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l23 APR I9a 
1- OCT 

1 6 l-ci) 2005 




X 

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OC 

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ANNALES 
DE L'INSTITUT ARCHÉOLOGIQUe. 

TOME SECOND DE lA ROUTELLE SKRIE. 

XVII' DU RECUEIL. 
1845. 



ANNALI mV INSTITUTO ARCHKOLOfilGO. 

VOLUMB SECONDO DBLLA SEUIB NUOVA . 

XVH DI TUTTA. L\ SERIE. 
1845. 




® 



TìrOGRAPIlIF. DE FIRMIlt DIDOT FRf:RKS , 

lairaiMtuiis o* L*iR»riTUT, 



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ANNALES 

DE L'INSTITUT ARGHÉOLOGIQUG. 

TOME SRCOND DE LA NOUVRLLE SÈRIE , 



XVII' DU RECUEIL. 



1845. 



ANNALI DELLMNSTITUTO ARCHEOLOfiiCO. 

VOLUME SECONDO DELLA SEBIE MUOVA 

XVII DI TUTfA LA SERIE. 

» 

1845. 



»«^0 



PARIS, 

CHEZ BENJAMIN DUPRAT, 

I ibrairr rlrs Soclétéa AstJiUqncs de Parh et de Londre» . tìe l'ioidltiit rì«* Franrc, 

di' la Bibliolhèque Royalc . eie. 

RliE DU CLOITBB ST BKNOIT , N" 7, 

r»M LK COLLÉCK DB »ftARr.r. 



1845. 



^2 I. MÉMOIRE 

Grecs le peiichant à Térudition archéologique, ranimé plusieurs 
fois dans le cours de leur histoire, et dont feffet fut, poiir 
ia poesie corame pour les arts , de faire revivre à certaines 
époques les formes et les traditions anciennes; la seconde 
cause fut Tespèce d'indifference où Voss ctait reste relative- 
ment aux monuments figurés, dont le nombre, sans cesse 
•croissant de nos jours , a jeté de vives lumières sur cette 
<iuestion. A la faveur des précieuses découvertes qui ont 
enrichi nos musées, il est facile de constater, maintenant, 
<iuelle variété de types s*était introduite simultanément 
<:hez les Grecs pour figurer certains personnages mythologi- 
ques. Les divinités de TOIjrape, tantót ailées, tantòt sans 
ailes * celles de la mer^ tantót luarines, tantòt à formes pure- 
ment humaines; les centaures et les satyres diversement 
mi-partis dans leur doublé nature ; les sirènes et les harpyies, 
se trouvent représentés, sur des monuments contemporains, 
de manières si variées, qnc lart, par son témoignage irrécusa- 
ble , ne permet pas d'admettre entièrement la senteuce de 
Voss sur l'altération progressive des images religieuses. Il est 
bien certain qu'une altération eut lieu , et que les hideuses 
harpyies de Virgile n'ont rien conserve du type majestueux 
d'Hésiode ; cependant , il ne faut pas oublier que le vase atti- 
gue de M. Graham et celui dont nous avons donne Texplica- 
tìon, ramènent les harpyies vers la tradition la plus ancienne, 
malgré l'epoque relatìvement moderne de ces deux peintures 
cératniques. Si lon examine la sculplure grecque et romaine, 
on y reconiiaìt la renaissance de la manière primitive dans des 
ouvrages d*art du temps d'Hadrien ; elle se montre dans les 
figures appelées Éginétiques , telles que le bronze du Louvre ; 
et, danslanumismatique, on la retrouve, pour les images des 
dieux, a l'epoque de Septime Sevère et des Gordien. De nom- 
breux monuments prouvent que, bien antérieurement à l'em- 
pire romain , les Grecs d'Italie , surtout , avaient éprouvé un 
semblable retour a la sévérité des écoles primilives. La règie 
dont Voss s'estprévalu n'est donc pas infaillible. M. Panofka, 
dans son travail sur le musée Pourtalès, a professe le méme 



SUR L£S HARPYIES. 3 

systènie(l). Il n*est dailleurs aucun archéologue clonile pre- 
mier besoin, dans ses études, n ait été d'adopter une classifica- 
tion semblable. Il n'en est aucun, non plus, qui, observant 
anentrvement les oeuvres des poétes ou celles des artistes, n*ait 
dù tenir compie d*une foule de dérogations à ce principe Trai 
en lui-méme, et sa^e élément de tout travail sérienx. Nous 
avonsrendu hommage à là théorìe de Voss, en nous y con- 
forroant dàns notre mémoire sur le vaso de Phinée; nous allons 
montrer, dans celui-ci , combien le type des harpyies a subì 
de Tariations , souTent cóntemporaines , dans la littiérature , et 
prìndpaleinent dans les arts. £n connnen^nt par les poésies 
do tetnps d'Homère , on trouve «que , selon H^siode , les 
harpyies, filles de Thaumas et d'Électre, étaàent deux divinités 
ailées aussi rapides que les vents et le^ oiseaox ; sosurs d'Iris, 
elles portaient de longs cheveux, attribut de la jeunesse (2). 
Leur mission était d*en)eter les mortels et de les livrer ;iux 
poissanees infemales (3);- * > 

Dans rOdyssée, Penelope, livree à la douleur, demande aux 
drenx de mettre un terme a sea mauz. 

« Diana, dit-elle, déease vénérable, fille de Jupiter, puis- 
« nez^Vous diriger une flèche contre raa-poitrìne ponr ro arra* 
« eher la vie , ou pfuiase la tempéfe ro emporter à travers les 
« régtons de Tair et me jeter aux Tivages lointains •ou reflue 
« rCÌcéan ! Ainsi les ouragans emportèrent les filiea de Panda- 
« ma. Privées de lenrs pai'ent^ par la Tolonté des dieux , 
« elles restaient c»rphelines dana leundemeure. V^nus les nour- 
« riasait de lsitage,*dd miei doux et de yin parfumé;'Junon 
• letir aceordait la baauté et la prudence au^dessus de touies 



: • . • 



(1) Panofka, Antiques du cab. Pourtalès, p. 73 et raitr. 

(2) Hésiod.y Théùg., T. 265. On roit ici que la triade se cumpose d'Iris et des deux 
barpyies Aéllo et Ocypeté. Il est difficile de s'espUquer iTommentVoss a pu croire que 
les iMirpyiea d^Hésiode étftient sana atlès, quand ìv poète dit ezpresaémeat : 

*IlOxótiov; 6' *Apiwia< 'AeXXw t* 'fixuicéxYiv te , 
At f àvi|i,fii>v nvoi^di xai olcoyoi; à^* ÉTcovrat 

( J) Hom., Odjss., lib. I, v. 2^1 ; et XIV, ▼. 371. 

I. 



4 I. MÉMOIRE 

«( les autres femmes ; Minerve leur enseignait l'art de travailler 
« avec une adresse nierveìlleuse. Mais, pendant que Vénus 
« était montée à TOlympe pour demander au dieu qui porte 
« la foudre et qui connait toutes choses, de compléter par 
« des mariages prospères le bonheur des fiUes de Pandarus , 
« soudain les harpyies ravirent les jeunes vierges , et les don- 
•t nèrentpour servantes aux détestables Erinnyies (i)» » 

Assurément , rien n'est plus étrange que ce mythe, où Ton 
voit la protection des fHrincipales déesses de TOlyrope ne pas 
suffire pour garantir de jeunes mortelles contre les embùcbes 
et la surprifie de génies , en ppparence d'un ordr^ inférieur. 

Qu étaient donc les harpyies d'Homère potlr exercer un 
pareil pouvoirPNe figurent elles pas, ici, comme égales au 
destin et aux Parques ? Ne disposent-elles pas , à leur gre et 
contre celui des immortels y de la vie humaine que personne 
n est assez puissant pour leur disputer? (2) Mais ce qui sur- 
prend encore plus, c'est de voir comment , en quelques vers , 
Homère établit,pour les harpyies, un anthropomorphisme 
plus caractérìsé que pour ses autres divinités. Il nous niontre 
bien quelques personnages divins qui régissent les éléments ; 
mais où le voyons-nous exprimer aussi clairement qu*ils soni 

m 

ces éléments eux-mémes ? Son Jupiter est le dieu de TEther , 
mais les harpyies qui , selon la théogonie d'Hésiode, volent 
avec une immense rapidité entre le ciel et la terre, sont les 
tempétes qui désolent et ravagent, sans que les puissances su- 
périeures ou telluriques puissent les arréter dans leurs fureurs. 
L autorité d*Homère fut si grande sur ce point , que cetre 
tradition resta respectée par tous les auteurs , excepté les 
évhénieristes , méme lorsque les poétes tendaient le plus à 



(i) Hom., Ot/jrss,, lib. XX, ▼. 6Q et seq. 

(2) Tel est à peo près , dans ia tragedie d*Alceste, le rAle dt Tbanatos qui défie 
ApolloD et rette soard à set prièret. Mait le genie de la mort est ▼itiblement Platon 
lui-méme. Irit , ciomme set s<eurs les harpyies, accomplit également des fonctions fo- 
nèbres en délirrant Didon de son agonie. « Qnelqnes-ans, dit Serrins, les contidèrent 
<t comme Ics Parques, c*est poorquoi elles ont re^ le don de dÌTiuation. >• SerT. 
ad yEneid., HI , T. 233. 



SDR liBS UARPYIES. 5 

couYertir lesharpyies en ministres des dieux, et les nommaient 
ies chiens de Jupiter (1). 

Une autre tradition homérique donne pour pére aux cour- 
siers d* Achille, le ^ent Zéphyre qui avait surprìs la harpyie 
Podargé paissant dans une prairie au bord de TOcéan.Voss (2) 
et M. Millingen(3) ont cruquil étatt impossibie dadmettre la 
transformation d*une harpyie en jument, et le premier $*est 
efForcé de montrer la conception de chevaux par des déesses 
ou des nymphes sous forme humaine, comme familière a Tan- 
tiquité grecque. 

Il est vrai que Stésichore donnait pour mère aux chevaux 
des Dioscures la harpyie Podargé; Nonnus disait le cheval 
Xanthus et la jument Podargé nés de Borée et de la harpyie 
Aéliopos ; selon Eustathe, Arion , coursier d'Hercide, était né 
d*une harpyie et de Neptune, ou de Zéphyre, selon Quintus 
Galaber (4). Rìen n*était plus naturel que d appliquer ainsi le 
passage d*Homère ; mais si Ton veut s'assurer de Vintenùon 
▼érìtable du poéte , il faut rapprocher d abord ces deux pas- 
sages de riliade : 

3d[v6ov xal BaXCov tiì) If^a iri^ot^iot TreTsoOev* 
Toùc ("nxt Z4^po> dv^fi.cj) "Apiruta HoBa^fri, 
' * Boaxo(«ivr, XstpSvt irsp^ ^v 'Qxtavolo. 

(Iliad. XVI, V. 150etseq.) 

^ Tou (Erichthonii trojani) xpio/CXiai ttrrroi IXo< xara 

[PouxoXéovTo 
OriXsiai, ttcóXotaiv dyaXXóiJLevai d(TaX9)oi* 
' Tòiojv xa\ Bopsri; i^pd^aoato p09X0[Aevduiiv, 

^ 'Iitinii S' eMfUvo; irapa^aro xuavo}(^atTY)* . •. ì J^ 

'£v {MlXqcx^ XcifAuwt xa) avOeatv eiapivolvi. 
( Ce demier vers n'existc que daus le Cedex harlcianiis. ) 
: :• (Iliad. XX, V. 221 et sui v.) 

(f) Le «celiaste d'Héaiode a</ Tkeog,, v. 266, considèrc Iri» cotume ran;-ea-ciel , 
ei Ies luirpyies comme Ies Tenta impétueux qui naissent de la pluie ou de Tcau. Cf. 
Johann. Diac.»i&ù/. 

(1) Vois,Br.,XXXI. 

(3) MilUngen, Ancient uned, monttm,, Scr. I , p. 43. 

(i) \oM,ìoe. sup. 



6 I. MBJUOIAE 

De celle comparaison ne ressort-^il pas clairemenc que, daas 
Yiin et lautre passale, Homère a parie de lu fécondation 
des cayales par ies vents, et^ qu*eùt-il méme voulu. relever 
Torìgiiie des chevaux d'Achille 4BfiL Ies faisant naitre d'une har- 
pyie, ce serait sous la figure d*une cavale qa il aurait repré- 
senté celle-ci paissant au bord de FOcéan. comme Cérès 
Érinn j8, lorsque Neptune la surprit cachée parrai Ies trou- 
peaux d'Oncus ? ^ 

Mais telle n a pas élé , selon nons , sa. pensée. M. Millin- 
geo a déjà fait observer que le mot Apiruta doit ètre, ici, une 
épithète exprimant la vitesse de Podargé, la jumeat aux pieds 
d argenta et que ce nom lui convenait aussi bien qua l'une 
des lices d'ActeBon(i). De méme» 4ine espèce d'oiseau rapace 
et une variété de chiens de chasse étaientappellées Harpés 
et Harpyies (2). Souvent, sur Ies monuments d ancien style, 
vases peints ou bas-relie&, des oiseaux de proie, sans doute 
des harpés, volent au-dessus des quadriges pour indiquer la 
vitesse de leur course ; sur le beau vase de Géryon peint par 
Eksekias, une harpyie à téte de femme et à corps doiseau 
piane au-dessus des chevaux d'Anchipus (3). On voit méme 
que, dans Nonnus, la iharpyie Aéllopos, aux pi^ds rapides 
comtne la tempéte, porte un nom bien approprié à une ca- 
vale, et du temps de Nonnus Ies harpyies n*étaient plus figu- 
rées comme des femme;is n^archant daqs Ies airs, mais comnie 
des monstres ailés (4). 

Outre ces considera tions, ne serait-il pas surprenantqu*Ho- 
mère, dont Ies vers, dans TOdyssée, taisent Ies noms des 
harpyies, n eùt désigné, dans Flliade, que Podargé dont He- 



(1) MilUogen, loc, supr, -. H/gin., M. 181. _ Onde {Metam,, lib. IH , t. 213 
et seq.) , Domme panni Ies chiens d* Acteon, Harpyia et Aèllo. 

(2) Hesycbias, rerb. "Apmr]. Plin. maj., lib. X, e. 95. Hesych., Terb. 'Apirvtac. 

(3) Gerhard, auseriesene FasenhUder, xw. Tb., pl.CVIf. On tronve dans le méme 
recuetl, pi. CIV, un combat d'Hercnle et de Géryon, oò nn oisean s*élance en Tolant 
d'Hercule à son adversaire, et paralt étre nne barpé, symbole de la liarpyie fnnèl»rc. 
De méme un oisean s^abat sur Encelade raincn par Minerve. /</., ersi. Tfa., pi. VI. 

(4) AéUopos est un des surnoms d*lris. lUad.^yXU, ▼. 409. Voss remarque, aver 
raison, que Ies dieux d^Homèrc marchent et ne volent pas. 



sua LKS H4RPYI£S. 7 

Wide ne fait pas mention? Dailleurs, les scolìastes liésitenl 
sur l'explication que Ton doit adopter. Les una rangent Podargé 
parmi les Teritables harpyies ; les autres aflBrment que toute 
bete de somme ou de trait, qui avait les pieds blancs, pouvait 
étre aÌDsi nommée (I). Eùstathe cùe le clieval d*Hectorap- 
pelé Podargos; puis il suppose que cette harpyie Podargé 
était une iespèce de démoTi femelle ailé qui procreali des che- 
?aut (2). 

Il semble donc difficile d affirmer qu'Homère ait eu en yue 
autre chose que la croyaDee généralement t*épandue datislan- 
tiqoité relativement a lorigine des coursiers les pluscélèbres 
et d une vitesse incomparable. Cette tradition a été reproduite 
par Virgile, qui fiiit une allusion evidente aux cavales de la 
Troade (3). Varron Favait appliquée aux juments de la Lusita- 
nie, dans un passage qui nous a été conserve par Servius (4). 

L'opinion de M. Millingen sur le timte, objet de notre 
examen, est, à nos yeux, la plu^ vraisemblable de celles 
qui ont été produites; et si les écrivains postérieurs à Honière 
oDt, comme lui, parie de chevaux enfantés par des harpyies, 
ìls ont donne une extension exagérée à la pensée primitive, ou 
adoptéà dessein la méme ambiguité poétique. 

On serait dispose à croire que l*invention des harpyies à 
corps d'oiseau ne remonte guères au delà de Tépoque où Vir- 
gilè les représentait ainsi. Rien ne serait cependant moins 
exact* La mumismatique nous montre les harpyies k la fois 
sous la forme humaine et dans leur doublé nature de fenime 
et d*oiseau, sur des médailles d*électrum à peu près contempo- 
raincs, sorties des ateliers de Gyzique (5), et que j*ai cru pouvoir 



(f ) /« /Uad. Homer. scliol. antiqui»8., adìih XTI, r. 150 et seq.; ap. Adssc de Vil- 
toison. 
(3) EiisUtL. a</ Homer. //mi</..XVI, ▼. 149, t50. 

(3) lUat ducii amor trans Catara tmnsque sonantem Ascanium. Virg. Georg. ^ 
lìb. ni, T. 269. SerTÌus. loia de 8*aperfeT0ir de r.illasion au pasMge d^Hunière »ur 
EcsraYalesd*ErìchtIionias, pease que Virgile a Dommé le inout Garganis et le flou ve 
A»caaÌDs, pour une montagne ou un flenre quelronque. Scbol. ad loc, 

(4) Varr., ap. Scrv., ioc. cit, 

r$) Choix de médailUs f^recques, pi. X, ■** 8 ; MiUingcD, SyUog., pi. Ili, n" 30. 



8 U MBMOIRE 

attrìbuer à Harpagia. Des médailles bien postérieures les re^ 
présentent avec une téte humaine et un corps cl*oiseau (1). 
Lesharpyies, femmes ailées, sont peintes sur deux vases qui 
paraìssent avoir eie fabriqués Ter5 l'epoque oìi vivait Apollo- 
nius de Rhodes. Le monument de Xanthus les présente au 
nonibre de quatfe, sous les traits de belles femmes jusqu'à la 
ceinture, et d'oiseaux par le bas du corps, enlevant des jeunes 
fiUes qu*elles semblent quelquefoìs allaiter. Sur le méme bas- 
relief figurent la Vénus grecque richement vétue et assise sur 
un tróne devant son symboleasìatìque, la vache allaìtant un 
veau, supportée par un cippe. Plus loin paraissent les trois 
Parques devant une autre déesse^probablementProserpine (2). 
Cette sculpture, par son style et son travail , parait étre de 
la belle epoque ionique, peu de temps avant Tadmini^tration 
de Pérìclàs. 

Nous voyons , au siècle d'Auguste , les harpyies demi-fem- 
uies^ demi-oìseaux de prole, horribles et immondes, monstres 
venus du Styx, chiens dans les enfers, Dir» chez les mortels, 
oiseaux devant les dieux supérieurs. Si elles nont plus le pou- 
voir de resister à la volonté divine, elles ont recu d'ApoUon 
lui-méme le don de prophétie. Celeeno, la principale d*en- 
tre elles, se déclare la plus grande des furies. Elles habitent, 
sur la terre, les iles Strophades où elles possèdent degrands 
troupeaux, et, dès qu'un repas est apprété sur le rivage, elles 
viennent dérober et souiller tous les mets préparés par les 
étrangers. Dans les régions. inférieures, elles gardent l'entrée 
du Tartare (3). 

Apollonius de Rhodes, et, plus tard, Valérius Flaccus 
durentéviterde décrire les harpyies. On comprend facilement 

(1) Médailles de Cabala. Harpjie à corps d'oiseaa et à téte de femme, perehée sur 
un bondier en face d*uii sphinx. Au revers de Lacios Yéms. Br. Méd. d*Abydos. 
Denx barpyies eo regard accostées, Tune d*uoe téte de taurean, Taatre d'une téte de 
bélier. Br. Sestini, Leu. num, eontinuaz., t.Vn,p. 72. Le premier de ces typesserap- 
proche dn denier si coonu de la famille Valeria, et le »econd parait se rattacher il 
dea symboles de la religion asiatique. 

(2) Fellows, Ljeia, pi. XXI. 

(3) Virgil., j£neid.y Kb. IH, ▼. 209 et scq. »SerTÌus ad eumd. 



SUE LES HARPY1£S. 9 

leur réserve,en pensant àia grande variété de types quelan- 
tiquité leur avait laissée. Hésiode peignait les harpyies comme 
de belles feuimes ailées ; Homère ne faisait que les nominer ; 
.£schyle parlait de peintures où elles étaient représentées 
ailées et dérobant le repas de Phinée ; la numisma tique et la 
sculpture les figuraientde manières trés diverses; et de plus, la 
forme symbolique des harpyies se rapprochait tellement de 
celie dessirèneSy quii était impossible de les distinguer. On fit 
plus encore , on confondit absolument les harpyies aree les 
sirènes (1); on les confondit aussi avec les oiseaux stympha- 
lides (2) et la description du tempie de Stymphale, par Pau- 
sanias, ajoute de nouvelles ténèbres a cette quesdon déjàsi 
obscure (3). 

Quand les harpyies ou les sirènes, demi-femmes, demi- 
oiseaux , sont caractérisées par leur action ou par leurs attrì- 
buts, il est permisde les reconnaitre; autrement, le champ 
des conjectures reste óuvert aux archéologues, comme il 1 etait 
probablement aussi aux érudits de Tantiquité. Sur la belle 
pierre gravée du musée Blacas (4), sur le bas-relief funéraire 
du cabinet Pourtalès, Tune des sirènes joue de la lyre, et 
l'autre de la doublé flùte. Ces deux compositions doivent étre 
la copie d'une sculpture autrefois bien connue des Athéniens. 
Un vase du cabinet Pourtalès est décoré de trois sirènes (5), 
dont Fune chante, et les deux autres Taccompagnent (6). 

Ces caractères ne laissent aucune place à Thésitation. Les 
harpyies seronl reconnaissables aux objets qu elles ont enlevés, 



(1) « Harpyiea, génies femelles «ilés, ayant U partie inféri^are da corp« terminée 
« CSI oisetn. L«t mnses leu ajant Taincnes par leur melodie, leur arrachèrent les 
« plnmeaet a*eii coaronnèrent, ezcepté Terpaichore» parce qn'elle était mère des 
« airènea. m Endoeta, f^iolar. ap. Aniae de Yìllois^ anecd. greec.^ p. 81. 

(2) Mjlhcg. Fatic^ lib. III. , 

(3) Panaamaa, lib. YIII, e. 22,$ 4 et 5, raconte quUl a Ta, au plafond dn tempie 
de Stympbale , lea images des oiaeaax stymphalidea, et dans l'opisthodome » cellea de 
f i cf gea k jambea d*oiae«iu, scnlpiées ea marbré blanc. 

(4) Staekdberg, Gneber der HelUnen, pi. 74. 
(6) Ant. du cab. Pourtalès, pi. 24. 

(6) Ikid. , pi. 23. 



lo I. BIÉMOIBB 

comme une amphore (I), ud collier (2), un poisson (3),ut> 
enfant (4). 

Dans la peinture du célèbre vase de Canino représentant 
Ulysse aux Sirénuses, les sirènes n ont pas de bras, et par con- 
séquent pas d'attributs (5). Séparées de la scène du nayire , 
on n*attraìt pas de raison suffisante pour les reconnaitre avec 
certitude. Dailleurs, M. Panofka , dans sa dissertation ausujet 
des sirènes, a bien montré que ces èires sjmboliques étaiént 
des ministres de la mort, et il n'en est que plus difficile de les 
séparer des harpyies (6). 

Un emblème que les archéologues ont considéré comme 
celui de Fame, vìent encore, par son identité avec les harpyies 
et les sirènes, augmenter l'inévitable confusion dont nous 
venons de parler. On en Toit un exemple bien connu sur le 
vase de Céphale et Procris, où parait , au dessus de l'héroìne 
blessée , un oiseau à téle humaine (7). Au cabinet des médail* 
le^ j à Paris , existe un autre vase dont la peinture représente 
Hercule assommant le taureau de Créte. L'àme du monstre 
s'exhale , dit M. de Witte , sous la forme d*une sirène (8). Ne 
doit-on pas reconnaitre , plutdt , dans Tune et I autre compo- 
sitioa, une harpyie venant accomplir son funeste ministère, 
comme Thanatos recevant Pyrrhus dans ses bras (9), ou atten- 
dent le moment de saisir Amycus lié à un arbre par PoU 
lux (10)? Si Ton en juge d*après les monuments , les Grecs 
avaient Tusage de représenter Tàme par une petite figure sem- 
blable à Tetre quelle avait habité. C'est ainsi que lon voit sur 



(1) KìIUd, Gal. mytkol., 1. 1, pi. SO, d^" 312. 
(3) M. Gaigniaot., Rei. de Vani,, pi. 142. 

(3) Mèd. d'Harpagia. 

(4) Monument de Xanthut. 

•■ (5) Monum. ined. dell* InsUt. dieorr. arch.^ 1. 1, pL Vili. Atli». 

(6) Papofka, Jnt. du cab. Pourtalès^ p. 73 et smV. 

(7) MiUingeii, Aneient uned. mon., Ser. I, pi. 44 et p. 37. 

(8) De Witte, Cab. d*ani. étr., ii« 139. not. 1. 

(9) R. Rochette, Mon. inéd, d'ant. y^., p. 205 et suiv., et pi. XL. 

(10) Ciste dit des Argonautes j du musée Kircher. \ 

I 



ftlia LBS HARPYIBS. 11 

plusieurs vases lombre ailee de.Pàtrocle (l)yet les onibre8(2) 
cles humains voltigeant au bord du Styx. 

Les arcbéologtt€ft connaÌAsent encore le vase.de Médée ae 
▼eDgeant de Gréiue^où Tonubre d*Aetès assiste au meurtre des 
eofanU de Jason (3), sous la forme et avec les attributs qu*il 
avaìt dorant sa vie. Sur un bas-relief romain, ràmeBgurée par 
une femroe ailée sapproche, condutte par Mercure, pour 
occuper le oorps d'une femme modelé par Prométhée (4}. Un 
niagnifique scarabée dtrusque de la plus belle epoque archai- 
que porte , grave en creux , sur soii plat , Ajax chargé du 
corps d* Achille. L'ime du béros expirant s*enfuit peraonnifiée 
par un jeune honune nu de petite stature. Le dos de ce scara- 
bée est omé d*une gravure en relief représentant une femme 
▼étue d*une tunique courte, avec des ailes et le corps d*un 
oiseau , les bras ployés sur la poitrine et la téte abaissée (5). 
Cette figure peut-elle étre, ici, autre cbose qu*une harpyie (6)? 

On peut penserque, cbez.les anciensi les figures des bar- 
pyies ont, de tout temps, été très-variables, et prenaient une 
forme d'autant plus symbolique , que l'artiste ou le poète in- 
dinait davantage vers le polymorphisme, dont l'origine et les 
€x>mbinaisons appartiennent spécialement à l'art sacre des 
Orientaux. De telles associations devaient étre assujetties à un 
système régulier. Cependant les Grecs n'ont pu distinguer. 



(I) R. Roehetta. Man. iuéd. d'ant. Jlg., pi. XVIII. 

(1) Staekclberg , Gntber der HeUenen, pi. XLVIII. Si Ton objectait quo le» 
ombra et les àmes pouvaient «Toir des fonnes différentes, on n'eurait, poar se con- 
vatncre do contraire» qn*à lire le sixième lirre de l'Eneide, où les Imes qui doifent 
nnÌBier les descendants d*Énée, ont déjà leur forme fatare ; et il faodrait encore se 
mppelcr les différentes psycbostasies figorécs sor les vases grecs on sor les miroirs 
etraaqnes. 

(3) MiUin, Tombeaux de Canoaa , pi. VII. ' 

(4) Millm . Gal. Hfytkoi,, t. 2, pi. I. 

(5) Descript, de4 principales pierres grav, du cab. d'Orléans, X, 3, pi. II et II*. 

f 6) Panni les animanx qoi décorent souTCot la partie inférienre de vases gret's- 
clntsqaes, on obscrre qnelquefois des oiseaux à téte hnmaioe, entremèlés aux lions, 
sphinzet griUfons. Le caractère rapace de toos ces quadrnpèdes, simples ou compofés, 
aatorise à croire que les oiseaux à téte de femme leur sont associés comme des bar- 
pjics malfaisantes et ministres de la mort. 



12 I. MBMOIRE SUR LKS HARPYIES. 

en toute circonstance, les harpyies des sirènes. Ufallait clone 
que ces étres mythologiques offrìssent , dans leur significa- 
tion, une grande analogie fondamentale, et ne différassent que 
par certaines nuauces de leurs attributions religieuses. 

Il existe, toutefbis, une fable singuHère conservée par 
Hygin, et selon laquelle les harpyies étaient filles de Thaumas 
«t d'Ozomène. Elles se nommaient Alopié, Achéloé, Ocypeté; 
elles avaient des tétes et des pieds de gallinacés , des plumes , 
des ailes , des bras humains , de grands ongles , la poitrine 
bianche et des cuisses humaines (1). Moué ne connaissons 
pas de monument qui se rapporte à cette descripdon. 

Il faut obserrer encore que les enlèvements d'honimes et 
de femmes attribués aux harpyies , la dévastation des lieux 
où elles apparaissaient, leur séjour dans les iles de la Grece, et 
leur orìgine attribuée a Thaumas, Neptune, ou Pontus, les 
rapprochaient sensiblementdes pirates, qui, voguant au milieu 
de la tempéte, se montrant à Timproviste, et fuyant sur la 
mer avec leur prole, comnie si des ailes agiles les avaient em* 
portés, désolaient autrefois les plages habitées depuis le 
pont Euxin jusqu*à TEpire. Telle fut, peut-étre, lorigine de 
cette fable. Mais les anciens ne Font pas ainsi expliquée, pas 
méme les évhéméristes, qui ontfait des harpyies les filles dépré- 
datrìces d'un roi aveugle et malheureux (2). 

Doc DE LUYNES. 



(2) }^*\x^lai\.,dcincredihUib., XXIU. 



II. LA CROIX ANSBE. 13 



OBSERVATIONS 

SUR L'ORIGINE ET LA SIGNIFICATION 

va 8THB0LE APPELÉ 



LA CROIX ANSÉEW. 



{MoH.» tom. lY, pi. ziii;^ PI. A, 1845. ) 

Dans le savant débat qui s'est récemment élevé, au sein de 
TAcadémìe royale des iriscriptions et belles-lettres ^ entre 
M. Letronne et M. Raoul Rochette , à l'occasion du symbole 
que Fon est convenu d*appeler la croix ansée , le premier de 
ces deux académiciens, après avoir nié la présence de la croix 
ansée sur les monuments figurés antiques et sur les tombeaux 
chrétiens ailleurs quen Egypte, a éié obligé de reconnaitre 
que certains cylindres asiatiques^ signalés à son attention par 
M. Raoul Rochette et par moì, ofTrent des exemples irrécusa- 
bles de Temploi de ce symbole. Mais persistant à soutenir que 
la rérìtable croix ansée ne se trouye sur aucune médaille asia- 
tique , il a , en méme temps , assigné une origine mixte ^ c*est- 
à*dire, une origine persico-égyptienne, à ceux de ces cylindres 
qu*il a examiués pendant le cours de la. discussion. Sans 
Tottioir contester que la croix ansée se voie parfois sur des 
cylindres d'origine persico-égyptienne, ou d'origine phoenico- 
égyptienne, je ne puis consentir à reconnaitre une de ces 



(I) Ces obterration» ont été laes à rAcad^mie rojtle des inseriptions et beUe»> 
Jectresy le 26 janTÌer 1844. 



14 II. ORIGINE ST SIGNIPICATION 

deux origines aux niédailles asiatìques, aux cylindres et aux 
cònes assyriens doni M. Raoul Rochette a place sous les 
yeux de rAcadémie les originaux, les empreintes ou les des- 
sins. Encore moins puis-je attrìbuer une orìgine égyptìenne 
aux bas-reliefs récemment découverts par M. Botta à Khor- 
sabad , non loin des ruines de Ninive , bas-reliefs sur les- 
quels on voit la croix ansée^ tantòt placée dans la main de 
personnages à té te de quadrupede , tantòt portée, en guise de 
pendants d*oreilles, par le roi, par des princes assyriens, des 
dignitaires de la couronne, ou des ministres du eulte (l). Dans 
rétat où les deux académiciens que je viens de nommer ont 
laissé la question incidente de lorìgine primitive de ce sym- 
bole, il faut donc renoncer à chercher exclusivement cette ori- 

m 

gine sur le sol de TEgypte. En me déterminant à présenter ici 
quelques observations sur la croix ansée, mon intention n'est 
point de rentrer dans la discussion si habilement soutenue 
devant TAcadémie par M. Letronne et par M. Raoul Rochette 
au sujet de Femploi de cet emblème sur les tombeaux chré* 
tiens. Je ne m*arréterai pas non plus à rappeler et à discuter 
les diverses opinions qui, antérieureroent à ce débat, ont été 
énoncées touchaot l'orìgine et la signification de là croix ansée. 
Je me propose seulement d'appeler lattention des archéo- 
logues sur quelques faits que n*ont connus ni mes deux sah 
vants confrères, ni aucun de leurs deyanciers. Si ces iaits^ si 
les conséquences ou les conjeotures qu*il me sera possible 
d'en tirer, ne peuvent encore nous conduire à reconnahre avec 



(I) Voy. Journal usiatique, 4«8éri«, t. HI, n» II, pi. XXIt; pL XXVTI, fig.I; t. IV, 
ii^f8,pLXLnt. Cf.t&M/., t IT, n*IS, pi. XLIV.—Si let deisins dont j^iaToquele 
témoigoage ponvaitat Uitser quelqar d«ate sor le fait éaoncé, j« pri«fals k lecteor 
de se reporter aa texte d^une lettre de li. Botta qui. ^ été iiisérée^tdaiis le ▼oUine 
cité da Joamal asiatiqae. Il y trouvera désigné sous la dénomÌDation de tau myttique 
robjet qoe j'appelle ici croix ansée Depais que mon M énioire a été la à rAcadé- 
mie^ j'ai pa esaminer Ica beacrdeialatf eiécatéa à Khorubad par M. Eagèac Flaadìa*. 
Noa-seulemeat ila confirmeat, à Tégard de la croix aasée , let dessias de M. BotU et 
riadicatioB placée daos aa lettre , mais ila apportent aox pertoaaes les plot ditpotées 
à tronver partoat one infloeaee égyptienne, 'la prtfiiTe qu*liacone traee d'ime pareille 
iafloeoce oe se rérèle dans les sculptures qui orneat le palaia assyirleli de KbbraalMid. 



D£ LA CROIX ANSBB. 15 

toute certitude lorigine et la vaieur idéographique de ia croix 
ansée, iis fourniront du moins à nos successeurs de nouyeaux 
éléments , de nou^elles données^ pour parvenir à la solution 
d'une doublé question qui va se montrer à nos yeux beau- 
coup plus complexe et surtout bien moins facile à trancher 
en faveur de FEgypte, qu on ne parait généralement le croire. 

L etude particulière qne je fais des monuments figurés asia- 
tiquea depuis plus de trente ans , in*a , debonne heure, donne 
lieu de penser qu'en effet il n*est pas impossible de découvrir, 
sor le sol de VAsie occidentale, quelques rapports intimes 
eotre le symbole dont il s*agit, les représentations figurées 
des dieux créateurs du monde, et Fun des groupes de carac- 
tères qui appartiennent à Técrìture improprement appelée cu- 
nei/orme ou écriture a elous. 

Si j*ai droità réclamer Tavantage davoir, le premier (l), dé- 
moDtré que l'emblème place dans la partie supérìeure de più* 
sieurs monuments figurés assyriens, phéniciens ou persiques, 
reprcsente une trìade divine, dont Tinvention peut, avec toute 
vraisemblance , Are attrìbuée aux Chaldéens d*Assyrìe, je ne 
reveudiquerai point la priorìté quant à une remarque impor- 
tante quon a faite au sujet de cet emblème. Je véux parler 
de la dispositioD cruciale qu*il afFecte constamment. Mais en 
reconnaissant ici que cette particùlarìté a été signalée avaht 
moi par plusieurs voyageurs européens qui , dans le cours des 
deux demiers siècles, ont visite les ruines des anciens édlfices 
de la Perse, il me sera permis de dire qu'aucun de ces voya* 
geurs, aucun de ceux qui leur ont succede, aucun archéologue 
n a soupconné que la disposition cruciale de Temblème dont 
il s*agìt concourt à établir un rappcnrt plus ou moins direct 
entre cet emblème et la croix ansée. Il est juste d*ajouter que 



(I) Mém, tmr le tmluu les mjrttèru de Miihmt couronn^ , «n Ì97Ò, pir TAcadéniie 
lojale ée» iuaripliOBt et beUet4ettrcs, et rette inédit ; Lettre^ M. Ed. Gerhaid sur un 
des òae^làe/s de Nakf^-Kelh {Bullet, deW InetU, areheol., n"* VII di lugUo 1834, 
p. 152 e 153.); Noie sus Vemploi et la tignifiettion du cercle oude la counnne et du 
fjUha dmns les représentatione figurèe* det divimités ehmldéennes ou assjrriemnes, et des 
és penarne» {Nomv. Jemm, ostai., toùt 1835, L XVI , p. 174 et 175). 



16 II. ORIGINE ET SlGNiFICATION 

jusqu a (epoque où j ai rendu publicfue mon opinion sur le 
mode de représentation employé par les Perses pour figurer 
leur triade divine, les archéologues , dominés par Tautopté 

é 

qui s*attache à un noni tei que celui de feu M. Silvestre de 
Sacy^ avaient tous, sans un nouvel examen, répété, daprès Tii- 
lustreorìentaliste,que Teniblèine en question éi9,ìtìeférouer(^i) 
du roi de Perse. Négligeant complétement d analyser les divers 
éléments dont il se compose » ils n^avaient pu étre amenés , 
comme je lai été, à y découvrir Timage symboliqne dune 
triade divine ; et, par suite, ils n avaient pas compris Timpor- 
tance de la disposition cruciale de ce prétendu féroùer du roi. 
Cette disposition cruciale ne s*observe pas seulement sur 
les grands monuroents antiques des Perses; on la retrouve 
aussi sur des cylindres ou des cónes que je rapporte aux mys- 
tères de Mylitta, d'Astarté, ou de Mithra, et qui ont été dé- 
couverts dans les ruines de Babylone, dans celles de Ninive , 
et sur plusieurs points du sol de la Perse et de la Phénicie. 
La pian che XIII du tome IV de nos Monuments inédits réu- 
nìt, avec deux grands emblèmes de la trìade persique, tirés 
Tun de Bi*sutoun (n^ 33), lautre de Tchéhelminar ou Perse- 
polis (n° 30), trois emblèmes semblables ou analogues, mais de 
plus petite dimension, qui me sont foumis par un bas-relief 
de Naksch4*Roustem (2) et par des cylindres et des cónes d'orì- 
gine assyrìenne, phénicienne ou persique (n^* 5, 28 et 31). Elle 
réunit de plus une serie d emblèmes (n^' 1-4 , 6-9 j 26 et 29) 
empruntés aux mémes sources, et de^tinés à faire voir com- 
ment les diverses altérations ou modifications qu'avaient sue- 
cessivement subies la représentation figurée de la trìade divine 
et le mihr (3), qui est ude partie intiégrante de -cette trìade, ont 



(i) Chaque espèce d*étre et d*objet dont se compose le monde créé a en poar pro> 
totype , arant d*étre rerétae par Ormnsd de la forme matérielle ou scnslblo qne nons 
Ini oonnaissons, une idée conine par le Tempa-sans-bomea, dien supréne. Zoroastre, 
dana le Zend-Aresta , designa sous le nom de/ìnmer eette idée oa ce type mental. 

(2) Yoj. Porter*s Travels in Georgia, Persia, etc.^ toI I, pi. 17. 

(3) On donne habitnellement le nom de mihr à un emblème dont j'ai démontré « 
dans le Hémoire inédit, déjà cité, qne le tjpe primitif fut une colombe a ailei éplovécs. 



DB LA CROIX ANSB£. 17 

pu conduire, cl*un coté, a la croix ansée, de Tautre, au globe ailé 
cles Egjptiens. La croix ansée serait donc, si je ne m abuse, la 
reproduction abrégée et linéaire de l'emblème primitif de 
la triade, plus ou moins modifié. On Toit, par les n^ 5, 30 
et 33 , que cet emblème, qui fut commun à plusieurs peuples 
de VAsie occidentale , se compose de trois éiéments , Iprsqu il 
n'a encore éprouvé aucune altération notable : une cou- 
ronne ou un cercle; la moitié supérieure d*une figure hu- 
maine , et les ailes et la queue d'une colombe unies à cette 
figure. Ainsi que je Fai dit ailleurs(l), la couronne ou le 
cercle, emblème très-significatif de leternité, est Timage abs- 
traite du dieu suprème appelé le Temps-sans-òomes; la figure 
humaine represente Bélus ou Ormuzd, à Timage de qui fìit 
créé rhomme ; la colombe est Temblème de la Yénus des As* 
syriens et des Phéniciens, et , par suite, Femblème du Mithra 
des Perses. Cette interprétation, s*il m'est permis den faire 
moi-méme.la remarque, a obtenu l'assentiment des plus ha- 
biles archéologues , sans avoir eu besoin d'étre confirmée 
par le témoignage d*un cylindre phénicien inedita de jaspe 
rouge, qui m*est connu depiiis très-peu d'années, et dont, 
gràce à Toblìgeance du possesseur, M. J. Robert Steuart , je 
suis en mesure de joindre ici un dessin fidèle (2). Je ne m ar- 
réterai point à signaler chacune des particularités nouvelles 
que présente ce précieux monument; pour le moment, je me 
<x>ntenterai de faire observer que, malgré les dommages quii 
a éprouvés (3), on y découTre denx tétes humaines, outre 
la téte de la figure humaine dont le corps, enfermé dans 
un cercle, se lie, à partir de la ceinture, à deux ailes et à 
une queue de colombe. Ces deux tétes, privées de corps, 

tyniiMle de Mithra^ comme de la Véans assjrrienne ou chaldéenne. Le n** 1 de la 
planche Xf U de nos Moonmeots inédits, déjà citée , ofTre un exemple de ce type pri- 
mitif; il est tire da cylindre que rcprodoit en entier le n* 34 de la Bérne planehe. 

(1) Mém. inéd. mr le culie et lu mjrstèrts de Mithra, cité plus hant; Note tur l'em- 
piei dm eerele oudela couronne, eie. {you¥. Joum, asiat,, aoùt 1835, loc. cit.) 

(2) Monmm. inéd,, t. IV, pi. XIII, n"" 31. 

(3) Les Iractures sont iodiqnées par au pointillé sur le dessin qni reprodoit ce 

cyliadre. 

2 



i8 II. ORIGINE ET StCNIFICATION 

sont placées en regard de celle du initieu, lune sur Taile 
droite, l'imtt^ sur l'aile gauche de Toiseau. Noua trouvona 
donc ici le& trois éléments dont ae compose habituelle- 
tnent l'emblème que , sur les monumenta figuréa asiatìques , 
je rapporte k une triade divine, et nous trouTons de plus 
trois tètes hmnaìnes au lieu d'une seule. Or il est impoa* 
sible de ne pas considérer ces trois tétes conmie les images de 
troia diyinités; et, par leur préSence, ellesinettent désormais à 
Tabri de tonte contestation la valeur symbolique que, dès lan- 
née 1825, j'avais assignée à un emblène longtemps désigné 
sous la denomina tion impropre àefiroùerdìi roi. Place icidans 
la panie supérieure d'un monument qui repràente une scène 
des mystères, cet erablème joue un róle dont Timportance peut 
étre facilement comprìse , et sur lequel j*aurai à m'expliquer 
tout à rheure. En attendant, je ne dois pas omettre de dire 
que le cylindre de M. Steuart n est pas le Seul monument 
asiatique qui présente un exemple de leroblème de la triade 
surmonté de trois tétes. la méme voyageur possedè , dans sa 
rìche collection , un cóne de calcédoine saphirine, d un très* 
beau travail, sur lequel se Toit un pareil emblème^ grave au- 
dessus d*une scène à peu près semblable à celle que nous 
of&e le cylindre. Mais je ne puis produire ici un desain de ce 
cóne, Tempreinte qui m*est promise du monument ordinai ne 
m'étant pas encore parvenue. 

Les n^ 2, 7, 8, 26, 29 et SI de notve planche XIII mon* 
trent que souvent, dans k représentation du mihr et daus la 
composition de l'emblème de la triade^ un simpie cercle fut 
subistitué à la couronne. Les n^ 4 et 28 | qui ne sont pas les 
aeuls exemples qae je pourrais citer, nous permettent méme de 
constater que parfois le cercle se change en un ovale; sur les mo- 
numents figurés asiatiques Fanneau de la croix ansée est pa- 
reillement tanto trond, tantót ovale. Les n^ 4, 6 et 29 nous ap- 
prennent, d'un autre coté, que la figure humaine est quelquefois 
remplacée par un signe horizontal. Les n^ 2, 3, 7 , 8, 9 et 26 
n'en oonservent aucune trace. Mais la disposition cruciale se 
reproduit,sansexception, dans chaque exemple de ces modi- 



DE L4 CROIX AlfSCB. 19 

fications ditrerses; et, par là, elle acquiert une grande itnpdr* 
ance à nos yeux, en méme temps qu'eile doit étre rangée du 
nombre de ces prescriptions hiératique» qui tmversèf ent uiìe 
longtie suite de sièdes sans ocrsser d*écre reepectéeé. Gela pose, 
ma coDJecture , quant an rapport intime de la croix ansée avec 
remblème de la trìade assyrickine ou chaUéenne, ptftaitra 
moine hatardée qu elle ne eemble Tetre au premier apercu. 
Peul-^tre méme cbtiendnH^elie quelque ftiveur, si Tofi re* 
marque qA'en prcnant pour terme de comparaison les <!roìti 
à anse ronde qui se Toient sur les médailles asiatiquesf, on 
retrouVe daoA ce symbole les principaux éi^eiits de Vem- 
i>ième de la triade, modifié ou abrégé oontme il Fest dans la 
coraposition dea Bgures dtées de nutre planche XIII. Cea élé*- 
mentaaont : un anneau ou une anse ronde, qui est réquiralekit 
du cercle ou de la còutonne; une barre tratisversale ^ qui tà^ 
pelle la disposition horizontale de» deui aìles de colomba, et 
une lìgne perpendìculaire, qui tient tteb de la queue de i'oi<- 
seau. ObserYons méme qtie , Sur quelques^unes de ces- ntédaiiles 
as^iatiques (1)9 Taiìse ronde de la croix esc formée parune sèrie 
de globttles ou defleuroni^ tout corome lacouronne dee em* 
blèmea que r^oduisent tea n^ d et 33 de la pianehe XIII. 
Parfois, on trouve, au centre de eea emblèmes^ comme au 
centre de la croix anace des médailles asìatiques, le rond con- 
▼exe qui a aerrt d ai|^omen« k M. Létrenne pour chercher à 
éuiblir la non-adenttté de oette erofx ansée avee celle de^ monu- 
menta égjpòens. La méne planehe XIII offre, sotis les ti^ ì et 6, 
deux cxcwples decette eapèoe d ombilic saillanf, tirés de deut 
cyBodies (^. Lebaa^reliefassyrien ou persiquedeNah^e^kelb, 
doni m plàtre eA dépoisé à k Biblioibèque noyale, ev phisiéurs 
cjlmdres, qm se comsen^ent dans le méme écdblissement ou au 
mnace britannique^ en fMntkiMefit d autres etémpleè. Parfois 

(j) Voy. les n^ 10, 11, 13 et 14 de la planche XIII citée. Je n*hésite pas à eompren- 
òté m là lfk^<failté n^ 13", bien qae la croix ansée è'j montre dépoarTue de sa branche 
tfB ^w uM le. Va «Mtteil «WMtìf eie M piècfe- td'irt pétthì$ de reeonif altre qne «ette 
faraBcbc a été effacée par le frai. 

(2) L'uà appartieni au musée britannique; l'autre, à la «^tlèotìoo da ptinte Pónili- 
tovddv 

2. 



20 II. ORIGINE ET SIGNIFICATIOn 

encore, sur les médailles asiatiques, un fleuron, une lettre ou un 
monogramme remplacent Fombilic, de méme qu'un beau cylin- 
dre de mon ancienne collection nous mentre le centre du mihr 
occupé par une rosace gravée dans un doublé cercle (1). Or, les 
médailles que j ai citées remontent à une haute antiquité; et, 
d'autre part, les bas-reliefs et les cylindres qui m'ont fourni les 
efliblèmes dont jlnvoque le témoignage dans ces rapproche- 
mentSySe classent parmi les monumeuts les plus ancìens qui 
iious restent de la sculpture et de la glyptique des Assjriens et 
des Perses. 

Si le rapporC direct que je crois apercevoir entre la croix 
ansée asialique et la représentation fìgurée de la triade des 
peuples de l'Asie occidentale, n*est pas illusoire, et si déjà les 
savants s accordent généralement à supposer que, chez les 
Egjptiens, la croix ansée était un symbole deyie, ne sommes- 
nous pas sur la voie qui peut nous conduire à une interpré- 
tation plus précise, à une interprétation applicable à la croix 
ansée comme a lemblème de la triade,aux monuments égyp- 
liens comme aux monuments asiatiques? Quelques rappro- 
chements qui Q*ont pas encore éié faits entre ces deux classes 
de monuments, vont nous apprendre quii n est peut-étre pas 
impossible d atteindre un tei but. 

Les antiquités figurées nous montrent, en Egypte, la croix 
ansée placée à la main des divinités créatrices et des ministres 
de leur eulte. Parmi ces divinités, je citerai nommément Vé- 
nus-Hàthor, telle que nous la voyons sur plusieurs monu- 
ments d*ancien style, et telle que, pariexemple, la planche 18 
du Panthéon égyptien de Champollion le jeune la reproduit 
d'après uti de ces monuments. Ce qu'il faut bien remarquer, 
e est qu ici et ailleurs la déesse , assbe et tenant de la main 
droite une croix ansée, est représentée avec une téte de yache 
ou de taureau, comme letait, chez les peuples les plus an- 
cièns de TAsie occidentale, Vénus-Astarté ou Yénus-My- 
litta (2). Nous voyons aussi , sur les sculptures ou les pein- 

(1) PI. Xmeitée,iio9. 

(3) Voyex le piMafpe sonTent cité de U théologie phénideune (Sancfaoniath. Prt^m.y 



DB LA CROIX ANSÉB. 2t 

tures égyptiennes , la croix ansée portée par dea mystes ou de$ 
ìnitiés, ce8t4-dire par des personnages pour qui va com- 
mencer une nouvelle vie. En métne temps , nous trouvons ce 
symbole grave sur des ustensiles sacrés, dont particulìère* 
inent on se servait dans les lustrations ou les ablutions reli- 
gieuses. Tel est, par exeinple, un simpulum de bronze, inèdita 
c^ui a eie recueilli à Thèbes par les officiers de la marine fran^aise 
chargés de rapporter à Paris Tobélisque de Louqsor. Il est de- 
pose au musée de Rouen^ où j'ai eu récemment Foccasion de le 
voir. Ten joins iciun dessin exact(l)9 dont jesuis redevableau 
talent et à Tobligeance deM. Deville, Conservateur de cet éta- 
blissement. La particularìté que présente ce simpulum est 
déjà Tindice certain d'une corrélation intime entre la valeur 
tdéographìque qu*en Égypte les niinistres di^ culce avaient 
assignée au sjmbole de la croix ansée, et les idées qu'ils atta- 
chaient aux lustrations ou aux ablutionv. Bien plus^ nous allons 
constater que , chez les Égjptiens , ce symbole servit à ca- 
ractériser. la régénération ou la nouvelle vie promise aux 
initiés, après laccomplissement d*une sèrie d'actes religieux, 
dont un des premiers était une purification par leau , ou une 
espèce de baptéme. Un curieux bas-relief du grand tempie de 
Philes i dessiné sur les lieux par M. Jomard , public dans la 
Description de VEgypte (2), et réproduit plusieurs fois ailleurs, 
représente, eneffet, deux prétres ou deux personnages divins, 
lun à tdte d'épervier, lautre à téte d'ibis, qui tiennefit cha- 
cun , au-dessus de la téte d'un myste debout , un vase d'où 
s'écbapp^ un filet d'eau. Les deux filets se croisent immédia» 

p. 34 ; ed. Orellio), et le revert d*aa grand bronze frappé à Corycns, dans U Cilieie. 
Cette médaille, publiée parBIionoet (Suppl.^ t VII, pi. Il), est reprodnite, d'aprj» nn 
dcaaia ploa ezaet, aons le n* 1 de la planche III de met Reekerehés sur fé eulte de 
Fémut, Chea les Phéoiciena, comme chea les Aasyriens, Astarté et son fils forent méme 
fréqacmment représentés sous Fimage sjxnbolìqae d*one radte allaitant soq reau, aiosi 
que j*eii ai déjà fait aillears la remarqae {Mém, de VAcad, roy, de* ùucrìpt.^ t. XV, 
3* partìe, p. 80). 

(1) PI. A, 1845, n^ I et 2.~ Le n" 1 représente uà le aimpalnn rédnit à un qnnrt 
de la grandenr de roriginal^ et le n** 2 en reprodoit les dimensions réduites seule- 
nent de moitié qtiant à la partie où se trouve tracce la croie ansée. 

(3) Tom. I, AatìquUés, pi. 10, n** 2. 



22 II- OaiGINB ET SIGHIFICATION 

t^mwt, «t 4e obangent bientàt ehacun en un jet ocmposé de 
croix ai)«é0s qui aUenient avec des bàtoos au^^raux , ei deft- 
c^nd^^nt JQ$qu*à lerrQ. Des soènes &emblal>tes ou très^inalogues 
sQpt r^prQsantées^ avec cene laéme particularìté, sur un grand 
uouibre d autjres monumenta égyptiens. 

D^ l^ur cQlé, les antiquités figuréea de }' Asie occidentale 
viennenl nous révéler que^ dans Tespèce de baptérae que re* 
cevaiept 1^9 s^tateurs deMyUtta, d^Asiarté, ou deMithra, on 
C^isail d^^e^lìdre »ur la téle du mj^t^» place ou non au milieu 
d^s e^wij tantol rémblème qui me parait aYoir été ]e tjrpepri«- 
ipitif de la croix anaée, c>at«tà-dire l'eniblème de la triade 
divine 9 tantot le mihr que nous savons étre un dea troia élé» 
ments dont se compose ce dernier emblèroe. Parrai les monu- 
ments figurés qui nous o/£rent des e^emples de ces deux sortes 
de baptéme, je citerai particulièrement trois cjlindres asiati- 
ques : le premier, qui provieni de la collection de feu M. Hich, 
se conserve au musée brìtannique; il a été publié avec beau» 
coup de oégUgence dans les Mines de TOrient (1) et dans quel- 
ques ouvragea plus récents; j*en donne ioi, sous le n® 36 de 
nolre planche XIII , un dessin fidèle ; les deux autres cylindres, 
dont les n^ 29 et31déjàcités de la méme planqhe reprodui* 
aent des deasins non moins fidèl^s, sont inedita et appartiennent 
à M. J« Robert Steuart. 

Qn ne remarquera pas sans intérét que , sur l'un 4® cea deux 
demieta oylindr^s (n^ 29), l'eau qui toiube de ebaque eóté du 
myste agenouillé, s^échappe simultanéraent de deux vasea, 
comme sur le bas-relief égyptien de Philes. Les deux v^i^es du 
cylindre, au lieu d*étre placés à la main des deux mages ou 
minbtres du eulte qui assistent le néophyte, serablent étre ajt- 
tachés à la voùte celeste ou eu de^cendre ; Teau vivifiante qu ila 
répandent rencontre, pour la purifier, Feau qui jaillit de 
deux autres yases $eipblables , posés à terre , aui^ pieds de3 
deux mages. Après ce rapprochement , il en est una faire , 
qui ménte plus particulièremenl d*atttrer notre attention , et 

(1) Tom. UT, pi. Il, 6g. 9. 



Dh LA CROIX ANSjks. 'ii 

qiii noe lamiiio une seconde fob au cylmdre n® 31. Sur ct^ 
petit moDument d'orìgine phénicienne) uous trouvons, coniime 
sur le cyliodre n^ 29 , la représentation d*un baptéme my»ti* 
que ; mai^ i^i le signe qui desqend du ciel sur la téte des deu^ 
néophjtes, es( préciséinent cet emblème de la triade divine 
où QOU4 aYons constate que la présence de trois tétes de divi- 
nità ne peut laisser aucun doute sur Tidée qu'on attachait a 
un pareil symbole. Par là, nous acquérons la preuve que, chez 
les Cbaldéens, les Assyrìens, les Phéniciens etlesPerses, Vacte 
dtt baptéme mystique eniportaita'vec lui Tidéed^une purificatian 
rendue efficace par Imtervention d'une triade divine, oupar 
la siinple intenrention de MyUtta, d'Àstarté^ou de Mithra. Cei 
acte devait conséquemment éti'e ooosidéré cornine un des pre- 
miers degréf de l'initiation à une nouvelle vie, à la vie spiri- 
tueUe. J'en fournirai aiUeur$ une pveuve irrécusable, et cette 
pveuve nous la Iroaverons dans la forme mime aou» laquelle 
aont firéquemment représentés ks néophytes (1) admis à rece- 
▼oir la baptdme dont il s'agit. 

Or la croix ansée asiatique ne pouvait lirer ^on origine de 
l'emblème de la triade divine sans dtre, corame cet emblivie, le 
qrmbole de la nouvelle vie ; et, d'un autre coté, la croix ansée, 
cbez les Égyptiens, ne pouvait prendre place parrai lea symboles 
esupbyés dan$ la oélébration du baptérae, $ans dtre elle*mérae 
ansai ìm dea symboles de cette nouvelle vie à laqueUe le bap* 
téme ioitiail le néopbyte. Je rae crois donc fonde a dire que , 
dans l'Asie occidentale, corame en Égyple.la croix ansée étaìt 
non pa$ simplement un symbole de vie, mais bien le symbole 
de la nouvelle vie , de la vie spiriiuelle, ou du ^alut. 

8i lea divers monuments figurés que jW allégué^ concou- 
Fent à établir tout k la foia un rapport intime emre la croix 
ansée el l'erablèroe de la trìade divine des peuples les plusci- 
vilisés de l'Aaie antérieure, un autre monument, dont je n'ai 

(1) ha càoe et le cylimlr^ fifiiré» sov» Les n*" 28 c|31 de uQtre pUncUe XIU fnur- 
■iMcat cbacnn denz exemples de la forme à laqnelle j'entends faire allaAÌon. D'autres 
exenplea se rctrouveot sur plusieurs monumeots asiatiques que jc me proiM>se de 
poblier procfaaìnemeat daus me» Recherches sur le cube et fé* my^stÒMs de Xithra. 



24 II. ORIGINE ET SIGNIFICATION 

• 

pas encore parie, semble m autoriser à conjecturer qu*an rap- 
port non moins intime, et reste inapercu jusqu'à ce jour, exis- 
tait, d'autre part, entre ces deux emblèmes et un gronpe de ca* 
ractères qui appartieni a un des systèmes d'éeriture qne Fon 
confond sous la dénomination generale d'écriture cuneiforme 
ou d ecriture à clous. Ce groupe s'observesur un nombre con- 
sidérable de briques , de marbres , de cylindres et de pierres 
gravées provenant des ruines de Babylone ou de ceiles de 
Ninive, et chargés d*inscriptions plus ou moins longues, dont 
il est fréquemment le caractère initial; d autrefois on le trouve 
place ou répété dans le cours de la legende. Il se compose in- 
▼ariablement de quatrè caractères cunéiformes : deux se cou- 
pent à angle droit, et forment une croix a branches égales, sem- 
blable à la croix grecque; les deux autres, un peu moins longs, 
se coupent a angle aigu , comme la croix dite de Saint André, 
et passent chacun par le point d*intersection des deux premiers 
caractères. Le tétragramme qui résulte d'un tei assemblage est 
reproduit ici , sous le n^ 23 de notre plancbe XIII , d après une 
brique de Babylone ; et se trouve répété deux fois dans la lon- 
gue legende que porte chacun des deux cylindres figurés 
sous les n^ 19 et 32 de la méme planche. Il est bien connu 
de tous les savants familiarisés avec l'étude des antiquités 
asiatiques, quoique jusqu'à ce jour aucun d'eux ne l'ait inter- 
prete, non plus que les inscriptions ou les légendes dont il fait 
panie. Aucun antiquaire , aucun philologue ne parait méme 
avoir eu l'occasion de remarquer que ce tétragramme, sur les 
monuments figurés assyriens, fut modifié dans sa forme, pour 
étre place, tout comme la croix ansée, à la main de personna- 
ges qui occupent une place dans des scènes d'initiation. Plus 
heureux que mes devanciers , je puis piacer sous les yeux des 
lecteurs de nos AnnaleSy le dessin d'un petit monument a6- 
syrien inédit, qui offre un exemple de ce fait important (1). 
C'estun cylindre d'hématite, à six pans coupés, qui, en 1817, 
m'avait été apporté du Levant, par feu Af. Cousinéry, et qui est 

(l)PI.Xmiritée,n''34. 



D£ hk CROIX ÀlfSBS. 25 

inaìntenant depose au cabinet des médailles et antiques de la 
Bibliothèque royale, avec tous les autres objets dantiquité 
asiatiqiie don t se composait la coUection qu en 183] je cédai à 
M. le marquìs de Fonia. Ce cylindre représente une scène 
d'ìnitiation composée de trois personnages debout : deux mages, 
coiffés chacun d'une tiare droite ou conique^et un mystedont 
la téte est nue. Derrìère le mage ou rarohimage qui preside à 
everte scène , on Toit une colombe à ailes éployées , symbole de 
Vénus et de Mithra, partie intégrante de lemblème de la 
triade, et, je crois utile de le répéter, type prìmitif de Vemblènie 
qu*on appelle communément le ntihr. La colombe est gra- 
sce au-dessus d'une tige fleurie de lotus, qui s'élève entredeux 
colonnes de caractères cunéiformes appartenant au système 
assyrien ou babylonien. Sur la méme ligne que Toiseau sym- 
bolique, et entre les tiares des deux mages, on distingue deux 
croissants superposés Tun à lautre, et probablement destinés à 
indiquer les deux phases de la lune réputées les plus favora- 
bles à la célébration des mystères. Devant larchimage, à la 
hauteur de son genou, se fait remarquer une croix ansée, sem- 
blable a celle des monuments égyptiens. Une autre croix an- 
sée, de méme forme, si ce n'est que la barre transyersale ne 
se termine pas à cbacune de ses extrémités par un petit trait 
perpendiculaire , est placée derrìère le second prétre , qui , 
de la main gauche, la porte suspendue au bout d'un cor- 
don. Le myste tient, de la main gauche aussi, un em- 
blème qu*il élèye vers le ciel et qui demande à étre exa- 
mine avec une attention particulière. Cet emblème, par sa 
forme, nous rappelle tout à la fois la croix ansée des mo- 
numents figurés de l'Asie occidentale et de l'Égypte, et le 
tétragramme de l'écrìture cuneiforme assyrienne (1). Bien 
plus, il nous fait, pour ainsi dire, assister à la transforma- 
tion de ce tétragramme en une croix ansée; car, en méme 
temps que nous retrouvons ici le caractère cuneiforme bori- 
zontal du tétragramme et la partie inférieure de chacun des 

(I) Voy. ibid., n"' 23, 19 et 32. 



26 II. omieiME et signification 

trois caractòres qui coupent celuirci, Tun perpendiculaireinenty 
les deux autres obliquemeDt, nous voyons la partie supérieure 
du caractère perpepdioulaire et )a partie supérieure des deux 
caractères oUicpies se réunir ou se confondre pour donner 
naissance à une anse oyale. Supprìmons la partie ioféri^re de 
chacun des deux caractères obliques, c*est-à^ire les mdiments 
qui téiQoignent de l'origine du sìgne place dans la main du 
mjate , il resterà sous nos jeux un einblènie parfaitement sem- 
hlable aux deux croix ansées qui aont gravées vers le milieu 
de ce méme cjlindre, et à celies que Ton rencontre soit sur 
d'autres monuments asiatiques (1), soit sur une multitude de 
monumenta égyptiens. 

On pournùt peut^étre ausai rattacher au tétragramme assy- 
rien cet autre stgne symbolique qui se rencootre pareilleiuent 
dans la composition des antiquités figurées de TAsie occiden- 
tale, et qui semble étre une modificati on de la croix ansée. Le 
n^ 22 de notre planche XIII offre un «xemple de ce signe, 
tire du dessin qu'a publié sir Robert Ker Porter d'un bas- 
relief de Takht*i<>bostan (2). Là, le symbole dont il sagit 
est grave sur la cuisse droite du cheval d'un roi de Perse* On 
le retrouve place sur le deyant de Tautel du feu , au revers 
de quelques médailles sassanides (3), comme aussi dans le 



(1) VoT. notamment les n** 20 et 21 de notre planche XHI , qui reproduitent h» 
deuwB de denx eroiz aaaéet tirees do d«ux cyliodre^ ìn^dit» , f | lo Q** 24, qui repr^- 
^nte OH cylindre dutrefoù place daDt le mmée Bor|^ia, si Ton «'eo rapporte au ter 
moigoage da moolenr Thomas Cadès. 

(2) K>rter*8 TraveU in Georgia, Persia, eCc, voi. Il, pi. 62. ~- Le dessin qoe 
MM. Xng. FUndin et Coste {f''oyag€ ff> Perrc, pi. S) ont réeemoent pablié dece 
méme has-relief^ reprodQÌt le signe dooi il s^agit soas qne (òrme moins régulière que 
ne le fait la planche citée du voyageur anglais; mais, dans les deux dessins, Ics élé- 
ments dont se compose ce signe sont absohiment les mémes. 

(3) Voy, M. de U>ngpérìer, Ess0Ì tur ìm métf, sasManid., fi, m«n°9; pi, TI, 
n**' 3 et 4, — D'après le dessin qn'en « donne sir Ro}>ert Ker Porter {Trat^eU, toI. II, 
pL 66), un second bas-relief de Takht'^-bostan , sculpté exlérienrement, semble repro> 
dnire le méme signe dans IVigencement da nceud qui sert à attacher sor la peitrine 
d'Ormaad le manteau (cmuljrs) dont oq diru est revètu. I^es quatra Sgn^Qs scnlplée» 
sur ce bas-relief sont appelées par les Persans Ics quatre calenders. En réalité , elle» 
représentent un roi sassanide recerant la couronnc du monde des mains d*Onnnzd , 
qui est assiste de Mithra , et qui foule aux pieds Ahrìnan ralur». Le desaki qu*ont 



»X hk CROIX ANSW, 27 

cbamp d*une belle médaille dì or phwicteone, inèdite > qui 
appaitient a M. Prosper Dupra, Sur ees médiullea , de méme 
qae sur le bas-relief de Takht-i-boaiao , il se compose, dans 
sa paitie supérìeiire , d*une anse ou d*une boucle posée sur 
une barre transversale, et, dans sa partie inférìeure, de deus 
traìts qui, partant de cette barre, desoendeni obtiquement, 
l'un à droite , lautre à gauche. Il semblerait donc perniis de 
eoBJecturaf qu après avoir réuni ici, par leur extrémité aupé- 
rìeure, le caractère perpendiculaire et les deus caractères obli* 
ques du tétragramme asajnrien pOur en fonuer, comme daos 
la composition de la croix ausée, une anse ou une boucle, on 
avait supprimé , par une raison qui uous est ineonnue, Textré» 
mite in£érieure du premier de ces troia caractòres , et laissé 
subsiater seulement Fextrémité inferieure de cliacun des deux 
autrea. Sur le cylindre cìté (1), le S7nd)ole qu'élère à la bau* 
teur de sa téte un ìnitié, et que j*ai rapfNrocbé tout à la foia de 
la croix ansée et du tétragramme de Técrìture cuneiforme assj* 
rienne, ce sjmbole conserve , je le répète, la portion inferieure 
du caractère perpendiculaire et celie de chacun des deux ca-' 
ractères obliques , tandis que dans la composition du aymbole 
appdé la croix ansée , iea deux traits obliquea sont supprunés ; 
le trait perpendiculaire substste seuL 

Par une ooincidence singulière> qui n'est peut^élre pas le 
simple effet du basard , une suppression très-<analague scoperò 
dans quelques*unes des modifications apportées à Temblènse 
de b triade. La plandie XIII tn offre pluaieura exemples : ils 
oons montrent que si Temblème n^ 1, conserve les deuxpattes 
de colombe qui, placées obliquement , correspondcnt aux ex* 
tramités infiérieures des. deux caractères obliques du tetra- 



pvblié de ce monoment MM. £q^. Flandin et Coste {f^ojra^^ ej^ Perse, pi. 14) oe 
none mentre point le ncBud dn manteau d*Ormazd' tei que nou* le trouYons figure sur 
b pbnehe ei|ée de v^ Robert ; mais il eal érideot que ee norad nVat pM complet daaa 
k à/nm ÒB M. Eug. FUndÌD„et que depuia Tépoque ou 1« Tojigear aa^laia Ttsita Iea 
acvlptorea de Takht-i-boatan , le bas-relief dont ti est ici question a beauconp souffert 
des injorea da temps. 
(I) PI. XIII, n» 34. 



28 li. ORIGINA £T StGNIFICATION 

grammè assyrien , et si ces deux pattes soni remplacées dans 
les emblèmes n"** 2, 3, 4, 5, 30 et 33 par deux appendices ou 
simulacres de pattes, qui présentent la niénie disposition , les 
deux pattes, comme les deux appendices qui pourraient en 
tenir lieu, disparaissent complétement dans les emblèmes n^ 6, 
7, 8, 9, 26, 28, 29 et 31i) où l'on n'a laissé subsister, avec le 
cercle mediai , que les ailes et la queue de loiseau. 

Ainsi, en méme temps que la croix ansée parait se rattacher 
à un système d'iconographie religieuse, pratiqué chez les peu- 
ples les plus célèbres de TAsie occidentale, et très-probable* 
ment inventé par les Chaldéens d'Assyrie^ cette méme croix 
ansée semble se lier plus intimement encore à un système 
d'écrìture qui était èn usage chez les Assyriens, et dont ces 
mémes Chaldéens furent très-probablement aussi les inven- 
teurs. Tout à la fois la croix ansée aurait donc été la repro** 
duction abrégée et linéaire de Temblème destine à représen- 
ter, chez les Assyriens, les Phéniciens et les Perses, une triade 
divine, d origine chaldéenne, et la reproduction sténographi- 
que d*un tétragramme qui est particulìer à lecriture cunei- 
forme assyrienne. 

Lorsque, sur notre cylindre assyrien (1), nous voyons de^ 
vant chacun des deux mages une croix ansée, et dans la main 
du néophyte le symbole qui nous permet de constater par 
quelle forme interroédiaire avait passe ce tétragramme avant 
de se changer en une véritable croix ansée, ne sommes-nou& 
pas tentés de supposer que cette transforma tion et lanalogie 
qu'elle établit entre le signe transformé et Temblème de la 
triade divine , étaient le sujet d*un des enseignements que le 
myste recevait des mages pendant le cours de son initiation ? 
Et puisque le tétragramme en question ne se découvre point 
dans les deux colonnes de caractères cunéiformes dont se com- 
pose la legende gravée sur le cylindre cité, ne serait-on pas 
porte à conjecturer que le symbole de transition place a la 
main du myste était destine à servir de caractère initial à cette- 

(!) PI. xrn,ii° 34. 



r 

I 



DE LA GROIX ÀNSEE. 29 

legende? Dans cette dernière siipposiUon , que semble autori- 
ser le grand nombre de cylindres, de pierres gravées, de 
niarbres et de briques d*origine assyrìenne, sur lesquels, je le 
répète, ce tétragramme est inscrit au commencement des ins- 
criptìons^ la legende de ìiotre petit monument assyrien ne 
pourrait-elle pas étre considérée comme une invocation ou 
une prière que le néophyte devait adresser à la triade divine 
avant d*étre inttié aux mystères de la déesse Mylitta, repré- 
sentée ici et ailleurs sous Temblème d*une colombe ? 

D autre part, si lon examine avec attention les quatre prin- 
cipales variétés de formes que présente la croix ansée des mo- 
numentségyptiens(l), on n'estpaspeu surpris d*ayoirà consta- 
ter que dans celle de ces quatre compositions qui se rencontre 
le moins fréquemment , et qui, selon tonte probabilité, appar- 
tient à 1 epoque la plus ancienne de Fart, Fa use ovale repose 
immédiatementnon pointsurun simple trait horizontal, comme 
nous le montre le plus grand, nombre des monuments (2), 
mais bien sur une barre qui semble étre formée par la réunion 
de quatre caractères cunéiformes , placés horizontalement. Les 
deux plus courts s*emboitent chacun dans un des pluslongs, 
tandis que ceux-ci se joignent par leur extrémité inférieure 
au point d*intersection de la branche perpendiculaire. On voit 
un exemple de cette disposition dans la croix ansée égyptienne 
que reproduit le n^ 15 de notre planche XIII ; et il est à re- 
marquer que les légendes gravées sur les monuments assyriens 
ou chaldéens nous offrent souvent une lettre, ou un signe 
forme de deux caractères cunéiformes placés horizontalement 
et emboités l'un dans Tautre (3). Ajoutons que, dans quelques 
5cùlptures ou peintures égyptiennes, tout aussi bien que sur 
plusieurs cylindres d'origine asiatique , nous trouvons la barre 
transTersale de la croix ansée configurée de telle soite qu'on 
la dirait formée par deux coins ou par deux caractères cunei* 

(1) Voy. notre planche XIU , n*^ 15-18. 
(7) Voy. le n** 17 de la méme planche XIII. 

(3) Lea légendes des deux cyUudres assyriens fignrés sous les n*^ 32 et 34 de notrr 
pianelle XIII eu offrent plnsienrs exemplea. 



32 il* ORIGINE £T SIGNIFICATION 

les astérisques qui représentent sur ces monuments) tantót le 
soleil, tantòt la planète Vénus, sont parfois figurés par des 
rayons qui se coupent simultanément à angles droiu et à an- 
gles aigus j comme cesile cas sur deux pierres coniques rap* 
portées des ruines de Babjlone, Fune par Michaux (1)^ Tautre 
par Rich (2) ? D*autres fois y au lieu de ces astérisques rayon- 
nants, ne trouve«t-on pas trois emblèmes formés par une étoile 
à quatre branches, inserite au milieu d*une croix semblable à 
la croix grecque? Ije cylindre dessiné sous le n^ 19 de notre 
plancheXIII offre un exemple de cette particularité, et nous 
autorise à penser qu'ici les trois emblèmes dont il s'agit tien- 
nent lieu des trois astérisques qui , sur un cóne de mon an- 
cienne coUection , sont grayés au-dessus des deux létes gémi- 
nées de la Yénus orientale androgyne, astérisques que nous 
avons précédemment reconnus (3) pour les représentanls de 
la planète Yénus considérée sous ses trois aspects , c'est-à-dire 
placée entre Lucifer et Yesper. Un autre cylindre, qui porte le 
n® 32 su^ la méme planche XIII, nous mon tre cette planète sous 
un seul aspect , et représentée par une croix rectangulaire et 
à branches égales, inserite dans. une autre croix, dont la 
forme est semblable à celle des trois croix au milieu de chacune 
desquelles, sur le cylindre précédent(n^ ]9),nousayon$ trouvé 
une étoile à quatre branches ou cruciforme. Enfin , sur une 
intaille à deux faces, qui se conserve au musée de Florence, 
on distingue une croix rectangulaire et a branches égales, 
gravée au centre d'un astérisque place a la droite du groupe 
de Mithra immolant un taureau (4). 

(1) Voy. MUlin, Monum. inédits, t. II , pi. Vili et f X.— Lemonament originai ett 
depose an cabinet dea médailles et antiqnes de la Bibliotbèqae rojale , ainii qa*aa 
pUtre do moonment cité daiu la note snirante. 

(2) Voy. JUinet de VOrìent, t. lU, pi. ii, fig. 2 et 3. —CI. Jamei Ricfa, Setond Me- 
mcif on Baèjrlonf Lond. 1818; fig. I a, I ^, I e. *- Le mntée brìtanmqne poeaide le 
monnment originai, qoi eit reprodait aree une grande négligenoe dant let deux 
OQTragei que je ci te ici. 

(3) Nou¥. Annal. de ITnrtkut. archici, 1. 1, p. 176-180 ; Momum, mèd^ pi. IV, n° 1 . 
— Rsekerehes sur le eulte de Fènus^ p. 47-51 , et pi. I , n* 1 . 

(4) Le petit monmneat dont il s^agit ici a été bien aouTent pnblié^ mais toojoar» 
d'aprèa un deaain pen fidèle. Il sera reprodnit aree tonte Tesactitude désirable dan% 
mes Recherches sur le mite et Ica myst^s de Mithra. 



t>£ Lk dAOlX ANSÀ£ 3i) 

Ne dois-je pas aussi faire reniarquer que les médailles les 
plus ancienne^ de Tile de Cypre, de ceUe ile rendue si célè- 
bre par le eulte de la Vénus assyrienne^ nous ofTrent la croix 
anséeau reTersd^un lion, animai consacré à la déesse (l)? Sur 
d autres médailles asiatiques , la croix ansée ne se trouve-t*elle 
pas habicuellement placée auprès des dieux , ou associée a des 
symboles qui leur étaient atTectés, tels que la colombe, le 
mikr^ le taureau, le bélier, lepervier, et méme lemblème de 
la trìade divine ? M. Raoul Rochette ayant réuni dans un me- 
moire qu*il se propose de publier prochainement , toutes les 
médailles qui, jusqu'à ce jour, ont oiTert, soit en Asie (2), soie 
en Europe, des exemples de la croix ansée, je me bornerai à 
revenir ici sur celles que j'ai citées plus haut, et que reprodui^ 
sent les n~ 10, 11, 13 et 14 de notre planche XIII. Elles ap^ 
partiennent à la sèrie dite des inceriaines de Cilicie, La pre-*> 
mière représente, d'un coté, un taureaudebout, ayant devant 
lui^ à ses pieds, une croix ansée, d'une forme particulière; le 
mihr est grave au-dcssus de l'animai symbolique. Au revei*s, 
on voit , dans un carré creux , un épervìer debout et place de«- 
vant une croix ansée bien caractérìsée. La seconde médaille 
(no 11) est fortanalogue à la première; la legende quientoure 
répenriem'est cependanl pas la méme sur les deux pièces, et ici, 
le coté qui porte un taureau a beaucoup souffert des injures du 
femps : on n'y distingue plus ni le mihr^ ni la croix ansée. La 
troisième médiùile (n*^ 13) nous ofire très-distinctement le type 
da taureau accompagné du mihr et de la croix ansée ; mais le 
carré creux, au lieu de renfermer ce dernier symbole et un 
épervier debout, nous montre une feuille de lierre gravée devant 
une colombe volant de droite à gauche. La quatrième médaille 
(n** 14) est presque semblable a la troisième. Toutefois, il semble 
qu ici Ton a voulu substituer au mihr lemblème de la trìade di^ 
▼ine. Ces quatre médailles, qui portent des légendes écriles les 
unes avec des caractères phéniciens , les autres avec des carac- 

(I). Ed altribniiat ces médAÌllet a l'tte de Cypre, aa lieu de le« laisser panni le» 
iaetrtainé* de Cilieie, j'adopte le seotiment de plusieors habiles numiamates. 
(3) Cellea-ci aont tontes autérieorea à Texpédition d'Alexandre le Grand. 

3 



34 II. ORIGINE ET SIGNIFICATION 

tères lydenSy reproduìsent chacune la croix ansée surmonlée 
non d'une anse ovale, mais d*une anse parfaitement ronde, 
comme la couronne ou le cercle des eniblèmes de la triade di- 
vine placés sur les monunients figurés assjriens, phéniciens 
ou persiques. Cette anse, sur chacune de nos quatre médailles, 
esVménie formée par de pelits globules ou fleurons, qui, je Fai 
déjà fait observer, nous ramènent plus particulièrement à la 
couronne de fleurons globuleux que nous avons trouvée daaa 
la composition de deux eroblèmes de la triade divine, tirés, le 
premier (1), de Naksch-i-Roustein, le second (2), du célèbre 
monument de Bi-sutoun ; emblèmes dont un cjlindre assyrien 
de mon ancienne coUectiou, découvert dans les ruines de Ba- 
bylone (3), nous offre un autre exemple, qui ne contribuepas 
peu à montrer que les Chaldéens d*A3sjrie furent les inven- 
teurs des symboles religieux employés par les Perses, sous le 
règne des Achéménides. A ces diverses remarques j'ajouterai 
une observation importante : letaureau et Tépervier se trouvent 
réunìs avec la croix ansée et la colombe sur les médailles incer- 
taines de la Cilicie, etlelionsevoitau revers de la croix ansée 
sur des médailles attrìbuées à Tile de Cypre ; or le taureau, Téper- 
vier et le lion imposaient chacun leur nom à un des grades ins- 
tituésdans les mystères de lantique Vénus cbaldéenne ou assy« 
rienne, dont la colombe était Timage symbolique ; et , dès une 
epoque très-recu lée, le eulte de cette déesse fut porte de l'Aste en 
Egypte, où, corame je lai dit plus haut (4), nous trouvons Vénus- 
Hàthor représentée tout à la fois avec une téle de taureau oa 
de génisse sur les épaules , au lieu d*une téte humaine, et avec 
une croix ansée à la main. Eufin , poyrraisrje oublier de dire 
que les symboles cruciformes paraissent avoir joué ud grand 
vóle dans la legende de la Vénus asiatique ? Après avoir rap- 
pelé que la croix ansée s observe sur des médaiUes , dea bas- 

(1) Bionum. inéd,, t IV, pi. XIII, n*" 5. 

(2) Ihid., n» 33. 

(3) Toy. Porter's Travels, voi. Il, p. 421,423-495; pi. 80, n**!.— Ce cyliodrc 
nt plus eiactemeat fi^nré soa» le n** 1 1 de la pi. iV de om» IteclierekeB «or le colte 
de Vénus. 

(4) Ci*desso« , p% 20. 



DB tJk CROIX AMSBB. 35 

reliefs> des cónes et des Gjlindres qui se rapportent au calte 
de cette divinité, ne faut-il pas que je place sous les yeux 
dtt ledteur trois médailles aslatiques dont je n ai pas encore 
parie? L*une appariient à la serie des aioonaies autonomes 
de la TÌlle de Sìdon (1); les deux autres furent frappées k 
Béryte (2) et à Orthosia de Phénicie (3) , pendant la domi- 
nation roniaine; et chacane des trois nous offre Timagt 
d*Asiafté tenant de la main droite un long sceptre termine 
par une croix rectangnlaìre (4). Ne dois-je pas aussi une 
mention particalière à une autre image de la méme déesse ? 
Gelle-ct 9 scutptée sur le gnmd basHi^elief découYert à Yazili- 
kaja, près de Bogaz^keuì, par M« Charles Texier, pone tous les 
caraetèrea dun trò»'aneì«n style; et panni les particularitéscu- 
rieusés qti'elle présente, il faut citer un emblème place dans la 
main gauche de la déesse , et compose de manière à offrir une 
disposition cruciale, et méme une certaine analogie avec la 
croix afìsée (5). Il est sans doute inutile d ajouler ici que le scep- 
tre cruciforme de TAstarté des médailles asiatiques citées n a 
rìen de commun avec te sìgne révéré des chréiiens. J ai dit aU* 
leurs (6), il y a longtemps, que, dans les mystères de Véuus et 
dans ceux de Mithra , les symboles cruciformes , oomme la 
forme tetragonale et comme le nombre quatre, me paraissent 

(1) PI. Xni, citéeplos bant, a*^ 16. 

(2) Ihid,, B* 12. Le grand bronse que je prodnb ici , porte Teffigie de Diadumé- 
nim ; il a été décrìt par Mionnet (Déucript. de mèd.^ t. T, p. 346 , n** 74). Le type qui 
ni forme Te rete^s se Fetroure sur dcax grande brmite» fHppéi dna la néme rill* 
de Béryie, l'dft en rbo«ii««r de llacria (to^. mea A«cA. m^r Ucuìu dt Venuta pU I , 
n** 9), raatre en rbonsenr d*Élagab«le (Mionnet, lue, eit., n? 75). 

(3) PI. Xni citée, n"" 27. 

(4) Sur une dea deax faces d'une belle hématite de mon ancienne coUection , 
on roit Onoél on Ànanaèl portant no long tceptre, dont 1» fanne rappelle tont à la 
foia le aceptre erneifame et le trident qne lea médailles asiatiques placent alternati* 
Tcment dans la main d'Astarté. Les représentations fignrées de T^Gon à téte d*Ane, 
appclé Onoel on AmiMèl» aoftt •xtrAaemcnt rares. Celle-ci a été publiée par M. Mat- 
ter, d'aprèa nn dessin fort negligé , dans le recueil de plancfaes qui accompagne la 
praniare édiliÉ* de MB Bist. 4trài^u0 du gnosticìsme^ pi. VI^ fig. 6. 

(5) T07 • mea Htòkérchet tur le culu de Fentu^ pi. II. — M. Ch. Texier» Descript. 
d^ VAeU Minmr^» ete., première partie , t. I , pi. 78. 

(6) Mém, inèd, sur le cmiu et Ut mytt. de Mithra; Recheieket tur ìe culle de Fénui , 

tMffC 103. 

3. 



36 n. ORIGINE £T SIGMFICATIOy 

fnire une allusion dìrecte aux quaire éléments qui furent, 
entre les mains des divinités génératrices , les agents de la 
création. J'ajouterai ici que, chez les anciens, le quater* 
unire, selon Nicomaque de Gérase, cité par Photius (l), sap- 
pelait xXetioCfjro? ttì^ fuasft)^. M, le professeur Vincent, 
dans ses curieuses recherches sur Torigine de nos chiffres, 
n*a pas negligé de faire remarquer cette expression; et, de son 
coté) il s'est trouvé conduit à conjecturer : « que lechiffre i , 
a i^présentant le quaternaire , était originairement le symbole 
« de Vinitiation aux mystères de la nature , et qu'il correspon- 
« dait à la eroix ansée de la cosmologie égyptienne (2). » Ce 
savant n*hésite méme pas à dire (3) que la croix ansée prend 
parfois la forme d un 4 ; il cite , comme exemple de ce fait , 
le Signe que porte de la main gauche une figure solaire, léon^ 
tocépliale , qui se voit sur un abraxas à deux faces publié par 
M. Matter (4j. Mais il a été induit en erreur par suite de la 
négligence avec laquelle le dessinateur ou le graveurdeM. Mat- 
ter a reproduit ce petit monument. J'ai examiné Toriginal, 
qui se conserve ati cabinet des médailles et antiques de la Bi- 
bliothèque royale (5), et je n ai pas eu de peine à reconnaitre 
que le signe place àia main de la figure solaire dont il s'agit, 
est uTie croix ansée parfaitement caractérisée, et destinée, sans 
aucun doute, à étre ici, comme elle est ailleurs, le symbole de 
la nouvelle vie promise aux néophjtes. 

Les diverses observations que j*ai réunies dans ce mémoire 
semblent concourir, si je ne me fais illusion , à designer TAsie 
occidentale comme la patrie de la croix ansée (6). EUes nous 
reportent ainsì vers une cotitrée célèbre, oli les sanctuaires des 

* 

(I) Bibliothec.» cod. t87, tom. I, p. 144, 5; ed. Bekker. 

(3) Journal des Mathém.^ publté piV M. Liourille, t. IV, p. 168, note *. 

(3) Ihùl. 

(4) ffùt, erìt. du gnaatieùme, pi. T, F, n" 3; première édilion. 
(ó) Sodi le n** 661. 

(6) Déjà en 1827, mais sur le seni témoigoage d*un cylindre publié perCtyliu 
{Recueìl d*Antiq.y t. V, pi. XIII, fig. 4), Mùnter {Relig. der Bahjrhnier, S. 98), dans 
1IU pastage cité par M. Raoul RocLette, s'était demandé ai la croix ansée ne serait paa 
un des symboles biéroglTpbiques inrentés par lea Babyloniens. 



DE LA CROIX iL!IS££ 37 

Chaldéens furent le berceau et le cantre dune haute civilisa* 
tion, qui, dès une epoque très-reculée , exerca dìrectenient ou 
indirectement une immense influence sur plusieurs parties de 
Tancien monde. L*£gypte a-t-eile subì elle-méme cette influente, 
commeje panche à le croire? L'Egypte, dans la questioo par- 
ticulière de Finvention du symbole appelé la croix ansée, peut- 
elle revendiquer la priorìté? Ses monuments figurés, ses alpha- 
bets hiéroglyphiquesy sa langue, en tant que représentée par le 
copte, fournissent-ils le moyen d*ét«tblir entre la croix ansée, 
un groupe quelcouque de signes graphiques ou de caractères ' 
et un emblème religieux propre aux Egyptiens , des rapports 
du genre de ceux qu*une longue étude des monuments figurés 
de l'Asie occidentale m'a conduit à découvrìr entre cette méme 
croix ansée, le tétragramme de Técriture cuneiforme assy- 
rienne et Temblème de la triade des Chaldéens , des Assyriens, 
des Phéniciens et de^ Persès ? Ce sont a u tant de questions 
qu'il ne m'est permis de trancher ni dansun sens, ni dans un 
autre. Je laisseaux personnes qui sont plus versées queje ne le 
suis dans laconnaissancedessystèmes decriture etdesmonu* 
raents figurés de Tantique Egypte, le soin de feire toutes les 
recherches nécessaires pour examiner si, en suivant une voie 
pareille ou analogue à celle que j 'ai tracce sur le sol de l'Asie 
occidentale, il seraìt possible darriver à une solution affirma- 
tive. Lqin d'ayoir la pensée présomptueuse que je sois parvenu 
à établir avec toute certitude les droits des Chaldéens ou des 
Assyriens à Tinvention de la croix ansée, j*ai hàte de répéter 
que , dans ce mémoire , je me suis simplement propose de 
montrer combien le doublé problème de l'origine et de la 
significa tion symbolique de cet emblènie est plus compliqné 
qu'on ne le croit généralement, et comment il est désormais 
impossible de le résoudre d'une manière absolue, si Ton ne 
tient pas compte des faits que présenlent les n^onuments figu- 
rés et les monuments épigraphiques de l'Asie occidentale. 

Felix LAJARD, 



38 III. LÀ FiVOLA 



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LA FAVOLA D'AMIMONE, 



EFI-iGlATA 



IN UN VASO LUCANO. 



{ Mon. tom. IV, pi. xiv e xv.) 

.S 1. Della rappresentanza di questo quadro considerata nella 

sua forma ideografica. 

il lago di Lerna è formato dal confluente di parecchi ru- 
scelli (1). Uno di questi rivi, cui diessi il nome di Amimone, 
pare sia emerso per effetto di qualche scossa di terra; giacché 
si credette l'avesse fatto scaturire un colpo di tridente dato in 
quel luogo da Nettuno (2) : il quale, secondo la comun cre- 
denza de* Greci , potea scuotere a suo arbitrio e raffermare )a 
terra (3\ e dominava non solo le onde del mare, ma ancora le 
acque sorgive (4)* 

La locale tradizione , di cui si è fatto cenno , rivestì le forme 



(1) Cramer, Geogra^. and hùtor. detcript, ofaneient Greece» t. Ili, p. 237. 

(2) Igino, Pah. CLXIX.— Lntazio, Comment. ad St/rtii Tkeb.^ W, 42f3 Properno, 

EUg, Il , 47. — Da ciò la designazione Tridente kméo (Aepvateev TfCotivocv) eh'ebbe 
qnel sito. V. Nonno, IHonis., Vili, 242-47, e Io Scoi, d*Eurìii., Fenic, r. 188, eoa 
Temendazione di cotesta glosa proposta dal cb. Unger nella dotta sua opera, intito- 
lata : Thebana Paradoxa, 1. 1, p. 193. 

(3) Qoindi i anoi epiteti é^rtoaiycaoi : eke comnmovc la terra ed àe^éikuK • ^^^ ^ 
rafferma, V. MacrobiOy SaXmrtt.y l, 17, p. 192, ed. di Londra, 1694. 

(4) Però poti egli seccare i fonti (Apollodoro, II, 1 , 4) o i fiami (Pausania , II, 15, 
5) dell* Argolide, essendo considerato come rappresentante dell* acqua in generale. 
V. Pomato, tiau degli Dei, § 4. 



D*AMIMU?9£. 31) 

di mito, avendo favoleggiato gii EUeni che invaghitosi Nettuno 
di una delle figlie di Danao , chiamata Amimone , l'avesse sor- 
preso ne* Campi Leméi ov' ella recavasi per attignerne lacqua ; 
e che percosso poscia il terreno dal suo tridente, ne fosse 
sgorgato il ruscello eh* ebbe il nome<li quella Danaide (1). 

Da cotal favola è tratto 1 argomento della nostra pittura; Il 
dio delle onde, curvandosi in avanti, fa sorreggere tutta là 
persona dalla gamba sinistra che poggia sopra un masso di 
pietre (2). Siffatta attitudine, eh' è come tipica delle imagini 
di Nettuno (3), allude senza meno al suo, già indicato, carat* 
tare di formatore insieme e scuotitore della terra. Egli è coro-^ 
nato di mirto , e sostenendo con la destra il tricuspide scettro, 
da cni Ha tosto scosso quel suolo , mostrasi intento a contem- 
plare la bella Amimone eh* è incontro a lui seduta. Distintivo 
di costei si èluma , eh' ella tien ferma sui gradini di una fon- 
tana. 

Ha cotesto fonte la forma di dorico tempietto, con fasti- 
gio ornato di antt/is^e a foggia di palmette, e sostenuto da anee> 
la cui base è decorata nel centro, ove s'interna, di cimasa col 
meandro per fregio. Al pilastrino , eh' è a sinistra dello spetta* 
tore, vedesi appoggiata una statuetta votiva (4); e nella parete 



(1) l4|AU{i(óvY)^. . . àTreXOoOoT); eì( AépvYjv d;pu9a<T6at» ISùv xat si; Iponra Ilooeidcdv 
xsxaoTÒc, i)picouré re aÙTT,v xal c|jLÌYr,. 'Ev ^ 5è tótcco Ì(aCy^, rk* xs Tpiatvìf]v Smi^ev xat 
«niTin &v86d97)y 2( *A(tu|MÓVT)c XapoOaa touvojJia : Scoi. d'Euripide « Ferne.^ ì, 195, dal 
cod. Barooei. Tndaicio di ciure le rwrie narraBÌoni dello stesso faToloso ■rrenimeato 
che liggoi ai in altri «ntichi scrittonv perchè aiana di esse quadra così beae alla rap- 
preaevtanxa esibitane dal nostro Ttiso quanto quella consenrataci dallo ScoHq che ho 
qoi sopra trascritto. 

(2) Drcpoloc osaia pietroso fa l'jaivoeasione sotto la quale i Tessali adoniroao Net- 
rano. Scoi, di Pindaro, Pizie ^ IV, 346. 

(3) V. p. e. le Uvole CXKIX, CXXX e CXXXI dell' Atlante di ami va corredata 
l'egregia tradnaiofee franoesca della SimboUea del cbiariss. prof. Crenter. Delle ottti 
figure di Nettuno rappresentate in altrettanti monnmeati antt<jhi, quivi ritratti , quat- 
tro lo appresentano in questa stessa positura. 

(4} Una figurina di tal genere, e collocata in aimil modo solU vasca di un fonte, 
19 si aaoslm dalla pittura d' insigne vaso antico di argiUa, trovato del pari nella Luca- 
nia. V. BmlieL mtvheoL Napol., t. I , tav. VI, p. 100 e seg., ove sono recati dall' eru- 
dito Sig. Minervini varj esempi dell' antica usanza di dedicare cotali statuette , come 
«va9ió|ittTa od offerte votive^ alle sagre fontane. 



40 111. 1.1 FAVOLA 

in fondo df^'edifizio sono due mascheroni di leone, dai quali 
scorron le acque. 

Ai piedi di Anoimone vi è la cerva oh* ella si era messa a cac- 
ciare prima che fosse sopraggiunta dal nume marino (l). 

Dietro alla Danaide siede un'altra giovane donna tenendo in 
mano un fiore; il quale basterebbe a farci supporre eh* essa 
rappresenti Afrodite (2); quando anche mancassero gli altri 
attributi di questa dea^ la sfora y cioè, e il ventaglio che le si 
veggon di presso. Col gesto e con lo sguardo rivolti a Nettuno 
pare ne incoraggiasse l'amoroso disegno. 

Spiccatosi da Venere muove Amore volando verso il me* 
narca del mare a cui reca una corona ; la quale , simbolo che 
fu di vittoria (3), annunzia il trionfo di Nettuno sul cuore di 
Araimone. 

Alla figura di Afrodite risponde nell'altro lato del quadro 
l'immagine di Mercurio , che ha cinta la chioma d'un serto , e 
s'appoggia al caduceo. In una scena , come questa , relativa ad 
amorosa avventura interviene il figlio di Maja come nume asso- 
ciato a Venere e all'Amore (4). 

Neir analogo aspetto di erotica deità ci si mostra qui Pane (5)^ 
il quale, collocato al di sopra di Afrodite e di Erote, si volge 
ad un' avvenente e maestosa donna eh' è assisa del pari nell'alto. 

EH' è in atto di guardare attentamente Amore, ed ha per 

(f) Apollodoro, II, 1, 4. 

(2) Coo U deiigiuiuon« di FloreaU fa desia Tenente dagli abitetorl dì Gaosso. 
Esidliio, ▼. "AvOsia : ed &v9:^)<opot o portatriei di fiori veDero ohiaouite telane Mcer- 
dotette di Afrodite nelU città di Caria, che trasse il nome da qaette dea ; siecome 
rilevasi da dae antiche iscrizioni rìnTennte in Gheira (cosi nomasi il luogo ove fu V in- 
dicate Afrodiùa. Leake, T<mr in Asia Minor, p. 250), e riportete dall' illaatre 
prof. Boeckh nel Corp. inscrìpt. grofcar., n. 2821 e 2822. 

(3) Y. il trattato del Paacalto, <£? Coroni*» l. VI, e. ó e 6. 

(4) V. Plnterooy Precetti conjugali, pfoemio.— .Si credette che PAmore fosse figlio 
di Mercurio e di Venere (Cicerone, iVaf. X>eor., Ili, 23.— Lido, Sui Mesi, p. 14 , 
Roether); ed a queste tre dÌTÌnità davasi lo stesso epiteto di Susurratriei^ io allusione, 
verisimilmente , al segreto bisbiglio dei colloqui amorosi (V. Arpocrazione, t. 4'tO;j' 
ptotv};). Dobbiamo inoltre rammenterei dei busti accoppiati di Mercurio e di Amore, 
però detti Ermeroti, i quali furono come grafica espressione dell* alleanaa tra co<* 
testi due numi. 

(5) *EociiTtxo; ó n«v : Scoi, di Aristofane, tAsisirata, v. 910. 



D*AMlMONE. 4 1 

distintiyo (1) uno specchio. E siccome cotale arnese fu d'ordi- 
nario appropriato a Venere (2), cosi è da presumersi che nella 
figura , cui Io reggiamo apposto , s* abbia a riconoscere quella 
medesima dea. Né parrà strano incontrarsi in un antico dipinto 
due effigie della stessa deità qualora , osservando che una di 
tali immagini è in alto e l'altra nella parte inferiore del qua- 
dro, si rifletterà con un chiaro Archeologo che la teologia 
gentilesca die sede in cielo ai suoi Dei^ e contemporaneamente 
gUJe operare in terra (3). 

Rimane solo a far menzione delle molte pianticelle e dei 
fiorì dipinti in primo piano , ad indicare, come sembra, la rigo- 
gliosa vegetazione che copre i margini della palude di Lerna (4). 

§ 2. Della favola , cA' è il soggetto del dipinto , esaminata nel 

suo poetico carattere, 

I mitici racconti intorno alle Danaidi e al loro genitore des- 
tano contìnuamente Tiraniagine delle acque e del mare. Nar- 
raTasi, di fatti , che Danao avesse introdotto in Grecia l'irriga- 
zione de* campi (5), e che fosse stato costruttore della prima 
naTe (6) ; oltreché fu fama doversi o a lui stesso (7), ovvero alle 
sue figlie il ritrovato de' pozzi (8). Così fatta associazione 



(t) Del raiiiod*aUoro ch'ella ha Della destra, come ancora di qveir altro eh' è pari- 
aieote io mano a Pane, e delle frondi sparsene al suolo innansi alla fonte, si dirà in 
appresso. 

(2) Inforno allo specchio usato per distintivo di Venere notai alcune cose in un 
altro lavoro inserìtto nel toL XV di qnesti Annali ^ p. 2ò (4). 

(3) Zaanoni , lUtutraùone di due urne etnische, ecc., FireoKe, 1812, p. 79*80. 

(4) V. Craraer, o/». «>., t. ITI. p. 238. 

(5) V. Slrabone, 1. 1 , p. 43. A, ed. di Almeloveeo, e la nota di Xilandro a quel 
ps>so. 

(6) Lutano, (7om. ad. Stai. The6., Il, 222. — Scoi, di Apollonio Rodio « 1, 4, il 
qaale grammatico soggiogne che per essere stata costruita quella nave da Danao fu 
dcDominaU Danaide. — Cf. lo Scoi, di Germanico Pktenom. Arai., p. 81, Buhle. 

(7) Nonno, Dianie., IV, 254. — Eustaxio, Cam, mìV Iliade, p. 351, Basii. ^ Cf, 
Plinio, VII, 56. 

(8) Strabooe, p. 371, Casanb. 



42 III. LA FAVOLA. 

d' idee tra Le acque e le Danaidi rivelasi ancora nel genere di 
pena cui furon desse condannate neU* inferno; ma è sopra* 
tutto manifesta nel mito di Aminone ohe la rappresenta unita 
al dio delle onde , ed immedesimata ad una fonte (t)i 

Ora una favola di tal sorta non pare potersi considerare 
altrimenti se non come semplice allegoria. Imperocché .qilal 
altra cosa mai avrebbe ad esprimere la sorpresa ò piuttosto 
Taggressione (2) del nume de* flutti alla ninfe di un rivo fuorché 
leffetto di violento tumulto di mare, che, insorgendo, allaghi 
la spiaggia e confonda cosi le sue acque con quelle di vicina 
sorgente ? Questo straordinario sconvolgimento della marina 
lernéa dovett' essere prodotto da qualche tremuoto ; accen- 
nandovi la stessa favolosa narrazione con menzionare il colpo 
di tridente dato in quel lido da Nettuno. 

S 3. Del senso simbolico del mito ritratto in questa pittura. 

Benché sembri assai probabile, come s'è poco anzi osservato, 
che nel mito degli amori di Nettuno e di Amimone siasi ser- 
bata, sotto il velo dell* allegoria, la memoria d*un fisico evento, 
egli è non di meno evidente che la particolarità essenziale e 
caratteristica delle rappresentazioni di tal favola si riferisca ad 
un ordine affatto diverso d*idee, perchè allusiva a religiose 
credenze. Voglio dire di queir urna la quale veggendosi accanto 
ad una delle Danaidi richiama naturalmente al pensiero il 
famoso dolio forato (rtOo? T€Tp7)(A£vo(;) che fu strumento del 
loro gastigo nell'Orco. Come immagine adunque d'infernali 
tormenti, avea Tembicma AiAY idria ad incutere un religioso 
tensore; e serviva con ciò ad inculcare la necessità dell* espiri- 
zion delle colpe , e della cognizione de' sagri dogmi che si 
rivelavano solo agl'iniziati: tanto più checredeasi essere riser- 



(1) 'AXXàYwin ('A|*U|«&v*i) iuta Xòe-rpov ( IloiTStSttWQc ) ófjUibwtMC teXtro inrr^. Ma 
tjueUa donna (Amimone) dopo che aseese il tatamo ( di Nettano ) diptnru lajìmte che 
ne conserva il nome. Nonno, Dionis., XLII, 408. 

(2) Com' è rappresentata da Ladano, Dial. Mnr.y Vf. 



DAMIMONE. 43 

bata qutìlk stessa pena , cui soggiacquero le figlie di Danao , 
a tutti coloro i quali non erano stati ammessi alle purificazioni 
ed agli ammaestramenti de* misteri (1). Così, se la vista dell' 
urna presso ad Amimone y ricordando la punizione delle Da- 
Diidìi era{)ropria a commuovere gli animi co' timori d'inter- 
minabili patimenti, dovea, per l'opposto, elevarli alle speranze 
dell' eterna felicità promessa agli spiriti puri o parificati dall' 
espiazione , qualora riconosceasi in quell' urna medesima un 
vaso lustrale e quindi un simbolo consolatore di purifica- 
zione (2). E tale è in effetto ; dappoiché riceve le acque purifi- 
catrici della fonte di Lerna (3), e la tiene quella giovane che 
fu distinta col nome di Pura (4) , e che evitò i tartarei sup- 



(IJ Zenobio, Proverò, gr., II, 6.— Adagj gr. estr. dai cod. Fat.y III, 31, ed ÌTÌ 
l'annotaz. di ScboU. 

Kal OiocatusTai ^X^^ 



'Ooioiaiv xaOopiio?;. Earip.^ Bacc,^ ▼. 73-77. 
Oh felice etdui che riverente, 
Conoecendo dei Numi ii cullo arcano. 
La ^vita emenda e l'anima consagra 

Co* fonii riti che la rendon pura. 

È d^dtronde noto che la parificaiione facesse parte essensiale dei Misteri. V. Teonc 
Smimeo, Matem., p. IS, prima ediz., e gli analoghi testi ritati dal Bolliald nella oota 
a qod luogo. 

(3) Delle porgadoni che si pratìcarano in Lerna fa cenno Strabone, p. 171, Ca- 
laob., e dalla notisia che si ha tanto in questo passo, come parimente in PaosaniaflT, 
37), dei misteri celebrati nell* indicata località è da inferirsi che tali pnriScatriei fun- 
noni sieno state religiose ed arcane. Dall* essersi inoltre creduto che una caverna di 
qoella stessa contrada menasse allo inferno (Pansan., l.c,)^ e dalla designaaione di 
abisso che damasi ad una fdnte di quel medesimo sito (Scoi, di Pindaro, Olimp. VII, 
r. 60), la quale non era forse di Tersa dalla sorgente lernéa,'si arguisce die siffatti riti 
apparteuessero a cnlto plutonio. Desnmesi finalmente dalle glose di Esìchto e di taloa 
aotieo' ricoglitore di greci proverbj suU' adagio : Aépw) xanu&v, che eoleste sagre eere^ 
mottie si riferissero al dogma dell* espiazione ; ed è probabile, come osserva Zenobìo 
{Prov.gr., IV, 86), che av^sero avuto origine da Danao. 

(4) La parola amimone^ eh* è forma feminile dell* aggettivo &(iO(icov, ai rompone 
della lettera privativa alfa e della voce {iù{ioc che Tale maeehia ,' e però significa im- 
macolata,' Hemsterhuis presso Lennep, Etymol. Kng. grme., v. MO|MEp.— C/*. Damm, 
^xif. etjmol, Hng. gnec., p. 1470. 



44 IH. LÀ FAVOLA 

plizj per virtù del mare (1), cui attribuivansi proprietà enii* 
nen temente lustrali (2). 

Né soltanto Xidria appella in questo quadro alle spirituali 
purificazioni, ma vi accenna altresì la pianta d'alloro (3), di 
cui Teggonsi i rami in mano di Pane e della Venere Urania (4), 
come anche talune frasche appiè della mistica fonte lerDéa(5). 

Da tutto ciò si deduce che il simbolico senso della nostra 
rappresentanza sia relativo alla religiosa dottrina delle espia- 
zioni, in riguardo ai destini dello spirito nella futura esistenza. 
Comprendesi quindi facilmente perchè un tal soggetto ricom- 
parisca spesso ne* vasi greci di argilla; giacché questi avanzi 
delle arti antiche , sì a motivo del luogo ove trovansi riposti 
eh' è il sacro asilo della morte, e sì per testimoniahza decloro 
stessi dipinti (6), ne fan conoscere che molti di essi avessero 
servito a funebri usanze : dalla qual cosa deriva che cotali 
fittili dovessero apprésentare nelle pitture, di cui son decorati, 
frequenti allusioni alle credenze degli Elleni sulla sorte delle 
anime nella vita avvenire. 



(1) Argomentasi ciò dalle parole di Luciano nella fine del sesto dialogo marino; 
essendo cosa conosciuta che per Nettuno dovesse intendersi il mare : <rro(XCiaxc5c 
IlOffetScdV OoXoKTffa. Opuse. myih. Palai., p. 46. 

(2) Se ne possono riscontrare le autorità nelle annotazioni di Wyttenbach alle 
Opere morali di Plutan*o, t. XII, p. 1007, ed. d^Oiford, in.li^ e nella Sjmbol. del 
Creuser, Vili, u, 3. 

(3) Che si fossero attribuite a quest' arbore qualità purificatrici e che perciò l'aTes- 
sero usato ^i antichi nelle liturgie dell' espiasione , non è chi lo ignori. Nel resto, to- 
lendosene consultare qualche testimonianza, veggansi le note del Casaubon ai Carat' 
ieri di Teofrasto, p. 2A9y ed. di Lione, 1612. 

(4) Sembra doversi ascrìrere un tal carattere all' immagine dell' avTenente dea la 
quale apparisce nell' alto del quadro come in una sfera sui>eriore, non tanto per 
cotesto motÌTO quanto a causa del suo Speccìdo eh* è simbolo appropriato alla Vettcre 
celere (V. Marziano Capella, Nozze, ecc. I, 7, ed ivi Kopp). £ perciò affatto opposto 
queat' emblema all' attributo àtX fiore che veggiamo dato ali* altra figura di Afrodite 
situata nella parte inferiore del dipinto : poich' erano i fiori special distintiro della 
Venere etèra o cortigiana. V. Welcker, Pir/^^om. n// Theognidis i-elig.^j^. LXXXVIII 
(125). 

(5) Anche il personaggio di Mercurio v io questa rapprcseutazionc allusivo alle 
lustrazioni, avend' egli purificato leDanaidi del loro delitto. ApoUodoro, li, 1> 5. 

(6) Nelle frequentissime reppresentanze di funebri ceremonie, che occorrono 
nelle dipinture dei vasi greci, mostransi pressoi'hè sempre questi medesimi vasi. 



OAMIMONE. 45 

S 4, Del dipinto che adorna il lato posteriore del vaso. 

Questa pittura è divisa ancor essa in due parti distinte. 
Nella metà superiore della composizione ricomparisce Afro- 
dite : ma nel momento di percorrere gli aerei spazii su di ele- 
gante carro (l) tirato da due Amori (2); uno de* quali porta 
un incensiere ed una fascia , Taltro un boccale ed una tazza. 
Cotalivasi in mano ad un dio fan ricordare delF ambrosia eh* e 
fonetica o vocale espressione della celeste immortalità (3) ; ed 
avrebbero quindi a stimarsi relativi ^ non meno che il turibolo 
e la mistica benda, alle idee di apoteosi, e di beatitudine 
eterna (4). 

Lo specchio che fu distintivo, come si è già notato, della 
Venere Urania, vedesi ora nella destra d'altra giovane dea, la 
quale reca inoltre una di quelle cassette ove riponeansi am- 
polle di unguenti odorosi (aXa^aaTpoSyixai) od ornati donnes-^ 
chi. E poiché costei ci si appresenta seguace d'Afrodite , pos- 
siamo ravvisarvi Pito, la dea della persuasione, che induce 
Amofe (5). 

Rimpetto a Venere mostrasi di nuovo il dio Pane , il quale 
invece della zampogna, suo ordinario attributo, tiene un corto 



(f) Di un carro di Venere, opera di Vulcano , fa mennone Apulejo» Metamorph,, 
VI , p. 392, Oodendorp. 

(2) Nelle opere delle trti greche vedeù spesto accompagnata Afrodite da doe 
Gtttj^ i quali saranno personilicaziotti dell* amore (*£p(iÉ>c} e del deno (1(jiepoc) 
ch'erano effigiate accanto a Venere in an Taso descritto da Anacreonte nell* ode U. 

(3) V.Buttmann, Lexilogus^ p. 79, e 189, ediz. ingl.;e qoel che ho notato, intomo 
a ciò, nel toI. XV, p. 29(2) di questi Annali : aggingnendoTi quel luogo di Pindaro 
[OlUnp. XlIIy T. 23), ove leggesi che gVIddii aTCssero reso immortale Tantalo per via 
del nettare e dell' ambrosia. 

(4)V. Apnlejo. Metam.i p.426; Oudend. e Marxiano Capella, p. 78, e 191 Kopp. 

(.S) Questa dea , che personeggiava l'amorMa persuasÌTa , fu tenuta compagna e 
coadiutrìce d'Afrodite , secondochè rilerasi da rarj luoghi di classici addotti dal 
Msiiocchi, Comment. in tabul. Beraei., p. 138 (IV). Però la sua statua era unita a 
quella di Venere in un gruppo di Prasaitele menaionato da Pausania, I, 43, 6^ il 
<r>«le cita inoltre due simulacri delle stesse dee che furon collocate nell* acropoli ate« 
W'v,I,22, 3. 



46 III. LA FAVOLA 

bastone, che sarà torse quella sferza, con cui credeasi ispi- 
rasse r insano terrore, detto /^a/iiVro dal suo nome. (1). 

Uinferior porzione del quadro ha nel centro un'immagine 
di maestosa donna , che siede da regina sopra cospicuo trono ; 
e come sovrana altresì ha fregiato il capo di ricco diadema e 
di un velo. Il quale è di qualche importanza per la determina- 
zione di questa figura , perchè appropriavasi ordinariamente a 
Cerere (2), ed a Proserpina (3). Ma ciò solo non basta ; ne ap- 
presenta cotesta effigie alcun segno caratteristico : se non che 
scorgesi nel suo ombrello , sostenuto da una giovane che le 
sta accanto , un emblema , anzi un doppio simbolo , eh* è pro- 
prio, come sembrami, a dichiararla. Intendo accennare a 
queir ornato che ha la forma di melagrana da cui sorgon le 
foglie dì un giglio. Or egli è noto come un tal frutto sìa stato 
sacro a Proserpina (4) ; e , quanto al fiore del giglio , potè 
addirsi anch'esso alla dominatrice degli estinti , perchè tenuto 
funereo (5). 

Siccome poi fu ufficio di fantesche il portare Tombrello (6), 
così è da opinarsi che la giovinetta, cui lo veggiaino affidato, 



(1) V. in Euripide i ^eni, 36-37 del Reso. -^ Nonno ^ Dionisiache^ X, 4. — XXf, 
14; e le osserTaràoni del Poliziano nelle Miscellanea^ cap. XXYIII. 

(2) Y. nfitscberlieb neir annousìone al ▼. 191 dell* Inno Omerico a Cerere. 

(3) Col Telo snl capo e cinta di diadema ouerrasi aoyente Proserpina negli anti- 
rhi monumenti, come, p. e. era dipinta nel Sepolcro dei Nasoni. V. la tar. VHI dell* 
opera che porta qtiMlo titolo. 

(4) Ne ha recato parecchie testimonnianze il eh. Sig. Jannelli, Tentam» hierogmpk, 
EinuCf^. 185; e, quanto all' aatoriìà dei monumenti « tono a citarù» tr» i più 
notabili, le statue di Persefolie covat» no* ha guafi dalle tombe dell' Etmria» ed avenli 
in mano una mvlagrann. V. BmUem* dell* Instii. arekeolag. tS39» p. 49. 

(5) Fu Tetusla costumanza in Grecia d^apporre gigli sui cadaTeri ,« siccome rilevasi 
dv Z«nobio, Prow. gree.^ VI* 18. Cf, Esìehio» y. Kp(vov« Sembrerebbe perciò aresse 
avuto torto Heynt giodioanda, nel suo co m a n q uuo a Virgilio (EneidSf VI, 883 : Marni' 
bus date lilia plenis), non molto antico un tal uso. — Non si scopre facilmente perchè 
gli mnAàà aressero attribuito un earatlere faMbce at giglio. Poirebbesi ciò peraltro 
desumer» dalla glosa di Snida alla ▼. Kpnio\*i ove leggesi ebe questo nouM del giglio 
derivasse dallo ditgiugnimen^ (amò r9^ 5itt«pi<te>^); vale a dire dall* idea di pronta 
(UssolttzioBe ohe desta un tal flore tanto» facile ad appassirsi ed a marcire. Ma cosifatt» 
ragione paifà Coese soverchiamente sottile. 

(8) V. TeoeritD, Uil. XV , 39, ed ivi Walckenaer. C/. il Oaui^al Joamal, XLVII . 
p. 119. 



DAMIMORE. 47 

sia figura accessoria di subalterna persona. La stessa cosa è a 
dirsi deir altra donna che apporta una seggiola. 

Delle due muliebri immagini j che restano ad esaminarsi , 
quella a sinistra dello spettatore ha nelle mani una patera ed 
un gutto , lallra, collocata nel lato opposto » tiene un serto di 
alloro, e le si vede ai piedi una lira. Ammettendosi che la pri- 
maria figura del quadro , quella, cioè, che ne occupa il punto 
centrale, rappresenti Persefone, bisognerà allora riconoscere 
in queste due deità (1), le quali sono con lei , talune delle sue 
compagne; e però o le Parche , o le Ore ossiano Stagioni, 
ovvero le Grame (2). Ad escludere da tale scelta le prime , 
varrebbe, se non altro, Tessere non più di due le figure sopra 
cui si ragiona; laddove ciò punto non osta a giudicare vi foa* 
sero effigiate le Grazie o le Ore (3). 

Questo duplice nome espresse sovente la medesima idea (4) : 



(() Che abbiansi a considerare come dee argomentaci, dall* ornata corona, la quale 
diftingue in questo dipinto le immagini delle dirinità. 
(3) ntpo«^6v) ov(iicB(xtoptc (al *0pw) ^v(mi Moljpai tacunq^ 

A Cora unite son l'alme Stagioni 
Quando le Parche a la superna luce 
Doli* arco la riportano, e le Grazie 
L*aceompagnan danzando a lei d'intorno, 

Orfeo, Inno XLIf, 7-8. E nell' Inno XXYIII, 9, Proserpina è detU medesimamente 
<^ompagna in giochi delle Stagioni. 

*Qpéi>v av(uca(XTKpa. 

(3) Due sole erano le figure delle Ore che Tedeansi in talune opere d'arte ricordate 
iU Pansania , III, 18, 7 e Vili, 31, 1; e due parimente furono le Grazie adorate dagli 
Spartani (Pana., IX, 35, 1), e dagli Ateniesi. V. Clemente Alessandrino, Esortaz,, 
p. 16, Potter, e Paus., /. e. 

(4) Jjk voce Amxo (AUSÒ», eoUi the fa ereeeere o che porta a maturità) h nome presso 
Igino (Pah. CLXXXin) d'nnn 4eUe Stagionai Uddove in Panivinia (1%, 35, 1) è de- 
DOfuioazione di una delle Grazie, di cui taluni altri nomi, essendo relativi alla 
rcgetasioiie, cane Prutto e Germimatriee (Kap«ò( xoi OoìJLw. Pana, e Clem. Aless.» U. 
re.) anxicbè ad esse conrengonai aUe Ore, Ed è qni a notarsi ebe ìa un' antica pietra 
«osa del mnseo di Pietroburgo sono rappresentate le Grazie con fiori e cen spighe 
nelle mani , com* era solito effigiarsi le Stagioni, V. Koshler, Deseript, d'un Carnee etc., 
^int'Piiersbourgf 1810 



48 111. LA FAVOLA 

ed anche con le Muse ebber talvolta a confondersi le Grafie ^ 
essendosi dati loro per attributo i musici strumenti (I). Non 
sarebbe quindi improbabile che T immagine, la quale è distìnta 
dalla lira , personeggi una delle Grazie; benché questa stessa 
cetra , potendo appellare all'armonia cosmica o della natura (2), 
converrebbe medesimamente alle Ore, La laurea, eh* ella porge, 
considerata come simbolo , è analoga , pel suo significato , 
air emblema dell' immortaliti^ che vedesi nelle roani dell* altra 
figura delle Stagioni. Imperocché, essendo la ghirlanda un 
segno di vittoria , ove si prendesse in un senso simbolico , di- 
noterebbe il trionfo dello spirito sugli affetti terreni; mentre 
la patera ed il gutto, qualora indicassero l'ambrosia, eh' è 
come dire la beata eternità , accennerebbero al premio di ch«* 
vien desso meritato. Ma perchè mai tali idee, relative al celeste 
guiderdone delle anime invitte, furono associate alle Stagioni ? 
Se ne dovrebbe attribuire , io avviso , il motivo alla credenza 
de' Greci, secondo la quale riputavansi custodi quelle dive 
delle porte del Cielo (3). Così , il presentar eh* esse fanno la co- 
rona e la bevanda dell' eterna felicità sarebbe doppio modo 
figurativo di esprimere lammissione delle anime virtuose alle 
sedi beate. 

In questa guisa si è naturalmente indotti a riguardare come 
personificazioni dell'anima que'due avvenenti garzoni che ci 
si appresentano sotto l'apparenza di lottatori, avendo una 
strìglie alla mano. E che in tal carattere appunto siasi alle 
volte rappresentata nelle opere delle arti antiche l' immagine 
dellospirito mi sono attentato a dimostrare in un altro lavoro (4). 

Premesse queste osservazioni , ne sarà dato inferirne che 



(1) n famoso colouo d'Apollo in Delo tenea con la sinùtra nn gruppo di tre Grazie^ 
ognuna delle qoali a^ert in mano un musico strnmanto. Plutarco, Suìta musica, 

s >♦• 

(2) Fu opinione dei più antichi filosofi greci muiuUun . . . {musicU) ratìone ess« 
eompositum, quam pottea sii lyra imitata. Quintiliano, l, 10, 12. 

(3) Iliade, Y, 749 e Vili, 393.^0TÌdio, Fasti, I. 125.^ Eusebio, Prepan Evang.» 
Ili, li — Nonno, Dionis., XIII, 23 e 24. 

(4) V. il t. XV, p. 26 (6) di questi medesimi Annali. 



DÀMIMONE. 49 

Targomento della pittura che esaminiamo si riferisca alla rimu* 
nerazione consentita a quegli animi forti, i quali risultano 'vinci- 
tori nella lotta che ci è forza a sostenere contro Y impeto degli 
affetti e de' sensi. Cotal ricompensa fu , a mente degli antichi, 
lo aver stanza in un luogo di tranquilli e di eterni piaceri (1). 
Quindi è che se yedesi un di quei palestriti seduto di fianco 
alla dea degli elisi (2), e presso già 1* altro a sedersi del pari 
accanto alla stessa deità , avrebbe da ciò ad intendersi che 
mentre 1* un degli spiriti , personeggiati dà siffatti atleti , ha 
preso sede nella dimora de' beati, è vipino il secondo ad avervi 
seggio egualmente. Né debbe esitarsi a riconoscere ^uel fortu- 
nato soggiorno nella scena della nostra rappresentazione, fa- 
cendocene accorti la presenza di Proserpina in un luogo che 
sicuramente é aprico , giacch* essa si serve dell' ombrello , e 
eh* è insieme allegrato da molte piante e da fiori. 

D accordo con tali idee di perpetua beatitudine, ed -an- 
che con quelle di apoteosi^ ossia di traslazione alle celesti 
sfere (3), sarebbero le figure simboliche di animali che os- 
servansi nell* avanti del quadro. Dappoiché, indipendente- 
mente della considerazione che la tigre ^ a causa delle mac- 
chie disseminate nella sua pelle come sono gli astri nel 
cielo , potrebb* essere allusiva ali* immagine del firmamento, 
abbiamo a ricordarci che le oche si riferissero alla dea 



(1) Qaest* argomento è trattato eoa molta erudizione nella Memoria del Kceliler, 
SuIU ìsole di Achille, inserita nelt. X, p. 531 , segg. degli Aui dell* Accademia di 
Pietroburgo. E sono anche a consultarsi le dotte e sagaci osserrazioni sullo stesso 
soggetto del eh. CaT. ATellino nella pregevole sua Descrizione d'una casa Pompeiana 
con capitelli figurati, p. 42 e 43. * 

{7) Intorno a tal carattere di Proserpina Tanno riscontrate le importanti rtcerclie 
del eh. Sig. Jaunelli ntìVop. topracit„i^. 185<89. 

(3) È qui opportuna la citazione delle seguenti parole di Iprocle, Comm, agli aurei 
earmi, p. 308-10, ed. di Londra 1742 : . . . npi; T^v oOpaviav icopstav ùatv cOCttvot 

ol lùv 9()ucMro^to^ (^9ix^;) àycòvciiv iOXvjiai 

. . TouxoK T^ xal tò ri); àTcoBccóasuc àicóxeiTai Y^p«;« ^ accìngano al celeste 
cammino coloro i quali sono atleti negli agoni della filosofia (morale) ..... 
• , . A costoro di /atti è riserba'o V onore dell* apoteosi. 

4 



50 III. LA FAVOIiA DAlflMOIIB. 

dcU'elMÌo (I)) e che la emva siasi tenuta simbolo dell' et^- 
nità (2). 

F. GARGAIiXI-GRIMALDI. 



(f ) Ddla timbolin rehnove tn ootMti aaiouU • Peraelont s'è per me ngmato 
ia ana moDoria pubbUeat» dallo Inatitnto archeologico nel t. XIII dei suoi AnmaU^ 
p. 124 Mg. 

(2) 3econdodiè af visa il tomaio filolego e antiqmirio Ba. Spanheim nel eomuMnio 
a Callimaco, Imtc a Dmma, t. 106. Bgli rqpnCa ohe gtt antleU avettero aaMoato 1' id«a 
dell' eternità a qam^ animale, perchè lo credettero oltremodo loogero ; della quale 
opinione poteansi da Ini addorre in testimonianu Esiodo preieo Plotarco, Della ees- 
saz, degli OraeoU, $ f f , e preuo Pliniov A. Ifai., TII , 49; Pantanìa , YIII, tO^ 4 ; • 
Teofraito preaKi CÌcefoa«, JktemLp HI» M» chiofaiido il qval Inogo l'eradito DaTÌea 
cita altri analoghi passagi. 



IV. ATHBNB MNBMON. 51 



ATHÉNÉ MNÉMON. 



Deux peintures de vases à figures rouges, Tun découvert 
dans un tombeau de Nola , l'autre dans les fouilles de Vulci , 
nous font connaitre une Minerve dans une attitude et dans 
une oocupatìon toutes particulières. Si le casque et Tégide qui 
recouvre b tunique talaire nous autorisent suffisamment à 
donner le Dom de Minerve à la déesse, on ne peut cependant 
méconnaitre qu il ne sagit gaère ici d*une Minerve qui pre- 
side aux batailles , mais plutót dune MineiTe qui protége la 
paix, puisque le bouclier ne sert point à couvrir son bras, 
mais repose à $es pieds^ et que la lance | appuyée contre son 
épaule, a la pointe dirigée vers la terre. Mais ce qui augmente 
beaucoup le prix de cette figure et lai assigne une place à part 
panni les nombreuses représentations de Minerve, ce sont 
lestablettes qu'elle porte dans la main gauche, et le itjrte 
qa elle tient de la droite et dont elle se sert pour prendre 
note deqiielquechose(.l), à en juger d*après la direction de 
sa téte. Sur Tamphore de Vulci , publiée dans le premier vo- 
larne des MonumerUs inedita de tlnstUut arekéologique ^ pi. 
XXVI, 6, on ne voit pas de lance auprès de la déesse; le 
revers du vase montre un jeune discobole que le savant in- 
terprete (2) de ce monument a cru devoir mettre en rapport 
corame élève avec la déesse qui lui enseigne le jeu du disque. 



(1) Minerre asùte sor on rocber ioAcrit one TÌctoire «ur le bouclier quVUe tient 
devaat tUe appuy* «or 1« genoo ; dcrricre la décMe on Toit la ckooette placée «ur le 
chapitean d^one colonne. Sardoine do mnsée royal de Berlin. Toelken , Gemmenvers. 
ni, Kl. Il, AbUi. VI, 327; Wimkelmann, Catal, deSiosch., U, CI. IV, sect. 209. 

(2) Gerhard, AnnaL de Cfnst, arch., X. HI, p. 230, 231. 

4. 



52 IV. ÀTH^NR MNBMON. 

Au sujet d*une amphore de Nola où Minerve se présente dans 
la méme action, tandis que le revers montre un homme 
barbu, drapé, appujé sur un bàton noueux et relevant la 
main droite d'une manière assez singuliére, M. Lenormant (1) 
approuva en general Texplication proposte par M. Gerhard , 
mais lui donna une plus grande valeur par le fait mjtholo- 
gìque qu*il y rattacha; il vit, dans cette scène, Minefve ensei- 
gnoiU à Palamede l'art de tracer des lettres. Le savant posses- 
seur de ce vase (2) parait avoir donne son sufTrage à cette 
interprétation ingénieuse , parce que , ajoute-t-il , le jeu du 
disque iaisait partie des inventions nombreuses attribuées à 
Palamede. 

Je regrette de ne pouvoir découvrir, dans aucune des deux 
peintures, rien qui justifie cette explication. La déesse que 
l'on considère comme institutrice ne parait pas s*occuper da 
ses élèves , qui , à leur tour, semblent rester Àrangers à l'oc- 
cupation de Minerve. Il faut donc, je crois, examiner la figure 
de Blìnerve , indépendamment des figures du revers qui se 
rapportent très-probablement au gjmnase, comme tant dau* 
tres du méme genre. 

En recherchant d'abord le sens general qui résulte de l'ac- 
tion de tracer des caractères sur des tablettes , on se convain- 
era aisément que dans l'antiquité on ne s eloignait guère dea 
habitudes de nos jours, puisqu'en prenant note des faits, soit 
historiques , soit particuliers , on cherchait à en perpétuer le 
souvenir. 

Le vers 178 des Suppliantes d'Eschyle, où l'envoyé dit aux 
Danaides : Je conseille de garder mes paroles^ en les mettant 
sur vos tablettes : 



(1) Voyez due de Lnynes, Detcript. de quelques ^imtes ptitUs éinuques, italietes, 
sieiliens et grecs, pi. XXXV, p. 20. 

(2) Dac de Luynes, loc. cU. Cf. Lenormant et de Witte, Élite «Us mon, céramogra^ 
jthiques, t. I, p. 253. 



IV. ATUÉ:«£ MNÉMON. 53 

et la réplique des Danaides, v. 207 : Nous auroìis soia de nous 
rappeler 7H>s ordres prudents : 

^uXa^o]jLev Zi ròE^^s (x.Cf4.vTÌcr6at otOcv 
KeSvìc lfipeT{i^c 

prouvent à révidence la justesse de notre observation^ puis- 
que le mot (Ae[Ji.v^<T6at offre lexplication du mot ^eXTOUfiiivac. 
Cest dans un sens tout à fait pareli que Prométhée (1) re- 
commande à Io dìnscrire dans les tablettes de son esprit les 
courses qu elle sera obligée de faire. 

*Hv ìf^^éa^M A (Jivi^fAoatv $£Xtoic ^pevìov. 

Clio, la muse de rhistoìre {memoria rerum gestarum)^ se 
Yoit communément sur les monuments de Tart ancien, de 
quelque matìère et de quelque epoque qu'ils soient, avec des 
tablettes et le style à la main. De méme nous uppelons ces 
sortes de tablettes Memorandum ou Souvenir; les anciens 
avaient pour le méme objet un nom tout à fait analogue. 

Après avoir établi le sens de l'action de la figure principale, 
il nous importe de découvrìr une épithète qui réponde à sa 
fonction , et qui , indépendamment des peintures des vases , 
sappuie sur les témoignages de Tantiquité littéraire. 

Nous rencontrons quelquefois la Minerva Memor dans des 
inscriptions latines (2). La plus importante de toutes (3) nous 
apprend que Coelia Juliana consacra une statue votive de Mi- 
nerva Memor, après avoir été guérie d'une grave maladie, 
gràce aux remèdes que la déesse lui avait indiqués. Ce fait 
curieux doit étre rapproché de la consécration du tempie 
d*EscuIape à Naupacte ; ce tempie fut élevé par un particulier 
nommé Phalysius. Phalysius était sur le point de perdre la 



(1) AEMhyl., Prometh,, v. 7S8-789. 

(3) CsTedoni, Bull, de VlnstU. arch.^ 1834, p. 109, sar vii marbré TOtif de VAgcr 
Piceniùms. 

(3) Gruter, Thes. ìnscr. Lai.» t. I , LXXXI, 9. Minervai Memori Cmtia Juliana ìa> 
Julgeruia medieinarum ejus infirmiUtU ^ntvi liberata D. S. P Ci. Orellì, Tnscript. Lat . 
select., n° 1428. 



54 IV. ATHEIffÉ MNBMOH. 

vue, loroqu une femme poéte lui presenta, k la sulle d'une 
vision, des tablettes écrites (<Te<n)(ia«|A^v JfiiTOv), en Venga- 
geant à les lire sur-Ie-champ ; ce qui , par miracle, lui fut aisé , 
malgré 1 etat désespéré de ses yeux. Outre lordonnance me- 
dicale, les tablettes contenaient la demande de deux mille 
pìèces d*or, que le convalescent s'empressa de payer à son 
médecin (t). 

Cette Minefva Memor des Romains pourrait bien devoir son 
origine au eulte antérìeur d'une ÀOiivii Mvi{(i(ov, chez les 
Grecs, quand méme on le restreìndrait à une statue votive de 
la déesse. C*est à cette déesse qu il faut rattacher les paroles 
d*Àmobe (*2) : Nonnullos (scil. dixisse Minervam esse) Memo- 
niAM unde nomen ìlinMvrAjbrmaium essBj quasi quoedam Mb* 
iiinbbva; et les extraits de Festus(3) faits par Paul Diacre: 
Mineiva dieta quodbene moneat. Hanc enim pagoìii prò sapiens 
tiaponebaai. 

Serait-ce trop hasarder que de croire qu une Athéné pareille 
fòt représentée sur l'Agora de Corinthe (4), par cette statue de 
bronzo dont la base ^tait omée des neuf Muses en bas-relief ? 
surtout lorsqu on considère qu en place de Mnémosjrne, consi- 
dérée comme mère des Muses, nous rencontrons quelquefois 
Minerve (5) , ou une déesse qui rentre dans le méme ordre 
d'idées, Moueta (6); que, d'accord avec cette genealogie, les 
Muses elles-*mémes portent lantòt le nom de Mveiat (7), taniAt 
celui de Mnémonides (8); enfin que le Prométhée d'Eschyle (9) 



(1) Paii8.,X, ss. 7. 

(2) L. Ili, p. 118. Cf. Mmémon, qui «ocompasiui AcbiUe à la guerre de Troie 
d^aprèa les ordres de lliétis , pour lai rappeler (Oico|U|a,v)Q(nift0v) qii*U ériUt de tuer 
nn fila d'ApoUon. Taetz. ad Lycophr. Cassandr., 232, 233. 

(3) lib. XI, 91, p. 123, ed. Mùller. 

(4) Pana. Il, 3, 1. A moina qu^Atfaéné, occupant aoaa la forme d'ane ciiharède la 
place d*Apollon, ne figure à cet endroit comme Minerva Muùoa. 

(6) I«d., Ori^.,IU, 14. 

(6) Hjgin., Praif., p. 9. 

(7) Plularch., Sympt^mc, IX^ 13, t. VUI, p.^64, ed. Reiake. 

(8) Ovld., miam., V, 268. 

(9) V. 461. 



IV. ATHMS MHBIIOll. 55 

inYoque Mneméj non-seulement comme mère des MuseSi mais 
aussi comme auteur de loutes choses. 

Désignation qui conyient à Athené plus qu*à toute autre déesse 
de la religion grecque. 

Puisque Aihiné Mnémon remplace Mnémi^ la mère des 
Muses , il s*eDsuit naiurellement qu*eUe exerce une influence 
de protection sur Téducation de la jeunesse ; c*est pourquoi 
le prix que les professeura recevaient pour leurt lenona s*ap* 
pelail à Rome Minerval (!)• 

La figure da rerers de fun des deux rases , figure daus la- 
quelle OD a voulu reconmutre Palamede i pourrait hien ne 
designer qu'un sunreallant ou oompagnon d*un jeiine éphèbe, 
une espèoe de Mentor^ (a.vi{|miv« Gelui à qui on aVait confié la 
garde d'Achille et le soin d'empècher qu'il tuàt un fils d*Apol- 
lon 9 tei que Tennèa , portait en effet le nom de Maémom (2). 
G'est ainsi que la relation entre le sujet du cóle principal et 
celni du coté oppose se trouverait rétablie. 

Tk. PANOFKA. 



(t) Horat.,1.^^ TI, 75. 

(ti Titta. M^Lveoplir. CMM/ub-., taiì. 



56 V. DIÒNYftUS 



DIONYSUS ET LES GABIRES. 



(PI. B, 1845.) 

