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RQHIue SOGieTl' R05E3IRH 
DI STORIH PlTRm 



^CHIVIO 



deUav 



Società Romana 



di Storia Patria 



Volume XI. 




Roma 

a Sede della Società 

Ila Biblioteca Vallicelliana 
1888 



Roma, Forzani e C, tip. del Senato. 




ne delia Vita e degli Scritti 



DEt 



GIUSEPPE ANTONIO SALA^ 



J 



Amtonio Maria di Gian Domenico Sab 
ntonia Maria Corda, nato in Baceno, co- 
deli' alto Novarese nella valle Antigono 
Toce, il IO febbraio 1717, si trasferi gio- 
iiy dove, conseguito un modesto impiego 
mogliossi ad Anna Sacchetti, romana, che 
ne figliuoli : tre maschi, Domenico, Gio- 
Antonio; e quattro femmine. Teresa, 
Rosalba, Gertrude. 

ale notizia dei due coniugi ho io potuto 
orie domestiche; raa se e vero che dalla 
li argomenta quella deiralbero, posto mente 
che fecero tutti e sette i nominati fi- 
ertezza affermarsi che eglino possederono 
difficile arte deireducare. La quale, an- 
fola apparenza, e ordinariamente poco o 
{dovrebbe essere tenuta in altissimo pregio 
tori delle cose. E se ai maestri delle arti 
le figure d'uomini perfettamente dipinte 
) maggiore dovrebbero acquistarla ai propri 



S7^ST 



77 ■ ■ 53 

4tMi.rrr comtiiol «Aint 



oos 




G, Cugnoni 



genitori quei figUuolì, che per una retta e savia edi 
zionc divennero compiuti esemplari di virtù morali e c^ 
vili. E come il merito di qualsivoglia impresa cresce - 
misura della scarsezza de* mezzi cli*aliri s'ebbe a condurla 
cosi al Sala ed alla Sacchetti è da assegnare il maggioi 
vanto di ottimi educatori : da che, sfomiti in tutto d'ogn 
bene di fortuna, con la sola virtù dell'animo riusciron* 
ad apprestare alla loro prole vita onorata ed agiatissimi. 
Domenico, nato il 29 maggio 1747, notissimo neU 
curia sotto la denominazione di abate Sala, per la dìvis 
chericale, che, sebbene non sacerdote, sempre, anche dop 
uscita di moda, costantemente indossò; com*ebbc coir 
piuti gli studi di diritto civile e canonico, prese a trattar 
presso le congregazioni e i dicasteri della Sede romana 
negozi ecclesiastici in servizio di monsignor Pier Antoni 
Tioli, a cui per tale effetto faceauo capo le principali die 
cesi della Germania. Fu questo il suo primo passo in quell 
splendida e ricca carriera, che, schiusagli da benigna fo] 
luna, egli seppe percorrere con tanta lode. E la formi 
gli fu benigna per questa maniera. Soleva il suo p; 
sgabellare e condurre in casa al Tioli gli spessi doni, s] 
civilmente di vini, che giungeangli da più parti; e poi eh 
in tale facccnd:! usava diligenza, e facea pruova di onest 
s'acquistò tra breve la stima e l'amicizia del prelato, e t 
cliiamò sul figliuolo la protezione. La quale cangioss! be 
presto in paterno affetto : perchè il Tioli, tiratosi in ca; 
il giovane Domenico, in lui le proprie cose e tutto 
stesso abbandonò. E in ultimo, divenuto presso che cieci 
avvisando non lontana la sua fine, rinunziategli le propr 
clientele. Io instituì erede di tutto il suo avere (i). Era 

(i) Tcstamcntum Bc. Me. R. P, D, Pclri Anionii Tioli apfrtum 
puhìictiium die 20 nozvmhris jy^6 in Actis Francisci Oìiveri Cur. Ce 
Net. Intorno aUa vita ed agli studi di questo dotto ed erudito prela 
sono da consultare le Sotiị delia Vita e delie Miicdlanu di Moni 
Iptor Pietro Antonio Tioli, nato in Crevakuore a' ig fna^gto ijii, A 



'Velia vita e degli scrini di G. e^. Sala 7 



anto Domenico, perfettamente addestratosi nel maneggio 
Idcgli affari ecclesiastici, consegui nella Dateria apostolica i 
Iduc rilevanti uffici di amministratore delle Componende, 
Ji depositario dei Vacabili, e poi gli altri di uditore del 
lardinole pro-datario, di succolletcore de' Quindenni e 
elle Mezze annate, e di sostituto della Via de Curia. Ma 
'più issai che nell'esercizio di tali uffici, se ne valsero per 
la suprema direzione di quel dicastero i pontefici Pio VI, 
Pio Vn. Leone XII (i). Pio Vili e Gregorio XVI, consi- 
jliandosi con lui intorno alle materie di maggiore impor- 
ne. Perchè in Roma, ove corresi facilmente alle arguzie 
ifavic invidia, o meraviglia di cosi soverchia autorità), veniva 
Dprannominato il Papa nero (2). Negli anni 1798 e 1799, 
ifante la canura di Pio VI, giovò granttemente d'opera 
consiglio monsignor Michele Di Pietro, lasciato in 
lonu dal papa cerne suo delegato apostolico con pie- 
ezza Ji poteri per Tamministrazione de' negozi spirituaL'. 
Scirottobre del 1798 pertossi a Firenze, ove era sosce- 
uto il pontefice, per sottoporre al suo giudizio un dise- 



Rcma a* 20 noi: ijgó, Cammere segreto di S. 5. e Segretario 
5. C. de' Confini delia Stato ecclesiastico, raccolte da Francesco 
'fUÌ4ri con i catalani dille nuiteric contenute in ciascuno de* )6 Ko- 
kuiati alla Biblioteca del SS. Salvatore de' Canonici Laleranemi 
M (Pesaro, Nobili, 1826, in-8"); scritte e pubblicate per 
litilonc ed a spese di Domenico Sala, secondo è detto a pag. tv 
J56 dì quel libro. 
(t) Leone XII avoagli singolare affetto, e invitavalo spesso con 
lictri confidenziali a ber seco il caffè. Possedeva il Sala una vigna 
ddU porta Angelica sulla via Trionfale; Leone spesso gliene 
tiliva; e quegli un' giorno rìsposcgli tutto conturbato: - Padre 
in quel povero mio terreno sì è testé cacciata una pestilenza 
'nulctli voraci, che mi mangiano ogni cosa. - Il papa smascellò 
riw; egli stesso avea fatto recare in più sacchi, da non so quale 
podere, gran numero di porcellini d'India, ordinando che si get- 
'0 QctLi vigna del Sala. 
[ (3) Motteggiavasì pure sul suo cognome, e diccvasi che per giun- 
ilpipi, bisognava passar per la Sala. 



G. Cugnoni 



gno di bolla da provvedere, nel caso di sede vacante, 
alla sicura e sollecita elezione del nuovo capo della 
Chiesa (i). E quel disegno fu approvato, e la bolla sp«> 
dita, la quale tra breve riusd opportunissima. Che, morto 
Pio VI, bisognò adunare il conclave in Venezia, E per- 
chè quel caso destava dubbi e incertezze, fu il Sala inv^ 
tato dal collegio de' cardinali a recarsi colà, per avvi 
co* suoi consigli le cose a buon fine (2). 



I 



(i) Baldassabrt, Rólaxjom delle avversità e patimenti del glor"*^^** 
papa Pio r/, ecc., 3" ediz. (Modena, SoJiani, 1840-43). Ili, 14S- * 
G, A. Sala, Diario Romano^ 11, 78 scg. 

(2) Due lettere di Domenico Sala a suo fratello Giuseppe Aniot^>*^ 
sul conclave di Venezia del 1799: 



I. 



I 






« Venezia, 7 decembre 1799- 
« I cardinali stanno benissimo, e pare che non abbiano sofiert*^ 
« niente. Ambiscono al papato, alla segreteria di Staio, ecc., com^^ 
« se fosse 30 anni sono, e veggo che il gran flagello sofferto non h^^ 
(I prodotto in loro alcun cangiamento. I partili sono, in 54 cardinaJfr 
« quattro o cinque, uno diverso dall'aliro, nò sembra che per ora pos- 
rt sano avvicinarsi. Si aspetta a momenti il card. Herzan, il quale 1 
« dice partito da Vienna nel di 28 dello scorso mese. Si vuole ch'eg 
« porti h parola dell' imperatore, e che alla di lui venuta si Jctermint 
« l'elezione, ma io non lo spero, seppure non si vorrà ubbidire cicca- 
" mente, alla volontà della Maestà Sua. 11 card. Ruffo fa un^ottiraa 
(c figura, e si conduce come un cardinale che abbia fatti cinque o sei 
« conclavi. Tutti gli fanno corte, ed egli corrisponde con altrettanta 
« gentilezza. Egli non pensa ncppur per sogno per sé, ma pensa di 
K fare il piacere dei suoi sovrani, e di dare alla Chiesa un capo de- 
« gno di esserlo. In tanta divisione di pareri, io non saprei prevc- 
« dere chi sari. I maggiori voti finora sono per Gerdìl. Dopo aver 
« veduto varie volte alla sfuggita Antoncllì, l'altra sera fui da lui. 
(c U di lui contegno però non piace ad alcuno, essendo appreso da 
te tutti per un soverchiatore e per un despota. Egli è attaccato al 
te partito degli Spagnuoli, e per questo motivo ancora è guardato di 
" mal occhio. Ruffe per altro non gli si mostra disgustato, e non 
« sarebbe lontano dal dargli il voto, quando altri vi concorressero. 
f( Caprara dice ad ognuno, che non vuole il papato, e sta in riuro. 



Iklla pita e degli scritti di G. od. Sala 



Nel decembre del 1799, allorquando i Napoljrani eb- 
bero occupato Roma, venne a lui fatto di ricovrare il ce- 
|lcbre codice Vaticano 2226 (w Terenzio di lettere maiii- 
«scole con scolii in lettera longobardica ; fu de! Bembo; in 

• Dugnani fi Ìl disinvolto, ma si crede che la corte imperiale sia 
nptr lui. Vincenti aspira alla segreteria di Staio, e Antonelli dice che 

■ ooD vi t sogeno raegliore di lui per un lal impiego. Tutti gli altri 
'poi vinno dove son guidati, e forse a lungo giuoco fra i Valenti, 
'i Calcagnini, gli Honorati, i Depetris sarà il papa. Intanto però 

I « che lutti questi porporati smaniano in questa conclusione, non sì 

J « ha sicurezza alcuna della restituzione dello Stato, né intero, né in 

^«partc, non per colpa della corte dì Napoli, ma di qu<ikun'altra, e 

•se n papa si facesse oggi, dimani non avrebbe da mangiare. Ruffo 

■lu pensalo ad un ripiego, ed a me sembra buono e riuscibile. Si 

«tcDicri, ed avendo queiresito, che si è proposto, si combineranno 

• moìtc cose, che ora paiono diametralmente opposte. Non ve lo 

■ confido, perchè vi vorrebbe troppo a spicgarvelo, e perchè non vo- 
ì'io arrischiarlo in una carta ». 

H. 

n Venezia, 28 decembre 1799. 
■ Snno terminate le feste Nalaliaie, ma non h terminato il con- 
l'davc, come ci avevano fatto sperare. Ora ci lusingano che non 
Mptoicri U raeià di gennaro. Staremo a vedere. Frattanto ù curioso 
MH icniirc che tra ì coUcghi vi sono impegni e contrasti per le ca- 
Mfiche (tì segretario di Stato, ed altre. Parimenti si tratta di distri- 
li buzione di cariche prelatizie. Oh vedete come stj.imo. Il Signore 
Mei 4Ìuii. È stato scritto a Vienna per sapere come abbia a rego- 
la l*r»i ìl trattamento di fornulìti col nuovo papa, al quale diversi 
cattolici di questi contorni vanno preparando donativi di 
sagri. Lo credereste? ne era venula un po' di voglia a 
•Gio: Francesco, ma poi gli C' passata, e per opera di Busca si è 
•anno a! partito Braschi, il quale avrebbe voluto Chiaramonlì, ma 
'M dovuto conoscere (li non potervi riuscire. Di Gcrdil non si parla 
I^Pcr Bellisomi non si è conchiuso interamente. Ora per opera 
hkI Seoo^llicse si tratta per Mattei, ma sembra che non vi si 
'fìuiciri, e che probabilmente la faccenda terminerà in Bellisomi, 
•i^widoije Braschi preso molto impegno. Oh vedete il granJ'uomo 
»chc pu6 dar tanto peso ad affare di sirail rilievo! In qualunque 
imodo seguiu a tenersi per certo la stabilita rìprìstinazìone della 



IO G. Cugnoni 

« pergamena in 4** - Fulv. Orsinus »), che con altri molti 
era stato rubato da quelle indisciplinate soldatesche (i). 

Nella invasione francese del 1809, mentre afFaccenda- 
vasi di nascosto a spedire le materie ecclesiastiche presso 
la delegazione apostolica istituita da Pio VII per fino a. 
che durasse la sua deportazione, venuto in sospetto alla 
polizia, fu preso e rinchiuso nel forte di Finestrelle (2). 

Ricomposte le cose, tornò in Roma, e dicono che, 
premio a tanta fede ed operosità, gli fosse offerta la por- 
pora cardinalizia, e ch'egli la rifiutasse (3). La qual cosa è 
assai verisimile, considerata la sua naturale avversione a 
quanto sentisse di grandigia e di fasto, anche più là di 
quello s'avvenisse al suo grado e alle sue ricchezze. Delle 
quali fu sempre dispensatore larghissimo ai bisognosi: co- 
sicchò, dopo la sua morte, tenuto ragione dei pingui asse- 



<( (^ninpngnìa. Hccovi ilctto tutto in succinto, senza starsi a dìfTon- 
» (Ieri* nel raccontare i soliti inutili pettegolezzi. Il maresciallo da 
f vari giorni guarda il letto con febre a S. Giorgio, ed ivi al mezzo- 
" giorno fu gli onori della casa e della tavola la marescialessa. Non 
" ridete, pcrcliì.* in cose serie non conviene scherzare. Tutti questi 
" prcl.itt per/>, in seguito degli avvertimenti di Scotti, si astengono 
'/ da lari! nui vedere con alcuna signora, e compariscono sempre in 
» noia unione fra loro, co^icchò se alcuno freqjuenta qualche casa 
.1 vcnc/i.ina» non se ne .ia nulla, e almeno si salva l'apparenza ». 

( ( ) i'Àh rilevali dalla seguente nota segnata nelTantiguardo di esso 
(■otlUf: " l'urio sublatu» mense octob. an. MDCCXCIX. Sed multa 
» a MK' diligenti.) pcrquisilus beneficio egregii viri Dominici Salae 
M Hlhlioiliecu* rcstitutui idibus deccmb. eiusdem anni. Cai. Marini a 

„ iiiifi. r,it. ". 

(j) Mai i»A*''«AHRi, op. cit.. in, 148, in nota. - Pacca, Memorie 
.toiiil''> fii;- (I*'""-t. Ilonrliè, iHjo), pag. 218. 

Il) In mi hirJ'<-"o di nu)nsi;;n<)r M.ucili .» Giuseppe Antonio Sala, 

,|,.t w ditinilTo 1S15, si legge: « ... ed ho sogg'unio che dovea egli 

„ (Il » .H'I' ■ig"-^"'^** •■*' St.ito) far ritk-ttere al papa i meriti esimi del 

„ nUt. iiM». Doiniiiico, quali dovevano porsi a carico riguardo alla 

v(«tia prr-.ona. .subito che il medesimo non aiwa uvuU^ lù voleva 

: j,,,„h,«,(, tht' i,7i eratto iiitiitam<;ttL: dovuti ». 




^klla vita e degli scritti di G* q4. Sala 




Jgni da lui per lunghi anni goduti; dei ricchi proventi delle 
gciizic ecclesiastiche, massimamente di quelle delle diocesi 
letterali dclJa Germania; della non tenue crediti del Tioli; 
' dei molti e preziosi donativi venutigli si da lasciti testa- 
ncnt;ni, e si dalla munificenza di quei sovrani, coi quali, 

[dopo il 1814, Li Sede romana conchiusc, per gli uffici di 

[lui, solenni concordati : si trovò dell'ingente patrimonio ap- 
pena un modesto avanzo, e questo pure per la maggior parte 
legato al suo erede a titolo di usufrutto, da ricadérne in 

[Ultimo la proprietà a stabile beneficio di pii institutì (i). 
Visse Domenico presso ad Sj anni; mori il 12 feb- 

'braio 1852- Il suo corpo riposa in S. Ignazio, avanti l'ai- 
tare della Vergine, presso alla sepoltura del suo amico e 
benefattore monsignor Pier Antonio Tioli (2). 

Giovanni, nato il 25 ottobre 1756, fu abilissimo ra- 

! gioaicrc (j) e dedito ai traffichi, donde raccolse non me- 
diocre fortuiìa. Esercitò V importante ufficio di computista 
del Buon governo; amministrò con autoritA di viceprincipe 
il patrimonio Rospigliosi, cui di scadente tonìò floridissimo. 
Tolse in moglie Violante Donasi, e n'ebbe cinque figliuoli, 
Luigi, Pietro, Clementina, Teresa, Maria. Visse 78 anni, 
raofi il 12 gennaio 1S35, fu tumulato in S. Maria in Via, 
»€lla Sua sepoltura gentilizia. 

Delle quattro femmine, Teresa, naca il 19 novem- 
^^ '748» e Rosalba, nata Tu aprile 1754, abbracciarono la 
vita monastica : Caterina, nata il 24 settembre 1750, ma- 
nutasi il 7 giugno 1772 a Baldassare di Giacomo Cugnoni, 

(0 BrfVi notizia tklì'ah, Domenico Sala scritta dal cardìtiaU Giù- 
^ff* J^ftionio Siila ìuo fralclh ed erede fiduciario, nel voi. IV degli 
Mrmi di Gioiffpfi Antotiio Sala, pubblicati sugli autografi da G. Cu- 

(2) Con questa umile scritta: a Ossa | Dominici ' Sala | Vìxit ■ An. ' 

• LXXXIV ■ M. • Vili • D. • XIV I Obiii • Pridie • Idus * Februar, * 

• Aa.-MDCCCXXXII | Orate • Pro • Eo u. 

f*) BUDASSARRF, Op. cit. I, I4I. 




12 



G, Cugnoni 



romano, agiato mercatante con legni da trasporto in 
mare: fu madre di dieci fi|^liuoli(r); visse 82 anni, fi* 
polta in S. Marco: Gertrude, nata il 4gennaro 1759. mo^^^ 
a Giovanni Battista Apolloni di Anagni, fu madre di t^" 
sola figliuola, Anna contessa Cimara, e mori in Rom» 
13 marzo 1829. 

Giuseppe Antonio, che è il principale soggetto dì qiX^ 



(i) Tra questi Valcriano, il mio santìssimo genitore, il quale ^ 
sé e della famiglia mi lasciò scrìtte le scguemi memorie: 

« Io sono figlio di Baldassarre Cugnoni e Maria Catarina Sa]#^ 
« Di mio padre, che perdetti nell'età infantile, non posso dame spc-^ 
« ciali notizie, e più perchè un incendio brugiò tutte le carte di fa— 
« miglia. Egli esercitava la mercatura, ed aveva molto viaggiato oltre 
ff mare; era unico di sua casa in Roma, e godeva una stima e re- 
« putazionc di somma onesta e galantomismo. Morì in età dì circa 
« 45 anni, e fu sepolto in S. Catarina della Rota, essendo la nostra abì- 
tt tazione nel palazzo Varese a strada Giulia. Lasciò .\ figli di dicci, 
« cioè due femine, che sono morte di fresca età, una monaca, e Taltra 
« cducandii nel monastero di S. Margarita dì Narni. L'altro maschio, 
« cioò rultìmo figlio, anche egli mori di circa 5 anni lu sono nato 
« ncir^gosio 1784, battezzato in S. Lorenzo e Damaso. 

K Mia madre fu figlia dì Giuseppe ed Anna Sala, entrambi di santa 
» vita. Aveva 3 fratelli, cioè Tab. Domenico, che fu poi amminìstra- 
w lore delle Componende, oltre altre molte attribuzioni; Giovanni in 
" ultimo computista del Buon Governo, e Giuseppe Antonio, cht, 
« dopo una carriera laboriosa, fu crcito cardinale da Gregorio XVI, 
ff e mori prefetto dei Vescovi e Regolari nel giugno 1839. 

K Questi zi), segnatamente il primo, dopo la mone di mio padre 
i> si presero cura della mia educazione civile e religiosa; di essi an- 
«r che rei sepolcro conserverò memoria per le straordinarie obblìga- 
« zioni, che loro professo. 

« In cti di circa 7 in 8 anni fui posto nel seminario di Veroli, che 
« rooUn in allora fioriva, e vi stetti cinque anni e pochi mesi, da dove 
« uscii per la chiusura di detto seminario in circostanza della famige- 
« rata repubblica romana. Sino circa al termine della medesima stetti 
* In Ana^ì in casa dì una (la Geltnjdc Sala AppoUoni. Tornato in 
« Roma continuai lì siuJt sino al corso di matematica. Contempora- 
« ntamcntc fui fatto scrittore di Minor Grazia, e dopo qualche tempo 
« fui nominato cadetto nel corpo del Genio: ma per essere stato de- 



'Della vita e degli scritti di G, 04. Sala 13 



ste memorie» nacque ai 27 d'ottobre del 17^2. Studiò let- 
tere e filosofia nel Collegio Romano, e teologia nella 
Scuol.i domenicana in S. Maria sopra Minerva, donde a 

119 anni ifeci addottorato. Divenuto sacerdote, attese per 
Jwlche tempo, insieme col fratello Domenico, sotto la di- 
itzionc di monsignor Pier Antonio Tioli, al maneggio de* 
Bcgozì ecclesiastici, e ne prese tale perizia, da riuscire, tut- 



I 



ninato in Ancona, dovetti rinunziare per riguardo di mia madre, 
ctl mchc perchè era troppo giovane. 

« Nel 181 1 fui nominato coadiutore a Francesco CencìarcUi, cap- 
t pillino segretario di Minor Grazia. 

• Dopo Pinvasìone francese nel 1814, per esser morto il mio coa- 
diuto, entrai neiresercizio libero di delio ufficio; inoltre fui nomi- 
Mto jcrittore apostolico e de' brevi. Nel 1821 fui fatto coadiutore 
di D. Francesco Lavizzari, scrittore di Via Secreta e di Curia, e 

* od 183^, per morte del medesimo, entrai nel Ubero esercìzio di 

I» Jttio ufficio. 
I «Nel ]82i sposai Angela Silvi di Leprìgnano, dalla quale ebbi 
ptre figli. La medesima, dopo cinque anni e due mesi di matrimonio, 
■ ccuò di vivere, dopo breve m.ilattìa, il 22 decembrc 1826. Non 
^Occorre dire con qual mio rammarico per le sue buone qualità. 
*P«»ci>oIu in S. Marco, 

" U mio primo figlio Ignazio nacque ai 19 agosto 1823. Il secondo 
figlio Giuseppe nacque il 2 maggio 1824. Il terzo figlio Tommaso, 

t"tuto li (li 7 marzo 1S26, nel 1832. il 7 ottobre, cessò di vivere, in 
» cti (li 6 anni, nelle mie braccia, dopo due giorni di malattia inflam- 
■notoria nel cervello. 
* Rcitato vedovo, cosi volli rimanere per occuparmi dell'educa- 
• «ione de' tìgli; ed ho procurato di darla loro prima cristiana, poi 
» ovile. Posso dire che, con la grazia di Dìo, mi hanno corrisposto ». 
^^^\ìì il mio padre amatissimo, il quale mori il j maggio i86x, 
t™ tcpolto nel ricinto scoperto tra la via in Velahro e la chiesa dì 
5' Teodoro, con questa iscrizione: « Valerianus ' Balihass. • F. ' Cu- 

* pmììa I Inter • Sodales * Sacri • Cordis • Jesu | Cognomento * Her- 
■ ntacdildus 1 VII ■ Id. • Aug. • A. • MDCCCXV ■ Supra • Kumerum - 

'^dltaiu , IV • Non. ■ Mai • A. ' MDCCCXXVI • In • Oblatorum • 
*^o«tura • Cooptatus | In • Condiiorio ■ Quod • Sìbi • Vivens Com- 
P^^-it I Dcpositus • Est • Non. • Mai • A. • MDCCCLXl | Annos * 
^'*lM' LXXVII I Requiem * Aetemam | Dona ■ Ei ■ Damine ». 




G, Cugnoni 



tor giovane, uno dei più destri e prudenti ufficiali della 
curia papale. Perchè molto si giovò del senno e dell'opera 
sua monsignor Michele Di Pietro allorquando, nel biennio 
1798-1799, tenne in Roma, come gv\ di sopra accennai, 
con pienissima autorità di delegato apostolico, le veci del-^ 
l'esulante pontefice. E sebbene, pel segreto procedere di 
quella amministrazione, niun fatto possa addursi in prova 
della efficacia e della prudenza, onde Giuseppe Antonio vi 
si adoperò ; tuttavia ne rimane non dubbia testimonianza 
nel seguente paragrafo di lettera, in data 24 settembre 
1798, del Di Pietro a monsignor Spina, uno de' compagni ^^ 
d'esilio del papa in Firenze: « Non mi dilungo questa^H 
u volta, giacche nel prossimo ottobre passerà per Firenze ^ 
«il comune amico ^(i), e con il medesimo riman'i più 
ft facile a viva voce con Lei lo schiarimento di qualunque 
« difficoltà. Ella lo conosce benissimo, pure ad onore della 
« verità debbo attestare del di lui sìncero zelo per la catto- 
« lica religione, del di lui disinteresse, eh' e veramente 
w singolare, della di lui onestà, abilità e a:tività. Debbo 
K confessare, che se non si fosse costantemente prestato 
« unitamente al di lui degnissimo fratello canonico pel 
u disbrigo degli affari, che sono innumerabili, o avrei do- 
ti vuto soccombere, o avrei dovuto arrenarmi. Questa 
« ingenua confessione, e questo tenuissimo tributo di gra- 
« titudinc, che ora rendo a questi due ben deyni ed im- 
« pareggiabili fratelli, desidererei che lo comunicasse al 
« S. Padre, giacche* è troppo giusto che si sappia dal capo 
« della Chiesa chi costantemente ha travagliato e travaglia 
« con sonmio vantaggio per il disbrigo degli affari eccle- g 
« siastici; né io voglio farmi bello colle penne altrui ». E^^H 
il 30 dello stesso mese lo Spina rispondeagli: « Ho fattoci 
« risaltare a S, Santità il merito di codesto degnissimo si- 



(i) Cioè Pab. Domenico Sala, che, come gii dissi, neIl*otiobre| 
(!el 1798 recessi » Firen/c. 



^ella tnia e degli scritti di G. o4. Sala r j 



gnor ab. Sala, e del fratello canonico, riferendogli alla 
K lettera il contenuto nella stimatissima sua. Son persuaso 
« che S. Santità gli di tutto il valore che merita ». E di 
nuovo il Di Pietro allo Spina, ai io de! seguente ottobre: 
« Sensibile oltreraodo al favore da Lei compartitomi nel 
• partecipare al S. Padre i meriti dei due fratelli Sala, vengo 
a a contestarle le sincere mie obbligazioni ». 

Da questo esercizio, tutto proprio del suo ministero, vol- 
gendo talora l'ingegno alla considerazione degli uomini e 
delie cose, prese altresì nelle Aiccende civili e nelle ammi- 
nistrative non comune perizia; secondo che può rilevarsi 
dairaccurato e giudizioso Diario, che egli in c]ucl tempo 
venne scrivendo. Comprende questo V intiera epoca repub- 
blicana, dalla uccisione del Duphot, seguita il 28 settem- 
bre i797,sino all'ingresso dell* esercito napoletano in Roma, 
avvenuto nello scorcio del 1799. Lavoro diligentissimo e, 
sebbene di sua natura sconnesso, non privo di una cert;i 
uniformità, che seppe dargli Tautore, richiamando di con- 
tinuo il disparato racconto alle norme immutabili del vero 
e dell'onesto. Per tal modo la narrazione de* fatti viene 
d'ordinario accompagnata dai giudizi dello scrittore, allii 
cui perspicacia niente sfugge, che sia degno di nota. E per- 
tiinto gli occulti legami degli effetti, con le cause, i torbidi 
jggir;unenti delle fazioni, la ragione delle leggi, i processi 
amministrativi, le probabilità delle guerre e delle paci: tutto 
egli discute e sottopone allo sguardo dei lettori dal lato più 
vivo e smagliante. Infiniti gli episodi di ogni genere, dal 
tragico al comico, dal sacro e maestoso allo scurrile e ple- 
beo. Onde varietà piacevolissima, che compensa la minu- 
tezza spesso soverchia del racconto, e che ti rende penoso 
il doverne sospendere la lettura. Il cronista è tutto odio 
pe' Francesi, tutto amore pel papa; ma l'odio e Tamorc non 
gli fanno velo al giudizio, né lo sviano dalla veracità; e 
spesso loda i nemici, e ancor più spesso biasima gli amici. 
fi II papa (scrive sotto il io luglio 179S), che infelicemente 



i6 



G. Cìignoni 



« non ha attorno, se non se de' familinri buffoni, spedisce 
«dalla Certosa di Firenze gra;!Ìe in abbondanza. Li rescrittifl 
« vengono firmati e muniti di sigillo da quel buon uomo 
« di monsignor Odescalchi, nunzio apostolico in Firenze, 
« e sì fanno delle bestialità deirottanta ». E ai io del ruesefl 
seguente: « Fra le molte disgrazie dell'atruale pontificato 
«dee contarsi per principalissima quella di awre il papa — 
« avuto sempre attorno de* birbanti, o per lo meno de* scioc-^ 
« chi, motivo per cui si fecero tante grazie arbitrarie con 
« disdoro del principato e della Chiesa. Una tale disgrazia 
« continua anche a Firenze, perchè qualche famigliare di 
« Sua Santità seguita ad avere il medesimo influsso, e mon- 
« signor Odescalchi, nunzio apostolico, che spedisce e sot- 
« toscrive rescritti, è un vero bufalo, che nulla intende di 
« tali materie ». In mezzo all'amarezza delle pubbliche tri- 
bolazioni, confessa ingenu.imente e con enfasi (i) «scor-B 
« gersi evidentissimamente la verga piena dì occhi, che va ™ 
« sferzando qua e h\. Il principato e la Chiesa avevano bi- 
« sogno di grandi riforme, non servivano più puntelli per 
« sostenere la fabbrica cadente, e il Signore vuole atterrarla 
« del tutto per poi innalzare un nuovo cdifizio. Penserà 
« egli a scegliere que' materiali, che potranno mettersi di I 
«bel nuovo in opera, escludendo gì' inutili calcinacci e i 
«legnami atti solamente per il fuoco», E altrove (2): 
«Non v'Iia dubbio che Dio vuole una venerale riforma, 
«massime nelle persone a lui consagrate, e sembra chefl 
« forse non giunga ad ottenerla, se prima non si faccia la ■ 
«separazione delie paglie inutili dall'eletto frumento i>. E ■ 
cosi via via in più luoghi. Né la risparmia pure talvolta 
allo stesso papa, come quando scrive 



(3): 



copia delle facoltà accordate dal S. Padre ai vescovi del 



(i) 25 marzo 1798. 
(2) I** seiicmbre 179??. 
(j) 2 ottobre 1798 



Della vita e degli scrini di G, C^. Sala 17 



■ regno di Napoli. Questa concessione è irregolarissima 
« per mille riflessi, ma la cosa e fatta, e non sarà facile il 
«tornare indietro j>. In conclusione, lo scrittore è un catto- 
lico romano di buona fede e disinteressato, che si sforza a 
tuit*uomo di difendere i grandi principi morali rappresentati 
dal papato; e nel furor della mischia avventa i suoi colpi 
non meno agli av^'ersari, che ai compagni d'arme, ove ne 
ravvisi di dannosi o per tristezza, o per egoismo, o per dap- 
pocaggine. Ne venga quel che ne può; egli nulla teme, nulla 
:>pcrj; e però non saprebbe bramare altro conforto oltre 
quello della coscienza d'aver compiuto il proprio dovere. 

Con quale intendimento togliesse egli a scrivere questo 
Diano, non si potrebbe accertare. Che sebbene per una 
parte la diligenza, ond'è condotto, e V importanza dei do- 
cumenti inseritivi farebbe supporre nell'autore il proposito 
di divulgarlo; per l'altra, la troppo schietta esposizione 
de' fitti, la severità de' giudizi, l'acerbità delle invettive, 
l'acutezza dei sarcasmi, e soprattutto la liberissima censura 
de' personaggi d'ogni fatta e condizione, avrebbero per- 
suaso qualunque uomo, anche mezzanamente prudente, da! 
pur mostrarlo a chicchessia. Ma quello, che non porca fare 
Tauiorc, lo avrebbe un giorno potuto far altri; ed egli 
stesso l'accetma là, dove toccando dell'anno repubbUcano 
.sostituito per legge al volgare, scrive (i): <* Noi però se- 

• guitcremo a servirci dell'era volgare, lusingandoci che 

• se questi fogli dovranno un giorno servire a qualche uso, 
k«sarà ita in allora in oblivione l'era francese, e quella na- 
orione sarà divenuta l'oggetto deiresecrazione e dell'ob- 

• brobrio di tutto Tuniverso, che ricorderà perpetuamente li 
tmali incalcolabili da essa fatti alla Chiesa e all'umanità ». 

*\lcuni paragrafi di questo Diario scrisse pure separa- 
ameace in latino, non so se per uso di quella lingua, o 
per spedirli a modo di avvisi alla ccjne papale, o altrove. 




G. 



\ £ XCglStE3SlB 

■ miifitfr fe- 



mrcsDgazHiiic 
9r; cosi gli fai 



ffono per gtono la ssooa £ 'Cf 

viIq ai JCBÌpe fiugag no e fl ^bAb 
e BdTappro MJ U M i» «k^ oombì e 
#alie^|ianeccfcH>a4|Bdb v]napaan»a obi 
ponsvab h sn fisnida e gtagnm ìadofe, e odia quak" 

«^BSCbO IOQI a pffCO osa SCOBI^ia GOBSSBflBBC^^ 

Era GmsqfpeAntooiov cane c^ slesso db s^cre(i), 

Balc« £ grandi Imni e di granfi ' ■^i i "'^'*' p JSim K*> ■ (a). 
Per la qual cosa, dloccbè questi od iSoi mosse per Pa- 
ligi eoo amoriti di kgaso s Ittnt; per meoerc ad csecu- 
àooe ì coocordjso fra h Smta Sede e h RqmbUìca 
fimcae, se lo menò seco eoo ofido di spretano della 
legazione. Sebbene qod concordato fosse gii stato oon- 
dmo^ in quanto alla sosranra, per opera spccxatmeote dd 
rardmalf Ercole Consalvi (3); tunavia avverte 3 Thet* 
ner (4), che la più difficile e travagliosa £uxezHla fu il 
raaodario ad esccnaone, e else a canto nclùedevasi appunto 
l'abOiti e fautorrvolezta dd Capraia, doitissinio odia 
scienza de* canoni, e molto versato ne' maneggi ecdesta- 
sdd pd tango uso avutone come consnliore ddle varie 
congregazioni romane. Sì dunque per la diff cotti delT im- 
presa, e si pd grande valore dd Caprara, la scelu dd Sala 
non potc muovere altronde, che dalla £ima della dottrina 
e ddla prudenza sua. 

Giunto a Parigi il 4 d'ottobre dd i8or, vi rimase circa 
tre anni, quanti ne andarono per ravviamento e la condu- 
sione di quel trattato. E sebbene la gloria d'averlo menato 

(1) Dmrifi io prìoàp5o. I 

(2) Ivi. 

(|) Mhnùirei ^u card. Ccnsahi, par J-Crétineau-Jolt, I, 391 seg. 
(4) Hiitoire des d£ux Concordati de U RépubUqui franfoiu €X ài ìa 

kJffublique Ciialpine, I, $14. 



'Tklla pila e degli scritti di G. (ti. Sai 



i buon fine sia del Caprara, tuttavia il inerito e la fatica fu 
in gran pane del Sala (i). La cui voce nelle discussioni, 
che sui diversi anicoli si venivano a mano a mano facendo 
trai rappresentanti del pontefice e quelli del primo console, 
rison(^ sempre autorevolissima, anche allora, che, in oppo- 
sinonc alla soverchia condescendenza del Caprara (2), 
contrapponeasi alle eccessive esigenze del Bonapane (3). 



• 



(i) Da alcuni rbcontri fatti da me fare negli arcliiv! nazionali di 
Pirìgi (set. ammin.) risulta: i*> che le più delle lettere, delle con- 
mlUxioru, dei voti e deUc altre scritture relative a quel Concordato, o 
MDO di pvigno del Sala, o, se copiate da altra mano, recano in mar- 
gine U nota ■ par mgr. Sala i»; 2* clic nel febbraio i8oì, infermatosi 
il cirdinalc legato, e poco stante anche l'uditore monsignor Mazio, 
egli compii; per più mesi consecutivi le veci dell'uno e deiraltro, 
fflco in ordine a materie dì sommo rilievo; 3° che in tutto il tempo 
di qucUa legacione, vescovi, sacerdoti e regolari delle varie provincie 
della Frtnci-i facevano capo a lui direttamente per la trattazione delle 
(iutfJue faccende, e per la soluzione dei dubbi più intricati; 4° che 
spaioi maneggi di maggiore importanza passavano tra lui ed il mi- 
ÒRTO Porialis. Così che dal tutto insieme sì pare che ravviamento 
e li conclusione di quel malagevolissimo trattato fu per la maggior 
pmc opera del Sala. 

(1) ttCommunemenie il Caprara era riputato uomo di molta pò- 
liuci mondana, ma povero di prudenza e fermezza evangelica. Che 
* Pio VII lo mandò nel 1801 legato a ìaterc in Francia, ciò a\'vcnne 
perche U Bonaparte fece sapere che tale si era il suo desiderio e vo- 
bota. Uno, che appartenne a quella legazione, mi diceva, che quando 
Bcifilinale era esortato a mostrar animo forte e costante nel trat- 
tai col primo console e suoi ministri, si schermiva rispondendo: 
C^frti iìpiori iono come U carafc se U urtiamo, si rompono ». (Bax- 
l^ASum, op. eh. IV, 25, in nota). Un esempio del contrapporsi del 
Sili al Caprara può vedersi nel documento l, pubblicato dal D'Hus- 
•WviLU 1 pig. ',22 seg. del voi. I dell'opera L'E^iise Romaine d U 
P^tmur Etfipirt, 1S00-1S14. 

(j) L'Abtaud {Hisloirc du pape Pii VII, II, i 50) cosi scrive su 
t^ proposito : ir Ce cardinal (Caprara) avit eu autrcfois aupris de 
^' nonsignor Sala et monsignor Mazio, hommes de beaucoup de 
tslcnt: CCS tìdC'les sujets du pape s'uttachoient à faire exécuter avec 
ft^olinti Ics ordrc3 de Rome, et s'opposoient, quand'ils le pouvoient. 




20 



Il quale^ dicono, ulvotn minacciosamente se ne sdegnasi 
come quando, afferrato un calamaio^ fece atto di scagliar- 
glielo in volto ; o percotendo (unosaiiiente col pugno sopra 
un deschetto, ne fece balzar via tma ricca porcellana; o 
additatogli fra due busd di manno uno spaaio vuoto : « Io 
riempirò (disse) col tuo capo reciso » (i). Lampi d* ira su- 
bitanei senza efiétto ; ma che pure tanto a Giuseppe An- 
tonio sturbarono il sangue, da £vgfiene ribollire per la cute 
un triste untore^ che poi tonncntoDo per tutu la vita« 
Nondimeno Napoleone avealo in pregio per la dottrina e 
il pronto ingegno, e talora ingiungeva al Caprara d'andare 
a hii in SX13, compugnia, per averne ra\-viso su qualche im- 
portante materia, che volesse dt per se stesso mettere in 
discussione (a). Andie mostravasegii gennle, volendolo 
ogni sera a giocar seco, e in segno di familiare affetto con- 
traffaceane il cognome, chiamandolo Scala, 

Cessata quella legazione, fu tranenuto in Parigi da 
Pio VII, andato allora a quella corte per incoronare e be- 

à et qnt le caFfiml cMCrepttBÉi «es plcitti poavciis dé-\À asscz èteo- 
dusw A Paris» oe B*avoÌt pas tiriii ì r e co ano àtre sartooK le d^roument 
intxoraUe de m o os i gnor Sala, pcrsooage 1 la fòò donè de quaUtcs 
■ ■■■■ Wf ^ (bus U société, et (fnoc habifité éy »uuy éc daas Ics aflaircs 
gnipcs. M o nn gDOf LazxzrÌBi et M. Tabbé ic Rossi avoàcat retnpUcè 
CCS prèUts: le GooTeroemessc fraa^aìs s*applaiK£ssoit i'aToir éloigaè 
tea aust^res cootndtctean; mais il cn ètéu lesabè qoe la conÉanoe 
dtt p^pe daas le lègxt afvai été akèri. qooiqe^fl re^ cDCorc par 
foìs et b«as copseih de ses BoavcasK secretùes ». Vegga» U « R6- 
rlMBatWw da canlìiul Caprara cootrc Ics Aitkles ocgam^ucs, aires- 
sèe & ÌL de TaUcjrraad» tmoìstre dcs afiaires eatèiicuies »» lavoro in 
gm pane dd Sala, nelTopeni fhtit Onaripm fmfìMfM sm U Com- 
nrdaiét iSot tmfris la rfpfiafj ofkiés, par M. Tthbk Jolt (Parìs, 
iWi), pog. 1S7 s^g. 

(i) UxLi snoigfiatitr mrnarrìa dì Kapoleooe è registrata dil Oaodet 
a piag. 171 ddro|»crm Ld cmnL Cmsàhi .- ■ Si je ne fais pas saater U 
téte de dcssBS ks épaoles de ^paAfOtea^mu de ces pritrcs, 00 n'ac- 
connDodcrm jamats Ics aflEaìres >. 

(J) V, D*HCSS0KV1LL£. op. e loc cit. 



^ella vita e degli scrìtti di G. (ì4. Sala 21 



lire il Bonaparte, fattosi, di primo console, imperatore. 
Cosi aggregalo al seguito papale, entrò a parte della solenne 
cerimonia, e nel ritorno fu, per speciale ni:ind:Uo del pon- 
tctice, nominato commissario delle grazie spirituali, che 
lungo quel viaggio si verrebbero dispensando. 

Restituitosi in patria, pareva che, in giusta ricompensa 
& tanto zelo e travaglio, non dovesse mancargH un qual- 
che grado onorifico nella curia, o nella corte; ma fosse la 
sua natura franca di soverchio e non curante, fosse geloso 
sospetto di chi in Roma suole fabbricare di siraiglianti for- 
^^nc; fu lasciato con le nere divise, come n'era partito, e 
^Benza carica o benefizio di sorta. Né egli se ne disgustò; e 
^■nzi, profittando dell'ozio inaspettato, riprese vogliosamente 
^^ suoi studi e le usate occupazioni. Fra le quali quella di 
scnttorc di bolle e di brevi nella Dateria; urtici conferitigli 
fino dal 1791. E nell'Epifania del 1807, come pro-rescri- 
benJario degli scrittori apostolici, presentò al papa, in nome 
Ji quel collegio, la consueta offerta di cento scudi d'oro 
itro pisside d'argento, accompagnando la cerimonia con 
ve discorso latino (i). 

Nell'anno 1809, vedendosi Pio VII stretto ogni dì più 

e minacciato dalla francese violenza, per porre in salvo ad 

ni peggior caso il libero esercizio della potestà spirituale, 

lui in Roma una delegazione apostolica. In questa Giu- 

c Antonio ebbe Tuffìcio di segretario; ma fu breve il 

k'igio, che insieme col fratello Domenico le potè rendere. 

occhè non appena, deportato il pontefice, la detta 

azione cominciò ad agire, «fummo (egli scrive (2)) 

trambi compresi nel numero delle persone messe in 

e destinate a partire per Reiras, dove si suppo- 

•va che verrebbe fissata la residenza del papa e si sa- 



li) Diario ài Roma, n. 4, r4 gennaio 1807. -Moroni, Dii^ionario 

^OHi tccUsioitica, L?CI, 311. 
a) Brev* notiziu ddtahh. D. Sah. ecc. cit. 



e Cugnoni 



« rebbcro aperte le segreterie ecclesiastiche. Ebbimo 
«nare non poco per esentarcene e per rimanere in libertà.: 
« Aggravandosi vieppiù le circostanze, e vedendoci esposti 
« ad ulteriori disastri, fu preso il partito di allontanarsi daj 
« Roma, rifugiandoci a Cascia. Trascorso però qualche' 
« mese, e dietro il suggerimento di qualche amico autorc- 
« vole, il quale scriveva che io non dovevo pensare al ri- 
« torno; ma che per Tab. Sala non vi era che temere, ad 
« onta delle persuasioni e preghiere del nostro ospite e 
e mie^ volle il mio fratello dare ascolto all'amico n. 

Durante il soggiorno in Cascia menò vita affannosa e 
raminga, sapendosi codiato dalla polizia francese, e insino; 
una volta, per scamparne, dovè travestirsi da pastore. la; 
mezzo però a tanta ansia ed incertezza non lasciava di spe- 
dire a quando a quando lettere d' informazione a Savona, 
dove stava rilegato il pontefice, per tenerlo avvisato di 
quanto stimava dovesse maggiormente importargli. E per 
evitare ogni inciampo, segnate le lettere con mentite so-] 
prascritte, mandavale impostare ne* circostanti paeselli dal 
infinti accattoni. Finalmente, giudicando maggior sicurtà 
l'uscire dello Stato papale, si riparò a Firenze, dove, preso 
stanza nella villa Salviati presso a Fiesole, se ne rimase 
fino al ricomporsi delle pubbliche cose, cioè per oltre a 
quattro anni. 

Nella tranquilltt.ì di quel lungo ozio compose da prima, 
per commissione venutagliene di Francia dal cardinal Mi- 
chele Di Pietro, una scrittura apologetica in sostegno di 
quei cardinali, che si erano testé rifiutati di assistere al^ 
solenne rito, col quale Napoleone, dopo aver ripudiata la' 
prima moglie, disposossi a Maria Luisa d'Austria. Il que-l 
sito, che lo scrittore si propone, è: «Se fosse lecito ai car- 
« dinali assistere alla sacra cerimonia del matrimonio ». Per' 
rispondervi adeguatamente, egli imprende una serie di ri- 
flessioni sui « monumenti della storia ecclesiastica relativi 
«aUe cause matrimoniali dei monarchi », e ne rileva 



Della vita e degli scritti di G. C/i. Sala 25 



f. Che le dette cause « sono state sempre giudicate 
«e terminate 'coU'auCoritA della Santa Sede, o del papa 
«istesso a Roma, o da commissari da lui delegati sul 
« luogo A ; 

2. « Che il dirino di giudicare definitivamente tali 

• cause è stato da tutti, siccome costantemente, cosi uni- 
ovcrsalmente riconosciuto, e primieramente dai monarchi 
scessi D ; 

5. Che tale diritto « fu dai romani pontefici non solo 
«riconosciuto in se stessi, ma costantemente e gagliarda- 

• mente sostenuto, ancorché in alcuni casi si dovessero alla 
«loro saviezza affacciare delle terribili e travagliose conse- 
■ gucnze della loro fermezza w ; 

4. Che è evidente « il consenso costante e universale 

!• dei vescovi, e specialmente de' gallicani, in riconoscere 
«<lucsto diritto primitivo della Santa Sede». 
Da queste premesse deduconsi tre conseguenze : 
r* te Che la consuetudine invalsa nella Chiesa di giu- 
« diate dette cause coirautorità apostolica, primieramente 
«è, non solo da un tempo maggiore di ogni memoria, 
«quile è richiesto dal gius canonico per passare in legge 
•t stabilire un diritto; ma antica di dieci secoli, senza che 
•né prima dell'ottavo, né durante il corso dei secoli di 
«mezzo fino al presente, si trovi alcun accertalo esempio 
^_ * in contrario » ; 

^1 2* a Che non vi può essere possesso più pacifico di 
•quello che da tanti secoli, e senza interruzione, gode la 
■Santa Sede di giudicare di simili cause, giacche i sommi 

E «pontefici hanno esercitato un simile giudizio anche in 
•prima istanza, e per volontaria sottomissione de' monar- 
• chi stessi, o certamente senza richiamo di loro, o de' ve- 
« scovi ; 
3* « Che, o si guardi la somma importanza delle 
• cause outrimoniali de' monarchi rapporto non meno agli 
■ Stati che alla religione, la solennità grande, con cui 




24 



G. Cugtumi 



9 iìiroao ordioaiiainente giudicate, debbono esse riguardarsi 
€ come cauu maggiori, e perciò come spettanti csclusiva- 
«. mente al papa, secondo i aotì principi dd gius canonico 
B e la dichiarazione di Celestino III nella dccreule, ove 
« dice, tra le altre cose, paxiando del divorzio di Lotario : 
« Xomu hoc ttigoHum ic pratàfms, d maps ardtus unum 
« ess^ dignoscitnr, tUpcU qmi mtir exùmMS et regaìcs pn- 
• sonasi^ 

Segue poi l'esposizione giuridica, la quale fondasi 
Tridentino e sull'autorità d'alcuni scrittori posteriori, lon- 
tanissimi dal sospetto di pandaliti verso la Santa Sede. " 
Donde risulta la nulliti canonica del giudizio del divorzio 
in proposito, profferito dalla uffixjalità di Parigi, dichiarata 
competente da una deputazione di pochi vescovi. ^ 

« In vista di queste riflessioni (conchiude l'autore) non ^ 
« dubitano i cardinali non inter%'enuti che possa trovarsi 
e alcuno, il quale non trovi e fondata e necessaria la loro 
« condotta. Malgrado però l'evidenza colla quale essi crc- 
« dettero di dovere operare, come han fatto, non intendono 
e in alcun modo di erigersi in censori della condotta di- 
« versa di quelli fra' loro colleghi, che sono intervenuti, 
« essendo questo un giudizio che appartiene al solo capo 
tt della Chiesa. Né similmente hanno inteso di mischiarsi^ 
« nel merito intrinseco della gran causa, di cui si tratta, né 
« di farsene essi giudici ». 

Dà compimento al lavoro un « elenco delle cause ma*fl 
« trimoniali di monarchi e d'altri principi, delle quali prese 
« cognizione la Santa Sede, dal secolo vai al xvm o. Il 
quale elenco riesce ad una serie di riscontri storici a rin- 
calzo delle materie antecedentemente trattate. fl 

Sebbene lo scritto sia di piccola mole, pure è facile in- 
dovinare il faticoso apparecchio, che dovette precederlo; 
occorrendo di stabilire un principio intomo ad argomento 
non mai fino allora venuto in discussione. La qu; 
non potea farsi senza una profonda perizia del diri 



J9 minuta ed esatta notizia dì tutta quanta U 
itica (i). 

len d'altra lena e d*altro pregio, si per li im- 

VastitA del tema, e si pel grande possesso, col 

condurla, è il suo Puwo di riforma. Gii fino 

Icupazionc francese, come di sopra accennai, 

laso che u il principato e la Chiesa avevano 

3^ndi riforme » (2), « massime nelle persone 

rratc » (3). E pertanto fin da quel tempo 

Itando m mente l'avviluppato e geloso dise- 

rivolgendo, quasi a centro, gl'intendimenti 

lazioni, e i risultamcnti pratici della sua ope- 

5S10 un continuato lavorio di paragoni fra i 

tri, dal quale dovea venir fuori, quando che 

compatto ed annonico, senza sdrucimre né 

t e tale, da ravvisarsene, non che possibile, 

azione. 

di Platone, del Campanella e del Moro do- 
dunque escluse da uno scritto vólto unica- 
tica, è col quale si tentava di ridonare ad 
ecaduta Istituzione lo smarrito aspetto e la 
melandola nella parte mutabile ai sani avan- 
zo" civile; sicché il suo rinnovamento non 
un semplice indietreggiare alFantico, nò ad 
arsi al novello: ma piuttosto fosse un giusto 
lell'una cosa e dell'altra. 
avvisi ed apprestamenti, tostochè previde 
ine della cattiviti del pontefice, pose mano 
pne privo di libri, e nella malferma con- 



ben 



Wtf sui matrimouio tUìtSmperatort XapoUotte t del' 
irta, pubblicale dal Crétineau-Joly (a pag. 416 e 
itatc Mimoiris du card. Coruaìvf) sono brevemente 
ali deduzioni di questo scritto del Sala, 
narzo 179**. 
tnbre 1798. 



26 



G. Cugnont 



dizione di un vivere incerto e peregrino, tra il febbrai| 
il marzo del 1814 ebbela menata a compimento. Spo 
il manoscritto al fratello Domenico in Roma, questi, 
tolo copiare, glielo rimandò in Bologna (i), dove GÌ 



(i) Ciò si raccoglie da alcune Icnerc scrìnc neiraprile del i8l 
dal fratello Domenico a Giuseppe Antonio in Bologna. Ecco ì pi 
ragrafì di esse lettere, ì quali a ciò sì riferiscono: 

o Roma, 19 aprile 1814. - V'informai già dì avere ricevuta 11 

V cassettina coi vostri scrìtti, lì quali presentemente si vanno copiando! 
« ed io li vado gustando di mano in mano, innanzi di darli a copiare »\ 

« Roma, a$ aprile 1814. - Raccomando il piego airottìmo Car-1 
«luccio, al quale insieme mando una cassettina con entro... la copia 1 
« della meti^ del volume sulla Riforma sino all'artìcolo riguardante le 
«monache, cui succederai quello delle congregazioni, che attualmente 
« si SU copiando... Mando nella cassettina, quando il buon Carluccio 

■ possa Inoltrarvela, la meti del lavoro copiato sinora, e non lascio dì 
ff insistere perchè si compisca al più presto possibile. Se aveste fretta 
«di ricevere l'altra metù, bisognerebbe che io prendessi il partito di 
(t farla copiare da due caratteri ». 

« Roma, 29 aprile 1814. - Per secondare le vostre premure com- 
K munì al compagno, vi trasmetto la copia di altri otto quinterni con- 

V cementi la Riforma, e vado sollecitando il lavoro del rimanente ». 

E nella medesima corrìspondcnra epistolare sono notevoli i se- 
guenti periodi, che si riferiscono all'uno o all'altro articolo dì questo 
lavoro : 

a Roma. 19 aprile 1814. - Sembra pure che con facilita quakhc 
« persona laica incominci a rimettere in uso Ìl vecchio suo abito d*a- 
«baie; onde ve lo avverto, perchè sarebbe necessario impedirlo al 
n primo momento che se ne abbia libero campo ». (V. nel' Piano di 
" Riforma Varticolo VII, Deirabatismo): 

« Roma, } maggio 1814. - Per quello che concerne la rìassun- 
« cionc dclPabito d'abate, intesi di suggerire il mettervi qualche osta- 

■ colo quando stasi qui stabilito U Governo pontificio ». 

Col XIII articolo del Piano di Hifor-ma {^^scoii ^ viscwaii) eoa. 
suona il passo seguente della lettera medesima: 

« Osserverò tutte le carte trasmesse dal nunsio di Vienna, sapendo 
«gii che ì processi stanno in mano delTabate Adorni. Mi persuado 
« però che U padrone (cioè il papa) abbia gii adottato e voglia inco- 
« mincìare a mettere subito in esecuzione il necessario sistema di bea 
« conoscere le personali qualità di ciascun nominato, innanzi di farlo 



^]piia e degli scritti di G. q4. Sala 27 

erasi dì que' giorni recato ad ossequiare 
aco lìbero; e quivi a lui lo consegnò. 
suo lavoro, che è come dire un primo ed af- 

J a dell'altro, di cui appresso discorrerò, non 
enti si continuerebbe 1 rimanere soggetti allo stesso 
Ima, di avere canivì vescovi con gravissimo pregiudizio 
igiaccbi i processi sono purtroppo ridotti a poco pi6 
Ice formalità. Quindi voglio immaginarmi che già il lo- 
avrà ìncarìcato, ma con forte premura, il suddetto buon 
tuia a praticare le opportune, diligenti, scrupolose in* 
(curarsi di ogni precisa qualità di ciascun nominato, 
pM sari indispensabile venga applicato a tutti singoli 
! padrone conoscere chiaramente, che non farà vescovi, 
ao preventivamente a lui cogniti li loro requisiti «. 
ila riforma degli uffici delta Dateria e della Canccl- 
, Domenico andava assai più in la di Giuseppe An- 
'«Dc scriveva: 

^m n Roma, 19 aprile 18x4. 

