso 
dalla polizia Austriaca. Nel 48, fu, dapprima, zelante di Pio IX; 
poi, disse a Carlo Alberto: Sire^ plus de d' Autrichiens, plus de 
prétreSj plus de BonrhonSy et r Italie est à vos 2^^^ds; quindi, di- 



— 401 — 

venne uno de' capi del partito repubblicano e fu, più volte, Pre- 
sidente della Costituente Romana. Entrati i Francesi in Roma, 
fuggi in Francia. Ma il cugino (allora, Presidente della Repubbli- 
ca) ne lo fece espellere; e, solo, l'anno dipoi, ottenne il permesso 
di stabilirsi in Parigi. Schiaffeggiato, da un figliuolo di Pellegrino 
Rossi, che il riteneva complice dell' assassinio del padre, scam- 
biarono due palle di pistola, innocue. 

(134) Luigi Masi , mediocre verseggiatore e segretario del 
Principe di Canino, divenne Tenente-Colonnello dei volontari 
romani. E stato, poi, Generale, nel Regno d' Italia. Morì, Mag- 
gior Generale, in Palermo. Gli avanzi del Reggimento Caccia- 
tori del Tevere, da lui comandato, hanno formata, in Roma, una 
Società di Mutuo Soccorso. 

(135) Ho voluto inserir, qui, questa lettera, che ho trovata 
tra le carte di mio Zio, pur sopprimendo il nome della scrivente 
e del destinatario, perchè, mirabilmente, ritrae, nella sua rozza 
eloquenza, i sentimenti di una donnicciuola, che non vede di là 
dei suoi cari, sbigottita per gli avvenimenti del 15 maggio. 

(136) Il governo provvisorio della prima delle due repubbli* 
che Veneziane del 1848 era, così, composto: Daniele Manin, 

Presidenza ed Esteri); Niccolò Tommaseo (Culto ed istruzio- 
ne) ; Antonio Paolucci (Marina); Jacopo Castelli (Oiustizia); 
Francesco Solerà (Guerra); Pietro Paléocapa (Interno e Co- 
■truzioni ); Francesco Camerata (Finanze); Leone Pincherle 
(Commercio); ed Angelo Toffoli, sarto (Arti e Manifatture), Que 
st'ultimo fu ammesso nel governo, per iscimmiottare quel, che 
s'era fatto in Francia, nominando uno Albert, operajo, mem- 
bro del governo provvisorio, sorto dalle barricate di febbrajo. 
Non sapevamo essere originali, neppure nelle scioccherie ! 

(137) Non mi è riuscito, per quanto ne chiedessi con insi- 
stenza, ad avere notizie precise, come le avrei desiderate, in- 
torno a questi tre Paolucci. Chi mi afferma, che Antonio, il Mi- 
nistro, fosse de' Paolucci della Róncole, figliuolo del Generale 
e nipote dello Ammiraglio (morti, prima del 1848). Chi mi nega 
ogni consanguineità, parentela od altro rapporto familiare, fral 
Ministro e gli altri due Paolucci, uno Ammiraglio e l'altro Ge- 
nerale sotto r Austria. Ricevo, altronde, la seguente comunica* 
zione: — eli Paolucci, al momento della rivoluzione del 22 marzo, 
4c era maggiore , comandante V artiglieria di marina. Fu mini- 

26 



*-j 



— 402 — 

« stro della marina, prima di Leone Graziani; e, quindi, Colon- 
« nello e Generale d'Artiglieria marina, sotto il Governo ProT- 
< visorio. Uomo onesto e valoroso; mediocremente istruito; ca- 
« rattere bonario , ma elevato ; disprezzatore di popolarità. Ci 
« fu un periodo, nel quale, la furia veneziana , il proclamava, 
« quasi, traditore, perchè, comandante a Malghera, aveva proi- 
« bito di sprecare munizioni, tirando sul nemico lontano e, quasi, 
«fuori di tiro. Se ne rìse: ma passò qualche pericolo. Entrò, 
a nel 1855, al servìzio Sardo, capitano di porto alla Spezia. Morì, 
a contrammiraglio della Regìa Marina Italiana (pensionato uel 
« 18G6), in una villa, presso Firenze. Un giorno, si lagnava, con 
« la Rosa Fambri de Toth , della quale era uno degli amici 
« proprio più cari , di certi suoi acciacchi. Uno de' presenti 
« suggeriva, al solito, de* rimedi. Tutto mutile, diceva il Ge- 
« nerale, alludendo alla sua vecchiaja, ^/j^, che ho troppe qua- 
cresime sulle spalle. Ed ella, pronta, a soggiungere: Basta ^ 
€ che no* sia sta\ invece, i carnovali, a rovinarlo. Il Paolucci fu 
« suocero del notissimo ufficiale di marina , Racchia ». — 

(138) Jacopo Castelli nacque, in Verona, nel 1781. Si dedicò 
al foro, in Venezia; sposò la Matilde dall'Acqua. Il 22 marzo 

1848, cedette alla ressa, che gli facevano il Manin ed il Tom- 
maseo (allora, suoi amici) , di prender parte al Governo. Fin 
dal principio della rivoluzione, aveva capito, che Tunica spe- 
ranza di salvezza era nella dedizione a Carlo Alberto. E fece 
consentire in ciò V Assemblea, il 5 luglio; ed assunse la Pre- 
sidenza del nuovo Governo. E quando, con legge del 27 lu- 
glio, fu accettata Tunione immediata di Venezia al Piemonte, 
egli, co* Piemontesi Vittorio Colli e Luigi Cibrario , fu rap- 
presentante del Governo Regio. Ma, sopraffatto Carlo Alberto, 
ril agosto, una folla di popolaccio invase il palazzo Nazio- 
nale; e, gridando caduto il governo, offese e malmenò i rap- 
presentanti di Carlo Alberto. Il Manin s*impossessò del potere. 
Poco dopo, il Castelli abbandonava Venezia ed emigrò in Pie- 
monte. Carlo Alberto il volle Consigliere di Stato ; e, per con- 
fortarlo, soleva dirgli: Castelli, noi avremo giorni felici. Ma, i 
giorni felici non vennero, nò pel Castelli, né pel Re. Nel marzo 

1849, il Castelli moriva di mal di cuore; poco dopo, il Re, scon- 
fitto a Novara, abdicava e partiva per Oporto. 

(189) Leone Pincherle, nato, in Venezia, nel 1810, mori, a Pa- 



— 403 — 

rigi,nel 1882, Segretario delle Assicurazioni Generali.— « Fu ric- 
« co uomo di affari, ebreo; amico del Manin; liberale costante, 
« come il de Antoni, e prodigo del suo per la causa. Ingegno 
« mediocre; operosità e fede assai meglio che mediocri ». — Cosi, 
una comunicazione confidenziale. Su lui, scrisse il Pesaro-Mau- 
rogonato, suo correligionario ed amico infimo. Questi tre mi- 
nistri recavano, al de Cosa, l'ufficio seguente del Governo Prov- 
visorio, che il de Cosa donò, poi, alPufficiale Carlo Flores (vedi 
la 127* di queste notule) e che la gentilezza del Flores ci ha 
comunicato: 

Eccellenza, 

Mentre questo Governo va a scrivere, a S. M. il Re vostro, 
ringraziandolo del soccorso assentitoci, e giunto così a pro- 
posito, per liberare, con la sola sua presenza, la nostra città 
dalla presenza della squadra nemica, non può a meno di non 
esternare, alla E. V., la sua riconoscenza, per 1' ardore vera- 
mente fraterno, col quale voleste prender a cuore le nostre 
circostanze ed adoperarvi, efficacemente , acciò fossero rimossi 
gli ostacoli ed affrettata la vostra venuta a questa parte. 

Nò Venezia sola e questo Governo ve ne saranno ricono- 
scenti; ma, sì, tutti coloro, che sono devoti alla causa nazio- 
nale e, nella liberazione della città, ma, più ancora, nella in- 
fluenza morale, che opera la vostra armata in queste acque, 
▼edono un sicuro presagio di buon successo e di indipendente e 
dignitosa risoluzione delle cose Italiane. 

La piccola divisione de' nostri legni da guerra sarà , tosto, 
riunita alla vostra forza; ed opererà, congiuntamente, con essa. 
Non ò vano lo sperare, che anderà ad aumentarsi, ben presto, col 
ricupero di alcuni di que* navigli, che la nostra arte ed il nostro 
oro costruivano, ed, ora, sono rivolti contro di noi. 

Cos), del carbon fossile, che fosse occorrente ai vostri vapori, 
avrete, tosto, quella maggior quantità, che possiamo offerirvi e 
valga a sopperire ai vostri bisogni. Larghe ordinazioni di quel 
materiale furono fatte; e saranno, quanto prima, in nostra mano. 

Tutte, finalmente, le informazioni, che potessero occorrervi, 
sopra qualsivoglia soggetto, ti saranno, da noi, somministrate, 
per quanto sia nella possibilità nostra, con la maggiore solleci- 
tudine ed interezza. 



— 404 — 

Aggradite, pertanto, le assicurazioni, che amiamo ripetervi, 
di particolare gratitudine e considerazione. 
Venezia, 17 maggio. 1848. 

Bai Goterno Provvisorio della Kepubblica Veneta 

21 Presidente 
Manin 

PlNCHERLE 

// SvgretaHo 
A, Zanetti 

A Sua Eccellenza 
Il Signor Retro Ammiraglio^ Comandante Superiore 
delle Reali forze Marittime Napoletane 
Barone De Cosa 

(140) Nel libercolo del Foramiti, citato nella 128* di queste no- 
te, è detto, sotto il 12 Aprile: — « S. M. Carlo Alberto, volendo 
« stabilire relazioni più intime, con la Repubblica Veneta, spedì, 
€ quale Incaricato provvisorio, in Venezia, il Signor Lazzaro Re- 
« bizzo. » — Da Genova, mi si scrive esser egli, tuttor, vivente.— 
« E che, nel 1848, fu mandato, dal Marchese Pareto (allora Mi- 
€ nistro degli Esteri, in Piemonte) legato, in Venezia, a Daniele 
« Manin, per ispingerlo ad unirsi al Piemonte. Dicesi, che avesse 
€ una fortuna di lire 25000 di rendita annua, sciupata, non si sa 
« come, ma poco alla volta; per cui, si ridusse a vivere con Raf- 
« faele Rubattino. Attualmente, non saprei dirvi come e di che 
K viva. È uomo su' settantacìnque anni circa». — Fu marito della 
celebre anzi famosa Bianca Rebizzo, fatta cantare, da Raffaele 
Rubattino, sul colascione dell' Aleardi. 

(141) Preziosa confessione involontaria, che 1 volontari nulla 
valgono contro truppe regolari e fanno più mal che bene. 

(142) Ho 8 Ito gli occhi un opuscolo, intitolato Livio Zamhec- 
cari I per \ Errico Spartaco 1 1 T(yrino \ Tipografia G. Marzoy^a- 
ti 11 iS59, di 70 pagg., in 4.® piccolo, più una tavola, che reca un 
riratto litografico, sotto cui si legge; 

Livio Zambeccari 
Colonnello e Rappresentante del Popolo 
della Repubblica Romana. 



— 405 — 

L'opuscolo (certamente, dettato^ se non iscritto, dal Zambéc- 
cari,) è credibile, almeno, pel giorno della sua nascita, che a- 
vrebbe avuto luogo, in Bologna, il 30 giugno 1802. — « In quel 
€ giorno »— dice Topuscolista— « corre la festa del Piincipe de- 
« gli Apostoli; e il cannone tuona, in tutte lejcittà pontificie, in 
€ segno di festa. Laonde, chi ricordò, poi, quando il nostro Livio 
« fu cresciuto ad opere guerresche , il giorno del suo nascere, 
« ebbe ad osservare la curiosa combinazione, cioè, che egli, il 
« quale delle cose militari doveva, grandemente, compiacersi, 
« aprisse gli occhi alla luce, fra il rimbombo delle artiglierie». — 
Buhm! buhm! — A credere questo Spartaco, Livio avrebbe mac- 
chinato gran cose, ancor giovanetto, in modo da esser costretto 
a fuggire, nel 1823; sarebbe stato, in quell'anno, ufficiale di ordi- 
nanza del Generale Riego, in Ispagna; avrebbe, nel 1826, recitato 
il Bruto Primo dell'Alfieri, a Buenos-Ayres, con incasso di quin- 
dicimila lire, a benefizio de' feriti in un combattimento navale; ed 
avrebbe, colà, rifiutato di essere Capitano, per arrolarsi soldato. 
A lui, si dovrebbe tutta l'insurrezione del Rio Grande e la procla- 
mazione della repubblica. Prigioniero de' Brasiliani, per anni, sa- 
rebbe stato liberato ,a patto, che non prendesse più parte attiva, 
negli avvenimenti, durante la guerra, e si ritirasse in Europa. Ed 
in Europa, che non avrebbe fatlo! Egli avrebbe tenuta l' Italia" 
sempre, agitata, fino al 48; e nel 48, poi!.. Fatto sta, che, in quel- 
l'anno, fu Capo di un Corpo di volontari; e fece la campagna del 
Veneto, sino a Traviso. Nel 49, difese Ancona, come Comandante 
della città e fortezza, in nome della Repubblica Romana. Né volle 
firmarne la resa al Maresciallo Wimpffen. Emigrò, poscia, a Corfù, 
donde si fece espellere; a Patrasso, dove si fece mettere in gat- 
tabuia; poi, ad Atene ed a Torino. Mori, nel 18G1. Tolgo, da una 
comunicazione confidenziale d'un gentil Bolognese, quanto segue: 
^€ Livio pigliava fuoco, al menomo attrito, come un zolfanello 
« chimico: non si trovava bene, se non congiurando o in mezzo a 
« una rivoluzione. Si esaltava, facilmente, anche, quando non era 
« più giovine; e, allora, scomponeva la sua parrucca. Il disordi- 

< ne di Hssa annunziava quello del suo animo. Era, però, buono 
« e cordiale amico. Fattomi invito di entrare nella Massoneria , 

< non s'irritò del mio rifiuto; e continuò a volermi bene. Nel 47, 
« disgustato del non aver avuto il grado militare , che credeva 
« competergli, né volendone altri, per fare opposizione, fu am« 
« mansato, da mia moglie, e indotto ad accettare il grado di Mag. 



— 406 — 

« ^ore. Credeva di essere un gran capitaop, e non era se noir 
« uno sfuriato capobande. Da fiero repubblicano, dopo il 60 e, 
« già, vecchio, essendogli stato riconosciuto il grado di Colon- 
€ nello dal governo Italiano, s'infatuò pel Re Vittorio Emanuele^ 
€ che chiamava, puramente, Vittoi'io, come un amico ». — 

(143) Veggasi l'opuscolo dell'Avvocato Filippo Martinelli, 
intitolato: 21 Generale Gnidotti; Cenni biografici (Bologna, Tip. 
Sassi, 1848). Il Marchese Alessandro Guidetti nacque, a Bo- 
logna, da famiglia senatoria , nel 1790. Paggio di Napoleone, 
nel 1806; sergente ne' Veliti, nel 1807; in Ispagna, nel 1808 
è all'assalto di Girona e promosso ufficiale. Nel 1812, in Bussia, 
è ferito ed ha la Corona ferrea. Rimasto ammalato all'ospe- 
dale di Marienwerder, nella ritirata, cade in mano de' Russi, 
che lo internano ad Argaras, dove si fa b^n volere, insegnando 
il francese. Rimpatriato, nel 14 , Gioacchino il nominò capo- 
squadrone e suo ajutante di campo; e, vedutolo riuscire in una 
spedizione malagevole, ordinò, al Roccaromana, di staccarsi, dal 
petto, l'Ordine delle Due Sicilie, per fregiarne il Guidetti. Dopo 
le restaurazioni, viaggiò all'estero; ed attese alle arti. Nel 31, 
nominato uno de' quattro colonnelli della Guardia Nazionale 
di Bologna, ebbe il comando della colonna mobile, che s'inoltrò 
fino ad Otricoli. Ed emigrò, poscia. Rimpatriò nel 37, essen- 
done moriente la madre. Dieci anni dopo , Pio^ IX gli die ad 
organizzare e comandare la Civica di Bologna. Nel 48, nomi- 
nato Generale di Brigata , marciò a Treviso. Tribolato da in- 
vidiosi e malevoli, nel fatto di Cornuda, diede di piglio ad un 
fucile e , prodigando la sua vita in una carica, data agli au- 
striaci, fu colpito, da una palla, al cuore, il 12 maggio. Debbo 
poi, la seguente^ comunicazione, ad un gentil Bolognese:—» Era 
« uomo di alta statura, di maniere dignitose, tutto di un pezzo, ■ 
« nel fisico e nel morale; una infausta, violenta e lunghissima 
<c passione, per una sua cattiva parente, gli fene condurre, ìn- 
a felicemente, gran parte della vita. Diventò misantropo e convul- 
« sionario. Per questa passione e per tristizia di malvagi , gli 
« era diventata insopportabile la vita. Quando si congedò da 
« me, baciandomi, il giorno della partenza per Treviso, lo fece 
«in modo, che io, tornando a casa, dissi a mia moglie: Non 
€ rivedremo pìii Guidoni; egli ha deciso di morire. La sirena, 
€ che lo aveva ammaliato, portava, poi, addosso, una palla di 
€ fucile, cui diceva esser quella, che aveva ucciso Guidetti >.— 



— 407 — 

(144) Il Conte Ferdinando Cresci Antiqui di Giuseppe, nacque, 
in Ancona, il 31 Agosto 1810. Studiò in patria. Nel 1828, fu 
ammesso al magistrato centrale di Sanità di Ancona. Nel marzo 
del 1831, fu tenente di Guardia Nazionale. Nel 1835, nominato 
Commissario di Sanità marittima, in quel porto. Il 7 settem- 
bre 1847, fu fatto colonnello comandante la Civica Anconitana. 
Ed, in tal qualità, V anno dipoi, fece parte del Comitato di di- 
fesa doUa Città e littorale; e fu spedito a Venezia, per chiedervi 
oggetti di difesa ed ottenne pezzi d' artiglieria in ferro. Nel- 
l'aprile 1849, dichiarato lo stato di assedio della città dal Com- 
missario di Governo Felice Orsini (ilqual potè sembrar buo* 
no a paragone di peggiori) fu del Comitato di sicurezza pub- 
blica. Durante T assedio, fatto, dagli austriaci, dal 25 maggio 
al 25 giugno 1849, rese grandi servigi civili e militari (Vedi 
anche V opuscolo^ citato nella centesimaquadragesimaseconda 
di queste note). Il 18 giugno 1859, fu chiamato, dal Municipio, 
a far parte della Giunta Provvisoria di Governo, per mancanza 
di autorità governativa. Ma sette giorni dopo , il 24 , fu co- 
st rotto a porsi in salvo, lasciando famiglia o\ impiego; e, per 
tale incarico, il Tribunal superiore di Sacra Consulta, con sen- 
tL-nza del 10 dicembre 1859, il condannava, insieme con altri, 
alla morte di esemplarità ed alla perdita di ogni diritto sul 
suo patrimonio. Il Regio Commissario straordinario per le Mar- 
che, con decreto del 30 Settembre 18G0, il nominò Colonnello Co- 
mandante Provvisorio della G» N. di Ancona ; ed il 3 ottobre 
potè ricevere Re Vittorio Etnmanuele, con 500 militi in tunica 
e berretto. La dimane, fu crocifisso : vo' dire, eh' ebbe la so- 
lita croce de' santi Maurizio e Lazzaro. Riebbe V antico ufficio 
di Commissario di Sanità Marittima. Comandò la Guardia Na- 
zionale, fino al 6 Giugno 1868; fu Consiglier comunale (dal 1860 
al 1869) e, nel 1868, della Giunta. Nello Aprile 1866, fu destinato 
Commissario di Sanità, a Brindisi e, poi, a Palermo, come di 
prima Classe; ed, in tal qualità, pensionato. Moriva, in patria, il 
20 Gennaio 1879. 

(145) Il Generale Paolucci, di cui, qui, si parla, d»} v'essere, sen- 
za dubbio, il Ministro. 

(146) Proprio, Venezia era in condizioni, allora, di regalare can- 
noni: e, certo, non era il bisogno più urgente ad Ancona, che nel- 
la città della laguna. L' idea , poi , del prestito è più comica che 
altro. Per 1' esito della domanda, vedi la 144* di queste notule. 



— 408 — 

(l 17) Non so a quale libro ed a quai versi del Tommaseo, qui, 
sì alluda. La lode è molto generica e, quindi, molto rimessa, 
massime se si pensa che il Poerio era proprio fanatico del Tom- 
maseo. 

(148) Giuseppe del Balzo fu primogenito della numerosa prole 
dei coniugi Vincenzo (da S. Martino, Valle Caudina) e della Lui- 
sa Tagliatatela (napoletana). Vincenzo, il 1815, nello entrare 
delle armi borboniche in Napoli, fu spento a Capodichino, men- 
tre, capitano della Pubblica Sicurezza, forse, cercava contenere la 
foga della plebaglia. I Borboni ne rimeritarono la famiglia , col- 
locando i maschi nel Collegio del Salvatore e le femine nell'Edu- 
catorio dei Miracoli. Succedette alla madre, che s* era rimaritata 
con D. Onofrio Verna, di Cervinara, nella tutela de' fratelli mi- 
norenni. Fu rovinato, da una lite, con l'Amministrazione del Tavo- 
liere di Puglia; e gli espropriarono la roba. Nel 1848, s'imbar- 
cò co' volontari, reclutati, a Napoli, da quella donnina a modo del- 
la Cristina Trivulzio ne' Belgiojoso: il suo nome figura nel n. 118 
del primo anno del Lume a GaSy nel notamente — <Ldet prodi e 
« generosi nomini partiti volontari^ quesf oggi (Mercoledì, 29 
« marzo 1848) sul vapor e^ il Virgilio^ per traì^e^ in Lombardia, a 
€ difesa della causa Italiana t*. — Nel n. 145 dello stesso gior- 
nale, tra le Varietà Costituzionali^ si legge: — « Ricaviamo, dai 
€ giornali di questa mattina, che, in una carica alla bajonetta, 
€ avvenuta nel Tirolo , si è, grandemente, distinto il nostro del 
€ Balzo, che stava nell' avanguardia ». —Si seppe, che, dopo il 
48, andò al Cairo, dove esercitò Tavvocheria: forse, prescelse l'O- 
riente, perchè un suo fratello, Beltrano, ci aveva fatto fortuna, 
esercitando, praticamente, Is medicina. L'unica figliuola di Giu- 
seppe del Balzo , a nome Luisa, sposò un avvocato napolitano, 
chiamato Carlo Mausonio. Dopo il 1860, il del Balzo tornò, dal 
Cairo, come si disse, molto ricco; e mi affermano esser egli 
morto, in Napoli, ove era nato. 

(149) Nella Storia della Rivoluzione di Roma e della RestaU'^ 
razione del Governo Pontificio, dal i^ Giugno 1846 al 18 Lu^ 
glio 1849, del Comm. Giuseppe Spada^ trovo la seguente noti- 
zia: — «La ressa, che facevasi, al Santo Padre, per indurlo a 

< dichiarare la guerra all' Austria, non si limitò al Ministero , 
€ al Municipio, alla Civica ed ai Circoli, perchè ci si associa- 

< rono i Commissari dei Governi di Sicilia, di Lombardia e di 
€ Venezia, i quali ciò fecero, non a voce, ma, ancora, mediante 



— 409 — 

< un indirizzo , che porta la data del 2 maggio ( vedi V indi- 

< rizzo, neir^jtjoca dell'otto maggio 1848). Ecco i loro nomi: — 
a Per la Sicilia: Padre Gioacchino Ventura, Pari del Regno; 
« Emerico dei Conti Amari, Vice-presidente della Camera dei 
« Comuni; Barone Cr^sirairo Pisani, Segretario della Camera 
« dei Comuni; Giuseppe la Farina, Membro della Camera dei 
« Comuni. — Perla Lombardia: Tommasi Piazzoni; Alberto Quin- 
« terio. — Per Venezia : Giovambattista Castellani; Delfin-Bol- 

< dù ». — Ho fatto qualche indagine, per aver notizie, intorno 
a questo Conte Dolfin-Boldù. Chi mi afferma, molti i Dolfin- 
Boldù , ma questo , del quale, a me, preme saper , non esser 
pili tra' vivi. Chi lo identifica con un conte Girolamo, ancor 
vivo, in Padova. Non ho tempo di assodare il punto. 

(150) La Giovanna di Filippo d' Urso, moglie di Carlo Troya, 
sposata nel 1834, avendo egli, già, varcati i cinquant'anni. Ella 
vive, ancora, vedova fida, in Napoli. Il Troya la istituì sua ere- 
de universale, con testamento olografo del 2 ottobre 1851, de- 
positato, il 6 Agosto 1858, presso il Notajo Certificatore Gae- 
tano Tavassi, facendo, solo, quattro piccoli legati: delle Opere 
del Bossuet, al fratello Ferdinando; della sua ripetizione di oro, 
alla costui moglie Giacinta Botta; di sei posate di argento, al 
cugino Francesco Saverio di Saverio Troya, suo Zio; e di tre 
idem, alla costui moglie Amalia. E, finalmente, di parecchi libri 
a Gaetano Trevisani, che fu, poi, suo biografo. (Vedi Nota 55.*) 

(151) Il Troya scrisse 5 noveìnhre ed io 5 worem tre stam- 
po; ma la data è erronea. 

(152) Questa lettera, del Poerio al Troya, postillata da esso 
Troya, fu donata, dalla vedova di lui, a Paolo Emilio Imbriani. Il 
quale, richiesto dal Professore G. Morelli, Preside del Regio Li- 
ceo Maurolico di Messina, con lettera del 21 Settembre 1875, di 
alcuno scritto inedito del Poerio, perchè il Prof. Bustelli potesse 
farne ino prò, nel comporre un discorso sul Poerio, da recitarsi 
nella festa scolastica, gli fu liberale di essa. E la lettera si pub- 
blicava, dal Bustelli, ommettendo, solo, alcune parole, che poteva- 
no sembrare poco rispettose e sono, certamente , ingiuste verso 
il Durando e Carlo Alberto. 

(153) Il Cav. G. Campana era il Console delle Due Sicilie a 
Venezia. Suo nipote di fratello è il vivente Senatore Bart. Cam- 
pana, come mi viene assicurato. 

(154) L* avvocato Giuseppe Boscaro, nel mano 1848 - 



— 410 -- 

gli austriaci abbandonavano la città di Padova, venne, dal Pode- 
stà, invitato, quale Consultore, ad assistere, co' propri lumi, quel 
Consiglio Municipale. Ed egli consigliò, sempre, di stare uniti a 
Venezia; vale a dire, che, per le sciocche velleità repubblicane, 
allora, pur troppo, comuni a molti, era contrario al solo coasiglio 
savio ed opportuno, id esty alla dedizione, piena, totale, incon- 
dizionata, a Ilo Carlo Alberto. Il Boscaro soleva, anche , affer- 
mare, che il Generale austriaco Coroiiini, Comandante la città di 
Padova, venuto a conoscenza dclUsua amicizia con Daniele Manin, 
avesse ,inutilmente, tentato la sua onestà ed il suo patriottismo, 
perchè egli si facesse mediatore verso l'amico per afirettare la 
capitolazione di Venezia. Fu un mediocre causidico di poca le- 
vatura. Ch'io sappia, n(»n ebbe a sollrir persecuzioni dall'Austria. 
Moriva, il 2 febbrajo 1868, di sessantasette anni. 

(155) Il Conte Carlo Leoni nacque, in Padova, il 20 gennajo 
1812 dal Conte Niccolò e dalla Antonietta Verri, La Antonietta 
Verri era figliuola del celebre Pietro e della Vincenza Melzi- 
D'Eril (sorella del Duca Melzi, tanto sollevato e beneficato da Na- 
poleone); ed ebbe, per sorella, la madre del Palafox. Non partico- 
lareggio parecchie altre illustri parentele, le quali, molto pro- 
babilmente, accesero, nel Leoni, il desiderio di diventare illustre, 
anch* egli, come le pitture del Pecilo, che non facevano dormire 
Temistocle. Ma con «guanto impari effetti ! Si accese d'un amore 
per le Muse, al quale esse ritrose e gentili mal corrisposero. For- 
tunatamente per lui, avendo quattrini assai, potè stampare quan- 
to gli piacque e ristampare; e non gli mancarono le lodi. Del 
resto, ogni. volta, che si vede uno di questi ricchi quartati pen- 
sare ad altro, che giuoco, cavalli e bagasce, va lodato ed in- 
coraggiato. Più volte, dimostrò coraggio civile ed amor di pa- 
tria, senza spinger, mai, però, il giuoco troppo in là; e senza 
soffrire guai prrossi. Ma, avendo poca levatura di mente, fu, 
sempre, repubblicano. Morì, dopo atroci sofferenze, il 14 lu- 
glio 1874. Lasciò, per testamento, agli eredi, l'obbligo di pub- 
blicare i suoi scritti editi ed inediti, indicando gli editori, fra* 
quali primeggiava il Tommaseo , che gli premori. Gli altri 
tutti ricusarono lo sgradito incarico, che, finalmente, gli eredi 
addossarono a quello imbratta-carte di Giuseppe Guerzoni. Vedi 
Epigrafi e Proso \ edite ed inedite | del Conte Carlo Leoni \ 
con prefazione e note \ di \ Giuseppe Guerzoni \\ Un volume Fi- 
renze I Gr. Barbera, editore || Ì879. — Il Leoni si credeva sommo 



— 411 — 

maestro d* epigrafìa, sebbene epigrafista ampolloso, vuoto, pro- 
lisso; basti, come saggio della sua valentia, l'epigrafe seguente 
per Alessandro Poerio , che sta tutta neirindetermlnato e nel 
falso. E, certamente, egli conobbe il Poerio, sebbene questi non 
avesse potuto, allora, consegnargli la presente commendatizia 
del Tommaseo: 

Alessandro Poerio 

virginale fiero 

sferzò retori e ipocriti 

precursore a riscossa 

con penna e ferro 

guerreggiò tiranni 

alla patria tenacemente fido 

intenti opre vita 

Venezia 1848. 

(156) Giovanni Cittadella, nato, a Padova, il 7 marzo 1806, 
scrisse versi ed attese agli studi storici. Nel 1848, fu inviato, dal- 
la Repubblica di Venezia, al Quartier Generale di Carlo Alberto, 
per esporre lo stato delle cose e per sorvegliare V approvigiona- 
mento dell' esercito al di qua del Mincio. Sinistrata la fortuna 
delle armi Italiane, osservò tale un contegno, che S.M. Imperiale 
Reale Apostolica, con decreto del 1851, si benignò di escluderlo 
dair istituto veneto di Scienze, Lettere ed Arti, al quale apparte- 
neva come Membro effettivo. Sorvegliato dalla polizia, non temè, 
però, di far parte, dopo la pace di Viliafranca, del comitato segre- 
to, istituitosi, allora, a Padova. È morto, di recente, Senatore del 
Regno. Parecchie delle sue pubblicazioni storiche, specie la Sto- 
ria della Dominazione Carrarese in Padova (voi. due in 8^, 1842), 
sono molte stimate. 

(157) Di questi versi a Venezia non posso indicare, con preci- 
sione, la data: li ho messi, qui, sembrandomi ritrar della stes- 
sa disposizion d'animo, in cui il Poerio era, nello scriver la let- 
tera ni Troya. Ma, forse, sono alquanto posteriori, perchè mi 
par diffìcile, che, in quella prima e tumultuosa stanza in Yeneziai 
egli, che laboriosamente componeva, potesse aver tempo ed agio 
di limare queste sei strofe.* 

(158) Una o due notti, come abbiamo dettOi le #.? 
le non erro, in casa il general FlorettaDo Pq^a^ 



— 412 — 

to. Ma queste pa.'ole avevano per Iacopo di tranquillare il fra- 
tello lontano. 

^159) Non saprei indicare quale fosse questo altro mezzo. 

(160) Cioè: le famiglie Parrilli (che abitava a' Banchi Nuovi, 
presso S. Giovanni Maggiore) ed Imbriani (che tornava al vico 
Belle Donne a Chiaja). 

(161) Luigi de Tflchudv, console napoletano, a Livorno, oltre a 
fare il console, negoziava. Ed ha lasciato ricchissimi i figliuoli. 
Il che non accade, a chi fa, solo, il diplomatico, rimettendoci del 
suo. Uno de' quali figliuoli, Marzio, sposò una Larderei. 

(162) Il Comitato Provvisorio Dipartimentale del Polesine , 
costituitosi, a Rovigo, nel maggio 1848, era composto de* si- 
gnori : 

I. — Conte Domenico Angeli, Presidente. 

II. — Giuseppe Maggi, Membro, 
in. — Giuseppe Ancona, id. 

IV. — Domenico Zona, id. 

V. — Avv. Alessandro Cervesato, id. 

VI. — Angelo Cavallaro, id. 

VII. — Lorenzo Gobbetti, id. 

Vili. — Francesco Greggia, segretario. 

(163) Gli Austriaci occuparono, fin dal 1815, la cittadella di 
Ferrara, in virtù del trattato di Vienna; e, per quarantaquat- 
tro anni, cioè, fino al giugno 1859, vi han tenuto, sempre, guar- 
nigione. Nel 1848, vi concentrarono le truppe, prima accaser- 
mate in città, lasciando solo gli ammalati nell' ospedale, detto 
delle Martiri. Moltissimi volontari e regolari passarono per Fer- 
rara, recandosi oltre Po. Il Municipio anticipò le spese pe' vi- 
veri e trasporti militati; ma (come, ci assicura persona, che 
gentilmente s' incaricò di fare ricerche, intorno a questa protes- 
ta ): — « da' suoi atti, non costa di alcuna protesta del comando 
« austriaco, che, ove pure V abbia fatta, V avrà diretta al Go- 
« verno. La Gazzetta Ferrarese^ giornale, che, ancora, dura, 
« nacque il 1^ giugno 1848; ed è muta, ne' suoi numeri suc- 
« cessivi, intorno a' fatti del maggio. Non trovai, neppure, alla 
« Biblioteca Comunale, alcuna memori arelativa. Il signor Dot- 
« tore Eugenio Righini, allora Gonfaloniere, vive ancora (1882); 
€ e conta, quasi, ottant'anni. Egli, interrogato, disse non aver, 
€ mai, saputo di protestazioni, fatte dall' esiguo presidio mili- 
ti tare austriaco, nel maggio 1848, allorché i siciliani (dice lui) 



— 413 — 

« passarono il Po, col Generale Pepe, essendo il Generalo Sta- 
« teila retrocesso^ con la maggior parte delle truppe, in obbe- 
« dienza agli ordini del Re. Ben si rammenta il Rigliini d*es- 
« sersi recato, con V Arcivescovo Cadolini, a perorai'e , presso 
4( il Generale Austriaco, comandante la cittadella, affinchè de- 
« sistesse dalP atteggiamento minaccioso, mentre, appunto per 
« r arrivo de' Napolitani , le bocche de' cannoni della Gitta- 
te della erano rivolte contro alla città. Questa, forse, la prote- 
<c sta. Il signor Liverani, segretario di questa Prefettura, do- 
< pò molte indagini, ha potuto rinvenire, negli archivi, il do- 
« cu mento, che mi affretto a trasmettere, in copia conforme »— 

i 

R. Prefettura della Provincia di Ferrara 
N. 4945 

:?.? Maggio i818. 



Al sig. Comandante la Divisione Napoletana 
in ìuarcia per Ferrara. 

Malalbergo 

Sebbene io ritenga, che V. S. Ill.ma sappia, che la Truppa da 
Lei comandata, debba deviar dalla strada postale, per non pas- 
sare sotto il tiro del cannone di questa Fortezza, in potere de- 
gli Austriaci, pure. Le dirigo questa mia, per farlene la preven- 
zione; e, perchè conosca lo stradale da tenersi, incarico il si- 
gnor Capitano Avvocato Caroli dello Stato Maggiore di que- 
sta Guardia Civica, che n' è V esibitore, a darle ogni nozione 
necessaria ed, anche, ad esserle di guida e di scorta. 

(Omissis) 

Il Cardinale Legato 
Ciacchi 

(1G4) E pi-oprio il caso di ricordare il proverbio: 

Tempo di guerra— piii bugie che terra. 

Ma, ecco un galantuomo, il quale, giustamente, imprecava, 
al Re di Napoli , per gì* incendi , avvenuti in Napoli ; eccolo 
esultare , per la falsa notizia dello incendio della Reggia, che 
sarebbe stato, certo, un fatto assai più deplorevole, che non lo 



— 414 — 

abbruciamento del palazzo Girella o del palazzo Ricciardi. Lo- 
gica delle parti ! 

(165) I giorni 13 e 14 maggio, gli austriaci attaccarono i 
due campi toscani d' osservazione di Curtatone e Montanara. 
Presor parte, in questo fatto di arme, anche, i volontari napo- 
letani, tra i quali furon feriti il Rossaroll (vedi la 102.* di que- 
ste note) ed i capitani Giuseppe Cecconi ed Enrico Poerio. (Vedi 
la 34* di queste notule). Quest'ultimo, da una scheggia di mi- 
traglia alla gamba. 

(166) Il piccolo Michelangelo Parrilli, per distinguerlo dal 
vecchio D. Michelangelo, suo prozìo. 11 vajuolo, nel dialetto 
napoletano , chiamasi, per eufemismo, le bone. E bone nzateche, 
(cioè vajuolo salvatico) vale quanto varicelle^ vainolo benigno. 

(167) Intende del Generale Michelangelo Ruberti ( vedi la 
42* di queste notule). 

(168) Nulla possiamo aggiungere a quello, che del Musto ab- 
biam detto, nella nota 107*. 

(169) Come lavorava la fantasia ! Il rumoreggiare di Salerno 
fini con una fetecchia ; e V insurrezione di Calabria con una 
cacata. Dico, i! tutto insieme. Ci fu qualche galantuomo e qual- 
che fatto non ignobile. Ma che poteva, insomma, essere un 
moto, capitanato da un Ricciardi, da un Mauro? una insur- 
rezione, i cui capi non si battono e non muojono? 

(170) Piersilvestro Leopardi, dell' Amatrice, in Abruzzo, uomo 
egregio , che era inviato di Napoli a Re Carlo Alberto. Per 
quanto egli fece, allora, veggansi le Narrazioni storiche \ di | 
Piersilvestro Leopardi \ con molti documenti inediti \ Relativi 
alla guerra dell indipendenza d'Italia \ e alla reazione napoli- 
tana \\ Torino \ 1856, 11 Leopardi è morto Senator del Regno 
in Firenze; ed è sepolto a S. Miniato. Ne ho ripubblicati alcuni 
be' versi , scritti in morte della Malibran , nel Giornale degli 
eruditi e dei curiosi, n. 41. Avendo io, però, detto, che il Leo- 
pardi avea tradotto in francese la Storia Universale del Cantù, 
esso Cantù volle dichiarare, che questo era inesatto, e che il Leo- 
pardi era stato, solo, incaricato, da lui, di assistere il traduttore 
[Aroux) nei dubbi sulla intelligenza delV Italiano, Se non è zuppa, 
è pan bagnato. Ma, il Cantù soggiunge : — « Vero è, che egli 
« produsse i venti volumi di quella traduzione, come titolo, per 
« essere nominato Senatore ». — Ma questa, con buona pace del 
Cantù, è una sciocca insinuazione. Il Leopardi, come antico mi- 



— 415 — 

Distro plenipotenziario e deputato, tre volte eletto, come uomo, 
che avea reso grandi servigi al paese, aveva migliori titoli as- 
sai, per esser nominato Senatore; e non si comprende a che a- 
vrebbe dovuto giovargli la presentazione della versione di una 
indigesta compilazione, il cui originale non è stato, sinora, sti- 
mato titolo, per far concedere, alFautore, un posto in Senato. 

(171) Gli avvenimenti ed i disinganni avevan, già, pereuaso 
ogni avveduto, che l'Italia dovesse stringersi, tutta, intorno alla 
dinastia di Savoja. Le velleità repubblicane di Venezia nocque- 
ro, pur troppo. 

(172) Scrive il Massari: — « Le franchigie elettorali, concesse 
€ dal Re, il 3 aprile, furono dichiarate (dal Bozzelli) sacver^ 
« swe ed anarchiche; e, quindi, annientate. Fu scarabocchiata 
« una nuova legge elettorale, poco diverea da quella, già corn- 
ee pilata dallo stesso Bozzelli. I Collegi elettorali furono con- 
« vocati al di 15 giugno; e l'apertura del Parlamento fissata 
« al giorno 1 del seguente luglio ». — Ferdinando II non osava 
ancora, distruggere lo Statuto: o, perchè temesse, pur tuttavia, 
delle forze rivoluzionarie; o, perchè non aveva, peranco, addor- 
mentata la coscienza. Ma, ogni giorno, si andava più addome- 
sticando con ridea dello spergiuro. 

(173) Fra quest'inviati di Milano, erano: Cesare Correnti e 
Federico Bellazzi. Non abbiamo potuto ritrovare tutti i nomi. 
Abbiamo fatto fare e fatta richiesta, al Correnti, delie lettere, 
a lui scrìtte, da Alessandro Poerio. Ma par, che sia opera di- 
sperata il ritrovarle tra la farragine delle sue carte. 

(174) Giuseppe Massari, figliuolo di un ingegnere, nacque, in 
Taranto, V 11 agosto 1821. Aveva lasciato Napoli, prima del 
1848; ed era divenuto amico intimo del Gioberti. Deputato al 
Parlamento napoletano, fin d'allora, si affermò, primo e solo, 
come Alhertista\ e, chiaramente, diceva: l'Italia non potere esser 
salva, se non dalla unità, sotto lo scettro della dinastia Sa- 
bauda. Prevedeva, che il Borbone non avrebbe rispettato, né lo 
Statuto, nò le prerogative parlamentari; per modo che il De 
Vincenzi ed il Leopardi ( co' quali coabitava al Chiatamone ) 
avevano, scherzosamente, coniato il verbo massareggiare^ nel 
senso di temere di essere incarcerato. Emigrò in Piemonte, do- 
ve vi^c povero, col lavoro della sua penna. Nominato Diret- 
tore della Gazzetta Ufficiale^ nei primordi del Regno dltt^' 
con lauto stipendio, rinunziò, per rendersi eleggibile: e air 



— 416 — 

di que' molti, cui la Deputazione fruttava. E morto, in Roma, 
il 13 marzo 1884, quando questa nota era, già, in tipografia. 
Ne hanno trasportata, solennemente, la salma in Bari, ond^era 
oriundo. In Italia, quando un valentuomo crepa, i suoi fané- 
rali , la «uà sepoltura debbono servir di pretesto , perchè mille 
naneròttoli si traggano avanti e si presentino al pubblico e fao- 
cian parlare i giornali e telegrafino, viaggino e mangino, a spe- 
se de' bilanci dello stato e provinciali e comunali. 

(175) Si tratta della ingenua lettera, diretta, da Pio IX, in 
data del tre maggio (ma pubblicata solo il 27), allo Impera- 
tore d'Austria, per esortarlo, in nome della pietà e della reli- 
gione — € con paterno affetto, a far cessare le sue armi, da una 
« guerra, che, senza potere riconquistare all'Impero, gli animi 
« de' Lombardi e de' Veneti , trae con sé la funesta serie di 
€ calamità, che sogliono accompagnarla e che sono da Lei, cer- 
ee tamente , aborrite e detestate ». — Questa lettera compie il 
pensiero, che aveva ispirato V allocuzione del 29 aprile. Onesta, 
ma, ripetiamo, ingenua. 

(176) Damiano Assunti, del quale vedi nella quinquagesima- 
terza di queste note. 

(177) Chi era questo amico? Nulla, che lo indichi. 

(178) La condotta degli Svizzeri, i quali, pure, avevan giu- 
rata fedeltà alla Costituzione, fu cosi scandalosa , che il Con- 
siglio Federale credette di dover mandare, a Napoli, una Com- 
missione d' inchiesta. La quale, sebbene cercasse di attenuare 
U colpe di que' mercenari (e mercenari spergiuri), nondimeno 
dovette concedere, nella sua relazione, che molti fatti orrendi 
e disonoranti erano stati commessi: assassini ingiustificabili e 
rapine. 

(179) Così fu, pur troppo: chi più aveva urlato non si bat- 
tette. E que' pochi, che si batterono, non sapevano, loro stessi 
perchè il facessero. (Vedi la 119^ di queste note). 

(180) I lazzari di S. Lucia altro non fecero, se non seguire 
la truppa e piluccare nelle case, già vendemmiate , ciò ohe i 
soldati lor concedevano. Rammento di aver visto, nelle ultime 
ore del pomeriggio, passare, pel vico Belle Donne a Chiaja, al- 
cuni lazzari, portando qualche caldaja di rame, di poco valore, 
che dicevano di avere avuta donata dagli Svizzeri. 