M. Gerhard a public, dans son Élite des Fuseg peinis, t. f, 
pi. L et Lf j une peintpre fort remarqiiable k figures rouges, 
tracée sur une calpis de Yulcì, peinture que cet archéologu^ 
a expliquéè, p. 178 da méme ouvrage, par Fexpédition de 
Baoehus aux Indes. «Dionysus, dit notre savant confrere^ 
« oaractérisieMpaT la branche de Herre et le canthare, va à la 
« rencontre de deux Barbares costumés d'une manière étrange, 
tt qui , la téte couronnée <le Herre , paraissent déjà sé railier à 
^ son eulte, frappés de lapparìtion dn dien, ou peut-étre con- 
« tre leur gre entrainés par le compagnon de Bacchus. Le pre- 
« mier de ces Orientanx semble se retirer en tremblant; Mer-^ 
«cure, ìniervenaiit ici comme messager et compagnon de 
R guerre de Bacchus , va , en sa qualité de médiateur, les 
« prendre par la main. Il tient, outre son caducée, un faisceau 
« d*écritures, qui contìennent peut-étre les institutious diony- 
t siaques. Le dieu thébain , rappelant d*un còte Déméter Thes- 
« mophoros , qui porte un rouleau et de Tautre Alexandre le 
« Grand, dont Texpédition dans les Indes serrit au développe- 
« ment poétique de celle de Bacchus, assiste à cette scène évi* 
« demment comme législateur, quoique dans cette hjpothèse 
« la prose de Diodore (II , 38) doive compléter la docte inspi- 
« radon de Nonnus. » 

Tout en accordant au savant interprete le ménte incontes- 
table d avoir bien fixé le sens et le motif principal de Faction 
qui nous occupe^ et d avoir précise avec sagacité le caractère 
particulier de Mercure et celui de Bacchus (plutòt indien ce- 
pendant que thébain), je dois regretter de ne pouvoir en dire 
autant des deux autres personnages, qui, loin d'avoir été sou- 



ET LES CABIRES. 57 

mis à UD MLSimen approfondi , ont été plutot, par suite de la 

préoccupation de Tinterprète pour Texpedition indienne, trans- 

portés dans une région qui leur est parfaitement étrangère. 

Si Fon regarde avec attention les deux personnages barbus, 

cooronnés de Iterre et revétus d'une cuirasse à palmettes cìse- 

lées qui recouvre lenr tunique plissée , on ne trquvera aucun 

motif pour les designer comnie Barbares, et notamment comme 

Orìentaux, puisque chez ces nations Tusage Constant du yéte- 

ment exigeait des pantalons, ava^upi^e;, que nous chercherions 

en Yaìn dans le costume des deux hommes dont il s'agit ici. 

Mais ce qui noiis empéche surtout de partager lavis de 

M. Gerhard à Tégard de ces deux personnages, c'est Tabsence 

complète d armes offensives ; les Indiens , toutes les fois que 

nous les rencontrons combattant Dion7Sus(l), paraissent ar- 

més de pied en cap, couverts du casque, munis du bouclier et 

armés d*une lance ou d*un glaive. £n revanche, la similitude 

de physionomie, de taille et de vétement, que nous observons 

chez ces deux hommes , nous parait assez reraarquable pour 

nous autoriser à supposer ici deux frères, dont Tun pla^ant sa 

main sur l'épaule de Tautre et s attachant de sa main droite 

au bras droit de son compagnon , annonce clairement une 

intimité de rapports qui s accorde parfaitement avec notre hy- 
pothèse. 

Souvenons-nous de la manière dont Vulcain se présente 

dans les peintures (2) qui nous font connaitre son retour à 

rOljmpe, où la plupart du temps il porte une cuirasse par des- 

sussa tunique courte, et Tidentité de vétement que partagent 

nos deux personnages avec le dieu des forges, nous engagera à 

reconnaìtre sur notre pein ture, également des dieuxdufeu(à), 



(1^) Gerhard, AuserUsene FascnbUdtr, I, Taf. LI, LXIII, LXIV; Creuaer.^x'n^^^» 
troùiène édition, t. I, Taf. IX, 33; Millio, GaUr, mjth,, XXXVIII, 236; Guigniaut, 
fl«%.,pl. CXLVIII,447. 

(2) MiUio, Fatu peints, I, pi. X; GaUr. mjth,, LXXXYII, 336; Fases peints, II, 
pi. LXYI; GaUr. mjth., LXXXY, 338 Cf. Lenormant et de Witte, Élite dei Mon, 
cèrumograph., I, pi. XLI et suiv. 

(S) Cic, de Nat. Deor., Ili, 21, ed. Creuxer et ibi obss. 



58 V. DIOMTSCS 

tìffaiOTicove^. Cesta Nonnus(l) que nous devons des rensei- 
gnements précieux sur ces sortes de démons ou de génies ; 
gràce à ces renseignements, le sens de cette peinture ne reste 
plus douteux. Daus le poéme de Nonnus, les fils d'Héphestus 
et de Cabiro, les deux Cabìres, jilcon et Eutymédon , adjoints 
au cortége de Bacchus, participent à son expédition aux Indes. 
Ce récit pourrait, au premier abord, nous induire à suppo- 
ser que le peintre de notrevase a voulureprésenter Mercure 
sur le point d*enróler les deux Cabires dans Tarmée de Bac- 
chus; mais Tabsence complète darmes, Tintervention de 
fiacchus, prive ici de son thyrse et du secours de la panthère, 
qui ailleurs combat ayec chaleur à ses cótés , enfin les attri- 
buts pacifiques de Mercure, nous oblìgent à abandonner 
cette hypothèse. D'ailleurs Mercure , dont les fonctions de 
médiateur n*ont pas écbappé à la sagacité de notre coUègue, 
se voit ici dépourvu d*attrìbuts roilitaires : sa téte ornée, non 
pas d*une couronne de lierre comme celle des trois autres 
acteurs de la scène, mais d'une bandelette (2), ainsi que le 
diptyque qu'il tient de la main droite , révèle d'une manière 
peu équivoque sa qualité iHépopte^ présentant les deux Cabires 
a Bacchus pour les initier a ses mystères. A la Tue de Tim- 

(1) Dionyiiae., XIV, 17 sqq. 

Ilpwm (ùv k*. Aif)|xvoio icvpiYXcóxtvoc ipiimic 
^[ìy) àc^X^eaoa, £à|iou icapà tivonSi irevxxi , 
*rtéac llfOtCoTOio dt3b> 6<0piile Kafeipouc, 
Ouvo(M (»iTp^lxovrac ófA^YVtOy^ oO« icópoc &|tf» 
Oùpavi()> x''^^ "^^ 8pifii9a« Kofieipió , 
'AXxcov, E^p^uyv xt , 8onq{&ove< hrffl^iwrio/;,. 

Morréas blesse EttrjmódoD (Noon., D'utnys,, XXX, 45) qai doit sa gaérìcon à 
l'art de son pere Vnlcaiii, dont il aTait imploré le seconrs (Ilonn., Dùmjrs,, XXX, 
100-105). 

(2) Theo Smyrn., Matkem., I, p. 18, ed. Bull. Mv^ffEu; 6è pipv) itévtt.Tò |ùvnpoy)- 
youfievov xotOapxóc. — MexàSèxi^v xàOap9tv Seurépa Sonv Vj tfj; tEXetfJc itapdé- 
8offi;,Tp(Ty) 8è^ iicovo|fa2;otiivif}*EicóicTeia'TerapTy)8à6 5i^xaiTlXoct9|cntoicTe{a;, 
àviSeai; xal aTe(i,|&àTa>v Ì%i^t9iQ,&^txaì ir^i; &; tic nap^Xafc teXfTÒc na- 
poSoiìvai ^uvottiOai, ^cfBoMxi^ Tvxóvta ìi i6po9ttvT(a< ^Ttvo; oXXv); Upwavw);. 'H 8è 
icéfjLicTT) ifii(«0Tc5v nepiY^vofiivY) xatà tò Oeo^iXè; xait Oso?; o\)v8iaiTÒv eO$«tfiovia. 
Cf. Mui. Blacas, PI. Vili. 



BT UIS CABIRBS. 59 

posante figure de Bacchus, les Cabires paraissent effrajés 
«t n'osent aYanoer : le dieu, au contraire, va à leur rencontre, 
et leur offre la main pour les rassurer et leur témoigner sa 
bienveillance. 

A coté dea Cabires, dont la magnifique armure rappelle le 
nom deprincesj dcvoocTec, titfe que la religion grecque donnait a 
ces génies, e* est principalement Hermes qui mérite de fixer notre 
attention. Cicéron (1) ledésigne comme le cinquième Mercure^ 
adoréparles Phénéates (2)^ se réfugiant en Egypteaprès avoir 
décapité Argus (3)5 et enseignant aux habitants du pays les let- 
tres, les chifires et les loia : e est le Thoth des Ég jptiens. Outre le 
caduoée, Hermes porte un diptyque ferme par des courroies, au 
milieu desquellea on apercoit un roseau taillé pour écrire : 
le diptyque (4) contìent sana doute lea caractères sacréa (Upà 
ypaf&(iaTat) des mystères de Bacchus, auzquelsles deux Cabires 
vout se faire inider, corame Hercule et les Dioscures (5) qui 
prennent leur grade dans les mystères de Cerès (6). 

Th. PANOFKA. 



(1) Gc, de Nat, Deor.^ Ili, 22, ed. Crevter. 

(2) MiìUtr, Jhmkm, der alig Kmnst, I, UI, 179. Monnaie d'argent d« Pbéiié«, 
d'Arcadie. Téle de Penéphoae. |j|. Hermes «Tee le pétase , la cfalamyde et le cadacée 
portant le petit Arcas à ses nonrrìces. 

(3} Panofk.a, Argos Panoptes dans les Mèm. àe VAcad. de Berlin, 1837, Taf. ITT, V. 

(4) Pai pronte aillenrs {Argot PamopL, L e.) qne le diptyque sere d^attribut eano- 
térìftiqae à Tépopte. 

(5) Cabinet Pourtalès, PI. XVI, p. 87. 

(6) L*uticle Aa(Utox6; chea Etienne de Byunce m*aTait sédnit d*abord, et m'araìt 
porte à croire qne le peintre de notre Tase avait Tonln représenter lea denx géants 
AicDs et Lycnrgne. Ces denx personnages s^étaient opposés à Dionysns qn'ils araìeiit 
lié et precipite dana un flenre. BCais ea réfléchisaant que« dans la peintnre qne nons 
afoas soBB les jtmx (pi. B» 1846), on ne Toit ancune trace d*nn traitenent partii, 
fa'oa ne décoaTre aoUe aaimoaité de part ni d^amtre, et» ce qui nons iaoporte daTan* 
tage» qne dans le rédt mytbtqne qne nona a eonserré Etienne de Bysanoe, il esl dit 
qae Mercure, après aToir renda la liberto à Bacohns, éoorolia Asona, dont la peau 
dcTÌnt propre k coatenir du TÌn , origine dn 0K>t durxoc (omtre)i en réfléeliissant à tout 
cda, dia-je, je me saia oonTaineu que la peinture qui fint le siget de ces reobercbes 
■'a rìcB de CQraoias avec le nytlie d'Ascns et de Lyoargue. 



60 VI. MAR&YAS 



MÀRSYAS ET OLYMPUS. 



(PI. CetD, 1845.) 

Une aniphore ornée de peintures rouges sur food non* et 
conseryéeau musée de Berlin, aété deux fois(l) robjetd*une 
descrìption explicative sans que le vérìtable sens en ait été 
découvert. Cette amphore parait mérìter d etre publiée avec 
un commentaire qui en fasse connaitre le mérite. 

Du coté principal on voit un jeune pàtre assis sur un rocher, 
et ayant devant lui un arbre dépouillé de sesfeuilles; ce jeune 
homme est coiffé d'un bonnet de peau ; il est yétu d*une coarte 
tunique de laine ; les pieds sont chaussés ; il joue de la doublé 
flùte : près de lui une brebis et un chien servent à designer le 
troupeau confié à sa garde. A peu de distance^ vers la droite, 
un Silène, couronné de lierre, danse avec passion , si lon en 
juge d après Vattitude des mains et Tétat ithyphallique, le regard 
toumé vers le musicien : une seconde couronné de lierre en- 
toure son cou. {f^oir pi. C, 1845.) 

Cette scène entre, selon nous, dans le domaine de la my- 
thologie, et retrace les relations intimes qui attachaient le Sì- 



(I) LerexoWy f^erzeiekniss der Fàsensamtung de* K. Mus., n® 841. Amphore de 
Nola tronvée k Loeret. Coté principal : nii jeooe pAtre «mù sur nn rocher, ooifle 
d'on bonnet et vétu d*an manteau de pean, les pieds chaus&és, Jone de la donble 
flftte. A coté de lai» deus aaimanx qui paraissent étre des chiens. Derant lui, on 
arbre sana fenillea et nn Silène à qneue longne, la téte cbaoTe, les bras éteudus , dans 
une pose indecente, i— Gerìiard , BerUn's AiUike Bilàwerke , S. 244. Amphore de 
Nola. Hant. 1' 1"; diam. 7 3/4. Un jeune pi tre eo habit conrr, coiffé d*un bonnet, est 
assis snr un roclier et joue de la doublé flùte. Devant Ini est un arbre; au-de&sous de 
lui rcposent deux animanx ; ce sont plutòt des brebis qne des chiens. Un Silène ithy- 
pballique se trouTC en face. Selon toutc appareoce, cette com|}OMtion nous offre une 
image asscz rare de rapparition des génìes iMichiqaes parmi Ics murtds. 



KT OLYMPUS. 61 

UneMarsyaSj cornine maitre et amant(l), au bel Olympus, 
Les parois des maisons de Pompei nous ont ofFert plusieurs 
peintares (2) relatives a Marsyas, enseignant à son jeune élève 
Olympus à jouer de la doublé flùte. Un tableau de la galerie 
de Naples, décrit par Pliiiostrate (S), peint TefFet extatique 
produit par la beauté d*01ympuSy jouant de la flùte, tant sur 
son maitre de musique Marsyas, que sur les autres Silènes 
et Satyres du cortége bachique. 

Un scarabée étrusque en cornaline (pi. D, 1845, n** 1), grave 
dans l'Atlas des Monumenti inédiU de Micali (4) , et décrit 
d une manière inezacte, me semble reproduire la méme scène, 
etpeut, en quelque sorte, nous dédoramager de la perte du 
tableau napolitain. Le peintre de notrevase avait évidemment 
chobi le méme sujet en représentant Marsyas conime araste 
en fiice de son éromène Olympus, d'une manière si expressive, 
qu'il y a lieu de s*étonner que depuis longterops le vrai sens 
de la composition n'ait pas été compris. 

Si nous passons au revers du méme vase (pi. D, 1845, n"* 2), 
nous trouYons que les deux interprètes (ó) n*ont pas été 
plus heureux ici. Un personnage drapé et appuyé sur un 
beton à béquille, parait s*étre leve du roc qui lui servait de 
siége ; il écoute un jeune homme vétu d*une manière ana- 
logue et tenant des deux mains un grand drap. L*absence 
d*un bassin , XouT)i(p, d*une hydrie, ou ce qui ne manque jamais 
en pareille occasion, d*une éponge, d'un striglie et d'un lécy- 



(1) Amn. de Vinsi, areh., t. Il, p. 105, tar. d*agg.. E, 1830. 

Ì^Y^iU, SErcol., t I, UT. IX 1 1. Illi UT. XIX; Mus. Boro,, toI. X, Ut, IV; toI. X, 
tar. Xyi. Cf. P»a«., X, 30, 5; Plin., U. N., XXXVI, 5. 

(3) Phtiostrat. Senior, Imag. I, 20. 

(4) Monum, per servire alla storia degli ani. pop» ital.^ Firenze 1832, Ut. CXVII, 5. 
« Quattro Sileni, poste a terra le otre ^vinarie, tripudiano in tra lorog un altro Sileno 
• sedente suona le tibie, » L'absence de qoene proaTe en fiveur de mon ezpUcation, et 
ce que Micali óu »on dewinatenr a pria pour de la barbe sera probablement le 
meoton. D*aiUears l'étoile placée deTant ce personnage n*e«t pas ane cbose indiffé- 
rale et ne conTÌendrait gvère à Marsps. 

(ò) LeTcxow, /. e. ReTcrs : deux jeunes gens drapéa, dont l'nn tient un bàton, l'au- 

tre ttn grand drap carré qn il déploìe M. Gerhard, /. e, s*exprime dans les mémeR 

tcrmes et ajoute : « Pent-étre ponr le bain. » 



62 VI. MARSYAS ET OLYMPUS. 

thus suspendus à la niuraille, de méme qne Toubli d*un mas- 
que comme bouche d*une fontaine, nous empéche de recon- 
naitre ici une scène de bain dans laquelle ce drap aurait été 
destine à essuyer le corps. Gene réflexion m'oblìge à ne point 
ranger cette peinture parmi les scènes de la vie privée, mais 
à lui accorder une place plus élevée parmi les sujets religieux. 

Ce drap porte par le jeune homrae se rattache, à mon avis, 
à une action grave et sacrée, savoir au péplus qu'un garoon 
portait dans la procession des Panathénées pour l'oiTrìr à Mi- 
nerve Polias (1). Il suffit de compArer avec notre peinture le 
groupe sur le còte orientai de la frise du Partbénon (pi. D, 
1845, n* 3), où le prétre d*Erechthée confie le péplus sacre à 
un jeune gar9on pour le porter proce8SÌonnellement(2), et Fon 
nous dispenserà, j'espère, d'alléguer d*autres arguìnents (3) en 
faveur de notre explication. Le groupe de la composition de Phi- 
dias répond à notre peinture, non-seulementà Tégard du point 
essentiel, c'est-à-dire du péplus, mais aussi à Tégard de la di- 
gnitéet de l'àge qui distinguent les deux figures, puisque celie 
qui est à gauche annonce le rang sacerdotal, sur notre vase 
par le bftton , sur le marbré par la barbe et le vétement long. 

Quant aux rapports plus étroits qui unissent les peintures 
des deux còtés de cette amphore, je n*oserais trancher la ques* 
tion, quoique les brebis du coté principale se rattacbent à 
Minerve Ergane (4) comme lui fournissant la laine, circons- 
tance qui pourrait bien servir de point d appui à une pareille 
hypothèse. 

Thibodo&b PANOFKA. 



(1) Meier, Panathenaen duca VAUgem, Eneyklop, </• fFùt, u, KùMsté, S. 2S6; Pa- 
Dofka, Griechinnen wk/ GrUeken, S. 5. 

(2) StoAit, voi. II, eh. I, pi. 33, 24; CoUeet, £igin, 19, p, 167; MiiUer, Dcakm. 
deraUt MuMtt, I, XXIII, 1 15 f. 

(3Xyoir dans Bu-toli et Bellori , Admiranda Rom,, Uh, 37 (65) et 41 (69); Mailer, 
Démkm» deràUe Kunst., I, LXYI, 346, le gronpe de U frite da Forum PalUdìam de 
Domitieii. 

(4) Pitt, tCErctU^ t. li. Ut. XU; Oem. Alex., Pnttre^^ p. 34, G lAÌxm, Sé xai 
6*v6ftioi iipó6atov ac6ov9t. 



VII. LA GBSSION DB CALAURIA. 63 



LA. CESSION DE CALAURIA 



A NEPTUNE, 



( JfOJMJH., tOB. H, pi. LX.) 

QuandM. Forchhainnier(l) expliqua le sujet représenté sur 
lefameuz miroir étnisque de Toscanella (2), par les trois dìifi» 
mtii qui successtpement ont preside à Voracle de Delphes^ et 
reconnut sur le manche du miroir la localité personnifiée par 
le géant Python y tenant de chaque main un dauphin, il aurait 
été difficile de refuser son suffrago à une interprétation ausai 
ingénieuse que savante; dautantplusqu'un accord parfait s*é> 
tablit ainsi entre les divers personnages qui intenriennent dans 
cette scène, et les détails du sujet mythique qu'on y supposait 
représenté. Thémis seule, irritée peut-étre de ce que le spiri- 
tuel archéologae n*avait pas tenu compte de ses titres à la 
possession de l'oracle de Delphes , antérieurs , non*seuleroent 
àceux d'Apollon, mais méme à ceux de Neptune, et mécon- 
lente de la place subalterne qu*on venaitde lui assigner, malgré 
ses droits bien fondés à siéger à coté de Neptune^ tira ven* 
geance de Tantiquaire de Riel et lui arracha la palme de la 
yictoire, en lui laissant méconnattre le sens du nom étrusque 
HA)30. Ce tnéme nom avait déjà pam, sur un autre miroir, 
au-dessus àìÉoe ailée, qui soUidte, en méme temps que Thétis, 



(1) Ann, de Vinsi, areh,, X, p. 376-)9l. L'occnpitbn de l'onde de' Delphes par 
Apotloo. 

(3) Actadlement an Miuée Grégorien da Vatican. Braun» Bull, dt l'Jnsi, areh.^ 
\UZ, p. 89; Gerhard, Etmék. Spiegel, Taf. LXXVl; Mus. etr. Gregor., I, tab. XXIV. 



64 VII. LA CESSION 

la protection de Jupiter pour son fils qui va s*exposer au com- 
bat (1). Et cependant, malgré cet exemple décisif, M. Forch- 
hammer refusa de reconnaìtre l'Aurore sur le miroir de Tos- 
canella, et donna la préférence à Thémis.. 

La nécessité d*abandonner la dénoniinatìon de Thémis 
pour revenir à celle de TAurore ayant été depuis généraletnent 
reconnue, M. Fabbé Cavedoni (2) proposa de voir ici \ Aurore, 
au moment oh elle recommande sonjils Memnon a la protection 
d*Àpollony et cherche en méme temps à apaiser le courroux de 
son antagoniste Neptune. Cette explication manquait de Tappui 
indispensable qu*on doit chercher dans le témoignage de Tanti- 
quité littéraire, et tombait peu daccord avec les intentions des 
personnages mis en scène par le graveur du miroir. 

Cest pourquoi M. Émile Braun (3) essaya, à son tour, de 
proposer une nouvelle explication qu'il presenta comme plus 
simple et plus naturelle que celle de M. Forchhammer. Le mi- 
roir lui parait retracer Xunion des trois grandes divinités cosmi-- 
queSj c*est-à-dire, du Soleil et de TAurore dans l'empire de 
Neptune, au sein duquel, selon Tinvention des mythologues, 
les deux divinités vont chaque soir chercher leur repos^ pour 
recommencer le lendemain matin leur voyage celeste durant le 
jour. Je ne m'arréterai pas à démontrer le désaccord sensible 
qui existe entre cette explication et la gravure qui fait robjet de 
notre travail. Je vais dono à mon tour soumettre une qi^atrième 
interprétation au jugement du lecteur. A la vue dumonument 
se présente la question de savoir dans quel but jlpollon et VA^u- 
rore^ appuyée sur son épaule^ se trouvent en présence de Neptune 
assis , et quel peut étre le sujet du discours que Neptune leur 
adresse? La présence du géant, tenant deux dauphins^démon- 
tre clairement que la scène se passe a Delphes. La pose de 
Neptune, assis sur un rocher, nous apprend que le dieu des 
mers est encore maitre de Delphes et de son oracle. La co* 



(I) Braun, Bull, tlf l'fnst. aicfi., 1837, p. 80; Mas. etr. Gtr^or., I, tal». XXXI, I. 

e?.) Bull, (ùr l'fnst, arch., 1839, p. 139. 

(.'*) Bull, de rinsf. arch,, 1837, p. 74 et suir. 



DB CALÀURIÀ. 65 

t 

ionne(l) ati oentre de la scène, sur laquelle 1* Aurore appuìe 
son coudedroit, d^gne le sanctnaire. Or, seloo moi, Apollon 
arrive ici à Delpiies et propose à Posidon un échange, cest-à- 
dire, la cession de Foracle de Delphes contro File de Galau- 
ria (2). Quant à Yilede Calauria^ elle nous paraìt personnifiée 
^v\ Aurore^ puisque le nom de cette i^esignifie ìe.belmrdu 
matìn , xoXiò owpa (3), coimne Aurora désigne Vheure ile r^ura^ 
ccupa^ £pa. Pour mieox se rendre conipte de ce rapproche- 
ment, il faul se rappeler que le bàton pastoral du dieu du ma- 
tin, de Pan, sappelle JiAXaCpo^j/ (4) et que les habitanu de Cy- 
pre, désignaient, par le mot xtvaupa, lair froid qui s elève à 
l'aube dn jonr (5). Galauria s-identifieraii dono sans peine ayec 
Aglauros^ la lueur du matin , atyX» otupoc^ (6). 

Sur notre miroir Apollon vìent de proposer à Neptune de 
sunir avec cette Galauria, comme dans le mythe relatif à Tìle 
de Rhodes qui retra^ait les aniours de Posidon et de la nymphe 
Halta (7). Si Fon adopte cette explication , on comprendra 
également pourquoi dans le cuhe de Posidon à Galauria, une 
jeune fiUe remplissait jusqu'à Tàge nubile les fonctions du 
sacerdoce (8). Neptune parait demander, en montrant Galau- 
ria: «G^st celle que tu me proposes en revanohe de Tabandon 
de Delphes?» Galauria, se rapprochant d*Apollon Hélius, 

(f ) Et non pu un trépied, comme dit M. Forchhammer, Ann. de Vìnsi, arck.^ X 
p. 177. Comparez Bèméra tippujét sur une colonne, vai Ics mcdaiUca à*ffiméra (Combe, 
Mus. Bumt., r. 30, XXIV). 

(J) Pansan. X , ò , 3. IIo<iìit3òSvt & àvtt tou (lavrciou KaXotuptav àvri^ouvaf 9amv 
oùtQfV (ac. !4icó>Xaivo^ x^ft icpò TpoiC^ivoc* 

(3) Compares Caladé, nom d*nne tìIU de la Sicile, dé«igo«qt le beao rìvage 
njxìài òxTT) ; et Uadjcctif xa>ii{upo<. 

(4) Hcsych., sub nferbo. 

(5) Hc»ych. i;. KivaOpa' i|wxo;, tò à|Aa i^|upa KOicpioi. Ce pa^agc d'Hésyrliius 
fonrnit le meilleiir oommeataire poar Texplicatioii de la tétc da veni frappée par le 
floleil Icrant qui, iocoinmodé par le souflSe, se retonrne pocr lui donner nn coop de 
fonctdans la figare. (G'erbard, Etr, Spieg,, Taf. LXXII.) 

(6) Crcuzcr, Symbol., fi, S. 325 ff.; Welcker, y^schyl. Trilog., S. 286; Gerhard , 
Hjrperbor, Siud., I. S. 66 ff.; Mailer, Allgem. Encjrkhp von firsch, HI, (0,89. 

(7) Diod. V, 55. Balia dcricnt Lcneothea, la dée«sc de Taube da jour. Moller, 
^£gm., p. 27. 

(8) Paos., Il, 33, 3. 

5 



66 VII. LA CESdaON 

trahit son désir de rester unie à son ancien maitre et com- 
pagnon de voyage : ce désir de Galanrìa noos étonnera nioins, 
quand nous nous rappellerons qu'Apollon Hélius avait eu à 
Cala uria un tempie d*une haute renommée et plus ancien que 
ceux de Délos et de Delphes(l), et que File de Calauria elle- 
méme aTait porte le nom XHypéria^ nom qui indique ses rap 
ports intimes aveo Hypérion, le dieu Soleil (2). 

Si nous passons à la partie épigraphique du miroir, corosie 
feu O. Mùller (^) a rattaché avec bonheur le nona Uni à Au- 
seUus^ le soleil 'chez les Sabins, il ne reste plus qua expliquer 
les noms des deux autres personnages, Nethuns et Thesan. 
Quoique l'interprétation de Nethuns par le Neptunus des Ro- 
inains, avec roraission delaconsonne^, s'ofFre la première yje 
préfère cependant entendre le mot de Nethuns dans le sens de 
filer et de nager^ vy(6ci) ; de cette manière nous obtenons un 
nouveau synonyme de Nerlus. 

A régard du nom Thesan , M. Forchbammer (4) le fait de- 
river du mot grec Oacn, àucer^ aspirar^ dont il fait venir aussi le 
nom de Theseus; il traduit Thesàn par « une femme qui cupire^ 
« ce qui indique la déesse qui attire les vapeurs dans 1 air» » 
Daccord avec mon savant collògue sur la parente des noms 
Thesan et Theseus , j*aime cependant mieux faire valoir, en 
faveur de ces deux noms , rétymologie de Oeaa>, voir^ regarder^ 
et rapprocher Theseus de Yjépollon Théarìus{o)^ auquel Pit- 
théus, le grand*père de Thésée, avait erìge à Trézèneun 
tempie célèbre par sa haute antiquité, et bien antérìeur à 
celui de TApollon Pythien à Samos (6). Il iroporte beaucoup 
dans cette recherche de remarquer que le eulte de l'Apollon 



( i) Pana., II , 33, 2. KaXaOpeiBv *Aicó>X«avoc lepàv tà Apx^^ ^"'^ Xér«uoiv , Sn mp 
ìjoavxBl ol AcXfol fToott^cavog. MiiUer, Dorier^ I, S. 442. 

(2) Mùller, jSgin., p. 26. 

(3) BuU.de Vfnst, areh., IS40, p. 11. 

(4) Ann. de rinst. arek., X, p. 290. 

(5) Creuzer, Symbol., lY, S. 119; Gerltard , Anseneteme f^asmhiUer, I, S. 64, 
not. 116; Forcbbammer, Hellenika, S. 137. 

(6) Pani., 11.31,9. 



i 



DM GALÌlUIIìA. 67 

Théarius était établi à Trézène ciont le domaine embrassait 

niedeCalaurìa quenous croyons étré persoimifiéepar l'Aurore 

du miroir de Toscanelia. Puisque cet Apollon devait l'épithète 

de Théarius k sa qnalité de dieu Soleil qui voit tout et qui enr 

tendtouty nous ne pouvons guèrenous étonner» de rencontrer 

les astres du matin et du soir, les deux Dioscures, près de son 

idole à Trézène (1), évidemment dans le méme sens dans le- 

quel y èut lidfrè^ iniroiri Éof Qàlamià se nleotre coiAiiie laco- 

lythe du dieu UsiL Souvenons-nous encore qua cause de son 

séjour sur le^ somniets des moniagnes Pan figure dans la reli» 

gioD grecque coniine Vespion (xaTd<ncoiro(, ei^oiTTin^) , à la Tue 

percante duquel rien ne peut échapper, ni lenlèvement de 

Proserpine, ni la retrai te de Déméter à la suite de cet événe- 

ment ; et nous comprendrons niieux par quelle raison dans 

rile de Calauria, placée devant Trézène dont elle faisait partie 

et où nous venons de rDncòntrer le òulte d'ApoIlon Théarius, 

l'Aurore ponfvaitétre invdquée spusle' noiti deBEANfì, dans 

lesens deoellequi rég'tfr<3fe(2),qui épié^ et paràitre ^ur hotfe 
miroip, appuyée sur une colonne, le.bras gauche eUTtloppé en 

▼éritable JictfTCt?y)4t porlantilans la langue étmsque le non: de 

HAiaO p«mT!eH2AN. 

D'aiiteurs Futiiòti * d^UisiMiélius et deThésan-Éos sur nòtre 
miroir ie^trooTe exactetiként i^iitroduité éAui ìt iriàrihge my- 
thique de la Danaìdie Tkéànó aved le fils d'Eg^tus , ilppdé 
Phaniès (3), etajoute un arg^ment de plus en fareu^ de nos 
conjcJQtnres. 

Th. PANOPKA. 



(I) t^DS., /. ci/. 

(1) €óiir|Hirex 1» dtoi df ApitrbdiM ' Kottoòxoitia aU-d«Mas da «tade dVippolyte à 
Tréicne, éngé en mémoir^ da Phèdre , «{ui de ee point regardeit le» eiercice» igyn- 
lusdques d'Hìppolyte. Paas., II, 32, 3; PiBofka, TerrakotUn tles K, Mus, m Berlin^ 
T*r,XXf,3. «2. 

(3) Apottod.^ II, f. h. 



9. 




88 vili. INSCRIPTIOlfS VOTIVBS 



^SfSSS^SSSSSSSSSSSS^SSSSSSSSSSSSSSSSSS 



RECHERCHES 



sut 



LES INSCRIPTIONS VOTIVES, 



PHENICIENNRS ET PUNIAUES. 



(PI. E,F. G, Hetl, IMS.) 

. Les espérances qu'avaiem fait naitre le» premiers travaux 
de Gesenius sur la langqe phénicìenney n ont malheureuse» 
inent pas étk complètement réalisées à rapparìiion de son 
recueil Ae tot» les monufnents de cetce langue parvenus à sa 
eonaaissance ; mais ce livre a du moins le morite incontestable 
de réunir de précìeux matériauz , qui, s'iU ne pouvaient que 
dìf&cìleroent étre étudiés avec une éruditìon plus vaste et plus 
solide, pouvaient du moins étreanalysés avec plus de bonheur 
.et dans des circonstances plus favorables. 

Depuis 1837 le nombre des inscriptions recueiliies et pu- 
bliées par Gesenius, s*est notablement accru , gràce aux décou^ 
verter faites dans nos provinces africaines. Par suite, les difTé- 
rentes classes deces raonuments,ensenrichissant de nouveaux 
textes à comparer, se sont naturellemènt prétées à des inler- 
prétatipns plus faciles et plus naturelles. Il est une serie tout 
entière de ces inscriptions nommées nuiir/V/i^u^x par Gesenius, 
doni Vlnteiprétation proposée parie savant professeur, iaissait 
presque tout à désirer. Or ce sont précisément des inscriptions 
de ce genre que le sol de TAlgérie nous a restituées exclusive- 
meni jusqu*à ce jour, et leur comparaison, opérée avec soin et 
patience, ma mis à méme,j'osedu moinslepenser,defixer d'une 



PKSNIClINNBS.Br PVIIIQUBS. 69 

manière beaucoup plus simple et plus rìgonreuse le^seiu géné« 
raldecelles mémeque Gesenius avait essayé dexpliquer. 

Ces monumenta épigraphiques se groupent forcémenl en 
deux ftérìes bien dislinctes^ e* est a savoir en inscriptions voti* 
▼es, et en inscrìptions fonéraires. J'étudierai d abord les pre-< 
mières , en me résenrant d'examiner Jes autnes dans un 
mémoire qui suivra de près celui*ci. 

Mais, avant tout, je crois devoir protester contre la déno- 
minalioD de numidiques donnée à tort par Gesenius à des 
inscrìptions purement puniques. Il me auffira, je pense, pour 
fiiire ressorlir rimpropriété de cette dénomination, d eooncer 
quelques faits matériels qui ne permettent en aucune fa^on 
de Tadopter. Ces iaits les voici : Une inscrìption d^terrée en 
Sardaigne, à San t- Antioco, l'antique Sulcis, nous offre preci* 
sément réeriture dite numidique par Gesenius; les monnaies 
dibica portent, suivant leur àge plus ou moins avance, une 
l^ende concue en càractères phéniciens prinùti^ , ou en ca- 
ractères puniques, analogues à ceux des monnaies du roi 
Juba , ou des textes dits numidiques par Gesenius ; enfin les 
monnaies de Sexti , de Malaca et de Cadix, présentent les me- 
mes caractères alphabétiques. La suprématie punique ajant 
certainement existé en Sardaigne^ en Espagne, et dans les iles 
Baléares, tandis que jamais Tinfluence numidique n*a pu y 
exercer aucune action, il faut bien admettre que la difFérenee 
qui existe entre l'écriture punique primitive, telle que nous 
la retrouvons sur les inscrìptions de Carthage et de Thongga , 
et réeriture des inscrìptions appelées sans raisob numidiques , 
tient à des modifications que les siècles ne peuvent manquer 
de faire subir à Técriture comme au langage. En un mot , 
lalphabet phénicien, transporté sur la còte d'Afrique, sy est 
notablement modifié en vieillissant, et les modifications qti'il 
a subies étaieot accomplies déjà sous le rógne de Juba. VqìIù 
toQt ce quii nous est permis daflfirmer, à cause de Tabscnce 
presque l|otale de dates à appliquer aux monuments épigraplii- 
ques déjà recueillis. 

J'arrive aux inscrìptions votives. Mais avant di^^mengagc^r 



70 TUI* IHSGBIPTIOWfl VOTITBS 

daofl lanalyse .dn.oelles. qui compoitent récpnture empioy^e 
dans la basse. epoque, e est^à-dire deputs le règne deJuba, 
je doifl raippeler ici (a- forme de tou|es,ceUes qui ont éié re* 
cueìUies: el aualysées par Gesenius , saos m occoper d ailleors 
de leselasMry ainsi.que la fait ce savant^ par leur provenauce 
pkitót que par ieur it^neur.. 

De toutesy la plus précieuse^ parce qu'elle est la plus éten^ 
due^ C*esic sana contredit rinscription bilingue des caudélabres 
de Malte .{mditensis prima de Gesenius). Après les travaux de 
tane d'illustres prientalistes qui ont étndié ces monuments^ il 
n'y aphis rìen^à dire «ur le texte phénkiep qu'ils nous ont 
transmis^; lesens en.estdesormais'bien arrété. En Toici donc 
sana plus décommentaìrea Ja tranaoription et la tcaduotion : 

A notre seigneur Melkart , maitre de Tyr j (ceci est) ce qua 
voué ton senriteur Abdaser et mon frère Aserchamar , tous 
deuxfils d* Aserchamar fiU d*Abdaser; dès qu^l a eutendu leur 
voix.. il les bénit. 

On Toit d'abord tout ce qu'a dlncohér^ot cette phrase, qui 
est la traduction rigoureusement exacte du> texte phénicien* 
Ainsi , après ayoir parie de lui-méme à la trobième personne , 
Abdaser, ajoute aussitót; et mon frère Aserchamar, "^Il^l i 
puis la phrase se termine par une) expressiqn fprmulaire q|ie 
nouft retrouyerons, à peu prèssans exception, sur toiu.les textes 
votifs puniques de la basse epoque, 03^3? Ulp ^Dtt^D.* 
Mais ici se présente une difficulté : le verbe ^Dtt^ estau pré* 
térit; et le verbe ^TIS^ estau futur ou au présent, tandis que 
dans tous le^ autres textes où cette formule se reproduit, nous 

lisons *^*Ì2 ••••JDÌTS • Dès qu il a entendu , il a bèni. Le 
jod initial ne saurait se trouver là par une fante de gravure, 
puisqu'il existe dans les deux inscriptions identiques oflfertes 



PBB2VIC1BN2ÌES iBT. PUNIQUBS. 71 

par les deux candélabres; enfiiut-il conclure, comme la fail 
Gesenius , d*après Barthélem j, que le mot D3*1)2^ y est un op- 
tatif , et doit se rendre par : qu*il les Lenisse. Je n ai pas qua- 
lite pour le décider; mais s*il en est ainsi, le sens du dernier 
membre de phrase me semble force, et il faut traduire avec 
Gesenius : Ubi audierit voc^m eorum, benedieat eh. 

Je le répète, nous allons rencontrer plusieurs fois une for- 
mule identique quant à la composition, mais differente de 
celle qui nous arréteici, en ce que lesecond verbe *1*13 est éga- 
lement au prétérit. Je me contenterai donc de préndre acte de 
la présence de cette formule de gratitude qui est en quelque 
sorte la contre-partie de la formule latine, ifoiumsohtt llbens 
merito. 

Yiennent ensuite deux autres inscriptions également décou* 
▼ertes à Malte, et dontla forme est identique {ìneUtensis tertia 
et quarta de Gesenius). La première qui est complète, doit, je 
crois, se transcrire et se traduire ainsi qu'H suit : 

MalekbAal qui implore ici Baal Khamon, lui a élevé cette 
pierre;'l0r8que(pour.: parce qu^) cq1uì<<;ì a écQuté toutes mes 
paroles. 

Nous retrouYons encore ioi Tincohérence que j*ai fait re- 
marqtter tout à Theure à propos de Tinscription des candéla- 
bces de Malte ; e est-à-dire qu après a^oir parjé ,de lui à la 
troisième personne 'DSti , Malekbàal fioit par dire "^ISTl ^3 
toutes nies paroles , toutes mes prières. 

La seconde des deux inscriptions dont il sagit ne présente 
plus avec certitude que les mot.^: 



72 vili. INSCRIPTIONS VOTIVE» 

p« ("inn) 

(Sp jDtrrD) 
n(m) 

Malekaser^ qui implore ici Baal Khamon , a élevé ceue 
pierre, parce qu*il a écouté toutes mes paroles. 

Inutile d'insister sur le^ restitutions que je propose pour 
reconstruire cette inscription; elles sont rendues, je crois, 
très-vraisemblables par le conteste de l'inscription qui 
précède; d*ailleurs la seule copie connue du texte en question, 
toute défectueuse qu elle est , n en laisse pas moina ressortir 
assez bien la possibilité de le lire ainsi que je viens de le faire. 
Je me bornerai seulement à coiistater queGesenius, pour 
arriver au sens suivant : Cippus malchosiridis viti S — ensiSy 
Baali : lapis ex voto patris mei, a dù 1^ intercaler dans la pre- 
mière ligne une lettre qui ne s*y trouve pas; 2^ regarder comme 
complètes les trois dernières lignes, composées seulement de 
3 , de 4 et de 2 lettres , tandis que chacune des trois premiè- 
res lignes en contieni 6, comme cela a précisément lieu 
dans l'inscription entìère que j'ai rapportée ci-dessus, et qii'il 
est impossible de ne pas rapprocher decelle-ci, pour la forme 
et pour le sens. 

Jusqu'ici les textes votifs analysés ne nous présentent que 
le nom du Baal Khamon ; nous allons actuellement en passer 
en revue six autres, dans lesquels le nom de Khamon est inva* 
riablément precede de ceiui de la toute-puissante Tanit^ sur le 
compte de laquelle Gesenius a dit (page 11 4 et suivantes) tout 
cequ'ilétait possible de dire, en rassemblant tous les textes 
authentiques qui contiennent , le nom de cette divinile du 
premier ordre. 

Voici la transcription et la traduction de ces inscriptions 
votives : 



PBBRlCIBNNmS BT PUNIQQBS. 73 

>° -S 1 nanS rarh 

' na \ir« pn Sj- 

"ipSDTij p nsDn 

A la puissante Tanit et à notre maitre le seìgneur Baal 
Khamon ; (ceci est) ce qua consacré Gadastaret le scrìbe, lìls 
d'Abdmelkar. (Carthag. tertia de Gesenius). 

2° -SjaS 1 nanS nm (S) 

pn SjaS p«S (])- 
-nv^maj ma xti») 
• p mniryin p (^)- 

A la puissante Tanit et à notre maitre le seigneur Baal 
Khamon; (ceci est) ce qu'a consacré Abdaschmoun fils de 
Bedastaret fils d' Abdaschmoun (Carthag. seconda de Gesenius). 

pn SjaS p«S S- 
npSaiaj ma vrit 
-Sqtj p oswn n- 
wn p nnp- 

A la puissante Tanit et à notre maitre le seigneur Baal Kha- 
mon; (ceci est) ce qu'a consacré Abdmelkart le sufTète, fils de 
Bedmelkart fils de Khanna. {Carthag. quinta de Gesenius). 

*° -Si nanS vcHi 

mpSoiaj ma v^t» pn Sj) - 

Sjaiaj p nnon (pi 

A la puissante Tanit et à notre maitre le seigneur Baal 



74 vili. INSCRIPTIOIIS VOTIVBS 

Khamon; (ceci est) ce qua consacré Abdmelkart, lils de 
Khamtit, fiìs d*Abdbàal. {CarihcLg. prima de Gesenius.) 

Le nom du pére d*Abdmelkarl est lu Khamjith, n'^DH ' par 
Gesenius ; mais il ne me parait pas possible d adopter cetle 
ie^on, qui est par trop en contradiction avec la forme mate- 
rielle des caractères qui constituent le nom en question. 

s"" (-n)3 UT» pn 

• • • • • p S^na 

ttr« p 

( Carthag, quarta de Gesenius.) 

* 

Ce (ragment contient évidemment les faibles restes d*une 
inscription votive, semblàbie de forme a toutes celles que je 
viens d enumérer. ' 

Quant aux noms propres qu'elle contient, ils peiivent se 
restituer de tant de fa^ons, que je renonce prudemment à 
en proposer aucune. 

&> 

pn SaS p«S 1 



. • . .Et au seigneur Baal Khamon^ (ceci est) ce qua con- 
sacré Aàlseth. {^Carthag, duodecima de Gesenius.) 

Icis arréte la serie des inscriptions votives puniques concnes 
enécriture phénicienne primitive. Il nous reste maintenant à 
entreprendre le déchifPrement des inscriptions votives de la 
basse epoque, c*est-à-dire, de celles qui nous offrentTécriture 
déjà employée sous le règne de Juba, mais adoptée à une epo- 
que qui demeure encore indélerminée. 

Avant tout, je dois donner Talphabet de cette écriture pu~ 
nique des bas-temps , mais en ayant soin d*indiquer les esem- 
pi es bien déterminés qui fixent les valeurs que je me crois en 
droit dassigner à chaque caraietère (voyei planche E, (845). 



PHBHIOIBIIKISft JIT PUNJQUJIS. 75 

Voìci la j ustification de, oei alphabet. .: 

Les deux valeurs de 1 aleph sont tirées des légeudea des 
monnaies puniques dibica et de Malaca, ainsi que des ins- 
crìpdons votive^ où le mot pK présente ordinairameot ce 
caractère pour iniciale. La seccmde ne se renoontre que dans 
la legende □tt^S^'^K , des pièces bilìpgues dibica. 

n 

Les deux premiers beth appartiennent encore à Talphabet 
punìque priinitif ; le troisième est tire de rinsenption du 
cippe aux poissons {Numidica secunda de Gesenius)^ eniin le 
dernier est tire des légendes de Cadix et de Sexti , du mot 

7^3 ' qui se rencontre sans cesse dans les inscriptions votives , 
et du nom ySlll^ des monnaies de Juba. 



Ce ghimet est tire du nom ]32f AV^^D ' du cippe aux pois- 
sons déjà mentionné. 



Ijq premier daleth est tire du mot ^Itt 9 d*une inscription 
découverte par M. Falbe, et que janaljserai plus bas^ le 
deuxième est place dans le méme mot extrait de Finscription 
découverte à Ghelma par M. le capitaine de Lamare; enfio le 
dernier. se trouye dans le mot HK ^^ cippe aux poissons. 

Le premier yau provient de Tinscription de M. de Lamare, 
dans le texte de laquelle se trouve le mot hip , vox^ écrit ainsi 
en toutes lettres, tandis que le second signe de ce mot, pris 
isolément, sert évidemment de conjonctìon dans' ce méme 
texte; la seconde forme est encore tirée du nom de Juba. 

n 

Les quatre formes du Lh<?t proviennent : la première de 



76 vai. msCRiPTioivfl vonvBs 

rinscription de.M. de Laiiiare; la deuxième de l*inscription de 
M. Falbe ; la troisième de la première numidique de Gese- 
nius; la quatrième du cippe aux poissons. Toutes le5 quatre 

servent d*initiale au nom divin ^DFl* 

Ces différentes valeurs du thet soni tirées du mot qui 
commenqe d'ordinalre les épitaphes puuiques des bas temps , 

et qui est pt9* 

Le premier jod est tire du nom "^y^V de Juba ; le deuxième 
du mot Mf^T\ de rinscription du musée de Narbonne. 

T 

Gette forme du caph se tire, 1^ des légendes nominales des 
monnaies de Sexs et de Lixs (Sextì^ Lixus)^ ¥ de la legende 
nS^D X3r\ "^Jf^V des monnaies de Juba. 

• s 

Le lamed conserve partout cette forme, qui parait déjà 
dans la legende des monnaies de luba^ et qui se trouve cons- 
tamment dans les inscriptions votives. 

D 
De ces deus fprmes du mem, la première est tirée de la 
legende des monnaies de Juba, toSd Ul , et de celle des 
monnaies de Sexti, Hf^Mf ;?IID. La deuxième se trouve dans 
la legende QU^IH'^lt des pièces bilingues dlbi^. 

ì 

Deux formes distinctes du noun se rencontrent dans les 
inscriptions votives; la première est affectée constaroment 4u 
noun final, comme dans le mot YlìVl de rinscription de 
M. de Lamare. Quelquefois ce trait est incline de gauche à 

droite, comme dans le mot I^HU^ du cippe aux poissons. En- 



PHBlflCIBNNSft BT PClflQUBS. 77 

fin , la troisìème forme, c*est-à-clire, celle qui ne présente 
qu*un siniple trait à peu près vertical , se troupe dans Finté- 

rìeur des mots , comme dans le nom propre p^fAU^^TO du 
cippe aux poissons. 

L'ain reste partout le méme, c*est-à-dire, quii se présente 
toujourssous la forme d*un omicron. Très-souvent il est omis, 
et tres-souYent il rìemplace laleph; enfin, il arrive fort sou* 
▼ent aussi que ce méme signe est place de telle fa^on , qu il 
ne peut plus étre considéré comme un ain véritabley mais 
bìen comme une simple motion de la consonne qui le précède. 
Son róle alors est d*indiquer que cette consonne ne doit pas 
étre prononcée isolément comme si èlle était frappée d'un 
signe de repos, analogue au sbkoun arabe. Nous rencontre- 
roDS plus bas bon noinbre de preuves conyaincantes de ce 
fait grammatical qui n'avait pas encore été reconnu. 

Cette forme du tzade se tire de la legende des monnaies de 

Sabratha 7^nnilVr yD^2t> par la puissance, par l'autorité des 
Sabrathans. 

P 

La forme du coph se tiredu mot ^1p , vox^ des deux ins- 

crìptions de Ghelma, recueillies par MM. Delcambre et de 
Lamare. 



La première forme se tire du mot *ì*m du cippe aux pois- 
sons, ainsi que de la première et de la troisième numidiques 
de Gesenius ; la deuxiéme, du mot "l^tSD , de Tinscription de 
M. Falbe; enfin, la troisième de la legende des monnaies de 
Juba. 

Le premier et le troisième schin sont tirés de la legende 



78 vili. IlfSCRII>TIO??S VOtlVES 

(les monnaies puniques de Sexti; le déuxièine dù mòtttD^U 
pour yiOIIf y de Tinscription du musée de Narbonne ; le qua- 
trìème du mot 27Dt£^ , de rinscription de M. de Trinare. 

n 

Ces deux formes du tau se rencontrent dans le mot HS ;D 
de la legende des monnaies de Juba. 

Je puis maintenant procéder au déciiiffrement des inscrip- 
tìons puniques votlves de la basse epoque, en conservant à 
chaque signe aìphabétique la valeur qui vient* ^e lui étre 
assignee une fois pour toutes. Je devraìs naturellement 
commencer par celles qui sont le plus anciennement con- 
nues, c*est-à-dire, par celles que Gesenius a publiées ; mais 
comme, en étudiant de vi^u quelques-uns des monuments 
reproduits par le savant professeqri j*ai reconnu quii ayait 
été parfois induit en errèur gràce aux copies peù cor- 
rectes qu'il avait eues à sa disposition , j ai cru devoir m'arré- 
ter d abord aux inscriptions dont les textes autheptiques m*é* 
taient foùrnis par des moulages ou par de boi^s estampages des 
monuments eux-mémes. Des quatre inscriptions publiées par 
Gesenius, celle de la stèle aux poi'ssons' ( Numidìca secunda ) 
ayant passe sous mes yeux, c'est par elle que je commencerai 
Tanalyse de ces textes encore si obscurs. 



I. 



Cette précieuse stèle que M. de ScheeI, consul de Dane- 
mark à Tunis,a découverte, il y a quelques.années, entre Bedja 
et Elkef, est déposée aujourd*hui au musé<^ de Copenhague. 
Le cabinet jtles antiques de la Bibliotbèque roy^le en possedè 
un excellent moulage dù à Tobligeance de M. Falbe, et 
e est cette empreinte authentique, calquée avec le plus 
grand soin, que je mets aujourd'hui sous les yeux du lecteur. 
{Foy.if\.¥, 1845.) 

Voici la transcription et la traductioìi de ce texte : 



PHBNICIENNES BT PUNIQCJBS. 79 

JDttr JD ]Dn Sj3 p«S 

Au seigneur B4al Khamon. Dès qu*il a entendu 
ma voix, il ni*a beni. Celui qui a pose cette pietre 
est Barakbàaly fils de Masganin. 

Il s*agit maintenant de justiBer na lecture. 

Les trois premiersinots ppl jyH ^lìs) se présentent au 
premier, abord aTec dea formes de lettre» si peu caractérìsées 
qu OD pourrait douter de leur transcription, si la méme for* 
mule ÌDÌtiale, reproduite ini^ariablenient dans les autres ina- 
criptions Totives que je vais cbercher à expliquer, ne four- 
nissait des Tanantes. décisives et qui fixent d une manière 
inconlestable la valeur des caractères qui peuvent sembler ani* 
bigus dans rinscription de notre stèle. C'est ainsi que le signe 
forme d'un seul petit trait vertical, place après Taleph initial, 
serait difficilemen.t. reconnu pour un yéritable daleth^ si rins- 
cription encore inedite de M, Falbe et les deus inscriptions 
de Ghelma n offraient le méme mot àu datif ^l^^y écrit avec 
un daleth parfaìtement caractérisé. De ce fait nous pouvons 
conclure avec Gesenius, que lorsqu il s'agissait de mota aussi 
banalement répétés que les mots y(^ et j27I3 , les graveurs 
destéles ne sefaisaient aucun scrupule d abréger leur travail, 
en réduisant les lettres à leur plus simple expression. 

Il est assez intéressant d'examiner les deux formes diffié- 
rentes qu afiecte cette méme formule votive , dans les inscrip- 
tions, malheureusement en bien petit nombre, qui nous sont 
connues jusqu*ici ; les voici : 

]Dn SjTD n J<S ( '^f^f^ ^^ poissons , etc.) 
ÌQ S53 lljS ( tnscripi. du musée de Narbonne.) 

Deux faits résultent de la comparaison de ces formules : 
P I aleph initial du mot ^*Tt< est remplacé par un ain , sans que 



80 vili. IlfSORIPTIOlfS VOTIVES 

le sens soìt changé; dono la permotation de Taleph en aln 
constitue un fait grammatical qui, pour D*avoir pas élé signalé 
assez explicitement jusqu*ici, n'est pas moins Constant; nous 
en retrouverons d*autres preuves un peu plus loin. 2''S*il n*y 
a pas eu un lapsus scalpri de la part du graveur de Vinscrip- 
don conservée au musée de Narbonne, le nom divin yCX\ 
a pu quelquefois se prononcer et niéme s'écrire siroplement ^q 
par aphérèse. 

Les inscriptions TOtives con^ues en écrìture punique primi- 
tive ou phéniciienne, sauf celle des candélabres de Malte, nous 
ont présente, soit une inyocation à Baal Rhamon seul , soità la 
toute-puissante Tanit , et à B&al Khamon en second lieu. 
Mais tontes, sansexception, nona ont offert Tassociation fbr« 
mulaire des deux niots ^DH ;?I1 ? constituant très-probable- 
ment le vérìtable nom sous lequel cette divinité étaìt invo- 
quéeet citée. Ce qui du reste le prouye jusqu a Téridence, c'est 
le contexte^des inscriptions carthaginoises , danslesqiielles on 
lit constamment pn SjsS p>tS iSjaS ^ J en effet, de la 
répétition ]Dn SjsS ^SjsS il résullebienclairementque les 

deux raotsréunis ^H ;2F!ì constìtuaient le Téritable nom tuI- 
gaire de cette divinité. 

Viennent ensuite quatre autres mota KD^U KSp'jTDU^jrS^ 

dans lesquels nous allons imraédiatement reconnahre une 
nouvelle formule sacoamentelle. 

Rappelonsnous d'abord la teneur de Tinscription des can- 
délabres votifs de Malte; dans le demier membre de phrase 
qui est le suivant 

et que Gesenius a traduit avec raison, ubi audìerit l'ocem 
eorurìij benedicat eiSj nous trouvons le verbe JDW, écoutcr, 
exaucer, dont la forme JDWS, seroble avoir été consacree, 
lorsqu*il s'agissait de constater laccomplissement des prières 
adressées à Baal Kliamon. Ce qui le prouve , c'est que dans les 
deux inscriptions votives de Malte, il est dit '^*ia'T Sd SDVS ' 



PHBIflClENNJiS ET PUNIQUES. 81 

et que cette expression ne iUffère de la précédente qu'en ce que 
K ;p ma voix, D ;p leur voix, est remplacé par^*13T ;D, toutes 
mes paroles. Quant au dernier terme de la formule (^3*13 9 il 
ma beni, il n'est pas un complément indispensable du mem- 
bre de phrase en question , puisque Ton trouve simplement 

sSpni< mU^Mf 1 •••D> lorsque et il a entendu ma voix, 

dans les deux inscriptions déterrées à Ghelma. 

Les mots qui entrent dans cette formule, sont : la 
particule D^ dont le sens est bien connu, le radicai ^TOUf ' 
écouter, entendre, exaucer, et le substantif Sp voix. lei Ton 
remarquera que les lexiqueshébraìques offrent les deux formes 
distinctes ^p et Sip que nous offrent égalementnos textes pu- 
niques. Le dernier mot "VX! est évidemment le radicai ayant le 

sens de bénir. 
Il ne me reste plus qua m'expliquersur le compie de laleph 

suffixe qui se trouve après les deux mots ;p et ^1!2y dont 
lun est un substantif et lautre un verbeau prétént. Ce doublé 
jeu de la particule finale tt démontre, à mon avis, que son ròle 
est exactement celui d*un pronom de la première personne, à 
doublé valeur possessive et personnelle, comme cela a lieu 
pour le i'a arabe. Mais ici se présente naturellement une objec- 
tion; en hébreu, c*estle jod qui joue exactement le róle du ia 
arabe. Comment dès lors expliquer le fait à peu près certain à 
priori de lemploi comme pronom suffixe, possessif et person- 
nel, de laleph punique? Je ne me charge pas §ans doute de 
résoudre péremptoiremeut cette difficulté grammaticale; mais 
si Ton veut bien se rappeler que la forme du pronom de la 
première personne du singulier, employé isolément , est ^3Jt^ ' 
ou ^3^9 on sera peut-étre moins étonné de voirTinitiale de ce 
mot servir de pronom personnel ou possessif suffixe, par la 
contraction la plus naturelle. 

Voyons actuellement quelles sont les différences que cette 
formule nous ofire dans sa forme matérielle. Nous trouvons: 

^' i^hp S^DJWD ( inèdite de M. Falbe.) 

^' i^Sp J7DUr 3?D {StèUauxpoùsofu. Numidìca^" et a*. 

' . 6 



82 vili. INSCRlPTIOIfS VOTIVRS 

^' DSD JDUT ••53 {NumidicaUde Gesenius.) 

^- VH\p HK t<D2?tt^ ••• D (^««'■- ''^ Sorbonne et de M. de Umarc.) 

5- dSd JDtt^S {Candèlahres w>H/s de MaUe.) 

^' ''^31 Sd JDtt^D (MelUentU Za ti lifl.) 

Dans les formules 1 , 4, 5 et 6, la particule ^ se relie ìromé- 
dìatement au radicai 27DU^ 9 exandhit Dans les formules 2 

et 3 au contraire, un ain se présentant entre la particule et le 
verbe, il faut bien quecet ain fasse, dans ce cas, partie intégrante 
de la particule elle-méme, car il ne peut en aucutie fa^on se 

relier au verbe radicai ^DÌZ^* Nous sommes donc en droit 
d'afBrmer ou bien que la particule hébraique ^ a pu se chan- 
.ger en une particule gutturale ^73 dans Tidiome punique, ou 
bien que le méme signe qui représente la lettre radicale ain, a 
quelquefois )oué le róle grammatical des motions , ou points 
Yoyelles de la langue arabe. 

Passons au verbe radicai lui-méme. 

Dans les formules 2, 3, 5 et 6, ilestécritcorrectement 27Dtt^' 
tandis que dans les formules 1 et 4, il est écrit ttQ}7\t^- li 
faut en conclure encore que Taìn est la yéritableyoyelle dont le 
schin initial était affecté, dans la prononciation du mot ^UVfy 
et que de plus la yoyelle radicale finale pouvait étre indiffé* 
remment représentée par un ain ou par un aleph. Il y avait 
donc entre ces deux lettres une affinité assez grande pour que 
leur permuta tion ne pùt altérer le sens d*un radicai. 

Du reste, ilny a paslieu de s*étonneroutre mesurede cette 
incertitude dans le choix de la voyelle, puisque les lexiques la 
manifestent dans des motsempruntesà destextes, sur lecompte 
desquels on est bien fixé. Je me bomerai à citer pour exemples 
les mots Wt<n et 1tf"S^malusfuU^ DJltt et XIX^^ tristU, an-^ 
xiusjuit. 

r 

Les formules 1 , 2, 3 et 5 nous ofirent le mot *?p place en 
regime direct du yerbe ]7DU^' sans Tinterposition d*aucune 
particule, tandis que dans la formule 5 où nous lisons ItQ^V^S 






PHBNICIBHNBS £T l»UNIQUB8. 83 

t^Slp Htt ' le regime fet^lp est précède de la particule UH 
qui sert à noter laccusatif. Remarquons en outre que le subs* 

tantif ^y qui dans certains textes se présente avec la voyelle 
vau exprimée, Sip» nous esl ofFert $ou$ ces deux formes dia* 
tioctes par nos iDScriptioDS punique& de la basse epoque. 

En definitive, ce membre de phrase se traduit atnsi : dès qu'il 
a entendu ma voix, il ni'a beni. Le reste de i'inscription ne 
contieni plus que les mots 

pi* pnir; 

De ce dernier membre de pbrase le premier mot seul pré- 
sente des difificultés réelles. Les autres sont parfaitementelairs; 
passonS'les donc en revue les una après les autres, Dans 
]7TW t le schin initial me parait étre le pronom relatif or- 
dinaire UT qui, dans les textes, remplace si souvent le pronom 
prìniitif *^V^M* En effet, la première pbrase se termine correc^ 
temeat par le mot lOnS^ qui dot bien la pensée; de plus, la 
demière pbrase est terminée par un nom propre ; il fàut donc 
qae le seul mot qui précède ce nom propre désigne Taction 
faite par le personnage nommé. Par suite, il faut bien aussi, 
d après lesprit .des langues congénères qui ne comportent 
que très-difficiiement les inversions, il faut, dis-je, que le verbe 
qui peint cette action, soit précède d'un pronom relatif, pour 
que la construction de la pbrase ne soit pas boiteuse. Le 
schii) est donc très-probablement lequivalent du latin, ts 
(fui; en le aéparant, il nous reste un mot^^ìT) dontil sagit 
maintenantde découvrir le sens. Or les lexiques ne nous offrent 
pas le mot ^711* Mais si nous iaisons cette foia usage de la 
facttltéde considérer Tain comme un simplepoint voyelle, nous 
retombons immédiatement sur le radicai T}3T\ qui signifie, 
dona distribuii^ largUionibus conduxiiy laude celebravit* Je 
a'en veux paschercher d'autre,et j'adopte pleinement celui de 
donner et de consacrer, que semble d ailleurs légi timer le dou- 
Wc sens, dona distribuita et laude celebra vìt, du verbe HSP- 

G. 



84 vili. INSGRII»TIOFIS VOTITBS 

Le mot suivant ^Htt est d*interprétatìon evidente ; nous li- 
sons donc : celui qui a consacré cette pierre. 

Vient ensuite le nom du consécrateuretce nom est S2ril3*T3 
]3^Jl\Ì^27D ]!!' Barakbàal ben Masgànin. Le nom du fils,Ba- 
rakbàal, signiiie celui que Baal a beni. Celui du pére est forme 
des mots tt^JD (régulier Htt^JD pi. D'itt^JD), oeuvre, ouvrage, 
et 733 9 protéger, défendre, danslequelun ain a pu entrer comme 
simplemption,pour fixer la prononciation de la première lettre 
radicale.Ce nom sìgnifie donc Toeuvredu protecteur.Remarquons 
que dans rhébreu le mot 1AD' forme du radicai ]3Jl et sìgni- 
fiant bouclier, est quelquefois employé pour designer Dieu. 
Il devient donc probable que le sens figure du nom propre en 
question était : l'oeuvre de Dieu. Inutile d'ajouter que les noms 
hébraiques dans lesquels on reconnait les deux termes qui 
composent celui que nous venons d'analyser, sont fréquents. 

En résumé, notre inscription se traduit sans difticulté ainsi 
que je Tai fait : Au seigneur Baal Khamon; dès qu'il a entendu 
ma voix, il m'a bèni; celui qui a consacré cette pierre est 
BarakbAal fils de Masgànin. 

Gesenius transcrit ainsi cette méme inscription : 

JDtt^ J ^Sd 1D3 Sj3 p«S 

et il la traduit : Domino Baali solari^ regi istemo, qui examU- 
pU voces Hacambbalis [HiempsaUs) domini^ filii Hicebalis^filu 
Magsibalenu. 

Puis il croit retrouver dans les personnages dont mention 
est faite dans ce texte , des membres de la lignee des rois de 
Numidie. 

Je n'insisterai pas sur Tiuvraisemblance de l'attribution à un 
puissant roonarque d'un monument aussichétif, aussi humble 
que celui qui vient de nous occuper ; il ne peut évidemment se 
rapporter qu'à de très-obscurs personnages, et la le^on de Gese- 



PHBDìlClBNIfKS ET P0N1QUB8. 85 

uius doit éu*e abandonnée avec dautant moios de regrets, 
qu elle est basée sur des iaìts matériels inadmissibles , et sur le 
compte desquels je necrois pas devoir m arréter. 



II. 



L*inscription dont je vais actuellement m'occuper a encore 
été décou verte par M. Falbe; il en a depose un plàtre au ca- 
binet des antiques de la bibliothèque du roi, et je transcris la 
note qui accompagne ce plàtre. 

«Trouvée le26avrìl 1838,dans leravin qui séparé les mine» 
« de l'ancienne ville située à Makhter, de sa nécropole. » 

Cette inscription a été gravée sans le nioindre soin , et elle 
semble plutót égratignée avec une pointe, que ciselée. La 
pierre ayant été profondément écorchée sur presque tonte 
I etendue de sa partìe inférieure , le texte n*est pas complet. 
Quant à la valeur des lettres, elle n*est et ne peut étre en au- 
cune fa^on douteuse; et la transcription suivante s*obtient 
sans difSculté (voyez pi. 6^ 1845). 

-DjttT D pn Sjn ]ivh 

»- 

La traduction suivante en découle imniédiatement : 
A notre seigneur Baal Khamon ; dèsqu'il a entendu ma voix 

et.que mon encens 

Justifions cette version : les deux premières formules que 
nous avons déjà rencontrées dans Tinscrìption précédente, se 
répètent ici ; seulement au lieu de trouver le mot t^S'lZl il ma 
beni, aussitót après le mot ttbp' nous lisons t^TtOpV II est 
tout naturel de voir dans le vau, la copulative, et dès lors le 
mot it*l^t3p doit étre ou un verbe d action peignant une idée 
en relation avec yTOìVfy ou bien un substantif affecté comme 
;p9 la voixy du pronom possessif de la première personne t*t- 



86 vili. INSCRIPTIONS VOTIVES 

C'est ce quii n eat pas permis d affirmer, précisement parce 
quela (in de rinscription a dispam^Quoi qu'ilen soit, néaninoins, 
il est possible d entrevoir le sens de Tidée à déterminer, à Taide 
du Seul mot ^^Op qui subsiste encore. En effet IXÌp signifie 
adoluit^ sufficit y et de ce radicai sont-venus nUtODDy aree in 
quibus sufjfiebaiurj mt3pD , sufflmeniumy 'VìSpn y sujfj^i^itj odo- 

luit, ntapn, suffitus jojctus est, nt3pa> nitap et mitop' 

suffimentum , et enfin mtDpD , thuribu/um. Il n'est dono pas 
douteux que le mot H'^tOp soit destine à mentionner les par- 
fums offerts à Baal Khamon. Il est bien certain que le verbe 
^UVf ne peut avoir pour complément direct notre mot (t^^tlp ^ 
il faut donc admettre qu'après ce mot venait un verbe repré- 
sentant l'idée demonter vers la divinité, lequel verbe completali 
le premier membre de la phrase : ensuitede quoi le mot iO*m 
devait tout naturellement se piacer. 

Je n*hésite donc pas a compléter ainsi le sens de cette ins- 
cription : 

Au seigneur Baal Khamon ; dès qu*il a entendu ma voix , et 
que mon encens est monte jusqu'à lui, il ma beni. 



ni. 



L'inscrìption dont je vais actuellement moccuper a été de- 
couverte à Ghelma , parM. le capitaine d'état major Delcambre 
qui la déposée au musée de Narbonne. M. le docteur Guyon, 
médecin des armées, fit paraitre en 1 838, à Alger, un recueil in- 
titulé : Quelques inscriptions de la province de Constantine , et 
la première feuille offre sous le n^ 6 une copie assez négligée 
de notre inscription punique; elle est accompagnée de la note 
suivante : « Guelma; sur un marbré dans une grotte, près de 
la ville; a été transportée en France. » Tai reconnu dans une 
copie de ce méme teste, que je dois à Tobligeance de M. l'abbé 
Bargès, un calque de la figure publiée par M. Gujon en 1842. 
M. le docteur Judas, dans son essai surla langue phénicienne, 



PUENIGIENMES BT PUNIQUEB. H7 

a donne (plancheX)la méme inscription d*après une copie 
quii tenait de feu le docteur Bernard. Ayant enfin obtenu 
un estampage de loriginal du musée de Narbonne, par les 
soins de mon ami M« Mérimée,/ai pu contrAler les difFérents 
textes déjà publiés, et les rectifier dans les points où ils avaient 
été altérés.Je suis doncheureux d*ofFrir aux curieux un calque 
scrupuleusement exact de cette inscrìption (yoj, pi. H, 1845), 
dont la iranscrìplion matérielle n*offre aucune dif&culté sé- 
rieuse ; la voìci : 

-jttri urin «in«D S -(•) 

Il n*y a, dans ce texte, d*incertitude que sur la troisième lettre 
de la deuxième ligne , que je transcris par un ^, sans étre bien 
certain de la iégitimité de cette tran seri ption. 

Pasaons actuellement en revue chacun des petits membres 
de phrase qui composent ce texte. 

D*abord se présente la formule habituelle ;273 ]1>^ 
P , mais avecles modificationssuivantes que j*ai déjà sìgnalées 
plushaut. Le mot 1*729^ est écrit par un ain au lieu d'un aleph, 
et le nom TOH est écrit par aphérèse 7D simplement. Nous 
aTons donc cette fois la dédicace : au seigneur Baal Mon. 

Vient ensuite la phrase 

San ]n^hsn p pys S-^Dwa yvf 

quìi s*agit d'expUquer. Pour en yenìr à bout, nous devons 
commencer par enlever à cette phrase les mots qui ne peu- 
▼ent présenter aucune espèce de doute : tels sont tout natu* 
rellementies noms propres. Le mot p> qui est bien nettement 
écrit dans la deuxième ligne , ma fait de prime abord recon* 
naftre le nom trT^SjT!!! qui le suit, et qui désigne le pére du 

(I) Voyex ic Postscriptum place a Va »uitc de ce Mémoirc. 



88 vili. INSCRIPTIONS VOT1VK8 

personnage dont il est question dans 1*insoription. Le nom de 
celui-ci doit donc se troiiver avant ce mot ÌS* Les quatre let- 
tres qui le précèdent, c'est à savoir ^HjyS» nie paraissent 
constituer ce nom , par suite de l'analyse que je vais actuelle- 
ment faire des mots qui restent, c'est a savoir, b'^Di^2 JW» 
et ^D3i* Commencons par le dernier. Le mot ^DS me seni- 
ble con lenir une expression formulaire sacramentelle, par cela 
méme qu*il se retrouve, jouant précisémentle méme ròle, dans 
finscription de M. de Lamare, ainsi que nous allons le recon- 
naitre tout à l'heure. ^D3 ne signi6e absolument rien, si 
nous considérons ce mot corame conerei; il faut donc, pour 
arriver au sens cherché, décomposer ce groupe de caractères 
hébraìques , en considérant le premier comme étant la prépo- 
sition ordinaire Zl> à laide de laquelle se forment, dans les 
idiomes sémitiques, les cas auxquels on a donne les noms d*ins- 
trumental et de localif. Cette coupure une fois faite, il nous 
reste un mot ^Q que je n'hésite pas à assimiler au radicai 
hébraifque tt ;D qui com porte les sens : impUifit , compieva^ 
seu satiavit {cupiditatem) , satisfecit [precibus), C'est donc 
précisément le sens accomplir et exaucer que j adopte ici. 
Yoyons maintenant ce que nous donnen t les premiers mots 27U^ 
;^Qt^I3 ) afin de recon naitre si l'idée d'accomplissement des 
prières nous fournit un sens satisfaisant. 

Or, le mot Jtt^ peut se comparer, soit au radicai JJtt^ > 
ohlevit^ mulsUj blanditus est^ oblectaifit^ soit più tot encore au 
radicai il Jtt^ > spectauity respexit {cum favore) , intuitus est 
aliquem [cum fiducia)^ circumspexil {auxilium), Je traduis 
donc SD3 STU^pai**' ila regardé avec l'accomplissement des 
prières, et je me bornerai à faire remarquer que cette tour- 
nure de phrase est tonte sémitique, et d'ailleurs analogue à nos 
ei(pressions , jeter un regard de pitie, de bienveillance, de prò* 
tection. A l'appui de cette assertion, je citerai comme exemple 
l'expressìon arabe si' usitée : pL«J'j ^"-r»^'^ AS^o^li ; pour re- 

présenter notre idée simple : je lui ai obéi. 

Reste à savoir maintenant quel sens il est possible de don- 



PHBNICIBNNBS BT PUNIQUBg. 89 

ner au mot S^Dfe^S* Le mot ^)2^ sìgnìRe languù^ tabuit^mcB- 
rore confecim est , d où SSdì^ languens morbo. Il est donc 
bien possible que S*^Qt^ signifie maladie, langueur, trìstesse, 
tout comme de n3t< étre triste,aflfligé, s'est forme rPJfct cha- 
grìn y affliction ; de ^D^, recueillir, rassembler, ^^DK ré* 
colte, en parlant des fruits; de ^S / resplendir, TS ;» 
lampe, flambeau , fiamme ^ etc. , etc. Si nous admettons cette 
signi fication , la phrase tout entière quisuit Thommage rendu 
a Baal Khamon, devient : il a regardé dans la maladie , dans 
laffliction , Fathan , fils de Ba&liten , avec Taccomplissement 
(le ses prières , c*est-à-dire, il a jeté un regard de bonté sur 
Fathan-ben-Baàliten dans son affliction , et il a exaucé ses 
prières. Ce sens me parait assez naturel et assez simple pour 
que je croie devoir m*y arréter sans scrupule. 

Reste maintenant a coordonner la fin du teste avec ce com- 
mencement. Les mots que nous y lisons , sont les suivants : 

Avant de tenter Tinterprétation de ce passage, essayons 
de distinguer les difFérentes parties qui le composent. D a- 
bord, il nous est facile de reconnaitre dans les derniers mots 
une panie de la formule consacrée, déjà étudiée ailleurs, JTDU^S 
tt7p 9 mais ici se présentent des différences notables dans le 
contexte. En effet, avant le radicai ^DU^> qui cette fois est 
écrit KDSTtt^y P^r addition de Tain comme simple maier lec- 
tionis après le schin , et par substitution de Taleph à laìn 
final, nous ne trouvons plus la particule de temps H, mais 
bien la copule 1 , tandis que le capb indispensable se trouve 
reportéau commencement de la phrase en question,et après 
le mot consacré SdS par l'accomplissement. La dernière phrase 
contient donc deux idées distinctes, régies toutes les deux par 
laparticuledetemps^9 et séparées par la copule V Ceciposé, 
il deyient facile d'interpréter le texte en question : en effet , 
nous devons trouver une idée complète entre le caph et le 



90 vili. INSCfilPTIONS VOTiVBS 

vAu j dèft lors nous soinmes sùrs que cette idée est cachée sous 

le groupe de lettres }tf^n ìXDT\ì^* Voyons donc comment il 
est possible d*en opérer la décompositioD. Le schin final ne 
peut étre une particule ; il faut donc quìi appartienne à un 
radicai, que nous pouvons sans grande chance d'erreur con- 
sidérer à priori comme trilittère, précisément parce qu'il est 
sémitique. Si donc nous retran chons du groupe entier les trois 
dernièreslettres^nous avons un mot Mf^T] dont tout k llieure 
nous chercherons le sens. Des quatre lettres kOHM 9 la der- 
nière est très-vraisemblablement Taffixe possessif de la pre- 
mière personne, que nous retrouvons dans le second membre 
de la méme phrase, après le mot k^blS^ mavoix. Admettons 
un instant ce fait, et voyons quel sens résulte de l'ensemble 
des mots : 

La particule *7 signifie : dès que, aussitót que; elle nous est 
bienconnue.Si donc laleph final estlepronom possessif, il faut 
nécessairement que l'ensemble des trois lettres SUtt forme le 
sujet de ce membre de phrase. SHtt ne signifie rien ; mais si 
nous nous rappelons que , dans l'idiome punique, l'aleph pré- 
fixe servait d'article, comme nous le prouve le nom de Cadix, 
écrit H jllt sur les monnaies, nous pouvons separar encore cet 
alephinitial, et il nous reste le mot STI quii nous faut comparer 
à un radicai hébraique. Or, nt^D signifie désirer, demander • 
d'où rQltn> désir, souhait. Nous pouvons donc voir dans les 
mots tt!3n(^3 , Videe : dès que mon désir, dès que mon sou- 
hait; et si la signification du mot llf^H s'accorde avec celle que 
nous fournit l'analyse du premier mot, pour nous donner 
un sens simple et convenable, nous nous y arréterons avec 
confiance. 

Le radicai hébraique tt^^n ou Mf^T^ signìRe : feslinarej pro- 
pere supen^enire alicuiy commotum esse ^fervere. 

On m'accorderà, j'espère, que les deux dernières significa- 
tions de ce mot sont parfaitement en accord avec celle des 



PHBNICIEIflIBS BT PUNlQDBS. 9l 

motsquile précèdent.Je tradiiis donc sans hésitation ; dèsque 
inon souhait a été feryent. Quant au reste de la phrase, nous 
savons déjà quel est le sens précis que comporte la formule 
quilnous ofFre, Je mebornerai à taire remarquer que la parti- 
cule hébiaique ntt^ formative de raccusatif^est employée ici 
avant le mot ttSip, regime direct du radicai ^Uilf* 

En résumé, Finscription déposée au musée de Narboune 
me parait devoir se traduire ainsi qu il suit : 

Au seigneur Baal Mon (pour Khamon) ! Il a jeté un 
regard de pitie sur la douleur de moi Fathan-ben-Baà- 
liten, en accomplissant ma prière, aussitót que mon 
désir a été fervent, et qu il a entendu ma voix. 
Cette fois encore la phrase punique parait incohérente, en 
ce qae le consécrateur finit par parler de lui-méme à la pre- 
mière personne. Mais cette incohérence est plus apparente 
que réelle ; en effet , si , dans la traduction, nous intercalons 
siroplement le mot moi avant le nom propre, la phrase de* 
vieot, comme on le voit, très-simple et très-naturelle. 

IV. 

L 'inscription que je vais actuellement analyser vient d'étre 
tout récemment découverte à Ghelma, par M. de Lamare, ca- 
pìtaine au corps royal d'artillerie. Il a eu Tobligeancc d'en 
remettre une copie et un bon estampage à son collègue M. le 
capitaine Boissonnet, directeur dn Bureau arabe de Gonstan- 
tine, et cesta l'amitié dece dernier que je dois le plaisir de pu- 
blie« le premier ce texte curieux. La transcription matérielle 
QoHre aucune difBculté , et je lis sans hésitation (voy. pi. I , 
1845): 

nsìT pn hy:i ]iìh 
- n «ittrto Sdì wjd la 

Voyons actuellement quel sens nous ofire cette insc-ription. 



92 vili. INSCBlPTIonS votivbs 

Le texte commence par la formule habituelle S^fH ìlfet^ 
ÌDrt' mais cette formule est accompagnée cette fois dun 
quatrième mot qui termine la première lìgne , et dont le ca- 
ractère final a été largenient développé , de fa^on à faire devi- 
ner au premier coup d'oeìl que cette première ligne contenait 
a elle seule un sens complet. Ce mot, qui est H^V^' est immé- 
diatement comparable au radicai hébraìque TX3!\tf signitìant 
louer, célébrer; il n y a donc pas de doute à conserver sur le 
sens de la première ligne , laquelle signifie : « Louange à notre 
seigneur Baal Khamon. » 

Passons aux membres de phrase suivants. D'après ce que 
nous avons déjà reconnu, en analysant les inscriptions prece- 
dentes , et notamment celle qui est aujourd*hui déposée au 
musée de Narbonne, nous devons bìen croire que le fait 
pour lequel des actions de gràceB sont rendues à la divi- 
nité glorifiée j se trouve consigné dans les mots qui prece- 
dent la particule "1 j nous avons donc ici lexpression de ce 
bienfait dans les mots ^TOiH t^S^D IH qui tiennent la place 
des expressions bOS y^QKIH Jtt^ de Tinscription pré- 
cédente. Coniparons ces deux propositions : dans Tune comme 
dans lautre, le mot ;D3, avec ou par Taccomplissement, est 
le complément de la pensée. Puis, d une part, nous avons 
y*^D2ìr3 ^)If9 littéralemenc il a regardé dans laffliction ; et de 
lautre, t^St^D 13, dont le sens general doit avoir nécessaire- 
ment quelque rapport avec celui que je viens de rappeler. Or 
le radicai nS^ signifie étre afBigé, et de ce radicai se forme le 
mot connu TÌMy misere, nialheur. Mais un autre mot qui 
peut et doit également étre forme de ce radicai, c*est le mot 
rU27D' ayant le sens d*afQictiou , de douleur. Admettons 
maintenantque Taleph suiBxe soit encore cette fois le pronom 
possessif de la première personne; nous avons tt327D qui 
signifie, ma misere , mon affliction ; reste alors le mot IZI 
à expliquer ; et nous verrons ensuite si, en ajoutant Texpression 
7D3»nous arrivons à une pensée convenable. Or (^13 signifie 
intrai^U^ ingressus esiy uenitj pervenit; par conséquent les 



PHÉNIGIENNBA ET PUNIQUB9. 93 

troìs mots en qiieslìon pouvaient se traduire : Il est interventi 
clans inon affliction avec laccomplissement de mes prìères; 
évidemment ce sens n'a rien que de naturel. 

Ytent ensuite la formule habituelle, mais compliquée de 
Douvelles expressions dans la première des deux propositions 
disti nctes qui la composent. Eneffet on Ut: 

Voyons dono à opérer encore la dissection de ce membre 
de phrase. La particule de temps ^ nous indique ciairement 
le comniencement de la pensée, et la copule 1 placée avant les 

mots sacramentels mSID Htt ^D27tt^9 il ^ entendu ma voix , 
nous fixe la limite extréme de la première proposition ; en 
definitive, nous devons trouver un sens précis dans les mots 

Séparons-en d*abord la particule de temps *^» dès que, lors- 
que, aussitót que; il nous reste aiors Texpression d*une pensée 
que nous pouvons comparer, pour la forme, à celle que 
nous a foumìe Tinscription précédente, à la place correspon- 
dante. Nous y lisons 

que nous avons decompose ainsi : 

et traduit : Dès que mon désir a été fervent. 

Cette fois^ aulieu du groupe tOTI^ compóse du substantif 
Sn muni de larticle préfixe tt et du pronom possessif suffixe 
de la première personne ttv nous trouvons un groupe de méme 
forme t<*TV^t<' Nous sommes donc tout naturellement con- 
duits à considérer celui-ci comme compose de méme de l'arti- 
cle,du nom et du pronom possessif. Ceci pose, il faut trouver 
le sens du mot *W' Or,ltt^ venant du radicai TTU^? signi- 



94 vili. INSCRimOlTS votivbs 

fie, force , oppression , misere , rmne^ dévastatioh. Nous som* 
mes donc amenés à traduire dès que ma misere, dès quema 
ruine, en nous réseryant toutefbis de reconnaitre si le mot 
ccmplémentaire V^*^ s*accorde avec la pensée exprimée. 
IZMOT signifie, se mopity repsit, prorepsit; ce mot nayant pas 
daulre sens, il faut traduire forcément : Dès que ma misere 
s'est émue , s*est prosternée. Cette fois, je Tavoue, le sens que 
j'adopte en désespoir de cause , me parait assez peu naturel , 
et il aurait grand besoin de confirmation. 

Quant au reste de la phrase il se lit sans aucune difficuUé, 
comme précédemment. En résumé, rinscription de M. de La- 
mare se traduit ainsi : 

Louange au seigneur Baal Khamon ! il est intervenu dans 
ma douleur en accomplissant mes prières , dès que ma mìsere 
s*est émue, et qu il a entendu ma voix. 

Je viens de passer en revue'toutes les inscriptiona votives 
dont les textes originaux ont été placés sous mes yeux. Je n*ai 
plus maintenant que quelques mots à dire sur celles des ìns- 
criptions de la méme classe que Gesenius a publiées, et dont 
la copie donnée par le savant professeur me parait avoìr besoin 
d'un contròie rigoureux exercé de visu devant les monuments 
eux-mémes. 

Gesenius transcrit et expliquela première de ses inscriptions 
numidiques de la manière suivante : 

jD\iy j d' pn Sja p»S 
W 

Domino Bciali Solari^ Regi esterno , qui exaudiidt preces 
Hicembalis (Hìempsalis) domini regni ceterni popufi Massy/o- 
rum j fila MagsibaJis {Micìpsce) ^filii Maasinissceyfilii Mezetbalis 
(Mezetuli) Channimal filius balis amia 



PHRNIGIENNBS £T PUNIQUES. 95 

Je ne pnis admeitre cette transcrìplion, qui est tout à feii 
arbìtraire , et je crois n'étre pas fort éloigné de U verità en 
affirmant que cettè inscrìption doit se lire : 

:?pw 2?3 pn Sya psS 

Je laisse plusieurs lettres en blanc, et jem'abstiens de trans- 
crire les trois lignes de petite écrìture placées à la gauche de 
rioscrìption, parce qu en ces différents points la copie donnée 
par Gesenius me semble ìncompréhensible. 

Le sens general de Tinscription serait alors : 

Au seigneur Baal Khamon ! lorsqu'il a entendu leurs voix il 
les a bénis, Ceux qui ont ordonné d eie ver ceci comme consé- 

crateurs sont Aten. fils de Masinàn, et lachiktak fils de 

Masìtenàn 

On comprendra que je n'attache aucune espèce dlmpor- 
tance à cet essai de traduction , qui ne pourrait étre rendu 
raoins informe, qu à la condition d'étudier un boii estampage 
de la pierre elle-méme. 

La troisième numidique de Gesenius, que ce savant lisait 

'j -{Sa ps S53 pi<S 

-nasn nSp ^yott; 

DM a SsDDn «T n 

5 ìtD • t33 



• « 



Domino Baali Solari , regi cetemo qui exaudivìi voces Hicma- 

thonis et ^ervi tui Hicembalis prcetoris se transcrìt en rea 

lite , quant aux deux premières lignes : 

jD pn Sj3 Xìvh 



96 vili. INSGRIPTIONS VOTlV£S 

A notre seigneur Baal Khamon ! lorsqu*ìlaentendu mavoix 
il m'a beni 

Le reste est incompréhensible , gràce à Tincorrection de la 
copie. 

Enfin, quant à la quatrième numidique de Gesenius, la der- 
nière tigne seule est intelligible, et elle porte encore 

j^Dia «Sp jDtt; pn SjnS 

A Baal Khamon! il a entendu ma toìk, il ma beni. 

Je le repète : tant qu'on n aura pas sous les yeux un plàtre 
ou un bon estampagede cesdernières inscriptions, il sera tout 
à fait ìmprudent de chercher à les déchiffrer. Je renonce donc 
à m'en occuper plus longuement. 

F. DE SAULCY. 

P. S. Une observation fort juste de mon ami M. le docteur 
Judas [Journal asialique de janvier 1845), secrétaire du con- 
seil de sante des armées, et orientaliste t rès- disti ngué, m*a 
démontré que la formule sacramentelle contenue dans les 
deux inscriptions de Guelma , et que dans ce mémoire fai 
lue de deux facons totalement difTérentes, U^^fi t^3Hi^3 et 
V/DH ttltt/t^D» devait étre examinée de nouveau et avec le 
. plus grand soin. J'ai donc étudié de rechef les estampages que 
je possedè de ces deux textes et je me hàte de reconnaitre 
que l'opinion de M. Judas est parfaitement juste quant à la 
première partie de la phrase; c'est-à-dire que le texte de 
Tinscription de M. Delcambre se prète très-bien à la restitu- 
tion des éléments du mot (tl^tO. Je n*hésite donc pas à 
admettre cette lecon pour les deux inscriptions. Quant au mot 
qui dot la formule, e est indubitablement tt^DT dans Tins- 
cription de M. de Lamare , inscription dont Testampage est 
d*une netteté qui ne permet pas d'hésitation. Dans rinscrip- 
tion de M. Delcambre , il ne me parait guère possible de lire 
autrement que \yn. 

Si cependant M. Judas a devine juste, et sì ee qui, suivant 



PHBNICIBtflIBS ET PONIQUBS. 97 

lui , doit se trouver dans ce texte b*j trouvait réellement (e est- 
à-dire VD*1 à la place de W'^n)» nous aurìons, pòur les deux 
teztes, la méme formule que celle que j*ai lue dans Tinscrip- 
tion de M. de Lamare, et que je croìs avoir expliquée correc- 
tement. Du reste, le Mémoire de M. Judas est assez important 
pour que j^éprouve le besoin de défendre de mon niieux' les 
idées qu il combat. Je profiterai donc incessamment pour le 
faire de la publication dans ce recueil de deux textes votifs 
inédits. 

Pkrò, 37 féTrìer 1845. 

F. DE S. 



7 



98 IX. MONNAISS 



MONNAIES DES ÉDUENS. 



'• » ''• I •.••'•», 



»• * 



Pendant longtemps la numismatique gauloise a partagé le 
discrédit dans lequel étaient tombés tous les travaux relatifs 
aux antiquités dites celtiques. Les aberrations de la plupart des 
personnes liyrées a 1 etude de nos orìgines natìonales , la bar- 
barie des monuments qui sy rattacbaient, la confìision faite 
entre ceux d avant et ceux daprès la conquéte romaine, et le 
peu de critique apporté dans leur interprétation avaient suf- 
fisamment justifié le dédain des savants. 

Et pourtant, de tous les monuments attribués aux Gaulois, 
si quelques-uns ayaient mérité d echapper à ce dédain , c*é- 
taient assurément leurs monnaies. Ce peuple n ayant confìé 
qu*à la tradition orale le souvenir des événements de son 
histoire, les seuls monuments épigraphiques remontant au- 
thentiquement à Tépoque de son indépendance sont les le- 
gendes de ses monnaies. En efFet, la nécessité ìrapérieuse 
d'y imprimer le caractère qui pouvait en assurer le cours le 
forcèrent de déroger à ses habitudes nationales, et il est cer- 
tainement dun immense intérét pour nous de retrouver sur 
les monuments de son monnayage les noms d'un grand nombre 
de cités et de yilles de la Gaule, et plusieurs de ceux des chefs 
militaires ou des magistrats civils qui y commandaient. A cet 
intérét s'en joint un autre, presque aussi important, celui dy 
rencontrer, quand Timitation des monnaies de la Grece ou de 
Rome n'y est pas trop servile, des types représentant les divinités 
adorées dans la Gaule, ou des emblèmes et des symboles se 
rapportant aux usages ou aux traditions du pays. Combien 
devons-nous donc étre étonnés d*avoir yu Tétude des médailles 



DBS BDUSN5. 99 

gauloisea atissi longtemps négligée ? Gombien d'histomns, et 
méme dantiquaires, ignoraient encore, il 7 & pc^u d'aniiées, 
les ressources^ à tirer de ces monuments (1) ! 

Toutefoift, dès le commencement de notre sìècle, on avait 
déjà.recoonu sur les médailles de la Gaule les noms d*environ 
douzecités, d'autant de villes, et un très-petit nombrede ceùx 
des chefii miUfaìres doni il est question dans Thistoire. Je ne 
parie iei que des trois provinces encore indépendantes à l'epo- 
que de rinvasion de Cesar : l'Aquitaine, la Lyonnaise et la Bel- 
gique; la Narbonnaise^ civilisée depuis longtemps, frappaitdes 
monnaieSj^eloniesystème grec, è Marseille et dans ses nom- 
breoxoomptoirs; selon le système romain , dans les différentes 
celoniesfondéesparlarépubliquesurle territoire de hproifince. 
Cespièces appartiennent, comme les autres, à nos antiquités 
Ratiooales; mais elles ont été étudiées de bonne heure, 
parce qu elles se rattachaient aux grands travaux exécutés 
sur la numismatique grecque et romaìne. 

Quant aux raonnaies des trois provinces conquises par les 
armesde Cesar, e est au vieux Bouteroue(2) et à notre célèbre 
PellerÌD (3) qu'appartient le mérite d'avoir appelc sur elles lat- 
tention des savants; Eckhel et Mionnet n'ont fait que repro- 
duire leurs attrìbutiuns. L'étudedeces monnaies suit aujour- 
dlioì lemo^vement imprimé à toutes les parties de larchéologie 
nationale. D'abord, de nouveaux monuments ont été décou- 
veits; puis», on ne s*est plus contente de décrireles raédailles 
dont les légendes très-coroplètes parlaient d eiles-ménies et 
foarnissaient des attributions faciles ; mais on a rapproché de 
ces pièces d autres k légendes abrégées, ou tronquées, ou com- 
plétement anépigraphes, dont les types et la fabrique ofTraient, 
avec les types et la fabrique des premières, une analogie assez 
evidente pour qu'on dùt les piacer dans la méme suite. 
Ainsi se sont composées des séries, ou tout à fait nouvelles, 

(t) H. Am. Thierry est le premier qai «e soit sierienscment applique à fiiire «t^rTir 
la nemiMnalique des Gaalois à rhtttotre de lenr pay». 

(2) Heckerehes curieuses des monojres de Frante t in-folio, Paris, 1666. 

(3) UèdeiUes des peuptes, wlles et rais; in<4% Paris, 1763. 

7. 



100 IX. MONNAIliS 

ou beaucuup plus étendues. M. le marquis de Lagoy est , sans 
contredit, celui qui a contribué le plus a cet agraRdìssement du 
doniaine de la numisniatique gauloise (1). MM. de Saulc7(2), 
Lenormant (3), Barthélemy, (4) , de Crazannes (5)| Lelewel(6), 
de Longpérier (7) , Lambert (8) et plusieurs autres (9), ont pu- 
blic un assez grand nonibre d attributions et de rectifications. 
Par le secours de ces difFér^nts travaux, la Caule a été enri- 
chie de séries monétaires des Auscii^ des Belindi^ des Cambio^ 
vìcenseSj des Ccunbolectri ^ des Edui^ des Leuci^ des UxovU^ 
des f^elioeasses f des Keromandui; jégedtncwn^ Brigiatum^ 
Cantiliaj ìe Pagus Corilissus^ Cossio-'F'asatum ^ Diifona^ Ma-- 
. gusaj Solimarìaca^ f^Uontio^ etc., ont été dotés demonoaies 
locales ; on a ajouté aux noms historiques déjà connus ceux 
ile Duratius, LucteriuSy TasgetiuSj P^ereingetorùc^ f^iridoi^ix ; le 
dtre et le nom d*un vergobret ont été restituéssur une médaille 
de la cif é des Uxovii ; enfin , le druide AbarU^ le dieu Bemilvr 
cioviXy la déesse Solimara^ et d autres divinités particulières 
aux Gauloìs ont été signalés sur les monnaies dece peuple; 
la détermination des dìvinités empruntées aux mythologìes 
grecque et romaine a été roieux établie. 

Yoilà, exposé bien succinctement , letat présent de la 
science pour les médailles de la Gaule de Cesar. D'autres tra- 
vaux en reculeront encore sans doute les limites ; je désirerais 
vivement y cnntribuer aujourd*hui , en faisant connattre une 
nouvelle monnaie des Rdui ou Ediies. L'étude de cette inon- 



di) Cf. Description dt quelques méd. inéd. de Mastilia , Glmtmm, etc, in-4*, Aii, 
1834 ; Notice tur Vattribui, de quelq, méd. dee Gamles, etc. ; Aiz, 1837, in-4*'i Rey. 
mumùm,, passim. 

(2) Revue ntuniematique, 1836, p. 162 ; 1837, p. 6. 

(3) Revue numismatique , 1838 , p. 326. 

(4) Ihid., 1838, p. 1; 1842, p. 403. — Rev. de laprw. et de Parie, ao. 1842 et 43. 

(5) Ihid., 1839, p. 1 et 161; 1841, p. 165; 1845, p. 329. 

(6) Études numismatiques et archeologi, Tjrpe gauloìs ,- Bruxelles, 1841, ia^S**. 

(7) Rev. num^ 1844, p. 165. 

(8) Essai sur la numismatique gauloise du nordouest de la Framcei Bty«ax, iii-4*. 
1844. 

(9) Rev, mumism., patsiia. 



D£S KDtE^lS. 101 

naie ine perniettra de donner à la cité illustre des Éduens 
neaf monumenu numismatiques dìfFérents , au lieu de deiix 
qui lui lavaient été seulement attribués jusqu ici (1). {f^oy. la 
pl.K, 1845, n« I.) 

1. EDVIS. Buste de Diane, la tète nue, les cheveux retrous- 
sés deiTÌère la téte, le col orné d*un collier de perles et les 
èpaoles chargées d*un carquors. 

^. Ours marchant à droite ; à Texergue : ORGITIRI[X] — 
Ar. 3. F. "* Poids : 1 granoni. 86 centigr. 

Cetteprécieuseinédaille,dontje dois la possession a labien- 

▼eiUance de M. Deville, de Lyon, est certainement, a legard 

des légendes, de la fabrìque, des événements auxquels elle se 

nipporte, Fune des plus remarquables de celles qui fiirent frap- 

pées dans la Gaule indépendante. La composition des types 

n offre pas moins d*intérét. D*un còte est le nom des Eduesy 

écrit EduiSj sans doute a cause de la confusion frequente de 

IV et de r/(2), naturelle surtout de la part d'un graveur doni 

le travail dénote assez l'origine grecque ou, pour mieux dire, 

massaliote. Au revers est le nom d'Orgétorìx, écrit Orgitirix^ 

comme sur d'autres médailles, d'une fabrìque barbare, frap- 

pées probablement cltez les Helvètes dont il était généralissinie. 

(^OT-.lapl. L, 1845, n^ 1 et 2.) Cette orthographe est d'ailleurs 

justifiée par celle du nom d'Eporédorix dans Tinscriptiori 

suivante: 

I 

• IVIilVS - BPORBOIRIGIS • V • MAGNVS 

PRO • L • IVIilO • CALBIIO • FILIO 

BORMONLAB • BT • OAMONAB 

VOT • SOL (3). 

liC type de lours qui accompagna la legende OrgitiriaCy est 
UD symbole si naturel du pays de foréts et de montagnes 

(t) Cf. M. d« Lttgoy. Not, sur PattriÒ. de quelq. mèd» des Gaules, p. 38. 

(3) Les Romams écrÌTaient inditfércmmeat Edues, jEdtd et HeduL Cf. CaeMir, I, 
31, TI. 12 ; T. LÌT., V, 28, 34 ; T»ciL, Ann,, IH, 43» 45, XI, 25; Mei., HI, 2; Pli»., 
nr« 18, 32. Les Grecs écrÌTaient AtSouot on 'EaoOot. Cf. Ptol., lib. II, p. 48 ; Dioo 
Cui.,XXXVni, 32;Strab., Vf, p. 193; Plutarch., in\Cas., 26. 

(3) BlJlIÌD, Sion, inéd., t. I, p. 146. ~ Berger de XiTrey, Lettre à M. Base, p. 5. 



102 IX. MONNAIBS 

où commandait ce chef, quii y est encore anjourd'hui le 
tjpe monétaìre et l'arme parlante de la ville de Berne (!-)• 

Quant au biute représenté sar le droit de notre médaille, 
il est aìsé de reconnaitre une copie fidèle du type <le Diane 
pharétrée , eni^loyé sur les médailles de Marseille , dont 
j ai essayé de fixer la fabrication ver^ une epoque voisine 
de celle des premiers établissements romains dans la Pro- 
vince (2). Une autre imitation du méme type, sur une mé- 
daille latine de bronze frappée chez les Volcce^ A recomici (3), 
avant la fondation de la colonie de Nimes, peut servir encore 
mieux à faire concorder, d^après les caractères tirés unique- 
nient du style de Fart, le temps del emission de la médaille des 
Edues avec 1 epoque de la conjuration des Helvètes contre les 
libertés de laGaule,sou8lecommandementd'Orgétorix, épo* 
que qui, comme on va voir, peut seule expliquer la présence 
du nom de ce chef sur une monnaie des Eduens. 

On se rappelle que, vers Tannée 59 avant notre ère^ Orge- 
torix, Gasticus, chef des Séquanes, et Dumnorix, frère du célè- 



(1) Bfler,/i/iir. Baeren.— Ce type ii*éutt coonu, daos tonte la namisinitiqae grecqne, 
que par lue médaille, dont Toici le dessìn, et dont l'attribntion n*a pa étre dite 




jnsquHci. La legende MA et le dcnphin permettraient peat-étre de la avpposer firappée 
à Maracille, vers les premiers temps de son autonomie. St le danphin est un attribnt 
tont naturel de la Diane des ports, Aiii-SviTtc* protectrice de Marseille, l'ours pent 
conTenir également comme attribnt de la Diane des montagnes, 'OpeCtriC, et uous 
▼OTons, d*aillenrs, ce tjpe associé, snr la monnaie d'Orgétorix, à eelni de Diane. L'ours 
a , comme on sait , plns d*nn rapport aree le mythe de cette déesse. Je n*ai qu'à rap- 
peler la métamorphose de la nympbe Callisto, qui, au fon^, est la mékne que VAnénùs 
CaUisté (Pans. I, 29. 2 ; Vili , 36,7) , et les cérémonìes de r'ApxttCa, à la grande fere 
de r Artemia de Branron,dans lesqnelles les jennea fiUes initiées étaient appeléeaoiwvef, 
dfKTOi, etportaient qn vAtement dont la conleur imitait eclle de la pean de Toars. (Cf. 
Brmndsted, Fojages et Reckeithes dans la Grtee, II' Ut., p. 25ó.} 

(2) Cf. ma Numismatiqae de la Caule NarhoMuUse^ p. 60 et pL 111, n*" f 16 
et 131. 

(3) Ibid., p. 162 et pi. XVai, n" 7. 



DBS EOUENS. )03 

breÉdti^i DratiacuSy formòvef^le pr^| s^U|}acieux 4*e^va)iir 
toute la Gaul« et de la soumetlre à leur 4qQ9 W^QP ( 1 )?, D^ps ce 
triumvìiaft^ qui rappelle celui doi^ le mon^errofnain de¥ait plus 
tard subir le jougy le, ròle, d-Qrgétorìx ^tait^^^^I^bl^ è^ pelui 
il'Octave; comme luii, le chef gaulais voulait^api^ avoir fi^U 
servir rinfluence de ses collègues au sii^Ksè^de^e^^^^scùaf t P^ 
iéfme «d'eux et régner seul sur son pays; mais le patriotisme 
ombrageux des Helvètes cau^a U.J9iort.c^ Tgutepr du complot 
aTsntsa perpétnition{2)v Les Helyètes n'en continuèrent; pas 
rooios les projets d'Orgétorìx,.et on saitqu^^e fut lepré^ex^ 
deTarmée de Cesar dans les Gaules.* .., 

Sans auciu» -doute, notre méd^ill^ est.pn.précijeux inonnr 
ment'de J-allìaoce d'Orgétorix, et de DiimuQrìx, Le premier y 
asoul inscrit san nomen qpsilit^ de gén^r^^li^siiiie;. Dumnprix 
y mit celui de la cité, dont les habitantSsayaiifqt ^té, par se& 
iotrìguesy dispose» .a favoitiser l^urfzproje^.. Ijlpus a,vons déjà 
publìisine médaiUeQÙ le mnnde Viri4oyi^> o|ief iesjfn^lìj 
»e trouTe aiosi associé a celui des Lixovii^^ comme génér^Iis- 
sime de la confedera tion des cités armoricaines TS),, 

• La/beauté du travail de Ja médailledieis E^penSiCf Jie choix 
de la lète qui en forme le type principal iudiquent que ce peu- 
ple j plaeé par la civijisation eu; avaot. de tous .le^ auj^res peu- 
plei de la Gaiile indépendante, i^yait ^ttiré,^be^ Wi4^^ artistes 
«ltJKacseiUe,.ott. en.ppssédaitc^ naiionaiix fo^niés à^l'é^lede 
Qctte TÌlle. célèbre. , ..i ,•, 

Sqìi que Jes. Cdueu», en raison.. des. frcmbles qui ^Hivireut 
ImTasion de Cesar, et interroiiipirDntr, pour, un temps, la cul- 
ture deaarts dans» la Gaule^soitique les Helyèles, encore bt^ 
hsres, auxquds notre médaille rappelait le nom d*un homme 
célèbre parmi eux, aient frappé des imitations grossìères de 
cene pièce, lescabinets enrenferment un assez grand nom- 
are d*exemplàires semblables aux n°* 2-5 de noire planche K. 

(1) Per tres poientisiimos ac fintUstimos populos, totius Gallùe tese poUrì passe spe^^ 

(1) iWrf., 1 , 2-4. 

(3) Rev. numìsm.y 1841, p. 34.'). 



104 IX. MONNAIES 

On pourrait encore supposer qu'elles ont été fabriquées chez 
des tribus yoisines des Eduens et moins avancées en civilica- 
tion, qui copiaìenCcespìèces sans disoernementi en altérant 
successiVement les tjpes par une serie de copies de copies. La 
numismatique des nations barbares foumit une muttittide 
d'exemples de ce genre. 

Sur les n^ 2 et 3 les légendes exìstent encore; mais les coins 
étaient trop grands ou trop mal ajustés sur les flans , et il £iut 
réunir plusìeurs exemplaires de la méme pièce pour retrouver 
en entier non-seuleroent i^s légendes , mais encore les types 
de la médaille. Le caractère idéal de la téte a complétement 
dispani ; on reconnait cependant encore la forme de la coif- 
fure dans le développement exagéré donne aux mèches de 
cheyeux qui couvrentles tempes. L'ours, dont les pattes s'al- 
longent de plus en plus et dont le corps va s'amaigrissaot , 
prend tout à fait Tapparence d un loup sur le n"* 3, et il a été 
décrit sous ce nom par tous les numismatistes qui se sont oc- 
cupés de cette médailte (1). Le poids de la monnaié dirainne 
aussi de plus en plus. 

Sur plusieurs autres pìèces , d'une plus grande barbarie, 
la figure a perdu encore davantage de son caractère; au 
revers, à Tours a été substitué le cheval en course, tjpe 
le plus habitudi des monnaies de la Caule, et qui se présen* 
tait naturellement sous le burin des graveurs de coins. Une 
lyre au-dessous du cheval et un annelet au-dessus forment 
les sjmboles accessoires du type sur les n*" 4 et 5. Les sym- 
boles sont omis sur le n^6, où la barbarie a atteint ses der» 
nières limites. Ce sont surtout ces trois dernières pièces que 
Fon pourrait oonsidérer comme des imitations de la monnaie 
éduenne, faites par quelqu*une des cités voisines des Éduens 
qui formaient une confédération dont ceile*ci^ ayait la su- 
prématie, telles que les Ambarres, les BeUovaques, les 
Boiens, etc. (2). 

(1) Cf. Mionnety De/c, t. I, p. 89, o^ 6t, et Supp., t I, p. 156, n* 4); Marqais 
de ÌM^j, Nat. tur VaUrih, de f««/f . mid,^ p. 38; Lelewel, Type gcmlois, p. 367; ete« 
{!) De BeU. GaiL^ paaùin. 



DES BDVENS. 105 

J'ai cni devoir piacer sur ma planche, n^7 et 8t les deasins 
d*un statère et d*an quart de statère d*or dont il est impossibie 
de inéconnaitre Tanalogie avec les pièces précédentes. La coif- 
fure de la téte est la méme ; sur le revers, le cheval conduit, 
débris du bige des statères grecs, est accompagné des mémes 
symboies accessoires qu au n" 5. Ce que Fon pourrait prendre 
pour un autre symbole, place en avanl du poitrail du cheyal, 
doh étre considéré corftme rextrémité de la flèche du ebar. 
Sur le quinaire d argent n^ 6, on remarquera que le graveur 
a essajé, comma celui des statères, de Egurer le conducteur 
penché au-dessus du cheval. 

Quant aux monnaies qui porteti t le nom seul d'Orgétorix, 
elles sont, comme nous lavons déjà fait remarquer, compléte- 
ment barbareSf et durent étre frappéescbez les Helvètes.(f^. la 
pi. L, n^ 1 et 3.) Llmitation de la téte diadémée de la Diane 
massaliote-est toutefois reconnaissable sur la pièce n*' 1. 

Mon savant ami et confrère, M. de Saulcy, pense que le 
nom ATPIITJ, inscritsur le n^ 1, etquirappelle ceux d*Epiilus 
et &j4tepUos^ ìnscrits sur d'autres médailles gauloises (I) , est 
un nom de dignité : celui qui appartient à la dynastie^ XAt^ 
appartenant à , et pilla , Famille. 

Par le nom COIOS, qui se voit sur le droit de la médaille 
n® % on pourrait avoir chercbé à rendre le prénom Caius^ 
ce qui rappellerait un patronage romain , et l'on sait que les 
princes barbaresambitionnaient souvent cette sorte de distino 
tion, sans sedoater que les relations amicales qui en résultaient 
préparaient et facilitaient les conquétes de Rome. 

Aprés la mort d'Orgétorix, les Helvètes, corame nous le 
disionstout a l'heure, n'en poursuivirentpas avecmoins d*ar- 
deur leurs projets contre les libertés de la Gaule : Dumno- 
rix et les Séquanes continuèrent d*étre leurs alliés. Les Sé- 
quanes accordèrent aux armées beWétiennes passage sur leur 

(1) Cf. Lclewel, Type gaoUns, p. 246, note 569 



106 IX. MOHNAIBS 

territoire, mais les Édueus réflìsièrent aux intrìgues de Oum- 
norìx «t appelèrent Cesar à leur seoours. Ite chef éduen.qui 
commandaìt la eavalerìe auxiliaire de rarmée rotnaìne lui fit 
essuyer une défiiite en prenant la fuiie devant les Helvètes, et 
il allait étre livré à la rigueurdes loìs gauloises sans l'interces- 
sion de son frère, DÌYÌtiacus(l). Le proconsulisacrìfia cetfi^fois 
sa yengeance à sa politique; on sait que plusiard il fit roas- 
sacrer impitojablement Dumnorìx, en désespoir de réussir à 
lattadier à sa cause (2). 

Duninoinx,que Cesar nous représente plusieurs fois oomme 
un homme audacieux, entreprenant*, d'une grande, autarìlé 
parnii les Gaulois et aspirant a la royauté, à laquelle il pensait 
arrìver par l'aide des Helvètes (3), dut sans doute profiter 
da moment oùH. resta seul a la.tete de la ligue tieWétienne, 
paur frapper, eomme Orgétorix, une monnaie k son nom. 
Nous crojons, du moins, devoir lui-attribuer les pièces 
dont nous avons dessiné plusieurs va^iétés^ (PI. L, n^' 3 à 6.) 

Stu: ces pièces-, dont la fabrique est plu&.romaini^ que 
grecqne ,on peut . reconnaitre , d*un coté , la téte de Diane , 
type introduit par les Massaliotes dans les Gaules , où il ac- 
quit une grande popuhirité et persista très-longtemps. Au 
revers, se voit un guerrier revétu du costume gaulois, tenant 
d'iMne niain l'enseigne natipnaledu ^/i^Vr(4)> ^t de raiuttre, 

(1) Canar, De fieU. GaU., I , Ò.20. 

(2) Ibid., V. 6. 

(3) Dumnorigem , summa audacia \ màgnaque apùd ptebem , pfopter ìibfTùìùatam , 
fratta. . . Si quid attidat RonuuUi, skMmam in spem réglùfer H^eiiòs obtimemdi >90' 
mie,.. , (I, 18.}— Cupidum imperìi, magmi animi , magnof inter Gaiìos tmctoriiatis. 

(▼. ••) 

(4) J*ai esuyé de déraontrer aillean qoe le Moglier éuit le symbole, Temblème 
nlitionalde toiU'1eft'peii^Ie« d'òrìgÌD« gaalobè: (Cf. BÀt^. numiàm,; 1840, p:'S45J3600 
J*ei onis «lors- noe dea preoves le» plw cuHeoaes et les plos .conTaiocantes à Tappai 
de mes aawrtioos ; je la rapporterai id. « Ergo Jam dextro Atavici maris iiiorr jSstjro^ 
« rum gente* adluuntur : quibus ritus habiiusque Sutvorumi i.niouA. BaiTAHHicJt pao- 
n PiOB. Matram Deum venemniur : itte^na mperstìtianit roRHàé APmoRVM otcTAirr; 
« idpro anni* omnique tuieU t seaurum Dem cuborem etimm ùUer kotte^ pnestai,» ^arit. 
De Mar. Garm., XLV ) Voilà on peuple d'orione gauloise» aiaù que rindiqoe son 
langage, qai a le simulacre du sanglier conme .«f nbole de «on cnlte , comme talismao 
contrc toos Ics danger». 



DBS BDUEHS. 107 

iinetékehuniaine. Sur ìes variétés n^ 3 et 4, le guemer porte 
seulement Tenseigne qu'il tient à deux mail». Lés legenda du 
revers, DVBNOREIX et DVBNOREX, rappellent parraitement 
le Dumnorix des Commentaires; le changement dubnen mn 
est tottt a fait dans le géiiie de la langue latine (1). 

Il fiiudrait, je Tavoue, pour compléter cette attrìbution, 
trouver, soit chez les Helvètes, soit dans la cité des Édues, 
un nom de lieu qui répondit a la legende du droit , dvenocot. 
Son analogia avec le otrtc acòs des médailles que Fon classe 
communément à Tournai , Tavait fait attribuer jusqu'ici à la 
méme ville (2) ; mais la fabrique de ces pièces est très-difFé- 
rente, et la legende du revers des nòtres doit, nous le pen^ 
sons, donner lavantage à notre conjecture (3). 

LinfétJorité de la fabrique dd ces monnaies , à 1 egard des 
ntonnaies presque contetnporaines des Eduens, meporterait à 
croire quelles ont été frappées chez les Hehrètes. La situation 
de Dumnorix à Tégard des Romains, qu'il ne trahissait pàs 
ouTertement, commandait cette ptécaution. Eti outi^e, la lète 
coupée que tient à la main le guerrier gaulois, rappelle une 
coutume feroce qui ne devait plus*étre en'usage chez les 
Eduens (4). Toutefois , noff monnaies pourraient encore avoir 
été frappées clàndestinement dank une petite localité de4a 
cité des Éduens , et le type du revers indiquer un de ces re- 
tours vers des coutumes barbares auxquels sont sujettes les 
nations civilisées dans leurs grandes crises politiques. C*est 
ainsi que les Romains enterraient vifsdansle Forum , un 6au- 



(t) Comme dant sommu, rapproché de uicvoc et d*antret. 

(3) Cf. BonUrone, Rech. cur,de* mon,t p. 45; Pellerìn, Méd. despemples et wUes, 
1 1, p. 28; EekbeU Z>* N. ^., t. I, p. 74; R^, mmm., 1836, p. 318. 

(3] M. de Monardy qui, dans nn mémoire. tor le* médalUea gaidoisea trouTécs à Ao* 
tBB,Kticat ausai pour les Éduens les médailles avec Tiiisi^^ptioii Hnummim j ette un 
baarg asses coaaidérable , accompagna d*un cbAteau, appelé Doma dans une charte 
^ l'abbaye de Saint- Andoehe , et qui porte anjourdliui le nom de Dome. M. Tabbé 
Dcvouconx» dans une note ajontée au mémoire de M. de Monard, en attrìbuant à 
Daii-le«Roi la legende Dmònorex» ne me paratt pas avoir émis une opinion soutena- 
ble (V. Mèm, de la Sociéié Éduenae, 1. 1, p. 41.47). 

(4) Cf. T. Lìt., X, 26; Sirab., IV, p. 197-198; Diod. Sic,, V, 26. 



108 XX. MONiNAlKS 

loU et une Gauloise, pour coiijurcr les dangers que leur fai- 
saient courìr les inyasions dea armées 4^ la Gaule(i). 

Les circonstatices les plus favorables à 1 emission de la roon- 
naie au nom de Duronorix nous semblent donc étre celles 
doni nous venons de rappeler le souvenir, et dont la date ré- 
pond à Tannée 58 avant notre ère. 

Deux roédailles dont Tattrìbution à un autre chef des Éduens, 
cìté par rhistoire, est beaucoup moins contestable, quoique 
ces pièces soient restées longtemps parrai les incertaines de 
la Gaule (2), ont été restituées enfin par M. le raarquis de 
Lagoy à Litayicus. On ne saurait eo efTet tnmver une explica- 
tion plus satisfaisante de la legende litavicos qui se lit sur le 
n^ 7 de notre pi. L, et de celles, plus abrégées, LITAV et 
LITA des n^ 8 et 9, d'une fabrique plus barbare; mais dont 
les types sont exactement les mémes. On a pourtant conteste 
cette attribution ; mais Topinion de M. de Lagoy a prévalu , et 
celle de son adversaìre ne mérite pas d'étre réfutée (3). 

Lemission de ces deux pièces doit se rapporter à l'année 55 
et à la grande insurrection gauloise commandée par le célè- 
bre Vercingétorix. Gonvictolitans , chef suprème des Éduens^ 
établi par Cesar, séduit par l'or des Arvernes, ayait par- 
tagé le prix de sa défection avec Litavicus et ses frères , 
jeunes gens d'une famille illustre du pays, et les avait chargés 
du commandement de dix mille auxiliaires que leur avait 
demandés le proconsul , alors occupé à faire le siége de Ger<- 
goyie. Litavicus, en approchant de loppidum des Arvernes, 
harangua ses troupes et les gagna à la cause nationale ; mais 



(1) T.LÌT.,XXn,57;Plal«rch.,ii»Ar«/v«//.,3»etQ<Mr«e. AomMt.VII,p.l44«t 145, 
ed. Reiske; Oros.^ IV» 13; Zonar., THI, 19. 

(2) Cf. Bouteroue, Reeh. eur, degmonojresy p. 48; Pellerìn, Méd. dét p&mpUr et 
vilUs, t. I, p. 32, ett. in, p. 183; fickhel, D. N. ^.» t. I, p. 78;MioMict, Déterifi,, 
1. 1, p. 91, B*** 76-78 , et Sapp., I, 157, n*^ 58; DMrqots de Lagoy, op. ia«J.,p. 35 et *m. 
— Bonterooe et Pellerìn avuent cependant propoté rattrìbatioii à Litaficos oa à LHa- 
nobrìga de la médaille avec la légeade LITA, la acale qui Icnr fÙt connae. 

(3) Cf. Pierqoio de Gembtoaz, Hùt, monèt, d» Benj, p. 54, et Rev, lutm., 1840, 
p. 252. 



1>£S BDUENS. 109 

le complotdeschefséciiiensy découvert par Viridomare etEpo- 
rédorix, (ìit porte à la cqnnaissance de Cesar. CSelui«ci, avec 
son impétuosité ordìnaire, coupa la marche de LitavicuSy qui 
n eut que le temps de se réfugier, suivi de ses seuls clients , 
dans les murs de Gergoi^ie. Mais , pendant que les Romains 
épuisaient leurs efForts con tre cetre place, Litavicus, avec une 
actiyité digne de son adversaire, était retourné à Bibracte, 
en soulevant tout le pays sur son passage. Il avait été recu 
en trìomphe par ses concitoyens , et ce fut alors que s'orga- 
nisa, sur les frontières des Eduens, la révolte generale des 
Gaules (1). 

On ne saurait piacer à un moment plus convenable la ia- 
brication des monnaies au nom de Litavicus^ car bientòt il n'est 
plus question de ce chef, et le pouvoir militaire était anx 
mains de Yirìdumare et d*Eporédorìx quand le proconsul , 
après la prise d* Alise et la défaite de VHector gaulois^triompha 
sans combattre de la cité des Eduens (2). 

Sur les monnaies de Litavicus , l'influence de Tart romain 
se hit sentir : le module^ la forme et lepaisseur du flan , la 
composition et le style des types, tout dénonce un graveur 
de Fecole romaine, et fait encore quelque honneur au góùt 
des Éduens pour les arts. On reconnait toujours la tète de Diane 
sur le di^it de la monnaie : le sujet du revers est emprunté 
aux deniers consulaires; c*est une aitération du type des Dios- 
cures, nationalisé par Tenseigne du sanglier que le cavalier 



(1) CMar, De B€U, GaU„ VII, 37-40, &4-5S. 

(3) Ihid,y 66 et 90. — Il est probable que c*est le oom da méme Litincas qui se 
lit sor cette iascriptioa pen connue da masée d*épiaal : 

SEX * (W SENOVIRI 
DYDNOTALI ' F 

IVL » UTVMARA ' UTAVI 6 T F 
MATER ' FACIENDVM 
• CVRAVIT. 

Eo effet, l« préflom de JuUa, empranté au nom de famille de Cesar, et la forme 
ganloise de toos les aatres noms propres contènas dans l'inscnption doivent lui faire 
aasigner ane époqae très-troisiue de celle de la soamission de la Gaole. 



1 10 IX. MUNNAIES Ì>ES BDUENS. 

porte en main. Un type analogue, comme on l*a vu tout à 
rheure, figure aussi sur les monnaies de Dumnorix : le porte- 
enseigne y est représenté à pied , tandis qu'il est à cheval sur 
les monnaies de Litayicus. Au droit de oelle-cij on remarquera 
que Tune^des deux enseignes, plapées à droite et à gauche 
de la tète de Diane, est surmontée d*une fleur ou d*jan fi^r de 
lance parfaitement.semblable à la fleur de lis héraI4ique qui 
devait étre plus tard reinblème des Gallo-fFi^ncs. 

. Dautres médailles, dont rattrìbution n'a pas eiicore éié 
suffisamment établie, et qui portent également pour, types \^ 
téle de Di^ne ^ un guerrier tenant ^Ja.main Tenseigne du 
sanglier {F', pi. L, n^ IO), pourraient aussi étre rapportées, 
sinon, aux Édues, au mpìns auoi: circpqstances da la révolte 
organisée par oe peuple. Ces médailles et plusieurs autre^ 
de tjpe^ et de fabrìqu^ apalogues, rapprochées de cellesdont 
nous ayons parie d'abord, formeraient ui^e réujiion de pièp^s 
importante qui ppurraitétre publiée sousle tìtre d^.Medaii/es 
de la, ligue éduenne. Si ces diff^rentes médailles ne pré&entaiei^t 
pas toutes, ^u méme deg^ é, rintérét d*art que préseptent Cf^U^ 
de la ligue achéenne, par ex empie, nou^ serions en droit, nou^ 
autres descendan^s d.eSiGaulois, dq. Jeur trouY^;r un iqtérSt au 
rooìns égal, au.point de YMe.deJ*histoire»en rajson du pajf&Qju 
se sont passés les éyénenients dont elles r^ppejlent le souyeiiir. 
G'est un sujet d*étude dont je n*ai pas à moccuper ici; je 
le signale seulement aux antiquaires pour lesquels les monu- 
ments numismatiques de notre sol natal ne semblent pas de- 
pouryus d*ìmportance. Je serais heureux si le trayail qu'on 
ylent de lire pouyait aider à la démonstration des idées qui 
me Font fait entreprendre. 

L. nB UL Saussate. 



X. LYCURGUB PUlllElfx. IH 



LYCUBGUE FURIEUX 



(ilfoji. toA. lY, pi. XTietxrir.) 

Bacchus, à son retour de la Pbrygie où il ayait été initié 
aux niystères de Cybèle, étant arrìvé dans la Thrace, sur 1^ 
bords du Strymon, y recut un accueil hostile de la part de 
Lycurgue, roi des Edoniens. A la suite d un combat qui s^en- 
gagea entre eux , le dieu fut obligé de se réfugier dans la mer 
auprès de Thétis, tandis que les baccbantes et les satyres de 
sa suite tombèrent au pouyoir du yainqueur. Mais bientót , 
par un elfet de la puissance du fils de Séniélé, les chaines des 
captib se brisèrent, et une fureur soudaine seropara de Ly* 
curgue. • Dans un accès de démence, ce malheureux pere s*ir 
maginant abattre un cep de vigne , tua son fils , et s'étant 
coupé un pied a lui-méme (I) ^ il recouvra la raison. Quelque 
temps'après, le pays ayant été frappé de sterilite, loracle de- 
dali que le fléau ne cesserait que par la mort du roi. Les Edo- 
niens s*eniparèrent dono de Lycurgne, lemmerèrent sur le 
mont Pangée où ils lattachèrent ; Bacchus le fit dévorer par 
des chevaux. 



tt) 1fo«»itoiift som U lafon A'siciens mannaerSts àxputviftiAavc iflniv6v, noo^ttu. 
lement puree qv'eUe iions parali la pina r»ti»oneUe, inaia encore parca qo^eUe a poor 
^le rantorìté d*aatres textea anciena. Voy. Hjgin., Fah, 132; Serriva ad jEn,, III» 14 
P- 180, ed. Lión ; Sehol. ad, Horat. Od. IT, 19; Ovid. Ibis, 347 aq. ; AnAolog. grttc., 
vp. 297, t. TT. p. 1S1, ed. Jacoba. Cependmnt, aalon M. Welcker {Naeknwgt zur Tiri- 
^^> S. 1 16, not. 37), lea deux dcmiera paaaages ne feraient paa allaaion n la méme 
drcoDstance. 



112 X. ''lycuhgue fdrieux. 

Tel est l'exposé succinct du mythe de Lycurgue que nous 
donne Apollodore(l). Le récit des autres auteurs offire quel- 
ques différences (2) ; la niort du roi thrace surtout est racon- 
tee très-dÌYersement(3). Quant à la fable elle-itiémey elle re- 
monte à une haute antiquité. Homère^4)en fait déjà mentìon, 
et Eumèle Favait exposé ayec étendue dans un poème qui 
n'est pas arrivé jusqu'à nous (5). G'est à Eschyle qu'elle 
parait devoir ses plus grands développements. Le tragique 
athénien avait, mis au jour, sous le nom collectif de Lycur- 
gie^ une tetralogie coniposée des Édonìens^ des Bassaridesy 
des Jeunes gens et de Lycurgue^ àv^Ltae satyrique (6). Les frag- 
ments très-courts et en très-petit nonibre de cette suite de 
pièces ne permettentpas d*en reconnaitre la composition d'une 
manière exarte et certaine (7) ; mais l'on croìt, non sans fonde- 
'fnent, retrouver dans les trois groupes de faits que présente 
la narration d*Apollodorey la répartition des divers incidents 
de la tutte entre les trois tragédies. Peu desujetsse rattachaient 
par un lien plus étroit aux fétes religieuses qui orit donne 
naissance à la tragedie; il y a donc tieu de s'élonner que, 

(1)11!, 6,1. 

(2) Aiasi, plniienrs poetes et d'autret écrivains ont transporté en Arabie le théétre 
de ces érénemeats. Aotùnach. ap. Dìodor. Sic. Ili, 05, 7; Aediiiachi» Fragm. 107; 
Nonnasy Dionjrtiac, XX, 149 sqq.; Damate, op. Phot. BM, 242, p. 348, ed. Bekker. 

(3) Homer. lUad, VI, . 139 sq.; Sopbocl. Antigone 955 tqq. et ibi Sehol.; Dìodor. 
Sic. in, 65, 5; Hygin. Fab. 132 et 142 ; Lactantiiif ad Statii Theb. IT, 742» p. 205 
B; Serrias ad jEh. L /. Cf. Badiet de Mesiriac, Commeniaires smr Uà Éfistns d'O- 
vide, t. I, p. 165 sub.; Zoèga, AbhatuUlungen, baraiisgeg. von Welcker, S. 17 fgg, 

(4) Iliad. Yl, I30sqq. 

(5) Schol. ad Iliad. /. e. p. 182, ed. Bekker : Tiic (oropioec icoUol ifAvifiodyioatVy npov}- 
YOUfiivwc Si ó T^v EOpemiov itcicoii)xci»c E6|uXoc. 

(6) Schol. ad . Arìstophan. Thesmophor, 141 : T^v TerpotXoyCav Xiyei AuxoupYCsv 
*Hdovróc, Baacrapi6a<y NeovioxouCt AuxoOpYov «ràv oorupixóv. 

(7) Des tenutives, ponr atteindre ce bat, ont été faites, dans ces demiers temps, 
atee beaoconp d*eaprifi et de sagaeité, et aree plus on moina de boohenr, priacipalc- 
ment par BfM. Weleker (jEschjriisehé Trilogie, S. 220 fgg.; Naehtrmge, S. 104-122. 
Gf. Grieeh. Tragmdien, I, S. 48 fg.); et G. Hermann {De uEsehyU Ljeutgia Dieeertat,, 
lips. 1831, dans ses OptuaU., toI. Y, p. 3-30). Yojes anssi Ad. Scbidl, Beriit^, Jakr- 
hacker Jarwieseniecka/iL Kritik. 1834, B. II, S. 441 fgg., Bode» Geeehiekte der ffellem. 
Diehtkunst. Bd. II, Th. I, S. 334 rgg.;Abreos, jBeehyli fiagm. dùpoe. et axpiic,, 
p. 177-181. Paris, ap. Didot, 1842. 



X. LYCURGUK FURIBUX. 1I3 

tandis que le mythe analogue de Penthée a été remis tant de 
fois au théàtre par Ics poé|es tragiques de la Grece et de 
Rome (1), personne, après Eschyte, semble Davoir plus osé 
trailer celui du roi des Edoniens; car le Ljrcurgue de Naevius 
parait avoir été une comédie (2)> imitéed*une pièce qui portait 
le méme titre , sortie de la piume du comique grec Anaxan- 
drìde (3). Des motifs plausibles, qui ressortiront en panie de 
ce travaily nous portent à croire que c*est principalement au 
pere de la tragèdie grecque que Tart demanda ses inspira* 
tioiis pour la représentation de cette fable. 

Au rapport de Pausanias (4)., quatre peintiu'es ornaient le 
tempie de Bacchus, situé près du théàtre à Athènes : elles re- 
présentaient divers événements de la vie merveilleuse dudieu, 
et entre autres la vengeance qu'il tira de Lycurgue. Une des 
statues^jdu tempie était Touvrage d*Alcamène. S'il est perrois 
de supposer que les peintures dataient de la méme epoque, il 
s*eDsuÌTra]t qu*elles auraient été exécutées peu d'années après 
1 apparition de la Lycurgie d'Eschyle. Pausanias ne donne au- 
cun détail sur la composition du tableau relatif à Lycurgue, 
mais la manière dont cet écrivain s'exprime (5), rapprochée 
des monumenta de l'art qui sont parvenus jusqu'à nous, auto- 
rise à penser que c*est le méme fait qui a été figure partout, et 
queceux-ci sont des imitations plus au moins libres de la 
peinture athénienne. 

A la fin du siècle dernier, Zoéga (6) en était réduit encore 
à déplorer la rareté des monuments ayant trait au mythe de 
Lycurgue. En effet, outrele beau sarcophage qui faisait i*objet 
de son travail,il ne connaissait qu'une monnaie d'Alexandrie, 
dans le musée Borgia , et une pierre gravée de celui de Flo- 



(1) Voy. O. i«bn, Pemtkeusunddie Mainaden, S. 5 fgg. 

(2^ Cest ropiooa d« M. DùnUery de Natvii Ljrcmrgo, da a» le Rheìnùeh. Atn» 
umm, V, S. 433 fgg. 

(3) Athcnaot III, p. 105 F. Cf. Meineke, Historia erti. Comìeor. grgee., p. 371. 

(4) I, 20, 2. 

(6) £l<rt %tà flcveeO; xoù AvxoOpYOC ^ U Atów<rov v^pioav 8i8óv7e< Sìxoc. 

(5) Abkandlungent S. 1. — Le Mrcopbage Borghése y est figure Taf. I, 1. 

8 



114 .X. LTCURGUB PURIBUX. 

rence (1), qui présentassent ce sujet; et encore la première 
n*ofFre quetrois 6gures, et la seconde qa*une seule. Depuis, 
la science s*est enrìchie de plusieurs autres représentations inte- 
ressati tes. Sans parler d'une niosaique, dont lesavant danoiseut 
plus tard connaissance lui-méine (2) , deux Tases peints , décou* 
Tcrts dausdesfouilles^Fun àCanosa et l'autreàAnzi, et dépo- 
sés actuellement au musée de Naples, fìurent publiés successive- 
ment^Tun par Millin (3) et Tantre par M. Millingen (4). Quel- 
quesannées après, M. Weicker(5)ajoutaun nouveau monument 
auxprécédents^endonnantlaTéritable interprétation d'un cra- 
tère de marbré, exposé dans le jardin Corsini à Florence, etdont 
le sujet avait èli méconnu jusque-là (6). Presqu'en méme temps, 
Dubois-Maisonneure (7) faisait connaitre un ti'oisième yase 



( I ) Chea Cori, Mus, Florem., I, Ub. 92 , 9 ; Zo^a, AbharuUungen, Taf. 1,2 la 

collection de Stusch, ftojourd'bni à Berlin, renferme une pAte antique et noe corna- 
line représentant le méme sujet : Ljourgue détruisant à coups de kache les a^ignes 
plantées par Bacekus. Voy. Toelken , P'erteicknùs der ^vertiefi getchnitienen SUime a» 
Berlin , S. 2(y4.<— Dana la ooUeetion Rénlà Paria eaiatait une avtre pierre grasce 
montrant un sujet semblable. 

(2) Zoega, /. e, S. 2, not, 3. Cette mosaique existait alors au mns^ de Portici; 
elle est consenrée présenceraent dans celui de Naples. Y(»y. Oerlnrd nnd Panofka, 
Neapel* aniike Biidwerket S. 143. 

(3) Description \des tombeaux de Canosa, pi. XIII. Cf. Welcker, Zoega^s Ahkandl^ 
Taf. 1,3; Dubois-Maisonneuve, IntroducUon a Vétude dee vose*, pi. XX VI,!; Gni- 
gniaat> Religions de Vantiquitè, pi. CXLIX bis, 444 a. 

(4) Vases grecs, pU I, II; Weloker, /. c^ Taf. II, '4'^ » Inghirami , Pitture di vasi 
Jiiìilt, I> Uv. LV. 

(5) L, e, S. 358. 

(6) Publié par Cori, Mme. etruse., I, 15; pnia par M. Welcker, /. e. Taf. II, 6* et 
par Zannoni, Illustraziome di um antico wiso di marmo, Firenae, 1826. 

(7) Introducdon à Vétude dee wises, pi. LUI. — Oatre les monumenta citéa ici , 
j*ai TU, il y a quelques années, entre les mains deM. Dnbois , un vase de Terre de 
coulenr cbangeante. Ce Tase de la forme d^nn gobelet est d'une teinte Terte opaqne ; 
présente au jour, il denent transparent et d*un rouge éclatant. On y Toit une eom- 
position de plusieurs figures en relief et adbérentes an corps du Tase, au moyem de 
légers tcnons. Ljreurgue y paratt, les bras et les jambes embarrasséa dans des eepa de 
Tigne ; la hacbe lui échappe des mains. Derrière lui est sa femme, en costume defanc» 
cbante, étendne par terre; elle semble implorer la protection de Bacchns. Le dieo 
arme de son thyrte et acoompagoé d*une pantbère, anÌTe sur Ics lieux oà le roi de 
Thrace cxer^it sa fareor. Pan capripede, le bras couTert de sa chlamyde » précède 
le dieu dev Lénées. i. W. 



X. LTCtJRGUE FURIECX. 115 

du musée de Naples, oii le personnage principal du tableau est 
désigné par rinscription AYROPFOS. Le beau vase trouvé a 
Ruvo, en 1834, et qui est alle grossir les trésors archéolo- 
jpques du musée de Naples, est le dernier monument de cette 
serie de représentations du chàtiinent de Lycurgue, et n en 
est ni le moins intéressant ni le moins curieux. Cest ce vase 
que nons publions ioi et que nous allons essayer d'expliquer. 