: avere a fare un novello impianto per la Dateria e 
lena, e quindi trattasi di una responsabilità di non 
[ueiua; digiuni saranno i nuovi datario, sottodatarìo 
tutti dì qua suppongono che io abbia ad indossarmi 
Iella faccenda, lo che mi rammarica semprcppiù; il 
otrebbe riguardarsi come svanito, se non esistono più 
ili producevano due terzi dermici emolumenti; e se 
inno le tasse della Componcnda, dal quale ufficio rì- 
BRo; e non avendo gran premura del mio interesse 
t di aver luogo a tentare di scusarmi da brighe ul- 
mente se avesse a considerarsi come divenuta super- 
li amministratore, per I.1 cessazione delle sue con- 
ile. Voi sapete che di abilità si sta scarsissimi, e che 
'iaclpale scopo dì ciascuno ò di lucrare, e forse anco 
arsi del poco. Sta a vedere come penserà il nuovo 
rìbunale, e sopra ttitto quale sarà la volontà del pa- 
lunque modo anderà la faccenda, non dimentiche- 
>ligo di dovere ubbidire sino a quel tempo, a cui sa- 
igere le mie forze, se ne otterrò Taìuto dal cielo. 
!te che nella mìa bottega regna molta ignoranza non 
l pretensione. Nel nuovo impianto sarebbe neces- 



28 



G. Cugnoni 



posso dare che brevi e scarsissimi cenni; quando l'unico 
esemplare (quello appunto offerto a Pio VII) rinvenuto 
lo scorso anno neirarchivio Vaticano; mentre veniasi, con 
regolare permesso dell' eminentissimo prefetto cardinale 
Hergenroether, trascrivendo in mio servizio; fu d'improv- 
viso sottratto da un ministro secondario del luogo, senza 
darmene né meno avviso. Ne dirò pertanto quel poco che 
potei raccogliere nel picciol tempo che mi fu dato di esa^i 
minarlo. È un volume in forma di 4°, di pagine 226, 1<|H 
gato in marrocchino rosso sbiadito, con lo stemma d^^ 
Pio VII impresso d'oro sul lato anteriore della carte 
Intitolasi « Piano istruttivo di riforma per lo spirituale 
«temporale, dedicato a Pio VII ». La prima carta ha u 
lunga iscrizione latina di dedica al Pontefice (r). È divi 
in due partì, la prima per le materie concernenti lo spi- 

(t sano vi fosse un superiore, il quale si compiacesse dare ascolto, i 
« poi sostenesse e tenesse forte. 

ce Ho letto ii vostro laboriosissimo lavoro sopra la Riforma^ daT 
« quale confido sarete per riportare la lode corrispondente. In un solo 
« oggetto non comhinianto insieme pietmm^nU, cio^ in qufìh rigìsarda 
tt toisc, A me sta fitto in Usta, che per ripristinau stabilmente il crediH 
« dtUa S. Sede sia indispensabile lei*are affatto di mano ai nemici quel- 
K Vanna dell' interessi, della quale si sono serviti a nostro incalcolahiìc 
a danno. Quando il sommo pontefice tton esiga più un soldo per z'enma 
« concessione, dando gratis tutto ciò che gratis ricevette, par 
« che potrà parlare assai franco, accordare le grafie soltanto a ragion 1 
« duta, non derogare con tanta frequenta alle leggi della Chiesùg e non 
« temere n^ i piccoli né i grandi. Tal è pure il desiderio di tutti quelli che 
tt conoscano il mondo e che s' interessano pel bene della Chiesa ». 

(1) Eccone il tenore: « Pio VII P. O. M. | Orthodoxae Fideì | 
« Clypeo I CathoUcac Disciplinac | Strenuo Scr\-atori | Pictaiis Hurai- 
» litatis Patientiae | Sed £t Invictae Constantiac | Hac Tempestate | 
V Protoiypo 1 Ut Quod Verbo Et Esemplo ( Ad Rei Christianae | 
« Munìmcn Et Decorem | Ad Uiramque Potestatera | Enixe Vindi- 
« candam | Coepii Opus ] Ad Ecclesiae Quoque Univcrsae | DupLi- 
n cem Reformaiionem | Ipsc Perticiat | Inter Filios Subdìtos Diocce- 
ct sanos Et Famulos { Minìmus | Haec Ocyus Dicare Confidlt | Anno 
«Domini MDCCCXIV ». 




ÌV2 ad ambedue i volumi sullo Spirituale e Temporale. 

irocnico, e quando. Riforma sulle tracce dell'ultimo 

Witittis mulandis. 

,eg.it% Xunzi, Arcivescovi, ecc. 

Upìtoli, Collegiate. 

blichc ed UnivcrsiiÀ di sradl. 

re antico e nuovo. 

ipettorì ecclesiastici o secolari in ogni Parrocchia, ecc. 

: pubblica e privata. 

e LenonL 

.tì. Monache, Congregauoni, Oblate, Conservatori e 



gni settimana, almeno ogni 15 giorni, ove sì agitino 



ancelleria, Vacabili e Segretaria de* Brevi. 

a. Collegi esteri, oltramontani. 

ani e Segretarie del Concilio, Vescovi e Regolari, ecc< 

ontificia, de* Cardinali e Prelati di carica, Cappella 



ria e sue attribuaionL 
cristiana, qcc, 
ri, o Laudemt, ecc. 
>fomine ecclesiastiche, 
manutenzione, ecc. 



i 



lese, Vagabondi, ecc., Bettole, che fomentano vizi, 
raria e Collegi rurali. 
ubblici e nazionali. 




i 




30 G. Cugnoni 



XXVI. Cause ecclesiastiche e S. Ruota. 
XXVIL Semmarì, Collegi, Orfanotrofi, OspizL 
XX\^IL Carcerati e Case dì correzione. 

XXIX. Monte di Pietà, Usure. 

XXX. Gente di campagna, loro religiosa cultura. 

XXXI. Artisti di ogni specie, e loro Università per il suddetto og- 
getto. 

XXXIL Soldati, Sbirri, Arti vili ed infami per il suddetto <^etto. 



INDICE 

DEGLI .\RTICOLl DEL PlAKO ISIKUlllVO 
SAETTANTI AL TEMPORALE. 

L S^iretarìa di Suto e sue attribuziooì. 
IL Governo in Roma e nello Sato, ecc. 
Ili, Buon governo, ecc- Consulta. 

IV. Curia e suoi abuà da toglierà. 

V. Ditesji e sue attribuzìonL ecc. Soldatesca. 

VI. Dogana JÙlì connnl. Macinato, ecc. 

VII. Gìu$tÌ:ù rroara. esenr^plare. ìniparrìalc. 

Vili. Annona rer ìn^.nre : monc^j^oH. e iìsrmrìcase id Commercio 
lìbet\\ dar.r;oso allo Stato ecclesiastico. 

IX. Grascia per T. saicecro efnrrro e preix: scìTuìì o^ aa^o, ecc. 

X. 5^anTii carnosìssìrri estìrrat: e >crs!wr.f:at: cc^sse gli assas- 
sìr\ ecc. 

XI. V^tsiiz-v^ri di ogrd scNcck da so^i^ccurs a »C3«=:: zznprovìà 
<-sa:"\ «ce- 

\%l. yVv OxVVv^raV. e j<ccc.an<. 
XIU. K-*.*. cir.^cra'!; e ìV-aì^oI', ecc. 
XtV^ Tcat:* e S;v:taooÌL e. i-jr-ir.vc\r- 
W FiKvwS.* ;:r.>. e r«^^^s$y::Si, < s:t2<. 
\Vt. Vocc::::2C'*r. ;v^.*•2x a:^:ic^- e Tro5;r::v 
\VU> v^>^^:<:^J: >>i *r--^ d:\r,- c^i^-i accotf 
\VUI, Tvs^c .V- U y^rocrix oo.'rscv^^it^^.ra^ i^;c- 

W* Scv^.MX':'*;^, ,v*oovv : cernii j:..c 5ii?-- ccc:. 

X\l\ 1'\«*ì:..jOì£. C Jv'\'^\ i-.i X -■*:,'» ^^. 




i untata, ecc. (T. juÌ i* Tomo Scuola agraria, n. 34). 

cri necessari, utili, daiinod. 

A5SOggt:ttarsi ad ìnipro%'Ì30 esame, ecc. 

tìca Del vestiario, ecc. 

raordinarie, ecc. 

t))arie per respingere i corsari, ecc. 

ttbblìca da darsi colle debite cautele, ecc. 

tiligeiite, Reddiconti, ecc. 

ie e giorìsdiz. che fomentano i vizi, ecc. 

tetto da purgarsi e mantenere come il più neccs- 

iistenza dello Stato eccl. 

tenersi io dovere, tee. 

i Maestre dì Roma. 

Storpi e Poveri, ecc. 
he ed arti perniciose alla salute, ecc. 
Ibirurghi, Litoioraì, Dentisti, ecc. 
I dt proibire, 
de riservate incommode, ecc. 

e inanutcnz. di strade, ecc. 
e strade, ecc. 
t dell'Opera e Protesa dell'Autore, 



r, pontefice d' intendimenti rettissimi e 
avversasse mai le proposte di ragionevoli 
1 governo della Chiesa, come di quello 

è da mettere in dubbio; soprattutto per 
itta, insìn da principio, di Ercole Consaivi 
•tato; uomo destrissimo in ogni più arduo 

quel tempo (come che poscia mutasse 
tore prudente di utili mutamenti nella 
strazione, E gii al Chiaramonti, non ap- 
^al conclave di Veneziii, fu presentato 
mHa, che dato da esso ad esaminare al 
lo Antonelli, questi ne distese un rapporto 
« Giunto il S. Padre a Roma (racconta 
jpe Antonio (i) ) raostrossi indinatissimo 



Pmnc di riforma, ecc. 



J2 C Cm^omi 

e aZTesecrzioDe iéli ' "v w !ti^ e isoximcàò a scegliere vari 
€ soggerf, che rjrrmr irrevxio =:ix porticolar Congrega- 
« Z3cae per ibc=rere : ^ers£ -irticoIL da socropora in se- 
€ gJ a o al gnicizio i: Sili SarrrL Intana? prevalendo gli 
« anr:ch: metodi, e rxiEcxziosà ncovameate qa^li abusi, 
€ die cgzino sperava i: vedere esienirtì, si frapposero 
• aZa riforma nsTKroj pressocìiè ìr^sonnontabOi, e succe- 
« de:ìdos: I^en presco gii cn: agi: airi a:^rì gravissimi» e 

dìoiendcanra un'opera 
: li Chiesa non meno, 
e die per Io Sta^;? >. Amniaess^^? il Sala da eoa triste 
esperienza, perchè il suo reitadvo noa oyniasse in nulla, 
ben sapendo che il ferro vuol essere barrato mentre eh* è 
caLio, non appeal romaro in Roma, tolse a rìcn^are ed 
allargare quel suo lavoro il cioia a fondo, con animo di 
veoirio a mano a mano d:voIgar:do per la stampa; ma 
presto se ne dovè rimanere (i). 

(:j AxTOS-o Co?F» 1 por. 7; ie! Z>Lv,Tyc iai Ccvi^fc'tf € Senato 
a R:m^, arrfr^iìice q::esto !iv:*rc t ilTi'rite Don:en:co Sila, pro- 
c fc2Ìo ccmoscftorc ielle co« e ie"e r^rscne roaiase ». Il quale, 
» riachiuso per aXcz3ii anni a FccestneSe co: cjrd. Pjcca, aveva me- 
c i3tatc lungamente cct: quel ceno ;s?rpon:o sugli antfchi difetti del 
« gOTcno e sulla ::ecess;ti S rìririrv:. Ei aTorquando era immi- 
c ceste •! nsuMHmento del poctiucio ionìcio, compio un vasto pro- 
« retto. ::el <juale. con senrplicità cvanirelìca e Ubertà assoluta, de- 
« scrisse gli antichi iìfett: e prepose le orponune ritonne ». Ciò in 
parte è vero, e in parte no. Non è vero che il lavoro accennato sìa 
d: Domenico; bea però è vero che questi nella prponia di Fenc- 
strclle aveva meiiuto lungamente col card. Pacca sugli amichi di- 
fetti del governo e sulla necessità d: ripararvi. Infatti in una sua 
0:^iquic:i:r.ma rtli^ic-tu àifjtti, del 6 mano 1S14, al pontefice Pio VII, 
egli cosi scriveva: « Mi astengo dall'entrare in altri qual si siano 
V dettagli ; massimechè sono persuaso avrà il degnissimo sig. cardi- 
« naie Pacca, secondochè si era proposto, communicatì distesamente 
« alla Santità Vostra ratti quei lunghi discorsi, che nel biennale spa- 
« zio della nostra dimora (in Fenestrelle) erano tra noi stati fatti 
< sopra lo sconvolgimento universale delle materie ecclesiastiche in 



T)ella vita e degli scritti di G. q4. Sala 33 



Del quale venendo io ora a proporre un breve sunto, 
debbo di necessiti ristringermi a quella parte, che ne fu 
pubblicata; non essendomi avvenuto, per diligenze e ri- 
«rche fattene, di trovarne e leggerne la rimanente ma- 
nosaitio. Nondimeno anche i parziali cenni che posso 
dame saranno sufficienti al discreto lettore per intendere 
ed apprezzare il valore deiropera. 

L'esemplare da me veduto (cosa di estrema rarità, perla 
ragione, che a suo luogo dirò) è in quarto, di pagine 202, 
Jcnza frontispizio, e comprende, oltre la lettera dedicatoria 
il pontefice, il proemio e i diciassette seguenti articoli: 

L Necessiti della riforma — II. Difetti del nostro sistema — 
HI. Si sciolgono le obiezioni contrarie al piano di riforma ^ IV. Di- 
«poauioni prcUniinari della riforma — V. Basì della riforma — 



• tutti l'Europa; sopra la necessità di prencicre cognizioni esatte di 
« tuQO innanzi di por le mani in qualsiasi cosa; sopra le moke av- 

• wtcazc, diligenze ed esami da praticarsi indispensabilmente prima 
«^procedere alla conferma di alcun vescovo novello; sopra la con- 
•gruoiu lii non riassumere la spedizione di qualsivoglia affare, se 
•non dopo restituitasi Vostra Santità alla sua sede, ripristinata la 
•Curia romana, e acquistate le corrlspondciUi notizie; sopra la coa- 
<*OteQu di far uso sul bel principio dì bolle e dì brevi, secondo 

• te «ile, per non pergiudicare al decoro della S. Sede, e ali'oppor- 
•una inicUigcnra delle antiche cartapecore, non omettendo le giuste 
•Maiue per ricuperare gli archivi ecclesiastici trasportati in Fran- 
•cia entro tante casse sino al numero di quasi tremila, una gran 
*p<nc delle quali spignora qual destino abbia avuto; sopra il biso- 
*SD<> di allontanare ogni vista d'interesse, per cosi togliere agli 

• mimici della Santa Sede qucirunica arma, dì cui sì sono serviti con 
•^ou malignità (V, la nou a pag. 26-2S in fme) ; sopra ravvertenza 
•<li non lasciarsi prendere dalle domande dì chicchessia per il perì- 

• colo, che non avvenisse quello, che non fosse per tornar bene; sopra 
'lo accettare bensì in ogni luogo qualunque istanza, ma^ fuori di 
■ ì"**!!* concernenti benedizioni ed assoluzioni, ritenere tutte le altre 
'ptt Aspettare a disbrigarle opportunamente in Roma; sopra le 
"Dohc rifìesAÌoni da aversi sottocchio nella nuova sistemazione del 
•clero secolare e del regolare di entrambi i sessi; e finalmente 
*^opra mille aJtrc cose di simll natura u. 

Archivio della R, Società romana di ttoria patria Voi. XI. 




Ì4 



G. Ciignom 



VI. Separazione dello spirituale dal temporale ^ VII. Dell'abatismo 

— Vili. Cariche — IX. Franchigie — X. Uffìzi delle poste straniere 

— XI. Dritti feudali — XII. Sacro Collegio — XIII. Vescovi e ve- 
scovati — XIV. Prelatura — XV. Clero secolare — XVI. Regolari 

— XVII. Monache. 



La lettera dedicatoria e il proeaiìo sono rappiccanire 
fatte allo scritto nel punto di metterlo a stimpa, e vi si 
celebra la liberazione del pontefice. Del quale desideratis- 
simo avvenimento rallegrasi l'autore, e coglie la gaia oc- 
casione per otTerirgli, in segno della sua esultanza, il a ce* 
« nue parto del suo scarso ingegno. Esso, per rurgomento, 
«sul quale si raggira, non sarà forse del tutto indegno 
ft de' suoi benefici sguardi, ed è certamente conforme alle 
a sue mire ». La clemenza di Sua Santità a dia un gene- 
<t roso perdono ni suo ardire, e degnisi accogliere la sua 
e offerta, come il denaro della vedova evangelica ». Egli 
nel dcporla a' suoi SS. piedi l'accompagna colla protesta 
del gran dottore Agostino: « Haec ad tuam potìssimura 
a dirigo Sanctitatem, non tam discenda, quam exaniinanda, 
« et ubi forsiran aliquid displicuerit, emendanda constituo », 

Nel proemio si accennano le due ragioni, che indus- 
sero Fautore alla pubblicazione dello scritto. E queste sono 
in primo luogo il debito di gratitudine verso la Provvi- 
denza per l'improvvisa cessazione de' mali, che afflissero 
la Chiesa e lo Stato. Gratitudine non gii di parole, ma di 
fatti ; poiché o poco sarebbe, se, dopo aver fatto risonare 
«i sacri tempi degli armoniosi canti dell' inno ambrosiano» 
« divenuto ornai un cantico di moda, indegnamente pro- 
« fanato a questa nostra età..., ci contentassimo di sterili 
a voci, mettendo in oblio l'ampiezza delle grazie ricevute, 
tt e il debito di corrispondervi più co* fatti, che colle pa- 
ci role ». E questi fatti si riassumono nella «grande opera 
« di quella universale riforma, che Iddio vuole da noi, e 
«che tutti i buoni ardentemente sospirano ». Alla quale 
desiderando egli di concorrere, secondo la sua sufficienza, 



! e degli scritti di G. evi Sala 35 

|9 l'ozio del suo ritiro per segnare in questi 

^■ccic, le quali servir possano dì qualche 

Tovrà occuparsi di proposito dì tale impor- 

(ggetto...j e stimeri abbondantemente com* 

a fadca, quante volte sena questa di stimolo 

e a condurre al suo termine quel felice 

) di cove, che rinnovar deve la faccia del 

I, e ricondurre tra i popoli fedeli la perduta 

eritd ». In secondo luogo» per secondare la 

che a cosi fatta emenda ebbe dimostrata sin 

jjd suo pontificato il S. Padre Pio VIL Al 

^■rtto pontefice, fu presentato in Venezia 

r^orma », secondo che testé qui sopra ac- 

e per altro messo tra breve in dimenticanza; 

itezza a non sarebbe forse temeriti rasserire, 

ipairaente ripetere la dolorosa catastrofe dei 

ono aggravati sopra di noi, e non essendosi 

tra esibita alcuna emenda, si è veduta let- 

vcrau la divina minaccia: Si atttem in judi' 

mbulavcrint: et mandata nua non aistodicrint: 

ga iniquitates ioriim : et in vcrbcribm peccata 

Idio con un'ammirabile condocu, mista di 

ndulgenza, tentò ridurci sul buon sentiero. 

ri demeriti al colmo della misura, ai^i^rnvata 

nitti (2) sotto il pontificato della S. M. di 

ta quella estensione, che è inutile di qui det- 

ervandone ognuno di noi ancor viva la me- 

anta disperazione di cose « ecco che ali* im- 

l est iranquillitas magna (3). Per un vero 

Tcve tempo rimane libera l'Italia, si aduna 

Venezia, viene dato alla Chiesa il suo legit- 



3<f 



G- Cugnoni 



a timo capo... E forsechè questi lied principi sarebbero stx 
a coronati da più felici successi, se in luogo di corrìsponderri 
« non si fossero messi de'nuo\*i ostacoli alle divine miseri 
a cordic. Credeva il pubblico ed aspettavano con impazleni 
« i buoni, che dopo le dure lezioni avute nel corso del 
« democrazia, ìncomincierebbe un nuovo ordine di eoa 
a canto nel sistema religioso, quanto nel sistema politici 
« L*uno e gli altri però rimasero delusi. Tranne alcune r 
« forme, più apparenti, che sostanziali, più economica 
a che ecclesiastiche, ripullularono ben presto gli antichi d 
« sordini, e ve se ne aggiunsero de* nuovi... Gli antic 
« abusi risorsero, e forse anche si accrebbero, né si voi 
« rinunziare a quei sistemi, che contribuivano a fomentar 
« e che l'esperienza aveva mostrati evidentemente difettosi 3 
E toccata alcuna cosa di questi, soggiunge: « Io parlo i 
a fatti norissìmi... e quantunque li rammemori con estren 
« dolore, non posso tacerli, per non tradire la veritA, e pi 
« non defraudare il mio assunto di quanto può esser coi 
«ducente allo scopo, che mi sono prefisso u. Lamentai 
poi il deterioramento del costume pubblico, la profanazioi 
delle chiese, la trasgressione delle feste, gli « enormi a] 
e gravi più a profino di pochi particolari favoriti, che a risto] 
« dell'esausto erario », conchiude: o che se vennero coi 
«dotte a buon termine alcune operazioni giudicate uti 
« come quella del conguaglio della moneta, e l'altra di 
« libero commercio; riguardando esse unicamente oggd 
o temporali, aggravano i nostri torti, facendo conoscer sea 
« pre meglio la poca premura per gli oggetti spirituali, eh 
«sono di molto maggior importanza ». 

Nel I articolo (Necessità della riforma) inquietalo i 
dubbio, che « trattandosi di un'impresa assai vasta ed ioQ 
« barazzante, ed esigendosi in conseguenza cuor grande 
« risoluto per eseguirla, si metta mano all'opera con 
« energia, e si lasci imperfetta, sia per la scelta de' m 
«poco efficaci, sia per l'impegno di provvedere piutti 



■lal temporale, che allo spirituale ». Il qual dubbio, ove si 
ft'vcrasscj e» il suo lavoro sarebbe perduto, e in breve tempo 
fa riprodurrebbero tutti gì* inconvenienti di prima ». E 
'pertanto « ad aggiungere ulteriori eccitamenti, die diano 
«l'ultimo impulso ad eseguire l' impresa », avvertito « che 
I «i mali da noi fin qui sofferti furono un manifesto ca- 
li srifo • , e « che non cesserà il flagello, e torneri ben 
^1 presto a scaricarsi sopra di noi, quando non lo allonta- 
«niomo con una sincera e stabile emenda »; dimostra la 
necessità di « una riforma universale, che incominci dal 
usintuario, e si estenda a tutte le classi ». Per lo passato 
*si ebbero più in vista i danni temporali, che gli spirituali, 

• e allora soltanto incominciossi a pensar di proposito alle 
iferitc fatte alla Chiesa, quando si vide imminente la per- 
iJiu della temporalità. Il ceto ecclesiastico non si prese 
» grande premura né di riformarsi, né di dare al popolo 
i l'esempio di una verace e solida penitenza. A prevenir 
adunque ulteriori castighi, conviene anteporre la gloria di 

l« Dio e grinteressì della religione a qualunque umano van- 
ftaggio; si deve incominciare la riforma dal santuario, 

• bisogna correggere i costumi del popolo, e ridurlo ad 
lun miglior ordine e ad una stabile emenda ». Aggiungasi 
he « lopinione de' grandi e de' popoli, rappono a Roma, 
(non e più quella di prima. Presso i cattolici delle con- 
I trade più remote era un tempo comunissima l'opinione, 
«che il dominio pontificio, e Roma singolarmente, fosse 
■una terra di angioli », supponendosi « che i papi, per 
I raccoppiamento delle due supreme potestà, riuscir do- 
I Vesserò meglio di qualunque sovrano a rendere i loro 
iStati il modello della religiosità e del buon ordine ». Or, 

poiché questa opinione è « vulnerata e diminuita n, ci bi- 
ogna per il vantaggio della Chiesa, e per il decoro della 
iS. Sede T) riacquistarla. Dimostrata cosi la necessità della 
orma, ne piglia a svolgere e dichiarare il concetto. E 
Hnanzi tutto, per chiudere la bocca a que' curiali di mala 



38 



G. *Cugnoui 



fede, che oltremodo gelosi di certi loro materiali, e spesso 
abusivi, interessi, si affannano a gridare allo scandalo ogn^j 
qua! volta sentono parlar di riforma; protesta che egli no^H 
intende « di parlare dell'edifizio immobile della Chiesa, 
« contro del quale portae Inferi non prnevaìebunl, essendo 
V fabbricato super fundamcntum Apostoìorum, ti prophciamm, 
« ipso stiffimo angtilari lapide Christo fesu »; si solo dell'im- 
pianto delle cose « romane rapporto alla doppia ainmini- 
« strazionc, ecclesiastica e politica ». Alla guisa di abile 
savio architetto, non intende egli di gittare tutto a ter 
l'esistente edifizio, per novamente rifabbricarlo; che ar 
ne riconosce « le basi non difettose » ne « vacillanti », 
sendo concorsi « a formarle i canoni de* concili e le costi- 1 
tt tuzioni pontificie per gli oggetti ecclesiastici : e per gli 
« oggetti temporali, leggi e regolamenti, se non « del 
e tutto perfetti, nel sostanziale però e nel loro complessai 
« dettati dalla giustizia e dalla visu del pubblico bene ». Eg|^| 
« soltanto fatassi a v considerare parte a parte la fabbrica'' 
« su tali basi innalzata, per rintracciare le cause, che, rea- 
« dendo imperfetta e vacillante la sua struttura, produsse! 
« in fine quel rumoroso diroccamento dell'edifizìo, che ai 
« recò tanti danni, e costò tante lacrime; e avanzerà poi 
« sue idee sulle regole da osservarsi, e sulle cautele 
« praticarsi, per erigerne un nuovo più ordinalo e più a 
e lido ». 

Nel II articolo {Difetìi del nostro sistema) riduce tutti 
difetti degl'invalsi pubblici reggimenti ai seguenti: 
[. «All'aver confuso il sacro col profano; 

2. ft Al non aver voluto mai emendare molti sbagl 
ocon quella magra ragione: Si è fatto sempre, cosi; 

3. « All'aver adottato la massima: Badiamo di non fi 
^peg^ì^o, ed all'averla portata tant'oltre, che meritamente 
a venne caratterizzata da molti per l'eresia de* nostri tempi; 

4. « All'aver perduto o dimenticato la scienza di co- 
li noscerc gli uomini ». 




ri7a e degli sentii di G. q4. Sala 



e « quindi la conseguenza, che, per non ca- 
ndchi errori, bisogna indispensabilmente: 
iflrare lo spirituale dal temporale ; 
•reggere quanto vi è di abusivo, senza arre- 
* piccoli pretesti, e segnatamente per la con- 
studìne; 

idJre affatto, in.ts5Ìmc nelle cose ecclcsi;isu- 
lalc appreso timore» e qualunque soverchia 
iza; 

parare a conoscere bene a fondo gli uomini, 
: non le persone, ma le cariche ». 
barare lo ipxrituah dal Umporale, osserva che 
>ntefìce riunisce in sé la doppia rapprcsen- 
30 della Chiesa, e di sovrano temporale 
- La prima prerogativa è essenziale ed ine- 
caranere. La seconda è accidentale ed ac- 
slla deve spiccare sopra di questa, Tuna non 
arsi coll'altra. Ne siegue dunque, per Icgit- 
lenza, che se tali qualità sono tra loro di- 
bbìano insieme a confondersi ». 
della contraria constutiidine dimostra la fal- 
be « la Chiesa ha derogato più volte con 
)nomia all'antica disciplina, anche in punti 
i importanza », e che non pochi de* presenti 
;lla curia papale non sono poi tanto antichi 
si vorrebbe far credere ». 
astema di paura e di soverchia condescen- 
to infelicemente quasi regola invariabile » 
npi, afferma, essere esso un grande errore, 
incipalmente la sua orìgine da una strana 
idee, per cui, adattando agli affari di Chiesa 
la mondana politica, abbiamo, senza avve- 
►erato di mano nostra ai disegni de' nemici 
e e della S. Sede... Abbiamo anche confuso 
3 spirituale col temporale, sacrificando quello 




40 



G- Cugnoni 



2\e 

i 



« per la lusinga di sostenere questo, e cosi perdemmo l'i 
w e Talcro », 

La 5cien:^a degli uomini, « essenzialmente necessaria ìcT^ 
<( chi presiede, e dalla quale dipende in gran pane il buo^^l 
« ordine e la felicità pubblica, come deve interessare qua^^ 
u lunque ben regolare governo; cosi dev'essere piopria in 
« un modo specialissimo del governo pontificio, il quale 
(( abbraccia, oltre gli oggetti temporali, anche i spirituali 
E questa scienza la considera l'autore sotto due aspe 
II primo consiste nel!' escludere tutti i soggetti immc] 
« tevoli e nel prescegliere le persone di merito; il secondo 
« nel saper assegnare a ciascheduno il suo luogo. Posi 
« questi principi (conclude), a me sembra che gii da moli 
u tempo sì fosse o perduta, o dimenticata la scienza dCj 
uomini », e ne adduce in pruova, con liberissime paro! 
nomi e fatti recenti. 

Nel III articolo (5/ sciol^otto le olne:^ioni cotìtrarit 
piano di riforma)^ indovinando le opposizioni, « che o per 
« la loro apparente ragionevolezza, o per il peso, che fos- 
ti sero per attaccarvi le persone impegnate a sostenere gì 
« antichi abusi, potrebbero attraversare, e forse anche ro- 
« vesciare del tutto l'opera importantissima della riforma », 
le riduce ai seguenti capi : 

1. « Tutte le noviiA sono pericolose, massime i 
« materie ecclesiastiche, e molto più in un'epoca, neljj 
quale si sono veduti li tristi effetti del rovesciament 
<t degli antichi sistemi. 

2. « É cosa oltremodo dillìcile l'indurre gli uomini 
« a rinunziare alle vecchie abitudini, segnatamente se sian 
« conformi al loro genio ed ai loro interessi. 

3. « Es-sendo il papa un principe ecclesiastico, e 
«essendo lo Stato, che egli gode, la dote della Chies; 
«romana, non vi è alcun inconveniente che si servi 
« ne* diversi rami di amministrazione di soggetti eccl 
« siastici, essendo anzi conforme ai sacri canoni che 



Tk'ìla vita e degli scritti di G, d/l. Sala 41 



evescovi ed i chierici amministrino il patrimonio delhi 
» Chiesa. 

4, « Il cnmbi;ire con forza e tutt'ad un colpo sisttimi 
«inveterati, urta l'opinione pubblica; l'adoperare rimedi 
«troppo forti, è un inasprire la piaga invece di curarla; 
«il pretendere l'onimo ed il perfetto nelle cose umane, è 
• lina chimera. 

5. « Eseguendosi la riforma nel modo, che viene 
«progettata, verremmo a confessare pubblicamente da per 
«noi stessi i nostri torti, e in vari articoli ci faremmo imi- 
tatori dei sistemi francesi, che sono e saranno in odio 
«perpetuo presso tutti quei popoli che ebbero la disgrazia 
«i sperimentarli ». 

P:isiando poi a ribattere ad una ad una le cinque op- 

E posizioni, scrive: m La prima difficoltà è più app^irente, 
«che reale. Se si tratti di materie ecclesiastiche, io sono 
•ilicnissimo dal proporre nuovi sistemi. Intendo anzi di 
«richiamar le cose agli antichi principi, ogni qual volta 
«siano quelli in contraddizione coi più recenti regolamenti, 
> Se poi si tratti di oggetti di altra natura, non è mio im- 
•P«gno di rovesciare le basi del nostro governo, ma di 
' ^oiisolidarle per mezzo di una più savia amministra- 
•flone, e di una miglior scelta d'idonei ministri; non il 
«cambiare legislazione, ma il perfezionarla con toglierne 
«' Jifctti, e col renderle quel vigore, che aveva perduto o 
■per le calamiti de' tempi, o per Tabuso degli uomini. 

« Neppur la seconda difficoltà può recare imbnraz^^o. 
" E pur troppo vero che gli uomini difficilmente rinunziano 
I •illc antiche abitudini, massime quando ne cavano partito 
I •peri loro vantaggi. Ma e vero altresì, che già vi hanno 
^K^ dovuto rinunciare per la forza delle ultime vicende, ed 
^^* e vero egualmente che le abitudini da distruggersi, se 
»iono care ed utili a qualche ceto di persone, sono disap- 

• provate dal pubblico, e riescono pregiudizievoli ad altre 

• classi. Se gli ecclesiastici non continueranno ad esercitare 




43 G. Cugnoni 

fs certi impieghi, questa privazione sembrerà loro alquanto 
« dura ; ma i laici all'opposto ne goderanno, e cesserà la 
« doglianza, che lì preti vogliono tutto per loro. Se rerario 
« del principe incasserà le sue rendite senza fame ingoiare 
« la miglior parte dagli affittuari camerali; gli appaltatori 
« grideranno^ ma il popolo esulterà nel vedersi libero da 
« tante avarie. Se cesserà la collusione dei tribunali, se pe- 
n rifa eternamente il regno della sbirraglia, se verranno 
« ahv^Hic le franchìgie ed eliminati tanti altri abusi; è ben 
ft d*aspottars; i reclami di chi vorrebbe perpetuare le liti, 

* e non pagar mai li debiti, i clamori degl'ingordi satelliti, 

* le querele dei diplomatici e de* poienrati ; ma si udiranno 

* in cvMìtKvitv> !e universali Seneiizioni per la pronta ed 

* ìntjviwulc an:r.ì:ni<rurjone della giusdzia, per la cessa- 

* rione dì m:"c sn^orvirsi ed aitivi a donno de' poveri, 

* per veder vita T ìrapuniri a: celi::: e cacciate in bando 

* k' AX^Tchierie e le rccrocenic* Rese* deddeie se voglia 

* r-rc ^^rtrs: :' rnvato inreressse r>er rs?r: iscolzare doglianze 

* tvfc5NVj:^XTC e Irriix^rjevv^'.: i: Tvcb:, o con piuttosto 

* ;\;v>c«;Nnxrc :I r;:S>'.ùv xrc ^r roz oc^rv*rs: ijì giusti 

* >c V ^o >?.r^,^ ,x<^ c.v>cv.x I" cnNà-r c^ r-iscs: una no- 

^ riK >ìs .vj; i '^rv*.;-: rri : r»irr rx^r. *t-^^ iille chiese, 

. o>v^s.x^^.^: r^ \vn:^ ooc r.v. .x>jx.cr-, 1 i cu: prodotto 

. C!c^ xv^vx- c dr^ soc- r ",>cr^ ^^ ^'ì1:kt- is;"" 7*:r^iZì, delle 
« ^<^:5H"^v e oic^ .N^vx»- . c r^rr* r.'?,'ì".c z£r;;:£rf ^il; Chiesa 
. :*,\!rȣr*:;s x^>c^.^^ e- , ^ .v^r -e rorrTorzk, cu: vanno 

* i^.'v>*<• T4C?: w ^v'-V-^' e e . ^-jrsso'^cu ìCTriritL II 
4 ^•tHv'^ cj^c ^' o,^^:^o^.^..w *.. c-.njì".=^i -^.irri: .n'izi- 

* n»:fì>::-i;',-v^fV re ^V^tv ---Tì. 'V :rrr-^~:L:r:irC::. 7. >5COCSCO 

* cfe<;* x^v tv^^ >i.^c ^ itv^;^^ *! v^c clì n^-r^-v zr^ r^n 
» ?vv" tvmrtv^fV" >Vsi".%- -^ -1 ^wv <r:c:' JicI*! Chiesa 



T^m^e degli scritli di G. oA, Sala 43 



■ vastissimi fondi, senza però avere de' popoli, che le ap- 
«partenessero a titolo di sovranità. 

« Poche parole sono sufficienti a dileguare la quana 

• ilifficoltA: imperciocché li cambiamenti di un inveterato 
«sistema allora soltanto urtano la pubblica opinione, quando 

■ prendono di fronte un ordine di cose o realmente van- 
«taggioso, o riputato tale dalla maggior parte. Siccome 

• però alla moltitudine poco importa che i giudici siano 
«ecdesiastici o laici, purché venga amministrata la giusti- 

■ zia;che gl'impieghi vengano assegnati piuttosto agli uni 
«che agli altri; che si lasci o si tolga il giro delle cariche, 
«quante volte si vegga premiato il merito e promosso il 
«pubblico bene; e siccome le persone illuminate conoscono 
•i difetti, e ne desiderano l'emenda: cosi non è a temersi 
«alcun uno pregiudizievole. Quanto poi è vero che i ri- 
«mcdl troppo forti inaspriscono talvolta la piaga, invece 

■ di curarla, altrettanto é certo che i mali invecchiati esi- 
«goìio bene spesso ferro e fuoco, onde non degenerino in 
•cancrene insanabili, I palliativi poco o nulla giovano, ed 
«è perciò che io suggerisco di dare alla radice del male, 
«liEnchè non ripulluli dopo breve tempo. 

• Mi spedisco pur brevemente dcirultima difficoltà. Io 
«trovo scritto nei proverbi: Jtistus ptior est accusator sui: 
•e so che l'ingenua confessione de' propri errori concib'a 
•wnia ed applauso, anziché discredito e biasimo. Alla per- 
^6sit errare humanum est, e siccome molti de' nostri sbagli 
ftsono abbastanza noti, cosi quando anche avessimo ad 
•incontrare delle critiche nel correggerli, sarebbero queste 
«più miti e meno durevoli di quelle incontreremmo se ci 

• ostinassimo a sostenere gli antichi difetti del nostro si- 
[• stema. Quanto poi all' imita:!Ìone degli altri sistemi, io 

' non mi arresto per le difficoItA proposte, e considerando 
'le cose in se stesse, senza cercarne gli autori, prendo il 
I buono e l'utile ovunque lo trovi ». 
Nel IV articolo (^Disposit^iom prelimitiari per la riforma)^ 



44 



G. Cugìtoni 



premesso che « il primo mezzo essenzialissimo per 
« guire la riforma consiste nella scelta de' soggetti, ci 
e dovranno occuparsi di questo importante affare >», vuo 
che per le materie ecclesiastiche sia coimiiesso V incorici 
a sacerdoti v i più distinti per dottrina, per esemplanti 
«per cognizioni pratiche ». Giacché « una scienza ordinai 
«ria non sarebbe sufficiente all'intento; una vinù me 
(( diocre non concilierebbe il credito troppo necessario ini 
« chi è destinato a promuovere la riforma; e le sole co-1 
agnizioni speculative, senza le pratiche, non riempireb-l 
tt bero l'oggetto. Per gli oggetti temporali potranno as- ' 
ft sumcrsi indistintamente ecclesiastici e laici, dotati di 
a probità e versati nelle materie legali, politiche ed ccono- 
« miche ». Per render poi meno malagevole l'atmazione 
della riforma, propone di « prevenire immediatamente la 
« ripristinazione di alcuni degli antichi abusi, che sarebbe 
«poi troppo difficile di estirpare », e suggerisce « varie 
« altre provvidenze, che appianino la strada » da battere, 
per giungere alla meta. 

Nel V articolo {Basi della riforma)^ dopo aver breve- 
mente esposto il disegno del nuovo cdifizio, ch'egli accia- 
gcsi ad innalzare, osserva che, trattandosi di oggetti spiri- 
tuali, gli si potrebbe opporre « la dottrina di Paolo apostolo: 
« Fundamaitum alittd turno potest poncre, practer id, qnod pò- 
<s situm est, qiu^d est Chrisius Jesus, E tosto soggiunge: e Ma 
« Dìo mi guardi dalla sacrilega tementi di toccare questo 
« fondamento divino, che rimarrà saldo ed immobile sino 
« alla consumazione dei secoli. Siccome però il medesimo 
«apostolo soggiunge: Si quis atitem superaedtjkat super 
u fundametftum hoc, aurum» ar^enlum, lapides prctiosos, Ugna, 
afoeimm, stipulam, uninscujustjuc opus manìjestnm crii: Dics 
tu enim Domini dtclarabìt, quia im igfte revelabitur : et unins- 
« eujusiftu opus manserit, quod siiperardificaveril : mcrcedem oc- 
« cipieU Si cujus opus ar scrii detrimentum patictur; cosi non può 
«essere giustamente riprensibile un lavoro diretto ad cdifi- 



*2)t»//a vita e degli scritti di G. 2-1. Sala 45 



fcare sullo accennato fondamento aurutn, argetttum, lapidcs 

« prctiosos, e ad escludere dalla nuova fabbrica tutte quelle 

t altre materie, che potrebbero essere consumare dal fuoco. 

iSi aggiunge che il nostro cdifizio, simile ad una reggia, 

ila qunle, oltre airabitazione del principe, racchiude tante 

altre parti destinate ad albergare la sua corte, e a molti 

e diversi usi, servir deve a non pochi oggetti o affatto 

estranei, o non essenzialmente connessi con quella fab- 

« bria immobile che a ninno è lecito di variare. Dovendo 

L* «quindi il mio piano estendersi .id una serie ben lunga di 

articoli di ogni specie, se troverommi forzato alcuna volta 

« a proporre; un tal cajnbiamento di sistema, cosicché venga 

« qualche parte della mistica fabbrica a riedificarsi fino dai 

«fondamenti; non per questo potrà condannarsi il mio 

« livoro, e sarà all'opposto esente da ogni censura, e me- 

• rìtcvole di lode, quando concorrano a giustificarlo la ne- 

« cessiti TutilitA a. 

Fin qui il lavoro è tutto d'apparecchio. Lo svolgimento 
I ordinato della materia comincia dairarticolo VI, il quale è 
Allo all'argomento più importante e fondamentale dell'o- 
ff ciac la Scpara:(toHC dello spirituale dal tcffiporaU. In 
proposito di che, sebbene ravvisi l'autore per « una dispo- 

• azione ammirabile della divina Provvidenza, che il ro- 

• mano pontefice riunisse alla dignità di capo della Chiesa 
■u grado di principe sovrano assoluto»; nondimeno av- 
Wc « che la temporalità non è in alcun modo essenziale, 
•«ui è affatto distinta. dalla spiritualiti ». Donde consegue: 

1. « Che gli affari spirituali formar debbono il prin- 
•^ipalissioio oggetto ed impegnare le cure più assidue del 

• fonuno pontefice, cosicché non rimangano giammai po- 
« sposti agli oggetti temporali. 

2. « Che in tutto deve singolarmente risplendere la 
•modestia e la graviti ecclesiastica, onde chiaro apparisca, 
«Cnc b sovranità temporale sì considera come un acces- 
•wno, e si fa servire unicamente al maggior decoro della 



G. Cugnoni 

a dignità pontificia, senza fasto e senza ostentazione, e ^ 
a maggior vantaggio della Chiesa, senza vista d* ingrand ^' 
«mento e di altri mondani interessi. 

3, « Che per ottenere la bramata separazione dell^ 
« spirituale dal temporale bisogna stabilire la massima, ch^^ 
ce tutte le cariche di loro natura secolari vengano conferit^^ 
« ai laici. 

4. « Che sarebbe conveniente che negli atti risgu; 
a danti la temporalità si procedesse sempre con forme 
tt verse da quelle si adoperano per gli oggetti ecclesiasrii 
« Nel Bollano s' incontrano tante bolle relative ai pubblici 
© dazi, agli statuti di corpi d'arti e collegi, e ad altre cose, 
€1 che nulla hanno che fare collo spirituale. Come ci entra 
tt qui il titolo: Servus, scrvorum Dei, l'assoluzione dalle o 
a sure. Ad cffectum praescntitim conseqiundutn, il decreto irr" 
a tante: InJiptationcm OmnipoUntis Dei ac Btatontm Pciri et 
« Pauìi Apostoìorum ejtis se naverii incwrsnrum ì Quando il 
a sommo pontefice agisce come capo della Chiesa, parli da 
«papa; quando esercita atti di sovranità, parli da principe, 
ft Cosi dalle stesse forme estrinseche renderassi manifesto 
«che, senza confondere le due potestà, si assegna a ci:i- 
« scuna il suo luogo ». 

Nel VII anicola {Dcir abatismó) toglie a screditare la 
o mascherata dell'abatismo», cioè l'invalsa moda dell'abito 
ecclesiastico « abusivamente adottato da unti laici », la 
quale a contribuisce in qualche modo a confondere lo spi- 
c rituale col temporale ». 

Neir Vili articolo {Carichi) vengono considerate le ca- 
riche « sotto due aspetti, cioè \x\ quanto alla diversiti loro, 
« e in quanto alla scelta de' soggetti che debbono escrci- 
«tarle ». Per ciò, che è della loro diversìd, riferendosi 
questa « alla stabilita separazione dello spirituale dal tem- 
« poraic, dovrà fissarsi colla possibile sollecitudine quali 
« siano gl'impieghi, che rimarranno agli ecclesiastici, e quali, 
e che apparterranno ai laici ». E del numero di quesri se- 




condi dovrebbero essere, per avviso dell' autore, « runi i 

• governi, incominciando da quello di Roma; tutte le 

• aziende economiche, non escluso il tesorierato; tutta la 

• giudicatura criminale, buona parte della giudicatura ci- 

• vìk ». In ordine poi « alla scelta dei soggetti che deb- 

• bono esercitare » le cariche si ecclesiastiche e si laiche, 
sebbene l'autore non si faccia a trattarne separatamente in 
questo articolo, tuttavia dalla somma del discorso si rac- 

iglic essere suo intendimento, che, attribuite le prime ai 
erdoti, le più imponanti delle seconde vengano confe- 
litc ai laici, tenendo ragione non pure della loro idoneilA, 
ancora dei loro natali. 

Negli articoli IX, X e XI (^Franchigie - Uffi::^i delle poste 
Wf - Diritti feudali) si caldeggia l'abolizione degli 
iosi avanzi d'una eti barbarica, e, a guarentire la spedi- 
c la credenra, massime per le faccende di Stato, del 
mimerdo epistolare, si propugna rannulLuiiento de' cor- 
fcri aizionali, per mezzo de' quali a quel tempo e si fa- 
ceva tutto il carteggio cogli esteri ». 
L'articolo XII (Sacro collegio) si aggira sulli riforma 
cardinali, giusta le norme prescritte dai decreti del Tri- 
atino, ai quali « se si fosse tenuto dietro costantemente, 
non si sarebbero commessi degli errori assai pregiudizievoli 
alla scelta dei cardinali, nò sarebbe accaduto che nella 
distribuzione de' cappelli si contemplassero de' soggetti 
poco idonei, se non anche del tutto immeritevoli ». 
Similmente nell'articolo XIII (Fescovi e vescovati) col- 
tonti del Tridenrino si richiamano in vigore gli antichi 
i usati dalla Chiesa nell'elezione de' pastori, e minu- 
imarocnte si annoverano le rare doti di virtù e di dot- 

a questi necessarie. 
Argomento del XIV articolo è la Prelatura. La quale 
r quantunque non formi una classe a partu neirecclesiastica 
Tchia; pure essendo specialmente addetta al servizio 
S. Sede, e godendo di molte onorificenze e privi- 




48 



G. Cii^noni 



« Icgi, deve riguardarsi come un ceto distinto nel clcr 
« tanto più che rimane sempre illustrata da buon nuniei 
« di soggetti ragguardevoli per nascita e per merito, ed 
M solita fornire quasi tutti i candidati pel rimpiazzo de' pos 
« vacanti nel sacro collegio ». Dei tre modi, pe'quali coa:- 
seguesi il grado prelatizio, cioè: « per compra, per processo- 
« per grazia », l'autore vuole « eliminato affatto il primo »j 
conscrv.iti il secondo ed il terzo; ma in quanto al seconde 
non in modo die w il processo si riduca ad una formalit 
« di poco momento », né che, in ordine al terzo, la gra 
cada sopra persone immeritevoli, « osservando la regola ^ 
a Pio II: Di^mtatibns viri dandi, ìton viris dìgftitatcsn, Eni 
mcrate poi le cariche prelatizie, che dovrebbero essere tra 
formate in laiche, propone de' compensi pel ceto, che 
verrebbe spogliato. E per ultimo ragiona de' nunzi, dell 
somma importanza del loro ufficio, e però della molta 
ligenza, che è da usare nel trasceglierli. 

Nell'articolo XV si tratta della riforma del Clero secolar 
che l'autore divide « in cinque classi », cioè: « i. Capite 
« delle basiliche e delle collegiate; 2. Parrochi; 3. Confes 
« seri e predicatori; 4. Impiegati nelle sagrestie e in alt 
« incombenze, che non sono contrarie alla professione ctì 
« clcsiastica; 5. La residuale turba di quelli, che non aventi 
« alcun legame, per cui siano impegnati ad una determinai 
» occupazione in servizio della Chiesa, o ne assumono 
« quelle contrarie ai sacri canoni, o passano la loro vie 
« senza far nulla )>. Annovera di ciascuna classe i difetti 
gli abusi, e ne suggerisce Temenda. « Si tacciano giusta 
« mente (egli scrive) vari de' nostri capitoli di una soverchia" 
« precipitazione nel salmeggiare, di una somma negligenza 
« nell'cscrcitare le sacre funzioni, di un indecente contegno 
« di assistere al coro >>. Nota « quell'aria di dissipamento, 
a colla qu.ile alcuni canonici o passeggiano, o parlano, aspet- 
« tando il segno del coro »; ne addita « altri sdraiati con 
a ributtcvole indecenza, altri taciturni nel tempo che dovreb- 



Della vita e degli scritti di G. Q^. Sala 49 

• bcro contare, altri occupati in discorrere coi loro vicini, 

• altri trascuratissimi nel ministrare airaltarc... Nell'affac- 

• darsi a qualche coro, dando semplicemente un'occhiata 

• i quelli che seggono più alto, si direbbe che vi stajino 

• come dondfuintes in cUris, e che il grado più distinto e la 
« rendita più pingue danno loro un'esenzione da ogni legge, 
« e im diritto di scaricare tutto il peso dell'ufficiatura su 

• dii siede più basso. Se la cosa deve andare cosi, tor- 

• ncrcbbc meglio il riempire li stalli di belle statue vestite 

• in abito corale, e l'applicare le rendite ad usi più pii. Ecco 
« come sono trattate le funzioni le più auguste, come sono 

• editati i fedeli, com'è servita la Chiesa. Che meraviglia 

• poi, se per que'canali medesimi, pe'quali dovrebbero scen- 

• den: le celesti benedizioni, si schiudono sopra del popolo 
I • i vasi della collera divina ? n 

^ft Vaole i parrochi scelti fra i sacerdoti più dotti ed esem- 
Twri, provveduti di sufficienti rendite, e posti in grado « di 
•^Ufpoco attaccati agl'incerti, e che la loro sussistenza 
■iwn dipendesse in gran parte dagli emolumenri de'batte- 
•8>mi, de* matrimoni e de' funerali ». 

Biasima « ceni predicatori alla moda, che rassomigliando 
*nub(5 sinc aqua, qtiae a vcntis circumftrunltir, predicano se 
medesimi in subUmUaìe servwwtm, in vece di predicare 
Jisum Christum, et hunc Crudjixum, e trasformano i per- 
iti cattedre accademiche, e poco meno che in palchi 
à »; e certi altri, che, sebbene « pieni di zelo e di 
ione intenzioni 0, sono » cosi scarsi di scienza, e cosi 
^ùifclici nel dire, che propriamente fanno pietà ». 
^f Scopre aa i confessori « lupi divoratori delle anime », e 
^oolc bandito da questo ceto chi non abbia a le tre qualità 
m desunte dal Salmista, boniiatcm, et disciplinam d sckntiam ». 
^^ o Degli ecclesiastici addetti in buon numero alle segre- 
^Krie delle Congregazioni, o applicati ad altre incombenze, 
^^lie riguardano il ser\"izio della Chiesa, o almeno non 
\m siano proibite dai sacri canoni », avverte che « sarebbe 

Ankhio delia R. Società romana di storia patria. Voi. XI. 4 





50 



G. Cugnoni 



e assai meglio, che c^nt incombenze si abbandonassero ir=* 
a teramente ai laici »: e nota « che in passato a molti f:* 
« ceva impressione il vedere un prete nella segreteria d^ 
« Luoghi di Monte : un altro in quella del Buon governo 
« un altro in quella delle Finanze ». 

Dei rimanenti preti, « che senza rendere alcun serviac 
d alla Chiesa, eccettuato Tuffizio, che recitano per disoblig<^ 
u e la messa, che celebrano per interesse; o fanno cose-:^ 
<( che far non dovrebbero, o fanno il grandissimo nulla » 
vitupera l'inutile vita, nega loro ogni benefizio, e giung^^^ 
perfino n domandare, se non si abbia ragione « di asserire^ 
<( che II soverchio numero di ecclesiastici reca pregiudizio^ 
« anziché vantaggio ». Ad evitare tali disordini consiglia, 
ai vescovi la severità nelle ordinazioni, e la retta educazione 
de' chierici ne' seminari diocesani. 

Nfirarticolo XVI, destinato alla riforma à^^Regòlati^ 
dopo una triste pittura della rilassatezza introdottasi t^H 
chiostri, stabilisce « due principi: il primo, che li disordini 
« delle comunità religiose erano giunti a tal punto, da me- 
« ritare che Iddio le annientasse, come in gran parte se- 
« guitò (i); il secondo, che siccome sta scritto iratus es, 

(i) Su questo medesimo proposito scrìve nel suo Diario, sotto 
il IO settembre 1798: « Per questo tanti servi di Dio hanno asse- 
« rito costantemente già óa più anni, che sovrastavano grandi flagelli^ 
« massime per le colpe dei preti, frati e monache m. Le cose cspc 
e discusse dal Sala in questo XVI articolo {Regolari) e nel succ 
sivo XVU (Monache) consuonano mirabilmente con quelle, 
Giulio Cesare Cordara venne svolgendo, intomo allo stesso 
gomento, nel suo scritto De projcciionc Pii FI PonL Max. ad aidam 
yjmìohonumcm, pubblicato dal P. Giuseppe Boero della Compagnia di 
Gesù. Se non che l'editore, (debbo queste indicazioni al mio amico 
march. Gaetano Ferraioli) non so se o per difetto dell'esemplare, 
dal quale trascrisse, o a bello studio, non ne mise a stampa il 
luogo, al quale si rìferìsce questa mia osservazione, e che però 
parrai opportuno dì qui trascrivere dal ms. della biblioteca Valliccl- 
liana segnato R. 9} : ed ò Tcsemplare che, offerto da Frane* 
Cancellìerì a Pio VI, dopo la dispersione della privata biblioteca] 




vila e degli scrini di G, Od. Sala 



\; cosi dobbiamo sperare ch'egli favorisca 
Iprcsa della riprisiina2Ìone, quante volte nel- 
abbia in mira unicanicatc la sua tnaggior 
alaggio della Chiesa ». Al quale scopo puossi 

!ia sola via, quella, cioè, di cercare « d' ìn- 
die farebbero li santi fondatori, se tomas- 
o ». E questo sforzasi di fare l'autore con 
b discorso. 



qtilsuto da Ruggero FaJxacappa, prete dell'oratorio, 
(ido, legato j quelli insigne biblioteca, U luogo si 
^ MS Jcircdiiione del Boero, dopo le parole hent- 
£ come segue: 

|^cxcrevi5se memorìa nostra Franciscanorum, sive 
^H Reformatorum, sive -quos Cappuccino^ nomì- 
^Kt qui putant: nec vana, uù rcor, corum opinìo 
te inalum inde luonat in publicuni. Altcrum, quod 
alendi sunt, subtrahiturquc saepe libcris, aut pau- 
t in CCS confcrtur. AUcrum, quoj agri magnam 
nira, artesquc ad socialis vitac usum instìiutae sine 
ttur. Non cnim in hos ferme ordincs nisi prolctarìi, 
immigrare sunt soliù, ex agrìcoUrum vcl opificum 
dMDtncs dcmum ad tolcranJam labore vìtaro nati, 
^lerc hominum nunqujui pctltorcs» et candidati 
:rTara pccuniam fcrunt, facile adminuntur. Atqucilli 
cum pclunt tunicam» nihil practer Dei famulatura, 
«rem et salutem anìmae sempitcmara practcndunt 
immodo, vcl ambitìone plcrìque ducuntur. Nimirum 
ustarìam vovcbuni, ea tamen lege, ut panera cum ob- 
□ omnt vita dcsidercnt; et paupertatcm necessariam 
em rclinqucnt domi. Vestem induent e crasso ru- 
tilo meliorera habituri si vivercnt ìnier suos. Com- 
:roum ducunt noctc concubìa consurgere ad psal- 
ides in tempio, quam ardente sole boves exstimulare 
igro ducere, aut Uborcra assiduura, diu noctuque 
ncudem, aliamvc intcr sclhiUrios artem cxercere. 
sanctae vocationìs causa. Majores etìam illccebras 
[n ilio namque sacro ac venerabili amictu instar 
sunt. Itaque daras amicitias cum potentioribus jun- 
'.rum saepe mensae accumbunt ìi, quorum germani 




52 



G, Cugnoni 



Circa la riforma delle Monache, che è la materia dcl- 
rarticolo XVII, ed ulrimo della parte del Piano stampata, 
scrive: « Il primo articolo essenzialissimo è quello delle 
« vestizioni. Anche ne' monasteri si offrono delle vittime 
a deboli ed imperfette, e quel che è peggio, si consumano 
« de' sacrifizi, noa gid volontari, ma forzau. Una monaca 
« senza vocazione è il tormento di se stessa e dell' intera 
« comunità. Parrebbe che questo caso fosse quasi impossi- 

« fratres aut strigìli fricant equos in stabulo, aut caligas in labema 
« cODSarcinanl. Quid vero sì qucm in cocnobìo magìstraium, si quiim 
« pracfecturam adepti stnt ? Supcrcilìum toUunt, aequales alios suos 
a et consanguineos vìx obtutu dignantur. Superbiam hausìssc dìceres 
o in schola humilitatis. Num proinde coenobia supprìmenda? Minime 
Q gentìiira. At multis partibus minucndum cocnobitarum aumenim 
« prudcns quisque facile opinabitur. Habcnda ratio utilitatis, quatu 
« sive sacris minlstrandìs, sì\*c divino serendo verbo in comraune fe- 
« runt At si pauciores idem possunt, cur ita multi sint cum tanto 
a civitatis onere, ac rcipublìcae detrimento? Exiguum Jesuìurum col- 
« legium, duodcnum, ut ^umnium, capiiuni, plus fere pracstabai pò- 
n pulo, quam istiusmodi cucullatorum quinquagcni, aut co amplius. 
u Cut non ergo certus eorum numerus prò modo cujusquc civitatis 
« praeliniatur ? Id sì cura debita auctoritate fiat» netnini credo vi- 
v deaiur ìncongruum. 