(181) Vana speranza I L'avere resistito alle scosse del 1848 
è una delle pagine piìi gloriose per l'esercito austriaco. Piac- 



— 417 — 

eia a Dio, che, se verranno i giorni della pruova, Tesercito Ita- 
liano mostri la decima parte di quella lealtà e compattezza. 
Serviva, è vero, contro ogni aspirazione liberale e nazionale: 
ma, prima di tutto, un esercito non deve farsi giudice delle 
cause, per cui combatte; e, poi, è molto dubbio, che la disso- 
luzione dell'Austria potesse, allora, o possa, anche oggi, contri- 
buire alla felicità de' popoli, che formano quello stato, od al 
bene dell'uman genere. Dove era iniqua, anticivile, impossibile, 
la dominazione austriaca? In Italia! Checché ne paresse al Conte 
Ferdinando dal Pozzo, il quale osò stampare un libro, intito- 
lato: Della Felicità \ che gT Italiani possono e debbono \ dal | 
Governo Austriaco \ procacciarsi \ col piano di un associazio- 
ne per tutta Italia^ avente \ per og(jetto la di/fusione della pura 
lingua I italiana^ e la contemporanea soppressione \ de* dialetti, 
che si parlano nei vari | paesi de Ila 2^01 isola \\ Si fa, altresì cenno 
in questo piano della inelegante e goffa \ maniera d*indirizjare 
il discorso a qualcuno in terza \ persona , così scrivendo^ come 
parlaìtdoy la qual \ maniera si dovrebbe, generaH:(zandosi \ il 
VOI, abolirsi affatto \\ Del Conte Ferdinando dal Pozzo \ già lie- 
ferendario nel Consiglio di Stalo di Napoleone e primo Presiden- 
te I della Corte Imperiale di Genova \\ Il giusto, il ver, la libertà 
sos2)iro\\ Parigi \ Presso Ab. Cherbuliez, librajo \ Rue de Seine 
Saint' Germain, n. 57 \ i833. Il dal Pozzo, però, capiva di a- 
verla detta un po' grossa, come può rilevarsi, anche, dalla se- 
guente sua letterina, in data di Napoli. 

AL BARONE GIUSEPPE POERIO. 

Ecco, mio carissimo e stimatissimo baron Poerio, una copia 
del mio libretto Della Felicità ecc., che voi amate di leggere; e 
che io, pur, amo che leggiate. Ma che vi prego di restituirmi. 
fra qualche giorno; nel qual caso, vi farò, anche, qualche al- 
tra comunicazione. Potrò, se vi piace, mandarvene, tra qual- 
che tempo, una copia, che potrete ritenere. — Ponderatelo, vi 
prego. Voi vedrete, che, alla pag. 77 e, quindi, in tutto il capo 
XXXVIII, che comincia alla pag. 155 ed è intitolato: Consi- 
gli all'Austria (i quali consigli, come è chiaro, si risolvono in 
cens^ira) non ho risparmiato il governo austriaco, in ciò, che 
ha di riprensibile; e mi sono, anche, ben energicamente, espres- 
so. Spero, che voi vedrete, in tutto il libro, un'intenzione bue- 

27 



— 418 — 

na, un fine retto. In somma, se ho sbagliato, posso dire: che, 
mai, nessun abbaglio fu più sincero. 
Gradite gli atti della mia alta stima. 
Dall'Albergo della Gran Brettagna, 
Martedì, 17 Febbrajo, 1835. 

Ferdinando dal Pozzo 

I 

(182) Il qui del periodo precedente indica i liberali di Na- 
poli. 11 qui di questo periodo indica la Camarilla di Corte, 
la conventicola austro- sanfedistica. Intorno alla quale, vedi, nel- 
le Narrasioni Storiche dì P. S. Leopardi, passim e, specie, a'ca- 
piXXII, XXX, LXXXVI. L'avvicinarsi della flotta oapolitana 
aveva costretto gli austriaci a sbloccare Venezia. (Vedi docu- 
mento, nella 139* di queste note). Il 22, essa fu raggiunta dalla 
flotta sarda; e costrinse T austriaca a rinchiudersi nel porto di 
Trieste. 

(183) Dice il Settembrini: — « In Cosenza, il 18 maggio, fu 
«creato un Governo provvisorio^ di cui fecero parte il Coloa- 
« nello Spina, comandante le armi della provincia, e il Mag- 

< giore Pianell , che comandava un battaglione di cacciatori : 
« e disarmarono i gendarmi. In Catanzaro, il 19, fu stabilito 

< un Comitato di ^sicurezza, preseduto dal Barone G. Marsico, 

< Intendente della Provincia. E questo fecero, per difendere la 
« Costituzione, che credevano manomessa ». — Nel curioso libro, 
intitolato: Gioacchino Gaudio \ e \ gli ultimi] rivolgimenti \ in 
Calabria Citra \ Note e profili storici e biografici | per \ G, Ro- 
7neo Pavone \\ Cosenza \ Dalia Tipografia Migliaccio \ J 876, co- 
si si narra de'fatti di Cosenza. — « Un gran numero di citta- 
« dini si radunò, nelle sale dell'Intendenza. Ove, per provvede- 
« re alla patria in pericolo, si costituì, subitamente, un Comi- 
« tato di salute pubblica, sotto la presidenza del signor Tom- 
« maso Cosentini. E, siccome piena fede s'avea nel costui pa- 
« triotismo, a lui fu lasciata la cura di chiamarsi a colleghi 
« quelle persone, che più avrebbe creduto adatte, onde- le co- 
« se pubbliche andassero, con la maggiore speditezza. Ed egli 
« scelse: il tenentecolonnello Spina; il maggiore Giuseppe Pia- 

< nell; ed i Signori Stanislao Lupinacci, Raffaele Vabntini, 
« Carmine Mazzei fu Luigi, Francesco De Simone, Domenico 
c( Furgiuele, Francesco Federici, Federico Anastasio, Pasquale 



— 419 — 

€ Palmieri di Cosenza ,' Luigi Martucci , Giovanni Mosciaro. 

< (Vedi pag". 255 e seqq.) » — 

(184) Il Settembrini narra, come, dopo il 15 maggio, egli fug- 
gisse, a Scafati: — « Intanto, correvano molte voci: che alcuni 
« paesi vicini si erano levati in armi; che la città di Salerno, 
« il Cilento e tutta la provincia avevano prese le armi; e le 
€ genti venivano sopra Napoli; e le guidava Costabile Carduc- 
« ci, che aveva fatta la rivoluzione in gennajo. E i ragazzi gri- 
« davano, per le vie: Ma' vene Don Costabile; e le donne dice- 
« vano: i/o' arriva Don Costabile! e povere noi! E, tutto il gior- 

< no e gran parte della notte, io non udivo altro, che Don Co- 
€ Stabile^ il gracidare dei ranocchi e il rumore dei telai, che, 
€ in ogni casa, tessevano tele di cotone, delle quali c'è gran 
€ fabbrica in Scafati ». — Il Carducci, Deputato di Principato 
Ulteriore e Colonnello della Guardia Nazionale, nella sua pro- 
vincia, dopo il 15 maggio, fuggi sulla flotta francese. Andò, poi, 
a Roma, quindi a Malta, donde mosse per isbarcare sulle co- 
ste del Regno, con pochi compagni. Dice il Settembrini, par- 
lando dell'agosto 1848: — < In quei giorni, si vide passeggiare, 
« innanzi la reggia, tra i militari, un prete grosso della per- 
« sona e vecchio e brutto; ed io lo vidi in mezzo a due uflS- 
« ziali della Guardia, che cianciavano con lui e ridevano. Quel 
« prete, Vincenzo Peluso di Sapri, aveva ucciso, di sua mano, 
€ il Deputato Costabile Carducci, che sbarcava ad Acquafredda, 

< tra Sapri e Mara tea; e gli aveva reciso il capo; e, fattolo asciu- 
€ gare, in un forno, lo aveva presentato, in un paniere, al Re. E 
« non pure non fu punito deirassassinio, ma ebbe una pensione 
« e carezze molte. E fu punito il procuratore generale Pasquale 
€ Scura, che avea dato ordine di fargli un processo; e, se non 
« fuggiva il povero Scura, lo avrebbero arrestato. La moglie del 
« Carducci, che era sorella di Giuseppe del Re, non seppe, mai, 
€ della morte del marito; ed era una pietà, a vederla e udirla, 

< che aspettava lettere dell' America, dove le avevano detto, che 

< si era fuggito il Carducci ». — Il visconte di Arlincourt, apo- 
logista prezzolato di Ferdinando II, chiama il Carducci un 
briffante; e tace la qualità di prete nel Peluso: — « Et quelle fut 
« la fin de Carducci? Revenant des Calabres, après une nou- 

< velie défaite, et munì, dit-on, de 80000 fr., qu'il avait pris 
« de force aux receveurs de la contrée, il fut rencontró dans 
« la montagne par un nommó Vincent Peloso. Il y eut de suita 



— 420 — 

« entre eux, et corps à corps, une lutte effroyable sur l'escar- 
4 pement d'un rocher; leur bataille avait lieu sous les ombres» 
€ Pelloso terrassa le bandit, et sa dague fut sans pitie. La téte 
4 du fameux insurgó fut mise dans un pot de sei, et ironi- 
« quement envoyóe a ses corréligionnaires de Naples». — Il Glad» 
•ione, dopo avere (e con la semplice esposizione del fatto) mo- 
strato quanto fosse orribile l'uccisione proditoria del Carducci 
inerme^ la cui testa non era stata messa a prezzo, soggiunge: 
— 4 La magistratura, non ancora corrotta, come adesso (1852) 
4 dalla intimidazione, si scosse. Il Finto, giudice del circondario, 
4 cominciò l'istruzione. Fu rimosso; e Gaetano Cammarota man- 
4 dato, in sua vece, a trattar la pratica. Ma, procedendo egli 
4 in essa scrupolosamente, fu, anch'egli, revocato. Un terzo giu- 
4 dice, il de Clemente, gli era stato aggiunto, dal Procurator 
4 Generale, per l'importanza della causa, che pur coraggiosa- 
4 mente prosegui l'istruzione, sostenuto, onorevolmente e vi- 
4 rilmente, da esso procurator generale Scura. 11 procurator ge- 
4 nerale fu destituito; ed è, ora, in esilio. Il de Clemente, solo, in 
4 apparenza, più fortunato, fu promosso a giudice regio in Po- 
4 tenza, ma, dopo un mese, destituito ». — Due volte, la Camera, 
air unanimità, invitò il Ministero a curare la giustizia. Ed il 
Ministero lasciò il fatto non investigato e non punito. 

(185) Questo fatto e tutti gli avvenimenti del 1848 mostrano 
aperto, come il paese volesse ed ordine e libertà, né si trovas- 
te, mica, in uno di que' duri frangenti, ne' quali bisogna sa— 
grificare uno di questi beni, per salvare, ad ogni costo, l'altro: 
Et propter vitam vivendi perdere caussas. Gli elementi rivolu- 
zionari eran pochi e di poco valore. Bastava un po' di fermezza, 
nel Governo. La dinastia e la Monarchia non erano, punto, in 
pericolo. — Un mio vecchio amico di Lecce, mi racconta i fatti ^ 
come pili minutamente può ricordarseli, riducendoseli a mente,, 
dopo tanti anni. Ducimi, che lo spazio non mi consenta di ripor- 
tare, integralmente, la sua lettera, che compendio a mio modo. 
Dunque, la nuova dello eccidio del 15 maggio giunse a Lecce, 
non per via ufficiale, nò pe' giornali o per la posta, la quale 
ritardò, da oltre quarantott'ore. La incertezza accrebbe lo spa- 
vento della città. Un Nicola Schìavoni, giovane di Manduria, ar- 
ringò il popolo, nel cortile del palazzo dell'Intendenza, ora Pre- 
fettura; e, mostrando temer, che le stragi si diffondessero per le 
Provincie, conchiuse, che: a salvar la Terra di Otrayito^ si aveva 



— 421 — 

d'uopo e di coraggio e di fermi propositi. La folla scempia, cui 
non parve vero di far novità, gridò: al Governo provvisoriol Giu- 
seppe Colonna di Stigliano, allora Intendente, chiamato ad in- 
tervenire a quelle deliberazioni, rispose: dimetterebhesi , eoe si 
volesse permanere in qt^lle idee; ed, infatti, ben presto, si riti- 
rò nella capitale. Lo Schiavoni fu portato, in trionfo, sulla piaz- 
za. Ed, innanzi al piedistallo della colonna di S. Oronzio, fu 
proclamato il Governo Provvisorio e ne furono eletti i membri, 
fra' quali, primo, beninteso, esso Schiavoni, che non so quali alte 
prove avesse date del valor suo, perchè gli si ponesse in mano 
la somma delle cose. Frattanto, manipoli di giovani distrugge- 
vano i telegrafi; altri andavano in cerca di cannoni, ne' forti- 
ni abbandonati, lungo le rive dell' Adriatico. Ne trascinarono 
tre pezzi di artiglieria arruginiti a Lecce; ma la brigata, che, 
a tal fine, s' eran recati ad Otranto, per poco non vi rimasero 
uccisi. A Manduria ed a Bava, si disarmavano i gendarmi; che, 
a Lecce, si asserragliarono nel quartiere, aspettando. Richiesto 
il Ricevitor Generale a non ispedir piti denaro alla capitale, si 
rifiutò. Il Tribunale domandò, sotto qual nome intestare le sue 
decisioni: ma non gli fu dato risposta. Le velleità rivoluzionarie 
si estesero, sino a Gallipoli e ad Oria. La maggioranza del Go- 
verno Provvisorio, però, composta di buoni patrioti del 1821, ap- 
pena riuniti, invece d'intitolarsi dal Governo Provvisorio, si dis- 
sero di Pubblica Sicurezza. Sotto pretesto di allargare il movi- 
mento, indussero lo Schiavoni a ritirarsi nel suo paese; e, quin- 
di, se la intesero con le autorità principali, protestando loro, che, 
se, malvolentieri, si erano messi nello imbroglio, l'avevan fatto 
per afirenar le plebi. E, cosi, rimasero paralizzati i rivoluzionari; 
ed il Comitato fu sciolto, dopo trenta o quaranta ore. Il mio 
amico dichiara: menzogna l' asserzione del de Sivo, che il Co- 
mitato togliesse danaro dalle pubbliche casse; e svisati i fatti, 
in parte, nella decisione della corte speciale di Lecce, con cui, 
poi, lo Schiavoni ed altri furono condannati a* ferri. 

(186j Intendi Roberto Bavarese (vedi la 62* di queste note); e 
non confonderlo col fratello Giacomo. (Vedi la 65* di queste note). 

(187) Considerazioni giustissime e degne di chi le scriTeva. 
Solo, invece di governo^ leggi Camarilla\, leggi Convenikola 
austrosanfedista, leggi il Re, Giacché il governo legale, qxiaiido 
avvennero i fatti del 15 maggio, era il Ministero Troja, oh*' 
n*ebbe colpa, solo, per la sua incapacitèu 



— 422 — 

(188) Le parole in corsivo, ho dovuto supplirle io. Il Gene- 
rale è Guglielmo Pepe (Vedi V 8* di queste note): suo fratello, 
l'altro Generale, Florestano Pepe (Vedi la 39* di queste note). 

(189) Detta la bella Cornelia, nata Rossi. Di questa donna, 
molto galante, ecco come parla il Gozzadini, trattando delle rela- 
zioni di lei, con sua moglie. Maria Teresa: — € Questa, come 
4 molti sanno, era stata una celebrità di bellezza, di grazia, 

< di spirito; ed, anche, ma non fortunata, romanziera. Ed erasi 
a conservata avvenente, fin quasi ai sessant' anni , che, allora 

< (1841), appunto, toccava. Così, quando Maria Teresa, a lungo 

< andare, e col tenerle compagnia, mentr'era e non voleva es- 
« ser cieca, ne aveva guadagnata la confidenza, mettevala sul 

< discorso dei molti ed illustri suoi adoratori , piacendosi di 

< sentirla parlare e raccontare aneddoti del Foscolo, del Monti, 

< del Leopardi, del Giordani, del Byron, dello Chateaubriand, 

< dello Scribe e di Canova. Del quale ricordava , non senza 

< emozione, questo aneddoto, sfuggito, credo, a' biografi della 
« bella Cornelia. Il grande artista aveva detto di volerla ri- 
€ trarre; ed ella, che avrebbe posato. Non importa^ soggiunse 

< Canova , quando si ha avuta la fortuna di contemplare i 

< vostri lineamenti, non é piic possibile dimenticarli. Ma , un 

< di, preso da gelosia, entrò nel suo studio, afferi^ il mazzuolo 
« e fece in pezzi il busto della Martinetti , che aveva, quasi, 

< finito: onde le belle forme di lei non passarono, più, alla tar- 

< da posterità. » — Ne esistono parecchie biografie ; tutti gli 
scrittori di viaggi, forestieri, del suo tempo ne parlano. Mi di- 
cono, che in un libro, intitolato Studii e Ritratti di Ernesto 
Masi, pubblicato, a Bologna, dal Zanichelli, nel 1881, ci sia un 
lungo ritratto di lei (pag. 567 e ss). Il pronipote ed erede , 
conte Rossi, mi ha fatto assicurare, che, nella sua eredità, non 
si ò trovata alcuna missiva del Poerio. Ella distrusse le lettere 
tutte, che aveva ricevute, nella sua lunga età, tranne quelle 
del Giordani. 

(190) La Marchesa Elena Mariscotti, sorella del Duca Laute 
di Montefeltro, viveva, ancora, vecchissima, a Bologna, nel 1882. 
fi, di là, ci si scrisse: — « Non è donna, che s'occupasse, nò 

< di letteratura, nò di politica; e non ci ha meraviglia, che non 

< abbia conservate le poche lettere , che può averle scritte il 
« Poerio. > — 

(191) Dev^essere del 30 maggio, perchè il 23 maggio, anche 



— 423 — 

esso giorno di martedì, il Poerio era in viaggio, da Venezia a 
Bologna, ed il 6 giugno n'era, già, ripartito, col Pepe. Difatti, 
nel N.° 100 della Gazzetta di Bologna (Lunedi , 5 giugno 
1848), in fine alla prima colonna della 1* pag., si legge: 

— € Suir albeggiare di ieri, partiva, da Bologna, per Ferrara, 
«e l'ultimo Battaglione dei Volontari napolitani, che qui aveva 
€ tenuto, da alcuni giorni, sua stanza. Esso è composto di in- 
« dividui pieni, in core, di vero Italiano sentire. Essi passeran- 
« no, veramente, il Po. > — 

— « Sua Ecc. il signor Generale Guglielmo Pepe , già no- 
< minato a Comandante in Capo del Corpo di spedizione na- 
€ politano, lasciò, ieri, Bologna, dirigendosi a Ferrara, dove, a 
« titolo d'onore, fu accompagnato da diversi Ufficiali della no- 
4L stra Guardia Civica. » — 

(192) Pel Colonnello Cutrofiano, vedi la 96* di queste note; 
e quel, che ne dice il Leopardi, nelle sue Narrazioni Storiche. 

(193) Bisogna tener conto de' tempi e di quelle deviazioni 
morali, che essi e le passioni impongono, anche a' migliori ed 
a' più onesti. A noi, pare, che la posizione non fosse tanto sem- 
plice. Certo, il dovere verso la patria, che poteva essere salva, 
allora, dalla dominazione straniera, se tutto l'esercito del Pepe 
avesse preso parte alla guerra , lo stimolo di gloria , il desi- 
derio di cancellare tutte le macchie, che pesavano sulla ban- 
diera e sul nome napolitano, avrebber dovuto consigliare, ad uf- 
ficiali e soldati, di passare il Po. Stava, però, contro il giura- 
mento militare. Il Re richiamava l'esercito; e l'esercito dovea 
obbedire, ad ogni modo. Non può ammettersi, che la milizia 
discuta gli ordini ricevuti. Non può ammettersi, che neghi di 
obbedirvi , ancorché sotto pretesto, che sieno poco onorevoli e 
contrari al bene della patria. Ma come potrebbe, d' altra parte, 
biasimarsi, chi rifiuta l'obbedienza ad ordini infami ed ingiusti? 
Lacerato, fra questa terribile antinomia, il Lahalle (Vedi nota 
195*) si uccise; salutiamone, reverentemente, la bara: e, forse, 
sarebbe il solo, in tutto l'esercito, la cui condotta potesse chia- 
marsi incolpabile, se il suicidio non fosse, anch' esso, una colpa. 
La passione non deve, no, dopo quasi quarant'anni, farci velo 
agli occhi. Non può, incondizionatamente, lodarsi chi valicò il 
Po, mancando alla fede militare; non può, nemmeno, lodarsi 
ehi retrocesse, di fronte al nemico della patria, per andare a 
casa, a servire di strumento alla tirannide. Ed ò questa, appun- 



— 424 — 

to , la caratteristica , il contrassegno de' governi tirannici ed 
iniqui: creano lo sfacelo morale; creano tali posizioni, in cui 
è impossibile regolarsi, come che sia, senza ledere, in qualche 
guisa, un dovere. 11 General Pepe era, personalmente, dispen- 
sato dal tornare a Napoli, dallo stesso ordine di richiamo; e, 
quanto ad Alessandro Poerio, egli non era militare, né vinco- 
lato da nessun giuramento, ma, solo, un milite deMa Guardia 
Nazionale di Napoli. 

(194) Non ho potuto saper nulla, su questo Marchese Cal- 
cagnini da Ferrara; e, neppure, quando e dove stringesse ami- 
cizia con Giuseppe Poerio. 

(195) Carlo Francesco Lahalle nacque, nel 1795, da Carlo 
Francesco, (colonnello d'artiglieria, venuto in Napoli dalla pa- 
tria Francia, nel 1787, per riorganizzarvi l'artiglieria, e, poi, 
naturalizzato) e dalla Teresa Montanaro di famìglia messinese. 
Volontario, nell'artiglieria, a 16 anni, fu promosso ufSziale, 
dopo se' mesi, jia Re Gioacchino, per la perizia, dimostra in 
un simulacro d' attacco della piazza di Capua. Salì di grado 
in grado, finché, nel 1841, fu promosso Colonnello, Comandante 
il Reggimento Re Artiglieria, ufficio, che tenne sino al 1848. 
(In quel corpo, servivano: gli, ora, tenenti generali Cosenz e De 
Sauget; Girolamo Ulloa, ec.) Nel 1848, fu destinato al comando 
di una delle brigate dello esercito, commesso al Pppe. Quando ne 
avvenne il richiamo, quasi tutti i corpi iniziarono, di loro ar- 
bitrio, la ritirata, rifiutando obbedienza a' pochi superiori, che 
volevan trattenerli (Vedi la 96* di queste note). I soldati della 
brigata Lahalle, che, con 1' altra della divisione, già trovavasi 
in Ferrara, aizzati da parecchi subalterni e da molti sott' uf- 
fiziali, stretti in Comitato, ruppero ogni freno di disciplina; e, 
nonché ubbidire al capo ed agli uffiziali superiori, che vole- 
vano aspettar la risposta agli uffici, mandati dal Pepe a Na- 
poli, li forzarono a seguirli nella ritirata. (Vedi la 97* e 219* di 
queste note). Che strazio per un antico soldato! Ritirarsi, quando, 
già, presso al nemico ! veder rotti i vincoli della subordinazione! 
La mattina del 30 maggio , mentre la colonna trovavasi tra Lugo e 
Bagnacavallo, strada, che, altra volta, sotto Gioacchino, il Lahal- 
le aveva dovuto percorrere in ritirata, giunto ad un ponte, rup- 
pe il cupo silenzio, nel quale era chiuso, esclamando: — € E la 
« seconda volta, che passo questo ponte, con disonore! > — Ed, 
allontanandosi di pochi passi dal suo ajutante di campo, si pi- 



— 425 — 

stolettò, sotto il mento. Il cadavere, raccolto da un fido dome- 
stico e da pochi soldati , fu trasportato a Bagnacavallo. La 
Giunta Municipale gli rese solenni onoranze e lo fece deporre 
nella tomba gentilizia della famiglia Montanaro. Nel giorno 
istesso della sua morte, era diretto, al Colonnello Laballe, dal 
quartier generale di Bologna, un officio, nel quale era ac- 
cluso il suo brevetto da Generale. Negli ultimi giorni , avea 
distributo parte del suo peculio, a' volontari, aggregati alla 
brigata, i quali, sprovvisti di mezzi, si trovarono esposti a pro- 
ve difficili, pel contegno ostile, assunto, verso di essi, dalle trup- 
pe regolari ed, anche, da' cittadini, che gì' incolpavano de' fatti, 
a' quali, invece, era lor forza sottostare. (Cfr. Nota 220). 

(196) Non saprei dire chi fosse questo Zanetti. Credo, un Ve- 
neziano. Ed ho conosciuto esule, a Nizza marittima, un Ales- 
sandro Zanetti , veneziano , parente del Manin (vedi il docu- 
mento, pubblicato nella 159* di queste note), che aveva moglie 
e tre^ figliuole. La seconda delle quali, per nome Leopoldina, 
pittrice, è moglie, ora, del pittore Ulisse Borzino, che dirige 
un grande stabilimento oleografico, Via Borghetto, a Milano» 
ed una cui figliuola, ha, da poco, sposato il pittore Armenisi. 
Ma, se non erro, vi fu, anche, un Zanetti, ufficiale tra' volon- 
tari bolognesi. 

(197) Pietro Sterbini, da Vico di Frosinone, studiò medicina 
e fu laureato in Roma. Attrasse, dapprima, l'attenzione, con un'o- 
de, per la' battaglia di Navarino, ed una tragedia^ la Vestale, 
rappresentata e proibita, nell'ottobre del 27. La polizia della 
Roma papale si dispiacque, che i sacerdoti idolatri fossero rap- 
presentati, come impostori fraudolenti; e che un personaggio 
li apostrofasse, col verso: 

furie, vestite col manto di Giove! 

che il pubblico applaudiva. Nel 1829, pubblicò un volumetto 
di versi, dove sono alcuni inni sacri. Mandato in esilio, in con- 
seguenza de' moti del 1831, diresse, a Marsiglia, uno stabili- 
mento di bagni; e pubblicò, a Bastia, nel 1835, un volume, con 
tre tragedie (la Vestale, il Tiberio e l' Ugolino) e venti liriche: 
. roba scadente, massime, per istile e verso. Tornato, per l'amni- 
stìa di Pio IX, fermandosi, una notte, in Anagni, vi declamò, 
in teatro, l'ode del ritorno: 



— 426 — 

Tra le sante ruine di Roma, 
Ti lasciai, son tre lustri, o mia lira! 
Come fiore, che l'alba sospira, 
Sospirava, tre lustri, per te! 

Pieno di buon gusto quel paragone: del sor medico e diret- 
tore di stabilimenti balneari, con un fiore! Per mostrare la sua 
riconoscenza al Pontefice, fu a capo di tutti i subbugli, mae- 
stro d' eloquenza piazzaiuola; e diresse , con Cesare Agostini , 
il Contemporaneo , giornale immoderato e celebre per le sue 
bugìe. Sotto il primo triumvirato, ebbe cariche di polizia e mil- 
le altre incombenze. Fu, poi, triumviro, anche egli, in quella car 
novalata repubblicana : dove un attore ( il Modena ) era legi- 
slatore , ben poteva essere triumviro un mediconzolo ed im- 
provvisatore, che si era prodotto sulle scene! Entrati i Fran- 
cesi, fuggi» dopo due o tre giorni, in un carro di paglia. Nel 
1860, si stabili a Napoli. Vi scrisse un giornalaccio: Roma o 
morte; ma, sul conto di Napoleone III, diceva, a tutti: — e Pre- 
« ghiamo Dio, che campi il nostro nemico! » — Ammalatosi di cal« 
coli orinari, chiese, a Roma, di potere andare alle acque di 
Anticoli, scortato da* carabinieri; ma, neppure a questa con- 
dizione, ottenne il permesso pontifìcio. Mori, non ricordo, se nel 
1863, dopo prima: ma, certo, in quel torno. 

(198) La notìzia era falsa. Certo, se la flotta napolitana fosse 
rimasta in ajuto di Venezia, le cose avrebber preso altra pie- 
ga : ma , come immaginare , che una flotta intera si ribelli, 
unanimemente, e venga meno alla fede, dovuta al capo dello 
Stato? La flotta napolitana fece, è vero, un tale atto, o qualche 
cosa di equivalente, nel 1860; e si può scusare, come un effetto 
della demoralizzazione profonda , prodotta dalla tirannide ; si 
può ammirare, come efletto della nemesi divina , che una di« 
nastia sleale, perisse per la slealtà de' suoi servitori. Ma qual 
moralista, quale ufficiale di onore potrà, mai, lodare il conte- 
gno della flotta nel 1860? Cui non sarà, sempre, infame il nome 
deirAnguissola f 

(199) Alessandro Marini, per quanto ho potuto appurare, in- 
dagando, era nipote di un Consigliere Marini, Calabrese. Av- 
vocato di Professione, mori etico; forse, in seguito agli strapazzi, 
sostenuti in prigione. Un Francesco Marini di Alessandro, da 
S. Demetrio, nato verso la fine del secolo scorso, fu Profes- 



— 427 — 

scredi Lettere Greche e Latine, nel Collegio di Cosenza; e morì, 
vecchio, nel 1851. Un Salvatore Marini, da S. Demetrio, te- 
nendo la Presidenza della Gran Corte Criminale in Cosenza, 
a' tempi del Manhòs, venne in lotta con costui, salvando, nella 
competenza ordinaria, molti imputati, de' quali il poter mili- 
tare avrebbe fatto strazio. Suo fratello, Cesare Marini, fu De- 
putato, nel 48. Giureconsulto di polso, morì, a Napoli, Con- 
sigliere della Corte de* Conti , ufficio , al quale era stato as- 
sunto, nel 1860. 

(200) Ammira la credulità del buon Del Re, il quale si beveva 
tutte le frottole ed apparteneva a quella classe di liberali, che, 
a Napoli, volgarmente, si dicevano: speranzuoli. 

(201) L'amico era il Marchese Luigi Dragonetti. Nato, il pri- 
mo ottobre del prira'anno dell'ultimo decennio del secolo scorso, 
d'illustre famiglia aquilana, studiò nel Collegio Nazareno a 
Roma. Esordì nella vita politica e letteraria , celebrando , in 
prosa e in versi, in un'accademia, tenuta all'Aquila, l'impre- 
sa, così improvvidamente tentata dal Murat per la liberazion 
d'Italia. Figurò nel Parlamento napolitano del 18*20; e fu, con 
mio avo Matteo Imbriani, di que' ventisei, che, il 19 marza 
1821, firmarono la protesta, dettata dall'altro avolo mio Giu- 
seppe Poerio. Fu arrestato, per sospetti di congiura, nel 1833 e 
nel 1842. Dopo quest' ultima prigionia, che, come la prima, non 
fu seguita da condanna giudiziaria, ma che ebbe lo strascico di 
quattro anni di domicilio coatto,- nel convento di Montecassino, 
si stabilì a Roma, con la famiglia. Nel 1848, era stato sopra* 
intendente degli Archivi; e, quindi, ministro degli affari este- 
ri, nel Ministero Troya , così detto del 3 Aprile. Nel giugno 
1849, fu incarcerato; e, nel 1853, imbarcato, con un passa- 
porto per l'America. Ma, giunto a Malta, mutò indirizzo; e 
si ridusse: prima, a Tolosa, dov'eran due suoi figliuoli emi- 
grati; poscia, a Parigi; e, quindi, in Piemonte e Toscana. Nel 
1860, fu restituito alla Soprantendenza degli Archivi Napo- 
litani ; fu nominato Senatore del Regno e passò , quindi , al 
Consiglio di Stato, nella sezione rimasta a Napoli. E, quando 
questa fu abolita , ebbe solo una modesta gratificazione (noQ 
contando gli anni di servizio per esser pensionato) e la crood di 
uffìziale dei SS. Maurizio e Lazzaro. Moriva il £1 F 

1871. Fu molto cattolico: epperò, non yide di biior 
tutte le novità , che hanno rimutata 1* Italia ( 



— 428 — 

meglio) dopo il 1860. Consulta la vita di luì, scritta da P. 
Castagna (Firenze 1878); e le Spigolature nel Carteggio lettera- 
rio e politico del Marchese Luigi Dragonetti, pubblicate, dal fi- 
gliuolo Giulio, nel periodico fiorentino La Rassegna Nazionale^ 
(Voi. XII e sgg). 

Nel proseguo di queste lettere, si parlerà, più volte, di due 
ftuoi figliuoli , de' quali, anticipiamo, qui , alcune notizie. Al» 
fonso Dragonetti nacque, nell' Aquila, il 6 settembre 1826, da 
Luigi e dalla Laura de' Marchesi de Torres. Studiò, in Roma, 
nel Collegio Nazareno, dal 1839 al 1843, quando, per un infer- 
mità sopraggiuntagli , recossi a Montecassino, presso il padre. 
Nel 1844 e 45, compì, in Roma, lo studio delle matematiche 
sublimi, nella Sapienza. Nel 1846, fé ritorno all' Aquila, ove 
pubblicò le vite degli illustri Aquilani descritte (Aquila, 1847; in 
8.^). Nel 1848, fu secondo segretario de' Commissari Napolitani 
per la lega (Vedi la 60* di queste note). Partì, quindi, uffiziale 
de' volontari per la guerra. A Venezia , contrasse febbri, che, 
come si vedrà, indussero il Pepe a concedergli un congedo, per 
ristabilirsi. Il quale era accompagnato da una lettera, in cui si 
diceva: — < E, veramente, mi conforta il pensiero, che, ben presto, 
€ farà ritorno, fra noi, ovunque sia, che si combatterà per la 
«« indipendenza e libertà di questa nostra carissima Italia. Io, in- 

< tanto, nel darle tale licenza, le assicuro, che, di lei, e come 

< caldissimo patriota e come buon milite, avrò eterna stima e 

< memoria. » — Rimpatriato, si curò e guarì, quasi, in Paga- 
nica. Ma , nella notte di Natale , scossa l' Aquila da violento 
tremuoto, prese freddo, correndo, quasi ignudo, per casa, in 
cerca de' suoi. Quindi tosse e febbre e tubercolosi e perniciosa, 
che lo spensero, in Paganica, il 27 maggio 1849, di ventidue 
anni ed otto mesi. Militò, pure, a Venezia, il fratello Giovam' 
battista^ vivente, ohe porta il titolo di Marchese di Torres, e- 
reditato da' zii materni. Fu ufficiale nel battaglione de' vo- 
lontari napolitani, comandato, dallo, ora. General Matarazzo, il 
quale parla, vantaggiosamente, della sua condotta in quella con- 
giuntura. Nel 1849, rimpatriò, travagliato dalle febbri di ma- 
laria, n governo borbonico lo incarcerò sotto una imputazione, 
che fu distrutta da un alibi inoppugnabile. Allora, per sot- 
trarsi a nuove vessazioni, venne a ritrovare, in Francia, il fra- 
tello Giulio (vivente anch' egli), che vi era, già, esule. Nel 1849, 
si arruolò nelle milizie dell' Emilia; e fu nominato Commissa- 



— 429 — 

rio di Guerra: impiego, che ritenne, nell'esercito Italiano, sino 
al 1864, quando si ritirò nella vita privata. 

(202) Cognato del Del Re, come abbiam detto, nella 88* di que- 
ste note, era Constabile Carducci. Vedi, per lui e per la sua fi- 
ne tragica, la 184* di queste note. 

(203) Ecco una di quelle frasi infelici, ampollose, che , per 
voler parerà aroane, solenni, bibliche, sublimi, potrebbero in- 
durre in un concetto falsissimo di chi scriveva. La sua sen- 
tenza è firmata! Un procurator generale borbonico avrebbe 
tratta, da questa frase, la prova, che il Del Re appartenesse ad 
una setta misteriosa, nella quale era stato deciso il regicidio. 
Il Del Re era, invece, uomo mitissimo; e non avrebbe ammaz- 
zata una mosca. E la frase vuol, semplicemente, dire: che, nei 
decreti di Dio, era scritta la caduta de* Borboni; che le necessità 
storiche la rendevano inevitabile. Ed, in questo, il Del Re, con 
Vagite speme, precorre revento. 

(204) Calamità è un po' troppo. Del resto, quando il Del Re 
scriveva questa lettera, eran, già, accadute la battaglia di Goito 
(30 maggio) e la resa di Peschiera, che compensavano, ad usu- 
ra, la calamità di Milano. 

(205) Aurelio Saliceti. Veggasi quel, che se n' è detto, nella 
108* di queste note. 

(206) Gennaro Bellelli. Se n'è, già, parlato, nella 61* di que- 
ste note. 

(207) Giannandrea e Stefano Romeo, da S. Stefano, pressa 
Reggio di Calabria , che erano stati fra' capi della sommossa 
di Reggio, del 1847. 

(208) — « Il Salafia era un Calabrese , non so , se di Mor- 

< naanno o Morano, nemico alla famiglia Mauro; ma, passa- 
le va , per ardente liberale. Prima del 1848 , era studente , a 
€ Napoli ; e si distingueva per un* alta statura ed una lunga 

< zazzera. Non vorrei , che la memoria mi tradisse sul conto 
« di lui, ma questo mi pare, eh' egli fosse » — (Da una co- 
municazione confidenziale). Anche Cesare Dalbono se ne ri- 
corda il nome. Frattanto, avendo pregato il prof. N. P., eh' è 
di que' luoghi, di far fare qualche ricerca sulla persona, egli 
ha avuto questa risposta: — « Sapete, che, nò in Mormanno né 
« in Morano esiste il cognome Salafia >.... — Nò, finora, ho 
potuto assodar altro. 

(209) Luigi Zuppetta, nato in Castelnuovo della Daunia (Ca- 



— 430 — 

pitanata) il 21 giugno 1810. Mediocre paglietta. Autore di un 
Progetto di codice penale della repubblica di S. Marino^ di una 
Chiave della raccolta delle leggi e di un Corso completo di Di- 
ritto Comparato^ opere di nessun conto. Fu tra' più dissennati 
agitatori del 1848. Né senno ha messo, ancora; e persevera, 
decrepito , a bamboleggiare, repubblicaneggiando. 

(210) Ferdinando Petruccelli, (che si fa chiamare Petruccelli 
della Gattina, conosciuto, fra' suoi coetanei, col nome di Qui-- 
busdam; e che altri ha chiamato Pierre Oiseau de la petite 
chatte) nato il 1816, a Lagonegro, in Basilicata. Uomo scan- 
dalosissimo. Nel 1848, fu tra gli scrittori del Mondo vecchio e 
Mondo nMc>uo, giornalaccio, che fece infinito male a Napoli. Dopo 
il 1860, Deputato al Parlamento Italiano, faceva viaggiare, col 
suo biglietto gratuito, una sua druda, travestita da uomo e 
brutta come il peccato: circostanza aggravante. Scrive, come 
un cane, in francese ed in Italiano, articolesse, libelli, roman- 
zacci, indecenti sotto ogni aspetto, e storie, anche più inde- 
centi. Timido come una lepre (Vedi la 301 di queste note). 
Quando , a Torino , per servire al Raltazzi infame , stampò i 
suoi Moribondi del Palazzo Carignano, chiamò, in quel libello, 
vili tutti i Romani. Gli fu fatto rimettere , da un deputato , 
un biglietto anonimo, in cui un collega lo avvertiva dello ar- 
rivo di un giovane romano, per chiedergli soddisfazione delle 
parole invereconde. Io era in una tribuna, conscio dello invio. 
Qutbusdam, nell'aula, riceve il biglietto; si turba; richiama 
l'usciere e gli parla, vivacemente; s'alza; va a parlare col pre- 
sidente ed a mostrargli il biglietto; poi, infilza la porta; e 

la sera stessa, partiva per l'estero! 

(211) I fratelli Cùrion (e non Curioni) , per quanto io mi 
sappia, eran più di tre: non posso determinare quali due di 
essi andassero, allora, a Roma. Uno era nello esercito. Un al- 
tro è stato fatto Delegato di Pulblica Sicurezza, dopo il 1860; 
e lo credo, ancor, vivo ed in ufficio. Il terzo, che conobbi una 
ventina di anni fa, membro dell' associazione costituzionale in 
Napoli, era zoppo, ma gentile e colta persona. L' ho perduto 
di vista, né so se viva ancora. Di lui e del fratello Delegato, 
si. leggono versi ecc. nelle antiche strenne , raccolte , gior- 
nali ecc. 

(212) Matteo de Augustinis nacque, nel Principato Citerio- 
re, ne' primi anni del secolo. Fu avvocato; e si occupò, molto, 



— 431 — 

di cose economiche. Nel Progresso, possono leggersene parecchi 
de'suoi articoli. Ma c'è chi mi afferma esser egli, già, morto, 
prima del 1848; e doversi, qui, trattare d'un suo figliuolo, che, 
poi, si fece gesuita. 

(213) Giuseppe de Vincenzi fu, nel 1848-49, Deputato del di- 
stretto di Teramo, (insieme con Michelangelo Castagna e Bel- 
lisario Clemente) ed uno de' quattro segretari della Camera de' 
Deputati. Poscia, esulò. Dimorò, prima, alcun mese, a Ginevra, 
con Antonio Ciccone e P. E. Imbriani. Poi, si trattenne, prin- 
cipalmente, a Parigi ed a Londra, dove la vita elegante non gli 
fece trascurare gli studi economici e chimici: ha fatto qualche 
scoverta in galvanotipia. Nel Regno d' Italia, è stato Deputato, 
Ministro de' Lavori Pubblici e vive, ancora, Senatore del Re- 
gno e valente enologo. 

(214) Leonardo Dorotea fu, nel 1848-49, Deputato del di- 
stretto di Sulmona, insieme con Piersilvestro Leopardi (Nota 
170*). Chi mi asserisce, eh' egli sia morto prima del 1860. E 
chi , eh' egli sia morto , nel Regno d' Italia , Direttore delle 
acque e foreste; e dopo essere stato Segretario Generale del Mi- 
nistero di Agricoltura e Commercio. Fu medico e naturalista; 
e s' occupò, anche, del Tavoliere di Puglia. Lasciò due figliuo- 
li, Sertorio e Scipione, uno de' quali, almeno, è ancor vivo, in 
Abruzzo: ma non ho potuto saper, proprio, in che luogo, per 
chiedergli maggiori e piìi autentiche notizie. 

(215) Francesco de Blasiis fu, nel 1848-49, Deputato del di- 
stretto di Penne, insieme con Domenico De Caesaris. Emigrato 
negli Stati Sardi , vi sposò , molto attempato , la giovanetta 
Diomira di Francescantonio Mazziotti, (che era stato Deputato 
del distretto di Vallo.) Si tramutò, quindi, in Toscana. Nel Re- 
gno d'Italia, è stato, prima, Deputato; poi, Consigliere di Stato; 
in seguito, Senatore del Regno e, persino. Ministro di Agricol- 
tura e Commercio , nel detestando e ridicolo Gabinetto Rat- 
tazzi, numero due. Gli fu rimproverato, non sappiamo con quan- 
ta verità, di aver fatto, allora, raccomandare, con una circolare 
del Ministero, l' acquisto di una sua arte di fare il vino. 

(216) Il Barone Vito Porcaro fu mescolato, nel 1831, nella 
congiura di Frate Angelo Peluso. Vuoisi, che venisse denun- 
ziato dal proprio padre. Condannato, non so se ai ferri o all'er- 
gastolo, rimase chiuso fino al 1848. Stette, lungamente, nel Ba- 
gno di Gaeta; ed, in quella città, quantunque forzato, si ammo- 



— 432 — 

gliò; e mi assicurali, che la moglie viva, ancora, ad Ariano. Nel 
novembre 48, fu, di nuovo, arrestato; e, senza giudi/io, rimanda- 
to in galera. Poi, gli fu fatto il giudizio e condannato, di nuovo, 
airergastolo. Delle crudelti\, usate contro il Porcaro, parla, a 
lungo , Guglielmo Ewart Gladstone. Fu liberato , insieme col 
Poerio e col Settembrini. 

(217) Chi fosse questo Miranda, non ho potuto rintracciare. 

(218) Forse, anzi senza forse, questo di Ariano non ò, come 
s'è creduto nello stampare, un cognome; anzi V indicazione del- 
la patria del Miranda e del Porcaro. 

(219) Il Leopardi scriveva, il 31 maggio, al Ministro Sardo: 
— 4C 11 Colonnello Zola, che comandava le due brigate di fua- 
« teria napolitana, a Ferrara, in seguito dell' ufficio, da mo 
« direttogli, da Rovigo, s'era atfaticato, di tutto cuore, a far 
4L loro valicare il Po , ma indarno. Un sedizioso comitato di 
« molti sotto - uffiziali , impadronitosi dallo spirito dei soldati, 
€ impediva la marcia. 11 Cardinale Ciacchi, dopo avere ton- 

< tati tutti i modi, per far tornare i sediziosi all' obbedienza, 
4C apaventato dalla loro ostinata insubordinazione ed, anche, 
« per consiglio del general^ Lamarraora , incontratosi colà di 
« passaggio, aveva insistito, perchò le due brigate uscissero 
« dalla città. A ciò cooperarono, di buon grado, i capi, spe- 
4L rando di ricondurle a Bologna; ma, pervenuto ad un bivio, 
« presso Malalbergo, il comitato, levando il grido : A Napoli j 
« dove ci richiama il Re ! e sostenendo, quasi, in ostaggio, i loro 
<c capi, le trascinò verso Lugo. Il Colonnello di artiglieria 
« Lahalle, anteponendo alla infamia la morte, si ucciso, da sé. 

< Il colonnello di fanteria. Testa, ebbe, dall'angoscia, uu tocco 
« apopletico. > — (Cfr. la 195* di queste notule). 