Au centre de la composition qui décore le còte principal 
(pi. XVI , B) ^ on remarque le roi thrace se précipitant sur sa 
femmeet levant des deux mains la bipenne (1), dont its appréte 
à la frapper. Son regard et le désordre de ses vétements indi- 
quent le transport frénétique auquel il est en proie. Lycurgue 
estcbaussédebottines et vétu d*une tunique courte serréeau- 
tour des reins par une ceinture ; la partie supérieure de cette 
tuDique déchirée ou détachée, faisse sa poitrine à nu. Sa chla- 
myde, souteDue encore par son bras gauche, est sur le point 
de glisser et de tomber \ un glaive est suspendu à son coté (2). 
La reine des Edoniens chercbe un refuge à Tautel d*une divi- 
nile; elle 5 attaché avec un bras au simulacre de la déesse, 
tandis qu*elle avance Vautre bras pour détourner le coup qui 
la menace. Cependant Dryas (3), leur fils, a saisi son pere par 
le milieu du corps, et, se tenant suspendu à lui, fait de vains 
efforts pour Tempécher de consommer son horrible projet. 
Le jeune prìnce porte le méme costume que Lycurgue, et est 
en OQtre coifFé dn bonnet commun aux Thraces et aux Asia- 
tiques. De lautre coté de Tautel , une femme, vétue à la ma- 
nière de Diane^ semble s'éloigner avec eGTroi de cette scène; 



(1) U Uehe de LTcnrgue est ippclée ^uicX^^ par Homère, (//<W. VI, 135), et par 
Ronras, Dùmjs^ XX, tSO, 315 passim. — Omlc {Hfetam., IV, M donne aa roi des 
Éóomens TépitUète de biptnnifsr^ et Scnèque {OEd.» 451) celle de seeurì/er. Du reste, 
les oancs de Tart ont fait snffisamment connaitrc qne la hache à deux tranchaats 
«tait la forme de eet iostmmeot chez les Thraces et les autres peuplcs da nord de la 

Gfèce. 

(2) Cest aree cette arme qu'il tue sa femme àkVA la peinture de Canosa et aossi 
wr U cratère Corsini, auUnt qu'on peut en juger d'après Tattitude de la figure. 

(3) Lycurgue avait |^K>ur pére Dryas ; son fils porUtt en eoaséqaeDce le nom de 
wn sical, d'après nn nsage généralement sqìtì cliez les Grees. 

* 8. 



116 X. LYCIÌaGUE FUR1£I]X. 

d'horreur. Aux pieds du roi barbare, on voit gìsant à terre 

une cuisse d'animai, reste sans doute d*une victìme immolée 

à la déesse. 

< 

A gauche de<ce groupe centrai , deux bacchantes se livrent 
à des danses joyeuses au son des cymbales et du tympanum. 
Du coté oppose, une autre baechante danse également en 
frappant sur un tambourin. Ces femmes ne semblent nuUe- 
ment préoccupées du drame sanglant qui se passe au milieu 
d'elles. A l'extrémité de la composition, Bacchus est assis à 
còte de LiberUy sur laquelle il s*appuie de la roain droite ; les 
deux divini tés portent le thyrse dans la main gauche (!)• Le 
dieu contemple paisiblement le doublé spectacle des joies 
bruyantes des bacchantes. et des fureurs sanguiiiaìres de son 
ennemi , et la vengeance qu il exerce sur le contempteur de sa 
divinité n'altère en aucune facon sa douce sérénité. On aper- 
coit à terre du méme còté^ trois objets Bgurés d'une manière 
assez négligée, mais qui paraissent éire une cymbale, un tam- 
bourou une patere, et une lyre (2). Tout ce tableau est admi- 
rable de composition. Les contrastes y sont ménagés avecune 
habileté qui révèle un artiste peu ordinaire, et confirme la 



(1) Bieo qa'Eorìpìde (Baeeh.^ 943) faiae dire à Baochas qne le tbyrse te porte de 
la iDain droite en He •oalerant da pied droit , les «rtistes ne panùsaent paa aToir tenn 
compie de cette règie. Les monamentB figure» nona montreot oette arme de« bac- 
«luntea indifTéreoBnent dans Tnne oa dans l'autre main. 

(3) Après Tallianee des religions d*ApoUon et de Bacchns , la lyre fnt donnée 
aoMÌ à ce dernier ; les oravres de Tart en fonmissent plus d*nne prenve. Tot. Calti** 
trat., Tmagin.t e. 8,p. 155, ed. Jacobs. Cf. Crenser et Guigniaut, Religioni de Vamti'- 
quitè, X. ni, part. I, p. 122. Mau lu présence de cet instrnment anprès de Dionysas, 
alors que les denx cultes se trouvent mis en oppositton , paralt pen ratMwnettc. Nons 
derons mémè renoncer à jnstifier cette particalarilé par l'au tonte d'£sch3rle,paiaqn*ao 
ngement des plus grands critiqnes, les mots snivanta dies Ariatophaae ( JJUfM»- 
phor, 137 sq.), 

tC pdip^iTo; 

M^Xti xpoxoT^; TI tt Xupa xncpuydXy i 

n'appartiennent pas an poète tragiqne, et par conaéqnent concement Agathon seni et I 
non Dionysns. Yoy. Welcker, Nachtritge zar Trilogie, S. 1(M; Hermann, Ì0 j£sekjrU 
L^curgia, p. 14. 



I 



X. I^YCVaGUE FURIEUX. Il7 

coDJecture emise plus haut, à sa voi r que nous avons sous 
les yeux l'imitation de quelque peinture célèbre. 

Après cette description generale et rapide de la composition 
principale de notre vase, nous avons besoin de revenir à Fex- 
plication des détails. La scène se passe pròbablement non 
loin du palais de Lycurgue (1), dans un endroit consacré a la 
divinile dont nous voyons la statue et Tautel. Cette divinile 
e$l sans doute Cotjrs (2), à qui les Edoniens rendaient un 
culle particulier (3). Les fétes célébrées en son bonneur s*ap- 
laieni KoTUTTia(4)j elles ofTraient la ressemblance la plus 
frappante avec celles de Cybèle, comme aussi avec les Diony- 
sies qui étaient une iroitation de ces dernières (5). 11 est méme 
probable que Cotjs n*est autre que la grande déesse pbry* 
gìenne, déguisée sous un noni thrace(6). Cette conjecture 
qoi déooule coznme induction naturelle du rapprochenient 
fait par Strabon , se trouve confirniée par notre peinture; la di- 
vinile qui y est figurée porte une couronne tourrelée et un 
voile, attributs donnés à Cybèle dans les représentaiions de 
lari. Quant à lobjet que nous voyons dans la main gauche de 
ridde, il a plutót lapparence d*u ne patere que d*un tambourin . 
Sirabon distingue nominalement^ il est vrai, les KoTUTTta 



(1) Sur le T«se publié {Nir Dubou-MaisooneuTe , se toU une colonne qui sem- 
ble iiidiqaer la demeure royale. . 

(3) On Tappelait «umì Cotytto. Schol. ad Ann» Ahx., p. 58, 3, ed Hoeschel : "H 
Konntù fine xol Kónic Cf. Juvenal., Sat, II, 92. 

(3) Strabo X, 16, p. 470 : Toutoic $*iouca xai Tà icapà Tot; 8p^C, td re Kovùrna, xal 
tà Bev6C2eia, icop' ole xal tà 'Op^xà t^v xocrapx^^ ^<^e' 'njc (Jiàv oSv Kótvo; T9je iv 
Tote *H2aovote Alorx^Xoc |iS{iV7f)Tau xal t^ mpl ocOn^v òpyÓNta^, Elitù>v yop « £e{ivà Kó- 

^ * èv TQiSc 'HSwvoie (d*aprè« Hermann, ^ e. p. 8) ToOra yàp (oixe toTc 

♦pVfiotC. 

(4) Voyez snr les Cotyttia , Bnttmann , Veber die Kotytda und die BapUe dans les 
Ahkandimngtn der BerUn^ Academ. der fFissentsckaJÌ., 1823-23 , et dans son Mjtholo' 
gus, Bd. II, S. 159 fgg.; Lobeck, Aglaopham, Epimet. XI, t. II , p. 1007 sqq. ; 
Fritache, Qutest. Arì*toph.^l,p.^OÌ sqq.; Meineke, Historia critic. Comicor. gr., 
p. 119 sqq. 

(3) Cf. Lobeck, /. e, p. 1014 sqq. 

(6) Cotjteum en Phrygie était un des principavx siéges da calte de Cybèle. Voy. 
Fne&cfa, Tentam. mimmorum, p. 340; Creoser, Symbolik, II, S. 365, 3tcr Ausg. 



118 X. LYCURGUS FOaiEUX. 

d'avec les Bev Ji^eia , mais il reconnaìt au fonrt la conformité 
de ces deux fétes, puisqu*il les compara à celles de Cybele et de 
Bacchus, et quii les regarde corame le berceau commun des 
mystères orphiques. Bendis était, comme on sait, la inéme 
que TArtémis des Grecs (1). Or, Bendis s'identifiait aussi avec 
la grande déesse phrygienne (2). Cette doublé confusion des 
deuxdivinités thraces avec celle de Phi-ygie est certes de na- 
ture à en faire supposer une troisième qui tendrait à établir 
ridentité de ces deux déesses. Nous croyòus dono nepas nous 
tromper en considérantGotys,non-seulemeDt comme identique 
avec Cybele, mais encore avec Artémis-Séléné (3), dont le 
eulte étaitassociéà celui d'Hélius-Apollon. Dans les Edoniens 
d'Eschyle, les sujets de Lycurgue étaient occupés de la célé- 
bration des fétes de Cotys, lors de larrivée de Bacchus avec 
ses ménades et ses satyres, et leur état momentané d'exalta- 
tion prepara Taccueil em presse que recurent le dieu étraoger 
et son eulte, au grand dépit de Lycurgue (4). 

D'après certains auteurs(5), le roi thrace, dans sa fureur, 
n'aurait immolé que son fils; selon d*autres (6), le fiU et la 
femme partagèreut le mémé sort. Le peintre du vase publié 
par Dubois-Maìsonneuve, a suivi la première version. La pein- 



(I) Hesychitts, t. I, p. 719. Bsvdic ^i 'Aprsiuc. Id. n^oe. AiXafXOV. 1. 1, p. 997. Tìjv 
YÒp £tXivi)v Bévdiv xal 'Apreiiiv vo{uCou9tv. Pabepbat. e. 32. 

\%) lleiychios, t. II, p. 365, ^e. Ku^xt)' xal epvjtxv}. Bév8tv &)lXo( Sa 'Aprcfuv. On 
•e rappellera que , dans plusieurs peintures de vases, Artemia est colffée d^une espèce 
de modins on de calatbns qui offre une parfaite ressemblance aree la coaronne de 
tonrs de Cybele. Voy. Gerbard , AiuerUsene grUch. f^asenbilder, I, Taf. XV, XVII, 
S. 60; Roolex, BulUtins dt VAcadèmie de Bruxelles» t. IX, n° 2, p. 1^7 {^Mélamge*, 
faK-, IV). 

(3) L'identité de Cotys , tant aree Diane qn^aVec Cybele , avait déjà été sonp^onnée 
par Lobeck, Aglaopham., I, p. 291 . L'ioTocation soivaote, qui paratt s^adresser à oette 
déesse t'accorde bien aree le caractère que nous lui attribnons. AEscbyl. op. Ortoo. 
Tbeb. £tjmol„ p. 26, 4 : AéoTCOtva vv|i^ du<rxC{ic«>v òpùv òcva(. 

(4) Longin. dà SubUm., sect. IV, $ 6, p. 363, ed. Weiske : Kal tcocpà \ùy kWfjSk» 
icapaSó(ttK tà tou Avxoupyov ^oaCXeta xonà x^ èm^eiov xoO Aiovuaov OeOf ùìpcJxai, 
évOouat^ de 86iì(Aay poexx^st cxvfi\. 

(5) Apollodor., Ili, 5, | ; Propert, III, 15, 23. 
UygiD., Fab, 132. 



X. LYCURGUE FURI£i;X. 119 

tute du vase public par M. Millingen e&t conforme à la se- 
conde : Dryas j a déjà re^u le coup fatai, et la hache meur- 
u-ière est suspendue sur la téte de sa mère renversée par terre. 
Oa ne peut aflirmer que, dans Tintention de lauteur de la 
composi don de notre vase, le fils qui vien t au secours de sa mère, 
doive à son tour étre immolé; mais la supposition contraire se- 
rditmoinsrationnelle, puisquelle manquerait deTautorité des 
textes. La peinture de Canosa montre la mort de la reine des 
Édonìeos seule ; Dryas ne figure méme pas dans le tableau, Gelte 
malheureuse femme est vraisemblablement aussi Tunique vie- 
tìme sur le cratère Corsini ; car la figure qui se trouve sur Fautel 
et quelle tient embrassée, de la méme manière que sur le vase 
deRuvo, paraìt étre, non pas son fils auquel elle veut faire un 
rempart de son corps (1), mais plutòt la statue d*une divini* 
té (2), et nous pensons avec M. Panofka (3) que c*est jipollon. 
Cette opinion, fondée principalement sur des motifs d*art, se 
trouveconfirmèe encore par Thypothèse que nous avons avan- 
cée plus haut sur le caractère de Cotys et sur ses rapports avec 
Hélius-ApoUon ; nous aurons occasion plusbas de faire valoir de 
nouvelle^ considérations en faveur de notre ezplication. Enfin, 
sur le sarcophage Borghése, il n'ya non plus quuue femme qui 
sucoombe sous les coups deLycurgue.il est vrai que, selon l'iu- 
terprétation qu on a donnée de ce monument, il ne concerne- 
rait pas la mort delareine des Édoniens, mais la métamorphose 
(le la nympbe Ambrosie. Nous n avons point la prétention de 
coDdamnerirrévocablementuneexplication défenduepar Tauto- 
rìté dlllustres arcbéologues(4)f nousdemanderons néanmoins 
iapennission d'exposerles raisonsquijettentdu doutedans no« 
tre esprit. L'explication de ces savants se fonde sur une legende 
r^pportéepar Nonnus(5); mais il faut faire attention à une chose 

(1) Cett Topinioo k k({neUe s'est arrété M. Welcker, zu Zoéga's AbhanM,, S 358; 
^«ehtnegezur Trilogie, S. 116, not.37, et dans le Kunst^litlt, 1829, n"* 15. 

(1) Voy. Zadoooì , ubi saprà. 

(3) Antique* du Cabinet Pomrtalès , p. 44. 

(h) Zoèga, Abkandi,, ed. Welcker, S. 5 fgg.; MUlm, Tombeaux de Canosa , p. 42, 
uoL 3; Goigaiaut, Reiigìons ds l'antiq., ExpKcati^n det planckes , p. 182. 

(5) Dionysiac., XXI, 17 sqq. 



1*20 X. LYCURGCE FDRIEUX. 

cesi que^ dans iaméme legende, au moment de r^yénement ra- 
conte parie poète, Bacchiiss-est déjà enfui chezThétis, tairdisque 
le bas-relief nous le montre daos uneattitude de triomphe et 
joubsantdu spectaclede sa vengeance. D*après le méme poéte, 
Lycurgue combat les ménades comme un homme sauvage et 
feroce, mais il n est point aveuglé par un delire furieux comme 
Tindique sur le monument la présence de deux Érinnyes, 
prises (i) à tort pour des bacchantes, adversaìres du roi thrace. 
D un autre coté, lorsqu'on réfléchit à la grande analogie de la 
compositìon du sarcophage avec celle des vases peints qui re- 
présentent, sans aucun doute, la fin tragique de la femme de 
Lycurgue, il est difficile de ne pas y voir un seul et méme 
sujet. Un premier motif qui a contribpé a former Topinion 
que nous combattons, c'est qu*Ambrosie, saisie par Lycurgue, 
ayant implorò la Terre, fut métamorphosée en vigne (2) , et 
que le sculpteur a place précisément un cep de vigne à coté de 
la femme couchée par terre. Mais Tépouse de Lycurgue , sur 
le vase d*Anzi, n*est-el1e pas tombée également au pied d*an 
myrte. et sur Tun des monuments comme sur Tautre, la vigne 
ou Tarbre n*indique-t-il pas simplement que la scène se passe 
dans laforét dumont Pangée ou dans le bois consacré à Cotys ? 
Unsecond motif beaucoup plus grave, c*est que la figure dont 
il s'agita la téte couronnée'de pampres. Gependant, cet attribut 
donne à la femme de Lycurgue peut encore se justifier faci- 
lement. Esehyle avance que le delire bachtque avait pénétré 
jusque dans le palais du roi (3). L'assertion du poéte autorise 
à supposer que la reine elle-méme était au nombre des prose- 
lytes du nouveau eulte, et que, comme la mère et la femme de 
Penthée chez Euripide (4) , elle avait prìs le costume et les 
attributs des bacchantes. D*ailleurs pourquoi, d après la tra- 
didon, Lycurgue immole-t-il lessiens? C*est que, dans son 



(1) Religions de VatUiqtUté , l. e. 

(2) Noonus, Dionjrs.^XXl, 24 sqq. 

(3) Voyez cUdesuua (p. tìB, note 4)Je Iragment d'Eacbyle conierré par l<ongui. 

(4) Baceh., 229,1092, etr. 



X. LTCURGOE FURlfiUX. 121 

delire, il s*imagine abattre un cep de vigne ( 1 ). Or, l'artiste, 
en entournant en quelque sorte de pampres la inalheureuse 
victiine, n*aiirait-il pas eu l'intention de faire allusion à cette 
circonstance ? 

Revenons maintenant à notre peinture,où il nous reste en- 
core a déterminer la figure qui se trouve à droite de l'autel de 
Cotys. Son costume et deux mòches de cheveux qui sembienC 
fignrer des serpents , pourraien t la faire prendre pour une furie. 
Cependantla place quelle occupe dans la composi tion, et sur- 
tout son attitude paraissent indiquer que, loin de pousser Ly- 
curgue au crime, elle a horreur de son action. Nous croyons 
dono plutòt devoir reconnaitre dans cette figure une bac- 
chante; elle offre, en effet, une ressemblance parfaite avec 
celle du vase de Canosa, que Millin avait regardée à tort comme 
UDe furie. On se demanderà sansdoute pourquoi elle est vétue 
d'une manière differente des autres ménades ? Peut-étre, enlui 
donnant le costume thrace, lartiste a-t-il voulu indiquer que 
e était une des femmes indigènes qui avaient embrassé le eulte 
de Bacchus (2), et la distinguer ainsi des suivantes du dieu. 
Une circonstance semble venir à l'appui de notre conjecture, 
cest que, seule entre toutes ses compagnes, elle se préoccupe 
des suites déplorables de la fureur de Lycurgue. 

Puisque nous venons de parler des furìes, on voudra bien 
nous permettre à ce propos quelques observations, qui, pour 
ètre étrangères à notre peinture, ne le sont aucunement au 
SQJet qui nous occupe. Le vase publié par M. Millingen offre 
luie figure ailée, planant dans les airs au milieu d'un cercle lu- 
mieux et rayonnant ; elle porte d'une main une torche, et de 
Tautre un dard qu'elle tient leve sur leroi des Edoniens. Pour 
Imtellìgencc de ce personnage, il est utile de se rappeler que, 
danssonHerculefurieux, Euripide fait amener, sur le théàtre, 
parlamessagèredesdieux, Lyssa ou la Rage (3). Nous n'avons 

{ì\ Apollodor., /. e. à\LnÙJW vopiCfidv xX9i|iA xdictstv. 

(1) M. Cnaser la prend pour une Mimaliont ou Amazone bacbiqtae. Voy. ReUgiotts 
deVandf.tnà. par M. Guigniaat, t. UI, part. 1, p. 131 et snir. 
(3) Eoripid., Hércul/mr., 822 sqq. 



122 X. LYCURGUS FUAIBDX. 

pas rintentiond examiner si Eschylea pu se servir ou non d*un 
pareli expédient. L'exemple d'Euripide suiBsait seuI pour ins* 
pirerun artiste dam une situation identique, Nous ne voulons 
pas dire cependant que la figure en question est ou Lyssa ou 
Erinoys, et que le ceroie lumiueux est ici la seuie iodicatioii 
qui puisse faire penser à Iris. Une pareille manière de s*ez- 
primer ne serait pas ^ ce me semble, conforme aux habitudes 
de l'art grec. Nous pensons plutót qu Iris remplit elle-méme 
l'ofEce de furie et lanc^ le delire sur Lycurgue (1), Nous nous 
étonnons dautant moins de voirun pareil ròleattribuéàcette 
déesse, que nous avons constate ailleurs (2) son identité acci- 
denteile avec £ri&, laquelle se rapproche à son tour d'Eriomys (3). 
En revanche, la scène de i'Hercule furieux , dont il a été £aiit 
mention plus haut, fonrnit , selon nous, la yéritable raison de 
la présence de Mercure sur le vase de Ganosa ; ce n'est pas , 
comme la cru Millin (4), en sa qualité de psychopompe que le 
dieu j apparait;il est venu amener Lyssa ou Erinnys à coté 
de laquelle il se tient. 

Le revers du vase de Ruvo (pL XVI, A) représeate le lever 

(i) M. MilUngen (p. 2) «t da^ Terrtar loiwpi'tl STtnce ifn'Iri» vient par ordre de 
Jonon pour exciter Lycurgue contre BaccUus (Ifoonas, Dion^s., XX, 184). Cette re- 
marqae adéjà ^té faite parM. Weicker (Abhandlung., S. 357). Dans un autre endroit 
{I9aehtnege zar Trilogie', S. 116 fg.) , le ménte savant suppose que Tarme de la déesse 
est dirigée eootre le« jeux dn roi Uiraee, aaqocl , snivant Homère, Jopiter òta la ynte. 
La méme idée a été mise en a^mt par M. logbirami, FiasiJluiUf I, p. 97; maia elle est 
plns spécieuse que fondée «a raison. D'après Tauteur de Y Iliade, le mattre des dieux 
frappe Ljcnrgue de cécité ponr le punir de son impiété. Au contraìre, selon la Tersion 
snif ie par le pcàntre et étrangère à la tradition bomérique, sa eonduite envers Dionysna 
est punie par le delire, qui cause le massacre dei siens. L^iu&trument dont Iris est ar- 
raée est Taiguillon qui exdte la fureur du roi parricide ; nous retronvons le méme 
instrument dans les mains d'Érinnys sur le rase de Canosa. M. MilUngen Ini donne le 
oom de faunkf^f dénomination que l'on peut aecepter, pasque ce mot rérnùt la dou- 
blé signification d'aiguillon et de.hache. EusUth., ad lliad, VI» 135 : BowXiiS òk pou- 
xevrpov ^ ic^Xexuc poòc àvaipeTtxóc. 

<2) Bulletins de VAcadémie de Bruxelles , 1843. n" 4, t. X, part. [, p. 387. (Me- 
langes, etc. fase. TV.) 

(3) Hesiod., Oper.^ 801 sq. Cf. Osano ad, Ann. Comut., de Natura Deor., p. 2^8. 

(4) Ton^camx de Canosa, p. 43. M. Weleker, tout en adoptant catte opinion, tronvc 
eependant quelle restreint le ròle d'Hermes dans des lìmites trop étroitos. Akhandl.y 
S. 355, not. 6. 



X. LTCURGUE FtmiEVX. 123 

duSoleil(l). Au milieu du tableau^ Hélius, monte surson qua- 
drìge^ sort du sein de i'Océan ; il est Tétu , à la manière des 
auriges,dune tunique talaire, qui^attachée autour des reins,et 
soutenue par deux bandelettes se croisantsur la poitrine, laisse 
à nula panie supérieure du corps ; sa clilamyde, flotte sur ses 
épaules; un nimbe entoare sa téte. Il dirige ses coursiers de 
lamain gauche, et de la droite il tient une baguette (2) en 
guise de fouet , ponr stimuler au besoin leur ardeur. En 
aTant des chevaux Yole une figure ailée, effacée à demi, et dont 
OH ne voit plus qu*un bout d'aiie, une main et les jambes re* 
couvertes d une tunique longue,]égère et presque transparente. 
Cette figure parait conduire les chevaux du Soleil ; elle portait 
probablement dans la main gauche unilanibeau, et une bande- 
lette dont les bouts seuiemenl sont encore visibles(3). A ne con- 
sidérer que sa position, cette figure doit étre Phosphorusoul'Au* 
rore; la tunique longue, dont elle estvétue, tranchela questìon 
en faveur de la dernière (4). Souvent la déesse représente seule 
lanaissance du jour ; elle apparait sur un char traine par deux 
ou quatre cheraux (5); quelquefois, au contraire, son cliar est 



(1) Cette peinture a été publiée par M. Gerhard, Ueber die Licktgottheitea, Taf. Il, 
4. {Abhandl. der Berliner Akadem. der fFùsenschaflea, 1838.) 

(2) 1a bagoette rempUce le fouet sur beaucoup d« vases; voyes, par extmple, 
Millio, Tombeaux de Canosa, pi. Y; Panofka, Musée Blacas, pi. XYII; Passeri, Pic' 
tune Etnueor, in wuc., tab. CCLXYUI. Une coupé inèdite à figures rouges du muséc 
da Lonrre. Cette coupé TÌent d'étre publiée dans V Élite des mon, cèramographiques, 
tom. n,.pl. CXni. Cf. Millin, /.^c, p. 26, not. 5. 

(3) Nons remarquons également une bandelette dans la main gauche de Phoaphorus 
préecdant le char da VAurore , sur le vase de Canosa ; Millin , pi. Y. 

(4) C*est effwtÌTement TAurore que nons offre le dessin de M. Gerhard , txécnté 
•prcs la restauration du vase. Au lieu du flambeau que, selon nous, elle portait, on 
lui a donne un fouet. 

(5) Stamnus, avec riascription HeoCi *a musée Grégorìea ; Museum etr. Gregor.» t. II, 
tab.XYni,2; Gerhard, Auserlesene FatenbUder , Tat LXXDC und LXXX ; Le- 
nomant et de Witte, Élite des mon, eénmographiques^ tom- U, pLCIX etCIX, A. 
lotérieur d'une coupé du musée de Berlin ; Gerhard, Tnnkschalen, etc., Taf. YIII. Un 
miroir élrusque; Raoul - Rochette, JI/oAu/n. iW</. d'antiq. ^figurée, pi. LXXII, A, 
&• l.Cf. Millin, yases peints, I, pi. LYI; II, pi. XXXYII; de Witte, Cataloffue Durami, 
p. 71, n~ 231, 232. 



124 X. LYCURGtiE FURIEUX. 

suivi par celui du Soleil (1). Sur notre vase, TAurore occupe la 
place et remplit les fonctions de Phosphonis. Dans ìes repré* 
sentations nombreuses où elle poursuit Céphale, nous la 
voyons tantòt ailée, tantót sans ailes ; mais dans les scènes 
analogues à celle que nous avons sous les yeux^les ailes deve- 
nàientindispensablesalorsqu'on lui enlevait son char. Le saF- 
cophagede Téglisede Saint-Laurent horsdes murs à Rame (2) 
montre aussi la déesse volant a cótédes chevaux du Soleil. L*0- 
céan,quiailleurs est figure par des flots(3), et le plus souvent 
par des poissons, est indiqué sur le vase de Ruvo par la pré- 
sence de Posidon arme de son trident, et assis sur un ro- 
cher (4). Au dessous des chevaux du Soleil, nous remarquons 
un chien qui attaque un serpent ; e est Temblème de la latte 
entre le feu et Télément humide, représentés, Tun par le chien 
Siriiis (5) , Tautre par une espèce de serpent qui vit dans Feau 

(u^pog, hjdre) (6). Si Fon considère attentivement la téte du 
chien que nous avons sous lesyeux, on lui trouvera une grande 
resseuiblance avec le loup, et il serait possible ménie que ce 
fùt ce dernier animai que le peintre eùt voulu représenter. £n 
effet, la présence du loup peut s expliquer très-bien ici. Le mot 
Xuxoc n*apas seulement la signification de loup^ mais aussi celle 
de soleil; de méme que ^uxti indique le jour naissant (7) ; c*est 
pourquoi des médailles d*Argos montrent réunies une figure 
de loup et la téte A^ Apollon^Lyclus (8). £n outre, le nom de 



(1) Le vate de Cano'ta cité pio» haat, p. 123, note 2; et le grand Tate de Roto 
pablié dans les Monumenti inediti delV Instit. areh,, voi. II,taT. XXXH. 

(2) Pablié par M. Raoal-Rocbette, /. e, n"" 2. 

(3) Sur le beau cratère de la coUection dn due de Blacas. Panofka, Musie Blaems, 
pi. XVII. 

(4) Nona rencontrons encore Posidon as&ia derant le cbar da Soleil sor le grand 
▼ase de Roto dans les Monum. ined. dell' Inst. arch., II, tav. XXXI. Cf. Gerbard, 
Ueber die Liehtgottheiten, S. 390. | 

(5) Cf. Gerhard, /. e. S. 387. 

(6) Heaycbins, t. H, p. 1445. T^poc* 6c^. Cf. Snidas, suÒvoe,; Photii Lexicon, 
p. 451, ed. Hermann; Aristot, Hist. anùn.. Ili, 8 : Cic., Aeadem. IV, 38; lAcan^ IX, 
720 : ef natrix 'violator aquee. 

(7) Voj. Creater, SjmMik und Hythologie, Tb. Il, S. 533, 3tcr. Aosg. 

(8) Pellerin, Hecueil etc, 1. 1, pi. XX, n" I, 4. 



X. LYCURGUK FURIEUX. 125 

Lycurgue (1) derive du méme mot Xuxog, et le serpent est 
consacré à Bacchus ; il en résulte que Timage symbolique du 
combat des deux principuux éléments contient en méme temps 
uoe allusion ingénieuse à la lutte entre le roi des Edoniens et 
BacchuSi lutte figurée de 1 autre coté du vase. 

A Textrémité de la peinture, à gauche du spectateur, se 
voient deux femmes (2) , dont Tune est appelée Eutychia par 
M. Gerhard (3). Nous préférons, quant à nous, la prendre 
pour Thétis , accompagnée d*une néréide^ peut-étre Eurynome 
qui porte un éventail. La présence de la déesse rappelle l'asile 
qu elle accorda au fils de Sémélé poursuivi par Lycurgue (4). 

Maintenant que nous connaissons les deux compositions 
principales qui décorent le vase de Ruvo, il nous reste à recher- 
cher la connexion qui peut exister entre elles. Un premier 
rapport general, c'est l'antagonisme entre le eulte d'Hélius- 
Apollon et celui de Bacchus; et si nous voulons considérer ce 
deroier dieu comme Dionysus Chthonius, nous aurons, à un 
autre pointde vue, une divinile de Thémisplière supérieur op- 
posée à une divinile des régions infernales. Mais il parait exis- 
ter en ouire entre les deux tableaux un rapport d un autre genre 
qui se rattache à des faits précis, rapport semblable à celui qui 
existe entre deux pièces d*une trilogìe. Ce rapport qui lie les 
deux scènes Fune à lautre, aura probablement été fourni à 

(1) M. Creuzer a déjà remarqoé, dans le Dom de Lycnrgue, uoe allasion aa calte 
d*ApoUoa. Reìig. de Vantiq, trad. par M. Gnignitnt, t. HI, part. I, p. 108, 109. 

(2) On remarqnera une diffèreùee notable entre le deaùn de M. Gerbard et le 
o6tre, relatÌTeinent à la derni^re figure. Dana notre gravare, elle est manie d*un long 
beton. Cette particularité , jointe à son caractère peu décide, nout TaTail fait pren- 
dre d'abord ponr Bacdiui se réfugiant dani les bras de Thétis. Maisqaandon com- 
pare cettc figure à d^antresfigures analogues, on reste conyalnco qu*il fant j recou- 
natire une femme. 

ld)'jUeber du Lichigottheiten, S. 390 et 390. 

(4) Homer., IliaJyU 137; Pberecyd., aj». Hygin. Poet. Astron, II, *JU, p. 395, et My- 
tlugraph-Yatìc, 1, 120, p. 39, ed. Sode ; (Pberecyd., Fragm, p. 109, ed. Stura); Apollo 
dor; /. e; Agatbarcbides ap. Pbot. Bibl. 250, p. 444, ed. Bekker; Nonnus, Dionjt, XX, 
354 sqq.; Sdiol. a/ Lycopfaron., 273, p. 717, ed. Miiller.— Noas ne sarons pas si cbex 
Eicbyle il était question de la faite de Saccbas dans la mer. M. ^elcker penae que 
wm{TfaehtnKge, S. 115). Poorquoi cependaut le rccit de cettc fuitc D*anrait-i1 \\a% pu 
M faire par un messager ? 



126 X. LYGURGUE FURIEUX. 

lartiste par Eschyle lui-méme. Un fait constate par le témoi- 
gnage formai d*un texte ancien (1)^ c'est que le poéte tragìque 
faisait perir Orphée par la niain des Bassarides^ dans la 
deuxième tragedie de sa Lycurgie(2). Il est probable mémequ'il 
était déjà question d'Orphée dans les Edoniens^ et que c'est 
au chantre de Thrace (3), et non à Silène (4), que s applique le 
mot ]VIou90{AavTi(, dans un fragment de cette pièce conserve 
par le Scholiaste d*Aristophane (5). On peut croire qu*Or- 
phée intervenait dans cette tragedie, de méme que Tire- 
sias dans les Bacchantes d*Euripide, mais avec des intentions 
toutes difTérentes. Le sort que lui Grent subir les Bassarides 
prouve que^ loin d*emp)oyer Tautorité de son caractère sacre à 
favoriser Fintroduction du nouveau culte, il le repoussa lui- 
méme, et ne fit que confirmer Ljcurgue dans ses senti ments 
hostiles à Dionysus. D'où pouvait provenir une pareille oppo- 
sition, si ce n'est d*un autre eulte auquel il s*était voué ? Or, 
la divinile qui recevait les hommages d'Orphée, c'était Hélius, 
auqiiel il donnait aussi le nom d'ApoUon , et qu*il regardait 
comme le plus grand des dieux. Se levant chaque nuit, il se 
rendait à la première lueur du crépusculesur le mont Pangée, 
et 7 attendait le lever de Tastre du jour, pour que le premier 
objet qui frappai sa vue fùt Hélius (6). Ildevient évident, selon 
nous, que le tableau retracé sur le vase de Ruvo est préci- 



(1) Eratosthen. Catasterism.^ e. 24. 

(2) U serait hor» de pf opos d'examiner ici si cette pièce se bornait à l'exi>o«é de la 
fin tragìque d*Orphée (Hermann^ de j£schjrl. Ljrcurgia, p. 20 ; Bodc, Geschichte der 
Hellen, Dichtkunst, B. II, Th. I, S. 334), ou si plutòt elle ne compreuait pas égalemcnt 
les fuoestes suites de la foreur de Lycurgae. 

(3) HermanD, /. e, p. 16 sq. 

(4) Welcker, Nachtrasge zar Trilogie, S. 1 12. 

(5) jid Avct, 277 : Ti; wo8*m6* ó plowkhmcvtic oXXoXoc x. t.X. AEscliyl. Frapn 9, 
p. 179^ ed. Àhrens, 

(6) Eratosthen. Cataster., e. 24 : 6c COp^eò;) TÒv fiièv Aiówoov ovx éTi|Aa»TÒv $è "HXiov 
pi^^fftov xm OscSv èvófiiCev eivai, ov xal 'AnóXXcova TipocrjYÓptvasv , iiisYeipópievó; tc 
tri; vuxTÒc xatÀ t^ éioOtv^v éicl tò dpo; tò xaXouiuvov Ilanatov, 7cpo;é|JLeve tò; à^otxo- 
XàCy tva tSiQ TÒV 'HXtov npùrov. 'OOev ó Aióvu<7o; òpfKrOelc aOrqi Siceittl^s xàui Baercopi- 
6ac, w; ^9tv Ai^xvXoc ó icoivinóc» olX tive; auròv Stécncoorav, xai tò \uXri Sié^i<)«v x<^K 
SxaffTov* al 3i Movoat (jwayaydwnn £0a4«v énl toTc Xeyoiiivot; Aei&óOpoi;. 



X. LYCURGCX F17RIEUX. 127 

séraent celili du spectacle auquel le fils de Calliope se plaìsait 
à assister, et qui lui valut la eolère de Dionysus (t). Latita- 
gonisme des cultes des deux dÌTÌtiités solaires, comme on sait, 
ne dura pas toujours ; il 7 eùt à la fin tolérance réciproque et 
péme fusioii (2). Par uneconséquence natnrelle, Orphée nous 
apparait, dans beaucoup de traditions, comme le fevori et le 
protégé de Bacdius , et Lycurgue lui^méme , oprès sa mort , 
fat confondu aree Dionysus dans les honneurs divins que lui 
tendirent les Thraoes (3). 

Nous avons à dessein différé jusqu'ici une observation rela- 
tive auxtrois figures de femmes qui occupentrextrémi té gauche 
du sarcophage Borghése. Zoéga les avait prises pour les Mu- 
ses(4); mais BL Welcker préfère y voir les Parques (5). L'in- 
terventiondesMuses dans les Bassarides d*Eschyle, où ellesdon- 
nent la sépulture aux restes rautilés d*Orphée(6), nous setnble 
favorable à la première de ces deux interprétations. Nous 
sommes loin, toutefois, de penser, avec lesavant danois, que 
le sGulpteur les y a figurées comme déesses hostiles à Lycur- 
gue, selon une tradition mentionnée par Sophocle (7). Au con- 
traire, conforraément à l'esprit de la legende crEschyle, ces 
divinités acolythes d'ApoUon doivent étre amies de Lycurgue 
aussibien que d*Orphée, rapprochés par leur baine coromune 
pour le eulte du noufeau dieu. Or, remarquons que, placées 
derrière le roi des Édoniens, elles forment un groupe oppose 
à oelui du fils de Sémélé et de sa suite. Il est donc vraisem- 
blable qu*elles sont là pour protéger Lycurgue; mais leur pro- 



li) la présence, à la coar da roi des Édonitns, d'Orphée, adorateor d*Àpollon, 
^TÌeat à rappni de rexplication que nona aTons adoptée relatÌTement à la figaro juTé- 
Bìle qae le cratère Corsini montre deboat sor nn aotel. 

()) Yofec Creoser^ ReUgions deVcnaiquUi, t. Ili, |Mrt. I, p. 116 et soiir. p. 122. 

(3) Straho. /. e. Kai tòv Aiówcrov 6è xal tòv *H$ci>vòv AvxoOfTfov (TuvotYOvrcc eie ^i 
tùv Upùv rfjv d(iotoTpoic(av oelvirrovrai. Nonnns, Dionjrs., XXI, 156 sqq. 

(4) Abhaadl,, S. 9 fg. Cf. Guigaiaut, Raligions de l'antiq,, ezpUcatioii des pbnches, 
P. 181. 

(à) Naehtrttge tu Zqcga's AbhanJl,, S. 359 fg. 

(6) Voir le passage d'Ératostlièoe cité più» baiit, p. 126, note 6. 

(7) AnH^on., 965. 



128 X. LYCURGUE FCRIEUX. 

tection doit céder devarìt la puissance supérieure de Dionysus. 

Au-dessous des deux tableaux dofit nous nous sommes oc- 
cupé jusqu'ici, il existe un secondrang de figures(pl. XVII) qui 
fait le tour du vase sans interruption. Nous y YOjonsla repré- 
sentation dunedecesscènes des mystères dont la significatioa, 
était peut-étre une énigrae dans Tantiquité méme pour les 
personnes non initiées ; et il semblerait que c'est à dessein 
que les peintres se sont absteùus d*y piacer des inscrìptions. 
Les eflbfts tentés par la science moderne pour soulever le 
voile qui nous dérobe rintelligence de ces sujets n'a pas amene 
encore des résultats bien posiùFs et d'une application gene- 
rale. On a expliqué avec plus ou moins de bonheur et de Trai- 
seniblance quelques altrìbuts, quelques figures isoiées et méme 
quelques groupes. Mais nous ne savons s'il est une seule de 
ces compoiìtions dont tout l'ensemble ait recu une interpré- 
tation qui ne laisse plus dans les esprits non prévenus aucun 
doute , aucun scrupule. De plus , on ne peut pas toujoura dé- 
terminer à quelle espèce de mystères telle représentation ap- 
partient; si c'est aux Thesmophories (1), aux Éleusinies ou 
aux Dionysies. Il y en a méme parmi ces représentation s qui 
porlent des signes évidents d*un mélange des rites du eulte de 
Dionysus et de celui de Déméter et de sa fille. 

D'après les considera tions qui précèdent, nous nous bome- 
rons à donner la descriptiou de la peinture inférìeure du vase 
de Ruvo ; nous laccompagnerons de quelques observations, 
sans les présenter toutefois, et sans les regarder nous-méme 
comme une véritable explication. Remarquons d'abord que le 
tableau se compose de quatorze figures, gcoupées deux àdeux, 
dontsept correspondentàchacune des faces du vase. Dans ces 
figures, il y a s<^pt femmes et sept homnies, en rangeant parmi 
ces derniers les trois figures androgynes. Ce nombre sept était 



(1) LcA TbetiDopboriea éuient une fèf dtà femmes; les peioes let plas rigooreasei 
ea exclnaient les bommes. Aristopb., Thesmoph. 633 sq. 1 1 56. Peut-oa alo» rapi>or- 
ter à etti» féte des peintures de Tsses où sont figures k la fois des femmes et des épliè- 
bes? C*est poartaut ee qo*a faìt demièremeat encore un archéologae des plos conoos 
pour son esprit judicieax, M- MilUngeiu dans les Ann. de l'Inst. arch., toI. XV, p. 90. 



1. LYCITRGUB FURIBUX. (29 

sacre dans les i^ligions anlic[ues(i). Olisorvons, «>n ODtre, que 
la composition présente deux groupes distincts , Tun de huìt et 
Tautre de six figures, dan^ chacun desquels la femme qui ttent 
une lyre parait étre le personnage principal. 

La première figure, en commencant par la gauche, est celle 
d*une femme ayant les attrìbuts de Vénus. Elle porte dans la 
main gauche unebandeiette, et sur le poignet droit un oisesu, 
la colombe (2) ou Tìynx (3); derrière elle croJt un myrte. 
Catte femme pose un pied sur une pierre, et, le bras appuyé 
sur le genou, se penebant vers le jemse homme qui se retoume 
de son c*óté , elle lui montre 1 oiseau , et semble vouloir agir 
sur son esprit par la persuasion. Celui-ci, couronné de myrte 
et assis sur sa chlamyde, tient un bàton et une coupé, conte- 
nant le breuvage sacre des mystères, leejrcéon (4); il fait iace 
à une autre femme pour laquelle , sana doute , on cherche à 
eiciter chez lui de l'amour. Cette seconde femme porte une 
cithare et s'entretient avec un genie androgyne ailé , place 
derrière elle et portant un tympanum. On croirait quii rem- 
plit auprès docile la méme mission que la première femme au- 
près dif jeune homme. La pierre qui sert de siége à la joueuse 
de cithare pourrait faire allusion à celle sur laquelle Gérès se 
reposa aux portes d'Éleusis (5), et son instrumenf, symlmle 



(I) Y%noap. Geli. IH, IO; Macrob. SaUun, I, 6 ; Àpnlejas, Metamorph»Xi^ 1. Toy 
Roeln ad Ptol. Hephcst p. 183. et Hildebrand ad Apolej. /. e p. 983 aq. Ce nombrr 
était cooufré particalièreDieiit à Apollon et • Dionyios. Yoy. Lobeck, Agiaopham., 
p. 716 et 557 ; Crenser, Religiorudé Vatuiq,, t III, p. 274 et auiv. 

{tf GoaMcrce à la fou à Ténus et à ProterpiDe (Creater, AW^. lie /'imi. , t. HI, 
p. 364 et soir.), taodis qne la tonrterelle, symbole de la fidélité couj agaie, Tétait à 
Déméter. Ariatot. Bist, anim., IX, ti ; AElian, H, A. X, 33; Plin. HisL Nat., X, 52. 

(3) Symbole de la faBcinatioii amoureuse. Voy. Cremerà Sjrmbolik tutd Mjrthologie, 
Tk. IH , S. 249, not. 2, 3ter An»g. 

(4) Tòir, aor le Cyeéon, Crenser, Religions de Vane., t. IH, part, 2, p. 741 et soir., 
not, 2 de la trad. fr. et priucipalemeat Preller, Demeter und Persephùna, S. 98, 
Bot. 50, où Tusage d*un |)areil breurage dans les Oschopborìes est signalé d*après 
PhidBs ad Phot p. 322 a 28, ed. Bekker. 

(&) nétp« àyiXawtoc* Apollodor., I, 6,1, et d^antres textcs cités par M. Preller, 
Demeler und Phersepkone , S. 95, not. 42, et par MM. Leiitsrh et Sckaeidewin ad 
Zeaob. Proverò, I, 7, p. 3. 

9 



130 X. LYCURGCE PURIBUX. 

(l*harmoDÌe et d^union , est probablement destine à accompa- 
gner le chant de rhymne sacre des initiés. Nous ne devons 
pas negliger de faire remarquer le tambourin dionjsiaque 
rapproché de la cithare apollonique. Yers ces personnages 
assis s'avancent quatre figures chargées dobjets divers. La 
première est une hiérophantide dans les mains de laqiielle 
nous remarquons une branche de myrte, à laquelle est attachée 
une bandelette sacrée et une corbeille contenant probablement 
des figues (1), des gàteaux (2), etc. La seconde &gure est un 
jeune homme portant un long bàton et une couronne de 
myrte. Sa clilamyde est enroulée aulour de son bras gauche. 
Il est suivi par une femme tenant dans la main droite un flani- 
beau allume et dans la gauche une coupé ou patere. On peut 
lu regarder comnie une hiérophantide remplissant les fonctions 
de dadouqiàe et de spondophote. L^éphèbe qui vient après elle 
est un oschophore portant un cep de Tigne avec ses grappes. Sa 
présence vient confirmer le témoignage d*un auteur ancien (3) 
sur la liaison des Thesmophories avec les Oschophoriea^ ce- 
lébrées en l'honneur de Dionysus. 

Nous arrivons au second groupe de figures, au centre du- 
quel nous trouvons de nouveau une femme assise et jouant de 
la lyre triangulaire ; elle parait recevoir les hommages d*un 
jeune homme porteur d'une couronne et d*un strigile. A-gauche 
de ces figures est une femme ayant dans une main un coflTret 
-contenant des objets de toilette, et dans lautre un miroir; 
une colonne sur laquelle elle appuie le coude, la séparé d'un 
androgyne ailé assis sur sa chlamyde et tenant en main une 
coupé où semblent croitredes végétaux(4) , par allusion peut- 



(1) Creuzer, ouv, e, t. IH, p. 228 et «dìt. 

(2) MvXXoCVoy. Ebcrt, Siaiia, p. 33sq.; Lobeek, j4gUoph,, II, p. 1067; Pnllcr, 
J)€meter uud Panephone^ S. 348 sq., noi 48. 

(3) Philodior., Fragm, p. 3t. Cf. Creaser, L e. p. 730 et miìt. 

(4) Si D01U ne nous faUons pas illasion snr le oontcnn de la cónpe • elle nppeUt- 
rait les JarìUns d'AJonis placés dans des rases de terre eoimne sur le lécythos da 
mnsée de CarUmhe, publié par M. Crenzer, Zar CalUrie der aìten Dramatiktr, Taf. 
Vdl, S. M, fgf . et SxmboUk, Bd. IT, lleft. Il, Taf. VI, S. 479 fgg. — Noos devons 



X. I«TCUB«UB FURIBUX. 131 

étre aux semailies dont les Thesmopliories étaient la féte. Dii 
còte oppose, une aiitre femme assise sur un rocher porte dans 
laniain gauche une couronne, et dans la droite une grande 
fleur épanouie (l), dont le calice est peut-élre chargé de rosee; 
en sorte qu*il faudrait reconnaitre dans cette femuie une Ersé^ 
phore (2). Un androgjne ailé accourt vers elle; il est munì non- 
seulement de la grappe de raisin, symboledesOschophorìes, 
mais encore du tympanum dionysiaque (3). 

J. ROULEZ. 



«fOQcr toatcfoift que cette allnaion aux jardins d'Adonit, pourrait bieD étre tonta fait 
chimériquc. Gei braadiea poriéet qnelquefoit daoa noe corbeille (MUlingeOv ì^asés 
gnet^ pi. XXXIX; MìLUn, f^ases peintt, I, pi. Vili; Lenormaat et de Witte, Élite 
its Mom. eènunngrapkiqueSf t. II, pi. CTI! et CVIII), paraiMent étre Minplement 
destiaéea anx Mcrificet. Nous tronrons noe mention expreate de cette sorte d*of- 
fraade dans lH)Edipe à Colone de Sopbocle, où l'on prtacrit an vienx roi de Thèbes 
d'offirir anx Rnménidea troia foia nenf branebes d'olivier. 
Sophocl., QEJip. Co/o»., 483-84. 

Tplc iwi* 9ÙXT^ xkSDKtQ l| &|i^v ytpcXy 

TiOcì; iXatoc , Tdc8* iiuCxta^i Xttd;. 

(1) La méme flenr est portée de la méme mani^, anr le grand vase de Roto (Mmi* 
ÌMtd. deW ÌHsi. areht. Il , tar. XXXI), par répbèbe qni précède le cbar da Soleil et 
(peM. Brano (ì^jm/. YIII, p. HO)» prend ponr Titbon. Ne aerait-il paa poasible 
qae It calice de cette fleor dans la main do fila d^Heraé (Epov), roaée) on de Pboapboma 
méme coottut la i^aée da matin? 

(3) Lea Eraépboriea y ainai qne lea Oaobopborica , étaieat écroitemeot liéea aree les 
Snraphoviea; cee demièrea fétea, oonaacréea à Cerea et k Cora, anaaì bien qu*à Mi- 

Berre, se rapprochaient également dea Tlieaniophoriea. Voy. O. Miiller, De Minervm 

PoUede, p. 15 ; Creuer et Gnigniaut, Religìons de l'antiq,, t. Ili , p. 730 et anir. 
(3) Le rase pnblié pi. XVI et XYU est nne om^Aorv apuiieniu, baule d*enviroa 

4 palaci; sa ctrronférence est de 5 palmes 1/2. 



32 XI. I^E JUCEMKNT 



LE JUGEMENT DE PAKIS 



ET 

DLYSSE ÉVOQUANT L'OMBRE DE TIRÉSIAS (>). 



{Mon.t tou. IT, pi. xriii et xn. ) 



Le yaae qui représente les deux scénes gravées pi. XVIII et 
XIX j a èie déterré à Pistìcci , dans la Basilicate, acheté pal- 
iti. Raphael Barone de Naples , et publié aussitót après dans le 
BuUettino archeoL Neapoletano de M. Fr. Avellino (t. 1, 1843, 
tav. 5 e 6), avec une explicatìon de M. Jules Minerrinì 
(p. 100-106)(2). Il a la forme d*un a*atère, en italien calice; il 
est haut de deux palmes environ , large aussi de deux palmes 
à son orìfice, et orné circulairement sous le rebord de lori- 
fice et au-dessus du pied, d'un feuillage en rinoeau; deux anses 
eu forme de crochets , s'étèvent du pied jusqu a la pansé du 
vase. Il arrive fréquemmentque,sur les yases à figures noires, 
on troupe, jointe au Jugement de Pikrìs, quelque scène ajant 
irait aux événements qui en furent la conséquence, et dontie 
genre sérieux et tragique contraste avec le caractère gai et 
riant du premier tableau. Cest a celui^ci que nous devons d a- 
bord donner tonte notre attention. 

I. 

LB JUGBMBRT DS PARIS. 

Farmi les événements qui, dans l'epopee, préparent l'IUade, 

(I ) Traduit de VaìUmand, 

(2) Il est «assi déjà grave dans le Joumai archMegique de M- Gerhard, Arckmdo- 
gUcke Zeitung» 1844. Jan. Taf. IV, S. 289-94. . Ce beau cratère appartient aajonr- 
dliai à M. le dac de Loyne*. J. W. 



^ DK PARIS. 133 

le Jugement óe I^ris est celui qui) dan» les monuniems, occupe 
le plus souveQt4a première place; on le trouve fréqueminent 
dans les peintures des vases de la plus ancienne epoque; et 
méme sur les yases de la seconde epoque, ce sujet se maiutient 
encore pins ou moins en faveur, suivant que lart , plus libre 
dans ses développemenis, embrasse un plus ou moins grand 
nombre d'objets. Si la Uuérature nous sert à expliquer les re* 
présentadons figurées, il est vrai aussi que Tépoque et la fre- 
quente répétition de ces représentalions jettent, à leur tour, 
une très-vive lumière sur la tradition poétique. Le plus ancien 
poeme à nous connu , qui , du milieu de la guerre de Troie , 
aìtremonté jnsqua son origine, les chants cypriens (Kuivpia 
fitT)) ont été attribués à Homère lui-raéme par la tradition 
qua suivie encore Pindare, ou dont il a, du moins, fait usage; 
et le point essentiel de cette fiction, la décision de Paris en fa- 
veur d'Aphrodite, la préférence qu'il acoorde a cetle déesse 
sur Héra et Athéné offensées , est aussi brìèrement rappdc 
dans le dernier cbant de Tlliade, mais dans dra Ters (27-30) 
qui paraissent avoir été intercalés dans ce cliant, compose 
lui-méme postérieurement au reste du poéme. Nous savons 
aujourd'hui, par l'index de Proclus, que, dans les Cypvia- 
ques, après que la Discorde a suscité la querelle sur la 
prééminenofl de la heauté, les trois déesaes « sont conduUespar 
Hermes, tTaprès les ordres de Zeus^ vers Alexandre sur le mont 
Idaypourjr entendre leur arrét; e/, continue Procltis, Alexan- 
dre^ ieduit par Vespoir d^épouser Hélè/Uj accorde la priférence 
À AphvdUe. » Ces deux parties d*une mème action sont alter- 
naiiTeraent reproduites sur lea vases à fig^res noires ; et la 
première, le voyage au mont Ida, avait éié représentée sur le 
coffre de Cyptséhis et sur le tròne d*Amycles : cette coniposi- 
tion, fiicile à reproduire, tout a fait simple et sanseffet, n*est 
point répétée sur les vase» à figures rouges ; mais assurément 
elle n'eùt pas autrefois si souvent exercé le talent des sculp- 
teurs,des ciseleurs et des peintres, s'il ne s*j était rattaché des 
souvenirs d'une poesie qui avait agrandi levéneroent et avait 
su le rendre intéressant. En littérature, les nionuments où ,. 



134 XI. LB JUGBMBNT 

pour la première fois, nous trouvons représenté ou mendonné 
le jugement de la beauté, sont les tragédies d*Eurìpìile(l). 
Mais déjà Sophocle en avait fait le aujet d*une pièce satyrique 
(xpi(ri(), et, saivaDt la manière propre a ce genre de poesie, il 
avait fait descendre le mythe de ce caractère sérieux et naif, 
qui règne dans les peintures des vases de lancien style, jus* 
qu a cette fa^on plus libre de représenter les déesses , que 
nous retrouvons sur les vases à figures rouges» Aphrodite 
tirait des parfums d*un lécythus et se regardait daus un 
miroir ; Atbéné tenait la petite ampoule destinée à conte- 
nir Thuile dont on se servait dans le gymnase : aussi Athé- 
née(2), qui rapporte ces détails, compare-t-il à ces deui 
déesses la Yolupté et la Vertu de Prodicus. Oo voit, par cer- 
tains passages de Properceet d'Ovide (3), jusquà quel point 
on a porte peu à peu la licence a s*égayer sur le compte des 
déesses se disputant le prix de la beante ^ etdèslorson ne 
sélonne plus du langage que Lucien leur prète, ainsi qua 
Paris, dans un de ses dialogues des Dieux. Voici tes paroles 
de Properce : 

Cedue Jam Dìwjb , quas Postar viderat olim 
IdiBÙ iunicam ponete verticibus. 

Et Ovide, dans une épitre d*Hélène k Paris, lui fait dire : 

In altee valliòus Idée 
Tres tibite riudas exhibuere Deee, 

Cette manière d'envisager le Jugement de Paris, née, comnie 
il est probable, de peintures sur mur et d*autres ouvrages d art 
de répoque, est bien éloignée des peintures des vases, et ne 
se produit que rarement sur les monuments d*une epoque plus 
recente, qui rappelleut aussi, par la similitude de quelques de- 
tails , le pantomime corinthien , décrit par Apulée à la 6n du 



(1) Amtirvm. 374-93; Tivad, 9IS-a5i Iphig. AuL 1376-89; Hd. 35-39; 676. 

(3) XII.p. 510. C. 

(3) Propert., II, 3, 14 (63) ; OTid., Her. XVII^ 1 1 j. 



DE TAAIS. \^o 

(lixième iivre ile ses Métamorplioses. Dion de Prusa, qui, dans 
le yingtième discoiirs, rdconte ]e Jugemenr. de Paris, trans- 
forme maladroitement loute Taction en un songe, et fait de 
Paris, non plus un berger, mais un prìnce. 

Au milieu de cette richesse de figures que nous présentent 
les vases et lart d*une epoque plus recente, il est bien étrange 
que, ni dans Pline, ni nulle autre paft, nous ne trouvions le 
Jugement de Paris mentionné panni les chefs-d*(BUvre dau* 
cun des plus célèbres artistes. Quant aux peiniures des vases , 
elles nous étonnent par la Tarìété de conception, par la richesse 
d mvention qui s'y déploie dans cette suite de sujets tradition- 
nels et dans cette persistance de Kart a reproduire des détails 
connus et toujours en Faveur : caractère particulier aux cora- 
posìtions grecques. Dans le Jugement de Paris, au petit nom- 
bre de personnages qui constituent proprenient laction , s'en 
joignent dautres encore, qui ne sont mentionnés par aucun 
écrivaìn ; une fonie de délails yeulent, d*ailleurs, étre devinés, 
et cela ne devient possible en partie que par la coniparaison 
entre elles de plusìeurs représentations du niéme sujet. Toure 
composition grecque de quelque importance ne peut étre par- 
faitement comprise, et n acquiert tout Tintérét doni elle est 
susceptible, qu après avoir été rapprochée à la fois et des coro- 
posìtions qui Font précédée et de celles qui Font suivie. N*au* 
niis-je que ce motif , il suflirait pour me persuader que , pour 
récbircissement de la peinture que je publie, il n*est pas inu- 
tile de passer en revue tous les Jugements de Paris connus 
jusqua ce jour. Mais, dans le cas actuel, une comparaison de 
tous ces monuments devient d autant plus importante,. qu*ils 
présentent une foule de détails entièrement nouveaux, qui 
ont besoin d*étre expliqués. Je n'ai donc point reculé devant 
le travati : j ai compare les uns avec les autres tous les Juge- 
ments de Paris à nioi connus ; après quoi , j ai esquissé et niis 
en ordre l'inventairesuivant, me bornant, d'ailleurs, dans la 
description de chacune des figures en particulier, à ce qui doli 
faire connaitre le but de Tensemble de ces sujets. Pour plus de 
brièvelé , je me référerai souvent aux numéros de cet inven- 



136 XI. LB JCGEMENT 

taire. Déjà précédemnient beaucoup de ces monumenls ont 
été comparés par MM. Raoul-Rochette, Creuzer et Emìle 
Braun. Je dois aussi à ce dernier les dessins d*un gi'and noin* 
bre de vases inédits ou publiés depuis peu de temps , dessins 
tirés de ses rìches portefeuilles. Ajoutons que, pour arriverà 
discerner dune manière plus sAre, plus intime, et sous ud 
aspect plus complet, le développement de Tart dans les formes, 
dans le costume, dans la composition et les idées, il n'est rien 
de niieux que de soumettre à l'obsenration les divers et nom- 
breux modes d ordonnance ou de disposition appliqués par 
l'art, à travers presque toutes ses périodes, a la représentation 
d*un méme sujet, d'un sujet à la fois un et simple. Mais il ne 
m*est pas permis d*ajouter ici ^ cette pensée : Texplication 
dans laquelle nous allons entrer, si concise qu'e|le puisseélre, 
exige seule d assez longs développements. 

Les personnages qui, sur les vases, ont servi à donner plus 
d'étendue à la composition àotit il s*agit, sont, outre rAinour 
ou les Amours, qui d'ordinaire accompagnent Aphrodite, une 
Muse, Iris, Zeus, Dionysus: tous, excepté Iris, se rencontrent 
sur les vases du plus ancien style (1). La Muse (n** 42, 43), la 
déesse des chanfs qui gagnent les ooeurs, a trait au trìomphe 
de la déesse de Tamour. G est donc auprès d'elle quelle se 
place immédiatement. Aphrodite elle-méme, d après un frag- 
ment des chants cypriens, tandis que les Gràces et les Heures 
lui font un vétement odoriférant, trempé dans toutes les cou- 
leurs des fleurs du printemps, chante avec les Nymphes et les 
Gràces , en méme temps qu'elles se tressent des guirlandes de 
fleurs et s*en couronnent le front. Iris, assodée k Hermes 
(n** 40, 41), ne peut avoir d'autre but que d*appuyer runbas- 
sade , à laquelle Z^eus attaché tant d*importance. G est ainsi 
que deux divinités, Hermes associé à Athéné, sont réunies sur 
d autre5 monuments pour protéger Hercule corobatlant. Si, au 



(f) ie n'oM, »aiu une copie exai'te , prononccr tur unt figure acce»toire , qui »« 
rencoDtre sur deux Tane» du Musée de Berlin, n*^ 1018, 1020. Voy. Gerhard, BeHìn* 
mniike Bildwerke^ S. 30(ì-3O8f. 



DB PARIS. 137 

lieu dlris, Zeus se luontre en personne av^c le ca<iucée à b 
main et précède Mercure (b** 1 1*16, 45), c*est pour exprimer, 
d'une manière simple et naive, que le maitre du monde alta- 
chait de grands desseins k ce procès de la beauté , et pour 
indiquer combien il apportali d eropressement dans la résolu 
tion qu'il avait con^ue de delivrer la terre du poids des hoin- 
mes ; rootif clairemeni assigné à tonte cette fiction poétique 
dans les Cypriaques. Des représentatìons d'une date plus ré* 
cente ezpriment Tintérét particulier que prend Jupiter à cet 
événement: elles représentent ce dieu dans la partie supérieure 
du tableau , les regards attachés sur la scène principale 
(n"" 78) ; auprès de lui est une déesse qui , par son geste, in- 
dique qu*une mullitude d*hommes passeront de la lumière 
da jour aux demeures sou terrai nes (n® 59). Il n*est pas si 
facile de comprendre tout d*abord poiirquoi Dionysus se pré* 
sente dans les scènesduJugement de Paris (n^* 17,18, 44). Ce 
dieu, comme on sait, présidaità la fertilité d'un grand nom* 
bre de montagnes greoques, plus petites que Tlda; c*est en 
cette qualité, ce semble, et aussi comme dieu des bergers, que, 
réuni aux Nymphes età Pan (1), il a été transporté ici sur le 
mont Ida , d'où s*échappaieDt des sources nombreuses ; . il se 
joint donc au cortége des déesses , qui traTersent , dans kur 
marche, ses vallées montagneuses, il vient sj méler sponta- 
nénient, sa»s dessein particulier, et comme étant le dieu qui 
règne en ce canton ; cette circonstance donne , du reste , a la 
marche des déesses, ou à la scène du Jugement, une oouleur de 
gaieté ; elle prépare ainsi d'avance a la joie que doit faire éclatt*r 
la décision de PAris. Sur une de ces peintures, où Uionysus est 
représenté (n"" 17), on voit des rameaux répandus autour de 
lui. Si lon tient compte de ce rapprochement d*idées, on ne 
verrà plus TefFet du caprice dans le choix, qu*ont fait si sou- 
ventles artistes, de représentations bachiques pour revers du 
sujet princìpal, bien qu*il soit vrai que, dans une infinite de 
cas, ces représentations se lient à toutes surtes d*autres sujets 

(1) Brunck. Anatect^ li, p. 301i. 



138 11. LE iUGBMSNT 

(n** 10, 18, 20| 21, 28, 38, 42, 44, 50, 59). Le nom de la nym- 
phe, fille du fleuve Cébren, OEnonCy épouse de Paris, intliqiie 
que la vigne était cultivée dans la vallee où le fils de Priam 
avait établi sa demeure. Properoe nous montre aussi Bacclius 
présent avec les Hamadryades et les Silènes, lorsque la nymphe 
Ida est couclìée auprès de Paris (1). 

Le personnage d'Alexandre donne anssi k la fiction poétiqiie 
occasion d*ajouter à I etendue de Taction et d*j jeler de la va* 
riété, en introduisant de nouvelles circonstances. Il ne se prete 
point tout d abord aux. proposi lions du messager des dieux ; 
loin de là , il s'effraye à Taspect de ces apparitions célestes , et 
témoigne cette sauvagerie, cet effroi nàturel à un enfant des 
montagnes : il se détourne et senfuit (n"^ 19*23, 46) ; il sVx- 
Guse (n"* 28, 46) , il se voile le visage en présence des déesses , 
sur la beauté desquelles il n'ose prononcer lui-méme, et qui , 
par suite, lui promettent des dons, qui doivent déterminer son 
choix (n** 49). Ces diverses manifestations des sentiments dont 
Paris est agite, dans des images d*une simplicité, d*une rudesse 
si grande, il faut nécessairement les rapporter à des idées déjà 
généralement répandues, éveillées et dirìgées par une poesie 
qui jouissait d*une faveur et d*une célébrité populaires ; non 
que chaque détail, pris à part, doive étre raroené a une an- 
cienne poesie comme à son origine ; mais dans IVnsemble .des 
ornements dont l'art se plait a parer le sujet, il faut bien re* 
connaitre une tradition poétique alors généralement connue. 
Pour exprimer cette tendance de Tépopée à inventer des obs- 
tacles qui retardent le dénouement de Taction , à prolonger 
lattente par des incidents et par la peinture de personnages 
et de faits épisodiques , Goethe a imaginé le mot expressif /v- 
tardiren (retarder). Cesi dans les Gypriaques et dans les tradi* 
tions fondées sur ce poème, et dont tout autre vestige est perdu 
pour nous, que je cherche le principe de cette tendance de Tart 

(1) Propert. II , 32, 37 (23, 93) : 

Noe et Bamadryadum spectavU tuiita sororum » 
Sileni^ue senes , et pater ipse cheti. 



DB PARIS. 139 

à ìnlroduìre de nouvelles circonstances dans 1« cadre d*uiie 
action aussi simple. Beaucoup de ces traits peuvent avoir été 
directement empruntés au récit epique, alors répandu panni le 
peiiple, et doni, à certains égards ^ nous pouvons ainsi recoii* 
vrer une partie, en puisantà une source à laquelle on s'est 
jusqu*ici à peine adressé. Ce qui raontre avec quels détails le 
poéte avait iraité cette panie de son récit , et de quels orne* 
tnents il lavait embellie , ce sont les douze vers qui nous ont 
été consenrés, ou Aphrodite est représentée se parant pour 
disputer le prìx de la beauté. Si, pour faire contraste, le poete 
avait peint d'abord dans Alexandre la surprise, la résistance, 
la fuite méme , il faut avouer que la séduction , à laquelle il 
cédait ensuitCì charme par la promesse qu'il posséderait Hé- 
lène , ne de^ait rien perdre comme effet. Ce qui est raconté 
par Isocrate et ex prime dans une pei n ture de vase (n° 49), à 
savoir que Paris, ébloui de l'apparition des déesses, ne fut pas 
en éut de juger de leurs formes, et qu'il dut prononcer d*après 
les dons qu elles lui ofFrirent, et par lesquels chacune expri- 
mait son essence, était vraisemblablement emprunté de )*épo- 
pée : la promesse faite à Paris de posseder Hélène ne permei 
guére d*en douter. Les déesses, se préparant à parattre devant 
leur juge, étaient dépeintes dans lordre constamment observé 
aux plus anciens temps, Héra-, Aihéné, Aphrodite, avec cette 
abondance épique, que nous remarquons, à Tégard de la der- 
nière , dans les deux fragraents de poéme qui nous ont été 
conseryés ; puis venaient TefFroi de Paris, sa crainte religieuse 
de décider entre des déesses, Tinteryention d*Hermès, qui lui 
persuadait de prononcer, non d*après leurs formes, mais d'après 
les promesses qu'il en recevrait; enfin les discours des déesses, 
dans lesquels elles exprimaient, chacune à leur tour, ces pro<» 
messes qu'Alexandre écoutait , le visage Voile. C*est ainsi que 
les dons syroboliques des déesses (n^* òl» 52, 60) conservent 
leur caractère à la fois mythique et poétique. 

On voit, par les revers qu*ils joignent, sur le méme vase, au 

Jugemeutde Paris, que les peiiitres des vases étaient, en partie 

^ du moins, véritablement initiés à Fintelligence de la serie de- 



140 XI. L£ JUGEMENT 

véneitienU coaiposant le cycle épique. Tantót c*e$t laccoinpUs» 
senient de la promesse deVénus: Hélèpe avec PÀri^ dans la 
maison de Méoélas (n* U) ou à Troie (n"* 32), ou précisément 
le contraìre, e est-à-?dire Hélène, tout à Tbeure destinée à Paris, 
maintenant emnotenée par Mén^as (n*^ 3, 7, 27, 31); tantót ce 
sont les suites du jugement prononcésur le mont jda : la guerre 
déclarée et personnifiée, pour ainsi dire, dans le terrible Achille, 
le destructeur des villes voisines dllion, poursuivant une 
femme (n°' 2, 13, 40), ou les Étliiopìens quii fallutappeler des 
coDtrées les plus éloignées au secours de Troie (n*" 24), ou des 
guerriers en general (u°* 4,19, 33), ou la déesse de la guerre 
elle-méroe sur un quadrìge (n" 5). Tous ces exemples sont pris 
parali les vases qui appartiennent à Tépoque la plus ancienne; 
dans ceux de la seconde epoque , on ne rencontre que , par 
exception , des scènes épìsodiques de cette nature ayant trait 
au siijet principal : ainsi, au u° 47, nous voyons Paris à Sparte ; 
au n"* 68, Ulysse évoquant les ombres ; au n° 59, la scène épiso- 
dique estcomprise daus la représentation du Jugement. 

Aucune de ces représentations si nombreuses ne s*écarte de 
Tancien mythe; quelques*unes, plus récentes, admettent 
OEnone, la nympbe que Paris abandonne. Nous trouvons son 
destin lié à la fable troyeone, déjà dans Hellanicus, puis daos 
la tragedie romaine, qui, du reste, avait puisé cette idée daos 
la tragedie grecque ( I ). Il est fort prolmblc que rintroduction. 
de ce personnage provenait également des Cypriaqiies. Eo 
effet , après qu*Aphroditesi décide Alexandre à se construire un 
vaiiiseau , circonstance qui est aussi exprimée dans deux pein- 
tures de vases, comme je le feraiyoir plus ioin,lefrère de Paris, 
Hélénus, lui prédit dans layenirles suites de sa passion, mais «n 
vain; et e est alors naturellement qu OEnone, fournissant un 
nouveau moyen épique , faisait éclater sa douleur ou les nie- 
naces de sa colere; et cherchait, tout aussi vainement , à eui- 
pécher le voyage de Paris. L'artiste, dans le Jugement de 



(I) DUgneck. Tragadien, vou F. G. Welckcr, IH, S. lUd. 



DS PARIS. 141 

Paris , ne pouvait guère admettre une aliusion a la fabie de 
Prodicus , dans laquelle le jeune Hercule choìsit eritre deux 
déesses allégoriques, mais qui répondent à Minerve et à Vénus, 
cunime , dans Euripide , Hippolyte choisit entre Diane et Vé- 
nus. Paris, en effet , et par lui-méme, et par le jugement qu*il 
prononce , offre en tout un contraste avec Hercule et le choix 
que fait ce dernier. Il n*est guère possible non plus de réduire, 
en quelque sorte, Junon et Minerve en un seul personnage, pour 
lopposer àTénus. II semble cependant qu'à la manière hardie 
dont la plupart des artistes rendaient horamage, dans ce sujet, 
à la ^ensualité et à la concupiscence , quelques autres aient 
voulu, à la mémc epoque, opposer un Paris, qui jugeait tout 
autrement dans fa querelle des déesses, et dont la préférence 
tombaitsur le don de Pallas. Déjà Winckelmann (Afon, ined,^ 
tav. 113) a fait connaitre une peinture de la collection de 
Francesco Bartoli, dans la bibliothèque du Yatican (1)9 où fon 
voit Pallas qui présente une bandelette à Paris, et, ce qui est 
décisif en faveur de mon explication, Paris qui étend la main 
pour la recevoir. Winckelmann, par erreur, voit dans la ban«- 
delette le signe de la souveraineté de V Asie, promise par Junon 
à Paris, et cependant il emprunte en méme temps à Pausanias 
les exemples qui témoignent , de la manière la plus formelle , 
qu*une bandelette servait à parer le vainqueur(2). Un niiroir 
représentant Minerve et Paris, dont parte M. Gerhard (3;, 
d'après une feuille volante de la collection Townlej, renferme 
peut-étfe la méme intention. Elle est encore plus clairement 
exprimée dans une des peintures de Fr. Bartoli, dont la note, 
prise par moi au Yatican, sest trouvée égarée au moment où je 
m*occupais de ce travail; mais il sera focile à un de mes amis 
de rechercher cette peinture à Rome et de vérifier ma re- 
marque. 



(1) BibL Capponiana, a? XXXIX. La peintore se trouve fol. 19. 

(2) P«r exemple, dina le belooTrage deM. le due de Luynes, \Fases étrusquet, 
itaUotes , siciUens et gtecs, pi. XXXVI. 

(3) Vher di' MetalspUgel der Etrusker, S. 25, n. 133. 



142 XI. I.B JtJGF.MBNT 

Nous (levons relever ici quelques paiticularités relattves aux 
personnageft de ce petit drame, et qui ne se retrouvent point 
ou qui ne s'offirent que rarement en d'autres sujets, où se 
rencontrent ces memes personnages : elles ont trait à leurs 
costumes, aux divers signes qui ìes distinguent et a leurs attrì- 
buts. Sur les vases à figures noires , à Texception du n*" 22 , 
Pdrù est constamment représenté barbu; cest ainsi que, sur 
les vases de cette méme classe, nous voyons d*ordinaire avec 
des barbes (I) Achille et d*autres héros encore, célèbres par 
leur beauté. Paris est enveloppé dans un grand manteau, comme 
un pajsan, et porte un long bàton , qui lui donne un air in- 
dépendant , par exemple n"^ 22, 28. Dans ce costume, il tient 
souvent la cithare ou la lyre (n*^ IO, 20, 21, 22, 26, 31); il la 
aussi dans le costume qui lui fut donne plus tard (n"* 46-49, 
52); mais, alors il tient plus souvent deux épieux (n** 55 , 
58 , 60-62 , 64-66) , ou méme un seul (n** 68) ; car les altri- 
buts de la chasse ne conviennent pas moins que la hou- 
lette (n"* 51, 59) à Tbabitant des montagnes. Si la difTérence est 
grande entre le Paris barbu enveloppé dans son manteau et le 
bel adolescent représenté dans le costume pbrjgìen le plus 
élégaut, elle l'est encore plus, quant à Texpression de la pen- 
sée, entre le Paris qui veut fuir ou qui cache son visage, et cet 
autre Paris, tei qu'on Ta, plus tard, représenté, recevant la 
pomme de Mercure ou la présentant à Vénus. 

Les trois tléesses s'avancent ou se tiennent ordinairement 
tournées y^rs la droite du spectateur, rarement en sens inverse 
(n^ 2, 49, 50, 55); sur les vases du plus ancien style, Héra est 
placée en téte, puis vient Pallas, puis Aphrodite ; c'est le méme 
ordre quexpriment les vers qui étaient gravés sur le colTre de 



(I) Gerbard , Airpp. FoUemte, n. 314. AL-bille, par excnple, à còte de Phcenix 
gonTernear, Moh, de Vinài, areh., f, pi. XXXV, et jooant avec Palamede, II, pi. XXII, 
oa tiraot aon épée contre AgameninoD, lur une conpe aa Mnsée Britanniqiie; tratnaoi 
Hector (Aaonl-RocbeUe , Mon. inèd,^ pi. XVII et XVIff ), et méme tur dea raiet à fi* 
gnres rougei (Gerliard, AuMerlesene FatenUUUr, Taf. CXCVII; loghinaù. Gali. 
QtMriat, riiad., far. CCXXXVIII), où il est implora par Priam. 



DB PARIS. 143 

Cjp$élus(l). Quelquefois seulenient Pallas occupe le premier 
rang (ii~ 13 , 20, 40, 44), et celo ménie est rare sur les vases 

lYune date plus recente (n** 47, 53, 94, 99, 100); mais, quoiqne 
lapius jeune, Aphrodite, pourlaquellelesartistes d'une epoque 
plus rapprochée semblent avoir eu toutautant de préférence 
que Pirìs , se trouve quelquefois , dans Tordre de posiiion , 
placée la première (n** 22, 42, 51), comnie on le voit aussi sur 
des bas-reliefs -et des médailles (n"* 71, 77, 78, 80, 96, 97). 
Euripide et Lucien la nomraent égaiement avant Héra et 
Athéné. Dans un grand nombre des plus anciennes représen- 
tations, les déesses n*ont aucun signe distinctif , point de difYe- 
rence sensible entre elles, point de sceptre méme (n"^ 2, 19), ou 
sii arrive que toutes trois aient de longs bàtons , difFérenciés 
seulenient par la p<Mnte de lance qui surmonte celui de Pallas, 
comme au n** 1 , ou méme que Pallas soit clairement désignée 
au milieu, Junon et Vénus n*en restentpasmotnsindistinctes, 
eomme aux n"* 6, 23, 25, 30, 33, 43. On rencontre méme une 
fois, et dans le plus beau style (n"" 57), une peinture où les trois 
(léesseSy toutà fait semblables les unesauxautres, sont représen- 
téessimplement comme des femmes convenablement parées. 

Héra est quelquefois disti nguée par le tr6ne sur lequel elle 
est assise (n* 61); il en est aiitrement, lor8qu'Aphrodite(n'^60, 
65), ou Athéné (n* 63, 64), ou toutes deux sont assises, tandis 
qu Héra est debout (n** 65), ou lorsqne toutes trois sont assises 
(n" 69) : il est évident qn'alors cette pose ne sert point à 
exprìmer la dignité, la prééminence, et que l'artiste la choisie 
accidentellement, ou simplement pour njouter à Tagrément de 



(I) Colalb. 63: 

Xaxttn 6aii6iq9aaa xal ffiÙM, Xrit^caOat , 
lIpiQ 8* où \ubhjpu xal owx (móctxcv 'A<Hivy] , 
moowv 8* &n Kuicpt; àpctotipvi Yrfsulai 

Le troifièae ren , qui iii«nqiMÌt «upaniT&nt, Mt tire d'un Bumateiit da dizMna sie- 
de, par M. E. Miller, Éloge de la ehevOun , 1840. Seolement J'ai écrit ''H^ et *Ad^vn 
•e liea d*^^ et TiO^v^. 



144 XI. I.F jrr.EMF.NT 

la composition. Plusieurs fois Mera se présente po^tant un 
sceptre surmonté soitdune grenade (n** I), soil d'un coucou 
(n** 6i), ou bien tenant à la main cet oìseau (n** 49, 50) ; il ne 
semble pas que la fleur de grenadier soil un sytnboie caracté- 
ristique pour Héra (n** 10, 21), puisqu'Aphrodìte (n** 3, 4, 46) 
et méroe les trois déesses (n"* 47) tiennent une fleur semblable. 
C'esc ainsì quey dans Euripide, elles soni également représen- 
tées cueillant toutes trois des roses et des hyacinthes dans la 
belle prairie de Tlda (1). Au reste ^ Héra se présente aossi une 
fois ayec le paon , ce semble (n^ 48) , comme sur les bas-reliefs 
(n*" 72, 78, 82); avec la coiffure en forme de modius (n** 46, 
61 ) ; une fois aree le miroir (n® 68) et une fois ayant à la main 
un objet qu*on n*a pas encore pu reoonnaitre (n*" 51). 

Pallas estquelquefois accompagnée d'un chevreuil (n"" 4, 13, 
58), qui, au n^ 68^ sans appartenir à cette déesse, indique, en 
general, comme dans Tune des deux représentations où Vénus 
engagé Paris à partir pour Sparte, une contrée montagneuse 
et boisée. Le chevreuil à coté de Pallas se montre encore sur 
Tun des cent vaseé du prinee de Canino , achetés depuis peu 
par le Musée firìtannique (n"" 76); la déesse j est représentée 
avec Hercule entre deux colonnes surmontées de coqs. Le 
chevreuil est un animai qui sapprivoise aisément; nous le 
voyons (n*" 49) paitre avec les chèvres de Paris; nous le ren- 
controns chez Polyphème , qui élevait de jeunes cbevreuìls et 
de jeuues ours pour ea faire présent à Gala tee (2). On le 
troure auprès des nymphes bachiques (3), auprès d'Apollon, 
ce qui peut-étre est fonde sur ce qu on voulait rappeler la pas- 
sion que ces sortes d'animaux témoignent pour la musique (4). 
Dans le chevreuil place à còte d'Athéné, comme dans le chien 
qui accompagne Hermes (n^ 7 et ailleurs), il n'esl guère possi- 
ble de voir autre chose quun compagnon de voyage, destine 
simplement à donner plus de vie au tableau. Au reste, Athéné 

(1) Ipkigen. Atti., 1296. 

(2) Tbeocr.» IdjH. XI , 40; Philmtrat., Imttg, II , ih. 

(3) Mmt. Gregor., II.UiT. XXXYI« I. 

(4) Nicbft ad Geoyon. XIX. à; Hard. aJ Plin. H. N. Vili, oot. XCV. 



DE PARIS. 145 

tìent une fois un rameau (n'' 25), et il en est de méme des trois 
déesses au n"* 26 ; une fois aussi elle tient l'ampoule ou lécythus 
de )a palestre (n** 48) , comme dans Sophocle. 

Aphrodite est plusieurs fois désìgnée par la colombe (n* 5 1), 
et aussi par le lapin (n"" 68), par une fleur (n'*22, 46), par un 
cep de vigne (n*" 12), par une branche de myrte (n° 50) qu'elle 
présente à Paris (n° 48); et, pour exprimer sa beante et sa 
coquette vanite, par une bandelette (n** 45) que lui prépare 
l'Amour; avec une guirlande de myrte (n** 65), par le miroir 
(n** 6l), par un vase à parfum et une ombrelle (n** 63 , 65) , ou 
un éventail et une coupé (n^ 64). Elle se montre aussi avec le 
poius surla téte (n^ 42, 56), et, comme Héra, voilée du péplus, 
aÌDsi quon la voit représentée sur des monnaies du Bruttium 
etautres (I). Le polus d' Aphrodite et de quelques autres divi- 
nités se distingue de la haute coiffure d'Héra (n*^ 46, 6t), que 
portent aussi , du reste , d autres déesses (2) , et qui n est 
autre chose qu*une parure, un ornement de téte, sans signifi» 
cation particulière. 

Un beau vétement de femme, à la mode du temps, relevé par 
tous les agréments et la riche variété què prescrivaient natu- 
rellement le costume grec et le goùt du peintre, telle a été la 
ligne de demarca tion, que n'a jamais franchie Tart de la Grece 
ìndépendante , en figurant sous une forme humaine les trois 
déesses. Une peinture de Pompei (n** 73) nous offre le premier 
exemple d*une Vénus nue, telle qu'on la voit aussi, mais rare- 
ment, sur des bas-reliefs (n** 78, 79). Des peinlur<^s sur mur, 
d'ane epoque encore plus recente, et quelques pierres gravées, 
nous montrent les trois déesses se tenant nues devant Paris 
(n^7l,72, 102, 104). 

Il est digne de remarque que lart de Tépoque la plus an- 
cienne ne connait pas la pomme d*Éris, et que , méme parmi 
les vases à iigures rouges, une seule composition nous en offre 



(f) Raoul-Rochftte, Mon. ìnèd., p. 263, tiot.8. 

(2) Latone, sor le rase pnblié par M. Gerhard, Auserìesene Fasenhilder, Taf. XV; 
Cérrt derant Trìptolème, daDs le reeueil de Gargiolo, tav. 126. Junou n cette méme 
ceifi'ore sur le vase da priuce de Canino, Cat, n^ 1519. 

10 



146 XI. LE JUGEMEIfT 

un'exeniple; composition, il est Trai, dun caractère tout par- 
ticulier, dans laquelle Aphrodite semble avoir déjà re^u la 
ponime (n° 57). II me parali fort douteux qu au n"* 40 on piùsse 
reconnaitre ce fruit dans la main d'Hermes. Au lieu d*une 
pomme, ce dieu tient élevée une couronne (n*^ 3 1), ou présente 
à Paris une fleur(n'' 47) ; d autres fois, Paris tient à la main soit 
une bandelette (u*" 24), soit une couronne de laurier (n* 58), 
qui parait destinée à celle qui obtiendra le prix de la beauté ; 
quelquefois encore la Victoire nous apparali tenant une palme 
à la main (n'' 61); ou bien elle couronne Aphrodite (n** 59), 
concepiion imilée par les arlistes d*une epoque plus recente 
(n* 79). C*est d'abord dans les peintures sur mur (n* 69 , 70) 
et dans les bas-reliefs romains (n" 86) que Mercure est repré- 
sente remettani à Paris, ou celui-ci à Véuus, la pomme, soit de 
sa main (n** 83 , 93 ^ 96), soit par la main de l'Amour (n"* 82). 
On en peut conci ure avec certitude que Tépisode célèbre de la 
pomme n*a pas pris naissance dans le poérae des Cjpriaques; 
que c'est une addition qui appartieni à un àge moins ancien. 

Si quelquefois on a réduit la composition , peut-étre parce 
qu'elle était devenue triviale, et si, dans la scène du Jugement 
on a groupé les personnages d'une manière qui n'exprime ni 
la marche des déesses, ni le jugement lui-méme, ce sont là des 
irrégularités (n°* 18, 37). Plus souveut encore c'est TefFet d'une 
espèce de mode très-concevable , également pratiquée, ainsi 
qu'on s'en aper^oit tous les jonrs davantage , en beaucoup 
d*autres compositions, et dont l'intention seulement n'est pas 
toujours facile à découvrir : je veux dire que Ton a représenté 
une partie pour le tout. Cesi ainsi que les déesses se montrent 
seules, sans étre accompagnées de Mercure (n"^ 4 , 5), ou bien 
qu elles comparaissent devant Paris, mais encore sans Mercure 
(n** 50, 57). Paris est omis au n° 27; en revanche, au n**28, 
l'une des déesses est également omise; il en est ainsi de Pallas 
au n"" 62. Le Jugement de Paris est un sujet que l'art a traile 
un n ombre immense de fois ; on en peut juger par la multi- 
tude de copies qui en ont été retrouvées. Il n*est donc paa sur- 
prenant que nous rencontrìons parmi ces compositions une 



DE PARIS. 147 

parodie ayant trait à Taucieone nianière dont ce mytbe était 
représenté (n"" 4ò) ^ et une autre qui tombe sur le lait méme 
(n» 75> 

La comparaison la plus intéressante sera celle qui, dans les 
compositions d'un art perfectìooné , s applique aux cìrcons- 
tances principales de Taction , divers^ment comprises et figu* 
rées. Ainsi, tantót les déesses exprìment, par des symboles, 
leur caractère et leurs prérogatives (n*^ 49, 50); tantót chacune 
d'elles offre son don à Paris, afin que, d après ces dons, il prò- 
Doace; car il nepeut et n ose juger lui*méme des déesses (n^ 5 1 j 
52, 60); tantot lemotìf de l'action repose justement sur la sen- 
teoce de Paris (n"" 58) ; ou bien les déesses s*apprétent a pa- 
raitre devai)t leur juge (n° 68); ou bien déjà larrét fatai est 
prononcé, et Jupiter, qui a tout dirìge au moyen de la Dis- 
corde, annonce, par une autre divinité à ses ordres, son inten- 
tioD denyoy^r dans le Tartare une grande partie de la race 
des bomnies (vase de Carlsruhe, n'^SO). 

La composìtion qui a éié Tobjet particulier de notre travail 
(pi. XVIII) repréaente les déesses au monenl où elles se pré- 
parent à paraitre devant leur juge. Dans la liste qui va suivre, 
celle peinture porte te »• 68. 

VASES A FIGURES NOIRES. 

A. La marche des déesses. 

1. Millingen, Fasesdesir Coghill^ pi. XXXIV, 1; Laborde, 
f^ases de Lmnbergy I, pi. XLVII; O. ÌHvMev^JnL Bildwerke^ 
I,Taf. XVIII, 94. Hermes et les trois déesses marchant à grands 
pas, préeisément comme sur le coffre de Cyps^us, aussi bien 
que sur le tróne du dieu d'Amycles, suivant les paroles de 
Pausanias(l) : Hermes conduit les déesses devant Paris. Les 
trois déesses, causant entre elles, tiennent, ainsi qu'Hermès, 
la main gauche élevée ; toutes trois ont dans la main droite de 



(1) P«n«n. ni, 18,7; V, 19,1. 

IO. 



148 XI. LE JUGEMENT 

longs bàtons; mais le bàtou de celle qui est au milieu a un fer 
de lance, ce qui design e Pallas (1). • 

2. Le moment qui précède le départ, ou simple groupedes 
personnages réunis pour laction , sur le fond de la coupé de 
Xénoclès (KSENOK.VES). Voyez RaouURochette, Mon. inéd,, 
pi. XLIX, 1; de Witte, Cat. Durand, n» 65; Cai. Beugìtot, 
n° 48. Outre le caducée et la cibise, Hermes porte , comme 
Pan (2), une syrinx, et c'est là un trait particulier à cette coxn- 
position, si remarquable d*ailleurs par son antìquité et par la 
lourdeur du style; le dieu se tient courbé, pose nécessitée 
par les contours mémes du vase, et il cause avec les déesses. 
Gelles-ci sont parées d*habits brodés et d*une couronne, mais, 
comme au n" 19, sans aucun attribuì qui les distingue entre 
elles : aussi, les a-t-on prises ici pour les Parques , pour les 
Muses , pour les Gràces (3). (Sur les cdtés extérieurs de la 
coupé, on voit Achille poursuivant une femme, et Hercule «t 
Gerbère : c*est ainsique sur le col et dans la partie inférieure 
de rhydrie (n**40), on a représenté le méme sujef d'Achille 
s'élancant à la poursuited*une femme, et celui d'Hercule étouf- 
fant un lion.) 

3. Gerhard, Auserlesene yasenbilder^ Taf. LXXII. Amphore 
de Vulci , dessinée à Rome. Hermes retournant la téte , et les 

(1) Sur uà sapport de rase «u Musée do Lourre, on Toit Hermes imberbe qui 
coudoit les trois déesses ; celle du milieu est Toìlée et porte une cooronne à la main. 
Autour de ce support de rase, on voit plus loin un guerrìer qui s*arme entre noe 
femme et un archer; un antre gnerrier rc^it des oouronnes quelni of&cnt deax 
femmes. J. W. 

(2) Non , sàrement , par allnsion à Téut de pàtre qn exer^ait Paris. W est possible 
que Lucien, dans sa malicieuse description, eùt aussi en Tue qnelque ouTrage de scnlp- ' 
tnre. Il fait dire k Hermes {Dial. Deor., XX, 6) qu'en ce lieu méme, où il arrive avec 
les déesses, Ganjmède avait été enleré, et qu*il arait loi-méme releré la syrinx qoe 
le jeune berger avait alors laisié cboir. Ainsi Toyons-nous (J 10 et 12} que Pallas de- 
pose son casque, et, à la fin, qu*Aphrodite, aree Èros, Pothos, Himéros, et Hyménée 
avec les Gràces, se présente à Paris. Nous Toyons sussi l*un et Tautre sur despein* 
tures et des bas-reliefs. Au reste , Hermes est iuTentenr de la flùte. Hom., Bjmn, m 
Nere, 5U; Apollod.. Ili, 10,2. 

(3) Crenzer, Wiener Jahrbàcher, 1834 , n, S. 203. M. Creuzer a, plus Urd, adopté 
la véritable cxplivation. Voyez Lenonnant , dans le Càt. Durand, n**65; £m. Brano. 
Ann. de Vlnst. arch.» XI, p. 219. MùUer a aussi très-bien expliqné res fignres, dam 
soD Handhuch , §. 384 , 4. 



0£ PARIS. 149 

trois déesses qui lesuivent; Pallas au milieu avec une longue 
lance, et tenant unfs main levée; les deux autres tiennent uae 
fleur de grenadier ; Héra, placée en téte, tìent| en outre, un 
sceptre court. (Rev. Départ d'Héiène de Troie : cinq person- 
nages.) 

4. Amphore appartenant au roi de Danemark. Gerhard, 
/. /., Taf. LKXI. Les trois déesses sans Hermes , Pallas au mi- 
lieu, le casque à la main, Héra et Àphrodite tenant ohacune 
une fleur de grenadier et un sceptre qui se termine par une 
Qeur. Toutes trois ont la téte ceinte de feuillages (1), et Héra, 
ainsi qu* Àphrodite, tient aussi un rameau à la main. Cest une 
allttsion aux montagnes boisées qu*elles traversent. Encore 
au]ourd*hui, dans ces contréen, le voyageur entrelace souvent 
autour de sa téte des feuillages rafraichìssants. Héra (n*" 10) 
tient un rameau ; Àphrodite (n° 13), un cep de Tigne ; Pallas 
(n" 25), une branche de mjrte; toutes trois (n"" 26) portent 
desrameaux. A còte de Pallas un cheyreuil, comme aux n"" 13 
et 58 (2). (Rev. Quatre guerriers groupés deux à deux, accom- 
pagnés de chiens.) 

5. Amphore de Vulci {Mus, Gregor.^ U, tab. XILXVII, 2). 
Les déesses sans Hermes, Héra marchant devant, Athéné^ tour- 
née vers Àphrodite qui, ce semble, est raillée par elle, et prend 
un air humble. Pallas porte une lance, les deux autres un 
sceptre surmonté d un bouton. (Rev. Pallas sur un quadrige.) 

6. Lécythus de la Grande Grece, de la coUection Durand 
[Cat.^ n"* 374), acheté par M. Rollin. Hermes retournant la téte, 
Pallas au milieu , avec le casque et la lance , les deux autres 
déesses sans attrìbuts; celle qui est devant est sans doute Héra. 
Dans le champ, des branchés de lierre. 

7. Amphore de Yulcì, 1836 (Gerhard, Auserlesene Vasen- 
bUder, Taf. CLXXI). Hermes marche devant, accompagné d*un 

(1) Cette peinture a été publiée aatst toas la dénomtnation de Minerve et deux aro- 
lytfaes oa les troia Hyacmtbidea. Voyes Lenormant et de Witte , Etite des mon. céramo' 
gnpkiques . I, pi. LXXXI, et p. 261 et soiv. Cf. de Witte, Cat. itmsque, n"* 9. 

J. W. 

(2) Oa ne aaurait guèrc appliqucr à cette siuiple composition une signification mys- 
tiqoe , cn »c foiid^Dt sur le i-licTrcuil et »ur la flcur. 



150 XI. LE JUGBM£NT 

chien, cornine aux n'f 12, 16, 27 et 34 ; cet animai accompagne 
anssi souTent led guerriera, quand ils se mettent en campagne 
(par exemple au revers du n"* 4); on n*y doit donc cliereher 
aucun atitre rapport. Héra portant un sceptre , Atfaéné tenant 
une grande lance, Aphrodite sans attributs. (Rev. Adrolte, Me- 
nélas emmène Hélène voilée; à gauche, un autre hopiite 
s'^loigne avec précipitation , portant ses regards à drohe; 
celui-ci a un boucHer, avec trois globules pour épisème; il 
est arme de deux lances, tandis que Ménéias parait avoir 
répée tirée). 

8. Duboitf, Cat des vases de la collection Panckoucke^ 
n"" 91. Hermes sert de guide; Pallas est au milieu des trois 
déesses, et tient k la main son casque. La première est Aphro- 
dite sans attributs ; Héra porte un sceptre. Paris barbu appar- 
tient à la partie du vase qui a été restaurée (I). (Rev. Scène 
licencieuse, une femme sur un mulet et deux satyres.) 

9. Vase appartenant à M. James Millingen, à Florence (f 842). 
Hermes conduisant les trois déesses. (Rev. Hercule, lolas, 
Pallas et Hermes.) 

10. Vais appartenant depuis longtemps à M. le comte d'Er- 
bach , à Erbach dans FOdenwald , et décrìt par M. Greuzer 
{Zur Gallerie der altea Dramatiker^ 1 839 , S. 23 ; fFiener 
Jùhrbiichery 1834, II, S. 203). «< Dans la scène inférìeure se 
« présente d'àbord Hermes barbu , aux pieds ailés ; le pétase 
« couvre sa téte , le caducée est attaché sur son épaule ; dans 
« la main gauche il porte un foudre ou quelque autre objet, 
« dans la main droite une pomme. Il est suivi des trois dées* 
^ses^ toutes trois vétues; Héra est en téte, portant une fleur, 
« peut-étre une fleur de grenadier, qu'elle tient éievée de la 
« main gauche; elle tient de la main droite un rameau appuyé 
« sur son épaule ; derrière elle marche Pallas , coifFée du cas- 
(c que, la main gauche éievée, tenant de la droite un bàton (un 
« épieu) qui dépasse le gorgonium qu'on remarque sur son 
« épaule; enfin, suit Aphrodite ayant une colombe surla main 

(t) Qooiquecette figare soit eo partie rcstaarée, les fragments antiqnes sufìfiscnt 
pour y reconiialtrc un PAris barbu, euTeloppé daus son manteau. J. W. 



DE PARIS. 151 

• gauche, quelle élère; derrìère cette déesse courent deux 
«Amours ailés. Sur le pian supérieur, nous retrourons, à 
«drohe, Aphrodite avec la colombe sur la main, qu'elle dirìge 

• yers un autel allume; à gauche, devant Fautel, une joueuse 
« de flùte; derrìère elle, deux couples, composés chacun d un 
« homnie et d*une femme, ^ccourant au sacrìBce, et prìant, les 
< mains élevées. — - C*est le sacriBce du trìomphe remporté par 

• Vénus. » Un tei sacrifice ne me parait pas Traiserabtable; 
cette compo^tfon pourrait aroir quelque rapport avec celle du 
n-21. 

11. Amphore de Vulci, maintenant au Musée Brìtannique. 
De Witte, Cat. Durand, n* 378; Gerhard, Rapp. folcente ^ 
p. 127, n. 57. Les trois déesses san» autre attrìbut que la lance 
de Palfais placée au milieu ; devant elles Hermes coifFé du pé- 
tase, et distingue par le caducée et les brodequins, et une figure 
enveloppée dans un manteau, laquelle tient aussi une baguette; 
M. Gerhard lui donne le nom de Jupiter (1). (Rev. Ménélas 
assis, Pftrìs devant lui, Hélène debout derrìère Pàrìs.) 

12. Amphore à Municb, haute de dix-sept pouces, avec des 
caractères étrusques sous le pied. Sur lun des còtés du vase, 
Hermes et Zeus qui porte un sceptre , suivis d'un chien ; sur 
l'autre, les trois déesses; Héra tient un sceptre à la main; 
Athéiié est armée; Aphrodite, Ters laquelle se retoume Athé- 
né, porte un cep de vigne dans la main droite, et dans la gau> 
che un bàton. 

13. Hydrie à Munich. En téte un homme barbu, portant 
un sceptre et allongeant le pas, dirìge ses regards vers les per* 
sonnages qui suivent, et gestieule de ses mains avec vivacité; 
Hermes, Pallas tenant son casque de la main gauche et accom* 
pagnée d'un chevreuil ; les deux autres déesses ont nn sceptre. 
(Sur le col du vase, Achjlle, comme sur la coupé de Xénociès , 
n»2.) 

(2) le conoais une composition analogue sur une amphore à ligures noires. Rev. 
Un hoplite eatre detti femmes qui porteat des sceptres. \\ serait bien possible que ee 
prétendu Jupiter ne f&t autre que Paris. Voyex n° 45, et cf. u® 28 , où Pilris est abso- 
lufflent semblable au pcrsonnagc désìgné suu* U' uom de Jupiter par M. Gerhard, 

J. W. 



152 XI. L£ JUG£M£NT 

14-15. Pliisieurs vases représentant la marche des déesses, 
chez M. Fossati. L'un de ces vases a été aiosi décrit par 
M. Raoul-Rochette , Mon. fnéd.^ p. 265 , not. 5 : « Les trois 
« déesses, vétues et disposées de la manière ordinai re, prece- 
« Aées de Mercure et d*un vieillard qui tient un sceptre. (Le 
« revers de ce vase ne semble pas avoir rapport à la fable de 
« Paris.) » 

16. OEnochoé de Canino, appartenant à M. Raoul-Ro- 
chette (1). Les trois déesses conduites par Hermes, accom- 
pagné d'un chien * devant un personnage barba qui se retourne 
et porte un sceptre. 

17. Vase de la i ollection du roi, à Munich, où jen ai pris 
note. Les trois déesses, Pallas au milieu ^ vient ensuite Diony- 
sus couronné et portant une come à boire. Des rameaux s'è- 
tendent fa et là. 

1 8. Hydrie de Vulci, à Rome, chez M. Basseggio {Bull, de 
Vliist. arch,^ 1843, p. 60). Les mémes personnages, mais dìs- 
{)osés de facon qu'Hermès est toumé dans un sens contraire, 
par conséquent en face de Dionjsus; Tu ne des deesses, dans 
leur disposition réciproque , est aussi tournée vers 1 autre. 
Gomme on ne saurait découvrir dans le sujet méme le motif 
de cette disposition, il est à presumer que c*est une modifica- 
tion capricieuse du copiste , qui aura trouvé cet arrangement 
d'un plus bel eifet. Un exemple d'une semblable disposition , 
et qu'il faut expliquer de méme , dans une composi tion que 
nous indiquerons plus bas (n° 37) , donne lieu à cette conjec- 
ture, puisque sur le vase n*" 44, Dionysus assiste au jugeroent 
méme. (Au-dessus, entre deux grands yeux, Dionysus portant 
une come à boire, monte sur un mulet; devant lui, une nymphe 
entre deux satyres, derrière lui un satyre.) 



(I) HàiuìeJounuUde* Savtuits, 1842, p. 9, M. Raoul-Rochette dit que le por- 
toDoage barba , qui précède Mercure , doit étre reconnu ponr Jupiter, et qa'U 
apparatt ìci , comme dans le m jtbe méme, pour donner à Mercure Tordre de con- 
duire les dée»»es. — Ce vase sera publié dans la troisième lÌTraison de l'oaTrage de 
M. Raoul Rorbctle : Choix de peinturts de Pompei. 

ì. W. 



D£ PARIS. 153 

B. Les déesses devant Paris, 

19. Amphore de Caere, chez M. Alibrandi à Rome, d*après 
un dessin qui m'a été communiqué. Hermes, coifFé du pétase, 
portantunlongcaducée, setient, avecles trois .déesses, devant 
Paris. Elles ne portent aucun attribuì; les vétemeuts de toutes 
les trois consistent en une étroite robe de laine, comme celles dt^s 
Albanaises en Grece, avec un manteau qui recouvre ce vétement 
de dessous, et duquel elles dégagent les bras pour les avancer; 
leur chevelure et leur couronne sont semblables; seulement, 
le manteau de celle qui est au milieu se distingue par de larges 
bandes transversales. Hermes fait tranquillement sa propositìon; 
mais Paris, qui porte un ampie vétement et un petit manteau 
sur les épaules, se détourne surpris et troublé, comme Tindique 
sa main droite IcTee, dans l'attitude d*un bomme qui va pren- 
lire la fuite (1). Il estbarbu. (Rev. Quatre guerriers s*avancant 
luD après lautre, comme au n"" 4 ; ils sont couverts de grands 
boucliers ronds, etBgurent une armée en marche.) 

20. Amphore de Vulci, dans la galerie de Florence, d'après 
un dessin que je possedè. Paris barbu , revétu d*un magni- 
fique manteau , et tenant de la main droite un long bàton , se 
détourne pour fuir, en méme temps qu*il avance la lyre placée 
dans sa main gauche, la téte encore tournée du coté d*Hermès 
qui, étendant la main gauche et inclinant un peu la téte, le 
prie de demeurer. Les déesses sont ici groupées de facon que 
Pallas , qui est en avant , cache la téte , la poitrine et un bras 
d'Héra. Celle-ci porte un sceptre, aussi bien qu*Aphrodite, qui 
se montre dans iiue attitude tout à fait modeste, tandis qu*A- 
théné, se tournant vers elle, parait la réprimander. (Rev. Un 
prétre de Bacchus tient un canthare à la main et un thyrse ; 
derrière lui est une femme vétue d'un manteau, devant lui une 
autre femme qui , d*une oenochoé qu'elle porte, semble lui 

(1) Il en efrt de méme dans Coluthas, 121, sqq. Dans Luricn (Dial. Deorum, XX, 
7), PAns tremble et \ìà\ìt. 



154 XI. LK JITGSMKNT 

verser du vin dans le canthare. Entre eux , un autel , derrière 
lequel est une joueuse de flùte.) 

21. J ai sous les yeux le dessin d'un vase tout seniblable, 
dont le possesseur m'est ìnconnu. Seuleroent les trois déesses 
se tiennent ici à coté )*une de Tautre, et Aphrodite est un peti 
séparée des deux autres. Elle tìent une colombe sur la niaiu, 
et deux Amours aux ailes repliées voltigent derrière elle; Futi 
lui touche la téte avec sa niain, lautre les reins, comme pour 
la faire avancer. Pallas porte un casque , mais que n*ombrage 
pas le grand panache qu'on remarque sur le vase précédente 
et Héra tient élevée dans sa main gauche une fleur de grena- 
dier, comme au n*" 10. (Au-dessus^ sur le col du vase, un sa- 
crifice. On y voit un autel allume; un personnage imberbe, un 
prétre, à ce qu'il parait, tient un oiseau au*dessus de Tautel; 
de l'autre coté, une joueuse de flùte. Deux couples, composés 
chacun d'un homme barbu , tenant sa compagne sous le bras, 
sautent plutòt qu'ìls ne marchent, en sapprocliaut de l'autel. 
(Sans nul doute, on doit voir ici un sacrifice bachique.) 

22. Vase note, en 1841, à Girgenti chezM. Raphael Politi. 
Paris tenant une Ijre et un beton ; sa chevelure et son visage 
semblentpresque rappeler les traits d'une femme; Hermes, qui 
le suit, le saisit parie bras; vraisemblablement Aphrodite tenant 
une fleur, comme au n"* 46; Pallas, la chouette sur la main^ 
Héra sans dou te, que précède un lion, et devant laquellevole, 
ce semble, un oiseau. Le lion s'explique par le n** 52. Trois 
noms jllisible». 

23. Vase trouvé prèsde Ponte della Abbadia (O. Jahn, Bull, 
de tlnst. arch,^ 1839, p. 22, n. 3). Paris se détourne comme 
s'il voulait fuir; Hermes coiffé d'un pétase blanc; les trois 
déesses portent chacune des vétements longs; Pallas, placée 
entre Héra et Aphrodite, se montre avec l'ègide et la lance. — 
Plus souvent encore, cette représentation est simple. Paris ne 
témoigne point d'effroi. 

24. Hydrìe, chez M. Rogers à Londres, notée en 1844. Pa- 
ris barbu , assis sur un ^earò^ ^lOo^, tenant une bandelette 
passée dans un anneau ; Hermes , coitTé du pétase , porte un 



OX PARIS. 155 

long caducée; les trois déesses n ont aucun attrìbtit; chacune 
d'elles tieni un bàton à la main ; celle qui est placée au milieu 
des deur autres parait étre Pallaa. (Au-dessous deux guerriers 
qui se couYrent d*un bouclier commun , sur lequel est dessiné 
un serpent entre deux Éthiopiens, Tun portant un carquois et 
un are, Tautre arme d*une massue ; ce sont^ sana doutC) des sol- 
dats de Meranon.) 

25. Trouvé et dessiné en méme temps que le n"" 23. Paris 
debout , barbu ; les troia déesses en habits longs et flottants ; 
Pallas au milieu tenant un raraeau à la main. . 

26. ÌA. Gerhard (jéuseriesene Vasenbilder^ S. 196) fait oette 
remarque, à Toccasion de sa planche CLXXI : « Les trois déesses, 
«ayaot chacune un rameau à la main, se présentent sur une 
* cjathis de style archaique qui appartieni au prince Vidoni ; 
Hermes marche devant elles ; Paris tient une cithare. » 

27. Amphore dessinée à Rome (Gerhard, /. /., Taf. CLXXI). 
Dans quelques compositions où Paris ne parait pas, il est vrai, 
on doit pourtant supposer sa présence, parce que bien souvent, 
sur les vases, les peintures ne sont pas complètes. Les compo- 
sitions dont je parie ne représentent pas, en effet, les déesses 
en marche ou leur yoyage au mont Ida,ainsi que la compris ici 
M. Gerhard (1) ; nous y voyons, au contraire, des personnages 
debout I arrétés et non en marche, gesticulant de leurs mains ^ 
comme il arrive dans Taction du discours. Hermes iuì*méme 
est omìs dans le voyage, sur le vase n*" 5. Et e' est ainsi que, dans 
la peinture dont il s'agit, bien que Paris n*y soit pa« représenté, 
nous Toyons Hermes, accompagné d'un chien, exprimer cepen- 
dant la proposition dont il est chargé , et paraitre s*adresser à 
Paris, comme il le fait réellement sur le cratère n° 34, tandis 
qu'Héra, qui est en téte, un sceptre à la main, et Pallas, sem- 
blent sentretenir ensemble; Aphrodite, qui n'a rien dans les 
mains , seule , ne parie pas. (Rev. Hélène entre Ménéias , qui 
lemmène, et un autre des Grecs Tainqueurs.) 

28. Dessiné à Rome (Gerhard , /. /., Taf. CLXXH). Méme 

(1) Ce fase est déj» decrii plus liaut auus le u" 7 panni le sujcts repré«entaDt le?" 
dérsaea en marche. J« W. 



156 XI. LE JUGEMENT 

sujet, excepté qu*ici le copiste, au lieu de Paris, a omis la iroi- 
sième des déesses. Paris est barbu, et répond à Mercure qui a 
cesse de parler (1). (Rev. Bacchus entre deux satyres, quisou- 
lèyent dans leurs bras deux crotalistes et les font asseoir sur 
leurs épaules.) 

29. Les trois déesses conduites par Hermes , qui parie aT<*c 
Paris ; composition tout à fait simple; style ancien et rude. 
J*ai vu ce vase, en 1841, chez M. Basseggio à Rome. Ce qui 
le distingue des autres , e est qu il est orné, sur le bord , de 
deux panthères et de deux oiseaux à téte humaine. 

30. Amphore de I91 collection Candelori, aujourd'hui à Mu- 
nich, offrantsous le pied des caractères étrusques. Paris barbu, 
vétu d*un manteau et portant un sceptre; Hermes et les trois 
déesses; Pallas reconnaissable à son armure ordinaire. (Rev. 
Un homme barbu, tenant un sceptre, assis entre deux femmes, 
les mains élevées.) 

3 1 . Amphore à Munich. Paris barbu, tenant la lyre, est assis 
sur un rocher, dans une contrée boisée , ainsi que rindique 
une souche sortant de terre; Hermes tient éievée dans sa main 
gauche une guirlande ; parmi les trois déesses , Pallas seule se 
fait distinguer par sa lance et son egide. (Rev. Hélène emme- 
née ; de lautre coté, un compagnon de Ménélas qui , retour- 
nant la téte , s'éloigne à pas preci pités. Un trépìed et une téte 
de boeuf sont les épisèmes des deux boucliers.) 

32. Vase de Yulci, maintenant au Musée Britannique. De 
Witte, Ccu. Darandy n» 375. Tout semblable au vase précédent. 
(Rev. On croit y reconnaitre Paris et Hélène avec un servi teur, 
Prìam et Tro'ilus.) 

33. Amphore de Yulci (Campanari, Fasi della collezione 
Peoli, 1837, p. 142, n® 76). Paris avec une longue barbe poin- 
tue, vétu d un manteau et portant un sceptre ; Hermes s avance 
vers lui , suivi des déesses ; Pallas armée au milieu ; celle qui 
est devant, à la chevelure ondoyante sur les épaules, est peut- 

(1) Une aiopbore à figure» noires, dont je possedè un calqiie, montre PAris teuaut 
uue baguette, Hermes, Athéné et Aphrodite. Rrv. Thésée et le Minotaurc. Collection 
de M. Reizet à Paris. J. W. 



D£ PARIS. 157 

étre Aphrodite, et celle qui est derrière serait alors Héra. (Rev. 
Deux giierriers tenant des javelots; Tun d'eux est à cheval; il 
est suivi d'un chien; entre les deux guerriers, un homme ap- 
puyé sur un bàton.) 

34. Un grand cratère de Vulci, avec des bustes peints au- 
(lessus des anses, que j'ai vu, auprintemps de 1843, à Rome, 
chez M. Basseggio. Paris barbu et en manteau ; devant lui 
Hermes accompagné de son chien, et les drois déesses. (Rev. Un 
sphinx entre deux lions, un oiseau aux ailes éployéesje tout 
très-grand.) 

35-36. Suivant la notice de M. le professeur Feuerbach , 
[BulL de Finse, arch.^ 1840, p. 126), «le Jugeroent de P&ris, 
« dans le style le plus ancien et le plus grossier, » venait d'étre 
deux fois déterré à Mussignano. L'un de ces vases est peut-étre 
le n"" 29 ou le n'' 34, Fautre le n*" 44. 

37-39. Voici un exemple qui témoigne de la ikianière dont 
les peintres des vases fractionnaient un sujet pour en orner les 
deux cótés de Tamphore; il nous est fourni par une composi* 
tion appartenant à miss Gordon , et qui est ainsi partagée en 
deux groupes : A. Héra portant un sceptre , Hermes , Aphro- 
dite tenant une fleur ; B. Héra derechef, Pallas, Paris assis, 
tenant un bàton (1). M. Gerhard cite cette composition dans 
ses Vfuenbilder des KoenigUchen Museums zu Berlin , S. 24 , 
n. 5. Il fait aussi mention d*un Jugement de Paris ou d une 
marche sur le mont Ida, de style archaì'que, qu'il avait vu à 
Florence, chez M. Pizza ti, dont la collection est aujourdliui 
en la possession d'un Anglais, M. Blayds (Rev. Une scène ba- 
chique), et d*une autre composition semblable qui se trouvait 
à la vente de la collection de lord Pembroke. (Rev. Hercule 
et le lion , Athéné et lolas) (2). 



(1) Vn aatre Tue, dont je possedè un calque, montre, d*un c6té, Hermes entre 
deax déesses qui portent des sceptres. Rev. Paris imberbe assis sur un rocker; Athéuè 
armée qui se retoume Ters Héra ; celle-ci porte un sceptre surmontè d*ane fleur. 

J. W. 

(2) Ce Ttse, dont je possedè un calqne, est une petite amphore è figures noires. 
Hermes barba, cbaassé dVndroraldes, la téte nue, et tenant une simple baguette, se 



158 XI. LB iCGEMEITT 

40. Hjdiie du Musée de iBerlin (O. Jahn , Telephos und 
Troìlos, Taf. Ili , IV, S. 78; Gerhard, Fasenbild. des Katnig. 
Mus. zu Berlin y Taf. XIV ,• Catalogne duprince de Caìdno, 
n° 623). Paris répond à Hermes ; les doìgts de sa main droite, 
qu*il élève, exprìment quii expose au dieu ses objections et ses 
scrupules, tout à fait cornine au n* 28, sì ce nest que, sur ce 
dernier yase , Paris tient un sceptre de l'autre main. Hermes 
qui , au n** 28, écoute seulement et tient sa main gauche enve- 
loppée dans son manteau , tandis qu'il appuie aussi son long 
caducée sur son épaule, continue ici à employer son éloquence, 
comme Tindique sa main gauche qu'il tient ouverte et elevée ; 
les trois déesses emploient également, auprès de Paris, le 
charme des paroles, aussi bien qu'Iris, introduite ici pour ap- 
pujer le message d*Hermès. Comme lui, elle tient de la main 
droite le caducée. Les ailes, avec lesquelles elle est ailleurs 
représentée, n auraient point convenu ici. Quant aux déesses, 
Palla» se présente la pf;emière et armée de pied en cap ; Héra 
avec un sceptre, et Aphrodite sans sceptre suivent Paiias. 
(Au-<lessou$ quatre petites fìgnres, disposées suivant les exi* 
gences de Tespace, représentant le combat d'Hercule ayec le 
lion. Sur le col du vase est figure le sujet qu'on a rapporté a 
Achille et Hémithéa.) 

4L En 1841, j ai tu à Rome, chez M. Basseggio, une h jdrie 
semblable, où Ton remarque Iris placée derrière Hermes ; 
déjà, en 1840, Thydrie de Berlin est indiquée dans le second 
supplément au Catalogne des vases peints du Musée de Berlin. 

42. Pour disposer le coeur de Paris , la musique est aussi 
appelée en aide j ainsi qu on le volt sur une hydrie de Vulci , 
appartenant au révérend Hamilton Gray, et dont j*ai un dessin 
sous les yeux (Gerhard, Jl user les, Vasenbilder^ Taf. CLXXIII); 
ancienne composition très-précieuse, où manque seulement 
Paris, comme au n^ 27. Hermes porte ses regards sur une Muse 
jouant de la lyre; il Fengage donc à coopérer par son chant au 
succès de la mission dont il est lui-méme chargé. M. Gerhard 

r«to«rne ren Héniy reccinoaiscable à «a slépbftDé radiée; dans sa main gandM eat la 
gronade de couleor raug«; suiTent Athóop armér et Aphrodite sant aurun attrihut. 

J. W, 



( 



DE PARIS. 159 

ot (1 autres savauts ont pris cette Muse pour Paris ; il ne Miait 
cependant pas aisé d*expliquer coniment Paris se trouverait 
ali milieu de ce groupe et continuerait à jouer de lalyre, 
en présence des déesses qui vienneot a luL Dans THomère 
le Tischbein (Millin, GaL mjthoL^ CUX, 541), oo voit un 
beau vase de marbré , où TAmour est représenté conduisant 
Paris à Hélène; deux Muses jouent de la Ijre et de la doublé 
Hùte, pendant que la troisième, absorbée dans ses réflexions, 
se réjouit intérieurement du grand événement qui se prépare. 
Les cioq Sgures de Thydrie se tiennent toutes en repos, les 
pieds plus ou moins rapprocbés. Pallas est au milieu des deux 
autres déesses ; mais celle qui est devant parait étre Aphrodite; 
elle a le polus sur la téte, à lexeniple de Tancienne statue de 
Vénus &ire par Canachus pour Sicyone; celle qui est la der- 
nière tient un long sceptre, attribut qui indique Héra, Toutes 
trois,Ia main élevée, plaident leur cause. Aphrodite est ici pla- 
cée en téte, parce que la lyre de la Muse indique son triomphe. 
(Au-Jessus, composition de figures plus petites; Dionysus 
autour duquel dansent trois satyres et deux nympbes.) 

43. M. Creuzer décrit, en méme temps que le vase indique 
au n" 10, un autre vase appartenant à M. le comte d'Erbach, 
vase, comme il dit, d'un travail tout à fait grossier, et dont 
Hirt(l) rangeaussile dessin parmi les compositions de ce genre 
les plus anciennes. « Mercure se détourue , dit M. Creuzer, et 

* adresse la parole à la déesse qui marche immédiatement der- 

• rière lui. Toutes trois sont eutièrement vétues; Pallas, le cas- 
> que sur la téte, est au milieu, devant elle Junon , derrière elle 
Vénus, toutes deux cependant sans aucun*attribut qui lesdis- 
" tingue Fune de Fautre; chacune des trois déesses tient élevé 
' un gros bàton ou quelque autre objet. Derrière Vénus est assise 
' sur un pliant une femme jouant de la lyre. Une guirlande, qui 
<« part du dos de Mercure, serpente entre les déesses jusqu aux 



(1) Geschickie der BUdendenkunst , S. 94. M. Creuser. qui «entre les naias det 
^ies de ces deax rasea^ arait dit, daai les ff'iener Jahrbàcher, qu^Hennès portait noe 
I Tre »ar le dos ; il n'en parie plns dans an écrit plus récent {Zur Gallerie der alien Dm^ 
maiiker, S. 23). C^était sans doutc une crreur. 



160 XI. LE JCGBMENT 

n genoux de la joueuse de lyre.» Nous prendrons ici pour Vénus 
celle des déesses qui vient la troisième , puisque la Muse sem- 
ble étre son acolythe. On regrette seulement que M. Greuzer 
n*ait pas ìndiqué si Mercure et les déesses, ainsi qu*il est prò* 
bable, sont ici clairement représentés cornine se trouvant arre- 
tés et en repos. 

44. Hydrie de Vulci, appartenant à M. Basseggio {Bull, de 
l^Inst, areh.^ 1843, p. 62). Hermes se tourne vers Pallas, pla- 
cée ici devaiit les deux autres déesses. Après celles-ci , qui 
n*ont aucun attribut distinctif , vient Dionysus portant un 
cep de vigne (au lieu d*une come à boire , comme aii n' 1 7). 
Paris, debout vis-à-vis, élève la main droite (comme au n"" 40); 
il a une longue barbe, et le derrière de la téte couvert en partie 
de son manteau. (Au-dessus, entre deux yeux, et reposant sur 
un coussin, Dionysus a qui un satyre verse du vin d*une outre 
dans un cauthare; de Tautre coté, un second satyre). 

45. Araphore à Munich (Gerhard, jé user lesene VasenbUder^ 
Taf. CLXX; Bull, de Vlnst. arck., 1829, p. 84, n° 16; Rapp. 
f^olcenie^ p. 124, n. 57). Nous avons vu, sur plusieurs vases 
(n"* 1 1-16), Jupiter lui-méme se joignant à lambs^sade; je re- 
grette de nen avoir pas de copies sous les yeux ; car il est 
très-possible que, sur lun ou sur lautre de ces vases, on puisse 
penser à la présence de Paris, et alors on aurait voulu repré- 
senter lallocution que les dieux lui adressent. II en est ainsi, 
du moins , sur cette amphore si remarquable de la coUectioD 
Candelori. La composition occupe toute la partie qui s^étend 
sous le col, autour et au-dessus de la partie supérieure du vase. 
Zeus lui-méme, place en téte avec le caducée à la main, s*en- 
tretient avec Paris; tous deux gesticulent de la main droite; 
Hermes, qui le suit, porte un caducée tout semblable; il se 
tourne vers Héra qui déploie le grand péplus , avec lequel elle 
est représentée dans ses anciennes sfatues, et il lui adresse la 
parole. Pallas tient la lance ; Aphrodite avec une bandelette à 
la main (c'est ici une bandelette d amour) (1), est la damiere. 
Derrière Paris sont trois boeufs qui se détournent à Tapprodie 

(I) Ann. de Vlnst. areh., IV, p. 380 et saiv. 



f)K PARIS. 161 

(ies (iteux et des déesses, doni laspect ies eiTarouche^ sur le 
(los du plus éìoìgné de ces boeufs est un corbeau qui becquète, 
tourné vers Paris; et, auprès du plus rapproché, on voit un 
chien. Le dessin, que Fon prendrait, à la première vue, pour 
un ezerople du style étrusco-égyptien , est une ìmitatlon mo- 
queuse par rapport au style et peut*étre à la répétitìon, deve- 
nue fatigante, de ces sortes de représentations; si l'on en ex- 
cepte Ies animaux, il est exoellent comme parodie, bien que 
dans Ies figures, dans le mouvement, dans le costume et Ies 
couleurs, le caractère de rldicule que Fon y découvre, ne s'ap- 
pUque pas directement, comme caricature, au style dans lequel 
Ies compositions jusquici indiquées, a l'exception du n*^ 2, 
s'accordent plus ou moins; ainsi, par exemple, Hermes, aussi 
bieu que Paris, est ici représenté sans barbe. Dans Tornemen- 
tation de la partie inférieure du vase et du col , sur un fond 
jaime, on a aussi imité une ancienne manière qui se reproduit 
fréquemment. Cette caricature, dont on ne saurait méconnaitre 
le caractère, sertà confirmer pleinement la conjecture qu'on 
doit appliquer à une foule d*autres compositions, lesquelles 
font allusion à des types qui n existent plus pour nous : à sa* 
voir, que Tétrange difTormité des figures na d'autre intention 
quuoe malice toute semblable (1). 

VASES A FIGURES ROUGES. 

46. Large hydrie avec des anses sur Ies còtés, dans la partie 
supérìeure, ayant appartenu au prince de Canino, maintenant 
déposée au Musée Britannique (de Witte, Cai. étrusque^ n"* 130 ; 
Gerhard , Auserlesene Fasenbilder^ Taf. CLXXFV). Hermes sai- 
sit rudement par Fépaule le jeune Paris qui porte une lyre, et 
qui , dans sa surprise et son trouble , semble se disposer à 
prendre la Fuite ; Héra portant un sceptre est celle des déesses 
qui se présente la première ; elle a sur la téte une couronne 



(I) Dobois-MaisooneaTe, fntroduet, k l'étude des 'vases, pi. LX. 

1t 



162 Xi* L£ JUGBMENT 

murale; Aphrodile, la dernière, tient une fleur qu'elle senible 
mòntrer à Paris. (Rev. Posidon, Iris, Dionysus.) 

47. Coupé d*Hiéron {Mus. étrusque du prìnce de Canino^ 
lì** 2062 ; Riserve étrusque^ p. 22, ii*" 15; de Witte, Cai. étrus- 
que^ v!* 129). Paris tenant la Ijre et le plectnim est assis sur 
un rocher; des boucs et des chèvres, au nombre de cinq, sont 
représentés autour de lui. Hermes lui offre une fleur; les 
déesses en tiennent toutes trois de semblables (comme au 
T)** 26, elles portent chacune un rameau). Athéné se présente la 
première, armée du casque et de la lance ; Héra porte un long 
sceptre ; suit Aphrodite , autour de laquelle Toltigent quatre 
Amours. Les noms sont écrits à coté de ohacun des person- 
nages. (Rev. Alexandre emmenant Hélène qu il tient par le 
bras, Ménélas, Timandra, Eyopis, Icarius et Tyndare.) 

48. Yase à une seule anse de la collection du prince de 
Canino, d*appès un dessin que j*ai sous les yeux. Paris, tenant 
unelyre et un longbàton, est assis sur un rocher; Hermes lui 
parie, regardant en méme temps derrière lui; Héra, la téte 
Yoilée du péplus, tenant d'une main un sceptre e^ de Fautre 
un oiseau, qu'on peut prendre pour un paon, puisqu'il res- 
semble moins encore au coucou qu'au paon , et qu'on doit 
supposer que e est Tun de ces'deux oiseaux ; Pallas se montre 
ici sans casque, sans ègide ni lance; mais en reyanche elle 
porte une chouette sur sa main sauche qu'elle avance ; Aphro- 
dite présente à Paris un rameau, en méme temps que l'Amour 
lui offre à elle-méme une couronne. Pallas, de sa main droite, 
tient serre contre sa poitrine quelque chose qui a tout à fait 
Tapparence d'une pomnie. Mais la pomme appartenant plutót 
à Vénus, que la statue chryséléphantine faite par Canachus 
représentait tenant ce fruit, il est à.peu près certain qu*il faut 
voir ici un vase à huile , qui rappelle les exercices de la pales- 
tre, et que Sophocle, dans son Jugement de Paris , avait aussi 
donne à Minerve. Dans Callimaque {Lavacr. PalL^ 25), Pallas, 
qui se livre aux luttes gymnastiques, fait usage d*une huile 
pure et simple, Vénus d une huile mélangée et parfìimée. Nous 
retrouvons cette méme forme de vase à huile sur une très- 



DB PARIS. 163 

belle stèle du Musée de Aaples , provenant de la coUection 
Bor^a [ì)i^ Un vasetto di forma quasi d*un meìogranato^ * 
cornine le décrit Zoéga; olearia ampulla lenticulari forma ^ 
tereti ambita ^ pressala rotundiiate, suivant les expressions 
d'Apulce (Fior, II, p. 34, ed. Oudendorp). 

49. Aniphore de Nola de la coUection Blacas, publiée 
par M. Gerhard , dans ses Antike Bildwerke^ Taf, XXXII , et 
explìquée par M. Raoul-Rochette (il/0/1, inéd,, p. 262-264). 
Paris est assis sur le penchant d*une montagne, sur laquelle 
se tiennent couchés deux béliers et un jeune chevreuil ; sa 
cithare est appuyée contre la montagne, sa téte est couron- 
née de feuillage , et il tire son manteau devant son visage , 
comme ébloui par 1 eclat des déesses. Euripide {Androm.^ 284) 
Jes appelle atY^aevTa 9(o[jLaTa, et Isocrate dit qne Paris ne 
put juger les formes des déesses, mais qu*il fut terrifié par leur 
aspect, et force de pronpncer d après leurs dons et de choisir 
entre ceux-ci (2). Ainsi doit s'expliquer le sens de plusieurs 
représentations , où Paris évidemment juge les dons, non les 
déesses elles-mémes : intentìon indiquée par le soin apportò 
par les artistes à faire ressortir ces méraes dons. Devant Paris 
se tient Héra porta nt un sceptre et une grenade ; Pallas tient 
le casque à la main ; Aphrodite, au lieu d*Héra, a ici le péplus 
déployé par derrière sur la téte ; elle porte sur sa main droite 
le petit Èros qui lui arrange gracieusement les cheveux sur le 
front. Dans cette composition, ce ne sont donc pas les dons 
qui soDt exprimés , mais c'est lattribut particulier de chacune 
de!$ déesses que lon fait valoir aux yeux de Paris. Les déesses, 
contre TordiDaire, savancent ici de droite à gauche. Sur le re- 
vers, Hermes revient à grands pas; sa mission est heureuse- 



(1} Mìu. Borhon.i XtS , tav. X. Dans les Monumenti tnèdits de M. RaouKRochette , 
pi. LXIII, cette stèle porte nae ineeriptìoB ea caraetèren o^que», qui, je ai*eB saia 
«^QTaiitca, n'appartieot pa» au sujet. Le défunt avait sans doute prit part auxjeax 
Oljmpiqae» on à quelqnes autrei grands jeux, comme AEgon d«ua Théocrite, et il est 
r^rétenté de la méme manière qu* Arìstion sur la stèle attiquc , beaucoup plus an- 
rienoe, srolptéc par Arìstoclès et conservée à Athènes. 

(2) Encom, NeUn,, p. 240, ed. Bekker. 

n. 



164 XI. IJL JUGEMKNT 

ment remplie. Auprès de lui sont écrits ces mots : XAPMIÀE2 
KAA02, et plusieurs fois KAAE sur Tautre face de Tam- 
phore. 

60. La méme composition , à quelques petites difFérences 
près, sur un vase delacollection Pizzatià Florence, publié par 
M. Roulez dans le Bulletin de VAcadémie de Bruxelles y VII, 
n" 7, ainsì que par M. Gerhard, Auserlesene yasenbilder^ 
Taf. CLXXVI, etayant appartenu précédeniment au prince de 
Canino, d*après le catalogne italien , n* 713; il se trouve indi- 
qué dans le choix deses vases, dans Y A rcfueologiaj Londres, 
1830, voi. XXIII, n*" 79. Paris assis n'est point accompagné de 
chèvres et ne porte pas de lyre; il a un chapeau sur la téte; 
Héra lui présente de la main droite la grenade que , sur le vase 
précédent, elle tient de la main gauche ; le sceptre a pour bou- 
ton, comme sur lautre vase, une fleur de grenadier; seulement 
ici la déesse le tient autrement; Athéné a le casque sur la téte; 
mais elle tourne également ses regards sur Aphrodite, repré- 
sentée ici dans le plus charmant costume , la chevélure ceinte 
seulement dun ruban, et tenant à la main une branche de 
myrte.^ur le revers, au lieu d'Hermes qui s*é)oigne, on voit une 
scène bachique (Dionysus et Ariadne, un autel, une bacchante 
qui emplit le diota de Dionysus, une joueuse defiùte). La gre- 
nade n'est pas ici offerte à P&ris, comme on pourrait le croire 
d'après cette seconde peinture ; elle sert seulement d attributà 
Héra, et c'est ainsi qu'elle avait été employée par Polyclète 
dans la statue de cette déesse ; elle exprime les titres que Junon 
prétendait faire valoir aux yeux de Paris, pour obtenir la pré- 
ference; et, en effet, la qualité d*épouse du grand Jupiter par- 
lait bien en faveur de la beante de Junon ; Tancienne statue de 
cette déesse, exécutée par Pytbodorus, portait des Sirènes sur 
la main (1). C'est aussi la pensée qu*exprìme Euripide {Iphigen. 
in AuLj 1286 sqq.) dans lechceur cité plus haul : 

(I) Paii». IX,34. t. 



DB PARIS. IC5 

à Bi £opl IlotXXac , ^'Upa Tt /kib< dfvoucTOc 

51. Vasede Calabre à une seule anse, ayant appartenu à feu 
le baron Gros, à Paris; aujourd'hui au Musée du Louvre (Ger- 
hard, Jlnt. BilàwerkcyH^S, XXV; Raoul-Rocbette, Mon. tnéd.j 
pi. XLIX j 2 , et un troisième dessin que j ai sous les yeux). 
Paris est assts, une houlette àia main et son chien près de lui j 
mais avec le riche costume phrygien, sous lequei il se montre 
dans Euripide. Les déesses sont aussi parées dhabits brodés. 
Tout auprès de Pària» et placée devant lui, la déesse de Tamour 
se fait connaìtre par la colombe qu*elle présente de la main 
gauche, et par Yfynx quelle tient dans la main droite derrière 
sa téte. Atbéné, lecasque en téte, porte une lance et un bou- 
clier ; Héra , qui est assise , tient le sceptre , et , dans la main 
droite, un grand objet ovale qui n a pas encore recu d*ex plica- 
tion. Cet objet ne ressemble pas à une patere, qui dailleurs 
ici ne signifierait rien ; ce n*est pas non plus un miroir, il n*a 
pas la poignée que Fon remarque n"* 6 1 , 68, comme a tous les 
miroirs; il est aussi plus grand qu'un miroir, et semble avoir 
quelque profondeur; la bordure, dans le dessin des Monuments 
inédUs de M. Raoul-Rochette , en est dentelée tout à Tentour. 
Le moment de Taction n'est pas non plus celui où les déesses 
sapprétent et se parent pour paraitre devantleur juge, comme 
au n*" 68, mais vraisemblablement celui où elles font con- 



(I) M« ^ieteler (GittiingUche Anzeigen, S. 1405-1114) parie longuement de ce 
vtie, et cite ce passage ; il peose que , la pomiae étant le symbole do marìage en gè- 
oéral (ce que je ne saTais pas), et en particulier du marìage de Jupiter et de Jnnon , à 
fpà U Terre, ponr présent de noees, donna des pommet d*or , la déatse indiqoe par là 
qo^cHe est en état de conférer à Pina la pnissance royale. Mais ce n*est pas de la 
poissance, cVst d'nne éponse quUl s*agirait, et la grenade ne saurait indiquer ni Tuoe 
ai Tantre de ees promesses. Da reste, c'est à tort que, dans cecte peintare, on a touIu 
génératement reconnattre ponr sujet les promesses des troia déesses. M. Roolez avait 
prò la pomme ponr celle que Paris adjnge» et^en cooséqnence, Héra pour la déesse 
qai Temporte sur ses rìvales; Héra ne pourant étre celle qni dat obtenir le triomplie 
<le la beante, et cette figore, d^ailleurs, ne recevant pas, mais présentant la pomme, le 
premier interprete de cette peintare avait sougé à la jiomme de Proserpine, et méta- 
moqihosé Piris en Orphce. Voy , Gerhard, HyperboreUch-Rvemische Studien^S^ 156. 



166 Xr. LE JCGEMBNT 

naitre la} promesse de leurs dons. Apbrodite présente la co- 
lombe (1) et , par là , elle promet à Paris Hélène, qui, 
dans Lycophron {Cassandr. , 87), est elle-méme appelée 
colombe. Si le dessin de M. Gerhard est, en ce point, plus 
correct que les autres, Pallas porte pour emblèine de son 
boaclier une couronne , ce qui exprìmerait la promesse de 
la victoire dans les bataìUes. Que peut donc étre cet objet 
ovale ^ par lequel serait indiqué sjmboliquement Tempire de 
TAsie promis par Héra ? 11 est aussi à remarquer que la co- 
lombe d* Apbrodite se trouve placée sur un support de forme 
ronde (2). 

52. Sur une coupé de Nola, maintenant au Musée de Ber- 
lin (Gerhard, Jnt. BUdiverke, Taf. XXXIIl-XXXV; Berlin's 
Ant. Bilfverke^ n* 1029), le costume phrygien nest pas donne 
a Paris ; le jeune berger a la téte découverte ; il porte seule- 
ment une chlamyde jetée autour de son corps nu ; dans ses 
mains sont un long bàton et la lyre. lei , comme dans Homère, 
les déesses se présentent dans la cour de Thabitation de Pam 
(3) , ou , suivant le choeur d*Andromaque déjà cité , GTaOpiK 
ivi ^ouTa — ?p>i(i.ov 0' éaTioG^ov aù^ow, et, d'pprès le caractère 
élégant detoute lacomposition,la somptuosité de ceUe liabiu- 
tion est indiquée par un portail à colonnes. Un trait qui 
s*harmonise encore avec ce caractère de grandeur, c'est que 
Paris , comme dans les peintures de Tancien style , tient un 
sceptre. Dans une autre composition , on trquve aussi figure 
un arbre chargé de pommes , sous lequel Hermes parie à Paris 
(n^ 65). Après Hermes , yient immédiatement Apbrodite por- 
tant sur une main Eros, qui présente à Paris une bandelette, 

(1) M. Baool-Kochette (p. 264) nomme It colombe, reprétentée tei fidèteineBt d^- 
près nature, un obesa symboliqne, etprendriynx dans U nuiiii droite d*Apbroditr 
pour la colombe. La colombe d*Apbrodite se présente ansai snr les Tases n"* 10 et 21 » 
aÌDfi qne sor le grand pied de candélabre de la collection Borghése et snr nne iboo< 
naie d'Érjx. Sor nn miroir étrosque (Raonl-Rocfaette , lUon. inéd., pi. LXXTI, 3. 
p. M4), elle est placée sur le siége de Yénns. Déjà M. Crenser arait reconnu riynx snr 
le rase qni nous occnpe. 