A jam locus ipse me admonec ut, quando de cocnobìtis hactenus 
« dictum est, nunc etiam de sacris vìrgimbus pauca dicam. N'amque 
« earum quoque plura coenobia Cacsar suppressit. Vìsum id muttis 
« inhumanum, in co praescrtim principe, qui sua Consilia omnia io 
a bonum humanitacis se dirìgere protìtetur. Et si enim multae e junìo- 
u rìbus ex arcto in apertura perquara lìbenter exicrint, ast aliae senio 
« consumptae, alque intcr suas auctoritaiem adcptae, sive alia in coe- 
a nobia, sive paiernas ìn domos migrare cogercntur, rem indignissime 
CI acceperc, contemptui vidclicet futurac in posterum, aut m^gnam 
« molestiarum molem Uturae, quae pacate hactenus in suo mona- 
« sterio nec indecore vixeranL Num vero id etiam, pontifìce assen* 
» tiente, factum? Inccrtum; non tamcn, si certas condiiiones adjicias, 
K incredibile. Sane ultra modum multiplìcata sacraruni virginum vao- 
n nasterìa cetnimus. Civitatem invenias, ubi capitum raiUia haud plura 
« decera, aut duodecim, monasteria quindcnnis non pauciora nome- 
a rantur. Horum mlnui tantisper numerum, abs re certe non eiat; 



^elld vita e degli scritti di G. C^. Sala 53 



«bile ad accadere; eppure accade più di sovente dì quello 
«che alcuni peasano. Simile disordine non è nuovo, ma 

'»purc dovrebbe essere cessato dopo gli anatemi fulminati 
• dil Tridentino contro coloro, i quali quomodocumijue eoe- 

I «^m/ aììijuam virgifwn, vcì viduamj ani aìiam quamcumque 
Herem irrvìtam, praekrquam in casibtis a jure expressis, ad 

^^mpedìcndum monasierinm, vcì ad suscipiendum habitum cu- 

! *jus€uniqtu fcligioms, vcl ad entitteudam profcssionem; quique 



«modo optio Jetur vìrgìnibus cUgendi quod malint, sivj: aliud in rao- 

• Q«tcriura transcundi, sive paternam in domum revertcndi, et salva 

• flttgulis boneste vivendi conditto sit. Ipsat enim vìrgines nitnis 
'crebro, ac nimis facile sacra ìnter claustra recipì,atquc ad solemnem 

b*^otorum nuncupationem admittì multi putant, utque variabilis est 
'Ecclcsiae disciplina, nonnihii temperandum hodie ejusmodi consue- 
•tudinem arbitraniur. Quid enim? puella annorum vix decem, dum 
*wrti inter vìrgincs nutrìtur, vcl araitac cujusdam blanditiis, rau* 
■nuicitlì^uc capta, ve! ipsa socìalis, et innocentis vitae hilaritate pel- 
liccia, per causara sacrarum exercitationum, insolita pellente aetate, 

• &alc pronunciai, velie se quoque vitam coelibem in eodem mo- 
*(ttstcrio \*iveTc, idque palam evulgat; quod semel imprudenti exci- 

• dit, ij postmodum revocare grandìusculae vcrccundia est. Subìt 
•tntcToi rei faraìliaris angustia , honcstarum conditionum infre- 

• qucniii. Quo magis a matrimonio deterreantur, nuptarura saepe 
•moltsiias, et casus calamiiosos sibi narrari audit. Quid vis? Ut 
«primum per aeutctn licet, ne sibi minus constare videaiur, nec pa- 
t fcnuiin spcm eludat, et vota, sacrum velamen suscìpit, et cum in- 

• senti ipparatu solemnibus se votis obstriogit. Cunctis videlicet hu- 
«Ruiueriiae oblectamentis momento nuncium remìttit, s eque intra 

• Mguftum ambitum murorum includit ca lege, ut inde peJem ef- 
*'OTt nunquam io omn! vita possit, idque praeter amictum rudem, 
«»i€tum icnuem, et scveriorcm saepe ordìnìs disciplinam, cui in 
*P^iuuin se subjìcìt: legem denique mollis et rerum inexperta 

'^'S^cula sibi ìmponit, humanis prope majorem vìribus, et quae 
ili instar haberetur, nisi esset frcqucns, et quotidìe oculis ob- 
itur. Quid vero si decursu temporis vitae ejus, et carceris sa- 
^fU$ subeat? Quid si ardor illc primus pietatis, quo nìhil facìlius, 
't^rijerit? NuUumne locum esse regressui ? et idcirco dolore, ac rabic 
^ìitn conubescat ? Haec mihi cogitanti^ vi:nìebat aliquando in 
BMBtcm optnari, ferendam a poniifìce legcm, in raoresque inducen- 



54 



G. Cugnoni 




« consilium, auxilium, vel favortm dcderint ; quiqtu sd^n 
« Cam non sponte in^rcdi monaskrhim, aut habitnm suscipc 
« aut profcssionem emitUre, quoquomodo eidem actui vel pra 
« senliam, vel cotisensuw, vel auctoritatem interposuerint, Quani 
o si bevono di queste scomuniche, non escluse le monache 
« Vi sono di quelle, che si affezionano soverchiamente :^^ 
« qualche giovane educanda, e cercano d' indurla ad ab-^ 
« bracciare la vita monastica, dipingendolene tutto il buono^ ^ 
« e nascondendolenc tutto Tarduo e tutto Tamaro, che vi 
« si trova. La fanciulla, che talvolta usci di casa prima di 
« arrivare agli anni della discrezione, che nulla sa di monda 
« e che s'immagina che Tesser monaca consista nel por 
« Tabito, nel cantare in coro, e nel mangiar paste; si la 
« facilmente persuadere, ed eccola già con una vocazioD 
a decisa, e con un fervore straordinario. Entra in prova, j 
« viene trattata con molta indulgenza; incomincia il noi? 
« ziato e vi trova una maestra, che la lascia fare a suo mod 
e e se mostrasi malcontenta per qualche poco di rigore, 1 
« dice, che da professa non avri più legame, e sarà pH 
« libera. Nello scrutinio passa a pieni voti, perchè le pro- 



tdam, ne qua deinceps puella sese votorum sacramento obtiga 
t nisi ad quìnqucnnium. Hoc evoluto spatio, sì constare! animus, i 
> aliud quinqucnnium vota protraheret, deinde nd aliud, donec annu 
t actatis quLntum supra trìgesimum esset supergressa, ac tum demun 
I si vellet, se obstrLngerct in perpctuum. Sic. ajebam, buie tìuxac | 
» riter, atquc aetemac carum felicitati provisura in. Ut minimum no 
I nihil emollìendum cxistimabam durum illud votum, quo se nunqud 
I extra claustrum pcdemelaturasspondem. Permiitendum utcertaìntr*' 
lannum die prodire possint in publicum, circuire tempia, consanguì- 
I neos ìnvisere. Exemplura Urbe pracbuit Bcncdicius XIV, coque prv 
* vilcgio ctiam nunc nonnullum monasterium aditur. Cur non ctìam 
I matrem sororcsque ìdcntìJem, cura bona antistilìs venia, ad se Jnira 
(claustrum admittani? Id saiìs bonis virginibus ad solatium, ac Icni- 
I mcntum acruranosae vitac fuiurum, cffcciurosquc dìes paucos, ut loto 
» anno vivant sua sorte contentac.Verum de bis viderit Summus Pon- 
i tifex, cui chrìstìanì grcgis cura coramissa. 
K Ceterum non est, etc. s. 



^lla Pt'ia e degli scrini di G. (l4. Sala sS 



« tcttrid la spalleggiano, il monastero ha bisogno di sog- 
■ getti, ed essendo in fondo una buona ragazza, si spera 
« che poi diventi una buona monaca. Così Y infelice pro- 
« riunzia li voti solenni, e quando non ò più tempo si ac- 
« corge di essere stata tradita, e si affligge e si dispera senza 
« rimedio. Certe fanciulle poi, immolate dal dispotismo e 
« dalla barbarie de' loro parenti, non possono nascondere 
« il makoniento e l'angustia, in cui si trovano; eppure 
« T^engono ricevute ed ammesse alla vestizione e alla pro- 
« fcssione o. Ad impedire questa camificina di anime in- 
nocenti, vuole l'autore, che « non [sdegnino i vescovi di 

• esplorare essi stessi le monacande, tutte le volte che pos- 

• sono, e trovandosi impediti, ne affidino l' incarico ad ec- 
«dcsiasrici dotti e sperimentati; esclusi sempre quelli, che 
« abbiano dei rapporti col monastero, in cui rimangono le 
«postulanti. E che in tutti i monasteri, prima de* scrutini 
« per le vestizioni e professioni, si leggano tradotti in lingua 
' volgare » i decreti del Tridentino risguardanti questa 
materia. « Il fulmine delle scomuniche atterrirebbe le mo- 
« nache, ne più s'indurrebbero a dare il voto senza piena 
'Cognizione di causa, e molto meno per umani riguardi». 
Dopo ciò l'autore si fa a discorrere de' mezzi da risvegliare 
ne* monasteri lo spirito di osservanza e di fervore, allun- 
gando specialmente il ragionamento sulla scelta de'confes- 
^» e sulla severità della clausura. 

Tale è in iscorcio la parte stampata del lavoro del Sala, 
Li quale, come prima fu divulgata, da altri venne messa 
in cielo, da altri rabbiosamente maledetta; secondochè 
l'iffetto alla religione e al pubblico bene, ovvero il privato 
wteresse gli uni e gli altri diversamente stimolava. E giun- 
tone rumore, certo per opera di qualche maligno, insino 
^Vienna, dove il cardinale Ercole Consalvi era di que' 
pomi a congresso coi deputati delle principali potenze 
«Europa; quegli, alla cui assoluta balia stavano allora le 
cose dello Stato, comandò che senza indugio venisse im- 



$6 G. Cugnoni 

pcditi la divisione delb stampa, e si adoperasse ogni pos- 
sUe diligenza per ricovrame gli esemplari gii sparsi (i). 
(Cootintia} 

G. Cugnoni. 

(:} NèC*xrchÌTÌo Vaticano tnscr^ssi da txn fascicoletto (nella cui 
coperta è nouto di pugno del Sala: iSz4 - Piano H Riforma - So- 
s^Piszau id pn*up$im£ml? JàU itsmu^^^ t riÉsr^ ié' fo^ già distribuiti) 
le seguenti lettere» che coUeganst con ^ce>to fatto. 

L 

« :S hizUo 1S14. — A. C — Suj Emmerua (0 card. Bartolomeo 
« Pacca) desidera dentro la macinati di domani di parlarvi. Mi ha 
« on£nato perciò dì dirvece un cenno. Lo eseguisco, vi abbraccio, 
« e sono di cuore — Aalmo amico S. Mauri •- 

IL 
« C. F. — Potete facilmente immaginarvi che anco la mia umanità 
e non ha potuto non risentirsene. Conviene alzare gli occhi al cielo 
e e tranquillizzarsi lo spirito col rir.esso, che appunto le buone opere 
< sono compensate dal mondo in tal guisa. 

« Voi non ignorate che ìl pensiero del ritiro è in me nato non 
« adesso, ma dapprima, e forsechè penserò a realizzarlo, se mi riu- 
« scirà. Rispetto a voi però nelle attuali circostanze non mi sembre- 
« rebbe opportuno il nudrire sìaiili -dee: conviene aspettare il tempo, 
« che suol dare consiglio. 

« Procurate di ^^uietarv\ e nella Ccagregazione di dimani sera 
€ mostrar\-i disinvolto, lasciando correre l'acqua dove vogliono, ba- 
* standovi il testimonio della buona coscienza ed il desiderio del 

« bene, che non permette Dio che s: ottenga Addio, addio — 

«Li 20 luglio iSi4 — v^Domen^co Sala)». 

Ili. 

« 21 luglio iSij.. — A. C. — Ho ricevuto la Raccolta, e la let- 
«tera acclusami. 

« Siate tranquìlHssimo sul vostro aifare. Sono stato dagli E.mi So- 
« maglia, e Lìtta. 11 primo mi ha detto, che il parlar chiaro giova 
« all'affare, e non nuoce quando si mantiene il segreto, come è incul- 
« caco ; il med. ha desiderato dì non restituir le stampe, e mi ha 
« detto, che ne avrebbe parlato questa sera col Card. Pacca ; il se- 



^ella vita e degli scritti di G. ci Sala 57 



« coado me le ha restituite, e vi assicuro, che si è lodato del vostro 

>zeb, ma avrebbe desiderato che la materia oon si fosse stampata 

'per il timore che possa andare nelle mani dei nostri nemici. Non 

«sto a riferirvi quello, che io ho detto. Sicuramente ho corrisposto 

t ai sentimenti deUa nostra amicizia. Non ho potuto andar da Mattei. 

« Il Card. (Pacca) mi ha detto che da questo Porporato sarà cura 

ff sua di ritirar le stampe. Non vi è dubbio che sarebbe stata più 

«semplice la via che m'indicate per riaverle nelle mani, ma a que- 

e sfora ci vuol pazienza. 

« Amico, scrìvo tanto a rotta di collo, che non so quel che scrìvo. 
« Le faccende dopo Tarrìvo di Giovannino (il cameriere del cardi- 
« naie Consalvi) mi strozzano. Vi abbraccio. Addio — AfF.mo amico 
«V. S. M. (Mauri)*. 



EVOLUZIONE DEL TIPO DI ROMA 

nelle rappresentanze figurate del t antichità classica 




§ I. — Introduzione. 

•tJTTE le antiche rappresentanze simboliche, ed In 
, ispccie le effigie delle divinità, hanno subito, come 
^:. era naturale, una modificazione progressiva se- 
condo la modificazione progressiva delle idee e dei senti- 
nierni. Cosi, per esempio, il tipo di Pallnde che noi troviamo 
uri primordi dell'arte greca immaginato da Omero come 
b vergiac guerriera che gode delle battaglie (i) e nelle 
sculture corrispondentemente figurata in atto di upó^a^^g, 
o mentre scaglia il dardo, passa poi, coli' ingentilirsi del- 
ranimo greco, dalla forza fisica alla più nobile espressione 
della forza intellettuale, diviene cioè protettrice delle arti (2) 
^ed assume per suoi emblemi persino il fuso e la rócca (3), 

^^ (l) 'AST.-wat-n \aoaoóa;: OmeRO, Iliade, XIIT, 128. 
I (2) Cosi nel concetto greco, essendo Pallade figlia di Giove, l'arte 

e quasi nipote a Dio, come nel concetto Dantesco: 

Voitr'arte a Dio qiuii t nipote. 

/■/,. XI, 105. 

(j) MOLLEfi, Hanàbuch dcr ArcK, $ J70. 




Ora si poteva ben supporre che anche il tipo di Roma si 
fosse cambiato secondo il cambiare de' tempi, ed è però 
importante lo studio di tali trasformazionL Infatti nel corso 
di questo lavoro noi vedremo come l'effigie di Roma, che 
sul principio ha tale rassomiglianza con quella di Pallade, 
da dover dar luogo a non poche false interpretazioni ed a 
contestazioni tra gli archeologi, si discosta in seguito da 
essa tanto da non potersi più affatto dubitare della sua iden- 
tità; e progredendo ancora si riavvicina di nuovo alla Pal- 
lade pacifica, atizi si sostituisce quasi ad essa, e finalmente, 
dopo il tempo costantiniano, si stacca dalla simbolica pa- 
gana, assumendo gli emblemi cristiani. Tutta Tevoluzione 
completa ci mostra adunque, dirò cosi, la grande sintesi 
della storia, mentre le piccole e direi quasi accidentali de- 
viazioni dal tipo, le quali noi verremo via via notando, d 
riportano ai parziali avvenimenti di cui sono immagine fe- 
dele. Ma tutte queste osservazioni saranno fatte più diste- 
samente a loro posto: intanto è necessario di fare qualche 
osservazione generale sul presente lavoro. E primieramente 
quanto alla sua utilità non è necessario spendere molte pa- 
role, essendo fuor di dubbio che la retta intelligenza della 
storia di un popolo e del suo carattere riceve luce grandis- 
sima dallo studio dei monumenti figurati. Si potrebbe piut- 
tosto dubitare se convenga far un tale studio sul tipo di 
Roma, pensando che altri, assai più valente, ha già trattato 
lo stesso soggetto. Ed infatti lo stesso pensiero era venuto 
anche a me, quando, già fatta una parte di questo lavoro, 
mi capitò r indicazione di un opuscolo del dotto Federico 
Kcnner intitolato appunto Die Romu- Typetu Ma quando, dopo 
molte ricerche, potei averne una delle ultime copie, essendo 
Tedizione pressoché esaurita, dovetti convincermi che, non 
ostante la dottrina dell'autore e le sue acute ed erudite os- 
servazioni, il suo lavoro era deficiente per difetto di mate- 
riali e poteva bensì servir di guida allo studio del tipo di 
Roma, specialmente per ciò che riguarda le origini, raa era 



Epolu^ione del tipo di '7^o;«a 



6t 



ben lontano daU' esaurire le ricerche che possono farsi su 
quell'importante argomento, particolarmente riguardo al- 
l'evoluzione di esso tipo durante il corso della storia romana 
nei tempo della repubblica e, ciò che è da notarsi assai 
più,ncl tempo imperiale. Il Kenner, alla p. 4, così si esprime: 
«lo studio dei monumenti si poggia principalmente sulla 
• numismatica », e basta questa frase per essere sicuri 
che il suo lavoro si basa unicamente sulla numismatica: 
io atdo invece che si debba certamente tener conto del 
nuicriale monetiirio, ma primieramente che esso non 

5 debba essere la sola fonte; secondariamente che ciascuna 
clissedi tipi debba essere giudicata tenendo conto del luogo, 
Jdli circostanza in cui fu coniata e della persona che aveva 
il maneggio della pubblica cosa al prodursi di ciascun tipo. 
Che non debba essere la sola fonte risulta chiaro, se si ri- 
fletta che r impressione di una moneta è cosa puramente 
Tifficiiie, e che perciò la determinazione di un tipo non di- 
pende unicamente dal sentimento dell'artista, ma segue ne- 
cwariamcnte, almeno in parte, quello che correva già sulle 
roonac del tempo precedente. All'opposto, la produzione 
Jnistica è spontanea, senza vincoli di sona e rappresenta 
dò il modo di sentire deirarcista, che è, specialmente 
TKli'antichìiA, interprete di quello del popolo. Potremo perciò 
e sicuri che i cambiamenti di tipo non vanno dalle 
ionete all'arte figurata, ma da questa alla numismatica, e 
pei conseguenza, seguendo esse la trasformazione e non 
iziindola, non potranno mai esser preferite nì monumenti 
altra specie. Ho detto in secondo luogo che le monete 
giudicate tenendo conto delle circostanze di tempo, 
o e di persona: e qui ritoma Io stesso argomento, 
la moneta, essendo cosa ufficiale, ci dari la indica- 
un fatto, ma non l'apprezzamento che il popolo 
portava su di esso. E per citare un esempio, una moneta 
àGalba ci rappresenta Roma in ginocchio dinanzi all'im- 
itore stante che la solleva colla destra ; ed intorno v' è 



èz 



qA. Tarisoiti 



scrino: ROMA RESTIT (i); ora qual valore possiamo noi 
attribuire a questa rappresentanza se pensiamo che U popolo 
non poteva davvero credere che Galba fosse il restituior 
Urbis ? Ecco forse la cagione che ha fatto si che nel lavoro 
del Kenner la parte che tratta del tempo repubblicano pro- 
ceda abbastanza bene, mentre nella parte imperiale si è tro- 
vato costretto a fare grandi classificazioni della immensa 
varietà di tipi che si incontrano, aggruppandoli secondo la 
somiglianza loro e secondo le leggende; sicché si perde 
intieramente di vista lo svolgimento storico e razionale della 
figura di Roma. A noi, airopposto, che vogliamo seguitare 
questo filo e conoscere qual fu il concetto che il popolo 
romano ebbe di sé stesso, dai suoi primordi fino alla caduta 
dell* impero, concetto che forma poi raddentellato colle idee 
mediocvali e moderne, « a noi » dico « convicn tenere altro 
viaggio ». Noi adunque considereremo tutte le manife- 
stazioni del pensiero artistico e religioso, senza per questo 
trascurare le impronte monetarie, ma giudicandole per quel 
che esse possono valere a dare un' idea del sentimento 
popolare. Avremo riguardo, cioè, al fatto che può aver ca- 
gionato una data impronta monetaria, il quale può essere 
notevole come circostanza storica speciale, senza costituire 
perciò da so solo nel tipo e nell' idea di Roma quel muta- 
mento che è invece il risultato di molti avvenimenti e di i 
molte idee nuove che entrano in circolazione, le quaU non 
possono dar luogo ad una notevole modificazione se non 
dopo un lungo tratto di tempo. Ma non per tutto il corso 
della storia romana potremo aver sott'occhio altri monu- 
menti oltre alle impronte monetarie; anzi, per tutto il tempo 
della repubblica e per alcuni periodi spcciaH durante V im- 
pero, non abbiamo che quelle; questa mancanza però non 
porta tanto danno allo studio quanto potrebbe a prima vista 
sembrare. Infatti, nei primi tempi della repubblica, 



(l) 77;«. MoreUanus, Nura. imp., tav. v, 12. 



Epolu^ione del tipo di Tipma 



«f3 



qu.inJo si stabilisce dapprima il tipo di Roma, non v'era 
una tradizione o consuetudine artistica né altre cause le 
qiuli impedissero che il tipo, qual era nella mente di tutti, 
a ogione delle comuni leggende, fosse liberamente e fe- 
delmente effigiato con quella ingenuità propria delle civiltà 
Riscenci. 

Kella seconda metà della repubblica poi, che prepara la 
cria per cui dalla forma libera si passò a quella della mo- 
narchia, il tipo si mantiene uguale, come uguali alle prece- 
Jenti restarono tutte le forme di governo, intanto che però 
ii maturava il rivolgimento che doveva dar luogo alla nuova 
Roou ed alla nuova costituzione. 

Nel tempo dell' impero la consuetudine artistica e l'es- 
Kfti perduta la fede sincera delle antiche leggende contri- 
hiiroao a rendere convenzionali o false le impronte mo- 
Dcuric, dando loro da un lato un carattere fisso ed ufficiale 
per cui non seguivano più la tradizione in rutti suoi atteg- 
giimend, e dall'altro aggiungendo alla Hgura determinazioni 
svariate che erano effetto dell'adulazione o di altre cause 
estrinseche, invece di corrispondere al sentimento popolare. 
Mise il nostro studio, nella parte che riguarda 1* impero, 
si staca da quello del già citato Kenner, e pel metodo e 
materiali, nella prima parte non ci potremo contentare 
citarlo qua e li, ma dovremo fare una breve ed esatta 
osizione deUe sue idee e delle sue conclusioni perchè si 
poi più pienamente istituire il confronto in tutti quei 
"pmti dove tssi: sono differenti dalle nostre. 

n Kenner adunque considera in primo luogo la tendenza 

iRotnani alle astrazioni mitologiche, ed osserva che la più 

1 di queste astrazioni, cioè il genius, era per essi la di- 

(i). Il tipo di Roma perciò si sviluppò sotto l'azione 

uè leggi: i" il genio dello Stato che rappresentava T idea 

di esso; 2° il momento plastico, come egli lo cliiama, 



(l) Op. ciL. p. 4. 



0/i, Tansoiti 



che dA corpo e vita a questo genio. La prima idea J' 
Suto, tutta appoggiata alla famiglia, si allarga e si raifoi 
al tempo delle guerre saniiitiche e delle guerre di Pirro. 
virtù domestiche deireconomia e della unione stretta 
vari mertibri sotto ;il capo di famiglia, divennero le v 
politiche della sapienza di Staio e della forza guei 
Finalmente lo Stato romano si fa il centro dei popoli i^" 
liei, protettore della loro nazionalità contro gli stranieri ^ 
stabilisce la sua potenza accentrata strettamente e fortemen*^ 
in Roma e felice e rispettata al di fuori. A questo si rileg* 
sempre secondo il citato autore, lo sviluppo dei vari cul^ 
di Fortuna, Mens, Concordia, Salus, Honor, Virtus, V£^ 
ctoria, ecc., nelle quah si trova, come diviso fra tutti, t' 
genio dello Stato. L'aver Roma riunito, al tempo di Pirro^ 
insieme ai popoli italici anche i popoli greci fu cagione ch^ 
ella da questi prendesse la forma colla quale rivesti il suo 
genio* La Pallade Poliade di Atene e la Corinzia, dopo le 
ultime trasformazioni subite dall'arte greca al tempo ales- 
sandrino, poterono ben passare ad essere protettrici di città 
e servire per le impronte monetarie; sicché per essere il 
culto di Pallade sparso per la Grecia e per le colonie, le mo- 
nete delle citti della Magna Grecia ebbero nel diritto la 
testa di Pallade Poliade o sul rovescio la figura di Pallade 
Corinzia. A questo contribuì anche la tradizione di Ulisse 
rapitore del Palladio, e di Enea diffusa generalmente per 
l'Italia e i racconti di Dionigi di Alicarnasso, di Servio, di 
Pesto, ecc. fecero si die la testa di Pallade Poliade passasse 
anche sulle monete romane a figurare il genio della città (i). 
Questa prima effigie dei diritti delle monete non è però da 
prendere come diviniti, ma come segno della citti, e perciò, 

(l) « Die Romasagen bewcisen duo, dass diese mythologische 
m Forra citierSudtgotilicit, nimlich die in Athen organiseli cntwickelte 
n und ah Vorbild von Stadtgotthcìtcn weìihin verbrcttctc Potias, ira 
ft Bcrcichc gricchisch«r AutTassung auch auf die Roma ah Genius 
« dcr Siadt Rofn, Qbcrgcgangen sei », Op. cii., p. io. 




iner, essa ha un significato più storico che 

ciò nulla più che la ani abitata dai 

le teste poste sui diritti delle monete ri- 

acno sempre uguali; ma i rovesci, che por- 

^ fig ura, presentano molti cambiamenti ed è 

^■ipalraente bisogna fermar rattcn:(ione ( t ), 

l^osserx'azioni sulle monete barbariche di 

jillia, dice che es-sc portano i] medesimo capo 

thè la somiglianza colle monete romane dava 

•o nei lontani confini. Finalmente osserva che 

JDp e le guerre di Sulla e della massima im- 

^pppresentanza di Roma e spiega la scom- 

ialc deir immagine di Roma dalle monete di 

l dire che Tidea dello Stato era rimasta ofFu- 

confusione e Tagitazione dei partiti, ma era 

on nuove forme e che cosi il capo di Roma 

monete per ritornare più tardi come divinitA. 

:mpi della repubblica le conquiste estese ave» 

1 sentimento di nazionalità italica degli an- 

I monarchia che comprendesse tuno il mondo 

lo scopo proprio del tempo, e questo scopo, 

5 ai Romani meglio che a qualunque altro 

che alla perdita della nazionalità si opponesse 

io una reazione dello spirito romano fondata 

►Ila rappresentanza di Roma sostituì il mondo 

egli altri popoli. Questo stesso movimento 

{li ultimi due secoli della repubblica kcc 

:o alla famiglia, la cui importanza fu assai 

sparire il partito nazionale. La trasformazione 

ic e la plebe, divenuta vero partito, diedero 

luova divisione della società, nella quale non 

Dza che tre classi ; senatori, commercianti e 

T patrio si sostituì Y interesse personale e per 



JL Società rowtana di itoria patria» Voi. XI. 





niun altro scopo si fecero le agitazioni politiche che pt 
saL're al potere ed aver in mano i beni dello Stato. Tutt 
dò doveva produrre naturalmente una certa noncuranz 
della costituzione, e perciò far entrare nell'allegoria il m. 
mento ufficiale (i). m 

Ma in mezzo a tutto questo rivolgimento essendoS 
masto lo spirito guerresco, era naturale che la forma pi 
conveniente della quale fu rivestita l'idea allegorica dell 
Stato fosse quella di un'eroina contraddistinta da embleti 
militari- Tuttavia anche lo spirito guerresco si era cambiai 
e meatre per l' innanzi era una conseguenza dell'amor patri 
e della conservazione della propria indipendenza, divenr 
poi la guerra un'arte, la vittoria non più del paese ma i 
un partito ed un obbligo dei soldati. Di qui nacque Y idt 
di un destino che assicurasse a Roma coniiimi trionfi, t 
essendo costante la fortuna dei Romani, e non interrotta 
serie delle loro vittorie, la dea di esse divenne un attribu 
costante dì Ronin: fincliò quando lo Stato fu riunito nelle ma 
di un solo, la Fortuna fu tutt'unò col suo governo. Da i 
timo le religioni e le diviniti di tutti i popoli conquista 
trasportate in Roma ed in certo modo riconosciute affidi 
mente, mentre perdettero la loro nazionalità, servirono 
stringere sempre più Ì popoli stessi al dominio ronwno. Q 
queste stesse divinità nelle loro rappresentanze partcdf 
vano, per cosi dire, dell'autorità dello Stato, dò che ar 
stava che le religioni dei vari popoli erano anche religic 
ufficiali, ma attestava ancora che essi popoli erano allo Sts 
soggetti, e da questa doppia significazione delle allegorie 
rappresentanze delle divinità straniere prese le mosse l\ 
legoria ufficiale dello Stato e dell'imperatore (2). TraccL 
cosi a grandi linee la strada percorsa dalFallcgoria, torà; 
Keimer ad esaminare le singole specie di rappresentanze | 



(0 Op. dt-, p. 19. 
(1) Op. dt., p. 21. 



dimostrare come esattamente esse corrispondano alle idee 
di loro simboleggiate. E primieramente egli considera la 
igura intera di Roma quale apparisce sulle niunece; e come 
la gii dimostrato la connessione che esiste tra il capo di 
mvA delle monete consolari e quello di Pallade Ippia delle 
raoncie greche, cosi opina che V intera figura di Roma sia 
u presa dalla figura di Pallade Ippia che con vari sim- 
ili s'incontra sulle monete delle citti rappresentata come 
vinitA eroica. Questa applicazione è resa facile dal fatto 
e U testa dì Pallade, appunto a cagione di questa sua va- 
icti di simboli, aveva finito per perdere il suo significato 
speciale ed assumere quello di fondatrice di citti. Di più gli 
autori tiei racconti delle fondazioni delle varie città confu- 
sero le fondatrici con ninfe ed amazzoni, le quali però non 
mno le stesse che quelle della Cappadocia, ma riunivano 
in sé Slesse lo spirito guerresco di quelle con ciò che rima- 
Qcva ancora dei caratteri della Pallade Poliade. In questo 
modo anche le prime fig^ure di Roma sono prese da queste 
imazzoni o ninfe, e ciò con tanta maggiore convenienza 
considerando il carattere guerresco della città e della sup- 
posta fondatrice che segui nella figura il tipo della amaz- 
zone di Fidia o di Sosicle, 

Considerate cosi le cose, il Kenaer divide le monete 

Jclla repubblica in due gruppi: alcune non mostrano che 

una rappresentanza della città; altre si rilegano a memorie 

storiche. In quelle del primo gruppo è Roma considerata 

te divinità locale protettrice della città e come tale effi- 

cioè sedente con armi, con corto abito, e colla mam- 

dcstra o sinistra scoperta. In quelle del secondo gruppo 

Q ó mostrano invece diversi avvenimenti, poiché secondo 

i casi Roma apparisce come guerresca, o come vittoriosa, 

come pacifica, i^cc. Da ultimo lo stesso autore osserva 

che h figura di Roma, anche nel suo massimo sviluppo, 

oon ebbe mai valore di divinità. La sua superiorità come 

Suro e come cultura non era ancora generalmente sentita 





68 



q4. Tarlsotii 




e, poggiando su ciò la diviniti di Roma, ne derivò chei 
fu solo potenza m;Ucriale e superiorità di forza alla qua^-*'^^^ 
popoli necessariamente sottostavano: e perciò fu una di ^^' 
niti meramente terrestre e senza alcuna idealità. 

Bastano queste poche parole sul modo che il Kenc^^^ 
ha tenuto nel corso di questa trattazione, per intendere: 
biio che egli prima delinca, per cosi dire, una storia idc 
e razionale delle modifica^sioni che l'allegoria subì nccess 
riamente secondo le diverse condizioni dello Stato roniar 
e poi procura dì mettere d'accordo le conclusioni tratte dal! 
teoria coi tipi che si incontrano sulle varie monete. 

Certamente le idee fondamentali circa il primo sviluppo 
dell'allegoria presso i Romani e del significato tutto patrie^ 
che avevano le prime divinità latine di Mens, Concordia^ 
Honor, Virtus, ecc. non si possono mettere in dubbio : 
ma non è cosi di tutto il resto. Abbiamo veduto comc^ 
il Kcnner dica, che la forma onde fu rivestita la prima idea^ 
allegorica dì Roma fu data dal contatto coi popoli greci (i). 
Ora questa giusta osservazione à da lui connessi colle altre 
sulle trasformazioni del tipo greco di Pallade Poliade ed 
il passaggio che ella fa a significare una divinità procet-M 
trice di città: e similmente egli conclude col dire che> in 
forza di questa mutazione, la testa di Pallade passò a rap-^ 
presentare Roma sulle prime monete della repubblica, cto^H 
che quella testa fu l'espressione figurau del gcnitis dell'al- 
legoria astratta. 

La verità di questa conclusione ci sembra assai disc 
libile, a cagione della incertezza del significato che sì dev 
attribuire alla testa colla galea .alata, che forma il distintivo^ 
del diritto delle monete romane dei primi secoli e di molte 
altre monete italiche. Non dissimuleremo la gravità dellafl 
questione nella quale ci è d*uopo entrare in questo mo- 



sci>fl 

!evel 



(I) Op. cit., p. 7. 



Evoluzione del tipo di "I^ma 



€9 



mento: Olivieri (i), Eckhel (2), Aldini (j), Momrasea (4), 
Cavedoni (j), Klùgmann (6), Fricdlandor (7), Zofega (8) 
la esaminarono già con risultati differenti, e sarebbe te- 
meriti il pretendere di definirla; noi non aspiriamo a tanto: 
solo ciiiediaino che ci sia permesso di esprimere una no- 
^ra opinione, la quale, concordando in parte con alcune 
elle già espresse, ne differisce solo perchè tende a togliere 
ì\\ suddetta testa quel significato preciso e sicuro che 
j!i archeologi delle due parti le hanno voluto dare. Rias- 
imiarao qui in poche parole la questione secondo che 
licerAldini. Dal tempo dell'Orsino, che aveva detto: « Ar- 
1 genti noue antiquiores fuemnt Romae galeatae imago ex 
una pane et Castorum signa equitantium ex altera », tutti 
jli archeologi, sicuri su questa autorità, avevano attribuito 
Uà dea Roma, ossia al genio della città, la testa muliebre 
annata di galea alata ed adorna il collo di monili. Anni- 
bale degli Abati Olivieri, trovando questa medesima testa 
sopra una moneta sannitica del tempo della guerra sociale, 
dubitò che potesse simboleggiare Roma, ma non trasse 
nessuna conclusione. 

L* Eckhel (9). poi, riprendendo gli argomenti deirOli- 
w ed aggiungendone altri, dichiarò invece che TefEgie 
iella moneta sannuica, come anche quelle romane, rap- 
presentavano Pallade vincitrice. Questa interpretazione, 
acccnata dal Mionnet (io), dal Sestini (11), dallo Zan- 

(0 %^* accademici di Cortona, IV, 133. 

(a) Dcctr. mm. veU, V, 84. 

0) Sui tipo pritn. àólU mon, dilla rep. rom., p. loi e sgg. 

U) Gtìtfc., d. ròm. Muniwmn, p. 2H7. 

U) \um. Frane, p. 26. 

'"J ^Vjp^lV di Roma sui tipi momUiìi più antichi, p. 460 sgg. 

(7) (^thrrrìcht, p. 18 j. 

W Biti/yrilinn, I, 14 j, n. 5. 

(9) Op. ciL. proleg. 
W CoLtlo^o univ, 
vO Catjiogo dtì museo Fontana. 



70 



q4. Tarisoiti 



noni (i), dal D'Ailly (2) e dal Cohen (5), lasciò sospesi tut- 
tavia lo Schiassi (4), il Cavedoni (5) e il Borghesi (<?), 
abbandonarono l'antica denominazione di testa di Roma go- 
leata, sostituendo ad essa quella di « solita testa con galea 
alata », invece di quella eckheliana di caput Palladis ga- 
leafum. Erano a questo punto le cose, quando l'Aldini (7), 
opponendosi airOIivieri ed all' Eckhel, credè con argomenti 
riconosciuti poco convincenti anche dal Kenner, suo stesso 
fautore (8), poter dimostrare che quella tanto disputata 
testa fosse invece di Roma< Il Kenner, in una lunga e dotta 
nota (9), toma a rivangare la questione, stabilendo che, 
sebbene il capo galeato simboleggi Roma, fu in origine 
Pallade Poliade. Infatti, se per ispìegare il citato tipo san- 
nitico l'Aldini potè dire che era naturale il capo di Roma 
su quella moneta, perchè i Sanniti lottavano solo con un 
partito, che negava loro la cittadinanza (io), non si potrebbe 
ripetere altrettanto, ne si potrebbe trovare un qualunque 
appiglio per le monete greche di Turio(i r),iMetaponto(i2), 
Velia ((3), Camarina (14) ed anche di altre città (15), che 
hanno lo stesso cupo dì Pallade Poliade, a cui è stata ag- 

(t) Notix- iUi din. trovati u FiesoU. 

(2) Rtich. sur la mo». rem. 

(3) Descript, geft. 

(4) RitroiK di med, cons. 

(5) Ragguaglio. 

(6) Ossirv. num. 

(7) Op. cit , p. 5 e sgg. 

(8) Op. cit., p. ir, n. 5: « Aldini desscn BewtHsgrunde dafur 
« dass diescr der Kopf dcr Roma sei ebcn nicht sehr einleuchtend und 
« ubcrzeugend sind ». 

(9) Op. cit-, p. Il, n. }. 
(io) Op. cit., p. 7. 

(11) V. Carelm, Vmw. //. vet.t lav. cLxvn, 27. 

(12) Ivi, tav. cLvi, 1 56. 
(ij) Ivi, tav. cxxxix, 4J-45. 
(14) PoOLE, Catahguc oj gruk coins, p. 40. 
(is) Il Kenner cita anche le città di Eraclea BruttU e Siracusa 




Epolu^ione del tipo di T^oma 



TaJa sull'elmo, cosa che ha fatto subito pensare che 
sopra quei tipi si modellassero gli artisti che coniavano in 
LRonu (i). Inoltre, lo stesso autore dell'opuscolo D\c Roma- 
y^ìpin crede ragionevolmente che raggiunta delle ali sul- 
Fclmo sia in relazione coir.trte etrusca, gii per tanti rap- 
orti corrispondente allo stile corinzio, e nella qu.ite le 
flH erano segno di protezione divina. Quanto agli altri or- 
fwmenti osserva che la Poliade eginetica e quella di Fidia, 
come anche quella delle monete italiche, essendo conside- 
rau come dea protettrice di cittA, aveva naturalmente tutti 
.quegli orn;mienti dei quali i popoli che la toglievano a 
Ibro patrona erano vaghissimi, come monili, collane e si- 
nili (2). Gli unici cambiamenti essenziali, evidentemente 
l£iiti a bella posta, per dare al tipo di Pallade il significato 
diviniti tutelare (3) invece di quello di diviniti olim- 
Mco, sono lo sguardo audace e bellicoso dell'effigie delle 
noneie, invece che dimesso e tranquillo di Minerva, e la 
Pboca brga e dura in cambio di quella sottile e sorridente 
tli questa: mentre la vera Pallade riviea fuori, anche sulle 
Donetc romane, coll'egida e senza ali sull'elmo. Tutto 
Questo è assai ragionevole, ma dimostra solo che il capo 
Mioer\'a sulle monete greche aveva assunto questo si- 
gnifiato di dea tutelare della citti: ma i Romani, che non 
avevano assistito alla trasformazione di quel tipo, potevano 
fenderlo allo stesso modo ? Dove sono le prove per di- 
mostrare che sulle monete romane esso passò a significare 
Roma? O piuttosto, considerando che mai la figura di 
Roma ebbe elmo alato, e fino a tempi assai tardi non ebbe 
ornato di sorta, non siamo piuttosto persuasi che quella 
ùnpronta delle monete greche, trasportata in Roma dovette 
restare, per dir cosi, estranea al sentimento del popolo ro- 



(0 MoMMSEK, Gtsch, dtr ròm, Mun^w., IV. Abschnitt, p. 294. 

(2) Kf>*KES, Ice. CÌt 

0) Ivi. 



72 



C//. 'Parisoiti 



mdtio ? Alla prima di queste osservazioni, accennata già 
dall'Olivieri, risponde l'Aldim (i) domandando « dove si 
«abbiano altri monumenti di scultura romani del quinto 
<t secolo, allorquando fu immaginato quel primo tipo sic- 
« come proprio e generale alla moneta di argento per 
«prima volta fabbricata nella romana repubblica n.. Ma c*h 
bisot^no forse di ricorrere alla scultura ? Non vediamo su- 
bito appresso alle prime emissioni di quadrigati e bigati 
venir fuori la figura intera di Roma colla galea senza 
e senza ornamenti al collo? La testa del diritto non 
duaque nulla che fare con quella della figura del rovescio. 
Ed è anche naturale che il capo colla galea alata venisse 
ad ornare le monete di Roma, poiché gli artisti greci che 
le coniarono seguirono il modello che avevano sott'occhio, 
cioè quelle che essi stessi usavano : ma il popolo che ri- 
ceveva e si serviva di queste monete, doveva dare a quella 
testa solo il significato di un puro simbolo monetario. Si 
potrebbe anzi a questo proposito congetturare che, come le 
città deOa Spagna (2) e di altre provincie assunsero più 
tardi questo tipo, perchò, corrispondendo a quello usato 
in Roma, dava credito alle loro monete (3), cosi Roc 
abbia preso ella medesima alla sua volta la testa della P^ 
lade Poliade delle citti greche perchè il dcnario della 
scente repubblica acquistasse quella sicurezza e quel evi 
dito che aveva quello dei fiorenti empori commerciali della 
Magna Grecia, È anzi da osservare che le monete di ar- 
gento furono per la prima volta coniate in Roma nel 486 
d. R. (4), cioè dopo la presa di Taranto, quando la repub- 

(i) Op. cii., p. 6. 

(2) Valentia, Carmo e Sagunto. V. Mommsen, R, G., I,49S» H. 280; 
Florez, Mcdallits de ìus cohnias de Esftana, lav. lxv, 15, Lxvin, 5-8; 
MiONNET, Discript. des moti, ant., I, nn. 55, 8, i, io; Ackermann, 
Ancient cchs HispatiiUf p. ixj. 

(3) Secondo che osserva il Kenner, op. cit, p. 16. 

(4) Liv. Epit. XV; Plin., Hisl. nat., XXXIII, 3, 44; Mommsek» 
Gesck der ròm. .Vf«/;^iy., IV, 4, p. 300. 



Ei'olif^ione del tipo di 'l^pma 



ca romana era in pieno possesso delle città della Magna 
Grecia, ed anche per questo riguardo era naturale che da 
loro prendesse il suo tipo monetario. Né vale dire che quelle 
cìttA fossero allora in decadenza, perchè cosi non era di 
(tutte: Taranto, per esempio, era ancora abbastanza pro- 
spera, ed anche qualche sua moneta ha per impronta la 
testa coll'clmo alato (i)* e se questa è non tanto comune, 
dò non può far dilTicolti, dovendosi supporre che i Romani 
fgliesscro un tipo che non fosse speciale di questa o 
quella citti, ma comune a quasi tutte, come quello della 
Fillade Poliade coli* elmo alato. Inoltre le varie monete 
I greche che nel diritto avevano cosi una rappresentanza co- 
mune, si distinsero Tuna dall'altra pel rovescio, sul quale 
si riunirono i significati allegorici e gli emblemi caratte- 
ristici di ciascuna cm\. Mi sembra adunque che nella ri- 
soluzione della questione della cosi detta testa di Roma 
sia ii grande importanza il tener conto dei rovesci, la qual 
cosa non credo che sia stata notata da altri. 

Ed invero la relazione intima che coae tra il diritto ed 
il rovescio di una moneta non si può negare: cosi quando 
una noia caratteristica od una leggenda non entra più da 
un lato, si trasporta sull'altro, come avvenne allo stesso 
nome ROMA, che dovette abbandonare il suo vero posto 
nel rovescio e fu scritto spesso su! diritto sotto jjna cesta 
di Giano o di Apolhnc. Ora, posta una tal relazione, chi 
non vede come il vero emblema allegorico di una moneta 
romana, per cs. dell' acs t^rave, sia riposto nella prora di 
nave e non nella insignificante testa del diritto? Sul ro- 
^^xio si scrissero i nomi delle città e si incisero tutti i 
jimboli relativi alla loro posizione geografica, al loro com- 
nwrdo, alla loro ricchezza e così via, mentre il diritto restò 
io genere occupato dalla testa delle diviniti. Cosi, nelle mo- 
nete greche, il delfino, il fascio di spiche, l'eroe TAPAS 




(ij Ca»elu, op. cìt., tav. ex VI, 249. 



74 



C^. Sansoni 



non sono essi segni assai più espressivi di una testa 
Giove o di Pallade ? Lo stesso fatto si ripetè ancora sulle 
monete romane imperiali, il cui diritto fu intieramente oc- 
cupato dalla testa dell'imperatore, mentre sull'altro lat<^H 
furono effitjMati gli avvenimenti principali del tempo: e coa-S 
giari ed edificazioni di templi e spedizioni militari e am- 
bascerie e giuochi nel circo formano, colle loro figure, 
importantissime pagine di storia. Se una moneta adunque 
di Turio o di Metnponto ci offre sul diritto quella me- 
desima testa che troviamo sopra un denario romano, po- 
tremo noi dare ad essa un significato in qualunque modo 
simbolico? Certamente no: Turio, Taranto, Metaponto, 
Camarina e le altre, quantunque si distinguano realmente 
pei rovesci, essendo tutte cittd greche, mantengono tut- 
tavia un legame comune nella testa di Pallade Poliade o 
di una qualunque divinità loro comune protettrice, che 
risalga in certo modo a quella: mentre per Roma non si 
può dire altrettanto, si perchè i Romani sentivano poca o 
ninna relazione con Pallade, e si perchè la vera personi- 
ficazione della città ed il vero genio di Roma si svilup- 
pano poi in modo assai differente e meglio rispondente al 
loro sentimento nazionale. E ncppur si può dire, come il^ 
Kenner, che quella testa indichi la città abitata dai Ro*^ 
mani (i), perchè nessun simbolo topografico indica che 
essa sia Roma piuttosto che un'altra città e perchè ad una 
originaria immagine di divinità accenn.ino chiaramente le 
ali sull'elmo ed il fiero carattere della testa stessa. Dunque ■ 
dovremo dire che essa, trasportata sulle monete romane, se 
non ha ripreso l'antico significato di Pallade, non abbia 



(i) « Mochie Roma immcrhin den Hclm, das Haar, den SchntiucU* 
adcr P.iUas haben, sic war deshalb doch nichi mehr in der Auffas- 
«sung dcr Ròmcr, als die Stadi, in dcr sic wohmen, odcr hòchstens 
« noch die Stadi Rotti gegenùber von Italicn ». Op. cii., p. 14, Non so 
come tragga questa conclusione mentre questa testa non ha nulla di 
nazionale, ed è ripetuta anche sulle monete di altre ciiti d' Italia. 



Epoluiione del tipo di 'T^ma 



avuto alcun significato inteso veramente dal popolo, ma 
Slato invece, ripetiamolo ancora, un puro simbolo mo- 
ario messo li come conseguenza di una lunga tradizione 
tsdusivamcntc artistica (i). 

Ma ciò che ha tratto in errore gli archeologi si è, a 
pjrer mio, l'essersi sviluppata poi la personificazione di 
Ronu colla galea in capo; circostanza che ha fatto loro 
ilcgjrt; due figure affatto differenti; cioè, l'una con elmo 
lUio in capo e con cimiero ed intomo al collo monili ed 
Itri ornamenti, cose tutte che accennano ad un vestiario 
dell' intera persona corrispondente alla ricca acconciatura 
capo; l'altra invece che ha qualche volta il capo sco- 
no, ovvero coperto con un berretto fi*igio o con un sem- 
icissimo elmo basso e senza cimiero e vestita poi in modo 
Imamente guerriero. Per lo contrario le altre cittA che 
nelle loro rare personificazioni non ebbero figura guerriera 
non fecero venire in mente ad alcuno che potessero avere 
qualsiasi relazione col capo di Pallade Poliade. Finalmente, 
ichc lo stesso Kenner osserva (2) che le teste dei diritti 
ono sempre uguali e che è sulle intere figure del ro- 
vescio che bisogna fermar T attenzione per lo studio dei 
cambiamenti del tipo di Roma che seguono quelli dell'alle- 
goria e dell'ideale politico del popolo, ed io aggiungo che 
questo fatto ci dimostra ancora una vola che la testa dei 
diritti delle monete non rappresenta Roma, tanto più che 
col progredire dello Stato romano quell'antico capo termina 
per iscomparire dalle sue monete. Dopo di che, facendo 
tewro dell'osservazione dell'autore tedesco, entreremo senza 



(i) Non tstarcmo qui a ripetere gli eccellenti argomenti addotti 
dai Klùgmann per dimostrare che la lesta coll'elmo alato non può 
**tpc la significazione dì Roma; ci limiteremo perciò a rimandare 
alla p. 46 e sgg. àc\ suo lavoro già citato, dove egli esamina \x que- 
icìonc con sicurezza e precisione straordinaria. 

(t) Op. cit., p. 15. 



^^qualsi 
Mnchc 
^Bestari 
^■▼cscic 




76 



più a parlare dello sviluppo della Hgura intera dì Roma^ 
delle sue caratteristiche e della sua origine. 



§ 2. — Origine del tipo 
e suo svolgimento &opra i denari repubblicani. 

Un fatto abbastanza strano si è quello di trovare dap- 
prima personificata Roma nelle citti gi'eche dell' Italia e 
dell'Asia Minore (i), tra le quali Smirne le aveva già 
dal 559 di R. innalzato un tempio (2). La cagione .di 
questo fatto mi sembra si possa giustamente attribuire, se- 
condo che osserva anche il Preller (3), all'avere le città 
greche dell'Asia Minore volto lo sguardo a Roma per averne 
appoggio, seguendo Tesempio di Rodi e dei re di Pergamo; 
tanto più che il secondo tempio alzato in onore di Reina 
da un'altra città greca, Ahibanda, fu in seguito ad un'am- 
basceria spedita a Roma per la guerra che alcune città ave- 
vano intrapreso contro Perseo. Quanto alla dedicazione di 
questi tempii, siccome il culto di Roma ebbe poi uno svi- 
luppo sino ai tempi tardi, ne faremo oggetto di un capitolo 
speciale. Per ora, accontenundoci di questo cenno che è 
in relazione colla figura di una moneta dei Locri epizefiri 
che esamineremo più tardi, vediamo qual fosse e donde 
fosse presa la figura di Roma, h noto che cssù. fu dapprima 
personificata sotto le sembianze di una donna con corta tu- 
nica succinta che lasciava scoperta una mammella, ordina- 
riamente la destra, con una piccola e semplice galea in capo, 
parazonio al fianco ed asta in mano. Generalmente seduta, 
Roma aveva aspetto tranquillo, benché, come si è potuto 



(l) Sestini, Dcscri^. d'alcune m<d. del princ. di Dan., 
tav. n, 8. 

(a) TAcrro, ^«w., IV, $6. 
(3) Ròm.Myth,, I, 35$ e sgg. 




Evoluzione del tipo di 'T^oma 




rlredcrc, si le sue vesti che il suo trono, spesso formato da 
un mucchio di armi, la indichino eminentemente guerriera. 
Due sono i tipi dai quali si vorrebbe far derivare questa 
primitiv.i figura di Roma: Tuno, secondo il Kenner (i), 
jalla imazzonc di Fidia; l'altra» secondo il Cavedoni (2), 
He figure rappresentanti l'Etolia, impresse sulle monete 
diqudla regione al tempo delle ultime sue lotte per T in- 
lipcnJcnza, Esaminiamo ambedue queste opinioni. 
n Kenner crede che la figura di Pallade Ippia, perduto 
togni lignificato speciale tranne quello di fondatrice e prò- 
Mtricc di citti, fosse confusa con quella delle ninfe od 
naanni, le quali, anche secondo la leggenda, erano fon- 
ditrici di citt;\, e che alla rappresentanza di questo concetto 
|abbia servito di tipo l'amazzone di Fidia, dalla quale derivò 
«1 anche la figura di Roma. Ora io non so quale ana- 
gia possa avere la Pallade con una eroina essenzialmente 
na e come la figura della dea olimpica possa passare 
oi in queUa di un'amazzone, e per quanto sia maggiore 
relazione che corre tra questa e la figura di Roma di 
qucDa che corre tra Pallade e la stessa figura di Roma, non 
credo tuttavia che a rigore si possa dire che questa sia de- 
rivau dall'amazzone di Fidia. Infatti l'amazzone fidiaca (3) 
ovvero quella creduta un' imitazione dell'altra di Poli- 
cleto(4) hanno veramente una corta tunica che non giunge 
i coprire le ginocchia e nuda la mammella destra, ma, se 
hcac guardiamo, differenti tutte le altre parti del vestiario. 
L'elmo è più stretto al capo che non quello di Roma, e, 
mentre questa ha calzari assai alti, le amazzoni non hanno 
che una piccola cinghia che involge il tallone sinistro per 
■adattarvi lo sprone: nelle armi poi nessuna rassomiglianza: 
Tion scudo rotondo come Roma, ma peha, non asta e para- 
ti) Op. cìu, p. 22. 
(*) %ir- P- M7 ; SficiUg., p. 74. 

(j) WiESELEK, Aliai lu K, 0. MùìUr Haudb. Taf. XXXI, tomo I. 
(4) PiRANESi, Race, di statue, n. j. 




fi 



qA. T^arisoti! 



zonio ma scure: la figura poi è sempre in movimento cor»-^ 
lato mentre Roma è sempre in riposo. Tutte queste paJ*^ 
colarità dell'azione e delle armi sono, è vero, accessori, 
tali da cambiare interamente il carattere di una figura, 
infatti, se si faccia astrazione da tali accessori, che cosa re: 
di coniuae nelle due figure ? La sola tunica corta e la mai 
molla scoperta. Ma questa coincidenza dei tipi non b< 
per concludere che necessariamente l'uno è derivato da 
Taltro. Senza bisogno di ricorrere ad alcun tipo anteriort^ 
gli operai, gli schiavi, i marinai non erano tuni vestiti dell 
tunica icoò\d^ ? Vulcano stesso e qualche volta Ercole nor» 
hanno il petto scoperto dalla parte destra? Rqual' altra po- 
trebbe essere la cagione di ciò se non che gli operai e gli 
eroi e cosi anche le eroine, avendo continuo bisogno di 
agire liberamente colla destra, lasciavano da quel lato di ap- 
puntare la tunica sulla spalla? Ne alcuna difficolti può fare 
che anche le donne usassero di un tal mezzo per rendere 
spediti i loro movimenti, giacché quelle che cosi si rappre- 
sentano sono eroine, cioè donne di sentimenti ass:u virili. 
Una tal foggia di vestire è dunque necessario attributo di 
chi s' immagina come attivo e guerriero, ed appunto come 
tale è immaginata Roma che, lungi dall'aver carattere dì- 
vino, è invece essenzialmente eroica. Anzi mi parrebbe .assai 
coerente ai racconti che ci fanno gli antichi di una Roma 
figlia di Telemaco o figlia di Ulisse o moglie di Enea o di 
Ascanio, immaginata come una matrona guerriera che ha 
col suo braccio aiutato lo stabib'rsi dei profughi Troiani sul 
suolo latino, ha, in una parola, veramente combattuto, e dopo 
le vittorie si ò tranquillamente assisa sulle spoglie de' vin- 
citori (i). Si potrebbe però opporre che anche iMinervo, 
benché abbia caranere essenzialmente guerriero, non ha 
mai né il petto nudo q^ la tunica corta e che perciò queste 

(t) Per altre leggende relative al nome di Roma cJ alU vita del- , 
rcroÌDd, V. Atto Vannucci, Si, (UlVlL ani., I, $67 e sg., nota b 



Evoluzione del lipo di 'T^ma 



non Jicno caratteristiche necessarie di una figura guerriera. 
Ma quest'unica figura di Minerva non segue il tipo generale 
per molte e potentissime ragioni. E primieramente quanta 
distanza tra Minerva e Roma! La distinzione che si è fatta 
di dei e semidei non risponde forse a qualche cosa di vero 

Indi' inrima natura della mitologia greci ? Non faremo dun- 
que alcuna differenza tra una delle più potenti divinità olim- 
piche, figlia dello stesso Giove, eJ una eroina tutta terre- 
stre, figlia di un mortale e che pure in istretta relazione 
cogli dèi acquistò l'immortalità coU'opera del suo braccio? 
Mincn*! inoltre è vergine, e come tale le sue vesti, il suo 
ponamcnio debbono essere essenziahuente modesti. Se poi 
queste considerazioni sul concetto di Pallade non dessero 
abbastanza ragione della differenza della sua figura da quella 
di Roma, altre considerazioni di fatto non saranno di minor 
K Possiamo dire infatti con tutta certezza che Minerva 
non ha bisogno delPabito amazzonico perchè, sebbene guer- 
a ed amante di battaglie, non combatte mai coi mezzi 
i. A lei basta di scuotere Tegida e di mostrarla al 
ico perchè esso cada ; fra le mani di lei Tasta è un puro 
imbolo dì divinità, ma giammai se ne serve per colpire 
Essa e cosi tutte le diviniti nei poemi omerici sono, per dir 
cosi, nel punto più umano della loro evoluzione: da quelli 
in poi si vanno sempre più divinizzando; ebbene, consi- 
deriamo Minerva nelYIlidde e vedremo quante volte e come 
csiu combatta. 

Pallade, figura principalissima del poema di Omero, è 
menzionata in esso più di trenta volte: fino dal principio 
scende non vista e prende per le chiome Achille impeden- 
d^\:;li di scagliarsi sopra Agamennone (i) e nello stesso 
libro e ricordata come colei che, insieme a Giunone e Net- 
tuno, tentò di legar Giove (2) : comparisce poi allordiè in- 



(0 Lib. I, V. 194, 

I2) Ivi, 597, 



So e£ Tarisotti 



duce Ulisse ad opporsi ai Greci fuggenti (i) e nel libro IV, 
prendendo la figura di Laodoco, persuade Pandaro a rom- 
pere i trattari scagliando uno strale a Menelao (2). Fino a 
questo punto la dea dalle luci azzurre prende parte all'azione 
de' Greci solo come consigliera, ma nel libro V si pone a 
fianco di Diomede e gli fa fare prove di valore tali che 
riptoTsia del figlio di Tideo si può dire in sostanza che sia 
quella di Pallade. La protezione della dea comincia sino 
dal principio del canto, Li dove si dice che infuse vigore a 
Diomede (3) e poi, alle preghiere dell'eroe, gh ridonò l'agi- 
lità giovanile: finalmente, non contenta di proteggerlo 
dall'alto dell' Olimpo, si presenta a lui sono sembianze 
umane (4) e lo confona e lo inanimisce a tal segno che 
egli ferisce la stessa Venere, di che Pallade poi ride in cielo. 
Ma volgendo a male le cose dei Greci, toma di nuovo nel 
campo e sale sul carro con Diomede (5). Qui veramente 
si potrebbe aspettare che ella vibrasse la sua lancia immor- 
tale per abbanere i Troiani e per cacciare dalle loro schiere 
l'impetuoso Marte: ma no; Omero ha avuto cura di dirci 
che prima di scendere in terra si è gettata sulle spalle la 
terribile egida col mostruoso capo della Gorgone (^). In- 
fatti, come avevamo già detto, è con queste prodigiose anni 
che ella combatte, e quando Diomede viene alle prese con 
Mane, neppur allora ella scaglia l'asta, ma si contenta di 
sviare Ìl colpo dell'avversario e di dirigere quello del suo 
fedele (7), sicché il ferito dio, senza che ella abbia tirato 
un sol colpo, fugge tostamente air Olimpo. L'azione di Mi- 
nerva nel libro VII ed Vili ha luogo in cielo ed è solo 



(i) Lìb. II» V. 175. 