(220) Nel N.° 99 della Gazseita di Bologna (Sabato, 3 giu- 
gno 1848) leggesi, incominciando in fine alla prima colonna 
della 1* pag. e proseguendo per la seconda colonna, l'articolo 
seguente: 

— « Il Colonnello Lahalle, che, sventuratamente, comandava 

< le truppe Napolitane, partite da Ferrara e smaniose di tor- 
<K nare nel Regno, al servizio e agli ordini di Ferdinando II> 

< avutone comando dal Generale in capo, tentò, invano, di ri- 
« condurre quelle truppe al proprio dovere ; e, in presenza 

< delle medesime, si dio la morte, presso Lugo. Sono quello 
« truppe composte di otto battaglioni di linea , una batteria 



— 433 — 

« completa, e dne compagnie di zappatori. Il Lahalle era un 
« dotto e prode colonnello di artiglieria. Suo padre era, esso 
€ pure. Colonnello di artiglieria, francese; ed era stato mandato, 
« da Luigi XV J, a ordinare e a istruire le artiglierie di Napoli. 
4L Ammogliatosi, in Napoli, nel 1799, prese servizio sotto la Re- 
« pubblica Partenopea. Emigrò; e servi la Francia, co' Napo- 
« letanì esuli, fino all'avvenimento al trono di Napoli di Giu- 
4c seppe Bonaparte; e, allora, tornò nel Regno. Il di lui figlio, 
« testé perduto, venne, fra noi, con Gioacchino Murat, nel 1815. 
« Sfortunatamente, erasi voluto, che, dall' artiglieria, passasse 
« alla linea, assumendo le funzioni di Generale; e gliene era 
« promessa la promozione. Banchò stimato dall'armata, la per- 
« suasione, in questa, falsamente, insinuatasi, che si avesse a pro- 
« pugnare un principio, avverso a Napoli e al Re, rese vani 
« tutti i suoi sfoi'zì. Le truppe, rimaste senza il loro capitano, 
« marciano in colonna serrata; bivaccano, nei brevissimi loro 
« riposi; e vanno a marce forzatìssi me. I soldati hanno, sem- 
« pre, carichi i fucili; e gli artiglieri hanno le micce, sempre, 
« accese. 11 31 scorso, quelle truppe erano, già, a Cesenatico; 
« e si proponevano di arrivare, ben presto, alla Cattolica. 

« Il cadavere del generoso Lahalle, trasportato a Bagnaca- 
« vallo, vi ebbe i funebri onori, nella parrocchiale di S. Gi- 
« rolamo, dove venne recato, preceduto dal clero, da confra- 
« ternite con torce, dai civici tamburi, suonanti a lutto. E sor- 
« reggevano le nappe funerali del feretro il Tenente-Colon - 
€ nello Graziani , già Ufficiale della grande armata, il Mag- 
€ giore Bubani e i Capitani Tallandini e Biondi. Dopo i quali, 
« veniva uno stuolo di Uffiziali Civici ed una Compagnia di 
« Guardie, che, al momento dell'esequie, eseguirono una tripli- 
« ce salva di moschetti, secondo le militari costumanze. 

« E, qui, pure, in Bologna, il 2.° Battaglione dei Civici Na- 
« politani volle, ieri, celebrate solenni esequie, al Lahalle, nel 
« grandioso Tempio di S. Francesco de' Conventuali. Vi as- 
« sisteva quel Battaglione, colla ufficialità; e v' intervennero il 
« corpo degli ufficiali della Civica nostra , con molto popolo. 
« Il P. Alessandro Gavazzi, che, da alcuni giorni, ò fra noi, 
« disse, colla sua facile eloquenza, le lodi del prode defunto. »— 

(221) Dice il Leopardi : — - < Il Generale Pepe , appena io 
« lasciavalo a sé stesso, il 23 maggio, facevasi indurre a spe- 
« dire a Napoli un suo ajutante di campo, latore, a S. M. Si- 

28 



— 434 — 

« ciliana, di una lettera, con la quale esortavalo a rivocare il 
€ richiamo della spedizione. » — Carlo Cirillo, ufficiale mu- 
rattino, era stato, in altri tempi, ajutaute del Pepe. Destituito, 
dopo il 20, fu richiamato, dopo il 30, ma con lo stesso grado 
di Capitano, e destinato alla piazza. Il Pepe il volle, come Mag- 
giore, alla immediazione del suo comando. 

(222) Pur troppo, sembrava, che un malvagio destino pe- 
sasse, sulle armi Napolitane! che tutte le imprese nostre doves- 
sero finire, con voi»gogna! 

(223) Leopoldo Pilla, nato, a Venafro, nel 1805, valentissimo 
in mineralogia e geologia, fu chiamato, dal Granduca di To- 
scana, ad insegnare, a Pisa. Nel 1848, divenne Capitano del Bat- 
taglione Universitario; e mori, volgendo la faccia al nemico, il 
29 maggio, a C urtatone. Non disse: Armàmmoce e jate ! 

(224) Il Mossotti è morto, Senator del Regno e Pj-ofessore di 
Meccanica Celeste, nella Regia Università di Pisa. Gli è stato 
eretto un monumento, nel Camposanto vecchio, sulla cui base 
v*ò un medaglione, col ritratto del sepolto, fra le due metà penta- 
stiche (l'una, a destra, l'altra, a sinistra) della iscrizione seguente: 

Alla Memoria 

DI Ottavl\no Fabrizio Mossotti 

NATO IX Novara il xviii Aprile mdcxci 

E MORTO IN Pisa il xv Marzo mdccclxiii 

QUI RENDE ONORE l/ ITALIA. 
La SCIENZA DA LUI PROFESSATA 

ne attesta i meriti eminenti 

e la perennità della gloria. 

Artefice del monumento 

FU Giovanni Duprè. 

E, sopra esso monumento, è sdrajata una sgualdrina, seminuda, 
di marmo, con una stella in fronte, aggomitata sopra tre vo- 
lumacci: che deve significare l'astronomia. La quale ostenta, im- 
pudicamente, al pubblico, il petto, le braccia, il ventre ed il 
fianco. II resto, chiaramente, traspare, da un panneggio. Queste 
figure sconvenienti, questi ignudi muliebri piaceva di mettere 
in evidenza, e sulle tombe e sovra i monumenti di gloria, a 
Giovanni Dupré, che, pur, faceva il cattolico ed il timorato uomo. 
Onde altri ebbe a dire, aver egli piantato, sopra una pir.rza 



— 435 — 

di Torino, Camillo Benso, tra le bagasce di un lupanare. E 
r Italia tollera, anzi applaude, inverecondie siffatte! e dal mal- 
nato, che scolpi, per sozza cupidigia, T effigie dello Haynau! 

(225) Giacomo de Martino, allora, Console, a Marsiglia, fu, 
poi. Ministro, mandato, da Napoli, a Torino, con Giovanni 
Manna (vedi la DI'* di queste note) da Francesco II, troppo 
tardi. Nel Regno d'Italia, ò stato Direttore Generale delle Fer- 
rovie Romane [nel quale ufficio, non può, certo, dirsi, eh' egli 
abbia fatto mostra di gran capacità amministrativa] e Depu- 
tato al Piirlamento, [pe' Collegi Elettorali: prima, di Sorrento; 
e, poi, di Foligno]. E morto, da qualche anno. 

(226) Giuseppe Pica nacque, all'Aquila, il 9 settembre 1813. 
Cominciò a far l'avvocato, a 18 anni, in quel foro, dove, al- 
lora, splendevano il Chiarizia , il Migliorati e Gaetano Giar- 
dini (Vedi la 293.'*^ di queste note). Nel 1843, fu arrestato, con 
altri, per relazioni, con un emissario, spedito, da Rimini, a 
sollecitare un moto, negli Abruzzi: stette in carcere, sette mesi; 
e fu, quindi, obbligato, a trasferirsi in Napoli. Deputato , nel 
1848, nelle deplorando adunanze preparatorie, tenute aMontoli- 
veto, il 13 ed il 14 maggio, propose la formola del giuramento, 
(che dovea conciliare la promessa di fedeltà al Re ed alle istitu- 
zioni, con lo svolgimento di queste, promesso nel programma 
Trova) accettata dalla riunione ed, anche, a mezzanotte, da' mi- 
nistri, in nome del Re. Era in deputazione, presso il Ministero, 
la dimane, quando cominciò il fuoco. Rieletto deputato, dal di- 
stretto dell'Aquila, combattè, strenuamente, il gabinetto Bozzel- 
li. Sciolta la seconda Camera, fu arrestato, in giugno 1849. 
Implicato nel processo del 15 maggio^ profferì, tra le altre, una 
splendida arringa di cinque ore. Non tolse, che fosse condannato 
a 25 anni di f3rri. Stette, nel bagno di Procida, a Montefusco, 
a ^lontesarchio. Nel 1849, fu liberato, ad una col Poerio e col 
Settembrini. É stato, nel Regno d'Italia, deputato nella prima 
legislatura; ed è Senatore, dal 1875. Esercita, tuttavia, l'avvo- 
catura. Dette il suo nome alla leggo, per la repressione del bri- 
gantaggio, che non fu opera sua. 

(227) Lorenzo di Donato de Conciliis e della Maddalena Ge- 
novese nacque, in Avellino, il 7** di del 7° mese dell'anno 1777. 
Fu, prima, soldato, a diciassette anni; poi, cadetto ed alfiere, nelle 
campagne, dal 1794 al 1799; fu ferito di sciabola, al femore de- 
stro, combattendo, col Roccaromana. Sotto la repubblica par- 



■ < 



— 430 — 

tenopea, fu capitano. Seguì il Roccaromana, nel 1800, nella spe- 
dizione di Roma; il Damas, nel 1801, in Toscana. Capitano de^ 
Volteggiatori della Guardia e, poi, degli Usseri, sotto Giuseppe, 
combattè il brigantaggio, nelle Puglie. Nel 1815, era, sotto il 
Macdonald ; dopo il trattato di Casalanza , servì da Tenente- 
Colonnello nel reggimento Real-cavalleria; e fu nominato Co- 
mandante del Principato Ulteriore. Nel moto del 1820, ebbe 
parte; e non ò da lodarne: non ho simpatia pe' soldati, che 
promuovono od agevolano i pronunciamenti. Fu, anche, Depu- 
tato al Parlamento. Poi, dopo gli spergiuri de'Borboni e l'in- 
vaaione austriaca, condannato nel capo, fuggì in Ispagna; e yi 
combattè. Riparò , quindi , in Inghilterra , a Malta , a Corfù, 
donde si gittò nelle Ro magne , per la rivoluzione del 1831. 
Salvato dal Console inglese ad Ancona , riparò , nuovamente, 
a Malta ed a Marsiglia , dove perde la moglie , Margherita 
Bellucci. — « Dopo quest'acerba dipartita, il de Conciliis, 
« chiuso nel dolore, divise il viver suo, col Marchese Nicolai, 
« altro esule illustre, in un cenobio di certosini, da più tempo, 
€ destinato a pubblico ospizio. » — Mortogli il Nicolai, che il 
chiamava erede de' suoi scritti , si ritrasse , a Parigi. Quegli 
scritti, ei li affidava a Francesco- Paolo Bozzelli, che, poi, ne 
negò la restituzione, dicendo di averli distrutti. Fu Colon- 
nello della Guardia Nazionale, nel 1848; e, poi, si ridusse e 
chiuse nella modesta sua villa suburbana, pi-esso Avellino. Nel 
60, più che ottuagenario, proclamò, in Buonalbergo, un Go- 
verno Provvisorio. Sotto il Regno d'Italia, ha avuti i titoli d 
luogotenente-generale e di Senatore del Regno. Moriva, in pa- 
tria, il 2 ottobre 1866. Vedi Ricordi \ d'illustri passati \ per \ 
A. Santangelo \\ Napoli \ R, Stab. Tipogr. del Cav, Francesco 
Giannini | Via Cisterna dell'Olio, 4 a 7 \ 1883. 

(228) Vedi la dichiarazione del de Piccolellis innanzi alla 
Commissione istruttoria , ripetuta innanzi alla Corte speciale» 
Può vedersi, anche, riportata, nelle Narrazioni Storiche di Pier- 
silvestro Leopardi. Ottavio de Piccolellis, Colonnello del Murat, 
non trovandosi, durante la campagna di Russia, in una stazione, 
pel gran freddo, chi potesse servire di postiglione alla carrozza 
di Napoleone, assunse questo uffizio; e si buscò, così, la Legion 
d' onore. 

(229) Il Marchese Letizia, (capitano della guardia del Murat, 
destituito dopo il 20), nel 48, fu Colonnello dello Stato Mag- 



— 437 — 

giore della Guardia Nazionale. Dopo il 15 maggio, chiese ed 
ottenne di rientrare, neir esercito, come Maggiore dello Stato 
Maggiore. Fu all' immediazione del Filangieri, nella spedizione 
di Sicilia. Ed, asceso di grado in grado, a Generale di Brigata, 
firmò la capitolazione di Palermo, col Garibaldi. Era stato un 
Don Giovanni, un conquistatore delle belle; e, vecchio, affac- 
ciava, ancora, pretese intempestive, tutto lindo e pinto. Onde, 
Francesco Puoti, quantunque volte lo incontrasse, soleva apo- 
strofarlo, con questo verso: Della flotta d'amor sciabecco antico, 

(230) Scrive il Settembrini: — « In questo, vedo avvicinarsi 
€ Gabriele Pepe, Generale della Guardia Nazionale. Io gli vo* 
« incontro e gli dico: Generale, peìxhà la Guardia Nazionale 
€ non ubbidisce^ agli ordini della Camera ? Ed egli: L*ho detto, 
€ a questi signori; e non mi vogliono ascoltare. Provate voi! 
€ Diteglielo voi! — E che sono io, o Generale, rispetto a Yoiì 
€ Qui, entra un giovane, che io conosceva; e, cogli occhi e il 
« collo, come di un matto, dice: Chi parla di togliere le barri- 
ci cate è un traditore ; ed io gli tiro, E appunta il fucile sul 
« petto, a Gabriele Pepe. Il quale, come chi scaccia una mosca, 
« lievemente, spinse, in alto, la punta del fucile, dicendo: Non 
4L fate sciocchezze ! e voltò le spalle; e, messesi le mani dietro 
« le reni , se ne andò via , tranquillo ecc. ecc. > — Domando 
un po', se, a questo, doveva restringetesi il Generale della Guar- 
dia Nazionale? Se egli non aveva obbligo strotto di mettersi 
alla testa de' pochi savi, per far rimuovere le barricate e ri- 
stabilir l'ordine? o, se savt non ve n'era più, per farsi am- 
mazzare? Il suo posto non era una sinecura, pe' giorni di pa- 
rata. Ducimi di dovere adoperare queste gravi parole, verso 
un uomo, che, certamente, valeva, in complesso, assai più, che 
io non valga. Ma il vero è il vero. (Vedi la 63^ di questo note). 

(231) Questo ò, appunto, il tragico. Tutte le difficoltà erano 
state rimosse. Il Re, dubitando delle proprie forze, aveva ceduto 
sopra punti essenziali. L'apertura del Parlamento doveva aver 
luogo. Ma la canaglia facinorosa non volle sgombrare e disfare 
le barricate. Perchò? che si proponevano? su quali ajuti, fa- 
cevano assegnamento? Non mostrarono, ripetiamo, virtù, nò di 
senno nò di braccio. Vana, puerile è la ricerca, donde par- 
tisse il primo colpo. Quando due forze armate stanno a fron* 
te, un primo colpo deve, sempre, fatalmente, partire. E chi 
non vuol, che parta, deve far si, che si rimuoTano le Ibne ar- 



— 438 — 

Terse» La storia delle contese civili mostra accader^ cost, sem- 
pre, dappertutto. 

(232) Luigi Vercillo, Barone di S. Vincenzo, in Calabria Ci- 
tra, nacque, il 4 maggio 1793, a Cosenza. Educato nella Pag- 
geria, fu nominato uffiziale, quando era, ancora, in Collegio; 
ebbe, giovanissimo, il grado di capitano, negli ultimi anni del 
Decennio; e lasciò, presto, il servizio militare. Fu autore di pa- 
recchi scritterelli, fra gli altri di uno, intitolato: L'uomo è un 
ente^ per natura^ benino. Aveva sposata una Isabella de Nobili , 
Catanzarese, sorella maggiore della Maria Teresa de Nobili , 
moglie di Raffaele Poerio (Vedi la 285.* di queste note). Nel 
48, fu Intendente di Chieti. Dopo, confinato a Catanzaro, col fi- 
gliuolo Matteo, (Vedi la 286.* di queste note); mentre un' altro 
figliuolo Ferdinando, (o Renato, come si faceva chiamare, dopo 
il 15 maggio, per non aver nulla di comune, col Re) tradut- 
tore di Cornelio Nepote, emigrava. — « Doveva aver la coda di 
« paglia! » — rispose Re Ferdinando, ad un venerando suo pa- 
rente, che chiedeva, per esso, licenza di rimpatriare; e negò 
concederla. Vedi: Terso periodo \ dei \ pensieri e ricordi | sulla 
I storia contemporanea d' Italia \ La reazione dal i849 al 
1856 I per \ Ippolito De Riso \\ Catanzaro \ Tipografia dell'Or- 
faiXotrofio I 1877, Nel 1860, il signor Garibaldi il fece Gover- 
natore della provincia di Calabria Citra; Vittorio Emanuele il 
creò Senatore del Regno. Luigi Vercillo è morto, in Napoli, 
il 25 maggio 1872. Era cugino del Barone Giuseppe Poerio. 

(233) Ho sotto gli occhi le Parole \ pronunziate sul fere^ 
irò I del Commendatore Giuseppe Valia \ Intendente del Prin- 
cipato Citeriore | nel di 8 apnle 1855 in Napoli. \ Dal Cav. 
Salvatore Mandarini | Intendente della Calabria Citeriore; gen- 
tilmente, favoritemi, dal chiarissimo avvocato e letterato Luigi 
Landolfi, che gli fu genero. Il Valia nacque, in Monteleone, il 
12 gennajo 1785. Abbracciò la carriera delle armi; e fece la 
campagna di Russia, donde tornò capitano e fregiato della Le- 
gion d'Onore. Nel 1828, prese parte, molto attiva, alla repres- 
sione de'moti, nel distretto di Vallo; e ne fu nominato Sottin- 
tendente. Fu, poi. Segretario Generale della Intendenza di Reg- 
gio; quindi, Intendente nello Abruzzo Teramano; e, finalmente 
dopo essere stato fuori ufficio nel 48, intendente del Principato 
Citeriore. Il Landolfi mi assicura, che, in Salerno^ per non n- 
sponderg alV intenzione del Peccheneda^ ebbe persecuzioni, che 



— 439 — 

lo uccisero^ con uno scirro al fegato ; e che lasciò la lunga 
famiglia in poverissimo stato; buon documento della inagrita 
della vita, 

(234) Della famiglia Ferrari da Catanzaro tre membri ven- 
gono, specialmente, ricordati, in queste lettere.— I. Antonio, che 
*u marito della Maria, sorella del Barone Giuseppe Poerio e di 
Raffaele, destinatario della presente lettera, zia, quindi, di Ales- 
sandro e dello scrivente Carlo. Mai, non si vide il più pazzo 
uomo. Firmava Ferrari-Acciajuoli, pretendendosi discendente de- 
gli Acciajuoli fiorentini (pretesa comune a' Ferrerò della Mar- 
mora, piemontesi; ma che, in ambo i casi, poggia solo sopra un 
bisticcio). La moglie gli spose dieci figliuoli. (L'ultimo superstite 
de'quali, Antonino, nato il 17 decembre 1825, venne meno il 13 a- 
prile 1842; ed è commemorato nel volumetto: Componimenti \ in 
morie \ del cav, Antonino Ferrari \ da Catanzaro \\ Napoli \ al- 
Vinsegna di Aldo Manuzio \ 1844; in cui si leggono, anche, ot- 
tave della povera madre.) Ma Antonio professava la teorica giu- 
daica, che, quando la moglie non fa più figliuoli, s'ha a darle 
una supplente. Ed introdusse, nel domicilio coniugale, una fe- 
mina, dalla quale ebbe molti figliuoli, alcuni de* quali, da lun- 
ghi anni, sono in lite, con la famiglia Ferrari; ed, oggi, una grave 
causa è sub judice , presso la Corte di Appello di Catanzaro. 
N* ebbe, fra gli altri, una figliuola bellissima, che volle, a forza, 
di piota, ventenne, lei ripugnante, affatto ignuda, dal pittore Mi- 
chele Lenzi (ora, sindaco, di Bagnoli-Irpina, allora, giovane) che 
non sapeva come schermirsi dall'incarico. Ed il padre chiu- 
deva pittore e modella ignuda, a chiave, in una camera, dicen- 
do: — « So che gli artisti vogliono essere liberi afiatto ! » — 
E se ne andava, frattanto, a comporre un sonetto. —II. Salva- 
tore. Fu, parecchie volte sindaco di Catanzaro, prima del 48. 
U secondo Ministero Bozzelli , come qui è detto , il nominò 
Intendente. Gli amici suoi pretendevano scusarlo, dicendo, ch'e- 
gli aveva accettato, per risparmiare, a' suoi concittadini, l'eser- 
cizio di un potere feroce: come se egli non avesse tenuto, ap- 
punto, il sacco, a quella ferocia ed immoralità! Dopo qualche 
tempo, la reazione trovò uno strumento migliore; e buttò lui, tra' 
ferri vecchi. Fu uomo di qualche studio ; si occupò di ar- 
cheologia ed ebbe un museucolo. Attempato, sposò, la CateriiiA. 
Gironda. La quale essendogli premorta senza prole, egli im- 
pazzò del dolore; o, se non impazzò del tutto^ divenne d*i 



— 440 — 

melancolico; e mori, dopo poco.— III. Gregorio (Vedi la 284* di 
queste note) che amministrava o disamministrava la proprietà 
de' Poerio, fu marito della Maddalena Venturi, che lasciò incin- 
ta, morendo. Nacque una fanciulla, Checchi na Ferrari, che fa 
moglie, in prime nozze, di Pasquale De Caria; ed, oggi, tro- 
vasi congiunta, in seconde nozze, a Riccardo De Riso. Relata 

refero. 

(235) Emanuele Zupi di Pompeo (ucciso, nel 1806, da' bri- 
ganti) e della fuscaldese Gaetana Bugilo, nacque, in Fiume- 
freddo, nel Bruzio. Era stato uffiziale, al tempo de* Francesi; 
e, come tale, nello squadrone sacro^ di guarnigione a Monteforte, 
nel 1820. Emigrò, poi, in Inghilterra, Belgio, Spagna e Por- 
togallo ; ed iu Portogallo, ebbe il grado di tenentecolonnello 
(grosso maggiore). Fu compagno d' armi del Cialdini, il quale 
il visitò, poi, neir ospedale militare di Napoli, ov'egli moriva, 
dopo il 1860, avendo, appena, da pochi giorni, ricevuto il g^rado 
di Colonnello. Emanuele, dopo aver combattuto in Portogallo, 
passò a Parigi; e vi sposò la figliuola di un generale Petit: colta 
donna e gentile e non priva di vena poetica (in francese), eh* è, 
poi, morta tisica. Ritornò, a Napoli, per grazia ottenuta, da Fer- 
dinando II; ed implorata dalla sorella Raffaella, moglie delFAI- 
dimari, Intendente di Cosenza. Ebbe molti fratelli e sorelle: Lui- 
gi, Arcangelo, Giacinto, Francesco, Carolina, Bettina, Raffaella; 
e vivono, tuttora , figliuoli di Arcangelo, Giacinto, Francesco e 
della Raffaella. Quanto a Luigi o, per dir più pieno, Luigi-Ro- 
sario-Michele, (nato in Fiumefreddo, il 27 settembre 1785, e 
morto, in Napoli, nel 1865, in una casa, in istrada Dogana, 
quartiere Porto) fu Tenente dei Lancieri, nel decennio; con- 
trolloro, poi, de* dazi diretti, in Paola, Castrovillari, Rossano e 
Nicastro. Morì pensionato, dopo avere sposato una Anna-Maria, 
che gli era stata, prima, fantesca. Fu così matto, da venire, a Co- 
senza, con un suo compaesano, cui aveva, anticipatamente, fatto 
tingere il viso e che chiamava suo schiavo; e da fare, in pubblica 
strada, esercizi di lancia. E diceva di aver trovato una nuova lancia. 
Mi scrivono di Cosenza: — e Nel 1848, volle, per pura bizzarria, 

< seguire il Nunziante, en amateur. Luigi era un pazzo; e, 

< tante volte, scendeva a Cosenza, a fare un casa del diavo- 
le lo, vestito da tenente deUancieri. Avuto, allora, non so corno, 
« i cavalli del Nunziante, scappò (senza passare, come dice il 

< Nisco, con una schiera d'uomini agVinsorti) al Pizzo, a dir, 



— 441 — 

€ che Nunziante era stato stretto, come in una cerchia, e di. 
a sfatto. Il paese insorse, a tale notìzia; ed il sottintendente Mazza 
« fu ad un pelo di essere ucciso. Questo fatto raccontò il Mazza 
a stesso, che fu, poi, intendente, qui! > — 

(236) Ludovico-Giorgio-Teodulo, conte di Wallmoden-Gim- 
born, nacque, il 6 febbrajo 1769, a Vienna, dove il padre Gian- 
Ludovico era ambasciadore della Grambrettagna. Egli entrò, pri- 
ma, nell'esercito annoverese; passò, nel 1790, nel prussiano; e, 
dopo la pace di Basilea , nelF austriaco. Capo di guerriglie , 
nelle campagne dal 1796 al 1801, fu adoperato, pure, in missioni 
diplomatiche: cosi, per esempio, sottoscrisse, nel 1809, il trattato 
pe' sussidi, a Londra. Promosso a Tenente - Maresciallo di 
campo e Divisionario, passò, come tale, al servizio della Russia, 
nel 1813; ed, a capo della legione tedesca, tenne in iscacco il 
Davoust ed obbligò i danesi a separarsi da* francesi. Ridiven- 
tato austrìaco, dopo la seconda pace di Parigi, surrogò, nel 
1817, nel comando delle truppe, rimaste nel Napolitano, il 
Nugent, che passò al servizio dì Ferdinando I (Vedi la 12^ di 
queste note). Nel 1821, comandò parte dello esercito, incaricato 
di ristabilire V assolutismo, nelPItalia meridionale; ed occupò la 
Sicilia, dove rimase, fino al 1823. Fu, quindi, comandante dei 
primo corpo di esercito, nella Italia settentrionale; e di Milano, 
fino al 1848. In quell'anno, fu posto al riposo. 

(239) Il Principe Felice-Ludovico-Gian-Federico Schwarzen- 
berg nacque, a Krumau, in Boemia, il 2 ottobre 1800. Entrò 
nell'esercito ; ed era capitan dì cavalleria , nel 1824 , quando 
passò nella diplomazia. Nel 1848, trovavasi, ambasciadore, a Na- 
poli. 11 26 marzo , alla nuova delle giornate di Milano , una 
dimostrazione, cui presero parte molte guardie nazionali in uni- 
forme , fischiò r ambasciata austriaca e ne abbruciò lo stem- 
ma. Scriveva, nel 1849, il Massari: — « L* Ambasciatore di 

< S. M. I. ed apostolica era, allora, il prìncipe di Schwarzen- 
€ berg: già, rappresentante del suo governo, presso il Re Carlo 
« Alberto; ed, oggi, uno dei componenti il ministero Stadion, 
« a Vienna. Egli aveva, sempre, cordialmente, aborrita V Ita- 
€ Ila ed esecrati gU Italiani. Nò dissimulava, nelle conversa^ 
« zioni pubbliche e famigliari, i suoi sentimenti. La naziona- 
€ lità Italiana, per luì, era una gofià utopia; i suoi difensori, 

< canaglia; tutti i liberali, gente da capestro. Lo spettacolo 
« delle insegne imperiali, buttate, giti, dal popolo» e, quindi, 



— 442 — 

€ bruciate, lo commosse^ a sdegno grandissimo. Ne domandò 
€ riparazione, al governo. 11 quale gliela avrebbe data, volen- 
« tieri, se non era rattenuto, non da pudore, nò da n azionai 
€ verecondia, ma dalla gran paura, che i liberali, allora, gl'in- 
« cutevano. Il principe di Schwarzenberg partì, arrabbiatissimo; 
€ e covando, in cuor suo, la vendetta. Nel salire in carrozza, 
€ disse , con piglio sdegnato : Je reviendrat di' tei à quelques 
€ mois. » — Per ritornare, rientrò nell' esercito , col grado di 
maggior-generale, conferitogli dal 1842. (Che il suo avanzamen- 
to militare non stato interrotta dal passaggio in diplomazia) 
CJombattè a Curtatone ed a Goito; fu promosso a tenentemare- 
sciallo; e prese parte alla battaglia di Custozza. Il 22 novembre, 
messo a capo della amministrazione austriaca, s'adoprò a salvare 
Tintegrità dello Impero. Moriva di gocciola, il 5 aprile 1852. Ce- 
lebri sono le parole, che gli si attribuiscono, parlando della Rus- 
sia, al cui intervento, in Ungheria, l'Austria andò debitrice della 
sua salvezza, nel 1849: Farò stupire il mondo, con la mia in~ 
gratitudine. Ciniche parole, che dipingono V uomo e ce ne mo- 
strano, in riassunto, le virtii e le colpe. 

(238) Il Viceré ora l'Arciduca Ranieri, settimo figliuolo dello 
Imperadore Leopoldo II e della Maria-Luisa di Spagna, nato 
il 3 settembre 1783. Stette nella milizia, finché, nel 1818, fu 
nominato Viceré nel Regno Lombardo -Veneto. Buon uomo , 
in fondo , ma inetto ; e , del resto , ridotto a mera comparsa , 
essendo il potere nelle mani dell'autorità militare e della can- 
celleria di Vienna. Rimase , cosi , larva di Viceré, ben tren- 
t' anni. Per gli eventi del 1848 , lasciò la vita pubblica e la 
Lombardia. Morì, nel cosiddetto Tii-olo meridionale, (idest, nel 
Trentino) dove, per lo più, si tratteneva, il 16 gennajo 1853. 
Avea sposato, nel 1820, la Elisabetta, sorella del nostro Carlo Al- 
berto. E, di questo matrimonio, gli sopravvissero cinque maschi 
e, per poco, V Adelaide, che fu moglie del nostro Vittorio Ema- 
nuele II. 

(239) Il Conte Gaetano Recchi nacque, in Ferrara, il 13 de- 
cembre 1798. Perde il padre , da fanciullo. Studiò, nel Liceo 
di Ferrara, nel Collegio di Bologna ed a Siena. A sedici anni, 
fa mandato a Roma, dalla madre, che desiderava farne un av- 
vocato. Ma egli non sentivasi inclinato per quella professione; 
ed ottenne di poter attendere, in patria, alle pix)prie faccende 
ed a riordinare il patrimonio dissestato Nel 1829 , promosse 



— 443 — 

le scuole popolari e tecniche. Nello istesso anno , rivendicò, al- 
ritalia, l'invenzione de' pozzi, cosiddetti artesiani. Nel 1831, 
venne nominato: Segretario della Giunta di Governo; e Depu- 
tato, al Congresso di Bologna. Nel 1847, consigliò, al Cardinal 
Ciacchi, di protestare, con atto notarile, contro l'occupazione di 
Ferrara , fatta dagli Austriaci. Protesta , che sorti 1' effetto ; 
giacché le truppe austriache ebbero ordine di rincittadellarsi. 
Fu, pure, chiamato, da Pio IX, a far parte della Consulta. Fu 
Ministro degl'Interni; ma rinunziò, subito dopo T enciclica del 
28 aprile 1848. Fu Presidente del Circolo Nazionale Ferrarese. 
Cessò di vivere, il 12 aprile 1856, nella casa del Conte Tancredi 
Mosti (ora, Vittorio Emanuele); e fu tumulato, al cimitero co- 
munale, nell'arco di sua famiglia. E fu l'ultimo di tal prosapia. 
Mi assicurano, che il suo testamento ne pruovi l'animo buono. 
Molti scritti pubblicò, dal 1829 al 1856. 

(240) Vincenzo di Pietro Malenchini, commerciante, e della 
Veneranda Chiellini, nacque, in Livorno, 1*8 agosto 1813. Si 
laureò in legge, a Pisa. Giovanissimo, si ascris^^e alle sette (del 
che, non voglio lodarlo); ed, avendo suscitato qualche sospetto, 
mentre era, a Roma, nel 1845, fu chiuso, per breve tempo, in 
Castelsantangelo. Emigrò , poscia , in Inghilterra, in Francia e 
nel Belgio. Nel 48, capitanando una compagnia di bersaglieri, 
mostrò bravura. Rimpatriato, fu Deputato al Parlamento to- 
scano. Il Montanelli, (Vedi la 277*^ di queste note) Ministro, 
il nominò Maggiore di un battaglione di volontari; ma, egli 
preferì recarsi in Piemonte , a combattere , da soldato sem- 
plice, nel Reggimento del Cucchiari. Compiutasi, in Toscana, 
l'occupazione austriaca, venne a Firenze. Ed, insieme con Fer- 
dinando Zannetti , respinsero al Granduca fedifrago , le croci 
di Cavalieri di S. Giuseppe, decretate loro, pe' fatti di Curta- 
tone. Da quel punto, fu promotore della Unità, sotto la dina- 
stia Sabauda ; ed organizzò il moto annessionista in Toscana. 
Tacxìio di una piccola parte, ch'egli avrebbe avuta, in Parigi, 
nel tentativo di resistenza al colpo di stato del 2 decembre : 
cosa c'entrava lui. Italiano, nelle faccenduole interno di Francia? 
Vuoisi, che , allora , traesse in salvo il retore Vittorio Hugo. 
Nel 1859, organizzato, segretamente, a sue spese, un battaglione 
di volontari, in Livorno, il condusse, il 16 aprile, negli Stati 
Sardi. Il Cavour nel volle Maggiore; e fu il primo nucleo de* 
Cacciatoli degli Appennini. Tornato, dieci giorni dopo, in To- 



— 444 — 

scana, ebbe parte, nel moto, che determinò la fuga del Grani 
duca. Ma non rimase, se non pochi di, membro del GoverncJ 
Provvisorio, impaziente di raggiungere i suoi volontari. Dopo 
Villafranca, entrò nello stato maggiore deirUlloa; poscia, in 
quello del Garibaldi. Deputato di Livorno, alla Costituente To- 
scana , propugnò r annessione; e fu, quindi, eletto Deputato 
di Livorno al Parlamento Italiano; e, poi, sempre, rieletto, 
fino al 1876. Nel 1860, s'imbarcò, il 20 maggio, a Livorno, con 
oltre mille volontari; e sbarcò a Trappito, nel golfo di Castellam- 
mare, avendo garentito, con le proprie sostanze, i vapori, al Ru- 
battino, pel caso, in cui fossero stati danneggiati o calati a picco. 
Fece tutta la campagna, fino a Maddaloni. Nel 1866, fu Colon- 
nello, ajutante di campo del Generale Nino Bixio, che accompa- 
gnò, pure, nella ingloriosa campagna, che ci fruttò Roma, nel 
1870. Fu ajutante di campo, onorario, di Vittorio Emmanuele; e, 
quando rinunziò alla deputazione, Senatore del Regno. Morì, in 
Collesalvetti, nella sua villa di Badia, il 21 febbrajo 1881. Ho 
avuto presente, nel compilar questa nota, la breve biografia del 
Malenchini, scritta da Ugo Chiellini e pubblicata, pei" incarico 
ed a spese del Municipio di Collesalvetti, Di siffatte spese, ese- 
guite da consigli comunali, co' denari de'contribuenti, ho, già, 
detto quello, che ne penso. 

(241) Pare, che questo VoUaro, capitano della 4.* comp.* L^ 
batt.* voi. non morisse, ma fosse, solo, ferito; e, che si chia- 
masse Saverio; e che sia quel Saverio Vollaro, che è stato, sino 
air ultima legislatura. Deputato di Reggio al Parlamento. Ap- 
parteneva alla Sinistra. Cara gioia! 

(242) Cesare de Laugier, conte di Bellecourt, nacque, il 5 
ottobre 1789, a Portoferrajo; mori, a Camerata, presso Fiesole, 
il 25 marzo 1871. Entrò, sedicenne, nelle truppe toscane, da 
cadetto. Uscitone per un duello, si arrolò, due anni dopo, ne' 
veliti della guardia imperiale. In ispagna, al combattimento di 
Esquirols, guadagnò la Croce di onore. Nel 1811, Luogotenente; 
due anni dopo. Capitano. Segnalossi in Russia. Fu prigioniero 
degli austriaci. 11 1 marzo 1815, fu, nello esercito del Murat , 
nominato Maggiore. L*anno rientrò in Toscana; e vi rientrò 
neir esercito, da semplice Capitano, nel 1819, facendo carriera. 
Nel 1848, ebbe il comando delle forze, spedite in Lombardia. 
A Curtatone, lottò, con cinquemila uomini e sei cannoncini, per 
sei ore, contro lo sforzo di 30000 austriaci. Costretto a riti- 



— 445 — 

rarsi, fu malconcio e corse pericolo di vita; ma ricondusse a 
Goito, gli avanzi del corpo e ne ottenne onorificenze dai Savoja 
e dai Lorenesi. Capitolata Milano, si ritrasse, co' suoi, in Toscana. 
Nella insulsa rivoluzione dell' anno seguente, tenne pel Gran- 
duca, fuggito a Gaeta, contro il Governo Provvisorio. Dichiarato 
traditore , riparò , con pochi uomini, presso Leopoldo II. Con 
lui, tornò; e no fu creato ^linistro della Guerra: ufficio, dal quale 
si dimise, nel 1851. Fu reputato buono scrittore di strategia e 
d'altre materie militari. Non so, se, anohe lui, fosse fra que' de 
Laugier, le cui pretese, per dritti ereditati, ad una parte, 
nella indennità francese di un miliardo agli emigrati, furono 
sostenute, con una arguta memoria, compilata dal Barone Giu- 
seppe Poerio, quale avvocato consulente, ma firmata, se non 
erro, dal Dalloz. 

(243J Raffaele di Carlo Poerio seniore e della Gaetana Poerio 
(Vedi la 289*^ di quoste note), fratello minore del Barone Giu- 
seppe Poerio e del Tenente-Colonnello Leopoldo (Vedi la 34* 
di queste noto) , nacque , a Catanzaro , il 29 settembre 1792. 
Dopo i fatti del 1821, dovè lasciare il Regno di Napoli ed e- 
migrare: nelle isolo Jonie , a Malta, in Francia. Prese, poi, 
servizio, in Francia, nella legione straniera; ma ricusò di se- 
guirne le sorti, quando la Francia ebbe a venderla alla Spagna. 
Riammesso, in seguito, nell'esercito francese, giunse al grado 
di Colonnello, combattendo, sempre, in Africa, e meritando, più 
volte, di esser posto all'ordine del giorno. Tornò, in Italia, nel 
1848; ebbe, dal Governo Lombardo, il comando di una brigata 
della divisione, comandaci dal Perrone (Vedi la 335* di queste 
note). Mori, da maggior-generale al ritiro, in Torino, il 19 
decembre 1853. Dalla Maria Teresa de' Nobili , nata, a Catan- 
zaro, il 1.° marzo 1801 (cognata di Luigi Vercillo, vedi la 232.* 
e 285*^ di questo noto), e che gli sopravvisse, fino al 25 aprile 
1883, ebbo parecchi figliuoli. De' quali sono, ancor, vivi: Giu- 
seppe (economo della Regia Università di Napoli ed autore, 
fra l'altre cose, d'una grammatica francese stimatissima); Gu- 
glielmo (Colonnello di Artiglieria, ora, al riposo); e la Gaetana. 

(244) Sono dolente di non aver potuto ritrovar copia di que- 
sto memorandum, per inserirlo, qui; tanto più, che, forse, la 
lettura d'esso m'avrebbe indotto a ricredermi di quanto ho detto 
nella 122.* di queste note. 

(245) Giovanni Avossa , avvocato salernitano , era stato no- 



— 446 — 

minato Ministro deirinterno, nel Gabinetto Trova (3 aprile 1848). 
La malferma salute gli tolse di accettare Tincarico; e fu surro- 
gato, da Raffaele Conforti. (Vedi la 70* di queste note). Dopo le 
catastrofi, si ricoverò a Malta; e vi stette, fino al 60. Fu, quindi, 
consiglicr di Luogotenenza, per la Grazia e Giustizia, sotto il 
Farini (Vedi 391* di queste note). E morto. Presidente di Se- 
zione, alla Cassazione napolitana, e Senatore del Regno. 

(246) Credo debba essere una lettera di Damiano Assanti, 
al fratello Cosimo; ma è questa una mera supposizione. 

(247) Ferdinando Fonseca (e propriamente Fonseca Lopes di 
Leone d' Henriquez Chavez Pimentel) di Antonio (Capitano) 
e della Emilia Cortese (cugina di Paolo, che è stato ^liuistro 
di Grazia e Giustizia, nel ministero Lamarmora) nacque, a Po- 
tenza, nell'ottobre 1822. Era fratello di suo nonno Michele quel 
Generale Fonseca, che comandò l'artiglieria repubblicana, nel 
17<,)9. (Vedine la biografia, in D'Ayala: Vite de' più celebri capitani 
e soldati napolekini^ dalla gi'/rnata di Bitonto a* di nostri). Prima 
del 1818, egli era uno degli esecutori degli ordini del Comi- 
tato, presieduto dal Bozzelli (vedi la 114* di queste note). E, 
come tale, istituì, nel 1844, in Basilicata , un sotto-Comitato , 
composto da Emanuele Viggiani , Pasquale Amodio , Diodato 
Sansone ed un tal Branca. Il duca della Verdura, Intendenti 
della Provincia, volea farlo arrestare. Ed egli ricoverò, a Rionero, 
in casa de' suoi parenti Fortunato; e. 11, scrisse la descrizione 
geologica del Vulture. Il 14 gennajo 1848, si recò a Sarno, 
da Filippo Abignento (allora. Canonico) ed a Salerno , dallo 
avvocato Ruotolo: e, li, fu discusso ed ordinato il moto del 
Cilento. Andò , col Rossaroll , in Lombardia , Tenente della 
Compagnia, onde era capitano Enrico Poerio. (Vedi la 34* 
di queste note ). Il battaglione , che era , quasi , aggiunto al 
10.^ di linea , fu passato in rivista , sul Molo , dal Re , il 15 
aprile; e, 11, ebbe luogo quel colloquio, tra il Re ed il Rossaroll, 
del «jual abbiam fatto cenno, nella 102.* di queste note. Ebbe 
una palla fredda, sul fegato, a Curtatone. Fu fatto prigioniero, 
il 29 maggio; e condotto, in quarantacinque giorni di marcia, 
fino a Theresienstadt. Riebbe la libertà, per l'armistizio Salaaco. 
Ritornato in Italia, trovò, che il Bozzelli lo aveva promosso, da 
primo ajuto all'Università, che egli era, a Professore Coadja- 
tore dello Scacchi (Mineralogia e Geologia). Dopo un anno, Fer- 
dinando Trova il destituiva , con sedici altri, fra' quali il Ga- 



— 447 — 

sparrinì, il Melloni, il Costa, il Ciccone, il Tommasi. Dava le- 
zioni di geologia applicata agringegneri: ma fu chiamato a dar 
esame di catechismo (che, allora, si pretendeva, da chiunque in- 
gnasse qualunque cosa) e non si presentò; e dovè, quindi, smet- 
tere ogni insegnamento. Avendo saputo, nel 1851, cho stava 
per uscire il mandato di arresto, per lui, chiese un passaporto, 
ad un Commissario, che gli rispose: A voi, tocca la- forca. Al- 
lora , andò, dal Marchese Giustino Fortunato, Presidente del 
Consiglio , tristo ed abjetto arnese di reazione, che era stato 
giacobino accanito, nel 1799; il quale, essendogli parente, non 
gli risparmiò gli ammonimenti triviali (come, per esempio: — 
< in politica o si riesce, ed uno è un eroe; o non si riesce, ed 
€ uno è un assassino»); — ma gli procacciò un passaporto ed 
agevolezza d'imbarco, dicendogli: — « Pensa, ora, a lavorare, 
« che i tempi vostri verranno. » — E questo è quel, che, più, 
sdegna, contr' a' sozzi strumenti della tirannide borbonica: non 
eran fanatici; erano in mala fede. Operavano il male, per trarne 
frutto , sapendo , che poco poteva durare e che era male. Il 
Fonseca, andatosene a Firenze, v'esercitò Tingegneria; vi tolse 
la Giovanna Bucellati; vi arricchì; ed è stato Deputato di Ace- 
renza, per la nona, la decima e l'undecima legislatura. Vive ed 
ha numerosa prole. In sua casa, via Santa Caterina, numero 
otto, abitava, a Firenze, ed è morto Carlo Poerio. Ho sott'occhi 
due suoi scritti: 

I. Geologia \ della \ Isola d'Ischia \ per \ Ferdinando JPon- 
seca I Deputato al Parlamento \\ Riveduta ed accresciuta di una 
nuova carta geologica \\ Firenze \ Tipografia Cavour \ \ia Ca- 
vour, oiumeì'O 56 \ 1870. 

II. Ddlle condizioni agricole \ della \ Pianosa \ e dell'ordina» 
mento \ delle colonie agricole penali in Italia \ per Fei'dinando 
Fonseca \ ex deputato e già membro del Consiglio superiore di 
agricoltura \ con una carta topografico-agricola della Pianosa 

Il Firenze \ Tip, e Ut. Carnesecchi \ Piazza d'Aì'ifio \ 1880, 

(248) Enrico Amante, Caporale della terza compagnia, che 
era, appunto, quella del Fonseca, fu ferito, nel calcagno. E 
morto, non ha guari, Senatore del Regno. 