{%) Apbrodite porte denz eolombes peintes en blanc ; l*objet que tient Héra est une 
phiale i une couronne de lierre e»t peinte sur le boucUer de Palla». J. W. 

(3) lliaà. XXIV, 29. 3^ veCxeoffc 9eà< 6x1 ot (léavauXov txovto. 



P£ PARIS. 167 

et tient de iautre maìn une eouronne; Pallas est représentée 
avecl egide et la lance, Héra avec la stéphané et lesceptre. On 
a Toulu expriiner ici que les déesses ne font pas gimplement 
▼aloir ce qu'etles sont, mais qu*elles promettent au ber|[er, 
comme le dit Euripide dans les Troyennés (918) : Pallas, le 
commandement des Pbrygiens pour attaquer la Grece, ou en 
general , la ^ictoire et la gioire ; Héra , lempire de TAsie et 
une domination qui doit setendre jusqu'aux frontières de 
FEurope ; Aphrodite , Hélène ^ en quoi a'accordent tous les 
autres récits (1). Les trois déesses, en effet, présentent ici 
évidemment à Paris, Aphrodite Èros, Pallas le casque, quàil- 
lenra au contraire elle porle quelquefois à la main, et Héra 
un lion, qai, sur le yase d^ 22, Facoompagne vraisemblable-* 
ment aussi aTCO la méme significatìon. Il ^st à remarquer 
qa Aphrodite , en pariant des jouissances de l'amour, se de- 
toume et baisse les yeux , et par là elle témoignd d'autant plus 
de délicatesse, qu'elle est fort coquettement habillée, et 
qu*elle a le péplus , ainsi qu Héra , étendu sur la téte. Au 
lieu d'Eros, Aphrodite, sur le vase n^51, présente une co- 
lombe, et sur le yase n® 62, à ce qu'il semble^ le gjiteau de 
noces. Il se pourrait aussi que, des quatre aniours, rf 47,. 
lun fftt Hyménée, qui aurftit la méme significatìon, Pallas 
(n^66) porte comme signe dS la victoiré qu'elle promet, une 
palme y semblable à celle que tient la Yictoire elle-méme au 
n^80. Dans une peinture sur mur(WinckeImann, MoTuJned.y 
113), Minerve présente à Paris la bsindelette de la victoire. 
Le roi des animaux, dans la main d*Héra, exprime àsséz 
clairement la puissance, la souveraineté, là royauté, et c'est 
dans le mème sens qoe ce symbole est aussi eroployé comme 
ornement sur le tróne de Jupiter et sur celui d* Agamemnon (2) , 



(t) r»ocr., Enc. Hel.» p. 240, tà. Èdtk.; Dio, Onit, XX, p. 266; 0?id., tfer. XTI, 
79-M; Itti. (17, 135 ; Byg., 92 ; Mythofgr. Vtft., I, 208; Ludati.^ Dkit. Dèorunt, XX, 
1{ sqij ; ApQl^ Mét, X, p. 250, Bip.; Colotb., 136-163. 

(2) Cérliarcf, Autétl, ^asenhiUer, Tuf f; de Witt«, Cat. knuque, n^* 138, 139. 
Pallas i un lioa sor toii boocfier dans routrage de M. Gerhard (/. c«r., Tjif. XY!!!^ 
rt Ptiobos, sor le coffrc de Cypsélus, araìt une téte de lioo. Pam., V, 19, 1. 



I(i8 XI. LK JUGEMENT 

et que deux lions sont représétités coiume gardiens sur la 
porte d'Agamemnon à Mycènes(l). (De Tautre coté de la coupé, 
on voit larrivée de Paris à Sparte; dans rintérieur, une scène 
d'adieux, yraisemblablemententreNéoptoléme et Lycomède.) 

53. Amphore de la collection du prince de Canino, n^ 730. 
Gerhard, Rapp. Tfolc, n. 405. 

54. Dubois Maisonneuye , Introduetion à Pétude ies vaiesj 
pi. CXX. Yase que je trouve cìté, mais que je ne puis main- 
lenant comparer avec Ies autres, Ies dernières liTraisonsde 
l'ouvrage ne m etant pas parvenues (2). 

55. Tasse de Vulci [Ann, de Vlnst. arch,, V. pi. E, pag. 345). 
Paris, en costume de chasseur, tenant desépieux et accom* 
pagné d'un chien , est assis à còte d un arbre dépouillé de ses 
feuilles , semblable à celui contre lequel s*appuie Hermes au 
n^ 68. Il écoute, avec une curiosité hardie, Ies paroles d'Her- 
mes, qui tient dans sa main droite une simple baguette, sans 
serpents ; le dieu u'a d'ailes ni à son pétase , ni à ses talons ; 
le pétase est rejeté sur Ies épaulés. Héra est représentée te* 
nant le sceptre; Pallas, le casque en téte, la poitrine converte 
de l'ègide, et portant une lance qui, à son extrémité inférìeure, 
est gamie d*un fer (oOpio^^o;). Aphrodite a pour attributs une 
stéphané, et un sceptre surraonté de la fleur de grenadier ou 
de lis. Entre elle et Pallas se tient Eros, de la méme gran- 
deur ici que Ies autres personnages. Les figures 5e meuvent 



(1) Les monufflenta de Khonahad (NinÌTe) offrent aujourd*hm on npprocbcmeiii 
ioattcndu et des plus carieax aree lesUons de la porte de Mycènes, rapprochemeot 
toatefois 'préparé par ce qae dit Hérodote (I, 84^, da lion promené aatour des mnrs 
de Sardes ponr Ics préserrer. Ct. Relig. de Vantiq,, t. Il, part, I, p. 187. 

GciGHliUT. 

(2) L*oaTrage de Dobois BCatsonneiive est termine depuis plnsienrs années; la der- 
nière planche porte le n*^ CI. Sor la planche LXVIII est grafée one conposition à 
figores rooges, qoi se rapporte, selon mei, ao Jogement de Paris. On y Toit Hermes 
debòot, aTec des talaires aiiés aox pieds; Aphrodite assise et à moitié noe tenant le 
caducée; Athéné deboot et armée; Paris assis et retoornant la téte vers Atkéoé; 
enfio Héra deboot et vétue d*ane tooiqoe Ulaire ; elle est coifTée d'ooe stéphané et 
porte uo sceptre. Les ioscriptìoos sont rorrompues ; mais on y rrcoouait aisémcot \t* 
traccs des noms AXe^avdpo;, Ep|i3.., A^poStie, AOeva, Hpa- '• W. 



DB PÀBIS. 169 

versta gauche , sont largement séparées l'une de lautre, un 
peu lourdes et faibles d'expresaion. 

56. Hydrìe de la Pouille, appartenant a M. de Witte (1) 
[Mon, inéd. de l'Inst, arch,^ I, pi. LVII, A, 1; O. MùUer, Denk- 
mmlerj II, Taf. XXVII, 294.) Hermes parie avec chaleur à Pa- 
ris, derrlère lequel Aphrodite se tient seule encore. Elle porte 
le polus sur la téte, comme au n*" 42, et dans la main gauche 
un sceptre. Paris est vétu du costume phrygien le plus somp- 
tueux; il semble que déjà il soit devenu Thóte de Ménélas et 
d'Hélène; avec le sceptre, il tient fièrementune épée dans sa 
main droite ; un chien est à coté de lui, MùUer pense que la 
déesse sapproche inaper^ue, ce qui ne saurait convenire la 
scène du jugement. J'espère donner plus loin la véritable expli- 
cation de ce vase , et montrer que sa place ne doit pas étre 
marquée parmi \es composi tions qui nous occupent ici. 

57. Nous trouvons une peinture d'un caractère tout parti- 
culier sur le col d'une amphore allongée de Vulci , ayant deux 
palmes huit pouces de hauteur, et huit pouces de diamètre , 
dont le dessin est sous mes yeux, et qui appartient à M. Bas- 
seggio. Quatre figures du dessin le plus gracieux : une dignité 
naturelle distingue la pose et le maintien des déesses ; leurs 
vétements, à plis nombreux, sont d'un goùt parfait; Paris, 
debout tout auprès d'elles, est vétu d'un manteau, qui ne 
laisse à découvert que la poitrine et le bras, dont il tieni le 
long bàton ; il ne porte ni sur la téte ni ailleurs aucun de se5 
iosignes accoutumés. Ces insignes manquent complétenient 
aussi aux déesses, méme à Pallas. Celle d'entre elles qui se 
trouve le plus près de¥àri$, se tourne vers les deux autres, 
et tient dans sa main gauche une pomme, dans sat* droite une 
fleur; elle a les cheveux relevés sous une haute coiffe pointue 
[tutulusj comme dans la caricature n^ 45). Cette 6gure serait 
dono Aphrodite, qui viefit de recevoir la pomme (comme aux 
n"^ 87, 97) , et elle se tournerait ainsi amicalement vers ses 
rìvales vaincues , avec ce calme noble qui caractérise l'ensemble 

M) Cat. Durane/, |>, 7, not. 2. 



1 70 XI. I.S JUGBMENT 

de la eomposition. A moins qu*on ne veuille reconnaitre ici 
Héra tenant la grenade, et supposero dès lors, que les déesses 
causent encore entre elles , attendant avec impatience Tarrét 
de ieur juge. Les deux autres ont une stéphané sur la téle, 
et Celle du milieu tient aussi dans sa main droite une couronne 
qu*elie presse contre son sein , comme fait Pallas sut le yase 
n** 51 ; la dernière lève, en parlant, sa main droite. Cette eom- 
position se distingue par un caractère tout particulier de di- 
gnité, de douceur et d*agrément. 

Il est certaines compositions , d*un style plus récetit, qui 
doivent étre rangées dans une classe à part : ce sont celles qui 
finirent par s*écarter de Fordonriance simple et naive, à la- 
quelle on s'était attaché pendant des siècies, dans Tarrange* 
ment et la disposition des figures : cette revolution ouvrit su- 
bitement un plus vaste champ aux caprices de la nouveauté, 
et j'eta nécessairement, dans l'ensemble du tableau aussi 
bien que dans les poses et le caractère des persdnnages, une 
plus grande variété. Cette liberté, une fois admise, invitait en 
méme temps k introduire sur la scène de nouveaux acteur^. 

58. A la téte de ces compositions, nous placons le grand et 
magnifique vase trouvé près de Ponte della Abbadia; il Tem- 
porte sur toutes les autres par la beante de Texécution, et se 
trouvé maintenant, avec le vase de Gadifius, qui est tout aeni- 
blable pour la forme et le style des peintures , au Mùsée de 
Berlin (Schulz, Bull, de rinst arch.j 1840, p. 5K; Gerhard, 
ArohiBùlogische Zeitung^ 1844, S, 261). On prépare à Rome 
une pnblication de ces deux vases , digfie en tout de teur 
beauté. Le premier représente Paris, assis sur ou contre les 
rochers de^ la montagne, et, vis-à«-vis de lui, Aphrodita et 
HértL, tandis qfiHermas et Athana se tiennent plus au fond , 
naturetlement aussi tournés vers le prince trojen. Les noms de 
ces quatre divinités sont écrits ici conformément au dialecte 
dorien. Paris, revétu d*nn riche costume, et arme d*épieux de 
chasse, tient dans sa main droite une couronne de lanrier, ce 
qui a donne à d*autres artistes Tidée de faire intervenir la Vic- 
toire elle-méme (n®* 6 1 , 79 et 80). Ici , le moment de laction 



DE PAAIS. 171 

est, saDS doute, ceiui où les dcesses exprìment la promesse 
des dons entre lesquels Paris doit choisir, et qui décident son 
jugement. G*est à la plus jeune, à Aphrodite, k parler : ce qui 
rindique, cest que, des trois amours, également désignés par 
leursnomsi Eros^ Pathos et HiméroSjV un ^ qu*Hermès semble 
vouloir soutenir, s'adresse d*un air empressé à Paris ; Fautre 
parati recevoir d'Aphrodite des ordres dont il ya s*acquitter, 
tandis que pour l'instant Héra et Albine se liennent compie- 
tement en repos. Pallas , en particulier, conserve une attitude 
pleine de modestie, de calme et de fierté : sa lance est gamie 
en bas de Voifioc/o^^ comme au n^ 55. Les amours, sur le vase 
n"47, sont au nombre de quatre, si toutefois Tun d'eux ne 
doit pas étre pris pour Hyménée. Au delà des anses sont deux 
autres compositions : Tune représente Jupiter et le jeune 6a- 
nymède, celui-ci tenant le cerceau (Tpo^óc, xp&xo;) et le petit 
bàton qui sert à le mettre en mouvement; Tautre, à la suite 
de la première, représente ^/>o//o/i et Artémès {sic). Ganymède, 
que M. Braun (4) a reconnu , aussi bien que M. Gerhard, est 
immédiatement place derrière Paris ; mais , dans la disposition 
syroétrique du tableau, il est niis en rapportavec Jupiter, et 
doit faire souvenir qu a cette méme place, sur le mont Ida , 
laigle avaìt enleré Ganymède, circonstance relevée par Lucien, 
et que j*ai citée plus haut. Ce trait indique clairement que 
Tinventeur de cette composilion a compris le sujet simplement 
au poìnt de vue érotique , et non au point de vue sérieux, au 
point de Tue de la fatalité. Artémis n*est point ici destinée à 
faire entendre que le lieu de la scène est une montagne cou- 
▼erte de bois, comme TArtémis ailée, avec une panthère dans 
la maìn , que lon voyait , sur le cofTre de Cypsélus , à coté des 
déesses en marche. Rapprochée ici d'ApoUon , et portant tout 
a la fois une forche et un are , elle n*est qu une représentante 
de rOlympe , qui prend part aux grandes destinées des enfants 
des princes sur la terre. Eu égard aux dieux qui sont ici pre- 
senta, Apollon et Artémis étaient, à cause de leur impor* 

{I) Ann, de Vlnst. arch., XIII, p. 88. 



172 XI. LE JUGEMENT 

lance, ceux qu*il cònvenait le mieux de piacer auprès de Ju* 
piter. Ges trois divìnités, séparées du tableau prìncipal paf les 
anses du vase , jouent ici le méme róle que celles qui souvent 
sont représentées dans la partie supérieure cle5 vases. Quant 
aux quatre animaux qui, dans la partie inférieure du Tase, 
sont partagés entre les figures principales, les opinions peu- 
vent différer. Le plus simple, à mon avis^ est de voir dans le 
bélier place au-dessous de Paris (comme sur le vase n^ 62) un 
symbole de ses troupeaux ; (on n a représenté que la partie an- 
térieure de ce bélier, comme ou Fa fait pour le taureau du 
n^60); d'assìgner à Aphrodite le dauphin portant sur son 
dos un amour sans ailes; de considérer le chevreuil, place de* 
vant Pallas, comme une imitation empruntée aux plus an- 
ciennes images de cette déesse, où elle est représentée accom- 
pagnée de cet animai (comme aux n®* 4, 13), et de prendre la 
panthère , qui se trouve ensuite et sous Héra , pour un sìgne 
indiquant une contrée montagneuse, sens que re^oit cet ani- 
mal sur le coffre de Cypsélus. Le mont Ida, dans Tllìade, est 
appelé la mère des bétes féroces ([tufrnp 67)pcdv); et quand 
Aphrodite traverse la montagne, elle remplit de plaisir, sui- 
vant rhjmne homérique, les lions et les panthères. Évidem- 
ment la disposition adoptée dans Tordonnance des animaux a 
èie choisie, moins en raison du sens qu*on peut y attacher, 
que pour rornementation : il ne faut donc pas s*élonner que 
le bélier n occupe point une autre place plus rapprochée de 
Paris. 

59. Grand vase de Ruvo, maintenant à Carlsruhe (£u//. de 
VlnsL arch.j 1836, p.l65), publié par M. Émile Braun (// Giu- 
dìzio di Paride^ tav. 1, 1838) et par M. Fr. Creuzer [Zur Gal- 
lerie der alien Dramatiker, Auswahl griech, Thongefceise des 
Grossherz. Badisch. Sammlung^ 1839, Taf. I). Sa forme est la 
méme que celle du vase précédent, une grande anse au col et 
deux poignées à la pansé. (I^ rang inférieur, dans Fouvrage 
cìtédeM. Creuzer, pi. VII, représenté Dionysus enlouré de 
musique, de danses et de cérémonies bachiques, quatorze fi** 
gures de femmes , et Silène jouant de la flùte.) Le dessin est 



D£ PARIS. 173 

d'un slyle bien clifTérent de ceiui du vase n® 58 : moins orné, 
moins acheyé, moins expressif, il annonce dayantage un 
ouvrage de fabrique. En revanche, la disposition particu- 
lière et la richesse d'invention que Ton remarque dans cette 
composi tion , dont l'auteur primitif doit étre place bien 
au-dessus de son copiste, lui donne Tavantage sur touces les 
autres. Les noms sont inscrits à coté de toutes les figures, 
excepté celles d'Eros et d'Himéros, et une autre figure encore, 
qui se laisse aisément deviner. Alexandre est assis au milieu \ 
Athenaa et Héra se tìennent à sa droite ; Hermes et Àphrodiie 
sont à sa gauche; celte dernière est assise. Paris est richement 
vétu et pare de la tiare ; cependant il tient de la niain gauche 
une houlette, dont la partie supérieure est artistement travaiU 
lée (cest par erreur que dans le premier dessin qui a été pu- 
blié de cette peinture, il a été représenté avec une pomme dans 
la main droite); son chien est couché à ses pieds. Les deux 
amoursy comme il est naturel , sont bien encore occupés des 
intéréts de leur mère : Fun adresse la parole à Paris ^ Tautre 
joue a?ec le ceste d*Aphrodite; mais déjà la yictoire n*est plus 
incertaine: ce moment précis de Taction est ici représenté, et 
le geste que fait Paris de la main droite , doit indiquer le grand 
mot qu'il vient de prononcer (l). tìicé (c*est la figure sans 
inscriptìon) laisse den haut tomber une coùronne, justement 
sur la téte d'Aphrodite; e est ainsi que, sur la médaille imperiale 
n^97, un genie, avec une couronne, planant au-dessus de la 
déesse, exprime son triomphe. La Victoire elle-mdme se 
montre aussi sur les n®* 6 1 , 79 et 80 ; elle y est représentée 
avec des ailes, suivant Tusage; mais ici elle est sans ailes: sans 



(1) H. Crenzer, é. 35, 39, interprete les gestes et Taction d*Héra, d*Hermès, de 
Pkllat, de Piris, toat antrement qae je ne pois les eomprendre d*après Texprestion 
des fifnres. Cela Tient, snrtout, de ce qu*il a con^u antrement le moment de Taction, 
dans son ensemble. La pomme qui n'existe pas , et que le premier dessinaleur a noir- 
cie, est mentionnée ici dans l'explication, et pourtant le dessin ne la représenté pas. 
M. Crenier suppose que Pària Tient de receToir la pomme de Merenre. Les peintres 
des Taies, en general, ne tìennent aucun compte de la pomme, excepté, pent-étre, cclui 
da rase n** 57. 



174 XI. LE JUGKMENT 

doute parce que, dans sa po^ition presque horìzontale, les 
ailes, qui, du reste, ne sont point toujoiirs doimées à la Vie* 
toire (l), eiissent été d*un effet peu pittoresque. A coté d^elle, 
Eutychia (le Bonheur) tìent des deux mains un rameau, des- 
tine à couronner Paris ; car c*est à lui qu'est réservé le bon- 
. heur de posseder la plus belle des femmes. Nicé et Eutychia 
sont ici d'intelligence ; ce qui est très-gracieusement indiqué 
par l'action de Fune qui s appuie sur les épaules de lautre. 
Hermes qui, non-seulement par la place quii occupe, mais 
aussi dans lesprit de la composition, est du coté de celle qui 
trìomphe, abaisse son caducée, comme pour esprimer que 
Faffaire est terminée. Derrière Aphrodi te et Paris, jouissant tous 
deux de leur bonheur, Hélius monte dans le ciel; sa pré- 
sence dans le tableau a pour but ou d*indiquer que le jour 
qu il vient de faire naitre est un grand jour, ou de répandre 
sur les joies du triomphe Véclat d'un jour brìllant et radieui: 
la joie et les rayons du jour s'accordant fort bien ensemble. 
Assurémeiit, dans une composi tion semblable, je ne saurais 
admettre que la présence du Soleil n'ait guère d*autre but que 

(1) La Tictoire ( VIKB ) sans ailes , entoare de la bandelette du trioapho la front 
d^Hercale au jardin de» Hespéridea (de Witte, Cai. Durami, n** 303) ; et c'est aree ni- 
soo que, dans le méme ourrage, n°' 94, 224, 354, 737, M. de Witte rcconnalt ausai b 
Victoire, bien quMle n*ait point d'ailes ; circonstance qui se présente aussi sur un 
▼ase de la collection FeoU {rasi FeoU, a^ 124). Le rase n° 224 de la cullection Du- 
rand a*accorde font à fait, quant au svjet en general, avec le vase n** 225, oà 1» Tte- 
toire est ailée et sacrifie devant un autel : sur le premier de ces rases , elle n*a point 
d'ailes; et la déesse qui, au n® 94, présente une couronne à Dionysus, pare de la 
bandelette, comme elle en offre une à une Amasene , n** 364, où, de plos, elle fait 
des libatìons; celle qui, n° 226, Terse à un ▼ieillard dans une phiale; celle qui, n®737, 
fait des libatioos de?ant un jeune athlète ayant la bandelette de la victoire autonr de 
la téte, ou qui se tient devant une cithariste (Panofka , Fasi di premio , tar. Y) , ainsi 
qu^aveo des ailes derant Japiter lui-méme (Stackelberg , Gneher der HelUnen, 
iTaf. XVI II) ; catte figure, dis-je, ne pent guère étre autre cbose que la Victoire. Je ne 
con^ois pas que M. Gerhard (Ueber die Plàgelgestalten, 1840, S. 8) ait pu en donter. 
La Yictoire, NIKA, non ailée, sor des monnaies de Terìna, n'est pus use figure d'un 
stjle très- ancien. Millingen, Jncient coins of greek cities and kings, pi. II, 2. Vojes 
une statue de bronze de la Yictoire , sans ailes , qui a été publiée dans les dmiuties 
de VlntUiut archéologt4fue, XI , pi. B , p. 73. Cette detnière statue avait été mal 
cxarainée ; après qu'elle eùt été publiée, on a rcconou qu*il exjstait dans le dos des 
trnus destinés à attacher des ailes. 



DB PARIS. 175 

de remplir un vide dans le tableau , ou d'exprimer quelque 
circoBStance indifferente en elle-méme, le temps de la matinée 
par eiLemple y ou bien encore dlndiquer simplemenl que lac* 
tion se pa|^e à oiel découvert. Le buisson qui crott au bas du 
tableau, fait assez juger que la scène a iieu en plein air, et cela 
se comprend ainsi de soif-méme. Voilà pour un coté de cette 
compo^iUoD. De lautre cò|é , la pose des deux autres déesses 
respire viaiblement .une orgueilleuse fierté. On peut n'y yoir 
qu'une suite de leur dépit et dusafitiment de vengeance qui 
les anime au moment où Paris vient de ies offenser, et de là 
eonclure à la signification de la déesse placée derrière elles , et 
qui est d^ignée par le nom de Cfymène* De méme, en effet, 
que la Yictoire et Eutychia se rattachent ici au triomphe 
de Yénus et à la félicité de Paris, de méme Clymène, ce 
senible, doit avoir un rapport particulier avec les déesses of- 
fensées, dont ausai elle se troupe très-rapprochée. Mais , pour 
mieux saisir le sena de cette figure, il faut, en méme temps, 
lever les yeux sur Zeus, assis au*dessus d*elle; en efFet, la 
presence de ce dieu ne doit pas ici, comme sur le vase n® 58, 
où Ganymède est auprès de lui , étre considérée comme une 
addition ingénieuse au mythe, qui nous appr^sd que déjà 
précédemment, au méme Iieu, TAmour avait obtenu un pre- 
mier triomphe. Zeus , ici, fait partie de la représentation méme. 
Ce dieu^ comme on sait , prenait a laction un très-vif intérét. 
Rappelons d*abord quel était , suivant les sept vers qui nous 
en ont eie conservés , le début du poéme dont tonte cette fa« 
bie était «tìrée. Les hommes en trop grande multitude fati- 
guaient de leur poids lea plaines de la terre , et son sein en 
était surchargé; Jupìter, qui le remarqua , en fut un jour tou-* 
che de pidé; dans sa sagesse, il résolut,en excitantla grande 
querelle de la guerre d'Ilion , d*alléger du poids de cette mul- 
titude la terre qui nourrit tous les étres, et d'amoindrir par 
la mort le nombre des humains ; et les héros furent tués devant 
Troie, et la volonté de Jupiter fut accomplie. Tel est le motif 
fatai sur lequel le poéte fondait son oeuvre, destinée à servir 
comme dlntrodurtion à Tlliade et à tous les autres poémes qui 



176 XI. LE JUG£M£NT 

la continuent; bien que, dans la suite, peut-étrece niotifeùt 
perdu de son intérét , il ne pouvait étre oublié, alors que le 
poéme était chanté par les rhapsodes, lu et imité autant ou plus 
qu*aucun autre. Euripide fait aussi allusion à ce début(l). Il 
ne faut donc plus s*étonner que le peintre ait ici , par opposi- 
tion au Soleil , qui éclaire le bonheur actuel de Paris et le 
triomphede Yénus, représenté Jupiter, et fait ainsi allusion à 
Tobscur avenir, à la guerre et a la mort , fléaux que Jupiter 
avait en vue, en envoyaut vers Paris Mercure et les trois 
déesses. N avons-nous pas vu , sur des vases du plus ancien 
style, Jupiter accompagner lui-méme Tambassade (n®* 11-16 
et 45)? N'avons-nous pas remarqué que, sur ces yases anciens, 
des scènes de guerre sont très-souvent , comme reyers, mises 
en contact avec le Jugement de Paris ? Au reste , le pére des 
dieux et des hommes tient ici, non le foudre, mais, le scep- 
tre et une branche de palmier. Grand nombre de vases 
peints témoignent que les Braheutes portaient une semblable 
branche; ellesert donc ici à designer Jupiter comme Tagono- 
thète, qui a préparé la lutte. Une figure qui niontre encore 
bien clairement que le peintre est entré dans le sens intime 
et dans les détails de la fable , c'est Eris^ qu'il a placée en 
buste (2), au milieu de la scène et justement au-dessus de 
Paris. Cfymène, représentée au-dessous de Jupiter qui envoie 
la mort, et derrière Héra et Athéné ofren9ées, fait de la main 
droite un geste expressif, en étendant la main derrière elle, 
geste sur. lequel il n*est pas pennis de passer légèrement : on 
chercherait longtemps , avant de le rencontrer une seconde 
fois, et tonte explics^tion de Clymène, qui ne se rapporterait 
pas à ce geste , ne saurait étre la yéritable. Mais dès qu'on en 
tient compte, ce n'est plus au nom de Clymène qui, par lui* 
méme, il faut en conyenir, est assez yague , que Ton attaché sa 
pensée , mais bien à lexpression de ce geste ; car nous savons 
que c'est dans leurs poses et leurs mouyements qu on doit 



(1) Orest., 1635-37. 

(2) Snivant PuMge des eìxóvec Ypcnrcal SvonXoi. yoyez Raoul-Rochette, Lettretnr- 



DE PARIS. 177 

chercher Texplication ile toutes ìes fìgures. Ce geste est d'une 

signification aussi précise que le versus pollexj par exemple. 

Or, dans le culle célèbre d^Hermione , le roi des enfers est 

appeié du nom euphémique de Clymenus (t)^ les noms qui 

servent à designer quelque attribut sont si fréquemment et si 

natureilement communs à des dieux et à des déesses unis par 

les liens de la parente et du mariage, que rien n'empéche de voir 

ici dans le nom de Cljrmène une épithète de la déesse infernale 

ou Proserpine. Tout, dans la composition qui nous occupe, 

tend à nous faire adraettre cette interprétation : et l'allusion, 

bien clairement exprimée par la présence de Jupiter et d'Erìs , 

au but que se propose le roi de TOIympe dans le jugement de 

Paris; et la colere d'Héra etd*Athéné; et la liaison de celles*ci 

et de Gljmène; et la manière dont cette déesse est opposée, 

dans le tableau, "à Nicé et à Eutychia, et surtout son ge^te si 

plein d'expression , par lequel ellesemble promettre de pousser 

dans Tempire des ombres une multitude de Troyens , Yictimes 

de la colere des deux déesses y et une multitude de Grecs. On 

comprend, par les rapports qui unissent toutes ces figures placées 

les unes au-dessous des autres , que la relation établie entre Cly- 

méne, d'une part, et Nicé et Eutychia, de lautre, aussi bien 

qu'entre Jupiter et Hélius, ne pouvait étre ^comme d'ordinaire, 

exprimée en placane ces figures sur le méme pian : le rang 

inférìeur convenait seul pour le personnage de Clymène. 

M. Greuzer reconnait dans Clymène Tépouse d'Hélius , la 

déesse de la lumière nocturne, écartant les ombres de la nuit 

et les eaux, d'où elles s'élèvent. Mais les ombres et les eaux 

TÌennenuelles mettre obstacle au dénoùment de laction, au- 

quel cependant tout doit se rapporter? Dans l'ensemble du 
mjthe de Paris, il n'y a, ce me semble, aucun motif pour le 

revetir d'un caractère cosmique ; ce serait donc une grande te- 
mente d'y admettre une déesse de la lumière nocturne. Au 
lieu de Clymène , prise en ce sens, e* est toujours la Lune qui 
se trouve opposée au Soleil, quand il ne doit pas se montrer 



(I) Pausali. « n,35, 5. 

12 



178 XI. LR JUGKMENT 

Seul y et toujours elle est placée sur la niéme ligne. Quant à la 
figure sans nom, qui est représentée à coté d*Eulychia, je ne 
saurais la prendre pour une des Heures, ne serait-ce que parce 
que sa position n*ex prime aucune relation avec Hélius , don t elle 
nest ici rapprochée quaccidenteUement. Aphrodite, dansles 
vers cypriens, est parée de la main des Heures avant de se 
niontrer aux jeux de Paris; mais ici, où Paris est déjà heu* 
reux par la promesse de posseder Hélène , Aphrodite parait 
comme rictorieuse, et la figure qui la couronne, placée à 
coté d*£utychia, doit étre nécessairement la Victoire^ Eutychia, 
dit M. Creuzer, est une Tyché employée , à Tégard de Paris, 
dans un sens équivoque: Paris ne prévoit pas les calamités 
que son arrét doit engendrer pour les Troyens et pour les 
Grecs. Mais ii ne saurait y avoir ambiguité dans cette figure 
d'Eutychia, qui est une, et qui ne cesse pas d*étre une per- 
sonnification unique; c'est par une autre figure que doit étre 
exprimée 1 ambigUité , l'opposition. Gette seconde figure est ici 
celle de Clytnène. Malgré les difFérences que présentent ces 
deux interprétations, Taccord subsiste, quant au point prìn- 
cipal , le geste r^oussant de Clyniène. Encore moins pui»-je 
accueilltr dautres interprétations , où, sans tenir compte de 
ce geste, qui n'a sùrement rien dordinaire ou de fortuit, on 
▼eut prendre la Clymène du vase pour la Clyniène qui, dans 
rilìade , est la serrante d'Hélène f ou pour un surnom d*Hé- 
lène elie-méme ; — sorte d'an tictpation inutile , puisque tout ici , 
et Eutychia en particulier, a traità Hélène; — ou pour un sur- 
nom d'OEnone, qui serait ainsi opposée à Vénus ; — mais et 
n*est point d OEnone que trìomphe Véikus , c'est de Junoa et de 
Pallas ; — ou pour la méme dÌTinité qa EYKAEIA, suivant la 
conjecture d'O. Mùller, ou méme enfin pour Iris{l). Si quelque 
analogie de nom permettait de confondre Clymène ^y^cEucleia, 
la gioire étant ici du coté de Vénus , Clymène devrait se trou- 
ver à coté de la Victoire. 



(I) Urlichs, dans les Jahrbàeherdes Vereint far AUerthums Preunde in den Rkein' 
létnden, l\, 1843, S. 57. 



DE PAftlS. 179 

60. Hydrie de la méuae (orme qtie les deux précédentes, 
trouv«6 dans le Poggio Gajella, près de Chiusi, et publiée 
por M. Eni. Braun {Il Laberinto di Porsenna, Rome, 1840, 
tay. V). 

La composition principale est simple. Paris, en costume 
phrjgien, et tenant à la main des épieun de chasse, est assis 
au milieu de la scène et cause avec Hermes; son ehien est 
couclié à ses pieds; plus loin est un taureau, dont on ne voit 
que la partie antérieure. Derrière Hermes se tient Athéné 
dans une pose tranquille, revétue de son armure; derrière 
Paris on Yoit Héra , dont le sceptre a , par exception , une 
pointe de lance , si le dessinateur ne s'est pas trompé; elle est 
tournée i^rs Aphrodite. Celie-ci se fait distinguer par sa pose: 
elle est assise et tient aussi un sceptre ; de Tautre main elle 
s'appvie sur un rocher. Derrière elle , entre une des anses du 
rase, on voit Eros debout, représenté ici plus grand que de 
coutume, et gesticulant, comme s'il faisait, au nom d* Aphro- 
dite, des proposttions qui donnent lieu à la deess'e du mariage 
de se tourner dn cdté d'Aphrodite pour lui faire des reproclies ; 
vient ensuite une figure de femme tenant un sceptre. De 
Vautre coté se joignent au gtt>npe principal , d'abord une fi- 
gore de femme ailée, qui tient à la main une couronne; puis 
un homme, en costume tH>yal asiatique, muni d'un long sceptre. 
C est là sans doate une aiiusion aux trois promesses qui , sur 
le Tase n^ 52, soni déaignées par un Kon, un casqué et un 
Amour ) exprimant que Paris deviéndrait le Grand Rai de 
l'Asie (1), que la f^ictoire. Taccompagnerait partout dans les 

(I) Le roi Ae FAsie, BAZIAEYE (avu qve U reioe, laMÌ «ree le aom BA£IAE£ 
{Ue)y se Toit sor on vase très-fin da Yaltcan (Mut. Gregor.^ II , tar. lY, 2 a)« Il ae 
dbtingDe par an grand maotean jeté sor ses épaules : la pose et le caractère de rette 
(gare •'aocArdeat asset avec eelle de aotre rase. — Sur un beau didr&fiitte dn 
Masée BrtCanoìque , oa voit la t<èee d^uD roi« coiSfé du bottuflt phrygifeii. 9ìeT. 
BA£IA... cithare. D'après ringénieusc explication de M. Le^ormant, on doit 
rcconnaltre ici la tète du Grand Roi de Perse. M. le due de Luynes (Ann. de 
ffntt» areh.^ Xtlf; p. 164) fèh la éemifr^e suitaute à Toceasion datane superbe da- 
rkpie de sa collection : c'est que cette pièce, frappée dans TAsie Minenre, est con- 
temporaine de| Tissapberne et d'Alcibiade. Il se poarrait bien que le magnifique di- 
drachmc da Musée Britannìque f&t de la mémc epoque. i. Wi 

12. 



180 XI. LE JUGEMENT 

combats , qu*il posséderaìt un jour Helene* Ainsi , le moment 
de Taction ici représentée est celui où , après qu'Héra et Athéné 
ent parie , si Hermes ne Va pas fait pour elles, le tour d'Aphro- 
dite est arrivé. Hermes assiste Eros , et Paris est sur le point 
de parler. L'artiste , pour exprìmer les trois dons offerts par 
les déesses, n*avait besoin que de trois personnages; mais il 
lui en.fallait quatre pour Tharmonie de la composition : ce fut 
donc de sa part une idée ingénieuse d'introduire ici l'Amour^ 
et, pour mettre cette figure en rapport avec les trois autres, 
de la grandir bien au delà des proportions ordinaires , et de 
Téle ver en outre au-dessusdu sol^ de facon qu'elle saccordàt, 
dans les proportions, ayec la figure a laquelle elle est jointe, 
mieux encore que ne fait Ganymède avec Jupiter sur le yase 
n^ 58 , groupe oppose à celui d'Apollon et d'Artémis. L'édi- 
teur de cette peinture a cru voir ici OEnone , et en a conclu 
que TAmour s'occupe à détourner d'elle le coeur de Paris ; il 
a cru aussi reconnaitre, dans le groupe oppose, Hector, dont 
la Victoire accompagiie les pas : en conséquence, et labsant 
tout à fait de coté la teine des dieux , il établit un contraste 
entre Aphrodite et Athéné, aussi bien quentre Paris etHec- 
tor, dans le sens de la fable connue de Prodicus. Plus tard , 
le méme archéologue a pensé qu'au lieu d*OEnone , il fallait 
voir ici Hélène(l), en faveur de laquelle l'Amour previeni 
Paris : il met alors, en opposition avec cette princesse, Hector 
suivi de la Victoire. Mais Hector n'est pas le favori de la Vic- 
toire, et Tou ne saurait non plus reconnaitre Hector dans 
cette figure, aux lal*ges formes, la couronne sur la téte, qui 
s'avance avec tonte la dìgnité d'un roi barbare , mais dont le 
costume n'est nulleraent guerrier, et en qui, d'ailleurs, rien 
n'annonce le héros. Et lors méme que la victoire (to xpaTetv, 
TÒ xpocTo^) que Minerve offre à Paris conviendrait aussi bien 
a Hector qu'à Achille méme, toujours paraitrait-il étrange d'ad- 
joindre a un personnage secondaire , comme dans tous les cas 
serait Hector, un autre personnage encore , uniquement pour 

(f) Ann.deVInst. arch., XIII, p. 86. 



DK PARIS. t 8 1 

esprimer le caractère du premier. Il est digne de remarque 
que le peintre, qui, avec raison, représente Hélène, non 
corame une jeune fiUe à la démarche légère, mais conime une 
reine pleine de dignité, lui a donne une taille un peu forte, 
trop fidèle en cela peut-étre aux modèles qu'il voyait autour 
de lui; les plus ancìens petntres des vases, en particulier, 
usaient souvent de cette exagération des formes à l'égard de 
la taille et du sein des femmes. Au reste , quand méme on 
devrait ici reconnaitre C£none , et ce n^est assurément pas le 
cas, je ne pourrais admettre avec M. Otto Jahn, qui a cru 
par là fortifier Texplication quii donnait de cette figure , que 
les proportions de la taille indiquent ici un état de grOssesse, 
circonstance qui devaitrendre C£none plus sensible encoreà 
Tinfidélité de son époux. M. Jahn , revenant sur l'explìcation 
de ce vase, préférerait, au lieu d*Hector, Priam, parce qu*il lui 
parati inyraisemblable qu'Hector ait été représente, ve tu du 
costume phrygien, sans armes et sous les traitsd'un homme 
àgé (1). Tout en reconnaissant la justesse de cette observation, 
il mest impossible de reconnaitre dans ce personnage le roi 
dllion. 

61. Vase à une seule anse, de la Basilicate, appartenant à 
M. Pacileo, à Naples (Gargiulo, Raccolta, tav. 1 16 ; Gerhard, 
jini. Bildwerke , Taf. XLIIl). Hermes se tient ici devant Paris, 
auquel il faitpart de son mcssage, et qui est assis, vétu comme 
un chasseur, en costume phrjgien et avec la tiare sur la téte. 
Entre eux , mais supposée dans le fond (comme au n^ 68), on 
voit Héra assise sur un tróne élevé. Bien qu*une portion con- 
sidérable de cette figure se trouve brisée , le coucou qui sur- 
monte le sceptre et une partie de Tornement de téte, sem- 
blable à la couronne qu'on voit sur le vase n^ 46, ajant été 
conservés, ne permettent pas de se méprendre à Fégard de la 
déesse quon a voulu représenter, et Top pourrait hardiment 
piacer dans sa main gauche la grenade, quelle portait sans^ 

(1) ienaUche LUterrZeitung, 1843, Tom. I , S. ÌÒO. 



182 XI. L£ JUGBM£NT 

doute (I). Du reste , sur le vase n® 58 > Junon est caractérìsée 
d*une facon k peu près semblable par le haut siége de pierre 
sur lequel elle est assise, et par la position qu'elle occupe par 
rapport à Paris; sur le vase n® 51 , elle est aussi représentée 
assise sur un tròne; mais là, elle ne YÌent que la troisième: 
e est ainsi qu elle parait fréquemment encore dans des pein- 
tures d'qne date plus recente (n"" 79> 82, 83, 84, 86 et 99). 
Pallas et Aphrodite caractérisé«;s, Tane par son armure , lautre 
par le niiroir et par ses gestes ; sont placées a moitié au*des- 
sus de Paris et d'Hermes ; elles semblent ainsi se tenir à Técart 
devant la souTeraine du ciel ; sur le méme pian est ajoutée 
une troisième figure , la Victoire, qui porte une palme; mais 
rien dans sa pose n exprime à laquelle des déesses oette palme 
est destinée; la scène ne fait que commencer, elle ne toucbe 
pas encore au dénoùment, 

62. Cratère ayant autrefois appartenu à M. Jenkins , depose 
maintenant au Musée Britannique; il a été public d'abord par 
Visconti {Mas. Pioclem.j lYj tav.A, 1), puis par M. Millingen 
{Jnc. uned, monum.j pi. XVII). Le premier de ces deux archéo- 
logues en a rapporté le sujet à Phrìxus et Hellé; le second, 
^ Paris. Hermes, appuyé tranquillement sur une colonne, 
adresse la parole à Paris, qui est assis, nu a la manière 
grecque, et couvert seulement d*utie chlamyde; dans la main 
droite il tient des épieux de chasse , et de la gauche , soit 
confusion , 40it embarras, il se couyre la figure avec son 
manteau^ beauooup moins cependant quii ne le fait sur le 
vase n^46; à coté de lui est couché un b^er; son chien, 
comme d'babitude , se toume Yers les étrangers. D un còte , 
Héra est debout tenantun sceptre; de Tautre, on yoit Aphro* 
dite assise ; elle a , comme Héra , le péplua étendu sur la téle. 



(I) Le d«uia présente «umì cette pomme dan« Gergiolo (cbez M. Geriiard c^e«t 
une patere) , et Fon ne voit pas comment M. Garginlo, qui, dans sa notice maous* 
onte, donne à cette figure le nom de Cybèle ao miliea de diHjérents dieax, peut étre 
arriTé k toìt ici la grenade, qui ne connent qn^à Jnnon. Le morceau rajnsté seraitril 
donc Téritablement antiqne ? M. Gerhard nomme cette figure Libera. Miiller fexpliqnc 
^ès-bien dans son Handbach, $378, 4. 



ne PARIS. 183 

Le copiale n'a point trouvé de place pour Palla& , ou peut*étre 
a-t-il manqué despace pour reproduire avec exactitude l*or* 
donnance complète de son modèle ; c'est atnsi que sur le vase 
if26f Fune des déessea est aussi omise. M. Millingen, ne te- 
nant pas compte de cette circonstance y prepd Héra , qui se 
tient derrière Paris, pour Aplirodite, et celle-ci, à son tour, 
pour Hélène j il suppose que cette dernière se montre ici par 
anticipatìon , et que le but de 1 artiste, en la taisant paraitre 
daiis cette scène, a éié den indiquer en ménte temps le dé- 
Doùment* Mais la promesse d*Aphrodite ne se présente dans 
la fable qu*en opposilion avec les promesses des deux autres 
déesses» et pour exprimer le triorophe de la beauté sur la 
puissaoce et sur la gioire : hors de là , cette promesse n a plus 
aucune signification. Une observation qui me parait pleine de 
justesse, e est que robjet ovaie place dans la roain gauche 
d'Aphrodite pourrait bien étre le g&teau de noces (Ya(AT!Xto; 
icXouuw^} que lon otTrait aux dieux. Dans la main d*Aphrodite, 
promettant à Paris un mariage, ce gàteau est en effet plus 
convenabl^neot plaoé quii ne le serait dans celle d'Hélène,. 
qui , par là^ témoignerail trop peu de retenue ài egard de Paris. 
Ailleurs, d'autres symboles exprimant également la promesse 
de Yénus, teU que la fleur, la branche demyrte, TAmour, 
autorìsent le sens que nous donnons ici au gàteau. M. Raoul 
Rocfaette (Afo/i. inéd.y p.261) croit reconnaitre dans la figure 
que M. Millingen prend pour Hélène , ou U déesse de la per* 
suasion , Pitho^ ou la nymphe Ida^ qui , sur les nionnaies 
de Scepsis , est représentée et nommée lAH à coté des trots 
déesses et de 1* Amour. Mais lattrìbut plaoé ici dans la main 
de cette figure convient aussi peu à Pitho qu à la nymphe de 
li grande montagne, que les habitants de Scepsis honoraient 
d'un eulte particulier. (Rev. Trois figures sans importance.) 

63-66. Quatre vases, ayant trait à notre sujet, et offrant 
un genre de coroposition tràs«varié et un grand nombre de 
figures; ils sont placés aujourd'hui au Musée de Berlin : celui 
qui y est entré le dernier provient de la Basilicate ; les trois 
autres, qui faisaient précédemment partie de la coUection 



184 XI. LE JUGEMBNT 

Keller, proYiennent de Ceglio; ils sont décnts en détaii dans 
les catalogues de MM. Leyezow et Gerhard , sous les n°* 904, 
1011, 1018 et 1020. 

67. Vase de la riche et précìeuse coUection Santangelo, à 
Naples : il n*est pas facile d^obtenir de prendre des dessins cu 
méme seulemeDt des notes qiiand on visite cette collec- 
tion(l). 

Un motif nouveau dans les représentations figurées <lu Ju* 
gement de Paris est Tintroduction du personnage òìCMnone qui 
ne s'est pas encore présente dans les peintures des vases. 

Sur le bas-relief de la villa Ludovisi, nous voyons les 
déesses qui viennent d*arriver avec Mercure : Vénus se pré- 
sente la première; elle est à coté de Paris ; entre elle et lui est 
placée QEnone ; l'Amour est déjÀ occupé à séduire Paris assis 
sous un vieux chéne. La nymphe prophétesse est ici désignée 
par la syrinx , qui s accorde avec la houlette de Paris faisant 
paìtre ses boeufs , et avec le costume qu elle porte elle-méme. 
Ce monument nous fournit Texplication d'une peinture de 
vase de la Basilicate (De Witte, Cai. Durando n° Ì6,actuelle- 
ment au Cabinet des médailles de Paris; Gargiulo, iRa&eo//a, 
tav.l 15; Mon. inéd,de Ulnst. archeoL^ 1} pi* LVII, A. 2 ; Lenor^ 
mant et de Witte, Élite des mon. céramograpkiques , tome II, 
pi. LXXXVIII) , qui n'a pas été bien comprise. Paris est ici 
représenté,non en berger, mais,comme nous lavons vu sou- 
venty dans un riche costume et tenant à la main des épieux de 
chasse ; OEnone, de son coté , se présente sous le costume 
et avec le maintien d*une femme de qualité ; sa téte est parée 
d*une tiare ou mitre méonienne , comme la nomme Virgile (2), 
semblable à celle de Paris. Elle est assise vis-à-vis de lui , et, 
aulieu de la sjrinx, elle jouedu trigonum; unesuivante Tao 



9 

(1) Voici la descrìption que j'ai prise de ce rase : Iris od Éris tenant le eaducée ; 
sait la colombe , pni« Apbrodité assise tenant un lécythns , denx Amours , Atliéné de- 
bont, Héra assise, PAris debout tenant la pomme. Cyatbis à figure» jaunes. «- Il se 
{lourrait qae la figure que je prends pour une femme ne fùt autre qn*Hermès. 

•J. W. 

(2) .fin., IV, 21 ò. 



DB PARIS. 185 

compagne, comme il convieni aussi à une femme d'un rang 

élevé. Paris , au lieu de préter Toreille aux sons que tire OE- 

none du trigonum , se détourne ; cela signifie sans doute que 

le temps n'est plus cu il trouvaìt sa j eie dans son épouse^ et 

que la pensée d'Hélène, qui lui est déjà promise, Foccupe 

sans cesse et ne lui laisse aucun repos (1). Ainsi le moment 

de l'action se rapporte à l'epoque qui, dans le récit poétique, 

sest écoulée entre le jugement et la construction du vais- 

seau que Paris entreprit par les conseils et les exhortations 

(le Vénus (2), ainsi que le racontent les Cypriaques. Ces sug- 

gestions de Vénus , et Tordre qu elle donne à Paris de cons- 

truire un vaisseau , se trouTent aussi représentées , dans les 

peintures anciennes, et c*est ainsi que s explique le vase cité 

soQS le n** 56. La grande déesse Aphrodite , avec le polus sur 

la réte, se tient derrière Paris; elle est présente, mais invi* 

sible à ses yeux (comme, dans Sophocle, Athéné s'entretient 

avec Ajax , sans se découvrir a lui) , tandis qu*Hermès , qui 

continue de la serrir^ s^adresse à Paris , auquel il a apporté 

une épée. Cette épée témoigne assez clairement que Paris 

n est plus le paisible habitatit du mont Ida, devant qui avaient 

comparu les trois déesses. Cet attribut s*accorde parfaitement 

avec Fordre qu*il recoit de construire un yaisseau , sur lequel 

il s*embarquera pour se rendre vers un peuple étranger, et où 

par conséquent il doit paraitre arme. La méme efplication 

convient également au vase du Vatican (Millingen , Peintures 

de uasesj pi. XLIII) (3). La contrée solitaire et montagneuse 

dans laquelle P&ris habite, est indiquée par Pan, un satyre 

et un chevreuil. Le jeune héros est assis, et, derrière lui, 

Aphrodite debout , appuyée sur un pilier, lui parie sous l'in- 

fluence de Pitho et d'Eros , représentés sur le pian supérieur. 



(() Qnatre femmes et deux Amonrs complètent ce tablet v, qai , par son style et 
M»B ctrtctère, appartient aax scènes mjstiqne*. J. W. 

(2) Proclus : iicciTa 8è Xfpofitryi; iiciOepiviic vaunitYCiTai. 

(3) Pwseri, I. tab. XVI; d'HamarnUe, IV, pi. XXIV; Pistoiesi, ratic. III, 
t-».TO. e. 



186 XI. L£ JUG£M£?fT 

Le costume d*Aphrodite se rapprochant ici de celui de Paris, 
OD pourrait la prendre pour QEnone, et voir dès lors dans la 
déesse portant un éYentail, placée au-dessus, non pas Pitho, 
mais Aphrodite elle-méme, si dailleurs le geste naif quefait 
Paris de la main droite , et la satisfaction peinte dans ses traits, 
n*exprìmaieiit pas qu* il est sur le point de céder a de douces 
exhortations. Je ne saurais donc, comme a fait M. Millingen, 
dan$ un ouvrage plus récent (I), ranger cette peinture dans 
la classe de$ jugements de Pam, et supposer que Vénus pa- 
rait seule ici devant Paris , à qui elle promet Hélène repré- 
sentée sous les traits de la figure assise plus b^ut| «tinsi 
que nous yoyons Pallas, dang une peinture sur mur, lui pro- 
mettre, par le syrobole de la Candelette , la victoire et la gioire 
des armes. Cette peinture sur mur, comme je Taì montré plus 
haut (2), ofìVe une scène di^tincte de tonte autre représenta- 
tion et qui renterme un sens particulier; et c*est aussi comme 
une composition complète circonscrite par la présence de Pan 
et d*un satyre , que se présente la peinture dont il s'agii (Mìl- 
lingen , Vases grecs^ pi. XLIII); elle n'a donc pas pour sujet 
la querelle des trois déesses. Aphrodite , dans ce cas , ne pour- 
rait se montrer seule et proroettre IJélène à son juge \ et lors 
méme que cela serait pos^ible , ^Ue ne pourrait pas se tenir 
derrière Paris» Admettonsi que cette peinture n ait point pour 
objet Aphrodite exhortant Paris à se mettre en mer pour aller 
à Sparte, du moins faut-il entendre que cette déesse qui doit 
son triomphe à Paris , vaincu par elle à son tour, est repré- 
sentée nourrissant à son sujet des projets d'amour, et Texci- 
tant à les poursuivre et à se confier en ses conseils et en 
sa protection. La passion de Paris et la douleur d'QEnone sont 
reprcsentées , comme sujet à part et sans nulle relation avec 
les personnages qui en furent Toccasion , dans une peinture 
que j*ai vue à Pompei, sur un mur de couleur jaune, dans la 
maison dite du Labyrinthe. L'Amour est assis sur le con de Pà- 



(1) Anc. uned. mon., p. Ì9, uoì. 15. 

(2) Pagr 167. 



DE PA.IÌES. 187 

ris , représenté ayec la hoiilette et a^ec le bonnet qui le dis- 
tinguent : CKnone, qui est assise ^ détournant de lui son vìsage , 
se tord ies mains sur son genou (non pas, oomme on leYoit or* 
dinairement 9 amour des genoux), en signe de douleur et de 
désespoir. Cette composition répond parfaitement à lit scène 
précédente. M. Zahn, qui a publié cette peinture dans son 
ouTrage sur ies Omements fpl. XXXI de la nouvelle serie) ^ 
prend OEnone pour Hélène se repentant de son crime, comme 
elle le fait dans le troisième chant de Tlliade : mais au temps 
dont parie Homère, TAmour, ici représenté comme subju- 
guartit Paris, aTait déjà accompli son oeuvre. Il iìiut regarder 
aussi comme un pendant à cette scène une terre cuite (Millin- 
gen, Anc. man,, Il , pi. XVIII, 2), où PARIS et OSNONE 
(retrograde) , comme tm couple encore heureux , soni repré- 
sentés sur ies bords du Scamandre, auprès d'un troupeau. 

68. Après cette digression, j*arrive enfin à la peinture qui doit 
faire lobjet particulier de ce travail, et que je place ici 
(pi. XVIII) sous Ies yeux da lecteur, qai n'aurait ni le temps , 
ni Toccasion de rechercher Ies copies d*un grand nombre 
d'autres représentations fìgurées du méroe su jet. Entre tant de 
coRipositions diverses qui ont attiré notre attention, celle-ci se 
distingue encore de piusieurs manières par le caractère qui 
lui est propre. Si parfaite que soit, et dans la pensée et dans 
lexécufion , chacune des figures prise à part , on ne peut dire 
cependant qu'elles soient aussi heureusement disposées et 
quii y ait entre elles et dans Tensemble antan t d'barmonie 
que cela a lieu d ordinaire dans Ies vases d'un bon dessin. Les 
détails introduits par l'artiste dans la composition de son su- 
jet, dcTaient nuire eux*mémes à l'ordonnance du tableau. 
Aphrodite, et, à coté d*elle, Eros, quelque grand qu'il soit , 
ne correspoqdent pas bien à Héra et à Pallas placées au^dessus 
lune de Tautre; la biche ne forme pas un parallèle heureux 
ayec la fontaine. Deux scènes sont ici représentées , Hermes 
s'acquittant de son message auprès de Paris , et les déesses se 
préparant à paraitre aux yeux de leur juge. Les deux scènes 
sont disposées sur le ménie pian et confondues l'une aver 



188 XI. LE JUGEMENT 

Tautre , et cela raontre jusqu*où l'on portait le prìncipe idéal 
dans la composition. Nous en avons vu un exemple tout seta- 
hlable sur le vase n"" 61 ; au contraire, dans la peinture ro- 
inaine n° 69, on a eu égard aux diverses phases de Taction et 
aiix lieux où elles se passent. Dans la manière de représenter 
Paris, le goùt grec, ici cotnme en beaucoup d'autrescas, la 
emporté sur le costume asiatique. Paris est nu , couvert seu- 
lement d*une petite chlamyde : la tiare phrygienne, qui est ici 
ornée d*un grìfTon , et les élégantes bottines lacées qui cou- 
vrent les jambes suftisent , avec 1 epieu de ebasse et le grand 
chìen , à faire reconnaitre le personnage. Hermes dirìge vers 
P&rìs son caducée renversé , et q^e geste semble étre celui qui 
doit accompagner un ordre ou un message. Le style de& larg«s. 
et riches Tetements des déesses est d'une rare beante. Nulle 
autre part ces déesses ne se montrent aussi occupées de 1 objet 
de leur querelle, qui est la beante (Ka^^iffrela) ; nulle autre 
part le caractère de la lutte soulevée entre elies ne se trouve 
aussi clairement, aussi parfi^itement exprìmé. Lauteur des^ 
Gyprìaques était entré là-dessus dans de longs détails : on e» 
peut juger par le fragment qui nous a été conserve, et que nous 
avons rapporté plus haut, dans lequel est décrite en panie U 
toilette de Cypris. Euripide se contente de représenter les 
déesses , arrivées dans un bocage toufìPu , se baignant toutes 
trois et lavant dans les fontaines de la montagne (1) leurs 
membres éclatants de blancheur. D'après le dessin que nous 
avons sous les jeux , elles sont arrivées près de la splendide 
demeure d'Alexandre, comme sur le vase n® 52; c'est ce quin- 
dique la fontaine à colonnes ioniques, de laquelle Teau jaillit 
par deux gueules de lion (non de Gorgone) , dans le bassin 
carré place au milieu. Héra et Aphrodite ont déjà quitte le 
bain, elles s'occupent de leur toilette, tandis que Pallas, à 
qui ne saurait convenir tant de recherche dans sa parure, se 
co„„„„ d. . U.» 1, ™.^ » p,^.. ».i„.. Eil^. ■« .»» 

(1) Androm., 284*86 ; HeUa.t 676. Cest à quoi fait allasioa IHoscrìptiou de Oemu^ 
charès sur un bain. Anthol. Pai., IX, 633 ; Bronck, Anai., III. p. 70, d. 3. On tronrc 
aussi une épigramtnc sur une fontaine dans le Corp, Inscr. gr/tc, HI, n" 4535. 



DK PARIS. 189 

clécouverts , et a depose son lourd casque , auquel sont pro- 

portionnés et son bouclier et son enorme lance, appujée 

contre la fontaine. 11 était tout simple de la représenter au 

baìn ; puisque , suivant la croyance populaire , elle lavait ses 

bras puissants, quand elle reTenait des combats (1). lei toute- 

fois il ne s*agit pas pour elle de puriner son corps de la pous- 

sière du chemin , mais de plaire. Aussi Héra , de son coté, est 

occupée a se coiffer devant un mìroir, bien que le miroir n*ap- 

partienne ailleurs qu*à Aphrodite. Mais ici Athéné , en se bai- 

gnant , Héra , en se regardant dans un miroir, ne font rìen 

qui ne conyienne également à la circonstance , et notre pein- 

ture donne en ce point un dementi formel à Callimaque (2), 

lorsqu'il afiìrme que sur le mont Ida, quand Paris y jugea les 

déesses , Pallas et Héra ne consultèrent ni le miroir de metal , 

ni les eaux ah Simoìs , et que Cypris seule , les yeux fixés sur 

Fairain resplendissant , changea et recbangea plusieurs fois les 

boacles de sa cbevelure. Quant à Aphrodite, elle est assez 

clairement désignée par le lapin qu elle porte dans son giron ; 

cet animai offre toujours en effet un sens érotique. Les bras de 

la déesse sont aussi entièrement nus ; ceux d'Héra ne le sont 

qua moitié ; Eros , en mérae temps quii touche, en jouant, le 

lapin , semble occupé à attacher au bras gauche de sa mère le 

bracelet d*or. Du reste, encore aujourd'hui, dans le Midi et 

en Orient, ce ne sont pas seulement les gens du peuple qui , 

. ponr se baigner, aiment mieux aller chercher Teau courante 

des fontaines que d*en faire emplir une baignoire, et cet 

usage nature! contraste moins qu'il ne nous semble au premier 

abord , avec le miroir et une parure distinguée. Le chevreuil 

que Dous voyons ici attacher ses regards sur Aphrodite, 

coDime s il éprouvait son influence , indique la contrée boisée 

où Paris a établi sa demeure. tout comme la panthère du vase 

n° 58. Gràce à la profusion d*ornements que trahissent , dans 

cette peinture , et la mitre de Paris , et le pétase d'Hermes, et 



(1) Callim., Lav. Pali, 5. 
m IbU., 18-21. 



190 XI. LB JU6EMENT 

1.1 chtussure de l'un et de lautre, ausai bien que les armesde 
Pallas et méme la fontaine , nous avons Tayantage de rencon- 
trer, dans oette fontaine, la preuve d'un usage assez peu connu, 
je veux dire celui de suspendre et de piacer auprès des fon- 
taines des images votives , les tines peintes sur de petites ta- 
blettes, les autres consistant en de petites figures scuiptées. 
M. Minervini rapporte quelques exeinples de cet usage(l), et, 
quant à présent du moins , je ne veux pas in*arréter à une ci^ 
constance qui ne se produit ici que cornine un siniple ome- 
nient , sans rapport direct avec le sujet ; car il serait par trop 
bizarre de supposer que si Tune de ces iniages votives qui re- 
présentent des feinmes se renverse en arrière, taodis que 
lautre git à terre, cette sorte de désordre doive étre attribué à 
la présence de la puissante Atliené , cornine si les images des 
dieux éprouvaient les mémes émotions que si elles étaient vi- 
vantes ! Sur le petit tableau suspendu dans le fond de la fon- 
taine on distingue aussi une 6gure. M. Gerhard trouve de lana- 
logie entre la cérémonie pratiquée à Argos, de baigner le Pai- 
ladium dans les eaux de TlnachuSi et cette scène ^ où Pallas, 
dans le désir de plaire à Paris, se lave elle-méme ; il presume 
en conséquence que les petites images votives placéee ici, 
représentent simplement des baigneuses (Xo*jTpQX^^O ' co>^™^ 
il 7 en avait à Argos. Je ne puis me défeudre de quelque éton- 
nement en lisant cette conjecture. Gar la fontaine est ici celle 
de Paris, laquelle assurément éiait aussi peu destinée au bain 
de Pallas elle-méme qua celui duPalladium. Etd'ailleurs est-il 
croyable que Ton ait choisi ces baigneuses , au lieu de divinités, 
pour en faire des images votives? Il est encore plus difficile 
d admettre que le genre de toilette que fait ici Pallas, occupée 
à se laver, ait donne lieu de représenter, sur le revers du vase, 
Tirésias, qui surprit cettè déesse au bain. En vain voudrait-on, 
dans cette hypothèse, sautoriser de ce que Galli maque, daus 
son hjmne , a traité ces deux raythes réunis. Si Tirésias était , 
en effet, représenté au moment où il surprit la déesse, on 

(1) BuUet. NapoL, \, p. 103; II, p. ÒO. 



1>E PARIS. 191 

pourrait alors , il est vrai , soupconner «ntre Paris ti Tirésias 
queique rapprocbémeiit, à la facon des aticiens; on serait amene 
àsupposer, par exemple, que l'intention de l'artiste avait été 
d'établir une sorte doppositioTi , en montrant, d'un coté^des 
déesses qui se decouvrent Tolontairement , mais habillées , pa* 
rées^ à un mortel, tandis que, de l'autre^ Taspect d une déesse, 
surprisemalgréelle et sans voile, cause la niort du téméraire qui 
l'aapereue. Mais comme le peintre qui $*était propose de repré- 
senter Uiysse à l'entree des enfers, navait aucun motif de se 
souvenir de cette autre bistoire, pourquoi vnuloir qu'il y ait 
songé? Tout au plus serait-il permis de conjecturer qùe Calli- 
maque, qui cbante le bain du Palladium et qui^montré Torigine 
(le cette cérémonié religieuse dans les bains de Pallas elle- 
méme, anrait pu, en rappelant, suitant la tradition, les bains 
qn elle prenait après les combats , et ceux où elle arait pour 
compagne son amie Chariclo , ce qui amène 1 episode de Tire* 
sias, aurait pu, dis-je, sesouveniraussidu bain qu*avait prisla 
(léesse à la fontaine de Paris. Mais qu'importaient au peintre qui 
a?ait à représenter le Jugement de Paris, les autres bains de 
Pallas et du Palladium ? N'oublions pas que , sur les vases 
raemionnés plus baut, nous trouvons habituellement, à cròté 
(In Jugement de P&ris, toujours empreint d*une teinte de 
l^aieté, queique scène ayant trait aux graves événements qui en 
furent la conséquence, et dès lors nous serons bien plutòtpor. 
tés à adniettre qu'ici lombre de Tirésias , comme le personnage 
fieClymène sur le vase n*" 59, fait allusion a cette foule de héros 
troyens et grecs précipités dans le Tartare par suite de ce ju- 
gement. Si méme on se refuse à reconnaitre un rapport aussì 
direct entre les deux compositions , on trouvera du moins dans 
)a seconde un sujet heureusement choisi parmi les aventures 
(tTIlysse, et qu'il était assez convenable d'opposer auJugement 
(le Paris , puisque cette seconde scène offre une sorte de fin ou 
ile dénoàment de lu première. Dès lors il ne faudrait plus ré- 
unir ces deux peintures sous le titre de Paris et Tirésias , mais 
bien sous celui de Paris et Ulysse. A <^e sujet, et pour finir, je 
ne saurais dissimuler que , dans nui pensée , les Jugements de 



192 XI. LE JDG£MENT 

Pàrù, pris isolément, et sans qu il vienne sy joindre un Tiré- 
sìas indiscret , seraient un sujet bien mal choisi pour présent 
de noces , et bien peu conforme aux idées des Grecs touchant 
le marìage. On se plait fort aujourd*hui à classer tous les sujets 
peints sur les vases d après la destination qu*on suppose leur 
avoirété donnée, celle d*étre ofTerts en présent dans telles ou 
telles occasions : c'estlà, du reste, une fantaisie assez inno- 
cente et qu*il importe peu de combattre. Dans toutes ces sup- 
positions on ne trouve rien de certain , et il est uiéme fort 
rare qu'il s'y rencontre un peu de vraisemblance ; mais après 
touty ces con jectures sans fondemenl^ qui vont se renouvelant 
sans cesse, nenfantent pas, comme tant d*autres, des erreurs 
positives ; elles n'ont d'autre inconvénient que d'ennuyer, de fa. 
tiguer; et c*est là leffet que doit produire àia longue tout ce qui, 
manquant d*une base solide, ne présente que doute et incerti- 
tude. 



PEINTURES SUR MUR. 

Dans les peintures sur mur les moins anciennes, le Jugement 
de Paris n*ofFre rien qui le fasse distinguer des autres rapré- 
sentations du méme sujet. 

69. On connait la peinture du tombeau des Nasons (pi. 
XXXIV; Millin, Caler. mythoL, CXLVII, 637): les trois 
déesses y sont représentées sur la montagne, assises et se repo- 
sant de la fatigue de la route, tandis que, dans le lointain et ao- 
dessous, Mercure remet à Paris, assis près de ses troupeaux, 
la pomme qui doit étre adjugée à la plus belle. Pallas semi)le 
retenir l'Amour par une aile , au moment où il veut s'éloigoer 
et se hàter d'aller faire valoir les intéréts de Vénus. La déesse 
agit ainsi par un motif que Lucien a fort bien développé : c'est 
que les déesses sobservent mutuellement d'un oeil jaloux,ei 
veillent à ce qu aucune d'elles ne fasse lort à lautre dans la luite 
qui va s engager. 

70, 71, 72. Dans la coUeciion de peintures antiques, for- 



DE PAUIS. 193 

mée par Francesco Bartoli, et citée plus haut(l}, Mercnre, au 
folio 42 , est représenté remettant la pomme à Paris, au milieu 
dun paysage encadré dans un ovale; au folio 22 , Paris tieni la 
pomme à la main ; devant lui sont les trois déesses ; elles s'en- 
lacent ensemble par les bras , comme les Gràces , mais toutes 
les trois sont tournées du méme coté ; elles sont nues et sans 
attrìbuts qui les distinguent : seulement un péplidium flotte au- 
tour de leur corps, avec uneintention malicieuse^digne, pour 
lemoins, de Lucien. 

Dans les thermes de Titus , on voit les trois déesses peintes 
en guise de statues, posées sur des piédestaux, peinture desti- 
iice à servir d'ornement à une niche; elles sorit presque entière- 
ment nues; Minerve est représentée d*une manière comique, 
ayant un casque sur la téte, et Junon avec le paon. Descript, des 
hains de Titus, Paris , 1786, fol. 7. 

73, 74. On a découvert peu de chose, a Herculanum et à 
Pompei, qui appartienne à notre sujet. On voit, à Pompei, dans 
la maison dite de Méléagre , une chambre à panneaux bleus et 
rooges, où se trouve représenté le Jugement de Paris. Les 
déesses viennent'de se montrer; Junon écarte de son visage le 
péplus , et Pallas tient sa main droite appuyée sur sa banche; 
leur maintien, à toutes deux, est plein d*assurance et dorgueil. 
Pour Yénus, elle est entièrement nue; tandis que les deux 
autres déesses se tiennent à lecart et sur un pian plus élevé, 
elle se présente droit à Paris; Mercure, place derrière lui, 
appelle ses regards sur les beautés sans voiles de la déesse. 
En comparant le caractère de ces personnages , tels qu ils se 
montrent ici, avec la contenance et la dignité quils conservent, 
dans les meilleurs dessins des vases, on comprend tonte 
la diflerence des époques. Il faut louer cependant, dans cette 
composition d*une invention si peu noble, Texécution et le 
dessìn. ' Dans la partie supérieure, est représenté, assis sous 
des arbres, un jeune homme, coiffe du bonnet phrygien et 
portant un pedum et une lyre; re ne peut etre que Paris : c'est 



(1) Snpra . p. 141. 

13 



194 XI. LE JUGiiMENT 

donp là une seconde ^cène , Paris dans $a soUtude. Getta pein- 
ture a été publiée. dans le Musei^, Borbonico j t. XI, tav. 25, où 
nous apprenons aussi qu une autre peinture semblable , mais 
moins belle ^ et qui nV pas encore été publiée , a. été trouvée à 
Herculanum. Dareste, à l'exception de la peinture , citée plus 
haut, représentant Parisi e% CEnone{\),ie n'ai rencontré quune 
seule fois, 9: Pompei» Paris, tenant le pediim et accompagné 
d'un taureau , dans la. maison dite de la nouTelIe cba^e. Goethe 
mentionne aussi un dessjn de M. Ternite , représentant dans uti 
tableau rond Paris , à qui 1* Amour semUe adresser la parole. 

75. Une peinture d^ouverte à Pompei ouà Herculanum, 
est de ns^ture à faire comprendre combien ce sujet était devenu 
vulgaire, dans la peinture sur mur, et le parti qu oa eo a tire: 
e est une ci^ricature qtù n'a pas pour objfet, comme celle que 
nousavons vue sur le vase n° 45 , lestyje de la composition, 
mais qui s*attaque au sujet méme. Pevant un cpqiplacé sur un 
Hermes ithyphallique , sont représentées use pqule dlnde, 
une oie et une cane ;.ei certes U convieni npeux de^ Voir ici une 
plaisanterie qui s'adresse àj Paris et aux troìsdéess0$ , qued*al- 
tribuer à cette peinture )jntentÌQ^:d*^xprimier «qv^e tout dans la 
nature rend un hommage au pouvoir générateur (2). >» Un roi- 
roir, n® 1 16, présente , sjaj: \f^ niènte siijet, uipci ca^ica^tupe d'un 
g^qre plus grossier. .... • . 



' ' t 



^AS-»ÈtIÉFS. 

Les bas-reliefs offrent beaucoup plus d'iiitérét que les pein- 
tures sur mur : je veux surtout parler de ceux qui ornent trois 
sarcopbages que l'òn voit à Rome (3) , et dont les deux plus im- 



(f) Saprà y page 186. 

(2) Musée royal da NapUs. PeirUures, bronzes et Hatues éroHques du Cahinéi secret* 
par M. C. F. (Famin). Parìa, 183$, pi. 64. Oa voit «qsù ^m ce recueiU ^. 31, ^^ 
avec Anckise «ur les épaules et Iole à la maio, rqpréseoté soos la figure .d'on cercopi- 
tbèque oa cynccéphale à longue quene , avec uà phallus. 

(3) Le Jugement de Paris ne se rencontré point sar les sarcophages étrnsqnes ; 
Moller s'est trompé à ce sujet dans son ffandbuch, § 378, 2. 



DB PARIS. 19Ò 

portaius ont été réelleineiit pubiiés pour la première fois par 
les soiiìfl de M. Émile Braun : le troisìèine , à ce qu^il semble , 
reste encore raaintenant tout à fait inconnu. Ce qai feit 3ans 
doute j suivant la remarque de M. Scbwenck (i), que le Juge* 
meni de Pària a été si fréquemment représenté sur les sarco« 
phages romains ^ e est que Véous, qui avait obtenu le prix de 
la beau té, était la mère des jEnéades^ nom doni les Romains 
aimaient à s entendre appeler. 

76. Pour les ranger par ordine de beauté, nous donnerons 
la première place à Tun^ dea bas-relie£s qui se cocnservent aa 
palais Spada à Rome, et qui forment un cyele. M. Em. Braun 
en afait le stijet d'un l)«au travail quUl publiéca prochainement 
sous le titre de Douze. bas^reliefs. Paris est ici représenté 
en repos, faisant pai^e ses boeufs; il est assis auprès dun 
chéne, non loin d'un édicule ou de sa demeure (comme au 
n° 52), et il porte un cQSturoe phrjgien plein d'élégance ; TA* 
mour s'estapprocbé de lui et lui parie bas à Foreille. On trouve 
un dessin de oe roonument dans Guattani [Mon, ined.^ YII , 
taT. 28). Ce beau motif se trouve également dans la grande 
compositton que nous alions indiquer plus bas. Mais nulle 
part Texécution du groupe n*est aussi belle que dans .un 
fragment qui appartieni au plus nol^le sflyle de la scuipture 
grecque, et que j ai yu à Venbe , d*oà il est passe , depuis peu , 
en la possessioa de S. M. le rot de Prusse. UAfUour est ici un 
tout petit enfatit , et , de sa petite main , il a tire par foreille ou 
par les cheveux Paris , qui s*est retourné avec promptitude 
et avec un visage sérieux ; mais déjà calme cependant et atten- 
tifa catte appariiion, il écoute, et porte à son oreìlle les 
doigtfl de la main drmte, en méme temps qae le ccmde droit 
repose appuyé sur sa main gauche. C*est au-^ dessous de 
ce bras que le bas*reiief a été brisé. Du reste , on voit aussi 
derrière Paris quelques colonnes, qui, par leur élégance, 
semblent appartenir à sa demeure (comme sur le vase n* 49) ; 
mais on nedécouvre nulle trace darbre. L elude de ce pré- 



( f ) Bheinisches Mas., 1842, T, S. 635. 

13. 



196 XI. LE JDGEMENT 

cieux fragment est de nature à rehausser encore riclée quc 
nous pouTons avoir de Fexpression et de la délicatesse qu*at- 
teignit Fart grec. 

77. Le bas-relief de la villa Ludovisi, publié par M. Éid. 
Braun , d'abord en méme temps que le grand vase de Ruto 
(a« 59); puis, dans ies Mon, inéd. de tinsi, arch.y III, pi. XXiX,* 
Annales^ XIII , p. 84-90. Nous avons dejà indiqué(l)lesujet 
place au centre de cette beile composition , Paris et (Knone,* 
Ies déesses et Mercure occupent le còte gauche (2) ; au-dessous 
sont Ies génisses de Paris. Junon et Pallas paraissent ici re* 
présentées d'après des statues qui montraient ces déesses sous 
un aspect vénérable, et la coquetterie de Yénus se bome à 
laisser flotter le péplus , qui , enflé par le vent , s*arrondit en 
forme dare au-dessus de sa téte, tandis que son vètement 
de dessous descend un peu et glisse sur son épaule. De 
rautre«dcé,on voit différentes divinités, mais, pour laplu- 
part, restaurées en stuc, par une main moderne , quoique 
en partie, sans doute^ daprès Ies fragments et Ies indica- 
tioDS foumies par Ies figures brisées (3). Ce qu*il y a de 
mieux conserve ^ c*est le dieu de la montagne, place en haut : 
je ne saurais admettre, avec Féditeur de ce monument, 
que cette figure soit Jupiter, car il faut avouer que la place 
quelle occupe est, au moins , quelque peu inconvenante pour 
ce dieu. Zoéga a comprb comme moi cette figure; voici 
comraent il s*exprìme dans une description inedite de ce bas- 
relief: « Antichi sono .Giunone , Minerva, Mercurio, Venere, 
« la Ninfa colla siringe, citata da Winckelmann (Monum. irud,^ 
« p. 156) e creduta Enone, Paride , l'Amorino , il Genio mori' 
« tagnardoj di carattere Erculeo ^ assiso sulla pelle di fiera e 
« tenendo nella sinistra la clava appoggiala sulla coscia sinis- 
tra, la Ninfa col pedo; moderni il fiume, due Ninfe e il 



{ì)Supra,^. 184. 

(2) La pcUsa de llereare , penda Mur son épiule , est cmDme tur le nrcophif e 
Casali. 

{i) Platner {Beschrtibung der Stadt Rom , Itr , 2 , S. 58f ) dit « qae le» Sgnres oar 
été , en grande partie , restaurées en stnc. <> 



I>E PARIS. 107 

• carro del S«>le. j» Il est à reniarquer que le vase de Carisruhe 
(n"" 69) justifie la présence du Soleil , et nous croyons très* 
plausible la conjecture emise par M. Braun , qoe le restaura- 
teur de ce bas-»reKef et Raphael , dans la composition qui nous 
a été conseryée par Marc-Antoine, ont fail usage dun autre 
luonument aujourd*hui perdu. Dans les deus nymphes (due 
Ninfe) Z oéga coroprend aussi Diane : cette déesse assistait à 
cette méme scène sur le coffre de Cypsélus. 

78. Le bas-relief de la TÌIla Pamfili y publié par M. Raoul 
Rochette, dans ses Monum. inéd.y (pi. L, page 266); plus 
correctement dans les Monum. ined. de PlnstU, arckéoi.j (III, 
pi. Ili); plus correctement encore dans les j^nnales (Xl^fil. H), 
avec une ezplication de M. Ém. Braun (p. 314-322). Cette 
composition a ceci de particulier, que le coté, qui est a la 
gauche de Paris , est occupé par trois nymphes, et que les 
aniroaux som petits et placés au-dessous : le motif qu'en 
donne M. Braun ^ motif exprimé par Euripide, dans son 
Ipkigénie (tSO; 1291),' est que la scène se passa dans une 
vallee semée de fieurs, auprès de belles fontaines. L'artiste 
avait une préférence marquée pour le nu ; on le voit assez 
par le groupe de Paris , de Mercure et de Vénus. Cette der- 
nière se présente entièrement nue, aree la dignité d'une 
Phryné. Junon elle-méme , accompagnée du paon , a le setn 
découTert, et se pare du péplus, qui flotte au-dessus de sa 
téte; Pallas seule, placée ici au troisième rang, a conserve 
sonarmure et sa pose accoutumées. Dans un coin, on voit le 
Scamandre conche, et, au-dessus de lui, une petite figure, 
assise sur le mont Ida ; c'est Jupiter, devant qui se tient un 
vieillard barbu, que je ne saurais prendre pour Nérée, ni 
pour quelque autre devin : il est tourné vers Jupiter, à qui il 
serait peu convenable de predire Tavenir. Je ne puis proposer 
aucune conjecture au sujet de ce vieillard. La présence de 
Jupiter n'a ici aucune signification particulière, puisque, 
dans l'enlèvement de Proserpine, ainsi que le fait obsenrer 
M. Braun , il se présente de méme comme le souverain de 
i univers , et que le mont Ida , en particulier, étant le lieu di; 



198 XI. LJS JUGBMENT 

son séjour, le lieii d où il observe le monde , sufBt seuI et de 
lui-méme à rappeler que Jupiter est présent.La composition, 
ain5i coQcue dabord dans son ensemble , a été ensuite ampli- 
fiée, des deux cótéa , par plusieurs figures ^ ainsi qu'il est anÌTé 
a une autre composition repréaentant Achille à Scyros; et ces 
figures y Buivant la remarque de M. Raoul Rochette , ont été 
vraisffmbJablement ajoutées par AJgardi, qui construisit le 
palais Parafili, et dans Tunique but^ sana doute, de remplir 
avec symétrie Teapace roste Tide aur un des murs. 

79. On trouve dans B€^^ {Spicihg. ^ p. 135, et Betlum 
Trojan, y tab. VII ) une composition toute semblable , mais 
inach^vée; elle est tirée dea manuacrits de Pigfai. Il reste lei 
deux njmphea , comma sur le bas-reli«f n° 80. Paris est assis 
dans la méme direction, à droite, mais il est entièremènt 
vétu , de méme que Vénua, derrière laquelle le péplus dessine 
un are, à partir dea bancbea jusquà la téte; devant elle est 
TAmour. Lea troia déesses sont rangéea en demi-cercle; Mer* 
cure eat au milieu ; Junon seule est assise; au-dessua de Vé- 
nua piane la Victoire » comme aur le bas-relief n® 80 et aur le 
vase n'' 61. Dana le l^aut, on volt aix animaux. 

80. Un mpnument tout a fait oublié dans ces derniers 
tempa est une grande plaque de marbré détachée d*un sarco- 
phage. Ce bas-relief> fort endoiomagé, se trouve à la villa 
Médidaà Rome, où il est vraìaemblablement encastré dans le 
hau^ d*un dea mura du palais ; il a élé décrit avec détail par 
Zoéga , et grave dana Spenoe, Polymetis or an enquirjr concer- 
ning the agreement betsveen the works of the Roman and the 
remaina of the ancient artists\ Lond<, 1 755 ; pi. XXXIV, p. 246. 
On y voit deux scènea différentes : la querelle dea déeaaes aux 
noces de Pélée ( laquelle est seulement rappelée aur le vase 
n° 59 par Le buate d*Éria), et le Jugement de Pària* Il est , du 
reste , assez singulier que la première de ces deux acènea soit 
représentée à la droite du apectateur, et la seconde, à sa 
gauche, Dans la première , on diatingue , sur le pian supé- 
rieur, le genie du mont Pélion place sous une grotte oo une 
espèce de tente (la gravure indique une tente) ; sur la pointe 



DE PARIS. 199 

du rocher, Jupiter tenant le foudre et accompagné de laigle ; 
derrìère lui. Diane, lefroDtornédu croissant; son péplus, en 
forme d are ^s'élève au-dessusde si téce; à la gauche de Diane , 
on Toit une figure d'homme (e est, dans la gravure, une figure 
de femme), dont la téle est endommagée. Un peu plus au fond, 
unpied seul reste encore, mais Tespace est assez grand pour 
avoir pu contenir Pélée et Thétis. A la droite de Jupiter, se 
présente Mercure; les Diòscures arrìvent , Tun près de Tautre , 
au galop (1) ; derrìère eux leSol^il » avance sur uu quadrtge, 
sortant d*un are grand et plat, qui a la forme d*une demi- 
ellipse (dans la gravure, c'est un p^plus en forme d*arc, sur 
lequel on peut distinguer trois signes du zodiaque). Les figu- 
res représentées au«-dessous de la montagne sont de plus 
grande dimenjiion : on recpnnak ici la Terre ou la Thessalie , 
le Pénée , TOcéan et Téthys; au milieu se présente la Discorde : 
elle a des ailes, et porte une palme de la maio gauche; dans 
la maio droite , qui manque, elle tenait sans doute la pom'me. 
Les trois déesses, fiacées sur le fcnème rang, à la suite Fune 
de Tautre, Yénus eh téte, Minerve la dernière, gravissent la 
mon^gne en s avancatit yers la Discorde* Enfia Yénus est re- 
présentée dereohèf avec Mars. VoicL textuellement la descrip- 
tion que Zdèga a donuée de ce bas-^rSlicSf : 
« La seconda scèna incontro la sinistra dello spettatore rap* 

* presenta il giudizio di Paride. Questo eroe, tutto vestito 
" alla frigia, il|)ileo, la tunica suoeinta emariioata, la clamide, 
le braghe e le alute , aiede su un sasso appiè d'una collina , 

* converso alla sinistra , la sinistra alzata al mento , la deatra 
" perduta. Dietro lui, vefso l'angolo del marmo, incontro lek 
« sinistra dello spettatore stano due ninfe Seminude tnolto 
' logore, in antico forse tre, rìmanendoci uno spazio vuoto e 
« corroso fralle due e la figura di Paride. In alto sulla collina 
« vedotisi delle pecore et delle bovi. Alla sinistru di Paride , 
" di là delle sue gambe, sta Mercurio veduto di fronte, la 



(1) kpnlthf ÀBOé Ito PafttuttiiMù : Jam iingitfos étti obitant e^hkites^ Junont*m qui- 



200 XI. LE JI]G£51£MT 

« clamide sulla spalla sinistra , privo della testa , delle mani e 
« degli attributi. Di là della figura òi Mercurio in luogo più 
« alto sta Giunone veduta di fronte , vestita di tunica cinla e 
« peplo I senza testa e braccia. Alla sinistra di lei Minerva, 
« anch* essa di fronte con qualche voltata alla destra , vestiui 
o di tunica coli* egide sul petto, priva della testa, uno scudo 
« ovato grande sul bracdo sinistro, il braccio destro, di cui 
« manca la mano, steso verso Paride. Al basso incontro a 
« Paride sta Venere veduta di fronte colla voltata alla destra, 
« vestita di tunica sottile con cintura bassa e di peplo svolai- 
« zante, le braccia aperte, le mani perdute e così la testa. Alla 
« sua destra sta un Amorino , che sembra condurla verso 
« Paride , sul cui ginocchio sinistro egli pone la destra. Alia 
« sua sinistra rimane il Marte sopra descrìtto. Di là delle 
M figure di Venere et di Marte, più in alto vicino alla sinistra 
« di Minerva comparisce volando una figura in tutto simile 
n alla Erìde già descrìtta. Ella vola alla destra veduta obliqua- 
n mente di petto e stende il braccio destro verso la testa dì 
» Venere, come fusse per incoronarla. Ma la mano è perita 
« assieme colla testa e con tutto il braccio sinistro che doveva 
« portare il ramo di palma. » (G*est sans doute la Victoire, 
comme aux n'^SS, 61, 79, et sans doute aussi il en èst de 
méme , dans lautre panie de ce bas-relief, de la figure que 
Zoéga nomme Érìsl) 

81. Les noces de Pélée sont aussi rapprochées du Jugement 
de Pàrìs sur un anneau d'ivoire ou d*os , appartenant à M. le 
comte Fossati à Babrìano , et que M. Braun a fait connaìtre. {Il 
Giudizio di Paride, p. 14). Le travail est -d'une epoque où lart 
était devenu barbare; mais il se distingue cependant de Tari 
encore barbare qui a produit la coupé de Xénoclès. La Discorde 
lance la pomme au-dessus du couple nuptial, qui est assis dans 
une salle, à la table du banquet. On ne peut reconnaitre au 
juste quels sont les trois autres personnages. Il n est pas plus 
aisé de découvrir si c'est à dessein , ou par ignorance , que 
Mercure , et non Pàrìs , est ici représenté oHrant la pomme à 
Vénus ; car^ méme en admettant que Tanneau ait été brisé el 



DE PAHIS. 201 

qu'il j manque quelque chose, on voit bien que les figures 
(le Mercure et de Vénus n'ont pas ^té endommagées. 

Un OS, sur lequel est ^culpté un autre sujet appartenant 
égalemeot au cjcle troyen , et d un style semblable a celui- 
ci, se Toit à Clèves dans une église, et sera prochainement 
publié. 

82. Bas*relief de la villa Borghése, actuellement au Louvre, 
et publié par M. le com te de Clarac {Mas. ile sculpU^ pi. CCXIV, 
n"" 235 , p. 646). La pomme est offerte, par la main de l'Amour, 
à Vénus, qui est à moitié voilée par son manteau. Junon , 
plus grande que les autres déesses, est assise au milieu sur un 
irone: le paon est à coté d'elle. 

83. Meme représentation , avec quelque différence cepen- 
dant. Paris lui-méme, assis auprès de Mercure debout, 
offre ici la pomme à Vénus , par-dessus la téte de. l'Amour, 
qui est représenté intercédant auprès de Paris et se précipi- 
tant vers lui avec son flambeau allume, Vénus est entièrement 
vétue, mais elle n'a pas de péplus, et, en méme temps qu'elle 
avance la main pour recevoir la pomme, elle se retourne 
vers Junon, comme pour lui dire : la victoire est à moi (1). 
Junon porte ici, comme Lucine, un grand flambeau allu- 
me (2). Cette représentation se voit sur un grand sarcophage , 
trouvé dans le voisinage de Bordeaux; elle est sculptée au- 
dessus de la visite de Diane à Endymion , sur un coté du 
quadrilatere, et devant Tinscrìption qui indique le nom du 
défunt; de l'autre coté, sont représentés les préparatifs d'une 
chasse aux bétes fauves : quatre garcons de chasse , deux por- 
tant des filets, les deux autres des paniers , et accompagnés 
d*un chien (3) : ce sont donc trois représentations distinctes , 
que le caprìce a rapprochées , mais qui n'ont point de rapport 
entre elles. Ce sarcophage, aujourd*hui depose au Musée du 



(1) Aiosi daiu Colathos, 1A9 : cl(ortl (tot , x. t. X. 

(3) L'oiseaot place pres de Janon , est noe oi>. Voyex Lenormant, Noti». GaUr. 
myth.,^. 75. J. W. 

(3) Àinsi que le premier éditear TaTait appris. de Visconti , Antitiuités boidetutset 
Sorcophages trouvés, etc. Bordeani, I80fi, p. 2H. 



202 XI. I.E JUGEMENT 

Louvre, a été publié par M. le corate de Glarac {iòid,, 
pi. CLXV, n"236) et par M. Raoul Rochette {Monum. vud,^ 
pi. LXXVI, 1 ; p. 268.) Il se trouve aussì dans Millhi (f^qjrage 
dans le midi de la France, pi. LXXVI, 1, et t. IV, p. 654). 

84. Winckelmann (Monum. ined.j p. 6) fait inei!htioo d'un 
bas-relief représentant le Jugement de Paris , acheté à Rome 
par le due d'Anhalt-Dessau , où Junon étaìt représ«ntée as- 
sise , portant un flambeau allume , comme sur le bas-relief 
n^ 83 , et ayatìt un paon au pied de son tròne. 

85. Xuprès d'Une maison ótf caihpagne, dans le voisinage 
de Dijon , Millin ( F'oxage dans k midi ck la Ftancèj I, p. 263), 
vìt un bas-relief où Paris assis, ayant son chlen près de lui, 
présente la ponime à Vénus, qui est conduite par TAmour. 

86. Bas-relief sur Tautel très-connu de Faventius, aujour- 
d*hui au Vatican. Mercure tient encore à ia main la pomme 
que veut prendre Paris ; celui-ci est assis ; les déesses sont 
placées derrière Mercure ; Vénus seule est à moiiié nue. L'au- 
tei Casali a ile publié en dernier* Heu par M. F. Wieseler, 
Goettingen, 1844. 

87. Deux bas-reliefs , qui ont été faits pour étre placés 1 an 
à la suite de ì'autre , comme on peut s en assurer en esami- 
nant la tranche des deux plaques de metrbre Xun teprésente 
Paris jouant de la syrin^t , et tenant le pedum dans la main 
gauche; un chien est à ses cdtéis, et derrière lui on Toit un 
arbre. L'autre bas-relief nous munire Vénus , Tetue d'un pé- 
plus flottant ; la déesse hàte le pas; elle a recu la pomme , et 
tient peut-étre une palme dans là main gauche. Voye2 Engra- 
vings and etchtngs of the principal sfatuèSj bttsts , bas reliéfs , 

. etc.^ in the collection of Henry Bìundell at Ihce , Il , pi. XCIX. 

88. M. Passalendi parie d'un fragmeht quii avait vu à Cor* 
fou, chez M. Teodochi, et en donne la notice suivante dans 
une lettre adressée à Mùnter, qui m'ena donne communication 
pendant que je me trouvais à Gopenhague : « Frammento di 
« bassorilievo in argilla con tré figure in piedi , tutte rico- 
«< perle, dinanzi alle quali sta ritta in piedi una quarta col 
<« capo scoperto e adorno di lunga chioma, avente nella 



DE PAEIS. 203 

« destra una spezie di asta o bacolo pastorale , che potrebbe 
« prendersi forse pel Giudizio di Paride. » 

89. Un (raginent d'une frise de terre cuite, doni le relief 
est pcu saillant. Je l'ai vu à Rome, chez M. Vesoovali. On y re- 
connait Paris assìs, Mercure , Y^nas avee un air efTronté et a 
moìtié nue, Junon, Minerve armée d'un grand bouclier(I). 

90*92. Le Jiigémen^ de Paris est un sujet qui convenait 
surtout pour les lampes : aussi ì'y rencontre-t-on souvent. 
(Passeri, Lucerne^ II, 17; Barbault, Recueif de dhen monu- 
tnentà^p, 37). 

93. On trouve le Jugement de Paris sur la poignee de 
l>roaae d une épée. Paris j est représenté offrant la pomnie 
àVénus; il est nu, ainsi que les déesses. (Creuzer, JlMIdun- 
gen zut Symbótìkj 1819; Taf. L, S. 19 folg.). C est une composi- 
non dans le style de celle que nous avons remarquee surTan- 
neau d*os, plus haut memit)nné. Une grosse Minerve nue 
tieot en arrière son bouelier et sa lance : sorte de caricature 
assez laide. 

MÉDAILLES. 

94, 95. Le Jugement de Paris se montre sur les monnaies 
impériales, depuìs Tépoque d*Antonin le Pieux. Nous en 
connaìssons deux qui ont été frappées à Scepsis , sous le 
règnede Caracalla. Pallas, Vénus, Junon, toutes trois vétues, 
y sont représentées devant Paris assis. Ces deux médailles se 
distinguent en ce que, sur Tune, TAmour s^élance d*un cippe, 
tandis que sur la seconde, il pose un pìed sur le mont Ida, 
en méme temps qu il ^lève l'autre. Sur toutes deux on voit 
un arbre , aux branches duqùel s*attaclie la nyrnphe de Fida. 
Sur la première est gravée le nom lAH (Mionnet, Descript. , 



(1) M. L. Bost {RfiUen at^ftUn grùehùchelt Instln, Bd. II. 5. 30)- parie d'mi ba«* 
rìef d*Qn excellent travail qai peat remontcr à Tépoipie des successeurs d'Alexandre. 
Ce bas-relief, troavé dans Vile d'Andro» où M. Rom Ta vu, représenté lei Iroi.-» 
décsMa. Miaenre est assise sor un cube, cuCrc Vénus et Juiion; Paris est nu aver \n 
cblamjde sor l'epa ule gaurbe. 



204 XI. L£ JUG£M1S?ÌT 

II, p. 670, n*» 257; Supplém.,\y p. 580, n*» 506; Raoul 
Kochette, Monum, inéd.^ p. 262.) La nymphe Ida^ comnie 
amante de Paris, est citée par Properce (II, 32, 35-40 (23, 
91-95). Les preniiers éditeurs ont pris la nymphe Ida pour 
OEnone, et M. Herzberg, danssa traduction allemande (1838), 
l*a confondue avec Vénus. 

96. Sur une monnaie imperiale de Tarse, à Teffigie de 
Maximin , Vénus et Pallas sont debout : Junon , assise , occupe 
la troisième place; Paris , assis, tient la pomme dans la main 
droite, le pedum dans la gauche. (Mionnet, DescripL III, 

p. 640, n* 513.) 

97. La médaille d'Antonin , frappée k Alexandrie, esttrès- 
curìeuse (Mionnet , VI, p. 234, n** 1585)(l).Surun rocher qui 
représente Tlda , comme le rocher du groupe Farnese repré- 
sente le mont Cithéron, les déesses se tiennent debout; au- 
dessous est assis Paris , coifFé du bonnet phrygien et portaot 
le peduni ; Mercure est aussi debout. Dans le temps que Mer- 
cure parie à Paris et lui indique les déesses , Vénus , à moiUé 
nue , a déjà la pomme dans la main (c*est par erreur que Spou 
la place dans la main de Mercure) , et un Amour portant à 
la main une couron ne, piane au-dessus de la téte de la déesse; 
Junon se tient au milieu , Pallas est la dernière. 

98. Une autre médaille, aussi d* Alexandrie , représente 
Paris (et non Orphée) seul, jouant de la lyre, entouré d'un 
grand nombre d'animaux (Zoéga, Num, Mgypt,^ p. lAlyn"" 159; 
Mionnet, Descript., ^l, p. 234, nM586). 

PIERRES GRAVÉES. 

• 

99. Parmi les pierres gravées , le camée d'onyx du Musée 
de Florence offre une charmante composition (Zannoni , Gali, 
di Firenze y Cammei, tav. XXII, 1). L'Amour embfasse par 
derrière, en luì passant les bras autour du cou, Paris assis; 



(I) Mordi., Sffec.^ n' 1 1 ; Putin ^Judic Paridis , 1679; Spon, Recherches^ Dis». 17, 
p. 221; Zorga, \um. /flgyftt.t p. 180; Millin, Gal. mjlhol., GLI, 638. 



DE PARIS. 205 

Merciire, Pallas, Vénus, Junon; celle-ci est assise sur un 
tròne, et e est par là seulement quelle se distingue de Vénus, 
qui est y cornine elle, entièrement vétue. Les déesses sont ran-* 
gées dans le méme ordre que sur le vase ii"^ 51 et sur la iné- 
daillen^94. 

100. La cornaline de la coUection Jenkins ressemble au 
carnee précédent (Dolce, Rac, 16). Mercure conduitles déesses, 
Pallas, Yénus , Junon; T Amour est auprès de Paris. Visconti, 
Ofpere varie^ II , p. 269, n*" 355. G est à tort que Visconti donne 
à la troisième des déesses, qui est assise, le nom de Vénus. Il 
croit reconnaitre le style du xvi^ siècle dans le beau carnee de la 
villa Ludovisi, qui offre une semblable composition. 

101. Les trois déesses et Paris se montrent aussi entière- 
ment yétus sur un sardonyx (Beger, Thes, Brandenburg^l^ p. 43'; 
Beli Troj. tab, VII; MontFaucon, Jntiq. expLy I, pi, CVIII, 
n'' 1); mais cette composition semble moderne. 

102. La pensée moqueuse, appliquée à ce sujet par Pro- 
perce et Lucien , se retrouve sur une seconde pierre gravée 
du Musée de Florence (Zannoni, uv. XXII, 2). Paris, qui 
tient ici des épieux de chasse, ordonne aux trois déesses de se 
découTrir \ elles le font avec effronterie. \ 

105. La composition représentée sur une pierre gravée de 
Maffei (Montfaucon , ibid,y I, pi. CVIII, n*" 2) est grossière et 
repoussante. Ici Pallas, au milieu des déesses nues, a le cas* 
que sur la téte, commeau n'*72. Mercure remet la pomme 
à Paris. 

104-106. Sur trois pàtes antiques du Cabinet de Stosch, les 
déesses sont aussi représentées nues devant Paris, qui est assis 
sous un arbre; tantòt sans Mercure (Winckelmann, Descript, 
des pierres gravées de Stosch. ^ III, 1, n"" 195, p. 354); tantòt 
avec Mercure {Ibid,^ n^ 196). L'Amour s y mohtre aussi , mais 
avec des différences dans le costume (lòàL^ li^ 197) (I). 



(1) Sor la pàté sniriDteV 198, Piris estpUcè derant uDe petite sUtuc. Cf. une cor- 
oaline publiée dans lesEmpreintesde Vinsi, arch., VI, 35 ; Bulletta 1839, p. 109. — Oo 
ne peut pa» citer, panni les snjets antiques da Jugement de PArìs , une pierre por- 
Uni rinscription : IIupYOTeXYi; «Tcoici, qui »e fronte dans le Recueil de Milioti , pi. 127. 



*206 XI- I'^ JUGSMENT 

107. Mercure seul, teiiant- ie*caducée ei la pomme, se 
rencoQtre panni les enipneinies publiées sous les auspices àe 
rjgastitut ^ch/sologique {Impronte gamm.^ cent. IV, 1 6 ; Bull. 
del'lnst.arcÀ., 1834^ p. 124) (})« 

MIROIRS, 

Enfin de» miroirs étrusques offrent tes représentations sui- 
vantes : 

108. I^nù, Saggio di lingua etrusco y II, tav. XII (Vili), 2; 
MiUin, Gal. mythoL^ CU, 535; Inghlrami, Gali. Orner, 
Iliad., tav. CCXXIII; Gtrh^Ltd, Etruskiscke Spiegete Taf. 
GLXXXII. Miroir du Musée de BisHin (2). Mercure s^accjuitte 
de son niesaage aBprès de Paris; les noms de Tun et de lau- 
tre som ferita à còte d eax : MIRQVRIOS, ALIXENTROM. 
La colonne désigne la maison de Paris (cf. n"* 49) , auprès 
de laquelle on distingue aussi un àrbre ; Paris est assis sur 
un roch^r : son chien est a còte de lui. 

109. Gori, Hfus. etruseum^lly tab. CXXVIII; Inghirami , 
/. eit.y tav. CCXXIV (3). Paris et Mercurè sont ì^ssis Tun vis à 
vis de Tautre :'célui-ci, comme voyageur, tient un bàton 
noueux, de méme que, sur le vasen**55, il porte une $iniple 
baguette, an lieu du caducée. Entre eux deux sont placées 
les déesses. Junon et Minerve se tiennent derrière Vénus, 



Cette pierre est moderne. Voyw Raoul Rocbette, Lettre a M. Schom, tur Us artUtet 
de VaniiquUè, 1845, p. 150. J. W. 

(1) Sur upe coriuiliqe qui appartioat à M. le baroti de leh#; mìoMirv (itéfiSpóten- 
tiaire de S. M. le roi de» Bflgesà Coostauttnoplty co voit PiHt »^,«oiCré da bonaec 
pbrygìeo, tenaat le pedum etìa pomme; derrière lui est l'Amour; Merfcure^ uu.pird 
appUTé Bar le tovhét et tenant le tadu^ée, se présente devant I^lris et retourne la t<^lc 
ver* Minerve diebout et aniiée; auìt Jopoq, également debòut, caMirtérlsée par uo 
diadème ; Véons assise est la demière dea troia déetse» ; elle se 4épo«iUe de son p«> 
plus qui ne courre plus que ses jambes et laisse nue toute la partie supérieure du 
corps. Tai obtena noe empreinte de cette pierre curiense, gràcc à l'extréme obligeance 
de M. le baron de Belir. j^ yf 

(2) Déjà daosla Chaussc, ^^us, Rom., Il, spct. Ili, lab. XX ; i;e que Laaai (p, 219) a 
omis de dire. 

(3) M. Gerhard {Etruskische Spiegete Taf. CLXVIII) vicut de publier uo nùruir 
semblablc, où Men-urc portela inn&sa'e ; Vénus tient une lance. J. W. 



DE PARIS. • 207 

presque mie et qui pose fièrement la raain sur sa hanche : 
touti^s deux sofiU cacbées en t)ariie par Iq bras de Vénus et 
pr celui de Paris; elles sont sans attributs distinctifs. Paris 
est aussi nu so us sa cblamjde. La composibonest adaptée à 
la forme ronde du miroir ( l). 

110, 111. La mèfne représentation ^ si ce n'est queTune 
des deux déesses , placées dans le fond , manque ici cornine 
sur les yases n**^ 28 et 62, se Toit dans La Chausse (ihfas. Rom., 
II, tab. XXI); et aussi dans fieger {Bell. TroJ., tab. Vili); 
elle se retrouve encore dans Bem^ster^Etruna reg,j I, tab. 
XXXV1[I)(2), oà le Seul indice qui fasse rec9iinaitre Paris, 
le bonnet pfarjgien, manque égalenaent. On Toit per là que, 
dans les miroirs, il ne faut pas toujours compter sur dea re*- 
présentations bien exactes : comme ils sont en fort grand 
nombre , et que beaucoup d'entre eux spot des ouvrages de 
fàbrique, on ne doit pas s*étokinpr que quelques. erreurs de 
détail se soient 'glissées jiisqoe dans ceux qui se- distinguent 
parleurbonne exécution. 

112. Un miroir semblable à oelui publié par La Chausse se 
trouTe dans Inghirami [Mofi^ etr, ser. II , tav. LX.)« Paris et 
Mercure soni assis- vis à vis Tuiv de Fautre, et deux déèsses 
sont placées entre ces deux personnages. 

113. Leméme sujet, avec cette différence seulenient^ quau 
lieu de Junon, c*est; Pallas qui< est Qihise, se rencontre de 
nouTeftu sur un niiroir de laeoDecci^SHn Duratid ((;a^,n*^l963), 
actuellement depose au Cabinet des- Médailles a Parise' Lab- 
sence de l'une des d^ses proTfent , sans doule ici, de ce que 
l'artiste qui était gène par Tespace, a cru poiivoir se per- 
mettre cette licence. 

(f) Bf. Rioal Rochette, Mon, inèd.^ p. 266, not. 1 , rejctte, à cause de la massue, 
tonte cette expUcation. Mais, comme od ne peut cependant méconnaitre ici Pérìs et 
\k% trois déesses^ Hercule ne saurait gnère étre coDsidéré que comme formaut opposi- 
tioD avec Pirìs, et un mjtbe, daus lequcl tous deux prononceraieut l'arrét des dóesACS, 
Kt, d^ailleurs, tout aussi étrauge qu*ajn Mercure aree une roassue. Du reste, M. Ger- 
hard, Uttber die l\ietullspicQel, S. 25, compte aussi ce miroir aa nombre de reut qui 
présentent des additions étrangères aux anciens mythes. 

(2) M. Gerhard {Etr. Spiegel, Taf. CCVIl, 2) reronnalt ici H<'lcnf, Fènus , Paris 
et pentétre ¥éii<^/. J. W. 



208 XI. LE JUGEMllNT 

114. Si la coniposition parait défectueuse , quanti elle n offre 
que deux déesses , en revanche on tolère que Yénus seule 
se montre avec Mercure et Paris sur un miroir que possedè 
M. Gerhard (4), et qu il mentionne dans sa dìssertation intitu- 
lée : Ueber die Metalspiegel^ S. 25, où il est aussi question de 
plusieurs autres miroirs inédits qui se rapportent au Jugement 
de Paris. 

1 15. Sur le miroir d'Orvieto {Ann, de Vlnst. arch.j V, pi. F), 
e est, an contraire , la figure de Mercure qui est omise, et dont 
Vénus mie occupe ici la place; Junon est désignée par la cou- 
ronne, Pallas par une lance. Paris tient à la main, non une 
pomme, mais un objet ovale, de forme encore plus oblongue 
qu*un oeuf : esl>-ce à dessein , ou faut41 seulement en accusarle 
copiste ? C*est ce quìi serait difficile de décider. Cf. £ulL de 
rinst. arck.y 1833, p. 96 (2). 

116. Un'autre miroir publié par Gori {Mas. etr.^ II, 
tab. CXXIX), reproduit cette oomposition si soùventtraitée, 
mais avec un caractère de grossière plaisanterie, dont Tinten- 
tion parait étre de jeter de la variété dans un sujetrebattu. Vénus, 
tout a fait nue, est tei placée entre les deux autres déesses. 
Paris assis, que nous avons vu ailleurs ordonner aux déesses 
de se découvrir, relòve luì-ménie son vétement (3). On peut 
comparer cette composition avec la peinture surmur n'^yS. La 
figure qui orne la poignée du miroir semble étre Eris. 

D*autres miroirs offrent ce méme sujet modifié ou amplifié 
de diverses manières. Tel est un miroir inédit du Collège Ro- 
main, que Ton a essayé d'expliquer dans louvrage intitulé: 



(1) Publié par M. Gerhard, Etr. Spiegel, Taf. CLXC. . J. W. 

(2) Ce miroir yieut d^é^e publié par M. Gerhard, EtruskUehe Spiegel, Taf. 
CLXX XIV ì. W 

(3) Que ce soit là AÌmplement une gaucherie de l'artiste , lans intention obscèor , 
comme renteud M. Raoul-Rochette {ibid., p. 265 , uot. ò), qui ne veut pas y roir uor 
marque d'ignorance, aussi bien que dans la massue mise à la place du caduceo, sor le 
miroir no 109, c'est ce que je uè pnis me persuader — ~M. Gerhard {Etruskhchr 
Spiegel, Taf. CCVII, \) reconna!tici les noces de PAris et d'Hélòne accompagnée d' 
deux Grdces, cxpUration qui mr seroblc beaiicnup moinn ccrlaine qne celle de Cori, 
adoptée par M. Weicker. . J. W. 



DK PAKIH. 209 

Beschreibung Roms (III, 3, S. 489, u. 11). Tel encore un 
autre niiroir du cabinet Durand (n^ 1964) maintenant place au 
Cabinet des Médailles à Paris , en supposant toutefois qu*il se 
rapporte à notresujet ; car il n est pas très-facile de comprendre 
pourquoi Ton veut encore reconnaìtre le Jugement de Paris 
dans une composition où les trois déesses se trouvent réunies 
avec ApoUon et Hercule, commesur un miroirqai a été publié 
par Blicali (Afo/i., 1833, tav. XLIX ^ de Witte , Cat. Beugnoty 
n'^SSg. Cf. Ann. de rJnst.areh,^ V, p. 343 ; Gerhard, Etrus- 
hUche Spiegete Taf. GLXVII). Si dans lun et dans Fautre cas 
1 ordonnance du dessin est la méme ^ cela s'explique assez par 
lefait Seul, que les deux composltions ont dù étre renferniées 
dans uu espace circulaire de méme étendue, et que toutes deux 
présentent chacune deux figures d*hommes, et trois figures de 
femmes (l). 

(f ) Depuit que M. Weicker a redige aon mémoire sur les représentatìons figari du 
Jugement de Parise M. Ed. Gerhard a publié un grand nombre de miroirs qui se rap- 
portent à ce fait mythologiqne. Nons ajouterons ici la liste des miroirs grarés dans le 
bel ouTrage du savant académicien de Berlin. — Gerhard , Etnukuche SpUgel , Taf. 
CLXXXin. Les trois déesses avec les noms : HA^VI"? ^Q3Pi (c'est ainsi que je 
croia deroir lire ce nom pour Uéra)^ f\ .... ^H^. — Taf. CLXXXV. Paris coiffé du 

boDuet pbrjgìen et les trois déesses ; Yénus est également coiffée du bonnet phry- 
giea. Bfinerre senle est vétue; les deax autres déesses sont nues'. — Taf. CLXXXV [. 
Piris assisy ò/mx déesses debont, ta troisième assise.*— Taf. CLXXXVII. PAris debont, 
'enant une massue; les trois déesaes également debout. ^Taf. CLXXXVIII. Les 
trois déesses porunt des noms peuUsibles: EVH VDhR. flUDIR. OPIVMflj 
Vénus une est au milieu. Piris porte le nom d*flt^E (?). Cette demiére figure est 

presqne enti^ement effaeée. Cf. Bficali, Mon. ined., 1 844 , tav. XX, 2 ^Taf . CLXXXIX. 

Pària assia, Mercure debout, offre la pomme à Yénus qui est une.— Taf. CLXC. 
Piris et Yéans assis en fape l'an , de Tao tre ; Meccure debont au miUen. -•- Taf. 
CLXCI. Piris assis, vétu d*un habit de peau et couronné par la Yictoire ; Minerve 
année, debont ; jeune fille qui porte le bouclier de Minerve ; M. Gerhard Ini donne 
le nom dXKnoae. — Taf. CLXCII. Minerve assise , une autre déesse deboat , Piris 
amé d*an bouclier, Mercure. M. Gerhard (Arekcsohgische Zeitung, 1^1843,5. 157 
folg. ) propose, pour les personnages de ce miroir, les noms de Minerve, Thétis, 

Achille et Mercure. Cf. Mtu. etr. Gregorìanum, I, ub. XXXIY, I Tab. CLXCIII. 

Snjet à pea près semblable expliqué par M. Lenormant dans le Cat. Durand, n° 1964, 
par Piris , Atys, Minerve et Junoa. — ^Taf. CLXCIY. Piris, Mercure et' deux déesses. 
Miroir de la cotleotion Dorand , Cat. n* 1963.->Taf. CLXCY. Mercure, Piris et deux 
déesaes. ..— . Oa pourrait citer encore plusieurs autres miroirs qui se rapportent au 
Jugement de Piris, mais la plupart sont d*un manvtii.i travail , et prcsque toos ne 

14 



210 XI. LB JUGSMEIIT 

II. 
ULYSSB ET l'oMBHS DB TIBBSIAS. 

Cette composition (pi. XIX) doit ètre, à plus d'un titre, rangée 
parmi les plus importantes que les vases nouSaient fait connahre 
dans ces derniers temps. Elle s'applique au commencement 
de Vévocation des morts (vexuia), dans VOdyssée , et en re- 
produit les circonstances aussiparfaiteroentqu'un artiste habile 
peut reproduìre un typepoétique. Elle est, d'ailleurs, siacfaevée, 
si évidemment Voeuvre du genie d*un grand artiste j qu*en Fesa- 
minant, on ne saurait s'empécher de songer à Polygnote, 
qui s'était particulièren&ent attaché à reproduire oe méme type 
dans la Lesché de Delphes ; on se demande si elle ne pourrsit 
pasy au moyen de copies au loin répandues, étre empruntée 
à son grand tableau , dont cette scène cQmposait le centre. 
M. Minervini a exprimé cette conjecture. Ulysse est assìs sur 
un monceau de pierres, recouverles de son mapteau, au bord 
de la fosse que, suivant Homère, il avait creu&ée pour les morts, 

grande d*une coudée carrée. II y a répandu , comme ofFrandes, 
des libations d*hydronieI , d*eau et de vin , saupoudrées de 
farine , et il a fait couler dans la fosse le sang de deux brebis, 
lune ni&Ie et Fautre femelle , que Circe avait attachées siw son 
vaisseau , et auxquelles il a coupé la téte avec son épée. Après 
quoi les ombres se sont dressées en foule, Elpénor d^abord, qui 
implora un tombeau ^ et Anticlée , la mère d'Ulysse. Il leur a 
interdit de toucher aux victimes , avant que Tirésias ait bu 
de leur sang et lui ait révélé les secrets du destili. L'ombre 
de Tirésias se lève, ordonne à Ulysse de s'éloigner de la fosse 
et de retirer son épée , afin qu'elle puisse s*abreuver du sang 
des victimes et lui predire Tavenir. Ulysse seloigne alors, et 
remet son épée dans le fourreau. G'est le moment représenté 
sur notre vase. L'ombre s elève du sol , et sa bouche Quverte 

présentent qoe des variastei dn pev d'importance. M. Gerhard {àbenUe Métaihpiegti i 
S. 25) cite troU repré«entation» du Jugeacot de PArU pvUiée» par M. IaghinÌBÌ, 
Mon. etr. Sor. Il , taT. LXVI, LXXZIII , LXXXIV. On tronire avMÌ le JageoBaat de 
PAri« cbea Biancani, tab. XV. J. W. 



DE FARiS. 2t t 

exprime la demande à laquelle satisfait Ulysse , en retirant à 
lui 8on ^pée, cornine pour la remettre dans le fourrean. Si 
I on veut se rendre compie d*une apparition fantastique de 
cette narore, il faut s'imaginer que Tirésias descend d'a« 
bord dans la fosse afin de boire le sang des victimes. Ho- 
mère , cependant , fait brùler par les compagnons d^UIjssey 
les victimes ìmmolées. Le peintre a conserve lei tétes de 
ces victimes; elles gisent aux bords de la fosse, entre les 
pieds d'Ulysse^ plus près de son pied droit (1). Les pressen*» 
tìm^nts qui agitent le roi dlthaque et la gravite de cet 
instant solenne! , dont Ulysse attend son salut ou sa perte , 
soDt rendua d une manière grandiose par sa pose et par l'ex-^ 
pression de son visage. L'aspect de lombre et les tétes d ani* 
mani ajoutent à l*horreur d*une telle scène, et c*est aussi ce 
qui motive suffisafnment lexpression de la figure principale. 
Le peintre a tout naturellement conserve les deux compagnons 
dlJlysse, Périmède et Euryloque, qu'Homère nous représente 
prenant les deux brebis , dès que le vaisseau est arrivé en ces 
lieax, tu dont il ne parie plus ensuite. Ces deux compagnons 
%urent ici arvec Tiinteniion d entourer le héros de personnages 
seeondaires, et dans la représentation de ces personnages 
l'artiste a fait prewe d*habilet^ et d*invention ; il a peint Tun 
calme et attentif à l'apparition du devin , qui ne l'interesse 
pas per&onneilement, tandis que lautre, aussitòt que Tire- 
sias a parie, retire en arrière Tépée dont il «^tait prét à se 
servir pour ^carter les ombres , de méme qu'Ulysse laisse re- 
poser la sienne, cornine par un sentiident de r^spectueuse 
obéissaoee. Polygnote srvait peint ces deux compagnons 
<l^iysse portant les victimes; il les avait placés vers Tex- 
ti^ité du mur, loin da saertfice représente an centre; et 
dans la scène du sacrifico, Pausanias ne les mentionne plus. 
(^ ne proBve pas prérìsément qu ils n y paraissaient pas une 
seconde fois. Il se pourrait que Pausanias les eùt ici passés 

* 

(J) BL Mioertini ojnit paste fou* sUence Vun» de et* téle* , «t avok pria Tatitre 
poDr le bélier Toné par Ulysse à Tiré»ias , et qui ne clevait étre aacrifié qn*» Ilbaqtie : 
«^''«e errenr a ète rectifiée par M. CaTedoni, Bui/et. Napól., II, p. 50. 

1 



212 XI. LB JUGEMENT 

soxks silence, comme personnages déjà décrìts^ et e est ainai 
qu au sujet de la fosse ^ il De dit rien non plus des victimes, 
bien qu il soit au moins probable que Polygnote en avait dans 
cet endroit également représenté les tétes. Mais , pour obtenii 
Tefiet d*un groupe, Polygnote avait choisi d autres personnages, 
ety en conséquence, il n'avait quefairede Pérìmède et d*Eu- 
rjloque. Outre qu'ilsy eussent paru des personnages inutiles, 
ce qui était sévèrement réprouvé par les règles de l'art 
ancien , ila eussent , à coté des deux orobres , produit un 
effet nuisible à la yérité et à la clarté du tableau. A lear 
place , Elpénor et Euryclée entouraient Ulysse , Elpénor 
debout, la mère d'Ulysse assise. Polygnote, en cela, se 
conformait encore au récit du poéte. Dans Homère, ces 
deux ombres sortent tout à fait de Tabime; Ulysse a 
reconnu leurs figures , il a échangé des parales avec Elpénor, 
dont le spectre (ei^oxXov), tandis qu*Ulysse tient Tépée au-cles- 
sua du sang, contìnue près de lui (ir^pcoOsv) de parler dedifie- 
rentes choses; à Taspect d'Anticlée , Ulysse avait pleure, sans 
toutefois lui permettre de toucber au sang. En une circonstance 
seulement, le peintre était alle au delà de Texpression du poéte. 
Celui-ci, en parlant d'Ulysse, se bome à dire qu*il était assis 
({{[AYlv), et ne laissait point les ombres s approcher du sang des 
victimes. Polygnote rendit ce trait ayec une expression plus 
énergique : il peignit Ulysse agenouillé sur le bord du fosse, 
étendant son épée au-dessus , au moment où Tirésias s'éleyait 
de labime : óx^oS^ovra èicl toic tcogiv ^ S^ovra u^àp tou ^pou 
tò ^190^* xal ó (AàvTic Teipeaiac irpoeiaiv tiri tòv ^óOpov. Cesi 
donc là une figure entièrement differente de Timage que pré- 
sente le yascy et, puìsque les figures secondaires sont aussi 
différentes , il en résulte que le tableau de Polygnote et notre 
peinture n'offrent entre elles d'autre ressemblance que 1 om- 
bre de Tirésias selevant de terre. Polygnote, sana doute, 
n'avait pas représenté cette ombre autrement qu'elie ne Test 
ici sur le vase , c*est-à-dire juste au moment où elle sort de 
labime, ne montrant encore que la téte; c*est du moins ce 
que je pourrais supposer, en m*autorisant de l'expression 



^ 



0£ PARIS. 213 

ff()Ó6i«iy, et parce que, sous le rapport de larti c*était aussi 
éndemment ce qui convenait le mieux. Qu'Hoinère eùt donne 
a Tirésias un sceplred'or, ce n'était pas là un motif qui dùt 
arréter lartiste. L ombre, sur le vase, esl représentée, comme 
le remarque M. Minervini^ par des coups de pinceau délicats 
et qui semblent presque s*évanouir et disparaìtre; la cécité^du 
deirin estindiquée par un simpletrait : le matntìen de son corps, 
qui se redresse en arrière , convieni à une ombre qui, des en- 
ferà, se présente tout à coup à la lumière du jour ; le visage 
delorobre vient justement se piacer sous le pied d'Ulysse , 
qui, comme vivant et appartènant au monde supérieur, méme 
dans une situation si peu digne d*envie, devait contraster 
forlement avec le fantdme du devin le plus célèbre , et c*est là 
un de ces petits traits de grands maitres , qui n appartiennent 
qua des artistes de la trerape des Signorelli et des Mantegna. 
Cest par une erreur evidente que M. Gerhard , aussi bien que 
M. Mìnervini , a prétendu que • la pose d*Ulysse assis , les 
jaiinbes étendues , se rapporte aux paroles de Pausanias, 
òxXflt^oiv ìtzI toI( ir(Kriv.» Ces expressions, en effet, ne peuvent 
signìfier autre chose, sinon quUlysse était agenouillé, de 
facon qu* il reposait sur ses talons relevés : posìtion naturelle 
sur le bord du fosse, au-dessus duquel, parconséqtient , il 
teoait sou épée étendue, exactement comme duns Homère 
(aveutìev if aipiaTi ^àcyyavov lajr^v). Et c'est aussi de cette ma- 
nière que, dans leur dessin si précieux de la Lesché, les 
frères Riepennausen ont , d après la description de Pausanias , 
représenté Ulysse , bien que, d'ailleurs, pour l'ensemble du 
groupe, le sens de Pausanias n'ait pas été compris par eux. Il 
est vrai que M. Minervini Ta compris moins encore. Mais , si 
la figure d*Ulysse, dans le tableau de Polygnote, diftere coro* 
plétement de celle que Ton voit sur notre vase , en revanche 
on rencoatre une parfaite ressemblance entre cellc-ci et la figure 
qui, sur plusieurs pierres gravées , représenté Ajax Télamo- 
nien , reprenant ses sens , après avoir exercé sa fureur con tre 
les troupeaux. Cest là un nouvel exemple de lusage où 
€taient les artistes anciens, de transporter une figure ou uà 



214 XI. LE JUGEMBNT 

groupe partaìtement exécutés à d'aiurea persDni|ages de mé^ 
me caractère) ou expriroant une action 5Qinblable(l). Or, 
ici , Ulysse et Ajax , sous le rappojt de Tàge et comme per- 
sonnages héroiques, n'exigeaient point de difEérextce dans le 
caractérisme (comme sexprimait Kart anrìen) , et dèslors la 
fiombre gravite du moment , et méme les oirconstances acci* 
dentelles , la pose assise » 1 epée à la main et les tétes dani* 
maux coupées^ conviennent également et semblent tout na* 
turellement sadapter à Tun et à Tautre sujet, sans que ce 
doublé ^mploi nuise aucunement à la vérité ou à Texpression 
de cbacun d'eux en particulier. Dono, que, dans la peinture 
du vase , la figure d'UIysse , que lart ne saurait surpasser pour 
Vexpressìon , aìt été copiée d après celle xl'Ajax, ou qu'elle lui 
ait , au contraire , servi de modèle , il n'en reste pas moins 
en propre a Tartiste qui a peint le vase , Theureuse idée d avoir 
asssocié à Ulysse les deux personnages secondaires, portant 
les victimes du sacrifice. Ce qui devait produire un excel- 
lent effet dans une peinture qui représentait tout l'eofer, 
deux ombres aux deux cótés d*Ulysse accroupi devant la 
fosse , ne convenait pas à 1^ représentation d'une scène 
isolée, Ulysse évoquant Tombre de Tirésias. Il est bien 
probable que- la nécromancie , ou évocation des morts, de 
Nicìas, qui airaa mieux en faire cadeau à Athènes sa patrie, 
que d'en recevoir soixante talents du roi Aitale ou Ptolémée, 
a sei*vi de modèle à notre peinture. Une épigramme d'Aoti- 
pater (2) nous apprend que, dans la compo&ition de soa 
tableau , Nicias avait suivi le récit d*Homère. 

Le petit nombre de représentations , précédemment con- 
nues , de cette méme scène , difFèrent entièrement de la pein- 
ture de notre vase. Dans le bas-relief de la villa Albani mainte- 



(1) Un des ezemple» de cette sorte les plus frappe nts, c'est Pyiade soQteiuuit Oreste 
malade, dans Winckelmann {Mon. ined., 149 et 150), représentaat également deiu 
figure» de Niobc sur un sarcopbage (A/u^. Pio Clem., IV, tav. XVII; cf. F. G.Wdckcr, 
Griech. Tragtedien, HI, S. 1 168). Visconti cite Pfaèdre et Hippolyte représentés comme 
Vénns et Adonis, et Orphée, Enrydice, Merenre, coinvie Zéthos, Antiope, AnpfcioB. 

(2) Anthol PaUit., IX, 792, 



DB PARIS. 215 

nani au Louvre (1)^ le moment de Faction , choisi par Tartiate, 
est postérieur à celai que représente no tre peinture, et le 
sceptre d*or, dont parie Hom^t*e, a pii ^ trouyer piade. Tìré- 
sias 5*est assis ; Ulysse , debout devant lui , écoutant son 
arrét, tient Tépée a la main , et par là, sans doute, l'ar- 
tiste a voulu plutòt rappeler Tusage qu'Uljsse en avait fait, 
soit pour le sacrifice, soit contre les autres ombres, qu'il n'a 
prétendu exprimer quelque cjrconstanee particulière ayant 
traìt a Tirésias. Ulysse est représente de la méme matiière sur 
un miroir étrusque de Vulc! ; mais les deux autres person- 
nages qu'on y remarque, sont évidemment empruntés à une 
tout autre source , et le sens des inscriptions tracées près des 
figures est difficile à saisir (2). Un vase de Nola , dont le sujet a 
para avoir trait à un oracle des morts et à Ulysse, attend en* 
core une explication satisfaisante , mais sùrement il n*appar- 
tient pas à notre sujet (3). On pourrait , avec beaucoup plus 
de Tràisemblance , sans nulle certitude cependant, trouver 
quelque rapport enlre la peinture d*un vase du Vatican et 
Ulysse et Tirésias (4) : mais il semble plutót qu*on y ait voulu 
représenter Agamemnon et Chrysès , l'idole d'ApoUon Smyn- 
thien , placée sur une colonne , faisant entendre ses ordres 
et ses menaces , et Chryséis accompagnée de deux suivantes. 

F. G. WELCKER. 



(i) WtBckolmaiia, Mo». ùusd., 157 ; CUr«t, Mas, de gcutpture, pi. 223, tt° %M; Mài- 
iin, Cml. mjrthol.f CLXXV, 637. A pea près semblable «st noe sardoiae de k coUec- 
tion de Cbrlstian Dehn( Visconti, Opere avarie. II, p. 285 , n^ 398). M. Gerhard meo- 
lioaM UlyMe t'énCretenaBl a^ee Tiréai** rar Ha his-MAièf da M«aée de Kaplet , qn'à 
fàit conaaltre Arditi. Je uè connaisi po«r noi, qalJIyase et Polyphème, pnbUé par 
Arditi en 1817. 

(3) Bion, de Vtnst, arck.. Ti, pi. XXIX; USus. Gregònanum, I. ub. XXktlI; Em. 
Bn(in,danrl«S«ttM., 18)5, p. 112; Bunsen, sfti/.,p. 158; P. Seeehi, t'^i^., 1836» 
P-81, et Annaht, Vili , p. 65. Cf. Gerhard, Eir. Spiegel, Taf. CGXL. 

(3) Raonl-Rochette, Mon, inéd^ pi. LXIV, p. 369; Panonia, Antiques du Cabinet 
Pourtalès, pi. XXIt; RAein, Museum, 1835, III , S. 613. 

(4) Dempster, Eir. re^.,I^tab. LXIV; loghirAmi, Mon. etr., V, Uv. XLIV; Raoul- 
Ruchette, /. e, p. 367. 



210 XII. Gims 



asrssB 



GENIE DE L/V TRAGÈDIE. 



( Mon.i tOB. IV, pL XX A.) 

Un jeune garcon rei^ètu dune robe de femme et paraissant 
lenir un glaive cache sous les plis de son manteau^ cesi là, sans 
doute , parrai les monuments antiques ^ un sujet rare , difficile 
à «zpliquer et de nature à exciter tonte l'attention des antiquai- 
res. J*avais souvent étudié la belle statuette de bronze qui pré- 
sente ces particularités , et qui est restée, à ce que je crois, 
inedite , bien que depuis plus d*un siede elle fosse partie de 
notre Cabinet des antiques (t), et après d assez longues re* 
cherches, je me figurai qu*elle pouvait représenter un per- 
sonnage dont Antoninus Liberalis, d*après Nicandre, dans ses 
Métamorphosesj nous a seuI conserve le souvenir. Ce mytho- 
grapbe raconte que Mélitéus , fils de Jupiter et de la nympbe 
Othréis, et fondateur de la ville de Méllté, dans la Phthie, 
était devenu un tyran si cruci , qu'on lui avait donne le sur- 
nom de Tartare. S'il entendait parler d*une jeune fille remar- 
quable par sa beante , il Tenlevait et lui faisait violence. Cest 
ainsi qu'il donna Tordre qu on lui amenàt Aspalis^ fille d*un 
des principaux citoyens. A cette nouvelle , la jeune vierge se 
pendìt de désespoir. I^ catastropbe par laquelle elle échappait 
ainsi au tyran n*étaitpas encore connue, quand son frère, 
noramé Astygiùs^ jura qu'il tirerait vengeance de Mélitéus. 
En conséquence, il revétit la rohed^Aspalis^ et ayant une épie 
cachéeducóté gauche^ profitant de Terreur causée parsajeu- 
nesse, il penetra dans la demeuredu tyran, le trouva sans.gardes 
et sans armes , et le tua (2). Les habitants de Mélité environ- 

(1) Elle y est entrée avec le reste de la collectioo de Foucault, intendant de di' 
rerses provinces et conseiller d'État aons Louis XIV, mort en 1721. 

(2) Metam. XI H. *£vfiùc & xé^x^axi ti^v otoXì^ Tf}c *kvKCÙSJ^ xal xfói|fQcc «api tv|v 
(Oww(i9v YcXeupàv tò I190; , Ì>.a6c irpò^ n^v &]^v &*Mnat; ùn' 9co(pt}.6ò»v 8è eie tv oìxta, 
yu^ivòv 6vta xal d^pvXaxTOv tàv lypavvov xreivci. 



DE hA TAAGBOIB. 217 

nèrent Astygilès des plus grandes dìstiactions et bonorèrent 
Aspalis d'un eulte public. 

L*air de jeunesse da p^rsonnage » avriiraU «Sv, la robe de 
femmeeD cootraste avec sdn sexe iudiqué par la coiffure, et, 
par*dessus tput, V^pée cachée sous la draperie du coté gauche^ 
xpu^of irapà t!ìv eùcSvupbov 'nrXeupày tò ^190(9 me paraissaient fort 
bien convenir a Astygitès, et Tél^yation de lachaussure aurait 
pu, à la rigueuri servir à dissimuler la petite taille du jeune 
gar^oQ et le rendre plus semblable à une soeur qui devait étre 



son ainée. 



Si cette interprétation eùt été exacte , nous aurions eu sous 
ies yeux le monument d'une fable curieuse par son analogie avec 
des événeinents d*un caractère tout à fait bistorique , particu- 
Uèrement avec le récit que Ies anciens nous ont donne de la 
conspiration d'Harmodius et d*Aristogiton (nom qui n'est pas 
sans analogie avec celui d'Astygitès), contre la tyrannie des fils 
de Pisistrate. 

Mais rexpériencie démontre que Ies artistes de l'antiquité 
ne puisaient que fort rarement à ces sources partìculières et 
toutes locales , si recbercbée;s par Ies coUecteurs de traditions 
mytholpgiqiies. En ce genre, plus Ies conjectures sontérudites 
etingénieuses, moinselles ont de cbance d'étre fondées. 

D'ailleurs , il était bien difficile de méconnaitre dans la 
chaussure élevée que porte le jeune garcon et dans la longue 
tunique à mancbes dont il est revétu, Ies attributs de la muse 
qui preside à la tragedie, et la coifTure du personnage, sur- 
tout le ncBud que Ies cheveux relevés forment au-dessus du 
front, le rangeait presque nécessairement parmi Ies Géntes. 

il fallut donc renoncer, quoique avec regret, à cette pre- 
mière interprétation , et s arréter à une seconde dont la très- 
grande probabili té équivaut à la certitude. 

Ìa statuette en question représente le Genie de la tragedie , 
avec Ies attributs de Melpomene , muse qui preside à ce genre 
de poesie. 

Que ce soit un Genie, le caractère de la téte Tindique, et 
celui de la coiffure le démontre. Nous ignorons le nom et la véri- 



218 Xtl. GBNtB 

table iatenuon de cetlecoìffure. G'e$t'peut«éére ìé xpc&&Aoc des 
Athéuiens, plutòt encore le (r)C(Spmo; des jeiines garcom dont 
parie le Scholtaste de Thucydide (1). Les aoadémicietis d'Her- 
culanum qui ont dìstene sur cettè espèee de noeud , avec leilr 
énidition aocoututnée (2), n ont pu néanmoins arriverà un ré* 
flulcat bien satisfaìsant. Ils ont dru j reeonnattre une manière 
de se coiffer ordinaire chez les enfants datis lantiquité. Màis 
aucun monument , dun caractère purement dvil, né nouis en 
offre rexemple , tandis qu'il en est ainsi le plus fréquemikmient 
pour les Génies; et méme, quand ces étres divins n*ont point 
d'ailes , cest principalement par le noeud de leur cheveiure au- 
dessus du front, qu'on les distingue. 

Pour apprécier la justesse de cette dernière observation , et 
en méme tenips pour bien se fixer sur le sens du monument 
qui nous occupe , il faut comparer avec notre bronze, les deux 
statuettes du mème metal , trouvées k Herculanum , et qui 
nous montrent le Genie de la tragèdie sous les traits d*iin 
jeune enfant, nu^sansailes, les. cheveuxreletes en nceudàu-des- 
ftus du front , et tenant à la main un masque tragique. Je joins 
à la mention de ces statuettes , depuis longtemps connue^^ le 
eroquis d*une belle figurine inèdite , tròuvée, il 7 a quelques 
années , dans les environs de Grenoble. 




Dans ce bronze^ dont le travail offre tane d analogie avec 



(1)1,6. 

(2) Bronzi Ercol,^ t. I, tar. 48, n" 2, et tav. 51, n" |. 



DE L4 TRAGÈDIE. 2 IO 

le nòtr«, et dont la tatlle est presque la raéme , òn recòimàh 
le Genie dUApollon^ tenant d'une main le plecèf^m : on peut 
atee une grande probabilité restìtiier la lyré qai a disparu de 
laatremain (1). La coifFare'^st exactement la roéme que cdte 
des bronzea d'Herculanum et de notreg^nie de la tragedie. 

Nous aTons déjà fait voir que les attribtits de oette dernJère 
figure ne pouvaient présenter de doutes. Les manckes et la 
chaussure sont caractéristiques de Melpomene ; rhabiilement 
est presque le tnéme qne celui de cette Muse, telle que la 
repréisente la faraeuse statue du Yatìcan. Cest bien la longtie 
palla recouverte d'une tunique plus courte, si c*est là le nom 
qu'il faut donner à ce vétement retenu par une ceinture de 
dessous, Tceivia, et formant un grand pli qui retombe tout 
aatour du corps. Je $erais plus dispose à j reconnaitre la 
spma^ ou robe trainante ( Jm9up<((tevov ) de la tragedie , qne 
dans le manteau qui la recouvre (2). Dans la statue du Vatican, 
ce manteau est capricieusement roulé autour des bras et des 
épaules. Notre statuette le montre plus régulièrement attaché 
sur l'épaule dròite au moyen d*une fibule. Mais c*est le méme 
Tétement sur les deux figures. Il manque, il est vrai , à notre 
bronze la large ceinture qui caractérise ordinairement Melpo- 
mene : cet attrìbut toutefois n*est point nécessaire; et M. Ger* 
hard a fait récerament remarquer que la Melpòmene du sarco- 
phuge de Naples neTavait point (3). Le glaive est commun à là 
Melpomene du Yatican , et k une répétition de la méme figure 
que Yiscontì signale comme existant à la Farnesine. 

Tela soni les rapports éridents de notre statuette aveo les 
figures qui représentent la Muse de la tragèdie. Quand ce 
bronze était complet , l'analogie devait étre encore plus frap* 
pante, s'il est possible. Le mouvement des bras, qui office 
une énigme avec Texplication d*Astygitès, n a rien que de clair 

■ 

(1) Sor 1« strcophage da Vttican, dont il sera bientòt ^nestion (Miueo Pio^Clem.y 
t IT, ter. 16), le GénU ^tU. moM Jèraio tient de méme )npléctmm et U Ijrt^. Oa 
pentdoBc ezpUqiier ausai de cette manière le bronse dont noos donnons ici le detsia. 