(2) Lib. IV, V. 86. 

(3) Lib. V, V. I. 

(4) Ivi, 121. 

(5) Ivi, 857. 

(6) Ivi, 738. 

(7) Ivi. 853. 




j'olu^ìoue del tipo di T{oma 



8r 



r (i) che scende di nuovo fn terra, ma anche 
are i Greci onde restino vincitori nella lotta 
i cadavere di Patroclo. Finalmente, dopo aver 

ristorato con ambrosia Achille, nel libro XX 
I e vi continua a combattere pe' Greci : ma 
rolti nel solito modo, cioè sviando il colpo 
Wz scagliato ad Achille (a), e da ultimo ella 
iddosso a Marte un sasso (5) e colpisce poi 
nere che era andata per soccorrere il caduto 

questi i soli colpi che ella vibra e sempre 
oli : ed è anzi da osservarsi che le armi non 

rllo della forza di Pallade, perchè non ne 
digressione sul modo di combattere di 
s ,' .\\ troppo lunga ove si consideri di 
'-• stabilire una dilTercnza tra le ninfe 
^rrestrì e la invitta figlia di Giove e che per 
isscre essa interamente armata ed interamente 
!> opporsi a ciò che dicevamo per V innanzi, 
sso conceno di una persona che solo anenda 
ni è necessariamente unito coli' idea di una 
e che lasd liberi i moti della destra. 

E":>ne gii accennatadcl Cavedoni, secondo 
orna avrebbe preso le mosse da quello 
tra le due figure si riscontrino parec- 
tuttavia è assai probabile che il monetario 
tratto il suo tipo dalle monete etoliche (5). 
mpressa adunque V Eiolia sedente sopra una 
i, coll*asta nella destra, il parazonioal fianco, 
immagine della Vittoria nella sinistra, col 

v. SM. 

'. 438- 
V. 405. 

, op. cit, p. 17. 

fi. Società romana di itoria patria. Voi. Xt. 6 




82 



<yl. Tarisotti 



braccio disteso in arto di incoronare. Le differenze ch^ 
Klùgmann trova tra questo tipo e quello di Roma se 
costituite principalmente dall'essere Roma, dice egli, ic 
teggiamento più modesto, e dal reggere Tasta colla sinistì 
ed in modo piuttosto proprio di un pastore che di un guc 
riero. Ma tali osservazioni possono flirsi solo sul dcnariCj 
che egli considera (i), nel quale Roma è figurata con abitol 
piuttosto lungo e perciò non corrispondente a quello del-] 
r Utolia e coll'asta a traverso sul braccio sinistro, ma non 
sugli altri e specialmente su quelli coniati in Nicoraedia Ja 
Papirio Carbone (2), i quali ci fanno vedere in queUa vece 
Roma sedente su spoglie con asta nella sinistra e Virtoria 
nella destra e su moltissime altre del tempo più tardo. La 
vera differenza che mi sembra che corra tra la figura del- 
l' Ktolia e quella di Roma è nella copertura del capo ; quella 
porta la causia, ciò che ha fatto pensare sia un'allusione 
alla celebre caccia del cinghiale Calidonio: questa invece 
ha quasi sempre la galea, se si eccettuino alcuni pochi de 
nari nei quali e a capo scoperto. Per ispiegarc questa diffc-| 
renza però si può assai facilmente congetturare che in questa 
prime monete dove Roma è a capo scoperto si sia presj 
la figura dell' Etolia togliendole la causia non adatta a si^ 
gnificarc Roma, e che subito dopo vi sia stata sostituii 
la galea come assai più corrispondente a lutto il carattcr 
guerresco della città ed al resto della sua figura. 

Ed ora, considerata l'origine del tipo di Roma, possiamc 
passare a far qualche osservazione sopra le singole rapprc^ 
scntanze del tempo repubblicano. 

La prima che incontriamo, secondo che gii abbiamc 
detto, non è su moneta romana, ma sopra un didrachmon^ 
dei Locri epizciìri che, secondo il Kliigniann, rimonta al- 
Tanno J48 di R. (3). In questa moneta Roma è espressa 

(t) Riportato anche dal Morelli, Vuw.t'd, «Fam ìuc ««tav. 1,0.7^ 
(2) MouftLta, Sum. iv/., a Pjpiria », Ictt. C, D, lì. F. 
(0 Op. cii., p, 9. 



turione del lipo di ^l(oma 



83 



l^liffcrcntc da come fu poi effigiata sui dc- 
^■k anzi che mi par dì vedere meno adatta 
jloma questi figura che le altre. Infatti essa 
iim lungo chitone e seduta sopra una sedia 
pò scudo: su questo ella appoggia il braccio 
il 6anco sinistro il para^onio: incontro a lei 
l in piedi le pone in capo una corona: dietro 
fino PQMH e dietro Taltra HISTIS. Il con- 
kn di Roma in questa moneta il Ivlùgmann 
lamente mi pare, desunto dal tipo della Mi- 
e per questa ragione mi sembra che questo 
t quella forza e quell'espres-sione speciale che 
ima nelle altre rappresentanze. La presenza 
; è spiegata assai bene come un attributo dei 
lato anche in quelle poche parole che PIu- 
X (i) dell'inno che i Calcidesi cantarono in 
■nino ; cosi anche DioJoro (2), a proposito 
:)rse furono cagione del conio del didrach- 
i Locri invocarono t^jv tG>v Ttojiofwv moTtv 
ero ai danni loro arrecati da Plerainio (3). 
li rannodano bene quelle rappresentanze assai 
: quali Roma ha un carattere più spiccata- 
ma lo sviluppo vero della figura di Roma 
lordi mtt'altro. Gii nel secondo periodo mo- 
lo la divisione del Mommsen (4), cioè quello 
00 al 620 di Roma, comparisce sul rovescio 
upa lattante i gemelli sotto il fico ruminale, 
il pastore Faustolo che mira il prodigio ap- 
gedo, e sui rami tre uccelli (5). Questa non 

TI. $> 

CIX, 6-9, i6-ai) fa dire airambasciaiorc de' Locri 
'OS vestramque fidem supplices confugìmus ». 
ròm, MuH^ut. 

, « Pompeia »;Mommses', op. cit., p. 551,0. i -,9. 





84 



e^. Tarisotti 



è che una preparazione di una compiuta immagine della leg- 
genda romana, la quale si trova effigiata più tardi sopra alcuni 
denari anonimi della quaru epoca (^40-^50 di R.), dei quali 
abbiamo già dato qualche cenno di sopra. In essi (i) Romi 
lunga è seduta sopra una congerie di scudi ed è vestita coihI 
tunica (2) : ha in capo il herreno frigio e regge colla si- 
nistra Tosta alquanto penduta come fosse un bastone pa-j 
scorale: innanzi ai piedi la lupa colla testa rivolta versa 
di lei allatta i gemelli e nel campo due uccelli volano 
senso opposto verso la figura di Roma. Sebbene sia gii 
stissima Tosservazione del Kenner (3) a riguardo di questo 
tipo, li dove dice che la lupa è cosa interamente staccata 
dal resto perchè essa non 6 che il simbolo del monetario, 
tuttavia questo uso di porre rerableraa della propria fa-_^ 
^gl^«^ g^^ quasi abbandonato nella terza epoca, è statof 
assai opportunamente richiamato in vigore in questa rap- 
presentanza (4). Cosi, riguardo ai due uccelli volanti nel 
camf>o del denario, il Klùgmann (>) li vuole posti là per 
un fine puramente artistico, cioè per empire quello spazio 
che altrimenti sarebbe rimasto troppo vuoto : e sia pure 
cosi, ma questo e certo tuttavìa che non si poteva con 
maggiore pienezza esprimere in poche figure tutta la leg-fl 
genda di Roma. Il berretto frigio, la lupa, gli uccelli ed 
il modo atfano speciale col quale Roma regge qui Tasta 
ci fanno pensare alla leggenda troiana, al miracoloso al- 
lattamento dei gemelli, alla scoperta di Faustolo e final* 
mente alTaugurio dì Romolo. Gli scudi poi sui quali è 
seduu Roma ci continuano, per dir cosi, la storia e ci 



(i) Cohen, tav. xim. n. 14 incerti; Ricao, uv. lkxi, n. j; 
Morelli, Sum,, « Fjm. ine. », tav. i, n. 7. 

(2} Per la piccolezza del tipo non si può distinguere se abbia il J 
petto nudo. 

(0 Op. ciL, p. ii, n. 4- 

(4) Ci. anche il Klùcmakn, op. cìi., p. 15. 

(5) Op. cìi.» p, 16. 



^onlpSn^lef tipo di l^ma 



^tto dcrirnugurio di Romolo» cioè la potenza 
lerivò da quello e fu cagione delb gloria di 
h lupa (i), sebbene stia per sua mossa con- 
rivolto ali* indietro, mi fa supporre che non 
to tipo si volga a Roma: poiché, essondo il 
! sacro a Marte e Roma figlia di questo 
giusto che la lupa volga a lei la cesta, quasi 
comando. A questo tipo si rannoda anche 
lam Licofrone (3), il quale presenta Roma 
a sibilla o profetessa consigliera di Evandro, 
le si considera, d.ilh rappresentanza del di- 
Ipresente, anzi che procedere, si è Fano un 
; d^Ila Roma coronata da Pistis ed altera- 
ci posizione simile a quella di Minerva, siamo 
semplice figura che non ha superbi emblemi 
in'altra può essere, a mio parere, la cagione 
Bere quel tipo coniato da stranieri che cer- 
larc la potente città e cattivarsene cosi la 
ntre questo, sebbene sia lavorato da mani 
ndo aver corso in Roma stessa, esprìme il 
nde che il popolo aveva di sé e dei suoi 
icndcre tuttavia di innalzarsi al grado di 



RI 
i 



estini di Roma si vanno mano a mano av- 
appresso all'altra le città cadono sotto il suo 
, esce dalla lotta sempre più potente, sempre 



e posizioni della lupa sui monumenti romani: at- 
ifferenzj : atteggiamento di vigilanza: atteggiamento 
I e più diffusamontc il Tomassetti, Musaico mar- 
"^ohnna, Roma, tip. della R. Acc. dei Lincei, 1886. 
. V. I. 

està idea anche Tinno ile P«,u.in^ attribuito a Me- 
Specimen script. Gracc. min., p, 9 ; Stobeo, 



i 

r. lajj. 





B6 



C/I. Tarisotii 



più grande : cosi nelle rappresentanze Roma assume figura 
ed officio sempre più nobile. Infani subito appresso al dc- 
narìo anonimo, di cui abbiamo gii parlato, troviamo nella 
stessa quarta epoca il denario di M. Fottritts L- F, che ha 
sul rovescio Phiìi Roma ed una donna galeata e stolata 
che colla destra pone una corona sopra un trofeo di anni 
galliche mentre colla sinistra regge lo scettro (i). Questo 
tipo, nel quale Roma fa le veci di Vittoria, serve poi come 
di passaggio a quelli che seguono. È mirabile pertanto il 
vedere con quanta gradazione si passi da una rappresen- 
tanza all'altra. In un denario della g^ns Cornelia coniato 
circa alla meti del periodo quinto, Roma è in piedi col- 
Pdmo in capo e la lancia in mano ed è coronata dal genio 
dd popolo romano figurato in un giovane seminudo che 
colla destra pone l'alloro sulla testa di Roma, mentre nel- 
faltra mano ha il corno dell'abbondanza (2). In questo 
tipo adunque Roma ha fatto un gran passo : invece di 
coronare, essa stessa è coronata: non però da Vittoria, ma 
dal proprio genio. Si potrebbe perdo interpretare quesn 
npprcsenunza dicendo che ella in ceno modo si incorona 
èi sL Finabneme nello stesso periodo te famiglie Ca/àlùi 
t PoUìda pongono sui denari loro la figura di Roma, quasi 
riassumendo tutte quelle precedenti, e U rappresentano se- 
duti sopra anni, eoo cimo in capo e paraionio al fianco, 
ooHa landa e connuca dalla Mnoria (3). Tutte queste rap- 
presentanse, cooiedii coniate quasi neUo stesso tempo, d 
fiuino ve«kre come per gradi il concetto di Roma s'an- 
dasse auoMotando in conispoodenia cogli avvenimenti. Da 
qjoindo s*cn comincitto a oouarerarscnto, infatti, s'erano 
fato grasfedi passi. La distniaone di Cartagitte, di Corinto, 
dì Kumansia avevano enonacmeoce ingrandtco il dominio 

(3> ìiki OTt» , Thm^ m F«k«^ 01; Omkk. tir. xn. • Fona*. $. 
\j> Omkx t«T. xnr^ « Condu », hl $ e ^ 



\j> Omkx ttv. xnr^ 
{%) Cernasi^ i«v,\ 



>C«cc£a a, a. 4, 1 



u*olu\ione del tipo di "J^ma 



87 



Ica : negli ultimi tempi poi la guerra Giugur- 
Ko&i vittoria di Mario sui Cimbri e sui Tcu- 
tompiutaracnte assodato le conquiste già fatte. 
|)ndizioni si erano venute proparando intanto, 
ivano ritardare la dilatajtionc maggiore della 
^na. I rapponi dell'Italia con Roma intomo 
\ erano tali che non era più possibile evitare 
Otta. L' Italia che era stata tanta pane della 
pa in tutte le sue ultime vittorie reclamava 
jg] una giusta ricompensa. Perchè gli alleati, 
con un nome che mentiva la loro vera con- 
ggetti a Roma, mentre avevano si grande- 
>uito a ridurre in provincie tanti paesi, non 
frc quella parte che loro spettava nel governo 
Era possibile che il nome ed i diritti di dt- 
10 restassero ancora prerogativa solo di una 
del popolo mentre tutti colle loro forze ave- 
Roma nelle conquiste ? Kd essi giA, col desi- 
sicurezza che dA il diritto, la consideravano 
omune e come tale volevano che fosse loro 
lai Senato, anche a costo di dover sostenere 
li con una guerra. E la guerra infatti scoppiò 
a, terribile più di quelle combattute cogli stra- 
; guerra civile. Non è necessario dire che 
quel grande rivolgimento italico che fu la 
BjK non poteva essere a meno che un av- 
^Qnta importanza non si riflettesse anche 
ata. Le monete di quel tempo sono piene di 
ri alla lotta: si combatteva con tutto ed il 
esprime quest'idea in quelle parole: « Romani 
antum sed et nummorum typis contra Italos 
ic suam suae omnibus Italiae civitatibus prae- 
.... expresserunt » (i). Noi ci contenteremo 

:;., p. 460. Beachc, a dir vero, egli dica queste pa- 



Q 




di notare i tipi più cospicui : ed in primo luogo osserviamo 
che nelle monete romane, le quali hanno qualche allusione 
alla guerra sociale, Roma non indossa più il suo consueto 
abito amazzonico, ma è vestita di toga. Non si poteva im- 
maginare una più felice trasformazione del tipo: poiché chi 
considera V importanza che aveva presso i Romani la fog- 
gia del vestire (i) e quale stretta attinenza essa aveva, 
dirò cosi, colla condizione giuridica di una persona, s'av- 
vedrà di leggieri che Io scopo degli alleati italici nel sos^H 
nere la guerra sociale si poteva ridurre alla conquisu d«lf 
toga. La toga infatti fu, sino a tempi abbastanz.i tardi, il 
distintivo del civis: nessun altro poteva indossarla, mentre 
per lui era un dovere (2). Il poter portare la toga adunque 
significava la possibilità di aspirare alle cariche di poter 
percorrere il cursus honorum e perciò di poter prendere parte 
al governo della repubblica. 

E che cosa chiedevano di più i popoli italici? Ma Roma, 
che voleva serbare a sé tutti questi diritti, indossa la toga 
nel tempo della guerra sociale per affermarli propri e per 
dimostrare ancora che ella combatte appunto per ciò che 
abbiano solo i suoi figli la piena civitas. Un'altra osserva- 
zione importante si può fare sull'essere Roma in questo 
tempo rappresentata assai più spesso in piedi, con atteggia- 
mento più fiero e con tutte le armi, cioè elmo, scudo, 
lancia e parazonio: circostanze le quali accennano ad un 
passaggio dal carattere di tranquilla dominazione ad uno 
assai più bellicoso. L'Italia, ali* incontro, rappresentata di 
solito come una giovane inerme col capo cinto di splche 
ed il corno dell'abbondanza tra le mani, diviene alla 



role a riguardo di una moneta anteriore alla guerra Manica, tuttavia 
ridca resta sempre giusta. 

(i) Importanza che sì & mantenuta sino, si può dire, ai gin 
nostri. 

(2) Servio, ad Aen., I. 2S2; Pli\., Epist. 1\\ 1 1 ; Orazio, Odi, ! 
n. 5i V. la 



Evoluzione del tipo di Roma 



89 



tolta guerriera ed usurpa in tutto la figura di Roma. Non 
poche monete sannitichc (1) la mostrano seduta su scudi 
.con asta e parazonio e colla galea In capo: d'altronde la 
leggenda ITALIA non ci lascia dubbio sulla intcrprt;tazionc 
della figura. Anche Libertas è espressa in modo simile, salvo 
che col piede sinistro calca un globo, quasi a significare 
che quella stessa liberti che gli alleati volevano per so stessi, 
volevano anche per tutti- Un'altra moneta dei confederati 
porta impresso un simbolo abbastanza significativo sul ro- 
vescio, cioè un bue che colle corna dA addosso ad una 
lupa gracile (2). Ognun sa come il bue od il vitello siano 
Temblcma dell'Italia: ora il vederlo in lotta con una gra- 
cile lupa ci fa chiaramente intendere quanta fossero con- 
sapevob* della loro forza gli alleati italici, i quali così giudi- 
cavano che la potenza della lupa, cioè di Roma, perduto il 
loro appoggio, sarebbesi ridotta a ben poca cosa. Un'altra 
moneta di famiglia incorta (3) compie il quadro della lotta: 
in essa Roma in piedi, cinto il capo di galea ed appoggiata 
all'ajta, indossadatoga e col pie sinistro calpesta la gamba 
A* un bue che giace presso di lei : 



et Ucvo pressit pede . 

exanimem (4). 



Da questa bella composizione che ci mette in mezzo 
^li odi della guerra (j), passiamo ad altre moneto nelle 
<liuli con non minore evidenza è rappresentata la condu- 
zione della pace. Sul diritto di queste i capi congiunti 



(1) CakeU-X, V. V. /., w Num. foed. belli Marsici », 25. 26, 27, 28. 

(3) Carelli, ivi, n. 2. 

(}) M0RU.LI, Tììcs.t u Fam. ine. n, tav. i, n. 4. 

U) VtRG. Ain., X, 495. 

f j) Altre monete ci indicano avvenimenti della guerra stessa : in 
I flcclU, p. e,, pubblicata dal Friedlander, Oik. Mun,, p. 84, uw. io, 13» 
^uc ggerrìerì che si stringono la mano fanno pensare all'alleanza dei 
t.eonfcJerati con Mitridate. 



90 



e^, Tarisotii 



del]' Onore e della Virtù, questa annata di elmo, quello 
adorno di corona d'alloro, sembrano come corrispondere 
Tuna ;ill' Italia, Taltra a Roma (i), le cui figure sono sul 
diritto: ed insieme forse alludono al tempio innalzato da 
Mario. Nel diritto adunque delle monete di cui discorriamo 
è celebrata la Virtù, cioè il valore guerriero di Roma, e 
I* Onore, cioè il decoro che Roma stessa riceve dall' Italia. 
Il rovescio di questi denari ce la mostra in forma di una 
giovane vestita di stola col corno dell'abbondanza in mano 
e che stringe la destra a Roma, la quale ha ripreso l'antico 
abito succinto, ha deposto scudo e lancia e tiene nella si- 
nistra uno scettro come simbolo d' imperio (2). Cosi Roma 
ed Italia stringendosi in alleanza sì promettono un reciproco 
aiuto: quella assicurando a questa Tassistenza sua forte, e 
questa concedendole di ricambio tutta la sua ubertosità. Due 
nuovi simboli però conip.irÌ5Cono in questa moneta: dietro 
r Italia il caduceo che serve a ribadire l'idea della pace: 
giacche, secondo che osserva il Klligmann (3), esso non è 
solo attributo di Mercurio, ma eziandio della Pace, Sotto il 
piede destro dì Roma poi è disegnato un globo: attributo 
nuovo, ma che diviene quindi innanzi frequentissimo. Il 
tempo in cui fu battuto il denario or ora esaminato non 
si può determinare esattamente, essendo incerto a qual gente 
appartenessero i due monetali Cordns e Kaìnins, 1 cui nomi 
si trovano scritti quello sul diritto e questo sul rovescio della 
moneta. Tuttavia, dopo una serie di congetture abbastanza 
probabili, il Klùgmann (4) conclude che Kaìnius potrebbe 
essere quello stesso Q, Fujìus Q. F. Q. N,, il quale sarebbe 
stato triumviro monetale circa nel 681 di R. e tribuno 



(i) Anclie il Visconti osserva che la figura di Roma e la ste 
che quella dì Vìrtus: ed è realmente così, se non che eoo altri dlstin- 
livi diviene Virtus popuìi romani. 

(2) Morelli, Thes., u Fufia », I, « Macia o, I. 

(j) Op. cìt., p. 34. 

(4) Op. cit, p. 30. 



Eifolu\ione del tipo di ^^oma 



91 



I 



¥ 



I 



del popolo nel 693 di R. e console nel 707 di R. Questa 
data assegnata al denario non sari ceno troppo recente se 
si considera che una moneta che spira in tutto pace e con- 
cordia non si può supporre coniata se non dopo terini- 
nate le guerre civili che furono come un funesto seguito 
della guerra Marsica. Ora, quanto alla parte formale, giust.i 
mi pare l'osservazione del Kliigmann, secondo cui l'idea 
Jcl globo sarebbe derivata da quello che è attributo costante 
della musa Urania, la cui statua si ammirava nel palazzo di 
Pirro. Quanto all'allegoria è assai facile ammettere che, 
pacificate le cose interne, la repubblica seiitivasi forte nei 
domini di recente acquistali e colPamicizia di NicomedelII 
di Bitinia poneva un piede nell'Asia. Inoltre, circa allo stesso 
tempo, si preparavano le guerre Mitridatiche, colle quali la 
repubblica si estese su que' regni che erano l'avanzo doU'an- 
tico imperio di Alessandro. Essa perciò si sentiva erede di 
quella vasta monarchia e dominatrice del mondo. 

Unhilus P. f. L. n. ha introdotto, forse pel primo, questo 
segno del globo sulle monete romane, ponendolo però sotto 
il piede dei genio de! popolo ; ed anche Cru Corndìus Leu- 
tulus MarctUhms aveva posto il mondo sul rovescio di alcuni 
suoi denari in mezzo ad altri simhoh (i). Ma l'emissione 
di<)ucsd denari, anche secondo le congetture del Kliigmann, 
cadrebbe circa dal ^81 al ^83 di R., per essersi trovati al- 
t-Tini di essi nei ripostigli di Roncofreddo e Frascarolo (2). 
Una tale frequenza adunque di monete collo stesso simbolo 
di imperio ci dimostra come questa idea allora nascesse od 
ilmciio cominciasse a dominare la mente del popolo, sicché 
CS50 allargò iJ significato delle tradizioni circa la sua origine 
divina e i suoi gloriosi destini, congiungendo il sentimento 
di se stesso, fatto potente dalle recenti vittorie, ali* idea del 
dominio del mondo. Né mi sembra che si possa ammettere 



(1) Klùgmank, op. ciL, p. ^a 

(2) Ivi, Ice. cit. 



92 



C^. TarisoUi 



CIÒ che dice il Keniicr (i), il quale iaterpreta questo scg 
del globo come una millanteria, poiché, oltre ad essertì 
pugnante al carattere positivo de' Romani, non sarebbe sta 
sanzionata dallo Stato coiresprimerla sulle monete. La spie- 
gazione storica mi sembra invece assai più probabile per 
la ragione che, sebbene il principio della potenza di Roma 
sia stata la distruzione di C;irtagine, tuttavia, per coloro 
che erano parte de' fatti, che noi oggi consideriamo come 
compiuti, la cosa andava in modo assai differente. Essi do- 
vettero aprire gli occhi sulle soni della repubblica assai 
tardi, quando, cioè, compiendosi gli effetti di quelle cause 
che gii da tempo erano avvenute, si trovarono d'un tratto 
potenti in tanti paesi diversi e lontani dall' Italia. Infatti, il 
globo e la vittoria e lo scettro in cambio dell'asta, tre em- 
blemi che d*ora in poi divengono frequentissimi, accen- 
nano chiaramente ad una trasformazione del concettoj^f 
Jìoma, da quello guerriero a quello di dominatrice e reginB 
Un'altra caratteristica è il ritorno delle leggende che ci 
mostra il legame tra la orìgine divina dL;lla cittA e il suo 
destino (2). \Jw denario di C. Eguatìus Maxstwms Cri, f, 
CtL H. ci mostra Roma con tunica e manto e colle solite 
armi: l'intera figura è disegnata di faccia, in piedi, e colla 
gamba sinistra sopra una testa di lupo, mentre accanto a 
lei sta Venere vestita in modo simile, salvo che senza elmo 
in capo. Questa seconda figura è caratterizzata da Cupido, 
che è disegnato tra le due e vòlto verso Venere : ai lati 
esterni poi dell' intero gruppo due remi infissi in prora di 
nave (5), a riguardo della qual composizione osserva il 
Klùgmann che Roma qui è sostituita a suo padre e perciò 

(i) Op. cit., p. 24. ^ 

(a) Sebbene un poco più tardi del tempo di cui discorriamo, mo- 
strano questo ritorno nirantico anche alcuni denari di Sesto Pompeo 
(MoR., Tìici,, « Pompeia w, lav. ni, n. 5), il rovescio dei quali mostra la 
rappresentanza della lupa e di Faustolo che abbiamo già considerato. 
(5) Cohen, « Egnatìa », xvii, i, 2, 5. 



Ebollizione del tipo di T{oma 



93 



fa le veci di Marte (i). Quanto al remo infisso nella prora 
di nave potrebbe essere si un'allusione alle recenti vittorie 
Dav;ilisui pirati come un ritorno all'antico simbolo dcirasse. 
^^11 nome di questo moneurio è citato da Cicerone ad At- 
^Bco (a) e sembra che vivesse nel 704 di R. Anche sui de- 
^Hoari di Sex, Nonim Sufiiun Roma comparisce di nuovo se- 
^Hduta sopra una lorica, colle solite armi e le solite vesti, e 
^fcoron.ua dalla Vittoria, la quale colla sinistra regge una 
palma (3). La presenza della Vittoria però ha in questo 
tipo una importanza diflcrente: poiché, mentre è un attri- 
initodi Roma, risponde anche alla leggenda PR. L. V, P, F., 
'Dcordemente interpretata dal Pighio e dal Mommsen (4) 
me praetor ludos l'ictoriae primns frcit. S'allude perciò ai 
man Istituiti dopo la vittoria di Sulla alla porta Col- 
ta (5) avvenuta nel 672 di R., ma la moneta sarebbe stata 
niaia circa nel 692 di R. essendosi ritrovata nel ripostiglio 
li Compito che risale al 6<)6 di R. (6). Ma nel denario qui 
wpra riportato, forse per gli avvenimenti differenti a cui 
amia, mancano gli emblemi del globo e dello scettro clic 
'pra alcuni quinari di T. Carisio (7), circa del tempo di 
ulio Cesare, sono rimessi in vigore: sopra altri poi dello 
lesso monetario (8), il rovescio porta un globo, una de- 
feda, un timone ed un corno di abbondanza in mezzo 
una corona di alloro. Finalmente nei denari di C. Vilnus 
^fifisa C*J\ C. rt. (monetario nel 71 1) (9) troviamo i soliti 



it) Op. cit., p. 40, oltre il chiaro accenno alla leggenda uoiana. 

(J) xin, 54. 

(j) Cohen*, « N'onia 0, xxix. 

(4) Op. dt, p. 62), n. 26J. 

(5) Appiano, Dì R:tìo civ,, XCIII, 94 ; Plut., Sulh, XXIX, 30; 
P«u.Pat., II, 27. 

(^ KlOOMANN, Op. cil., p. 43. 

(7) Ivi, op. cit, p. 44. 

(8) Morelli. « Carìsia », vi. 

(9) Ivi, « Vibia », 2. 



94 



C^. Tansotii 



attributi dati a Roma incoronata dalla Vittoria volante 
di lei. Qucst*ultima forma, usata assai spesso .inchc con 
altre divinitA, non è che un modo per dare maggior im- 
portanza alla figura che deve essere incoronata : poiché, 
mentre nella fomia che abbiamo riscontrato prima, Vittoria 
rende questo onore a Roma, restando però pur sempre 
uguale a lei, in quest'ultima maniera si fa di Vittoria una 
messaggiera spedita da Giove, divinitA nicefora per eccel- 
lenza (i), per deporre l'alloro sulla testa di Roma, Questa 
idea della differenza di grado è messa maggiormente in 
chiaro dall'osservarc che presso gli antichi l'eccellenza di 
un nume sopra i monali era significata dalla maggiore su- 
tura loro o dal maggior loro peso e simili (2). Altre va- 
riazioni meno importanti nella figura di Roma si trovano 
sulle recenti monete autonome dell'Asia Minore e special- 
mente su quelle di Bitinia, Amiso e Nicomedia, nelle quali 
ella conscr\*a il suo tipo consueto, ma prende anche alcuni 
attributi che si potrebbero dire locali. Così, per esempio, 
alcune monete di Nicomedia e di Bitinia, coniate sotto Pa- 
pirio Carbone (3), mostrano sul rovescio Roma che intomo 
alla galea ha una corona d'edera, attributo poco conveniente 
per lei cui spetta piuttosto la corona d*alloro, ma tuttavia 
facilmente spiegabile se si pensi al culto speciale che i Ni- 
comedi avevano per Bacco. Infatti il diritto della slessa mo- 
neta è occupato dalle teste congiunte di Ercole e Bacco, e 



(i) La statua di Giove olimpico aveva in mano una piccola Vit- 
toria che faceva atto di incoronarlo; la parola d'ordine dei Greci alla 
battiiglia diCunassa era Ciu; awr^p xai NUvi (Senof., Anah., I^ viti, j6), 
(2) NellV/mi/c, Marte, caduto, occupa sette jugeri (IL, XXI, 407) 
e quando Minerva salìsce sul carro di Diomede ne fa scricchiolare 
l'asse (7/., V. 859). 

f^^Tf* ^'Mp*X' yi^'Tf»'*^; &^«i-« 

Bpt^ooiJvr, liitit ^Ap ìt-^iH Sciv &v2ps -r*&ptffTOV. 

Anche i Dioscuri superano di mezza la persona i loro cavalli. 
(5) Morelli, 'Jlus., Papìria », C, D, E, F. 



mJujwfte del tipo di T{oma 95 



to rappresenta il culto patrio, quello si riferisce 
lientcmetite, siccome cmblemn della forza, alln 

Rche campeggia nel rovescio, 
oora rune le osservazioni fatte sin qui In uno 
Krale, possiamo stabilire i seguenti punti capitali: 
ìgura di Roma si sviluppa prima fuori della città 
^bsai vicine a quelle delta PallaJe pacifera. 
IPIrsonificazìone della cittA prende, per dir così, 
mento in Roma, conformandosi a tradizioni na- 
ssume una figura che ad esse accenna. Il suo 
; ebbe dapprima in Roma un significato esclu- 
titko e leggendario e tutto alludente alle prime 
opolo, delle quali fu come una sintesi figurata. 
[)ma, benché mai in movimento concitato, con- 
: carattere guerriero e la sua allegoria passò 
one dei vaticini, che promettevano a lei guerre 
ionfi, all'espressione delle guerre stesse e dei 
ti, rappresentati dai trofei, dalle corone e dal 
re di Vittoria insieme con Roma. 
nalmente la riflessione portata sugli avveni- 
; ancor più il legame tra le antiche tradizioni 
■nuti: e questo è mostrato dal tornare per un 
a espressione delle leggende e poi di nuovo a 
ta riflessione che il popolo romano portò su 
ntrc s'accorgeva della veridicità delle promesse 
le coi trionfi degli ultimi tempi della repub- 
> nuovo carattere alla figura di Roma, Essa, 
ittavia guerriera, ma crebbe a segno tale in dì- 
:juistò il maestoso carattere di regina. Ciò fu 
tarazione al futuro suo trasformarsi in divinità: 
)ra però nulla si trova nella sua figura che ac- 
che cosa di divino : ella non è altro che la 
)ne della città e della repubblica. 
alle figure speciali, il Kenner stabilisce due 
t nel quale Roma è divinità locale, l'altro che 




36 



q4. TansoHi 






comprende le allusioni ai vari fatti storici. Ma io credo e 
si abbia a restringere assai il signìfìcato di divinità in que 
caso, che, cioè, Roma sia diviniti locale, come Io è, f> 
esempio, il Tevere, cioè collo streno valore di personi^ 
cazione e come tale riunisca in se anche l'idea dell'ami^ 
eroina progenitrice della schiatta romana. Il gruppo che 
Kenner poi dice formato di rune quelle 6gure che acce*" 
nano ad avvenimenri storici mi sembra poi che sia tutt*u»:i 
colla personificazione della citti. In altre parole, siccom 
molti avvenimenti formano poco a poco nuove condiziorT" j 
sicché, come loro conseguenza, avviene un qualche rivo/ 
gimento che tutte le riassume e le sintetizza, cosi i \ 
tipi che alludono ai differenti fatti storici precedono e pi 
parano la formazione del nuovo tipo di Roma vinoriosa 
dominatrice. 

E poiché siamo tornati a parlare del lavoro del Kenner, 
quel che egli dice dell'aver il popolo romano perduto il 
sentimento di nazionalità in seguito alle conquiste (i) tni 
sembra che s'abbia a trasportare al tempo in cui i popoli 
già conquistati cominciarono a mescolarsi ed a fondersi 
in Roma, Cosi è vero ciò che egli dice della trasformazione 
della sodeti romana e della perdita degli ideali politici, 
ma mi sembra affrettata la conclusione che egli ne trae 
che, cioè, questi rivolgimenti portarono nell'allegoria il 
momento ufficiale (2). Invece mi sembra che la figura di 
Roma, fino alle ultime che abbiamo considerato, conservi 
ancora assai di vita e di significato: mentre quella osser- 
vazione si può fare giustamente sulle monete del tempo 
imperiale. 

Ed ora, prima di abbandonare questa trattazione, noi 
remo come la figiu-a che il Kreuzer attribuisce a Roma, 
per essere troppo comprensiva, non risponde ad alcuna 



(1) Op. eli., p. 20. 

(2) Op. ciu, p. 19. 




IL 

CULTO DELLA DEA ROMA. 

ipli ererti in onore di Roma ebbero una 
lo sviluppo di questo culto ha, come è 
k relazione coi vari mutamenti del tipo che 
roposti di studiare, credo opportuno tener 
culto e delle sue manifestazioni in un capi- 
Quanto alla convenienza del porre questa 
> lo studio sulle rappresentanze repubblicane 
Ilo sulle imperiali, mi hanno indotto a ciò 
primo luogo la storia dei templi comincia 
i antiche figure sulle monete e termina, si 
ondo secolo dell'era volgare; perciò è na- 
ii questo soggetto tra la repubblica e Tim- 
lo luogo il culto di Roma ha servito per 
^ra un carattere speciale che riunisce in so 
precedenti e forma il passaggio alla figura 
xiale. 

:he nella fine del suo lavoro dedica poche 
to che imprendiamo a trattare, si contenta 
templi ereni alla dea Roma senza ricercare 
cagioni di un tal culto e quale importanza 

ti Mytbologie^ p. 846. 

?. Società romana dittoria patria. Voi. XI. 7 




9« 



C^. Tarisotti 



esso abbia nella storia si del tipo di Roma e si del popolo- 
romano. 

II Klùgraanri no f.i un breve cenno sul principio del 
suo opuscolo, ma più vi si diffonde il Preller nella sua ci- 
tata opera sulla mitoloi^ia romana. Noi ci restringeremo 
alle cose di maggior importanza, senza però perder d'occhio 
il nostro scopo, cioè di conoscere quale influemsa ebbe il 
culto di Roma sulle modificazioni del tipo di essa nelle 
rappresentanze figurate. 

Racconta Plutarco (i) che il console Flaminino diede 
la libeni alle ciuA grecJie dell' Asia, e subito appresso sog- 
giunge (2) che nella città di Calcide si cantava anche ai 
suoi tempi un inno in onore di Flaminio che terminava 
colle seguenti parole: 

niaTi** dì 'Puaat(i>'f at^wui'v 

Tdtv jAi^aXi'jATSTdrav spxoi^ fuXaaau^ 

C9[»a [JLi'-y»"» "Pwxotv TI TiTS'v 5* ì^lol 'Puuia'w* ti ir(anv 
i^i'i riaiàn w TiTi ouTtp. 

Tacito (3), dopo aver parlato delle undici cittd dell'Asia 
che si disputavano l'onore di erigere un tempio a Tiberio, 
dice che quelli che avevano migliori ragioni erano gli 
Smirnei e i Sardiani: quelli tra gli altri loro meriti adduce- 
vano « se primos templum urbis Roraae statuisse M. Porcio 
« consule magnis quidem iam populi romani rebus, nondum 
« tamen ad summura elatis, stante adhuc punica urbe et 
« validis per Asiam regibus ». Confrontando adunque i rac- 
conti di Plutarco e di Tacito, non potremo dubitare che 
il tempio sia stato innalzato dagli Smirnei neiroccasionc 
del fatto di Flaminino. 

Nel 582 di R. poi la dtti di Alabanda nella Caria, 



(1) n4w,t 12. 

(1) Ivi, 16. 

li) Ann., IV, s6. 



volu\ione del iipo di 'T^oma 



99 



[altre in guerra contro Perseo, mandò un'ani- 
Roma, e i legati portano come un vanto della 
Paver cretto un tempio alla dea Roma e Tavcr 
bchi annui in onore di lei (i), i quali saranno 
ilmente quelli che spesso troviamo menzionati 
I *Ptù^% (2). Dopo questi templi un'iscrizione 
dd Liei (3) ora perduta sembra offrire al Se- 
ve Capitolino e al popolo romano una statua 
[ualchc altro anatema simile. Altre iscrizioni (4) 
bnoranze rese al popolo romano, ma poche 
recisione ci dicono gli onori fatti a Roma ed al 
o, come quella trovata a Milo presso il teatro (5). 
mesta iscrizione merita di essere trascritto: 

^HMOSOMAAIQNETIMASEN 
LXPQMAXFJKOXIXA AKKAI 
MSTEtPAXQIXPrSEQI 
PETHSEXEKAKAIEIEP 
CSIASTA^IEISEAnoX 



». 



noArANeHS sqkpatei's 

EnOIHSEX 



Ea adunque sappiamo che la popolazione di Milo 
lefici di Roma le aveva innalzato una statua di 
aveva dedicato una corona d'oro : e sappiamo 
I lavoro fu eseguito da Poliante Socrateo, nome 
l> nella storia dell'arte. 






urbis Romie se fecisse. luJosquc annìversarios 
ItJluisse ». Livio, XLIII, 6. 
ILt-ER, Rom. Myth., II, p. 554. 

*, VI, I, 575. A'jxiwv fé JtoivAv xotiiffdlyLivav t^,^ -nat^iTt 
l'PtofiYiY ati KairiTsX'w xal Tfjì £tuu tm« 'Puaafu^ ipir^Ac 
biC Md lòip-jfiaiac tv!; iÌc tò x&iviv tì A'^xitai. 
fi VI, 374. 
WJst., i86o, p. 56. 





Il culto di Roma era adunque già tanto fiorente priii 
di Augusto (i) che il popolo di Milo, non certo tra 
primi dei greci, erigeva in onore di lei un si ricco moHi 
mento. In Roma invece neppure la più lontana idea 
alito, e cosi le impronte monetarie rappresentanti Rom: 
cominciano presso i Locri epizelìri, cioc presso Greci. La 
cagione di un fatto cosi strano mi sembra si possa assai 
facilmente ritrovare nelle condizioni dei popoli ellenici in 
quel tempo. 

La caduta delle libertà al tempo di Filippo e di Ales- 
sandro, la cormzione dei tempi che seguirono, le lotte, lo 
stabilirsi delle grandi monarchie bruttate da! fasto orien- 
tale, avevano dato ai Greci quel carattere di servilismo che 
non perdettero più dì poi. Finche essi respinsero i Persiani 
mantenendosi nei limiti propri, conservarono il loro spirito 
nazionale; quando invasero le terre orientali e si mescola- 
rono coi barbari e da loro accettarono usanze e modi, ne 
ebbero quello stesso danno per evirare il quale avevano 
combattuto Leonida e Aristide e Temistocle; perdettero 
cioè lo spirito di libertà e quel santo orgoglio di Greci, e 
furono pronti a genuflettersi innanzi ad un mortale. 

Chi non ricorda le basse e vergognose adulazioni di 
cui furono oggetto Antigono e Demetrio Poliorcete? Il 
sacro peana trasportato ad onorare un uomo, e il tempio 
divenuto comune segno del culto per mortali ed immor- 
tali. In simili eccessi ancora si intende assai bene come 
dovessero andare assai più innanzi i Greci d*Asia siccome 
quelli che avevano sempre avuto più somiglianza cogli 
orientali. Perciò il culto prestato a Roma dovette fiorire 
assai presto presso tutti quei popoli si per V importanza che 
aveva per essi l'amicizia di Roma e si perchè, come dice 



(i) Il Moramseo crede che 1* iscrizione ili Milo sìa del tempo 
della repubblica, perchè se fosse siala dei tempi imperiali avrebbero, 
i cittadini dì Milo unito alla statua di Roma quella dì Augusto. 







Evoluzione del tipo di l^ma loi 



, a le idee cHenichc si combinavano in modo 
(col culto monarchico n (j). Ma il grande svi- 

cbbe luogo al tempo di Augusto: allora in- 
esscro icmpb' in onore di Koma, e finalmente 

nella stessa capitnle dell' impero. La cagione 
:o nuovo movimento non fu solo il scr\*ilismo 
anche il senno politico deiraccorto Ottaviano, 
lorchc Augusto snil al trono, permise alle citti 
devano giù da lungo tempo, di innalzare templi 
io od a sé, purché fossero comuni anche alla 
Questa importante notizia ci è data da Suc- 
quale aggiunge poi che in ciixh. fu sempre 
ncedere questo permesso. Ecco le parole dello 

ipb... in nulla provincia nisi communia suo 
nomini reccpit: nam in Urbe quidem perti- 
1 abstinuit hoc honore ». Non è difficile inten- 
òne di questo suo ostinato rifiuto. Egli che 
lludcre il popolo dando a credere di voler cs- 
}licc cittadino, non poteva permettere che gli 
I templi in cittA, Ma per le provincie la cosa 
trente: là Augusto rappresentava, per cosi dire, 
mano; l'astuto imperatore perciò volle mettere 
sen'iliii greca che gli offriva onori divini, ac- 
ìo alla condizione che il proprio tempio fosse 
che quello della dea Roma. Cosi egli strinse 
a-sona alla personificazione dello Stato, ciò ch^ 
prc più il suo potere, poiché lusingava Tor- 
ino facendogli credere che nella persona dei- 
si venerasse davvero il popolo stesso che era 
ippresentato, e nella dea Koma la repubblica 
lessuno certo rifuggiva dal tributare i massimi 

bfN, op. cit., p. 7, e cf. anche il Preller, op. cìt., 
>!♦ e Tacito, Ann., I, io; IV. 37. 



102 



^artsofri 



onori. Fu adunque in seguito a questo sapiente permess 
di Augusto che nelle provincie sorsero templi a lui sacri 
ed alla dea Roma, ed in quelle cittì dove esisteva già un 
tempio ad essa fu a>;giunto nella cella il simulacro dell* im- 
peratore. Una preziosa iscrizione (i) ci fa sapere che il 
decreto col quale fu permesso agli Asiani di celebrare 
natalizio di Augusto fu fatto da Paolo Massimo, proconsole 
in quella provincia dopo Vii a. C, anno in cui era stato 
console, ed è importante ricordare un tal personaggio che 
ci richiama alla mente forse il padre Ji quello di cui parla 
Orazio con tanta lode (2). 

Il permesso di Augusto ebbe subito effetto nella città 
di Pergamo (3), dove sorse un tempio dedicato Tlohiq xal 
SefiaoT^j, mentre le monete della cittA presentano Roma 
turrita coli' iscrizione BEAN PQMHN e cosi più tardi, a! 
tempo di Traiano, sulle monete della stessa Pergamo è 
rappresentalo un tempio con Augusto armato di asta e co- 
ronato dalla dea Roma, che ha tra le mani il corno del- 
l'abbondanza ed intomo la leggenda PQMHi KAI SEBA- 
STQi (4). Dione Cassio racconta che la stessa conces- 
sione fu fatta ad Efeso e a Nicea, che eressero templi a 
Giulio ed alla dea Roma, e che gli Asiani potevano trihu- 
tare onori divini ad Augusto ed alla dea Roma nel capo- 
luogo della provincia, cioè a Pergamo, e i Bitini a Nico- 
mcdia (5). E molte monete, infatti, portano impresso un 
tempio colle parole communitas Asiac (6). 

L'esempio di queste fu seguito poi da quasi tutte le 
altre città principali delle provincie dell' impero. Milasa (7), 



{l)C/. Gr. Ili, J903K 
(a) Lib. IV, ode I^ w. IO, II. 

(5) Tacito, Ann., IV, $7. 
(4) EcRHU., D. S^ VI, lot. 
(0 LI. 2a 

(6) Coasc, • Med. imp. Octav. Aug. •, n. $4. 
{7) Catluv Rtc, /otif-p n, 18^x90; C. L Gr,, U, a. 1696. 




Eifolu^ioue del tipo di 'T^ma 



103 



Cuma (i), e poi i Nysacenses (2), e i Cizicieni (5), 
tutti edificarono templi in onore delle stesse due dìvi- 
DJti Le città di Galazia, cioè, Andra, Pessinus, Ta- 
rium, ecc., chiesero di essere chiamate Se^aaToT, ed il co- 
mune dei Calati ebbe il sacerdozio del tempio di Augusto 
o\timito nella loro capitale, cioè Ancira (4), la dedicazione 

fJcl qual sacrario ebbe luogo circa 9 anni dopo l'Ora vol- 
gare. A Cesarea poi, Erode fece edific;ire un tempio assai 
sontuoso, nel quale Augusto era effigiato sotto le sembianze 

idi Giove Olimpico, e la dea Roma sotto quelle di Giunone 
irgiva (5), ed a questo proposito è da notare il riscontro 
tn b figura di Ottaviano e quel che racconta Suetonio del 
adrc di lui, che, essendo in Tracia, vide in sogno suo fi- 

fgiio simile in tutto a Giove Olimpico (^6), Un altro tempio 
splendido, di forma rotonda e con un peristilio di 12 co- 
lonne, sorse in Atene: esso anzi restò in predi sino ni tempo 

r di Maometto H (7). Né è da credere che la divinizzazione 
Augusto e Roma sì limitasse alle cittA dell'Asia: anzi 
poco a poco si propagò per tutte le provincie dell' impero 

Lt bista dare un'occliiata al C. /. L,, per convincersi che 
Spagna (8), il Norico, la Pannonia (9), l'Africa muni- 



(0 C. i. Gr., Il, □. J524 ó S^;ì-o; Ka^aapi ^leù uc^ oepavT'u àp^opiì 
"TlWTif Kftl 5iìt 'PwjiLir., e CaYLUì, loc. Cit. 

il) CI. Gr., U, 294?. 

(0 TAaro, Ann.y IV, 36; Dione, LVII, 24. 
(4) ZintPT, Mcm. Ancyr,, p. 4 e sgg. L'iscrizione diceva: FAAA 
TU?([T]0|KOrNOM - lE] PAIAMENON - BEUi lEBAlTUl - KAI eEAi 
J^^MUi. C. A Gr., Ili, 40J9. 

(j) Cnjs. Flav., Antìq. lud,, XV, 13 ; De Bcìh ìtid., I, 21, 7. 

(6) Oftov., 94. 

(7) Beulè, VAcrop. à*Ath^fus, II, pL i, p. 206. L* iscrizione di 
■^ttCJto tempio ò nel Corpm del Boekh., T, n. 278. 

^^) C. /, /.., Il, 750. Questa provincia chiese il permesso a Ti- 
|berio. V. Tacito, Afm,, I, 78. 
(9)C./. I., Ili, 5368-'S44}. 



104 



CV. Tarisolti 



cipale (i) e la Gallia (2) avevaao anche esse siffatti templi 
e sacerdozi. Sappiamo anzi che a LugJunio v*era un tempio 
per tutta la comunitA dei Galli, ed un'ara coli' iscrizione 
di So popoli \ che esso fu dedicato nel 742 di R., e ne fu 
fatto sacerdote C. Giulio Vercondaridubio di nazione 
Eduo (3): secondo Dione, però, la festa di Augusto cele- 
bravasi gii da due anni anni a Lugdunio (4). Quanto al- 
l' Italia, lo stesso storico dice che Augusto non v'ebbe mai 
culto (5). Ma questa notìzia e errata, poiché il tempio di 
Fola d' Istria, dedicato ROMAE ET AUGUSTO CAE- 
SARI DIVI F. PATRI PATRIAE, fti fatto, forse, mentre 
egli era vivo (6), ed altrettanto possiamo supporre per 
Verona, Pavia, Brescia, Trento (7), Sorrento (S), Ostia (9) 
e Terracina (io), delle quali sappiamo che avevano altari e 
sacerdoti in onore di lui. A Napoli, anzi, si celebravano 
anche giuochi (u), e possiamo ben credere che per l'Italia 
si serbasse la stessa legge che per le provincie, che, cioè, 
il cacsarcnm dovesse avere anche V immagine di Roma, 

Dall'altro canto erra anche Aurelio \'ittore, il quale af- 
ferma che non solo nelle provincie, ma anche in Roma si 



(i) C. /. L, Vili, io9t. 

(a) Strabone, IV, p. m. 292,6 Suet., CLnid,, 2; Dione, LIV, ji. 
Per U culto di Roma ed Augusto nelle provincie v. anche Ephemerii 
cftigraphica, I, 100 e sgg. 

(j) Strabone, Scet. e Dione, loc. cit, e Livio, ep. L, 157. 

(4) Questo tempio si vede efHgiato sopra una monda di Lione 
e le colonne dcU'alurc ancora esistenti, segate in due pezzi, servono 
ora come pilastri per sorreggere la vòlta del coro nella chiesa di Aisnay. 

V. MlLLIN, Co/, mi/., 664, CLXXXVni. 

(5) DiosK, LI, 20. 

(6) EcKHEL. D. V., VI, IJ5. 

(7) e. 1. L, V, pane I, n. 5056. 

(8) Ivi. X, 688. 

(9) Orelli, 717Ì-7174. 
(IO) C. /. L, X, pane I. 6»os. 

(n) PiELLER. Op. Cil^ p. J$j 



Epolu^ioHt del iipò di l{pma 



i ad Augusto, vìvente Io stesso monarca (i), 
r smentita da tutti gli jltri scrittori (2). 
ugusto, pertS, si cominciò dal consacrare li 
i nato (3), e poi la casa a Nola dove ave\'a 
/ere (4), e Tiberio e Livia gli edificarono un 

Pone X (5). Questo sacrario, a somiglianza 
rovincie, ebbe anch'esso le due immagini 
(gusto? Esso è scDìpre chiamato Umplnm 
ose quelli delle provincie benché avessero anche 
, ed è perciò opinione comune che a lui solo 
aio, lunavia è notevole che le medaglie di 
Caligola l'uno dei quali cominciò l'edifìcio e 
icò, hanno un tempio colla scritta ROM. ET 
ippiamo ancora che nel!' incendio neroniano, 
distrutto e poi subito riedificato. Quanto alle 

tii veneravano, v'è chi dice che vi fu ado- 
(7) la quale sarebbe stata posta nel tempio 
aa sul primo ella non fu che sacerdotessa (8). 
di Antonino Pio accenna evidentemente al 
s al tempio di Augusto, mostrando nel ro- 
npio ad otto colonne con due figure nel- 
intorno le parole TEMPL. DIV. A\'G. 
». mi- S. e. (9), Un esemplare del prò- 

k, parte II, i. S ^• 

s invece i poeti chumavano nume Augusto (Ovidio, 

!, vili, 51; Orazio, IV, 5), uso che si perpetuò poi 

k ci scagliò Marziale, Vili, 15. 

„ Ociav., $. 

,D. V.. VI, 125. 

list. Sai., XII, 19 i Dto-, LXI, 46, 42; Muratori, /k., 

; Becker, ThopOf^aphU, p, 450. 

I, « Calig. », nn. 18, 19, 20; « Tib. », nn. 59, 40, 41, 

46. 
)Ri, Ice. cit.; Dio., LX, 5. 
, D. S„ VI, ,25. 

n, 797. Antonino in questa moneta ha la XXII pò- 




ìo6 



e4. Tansoiii 



spetto dell'antico icinpio lo abbiamo forse !n quel re 
lievo che esisteva altre volte alla villa MeJ'ci, e del qual' 
non si vede oggi che una copia gettata in gesso. Esso 
composto di una gradinata, sulla quale si innalzano otto^ 
colonne corìnzie, che sorreggono un timpano ornato ar 
lati da \'ittorie: tra le figure del frontone v'c una Venere -5 
che ricorda la famiglia di Augusto (i). Una figura barbata 
nel mezzo ha fatto credere che si trattasse del tempio in- 
nalzato da Adriano, ma quello era decastilo, come vedremo 
più tardi. Il prospetto di un altro di tali templi, ma posteriore 
ad Antonino, è rappresentato in un piccolo rilievo edito nella 
Archàologischt' Zcitmi^^ (2), di cui diamo una riproduzione 
alla tav, I (V. in fine). Esso è annesso alla base di una statua 
della Galleria delle Statue al museo Chiararaonti (3). Seb- 
bene il lavoro sia pessimo ed accenni appunto ad un'età 
anche posteriore a quella degli Antonini, T importanza di 
questo marmo non è piccola. Sopra una gradinata, indicata 
da linee, s'innabsano le sei colonne che sorreggono il fron- 
tone: nell'interno si vedono i due simulacri posti nelle 
celle: quello alla sinistra di chi guarda si riconosce subito 
per Roma, dal capo galeato, dalla corta tunica e dalla mam- 
mella destra scoperta : la dea si appoggia colla sinistra sullo 
scudo e colla destra suU'iista. L* altra divinità è col capo tur- 
rito ed il corno dell'abbond-anza nella mano sinistra ed e 
in generale creduta Fortuna; non si potrebbe supporre esser 
essa Livia sotto le sembianze di una Tyche, ovvero della 
Magna Materì L'artista per amore di simmetria avrebbe 
in tal caso sostituito ad Augusto T immagine di Roma. 
Oltre il carsarnirn, che sappiamo essere stato costruito 

(i) ZoEGA. app., }8i, Hi '5'*^'. ddrist., 1855, 141; Mom. ddVhU, 
V, 40; Atinali àiU'Iit., 1852, 558; Coàéx Cobur^gnsù, 467, )8. 

(a) Voi. V, p. 49, tav. 4. L'illustratore propone come congettura 
la inicrpretaxìone delle lettere che si vedooo ai Iati, così: IX HAC 
AEDe saBINI MATcrni luDI LOCANTUr. 

(5) La statua è segnata col n. 401, 




iu^ione del tipo di l(pftta 



107 



fratelli Arvalì, troviamo menzionato anche un 
ar fi AttguTfi, o^-vcro solamente Romae, nel 
Unente facente parte Ji quel gnippo di tre edi- 
form.ino la chiesa de' Ss. Costna e Damiano. 
Icnominazione di Umpìum Urbis sembra che 
l e non abbia a che far nulla col culto dcll.ì dea, 
B originata daircssere stata affissa, nei tempi 
iille pareti di quel monumento la pianta mar- 
avanzi sono oggi al Campidoglio, la quale rap- 
onto la cittì ai tempi Severiani (i). 
rocedcre del tempo la divii)i/za/ionc di Roma 
un passo di più: in tutti i templi che abbiamo 
6, essa dea era ancora assai terrena, anzi unita 
4in mortale, mentre più tardi essa divenne una 
^dine superiore. 

^ innalzò Tultimo e più magnifico tempio, cp- 
lla figlia stessa di Giove, a quella Venere, dalla 
in Certo modo ripeteva la sua origine. Di 
\òo edificio, ideato, come credcsì, dallo stesso 
mangono oggi pochi avanzi presso la chiesa 
icesca Romana al Foro. Sarebbe cosa troppo 
are qui distesamente deircdificio Adrianeo e 
)sto che dame qualche cenno generale, riman- 
ire ad un recente ed accurato lavoro di un pen- 
UcademiaNazionaledi Francia, il signor Laloux, 
l nuovamente occupato della restaurazione di 
pinte monumento (2). 
acri che si veneravano in tutti questi templi 
e disgraziatamente nulla, ma sino ad un certo 



Br, BoU. d'arch. cria., a. 1867, p. 62 e sgg.; Lasciasi, 
B2, p. 48 e sgg. 
) d'arch., 1872. III-IV.- V. anche Ìl rilievo che si creJc 
empio di Adriano. Canina, Edifii., II, lav. lii, i, tee, 
o del fregio di questo tempio esiste in Roma presso lo 



xa8 



qA. Tarisotti 



punto però ci è possibile di fare delle congetture abbastan; 
fondate. 