(249) Monsignor Carlo Gazola, grande entusiasta di Pio IX, 
fu tra' preti, che piìi sbraitarono, nel 1848. Poscia, incarcerato, 
fuggì, a Genova, travestito da ufficiale francese. Ridotto in cat- 
tive acque , m' assicurano, si rifugiasse presso un Vescovo di 



— 448 — 

Mondovi. Ma non ho potuto avere nessuna notizia precisa sul 
suo conto. Mei farebbe diventar simpatico, il sapere , eh* egli 
era antipaticissimo a quel poco di buono di Mauro Macchi, il 
quale scriveva, a queir altra buona lana di Errico Cernuscbi« 
da Capolago, il 12 ottobre 1850: — «Ho visto a Genova, il 

< tuo Gazola; ma, a dirti il vero, benché in collera, con alcuni 
« altri preti, non m'è sembrato meno prete degli altri. » — Non 
ho potuto procacciarmi T opera intitolata: 21 prelato Italiano, 
Monsignor Carlo Gazola^ ed il Yicariato di Roma , sotto Papa 
Pio IX, 1849-50. (Torino, 1850, in 12.^). 

(250) Ignoro chi sia T autore di questo frammento di lette- 
ra: certamente, persona addetta al foro. La più celebre, tra 
le difese criminali del barone Giuseppe Poerio, è quella del Lon- 
gobucco, accusato di aver fatto assassinare il Sindaco del suo 
paese. 

(251) Quante stolte illusioni! Chi, poi, fossero questi Deputati di 
Napoli yMeV Si pesca. Probabilmente, alcuni di quelli, indi- 
cati, a pag. 71 del presente volume. 

(252) Par di sognare, leggendo, che un Italiano, che un sa- 
cerdote possa, così, rallegrarsi della guerra civile, possa esulta- 
re, così, deir assassinio di alcuni soldati, i quali non facevano 
se non obbedire, agli ordini del loro sovrano 1 Ma lo spirito di 
parte acceca e travia. 

(253) La Guardia d' interna sicurezza era una specie di Guar- 
dia Nazionale, molto molto anodina, istituita da Ferdinando II, 
ne* primi anni del suo Regno. 

(254) Il principe di Fondi, per cognome Sangro (non con- 
fonda il lettore, col Principe di Sangro), ò morto, poi, senatore 
del Regno d'Italia. Egli era figliuolo di quel marchese di Genza- 
no, il quale, nel 1799, essendo stato tronco il capo ad un suo 
figliuolo, convitò, a lauto pranzo, i membri della Giunta, che lo 
aveva condannato. 

(255) Il Marchese Antonio Donnorso, che abitava al palazzo 
proprio, strada Monteoliveto. 

(256) Leggasi: Paudolfelli. Pandolfetti è errore di stampa. — 

< D. Gennaro Pandolfelli era un pallon di vento. Non era. spia, 

< ma passò per tale, per la smania di agitarsi, di volersi far 
« credere potente, presso il Re, presso i Ministri. » — Così, mi 
dice uno, che l'ha conosciuto. Morì, nel 1874. Il padre era stato 
Intendente (Prefetto); e, poi,Jfu nominato Consigliere della Corte 



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dei Conti. Il zio era Direttore Generale delle contribuzioni di- 
rette. Gennaro non ebbe uffici. Lasciò un figliuolo, morto, pazzo, 
da pòco tempo; ed una figliuola, che, mi dicono, abbia sposato un 
figliuolo del fisico Luigi Palmieri. 

(257) Monsigjiop Monchini era partito, verso la fine di mag- 
gio, come Delegato Apostolico straordinario; e recava, airim- 
peratore, una lettera (onde abbiamo parlato, nella 175* di queste 
note), la quale non potè presentare , se non verso la metà di 
giugno. 

(258) Le solite scioccherie rivoluzionarie! Già: o tutto, o 
nulla! Se la stessa bestialità fosse stata ripetuta, nel 1859, e 
Vittorio Emanuele , non potendo aver tutto il Lombardo-Ve- 
neto , avesse rifiutato di mangiarsi quella magnifica foglia di 
carciofo, che è il Milanese, dove sarebbe, ora, l'unità d'Italia? 
Avrebbe egli potuto mangiarsi tutte le altre foglie del carciofo 
Italiano ? 

(259) Isella idea, che il Ferrari si faceva de' soldati Napo- 
litani ! Ma, più bello, ancora, che soldati, i quali egli stimava 
capaci di voltar casacca, per trenta jscudi a tosta, fossero, poi, 
anche, da lui, ritenuti un prezioso acquisto, per la causa Ita- 
liana! Del resto, pare, che questi mezzi, allora, non sembrassero 
irregolari e reprensibili, neppure a' migliori. (Vedi, p. e., nelle 
yarrazioni Storiche di P. S. Leopardi, e. XVII). Andrea Ferrari, 
antico soldato dell'impero, fu ferito, a Provins, nel 1814, e 
croci/isso, da Napoleone, sul campo di battaglia. Pugnò, poi, in 
Africa ed in Isp.ìgna; dove, nel 1837, succedette, nel comando 
della legione straniera, al Colonn-^llo Conrad, ucciso alla bat- 
taglia di Hu;^sca. Fu comandante delle Guardie Nazionali e de* 
Volontari Romani, nel 1848 (Vedi la 98'^ di queste note). Mo- 
riva, a Roma, nel 1849. 

{2t\0) Nicola Fabrizi, detto il Venerando Fabrizi, da' dema- 
goghi presenti, (ma che di venerando non ha, ch'io sappia, 
.se non la lunga barba) modenese, mazziniano sfegatato. Il qua- 
le, essondo ministro della Guerra di non so qual Prodittatore, 
in Sicilia, nel 1800, si promosse, da sé, Maggior-Genarale. Ora, 
percepisce la pensione del grado, cosi seriamente acquistato, e 
quella di commendatore dell'Ordino Militare diSavoja, non meno 
seriamente ac(£uistata, come capo di stato maggiore del Ga- 
ribaldi, nel 1800. Gli stipendi gli sono stati, sempre, a cuore, 
come può vedersi, dallo sue lettere, nel presente volume. K De- 

2y 



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putato al Parlamento (dove non ha fatto, mai, mostra, nò di 
eloquenza, ne di senno), pur perfidiando a repubblicaneg-giare. 
Egli aveva duo fiatelli: Paolo, nv^dico; e Luijri, che conabattè, 
valorosaniante, nel 1800, ed è, se non erro, morto, appunto, pel- 
le conseguenze di alcune ferite. 

(2()\) Il Lampo era uno de' giornali, sorti, a Napoli, dopo la 
promulgazione della costituzione. 

(i?()i?) La Maria- Antonietta, era un piroscafo commerciale, se 
non isbajrlio, «lolla Compagnia Rabattino; e, così, chiamato, in 
onore della Granduchessa di Toscana. 

(;2G3) Del Generale Michelang<lo Ruberti. (Vedi la 42.'' di 
queste note). 

(*2(U) Credo trattarsi di un casino di PietracateDa (Ceva-Gri- 
maldi) al Vomcro, dirinipotto alla Floridiana; ma, potrebbe, an- 
che, essere un (luarticre nel palazzo Pietracatella, in città. Quel, 
che ò detto, a pag. 1)5, non escluderebbe la prima interpretazio- 
ne: giacché, lì, per casino solitario, evidentemente, s'intende 
l'abitazione del Ruberti, in S. Elmo. E quel, che si liig-go, a 
pag. 281, la conf-irma. 

(205) Cioè Franf osco-Paolo Bozzelli e Francesco -Paolo Rug- 
giero (vedi le noto 114"^ e 4P). Quel nome di Francesco- 
Paolo divenne infamo e sinonimo di apostata, nel 1848, in Na- 
poli, fra' liberali. 

(2r)G) Nicola GìltH fu Ministro, dopo il 15 maggio. Ecco come 
ne parla il Massari: — «Mancava un ministro di grazia e giu- 
« stizia. Nessun magistrato di onore volle assumerne il carico. 
« Finalmente, si trovò un tal Nicola Gigli, meschinissimo pe- 
« dante e mediocrissimo legulojo, il (juale, oltre ogni dire lieto 
« di essere invitato ad ascendere a tanta ed inaspettata al- 
< tezza, accettò di ess ^r collega do' ministri del 10 maggio >. — 

(2()7j II d'Agostino, morto Generale, era stato Segretario 
particolare del Re,, che il volle, anche, membro dell'Accade 
mia delle Scienze, riprovando la nomina, fatta in Mariano d'A- 
yala. (Vedi la SIS.'"* di queste note). Dicono fosse un uomo di 
cattiva lega. La sua vedova sposò, poi, l'avvocato Gennaro 
Ciavarria: e corso voce, che il primo matrimonio potesse con- 
siderarsi come non avvenuto. 

(268) 11 Principe di S. Nicandro, per cognome Cattaneo, era 
gentiluomo di camera; e visse, mi dicono, senza infarnia e 
senza lodo. 



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(269) Francesco Palermo, nato ne' primi anni del secolo, 
morto prima dell' 80, lasciò Napoli. Datosi agli studi filologici, 
divenne bibliotei^ario della Palatina in Firenze. Fra le canto- 
nate, eh' egli ha prese, è celebre la pretesa scoperta di fram- 
menti della Comedia^ ch'egli, per fas et nefas^ sosteneva esser 
di mano di Francesco Petrarca. Una sua prima moglie , l'A- 
malia Paladini, fu, anche, letteratessa; e pubblicò imitazioni 
Italiane del Sanford and Merton nonché di alcune commediolo 
della Contessa di Genlis. Povera roba ! Il Palermo ebbe, per 
seconda moglie, la figliuola *del General Trotti. 

(270) Giusei)pe Campagna nacque , in Pedace, (come leggo, 
nell'opera di Luigi Accattatis: Le Biografie degli uomini il- 
lustri delle Cilabric) , villaggio cosentino , verso la fine del 
secolo scorso; è morto,, non so se a Parigi od in Austria, nel 
1800. Fu mediocre fabbro di versi; ma si notarono, specialmente, 
il suo Abate Gìoacchiuo, racconto in terza rima, e le tragedie: 
Ferrante ed il Bosco di Dafne. Ma si fregava col nobilume e, 
per un suo sozzo matrimonio, con la vedova dello ambasciadore 
Lebzeltern, fu scomunicato, da tutti i buoni. 

(271) Girtconio di l)Ìpgo Laoaita fu fratello uterino d^^lla mo- 
glie di Domenico Capitelli (pel quale, vedila 6P di questo no- 
te), e del dottove Alessandro Lopiccoli. (Vedine un certificato, 
nella 9*^ di questo noto). Nato, in Manduria, il 4 ottobre 1813. 
Orfano del padre, noi 1817, della madre, nel 1828, recossi, a 
Napoli, nel 1832, e si diede all' avvocheria. Frequentava, puro, 
molto, lo società, specialmente de' forestieri, bazzicando in casa 
del principe Luporano (antico amico di suo padre, la cui mo- 
glie era figliuola dol maresciallo Jourdan), di K. M. Throop 
(incaricato di affari degli Stati Uniti d'America) e di Sir Gu- 
glielmo Templi (fratello del Palmerston e ministro inglese in 
Napoli). Noi 1818, fu, 'tra' candidati conservatori, che non riusci- 
rono, ma di buona fedo. Nell'autunno del 1850, strinse ami- 
cizia col Gladstone, ohe svernava, in Napoli, per la saluto di 
una sua bambina. Nel decombre, sospettato di essere il distri- 
butore de' denari, co' quali Ferdinando II vaneggiava suscitate, 
dal Palmerston, Tinsurrezione Sicula o ragitaziono napolitana, 
fu arrestato e sottoposto a processo. Puro, ottenne, in breve, 
più per valide protezioni che per l'insussistenza del reato, la 
libortt\. Ma il Gladstono fu indotto, dalla prigionia dell'amico, a 
studiare le condizioni del paese; e, cosi, nacquero le beneficilo 



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lettere e sante, a Lord Aberdeen. Ma la pubblicazione di esse 
rese impossibile la stanza del Lacaita, in Napoli. La intercessione 
del Tempie gli ottenne, dal marchese Fortunato, un passaporto, 
nel decembre del 1851. Andò, in Inghilterra, dove incontrò. Ac- 
compagnò il Gladstone, nella missione nelle Isole Jonie. In In- 
ghilterra, pubblicò il Dante Illustrato del Vernon e prese mo- 
glie e risiedette. Fu Deputato per Bitonto, nel primo Parlanaento 
Italiano; ed, ora, è Senatore del Regno. Vive, gran parte del- 
Tanno, a Londra; per alcuni mesi, a Vicenza ed a Leucaspide 
(terra di Otranto), in certi suoi poderi. Ha un figliuolo. 

(272) Il Lefebvre, fabbricante di carta, francese naturalizzato, 
che comprò il titolo di Conte di Balzorano. Amico del Filan- 
gieri, fece, poi, nella Camera dei Pari, la mozione per gli affari 
di Sicilia. Non so trattenermi dal narrare un fatterello molto 
caratteristico, per la società napolitana. Mi ricordo di aver sen- 
tito, quando aveva undici anni, uno della più alta nobiltà napo- 
litana, narrare, a mio padre, come fosse stato in trattative di ma- 
trimonio, con una figliuola del Lefebvre; ma, che aveva preferito 
un' altra giovanotta di famiglia calabrese : — « La dote » — 
diceva lui— « era la stessa. Ma, con questa, posso buttarmi, an- 
< che, se mi piace, con tutti gli stivali, sul letto; e, con la Lefeb- 
« vre, educata alla francese, non lo avrei potuto » — Che sin- 
goiar criterio, per la scelta della moglie l 

(273) Chi fosse questo di Amato, non ho saputo trovare 
chi mei dicesse. 

(274) Il Pugnetti era Professore della facoltà giuridica, nella 
Regìa Università di Napoli. Fu destituito, da' ministri del Ga- 
ribaldi , in omaggio alla pubblica opinione : formola comoda , 
per mascherar lo arbitrio! Nò T arbitrio, per esser giusto in 
alcun singolo caso, cessa, mai, di esser cosa iniqua. Succeduta, 
poi, la luogotenenza, importunava, continuamente, mio padre, 
perchè il reintegrasse in ufficio. E mio padre, che nulla poteva 
per lui, a dargli dell' erba trastulla. Finché, un giorno, al Pu- 
gnetti, scappò detto: — « Vorrei sapere, chi avrà il coraggio 
<t di salire, su quella cattedra, eh' è stata occupata, per qua- 
« rant'anni, da Gherardo Pugnetti! » — Gherardo o Gaudenzio, 
che non ricordo bene il suo nome; ned è di que* nomi, che im- 
porta il conoscere. E mio padre: — « Senta I se. in quarant'anni, 
« Ella non è stato in grado di faro uno scolare, che sia capace 



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4 di succederle, è giustificato, pienamente, il decreto, che lo ha 
« rimosso ». — L' amico tacque; e, da quel giorno, levò V as- 
sedio. 

(275) Per Antonio Scialoja, vedi la 66* di queste note. 

(276) Gabriele Capuano, di Giulio Cesare e della Angiola 
Bordini, nacque, in Napoli, il 28 ottobre 1817: ed è vivo e 
sano. Alla sua famiglia, già, scritta al sedile di Portauova, 
apparteneva quel Gianluigi Capuano, che, nel 1547, perde la 
vita, per essersi opposto alla introduzione della inquisizione 
spagnuola a Napoli. Fu tra* discepoli prediletti del marchese 
Basilio Puoti. Nelle prime elezioni per provinole , del 1848 , 
entrò in ballottaggio, ma non risultò. Nelle seconde, per di- 
stretto, fu deputato di Casoria. Nel marzo 1851, fu imprigio- 
nato; ma per pochi giorni. Nel settembre 1860, fu del Decurio- 
nato di Napoli, nominato dal Garibaldi in luogo del precedente 
disciolto; ed i colleghi lo elessero segretario. Nel novembre, il 
Luogotenente del Re Farini il volle de* ventiquattro della Con- 
sulta Generale. Il 19 febbrajo 1861, fu nomhiato Giudice della 
Gran Corte Criminale di Napoli, destinato a servire nella Gran 
Corte Civile. Nel riordinamento della migistratura, con decreto de* 
6 aprile 1862, fu Consigliere della Corte di Appello di Napoli; 
dal 1876 al 1878 presidente della sezione di accusa; e, dal no- 
vembre di queir anno , è Consigliere di Cassazione in Napoli. 

(277) Giuseppe Montanelli, nato, nel 1813, in Fucecchio,si lau- 
reò, a diciotto anni, in Pisa. Visse, quindi, a Firenze, occupandosi 
di lettere ed esercitando l'avvocatura. Nel 1836, pubblicava 
un volume di mediocri liriche. Nel 1840, andò professore di Di- 
ritto Patrio e commerciale, nello Ateneo di Pisa, dove visse, in 
istretta relazione, con la Luisa Parrà. Andò, in Lombardia, col 
battaglione universitario pisano. Ferito ai braccio, a Curtatona, 
passò per morto. Ma egli era tratto prigioniero, in Austria; e fu 
liberato dair armistizio Salasco. Si attuffò, quindi , nella ba- 
raonda rivoluziofiaria; e, con le sue intemperanze, con la sua 
dissennatezza, con la sua incapacità amministrativa, fu non ul- 
tima causa de* mali della Toscana. Dimorò, poi, esule, in Parigi 
dove fò gemere i torchi, per certe Memorie^ che dovrebbero essere 
Tapologia sua; e per un poema polimetro, drammatico e fan* 
tastico, in nove canti, intitolato la Tentazione^ indigaito pol- 
pettone. Vi scrisse, pure, per TAdelaide Ristori, più mima che at> 
trice,una Camma; e tradusse la mediocre Medea del Legouvé. HUt 



— 454 — 

1859, rimpatriato e Deputato alla Costituente Toscana, perfidiai! 
do in un ridicolo repubblicaneggiare federalista, si oppose al- 
l' annessione della^ Toscana agli Stati Sardi; e non assistè alla 
seduta del 20 agosto, che la deliberava. Si mise a fare dell'agi- 
tazione, nelle Società Democratiche: il che non gli tolse di accet- 
tare la cattedra, che gli veniva offerta, a Pisa. Mori, in Fucecchio, 
il 17 giugno 1862. Vedi l'opuscolo intitolato: A//a caramemoria \ 
di I GiuseppeMontanelU\\ Livorno \ Tipor/rafiaMinerva \ iS62. 
Il Montanelli e la Parrà, il Montanelli per via della Parrà, furono 
amicissimi del Poerio; anzi la Parrà era stata, forse, più che ami- 
cissima, di Alessandro, a Parigi, storie vecchie! Se si potessero 
ritrovare le lettere^'del Poerio a loro, la pubblicazione di esse, 
con quelle, da loro scritte, al Poerio,|formerebbe un importante vo- 
lume. Il figliuolo della Parrà, morto a Curtatone, chiamavasi 
Pietro. Ecco , come un certo Aristide Provenzal , con triviale 
rettorica, descrive questo fatte, in un elogio funebre, letto, nel- 
r esequie, celebrate, in Livorno, al Montanelli, nel 21 giugno 
1862, nella loggia massonica Unione. — « Nella giornata di 

< Curtatone, memoranda per gloria e martirio, ne* fasti toscani 

< ed italici, è noto, come egli combattesse, vaiolosamente, in- 
« coraggiando, colla parola e con T esempio, i prodi, che lo at- 

< torniavano, tra i quali emulava V intrepidità di lui, il gio- 
« vane Pietro Parrà, il prediletto dei suoi discepoli, il figlio 

< del cuore ; e il maestro gli facea più alto scudo del pre- 
ce prio corpo , quando più fitto si faceva il grandinar delle 

< palle, rinnovando l'esempio di Socrate proteggente Alcibiade 
« a Delio. Ritiravasi uno scarso drappello di quegli eroi, alla 

< pericolosissima, anzi disperata posizione, detta del Mulino: 
« ad un tratto, il Parrà, che era, sempre, al fianco del Mon- 
« tanelli, cade, rotta la fronte, da un colpo di fucile; si prostra 
« a sollevarlo il Montanelli, ne abbraccia il cadavere, quando 

< un altro colpo atterra lui stesso, aprendogli larga ferita, 

< ove il braccio si congiunge alla spalla. Vuol continuare a com- 
« battere; ma gli si velano gli occhi. Non potendo vendicare il 
« suo diletto , gode,^che, almeno, a lui lo ricongiunga la morte, 

< ed esclama a coloro, che erano accorsi ad assisterlo : SentOy 
« che, per me^ è finita; mi farete testimonianza^ cKio non cad- 
€ di, fuggendo il nemico, ma soccorrendo ramico,. E, a Malen- 
€ chini, che lo sorreggeva, ripetè, venendo meno: Cencio mio f„m 
a non è vero ?,.,» Attesta tu, che la mia ferita é onorata^ ch'io 



— 455 — 

« nmt lo fuggia^ il '^lemko. Qual fiamma trememla era neces- 
« saria, a dar tanta vigoria, cui la natura era stata sì avara di 
< potenza corporea! » — 

(278) Giuseppe Mondolfo, israelita, è morto, da lungo tempo. 
Ebbe un fratello, a nome Davide. Lasciò una fi;?liuola, Nina, che 
mi si dice, brillasse, nella società israelitica, a Torino e Vicenza. 
Ella morì giovane; era moglie di Giacomo Levi (della ditta Ja- 
cob Levi e figli), ch'è vivo e verde e, sebben fresco in età, nonno i 
da parecchio. Non altro ho potuto sapere sul suo conto, sebbene 
mi rivolgessi, a'suoi congiunti; uno dei quali mi ha scritto: — « lo 
« non conobbi Giuseppe Mondolfo, per'chè m'imparentai, con la 
« sua famiglia, quand'egli era, già, all'altro mondo. So, che fu 
« uomo dì onestà vera e di credito personale inattaccato e inat- 
« taccabile. So, che era caritatevole e filantropo, verso tutti, senza 
(( distinzione di partito, nazionalità o religione. Ma nulla cono- 
« 8C0 di saliente, da meritare un posto in una biografìa. » — ■ 

(279) Carlo Poerio era stato, in Trieste, nel 1821, seguendo la 
famiglia ed il padre, mandato, dal Governo Napolitano, a domi- 
cilio coatto, in Austria. Dopo breve soggiorno a Trieste, il Poerio 
fu relegato, insieme con Pasquale Borrelli, a Gratz, in Istiria. 
Questo sì, che il Governo Austriaco, se consentiva a far da car- 
ceriere, per conto del Governo Napolitano, pretendeva, però, che 
questo passasse, a' relegati [Giuseppe Poerio, Pasquale Borrelli, 
(magistrati), Pietro Colletta, Luigi Arcovito, Gabriele Pedrinelli, 
(Tenenti Generali), Gabriele Pepe, (Colonnello)] gli stipendi, a' 
quali avevan dritto. Il che rincrescendo a Ferdinando I, con* 
sentì , che que' relegati fossero lasciati liberi di tramutarsi , 
dove piti loro piacesse. Così, il Pepe, il Colletta, il Borrelli, TAr- 
coYito ed il Poerio andarono in Toscana; il Pedrinelli, ad impian- 
tar non so che fabbrica, in Monaco di Baviera. 

(280) La famiglia Imbriani si componeva, allora: Del capo. Pao- 
lo Emilio (vedi la 29^ di queste note). Della moglie Carlotta Poe- 
rio (vedi la 26* di queste note). De' figliuoli: Giuseppe-Caterino 
(nato in Napoli l'il marzo 1839, morto, celibe, in Pomìgliano 
d'Arco, il 20 maggio 1868); Vittorio (che detta queste note); Nina 
ossia Caterina (nata, in Napoli, il 6 giugno 1842, morta, celibe, in 
Pomigliano d'Arco, il 2 ottobre 1860); Matteo (nato, in Napoli, il 
28 novembre 1843, vivente); Giulio-Cesare (nato, in Pozzuoli, il 15 
febbrajo 1846, morto, in Napoli, il 15 febbrajo 1849); e Giorgio 
(pel quale vedi la 30*^ di queste note). E, finalmente, della Rosa 



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Imbrigli, sorella di Paolo Emilio, nata, in Napoli, il 10 giugno 
1807, vivente. Il casino, di cui, qui, si parla, era ed è, in Pomìglia- 
no d'Arco. 

(281) Vedi la 204* di queste note. 

(282) Pe' fatti di Padova, vedi la Cronaca^ che si contiene, nel 
volume di Epigrafi e prose di Carlo Leoni (Firenze, 1879), ci- 
tato, nella 155.* di queste note. Ben inteso , che non è da cre- 
dersi al Leoni, se non con molta prudenza. 

(283) Ricordo di aver conosciuto questo Oliva (se non isba- 
glio, si chiamava Lorenzo), che viveva, emigrato, a Torino, con 
la moglie ed una figliuola. Vecchio capitano, proveniente dallo 
esercito murattino, apparteneva al decimo di linea, che mani- 
festò sensi Italiani e fu imbarcato, sulla corvetta il Palinuro, 
e sbarcato a Livorno. Fu promosso a maggiore, nel 1848, a 
Venezia, dal Pepe. Non aveva nulla di comune e nessuna pa- 
rentela, con quel Domenico-Simeone Oliva, scombiccherator- 
di pessimi versi, che fu padre della scombiccheratrice di pes- 
simi versi, Laura-Beatrice (moglie di Pasquale-Stanislao Mane 
Cini) e di quel Cesare, soprannominato, neir emigrazione, spi^ 
lapippe , ma che , pure , abbiamo visto , nel Regno d* Italia , 
Procuratore Generale, (morto, come tale, a Milano, nel 1883.) 
Vo* ricordare Domenico-Simeone Oliva, perchè Mariano D' A- 
yala, ne' Cenni, che ha scritti, intorno alla Yita di Alessandro 
Poerio, dice: — « Studiò il latino, sotto Domenico-Simeone 0- 
« Uva, non oscuro letterato, nobilissimo cittadino e. padre egre- 
« gio della Laura -Beatrice. » — Di queste tre lodi, impugno 
le due prime. L'Oliva era un povero diavolo di poetonzolo, che 
scribacchiava, in latino ed in Italiano; e soleva mandare i suoi 
versi, (quando a stampa, quando copiati, con bella calligrafìa, 
dalla figliuola), a coloro, privati o principi, da' quali si augurava 
una mancia. Giuseppe Poerio riceveva, spesso, di queste stoccate. 
Come, poi, rOliva fosse adulatore de' principi, può vedersi, nel 
poema, il Natale del Messia, (Napoli, 1816); dove, cosi, si rivolge, 
a quel mostro del Re Nasone: 

E tu, che imperi al bel Sebeto, e mostri 
Volti a quel trono i passi e '1 tuo disio, 
E, grave ancor de' regi velli ed ostri, 
11 pie non senti a' voti tuoi restio; 
Tu, ch'invochi la pace a' giorni nostri. 



— 457 — 

Pace del Ciel, quella, che dà sol Dio; 
Mi ascolta. Io ti dirò, dopo aspra guerra, 
Com^ella scese ad albergare in terra. 
De' pacifici Regni, ov'ella è duce, 
Mentre un nume, per me, Talme innammora, 
Se a quegli, ancor, l'esemplo tuo conduce. 
Canto di Te, pio Ferdinando, ancora. 
Albeggia, omai, presso al tuo mar, la luce. 
Che '1 mio giorno immortai da prima indora, 
E se splendon gli augùri, e s'io di tanto 
Favor son degno, a che *ndugiar più il canto ? 

Né meno smaccate sono le sue adulazioni latine ed Italiane, 
pel nascimento del Principe Ereditario, che fu, poi, per sì breve 
tempo, Francesco IL Vedi l'opuscolo: Pel fausto nascimento \ 
di S, A. R. I // Principe Ereditario delle Due Sicilie, \ Prima 
Prole delle Loro Maestà \ Ferdinando IL \e\ Maria Cristina \ 
di Savofa | Nostri amabilissimi Sovrani, \ Carme Italiano e La" 
tino, ed Inno Pindarico \ di Do^nenico Simeone Oliva. \\ Napoli^ 
I Dal Gabinetto Bibliografico e Tipografico: \ A' 16 Gennajo, 
1836. In questi cattivi esametri e pessimi endecasillabi, in 
questi ottonari, che di pindarico non han proprio nulla, si ri- 
vela il potente, che stende la mano, con l'opuscolo, per ri trarla 
a sé, con la mancia. 

Io sorrisi alla gioja, infra '1 dolore 
D'orrenda infermità, dopo il quint'anno: 
E, se qui non abbonda altro, che '1 core, 
Sien larghi a perdoniar quanti ciò sanno. 

Ricorda, con compiacenza, d'aver cantata la nascita di Fer- 
dinando II (cara gioja!): 

Ergo age, Fernando quae vovi ego munera nato, 

Christina pariente sua, bona Musa, feramus. 

Su dunque, o Musa mia, rechiam l'omaggio. 

Che al natal di Fernando io, già, sacrai. 
Or che la sua Cristina un fior dischiude. 

Io comprendo e scuso le colascionate, che la malestiada fa'» 



— 458 — 

mes detta a*poetastri (i quali, però, veramente, potrebbero met- 
tersi a fare un onorato mestiere, invece di perseverare in quella 
via senza scopo); ma non comprendo e non iscuso, che, dopo 
aver uno fatta ogni viltà e cortigianeria, per mance, o per ciondo- 
li, se ne lodi T animo alto e patriotìco. Come ognuno scor- 
ge, fral suocero Domenico-Simeone ed il genero Pasquale Sta- 
nislao, e* era simpatia: poiché entrambi scribacchiavano cat- 
tivi versi adulatori. E nota, ch'io ebbi il piacere di ristampar, 
anni or sono , con illustrazioni , Tede del Mancini, per le nozze 
di Ferdinando ^I con la Maria-Teresa d'Austria. 

(284) D. Gregorio Ferrari, fratello di Salvatore ed Antonio 
Ferrari. (Vedi la 234.* di queste note). 

(285) La Isabella de Nobili , moglie del Barone Luigi Ver- 
cillo; sorella maggiore della Maria-Teresa de Nobili, moglie di 
Raffaele Poerio. L'Isabella è morta, in Napoli, nel 1875. (Vedi 
la 232.* di queste note). 

(286) Matteo Vercillo, ora, barone di San- Vincenzo, figliuolo 
di Luigi e della Isabella de Nobili. É stato capo di riparti- 
mento al Ministero dell'Interno, dal 1860, fino a che durò, in 
Napoli, lo stralcio di quel Ministero, (fine del 1866 o principio 
del 1867). Non avendo voluto recarsi alla capitale, rinunziava 
al posto. Aveva ed ha, per moglie, la Lauretta Arena, figliuola d*un 
cav. Arena. Ora, vive in San Fili, in Calabria Citeriore, con tutta 
la famiglia; ed, ivi, attende alle cure domestiche. 

(287) La Rachele e l'Amalia Vercillo, eran due figliuole di 
Luigi e della Isabella de Nobili. Sono entrambe vive e nubili e 
domiciliate in Napoli. 

(288) Deve leggersi de Riso e non già Riso. Emanuele De 
Riso, del Marchese Girolamo De Riso, ebbe parte nel 15 mag- 
gio 1848, come mi scrivono di Calabria. Fu, poi, arrestato, 
molti mesi, per misura di polizia; e, quindi, da Napoli, con- 
finato, in Catanzaro. Ora, è morto. 

(289) La Gaetana Poerio , de' baroni di Belcastro , moglie di 
Carlo Poerio seniore, al quale spose numerosa figliolanza. Loro 
figliuolo primogenito era stato Giuseppe Poerio, che fu fatto 
Barone, da Re Gioacchino. Ecco, perchè, egli e, poi, succes- 
sivamente, i suoi due figliuoli, Alessandro e Carlo, hanno por- 
tato il titolo di Barone, che Carlo Poerio seniore, mai, non ebbe; 
e che si è estinto in Carlo iuniore. Diamo la iscrizione, posta 
a Carlo seniore ed alla Gaetana Poerio, nella chiesa del SS. Ro- 



. — 459 — 

sario, in Catanzaro, sul pilastro a sinistra, fra l'altare del Sal- 
vatore e quello di Santa Rosa. Ne curò la collocazione la Ca- 
rolina Poerio-Sossisergio, andata, in Calabria, nel maggio 1829, 
come Vicaria generale del marito esule. E ci volle il bello ed il 
buono, per ottener, dal ministro Intenti, la licenza di appor- 
vela, non volendo l'intendente Di Liguori permettere, che si 
mentovassero, in essa, i nomi de' due figliuoli Leopoldo e Raf- 
faele, banditi dal Regno: 

D. o. M. 

CAROLO ET GAETANAE POERIO PATRICIIS CATACIENSIBUS 

EX BARONIBUS CHIONIEl 

QUI AVITUM GENERIS DECUS 

OMNIUM VIRTUTUM LAUDE CUMULARUNT 

IN PRIMIS OB STRENUAM OPERAM 

IN EDUCANDA AD GLORIAM SOBOLE 

FELICITER NOVATAM 

lOSEPH, LEOPOLDUS, RAPHAEL, MARIA ANTONIA POERIO 

FILII AMANTISSIMI 

NE AB IPSORUM ANI>nS PATERNA BENEFiaA 

EXCIDISSE VIDERENTUR 

PARENTIBUS OPTIMIS AC PROVIDENTISSIMIS 

LAPIDEM MUTUI AMORIS TESTES 

UNANINES P. P. 

ANNO M.D.CCC.XXI. 

Quanto, poi, alla Nina Imbriani, vedi la 280.^ di queste note. 

(290) 11 Conte Giuseppe Catterìnetti-Franco, vive, ancora, nella 
sua patria Verona; e sta, per lo più, in villa, a Cologne. 11 Cat- 
terinetti era,. nel 1847, a Roma, da parecchi anni], facendo il 
paesista; e, lì, conobbe il Poerio, per mezzo della Contessa Goz- 
zadiui. (Vedi la 25.*^ di queste note). Capitano della Guardia 
Nazionale, parti col General Ferrari. (Vedi la 259.^ di queste 
note). Dopo il fiasco di quel corpo , si trovava a Chioggia. 
Copio un brano di una lettera, ch'egli ebbe la cortesia di scri- 
vermi, due anni fa: — < Io mi strinsi, tosto, in amicizia, col 
« Poerio; ed egli mi aprì tutto il suo animo, massime una not- 
€ te, nel Colosseo; ed, ivi, mi recitò, declamando, delle sue beile 
« poesie liberali e una parte de^ Sepolcri del Foscolo. Mi era, 
e quasi, dalla Gozzadini affidato , perchò non solo miope, ma. 



— 460 — 

« anche, nervoso e bisognevole di un amico, che lo guardasse e 
€ ne avesse ogni cura, lo, di tutto cuore, mi prestai, in que*po- 
« chi giorni, por lui; Tamai, religiosamente, per le sue doti di 
« cuore, di niente e pel gran patriotismo Poi, partii, per 

< la guerra, col Ferrari. A Napoli, nacque ciò, che nacque. £ 

< il Poerio seguì il General Pepe, a Bologna; e , poi , passò il 
« Po; e fu a Venezia. Quando io seppi di lui, ero, appunto, a 

< Ghioggia; e, da me desideratissimo, gli scrissi la lettera, che 

€ Ella pubblica Egli, poveretto, cercò di tutto per veder- 

€ mi; e venne, su un vaporetto, da Venezia, per abbracciarmi, 
a al forte delle Quattro-Fontane, eh* io comandavo , mentre il 
«Maggior Mezzacapo > — (Vedi la 108* di queste note) — 
« comandava il forte di Brondolo. Oh! su quella piattaforma* 

< in sul tramonto, al cospetto del mare, quanta luce 8*ìrrag- 

< giava dalla sua fronte ! Come si espandeva il suo cuore, ad- 
« doloratissimo, per le cose di Napoli! E quanto io, mai, Pap- 

< prezzavo, perchè il suo dolore lo consentivo io pure , come 
« Italiano e come patriota. Purtroppo, fu l'ultima volta, ch'io 

< lo vidi Finisco col dirle, che non posseggo di luì let- 

« tera veruna. » — Il Catterinetti, eletto Capitano della Guardia 
Nazionale, passò nella linea col Ferrari. (Vedi la 259^ di que- 
ste note). Dopo un affare, che ebbe a Brondolo, ai posti avan- 
zati, fu nominato Comandante un Battaglione, a Lido. Richia- 
mate le truppe romane, che eran nel Veneto, a Roma, da quella 
repubblica, egli fu nominato Maggiore alla battaglia di Velie- 
tri, dove il Garibaldi avrebbe meritato la fucilazione, per la 
sua indisciplina ed insubordinazione, se il codardo Re Bomba 
non avesse, fuggendo, dopo il vantaggio de' suoi , che trascinò 
seco, mutato lo scacco de' repubblicani in trionfo. 11 Catterlnetti 
fu, poi, nello Stato Maggiore del Garibaldi; e, con lui, sul Giani- 
colo,a S. Pancrazio, a S. Calisto, fino il di, che Roma fu dichiarata 
indifendibile. Co'beni sequestrati, a Verona, dal Radetzkj, stette, 
a Roma, nascosto, tre mesi; poi, rimpatriò. Visse prudente; ma, 
a Milano, nel 1852, fu arrestato, quale compromesso politico; 
tradotto a Venezia, nella prigione di S. Severo; e, dopo alcuni 
mesi, messo in libertà senza processo. Si occupò di pittura e 
di belle lettere, fino al 59, quando si recò, a Torino, per en- 
trare neir esercito sardo. Non gli si volle concedere se non 
il grado di sotto-tenente; ed egli, per patriotismo, pur di com- 
battere, pur di servire l'Italia, accettò, ricominciando la carriera, 



— 461 — 

a quarantacinque anni. Stette tredici anni, nell'esercito Italiano; 
combattè, a Custoza, nel 1866, nella Brigata Re; fu tre anni, ca- 
pitano, in Sicilia, Brigata Regina; poi, Ajutante Maggiore, Di- 
stretto di Foggia; poi, al distretto di Venezia; ora è pensionato. 
Citeremo di lui gli scritti seguenti: 

I Scritti Ariisiiri (Roma, 1845, iu 16.° di pagg. 84; delle quali 
le ultime tre bianche). 

II. U Italia nel 1700, Ca;-me (Verona, 1874, in 8.°, di pagg. 32; 
delle quali, le ultime tre bianche). 

III. Luce e Omlre, Sfoghi poetici. (Verona, 1874, in I6.° di pagg. 
60; di cui lo ultime due bianche). 

IV. U età presente, riflessioni sopra la scienza moderna e la Arti, 
(Verona, 1880, in 16.°, di pagg. 152; di cui Tultima bianca). 
Ha pubblicato, inoltre: Versi di un Veneto^ E?nma, Roman- 
zo; il Solitario, Romanzo. Scritture, che non ho viste. 

(291) Questo Tenente Sabbatini si trovava nel 2.° reggimento 
di fanterìa leggiera col Catterinntti-Franco. Il quale me ne 
scrivo : — « Kra Romagnolo e, molto, esaltato. Non deve aver 
« fatta carriera. Non so, se sia morto nella difesa di Roma; par- 
« mi, che no. Anzi, essendo di qualche setta, sembrami-, che un 
« Sabbatini sia nominato, nel furto Parodi di Genova. Forse, 
<( sarà lui; ma non conobbi il processo; si voleva, che il furto 
« figurasse, come fritto per politica. Non seppi più nulla del sud- 
« detto, perchè non l'ebbi, mai, in veruna considerazione. » — 
Queste informazioni concordano, con quelle, che ho raccolte, al- 
tronde. 

(292) Con questa lettera, doveva essere accompagnato un prò 
memoria del General Ferrari, con chi sa quali stravaganti pro- 
poste. A ricevere la scheggia di artiglieria austriaca, ci andò, 
bene, il Poerio; ma (e sia, qui, detto, senza alcuna intenzione di 
biasimo) il Tommaseo, no. 

(293) Gaetano Giardini fu Deputato, pel distretto dell'Aquila, 
insieme con Luigi Dragonetti e Giuseppe Pica. Mori , se non 
erro, in emigrazione, a Genova; dove, se non isbaglio, abitava, 
in via Portoria, poco lontano dal sasso di Balilla. Il Massari, 
passando in ra!«.segna gli oratori del Parlamento Napolitano , 
scriveva : — « Carlo Trova, Domenico Capitelli, Gaetano Giar- 
« dini non avrebbero temuto il confronto di nessuno; ma non 
<i ebbero, mai, occasione di salirò alla ringhiera >. — 

(294) Ottavio Tupputi fu Deputato, pel Distretto di Barletta, 



— 402 — 

insieme con Saverio Baldacchini , Michele de Paci , Leopoldo 
Tarantini e Giuseppe Ugente. È morto, Senatore del Regno e 
Luogotenente Generale, Comandante (parmi) la Guardia Nazio- 
nale di Napoli. Mio padre ne lesse T orazion funebre. Veggasi, 
nel Colletta, libro X, il racconto della sua condanna a morte e 
della grazia, nel 1822. 

(295) Tommaseo Ortale era nato, in Rogliano , il 2 giugno 
1802, di Stefano e della Fiorita (Afrodite ?j Arcuri. S* addisse 
air dvvocheria , in Cosenza ; e difese , officiosamente , i fratelli 
Bandiera, innanzi alla Corte Marziale, nel 1844. Fu Sindaco di 
Cosenza, dal 1842 al 1847. Nella prima elezione del 1848, fu elet- 
to Deputato ; e prese parte alla riunione, in Monteoliveto. Il 
Bozzelli gli offrì il posto d' Litendente, la dimane del 15 maggio; 
ma egli rifiutò. Rieletto Deputato, pel distretto di Cosenza , non 
si presentò. Riparò, poi, in Toscana. E venne condannato, in con- 
tumacia, a morte, nel 1852, come complice della insurrezione 
Calabra, alla quale si era opposto, con tutto l'animo. La moglie, 
Rosina Fagli usi, di poveri e oscuri genitori, lo aveva raggiunto 
neiresilio. (E, poi, passata, in seconde nozze, col Procurator del 
Re, Giuseppe Sarda; ed è, ancor, viva, e domiciliata in Napoli). 
Gravemente infermo, si tramutò a Genova, dove moriva, dopo 
un mese, il 31 luglio 1854. Ebbe altri fratelli: Giuseppe, mag- 
giore; e Pietro e Luigi, minori. Pietro vive, tuttora, in Marzi. 
Ebbe, anche, due sorelle, la Saveria e la Teodora. Non lasciò 
figliuoli; ma chiamò erede suo nipote, Stefano Ortale. 

(296) Domenico Giannattasio nacque, in Salerno, il 15 gen- 
najo 1798; è morto, in Napoli, V lì novembre 1809. Era stato 
valentissimo avvocato del foro salernitano, dove divise il pri- 
mato con Giovanni Avossa (Vedi la 245* di queste noto). Fu 
Deputato, nel 1848-49, pel distretto di Salerno. Emigrò, in Fran- 
cia ed altrove. Fu, dopo il 1860, presidente della Gran Corte 
Criminale di Salerno e , quindi , Consigliere di Cassazione , in 
Napoli. — « La provvidenza » — disse di lui Francescantonio 
Casella — « aveagli concesso, con raro esempio, che, già vec- 
ce chio, si vedesse a lato la vecchissima madre; e quasi, la lunga 
« ed amorosa consuetudine lo sospingesse a seguirla in un mondo 
« migliore, appena ebbe la sventura di perderla, non fu, più, 
« quel desso; ed apparvero i primi segni della sua decadenza. »— 
Vedi In morte \ di \ Domenico Giannatta-^io \ Consigliere della 
Coìste di Cassazione di Napoli \\ Discor^si ire \ letti' sul feretro 



— 463 — 

I con I un iscrizione \ pel suo sepolcro \\ Napoli \ Tipografia de 
gli accattoncelli \ 1870, Ecco la magra, stecchita, allampanata 
iscrizione, che ha per autore Pirro-Giovanni De Luca: 

A Domenico Giannattasio 

Salernitano 

nell' Avvocatura 

ne' Magistrati 

nell' amor del sapere 

della libertà 

dell' Italia 

de' suoi 

ammirabile 

che l' undici nov. 18G9 

QUI 

RAGGIUNSE LA MADRE 

POCO INNANZI SEPOLTA. 

Però, debbo dire , che non fu, ugualmente, ammirabile, nello 
amor di Dante! Giacché, essendo io stato, con altri, in deputa- 
zione, da lui, per invitarlo a contribuire, pel monumento a Dante 
in Napoli, come capì, che gli chiedevam denari, in modo più 
sollecito che cortese, ci congedò, anzi ci mise alla porta, bor- 
bottando: — « Farò quel, che farà 1* Avossa! Farò quel, che farà 
« r Avossa. » — Ma T Avossa avea sottoscritto; e lui, sebbene 
ci sfiatassimo a ripeterglielo, non ci dio né quattrini né firma. 

(297) Del Generale Ferdinando Lanza si è detto qualche 
cosa, nella 56* delle presenti note. Non godeva fama altissima. 
Comandava l'esercito, a Palermo, quando il Letizia (Vedi la 229* 
di queste note) capitolò. E , certo , un militare di coraggio e 
di onore non avrebbe, allora, capitolato; poteva e doveva bat- 
tersi e vincere. Vivono, ancora, suoi figliuoli; e si buccina, che 
abbiano in mano curiosi documenti. 

(298) Il Brigadiere Busacca fu richiamato, al servizio milita- 
re, nello aprile 1848; e nominato Comandante del 4.° e 5.° Reg- 
gimento di linea (che stabilivano i loro depositi a Castellammare). 
Dalla Basilicata, entrò nella Calabria Citeriore, tendendo a con- 
giungersi, con Ferdinando Nunziante, eh' era sbarcato, al Pizzo. 