(2) Opinion de Visconti, Museo PùfClem., t. I, tat. 19. 

(3) Architi Zeitung, n** 8, $ 1. 



220 XII. GBlflB 

et de nature! dans rinterprétation qoe nous avons definitive* 
ment adoptée. ìje bras droit , qui se détache du corps, tenait 
sans doute éìevé un masque tragique ; et le bras gauche, qui 
s'étend le long de la banche, devait s*appuyer sur la roassue. 
C'est parce que les deux iiiains étaient ainsi occupées que l'ar- 
tiste avait cru devoir suspendre le glaive à la ceinture^ au-des- 
sous de la chlamyde. 

Bien de plus familier a lart antique, surtout dans les 
temps romains, que la substitution du genie d*une divinile 
sous les traits d*un enfant, à la divinité elle-méme. Pour ce 
qui concerne les Muses en particulier, il suffit de citer le sar- 
cophage du Vatican, sur lequel on Toit un jeune homme en- 
touré des génies des neuf Muses , reconnaissables à leur at- 
tribut(t). Ce dernier monument est précieux; mais il n est 
pas le Seul dans son genre, et nous aommes convaincu qae 
le mdme sujet se reproduit sur un certain nombre de sarco- 
phages. Rien ne nous empéche donc de reconnaitre dans notre 
bronze une figure détachée d'un ensemble qui mòntrait h 
réunion des génies des neuf Muses ayecleursdivers attributi, 
conduits sans doute par le genie d*Apollon Musagète. Le 
bronze de Grenoble dont nous avons donne plus haut le des- 
sin y figurerait convenablement dans un tei ensemble. 

Ces divers génies qui empruntent des symboles aux divi- 
nìtés dont ils rappellent le souvenir, ne se montrent pas 
revétus des babits de ces divinités. Sur le sarcophage da 
Yalìcan , le genie de Polymnie , comme la très-bien remar- 
qué Visconti, se reconnait bien au soin avec lequel il s'en- 
veloppe dans son manteau, geste particulièrement propre à 
cette Muse. Mais si c'est le geste de la Muse, ce n'est point 
son habillement, et rien ne trahit chez rartiste une inten- 
tion de travestissement. 

On connak dans ce genre des figures d'enfants habillés en 
Hercule ou en Mercure; est-ce alors le genie de ces divi- 
nités, ou plutót ne doit-on pas y reconnaitre ces dieux mémes 

(1) Museo PiO'Clem.y t. IV, U?. 16. 



UE LA TRA«IÌDIX. 221 

dansleurenfance, puisque, <lès leur naissance, ilsont joué un 
fòle si important ? Dans ce dernier ordre d*idées, notre bronze 
feraitpenserauAióvuooc MéXiro|&evc^, doiit le coke existait à 
Athènes et au bourg d'Acharnes (1). Au sujet de ce surnom 
de Bacchùs, Pausanias s'exprime d'une manière reinarquable. 
• On appelle ce Bacchus Melpomene ou le Chanteur^ par la 
> méme raison qu*on donne à Apollon le surnom de Musar 
« gèie (2). » Cette expHcation irait assez bien à notre genie , 
qui, en qualité de Melpomene masculin^ offre un pendant 
naturelà TApolIon Musagète, dontThabit defemme, presque 
en tout semblable, est de méme un travestissement. 

Mais pour que cette observation fùt exacte, il faudrait à 
notre genie un attribut décidemment bacchique, tei, par 
exemple, que la couronne de lierre qui entoure la téte du 
?érìtable Bacchus Melpomene sur des monnaies cistophores 
de Tralles (3). 

Sì nous ne nous trompons pas, notre bronze doit donc 
tenir une place toute particulière parmi les monuments du 
méme genre. Ces jeux étaient famiiiers, méme aux artistes 
d'Atfaènes et de la Grece : témoin le joli vase qui représente, 
soas des traits enfantins , le triomphe de t^lutus (4) ; témoin 
encore le beau carnee de Trjphon,qui nous mentre des amours, 
sous les traits de petits enfants, jouant à la noce de TA- 



(1) PauMo. l, 2, 4, et 31, 3. 

(2) lUd,^ I, 2, 4. Aiówtfov 2c Tovtov xoXoOai MiXicó(Uvov èirt Xóyqp TOt^tf , Ì9' 
óicoicttmp *AnóXXidva Mouornfrryìv. 

(3) Mionnet, t. IT, p. 17S, ii° 1024. Il eziste an oabinet deFnDce deus •xtm- 
plùrw.de eette belle cistophort. Melgré rc&igttité de U figure qnì ne «'y troave que 
oomme un tymbole acceMoire, on j reconnatt bien clairement le dieu tbébaio, Tétn 
d*oiie taoiqiie qui descend à moitié dea jambca, appoyé sur un long aecptre, et tenant 
dePaotre main un maiqne acéniqne. C*eat M. Du Mersan, actuellement oecupé d^Bn 
ÙBpertant travail tur lee cistophores du Cabinet, qui a ftcounn un Baccbua dana la 
figure que M. Mionnet arait décrìte conune une Diane. Dionytms JHeipomenos devait 
^tre bonoré partont où Pon donnaìc dea jenx acéniqnea ; c'eat aana doote pour eela 
qa'oB le trouve sur lea médaillea ciatophorea de l'Asie Minenre , dont le type indiqne 
dai émiaaiona monétairea faitea à l*occaaion dea létea de Baochna. 

(4) Staekelberg, dU GrmUr der NeOtàe», Tkf . XYII ; Lenormaat et de Witte, Élit* 
dts man. céramogr., 1. 1, pi. XCTIl. 



322 Xll. GÉHIB D£ LA TRAesniE. 

mour et Psycbé(l)j ou bien lesscèoes si fréqu«iitea où des 
enfants s'amusent à eflrayer leurs conipagnons, en cachant 
leurs tétes dans des masques tragiqufs. Mais stcc quelque 
caprice que l'imaginatìon des artùtes aociens »e soit jouéedaDS 
ces combinaisoDS, oa ne voit nulle part , que noua sachions, 
un jeune garcon habillé ea ferame, et le genie d'une Muse 
exactement vétu comme cette Muse elle^méroe. 

Le travail de ce broniee, d'une dimention peu commune 
(o^Se), est (l'ailleurs fort reniarquable (2), et accuse l'epoque 
des Romains, où , auÌTant la judicieuse remarque de Vis- 
conti , te gout d'un peupU optdent et corrompa porta atteinte à 
ladignitè de Cari et aubstUua tagréaèle, le joU et UfaeU» à 
la simplicUé et augranditue de l'art antique [Z). 

Ce. LENORMANT. 

(I) HilUn, Gaim^h., pi. XLI, d° 198. Ud unophige du Untée d'Alta* dibuK 
gaaee de H. Hurt, conicrratcur de « Hoite. 



Bjmiatt on Pslhoi, tsMnl une coarcniDi, accrnupgiia l'Aioanr «hu «•■' " 
chiaibra nuplialc omtt ds gnirianda d* Bcdh. I<« giaia qDÌ lecoapagM Pi;^ « 
hit «iati l'oMm d« paniinniphc, «t Hin til« , et tìmit odb eoTheSla ^lOMDt M» 
plì* de fan». Lt lambean reiTiné qa< timi l'Aniow udgne sa aaiaottea foHbrt 
■ «rtt» teina anfMitlH. 

(1) Le( j«ai falli d'argmt coMina pour pmqae taafa In Egorai altutiM tf 
saia. Lebanton da la IbnU.qni ■ diiparn, d«Tiil 4in aOH) d'vgBBt. 

(3) Matto Pio-Clem., t. IT, tar. 15. 



XIII. BftOHZB DB CHALON. 229 



BRONZE DE CHALON. 



{Man,, tom. lY, pi. sx B.) 

La figure que nous donnons, planche XX B,a déjà élé 
publiée par Caylus (1) en 1747. Elle fut découverte à Ghà* 
lon-sur-Saóne avec d*autres beaux bronzes antiques , et oette 
locatile fournit fréquemnient, depuis, des figurìnes du meilleur 
travail. La patine en est ordinairement très-pure et lisse ^ et l'as- 
pect de cette patine ajoute encore au mérite de la sculpture. Il 
parait que, dans cet endroìt, exìstèrent quelques riches villas 
romaines décorées avec un goùt très-épuré, si Ton en juge par 
le choiz exceUent des bronzes que lon y a trouvés. Gelui-ci 
est remarquable tant pour son mérìle d*eiécution que pour 
son svjet ìnuaité. 

«11 est rare^ dit Caylus, de trouTer une figure de negre 
« tenue dans une proportion si svelte et si elegante. Je con- 

• viens que laQontraction de son mouvement est uupeu outrée 

* dans les. hàncbes et dans les reins , mais il faut penser que 
« cet esclave est représenté souffrant d*une blessure qu'il a 
« re^ue au bras et 4 laquelle il porte son autre main : la téte 
«dessiaée a^ u"" 5^ prouve avec certitude qu'il s'agit ici d*w 
« negre. 

■ Ce monument est fondu massif ; les yeux sont d'argent , 
« et concourent d autant plus à produire Teffet de la couleur 
«natnreUe; il rat de la plus parfaite conservatìoiì dans tous 

(1) Ctylns, Ree. dTAnt., t VII, pi. LXJXI, n*»» 3, 4, 5, et p. 28S. 



224 XIII. BRONZB 

« les genres ; enfin , il ajoute cette perfection au ménte de 
■ sa rareté. » 

Sans partager Topìnion de Caylus\ sur le mouvement de 
cette figure , nous adoplons pleinement son jugement som 
le rapport de lart. Sa planche reproduit très-infidèlement un 
si bel originai. Elle le représente dans le sens inverse et ne 
donne aucune idée de la structure generale ni du modelé des 
muscles dont Tétonnante vérité frappe tous ceux qui ont tu 
les nègres des bords du Nil. Cette attitude contournée, où le 
corps, tout rejeté à droite, forme avec la téte et les jambes 
une ligne sinueuse^ le bras droit rapproché du corps et le 
bras gauche s*arrondissant dans une direction presque hori- 
zontale avec les doigts rapprochés,n*indiquentpas, commele 
croitCaylus, la douleur produite par une blessure, mais rap- 
pellent parfaitement ces musiciens noirs de TEthiopie qui, 
nus et les cheveux tressés, font entendre un chant monotone 
et mélancolique en s'accompagnant sur une sorte de guitare 
à une seule corde. Gelui-ci devait soutenir rinstrument de li 
main droite et en jouer de la main gauche. 

Que représente cette figure de negre ? est-ce uti difeu ou 
un hommé ? Si Von voulait y voir un dieu , il faudrait le re- 
connaitre pour un Apolion africain , assistant ayec sa soeur 
Diane Ethiopienne(l), au banquetde Jupiter, lorsqueles im* 
mortels allaient, chaque année, converser avec tes habitants 
itrépréhensibles des contrées brùlées par le soleil (2)1 

Mais Caylus dit avec raison : « On ne saurait prendre trop 
« de précautions ni trop avertir que tous les monoments ne 
« représentent pas des dieux ou n'ont pas le eulte pour ob- 
« jet. » Les Romains avaient , pour les afts, des fantaisies de 
maitres que les Grecs s*étudiaìent a satisfaire avec les res- 
sources de leur merveilleuse habileté. Les esclaves éthiopiens 



(t) Diane w nommait Éthiopieime lorfqii*ApQlloo la cimidiiJaait dktm l«a 
pient. Stcpb. Bys., v. AlOiéiciov. Le frère de Diane Éthiopienne derait porter an 
■ornom pareii 

(2) Homer., Iliade lib. I,t. 432. 



D£ CHALON. 225 

(iurent étre assez cominuns à Rome après la conquéte de 
l'Egypte. Dès le temps de Pyrrhus ils- étaient connus dans 
la grande Grece, puisque des guituSj des rhytons^ des vases 
de formes diverses, trouvés en Campanie, représentent des 
nègres, et Fon voit une téte d*Éthiopien sur des médailles 
de Delphes et de TOmbrie. En voici ia description : 

Téte d^ negre y lantót à droite^ tantòt à gauche. 
I|i. Téte de chèvre de face dans un carré creuz. 

AR. petit module ( 1 )• 

Lattribution de cette pièce est d*autant plus certaine que 
d*autres monnaies d*argent, d*un module supérieur, portent 
pour tjpes une téte de bélier avec un dauphin, et au revers 
AAA, au-dessus dune téte de chèvre de face entre deux dau- 
phìns, dans un carré creux (2). Il serait difficile ici de ne 
pas rapporter la téte de negre au eulte d*Apollon , dont , sur 
ies autres pièces, la téte d^ bélier est le symbole. 

La monnaie ombrienne est frappée avec Ies types suivants : 

Téte de negre à droite. 

^. Éléphant, une sonnette au cou ,debout à droite; dessous 
un caractère étrusque. 

M. moyen module (3). 

n est presque impossible d*assigner à quelle ville cette me- 
daille doit étre attribuée. Quant à son type, il montre qu*elle 
flit frappée après Fexpédition d'AnnibaI , qui , le premier, mon- 
tra des éléphants dans l'Italie supérieure. 

Un bas-relief du Musée de Naples représente un negre con- 
duisant un bige et précède par un guerrier grec. 

Les auteurs satyriques ne nous ont pas laissé ignorer Ies 
étranges caprìces des dames romaines pour les esclaves noirs ; 



(t) De Boiset, Estm tm- U* MéJ, ani. «le Ciphaionie et d'Uhaqme^ pi. 5, n*" 3 et 4. 

(3) Idem, Und. 

(3) Marchi, et Tesaierì, XAes grave del Mut. Kircheriano, tav. di sappi., class. UT, 

15 



t 

> 

I 



226 XIII. BROlfZB DE CHALON. 

ramertume de lear hlànie prouve qu'il etait trop souvent in<v 
rilé. 

€S9€$ 

MthiofÀs fartasse pater i max decohr hcerts 
Impìeret tahuia$, nunquam tibi mane videndus (l). 
Ai ilie sima nare, targidis labris, 
Ipsa est imago Pannici pakestriHe (3). 

Due DB LUYNES. 

(1) JoT., Sat, VI. T. 599 et i6q. 

(1) Martial, Epig., Ub. VI, o* 39. r. 8, 9. 



XIV. BBLLÈBOPUON. 227 



BELLÉROPHON ^\ 



(ilfon., tona. IV, pi. xxi«) 

Quelle qua soit rorigtne des idées que représente le mytke 
de Bellérophon, il est Constant que de tré»*-bonne heure oé 
mythe a vequ une forme toirt hellenique j et que, racont^ avec 
complaisance par Homère, il a joui dans toute Tantiquité du 
pmilége d*ÌDspirer les*artistes et les écrivains. Cette faveiir 
ne doìt pas étre attribuée seulement à l'intérét qui 8*attacbe 
partout aux épisodes iliaques; on doit reconnaitre que l*his- 
toire aventureuse de Bellérophon est d une essenoe particu- 
liènement dramalique, 6*il est permis de sexprimer ainsi; 
fondée sur Tappréciation de passions et de sentimenls natu- 
rels(l), cette histoire n^emprunte, dans ses développements, 
que la part de merveilleux strictement inhérente à l'àge qui 
Fa vu raettre en circulation : elle présente encore le tableau 
étemelleroent touchant de la vertu calomnieusement acxsusée 
et triomphant après une serie d*expIoit$ héroiques. D'un au- 
tre còte, le $ens mjstiqne qoe cora porte la fable de Belléro- 
phon ofltre une occasion de plus de lui donner place »ur les 



(*) Le rase p«int qne Von décrit ici a été trooré à Ruvo et depose aa mnsée de 
Naples , où M. le due de Luynes Ta fait deHsioer. C'est noe amphore à Tolute». 

(1) Xaripide, qat conposa » daoa la 3« année de la SS* oiyapiade, «ne tragèdie de 
BelléropkoB^ ah, trèft-porobableiBeat, Vaoiour d'Aiitéa oecopait une largf place, a^ait, 
dant la 4' aMiiée de lo 87^ olimpiade , fait représeater Hippolyte, pièoe daaa laqoeUe 
Pbèdve joae ni» t6U Àdeati^ttc. — Vaventure de Joseph et de la fauUBe de P^Uphré, 
célèbre dans le monde sémiùquo* n'ett pae moia» célèbre dias l'Europe okrétienkie. 

15. 



228 XIV. BELLÉROPHOV. 

inonuments religìeux, entre autres sur ceux dont la destina* 
tion est funéraire. 

On connait assez les scèries d'adieux que représentent des 
peintures céramographiques. Tantót e est le départ de Cas- 
tor (i), tantót Hector montant sur son char et quittant Prìam 
et Andromaque qui lui présente le petit Astjanax (2) ; ou bien 
encore Ampbiaraùs qui prend congé d*Eriphyle (3). Dans 
cette dernière composi tion le devin argien sait d^avance le 
sort qui l'attend. Il ne représente donc que la puissance ine- 
vitable de la destinée. 

La "scène que nous montre le vase dont nous alions donner 
la descrìption exprime, d*une facon plus exacte, Tétat com- 
mun des mortels qui partent sans savoir quel danger les at- 
iend sur une autre rive. 

C'est assez dire que nous croyons yoir ici le jeune fils de 
Glaucus au moment où, prèt à se rendre en Ljcie, il re^oit 
de Proetus les tablettes fatales qui doivent assurer sa perte. 

Bellérophon est représente sous les traits d'un éphèbe aux 
cheveux courts ; une légère draperie passe derrière son corps 
et retombe sur chacun de ses bras; il tient deux lances de la 
maio gauche ; de la droite il saisit les tablettes (iciva^ irruxTÒ;) 
que lui présente Proetus, debout et barbu , à demi enveloppé 
dans un manteau et appuyé sur un bàton incline. 

De l'autre coté, une femme assise, sur un siége à dos- 
sier, vétue d'une. tunique talaire, recouverte en partie d'une 
courte draperie à bordure, le cou et les bras ornés d'uo 
collier et d'anneaux, le front pare d*un bandeau, semble 
attirer sur son visage, par un mouvement de la raain droite, 
un voile pose sur sa téte, et qui retombe sur ses épaules. Cette 
action, qui dénote l'intention de se cacher, nous parait une 



(1) J. Rovlec, BuìUt. de VAead, royale de Bruxelles, t. YU, V* part^ p. 114. 

(2) J. de Witte, Descript. des wues prwen. de VÉtrurie, 1837, p. 89, a" 14).— Uà 
AQtre Tase «toc yariantes est décrit par J. 1. Dobois, Notìce d'une coU. de^vtu, amiiq 
provenant dee /ouiUesfakei en Éirurieparjeu le prince de Canino, 1843, p. 30, a* 105. 

(3) J. Ronlez, Ann, de Vinsi, arch.^ t XT, p. 206. 



' XIV. fi£I.LBRUPHON. 229 

indication matérìelle de la dissimulation avec laquelle la reine 
Anléa (ou Sthénéboea)(l)accomplit sa vengeance. Derrièrela 
princesse une suivante, également vétue d'une tunlque talaire, 
soutient un flabellum. Cet accessoire d aspect orientai pourraìt 
autorìser une explication differente pour la composition qui 
nous occupe. Si Fon nadmet pas qu'en Italie^ a Rubi, et à 
lepoque relativement assez basse à laquelle a été fabriquée 
lamphore du musée de Naples, on a pu transporter en Argo- 
lide un attribuì asiatique de la royauté (2) i il faudrait de 
toute nécessité voir dans la princesse assise non plus Antéa , 
mais Philonoé (ou Anticlia) (3) sa soeur, fille d'Iobatès. Ce se* 
rait alors le roi de Lycie , et non point Proetus, qui serait place 
vis-à-yis de Bellérophon , des roaìns de qui il recevrait les ta- 
blettes accusatrices. 

Nous devons dire, en soumettant cette seconde interpréta- 
tìon au lecteur, qu'elle ne nous senible pas la meilleure. £n 
effet, si Bellérophon remettait les tablettes au lieu de les 
recevoir, son attitude serait fort differente. Nous connaissons 
dailleurs deux ainphores de Nola et de Yulci (4) qui repré- 
sentent Tarrivée du héros corinthien chez lobatès ; or, dans 
ces peintures le roi de Lycie est couvert d*un riche manteau 
et uè ressemble en aucune facon au personnage barbu que 
iious avons nommé Proetus. On nous accorderà aussi que la 
femme assise, éventée par une esclave, donne bien moins 
l'idée d une jeune fille que d^une reine et d*une femme capa- 
ble de concevoir la passion qui a rendu A«ntéa célèbre. 

Les galets et la touffe d'algues qui occupent le premier 
pian ne sauraient étred*aucun secours pour lever nos doutes; 



(1} Homire (77., VI, 155} nomme la princesse Antéa; &ni?ant ApoUodore (l, 9, 3), 
Ici tngiqnes Tappelaient Sthénéboea. 

(2) On tronve le parasol et le cbasse-moucbe dans les bas>reliefs de Persépolis. 
KerPorter, 1. 1, pi. 48; et méme dans cenz qiie Fellows a rapportés de Lycie. 

(3) Philonoé snirant ApoUodore (II, 8, 2), et Anticlia dans le Scholiaste de Pindare, 
9d0lpnp.,Xm,6\. 

(4) J. de Witte, Catal. Durand, n*" 247 et 317. Cf, Millin , GaUrie mytk., n" 292 
et 293. 



230 XIV. BELLBKOPHOIV. 

ils semblent faire allusion à la traversie de Bellérophon, et 
n indiquent pas d'une facon précise rarrìvée plutót que le dé- 
part. En avant de la princesse assise, lartiste a place un petit 
chien , qui ne parait pasf avoir le moindre rapport avec Fac- 
tion generale, et qui dailleurs, seretrouvant sur d'autres 
▼ases de méme fabrique mèle à des scènes auxquelles il est 
également étranger^ doit étre regardé comnie un caprice du 
peintre. Remarquons simplement que cet animai, auquelsa 
race ne permei pas d*attribuer un caractère mythologique(l}, 
est tout à fait semblable à celui qui se voit, accompagné de 
quelques caractères étrusques, sur certaìnes monnaies, de 
bronze et de petit module, jusquà présent fort difficiles à 
classer (2). 

Homère, dans le récit des exploits de Bellérophòn, tei quii 
le place dans la bouche de Glaucus , petit-fils du héros, ne 
mentionne pas Tintervention de Pégase; mais la tradition qui 
fait jouer un rote considérable à cet animai divin , lors du 
combat contre la Chimère, est fort ancienne, puisque Hésiode 
dé]k lui donne place dans'sa Théogonie; après avoir cttéles 
deux vers d*Homère qui contiennent la description du mons- 
tre lycien : 

IIp^oOs X/cov, óitiOev di Spaxiiiv, (aÌvoti Sk X((i.atpa y 
Aetv^v dticoicvetouaot m»pi( (a^vo< alOojjiivoto. 

Hésiode ajoute aussitót : 

TJjv (iiv UntMw; eJXe xal Mìò^ BiXXt pof<SvTV)( (3). 



(1) Le chien infernal qui accompagne Mercare (Dabois, f^ases Canino, n" 14}; le 
chien de Créte (J. de Witte, Catal, Durand, n^ 262 ; cf. Revue numism, de 1840. p. 188 
et suìt.); le chien d*Anacréon (S. Birch, Archeologia, t. XXXI, p. 257), sont de taille 
haate et efElée. Ce sont des animaux de noble race. 

(2) Marchi e Tessierii VjSs grave» taT. di supplemento, class. IH, n*^ 6. 

(3) Theog., 323'5. La citation des denx vers d*Homère scmble prouver qne ^està 
riliade qne les premières notions de Bclléropbon étaient does,cbes les Greci do 
moina. 



XIV. BBLLÉBOPUON. 231 

A cette epoque reculée le frère de Ghiysaor semble avoir 
une pait aotive dans le combat; plus tard^ il etl réduit par 
ApoUodore au role ordinaire d'un cbeval de bataille. Sans pré- 
tendre donner une grande importatice à cette remarque, nous 
dirons qoe le tour de phraae d^Hésiode rappelle ces anùques 
coaceptìons orìentales, stuTaot lesquelles desanimaux eom* 
posés cu naturels, symbolisent les luttes antéhistoriqoes de 
certaines laoes haiiiaines(l). Il ii*est pas étonnant qu'Apol- 
iodore watÈÌ que ses contemporailia n' aient nuUement entrevu 
un bit qui n*était plus en harmotiie a^ec les idées dea mytho» 
grapbes rationalistes. Les raonuments sont là d'aiileurs pomr 
nous proarer que les peintres et les soolptenrs avaieot de* 
puis iongtemps figure Pégase servant de monture à Belle* 
ropbon (2) ; idée conforme au géme grec 

Dans tous les cas, le dieval divin n apparait, tane dans les 
teites que dans les còmpositions des artistes, qu*en Lycie et 
au Bioment où oe héros va combattre la Chimère. Nous en- 
teodons parler des recita suivis ; car à coté de cela nous trou- 
TDTis des traditionS) sans indications chronologiques, qui don- 
nentà croire queBelléropbon avait posjiédé Pégase avant méme 
davoir quitte rAcfaate. Cast aànsi que Strabon, rapportant 
Fopision désGorìnthienSy dit que Pégase fut pris par le ^une 
héros alors qu il s'abreuvait dans la fontaine Pirène (3). Une 



(1 ) :L» oaiibas «la liob bI da Uareta^ dti gtiffoot et d«s AriaMptt^ d«B gnics et 

^ PJffaà^^i le rapprochcfflent est aatoris^» mcintenant qn*U pantt ceitain qoe le 
iugne des Lycieiu est d*origine trienne. 

(2) Millingen, Anc. uneJ. mon.^ serìes It, pi. tll. Les baa-reliefs de terre calte de ìs 
eoHc^tìoB Burgob. — Ch. Pettotrs, An account ofiUeo9èrìes in Lyeia, 1S41, p. 136. — . 
Médailto aalmoiBC de Corinthe. Millingeo, MidmUUe gnc^es inédtter, pi. II, n^" 18.~ 
MédsiUe tntOQome de Veserìs. Millingen , Anc, coins of gr. cit. and Kings, pi. II, 
^ 8..— Une belle inlsUle, représentant le li^us cssqiié monte sur Pégase, est pu- 
l>fiiK iNt* M. Hase. Leonis Dute. kbe.y \B\% p. 271, ezplic. p. xxti , ttc. 

(3) Strab., Geogr^ \rr. Vili. — Pégase s'abrenTant au pied de rAcrooorintbe en 
présence de la Njmphe se Toit snr un beau rase d*argent à reliefs, prorenant de Ber- 
iboonlle. Voj. Mém. sur la coli, de vares antig., par Ang. Leprerost, pi. Vili, n* I. 
— Cf. anssi la médaiUe de Corinthe aiec le méme type. Millingen, Mèdaiìlesiatd., 
pi. Il, n^ai. 



232 XIV. BBLLBROPHON. 

monnaie de bronze frappée sous la doroination romaine re« 
présente Bellérophon dotnptant son coursier ailé devant la 
porte de. Gorintlie (1). En^Béotie, la source Hippocrène lui 
devait aus&i son origine (2). Ges citations suffisent pour faire 
Yoir quavec le temps les prétentions locales étaient interve* 
nues pour accrottre singulièrement la donnée prìmitive; il 
a di\ en effet arriver pour Beliéropbon , corame pour la più- 
partdes personnages mythologiques et méme historiques, que 
les faits devinrent plus abondants et plus précis à nlesure que 
Ton s'éloignait davantage de 1 epoque a laquelle il en avait 
été question pour la première fois. 

C*est ainsi que s'explique, à notre avis, la présence de Pé- 
gase dans la scène de départ que nous décrìyons; elle sert 
en outre à caractériser Bellérophon, et Fon sait que chez les 
artistes de lantiquité cette considération devait Temporter de 
beaucoup sur les notions de temps et de lieu. 

Le casque conique, presque ovoide, place au*dessns du 
cheval, indique encore les combats contre la Chimère^ les So* 
lymes, les Amazones. On a donc réuni ici des symboles rappe- 
lant plusieurs phases de la vie du héros. 

Notre intention n*est pas de nous étendre davantage aur 
cet épisode du mythe de Bellérophon. M. le due de Lujnes a 
donne dans ce recueil une savante notice sur rassimilation 
du héros corinthien avec Persée(3); tout ce qui concerne le 
caractère et la valeur mjthologique de ces deux personnages 
se trouve exposé dans lliistoire des religions de Tantiquité de 
Creuzer. L'éminent érudit qui a su rendre lumineuse la tra- 
duction de cet ouvrage nous proniet de nouveaux détails 
dans les notes et éclaircisseroents auxquels il met la demière 
main. C*est de M. Guigniaut que nous attendons maintenant 
la solution des difficultés que les dissertations de Banier et 
de Fréret(4) nont pas réussi à résoudre, mais sur lesquelle» 

(1) Eckbel, Doct. num. vet,^ t. Il, p. 23^- Yoyei Mordi., Fam, Tadia, 

(2) Pauaanias, II, 31,9, et IX, 31,3. 

(3) Ann. de Vinsi, arch., VI , p. 31 1. 

(4) Mèm, de VAcad. dei inscr., t. VII, p. 69 et 83. 



XIV. BBLLBROPHON. 233 

les récentes découyertes faites en Lycie doivent jeter quel- 
que lumière (1). 

Adribn db LONGPÉRIER. 



(1) Qooiqne le déchiffrement dea inscriptions lyciennes soit loin d'étre eomplet 
eneore, cependant on en uit «mcx lar ce snjet ponr qa*ìl soit permis d*affinDer qne 
la laagne da ces inacriptiona est un dialecte da Zesd. A ce point de yne, certainea 
comparaisona hiatorìqnea ne peaTcnt-ellea paa deTenir fécopdea? Par ezemple, le paa- 
ttge de Plotarqne (Moralia, De TÌrtut. mulier., IX) qui raconte de quelle manière lea 
fcmmes Ijciennea forcèreut Bell^phon à faire rentrer la mer dana aon Ut, ne peut41 
pas étre rapproché de ce que Jnatin (lib. I, e. TI, 13) rapporta de Taction tout à fait 
ìdentique dea femmea perses, et n'j a-t«il paa là un indice de communauté de race ? 



234 XV. SUR D£UX BASaBLIEFS 



SUR DEUX BAS-RELIEFS 



PROVERANT 

L'UN DE GORTYNE DANS L'ILE DE CRÉTE 



ET L'AUTRE D'ATHÈNES. 



( Mon.j tom. IV, pi. xxii , A et B.) 



I. 



Cest un fait Constant que, pour déterminer, avecquelque 
vraisemblance, Tattribution de certains monuments figurés 
qui n^ofìfrent aucun caractère bien distinct, il est indispen- 
sable d'en connaitre la provenance ; car, en rapprochant des 
personnages qui y sont représentés les données mythologi- 
ques ou historiques qui se rattachent aux lieùx ancìens où ils 
ont été trouvés^ il est bien rare qu*on ne puisse pas en donner 
une explication satisfaisante. 

Prìs isolément et abstraction faite de son origine, que re- 
présente le premier des deux monuments doQt je dois m*oc- 
cuper ici? A gauche du spectateur est un personnage barbu, vu 
de profii, le front ceint d*un diadème; il est assis sur un siége 
a dossier recouvert d'un tapis; son bras droit^ nfi ainsi que sa 
poitrine et son dos, est étendu en avant, et tenait, suivant 
tonte vraisemblance, une coupé. Sa main gauche est élevée, 
la pan me en dedans ; mais on ne peut en conci ure, comme on 
y serait porte, qu*elle était armée d*un sceptre; car, malgré la 
mutilation de cette partie de la figure, il y a tout lieu de croire 



DE GOHTTIIii BT O ATHENES. 235 

que la main était ouyerte et dans cette atùtude que les artistes 
anciens donnaient souvent aux diyinités exau^ant les prìères 
des mortels qui les inyoquent (i). Sur lepaule gauche passe 
on pan de la draperie entourant toute la partie inférieure du 
corps jusquaux pieds qui reposent sur un uiroiró^iov d'une 
forme elegante et peu commune. 

La figure qui se présente ensuite est celle d une femme de* 
bout^ vue de face, vétue d*une tunique longue et enveloppée 
d'une draperie dont un pan passe sur son épaule gauche, tan- 
dis que l'autre, après avoir fait le tour de son corps, est ra- 
mexìé et retenu derrière son dos par sa main gauche. Sur sa 
téte, qui semblerait avoir porte un diadème, un voile flotte aa 
gre des rents. Son bras droit est nu, et la main, malheureuse- 
roent mutilée, tenait une oisojfiin encore parfìiitement distincte. 
La tete de cette femme est gracieusement inclinée a droite, et 
ses regards serablent se diriger vers le personnage assis. 

A droite de cette figure est celle d un éphèbe également 
debout et h peu pròs de méme taille. Il porte pour tout véte- 
ment une chlamyde attachée sur sa poitrine au moyen d*une 
ict(p?n) ou ivopxa^ de forme ronde. Cette chlamyde, rejetée en 
arrìère, laisse à découvert les bras et toute la partie antérieure 
du corps. Le bras droit retombe le long de la cuisse, et quant 
au gauche, dont Textrémité, depuis le'Coude jmqu'au poignet, 
a disparu en partie, et dont la main manque entièrement, il 
s'élevait jusqu à la hauteur de la téte qui est tournée de profil 
▼ers le personnage prindpal. 

Enfin, à la droite du tableau est un homme dont la taille ne 
s^élève guère au-dessus du nombril de Véphèbe. Il est barbu 



(I) n est eOBStiiit qse le narbre a'ofX^ raenne indioe 4* eet aoetatoire» «t comoM 
<Hi A*y Toit non plns memi etpace Uisté Ubre pour en reoeToir oa en metal, ni aucmna 
t'Ho Aèa tenoni destina à le eonsolider, il faut que» ti on soeptre a été figaro daa§ le 
piiacipe, il Fait été in nioyen de la peintnre. Dm reste on doit bian reconnattre que sor 
bciBcoap de monnnieats fignrés, le personnage princtpal, dien on reà^ est reprétenté 
tcnant d*one main la coupé, de Tautre le sceptre , et ayant prè« de Ini, oomme biéro» 
dote, une nympbe on une déeue qui porte l*olvoxév). Yoy. Mom, inéd, tk Vinsi, de 
f^trrespondnnce archéologique , t. 1, pi. 4 et \ \ ; Élite de monumerUs céranogn^i^ 
7«««. t, !, pi. 21, 13, 31, 32, 33, 7% eie. 



236 XV. SUR OEUX BAS-RBLIEPS 

et couvert d*un ampie rpiScìviov, qui vient retomber siir son 
avant*bras gauche, et laisse à découvert sa poi trine et son bras 
droit. Ce bras est replié et porte en avant de la poitrìne^ dans 
lattitude des suppliants ; mais il présente cette particularité, 
déjà remarquée sur d autres monuments (I), que les doigts deb 
main ne sont pas étendus, mais ramenés sur eux-mémes. La 
téte de cet homme, tournée de profil, regarde le personnage 
assis. 

Éyidemment nous avons là sous les yeux une divinité su- 
prème invoquée par un morte!, auquel vìennenten aide deui 
divinités d*un ordre moins élevé ; d*où il faut conclure que 
notre bas-relief doit étre rangé panni les monuments vodfs. 

Quelles sont ces trois divinités? Est-ce Jupiter, la Victoire et 
Mercuref2)? Jupiter, Hébé et Mercure (3) ? ou bien ehcore Es- 
culape, Hygiée et Télesphore (4)? Chacune de ces différentes at- 
tributions pourraitse défendre, surtoutsi le bas-relief avait été 
déterré dans le yoisinage de quelque sanctuaire du roi des 
dieux ou du dieu-médecin. Mais si , comme me la affirm^ de 
la manière la plus positive le savant numismatiste M. Borrell, 
qui, lors de mon passage à Smyrne , a bien voulu me céder le 
marbré précieiix dont nous nous occupons, ce bas-relief prò- 
vient de Gortyne dans Tile de Crete, il ne saurait plus rester 
d'incertitude. 1^ dieu assis est Jupiter, la femme placée près 
de lui est Europe, et Féphèbe est le jeune Atymnus, frère de 
cette dernière. Nous savons, en effet, par plus dun témoi- 
gnage, que Jupiter était adoré à Gortyne avec le surnom 

(1) Vojes Visconti, Museo ff^onUjano, tav. I, n° 1. SiÙTant lesarant archéologne 
(p. 5) » ce geste anoonce qae le sopptiant est prét à recevoir la faTcnr qu^l implore. 
il indiqae platòt^ à mon aris, que la favenr est déjà obtenue. /e ne croia pas non plus 
qne, dans le passage de Qnintilien (Inai. Orai.., lir. XI , cb. 3) ^ Manms U9Ìur fondata 
vovenHum est, les moU manus leviter pandata indiqoent le geste dontil s*agit, mais 
plnt6t celoi qa*on obser? e plos fréqnenunent sor les monaments rotifs , et oà la main 
est représentée presqne entièrement ourerte et légèremeni reeaurhée, 

(2) Comme sur le Tase da Museo Borbonico^ t. VI , taT. 22, reprodait dans V Élite 
de monuments ciramographiques , 1. 1, pi. 23, p. 41. 

(3) Hébé est souvent représentée anprès de Japiler et Ini versant à boire. Voye^ 
ÉU$e» etc, t. I, p. 42. 

(4) Voyex Monuments d*antiquité Jìguréc recueiUis par la commUsion de Moret , 
p. Iti et suÌT. 



DK GOHTYNB BT DATHÈnES. 237 

d'éxaTÓjAéaio^ (1). Cesi à Gortyne que s*était consommée 
lunion de ce dìeu avec Europe (2); et Soliri nous apprend 
qu^Atymnus était Tobjet du cuite des Gortyniens (3). II èst 
bien vrai que d'autres dieux avaient des temples dans cette 
ville, ei notamment Diane (4), ApoUon (5) et Mercure(6); 
mais le eulte principal était, a n en pas douier, celui de Jupi- 
ter, de sa jeune épouse et du frère de celle-ci, d*Àtyinnus, 
quune tradition particulière faisaitfils du maitre des dieux et 
de Cassiopee (7). La Créte avait été le berceau de Jupiter, et le 
mythe de renlèvement d'Europe avait donne trop de célébrité 
à la ville principale de cette ile, pour qu'elle ne se Rt pas un 
tìtre de gioire de ce que Jupiter Tavait choisie pour étre té- 
moin du dénoùment de Tun de ses principaux exploits amou- 
reux. Ce qui prouve toute Timportance que les Gortyniens 



(1) Hesychiiis : *ExaT6|i6ato; ó *AicdXXi«v icapà *A&nvouot;' xoi Zcùc tv ropTuvtl. Cf. 
Nenrsiiis, Creta, eh. X, p. 38. 

(2) SolÌQ., cb. 17 : Gortjmam amnis Lethttus prcgterfiuit : quo Ewrttpam tauri dorso 
Gortjnii/erunt vectitatam. Tlieoplirakt., llist, <Plant,, ììr. I, cb. 15. '£v KpiQTT} 66 Xiye- 
Tftì icXàtovóv Ttva etvat èv t^ roprwaiqc 7cpò< Ky\y% tivt ^ où fu)lo6o>Ml. MvOoXoyoOat 
ii Àcini Ta^T^ ll&CyY) T^ £Opa>icx)óZeuc. Cf. Pliii.,iSr. iV;, lÌT. XII,ch. I ; et 
Hoeck, Creta, t. I, p. 1U2 et »ntv. 

(3) Le teste de Solin porte : Gortjni et Cadmum colunt Europmfratrem ; mais Sait- 
vuat, war Solin, p. 121, A, a pronvé qtt*il fallait lire Atymnum, et les éditenrs qui 
font satTÌ ont adopté cette correction. 

(4) Cest daiu le tempie de Diaoe à Gortyua qa*Aiijiibal feignit de déposer set 
rìeheiftes poar Ie« soustraire à ravidité dea liabìtants de cette Tille. Vojes Corneliua 
Nepos , Fie d*Annibal, cb. 9. 

(5) Steplìanas, de Urbihus : IIuOiov, tò iroXai, (jLevatTOcrov tTìc bt Kp-inr^] ropTvvT)c...2v 
^ 'AitóXXcovo^ Upóv im. La Tille de Gortyne eu Arcadie n'étant célèbre que |>ar son 
tenple d'Eiculape (Pansan., Uv. V, cb. 7, et liv. Vili, cb. 28), c'cst évidemment à 
l'Apollon qn*adorait la Gortyne de Créte que se rapporte le passage suirant d^Auto- 
aitts Liberalis , Metamorph. XXV : *Eiccl fiè AovCav 5Xy)v IXa6s Xoi(iòc > xai icoXXol 
&itéOvi|«xov, Occdpovc&icéaretXavitapà TÒv 'AicóXXctfva tòv Fopruviov. 

(6} Etpnol. Magn., p. 315, 24. *£dàc 5vo{ia toO *£p(JLoO icapà Fopruytoic. — Meor- 
•ÌQS, Creta, eh. X, p 38, ajonte à cen dmnités £sculape, auquel, d*après le témoignage 
àe Pansanias, Ut. II , cb. 11 , on donnait à Titaoé le surnom de Gortynien; mais je 
crois qa*il «it dans Terrenr. L*Esculapc de Tìtané devait plutdt tirar ce «amom de la 
Gortyne d* Arcadie, où il était partìculièrement adoré, que de la Tille de Gortrne en 
Créte. 

(7) Scbol. d'ApoUonius de Rbodes, II, 178. *0 Sé *ATU(JLtvoc (al. 'ATVt&voc) xaià |iifiv 
inixXy)9iv xat avròc tou ^oivtxoc* tat; 6è àXYjOaCatc , toO Aio;. 



238 XV. SUR ifEUX BAS-RELIBFS 

attachaient à cette tradition locale ^c'est qu'ìls avaient touIu 
en conserver le souvenir sur leurs monnaies, où différentes 
scènes de la legende d'Europe sontreproduites(l). Jeferaiob- 
server encoreque les deux acolythes de Jupiter n*ont pointid 
dans la plus haute expression, comme on leremarque dans 
les figures de Jun9ii> de Minerve, d'Apollon et de Mercure, ce 
caractère idéal que les artistes grecs prétaient a la divinité. Us 
se présentent plutót sous laspect d'une nymphe et d'un hé- 
ros. Je ne doute don e pas que mon expUcation ne soit exacte, 
et ] aime à espérer qu elle sera accueillie comme telle par les 
archéologues. 

C'est sans doute faute d'avoir pu procéder corame je Tai 
faìty queM. Hawkins sest mépris sur le sujet d'un monument 
qui offre, avec celuì que je viens de décrire^ la plus frappante 
analogie. Je veux parler d'un bas-relief publié dans la neu- 
vtème partie de la Descrìption des marbres du Musée Britan- 
niquè , n® 1 de la planche XXXVII. On y voit Jupiter assis 
dans l'attitude que j'ai décrite plus haut, avec cette seule diffé- 
rence qu'il occupe la droite du tableau et non la gauche. Près 
de lui est une femme debout , vétue , autant qu'on peut en 
juger d'après une esquisse assez vague, de la méme manière 
que la figure dans laquelle j'ai cni reconnaitre Europe. De la 
main gauche elle écarte son voile et regarde le dieu ; mais il 
est impossible de dire ce qu elle tenait dans la main droite, qui a 
totalemént disparu. L'éphèbe et le suppliant manquent, parce 
que le marbré a été, à n'en pas douter, brisé par la moitié. Si 
les dimensions des monuments s*y prétaient, je croirais re- 
trouver ces deux figures dans le n** 3 de la ptanche XXXV du 
méme recueil, lequel offre un personnage barbu et entouré 
d'une draperie, a gauche d'un éphèbe nu, d'un tiers plus^grand 
que lui, ef dans une pose qui difTère peu de celle d'Atymnus 
sur no tre marbré , mais qui indique encore mieux le róle que 
je prète à ce héros ; car il est tourné vers le suppliant le bras 
droit étendu comme pour recevoir une offrande, et le bras 

(I) Voycz Eckhel, D. xV., t. U, p. 312; Hocik , Crct4f, p. 98 «t auìt. 



DB GORTTVB BT 9 ATKENBS. 239 

gauche, sur lequd est rejetée une chlamyde, étevé à la hauteur 
de la téle. On distingue ensuite le bras d*un personnage un 
peu moins grand , dont la main s*appuyait sur la hanche , et 
qui devait étre celui d'Europe* La se termine ce qui reste du 
monument dont on ne possedè assurément que la moitié. 

Quoi qu'il en soit, M. Hawkins, qui ignorait sans doute la 
provenance ^u premier de ces deux marbres, a cru y recon- 
naitre Jupiter et Junon , séduit qu il était par une sorte de 
r«sseiitbiance qu'ofifrent le personnage assis et la femme Toilée 
avec une plaque de la face orientale de la frise du Parthé* 
DOD (l), où lon voit un dieu barbu et diadémé assis près d*une 
déesse qui Scarte, pour le regarder, le voile qu'elle porte sur 
la tote. Mais il résulte, ce me semble, de tout ce qui précède, 
que ce monument provieni de Gortyne, et que, par consé» 
quent , Texplication qu*en a donnée le savant conservateur du 
Musée Britannique devra étre modifiée dans le sens de Topi* 
nìon qne je soumets aux archéologues. Taime à croire qu elle 
trouvera plus de faveur auprès de lui que ma trop longue dis- 
sertation sur les nonibreux monuments où figure un buste de 
cheval. Mais qu*il ladopte ou non , j'y persisterai, comme je 
persiste dans les conclusions du roémoire qui a déjà été lobjet 
de sa critique. 

A ce» trois monuments qui forment, je crois lavoir prouvé, 
une classe tout à fait à part^ je proposerais d*en rattacher deux 
autres, qui offirent, avec eux, une frappante analogie. Je veux 
parler de la planche 36 du tome V du Museo Pio^Ciementino, 
OQ 1 on voit Jupiter assis sous la figure d un homme imberbe 
dans iaquelle Visconti a cru reconnaitre les traits d*Adrien , 
sumommé YOljrmpien (2). De la main gauche il s*appuyait sur ' 
un sceptre, et tendait, de la droite, une coupé à une déesse 
deboat 'et voilée, écartant son voile de la ^lain gauche et por* 
tant de la droite l'osnochoé. Derrière elle est un suppliant d'une 

(0 Voyez Museo ^orslefano , ^\. 54, fig. 2 et 3; Bas-^^lie/s du Parthènon, dtns Je 
Trésor ée numismatique et de gljrptique, pi. X, n** 1 1, et les JUaròres du Musée ùntan- 

'">*, t. vm, pi. it. 

(2) Mas. Pio'Ctem., t. V, p. 162 et suiv., ed, de Milan, in-8*. 



240 .XV. SUR DEUX BAS-RELI£FS 

taille inférieure à celle des deux divinités, et la poitrine décou- 
▼erte. Ce bas-relìef provient du Levant, etTon peut, sans trop 
de hardiesse, conjecturer qu'ìl a été appone de Créte. Mais la 
téte imberbe de Jupiter ni'est fort suspecte, et Tépoque attrì- 
buée par Visconti à ce monument me parait également fort 
douteuse. Au temps d'Adrien, les arts^ surtout en Grece, étaient 
loin d*offrir le 'caractère de pureté et de simplicité qu on re- 
trouve dans ce marbré ; et, d'un autre còte, on aurait peine à 
concevoir comment l'artiste avait représenté Adrienle menton 
nu, quand il est attesté par les médailles qu*il portait la barbe. 
Cette téte pourrait donc bien étre de restauration comme Test 
le bras droit. Dans le cas contraire , on devra voir dans ie 
dieu imberbe le jeune Atymnus qui a pris la place et les attrì- 
buts de son pére, et que sa soeur assiste en Timplorant pour le 
suppliant. J*ai autrefois expliqué difFéremment ce bas*reliefet 
celui dont il va étre question (1). Jy voyais^ non sans quel- 
que vraisemblance , un }^api^T7(piov ou une eù)(^in a Esculape et 
Hygiée; mais Tinterprétation que j*en propose aujourd*hui me 
semble beaucoup plus admissibte. 

Le second est le n** 1 de la planche I du Museo ff^orsUJano» 
Là, comme sur les deux marbres dont j*ai parie plus haut, on 
voit deux divinités, un dieu et une déesse, invoquées par trois 
mortels, un homme, une femme et un jeune garcon. Tous 
sont de profil. Le dieu est debout, barbu etdiadémé; il est 
entouré d*un manteau long aux pans duquel sont suspendus 
des glands en plomb (2), et dont lagencement laisse à décou- 
vert toute la partie droite de son torse. Sa main gauche est 
cachée par Tun des pans de la draperie quelle retient. Dans sa 
droite est une patere qu'il présente aux suppliants, comme 
pour recevoir leur offrande. La transparence de la draperie 
laisse distinguer le mouvement des jambes, dont Ik droite 
porte le poids du corps, tandis que la gauche repliée ne s*ap* 
pule que sur la pointe du pied. Derrière le dieu se tient la 



(1) Monum, d^ant.figurie recu€ÌiUs par la commission de Morèe; p. 127. 

(2) Yoyez Mon. d'ant.Jìg. recueillù par la comm. de Morée, p. 63. 



DE GORTYNB ET d'aTHENES. 241 

(léesse occupant la gauche du tableau. Elle est vétue d une 
tunique longue sans manches, que recouvre un péplus attaché 
sur répaule droite par une agrafe : cette tunique est serrée au 
milieu du corps à Taide d'une ceinture par-dessus laquelle re- 
tombe la partie inférieure de Tétoffe qui couvre la taille. Ainsi 
qu 'Europe sur le bas-relief de Gortyne, cette déesse tient dans 
la main droite une oìvo}(^o)], tandis que de la gauche^ de méme 
que sur le marbré du Musée Britannique, elle écarte le voile 
dont sa téte est converte, comme pour se manifester à la fa- 
mille qui Timplore. Ce qui complète la ressemblance^ c*est que 
le chef de cette famille, comme le suppliant du marbré de 
Gortjne, porte en avant, non pas la main ouverte, mais le 
poing presque ferme. Au-dessus de la téte des divinités est un 
conronnementtrès-simple faisant saillie sur le fond, et presque 
semblable à celui de ràvaOYi[Aa provenant de Créte. 

Quand on compare ce bas-relief à tous ceux dont je viens 
de p occuper, on reste frappé des nombreux points de ressem- 
blance qu il offre avec eux , et Ton ne peut se défendre de lui 
attribuer une méme origine , non plus que de les rattacher 
tous à une méme epoque, à la plus belle epoque de l'art. Sur 
ce dernier pointy Taccòrd ne peut étre qu'unanime; mais il 
nen est pas de méme à Tégard du premier.. Uéditeur du Musée 
Worslej affirme que le monuroent en question a été trouvé à 
Athènes en 1785, et que de là il a été porte en Angleterre , 
trois ans après, avec beaucoup dautres marbres. Si tei le est 
en effet sa provenance, il est bien difficile de ne pas voir avec 
Visconti dans les deux divinités debout, Jupiter sauveur, adoré 
dans le Parthénon méme, et Minerva Hygiée, dont le eulte 
sur Tacropole d' Athènes est attesté par plus d'un texte et plus 
d'un raonument. Mais ce marbré a-t-il été effectivemeut trouvé 
à Athènes ) et, en admeltant quii y ait été /roK^e par Tacque- 
reur, y a-t-il été vraiment découi>ert par ceux qui Tont vendu? 
Je veux croire que sir Richard Worsley qui avait parcouru 
presque tout l'Orient , et dont la riche collection se compose 
de monuments achetés sui: différents points , en Grece , dans 
les iles et en Asie Mineure , n'a pu oublier la véritable ori- 



le 



242 XV. SUR OEUX BAS-RSLIBFS 

gine de quelques-uns d entre eux; mais n a-t-il pas pu se faire 
que le marbré dont il s*agit ait été appone de Créte à Athènes, 
par quelque Grec ou par quelque étranger, et qu'on 1 ait pré- 
sente au riche coUecteur anglais comme appartenant à cette 
ville, afin de le lui vendre un peù plus cher? Le commerce des 
antiquités, avant rétablissemént d'un gouvernement régulier et 
la proroulgation des lois sévères qui s*opposent à leur exporta- 
tion, a longtemps fait une des branches de Tindustrie d' Athènes, 
et comme, pour plus d*un motif, ce lieu était le plus frequente 
par les voyageurs archéologues ouamateurs, on y apportaitde 
tous les points du monde grec les objets d'art qui pouvaient 
offrir quelque chance de débit. Cest ainsi qu aujourd'hui en* 
core Smyrne est un grand entrepòt de ce genre de marcban- 
dises, et enrichit chaque année, sans sappauvrir, les musées 
privés et publics de l'Europe , et notamment de rAiigleterre. 
Quoi qu'il en soit, il est Constant que le monument qui ma 
été cède par M. Borrell lui a été apporté de Gortyqe; que ce 
savant antiquaire n'avvi t aucun motif pour nie trosnper, et 
que son caractère honorable ne permei pas de le supposer 
capable d'une supercherie. Il est Constant encore que les 
deux marbres du Musée Brìtannique, celui do Mtaeo Pio* 
ClemeìUino^ et celui du Musée Worsley pavaissent, à plus 
d un égard, avoir une origine semblsble; et je n'héisite pas à les 
cdnsidérer, jusqu'à preuve du contrair^, comme fomiant une 
classe à paru Ce qui dontie encore qiielque force 4 oette opi* 
nion, c'est que, parmi les nombreux monuments votifs décou- 
yerts dans les fouilles exécutées sur l'acropole d' Atbènes ou dans 
le voisinage, et qui décoreni les divers musées de cette ville, je 
n'en ai vu aucun où le sujet en question fùt repròduit, tandis 
que de toutes les autres seènes, vainqueurs couroùnés par les 
dieux, invocation de Minerve, d'Esculape et d*Hygiée, deThé- 
sée, etc, et surtout de celles qui concernent Minerve , il 
existe phisienrs rép^titìons. Je sais bien que cet argument 
n'est pas sans réplique ; mais, joint aux autres, il prète im cer- 
tain appui à ma conjecture. Il ne faut pas , d'ailleurs, oublier 
que la plupart des monuments grecs qui existent aufourd'hui 






DB GORTYNE BT DATHÌTUBS, 243 

en Italie y ont été apportés par les Vénhiens restés loDffteiAps 
maitre» de llle de Candie. Aucun éublisseoieDt conaìdérable 
napnt été forme au moyen àge, ni dan& des temps plus ré*, 
cents^ sur l'eroplaceinent de Gortyne (1), les ruÌDes des mo- 
Duments antiqoes ont dù, comme cela arrivo en pareti cas s*y 
conserrer beaucoup plus longteinps qu ailleurs; et il est facile 
de conc&?oir que des yaiiétés assez nombreuses dun méme 
sujet aient pu y étre déoouvertes à différentes époques et en 
aient été transportées soit à Venise^ soit à Ancóne, et de là à 
Rome ou à Naples. 



IL 



Passons au aecond monument qui , bien qu il ait été déìà 
publié deux fois (2), peut étre regardé comme inédit, Unt le 
dessin de la première edition , qu on s est contente de calquer 
pour U seconde, estloin de reproduire fidèlement le travail de 
1 artiste. Ce bas-relief trouvé^ en 1840, à Athènes ou dans les 
enviroBs, a longtemps appartenu à M. Skene qui, a son de- 
pan de la Grece, l'avait depose chez son beau-frère IkL Hei- 
denstam, ministre de Suède, et a consenti plus tard à me le 
céder. Il est sculpté sur une plaque en matbre pentélique de 
0,585 dans les deux sens. 

Od y voit à gauche un personnage nu, debout et casqu» 
la jambe gauche ployée et portant de tout son poids sur la 
droitew Sous son aisselle gauche est replié Tun des pans de sa 
chlamyde^ tandis que 1 autre pan retombe le long de sa cuisae 
gauche et descend jusque sur le mollet en laissant le genou a 
déconvert, ce qui produit une variété de pHs dont l'arran^e- 
mein n'est pas aans quelque élégance (3). Cette disposhion 
avait sana doute pour objet de permettre au personnage en 

(1) Yftye» TQWcneforU Relation d*mn Fojrage d» Levant, t. I, p. 59; Sarary, Lcitres 
nw la Grece, p. 207. 

(2) La première fois dana le Journal arckéologique d* Athènes, sona le a* 670 , et la 
denzième dans celni de Berlin, pi. XXAlll, fig. 2. Voycz encore Bulletin de l'fnst. de 
corresp, arck., 1845, p. 3 et 4. 

(3) Tont ce détail a été fort inexactemcnt reprodoit dans le desiin de l'artiste grec, 
trop fid^Iement reproduit dans le Journal archèologique de Berlin. 

te. 



244 XT. SUR DEUX BAS*RRLIBFS 

question de se faire contre-poids en sappujant sar un biton 
qui n*est point indiqué sur le marbré (1)^ mais qui Favait peut- 
étre été dans le prìncipe au moyen de la peinture, comrae cela 
doit aYoir eu lieu sur plnsieurs autres monuments quej'ai fait 
dessiner à Athènes^-et que je me propose de publier. Ce bàton 
avait pour point de résistance une pierre de forme elliptique, 
qui ne peut avoir été placée là sans intention, et sur iaquelle 
j'aurai occasìon de revenir. Disons encore, pour terminer la 
description du premier personnage, que sa main droìte est pla- 
cée sur le sommet de sa téle et semble commencer à retirer le 
casque dont il est coifTé.' Enfin ajoutons qu'à droite du casque 
et immédiatement au-dessous du couronnement, on lit, en 
beaux caractères , le mot 0y)creu; , qui ne peut laisser aucune 
incertitude sur la figure en question, 

Devant Thésée se tient debout, la téte nue, et la main 
droite renversée, le ponce en dedans, attitude ordinaire des 
suppliants , un personnage barbu , assez laid , et d*une taille 
moins élevée que le héros. Il est vétu d\ine tunique longne à 
manches courtes, que recouvre un manteau dont Tun des pans 
passe sur son épaule gauche, et dont lautre, qui couvre la partie 
inférieure de son corps, est retenu par son avant-bras gauche. 
Au-dessus de sa téte Tartiste a grave les deux mots ScSctiiTro; 
Nauapj^iJo(u) , séparés, suivant Tusage antique, par trois 
points, et dont le dernier se termine par la voyelle o, au lieu 
de la diphthongue o\>, conformément à la plus ancienne or- 
thographe grecque, Iaquelle persista en Attique méme apres la 
réforme d'Euclide (2). Derrière la téte se trouve le mot ànir 
OiQxavy qui complète Tinscription (3). A la droite du tableau, 
mais beaucoup plus près de Sosippe que ne l'indique le dessin 
publié par M. Pittakis, est un enfant le corps entièrement en- 
veloppé d'un manteau, la téte ceinte d'une bandelette, etsortant 
de son manteau sa main droite, dont tous les doigts sont éten- 

(1) C^est à tort qae ce détail figure rtxr la pUncbe da Journal de M. PìllaUs «(>"'' 
celle do Journal de M. Gerhard, comme s'il éuit donne par le monnment. 

(2) V. BCaitUire, tU Diaìectis^ p. 166 D, et Franz, EUm. Epigr.gr., p. 49, 50 etj49. 

(3) Ce mot est trop recale à droite sor le dessin do la première édition et snr eelsi 
de la seconde. 



I 



DB GORTYNB ET DiiTHENKS. 245 

(lus, mais dont le pouce n*est pas rapproché du nez comme sur 
la iithographie d' Athènes et sur celle de Berlin. Son bras gauche 
parait s appuyer sur un objet dont la forme n'a jamais éié com- 
plétement indiqué par le sculpteus, et dans lequel on peut voir 
une stèle, ou, ce qui est plus vraisemblable , un autel (1). 

M. Ptttakis qui , le premier, a donne la description de ce 
monument, suppose que le dernier personnage, bien quii soit 
imberbe et d une figure juvénile, est un petit vieillard, pére de 
Sosippe, et que, par conséquent, il a nom Navarchidès, con- 
jecture que mon savant ami, M. Rizo Rangabé, a adoptée trop 
facilement (12). G*est sans doute pour fortifier cette opinion insou* 
tenable que le lithograpbe athénien a place au-dessus de la téte du 
coinpagnon de Sosippe les mots Nauap^(^o (u) olv^8v:xev , bien 
qu*ils noccupent pas cette place sur le monument. Du reste, si 
cet enfant est, comme je le suppose , le fils de Sosippe , il serait 
possible qu*il portàt le nom de Navarchidès; car on saìtquec*é- 
tait un usage assez Constant à Athènes de donner à lainé des 
enfants màles le nom de son aicul paternel. Ce nom, du reste, 
comme on la déjà remarqué(3), parait ici pour la première fois. 

Quoi qu'il en soit, le sujet de ce monument ne peut donner 
lieu à aucune incertitude. Cest Thésée , le héros protecteur 
(lAthènes, invoqué par un Athénien et par son fils, par un 
Athénien appartenant à une famillc distinguée dont les mem* 
bres figurèrent plus d'une fois parmi les défenseurs d*Athè- 
nes (4) , et qui peut-étre vient lui demander de veiller sur lui 
dans quelque expédition guerrière à laquelle il va prendre part. 

(1) Le deuinateor d* Athènes en a fait uo pilier eu assise* parallèles, mais riea de 
»emblable ne se Toit sur le marbré. 

(2) Antiquités helUniquet, t T, p. 318. 

(3) Voyez le Journ. arch. d' Athènes, p. 4 1 &, et celai de Berlin, septembre f84ò, 
col. 131, 

(4) Un Sosippe figure sor le plus récent des deux marbres de Nointel (Corp. ùiscr. 
gr., n^ 169, col. 3,1. 17), et ce marbré est, on u*eu saurait douter, une liste de guer* 
hers morts pour la patrie antérieurement à Tarchontat d*£ncUde (403), probablement 
pendant la guerre du Péloponnèse. Vojex encore dans les Mai bres du Musée Britanni' 
<fue, a? 230 (q° 1008 du Corpus inscr. gr.) un vase funéraire oh le nom de £<ó(riicico; 
»e lit en lettres ioniques de la méme epoque que relles du bas-relief de Tbésée, au- 
dessus de la téte d*un personnage en costume guerrier, la cblamyde sur Tépaule drbite. 



246 XV. sua devx BAs-a£f.i£Vs 

On serait alorci porte à croire que le héros retìre son casque 
pour le lui remettre, et lui annoncer ainsi qu'il exauce sa prière; 
ou più tòt encore qu*il 8*en couvre la téte pour marcber au 
combat avec lui. G*est, ce me semble, Texplication la plus na- 
turelle quon puisse donner d*uxi geste qu'on ne retrouve, à 
ma connaissaoce, sur aucun autre monument du méme genre. 
On m objectera peut-étre que M. Curtius a reconnu dans celle 
coiffure le irlXoc (I) ou boanet des artisans et des matelots, le- 
quel est le signe distinctìf d'Uljsse , des Dioscures et de Yul- 
cain (2); que, suivant ce méme archéologue (3), Thésée, de sa 
main droite, indique quelque Ueu aux suppliants ; que le rédac- 
teur de Tarticle consacréà cet ffvcc8D(i.oc dans le journal archéo- 
logìque de Berlin, Toit dans nòtre bas-relief une sculpture de 
répoque romaine, et croit, conséquemment, que, par une tmi- 
tation des usages de Rome, Th^e, comme fondateur de la 
démocratie à Athènes, est coiffé du bonnet de la liberté,pi/eiii 
UhertaUs (4). Blais de ces trois opinìons, la première se réfiile 
d elle-méme, pour peu que Ton examine le dessin dù à rartisle 
habileet oonsciencieux qui m*a accompagni dans mon voyage. 
On j verrà, en effet, que la coiffure de Thésée a un rebord que 
n*offre jamais le iciXoCf et qui indique manifestement une coif- 
fure en metal et non en laine foulée, ce qui lui donne beaucoup 

et >«m d'uà jeane esclaye qui porte son booclier. Il prend congé d*ane feinme issisCi 
à droite de laqaelle en est une autre debont, tandis qu'on petit enfant ae tìcnt derant 
•es genoux et lui prend la matn gauohev'M. Pittakis aotop^nae q«e ce vua« pooiraH 
bien aroir d^eoré le lombeau du Soaippe de fiotre haa4eUef TOtif. C'eat une conjectare 
qui n*e8t pas dénoée de tonte rraisemblance. Néanmoint,on se demanda ponrqnoi le 
Sosippe dn Tase n'est pas, comme celoi du bas-relief, désigné par le nom de son pére. 
Sa célébrìté était-ellc si grande qu*il dùt cnffire de le nommer ponr le faire recon- 
naltre? Il est certain que, sur unassez bon nombre de vases dont plnsieura offrent 
des guerriers revétus de lenr armare, le nom du mort n*est accompagné ni du nom de 
son pére , ni de celui de son dème. 

(1) Voy. Journ, areh. de Berlin, 1845, n'30, col. 130. 

(2) Voyez Millin, Monum. ant. inèd., 1. 1, p. 205 et soiv.; et t II, p. 119; Ch. Ottf. 
MttUer, Archeologie de VArt^ §§ 372 et 420, etc. 

(3) /Wrf, col.31. 

(4) Autserdem gesiatut die ohne Zweifel rcemieche Zeit, der dieses Monument angt' 
haert, tnelUicht se/bst die aiu Hamisthen Brauch bis in die neuere Zeit woklbekaniUe 
Freikeite^Mùtze hier zu erkennen, die etn'a den Theseus als GrAnder der Demohratie 
hier òrzeirhnen solile. Ihìd. 



i 



DE GORTYNB BT d'aTHÌUBS. 247 

de ressemblaoce avec cétte espèce de casque, dontM* le due de 
Luynes possedè un très«beau tnodèle d*origìne grecque, et dont 
il existe aussi au Musée d'artillerìe un exemplàire trouvé dans 
TAlphée (1). La vuedu dessin de M. Landron prouvera aussi que 
legaste dont parie M. Curtius n'est pas admissible, et enfin que 
Yàge attrìbué par un autre sayant à notre bas-relief doit étre 
reculé de plusieurs sìècles, et que la composition non plus que 
Texécution ne soni paa aussi grossières, aussi triviales (2) 
qu on a bien voulu le dire^ et n annoncent pas du tout une 
epoque de déeadence. G'est ce que prouvent d ailleurs les ca- 
ractères et Torthographe de Tinscrìption qui ne permettent 
guère d*a$signer à ce monuraent une epoque de beaucoup pos- 
teriore à rOIympiade 100 , cestràKlire à Van 380 avant notre 
ère (3)i Pour ma part, je regrette qu il en soit aìnsii car cetait 
Traiment une charniante idée que d*affubler Thósée dù bùnnét 
rouge^ que de faire du héros protecteur de i'Attique un pré* 
curseur du capucin Chabot et du trop célèbre />è/v Duckesne. 
Je ne yeul pas nier assurément le caractère démocratique 
sous lequel se présente quelquefois Thésée. Je sais que, sui* 
vant Topinion vulgaire, il avait remis le gouvernemént au 
peuple (4)9 que cette ojpiiiion avait été symbolisée par la pein- 
ture. sur le mur de luti dea porti^ues du Cérarnique, où Fon 
voyait Tbésée, la Démocratie et le Peuple» en face méme de 
rimage des douve grands dieux(ò); je saia qu*on peut enoore 
lappuyefde lautorité de Plutarque (6), ainsi que de beaucoup 

(1) UIy8«e lui'inéme est cotffé d*un casque semblable à très-peu de cbose près sur 
une ampbore pnbliée pi. XXXVI du t. II dea Mon. inéd, de Vinse de Corresp. arch., 
et expliqué par M. Brann, t. Vili, p. 295 et saiv. des Annales de la méme société. 

(2) iHe Atbeit Ut auch hier Hur kandwerksmaiistg , die DarsteìUng sèhr inviai. 
Jooro. areb. de l^ln, f S35, n** 33; col. 130. 

(3) Voyes Franz, Elem. epigr.gr,, p. 149. 

(4) Xcxcófir}xe & <P^(<>t) xal déXXco; i^ toù; 7to^Xo{»; di; 6T)aév; Tcapaooir] xk tt^-^^xciL 
T(j> ^|jU)> xaì d>c 2$ litéCvou frY)(iO)(paT0l;(ievot die{Utvatev, icplv f| IIctaioTpttTo; 
2rugdwiri<rsv litttvoujtdc. Paosao., Ut. t, cb. 3, $ 2. 

(o) 'Eni & t(p To(x<p t(p népav Bf)<reu; 2<m Y^Yf^^I^vo;, xal 1ì\^%^xUl xt xal ókfi' 
tio;* driXot Sé ^ Ypofv) Bvi^a etvat tòv xdcTa0t^,<ravta *AOv]va(oic il {«rov iioXiTeu£ff6at . 
Ihid. 

(6) Plntarque, Fie de Thésée, cb. 24 : *A6a<T(XeuT0v icoXiTEiav TcpoTEivcov xat dvipio- 
xpaTion^.... xat ttjv ^a^iXei'av à^etc, &ani^ aiixoXÓYve, $itexÓ9tiT]C*. rriv iroXiTeiocv. 



248 xy. SUR oeux bas-rblibps 

d'autres (1), et surtoot de ce fait que, jusqu*à une epoque tar- 
dive, le lieu, où les restes du fils d*Egée avaient été déposés par 
Cimon, servii d*asile aux esclaves et aux citoyens faibles, qui 
craignaient l'oppression des grands(2); mais je n'ignore pas 
non plus que Pausanias ne parait pas ajouter grande foi a tou- 
tes ces traditions (3) ; que le róle principal de Thésée, comme 
celui d*Hercule, est le róle de héros aXe^ucaxoc et ffcoWp; que 
e* est surtout comme tei que nous roilfrent les monuments, et 
qu*enfin sur le nòtre il est invoqué par un personnage, qui, à en 
juger par son nom , devait appartenir à laristocratie beaucoup 
plutòt qu a la démocratie. 

J*en viens enfin à la pierre sur laquelle s*appuyait Thésée. 
}SM, Stephani et Secchi y voient un objet du cultepublif (4), 
et ce dernier une de ces pierres sacrées connues sous le noni 
de bétyles, et qni se rattachent au eulte le plus ancien ; opi- 
nion qui a para douteuse au rédacteur du journal arcbéolo* 
gique de Berlin , et que je n'hésite pas un instant à rejeter. Il 
iìaiut y voir, ce me semble, une représentation abrégée du ro- 
cker de l'Aréopage, ou plutòt de celui de TAcropole, le rempart 
d*Athènes, le sanctuaire de ses dieux proiecteurs. 

Je crois retrouver encore ce symbole sur un marbré de la 
villa Albani, public par Zoèga (5) , et représentant une femme 
d*un tiers plus grande que nature , tenant une coupé dans la 
main gauche et Toenochoé dans la droite. Derrière elle, à gau- 
che , sont un enfant , uu homme et une femme voilée , tous 
trois dans Tattitude des suppliants. La partie droite qui manque, 
et où le sculpteur chargé de la restauration a place un autel, 

(1) Demostfa., contra Neceram, § 20, p. 1370, 16. 'EicetSiò òè ó OiQOtùc ovvc^xiffev où- 
Tov; xoU difi(ioxpaTiQev i'KWt[<st, Arìstote cité par Plutarque» ibid.^ eh. 25 : IIf>fii>TOc ha- 
xXive npòc TÒv 6xXov,.. . xal &9Y)xe tò iiovop^eìv, etc. 

(2) Diodore de Sicile, lir. IV, cb. 62; Plutarqne, Fie de Thesée, cb. 36. MonMTtnt 
ami M. Cb. Lenormant voit une preuve da caractère démocratique attribué à Tbésce 
dans le nom mème qae portait le béros (OiQcreu;) rapproché du mot Otjteuc» P'^ lequcl, 
si fon s>n fie au témoignage de Saidas, on désigaait à Atbènes un mercenaire. Toyes 
le Nouveau Trèsor de la langue grecque , aux mots 6i^( et 6y]Teóv 

(3) Ur. I, eh. 2, J 2. 

(4) BuUetino dell' Instiiuto di correspondenza archeologica, 1845, p. 4 et 5. > 

(5) Bassirilievi, tav. XVIII, p. 73. 



0£ GOHTYNB ET OATUSNES. 249 

devait étre occupé par un héros oa un dìeu , et probablement 
par Thésée, à en juger d'après la pierre de forme un peu ar- 
rondie qui selèye deyant l'hiérodule, et sur laquelle portait 
sans doute le bàton qui devait servir dappui au héros (1). 

Je dois dire ici que ces deux monunients ne som pas les 
seuls où Ton voie Thésée invoqué par les Athéniens. Il en 
esiste encore un autre^ conserve au musée du tempie de Thésée 
sous le n? 334, et que M. Landron a également dessiné. Le 
héros y est représenté d'une taille plus qu*humaine, daqs le 
costume guerrier, coiffé d*un casque qui diffère peu de celui 
dont il a 4té fait mention plus haut, vétu d une tunique courte, 
et portant par-dessus une cuirasse de peau, sur laquelle on 
distii3^ue un baudrier. De méme que sur notre n"* 2, le poids 
de son corps porte sur un bàton le long duquel est étendu son 
bras gauche, que recouvre en partie sa chlamyde jetée négli- 
gemment sur son épaule, tandis que sa main droite s*appuie 
sur sa banche, Entre lui et les trois suppliants qui Timplorent 
est un autel. Ce bas relief, d'une dimension un peu au-dessous 
de celui qui fait lobjet de cet article, confirme pleinement, 
selon moi, l'opinion que j'ai emise plus haut. 

Que Thésée , au moment d'une guerre , ait été invoqué par 
un general ou méme par des soldats athéniens, on le con^oit 
sans peine, quand on se rappelle que, d'après une tradition 
dont ne parie pas Hérodote, mais que nous a conservée Plu- 
tarqne, et qui ne parait pas antérieure au retour des cendres du 
héros à Athènes (2), plusieurs guerriers, durant la bataille de 
Marathon , avaient cru le voir en armes à la tdte des troupes 
combattre contre les barbares (3). . 

Ce n*est plus comme héros présidant aux combats, mais 
corame défenseur des opprimés, que Thésée se montre sur un 
bas-relìef d'un très-beau style conserve dans la bìbliotfaèque 

(t) Ce blton n'est autre que la maMue de fer ou d'airaiu eolevée par Thésée au 
bri|rand Périphétia. Yoy. Plutarque, Fh de Thésée, eh. 8 ; ApoUodore, Sift/iWA., 
liv. UT, eh. 16, $ I; Pauaauias, liv. U, eh. f , J 4 ; et Oride, Metam,^ Ut. TU, t. 436. 

(2) Voyez Larchcr »ur Hérodote, t. IT, {1.466. 

(3) Plutarque, Fie de Thésée, eh. 36. 



250 XV. SOR DBUX BAS-RBLIBF8, STC. 

de Saint-Marc à Yenise (1). Le héroft imberbe, d'une taille svelte 
et élancée, se tient debout près d*un monument d*ordre dori* 
que, en avant duquel s*élèvent trois at*bres sans feuillage. Il est 
nu, une peau de bète fauve, ou plutót une chlamyde, sur Té- 
paule (2), tient une massue dans la main glauche, et pose sa 
droite sur le front d*un taureau place devant luì. Viennenten- 
suite trois suppliants d'une taille au-desìsous de la sienne. Za- 
netti veut voir dans cette représentation un sacrifice offert à 
Hercule (3); mais il me parait difficile de ne pas j reconnaitre 
le héros ^sCixaxoc des Athéniens, ayant près de lui le taureau 
de Marathon, que, suivant la tradition populaire, il avait 
doinpté et pris vivant (4); et, si je ne me trompe, il est ibvo- 
qué par des opprimés (5), pour qu'il les délivre, comnae il a 
délivré autrefois leurs ancétres. 

Les deux ba$*relie& qui font le sujet de cet article, ainsi 
que plusieurs autres monuments figurés ou épigrapbiques que 
j'ai rapportés de ma mission , ont été déposés par^ moi au liOu- 
vre, où, d'après les ordres dii roi, ils doivent étre incessam- 
ment placet d*une n^anièt^e convenable. Gertes ils tie sètoDt 
pas indignes de figurer à coté des marbres de Nointel et de 
Choiseul, mes illustres devanciers dans ces òonquétes pacifi- 
ques, mais non pas toujours sans danger, auxquelles notte mu- 
sée des antiques doit ses plus belles acquisitions et ses pins 
précieux orneméntà. 

Ptt. LE BAS. 

(1) Zuietti, Aatìcké statue gféihé e romane tUila libreria di San Marea, roL I, 
tar. XUX. 

(2) Ce déuil est indiqné trèft-TVgaement sar U grarure. Les plis qui tomlyent le long 
du coì|M lont plutdt ceni d*aiie étof¥e que ctnx d*une peau de b^te fauve. 

(3) ZtDttttl, omvrag9 cHé. 

(4) Plutai^e, rie de Thésée, eh. U ; et Diodore de Sidle, 1. IV, eh. 59. 

(5) *Qc xal Toù 8t)9Ìwc icpoorarixoO Ttvo; xal poTjOriTtxoO Yevo{iivou, xai icpoo^exo* 
yuhw 9iXo{vOpcóinoc xòlq tùv taiccivoripeov dcrioetc. Plutarque, rie de Thésée, eh. 36. 



X.yi. BTUDS DBS NOHS GRBCS. 251 



OBSERVATIONS 

PHILOLOGIQUES ET ARCHSOLOGIQUES 

L'ÉTUDE DES NOMS PROPRRS GRECS; 

SOIVlIEft 

DE L'EXAMEN PARTICULIER D'UNE FAMILLE DE CES NOMS. 



REMAUQUES PRÉUMINAIRES. 



Oa entend repéter tous les jocits que 1 etude de lantìquite 
daàsique 8'épuÌ5e;qùe, depuis trois sièd^s qu'elle est Tobjet 
des recherches et des méditations d*un nombre infini d'hommes 
émineiits, on a dit tout ce qu'il y avait à dire tant sur Thistoire 
et la littérature anriennes que sur les motiumetits des Grecs et 
des Romains, et que, 8*il subsiste encore quelques questtons 
obscuies, il fiiut renoncer à les édaircir) pu du moins se con- 
tenter de oes explicacions conjecturales et incertaines.) après 
ksqoelles tout reste à expliquer. 

Ges assertioDs ont été bien souvent aocueiUies et le sonC 
encore, prìncipalement par oeux qui croieot augmenter par là 
rimportanoe des études relatÌTes à l*Orìent et au moyen àge. 
Il faut, ajoute-t-on, que Tantìquité grecque et romaine cède le 
pas à des études plus fécondes en résultats neufs et importants. 



y 

252 XVI. ÉTUDB 

Il est assurément fort loin de ma pensée de vouloir en dimi- 
nuer la valeur ni Tintérét, surlout au moment où les décou- 
vertes des voyageurs nous apportent de l'Egypte et de TAsie 
tant de faits nouveaux, et où la connaissance plus approfondie 
des anciens documents de notre hisloire , ainsi que des mo- 
numents de l'art au raoyen àge, jette tant de lumiè^es sur 
Torigine et les progrès de la civilisation moderne. 

Mais, sans vouloir ralentir en rien le mouvement heureux 
qui porle maintenant vers ces études, j'ai toujours saisi avec 
empressement 1 oQcasion de corabattre un préjugé qui tend 
à s'établir, et de montrer que cette grande étude du monde 
grec et romain,qu'o6 prétend épuisée, reste toujours la plus 
feconde en questions neuves et inréressantes pour tout es- 
prit bien fait. Elle est encore, après trois siècies , corame ces 
mines inépuisables, où les filons s'étendent à mesure quony 
pénètre (l). ^ 

C'est ce qui devient surtout Qvident lorsque, descendant des 
hautes questions de la critique, on examine, en quelque sorte 
à la loupe, certains points de détail, perdus dans Tensemble, 
et négligés, comme trop connus ou trop insignifiants. On volt 
alors fréquemment surgir une roultitude de faits inapercus 
jusqu'alors, qui se montrent et grandissent, comme les acarus 
oules infusoires, sous le microscope du naturaliste, et rentrent 
dans les lois généraies auxquelles on n aurait pas cru pouvoir 
les soumettre. 

Par exemple, qui penserait, au premier abord, quon peat 
retirer quelque iruit de letude des noms propres grecs, pour 
la connaissance de la langue, des usagea ou de rhistoire, et quii 
peut y avoir quelque chose de neuf à dire sur la théorìe de 
ces noms, après le LXVP chapitre da Jeune Anacharsis? 

Pourtant, avec un peu d'attention, on s'aper^it bientót que 
sur ce pointy comme sur tant d autres, on ignote une foule de 
choses intéressantes , et qu'il reste à résoudre un grand noni* 
bre de difBcultés, tant sur rétymologie de plusieurs d eotre eux 

(t) Voyez la préfacc da Memnon, p. xi. 



DBS NOMS PROPRES GRBGS. 253 

que sur ìes règles de la dérivation ou de la composition des 
noms propres ; or, ces règles sont parfois indispensables à con- 
Daitre pour patvenir à lire correctement les inscriptions et les 
médailles où ils sont fréquemment tronqués et illisibles. 

Le champ de cette étude et de ces recherches s*est surtout 
fort agrandi depuis que la publicatìon du Corpus inscriptio- 
num grcecarum^ et des savants recueils du méme genre qui 
1 ont suivi , a donne une impulsìon nopvelle a Xèpigraphie 
grecque, Ces recueils ont fait connaitre une niultitude de 
noms propres dont ne parie pas Tantiquité classique. Beau- 
coup d*entre eux, qui paraissaient singuliers et étranges, ont 
été habilement rainenés à lanalogie de la langue, tant par Til- 
lustre auteur du Corpus^ que par MM. Sturz (1), Lobeck (2) et 
Keil (3). Les noms propres ont éte reunis en Dictionnaires y d a- 
bord par M. Crusius(4), plus complétement parM. Pape, dans 
un lexique special (5), et par les savants auteursdela2*édition 
du Thesaurus d*H. Estienne. Ces estimables travaux rendent 
dès a présent cette étude plus facile, en épargnant beaucoup 
de recherches pénibles. 

Elle n aurait d'autre utili té que de servir à rectifier les le- 
gendes des médailles, et à mieux lire les inscriptions , qu elle 
pourrait rendre de précieux services à des branches inipor- 
tantes de Tantiquité. Mais cette utilité peuts'élever plusbaut, 
en nous.révélant quelques faits inconnus qui intéressent l'his- 
toire, la géograpbie et la connaissance des usages ou des mo- 
numents. 



(1) Ojpusada noiumUa. Lip§., 1S2£^. 

^2) Dans le Paralipomena Gramm. grate, Lips., 1837; et le Pathologia Sermonis 
grceci, Lips., J843, 

(3) Specimen onomaiol. grac, LipB., 1840. — iinaUcia epigmphiWf tf/c, Lips.» 
1842. 

(4) Grìeeh.'deutsches ffarterbuch der Eigennamen, Hanorer, 1832. 

(5) Wcerttrbueh der GrìeekUchen Eigennamen. Braanschw. 1842. 



254 XVI. BTUOB 

PREMIÈRE PARTIE. 

OBSERVATIONS GÉNÉRALES APPLIQUÉES A LA CRITIQUE 

DES MONUMENTS. 



$ !• Classification des noms propres; jìgles à remarquer dans 

lafornuUian de quelqne^uriA, 

On peut proposer dìvers modes de classifica tion. Voìci celle 
que je préférerais , parca qu'etle se fonde sur celle cpie parais- 
sent avoir admise les anciens èux-mémes (1). 

On les diviserait en deux classes : 

Les òvo(itaTa 6eof(ipa, qui contiennent un nom de di- 
vinile seul, ou compose avec un autre mot, tels que Aiovvoto; 
et Atovi»(ró^a>po( ; 

Les 6v(i(&aTa «Dea {non tRpins) simples ou composisy corame 
AyyeXo? et ÀyaOocy^eXo^. 

Ghacune de ces deux grandes classes peut se subdiviseren 
deux genres : les simples , àiuXa ; les composés, otSvOeTff , for- 
més le plus souvent de deux termes. lei s*arréte la cìassifi- 
cation des anciens, mais on peut Tétendre plus loin. Ainsi 
dans la classe .des aOea, on distinguerà : 

Les simples formant deux genres : les />rì)7tiVi/ì comme A^" 
ycXo^ ; les derivés, comme AyyéXCQdv. 

Les composés qui se forment: 

1^ D'un a^ectif et d'un substantif, Àyettoy^o^ ou Àv^pa* 
yaOoc. 

2^ D'un subfttajEitif et d'un verbe, Àpai^i^pc et ADpLaYnTo;, 
ou AYifJLaycdv. 

(1) Atheo., X, p. 448, E. 



DES NOMS PROPRB& GRECS. 35S 

V D une particule^ avec un substantif ^ un adjec(ìf ou un 

Dans la première clas^ei celle dea 0«o9<Ìpa ^ od disùnguera 
également : 

Les simpiesy qui soni pnmitifsj tels que ApT8(AiC| A77ÓXXa>v, 
tf\Lii^ j eic.^f ou dérMsj conimeA7o<, Àiiov, ÀpT^fAiav, Ap- 

Les composés &e forment| 1"* d'un nom de diviniti avec un 
second terme, comme À6iivo$€apo( et AdvivaYÓpa^ ; 2** de 
denx noras de divinités , commé ÉptASfot^iiTOc , Sap aira[Ji{ii»y, 
Ép|iairC«>v, età 

On remarquera que, dans les composés aOea, les deux 
termes peuvent toujours se renverser ; ainsl Aìv7}atà7)p.o$, et 
Aii)|t«iveT0C9 Àp)(^^€auXoQ et BavXap}^0(, iiriroxpoéTT); et KpariTr- 
xoc ou KpaTy((ri7riro< , etc. Il faut toutefois excepter, parmi ce» 
noms, oeux qui commenoent par une particule, adverbe ou pré- 
posìtion, attenda que ces prticules nese mettent jamaisà la fin*. 

Dans les composés 6£09Ópa, les termes ne se renversent 
jamais; par exemple, À^vaYÓpocc, Aia'y<ipac, ne deviennent 
jamais ÀyopaOiffvoKoc , Àyopct^iQ^ ou Àyopa^uav. Il nexiste, à 
cette règie, qu'une seule exception, qui sera ìndiquée plusbas. 

n est facile de comprendre tous les noms propres de la 
laDgue grecque. dans cette qlassification , en y introd^iU9nt 
des subdivisioDS plus ou moins nombreuses; ce que j'ai 
tàcbé de faire dans un travail particulier. Il en est résulté 
plusieurs règles de composition qui n ont point été remar- 
quées, et dont loubli a conduit M. Pape lui-méme à introduìre 
un bon nombre de noms barbares qui n*existent pas et ne peu* 
vent exister. Je me borne à indiquer celle-ci : 

Le terme final de tout nom compose de deux termes peut 
étre de deux nature» : 

Ou c*est un substantif ou un adjectif usité dans la kngue , 
comme x>.eiT({;, TCopiT^oc, aìver^i;, drvOo; , apiaro; , apaT<>;, etc. 
Dans ce cas, le terme final peut étre employé comme nom pro-^ 
pre; et, en effet, on trouve les noms de KXetTO< [ClUus)^ 
Av6o^ , IIo(jL7ro5, AiveTo; , ApaTo;, etc. 



256 XVI. ÉTtJDS 

Ou bien cest un derive verbal qui n'existe pas sous cette 
forme, tels sont ayopa;, a^xv)^, oìko^y avia;, pouXo;, ^ixo^, ^o* 
T0(, ^a>po^ , et soixante autres. Ces finales ne se trouvent qu en 
composition , et ne forment point un nom propre à elles seules. 
Il est aussi difficile de trouver les nonis de Ayófo^^ Ayx%;^ 
ÀXo;, etc., que ceux de BouXo;% Atxo; ^ Aóxo< , Aoto^, Aupo;, 
excepté le Ac^po; , chef de la nation dorienne, dont le notn n a 
rien de commun avec le itùfoq qui entre en composition. 

D'après cette règie, il est fort doùteux que Tinscrìption (pré- 
cédée et suivie de B0YA02 EPOIEI) du prétendu tom- 
beau d*Homère, dans Titedlos, sur laquelle on a tant dtsserte, 
soìt antique j parce que difficilement un ancien Grec aurait 
employé le nom de Bou^o; (1). 

Je crois qu*elleest Toeuvre de quelqae Grec moderne de nie^ 
qui aura voulu donner crédit à la tradition du tombeau 
d'Homère. Le fragment mutile antique^ déconvert depaìs, 
portant seulement les lettres B0YA02 EPOiEI, débris 
d*une inscription plus longue, me parait étre l'originai de 
lautre. Je pense que ce nom de B0YA02 n'est ici que U 
reste du nom antique mutile, qui devait étre EYB0YA02, 
GE0B0YA02, KAEOBOYAOZ, ou toutautre compose 
de cette terminaison. 

Une observation qu*il faut avoir devant les yeux , quand 
on veut déchiffrer un nom altere ou tronqué sur une inscrip* 
tion ou une médaille, cest que ce nom, quand il parait avoir 



(1) M. Ross croit à ce nom, Kelsen aufden Griech. Tnseln, I, S, 156, ff. — IH, 
S. 152, 153. M. Welcker le jage possible, d*après les noma dérWés BouXceuc «tBov> 
XflAv f auxquels on pent ajonter BovXeCdv); ^ d^après a&e intcription da masée du Loq- 
▼re, BovXi; (pour BoOXio;) et Bo^iXio^. Mais ces dérirés ne sopposent pas plas BoùXo;, 
qne NixCoec et AiX(i>v ne supposent Ntxoc et ACxo; , qui n*existent pas. Ed favear da 
nom de BoùXo^, od a dernièrement esaayé d'opposer le nom de BiSXo;, qoi détign* oa 
philosophe appelé anssi AYi{*óxpiTO( (Snidai, v, BdXo;» t&/^tt« annotat.), et l'oo « 
pensé que c'érait la forme doriqne de BoOXo^. Mais, comme ce personnage était oéen 
Égypte, à Mendès, il se scrait appelé BoOXoc» selon le dialecte commun, et non BAXoc, 
forme doriqne étrangère à ridiome grec parie cu Ég^te. lì est dair, comme Ta re- 
conon M. Pape» qua Bà»Xo; n*est rien «otre choae qne le mot grec pc5Xo( {g^^)t 
employé comme nom propre, aiosi qne d'autres mota d*objets natarels, dlvOoc» &eTÓ;, 
póX&K, xC<rao;, etc. 



DBS NOMS PROPRB8 GKBCS. 257 

une physionomie grecque, doit pòuvoirétre facilementramené 
à une racine de c«tte langue. Il y a des exeeptions, mais en petit 
norobre, qui se trouvent principalenient en Italie, en Thrace, 
en Macédoine, en Asie Mineure et au Bosphore, noms locaiix 
qui probablenient proyiennent d'idiomes etrangers. 

S IL Bigie pour la restitution des noms altérés ; son applica^ 

tìon aux légendes des médaillès. 

Il faut remarquer encore que le bon sens a preside à la 
fomiation des mota composés , en sorte qu'il y a toujours par- 
tite convenance entre les dilTérents termes de la composition. 

Il suit de là que, si Ton renoontre un nom propre de forme 
grecque, simple ou compose, qui paraisse seloigner de Tana- 
logie ou blesser le seus common, il y a beaucoup à parler 
qu'on laura mal lu,par suite de Fincertitude des lettres plus 
ou moius effacées ; ce qui rend presque inéyitable la confusion 
de celles dont la forme est semblable; comme A, A et A J I , 
r, T etY;E, X, I, Zet=ou5; H,P, Tletri;€, 
C , O et O. Il conyient donc, avant d*adopter de tels noms, 
de iaire quelques efforts pour les ramener à leur véritable 
forme. Ma propre expérience me permet d affirmer qu'on y 
réuMira très-souvent , sinon toujours. 

Si uotre excellent Mionnet, parfait connaisseur en me- 
dailles, avait été plus verse dans la langue grecque, il n aurait 
pas embarrassé son précieux catalogue d*une foule de noms 
impossibles, dans la forme qu'il leur a dpnnée, comune il me 
serait facile de le naontrer, au moyen des Tcctifications que 
j ai faites à la liste de ces noms. Je la réserre pour un autre 
travail, parce qu elle est trop considérable pour étre ajoutée à.ce 
mémoire, déjà beaucoup trop long. 

S III. application aux légendes des pieires gravies et 

aux inscriptions lapidaires, 

le vais à présent iàire quelques applications des principes 



258 XVI. BTUDB 

que j*ai indiqaés ci-d^sus, a un certain ncMohre de noms prò- 
pree) quon n a pfui 4>ien lus , cu de formules qu*on n*a pas 
bienoomprises» 

Si, des médailles, on passe h d'autres genres de monu- 
ments, od IrpuTe beaucoup dexemples à oiier de noms que 
de très-légers changements peuvent rendre a toute leur in- 
tegrile. 

Pausanias cite un artiste nommé APPAXIflN (1), qui 
ne se rattaehe à aucune racine. Il faudrait APAXNIfìN, 
derive de Àpajrvi? ou APPIXIXIN, venant de Ap^i^^c 
[panisr^ oorbeille), Cest don e avec Conte raìson que le demier 
éditeurde Pausanias, M. L. Dindorf, ayant trouvé Xffvim 
dans un mantiacnt, a elfacé lancienne le^on^i dont cet habile 
hoknme ne pouvait qu'étre choqué. La oonjecture au niojen 
de laquelle on liaait le uom d'APAXlON sur un vase^doit 
élre abandoonée (2) définitivement* 

Un autr« nom inadnmsible est celai d'un peintre grecque 
Plihe appaile Jlntondes .(À^tr^^iir^) (3)» uom qui ne peut «e 
rattacher à rien. Les cupi&iea n auront pas compìis l'abrévU- 
tion AntorìJes pour Jnienaridea (Àvt[ii|vjo(}i^71()* 

DanS' une inscription d*Éphèse, publiée par Pooocke» «t re- 
produite plusiéurs fois d'après sa copie ^ e| fiiQaleine.nt par 
M.BcecUi(4)9 il est questiondu KuìfUwt PyiTAoHy/iUd'Hé^' 
catocalès (PYPPHN EKATOKAAEOY EPOIHJEJ. 

Le docte interprete, en marquant ce nom barbare d'un 
point d 'interrogation , indique quii le eroit altare. Dans 
le fait, ce nom est impossible, et, pour le rendre excéllenl', il 
suffit de retrancher TA que Pocecke a mis, par err«or, ataiit 

le A. L'originai portait certainement EKATOICAEOY 

(ÉxaToxX^ou pour ÉxaToxXlou;, selonlorthograpbedu temps)^ 
Le nom d'Hécatoclès (ÉxaroxXtic) est celul que porte un ma- 



(!) vin,4o, 1. 

(2) Raoul Rochelle. Lettre à M. Schnm, p. 34 

(3) XXV, IO, 30. , 

(4) Corp. inscr.f n" 5987. 



DBS NOMS PBOPABft GBBCS. 2&9 

^utntt, sur up« monoaie de la mémis TÌlle (1); péiiNétre est* 
c« U niénie personnago ou qiielqu un de sa fomille. La finale 
lùA^ «6 trouve iouvent après un noni de dieu : ÀtoxX'nc? A6ii)« 
voxXii^ 9 et€. Or, le premier membre EKATO est fonné^ 
commeon le verrà pkisbasyde répiibète ixatoc^ qui e&t celle 
d'ApolloQ. 



m w m^ 



Entre les rè^les qui, chez les Grecs ^ ont preside à la fbrma- 
tion des noms composés, il en est une dont ils se sont bien 
rarement départis; c'est celle-ci: sauf les sobrìquets ou noms 
iroTiiqueSy tout compose ezprlroait une idée faporable ou de 
hon augure. T!o\xi nom qui exprime Tidée con^raire estdonc, 
par cela méme , suspect. 

En voici un exemple : Grégoire deCorìnthe donne un nom 
propre(dont il n*est question nulle autre part), celui d't^poc- 
yópa(2)9 féminin de Tépajcipac* Ce nom est inadmissible^ car 
il ne peut venir que de i6pi<* Mais, d*abord, on aurait dir 
I SpiOToyópa; , comme de 0é|Ai( on avait forme ©ef&uTToyópa^ , 
depricTOY^vT)^ , OmiffTOxX^C , etc. Ensuite, tous les noms com* 
posés de ce genre ofCrent un sens favorable à colui qui le 
porte, comme Eùioyo'pa;, IIvuTaYopcc;, Àyvay«{p«{, ÀpTe(x.ayo- 
pa; (3), Ku^paYÓpa, soeur d'Agamemnon (4), etc; celui-ci cho- 
querait les h^bitudes grecques. Je lis donc sans hésiter À^a- 
fófo^j parce que Tadjectif àSptf; est fort bien place comme 
épithète laudative. À6po;, dans ce nom, signifiera, soit ma*** 
gnìfique y pompeux ^ efe^e(ainsi, à6pà ^oeiveiv et ec^po^iaiTo; , 
épithète ironique de Parrhasius); soit mollis, delicatus; tei est 
A6po»ipLi)^, épithète de Bacchus, et nom propre d*un satnape 
persan cité par Xé^OjphpQ ($) et Isocnnte (0) , ainsi iqiie d'un 

(i)Hìi»ii«t, tt m, p. 9i. 

(2) DedÌ4ilect.,^.Wì2. 

(3) Le premier tenne e«t radjectif d^}TC{iT}; , non pa« le nom d"'AptC(i.ic. 

(4) Schol. in Eurip. OresLyY, 33; et non KuvSporfópa, comme porte le textc. hf pre- 
mier terme est l'adjectif xu^( (glorUux), De méme Ku6pf>Y^^> > *I"' donne ose in»- 
'Tiption (Ross, Inscr. ined.^ fase. ITI, p. 26). 

(5) Anab., I, 4, 3 et alibi. 
(fi) Panegyr., % 32. 

17. 



260 XVI. BTUDfi 

des fils de Darius (1) , dont les Grecs avaient trè$*probabIeinent 
traduit, par un équivalent grec, le nom persan , trop dur poor 
leurs oreilles délicates. Par là s^expiiquenatureUement ce nom 
d* kSfoxé^LTi^ (qui étonnait Vaickenaer), ainsi qne <^ux de xice- 
pav67)c, autre fils de Darius, et de <&fltt&i[t7i , une de ses filles; 
ce sont des noms purement grecs , dont il faut se garder de 
dénaturer Torthographe , en écrivant, conime Font fait quel- 
ques éditeurs, À6poxó|Aif}^ (avec esprit doux), et <^ai&up, 
qu un savant orìentaliste a rapproché du nom moderne de 
Fatime{2)j quoique le nom de Fatime soìt arabe, non persan. 

La règie dont je parie empéche d*adniettre tout nom de 
ce genre, dont la composition serait d ailleurs régulière. Abs 
Pline (àit mention d*un peintre grec quii nomme Mechopa 
nes (3). A la place de ce nom barbare, on a propose de lire 
NicophaneSy qui est une conjecture très-vraiseroblable. Je 
n'en dìs pas autant de Moechophanes^ qu'on a aussi propose (4), 
Quoique celte conjecture soit encore plus près du texte, et 
qu elle donne d*ailleurs un nom bien forme, je la rejetterais, 
parce qu'un Grec aura difficilement porte un nom, dans 
la composition duquel entre le mot |x>oi)róc, adultere. Les 
noms les plus Toisins seraient Menophanes ou Metrophanes. 
L*un ou Tautre sans doute est cache sous le barbare Mecho- 
panes. 

D*un autre còte, il j a certains noms qu'on* a crus faux, 
et qui ont, en conséquence, rendu suspect le monumentqui 
les porte. Mais, comme ils sont a la fois excellents et très- 
rares, il n*est pas présumable quaucun faussaire s*en fùt 
avisé. 

Une pierre gravée, du musée de Florence, porte les lettres 
AM<t>0, queGori a lues AMODTEPOZ. Kcebler^ secar- 
tant, sans motif , de cette lef on excellente, a imaginé drrerses 



(1) Herod., VII, 124- 

(3) Hammer, Geschiekte das OsmanUchen Reiehes, t ì, p. 565. 

(3) XXXV, 11,40. 

(4) Raoul Rocfaette, ou¥r. eiié, p. 350. 



DBS nOMS PaOPRKS GRSCS. 261 

manières fort étranges de lire ces quatre lettres. Il n*y a rien à 
cbanger au complément admis par Gorì ; encore moins faut- 
il le sapprìmer, cornine on a propose de le faire (1). D*abord' 
le nom AMOOTEPOZ es^ excellent et se retrouye plusieurs 
fois, conime celui d*ExaTep<ic, qui paraìt en étre le synonyme 
{Ambidestre ?)i de plus, il n*y aque ce seul nom qui puisse 

se rapporter aux quatre lettres AMOO. Voilà pourqùoi fan* 
cien artiste ou propriétaire aura pu s'en contenter. Pour un 
Grec, ce nom était aussi clairement exprimé par ces quatre 
lettres, que s'il eftt élé entier : c'est assurément là ce dont 
ne se serait arisé aucun faussaire moderne. Je n*ai point tu 
la pìerre; mais, d'après ce seul indice, je la tiendrais pour 
antique. 

J en dis autant d*une pierre grarée de la méme collection , 
également publiée par Cori, portantle nom de NYMOE- 
rCt)C. C*est à tort qu'on a douté de ce nom (2); il est excel- 
lemment forme, comme Mouajpcd^, Èf^i^ia^ (3)» Xpu9lp(ac, 
IIat)^pft>^, et tellement rare (puisque cet exemple est le seul 
connu), quii ne peut avoìr età non plus invcnté par un faus- 
saire moderne. Le monument où il se trouve doit étre sorti 

« 

dune main grecque ou romaine. 

La méme théorie s*applique à une intaille que possédait 
Lessing. On y Ut le nom ANTHP02, surlequelKoehlersetait 
fort méprìs. On a hésité sur 1 etymologie de ce nom , qu*on 
a cru pouToir rattacher à oévrio» ou acvToéa>, comme dvTì(p7i( , 
ou considérer comme identique avec ovOupóc, fleuri (4), par 
le changement da 6 en T, dont il y a une foule d*exeia- 



(1) Le Bi^e, p. I té. 

(2) Le néaie, p. 145. 

(3) C'est la Terìtable forme de ce Hom. "fipjjispoCy <ÌAii» une ancienne épigramilie, 
est noe fante à corrìger, comme Ta remarqné M. Jacobs {Antk, Patata ^PP*f ^ 209). 
n lint lire *Ep{ftip«0<^, an lieu de *'Ep(upoc de. On a dopné a Nu|i^ptpM< 1* forme la- 
tine Ifymphenu, comme deXpvatpw<(Tbeophil. ad Aui., IH» 26)« on a fait Ckrjtorus 
«l Ckrjxenuiyon., Hùt, gr., p. 41fi, Weat.). C'ett Chrjrten», Njmpk«ro», Htrmetos^ 
<|n'U fatit écrìre en latin, comme Ero* et Antttvs, 

' (4) Raoul Rochctte, ouv. cUi, p. 116. 



262 XVI. BTUDe 

ples. Cette dernière orìgine est la seule vraie ; mais cesi là une 
orthographe rare (cornine Neuavtoc pour N«J«v6oc), doni ja- 
mais aucun foussaire moderne ne se serait avisé. U est donc 
eertain que la pierre est antique. 

On ne connaìt poìnt d'auti^ exemple du nom propre AN©H- 
P02} mais fen découvre un du superlatif de avtìtip<{«, dans 

une inscrìption où ée trouYe un nom écrit AN6H 2 (1); 

la lacune de cinq ou aix leltrea ne permet pas de lire AN- 
6H[(>o]2 ; mais, comme les lettres AN6H ne peuyent commen- 
cer que ce noni, ou aes dérìvés, il n'j a point dedoute quon 
oe doWe lire ANeH[POTATO]2. On connait bien d autres 
exeniples (2) de noms propres qui soiit des superlatifs, nius- 
T0(, KfltXXuTTO^, MoxapraTO^, <&jpTaToc, etc. 

L obacrvation que je TÌens de faire sur le nom AM^Orcpo; 
peut conduire à rectifier un autre iìotn qui a donne lieu à 
bien des interprétations difierentes ; c*eat celili qui est éxpri* 
me par les lettres ZITTOZHOKAI AYMA sur un vate du 
musée de Naples. Zannoni lit KITTOZ HO KAIAYMA. 
Càiusj fils de Cmlfmas, Il n* y a rien à dire de Kitto(, forme 
attique de K.i090^; mais KAIAYMA serait un nom bien 

étrange. Je propose de lire KJTT05 HO KAI AYMA 

[jjo^J : KiTTOc ^ x«ì Au(i.a[j^oc], Cissus appelé aussi Lymachus, 
Ce ttom est la sjncope de Au<t^[x.apc, dont on a un exeniple 
sur une médaille rhodienne (Au[jL{jLa^o$) (8). Ainsi : Zi&pt^ro; 
pour 2ci)<r{[ia^o^, dans une inscrìption d'Olbiopolis , pour ne 
prendre que la firiale p^a^o; , et sans parler de 2c&(iSpoToc, 
2c&^fivoCy 2(&icaTpo^ , 2éSicoXK^ ZcDXpdhrv];, pour SctiaCiiSporoc , 
2«i>9i^evo(, Soffiirarpoc, 2a>fftiroXi^, Sdtiaixpary); , etc. (4). 

J'ignore s'il y a quelques lettres après AYMA , mais cela 
n'est pas plus nécessaire qu*après AMOO^ parce que 
AYMA ne oonyenant qua Aupiap^, comme AMOO à Ap 

(1) Corp. Mscr.^n^ 2664. 

(2) Keil, Ahalecta epigmpkiea. Me, p. tf9. 

(3) Mionnet, Suppl,y VI, 591. 

(4) Probablement SQQIOl d*une médmlle de ByiMUct (Micnaet, I, p. 378)» «e doit 
lire ZQIIinOSy L'ommc il y a dans uoe ìutcrìpwm {Corp» ùuer., •* 834)» pour 

luumios. 



DES NOMS PEOPBBS GRBCS. 263 

tfixtfo^ 9 on ^oUVait abréger le noni sans làiàfter d'ihcertitude. 
Etì ètfeìy sur une méd^iUe d'Apollonia (f), Miotinet a la 
les quatre kttres AYMA , qui sont «Svidemtnetit le nom 

Le nom 0EO5OTO2 , sur un vase autrefois de la collec- 
tìon Duradd (2), est aussì contraire à touie analogie. M. Welc- 
ker (3), qui Va bien senti, a propose de Rré 0EOAOTO2 ; 
mais, comme le A ne petit guèrc, a l'oeil, se confondre avec 
£ , undis que cette confukion entre £ et I est fàcile et com- 
mune, je suis convàincu quii y a sur le vase ©E0I0T02, 
qui rerìent à OEO AOTOZ ^ par suite de Tempio! du Z 
pour A (4), doni la prononciation était voisine (5), 

On a douté, à tort^delalégitimité du nom ^ovo^o;, a prò- 
pos de ce fragment d^inscription copie à Athènes et récem- 
ment publié (6), 

/ON 

ANOMAXO 

EPOEZS 

dont la première ligne contient évidemment la fin du nom 
d'un scuipteur, qui sera Mixcav , rXuxClOV , FXauxcùv , Ilcixcdv , 
ou tout autre nom ayant telle finale, sans qu on puìsse 4éci« 
der lequel. 

Un savant hellénìste d'Atliène^ prétend (7) que cette inscrìp- 
tion n a jamais existé. Cela ne parait guère possible, puìsque 
M. Raoul Rochette^ qui la publiée, dit que la pierre est 
une base de statue honori/iquej au nombre des marbres antiques 
qui se trouvent sur l'acropole. Le nom de 0ANOMAXO2^ 



(1) Leméme, t. HI, p. 317. 

(7) De Witte, Catalogue Durand, n" 884. 

(3) Rhiin. Mhs., «mi. 1839, p. 149. 

(4) Best, ad Greg. CorìaUi., p. 167. 

(5) Depais que ceci est écrìt, M. de Witte m'a dit qu^cn effet le vase porte 

eEoxoTor. 

(6) R«od1 Rbbhette, oup^. cilé, p. 162. 

(7) Raogabé, Lettn à M. de Saulcy, daof la Rtvuè archéohgique, t. !!, p. 133. 



264 XVI« JBTUOB 

t 

déjà coiiDu pardeux autori tés aiiiques^ une ii|8cri|>tion(l) et 
Thuc7dide(2), est excellemment compose (de ^cc^ù^y^fiam* 
beau) ; c*est un synonyme de Àai(JLat^o{. Mais ce n*esi pas une 
raison pour le substituer à celui de OANOXOC, dans un 
passage duscholiaste d*Aristophane (3), àpropos du pèredu 
scuipteur et peintre athénien Micon^ {h il ^aciojou xM^). 
^M. Raoul Rochette a fonde cette substitution sur ce que ^a- 
voxo( serait difficilementgrec; mais il n'est pas moins attique 
que 4>oevo[X0e]ro^. La finale des noms composés du yerbe 1)(ìù est 
aussi fréquemment o^^o^ que oxijpq ; ainsi '^vio^oc, yainfo^o^; et, 
parmi les noms propres, Ae^o^o^, MytrUyo^, À^io^^oc, Amo^^o;, 
qui est synonyme de ^ocvo^oc, comme AatfMcj^oc l'est de 4a- 
vcifiLo^oc ; d'où il suit que le scuipteur cité dans Tinscription , 
s'il s*appelait Micon^ ce qui est incertain, ne peut étre (ainsi 
que la cru M. Raoul Rochette) le célèbre scuipteur et peintre 
athénien de ce nom , puisque le pére de celui-ci se nomroait 
*avo)^o;, et non *avó{i.aj(^o;. 

Il est un autre nom, qui a été soupconné, sur une médaille 
d*Acarnanie, à saToir BA0YO2 , que M. Pape marque d*un 
point d'interrogation. Ce peut étre le génitif inusité (pour 
PaOsoc) de Bà6u( ^ prìs de l'adjectif Pa6uc y sans autre chan- 
gement que le transport de 1 accent ; tels sont les adjectifs 
Oapou^ et Opaau;, Pp^X^^i ^^^(> à^oiii se forment les noms 
propres 6apau^, 6paqu(, Bpa^u^, l^u^y dont les dérìvés cu 
diminutifs,,iXo;, uXo^ouu^Xo^, se trouvent très-souYent. 
Ainsi ^ io^uXo? se lit sur denx vases avec une aspiration, 
HIZXYAOZ) comme sur un Tase d'Athènes , HfAIN02 
pour iXivog (^uM>.\ivoc , derive de iXX<J^, louche^ qui existe 
comme nomf^propre, ^iXXo?) (4). Cette observation sur le 
nom de^BaOu; nous conduit à la vraie origine du nom célé- 



(1) Corp. inscr., n^ Ilo. 

(2) 11,70. 

(3) L^Mlr,, 679. 

(4) Qaoique O. M filler ait vu dan» cet HIIXtAOX noe forale attique, l*atpinlÙMi 
me fait toujoars difficuUé» aussi bien que Hans HIAIROX. Je svia endia à troufer, 
ilans i-ei deus exemples, upc faute de récrirain. 



DBS NOMS PROPEEft GRBCS. 26d 

bre de BaHrjXko^ ^ sur laquelle les BDcrens grammairiens eux- 
mémes se sont trompés ; ils le regardent comme un diminutif 
de BoOuxl^c (1). 

Il me parait clair que BoOuXXo^ est tout simplementcelui de 
Bó6u(, comme Ìa)ruXoc de I^x^Cy Bpap^Xo^ de Bpc^uc, 6pa- 
^XkfiQ ou 6ap<rjXX(K de 6pa<7U(, IlciXu^Xoc de noXu((2). Ten dis 
autant de Àp^ffTuXXoc, Avtu>Xoc (pour AvduXXoCy comme 
NcuovrcK pour NetkevOo^), <ktvuXXo(, ÀyàOuXXoc, AvjXXo^, Act- 
pXXo^y etc, qui sont dérWés ^ non de ÀpiarokXfic, 4>ayoxXii$, 
ÀyaB&oxX^f, AioxXii; , AajjtoxX^C» etc, mais de Àpi9T0( (ou Àpi9* 
Tcc() , AvOo^, 4>òevo^, Ayttdo^, Atof ^ A£(aoc y etc«, qui sont aussi 
des noms propres. 



CTest particulièrement au jugement des pierres gravées que 
cette étude peut servir. En efFet, ce genre de monuments est 
celui sur lequel les faussaires se sont le plus souvent exercés, 
et, par malheur, avec le plus de succès; à tei point qu*on 
voit d'habìles connaisseurs hésiter en présence de telle pierre, 
les uns la croyant très-bonne, les aulres la jugeant douteuse, 
d*autres allant jusqu'à la déclarer fausse. Quant 9ux noms 
(pi'ellesportent, soit d'artistes, soit de propriétaires, ce qui 
reste douteux en bien des cas , il en est qui sont du méme 
temps que la pierre, d'autres qui y ont été placés après 
coup, par une main moderne, ou, dans Tantiquité, par des 
gens qui voulaient mettre leur nom à une pierre qu ils pos- 
sédaient, ou lui donner du prix en y faisant graver celui d*un 



(1) Eijfmol. magn., p. 143, 56. 

(2) M. Pape croit ce nom identiqne «Tee celoi de IloXuXaoc , an des fil» d^Hercnle, 
(iaiis Apollodore (II , 7, 8). Cette conjectare iagénieuie est détmite par le patrony- 
nnqne UM>JJi^ {Corp. inscn, n® 747) , et le féminiii noXu>3ia qoi se Ut sur nn rase 
(lUoal Rochette, daps le Journal Jet Savants » 1837, p. 527). Tous ces Doms ont 
mèmt orìgine, et dérìrent de noXvc. 



270 XVI. ÈTUDS 

On volt, par ces trois exemples^ que le nom de Hejus est 
italique, ixvé probablement de la langue o^que , corame cclui 
du pére d'Heiys, qui se noQimtit Pakius^ nom usité, princi- 
palemenl en Campanie (I), »oiis la forme PAQVIVS, lati- 
nisé en PACVVI VS {Pacwius)^ qui est aussi un nom campa- 
nien f2), L'inscription et une médaille de Sardes (3) oà se 
trottve le nom de E102 (ElO • AIBONIANOZ) monlrent 
qne le nom HEI VS é^ait, esprime en grec par EI02 et non 
Rei 02, qui serait ici un vfrìtable barbarì$me, puÀiqa'elle 
nest plus'du tempi» où raspiratton sexprinmit par un H* 
Lorthpgraphe HEI 02, sur les pierres gravóes, ne peul étre 
qu une.trada<?tiou mala^^oite du latin HEIVS9 par quelqu'un 
qui , n ayant nuU^ ootion de lorthographei^recque, a fiibiiiiué 
ce nom aree les jiepxx p^fsfige^ dt CWron. Si I9 pier;^, d*iin 
travail dur, sec et maigre, qui vise à J*afcl¥ii#me| «st féelleaoeo^ 
antique, ce qu'on croit généralement^ et ce que je ne secais 
pas éloigné de croire, à en juger d après rempreìnte, Taptiquité 
du nom est, en tout cas, excessivement suspeefe. Quant ata 
cìnq autres pierres, poi;tant le méme nom, elles auront toutes 
éié au moins signées d'après la première. Uune d' elles Ta méme 
été très'tard; car, lorsqu'elle a été publiée par Choiseul- 
Gouffier (4), elle ne portait paa encore le nom qu'elle a main- 
tenant. 

Siir une plerre du musée de Worslej (5) , à coté d*une téte 
de ville, se Ut le nom AIPACIOY» On a propose de chan^ 
ger ce nom en ACPACIOt, et, sansdoute, c*estce dernier 
nom, mal lu, quun grayeur maladroit a transporté sur cette 
pierre, sous la forme de AIPACIOY; carje ne doutepas que 
cette fame nes'y trouve^ le C ne pouvantavoirété prÌ5 pour un J 
par rinterprète du Muaée. Le irom .AITACI OY £st sorti d 



(1) Raoul Rochettc, Mém, dt numitm,, p. 113-U9. 
{1) Theod. Moinnueu , Oikische StMtdien, p, 73. 
p) Mionnet, IV, ti 8. 

(4) Fojr. pittar., t. H. p. 177. 

(5) PI. Xril. n» 4. 



OBS NOMS PAOPABS GRBGS. 267 

, A A€£A EPOICI , Quintus , *0s d'AlexasJaisaU. Cette tra- 
duction de Visconti est exacte. Ceux qui, 8*écartatit de son avis, 

> teulent traduire Quihtus Alexas atiliea àt Jils d^Alejsa8{\\ 
se trompent évidemment. AXe^a ne peut étre qu'un génitif. 
Les exemples latins du nomitiatif Dama^ Alexa^ Epùphra^ 
Heracla^ que l'on a citér», ne sont pas applicables à un exem- 
pie grec, attendu que lea Latins rendaient par a les naminatìfs 
greca en tt< ou £;. Ainai il n*y a jainais eu d'autres nominatifa 

grecs que AXé^ac, Aa{x.a; ou A7i(Aac , Èirotfpac, fìpdaXót;, etc, 
dont le génitif ^tait en £, et très-fréquemment, dans le dia- 
lecte alexandrin , en ato( ; c*est ce qui me fait lire ÀpTc^xaroc 
un nom qu*on avait lu APT£MArOC snr une médaille de 
Magnesie (2). La méme observation s*applique aux pierres qui 
portent AYAOC AACXA ePOI€l. Il n 7 a pas datarttage 
(le graveur Autus Alex<ts ; Id nom Ò^Alexas est celui du pére 
des deux graveurs Aulus et Qulntus, 

Un autre nom qui a été le sujet de beaucoap de discnssions 
est celui qui se présente y avec quatre formes difTérentes, sur * 
quatre intailles publiées par Bracci. Ces formes ^ont A A- 

AION, AAAYXIN, AAAinN , AAAinN02. Le nom 

AAAION est aussi sur une plerre du musée Worsléien (3) ; 
enfin on trouve sur une autre pierre du musée de la Haye le nom 
queM. SiUig écrit AAAIXIN, et Koóhler AAAION. Il est évi- 
dent que tous ces noms ne difFèrent que par la confusion des 
lettres semblablés A , A et A; qu'ik reviennent au mémei et 
qu ils ont dù étre tirés de Tun d*eux , qui est Tancien et le ve* 
ritable. Or, il yen a trois qui sont impossibteSy AAAION , 
AAAION AAAYAN , les deux premiers , parce qu il n'y a 
point de nom prppre masculin dont le nominatif soit en lON , 
et qu'ici ce ne peut étre un acc'usatif ; le troisième, parce 
quon n'y eat amene par aucune analogie. D autre part, AA- 
AinN est singulier^ màis possfble ^ comme derive de 1* A A- 

(1) EaovI RodictU, ouvr, ciié, p, 133. 
(S) MioBiMt, t. iy,p. 81. 
(3) T«v. XXIII, 6. 



268 XVJ. ÉTUDB 

AI02 des médailles. Enfin ÀAAI AN est un excellent nom 
(d'ailleurs connu, puisque e est celui d'un médecin (Z)^/»?^), 
qui avalt remonté le Nil jusqu'à Méroé(l), comme derive de 

AAAOZ ou AHA02. 

Cest dono entre AAAIfìN et AAAIIIN quii reste à 
choisir. J*ai sous les yeux une très-bonne empreinte de Tin- 
taiUe du musée de la Haye; c*est une pièce admirable de 
tout point, d'une indubìtable authenticité. Le nom, grave 
en assez grands caractères , avec beaucoup de Bnesse dans le 
trait, est antique ; plusieurs lettres échappent à la loupe ì il ne 
vient avec une complète certitude que les lettres AAA.fìl. 
Le A initial exclut la lecon AAAIXIN ; il ne peut y avoìr 
que AAAIAN 9 aussi M. Sillig a eu raison de le choisir, et 
M. Raoul Rochette (2) tort de dire que la pieire de La Haje 
porte certainement AAAIAN (3); ce nom doit étre l'originai 
de tous les autres, AAAION , AAAIAN, AAAIANOZ, 
AAAY AN y qui doivent étre regardés comme de fabrique 
moderne; ce qui nempéche pas, ainsi que je l'ai dit, que les 
pierres qui les portent ne puissent étre antiques. Mais c'estle 
cas de s'en défier, car il pourrait bien se faire que la pierre du 
musée de La Haye fòt, des six , la seule antique ; et il parait 
que ce musée en possedè malheureusement fort peu qui soient 
dans ce cas (4). 



(1) Plin., Vf, 39, 35; Stt, 3t; XX, 18, 73. 

(2) Ouwr.eité,p, 110, 111. 

(3) Probablement et nom est cache soda les taitules AAA et AAAT tar deus me- 
dailles de Métaponte (Biionnet, I, 158) et d* Alinda en Carie. (Le méme , 5a(p/rf.« 
VI, 5S7.) 

(4) Je ooDMgne iei une note que m'a remiae un det meiUenn connaisaenn en 
pierres gravées» H. J. J. Dabois, 8oat'4M>nserTateur des antique^ da mnsfe da Lontre. 
Dans son opinion , ce n*est qn'arec une grande défiance qu'on doit citer les pierres 
de la coUeetion de la Haye. • Getto coUeetion , dit-il , se compose , en generai , des 
pierres qni ezistaient dans les cabinets suivanta : 1^ Cabinet de Thonu, rempU de co- 
pies et de pierres signées, dit-on, par Natter ; 7? Cabinet d'Hemsterhuis. Cette coUee- 
tion, apportée en Franco Tors 1810, ne pnt étre Tondne. EUe se oomposait presqne 
entiirement de copÌ9$ plos on moins belles ; 3° Cabinet de Smeth, antrefois pablié par 
Cori ; on y tronTait la superbe améthyste qui porte le nom dn graTcnr Dalion ; 4* Ca- 
binet de Yan-Hoorn. Cette saite, peu nombrenae et de très*boo clioix, ne rontenait 



DES IfOMS PROPRfift GKECS. 269 

Une observation analogue peut étre faite sur un nom qui a 
pam jusquici fort embairassant , quoìque personne nen 
ait douté; e est celui de HCIOY, grave sur une pierre 
publiée par Stosch et explìquée par Winckelmann. Visconti, 
qui ne parait pas avoir sentì tout ce que ce nom a d'insolite, 
le traduisait en lain par Eeus^ nom tout à fait barbare (f). 
M. Raoul Rochette (2) Ta rapproché, avec beaucoup de fon- 
dement, du nom latin Hejus, qui, dans Gicéron, désigne 
C. HejuSy un Mamertin établi à Messine, dépouillé par Ver- 
rès (3), et Cn. Hejusy probablement aussi Gampanien d'origine, 
un des juges d'Oppianicus (4) ; et il a identifié ce nom ayec 
celui qui est exprimé en grec par E 102, dans une ins- 
cription trouvée à Cumes, dont il ne reste que ce fragment : 

. . .OAEKMOX EI02 PAKIOY IXIAnPOX NOY- 
MH...nAPI02ErOEE. 

C*est probablement une dédicace où manque le noni de la di- 
▼inité. Le premier nom ne peut étre, comroe Fa cru M. Raoul 
Rochette, [0EJ0AEKM02, par la raison qu*il ny a ni ne 
péuty avoir de nom grec termine en AEKM02 (5) ; ces lettres 
sont l'ezpression ordinaire du nom latin DECIMUS, comme le 
prouvent beaucoup d'exemples tirés des inscriptions et des mé- 
dailles. Gelle-ci doit se lire (si VO est certainì, . . . [n](f[€Xio^ (6)] 
A^(to^ Elo^ Ilaxiou' loi^capoc * Noup,v)[viou] Ilapioc JTróte 
« [A telle divinile,] Publius Decimus Heius, fils de PaLius, 
[dédie cette statue]. Isidore, fils de Numenius de Paros, la 
faisait. » 



qn'mie tenie pierre sigrUe; c'^tait une cornaline brùlée, grtvée en inìdale per Carlo 
Cottami , et tur laqneUe on litait le nom d*0n jtaa. M. Tan-Hoom iuìt le premier ■ 
avertir de cette tnperclierii», à laquelle il n'arait prb d'aiUenrt aucune part. •• 

(1) Oper. Kr^I[,p. 116. 

(3) Raoul Rochette, ouvr. citi, p. 140, 141 . 

(3) Ferr, II, 5. 

(4) Pro Ouentio, $ 38. 

(5) Sur une médaille de Smyme, Mionnet a In let lettrea ERMO (t. Ili, p. )00). 
C'ett là un nom acèpkaU; car je tnit couTaincn qu*il y a , on qo*il y a en tur la mé- 
daiUe [A]EKMO[£, OT] , Aéxfioc ou Kkiaou.. 

(6) Puhlùu t*écrit en grec Do, IIm et nouÀto;. 



274 XVI. BTUDB 

criterium nouvéau àikti$ Télude de» pierres gmvées. A ce tUre, 
elles se recommandent a Tattention des connaìsseun. Mais, 
cointne jé craindrais d'étre entrainétrop loin, j'aime mieuz 
fkire quelqu^ reniarques d'un genre différent, qui porteront 
moins 5ut les noms propres que sur cértaii^es formules qui 
n'oiìt pas éié eompirbes , méme par de très-habiles gens. 
Une ioscriptìon de Paros, publìée récemment (I), porte 

EPG)C KAI2AP0C €PrEPI5TATHXT0YAAT0^ 

MIOYI APY2AT0. Le savant éditeur traduit Eros^fils de 
Ccesar^ et voit, dans ces deux personnages, pére et fils, deux 
aflVanchis. Mais un particulier de Tépoque imperiale n*a pu 
s'appeler Cessar òu KaT<rap, pas plus c^^lmperator et Augustus^ 
ou AÙToxpftTcop et ^SttffTÓ;. Le sens est Ep(i)^(^oDXoc) Kaicrapo^. 
Dans le premier Tòlume de mes Inscriptions grecques^ j*ai cìté 
des exemples qui montrent que l'ellipse de ^o5>.oc avec Kat^a- 
po; ou de Kaioapo; airec JolAo^ (2) était admise, sansqu'il et) 
résultàt la tnoindre incertitude; ainsi Épcoc Kcti(r0tpo4 signifie 
Éros^ esclaye de Cesar, Dans les inseriptions latines, le mot 
servus est quelquefois sotis-entendu en pareil cas (3). 

Sur une pierre gravée, pìibliée par Bracci et d*autrefi| on 
lìt cette inscrìption, la plus longue peut-étre de celtes qui s^ 
trouventsurun monument de ce genre: KAAPOYPNIOY 

CeOYHPOYOH AlierOiei. On a cm (4) que ce gni- 
veur Fdix était le 6b ou l'affranchi de Galpurniué Severas; 
cela ne peut étre ; il y aurait eu, en ce cas, ^vìXi^y KocXiroup- 
vtou SeouYipoCf aTceXeuOepog 9 itroui; il est évident qu*il faut 
mettre un point avant ^fi\kìJc, et lire : KaXicoupvioti 2f^Y)pou. 
$vÌXi^ iiroisi : (cachet) de Calpurnius Severus. Felix le faisait. 
Ce qui donne quelque importance à cetle inscrìption^ ainsi 
entendue, c'est qu elle est peut-étre la seule on il soi( ìnpos- 
sible de méconnailre un nom de propriétaire. Les autres noms 
greca ou latina , au génitif, peuvent designer dea ardsUs^ 

(f ) Ross, tntcr, gr. inedit., n^ 149. 

(2) P. Id7. 

<a) Orelli, b"*' 3863, 2853. 

(4) Riioal Bocbette, ouvr, cìié, p. 137. 



DSS NOMS PROPAEi GHECS. 275 

aiassi bitn qae dea propriétaires ; et I on est en droit de dire 
qu a cet égard il n y t poinl de criterium arsure; cbacuD se 
décide d'après soir sentiment propre. De là des disputes con*» 
tinuetles; mais ici le doute n'est plus permis. 

Une inscription) trouvée à Délos, et publiée par Villoì- 
6011 (1) en une seule ligne, porte APOAAflNI AYZIP^ 

r02 AYZIPPOY HPAKAEI02 EPOIEL Cesavant 

helléniste (et M. Raoul Rochette après lui) a cru qu'il s*agit 
ki dm sGulpceur^ fils de Ljsippe, ncUif eTHitacléeé Si 
rìntcription n'avait pas été oubliée, dans le- Corpus , parali 
oellei de Déloe^ Téditeur aurait certainement rectifié ce faiH 
sens, en faisant obsenrcr que Tethnique des villea portailt le 
nom òìHéraclée n*est pas npaxXMo^, mais npaKXfió( , et plus 
fréquemment Élpax^ei(aTY)((2) ou ApaxXeòSrvic (3); et que Hpa- 
xXsio( ne peut étre que le nom propre tìeraclius , ou ladjectif 
derive d'HpaxX^^. 

Il n*y a que deux manières d'entendre cette inscriptiòn : 
ou bien le scuipteur était Lysippus HeracliuSj fils de Lysippufs j 
ou bien Lysippus était le consécrateur de la statue, et Hé- 
raclius le statuaire. Encecas, rinscriptioil était san s dome dis- 
pose en trois lignes. 

Auffiirtto^ Autfftwroti [s. e. dvlSiptt]. 
^HpdbiXtnK iitodi. 
A ApoUoo, Lyfippe, fila de Jby^^(t òbSé oeCI» tlttae). Héncliiu U faiaait. 

Dans la première bypothèfe, ie scuipteur aurait porte un 
doublé nom , ce qui est ordinaire à ceUe epoque ; dans la se- 
conde, le scuipteur n'est plus Lysippe^ mais Héraclius. Je pré- 
fère ce dernier sens. 

Autre nom à retranchet de la liste des sculpteurs. Dans 
Tinscription athénienne, contenant la mention des ofFrandes 
faites à Minerve dans Factopole, il est qtt«stiofi d'un /'«//«" 



(1 ) Acad, des inscr., t. XLTII, p. 296. 

(2) Steph. Byx., t. *Hp(ixXita. 

(3) Corp. iJMcr., n* 2660. 

18. 



276 XVI. BTtlDB 

dium (figure de Minerve ), d*ivoire et dorè, o Àpj^ioec jv Her 
paei TTOiuv A^ètòrou, Uìllastre interprete a été fort embar* 
rassé de ce i7otc5y , intolérable solécisme ; et il a bien tu 
qu* il faudrait , en tout cas , Tcoitfca^ ( 1 ). On n 'en a pas moins fait 
de cet Archias un toreuticien (2) ; quoique j*aie montré, il y a 
huit ans, dans le Journal de Sayants(3), que l'originai (qui 
est altere en cet endroit) ne peut porter que Ol.fìN, 
qu il faut lire oìxcov , et non irou&v. 

Les Athéniens donnent, en effet, Tindication des dèmes de 
deux manìères; par exemple, Ileipaieu^, Ko>XuTeu;, el tv 
Ileipaiei, h Ko».ut(^ otxcàv. Archias n*est donc pas lauteur 
du PaliiuUum , il n*en est que le donateur. On n*a plus au- 
cune raison de le considérer comme artiste. 



Voici encore deuxànscrìptions attiques, dont il ne parait 
pas qu*on ait corapris la formule; on a cru quelles appartiene 
nent à deux ouvrages d'art qu'a vus et cités Pausanias , ce qui 
serait curieux; mais, par malheury il n*en est rien. 

La première est sur une base carrée, trouvée à l'acropole 
d*Athènes, à Touest du Parthénon , dans le mar d'une citarne. 
Elle a été publiée d'abord par M. Ross (4), reproduite depois 
plusieurs fois, et toujours expliquée de méme : 

HEPMOVYKOJ 

AIEITPE0OZ 

APAPXEN 

KPE2IVA2 
EP0E2EN 

ÉpfAtiXvxoc AuiTpif ou( aivapj^tfv. KfunctkoQ iic<(viffev : « Hermo* 

(t) Raoul Rochette, okit. eké, p. 216. 
(1) Corp, inser.^ n* 150, 1. 17. 

(3) Aiiiiéel837, p.371. 

(4) Lettrt à Ut. Tkierseh, p. 11. 



D£S NOMS PAOPRKS GRECS. 277 

lycus, fils de Diitréphès [consacre cette statue, comme] pré- 
mice. Crésilas Ta faite. » Pausanias parie d*une statue du ge- 
neral athénien Diitréphès (1). Cette statue de bronze, placce 
à rentrée de Facropole, représentaìt ce general perei dejlèches, 
Pausanias n'en dit pas l'aiiteur ; mais Pline cite, parmi les 
oeuvres du scuipteur Ctésilas (qui doit étre Crésilas (2)), un 
homme tiesse^ défaillant (vulneraium, deficientem). Il a paru 
en conséquence bieu probable que cette statue est celle don 
Pausanias a parie, et dont la base aura été conservée dans 
racropole. Cest une très-ingénieuse combinaison due à 
M. Ross, et dont le résultat a été adopté par tous ceux qui 
ont cité cette inserì ption.Cependant la contexture de Tinscrip- 
tion s'y oppose. Si le fils de Diitréphès, Hermolycus, lavait 
placée sous la statue de aon pére, il devait absolument mettre, 
pour ne pas manquer son but, qui était den faìre connaitre 
le sujet : ÈppuSXuxo^ Aurp^fou^ tòv irocr^pa, ou bieu encore 

TQv Too TcaT^poc ftv&ptoévTa, ou enfin Èp|A(iXuxo( xhn learifOL 
AuTp^nr), comme dans cette autre inscrìption trouvée près de 
rÉrechthéum (3) : RTifKro&OTO^ , Tt[Aap}^o( Èpsai^ai , tòv Oeiov 
6eo^eviJy)v, òév^Oupcoev : < Céphisodote, Tiniarque, du dème 
d'Éréside , ont dédié [la statue de] leur onde Théoxénide. <• 
il s agìt donc certainement i<^ d*une autre figure que celle 
de Diitréphès, élevée par Hermolycus et sciilptéeparleniéme 



(1) Piutto^ I, 23, 3. 

(3) Plia., XXXV. Si Cus'das, dans Piioe, n*ett pas one fante de» copistes, cet aoteor 
•ora élé entratile à cette erreor par la rareté et riocertitude da Bom Kpv)oQac ott 
KpijoOttoc > ^*>1 fant faire Tenir de Kp^oc ( Critoù) et de XoóCy à moina qnlci le K 
•it élé mia ponr le X, ce qui arriva aouTent, comme KAPIAA£ poar XAPIAAS 
(Uionnet, TàUes, p. 40), SQIIAeKou, ponr SwoiXóxov (le méme, TmUes, p. 67), au. 
qael cu le nom reriendrait a Xfv)a<Xac; c*est ainti que XAXPrAIONi qni ae mooire 
lu deax Taaes de Vaici, devrait, aelon la remarqne d'O. MiiUer, a'écrtre KAXPT- 
AION, Tcnant de Kàxpuc ou Kdyxpv;. Cet noma en TAIQN sont dea dimimitifi de 
<fiahitttifa en TAOZ, comme Mtxoc, MtxuXo;, MixvXtwv; de méme Kdxpv^» KoxpuXoc, 
Kaxpiu).C««v. C*eat là , je croia , la filiatìon de ce nom aingulier. En toat oaa, Kpv)0(Xa< 
*<Xp))OÌ>ac> qnoiqae la compoaition en aoit grecqne, sont des noma ezcesaÌTcment 
iasolìtcs; tandia qne KtT)oOac ae forme tout natarellement, comme KtriatfAv, Kn^ 
*txXJ|c* KnjtfiSuK, etc. L'analogie a donc pn condnire ici la plnme de Pline. 

(3) Cf. SckaU, Miukeilmnge» ams GriechenUmi, S. 128. 



278 XVI. BTUDE 

artiste Crésilas, statue représentant une divini té , dont il étiit, 
par conséquent, inutile d'indiquer le sujet. 

Il en est ainside la deuxième inscription gravée sur un pié- 
destal de marbré blanc trouvé entre les Propjlées et le Par» 
thénon. 

EPI . APINO. . .©-ILNHO. . . .0. . -M. 
KPITIOiKAINEXIOTElEPO. . . ATEN, 

que M, Ross a parfaitement rétablie (1) en lisantde cette ma- 
nière : 

'ETTi/apivoc avé6if|xcv 6 6icXiT0Òpó(A0(* 
KpiTio? (2) xal Nn9tf&T7)c lirQ[t|<r]aTr(V. 

On a cru également que ce piédestal est celui de la statue 
de rhoplìtodrome Epìcharinus, ouvrage de Critios^ que Più* 
sanias avait tu dans raeropole(3)f mais, encore ici la teneur 
de rinscrìption 8*y oppose. Il s'agit d*une statue dédiée par le 
méme Epicharinus ; mais ce n*était pas la sienne, conséquem- 
ment pas celle dont parie Pausanias, On voit dont que la con- 
tradiction qu on a oru trourer entre cet auteur et rinscrìption 
n*existe pas. La statue citée par Pftusanias, qui représentait 
Epicharinus, a^ait pour auteur Critios seulement ; celle d'une 
divinile quelconque, à laquelle se rapporto Tinscription , avait 
èté faite par Critios et Nésiotès. 11 8*agit dono de deui slatues 
différentes, mais du méme temps. 