In primo luogo le immngini che dovettero essere o 
sacrate alla dea Roma nelle città di Smirne e AIab;inJasL 
dal tempo della repubblica assai probabilmente ebbero ui 
figura simile a quella di Pallade, non essendo ancora o 
minciata una personificazione della città di indole più ni 
rionale. Infatti nel didrachmon dei Locri epizefiri, di 
abbiamcrglA parlato, Roma ha un lungo chitone e sieJ' 
appoggiando il braccio destro sopra lo scudo in una posi- 
tura simile a quella che spesso ha Minerva pacifica. Pit» 
tardi poi nei templi delle citti dell'Asia Minore la dea Roi 
fu rappresentata variamente secondo i culti locali: sicc 
ella ebbe la figura di una Tyche o della Ma^ui \laier e per- 
sino dì Giunone argiva (i). Ma tutte queste r.ippresenia 
ebbero quasi sempre un fondo comune che si riferisce 
tipo della moneta di C Vihins C /. C. ». Pansa^ clie 
biamo giA esaminato. Infatti sulle monete di Papirio Car- 
bone a Nicomedia, Roma differisce da quella di Vilnus Pai 
solo perchè tiene ella slessa in mano la figura della Vitto: 
e perchè ha sulla galea una corona di edera. Cosi in que 
monete coniate da C. Cecìlio Cornuto ad Amiso, Roma 
la stessa figura del dcnario di Vìbio, salvo che calpesta u 
galea invece del globo (2) e neppur molta differenza 
riscontra in un denario coloniale di Augusto (3). Finalmen' 
una statuetta del museo Pio dementino illustrata dal 
sconti (1) rappresenta la dea Roma nella solita maniei 
cìoò sedente sopra una corazza con un corto abito e col 
petto a destra nudo, un piccolo elmo in capo e colla mano 
sinistra poggiata sul parazonio, mentre colla destra ora so- 



Pi^ 

ch^ 
>er- 

i 



(i) Preller, op. cit, n, 5$i; Gius. Flavio, loc. cìi. 

(j) Morelli, Tha., o CaccìUa », B. 

()) Ivi, « Plotìa». 

(4J Siustù Pio CUm^niino, II, ij. 



Iasione del tipo di ^'l(oma 



109 



YÌdeateinentti mal sostituita ad una Vittoria 
osserva lo stesso Visconti (i). Questa figura, 
OSI bene colle altre già osservate, ni! sembra 
e un' idea della immagine di Roma nei templi 
e Provincie accidentali, poiché, confrontando 
colla figijradel bassorilievo vaticano gii ci- 
ao abbastanza corrispondenti tra loro : perciò, 
:he ai tempi degli Antonini la personifica- 
;à aveva assunto forme differenti, come ve- 
lilo, potremo ragionevolmente credere che 
si sia resa l'effigie di Roma come era in qual- 
pli suddetti. Anche simile a questa fu pro- 
^num rcipnbliciu, di cui parlano gli storici (2) ; 
il KJùgmann (3), che, come il Giove di 
in mano una piccola immagine della Vittoria, 
> strettamente ai giuochi, cosi il Giove Capi- 
Bnvcce quella di Roma, quasi come fosse Ìl 
quale idea accenna anche chiaramente Dione 



»mpio innalzato da Adriano la dea dovette 
i in modo assai differente. L*apogeo a cui era 
ìnza romana e Tapoteosi di Roma personifi- 
{urando da qualche tempo cominciò necessa- 
ria ad essere meglio compresa e più sentita 
^ero si che ella assunse un'apparenza assai 
J Di questo cambiamento del tipo dovremo 
^colarmente in appresso: perora basti il dire 
jdcl tempio di Adriano hanno un lungo chi- 
I coperto, ed invece della piccola galea, un 
''X)n ricco cimiero e con una specie di stefane 

le ha Tiipparenza di una cinta di torri. In tal 



I Octav., 94; Dio. Cass., XLV, 2. 
9- 



i. 



no 



C^. T^arisolti 



guisa è rappresentata iiell.i famosa pittura Barbcriniana (i^^ 
la quale, non a torto, si ritiene aver strena rchizionc cc:> 
simulacro di Rotua posto nel tempio del Foro. 

Riepilogando ora ciò clic ò stato detto in questo cipÉ 
tolo, faremo dei templi innalzati in onore d^Ua dea Rom-^ 
tre classi : 

La prima, composta di quelli antichissimi di Smime e^ 
di AlabanJa colla dea simile ncU'aspetco a Minerva o me- 
glio alla effigie del d'uìrachmon dei Locri epizefiri ; e questi 
non hanno nessun significato veramente religioso, ma solo 
uno scopo politico. Essi, cioè, ci dimostrano non che sin- 
cera venerazione fosse sentita per la dea Róma dai popoli 
greci, ma piuttosto ci attestano Tiiso frequentissimo del- 
l'apoteosi con che quelli cercavano, servilmente adulando, 
di rendersi benevolo altrui. 

La seconda classe è composta di tutti gli innumerevoli 
templi sorti nell*etA di Augusto e dei suoi primi successori, 
Tiberio, Caligola e Claudio. In questa seconda fase le im- 
magini della divinità hanno avuto assai probabilmente co- 
muni le linee generali : cioè corto abito che lascia il petto 
ignudo da una parte, alti calzari ai piedi, semplice galea in 
capo e lo scettro o il parazonio o l'asta da una mano e hi 
Vittoria coronante dairaltra. La qual rappresentanza ha ab- 
bandonalo, come si vede, il tipo del didracbinon di Locri, 
clic non aveva nulla di nazionale, sostituendogli quel tipo 
che abbiamo veduto svolgersi poco a poco nel tempo della 
repubblica fino ad acquistare la maestA necessaria per es- 
sere una figura da porsi in un tempio. Quanto al signifi- 
cato morale di questa nuova classe di templi, abbiamo gii 
osservato che anche questo è un culto puramente formale 
che non corrisponde ad alcuna idealità (2) ; ma che fu sug- 

(i).Miu.i?*, Gal. Milh., 660, CLXXX; Bunsen, Btschr, d<r SiadL 
KofH.^ ni, piine II, 436. e così la statua MU tav. iti, che è pure Ji 
tempo certamcnie posteriore ad Adriano. 

(3) Cf. il Kenner, op. cit., p. 25. 



nno politico di Onaviano, il quale profittò del 
ti popoli per stringerli maggiormente jlla sog- 
fi repubblica, e nello stesso tempo legare alla 
incetto di ruppresentantc della repubblica 

,o l'estrema fase del culto dì Roma, dataci dal 
riano, ci mostra quanto fosse cambiato il scn- 
lopolo, .issumcndo la figura della dea carattere 
arcbbe vano cercare uno scopo politico nella 
el tempio di Venere e Roma, che anzi esso ri- 
Ice alle nuove idee del popolo. La persuasione 
niti in cielo rappresenti, per dir cosi, la Roma 
iiomina l'animo di tutti. Essa si collega col 
ma che allora per la prima volta vien dato alla 
^ nuovo appellativo, che ha la sua origine dalb 
1 divina della dea Roma, trova un bel riscontro 
idei culto di essa con Venere ed è nello stesso 
idice da cui germogliarono poi le personifica- 
|U Claudiano (i)-e dagli altri poeti tardi e le 
è pieno il medio evo. Di queste cose con- 
parlare con maggior ampiezza quando trat- 
irticolare la trasformazione del tipo al tempo 
Ci basu intanto di averle accennate per mo- 
une che esiste tra questo nuovo tempio e la 
loi crediamo più conveniente alle nuove condi- 
iina Roma che torna ad essere in tutto assai 
lerva, ma con aspetto matronale, altero ed assai 
t quella. 



^cui 

fcap: 



30^5' Utitdih. Stiìic, II, 270 e sgg. 



I 12 



CVf. Tansoili 



in. 

U IMPERO. 



Seguendo il sistema che abbiamo tenuto sinora, con 
verrà innanzi tutto dare un breve cenno del modo che il 
Kenncr tiene nello studio del tipo di Roma durante il temp^ 
deir impero. 

Iigli, dopo fatte breve osservazioni sulle mutate condi- 
zioni deir.illegoria, col procedere -degli anni da Augusto in 
poij conclude col dire che la figura di Roma assume tre tipi 
principali, il primo di dominatrice (Herrschende), attorno 
al quale aggruppa tutti i passi di autori che la descrivono 
come regina gcul'mm e tutte le rappresentanze delle monete 
che similmente le d;\nno gli attributi della dominazione, 
cioè Pasta pura, il globo e, secondo la sua opinione, anche 
la figura di Giunone- Il secondi^ tipo è di Roma genitrice 
o nutrice (Nahrende), attorno al quale ;iggruppa nello stesso 
modo espressioni di molti scrittori che la denominano tale, e 
fa loro corrispondere le monete imperiali che portano la 
figura di Roma con alcuno di tali emblemi, come per esempio 
il corno dell'abbondanza o le spiche. In terzo luogo egli 
pone il tipo di Roma combattente (Wehrende) che richiama 
assai da vicino quella dell'epoca repubblicana, cogli stessi 
attributi e lo stesso aspetto bellicoso. li da notare però che 
in questa divisione egli non tiene alcun conto delle diffe- 
renze di tempo e però mette insieme indifferentemente tutte 
le monete da Augusto fino all'etA barbarica, le quali presen- 
tano caratteri tali che le facciano corrispondere ad uno ov- 
vero ad un altro dei tipi stabiliti. 



i unione del tipo di 'T^awa 



"3 



li mccoJoyComc si vede, pocrA essere utilissimo 

jistcniaticamente le impronte imperiali che r.ip- 

tffigie di Rom;), ma non mi !»embra che sia il 

per porre in rilievo Io sviluppo e lo svolgi- 

K' e Teffigic stessa ha subito. Questo difetto, 
cfcessaria conseguenza dell'aver fondato lo 
e sulle monete: e gii, come avevamo os- 
Ù principio, per tutto il tempo della repubblica, 
{Rdcnti per formarsi un concetto esatto della 
ta di Roma ed anche del suo svolgimento, 
b segue più da vicino il progredire delle idee 
inti del popolo, mentre, nel tempo dell' impero, 
pi confusione dei tipi è tale, che sarebbe assai 
lèrvi un ordine, se non ci venisse in niuto l'arte 

r 

^le sussidio adunque ci proveremo noi di ve- 
lli tipo che predomina in ciascuna ei;\, e quali 
pni per le qu.iH esso meglio corrisponde alle 
h\ tempo. 

^, per conseguenza, resterà diviso in tre grandi 
ftappresentano le tre grandi mutazioni della so- 
li e corrispondentemente della rappresentanza di 
E' io da Augusto ad Adriano, cioè lo stabilirsi del- 
uo consolidamento; il secondo dagli Antonini 
>cioè il periodo filosofico ed il principio della 
: terzo ed ultimo da Costantino alla caduta deU 
Jdenrale, cioè la traslazione della sede, lo sta- 
jova Roma e perciò il nascimento di una nuova 
Sne e le ultime trasformazioni della figura del- 
L di quelle delle etA barbariche e del medio evo. 



— Da Augusto ad Adriano. 

a della dea Roma comparisce cosi raramente 
&te augustce, che si starebbe a cattivo partito 

fiia R. Società romana di Storia patria. Voi. XI 8 




114 



O/i, Tarisotti 



volendosi fare un' idea della trasformazione di quel tipo do- 
rante l'accennato periodo di tempo, se non vi fossero altre 
rjpprescntan^c. Tuttavìa la moneta di Amiso, di cui abbiamo 
giA parlato innanzi, ed altre portate dal Morelli (i) ce la mo- 
strano ancora secondo il tipo consueto, cioè colla veste 
amazzonica e colle solite armi: una Jitferenzaperòcda notare 
in ciò.che ella ha in questi tipi quasi costantemente una piccola 
immagine della Vittoria nella mano. Nella moneta di C. Vi- 
bius Pansa la figura della Vittoria era divenuta assai piccola 
ed incoronava Roma volando; ora è addirittura un suo anri- 
buto. La dea Roma adunque prende l'aspetto di diviniti 
nicefora, ciò che la pone subito in un grado più elevato 
della semplice personificazione della città. Ma questa circo- 
stanza sarebbe di ben poco valore, se nel resto la rappre- 
sentanza non avesse acquistato una maggiore dignità. Per 
mettere in chiaro quest'idea d serviremo di un bassorilievo 
che si conserva nel coitile del palazzo Maitei in Roma e 
che fu gii pubblicato dal Winckelmann e da Raoul Rochettc 
ed oggetto di vive discussioni. Ultimamente però il Rcif- 
ferscheid e il Liibbert (2), che se ne occuparono, mi sembra 
che abbiano posto fine alla controversia. 

La rappresentanza di questo rilievo t: come divisa in 
due nel senso della lunghezza. Nel mezzo, in basso, giace 
una figura di donna seminuda che dorme, verso la quale si 
avanza da sinistra un giovane, anche esso nudo, coll'elmo 
in capo: nel fondo il dio del sonno sporgendo fuori, sembra 
versare da un corno un qualche sonnifero sulla vergine 
perche non si desti. Alla destra di questo gruppo, pure in 
.giace la dea TclUa volta di spalle e coronata di spichc. 



-'»»* 



(i) Thes. num. Jmp., tav. xlui, 19, 20: Testa di Gcrmanicol 
A Roma seduta su trono a s. con Vittoria coronante nella s. e para- I 
zonio nella d. con abito succinto ^xeria mamma, tav. XLVi, 4, 5 : Testa 
di Augusto laureata a d. lEBAITOI KTIITHI il KAAZOMEMUA ; Roma \ 
stante galeaia eoa abito amazzonico, scudo nella s. e asu nella d. 

(2) Mcm. dtU'lst. di corr, arcK^ li, 145, 464, 



indio marino generalmente chiam:ito Oceano. 

questo siede il Te%-cre col remo in mano, e al- 

nistra il quadro e compiuto da uiu tigura fcin- 

ida in piedi. Nella parte superiore poi, una corona 

*comc -spcttiitrici del fatto. Per ispicgarc il 
nirono tratte in campo naturalmente la leg- 
e Tcti, quella di Marte e Venere e quelLi 
|ea Silvia. Quest'ultima è sostenuta dal Lùb- 
fRdfferscheid (2) dal genere del lavoro e dalla 
fdh-initi si fa strada all'idea che il rilievo sia 
bgusto. Alla destra adunque, nella pane supe- 
liacstosa Giunone colla stephane in capo e lo 
Éno; appresso a lei da sinistra una figura di 
|rao in capo, che non si può scambiare con 
kui immagine che segue è caratterizzata da un 
io a cui si appoggia e dal serpente) e che perciò 
l come Roma. Essa non è solo spettatrice del 
ìerto modo vi prende parte rivolgendosi a Giu- 
protegga il connubio dei genitori di Romolo. 
di Minerva è Vulcano colla exomis e la face 
lui due figure, d*una delle quali si vede solo 

il Reifferscheid crede Libcr e Libera* 

■ 

odo appresso poi alla sinistra di Mane, Apollo, 
(poggiata ad un albero di alloro in corrispon- 
iinerva, poi Mercurio e Vesta, tutti caratteriz- 
attributi. Questa interpretazione, che ò qucUa 
lid, mi sembra la più probabile ed assai giusta 
che egli fa sopra l'unione di queste divinit-i. 
Questa riunione di dei e formata da quelli del 
[uelli dcir Aventino che, insieme col dio Tevere, 
come spettatori e testimoni dell'avvenimento 
per la città di Roma ». 



«•/;(., Il, M-. 



C^. Tansotti 



Noi aggiungeremo che il vedere Roma tra queste di 
nità è una particolariti assai nuova e che sorprende gran- 
demente; tuttavia non parri strano se si pensa che tutti qu 
numi essendo scesi in terra per proteggere colla loro pre- 
senza il congiungimento di Marte con Rea Silvia, è natu: 
raie che ad essi si unisca quella Roma che vedemmo gì; 
immaginata come moglie di Ascanio e perciò progenitrici 
di Rea e protettrice di lei, del suo figlio e della cittA da lui 
fondata. Ma anche più conveniente si vede essere la figuri 
dì Roma in questa composizione poiché tutti quei numi 
hanno in tal caso semplice carattere di personificazione de 
Palatino, dell'Aventino e del Tevere e perciò ella stessa resti 
al grado di personificazione dell* intera città. Quanto all'es: 
sere Roma qui completamente vestita, ciò può derivare e 
dall'averle voluto dare Tartista una figura più maestosa do- 
vendola porre insieme cogli altri numi, ovvero da alcuna 
altre rappresentanze della exà di Augusto che ce la mostrano 
pure interamente coperta perchè figurano Livia sotto le sem- 
bianze di Roma. 

Tali sono le due preziose gemme del Gabinetto impe-; 
riale di Vienna (i), la prima delle quali rappresenta nella 
parte inferiore fatti allusivi alla vita di Augusto e nella pan< 
superiore Augusto seduto a destra sotto le sembianze di 
Giove, collo scettro nella mano sinistra ed incoronato da 
di dietro da Cibele, presso cui è Nettuno, per indicare cos 
che Augusto signoreggia la terra ed il mare. Alla sua destra 
siede Livia sotto le effigie della dea Roma col capo coperta 
di ricco elmo, vestita di lungo chitone, coU'asta nella de- 
stra ed il parazonio nella sinistra. Da questa parte seguti 
Germanico in piedi vestito militarmente, poi Tiberio togato 
sul carro: una figura seminuda che si appoggia al trona 
Jeir imperatore ò creduta datrEckhel Agrippina, L'altra 
gemma ci fa vedere le sole due immagini di Augusto e 



(i) EcKHEL, Choix da piims gravéts, tavv. i, ii. 



Livia; egli simile a Giove Olimpico col doppio corno nella 

destra e lo scettro nella sinistra; ella simile alla dea Roma, 

I vestita come nell'altra gemma e colle mani poggiate sopra 

[uno scudo che regge sulle ginocchia. Anche il dotto illu- 

iHratore del Gabinetto imperiale osserva che l'artista le lia 

btoqui un abito più decente dovendo ella rappresentare 

[Livii. Che questo costume però non sia stato seguito di 

Ipoi, ce lo mostrano le altre rappresentanze che si possono 

is^egnarc a questo medesimo tempo. Tra le monete dei 

Cesari quelle che più frequentemente portano sul rovescio 

u figura di Roma sono le Ncroniane. In esse la dea è quale 

l'abbiamo già veduta in abito succinto^ seduta sopra un muc- 

iiio di armi e colla Vittoria nella destra (i) ed oltre a queste 

Donete Li stessa effigie è posta in un bassorilievo di villa 

IWtfdici edito dal Banoli (2). Il soggetto sembra che siano 

Iviccanali di qualche imperatore la cui persona manca, Roma 

kh figura principale e siede maestosamente volta verso de- 

% vestita col suo solito costume di amazzone, reggendo 

olla destra uno scettro sormontato da un'aquila che stringo 

hcgli migli i fulmini. Un'altra figura di donna alla destra 

Hd rilievo, intieramente vestita e co! capo cinto di torri, sta 

O:{inocchiaia in atto supplichevole innanzi ad una donna 

che scrive sopra uno scudo 

VOTIS È X 
ET XX » 

quale è certamente una Vittoria. Alla destra pure del 
licvo si allontana un uomo calvo ed imberbe, vestito con 
oa specie di lunga clamide, colla lancia sul braccio sinistro 
la destra sul petto: ma di questa figura, che Zoega crede 



(1) Cohen» « McJ. iinp. Ncron. », nn. 52, 55, 54, 150, 190, 197, 
ro9,aoo-203, 219-240. 262, 263, 264. 

(2) Admir. Urbis Rotmti, 12, 15 ; Zoega, app., 381, 52. 



ii8 



C/i. Tansolit 



intenimeiite moderna, assai poco dì certo è antico: forse 
collo, la parte inferiore del capo e la lancia colla spalla s 
nistra: ma quello che è rimasto della testa ci basta p< 
poter affermare che la rappresentanza è anteriore ad Adriano-^ 
essendo un uomo imberbe. Quanto s'accordi in questo ri- 
lievo l'cflìgie di Roma con quelle che sono sulle monete^ 
di Nerone non è a dire, poiché non solo le vesti, ma eziandio'' 
gli attributi e la posizione e la dignità dello sguardo con- 
cordano in tal modo da farci intendere chiaramente esser 
questo il vero tipo che si mantenne costante in tutto quel 
lungo periodo che corre da Augusto ad Adriano. Ma anche 
meglio conviene colie monete Neroniane la statuetta del 
museo Pio dementino (i), della quale abbiamo già parlato* 
Questa osservazione, fatta già dal Bunscn nella Bcschrci- 
hìitjg (2), Io porta alla conclusione abbastanza giusta di porre 
nella mano sinistra della detta figura una Vittoria o forse 
meglio un globo sormontato dalla Vittoria, in luogo dello 
scettro di cui l'ha insignita il moderno restauratore. 

Poste le quali cose, ogniqualvolta noi troveremo l'effigie 
di Roma in questo aspetto, potremo ascrivere la rappresen- 
tanza con grande probabilità aì primi tempi dell' impero, 
semprechè il genere del lavoro o qualche altra circostanza 
non la dimostri di altra età. Crederei perciò anteriore ad 
Adriano il frammento di sarcofago che si consenta nel pa- 
lazzo Camuccini in Roma. Per quanto mutilato, si può ri- 
conoscere un lavoro non cattivo, ma non è possibile inter- 
pretare sicuramente Tazione rappresentata, se non forse 
essa sia un sacrificio. La figura meglio conservata è anche 
qui quella di Roma che siede a destra, questa volta sopra 
una roccia (3) colle vesti consuete e lo scettro nella mano 
sinistra. Presso di lei un fanciullo con veste barbara, poi 



(i) Visconti, M. P. Ci» li, 15. 

(2) Voi. II, u. 251. 

(3) Cf. la moneta di Vespasiano: Cohen, I, p$, nn. 375 



un avanzo di figura militare forse sacrificiinte, ed un'altra 
ftgxira virile con tunica e mantello, di cui mancano pure 
le estremiti- Non è questo il luogo di proporre una resti- 
tuzione di questo avanzo nel quale la effigie Ji Roma non 
_^a subito alcuna modificazione, ma crediamo utile di aver 
atto fuori un tal monumento, essendo assai raro il tro- 
"vart la dea Roma rappresentata sui sarcofiiglii, e però al- 
-lorchc vi si vede, si può concludere con qualche probabilità 
■che il sepolcro abbia chiuso le spoglie di un qualche il- 
IVustTc personaggio, poiché ella di solito trovasi effigiata 
imicme o coi numi ovvero colle persone della t.tmìgUa 
imperiale. 

Un altro monumento che, sebbene manchi di ogni em- 
Hcm^, possiamo ascrìvere al miglior periodo dell'arte, e il 
celebre busto Borghesìano, del quale ammirato oltre ogni 
credere il Visconti dice (i): «I capelli che si mostrano 
«5uDc tempie fuori della celata sono lavorati con molto 
«guMo, quasi in quella foggia che osservasi nei lavori di 
■ bronzo. I lineamenti del volto e i contorni tutti sono. 
«ilisegnari con somma intelligenza e con una certa finezza 
•deci fa comprendere non aver fiorito Tartefice in quei 

* tempi, quando il lusso della capitale ammolliva e cor- 

• rompeva le arti della vinta ed ammirata Grecia». Che 
ijuesta testa sia rappresentata Roma e non Minerva si 

riconosce chiaramente dalle due lupe scolpite, una per eia- 
culi lato dell'elmo, dallo sguardo fiero e superbo che di- 
itingue in modo sicuro Tuna divinità dall'altra; ed a questo 
oposito il Visconti stesso (2) riferisce le idee del Win- 
nn e dice che secondo questo autore « i distintivi 
ci volto di Pallade sono la serietà scevra da ogni de- 
9 bolezza del sesso che sembra aver dominato Amore mc- 
kiicsìmo, una immagine di pudor virginale che di un 



l{t) Moti. sctUi Borghcsiani, tav. xx.xiu, 257. 
(9) Mus40 Chiaramontit 121. 



X2Ù 



Q/t. Varisotii 



«certo abbassamento alle luci come chi tranquillamcm 
« medila, quiinJo Roma, altera domiuairicedel mondo, gir 
« all'opposto franche le luci e mostra un'aria feroce ». 

Terminata la famiglia dei Cesari, l'Impero è preso 
breve tempo da Gnlbn, il quale sembra si credesse ripa 

tote dei guasti fitti alla cittA dall' incendio neroniano 

delle sevizie sofferte d.ii cittadini sotto il governo dcW^ 
stesso Nerone, tanto sono frequenti le monete che ci m^^ 
strano al diritto la testa dì Galba e dall'altra pane la figu^-^ 
di Roma inginocchiata dinanzi all' imperatore che la sc7»-' 
leva, ed intomo scritte le parole: ROMA RESTITVT^^^ 
ovvero anche con altre rappresentanze, ROMA RliNASCE-^- 
od anche RENASCENS e spesso in piedi con abito milr ' 
tare (i). Cosi per la prima volta vediamo Roma in posi- — 
zione umile: una moneta, in cui si accenna forse quali fos — ' 
sero questi benefìci fatti da Galba alla citti, la mostra vestit.r-- 
militarmcntc colla scritta: ROMA R. XL, che U Morelli 
interpreta per retntssae quadragcsimac (2). 

Queste stesse rappresentanze restituite da Vitellio (3) 
e poi da Vespasiano (4) non sono certo da tenersi in gran 
conto: tuttavìa è da notare che il tipo tradizionale non si 
perde, anzi continua con qualche piccola modificazione 
su quelle monete che mostrano Roma seduta, con un ramo 
di alloro fra le mani e le parole ROMA VICTRIX (5). 



(i) CouEK, « Med. imp. Galba *», nn. j, 4, S5-59> 60-64, ^5*^7- 
VICTRIX, nn. 68-71. Cosi Roma in abito niilUare e in piedi, nn. 191- 
200. ROMA RESTI, n. 20K 

(2; MoRtLLi, loc. cit, m, }, 4. 

(}) Morelli, op. cit., « Vit. num. arp. ci aur. », 11, 9; ni, j, ^; 

(4) Cohen, op. cit., « Vesp. a,, n. 124. ROMA RESURGES S. C. 
In qucsu monda Roma ò prcsenuia a Vespasiano da Minerva. 

(5) MoREiu, op. cii., « Galba », v, 15, i6; vii. 20, 25; « Viuilii 
num. arg. n^ 111, 9. 10; «ex. acre magno 1», m, 2; «ex acre medio », 
IX, I ; « Vespasiani », vra, j, 6; xi, 10; xii, 7, 8. 



Eyolujione del tipo di ^^pma 



lai 



bene la Roma victrix posta su questi tipi abbia, 
ficato scorico, ben poca iinponanza, come anche 
Uituta, pure queste deviazioni dal tipo antico 
Étare perchè servono come di passaggio ad una 
fcesentanza. Primieramente Tessere Roma in abito 

È corda assai bene cogli imperatori militari che 
i famiglia dei Cesari: in sccondci luogo la sua 
pbiamo veduto sinora sedente siccome si con- 
;na personificazione di città, ora, per circostanze 
j preso atteggiamenti vari e la vedremo conti- 
alche tempo ad essere rappresentata così. Questo 
la non esprime più solo la cittA o lo Stato, ma 
Igura, atteggiandosi con movenze ed atti vari, 
ft vera personalità. Lasciando da parte le monete 
ontinuano Tantica tradizione artistica, l'arte figu- 
ere questa mutazione della rappresentanza che 
naturalmente ad una nuggiore idealit;i nel con- 
co di Tito vi sono due figure di Roma: Tuna 
djlla pane che guarda l'anfiteatro Flavio, l'altra 
La prima è stante e coU'asta in mano e non 
ande importanza, essendo una figura di pura 
e seguendo perciò il tipo delle monete : Taltra 
ta forse anche essa come la prima (i), precede 
cui sta Tito trionfante e coronato dalla \'it- 
iuesta nuova movenza è dunque quella che di 
in significato simbolico nuovo. Quella che con- 
X> del trionfatore non può essere ne la città; 
\, giacche sarebbe una assai strana personifica- 
li potrebbe intendere come la città conduca 
htà r imperatore. Dunque la Roma rappresen- 
Tatteggiamcnto dovrà essere una vera divinità, 
celeste che dall'Olimpo regola i destini della 



i paò riconoscere essendo guasta la figura. 
kl. Archi irionfaìi, tavv. xxxvi, xxxiv. 



122 C?/. Parisoiti 



Roma terrestre, ne protegge \x viti e la ricolma di g 
e di trionfi. Non possiamo perciò accettare quelle p: 
del Kenner (i) colle quali egl: atterma che durante 1 
peto ogni aura di idealità spa.r: dalla personificazion 
Roma e ciò perchè V ii^z de! f.^nhis, da cui prima eli: 
anrmara, passò ad incarnarsi aell' imperatore. E ciò è ^ 
ma appunto perchè questi divenne il ^enùis p^l^uli ro 
anche !a personiScarlone di Roau crebbe in idealiti 
viandosi ad essere urta vera dia nel sentiraenro del po| 
come avvenne ptù rardL Possiamo dire per consegu 
che, anzi, quanto più il popola? col progredire dell' im 
restava escluso dalla viti politica, cuanro più la città 
deva la sua fisionomìa caratteristica, a cagione della 
scolanra dei popoli, ed era -soggetta j"e doloatse vic< 
dei condnuì muramenti d- goverrxnd, tanro più gli a 
sì concenoarono su questa Roma ideale che si vaghegs 
^endida e teLice, maestosamente issisa tra i celesri e 
scendeva di quando in quando Ln ^irra a far senrire il 
spirto divino -ileggia-*rc tra le bassene umane. Né qi 
•nurazione dei sendmert^.'' iel roccio rcte*a ossen/ar 
•.nitandos: allo stuc*o ielle impronte :r.or.^;rire. g:j 
anciie : conii di Dom:^i.ino v^^"^ ^' Tr.iixno (;) >ono pi 
a tvco Uiiual: -igii airri già a>s:r.ar. 

Di quesc'ultituo 7cr-o abcia:uo u:: ::::rorrar.:e rir 
ag'i anticiìi concccr :Te'l-i r'>:^rrj.::oi:e i: cueì de^ariv 
:'»ui?ciica;to sui >^uaie e Roma >edur.i ■"! rr.ejzo ai due 
voitoi e la lupa sul vÌÌ'm:**:ì v^4.V iì s:ual valore aooia q; 

:"* ^t \ur jicsc ^^;'.u!^ic'Mlu; s: u "•w'rc'\:;!1. iic '.n ùcr A 
< <uni; ilìrv* W^*w.v *^'<u.uìiw*, = ':v*v*«>ot vor -ich ^'Hl:, i;is^ scìbs 

<. r'*rmcn outsv'ìwaiiò sowic U'c late Jc< ■s.-v':.as lui icn Impt 

: MORKL'-;. .H». ^it.. \' ■ , 111. • ., >. 

. l'I Ootits, ■<■ Meo. iin>. V-.-.an. ». -iii. >n >o. >c4, ;:". *?q, 
. 1^ CoHts. ^ Mcu. ;^M», •», :.iv \ , -t. .6, •_>. ;^c. ^. : ;. 



Epoluiione del tipo di T{oma 123 



orinata al tempo di Traiano, cioè nel periodo 
eir impero, quando il dominio romano aveva 
a- sua massima ampiezza e i vaticini antichi si 
imente avverati, ognuno lo può vedere. Cosi, 
i dai tipi fin allora usati, fu rimesso in vigore 
dando alla figura di Roma un carattere cosi 
ccordava in modo singolare col sentimento del 

;ugli archi eretti in onore di Traiano si vede 

volta effigiata Roma. Il bassorilievo, che fini 

)rnare l'arco di Costantino (i), ci mostra alla 

;ttaglia ed alla sinistra la figura dell' imperatore 

illa Vittoria, e presso di lui Roma in piedi colla 

.pò e col corto abito succinto. Essa regge colla 

rammento di asta e colla sinistra un oggetto 

ni dice confusamente accennato, mentre il Bel- 

defìnisce un parazonio. Questo, che è un sim- 

militare, l'abbiamo veduto scomparire da che 

a assunto come emblemi lo scettro ed il globo: 

•ciò abbastanza strano il trovarlo di nuovo in 

>resentanza: ma siccome in essa Roma sembra 

rra ad assistere Traiano nella battaglia, si può 

he abbia ripreso le antiche sue armi. 

di Traiano in Benevento (3) porta sulla chiave 

i Roma con tunica e paludamento, col globo 

a ed asta nella sinistra. Questo emblema del 

arestre, che prima era sotto i piedi di lei, ora, 

: sue mani, ci fa vedere con quanta maggiore 

ella domina ora il mondo: poiché, invece di 

5getto a sé colla forza, ne mostra il possesso 

lolo colla mano con quella sicurezza di chi si 



INI, op. cit., tav. LXX ; gran bassorilievo di Traiano. 
X>Ri, Archi trionfali, tav. xlii. 
tlMi, op. cit., tav. XL. 



tS4 



e^. Tansolti 



fida della propria potenza divina: e si noti che qu 
emblema non più si vede sotto di lei. Nello stesso 
il Rossini (i) crede di vedere effigiata Roma sotto la figjx^' 
di Berecinzia che assiste ad una distribuzione di grani, rr^^ 
io non riconosco alcun trano caratteristico in essa ct^^ 
possa farla ravvisare. Ma se anche qui tosse rappresenta C-a 
Roma, sarebbe necessariamente la diviniti ispiratrice d^ 
generoso atto all'imperatore. 




§ 2. Da Adriano a Costaxtko. 

Giunto al massimo splendore V impero, anche la 
prescntanza di Roma salì al massimo grado di idealiti 
di magnificenza. Al tempo di Adriano Roma era gii di- 
venuta il centro dove tendevano e dove si tnescolavano 
tutte le nazioni delia terra; allora si accentuò quella sua 
caratteristica che la distinse anche ai tempi moderni, che, 
cioè, se ella non fu madre di tutti gli artisti e poed, ne 
fu però la maestra e T ispiratrice. 

Di mne quelle dna che vantavano origine divina tics- 
suna certo era stretta cogli dèi da legami tanto forti quanto 
Roma» il cui principio si rannodava a Venere e Mane. Di 
tutte quelle citti nessuna era ormai più Ubera: molte di- 
strutte: nessuna così potente, cosi illustre, cosi grande. Di 
tutte quelle atri nessuna aveva verificato in sé in modo cosi 
pieno le promesse divine quanto Roma. Essa aveva come 
(j.ita una riprova della sua discendenza da Mane coU'aver 
soggiogato il mondo ; da drca nove secoli il tMme romano, 
prinu oscuro e ristretto, si era continuamente andato allar- 
gando fino a non conoscere più limiti; né per questo eri 
<ci*in.ifa r intensitl del potere magico che ella operava sugli 



(i) Op. diL. UTY. xxxvm-iLm, tav. m ddTArco. 





colla sua grandezza aveva, ptr dire cosi, rim- 
(nondo : 

kbus cfl altis tcllus data limite certo 
aanac spatìum est urbu et orbU iiero » 

antato Ovidio (i) quando si preparava il do- 
^rsale dì Roma: ma al tempo di Adriano quel 
era di tutti. 

liti adunque a cui rimonuvano le prime me- 
ne e le sue glorie contribuivano a colpire ftirtc- 
jtasia del popolo ed a dare alle cose un ceno colo- 
che portava naturalmente alla venerazione (2). 
però gli uomini avevano poco a poco perduta 
La fede, sentivano dentro di sé un vuoto ter- 
me della patria, gli ideali politici avevano ces- 
molto tempo di far battere i cuori. 
dell'Olimpo erano caduti l'uno appresso del- 
misteriose divinità orientali avevano finito per 
pure vuoti nomi e non avevano fatto altro che 
la tendenza dei Romani alla superstizione. La 
•va invaso le menti dì tutti, e stoici e platonici 
cercavano tutti un ideale, senza però poterlo 
5 mai. D'altra parte gli uomini avevano bisogno 
' che tenesse luogo di quella politica e religiosa, 
3n bastando né le vecchie tradizioni della inito- 
I né la filosofia, bastò appunto la superstizione. 
titre in Roma si accalcavano nuovi riti e nuove 
liti, la superstizione divenne gigante e divenne 



^nta ciò che narra S. Ar.o^TiNo (De hturesihus, VII) dì 
ella setta carpocraziana che adorava Cristo ed Omero: 
ircndeva certamente l'ecct-llcnza poetica del cantore di 
la lontananza del tempo e sì la grandezza delle cose da 
^pivano Tanìmo di lei dì tanta ammirazione verso quel- 
Ha si piegava naturalmente ad adorarlo. 




126 



C^. T^arisoiti 




comune e ferma la credenza della misteriosa predestinazic^ 
di Roma. 

In questo stesso tempo, quasi come conseguenza de^ 
altri appellativi che ebbero vigore sotto Vespasiano e sotr 
Tito, vien fuori quello di Roma aeterna (i), nome che cTJ 
fa vedere che, sebbene fossero dimenticate o derise le an - 
tiche favole, ne restavano tuttavia gli effetti. Cosi ciò ch^ 
prima era un vago presentimento divenne certezza: oscure 
e lontane erano le origini di Roma e misterioso e fanta- 
stico se ne presentiva Tavvenire: questo però era certo tut- 
tavia che ella non doveva perire. Un soffio divino aveva 
improntato su di lei un carattere di eternità, ponendoh 
cosi d'un tratto fucri della legge comune della mutazione 
e distruzione di tutte le cose. Nel medio evo si disse: 
t( Quamdiu star Colysacus stat et Roma: quando cadct 
« Colysaeus cadet et Roma: quando cadct Roma cadct et 
« mundus » (2). 

Ora questa idea trova le sue radici nella Roma eterna 
di Adriano , e giA Tacito (3), allorché riferisce Teditto di 
Tiberio per Eir cessare il popolo dalle lamentazioni per la 
morte di Germanico, fa dire all' imperatore : « Principes 
e mortales, rempublicam aeteniam esse ». Lo storico, pieno 
anche esso della supersii;;ione comune per questa grande 
idea di Roma, trasporta i tempi di Tiberio ai suoi, e sup- 
pone che nelle moltitudini di quella remota etA un accenno 
alla eterna potenza della repubblica avrebbe fatto tanta 
pressione quanta al tempo in cui egli scriveva. 

Roma adunque, che si nella letteratura che nell'arte 
aveva dapprima rappresentato la città fondata da Romolo 
e poi lo Srato, come abbiamo veduto a proposito del ì; 



(i) PRELLEK» op. cìImP- ?S7. Cf. anche il medaglione del mu 
Tiepolo coU'epigrafe: « Urbs Roma aeterna ». 

(2) Graf, Roma ttdìa memoria, mila immaginazione del mtdio 
I, 1 19-120, n. }i. 

(j) Arni,, III, 6, e cf. anche il Gbaf, II, xxu. 



Epoluiione del tipo di T{oma 



127 



nipuhlìcac di Suctonio , divenne una vera divi- 
Cosi quella Roma che aveva da eroina combattuto a 
meo di Romolo, di Camillo, di Scipione e di Cesare, 
pcvj abbandonato la terra e proteggeva dal cielo colla 
aa mente quello Stato, cui colla forza del suo braccio ella 
veva dato la vita. Tale sarebbe stata la leggenda di Roma 
i poeti l'avessero cantata, o meglio tale essa fu quale ci 
messa innanzi dall'urte; ne si dovr;i trascurare di tenerne 
conio, pensando che è utile conoscere tutte le leggende di 
popolo, anche quelle che non si sono completamente 
volte, ma di cui possediamo lutti gli elementi. Di più, 
oichc anche l'arte è una veste panicolare del pensiero, si 
ovranno dire vere leggende anche quelle che non ci sono 
urtate che dal marmo (i). 

Certamente però pei Romani, la cui religione era subor- 
nata alla politica, dovette acquistare un gran valore una 
iivinitA che riuniva in se anche l'idea dello Stato. 

Ma mentre gli altri dòi furono dapprima adorati per 
ITO sentimento religioso e terminarono per essere pure 
«orme e puri simboli della religione ufficiale, Roma all'op- 
^P05to,che cominciò coiressere solo un'allegoria esprimente 
L ritti di Romolo ed il popolo romano, terminò per avere 
OH sincero culto allorché prese origine la leggenda della 
[5ua eternili e de' suoi destini celesti. 

La trasformazione di questi sentimenti si riflette nella 

ia più modi: ma in generale si può dire che la fi- 

?iin dì Roma assume in questo tempo un carattere assai 

più dignitoso e veramente divino, sicché si raccosia molto 

più nelle vesti e nella maestà a Minerva. Due sole cose 

feto \z distinguono da lei: l'atteggiamento fiero e superbo 



|/l) Anche U letteratura però tratta in certo modo la leggenda dì 
I asiai jpcsso. Livio, I, 6, fa predire da Romolo a Procolo i de- 
della città; cosi Claudiano (Ioc. cit.) e Sidonio Apollinarf. 
^lOKg. ad Majoriattum); ViRC, Aen,, I, v. 278; Servio, ad Am., fX, 
rlS8; RuTiLio Numaziano, Ithur., I, v. 13}. 



128 2£ 'Tarisottì 



ed volto ed il carattere autroaale della persona. La "* 
stingue ancora la foggia speciale delTelmo che ha sul "^' 
oanzi un ornamento sìmiTe ora ad un diadema, ora ad a-*^*' 
cinta iì torri- Le vesti dì cui è coperta poi sono qu ^^* 
sempre tunica talare e manto, e le anni Fasta pura, si sxx- 
bolo di divinità, e Io scudo in luogo del parazonio, sia^s^" 
lx)Io di virtù militare. Finalmente ella siede assai più spe^-SO 
sopra un trono che sopra un mucchio di armi, coraci^ 
nelle figure dei tempi precedenti. Ed infatti è assai p»*^ 
proprio per lei, div^nura dea, un trono come quello de^" 
altri numi di queI!o che una congerie di armi che le si 
addice meglio qualido è immaginata come Roma erga^^^' 

La figura di Roma era dapprima necessariamente ^^' 
dente per un significato tutto materiale, non convenen *3^ 
che una personificazione di dttà fosse rappresentata i^ 
altro modo: in seguito però, staccandosi da questo sig»::»*' 
ficato materiale, prese atteggiamenti propri di una p^^^' 
sona, ed ora finalmente toma ad essere quasi sempre ^ ^ 
duta perchè questa posizione è propria di una divin -S-t- 
superiore. 

Potremo prendere come tipo di una tale rapprese^ ^«^ 
tanza della dea Roma la famosa pittura Barberinìana. Ss*-^ 
inutile ripetere la storia del ritrovamento (i) ^^ *^^^ P^^^" ^ 
il battistero del Luterano, circostanza che diede origine a *■ 
opirtione che appartenesse al secolo iv: ma il Buns -«^^ 
pensa che invece debba ascriversi ad un tempo miglici ^ 
per le arti (2), e cosi anche il Winckelmann (3) ed 
Preller (4), il quale non sembra lontano dall'accetta- ^ 

(i) Avvenuto il 7 aprile 16 j 5, secondo che il Wìckelmann vfc ^^ 
in una lettera ms. del comm. del Pozzo a Nicolò Heinsìo, ed anc:^ ^_ 
secondo ciò che è scritto sulla copia che ne fu mandata a Fcr' ■^-^ 
nando III. 

(2) BuNSEN, Bischreibuugf III, 11, 456, 

(}) Storia deìU arti, II, 408. 

(4) Op. cit., II, 357, n. j. 



ipolu^ione del tipo di ^ma 129 



Duhn che suppone h pittura fatta sotto il 
del tempio di Venere e Roma. É inutile 
er parole a descriverla, mt.ntre basu solo dare 
Ile riproduzioni che oc sono state fatte (i) 
rsi che questa pittura, benché più moderna- 
rata, se non è del tempo costantiniano è cer- 
Briore ad Adriano e perciò ci può servire per 
•altre rappresentanze posteriori a queir impe- 
parecchie statue presentano tal somigliatua 
lo monumento Barberiniano che non si può 
Bconoscere che debbano appartenere circa al 
■pò. Tale è, per esempio, una statua dì gran- 
K posta all'ingresso della villa Medici. Il sog- 
oro à certamente la personificazione di Roma: 
di marmo grigio, mentre le parti scoperte sono 
meo. Ad onta dei numerosi restauri, essendo di 
)uono, ne di.uno in fine una riproduzione (2). 
villa Medici v'e un'altra statua, ma di gran- 
le, all'estremiti della gran piazza che prospetta il 
D Zoega dice che questa è Vunica statua grande 
ìchè le altre, secondo lui, sarebbero invece Mi- 
Dne dell'egida (4). .Ma in primo luogo più di 
resentnnza, come quella citata di sopra, non ha 
i tale ornamento, esc sopra alcuna esso si ritrova, 
i fare alcuni difficoltai. L'egida essendo passata 
le corazze degli imperatori, poteva benissimo 
Ito di Roma, e cosi è che io crederei che il si- 
to sulla fontana di Campidoglio sia venimente 
nentre quesu opinione fu contrastata appunto 
eli' egida. In secondo luogo, se anche questo 

^gischt Zciiung, anno i88;, p. 2), uv. 4. 

I. 
il Baltard, La villa Médìcis à Rome. 
; U I so- 
r/Al IL Società romana di Mtoria patria. Voi. XI. 9 




IJO 



C/f. Tarisotlì 



attributo di Minerva si trova sul petto di Roma, ] 
sempre le altre caratteristiche che impediscono di se 
una dea coirnltrn. Il Bunsen (i), parlando della sta? 
lossale Ji villa Medici, chi;ìma inverosimile la supposi 
dello Zocga (2), secondo cui esso sarebbe una cfl 
quello del tempio di Adriano. Ad ogni modo sarebw 
copia assai tarda, ma la posizione stranamente raggoi 
lata della figura dì ragione al Bunsen. Piuttosto pc 
bero credersi tali l'altra gi:ì citata di villa Medici oM 
che è sotto il portico in fondo al cortile del palaiS 
Conservatori (3), o Taltra semi-colossale che prosptì 
ingresso del palazzo di villa Albumi dalla parte inten 
Anche questa ha le vesti di marmo bigio ed il res^ 
marmo bianco; ma di queste pani solo ia testa se 
antica, e forse neppure essa appaniene alla statua 
Alle rappresentanze di cui ci siamo or ora occupati ( 
non hanno indosso Tegida, conviene contrappome un 
che più non esiste in Roma, essendo stata da poco tri 
tata ad Arsoli. Essa adomava il piazzale delia villa AH 
ed era creduta rappresentare la Giustizia, raancandS 
attributi che doveva aver nelle mani. L'insieme di^ 
figura però non può lasciar dubbio che ella non siafl 
e, per ciò che poco più innanzi abbiamo detto, non 
far difficolti a questa interpretazione la testa di Mi 
onde è ornata la corazza di cui la dea è coperta. | 
Del resto, ciò che riferisce Flaminio' Vacca xxeìk 
memorie (6) non saprei se si debba attribuire a ques" 
all'altra statua colossale di villa Medici: poiché que 



(i) Op. cìIm ni. II, 602. 

(2) Bassonlin'i, I, 141 e sgg. 

(3) Edita dal MoNTAGNANi, Museo Capitolino, tav. 11,25. 

(4) Qiiantanque di lavoro non eccellente, ò migliore ( 
colossale edita dal Bahard. 

(5) V. tav. Ili in fine. 

(6) N. 41. 



Epoluiione del tipo di "T^ofua 



13' 



che quella che fu 



raccoglitore ci fa sap< 
Sulla piazza del Quirinale fu comperata dal card, di Ferrara, 
» cbf la condusse nel suo giardino pnsso Monte Cavallo )u 
Questo giardino fu poi espropriato da Gregorio XIII per 
farvi quello annesso al palazzo pontificio, perciò questa 
statui fu probabilmente allora mandata in dono piuttosto 
che venduta. Resterebbe perciò a sapere se fu regalata al 
card. Medici ovvero al card. Montalto che fu quegli che 
ce fare il piazzale della villa alle Terme e vi fece erigere 
quel monumento (r). 

Le monete di Adriano ci dimostrano ancora una volta 
come non si debba fidare intieramente sulle loro rappre- 
icntatue. Il cambiare di un tipo è cosa di tanta importanza 
che deve naturalmente accadere con una certa difficolti. 
Cosi è che sulle monete si trova ancora spesso Roma in 
abito succinto (2) ed inoltre con abito talare, ma con una 
mammella scoperta (3), circostanza che ci fa subito inten- 
dere come, per trasporure sulle monete l'efEgie di Roma 
^uaPcra data dall'arte, le si aggiungeva il segno del petto 
ignudo che, richiamando alla memoria Tantico tipOj la ren- 
deva riconoscibile a chiunque. De! resto non mancano anche 
iBOnete sulle quali Roma ha in tutto e per tutto la figura 
sttsa die abbiamo veduto nelle statue di villa Albani e di 
villa Medici (4), anzi in alcuni casi ha anche un ramo di 
'ilivo tra le mani, siccome attributo di cternitA (5), ov- 
l'ero l'appellativo di felix (6). Resterebbero perciò alcuni 
pochi tipi nei quali è figurata indubbiamente Roma con 



(1) Massimo^ Koti^i istoriche dtìla viììa Massimo, In quel volume 
anche edita la statua dì cui si parla. 

(2) Coiits, op. c'it., il Adrian.», nn. 79-84, 95, ecc. 
{\) Cohen, t Mcd. imp. Adrian. », nn. 714, 715. 
(4) Ivi, nn. 1097, 1106. 

(j) Ivi, n, IJ04. 
(6) Ivi, n. 714. 



ì}2 Q/t Varisoitt 



abito succinto (i): in due di essi però si ca{Hsce subito la 
ragione del ritomo airantico tipo, giacché si celebra il ri- 
tomo di Adriano cui Roma va a stringere la destra, e perd& 
diviene nuovamente la personificazione della città ; il terzo 
poi esce addirittura dalle foraie consuete, poiché in esso 
Roma ha tra le mani il comò dell'abbondanza, attributo 
rarissimo e che allude in genere a qualche spedizione di 
grani. Né si deve credere poi che la trasformazione del tipo 
sia cosi generale da non ammettere eccezioni: si intende 
bene che la varia mente dell'artista od il vario scopo a oà 
ser\iva il lavoro poteva modificare in tutto od in parte la 
figura stessa : cosi, p. e., il bassorilievo che si conserva ndla 
villa Albani (2) è una di tali eccezioni. Noi però non cre- 
diamo opportuno di diffonderà a parlare di quel monumento 
illustrato già dallo Zoega (3) e del quale pei numerosi restauri 
é difiìcile dire con sicurezza qual parte sia certamente anticu 
Anche altre figure dei tempi successivi ritornano pure 
al tipo antico, senza però perdere quella dignità che ave- 
vano acquistata coU'accostarsi a Minerva nella recente tra- 
sformazione come quella del musaico marmoreo del principe 
Colonna edilità ed illustrata del Tomassetti. Un'altra di queste 
è effigiata sopra una base che si conser^•a alla villa Pam- 
phili in Ronra (4), edita ed illustrata dal Winkelmann (5) 
e poi in modo più preciso e sicuro dal Kòhler (6). Questi, 
oltre al riconoscere una base in luogo di un'ara, ha poi 
dato una giusta interpretazione alle figure che vi sono 
scolpite secondo che sì poteva pei guasti loro. L'impera- 
tore Antonino Pio, adunque, togato e coronato d'alloro 

(i) ConHX, nn. yc), gj. 

(2) BfNsiA-, Ilsibr., HI, it, 472. 

(5) Zorr.A, Hdssoriìicii, I. tav. 51. 

(j) Blnskv, op. cit., in, IH, 652. 

()) Mon. indi., parie III, 253. 

{6) Ann. ihir ht., anno iKój, p. ig;; Mori. JclVht., VI e VII, 
tav. Lxxvi. i-j, e in modo alquanto ditfercnte dal Plrgold, .\/iVì-. 
Qipit., 1879, 22. Cf. anche Zoega, App., 3)). 



Evoluzione del tipo di T{omà 133 



W: 



*^ggc colla sinistra una specie di scettro che termina 
<^n una piccola mezza figura che il Bunsen crede un 
penate. Alla sinistra dell' imperatore la figura di Roma 
Wpprcsentaia con abito succinto, coli' elmo in capo, 
Colla metii del petto scoperta e cogli alti suoi calzari ai 
»nii. Appresso a lei un'altra figura muliebre che il Win- 
clraann e il Kòhler sono pure concordi nel credere furio 
Lìnuvirta a cagione della pelle di capra che le ricopre le 
spalle, dello scudo che ha nella sinistra e, come dice il 
K ';ler, «di una certa rigidezza arcaica neir attitudine ». 
Diir altra parte di Antonino segue Marte colla lancia nella 
^nistro, il parazonio nella destra, la clamide e lo scudo 
poggiato in terra : dopo Mane, Venere (forse Fentis gcni- 
inx) col diadema in capo e Tasta nella sini.strn (i). Dal- 
J*altro lato di Venere è una Vittoria colla palma nella mano 
ed appresso uno spazio vuoto, poi una figura virile im- 
berbe, poi anche un'altra di cui sono rimasti appena i con- 
torni e poi ancora un personaggio togato. Nello spazio 
^lioto, le traccie rimastevi essendo troppo basse per un 
uomo, si suppone che vi fosse scolpito un trofeo : le altre 
persone, poco riconoscibili, specialmente quella di mezzo, 
*oao probabilmente appartenenti alla famiglia di Antonino 
ot M. Aurelio, L. Vero e Commodo. Ora se noi ripen- 
^^mo l'insieme di questa composizione, non crederemo 
^rio che la figura di Roma abbia perduto di dignitA as- 
sumendo qui il suo antico costume amazzonico, essendo 
'nri ella nobilitata dal trovarsi in unione colle maggiori 
«li^'initi dell'Olimpo. Dirò di più che e naturale che in 
«JLJcsto rilievo ella abbia ripreso il suo tipo primitivo, poiché 
Jt-mdo insieme con altre effigie di numi era necessario che 
liaro segno la distinguesse. Cosi nell'altro rilievo che 
aio di accennato della villa Albani nulLi toglie alla 



e> 



t(t) WiKKEUiAKN, Moti, tncd, I, J7, parlando di Venere celeste 
che aveva per suo attributo Vasta e che perciò era detta "'E-yx"»;- 




U4 



q4. 'Tarisotti 



maestà della figura la veste, essendo ella assisa presso uo 
tempio, evidentemente eretto in suo onore e che, sebbene 
sia assai restaurato, pure è indicato da un avanzo di co- 
lonna che è antico. 

Lascio ora da parte un altro bassorilievo di villa Albani, 
rappresentante un congiario di Antonino Pio (i), perchè 
in esso la figura che dicesi di Roma e espressa in tal guisa 
da rendere assai poco probabile quella interpretazione. Esu 
non ha elmo in capo e sta nell'atto di togliersi il balteo, 
circostanza che, secondo il Blessig (2), alluderebbero alJa 
pace di cui godette lo Stato romano sotto T impero di 
Antonino; ma noi abbiamo veduto che Roma, anche pa- 
cificamente rappresentata cogli ulivi, colle palme e colla 
cornucopia, non depone mai TeLmetto che è la sua caratte- 
ristica principale. 

Ci resta perciò da esaminare l'apoteosi di Antonino scol- 
pita nella base della colonna a lui innalzata da M. Aurelio, 
bassorilievo che si conserva nel giardino della Pigna 
al Vaticano (3). Antonino e Faustina sono portati in 
cielo da un genio, forse delTetemit.^, che ha nella si- 
nistra il globo su cui è scolpito !o zodiaco. In basso a 
sinistra v*è una figura seminuda che.il Visconti assai ra- 
gionevolmente crede il genio del Campo Marzio poiché è 
caratterizzato dall'obelisco per rammentare « il luogo dove 
si fecero le esequie dell' imperatore ». A destra poi anche 
in basso Roma quasi giacente poggia i piedi sopra armi di 
v.irio genere ed è vestita precisamente come abbiamo ve- 
duto sopra qualche moneta di Adriano, cioè coH'abito ta- 
lare, ma colla metà del petto ignuda. 

Questa foggia di rappresentanza è, come abbiamo accen- 
nato, una specie di conciliazione tra la vecchia e la nuova 



(l) Blessig, Ann. àtlVhU, 1844, p. 1 1 > ; Mon, tUll'hi., IV, tav. iv. 
(3) Ann.diiniU, i8^4, p, 155; Mon. iUìVht., IV, iv. 
(j) Visconti, Musto Pio CUment'mo, V, uv. 29. 




Tnjione del tipo di 'I^ma 



«35 



sulle iDoncrte di Antonino Pio Roma (i) 
lunga veste e qualche volu ha persino tra 
^aiiio, cioè il sacro segno della cittì (2). Cosi 
tclle di Commodo, il quale forse, per la sua 
della Roma commodiana, ebbe una prcdilc- 
f per la personiiicazionc di lei (3). In alcuni 
peratore unisce sempre più la propria pervonn 
tna, ora facendosi da essa consegnare il globo, 
|do il tipo adrianeo dcìV advcnius Augusti, nel 
Sringe la mano dell* imperatore, ora poi allu- 
pL prosperiti annonaria che non sembra però 
grande sotto il suo impero. Infatti le monete 
^ pongono spesso tra le mani di Roma un 
rizie, ciò che farebbe credere a grandi opere 
principe pel benessere della città, mentre Lam- 
solo che « classem africanam instituit quae 
t si forte Alexandriac frumcnta cessasscnt». 
ne rappresentanza che ci mostra di nuovo 
ito di amazzone e quella che figura sul basso- 
trova ora al palazzo de' Conservatori, e che 
i decorava Parco di M. Aurelio, demolito da 
II nel 1662 (5). Senza diffondermi a parlare 
Ila composizione di questo rilievo abbastanza 
iioterò solo che anche qui assai opportunamente 
Koma riprende il tipo antico. Infatti, secondo 






n. 1029. 