(299) Si tratta del Generale Ferdinando Nunziante, uno de' 
figliuoli del Marchese Vito Nunziante, beli' uomo della perso- 



— 4G4 — 

na, cbo sposò la figliuola del Conte Gaetaai. Fratello consaagni- 
neo del troppo celebre Alessandro Nunziante, Duca di Mignano, 
pel quale vedi la 369'^ di queste note. Ferdinando era dA primo 
letto; Alessandro, del secondo. 

(300) Giacomo Lougo nacque, a Napoli, il 9 giugno 1818, dal 
messinese Letterio (terzogenito del Barone Giacomo Longo della 
Corte) dalla casertana Carolina Diaz (che, suo padre, allora, 
tenente di vascello della marina siciliana, avea sposato, in Pa- 
lermo, nel 1810.) Per iscriver questa nota, sul suo conto, m'av- 
valgo d'un opuscolo (intitolato Giacomo Longo \ Cenn» Biogra- 
fici I per I Giovanni Pisani \\ Messina \ Dalla tipografìa Ribe- 
ra I 1865 ;) pubblicato , all' insaputa del Longo , in occasione 
delle elezioni generali del 1865, da' suoi fautori di Messina. 
Il Pisani, che ne fu autore, era stato ajutante di campo del 
Longo ; condannato a morte , col fratello Carlo Pisani (ora , 
sottoprefetto di Alcamo) passò undici anni nelle galere di Pre- 
cida ed Ischia; ed è morto, il 27 Aprile 1882, consigliere di 
prefettura al ritiro. L'opuscolo, però, formicola di esagerazioni 
e di errori: ma ne ho sott' occhi, per la gentilezza del Longo, 
un esemplare, da lui postillato. E le postille, delle quali ripi^- 
durrò parecchie, fanno amare ed apprezzar l' uomo. Dunque , 
Giacomo Longo, dal novembre 1829 all'ottobre 1836, studiò, 
nella Nunziatolla. Servì, prima, da soldato, pei, da ufficiale, 
noli' ottavo di linea. Dal 37 al 47, appartenne all' artiglieria : 
— « secondo il diritto, che gli competeva, per gli studi fatti e 
« per lo esame di concorso, con impareggiabile successo soste^ 
« nuto, nel medesimo collegio, appena finiti gli studi » — scri- 
veva il Pisani. Ma il Longo avverte: Fra il di corso y io fui 
classificato, soltanto, il sesto; Carlo Mezsacapo (ora, generale co- 
mandante VYIIl corpo) ebbe il secondo posto; Orsini (ora, al 
ritirò) il settimo; Pianell [ora, comandante il III corpo) il de- 
cimo. Nel 47, venne arrestato, come cospiratore, in Palermo. 
(Vedi, quanto, in seguito, si dirà, nella 37P di queste note). 
Scoppiata, colà, la rivoluzione, quando ebbe luogo la ritirata 
da' Quattro Yenti, la notte dal 29 al 30 gennajo 1848, il Longo 
e Vincenzo Orsini, tratti fuori dal carcere della Quinta Casa, 
riuscirono a fuggire, trovandosi in arresto, nel campo, non senza 
gravi pericoli. Il Longo s'unisce agl'insorti; prende parte al- 
l'espugnazione di Castellammare; è richiesto nella città di suo 
padre da una deputazione, della quale faceva parte il barone 



— 405 — 

Natoli, suo cugino (che, poi, è stato ministro, nel Regno d'Ita- 
lia). Il Comitato Generale di Palermo vel manda. Ed egli 
sbarca a Milazzo, dove il forte capitola, in mano sua; e dirige 
le operazioni contro la cittadella di Messina. Il 18 febbrajo , 
il Governo provvisorio il nomina Colonnello Direttore delle 
Artiglierie; ed, il 20 marzo, Direttore del Ministero di Guerra 
e Marina. Divisata la spedizione in Calabria, il Longo la pre- 
corre, attraversando lo stretto, sopra una barchetta da pasca, 
la sera del 10 giugno, ed approdando a Villa-San-Giovanni. 
Egli scrive: — « La barca era guidata, da due soli marinai; ed 
« ero accompagnato dallo avv. Macaluso di Giigenti. Mi at- 
« tendevano Antonio Fiutino e Casimiro De-Lieto. Fummo a' 
« cena, io una villa (credo, del Dc-Lieto); e, subito, ripartii, 
« in una leggiera vettura da posta , in compagnia di Achill e 
« Parise, noto maestro di scherma, a Napoli. Avvertiti, presso 
« Bagnara, eh' eravamo inseguiti, e letto io stesso, sulla porta 
« della casa di postii , un manifesto del Nunziante, col quale 
« si metteva una taglia di duemila ducati sulla mia testa, la- 
« sciammo di correre la posta e e' inselvammo, fra Oppido e 
« Seminara. Trovammo ricovero e ristoro, il giorno seguente, 
« per qualche ora , in Polistene , presso il barone di questo 
« nome; corremmo, di nuovo, i boschi, la notte seguente; ed, 
« infine, il 19, giungemmo, dallo Stocco, al campo dell' An- 
« gitola. Non fui (come dico il Pisani) proclamato capo di Stato 
€ Maggiore: ero utficiale siciliano; e presentai le lettere del mio 
€ comandante, generale Ribolti. Soltanto, fui capo di S. M., 
€ dopo la ritirata da Cassano. » ' — Tralasciamo di particola- 
re ggiare i fatti di quella breve campagna e misera. Il Lougo 
e gli altri venuti di Sicilia furon catturati, nelle acque di Corfù, 
come si leggerà, in queste lettere. Il Longo, come si vedrà, fu 
condannato a morte. Ebbe la grazia della vita; e fu tradotto, 
nel Castel di Sant' Elmo, in Gaeta, do>e rimase, sino alla notte 
dal 2 al 3 luglio 1800. Il Pisani parla di sevizie indescrivibili. 
Ed il Longo: — « Non ebbi a soffrire sevizie di sorta. » — Di 
preti ipocriti o scellerati. Ed il Longo: — « Niente affatto. Tre 
« sacerdoti ebbero, in diverso tempo, accesso, nel mio carcere. 

< Il vecchio Gallinari, (un vero buontempone e tutt'altro che 

< ipocrita e scellerato); — il giovane Antonio Castello, della coUe- 
« giale dell' Annunziata, al pari del Gallinari, (persona colta e 

< che, da^ 1854 in poi, con mille rischi, mi procurava la let- 

30 



— 40(5 — 

« tura (li gjoni.ili injjlosi, attrassiiti di molti mesi); — e, terzo, 
€ il canonico rernarelli. » — Questi fu incaricato di promet- 
tergli la libertà, contro una semplice dichiarazione, in cui ri- 
conoscesse illegittimo Tatto del 12 aprile 1848, col quale il 
Parlamento Siciliano proclamò decaduta la dinastia borbonica; 
soggiungendogli, fatta una dichiarazione simile, dal Settimo e 
da molti altii e dal Padre Ventura. Ed il Longo: — « Il Per- 
« narelli, a quinto mi parve, allora, e come penso, ancora, ese- 

< gal la sui commissione, senza perfidia e con ogni riguardo. 
« Ned io gli <lissi (come narra il Pisani), che ritenevo calun- 
« niosa la sua assertiva, (ili dissi: Che^ poro a punto, conoscevo 
« il P. Yen fura, tranne le sue opere^ anteriori al 48^ die avevo 
« lette; che conoscevo^ molto, gli altri^ segnatamente^ il Settimo, 
^ in co.<a del gitale avevo aiul) domestichezza, essendo il Set' 
« tiiiw amicissimo e compagiìo di tnio padre, nella marineria 
€ di guerra; che mi pareva difficile, avessero costoro fatto ri' 
€ trattaci -ne; ma che, ad ogni modo, seguendo i dettati della 

< mia coscienza di uohio e di siciliano, io non conosceva altra 
« autorità Icgittlm i, che quella del Parlauiento, rappresentante 
€ la nazitìie. Il Pernarelli era od è (non no ho avuto più notizie, 
« dappoi ohe seppi, che segui i Horboni in Roma, dopo la ca- 
ie pitolazionc di Gaoti, nel febbrajo 1801) un buon prete, assai 
« colto, vissuto, lun;jamente, in Toscana. Era di piacevole con- 
« versazione. Parlavamo di storia e, specialmente, del niovi- 
« mento d ^gli studi storici, in Germania. F'ui dolente del modo, 
« come il mio amico Pisani rappresentò un fafto vero; ed avrei 

< voluto, se, mai, fosse stato possibile, chiedi-rne scusa, al buon 
« Pernarelli.» — Il Longo, liberato ed imbarcato per Marsiglia, 
nel 1860, sbarrò, invece, a Livorno; e si recò, quindi, a To- 
rino. !Ma poco vi stette a rinfrancarsi della diuturna cattività: 
anzi riparli, subito, per la Sicilia. Sbarcò in Palermo il domani 
della battaglia di Milazzo (21 luglio); e si trovò nominato Mi- 
nistro della Guerra. Dimettevasi, il 28 agosto; e correva sul con- 
tinente. E pugnò sotto Capua; ed, il primo ottobre, si buscò una 
larga ft;rita, alla fronte. Il mese seguenti, fu promosso maggior- 
generale. Noi novembre 1801, gli fu riconosciuto il suo grado, 
nel Corpo dei volontari ; ed il 2 febbrajo 02 ( un mese e più 
prima della fusione) passò neirartiglieria dell'esercito regolare. 
Fu deputato del quartier Montecalvario di Napoli; e non seppe 
della canditatura se non ad elezione fatta, da un giornale, nel 



I 



— 467 — 

caffè Fioiio, a Torino. Egli scrive di sé, con rara modestia: -^ 
« Non sono stato nò sono un uomo politico. Volevo rinunziare 
« alla deputazione, ma amici siciliani e napolitani (e, segna- 
le tamento, Carlo Poerio) me no dissuasero, dicendomi essere 
« utile, che, in quella prima legislatura (l'VlII), si vedesse un 
« messinese, fra'dodici rappresentanti di Napoli. Il mio passag* 
« gio alla Cameia non lasciò traccia; ne poteva. Feci poco, per- 
« che poco sapevo e potevo fare. Poco uso a parlare, ripugnante 
« a quelle lotte, mi affaticai, studiai, molto, negli archivi della 
« Camera, tanto per apprendere qualche cosa, per adempier me- 
« glio il nuovo officio, al quale era chiamato: ma nulla con- 
« chiusi. Manc.iva la stoffa. Appartenni ed appartengo, al parti- 
le to moderato, che fu vinto e cadde, il 18 marzo 1876. Pochi 
« giorni prima (nel fobbrajo), fui nominato senatore. Al Palazzo 
« Madama, Topera mia è stata, sinora, e sarà, pur sempre, 
« assai modesta. E, la ragione, Tho detta innanzi: scarsezza di 
« mez^i; ripugnanza alla parola in pubblico... Votai contro la 
« soppressione degli ordini religiosi e l'incameramento dei beni 
« delle manimorte: perchè, a mio modo di pensare, misure 
« contrarie alla libertà di co.scienza ed al dritto di proprietà. 
« Malva quanto volete, ma, da certi principi, non nìi scosterò, 
< mai. » — Giacomo Lougo, dopo aver comandato le artiglierie 
a Firenze, Piacenza, Napoli e Verona, è rimasto membro del 
Comitato, sino al 1877, e Presidente del Comitato di Artiglie- 
ria e Genio, sino a tutto r83. Fu promosso a teneniegenerale 
nel 1870. Non fece né la campagna del 6G nò quella del 70. 
Ora, è pensionato ed abita, a Roma. Vi ha sposato, nel 1R77, 
rOlimpia Scibona da Palermo; e ve ne ha avuta una figliuola, 
la Carolina, nelT 81. 

Di due fratelli di Giacomo Longo, Carlo e Roberto, si par- 
lerà, nel prosieguo di queste lettere. E noi ne anticipiamo, qui, 
le notizie, con le parole .««tesse, adoperate, nel trasmettercele, 
dalla cortesia di Giacomo: — « I. Carlo, nato nel 1812, seguì, 
« dopo gli studi fatti nell'Accademia di marina, la carriera 
« di nostro padre. (11 quale mori, nel 1843, essendo capitano 
« di vascello e comandante del dipartimento di marina in Mes- 
« sina, ove era nato, dal Barone Giacomo e da Lauretta dei 
« marchesi De Gregorio , il 5 febbrajo 1783 ; giorno , in cui 
« avvenne il famoso terremoto.) Carlo era tenente di vascello, 
« nel luglio 1848 Nel 18G0, lo trovai capitano di vascello. 



— 4G8 — 

« Entrato nella marina Italiana, fu, successivamente, contro- 
re amiiiii'iJglio e vice-ammiraglio. Fu comandante in secondo, a 
4C Genova ed a Napoli; poi, comandante in capo, a Venezia ed 
« a Genova; due volte, segretario generale al ministero di ma- 
« rina, coi ministri ammiraglio Persano e generale Cugia. Fu 
<L aju tante di campo onorario di Vittorio Emanuele. Nel 1869, 
« per motivi di salute, chiese ed ottenne il collocamento a ri- 
« poso; e mori, in Napoli, nel 1879. Si era sposato, nel 1850, 
« con la signora Luisa Finizio di Napoli ; e non lasciò che 
« una figlia.» — «II. Roberto nacque, nel IBIO. Fece, con 
« me, gli studi nella Nuuziatella. Nel 1848, comandava una 
« batteria del corpo del generale Pepe ; e fu tra le truppe , 
« che passarono il Po, prima che giungesse, al Pepe, l'ordine 
a della ritirata. Si ritirò, da Venezia in Napoli, con coloro, 
« che vollero restare ossequienti, agli ordini del Re. Nel 1849, 
« comandò una batteria, nella breve ed infelicissima compagna 
« di Velie tri. Morì, in Napoli, nel 1854, col grado di cm) itane 
« d'artiglieria, addetto alla fabbrica d'armi. Non ebbe mo- 
« glie. » — 

(301 j II Ribotti, della contea di Nizza, uomo di coraggio, ma di 
poca testa, che fu in mezzo a tutte le agitazioni Italiane, sino 
al GO. Nel quale anno, essendo egli, a Napoli, col Garibaldi, e, 
standosene, nel Calle di Europa, ecco entrarvi il Petruccelli ed 
essere salutalo, per nome, da un conoscente. Allora, il Ribotti 
sta su; e va a lui ; e gli chiede: È lei quel Petruccelli, che si 
fa chiamare deila Gatlinal L'autore di una Storia della Hivolii^ 
ziunc yapoUiana del i848ì II Petruccelli rispose di si. Ed il 
Ri botti : Oli ! che fortuna! son dieci auìii, clic sospiro d' incon^ 
trarla^ pcr aniinaz surla. Ella mi ha cahuininto, in quel suo li^ 
bellu; e, sventuratamente^ c'è stato chi Vha creduto. Ed aggiunse 
alle parole, una ingiuria materiale solenne. Il Petruccelli (o 
ilella Gattina, o non della Gattina che sia) consenti, a tenei-si 
lo sihiallo ed a fare ampia ritrattazione, su'giornali, di quanto 
aveva scritto contro il Ribotti. — « Ignazio Ribotti » — mi scri- 
vo Giacomo Longo — « nacque, a Nizza; e fu tenente guardia 
<i dei corpo di Re Carlo Felice. Nel 1831, si trovava tenente in 
<c un reggimento di fanteria, comandato da Eusebio Bava. (Quel 
« Kavu, che comandò, nel 1848, l'esercito sardo; e fu vincitore 
« degli austriaci , a Coito). Mescolato nelle congiure di quel 
a tempo, il Ribotti, dopo essere stato sostenuto in carcere tre- 



— 469 — 

< dici mesi , venne , co' compagni , esiliato. Fu in Francia ed 

< in Inghilterra; ed in Portogallo ed in Ispagna. Nel 1845, si 
« trovò (essendo in licenza in Italia) mescolato ne' casi di Ro- 
« magna; ma ne usci illeso. Nel 1847, (pur sempre tenen te- 
le colonnello al servizio di Spagna) si trovò, di nuovo, in To- 
« scana ed a Roma: ma n^azziniano, come, allora, si professava, 
« prima di venire in Italia, fu a conferire, con Mazzini, a Lon- 
« dra, e co' fratelli Paolo e Nicola Fabrizì, a Malta. Venne, 

< da noi, in Sicilia, alla fino di febbrajo 1848, dopo essersi 
« trattenuto, in Napoli, ne' giorni delle grandi dimostrazioni, 
€ che precedettero la pubblicazione dello statuto costituzionale. 
a Auspice il mio amico Giuseppe La Farina da Messina, esule 
« sin dal 1837, venne accettato, in servizio, col grado dì gene- 

< rale. Buon militare, soldato rotto al mestiere, per la lunga 
€ pratica di guerra, in Portogallo ed in Ispagna, perfetto gen- 
« tiluomo, mettendo da banda ogni preoccupazione politica, a 
« nuli' altro badò, che all'ordinamento dello truppe. Uso alla 

< disciplina militare, abituato ai pronunciamentos spagnuoli, 
« che presentano, su cento rivoltosi, almen cinquanta militari, 
€ credette, dapprima, facile il suo compito di ordinatore di 
« truppe. Ma, non trovando, presso noi, alcuno elemento, 8i 
« trovò a disagio; e perdette coraggio. Con tale disposizione 

< d'animo, passò in Calabria. E non è da fare meraviglia, adun- 

< que, se addimostrasse, in quella congiuntura, quella deficienza 
€ di energia, anzi di audacia, che sarebbe stato necessario 
€ spiegare. Mi affretto, però, a dire, che, a torto, venne, allora, 
« accusato, nel bollore delle passioni, da... Giuseppe Ricciardi; 

< ed, a maggior torto, di nuovo, fatto segno ad accuse, come 

< unica cagione della non riuscita impresa di Calabria, nella 
€ pubblicazione , che fece lo stesso Ricciardi, nel 1873 , della 
€ Storia documentata della sollevazione delle Calabrie del 1848,.. 
« Dopo cinque anni di durissima prigionia, in S. Elmo, il Ri- 
« botti, mercè l'opera efficace di Camillo Cavour e di Napo- 
« leone III, ottenne la libertà. Passò alcuni anni in Francia, 
« ed, al 1859, fu, fra coloro, che, accettato il concetto di Ma- 

< nin, si diedero, con tutta 1' energia del loro patriotisrao , a 

< seguire la politica del gran Re e del grande suo ministro. 

< Da Cavour fu inviato, al principio della guerra del testé det- 
« to anno, nell'Emilia, co'generali Fanti, Cavalli ecc., per or- 
« dinarvi le truppe, levate da quei governi provvisori. Fral 



— 470 — 

4L maggio od il giugno del 60, fu, dallo stesso Cavour, inviato» 

<? in Napoli, por confidenziale missione politica Fu deputato 

« alle VII ed Vili legislature, pel collegio di Santarcangelo 
<c nelle Romagne. Mori, nel 18G5 (o, forse, alla fine del 1864....) 
« col grado di tenente generalo e comandante la divisione ter- 
« ritoriale di Modena. Già vedovo di una signora spagnuola, 
« lasciò due figlie , delle quali non ho saputo più altro , da 
« molto tempo. Egli, nizzardo, fedele alla politica di Cavour, 
« nella VII legislatura, votò, per la cessione di Nizza alla Fran- 
« eia. Per me, fu superiore benevolo ed amico carissimo. Nelle 
« poche oro di ozio, che potevamo avere, in Sicilia, durante 
« la guerra, discorrendo di cose militari, eravamo concordi, per 
a quanto discordi eravamo, discutendo di politica. Dopo il 1860, 
« fummo, concordi, in politica; e militammo nello stesso partito, 
< il moderato. » — 

(302) Chi fosse questa Pellegrini (probabilmente, qualche anti- 
ca fiamma giovanile di Cailo Poerio) non ho potuto appurare. 

(303) — € Federico Bellazzi era, nel 184?, entrato , non so 
« come, negli uffizi del Governo Provvisorio di Milano ; e te- 
« nova il protocollo secreto. Di famiglia povera , era stato 
« messo, in un seminario, per dargli educazione; e ne usciva, 
« allora. Giovanissimo, pronto, zelante, il Coote Gabrio Casati 
« lo vedeva di buon occhio ; e , quando sopraggiunsero i ro- 
« vesci, rincaricò di provvedere, alla sicurezza delle carte go- 
« vernative, per il giorno della necessaria tuga. Parti, dunque , 
« da Milano, col suo deposito; ma, non so per qual motivo , in- 
« vece dì riparare, come avrebbe dovuto, a Torino, passò a Lu- 
« gano, dove si era rifugiata tutta la parte repubblicana ed an- 
« tipiemoutese dell' emigrazione Lombarda. Costi, circuito da 
« costoro, non seppe o non volle resistere; e, tradendo la fiducia 
« dei Casati , consegnò tutte quelle carte , a Carlo Cattaneo , 
« che ne cavò una bugiarda sudiceria, stampata sotto il nome di 
<c Archivio Triennale. Naturalmente, il Bellazzi fu, per noi, uno 
« scomunicato. Appunto, per questo, entrò nelle grazie degli 
« altri, che lo presero a proteggere, fino a farne un Prefetto: mi 
« pare, a Belluno. Non so, come si comportasse; so, unicamente^ 
« che s'ammazzò. I giornali, allora, ne avranno parlato; e si pò - 
« tià, con di molto ^rano salis, consultarli ». — (Da una comuni- 
cazione confidenziale). — Il Bellazzi , deputato al Parlamento , 
nel Regno d* Italia, ancorché spiantato (ma, tra di noi, Tessere 



— 471 — 

spiautato sembra raccomandare il candidato agli elettori) aveva 
preso, per suo cavai di battaglia, la quistione carceraria. E, 
sulla riforma delle prigioni, abborracciò volumi, opuscoli e, 
soprattutto, articoli: tutta robaccia da dilettante ed orecchian- 
te, che, della materia, nulla, davvero, sa. Urbano Rattazzi, quan- 
do presedeva il Ministero, detto de' malmaritati^ cel nominò 
prefetto. Dimessosi , poi , più o meno volontariamente , vo- 
leva ritornare a fare il mestiere di deputato. Ma , battuto , 
sul campo elettorale , dallo , ora , senator Casati ( figliuolo 
di Gabrio) , vedendosi senz* arte uè parte , si uccise, con una 
pistolettata. Ho saputo , che le sue carte furono vendute ; 
e che la maggior parte n'era capitata, in mino ad un Av- 
vocato Milanese, il quale fa raccolta di autografi. E me gli ri- 
volsi , per chiedergli, se avesse trovato , fra esse , le lettere del 
Poerio. Ma egli, gentilmente, mi rispose: di non ayervene rinve- 
nuta alcuna. — Giacché m* è accaduto di nominare quel Carlo 
Cattaneo, che i democratici Lombardi vogliono infinocchiarci per 
una gran mente ed un gran carattere , ed io , perchè il lettore 
si faccia una idea del valore intellettuale e morale di questo re- 
pubblicanacpio di fango, bramo, ciregli legga un aneddoto, ri- 
ferito, nello Memorie à'^ì Senator Giovanni Arrivabeue: — «Dirò, 
« ora, cosa incredibile e vera. Ne' momenti di ansietà, in cui si 
« era, a Milano, per l'esito della guerra, [1848], incontro Cat- 
« tSineo, Arrivabe ne j mi dice, buone nuove! I Pieoiontesi sono 
« stati battuti! Ora^sard no padroni di noi stessi! Faremo , noi^ la 
« guerra pojìolare. Cacceremo gli Austriaci d* Italia; e faremo la 
« repubblica federale. Quale fosse la mia sopresa, il mio dolore, 
« all' udire tali parola , non saprei esprimere. Le ho , tuttora , 
« impresse, nella mento. Possibile, dissi a me stesso, che un uo^ 
< mo di cuore, una bella intelligenza, siu sotto il dominio di una 
« idea preconcetta, a segno di porre in oblio i sagrifict, che Ita^ 
« lUmi facevano per Vltaliaì-» —Possibile, dico io, che un 
uomo , capace di porre in obblio tali cose , venga creduto di 
cuore e d'intelligenza? Alessandro Manzoni mi raccontava, che 
eran venuti, da lui, in deputazione, per chiedergli, che contribuis- 
se ad un monumento, da innalzarsi a questo Cattaneo, a Milano. 
Ma egli se ne schermi, dicendo, che vi avrebbe sottoscritto, solo^ 
se, prima, si fosse spianato il monumento al Cavour, pel quale 
aveva dato, anteriormente, la sua simbola. Giacché, essendosi 
eretto un monumento al Cavour, per aver propugnata l'unità 



I 



— 412 — 

d'Italia, sarebbe stata contraddizione il porne un altro al Cat- 
taneo , che r avea , sempre , avversata , professandosi federa- 
lista. 

(304) Questo Longo, corriere di Gabinetto , non era parente 
del Longo, di cui nella 300.'^ di queste note. Si badi, pure, eh' e' 
v*fìraiio, in quel tempo, due corrieri Longo, non parenti: V uno 
vecchio; Tattro giovane, non napolitano. Questo era il giovane. 

(305) Allude, alla dimostrazione, fatta, nel senso della fusione 
immediata di Venezia al Piemonte , da me* che milledugento 
Guardie Civiche, radunate nel campo di Marte, per una rivista. Il 
Manin ed il Tommaseo nicchiavano e perfidiavano, nel ritardare 
il momento, nel quale, rientrando le cose in un assetto normale^ 
il loro potere tiibuuizio sarebbe ritornato nel nulla. La marina 
veneta, dovè, personalmente, protestare di non voler più entrare 
in Venezia, ove questa persistesse nella forma repubblicana. 
Sempre gli stessi 1 democratici , anco i men cattivi ! e dico i 
men cattivi^ perchè di buoni non credo ve ne sieno. CJosl, pure, il 
Garibaldi, nel 1860, voleva ritardare T annessione di Napoli al 
nuovo Regno Italico. 

(306) L' Omnibus , fondato dallo albanese Vincenzo Torelli 
(che, veramente, avea nome Turiello), il quale ò morto, ne*primi 
mesi del corrente anno 1884. Quanto all' Omnibus^ continua, 
credo, la sua vita ingloriosa, diretto da uno de' figliuoli di Vin- 
cenzo. In quale stima fosse tenuto (od a dritto od a torto) quel 
giornale, in Napoli, anche prima del 48, potrà argomentarsi, dal 
seguente epigramma vernacolo di Giulio Genoino. Che ripubbli- 
chiamo, quantunque un po' indecente: ma l'indecenza può avver* 
tirsi, solo, da chi conosce i segreti del dialetto napoletano : 

Sse tirano li cunte: e so'mappine 
L* auture, che no' pagano lo cienzo ; 
E chille, che n' abbadano a carrine , 
Sse sorchiano l'addore de lo 'ncienzo. 
Pe' stampa' sti ghiudizie sopraffine, 
Nce vo' 'na cape de 'nu si' Vicienzo. 
E no' può' di', eh' è cape de cocozza , 
Ca chella cape lo fa ghl' 'ncarrozza. 

(307) Scriveva il Massari: — « Non si parlò, più, di formolo di 
< giurameato, né di solenne cerimonia. Il Re, che, dopo il 15 






— 473 — 

(( maggio, non uscì, più, dal suo palazzo , affidò , al Duca di 
« Serracapriola (già, Presidente del Ministero del 29 gennajo 
« ed, ora, Vice-Presidente del Consiglio di Stato) la cura di apri- 
le re il Parlamento, in sua vece. Spuntò l'alba del 1.° luglio, 
« non pili desiderata, come quella del 15 maggio, né allegrata 
« di soavi speranze, ma, quasi, temuta ed attesa, con sinistri 
« presentimenti , con lugubre aspettazione. Forse, si temeva, 
« non avessero, in quel giorno, a rinnovarsi gli orrori e le car- 

< nefìcine ed i saccheggi. Per buona ventura, niente avvenne. 
« La tricolore bandiera sventolò, sul castello di sani' Elmo ; la 
« popolosa città fu taciturna e mesta, come per lutto; nell'uni- 
« versale squallore, in ogni volto aflfannato e malinconico, leggevi 
« la fosca memoria del sanguinoso passito, le ansietà del pre- 
€ sente, la trepidazione per l'incerto avvenire. Ognuno interro- 
« gava so medesimo e chiedeva, al proprio presentimento, se què* 
« deputati, che, per sacro dovere civile, convenivano nel palazzo 
« degli studi, fossero le vittime predestinate al macello. La sera, 
« per cura del municipio, la città fu illuminata. Ma né sfarzo- 
se sa, né lieta fu la luminaria : 1* incerto e scarso chiarore delle 
« faci simboleggiava V angosciosa incertezza della nazione. Al- 
« Tuna pomeridiana, i deputati ed i pari convennero, nella gran 
« sala delFa biblioteca borbonica, nel palazzo degli studi, desti* 
« nata alla inaugurale cerimonia. Giunse il regio delegato e, 
« dopo aver cavato un pezzo di carta, con pallido viso e con 
« fioca voce, lesse il discorso della corona. Terminata la lettu- 
« ra, Tadunan/a si sciolse, col medesimo silenzio dignitoso, col 
€ quale erasi assembrata. Se il ministero avesse voluto far di- 
sc menticar le sue colpe e ravvivar, negli animi, la speranza e 
a la fiducia, T occasione era propizia. Egli poteva porre, nella 
« bocca autorevole del Principe, una di quelle parole consola- 
« trici e solenni , che, distogliendo il pensiero, dalle memorie 
a acerbe del passato, lo allegran, con la speranza di un avve- 
« nire migliore. Quel discorso, invece, (a cagione delle sue cal- 
ce colate reticenze, del suo tuono severo e corrucciato, degl'in- 
« sipidi luoghi comuni) esacerbò ed invelenì le piaghe, che do* 
a vea rimarginare e guarire. Non una parola di clemenza e di 

< pace! non un indizio di amore alle libere istituzionil non un 
« cenno degl' intendimenti politici del governo ! Accresceva la 
€ universale mestizia, la vista delle verdi uniformi dell' antica 

< guardia di sicurezza, rediviva e battezzata, per ironìa, col ti- 



— 474 — 

« tolo di guardia nazionale. In tal guisa, Bozzelli ed i suoi col- 
« leghi si studiavano di conquistare, al trono, Tossequio e Taf- 
« fetto degli eletti della nazione ! :& — 

(308) Non ho potuto ritrovare il nome di questo vapore fran- 
cese. Le funeste nuove di Parigi eran quelle della esecranda 
insurrezione socialista, che fu repressa, con efferata barbarie, 
dal Generale Eugenio Cavaignac. L'andava da gaelotto a ma- 
rinaro, come, quasi, sempre, in Francia. Fra chouans e hleus, 
fra comunardi e versagliesi, quali erano meglio ? 

Devine^ si tu peux; et choisis^ si tu Voses ! 

(309) Domenico Mauro (albanese, nato in San Demetrio, nel 
1812) dopo Tinconsulta spedizione de' Bandiera, fu sostenuto 
in carcere , per due anni. Nel 1848 , si condusse, dissennata- 
mente, a Napoli; dissennatissimamente, in Calabria. Fuggi, poi, 
in Albania e, quindi, a Roma. Da Roma, ricoverò negli Stati 
Sardi. Nel 1860 , prese parte, alla spedizione di Sicilia. Ed è 
morto, a Firenze, nel gennaio 1873. La pretendeva, anche, a 
scrittore, a dantista, a poeta, a filosofo; ed ha stampato pa- 
recchia robaccia, che, a dirla pessima, le si fa un onore im- 
meritato. È sepolto a S. Miniato al Monte; e T ora7Ìone fu- 
nebre gli fu detta da Francesco Curzio , degno d* essergli a- 
mico. Nell'emigrazione e dopo, le persone per bene lo scansa- 
van, sempre. 

(310) Chi non conosce, almeno, di nome, quel capo ameno di 
Benedetto Mussoline , che , quando prendeva ad arringare in 
Parlamento, avrebbe fatto smascellar dalle risa gli uditori, se 
non si fossero allontanati, per paura di smascellarsi dagli sba- 
digli ? Ma è una vera perla d' uomo , a petto del suo nipote 
di sorella, Giovanni Nicotera. Vedi, intorno a lui, anche, nel- 
Tautobiografìa settembriniana e la 312* di queste note. 

(311) Giuseppe La Masa era giunto, a Venezia, il 13 maggio 
1848, creatosi, da sé. Colonnello. È quel La Masa, appunto, che, 
poi, svenne, alle prime fucilate, a Calatafimi. Onde il Gari- 
baldi il repulse ; e, quando si fusero 1 volontari con l'esercito 
regolare, fu dichiarato, da un Consiglio di Disciplina, indegno 
di star nello esercito Italiano e di portar la medaglia de' Mille. 
Venne, in Parlamento, a fare una lunga orazione, prò domo 
sua; fortunatamente, pel nostro paese, fu fìato sprecato. Già, il 



— 475 — 

Ministro dichiarò , in fatto d' onor militare , il giudizio d' un 
consiglio di disciplina aver ben altro peso, del voto d' una Ca- 
mera de' deputati, che, quindi, ancorché favorevole al La Masa, 
sarebbe rimasto sterile. Dichiarazione applaudita , da tutti 
i buoni, che la stimarono (a torto, ahimè !) un primo passo nel 
negar la competenza universale, V onniscienza e V onnipotenza 
parlamentare. Il La Masa sposò, pure, la famosa Contessa 
Bevilacqua. Ed è celebre il solenne imbroglio di sei milioni, che 
è il prestito a premi Bevilacqua-La Masa. Morì , a Roma, ne* 
primi mesi dell' anno 1881 , in una villa , fuori Porta del Po- 
polo. E (sebbene avesse, sempre, per quanto i* mi sappia, fatta 
professione di ateismo) furon fatti chiamare i frati Agostiniani, 
che officiavano la Parrocchia di Santa Maria del Popolo, per ren- 
derp^li gli estremi uffici. 

(312) Traduciamo, dalla Istoria della Rivoluzione d'Italia del 
1848, vergata, in francese, da Peppino Napoleone Ricciardi, la de- 
scrizione de' fatti del Pizzo: — «La mattina del 30 giugno, al- 
€ cune compagnie di soldati entrano al Piiffeo, (città marittima 
« di 8000 anime, tristamente celebre per la morte del Murat e 
« che avea fama di devotissima a* Borboni). E, difatti , aveva 
« accolto, il 5 giugno, i soldati del Nunziante, che sbarcavano, con 
« grida di : Viva il Re. Dalla truppa, si sparò una fucilata sulla 
« piazza. A quel segno, i soldati, subito, invadono le case; si sca* 
« gliano, furibondi, sugli abitanti; e li scannano in quantità: don- 
« ne stuprate ed uccise; fanciulli squ-irtati; vecchi lardellati 
< con le bajonette. Il Musolino, deputato al Parlamento e mem- 
« bro del comitato di Cosenza, perdette quattro della famiglia, in 
« quest' orrido macello: fra' quali, il padre ottuagenario , uc- 
a ciso, in letto, da' sicari di Ferdinando. Non contenti di que- 
« ste crudeltà , che nulla aveva provocato , i soldati saccheg- 
« giarono e bruciarono buon numero di case.» — Ma andaron, 
proprio, così, le cose? Non voglio, intendiamoci bene, né giu- 
stificare né scusare la condotta de' soldati. Il soldato, difensore 
dell'ordine, tutela della sicurezza sicurezza pubblica, non é, mai, 
scusabile, quando inveisce contro i cittadini, neppur se trasmo- 
dando in una repressione giusta. Ma, da quanto è detto nella 
precedente nota 235, può argomentarsi, che qualche provoca- 
zione ci sarà stata. 

(313) Francesco Pallavicini di Proto, Duca dell' Albaneta (co- 
sì, almeno, egli si fa chiamare; ma altri sorride delle sue pre* 



— 476 — 

tese patrizie) , il quale , come dicemmo nella 60* di queste 
note, era stato commissario per la lega Italiana. Fu eletto De- 
putato, pel distretto di Casoria, insieme con Gabriele. Capuano 
e Carlo Troya. Fu ridicolo ed intemperante : p. e., nella se- 
duta del 4 luglio 1848, si rivolse al presidente, con questa 
sparata, che il colto pubblico applaudì: — « Signor Presi- 
€ deirtè , pregherei il signor segretario redattore De Cesare , 
4L che togliesse, dal bellissimo rapporto, il titolo di duca ap- 
« posto al mio nome, amando io, meglio, avere quello datomi 
« dalla nazione, che quello datomi da* Re. » — Dopo le cata- 
strofi, emigrò. Era, fin d'allora, ridicolo, anche, per le sue 
velleità poetiche e, specialmente, drammatiche; e malvisto, per 
altre tacce. Mi ricordo della lettura di un suo Andrea d'Un» 
gheria, (tragedia), ch'egli fece, a Genova, nel quartierino, abitato 
dallo emigrato Domenico Cardenie, in quella rampa, per cui, 
da Piazza Fontane- Amorose, si scende in Vìa Luccoli. Pel di- 
slivello fra la piazza e la rampa, le finestre del mezzanino del 
Cardeute erano a paro di piazza Fontane-Amorose. E ricordo 
Gennaro-Maria Sambiase, detto il duca di Sandonato, che, ap* 
poggiandosi alla ringhiera di ferro della piazza, circondato da 
un nugolo di emigrati, dava, lazzarescamente, la baja, al Proto; e 
gli faceva il verso. Che decenza! che contegno! in uomini, che 
la pretendevano a seri! in esuli! Dopo non molto, il Proto re- 
pubblicano rimpatriò; e venne a piangere i suoi errori, a'piedi di 
Ferdinando II. D'allora, fu borbonico. Eletto Deputato al Parla- 
mento Italiano, vi andò a fare una professione di fede borbonica, 
una profession di devozione a Francesco II. Ed, almeno, qu ella 
volta lì, mostrò un certo tal qual coraggio, affrontando intrepido 
le fischiate. Vive, tuttora, in Napoli. E vi fa recitare, di tempo in 
tempo, opere drammatiche di nessun valore; e stampa, anche, libri. 
Fra' quali, va notato un grosso libello contro tutte le cose Italia- 
ne, pubblicato in occasione del Centenario di Dante ed intito- 
lato: // Conte Durante. Il dicono faceto, nel conversare; e gli 
attribuiscono molti epigrammi. De' quali riporterò uno , su 
Giovanni Florenzano, che prende le mosse da due versi di quello 
imbrattacarte ed allude al soprannome di ciucciarOf onde insu- 
perbisce lo animalista Filippo Palizzi: 



— 477 — 

Se Iddio fu grande, nel crear natura, 
Se nel formar la donna, Ei fu poeta. 
Quando Ei plasmava te d'umana creta, 
Fu Filippo Palizzi, addirittura. 

(314) Giovanni Centola fu Deputato del distretto di Salerno. 

(315) Domenico Muratori fu Deputato del distretto di Palmi 
(Calabria Ulteriore prima). 

(316) Il Conte Girolamo Sforza-Bissari, ultimo della sua pro- 
sapia, prima della guerra del 1859, si uccise, non so se a To- 
rino od a Genova, precipitandosi dalla finestra di un albergo,, 
per non avere ottenuto la nomina ad Ajutante del General 
Manfredo Fanti, come era stato, nel 1848. Mi sono rivolto, e di- 
rettamente ed indirettamente, al signor Cesare Biego, uno tra 
gli eredi del Bissari, per aver comunicazione delle lettere, che 
il Poerio aveva scritte, a lui, nel 1848. Ma, sventuratamente, 
nessuna n'è stata ritrovata. 

(317) Incredibile quel forse! Ecco un uomo d'onore, che ha 
dimostrato di esser tale, uccidendosi per un puntiglio, il quale 
dubita, se la capitolazione sia un ostacolo al combattere, prima 
do' tre mesi, pattuiti in essa. Tanto lo passioni accecano i mi- 
gliori ! Basta: consoliamoci ! Altrove, lo sfacelo morale è, non- 
ché uguale, maggiore. In Francia, è stato ministro ed è tollerato 
nello esercito il Thibaudin. 

(318) Mariano d'Ayala, nato, sopra un legno, nel porto di 
Messina, il 14 giugno 1808. Fu alunno nella Nunziatella; poi, 
Ufficiale di artiglieria e Professore, nella Nunziatella stessa. 
Dovè dimettersi; e fu in carcere per motivi politici (nel 1844 e nel 
1847) e ricordo avercelo visto, visitando mro zio, in S. Maria Ap- 
parente , nel 1847. Occupandosi di storia e di lingua militare, 
acquistò bella fuma. (Vedine citata un'opera, nella 369* d'està 
note. Importante ò il Dizionario \ Militare \ Francese Italiano 

I di I M, D' Ayala \ Ufficiale delle artiglierie \ Professore di 
Geohìelria descrittiva e di balistica nel real collegio militare — 
Socio corrispondente della I. R. Accademia de' Georgofili di Fi- 
rcnse, | delU real Accademia Peloritana, e di quella \ de" Lin- 
cei in Roìiia. \\ Kapod \ Dalla 'Tipografia di Gaetano No^ 
bile I Via Concezione a Toledo nwn. 3, 5 e G \ 1841; de- 
dicato a Feixlinando li, pio, animoso , veggente). Questa fama 
gli fruttò la nomina d'Intendente, in non so bene quale degli Ab- 



— 478 — 

bruzzi (parmi, neir Aquilano) nel 1848. Colà, mostrò patente 
la sua insipienza amministrativa, che, però, rifulse di mag- 
gior luce, quando, lasciato il Regno, fu ministro della guerra, 
in Toscana, nell'ottobre di quell'anno. È rimasto leggendario 
l'ordine del giorno , con cui, annullando la sentenza capitale, 
profferita da un Consiglio di Guerra, condannava un soldato, 
che avea percosso il superiore, alla vergogna del sito misfatto. 
Non sarà, forse, cosa accaduta: ma è piii r<?ra, che se fosse vera. 
Fu condannato a morte, in contumacia, nel 1852. Aveva sposata 
la Giulia del General Gaetano Costa: e le nozze furon eanta 
te dalla Guacci. Neil' emigrazione, visse, stentatamente, con la 
numerosa famiglia. Fu Direttore della biblioteca del Duca di 
Genova , a Torino, del 1855 al 1859; professore di Storia mi- 
litare, nello Istituto di perfezionamento, a Firenze, nel 1860; 
comandante la Guardia Nazionale di Napoli, il 7 Dicembre 1860. 
Poi, nel Regno d'Italia, è stato Deputato e Maggior Generale: 
ma i suoi stessi amici di sinistra , a' tempi del Rattaz/i, non 
potettero far meglio per lui , che pensionarlo. Non so qual 
giornale di Napoli il paragonasse, allora, a Siccio Dentato: ma 
Siccio Dentato aveva le molte ferite in più e la pensione di 
meno. Era un gran brav' uomo e probo e pieno di buone in- 
tenzioni e di nobili fantasie: ma una testa disordinata e bislacca. 
Ha lasciato molte opere, alcune delle quali mi sarebbero state 
utilissime a consultare, anche per queste note; ma non si sa 
dove trovarle e sono irreperibili in commercio. E sono scritte in 
una lingua nuova, in uno stile lambiccato e strano: sicché, per 
capirle, uno ha a tradursele, di continuo, in lingua e stile volgare. 
A Torino, facean ridere certi suoi articoli militari, a' tempi 
della guerra di Crimea, in cui, tra le altre cose, chiamava, 
sempre, ^a//o^;o/e lo palle, che i cannoni d'assedio lanciavano 
nella città di Sebastopoli. Moriva, in Napoli, il 26 marzo 1877. 

(319) Pare un matto, che scriva. Che colpa avevano i poveri 
soldati napolitani, nell'obbedire agli ordini ricevuti da' loro prin- 
cipi? Come può, giustamente, chiamarsi infame diserzione la lo- 
ro obbedienza? Ma le passioni non ragionano. 