Si Ton pouvait hésiter sur le vrai sens de Tinscription , il 
sufErait de citer ces deux-ci, Tune gravée sur un piédestal de 
marbré blanc, trouvé aussi dans lacropole (4). 

A2KAI0.0...E0ETEN 
ENAIA . APAPXENOAOEN 

(1) aoMy Lettre k M. Tkifneh, p. 14^21. 

{2} J'écm Kpttioc et noa KpCTtx» raivant me récmU remarqne d« M. G«ttliaf • 
Ce ii*e*t paty eomme oa Ta cni« le aeal excmple de KPITIOS , en lie« de VvMté KPl- 
TIA£. ^'«n IrouTe nn autre sur une médeiUe de Traile» en liydic , du zi0ae de Gor- 
dieQ (BAUmnet, IV, 193; Sufpl,, VI, 471), II. ATP KPm0£. 

(3) 1.23,11. 

(4) Rangab«, Àatiq. ffelUn., n*" 24. 



DBS NOM$ PHOPRBS GRECS. 379 

0ZKAINE2I0TE2EP0IEZATEN. 

['AO]if]va{(c àitap'/^i^ JQc6ev 

« Kallias (?) et Opsius , du bourg d'Oa y ont dédSé Ji Minerve [cette 
statue comme] prémice. Crìtios et Nésiotès Tont faite. 

La deuxième, sur un autre piédestal de marbré blanc, trouvé 
en 1837, non loin delacropole (1): 

\ .KIBIOS 
ANEOEKEN 
KÌ0AP0IA02 
NE1I0TE5 

[ÀXJxiéitt^ MhuMi xi^apia^^» "Sytoi&r^^ [iiroii)9fv]. Cette 
inscripHòn est la seule cu le soulpteur Nésiotès sòit cita comme 
ayant travaìllé seul , et non en compagnie aTec Griiios, 

Nul ne s*imaginera sans doute que ni Alcibius, ni Caliias et 
Opsios ont dédié letir propre statué.Cixvit une statue de divi- 
nité, comme celles qu avaient consacrées Hermolycus et Épi- 
charìQus. Y a-t-il une autre consé^ience à tirer de celle-ci : 

MrjTpÓTiuoc ^védtjxe 'OtjQcv 
ÀEivo(ii8VY); eicoiriacv (2) ? 
et de celle-ci : 

. . .^dov -'A7coX[Xo8](t)pou cppea^^[io^ 
'A^iIvS Ooìu^fii évéaT)[9tcy. 
^ 'EW«<rco(; (cu 'E^riJUTtCaTic) licÓT|<rev (3) ? 

Mais c*est assez d*exemples pour une chosesi certaine, sur 
laquelleje n'insiste un peu que parce que les plus habiles gens 
s'y sont trompés. 

Je passe de ces observations générales à Tétude particulière 
que j'ai annoncéC) d*une seule des nombreuses familles des 
noiDs grecs composés. 

(1) Rangabé, Antiq. Hellen., n** 23. 

(3) Corp. inscr., n*" 470. 

(3) SchcBll, Miitheil, nus Grìeehenlaad, p. 128. 



280 xvf. éivDK 



s 



DEUXIÈME PARTIE. 

ÉTUDE SPECIALE DES NOMS COMPOSÉS 

TERMIN^S EN ^(ùfo$. 

Les noms propres composés dont la finale est otafo^ peavent 
se dWiser en deux classeSi, 

1* Ceux que précède un nom cu une épithète de dìeu ou 

de héroSy comme Ai(!$(it>pòc, Uoòoìtùfo^y Kvifiaóocopo^, Aùcv- 

V Ceux^i sontprécédés d*autres mota : un verbei 4tX(Soa>- 
pO( ; un adjectif , noXu^o>po(; une préposition > AfA^C^c^poc; 
un adverbe, EluJotpo^. 

PREMIÈRE CLASSE. 

Cette classe, la plus nombreuse des deux , se subdWise en 
trois genres, selon la nature du premier des tennes qui en- 
trent dans la composition. 

PREBnER 6ENRE. 

IfOMS PROPRBS BR ^(dpO( , PRXCBOis DB CBLlTrD*irHB DITINITS. 



La composition de ces noms indique que l'individu qui les 
portait était considéré comme ayant été donne à ses parents 
par rinterrention de telle ou telle divinité, et , en iconséquen- 
ce, qu il se trouvait pl^cé sous sa protection speciale. 

La finale ^(opoc semble donc avoir ici le sens de ^fipov. 
Aussi le nom qui la précède était considéré comme au gèni- 
|ìf , ainsi qu on le voit dans ZiQvo-^atpo; , M^ivo-^copoc, Tpif ió- 
^idpo;, AìavTd- ja>po; , dont le sens doit étre/yr^^^n/de Jupiter, 
de Mén , de Triphis, d*Ajax. 



DES NOMS PROPRES GREC$. 281 

G est d*ailleurs ce qui résulte de ce vers d une épigramme 
sur un certain ApoUodore : 

Cette formation, éyidente en beaucoup de cas , parait étre 
douteuse et méme fausse en quelques autres. 

L'étude détaillée de ces noms doit avoir pour resultai de 
Ics ramener a la méme orione, et de découvrir Télymologie 
de ceux qui s j refusent décidément. 

Déjà dans mon premier volume des Inscriptions grecques 
de VÉgypte (2), conduit par cette méme idée, j ai trouvé la 
Traie étymologie du nom du poéte Triphiodore (don de Tri'^ 
phis) , diyinitéégjptienne, que ies inscriptions grecques seules 
nous font connaitre. Ce résultat heureux du principe de com- 
position que je viens d'indiquer va nous conduire à d'autres 
résultats semblables et non moins curieux. 

Je n'ai point à m*arréter en particulier sur la plupart de 
ces noms, tels que ÀOvivo^ciipo;, ÀiroXXei^copoc, ^i6i<ùfo^j Ap- 
Te[ti}cR>po( , À<ncX7)iri<i^a>poc, qui, se rapportane aux grandes 
dirinités de la GrècCi sont très-fréquents, se rencontrent en 
tous lieux , et ne présentent d*ailleurs aucune diflìculté. Plus 
bas je ferai quelques observations générales sur Thistoire de 
plnsieurs de ces noms. lei, je me borne à trois noms excessive- 
ment lares , puisqull n'y a que deux exemples de lun, et que 
Ies deux autres sont, quant à présent, des aira^ X8Y^(i.eva, 
e est-à-dire, qui ne se sont rencontrés qu'une fols. Cette rareté 
annonce déjà qu'ils doivent se rapporter a quelque eulte lo- 
cai, comme l'unique Triphiodore^ déjà cité, qui atteste l'exis- 
tence, en Égypte, d'une divinite dont nul auteur ancien n'a 
parie. 

Le premier est Bev^i^copo^, nomr d'homme, et Bev^iJc&pa , 
nom de femme, coVinus, Tun, par une inscription de Byzan- 
ce (3), l'autre, par une inscription d'Athènes (4). On reconnait 

(1) Graiar» t5,ì,^ D'Orrill. ai^CbarilOD. p. 313. Lips. 
(1) T. I, p. ^, 

(3) Corp,ùuer,,u^l03A. -^ 

(4) W.,ii»4W. 



282 XVI. BTUDE 

tout de suite, dans tous les deux , la déesse B^v^Ki qui élait 
XArtémis des Thraces. II est donc naturel de trouter l*un d'eux 
à Bjzance, et Tautre à Athènes, puisque le eulte de la déesse 
Bendis y fut amene, et s*y établit de bonne heure, ainsi que 
les fétes dites Bendideia (1), dont parie déjà Platon. Ce eulte 
locai a dù s'y introduire à Fépoque des colonies athéniennes 
en Thrace. Ainsi Bevìt^cdpo; ^ dans ce pays, comme dans TAt- 
tique, était un synonymed*ÀpTe{JLt}copoc, le premier, dériYé d'un 
eulte locai, le deuxième, d'un eulte commun a tont le monde 
grec. 

Si l'étymologie de ce Bev^i^cdpo; n'est ni douteuse, ni dif- 
ficile à trouYer, il n'en est pas ainsi des deux autres. * 

Le premier, Av^poevó^copo^ , d^signe, dans Polybe (2) et 
Tite-Live (3), un personnage sicilien éminent. C'était le gendre 
d'Hi^ron, et le tuteur du jeune Hi^ronyme. 

Mais que peut signifier son nom Andranodorus (Àv^povo- 
^(dpoc) ? Que faire de AndranOj qui échàppe à toute analo- 
gie? La difiSculté disparatt quand on sait q^ Adranos Àait un 
dieu venere dans tonte la Sicilé (Oe((c Ti; Ttp.(i)[jL€vo$ ^ta^* 
ptfvTco; iv iXvj 2i)te'Xi«, dil Plutarque (4)). On le regardait 
comme le pére des Paliques^ autres divinités du pays. Il arait 
un tempie célèbre au pied du mont Etna , tout près, ou peut- 
étre autour duquel, Denys TAncien avait fait bàtir une ville, 
à laquelle il avait donne le nom A^Adranos [%ct. Adranó)^ 
d*après celui de la divini té du tempie (S). On possedè une 
médaille de cette Ville (À^poeviTCSv) , dont Silius Itaticus (6) et 
Etienne de Byzance mettent le nom au neutt« Hadraram et 
À^povf^v. Une autre ville de Sicile, appelée au neutre tì n«- 
Xixov (7), avait également pris son nom du cuTte des Paliques, 



(1) RQhnkeii, iid Tim, Lexie,, p. 62. <- Bosd^h ad (^rp. insfir^ p. 2$lt 25{l- 

(2) PoIyb..VlI. u,5. 

(3) TiL Liv., XXIV, 4 et 21-24. 

(4) /« TimoUone, e. 12. 

( 5) Diod. Sic, XIV, 37, ibique Wetsel. s AEIi«Q., Hi$t, oahic, XI, 20, ùàt^^ Jacob» 

(6) Sii. lui.. XIV, 251. 

(7) G. HermftDD, Opuic., VII, 321. 



DES NOMS PROPRBS GRECS. 283 

fils du dieu Adranos. Si Ton peut étre surpris d'une chose, 
e est quun nom, tire d*une divinile dont le eulte fut si répan* 
duen Sicàie, ne se troiiTe applique q[u*à nn seul individu, et ne 
paraisse ni sur les inscriptions ni sur les médaiiles de Sicile. 
Il faut que ce eulte ait été absorbé d'assez bonne heure. 

Évidemment au lien d'j^ndranodarusj qui ne signifie rien, 
il faut lire, dans tous les passages de Tite-Live et de Polybe, 
Adranodorus, Lescopistes anront ici, comme toujoursyohangé 
un nom locai , dont ils ignoraient rétjmologie, contre un 
autre dont Torìgine, quoique fausse, paraissait naturelle (de 
àvifp, ov^pó;). Cest par la méme raison que les copistes des 
manuscrìts de Triphiodore aTaient écrìt Tpuftó^c^po^ au lieu 
de Tptftó^ci)po( , à cause de Tpufió, quila connaissaient, tandis 
que la déesse Tpif k leur était parfaitement inconnue. LVrreur 
a eté répétée par les copistes de Tite-Live et de Polybe toutes 
les fois que ces historiens ont prononcé ce nom. On peut cor- 
riger leur texte en toute assurance ; car, en présence du fait 
que je viens d*indiquer, Tautorité des nianuscrits est nulle (1). 

Le deuxìème nom est encore un aira^ X8yÓ(i.£vov qui va nous 
révéler l'existence d'une autre divinile locale, plus cachée 
encore que \ Adranos de Sicile, puisqu'il n*en est fait mention 
nulle part, et qu*elle n'existe plus pouf nous que dans les 
noms propres. 

Ce nom est Mav^po^(opo^ , qui ne selitque dans'unpas^ge 
d'Arrien , où il designa le pèr^ de Thoas , un des officiers. 
d'Alexandre (2). Mav^po, si on le faÌ3aU venir de {tav^pa, qui 
signifie étabUj grange^ enclos , n'aurait vraiment aucun sens 
devant ^a>po{. Il est déjà bien présumable, d après la compo- 
sition seule du nom, que ce dissyllabe, comme Tpifio et 
Aopovo 9 dans les noms Tpif lo&capo; et A^pavc^^cupoc , nous 
cache encore iei celui de quelqne divinile locale appelée Móv- 
opo( ou MoÉv^pa , ce qu*il est impossible de décider| car on 



(I ) M. Keil (Speeùn. onom.gr., p, 36] et M. Wladimir Bmnet (Bùi, tUs vitUtgrec" 
qu€s de la SiciU, p. 354) oot fait de lear cute la loénie obserTatioQ. 
(1) Anab., Vr, 23, 2. 



284 XVI. BTUDE 

sait que la déslnence du féminin, en composition^ est or- 
dinairement la méine que celle du tnasculin, comme on le 
Toit par les noms ÀOTivo^opo^ y Hpó^«Ap(K, HpóìoTOC) Bpofi- 
"koQ^ ÈfJTi68(ùfoqj etc. Aìnsi la première partie du Dom Mov» 
opo^copo; ne nous apprend pas s'il 8*agit d*un dieu ou d*une 
déesse; mais qu*il y eùt réellement une divinile appelée Mov- 
^po; ou Mav^px, le fait résulterait du seulnom Mav^pó£a>poc, 
quand il n'y en aurait pas d*auti*es ; mais il acquiert tome la 
certitude désirable d après les rapprochements qui suivent. 

J'ai remarqué que, parmi la multitude des noms grecs 
composés , il n en est qu'un petit nombre dans la composidoa 
desquelsentreceluid'une divinile. Eh! bien^le dissyllabemait' 
dro ne se trouve que dans des noms de ce genre, et toujours 
à la place qu'y occupent ceux des autres divinités. On en a la 
preuve si l'on passe en revue tous les noms où entre ce dis- 
syllabe ; à savoir : 

Moev^poxXYJ; , qui , dans Hérodote, désigne Tingénieur ou 
l'architecte ionien du pont de Darius sur leBosphore (1); et, 
dans Comelius Nepos , un Magnésien à qui Datames remit 
le commandement (2). 

Or, dans Mocv^poxXYì^ , le premier noni convient parfaite- 
ment à une divinile ; téraoin les noms analogues : AOiovoscXki 
AtoxXfic, AiovudoxiX^c, ÉxaroxXvic, Ép[iLoxX7Ì;) MiQTpoxX^Cy H^* 

Ce nom lui-méme de Mov^poxXvic revient à KXed(x>onr^poc ou 
KXeujtov^poc qu on trouve dans une inscription d'Amorgos (3). 
Cesi le méme nom retoumé (4). 



(I) IV, 37,38. 
(S) In Datam.y % 6. 

(3) Rhdm, Mus., 1841 » p. 208 ; Keil, Amai, epigr, et «mom^ p, 168. 

(4) L'iiMcrìption en Tert do Ublmn peiat par Mtiidrodès, repcés«nUnt cet Ma»" 
ment, a ét^ rapportée par Hérodote (IV, 88) , et reprodoite dana PAntiiologie, d*apfc» 
le manaserit da Vatican. Mais le nom de MoEvSpoxX^; y est altère en MflEvtoxpiuv ; 
déjà Bronck avait rétabli MocvSpoxXiijc, ainsi «pie M. Jacobs, dans la premiire éditbo 
(Adespot,y 154). Je ne saìs pourqnoi, dans la denxième, il a remis Mecv6oxpfMV (an 
moitts fandrait-il Mocv2poxpéuv on Mttv^pwJLéoiv). Ten faii la remarqne , parce «pie ce 
fanx Mav6oxféi0v a passe dans le lexiqne de M. Pape. 



DES NOMS PROPRBg GRBCS. 285 

Moev^poyévY); est le nom dun bouffon, dans Athénée(l)y 
d'un Magnèsie!), pére de Maeandros, un des officiers qui fai- 
saient panie de Texpédition de Néarque (2); c'est encore ce- 
bi d*un magistrat d'Aphrodisias en Garie(3);Mavdpo y tient 
la méme place que le nom des divinités dans AOTivoy^wic , Aio- 
ytvTfi; , Épfi.oyevYi? , ZTjvoyfvTj^ , et tant d autres. 

Mov^poxpaTT);, dans une inscription de Téos (4) comme 
ÀicoXXoxpa-nic et Èp(jio}cpaT)f)(. 

Mavip<(iropE.iroc , dans une inscription de Mylasa ; la copie 
porte Mav^p<(roTO^ ; mais je lis Mav^póico7tO() ce qui revient à 
Mav^póiro[Airoc (par suite del'omission duM qui est souvent 
absorbé pAr le n(5);ainsi Nufi^^capo^ pour Nu|i.f<i^<dpoq; 
QXumo^ pour ÒXu|i.irioc). Le nom est analogue à Ai<iiro(i.icoc et 

Mavip<(SouXoc i connu par le proverbe em Moev&poSouXou (6). 
' Dana quelques manuscrits, il est écrìt Mov^paSouXou^'doù 
Fon pourrait conclure que la divinité s*appeiait Mav&pa , s'il 
n etait pas probable que c'est une fante de copiste (7). Quoi 
quilen soit, Mav^ptfSouXo; est un nom analogue à 6eóSou>oc, 
et se rapporte à Tidée de conseil donne par une divinité. 

Mav&p<iXuroc, nom d*un personnage mjthique de Magné-^ 
sie, qui avait iait donner à cette ville le surnom de MàndrO" 
fyttia (8), 11 est analogue à ©eóXuTo; et ÈppioXuToc , et doit 
indiquer qu'on avait élé délivré d'une prison ou guéri d'une 
nialadìe par l'entremise d'un dieu. 

Dès à présente il est bien difficile de croire que ce soit par 



(1) AUieB^XIV,p. AI4D. 
()) Arrian,/ii//ic., 18, 17. 

(3) Bfkmnet a In m nom MTQMAPO. r£NIlS sar aae médaiile d*ApIiroduÌM (t. HI, 
p. 32S). Je prcfoma qa*il j a MavdpeYtwK» * moiat qne m ne soit Matav2poYÌvy)c. 

(4) iCliaB., BÌ9L iKT., II, 41; Plnt., m Diame, e. 61. . 

(5) KeiU Spedm, onom, gr., p. 58. 

(6) Loeian., Ih Mercéde eond^ J ti. 

(7) Ccpeadaot, comme on tronTe !ÌY6pdbco{iXOC ■« lira de *Av8póico|&icoc (Rom 
Ìmcp. med.f fate. Ili, p. 2) et méme Ifipi&dfiXoc pour "EpftófiXcK» V^ «'^ i<^ 
régnlière, celle de MflCv8pa8ouXoc ponrrait snliuiter. 

(8) Plin., V. 31. 



286 XVI. BTUDE 

un effet du hasardque Mandro se combine toujoors «vec les 
finales qui , dans les antres noms composés , sont précedées 
da terme qui exprime une divinile* 

Le sens de divinité se retrouve non moins clairement 
dans le nom de Mav^pcS^oc^ , qui se Ut sur une médaiUe de 
Clazoraène appartenant à M* le due de Lujnes» 

I^ finale Ava^, on le sait^ se troute en composition, 
l^avecdes substantifs, des adjectifs, de» particule* et Au 
verbes, toujours emportant Tidée de grand pouvoiry ou de 
royauté divine ou humaine, ce qui n'irait guèreavecle terme 
Mdcv&pasignifiant enclos ou bergerie; 2^avec d^ noms de £- 
innìtés, serapportant ators au titrede avo^^ &faLaaa^ que por 
taient phi^ieurs d*entre elles. Ainsi on trouve Zeas dans Aic^ 
va$ et AutìvacTffa (1); Apollon pythien dans IluOwvaS f Kronot 

dans KpSva?; Héra dans tìpGvaS; Hermes dans ÉpfitSva^J De- 
meter dans ATjptSva^ (2) potir tk-n^tit^wiàS, (comnie A'n{iLtf< «i 
pour A7i[jtii(Tpto<j ; Cybèle^ ou la grande déess^j dans Mtitpfi- 
va5 (3), sur une médaiUe d'Éfjrthres en Ionie; Ptweidon, daas 
noffei^wvfltS (4). 

Il est a peu près certain que, dans MdcV^pcova^i Aè lamé- 
(laille de Clazoméne, la première syllabe MavS^p doit au^si 
designer une divinité. Cet ara^ ^ey({(i.evov ,' outre qu*il achève 
de démontrer l*èxistence d*une ^ivinité appelcfe Mòév^po; ou 
Mav^pa, fait, de plus, connaìtre la vraie étymòlogie d*un 
nom célèbre dans lantiquité, celui HiAnùximandré^ qui fut 
porte par le grand pbilosophe ionien, par un hislorien (5) (con- 



(1) Scbol. Plat. in Polii., p. 937, 42, ed. Bailcr. 

(2) ToutefoU, AY)(ii!>va| ponrrait Teair de Avj|AO; {genm^n iòci) \ «w sennt \é «Ktts^ 

(3) Mioawet, 1. IH, p. 1334 ^8ar uem médaiUe àé Samot!mc9 (Mmiuft, Sàfpl» 
ì, 544), MHTPQNAO ponrrait «tre MT|tpAvaC, à ttwìM qa« (» ae aoitftt devx 
loms , Mi^tpeov *ÀO[Y)vaCou'| ce qne je préfère. Le aiéiiie nom «t caebé daaii MHIPO- 
dXTOI (MTrrpcóvaxTOc) , d*une médaille d'ÀMOs. (Utioaaet, II, 524; SitffL^ Y, 296.} 

(4) Ce Bau ne B*est pas reacontré jaqa^c»; anis je U' d^couwa daoa la lè^ 
1O£EIA....AKIO2:queMioanetati^éed^nlenléd■iH•d«^7ra0(i«ffl^ VI, d09);Mr 

c*est éTÌdemment nooeid[wv]aextoc. 

(5) Bekk., Ànecd. gr.^ p. 783. 



UES NO MS PROVRBS 6RBC5. 287 

temporali) d'ArtàXérce) donc le pére sappeUit ainsi (l)y et 
pai; un omnmentateor d'Homère (2). M. Pape a era ponvotr 
rapporter ia finale de ce nom a la racine aviip , ccv^ptSc ; mais 
elle donnerait Àvo(^$po^, qui MrencoDtreassezaouTeai, non 
Àva^ififltvdpo^. Ce doit étre'le mème tiom que Mov^pbìva^ re- 
tourné, pourAvM^-puivdpo^. L'i, ioséré entre les deux termes , 
est simplement euphoniqoe, tt ne doit pas plus surprendre 
que dans Èffut^^é^a^^ le méme noao, sous une autre forme^ 
qu*Èppbdva^) Àvaii6e(AK, Àvc^^iicoXi^^ Àvot^&x^^^ (KXcflcvoe^), 
Èpadi^evo^, ÈpaaidTpaTO^ ou Àva^iXao^^ le méme que Aai- 

La notion d« dii4nUé se trouve elairement indiquéc dans le 
nuM|MM&po< d'un firagment d*Anacréon tire d'Héphestìon (3). 
Le dÌBsyllabe liuto cu Ilufiu est, dana tous les adjectifs ou 
noms propres dans lesqueis il entre, 1 epithòte d'ApoUon IIu- 
* 6io( ou IluO^^Cy empioyé pouf le nom propri du dieu. Ainai 
nud<$|t«v jpoc 7 identique avec Mcn^^póicuOo< (comme HpoTTuOoc), 
est un doublé nom de* divìnicé, tei que ÈpfaifooeXvì^) ÈppeipiK> 

£p(jLavot)6tc, Épfta^prf^iTo;. 

Enfin cette notion résulte ausai du nom de 6ietf|iay^po< 
(historien cité par Athénée), car il est £e>rmé par la M^union 
de Oeo{ ayec le nom d'une divinité, comme dana Èp(ju(0eo^, 
Zi}vóOeoc et AptfOeac* On pourraic done trouver plus tard llav- 
SpóOeoc. 

Ainsi M«^dptf$«»poc est un nom tout à £aiit analogae aux au- 
tres atra^ ^eytipieva, tels que Tpifió^copoc d'Égypte et Àifa-» 
v(i^po^ de Sicile. L'existenee d une divinité Mcév^po^ ou Moév- 
^pa en ressort avee la méme évidence, bien que Thisloire 
n en parie pas plus que de la déesse Triplùs. 



(1) Vqwu^ //ùe jr^^ t. 6. 

(2) Xenoph., Symp,^ \\\, 6. 

(3) Fngm., 60, ed. Bcrgck. 



288 XVI. ÉTUOB 

lei deux questiona se presentente dont la solution doDne- 
rait un corps historique à ces inductions, tirées uniquement 
de quelques noms propres. 

Dans quelle contrée le eulte était-il établl ? 

D*où vient qu on n*en trouve la mention dans aueun auteur, 
sur aucune inseription , ni sur aueune médaille ? 

Quant à la première question, il y a, je erois, un moyen 
de la résoudre^ e est de chercher quelle est la contrée où se 
rencontrent les noms dans la eomposition desquels entre le 
dissyllabe MANAPO. 

Sans doute, il peut arrider et il arrìve souvent, en effet, 
qu'un nom , orìginaire d'un pays , se retrouve en d'autres 
pays où il aura été porte par l'effet d'émigrations; mais od 
peut étre assuré qu*il se reneontrera presque toujours en 
grande majfirité dans le pays où il a pris naissance. Partout 
ailleurs il se presenterà ou isolément, ou, en quelque sorte/ 
d'une manière sporadique. Guide par eette règie, à laquelle 
ma propre expérience ne me fait pas eonnaitre d'exception, 
j'ai cherché^ dans l'histoire ou sur les monumenta , la, patrU 
des personnages qui ont porte des noms formés ayec celui de 
cette divinité mystérieuse. 

Voici ce que J ai troìivé : 

Les deux seuis Mandroclès connus sont, l'un d'Aphrodi- 
sias en Carie, l'autre de Magnesie du Méandre. 

Les deux Mandrogène étaient, l'un de eette roéme yilie et 
l'autre XAphrodisias (1). 

Mandrodore était aussi de Magnesie, de méme que Mctndrth 
fytos. 

Mandropompus était de Mylasa en Carie. 

Mandroboulosy de Samos. 

Mandrolytos^ de Magnèsie. 

Le Pythomandros iì timctéom était un lonien, tout au moins 
un Asiatique. 

(1) Plo> hant, p. 285. 



DES NOMS PROPRBS GRKCS. 289 

Enfin, ies quatre Anaximandre^ sans exception , étaient de 
Milet. 

On y peut encore joindre le iiom de Mav^pcùv, qui x\est 
quun derive de Mav^poc, comme Aicov et MiQTpcov , de Zeu; 
et de M^'ryip; Épfi.a)v et Hpcdv , de ÈpjAYic et de Hp». Or, ce 
nom de Mav^pcov est celui d*un roi des Bébryces, en Bithynie, 
de l'epoque mythique, et dont le nom était entré dans un an- 
cien proverbe (1). Enfin., sur une médaille d'Alexandria 
Troas (2) , je lis le nom d'un magistrat qui porte un nom com- 
mencant par MAN^APO • • . dont le second terme, qui man- 
que, devrait étre une des finales que nous avons pre'cédem- 
ment trouvées. Je . n'ajouterais pas MAN0P02 d*une piédaille 
de Magnesie , que M. Raoul Rocliette croit étre le méme que 
MANAP02 (3); parce que la confusion du A et de TO me parai t 
peu naturelle. Mavopo; doit étre un nom acép'ale, pour Tiaa- ^ / 
vopo; , génitif de TifAavcop. 

Il est donc remarquable que tous ces personnages appar* 
tiennent a la partie occidentale de l'Asie Mineure, principa- 
lement à TJonie et à la Carie, entre Ephèse et Mjlasa; et il 
est difficile de n'en pas tirer la preuve que cette divinité in- 
connue était adorée dans cette région et point ailleurs. 

Or, on peut immédiatement faire deux applications de ce 
résulut. 

On 7 trouve, en premier lieu , une raison nouvelle pour 
adopter la lecon Àv JpoxXetóa; , proposée par Schaefer, en 
deux passages de Plutarque (4), à la place de Mov^poxXci^a^ ou 
de Mov^pixi^ac, que Wyttenbach (5) s'est efforcé de défendre, 
ainsi que M. Dindorf, dans la nouvelle édition du Thesaurus. 
Ces deuxsayants critiques s'appuient uniquement sur dautres 
Doms commen^antpar Mandro; mais le personnage dont parie 
Plutarque étant de Sparte et non de TAsie Mineure, aurait pu 



(1) Polyani.,Tm,30« 

(2) 2Lenob., Ili, 44; Meioeke, adfra^m. ehoiiamb. poet., p. 176. 

(3) Journal des Savants , 1S45, p. 582. 

(4) In Pjrrh,, e. 26; /» Agui., e. tJ. 
;&) kà Plot. Aforei/., Il, p. 1 168. 

19 



290 XVI. BTUBB 

difficilemant & appeler Mav^poxiXsi^oe^. Cesi là un prìncipe de 
crìtique qu*on ne pouvait songer à mettre en oeuvre atant 
d avoir fait l'observadon qui ressort du simple rapprochement 
de ces noms. 

Une autre application de ce genre peut se tirer da nota de 
lafaoieuse piante àppelée h mandragoras (ó (i.ocvJpa-]f<ipa{), 
car ce nom n'est jamais féminin en grec. On en a jiisquici 
ignoré r^tymologie. Applique à une piante, un nom decette 

forme serait tout à fait inappHcable; car Mav^payopac est jus- 
tement analogue à d'autres noms composés de méme atee 
a^op^C} précède du nom d'une dlvinitéy tels que ÀOyiva*]^fa^; 
Atayopàc, ÉpjJLayopac, npay()pa^, Iluftayrfpa;. Or, commede 
tels noms, par leur essence méme (^ayopa; , vient d*ayop£U6)), 
ne peuvent étre et ne sont jamais ' que des noms prvpres 
d^hommeSy il n*y a nul doute que jamais aucuki objet natu- 
rei n*a puélreappelé MavJpayópac, à molns qti*il jsi ait pris . 
celui quun hòmlne portait auparavant; d*oti nous pouvons 
indaìre avec certitude qùe te nom est celui de quelque méde- 
cin, et quii aura éxé donne è cette piante; parce qne ce me- 
decin en avait découvert la proptiété ou avait inventé la pté- 
paration medicinale qui s*en tirait. On disait donc^ le rttàndra- 
gora3 comme VosiriSj pr^paratìon medicale dont oti croyaìt 
Osiris rinventeur. Dans les deux cas, le nom tenait lìeu des 
adjectifs òaipeto; , Mavipayffpeio; , MavJpfltyopiinig, Mav^pfltyo- 
ptvoc, formes adjectives qui sont aussi empiojées, òomme 
kmktaoii^y A>xi€ittJcio; , À(JipLCiinav((c , Àv6u>.>i^, noms de mé- 
dicaments dérìvés deceuz d'Asclépios, d'Ammon, d'Alcibiade 
et d'Anthylla , ville d'Égypte. 

Je suis donc convaincu qùe le noim de Mandragoras nous a 
conserve celui d*un médecin qui doit étre assez ancien, 
puisque la boisson enivrante du mandragoras est d^jà citée, 
dans la République de Platon (1); et il se présente là comma 
un objet parfaitement connu. Il Test également dans iés trois 

traités hìppocratiques Ilepl 9uptYY<>>v, Ilepl T^Tircav tuv xat 

« 

(I) PUtoo, Dt RepuèL, VI, p. 488 C, (lav^paYÓpf 4) \ui^, , . . owiunfiioKVK;. 



OES NOMS FROPRBj» GRECS. 29 ( 

avOpcMiov et Il«pl 7uv«*Heiwv ; mais, comme on convieni quils 
ne fiont pas d'Hippocrate» je men liens a Platon, dont le 
texte donne une antlquité fort respcctable pour 1 epoque de 
oe médecÌD. 

Maintenant , <m vieni de Voir que les noms composés avec 
Mandro appartiennent e&clusivenieni aux cótes de l'Asie Mi- 
D«ire et principalement à celles de l'Ionie et de la Carie ; 
aous sqmoies donc conduits natureHement à Tidée qtie Man^ 
iragoras éuit un de oes médecina ^% lecole de Cnide dont il 
ne nona reale qu un seul nom , celui à'Eurxphon , ou de celle 
deCos, dont nouà ne eonnaissons aticun nom auilientique 
aTant Hippocrate (1). D'autrei appikadons utilespourront sor* 
tir des résultats précédenu. Je me borne à oeu}^-là , et je con- 
tinue de autvre les traces de celle divinile Mandros ou Man- 
flirv^doni les noms propres seols viennent de nous révéler 
lenstence. 



Déjà la scule considération de la patrie des personnages 
qui portent de tels noms nous a conduit à chercher le sié^^e 
da culle de Cette divinile dans Fouest de FAsie Mineure- une 
dernière observation nous permei de déterminer le siége 
prìncipal de ce eulte. 

Il exisuit en effei, dans le sud de la Phrygic, une ville de 
Mandropolisj doni il n'est nullement question datis Strabon, 
Pline, Piolemée ou les iiinéraires anciens, mais dont Fexis- 
tence est atiestée par les me'dailles, par Tite-Live ei Etienne 
de Byzance. Ce dernier aUteur n'en sp^cifie pas autrement là 
position qu en la qualifiant de ir({Xi; *puy{a<. Une medaglie dtf 
regne de Titus semble en circonscrìre un peu plus la po$itI<:yn' 
par la legende qu'elle porle, MANAPOnOArriìNKAM>IAO- 
MHARQNOMONOI A , puisquelle prouve une àlliance entre 
Mandropolis et PhUomelium. 
Comme celle dernière ville élait siluée au coeur de la Phry- 

(I) Littré, CEttvrts tPBippwrate, X, I, Ditcoiirs préliaìDaire, p. 7 et 8. 

19. 



292 XV fu ETtJDK 

^6; soit à llghoun, selon le colonel Leake, soit à Ak-Sheer, 
selon M. Hamilton (l)f a u nord-est d'Iconium, on poumit 
en induire que Mandmpolis était dans'le voisinage, si lon 
n*aYait des exemples d ofi.óvoia entre deux villes fort éloignées 
Tune de Tautre ; nous n*oserions doncrìen conclure de ce £iit 
pour la proximité des deux vìlles ; mais Tite->Live vient à no- 
tre secours au moyen de ritinéraire qu'il donne de Texpédi- 
tion du consiil Manlius (2). On y voit que 1 armée du consul 
partit de Cibyra^ se rendi t, après deux jours demarcherà 
MamlropoliSy en tirant vers Tlsaurie. D*après la situation 
assez bien connire de Ciòjrra^ Mandropolis a dù se trouver 
dans la partie meridionale delaPhrygìe, voisine des frontìéres 
de risaurie, en remontant le Méantlre. 

Berkelius, dans ses notes sur Etienne de Byzance(3), 
avoue qu'il ne sait d*où vient Mov^po dans le nom de Mandro- 
polis, U*après les recherches précédentes, elle deVait étre 
dans le méme cas que d'autres villes de l'Asie Mineure, telles 
que Pythopolis, Heliopolis, Diospolis (ou Dioshiéron), Cou- 
ropolis et Dionysopolis , qui tiraient leur nom du eulte d*A- 
pollon^ du soleil, de Jupiter, des Dioscures et deDionysus. 
Mandropolis devait son nom à quelque divinité locale, qui j 
avait son principal siége , d où le eulte avait ensuite rayonné 
sur divers points de la Phrygie et de la cote occidentale, de- 
puis la Bithynie jusqu*en Carie. 

Il est permìs de soupconner que le nom de cette divinité 
est, au fond, le méme que celui du fleuve Méandre^ doni i\^ 
ne diffère que par Tinsertion de la diphthongue AI ; et, dans 
ce cas , que le fleuve aura pris le nom de la divinité dont le 
eulte était établi près de ses sources. Mais ce ne peut étre là 
quune conjecture qu'il est, quant à présent, impossible d*é- 
tablir sur autre chose que sur une ressemblance de nom, ca- 
ractère toujours incertain quand il est seuL 

Quanta la deuxième question, celle de savoir pourquoilc 

(1) Réséarehes, t. n, p. 181, 185. 

(2) Liir.XXXVIir, 15. 

(3) Voce Mocv^póicoh;, p. 533. 






DES IfOMS PROPHES GRECS. 293 

nom de cene divinile n^est mentionné nulle part, lesexemples 
cités plus haut, à défaut de tout autre renseignement, vont 
encore nous aider à la résoudre. On con^oit, en eflet, que les 
nomspropres originaires de tei ou tei pays, et tirés de quei<* 
que diyinité locale, doivent diminuer de nombre à mesure 
que ce culte saffaiblit; mais il peut s'en trouver encore 
quelquea-uns, paxce que les noms se transmettent, dans la 
ménie famille, pendant plusieurs générations. En tous caS| 
ils deviendront de plus en plus rares, jusqu a ce qu'ils dispa- 
raissent tout à fait. G'est ce qui arrive pour la plupart des 
nomsdant il s'9gity lesquels ontété portés par des person- 
itages qui ont vécu avant Alexandre; d^xsemontrentcomme 
coDtemporains , et un seul a dù vivre peu après ce prince. 

Aiosiy en reprenant les noms cités plus haut , on trouve 
que les deux Mandroelès sont du cinquième siede avant notre 
ère. Les quatreAnaximandresontdu sixième et dn cinquième 
siècle. PjthoRiandros est'aussi du sixième siècle. Mcuutrago^ 
ras est antérieur a Platon. Mandroljtos est d'une epoque 
mythique. De^ deuxManiirogèneSj Tun est déjà cité dans Hip* 
pdochusi disciple de Théopompe; lautre est un des of- 
ficiers d!Alexandre. 

Mandronax est grave sur une médaille qui ne peut descen- 
dre au delà de cette epoque. 

Mandrocrates est dans une inscrìption d*une epoque incei*- 
taine, mais qui peut, selon M. Boeckh, remonter jusqu au 
temps d'Alexandre. 

Enfin MtmdrtAouli/s fait partie d'une expresaion proverbiale 
de la langue, qui peut étre ancienne. 

Rien ne parait donc a présent mieux constate que ces deux 
faits : le premier, qu on ne trouve ces noms qu en Asie Mi* 
neure (à deux. exceptions près); le second, qu'on ne les trouve 
qu avant Alexandre ou peu de temps après. 

Si Tun annonce. que le eulte de la divinile était propre k 
TAsie Mineure, et avait son siége principal à la frontière de la 
Phrygie et de la Carie , Vautre indique qu'il était ancien dans 
cette contrée, et qu il avait cesse, ou du moins s*était affaìbli. 



294 XVI. ETUDB 

de bonne faeure. On peut voir là une de ces disparitions de 
religions locales ou Fune de ces absorptions suecessiTes, dont 
le polythéisme grec offre plus d*un exemple. Ce eulte aura 
cede, dans le pays méme, devant réublissement de noureaui 
cultes, par exemple, de ceux du dieu Men ou Lunus^ et de Cj* 
bèle ou la Grande Mère, qui nont pris d'aocroissement , dans 
cette méme région de TAsie Mineure, qu'à une epoque com- 
parativement recente. 

Ces deuK cultes avaient , depuis une epoque fort ancienne, 
leur siége, Tun à Pessinonte, Tautre à Cabira dans le Pont 
Yensient-ils de piusloin du còte de TOrientP Cest un point 
que je laisse à décider à ceux qui le sarent ou croient le saToir. 
Ce qu il j a de certain , c'est qu*ils sont partis de ces deux 
centres,pour se répandre dans l*ouest de TAsie Mineure; celui 
du dieu Lunas parait étre reste en Asie; eelui de la Grande 
Mère a passe en Grece, puis dans TOccident oà il s'est lié 
aTec le eulte de Mithra. Leur extension dans Touest de TAsie 
ne parait pas étre de beaucoup antérieure à Alexandre. Ce 
qui le prouve, entre autres indices, c'est qui; les nomsde 
Ménodore et de Métrodore ne se montrent qu'à une epoque 
tardive, ce que je ferai voir dans la suite, lorsque, quittant 
TeiLanien des détails, je réunirai queiques nipprochenienu sur 
la rareté comparative de tous ces noms. 

Maintenant, si Ton pense que la piupart des anciens au- 
teura qui parlaient de cette méme région sont perdus, et que 
les inscripiions antérieures à Alexandre j sont infinìment 
rares, on comprendra pariàitement pourquoi le nomde cette 
divinité, tombée de bonne heure eii désuétude, ne subsiste 
plus pour nous que dans celui des personnages n^s à l'epoque 
où son eulte était en vigueur. Gda nous explique encore pour- 
quoi la ville de Mandropolis était déchue de bonne heure avec 
le eulte qui avait fait sa célébrité, k tei point qu elle n est plus 
citée ni par Strabon, ni par Pline, ni pat Ptolémée, ni par les 
anciens itinéraires (1). 

(I ) Si le nani da Seoff Sx^^iovopoc «ftt cunpoM aree celvi et Gt|t« ^rj«ké-9 a» ta 
conelurait qn'eUe existait déjà au temps d*HoBère. 



DBS«NOAIS PAOPABS GRECS. 295 

DEUXIÀME G£NR£. 

:«0Bf6 EU ^(OpOC) DONT LA PREMlERB PARTIR EST UNE BPITHETB 

PE DIVINITÉ. 

£q qhtfrcbant de9 i^ppHcations du mépie principe, J'ai reo- 
cootré qii^lques noms doot je nsii $u d'abord que faire , parce 
qu iÌ0 ^mblaient écbapper à toute analoj^ie ; par e^emple, l^s 
deux pom^ IlToiQ^a^f o; e^ Ilavooxo jcopo; ^ ce dernier, dans une 
inscpìption d^s Syringes de Thèbes, Je ne pouvais i^econnaUri: 
là de$ 00015 de di?inité. Ajant pourtant quelque confiance dans 
le prìncipi; de composition qu^ m^ayait assez bien conduic, je 
cherchai les moyens d'y ramener ces noms singulier^. 

Je fis la renaarque que plusieurs noms propres grecs étaient 
ou des épithètes de divinités, cu des dérivés de ces épithòtes ; 
tek «Qnt \e& noi^s de IIuOiq; , Èx^^'SoXo; ou ÈxxSoXto; , ÀXi^io^ , 
Aoi{uo^« QuXi^, qui soni des épithètes bien connuesd'Apollon; 
ÈypSio;, épithftf d^Hermès; Euo^o^i de Pan; ÀTfvaio^ et 
Bpó(t^( [l)y de Bapchus» Tels 3ont encore les noms coiiiposés 
QXMjtmQ^ciipof eit IJyOQj^iap^;! où se trouvent les épithètes de 
Jupiter et d*ApoUon^ au lieu des noms de ces divinités. Tels 
som ^ncor« les cox;nposés ÒXufAmQa&evTi^ , JluSayopqt; , nuOay- 
Y«^o$, IhHfjfOL^j eie, 

Cel(e romarque me 4oQn4 h théorie des noms qui m embar- 
rassaient si fort. Je m'apercus qu*ils sont compo^é^ avéc des 
épithèfes pu des fitr^^ de divinités , ordinaii^ement très-rares y 
ou se rapportant à des cultes locaux , dont Tétendue était fort 
lìraitée ; d*où il résulte que ces noms doivent à la fois étre rares 
et appartenir à certaines localites. C'est en effet ce qui sgrrive 
pour la plupart dentre ceux qu(» j'ai pu r«cueil}ir. Je commerce 
par nTot^&(É)po^, un des plus frappants entre ceux qui m*avaient 

embarra^é. 
Ce nom est assez ancien chez les Grecs, pi|isqu*on Je trouYe 

(]} Jt ae le trouTf que suu» U forme Utiue, P. Clodia* Bromiof. Ordib, n^ 4110. ■ 



39(> XVI. ÉTUDC 

dès le temps de Pindare et deThucydide. Uatis cet historien (1), 
il de'signe un personnage baniii de Thèbes. Ce nom provient 
évidemment de IItoio^ ou IIt^oc, épithète qu Apollon tiraitdu 
mont IItoioc, où il avait un tempie, et qui appartenait au 
territoìre de Thèbes (2) , s'éleyant au-dessus du lac Copafs, pres 
d'Acraephia. Aussi, près de celte ville, on a trouvé unedédicace 
ÀiroX^.cùVt nT(jSc{)(3); et dans une autre, une Thébaine estap- 
pelée IItcoi; (4). C etait donc un nom essentiellemcnt thébain. 
Le Ptceodore de Pindare (5), aieul de Xénophon de Corinthe, 
était sana doute un Thébain, et cehii de Démosthène, Mega^ 
rìen(6)j tirait son origine de Thèbes , car l'épithètc IItSo; 
est purement locale. Une médaille de Béotie (7) porte les lel- 
tres IITOI, qui doivent étre le oomniencement de IlTOibe ou 
de nToi[((J(i>poc ]. 

G'est au méme dieu et au niéme pays qu appartieni te nom 
de FaXa^^copoc 9 qui , selon Xénophon , désignait un des Tbé- 
bains corrompus par lor du grand roi (8). Taki^io^ est en 
effet une épithète qu* Apollon portait à Thèbes. Selon Proelus, 
<*e dieu y prenait les titres diaptyfvio; xal Fa^a^io^ (9). Il est 
vrai que M. Bekker, dans le texte de Photius, a voulu lire Xot- 
^a^io^; mais O. Mùlter s'en tieni à l'ancienne lecon (10). Son 
opinion se trouve à présent confirmée par le rapprochement 
que fournit le nom du Thébain FaXa^i^copo^, qui annonce 
qu*un dieu recevait en Béotie le dtre de FoeXa^ioc^ qu'il est inu- 
tile de changer, comme on a propose de le faire, FotXa^i^idpo( 
en Àva^C^cdpoc- 

Une autre épithète d^ ce dieu, celle deÉxaro^, synonyme d« 



(1) IV, 76. 

(2) Pra., IX, 23, 3, 

(3) KeiU Sjrlloge.inser. bteotiearum^ p. 38. 

(4) Jd,, Md. 

(5) Oijmp. XIII, T. 68. 

(6) De Coron^ p. 324. Il y a uu Pteodore daoa Lacien, Dialog. mort. Tilt, t. 

(7) Mionnet, t. II, p. 102. 

(8) HeUen., IH, 5, ! . 

(9) Ap. Pkot.,p. 321, col. 2. 
(tO) Orvknmem.f S. 47. 



D£5 DfOMS PROPRBS GRECS. 297 

ExYi&iXo; y est entré eti composition dans le noni de Èxaré^tù-^ 
p(K , qui n'est pas du tout pour ÈxaTov^<dpoc j comme le petise 
M. Pape , non plus qiie ÈxaTOxXii;. Il est très-possible, n^an- 
mcHns, que le premier terme, dans ces deux noms, soit Éxam ( 1 ) ; 
mais on trouvera peut-étre difficile que le nom d*ane divinile 
infernale soit suivi de ^copo^; car il est fort probable que 
IRouToy^vìii^, nXouToxXYj?, nXouTapj^o?, viennent dellXouTo^ et 
non de IIXouTftiv , le dieu Platon. Le nom propre UXoureu; on 
nXouTcDV doit ayoir la méme origine. G est aussi de répithète 
d'ApoHon qu'on peutfaire dérìver, outreles deux noms susdits, 
ceux d'Èxaraib; (Hécatee) et d'Éxart^pw;, dont je parlerai plus 
bas. Je n'excepte méme pas ÉxaT<àvi>tx.o^, car il n est pas pro- 
bable qu*on ait appelé un individu Vhomme auxcent nonu; 
un dieu^ à la bonné heure, parce qu*il pouvait recevoir une 
multitude d*épithètes différentes; ainsi, Isis (j.upiuvTipioc* Èxa*" 
T(ovu[to( est pi^obablement forme comme 2xa|Aav^p(óvi>|jt.o;. 

Le méme jipollon^ ou bien Esculape^ se retrouye dans più- 
sieurs noms formés avec des épithètes relati ves à ces dieux 
niédicaux. 

Ainsi, laTpd&Qipoc, sur unemédaille de Smyrne(2), sera un 
synonyme de À^xX^iTCtó^copo^, puisque Escalape recevait par 
excellence le titre d'ìarpo; (3). C est probablement lATPO- 
AfìPOS qu'il faut lire sur une inscription, au lieu de IIATPO- 
A(ÌP02 , que M. Rceckh eroit suspect (4), et non sans raison. 

Le nom de l'une ou de Tautre de ces deux divinìtés entre 
dans celui d'Àxecrni^copo;, porte par un ancien historien (5) et 
par un' personnage d'Aristénète (6) ; car flbUaTa>p (fo guéris' 
seur) èst une épithète d'Esculape aussi bien que d*Apollon (co 
^i6* oxecTTCAp (7) ). Quant à Àxe<r(i&<x>po^ , nom d un autre his- 



(1) Cf. Corp, inser., n" 2727-2S. 

(2] Mionnet, m, p. 195, 301; S. VI, p. 370. 

(3) PaiM., Il, 26, 7. 

(4) Corp. irnser., n* 3367. 

(à) jtp. PluUrch. Tkemùi.y e. 13. 

(6) Arìstco., 1, 13. 

(7) Eurìp., Andi-om.f 882 



298 XVI. fiTDDB 

torien ( I) , il faiit pe^t**etre lire , soit AmoxiiiafQ^^ìt Àsu^tó- 

^<apoc I Tadjectif Àximo^ étant une épithète de Télesphore (2) 
et d*Apollon (3) , qui se retrouve dans les ooms siniples Ax^oto^, 
Àxtaiac; comme À3U9TivoC) Àx^«t(i>(>, Àxcirropt^V)? et Àxccéi, 
fiQin d'une fiUe d'EacuIape et à! Epione j ^pouse de ce dieu (4). 
Ce nom d'Am^T) nous méne natureUement à celui dnictó- 
^ftapo^, que portait une ile de la mer Rouge (Hitfo^c&pQv 
vvi(roc(5)). Tai déjà eu occasion de remarquer luUeurs que 
tou8 les Doms grecs que portent des localités de cette mer, 
leur avaient été imposés par des navigateurs qui les avaicDt 
découvertes ou qui y avaient forme les premiers établìsseniepts; 
tantdt ce sont des qualsficatifs dus aoit à quelque eirconataDce 
locale, corame Aewxò^ et PaOòc XiV^v, Sfiapoy^o? (ou ?|i«' 
pay jou), risvTe^axTiiXov, MovoiaKTuXov et 2«Tvpci>v Jpoc j etc. ; 
soit à des noms dedivinités, comme Af polirne ^t Aoroép'nK 
V'^ffoc, À6Y)vac Pa>[i.0Ci l^^^ov opoc(6), Aio^KOvpoyv Xi[Aii(v; soit à 
des noms de rois et de reines, tels que eeux de Bérénùte, 
di^rsinoéj de Ptolémaìs, de Philotéra; soit enfin à des parti 
culiers j tels que les caps de Sarnpion , de Démétrius et de Dio- 
gene ^ les ports A'AntiochiLs et de Af7j(Muòc ^ffto<(7)), lesiles 
iiAgaihon , de Timagene , d« Myron , de Diaseoride , Tautel de 
Gharimotrns (Xapt(A^Tpou ^^6^ (8) ) ( enfin , Tìle jXÈpiodore , 
dont le nom nous occope en oe moment. Ces diverses espèces 
de noms se r^rouvent dans ceuz que Les narigateurs moderses 



(I) €f. Vo»8., ffitt. gr. ìli, p. 37t5, Weslerm. 
(ì) Pum»., Il, n, 7. 

(3) Bi:rcklL, ad Corp, itifCt t* l, p* 477. 

(4) CependaDt 'A.TUatLc% nom d*uxi bradeur, poumit avoir une origine différeatf ^ e( 
se ratucber à àxsotpa. Voelkell, WaehUss. S. f 19 ; Raoul Bocbttte, iMtn k JV. .ScAom, 
p. 1S6. 1S7. 

(5) Peripl. mar. Erythr., p. 175. Blancard. 

(6) L*adjectif dérìré de ''Ivtc est ordinairement *l9ipi^; ^epeoi)pm le aom des 
fétes xà 'Idia sappose la forme 'lotoc ; «Uè 9»t pro^vfe |^ar fiet e^emple, 'J^iov Òpoc. 

(7) Je donne à ce nom le sens de Portde h/jt, et non de la Sourit* comme oa Ta 
jasqn*id entendn. Le nom propre MOc, génitif MvóCy est asses fréqnent. Od en oon- 
natt aa moins trois exemples. On connalt aussi le dimiontif M^^^^PC* 

(8) Xotpt(JiÓTpou doit, je peuse, se lire Xapii&óprorj , comme *AYl(MpTo; ICorp, inscr-t 
n^ 22S5 b), Tenant de tAopTTJ (redevaoce). La finale {lÓTpov ii« s'ezpUflVC pa>. 



DES NOMS PKOPIU^ GRECS. 8B9 

ìmposent aux lieux nouYellement ciécourerts. On voit qu*iU n^ 
font en cela qu'imiter les anciens. 

n ny a pai jusqa*aux pierres de marque^ posées en diverf 
lieux par les Portugais et les EspagnoU, sur les cótes de XKr 
frique et de l'Aniérique , qui n aient leur analogue dans Uins* 
cription d*£vergète que Cosmas avait encore Irouvée à Adu** 
lis; et, pour montrer ce qu*il peut j avoir d'hj6toire dans 
une induction tirée d*une siniple observation relative à de$ 
noms propres , je vaia en indiquer une qui a échappé à tout 
le monde , méme à Gossellin , dont Toeil atlentif et péoétrant a 
découvert tont de points curieux pour rhiitoire des còtes de 
la incr Rouge. Cette observation , qui reasort de la seule ina* 
peccion de la carte ancienne des còtes de cette mer, «at celle-ci : 
Lea noms grecs donnés à dea villes, à dea caps ou à des il^s, 
ne se troorent que sur la còte occidentale , celle d'Afrìque. il 
n y en a pas un seul sur celles d* Arabie, au-dessous du 26' de- 
gre de latitude. Cette observation suffit pour établir un fait 
dont rbistoire ne parie pas; cest que ni les Ptolémées, ni les 
empereurs romains n*ont forme detablissemenfde ce còte, et 
quils ont porte toutes leurs colonies sur la rive africaine. 

Je reviensau nom A^Epiodore; il contient une épithète divine, 
soitde Venusy qualifiée de ìiicto^capo^ (1), soit d'Esculape, qui 
était dit Tiirio^ [mitis) et i^^ru^f pcav (2). Un hymne lui donne 
méme le titre de iiirio$<&Tiif , qui est déjà une épitbète de la 
langue , u&itée dèa le temps d'Honère avec le sens de vÌt^i» ou 
XpiQaT«da>pou|Aevo(; et c'eU à la méme idée que tient le nom de 
Hm(ivY) , que portait Tépouse de ce dieu. 

Gérès ou Proserpine, et peut^étre ces deux divinités à la 
fois, se reconnaissent dans le nom Àyvo^cDpo; , qui est celui 
d*un Athénien cité par l'orateur Lysias (3). On sait que Àyva 
ou Ayvii est 1 épithète de lune ou de Tautre de ces deux d^esaes, 
qui recevaient méme coUectivement le titre de Àyval Oeai (4). 

(1) Stcsichor., ap, Schol. Eurìp. Orett., ▼. 249. 

(2) Corp. inscn'' Sii, ì.l. 

(3) Lyiias, ont. XHI, 56. 

(4) Weicker, SyUoge epi^., p. 178. 



300 XVI. BTUDK 

Jattribue la mérne orìgine au uom de ÀyvófiXo;, que je crois 
un synonyme de Kopofi^o^, compose cornine Hpo^iXo; , Ai^- 
Xoc, etc, ainsi qua celui de ÀyvóOe^iLi; , forme comme ZisvóOe- 
[Ai^ ) ÀroXXó68|At( et n p^Oep;. 

Ce sont des épithètes de Jupiter qui ont servì à coroposer 
ies noms suivants : 

BaofiXe^^capoc, Athénien cité dans une inscription du temps 
de Marc-Aurèle(l). Son nom estdérìvé du Jupiter ^aaiXeuC) 
appelé aussi Tpof(àvio{, honoré eu Béotie, spécialeroentàO^ 
ehomène et à Lébadée (2). 

TiraT<i^upo( , porte par un Tanagréen et deux Thébains, 
dont un statuaire ^ coliaborateur d'Aristogiton. Car ce dieu su* 
prème s appelait , en divers lieux de la Grece, SicaTO^ (ùirfpTa- 
Toc) y épithète qui revient à celle de i^ujxo^ , employée fré* 
quemment. Le nom de la fameuse Hypatie (YiraTiot), fillede 
Théon, a méme origine. 

Kadffio^cdpo^ 9 Cassiodore. se tire d'une autre épithète 
du méme dieu , KaGio; ou Raeraioc 9 qui provieni du niont 
Casìus ou Cassius en Syrìe (3) , voisine de Séleucie. Aussi le 
nom de Jupiter Casius se lit sur Ies médailies de cette ville (4)* 
Kaff^o^cdpoc était donc un nom locai, qui ne se troufe 
guère en grec que sur une inscription d'Antioche (5) , ville 
voisine du Casius, comme le simple Ramaio; (sans prénom), ne 
se lit que sur une médaille de la méme ville (6), et sur une 
inscription d'Eumenia (7). Peut-étre est-il bon d'observer que 
la nymphe Kaa^xéim ou KaatfUiraa, femme de Céphée ei 
mère d'Andromede, était la fille d'jiradus; ce qui nous amène 
fort près du mont Casius ou Cassius. 



(1) Corp, ùuer., n" 276, 1. f ». 

(2) BoBckb, lul Corp, inser.^ 1. 1, p. 704; MiiUer, Orehomen^ S. 162. 

(3) Le sigma se doable indifféremment Ainti : Kourmoc olvoc (Erotìan., p. 22S); oa 
disait de méme Kouria et Kaaatot, KoodvSpa et Koavdvòpa, Kit^ioóc et Kn^iovóc. 

(4) Eckhel, D. N. t. Ili, p. 326. 

(5) Pocock., Inscr. ant., p. 2, n** t. 

(6) Mionnet, t. V, p. 167. 

(7) Coq>. inscr., n*» 3902 m. 



DES NOMS PRUPRES GRECS. 301 

On peut eonohire de là que le célèbre Gassìodure descen- 
dait d*une famille syrienne. 

D'après ces exeinples^Je nom <ie Ilay^ox^^copoc , qui a été 
pour moi la première cause de cette recherche, doit contenir 
une épithète de dìvinité; ce sera Jupiter, et Tépithètede Ilav- 
Joxo( fera allusion à ce que ce dieu reqevait toute la Grece 
dans son hiéron d'OIyiupie : À(ò( luav Jox(i> oXaei (on lirait 
IIov^óxco, si nav^óx({> n'était plus poétique) , comme parie 
Pindare(l). Maison Toudra peut-étre la rapporter à Pluton, 
qui était qualifié de noXii^exT»; , noXu^eyfjic&v, Ilav^oj^su;; 
(synonyme de IlavooxQ; ) , parce qu il .recevait tous les mor- 
tels : irp^7cavT«5 AJti? Trocv^oxeiic aypewcfiTai , dit Lycophron (2). 
Eschyle emploie, dans le méme sens, ladjectif iroév^oxoc (3). 
Uidée cotitenue dans ce mot, Callimaque (4) Texprime 
avec une nuance differente par Tépithète àpTcoxryfp , qui a 
suggéré a Borace son rapax orcus (5). Mais la première éty- 
mologie paraitra peut-étre préférable, d'après la remarque faite 
plus haut sur ÉxxTo^cdpoc (6). 

Ainsi, cet étrangenom de Ilav^oxó^copo; n'est au fond qu'un 
synonyme de Ò\u[tino^4i>pO(. 

Un nomtout aussi rare que celui-là, et non moins extraor- 
dinaire, est lirTrap(jLÓjoipoc , qui désigne un Béotien dans Tora- 
teur Lysias (7). Les trois première syllabes, IIinÀPMO, doi-' 
vent étre un compose de itctco; et de apt^oty représenlant Tad- 
jectif iTC7cap[&0{ , ou plutót iTriròepjiaTo; , qui devait s appHquer 
à un char attelé de coursiers, iirirtov ap^xa, comme dit Euri- 
pide, en parlant du char des Dioscures. L*épithète dont je 
parie convieni dono parfaitement, soit à Castór seul, qui, le 
premier, avait su attacher des chevaux à un chtir, ce qui lui 



(1) Olymp. HI, 30. 

(2) Alexandr,, t. 655. 

(3) Sept, e. Theb.^ ▼. 860. 

(4) Epigr, n, 6. 

(5) n, Od., 18, 30. 

(6) Plus haut, p. 297. 

(7) Orat. XXni» 5. 



302 XYI. ÉTUDB 

avait Talu répithète de xp^9ap(itaT0( , que luì donne PÌDdare(t), 
soit aux deux divins frères , qui recevatent en commun Ics 
éprtbètes de euticirot, ^eoxciitttiXoi , iirir<K. Ce nom de tmvap- 
(i.ó^(dpo^ tient donc encore à quelque eulte locai des Dios* 
corea. 

Ce sont les méntes dienx cu béros, appeléspar ezcellenoe 
flr^axe^ cu fltvaxT£( , qui ée retrouvent dans lea noms de Ava- 
^t^oipog y et de Àva^iOt(&i^« 

C*est à raìsonde ce titre, apécialement donne aux Dioficnres^ 
qu'un de leurs fils portait le nom àìAìuucins (Àvot^a;) (2). Od 
pent attribuer méme origin^e aux noms Àva^i&OTO^, KyaSji£w^ 
(comme Ép[Jt.^iO(, Z^v^€(ò^, tinv^i^vf^y Avoc^téooXo^» 

Sur une médaìlle de Thesaalie) un ma^lrat ae Bomme IIE- 
TPAI02 (3). Ce nom ntest que répiihète que NepttAie poruit 
en ce noéme pays, dès le tempd de Pindare (4). 

Dans ATfVtfyoporc, nom d'un Tigneron cké par Maeedomoi, 
comme Aiìvaeo^ d'une médaiUe de Mtlet, et Ài)y«'ràco9to$9 
nom ironique d'une courtisane, il fimt ohereber Tépithète 
^Yivsib^, qui appartient à Bacchus (5). 

Yoilà des exemples en nombre StifSsant, je croìs, pour au- 
toriser mon opinion sur la formatiom de ees noma propres 
composés. Cen est asset pour suggàrer à 4*atitres peraoMMiS 
l'explication de ceox du méme genre que je ti'ai pomi cités. 

TROISIÈME GENRE. 



KOMS COMPOSBS ATEC CELUl d'i7N<TLBUVB OU DON BBBOS. 



Ceux-ci forment la troisième espèce de noms divins, tirés 
de divinités d'un ordre inférieur. 



(1) Pr<A. V, 9. 

(2) t>aDS., II, 22, 6; IH, 18, 35. 

(3) Mionnet, II, p. 5. 

(4) PjrA. IV, T. 138 ; et Scbol., b. 1. 

(5) Yoyex U nourelle éditioo dn Thesaurus , t. V, p. 256 , 257. 



D£S NOMS PROPRKS GRECS. 303 

Les fleuvea étaient, ainsi que les sources et les fontaines, 
l'objet d*un culle au rooins héroìque. Plusieur^ de ceux qui 
arrosent la Grece et TAsie Alineure, étaient consacré^ dans les 
traditions mythiques, etfurent de benne heure Uosorés de 
temples où d'autels. Dans ce nombre, on comptait principa- 
lement XAsopus en Béode^ le Céphissus en Béotie et en At- 
tigue» XAcheloùi en Acarnanie, le Mèle» et le Caystre en Ionie, 
auiquels il faut ajouter le Caìque, le Scamandre^ le Simoisy le 
Rhésus^ le Granique^ YEi^énus^ le Méandre^ Vtìermus^ le 
Phase^ìe Strjrmon^ le Pénée^ YAlphée^ qui sont cités déjà dans 
la Théogonie d'Hésiode (1), oomme iils de TOcéan et de 
Tédiys. 

Ce sont préciséraent les iioms de la plupart de ces fleuves 
qtti entrent dans la formation de certains noms [MX)pres. Les 
personnages qui les ont portés étaient censés un présetit des 
diyinités des fleuves. Dans la plopart des cas, sans doute^ oes 
Doms ont dù leulr origine a ce qu\ine femme, jusque-là stèrile, 
sera deveaue feconde pour avoir bu des eauz du fleuve ou pour 
s'yétre baignée. 

Il est clair que, de leur nature, ils doivent ^tre locautt et ee 
trouver uniquement, ou du moins princtpalemetìt, dans la 
contrée arrosée parie (leuve; c'est en eITcft ce qui a lieo. Op 
peut les rencontrer ailleura, paroe qu'ils y aunont été trans- 
portés pluatard, mais ce sera toujoìirs par une exception as- 
sezrare. 

Ainsi XAsopus , fleuve de la Béotie et de la Sicyonie, avait 
donne le nom ^ Asopodoros a deux Tbébains, Hérodote (2) et 
Pindare (3) ; et à un Phliasien ; en outre, ceux iìAsopolaos 
à un Platéen (4); et iAsopichos & un Orchoménien. On 
Ut le nova -d' A sopios sur une médaille de Parium enMysie; 
mais Parium était une coionie de Paros, où se trouvait aussi 
une rivière A^ A sopus, 

(1) Y. 33a-345. 

(2) IX, 6». 

(3) tsthm. 1,1. 

(4) Atben., XIV, p. 631. 



304 XVI. ÉruDE 

VJsménoSy fleuve qui coule aunord de Thébes, avait donne 
son nom dì Isménodoros à deux Thébains, et celui dl'Ismé' 
nodora à une courtisane de Béotie. Le derive Isménius est 
porte par des Béotiens et par un Athénien, sans doute issude 
la Béotie ; et celui dUsménia par une Thébaine ; ceux d Jap- 
vtyo^ et la{A7}vix^TY!^ par deux autres Thébains. 

Je crois que le noTiX[<.óoa>po$ d*une inscrìption béotienne, 
est un synonyme de I(T|x,Dvo&(Éipo^. 

Le nom de Céphisodore provient de deux fleuves de TAt- 
tique et de la Béotie qui se nommaient Cephisos ou Cephissos; 
aussi le plus ancien personnage de ce no Ai est un Athé- 
nien. La plupart des autres : Kti^ taó^oTo; ^ Kiof icó J7)(to( , 
Kìiftaof (ov , KnfiaoxXTi;, KYjf iffóxpiro^ , Kt}^ tffocv&pog , Gomme 
les dérivés Kt)^ i<nac et Kif)f ifficov j sont portés par des Athé- 
niens ou des Béotiens ; ceux-ci nommés , d après la forme do- 
rique, Kaf lao^upo^ ou Kaf laia^. 

Farmi les magistrats de Cbio, ou trouve Jes noms de Kti^- 
«oxpiTO^ , KvifiaoxX^C , et méme Kiif i; , que Af ionnet et Pape 
donnent comme un nom entier et complet , mais au'quel il 
doit manquer la finale. D*après ces trois noms, on peut presu- 
mer qu*à Chio, comme à Paros , il y avait une rivière de Ct- 
pkissiis^ que les auteurs auront passée sous silence. 

Un nom très-rare est celui de 2TpupLÓ^6)poc 9 donn par 
. Arìstophane^ dans les Acbarniens (1) et la Lysistrate, à un 
bourgeoìs d'Acharnes (2) ; par Démosthène à un banquier 
d^Écine (3) ; ce qui indique qu'ils étaient nés (eux ou leur pére) 
à E ione ou à Ampfupolis^ colonie athénienne arrosée par le 
Strymon. On sait que ce fleuve y était honoré d*un eulte parti- 
culier, au(|uel étaient affectés les produits de certaines amen- 



(1) Pape, ff^arterb., k r«s noma. 

(2) Dans U Ljùstrate d'Arìstophane , ▼. 256, un TÌeìUard est appelé ItupLÓSttpo;» 
qui serait un nom Jorgé, d*nn sens obscène (de oTV(Ui). Mais on ne compreDd pas oa 
tei nom appUqné à nn respectable Tieillard dn chceur. Anssi , le SdtoUaUt dit'il h 
£TpU{ió5«apoc. Ce qui montre qne la le^on £TpU|&ó2«0poc «tatt dans les manascrits. Ct*l . 
à oonp sftr, la Teritahle. 

(3) Orat. XXXVr, 29. 



DBS NOMS PROPRBS GRECS. 305 

des (1). La première fondation d*Ainphipolis est de la S^année 
de la 77* olympiade (470), ou plutòt de la S^année de la 78* 
(466) j 29 ans avant la colonie d'Agnon. La comédie des Achar- 
niens fut jouée la 6* année de la guerre du Péloponnèse (2), en 
426; la Lysistrate le fut -14 ans après, dans la f^ année de la 
92* (en 4 12), Tune 40 ou 44 ans, l'autre 54 ou 58 ans après la 
colonie de Cimon. Il y a doncici le temps nécessaire pour qu'un 
Athénien, né sur les bords du Strymon , fùt venu s'établir 
dans la métropole. 

Le pere de Corinne, la célèbre poetesse deThèbes,se nom- 
inait, selon Suidas(3), ÀjreXó^wpoc ou Aj^eXóJwpoc, nom qu'Eu- 
docie écrit, par erreur, Àp^e^c&^oipoc. L*Acheloiis était l'ob- 
jet d*un eulte particulier, célèbre dans tonte la Grece, d*après 
letécnoignage d*Ephore (4). Selon Pausanias, le tempie d*Ani- 
phiaraùs , près d'Orope, contenaitun autel, dont une partie 
était consacrée à Pan et aux deux fleuves Cephissus et uécAe" 
loùs(&). Il ne serait donc peut-étre pas nécessaire de supposer 
que le pére de Corinne fùt originaire de TAcarnanie. 

e* Sur une médaille de Smyrne, Mionnet a lu I2TP0A0- 
T02 (6), re^u dans le lexique de M. Pape. Gomme je trouvais 
inyraisemblable que le nom de Ylster fùt venu de si loin jus- 
quà Smyrne, j'avais conjecturé que ce nom est acephale, et 
quon doil lire [KA]T2TP0A0T02; nom compose avec celui 
du fleuYe Caystrus , qui se rend a la mer, près d*Ephèse ; 
mais la vue de la médaille elle-méme a fait évanouir cette 
conjecturé; 12 est à une ligne supérieure, précède de A, ce 
qui donne le nom abrégé AÌ2j^piwv ou X^''^?» ujtvo; , x^o;, 
Oli tout autre commen^ant par ces trois lettres ; et à la se- 
conde ligne, TP0A0T02,"qui est le nom MHTP0A0T02. 
Un nom forme aree celui de ce fleuve doit avoir existé sur un 



(1) Corp.User.^ n"a007. 

(2) Aekam,^ r. 266. 

(3) fToe^ Kóptwa. 

(4) Ephor., Fragm, 27, p. 123, ed. Marx. 
(6) Paiu., T, 34, 2. 

(6) Mionntt, IH, p. 195. 

20 



306 XVX. ETUDB 

cistophore de la méme ville^ où, selon la ie^on de Sestipi, se 
lisent deux noms de magistrais, EPMIA2 KA1T2TP ( l), dont le 
dernìer doit élre KaiÌ«Tp[io<], KaudTpóSioc, nom du pere d'Aris- 
téas de Proconnèse (2) , Kaiiffrpo&opo^ , ou toute autre finale. 

Dans la méme cotitrée, le nom du ileuve Caicus, qui coule 
au sud de Pergame, se montre dans celui d un Smjrrnéen; car 
il n y a aucune raison de douter du nom KAIKOT qui se Ut 
dans une inscription de Smyrne (3). Le méme nom désignait 
un habitant de Mitylène, le pere du philosophe Pittacu&(4), 
un des sept sagesde la Grece. Le nom de ce méme fleuve CaìcuSj 
va se retrouver bientòt dans un nom compose. 

Le Meandro avait donne son nom à plusieurs personnages 
appelés, soit Maiov^po; (5), sur une médaille de Magnesie (6), 
comme le fleuve, soit Maiav^pio;, sur une médaille de Milet (7)- 

Le Scamandre^ en Troade, donna aussi le sien plusieurs 
fois. Le fils d*Hector, Astyanax, avait été appelé par sod pére 
2xa[Aav^pio<; (8), qui est aussi le nom d*un Mitylénien (9). Un au- 
tre Mitylénien , le pére de Sappho, se nommait ^SxoepLav&pcivu- 
|A0( (10). SxafAav&po^ est dans une inscription athénienoe du 
temps de Claude (11) ; dans Gceron, Scamander (12). C*est 
encore celui de deux vainqueurs aux jeux Olympiques; Vuo. 
de Mitylène; lautre d'Alexandria (13) , peut-étre Troat; ce 
qui est d'autant plus probable^ quune médaille de cette 
ville porte le nom KAMANAPO, qui est acéphale et doit 
se lire 2xa|Aav^po^ ou 2xa(tav$pou (14). Enfin, 2xaf(Lay&f((9«Xoc 

(1) Mionnet, 5*/'/'/., t.VI, p. U9. 

(2) Herod., IV, 13. 

(3) Corp. inscr.^ n*» 3243. 

(4) Sukl., 1/. IltTTgtxo;. 

(5) Herod., IV, 13; Arriao., Indica, XVIII, 7. 

(6) Mionnet, t. lU.p. 143; Suppl.^ t. VI, p. 233. 

(7) Le méme, t. Ili, p. 164 ; Keil, yindicitt onomatol,^ p. 9 et 10. 

(8) lUad., Z. 402. 

(9) Diod. Sic, XI, 48. 

(10) Herod., II, 135. 

(11) Corp. inscr., n*» 266, l. 6. 

(12) Pro Cluentio, § 16. 

( 13) Krause, Oljmp,, p. 370. 
(14) Mionuet, Suppl.^ t. V, p. 609. 



D£S NOMS PROPRES GRECS. 307 

est le nom d un Troyen sur un vase du nausee de Beriin (1). 

Le Simois avait donne son nom au Troyen 2t[Aoi9toc (2). 

Entre les fleuves de Tlonie , le Lycus , le Méles et VHermus 
paraìssaient étre restés jusqu*ici en dehors de YOnomasticon 
grec, excepté le second dans le seul nom d*Homère, MéUsigène. 
le crois pourtant les retrouver plusieurs fois tous les troìs. 

Le premier, dans Tif&dXoxoc, que porte un magistrat sur 
une monnaìe d'Erythrcs (3), ville située non loin du Lycus. 

J*ai dit plus haut que les noms composés Fétaient^toujours 
d une manière conforme à la raison. 

D'après cette observation, on ne setonnera pas, par exem- 
ple, de ce que, parmi les noms propres ou les adjectifs com- 
mencant par ^Xo (sens actif, aimant) , il n'y en a que deux qui 
finissent par celui d*un animai; à savoir, 4hXoxuo)V et $iXt?? • 
iTO( (4). C*est qu'en effet le ehien et le cheval sont les deux seuis 
aiìimaux pour lesquels Thomme éprouTC une affection qui 
ressemble à de Yamitié. 

Mais il n*y a point d'exemple d'un nom compose avec Ti[i^o , 
et suivi d*un noni Rianimai; ainsi on cherchera vainement Ti- 
[toxtiuv ou Tipirro^, Tt(x.a(nxiJ(i)v ou Tifxoédiic'ffoc, de méme que 
rinverse KuvoTipio; ou l7nr({Tipt.o$, parce que Thorame n'honore 
pas ces animaux (5). G*est ce qui me fait douter que le nom fa- 
meux de Timoléon yienne de Xiwv {lion), Je pense que, par une 
dérogatian que permettait Tusage , les noms en Xacov, venaient 
tantòt deX^ftiv (lion), et tantót de Xeco;, peuple ; ce que le sens 
de ces noms parait a9se2 clairement déraontrer. Ainsi, dans 



(1) Gerhard, Etnuc. tuid Kampam, Fasernhilder, Ttf. XXII. ] 

(2) lUad., A, 474. 

O) MioDiiet, Suppl.^ t. Vf, p. 670. 

(4) (friXó|&i)Xo< oo <^X6(i£iXo< (béotìquettìeut) o« fait pas exception. Car. selon Li 
remarque de M. Wclcker {der Epische Cjrelus, p. 274, d. 443), dans ^iX6(xt|Xo; et 
Ti(ió(iT)Xo( (ou (leiXo;), la finale {i,t)Xo; n'est que (jìXoc, dont la première syllabe est reo- 
dne loogoe, comme daos EuiayiXo;, KXeófiTiXoc, etc. Àlcipbron oomrae nn houvier, 
4»iXó{u>axoc (1. 24) ; mais c*cst un nom forge , à Pusage d*Alcipliroa , pour la eircons- 
tascr, comme celui d^'Afivicov, le correspoodaot fictif du ficlif ^bùj^xxysyù^. 

^5) 'ifficoTt(i)v n'est pa» un compose (lineo — Ttwv), comme Va cm M. Pkpe; c'est un 
derive de IitkÓtyì;. 

20. 



1 



308 ^^f* ÉTIJDIC 

ropYoXewv, AniXewv, Àvri^Ewy, Auxo>.l(ov, le disyllabe de la fin 
est bien le mot Xéa>v , Iton; mais e est le mot Xew? quon doit 
reconnaìtre dans ÀypoXécDV , ÀpidToXétóV, TijxoXewv et EùpuXéwv, 
où l'idée de Uon ne peut élre comprise, tandis que celle de 
Xeci; y est fort clairement indiquée ; ce que prouvent d'ailleurs 
les formes ÀypóXa;, ÀpwJT({Xa< ou Àpi<iToWw<;,TiaóXao; ou Ti- 
(jLoXot? , qui ont leur synonyme dans Aiaypo?, ÀpMiTtóYi{i.o; et 
AotTiiAo;, comme EùpuXewv dans Eùptóinjto?; leraploi des deux 
formes se montie aussi dans ÈirJXao? et ÈmXecov (I), dans 
OpaouXao; , ©pacruXltó? et ©pacoX^cov, noms qui vicnnent éga- 
lement de Xaó$ ou de Xew?, malgré la fir^le et la déclinaison du 
dernier. On a encore une preuve de la confusion des finales 
dans le nora d'un Carien appejé TptyoX^to? (qui ne peut signi- 
fier que poli ou crinière de Uon), dont le génitif est en ou pour 
Ci). lei Xew? est évidemment pour Xewv, comme ailleurs X«i>v 
pour Xew?. Tout annonce que les finales Xcwv, Xeco;, Xeo«, Xao; 
ou Xa? se transmutaient facilement dans ces noras composés. 
Il est*donc bien difficile de chercher le nom du loup dans 
TiftoXujco?. Qui a jamais pu songer à honerer un loup ? Il est au 
contraire naturel d*y voir celui du fleuve Lycus^ tout voisin d'E- 
rythres, où vivait le magistrat qui se nommail ainsi. Ce nom 
rappelle les honneurs héroiques rendus à ce fleuve; et le verbe 
Tiaav serait ici d'autant mieux place, que e est celui dont Maxi- 
me de Tyr se sert pour exprìmer le eulte que les habitants 
d*Apamée Cibotos rendaient aux deux fleuves Marsyas et Méan- 
dre (2). Aussi les images de Tun et de Tautre se voient-elles 
sur les médailles de cette ville (3), comme celles du Cenchrìus 
et du Caystre sur les monnaies d'Ephèse (4). L'idée de Tipi, 
jointe au nom d*un fleuve, se retrouve d'ailleurs dans 2xa|wcv- 
jpoTiuLO^ et K.7]fi(TÓTi[JLOC dontl'un désignaitunbabitaotd'/fiion 
Becens{ò) ; lautre, un BéotieD(6), conséquemment deux noms 

(1) Schol. Apol. Rhod., I, 1S6. 

(2) OruL vili, 8, p. 30. Didot. 

(3) Eckhel, D. JV. HI, p. HO. 

(4) Mionnet, t ni,p. 115; Suppl. t. VI, p. 136. 

(5) Cor/». MMcr., n* 3603, 6. 
{ò) Keil. ìnscr. Boboì.^ p. 34. 



DBS NOM8 PROPRES GRECS. 309 

locaux. Ainsi Ti(aóXuxo( est Tinverse de Amìlìx\\m^ qu on pourra 
trouver plus tard. AuxoXa; , nom d'un Carìen cìté par Theo* 
pompe (1), tire du fleuye Auxo(, serait tout a fait analogue à 
AGiùKÙMoq y nom d'un Béotien , cité plus haut. 

Le petit fleuve, Mélèsj près de Smyrney jouissaitd une grande 
célébrité qu'il devait à l'opinion quHomère était né sur ses 
bords, peut-étre méme qu'il était son iils (2). Ce fleuye était ho- 
noré d'un eulte héroì'que. Dans une inscription de Smyrne, un 
particulier le qualifie de dieu^ et il reconnait avoir été guéri de 
maladies contagieusespar sa protectionpuissanle(3). Aussi trou- 
Te-t-on Miknq (génitif MfìnaTo;) comme nom propre. Telle est 
l'origine du nom de MiknGv^é>fyi^ , premier nom d'Homère, et 
celui de Me^Yioiava^ qu'on lui donnait aussi (4). MeXvfaav&por 
pourrait, sans doute, comme MsX7(aiin70(, provenir du verbe 
[uX(i> , et l'on ne Yoit méme pas de raison pour rejeter definiti- 
Tement cette étymologie ; mais on est en droit aussi d'y cher- 
cher le nom du fleuve, puisqu'on connait le noni de l'Athénien 
Ki)f laav^po; (5) qui est tout semblable. La méme observation 
peut s'appliquer encore à MeXTxrocydpa; (6) , nom d'un historien^ 
écrit aussi X^ukmcayófOL^ ; mais cette dernière lecon ne peut 
ètre la bonne, parce quii en résulterait un sens défavorable 
à celui qui le portait, ce que les Grecs ont presque toujours 
éyité, comme je Tai déjà montré (7). 

On peut rapprocher MeXYiaoyopa^ de Auxayópa^, person- 
nagecité par Arrien (8). Ce nom, compose avecXuxoc, n'aurait 
aucun sens ; tandis que, s'il s'agit du fleuve Lycus^ le noni 
s'explique facilement et devient analogue à MeXv]9aY<>p^?* Ces 
deux noms s'appuient l'un lautre ; et leur étymologie coni'- 
mune devient bien probable. 

(1) TlMopomp. ap. Atbeo., XIII, 606 fi. 

(2) Epigr.adesp.yìi'^h^y. 

(3) Cory. inscr., e* 3165. 

(4) Tsetzas, Ejeeg. II., p. 36, 5. 

(5) iMUS, Orai. XVl, § 28. 

(6) Yossiusy ffist,gr.^ I, 1, p. 22, ed. Westerm. 

(7) Plos biat , p. 259. 
(«) .^nabas., I, 12, !4. 






310 XVI. ÌTI)0£ 

Ceci uous méne à expUquer un autre doih , celui de Me- 
Xif]<iep(JLo^ ) sophiste athénien ( I ). On pourrait vouloir y cher* 
cher le nom à' Hermes; mais du nom ìi! Hermes on arriveraù 
difficileraent à la désinence en 0{ (epfi.oc). De tels noms con- 
servent la désinence en t)^, cornine Ùpép(iif)(. Il est doDC 
très-probable que nous avons là le nom du fleuve Hermus 
(Éppioc), et quelesdeux fleuves Toisins, ìì Hermus et le Mélii^ 
ont été réunis dans un méoie noni propre; dautant plus 
qu*un autre exeniple de cette réunion se trouve dans le dodi 
d*Épp.<^uxo$, personnage qui combattit à Mycale, dans les 
rangs des Athéniens (2), probablement YHermolycos^ fils de 
Diitrépbès, qui consacra une statue dont Tauteur était Cresi- 
las (3). Hermolycos était peutrétre né d'un pére athénien, daos 
la contrée arrosée par YHermuSj dont un des affluents est le 
£/c£^. La réunion deces deuxDoms nousempéche d y cbercher 
ceux de Y Hermus et du loup , allianoe qu il serait d'ailleurs 
difficile d'expliquer d*une manière satisfaisante ; tandis que 
l'on con^oit très-bien que VHermas et le LycuSy deux fleuves 
voisins, aient été Tobjet d'un e ulte ou d'honneurs héroìques 
dans les environs de Thyatira, ville près de laquelle ils oou- 
laìent, comme le Méandre et le Marsyas à Aparaée Cibotos, le 
Mélès et THermus à Smyrne. Herniofycus est donc un nom 
tout à fait aiialogue à Méleshermos ; X\xn de ces deux nomi 
appuie Fautre^ de méme que Mélesagoras appuie Lycagoras^ 
et réciproquement. 

là Hermus se retrouve encore dans trois noms terminés en 
EPM02, à savoir : Mi(&v6p|Aog y IluSeppboc et Xpu(rep[£Q(y et ce 
quirindique clairement, c'est que les deux premiers ne 5*ap- 
pliquent qu'à des loniens. 

En effet, le premier est celui du célèbre poéte Mimnerme^ de 
Colophon, en Ionie, en tre Smyrne et Éphèse. Le préfixe Mi(tv 
peut s*expliquer dans deux hypothèses ; comme venant de (xiji.- 
vi(ax(t) ou bien de (i.i(Jt.v(i>. Dans le premier cas, il serait identique, 



(1) Fibr., Bibi, gr„ t. 1, p. 697; VI. p. I32j Vili, p. 269l 

(2) Herod., IX, 105. 

I1\ Dine ha..» n 97A 



\A) ncTva., ijk, iva. 
(3) PIds haat, p. 376 



OES NOMS PROPRES GRECS. 311 

pour le seAs, ayec Mv7)cri; qui indiquC) en coraposition , laC- 
tention , le soin qu'on apporte à une chose^ restime qu'on en 
fait, la Tenération méine qu'on porte à un dieu, Ainsi, l'adjectif 
pivy)Ct6eo^ (employé souvent comme nom propre) ^st pris, dans 
ie Cratylus de Platon , pour un synonyme de eùaeSiQ; (I). C est 
méme par ce moyen qu'on pourraic expliquer un nom qui n'a 
pointjusqu'ici élé ramenéà l'analogie grecque; celui à^Èxarófiyiaq 
(gén. a>), rei de Carie, le pèr^d'Artémise (2). La finale {i.vck>;, 
identiqiie aTec MvY](rt, occupé cette place, comme [i,vv}atoC) 
parce que les noms de divinités ne se mettent ordinairement 
pas à la fin des mots (3). Ce nom , qui ne se troupe que dans la 
famille des rois de Carie, est donc purement grec , compose de 
ExflCTT] ou de ÉxocTO^, surnom d'ApoUon (4) , et de [xvto; (ve- 
nant de |ivao[Aau) Du méme genre pourrait bien étre Aupa(A- 
v(d^, nom d*un pythagoricien du Pont, cité par Jamblique, qui 
1 appello Atipaejivo^ (5). Dans le second cas, que je préfère, pfxv^ 
Tenant de (i.i[JLVb>, fattends^je resiste^ comme (Jiip.vo[i.tv ò^òv 
Ap7)a(6), dont le nom Mi[iLvtf[j(,a^o; est une sorte detraduction. 
Mt[ivep|i.o^ , en ce sens, pourrait se rapporter aux inondations 
de THermus, qu'un particulier aurait ajfrontées ou contenues. 
Le deuxième nom, IIudappt.o; , a été porte par trois loniens, 
nn envoyé de Phocée à Sparte (7), un poète de Téos(8), et 
un écrivain d'Ephèse(9). Il offre la réunion du nom d'Apollon^ 
ou pimòt de soiì épithète principale (lluOcoo;), aree celui du 
fleuve Hermus. Cesi une alliance dont nous avons un autre 
exemple hten frappant dans le nom de Rpoencapiav^po^ , qui 
dèstre, dans Ve Théagès de Platon (10), le pere d*un certain> 

(1) P. 394 E. 

(2) Corp.inscr,, n° 2691; Diod.,XlV. 48 j Arriau., I. 23, 9. 

(3) Les oonu termioés en oipr,; viennent non de 'ApT); , mais de àp«i>. M. Pa|>e laìs!»e 
en doate Tétyioologie. le la croìs certaine. 

(4) Plus haut, p. 276. 

(5) FU. Pythag' '»*/'« 

(6) U., X, 38. 

(7) Uerod., I, 152. 

(8) Atbcn., XlYy p. 62à«6. Cf. Meioeke, Ftagm. cftolùunb. poetar-^ u° XLtV. 

(9) Atlien., VI, p. 289; Vussius, Uist,gr,^ p. 494, Westcrni. 
(tO) P. 129 C. 



312 XVI. STUDI 

NiciaS} tue par Philénion. Ce noni, compose de Hp« (venant 
de fifiù^j se serait écrit npa>oxoé(i.av&po() et de 2xa(Afltv)po( 
(comme npÓTTuOo^) , c'est-à-dìre , de ceux d'une divinité et 
d*un fleuve, est entièrement analogue dans sa formaùon avec 
IIuOepiiLoc, nom, comme on l'a tu, essentiellement ionien, 

J*ai cité plus haut 2xa{JLav^p<STi[X.o; et Krif i9((Ti(toc ; c*est ce 
qui me suggère l'idée d*expliquer de méme le nom ÉppL($Ttp(, 
qui pourrait, à la vérité, venir aussi bien de Ep^i^^^ ; mais, 
en faveur de Tautre étymologie, on peut remarquer que ce 
nom fut porte par un eunuque de Xerxè8(l)Y qui pouvait étre 
un Ionien , et par un philosophe de Clazomène (2). 

La méme observation s'applique au nom d'ÉppLocytipat qui 
peut , comme MeXYiaoeydpa; et Àuxayópoec , étre compose avec 
le nom du fleuve Hermus , d*autaiit plus que ceux qui ont 
porte ce nom, sont des personnages de cette crontrée; lun 
magistratde Cyzique(3) ; le deuxième,un rhéteur deTemnus, 
ville de Mysie, située sur febord deTHemms (4); letroisième, 
un Smyrnéen (5); le quatrième, un Lydien (6). 

On ne pourra jamaìs savoir au juste si de tels noms vienneot 
de Ep(Ji^$ plutòt qne de Éppioc- Mais il est pourtant singulier 
que sur près de cent noms, composés avec Ep(jio, que don- 
nent les tables de Mionnet, il n*y en ait pas dix qui appartien- 
nent à des magistrats étrangers à l'Asie Mineure; les autres 
appartiennent à la partie occidentale de cette contrée, sur- 
tout à rionie, à la Lydie et à la Phrygie. 

On doit expliquer encore, dans le méme sens, un autrenom 
très-remarquable. Arìstote, dans sa Poétique (7)> cite, comme 
exemple d'une composition triple, le nom Ép[jioxaVxó^flev6o(; 
on l'a pris pour un adjectìf ou une épithète tirée d'Eschylc ou 

(1) Herod.»Vin, 104. 

(2) ArÌAtot., Metapk,^ I, 3. 

(3) Corp. inscr,, n® 2167. 

(4) Strab., t. XIIT, 3. 

(6) Mionnet, t III, p. 193. 

(6) Le méme, t. IV, 158. M. Pape « bien tu qu'il fant lire *Ep(iflrfópou au lira d^Cf- 
uóypou. 

(7) Poetile. Il, !. 



DBS NOMS PBOPAES GRECS. 313 

de quelque autre poète. Mais ce doit étre un nom propre forme 
comme McXv(a6p|iL0c et ÉpjtoXuxo; y mais compose du nom de 
trois fleuTes de la méme contrée, YHermus, le Caicus et le 
Xanthus; soit \e Xanthus de Lycie, soit le Scamandre appelé 
aussi Xanthus. Dans ce dernier cas, on aura mieux aimé ce 
dernier nom comme plus court : EppLoxal'xó^avOoc | au lìeu de 
Ep(j.o3UttxoGxa|iiav&poc. 

Le troisième nom, Xpu(jep[Ao;(l) , est celui d*un historien 
de Corinthe, qui pourrait étre originaire de Tlonie. La syl* 
labe ]^pu^ faisait probablement allusion à ce que YHermus roulait 
des paillettes d'or ; ce qui serait d*autant plus naturel que le 
Pactolcy si célèbre par cette propriété qui lui ayait valu le 
nom de Xpuao^^óa^ , était un des affluents de THermus, dans 
le lìt duquel il devait entraìn'er ces paillettes d'or quìi roulait 
avec une si grande abondauce. Outrele Pactole, les autres af- 
fluents de THermus, qui descendaient du versant septentrio- 
nal duTmolus, d*où le Pactole tirait lor quii charriait, de- 
vaient aussi en entrainer dans ce fleuve, et lui mériter, comme 
au Pactole, l'épitliète d'ES^P^^o^v que Sophocle donne à ce 
dernier (2). 

Le noni de Xpu^epjxoc , il en faut convenir, est d*ailleurs le 
Seul indice que THermus roulàt aussi des sables aurifères; mais 
on Toit combien cette notion, et letymologie du nom, sont 
vraisemblables. 

Il est un autre nom de cette forme qui échappe à l'analo- 
gie, c'est celui de AvOepfJLo; , dont plusieurs savants critiques 
ont admis le nom parmi ceux des anciens artistes (3). Ce nom 
me parait fort difficile à expliquer, compose, soit de avTi, 
soit de av6o( , avec le nom d'un (leuve. Mais on n'a pas à s'en 
préoccuper, car il n'est qu'une invention des éditeurs de 
Pline (4), qui ont combine des variantes assez éloignées les 
unes des autres. Tout annonce que le nom a été corrompu 

(1) Yossios, i/i/f . ^r. , p. 414. 

(2) Philoct^ V. 394. 

(3) Sillig., Qtt., p. 69. ^ThierK-h, Epochen, S. 191, 192. 

(4) XXXVI, 5. 



314 XVI. BTCDB 

dans les manuscrits de cet auteur. Le Scholiaste d'Aristo- 
phane*(l) nomme cet artiste Àp)(^fvvou<, qu*il faut écrire Àp- 
j^^vou; ou Apj^evew^ pouren faire un nom grec. QuaDt à Av- 
depjAo;, c'est un nom imaginaire qu'on pent, sans faésiter, 
rayer de V Onomasticon grec. 

Je termine ce paragraphe en rappelant que Tusage desnonu 
locaux de (leuves se retrouve encore dans plusieurs exelViples. 
Ainsi, Fon connait Eùptóra;, Spartiate (2) ; Ticoviì;, Olbiopo- 
lite (3); À>.96io;, personnage établi à Sparte (4); 2r^p)^«io;, 
dans une inscription de Tralles(5); 2Tpu(i.(«)v, le pére du phi- 
losophe Myson (6); ECrvivoCj personnage honierique, etEìnifvio^, 
devin d*Apollonie (7) ; tìpi^ovo; , sur une nionnaie de Chic (8); 
P^<ro;, dans une inscription d'Athènes (9); Aa^wv et]N6<r(j({?(10); 
enfin, NiXoc ou NeTXo;, nom fréquentdans les papyrus greco- 
égyptiens. Nilus, évéque et marlyr, et Ai/w^ l'ascète , étaicnt 
Égyptiens (1 1). Enfin, NetiXci^evoc, né à Naucrat^s, qui florissait 
au temps de Solon et de Thalès (12), avait recu ce nom, en 
Grece , sans don te parce qu'il était né sur les bords da Ni), où 
sa faniille avait pu s etablir cinquante ou soixante ans aupara- 
vant, soiis Psammitichus. 

Si de tels noms doivent avoir pris naissance dans un lieu 
déterminé, il en est un qui doit se trouver et se trouvc, en 
effet , paitout dans les pays où le polythéisme grec avait pé- 
nétré, c'est celui de Nup-^o'^topo; ou Nup-^oioro^, qui, se 
rapportant en general au eulte des nymphes, se rencontre 



(f> Sehol.ad Av€s, r. 574. 

(2) Corp. inscr.f n"* 1248, col. 2. 

(3) M, n« 2077, 8. 

(4) Id,, n*» 1328, 2. 

(5) /J., n» 2933, 16. 

(6) Diog. Laert., I» 9, 106. 

(7) Herod., IX, 22. 

(8) Mioonet, t. HI, p. 267. 

(9) Corp. Inter,, n* 124. 

(10) Stori, Opuscula, p. 88. 

(1 1) Fabr., Bibl. gr, X, % 59. 

(12) Pluf., Sepi, Sap. con*:, l- VI, p. 5Ò6, 1 



DBS NONS PAOPAA6 GRBC8. 315 

fréquemnient en dìvers lieux, dès le l^mps d*Hérodote(l). On 
en peut dire autant des dérivés de Nu|x.f7}, tels que Nu{ifO(, 
N^tifaib^, Nuti.fi;, Nu|i.9^p«i>; (2) ; ils n'appardennent en parti* 
culier y dì à aucun teinps , dì à aucun pays. 

En£n il est un nom, et e est le seul de ce genre, qui est 
forme avec celui d'un héros , A(avTd&ci>po; ^ nom qui , daos 
TApologiede Socrate de Platon (3), est donne à un Àthénien, 
frère d*Àpollodore. li n a rìen qui puisse surprendre, quaud 
OD sait qu'Ajax, fils de Télamon, né à Salamine, était, de la 
part des babitants de cette ile, Tobjet d*un eulte special, et 
quony célébraitsaféte sous le nomd'AiavTeia. Lepersonnage 
athénien, nommé Aìovró^copo;, était vraisemblablement né 
dans cette ile qui dépendait de TAttique. C'est donc un nom 
locai qui devait se rencontrer à Athènes, et point ailleurs, au 
iuoìds dans lorigine. 

DEUXIÈME CLASSE. 
!fOMS (aOca 6v(i[i.aTa) gomposes avsc ui« adjegtif, uit 

SUBSTANTIF, UN TERBB OU UNE PARTIGULE. 

Il me reste à examìner plusieurs noms en ^copo; , qui sont 
du genre de ceux que les anciens appelaient a6ea 6v(i[iiaTa , 
parce quii n y entre point de nom divin. Ils sont en petit nom- 
bre , et chacun d'eux est assez rare. 

Ce sont d'abord : 

IIoXu^copo;, ÀyaOti^aipo; j MeyiTTo^copo; , K^uTO^copo; , Eu- 
^(it>poc 9 AvTc^copo; , Àuf Iacopo; , qui commencent par un ad- 
jectiF, un adverbe ou une préposition. Dani ces noms, 0(opo; 
parait se trouver^ avec le premier terme , dans un autre rap* 
port que celui que nous avons signalé jusqu'ici. 

Ce qui les distingue surtout, c*est que plusieurs d*entre eux 

(1) Herod , VII, 137. 

(2) Pittshaut, p. 26f. 

(3) C. 22. 



3(6 XVI. BTUOB 

sont tout à la fois noms propres et adjectifs de la langue;et 
il est probable qu'il en était de méme de tous, quoiquon 
n*en trouve pas a présent d exemple. 

Ainsi , le nom propre Eu£a>poc est en méme temps un adjeo 
tif poétìque, qui sìgnifie auteur ou cause de òiens ^ Jecond ou 
bienfaisanty comme Teu^copo^ apoupa d'Oppien(]); e est un 
synonyme de cpi^copog , (jLeya^copoc ou (teyoeXo^cdpo^. Ces épi- 
thètes reviennent au ^ei^oipo; d*Homère, épithète generale de 
la terre oudusol (^6i^a>po; apoupa). La première syllabe vieni 
réellement de 2[^v, comme l'ont dit les anciens (2). Quant à 
rétymologie que Pline en donne, le faisant venir de ^éa ou 
^eia, Yépeautre^ dans le sens Aejertile en zéia^ elle est insou- 
tenable, a ne prendre méme que les passages d'Homère, par 
exemple , KuscXcÓTre^cn f ^pci ^ei^copo; apoupa oTvov (3). Cette éty- 
mologie est d*ailleurs démentie par le ^6i^ù)po( ^P^C ^^ ^7'' 
lénius (4), le uU Aio; ^ei^cope de Nonnus (5), qui désigne 
Dionysos , et par le ^6i^(i»po; Àfpo^iTT) d'Empedocle (6). Cette 
mauvaise étymologìe, défendue par quelques savants moder- 
nes, sur lautorité de Pline, doit étre définitivement écartée 
et bannie des lexiques. 

Dans ces diverses épithètes , la finale ^(i>po; a le sens actif 
de^a>pou|jLevo;,«{o/i/ianr. EUeTa également dans Ilav^copoc, Ho- 
Xujfidpo;, Meya, MeyoXó, ou MeyctTTO&cdpoc , qui sont aussi en 
méme temps des adjectifs et des noms propres. KXuTÓioipo; 
seuI, nom propre mythique, n*est pas employé comme adjectif; 
mais il a pu Tètre , puisqu'on a bien dit xXuTÓ^ev^po; , arbori- 
bus clarus^ épithète de la Piérie, dans une épigramme de Phi- 
lippe (7). Le sens actif de ^a>poc , enfin, ressort de la composi- 
tion méme, dans les adjectifs suivants, qui ne se sont pas 
encore montrés comme noms propres : 

(f) Nalieut., Il, 39. 
()} Hetych., h. v. 

(3) Odjss., I, 357. 

(4) Anth, Palai,, IX, 4. 

(5) XXII, 276. 

(6) Ap, Plot. Amat,^ p. 756; De Facie in orb. lun. p. 937. 

(7) Anth.Pal., IV, 2. 



DKS NOMS PROPRBS GRECS. '3t7 

AìoXó^copo^, synonyme de t:oix,\k6èiùfoq ^ qui procure des 
bìens divers; 

Bio^copo^ et ^caó^copoc ^ synonymes de ^ev^copoc et de yepfo- 

BGTpu<(o(opo^ , qui donne des raisins ; 

rXuxuocopo^ ( qui fait de doux, d*agréables presenta); épi- 
thète de la paix et de Tamour; 

n^ouatoocopog , qui procure la rìchesse; 

Enfin óvYiat^CDpo^ , employé aussi comme nom propre. 

Le méme sens actif se trouve dans les nonis propres sui- 
▼ants : AvTiocdpoc et A[JLf i^copo^ , composés avec une préposi- 
tion. Quant à A&To^copo;, nom d'un commentateur d*Homère, 
il doit se lire Àvri^copo^, selon la remarque de M. Keil (1). 
Stobée cite un fragment d'un poéte nommé Éx^copo^ j nom 
assez étrange, quii faudrait lire Eu^copo;, si un des manus- 
crits de Stobée (2) ne donnait pas Èxi^copo; ; or, comme les 
deux lettres IC sont confondues sans cesse avec le K, la vraie 
Ipcon de ce nom anormal est Eiai^capoc, ainsi que Ta yu M. L. 
Dindorf (3). 

J'ajoute encore les noms suivants : 

Nix(i^a>po^ (<jui donne la victoire) , dans un sens analogue à 
NiXYif(ipo^, nom plus fréquent; 

6u[Jió$ci>po^.y qui donne du ceeur^ du courage; 

RXeii^copoc? pour KXeo^copo^, qui donne la gioire (4); 

IIi<rT(i^o>po; , qui donne de la confiance ; 

KapTTO^CDpoC 9 nom propre qui répond aux adjectifs xapiiro- 
T({xo(, xapxo^(ÌTY)^ ou xapTTO^tfTYip. La finale ^(opoc est, dans 
la plupart de ces cas, synonyme de ^ott};, &ÒTY)p, au féminin, 
^OTCìpa, dont le sens est constamment actif. C*est ce qui me 
parait rendre inadmissible Tépithète Zv)voJoT7fp, attribuée à 
ApoUon dans un hymne (5). D*après Tusage et l'analogie , elle 



(!) jinalecla epigraph.^ p. 156, 1. 

(2) Slob., FlorìUg., Tit. 90, n" 9, t IH, p. 186. 

(3) Ap. H. Steph. Tkes.^ t. HI, col. 403, B. 

(4) Raoul Rochette, LeUrt k M. le due de Lujrnet, p. 36. 

(5) ^mh. Pai, IX, n» 525, ▼. 7. 



318 XVI. ÉTUDB 

signifierait qui donne Jupiter , sens que les commentaires n*ont 
pas rendu plus raisonnable. Il faut lire, avec toute cerli- 
tude, ZnXo&oTYjp, qui soufflé Cardeur ^ Vinspiration religieuse; 
allusion à la fureur religieuse de la Pythie. Catte épitliète de 
ZYi>.o^oT7fp est déjà donnée dans un autre hymne à Dionysos, 
à qui elle ne convient pas moins (1), mais dans un sens diffé- 
rent, celui de ìa fureur iackiq ite. 

Les sept noms propres , ÀvTi^copo^ , Àfiifi^upo^, Nuc({^(ìt>- 
po^, 6u(iL(i^(it>poc , KXeó^cdpoc, Kapicó^copo^ et Hnsrói^ft^^ 
ne se sont pas encore montrés comme adjectifs; mais il est 
clair que rìen ne s'oppose a ce qu ils aient été aussi employés 
en ce seus. 

£n general , on peut dire que tous les noms ainsi composà 
peuvent étre à la fois des adjectifs et des noms propres. Si 
doncon nelestrouve employés que dans un seul desdeuxsens^ 
tot ou tard on pourra les trouver employés aux deux à la 
fois ; car lanalogie le permet. Au contraire , les noms compo- 
sés avec celui d*une divinité ou avec une épithète divine, ne 
soni jamais autre chose que des noms propres. Du moins, je 
ne vois , en ce moment , aucune exception à cette règie. 

Pour completar cette théorie, je dois citer quatre nomi pro- 
pres qui s'en écartent visiblement : un d'eux est un nomfao 
tice ou sobriquet, forme dans une intention ironique, comma le 
sont très-souvent ceux des courtisanes et des parashes. Ce oom 
est Taarpo^càpT) , qui désigne une courtisane (t^ iroXuscpotvi cùv 
FacTpo&c&pY}). Le sens est facile à coroprendre, (t^ìv yourti^fi 
^copoupLevv), ou, dans un autre sens, t^ ^aarpl dt^opiev»)» Le nom 
se trouve dans un passage d'Ànacréoìi que rapporta Atbé- 
née (2) ; par conséquent il sagit^ comme dans lau tre pas- 
sage tire d'Héphestion, cité plus haut, de TAnacréon véritaUe, 
et non pas de celui de Constantin Céphalas, à qui nous devons 
le recueil des célèbres chansons, plus ou moins jolies, quon 



(t) Jntk. Pai., IX. 524, 7. 

(2) Fragm, XC de Bergk.^ Athen., X, 446, F. — Cf. Schttetdtwia, PorA Wiy-' 
p. 364. 



DES NOMS PROPHB8 GRECS. 319 

prend pour cellcs d' Anacréon ; mais dont lauteur ou les au- 
teurs ont vécu plusieurs siècles après le poéte de Téos. 

Les trois autres sont coniposés avec un verbe : la tinaie 
ifùfoq y conserve le sens de présente et devient le regima de 
ce verbe. 

Ainsi Àv7]at$(apa , épìtbète de Cérès ou Déntéter^ vient de 
avi7i[jLt , et signifie qui produit les biens ( ^^«[tÒjxoÙc xoep'Troù^ 

dvievai (1)) ; coìnme dit un ancien oracle : ya. xapTTOÙg 
oviei (2). 

Le méme sens se trouve dans deux adjectifs qui ne sont pas 
desnoms propres, du moins on n*en connait pas d*exemples ; 
à savoir, oe^i^opog , signifiant un komme qui refoit des présents^ 
comme nous disons un homme vendu; et fiXo^iapo^, dans 
Platon y qui alme a f aire ou a receiwir des presenta (3), auquel il 
faut joindre 1 adverbe f iXoòcdp(i>((4), dont le sens estanalogue. 

En terminant, je relòverai deux noms qui m'avaient semblé 
dabord n*avoir aucun sens^ mais que j ai ramenés iacilement 
lun et lautre à Tauatogie. 

Le premier est ESEOÀiìPOS^ sur une médaille de Myndus 
en Carie(5), que cite Mìonnet, d*après Sestini. En recouraiit a 
la planche de Sestini^ j*y ai lu HlOAilP02, qu*on ramène sans 
peine à HPQAQP02 , le I de celle forme pouvant facileroent 
se confondre avec k P. 

Le second est IIHNOAiìPOS, que Mionnet a lu et qui se 
litréellement, comme je m^en suis arsure, sur une monnaie de 
Rhodes(6). Ce nom, qui n'est susceptible daucujQ sens, doi tetre 
simplement MHN0AfìP02 , soit que le M initial ait cté assez 
mal forme à la partie supérieure pour se confondre avec un IT, 
soit que le II ait été employé pour un M , selon un usage qui 
pouvait tenir à la prononciation , et dont on trouve un frap- 

(1) Hesycb., h, a/.; V. Wagner ad Alcipfar., f, 3. 

(2) jàp. Pausan., X, 12. 

(3) Sjmp., p. 197. D. 

(4) Tkaeut., p. 146, D. 

(5) Suppl.,t.yì,^. 513. 

(6) Lcméme, t.VI, p. 690. 






320 XVI. ÉTUOB 

pant exemple dans une inscriptlon de Cos (1), où se lit trois fois 
le nom du mois HETArElTNlOS pour METArElTNlfOl 
La méme confusion de ces deux lettres se rencontre dans 
nOIPAFENKS, sur une médaiUe d'Éphèse(2), et nOIPOFE- 
NH2 sur une autre de Smyrne (3)^ deux noms qui revieiinent 
à ceux de MOIPArENHS, nomconnu, ou de MOIPOFE. 
NH2 , forme analogue à celle de M0IP0KAH2. 



Ces exemples concourent à montrer, ainsi que je Fai dìt 
plus haut,quil est presque toujours facile de ramener à l'a- 
nalogie les noms qui paraissent s*en éloigner. 

Je crois avoir passe en revue la plupart des noms terminés en 
^(ùpo^y et avoir indiqué exactement leur origine et leur signi- 
fication. Il est possible, ou plutót méme très-probable, que 
j'en aurai oublié quelques-uns; mais je suis dispose à croire que 
ceux qu'on trouvera rentreront dans une des espèces que j ai 
distinguées. 

Du recueil que j en ai dressé^ il résulte déjà, avec certitude, 
comme conséquences générales, 1^ que la grande majorité de 
ces noms sont Oeofópa , c*est-à-dire composés avec un nom ou 
une épithète de divinité. 

2^ Que lesautres, ou aOea òvó(AaTa, sont d*assez peu noto- 
breuses exceptions. 



(1) Rou, Inscr, gr. (ned., n** 31 1 A, 1. 10 ; B, 22; C, IS. 

(2) Mionnet, t. IH, n* SO. 

(3) W., SuppL, t. VI, p. 314. 



DSS AUM.S PROPRES GRl-CS. 32 1 



TROISIÈME PARTIE. 

QUBLQUES OBSERVATIONS HISTORIQUES SUR LES NOMS DIYINS 

(Oeofópa). 

Je reviens donc aux preniiers, cornine aux plus importants, 
pour faire ressortir quelques traits qui peuvent servir à This- 
toire de ces noms^et à leur usage en divers temps comme en 
divers pays. 

S I . Epoque relative de quelques-uns de ces noms. 

Comme obserration generale, on peut dire que les dérivés 

des noms de divinités paraissent étre plus anciens que les 

composés en Sfùfoq ; car ceux-ci se montrent d,autant plus 

nombreux qu'on se rapproche davantage de Tère chrétienne. 

Je n en voìs que trois dans Hérodote, à sayoir Qt6èiùfoq , M»- 

Tp<^$a>po^ , tyran de Proconnèse, et ÒXu(awio Jwpo? ; quatre dans 

Thucydide , Aio J0T05, ÀiroXXóJwpos, ©eó^wpo; et IlToto^ctìpo^ ; 

quatre dans Xénophon , ÀicoXXó^copo;, Ài(i&(opoc, A&ovu<rtf^a>- 

po^, IIuOó Jeopo; ; cinq , dans Platon j AiroXXo^copo;, Atovu^o^co- 

P0C9 Ot68tùfoq, IIuOó^copoc } M7}7pó^6>poc de Lampsaque (1), 

et deux seulement dans Aristophane, 2Tpu(i,ó^(opoc et Mav(i- 

}a>pO{ (pour MyivóJwpo?) , nomd'un esclave (2), probablement 

asiatique. Il n'y a pas un seul noni de cette forme parmi les 

poétes et prosateurs athéniens cités avant Hérodote. Les listes 

des archontes avant lan 350, ne donnent qu*un Théodore , 

qu*un Pythodore^ et que deux Apollodore; celle des vain- 

queurs aux jeux publics de la Grece ne contieni qu*un He- 

rodare^ à la quatre-vingt-seizième olympiade, et un Diony- 

sodore à la centième. Il faut descendre jusqua pémosthène 

pour trouver un Athénodore^ un Diodore et un Héliodore. Il 



(1) /oh., p. 530 C. 

(2) Corp. intcr.^Hi^ 166, 136. 

21 



322 XVI. KTUDE 

iry a , dans Esohine, qu'un Apollodoreeì. un Cépfdsodore ; dans 
Lysias, qu un ApoUcdorCy qu'un Diodore^ et cet Hipparmodore^ 
nom singulier, expliqué plus hant; dans Isée et Dinarque, pas 
un Seul; dans Lycurgue, un Apollodore; dans Andocide,un 
Céphisodore et un Héphestodore. 

Si y des auteurs , on passe aux inscriptions attiques, on voit 
que les plus anciens noms de cette forme sont ceux de Céphi- 
sodore (1) (^80% 85* et 88* olymp.), de Pythodore (88*, lOl" 
olymp.). Sur un vase antérieur à larchontat d'Euclide, est le 
nom de AnOAAOAOP02, citédéjàdans Platon etXénophon, 
et celui d! Olympiodore (101 olymp.) qui est dans Hérodote. 
Des inscriptions de cette ancienne epoque, il n*en est quedeux 
où se trouve le nom XAihénodore (2). C'est une chose assez 
singulìère que la rareté, à Athènes , d'un nom qui devrait s y 
montrer de très-bonne heure, et qui plus t^rd, en effet, s y 
monlra très-fréquemment. Tous ces faits indiquent que, si la 
forme en o<t>po4 a été usi tee dès une epoque antérieure à la 
guerre du Peloponnèse, elle ne la été alors que rarement; tan-> 
dis qu ensuite Tusage s*en est répandu partout ; aussi les noms 
X Apollodore^ òì AscUpiodore^ à'Béliodore, de Diodore y de Zi^ 
nodore^ de Dienysodore et de Pjrthodorey etc, se produisent 
avec une extréme abondance dans toute 1 etendue du monde 
grec. 
. II en est pourtant quelques-uns qui sont toujoiu*s restés 
fort rares , quoique formés comme les autres^ ayec des noms 
de divinités principales. Cette rareté relative, due à des causes 
que je ne connais pas bien encore, mérite Tattention des cri- 
tiques. 

Par exemple , je ne trouve que trois Héphestodore (3) ; 
mais , en revanche , on a le derive Héphestion» Je soup^onne 
que la dureté du compose a de bonne heure fait donner la 
préférence au derive; et Tusage, une fois pris, on aura per- 

(1) Corp.inscr.,u° 136. 

(2) A/.. n*»M69,24; 170,37 

(3) Andocid., I, 15. — Boeckh, Corp, inser., n** fó5. — i CUrac , Mnséc de àca^itwty 
inscriptions, pi. LUI , n** 695. Il n*y cn a qu*uQ cité dans le Dict. de Pupe. 



DES NOMS PROPRBS GKEC5. 323 

sisté. Cette cause me parait d autant plus probable, qu elle 
s'applique à d'autres cas tout à fait anatogues. 

Ainsi, quoique le cuhe de Neptune, noaei^c6v, fui uo des 

plus répandas en Grece, on ne pouvait citer aueun exemple du 

nom de IIocet^ó^ct>po(. Je crois en ayoir découTert un sur une 

médaille de Téos (1), où Mionnet a lu , et oò il y a réellement 

noi. . .ÀfìPOS; ce qui me parah ne pouvoir étre queII02* 

[EIA0]AfìP02. A quo! attribuer cene excessiye raretéP Sana 

donte a ce que de bonne beure on se servii dea dérÌTés Ilo- 

cei^tuv, Ilo^ei^ioc ou IIoffeiÀeo^ , et surtout Iloceidé&vtoc j doni 

il y a d'innombrables exemples j à partir du temps d*Hérodote. 

Il est probable que la dureté du nom no9etoo^a>po^ , ou la loi>« 

gueur de IXoirei^covó^copo^, ontaussi contribué à faire donner 

la préférence au derive. On expliquerait de méme pourquoi les 

A7)(j»(Tpioc soni si norabreux , surtput depuis Alexandre, tan- 

dis que de AnyL-nrfóiiùfo^ onne connait jusqu tei nulexemple; 

à moina qu'il n'en existe un sur une médaille de Smyme, où 

Mionnet a lu AHMHTPOA . P02 (2), qui doit étre, je pense, 

&))(tYrrp<i^«t)po;. Les HéracUde (HpaxXei^^) soni fon communs, 

ainsi que les Héraclion (ApaxXukiv) , et plus tard les Héractms 

( ApoQcXeio;) ; mais dnpocxXeci^ttpo^ on ne connait que deux 

exemples. Le plus ancien Héraclius est un ami de Lycon, con* 

temporain d'Aitale (3); puis vieni un sculpleur de Tépoque 

romaine. Les autres, en petit nombre, soni plus récents. 

Pourquoi le nom de IlàXXa^ioc e&l-il si rare qu on D*en trouve 
pas un Seul exemple avant Constantin , et que les aalres soni 
postérieurs ? Le derive ELaXXa&ac se monlre une seule foia plus 
récemment encore (4). Ne serail-ce point aussi que le nom 
d'À67(vYi était exclusivenient eniployé, témoins : À67fvato$,À87i- 
v(ttv, À6dv()^(»P<K , etc. Àfpo£iró$(t>poc u'existe pas plus que 
les aotres composcs commencant par À^po&iT»?; méme les dé- 



(0 5«p|»/.,VI,p. 374. ^ 

(2) Le méme, Suppt, Vf, p. 30.». 

(3) Dìog. LacrL^V, 70. 

(k) Ce potitc de rAntholugic TÌvatt fUns Ir cours du riiiquicair MÙclr do notrcèrc. 

21. 



I 



324 XVI. ÉTVDK 

rivés Afpo^iaio^, Àfpo^iaicav et ÀffùoiusioCy sont aasezrares; 
ce qui pourrait tenir à Tusage plus répandu du compose 
Èiratppo^iTO?. Celui-ci est réuni avec le premier dans cette ins- 
cription : À^poJfcio; Ayi|jL'nTpiou ó xal Èracppa;, ayaX(jiaToi:oió;, 
syxauffTTf? (1). Car le nona d'ÈTra^pócc est Tabrégé et le spo- 
nyme d'Èwa^po'^iTO^. 

Les Héliodore^ qui sont devenus si nombreux, paraissent fort 
tard. Le premier que je renconlre est un Athénien cité par 
Démosthène (2) ; le second est le trésorier (ya^o^uXa^) de Sé- 
leucus, qui fut miraculeusement chassé du tempie (3). Depuis, 
ils se mòntrent en grand nombre, surtout a partir de Tépoque 
voisinede l'ère chrétienne, où le dieu Soleil, envahissant peu 
à peu le polythéisme grec, devlnt Jupiter^ Hercule^ Osiris, Se- 
rapiSy BacchuSy Pan , etc. Aussi , il est remarquable que tous 
lesécrivains grecs, du nom d' Héliodore, que cite Fabricius(et 
il y en a bien près d*une quarantaine (4) ), sont tous postérìeurs 
au premier siècle de notre ère; la plupart méme le sont au 
troisième. 

C'est ce quirend plus extraordinaire que le nom de la Lune 
(SAtìvti), paraisse à peìne dans VOnomasticon grec. Excèpté 
une SsXyivaiYi (poét. pour Se^vfvyi), dans une épigramroe de 
Callimaque (5), on ne trouve nulle partni ce nom ni ses dérì- 

▼és 2eXrWu>c , 2eX7]via( , SelTivicov , non plus que SeXiivóJupoc 
ou tout autre compose. Ne serait-ce pas encore que la Lune 
était représentée par les noms tirés de MvIvy) , ^x^i^n^ ÀpTcpLi^ ? 
Il y a peut-étre d'autresraisons de cette singularité. Je leslaisse 
deviner à d'autres, mettant dans ces recherches fort peu de 



(1) Ces deus mota ont fait difficulté. M. C. Hermann avait propose de lire d^- 
{WTOiRKoTc Iy^3U9Tiqc y «t j'ATais adopté cette togémense correction. M. lUool Ho* 
chette, en la bUmant {Lettre a M. Schom, p. 21 1), réunit les denx mota en ce aeos, 
pemtre de statues à Vencaustique. Je penche maintenant à croire qne ce sont deox 
qnalités : slatuaire et encausiiqueur (de statnes) ; car la copule xai est soaveiit 
«n cas pareil. 

(2) Contr. Laerìt,, $ 13. 

(3) Maccah.^ 11,3. 

(4) Fabr., Bihl, gr.. YIll. p. 126 sq. 

(5) Anth. PaL, app. n** 45. ' 



DES NOMS PROPAKS GR£CS. 32^ 

prix aux explications que je donne, mais attachant quelqu<» 
importance aux observations que j'indique ; parce que ce sont 
desyài/5, la plupart inconnus, qui^ une fois signalés à latten- 
tion des philologues, peuvent les conduire à des vues inté- 
ressantes et utiles , que je m'estimeraìs heureux de leur sug- 
gérer. 

De ce genre sont celles qu*il me reste à présenter sur deux 
points qui touchent a Thistoire du polythéisme grec. 

S 2. Des ìioms en ^a>po( , Jormés avec ceux de dwinités 

égjrptiennes ou asiatiques, 

1. DIYINITÉS ÉGYPTIENMES. 

Un nom dont on peut s*étonner de ne trouver aucun exeni- 
pie a l'epoque classique, est celui de Panodore^ qui semblerait 
devoir se rencontrer pour le moins aussi fréquemment que 
celui de Njrmphodore, Pourtant le seul exemple qu'on en con- 
naisse, encore a-t-il été omis par M. Pape, est le nomdu célèbre 
chronologiste du sixième siede. C'était un moine égyptien. Ce 
qui me donne lieu de croire que le Pan^ exprimé dans son nom , 
n est pas le demi-dieu grec, mais bien le Pan ginéraleur^ YAm- 
ìnon Khem, que les Grecs d*£gypte avaient assimilé à leur Pany 
et qui, à répoque romaine, parait avoìr partagé la faveur dont 
jouissaient Isis et Sérapis en Egypte ; adoré surtout dans les 
stations du désert^ entre le Nil et la mer Rouge. Ce qui me 
confirme dans cette pensée, c'est que les dérivés, Panion, 
PaniaSy etc, sont tout aussi inconnus hors de TEgypte, que 
Panodoros ; tandis que je le trouve dans les papyrus et les ins- 
crìptions de ce pays : 

Paniscos et Paniscion (llaviaxo; , Ilaviaxiaìv) , dès le temps 
de Philométor ou de Soler II. 

Panion (riavicjv), dans une inscription du culosse de 
Memnon. 

Pa/iajr,dans un papyrus. Or, Panas (llava;) est la contraction 
alexandrine, ou l'abrégé de Panodoros^ conime Z7}vie; Test de 



32^ XVI. £TUO£ 

• 

Zrjvo^wpoc, Àf Tepx^ de ApT£p!.t$«t>pac, Mif)va< de M')QV(>$((>pG(, etc. 

Je ne yois que deux noms qui sembleiit faire exception, 
V celui de IlavtTiQ^ qui design e un Messénien dans Héro- 
dote ( I ) ; mais il est certain que ce nom se decompose en 
Ilav — i'vnQ (de tóv et de ity);) , et signifie tout àfait haòile, 
comme IlavàpKTTo^ ou IlavTapiaTQ; , IlaviXaoc, etc. Mionoeta 
lu nAJNI. . Bur une médaiUe d'Apauiée (2); ce pourrait étre 
Ilaviuv ou nayioxoc, si les observations présentes ne mon- 
traient que le nom doit étre IlaviTy);. De méme , sur une mé- 
daille de Dyrrhachium (3 ) N12K0T petit étre la fin de KT- 
NI2K0T. 2** Le nom de nocvaio? qui désigne un Athénien (4) et 
le grayeur ou le propriétaire d*une pierre gravée du Cabinet 
des Antiques (llavaiou). Mais un derive de Ilav, Ilavó^ en 
atoc serait tout aussi barbare que Blocsi^covaio; ou Àtto^^có- 
vatoc* Je ne doute pas que flavato; ne soit le nom ethnique Ila- 
vaio^ (peuple de la Macédoine, aux environs d'Amphipolis (5)), 
qui aura été employé comme nom propre (6), ainsi que ^- 
éaioc , AiTvaio^ , ÀeXf oc , Ai€uc , Aoxpo^ , et tant d*autres. 

D*après cela, Tintroduction du nom de Pan, parmi les 
noms propres grecs , serait donc particulière à TÉgypte. Les 
Grecs auraient remplacé le Khem des Égyptiens par la sjUabe 
Ilav. Mais je ne m*explique pas, je Tavoue, pourquoi le Piui 
grec n*est pas entré lui-méme , de bonne heure , dans la for- 
mation des noms propres, simples ou composés. On n'échap- 
perait pas à la difìSculté en disant que Pan était j^lutòt un hi- 
ros qu'un dieUy avant que le syncrétisme en eùt fait une des 
principales divinités du paganismc ; car d'autres personnages 



(1) Herod., TI, 52. 

(2) Mionnet, t. IJ, p. 230. 

(3) Le mème, t. II. p. 42. 

(4) Corp. ùucr.f n" 757. • 
lo) Thucyd., II, lOl. 

(6) Ceci fait tomber la coojecture qoe le nom Oocvatoc est en rapport aree le svje^ 
représeatant un satjrre aaaaillant une njrmpMe (Raoul Rochette, Lettre a Sehom^ p. 147). 
nóvatoc B*a aucon rapport «vce un satjrrCy comme la nymphe nne ne pent étre /^«uv • 
Ausai le nom A4>P0AITH. qui se lit au baa, doit étre une addition pottérieare, cofluat 
le présumait déjà Caylus [Recueil, U VI, p. 137). 



DBS NOM& PEOPRES GRECS. 327 

divins, moins considérables encore (les nymphes, par exemple}^ 
se montrent fort ancieilnement dans les noms propres. 

Amman Khem ne serait pas le seul membre du Panthéon 
égjptien qui ait été recu dans \ OnomcLSticon grec. Outre la 
déesse Triphis^ qui a forme Tunique Triphiodore^ oii peut 
ciler Isis et SérapìSy Ammon , Horus^ Apis , Anubis et Harpo- 
croie. Les noms grecs qui en ont été formés présentent encore 
de singulières anomalies. 

D'abord, il faut reraarquer qu aucun des noms dont je parie 
ne se montre antérieurement à Alexandre; d où Ton peut con- 
dure avec assurance que bien qu*ayant la conquéte de TEgjpte 
par ce prince, il se fòt opere déjà un certain compromìs entre 
ies deux polythéismes , ce n'est vraiment qu à partir de cette 
epoque qu'une fusion réelle commenda de s opérer, au moins de 
la part des Grecs ; ils re^ urent quelques divinités égyptìennes 
dans leur Panthéon \ ils se mirent sous leur protection puis- 
sante; et e est alors que nous vojonsparaitre les Isidore^ les Sa - 
rapwn , les Ammonios^ en aussi grand nombre queJfs Apol- 
lom€>s, les Dionysios, et autres noms purement grecs. Ces 
noms divers donnent lieu a quelques observations curieuses. 

Ainsi, les premiers Isidore se présentent dans les papyrus 
dutemps dePtolémée Philométor; hors deTÉgypte, on trouve 
cenom pour la première fois, en Syrìe, sous le règne de Sé- 
leucus IV (I), puis, sous Alexandre Baia, en méme temps 
qu'Ammonius (2). Depuis, il se reproduit très-fréquemment. 
On trouve aussi laiy^yTic, lai^OTo;; mais le derive Igicùv est 
très<-rare ; je n'en connais que trois exemples : un a Athènes 
et deux en Égypte. J^ forme Idi^copo; Tavait dono emporté 
sur Coutes les autres. Le contraire a lieu pour les noms tirés 
de Ai^K et de 2oéparK , dieu qui , dans les dédicaces égyptio* 
grecques, accompagne presque toujours Isis^ et jouìssait du 
méme crédit. Je n*ai jamais rencontré ni Airi^copo;, ni Sapairi- 
^upo^ ; tandis que Àtcicov est usité, et que les SocpaTTiojv sont 



(1) Raoal Rocbette, Lettre à M. Schorn, p. 1 (vignette). 

(^) Diod. Sic, xxxni, 5. 



3'28 1[VI. BTUDE 

ibrt nombreux, au nioins depiiis Ptolémée Philométor. Car, 
bien que le eulte d' Osiris j transformé en celuì de Serapis 
sous Ptolémée Soter , eùt été porte à Athènes dès le r^ne 
de Philadelphe(l), on ne voit cette divinité paraitre dansles 
noms que sous le 6*^ Lagide. Les formes À7Pia>v et 2apam(^v 
auront écarté les Apidore et les Sarapidore; comme les hi- 
dorè ont empéché les hion de se produire. Je ne vois là, quant 
à présente qu'une affaire de mode et d*usage. 

Il suit de cette remarque sur Tépoque des noms tirés dlsis, 
quii ne faut point penser à cette origine pour celai d^Isiasj 
éphore lacédémonien cité par Xénophon (^), vers la 94* olym- 
piade; ni pour celui de l'orateur Isée (iffaio^); non plus que 
pour ceux dicéct^, tyran de Cérynée(3) , ou pour les composés 
iGov^po^ , fils de Bellérophon ; Icap^of et son fils laap^i ir; , 
cités par Thucydide (4); laayóga^, archonte athénien de la 
68* olympiade (5) ; laavcop , autre éphore de Sparte (6). La 
racine commune de tous ces noms est la mème que celle des 
noms KrOxpaTT]^, l^ovixo^, ìa68fo\io^y W^Yifio^, Idovop?) 
I<7(J;^pu<yo? , IcrfTifJtoc, cVst-à-dire, radjectif mtoc, et non pas la 
déesse \(nq. Il importe de ne point se méprendre sur cette étj- 
mologie ; on s'exposerait à tomber dans une graTe erreur his- 
torique. 

Ce que je viens de dire dìjipis et de Sérapis s* applique à 
une autre divinité égyptienne , Horus. On chercherait en vain 
ùp((^(it)po^ ; on trouve seulement fìpo^ et le derive Ùpuov, tous 
deux avec l'esprit rude ou doux, mais fort tard, du moins comme 
venant de Ùpo;, le fils d'Osiris. Car le nom iipicov ou ilapwv 
(avec esprit doux), qui appartient aux temps mythiqqes de la 
Grece, puisquil désigne^ dès le temps d'Homère, une coastella- 
tion du ciel, dérivait non pas de la diuinité égyptienne, mais du 



(1) Paus. 1, 18. 4. — BoBckh, ad C. I.. n*» 120, p. 162. 

(2) HeUen. [I, 3, 10. 

(3) Polyb. \l,k\,\\. 

(4) I, W. 

(5) Herod. V, 66, 69. 

(6) Xennph. HeL. If, i, 10. 



D£S NOMS PAUPRBS GR£GS. 3*29 

verbe òapt^ew. G*est ce qui montre que, dans une inscrìp- 
tion en caractères archaìques^ le nom iipoOeo;, comme a lu 
M. B(£ckh (1), doit se lire Acopódeoc, ainsi que je Fai dit ail- 
leurs (*2). Il est douteux que le nom d'Origene (^piy^V7}() soit 
compose avec iìpo^ (3) ; mais , cette orìgine admise, on pourrait 
remarquer qu il ^e montre pour la première fois dans une 
épigramme d'Ammianus (4), qui vivait sousTrajan ou Adrien (3). 
A peu de temps de là, parait le second personnage de ce nom, 
le célèbre Pére de TEglise qui vivait au troisième siècle. 

Un autre fait singulier, c*est que tandis qix'Isis et Sérapìs 
jouent un si grand ròle dans V Onomastìcon grec, Osiris ne 
s j montre jamais; je n'ai rencontré nulle pan ni Osindore, 
ni Osirion , ni Osirisos , ni aucun des composés ordinaires Oai- 
piy^vn^, Òaipi^copo^ , ou tout autre. D'où vient cela ? Une obser- 
vation que j ai faite ailleui^ peut donner lexplication. J*ai 
remarqué, en effet, qu Osiris j comme une des divinités prin- 
cipales de Memphis , se montre pour la demière fois dans 
Vinscription de Rosette, sous Epiphane, et que depuis, à par^ 
tir de Philométor, on ne voit plus paraitre que Sérapis, L'C7- 
sirium ou tempie d*Osiris à Memphis , devient pour toujours 
le Serapeum. Or, comme c'est précisément à cette epoque 
que se montrent ies noms dérivés de Sérapis , on concoit que 
les Grecs aient laissé là Osiris pour la divinité officielle de la 
cour alexandrìne. Quant aux Egjptiens, ils conservèrent leur 
ancien mode, méme quand ils parlaient grec , et ils se servi- 
rent des formes ég^tiennes Petosiris^ Petisis^ qui correspon- 
daient aux noms grecs Osiridoros^ Isidoros ; et c*est en effet 
celle qui se trouve si fréquemment dans les inscriptions et les 
papyrus de toute epoque. Mais on ne trpuve jamais Pétésara- 
pis^ parce que les Égyptiens n*adoptèrent pas cette transforma- 



(1) Corp. inscr.,1»? 1194. 

(2) Jnscription d'une statue de bronze, p. 29. 

(3) En effet, t^fty^C venaiit d^Qpoc devrait s*écrire 'Opo^ivr); avec esprit rude. 
Je croirais qu il viest de wp, contraete de iap (poor 'Oo^xycwK). 

(4) Amih, Pal,,X\, 15. 

(6) /a<'obs ad Anthol., i. XIII, p. 840, 841. 



330 XVI. ÉTUDE 

tìon grecque, au point de dénaturer leurs nonis natiouauien 
faveur d^une diyinìténouvelle, mélange d'élémeats tirés des 
deux relìgions. 

Qu^nt au dìeu Ammon , de "fhèbesou deFOasis, on ne con- 
nait non plus aucun Ammonodore ou Ammodore; tandis que les 
noms égyptiens, exprimés en grec par IIeTa(JL(t<Dv et neTiju- 
vof i(, se rencontrent dans les papyrus. En revanche les Amr 
monius deviennent fort nombreux, au moins depuis Ptoléroée 
Philopator; car auparavant, je n'en apercois pas d exemple. 
Le premier, à ma connaissance, est un habìtant de Borei en 
Cyrénaique, officier de Philopator ( I ) ; le second est un contem- 
porain d'Alexandre Baia en Syrie(*2); tous les autres, vers 
cette epoque, ne sont qu*en Égypte, en méme temps que les 
Isidore et les Sarapion. En Grece, Ammonios se mentre 
plus tard : il est vrai qu on le trouve sur deux tétradrachmes 
d*Athènes : mais on sait que ces monnaies descendent au 
moins jusqu au temps de Sylla et de Mithridate. Du reste, od 
rencontrerait ce nom en Grece beaucoup plus anciennement, 
qu*il n*y aurait pas lieu de s*en étonner. Si le eulte dlsis et de 
Sérapis ne s'y est introduit que dans le cours du deuxième 
siècle avant J. G., celui à! Ammon y est arrivé beaucoup plus 
tòt, et longtemps avant le siècle d'Alexandre. 

Il y avait à Thèbes un tempie à' Ammon ^ qui existait déjà 

au temps de Pindare (3), puisque ce grand poéte y avait consa« 

ere une statue, ceuyre de Calamis, et avait compose en Thon- 

neur du dieu, un hymne, dont il reste un vers: Afi{ia»v OXu|i- 

TTOu ^KTKéxoL (4); ce qui, avec un autre passage (5), est la plus 

ancienne citation que nous connaissions de ce dieu , dans les 

auteurs grecs. Une inscription athénienne de la 3*^ olympiade 

fait mention de sacrifices k Ammon, dont certainement le eulte 

tenait un certain rang à Athènes. 

• 

« 

(1) Polyb., V, 65 8. 

(2) Id,, XXXIII, 5, 1. 

(3) Pauft., IX, 16, 1. 

(4) Fragm.f 11, ed. Bom^Ui. 

(5) Pyt/i. IV. 16, Backh. 



DES NGMS PROPIIES GREGS. 331 

M. Bceckh (I) pense que le crédit dont jouissaìt de &ì bonne 
heure cette divinile étraagère est dù principaleaient aux habi- 
tants de Cyrène, qui vénéraient extréniement rAmmon de 
Libye, et consultaient son oracle(2). Elitre la foodation de Cy- 
rène en 648 (3), et l'epoque de Pindare (ver$ 500), il reste 
un intervalle d*au. moins un siècie et demi , qui suffit , et au 
delà, pour rendre compte de rémigratiou du eulte de TOasis. 

Si dono on pouvait étre surprìs de quelque diose, ce serait de 
ne pas Toir paraitre plus tòt en Grece le nom àìjimmonius (4). 
Tout ce qu'il est légitime d'en conclure, c'est que le eulte de 
cette divinile, bien qu^introduit de botine heure en qudque 
point de la Grece, n y a d'abord pas eu assez d'influence pour 
iutter avec les dieux du pays, et passer dans les nonis propres, 
où eeux-ci se montrent exclusivement. Mais plus tard , surtout 
après que le voyage d'Alexandre à TOasis eùt mis à la mode 
cette divitiité étrangère, les Grecs prirent fréquemment le nom 
de ce dieu» qui avait déclaré qu* Alexandre était son fils. 