«Am. >, n. 954. 
i « Commodo », n. 857. Roma seduta a d. con asta e 
ice incontro, seduta con ramo dì ulivo e corno d*abbon- 
EKO un tripode su coi Commodu sacrifìca velato in piedi 

lui due giovani dì cui uno suona la doppia tibia. Vedi 
-j62. Roma scd- a s. su corazza con scudo ACCAnto 
Ila cornucopia e colla d. dì un globo a Commodo stante 
Etorìa; al secondo piano Felicità stante a s. con caduceo, 
lus, XVII. 
jircbi trionfali, tav. xlix; Bartoli, Admir., tav. 6. 




136 



q4, "Pansottt 




quel che dice il Banoli, Tarco fii innalzato quando, per la 
morte di L. Vero, M. Aurelio restò solo a governare T im- 
pero: e però in quelli scultura è il popolo romano che 
consegna a lui il globo (i). 

Dall'altra parte al concetto, non di un'azione fatta dal 
popolo o dal Senato, ma di un'onoranza resa alla dea, 
conisponde opportunamente il tipo di diviniti, come ve- 
diamo sopra alcuni medaglioni clipeati di L. Vero (2) sui 
quali a Roma, assisa e vestita di tunica talare, l'imperatore, 
che rappresenta il popolo ed il Senato, offre, standole in 
piedi dinanzi, un ramo, mentre a tergo della dea è una 
Vittoria in atto di coronarla. Da notare è pure che l' im- 
peratore in piedi ò appena alto quanto Roma sedente, ciò 
che potrebbe essere l'espressione della dignità di lei signi- 
ficata, secondo il costume, dalla sproporzione di altezza. 

Un tal genere di rappresentanze, che piacquero tanto 
agli Antonini, si riscontrano ancora sotto Severo e Cara- 
calla: ma per la decadenza dell'arte, che già si fa sentire 
abbastanza forte, o perche si and;isse perdendo quel certo 
gusto antico che con ogni figura esprime un' idea, la rap- 
presentanza di Roma diviene confusa ed incerta e prepara 
in ceno modo la strada a quella del tempo Costantiniano. 
Sull'arco di Settimio Severo ella e effigiata una volta nella 
chiave (3) con conizza ed chno alato, strano ritorno a 
quelle antiche teste repubblicane, ed un'altra volta nel grande 
bassorilievo che rappresenta la pompa trionfale (4). In 
questo siede ella col globo nella mano sinistra ed a lei sono 
condotti tutti gli schiavi barbari che le si inginocchiano 

(() Altri bassorilievi dì archi trìonfali, che sono .il cortile di BcU 
vedere, ripetono il solito concetto di Roma che conduce il curo 
del trionratore. V. Buksen, Bàschr., II, 154. 

(2) Boll, dilla Com. arch. muu,, 1877. p. 79, tavv. vi-vu; Cohen, III, 
14, n. 92. 

(j) Rossini, op. cit, tav. lvi. 

(4) Ivi, LV. 




Iplichevoli, Orbene, in altri tempi dell'ine h 
i>ma non 3\Tebbe mancato di avere qui aspetto 
ivecc ella ha la cona tunica ed il seno scoperto; 
Jenza artistica andava sempre più galoppando e 
grandezza di Roma continua ancora ad accre- 
■on sono più le sue figure che ce la esprimono, 
f i titoli che le si d;\nno. 

veduto la %i Puijìt^ dei templi augustci e 
vicfrix di Galba e Vespasi.ino e poi la acterna 
Adriano ed i titoli votivi in cui ella è posta 
massime diviniti, come riscrizione di Locri (i ): 
'. His deabiisqui immortalìbtts et Romat adcrnae. 
itcva \-enir fuori che un appellativo spiccau- 
lo e cosi avvenne: VUrbs sacra Au^ustorum no- 
compi la serie dei titoli dati a Roma e ne portò 
l'apoteosi. Questo nome di sacra dato alla citti 
rincipio di tutti quei titoli che ebbero origine 
tano, quando la Conc prese un carattere cosi 
tutto ciò che aveva attinenza coli' imperatore 
Ma la citti aveva giA da molto tempo rice- 
onore, e certo se ancora l'espressione figurata 
fosse stata naturale o possibile, non sarebbe 
ta forma, la quale avesse fissato sulla rappresen- 
mia questa parola di sacra, che conteneva in sé 
' della diviniti e della fatale eterniti (3). Ma in 

SEV, /. .V.,n. 8. 

iHa Com. arch. mun., iB8a, p. 4^* 

bncte di Severo e CaricalU (Cohen, « Severo », nn. 605, 

col Palladio n,n. 61 j. a Caracalla » nn. i-V^-Si^- ^oma 

Palladio, n. 554) portano la efiigie di Roma colla Icg 

tiori Urhh, che non è vana milKinteria, ma una lode che 

ic unto a Severo che a Caracalla, secondo quel che dice 

iScv. », 25)chc V Romaeomnesacdes publicaequaevitio 

labebantur instauravii, nusquam prope suo nomine ad- 

vatis tamen ubiquc lituUs conditorura ». Nella serie delle 

egli altri imperatori merita solo di essere menzionata una 




ijS 



041 Tarìsolti 




tutto quel tempo che corre appunto da Severo a Dicci' 
ziano rabbassarsi dello spìrito dclb romanità, il sentimento j 
della propria decadenza, anestato anche dagli scrittori ^^1 
dove raccontano che nel circo spesso si levava un laraerit*^ 
senza alcuna ragione, preparavano la società alle nuo**^^ 
condizioni che dovevano sorgere in seguito al grande f*' 
volgimento costantiniano (i). H 

Possiamo adunque concludere in generale, riassumcnJ^^ 
quello che è stato detto in questo capitolo, che la persone^ 
ficazione di Roma, quando assume la forma di diviniti, hi^ 
tutti quei caratteri che esprimono un tal grado maestoso, 
cioè l'abito talare, Tasta pura o qualche volta persino l'egida; 
quando poi è rappresentata in azione, torna ad essere ve- | 
stila da amazzone; ma in alcuni casi questa foggia di ve- 
stire non toglie nulla all:i dignitA della figura, la quale invece 
è nobilitata dal resto della composizione o da qualche altra 
circostanza. 






§ 4. — Da Costantino alla caduta dell'impero. 

L'editto di Milano fu il segno della caduta dello splene] 
dido edificio del paganesimo già da gran tempo preparata : 
con esso rovinò ancora il sentimento classico che era in- 
tieramente fondato su quello. Inflitti, quando nel rinasci- 
mento lo studio dcITantichità portò l'entusiasmo pel clas- 
sicismo, si ritornò per quanto fu possibile al paganesimo. 
AI tempo di Costantino adunque la societA fu mutata 



dì Giulio Filippo, il quale, nell'occasione del millenario di Roma, resti- 
tuisce acconciamente il tipo eia leggenda di Rcmat atternac (Cohen, 
«Filippo », n. 164, e la Lupa con Romolo e Remo, n. 177. Satcu' 
larts Aug^i*.), Degli altri imperatori bastcr;^ dire che sì trova sulle loro 
naonetcRoma rappresentata frequentemente secondo il tipo adriaceo 
e qualche volta secondo il itpo antico, sebbene un po' contrafatta 
(Y. Cohen, agli imperatori dopo Giulio Filippo). 

(1) PiELLER, op. cit., pane II, p. )58e Dione C.vssio» LXXII, 15. 



j Et'OÌu-{ìone d^l tipo di Q^oma 



J39 



e si cominciò a prepararne una nuova che 
poi e rimescoiau dai barbari, doveva essere 
la societi medioevale. È per questa condizione 
^ se l'arte continuò, nell'ultimo secolo dello im- 

Eprimcre idee antiche, usurpò bensì forme clas- 
en^a alcun significato e scnn alcuna corrispon- 
fcsse e lo spirito si dell'artista e si del popolo. Da 
irigine necessariamente un simbolismo affatto 
pie per indicare il significato allegorico di una 
Inza : Tane cioè divenne una specie di linguaggio 
che per mezzo di segni rappresentò e caratte- 
re idee. Questo stesso fatto avvenne, come era 
nchc alla figura di Roma, e se per T innanzi la 
Jel tempo di Augusto o l.i Roma aftcrna di Adriano 
evano, oltreché dai simboli, anche dall* insieme 
pa e dall'atteggiamento, allora essa divenne né 
IO che una figura di donna coll'abito e con tutto 
prio degli ultimi tempi imperiali, caraaerizzaio 
gni fissi, i quali, se per avventura mancano, è 
le riconoscere Roma invece di un'altra figura. 
a%-iglia adunque se, mentre negli ultimi secoli 
di Roma continua sempre, anzi per la deca- 
ca e per le tendenze mistiche, resta sempre più 
le cose terrene, le rappresentanze abbiano poca 
n essa. Non tenendo conto adunque di quella 
conserva al Palatino, illustrata dalI'Helbig (i), 
la figura di Roma, più delle altre guasta, è poco 
e. Tunica figura di qualche importanza si è quella 
la chiave grande dell'arco di Costantino (2). 
agine che più di un'altra volta abbiamo trovato 
ento degli archi, è qui effigiata col tipo più 



ài. àcs Mùnchin Akad., 1880, p. 495, ed edito JatU 

R68, tav. tv. 

AX, op. cit . tav. Lxx. 



140 Of. Varisotti 



tardo, cioè collo scettro e col globo, in abito talare e se- 
dente, posizione poco adatta per essere la figura posta sulla 
chiave di un arco. Questa rappresentanza perciò segue in- 
teramente il tipo derivante dalla Roma aeiema e niente altro 
la pone in relazione con Costantino ali* infuori dell'essere 
sopra un monumento a lui dedicato. 

Ma i due grandi avvenimenti dell'editto del 321 e della 
traslazione della sede sono il tratto caraneristico del tempo: 
la figura di Roma perciò, priva quasi di significato finche 
non ha relazione eoa quei due fatti, diviene una completa 
sintesi storica di quel periodo quando con essi si collega (i). 
Ma sì per la decadenza dell'one e si perchè ambedue gli 
avvenimenti hanno carattere ufficiale, converrà cacarne il 
riscontro sulle monete. Sulle monete il Costantino si tro- 
vano bensì emblemi reliii^iosi, ma anche impronte affatto 
paghine e la figura di Roma costantemente con aspetto pa- 
gano (2). La ragione di co è abbastanza chiara. Primiera- 
mence i! ricono>c:menco della religtone crtsrlona era troppo 
recente per ro:er d'un tratto trasrbrmore una diviniti pa- 
gana in una tìgura cri^rona, roato più essendo l'idea di 
Rv^nta an^vra a.v^ai 5rr<::tamente co"e^a:a colle antiche cre- 
denre: >cvoniir:a:njn:ero:, esibendo i, rontence, cioè il rap- 
pr<^><:n:i-':e iel'a religione cristiano, -^-^.i ielle cagioni che 
spìnsero Cost-wn::no a rarrìre ca '^on:i ?or non trovarsi di 
trv^n^i" .lù una aurortà che non s: poteva sapere nn dove 
sarebbe gu**:.i, non iovcvji :"ar ruer^ a"/ ìntperatcre stesso 
i: :ne::ere n Tv.a.-.onc ìnvlnu rrz loro l\.^niieglì emblemi 
ctìsc'j:". . 00-: cn.: s: sareMx- poru:o c*viere che non solo di 
t'a::o. nn.; c"o -:vhc -ci i:r::o Sonni :o>^ ihoonionata a! 

:\>V:\0 V\ :\'. :\: V VV:S ,'v : <- : •, > -; <:x- i^;-^:eioro 



Evolu:;ione del tipo di ^oma 



141 



^nicfice. Tra i suoi successori però il primo che dia em- 
folcnii religiosi alla personificazione di RotnacNepoziano(i) 
^ Anche questo è abb.Jstanza naturale. I figli di Costantino 
seguono 1j politica paterna, ma Nepoziano, il cui brevissimo 
ttnpcro non fii che una Iona conao Magnenzio, si servi di 
jdla trasformazione del tipo per metterla in rappono colla 
proprin causa. Mngncnzio infatti era consideralo come ribelle, 
Jcntre il suo competitore si rannodava nlln famiglia di Co- 
lmino. Quello sosteneva in certo modo il paganesimo, 
icchè le sue monete hanno impronte pagane (2), Nepo- 
iano invece, appunto perchè nipote di Costantino, pur con- 
ipporsi all'altro si presenta come campione del cristiane- 
Do: finalmente la lotta non ebbe altro scopo che il possesso 
ìt Roma, perciò mentre l'uno mostrava in suo dominio la 
Roma pagana, Taltro la ostentava sua e cristiana, ponendole 
ia mano il globo sormontato dalla croce. 

Tri i successori, più tardi però, la rappresentanza va 
livcntando poco a poco assai più comune e le monete 
di Vilcnte (3), V'alcntiniano II (4), Teodosio (5), \'alenti- 
niano III (e?) e ^Massimo (7) mostrano Roma figurata come 
una matrona con tutti gli ornamenti propri del tempo e col 
solo cimo che resta degli antichi emblemi militari, e che 
sorregge tra le mani ora il labaro, ora uno scudo sormon- 
tato dal monogramma ^, ora il globo sormontato dallo 
stesso monogramma ed ora finalmente, benché ella sorregga 
3 «mplice globo, il segno y^ è posto nel campo della mo- 
neta. Questi cambiamenti del tipo ci pongono d'un tratto 



i 



(0 Cohen, VI, 522. n. i. 

i^' Ivi, J24, n. 41, e sulle sue medaglie spesso il labaro e senza 



(}) CouEV, VI, 415. n. 24. 

U) Ivi, 446, o. 5>, e VÌI, 405 aJdiz. 

(5) EcKHEL, Catalogo, n. 65. 

(^) Cohen, VI, 503, nn. j, 4, e 506, n. aa. 

(7)H467, n. 13- 






«^ 



142 



C^. ^Parisotti 



in mezzo al cristianesimo già potente, non solo, ma ancora 
in mezzo alle leggende che dal cristianesimo sorsero rela- 
tive a Roma. Infatti, come noi abbiamo considerato la Roma 
di Adriano siccome espressione deirindistruitibilitA della ca- 
pitale deir impero, cosi questa che sul globo ha posto la. 
croce si collega assai bene con un'altra leggenda che corre 
parallelamente alla prima per tutto il medio evo e giunge 
anzi colla sua influenza fino ai tempi moderni, la quale fa 
di Roma il necessario centro della cristianità. Dante (i) e 
molti altri scrittori di tutta l'etA media accennano frequen- 
tissimamente all'essere la cittA di Romolo predestinata a 
dominare il mondo perchè poi fosse degna sede del cristia- 
nesimo. Ma se con questo fatto religioso si avvantaggiavi 
ride.ilità di Roma, coiraltro di natura schiettamente politica 
la cittA vera e materiale andava totalmente in ruina: ed il 
non trovar traccia nelle rappresentanze di questa decadenza 
ci dimostra che si figurava non la Roma materiale, ma la 
ideale. Accanto ad essa però, e di un tratto fatta nobile quanto 
cìuella, sorse un'altra figura, quella di Costantinopoli. Troppo 
dovremmo allontanarci dal tema se volessimo parlare mi- 
nutamente di questa nuova rappresentanza; ma noi ci limi- 
teremo a notare le differenze che distinguono dall'antica la 
nuova Roma. Questa ha il capo coperto spesso da una cinti 
di torri, ovvero qualche volta da un elmo, cinto però sempre 
di torri: la lunga tunica ed il manto, i monili e gli adorna- 
menti come Taltra e finalmente ha quasi sempre sotto i piedi 
una prora di nave (2). Questo simbolo che abbiamo veduto 



\^) La quale e '1 quale a voler, dir lo vero, 

Fur itibiUti per to loco unto 
U' siede il >acces»or del maggior Piero. 

(/«/.. e. II. 31). 

Cf. anche Santa Caterina Ja Siena, che, scrivendo ad Urbano \\ 
perchò tomi in Roma, dice: « qui è il capo e il princìpio della nostra 
fede ». V. Ictt. XXII, capo ii. 

(a) Cohen, VI, « Med. imp. «, 175, n. i; 176, n. 6. 



[Es^olu^ione del tipo di ^^oma 



'43 



a una moneta repubblicana era un segno affano 
la figura e che non aveva relazione se non con 
to accidentale a cui si voleva alludere. 
i personitìcazione di Costantinopoli invece la 
e è quisi una parte integrale e non può avere 
Ito che quello di dimostrare la postura delia cìni 
mare e regina di esso. Tali sono le caraiteri- 
tapprcienunza di Costantinopoli; ma del resto 
t due Rome non sono quasi nui separate Tuna 
fc spesso siedono ai lati di uno scudo su cui 
ì vicennali dell'imperatore (i). Qualche volta 
lue si aggiungono le personificazioni delle altre 
jpoli dell' impero, cioè Alessandria ed Antiochia, 
atto su quei pomi di una lettiga ritrovati al- 
lei 1793 (2), nei quali Roma è caratterizzata dal- 
ido, Costantinopoli dalla cornucopia, altro sim- 
be nei medaglioni (3) e dalla patera ed in quella 
i di nave insieme alle frutta e spiche sono pas- 
sare Alessandria, mentre Antiochia ha la sua 
Iti medaglioni (4) e delle statue (j) coH'Oronie 
I È da notare che di queste quattro personifi- 
le due Rome hanno Telmo in capo, mentre le 
IO turrite; la qual differenza abbiamo gii osser- 
Osiante per distinguere Roma dalle altre cittd; 
(o però, trovandosi le due capitali a riscontro 
a ed Antiochia, prendono come simbolo co- 
> U quale non sarebbe in giusta regola proprio 
Roma. Il Visconti inoltre nel luogo istesso fa 

1^ VI, 2$r, n. 39, e ayq, n. 54, ed altrove spesso, ovvero 

Iggono uno scudo col ^ (Ivi, 41), n. 24). 

TI, Lifttera sopra un'antica argenterìa s, Optre varù, 

, V, 176. n. 6. 

, 36$. n, 54. 

PiV) CUftì., Ili, tjv. XLVi 





144 



C/f. Tarisotti 



importanti osservazioni sull'uso delle immagini delle 
dell'impero e nota come queste figure facessero parte in 
certa maniera delle decorazioni ed insegne di coloro che 
esercitavano le primarie magistrature e cita ancora le mi- 
niature aggiunte ai codici della Notitia digriitatum la tavola 
Peuringeriana con Roma, Costantinopoli ed Antiochia (i) 
simili alle già esposte ed un altro manoscritto che conte- 
neva lo stesso calendario del codice Vindobonense, ma con 
maggior numero di miniature, tra cui le imra.igini di Roma, 
Costantinopoli, Alessandria e Treveri. Ma importanza assai 
maggiore hanno per noi le figure dei dittici consolari, l 
quali, quantunque posteriori alla caduta dell'impero, pos- 
sono servire di congiunzione tra lo studio presente ed un 
altro che se ne potrebbe fare sulle rappresentanze di Roma 
nel medio evo. 

Né sarA meraviglia che da Costantino siamo subito pas- 
sati alla caduta dell'impero, poiché bas*a guardare le mo- 
nete di Teodosio (2), di Arcadie (3) e di Onorio (4), per 
persuadersi che nessuna variazione importante era avvenuta! 
nel tipo. 

Poche osserv:i2Ìoni adunque faremo sulle figure dei dit- 
tici consolari, essendoci impossibile, senza uscire dai limitij 
fare uno studio completo su di essi. 

Le figure di Roma e Costantinopoli su questo genere 
di monumenti non sono che accessori, poiché, general 
mente parlando, stanno ai lati del console insignito de 
distintivi della sua dignità, cioè subarmellare tunica pai 
mata, to^;a pietà e trabca, e colla mappa circense tra h 
mani. Infatti al dare il segno nei giuochi o poco più s 
erano ridotte le attribuzioni dei consoli. Le figure delll 
due cittA non istavano più sedenti, ma in piedi, e Co 

(i) Desjardins, Tahh <ic Pe-utinger. 
(2) Cohen, VI, « Teodosio ». 
(5) Sabatier, Monete bizantine 
(4) Cohen, VI, « Onorio j». 




stesse, a nserva 
Costantinopoli, 

E or numero di quelle sporgenze che danno 
esso l'apparenza di un diadema. Del rima- 
edue le figure lunghe sono le vesti sino ai 
e di palme e ricami : il petto ornato di bulle 
ì capelli e le orecchie ed il collo di ogni 
li. In tanca confusione di simboli gli artisti 
alle amiche figure di Roma per far si che 
lesse dalla nuova, e pur mantenendo il pom- 
; scolpirono la parte supcriore di esso, come 
su a bella posta per lasciare scoperta una 
Irtificio, se si vuole, poco bello, ma decisivo 
pe una figura dall'altra. 

atre nelle antiche figure amazzoniche il petto 

{a una parte scopeno perchè la tunica non è 

[i di una spalla, la quale perciò resta anche 

este la spalla è copcru e l'abito sollevato 

all'altezza della mammella. Non è a dire 

uesta circostanza sia ripugnante colla pom- 

le goffe immagini. 

ì dei dittici illustrati dal Gori, e precisamente 

museo Riccardiano di Firenze (2), merita 

l'attenzione più in particolare per la inesat- 

sembra riscontrare nelle osservazioni del ci- 

ft diviso in due parti : a sinistra di chi guarda 
muliebre stante con galea ornata di grande 

prona, di alloro: è vestita di abito che dalla 

I 

ìittich n, uv. 20; uv. 17, 18 e tav. 2; I, tav. ix; 
fiiki Eìj€nbeinlafiln, 20; Meyer, in fine, n. 18; Boll. 



Httìci, II, 177, HI. 
I A, Società romana di ttoria pàtria. Voi. XI. 10 





146 



qA. Tarisotii 



vita le scende ai piedi, e di una pìccola clamide affibbiata 
da una borchia con due utnones sulla spalla destra e sol* 
levata da un lato per lasciare ignuda la mammella. Ha 
nella mano destra uno scettro terminante in due pigne < 
coll'altra sorregge un lembo della clamide sul quale poggi; 
il globo sormontato dalla Vittoria con ramo e corona 
L'altra figura alla destra di chi riguarda è turrita, ha ui 
collare al collo e bulle ed uttiouest un lungo abito dnU 
sotto il petto da uno strofio da cui pendono pure gioidl 
ed una veste talare. Nella mano sinistra regge un piccoh 
scettro e nella destra il corno dell'abbondanza: sulla spali 
sinistra poi dì questa figura è un amorino. 

L'opinione del Gori su questo dittico è che esso sii 
stato fatto in occasione del natale di Costantinopoli, e ci^ 
non so con qual fondamento; ma quel che è peggio 
è che egli chiama Costantinopoli la prima delle due figun 
da noi descritte e Roma la seconda, dicendo che, sebbeni 
il segno della mammella ignuda sia proprio dì Roma, tui 
uivia non si può dubitare che quella sìa Cosiantinopol 
essendo alla destra dell'altra. 

Fin qui mi sembra che per porre le cose nel loro vere 
essere non si dovrebbe far altro che rovesciare la suaj 
terpretazione, ma e* è ancora di più. 

Il Gori dice: « Christianis imperatoribus regnani 
« Victoriae simulacrum omnem exuit superstitionem q; 
« ut apertius ostenderetur cum ea vel Dominicam crw 
« vel labarum Chnsti monogranwiaU ornatum et alia Cbri 
<s stianac rclìgloms mystica simbola coniunxerunt ». Ma in 
questo dittico invece non e' è nulla di tutto ciò, anzi la 
figura della Vittoria ha in tutto gli attributi delle rappri 
sentanze pagane e pagano è anche Tamorino. Di più, raltn 
figura, che egli riconosce effigiata come Fortuna Urbis 
turrita come Cibele, sarebbe, secondo il Gori stesso, quella 
a cui Adriano innalzò il tempio, e l'amorino alluderebbe 
alla Venere che era insieme con Roma ne! suddetto tempio 



U^U 

I 



J 



^polu-^ione del tipo di ^I^oma 




utramque ìmagìnem nugnum vìdcs di- 
Roma heic scuipta esc, quia antiqua paga- 
tcmpora designantur Romac im^gini convc- 
vcro imagini Cosuniiiiopolcos ca apiantur 
quae sedi Cluisttanorum impenitorum haud 
dìtum est a. Se osscr\iarao invece le figure 
1 tutte due piene dì sìmboli pag:ìni» quali e 
conciatura da Cibcle e le palme che partono 
e la Vittoria sul globo. Da tutto ciò per 
mi sembra che si debba concludere che il 
tieriore agli imperatori cristiani, ed allora la 
bo ignudo potrebbe rappresentare Roma;r3lira, 
bbepiù essere Cosuniinopoli, sarebbe invece 
ì sono le sembianze di Cibelc. Né potrebbe 
che vi fosse la figura delT imperatrice e non 

Eperatore, giacché lo stesso Cori osserva: 
tu hoc monumcntum antiquius esse potuìt 
I adeoquc ve! imperatoris vel consulis ìma- 
brrc in alìis duabus tabulis quae periere o. 
M dei verticilli che sono rimasti attaccati a 
rolc, conclude che, presentandosi esso chiuso, 
) era tenuto da quella che egli chiama Roma, 
le sarebbe cosa naturale perchè seguirebbe 
loro fondazione, ed anche questo non solo 
tnmertcre, ma viene a convalidare la nostra 
atti^ ancorché le due efHgie rappresentassero 
tantinopoli, questa dovrebbe essere sempre 
ite anteposta all'altra: e perciò giusto sarebbe 
wne noi avevamo detto per Costantinopoli la 
e per Roma l'altra. Se poi si voglia ammet- 
jl effigiata un* imperatrice sotto le forme di 
I questo porterebbe di porla al primo posto 
i Roma. 

ra uno sguardo generale su tuttociò che è 
dal princìpio. 




148 



q4. Tarisoiti 



Ricordiamo che hi figura di Roma ha origine primie- 
ramente su suolo straniero, e perciò senza alcuna relazione 
colle tradizioni patrie. Si sviluppò in seguito in Roma, ed 
in modo più consentaneo a quelle leggende, ma senza 
altro significato che quello dì personificazione o di eroma 
fondatrice della città. Cominciò poi ad essere coronaq 
dalla Vittoria e poi a prendere simboli di dominazione, 
quali il globo sotto i piedi. A queste rappresentanze segue 
una prima divinizzazione al tempo di Augusto (non te- 
nendo conto di quelle anteriori e non nazionali di Efcsc 
e di Alabanda) e dei suoi immediati successori, che noi 
ha alcuna corrispondenza coi sentimenti del popolo, ma 
che portò come effetto la mutazione di alcuni simboli. 
come sariibbe quello del globo tra le mani e della VittoriJ 
pure posta come attributo: e la sostituzione in gencr; 
degli emblemi di tranquillo dominio a quelli di pura f< 
Dipoi Roma è chiamata victrix ed actcrna, ed ha I 
una seconda divinizzazione consentita dallo spirito de 
tempo ed il principio del suo significato mistico: in con- 
seguenza ella assume aspetto e simboli di vera diviniti 
Ancora più innanzi riceve Tappellativo di sacra, e final- 
mente prende gli emblemi della religione cristiana, dive- 
nendo cosi un essere di natura assai incerta, siccome J 
quella di Claudiano e degli altri poeti di quel tempo. 

Essa al cadere dell' impero resta una figura che nor 
può essere più pagana, ma non essendo propriamente cri- 
stiana e mantenendo tuttavia tutto il suo carattere mistico^ 
si va a confondere colle nuove superstizioni, le quali soac 
avanzi delle antiche diviniti che il popolo non ha ancori 
abbandonato, ma ha riadattato, e, per quanto era posa- 
bile, conciliato colle nuove idee cristiane. 



Alberto Parisotti- 




El<elt»>9 Mirltlli R«a»i 




)ELLA CAMPAGNA ROMANA 

^ (V. voi. IX, pag. 372). 

Vie Nonuntami e Salaria. 

illustnizione dei luoghi adiacenti alle vie Nomen- 
ana e Salaria significa la storia di quarantacinque 
itifondi dell'agro romano e dei territori di Mtn- 
terotoftdo e Corresc (i). Incomincio col toccar 
t di queste vie in generale. La prima è la più 
:hè conduce a Nomcnlo (18 miglia romane), da 
ca il nome, all'eli di Livio, che ce ne tramandò 
ù antico di Ficulensis dalla citrA di Ficulea, alla 
ìgine questa via conduceva (2). Prima di ac- 
errore cui ha dato luogo questo nome Ficulcmis, 
menzioni monumentali della via Nomentana, 
KG nell'antico e nel medio evo. Quantunque 
la vie maggiori, la Nomentana ebbe, nell'età 

ista parte del mìo lavoro io dovrò toccare il territorio 
ino alb regione Curcme ; ma non inoltrarmi, perche i 
^i da me proposti non mi permettono di farlo. Non 
$a alla speranza di potere, compiuta che avrò la pre- 
Ula campagna romana, abbozzare una n^onografìa sulla 
l Sabina, per la quale ho gii in pronto parecchie note. 
tu, e. 52. 




O 



G. Tomassetti 



imperiale, il suo ctiraior ; e tale apparisce Gn* Munatins Aure- 
lius Bassus in lapide di Mentana, ora al Vaticano (i). Altre 
menzioni di essa sono in bolli figulini (2) perchè parecchie 
officine dollari sorgevano presso cotesta via, come, ed 
anche più, vedremo ora nella Salaria, Con tal nome passò 
negli arci cristiani e poncitìcì (3); coerentemente alle altre 
fonti topografiche del medio evo (4); e si mantenne im- 
mune da coiTuiyoni tentare da qualclie sognatore di etimo- 
logie (5), finché riapparve colla sua classica doppia deno- 
minazione (6). Nel secolo xv il nome fignkìtsis diede causa 
all'errore che derivasse dalle officine delle figuline (7). 
L'antica via Nomentana partiva dalla porta CoUitta del 
recìnto Serviano, le cui vestigia furon vedute nell'anno 
1872, quando si posero le fondamenta del palazzo delle 
Finanze (8); e nel posteriore recinto Aurelianèo usciva 



(i)C./.L.. XIV, 3955. 

(2) Marini C, Iìcri\.ani, dóìiari, nn. 575-376 con nota del profes- 
sore Dressel; Bull Arch. Comunale, 1873, p. 247. 

(3) Martirologio, cod. di Berna, via Nomentana in De Rossi, Bull, 
Crist.t i87i,p. 106; diploma di Sergio I in s. Susanna, idem, ivi, 1870, 
p. 116, Cf. Lihir ponti ficaìis in AUxanàro: il raìgUor testo è Sumcn- 
tana: cosi il Duchesne, Lib, p.j p. 127, 323, 332, cioì: in Honorio, in 
ThiodcrG, ecc. Del resto e una corruzione ovvia e di nessuna im- 
portanza, ma che fu avvertita dal Marini (Iscri[. doi, n. 376). 

(4) Regionarii, in Urlichs, Ccd. top. u. R., p. 24-25 ; codice Vien- 
nese 85, fol. 58, ivi, p. 51. llinirario EinsidUnsc, ivi, p. 70 (via nutncn- 
lana); Epitome Saìisbur^ensc, ivi, p. 84 (via aumtana). 

(5) « Numcntana via est... a more denominationum portae per 
« Numam qui clcmcns fuit, per quam itur ad euro : in qua via invcnic- 
w bantur omnia bona Numae regis ». Anon, Magliabecchiano. Cf- Ur- 

LICIIS CÌt., p. I>2. 

(6) Cf Urlichs cit., p. 45. 

(7) Il primo ad errare in ciò fu TAlbertino. Del resto non £a 
d'uopo insìstere su questa opinione giik smentita abbastanza ; cf. Broc- 
chi, 5fa/o7Ìiii:o del suolo di Roma, \*. 96; Marini, /;cri^. do/,, ad n. 375, ecc. 

(8) Canevari Raffaele, Koti^ie sulle jondaiioni, ecc. in Atti dei 
Lincei, serie II, v. 11, 1S7J. Cf. Lancuki in Bull. Arch. Com., 1876, 



dalla sua omonima porta, che tuttora esiste sulla destra 
ic\h porta Pia, cioè di Pio IV. Continuava il suo cammino 
entro il moderno quartiere, già villa Patrizi, a destra della 
vii moderna, come hanno dimostrato le recenti scoperte 
ié suo lastricato e de' numerosi sepolcri che hi fiancheg- 
giivano (i) ; e giungeva a Nomento, donde si volgeva, come 
incora al presente, verso la via Salaria, nella quale essa ha 
fine. Ne appariscono vestigia in più luoghi; ma il tratto più 
lungo e meglio conservato è sulla metA della strada, presso 
li tenuta di Cusenuovt. 

La via Salaria, costruita nella valle intermedi:! tra il 
Quirinale eJ il colle degli orti (Pincio), ha fasti archeologici 

istorici degni di nota; ha menzioni epigrafiche del curaiar, 
ch'ebbe, come una delle maggiori (2), e di luoghi posti 
vicino ad essa (3) ; ha memorie singolarissime, incomin- 

^<iando dal nome che ne addita la vetustà, siccome quello che 
non derivò da un autore, ne da un paese, ma dal commercio 
del sale colla Sabina (4^. Un*altra memoria speciale fu quella 



P- 166 sg., che determina a m. 70,55 la distanza dell' antica Nomen- 
tJtudolUvia Vaiti ScHemìyri* 

(0 Alcune prove dell'andamento della via a destra della moderna, 

entro il pcrimerro delle mura attuali, veggansì in De Rossi, fìu//. Crist,y 

'^.pp- 94 -95. Fuori il perimetro suddetto, cf. Noti:;ic digli scavi, 1884, 

lP*347; «885, pp. 226, 251, 528; t886, pp. 52-53, ecc.; Bull Arch. Com., 

lW6,p. ij6, ecc. 

(2) Lapide ostiense di C. Sahticitts Maior Cauiìiafius,.. curai, viae 
^«W., ecc. in WiLMANNS, 1 196. Un altro Q. Licinius (Attius) Modcstinus 
^ t in lapide Velitcrna, in C. /. L, XIV, 2405. 

(5) C /. L., VI, 1199 (la iscrizione del ponte Salario di Narsete). 

Numerose, più che sulla via Nomentana, sono le iscrizioni doliari col 

nome Ji questa via. Cf. Marini cit. (indice, p. 542) e specialmente il 

'•<M7 colla indicazione /h/iu^/^c/ìx *Ì<; vìa Salaria, ecc. e un comento del 

> autore alla p. 1 50. Le figline della vìa Salaria ebbero una grande 

nia. Altre menzioni sodo in Bull. Arch. Cotti., 1876, p. 116; 

)ip.204; in Archivio di storia patria, IX, 31, ecc. Un tabuìaritts via^ 

SaUriéc à aoto nell'epigrafia (Donati ad Mur., 529, 6). 

(4) Pesto, S. P'. Cf. Nibby, Analisi dei dinU di R., III. 632, tee. Una 




del luctis tra TAnicnc ed il Tevere, ove i Romani si nasco* 
scro dopo la tremenda sconfitta deir^//hJ, onde lucana fu- 
rono detti i giuochi che visi celebravano (i).Varrone assegna 
un'altra origine a questi giuochi, dei quali i calendari romani 
fanno menzione ai 19 di luglio (2). Sulla Salaria fu la tomba] 
di Mario; su di essa sorgevano importanti citti; cose che 
verremo brevemente illustrando nel corso di questo lavoro. 
La denominazione della via Salaria rimase intatta negli atti 
cristiani, pontifici ed, in genere, del medio evo fino all'eiA 
moderna. Per la qual circostanza, non avendo avuto luogo 
alcuna corruzione onomastica degna di nota, né alcuna equi- 
vocazione, io posso fare a meno di annoverare le relativei 
fonti, che verrò invece ricordando ai singoli luoghi. L'an-| 
damcnto di essa fu dalla porta Collina del recinto Ser* 
Viano, attraverso il quartiere ora costruito sulla proprietà giij 
Spithòver, in linea diretta verso la porta Salaria del recinto 
Aurelianèo, alla quale corrisponde esattamente la moderna; 
e quindi seguiva quasi la via attuale, pochissimo più sulla 
destra; procedeva per dieciotto miglia romane fino ad Erctiim, 
la prima stazione dell'itinerario relativo, e quindi ad noiuu 
tra Corresf e Rieti e, dopo altre dieci, perveniva ad Halria nel] 
Piceno. Lo esaltare l'importanza strategica e storica di una] 
via, che attraversava la Sabina e tutta V Italia, in linea quasìl 
retta, mi sembra superfluo (3), Non dovette mai essere in-| 



recente monografia sulla via Salaria ù di Castelli Giuseppe, L4I 
via coHiolarc Sularia Rema - Rtati - Asculum - JJrialicum con caria iti- < 
ueraria del Piceno; Ascoli Pie, 1886. Egli rovescia il viaggio del sale 
pei Sabini, che rilevasi dalle parole dì pBsro, e sostiene che i Sabini 
lo traevano dalle saline Picene (p. 11). Aggiungasi alla biblìografiai 
della via Salaria anche lo studio del general Filippo Cerroti, Pir una I 
ferrovia Roma- Ascoli- Adriatico, nella quale si discutono le storiche! 
memorie della via. 

(i) Pesto. Epit,, p* 119. 

(2) Varrone, Di L /., V, 8. Cf. Mommsen in C. /. I.., 1, 397, che^ 
lucia U quistionc insoluta. 

(}) Della tomba dì Mario accenna Lucano. Phars.t a^, che venne 



T)ella Campagna ^I{omana 



fCTTOua la cura di questa via, come rilevo dalla scoria rie- 
U'iissima delle contrade adiacenti; e rammento che nel- 
Tanno 1392 s'impiegarono al ristauro della via Salaria le 
gabelle di Ripa e di Ripctta (i). 

Una via molto breve si apre a sinistra della via Salaria, 
e la dirò via Pinciatta, come è nominata nella pianta del 
suburbano del Censo del 1839, perchè vi si accedeva anche 
Jalla porta omonima, che peraltro non è nota nella let- 
terauira anteriore a Procopio, siccome porta secondaria (2). 
Nei documenti del medio evo essa ha nome Pinciana, come i 
fondi adiacenti vengono indicati foris pùrtam Pincianam (3). 
Credo che anticamente dovesse nominarsi Salaria vdus, via 
indicata nelle fonti agiografiche e cimiteriali (4), ed il cui 



violata per ordine di Siila, il quale fece gltiar ncH'Anicne prossimo k 
reliquie del suo nemico (Cicerone, jDc /«g^., 11,22; Val. Mass., IV, ri, i). 
D^Ui densità dei sepolcri su questa via fa ricordo Prudenzio: deti' 
^qu4 Salaria hmtii (cantra Symm. 1 in spcct.) e ne facciamo noi dolo- 
^sa spcricnza, che ci siamo stancati di fare una nota delle epigrafi 
tenute in luce sui margini della Salaria I E che dirò dei fasti cristiani 
<l^lavia? Una scoperta di sepolcri cristiani avvenuta sulla Salaria 
d maggio del 1578, nella vigna Sanchez, ha dato origine agli studi 
'1 Bosio, creatore dell'archeologia cristiana. (De Rossi, R. S., I, 
la). Un solo epiiafio della martire Severa diede campo al Lupi di 
llcrivcre, nel secolo scorso, un libro, che e una piccola enciclopedia 
MrcHcologica. Otto pontefici romani furono tumulati sulla sola via 
I Salaria, ed uno solo (s. Alessandro) sulla vìa Nomentana. 
<i) Gregorovius, Storia di R. nel m. evo, XII, e. 4, § 1. 

(2) \iBBY, K. A., !, 142. 

(3) Nella topografia detta Malraesburicnse, Urx-ICHS cit., p. 87, 
: ti dice che quando pervenii ad Salariam nomcn pcrdit; nell' itine- 
' Einsidlcnse, idem, p. 67. È ceno che il nome Pinciana, prove- 
nutole dalla domus della gens Pineta sul colle degli orti, non può es- 
^fe anteriore al secolo quarto. 

(4)Cf. l'indice Chigiano delle catacombe segnalato dal prof. Giorgi 
^ckazio al comm. De Kossi t^Buli Crisi., 1878, p. 46), ove si legge: 
* ^raiicrium basille ad sanctum hcrmeiem via Salaria vetere ». 
^'l'iiiTi menzione in un codice di Pistoia, ecc. Cf. De Rossi, Roma 
'^oUerroiua, I. iji. Il NlBBV impugnò già quel nome di Salaria vttus. 




andamento, tra le vigne, fu indicato nel secolo scorso ( 
dalla porta Pinciana perla yìgnxd*i'Dometiicam,vìgnàPaìloUi 
poi De Rossi, poi l'antico clivo del cocomero, vigne dei colle. 
Germanico e Romano (ora del Seminario Romano), e eh 
giunge da sinistra fino alla Flaminia e dalla destra fino x_-l 
prati del porUc Salario (2), Si tratta dunque di un'antica vì.'a 
che nel primo tronco poteva essere una Salaria primitiva^ 
cioè fino ai sito detto le ire Madomte, da un'osteria cosi 
denominata, dove un bivio ci conduce a destra verso il 
pome Salario, a sinistra verso il clivns Cnctimcris e i Pa- 



e disse che la sua apertura t contemporanea a quella della porta 
Pinciana (nel Nardini, FV, 85); ma ciò è falso, pcrcht: U porta 
invece apparisce costruita secondo la obliquità di essa via. 

(i) Nel Giornalt dóLtUcrati, 1750, in Fea, Miscelìanéa^M^ p. loo. 
Vi si descrivono monumenti ed iscrizioni scavati allora nella vigna 
Del Cinque, dirimpeiio all'altra De Rossi. 

(2) La contrada del cHi'us cttcnmcris, posta in sito ameno, elevato, 
deiu perciò anche capitinianum, dovette contenere ville, fondi, sepolcri 
anteriori ai cimiteri cristiani di s. Ermete e dì s. Pamfilo, che quivi 
erano sotterra. Infatti vi si trovarono pitture pagane, marmi e iscri- 
zioni. Quivi furono, tra il cinque ed il seicento, la vigna del barbiere 
di Giulio III, le vigne Garosi, Amiuni, De Bovis ed altre, tutte ricche 
di monumenti antichi. Questo luogo portò anche il nome sepUm Co- 
lumbus o paiumhas indovinato dal De Rossi su falsa lezione dei m^u*- 
tirologi, confermalo poi splendidamente dall' indice Chigiaiio dei 
cimiteri suburbani. Tanto questo nome quanto T altro del cocomero 
derivarono al certo d» marmi antichi adomanti qualche cancello o 
qualche monumento. Ardisco anche di definire il cocomero per una 
pigna od altro ornamento dì forma analoga sopra una calotta o tetto 
circolare, noto partito artistico degli amichi. H lo deduco da notìzie 
del medio evo, che ho trovato nel ìihro àci competidi del moaÌ3tcro 
di s. Silvestro (Archivio dì Slato), cioè in 2 enfiteusi del ijij e 13 14, 
ed in una vendita del 1354, riguardanti vigne in trullo rocum^ 
o cccummario. Cosi in quella serie ho trovato una massa de vtsUario 
domimco confinante con Capitinianc, sattta Colomba e chiesa di ;. Fi- 
lippo, tutti nomi storici del sito, anche l'ultimo, ch'è rimasto al 
viottolo dei Pdtioli, 



*Z)e//iJ Campagna T{pmana 



155 



• Era questa via antica e publica la sola che po- 
lirsi, e si è sempre mantenuta publica, a sinistra 
lana (2). Le tracce del lastricato del clivm, che 



jKsto cenno lineare potrà servire dì schiarimento a questa 
|e topografica. 




^^ JPlKCIANA 

VILLA 

VDOVISÌ 



mi sembrano solidi gli argomenti letterari e topografici 
:n. prof. Meucci, nella memoria a stampa sulla quistione 
torghese, per provare che il prìncipe Borghese chiuse 
lìca neìl' ingrandire la villa. Non potè venire in possesso 



156 



G. Tomassetti 



fu detto del cocomero nella bassa età, si scorgono tutte»'*'*! 
nel viottolo dei Parioli, 

Detto ciò sulle tre vie in generale^ riassumerò i fa^^^ 
delle tre porte Nonientana, Salaria e Pinciana, e quin ^* ^ 
uscirò nella campagna già verdeggiante e solitaria; or-=^** 
per le nuove costruzioni suburbane, popolata e romoros^^^^ 

La porta Nomentana conservò il nome della via, anch — "^ 
nell'età media, come rilevasi dalle fonti relative; ma neK^" 
Tultirao periodo acquistò i nomi de dom'via, di 5. Agnes'^^^ 
e di S. Costanza, dalle due sante sepolte sulla via (i), d ^* 
Cartularia, di Fiminaìe, di Cornelia (2), Più officiale rest^ 
il nome di S. Agnese soltanto, che vediamo in atti del se- 
colo XVI (3), quando mutò nome e posto per munificenza 



che di vie campestri consorziali; ma Tunica via public.i, la Pinciana^ 
fu dai Borghese lasciata libera; ed anzi la villa ebbe sempre it 
nome di Pinciana (cf. la pianta del Nelli) dall'ingresso che se ne 
apriva su quella via, il quale esiste tuttora; e da] Veste ndersì della 
villa lungo il hto sinistro di essa. | 

(i) Lib. ponU in Innoctntio. Cf. Duchesse, II, 225, colla notizia 
del comm. De Rossi sul dazio della porta stessa nel secolo quinto, 
ceduto dalla proprietaria V'estina ad uso pio. Altre fonti in Uklicbs, 
pp. 70, SH; nella Graphia è detta mediana, probabile sinonimia di collina; 
ma io preferisco dì crederla errata per nowtatta, ivi, pp. 1 1>, 117. Nelli 
polistoria del Cavallini, insieme ad errori popolari cagionali dalla 
corruzione numentuna, si trovano i due altri nomi ch'ebbe questa porta, 
cioè Ji domiua e sanctac A^ndìs et Constantiac, ivi, p. 142. Il nome 
di domina (s. Agnese stessa) anche tradotto, cioè della donna, sì con- 
servò nel secolo xiv e xv (il castello di MonU Giutik è detto poaitum 
extra portam domne in una sentenza del 158S deirarchivio di S. Maria 
Maggiore; Adinolki, Rctiia ttfìl clà di nuno, I, 107). Cosi pure è 
chiamat-i la porta da Antonio Di Pietro in Muratori, R. I. 5-, XXIV, 
981. Così nel registro di Ambrogio Spannocchi tesoriere pontificio 
del 1454 nell'Archivio dì Stato. 

(2) Cf. Adinolfi, op. e 1. cit, 

(3) Nelle carte del MocHi, neirarchìvìo deirAnnunziala, t. 121. 
f. 9^. Nelle piante del Bufalini port.T pure il nome di S. Agnese 
Nelle pidnte anteriori, la porta è segnata col nome Numentana, nelle 
più antiche (secolo xiti), con questo e S. Agnese insieme nelle 



r ri; t 



niella Campagna Romana 



i>7 



di Pio rV (i). Destinata a singolari vicende, questa porta 

f*ìa rimase incompiuta, come può vedersi riprodotta nella 

bella tavola dell* architetto Luigi Ricciardelli (FdJ/i/c delle 

! porte e nutra di Roma disegnate ed incise alVacqna forte, 

Iranno iSp), e in quella di William Geli (tav. IX: Le mura 

' di Roma, ecc.), finché fu a* giorni nostri fatta compiere da 

t*io IX con disegno del conte Vespignani. Finalmente 

Ila. sofferto un'ultima trasformazione di semplice ristauro 

^oel prospetto esterno, colla remozione delle statue di 

^■^ Alessandro e di s, Agnese, dopo i danni ricevuti nella 

^rnemorabile giornata del 20 settembre 1870, quando 

sulla sinistra di essa pona ò stata aperta la breccia dal- 

Tcsercito itahano. Ne fu questa la prima breccia di porta 

Pia. Un'altra, quando la porta era detta della donna, cioè 

I nel 1406, fu aperta dai Colonnesi, ma sulla destra di 

I chi esce, dalla parte che guarda il castro Pretorio, contro 

gli Orsini. L'episodio sanguinoso, causato dalla guerra civile 

provocata dal re Ladislao di Napoli, fini colla vittoria di 

Paolo Orsini, che ne abusò, facendo mozzare il capo a 

Riccardo Sanguigni, uno dei capitani ficii prigionieri (2). 



posteriori, con S^Agn^sa soltanto nel panorama di Mantova (edizione 
Oe Rossr, Piante di Roma). Noto il nome l^iminalis segnatovi cogli 
*ltii due nella pianta Rediana dei 1474 (ivi, lav. iv). 

(i) Veggasi il motu-proprio di Pio IV in Bicci, Notìzia detta fa- 
**<'w Boccapaduìi, p. 250, dal quale risulta che volle il papa dare 
*^ porta il suo nome, e ne Ì^c^ custode un conte Ranieri, col per- 
messo ili costruirvi un albergo a sue spese. Le medaglie, altre parti- 
^l^rìu relative a questa porta, e la giusta critica t'aitane dal Milizia 
^lU menzione della satira di Michelangelo Buonarroti sull'origine 
«1 pontefice, veggansi riassunte in Nibhv, R. A., I, 14J. La nota delle 
S*^ e degli artisti che vi lavorarono è nel protocollo di ser Ot- 
^^0 Gracco nell'Archivio di Staio in Roma, ed t; stato pubblicato 
dal Gotti nella Vita di Michelangelo. 

(2) Diario di Antonio di Pietro in Muratori, /?. 7. 5., XKIV, 981. 
" porij Nomentana ha pure i suoi fasti neirepigrafia romana, nella 
lapide dri sùdal€S serrenses {Ann. deli'istiu, 1868, p. 387), e nel se- 




i>8 



G. Tomassetii 



e 
rl- 



Della porta Salaria più brevemente dirò, che il ncxx^*^* 
di essa rimase invariato, tanto negli irinerari religic^^^ 
quanto nei documenti (i). Notissima quanto infausta, 
la memoria dell'entrata che per essa fece Alarico n 
Tanno 410 (2)- Per essa fece una vigorosa sortita, con s 
200 soldati, un tal Traiano, uffiziale di Belisario nella guet^*^ 
gotica famosa (3). Delle due torri del tempo di Onorio, cM~^*^ 
la difendevano, restava una soltanto e smantellata; dell'i:^»*** 
tra soltanto uno stilobate rettilineo e un pezzo del corp -^>3 
come può vedersi nel disegno del Geli citato (tav. v ^*' 
della monografia suddetta). Avendo anche questa por — ^^ 
subito gravi danni nella giornata del 20 settembre 187 ^o» 
fu finita di demolire, e quindi ricostruita con disegno d ^* 
conte Vespignani, nel 1873. In quella occasione tom -^*'] 
rono alla luce parecchi antichi sepolcri già incorpora ^^ 
nelle mura di Aureliano (4). Fu con essi, dirò quasi, in 
gurata la serie copiosissima delle iscrizioni e delle m 



polcro dogli HaUrii, scoperto dal maggiore austriaco Zamboni n« 
1826 sulla destra della porta (Memorie Romam, IH, p, 456). 

(i) Urlichs cit., pp. 71, 87, tjuac (porta) r/iOi/o saNcti Silvestri di,- 
tur (ncir itinerario Malmesburiensc, che è del settimo secolo), pp. ii^ 
127, 142 (è il Cavallini che dopo retimologia dal ìaU, ne propon- 
una da solitaria /), p. 151 (è l'anonimo Magliabccchiano che fa dcrl 
vare Siilaria dal fiume .-///id //....) Nelle piante in genere è tracciata* 
col suo nome; in quella del cod. Vat. i960 è posta dietro il Valicano -*• 
ed detta qtiae vadit ad... Sahcuam (De Rossi cit., tav. i) ; nella Rc^ 
diana, porta anche il nome àxQuirinaìis (tav. iv) nel panorama d* 
Mantova è notata porta Salare, 

(2) pROCOPio, G. Vana., I, 2. 

(;) pROcoPio, G. Gol, I» 27. 

(4) Alcuni spettavano alla ^ens Cornelia ; uno all'undicenne poeta 
Q. Suìpicius MaximuSf il cui poema estemporaneo greco, recitato nei 
certami Capitolini istituiti da Domiziano, è inciso ai Iati della sua 
statua. SI conserva nel museo Capitolino (cf. Visconti C. L., // s^ 
polcro di Q, Sttlpicio MassivtOt ecc ). 



nonumentali di questa vìa, che formerebbero un 
lume, ove fossero raccolte ed illustrate (i). 
i porta Pinciana, il cui nome si trova in qualche 
medievale attribuito anche alla porta Flaminia (2), 
che dovette la sua fama a Belisario, quantunque 
procopiano di Belisaria voglia da alcuno attri- 



esto coTpo dovrebbe incominciarsi col notare i monumenti 

I tronco ora intramuraneo dclU via, cioò della villa giù 

gii Valenti Gonzga. Quivi sono stati trovati i sepolcri dei 

isoni Frup, Lùinùxni {Kct. scavi, 1874, p. 394). Che i Pi- 

possedessero presso questo luogo lo deduco anche da una 

nvcnuta fuori la porta Nomentana che ricorda tq termini 

-ihottianu^ e Fiso Fru^i ex dcpuìutictte T. Flavii l'cspasiani 

Ili, 3689). Altri Calpurnii giacevano da queste parti. Una 

due loro liberti si vede murata presso la jo' torre estema 

a sinistra dopo la porta. Nella villa suddetta stavano 

sarcofagi scolpiti (.Vo(. cìt, 1885, p. 4} sgg. (Cf. Me- 

cuoia francese in R., iSSj.avril). E che dirò delle vigne 

l'acca, poi dell'antiquario Flaminio e di Muti nelle sue 

istrate (mem. nn. 59, 58), poi Borioni, poi parte della villa 

li questa villa monumentale, ora scomparsa, e superstite 

mn di vedute, donato al Comune di Roma dal suo pro- 

cipe d. Ugo Boncompagni? 

Lanciani ha testt- provato la esistcn7.a, nel sito della vigna 
tempio di Vcìure Ericina^ch^ propone essere tutt'uno 
fecncre hortorum Sallustìanorum, nota per monumenti epi- 
wch* Cotti,, ]888, pp. i-ii). Egli osserva che Aureliano 
nargìnc sinistro della via Salaria nel fare il suo recinto; 
Igevano gli orti Sallusiianì, e che infatti non vi sono 
i-sepolcri, mentre dal lato opposto ne sono apparsi nu- 
^ ricordato altri titoli epigrafici di Saììustii sparsi su 
Ktsma agli orti famosi; e finalmente ha fatto notare che 

Pura tra la porta Salaria e la Pinciana non può essere 
•io, come oggi sì crede, ma offre il più conservato 
à cinta Aurcliana. Del luogo ad nucintf delle due vie 
Itrc topogratiche notizie promette di dare ulteriori e 
}azioai, che attendiamo ansiosamente. 
ftrrariinsis in Watterich, l'itac poni. RR., I, 462. 




buirsi alla Salaria (i). Del resto la porta Pinciana nel se- 
colo ottavo era chiusa (2); anzi fu allora appunto chiusa, \ 
perchè nel secolo antecedente venne indicata, quantunque 
col nome storpiato in Porctana e Portitiana, Jall'anonimo 
descrittore inserito da Guglielmo dì Malmesbury nel suo 
noto libro (3). Dovette poi essere riaperta, perchè della 
chiusura non fan cenno scrittori di età posteriore al 1200 (4). 
Un altro argomt^nto per dimostrarne la riapertura è la con- 
tinua indicazione che se ne trova nelle note catastali e no- 
tarili del secolo xiv, come poi vedremo, di fondi situati 
fuori di essa. Non solo dalla frequenza della via relativa 
esterna dovette esser suggerita tale riapertura, ma ancora 
dal fatto che le gabelle della porta del Popolo spettavano 
al monistcro di s. Silvestro; e perciò Terario publico aveva, 
presso la riva sinistra del Tevere, questa sola porta. Infatti 
nell'elenco relativo di Ambrogio Spannocchi tesoriere pon- 
tificio dell'anno 1454, ch'è nell'Archivio di Stato, è ta- 
ciuta la porta del Popolo, e messa la Pinciana come 
aperta (5). Nell'anno 1808 .ò stata chiusa (é); ed ora è 
stata riaperta (7). Finirò col rilevarne il pregio storico. 



(i) Cfr. Jordan, Topo^r, der Stadi Rom, I, 3 54. noia. 

(2) Urlichs, Uincrario E'msidhnsc, p. 78. 

(3) Urliciis, p. 87. 

(4) Ivi, pp. 115, 127, 142 (è il Cavallini che deduce il nome da 
pipxadum, c\ot pinnacolo: poi accenna alla cosa dei Camelli qaivi 
presso situata). Essa ò taciuta ncU'anonimo Maglìabccchiano. p. 151. 

(5) Non dissimulo una difficoliA, che mi si potrebbe opporre, del 
trovarsi, cioc, talvolta chiamata Pinciana la porta del Popolo. Ma 
questa era una denominazione erronea poco probabile in un docu- 
mento ufficiale amministrativo , come il registro del tesoriere. 

(6) Che sotto Adriano VI era aperta, e ne erano custodi GÌo. 
Batt. degli Ubuldi e Tomaso Guerrieri lo trovo nelle carte del Mochi 
tlI'Annunzìata, t. 121, f. 194. 

(7) In occasione della riapertura dì essa poru, tra ì niarml della 
soglia n'c stato rimosso uno che ha EROTID/ in grandi lettere; si 
vede che apparteneva a qualche sepolcro {Bull. Com., 1888, p. 41). 



niella Campagna fontana i6i 

servando essa la croce equilatera, neUa chiave dell'arco, 
r sue forme dell'età di Belisario, al quale si riferiva il 
to date obulum Belisario graffito già sopra una pietra in 
o a destra di chi entra, e che spetta ad età moderna, 
odo si è sparsa la favola della cecità e mendicità del 
oso duce bizantino. 

Oltrepassate le antiche mura di Roma, dovendo io il- 
rare il primo tratto della zona già suburbana, ora quasi 
a abitata, voglio liberarmi dalla storia di quella con- 
a intermedia tra le vie Pinciana e Salaria nuova, ch*è 
/e, affinchè Y itinerario che segue proceda più spedita- 
ite. 

(Continua) 

G. TOMASSETTI. 



Arthifio detla R, Società romana di storia patria. Voi. XI. 



ATTI DELLA SOCIETÀ 




Assembka del jo aprile i88j. 



Presenti, signori O. Tommasini, presidente, U. Bal- 
^^^*Jii, A. Corvisieri, G. Cugnoni, B. Fontana, C. Mazzi, 
*^* Monad, G. Levi. 