(320) Di questo Gaetano Grano, nulla ho potuto sapere di certo 
e sicuro. Un valentuomo siculo, che ebbe molta parte ne' fatti 
del 1848, mi scrive: — «Fu persona aflatto insignificante; ed 
« ebbe pochissima parte, nel lavoro di preparazione alla rivo- 



— 471) — 

« luzioae di Sicilia. Nel 1818, niente fece, ne saprei dirlo 

« altro. » — 

(321) Carlo Gemelli nacque, nel 1811, in Messina. Nel Bizio^ 
nario Biografico degli Scrittori Contemporanei, diretto da An- 
gelo De Gubernatis , è detto di famiglia patrizia. Figliuolo di 
un Commissario di Polizia, fu liberale e cospiratore. Nel 1847, 
dovette emigrare. Nel 1848, fu Deputato al Parlamento Sici- 
liano e Pari del Regno; e fu destinato a rappresentante della 
Sicilia presso il Granduca di Toscana. Nel 1849, esulò. Dopo il 
1859 , è stato professor di Storia, nel Collegio Nazionale d'I- 
vrea; poscia, preside nel Liceo di Parma, Regio Provveditore 
in Ancona e, dal 1806, Vicebibliotecario della Biblioteca Univer- 
sitaria di Bologna. Ha scritto molta roba, fra la quale ve n'ha, 
che può leggersi, con gusto e con frutto. Un valentuomo siculo 
mi ha scritto , mentre T originule di queste note era, già, in 
tipografia: — « Il padre di Carlo Gemelli fu, veramente, corn- 
ac missario di polizia : questore , come , oggi , diciamo. Ma 
a questo fatto accidentale non fa torto a Carlo, il quale fu, 
« sempre , un vero liberale , un patriota integerrimo , un' a- 
< nima fiera e sdegnosa. Niente ebbe, dalla rivoluzione trion- 
« fante ; e nulla chiese. Senza i tanti amici , d' ogni parte 
« d'Italia, che ne apprezzano il valore ed il carattere, oggi, 
« neppure avrebbe (dopo perduto, per amor di patria, ogni 
« suo avere) il modesto posto, che tiene a Modena; e, senza 
« il quale, gli sarebbe mancato il pane, (alla lettera: il pane ^ 
« per sostentarsi, negli ultimi suoi giorni. » — 

(322) Questo Luigi Scovazzo, che sì vedi à ricordato, anche, 
a pagina 249, fu fratello di Gaetano Scovazzo, Ministro della 
Pubblica Istruzione, nel Ministero Serracapriola. Il valentuomo 
sicuh) , di cui nelle due note precedenti , mi scrive: — « Più 
«insignificante di Gaetano Grano, fu Luigi Scovazzo: li- 
« berale a parole. Non fu altro, che il fratello di Gaetano; 
«e nessuno si è, mai, occupato di lui ed, oggi, lo rammen- 
« terà, fra noi vecchi. Gaetiino fu, veramente, persona di me- 
« rito. Impiegato di vaglia , fu consultore di stato , prima 
«del 48; e, solo, ebbe il torto (torto, in faccia a noi) di ac- 
ce cettare, egli siciliano, un posto, nel ministero del sei marzo. 
« Si è, .sempre, .scusato, dicendo, che fu quello un tentativo 
« di riconciliazione , che noi pensavamo cosa impossibile , coi 
« Borboni. 11 fatto ci ha dato ragione : ma ciò non iscema, 



— 480 — 

€ punto, i meriti della persona di Gaetano Scovazzo. » — Nel 
trascriver questo parole, io, napolitano, sento il debito di ag- 
giungervene qualcuna , per deplorare le tendenze autonomi- 
sticlie della Sicilia, nel 1848. Pur troppo, nocquero alla causa 
Italiana. Bel modo di affrettare l'unità d'Italia: Io scindere il 
maggior degli Stati, che v'era! Bel modo di promuoverne l'in- 
dipendenza e di favorir la cacciata dello straniero: lo accender 
la guerra civile! Se la Sicilia non avesse posto, innanzi ad 
ogni cosa, la propria autonomia, piena ed assoluta, ostinan- 
dosi a rifiutar qualunque accordo, quanti guai sarebbero stati 
risparmiati, ad ossa, alle provincie cisfariane ed a tutta l'Ita- 
lia ! Ferdinando II non avea , poi , tanto torto, di ripugnare 
allo invio delle truppe in Lombardia , mentre le provincie ai 
di là del Faro erano in piena ribellione ed aperta. E chi po- 
trà non rammaricarsi, ricordando, che, da Messina, furori can- 
noneggiate le navi del De Cosa, che portavano i reggimenti 
napolitani ad Ancona? Tanto le passioni ottenebravano le men- 
ti ! Di queste tendenze autonomistiche e regionali , la Sicilia 
(ed ò splendida gloria sua) mostrossi purgata, nel 1860. 

(323) Ecco come, nell'opuscolo di N. Foramiti, si rende conto 
del fatto: — « I veneti vollero esplorare la Cavanella d'Adige, lue- 
« go di qualche importanza, a sette miglia Ja Brondolo, dove 
« avevano ragiono di credere, che gli austriaci si trovassero, con 
« presidio non molto numeroso e con opere, ancora, poco inol- 
« trate. Le ts'uppe partirono, da Chioggia; e, giunte a Brondolo, 
« passarono il canale sopra barche; si avviarono a S. Anna, don- 
« de marciarono, in tre colonne, sulla Cavanella. La colonna di 
« manca, composta da due bocche da fuoco e dal battaglione 
« lombardo, s'incamminò, lungo l'argine sinistro dell'Adige, per 

< varcare, poi, questo fiume, alla Portesine. La colonna di mezzo, 
4 composta da un battaglione bolognese e da un battaglione na- 
« poletano, si diresse per la strada Romeo. Il battaglione trevi- 

< giano procedette lungo l'argine del canale della Valle. I fuochi 
4 delle tre colonne e deU'artìglieiia obbligarono gli austriaci a 
« rientrare nel forte. Gl'Italiani si spinsero innanzi, a meno assai 

< di un tiro di moschetto; ma gli austriaci, avendoli vigorosa" 
« mente attaccati, dovettero ritirarsi. Di quattro bittaglioni, il 
4L trevigiano, sendosi dovuto avanzare in un terreno assai svan- 
« taggioso, ebbe le maggiori perdite. Truppa di linea non ci era; 



— 481 — 

« fuorché gli artiglieri napoletani, i quali furono, assai energi- 

< camente, secondati, da parecchi soldati veneti ». — E Mariano 
d'Ayala narra, così, la parte, che ebhe, in quel fatto, il Poerio:— 
« Suo santissimo ifttendimento fu di versare, alla fìne, il suo 
« sangue, alla difesa di quell'antico baluardo [Venezia], contro 
« alla tirannide. E, colà, era nella sua letizia, inspirandosi alla 
« grandezza dell'arte, di cui fu, sempre, amatore e cultore pre- 
« stantissimo , e all' altezza de' sensi magnanimi. Diedesi, con 
« alacrità, ad esaminare la maravigliosa monumentale città, che, 
« delle sue immense e peregrine bellezze, arricchiva la monte 
« di Alessandro, per modo che molto e molto ei scrisse, in pie- 
« ciol tempo. Studiava, in tutte le ore del giorno, nelle chiese, 
€ nel museo, nell'accademia, nelle private pareti ; rimanendo, 
« quasi, estatico, per lungo tempo, nell' osservare i dipinti di 
« quella famigerata scuola veneziana , che è maraviglia del 
<c mondo civile. Innamorato delle abbondanti tavole e tele del 
« Tiziano, si accingeva, a cantare di quel principe nell'arte. 

< Nò questo solo; ma, con quell'attitudine straordinaria a im- 
« parare le lingue , in meno di tre mesi, avea penato poco a 
« saper bene e a raccoglier le bellezze del gentile e seducente 
« dialetto veneziano, da confondersi, precisamente, con gli abi- 
« tanti medesimi. Ma, se gli eruditi Veneziani assicuravano, ch'ei 
€ conosceva, di Venezia, quanto, per lungo studio, sapevan, di 
« certo, i più forti studiosi della storia patria; s'era si assiduo 
« e infaticabile, ad alimentare il suo puro ed ardente spirito; 
« se leggeva, sempre, ne' massimi nostri politici e nella politica 
4L degl'innumerevoli diarii: lasciava, pur nondimeno, il libro e 
« la penna, al rimbombo del cannone. Anzi, non se ne stava al 
« detto; e non mancava, in tutte le mattine, di far la sua vi- 
€ sita, al generale , per conoscere, se vi fossero cose nuove; e, 
« soprattutto, disposizioni a uscir dalle lagune, per ributtare il 
« nemico e distruggere i lavori. E quando seppe, non ostante 
« certo segreto per lui , esser pronta una fazione di guerra , 
a volle impugnare lo schioppo; e, senza accettare posti ed of- 
« ficii, fece parte delle schiere, spedite, il dì 7 di luglio, contro 
« il forte delle Cavanelle dell'Adige, tenuto da' Tedeschi. Ag- 
<c giunto alle milizie lombarde, comandate dal tenente-colon- 

< nello Ulloa, (le sole, che passarono il fiume, sotto il governo 
€ principal del general Ferrari) valicò l'Adige alle Portesine; 
€ passò su la sponda destra, a mez/o tiro di moschetto dalla 

31 



— 482 — 

« gola del forte; e si pose, presso i due cannoni, menati colà, 
€ i quali non aveano, come gli uomini, il riparo deirargine. Il 
« comandante Ulloa, accortosi, che il Poerio avea scelto il posto 
« piìi pericoloso e, perciò, più onorevole (qtiello, cioè, de' pezzi, 
« dove il fuoco nemico era piii intenso e fitto) lo consigliò di 
< trarsi indietro, dicendogli: Non senti tu, Alessandro, come 
€ le palle ti fischiano intorno ì Ed egli, sorridendo : No, non 
« sento alcun fischio; sai, che io difetto nell'udito. > — 

(324) La Mariti -Giuseppina Guacci, maritata allo astronomo 
Antonio Nobile, verseggiatrice. Il Settembrini, nelle sue Lezioni, 
la dice: — « tra la donne, così, grande, come il Leopardi, tra gli 
(( uomini.... Nella sua casa, convenivano, spesso, a udire le sue 

« poesie, quanti amavano gli studi e la patria: Paolo- 

« Emilio Imbriani, Alessandro e Carlo Poerio, Saverio e Mi- 
« chele Baldacchini, Mariano d'Ayala, Giuseppe d^l Re, Ge- 
« sare Dalbono, Francesco-Paolo l^ozzellì. Ci andava, talvolta, 
« Giacomo Leopardi. Ci venne Giuseppe Giusti; e diede^ a lei. 
« scritto di sua mano, il Gingillino. Ricordo quelle sere, quegli 
a amici, quei ragionamenti, quella donna ! » — Che pasticcio ! 
II Leopardi era morto, sette anni prima della gita del Giusti a 
Napoli; ed il Giusti non iscrisse il Gingillino, se non dopo essa 
gita. Gli elogi, ne' quali il Settembrini si diffonde, sono più che 
esagerati. La Guacci, w dir molto, raggiunse, nello arring-o let- 
terario, una illaudabil mediocrità, che è la meta più sublime, che 
possan toccarvi le femine, a furia di sforzi; mentre, invece, age- 
volmente, toccano V eccellenza, nel far crostate e nel rinacoiar 
calze. Sia, poi, detto, a lode della Guacci, che, anche, nel far 
crostate, nel rinacciar calze ed in tutti gli altri degni esercizi 
femminili, riuscì ottima, a detta di quanti i'han conosciuta. Ed io 
credo, pure, che nessun'altra Italiana del secol nostro sia, lette- 
rariamente, neppur da lontano, da paragonarsi alla Guacci. Ma 
parecchie han fatto un maggior numero di buoni figliuoli: ed il 
far buoni figliuoli (non già il solo far figliuoli, come diceva 
Napoleone I) è il gran compito della donna, il suo vero ufficio. 
Nacque, in Napoli, nel 1808; mori, il 25 novembre 1848. Ab- 
biamo un Breve discorso \ detto nelle esequie \ di Gius. Gitacci- 
Nobile I da \ Bruto Fabbricatoì^e \ [il dì 26 di novembre) (j In 
Napoli I dalla stamjjeria del Vaglio \\ 1848, cui è annesso un 
sonetto di Francf^sno-Saverio Arabia. Abbiamo, pure, un Dìscor^ 
so I di I Basilio Puoti \ per la morte \ di \ Giuseppina Gitacci^ 



— 48S — 

Nobile II Napoli \ stamperia dell* Iride \ 1847. Ala di molto mag- 
gior serietà e di sommo valore è la serie degli articoli, comin- 
ciati a pubblicare, da Pietro Ardito, nel J882, sul Giornale Na-' 
poleiano della Domenica, intorno alle lìime di essa Guacci; 
pieni di senso critico e di scienza estetica. E chi, in Italia, può 
dirsi superiore, all' Ardito, in critica estetica? Sappiamo, pure, 
che Giambattista Ajello scrisse una necrologia, per la Guacci. 
Le cui rime, come le frondi della Sibilla, si sparpagliavano, per 
istrcnne e raccolte. Alcune poche furono pubblicate, in un fa- 
scicoletto, nel 1832. Il fascicoletto divenne un volumetto, mercè 
molte aggiunte e non ostante alcune detrazioni, nel 1839. E, 
finalmente, sdoppiossi in due volumi, con molte molte aggiunte, 
malgrado altre detrazioni e parecchie ommessioni, nel 1847. 

(325J Leopoldo Tarantini nacque, in Rutigliano, il 25 mag- 
gio 1811. Valente e facile verseggiatore; sommo avvocato pe- 
nale. Nel 1848, fu Deputato del distretto di Barletta ed uno de' 
quattro Segretari della Camera. (Gli altri tre erano: Giuseppe 
De Vincenzi , Antonio Ciccone e Paolo-Emilio Imbriani). Nel 
Regno d'Italia, è stato, più di una volta. Deputato. Moriva, in 
Napoli, il 9 maggio 1882. Non aggiungerò altro, su di lui, perchè 
ho manifestato quanto l'amassi e lo riverissi, in uno articolo, 
ch'ò stato ripubblicato, nel volume, intitolato: Onoranze \ a \ 
Leopmdo Tarantini \ Morto il IX maggio MDCCCLXX7ClI\ 
Napoli I Stabilimento Giannini \ 1882. 

(326) Giuseppe de Vincenzi fu Deputato, pel distretto di Te- 
ramo. Vedi, intorno a lui, la 213.* di queste note. 

(327) Antonio Ciccone, da Saviano, presso Nola , fu Depu- 
tato, pel distretto di Nola, appunto, con Gaetano Pesce e Gio- 
vanni Semmola. Egli si era dato, dapprima, agli studi giuridici, 
che aveva, poi, disertati, per la medicina. Pubblicò due volumi 
di Medicina Legale; e, col cognato Felice de Renzis, un Trat- 
tato di Operazioni Chirurgiche. Emigrato , prima, a Ginevra, 
poi, in Francia, lasciò la medicina, per lo studio dell* agricol- 
tura e, spezie, dell'allevamento de' filugelli. Sul qual, poi, 
stampò, a Torino, presso la Tipografia Botta, un prezioso trat- 
tato. E, con l'ajuto del microscopio , molte scoverte fece , sul 
calcino; ed ottenne, per esse^ medaglie, da Accademie francesi 
ed Italiane. Gli occhi malandati avendolo costretto ad abban- 
donare il microscopio, egli si appigliò agli studi politici ed eco- 
nomici. Or, vive, tuttora, Senatore del Regno, Professoro di E- 



— 484 — 

conomia Politica, nella R. Università di Napoli, e socio della 
Regia Accademia di Scienze Morali e Politiche , dopo essere 
stato membro di una delle amministrazioni luogotenenziali , 
Deputato al Parlamento, Segretario Generale , alcun tempo , 
nel primo Ministero Minghetti , e Ministro di Agricoltura e 
Commercio, nella seconda evoluzione del secondo Ministero Me- 
nabrea. Rara è la chiarezza e la felicità del suo ingegno. 

(3*28) Francesco Dentice , principe di Sangiacomo , fratello 
del Principe Dentice, che era stato Ministro delle Finanze, nel 
Ministero Serracapriola. Era molto intelligente, negli affari dì 
Commercio. Quando la reazione trionfò, avendo saputo, spic- 
cato , contro di lui , il mandato di cattura , si recò , dal Re , 
per dimandargli , come, mai, questo fosse accaduto. Il Be gli 
rispose : rincrescergli la cosa. Fj gli offrì alcune stanze , nella 
Reggia, dove la polizia non avrebbe osato inquietarlo ; dicen- 
dogli, ove rimanesse in Napoli libero: non aggio^ che te fa\ Il 
Sangiacomo esulò, quindi, a Parigi, dove è morto. 

(329) Questa settima tornata della Camera ebbe luogo, in co- 
mitato segreto. Può leggersene il verbale, nella pubblicazione, 
fattane da Carlo Colletta. Toìmaie | della | Camera de* Depu- 
tati I del I Parlamento Napoletano \ nellasessione 1848- i849 \ 
con tutti i progetti di legge in essa presentati \ per \ Carlo Col- 
letta'W Napoli \ Dalla stamperia dell" Iride \ 20. Strada Magno- 
cavallo I 1806. 

Il Troya, rispondendo al Ministro di Giustizia (Nicola Gigli, 
Vedi Note 55.'* e 260.*) disse: — « A Lei, che parla convenevol- 

« mente, non arrogantemente > — Il Ministro dell'Interno, 

(Francesco-Paolo Bozzelli, Vedi Nota 114.*), dal suo posto: — 
« A chi arrogante? a me? » — Molte voci: — « All'ordine.' 
« all'ordine!» — Il Presidente, con forza, suonando il cam- 
panello: — « Signori, il Comitato ò sciolto. » — 

(330) Il Manin non mise senno, davvero, so non parecchi an- 
ni dopo, quando, esule , a Parigi, in nome del partito repub- 
blicano, abdicò, nelle mani dì Vittorio-Emanuele. 

(331) Eugenio d'Antonio De Riso e Caterina Capocchiani 
nacque , in Catanzaro, il 3. V. 15. Fu, nel 48 , membro del 
Governo Provvisorio, istituito a Catanzaro. Vedi i Docwmenti 
storici rigitardanfi Vinsut^ezione Calabra, stampati, dalla Ti- 
pografia dell' Ara/f/o, in Napoli, noi 1840, a cura del Governo 
Borbonico. Mori, rimpatriato da quaranta giorni appena, il 10. 



— 485 — 

XI. 60, giorno dello ingresso di Vittorio Emanuele, in Napoli. 
Era d'illustre famiglia catanzarese, cui appartengono,. anche, 
i viventi: senator Tancredi De Riso; Ippolito (onde citasi uno 
scritto, nella 232* di queste note); e Bernardo (che si troverà, 
pur, mentovato in queste lettere) fratel d' Eugenio e d*Ippo- 
lito,benedettino. Questi, designato, per merito, alPepiscopato, non 
l'ottenne, dicono, per Topposizione della corte Borbonica, anche 
a Borboni spodestati. È stato canonico di San Pietro, a Roma; e, 
si buccina, confessore della nostra Regina Margherita. Poi, abate 
di Perugia. Leon© XIII, V ha voluto vescovo di Catanzaro, in 
quest'anno. Nacque, in Catanzaro, il 31. XII. 23. 

(332) Vincenzo Marsico, che era stato Intendente, a Catan- 
zaro, nel periodo costituzionale. Visse poi, emigrato, a Malta. 
Aveva fama di valentuomo e galantuomo. Da non confondersi , 
per nulla, col sedicente barone Gaspare Marsico. Il quale, dopo 
essere stato rivelante impunitario, in un processo politico, ha 
fatto, per molte legislature, il mestiere di Deputato al Parla- 
mento Italiano: beninteso, di sinistra. 

(333) Di questo fatto, non n'ho potuto ritrovar traccia, ne' ver- 
bali della Camera , stampati dal Colletta (Vedi nota 329.*^). 
Duolmi non avere, fra le mani, il libello del Petruccelli, sugli 
avvenimenti del 48, nel quale chi sa come lo avrà raccontato. 

(334) Era il Campobasso uno de' più tristi ed esosi Com- 
missari di Polizia. Uomo, del resto, di pessimi costumi; e gio- 
catore appassionato di primiera. Mori, dopo il 1850, nel palazzo, 
detto della Prefettura vecchia o del Gesso, a canto della chiesa 
dell' Ospedaletto, appunto là, dov'ò, ora, il negozio di Giosuè 
de Palma. Eseguendosi alcuni lavori, si trovaron murati un cra- 
nio ed ossa. Avvertito il Commissario Campobasso, accorse. Men- 
tre osservava il reperto, sprofondò il pavimento; ed egli rimase 
schiacciato. 

(335) Carlo-Giuseppe-Maurizio-Ettore Perrone di San Martino 
nacque, il 14gennajo 1789, in Torino, da un padre, che era Gran 
Maestro della guardaroba e Maggior Generale di Cavalleria. La 
madre, Paolina Argenterò di Berzezio, fu, poi, Dama di palazzo 
delle Imperatrici Giuseppina e Maria-Luisa. A sedici anni, si ar- 
ruolò nella legione del Mezzodì, composta, in massima parte, di 
piemontesi, e divenuta, poi, il 32* di fanteria leggiera francese. II 
12 ottobre 1806, Napoleone il fece hmmettere, nella scuola di 
San-Ciro; e, l'I! aprile 1807, ne uscì sottotenente, nel 65* di li- 



— 486 — 

nea, esordendo nella carriera, colla campagna di Prussia e di Po- 
Ionia, liuogotenente nello stesso corpo, prese parte a quel se- 
guito di battaglie, in cui rifulse la virtù della grande armata, 
nel 1808 e 1809; ed, a Wagram, fu fregiato della croce della 
Legion d'onore, sul campo. Passato al 4° cacciatori della Gio- 
vine Guardia, fece, con esso, le campagne di Spagna del 1810 
e 1811. Ma, subito dopo, venne trasferte, al 1.** reggimento 
granatieri a piedi della Vecchia Guardia; e, con questo, fece la 
campagna di Russia, quantunque avesse una gamba fratturata, 
per una caduta; ma adoperava le grucce ,• quando smontava 
di cavallo. Capitano, nel 1813, prese parte a' trionfi di Liitzen e 
di Bautzen. Capo di battaglione nel 24° fanteria, nel 1814, fece 
la campagna francese; e fu ferito, a Montmirail. La ristorazione 
il pose in riserva. Al ritorno deir Imperadore , dall' Elba , il 
Perrone fu de' primi a chiedere di essere riammesso in attività: 
per cui, nel 1815, venne confermato nel grado di capo -battaglione 
e creato ajutante di campo del generale Gerard. Nella giornata 
di Ligny, ucciso il cavallo di quest'ultimo, il Perrone gli ce- 
dette il proprio; e rimase, nella mischia, a piedi, col rischio di 
cader prigioniero de' prussiani. Dopo la seconda ristorazione, 
non avendo potuto essere ammesso, col suo grado, neiresercito 
sardo, ei si rimase, in aspettativa, in Francia, finché non venne 
richiamato al servizio attivo e collocato, come capo- battaglione, 
nella legione dipartimentale della Manica. Nel 1818, chiese le 
sue dimissioni: e dimorò in Inghilterra e, poscia, in Piemonte, 
attendendo all'agricoltura, nel suo podere di Perola. Arrestato 
e rinchiuso nella cittadella di Torino , quantunque contrario 
a' moti del 1821, ebbe incarico, dal governo costituzionale, di 
formare due battaglioni, chiamati Cacciatori d'Ivrea, de' quali 
fu colonnello. Fallita la rivoluzione, ritornò in Francia; e venne, 
negli stati Sardi, condannato a morte, in contumacia. Riprese 
servizio , in Francia , dopo la rivoluzione del 1830 ; e fece la 
campagna del Belgio, sotto il Gerard, divenuto maresciallo; e, fu 
nominato colonnello, nel 1832. Nel 1839, il promossero generale 
di brigata, destinandolo al comando del dipartimento della Loira: 
ufficio, che esercitò, per sei anni. Nel 1848, si presentava can- 
didato all'assemblea Nazionale. Ma, al primo invito, accorse in Ita- 
lia; e fu, dal governo provvisorio di Lombardia, incaricato di orga- 
nizzare il novello esercito. In queste sue funzioni, incontrò forti 
ostacoli, per parte di chi avrebbe dovuto secondarne gli sforzi. 



— 487 — 

Duraste la campagDa del 1848, fece il blocco di Mantova, colla 
divisione lombarda. La cui prima brigata era comandata , da 
Raffaele Poerio (Vedi la 243.* di queste note). Dopo l'armistizio 
Salasco, fu fatto ministro degli esteri, nel gabinetto Revel; e, 
dimostrando poco senno, bramò la seconda guerra, quantunque 
avesse contrari i suoi colleghi di ministero. Non conservò, lun- 
go tempo, il portafogli; e, denunciato Tarmistizio coli' Austria, 
ottenne il comando della S.*^ divisione dell'esercito, che doveva 
entrare in Lombardia. Alla battaglia di Novara, colpito, in fron- 
te, da una palla nemica^ si slogò, giunta, la spalla, stramazzando 
da cavallo. Raccolto, da due soldati, e posto iu un carro d'ambu- 
lanza, volle vedere il Re; e, fattoglisi trascinar dappresso, gli 
rivolse queste parole: Sire! fai voué ce dernier bout de ma vie 
à vous et à Vindépendance de 7non pays: à presenta mon devoir 
est accompli. Spirò, a Novara, il 29 marzo 1849, presso la mo- 
glie, nipote di figliuola del Lafayette. Sul Perrone, c'è un libro, 
che non ho potuto vedere; Cecini sulla vita del Barone Perrone 
di San Martino^ offerti^ agli Italiani^ da G, B. C capitano nelle 
ti-nppe lombarde, durante le due campagne 1848-49. Torino 
1850, Stabilimento tipografico di Alessandro Fontana, 

(336) Mi scrivono, da Milano, che questo Gonsalez passa, per 
esser stato un "^o^ guascone. — « Ri usci a farsi mandare, a V«ne- 
« zia, quale inviato, dal Governo Provvisorio lombardo ; e, là, 
€ pa.sseggiando in piazza S. Marco, con una sciarpa tricolore, 
« in cui stavano stampate le sue qualità , distribuiva strette 
« di mano, a tutti, spacciandosi per un grande e donando, al- 
« la folla, dolci e frutta, per farsi applaudire. Oggi è un X. 
« Questi particolari, forse, esagerati, mi provano, che non fu, 
< per altro, un personaggio importante. » — 

(337) Giovanni Noghera. Mi scrivono, di Milano: — « Alcuni» 
« del 1848, ricordano un Noghera, figliuolo di uno, allora, im- 
« piegato alla Corte Vicereale. Oggi, questo Noghera sarebbe 
« Impiegato, al Ministero dello Interno. » — 

(338) Se non erro, questo signor Luigi Pesce era, verso il 1864, 
Tenente-Colonnello dello esercito Italiano. E sua moglie fu, per 
qualche tempo , Direttrice del terzo de' Reali Educandati di 
Napoli, che, allora, stava sopra Materdei, (nel fabbricato, occu- 
pato, adesso, da Padre Ludovico), e che, ora, è in Santa Pa 
trizia. (Non so, dove il trasporteranno, se avrà luogo lo inau- 
spicato trasferimento delle cliniche in Santa Patrizia!) Se non 



— 488 — 

ftrro. ci furon ^ai. f>er avere essa accolto, neU'<2d acaudato, con 
troppa espansione, il mari^>. dopo una lunga assenza. Ma, di 
tutto ciò. non ho se non confusa reminisceaza; e potrebbe, an- 
che, dariii, che, rotondamente, errassi. 

(330) De*fatti di qneato signor Bernardo Ruggiero, nulla ho 
ItfìtuU) appurare. 

(340; Quali fossero qnesti opascoletci, ignoro. Il fratello di 
Savino Savini (vedi la 24.^ di queste note) è, ancor, vivo. Si 
chiama Francesco. £ notajo e Direttore dell'Archivio Notarile 
di Bologna. E fu, per molti anni, Sindaco di Casalecchio. Ed 
appartiene al rAsnooi azione Costituzionale. 

(341; Carlo, di Palilo Bignami e della Maddalena Marliani, 
nacque, in Milano, il 1809. Ma la sua famiglia si trasferì e 
stabili, a Bologna, quando egli aveva, circa, quattro anni. Stu- 
diò, nel Collegio di Hofviryl, diretto dal Fellenberg. fino al 1825; 
e, poi. Filosofia « Matematica, nella Università di Bologna, ove 
sì laureò, nel 1829. Frese parte a* moti del 1831 ; e marciò 
nella colonna del Colonnello Guidotti (vedi la 143.^ di queste 
notale), col grado di sottotenente; e ripatrìò, dopo la capitola- 
zione di Ancona e l'ingresso degli austriaci. Nell'autunno del- 
l'anno stesso, riorganizzandosi la Guardia Nazionale, egli fu 
Maggiore. Ma, nel febbrajo seguente, rìoccupando gli austriaci 
Bologna e le llomagne, emigrò; e rimase fuori, sino al 1836. 
Nella formazione della Civica, alFavvenimento di Pio IX, fu 
Maggiore, poi Tenente- Colonnello; e, con tal grado, parti, nel 
48 , con un battaglione, pel Veneto. Dopo la capitolazione di 
Vicenza, ebbe ordine: di ritirarsi a Venezia. Vi fu raggiunto, 
da un secondo battaglione bolognese, comandato dallo Scar- 
soUi ; , promosso a Colonnello dal Pepe, ebbe il comando della 
quarta legione (o legione bolognese), composta di essi due bat- 
taglioni e di tre compagnie marchigiane. Prese parte, alla ri- 
cognizione verso il forte Cavanella d'Adige (Vedi la 324.* di 
queste note); ed alla sortita di Mestre, nella quale fu, mortal- 
mente, ferito Alessandro Poerio. Alla fine dell' anno , tutti i 
volontail pontifici, comandati dal Ferrari (vedi la 259.* di que- 
ste note), che avea, per capo di Stato maggiore, Luigi Mezza- 
capo (vedi la 108.* di queste note) , ebbero ordine di rimpa- 
triare. Il Bignami andò a Bologna; e, poco dopo, vi fu Co- 
mandante della Guardia Nazionale. L'8 maggio 1849, attaccata 
Bologna dagli austriaci, non si potò fare se non una resi- 



— 489 — 

stenza passiva. I reggimenti svizzeri erano stati sciolti; e molta 
truppa e cannoni richiamati, a Roma , per la difesa contro i 
francesi. A Bologna , per tanto, non rimase se non un can* 
none di ferro senza affusto , che venne adoperato , improvvi- 
sandogliene uno; oltre a due cannoncini, di cosi piccol calibro, 
da sembrar giocattoli. Nel 1859, fu offerto, reiteratamente, al 
Bignami, di entrare al servizio; ma la salute, non gli permise 
di accettare. E fu delegato, dal Sindaco, alla Presidenza del Con- 
siglio di ricognizione , per la Guardia Nazionale in Bologna. 
Il Bignami vive, ancora; e, per ragioni di famiglia, si ò stabi- 
lito, da lungo tempo, a Lucca. La sua moglie ha, gentilmente, 
informato, chi, per nostro conto, la richiedeva di quelle lettere, 
che il Poerio avesse potuto scrivere a suo marito, che il car- 
teggio di lui fu distrutto, nel 1849. 

La Maddalena Marliani. madre del colonnello, aveva, nel 48, 
due figliuoli ed il fratello alPesercito. Carlo, come s*è detto, era 
a Venezia. Enea, ufficiale d'ordinanza del Duca di Genova, il 
segoni, in tutta la campagna del 48; trovandosi, pure, il 23 mar- 
zo 1849, alla battaglia di Novara. Marcaurelio Marliani, poi 
era, nel 48, ajutante di campo del Generale Durando; e fu 
ucciso, VS maggio 1849, alla porta di Galliera, a Bologna. Ma, 
nel 1848 , in Italia , non eravamo giunti a questo : di trovare 
cosa miracolosa, eroica, degna di monumenti, che più persone 
d'una famiglia, volontariamente, combattessero per la patria! 

(342) Sopra questo Commissario di Guerra Pìrella o Pirelli, 
nulla ho potuto sapere. 

(343) Non so arzigogolare di quale de* fratelli di Girolamo 
UUoa, qui, si parli. 

(344) La Carolina Poerio era stata, a Venezia, solo pochi 
giorni, reduce dalla relegazione di Gratz, col marito e con la 
famiglia, andando a Firenze. (Vedi la nota 279.*^) Ma ella aveva 
moltissima memoria locale. 

(345) Non so di quale de' figliuoli di Vincenzo Lanza, (Vedi 
la nota 74.*^) qui, s'intenda parlare. Uno, Pompeo, ò, ora, 
medico. Un'altro, Carlo, ò Professore di Latino e Greco (nel 
Liceo Antonio Genovesi di Napoli) e Direttore del Convitto 
Giannone. E, se non erro, non sono i soli. 

(346) Non ho potuto ritrovare questa lettera del Montanelli, 
per inserìrla qui; ma, per quanto io me ne ricordi, era piena 



^ 490 — 

dì quel sentimentalismo ed umanitarismo smaccato, che mi rin* 
cresce, come lo sciroppo. 

{347J Credo, che Paolo Correnti sia, qui, lapstts calami per 
Cesare Correnti. 

(348) Su Giuseppe Vignati, da Milano , mi scrive un cono- 
scente: — « Vignati è nome comune di famiglia milanese; ma 
« nessuno mi seppe dire nulla intorno al Vignati , del quale 
« Ella mi parla, che avrebbe militato, nel 1848. » — 

(349) Il Maggiore Novara (o Noaro ? che non so l'esatta orto- 
grafìa del nome). — « Questi » — mi si scrive — nacque, a Bor- 
« dighiera, negli Stati Sardi; servì, come furiere, nella brigata 
« Aosta; terminata la ferma, ottenne il congedo; ed era codo- 
ni: scinto, a Torino, come giuocatore di pallone ecc. ecc. Nel 1848, 
« comandò il battaglione della Guardia Nazionale Lombarda, 
« in Venezia , come Maggiore. Fu nominato Colonnello, nella 
« Emilia, nel 1859; e, finalmente, tenne il comandò di una 
€ brigata, come Maggior-Generale, nel Regno d'Italia. > — 

(350) Chi sia questo di o de Cesare non saprei dire; e non è fa- 
cile indovinare, essendo il cognome comunissimo, non solo neli^ 
Provincie meridionali, ma in tutta Italia. Forse, si tratta di 
quell'Innocenzo di Cesare, che, nel 48, fu deputato, pel distretto 
di Potenza; suocero di Luigi d'Egidio (Vedi la SGS.** di queste 
note). Fu uomo di gran valore intellettuale. 

(351) Questo Arditi deve essere stato un fratello di quel 
Giuseppe Arditi, che è, poi, morto, avvelenato, dal proprio fi- 
gliuolo. 11 parricida fu difeso da Nicola Amore, con isplendide 
orazioni: ma l'evidenza lo schiacciava. Condannato una prima 
volta ed annullata, poi, la sentenza, mori, in carcere, prima che 
il giudizio fosse, interamente, espletato, di nuovo. 

(352) Neppure il cognome di questo D. Luigino ho potuto 
scavare! 

(353) Di questo crociato Delie-Mura, che rimpatriava, alle- 
gramente , prima che il Santo Sepolcro fosse stato liberato , 
lasciando* ad altri, la cura di dare e riceverne, nulla so; né vai, 
davvero, la pena di, studiosamente, ricercarne. 

(354) Questa lettera di Carlo Poerio, senza la poscritta del- 
la madre, e l'altra d'ambo, che segue (pag. 165-169), sotto il nu- 
mero LXXXV, furono, già, da me, pubblicate, nella Raccolta \ 
di I scritti vani | inviati per nozze \ Beltrani-Jatta \ e pubblicati 

I dall'Avvocato | Niccola Festa Campanile \\ Trani \ Tipografia 



— 491 — 

V. Vecchi e C. \ 1880. Le intitolai // Processo Longo e Belli- 
Franci. E vi premisi la seguente dedicatoria: 

A G. B. BELTRANI. 

Caro Amico, 

Nel XXIII capitolo delle Ricordanze di Luigi Settembrini, 
si legge il paragrafo seguente: — <c Era il giorno xiij Luglio 
« f\LDCCC.XLVIII), ed io vidi molte carrozze chiuse, che, cir- 
« condate da soldati, a cavallo, con le pistole in pugno, pre- 
« sero la via di Castelsantelmo. Erano i capi delle milizie si- 
« ciliane, state in Calabria, fatti prigionieri, che andavano ad 
€ essere sepolti, in quel castello. Caduta la rivoluzione di Ca- 
a labria , i siciliani fuggirono, sopra alcuni piccoli legni. E, 
« dopo lunghi travagli, mentre erano a poca distanza da Corfù 
« e si tenevano salvi, furono sopraggiunti, dal vapore napole- 
« tanó, lo Stromboli y comandato dal Salazar; e furono fatti 
« prigionieri. Ed erano circa seicento , tra i quali il Ribotti. 
« Menati a Reggio , poi, a Napoli , i capi furono gettati, nei 
€ sotterranei di Santelmo; gli altri, mandati in galera. Giaco- 
« mo Longo e Filippo [sic^ delli Franci, perchè antichi uffiziali 
« delFesercito napoletano, furono sottoposti, al giudizio di un 
« Consiglio di Guerra. Carlo Poerio, come avvocato, si presen- 
« tò, a difenderli; e, sebbene si vedesse intorno militari , che 
<c lo minacciavano e lo schernivano , egli fece il suo dovere. 
« Furono condannati, a morte: per grazia, all'ergastolo. Stet- 
te tero sepolti, in un sotterraneo di Torre d'Orlando, in Gaeta, 
« sino al M.DCCC.LX. Giacomo Longo, come ne uscì, corse, a 
a Capua, dove si combatteva. Fu ferito, nella fronte; e cadde. 
« Si levò, fasciò la ferita, gridò: Viva V Italia! e seguitò, a 
€ combattere, finche fu ritratto, dagli amici. Il Ribotti penò, 
a molti anni, in Castelsantelmo: gli altri, nelle galere, prima; 

< poi, sulle isole. I deputati Scialoja e Conforti dicevano, ai mi- 
ic nistri: Se i Siciliani sono ribelli, giudicateli; se sono prigiO" 
€ nierì di guerra^ trattateli come prigionieri. E i ministri ri- 

< spondevano, con ingiurie ai Siciliani, ai Calabresi, ai depu- 

< tati, chiamandoli stolti e faziosi. » — 

Credo , che , a te ed a tutti i lettori delle Ricordanze del 
Settembrini, vale a dire, a quanti uomini colti ci ha in Italia, 



— 492 — 

debba far piacere di leggere tre lettere, dirette, ad Alessandro 
Poerio (allora, volontario a Venezia, dove mori, combattendo) dal 
fratello Carlo e dalla madre Carolina Poerio Sossisergio, narran» 
dogli, minutamente, del processo contro il Longo et il Dalli- 
Franci, nonché della parte, sostenutavi, da esso Carlo. Vi si ma- 
nifestano menti serene , che non s* illudevano sull^ situazione 
e sugli uomini. Io rammento que'giorni; e mia madre, inquie- 
ta sul fratello, che s'era andato a metter, volontariamente, in 
bocca al lupo (cioè, in mezzo alla soldatesca esasperata), per 
difender, piamente, un amico; e quanti bazzicavano in casa, ac- 
corarsi del destino de' prigionieri. E, per quanto l'età puerile 
il consentiva, partecipavo, a que' sensi: di simpatia, pe* sog- 
giaciuti ; di ammirazione , per la loro intrepidezza ; di odio , 
pel tiranno, che faceva assaporar tutte le amarezze della morte 
a'condannati e, poi, li graziava, con tanta malagrazia, alPulti- 
mo istante, per prolungarne le sofferenze in prigionie dolorose. 

Ora, però, m'è molesto il ripensare, a questo fatto ed a molti 
altri, che, pure, hanno preparato la fondazione del Regno d'I- 
talia, ma che, moralmente, non possono difendersi del tutto. Se 
qualcuno, nel nostro paese e contro la dinastia sabauda, fa- 
cesse quanto il Longo et il Delli-Franci fecero , nel Regno 
delle Due-Sicilie e contr'a' Borboni, mille morti, nonché una, 
mille strazi mi parrebbero castigo lieve. Adesso, la via del do- 
vere è chiara, aperta; non c'è, più, bivi imbarazzanti. Obbeden- 
do e servendo, alla Dinastia ed al Re, si sa di obbedire alla 
patria e di servirla: che lo Stato, da noi, è per la Dinastia; 
e la Dinastia non ha nò può avere interessi, divergenti o dì- 
stinti, da quelli dello Stato. Quindi, dovremmo essere entrati 
in condizioni normali: la rivoluzione dovrebb'essere finita. La 
jattura somma della patria, la perversità e l'insipienza de'go- 
verni, la signoria straniera, Tarbitrio autocratico de' Principi 
facevano stimare, se non lodevole, almen, lecito, anche a' buoni, 
qualunque mezzo, che sembrasse adatto, a procacciarci l'indi- 
pendenza o l'unità la libertà. Bisognava pensar a creare lo Sta- 
to, prima di tutto, ad ogni costo; ed a far, che lo Stato fosse 
la cosa pubblica, la cosa comune. E, certo, non potremmo, senza 
ingiustizia manifesta, applicare, a' fatti di que' tempi, i rigidi 
criteri morali, che, giustamente, debbono applicarsi a' con* 
temporanei. 

A noi, caro Beltrani, i quali fondiamo nuove famiglie, nel. 



— 493 — 

la nuova Italia, spetta di educare ì fìgliuoli, che desideriamo, 
con principi morali rigorosissimi, abborrendo dal lassismo vol- 
gare. Un popolo indulgente è un popolo corrotto, anzi perdu- 
to. Gli applausi, prostituiti a' Milano ed agli Orsini, suscitano 
i Passannante. I monumenti a* Mazzini , a* Cattaneo , a* Pi- 
sacane ed altri indegni, proponendo falsi ideali, pervertiscono 
le turbe. Gli uffici e gli onori, conferiti a* ribaldi, compiono 
r opera. Per questa scarsezza del senso morale, il quale non 
ha potuto, del tutto, ristabilirsi, dalle ferite, che tutte le parti 
gli hanno inflitte, a gara, Tltalia, pur troppo, chi ben guardi, 
pericola. Ed, al pericolo, può, solo, sottrarsi, rinsavendo e pur- 
gandosi. Se ne avrà la forza, so saprà por termine, alla baraonda 
rivoluzionaria, e stabilire un bell'ordine morale: si salverà e pro- 
spererà. Se (quel, che non voglio credere) non sarà da tanto da 
rigenerarsi o mancherà chi la metta in carreggiata: cadrà e si 
disgregherà. E sarà poco male; ed avrà meritato di cadere e 
disgregarsi. 

Pomigliano d'Arco, Ognissanti del m.dccc.lxxix. 

Vittorio Imbruni. 

(355) Per Giacomo Longo, per la sua famiglia, po' suoi fra- 
telli Carlo e Roberto, vedi la 300.'' di queste noto. 

(356) Mariano Dolli-Franci : e non, già, Filippo, cjxae si 
legge nelle Hkordame di Luigi Settembrini (Vedi la 354.* di 
queste note). Uscito, poi, dal carcere di Gaeta, segui il Longo, 
a Torino ed a Palermo. Ebbe, in Sicilia, il grado di colon- 
nello d'Artiglieria. Nel 18G1, fu trasferito, con lo stesso grado, 
neir artiglieria dolio esercito regolare; e fu, successivamente, 
comandante locale d'artiglieria, a Pavia, e direttore, pur d'ar- 
tiglieria , a Bologna. Ma dobbo , con sommo rincrescimento , 
aggiungere, che la sua condotta, dopo la costituzione del Re- 
gno d'Italia, non è stata bella e pura. Dovè lasciar lo esercito, 
per cagioni , che mi piace lasciar nella penna, nel 1863. Si 
tratteneva, da ultimo, ne' dintorni di Napoli, non so più se 
alla Cercola od a Sant'Anastasijq ed ò morto, nello Aprile del 
corrente anno 18S4» quando qu(;sta nota era, già, in tipogra- 
fia. De' tre suoi fratelli, due furon militari, nello esercito delle 
Due Sicilie e, poi, nello Italiano; ed, oggi, sono al ritiro. Ne 



— 494 — 

ignoro i nomi; e quale de' due si trovasse nel Corpo del Pepe, 
nel 1848. 

(357) Del Principe Grammonte, da Palermo, poco ho potuto 
sapere. Apparteneva alla nobile famiglia siciliana ed antichis- 
sima de' Ventimiglia. Non era , punto , conosciuto , neir alta 
società di Palermo, nel 1846 e nel 1847. Si fece conoscere, 
combattendo, sullo barricate. Passato, in Calabria, col grado 
di colonnello , segui la sorte degli altri della spedizione Ri- 
botti. Dopo la prigionìa, emigrò, in Francia. Mi scrivono, di 
Sicilia, che, nel 1861. egli v'era, artritico; e che girava in una 
carrettella, sospinta da un domestico; e che somigliava, a 
Giuseppe Ricciardi (vedi la 77.* di questo note), come due goc» 
ciole d'acqua. Altri mi dice, che morì, a Parigi, dopo il 1871. 

(358) Il cavaliere (e non già marchese) Errico Fardella è 
fratello minore del vivente Vincenzo Fardella , marchese di 
Torrearsa, cavaliere dell'Annunziata e senatore del Regno. En- 
rico nacque, in Trapani, il 10 marzo 1821. Prese parte attiva, 
alla rivoluzione: prima, a Trapani, poscia, a Palermo. En- 
trato nell'esercito, combatto a Messina; e passò, quindi, in 
Calabria. Rimase prigioniero, sino al dicembre 1849. Ricordo 
di averlo visto emigrato, a Genova, nella fine del 1849 o ne' primi 
mesi del 50. Nel 1855, fece parte, non so con qual grado, della 
legione anglo-italiana , formata per la guerra di Crimea ; e 
che, per l'avvenuta pace, fu sciolta prima d'entrare in cam- 
pagna (Cfr. nella 370* di queste note). Nel 1860, tornò in Si- 
cilia , non ricordo se con la spedizione Medici o con la spe- 
dizione Cosenz. Reintegrato, col grado di colonello, nello eser- 
cito meridionale, fece tutta la campagna, da Milazzo a Capua, 
dove comandava un reggimento. Non prese servizio, nello eser- 
cito regolare, dopo la guerra. Militò, col grado di generale, 
porgli Stati -Uniti, contro i poveri secessionisti, che ned a lui 
ned all'Italia avevan fatto male alcuno e che chiedevano, per 
l'appunto e con molta pili ragione, quel, che i Siciliani pre- 
tendevano, nel 1848: l'autonomia, l'indipendenza. Da qualche 
anno e dopo aver prrisa moglie, in America, vive, con la sua 
famiglinola, in Trapani. 