On a toujours reproché ce voyage au conquérant ; on a 
pretendo que, pour satisfaire une £antaisie puerile, il avait 
perda ub tenips précieux. A mona vis, c*était, au contraire, 
un ade de haute politique, qui, en ne lui portant aucun 
préjudice, devait servir ses projets ultérieurs et préparer la- 
venir que son genie devinait. Il ne pouvait songer à partir pour 
la haute Asie, avant d avoir recu les secours que lui envoyait 
Antipater (5) ; or, ils n'étuient pas préts , puisqu'ils n arrivèrent 
qu'au moment où il revenait de son excursion dans le désert. 
D*un autre coté, TAmmon de TOasis était un dìeu égyptien , 
depuis longtemps révéré des Grecs. Se faire reconnaitre pour 
&ls de ce dieu , e etait, tout en restant Grec par sa mère,se mon- 
trercomme Égyptien , perdre aux yeux des vaincus sa qualité 



( 1) B<Bckh, Jk^utf^A. II. S. 258. 

(2) Hcrod.,n,35. 

(3} Thrìgge, Ret. Cyren., p. 86, 87. 

(4) L*introdactioa da colte de Junon Ammonienne et ^Hermes Parammon en Elide 
Paus. V, f 5, 1 1) ne peut étre antérìeure a cette epoque. 

(5) Arrian., Anab.^ Ili, 5. 



332 XVI. ìtcdb 

d^étranger, et se substituer aux droits des djiiasties nationales. 
Déjà, en mettant le pied en Egypte, Alexandre s'était empressé 
de sacrifier au boeuf Apis. C etait du méme coup condamner la 
conduite de Cambyse, et, en adoptant yisiblement la religioa 
du pays, donner la gàrantie que lui et ses successeurs la pro- 
tégeraient a lavenir. Il y a dans ces deux actes un ensemble 
et une suite d'autant plus à reiuarquer, qu ils ont été la règie 
constante de la politique des Ptolémées , pendant tonte la du- 
ree de leur domination. Ils nous donnent le secret de celle 
diu^e elle-méme^ au milieu des fautes et des désordres qui de- 
vaient Tabréger. 

Or ce voyage d* Alexandre nous explique suffisamment Taug- 
mentation qu on observe dans le nombre des Ammonias. 

Il est cependant un nom très-ancien qui, au premier abord, 
semble compose avec celui de cette divinile \ e est Philam- 
mon , porte par un poéte et devin qu on faisait remonter au 
temps des Argonautes; ce qui ferait supposer que le dieu Am- 
mon avait pénétré bien anciennement dans la Grece. Cependant, 
comme le premier écrivain qui nomme ce personnage, est Phé- 
récyde, qui vivait plus d'un siede après la fondation deCj- 
rène, et Tétablissement des Grecs sous Psammilichus, rien n'em- 
pécherait quii n*en f&t de Philamnion comme d*autres poéies 
et devins, tels qu*£umolpus, Mélampus, Orphée, Musée, Am- 
phion, et tant d*autres prédécesseurs d*Homère, qui ne doivent 
leur existence qu'à la fantaisie des écrivains postérieurs. Mais 
la difficulté est dans le nom méme. D*après l'analogie de la 
langue, Philammon ne peut avoir d*autre sens que aimanl 
Amman; car c'est une règie constante que, dans les nomscom- 
posès, quand ^Cko est avant, le sens est actif. Or, voici en quei 
consiste cette diificulté : 

Farmi les pensées de Pascal, on remarque celle-ci, qui n est pas 
la moins profonde de celles de ce grand homme : Dans nulle au- 
trereligion que la nótre^ l*homme n'ajamals demandò à Dieu de 
Faimer et de le suiifre ( 1 ). Sur quoi de Maistre dit : * Je me rappelle 

(1) Petuées, V partie, art. IV, n** 1. 



D£S NOMS PROPRES GRECS. 333 

• que Voltaire y dans le honteux commentaire qu*il a ajouté aux 
« pensées de cet hommtfameux (l), ohjecte que Marc-Aurèie 
« et Epictète parlent continuellement d'aimer Dieu. Pourquoi 
^eejoli erudii n*a-t-il pas daigné nous citer les passages? 

K A la yérité, Sénèque, dans les Epitres, dit que Dieu doit 
«étre honoré et aimé; mais Sénèque a dù connattre saint Paul. 
■ S*il existe d*autres traits de ce genre, on les trouvera dans 

• Platon; car saint Augustin lui en fait honneur(2). « 

On Ut, en effet, dans saint Augustin (3Ì : Si ergo Plato Dei 
hujus imitai orem^ cognitorem , amatorem dixit esse sapientein. 
Le passage de Platon auquel ce saint Pére Fait allusion, de 
mérooire sans (loute, me parait étre tire du Théétète, où il 
est dit seulement que la connaissancede Dieu est sagesse et vé- 
ritable vertu, "h (A€v yàp toutou yvGffi§ ao^wc xal apcTTj otX7i6iv>f (4). 
Il n'y est pas question d'amour de Dieu. 

On va Yoir que la considération seule des noms propres 
sert à rés9udre cette question curieuse dans le sens de Pascal 
et de de Maistre, au moins en ce qui concerne le polythéisme 
grec et égrptien. 

Il est assurément fort possible , et méme très-vraisemblable, 
que quelque philosophe paìen se soit élevé, par ses medita- 
tions propres, jusqu*à Videe de Vamourde Dieu; mais cette idée 
n*a jamais pénétré dans la religion populaire, et toute Tanti- 
quité paìenne ne fournira rien qui ressemble à ces simples 
paroles : ceux qui m^aiment^ que Dieu prononce déjà dans 
TExode (5); ou bien : tu aimbras le Seigneur ton Dieu de tout 
ton cceur^ de toute ton àme et de toutes tesforces^ comme dit 
Moise dans I^ Deutéronome (6). Voilà tout ce qu'a voulu dire 
Pascal, si Fon pése bien ses paroles. Cest de Tidée religieuse 
qu'il s'occupe , et non de l'idée philosopkique. 

(t) Bc Maislre traile Pascal àe/ameux; il l*aarait qnalifié de célèbre, ai celoi-ci, 
par malbear, n^ayait pa» fait les ProvineiaUs, pour de Maistre , fante irrémÌMible ! 

(2) Soiréts de SaùU-Péiersbourg, t. II, p. 186. 

(3) CiV. Dei, VITI, 5 init. 

(4) P. 176 C. 

[h) Exod., XX, 6. 

(6) D€uteton., VI, 5. Cf. XXX, M. 



334 XVI. ÉTDDE 

Pascal et de Mdistre auraient trouvé une confirmation re- 
marqaable de cette vue neuve et profonde , s'ils avaient fait 
robservation ftuivante : 

Rien u est plus coramun que radjeclif 86((^\o^ , qui a k^ 
sens passif de aimé ile Dieu ; le sens actif serait f i^óOeo;. Or, 
la langue grecc|ue ne connait le mot f i>.(>0eoc9 ni comme nooi 
propre, ni comme adjectif. L'idée d'aimer Dieu ou les dieux, 
est donc restée étrangère à la langue , par conséquent au 
peuple qui la parlait. 

Comme nom propre, ^tXódeoc ne se montre que panni des 
personnages chrétiens, et méme d'a&sez bas temps(l}. L ancien 
nsage du nom de 6«a9t^o^ s'est continue pendant longteinps, 
parce que, sous Fempire des idées chrédennes, à Tépoque de la 
décadence, le fiXo^ de h fin des noms composés fut souventpris 
dans le sens actif; en sorte que 66<if i^o^ put etre pris pour un sy 
nonyme de 91^0680^ , mais le sens actif de f iXo^ (final) ne seren- 
contre que dans de très-rares exceptions , à partiPdu siècle 
d'Alexandre. Cependant , cetie décadence n*alla que bien plus 
tard jusqu*à rendre passif le 91X0 du commencement des noms. 

Comme adjectif, ^Ck6At^% ne se montre pas avant Lucien, 
qui connaissait les chrétiens , et avait pu s'instruire de leurs 
doctrines; encore ne lemploie-t-il que dans le sens general 
d*un homme pieux et attaché à la religìon, é t\àat&ri^ xai ftlo- 
6eo^, oppose à defieo^ xal ovócioc (2). Il en est de méme de 
Julien r Aposta t (3), qui, en disant ó eùaeS^l^ xal ó fiXóOeo;, 
ne lui donne que cette significa tion, qui diftere de ce que les 
chrétiens ont entendu par X amour de Dieu. Ce n*est que daDS les 
auteurs chrétiens que les mots (piXtiOeo^, (piXoQeot)^^ fiXoOiatKC, 
9i>o6«ia, fiXo6e£a>, ou les privatifs afiXoOsia, a<pi>o6eo^, ont la 
signification dont je parie. 

Il me parait qu'on peut appliquer la méme observation au 
polythéisme égyptien ; car Texpression égyprienne Phtka-Mai 



(!) Fabr., Biblgr., XI. 513 sq. 

(2) De Caluma.^ r. 14. 

(3) Cirjar., 21. 



D£S NO MS PROPRES GHECS. 335 

est rendue en grec dans linscription de Rosette, par rtyaTcrnLi" 
vo; iTKÒ ToCf 4>6a, aimé de Pkthah , et non par ayaTrwv TÒv$6a; 
et de niéme , dans ]a traduction qu'Hermapion a donnée de 
lobélisque d*Héliopolis (1), on lit ov é HXto; fìXe?, et non pas 
o^TÒv miov ^iXei. La locution Amon-maly Phré ou Phthah- 
mai, qui se présente si fréquemment , Chanipollion ]'a toujours 
traduite par aimé dAmmony aimé de Phré; traduction quenos 
remarques confirment pleinement (2). 

On voit don e que Philammon , suppose forme avec Ammon , 
serait d*abord un nom toutà fait unique,* car jamais <piXo n^est 
sQÌvi d*un nom de dieu; il n*y a d'exception que pour le seul 
adjectif ^iXóSoDCj^o^ , dans une épigramme de Philodème (3) ; 
mais ce terme ^ tout poétique, signifie ^m/ £7f/7ttf le vin; quant à 
^i^ootfivuffoc, on ne Ta jamais trouvé(4); en second lieu, ce nom 
serait, comme je lai dit, contraire à Tesprit méme du po!y- 
théisme grec, ici rendu évìdent par la forme seule de certains 
noms. Philqptmon doit étre une forme doriennede Pkilémon^ 
avec doublement de la consonne. 

Tout s'accorde à montrer que les divini tés égyptiennes sont 
entrées fort lard dans XOnomasticon grec : et la forme des 
noms ne iait que eonfirmer ce que Thistoire établit d*ailleurs 
clairement. 



lei, une distinction à faire, d'où se tire uneautre induction 
également conforme à Fhisloire. 

Les hidorey les Sarapions et les Ammonius soni très-fré- 
quents en Egypte; mais ón les trouve aussi, à la vérité moins 
souvent, en Grece comme en Asie Mineure. 

Mais il n*en est pas de méme des noms tirés SApis^ dìAnU" 
bis^ à*HoruSj de TnphiSy A' Harpocrate^ tels que ÀTCtwv, Àvoufó^ 
ou Àvoo6t(it>v , Ùpi(i>v, Tpifió^copoc et ÀpirojcpaTicav; les person- 

I) Aimn. Marceli.. XTIT, 4, 17. 

(2) Cf. Pr"is9c, dftns la Revue archéotogìque, 2* annce, p. 5. 

(3) Epigr., XXXI. — Antk. Pai., VII, 222. 

(4) On (rouve Iv oom Philosarains daos udc in&cription latine, mais d'uu trvs-bas 
'ciiipj. 



336 XVI. KTUDB 

nages qu'ils désigqent sont tous nés en Egypte : Apion et Ho- 
rion; Harpocratìon à Mendès; Triphiodore à Athribis; Anu* 
bas et Anubion ne se trouvent que dans les inscriptions d'E- 
gypte. Jen dis autant des noms composés tantót dedeux 
diyinités différentes, dont Tune est grecque et Tautre égyp- 
tienne, Sarapammon^ Héraclammon^ etc. ( l), tantót de la méme 
divinité sous ses deux noms grec et égyptìen, cornine Hora- 
polloni ils ne se troiivent qu*en Egypte. 

Les noms grecsformés de aiXoupoc, tels quAìXoupa^ etAt- 
Xoupicov , ne se rencontrent non plus qu'en ce pays. Les Grecs 
ont pris certains noms propres de ceiix d*une cinquantaine 
d'animaux, tels que petit chien (Kuvioxo^) ou jeune chUn 
(SxuXa^ et 2wJpo;); loup (Au)to;) ou petit loup (AuxJoxo;) ; Im 
{hitù"^)^ petit lion (AeovTiffxo^) ; taureau (Taupo;) petit taureau 
(Tauf idxo?) (2) ; vcau (Móaxo;); vache (Aa|AotXic) ; sanglier fK«- 
wpog); cheifal (IirTro;) ; c^jr/' (ÉXa^oc) \ poro (XoTpo^ , etc. Or, 
dans le nombre, on ne trouve jamais le chat (yoXTi ni aiXoupo;;. 
ce qui pourraìt indiquer qu'en Grece on faisait bien peu de 
cas de cet animai. Mais en Egypte, où il était sacre, ildevait 
entrer dans la formatlon de certains noms propres, que les 
Grecs ont traduits par AtXoupog^ AiXoupac et AtXouptcdv. 

Il suit de cette distinction, qu*entre ces diverses divinités 
égyptiennes , les trois principales étaient sorties de TEgypte , 
et avaient été accueillies dans le polythéisme grec, à savoir, 
Isis^ Sérapis et Ammon, Quant aux autres, Apis , Horas^ Tri- 
phis^ Anubis (outre le chat, atXoupo^), Harpocrate nen sor- 
tirent pas , et ne fiirent adorées que dans le pays ; ou, si elles 
émigrèrent en d'autres contrées , elle y furent placées dans la 
dépendance du eulte prìncipal dlsis, de Sérapis et d'Ammon. 
C'est ce que la considération seule des noms propres suffit à 
nous apprendre. Or, on a tu lextension du eulte d'Amnion 

(1) Plui haot, p. 272. 

(2) n est à remarqner qoe pliuiean do cet noms ne sont qne des dimmati/s. Kùw* 
n*existe pas , non plus qne BoO^ ; tandis qne Bot<jxoc est fréqnent. Ces noms oat éte 
probablement, dans rorigine, des OiroxopKmxa; moo petit chien, mon petit lemp» b^" 
petit hotuf. Nons disons { non petit chat. 



DBS NOMS phopaes grecs. 337 

dans la Grece; nous savoiis aussi que le eulte à'his et de Sé- 
rapii y arait pénérré , dès le temps de Ptolémée Philadelphe , 
et à Rome, eiìTÌron vers cette epoque; puisque, dès l'an 534 
de Rome ( 220 avant notre ère), le sénat ordonna de détruire 
les temples d*Isis et de Sérapis (1); expulsion qui se renouvela 
plusieurs fois dans la suite. Ce eulte ne fut autorisé que sous 
les Triumvirs. 

S 2. Noma tirés des dipiniiés asiatiques, 

Dans ce nombre, je n*apercois bien distiuctement que les 
deux noms Méirodore et Ménodore^ yenant de la Grande Mère 
Cybèle et du dieu Lunus ou Men. J'ai dìt plus haut que le 
eulte de ces deux divinités avait pour lierceau ou pour centre 
rorient de FAsie Mineure ; Cabira du Pont pour Men , Pessi- 
noDte de Galatie pour Cybèle; et que de là ils s'étaient étendus 
jusqu'aux còte» occidentales de cette contrée. J*ai dit encore que 
cette extension avait probablement infine sur la décadence et 
la ruine du eulte de Tancienne divinité MnndrOj dont le centre 
d action parait avoir été vers les sources du Méandre; et 
d'après l'epoque où disparait ce eulte, j*en ai conclu que Tex- 
tensìon de ceux de Men et de la Grande Déesse est assez re- 
cente, et de peu antérieure à Alexandre. I/hi&toire de ces 
deux noms propres peut encore nous apprendre quelque chose 
à ce sujet. 

Les deux premiers Métrodores connus sont, 1® un tyran de 
Proconnèse dans la Propontide , cité par Hérodote (2) ; 2® un 
Métrodore de Lampsaque, ancien commentateur d*Homère, 
disciple d'Anaxagoras, que Platon a cité (3). 

Ainsi, les deux plus anciens Métrodore étaient nés en Mysie, 
sur les bords de la Propontide et de THellespont ; ce qui an- 
nonce que, dès une epoque antérieure à Hérodote, le eulte 
de la mère des dieux y avait été transporté , et s y était étahli ; 

(I) Valer. Bfax., 1,3,3. 

m nr. I3«. 

(3) /on,p. 530 D. 

2*2 



338 XVI. ÉTtJDE 

s*avancant de Tett à Touest^ passant par la Papblagonie et 
la Bithynie, où il avait laissé une trace importante^ daiis le 
lieu appelé par le Périple du Pont Euxin , Mif}Tp£ov , situé à 
80 stades d'Héraclée. Ce nom annonce Texistence d*un tempie 
de Cybèle, ayant donne le nom à la ville. C'est la mdme qui 
est appelée, siir deiix médailles, MHTP02, sous-entendu ttoXic 
ou Upóv (1), comme les deux villes d'Ionie et de Lydie appelées 

Aiò^ lepov. 

Ce eulte descendit au sud, dans l'Iome, la Lydie et la 
Phrygie; notamment en deux endroits, où plus tard se formè- 
rent deux villes nommées M7]Tpóico^i^. 

La première était située en Phìygie, aux environs de Syn- 
nada , e est-à-dire, dans la méme contrée que Mandropolis; voi- 
sinage qui n aura pas peucontribué à fairedéchoir celle-ci. Stia- 
bon la compte parmi les petites villes de la contrée ; elle n*a dono 
pu recevoir son nom dece qu'elle était métropole : ellelederait 
àce quelle était un des lieux où setablit d'abord le eulte de la 
Mère; et, en effet, Etienne de Byzance dit qu'elle tiraitson 
nom de celui de cette divinité (2). L'autre Métropolès était 
située en Ionie, à 120 stades au nord d'Éphèse^ à Teudroit 
appelé maintenant Tourbali (3). Toutes deux paraissent étre 
peu anciehnes. L'une est citée pour la première fois par Arte- 
midore; ensuite par Strabon, Pline, Athénée, Ptoléraée et 
Etienne de Byzance; Fautre ne Test que par ces deux der- 
niers auteurs. Strabon les représente lune et Tautre comme 
étant peu considérables (4); mais leur importance parait avoir 
augmenté depuis cette epoque. Il est remarquable qu*en effet 
elles n*ont point de médailles autonomes, et que leurs mon- 
naies impériales ne datent que d'Alexandre Sevère, c*est-à- 
dire, de Tépoque où le eulte de la Grande Déesse a pris la plus 
grande extension dans cette partie de l'Asie Mineure; resultai 



(1) Ce qu'a très-bìen tq EcUiel {Num, aneed.^ p. 181). 

(2) 'Aitò M7)Tpòc òvo(jAoOeT<ja, et non olxiffOeioa qne porte le teste. 

(3) Hamflton, Retearches» t. IT, p. 179 et 542. 

(4) Xn,7p. 676. 



DBS NOMS PROPRBS GREGS. 339 

qui concorde, ainsi qu*on ra le voir, avec rhistoire du nom de 
Métrodore. 

Pour connaitre l'extension plus ou moins grande d*un nom 
propre dans un pays , il ne faut pas se bomer aux inscriptions ; 
il fiiut surtooC recourir aux médàilles, sur lesquelles sont men- 
tionnés des magistrats loeemx , c*est-à-dire, des citojens de !a 
▼ille, qui, le plus souvent, y sont nés. Par là on s'assure que les 
noms de Metrodore et de Ménodote ont éte rarement employés 
hors de l'Asie Mineure, surtout ledermer. L'un etl'autre de- 
▼iennent plus nonnbreict , à mesore qu'on ^avance dans les 
temps connus. A Athènes, Metrodore parait tard. II se montre 
sur une seufe inscription, sur un tétradrachme, et surdeux 
autres monnaies. Quani aux autres cofnposés, Mbirpoy^VD; , 
fflCVToc, &0T0(, etc, on nen connatt pas d'exemples sur les 
médàilles de cette ville. 

Cependant I0 eulte de la grande déesse parait ayoir passe 
à Athènes, immédiatement après les guerres Persiques^ G*est 
du moins à partir de cette epoque qu*on Toit 1^ Athéniens 
accueillir, comme dit Strabon (1), les cultes étrangers, ^ixà 
iepa y les rehgìoqs de ia Thrace et de la Pbrygie, tk S^épaa xal 
Tft ^payia, et qu'ils sont, à ce sujet , en butte aux sarcasmes des 
comiques ( &Q%t xcd ixcupLcp^'KfSYitfotv )• Gratinus et Arisl^hane 
ne les éparguèrent pas; Le crédit dont jouissait dès lors ce 
Gulte à Athènes, résultedu fait que le MTirpcpov oa tempie de 
la Mère fut bAti sous Périclès par Phidias (2) ; il subsistait en- 
core au temps de Pausanias, de méme qu un autre tempie de 
chez Ics Anagyrasiens (3). 

D*où Vofi volt que, selon une remarque faite plus haut, cer- 
taines divinités étrangères, bien qu'accueillies parlesGrecs et 
honorées d*uD eulte, n*entrèrent pas assez profondément dans 
les habitudes du peuple, pour prendre la place des noms dMns^ 
tirés des dieux nationaux. 



(t) Strab., XIT, p. 63? 

(2) Paas., I, 3, 5. 

(3) Id., 1,31.1. 

22. 



340 XVl. BTUDfi 

Les noms commen^nt par Metro se trouvent sur deux mé^ 
dailles de Maronée(l), en Macédoine, sur deux de Patres,fn 
Achaie. A ces deux excepdons près, tous les autres ne se lisent 
que sur des médailles de villes de FAsie Mineure, a savoir : 

M»T()o&(i»pO( et MiqTpó^OTO^ sur celles d'Acmonia , Apamée 
Cibotos, Ancyre, Smyme, Érythres, Colophon, Clazoniène, 
Éphèse, Magnesie, Sardes, Milet , Myrrina, Daldis, Hypaspa et 
Cbios; MYiTpoyevDC à Aizanis; My^rpoSio^ à Smyme ; MDTpò; 
pour Mif)Tpo^ct>poc, à Érythres; MviTpoXao; à Magnesie; M»- 
Tpa>va^ à Érythres (2); e est-à-dire, principalementdanslesvilles 
de la còle occidentale, en Eolie, Ionie, Carie, Lydie ; dansle 
pays, par conséquent,oìi se trouvèrent les deux villes àtMi- 
tropoUs. Tous ces noms se reucontrent en plus grand nombre 
sur les médailles du temps de T Empire; ce qui coincide ayec 
l'epoque où ces deux villes ont acquis une importance prouvée 
par les médailles qu*elles frappèrent à cette epoque. 

Ainsi, le cuite de la grande déesse, loin de s'affaiblir en Asie 
Mineure, parait, au contraire, y avoir pris, à partir du premier 
stècle , une extension plus grande qu'auparavant. 

La méme remarque s'applique aux noms dont la première 
partie est le disyllabe Miqvo, exprimant le dieu Lunus. Il faut que 
le cuUe de ce dieu soit bien rarement sorti de TAsie Mineure, 
car, à Texceplion dune médaille de Dyrrachium, en Illyrìe 
(M«ivó&otoc) , de Byzance (Mvivoy^vvic) , et de Marcianopolis , 
en Mossie (MvivófiXoc) , les noms de Miqvo&otoc, Mv)vó^ttp<K, 
My)voy£vv}(, Mv)vofavT7);, MYivofocvY); , et surtout M7)vófi>.o;, 
le plus fréquent de tous dans les inscriptions et sur les mé- 
dailles, se trouvent exclusivement sur les monnaies des villes 
asiatiques de 1 epoque imperiale. 

Tels sont Mnvó^aipo^ , à Haltcamasse, Smyrne, Tralles, 
Acmonia, Ancyre, Rhodes, Alabanda, Myndus; 

M>ivoy^vyic , à Pergame; 

Mt)V($£oToc , à Acmonia ; 

(1) Un autre Mérrodore de Maronée ett mentionné dau une iaacrìptioB 
Bienne. V. mon Beeueii des inscr, de VÈfjpte^ t. II, p. 303. 
<2) Plnshaot.p. 286. 



BBS NOMS PROP&BS GRBCS. 341^ 

Mv)vofavT)r)( , à Nicomédie , Cjme et Gos ; 

M7)vofavv)( , à Hadrìani , Pergame et Hermocapelia ; 

Mii}vófiXoC)à Smyrnei Sardes, Chios , Ephèse, Ilium et 
Cotyaeum. 

Od peut en dire autant des inscrìptions. Il y a deux Mif)v<(*- 
f iXo^ dans celles d'Athènes (1), outre l'Athénien de ce nom cité 
par Lysias (2) , et le sculpteur Ménodote, qui florìssait au pre- 
mier siede de notre ère (3); un cinquième existe dans une ins- 
cription de Sparte; il y en a un sixième, sculpteur né à Tyr, 
en Phénicie. Mais les inscrìptions de TAsieMineure contiennent 
tous les autres , qui y sont fort multìpliés. Les personnages de 
ce nom,que cite l'Histoire littéraire, sont du mémepays; 
ainsi, les deux médecins empiriques du nom de Ménodote, 
étaient Tun de Nicomédie, lautre de Tarse (4). Le Minodote 
quiavaitécrìtsur lescuriosités du templedeJunonSamienne(5), 
et sur les peintres (6) , était de Samos. On ignore de quel 
pays était le statuaire Ménagène, cité par Pline (7) ; mais Mé« 
nophante, celui qui, à 1 epoque romaine, fit une copie de la 
Vénus de Troade, devait étre un Asiatique, et probablement 
un Mysien. Boèthus, de Cbalcédoine, avait donne à Tun de 
ses fiis 9 scnlpteurs nés à Nicomédie , le nom de Ménodote. 

Une inscrìption d'Athènes fait niention de Ménodote de 
Tyr(8), fils d'Artémidore. C est très-probablement le méme 
qui est cité dans une inscrìption d'Halicarnasse , publiée par 
M. RaoulRochette(9)> où il est question d*un Artémidore de 
Tyr, fils de Ménodote ; car, d après l'usage dea Grecs de prendre 
le nom de laìeul, il est à peu près sur que nous avons là trois 
générations de scuipteurs : Artémidore ^ pére- de Ménodote y, 

(1) Corp. ituer.^ ii« 593, «08. 

(2) Ormi. YIII, 15. 

(3) Smg, Catalog.,^. 27 i. 

(4) Lacrt.,IX, 116. 

(5) Alh., XIV, 655. ' ' ' 

(6) Laert., II, 106. 

(7) XXXIV, 8, 19. 

(8) Pittakis, Descr. de* antiq, d*Athènes, p. 67*. 

(9) /jturt à M. Sckorn, p. 230. 



342 XVI. BTCDE 

pére ài Artémidore ; et c'est probablement ain$i qu'il fautoom- 
pléter le nom HN0A0T02, qui^sur la lame de plomb troavée 
dans la statue archaìque d'Àpollon, au Musée du Louvre, desi- 
gne Tun des deux statuaires, auteurs de cette statue. Le deuxiè- 
me) dont le nom n'a conserve que le3 trois dernières lettres, 
4>ilN)étaDt un Rhodien, pourrait bien s*étre appelé MnvofMv 
ou Mifirpoffiv , synonymes de MT)Tpofc(vi)c ou MìirpdfovTOc. 



De ces considérations , il résulte que le eulte de Gybèle, 
quoique établi eh Grece quelque terops avant la guerre da 
Péloponnèse, n*a eu d'abord que très-peu d*influence sur la 
formation des noms propres, et que cette infiuence , dans les 
temps postérieurSy n'a pas pris beaucoup plus de force. Au 
contraire, en Asie Mineure, ce eulte s y est fort répandu, prìn- 
cipalement après Alexandre, et surtout à 1 epoque romaine. 

Quant à celui de MHN ou Lunus^ sans doute fort anden 
dans le centre d'où il a rayonné sur toute l'Asie Mineure, il n a 
pris de développement qu'assez tard , et très-probablement à 
répoque. romaine , où les Ménodore se montrent si fréquem- 
ment parmi les magistrats asiatiques. Ce eulte s*est encore 
moins répandu au debors, où il s'est lié dans TOccident, com- 
me eulte lunaire, avec ceux de la grande déesse et du dieu 
soleil Mithra. 

Il est remarquable pourtant que ce eulte, si répandu en Aste 
Mineure, et qui triompha des premiers progrès du christia- 
nisme, puisque Julien TApostat le trouva encore florissant, n'a 
donne son nom à aucun point géographique ; car une ville 
de MY)v<iiro^b^ est encore à trouver en Asie Mineure (commeen 
tout autre pays) , tandis quon y connait Mocv$p({ico^K , HW^co* 

Xi(, Ép(&Ó7ràXi{, nu6({irolic, MT)Tp((icoXic , AiovudtTiroXt; , Koupó- 
icoXk, villes dont les noms sont composés avec celui d'une di- 
vinile. D*oii l'on peut conclure que le eulte de Mtn^ en se 



DBS NOMS PmOJPBBS GRECS. 343 

répaodant paìtout en Asie Mineure ^ n y avait pas forme ce 
centro priocipal autour duquel se groupe une ville qui recoit 
son nom de celui de la divinile. 



Atys, Fun des personnages divins liés intimement avec Cy- 
bèle, est eritré fort rarement dans TOnomasticon grec, si méme 
il y est jamais entré. Je crois pourtant le reconnaitre dans le nom 
ATTINA2, porte par un Athénien (I ), un habitant de Cyrae (2), 
et par un autre (d'un lieu qu'on croit étre Hadriani ad Olym- 
pum) cité dans une inscription copiée par MM. Hamilton (3) 
et Lebas (4). 

Ce nom qui doit se lire ÀTTiva;^ est^ d'après Tusage, un 
abr^é de ÀTTivó^cdpo^ 9 comme Zniva^ de Z'/ivó^copo;. 

C'est encore le méme nom que je trouve dans cette inscrip- 
tion d'une statue senatoriale de la villa Ludovisi : ZHNfìN 
ATTIN A*POAI2lEr2 EnOIEI. Winckelmann , qui la pu- 
bliée le premier (5), a traduit ATTIN par fils d'Attis; M. Sillig 
tmAuiXjitHnisfilius (6), et Visconti,^//© di Attine{J).ìli, Raoul 
Rochette, qui en a parie plus récemment, se contente de tra- 
duire Zénon d'Aphrodisias (8) en passant la difficulté. 11 me 
parait évident que TA final de AT^flNA a été absorbé par TA 
initial du mot suivant; ce qui a eu lieu bien des fois. Je lis dono 
Zifvciiv Àttivóc àf po&iGMÙf èiroisi, Zénon^Jih d^Attinas d^Aphro^ 
disias JaisaU. 

On sait, en effet, que l'orthograpbe du nom du dieu Atys 
varie entre Atti; (gén. ew; ou tìo;) , Attui; (gén. ew) , et Atu; 
(gén. uo;). Le nom Àttivóc; ( ATTivo^wpo; ) dérivait de Atti; 
(gén. Attivo;). 

(f) Cùrp. ùuer^n'* 180. 

(2) ìlioDaet, Suppl.^ VI, 6. 

(3) Hamilton, Researches, t. II, p. 399, n"" 2. 

(4) Pfa. Le Bas, dans la Rei'ue de Phiiologte, t. I, p. 208. 

(5) Nùt. de l*An, t. II, p. 445. Jaoscn. 

(6) Cuialog., p. 457. 

(7) Opere varie, t. I, p. 95. 

(8) Lettre à M, le due de LuyneSy p. 9. 



344 XVI. ETUDB 

Je trouve, au contraire, la forme Atuc dans la composìtioD 
dun nom d*athlète mentionné par Pblégon de Tralles(4); il 
était d'Adramyttium , en Mysie, et s*appelait Àruavo^ ; mais il 
est clair qu*il faut lire ÀTuava^, coinme MìiTpwva^y etautres 
noms analogues ; la confusion du 2 et du S se retrouve daos 
le nom de AHM0NA2 pour AHMfìNAS , sur une médaille de 
Téos (2) , KPONA2 pour Kpa)va$ , etc. 



Je termine par une observation analogue aux précédentes, 
relative à un autre eulte asiatique qui est entré aussi, mais plus 
tard, dans le cerele élastique du poljthéisme ancien ^ je veux 
parler du eulte de Miihra. On sait que cette divinité est fort 
ancienne en Asie , bien qu'on ignore son vrai caractère et la 
nature de son eulte. Celui qui prie ce nom au temps de Pom- 
pée, mélange incohérent de superstitions diverses, n'a que iai- 
blement pénétré dans les habitudes religìeuses des populations 
grecques, et s'est principalement répandu, à partir de Tépoque 
d'Adrien, dans TOccident, surtout dans la Gaule et la Genna- 
nie , se mélant a celui de la grande déesse, d*Atjs, de Men et 
aux superstitions tauroboliques. Quand les textes et les roonu- 
ments ne suffiraient pas pour établir ce fait, il ressortirait évi* 
demment de cette seule observation, que le nom de Mithra ne 
se rencontre jamais, ni avec la forme dérivée , ni en composi- 
tion, parmi les noms propres grecs. 

On connait un philosophe, nómmé Mithras ou Mithres^ 
disciple et ami d*Epicure (3) , qui vivait, en conséquence, vers 
270 avant notre ère, ou plus de deux cents ans avant la for- 
mation du nouveau eulte de Mithra. On s*étonnerait de voir 
un tei nom chez les Grecs, a cette epoque, si Plutarque ne 



(I) Ap. Phot., p. 83,1. 40, ed. Bekker. 
(1) Mioonet, TÌI, 259. 
(3) Uert.. X, 28. 



DES NOMS PROPRES GRBGS. 345 

nous apprendi t quii était Syrien (MtOpY) tivI m>pc{>) (1). Or, le 
eulte persan de Mithra avait pu laisser de fortes traces en Sy- 
rie , méme après le temps d'Alexandre , la domination persane 
y ayant subsisté si longtemps. Les autres noms de méme racine, 
teÌA que Mitkradate ou MUhridate^ Mitkraustes^ Mithrobar'- 
zanesy Mithropastes , ne sont attribués qu'à des personnages 
orientaux; et si le nom de MiOpi^arn^ est donne dans une ins- 
crìption d'Apamée Cibotos (Tibère -Claude Mìthridate) à un 
grand prétre de FAsìe (2) , et sur une médaille de Pergame, ce 
n'est pas oomme nom religieux; ce n'est quune répétition d'un 
nom célèbre dans le pays à cette epoque (3). 

Qoant a ceux de formation grecque, tels que seraient les com- 
posés Mithroelèsj Mithrodore ^ MitArogene, Mithrophane^ Mi- 
throphUe^ etc, ou les dérivés MithrioSy Mithrón ou Mithrión^ 
on les ch^cherait en vain sur les monuments grecs connus. 
Cette absence serait inexplicable, si ce dieu étranger avait joué, 
panni les Grecs, le méme ròle que les divinités égyptiennes Isis^ 
Sérapis eXAmmon^ ou les dieux asiatiques Cybèle et Men (sans 
compter Mys)^ qui tiennent tant de place dans YOnomasticon 
grec. 



Je m'arréte ici. Les observations contenues dans ce Mémoire 
indiquent déjà assez claireroent, ce me semble, le parti qu'on 
peut tirer de l'elude des autres familles des noms propres grecs, 
pour perfectìonner ou étendre les notions que nous possédons 
sur Tantiquité, surtout si on les rattache, comme j'ai tàché de 
le faire, avec Vhistoire et la géograpbie; cest-à-dire si l'on 



(f ) jiiiv. Coloi., 23, p. 1378, 1. 10. Ed un aotre endroit, U PappeUe M(6poc (MCOpio 
t4> oiipc|>). Epieur,, 15, p. 1341, 2, 1. 49. 

(t) Corp. inser.^ tfl 3960. 

(3) CTéuit sana donte quelque peraounage d'orìgine lyrìcnnc ou' perunc établi à 
Sardea , dont le non se tronre aor une médaille de cette tìIU. MI6PH£ MlPH (Mi- 
•p*K, Bloifi'lYiÉvri; on MotpTiYévovc pour MotpoycvTiO* Mionnet, IV, p. 119. 



346 i XVI. BTUDB DBS NOliS GHBGS. 

cherche à quelle epoque et dans quels lieux des noms de ielle 
ou telle forme ont été employés de préférence. 

Sans doute , il faut beaucoup de zèle pour supporter long- 
temps la fatigue d*un travail sì mioutieux, qu*on doit pounui- 
vr^, en quelque sorte, la loupe à la main, à travers une foulede 
détails qui échappent à la vue, et dans toute letendue des 
pays soumis d'abord à rinflnence grecque , placés depuis sous 
la domination romaine. Mais on en sera récompensé, j'en 
suis convaincu, par des découvertes qui ne seront pas sans im- 
portance pour la connaissance intime de l'histoire et des anti- 
quités. 

le me contente de signaler aux phìlologues et aux antiquaires 
la richesse de cette mine, presque inexplorée, et deleurindi* 
quer la route à suivre pour l'explorer utilement. Je souhaite 
que cet essai leur donne Tenvie d y pénétrer plns avant, 
n'ayant pas moi-méme, pour le moment, le loisir de my en- 
foncer davantage. 

Je les invite à ne pas craindre, plus que.je ne lai fiiit, de 
s'écarter de Topinion commune, et de proposer les conjectures 
qui leur sembleraient probables , dussent-elles ne pas se véri- 
fier plus tard. Dans une matière presque neuve , quandon a 
l'analogie pour soi, il ne faut pas se laisser arréter par la crainte 
de ne pas rencontrer juste. C'est un petit malheur, dont on 
devra méme s'applaudir si , d'un autre coté , on a pu suggerer 
des vues oii des recherches nouvdles. Ceux que vous aurex mis 
sur une voie heureuse et féoonde auraient mauvaise griee k ne 
pas vous en savoir gre, et à ne pas dire, avec rous^f duo culpa! 

LETRONNE. 



XVII. LBTTBB A M. DB WITTB. 347 



SUR LES 



REPRÉSENTATIONS D'ADONIS, 



EH PAH^'ICULIBB 



DANS LES PEINTURES DES VASES '*). 



(Mm^ U IV, pL xxxii, XXIV et uuv èis, et pi. M, H, 1645.) 



LETTRE A M. J. DE WITTE. 

MoNsiEUR ET Ami, 

Yous étes le premier qui ayez soupfonné que le mylhe 
d'Adonis se trouve représenté aussi dans les peintures des 
vases (1) : d'autres savants sont venus après vous, et ont es- 
sajé de fortifier la conjecture par vous exprimée, et d'en 
troover des applications (2). Mais la science, que nous ser- 
TODS l'un et Tautre^ ne saurait faire des progrès qu a la condì- 
tion d'appeler sur chaque détaii, pris en lui-méme, un examen 
approfondi et circonspect : persuade qu'à cet égard yous par- 
tagez ma coiiviction, je prends la liberté de yous soumeftre 



(*} Tntduii de rMemand, 

(1) Yoy. Cat, Durand, n® 115, p. 39; Cat. Magnoncour, n** 4, p. 5; Cat, Bsugnoe, 
n** 8, p. 12 et wabr,; Nìmv, Ann,., I, p. 511; Élite eèramograph., I, p. 86; Bull, de 
l'Inst, arek,, 1842, p. 154 et siiìt. 

(1) Greexer, Aiuwahl Grieeh, Tkongef. S. 70lol«.; Sjàibol., HI, S. 473 Mg.; IV, 
S. 780 Iblg.; Sebelx, Bullet. 1842, p. 33, 58 et suiv. , 66 et suiy.; Roulex , il/<ffaH^* 
III » 13 , p. 14 , et dtns le Bull, de V Aeadimie de Bmxelles , t. Vili , part 2 , p. 523 
et sanr. 



348 XYII. LETTRl 

quelques observations, quelques doutes , au sujet des monu- 
ments dont il s*agit. Vous saurez mieux que persónne appré- 
oier le degré d'ìmportance quon doit accorder à ces observa- 
tions ; vous rendrez sArementjustice à rintention quiles afait 
naitre^ et, si Fon peut dire des querelles des savants , 

Oòx dfpa fAOuvov It^v 'Ept^v yévo;, àXX' ita Yotlotv 

Elffl ÒUb>y 

du moios ici Yiyatìii ^'Ept; ij^e ^poTOt^i trouvera sùrement 
son application. 

Mon dessein ne saurait étre de parìer avec détails de toutes 
les ceuvres d'art qui se rapportent à Adonis. — C*est de votts 
que Fon doit attendre un travati aussi considérable. Il suf- 
tira d*un aper^u rapide, pour nous piacer au point de vue 
convenable a la question particulière qui nous occupe. 

Et d abord, en ce qui concerne les monuments de la sculp- 
ture, on sait que Texplication , donnée par Visconti, d une 
célèbre statue du musée du Vatican , dans laquelle cet illustre 
savant a cru reconnaitre Adonis blessé , est combattue par des 
doutes de plus d*une sorte (1); en revancbe, il est vrai, ilse 
trouve au musée Grégorien une statue remarquable, en terre 
cuite, trouvée à Toscanella, qui représente, sans contredit, 
Adonis, reconnaissable à sablessure,rep^saht du sommeil de la 
mbrt (2). Il n*ést pas rare de voirle mythe d'AdonisscuIptésur 
des bas-reliefs, appartenant presque tous à dessarcophages(3). 
Ces bas-reliefs, d'après la disposition particulière à ce genre 

(f) Visconti, Mus, Pio Clem., Il, Ut. XXXI. M. Raoul Rochette (Afoit. mèd., 
p. 170) se raoge à son avb. M. Gerhard combat cette ezplicatibn, ^chr, Roms, II, 
S. 17J. Une antro sUtne {Mus. Pio Clem,, II, tav. XXXII) a été prisc, parViseoati 
d'abord anssi poar Adonis, plns tard pour Apollon. D'aotres ont esprime d'antm 
opinìons. Voyez Welcker, Akad. Kunstmut.y S. 28 folg.; W. H. Enget, Kyprot, II, 
S. 627. 

(2) Abeken, Attk, InulL Blait, 1837, S. 67 folg.; BuiL 1837, p. 4 et solr. Cf. Mms. 
etnucum Grégorianumf I, tab. XCIII. 

(3) GM. Giusi., II, taT. CXVI; Qarac, Hius. de temlpt.^ pi. 118. 426; Bomlloa, 
Music des ant., HI , pi. 19; Nibby, Mou. seelii della villa Borghese, Ut. V. DVaCres 
sarcophagcs ont été cités par M. Weloker, Ann., V, p. 155 et suìt.; vf. Engd, A>- 
Itros» II, S. 628 folg. 



A M. DB WITTB. 349 

de monumeiils, d accorci entre eux poiir les traits essfintiels , 
mais avec de nombreuses inodifications rians ies dérails, re- 
présentent diverses scènes de ce mjthe : tantót c*est Adonis 
preoant congé d*Aphrodite, au moment où il va partir pour 
la chasse ; tantót c*est la chasse elle-méme, daus laquelle Ado- 
nis succorobe sous Tattaque dusanglier ; tantót cest le héros 
blessé, que la déesse désolée entoure de ses soins. Tels sont 
les sujets que nous voyons sur les sarcophages, sujets diver- 
sement ordonnés et exécutés. Telles sont aussi, en efFeb, les 
prìncipales circonstances de cette tradition, et e' est aree ces 
traits qu*elle se montre d'ordinaire à nous dans les écrivains 
de la Grece, parvenue à Tétat de mythe liéroique à la manière 
des mythes grecs d*une forme semblable. On con^oit aisé- 
ment que les représentations dont nous venons de parler, of- 
frent une grande analogie à la fois avec les représentations 
d'Hippoljte et avec celles de Méléagre; aussi n*a*t-on pas 
manqué de confondre ces différents sujets (1). On voit néan- 
moìns, à un examen att/entif, que ces scènes, qui Se ressemblent 
en quelques détails, ne sauraient, dans leur ensemble, étre 
mécK>nnues , et qu on ne doit pas s'y méprendre. 

Adonis blessé, soigné par Yénus et par l'Amour, est aussi 
représenté sur un beau bas-relief de stuc (2). 

Mais ce sujet se rencontre surtout fréquemment dans les 
peintures sur mur de Pompei : la composition en est tantót 
simple (3) (Mus. Boro., IX, tav. 37; IV, tav. 17) : Adonis 



(1) M. Raoal Rdchelte (Mon. inéd^ p. 170 et satr.}, qui en fait la remarqiic, tombe 
cependant dans la méme errenr, en rapportant à ce «ajet le bas-relief que Ton voit 
dans Millin (Foyage dans les dèp, du Midi, pi. XXVI), leqnel évidemment représente 
la ebasse de Calydon, comme le témoigne assex la prèsene* d'Atalante en habits 
d'Amazone. 

(2) Mus. Chiar., I, tar. A, 9; Mem. enciel.^ IV, p. dò; V, p. 56; Carli, Dugdissert. 
suU' impresa degU Argon., p. 201. 

(3) La fresqne antique, copiée par Hengs, s'écarte entièrement des peintnres de 
Pompei , dans la manière de représenter Adonis mourant dans les bras de Vénus 
(Bftillin, GaUr. mjrtk , XLIX, 170). Si Fon ne reconnaissait Adonis à la blessore qn*il a 
rc^e B la cqisse , on le prendrait plnrót ici ponr EDdymion snrprìs par la Lune. 
L.*image, également appliqoée à Adonia {Mus. Boro,, VII, Ut. IV), doit bien plntòt, 
saìTant l*explìration de M. Wieseler (Die Nymphe Eeho, Gcsttiag. 1844, S. 13 folg.). 



350 XVII. LETTRE 

mourant repose sur le sein de Yénus qui se lamente (modèle 
antique du groupe de la Pitie de Tart chrécien) ; tantòt char- 
gée de fìgures (Gerhard, jirch. Zeitung^ 1, Taf. V, S. 28; 
Sehulz, Ann. de VlnstU, are A., X, p. 170) (1). Od a remar- 
que ayec raison que, dans les peintures de Pompei, Adonb 
esttoujours représenté comme mourant, jamais commeriieu- 
reux amant de Yénus, dans une tendre union avec elle : cesi 
de préférence Mars et Vénus qui sont representés comme 
amants heureux, mis eu opposition avec Vénus et Adonis (2). 
Il faut, ce me semble, chercher la raison de cotte différenoe 
dans la tendanoe de l'art plastique, tendance, qu'on ne peut 
méconnaitre, à ne représenter cohstamment que ks circons- 
tances caractéristiques d*une tradition. Or, dans le mjthé d'A- 
donis, quel est le trait caractérìstique.*^ C'est la mort prématu- 
rèe du jeune homme dans la fleur de TAge, ainsi aiTaché à 
Vamour de la déesse. Comme heureux amant de Vénus, Ado- 
nis ne présente, au contraire, rien de caractéristique : pour 
un semblable sujet, Mars, le dieu de la guerre (3), ou méne 

se rapporter a Narcisfe. Je croii, aa contraire, qn^il fant rapporto* à U mort d'Adoab 
la compositiou que mentre une pierre graTee, publiée par Eckbel {Pierres grev., 
pi. XXXIII). Apbrodite se tient dans un muet désespoir auprès d^Adonìs étendu sans 
mouTement, que deux Aroonrs essayent en vatn de tirer du aommeil de la mort. 11 eit 
clàir qtt*on ne saurait adviettre rezpUcation d'EcUiel, qui Toit ici Pkèdit tk Hip- 
polyte. 

(1) Je ne puis cependant partager Topinion de M. Gerhard, ni quandilToit dsBi 
le ehien un symbole do soleil, ni quand il donne ponr tnjet au td>leaii la tbflftte de 
1 *Hermaphrodite. 

(2) SchuU, Ann^ X, p. 171. 

(3) Il sofBt de jeter un coup d'oeil sur les nombreuses peintures, ayant trait « ce 
sujet (Mus. Barò., I, tar. XVIII; III. Ut. XXXT, XXXTI; IX, tav. IX; Geli., Pomp, 
I, taT. 82 ; II, tav. 1 2) pour se persuader que les peintres ont su en tirer parti, parti- 
culièr«nent dans le jen des Amours, si Tarìé et si spirìtoel, et qu'on remarque aosu 
dans les représentations d'Adonis. On se rappelle, à certains égards , le tableau d*Aé- 
tión , décrit par Lucien {fferodot^ 5 sq.). On remarqne anrtont dans ces peintures le 
penchant des peintres de cette epoque à traiter les sujets my^biques dans un style qoi 
lenr donne la couleur de tableaux de famille. L*un des exemples les plus intéreMast^ 
est celui que présente le tableau que Ton roit daos Touvrage de Zahn {Ffeu e^tdecku 
fTa/ulgem., Taf. XXXY), et qui représente Baccbus offrant à boire dans une coupé 
au jeune Comos, en présence d*Ariadne, le méme sujet, par conséquent, qui se voil 
sur un célèbre rase peìnt. Gerhard, Aiueri. f^<tj«i5., Taf. LVI; de "Wltte, Cto.i^- 
ntndf n'* f 14; Cat. Magnoncour, n^ 21. Mais ces deux composittons ne se reasembint 
point. Ui^': 



A M. DE WITTE. 351 

Anchìse, leberger phrygriet] (I), ofh^nt des tratts plus sailiants. 
Aussi Toyons-nou» que, sur les bas-reliefs àes sarcophages, 
dont nous avons parie, la mort d'Adonis se présente toujovrs 
coQinie sujet princìpal ; les adieux d'Adonis à Yénus (2) , au 
moment de son départ pour la chasse, ou méme son union 
avec la déesse qui l'aime, ne recoivent que par leur opposttion 
avec le premier tableau leur vérìtable sens. 

Si v^us trouVez cette remarque fondée, vous admettrez dès 
lors, aTec moi ^ que, sans des indicatìons très-claires et très- 
précises, nous ne pouvons recònnaitre Yénus et Adonis dans 
les monuments de Tart qui représentent un couple amoureux. 
Or, je ne rencon^re point de telles indicatìons dans ìt beau 
groupe de terre cuite, que M. Thiersch a expliqué par Yénus 
et Adonis (3). La petitesse remarquable du jeune homme, ou 
plutol de l'enfant debout auprès de la déesse, qui elle^méme a 
Fair d*une matrone, ne permet pasde supposer entre ces déux 
personnages un rapport tei que ceiui qui est généralement 
admis, et en particulier dans Théocrite, eité par M. Thiersch, 
entre Aphrodite et Adonis. M. Roulez a cru aussi reconnai- 
tre sur un beau bas-relief de terre cuite, roaìheureusement 
mutile, Adonis et Yénus (4) , et cette opinion ne me seroble pas 
mieux fondée que la précédente. Un jeu»e homme nu, assis 
sur un siége, presse contre son sein , dans un tendre embras- 
sement, une femme aussi presque entiòrement nue; devant 



(1) Millìngeii, jinc, uned. man., IT, pi. XII; Thiersch ^ £poehen der biiJ. Kunst, 
S. 109 M%. ; Raoul Rochette , Mon. inéd., p. 63. 

(2) Un tableau (Defcr. des hain* de TUus, pi. XLIII) » dans lequel on ayait cru f«« 
connaltre Adonis prenant congé de Yénns, a été jnstement rapporté par M. Thiersch 
{Diss, qua proòatur atett. artificum opera 'vett, poeti, carminib. optime explicari. Mon. 
f 935, p. 21 sqq.) à Hippolyte et Phèdre. C*est ce qn^indiqae assec la présence de 
la Bourrìce, qoi ne manque jamais à cette scène. S. fiartolì, PUt. ant,, taT. YI; 
Mus. Borb,, Vili, taT. LII; XI, tav. II. A la place de la noorrice, sur les bas-reliefs 
qai représentent Adonis , se troure parfois un vieillard auquel on donne le nom de 
Cìnyras , et dans lequel je reconnaltrais platót un pédagogue. 

(3) Tbierbob , /. /., tab. V> p. 26 sqq. Son opinion a déjà été oombattne par M. En- 
gel, Kyprot, U, & 635. 

(4) Roulez, Mélange*, IH» n° 13 ; BuU. de VAcadémie de Bruxelles, t.VIII, part. 2, 
p. 537 et Buiv. 



352 XVII. LETTRE 

eux est Eros dekout dans une vive agitation. Je ne découvre 
ici absolument aucune indication qui puisse nous engagerà 
voir le mythe d'Àdonis et de Vénus dans une scène éroti- 
que, qui s'explique assez d elle^méme, sans qu il soit besoin de 
préciser les noms ; je dirai plus : Tabsence de toute indication 
caractéristique doit bien plutót, ce me semble^ nous mettre 
en garde contre un tei système d'interprétation(l). 

Nous voyons dune que, sur les monumenta de lart greco- 
roraain , la représentation du mythe d*Adonis, toutes les fois 
qu*il se présente de manière à ne pouvoir étre méconnu, dous 
en offre le trait caractéristique^ je veux dire la mort prèma- 
turée du jeune homme aimé de la déesse. Cependant, sur les 
miroirs étrusques, le méme sujet nous apparait sous des traits 
tout différents, etici, ilfaut Tavouer, lenom méme d'Àdonis, 
inscrit dans le champ , ne permet aucun doute sur lobjet de 
la composition. Il est vrai que M. Gerhard, dans son excel- 
lent Recueil de miroirs étrusques^ a rapportò au mythe d'A- 
donis quelques miroirs sur lesquels le nom d'Adonia ne se lit 
pas; mais je crois pouyoir compter sur votre assentiment, si 
je conteste Texactitude de cette explication. 

Sur un de ces miroirs , qui se recommande par un beaa de$p 
sin (Gerhard, Eiruskische Spiegel, Taf. CXU), vous Yoyez aii 
milieu un jeune komme entièrement nu, ayant le bras drcHt 
passe autour du cou d'une femme vétue avec soin , parée d'un 
diadème et d*un collier; il est sur le point de lui donner un 
baiser, faveur qu'elle semble accorder par un geste de la main, 
qui commande la circonspection. A la gauche du jeune honiine 
se tient Minerve , sans casque , il est vrai, mais reconnaissable 
à l'egide et au bouclier pose à terre (2), et sur lequel elle sap- 
puie de la main gauche, tandis que sa droite repose sur son 
genou. Elle jette sur les amants un regard étonné, méme irrite. 

(I) le fftis obserrer ici, cnpauant, qii*iin tableau renurqoable (S. Bartoli, Pttt. 
ani.. Ut. TU), que Too rapportait d'ordinaire à la naistance d*AdoDÌs, a été expliqoé 
récemment par M. Brano {Ann.^ XIY, p. 24 et sut.), par la naisaanee d'Iacdms. 

(1) Sur ee bondier se troure une ioccriptioa ctninque , qui uè aenble powt eoa- 
cerner le aajet dn tableau. 



A M. UH W1TT£. 3Ù3 

Le méme sentinient est eiprinié sur le visage de la feniine as- 
sise de Tautre coté : celle»ci est également vétue d*iin riche 
costume, parée d*un diadème et d'un collier^ en outre, elle 
porte un sceptre. Vous avouerez que la présence de Minerve 
contrarie singulièrement ici Texplication de M. Gerhard. Il ny 
a non plus aucun motif qui nous oblige a reconnaitre dans la 
déesse assise la déesse du destin. Ce qui parait avoir donne 
lieu à cette dernière interprétation , c*est un miroir, représen- 
tant les divinités de Delphes (Mus, chius.y tav. CVIII; Gerhard, 
/. ciLj Taf. LXXVII), surlequel on Yoit une figure seniblable, 
désignée sous le nom de Mw'ra; il offre, dailleurs, quelque 
analogie avec le niiroir dont il sagit, dans la manière dont 
sont groupés les personnages ; mais ici, la déesse se distingue 
de cetle Muira en ce qu elle est éntièrenient vétue et qu'elle 
porte un sceptre. Au premier aspect, cette composition m*a 
paru appartenìr aux représentations du Jugement de Paris (1)^ 
sujet que lon rencontre si fréquemment sur les miroirs , et je 
suis persuade que la manière dont ce dernier mythe a été ici 
concu, peut fort bien se justifier. £n eifet, quAphrodite, 
suivantla tradidon généralement suivie, ait obtenu la pomme, 
en promettant, en amenant à Paris la belle Hélène pour épouse, 
ou que , suivant une autre tradition , elle ait gagné le prix de 
la beante, en accordant elle-méme s^& faveurs à sop juge, il j 
a tant de rapports entre ces deux versions (2) , que nous 
poumons nous en rapporter à uu monument de Tart, lors 
méme que nous manquerìons de témoignages écrits. Mais 
Properce parie aussi d'un commerce amoureux cVAphrodite 
avec Paris (III, 28 [II, 32], 32 sqq.): 

Ipsa yenusy qnamvis vomipta libidine Martii , 
Non mtmis in co^lo semper honesta fitit , 

(1 ) Voyex-en rénuméradoa daos le mémoire de M. Gerhard : Ueber die Metal/spie^ 
gei der Etriuker, S. 24 folg. 

(2) Il saffit de rappeler le sena érotique qu'ayait, chea les Grccs , lapoiDme,et 

l'action de la préseoter, ansai bien dans les mythes qne dans les usages de la TÌe com- 

mone. Intpp. ad 'Fheocr., II, 120; V, 88; Virg. Ed III, 64 ; Boetdger, Ideen, II, S. 250 

folg.; OpM^c, p. 389 sqq.; Cretizer, ^HfU'aA/ Griech. Thongef. S. 68 folg.; Kngd, 

Kypros, II, S. 190 folg. 

2J 



354 XVII. LBTTRK 

Qitamvù Ida Parim pastarem dieat amasse, 
Atque i/iter peeudes aecubuisse deatn ( 1 ). 

Que cette tradition, ielle qu'elle est représentée sur notre 
miroir , se trouve exprìmée avec un caractère qui touche à b 
fiìvolité , bien que tout a fait dans les limites de la décence €t 
sous une belle forme, on ne doit pas s'en étonner, surtout 
quand il s'agit d'un monument du genre de celui-ci. Il seraìt 
superflu de tous faire souvenir du grand n ombre de miroirs 
offrant des iroages licencieuses et lascives, ou méme obsoèoes, 
appliquées également à des sujets mythiques; ce qui sexplique 
assez par Tusage auquel ces miroirs étaient destinés (2). Oo 
comprend sans peine aussi combien ce mjthe foumissait de 
riches données à une conception de cette nature, et e est pour 
cela en effet quii se présente à nous sur d'autres monumenta, 
bien que traité d*une manière un peu differente. On a déja 
remarqué (3) que le mythe du Jugement de Paris se rattadiait 
étroitement aux xàX>t<r7era, à ces solennités publiques diDS 
lesquelles on disputait le prix de la beante ^ et qui étaient cele* 
brées en plusieurs lieux de la Grece (4). Cette idée se troure 
clairement exprimée dans une belle peinture de vase(5), où, 
tandis qu*Hermès expKque à Paris l'objet de son message, les 
trois déesses se livrent avec empressement aux preparatiti de 
leur toilette pour la lutte qui ra s*engager. Aphrodite se fait 
aider par Èros, Héra regarde dans un miroir, Pallas a depose 
ses armes et se lave à une fontaine. Gomme déjà ce sujet avail 
été traité dans un drame satjrique, cette circonstance avait dù 



(1) Telle est U le^n des manascriu, que Ton a tooIu ebanger sant néceasité, de 
méme ansti que par dmun ob a eompris à tort QEitomg, Voj. Klaoieo, JEtmut» I, S. 31. 

(2) Gerhard, VAer dis MétaUspiegel, S. 34 folg4 Etr, SpUgel, S. 76. 

(3) Preller, Demeter und Persephone, S. 347; Engel, Kypros, II, S. 179. 

(4) Atben., XHI. p. 609 E, et p. 610 A ; Scbol. ad Hom. //iW., IX, 130; KiUn 7^ 
*qq. Voy. Kraa&e, Gjrmn. und Agon. der HeUenen, I, S. 35 folg. Daps uoe épigramac 
{Anth. PaUe.f VI, 292), Priape est nommé comme acbitre. An sojet de VimMg^ <k 
notre miroir, od peat fort bien faire loaTenir qa^il y aTait ansai des jeox oè Tob Ut- 
putait le prix da baiser. Tbeocr.* XII, 30 sqq. et i^i Scbol. 

(5) BuU. Nap., taT. VI; Arch. Zeiiung, Taf. XVm. Cf. la pi. XTIII dn qulric^ 
Tolame des Mon. inéd, de Vlnst. arch., et V^dcker, Ann,, XTII, p. 187 et sdìt. 



▲ M. DB W1TT£. 355 

en £iire ressortir le coté plaisant et badin (1). Lors clone que 
6ur des monuments plus réc«nts, le Jugement de Paris nous 
apparali traTesti sous des traits obscènes^ il faut ep conciare 
que Fare se prétait en cela à la luxure laffinée de 1 epoque (2). 

Je crois aToir, par ces remarques, justifié mon ioterpréta- 
tioD. Peroiettez-moi d ajouter «ncore uo mot au sujet de la 
figure que Ton Toit sur le nianche de ce miroir. Yous n ave^ 
sana doute pas onblié que ce méme enfant ailé, à pieds de 
serpent , se trouve aussi sur le niam;be du iBÌroir expliqué par 
M. Forchhaniffier , comnaa représentant la eession de l'orade 
de Delphes à ApoUon (3). Il y a seiilemem oetie différence 
qoe, sur ce demier miroir, l'enfant tieni un daupfain dans 
chaque nain , tandìs que sur le mìroir dont il est ici queation , 
il saiait les branches flcurìes qui courent le long de la bordure 
du miroir. M. Forchhammer a pris cet enfant pour le fleuve 
personni&é {Delpkiné^Pfthon) , et il a cru reconnaitre dans les 
fleurs qui paraissent sur notre miroir, le Delp/unium des 
Grecs (4). Mai$ quand M. Forchhammer donnait cecte explica- 
tion , assuréroent pidne de sagacité, on «e connaissait eacore 
que le manche seul du miroir (5), et je ne sais si depuìs lors 
il n'a point chang« d*ayis. On doit , ce me semble, à eette in- 
terprétation, en subetituer une plus generale. Ne conviendrait* 
il pas de voir dans cet enfant le Genie de la dispute ? Dans Tuo 
corame dans Tautre cas, il serait à sa place. Je m'en rétère, sur 
ce point| à TOtre jugement. 

A régard du dessin de Tautre miroir (Gerhard, /• ctL^^ 
Taf. CXTII), qui^ dans mon opinion, n appartieni pas au cycle 



(1) Sophocle ATait compose an drame Mtyriqo^ s«r r« ivjM :Kp(aic on 'Epic» 
coBune Ytk remarqué ScboeTl, Seitrarge, I, S. 235 folg. 

(7) Toy. la pierre gravée [Gali di Firenze, Y, Ut. XXII, 2) qftì tronre son expli- 
ration dant t*épigramme de Rafinoii. Antk. Pai., V, 35 ; cf. Alcipbr., I, 39. À cet so- 
jeU se ratUche a assi le bidevx récit de Lamprìde, in Heliogab,, 5. 

(3) Mon, inèd. de tinsi, arch.^ II, pi. LX; Gerhard, Etr. Spiegel,rU. LXXVI; 
ForcbUammer, Ann., X, p. 276 et suìt. ; Apollont Ankun/Ì in Deìphi, Kiel, 1840. 

(4) Forchbammcr, ApoHons Ankunfì» $.24 folg. 

(5) Gerhard, Etr. Spiegel, Taf. XXIX, 15. M. Gerhard (/. /., I, S. 94, n. 150) avait 
5oDgé au plus ancien Èros. 

23. 



à5B XVII» I.KTTRE 

de$ représentations d*Aclonis ^ je puis résumer en peu de moti 
Texplication que j'en ai donnée ailleurs : il représente, à mon 
avis, la visite de Posidon à Tyro(l). 

Ces deus images ainsi retranchées , restent encore quatre 
dessins de miroirs, représentant Adonis. lei toute méprìseest 
impossible; le nom méme du personnage sj trouve inserita 
la manière étrusque, ^iHV't'A j Àtunis. Sur le premier (2), nous 
voyons Adonis^ ^IM V+A . et Turan , HflQ V+ . dans un ten- 
dre embrassement; de chaque coté est assise une de ces fi* 
gures à dénomination énigmatique, comme on en rencontresi 
souvent sur les monuments étru^ques; à droite, c*est une 
figure de femme tenant un style et une écritoire, OAM3M^ ; 
à gauche, une figure d'homme, 0^IOJVÌ> portani une ijre; 
derrière Fune et l'autre s'élève un cygne, le cou dressé en 
l'air (3). 

Le second miroir, qui a été pour la première fcMS publié 
par Yous(4), nous montre Adonis (AtVNIM) et Fénus 
(UiAflV^) entre des branches demyrte^ assis sur un Ut, daos 
un embrassement intime; aupr^s d'eux on voit un oiseau: une 
caille à yotre avis. 

Sur le troisième miroir(5), Adonis (^IMV+A) est rcpré- 
senté très-jeune; il est assis et tient une houlette dans la mai» 
gauche (6); Aphrodite (HAO V+), une branche de myrte dans 
la main droite, se tient tout habillée devant lui; eutre eox 
deux on remarque une ciste suspendue (7)* Derrière Aphrodite 

» 

(1 ) Archeeologisehe Aufstgize, $.147 folg. 

(2) Gerhard, Etr. Spiegel, Taf. CXI; Ueber die Metalltpiegtl, Taf. II. 

(3) Depois que le miroir dont il est ìcì question a été conna par la publicatoon àt 
M. Gerhard» on ne pent plus persister à dooner les noms de Cattar et de PoUmx*»^ 
deux personnages acoompagnés chacun d*uD cygoe. Les obserrations faites à ce fojet 
(J. de Witre, Tiouv, Ann,, I, p. 510 , note 5 ; Felix Lajard, Ann.^ XIII, p. 229) b'obI 
ancune valeur. Je ne conDaisìuis ce miroir que par uuc description; c*est mon obser* 
ration qui a induit eo errenr M. Lajard. J. W. 

(4) Mon, ìnéd. publiés par la sect,/r, de Finsi, arch,^ pi. XII, 1. Voy. I^'ouv. Am., 
I, p. 509 et suìt.; Gerhard, Etr. Spiegel, Taf. CXIV. 

(5) Inghirami, Mon. etr., II, Uv. XV; Gerhard, Etr, Spiegd, Taf. CXV. Voyo 
anssi Lanzi, Saggio^ H, p. 32S. 

(6) Il semble quii ait été représenté comme berger. Theorr., ^ 109 ; XX, 3ó »qq- 

(7) Gerhard, Etr. Spiegel, I, S. 67. 



A M» DB WITTE. 357 

se niCKitre une figure ailée, avee rinscriptiou AMIUtU A^AJ- 
A Dotve sujet appartient, je crois, un miroir (1) sur le<piel 
M. l'abbé Gayedoni a reconnu avec raìson Adonis. On j voit 
un jeunehomme nu^ ayant la chlamyde sur le bras gauche, 
i|ui dans la main gauche tient un javelot , dans la droite une 
baie; à sa rencontre s'avance Turan (HAO V'I'), dans une vive 
agitation. Zannoni (2) a pris le jeune homme pour Arès, et a 
fak dériver le nom inserii auprès de cette figure, HV3A « 
du verbe au((>; ce nom signifierait ainsi celai qui appelle ^ le 
crieur (3). Mais M. Cavedoni (4) a remai-qué avec raison que 
ce surnom ne saurait convenablement s*appliquer à Arès 
couame amant d!Aphrodite, et, en reconnaissant ici Adonis, 
il explique le nom H V3A par le mot grec À&, nom qu*Adoni$ 
portait en Cypre. Vous en avez parie (5). Il n'y a, ce me 
semble, ici, que l'emploi d*un nom partìculier à certaine pro^ 
vince, qui puisse nous arréter, et cela, parce que la plupart 
des monuments semblables témoignent, d ailleurs, que le nom, 
généralement usité, d'Adonis, avait aussi pénetré chez les 
Etrusques. La question se réduit donc à savoir si, sur le mi- 
roir, qui n'est pas des mieux conservés, la véritable inserì plion 
nest point HVtA. 

Dans tous ces dessins de miroirs, nous voyons, il est vrai , 
jidohis et yémis représentés comme un couple amoureux , 
sans signe d*une séparation prochaine ; ils se montrent , sous 
des traits si peu caractéristiques, que le sujet de ces sortes de 
représentations resterait complétement incertain , si les ins- 
criptions ne le fai^aientconnaitre. Nul doute que la destinaci 
tion primitive des miroirs n ait fait choisir de préférence, pour 
les dessins dont ils sont ornés, des sujets exprimant quelqu^ 
volupté sensuelle, et que dès lors on n*ait aussi adopté par \^ 
méme motif le mythe d'Adonis. 



(1 ) Inghirami, Lettere di Etnisca erudiz.y tav. 111. 

(2) Leu. di Etr, cnuL, p. 37 seg. 

(3) Hnm., liiad., XX, 51, aSe S^'Apr^. 

(4) ButUtt. 184f,p. I39etsuiv. 

(5) !Youv. Ann., I, p. 549 et sui?. 



358 XVII. LETTRE 

Un deMÌn qui s'écarte entièrement de toute tradiiioii con- 
tiuCy est celui d*un niìroir(l) où se Toit une femme assise 
sur unsiége^sous lequel se trouve une ciste ou corbeille, età 
coté un miroir. Gette femme esc noromée dans llnscription 
ltAHA0lt {TiphanaU)y et présente, de la main droite,une 
colombe à un enfant ailé , qui veut la sakir aussi de la main 
droite, tandis qu'il pose sa gauche sur le siége. Et cet enfant, 
que l'on prendrait tout d'abord pour Eros, est nommé 
ilMVtA {Jiunis). 

J'aurais dù, arant tout, dans cette suite de miroirs, inen- 
.tipnner le célèbre miroir du mtisée Grégorien (2) , si l'explica- 
tion que vous en avez donnée, pleine assnrément de sagadté 
et développée par vous avec tant d'érudition (3) , ne m*ÌDspi- 
rait encore quelques doutes, ménie aprèsvotre seeond article, 
dans lequel vous avez défendu votre opinion (4). Je laissedecóté 
laque&tiondesavoir si Fari des Étrusques a subi,comme voos 
le pensee, une influence venne directement de TOrient; cette 
^estion,pourétre convenablementtraitée, exigerait tropd*es- 
pace. Mais vous aocorderez qu'en general, dans les oeuvres de 
1 art étrusque, se manifeste une influeneecaractérìsée et perma- 
nente de l'art grec, modifié sans doute parie genie étrusque, 
mais affrandùde tout ^Sément orientai. Pour admettre qu onait 
désigné pM* un nom venu de TOrient un héros, que les Étrus- 
ques appelaìent du nom grec généralement adopté, comme 
le témoignent assez les monuments indiqués ci-dessus, il fau- 
drait pouvoir j.ustifier cette opinion et en trouver la raison 
dans des ciroonstances tout à fait partìculières. Mais, dans la 
représentation dont il s'agit, une difficulté m*arréte tout da- 
bord : le nom VHiAO» que vous expliquez par Thanutty se 
montre au milieu d'un entourage tout à fait grec. Nous ne 
savonsdeTbammuzrien autre chose, sinon que cétait le mème 
' qu'Adonis; voik tout ce que nous apprennent là-dessus les 

(1) Gerhard, £tr. Spiegel, Taf. CXVf . 

(2) Mon. inèd. de Clnst, arch., II, pi. XXVIU. 

(3) Nou». Ann.., I, p. 51 2 et suir. 

(4) Bull. 1842, p. 149 et »aÌT. 



A M. DB W1TT£. 359 

traditions phéniciennes. Quant à la querelle de Proserpine et 
de Vénus au flujet d*Adonìs, ce mythe a une couleur tellement 
hellénique, que nous pouTons sùrement en attribuer la oon<> 
ceptìon aux Grecs, lurtout quand nous ne poisédonfl i cet 
égai*d que dea témoignages greca. lei donc le nom phéniden 
aerait doublement étrange. Youa avez Tous-méme cherehé 
dans le grec l'explication dea autres noma que 1 on rencontre 
sur ce miroir. Je ne suis paa encore persuade, je TavouC) de 
la jasteaae de cette explication, et je troupe en general qa*il j 
a beaucoup d'incertitude dans le sena dea noma que préaen* 
tent lea monumenta étruaquea, toutea les foia qu'on ne peut lea 
rapporter a dea aujeta oonnus de la mythologie grecque. 
Vous partez de cette opinion , qu ici dea épithètea caractéria* 
tìques ont été aubstìtuéea aux noma proprea^et c*èat la ce qu on 
a aouvent admia auaai pour les vaaea peinta. J ai tàché de mon- 
trer que le nombre dea exemplea que Fon pourrait alléguer, 
doit étre limite, et qu'il Faut, aur ce point, uaer d une grande 
circonapection (1). Il n'y a, ce me semble, aur lea mi* 
roirs, dautre épitliòte certaine que celle de ^DIMA4AD, 
KoiXXivucoc (2) , pour designer Hercule ; mais cette dénomination 
est bien differente de celles que voua avea admiaea. Enconaé- 
quence, et par toua cea motifa^vous me permettrea de auapen- 
dre mon jugement à legard de ce miroir, et de dire : iid-ffA (3). 
Si nous consultona maintenant lea peintures dea vaaca, il ne 
s'en préaente aucune que nona puisaiona , d*aprèa une inacrìp- 



(1 } Arokaol. Amfsmtze, S. 128 folg. 

(2) Micali, Man, ined., Ut. XXXVl, 3 e Ut. L, 1 ; Raoul Rochette, Mèmoire sur 
Alias, p. 58 et soìt.; Mnller, Areh.^ g. 396, %\ 410, f . 

(3) M. Gerhard a rapportò à Adonia {Arvk, Ztitumg, 1,8. 153) an miroir da Vati- 
can {Mus, Grsg.^ I, ub, XXYII , 2). H. Campanari {Di un Specchio FoieenU rapprt- 
sentante il risorgimenio di Adone, Rome, 1840) en a fail de méme d*an autre miroir 
{Mus. Greg., ì, tab. XXIII), lar le^el M. Gerhard {Arck. Zeitmng,!, S. 156 folg.) 
raoonnaitPAria etHéliae. Je ne paia riea décider k Tégard de cea deox miroira, n'en 
ayant point lea deaaina tona les yenz. — Ce demier miroir ponrrait reprétenter Pélée 
et Tk€tis, oomme l*a era ranteor da tazte espUeatìf da Mnaée Grégorien , M. Aebille 
Gennarelli. Voir de Witte, BhU. de VAcad. roytde de Bruxelles, t. XI, part. I, p. 24B- 
*9. Cf. Revue arvk,, II, p. 109. , J. W. 



I 



360 XVII. LETTBK 

tion certaine, appliquer à Adonis. JJn a dit qu'il serait bien 
étonnant qiie le mjthed* Adonis ne se montràt sur aucun vase 
peint (t). Mais qu*est-ce à dire? N*y a*tF-il pas un nombre cod- 
sidérable de mythes que Ton trouve représentés sur d'autres 
inonuments, et qu'on ne rencontre jamais sur les vases, et de 
méme les vases ne nous fournissent-ils pas des snjets tout à 
fait ìnconnus dans une autre classe de roonuments ? Je suis 
loin assurément de nier que les vases peints puissent offrir 
le mjthe d' Adonis ; toutefois, je ne saurais guère yoir dans 1 es- 
pece d'étonnement par lequel on voudrait faire entendre que 
ce mythe doit s y rencontrer en effet , autre chose que Tex- 
pression d*un voeu, qui ne saurait écarter pour nous lobliga- 
tion dapporter dans Fexamen de cette question une juste 
sévérité. Je dirai plus encore : par cela seul qu'un mytbe, d'ail- 
leurs figure sans équivoque sur d'autres nionumeuts, ne nous 
apparait pas sous un jour aussi clair sur les vases peints, il 
me semble que nous devons accorder aux traits caractérìs- 
liques du sujet un examen d autant plus attentif. Souflfrei 
donc que, parmi les peintures mentionnées par vous à Toc- 
casion du mythe qui nous occupe, nous choisissions du 
moins les plus importantes , pour les soumettre à un examen 
plus approfondi. 

La première de ces peintures appaVtenait autrefois à la 
collection Durand , et , gràce à votre bonté , je puis la publier 
ici (pi. M, 1845) : je le fais sans scrupule, dans un ouvrage 
qui n^est destine ni à des enfants ni à des femmes (2). Per- 
mettez-moi de rappeler d*abord la description explicative 
qu*en a donnée M. Lenormant, descriptioB a laquelle vous 
avez accordé votre assentiment (3) : 

» Adonis imberbe, assis sur un char, traine par deux cy- 
« gnes, a sur ses genoux P^enus entièrement nue, qu*il em- 

« 

(1) Rouicz. Meiangtts, HI, 13. p. 14; Bull, de V Acaà. de Bruxelles » tom. VIH . 
part. 2y p. 536. 

i*)^ On H>9t «^ru fìMigé a ne dnnner in qne la silhouette da groupe obscène pUc« 
att centre. i. W. 

(3) Cnt. ihirandf W 1 16, p. 39 ft iuir. j Snuv. Ann.y I, p. a\ I. 



A M. DE WITTE. 361 

t brasse. Une draperie étoilée enveloppe le bas du corps 
<« d'Adonis. En avant du char sodi un sai/re barbu et une 
« nymphe nue qui s'einbrassent dans une attitude des plus 
n obscenes ; une .pantkère sauté sur les jambes du satyre. Les 
n deux personnages de ce groupe ont des chaussures aux 
« pieds. Bacchus-Orphée^ assis sur un rocher, ayant la partie 
« inférieure du corps converte d'une draperie étoilée, pince 
« de la lyre. Plus loin est un Silène barbu ,' exprimant, par 
« ses gestes et par sa physionomiey Timpression que lui cause 
x le groupe de la nymphe avec le satyre : c'est sans doute 
•< Prosjrmnus; il est muni d*un thyrse; une peau de panthère, 
« nouée sur la poitrine, couvre ses épaules ; ses pieds sont 
« chaussés de bassarides. » 

Je ne vois pas d*abord pourquoi le Silène, qui s'avance ici 
avec empressement vers le groupe du centre, prétendrait au 
nom de Prosymnus. Prosymnus appartieni aux mystères de 
Leroe, où il joue un róle qui ne convient nullement à la 
représentation que nous avons sous les yeux, laquelie se 
rapporte à lamour des femmes. Nous ne connaissons d*ail- 
leurs aucun autre Prosyninus que celui des mystères de 
Leme, et il n*y a nul rapport, que nous sachions, entre lui et 
Adonis(l). 

Je ne puis davantage admettre la dénomination de Bacchus- 
Orphée. Tout ce que vous avez fait valoir contre lopinion 
de MM. Gerhard (2) et Welcker (3), pour justifier ces sortes 
de dénominations (4)', ne ma pas entièrement persuade, je 
Tavoue. Et dans le cas dont il s agit , le nom de Bacchus-Or- 
phée me parait plutót de nature à embrouiller la question qu'à 
réclaircir. Il est rare, il est vrai, de rencontrer Dionysus 
jouant de la lyre; on le trouve cepehdant avec cet instru- 



(1) Au 0ujet des mystères de Lernc et de Prosjmnus, uu pcut cou»uUcr Prellcr, 
Demeter uitd Pertephone, S. 210 folg. 

(2) ArchaeoL fiUeUigwazbiaU, t83((, S. 5f . 
^3) Bfiein. 3fus.,y,S. 136. 

(4) Cat. Mn^nonvonr, |i. 35 el suit.; Élite cfrttm.t I, j». 246 et suir. 



362 XVII. LBTTRB 

ment sur le vase d*Archéinore (1); panicularité qui est sufE- 
samment expliquée par le Ai^vutro? MeXictifAevoc (2). Je ne nie 
pas qu Orphée^ en tant qu'il est imi à Dionysus, et nommé 
cornine le fondateur des mystòrea bachiques (3), ne désigne 
Tintroduction , dans la religion de Bacchus, d'éléments em- 
pruntés au eulte d*ApoIlon , et c*est aussi là ce qui est ex- 
prime par le Dionysus MeXic(^evo^ ; mais la dénomination 
que vous proposez ne se trouve point justifiée par ces rap- 
prochements. £n effet, nulle part ne se rencontre la pen- 
sée quOrpliée doive étre considéré còmme un Baochus 
transformé en kéros, et si déjà, pour Tadmettre comme 
prenant part au thiase bachique, parmi des satyres et des si- 
lènes, il est besoin d*une extréme circonspection, la difficulté 
est bien plus grande encore, s'il se montre avec cet entourage, 
comme le représentant du dieu méme. L'associacion d*idées, 
précédemment indiquée, ne suffit pas à autoriser une sem- 
blable supposition ; il faudrait encore démontrer que, chei 
les Grecs , cette idée avait été déjà expressément foitnulée. Je 
trouve aussi une difficulté nouvelie dans le rapprochementde 
Baochus ou Orpbée avec Adonis. La courte explication que 
vous avez donnée ne suffit pas à faine connaitre de^ quelle 
manière vous concevez et justifiez ce rapprochement ; peut- 
étre devons-nous, a cet égard, attendre de vous de nouveaux 
éclalrcissements ; jusqu a cette heure, ce point reste pour moi 
obscur, et je n*ose vous soumettre mes conjectures. 

Si les doutes que je viens d*exposer ne sont point tout à 
fait sans fondement, noua sommes dès lors en droit dede- 
manderpar quelsmotifs le couple amòureux, représenté sur 
un char tire par deux cygnes, doit étre pris pour Aphrodite 
et Adonis. Le seul attHbut caractéristique qui s'offre id, ce 
sont les cygnes. Sans doute Aphrodite se montre souvent avec 

(1) Cr. ìqmì MUIin, Fases peùus, l, pi. LUI. Voyei le carìenx bat^dief. da» 
Montfaacon, Ant. expl^ I, pL 1 , 13 ; Winckelmann, Mon, ùud., 50; G«rbanl , A»t. 

BUdw,, TaS. LXXXlh 1. 

(1) PauMn., 1, 2, 4; 31, 3. 

(3) Lobeck, Jglaopk.^ p. 645; Hack, Krta, 111, S. 195 fblg.; Cresacr, SjmM* 
IV, S. 30 folg., 3* édition. 



À. M. DE WITTE. 363 

le cygne(l)9 et son char, comroe eelui d'Eros (2), est tire par 
des C7gnes(3); il est aussi vrai que, sur le miroir dont nou» 
avons parie plas haut ^ on voit deus cjgnes à o6té d'Aphro* 
dite et d* Adonis (4) , et que Vcn peut s'autoriser de cet exetn- 
ple. Mais ces oiseaux n'appartiennent pourtant pas excluaiTe- 
meot à Aphrodite : on sait que le cygne était aussi consacré 
à ApoUon (5) ; et voilà pourquoi des cygues sont égaleiuent 
attelés à son char (6). Et quand nona trouvons prédsément 
raoonté qujipoUon enleua celle quUl aimait^ la njrmphe C/- 
rène^ sur un char tire par des cygneSj pour la tranaporter en 
Ubye (7) , rìen dòs lors ne semble plus naturel que de recon- 
naitre daos notre couple amoureux Apollon et Cyrine. 

Je dois néeessairement rappeler ici Tiraage si fréquemuieut 
veproduite sur un très-grand nombre de monuments de toute 
espèce,d*une femme transportée parles aire aur un cygne (8). 
Elle est représentée avec un voile, s'élevant en forme d*arc 
au-dessus de sa téte; elle vole sur un cygne au*des8us de la 
ner, tantòt seule(9), tantòt en compagnie d'Amoura (10). Deux 

(1) M»t. Blaeat, pi. VII ; Arck. Zeitung, H, Taf. XIV. 

(3) Bfus. Borè^ VII, Uv. V; PltUostr., Imag. I, 5; Claadian., EpUk. 109 sqq. 

(3) H<mt^ Carm,, III, 28^ 14; IT, U 10; Ond., MfL, X, 717.aqq.; Sii. Itil., VII, 
441 aqq.t Stst, Sii»^ 1,2, 143; HI, 4,22; Bamiaiin, in Jmih. ìat^ I, p. 29. Le» poètm 
«rotàqves m senrent ansti d*nn char tire par dts cygne*. Propcrt., IH, 2 (II, 3), 39; 
Orid., jtrs Amat., IH, 809 sqq. 

(4) Gerhard, Etr. Spiegel, Taf. CXI. 

(5) Tom, Mjth, Briefe^ XLIX folg., tom. II, S. 108 folg.; Creoser, Zmt Gemmen- 
kumde, S. 107 Mg. Cf. Mailer, ProUgg,, S. 284 folg. Voir amai la statue souTent re- 
produite de rApoUon an eygse. Moller, Areh,^ $ 36 1, 3. 

(d) Hìmer., £c/., XIII, 7; XIT, 10;Ifonii.,Z>toa^x.,XXXTIII, 406. Heiieat de mèdie 
sor une médaille de Chalcédoine. Eckbel, D. 19., II, p, 412; Blionnet, Descr,^ II, 
p. 432, 435. 

(7) Pherecyd. ap. Schol. «</ ApoU. Rhod., II, 503; Nona., Dion^s. Tin, 229. Sur 
un char tire par des cjgnes^ Apollon sanve le fils de Cyrène, Arìstée. Nonn., /. eit.^ 
XXIT, 83 sqq. 

(8) Mailer, Arck^%yj%, 2; Panofka, Terracotta, 8. 54 folg. 

(9) Sor des monnaies de Canarina, Mionnet, Deser., I, p. 222; fignrines de terre 
i-nite. Cut. Durand, &** 1627; Combe, Deser, of me, Urrac., pi. 35,72; Crenser, 
AhhUd, zmr Sjmbot., Taf. 53, 2; Btsttiger, Kl. Sehriften, II, Taf. 3; sur un miroir, 
Middleton, German. qumd, ant. mon., tab. XT; Inghìrami, Men, etr., II, tav. XXXII ; 
Gerhard, Etr. Spiegel, Taf. CX; sur des pierresgraTees, par exemple, Stoseh, Gemmtt, 
tab. 43. 

(10) Sur des. vases, Millio, f^uses peints. 11, pi. LIV; Dubois-Maisonneuvc, Intivd* 



364 XVII. LBTTRB 

peintures de vases , remarquables par les détails de la compo- 
5Ìtion, réclament surtout notre attention. Sur Tuo (l),cette 
femme est représentée assise sur le cygnei et volaut au-dessus 
de la iner;elle n*est pas seulement accompagnée de TAiiioar: 
un jeune homme (2) la précède, tandis.qu'à droite une jeune 
fille, et à gauche une autre jeune fiUe et un jeune Pan regar- 
dent avec admiration ce yoyage aérìen. La seconde peinture 
nous révèle le but de ce voyage(3) : le cygne dirige son voi 
vers Apollon assis près de l'omphalos ; derrière le dieu se 
tient Hermes ; Attiene, qui s*y mentre aussi, est sur le point 
de se retirer. Vis-à-vis d' Apollon se tient un honime barbu, 
muni d*un sceptre, élevant la main comme pour avertir ; der- 
rière celui-ci parait une figure de femme. D*après cette pein- 
ture, les rapports intimes qui existent entre la femme placée 
sur le cygne et Apollon, sont tout à fait hors de doute. 

La femme assise sur un cygne est ordinairement nommée 
Aphrodite (4). M. Panofka (5) , qui embrasse et fortifie encore 
cette interprétadon (6), s autorise d'une composidon repré- 
sentée sur un bas-relief de terre cuite du musée de Berlin. 
Cette composition se trouve sur deux fragments qui appar- 
dennent à la méme frise; au milieu on voitla figure ailée d'une 
femme habillée, tenant une branche de palmier; de chaque 
còte , une femme sur un cygne , accompagnée d'un Amour ; 



pi. XXin ; MilliogeD, Fatet de CoghiU, pi. XXI ; ea terre cuite, PanofU, Terracouen, 
Taf. XV nad XVI. 

(1) Gerhard, Ant. Bildw^ Taf. XLIV. 

(2) Dana ToaTrage de M. Gerhard, on en a fait un Pan; je croirait plutdt, aver 

M. Panofka, /. /., S. 55, qne c'est Mercnre. 

(3) Laborde, Fases de Lamberg, I, pi. XXVII; Inghirami, VasiJUt.^ Ut. CCXXXV. 

(4) D*abord généraiement on j a va Leda. Dans U Description dee pierret gruvtes 
du due d'Orléans, I, p. 43 et soìt., on rapporte cette composition à Tapothéote d*iiBe 
femme poète. M. Raoul Rochette (Mon. inéd., p. 224) y reconnatt Vapothéose d\ne 
initìée. Cf. Crenaer. Symbol., III, S. 518 (2« édit). 

(6) Terracotten, S. 54 folg. 

(6) Creiizer, JbbOd. zur Symbol,^ S. 23; Dccttigcr, iST/. Schrìjìen, II, S. 184 folg. 
M. Gerhard {Piodrom,. S. 93 folg."» y rcconnail Vcnus-Libera. Cf. Panoflta, ^Viw. 
BlacaSy p. 2i. 



À M. DB WITTE. 365 

Vuìì tient une coupé, lauire une come à boire(l). Or, dit 
M. Panofka , puÌ5que le cygne et le palmier indiquent Délos , 
c*est Délos quii faut consìdérer comme le but de ce yoyage, 
et la déesse doit étre évidemment TAphrodite de Délos (2), 
dont Thésée avait consacrò la statue dans l'ile de Délos (3). 
Vis-à-TÌs docile serait ici représentée Latone, qui, de méme 
que Lèda, avecqui elle serait identique^ se trouverait conre- 
nablement placée sur le cygne, et, comme déesse de la nuit, 
présenterait une opposition naturelle à Aphrodite, la déesse 
du jour. 

Tout cela me parait fort incertain. Je ne m arréte point à 
examiner les explications mythologiques , dans lesquelles, ce 
me semble, M. Panofka tient moins compte des idées des an- 
ciens, fondées sur des autorités constantes, qu'il ne cherche 
à y adapter ses propres idées , et je m'en tiens aux principes 
les plus simples et qui se présentent d abord. 

Le palmier et le cygne doivent se rapporter à Délos. A 
Délos, il est Trai, se trouvait le palmier sacre, sous lequei 
Latone avait enfanté les jumeaux (4), et sans doute cet arbre 
désigne assez souvent la terre de Délos (5); mais cela seul n'in- 
dìque en aucune facon que le palmier fùt un symbole généra- 
lement consacré à Apollon (6). Dailleurs, sur le bas-relief, on 
ne Toitpoìnt de palmier, mais seulement une palme aux mains 



(f) PanoOii, Termcotlen, Taf. XV, XYI. 

(7) Le pawtge (TAriitophane, cité par M. Panofliav Thesm.^ 331 aqq. 



cOxeoOt tote OeoTfft 

ToTc A7)Xtoi; 

xal tau9t AT)Xtat9i 

ne proure rìeo, quant à une Aphrodite de Bélos. 

(3) PluUrch. in Thes.^ 31 ; Pau»., IX, 40. 2 ; CalUmach., Bjrmn. in Del, 307 aqq. Cf. 
de 'Witle, Nou9. Ann. de Vlnst, arch.^ I, p. 76. 

(4) Commeni. xHrHomère, tìymn, in Apol. Del., 117; Spanh. in CaUimaeh. Hymn, 
in DeL, 210; Vos«, ìéyth. Bru/e, III, S. 106 folg. 

(5) Gerhard, Ant, Bildw., Taf. LIX; ÉUu céram., II, pi. XL, XLI. 

(6) Dans le combat avec Python, on remarque des palmieri. Élite cèram.. Il, pi. I, A. 
(toìt Archaol, Aufioftze, S. 59) , aassì bien que daos la dispute pour le trépied. Ger- 
hard, ^ieuerw. Denkm.y n° 1587. 



'366 XVII. LBTTSE 

de la Yictoire, et cette palme ne saurait, en aucune sorte, 
irouli)ir designer la terre de Délos; autrement, ilfaudrait donc 
rapporter à Délos toutes lei Yictoires niunies de palmes? De 
plus , nous avons bien connaissance d'un iny^ qui représeo* 
tait ApoUon faisant chaque année le voyage de Délos, conduit 
par des cjgnes (1), et nous voyons, en eflet, ce dieu sur uo 
irase peint, arrivant, porte sur un cygne, auprés du palmier 
sacre (2) ; mais nous ne savons pas (et c'est ce dont il s*agit ici) 
qu*ane traditiòn semblable ait été appliquée à Latone et à Ar- 
témis. Quant à Fìmage d*Aphrodite, consaorée par Thésée, et 
que plus tard on montrait à Délos, nous savons seulement 
qae cétait une petite statue de bois, ouyrage de Dèdale, en 
forme d'Hermes (3). AL Panofla remarque qu*à une epoque 
ou Tart s*était développé, presque toutes les divinités ont subì, 
daas la mam^ dont elles étaient représentées, des modifica- 
tions essentielles, et qualors on s*est beaucoup écarté des sta- 
taesde bois des temps primltifs. Cette assertion, dabord, doit 
^tre, quant aux ìmages objets du eulte, étroitement restreime; 
et puis, rien ii*indique que FAphrodite de Délos ait été repré- 
sentée assise sur un cygne, On en peut dire auiant de Latonei 
et puisque lopposition dans kquelle celle-ci est ici plaoée i 
Tégard d'Aphrodite ne repose que sur une combinaisón d'by- 
potbèses, nous pouvons j renoncer, d*autant mieux qu a mon 
avis, il est fort possible que l'artiste, en opposant Tune à Tautre 
ces deux femmes, placées chacune sur un cygne, n'ait eu 
d autre objet en vue que la symétrìe de la coropositioa , atosi 
que le motif et Fordonnance en forme darabesques de cette 
(rise le font assez presumer (4). 

<!} Miiller, Dor„ I, S, 273 folg. 

(2) Tisehbein, II , pi. XII; Élite eéram.'lX, pi. XLII. Le mythe appartienK propt«* 
nent à Delphes (Mailer, Dor., I, S. 270 folg.)» ^^ ^ P^°* panttre doatenx qi^ soitìri 
<|Destion de Délos. 

(3) Plut. in Thes.^ 20 ('AfpoStmov) ; Callimach., Hymn. in Del.^ 307 sqq. (tpÒv AroV^ 
àpXA^^> KvKpt8oO ; Paos., IX, 40, 2 fAfpoditTK oO (téya ^vov* xdTetvi 81 àvti icoSwv 
U xcTpÓYttvov <rx,fS(M(}. 

(4) Pour étre eoaiplet, je citerai encore ici an bas*relìef en marbré de la galene de 
Florence. Cori, fnscr. etr.y I, tab. XIV. Au milieu est assise snr nn roclier, avprcs du- 
quel croìssent des épis et des fleurs , une lemme d'un aspect matronal, avec deeix ce- 



A M. OB WITTS. 367 

Ce D'est clone pas sana fondement, tous en conviendrez, 
que rexplication de M. Panofka ne me semble pa5 entièrement 
satistaisante. Celle que propose M. Welcker (1) , en reconnais- 
sant ici Cyrène, offre aussi, je le sais, certaines difficultés; 
mais eilesme paraissent de nature à pouToir étre plus aisément 
écartées. On objecte que ce dernier mjthe , ne pourant avoir 
pria naissance quaprès la fondalion de Cjrène (2), est d*une 
date trop recente pour qu on puisse espérer aveo vraisanblance 
de le renconlrer sur les vases peints. Je crois pouvoir tran- 
cher cette ditficultié d*une manière fort simple , en m'autori- 
sant pour cela du vase d'Arcésilas (3). On sait ausai que e est 
surtout en se rattachant à d'autres mythes que celui-ci a pn 
acquérir la valeur d'un mythe très-ancieo. Toutefois, pour 
soutenir notre interprétation, force nous est dadinettre quel* 
ques variantes dans la tradition babituelle, et^ avant tout, 
que Cyrène n*a pas été enlevée par Apollon , mais transportée 
auprèa de ce dieu par un eygne : c*est là , du reste , une mo- 
dification qui n altère point les traits essentiels du mytbe , et 
que, par conséquent, lartiste a fort bien pu se permettre. 
Examinons plus attenUTcment la peinture de Tase précédem* 
ment indiqnée(4). 

fants, doni Tna lai présente no« pomme qa*ii ■ tire da giron de cette femme^ où Vom 
▼<Mt des fraits; à ses pìeds on remarqae un agnean et nn tean. A sa gauche est assise , 
sur un ■Bonetre marin , une jenae feomie, ayank la paHie sapérieure da corps nue, et 
s«r la téte un péplas qui forme la ToAte. 8eB pieds rcf^osent s«r les vagnea. ▲ gaaeke, 
nona retronvons la femme sur le cygne, anprès d*an palniery an pied dncpieircea 
d'ose sonrce s'échappe, à coté d*une nme. Cori a tu, dans cette curiense composition, 
let troia éléments, la terre, l*eaa et I*air, et je ne sais point de meillenre interprétation 
à proposer. Les attrilnta de Cèrea , que l'on remarqne ici, ne nona permettent paa de 
soager k Latoae et ses jooicaax. On pent admettre qae li femme plaoée sor le cjgae , 
qnelle qu*en ait été la sigaifieationfirìmitive, poavait trèa«bieD eosTeair k fgnttr la 
penonmficatioB de rair. 

(1) iUmi».itfM.»U,S.49S. 

(2) Moller^ Orphom,^ S. 334 folg.; ProUgg., S. 142 folg.; Tbrige, Rss Cfren^ms,, 
p. 55 sqq. 

(3) jr<Ns. inèd. de Vinsi, énk., l, pi. XLYII; Micali, Mon. ined.^ tav. XCVII; IngU- 
raBB^f^«rs>br., ter. CCL. Ci. dne deLaynes, ^aìs., IY, p. 56 ; Weloker, ilAeù». JTim., 
ri, S. 501; y, S. 140 folg.; Krtmer, uher Styl und Herkunji der bem, gr. Thonge/^ 

S. 54 folg. 

(4) Laborde, f^mses de Lamherg, I, pi. XXYII; laghiraai, FatifiU^^ Ut. GCXXXY. 
CesaaTaats j oat fa Tapolbcose d*Hélène. 



368 XVII. LKTTRE 

Apollon est assis auprès de lorophalos. Ce symbole devrait 
donc ici designer, non pas Delphes, cotnnie dordinaìre, mais 
Cjrène. Or, je ne sais pas , je l'avoue , si l'on montrait aussi à 
Cyrène un omphalos ; je sais seulement qu ìi y avait là un an- 
tique trépied sacre (1); mais en dautres lieux où s^étaitéubii 
le eulte d' Apollon , on arait aussi un omphalos, et on honorait 
Apollon assis sur lomphalos ou bien à coté (2). Les 6gure$ 
accessoires peuvent également s'expliquer: Hermes, le con* 
ducteur, semble, pour exprìmer l'importance de cet événe- 
ment , faire quelque signe à la femme assise vis-à-vis de lui, et 
que nous pouvons prendre pour la nymphe locale; derrìère 
Apollon on voit Attiene s*éloignant avec circonspection , tout 
en se retoumant vers la scène; la chaste déesse ne veut pas étre 
témoin de l'union des deux amants. Athéné Tritogénia n'est 
point ici déplacée; pour s'en convaincre, il suffit de se sou- 
venir qu on placait aussi Triton a Cyrène (3). Quanta rhomme 
barbu qui, appuyant le pied sur un rochrr etélevant la main, 
adresse la parole «ì Apollon , on pourrait le prendre pour Po- 
sidon, s*il tenait, au lieu de sceptre, un trident(4); mais, à 
cause du sceptre, il faut reconnaitre en lui Zeus, qui, sousle 
nom d'Ammon, était particulièrement honoré à Cyrène (5), ft 
qui semble ici , comme Chiron dans Pindare , predire à ApoU 
lon son union avec Cyrène (6). 

Si Tinterprélation la plus satisfaisante que Ton puissedon- 
ner de ceite peinture est de la rapporter à Cyrène, il nous 
devient dès lors permis de reconnaitre le méme sujet sur Tau- 



(f ) Herodot., IV, 179; Diod., IV, 50; Mùller, Oreh,^ S. 346 folg. 

(2) Voyes det ezemples dans li iiUer, Andquitates Antioch., p. 57 tqq. 

(3> Moller, Orekom.^ S. 348 folg.; Thrìge, l. L, p. 286. 

(4) On a loarent , sar les rases peinta , prìs nn homme portaal on teeptre tt pour* 
sairant une jenne fille, pour If eptane et Amymone; c*est ainai qii*a fait encorc léc e a * 
meot M. MinerTÌDÌ {Bull. areh. Jfap., I, p. 14,92). Il me »emble qu^en pareti cu, 
d*après les iodications que fouruit le rase public pour la première foia par M. le aur 
quia Melcbiorri {Atti della pont. Aecad. Rom, di Areh^Yllì, p. 391 teg.iMtu. Cregor, 
lì, tab. XX, 1; Braun, ^nf. Jlfarm., 1, 6), ilfaut toujoars recoonaltre Jupiler daasie 
persoonage porUnt un sceptre. Cf. Arch. Zeìiung, I, S. 61 folg. 

(5) Tlirige, /. /., p. 294 sqq. 

(6) Pindar., Pyth., TX, 26 sqq. 



A M. DB WITTI?. 309 

tre vase peint pubUé par M. Gerhard (I): ici nous voyons Cy- 
rène accompagnee d'un jeune Pan. L'union du eulte d*ApoIlon 
et de celui de Bacchus ne 5e montre nulle part davantage qu a 
Uelphes; lea monuments de Fari le ténioignent assez(2). Une 
remarqvable peinture de vase, que vous avez fait connaitre (3), 
nous montre Apollon devant nn tempie, assis sur Tomphalos, 
et tenant le laurìer ; à cócé de lui est la biche* Devant le dieu se 
tient une femmeaveedeux flambéaux, accompagnee d'Hermes; 
derrière lui on voit une baechante avec le thyrse, et un satyre 
qui danse. On ne peut ici méconnaitre Tallusion à Delphes. 
Sur un autre vase peim, également public par vous(4) , nous 
voyòns Apollon tenant une branche de laurìer, assis à coté 
d'une femme, dont la panie supérieure du corps esi a décou- 
v^rt, et vers Inquelle il se tourne fàmilièrement. A leurs pieds 
est aasis un satyre qui joue de I.i flftte; un autre satyre, cou- 
vert d'«ine nebride et arme d*un thyrse , s*approche d*un coté , 
et semble faire signe a une femme qui s'avance du coté oppose. 
Le sens de cetce composi tton est éclairci par la présence d*& 
ros , qui se tient auprès d'ApoUon, et s*appréte à le parer d*une 
couronne. Ainsì, de méme que, sur le vase publié par 
M. Gerhard, Pan paratt à còte de celle qui est aimée d-Apol- 
lon , Apollon lui-méme se montre ici à coté de celle qu'ii aime, 
entooré du thia^e baehique. Jetons maintenant un coup d*deil 
encore sur une autre peinture de vase d u recueil de Tischbein (5}« 
Apollon piane dans les airs, monte sur un cygne et jouant de 
la lyre, et se dirige près d*un palmier, vers une jeune Bile qui 
tient une lyre dans sa main gauche, et tourne vers le dieu ses « 
regards étonnés. A coté d*elle parait un satyre arme d*un 
thyrse, qui présente une bandelette à Apollon^ de lautre cd(é, 

(1) Ant. BUdwtrke, Taf. XLIV. Voyez saprà» p. 364. 

(2) Gerhard, Ann.^ S, p. 188; Welcker, N, Rheia. Mus.» I, S. 3 folg. Cf. de Witte, 
Cai. éir., p. 68; Cat, Magnoneour, p. 2 et saiv. 

(3) Élite cèram., \\, pi. XLV. Vase de la ooUectioii de M. le eomte de Pourtalèi. 
OaboiSy Cat. Pourtalès, n<» 127. 

{\) ÉUu eeram.. Il, pi. LXVtlI; cf. Laborde, Faset de Lamhèrg, I, pi. LVI. 
(5) Tìacbbeio, II, pi. XII; Élite céram.» II, pi. XLII; Mùller, Denkm,der aften 
h unsi» II, T^f.XlU, HO. 

U 



370 XVII. LSTTRB 

Olì voit une jeune fille tenant une bandeleUe aree laquelle elle 
a^ ce me seiuble, intentidn de prendre un Iwvre pkoé tout 
près d elle. C'est principalement cette dernière oirconsunoe 
qui me porte à soup^onner aussi datis eetus représentation uo 
sens érotique. Il n est pa$ besoin de tous faire aouTenir io 
que tei est eo effet le sèns du lièrre sur les monumeots de 
l'art qui le représentent si fréquemmeQt(l)5 et quei là oiéme 
où il parait conime attribut des thiasotes de Dionysus» dans 
les bois et les campa^es^ il garde encore et toujaUra cette 
signidcation (2) , de manière que la présence du lièTre rappelle 
aussitót Une idée érotique. Mais taut-il ici recoiuiaitre Gjiène 
dans la jeune fille yers laquelle le cygne porte Apollon? le 
n oserais l'aflfirmer. Le palmier désignerait' bien sana doute la 
Libye (3) ^ mais je ne sache pas que la lyre aoit un attribut 
Gonvenable à Cyrène. En toui cas, nous pouvons établir comme 
certain que le cygne joue un ròle dana les aventiires amou- 
reuses d^Àpollon, surtout lorsque nous rencootrons le dieu 
entouré du ccHrtége habituel de Dionysus; particularité qui 
n'est pas difficile à expliquer, car le pur caractère, le caractère 
sérieux d' Apollon se rapproche de Textravagance sensuelleet 
dissolue, inbérente au eulte de Dionysus, là seulement où la 
dieu dépouille sa pudique seménte. 

Si , à la suite de ces observations, nous rer enona a notre 
peinture de Vase (pi. M, 1845), nous croirons étre assei fonde 
a y reconnaitre Apollon et Cyrène au milieu de thiasotes ba* 

(1) Mm«rTÌMt, Bull. arth. Nap., 1, p. 104 teg. 

(2) Toyez dans Toumge de M. Creuser (^/ihh. zur Sjmb., Taf. Vili) la peintoR de 
rase où, à coté de Dionysus, e»t assise une bacchante, de laqnellcs'approcbe aree 
empressement un satyre ; tout auprès est un lièrre. H fant comparer sortout avec 
ceci la belle peintare de rase oà, à cAté d'Hermes, qui est sur le point de tner Arguf , 
des satfres jonent aree un lièvre {Man, inèd, de Vinsi, areh.^ II, pi. hlX), aUosioo 
evidente au caractère érotique de TaTenture d*IOi 

(3) C'e&t en effet ce qui a lieu, à mon avis, dans une peintare de Tate (Gerhard, 
Auterl. Fasenb., T«f. LXTX , LXX, 3, 4) , qui nous montre , entre deux palmier» , un 
boinme arme d^an are et d'un carquois, luttant oontre na géant. On ne pent gucre, ce 
me «emble, avec M. Gerhard (/. /., I, S. 195 folg.) reconnaitre dans cette peinturt 
Apollon et Titjrus ; en la rapportant à ìfercuU et Antèe, qui habitait la Libje (Ger- 
hard, /. /.» II, S. 105), on est, ce me semble, plus près dt la ▼érité. 



A M. DB WITTE. 37} 

cbiques. Mais, direz-youS| quel est ce jeune homme qui joue 
de la lyre, et qui , par son air triste et sérieux , forme un con- 
traste si frappant au milieu d'une scène toute de volupté P La 
réponse m'embarrasse beaucoup, et j'avoue de plus que cette 
circonstanee n*est pas la seule qui m'ait inspirò des doutes à 
1 egard de Finterprétation que je viens de proposer. Sans 
doute, la yolupté sensuelle, exprimée dans le tendre embra6- 
sement du couple amoureux, place sur un char tire par des 
cygnes, est bien eloignéi^ de la choquante brutalité du satyrei 
et cette opposition se reproduit encore dans le oygoa et la 
panthère; toutefoìs, cette expression de sensvalité, quoique 
plus noble, et.toutoet entourage, ne semblent guère convenir 
à ApòUon.Ces difficultési ces objections sevauouissent,3i Ioq 
se borne 4 voir ici une scène purement bacbique. Des discolia: 
tions de cette nature, et plus grandes encore, n etaient pas 
«traogères au eulte de Bacchus (1); aussi, voyons-nous, sur 
les iQonuments de Tart, ce dieu paraitre comme témoin de 
semblables scènes (2). Nous le trouvons formant lui-méme 
avec son amante uo groupe luxurieux; tantót c'est lui qui re* 
pose sur son'sein (3) , tantòt il la tient elle-méme sur ses gè- 



(1) Gerhard, Austri. Fasenb., Taf. CLXXXY; Ani. Biìdw.» Taf. CXI, 2 ; de Wittr, 
Cat. Durane, n^ 145. 
{%) jiugusteum, tab. CXIII; Gerhard, Auserl. Fasenb,, Taf. XCV nnd XCYI. 
(3) Xenoph , Sjmp.y TX, 4 : *0 Aióvv<roc — iicexaOél^eTO ìkì wv YOvdtcoVy xai itepiXa- 
$tjT* Ì9iXviasv aÙTi^v (tTiV *Aptà8vT]v). Lea monumenU de l'art s'accordent bien aree cette 
deacription d^one dante mimiqne. Voyez levase peint poblié par Millio, f^ases peints, 
IT, pi. XlilX; GaUr. mjrth,, LX, 233. Od peut coinparer avec ce rase une pìerre gra- 
Tée (EcUiel, Pierr. gr^, pi. XXIII) , et une médaille (Streber, Num, gr., tab. IV, 3), 
dont les traits de ressemblance foat croire qu*elles out eu pour modèle un originai 
célèbre. Je ne pensa pas qa^on doive, a?ec Mùller (Arch., J 384, 5} et M. Streber 
(/. /., p. 222 sqq-)» * casse du célèbre miroir de Sémélé (Mon. inèd, de Vinte, areh.» T, 
pi, LYl; Gerhard , Etr. Spiegel, Taf. LXXXITI), reconnattre ici Sémélé; la composi* 
tion, dans son ensemble, offre plutót un caractère érotique, comme l'indiquent aussi 
d^aatr«a monnmeots tont semblables. Voy. Buonarrotti, Medagl., p. 437 ; Dnmersan, 
Descrifftion dts midailUs anti^ues du cabinet de M. AlUer de Bauteroche, pi. T, 2 ; La- 
sinio, Mon. del Camposanto, tav. VI. Ainsi se montre encore Diony»as an milieu d*un 
cortége solennel, dans un ohar, reposant sur le sein de son amaute. Visconti, Mus. 
Pio Clem., IV, UT. XXIV; Mas. faeton., p. LXXIII, 1; Buonarrotti, /. /., p. 430. 

2'i. 



372 XVII. LETTRE 

noux(l), et il est aussi porte sur un char. Il èst vraì, jamais, 
que je sache, ce char n'est tire par des cygnes; mais cet 
oiseau , aussi bien que I oie (2) (et tous savez que^ sur les 
nionuments, il est difficile de distinguer ees oiseaux l'un de 
Vautre (3) ), était devenu un symbole de la yolupté (4). De là 
vient qu'il se rencontre, non-seulement dans des scènes d'uu 
caractère «f otique et luxurìeux (5) , mais en particulier et sur- 
tout dans les mains de persotinages bachiques, et toujours dans 
la méme acception (6). Uh artiste a dono pu, dans cette inten- 
tion , donnei* à Dionysus un char tire par des cygnes. Toute- 
fois, en admettant que notte peinture ait stmplement pour 
sujet une scène érotique s appliquant à Dionysus , reste tou- 
joursladifficulté d'expliquer le jeunehomniejouant de la lyre; 
mais, dans cette dernière hypothèse, ne pourrait-on pas aìsé- 
ment le prendre pour Orphée? Son air triste et sérieux,et 
réloignement qu*il témoigne pour la grossière Tolupté de cette 
orgie bachique, caractériseraient a^sex bien ce personnage. 
Geci n est certainement pas échappé à yotre attention, et jesuis 
fort porte à admettre, dans ses pointa essefìliels, lexplicalion 
que vous avez donnée de cette figure. 



(t) Sickler, Almanach €ms Rom, II, Taf. 8; Gerhard ond Paaofka, NeaptUant, 
Bildw., S. 290, n* 290. 

(2) Petron.. Sat., 137. 

(3) Cf. BcetUger, Nere, in bivio, S. 47 foTg. 

(4) Artem., IV, 83. De là des Amoura aree des cygnei dans dea compimtioBS éroti* 
qaes (Millin, GaUr. mjrth., XLV, 199; Mus. Borh^ V, tav. LI; Panon^a, Bilder ani. 
Leb,, Taf, XII, 3), où un Amour Jone aree un cygne, auprès d'un eoaple amourent. 
qui se ticQt dans un embrassement passionné. Cf. BuìUu. ]844i p. 40- 

(5) Fréquemment dans des scènes de cette nature où figurent des femmes. Tojrei 
Tisclibein, III, pi. XXII, édit. de Paris; Dubois-MaisonneuTe, Tnirod.» pi. XXIII; 
Gerhard, jVjsterienbiUer, Taf. VI, 10; PanofLa^ Cab. PourtaUs, pi. XXXIl; Ann„ 
XII, pi. N; Gerhard nnd Panofka, rfeapclsant. Bildw. , S. 300, n° 731; Raoul Bo- 
cbette, Mem. de Numism.» p. 21. 

(6) C'est ainsi que, sar un vase qui représente Irene coiame amante de Dionysus, oa 
Toit un rygne sur le bras de la nymphe Érato. Otto Jahn, Faseab., Taf. II; Raool 
Rochefte, Lettres arch. sur la peinture des Grecs, première partie, pi. II. Cf. Ann^ Xlll, 
pi. F a. Ainsi, dans un thiase bacbique, TAmour cherche à prendre un cygne. Paoofki, 
Cah. Pourtalèst pi. XVII. Beettiger (tìerc. in bivio, 5. 49 folg.) croit que le cygat 
onait un grand r61e dans le» fétes de Baccfans. 



A M. DE \YITT£. 373 

Je Sitigiierais trop votre patience, si j*entrajs dans les niénie« 
détails au sujet des autres peintures de vases ; elles soDt, d ail- 
leura, de nature a ne pas deniander un examen aussi de* 
taiilé : elles nous amèneraient sui* un terrain qù chaque pas 
me semble incertain. Il s'agit, en effet, d'une classe de cam- 
positions , auxquelles on s est naguère attaché avec une pré- 
dilection tonte particulière,parce qu*on les considérait comrae 
ayant trait aux mystères; plus tard^ et toujours par le méme 
motif, on s*eu est éloigné avec une sorte de crainte. Elles 
appartiennent , d'après le style, à une epoque relativement 
recente, et les sujets répondent aussi a cette manière de repré- 
senterun peu négligée et d*un caractère indécis. Ce sont tou- 
jours des femmes, souvent réunies en assez grand nombre et 
groupées de difTerentes manières ; et puis des ustensiles di- 
vers, en partie énigmatiques, les uns dans les mains de ces 
femmes , les autres disséminés autour d*elles. D ordinaire, 
dans ces compositions, on voit de jeunes enfants ou hermaphro- 
dites ailés, auxquek on donnalt autrefoìs le nom de génies des 
mystères {\) ; très«souvent de jeunes bommes sont raélés à Tue* 
tion, de telle sorte que le sens érotique de la cofl^ posi tìon .est 
tantòt évid^nt, tantòt incertain. Quelquefois on a représenté 
des scènes de toilette de femme. Commeces représentations, 
en ra>son> de leur caractère indécis, enibanrassent larchédlo- 
gue^ il est certaiq que vous obtiendrezTapprobation 'dessàvants, 
toutes les fois que vous essayerezde le^ rappòt-ter à un:mythé 
connii;'oepeoddnt leplaisir d*étre: af&anchi d une penibie in-* 
certi tode né doit pas nous empécher d*apporter un sérieux 
examen dans I etude de ces sortes de compositions. 

Occupons-nous d*abord d'une peinture de vaseencore ine- 
dite, du musée Blacas (PI, XXIII), dont vous avez eu la 
bonté de me comniuniquer les dessins (2). Au milieu est as- 



fl) Bcettiger, yatengem.t I, S. t56 folg. ; Archteolog. der Materei ^ S. 224 folg. ; 
Anuilth.» I, S. 354; Millio, Mon. ihèd.^ \, p. 122; yases yeints, T, p. 77 et suiv.; Creu- 
xer, Sjmb.y II, S. 108; Ritochl, Ann . XTI, p. 189. 

(2) lì eo a déjà été ÌaxX meution daos votre Cat. Magnoncour, p. ò; rf. Rotilcz, Afe- 
Ungei, (II, 13, p. 14; Bull, de VAcad,de Bruxenes, t. Vili, part. 2, p. 536. 



374 XVII. LETTRE 

sisd, sur un siége richeinent ortié^ gami d*un escabeau, 
une femme vétue d'une tunique et d*un manteau, et parée 
d'un collier; son épaisse chevelure est entourée d*un diadème. 
Elle appuie négligemment la main gauche sur le dossier du 
si^ge, et, de la droite, elle ttent devant elle un miroir. Au 
dessus d'elle voltige un enfant ailé hermaphrodite, qui tient 
des deux mains une guirlandede myrte. Devant elle est debout 
UYI jeanehommenu, à l'exception d*une cblamydejetéesurson 
épaule gauche; il tient ausai une guirlande de myrtedans ses 
mains. Derrìère lui, mais sur un pian un f eu plus élevé, est 
une femme également vétue d'une tunique et d'un manteau, 
la téte couverte d'une coiffe; elle tient un oiseau sur l'index 
de la main droite ; à còte d'elle est place à terre un calathus, 
duquel on voit sortir la partìe supérieure d'un lécythus. De 
l'autre coté est placée , le dos tourné con tre le siége , sur le 
dossier duquel elle appuie son coude, une femme qui dent 
dans la main gauche un éventail. Elle semble parler à une au- 
tre femme^ assise sur un cofFre^ et qui lui présente une coupé ; 
toutes deux son t habillées comme la femme qui porte un oiseau. 
Au*des5us de ces deux femmes, on remarque un cofTret fa* 
conné en forme de tempie, orné de figures(t)y uifesphéraet 
un petit vase à parfums. 

Il y a une grande analogìe entre cette peinture et celle d'un 
vase du musée de Berlin (PI. XXIY), dont je puis, gràceà 
la beate de M. Gerhard, mettre le dessin sous vos yeux (2). 
Elle est, quant au dessin , bien inférieure à la peinture, ele- 
gante et nette, du vase du musée Blacas, mais elle s'en rap* 
proche beaucoup quanta la composition. Une ferome rìche- 



(1) Nona Toyons omés de la méme manière on coffrettembUble (Gtriiard luid 
PaooflLa, Neap. ant. iBildw., S. 315, n** 478) et un seta. Panoflia, Mut, Blacas, 
pi. VI». 

(2) Gerhard, Berlit^'s ant. Bildw., l, S. 25S, n'^SO). Au revert on Toit un jenae 
homme nn , à Texception de la cblamyde , tenaot une btodelette et nn lean , le picd 
appnyé sur nn rocber ; devant lui est nne femme assise f qui tient dans U main droite 
un rameau, dans la gauche un coffret ouTert; entre les deux pemonnages est une 
Apbéra. Eu baut est assis un Amour hermaphrodite teoant une couronnr. 



A M. DE WITTB. 375 

ment T^iuéy qui porte sur son épaisse chevelure une espèce de 
Polos(ì)^ est assise sur un siége, et tient dn la main droite un 
petit lièvre sur ses genoux (2). Devant elle, est debout un 
jeuue homoie nu, à Texception de la chlamyde, lequel tient 
dans la main gauche un coffret en forme de tempie , et, de la 
droite, présente à la femme assise une couronne. Derrière 
cdle^i se tient une femme, la téte eouverte d'une coifFe : elle 
appuie son pied droit sur un rochei* , et, de la main droite, elle 
raontre le jeune homme; d^ns la gauche, elle tient un tympa*- 
nuni« Au*dessus de la femme assise, piane, eo descendant vets 
elle , un Amour hermaphrodite qui porte une bandelette. I)e 
ehaque coté , dans la partie supérieure du tableau , est assise 
une femme en coiffe; l'une tient un miroir, l'autre, Toiseau 
déjk précédemment indiqué. 

Vous rapportez ces images à ÀdoPiis et Aphrodite eniourès 
des Chariies, Pour appujer cette interprétation, on peut citer 
le irase peint réeemment publié, représentant le Jugemént de 
Paris. Aphrodite y est également représentée assise^ avec un 
lièyre sur ses genoux (3). Par une erreur difHcile à comprendre, 
le judicieux M. Minervini (4) avait pris cette figure pour Héra; 
mais sùrement, vous partagerez l'opinion de M. Qerbard(5), 
qui a rectifié cette erreur^ en substituant le nom d' Aphrodite à 
celui d'Héra. Du reste, si je suis loin de nier la possibilité de 
Totre explication , je ne vois non plus absolumepl rieo qui 
oblige de quelque manière a ladmettre. Rien ici , rigoureuse- 
ment pariant, ne caractérìse Adonis ; aucun attribut particulier 
ne distingue non plus Aphrodite; car tous les attributs que 



(1) Une seablable parure de téle n'est pas rare daoc tea terrea ruilea. AtoIìo, Delle 
ani./au. di argilla» tar. Xf, Xtt. Cf. Panofka, Cab, Pourtalès, pi. II. 

(3) He aemit-ee pas un jeone homme avec un liè?re dan^ son giron . qui aerait re- 
préMBté lor le rase décrit par fiiM. Geiliard et Panofka [Neap. ani. Bildw., 5. 282 
folg., n»969)? 

(3) BtUl, nof., I, Mn. Vf; Arch, Zeitung, lì, Taf. XVIII. Cf. les Mon.inéd.^ 
tom. IV, pi. XVIII. 

(4) Bull. Ifap., I, p. f04 scg. 

(5) Arch. Zeitunq» II, S. 290 folg. 



376 XV U. LETTRE 

noua voyons ici n*ont rien qui sorte du c^rdé de la vie com* 
muoe, et qui ne pui$$e convenir à toute autre fenime aussi 
hìfin qu a Apbrodite. 

. Le lif^vre, cornine nous avons déjà vu, a, en general, une 
significa tion érotique; il ne désigne pas seulement Apbrodite: 
il exprime Imtention érotique de toute la composition. Le mi- 
roir.est sans doute un attribut d'Aphrodite(l), et se troave 
souvent dans ses mains; mais il ne lui a été consacré que parce 
qu'il est le meublé le più» indispensable de la toilette, et, 
comme tei, désigne, entre les mains de toute femme, le désir 
de plaire. De méme, Foiseau, queTon a prìs pour rijnx(2), 
ou ayssi pour une colombe (3), convient assurément à Apbro- 
dite, mais non pas d*une fa^on exclusive. On voit, en.effet, 
fort souvent des oiseaux, servant de jouet, aux mains des 
jeunes gens en general, et surtout des femmes; elles s'en 
font un passe-iemps innocent et agréable (4), et Ton concoit 
des lors que quejquefois dea diseaux soient offerts aussi 



(1) Cf. Philostr., Imag.t l, Q, et sur ce pasMge les réflexioiis do M. lacobs, p. 246; 
Athen. XV, p. 687 C. Sor nne inscrùition, pnbliéeparM. OreUi, ii« 1279: VENE- 
RKVM iPECVLVM ; Gerhard, EtrJSpUgel, I, S. 75. 

(2)Ritscbl, Ann.t XU , p.lS9» QneotàTiynx^TOjeyce qae j'ai dìt'svr oetoiseau 
daos les Ann^ XIII , p. 2S4. Je profiterai eependaat de cette occasion pour recti£er 
une errenr qne j^ai commise à ce sajet. Sur le rase peint de Naples(AfiM. Borh., I, 
tat. XXXV; MilUngeo, yasesgrttcs, pi. LX], est représenté^ non l*ìynx, mais un béroo, 
lp«s&ÓC* Cet oiaean était eoo sacre a • Apbrodite; il était un heureax présage poar 
toutes les entreprìses nocturnes. Scfaol. ad Huaa. Iliad.^ X, 274 ; Etyio. M. v, ^Epco^ó;: 
ce qui a servi à Scboeidewin {Beiingge» S. 106 folg.) à rétablir et à expliqner henrea- 
seiaent un fragment d*Hipponaz : 

iyù & 8i|i(^ T»p* 'Apnniv 
xvtfococ fiiOà>v ^witi^ ovwiuXCdhiv. 

Mais le héron est ansai, consacré à Atliéné (Homer., lUmd.^ X, 274 et Scbot ; cf. Eas- 
tatb., ad l. /.), et aons le voyons place auprès de cette déeaset auf un vase pnbliè par 
M, Gerhard {Etrusk, und Kamp^ Fatenb.^ Taf* I), et, ce semble, aussi sor un antre du 
recueil de Tischbein, IV, pi. IV [XXIV]; ÉlUe eéram,, l, pi. LXXI. 

(3) Plot., De It. ti Osir., p. 379 D; Scbol. ad Apoll^ Rbod.,. III^ ^41. Cf. Raoul 
Rochette, Mon, inéd., p. 361 . 

(4) CatuH., II; Martial^ 1, 7, et ibi Intpp. Et aossi sor dea vases petats, par exemplfi 
PauuflLa, BiUer. ant. Leh., Taf. XIX, 8; Inghiramj, Fasifiu., taT. CLXXfV; Gerbard 



À M. DE WITTE. 377 

comme dons d amour (1). On en peut dire autant du cala- 
thus (2), qui renf^rme tantót le travail de la laborieuse 
ménagère (3), tantót, comme ici, des objets de toilette (4), 
ainsi que du coffre dans lequel étaient eonsenrés des habil- 
lements etautres choses semblables (5) ; cesdeux objets con- 
vìennent également à toutes les femmes, aussi bien que le 
coffret à toilette (6) 9 la sphéra (7) , 1 eventail (8) et le vase a 
pai*fums (9). 

Rìen de tout cela n apparttent donc de préférence à Aphro- 
dite, et cette circonstance suffit déjà pour exciter nos dou- 
tes; mais il en est une autre d'un plus grand poids encore. 
Les compositioDs que nous avons prises corame exemples , 
se rattachent en effet à une classe de peintures très-consi- 
dérable, dont elles ne peuvent étre aisément isolées. Nous 
y rencon^rons toujours les mémes figures^ dans le méme cos- 



undPanofka, J^feapeUani. BUdw,, S. 274, n^ 1414; Otrliand, Berlin* s ani. BiUw,y 
.S.]^249y n° 856. Od Toit de méme une femme placée dan& un édicule, et tenant un oi* 
seaa et un mirotr. Ingbirami, FatiJUt.^ tav. XLU. 

(I) Ttaclibein, II, pi. XX; IV, pi. XLIX; ÉUie céram., I, pi. XXIX R. Cf. Gerlianl 
ujid Panol^, Jftùp, ant. Bìtdw.^ S. 356 folg-, n° 51. 

. (2) Bcettiger, rasengem., IH, S. 40 folg. ; Tischbein, IV, pi. XXXI, XLVil; d*Hau 
ranrillc, I, pi. tK; Panofta, Bild. ant. Leo., Taf. XIX. I. 

(3) Toir tea FHeusea, dans Tiacbbein, I, pi X; IV, pt. I; Stackelherg, CrofberJer 
ffeU,, Taf. XXXI V; Panofka, Ueher veriegeae Afytheu, Taf. V. Je rcconnaii dana ce 
demier sujet Hermes devantCaljpMi. Voir Zeitschr, Jut- Alterftumsk,, 1840 « S. 1279 
folg. 

(4) Aiosi, par exemple, un éventail. Paperi, f, ub. XXIV; d^HancarriUe, IV, 
pi. XXVII; Ingbirami, F'asifiu.^ Ut. CLXXIV; d'HancarriUe, II, pi. XXVIII; Ger- 
hard ond Panofka, Neap. ant. BUdw., S. 313, n<» 488. 

(5) D'Hancarf ille , Il , pi. XXVIII ; IV, pi. XIII ; Tiacbbein, II, pi. XV; MUUngen , 
f^ases grees, pi. XVIIl; Fates de Coghìi, pi. XXX; Gerhard, Etr. Spiegel, l, S. 64. Il 
n'ett pas rare non pina de ▼oùr dea femmea qoi aont aaaiaea snr des coffres de oette es- 
péce. Élite eèram., 1, pi. XXIX, B; Gerhard, Mjrsterienbilder, Taf. IX. 

(6) Aaaes sonvent en forme d'édicule. D*Hancarville, III, pi. V; Gerhard, Mjrttenen^ 
bilder. Taf. VI, IX; PaBoHia, BiUer. ant,Ld>„ Taf. XI, 7; Gerhard und Panofka , 
NeapcU ani. Bildw., S. 279 folg., n*" 1485; S. 315, n** 478. 

(7) Des femmeft jouant avec la sphéra. Inghìraroi, f^atifitt., tav. CCIV; Panofka, 
Bilder ani. Uh., Taf. XIX, 8. 

(8) tt Botiiger, Sabina, Bd. II, S. 219 folg. 

(9) PaDofka, / /., S. 43. 



378 XVII. LETTRE 

tume^ avec les mémes atlributs ; elles otfrent seutement beau- 
coup de variété , quant au nombre et à 1 ordonnance; mais en 
somme, c'est toujours évidemment quelque scène de toilette 
ou d'amour. Il est dono impossible, ce me semble, de dire que 
Ton doive ìci, en general, reconnaitre Aphrodite et Adonis, ne 
serait-ce que parce que souvent plusieurs jeunes gens sont à la 
fois représentés dans un rapport semblable, et que cependant 
toutescescompositions forment un ensemble si compacte,qu'oD 
ne saurait en détaclier quelques-nnea en particttlìer. Il me pa- 
raìt évident qu*on n a pas eu ici d autre objet que de représen- 
ter des scènes de la vie commùne; on Ta fait, il est vrai, soiis 
une forme saisissante, énìgmatique, constamment reproduite, 
de telle sorte qu* on ne peut guère, ce semble, rejeter l'opiDion 
de ceux qui ont pensé qu'il y avait là quelque allusion aux 
mystères, et cette opinion a été en efFet reievée depuis pen et 
appuyée par M. Ritscbl(l). Il se peut que vous penchiez à 
croire que le mythe d* Adonis et Aphrodite a foumi l'idée de 
ces sortes de tableaux ; mais cette conjecture me parait man- 
quer de preuves suffisantes (2). Je n'ai aucun moyen d'exami- 
ner dans son ensemble cette classe de vases peints, et je 
dois,en conséqence, me bomer aux observations générales 
que je viens de vous exposer; mais j'aurai atteint mon but, sì 
par là je vous donne occasion de soumettre ces compositioiis à 
une étude complète et approfondie. 

Il n'est pas nécessaire, ce me semble, d*examiner l'une après 
l'autre les peintures de vases que vous avez rapportées au 
mythe d' Adonis (3); il (aut aussi Tavouer, je ne possedè pas 



(1) RiUchty Ann., XII, p. 185 et suiv. Cf. aussi Gerhard, M^sterienbUder, Stiitt^^ 
1839. 

(2) Ce n'est pas assez que les fétes d'Adouis fussent célébrées en particulier par let 
courtisanes (Diphil. ap. Athen., VII, p. 292 D ; Meineke, Frag, Cam, gr.^ IV, p. 396; 
Arìstasii., Epp., I, 8; Alcipbr., Epp., I, 37) qnoiqu*elIes eussent sonreot le nom d'Ado- 
nia a la boucbe. Alcìphr., Epp.» 1, 39; Aristaen., Epp„ I, 8; Lucian., Dial. Mer^ 7. 

(3) Voir en particulier Cat. Mtignoncour, p. 5. Deux représentations do méoir 
genre ont été publiées par M. Pb. Gargallo -Grimaldi dans le tome XV des .imutUi. 
pi. A. B. 



A M. DE W1TT£. 379 

pour cela les ressources nécessaìres. Ges peintures, d*aiUeurs, 
du moins en partie, ne soni pas aussi spécieuses que celles 
que nous venons de passer en reyue, et dans lesquelles eette 
cìrconstance qtie trois femmes paraissetit comme suivantes 
occupées autour de leur maitresse , permet aisément de re- 
courìr, pour lexplication du sujet, à Aphroditeetaux Gharìtes. 
A ce propos , je citerai une autre peinture de vase du niusée 
de Berlin (1), dont je puis tous communiquer un dessin (2). 

La peinture intérìeure de eette coupé nous montre une 
femme richement parée, assise sur un siége; elle tìent dans 
sa main droite cet objet énigmatique semblable k une échelle (3), 
et ses yeux se portent sur un jfeune homme nu , à Teiception 
de la chlamyde, qui couvre son épaule gauche; celui^i pré- 
sente à la femme un miroir, et porte dans la main gauche un 
bàton noueuz. Devant elle se tient une femme plus simplement 
vétue, qui lui présente, de la main gauche , une bandelette et 
une coupé, de la droite une couronne. Aux deux cotés exté- 
rieurs de la coupé est représentée une femme formant un 
groupe avec un Amour hermaphrodite; d'un coté, T Amour est 
deyant elle, tenant une couronne et une grappe de raisin, tan- 
dis qu'elle lui présente une coupé, et tient dans la main gauche 
abaissée un érentail; auprès d*elle, on distingue une branche 
de lanrier ou de myrte. De Tautre coté, FAmour, ajant plutdt 
l'air d'un jeune homme que d*un enfant, est assis à c6té d*elle 
et lui offre une couronne; il tient dans la main gauche un petit 
sceau (4); quant à la femme , elle lui présente une coupé; en tre 



(1) Gerbara, MeHm'stmt, BUdw,, S. 278 Tolg., a*" 995. 

(2) On a jogé q«*il étiiit iautUe d« iùrp grftr«r c« tujet. qui vìotitn pM <l« v«« 
riantes remarqoableK. 7. W. 

(3) TMcU>em, II, pi. XL; lY, pi. LIT; HiUin, Fasti ptìMs » U.pl. XYI, LYII. 
Vo^es, tar U fignillofttioii noo edcore préowée et ecs échelles, MilUer, Areh,, $ 430» 
1> Gerhard, £tr. SpUgtl, I, S. 39c Raovl Rocbetit, Deuxième Mém. mr Uà ani. ekréi^ 
p. 87 et aair. «^ Yoir les réflexioaa de Mìlliogen', Ann, de Vinai, arek,, XY, p. 86 et 
nÙT.) , qui rtooBiiBlt evec reiaon dane eet objet vn inacnunent à tiaacr (xxtii). J. W. 

(4) Cet objet ac mentre fréqneiamenCv iioa<«e«Ument à la maia dea Sa tjrea (TiaolK 
beta, I. pi. XXXI Y, XXXY; II, pi. XIII; lY. pi. XLU) et dea Bacchantea (TiscbbelD^ 



380 XVII. LETTRE 

eux deux est une sphéra. Prendre ces deux fetumes pour \es 
deux Chai'ites qui manquent dans la peinture intérieure, me 
semble extrémement hasardé : évideoiment , . elles ne serveni 
point de compiément à catte composition ; elles paraissent ici 
vomme figiires principales d^une composition indépeodante , 
et chaque fois, avec des nuances diverses. 

Il en est de méme du vase de la collection Beugnot (1), que 
Yous avez expliqué , et dont je vous dois le dessin. Le coté an- 
térieiir nous offre une de ces scènes de bain ^ si fréquentes sur 
les vases, mais représentée d*une manière particulière. Devant 
un bassin reposant sur un troncon de colonne dorique, se tient 
une femme entièrement nue, parée d'un collier et de joyaui 
aux bras et aux jambes ; elle se verse , d'un lécythus , des es- 
sences sur la main; derrière elle ^ on volt un siége (2) sur lequel 
sont placés ses vétements; debout devant elle, uue femme tieot 
k la main une couronne radiée; son riche costume et le voile 
brode qui la distingue semblent luiassigner un rang plus éleve 
que celui de servante. A còte d'elle est assise une femme plus 
simplement liabillée , et qui parait, dans sou discours, faireal- 
lusion a la baigneuse ; auprès d'elle est p Iacee une hydrie. Au- 
dessus de la baigneuse, on voit Eros, qui, de la main droite, 
tient une couronne suspendue sur sa téte, de la gauche une 
branche de laurier ou de myrte; à còte de luì est assise une 
femme qui relève , de la main droite , le bord de son vétement. 
Vous avez vu, dans cette peinture, la toilette d'Aphrodìte. ie 
ne crois pas que Ton puisse opposer à cette explication des rai- 
sons décisives; mais, eu égard au grand nombre de peintures 



III, pi. XXXYIU, XL; Gerhard, Ahi Bitdw,, Taf. LVK, 3), tùùt ausai daua 

de toilette (Tiachb., IT. pi. XXXI) et dea repréaeotatioaR ^rotiqaea (Panofka« M 

Pourtalès, pi. X; Mus. Bìacas, pi. Vili). 

(I) Cat. Beugnot, n"" 8, p. 12 et saÌT.-^Cf. Raoul Rochette, ATon. ined., pi. XLlX A 
Ce aatant reconnatt dant cette peinture la toilette d'Hélène. Cette toilette «et rcprr- 
sentée aar uu beau miroir étrnaque de le eoDection de M. le romte de Ponrtalèa. Csl 
Durand, n" 1909; et sur un antre qui vieut d'étre public par M. Oeriiard, dimSekm^c 
kuHg der Belena, Berlin, ]S44,in.4*. Cf. Gerliard, Str. Spugel, Taf. CGXI folg.. on 
Tou tronferà pluaienra sujet» do la toilette d'Bélène. J. W. 