Letto e approvato il verbale della seduta precedente 
L^3o dicembre i88^ il Fresidemte compie il doloroso do- 
^v^re di commemorare due illustri stranieri, benemeriti degli 
^■tudi e dell' Italia, il socio b.irone Alfredo von Reuraont, 
^^ *1 dottore Guglielmo von Henzen. Del Rcumont ricorda 
i ** lungo soggiorno in Italia, e i molti itnportanti lavori 
di storia italiana, e l'assidua collaborazione xì<AV Archivio 
^fori^0 italiano, e nclV Archivio della Società nostra. Ne! Con- 
^*gUo comunale della capitale del regno vennero comme- 
'^Orati gli altissimi pregi del Reumont verso gli studi ita- 
»*ini ; alla sua tomba fu mandato il saluto di Roma, a cui 
1^ associa riverente la SocietA nostra. 

Il valore scientifico, Toperositd, le virtù del compianto 
^^grcurio deir Istituto archeologico germanico non hamio 
^^no bisogno di essere ricordate ai convenuti. Una par- 
ticokr prova di affetto verso questa SocietA era la cortese 
p«mura con cui egli non mancò mai d* intervenire alle 
nunioni sociali. Il presidente ricorda anche la recente per- 
dita di un egregio cultore della storia in Italia, il prof. Age- 
nore Celli, direttore d^WArchivio storico italiano. 

Il Presidente poi comunica una lettera del socio profes- 



164 Q^iii della Società 

sore T, von Sickel che ringrazia pel telegramma inviatogli 

dalla Società in occasione del suo sessagesimo. 

Viene infine presentato il consuntivo dell'anno 188^- 
Procedutosi alla nomina dei sindacatori di detto bilancio 

vennero eletti a unanimità ì soci signori A. Corvisieri e 

B. Fontana. 

Preparazione del Codex Diplomaticus Urbis Romae. 

Nel dicembre 1887 la Presidenza inviò ai soci il se- 
guente schema per la preparazione del Coàtx Diplomaticus 
Urbis Romae : 

In seguito alla deliberazione dell* Istituto storico italiano del 
31 maggio 1887 {Bullettino, n. 5, p. 3 1), la R. Società Romana dì storia 
patria è chiamata a preparare la pubblicazione del Cod€x Diploma- 
iicus Urbis; il quale invito, se corrisponde a un antico proposito 
della Società stessa, Pafììda che non saranno per mancare 1 mezzi per 
attuarlo. 

Desiderando di procedere col concorso di tutti i soci a stabilire 
le basi e le lince principali dell'opera, il Consiglio direttivo propone 
alla considerazione dei colleghi i seguenti punti, intomo ai quali è 
necessario di venire a certa determinazione: 

I" Tempo. Si propone di partire da Gregorio Magno, con ri- 
serva di risalire, se le indagini daranno frutto, fino al trasporto della 
sede dell'Impero a Costantinopoli; 

2° Luogo. Roma, l'Agro Romano, il Ducatits, il Comitatus et 
Districtus, e i comuni collegati con il comune di Roma, salvo a deli- 
berare sull'esatto limite topografico, quando sia raccolto il materiale; 
3° Oggetto. Storia civile e storia ecclesiastica, in quanto la 
storia della Chiesa sia congiunta direttamente colla storia della città; 

4** Per DOCUMENTI STORICI da comprendere nel Codice Diplo- 
matico s'intendono: 

a) tutti gli atti pubblici (documenti storici propriamente ddti e giu' 
ridici); 

h) quelli privati che hanno attinenze dirette colla storia della città 
e la genealogia delle l'amiglie; 

e) i monumenti narrativi in quanto diano notizia di documenti 
storici o di particolari condizioni e vicende della costituzione civile e 
politica della città; 



Q/liii della Società i6s 



j^ spogli si dovrebbero condurre sopra le fonti edite e le 

te. Si sottomette ai soci una nota delle principali opere a 

^dei principali fondi manoscritti di archivi e di biblioteche, 

liera: 

dare ulteriori indicazioni di fonti ; 

bdicare se il socio intende dì partecipare al lavoro, e in tal 

jlenninare quale parte di spogli assuma per sé ; 

ktendendo il socio di collaborare al Cedex Diplomatìcus Urbis, 

Ì4i dichiarare, se oltre il lavoro di spoglio, sia disposto a 

ideila collazione e delPesame dei singoli documentL 

r trazione del Codtx Diplomatìcus Urbis darà occasione a 
YHistoria Urbis Diplomatica, che potrà venir pubblicata 
pdice, nella quale sì raccoglieranno ancora tutti quegli 
{lenti che possono illustrare il costume, Tarte e la coltura 



Fonti edite. 

•tifici (Jaffè, Potthast, Berger, Benedettini, ecc.). 

^riaii (Bdhmer, Mùlbacher, Stumpf-Brentano, ecc.). 

Parfa, Subìaco, Tivoli, ecc. 

amatici (Lùnig, Dumont, Leibnitz, Marini, Troya, Huillard- 

tes. Cenni, Theiner, Funi, ecc., ecc.). 

* inedita. 

manotum Fontijicum. 

Itoriche (Muratori, Bouquet, Pertz, Chronicles & Memo- 

•x). 

wm Romanorum. 

sronio, Rainaldi, Tillemont, Muratori, labrbùcher der deuP- 

tcbichte, ecc.). Annali Benedettini (Mabillon), Camaldo- 

tarelH), Francescani (Waddingo), ecc. 

>bè, Mansi, ecc.) ; Diritto Canonico, Analecia Juris Pori' 



di. 

ipali. 

eia Sanctorum, Stotie delle famiglie, dei magistrati, di 

i, chiese, monasteri, ospedali. 

. ed esplorazioni d'archivi e biblioteche (Montfaucon, 

lethraann, Pflugk-Harttung, ecc.). 

rchivi e biblioteche; Repertori (Potthast, Chevalier, 

). 



166 O/lui della Società 



Fonti hakoscritte. 

Archivio dì Stato : Carte, diplomi» registri camerali, atd de no^ 

statuti, ecc. 
Archìvio Storico Comunale: Carte e statutL 
Archivio Vaticano: Diplomi, carte, regestì, libri dei censi, conti, c^^ 
Archivi d'ospedali, di famiglie romane, di congregazioni, capitoli, ^^^' 

porazioni, ecc. 
Biblioteche dello Stato, del Comune, Chigiana, Barbezini, ecc. 
Biblioteca Vaticana. 
Archivi della provincia, dei comuni, notarili, ecc. 

Lo schema essendo stato discusso ed approvato nell'i*^ 
semblca generale dell' 8 gennaio 1888, venne diramata '* 
circolare che segue: 

In seguito airapprovazione dello schema per la preparazione t^ 
Codi'X Diplomaticus Urbis, il Consiglio direttivo della R. Società IC 
mann di storia patria invita i suoi soci a voler dichiarare a teno^ ^ 
dcirart. 5** e 6° dello schema stesso quale parte intendono dì ass 
mere del lavoro sia di spoglio, sia di collazione e d'esame de'd^^^ 
cumenti. 

ii naturale che ciascuno preferisca quel lìmite cronologico e quell^-^ 
qualità Ji ricerche che coincìde coir indirizzo de' particolari suoi studf ^ 
Ma necessita che non vi sia ne parte di lavoro ìncons3pevolment<r 
duplicata, ne parte omessa. E dove e bisogno di larga companeci-' 
pa/.ione di opera, sarà bene che questa si consegua indiriz;:anJo il 
corso pratico dì metodologia della storia alla preparazione del CcdiX 
Diplomutitus Urbis. 

Si prei^ano pertanto ì soci a far pervenire alla sede sociale^ prima 
del giorno 26 del corrente mese, la dichiarazione che il Consìglio 
direttivo per sua norma richiede; avvertendo che, dopo la detta di- 
chiarazione, verranno distribuite ai singoli soci le schede apposite, 
le quali, contraddistinte colle iniziali del socio, saranno testimonio 
del contrihuto di ciascuno all'opera sociale, e serviranno anche di 
fondamento a determinare il concorso che l'Istituto storico italiano 
accorderà a questa. 

(Sef^uc scheda), 

A dar sollecito conto della cooperazione dei singoli 
soci a questa importante impresa d'indole veramente so- 
ciale si aprirA rn:\VuJrcbivio una rubrica apposita- 



Oitti della Società 1^7 



L. Società Romana di Storia Patria. 



Vrodotii e Spese del Tanno 1886, 

PRODOTTI. 

[stero della pubblica istruzione per sovvenzione 

aria L. 2,000 — 

letto per sovvenzione straordinaria 2,000 — 

etto per incoraggiamento pei Facsimiìi e Diplomi 

ioli e reali 5>^^^^ — 

lune di Roma per sovvenzione 2,000 — 

>ri soci contribuenti 2,6ij 25 

sulla Rendita e sul fondo di cassa 91 40 

' inventario dei libri ricevuti in dono .... 1,500 — 

ei mobili acquistati 100 — 

L. 13,506 65 

SPES£. 

1 personale L. 766 — 

cessone alle pubblicazioni: 

Stampa L. 6,114 88 

Spedizione e posta ... 287 25 

6,401 43 

.•erse d'amministrazione 178 20 

per la Biblioteca Vallicelliana .... 649 5$ 

acconcimi 326 — 

.suali e di esigenza 443 ^5 

L. 8.764 33 



riassunto. 

3mma dei prodotti L. 15,306 65 

Id. delle spese 8,764 33 

L. 4,542 32 



i68 Q4tti della Società 



Stalo attivo e passivo della Società 
chiuso al 3i mar^o 1887. 



PASSIVO. 

Credito del conto avanzi e disavanzi per esuberanza at- 
tiva della gestione dell'anno precedente . . . . L. 20,104 05 

Creditori diversi 500 — 

Esuberanza dell'entrata sull'uscita 1886 4>542 p 

L. 25.146 37 

ATTIVO. 

Debitori diversi 2,575 — 

Titoli di credito 1,000 — 

Mobili i»93i "- 

Biblioteca e deposito delle pubblicazioni sociali . . . 1 1,984 — 

Resto di cassa 7»^56 37 

L- 2$»i46 37 

Roma, 20 maggio 1887. 

I sottoscrìtti, trovando regolare in ogni sua parte il Consuntivo 
della R. Società Romana di Storia Patria per l'anno 1886, ne pro- 
pongono rapprovazio^^e. 

Firmati : Alessandro Corvisieri 
Bartolomheo Fontana. 



BIBLIOGRAFIA 



Karl Kòrber. Beltrame xur ròmischcn Miìniditmde : I. Ein 
ròmischer Silbermùnzen-FunJ aus der Mitre des 3 Jahr- 
hunderts n. Chr. — II. Unediertt; ròmische Mùnzen 
aus der stàdtischcn Samralung in Mainz (Mainz, 1887; 
programma ginnasiale). 



Nella prima parte (pp. 1-18), l'A. dà notizia di un ripostiglio di 
moncie romane imperiali rinvenutosi casualmente nell'agosto 1886 
I dmtro la ctttù di Magon/a, facendosi lo scavo di un pozzo. Le mo- 
jii«« si trovarono contenute in vaso di terracotta, e, rotto il vaso, se 
Bc numerarono ben 5220; ma, come purtroppo avviene il più delle 
^oUe in tali trovamenii, gli scopritori, per meglio sottrarle ai diritti 
^1 proprietario del fondo, le mandarono a vendere fuori di citti, e 
t'J* un buon terzo del ripostiglio andò perduto. Il proprietario, %\- 
?"or F, Moller, riusci nondimeno a ricuperarne n. 1676, e le presentò 
il direttore del GabinL'tto'numismatico dì Magonza, sig. D/ Welke, 
i^uale fu sollecito di acquistarle per quel Gabinetto. Ivi il nostro A. 
P**tt studiarle ed esaminarle, compilanie il catalogo ed aggiunger- 
l'Oc ami altre 195 da lui potute ripescare presso gli antiquari ed i 
pn^•Jti cittadini. Cosi il catalogo del sig. Kòrber comprende cfìFcttiva- 
TOffile n. 1871 pezzi. Ei divise queste monete secondo le specie in 
, dcoiri (corona laureata) ed antonìniani (corona radiata), e le classi- 
Ificò con la scorta della 2* edizione del Cohen (Discripiion tkj moth 
I itnpèriakì) seguendo il sistema tenuto dall'Hettner nella descri- 
! di un simile ripostiglio pubblicata nella IVc-id. Zeìtscbrift, VI, 1 3 r. 
Sono tutte monete di biglione (bianco e nero); i denari sono in 
numero di 559 e vanno da Antonino Pio a Gordiano IH; gli amo- 
ni sono in numero di 1532 e vanno da Caracalla, il creatore 
■ ^ specie, a Gallieno e Postumo. I denari per la più parte appar- 
Ko^ono a Settimio Severo (pczri 5^), Elagabalo (pezzi 114) ed Ales- 
sandro Severo (pezzi 168); gli aiitoniniani a Gordiano III ($4S). Fi- 
lippo 1 (289), Filippo II (65), Traiano Decìo (loi) e Treboniano 




lyo bibliografia 



Gallo (89). I due antoninìani di restituzione di Traiano e Con 
meglio che a capo lista, potevano addirittura riferirsi a Gallie 
comodo e maggior interesse degli studiosi ho creduto oppor 
ricavare il seguente specchio quantitativo di tutto il ripostìgli 

Imperatori Deoui Antomnianì 

Antonino Pio 2 — 

Commodo 2 — 

Crispina 1 — 

Pertinace i — 

Didio Giuliano i — 

Pescennio i — 

Albino 2 — 

Settimio Severo 55 — 

Julia Domna 1$ 4 

Caracalla 19 8 

Plautina. 2 — 

Geta 3 — 

Macrino 5 — 

Elagabalo 114 7 

Julia Paola 4 — 

Aquilia Severa 4 — 

Ìulia Soemia 9 — 

ulia Mesa 4? i 

Alessandro Severo 168 2 

Orbiana 2 — 

Julia Mammea ji — 

Massimino Trace 55 — 

Massimo i — 

Balbino — 4 

Pupieno ~- b 

Gordiano III 9 545 

Filippo I — 289 

Ottacilla — 5S 

Filippo II — 65 

Traiano Decio — 101 

Etruscilla — 27 

Erennio Etrusco . — 15 

Ostiliano . . — 5 

Treboniano Gallo • — 89 

Volusìano — 65 

Emiliano — 4 

Valeriane — 12 

Mariniana — i 

Gallieno — 22 

Solonina — 5 

Postumo — 4 

Restituzione a Traiano — : 

Id. a Commodo ..... — i 

Incuso R. DIANA LVCIFERA. . . i — 

Incerte 13 2 - 

Totale . . . $59 -+- 1552 = 1871 



bibliografia iti 



à descrìtte dal signor Kòrber ascendono a ben 500 nu- 
varìetà non descritte nella 2* ed. del Cohen e segnalate 
imilarì del Cohen ' messi in parentesi quadra, noto : tre 
ettimio Severo [230, 521, 324]; uno di Caracalla [120]; 
alo [50, IDI, 109]; uno di Julia Mesa [7] ; uno di Ales- 
[57]; uno di Massinxino Trace [46]; — due antoni- 
>rdiano Pio [98, 98]; uno di Filippo II [86]; uno dì 
io [ili]; uno dì Erennio [20]; uno di Gallo [67], e uno 

[48]. Sono tutte piccole varietà di tipo o di leggenda; 
; d'interesse. 

PANTONINVS PIVS AVGXLIBERALITAS AVG II, 
l'A. all'imp. Caracalla (ved. p. 17 sg), io dubito molto 
i mantenere piuttosto ad Elagabalo, del quale è noto il 
te quinarìo Cohen ', ElagabaU n. 81. Gli argomenti con 
Tza dì rivendicare a Caracalla questa moneta, e due altre 
alita inesattamente descritte dal Vaillant (Cohen ', Ca* 
[9, 120), non mi persuadono. Il tipo fanciullesco della 
mdente più a Caracalla che ad Elagabalo è il principale 
eirA. ; ma trattandosi di due imperadori di tratti fisio- 
diversi, Funo cugino dell'altro e fatti Augusti l'uno al- 
l'altro all'età di 14 anni, non mi pare che Targomento 
»ossa bastare per istabilirvì sopra tutta una conseguenza 
lo meno sarebbe d'uopo che questa differenza fisìono- 

della 2* liberalità dì Elagabalo fosse confortata da una 
li esempì, e non sopra l'eccezione dell'A. Tutte le ra- 
iche e storiche stanno in favore dell'attribuzione ad 

OTA PVBLICA di Elagabalo [n, 306] è ugualissimo a 

tto dal Cohen ' al detto numero, per cui non veggo la 

. parentesi quadra. 

[BERTAS AVG di Elagabalo messo in dubbio dall'A. 

robabìle e verisimile appartenga a Caracalla, e sia una 

. 145 Cohen *, 

Igli antoniniani di Gordiano Pio [n. 175] PAX AV 

esemplari) non sono in niun modo diversi da quelli de- 

;■ ed. del Cohen, IV, 132, n. 70, e che nella 2* ed. si 

& leggenda errau PAX AVGVST invece di PAX AV 

sbaglio si verifica per gli antoniniani dì Filippo I AE- 
/GG [n. 9 e 12], che nella 2* ed. del Cohen sono errati 
Ay mentre sono esattamente descritti nella i* ed., IV, 176, 

posìto non posso dispensarmi di mettere in guardia tutti 
ìi monete imperiali romane, afHnchè non sieno facili ad 
X varietà nuove, fidandosi della esattezza della seconda 
Cohen, edizione la quale in effetto è invece molto meno 
prima. Ebbi ad avvedermi di questo imperdonabile di- 



172 



bibliografia 



fello studiando icsrà particolarmente le monete di Traiano (V. nel 
2** voi. del Musco italiano di antichità cìassica il mio scrino Di alcuni 
ripostigli di vioiìde romam, p. }i6 sgg.), ma pur troppo vado consta- 
tando che il difetto si estende a tutta Topera. Appena si può imma- 
ginare di quali e quanti errori nel campo numismatico e storico 
potrebbe esser fonte la nuova ediaiione dell'unico nostro gravide re- 
pertorio delie monete romane imperiali, se il solerle suo attuale 
curatore non affida a collaboratori competenti e coscienziosi la revi- 
sione dell'intera opera, e ritarda la pubblicazione del desideratìssimo 
errata-C orriiic (i). 

Ritornando al nostro A., piacemi dichiarare che egli, con la pub- 
blicazione del ripostiglio di Magonza ha per certo reso un segnalato 
servizio alla scienza numismatica; una scienza la quale 6 diventata più 
degna emul;t deirepigrafia e più utile ancella della storia dal giorno 
in cui Cavedoni e Mommsen hanno insegnalo al mondo dì quali e 
quanti risultati storici può esser fonte e scaturigine un semplice ri- 
postiglio di monete. Per questa scienza ò certamente più importante 
la descrizione di un ripostiglio nuovo che non quella di molti pezzi 
inediti e rari ; ma acciocché i risultati che si traggono dall'esame 
dì un ripostiglio sicno sicuri e fecondi convìen che il descrittore sia 
accurato fino allo scrupolo, e non dimentichi due principali a\'\'er- 
tenze. Prima av\'ertenza è quella dì assicurare che le monete di un 
dato ripostiglio non sono andate mescolate con altre sporadiche: se- 
conda avvertenza é quella di annotare diligentemente Io stato di 
conser\'azione dei pezzi ed il loro stato relativo di freschezza, 

II nostro A. non ebbe la prima avvertenza, perchè non distìnse 
nel suo catalogo le 195 monete che egli rinvenne in possesso di al- 
cuni antiquari, da quelle spettanti al gruppo originale ricuperato dal 
sig. F. Moller. Sulla origine dì quelle 19$ monete è sempre lecito 
avere qualche dubbio, mentre le altre, costituenti la massa principale, 
presentavano una sicura garanzia che fossero appartenute tutte senza 
eccezione al ripostìglio di che si tratta. Non ebbe la seconda avver- 
tenza al punto da non far nemmeno cenno dello stato di fresche/za 
delle ultime monete del ripostìglio. Se VA. avesse riguardato allo 
stato dì freschezza dei pezzi spenantì aì due ultimi imperatori del ri- 
postiglio, Gallieno e Postumo, egli avrebbe avuto modo di control- 
lare efHcacemente e stringentemente la sua stessa opinione circa la 
data probabile del nascondimento del tcsoretto. Questa data egli a 
p. 5 la ricava dall'esame delle monete di Postumo, e segnatamente 
dall'ani. Cohen ' n. 261 recante il cos, IH (TR P COS III PP) e di 
•data estensibile dall'anno 260 al 266. Egli si ferma preferìbilmente 
all'anno 261. vista la scarsità delle monete di Postumo in un trova- 
mento dove si era in diritto di aspettarsele abbondantissime; ma Tos- 

(1) È Aà iperan cbt U I. A<<ai«nu Ji Berlino, li qvaU ci In liberalo an> buona 
volta 4AglÌ ciTon iel liilettAntlsnio epigrafico col Ccrpm imtr^tìomm—, vorrA por mano 
■ l)t>cr*rci altrffi dsi non meno gravi errori del tlilctundimo aumttmattco col promcs- 
foci C ^rpm immmffrmm. 



'Bibliografia 



173 



lorarasen (Ga<huhtc d. ròmiscìjg Mùnuvgs^s, p. 775, 
aHva alla incetta ed alla scelta che si faceva oel scc. in 
nonetarìe meno scadenti per parte dei tesoreggiatorì, lo 
>erplesso e titubante anche verso questa data. 
cenezxa ò chiaro che potrebbe vincere il dubbio far 
ancia appunto Tosservazione iotorno allo stato di fre- 
ultime specie tesoreggiate. Se, per esempio, sì potri con- 
t oJtime monete di Valeriano (nn. 56, 71, 208) riferibili 
260 (Ci. Brock, Ztitichr, f. Kum., 1876, pp. 5 e loi) corri- 
' il grado di freschezza alle più fresche monete di Gal* 
tno^ ecco che si avrebbe una bella prova in favore della 
ronologica cui arriva il nostro X.\ ma se le ultime mo- 
tto (nn. 7)1, 9^6, 940, 1175, 1509) e quelle di Posiumo 
e relativamente usate e non mostrassero in niun caso 
e sbaveggiature del conio recente, avremmo per con- 
i attendìbile argomento per ricondurre la data del ri- 

il 267, che e: l'anno dcirassedio dì Magon/a, operato 
nperatore Postumo contro il nuovo usurpatore LcUano 
. In ul caso il tesoretto dì Magonza verrebbe a coin- 

1 fattn storico speciale, e la ragione del suo nascondi- 
trebbe più da cercare in qualche ignoto avvenimento 
itare. 

tie il nostro A., il quale si è reso benemerito delle ri- 
ic pubblicando un cosi notevole ed interessante ripo- 
nete, avrà modo ed agio dì sopperire agli osservati 
-tzione, e potrà ancora fornirci il catalogo riveduto del 
ompagnato dalle desiderate note di freschezza. Intanto, 
icre nel dubbio, posso persuadermi che, anche in prin- 
5C0S0 e contrastato regno di Postumo, non fossero man- 
, come su tutta la strada di Cologna, occasioni ripe- 
; di terrore per la guerra che Gallieno fu costretto dì 
arpatorc delle Gallìc e suo competitore. 

II. 

parte del suo scritto (pp. 18-25) 1*A. descrive una 

Daetc romane imperiali esistenti nel Gabinetto di Ma* 

icritte nella 2* ed. del Cohen. La descrizione è fatta 

tema, cioè riportando le leggende in cui si osserva 

za e rilevando le divergenze di tipo. La descrizione è 

atta, e niuna particolarità degna di nota parmi essere 

suo occhio. 

^descritte in questa seconda pane cominciano da Au- 
90 con Massimiano Erculeo: sono ben 141 varietà che 
Raae mancanti nella detta edizione del Cohen ; ma, al 
■nere che alcune differenze dipendano dalle inesattezze 
I dal Feuardent, nti io ho agio di fame per intero la 



i 




174 



bibliografia 



verifica. Fra le monete descrìtte dal sig. KOrber ve ne hanno parec 
chic che io stesso verificai mancanti al Cohen, sia nel mio Kipoit'ì^ìii 
della Vcnira pubblicato negli Atti dilla R. Accademia dei Linui, voi. IV 
sia nel più recente mio scritto: Di alcuni ripostii^ìi di mcmU r(fma$»4 
citato di sopra. Quasi tutte le monete che il Kòrber riporta coiti* 
inedite da Aureliano in poi furono da me pure descritte nel Ri^osiP 
glio dilla Venera, un ripostìglio composto di ben 46,442 pezzi (V. \i 
giunta nel Mus. ìlaì.» II, ii$1, tutti appartenenti alla seconda meli 
del scc. Ili d. C. e che il sig. Fcuardent non si curò altrimenti di spo 
gliare per la nuova edizione dei tomi V e VI dell'opera de! C<^cn« 
Del pari i denari di Vespasiano, che il Kòrber aggiungerebbe allJ 
pag. 375 del voi. Il Cohen', sono descritti anche da me Èra le mo- 
nete del ripostiglio di Roma, Mm. Udì., II, 45, nn. ^-4, 4J, n. %o» 
Relativamente alle altre varietA descritte dal Kòrber trovo degne 
di speciale attenzione le seguenti: 

i** Un dupondio od asse JÌ Augusto Insignito di doppia con- 
tromarca, quella di Tiberio: TIB A'^G, e quella dì Nerone: IM' N- 

— Intorno a tali contromarche vedansi le mie osservazioni nel 
Mus, Ital., II, 57 sgg. Oltre gli scritti ivi citati, sì confronti De 
Saulcy: Les contrcmurgucs monHaires à Vèpoquc du haut empirti nella 
Reviu nitmismatique, i86<5-70, p. 500. 

2° Tutte le monete di Traiano, specialmente dopo lo swdio 
storico e cronologico cui le assoggettai nel Mus. hai., II, 81 sgg. 

— Il den. simile al n. 394 Cohen * con COS VI merita confertna- 
Sarebbe il primo tipo del Bonus Eventus apparso dopo quelli battìi' 
per l'occasione delle guerre daciche (V. op. cit., p. 105). 

— Il medio bronzo IMP CAES NER TRAIANO OPTIMO AV< 
GER etc. SENATVS POPVLVSdVE ROMANVS SC con dt» 
insegne dell'esercito, panicoUrraenie interessante perdio non e** 
finora conosciuto nessun tipo del bronzo degli anni 11^-114 col li^ 
militare delle insegne (V. op, cit,, p. 83 e p. 92). 

3° Unii moneta ibrida di Giulia Domna (,IVLLA AVGVST^ 
col tipo del rovescio: PRINC IVVENT 

i° Un sesterzio di Massimo (MAXIMVS CAES GERM) CG» 
rovescio preso da un sesterzio di Alessandro Severo (Cohen *, n, 441^ 

5° Un antoniniano di Volusiano, col nome del gentilizio CT 
rato: VIj (sic) invece di VIB. La terza lettera sbagliata, rovescia C 
capovolta, farebbe per poco sospettare Tuso delle lettere mobili nclll 
monetazione del secolo in, se in questo tempo non fossero frequenti 
errori monetari anche più strani. Parecchi errori simili sulle moneti 
dì Probo furono segnalali dal Missong (V. Wurnistftutiscb^ Zdtscbrifì à 
Vienna, IX, anno 1877, pp. 1-20, estr. : SUmpdJchkr ur$J Ccrrutura 
auf Mùtticn d<$ Kaisa- Probus, Taf. IV). 



(Firenze). 



Luigi A. Mila 



Heirn (Bauraih) und Velke \V. Die rdmische Rhcinbrikke 
bà Miìiu^ nel Fi'stgabe der Generalversammluttg des Gè- 
smnmtvereins da deutschcn Gescbichls iind JlleribufìiS'Fe- 
nìne j^m A/am:^ am i] bis i6 Sept, 1SS7, p. 169 sgg. 

U Governo tedesco dieJc ordine, nclPanno 1880, che venissero 
rmoHc le pile dell'antico ponte romano giacenti nel fondo del Reno 
bi Migonza e Kastcl. Si prevedeva da tutti gli archeologi un buon 
multato di notiiieedi oggetti da cotesto lavoro; né le loro speranze 
Mao rimaste deluse. In questa monografia del eh. Heim abbiamo 
una dotta relazione tecnica su tali scoperte, nella quale, riassumendo 
I« cognizioni che si avevano sul ponte fino dal 1847, e componendole 
colle juuali, egli ne forma un lavoro, quantunque breve, abbastanza 
completo. Incomincia egli col ricordare la faha opinione, formatasi 
Jopo il 1855» che attribuiva quell'insigne monumento all'età caro- 
liniiia. Descrìve poi il metodo adoperato nelle lavorazioni subacquee, 
<à in tre tavole, in calce allo scritto, ne porge una eccellente grafica 
riproduzione. I piloni del ponte erano undici. Ora l'autore riferisce le 
panicolari scoperte avvenute ìn ciascuno, colle misure esattissime, 
come. p. e., i numeri incisi sui pali rotondi di quercia, end* erano 
lornute le grandi palizzate dell' undecime pilone (p. 174). Singolari, 
wtto rispetto epigrafico, vi sono le cifre IICXXI e ^XXIKL In un 
pilo Jcl decimo pilone v*è il numero ZKVII; in uno del sesto vi 
< 1IIX« che a noi sembra scritto a rovescio per XIII ; in uno del quinto 
pJoncv'é IXXIK. 

Importantissime scoperte sono: un mazzuolo di quercia trovato 
lei Httimo pilone, nel quale si legge: L . VALE . LEG . XIIl; e un 
"gillo di ferro con LEG . XXlI . ASTon intana. 

Paisà l'autore a mostrare la costruzione dei fondamenti delle pile 
(^ 187) colla fedclti indispensabile ìn una tecnica descrizione. 

Accenna quindi alle cose quivi rinvenute (p. 196). Vi sono pietre 
quadrate, alcune scritte, alcune anche ornate di rilievi decorativi, rin- 
la maggior parte, presso le testate del ponte. Vi sono, oltre 
g\k ricordati, alcune ascìe, alcune monete di bronzo, uno scal- 
pello cJ un pezzo di catena. 

Segue, nella seconda parte di questo lavoro, la relazione del si- 
or "W. Velcke, la quale riguarda la parte archeologica e storica 
De scoperte avvenute. Essa forma una pregevole monografia in 
complemento di ciò che il Lehnc, il Grimra, lo Schneìder ed il Pòll- 

lunoo scritto sul ponte romano di Magonza. Accurati disegni lÌio- 
iìcì degli arnesi e dei sigilli descritti in questa monografia ci per- 
no di possederne gli esemplari. Fra le pietre scritte noteremo 

Uà col titolo ansato, che ha : 

LEG • xnii 

G ■ M • V 

•>'G-VELSISECV 



176 



bibliografia 



edito già dal Keller e dairHùbner (gemina, inartia, victrix i aotu 
sima appellazione della XIV legione). Oltre la nota delle sculture e ' 
degli oggetti rinvenuti, il Velke porge breve ed importante esame 
sulla cronologia del ponte, manifestando la ben fondata opinione, che 
precisamente tra gli anni 70 e 100, se ne facessero le fondazioni ; che 
sotto Domiziano fosse costruito dalla legione \W\ non dalla XXII, 
come pensò 1' Hiìbner. Seguendo 1j storia delle guerre romano-germa- 
niche sotto i Flaviì, egli dimostra questa successione di epoche ~ 
Spiega come vi si trovi una menzione della legione XVI, cioè percha 
spettante all'epoca delle fondazioni di un ponte primitivo anteriore 
Cahgola (stando sotto i pnmi Cesari quella legione a Magonza), ed 
infatti rinvenuta in luogo profondo e intermedio ai piloni. Provi 
tìnnlmenCe che alla legione XXII, dell'età dì Caracalla (AntoDÌnìanai 
non deve attribuirsi che un'opera di riparazione. Le sette tavole ch4 
illustrano ì due lavori deirHcim e del V^clke sono precedute da urufl 
riproduzione di un piombo edito dal Fròhner, rapprescntiinte Ìl ripe- 
tuto ponte romano, colle due città di Magonza e di Castcllum sulle 
due opposte rive del Reno. G. T. 



Keller d/ J. Die ncucn romiscbm Inschriftcn des Muscwns ^u 
Maini. Zweiter Nachtrag :{um Bcckc/schm Katalog, (In 
Fcst^abc dcr ^cncrahcrsammlung dcr deutscheu Gtschichts- 
und AìtcrìhumS'Vcrànc :^u Main:^ an /j bis 16 Scpt. iSSy. 
Mainz, von Zabern, 1887). 

Come apparisce dal titolo della monografia stessa, il signor dot* 
tor prof. Keller porge in essa un catalogo delle iscrizioni romane 1 
pervenute nel musco di Magonza, dopo la pubblicazione della prima 
appendice al catalogo del Becker, la quale fu edita nel 188}. Pre- 
cedono la nuova appendice alcune osservazioni e rettifiche alla 
prima. La nuova pertanto contiene 38 lapidi e un diploma militare 
(in bronzo), ordinate per classi conforme al catalogo originale. Cia- 
scheduna iscrizione ii accompagnata dalla relativa h^ion^^ e da qualche 
sobrio e ponderato comento. Per non avere adoperato tipi epigrafici 
È stato obbligato l'autore ad aggiungervi anche taluni schiarimenti 
sulle lettere connesse o irregolari. Vi abbondano le lapidi della le- 
gione XXII, molte militari, dedicatorie in onore degV imperatori 
di divinità. Alcune hanno singolare importanza epigrafica, sì per 14 
cose in esse ricordate: p. e. Unioni xxii ... honoris virtutisq, cauìU 1 
i>i'/iir Trti'erorum in oìfsidione ah ta difensa (p. 143), come per le for 
mole epigrafiche, p. e. : hcnori aquiìae k^iottis XXll, ecc. La maggio^ 
parte di queste epigrafi spetta alla legione XXII, ch'era di presìdìq 
a Magonza. Vi sono parecchie date consolari, che arrecano pregio 
a questa serie, degli anni cioi 205, 21 }, 214, 242, ecc. Alcune di qua 
ste date danno luogo a ricerche; come, p. e., quella del 205 ci sen 
breri'bbe piuttosto spettare al 206. Importantissimo è quel console 



«dd 



mmm 




'Bibliografia 



^^^ 



' b la-za volta A. Diàius Galìus (p. 154) nella tavola di bronzo 
)tÌTa a Semctona, insieme colla consorte indicata epigraficamente: 
itici a'jus. Noto nella storia come uomo ricoperto d'onori {col>ia ho- 
win Tacito, Agric. 14 - come curator aquarum in un cippo aqua- 
rio di Roma. Buìì, ddristìt. 1869, p. 21 5) sarà ora registrato nella serie 
Idei consoli dell'età di Tiberio. Un frammento di lezione e di restitu- 
fiioncdifficile ci sembra quello trovato nel febraro i8H7(p. i43)deiretà 
i degli Antonini, come rilevasi dalla residua parola NIAN giustamente 
I wppliia in AnloniHW^ac, come soprannome della legione suddetta. 
Delle iscrizioni sepolcrali presentate in questa pregevole mono- 
Igrifij, ì; ragguardevole il cippo dì C. Faìionius Secundus, milite della 
tfcgionc stessa XXJI, di Tortona, la cui figura è scolpita nel cippo 
Imedesimo, in singolarissimo abito civile, con due servi, forse come il 
Keller osserva (p. 145), l'uno vestiarius, l'altro Uibdlarius. Una riprodu- 
Inone eliotipica di questo bel monumento adorna il volume nel principio. 
Noteremo finalmente la singolare coincidenza del diploma mili- 
Uit (tabulac honcsLu missionìs) del solito tipo, che chiude la serie di 
CUI parliamo (p. 157), poiché in esso fu riconosciuta la seconda ta- 
volena di quello gii esistente a Worms (cf. Mommsen nella Ephcmeris 
^graphica, V. 652). G. T. 

Tommaso Sandonnini. Della venuta di Calvino in Italia 
i di alcuni documenti relativi a Renata di Francia. — To- 
rino, fratelli Bocca, 18S7, p. 1-33. (Rivista storica ita" 
liana^ IV, in, anno 18S7). 

Il Sandonnini avendo veduto che coloro i quali hanno studiato 
episodio di Renata dì Francia hanno promesso pìù lunghi lavori, ma 
^ Wno limitati a brevi pubblicazioni, pubbli^ca anch'egli alcune no- 
^^c sulla Renata. Ma egli, ricordando le pubblicazioni dcW Archivio 
"fila Società Romana di storia patria, e avvertendone l'importanza, 
"^chiara insieme, che dalle promesse di scrittori, che sì limitarono a 
pubblicare brevi e staccate memorie, fu distolto da un lavoro che 
*veva vagheggiato. 

Sull'importanza dei nostri documenti non sembra cadere dìsputa. 
** il Sandonnini prima di pubblicare i suoi, usciti da Modena come 
^'^hi dei nostri, sì prova a demolire le nostre conchiusioni con un 
]^uito di ragionamenti, dai quali sembrerebbe ch'egli non tien ragione 
^«lla grande opera del Corpus r^formdtorum, in cui tutti sono confu- 
^^ contro coloro che per primi li produssero. Non ispenderemo 
'^que molte parole, rimandando ai Prolegomeni di quelfopera chi 
'€isc vaghezza dì conoscere il valore degli argomenti risuscitati dal 
•^^Odoanini (1). Cht: la questione principale sì risolve nel sapere, se 

(1) Cóffu rtjofm., lom. 39, Prol. caput li, fol. xxiii. 

u tlioto del capitola aecoDiio è queito : • Edmoncm institutionU Utiiuai aani i{}6 
■^un primam £utue Jemonxtrtiur •. 
CcoQlro <{ue»u »cric onliaata che ikvc dupuure Ìl Sandonnini, prima che contro di noi. 

AreHhio della R, Società romana di storia patria Voi. XI. ti 



l\ 



'.i.L^-raJia 



'. ,::JoHc cristiathi del I5>ó fosse o i 

■,-:> altre anteriori. Se ve ne turono alt 

■ . conclusioni vacillerebbero ii: quale! 

. roichè il Sandonnìni alTerma Jà ave 

.:no, elle, come prove, né egli, né alt 

,:na lìnora Ji buona let^a. 

:ìie arterma il SanJonnìni, che rcvlìzioi 

rrela/ione il i > ì i- ^^'<>" può essere viubb 

:5j>, ma in queireJ.i/.ione l'anno è sta 

^ che <f le altre eJi/ioni latte mentre e 

— ispontlevano tutte più o mt.no a quel 

::r.ieJiata Jel i > ì^ è _L;ià più luniia : la prin 

i\z colonne; le sci eJi/ioni successi\ 

r. una, ne occupano 901); quella Jel i ; 

., linone adunque, di 2j2 colonne, è : 

.i*:àonnini pensa che avanti la edizione 1 

.:";o. ma lo dicono ì;1ì autori ch'ci^Ii p; 

. :m Irancese, ('alvino stesso, neiredirioi 

:' suo lavoro, per non defraudarne e 

'. Non arriviamo a capire come egli Ì 

. ,. i:\t\lnh iiulhcfiit! e.;-,.', che redi/.ict; 

.-..n-e.vse essere anonima: e non trovian 

.. ht.iini:!., <)d /:.;.v.7/t' che Calvino 

.* nome suU'edizidne del i)ì6 e si allo 

, : : Xi allontanarsi se l'edi/àone fosse ^ra 

-.^ dette. Quanto al viaggio di Calvin 

..;<i, essere stato fatto per le Alpi dei G 

. so 1.: valle vii Aosta, per indu;:ioni tut 

.a cui ì! Sandonnlni ha tratti i suoi pri 

-.-Ulti, ta la -piova e la riprova, che 1 

\"ei.'- la, qiii.ìli di Toscana e quelli 

, i, dui'.une la ;;uerra, per rec.i'si. vu 

.: Lione. !';..;ur.irsi poi a Hasilea e . 

.-^lo. se lion y:rA pi-à conioJo (Jiten 

Peschiera e per la F>erni:ìa. 

^^,"a.'a di Calvin 1 a b'e'-fara, vh'VL n 

.■;;iissi:na ipoU'^i, la nos;r.i. e avval 

^.■".'.(^re cosa ia.lU ropinanie;;to co 

• ni. Ma e::li ev .i '. i^icu''. ! col M.in 



bibliografia 



Ì79 



renìrc a Ferrara, e al riiomo a Ginevra : sul soggiorno a Venezia si- 
Iniio completo. 

Ci dispiace poi ch'egli muti i termini delle nostre conchiusioni: 
ooinonabbiammai scritto che Calvino a arrivasse a Ferrara Ìl 25 marzo 
te ne ripartisse il 14 aprile del 153^* (0 come ci fa direil Sandon- 
nìm. >?oi abbiamo concluso che entro qgello spazio di 22 giorni vi si 
doveva trovare ; arrivasse prima, o partisse dopo» ciò poco importa. 
n mettere becco sulla fuga di un francese, col designarlo per Giovanni 
Soubisc, i ameno, poiché v't certa notizia ch'egli rimase ancora a 
Ferrara: ma noi troppo dovremmo fermarci a cogliere inesattezze: 
prendiamo per quel che vale la sua pubblicazione, e, se constateremo 
ijwlchc documento che non possediamo, gli saremo ben grati. Quanto 
«1 lavoro completo, che fu promesso col nostro saggio, s'egli vuol 

R'-^irc alla nostra parola, per tutta quell'epoca 6 fatto. 
B. Fontana. 
ìtevenson. Topo^afia t tnowwunti di Roma nelle pit- 
ture a fresco di Sisto F della biblioteca Vaticana. 

n quinquennio del pontificato di Sisto V l- per la città di Roma 
cosi pieno d'opere arditamente concepite e frettolosamente eseguite, 
cbc lo storico è tratto a domandarsi che cosa non avrebbe divisato e 
fitto il pontefice Peretti se giovane, e non già grave di sessantaquattro 
*oni, avesse assunto il governo dello Stato ecclesiastico e indirizzato 
itramutaracntì della cittA di Roma. « Se avesse vissuto pochi altri 
«inni noi avremmo la basilica (di s. Pietro) non a croce latina e 
■ colla fronte del Mademo, ma a croce greca e colla facciata di Miche- 
^Rtlo ». Cos^ scrive lo S. (a pp. 22-3), e questo non sarebbe stato pìc- 
«ol vanMgpio. Ma la vera grandezza e lo squisito gusto dell'arte che i 
P^fltdìci del rinascimento avevano potuto aggiogare .lUa loro signoria 
Cfl Venuto meno. « Cesare Nebbia e Gio. Guerra - annota altrove Tau- 
« torc - favoriti dal pontefice per la rapidità colla quale lavoravano, 
•prendevano in certo modo l'appalto delle pitture; nei conti delle 
«fpcsccssi soli figurano, mentre a^li artisti che li aiutavano è dato ìl 
«nome di soci w. Cosi la nuova fabbrica da lui divisala a congiungere 
k due f^andi gallerie che vanno d;il palazzo pontificio al Belvedere, 
OOD sene, come le opere de' tempi di Sisto IV, di Paolo II, d'Inno- 
cenzo Vili, di Giulio II e di Leone X, ad eccitare la fina ammirazione 
dcHe persone che sono al culmine della cultura; bensì colpisce la mol- 
fUnc grossa coli* aspetto della mole, dei colori smaglianti, cogli ef- 
Bl'chc possono sperarsi da opere frettolose e date in appalto. Ma 
D S. non entra in considerazioni artistiche per questo rispetto: bensì 
9O0 lolcrtc dottrina si fa a raccogliere quanto è possibile da quelle 
liaure per la conoscenza topografica del Vaticuio antico, e per la 




i8o 



bibliografia 



storia della biblioteca, integrando i dotti lavori del Muntz e del 
Nolhac. AITopera sono annesse cinque tavole fototipichc, non tutte ria 
scitc egualmente bene. La prima rappresenta la facciata dell'antica baH 
silìca Vaticana, e l'A. la illustra alle pp. 8-i i : a La piazza scorgevi pi 
H rata a festa ; arazzi e drappi pendono dalle finestre e dai palchi eret 
« per gli spettatori : suonano le tube (?) e tuonano le artiglierie, mentre 
a la turba del popolo assiste plaudente. Accanto al vetusto ingresso 
«della basilica s'innalza il trono del pontefice entro uno steccato, 
« cui ingresso ò una specie di arco trionfale (?) decorato di festoall 
« collo stemma di Sisto V ». Nella tavola li riproduce, da un afTrcscol 
del Vasari nel palazzo della Cancelleria di Roma, l'immagine dei 
luoghi e dello stato dei lavori quali si trovavano quarant'anni prima, 
sotto Paolo IlL La tavola III offre in una delle vedute il trasporta j 
dell'obelisco; e presso la torre campanaria ben riconosce lo S. rap 
presentata nella parte superiore d'un edifìzio parte del musaico giot* 
tesco della navicella che ornava l'antico quadriportico. Descritte lej 
vicende che alterarono il monumento, altrove trasferito e restaurato j 
più volte, lo S. oflfre nel n. 4 della tavola V un elemento assai antico] 
e pregevole per ricostituirne il primitivo aspetto, tratto da un disegno I 
della biblioteca Ambrosiana. « L'occasione - scrìve l'autore - mi in- I 
« duce X divulgare un frammento dì musaico attribuito a Giotto che j 
« ò serbato a Bauco^ nelle vicinanze della Badia di Casamarì, in uaaJ 
« cappella privata », quantunque sulPautenticità dell'angelo giottesco I 
non si avventuri a pronunziare giudizio. E questo, e la testa di Gre- j 
gorio IX, ch'era pur essa nel musaico sotto al timpano all' ingresso] 
del quadriportico; e la testa d'Innocenzo III, la cui hgura era nella | 
conca dell'abside ed ora si trovano nella cappella della villa giil 
Conti, ora Torlonia. presso Poli, costituiscono i tre frammenti di de- 
corazioni musive scampati alle distruzioni, che lo S. divulga per la \ 
prima volta nella tavola V del presente scritto. Nella parte inferiore j 
della tavola IH è anche figurata la piazza Colonna, colle umili ba- 
racche e co' pergolati che fanno cosi mìsero contrasto colla grande 
colonna di Marco Aurelio restaurata da Sisto V. La tavola IV ripro- 
duce, nella parte inferiore, una lunetta con la veduta del patriarchio 
lateranense e degli annessi editici, divulgata già dal Rosponì e dal 
Rohault de Fleur>'; nella superiore, la pianta prospettica di Roma 
indicante il piano regolatore della città attempi di Sisto V; ad illu- 
strazione della quale lo S. reca fra le altre notìzie quella della data 
certa della « desfattura della scola di Virgilio houer Scttc/.onio a, le 
cui spese figurano nei conti alla data de* 15 maggio 1589. Ora, tali 
registri de* conti che rivelano preziosi ragguagli intomo alle basiliche 
cristiane ed agli antichi monumenti di Roma, non pare che fossero 
cogniti al Tempesti, furono trascurati dall' Hùbner, e lo S. li usò primo 
e ne dene indicazione. 



bibliografia 



i8r 



Emmanuel Rodocanachi. Cola di Rienzo - Histoire de 
Rome de 1342 à 1354. — Paris, A. Lahure, imprimeur- 
Witeur, 1888. 

Cola di Rienzo ù tal figura storica che non può non esservi in 
^ i tempi chi si Usci attrarre da essa potentemente. Non ò solo fra 
gli Jinisti o i romanzieri che certi antichi nomi, certi episodi, certi 
periodi storici trovano, a preferenza dì altri, simpatie più vive; anche 
fu gli studiosi e fra i severi eruditi, per i quali tutto dovrebbe valere 
«qualmente quanto sì può chiamar fatto documentato, v' han certi 
tèmi, cui per bisogno inconsciente dello spirito la rigida ricerca obici- 
UTisi volge con più intelletto d'amore. Mal giudichiamo i freddi espio- 
'4(ondel passato, fiorandoceli quasi atrofizzati dalle carte ingiallite e 
^Ic logore pergamene: eglino comprendono, invece, come per certi 
^ni, per certi rivolgimenti, per certe figure del passato ìl lavoro loro 
■^OQ è se non !'umilc compagno di quello che spetta al filosofo, al 
politico, allo psicologo. Di qui la straordinaria attrattiva di certi ar- 
Jfoiacnti. 

Tale si presenta quel periodo della storia medievale di Roma che 
^ dal Ii42 al ij^t, nel quale la figura dcirultimo tribuno domina 
(^ Campeggia sovrana, anche quando dobbiamo andarla a ritrovare 
^^li solitudine di monte Maiella o nel triste carcere di RauJoitz. 

Ben venga adunque questo nuovo volume del signor Emanuele 
Rndocanachi su Cola di Rienzo, che s'aggiunge cos\ alla biografia di 
fi^lice Papencordt, sintesi felicissima di tutto quanto erasi anterior- 
tuente scritto su la storia del tribuno. Questa Società di Storia patria 
'^ ormai riunito e s'accinge a pubbhcare l'epistolario di Cola, ed è 
poesia una ragione di piò per accogliere con schietta soddisfazione 
^ pTwente lavoro, che serve, se non ahro, a ravvivare l'attenzione 
*.cl pubblico colto per quel memorabile decennio di storia romana. 
S« dicessimo che l'opera del Rodocanachi porta agli studi un con- 
tTbuio veramente nuovo, non saremmo nel vero e sorpasseremmo 
wr« gli stessi intendimenti dcll'A. Fonti nuove, oltre quelle, mano- 
scritte ed a stampa, gi.\ utilizzale dal Papencordt, non è venuto fatto 
■ af/'A. di scoprire, e noi non gli moviamo di ciò ìl bcncht,' minimo 
[rimprovero: fondamento principale della narrazione resta sempre la 
gFili dell'anonimo contemporaneo, sussidiata non tanto da varie ero- 
iche dì città italiane e da qualche annalista ecclesiastico, quanto dalle 
re di Cola a noi pervenute e già in buona parte, benché assai 
ile e sparsamente, pubblicate. 
Questo il materiale che servi agli anteriori biografi e che per la 
di essi, e. abbiam motivo dì credere, non per la via dei mano- 
itti, venne a conoscenza del Rodocanachi. E ad aggiungere però 
l'cgli ebbe primo Taiuto, mancato agli altri, della nota raccolta del 
ftcincr: Codcx diplomatiius domittii Umporalis Sanctae Siàis^ stampata 
el 1S63, della quale opportunamente sì valse a meglio chiarire i 
del tribuno colla Curia pontificia. Ciò solo basterebbe a 



l82 



'Bibliogra/ìa 



farci riconoscere tutt*altro che inutile il libro, del quale un breve e 
sommario esame potrit, crediamo, non riuscire discaro agli studiosi. 

La prima parte del volume comprende i primi anni di Cola, Tam- 
bascìata ad Avignone» la fondazione del buono stata, la politica in- 
terna ed esterna del tribuno e la sua prima caduta. 

L*A., dando maggiore sviluppo ad alcune parti della narrazione 
non interamente sviluppate dai precedenti biografi, rifa con forma bril- 
lante la storia di quei sei mesi in cui la potenza di Cola andò aumeo- 
tando con una rapidità uguale a quella con cui s'operò la sua prima 
caduta. Intorno ai rapporti fra i Romani e la Curia d'Avignone, pare 
airA. (e giustamente) di poter stabilire, su la testimonian/a d*una 
lettera del papa pubblicata dal Theiner (i. II, n. CXXX), che le am- 
basciate a Clemente VI furono due e che della prima non fece punto 
parte Cola di Rienzo, il quale soltanto posteriormente venne inviato 
ad Avignone (i). Cola fu più fortunato di Stefano Colonna e de' suoi 
colleghi: il 27 gennaio dell'anno i}4J, Clemente pubblicò la bolla 
i< Unigenìtus Del Filius » e formulò ì doveri imposti ai fedeli che si 
sarebbero recati a Roma pel giubileo nel i 550. Rienzo approfittò delle 
simpatie incontrate in Avignone per parlare con grande veemenza 
contro i baroni romani e per dipingere al papa coi più tristi colorì la 
loro licenza e la loro crudeltà. I senatori di Roma, Paolo Conti e 
Matteo Orsino, se ne risentirono aspramente, e decretarono contro 
Cola le misure più rigorose. 

Fu allora che intervenne il papa colla lettera sopra ricordata, nella 
quale difendeva il giovane ambasciatore da ogni accusa e lo racco- 
mandava alla benevolenza dei suoi concittadini. Cosi Rienzo potè tor- 
nare a Roma al sicuro dalle rappresaglie dei suoi nemici. 

Ad Avignone il futuro tribuno conobbe, com'è noto, il Petrarca, 
e da allora cominciarono le relazioni fra l'uno e l'altro. Il Rodoca- 
nachi scrive: «II scmble probable quc Pétrarque et Rienzo lìèrent 
« connaissance dés cette epoque; animC's tous les deux d'une ègale 
« passion pour 1* Italie, ìls durent s*entretenir sans doute plus d'une 
«(bis de leurs pensccs et de Icurs espcrances sur son avcnir». Alle 
quali parole, assai scarse in verità, tenuto conto degl'intcndimenii del 
volumi:, o noi c'inganniamo o la forma dubitativa, usata dall' A., toglie 
gran parte di valore. Ci sia lecito pertanto notare come il Petrarca 
dia principio ad una sua lettera (Ldt. s^n^ii titolo, 7), scritta dopo la 
partenza di Cola da Avignone, appunto ricordando un lungo colloquio 
avuto con lui dinanzi air antico tempio di Sant'Agrìcola. « Quando 
«ripenso - scrive il poeta - a quella nostra conversazione, mi sento 
a pieno di fuoco e d'entusiasmo ». Nìun dubbio quindi che durante 
la dimora di Rienzo ad Avignone (imO ^^ stabilisse TafTettuosa ami- 
cizia tra Cola ed il Petrarca. 



(1) Eco» Il luo/n p*e;it" * " ' '. • Cum .lutrtn per sli^uo» ipius Ni- 

• Col*i cmulot vabli, ut ftucii tìi, Uctt fal^n. rumdeni NicoUam dìiÌMe 

• corAia nobll &li^u«, «jua in ■ - '..m Ro(n«nl popuK amb«»ii«f>>rum r.LnuM 

• nlatonun «d MO«tr*ni fmcnciara prciudicium ac vitupcrinm r««luiuljibtnr, tu 



bibliografìa 



183 



A quest'amicizia, che esercitò senra dubbio un' influenza non pie* 
j coli su r indole dei rapporti stabilitisi dipoi tra Cola Jivenuto arbitro 
idi Roma e papa Clemente VI, il Rodocanachi consacra un intero ca- 
pitolo, dov'ì: opportunamente esaminau la corrispondenza epistolare 
Itenuia fra il Petrarca e il novello tribuno, « Ce fut probablcment 
l»»cr5ccttc òpoque - aggiunge l'A. - quc dans son premier mouve* 
[tilJcnt d'enthousiasme le poète coraposa en rhonncur de Rienzo la 
jtcanzonc célèbre connuc sous le nom de Spirito (sic) inculile a. E ri- 
jporu uDa traduzione francese della canzone, fatta dal signor Esmé- 
^Qini du Mazct. Delle lunghe e spesso anche dotte discussioni cui 
àkik luogo r incertezza del destinatario di quelle strofe, il Rodoca- 
McM mostra di non essere affatto informato, per quanto il nome dei 
letterati che presero parte alla disputa, come il Carducci, il BartoH, 
il D'Ovidio e molti altri, avrebbe dovuto non fargliela ignorare. 
L'A. invece non giunse piti oltre dei ru-.-innanienti tenuti quarant'anni 
£1 da ZctHrino Re, dichiarando che dopo la sapiente discussione di 
^qticsio erudito non si può più mettere in dubbio che la canzone fosse 
rulmcntc indirizzata a Cola di Rienzo. Ora, noi non contestiamo al 
Rodocanachi il diritto di ritenere una tale opinione, sostenuta da va- 
liiiistìrai argomenti; ma non ò davvero Zelfirìno Re che, tra i prò- 
pogaaiori di essa, abbia dotto l'ultima parola. A buon conto, un co- 
dice Ashbumhiano, scoperto e segnalalo dal Bartoli in questi ultimi 
aimi, reca in capo alla canzone il nome di Bosone da Gubbio, e in 
► ^Oeno nuovo fatto molti letterati valenti, fra i quali il D'Ovidio, han 
r Veduto una prova di più della tesi già sostenuta dal Carducci, che 
ooè il nome di Cola di Rienzo fosse venuto in campo soltanto pò- 
«criornicntc per opera degli eruditi del cinquecento. Bisognava quindi, 
( Dna volta entrati nella disputa, ribattere con nuove ragioni (e ce ne 
^o() questa opinione. 