(359) — « Tommaso Landi appartenne, ad un' agiata fami- 
« glia della borghesia di Messina. Non fu né unitario, né fe- 
ce deralista, né monarchico, né repubblicano. Egli fu liberale 
« e tutto dato alle dottrine dei Sansimoniani; ed, al 1848, ia 



— 495 — 

« Messina, come, nel 1861, 1863 e 1868, a Parigi, giurava per 
€ il padre Enfantin , come avrebbe potuto fare un allievo di 

< Ménilmontant , nel 1831. Buono amico, integro cittadino, la- 
« vorò, molto, per la rivoluzione, non perdonando ned a fati- 
« che , ned a spese. Fu uno degl' iniziatori della rivolta del 
« primo settembre 1847, in Messina; e combattè, con bravura, 
€ nel 1848. Dopo la prigionia in Sant' Elmo (ed ignoro , se 
« avesse , pur , passato qualche tempo, a Nisida od a Capua) 
« fu esule, in Francia. Si stabilì, a Parigi. E, cagionevole di 
€ salute e tutto dato ai suoi favoriti studi , ivi rimase , sin 
«dopo l'assedio del 1871. Dopo, per seguire il consiglio dei 
«medici, ritornò in patria, ove mori, nel 1874. Io lo rividi, 
« per l'ultima volta, a Messina, nel 1872; e Le assicuro, caro 
« signor Vittorio , che 1' amico Tommaso , dopo i fatti della 

< Comune, era non poco rinvenuto, sulle sue, per lunghi anni, 
«. accarezzate dottrine sociali. » — [Da una comunicazione con- 
fidenziale.] 

(360) — (f Francesco Burgio di Villafiorita, da Palermo, fu, 
«in gioventù, ufficiale nelle Guardie Reali. Poi, si dimise 
« dal servizio militare ; e fu percettore , a Trapani , verso il 
« 1847. Fu tra coloro, che, molto, si adoperarono, prima del 
« 1848, per la rivoluzione. Fu membro del governo provviso- 
<c rio , dopo il 19 gennajo ; e membro della commissione, per 
«la riforma della legge elettorale del 1812, per adattarla ai 
« nuovi tempi, prima di procedersi alle elezioni, che diedero 
«la Camera dei Comuni del Parlamento, che si riunì, il 25 
« marzo 1848. Ebbe il grado di. maggiore d'artiglieria; e, dopo 
« la prigionia per li fatti di Calabria, emigrò a Genova, ove 
« morì, prima del 1860. i* — [Da comunicazioni confidenziali.] 

(361) Di questo Principe del Plico nulla ho potuto sapere, 
per quanto ne chiedessi, a destra ed a manca. Persino il ge- 
neral Longo noi conosce; o dice: — «È un nome affatto nuovo, 
« per me. Deve esserci un equivoco. » — 

(36i?) Non c'era male, per un esercito di seicantoquaran- 
tacinque individui; anzi di cinquecento soli , se dobbiamo cre- 
dere a Don Giuseppe-Napoleone Ricciardi. E parecchi di que' 
colonnelli improvvisati non dovevano essere roba molto seria. Il 
numero strabocchevole di uffiziali superiori fuori quadro ed 
in corca de' rispettivi ipotetici battaglioni, reggimenti, brigato 
e divisioni, forma uno de' distintivi caratteristici, de' caratteri 



— 496 — 

distintivi degli eserciti rivoluzionari, di solito, principalmente, 
intesi e destinati, a rivolgere il destino de' propri componenti, 
a crear loro una posizione sociale od a soddisfarne Tambi^ione 
e la vanità. Salvo, beninteso, la pace de' pochi buoni ! giacché, 
alle rivoluzioni più giuste, dan mano, sempre, con pochi otti- 
mi, turbe di mediocri e di pessimi. 

(363) Vedi la 367.* di queste note. Nota, però, che questo 
infelice è chiamato, dal Tarantini, Guccione o Giiggione e non 
Coccione, 

(364) Per Francesco Angherà, vedi la 370* di queste note. 

(365) Congregazione solita , da secoli , ad accompagnare , 
sul patibolo, i condannati a morte. Nel Catalogo | di Mss, della 
Biblioteca | di \ Camillo Minieri-Riccio \ volume terzo \ \ Napoli 
presso Detken e Rocholl \ 1869^ possono leggersi molte notizie 
intorno alla Compagnia di Santa-Maria-succure-miseris de' Bian- 
chi della giustizia, che fu fondata, nel 1519, da Ettore Vernaccia, 
gentiluomo genovese, e D. Calisto Piacentino dell'ordine de* Ca- 
nonici Regolari di S. Agostino. Vi si legge, pure, l'elenco nu- 
merico de'giustiziati, dall'anno 1556 al 1789. In questi dugeD^(h 
trentaquattro anni, ascesero, in tutto, a 3443. Media: 14, 71 (co- 
me ognun vede, discretissima). I maxima furono: nel 1585 (82)^ 
nel 1584 (76); nel 1674 (75). Non vi furono giustiziati: negli 
anni 1562-63-64-93, 1711-18-25-27-31-33-35-67-74-85-86- 
88-89. — A questa Compagnia di Santa-Maria-succurre-mi- 
seris, detta de' Bianchi della Giustizia, si ascrissero sette papi, 
molti cardinali, cinquantadue arcivescovi, ecc. — Questo numero 
in sé, scarso e, sempre, decrescente, di condanne capitali, in 
Napoli, deve attribuirsi non all'abuso irrazionale del diritto 
di grazia, anzi ed alla, sempre, crescente, mitezza de' costumi 
e delle leggi ed, in parte, anche, ad una cagione, che indi- 
cherò, con le parole del barone Giuseppe Poerio, nella difesa 
di Felice De Antonellis (Vedi nota 386.*) — «Uno de' vizi ra- 
« dicali del vecchio processo criminale era T uso delle pene 
« straord Inarie j che veniva diOlV arbitramento degVindist. L'ac- 
« cusato, non del tutto convinto, era condannato, ad una pena 
< minore di quella stabilita, dalla legge. E la scala di queste 
« pene , invece di progredire in ragione della intensità del 
« dolo, si proporzionava, alle pruove, più o meno copiose e strin- 
ge genti. Proporzione ingiusta ed incomprensibile, tra cose tan- 
« to eterogenee, come, assennatamente, osserva uno de' nostri 



— 497 — 

« più insigni sentori. Frattanto, questo sistema (assurdo, in 

< teorica ) risultava , in pratica , un temperamento, piuttosto, 
€ umano: al che, molto, contribuivano i preclari magistrati, 

< de' quali, in ogni epoca, è stata superba la nostra patria. 
« Ne' giudizi capitali (indipendentemente, dalla scarsezza delle 

< pruove) ogni menda, ogni neo del processo impediva l' ap- 
« plica/ione della pena ordinaria. E rarissime, pili che in qua- 
« lunque altro stato di Europa, erano divenute, fra noi, le 
4C condanne, all' ultimo supplizio. » — * 

(360) Giuseppe, di Ferdinando Marini-Serra e della Pruden- 
za Ameudolara, nacque, in Dipignano , villaggio, prossimo a 
Cosenza, il 2 settembre 1801. Si addisse, al foro; e salì, in fa- 
ma grande , per 1' eloquenza, spiegata contro quel Nicola de 
^latteis, che, Intendente, aveva superate le infamie di Verrà, 
iiella Calabria citeriore. Mori, il 2 settembre 18G0. Rimase, 
quasi, sempre, estraneo alle agitazioni politiche. Nondimeno, 
fci arrischiò a sottoscrivere, in casa de' fratelli Poerio, la pe- 
tizione, con cui si domandava la costituzione, a Ferdinando II; 
e difese, con zelo, alcuni imputati politici. Ma non ebbe, mai, 
molestie, dalla polizia; e non avca, certamente, senso d'Italia- 
nità. Vedi il giudizio di Leopoldo Tarantini, sulla sua eloquenza 
forense, nella nota seguente. 

(oGTj Quau<lo pubblicai, per la prima volta, questa lettera, 
mi rivolsi, al Tarantini, per averne notizie, sul processo. E com- 
misi l'indiscrezione di stamparne la risposta, e per le notizie, 
che conteneva, e per farmi bello della benevolenza, di cui mi 
onorava. 11 Tarantini chiama il suo cliente, quando Guggione 
e quando Gucciyne. — «Mio caro Imbriani, sissignore, potrei 

< darvi molte notizie di quel memorabile giudizio. Ma mi co- 
« glieto, in un brutto momento, essendo occupatissimo e sul punto 
« di partirò, por liari, ove mi chiama la discussione di una gra* 
« vis:>ima causa. Nel processo Dolli-Franci, il Marini-Serra di- 
te fose costui: ed egregiamente, com'era suo costume. (Il Ma- 
<L rini-Serra dava, proprio, l'immagino di Cicerone, a chi lo 
« sentiva discutere: quella niagnilO(iuenza, quel vigore, quel- 

< Yacfiis). CdiV\o Poerio difese il Longo; ed io, il tenente Oug- 
« gione, unico, che fu assoluta); o, por dir meglio, rimandato 
« ad una più ampia istruzione , mentre gli altri due furono 
€ condannati: ad csaer fucilati y fra tre ore. Il giudizio, o^sia 
« l'istruzione del processo , cominciò , all' alba. Noi avvocati 

32 



— 498 — 

« fummo ammessi, verso il mezzodì; e cominciò il dibattimento, 

« che si protrasse, per tutta la notte. E la sentenza fu pub- 

« blicata, all'alba seguente. La mia arringa cominciò, mentre 

« il campanone di San Martino suonava la mezzanotte, sul 

« nostro capo; giacché fu nel chiostro di San Martino, che si 

« celebrò il giudizio. Il Tribunale era, in un angolo del por- 

« tico ; ed , in mezzo al quadrato scoverto , erano due reggi- 

« menti, sotto le armi, che spesso cadevano di mano, ai soldati, 

« sopraffatti dal sonno. La mente correva, proprio, al tratto del 

« discorso PUÒ milone: Haec novi mdicli nova forma terrei 

€ oculos , qui^ qitocumque incidermi^ veterein consuctiidinem 

« fori et pristinutn morem iiidicìorwn rcquirunt. Undique ar- 

« mail, eccetera. Assisteva, al giudizio, 1' attuale general Xun- 

« ziaute , mandato, espressamente, dal Re, per vigilarlo; e so- 

« stoneva l'accusa legale il vecchio e bravo maggiore Felicetti, 

« che la sostenne, con dignità e son/a mancale di riguardo, 

4; agli accusati. Non ricordo, chi era il presidente. Uno dei giu- 

« dici era il tenente Gonzoni, ajutante di campo del Miuisitro 

« Ischitella, il cui voto decise la parità, in favore del mio Guc- 

« cione. Or, vedi fatalità ! Sei mesi dopo, nella ritirata di Vel- 

« letri, comandata da Ischitella, e mentre il Guccione serviva, 

« da semplice artiglici v?, per riabilitarsi, una palla di cannone 

« venne dritta, su lui, .na fu ricevuta, in vece, da Gonzone, che 

€ se gli troA^ava a fianco "e che lo ajutava t» far voltare un caii- 

« none. Sul Guccione, si potrebbe faro un romanzo: per cui non 

« vi formalizzi, se io ho dotto, che voleva riabilitarsi. Era mi- 

« rito, era padre; e la moglie era una vera eroina. Quello, 

« che più mi restò impresso di quel giudizio , fu il sangue 

« freddo del Longo , quando attendeva e quando sentì legger 

« la sentenza di morte. Avendo io annunziato, sotto voce, a Guc- 

« cione, la sua liberazione, che equivaleva alla condanna del 

« Longo, costui, che aveva udito, si rivolse; e, vista la mia 

a costernazione, cercò egli di rincorarmi; e, datomi un suo 

« biglietto da visita, per ricordo. Prendete, mi disse. Non avrete, 

« neppur, la noja di dovermelo restituire, giacché, fra tre ore, 

« non sapreste, più, dove trovarmi. L'ultra impressione profonda, 

« la produsse, in me, la rabbia si-lv;iggia dei soldati, che, senza 

« curar ordini di superiori, avrebbero voluto, al momento, fu- 

« cilare i condannati. Il Longo passò, sorridente, in mezzo a 

« codesti cannibali, che imprecavan contro di lui ed impugna^ 



— 499 — 

<t vano, ferocemeute, i loro fucili, come se passasse in mezzo 
« ad una folla plaudente. Spuntava il sole dietro il Vesuvio, 
« quando io e Carlo Poerio scendevamo, per le rampe di San 
€ Martino, (giacché il Marini - Serra , dopo le arringhe, era 
€ andato via); e ci dividemmo al palazzo Cariati (giacche, al- 
« lora, non vi era il Corso) , egli, per audare a preparare la 
« domanda di grazia, io, per andare a dar nuova dell' esito, 
<( alla moglie del mio cliente , che avea passata la notte, alla 
et sua finestra, sul ponto di Chiaja; e che, in vedermi, da 
4L lungi, svenne, nò potè saper questo esito, se non dopo, circa, 
<c mezz'ora. Questo è quel, che ricordo. I particolari della di- 
« scussione non li ho , se non confusamente, presenti ; nò ho 
« il tempo di andar a cercar gli appunti, tra la farragine delle 
« mio carte. Amate, sempre, il vostro affezionatissimo Leopoldo 
<t Tarantini. » — 

(368) Luigi d'Egidio, da Montefusco, allora, avvocato, è stato, 
dopo il 1860, sostituto procurator generale presso la corte di 
appello di Napoli, della quale è morto consigliere, pochi anni 
or sono. Lasciò vedova la figliuola d' Innocenzio Du Cesare , 
che, altamente, ò lodata, da quanti conosco, come donna egre- 
gia. Il D Egidio mostrò fermezza o coraggio, da presidente della 
Corte d'Assisie, nel celebre processo Dei Giudice, che rimarrà 
una pagina vergognosa, per la istituzione de' giurati e per la 
moralità pubblica, nella storia del foro napolitano. Odiatissimo, 
dalla camorra e da' sinistranti d'ogni risma, fu accusato, una 
volta, durante le elezioni municipali, di leggere, inesattamente, 
le schede, tutto a modo suo e secondo il suo desidciio. Voglio 
sperare, che l'accusa non avesse fondamento; e, certo, la par- 
te, che la moveva, è quella, appunto, che s'è resa immortale, 
per la j^UàUtta ed i blùcchi, arricchendo la lingua di qut-sti be' vo- 
caboli. Si è, persino, raccontato, che il D'Egidio, parlando di 
Napoleone I, dicesse: — <i Era, così, grande, che il Manzoni ha 
€ potuto dir di lui: Li si nutnò Duc-Uccoii.' » — Ma sappiamo, 
con quanta facilità, s' inventino e diUbmlauo simili ralunnie. 

(369) Si tratta di Alessandro del marchese Vito Nunziante. 
Il Tenente-Generale Vito Nunziante fu la piìi notevole figura, 
tra'Generali, sorti, nel movimento sanfedista del 1790. Nac<|ue, 
in Campagna, nel Principato Citeriore, il 12 aprile 1775; o 
mori, il 22 settembre 1830, in Torre-Annunziata (nel decen- 
nio: Gioacchinopoli). — Possono vedersi, intorno a lui : 



— 500 — 

I. 7^ I Tenente Generale | Vito Nunziante \\ In Napoli \ 

i83G. Opuscolo, che ne contiene l'elogio, dottato da Raf- 
faello Liberatore ed illustrato, con documenti. 

II. — Le vite I dei piii celebri \ capitani e soldati \ napoletani \ 
dalla giornata di Bitonto fino a' dì nostri \ scritte \ da \ Ma- 
riano d'Ayala \\ Napoli \ Stamperia dell' Iride \ 1843. 

III. — yita e fatti \ di Tito Nunziante \ per \ Francesco Pa» 
lermo \\ Seconda edizione rimata dalV autore \\ Firenze \ Sta- 
bilimento Civelli \ Via Panicale, 39 \ i870. 

Alessandro Nunziante fu figliuolo di secondo letto di Vito e 
della Camilla Barrcse, da Lipari. (La quale morì, in Napoli, il 
10 agosto 1840; ed una cui vita può leggersi, in calce alP ul- 
timo de' lavori succitati). Ebbe il titolo di Duca di Mignano, 
dalla moglie, Teresa Tuttavilla de'Duclii di Calabritto. Fa tra' 
favoriti, maggiormente, da Ferdinando II, nelle cose oneste 
e nelle disoneste; e, certamente, il favore era giustificato, dalla 
devozione della famiglia, alla dinastia borbonica, e dalla capacità 
di lui, la quale si mostrò, spcjcialmente, nell' organamento de' 
battaglioni di cacciatori. Ebbe, in dono, un vasto suolo edifica/»- 
rio, presso il palazzo Calabritto. E, per somministrarg-Ii mate 
rialida costruzione, si cominciò un trafuro della collina di Pino- 
falcone, praticamente impossibile, por le differenze di livello, fra' 
due orififl; ed i soldati, adibiti a sbavarlo, lavoravano alla co- 
struzione della sua c^sa. Ottenne, Qh^^ la ferrovia Napoli-Roma 
facesse un gran gomito, per toccar Mignano, ecc. ecc. Dicono, 
che s'adontasse, fortemente, per non essere stato fatto maggior'^ 
domo di settimana^ nel 1850, in occasione del matrimonio del 
Duca di Calabria, sebbene la moglie fosse nominata Dama della 
Real Corte. Fatto sta, che abbandonò, nel momento del pericolo, 
la causa de'Borboni; foce rinunziare, alla moglie, il titolo di DaiZ73 
di Corto; e rinunziò gradi e croci. Nel Regno d'Italia, ò stato 
Tenente-Generale; e, nel 1866, espugnò Borgoforte sul Po. Ma, 
indispettito di vedersi poco stimato, malgrado cho si ricono- 
scesse la sua capacità, per via della condotta passata, non 
bella, nò patrioticamente, nò dal punto di vista dell'onor mi- 
litare, volle acquistiire popolarità. Si buttò alla sinistra. E pub- 
blicò un opuscolo sofistico, intitolalo: Ucoìiomia senza ridu" 
zione, che i giornali di sinistra vantarono, corno un nuovo van- 
gelo amministrativo. Sperava di diventar, cosi, ministro. Ma il 
passato ostava. E quando, pur trionfando la sinistra , egli si 



— 501 — 

vide lasciar da parte, la sua mente si annebbiò. Cosi, moriva, 
in Napoli, ne' primi di marzo 1881. Un suo figliuolo sposò, 
a Milano, una certa Antonelìi, ricchissima, orfana di un pa- 
dre, credo, salumajo. Ella si lasciò abbagliare, dal titolo. I Nun- 
ziante tiravano alla dote. E trattarono, padre e figlio, la nuora 
e moglie, tanto bene, che una divisione dovette aver luogo; ed 
i tribunali occuparsi della faccenda. E lo scandalo durò, un pez- 
zo; ed ebbe lungo strascico , anche, per opera d' un giornalu- 
colaccio pettegolo torinese, intitolato il Ficcanaso, 

(370) Questa decisione fu giusta e legale. Il Settembrini di- 
ce: — « Fra' prigionieri era Francesco Angherà, giudicato, col 
« Longo e il Delli-Franci, ma assoluto [?], perchè aveva, già, 
« preso il congedo dalla milizia, quando si mosse a combattere 
« per la rivoluzione. Assoluto, si; ma era tenuto, nel carcere 
« di San Francesco, senza speranza di uscirne. Ond'egli, che 
a piacevole uomo era, si travesti e sfigurò, in modo, che usci, 
a dal carcere, con molta franchezza e senza essere riconosciuto. 
€ Lo sdegno della polizia fu grande; e grandissime le risa dei 
« liberali. » — L'Angherà nacque, in Potenzoni, nel Monteleo- 
nese , il 28 marzo 1820 , di Antonio e della Costanza Stella. 
Entrò, nel 1839, da volontario, neir Artiglieria Napolitana; e 
sarebbe passato uffiziale, se non fosse stato incolpato, ripetuta- 
mente, di cospirazioni. Il 12 febbrajo 1848, fu congedato: per 
non convenir al Real servizio. Capitano di una Compagnia, 
sotto lo Stocco, combattette all' Angitola. Del processo , da lui 
sofferto, allora, ragguagliano queste lettere; della fuga, il brano 
surriferito del Settembrini. Entrò, poi, come alfiere, nella le- 
gione Anglo -Italiana, assoldata dall'Inghilterra, durante la guerra 
di Crimea, (vedi la 358.* di queste note); e vi divenne luogote- 
nente. Ed ebbe a correre, anche, qualche pericolo, poiché, quando 
ottocento Italiani della sciolta legione furono imbarcati , alla 
volta dell'Inghilterra, egli voleva, invece, scendere, in Sicilia, con 
un globo di compagni, per promuovere una rivoluzione. Avrebbe 
dovuto essere appiccato: ma gl'Inglesi, per salvarlo, il dichiara- 
rono matto. E, fingendo tenerlo agli arresti di rigore, il trat- 
tavano benissimo, nella cittadella di Plymouth. Entrò, poi, da 
luogotenente di Artiglieria , noli' esercito della Italia centrale, 
nel 1859: passò, come capitano, nell'esercito sardo, dopo l'an- 
neBsione. Si dimise, per correre, dal Garibaldi, in Sicilia; e di- 
venne Maggiore di Artiglieria. Ed è, poi, stato Tenente-Co- 



^ 502 — 



I 






lonollo (leir arma stessa, noi Regno d' Italia. Egli pubblicò, a 
Malta, se non erro, il racconto della sua fuga, ornato, in quella 
prima edizione, del ritratto proprio e di quello di un suo zio 
Arciprete, (ohe, poi, pretendeva di avere scoperta la quadratura 
del circolo; e si era costituito, in Napoli, d'autorità propria, capo I 
di un ordine preteso massonico.) Ne ho sotto gli occhi la secon- 
da oiliziono (Napoli, 1H07), col solo ritratto di Francesco. 

(*v^l) Altro che difficilissima dovotf essere la difesa! Certo, 
quando uomini, che tutta la precedente e tutta la rimanente 
vita mostra essere ben temprati, d'onore, generosi, prodi, com- 
mettono, senza esitazione, con la compiacenza e col plauso de' 
migliori della nazione, quo' peccati orrendi, che sono la cospi- 
razione, la ribellione, la insurrezione, la violazione del giura- 
mento militare e la diserzione al nemico, noi dobbiamo confes- 
sare , di avere, innanzi agli occhi, non un caso di perversità 
individuale, anzi un sintomo di sfacelo sociale. R dello sfacelo 
sociale, quasi sempre, la colpa massima, penza tema di errare, 
è da attribuirsi, a' capi ed a' rettori dello Srato. Una delle peg^ 
glori e cause e conseguenze delle rivoluzioni è, appunto, lajw^ 
turbazione generale delle coscienze, che induce 1 buoni e gli 
onesti: ad appigliarsi, a mezzi improbi, per conseguire il fttke, 
che lor sembra desiderabile; ed a scusare o lodare, chi vi s' ap- 
piglia. Ma queste discolpe si possono presentare, con isperanza 
di vederlo accolte, innanzi al tribunale dell' Istoria, non innanzi 
a' tribunali ordinari, né, soprattutto, innanzi a' tribunali militari. 
Sento, però, l'obbligo di stampar, qui, un brano importan- 
tissimo di una lettera di Giacomo Longo, in data del 6 Mag- 
gio del corrente anno 1884, nel quale egli chiarisce la posi- 
zione propria: — «Ella mi permetterà un fatto personale, 
« come lo si direbbe, alle Camere. 11 mio carissimo Carlo Poe- 
« rio disse il vero, nella sua lettera del 22 luglio 1848, che, 
«cioè, arduo era stato il compito della mia dife.sa: ma non 
« accennò, alla differenza, che v'era, fra la posizione di Delli- 
« Franci e la mia. Delli-Franci , trovandosi, di presidio, a 
« Reggio, con la sua compagnia di Artiglieria, nei primi giorni 
« di giugno 1848, abbandonò il suo posto, durante lo ostilità 
« con la vicina Sicilia. Passò, in Messina. E, pochi giorni dopo 
« s'unì, ad altri napoletani, prendendo imbarco, a Milazzo, sui 
« piroscafi , che trasportarono , in Calabria , la piccola spedi- 
« zione siciliana. Dal Governo Provvisorio, istituito a Cosenzat 



— 503 — 

« ebbe il grado di Colonnello; e combattè, dbn noi. 11 resto è 
« ben conosciuto. Io, invece, fui, nell'agosto 1847 (trovandomi, 
«di presidio, a Palermo), incarcerato e sottomesso alla corte 
« criminale di quella provincia (secondo il disposto dal de- 

< creto del 1844), accusato di cospirare contro la sicurezza 
« dello Stato. In Camera di Consiglio e conforme alle conchiu- 
« sioni del Procurator Generale , presso quella Gran Corte 
« (Roberti), fu emanata sentenza: di non darsi luogo a proce- 
« dere, per insussistenza di rento. Ma, dopo che il Cancelliere 
« della Corte ebbe letta la sentenza e consegnato, al Direttore 
« del Cai'cere, ove io ero sostenuto (Carcere detto della Quinta 
« CasUy carcere ordinario e non militare), l'ordine del Procu- 
« ratore Generale, par la mia immediata messa in libertà, il 
4C Direttore disse: Ora, Ella è libera, secondo la sentenza della 
« Gran Corte. Ma continuerà a restare in carcere^ {/insta gli 
« ordini di S, E. il Ministro della Poli::ia Generale [Del Car- 
« retto]. E, soltanto^ passerà, da tino scompartimento ad un 
4L altro di questa stessa prigione. Lo che fu eseguito. Avendo, 
« così, termine il processo, io pensai, esser conveniente, dare, 
« senza indugio, le mie dimissioni dal servizio militare, facen- 
« done domanda, in iscritto, al General Vial, comandante il 
« presidio di Palermo. Tutto ciò, alla fine di novembre 1847. 
€ Non ebbi alcuna risposta. Ma , secondo i regolamenti , non 
« ve ne era bisogno : bastando la semplice domanda , da me 
«fatta, e il non presentarmi, al corpo, cui apparteneva, per 
« venire cancellato, dai ruoli dell'esercito., notificandosi tal mu- 
« tazione air oixiine del giorno dell'esercito stesso. (Oggi, si 
€ direbbe , da noi , nel bollettino militare.) E le cose, cosi, si 
€ passarono. E Carlo Poerio, nel presentare le sue eccezioni 
« per l'incompetenza del tribunale militare, diede lettura del 
a detto ordine del giorno. Il tribunale si ritirò , per delibe- 
« rare. Ma , nel riprendersi il dibattimento , espresse parere 
<c essere competente ; e si procede, oltre. Com' Ella Vede , io , 

< siccome disse il mio carissimo Carlo , potevo , anzi dovevo 
« esser condannato a morte, secondo le leggi: perchè uno dei 
a capi della rivoluzione, in Sicilia,* perchè membro del Mini- 

< stero, che, in applicazione dell'articolo 4.^ della Costituzione 

< del Regno, propose ed ottenne il voto, dal Parlamento, per 
«la decadenza dei Borboni. (Costituzione, che il Principe E- 
« reditario avea giurato, nel 1812, a nome del Re Ferdinan- 



— 504 — 

a do III -- Ferdhiando IV di Napoli). Non dovevo ; però , né 
« potevo essere giudicato e condannato , dal Tribunale Mili- 
« tare, ma dalla Corte Criminale. Quanto a me, rimasi, del 
« tutto, passivo, nel dibattimento: non potendo riconoscere, nò 
€ il governo di Ferdinando , qual Governo di Sicilia , né la 
€ giurisdizione di quel tribunale. Poerio si presentò , sponta- 
« neamento, per mio difensore. Ma io, abbracciandolo e rin- 
« graziandolo, gli dissi, che non poteva accettarlo, per difen- 
« sere ; prigioniero di guerra , non poteva oppormi alle vio- 
« lenze, che mi si facevano; ma che nessuno atto poteva fare, 

< che indicasse la mia sottomissione, al giudizio, che si andava 

< ad aprire. Tale dichiarazione avevo , già , fatta , prima , al 
a cancelliere del tribunale , che venne a notificarmi essersi 
« presentato T avvocato Poerio, qual mio difensore. Quando il 
«mio amico tornò, in S. Elmo, per vedermi, l'ultima volta, 
« prima della mia partenza per Gaeta, mi raccontò, come s'è- 
€ rano passate le cose, nella giornata del venerdì e nella mat- 
€ tina del sabato , siccome egli stesso e la madre scrissero , 
€ ad Alessandro, in Venezia, nelle lettere, ch'Ella mi ha me«> 
« sott' occhio. Ed aggiunse, che, il ministro inglese a Napoli. 

« allorché si trattò di sciogliere il dubbio, se le acquo, prean 
€ Corfù, ove fummo catturati dallo Sty^omboli , erano acque 
« libere o comprese nella zona delle acque inglesi, nel mentre 
4: si decideva, con la scorta dei giornali di bordo, che la cat- 

< tura aveva avuto luogo, in acque libere , il Re aveva pro- 
« messo, al ministro inglese, che (ove alcuno dei prigionieri 
« fosse stato tratto innanzi ai tribunali e che , a giudizio di 
« questi, veniva condannato a morte) nessuna pena capitale 
« sarebbe stata eseguita. Ciò ho voluto rammentare : non per 
«invalidare, in alcun modo, il valore della grazia sovrana; 
« ma, solo, per esporre la verità delle cose, siccome me le disse 
a il mio amico Poerio , alla presenza del buono e bravo Co- 
« lonnello' Simonetti, Comandante il forte S. Elmo. » — 

(372) Ed, anche, questa sentenza fu giusta e legale. 

(373) Ecco la copia della minuta di questa : Supplica^ alla 
Maestà del Re., per la grazia del condannato a morte^ Giaco- 
mo Longo, A tergo, v' è scritto, anche, di pugno del Poerio:— 
« S. M. air alba del 22 (giorno destinato alla esecuzione), ha 
« fatto grazia della vita. » — 



— 505 — 

— « Sacì^a Real Maestà, 

< Signore, quando la Giustizia ha pronunziato, è obbligo di 

< ogni buon suddito fedele, chinar la fronte, ai suoi decreti, 

< con riverente rassegnazione. Ma, pel difensore del misero , 
€ che vien colpito, da una condanna capitale , sorge, in pari 

< tempo, un obbligo santissimo: quello d'invocare, con tutte 
a le forze della piti fervida preghiera, la grazia della vita, a 
« prò del infelice suo cliente. Perciocché egli non potrebbe , 
« senza irceverenza o senza ingratitudine, dubitare, un solo 
« istante, della inesauribile clemenza del Principe. Ed, a que- 
« sto sacrosanto dovere, adempie il, qui, sottoscritto, difensore 
« spontaneo di Giacomo Longo, dannato all'ultimo supplizio» 

< implorando, o Sire, che un raggio della celeste prerogativa 
« della Grazia Sovrana si spanda, su quel capo, percosso, dalla 
€ inesorabile giustizia degli uomini. Segua la Maestà Vostra 

< grimpulsi generosi del suo Real Animo. Risponda, con ripe- 
€ tuto, anzi supremo benefìzio, a'traviamenti della cieca passione. 
« S'innalzi, sublime, su' tempi e sugli uomini, mostrando, al 
€ mondo, nella serena Maestà dell' Imperio: ch'Ella sa vincere ^ 
« con V autorità delle leggi, ma preferisce di vincere, con la 
€ magnanimità e col perdono. Pronunzi la Maestà Vostra, 

< anche una volta, quella parola, tanto desiderata, quella pa- 
« rola, tutta spirante paterno amore; e prepari il suo generoso 
4 cuore, alla ineffabile gioia, di veder rifiorire, ad un suo Re- 
« gio cenno, una vita, sì giovane, sì piena di avvenire, di spe- 
« ranza, di futura eterna gratitudine. 

€ Napoli, 21 Luglio 18^8. 

« Avvocato Carlo Poerio , 

« Difensore officioso del condannato a morte 
< Giacomo Longo» > — 

(374) Roberto Savarese, vice-presidente della Camera do' De- 
putati (Vedi la 62.* di queste note); Paolo-Emilio Imbriani 
(Vedi la 29.* di queste note) segretario della Camera de' Depu- 
tati; Gennaro Bellelli (Vedi la 61.* di queste note); e Giuseppe 
Massari (Vedi la 174.* di queste note). Questa commissione fa 
cosa, meramente, officiosa; e non ne venne fatta parola, nelle 
riunioni ufficiali della Camera (che tenne seduta, il venti ed il 



— 506 — 

ventuno luglio). Vedi Tornate \ delia Camera dei Deputati \ 
del Parlamento Napoletano \ nella sessione 1848- d 849 | con 
tutti ijìvogettl di legtjc in essa presentati | per \ Carlo Colletta \\ 
Napoli I dalla stamperia dcW Iride \ 29, Strada Maffnocavallo \ 
1806. Secondo quanto scrive la Carolina Pocrio (Vedi pag. 166 
di questo volume), la deputazione sarebbe stata, invece, composta 
da Paolo-Emilio Iiubriani , Antonio Scialoja e Giuseppe Pisa- 
nelli. Non ho modo di verificare, adesso, quale delle due ver- 
sioni sia es'itta. 

(375) \j\\ ministro, il quiile, in circostanze simili, osasse od 
avesse osato, di consigliare o di proporre, al Re d'Italia, di far 
grazia, o che, anche, solo (cedendo alla irrazionai volontà del Re, 
ad un suo impeto capriccioso di misericordia) consentisse od 
avesse acconsentito, a controfirmare un decreto di grazia, in un 
caso consimile, io lo riterrei e lo avrei ritenuto, per traditore 
degno di morte, anch' egli, solo per questo consiglio o per 
questa arrendevolezza colpevole. Ma il Regno d' Italia è un 
Regno costituzionale: libero, cioè, razionale (od, almeno, si pre- 
sumo tale.) Ed, invec ', un g.ìvorno assoluto, tirannico , è Ja 
negazione della ragione. Contro Tirrazionalità governativa, di- 
venta virtù lo insorgere. La razionalità governativa, poi, non 
ha il diritto di perdonare, per mero impulso generoso o per 
istinto di misericordia, a chi la vorrebbe sovvertire: chò grim- 
pulsi <ì gl'istinti, ancorché generosi e misericordiosi, non so- 
no razionali. 

(37G) Il pensiero, giusto in se, in bocca al Re Bomba, che 
non ebbe, mai, altro movente , so non un gretto egoismo , era 
pretta ipocrisia. Combattuto dalla ferocia e dagli scrupoli e 
dalle paure, egli rifuggiva, dal versar sangue, nella capitale : 
ma voleva fare a.ssaporare, a'suoi nemici, tutte le amarezze della 
morte. Il Re Umberto, da Principe, a Giuseppe Pisanelli, che 
gli faceva ressa, perchè intercedesse in favore d'un condannato 
a morte, dicendogli la clemenza esseì" la più bella virtii dei 
Re, rispose, degnamente: esserglisi insegnalo, a considevure, 
come primo dovere de* Re, il rispettare ed il far rispettare la 
legge, AvessVgli conservati questi regi sensi, dopo cinta la co- 
rona! Difatti, se è bello e cristiano il rimettere le offese per- 
sonali, non è nò cristiano nò bello il perdonare le offese, in- 
flitte agli altri. E si diventa, cosi, complici di tutti i reati, che, 
da*graziati stessi in seguito, o da altri, pel mancato esempio» 



— 507 — 

BÌ commettono. Chi fu il vero colpevole della morte del Win- 
ckelmann ? Forse , V Arcangeli ? No. Ma chi , abbreviando la 
prigionia, che scontava TArcangeli, rese possibile, ch'egli s'in- 
contrasse, col Winckelmann, a Trieste. La sola grazia al Pas- 
sannante fa , davvero , onoro , al Re nostix). Le altre , egli le 
avrebbe dovute nt^gar tutte. 

(377) Carlo di Gaetano Filangieri e della CattJi'ina Frendel, 
unghera, nacque, in Cava, il 10 maggio 1784. Fu educato, in 
Francia. Presentato al primo Console, questi, mostrandogli la 
Scienza delia legislazìom^ gli disse: Ecc-^ il nostro maestro, ì^e\ 
1803, fu ufficiale. Fu ferito, ne'combattimenti, lungo i lidi della 
Manica, tra francesi ed inglesi; ed a MarienzcU et ad Au- 
sterlitz ed in un duello, con un Saint-Simon, che ingiuriava i 
napolitani. Tornato, a Napoli, col grado di capitano: fece parte 
dello Stato-Maggiore d»-! Dumas, Ministro della guerra; fu 
all'assedio di Gaeta; e, nella presa di Scilla, meritò la Croce 
di Cavaliere. In Ispagna, alla presa di Burgos, ebbe, due volte» 
il cavallo ferito. Nt?ir Escurialo , sfidò il Generalo Franceschi, 
Córso, che ingiuriava i Napolitani, chiamandoli botiffrcs; e l'uc- 
cise, in ducilo. Dovò, quindi, tornarsene a Napoli: fuggendo so- 
pra un cavallo, prestatogli dal suo commilitone e compatriota 
Duca di Rivadebro. Fece prirto del corpo di spedizione, con cui 
si tentò di conquistare la Sicilia. Nella campagna di Russia, fu 
tra' difensori di Danzi ra. Nel 1815, fu ferito al Panaro. (Su- 
perfluo, avvertire i bisticci di cattivo gusto, cui diede occasione, 
agli sboccati Napolitani, il nomo di quel fiume). Nel 1848, ri- 
conquistò la Sicilia; ed ebbe il titolo di Duca di Taormina, 
in premio. Ministro di Francesco II, mentre si a.spettavano cose 
grandi e prowf^dimenti savi, uscì fuori, ad occuparsi delle inon- 
dasioni notturne degli orinatoi. Mori, il IG ottobre 1807. Ebbe, 
per moglie, una Paterno. Della quale ha lasciato un maschio, 
Gaetano , e le tre Duchesse di Ravaschieri , Bovino e Terra- 
nova. Era stimato di carattere falsissimo. Rammento i seguenti 
versi di una satira contro di lui : 

Questo figli uol d'Angerio 
Falso ò dal capo al pie. 
Ricco di crino il credi, 
E non ha pelo in zucca; 
Quel crine, che tu vedi, 
L crine da parrucca. 



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(378) MaBsimo Selvaggio, Napolitano (fratello a D. Gaspare 
Selvaggio, liberale, che fu Segretario Generale della Pubblica 
Istruzione), fece tutta la sua carriera, da Alfiere a Tenente-Ge- 
nerale, nella Guardia Reale: caso unico. Aveva moglie Messi- 
nese; e, di essa, un maschio, Michele, o quattro femmine, la 
Giulia, TAmalia, l'Elisabetta e la Giuseppina. Qu est* ultime 
due sono, ancora, in vita. In casa sua, tutto era melomanìa ed 
aoglomauia. É morto centenario. 

(379) Di Luigi Maria, credo , figliuol di Luigi Carlo , Duca 
d'Aquila, (fratel di Ferdinando li, nato, il 31 luglio 1821, e spo- 
sato, il 28 aprile 1844, a Maria Gennara, principessa brasiliana 
nata Vìi marzo 1822). Ma V Alm. di Gotha del 1884, fa na- 
scere il padre il 19 luglio 1824 ed il figliuolo il 18 luglio 1845. 

(380) Massimo Tapparelli, noto sotto il nome di D' Azeglio, 
della stessa genia malefica, diceva, presso a poco, lo stesso, in 
una occasione consimile, scrivendo, alla moglie, il xxvij set- 
tembre M.DCCc.xLVii: — « E questi tribuni de* miei stivali, se 

< non son pagati dall'Austria (che non credo), la servono gratis, 
€ eh 'è peggio. E il giorno, poi, che avranno tolte, all'Italia, le 
a alleanze, che la salvano, e all' ombra delle quali sarebbe ri' 
« sorta; il giorno, in che le avranno tirato, addosso, una in- 
€ vasione, che ci rimanderà, alle calende greche: quel giorno, 
« perdio ! so questi tribuni non si faranno passar le ruote de' 
« cannoni austriaci, sulla pancia, voglio, se avrò, ancora, una 

< lingua, proclamarli per i più gran canaglia della terra. » — 
Nota, che nessuno di que' tribuni, si fece passar le ruote de' 
cannoni austriaci, sulla pancia. 

(381) Credo, quel medesimo Brocchetti, che abbiamo avuto, 
anche, Ministro della Marina, nel Regno d'Italia. 

(382) Che sia il Musto, di cui nella 107.* di questa note? 

(383) Di queste violenze de'soldati, parla, a lungo, il Massari, 
nella XVII delle sue Lettere su : Icasi di Napoli: — a La stampa 

< periodica oon poteva fare a meno di non biasimare le im- 
«c manità del 15 maggio; e adempì, all' obbligo imperioso. La 
« truppa se ne adirò, oltre ogni dire; e, con ogni maniera di 

< violenza, sfogò, contro i liberi scrittori, lo sdegno, che ave- 
€ vano accumulate, nel suo petto, le sciocche ed insulse diatribe 

< di coloro, che, prima del 15 maggio, nell'insultare i soldati, 

< non sapevano qua' tristi germi di rabbie civili e di civili 

< furori alimontaAsero e condannassero, poscia, i buoni a patire 



— 509 — 

« per loro. Io sono alienissimo, dairaccagionare tutto T esercito 
a napoletano delle colpe e delle infanoie di pochi. I soldati na- 
« poletani , checché se ne dica, sanno battCi'si e fare il loro 
4: dovere, al pari dei migliori soldati di altre parti d' Italia e 
« d'Europa. Il decimo di linea li;i, ben, mostrato, a Curtatone 
« ed alle Grazie, che quei soldati, tanto calunniati e cosi stol- 
« tamente derisi e vituperati, non son, poi, tanto ritrosi, dal 
« sentir 1' odore della polvere; e, quando occorre, menano le 
« mani a meraviglia. Gli sciagurati, che, con le loro pazze e 
« bestiali violenze, trascinarono, nel fango, l'onore della divisa 
« militare, contaminavano la fama delle armi napoletane, non 
<L possono e non debbono essere considerati, come rappresentanti 
e di tutto l'esercito. L'esercito, lo affermo, con piena cognizione 
« di causa, riprovava, in cuor suo. quelle stravaganti e chisciot- 
« tesche violenze. Il solo suo torto fu quello, di non aver, giam- 
« mai, manifestata questa sua riprovazione. Ciò promesso, io 
« dirò,che la persecuzione, moss*ì, da alcuni uffìziali dell'esercito, 
« contro la stampa periodica, fu, v^MM^Tiento, ignominiosa e scelle- 
« rata. Guai, al giornale, cui toccava la mala sorte, di eccitar il 

< loro sdegno! Ad un tratto, la sua officina era visitata, da'non de- 
« siderati ospiti, i quali la scompigliavano, rompevano i torchi, 
« bastonavano chi, prima, si faceva loro incontro; e non si ri- 
« traevano, se non dopo aver manomesso uomini e cose. Il iVa- 

< ^ioììfde fu prediletto bersaglio dei soldateschi furori. 11 povero 
a Spaventa fu in.sultato, in un caffè; minacciato, parecchie 
« volte, della vita, non da uno, ma da molti ufficiali. Alla pre- 
« potenza ed al sopruso, il valoroso giovane opponeva il-xon- 
« tegno sereno ed imperturbabile di chi sa di patire, per la 
« causa del diritto e dt;lla liberta. La narra/ione dei fatti di 
a Calabria avea, segnatamente, il privilegio di commuovere, 
« a fiero sdegno, quegli uffìziali. Essi non sapevano perdonare, al 
« giovane scrittore, la franca imparzialità, con cui egli giudi- 
« cava le gr-sta del general ì Nunziante e de' suoi commilitoni. 
« Ad ognuno, si spezzava il cuore, rammemorando, che, mentre 
« siffatti scandali contristavano Napoli , altri soldati Italiani 
€ spargiivano, eroicamente, il sangue, per la Italiana nazionalità. 
« Mentre, nella Calabria, ferv+jva la guerra civile», in Lombar- 
« dia, i Piemontesi combattevano lo straniero. \ai pensiero , 
« però, leniva, di qualche conforto, il giusto e sacro dolore: 

< quello del glorioso decimo di linea, che gareggiava di valore. 



— 510 — 

« coi soldati di Carlo Alberto; e dei valorosi volontari, guidati 
€ dal prode Rossaroll. Ed 1 Napoletani, con amaro compiaci- 
< mento, apprendevano, che, fra i martiri della Italiana indipen- 
« denza, caduti nella pugna, fosse il loro concittadino, Leopoldo 
€ Pilla, ornamento splendidissimo della Italiana geologia. Uomo 
€ di nobili atfetti e di rara virtù, che, mortalmente ferito, da 
« palla tedesca, periva, a Curtatone, quasi, ad attestare, alTItalia, 
« che Napoli, al numero, riparava, con la qualità, e dava, alla pa- 
€ tvìii comune, uno de' suoi figliuoli più illustri e più bene- 
€ meriti. » — 

(384) Un vero e formale riconoscimonto del Regno di Sicilia, 
per parte di Francia o d'Inghilterra, non ebbe, mai, luogo. Vero 
è, che Mariano Stabile, per indurre il Parlamento Siciliano, ad 
eleggere il Duca di Genova, annunziò, che Francia ed Inghil- 
terra avevano promes<:o di prontamente riconoscer© il nuovo 
Regno ed il nuovo Re. E la condotta equivoca, doppia, degli 
Ammiragli Parker e Bandi n, che facevan trafsportare, a Geno- 
va, su legni da guerra, inglesi e francesi, gl'inviati a Re Carlo 
Alberto ed al figliuolo, doveva, naturalmente, suscitare molte 
illusioni. 