^2) Cf. le Taae peiot dans la disserta tion de Creoier, iatttulec lEinalt Athen. Ctf'^en 



A M. DE WITTE. 38 ( 

de vases semblables ( f ) qui se rapportent à la vie commune, 
il me semhle que nous manqiions ici de motìfs concliiatìts pour 
cìétacher de la classe à laquelle elle appartieni , la peinture 
ciont il s*a^it. 

Examìnons maintenant le revers. Sur un coffre, comme nous 
I^avons déjà vu (PI. XXIII) est assise une femme en con versa - 
tion animée avec un jeune homme nu , qui s'appuie sur un 
bàton , sur lequel il a pose sa chlamjde ; il tient élevée dans sa 
main droite une couronne. Un Amour herinaphrodite tenant 
une coupé, est place au-dessus de la femme assise , derrière la- 
quelle se tient une aulre femme qui relève des deux raains le 
bord de son vétement. A terre est une sphéra. Vous reconnais- 
sez ici Adonis et Aphrodite. Mais si j'adopte Texplication que 
vous avez donnée pour le còte antérieur du vase, je rencontre 
là méme une difficulté pour celle du revers. En effet, d'après 
la première explication, on suppose qu' Aphrodite doit étre 
caraclérisée/ dans le second cas, de la méme manière que dans 
le premier. Il n'en est rien cependant, et nous ne voyons ici 
que deux femmes en costume ordinaire. L'attribut si caractéris-^ 
tique de la couronne radice manque totalement. Adonia n'est 
pas mieux désigné, et je ne voisainsi nul motifde mettre cétte 
peinture dans un rapport immédiat avec creile dn coté anté- 
rieur, et de Vappliquer à Adonis. Elle me semble bien plutót 
se rapporter, dans son objet, à la vie commune. 

Nous devons une attention plus particulièré à un troisième 
vase du niusée de Berlin (pi. XXIV bis) , ne serait-ce qu'à cause 
de Tendroit où il a été trouvé(2). Il vient en effet d*Athènes, et 
le style de ce vase, comme vous le \oyez parie dessin ci-joint, 
malgré quelque négligence dans Texécution , trahit cette ft- 



(I) Puseri, I, lab. XXX. XXXir. XXXVII.XXXIX; d'H.nctrTille, If, pi. XXVHI; 
IV, pi. XIII; Tijchbein, II ,pl. XII , XV, XXI; IV, pi. XXX, LIV. LV. Millin, Fases 
peinu, IT, pi. IX; Mon inéd,, I, pi. XV; Gerhard , Mysurìenbilder, Taf. VII ; PanoAa , 
Cab. Powtaiés^ pi. XXIX ; Sfickflberg, Grteberder HeUenen, Taf. XXXVl; Raoul Ro- 
chcKte, Mém. de Numism.^ p. 19 et %avr. 

(3) Gerhard, Berlin's ant. BiUw.^ I, S. 237 folg., n** 804. M. Gerhard appello anssi 
rattentiofi tur la forae cttrìeuse dti vase. 



382 XVII. LETTRE 

nesse, cette aimplicité, cette gràce noble, qui, méme dans des 
productions inférìeures, distingue surtout Tart attique. Nous 
nous trouYons ici sur un tout autre terrain que lorsqu il s agis- 
sait des vases exécutés dans la basse Italie à une epoque re- 
cente. Il n'y a point ici d'Amour herniaphrodite ; aucune trace 
de ce luxe et de cette volupté sensuelle que nous observions 
tout à rheure; tout est ici simplicité et pureté. Une jeune fille , 
simplement vétue , se tient, dans un maintien pudique, la téte 
un peu penchée, devant un jeune homme, et porte sur ses 
mains une bandelette. Le jeune homme est vétu d un manteau, 
qui laisse à découvert le sein et le bras droit ; il présente à la 
jeune Glie un miroir qu'il tient élevé a la bauteur de sa téte^ 
derrière lui est un siége. Yient ensuite une femme enveloppée 
dans un ampie manteau ; de la main droite ,- elle présente une 
fleur à la jeune fille. De cbaque coté , une colonne dorìque en- 
cadre cette scène. Au revers de cette peinture , on voit une 
jeune fille qui^ dans la main gaucbe, porte un coflret et une 
bandelette ; elle est placée vis-a-vis d'une femme tout envelop- 
pée dans un manteau; en haut, on voit une bandelette et un 
objet peu distinct : suivant M. Gerhard , ce serait une come 
d*abondance. Sur le col du vase sont représentées deux figures, 
envdoppées de manteaux, lune en face de Tautre. 

On ne peut méconnaitre le sens érotique de la scène princi* 
pale; mais rien n'indique qu'il soitici question de personnages 
mythologiques : rien en particulier qui ait trait à Adonis et 
Aphrodite. L'expression qui caractérise cette composition nous 
défend méme d*admettre rien de semblable. La pudique tìmi- 
dité avec laquelle la jeune fille accueille la demande du jeune 
homme, convientsans doute à une chaste vierge athénienne, 
mais non sùrement à Aphrodite dans ses rapports avec Adonis; 
le geste encourageant de la mère ou de Tamie qui présente une 
fleur, forme un trait charmant daus une scène de familie athé- 
nienne , et ne conviendiait pas davantage à ce mytbe* Je suis 
donc obligé de me ranger à Tavis de M. Gerhard , qui n*a vu 
autre chose, dans ce tableau, qu\me scène de familie. 

Telles sont les observations que jai cru pouvoir vous sou- 



À M. DE V^ITTE. 383 

mettre, au sujet des peintures de vaaes les plus remarquables 
que Tous avez rapportées au roythe d'Adonis. Je ne me permeu 
aucun jugement sur la curieuse peiuture de vase décrite par 
M. Schulz (1) ; mais reconnaitre dans cette peinture Adouis et 
Aphrodite, e est contredire, ce me semble, la description méme 
qu*on en a donnée. 

Avant de terminer , permettez-moi quelques mots encore sur 
une peinture de vase » que M. Greuzer rapporto moins à Ada* 
nÌ3 qu*à la fète d'Adonis (2). Vous tous étes rangé à oette opi-* 
nion (3) , et M. Creuzer a surtout oppose votre autorite a Tex- 
plication que j*ai donnée de cette peinture (4) ^ et qui secane 
de la sienne (5). Cela m*oblige à vous faire connaitre briève- 
ment sur quoi je me fonde. 

Sur un très-joli vase peint de la collection de Carlsrube (PI. N, 
1845), nous voyons une femme dont le vétement, jeté légère- 
ment autour d*elle , laisse le corps presque entièrement à de- 
couvert; elle se tientsur uneéchelle, et, se penchant un peu 
en ayant, elle présente à Eros un vase que saisit celui-ci; entre 
euz deux, on voit un vase à terre, et derrière Eros, un iroisième 
vase rempli de fruits. De chaque coté se tient une femme ha- 
billée, qui fait un geste de surprise. L'omement de téte dea 
trois femmes se distingue par une parure de pommes d'or. 

M. Creuzer reconnait ici Aphrodite, éveillée de son sororaeil 
et tout effrayée par la nouvelle de la blessure d'Adonis ; elle se 
mentre, en conséquence, dans un costume des plus négligés ; 
elle cueille des pommes en pr*ésence des Heures et d*Éros, ac- 
tion qui se rapporte aux préparatifs de la féte d'Adonis. 



(1) Scimh, Bullett., 1S42, p. 57 et sui?. Voyex antai ce qoe le aéaie WfwaX dìt dl'un 
autre rase, p. 33. 

(2) Crcnser, Autwaki grùck. bem, Thonge/. Taf. Vm, S. 66 folg.; S/mò., U, S. 
482 folg., 3* édit. 

(3) Cmt, Beugnol, p. 14; Élite eénim., I, p. SS. 

(4) V. Zeitsehr.Jur AUerthumtk,, 1S4I , S. 982 folg* 

(6) Creoaer, Sjmb., IV, 8. 780 folg. M. VfTelcker {Rheim. Mut,, VI, 6. 632) ne pt- 
rttlt pea aeSer entièrcineot à rexplieation de M. Creeier; M. Urlirhs {JBb, dès Rhein. 
yereins^ II, S. 59) la défapprouve formelleiiieDf. 



384 XVII. LfiTTRE 

Deux objections principales, sans parler de plusieurs cboses 
secoodaires , me paraissent pouvoir étre élevées contre cette 
explicatioiìr Rien , dans cette peinture, ne fait allusioQ à Ade- 
nis. Eli admettant méme qUe nous ayons sous les yeux Aphro- 
dite et Èros qui cueìllent des pommes, e est là un fait si ordi- 
naire , que , sans une indication particulière , on ne saurait en 
aucun€ fa^on songer à Àdonis , et cette indication manque ici. 
L'action de cueillir des fruits n'a rien qui soit particulier au 
eulte d*Adonis. Mais ce sontlà, dit-on, lesjardins d'Adonis, 
savamraent expliqués par M. Greuzer; des semences dans des 
pots, qui poussaient à l'aide de niojens artificiels, et qui se 
fanaient bientot après. Cette circonstance est le trait caracté- 
ristique de ce fait ; mais elle ne saurait étre exprìmée par l'art 
plastique* J*ajoute que M. Greuzer me semble avoir légèrement 
passe sur le point principal de ce petit tableau. Je crois, et vous 
en conviendrez avec moi, qu'il n* y a point ici deux vases, dont 
Èros tiendrait Tun dans ses màins, tandis que Tautre serait place 
à terre cleyant lui ; mais que ce sont les fragments d*un seal et 
méme vase, qui s'est brisé au moment où Èros Ta prìs, de facon 
que la partie inférieure lui reste dans la niain , en méme tenips 
que la partie su]périeure tombe à ten'e (1). M. Greuzer nie quii 
s'agisse d'un Vàie brisé', et j'avoue que la f radure est niala- 
droitement'i^xpriniée par une découpure trop rógulière, bìen 
que ces cassures ne rentrent pas les unes dans les autres; mais 



( I ) C*est «imi que le compread au&ii M. Gerhard (ffaii. LUt. Zeitung, 1840, l^ebr.. 
S. 222). Dans un compte renda de l'ouvrage de M. Creuier {Aiuwahlgr. betiu Thcnge* 
fcesse) , ce savant s^exprime ainsi sur la peinture en question : « A la planrbe Vili od 
« Toit un sujet petit , mais très«intéressant , d'un vase à parfnms, que M. Greuzer rap* 
«« porte, aree vraì&emblance, anx jardìns d'Adonii, Montée sur une écheUe, danslaqndle 
« ou a déjà sourent , et non à tort , suppose quelque relation avec les mystrre» (Ger* 
« hard , EtruMhischt Spiegel, I , Taf. XXXIX , Anm. 3 1 ; cf. Lobcck, Aglaopk., p. 907 
* »qq)* Aphrodite, accompagnée de cbaque còte par Tnne des Gràcea, présente à FA' 
« mour un vase rempli de fleur» ; uons croyoos reconiiattre à terre, eatre les deus figu- 
« res , la partie supérieure du vase, britée et préparée égalcment poor la mèiDe cére* 
<• inonic. Un rase, destine à contenir des fleun scmblables, est place à o6té derAmoar. 
•< Des inscriptions obscures demandMraient , pour étre comprìses, qaeroa exawaAl 
'< attentirenient , et à plusieurs reprises, l'eaaeinble de la compesitàoii orifM>^fe* * 



A M. DB WtTTE. 385 

celle sorte'de négKgence ne me semble pas sana exemple. J'en 
appelle à votre longue expérìence, et je vous demande si, 
parmi les vases mémes ou dans^les dessins que vous avez exa- 
minés, vous avez jamais rencontré des vases tels que ceux qui 
ont élé admìspar M. Greuzer, ayant le bord dentelé et des anses 
placées de cette sorte? Mais rapprochons ici les deux parties 
rompues, et nous avons la forme ordinaire de i'amphore. II 
n'est pas davantage besoin de vous faire remarqaer que la par- 
tie supérieure de cette amphore, qui vieni de se briser, n'est 
pas posée à terre , mais qu'elle est eocore dans sa chule. Il est 
clair, d'ailleurs, ce me semble, que e est à cet accident qu^il faut 
rapporterlegeste de surprise des deux femmes. Nous avons 
dono ici sous les yeux une sorte d*idjlle gracieuse, dans la- 
quelle il ne faut chercher aucune allusion mythologique. Ce- 
pendant M. Creuzercroit pouvoir donner aussi un sens au vase 
rompu. Il sufiil, dit-il, de parcourir le Gorgias de Platon 
(p. 493, p. 159, Heindf.), ainsi que les commenlaìres sur ce 
dialogue, pour se convaincre que, dans Tancien langage figure, 
un vase brisé élait une image convenablement appliquée à une 
solennité funebre, dans laquelle on pleurail vainement cehii 
qui élait descendu sans retour dans le Tartare. Je vous avoue 
que je ne trouve ici rien qui s*applique à notre sujet. Dans le 
passage de Platon est exprimée , comme on sait, cette pensée, 
dans laquelle on comparait les àmes des hommes vicieux à un 
tonneau percé, et Ton représentait, en conséquence, les pra^ 
fanes aux enfers, puisant de Teau avec un crible dans un ton- 
neau percé. Mais reste-t-il aucun vestige qui témoigne que 
rien de sembiable aitété applique au mythe d'Adonis? Et dans 
ce cas méme, quel rapporl entre cette image et notre vase qui 
se rompi parce qu'il est trop plein ? Et puis , jusqu'à quel point 
Adonis est-il donc vainement pleure comme étant descendu 
dans le Tartare .^Est-ce, par hasard, jusqu*au moment où il est 
rendu au monde supérieur ? Mais alors, il ne peui, en aucune 
facon, étre compare avec cesprofanes doni parie Platon. Bref, 
je ne rencontré ici que des énigmes. 

Je termine enfin cette trop longue lettre. Je nose espé- 

25 



386 XVII. I.ETTBB A H. DB WITTB. 

rer que vous accordiez à mes reraarques une entière approba- 
tion ; mab vous reconnaitrez du inoins quelles n ont été prò- 
duites que par l'amour de la vérité, et je serai satisfait si je 
Tous ai fourni Toccasion de m'instruire^ ce qui ne peut man» 
quer d*arriver, ti tous traitez de nouveau ce sujet. 

OTTO lAHN. 

Greifswaldy décembre 1844. 



XVXir. LBTTRE A M. JAIIN. 387 



SDR LES 



REPRÉSENTATIONS D'ADONIS. 



LETTRE A M. OTTO JAHN. 



(PI. 0, 1845.) 
MoNSIfiUli ET AMI, 

J ai lu avec un vif intérét la lettre que vous avez bien voulu 
m'adresser au sujet des représentations figurées du mythe d*A- 
donìs; je vous remercie en méme temps de loccasion que 
rous me fournissez d entrer dans quelques détails sur les 
moBaments, et particulièrement sur les vases peints, où je 
croia avoir reconnu des scènes qui se rapportent aux amours 
d'Aphrodite et d*Adonis. Permettez donc qu'à mon tour je 
vons expose roes idées et mes conjectures* La science ne 
peut que gagner à ees sortes de discussions , où , des deux 
cotéft 9 on apporte un désir sincère de s'éclairer et de cher- 
Aer la TÓrité. De telles discussions engagent à faìre des 
rechercbes plus approfondies; les idées se rectifient si les 
objections sont solides ; ou bien de nouveaux arguments sur- 
gissent ea faveur d*observations qui ont paru ou incomplètes 
ou mal fondées. 

Je comroence par vous déclarer que je suis tout à fait d avis, 
comme Tousy qu on ne saurait apporter assez de soins à Tétude 
des monunents figuréS| en tenant compte des moindres dé- 
tails, afin d'éviter les ìnoonvénìents qui résultent d*un examen 



388 IVIII. LKTTllR 

superficiel; souvent une idée adoptée avec «mpressement , 
parce qu*elle flatte rìmagination , peut induire dans de graves 
erreurs; on sera porfeé, par suite d*une préoccupation de les- 
prit, à regarder corame parfaitement identiques des composi- 
tions d*un sens.et d'un caractère tout difTérents. Mais je suis 
persuade aussi que yous ne refuserez pas quelque valeur à 
des rapprochements fondés sur Tétude des monuments an* 
ciens et sur le caractère propre à certaines scènes. Il faut assu- 
rement procéder avec circonspection quand il s*agit de faire 
des rapprochements ; mais , dans la science archéologique , ce 
n*est souvent que par induction qa-on arrive a approcher de 
la vérité^ et Thypothèse occuperà toujours une large place 
dans les travaux destinés a l'explication des monuments de 
lantiquité. 

Gomme il ne peut pas s*agir ici d*examiner tous les monu- 
ments qui, selon moi, se rapportent au mjthe d*Adonis, je 
ne ferai autre chose que vous suivre dans vos raisonne- 
ments. 

Vous faites observer que, dans les peintures de Pompei, 
ainsi que sur les sarcophages de l'epoque roniaine , c*est tou- 
jours Adonis mourant qu*on a représenté , et jamais V union 
d^Aphrodite et de son amant. Il y aurait quelque objeotion à 
faire contre un axiome aussi absolu, puisque le groupe amou- 
reux de Vénus et d* Adonis se troupe sur les sarco}diages, 
cornine j'aurai bienlót occasion de le montrer. i 

Je n'ai pas Tintention de réchercher ici pour quelle raison j 
les peintres qui ont décoré les maisons de Pompei ont préféré 
la scène lugubre du mythe d'Adonis à la scène vohiptueuse. 
Gomme vous en faites la'remarque, la mort du jeune homme 
est un des traits caractéristiques de cette tradition; mais la* 
mour d*Aphrodite pour le bel adolescent me semble aussi en 
étre un des traits les plus importants. Les poétes font sans 
cesse allusion a la passion de la déesse ; il est vrai que , dans 
ces allusions , l'idée de la séparation sé He toujours à Tidée de 
Tamour. Mais cette trìstesse, causée par la mort ou par lab- 
sence, se rattache étroitement à toute passion amoureuse, et 



A M. JAUA. 389 

se retrouve dans lous le5 poémes érotiques. Quant aux sarco- 
phages , il est fort naturel que la mort d'Àdanis y ait occupé 
la principale place , parca que dans ces sortes de monuments 
on recherchait, en general, des sujexs qui pouvaieut oiTrìr une 
allusion funebre. C*est pour cette raison qu on voit si souveot 
sur les sarcophages la mort de Méléagre, Actéon déyoré par 
ses chiens, la mort des Niobides, Diane et Endymion> Proté- 
silas, le meurtre d*Agamemnon , renlèvement de Proserpine, 
celui des Leucìppides, la mort de Seuiélé^ Ces myihes expri*^ 
maieut) d'une manière plus ou moins directe, avec plus 
ou moins d'eaphémisme , Tidée de Vàme qui se séparé du 
corps (1). C'est ayec la méme intention qu'Adonis, tue par un 
sanglier, figure sur la face principale de quelques sarcopha- 
ges j tandis que les autres scènes de la tradition sont repré- 
sentées dans les bas*reliefs secondai res et sur les faces late- 
rales. 

Les Xerres cuites, les vases peints et les miroirs'.étrusques 
ne doivent pas étrerangés dans la méme classe que ies sai:co- 
phages. Cbaqoe classe de monuments a son caractère.^ part , 
et il est nécessaire: de faire cette distinctìon ehaque foi&qu'gn 
veut établir des rappirochen^ents. S*il est. yrai que la plupart 
des vases peints offrènt des scène» funèbir^s , souvent il est 
difficile d'j découvrir cette intention , parca que l'alliision est 
indirecte^ Yoilée, et, par conséquent, peu aai^issable» Ite^.idées 
euphémiques doniinent dans les ceuvres de Tart sorties de la 
luain des Hellènes; Tart grec, surtout Tart attique, moiUrait 
de Téloignement pour tout ce qui exprimait, d'une manière 
trop directe, des.idées tristtìs ou lugubres. Les scènes érotì- 
quea foumissaient une- allusion funebre, qui se trouvait 6uffi* 
samment judiiquée, et e est pouf cette raison qu'oQVoitusi^ou- 
vent sur le& vases peints des poursuites amouj'euses : lupiter 
et Séméié ou Egiae, Neptune et Amynione ou Ethra, ApoUon 
et Daphne, Borée et Orithyie, TAuroire et Céphale, Thésée et 
Hélène ou Périgune, et surtout Pélée et Thétis. Tous ces sur»< 
Jets ont un sens funebre. 

(1) Cf. VÉUte des monnments céramographiqi$€s , tt I, p. 22-23. 



S90 XVIN. LBTTIIE 

Lart étrusque était moins délicat dans te choix des sttjets. 
Si chei les Hellènes l'idée du beau Temportait sur lenite autre 
considéradon ; si, par suite de Fentliousiasnie de ce peuple 
pour le beau y les artistes chercbaient a voiler, sous des traits 
euphémiques, les idées tristes de la destruction des étres, 
chez les Etrusques, on était loin davoir la méme préoc- 
cupation. Eneffet, des scènes de mort et de carnage, des 
monstres, des fìgures bideuses, apps^raissent souvent sur les 
monuments etrusques, méme sur oeux qui ónt subì rinfluence 
de lart hellénique. Et pourtant , malgré cette tendance qui 
portait les artistes etrusques a ne reculer jamais devant la 
représentation d*une scène sanglante, ou méme bideuse, ce 
sont les miroirs etrusques qui noiis ofifrent, d*une manière 
incontestable et sous u^e forme gracieuse, les amours d'À* 
phrodite et d*Adonis. Gomment expliquer cette espéce d*ano- 
malie? Et les Grecs qui rechercbaient les sujets agréables , les 
scènes voluptueusesi n auraient jamais songé à retracer sor 
leurs monuments le groupe érotique des deux amanis célestes! 
Ce serait éyidemment étrange. On dira que l'nsage auquel 
étaient destinés les disques métalliques qui servai^fit de mi* 
roirs cbez les anciens, explique suffisamment cette préfé- 
rence que les artbtes etrusques ont donnée à la scene to- 
luptueuse ; on dira que des groupes érotiques convenaient à 
un meublé de toilette. Mais sait-on d'une manière positÌTe si 
tous les miroirs sans distinction ont servi à la toilette des 
femraes? Cesi là, ce me semble, une question qui n'estpas 
encore résolue. 

Quant au beau groupe de l'ile de Nisyre , possedè et pnbiié 
par M. Thierscb (1)| je ne saurais trouver aucune diffictdtésé- 
ricuse à admettre l'explication du savant professeur de Hunich. 
M. Raoul Rochette (2) reconnatt aussi dans ce groupe Aphro- 
dite et Adonis. Si la taille d'Adonis est debeaucoup inierieureà 
celle de Yénus, celanemesemblepas ofifrir une objection de 

(f) Feurum artificum opera poeumun carmmiòms explicata,- Mon., 1835, Ub. V. 
(2) Choix de peintures de Pompei, p. I19> 



A M. JAHH. 391 

quelque valeur, puisque , sur un miroir oonnu depuis longtemps 

etpubliéparM. Inghiranii(l)) Adonìs(UHVtA)est représenté 
très-jeune. Sur un autrd miroir, il est figure avec dea ailes , 

comme Èros (2), et, sans le nom {iHVtA écrit à cdt^delui, 
on regarderaìt certainement cet adolescent ailé comme le fils 
d'Aphrodite. Il faut se rappeler aussi que dans ridylle de 
Th^ocrìte, où il est question des Adonies célébrées a Alexan« 
drie par Arsinoé, femme de Ptolémée Philadelphe, le poète 
nous représente Tamant d'Aphrodite à pei ne kgé de dik'^huit 
ou de dix*neuf ans : 

Et dans un autre endroit du méme petit poéme, Théocrìte dit 
qu*un léger duvet couvrait à peine ses tempes : 

....IIpSTOv fouXov cbci xpoTdl^v xorraSoXXojv, 
'O tpifCXocTO? 'A$(i>vic (4). 

Il n*y a dono rìen à conolure contre la présence d*Adonis,, 
quand je donne ce nom à un éphèbe très-jeune place près 
d'Aphrodite. Il se pourrait m£me que le groupe dò terre euite 
peinte, public par le baron de Stackelberg (5), où nous voyons 
un enfant, qui offre quelque ressemblance avec les berma- 
phrodites , s'approcher d'une femme a demi nue , repréientàt 
Vénus et Adonia. Du moins, je n'hésite point à reconnaitre ces 
deux personnages dans un autre groupe de terre peinte , pu- 
blic dans le méme ouvrage (6). 

M. Roulez a publié un bas-relief de terre cuite sur lequel or 
sarant a oru reconnaitre Vénus et Adonia, accompagnés de- 



(1) JKm. etr„ II, tat. XV; Gerhard, Etrutkìtcke Spiegei, Taf. CXV. 
CX) Gerfaard, /. cit.. Taf. CXYI. 

(3) Thcocrìt» IdylL, XV, 129. 

(4) Tbeoerìt, L ck^ 85*86. 

(5) Die Grmigr der BelUnen , Taf. LXI. Moo Mvant oonfrère, M. Roolem^ a auMt 
ezpliqué ce groupe par Vénns et Àdonis Androgine. BuU. de VAcadémie rajale dt 
BruxelUt, tom. VIII, pari. 2, p. 535, note 7. Tout réoemment M. Raoul Rocbelte 
{Ckoix de peinturts de Pompei, p. 121) a admis cette explicatioo. 

(6) Stackelberg, l. cit., Taf. LXVIII. 



392 XVIII. LBTTRB 

l'Amour. lei rìen de caractérisciqiie ^ à votre avis, n autorìse à 
donner ces noius à une scéne érotique qui ft*explìque Bssdz 
d'elle-méme,' sans qu*il soit nécessaire de préciser les noms des 
deux amants. Les scènes des miroirs nous ont pourtant habi- 
tués a reconnaitre dans ces sortes de groupes Venus et Ado- 
nis j et là aussi tout attribuì manque ; mais les noms inserita 
près des personnages ne permettent pas de méconuaitre le 
sujet* Ainsi dodc, si nous manquions de tout élément propre 
à fixer le sens de la scène, je serais assez porte à adopter l'ex- 
plication de M. Roulez. Mais dans le bas-relief . publié par 
mon savant confrère, je crois distinguer sur le siége qui seit 
aux deux amants, non une simple chlamyde ^ corame Ta dit 
M. Roulez (1), mais bien une peau de lion^ dont une. des pattes 
retombe sur Tépaule gauche de la jeune l'emme. Cet attribuì 
indique , sans aucun doute, Herculcy et le bas-relief doit avoir 
pour sujet les amours de ce héros. Peut-étre sera-t*on autorisé 
à donner aux deux personnages les noms ò!Hercuìe etS. An- 
ge (2), ou ceux A'HercuU et Aliale (3), si tot|tefois on ne pré- 
fère reconnaitre dans ce groupe le fils d*Alcnaène et la reine 
de Lydie , Omphale, 

S'il est permis de conserver qiielques doutes à Tégard des 
scènes figurées sur les miroirs étrusqués , dans lesqqelles 
M. Gerhard a cru reconnaitre Vénus et Adonis> sansqoetou- 
tefois les noms des personnages sj lisent, il jxe saurait en étre 
de métne- de tou& les miroirs anépigraphiques en general , 
quoique Tabsence d*inscriptions puisse donnear Ueu àdes con- 
jectures' plus ou moins fondées ^ d'ailleurs cet ioconvénient se 
présente non-seulement pour lès^ sujets d'Adonis, mais pour 
tonte autre représentation où les attributs ne viennent pas 
suppléer à labsence des inscriptions. 

(1) Bull, de VAeadènùe rodale de Bruxelles, tom. Vili, part.' 2, p. 537.* 

(2) Ci. Raoul Rocfaette, Mèmoires de tuuiUsmadque et d'uaiHquitè,-^. IS9 et ssàvf. 

(3) et. G. MinerTÌiii , // mito di Ercole et di Iole ; Nap. 1842. Yoyvi ansi Gerhard, 
Berlm*s ant. Bitdwerke, n* fOIS; ApulUche Vasenhilder dee Keèkigl, :Btiisaim* zu 
Berlin, Taf. XY.— QaoiqueM. Raoul Rocliette {Chaùt de peinluretde Pompei, p. I20; 
appronre Texplication de M. Roulez, la peau de lion me nemble deroir exclorc tontr 
poisibilité de reronualtre iii jidortix. 



A M. JAUV. 393 

Le premier des deux miroirs anépigraphiques (1) vous parak 
offrir le Jugemsnt de Paris avec quelques varìanles de la tra*- 
dition ordinaire, pltitót qtie Vénus et Adonis, à cause de la 
présence de Minerve et d'une autre déesse dans laquelle vous 
reconnaissez Junon. Cette explication est ingénieuse, et je se* 
rais assez porte à ladmettre, ainsi que celle que vous propo- 
sez pour le second miroir (2) , oii vous reconnaissez Neptune 
et jyro{^\ ToutefoiS| il faut observer que la nudité complète 
de Téphèbe dans Fune corame dans lautre de ces compositions, 
labsence totale dattributs, quanta Neptune , dans la seconde, 
pourraient f'ournir des objections contre votre manière d'in- 
rerpréter ces deux scènes. Toute réflexion faite^ le nom d'Ade* 
nis serait encore un des mieux cboisis, à moins que sur le 
second miroir on ne voulùt reeonnaitre Pélée et Thétis (4). 

On pourrait rattacher au mythe d*Adonis un miroir inédit 
de la coUection de M. le comte de Pourtalès. On y voit une 
déesse nue et ailée, assise, qui caresse un éphèbe. Une seconde 
déesse debout et vétue pourrait étre PUho ou Proserpine. Je 
ne disconvìens pourtant pas que ce sujet puisse se rapporter 
toutaussi bienà l'Aurore et à Céphale: les ailes que l'artiste 
a données à la déesse justifieraient assez cette explication (5). 

Je suis heureux de me trouver d*accord avec vous et avec 
M. labbé Cavedoni quant au miroir publié par M. Inghirami (6). 
11 est plus que probable que le nom de Téphèbe doit se lire 
MVtA, au lieu dHVUA» qiioique cette dernière for- 
me puisse se justìfier par le nom Acà (7) que Ton trouve dans 
les auteui*s anciens. 

(1) Gerhard, Eiruskische SpUgel, Taf. CXII. 

(2) Idem, iòid,. Taf. CXIH. 

(3) Cf. Otto Jaha, Archmologische Attftmize, 5. 147 folg. 

(4) M. Raoul Rochette {Choix de peinture* de PompU , p. 126) n'iiésite poitit à ran- 
ger pamrì lei snjeu d*AdoDis ces deux miroirs anépigraphiques. 

(.>) On connate pourtant quelques Vénus ailées. Vo^ez mon article iotitulé : Enee 
gauvi par P^éntu, dans les Ann. de Vinti, arch.^ t. XV, p. 64. 

(6) Lettere di eirtuea eruditione, tat. HI; Gerhard, Eiruskische Spiegel, Taf. L , 2. 
Cf. Raoul Rochette, Ckoix de peiniures de Pompei, p. 124. 

(7) Cavedoni, BuU. de Vinti, arek., 1841, p. 139 et suir. Cf. rr que j'ai dit sur 
rette épitbète dan» le» JVouv. Ann., t. 1, p. f>i9 et suìt. 



394 XVIII. LBTTRB 

Voub convenez qu« sur les miroirs F'énus ei jédonis $e mon- 
trent sous des traiis sipeu caractéristiques , que le sujet de ces 
sortes de représentations resterait complétement incertain si les 
inscriptions ne lefaisaient connaiire. Yous rapportez à Adonis 
mourant une pierre gravée, publiée par Eckhel(l). Un chien 
et deux amotirs entrent comme accessoirea dans catte oompo- 
sition; du reste, ni Adonis, ni Vénus ne portentaucun attri- 
but. Mais queis sont les attributs particuUers d' Adonis ? On ne 
les oonnait pas; ni les monuments, ni les récits mythologiques 
ne nous représentent Adonis autrement que sous les traiti 
d'un chasseur, mais d'un chasseur efféminé, trop déUcatpour 
snpporter les grandes fatigues. Quant à Vénus, si l'Amour n'est 
pas à ses còtés , on la reconnait a la nudile compiòte dans les 
monumenta de la belle epoque ; ou si la déesse porte quelque 
attribut, c'est un miroir, une pomme, une colombe, uoe 
sphéra ou un lécythus (2); quelquefois Vénus ne tieni qa'un 
sceptre (3). Les attributs d'Adonia et de Vénus sont donc trè»- 
▼agues, ou, pour mieux dire, ni l'un ni l'autre n'en ont de 
bien déterminés. 

Le miroir où ltAMA0lt présente une colombe à ^IMVtA 
ailé, comme Èros, sort tellement des traditions ordinaires, 
qu'il faudrait ici entrer dans une longue discussion pour 
examiner les rapports qui existent entre Adonis et Eros, et 
pour pénétrer dans le véritable sens de ces représentations. 
Au fond des idées, Adonis et Eros ne sont quun seul et 
méme personnage : car Adonis, d'après une étymologie forgée 



(1) Pienes gravées, pi. XXXIIL 

(2) Dans U collection de feu M. de Pslia à Rome exiattit ime tUMette de breoir. 
repréMBUot Teniu une tandale à U raain. 

(3j Laborde, Fates de Lmmòerg, I, pi. XXV i Élite de* hum» céramogn^kiqats, 
t. in, pi. XVII. Ce n*est que le nom écrit «a-detMi» de la téte de la déeuc et la place 
qnVUe occnpe dans la scène de Neptnne qui ponrsnit Amymone » qui pnisse fairc re' 
connaltrc Vénus. Dans un grand nombre de soèoes reladves au Jugemeat de PArU. 
Vénus ne porte aucun attribuì, pas |»lus que fanoni et, par conséquent» U est iiapo»* 
sible de distiaguer res deni dée&ses. 



A M. JAUN» 305 

par les Greca, personnifie V amour ou ìeplaisir (1). Je me con* 
tent^;3Ù pour l*ÌDstaiit de décrire un petit vaie inédit da Cabi- 
net dea Médailles, surlequel paraiasent Aphrodite et Eros dans 
un rapport intime, non comme une mère a^ec aon fila, mais 
conune deux amanta, aujet qui rappelle le groupe du superbe 

miroir de M. Gerhard, sur lequel EKonysus, ^HV48V8« ein- 

braase Sémélé, AJI<1>13^ (2). On Toit sur le yaae dont je viens 
de parler, Aphrodite aasiae et Éroa debout devant elle, qui, 
jetant aea braa autour du cou de la déesse, lui donne un bai- 
ser sur la bouche (3). Un éphèbe sana ailes accourt derrière le 
aiége aur lequel eat asaiae Aphrodite; deux cygnea aont placéa 
à droite et à gauche du groupe. 

Je partage TOtre opinion à I egard d'une claase d'ouvragea 
de l'art étrusque^ d^na ieaquela on reconnait une influence 
trèa-prononcée de l'art grec; maia je ne sauraia admettre que 
partout l'art étruaque ae montre affranchi dea idéea de l'O- 
rient. J'ai la conviction, au contraire, et cette couTiction re- 
poae aur dea obaervationa répétéea à pluaieura repriaeai que 
l'influence de TOrient ae découvre dana un grand nombre de 
monumenta étrusquea qui portent l'empreinte de rheliénisme. 
Je vaia plua loin. Il existe une catégorie entière de monu- 
menta étruaquea de tout genre, terre cuite, bronze, or ou 
argent, aur Ieaquela on n'apercoit aucune trace de l'art bel- 
lénique; bien au contraire, dana ces monumenta tout est orien- 
tai, le travail, tea acènes, tea coatumea, lea attrìbuta : jusqu'aux 
animaux et aux plantea, tout eat emprunté à l'Asie. Gette caté* 
gorie de monuments étrusques sur la fabrication desquela l'art 
grec n'a eu aucune influence, eat trèa*nombreuae; c'eat preci- 
sément à cette catégorie qu'appartiennent lea monumenta qu'à 

(I) Heaych., i;. ìiSdl, i^8ovi). Folgent., JUj/tk., IH, 8. Adon enim grasce suavitas 
dicitur, 

(3) Mon.inéd. de Vlnst. arck,, t. I, pi. LVI, A; Gerhard , E truskische Spiegel, Taf. 
LtXXilII. Cf. le s«tyre barba qui renverse la téte en arrìère et ombrasse ainsi une 
menade. Tiscbbein, f^ajes d* Hamilton, I, pi. XLIX, ed. de Florence; I, pi. XXXVIII, 
ed. de Paria. 

(3) Un sajet analogae a été publié dans la seconde coUection d'Hamilton. Ttscli- 
bein, HI, pi. XXUI, ed. de Florence; IV, pi. XVIII, ed. de Paris. 



396 XVIII. LETTRIS 

coup sur on peat regarder conime les plus ancietis, puisque 
ces monuments se trouvent dans des tombeaux d'une u-ès- 
haute antiquité, sans étre mélés ayec dautres dont le style 
rappelle les arts de la Grece. La grande tombe de Csere| dans 
laq nelle on n*a trouvé aucun objet qui annoncàt la civilisation 
grecque, est un exemple qui vient à Tappui de cette observa- 
tion; tout ce quon en a tire accusait une influence purement 
asiatique ; ce qui a fait dire que, parmi les nombreux objets 
d*or et d'argent que renfermait cette tombe, il sen trouvait 
peut^étre qui avaient été apportés de TAsie lors de la grande 
émigration de Lydie sur les cótes de la mer t7rrhénienDe(l). 
Il est vrai que, dans d*autres tombeaux, on trouve des objets 
disparates, les uns empreints d'un caractère asiatique, les au- 
tres rappelant les formes de Tart hellénique : ce sont les toni* 
beaux de Tépoque de transition. Mais Tart étrusque a conserve 
longtemps, méme sous la domination des Romains, des rémi- 
niscences de son orìgine asiatique; on trouve encore destraces 
de cette réminiscence sur des monuments d une epoque assez 
recente. 

On ne doit pas étre surpris si sur le célèbre miroir duVa- 
tican (2) , que j'ai expliqué par la dispute de f^énus et de Pro- 
xerpine pour la posaession d'uédonìs^ ce dernier personnage 

porte le nom purement orientai de Thammuz (ViMflO), quoi- 
que le costume, lentourage et tout Tensemble de la scène 
aient revétu des formes helléniques. J*accorde que la forme 
sous laquelle nous connaissons la dispute de Vénus et de 
Proserpine au sujet d*Adonis soit une forme grecque; mais 
la tournure astronomique de ce mythe rappelle FOrient (3\ 

(1) Vojez Raoul Rockette, Journal des SavamU, juìd 1843, p. 354 et nùr.; Iiitrt>- 
ducHon il Vètude des l'ases peìnts, dans le secood volume de Y Élite des monumaù* 
céramograpkiques t p. XII. 

(2) Mon, inéd. da l'Iast. arch^ t. II, pi, XXYIII; Museum etruseum Gregoriamum^ I, 
lab. XXV. M. Raoul Rochettc {Choix de peintures de Pompei , p. 126 et 127) reganlr 
l'explication que j*ai donnée du sujet trace sur ce miroir comme rexplìcation la pio» 
plamsihle, malgré le* diffirullés qui Tentourent et qui ré»ideot dans la lectore mc'iiir 
dea inscriptioos. 

(3) Cf. Raoul Ruchette, Choix de peint. de Pompei » p. 114 et »uiv. 



A M. JARN. 397 

Notis IH? saTons rien de la forme primitive qu avait ce mytlie 
en Asie avani qu il eùt été embelli par la poesie et l'imagi* 
nation feconde des Grecs. Mais le nom d'Adonìs, dans sa 
transcrìption gtecque, appartieni lui-roéme à une bouree orien- 
tale (1). Ceci est incontestable. Le nom dìAdonis est le méme 
que celui ò^ Adottai chez les Hébreux. En réalité, e est plutót 
un tkre honorifique qu*un nom propre, puisque Adonis répond 
au Ktlpio; des Grecs , au Dominus des Latins (2). Je sais bien 
que le nom lì' Adonis se trouve dans les auteurs grecs, qu*il a 
été adopté comme nom propre par les Grecs ; mais chez les 
Étrtisques , peuple qui tirait son origine de la Lydie, on se 
trouve sur un tout autre terrain. Il n*y a pas irop de hardiesse 
a admettre comme un faìt, sinon certain , du moins probable , 
que les Étrusques aient conserve dans leur langue des mots 
orientaux;le système graphique des Étrusques, où Fon trouve 
Tellipse des voyelles, se rapproche en quelque facon des idiomes 
sémitiques. Rencontrer un nom orientai et hors d*usage chez 
les Grecs, sur un monument produit par un peuple d'origine 
asiatique, n'est pas une chose qui doive surprendre. Je n'i» 
gnore pas que le noni de Thammuz ne se lit que dans le 
passage du prophète Ezéchiel et dans les commentateurs qui 
ont examtné ce passage; mais si méme on regarde ce nom 
comme étranger aux idiomes sémitiques, comme quelques sa- 
vants sont portés à le croire, il n*en resterà pas moins cer- 
tain que Thammuz était le nom du mois, chez les Syriens et 
chez les Hébreux, dans lequel on «élébrait les mystères d'A- 
donis (3). Le nom d'une divinité aussi célèbre en Orient que 
rétait Adonis a bien pu étre employé pour designer le mois 
dans lequel on Thonorait d*une manière solennelle par des 
fStes et des cérémonies diverses. 

Sij'ai cherché dans la langue grecque Vinterprétatìon des au- 

(1) Bjhlius Adon. Martian. Capella, 11, 192, p. 237, ed. Kopp. 'Affavpio; "AJwvk;. 

Nonn., i>«Mt7*.,XLI, 157. Hetycfa., v, 'ASwvi; $e<món}; Oicò «^om'xwv, xal póXou 

(Uge B^Xov) 6vo|ia. Cf. Motcts, Phanicier» S. 195. 

(2) Cf . Movert, PArtMucwr, S. 194. 

(3) et. IVouv. AnnaUs, t. I, p. 542. 



398 XVIII. LETTRE 

tres noms mscrits sor le miroir du Valican, e est que, je lavoue, 
la scène a d ailleurs un caractère tout à faìt hellénique; e estque 
aussi, la plupart du temps, il iaut recourir au grec pour trou- 
▼er Fexplication des noms ptopres trac^s sur lei imroirs étrus- 
ques ; doctrine dont Lansi a depuis longtemps démontré la 
juste application. Mais il y a une foule dexceptions à cette 
règle^ et je suis«onyaincu, comme je vìens de le dire, que lelé- 
ment orientai a joué un grand rote dans la langue étrusque. 

Je citerai, à lappui de cette reniarque, un fragment de vase 
que jai vu, en 1838, au Musée de Volterra; on y Ut une ins- 
cription , en caractères phéniciens , qui a été copiée par M. Le- 
normant. Ce fragment est de terre noire semblable aux Tases 
noirs qu on trouve abondamment dans les tombeaux de 
Chiusi, 

G'esc déjà aux idiomes sémitiques que j*ai eu recours pour 

expliquer le nom JIQA » que porte Adas sur un autre miroir 
duVatican (1). Du reste, vous avez parfaitement raison dere- 
marquer qu'il règne encore beaucoup d'incertitude dans le sens 
des noms qu0 présentent les monuments étrusques, toutes les 
fois qu on ne peut pas les rapporter à des sujets connus de la 
mythologie grecque. Mais, tout en convenant de ce fait, il but 
aTouer aussi que, dans certains cas, nous Toyons des person- 
nages parfaitement grecs pour la forme extérieure, porter des 
noms qui s eloignent tout à fait des noms grecs. Dans la caté- 
gorie des noms étrangers, on peut ranger ceux de Taran^ 

Mfl<lVt (2), Thalna, (\\A^f\0,Sethlans, MMAJ03Ì, Tiaia, 



(1) Micali, Mon, ined,^ Ut. XXXVI, 3; Atuseum eiruseum Gregorimnum, I, tab. 
XXXYI, 2; Gerhard, Etruskische Spieget , Taf. CXXXYH. VoyM les Nimv. Atuudu, 
t. n p. 540, note 4. M. Felix Lajard {Ann. de l'Inst, arch,, t XHI, p. 230, note 6) cob- 
«idère comme a&iatiqnes Ics noms òìAtunis, de TVtraji, de Thamu et d*Euiurpa. Mais ce 
«•▼ant n*entre dans ancnn déreloppement, et n*expliqne pas les motifs sor les^neb il 
se fonde. Cf. aussi Roules, BuU. deVAcadémU rojrale de Bruxelles, X. Vili, part 3, 
p. 526. 

(2) Selon K. O. MùUer {Etnuker, Ut, 3, 1 1), | f VO 8 s«rait la forme étros^e da 
nom d'j49po5ÌTi|. Il est qnestion de Frutte comme nom de Ténns, dans Solin, II, 14. 
Da reste, ce nom , autant que je sache, ne s'est pas trouré jusqu*à ce jonr sur les no- 
aumeats étrusques. Cf. Panofka^ Terracotten des Kanigl. Muteums zu Bertin, S. ?4. 



A M. JÀRIf. 399 

AIMIt, Turms, iWKVt, Thesan, MAi^O. Usil, 4IMV, 
Phuphluns, ÌMV48V8, Tipkanati, ItAUfAOlt, £peur, 
< V31^ . Pulihisph, ®ilOJ V1 , Snenath, OAM5MÌ , i>//irt, 
OHI^J 9 et plusieurs autres; dans cette classe se rangent aussi 
presque tous les noms particuliers des Lasae^ comme Sitmica^ 

A)ll*1tU, Thimraey3t>i(\VA\^y /faci/«tfte, Ar3MV0AQ. D au- 
tres Doms s*expliquent au moyen du latin , comme ceux de 

Menerfa^t>r\<i9\^3V^. Thana, AMAO(l),iVeMwiM,iMVO^M» 
Uni^ IMVf PhlerCj ^<]?JS, etc. Mais les noms grecs et les 
noms étrangers de toute natur<» se trouvent sur les mémes mo- 
numents, et ce mélange se reproduit sans cesse ;d*où ilfaut 
conclure que Télément hellénique , du moins pour la langue , 
ne domine pas sans partage dans les ouvrages étrusques. 

Panni les épithètes prenant la place du nom propre, vous 
nadmettez comme certaine que celle de ^3IMA4A3(KaX3Ltvi- 
xo^), qui désigne Hercule,.et tous ne croyez pas que, jusqu'à 
ce jour, on puisse justifier les autres exemples que j*ai cni 
trouver sur les miroirs, de cet usage de substituer une épithète 
qualificative au nom propre. Maintenant nous n*aurions que 
ce Seul exemple de ^01 M A4 A3 (KaXXivuoO» dont le sens nous 
est connu , parce que la transcription étrusque n*est qu'une 
corruption du grec, qu*il suffirait pour nous autoriser à re- 
chercher si cette substitution d une épithète à un nom propre 
ne se reproduit pas dans d*autres cas. Les poétes remplacent 
souvent les noms des dieuz par des épithètes. Sans parler ici 
des noms patronymiques qui, sans cesse, servent a designer des 
dieux et des héros, comme Kpovt^Y}^, ÀoxXTiinà^'n^, npta[i.t^7)c, 
Àrpei^ì)^ , ne trouvons-nous pas dans Homère et dans tous les 
poétes en general une foule d'autres épithètes qui sont mises a la 
place des noms propres ? OXufJwrioc (2) ou OXu[jLirio^ ÀaTepoitiQ- 



(1) Tkana n*est pent-éére pus la Diana des Latìns; c'e«t peut-étre It forme fémiahie 
da nom de Tàv, <|iii désigne Jupiter chex les Crétois. Eckhel, Z>. N., II, p. 301. 

(2) Homer., tUad., A, 583, 5S9; B, 309; A, 160; 8, 335; N, 58; S, 79; T, 108; X, 
130; Q, 140, 175; Odjss., A, 60, 



400 XVIII. LKTTRE 

ty(; (1), KeXaivefvl; (2), sont les épithètes de Jupiter; Foirio- 
^0? (3) ou rawy^o; Èvvoaiyaio; (4), ToLìM(y](o^ Kuavo;^aÌT7i;(5), 
Èvo(j43(^6a)v (6) , Èvo<Tij^6(ov Kuavo^^aiTYi; (7) , ÈvvoGiyaio; (8), Kua- 
vojraiTYi; (9), désignent Neptuiie; Apollon porte les épithètes 
d'Àpyupo'Toèo; (10), d'ÉxYjgoXoi; (U), d'txoLTn€oko(; (12), d'Éxa- 
To; (13), d'Éxacpyo?(14); Diane, celles dÌo)^éaipa (15), de Ke- 
XaJeivYi (16); Minerve, celles de rXauxSm; (17), d'ÀrpuTcuvr 
(48), de Tpttoyiveia (19); Vénus, celles de RuTcpi? (20), dr 
Kuflgpeta (21); Vulcain, celles d'Àji^iyuioei; (22), de KuìlXoitg- 
'Ji(«>v(23); Mars, celle d'ÈvuoXio? (24); Nérée (25) et Protée (26), 
celle d'oXtoc yépcovj Apyei^ovTTj? enfin désigne très souvent 



(I) iRad. A, 680. 

(I) lUad, O, 46 ; Odrss. N, 147. 

(3) //W4/. N, 83, 125. 

(4) iKorf. 1, 183; N, 59,677; S, 355; % 584; Odyss.X, 240. 

(5) //^i/. O, 174,201. 

(6) Iliad, e, 208; N, 10, 89; T, 13; *, 435; OJjss. E, 375; H, 35; I, Mi, 
M, 107. 

(7) Odjss. r, 6. 

(8) Iliad. M, 27; S, 510; O, 173; T, 20, 310; 4>, 462; Oi/^w. E, 413;Z, 3W.I, 
5I8;A, I01;N, 140. 

(9) Iliad. T, 144; Odyss. I, 536. 

(10) Iliad. A, 37, 451; E, 517; *, 229; Q, 56. 

(II) Iliad. A, 96, 110; X, 302. 

(12) /?*«/. 0,231 

(13) Iliad. r,7ì. 

(14) Iliad. A, 147, 474; H, 34; *, 472, 600; X, 15. 

(15) Iliad. 4», 480; Od^ss. A, 197. 
(l6;//ia</. *, 511. 

(17) Iliad. e, 373, 406, 420; O, 26; Od^ss. B, 433, T, 135; Q, 539. 

(18) Iliad. B, 157; E, 115, 714 ; 4», 420; Od^ss.à^ 762. 

(19) Iliad. A, 515; 6, 39; X» 183. 
(20; lUad. E, 330, 422. 458. 

(21) Od^ss. e, 288; £,192. 

(22) Iliad. £, 383, 393. 590. 613; Odjss. 6» 300, 349, 357. 

(23) Iliad. S, 371 ; T, 270; *, 331. 

(24) Iliad. B, 651 ; H, 166; N, 519; P, 2i9; I, 309; T, 69; X, 132. Evcua>io; {«^ 
e%t le nom de Man sor nn célèbre roAe peint do Masée BrìUnnique. Élite da mes 
eèramogr., t. I, pi. XXXVI. Yalcain porte le nom de AaiSoXoc &ur ce méme Tise- 

(25) Iliad. A, 538, 556; S, 141 ; T, 107; Odyss. Q, 58. HaXio; Ycpov désigne .»- 
Mir an vase peìot publié par M. Gerhard, Fasenhilder, Taf. CXXII nud CXXUI. 

(26) Oi/^w. A, 349, 384, 401 ; P, 140. 



A M. JAUN. 401 

Mercure(l). Toutes oes épithètes, et je ne parie ici que de 
celles qu*on Ut dans Hoinère , occupent la place dea noms 
propres, et cela dune manière absolue, sans étre précédées par 
le nom propre. Ce qui est a remarquer, c'est que souvent deux 
épithètes se trouvent juxtaposees, comme une épithète qualifi- 
catÌYe est accolée à un nom propre, tandis que dans d'autres 
cas chaque épithète prise isolément tient lieu de nom propre. 
Sur les vases peints^ on trouve quelquefois des épithètes 
substituées aux noms des dieux aussi bien qu*aux noms des 
héros (2); tous avez voulu^ dans une autre occasion (3)> 
mettre en doute plusieurs des exemples qui ont été cités j et 
rÀluire cet usage à des exceptions peu nombreuses ;. je ne puis^ 
à cet égard , partager votre manière de voìr. 

Quant aux vases peints, il est certain que, jusquà ce jour, 



(f) //mi/., n, m ; 4>, 497; O, 109; Odfss., E, 49, 75 éi passim. 

(2) BaouI Roehette , Mémoire sur Alias, p. 58 et 59; Roales , Bali, de tAcadémie 
rojaU de BnustUes, X. YIII, pwt. 1, p. 437; t. IX, part. 1, p. 267; Lenormiit et de 
Witte, (Utt des mon. eèramograpkiques, U I, p. 280 et ■uìt. Cf. auBti ce qoe j*ei <Ut 
dans les Nou9, Jnn.^ 1. 1, p. 518; Bull, de VAead, nyale de Bruxelles, t. X, pwt. 2, 
p. 92. 

(3) Arehteologigcke Aufseetxe, S. 128 folg. Yoat croyez attssi (l, eiti^ 5. 130) 
probable qne sur le beau vase, aotrefoia de la eollectioo Beagaot, anjourd'hiii daoR 
celle de H.Williamt Hope à Paris (Gerhard, AuserUsene Fasenbilder, Taf. yjLll, Élite 
des man, eéram.^ t. Il, pi. LVI; Cat. Beugnot, n** ^\, le nom d'AlAOS doit »e lire 
op'tcHIAOZ. M. Panofka (AUgemeùte Literatur Zeitung, oet. 1840, S. 226) a^ait déjà 
exprùné lea mémea dootes à l'égard de rinacrìption AIAOS, attriboant aox reatanra- 
tions modemea la diaparìtion dea lettrea qui commeocent ce nom. Maia cette hypothèae 
est iaaontenable, puiaqoe rinscription est intacte et complète; le mort;eaa coavert de 
aon email noir qoi précède le nom est antique; or, snr ce moroeau il ne reste pas la 
noindre trace de lettres effacées. Le nom d*AIAO£ eat un dea pina tndnlùtiii»let qne 
lea Tnses nona aient fournis. M. Panofka a ezaminé de Doaveau, en 1844, le moooment 
originai, et ce savantne me déaaTOuera pas qnand j*afBrmeraì qu*il partage mainte* 
naat mon ayis aar le nom d*AlA0S. C*est une épithète d* Artemia qui, dona VOdyssèe 
{JBff 123; £y 201; r, 71), porte le titre d'&YyTJ. Il est dn reste fort téméraire de rou- 
loir corrìger des inacrìptions , qnand on n*a pas sona les jeox les monnments origi- 
nAnx; encore fant>il une grande habitnde et un coup d^oeil exercé pour lire les ins- 
crtptiona tracées snr les rases peinta; souvent la conleur violette on bianche qui a 
serri à indiquer les lettres a entièrement disparu; et, dana ce cas, comme cette conlenr 
»'n été que snperpoaée, il ne reste plus snr Pémail noir qn^one cmpreinte teme qn'il est 
difficile d^aperceroir. Il n*en eat paa de mème dn nom d*AlA0S , qui est trace en 
benox caractères, a« moyen de la conlenr Tiolette. 

26 



402 XTIII. LETTRE 

du moÌDS à ma coniìaìssance , aucune inscr^Uon nest Tenue 
conBi'mel* Texplication que j*ai cru pouvoir proposer pour cer* 
tains sujetd qui montrent Un couple d'amants dans des poses 
▼arìées : se donnant un baiser sur la bouche , assis près lun 
de 1 autre, se tenant embrassés; quelqtiefois le jeune homme 
debout et la femme assise. Il m*a pam que le plus grand 
nombre de ces scènes se rapportaient aux amours de Véniis et 
d'Àdonis. Èn rapprochant ces groupeS de ceux qui sont figu- 
rés sur les miroirs étrusques et sur quelques sarcophages ro- 
mainSi, où le sujet est caractérisé soit par des inscrìptions, 
soit par la place quii occupe, j ai été amene à reconnaitre sur 
les vases peints , dans les deux amants , Vénus et Adonis. Je 
yiens de rappeler les bas-reliefs des sarcophages : en effet, le 
méme groupe s'y retrouve, Je citerai: 

V Un firagment de bas-relief encastré dans la facade sud 
du Casino de la villa Parafili, a. Vénus et Adonis assis et s ero- 
brassant, Eros^ b. troìs chasseurs; e. Adonis ren verse parie 
sangtier : plusieurs chasseurs lentourent; d. Vénus assise, ac- 
compagnée de deux amotirs et de quatre horames debout (1). 

2^ Sarcophage autrefois à la villa Giustiniani , aujourd*bui 
au ^tican , corridor des inscriptions. a. Adonis assis avec 
Vénus, un chien , Èros, Pieho ; b. départ d*Adonis : il tient un 
cheval par la bride, deux chasseurs 1 accompagnent; e. Adonis 
renversé par le sanglier, autour sept chasseurs. Sur les iaces 
latérales, des grifrons(2). 

3** Sarcophage au Casino Rospìgfibsi. a. Adonis et Aphro- 
dite assis sur un tròne , entouré d'amours ; un vieillard (Qny- 
ras) et un chasseur; b. départ d' Adonis, qui tient son dieval 
par la bride, des chasseurs Taccoropagnent : suit Vépus qui 
fait ses adieux à son amant; des amours Teotourent; e. Adonu 
renversé par le sanglier, chasseurs et chiens ; d. Adonis sere- 
lève^ une femme le console, un homme à genoux met un ban- 

(t) Cf. Welcker, Ann, de Vinsi, ateh., V, p. t55, n» I. 

(2) CI. Weicker, /. eii,, p. 155, n" 5; BcsehrtUmng der Stadi Rom^ II, J, S. 3t. 
Bi. Engel (Kjrpnt, II , 8. 529) a era qae le Mreophage de la Tilla GiattuiaBi et «el» 
<lu Vatican étaient deux moouineots differenti. 



A M. jAaii« 403 

dage sur la plaie$ e. Adonis éyanow est assis siir un rocher; 
Vénus le caresse , des amours pleurent ( 1 ). 

4"* fia8*relief du Musée du Lourre. a. Adoaia et Yénus aasia 
et s'embrassant; plusieu» personnagesi hommes et feàimeSf 
qui paraiasent affligés| l'Amour qui veut retenir Adòuis; ^ le 
jeuue héros vewfersé par le saaglier ; e. Vénua asaiae, TAuiour 
près d elle , un autel et deux éphèbes^ Tun aemble étre le niea^ 
sager qui apporte la nouvelle de Taccident arrivé a Adonis (2). 
5* Bas«Telief fragmente de la yilla Borghése, a. Yénus et 
Adonis assis, accompagnés de 1* Amour; quatre personnagea 
tenant des javelots, et un chien; b. Adonia renTersé, d^Ua 
chassenrs et un cbien (3). 

Dans qaelques*>uns de ces bas-reliefs , la manière de repré* 
• senter les deux araants annonce une prochaine separa tion; ee 
sont évidemment les adieux du jeune bomnie qui part pour la 
chasse. Mais, de quelque fia^on qu on considère ces bas-reliefs , 
il n'en resterà pas moina certain que le gtoupe d<$s deux 
amants, pris isolement, n'offrirà rien de caractérìstique. Aucun 
attrìbvt n'indique que nous ayons sous lea yeux Vénus et Ado- 
nia plutòt que deux simples mortels ; le siége de la déesse est 
quekpefois d'une tellé simpUcité, qu'on hésileraìt à y recòUi- 
naìtre un tròne. 

U y a certes quelques mythés qu'on voit sur d'iutrea monu- 
menta , et que , juaqu'à ce joor, on n'a pas rencontrés sur les 
▼ases peints. Mais il me semble qu il n y a aucune impossibi* 
lit^ qu un jour on ne découTre plusieuts de ces mythes sur les 
▼ases. Il se peut mèrae que, fante d attributa ou d'inscrìptions, 
on ait mécotmu le sena d un grand nombre de représenta* 
tions. Dans le premier Tolume de X Élite des nionuments céra" 
mographiques (4) , on avait dit <{ue les vases peints n'avaient 



(1) Wclcker, /. cu., p. 156, n*» 6; Engel, /. «/., S. 630, n" 7. 

(2) Clarac, àfuìée de seulpiure amiique et moderne, pi. US, «^ 424; Ettgel, f. eU^ 

S. 630. n" 8. 

(3) Welcker, /. cit., p. 155, n« 3; Engel., /. e*/., S. 628, n" 3. Cf. Nibby, Mnn, 
scelti della villa Borghese^ tav. V. 

(4) P. 3. 

26. 



404 XVIII. LBirrae 

offiert jusqu'ici abietine trace tlu mythe de Saturne et de Rhéa, 
et pourtant depuis que ceoi a été imprimé ^ il estvenu à ma 
coimaissfince un vase inédit qui fait partie aujourd*hui de la 
coUeietiofi Vie M^ le comte de Pourtalès. On y voit Rhéa de- 
bout, qui présente à Saturne^ égaleroent deboutet enveloppé 
d*«tn manteau, le bétyte emmaiUotté^ Saturne ne porte d autre 
attribuì qu^un sceptre(l). 

Je ne vous suivtai pas dans la descrtption que vous donnei 
de plusieurs vases peintsque tous rapportez an mythe d'Apol- 
lon et de Cyrène, par la raison que j'aurai occasion de reyenir 
ailleurs 5ur ces peiotures. Mais il me semble difficile d admettre 
qu'on range dans les sujels Tagues et qu'on désigne sous le 
nom de Baechanale la scène grayée sur la planche M, 1845. 
Apollon enlève la nymphe Cyrène sur un char tire par des . 
cygnes (2). Tout en admettant les nom« d*Apollon et de Cj- 
rèi^e pour les deux amants placés sur le char, vous convenez 
vou««méme que la présence des satyres et du personnage lyrì- 
cine s'oppose en quelqne sorte' à cette explication. Quoi quii 
en soit, comme rarlicle n** 1 15 de mon Catalogue Durand est 
de M. Gfa. Lenormani, j*ai jugé convenable de soumeitre vos 
réflexiòns à mon savant ami j qui a bien touIu joindre à ma 
réponse une seconde lettre imprimée à la suite de celle^. Cesi 
dono à cette lettre que je renvoie, puisque M. Lenormant ya 
exposé son explication avec tous les développements néces- 
sairesk 

Les sujets très-nombreux dans lesquels on veut recon- 
naitre, et non sans raison , des scènes de mystères ou d*ini- 
tiation, présentent plus d'une difficulté sérieuse, quand od 
cherche à y découvrìr une intention mythologique. Toutes 
ces compositions appartiennent à la demière période de la 
fabrication des Tases peints. Vous semblez vouloir poser cer- 
taines limites à Tinfluence que les idées religieuses ont exercee 
sur les compositions de Kart ancien. Je ne saurais partager 

(1) Cf. Élite des mon. eéramogr.^ 1. 1, p. 315. 

(3) Pbarecyd. ap, Schoì. ad Apoll. Rhod. Argon., ìf, 498; Nonn., Dianjrs,,Yllì, Ì7^ 



i ▲ M. JAHif. 40& 

cette opinion , puisqu'au contraire je suis persuade que ce soni 
les idées religieuses qui ont inspirò le plus soUTent les artistes 
ancìeBs. On peut, je crois, sans trop conrir lerisquedese 
tromper, posar Gomme un fait désormais acquis à la science, 
que tous les sujets qui sont représeniés sur les vases se rappor- 
tent à la religion ; on j retrouve des sujets mythologiqiies ou 
héroiques^ des cérémonies, des jeux qui se rattachent^ d'une 
manière plus ou moins directe^ à la religion. En general, tous 
les monuments qui remontent à un ège assez ancien ont une 
intention religieuse. Les sujets de la vie intime ou domestique 
sont très-rares, et peut-étre raéme ceux qu'on rangeencore 
dans cette classe n en sont-ils réellement pas; c'est faute de 
découvrìr lallusion religieuae, quon ne comprend souvent 
pas la vérìtable intentioi^ de ces scànes. 

On a déjà fait observer (1) qu*en general les vases fiibriqués 
à 1 epoque de la décadence sont couverts de peintures exécu- 
tees dans un système dont les bases ont été jusqu ici peu ac« 
cessibles à l'interprétation. On ne sest pasdissiroulé lesdiffi- 
cultés qu on rencontre quand on veut reohercher le sens de 
ces compositions ; le vague qui j règne en general, les attributi 
portés par les acteurs principauz ou par leurs acolytbes, lad- 
jonction d'une foule de personnages secondaires, Tabsenoeid^ 
inscriptions enfin , tout cela ofFre des difificultés qui embari'as- 
sent Fesprìt. Il faut avouer toutefois que les yases à inscrip- 
tions d*une epoque plus ancienne, où Tart brillait dans tout 
son éclat, préseutent souvent aussi des énigmes. A la période 
de décadence appartiennent un assez grand nombre de pèin- 
tures dans lesquelles on reconnait, sans beaucuup de péìne^ 
des sujets mjthologiques. On peut citer pour exemple, Jupiter 
et Io (2), le sacrifice dlphigénie (3), le Jugement de Pftris'(4)', 



't ■■' I, ) 



(1) Ènte des mon. céramogr,^ t. I, p. 73. 

(2) Gerhard, Ani, BUdwerke, Taf. CXV; Élite des mon. eèramogr.^ t. I, pi. XXV; 
Millmgen, Fases de Caghili, pi. XLVI ; Élite des mon. céramogr., 1. 1, pi. XXVI. 

(3) Raool Rochette, Mon. inéd.^ pi. XX VI, B ; Cat. Durand, n* 381 . 

(4) Gerhard, Ant. BiUwerke, Taf. XXV; Raoul Rocbette, Man. ÌHéd.^jfì. XLIX,^; 
Gerhard, /. cii^ Taf. XUIl. Un graud vase inédit du Masée Saot' Angelo n Naples^ 



406 XVill. LBTTaE 

Pélops et Hippodamie (I)» Apollon et Marsyas (2), Bellérophon 
«omhattant la Chimère (3)9 Hercule et Géryon (4), etc. La più- 
part du temps une foulede personnages ^ecoodaiiFe», qui mn- 
hlent étrangers au sujet principale ae rencontrent clan$ ce» àostes 
de acènes. Il est impossible d^ se r^fusef à leujr reqopoaitre uo 
«aens mystique, où lallusion joue un grand ròle ^ mai» precise- 
mene à cause de ce sens mystique^ces peintunesprésentenldes 
embarras et des difiicultés. que 1 etude i^* aborde qu'aTecpeine. 

Ce nest pas que toutes les scènes dans lesqi^^lles on voti 
deux amantfl ou bien une femme et un épbèbe dans des rap- 
porta moins intimes, me semblent devoir étre ^xpliquées par 
Aphrodite et Adonis. Déjà, dans une autre ocoasion (5), on a 
tàche de rattacher quelques sujets, assez vagues à laTénté, 
aux amours de Jupiter et de Junon. D'autres, selonmoiyse 
rapportent à Apollon et Yénus(6)« Enfin, il y a des composi* 
tions de ce genre qui peuvent retracer.les amours d*Orpbée et 
d'Eurydice (7) y sana compter celles qui représentent Hélèae 
et Paris (8). 

Les deux peintures du Musée Blacas et du Musée de Berlin, 
publiées pL XXIII et XXIV, tous sembbnt représenter de 
simples scènes éroliques | sana qu^il soit nécessaire d adopter, 
pour les deux amants , les noma d* Aphrodite et d* Adonia. J'ai 

représeate U fable d* Andromede . un grand nombre. de pervonaaget «cMleat à b 
scène; un aotre vue de U méme coUection montre le mythe de Méléagre. 

(i) Daboìt-BCaitonnen^e, Introduci, k VÈhtde det nMues, pt. XXX; Inghirami, ^r>B 
eitét ▼, Uv. XV, 

(2) Gerhard, Ani. Biìdw4irke, Taf. XXVII; Mon, inèd. dt Vinsi. a/dL, t. III. 
pi. XXXVII. Cf. VÉUu des mon. céram., t. II, pi. LXII-LXXV. 

(3) Au Mnsée de Carbrahe. Mon, inèd. de Vfitst. arch., t. II, pt. XLtX et L. Uà au- 
tre m% Untée d< Berlin. Gerhard| Afutìteke Fateniildar dei K mnig l i Mma€Uau xn Ber- 
lin, Taf. Vili., 

(4) Gerhard, /. ci/.. Taf. X. 

(5) ÉUu des mon. eéramogr.^ 1. 1, p. 70 et idìt. ; ef. lea pi. XXTX, A et B. 

(6) L. eit., t. II, p. 49 et snir.; cf. lea pi. XX-XXIII, A. 

(7) Gerhard, Mjrsterìenhilder, Taf. V. 

(8) Cojt. Durand, n** 1234. Le charmant rase public par M. Raoul Ruchette (JAm. 
inèd,, pi. XLIX. A) peut se rapporter toat anssi bien à Hélène et Paris qa*à Véons et 
Adonia. Le savant archéologue qui a public ce Tase en a fait luì-mémc la renarqoe 
L, cit.f p. 270. 



A M. juin. 407 

déjà £ait observer que les attributs de ces deux divxnitéi soni 
si peu caractarisés, quii est impossible .de les détenniaer d'une 
manière précise. A quoi reconnaitrait-on Yénus quand le nom 
A^POAITE n'est paa traicé près ^^elle, si ce n'est à quelques 
accessoires, comne le lièvre (I) sur le vase de Bertio, le mirmry 
et les autres attributs que portene les Gharites sur celui du 
Mujée Blacas ? 

Je pourrais cit^r un très-graild nombre de jrases sur. les- 
quels Apfarodite a des attributs moins déterminés que sur les 
deux Tases que nous avons sous les yeux. La coiffure sur le 
vase de Berlin ^ le tróne sur lequel Aphrodite est assise dans 
les deux composìtions^indiquent une déesse ou une reine ; 
cela seul exclut Tidée de la yie privée. Sur un grand^uonibre 
de vases, c*esi le nom ou bien la place qu occupe la déesse 
qui ne laisse subsister aucun donte quant au nom qu*on doit 
lui donner. Du reste, si les deux peintures pubUées pL XXIU 
et XXrV, et la coupé du Musée de fierlin^ dont vous donnez la 
descrìption , me semblent représenter Aphrodite et Adoois y 
cesi que la convictton epe j'ai acqui&e a cet égard repose sur 
1 etude d*un ensemble de représentations quii est impossiUe 
d examiner et de décrire ici. 

Je me contente, pour Tinatant, de mettre sous vos yeux-, 
PL O, 1845, un des sujets les plus simples et les plus gracieux 
de ce genre. Si on rapprocbe celte peinture du miroir étrusque 
que j ai publié dans les Moìuunents inédits de la OfacUon Jranr 
caise de Clnstiiui arckéologique ^ pi. XII , 1 , on sera oblige de 
convenir que les attributs manquent jdavantage dans la scène 
du miroir, et que sur le vase peint il y a quelque chose de pluk 



(1) Lejièfre, cooud^ vous le recounaÌAsez avec moi^ e«t uà altrU)a| érot^ue. C'ett 
poorqvoi il figure soarent dans les scènes cl*amoar, soit comme don , soit comme tìo 
lime dièr'e à Apbrodite. Piùlostrat., Tmag^ f, 6. Cf. Panofka, Ann, de Vlnst. arch., 
V, p. 273 ; Terracotten Jet Kcenigl. Museums zu Berlin, Taf. XXIX, S. 94 folg. ; ÉUtg 
dts mone eéramogr,, t. T, p. 51* note 4. Sur un rhyton du Musée de Naples (Gerliard 
and Panofka , Neapels ant, BiUwerke, S. 355 , n° 82) , on Toit Èros portant un lièvre, 
et un épfaèbe drapé portant des pomiaes. Je reconoais deus ce dernitr Adonis. $cr- 
tìos {ftd Vìrg. Beicg, VIIC,37) {larle de Metus, cpnpagnoo d* Adonia. 



408 XVIII. LBTTRE 

déterminé, de plus caractéristìque. Le vase reproduit pi. 0, 
1845 est un aryballus inédit de la fabrìque de Ruyo qui bit 
partie du Musée Blacas. Gomme sur le miroir, ÀphrodUe est 
assise sur les genoux du jeune Phénicien. La déesse, qui 
pose la maio gauche sur Tépaule de son amante est revétue 
dune tunique talaire et d*un péplus qui enveloppe se^ jambes. 
Adonis a la partie supérieure du corps nue , taiidis qu'un man- 
teau recouvre ses jambes. Derrìère le siége, sur lequel est 
assis le couple amoureux, se tient Ero% debout; le dieu est 
nu et reconnaissable à ses grandes ailes. Ses formes et sa taille 
accusent plutót un adolescent qu'un en£aint; dans sa main 
droite il tient un lécythus ou alabastron qu'il semble offrir à 
sa mère. Aux pieds d'Aphrodite est un oiseau, une colombe, 
ou peu^étre \iynx. Une autre déesse, Pitko^ s*avance vers 
les deux amants, en tenant à la roain un fiabellum, attribuì 
qui rappelle les scènes d*intérìeur et le luxe orientai (•}). 

Je citerai ici quelques autres peintures dans lesquelles je re- 
oonnais Aphrodite et Adonis : 

1<^ Un petit vase de (abrique athénienne, aujourd'hui con- 
serre au Cabinet des Médailles. D*un coté, Jphrodite et jÈdoms 
assis; la déesse est vétue et tient un miroir; l'éphèbe est no. 
Un iZ/Tiour apporre, en Tolant, une couronne aux deux amants. 
Au«dessous de l'Amour est un thymiatérìon. Derrìère le groupe 
se tient debout Pilho, qui a pour attrìbut un miroir. Dans la 
partie supérieure du tableau , une pyxis. 

Revers. Aphrodite assise; devant elle, Adonis nn. deboat, 
portant un striglie; derrìère le siége d' Aphrodite, Pitko de- 
bout, tenant le flabellum et la pyxis (2). 

Ces deux sujets, rapprochés ainsi, justifient, à mon avis, les 
noms d' Aphrodite et d' Adonis, que je donne aux scènes dans 
lesquelles d'autres archéologues ne veulent Toir que de simples 
ini^iés (3). 

(1) Vljux ett U fille de Pitko. Sebol. ad Pìndw. Nem. IV, 56; Tiets. mi Lycopfar- 
Cassandr.t 310. 
()) Stackelberg, dU Grmber der BelUnen, Taf. XXXIU. 
(3) M. Raoul RoclMtte (Choix de peint. de Pompei, p. US) recoaoatl, dam la pia- 



▲ M. JAHfl. 409 

T Une CBQOchoé iiìédite, dessinée à Rome en 1842. JpArth 
dite Tétue d*une tunique talaire et Adonis le bas du corps en- 
veloppé d'an manteau , tous deus debout et se donnant un 
baìser sur la bouohe. Au-dessus, Éros^ sans ailes, qui cou- 
ronne les deux amants. 

3* Une péliké inedite cbez M. Catalano à Naples. Aphrodìte 
assise, renversant la téle en arrière ppur donner un baiser à 
Adonis debout derrière son siége; deux Charites^ Fune tenant 
un candéiabre et une phiale; l'autre, un miroir. Dans la partie 
supérieure du tableau, deux Amours^ et à une fenétre une 
femme qui a la figure converte d'un voile a la manière des 
femmes de l*Orìent. On doit reconnaitre probablement , dans 
cetle femme, la déesse infernale, qui se montre voìlée, pour 
indiquer le sombre empire où elle règne. 

Revers. Aphrodìte assise, Pitho et Eros. 

4" Une belle péliké trouvée à Milo , autrefois de la coUec- 
tion Skene a Athènes. Aphrodite et Adonis assis sur une cline 
et se donnant un baiser sur la bouche, la téte de la déesse 
renversée en arrière. Deux Chcurites; lune a la figure couverte 
de son péplus; Èros volant au-dessus du groupe et apportant 
une bandelette; deux satyres; au bas de la cline une caille. 

Revers. Dtonysus debout portant le thyrse près dìAriadne 
assise ; deux satyres; une caille et un tympanum. 

Bfais un. des vases les plus remarquables qui se rapportent 
au roytbe d* Adonis, est une grande péliké inèdite du Musée 
Sant' Angelo à Naples. On y voit une vaste composition. Dans 
la partie supérieure du tableau paraissent Hermes, Démétfir, 
tenant un flambeau, Ganimède, Jupiter assis, Aphrodite à ge- 
noox, tenant Eros entre ses bras, Pitho assise. Au-dessous, on 



part de ces sajeU, ane scène tTùiitiation, sor d^aatres, une scène de toUeite, on d'a* 
mour, oa <£e marìage, tantòt loiis une forme faérolqtie, tantòt som une forme fami- 
iière, m»u d'ailleiirs aans anoaii dea caractèret qui leraient néceuaires pour j recoo- 
oattre Vénus et Adonis. P. 118 du méme ouvrage, le saTant archéologne est porte à 
admettre Aphrodite et Adonis non-senlement dans la peinture pi. 0, 1845, mais encore 
dans cefle de la pi. M, 1845. Jeme bome à citer iri Topìoion de M. Raoul Rocliette« 
tout en peraistant dans celle qne j*ai tAché d*établir dans oette^lettre. 



410 XVIII. LETTRE 

-voit Adonia couché sur le lit-fanèbre, un Amour qui lui pré- 
sente une phìale; aux pìeds du Kt, Hécaté poitam deux torches; 
à Tàutre extrémité, Tera la drdite, Proterpine Cenant la branche 
lustrale, accompagnée d'une /'terYit^. Aa trcrisième rang, au- 
dessous des deux autres rangées de figttres,'Oti a représenté 
six Muses portant divers attributi. Le re^ers de ce magnifiqae 
vase représente le couronnement d'Adonis : un grand nombre 
de figures, et particulièrement des femmes, prennent pari à 
cette scène. 

Je me borM, pour Tinstant, à ce petit nombre d'exemples. 
A mon avis, les sujets qui se rapportent à Adonìs sont extré- 
mement nombreux, et souvent on n*y remarque que des ra- 
rìantes de peu d'importanoe. Je conviendrai du reste faciiement 
avec vous que le miroiri le caktbus, la pjxis, ie flambelhun^ la 
sphéra, le lécylbus, ies oiseaux, peuvent étre donna oomme 
attrìbuts à de simples femmes, sansqu'il soH nécessaire de re* 
connaitre partout des di?inìtés. Mais c*est avnsi pour tout anue 
sujet my thologique. En partant de ce principe , Jupiter, qui 
porte le sceptre, ne sera plus qu'un roi mortel ; Junon diade- 
mée et portant un sceptre ne sera qu'une reine ; Apollon , 
jouant de la lyre, deviendra un simple mnsicien ; Nepcune, un 
poisson à la main, pourra élre pris pour un pécheur, ete. 

Je crois qu*en general pour tous les sujets peints sor les 
vases, un mythe , ou, si je puis m'exprìmer aìnsi, une seène 
hiératique a servi de modèle aux artistes. La celebrile des 
amours d*Aphrodite «t d* Adonia, le cuke que ces deux divi- 
nités recevaient non-seulem^nt en Asie , mais en Grece et en 
Italie, ont dù avoir quelque influenoe sur les monumenta de 
lart. On trouve Dionysus ei'Ariadne, Posidon et Amymone, 
et une fonie de mythes érotiques moins célèbres que celui 
d'Adonis : ne serait-il pas naturel de considérer aussi le 
groupe amoureux d* Adonia et d*Aphrodite comme le proto- 
type qui a servi aux artistes pour représenter des couplf^ 
amoureux? 

J'ai déjà fait observer que souvent les deux amanta sont re- 
présentés se donnant un baiser sur la bouche ou se tenant 



A M. JAHN. 41 I 

étroitement embrassés, et les monuments que je viens de de- 
crire ici en fouroissent la preuve. Si nous en croyons Vauteur 
de VEtjrmologicon Magnutn^ la tille d*Aphaqu6s, située au 
pied do liban^ tirait son nom d'un mot sjriaque qui signifie 
s^embroMcr [{). On sait que dans la TÌlIe d'Aphaques existait 
un des sanctuaires les plus vénérés d'Aphrodite et d'Adonis (2). 
Mais si je pense que la célébrité des amours d'Aphrodite et 
d*AdoDÌs a £iit souveot représenter ces divinités sur les mo- 
numents de Tart grec, ce n*est pas une raison pour donner 
les pQms d'Adonis et d*Aphrodite à tous les groupes érotiques 
qu'on trouve sur les bas-reliefs ou sur les vases peints. N'est-on 
pas habitué à rencoutrer sur les monuments anciens des 
groupes identiques pour la forme extérieure, qui recoivent des 
noiBA diCEér^nts (3) ? On connait trois répétitions antiques d*un 
bas-relief qui représente une femme entre deux éphèbes. Sur 
uo de ces bas-reliefe, conserve à la villa Albani (4) , lès trois 
personnages ne sont pas désignés par leurs noms. Sur le se- 
conda place au Musée de Naples (5), on lit les noms d'OP^ETS 
{rétrograd$\ EXPTAIKH, EPMH2; sur le troisième enfin, qui 
est au Musée du Louvre (6), sont tracés les noms d'AMPHlON , 
ANTIOPA, ZETVS. Quant aux vases qui offrent des scènes 
mystiqUes dans lesquelles interviennent plusieurs couples d'a- 
mants (7)> il est sans doute fort difficile de préciser les noms. 
Mais il y a d*aatres vases d*une fabrique differente, sur lesquels 



(1) £lym. M. V. 'Afoxa. £upiAv (lèv iaxVi V) Xé^i^* Suvotou SèxaO' *£XX^iSa yXfMrdqtv, 
el h& TÒ 2T)|ftÀ&^ diccTv ^(iia, icipCXT|(i|iay «eptXaSoucnrK Tfjc 'AfpoSitvjc éxei tòv "AScdviv, 
ii Tinv «pwTìjv, ^ XTC* éaxatYiv icepiSoXiqv. Cf. Larcher, Mèmoire sur Fénus, p. 14, et la 
note de VìUoison. Cf. Moverà , die PhotnizUrt S. 19). 

(2) Zoiini., I, 58; Bnseb., FU. Consiantin., Ili, 55 ; Socrat, Bist, EcciesUtst., I, 
18; Sosomen^ Hist. EccUsiast,, II, 5. Cf. Selden., de Diis Sjr.^ Syntagio. II, 3y p. 204. 

(3) Cf. Em. Bratin, Bull, de Plast. àreh., 1837, p. 33; Welcker, Ann.^ t. XVII, 
p. 213 et 214. 

(4) Zoèg; Bassirìlievi,tKw»7iLìl. 

(5) Gerhard und Panofka, ffèapels ani, Bildwerke, S. 67, n^ 206. 

(6) Winckelmann , Moti, ined., 85; Clarac, Atusée de tculpt, antique et moderne. 
pi. 116, n<* 205, ett. n,p. 515. 

(7) Cf. Ritscbl, Ann. de l'fnst. arch.y t. XII, p 185; Roulez, Ann., t. XVII, p. 128 
et satT. 



412 XV III. LBTTRB 

on voit des groupes érotiques , quelquefois très-obscènes. Ce 
sont, d'une part, des coupes a figures rouges sorties des fouìlles 
de Yulci; de Fautre, des vases d*ìmitation étrusque à figures 
noires (1). En comparant ces deux genres de vases avec ceui 
de 1 epoque de la décadence , peut-étre sera-t-on sufEsamment 
autorisé à rattacher ces groupes érotiques au eulte de la VéDus 
de Cypre^ où des courtisanes se prostituaient en rhonneur de 
la déesse (2). Ces prostitutions se faisaient aussi dans plusieurs 
villes du continent hellénique, et suftout à Corinthe (3), et 
comme les courtisanes invoquaient souvent Adonis (4) j ces 
sortes de peintures se rattachent, d'une manière indirecte il est 
vraii aux mémes données, % 

Le vase de la toilette de Vénus, autrefois de la collectìon 
Beugnot(5), me semble ne pouvoir étre détaché des autres 
vases peints dans lesquels fai cru reconnaitre soit Aphrodite et 
les Charites, soit Aphrodite et Adonis. Il n'estpas absolument 
nécessaire que sur les deux còtés d un vase, Aphrodite paraisse 
dans le méme costume. On a des exemples de vases sur lesquels 
le Bacchus du revers est tout diflerent de celui qui est repré- 
senté sur la face principale (6). 

Quant au beau vase athénien, PI. XXIV bis^ j*en abandonne 
volontiers Fe^plication. lei rien n'indique que nous ayons sous 
les jeux une scène pareille à celles des PI. XXIII et XXIV. 
La première iropression qua produite sur nioì la vue de ce 
dessin, a été de Técarter des représentations d* Adonis. Mais 
M. Ch. Lenormant a heureusement comprisi selon inoi, la 

(1) Cf. Cat. Durand, n"** 60, 61; Cai. étnuque, u*" 13, 13 et ih. 

(2) Eabolot a/r. AtheD., XHI, p. 568, E et F; HerodoL, I, 199$ Justin., XVIII, 5,4; 
Horat., I, Ai/., II, 101. * 

(3) Atben., XIII, p. 573. Cf. moo «rticle sur Apkrodite Colias dans les Nou». Ann» 
t. I, p. 80. 

(4) DiphO. ap, Atben., VII , p. 292, D; Arìstaenet., Epist, I, 8 ; Alcipbron , Epist. ì . 
37 et 39; Lacian., Dialog. Meretr., 7; PradenL, Ilepl £T8f., X, 228 aqq. Cf. Meinckc, 
Fragm, Comieorum Grmcorum, IV, p. 395; Raoul Roehette, Ckoix de peimlures de Pont' 
pei, p. 119. 

(5) Cat., n* 8. 

(6) Je pois citer auMÌ rezemplode Mincnre (Gerhard, f^asenbìUer, Taf. CXLI}; ri 
uD Théaée. Idem , ibid.. Taf. CLIX. 



s 



A M. JAHN. 413 

scène que Tartiste a voulu retracer, et je renvoìe, pour Texpli- 
cation de ce vase, à la lettre placée à la suite de la mieiine. 

Il me reste à dire un mot sur le charmant vase du Musée de 
Garlsrube^Pl. N, 1845^ explicpié d*une manière si ingénieuse, à 
mon ayis, par M. Greuzer. Je conviens avec tous que dans ce 
petit tableau il n*y a pas deux vases dont lun serait tenu par 
Eros, tandis que Tautre serait pose à terre devant lui. Evidem- 
ment on a touIu figurer ici les débris de deux amphores brisées 
par le milieu ; il n'est méme pas nécessaire de supposer que ces 
tessons appartiennent, Tun et Tautre, au méme vase. Gette 
amphore s*est-elle brisée uu moment ou Eros la prise pour la 
donner à sa mère (])P Je ne le pense pas; et j*admets, avec 
M. Gerhard (2), que les deux pièces ont éié préparées pour 
recevoir des plantes ou des fleurs éphémères en Thonneur 
d'Adonis. 

Il faut se rappeler, dans cette occasion , la nature des vases 
destinés aux jardins d*Adonis (À&covi^o; x^ttoi); c'étaient des 
vases d*argile, méme des tessons, oarpaxa. G'est ce qui résulte 
de plusieurs passages des auteurs anciens (3). Si votre explica- 

(1) C'ett Èros qui présente le rate brìsé à sa mère, et non Aphrodite qui le donne à 
Èros, eomme l'a era M. Gerhard. Bali. Lit, Zeitung, Febr., 1840, S. 222. 

(2) L. cit. 

(3) Heajeh. ^. *Ad(tfvi6oc xfiicoi. *Ev tote *A^v(oic tlSwXa ^éy^umv xal xifpcouc Ìic' 
ioTpdbuov, xal «ovto&ncTJv imópav, olov ix |iapd6paiv xal OptSdxuv icapaorxcudiCouotv 
aùttù Toùc xnicou(* xal yàp iv 0pi8ax(vaic avrròv xaroocXivOfivou Oicò !A9podÌTTK focatv.— 
Snìd. if. *AScóvt8o; xJiiroc. *£x OptSdocuv xai |iapaOp<i»v, &tcEp xaTéoiceipov iv òorpdxoi;. 
— ^Theophrast., Bht. yiani^ VI, 7. npO|JU>07reuó)i€vov 2è iv òorpoxoic u<icip o( *A5c&vt- 
8oc xi)icoi ToO Oipou^. — Platarcli.y de Ser.Num, Findieta, t. Vili, p. 218, ed. Reùke. 
*Ocicep al TOÙC *A2«Avifio; xi^noiK hi* òorpaxoic ttol TiOT)vou|jLsvai xal Sspaictùouffi ywAtt- 
xa^. .» Julian., Ctuares^ p. 329, ed. Spaaheim. Kai 6 £ciXy)vó; : àXX' ^ toùc *A3(i}vt8oc 

xi^irouc ii>c !pY>^M>7^» ^ KcDvaravTtve , éouroO npoc^^t; ; ai ywauxec.... t(j>t9ìc 

*Afpo8CTV); àv8pl qpvct^uviv òtfTpoxiotc lbca(iYi0d(Uvai yfjv Xaxaviov' jyjbo^fi^uvmL 8è 
Tovra npòc ÒXffOVy aOrtxa &ico{Aapa(vflTat. Cf. Meon. Graec./er, v, *A6«»via. Ce qae 
sur les médaìlles d^Aphrodisias de Carie (Mionnet. Ili, p. 323, n*^ 1 17) on a pris ponr 
des branches de corail dans nne corbeille, est regardé , par M. l*abbé Caredoni {Spid" 
iepo mumismatico , p. 183, n. 178) ,. comme étant nn Tase rempH de flears. Selon moi , 
les médaìlles d'Apbrodisias montrent en effet des branches de corail; on sait que le 
corali était consacrerà Aphrodite. Claadian.,<i!e iVii/;/. Honor, X, 169 sqq. Mais nn yasc 
rempli de fleurs est figure sur les monnaies de Sidon, an revers d*Élagabale. Mionnet, 
T, p. 386, u^ 333 et snir. Le méme type se roit an revers de Caracalla sur les mon- 
naies de Laodicée de Syrie. Eckbel, D. N., Ili, p. 321. 



414 XYIII. LETTRE 

tion était exacte, il faudrait supposer que 1 amphore était rem- 
plie d*eauau moment où Eros la prìse; carles aspérìtés qu*on 
remarque au-dessus des cassures nauraient eu aucun but, 
tandis que si on considère ces aspérités comme indiqiiant les 
herbes ou les fleurs passagères, il en est tout àutrement. H est 
évident pour moì que les yases brisés, comme symbole fune- 
bre, appartenaient essentiellement au oulte d'Adonis, eulte 
rendu aux morts, et dans lequel entrent des idées de renaissance 
à coté d'idées tristes, qui rappellent la destruction des étres. Si 
M. Greuzer s*est contente de citer le seul passage da Gorgias 
de Platon (I) , c'est que probablement l'illustre professeur de 
Heidelberg a cru que ce seul témoignage suf&sait dans cette 
occasion. 

Je termine ici ma réponse à votre lettre, et je réserre pour 
mon travail sur le eulte d'Adonis et sur les monuments qui en 
ont conserve le souvenir, tous les développemenfs nécessaires. 
Je tàcberai , dans ce travail , de rassembler tout ce qui appar- 
tient à ce sujet assez vaste par lui-méme, et qui se rattache à 
une foule d autres questions intéressantes. 

h DE WITTE. 

Pan9» septemlire lS4à. 



P. & Cette lettre était achevée quand j ai recu de M. Jules 
Minervini, habite archéologne napolìtain, une dissertation sur 
un vase mystique récemment découvert a Ruvo (2j. 

Ce vase, de la plus haute importance dans la question qui 
nous occupe, est un afyballus^ décoré d'une peinture où les 
cinq prìncipaux personnages sont accompagnés chacun d'une 



(I) P. 493; p. 100, ed. Bekker. 

(7) mutuazione di un antico ntaso di Rmvo, Memoria presentata ali' Accademia Pon^^ 
taniana» Nap., 1845, m-4^. Cf. Elite des mon. céramogr., t. Il, p. 61 et sniv.; A 
archéologique de 1846, p. 560 et soiv. 



A M. JAHN. 415 

inscriptiotì. Au centre on voit une déessc assise sur un tertrey 
dans unlieu piante de inyrtes; elle est vétue d*une tunique 
talaire d'une étoffe fine et transparente, et d'un péplus parsemé 
detoiles^ sa parure consìste en un rìche cécryphale, desan- 
neaux aux bras et uà collier. Elle se retourne vers un éphèbe 
et semble vouloir lui présenter un collier qu'elle tient des deux 
maÌDfi. Le jeune béros est couronné de myrte et vétu d*une 
ampie chlamyde brodée; il s'appuie sur deux javelots. Un 
Amour dirige soo voi vers la déesse assise, et semble inviter 
lephèbe à s*en approcher. A droite, derrière le jeune bcros , 
est placée une déesse qui est vétue d*une ampie tunique ta- 
laire très-simple; elle tient d'une main un fil auquel est attacbée 
une boule, sans doute le peson du fuseau, et de l'autre un 
pelotoQ de fil qu'eUe cache dans son sein. De lautre coté, à 
gauche, derrière la déesse assise, on voit deux autres person- 
nages. D*abord une femme debout, vétue d*une tunique plis- 
sée et transparente ^ dans ses . mains sont une branche de 
myrte et une phiale chargée de fruits. Plus loiu , une autre 
déesse debout, le^ yeux baissés vers la terre, s'enveloppe d*un 
péplus parsemé d'étoiles, et de la main gauche en Telève une 
des extrémités,.geste particulier aux figures de Vénus. 

Évidemraent nous avons ici sous les yeux un tableau dont 
lanalogie est frappante avec les scènes gravées sur les plan- 
ches XXIII et XXIV, Seulement les noms des personnages 
sont allégoriques. ETAAIMONIA, W Feliciti , accompagnée 
de IIANAAISIA» la personnification des Banquets éternels^ 
re^oit IIOAXE(t7»)2 (l), celui qui doU vwre de longsjours. la 
Parque est désignée par une épithète euphémique, KAAH, 
la Belle y tandis qua lautre extrémité de la scène, TFIEIA, 
la Sante, exprime , par sa pose et son geste , la douleur qu'elle 
éprouve d'étre séparée de son amant. 11 y a donc ici deux 
déesses rivales : Tune, nommée ETAAIMONIA^ est la déesse 
inferoale, figurée sous un nom euphémique (2); Tautre, 

* 

(1) Cest le seni nom inromplet; mais M. Minervini Fa restitné de la manière la 
plns heoreuse. 

(2) Cf. ee que j*ai dit sor Elpis dans les Nouv. AnnaUs^ 1. 1, p. 520 et sni?. Aìpnu 



416 XVill. LETTRE 

iriEIA, est la déesse celeste, celle qui preside à la renais- 
sance. M. Minervìni a parfaitement comprìs rÌDtention gene- 
rale de cette scène mystique ; il y a reconnu le bonheur ré- 
serré aux àmes des justes dans les iles Fortunées (1), et dans 
le jeune homme admis à la félicité, il a vu une destinée 
tranchée dans sa fleur. 

On a déjà fait remarquer ailleurs (2) ^ que le bonheur do 
jeune homme se résumé dans un mariage avec la déesse du 
sombre empire. lei , au lieu de l'union de Yénus-Proserpine 
avec Adonis , nous avons sous les yeux le mariage allégorìque 
de la Félicité, Eù^aiftovia, avec le héros auquel de longs jours 
sont promis , Utikoinn^. Bien des passages des anciens auteurs 
se rapportent k cette union mystique liCS jeunes fiUes mortes 
avant rbymen devenaient les épouses d'Hadès, et, à leur tour, 
les éphèbes étaient réclamés comme époux par la déesse infrr- 
nale (3). 

Tout, dans le vase publié par M. Minervini, s*accorde avec 
mes obserrations précédentes. Les noms sous lesquels sont 
désignés les personnages ne sont pas seulement euphémiques, 
mais plutót leur sont attribués par antiphrase. Il n est pas 
toujours exact peut-étre de designer par le nom de Vénus la 
déesse qui recoit le jeune héros ; le nom de Proserpine lui 
conTient mieux la plupart du temps. Cependant les groupes 
érotiques où les deux amants se donnent un baiser sur la bou- 
che, ou bien ceux dans lesquels ils se tiennent tendrement em* 
brassés, comme sur la planche O, 1845, doivent, selon moi, 
se rapporter à l'union de la Vénus celeste avec Adonis. Quant 
aux peintures qui montrent plusieurs couples amoureux réu- 



est le nom doaoé à Proserpiae sur le miroir da Vatican, dans leqoel je recoaiuis b 
dispute de Vénus et de Proserpine pour la posses&ion d*Adouis. Mon, inèd^ de Vlnst. 
arch , t. Il, pi. XXVUI ; Museum etrus, Gregorìanum, voi. I, tab. XXV. 

(f) Pindar., Olymp.^ II, 64 sqq., ed. Boeckh; Paend. Piat, Axiochms, p. 37ti 
p. 515, ed. Bekker. 

(2) ÉUte des mon, céromojgr., t. II, p. 64. * 

(3) Pli. Le Bas, Expèdition Mcientifiqut de Morée, t. li, p. 128 et suLv., et dansTet- 
trait,p. 170 et 171; ma Lettre h M, Gerkard ààtis Ics Nouv. Annales, t. I,p. 545. 



A M. lAHlf. 417 

n», €omme sur i« vase de Pélops et OEnoinaùs, publié par 
M. Rit8ehi(l), OH dok, ce me semble, les eonsidérer comme 
offrane^ soqs ane fomie maltipte, tes mémes idées de funion 
dea héros avec lea déesses , compagties de la soureratne des 
aombrea deaMtires. Les Grees se plaisaiept à rappeler, par dea 
imagea gi^ieutes, les 4ocirines enaeignéea dana lea mystères , 
et dcst aous un perai de vue à la foia myadqiiteec funebre 
qu'on doit considérer les monutiMtil» trèa-nomÌHPeut ^ surtout 
à 1 epoque de la décadence de Tari, qu*on découvre dans lea 
tombeaux de la Grande Grece. Le précieux vase publìé par 
M. Minervini me semble destine à nous donner la véritable 
ÌQteUigem:e de oes ^«ènea xnptiq'Uea e| amovrewsei^ daas Us- 
quelles on ne veut voir que de simples sujets d'initiation , de 
toilette ou d'amour. 

rajoujcerai ici un mot sur Jes fru^ que Pat^da^Sìa pon«* 
On y diatifigue une gi^ppe de miarn^ une poire on «ne figne, 
et une pomme. On se rappetle qu'Adonìs mort et ressuscité 
iuc^iquak le» pbéoo^ncs quon .obaerre dana la MiUwe ; Lea 
cérémoniea pratiquéea pendant ies Adoniea avaìent pour but 
d*exprìmer les vicissitudes de mort et de vie qui se renouveU 
lent sans cesse dans le monde. Adonis était la semenoe, la ve- 
gétation, les fruits parvenus à leur maturité (2). Il &ut se rap- 
peler ici un passage de la poetesse Praxilla, qui fait dire à 
Adonia^ descendu dans le séjour infernal, que ce qu'il regret- 
tait le plus était la lumière du soleil, les astres brillanta, la 
face de la lune, les concorobres dans leur prìmeur, les pommes 
et les poires. 

AcuTcpov àffTpa (paetvÀ ff(Xcva(T)c te irpdottmov, 
^HJi xal dipa{ou< fftxuotg xol (atjXb xaì tffyfi^ (3). 



(I) Ann.y t XII, pi. N et O. Cf. Mon, inéd. de l'/nst. tirck., t. IV, pi. XVII. 

(1) Cf. leu Nómi', jinnaletf t. I, p. 532 et taiy. 

(3) Prtxill., Pragm., l, p. 438 cUn« le ViUetus poesh Crtecorumòt Schaeidewin. 
Cf. Zenob., Proverò,, !▼• 21; Proi^ri. Boti., 480, ed. Gtisford. Cf. Rossignol, Journal 
Je^ SavantM, janrier 1837, p. 36 et siiir. 

27 



418 XVUI. LHTIAK A M. JAHN. 

Il j a des texies anciens qui, au lieu des concombreS ou des 
courges (aucuoi), noniment Aesjigues (oGxa) (l). Comme Ado- 
nis regrette les fruits en generai, cette difterence dans la de- 
signation des espèces n*a aucune valeur. Les fétes dionysia- 
ques avaient beaucoup de rapports avec les Adonies; ainsi, on 
ne doit pas étre étonné de voir, parati les fruits quapporte 
Pandasaia , une grappe de raisin. Les figues aussi jouaieDt un 
grand ròle dans les cérémonies bachiques (2). 

J. W. 

Parò, féTrÌOT I84S. 

(1) Diogeman., ProMrh.^ V. 12; Apostol., Proverh , TX, 81. Gregor. Cypr., Pro9€rh 
11,63. 

(2) Platarch., d^ CupidU. Divii., t. YIII, p. 9f, ed. Reiske; Arótophan^ txnstrmt. 
ft47. Cf. Dionysaa SuxCtt);, adoré par les LaeédémonieDt. Atben., li, p. 78, C J«pttcr 
portai! aoMÌ le «uroom de £uxa<noc. He«ycfa. i/. IvxàCttv. Cf. Lobeek , Affmopkmm. 
p. 703; Creuaer, SymboUque, tr. fran^aiae, t. Ili, p. 229. Le phallus, liit de boia de 
figttier, figarait daos les Dionysies. Clem. Alex., Proirepi., p. 29 et 30, ed. Potter 
Hygin., Astron^ ti , 5. C*était près d*un figaier sanrage ( Ipivtó; ) qae Plutoa aTalt es 
leve Proaerpine. Paiis., I, 38, 5. Cf. cequoa a dìt sar la naissaiice d*ÉricbtÌioaiaa 
mise ea rapport avec les phénomèiiea de la nature , dans VÉlùe des mon, cmmagr^ 
t. I, p. 283. * 



■eoe» 



XIX. LETTRE A M. DE WITTK. 4t9 



LETTRE A M. J. DE WITTE. 



{Mon , t. IV, |il. XXIV hii, et PI. M, 1846.) 



MON CRBR AMI y 

Vous avez eu la bonté de me communiquer en inanuscrit 
la lettre de M.|Otto Jahn , dans laqiielle ce savant élève des 
objectioiìs, et généralement contre rinterprétation des monu-* 
mentfi céraraographiques, où vous avez reconnu le mythe de 
Vénus et d'Adonia , et en paiticulier contre Texplication que 
jai donnée, dans le Catalogue Durando d'un vase portant le 
n® 115. Si j'avais commis quelque errieur dans ceite explica- 
tion f je n*hénteraìs aucunement à la reconnaitre. Ni vous ni 
mei n'avons eu la prétention d attacher un caractère définitif à 
la^description rapide d*une immense collection.; et la précau- 
tión que j ai prise d'inserire mes initiales au-dessous de quel- 
que» articjes, avait pour motif d'assumer exclusivement la 
responsabilité de certaines in^erprétations plus diflScìles et, 
par conséquent, plus ha^ardées. . 

Ces sortes d'hypothèses me paraissent utiles, et méroe dans 
l'esprit de lantikjuité, toutes les fois qu'on n'en fait pas une 
afiaire d'amour-propre. 11 m*iniporte Fort peu qu'une de mes 
conjeetures soit démentie par des découvertes postérieures ou 
des observations plus exactes ; car roéme lorsque je me serais 
trompé , ma tentative n'aura pas éié infructueuse. Je me serai 
conipromis peut-étre, mais j aurai excité à la recherche et a la 
discussion, et jene crois pas qu'il en soit de méme des savants 
qui , plus prudents que moi , aiment mieux rester en de^à de 
la vérité que d*aller au deU. Cette dernière disposilion a aussi 

27. 



A M. DB WITTE. 421 

chcT) et qualfue TÌva€Ìt« qu*il nic^e à vefifaer le nom de Pro- 
9jmmm$ au skiièi^t peraoanage, il ii^a pas d*autre nom à 9ubsr 
utoer à oclvì fue j al propose, f *aiinerais pourUnt à joùtor 
cantre dea adversatres plus siiiaissable». 

Mon ex{dieation ielle quelle du rase ep quealion a dix ans 
de date. (ìepuie lors , j*ai en le tempa de réfléchiF et de me 
réformer^ en supposani que la chose fui nécesaaire; pourlani, 
j'eii suia toujours au mime point ; et pour rendre coinpte de 
ma pensée d'alors , dont ne difìfòre pas ma pensée d aujour- 
d'hai, il me suffira despliquer dan| quel sens et, pour ainsi 
dfi«y par quri bout j*ai oru devoir prendre us monument d*un 
itbovd ai diffiinle. 

Gè qui me frappe a?ant tout, e est rincobérenoe de la com- 
poeitiMi. Celle scène est vériublei|ient aouv^sTo^ , ou plulót 
e est la réunion sur la méme ligne de plusieurs scònes dis- 
tinctes j par un ptt>cédé auquel les anciens n*ont pas renoncé 
méme aux plus belles époques de Tari, ainsi que les scuiptures 
d'Atbènes en donnent la preuve. Il faut donc d'abord rétablir 
entre les différents sujets la séparation fondamentale que Tar- 
tiste en a fiiit dtsparaitre, et ensuite resti tuer , s*il est possible , 
la pensée qui a motivé le rapf^rodiement. Le char traine par 
deux eygnes forme un premier sujel. Si ces oiseaux, tout à fait 
hors de proportion avec les personnages qui les entourent, 
font quelques pas en avacit, ils marcheront infliilliblement sur 
les corps des deux amants, qui oòcupent le centre du tableau. 
Le personnage assis sur le rocher, bien que ses yeux semblent 
se diriger sur le groupe centrai, est dans une action et une 
attitude qui ne semblent guère offrir de rapport avec 1 action 
brutale dont il est témoin. Enfin le Silène de l'extrémité gau- 
che, qui, dans un mouvement de surprise, laisse échapper le 
thyrse qu'il tenaità la main, n^est pas sans intention séparé 
par le personnage assis du groupe qui excite si vivement son 
attention. 

Nous avons dans le char un gt*oupe amoureux; les deux 
personnages du centre expiiment la méme idée d*une manière 
plus grossière ', les deux figures de gauche ne sont poinl unies : 



422 XIX. LETTRE 

mais estM^e une conjecture gratuite que de les rapprocher par 

la pensée, si l*on songe à la nature duSilène, aux sjmptonies 

qui se manifestent dans sa personne, et en méme tempa aux 

formes tendres, délicates et presque efìféminées du personnage 

qui le séparé du groupe centrai? Par là on arrive à reconnaitre 

dans ce tableau ivoìs sympUgmatay doni le premier, puremeut 

voluptueux, nous montre des persannages de Tun et de Tautre 

sexe dans tout Tecla t de la jeunesse et de la beauté, tandis que 

le second fait Yoir une jeune femme, et probablement une sim- 

ple mortelle , cédant à la passion lascive d'un satjre. Quant au 

troisième, robscénité en arriverait jusqu'à l'infaniie, si quel* 

que raison scerete, et que nous rechercherons bientòt, n'avait 

déterminé lartiste, d ailleurs aussi peu scrupuleux que possikle, 

à nous montrer plutót la passion qui s'allume que ceUe qui 

sassouvit. 

L'amant du premier groupe, et celul que nous regardons 

comme Tobjet aimé dans le troisième , si semblables par Tàge 

et Tajustement, ont tous deux la panie inférieure du corp& 

enveloppée par un manteau étoilé. Les astres, a cause de leur 

éclat, sont les symboles naturels du ciel et du jour; ils sont 

aussi la parure de la nuit , et, par conséquent, peuvent servir 

à designer Tempire où règne une nuit éternelle. De là la sup- 

position d*un contraste eutre le jour et la nuit, le ciel et l'enfer. 

D*où il résulte que le groupe centrai, qui ne se rapporte ni à 

l'eufer , ni a,u ciel , doit se rattacher à la surface de la terre. 

Les cjgues conviennent au ohar d'Aphrodite, et M. Jahn 

est d'accord avec nous sur ce point. Vous , mon cher ami ^ 

vous avez donne une grande valeur à ma première supposition, 

.en démoutrant, par un grand nombre d'exemples, que le 

groupe de deux amants qui se donnent un baiser sur la bouche^ 

ou qui sont représentés dans un tendre enibrassement, devait, 

sinon toujours, au moins le plus souvent, représenter Aphro- 

dite et Adonis, Dans le groupe du char, Tamante est nue, et 

n a d'autre parure que cette écharpe transvei-sale, attribut ordi-- 

naire de TÉros berma phrodite sur les vases que M. Jahn me 

permcttra de conlinwer à considérer comme teprésentant des 



A M. DB WITTB. 423 

sujets mystiques, bien que je reconnaisse que la présence de 
ces vases dans un tombeau ne doit pas étre envisagée comme 
un ÉÌgne certain de Finitiation du mort qu'on y avait depose. 
La nudité est un caractère qui , parmi les déesses , me parate 
presque toujours indiquer Vénus. Or, dans ce char que trainent 
des cygnes, oiseaux consacrés à Vénus, je ne pense pas que 
M. Jahn lui-méme soit en disposition de voir une scène de la 
vie priyée, et, par conséquent, d'y reconnaitre une de ces 
femmesnues, courtìsanes ou joueuses de flAle, qu'on rencontre 
souyent sur les peintures de cette demière catégorie. 

Assurés désormais du personnage de Vénus, il ne nous est 
pas difficile de parser à celui d*Adonis. four cela d'abord , 
nous ayons la celebrile des amours de la déesse avec ce héros ; 
puis l'attitude caractéristique que tous avez si bien déter- 
minée; puis encore, le caractère de mollesse empreint sur le 
personnage ; puis enfin , la tendance celeste et astronomique 
du sujet. Adonis, dans la fable grecque, n'est point un fon 
chasseur, mais un jeune imprudente passionné pour un exer- 
cice dont il est incapable de supporter les fatigues et d'affronter 
ie& dangers. Tous les monuments, sans exception, nous le 
montrent sous des traits efféniinés, et, en outre de ce carac- 
tère , la coifFure qu*il porte ici , quoique peu distincte , a trop 
d*analogie aree celle qui distingue la téte d'Adonis, de Cinyras 
ou d*Apollon, sur les monnaies des rois de Cypre (1) , pour que 
nous puissions negliger un rapprochement aussi instructif. 
Adonis, languissamment conche sur un char quii ne conduit 
pas, et dans un sens oppose à la marche de ce char, n*est ni 
le bouillant jeune homme que Vénus ne pouvait détourner 
des périls de la chasse, ni la victime que la déesse cherchait 
en vain à soustraire à la mort. La place qu il occupe dans le 
char de Vénus montre que le temps des dangers et des larmes 
est passe; mais sa langueur offre comme un souvenir de ses 
douloureuses épreuves, et la passion dont Vénus donne ici le 
témotgnage, semhle indiquer les efforts que la déesse a dA 

(I) Voyc* Hevue numismati^ue, 1839, |»l. I, et p. 13 et »uiv. • . • 



424 XIX. UBXTftE 

faire pour le soustraire, au moina pendant qualque tempi» 
aux embrassements de Ppoaerpine* De là (car je suia ohìigi 
d'étre bref) larévélation du caractère astronomique d«é«>fit, 
caractère auquel coneourenl 6t le char et le mantesu óloilé, 
et les oiseaux celestes qui entrainent le char« Ce caradève est 
trop nettement marqué par l'origine orìeiilale da nij^be d*A* 
donb , et par la distribution caleadaire dea fétea et deA tété^ 
roonies auxquellea ce myth^ donnait lieu dans la Sjrie^ pour 
quii soit nécessaire d'insister sur ce point. Adonia « déli^ré 
des ombres de la mort, reparait tur Tborizon ; mais l'éclat de 
cette renaissance sera suivi d un nouveau retour aux enfiala, et 
désormais les phaafS de la vie et de la inort se suivroitt pésio- 
diquement, comme dans la succession siderale des pbénoaiènes 
de l'année. 

Yénus s'élevant dans le ciel avec le aoleil de pùntemps ré» 
pand la vie et la fecondile sur toute la nature. C'est là un lieu 
comraun qui a fourni au genie antique queiqiiesmnes de ses 
plus belles inspirations, et si Yénus seule éveille ainsi la pas* 
sion che« tous les étres , le spectacle des étreintes de cetle 
déesse avec son amant doit accroitre encore l'ardeur univer- 
selle. Aussi voyons-nous , à la surface de la terre^ TeHet des 
exemples donnea par Yénus. Les monuments obscènes soni 
innombrables, et pourtant rien n'est plus rare, surtout pour la 
belle epoque grecque, que ceux quinous montrent dea rap- 
prochements conformes aux lois les plus directes de la nature. 
Sous ce rapport, le groupe que nous avons sous les yeux me 
semble trancher, d'une manière frappante, sur la plupart des 
représentadons avec lesqueUes on serait tenté de leconfondre. 
C'est une union naturelle et susceptible de fecondile , sauC la 
réserve quii faut toujours faire sur ce dernier point^ quand il 
est question des satyres (1). Or, n'oublions jamais que, di^ns Ics 
idées des religions antiques, lamour qui feconde n'était point 
agréable aux dieux | que , saus cesse , ils faisaient sentir, à cet 
égard , leur courroux anx familles humaines , et que chaque 

( f) Cf. V Élite des mon^ céfamogr^^ t. I^ p. 13 1 et »uÌT« ^^- 



A M* VI WfTYE. 425 

roonel, par u» sacrifiot moloncaìre plus cm tnoios étendir, de- 
yait Eachftter sa prOgóiitiire de hi iéttieticé Aitale pròmmcée 
par les dieux La sjrn^fiegma qué aous nnyons id n'entré paa 
ciana les détaila ordinairea <ki thiase bachique. Lea tiionuinenta 
de lait et de la lutératnre, si nombreux et si rempUs de licenee, 
ne foumissent aucune indication aoua ce rapport. lei ce n'ést 
pointuBe mènade qui partage la passici da satire, et, ponr 
expliquer la scène ^ il faut se souvenir dea traditions , Suìvant 
lesquelles lea feminea de certaines contrées avaient èie etposées 
aus attaquea des satyres (1). Cette deniière observation poar*- 
rait aervir à expliquer le monvement de la pamhère qui se 
jeile sur les jambes du aatyre, et semble vouloir Véloigner d*un 
plaisir contraire à des habitudes ordinairement monstrueuses 
oommeaa personne. 

Je n'insisterais pas sur Teapèee de proiestation qne feltri- 
bue à ranimal tout rempli de Tesprit de Baocbua, sì je ne retrou- 
vais y et eette foia d'aocord aree M. Jabn , te méme sentiment 
dans le peraonnage auqnel il consent k attribuer le nom d'Or- 
pAd0, IL Jabn a très4»ien reconnn la douleur et laversion qui 
éclatent dans les yeux et lattitude du persolinage assis sur le 
rocber et jouant de la lyre. Orphée, en efFet, a partage les 
enurainemeats de la paasion terrestre, il a subi l'influence de 
Vénua ; Euridice est decenne son épouse , mais les dienx Fen 
ont puni 9 en lui ravtssant une femme adorée* Peut-ètre icì 
Orpbée nen eat-il pas encore venu au degré de baine que lui 
inapiràrent les femmes après qu*il eut vainement tenté de ra- 
menar Eurydice des enfers , et que cette baine lui eut foumi 
ridée de dooner une base relìgieuse à l'amour contre na- 
ture (2). Assis mélanooliquement sur un rocber de la Tbrace, 
la Yue des transports de lamour ne lui inspire encore que 
des regrets. Il cbante Eurydice qu'il a perdue; il s'étudie à 
trouTer des accords qui puissent flécbir les dieux de Tabime. 

Comment Orpbée est-il descendu aux enfers ? Qui lui en a 



(1) Pan»., I, 23, 7. Cf. VÉUie dei man. céramogr., t. I, p. 134 et snÌT. 
(l) Hysia., Poti. Aaron., Il, 7. 



426 XIX. LBTTBB 

montré le chemin ? lei la traditioii mythologiqoe est muetle ; 
et, pour combler une telle keune, il faut bien, ce me setnble, 
avoir recours aux analogies. Or, celle qui existe entre Bacchus 
et Orphée me parait elidente. D*uiie part, Orphée a été l^insti- 
tuteur des mystères de Bacchus; d^autre part, Bacchus, tout 
dieu qu*il était, a été pris, oomme un simple héros, de la pas- 
sion furieuse de revoir sa mère Sémélé descendue aux «nfen 
comme une simple mortelle (1). Cette mère de Bacchus était 
aussi son amante, si nous en Jugeons d'après le mìroir étras- 
que (2) que vous avez si justement rappelé, et la manière très- 
peu chaste dont Bacchus et Sémélé célèbrent leur réunion sur 
ce monument, ressemble trop aux signes de joie qu*Aphrodite 
et Àdonis montrent en pareille circonstance, pour ne pas 
frapper ceux qui consentiront avec moi à suivre, sur notreyase, 
le parallélisme d'Adonìs et d*Orphée. 

Le dieu Bacchus ne sait pas le chemin des enfers, et, pour 
lapprendre, il doit s en rapporter à un homme, puisque cet 
initiateur meurt avant que Bacchus ne soit revenu des en- 
fers (3). Ce n est donc pas nous qui oonfondons les dieux a?ec 
les héros, e est la fable elle-méme qui rabaisse les dieux au 
niyeau des héros, et méme au-dessous des horomes. Si le dieu 
descend ainsi jusqu a Thomme , Thomme doit ausai aisément 
remonter jusquà la divinité; et ce serait une chose étrange 
qu'on ne trouvàt pas sur les monuments la trace d*une confu- 
sion qui tient essentiellement au fond des choses. 

J*arrive ainsi à ma conjecture la plus audacieuse. J*ai associò 
les noms de Bacchus et d Orphée; et, au lieu de Prosymnai 
montrani à Bacchus le chemin des enfers , ainsi que lea temei* 
gnages littéraires nous lattestent (4), jai suppose que Dotre 

(1) Pan*., U, 37, 6. 

(2) Moti, ined. de Vinsi, arck., t. U pi. LVI A; Otrhàrd, Etruskiscke SpÌ€gei»TiÌ. 
LXXXIll. 

(3) ClfB. Alex., Protnpt,, p. 29 et 30, ed. Potter; Arnob., j4dv. (ieniés, ▼, 28; 
TMta. <u/ Lycophr. Catsandr.^ 212; Nono., IvvaYCDyyi toTOpiòiVy I, 37, p. 139, ed. 
Montacut. Eton, I6f0; Hygio., Poet. Astron., II, 5; PluTorio., 7'. ^Evóp/Ti;; Firn 
Matero., de Errore pro/an. Ae/., p. 428 et 429, ed. Gronor. 

(4) Arnob., /. eit.; Paiis., Il, 'i7, à, et les autres passages cités dan» la aotepiw- 
dente. 



A RI. DE WITTE. 427 

vase deyait représenter Prosymnus sur le paini de montrer à 
Orphée le meme chenUn. M. Jahn me dit à cela que ce Prosym- 
nus était un personnage borné exclusivement aux mystères 
de Lerne, et Je serais heureux qu*il nous donnàt queiques ren« 
seiguements sur ces mystères de Lerne, dant je ne saìs pas 
grand* chose, et qu il counait si bien. Quoi qu il en soit de oes 
notions, Prosjrmnus ne se bornait ni*à Lerne, ni a ses mystères. 
Sous cette forme, ou bien sous celle de Polyhymnus (1), qui ne 
me parait pas moins autfaenttque, il se lie à un des faits les 
plus généraux de l*antiquité, Tinstitution des Phallophories (2). 
C'est ainsi que nous le retrouvons non-seulement à Lerne , 
mais encore à Athènes. Nous savons que dans cette dernière 
ville , la tradition du voyage de Bacchus aux enfers pour en 
tirer Sémélé, avait une grande importance. Le poéte tragique 
Sophon (3) avait traité ce sujet, et les Grenouilles d*Aristo« 
phaDe(4) ofFrent, avec évidence, une allusion satirique à ce 
mythe, jugé dìgne de tout le sérieux de la tragedie. 

Comment ce sujet, ainsi rraité avec toute la noblesse, tonte 
la grayité de lart, pouvait-il donner place aux détails obscènes 
de rhistoire de Prosymnus? Quel était aloi^s Téquivalent de 
ces détails ? C est ce que nous ignorons complétement. Nous 
ne savons pas davantage ce que c'était que Prosymnus, et ja- 
voue que c'est uniquement par conjecture que je le fais entrer 
dans le thiase de Bacchus. Pour cela cependant il y a des rai- 
sona nombreuses et qui ne sont pas sans valeur. Silène est le 
pédagogue de Bacchus ; Prosymnus, dans la fable , joue le róle 
de pédagogne , et Fon sait à quelles conséquences conduisent 
ces fonctìons dans le sens obscène et corrompu. Le nom de 
Prosymnus ou Polyhymnus désigne un étre passionné pour la 
niusiqufl et habile à jouer de la lyre. Or, Silène, Marsjras, Camus, 
Dtthjrrambus y Hédjrcenus, tous les principaui satyres, le plus 



(1) Schol. a/ Lycuphr. Catsandr., 212. 

(2) Clan. Alex., l. eit.; Arnob., l. cit. Cf. Schol. <»/ Aristopbau. Jcham.t 242; Lu- 
rìan.y tU Dea Sjria, 16. ' 

(3) Ap. Ariitophao., Ran. 73. 

(4) ^,. cu. 



428 XIX. LETTRE 

touTeat ìthypfaalliques, soni représentéi la lyre à la nuin (1). 

Ce quii y a de plus audacieux dans la tradttion antique, 
e est de subordonner Dionysus a la honteuse passion de son 
pédagogue. Oa ne dit rien de aemblable d*Oq>bée ; mais ee hé- 
ros, comme iostituteur de 1 amour sacre (2), nous devient bien 
suspect, et lanalogie de sa desceute aux enfers avec celle de 
Bacchus complète noi re conviction. 

Acbevons maintenant la description de la peinture qui a 
rendu tous ces déyeloppements nécessaires. Prasjrmnus arri* 
vant tout à coup en présence du groupe centrai, sent sa passioQ 
allumée par cette vue. Il se troupe en méme temps auprès 
d'Orphéey qui Toudrait trouver le chemin des enfers pour en 
ramener Eurydice. Tout est donc preparò pour racGompUsse- 
ment d*un pacte semblable à celui que Tinstitut^ur sacre fit 
avec Bacchus. Car on conviendra que Tinitiation seule pouvait 
montrer le chemin des enfers. Prosymnus, avec la pétutanoe 
propre aux satyres, va se jeter sur le jeune bomm^ assia sur le 
rocher. C'est d abord pour lui robjet le plus procbe; ensuite 
il faut admettre chez lui un raffinement de comiption t^out à 
fiiit conforme à la nature des satyres. Orphée, pous céder a la 
passion de Prosyronus, ou du moins pour luì faire une prò* 
messe , n'a pas encore besoin d'étre devenu Tennemi des feni- 
mes. C'est méme sa passion pour Eurydice qui le fera condes- 
cendre à cet avilissement, et cependant son espoir sera trompé; 
il reviendra de son infructueuse entreprise avec la baine de 
tout ce qui pourra lui rappeler celle qu'il aura à tout jamais per- 
due. Tout à l'heure nous expliquions Orpbée par Bacchus, et 
e est à son tour Orphée qui va nous servir à comprendi» Té- 
trange et honteuse maladie dont Bacchus est atteint à son retour 
des enfers, et ce besoin effréné qu il éprouve de satisCsire la 
passion de Prosymnus , m^me après sa mort (3). lei nous en- 
'rons dans un ordre d'idées dont il nous est impossible d'in- 



(1) Voyei le Saiyn Ljricine dans VÈiUe des mon. céram., t. I,|i1. XLVIII, 

(7) Hjrgia.y Poet. Astron., II, 7. 

(3) Clein. Alex., Protrept., p. 30, ed. Potter. 



A M. 0B WITTE. 429 

diquer «éne leé poinu principaux. G'est le lappori de la 
vie et du Irépas^ Tideotitédu phallus et de la pierre dreMee 
sur le tombeau (1), eia Qii*il nous suffise davoìr raétitué 
notre troisièine groupe d'une manière vraisemblablei et de lui 
atoìr OBsigaé ce learactàre d aaìour infernal dont nous avions 
besoin pour trouver le contraste de ]*jtfnour tout celeste de 
Vénus pour Adonis. 

Voici donc ce que signifie, dans cette circonstance, la créa- 
tion da personnage deSaccAus'Or/^Àée^ qu on in*a tantrepro- 
chée. Il iii*a toujoors été fort pénible de faire scandale auprès 
de maitres dont je respecte rautorité^ commeMM. Welcker 
et Gerhard. Mais n 7 a«>til pas «u de ieur part qselque preci* 
pitadon à me eoiidamo^ir, éi de vàiest^ils , en bonne justìce, 
traitor comme des travaux cottiplets des aotices rédigées pour 
un GataWguei et, par c<mséquent| sous la forme la plus laco- 
nique ? Je n ai eKprimé ici que très^btièvement ce qui pouvait 
servir à I elbpUùatioB du vase^ telle que je la fon^ois. Si j'en 
avtus dii la móitié anlant dans le Caialagiib Durando quelles 
auraient éyé les bornes de oet ouvrage ? Les monuments de Tart 
portent des Uaaces évident«s de fn]rthes entremélés et enchevé^ 
tris les uns dans leS autres ^ camme la si hìen dit notre ami 
ÌML BaDC»fl(a(2). Si au milieu des progrès si aotables qua faits 
rinterprétàtion des va»6 depak quinseans^oan^it parvenui 
réduire à tuie profbrtion insignifiante ceux de «ces manuments 
qui a^ peiweiit V^npUquer par des fables fidèlement calquées 
sur les tesil:€fi 4ittéraM^, je concevrais qu'on gardit Tespé^ 
ranbe dWriter è une iotelligenoe ausa simple et abissi claine 
de touies les peÌBturèS« Mais leùombre de celles qui résistent 
étid«mmei]t à«r%e Ielle epéraiian, est.» de lavea de tous, si 
consìdérable, ^*\\ fant Men nous permettre de recourir ad au- 
tres mojens dlnvestigation, et de donner la preuve quebeau- 
coup de pèintuf es , ptiiicipalement celles de la dernière epo- 
que (3), ont été concues dans un système de sjncrétisme 

(1) Cf. Panofka, AnM. de Vlnst, arch., I, p. 300 et snìir. 

(2) Deher verlegene Jtfjrthen, Berlin, 1840, ia-4''. 

(3) Le Tafte dont il V agit apparticnt à la dernière épnque; i'*e»t nn tttte d6<&briqiie 
élrusqiie. 



430 XIX. LETTRE 

mystique, où (es fables étaient employées confusément à 
l*expression de Yidèe religieuse. On pourra opposer à nos vues 
des dénégations et des doutes, et nons yerrons toujours aTec 
joie nos idées soumìses à cétte sorte d epreuve ; mais des dé- 
inonstrations absolues, qui ne laissent rien de tout notre édi- 
fice, on n^en a pas produit, et nousavons assez d*expérìence 
polir afSrmer qu'on u'en produira pas. 

ToQtes les peintures , heureusement , ne ressemblent pas a 
celie qué nous venons d'analyser, et noos deTons rendre gràce 
à M. Jahtfi de nous ayoir fiiit connaitre le beau vase attique du 
Mtisée de Berlin (f), dont le dessin accompagnait sa lettre 
(PI. XXIY ^»). Je suis loin, il est Trai, de ranger le sojet qui 
le d^core parmi les scènes de la vie familière. J*y reconnais, au 
còntraire, un emprunt fait à Tlliade, et je ne désespère pas de 
faire partager à M. Jahn la conviction que j eprouve à cet 
égard. Dans Tintérieur d*un palais, un jeune horame diadéiné 
et remarquable par sa beante, debout auprès d'un meublé 
qui, sur un grand nombre de monuroents, désigne le fkala" 
mas ou Ut nuptial, tient un miroir dans lequel il se riarde 
avec complaisance ; de Tautre main il achève d*arranger, 
autour de son corps , les plis élégants de son manteau. Ce 
soin de sa persoune, cette coquetterie, conviennent, parmi 
les héros, prìncìpalement à Paris ^ et e' est Paris ea efFet 
que nous avons sous les yeux. Devant lui est Héiène qui 
vìent d^entrer dans la chambre nuptiale; de Tautre coté, la 
femme qui tient la fleur, ne peut étre que Vénus. Cette 
déesse, après ayoir soustralt son favori aux dangers d'un 
combat inégal (2) , a été chercher Héiène au milieu des 
femmes de Troie; et, après avoir pris les traits d'une vieille 
esclave venne de Lacedemone avec Héiène , elle Fa engagée à 
retourner auprès de Paris (1). « Viens, dit-elle, ton époux t*ap- 
pelle dans son palais ; il est dans son f halamus, auprès de son Ut 



(1) Gerhard, Berlin' sant. BUdwerke, n" 804. 

(2) Homer., lUad„ T, 380 sqq. 

(3) Ibid,^ 38) sqq. 



^ 



À M. DB WITTE. 431 

d'ivoire, brillanl de beauté et de parure. On ne dirait jainais qu'iL 
a combattu tout à Theure, mais qu il yient dequìtter la danse ( 1 ). > 
Après UDe résistance inégalci Hélène auit la déesse qu'elie a 
reconnue; elle revient auprès de Paris; et Homòre nous la 
montre absolument comme nous la voyons sur notre peinture , 
baissant les jeux, oaaeicaXiv xXivaaoe(2), en présence de son 
époux. L'artiste y qui s*est étudié à donner à la figure d'H^lòne 
toute la gràce et toute la magnificence dont il était capable, 
a senti qu auprès d'elle il serait impossible de rendre la déesse 
méme de la beauté; il s*est souvenu, comme un autre Timan- 
the, qu'Homère lavait montrée travestie sous les traits d'une 
YÌeille esclave (3), et, comme ce dernier personnage n'allait pas 
aux habitudes élégantes de. Tart aitique, il s'est contente de 
nous montrer Vénus sous la figure d'une jeune suivante qui, 
tournée du coté d'Hélène, tientdans la main une fleurqui ne 
peut manquer d'étre celle dont le nom, ir(>Ooc, exprime l'idée 
du désir. £n dehors du tbalamus se voient les servantes au 
milieu desquelles Hélène a trouvé Paris à son retour dans son 
palais. EUes tiennent le coflret qui a servi à la toilette du bé- 
ros efféminé, et serablent s'entretenir avec malice de la nou- 
velle victoire que Vénus vient de remporter. Les figuresacces- 
soires s'adaptent donc avec une clarté parfaite aux personnages 
principaux ; le texte d'Homère leur sert d'un commenlaire con- 
tinu, et il n'j a pas jusquaux deux figures de femmes pia- 
cées en face Tune de l'autre sur le col du vase, dans lesquelles 
on ne puisse reconnaitre ces Troyennes dont Hélène redoutait 
si fort les observations malicieuses. 



(1) H4ad.A\ dl90'9^. 

Atiip* W' *A>iCavdpó; ac xotXct olxóvdt vénrtki* 
Kcivoc 6^ iv 6fl0ya|u(» xai dcivbiroìet "ktjft^oi , 
KéXXtt Te vrCXéoov xaì ct|ia0iv, oOdtf xs faìv); 

{7) Jbùi.,i27. 
(3) IbiJ., 3S6. 



l 



432 XIX. LETTM A M. DB WIl-TK. 

TfONtì £i. [A.* òziaom 

Au ceste, ifuoiipia le regsrd et hi bouche de ees deux figures 
«emblent esprimer la pensée du poéte, je netiens nuUemetità 
ce coroplémeot d espiicAtion. On j verrà, si I'od veut, ces h- 
mitumsfigun manieUat%^ ^uì tiennent tant de phice datis les 
«a&alogoes iulietis; mais , quant à la scène principale , elle d^ 
fiut aiioun 4loute à mes yeux. Pour rexpliquer, je n ai été 
obligìé de reccmrìr à aucune aupposition , à aucun mélange de 
mjùk»s étranj^rs lea uns aux autres. Il ra*a suffi de recotirir 
au texte , d'après le^et t'artisle a trace sa eotnpositiotu (Test 
4ie qui arrive le plus souvent ponr les monumenti dtin goùt 
pur et dune gmnde epoque. J avoue sans peine qn*alors l'es- 
prit Mafie pkis satisiait , et cette correspondance exacte des 
modèles Uttéraires et dea diefe-Jceuvre de ì ait da dessin a 
|)our mon imagitialion tm charme tout particulier. Mais il s'en 
fiuit qa*on puisse arriver toujours a tm te} résultat; et de ce 
qiie les tnonumeiits s j reltisent somrent, il ne s'ensuìt pas que 
Ja filate ^en «oit néeessaitement à notre inexpérience et à notre 
-défaut de sagaoilé. M. Thiersch , dans une dissertation (2) qui 
mériie d*étre méditée par tous les archéologues , en tious en- 
^ageant a a^r sains ceiise Ttsil fixé sur. les modèles littéraires, 
a traoé ua« marche bien souveni sùre et feconde, mais qui, 
mnlheuPMneinent, ne peut servir à expliquer tous les monu« 
iBent$, eòHMie il a pam le croire. Nous rencomrons Irop sou- 
want des épreuves à lafoisplus difficìles et plusingrates, et, 
pour mon compte , je préfère le danger qti*on trouve en les 
abordant, k la sécurìté dont jouissent ceux qui les évitent. 

Ch. LENORMANT. 

la Cbapelle Saint-Éloi, leptcmbre 1S45. 

V 

(I) Ibid., 411-12. 

(3) Fetemm artifieum opera jtoetaìvm carnùniòms expUcMa. ]ÌMi*« 1)I3S. 

FI?V DU TOME XV 11. 



TABLE DES MATIERES. 



I. Mémoire sur les Harpyies, par M. le dac de Loynes. Voi. IH ^*9^' 
à» Mon.fpl xux 1— 12 

I I . ObserYations sar rorigine et la sigoification du symbole appelé 
la croix aosée, par N. Felix U^iard. Voi. lY des Mon., pi. xiii 

et pi. A, 1846 13— 37 

III. La favola d*Amiiiione effigiata in un vaso lacano , dal Sigo. 

CaY. F. Gargallo-Grimaldi. Tol. IV des Mon. » pi. xit et xt. . 38^ 50 

IV. Attiéoé Mnémon, par M. Th. Panoflta 51— 55 

V. Dionysi» et les Cabires , par M . Tli. Panodia. PI. b, 1845. . . . 56— 59 

VI. Marsyas et Olympus, par M. Th. Panoflsa. Pi. e et d, 1845. 60— 63 

VII. La ceasioD de Calauria à Neptune, par M. Th. Panofta. 

Voi. II des Jfoii., pi. Lx 63— 67 

Vili. Eecherches sur les ìnscrìptions YotìYes phénicienDes et 
paniques, par M. F. de Saulcy. Pi. e, f, g , h et i , 1845 68— 07 

1X.MoDiiaies des fiduens, par M. L. de la Saussaye. PI. a et l, 

1845 98—110 

X. Lycurgue furieux, par M. J. Roulez. Voi. IV des Mon., pi. xyi— 

XVII 111—131 

XI. Le jQgement de Paris, et Ulysse évoquaùt l'ombre de Tire- 

sias, par M. F. G. Welcker. Voi. IV des Mon., pi. xym— xix. 132—215 

XII. Genie de la Tragèdie , par M. Ch. Lenormant. Voi. IV des 

ilfon., pi. XX, A 216—222 

XIII. BroDze de Chalon, par M. le due de Luynes. Voi. IV des 

Mon., pi. XX, B 223->226 

XIV. Bellérophon, par If. Adrien de Longpòrier. Voi. IV des 

Mon., pi. XXI 227—233 

XV. Sur deux bas-reliefs de Gortyne et d'Athèues, parM. Pli. 

Lebas. Voi. iv des Mon., pi. xxii, a et b 'i34— 2òO 

XVI. Observations philologiques et archéologìques sur rétudc 

dos noms proprcs grccs, par M. Letronne 2 j I — 346 

?8 



^34 TABLE DES MATIBRE5. 

XVII. Sur les représentallons d'Adonls, lettre à M. J. de wiite, 
par M. Otto Jahn. Voi. IV des Mon., pi. xim , xxiv et xxit bis, 
pi. ii,N. 1845 • 

XVIII. Sur le» rcprtsenlalions d'Adonis , Lettre à M. Otto Jahn , 
par M. J. de Witte. Pi. 0, 1845 ' • • • 

XIX. Lettre à M. J. de Witte, par M, Cti. Lenormant. Voi. IV 
des 3fon., pi. XXIV bis, pi. m, 1845.... ••. 



PLANCHBS. 

A. Simpulum. 

B. Dionysus et les Cablres. 

C et D. Marsya» et Olympus. 

E, P , G , H , 1. InscriptioM votif es phéqlclennes et puniques 

K et L. Médailles des ÉdneDS. 

M Adoiii8elVénii8;Orpbéc,Prosyiimu8;va8epemt. 

N. Les JaidìDS d^Adonis; vase peint. 

O. AphrodHe, Adonis, Èros et Pilho; vase peiot. 



.147-386 
3g7_4I8 
419—432 



Pi. A. Ann. /3^ò. 




Onn't' ifttf /it^>it>f 



P/.M. Ann. iS4,'> 




/\\/tftit' .if 



\^ 



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ri. O. Ann . i3^o. 




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