(385) Giuseppe de Simone nacque , in Napoli, il 6 ApnVe 
1811, da Marco, che fu Consigliere della Gran Corte de'Conù 
di Napoli, e dall'Olimpia Celebrano, esercitò ravvochoria, pur 
attendendo alle lettere. Giovano di sensi libéralissimi , aveva 
fatto stampare, per mezzo della Ilaria-Teresa Oozzadini (vedi 
l'opera, citata, nella 2ò^ di queste note, a pag. 290-92 della se- 
conda edizione, Bologna 1874), suìV Ausonio (Vedi la 17.* di 
queste note), un suo scritterello : Dc/la moralità politica^ nel 
Regno delle Bue Sicilie. Era membro del comitato liberalo, pre- 
sieduto dal Bozzelli ; e fu tra' promotori ed organatori della 
dimostrazione del 29 gennajo 1818. Dal ministero Trova, fu 
nominato Segretario Generale dell'Intendenza di Bari; e, po- 
scia, designato Capodivisione al Ministero dell'Interno. Com- 
preso nel processo del 15 maggio , fu amnistiato , con molti 
altri. Imprigionato, più volte, da ultimo, nel 1859, benché in- 
fermo, fu imbarcato, di notte, per la Toscana. Rimpatriò, nel- 
r agosto 1860. Il 19 ottobre , fu nominato consigliere della 
Gran Corte de' Conti di Napoli; nell'agosto 18G2, Consigliere 
della Corte de' Conti , a Torino; il 27 settembre (non avendo 
potuto restare a Torino, per ragion di salute) Consigliere della 



— 511 — 

Corte d'Appello dì Napoli; il 6 novembre 1872, Sostituto Procu- 
rator Generale reggente nella Corte di Cassazione di Napoli ; il 
22 dicembre 1872» Consigliere della stessa Corte di^ Cassazione; 
il 12 giugno 1881, Senator del Regno. Ha pubblicati molti la- 
vori e di vario genere. Suo zio, monsignor Antonio de Simone 
(figliuol di Gregorio), Arcivescovo di Eraclea e correttoi'e della 
santa casa degf Incurabili, nel 1843, trovavasi antico cappel- 
lano di Camera del Re: -ed era stato nominato confessore del 
Re, dopo la cacciata di Monsignor Code. Cessò di vivere, in 
età molto avanzata, nel 1873. 

(386) Felice del barone Giovannantonio de Antonellis, di Pa- 
terno (Principato Ulteriore) reo di ussoricidio, commesso il 14 
febbrajo 1837 , dopo diciassette giorni di matrimonio , venne 
condannato a morte, dalla Gran Corte Criminale del Principato 
Ulteriore , nel 1838 : la vittima avea nome Angiolina del fu 
Giuseppe de Rosa, legale, e della Marianna Zarrillo ed era dì 
Napoli. Respinto il ricorso per annullamento, il Barone Giuseppe 
Poerio, suo difensore, sollecitò ed ottenne, per lui, la grazia 
della vita, nel 1839. Ferdinando II, nell'udienza, accordata al 
Poerio, in un giardino (ma non rammento, in quale residenza 
reale) protestossi di far la grazia, perchè il Poerio, caldamente, 
la desiderava, senza, però, credere ned alla innocenza (ferma- 
mente propugnata e creduta dal Poerio) ued alla scusabilità del 
condannato. Vedi le 3egu:mti stampe: 

I. -^ Discorso I pronunziati | dall' avvocato barone Giuseppe Poe^ 
rio I all'udienza | della GranCor te critninale del Principato ul- 
tenore \ sedente in Avellino \ nella tornata del io settr,mhre 
1838 I in difesa \ di Felice de Antonellis | accusai) di conjiigi- 
cidio premeditato. \\ Napoli \ Stabilimento letf erario-tipografico 
dell'Ateneo | Sedile Capuano iV:° 2i. \ MDCCCXXXIX. 

II. — Derisione \ di | Condanna alla pena di morte \ pronun- 
data I dalla G. C. criminale sede i ite in Avellino \ cjntì'o \ Fe^ 
lice De Antonellis \ come reo di omicidio volontario in perso* 
na del conji'.ge \ con note \ ad uso della Corte suprema di 
giustizia \\ ....[ut supra]. 

III.— Mi'morta \ in \ sostegno del ricorso per annullamento \ di 

I Felic'j De Antonellis \ condannato alla pena dimorfe | dalla 

Gran Corte criminale del Principato ulteriore \\ ...[ut supra]. 

IV. — Arresto \ della \ Corte suprema di Giustizia \ Pronunzia- 
to il dì i9 Giugno 1839 \ nella causa \ di Felice De Antonel- 



— 512 — 

lis di Patierno \ Condannato a morte \ dalla \ Gran Corte Cri- 
minate I di Principato ulteriore |] Napoli \ Presso i fratelli 
Manfredi \ 1839. 

(387) Invece di Giacomo Bavarese , nel distrati» di Napoli , 
fu eletto Rosario Giura, già. Procuratore generale, naorto, poi, 
esule, a Nizza Marittima, nel 1853 o nel 1854. Invece del De 
Biasio , nel distretto di Reggio , venne eletto Felice Musitano. 

(388) Lavello, cioè: Nicola Caracciolo, Duca di Lavello; cioè: 
il figliuolo primogenito del Principe di Torella (vedi la 120.* 
d'este note). Ancora, vive; ed è succeduto, da un pezzo, al padre, 
nel titolo di principe di o della Torella, che dir si voglia. 

(389) Ho incontrato insuperabili difficoltà a procacciarnii co- 
pia di questa letteia, pubblicata, allora, sul Tempo, Le colle- 
zioni di quel giornale, che si conservano, nella biblioteca mu- 
nicipale Gnomo e nella biblioteca Nazionale di Napoli, mancano, 
tutt'e due, de' numeri del luglio. Quella della Biblioteca Cjftomo 
comincia, col settembre; quella della Nazionale, con l'agosto. — 
« Il Tempo (fondato da Carlo Troya, da Ruggiero Bonghi, da 
« Camillo Caracciolo, da Achille Rossi e da Saverio Baldarcfii- 
« ni) fu il banditore, coscienzioso e sagace, de'yeri principi i/- 

a berali, finché i suoi compilatori non V ebbero abbandonato. 
« Dopo il 15 maggio, passò nelle mani di un francese. Il quale 
« accettò di difendere , con vistoso emolumento , la causa del 
« Ministero. E, d'allora in poi , quel periodico fu il Monitore 
« Ufficiale di tutte le rabbie reazionarie; l'Omero della Iliade 
<L delle incostituzionalità ministeriali. » — Cosi il Massari. — 
Questo francese si chiamava Thomas d'Agiout. Non so se lui 
od un suo figliuolo è l' autore di certi cattivi versi francesi : 
Les Réves \ Premicres Poénies \ par | Alexandre Thcnas d'A- 
giout\\NapIes \ Ètablissement Poligraphiquc de V Italie j, 26^ 
Rue Nilo I i863. Que Thomas è, credo, cognome; e quel d' A- 
giout , aggiunto , per fregola di parer nobiluomo , coui' ti^ezzo 
volgare in Francia. D'Agiout: non d*AnjoUy come nisca il Nisco. 

(390) Fraiicusco Orioli, da Vallerano nel Viterbese, ava,va fi- 
gurato, come uno dei capi del moto del 1831, in Bolo£.j.a; e, 
come tale , aveva decretato la decadenza del papato. Fù^ vio 
dei trentatrè eccettuati, dall' amnistia di que' tempi; ed aveva 
vissuto esule, nelle isole Jonie, fino all'amnistia del 1846, quan- 
do, trattosi a Roma, vi aveva posto stanza, con la famiglia. 

(391) Luigi Farini, da Russi. Ognun sa, quanta parte avessa 



— 513 — 

ne* rivolgimenti Italiani. Fu dittatore, neirEmilia; e ne procac- 
ciò l'annessione, agli Stati Sardi, nel 1859-60. E, quando, allora 
l'ass smblea dell'Emilia gli offrì un decente appannaggio, lo re- 
spinée, con le superbe parole: Lasciatemi la gloria di morir po- 
vero. Ma, quando, dopo essere stato luogotenente del Re, nelle 
provincia meridionali , ed essendo presidente del Consiglio de* 
Ministri, la sua intelligenza, già, tanto splendida, si fu spenta, la 
famiglia gliela invidiò, questa gloria, ed accettò la larga dona- 
zione, che fu proposta, al Parlamento, dal Minghetti, suo suc- 
cessore, nella Presidenza del Consiglio. Ecco, come e perchè, 
ora, il signor Domenico Farini si trova ricco. Il quale , poi, 
avendo dato la sua dimissione da Maggiore di Stato Maggiore, 
per essere stato saltato, in una promozione, divenne, come suole 
accadere, in Italia, di ogni persona di scarto, membro della Si- 
nistra. E, nella Sinistra e sotto il governo della Sinistra, è di- 
ventato persona importante. Grande Ufficiale del Regno, come 
Presidente della Camera de'deputati (Ufficio, che ha, sempre, 
retto, con prepotenza e parzialità, ed in modo, che, solo , la pe- 
coraggine innata degl' Italiani ha fatto sopportare). Ma poggi 
quanfalto vuole! Diventi Presidente del Consiglio! Diventi Pre- 
sidente della futura repubblica Italiana! Certo, non varrà, mai, 
le unghie di suo padre. 

(392) Carlo Berti- Pichat fu Maggiore di un battaglione del 
Reggimento Bignami. (Vedi la 341.* di queste note). Le fi- 
gliuole dicono, che il suo carteggio fu distrutto, nel 1849. Scrisse 
d' agronomia. Fu , Deputato nel Regno d' Italia ; ed è morto , 
Senatore del Regno, nel 1877. Può vedersi il discorso necrolo- 
gico , fatto , su di lui , dal Presidente del Senato , Sebastiano 
Tecchio. E l'opuscolo, pubblicato, in Bologna, presso i suc- 
cessori Monti, 1879, col titolo: In memoriam. Famiglia Berti- 
Piehat [sic]. Io non ho potuto procacciarmelo. 

(300) Augusto Aglebert aveva, al solito, distrutto il suo car- 
teggio, nel 1849. Mori, vecchio, in Bologna, il 29 marzo 1882. 
Ho, sotto gli occhi, il discorso, pronunziato, nelle sue esequie, dal 
aigno Enrico Panzacchi, che è un mucchio di frasi, dal quale 
noL 'ni riesce di raccórre nessuna precisa notizia biografica. Fu 
r Aglebert agitatore disordinato, nel 1848; ebbe , poi , inge- 
renza molta, nelle amministrazioni locali. L'ho conosciuto, per- 
sonalmente, a Firenze, nel I8G4: anticlericale smodato e fa- 

33 



— 514 — 

natico, eli quelli, che ti riconcilierebbei'O, persino, sto per dire, 
col governo teocratico. 

(394) Massimo Tapparelli d'Azeglio è tanto noto, che, a di- 
chiarar chi egli sia, parole io non ci appulcro. Il Tapparelli, co- 
me, più esattamente, si avrebbe a chiamare, fu ferito, sul Monte 
Berico, il 10 giugno. Nelle sue lettere, al fratello Roberto, che 
abbiamo presenti, stampate, a Milano, nel 1882, ce ne ha due, 
mandate da Bologna, mentre v' era ferito. Una, del giugno, 
dettata alla sua cara moglie, Luisa Blondel; Taltra, dell' 11 lu- 
glio. Dopo, si ritirò, per finire di guarire, nella villa Almanzi, 
presso Firenze. 

(895) Per Lnisa^ intende la sorella, Luisa Parrilli-Sossiser 
gio. (Vedi la 20* di queste note). Pel nostro P^ppmo, intende Giu- 
seppe Ricciardi. (Vedi la 77.* di queste note). La Contessa è 
la moglie di Giulio Ricciardi , Conte de' Camaldoli (figliuolo 
primogenito di Francesco) che era figliuola del principe di 
Cariati (vedi la 1 15;* di queste note). 

(396) Caro questo eroe, libero ed emancipato, soprattutto dal- 
le leggi dell' ortografia e della sintassi , il quale osa far rim- 
provero di servilismo, alla Camera Napolitana, che dette cosi 
memorando esempio del vero coraggio civile, assai più à^^iwr 
giare, che non sia il coraggio militare, del quale esso prelo- 
dato eroe, malgrado il suo titolo di Generale, non ha, mai, ch'io 
sappia, avuta occasione di dare splendide pruove! ^Ma, alle per- 
sone temperate, che procedono, secondo coscienza, senno e ra- 
gione, è lode, sempre, l'insulto degli sconnessi e dappochi. 

(397) [pag. i78^ Giovanni la Cecilia, uno de' piìi disonesti agi- 
tatori del 1848 e più intemperanti. Uno di quelli, che. Capitano 
della Guardia Nazionale, spinse alla costruzione delle barricate; e 
non seppe, poi, difenderle o morirvi. E, come suole accadere, a si- 
mil gente, che è mossa da istinti bestiali, da passioni o da cu- 
pidigie, non da ragione e da coscienza, dopo aver fatto l'esal- 
tato repubblicano, in apparenza, sino alla vecchiaia (non senza 
sospetto, però, di appartenere, talora, alla Polizia), è morto, un 
tre anni fa, scrivendo gli articoli di fondo, pel giornale clerica- 
le-borbonico La Discussione. I servili della Camera sono ri- 
masti, sempre, costanti e fermi nelle loro opinioni. 

(397 bis) [pag, i82\ Era stato antico desiderio del barone 
Giuseppe Poerio di scrivere, minutamente e per esteso, le sue 
Memorie , che sarebbero riuscite un libro attraentissimo ed 



— 515 — 

importantissimo. Morendo, raccomandò, nel testamento, a' fi- 
gliuoli, di compiere questo suo desiderio, raccogliendo ogni mi- 
nuta notizia, dalla bocca di colei, che gli era* stata compagna, 
per quarantaquattro anni, e per la quale non aveva avuto, mai, 
pensiero alcuno secreto. Lui morto, il figliuolo Carlo ne scris- 
se una breve biografia, che può leggersi, nell'opuscolo, indicato, 
nella 19.* di queste note: la quale accende il desiderio di esse 
memorie ed il rimpianto , che non sieno state scritte. Ma la 
malattia terribile di Alessandro e le ripetute prigionie di Carlo 
fecero si, che il pensiero non potesse, mai, incarnarsi. Poi, ven- 
ne il 48 : Alessandro mori ; Carlo fu tutto assorto dalla vita 
pubblica ed andò, poi, in galera. Quando egli ne fisci, rotto 
nel corpo e non piii capace di lavoro assiduo , la madre era 
morta, da molti anni. 

(398) [pag. 592] Questo articolo , firmato, da Adalberto de 
Beaumont, ed intitolato La Regata d'après les dessins de MM. 
Eugenio Rosa et Adalbert de Beaumont^ può leggersi, a pag. 
250-53 deir XI tomo de V Ilustration (marzo-agosto 1848) e^ 
propriamente, nel numero di sabato, 17 giugno. 

(398 bis) [pag. 193] Si racconta, che, a Nicola Capasso, celebre 
giureconsulto e valoroso verseggiatore Italiano, latino, napo- 
litano e maccaronico , un tale presentasse due sonetti , scritti 
sul medesimo argomento di non so che matrimonio o mona- 
cazione, domandandogli, che decidesse, quali dei due aveva da 
stampare. Il Capasso , lettone un solo , rispose : — « Stampa 
4L l'altro ! > — « Oh! come! o se, Taltro, non Tavete letto? » — 
« Peggiore di questo non può essere. » — Onde la frase: stampa 
Valtro^ è diventata proverbiale, in Napoli. 

(399) Per Enrico Poerio, vedi la 34.* di queste note. 

(400) Ho fatto richiedere, or son due anni, al signor Antonio 
Mordini, le lettere, scrittegli, dal Poerio. Ed egli rispose, al 
mio ambaiciadore, di averle, ancora; ma, nel suo paesello natio, 
in Toscana, a Barge, se non erro. Le cercherebbe, tornandovi, 
nella state; e, poi, me le farebbe avere, o nell'originale od in 
copia. Ma, finora, non ho avuto nulla. E la lunga malattia, 
che m'indusse, prima, a diradare il numero di queste note e, 
poi, a sospendere, per un anno, l'estensione di esse e, finalmen- 
te , mi obbligò a stenderle , per, pur, mandar fuori il volume, 
in pili breve forma e men soddisfacente di quella , che aveva 
ideato, mi ha tolto di rinnovare le istanze. 



— 516 — 

(401) Èvideutementa, un dato è rimasto nella penna. La let- 
tera, del resto, è scritta, con mano, discretamente, ferma, non 
dissimile, da quella delle altre sue precedenti, quando tirava 
giù, in fretta, sebbene il Poerio fosse stato, allora allora, ancu 
putato e fosse uomo nervosissimo e dovesse, indi a poco, spirare^ 
nelle atroci sofferenze del tetano. Sulla copertina del presente 
volume , è dato un discreto facsimile di questa letterina. Lo 
stemma , che vi è, pur, disegnato, è quello, concesso, a Giuseppe 
Poerio, da Re Gioacchino, con diploma del 25 marzo 1813; e» 
cosi, descritto, in esso : — « Uno steccato rosso, colle punte di 

< ferro, in campo azzurro. L'interno dello steccato, diviso, òriz- 
« zontalnàente, in due parti ineguali, da una fascia d'oro: nella 
€ parte inferiore, un compasso d'oro, aperto; fra le gambe dello 
« stesso, una rosa d'argento; dai lati, due stelle ,. parimente, 
« di argento. Il Capo dello scudo dei Baroni, scaccato argento 
€ e vermiglio. > — Le caselle dello scaccato sono trentanove » 
in tutto: tredici, orizzontalmente, e tre, verticalmente; le ango- 
lari, d'argento. Ecco, come Mariano d'Ayala, sulle relazioni, 
fattegli, da'presenti, narrava il fine di Alessandro Poerio: — tSa- 
€ pendo il generale supremo i pericoli, cui Alessandro àespo- 
€ neva , temendo, non si perdesse una vita, tanto preziosa ai- 

< l'Italia, giudicò risparmiarlo, non facendogli saper nulla della 

< seconda uscita del 22 di ottobre, contro il posto, tenuto da' 
« Tedeschi, nel villaggio, detto il Cavallino. Poerio, poi che, la 

< sera innanzi, l'ebbe saputo, se ne dolse, tanto, con Pepe, che, 

< in pubblico ritrovo, ne pianse. Cosicché non ci fu verso a cai- 

< marlo; e bisognò promettergli, condurlo seco. Alla domane, 

< arrivato il generale, al forte Treponti, da dove, già, la schie- 

< ra era mossa, Alessandro, insieme con altri due compagini, 
«partirono, per raggiungerla. Ma era tanta la foga di lui, 

< perchè giungesse, a tempo, per combattere, cogli altri, che, 
€ non guardando il diffìcile terreno , che percorrer dovea , si 
€ frettolosamente, s'inboltrò, sopra stretto e cretoso argine, che, 
a mancandogli il passo, precipitò, nel fiume Sile : da dove fu 
« tratto, in salvo, dai suoi. Deplorava egli tale incidente, poiché 
€ \o ritardava; senza, punto, por mente, al passato pericolo. Con- 

< tontissimo fu, poi, nel sapersi compreso, fra gli ufiìziali, che 

< seguir dovevano, il 27 di ottobre, il supremo capitano, nella 

< gloriosa irruzione contro Mestre. E, poiché qualcuno di essi 

< domandò, per favore, di uscire e raggiungere la schiera di 



— 517 — 

< destra, per trovarsi, al primo assalto, Alessandro, profittando 
€ di tal permesso, dal generale accordato, lo domandò, anch'e- 
« gli. E r ottenne. Cosi , in compagnia di Damiano Assanti , 
€ raggiunsero i combattenti, quando, già, si accendeva, più dav- 

< vicino, il fuoco dei posti avanzati. Che, essendo stato di po- 
nchi ssima durata, per l'impetuosa violenza de' nostri , Ales- 

< Sandro fu, co' primi, a saltar suU'abbarrata nemica, la quale 
€ era difesa, da circa 700 Austriaci e da due cannoni, vomi- 

< tanti la gragnuola. La steccata fu presa, per bajonetta. Ed 
« il nemico, difeso, da serragli e da mura, si salvò, colla fuga^ 
« lasciando, in nostro potere, i due pezzi d' artiglieria e molti 
€ morti e feriti. Ma fiero, sempre, ed ostinato e valoroso, volle, 

< in quel giorno, insegnar, coll'esempio, che deve saper morire 
€ chi vuol viver libero. Ed ognuno ripeteva, nel vederlo, do- 
€ v'era più atdente la zuffa, i suoi versi : Non fiorii non car' 

< mi, Ma il suono sia d'armi, Ma i serti sien Vopre, E, 

€ in quell'ardimentoso assalto, Alessandro venne, per la prima 
« volta, colpito, sotto la rotula del ginocchio destro, da palla 
« di moschetto , la quale, perchè fredda , non gli apportò che 
€ forte contusione. Il colonnello Zambeccari ed Assanti, che 

< lo videro abbassarsi, subito, gli tolsero, lo stivale , per esa- 
€ minare, se ferito fosse. Ma egli, vedendo, che non sanguinava, 
€ di subito, levossi, gridando: Avanti, compagni! Viva l* Italia \ 
€ Né valsero le premurose persuasioni di que' due suoi intimi 
camici, che, vedendolo soffrire, ogni studio ponevano , per 
« farlo rientrare, nel forte. Perocché, sempre, ostinato, rispon- 
€ deva: OrOy che superato abbiamo la barricata, sto meglio, di 

< prima. Cosi, dicendo, insieme con gli altri, avanzava, celere- 
€ mente, verso il punto, dove la zuffa «ra, più, ostinata, doT6 
« gli Austriaci, riuniti, resistevano, in modo indicibile, serven- 

< dosi de' soli due pezzi, che menavano innanzi , con cui non 
€ desistevano di fulminare la scaglia. Gii Austriaci , anche 
-€ là , neir ultimo loro ricovero , furono, da' nostri valorosi , 
« snidati, con la bajonetta; e si salvarono, a gambe, precipito- 
€ samente, lasciando, in potere de' nostri, artiglierie, munizioni, 
«cavalli e molti prigionieri. Ma, là, presso il ponte della 
€ piazza di Mestre, il nostro Alessandro, tradito, a prova, dalla 
« sua corta veduta e dalla nebbia foltissima notturna, e conti- 
€ nuando ad avanzare, intoppò il nemico. E fu colpito, la se- 

< oonda volta, da una scheggia, nel medesimo posto, dove l'avea 



— 518 — 

« contuso la palla di moschetto. Sventuratamente, questa fiata^ 
€ il colpo non rispettò il prode e sommo Italiano. Egli ne riportò 
€ la rottura della gamba destra e la totale fratturazione della 
€ giuntura , oltre a una ferita, in testa, per fendente di scia- 
€ boia, ch'ei credeva la ferita mortale. Cadde, tra' combattenti, 
€ che inseguivano il nemico, gridando: Viva V Italia \ £ si già- 
€ ceva, nel suo sangue, per quasi mezza ora, quando venne rac^ 
€ colto, dal generosissimo colonnello Cosenz,che, in quella splen- 
€ dida fazione , grande pruova diede del suo sommo ardire e 
«del suo merito militare. Gli furono, subito, intorno tutti i 
«compagni d*armi, chd lo amavano, come fratello carissimo. 
« E, dolenti, lo circondavano, presso il suo letto. Ma egli, si or- 
« ribilmente ferito , confortava gli astanti con lieto aAimo, di- 
« cendo: Mi resterà tanto, da montare a cavallo, per combattere, 
« sempre, insieme, cori voi, miei cari e prodi compagni. Il chi- 
« rurgo maggiore, professore Bologna, consultando altri, opinò 
« doversi, immediatamente, operare. E Poerio, senza fare alcuna 
« opposizione, si assoggettò, all'amputazione di tutta la coscia 
« non permettendo, che alcuno lo tenesse. 11 sangue freddo^ h 
« forza inespugnabile e la rassegnazione, che mostrò, in quella 
« penosissima e lunga operazione , destarono maraviglia, negli 
« animi più forti, che eran, lì, presenti. Appena finito il ta^o^ 
« che riuscì, mirabilmente , domandò, che gli si portasse la sua 
« gamba tronca. Ed avutala, la tenne, per un pezzo, abbracciata. 
« Poi, la ripose, al suo fianco; e disse: Riposa in pace. Quin^, 
« raccomandò, al chirurgo, che cercasse di ben prepararla, per- 
« che intendeva tenerla, con sé, per. tutta la sua vita. E si con- 
« tentò, dimandargli: Potrò, cosi, a cavallo, proseguire la guer- 
fl^r^\ Dopo che il combattere fu finito, e le nostre armi ripor- 
« tjEU^no compiuta vittoria, in quella giornata, passaj.e in ras- 
« segna tutte le milizie, che vi avean preso parte, il generale 
« sapremOiu dolente della disgrazia, toccata, al suo carissimo A» 
a lessandro, si recò, a vederlo, neiralloggio, dove riposava. Ed 
« egli, vedendo il generale, gli strinse la mano, con soave sor- 
« riso di compiacimento; e gli disse: Ora, che abbiamo vinto, 
« generale , son contento di oMer perduto una coscia. Io non 
« credo di sopravvivere; ma vi raccomando, generale, non cre^ 
« dete, mai, a* Re, Il Governo di Venezia, quando seppe la sven- 
, « tura di Poerio , gli mandò il brevetto di capitano , eh* egU 
« accettò, con molto gradimento; e disse: Non riscuoterò^ mai, 



— 519 — 

< soldo. Il Governo, in tutte le ore del giorno, mandava un 
€ usciere, a prender conto della salute di Poerio. Scrupolosa- 
« mente, adagiato sopra una barella, su gli omeri dei vitto- 
€ riosi ma esacerbati compagni, fu menato, come in religiosa 
€ processione, insino a Venezia. E il generale volle, affettuosa- 

< mente, ospitarlo, sotto il proprio tetto, in casa della generosa 
€ e illustre contessa, Rachele Londonio-Soranzo di Milano, che 
€ gli fu larga d'ogni maniera di conforto e, poi, amaramente 
€ e con molte lagrime, lo pianse. I suoi amici e commilitoni, 
€ che lo videro, in Mestre, ferito, e in Venezia, si crudamente, 
4L smembrato, narrano tutti, che, in mezzo agli spasimi, intre- 
€ pido, parlava della sua Patria, con quel forte affetto, col quale 
€ gli eroi di Plutarco avrebbero parlato di Atene' e Sparta. 
€ Ed ebbe, in fatti, tanta forza d'animo, da scrivere, alla madre, 
€ eh' era si degna di cotanto figlio. E, dopo i pochi giorni di 
€ dolori atrocissimi, vide avvicinarsi la sua fine, con la serenità 
a del filosofo e dell'eroe, che sente aver compiuto i suoi sacri 
€ doveri. E morì, nella certezza del vessillo trionfante d'Italia* 
< benedicendo il suo sangue, dato alla libertà della sua Patria 
a diletta. E quando egli, pubblicamente, confessatosi, ebbe in- 
€ teso il sacerdote, che ne accompagnava l'anima, all'altra Pa- 
« tria celeste , e gli diceva le parole del perdono , confortane 
€ dolo a perdonare altrui , rispose: Ah si / Io amo tutti ! Amo 
€ r Italia; odio, soltanto, i nemici di lei\ e spirava, tranquillo, il 
« settimo giorno su le undici del mattino del 3 di novembre. 
€ La quale tristissima novella, portata di bocca in bocca, com- 
« mosse tutto il popolo culto e patriotico di Venezia, dal 
€ quale era, universalmente, conosciuto e, grandemente, stimato 
€ Alessandro Poerio. Il giorno dopo, fu onorato di esequie tc^ 
« lenni, alle quali intervennero il supremo capitano, i dita- 
€ dini del governo, gli uffizi ali e gran folla di popolo. > — 

(402) Questa poscritta è, veramente, indegna.. II Pepe do- 
veva conoscere l' alta donna , cui scriveva : al cui dolor ma- 
terno, non sarebbe stato sollievo un atto infame, che avrebbe» 
del resto, resa esecrata la memoria del suo figliuolo. Ned il Pepe 
era uomo, da commettere un' azione cosi nefanda ; nò di pen- 
sarvi, sul serio. Ma le nature meno elette debbono manifestar 
la qualità della creta loro, almeno, nelle parole. 

(403) Segue la lista di coloro, che si erano, più, segnalati: 
fra' quali, il Poerio. 



— 520 — 

(404) Ne fu autore un certo abatino Rambaldi, che, nel 48, 
orò, anche, pubblicamente, a Roma, in Campidoglio; e che non 
dev'esser morto, da lunga pezza, avendolo io conosciuto, perso- 
nalmente , nel 1866 , a Treviso , in casa del Commissario del 
Re, Rodolfo d'Afflitto. La sua orazione funebre, ch'io non pos- 
seggo, trovasi, nella Marciana; ed ha questo titolo: Sulla salma 
del prode Alessandro Poerio di Napoli, cofonlÈlrtò nello Stato 
Maggiore, questi cenni recitava Vàb, G. B. Ramhaldi di Tre- 
viso, il mezzodì del 4 Novembre 1848, nella chiesa di S. Ste- 
fano, {Venezia, coi tipi di P.® Naratovich, 1848), È un discor* 
setto di cinque pagine, senza il menomo particolare sul de- 
funto. Vi si ripete la frase dell'ordine del giorno, ch'egli mori, 
come un eroe di Plutarco (Alessandro Poerio, cristiano !) Del 
resto, retorica volgare; le solite generaUtà patriotiche, proprie del 
tempo. Alessandro Poerio fu sepolto, nella tomba de'Paravia (che 
avevan conosciuto il Poerio, in casa Papadopoli) nel camposanto 
di Venezia. E gli fu apposta la iscrizion seguente: 

Qui • RIPOSA • accolto • nell' • amica • tomba • i»ei • Paravu • 
Alessandro • Bar. • Poerio • di • Napoli • che * dati • all'-Italm • 

il • cuore • GLI • STUDI * LO ' ESILIO * PER * ESSA " MILITB * 
VOLONTARIO ' MORÌ * DI * FERITE ' TOCCHE ' IN * MeSTRB ' 

IL • XXVII • Ottobre • mdcccxlviii • di • anni • xlvi • 
Alcune • veneziane • sorelle • allo • estinto * 

NELL' • AMORE • della * PATRIA * CON * PIETOSO ' DOLORE * 
COMMISERANDO * LA * MADRE * LONTANA * 
CHE • PIÙ • NON • LO • ASPETTA * POSERO * QUESTA * MEMORIA ' 

Alessandro Poerio, uno tra' primi lirici del secolo, esempio 
raro di virtù cittadine, non ha monumento alcuno o ricordo, 
in quella Napoli, che permeate d'innalzarne, nel più cospicuo 
luogo della sua marina, ad uno strimpellator di pianoforte stra- 
niero (Thalberg). Sarei, quasi, tentato di dir: tanto meglio ! Per- 
chè le onorificenze, votate, senza criterio ed a fascio, da co- 
siffatti epìgoni, son, quasi, ingiuria. Che dico: quasi? Sono 
ingiuria espressa. Reste plutot non plaint, que plaint d^indi' 
gnes larmes! I pochi buoni diranno, però, sempre, di lui, che 
fece tutto il suo dovere, più che lo stretto dovere formale. Cosa 
rara, dovunque ed ognora. 



— 521 — 

Carlo Poerìo (Vedi la nota 2*) è sepolto, in Pomigliano d'Arco: 
ma il cuore di lui 8Ì conserva, nel camposanto di Poggìoreale 
a Napoli, dove il Municipio lo ha raccolto, in un monumentino, 
E, nel camposanto istesso, riposano gli avanzi de* genitori di en- 
trambi. Ma nello ipogeo della cappelluccia Imbriani-Settem- 
brini, comune, un tempo, a* Poerìo (i cui dritti son passati, per 
eredità, negriàibriani) ed a* Parrilli (che han venduto i dritti 
loro, al figliuolo di Luigi Settembrini, portando via i morti loro). 
Ivi, si legge r iscrizione seguente, pel barone Giuseppe Poerìo : 

HBIC JACET lOSEPH POERIVS, DOMO TABERNA BRVTIORYM, 

NOBILI GENERE ORTVS 

NOBBLIORE INGENIO ATQVE ANIMO PRAEDITVS 

SVI TBMPORIS ORATORVM PRINCEPS CONSTANS LIBERTATlS ADSERTOB 

IN SVOS IN AMICOS IN PATRIAM PERPAYCORVM HOBfINVM HOMO 

N. POSTRIDIE NON. JAN. A. MDCCLXXV. 

DEN. XVin. KAL. SBPT. A. MDCCCXLni. 

j DB TANTO NOMINE 

HAVD PRIVATVS TESTIS NEDVM BREVE AG RVDE MABMOR 

SED FIDES PVBLICA ET TABVLARIA POPVLI 

SOLLEMNESQYE SVI AEVI ANNALES CONSVLBNDi: 

SCIUGBT PVDET NECESSARIOS DICERB LAVDES 

DB MAXVMIS VIRIS DIGNIS VNICE ET POLLENTIBVS 

PVBLICI TESTIMCNH HONESTA AVCTORITATE. 



PAVLLVS AEMILIVS IMBRIANI SOCERO ABI^iNTISSIMO 

SEOVNDO ET TRIGESIMO AB BXITV EJVS ANNO 

CIVILIBVS DEMYM VNDIS EMERSVS ITALIA RESTITVTA P. 0. 

DBVINCTVS ADMIRATIONE VIRTVTIS ET MEMOR TESTIMONn AMCHtIS 

QVOD SVPREMAS CONDENS TABVLAS DE GENERO ET FILIA PERHXBVTr* 

E da notare, su quel domo Tabema Brutiorum del primo 
verso, che il padre di Giuseppe Poerio era patrizio di Taverna: 
ma Giuseppe Poerio nacque, proprìamente , in Belcastro, pa- 
tria della madre. Ecco, poi, la iscrizione della Qaroìina Poe- 
rio-Sossisergio; ch*ò presso quella del marito, nello stesso ipo- 
geo della cappella Imbriani-Settembrini : 



— 522 — 

HEIC RELLIQVIAE JACENT 

KAROLAE SOSSISBBGIAE 

DBN. ni IDVS SEPT. A. MDCCCLU 

SEPTVAGINTA TEES ANNOS NATAB 

VIRVM JOSEPHVM POERIVM 

ATQVE EGREOIOS SOBTITAE LIBEROS 

ALEXANDBYM KABOLVM ET RABOLIVM 

ET voto ET LIBEBIS EGRE6I1S ILLySTRA.TAE 

QVAE LAVS ILLICIT ATQVE VNICE DECET 

FRVGI MATREMFAMILIAS 



PAVLLVS AEBULIVS IMBRIANI 
HBCYRAM SANCTISSVMAM 
QVAM OLIM 
IN EXSILIVM OVM VXSORE ET PimS PEREGBE PROFICISCENS 

AEGRE BEUQVERAT 

PATRIAE RBDDrrVS 

HEV, HOC VNVM ADHVO LICET ! 

PIE IVXTA VIRVM COMPONIT 

A. MDCCCLXXV. 



— 523 — 



POSCRITTA 



La grave infermità, che ha cominciato, a travagliarmi, dopo 
iniziata la stampa di questo libro, stremandomi di forze , mi 
consigliò di andar diradando il numero delle chiamate, dopo 
1 primi fogli. Onde. V illustrazione delle lettere è rimasta in- 
compiuta e non uniforme. Ad ogni modo, aggiungo, qui: alquan- 
te notizie, sopra persone, ricordate, nelle lettere, al cui nome non 
fu apposta chiamata; e qualche supplemento o rettifica, ad al- 
cune note. Se, mai, questo Epistolario avrà una seconda edi- 
zione , spero potervi aggiungere nuove lettere e , soprattutto , 
compierne la illustrazione. Sarò grato , frattanto , a chi vorrà 
favorirmi; notizie, sulle persone, per le quali me ne son man- 
cate; maggiori notizie, sulle illustrate; o correggere gli errori, 
ne' quali posso esser caduto. 

— Il nobile conte Girolamo Bola.ni (e non Bollani) abitava, nel 
suo palazzo, a S. Mattia. Caduta Venezia, lasciò quella città; e 
stette, nelle sue ville, tra il Vicentino e il Padovano, ma più 
presso a Padova. La cagione di questo suo ritiro fu, parte, po- 
litica e, parte, domestica; e più domestica cbe politica. La mo- 
glie si conduceva, in modo, ch'egli fu costretto a dividersene. 
Lei rimase, in Venezia, a darsi buon tempo; e lui prese stan- 
za, a Padova. Nell'ultima vita, datisi, tutti e due, a Cristo, si 
riunirono; e furono, insieme, a Padova. Quivi, mori, verso il 1870, 
senza lasciare gran memoria di sé. Era buon uomo, mi dico- 
no; e non incoltissimo. Ma si atteggiava a repubblicano. Anche 
le sue finanze erano andate a male, assai, tra il lusso della si- 
gnora e le vicende politiche. 

— II Du Bois era un banchiere, a Venezia. 

— Achille Correnti tornò, da Malghera, in Piemonte, in- 
fetto da febbri, che lo lasciarono, solo, tre o quattro anni do- 
po; e conviveva, col fratello Cesare. È morto, nel 1883, inge- 
gnere delle strade ferrate. 

— Pietro Maestri, medico di professione, fece parte del Co- 



— 524 — 

mitato di difesa, surto, a Milano, neir agosto del 1848, dopo la 
disfatta di Custoza. Insieme con Cesare Correnti ed altri, pub- 
blicava V Annuario Statistico Italiano (la statistica è la scienza 
fatta apposta per chi nulla sa). Nel 1859. diresse l'ambulanza 
de*Cacciatori delle Alpi. (Poveri cacciatori feriti! ho paura, che 
ne abbiano spacciati più il Bertani ed il Restelli, che le palle 
austriache). Mi si ieri ve, sul suo conto:—* Il Maestri valeva , 

< tutto compreso, pochi quattrini. Nel 1848, faceva il repubbli- 

< cane. Dopo Custoza, a forza di strillare contro Carlo Alberto 
« e il Piemonte, riuscì, a farsi nominare membro del Comitato 

< di Salute Pubblica (mi par, bene, che questo fosse il nome 

< buffo di quel momento tragico) insieme col Restelli e col Fan- 

< ti, due uomini, così, diversamente^ diversi, da lui. Rifugiato, a 

< Lugano, vi stampò un'insulsa protesta, vigliacco oltraggio con- 
€ tro il vinto Re, che il Restelli ebbe la debolezza di firmare, 

< il Fanti, no. A Torino, amicissimo del Correnti, lavorò, con 

* lui, all'Annuario di statistica, finché diventò Direttore, diceva 
€ lui, della Statistica, ma, in realtà, Capo-Divisione, al Ministero 
€ di Agricoltura, Industria e Commercio. Costi, fu coperto di de- 
€ corazioni, dalla testa ai piedi, per le sue statistiche : porans- 

< simi lavori , che mandava, rilegati in velluto ed oro, a Piiu- 

< cipi e Ministri. Pretendeva essere il Pascià della statistica, 

* facendo tutto lui. Il Broglio pretese, invece, che dovesse, 

< dipendere dal ministro. E, quando luì ricalcitrò, ostinata- 
« mente, agli ordini, lo sospese, per un mese, senza stipendio, 

< lui e tutte le sue decorazioni, come un applicato di quarta. 

< Morì, qualche anno dopo, a Roma, senza odore di santità, 

* per quello, che se ne mormorò, poi. » — 

— Francesco Restelli, avvocato, partecipò al Comitato di 
Difesa di Milano , nel 48 : grave colpa. Poi, tornò in patria 
e vi rimase avvocato, sotto gli austriaci: colpa peggiore. Fu 
Daputato, parecchie volte, nel Regno d' Italia; ed, anche, Vi- 
ce-Presidente della Camera. Tolgo quanto segue, da una co- 
municazione confidenziale : — « Non è un uomo , fatto per 
€ la politica. Primo: perchè ò un avvocato, il che, salve rare 
€ eccezioni, è un impedimento insuperabile. Secondo: perchò 
« non ha energia di carattere, tanto che fu il primo lombardo, 
e che piegò il capo, all'Austria, dopo il bando del 48, chiedea- 
« do il rimpatrio. Ma è un perfetto onest'uomo. > — 

— La Sala Camplot, occupata dal Circolo Italiano ^ era a 



— 525 — 

S. Luca, sul campo S. Paternian (ora, piazza Manin). Non ci è 
più, da un pezzo. 

— Il Giuri ATI, il Robetti ed il Peroni, membri del circolo 
Italiano, sono, tutti, morti. Il dottor Giuseppe Giuriati, dopo per- 
corsi vari gradi, fu Generale della Guardia Civica, nel 1849. 
Abitava in Calle S. Marco. Fu padre del notissimo avvocato 
Giuriati 

— Alla nota 243.*, chef concerne Raffaele Poerio (pag. 445) 
si aggiunga la iscrizion sepolcrale (dettata, da Paolo-Emilio Im- 
briani) che ai legge, sulla tomba del generale, nel camposanto 
di Torino. 

A Raffaele Poerio Generale 
Nato in Calabria nel 1792, mancato in Torino nel 1853. 



ESCITO D*UNA TERRA E d' UNA CASA 

antiche nei SAGRIFICJ DI PIETÀ CIVILE 

FU MIRACOLO d' ARDIMENTO NEI CAMPI 

MIRACOLO d'affetto NELLA FAMIGLIA. 

Espiò la sua costanza politica 
coi travagli di tutta una vita. 

Osò IN FIACCHI TEMPI CONFIDARE NELL' ONESTO E NEL VERO 
• E FECONDÒ DI SPERANZE E DI FATTI 

LA STERILITÀ DELL* ESIGLIO 

ARDUO ED USATO INCIAMPO DEI MIGLIORI. 

Per NOBILI PROVE DI GUERRA SULLA SPIAGGIA d' AFRICA 

COMANDÒ LA MERAVIGLIA 

E RINFRESCÒ NEL DIFFICILE STRANIERO 

LA REVERENZA DEL SOLDATO d' ITALIA. 

Carità di patria e vaghezza di perigli 

lo ritrassero ai cimenti nazionali del 1848. 

Poscia impaziente degl' ingrati riposi 

altero di sventura di povertà di fama 

riparò nella tomba. 



La famiglia inconsolata p. 



— 526 — 

— « Papa Mazarachi. Padre Antimo di Cefalonia, cappellano 

< in S. Giorgio de' Greci, in Venezia; amico del Tommaseo; 

< dotto ; di sentimenti liberali; autore delle Vite de* Cefale- 
€ ni illustri, scritte, in greco, da luì, e tradotte, in Italiano, dal 

< Tommaseo. Essendosi, nel 1849, compromesso, politicamente, 
€ fu arrestato, dagli austriaci, al loro ritorno; e rimandato, a Ce- 
€ falonia. Di dove, passò, maestro, a Galee, isoletta, presso Co- 
€ stantinopoli. Mori, alcuni anni dopo, Vescovo di Stauropo- 
« li. » — Cosi mi scrivono : relata refero. 

— «La Contessa Teresa Mosconi-Papadopoli, veronese, mo- 
« glie di Spiridione, cugino dei viventi conti Papadopoli, fu dama 
« colta, compitissima; ed accoglieva, nella sua società, il fiore dei 
€ cittadini veneziani e dei forastieri. Nacque, il 4 agosto 1807; 
« mori, il 17 agosto 1854. > — Cosi, mi scrivono, da Venezia. 
Noterò, che, nelP Alta-ltalia, stranamente, le signore prepon- 
gono il cognome della famiglia di origine, a quello del marito. 

— La Contessa Aldobrandini-Papadopoli, fiorentina, fu ma- 
dre de* Papadopoli, che sono stati Deputati, nel Regno d'Itaba. 

— Alla nota 23 pag. 358 aggiungasi : che Giovanni Vacca 
nacque, in Napoli, il 12 marzo 1810, e che mori, in Portici, 
il 12 luglio 1879. 

— Correggi ed aggiungi, alla nota 92, pag. 383. Angelo Aba- 
temarco, seniore, non ebbe fratelli e sorelle : nacque in Mon- 
tesano sulla Marcellana, circondario di Sala Consilina, nel 1758; 
mori, a Napoli, il 3 novembre 1836. Ebbe tre figliuoli : Do- 
menico (1796-1872) e Gabriele (1798-1871), nati in Lagoue- 
gro; e Pietrantonio, nato, in Montesano, nel 1803, morto, in 
Arienzo, nel 1872. Gabriele e Pietrantonio morivan celibi. Di 
Domenico e dell' Adelaide de' marchesi di Montemayor riman- 
gono : Angelo, Carlo, V Emilia (maritata in Rosica) e T Olim- 
pia (moglie al barone Negri). 

— Mi rincresce di non poter avvalermi di preziose comuni- 
cazioni, che ho ricevute, troppo tardi, su Giambattista di Gi- 
rolamo Cavedalis e dell' Angela Diana, nato, in Ispilimbergo, 
nel Friuli, nel 1794, e mortovi, nel 1858, che ebbe tanta parte, 
nel governo di Venezia, nel 1848-1849. Ma la importanza stes- 
sa di esse mi toglie di compendiarle, in poche parole. 



ERRATA-CORRIGE 



Pag. 


359 


ver 


. 31 Gennaio 1868 


leffgi: Gennajo 1867 


> 


363 


» 


4 nei due veri 
sensi 


leggi: ne' du' vari sensi 




366 




40 fìglÌTiolo del 


leggi: figliuol naturale del 




368 




14 Regina Isabella 


leggi: Regina Carolina 




369 




25 Fatalità ! 


leggi: Combinazione L 




» 




27 Fatalità \ 


leggi: Combinazione \ 




> 




29 Fatalità \ 


leggi: Combinazione l 




383 




31 Perse 


leggi: Forse, 




394 




22 scrittrice 


leggi: pittrice 



'i 




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