Per ciò che riguarda i preparativi della rivoluzione popolare e lo 
ttabilìrri del buono stato, i capìtoli IV e V del presente volume nulla 
^pungono all'opera del Papcncordt, che seguono abbastanza da vi- 
^0. La politica esterna del tribuno e le sue relazior:! col resto 
^ llilia (cap. VHI e IX) vengono esposte dairA. con molta chia- 
^'a. Non fa d'uopo ricordare ne* suoi particolari il piano di Cola: 
^ voleva istituire un'assemblea, nella quale tutte le principali città 
'^«nc dovevano essere rappresentate con egual numero di voti, 
P^ discutere e risolvere tutte le querele delle città confederate, csa- 
""nirc le questioni d' interesse generale e rappresentare V Italia di 
*^otc ai paesi stranieri. In questo grande consiglio egli avrebbe tro- 
JJto modo di dare a Roma il primato e la preponderanza. Con tale 
iQlendimcnto inviò in sulla fine dì giugno al comune di Firenze una 
jpcciale ambasceria, munendo i suoi legati d'una lettera credenziale 
^ che conservasi, insieme a varie altre, in copia sincrona, nell'Archi- 
Ho di Firctue (Capitoli del Comune, voi. XVI) e che fu già pubbli- 
atadalGaye (Carti^^io inedito d* artisti). Da questo documento risulta 
bc gli ambasciatori furono quattro, e non cinque, come dice il Ro- 



t84 



"IStblìografia 



docanachì (pag. no), e cioè: Pandolfuccìo di Guido de* Franchi, 
Matteo de' Beccari (non A^* Reatini, come scrive il nostro), Stcfancllo 
deMioezi e Francesco do' Baroncelli (i). Il 2 luglio del 1545, due 
degli ambasciatori parlarono, a nome del tribuno, avanti alla Si- 
gnoria. I discorsi di costoro - a\n*crte l'A. - si trovano nel codice 5^7» 
fondo itidiano, della biblioteca Nazionale di Parigi, conosciuto dal 
Papencordt sotto l'antica segnatura (7778 della biblioteca Reale), ma 
da lui non potuto consultare (2): occorre però aggiungere ch'es&t 
trovansi, tradotti in italiano, anche nella cronaca dì Giovanni Vil- 
lani (Firenze, 1823; voi. Vili, p. cxx e sgg.). Il Rodocanachi omctic 
questa citazione^ e dà in francese qualche passo dei discorsi. Primo 
parlò Pandolfiiccio (cod. 557, e. 79), poscia il Baroncelli (cod. 557, 
e. So), e, il giorno seguente, alla proposta di Tommaso Corsini ri- 
spose ancora Pandolfuccio (cod. 5)7, e. 81 r.)- 

Risultato deiramba^ccria fu, com* è noto, l'invio da parte della 
Repubblica fiorentina di cento cavalieri, e la partenza di suoi rappre- 
sentanti alla volta di Roma. Poco dopo, giungevano a Rienzo am- 
basciatori anche da Siena, da Arezzo, da Todi, da Spoleto, da Rieti» 
da Pistoia, da Folìpio, da Tivoli, da V'elletrl: i signori del Nord 
dMtalia gli offrivano doni preziosi; la regina Giovanna sottoponeva 
al giudìzio dì lui la sua lite con Luigi d' Ungheria, e perfino Giovanni 
Paleologo entrava in amichevoli relazioni col capo del popolo ro- 
mano, a Per tal modo - conclude il Rodocanachi - Cola seppe intc- 
« rcss.ire alla rivoluzione che s'era compiuta in Roma tutti i popoli 
«d* Italia e i sovrani d'Europa. E mentre Crescenzio, Arnaldo da 
« Brescia, Stefano Porcari, pur animali dallo stesso amore di liberti, 
« videro la loro fama e i loro sforzi circoscritti dalle stesse mura dclU 
« cittA, il tribuno, appena arrivato al potere, si vide trattato da pari 
tr a pari dai più potenti monarchi ». 

Ma airesieriorc potenza mal corrispondevano in Cola le qualJU 
psichiche : certamente, la rapidissima ascensione alla gloria meno spe- 
rata apportò nel suo spìrito uno squilibrio, che non può sfuggire a 
chi, dopo cinque e più secoli, cerchi penetrare la storia ìntima óx 
quell'anima. E a questa storia, non meno interessante di quella este- 
riore del tribunato, parecchie fra le lettere di Cola servono assai 
bene. Ci basti ricordame una (j) ch'egli diresse il 15 luglio 1347 a 
un suo amico in Avignone, e in cui con grande famigliarità apre 
tutto l'animo suo. Gii il Papencordt ne citò un brano, che ora anche 

(1) Emo II reUtivo patto àtXU Irtia-iM: 

> . . . . (]ucd4m, (juc corde ({«rimus, vobU oretenut uponenJft, nobili «t nrcnuo vlio 

• Pandolfutjo Gultloni» ile Fr«n<lil», (loinlno M«ctca Jc BeccAiiU ccusidko et providi» 

• virii Sicphincilo A* Hnctiii ci frittweico dt BAroncellit, dllecui civibut et ambaiAion» 

• bua Doatria, rxibitorìbu» liArum, plen« fiJc cummiaimns.... ». 

(1) C01I <«r1*c«o dell» fine del lecalo xtv, wo» icgAtur* del »ecolo p«MAto in ni*- 
roccbioo T0%%Oy (Il 108 »ric. CoDtlcn« auctic un'a»«AL oou Uttcm di CoU t' VU«rbc*I. 
Li proasimj eJiJÌone dell'epistol-u-io di Rieiuc-, clic U Socieil Roaun« di Stoni palHé 
Mi curtndu, diri t'indice del jontenuto dì i^uf^to importante manoicritio. 

(y) Cod, D» )9 dcU» biblÌot«M >l«iÌonAle di Torino; mtu 175. 



bibliografia 



r8j 



il RoJocanachi riporta tradotto in francese, traendolo cviJemcmenie 
<W precedente biografo di Cola. Moì lo diamo nel testo latino, quale 
trovasi nell'unico codice che ce lo ha conservato. 

« Et novit Deus - scrive Cola airamico - quod non ambitìo di- 
•gniutis. officii, fame, honoris vel aure mondialis, quam semper 
« ahorrivi sicut limus, sed desiJerium comunis boni toiius rcìpublicc 
«huiusque sanctissimi status induxit nos colla submittere jugo adeo 
«ponderoso attributo nostris humeris non ab homine, seJ a deo, qui 
■oovitsi of!icium istud fuit per nos precibus procuratum, si officia, 
«beneficia et honorcs consanguineis nostris contulimus, si nobis pe- 
«cuniam cumulamus, si a veritate recediraus, si t;obis vel hcredibus 
«Oostris facimus cotnpositiones, si in ciborum dulctuiine aut voìuptatt 
*fdì^ua tUkctamur, et si quidquam gerimus simulatum. Testis est 
«nobis Deus de iis que fecimus et facimus pauperibus, viduis, or- 
'phanis et pupìUis. Multo vivebat quietius Cola Laurcntii quam 

• Tribunus *>. 

Fin qui il Rodocanachì, che più oltre non poteva andare, serven- 
a«3Ì del Papencordt anziché del codice torinese. Ma la lettera appare 
■importante anche in altre sue parti. Sembra che l'amico avesse scritto 
' Cola che si diceva chVi cominciasse già ad aver paura del suo 
nuovo "(tato: e Cola a smentire la falsa voce: « Ad id autem quod 
scribìtis audivisse quod incepimus iam tcrreri, scirc vos lacimus 
«fuod sic Spiritus sanctus, per queni dirigimur et fovemur, facit anì- 
iitim nostrum fortem, quod ulla discrimina non timemus:vero si 
toius mundus et homines sancte fidei cristiane et perfidiarum he- 
^raice et pagane conirariarentur nobis, non propUr ea Urnrémur». 
più sotto: (( Sed frustra tumcscunt maria, frustra venti, frustra ìgnis 
* Crepitai contra hominem in domino confìdcntem, qui, sicut mons 
Sion, non poterit comnioveri n. E chiude invitando l'amico a tor- 
«; in Roma, dove gli ha destinato un onorevole ufficio. 
Qpest' altèra sicurezza di so stesso venne naturalmente accresciuta 
Rienzo dai fatti che seguirono, e spcciaìmcme dal successo ch*ei 
portò nella lotta contro quel Giovanni dì Vico, che pareva assolu- 
txientc invincibile. Ond'è che a lui sembra facile sbarazzarsi d'un 
^*tio dei principali baroni romani e che preparò loro il noto agguato 
*** un celebre banchetto, de! quale parla con efficace e bonaria sin- 
riià la l'ita dell'anonimo. A spiegare quella veramente impolitica 
^dctta di Cola, il Rodocanachi parla d'un sicario, cui i baroni avrcb- 
«*o dato mandato d'assassinare il tribuno, e che invece fu scoperto 
ttiprìgionato. L'assassino, messo alla tortura, avrebbe svelata la con- 
dri e i più potenti baroni si sarebbero trovati compromessi. Da 
Infesto fatto il tentativo di Rienzo sarebbe abbastanza spiegato. Ma 
^^ tion sappiamo su quali fondamenti e da quali fonti l'A. abbia nar- 
•^ tali particolari, dei quali la ritti non fa parola. C'è anche per- 
^^nata una lettera di Cola a Rainaldo Orsini, notaio del papa (Hoc- 
*^^ÌU!, Gfstd poni. Tun^r., Il, 496), nell.i quale ei sì scusa dell'avere 

* tradimento incarcerati i baroni, e afferma d'averlo fatto soltanto per 





i8^ 



bibliografia 



indurli a confessare le loro colpe. « A questo fine - egli scrive - il 
(c 1 5 di settembre mandai ai baroni nel carcere alcuni frati, i quali, 
«ignorando la mia finzione, e credendo eh' io avrei usato la maggior 
« seve riti, dissero loro: Il tribuno vi danna a morte. Ed essi allora, 
« credendo immineptc la morte, si confessarono colle lacrime agli 
'( occhi. Io invece li trassi in presenza dì tutto il popolo, li perdonai e li 
«t colmai d'onoranze ». Non c'è facile scoprire se tanta clemenza fosse 
già da prima nell'intenzione dì Cola, o se non piuttosto gli fosse 
imposta (come pare) dai più influenti cittadini: certo è però che, 
qualora il tradimento del convito fosse stato provocalo da una con- 
giura, antecedentemente ordita a fine di assassinare Rienzo, egli non 
avrebbe davvero omesso di dirlo in una lettera ch'è appunto dettata 
in sua discolpa e per frenare 11 prevedibile sdegno di Clemente VI. 

Ma gli umori divenivano ad Avignone sempre più contrari a Cola: 
il capitolo XIV del volume del Rodocanachi parla appunto dell' in- 
tervento della Curia pontificia nelle cose di Roma, dopo il quale la 
rivolta degli Orsini dì Marino e il combanimenio di porta San Lo- 
renzo furono pel tribuno come gli ultimi lampi di gloria, che resero 
più dolorosa la sua caduta. 

Veniamo così alla seconda parte del volume. Q.ui la figurai dì Cola 
assume un carattere più mistico, l'uomo d'azione sì fa asceta, e ce- 
lato tra ì fraticelli della Majella pare che altro non cerchi se non 
d*essere affatto dimenticalo. Nel 1550 -anno del giubileo- egli de- 
cide dì recarsi in Terra Santa, ma la paura ne lo distoglie (p. 267). 
Intanto le esortazioni di fra Michele di Monte Angelo tornano a com- 
movcrlo di nuovo e a convincerlo che l'opera sua ó più che mai 
necessaria al rinnovamento del mondo. Ma ad intendere l'influenza 
che esercitarono sull'animo di Rienzo le predizioni del santo eremita, 
bisognerebbe che a questa parte fo^sc dato sviluppo maggiore che 
non le dia TA,: le profezie, ripetute dal frate, 5Ì trovavano ad essere 
gii popolari nel mondo medievale ed erano quelle che Cirillo, gene- 
rale dell'ordine carmelitano (1192), aveva ricevute, secondo la leg- 
genda, in tavole d'argento e che circolavano per tutto l'occidente com- 
mentate dall'abate Gioacchino e da Gilberto Cistercense (1280). 

Il Rodocanachi, sorvolando su tutto questo nucleo d'idee, che pur 
rappresentano un portato così caratteristico del pensiero medievale, 
non solo non ne tenta una critica esposizione o comparazione, ma 
s'accontenta di tradurre semplicemente una lettera di Cola a Carlo IV, 
pubblicata già dal Papcncordt, nella quale le profezìe dì fra Angelo 
sono ricordate. 

Incitato dalla parola del santo eremita, ecco Rienzo arrivare im- 
provvisamente a Praga, presentarsi incognito all' imperatore, e implo- 
rare la sua protezione. Ma Carlo IV doveva in gran parte la sua ele- 
zione al papa, e non poteva permettere che s'attaccasse, come faceva 
Cola, impunemente la persona stessa del pontefice : ritenne quindi 
prigioni, come eretici, Cola e i suoi compagni di viaggio. Il periodo 
della prigionia (cap. XXI, XXII, XXIII) ci è specialmente rappreseli- 



bibliografia 



.87 



tiio dal carteggio di Rienzo coll'arcivescovo di Praga e con Giovanni 

di Ntumark, canonico di Breslavia e di Olmùtz e poscia cancelliere 

<icll' Impero : le lettere dirette Ja Cola a questi due ahi personaggi 

fiiroao già nella massima parte fatte conoscere dal Papenccrdt. Ma 

'e accuse d'eresia portate contro Cola impedivano tanto alFuno quanto 

*Al*altro dei due ecclesiastici d' intercedere per lui ; laonde egli pensò 

^ dirìgere all'arcivescovo una lunghissima memoria, che intitolò: 

r€Tus tribuni ìihclìus contra scismata et hcrrons. 11 documento fu già 

stannpato dal Papencordt, e il Rodocanachi non fa che riassumerne 

j punti principali. Qui lo stile di Cola si fa più che mai contorto e 

evoluto, cosicchò r interpretarne il pensiero riesce spesso difficile; 

nierita quindi d'essere scusato Pegregìo A., se non sempre intende a 

*tovcre il linguaggio deiresahato scrittore. Veggo infatti che la chiusa 

«iella lunga lettera non t; bene interpretata dal Rodocanachi. Dopo 

^**cr5Ì difeso dalle molte accuse d'eresia, Cola toma a citare la pro- 

'^ia di Cirillo, dove si parla appunto d'un rigeneratore che, dopo 

^*scre stato esaltato alla maggior gloria, sarebbe imprigionato ncl- 

' ariao del giubileo; ma la profe?:ia è poscia illustrata e commentata 

Con SI oscuri e prolissi ragionamenti, che indussero ìl Papencordt a 

■^^panniarc la trascrizione di questa parte del manoscritto. Quindi 

*— ola prosegue : « Non so come stamane mi venne fatto d' intrattenervi 

"■ SU questa profezìa: me ne mancava il tempo, non avevo nò in- 

• chiostro né penna adattata, e perciò scrìssi con carattere grossolano 

* ^ eoo grossolano stile. Se avessi avuto dinanii il testo della profezia, 
** »*a'vr€i esposta meglio di qualsiasi glossatore n. 

"bion sembra dunque giusta l' interpretazione del Rodocanachi, cht 

"^^^sumc questo punto così: « En terminante ìl s'excuse de n'avoir 

Po mieux ccrire par suite du manquede livriu et de la mauvaise qua- 

-^ de Tenere ». Questa dichiarazione di Cola si riferisce soltanto 

esposizione della profezia di Cirillo, non potendosi assolutamente 

^^ pressione: si Uxtum hahercm tradurre: se avessi avuto dei libri* 

Ala intanto seguitavano le trattative fra la Corte di Praga e quella 

Avignone per rimettere Cola dinanzi ai giudici ecclesiastici. Carlo IV 

'*^^va, e il pontefice, poco abituato a veder P imperatore resistere alla 

volontà, reclamava sempre più imperiosamente il pri^onìero. 

' '^* ambasci ala fu finalmente spedita da Carlo a Clemente \'I per ac- 

5**"*i'*"i su la partenza di Rienzo, e ne fu capo lo stesso arcivescovo 

I ^*"^g*- Questo fatto, non segnalato dagli storici e biografi antece- 

- ^'^ti, vien dato come certo dal Rodocanachi, e a noi manca il tempo 

' ^*' «controllarlo, tanto più che nel relativo luogo del volume non si 

''^^^'^ nessuna citazione. 

11 riiorao degP inviati troncò gì' indugi, e lutto fu disposto perchè 
^ Priginnicro di Raudnìtz fosse tradotto alla Curia papale. E qui ìl 
"o<3ocinachi apporta un'importante rettifica all'opinione finora gene- 
***mcnte accolta intorno alla data della partenza di Cola da Praga 
P^t- Avigncme. 

Una bcQ nota lettera del Petrarca a Francesco di Nello, scrìtta 




i88 



bibliografia 



il 12 agosto 1352, contiene le seguenti parole: « Venit A.à curiam 
M nuptr, imo vero non venii, scd captivus ductus est, NicoUus Lau- 
ti rcntius » ecc. Cola, dunque, doveva essere probabilmente giunto 
ad Avignone nel luglio del 1352, come porterebbe anche a credere 
un breve passo della Cronaca di Alberto Argentinese (i). 

Tuttavìa, dacchc il cronista non diceva se intendesse parlare del 
luglio 1552 o del luglio 13JI. il Papencordt e altri con luì si pro- 
nunziarono pel '51, non lasciandosi troppo convincere da quel riuper 
del Petrarca, espressione - scrive Ìl Papencordt - assai vaga e inde- 
terminata. Per contrario, egli sosteneva la sua tesi colle seguenti con- 
siderazioni: La lettera del Petrarca (12 agosto 1352) i' scritta indub- 
biamente quando il processo contro Ricnto era gii terminatole quindi, 
se Cola arrivò in Avignone ai primi dì luglio, bisognerebbe conclu- 
dere che il processo non occupasse più di cinque o sei settimane t 
ìl che, secondo ìl Papencordt, ù inverosimile. Se invece ammettiaino 
che l'andata da Praga in Avignone avvenisse nel luglio del 1351» 
tutto combina perfettamente, perchò, prima che l'esame finisse colla 
sentenza, dovù trascorrere quasi un anno. L'argomentazione del Pa- 
pencordt appare già debole per sé stessa, dacché nulla ci obbliga a 
ritenere indispensabile una cosi lunga durata del processo, senza dire 
che ditìicilniente Ìl Petrarca avrebbe potuto chiamare ncaiU un fatto 
avvenuto un anno prima. Ma il Uodocanachì tronca addirittura la que- 
stione, citando una lettera di Clemente VI, in data del 24 marzo 1552, 
nella quale il papa d.\ incarico a (ìiovanni di Spoleto, a Kaimnndo 
dì Molendinuovo ed a Ugo di Carluccio di farsi consegnare dairar- 
civescovo di Praga ìl prigioniero Cola di Rienzo, onde trasferirlo da 
Raudnitzalh Curia d'Avignone. Probabilmente non poterono subito 
i tre incaricati eseguire il mandato, a cagione fofse delle tergiversa- 
zioni dell'imperatore Cario IV; quindi Cola non arrivò ad Avignotie 
se non ai primi di luglio. Certo e*, ad ogni modo, che ai 24 di 
marzo 1552 egli trovavasi ancora a Rnudnitr, prigioniero dell* arci- 
vescovo Ernesto. Adunque, la rettifica del Rodocanachi va accolta 
definitivamente: soltanto egli avrebbe potuto o trascrivere intera la 
lettera di Clemente VI, o citare almeno la fonte da cui ne trasse la 
notizia. 

Ma questa nostra osservazione si collega in certa guisa al giu- 
dìzio complessivo che si voglia dare del sistema seguito dall'autore 
riguardo alle citazioni delle opere a stampa utilizzate. Esse sono ri- 
cordate soltanto in principio del volume, in una brevissima e som- 
maria bibliografia, e poscia, nel corso dell'opera, non più citate, anche 
quando se ne traggano testualmente lunghi brani. Ora, un tale sistema, 
mentre lascia assai spesso insoddisfatto il lettore (come nel caso su- 
cnunciato della lettera di Clemente VI), induce anche l'autore in qual- 
che non lieve omissione. E valga un esempio: a pag. 233, il Rodo- 
canachi riporta, tradotta in francese, una lettera diretta dal tribuno 



0) 



(^uetn poitc* &t nteose julii Cvolus rei p«p«c tnnsmiiii- 



^ìblìograjìa 



189 



liia comuoitù dì Aspra in Sabina il 2 dicembre 13471 e non dice donde 
l'abbi;! tratta. La lettera fu pubblicata nel tomo XI della vecchia ri- 
^Ista. BiVlioUca italiana, la quale non tr punto citata nella bibliografia 
somniarìa premessa al volume: ecco dunque che il lettore, anche vo- 
lendolo, non può sapere la fonte d'un documento utilizzato dall*A, 
E giacchò siamo su la via del censurare, noteremo qua e là qual- 
che citazione inesatta di nomi, come quella di B<:i/ri;mii) De Deulx, ch*è 
invece De Deux, e di Ernesto di Pardubi^, ch't* invece di Parbnbiti; 
qualche nota ingenua od inutile, come quella spesa a dirci che Assisi 
*i trova in Umbria; qualche osservazione che o noi c'inganniamo 
pu^ sembrare inopportuna in un lavoro d' indole storica, come quella 

* P- 285, dove, a proposito della predizione di Cola che gli avvenì- 
<^enti da lui annunziati sì sarebbero avverali fra un anno e mezzo, 
1*A. avverte: « C'est aussi le case de M. Auguste Comte, qui indi- 

* quaìt dans ses ouvragcs T epoque précise à hquelle devait s'accom- 

* plir la rénovation du monde ». 

Il capìtolo XIV narra la dimora di Cola in Avignone e Tesito del 

processo che gli fu intentato. Dalla sua nuova residenza Cola scrìsse 

^na lettera ai Romani, che comincia: « O quam profana dieta suni 

" conira te, civitas BabylonisI», dov'egli, collo stile più ampolloso, 

*> paragona a un grand'albero che per la sua stessa altezza e più fa- 

^^Irn ente scosso dai venti: « Arboreminens, multis fecunda rarausculis 

•* **Jt.rapondusìp5orum, prona est ventorum procella recipcrc eteveni !» 

^^iwesta lettera sembra all'A. doversi ritenere come apocrifa, per quanto 

^jB'ì (p. 52 j) non dia ragione alcuna di questa supposizione. Lalcttera 

^* trova in un importante Codice miscellaneo, conlenente in gran 

^^*^c documenti di storia medievale romana, e che conservasi nella 

*^^ÌÌotcca Feliniana di Lucca (Capìtolo della Metropolitana), Plu- 

^^o Vili, 545. Il manoscritto i: tutto di carattere della fine del quat- 

CDto. n Rodocanachi non conosce, dacché non la cita, la sede 

^* documento, e afferma soltanto eh' esso è da ritenersi come apo- 

"^•^o. Ma noi non possiamo acconciarci così facilmente all'opinione 

^^^l'^cgregio autore. 

^d Avignone, il processo di Cola fini, com'era a prevedersi, con 
*-*^- condanna capitale; ma il noto movìmenio dì simpatia sorto 
^^la città intorno a Rienzo per essersi diffusa la voce ch'egli fosse 
5* grande poeta (vedi la lettera del Petrarca a Francesco di Nello), fece 
***'erire l'esecuzione fino a tanto che, morto Clemente VI, successe 
**^ Innocenzo VI, al quale parve che di Rienzo avrebbe potuto 
^*=^cra efficacemente valersi la Santa Sede per i suoi interessi in 
V^lìa. Dì qui la missione del cardinale Albomoz, la partecipa- 
- p*^^*^ ^^ Cola a quella missione, la sua nuova e fugace potenza in 
^Orria e la sua tragica fine: dei quali avvenimenti trattano con suf- 
*^i^le larghezza gli ultimi capitoli (XXVI-XXIX) del hbro del Ro- 

Oiunti cosi alle fine del volume, non muta l'opinione che csprime- 
^*tno in principio, quando, pur facendo buon viso al lavoro del Rodoca- 






190 



"'Bibliografia 



nacht, poco o nulla dicevamo di trovarvi, che s'aggiungesse alU storia 
di Cola o la modificasse in qualche guisa. Ci correva però TobbligO 
di giustificare, come che fosse, il nostro giudizio, e a tale scopo fo* ' 
ron dirette le poche cose che siam venuti dicendo, mentre moke ■ 
altre dovemmo ometterne per brevità. Comunque, a far perdonate 1 
airA. la leggerezza di qu.ilche affermazione, la condotti talvolta so-l 
perftciale delle ricerche, la non raggiunta perfezione del metodo] 
trebberò ragionevolmente invocarsi i suoi pregi di scrillorc elEcac 
e dì brillante narratore. 

Annibale Gabrieui. 



Zdekauer L. Siatntum pokstatis comunis PistorUnsis onftt 
MCCLXXXXFL Milano, Hocpli, 1888, p. Lxv-343. 

Merita sìncero plauso l'autore di questa pubblicazione, conio^j^i 
con buoni criteri e soda erudizione. Lo Zdckaucr ha creduto opP^^H 
tuno di limitare l'oggetto della prefazione all'esame del codice ^^B 
raccogliere così dai statuti stessi che pubblica, come da altri d**^: 
menti pistoiesi tutte le tracce della legislazione statutaria in Pis^*' 
dal secolo xu a xjn, mostrandoci cosi come essa si sia venuta *^ 
mando. Si astiene di proposito da una illustrazione intrinseca d<* 
statuto, segnalandone le difficoltà. « Ingens comparationum serie** 
« fiat, necessc est ad ìnterpretanda quae propria et peculiaria ur»*^ 
« urbis esse videnturu. Lo Zdekauerad ogni modo mostra di avere ^^ 
esatto concetto di che cosa voglia essere l'illustrazione di uno siatuf<^^ 
mentre ha corredato il suo lavoro di copiosi ed accurati indici ao*^ 
litici, quanto indispensabili altrettanto troppo spesso trascurati io 
altre recenti edizioni. Merita anche di esser ripetuto il voto cht 
TA. fa nel dar ragione di aver oraraesso il glossario. L' Italia non 
può ni dovrebbe ormai contentarsi di fare addizioni o continuazioni 
al glossario del Ducange, formato specialmente su fonti franceflH 
Occorre un'opera completamente originale sulla latinità medicvaS^H 
italiana, « linquenda semita, - com'egli dice - ut viam consiilarem 
assequamur ». 

I limiti di questa recensione non ci permettono che di rìassu- 
racrc assai succintamente la bella prefazione, che movendo dai fram- 
menti pistoiesi del secolo xm editi dal Muratori, dallo Zaccaria e 
dal BcrUn, mostra che ben 24 di essi hanno lasciato traccia dì sé nello 
statuto Angioino, mentre una rubrica anteriore, anche anteriore a detti 
frammenti (itp). ci d conser\'ata da Dino di Mugello. Indi abbiamo 
leggi del iiQi, i3o6, 1213, 1217, 1219 relative alla pace di Pistoia 
con Bologna conchiusa dal card. Ugolino d'Ostia e così via fino ad 
uno statuto tU- cafis ncm aUtnandis del 1260. Il trionfo di pane guelfa 
sotto Carlo d'Angiò modificò grandemente ranieriorc legislazione, 
massime quanto al diritto pubblico, e lo Zdekaucr crede che un* re- 
dationc angioina che riferisce all*flnno 1267 abbia servito di base t 



bibliografia 1 9 1 



/enutacidel 1296. Il prof. Schupfer (Rendiconti dei Lincei, 
;888) non trova che gli indizi raccolti dalFA. per stabilire la 
67 siano sufficienti, ed inclina invece per il 1272, trovandosi 
emo di carta pistoiese del 1321, che comincia così: « Hoc 
noviter factum correctum et eraendatum per constitutarios 
Pistorii tempore dei et regis gratìa honorabilis potestatìs 
I. d. 1272». Ma forse nemmeno questo documento 6 de- 
ntre gli statutari dovevano intervenire anche per riforme di 
;gi. Ne abbiamo la prova nelle deliberazioni che precederono 
ero lo statuto appunto del 1296, e per le quali fu data balla 
: di Firenze di riformare la città e popolo di Pistoia. Questi 
ordinamenti sono gli unì « facta et condita per Gherardum 
reconem comunis Pistorii » ; un altro successivo « per Cion- 
.anfranchi preconem et statutarium comunis Pistoni », dove 
aditorì convertiti in legislatori hanno l'aria di comparse, 
rispettare la lettera della legge. 

orevole recensione dello Schupfer rimando chi desideri più 
izia dell^opera, e ivi troverà importanti notizie sugli orài- 
trata et sacratissima che Pistoia ebbe da Bologna, e che sono 
irenze chiamò gli ordinamenti di giusti:^ia. Tali ordinamenti 
no in Pistoia quando eravi a podestà Giano Della Bella, di 
lauer pubblica tm importante documento (1294, marzo 16). 

opportunamente rileva T importante rubrica (III, xxiii) 
oi dei Bianchi e Neri, cosi forse ricordando il nome dì 
Ila Bella veniva in acconcio un cenno sulle molte rubriche 

1 clero, verso i quali lo statuto mostrasi abbastanza severo 
ibitare che alcun poco in esse siavi traccia della mano del 
la, persecutore dei falsi chierici. Opera adunque del comune 
: lo statuto del 1296 è naturale che molto s'accosti a quello 
» come appare dal confronto di molte rubriche. 

G. L. 



NOTIZIE 



or A. De Waal, rettore del campo santo teutonico dì Roma, 
pubblicare una rassegna trimestrale, ad illustrazione delle 

istiane, dal tìtolo: Ròmischt Quartahchriftfur christìiche AÌUT' 
una KirchengtschichU, 

ito in Milano il i° fascicolo della Rivista italiana di numi- 
«tu dal dottor Solone Ambrosoli, nata a sostituire il BuU 
miismaHca e sfragistica per la storia d'Italia, che ha cessato 
blicazionl 

ideaux è venuto in luce un i° volume in-4, di pp. 616, 
m romaims de Bordeaux, raccolte da Cahille Jullian. 

Jnnanza del 18 marzo la R. Deputazione di stona patria 
icana, T Umbria e le Marche approvava la pubblicazione 
Ice diplomatico pistoiese proposta dal dottor L. Zdekauer. 
nso dì stampa, a cura della Deputazione, il Libro di Mon- 
L Paoli, e i Documenti delVantica costituxione fiorentina fino 
prof. Pietro Santini. 

icolo 8 del tomo II dei Registres d* Innocent IV contiene 
iDte studio del signor £. Berger sulle relazioni tra la 
la Santa Sede sotto Ìl pontificato dì quel papa. 

lO Vm dei Monumenta Germaniae historìca, Scriptores anti- 
antiene gli scrìtti di Sidonio Apollinare, pubblicati da 
ohan; il tomo I, p. I, delle Epistolae del registro di Gre- 
ì libri 1-4, editi dal compianto nostro socio P. Ewald. 

to della R. Società romana di $toria patria. Voi. KL 13 



194 S^o/i^ie 

Il 13*> fascicolo della nuova edizione dei Regesta pontificum roma- 
norum del Jaffé comprende gli anni 1184-119; (n. 15297-1 1038). 

In occasione del giubileo sacerdotale del pontefice, il personale 
superiore addetto all'Archivio pontificio ha fatto omaggio al papa 
d* un fascicolo di Specmina palaeografica regestorum pontificium ab In- 
nocentio III ad Urhanum V. ^ Sottoscrivono alla dedica il cardinale 
Hergenròther, Tabate Tosti, monsignore Delicati, il p. Denifle, il 
Carini, ilWenzel, il Palmieri e Fr. Hergenròther. Sono sessanta tavole 
di bellissime eliotipie eseguite dal Martelli ; precede un breve proe* 
mio e una succinta illustrazione di ciascuna tavola. Il nostro Ar- 
chivio terrà particolare ragione di questa pubblicazione importante. 



PERIODICI 

(Articoli e documenti relativi alla storia di Roma) 



Aazeigen (Gdttìngische Gelehrte). 2887, n. 18. — Soltau, 
Prolcgomena zu eincr ròmischen Chronologie (Prolegomeni ad un 
***tetiia di cronologia romana). 

Archiv fOr fisterreichische Geschichte. Voi. LXXI. — W. Hau- 
M.E1, Aus dem Vaiicanischcn Regesten, vornehmlich zur Ge- 
^J^ichte dcr Erzbischòfe von Salzburg bis zum Jabrc 1280 (Dai 
''f?»*tri Vaticani. Scelta di documenti e regesti^ precipuamente per la 
*oria dell'arcivescovato di Sahburg, sino all'anno 1280), pp. 211-296. 
Voi. LXXII. B. ScHROLL. Urkunden-Regesten zur Geschichte 
*^^* Hospiiais ara Pyrn in Oberòstcrreich. (Registri di documenti 
P^ Ustoria dell'ospedale a Pym nell'Ausiria superiore, 1190-1417). 
'BrcTn di Celestino ITI (nn. 7-8), d'Innocenzo IV (28). 

Archìvio storico dell'arte. Fase. I. — A. Venturi, Il Cupido 
r«i Michelangelo, (L'articolo è principalmente rivolto a combattere 
j * conclusioni del Lange che il Cupido michelangelcsco possa esser 
Iranisato in quello del museo di Torino o nella collezione Obizi 
[•ci Cataio). - E. MOntz, L'oreficeria a Roma durante il regno di 
fClenjcaic V^ll (1525-54). (L'ili. A. si propone di far conoscere Ìl 
LgDJto Jì Clemente VII e l'estensione dei sacrifizi che s* imponeva 
' Tarte deirorcficeria; di fornire nuovi particolari biografici sopra 
tfici toscani, lombardi, romani, già cogniti dalle memorie di Ben* 
auto Ccllini; e di completare la storia degli orefici di Roma). - 
D.CsoLi, Le opere di Donatello in Roma. (L'A. conclude che opere 
certe del D. non rimangono in Roma che due: ìl ciborio di S. Pietro 
e Li Sepoltura del Crivelli all'Aracocli). — Fase. II. A. Rossi, La casa 
e lo stemma di Raffaello. - O. Gnoli, Nota all'articolo precedente 
(j conferma dell'opinione emessa dal Gnoli nella Nuova Aniolopay 




ì^6 



Periodici 



1887, fase. XI). - Corrado Ricci, Lorenzo da Viterbo, pittore, -_ 
E. Muntz, L'oreficeria sotto Clemente VU. (Continuazione). 

Archivio storico italiano. Toro. XX, fase. 3**, anno 1887, — 
G. Sforza, Episodi della storia di Roma nel secolo xviii. Brani 
inediti dei dispacci degli agenti lucchesi presso la corte papale, - 
G. Stocchi, La prima conquista della Britannìa per opera dei Ro- 
mani. - Kasse^tM, - Bibliografìa, - Soti-^ie varie. 

Archivio storico lombardo. Anno XV, fase. 1**. — C. C, Diari 
di Marin Sanudo. - F. Calvi, Il poeta Giambattista Martelli e le 
battaglie fra classici e romantici. - Varietà^ - Bibliografia, 

Archivio storico per le provincie napoletane. Anno XII, 
|asc. 4**. — N. Barone, Notizie storiche tratte dai registri di can- 
celleria di Ladislao di Durazzo. - M. Schifa, Storia del principato 
longobardo in Salerno. - V. Simoncfxli, Della prestazione detta 
calciarium nei contratti agrari del medio evo. - B. Cap.vsso, I regi- 
stri angioini dell'archivio dì Napoli, che erroneamente si credettero 
finora perduti. - Rasségna bibliografica. 

Archivio veneto. Tomo XXXIV, parte 2*. — A. Della Ro- 
vere, Dell'importanza di conoscere le firme autografe dei pittori. - 
G. Giuriato, Memorie venete nei monumenti dì Roma. - Atud- 
dotif ecc. 

Atti della Società ligure dì storia patria. Voi. XVIII. Ge- 
nova, 1887. — li secondo registro della Curia arcivescovile di Ge- 
nova trascritto da L. Berretta e pubblicato da L. T. Belgrano. 
(Contiene qualche lettera pontificia e sentenze di giudici delegati 
dalla corte romana). — VoL IX, fase. I. Cornelio Desimoni, Re- 
gesti delle lettere pontifìcie dai più antichi tempi fino all'avvenimento 
d'Innocenzo III, raccolti ed illustrati con documenti {26 lettere ine- 
dite da Gregorio VII a Innocenzo ìli). 

Bìbliothèquc del'école dea chartes. XLVIII, fase. VI, p. 735. 
— Alejcandre HI ci U communc de Laonnoìs. (Ripubblica la let- 
tera pontificia in dau de* 4 agosto (179 indicata col numero 13460 
nella nuova edizione dei « Regesta pontificum romanorum », secondo 
l'originale che già appartenne alla raccolta del signor Baylù e fu ven- 
duto recentemente a Parigi, Dotando come il testo datone dal Brial 
nel Recucii des historieas de lu France, XV, 967, sia molto scorretto» 



fìnUetin d* histoire ecdésiastìque et d'archeologie religieuse 
d^ diocèsesde Valence. A. VII, fase. ^-5. — Dottor Francus, Note 
^Uc commendatone degli Anionioiani a Aubcnas (pp. 143-52, 169-75). 

BuUettino della Commissione archeologica comunale di 
Roma. XVI, Case. ?. — R. Lanciaki, Il campus salinarum roma- 
"orum. - L Borsari, Del pons Agrippae sul Tevere fra le regioni XI 
LcXni]. - L. Cantarelli, Osser\'azioni onomatologiche. - G. Gatti, 
rrovaraciiti risguardanti la topografia e la epigrafìa urbana. - C. L. Vi- 
sconti. Trovamenti di oggetti d'arte e d'antichìli figurata. - R. Lan- 
CiAN't. Notizie del movimento edilìzio della città in relazione con 
rarcheologia e con l'arte. 

BuUettino di numismatica e sfragistica per la storia d'I- 
^*Ua. V'oL III, n. 4. — M. Santoni, Un giulio inedito ed unico del 
pontefice Leone XI. - M. Santoni, F. R.vffaelli, La zecca di Ma- 
^^ata e delia provincia della Marca. 

Centralblatt ffir BibUothekwesen. IV. 1887. — Drei italie- 
"*3chc Handschriftenkaialoge, pp. xiii-xv (Catalogo dei mss. della 
^^'csa di S- Andrea della Valle; cf. F. Novati, Giorn. stor. di UUer, 
X, 4I3-4M)- 



^. 



Oiomale ligustico di archeologìa, storia e letteratura. A. XV, 
**K, i^e 2'\ — L. De Feis, Una epigrafe rituale sacra a Giove Behe- 
j5>aro. 

Giornale storico della letteratura italiana. Voi X, fase. 5°. 
L. fìiADENE, I manoscritti italiani della collezione Hamilton nel 
musco e nella R. biblioteca di Berlino. - Varietà. 

Jfthrbnch des kaìserlich deutschen archfiologischen Insti- 

1887, voi. II, pp. 77. — M. Ma VER, Aniazoncngruppe (Bat- 
5IU delle Amazzoni, gruppo nel musco della villa Borghese), - 
LòwT, Zu ei Reliefs der Villa Albani (Due rilievi della villa Albani, 
Asdcpios, Hygicia e un adorante). 



Jthrbtich (Historisches) im Auftrage der GOrres-Gesell- 

IX, 1 e 2. — St. Euses, Die papstliche Dekretale in dem 
Ungsprozesse Heinrichs Vili (La decretale pontificia nel pro- 

Idi divorzio d'Enrico Vili), pp. 28-48. - K. v. HòFLER, Ein 

CetolcbUttauf das Grab A. von Reumont (Commemorazione di Al- 



198 



Periodici 



fredo di Reumont), pp. 49-75. - Recensioni delle opere: del Gelgel F^ 
« Das italienische Staaiskìrchenrecht m (Il diritto politico-ecclesia- 
sticoitaliano). Muny, Kirschheim. 2* ediz.; dello Scaduto Fr., i. Gui- 
rentigle pontifìcie e relazioni tra Stato e Chiesa; 2. Stato e Chiesa 
secondo fra Paolo Sarpi; j. Stato e Chiesa sotto Leopoldo I gran- 
duca di Toscana; 4. Slato e Chiesa nelle Due Sicilie, dai Normaniu 
ai giorni nostri. 

Mittheilungen des Instituts fiir òsterreichische Geschicbts- 
forschung. Voi. IX, fase. I. — H. Bresslau, Papyrus uad Pcrgameot 
in der pàpsilichen Kunzlei bis zur mitte des Ji Jahrunderts (Pa- 
piro e pergamena nella Cancelleria pontifìcia sino alla mct.1 del se- 
colo xi), pp. 1-J3. L'articolo ò un complemento ai lavori dell' Ewald, 
(M A,, VI, 392; XI, 327 e sgg.) e del Delisle (Btàì. histor, du Co- 
miU des travatvc bistoriques, n. 2). In appendice pubblici una bolla di 
Giovanni XVIII dall'Archivio de la Corona de Aragon a Barcelona, in- 
tegrato con una carta di S, Cucuphati. - F. Wickhoff, Die « Mo- 
nasterìa bei Agnellus » (I « Monasteria » in Agnellus), pp. 54-4). - 
A. RiEGL» Die Holzkalender des Mittelallers und der Renaissance 
(I calendari dì legno del medio evo e del rinascimento). - Piccoli co- 
murticali» - E. MQhlhacher, Due diplomi Carolingi inediti. (L*UDo 
di Carlo III alla chiesa di Ch;Uons-sur-Mamc, n. S86, 22 nov. 
L'altro di Zuenteboldo re alla chiesa di Cambrai, 898, oct. ?. Hòr- 
chingcn). - L. v. Heinemann, Heinrichs VI, artgeblichcr Pian cincr 
Sàcularisaiion des Kirchenstaates (Supposto piano di secolarizzazione 
dello Stato ccclc3Ì.istÌco di Enrico Vili; interpretazione d*un passo 
dello erSpeculum ecclesiae » di Giraldo Cambrense, dìst. IV, e. 19). 



Moyen Age (Le). Bulletin mensuel d'histoire^et de philologic, 
fase. j". — G. Platon, Recensione dell'opera dello Schupfer«L 
Iodio, studi sulla proprìcti dei secoli barbarici ». — Fase. 4^ A 
RICNAN, Recensione dcU^opera del Ficker « Die Darstcllung der Api 
stel in deraUchrisilichen Kunst » (Le rappresentazioni degli Apostoli 
neiranticA arte cristiana). 






Palestra Atenuna. Voi. VI, 1888, fase. I.— Moscati, H medio 
evo e i papi. 



Quartalschrìlt (Theologiache). — Weimasn, Ucber die Pilger- 
fahrt der Silvin in das licilige Land. (Sulla pubblicazione del Ga> 
murrini «5. Htlarii tractatus demysteriìs et hymni et S. Silvìae Aqd 
tanae pcrcgrinatio ad loca sancta a). 




fw (The english hìstorìcal). — Balzani U., Recensione 
blica^ione: « Gesta di Federico I in lulìa », edite da 



B des questions historìques. XXJH, fase. 85. — Delarc, 
ìcat d'Alexandre II. - Vacandard, Saint Bernard et le 
TAnaclet II en France. 

i historique. — Nel Buìkiin historiqiut si discorre del « Ma- 
istitutions roraaines » del Bouché-Lederq; della traduzione 
?cn, del n Manuale » del Mommsen e Marquardt; del 
es institutions politiqucs de Rome » del Murlot; delle note 
tenier suU' « Epìgraphie romaine » ; della « Description 

et chronologique des monnaies de la rcpubliquc romaine 
cnt appelóes consulaires » del Babelon ; delle « Mélangcs 

du droit et de cridquc, droìt romain » di A. Esmein. — 
p» 398 e sgg. Recensioni lusinghiere delle opere del gè- 
lerling: « La Sorbonne et la Russie », Paris, Leroux, 1882. 
)ssEVfNi, Missio moscovitica, id. ihid., 1882. - Rome et Mo- 
id., 1883. - Priliminaircs de la trcve de 1582, id. ibid, 1884. 
t-Siòge, la Pologne et Moscou, id. ibid., 1885. - Un arbi- 
ifical au XVI* siede (par Méthode Lerpigny), Bruxelles 

Bathorv et PossEViNO. Documents inédits publiés et an- 
ìs, Leroux, 1887. 

I (Nouvelle) historique de droit fran^ais et étranger. 
I. — FouRNiER, La questìon des fausses décrétales. (A so- 
Vopinione emessa dal Simson, accettata dal Duchesne e 
, persevera a provare che l'opera dei falsificatori di Mans, 
sse del vescovo Aidrico, e le compilazioni isiJorìane por- 
rronta dell'officina medesima; e che gli operai deiroflicina 
ano al gruppo dei chierici che contornavano Aidrico). - 
3Qe dell'opera dcll'Humbert « Essai sur Ics fìnances et la 
tè publique chez les Romains ». — Fase. IL A. Esmeik, 
it promissoire dans le droit canonique. 

a storica italiana. Anno IV, fase. 4°. — G. Paolucci, 
Arnaldo da Brescia nella riforma di Roma. 



sCJohns Hopkins University). Serie V, XIL— A. White, 
schoob of history and politics (Scuole europee di politica 
). Pag. 18 parla deiruniversità di Roma. 




200 Periodici 



Studi e documenti di storia e diritto. Anno Vili, fase. 3^ 
e 4°. — I. Alibrandi, Osservazioni giuridiche sopra un ricorso de' 
monaci di Grottaferrata al pontefice Innocenzo II. - G. Tomassetti, 
Note storico-topografiche ai documenti editi dall'Istituto Austriaco 
(Campagna romana). - C. Calisse, id. (Patrimonio di S. Pietro in 
Tuscia). - De Nolhac, Les correspondants ^'Alde Manuce. Maté- 
rìaux nouveauK d'hisioire littéraire. - Cenni hihliograficL C. No- 
cella, Le iscrizioni graffite nell'escubitorio della settima coorte dei 
Vigili. - L. Duchesse, Notes sur la topographie de Rome au moyen- 
àge. - P. Allard, Les demières persécutions du ni« siècle d'après 
les documents archéologiques. - Karl Zangemeister, Theodor 
MoMMSEN als Schrìftsteller. Verzeichniss seiner bis jetzt erschienenen 
Bùcher und Abhandlungen (Indice de' libri e delle dissertaziotù 
finora pubblicate dal Mommsen). - Documenti. G. Gatti, Statuti 
dei mercanti di Roma. (Compimento della Prefazione e dell' intero 
volume). , 

Taschenbuch (Historiachett). 1888. — Noeldechen, Tertullìan 
und die ròmische Kaiser (Tertulliano e gl'imperatori romani). - 
Maurenbrecher, Le deliberazioni del concilio dì Trento. 

Zeitschrift fOrkatholiflcheTheologie. 1887, fasc.IV. — Grisar, 
Paralipomena zur Honorischen Frage (Paralipomeni sulla questione 
dell'eresia di papa Onorio). - Kolberg, Verfassung, Cultus und Di- 
sciplin der christlichcn Kirchc nach den Schriften TertuUians (Am- 
ministrazione, culto e disciplina della Chiesa cristiana secondo gli 
scritti di Tertulliano). - Ehrle, Controversie sull'origine dell'ordine 
francescano. 

Zeitschrift fflr romanische Philologìe. X. — Pakscher, Aus 
eincm Katalog des F, Ursinus (Da un catalogo di Fulvio Orsino). 

Zeitschrift (Historische). XXIII, fase. I. — Simson, Die Ent- 

stchung der pseudo-isidorischcn Fàlschungen in Le Mans (L'origine 
delle falsificazioni pscudo-ìsìdoriane in Le Mans). - Altmann, Die 
Wahl Albrechts II zum ròmischcn Kaiser (La elezione di Alberto II 
a imperatore romano). 



PUBBLICAZIONI 

RELATIVE ALLA STORIA DI ROMA 



; H. C. The hìslory of the Jews firom the War with Rome 
present time. London, Retigious TracU Socuty, 1887. 

>LLO A. Gorilla olimpica. 

Firenze, tip. C Ademolìo e C, 1887. 

>LLO A. I teatri a Roma nel secolo decimosettimo. Me- 
lincrone, inedite o non conosciute di fatti ed artisti tea- 
brettisti, commediografi e musicisti, cronologicamente or- 
per senóre alla storia del Teatro italiano. 

Roma, L. Pasquaìucci editore, 1888. 

t Carando J. Sépultures galloises, gallo-romaines et 
ngiennes de la ville d'Ancy, Ceyenil, Maast et Vìolaìne. 

Saint'Quintin, PoetU, 1887. 

lus. Souvenir d^un voyage à Rome et en Italie. 

Annecy, Abry, 1887. 

FITANO F, Delle relazioni politico-religiose fra gli abbati 
e moderni del monastero dei Ss. Vincenzo ed Anastasio 
»]ue Salvie di Roma e la comunità dì Orbetello; e del- 
imento al predicatore della quaresima nella pro-cattedrale 
bazia. Memoria. Grosseto, tip, F, Pcroxjp, 1887. 

JETTI F. I gladiatori. Roma e Giudea. 

Roma, Ferino, 1887. 

XiKi M. Le chiese di Roma dalle loro origini sino al 
SVI. Roma, tip. edit. Romana, 1887. 

t P. Glemente VII e Tltalia dei suoi tempi. Studio sto- 
stratto dalla 5cuo/a cattolica, anni 1884-1885-1886 e 1887. 
Milano, tip, di Serafino Ghe{^, 1887. 



202 Tubblica^ioni relative alla storia di ^oma 

10. Baumgarten H. Ròmische Triumphe: (Trionfi romani). (Co- 
stituisce la 2* dispensa delle FìugschrifUn des Evangdìschm Bandós). 

Halle, StrUn, 1887. 

11. Bergsoé G. L'amphithéàtre des Flavìens. 

PoitUrs, Oudin, 1887. 

12. Bersezio V. Roma, la capitale d' Italia. Disp. XX, pp. 457-480. 

Milano, fratelli Treves, 1888. 

13. Bertolini. I Celeres ed il Tribunus cehrum, 

Roma, Loescher, 1887. 

14. Bertolotti a. Divertimenti pubblici nelle feste religiose del 
secolo xvm dentro e fuori le porte dì Roma; ricerche nell'ar- 
chivio di Stato romano. (Estr. dal giornale // Buonarroti, serie III, 
voi. 2**, quad. x-xi, 1887). 

15. Bertrand A. C. Conduite du pape vis-à-vis de la France et 
de rAIlemagnc. Discours. Tours, itnpr, Bertrand, 1887. 

16. Beyschlag W. Der Frìedensschluss zwischen Deutschland und 
Rom (La conclusione della pace tra la Germania e Roma). 

Ha2Un, Strim, 1887. 

17. BiRTH T. De Romae urbis nomine sive de robore romano. 

Marhurg, Ehverfs Verlag, 1887. 

18. Blakcard L. Thóorie de la monnaie romane au lu^ siòcle 
après Jesus Christ. Marseiìlc, impr. Barlatier-Feissat, 1887. 

19. Blummer H. Technologie und Terminologie derGewerbe und 
Kunste bei Griechen und Ròmem (Tecnologia dell'arte e dei 
mestieri presso i Greci e i Romani). Voi. 4°, sex. 2". 

Leipzig, Tcuhner, 1887. 

20. Bocker F. Damme als dcr mutmassliche Schauplatz der Va- 
russchlacht, sowìc der Kàmpfe bei den « Pontes longi injahre 15 
und der Rómer mit den Germanen am Agrivarierwallc in Jahr 16 » 
(Damme; probabile luogo della sconfitta dì Varo, ecc.) 

Koln, Bucheri in Comm., 1887. 

21. BoNANNi T, Le legislazioni dell'antico diritto romano (arami- 
nìstrativa-finanziaria-giudJziaria) poste in relazione con le legisla- 
zioni napoletana ed italiana; relazione archivistica dell'anno 1886- 
1887. Aquila, stah. tip. Grossi. 

22. BoRGEAUD C. Histoire du plébiscite. Le plébiscite dans l'an- 
tiquité. Gròce et Rome. Genève, Georg, 1887. 




leà'iioni relative alla storia at'r^pfpa 20j 

G. Roma intangibile. 

Roma, Hp. ddV isUtuto Gùuld, 1887. 

DCHT H. Gcschìchte der cjtholische Kirchc in 19 Jahrhundert 
della Chiesa cattolica nel secolo xix)- I. Gesch. d. caih. 
i. Dcutscht. Ma^cn-za, Ktrcheinn. 

\ C. G. Fontes jurìs romaoi antiqui, cdidìt C. G. Bruns. 
quinta, nna Theodorì Moromseni. 

Frihurgi ìh Brisgaina, 1887. 

CER M. Zcit und Schicksal bei Ròmern und Wc5tarieni 

I e fato presso i Romani e gli Ani occidentali); studia di 

Universale. Wùn^ Gtrold'i Soìm in Comm., 1887. 

' C. Notre sainic-pèrc le pape L6on XUL 

Tours, librairìc Mapu tt fils, 18H7. 

XEJt F, Pape et Concile au xix* siòcle. Nouvelle édition. 

Paris, Lcvv, 1888. 
L. Torabe romane presso Cles. 

Trento, tip. diL di Giuseppe Marietti, 1887. 

lRle G. Le orìgini della proprietà quintana prusso le genti 
Lazio. Nota. (Estr. dagli ^Ui Jiììa R. Accademia d<Ue scùmia 
'orino). Torino, stamp. Reak, 1887. 

kRX A. The Cburch and the roman Empire (La Chiesa e 
ipcro romano). London, 1877. 

^■Qyv C. Fifty years in the Church of Rome (Cinquan- 
Fucila Chiesa di Roma). New edition correcied and revised, 
ti introducior>' note by G. R. Badenoch. 

RI London, ProUstant liUraturc dcpository, 1887. 

TARO H. Le pape Pie VII à Savone, d'après les minutes 
letires inédites du gi^niral Benhier au prince Borghese et 
rès Ics mòmoires inédites de Al. de Lebzeltem conseillcr d'am- 
ile autrichìcn. 
■ Paris, impr, W lihr, Plon, Nourrit d C, 1887. 

aRousT A. Beiuàge zur Gcschichte Ludwìgs des Baycms 
sciner Zeit (Contributo alla storia di Ludovico il Bavaro e 
suo tempo). Parte i* (Comprende il viaggio di Ludovico a 
na, IJ27-29). 

lAMFi I. Opuscoli vari storici e critici (pubblicati dal Casta- 
la). Imola, Gaìtaii, 1887. 





204 Pubblicazioni relative alla storia di T{oma 



56. Claretta G. I Genovesi alla Corte di Roma negl* anni lut- 
tuosi delle loro controversie con Luigi XIV (1678-1685). Nota 
storica ^d anedottica. (Estr. dal Giornale ligustico, fase, di gen- 
naio e febbraio 1887). Genova, tip. Sordo-muti, 

37. Clementìs V Papae Regestum ex Vaticanis archelypb SS. 
D. N. Leonis XIII pontificis maximi ìussu et munifìcentìa nunc 
primum edituro cura et studio monachorum ordinis S. Benedictì. 
Annus sextus. (Regestorum voi. LVIII). 

Roma, ex iyp. Vaticana, 1887. 

38. CoGLiOLO P. Manuale delle fonti del diritto romano secondo 
i risultati della più recente critica filolo^ca e giuridica. Parte 2*. 

Torino, Unione tipografico-ediirice, 1887. 

39. Cooper A. N. A walk to Rome; beìng a joumey on foot 
of74i miles, from Yorskskire to Rome (Passeggiata sino a Roma 
dall' Yorkshire» 741 miglia). London, Simphird, 1887. 

40. CosNEAU. De romanis viis in Numidia. 

Paris, Hachette et C, 1887. 

41. Cristofori. Le tombe dei papi in Viterbo. 

Siena, tip, 5. Bernardino, 1887. 

42. Decker (De) P. La Chiesa e l'ordine sociale cristiano. Prima 
traduzione italiana autorizzata dalPautore. 

Firenze, Ciardi, 1888. 

43. Deriege F. I misteri di Roma. Roma, Attero, 1887. 

44. DuHOis C. V. Droit romain: du droit latin; droit fran^ais: 
de la nationalité d^origìne. Paris, impr. et libr. Lefort, 1887. 

45. Duchesne L. Le Liher poniificalis ; texte, introduction et com- 
mcntaire. T. 1°. Paris, Tìjorin, 

46. DucouRTiEUX P. Découvertes faites sur Templaceraent de la 
ville gallo-romaìne à Limoges en 1886. 

Limoges, impr, V. Ducourtieux, 1887. 

47. DlJRUY V. Petite histoire romaine. Nouvelle òdition. 

Paris, impr. Laburc, 1887. 

48. EiDAM H. Ausgrabungen ròmischen Ueberreste in und um 
Gunzenhausen (Scavi romani in Gunzenhausen e nei dintorni). 
(Dalla Festschrift X}^r Begrussun^, des XVlll Kongrcsses des deutschen 
Anthropologischen Geseììschaft in Nurberg). Nurherg, Ebner, 1887. 



Pubblicazioni relative alla storia Ji *1{oma 205 



ÌDlo E. Di alcune bcrìzioni romane nella valle di Susa. 
jitti tlcUa R. Accademia d^lle icìeni^c ài TcrinOt voi. XXIII, 
EU C. A. Voruntersuchung zu cincr Gcschichte des Pon- 
its Alexander^ II (Indagioì preparatorie ad una storia del 
ificato d'Alessandro II). Strassb., Disi., 1887. (H^irJ. 

LiPPi G. Il comune di Firenze ed il ritorno della Santa Sede 
Dina neiranno 1367. (Estr. dalla MisuUama di storia italiana, 
, XI [xxvi], 387). 

T'ormo, sUtmp. Rtaìc dilla ditta G. B. Paravia t C 

EURY. Pélerinage à Rome en 1869, cu notes sur l'Iulte. 
édidoQ. Tours, Marne et fils, 1887. 

3ra ou une martyre h Rome. Traduit de 1' anglais, avec 

nsation exclusive de Tauteur. T. I. 

^ Maytnnt, tmpr, ^^lan, 1887. 

iHTANA I. Les c'glises de Rome les plus illustrcs et plus ve- 
C* et recueil des mosaiques de la primitive epoque. Voi. I, 
^ Torino, 1887. 

:1EorichJ. Geschichte der Vatic. Konzils (Storia del concilio 
cano). IH voi. ult. XVI-XVlI, p. 1258. Bonn, Niu^er. 

iTTiNEtu G. Vittoria Colonna e Michelangelo. (Nel Teatro 
mmatico, voi. II, « Opere postume »). Roma, Squarci, 1887. 

•UHARDT B. Adrian von Comcto. Ein Bdtrag zur Geschichte 

Curie und der Renaissance. 

H Brcslau, Praiss i Junker, 1887. 

tACCm V. Amorì e costumi latini. Studi. Seconda impres- 
e, Citlà di CdsUllo, slah. tip. 5. Lapi, 1887. 

DMKE L. Romano-british remains (Reliquie romano-britan- 
ic), voi 2. 

otniRAlCN'E L. G. Histoire romainc, résum^s et ricils. 

Bordeaux, impr. V. Kijfaud, 1887, 

RETiiEN R. Die politischen Beziehungcn Clemens VII zu 
1 V in den Jahren 1523-1527 (Le relazioni politiche tra Cle- 
llc VII e Carlo V). Hannover, Brandcs, 1887. 

ARE A. J. C. Walks in Rome (Passeggiate per Roma). I2"edi2. 

London, Smith und Eldcr, 1887. 




2o6 Tubblica^ioni relative alla storia di T^rna 



63. Harkach a. Lehrbuch lier Dogmcngcschichte (Dottrina delia 
storia dei dogmi). VoL 2". Freiburg in Bròsg, Moka, 

64. Hartmann L. M. De cxìHo apud Romanos inde ab initio bel'^j 
lorum cìvilium usque ad Severi Alexandri princìpatura. ^M 

Berlin, Gartntr, 1887." 

65. Hauthaler P. Aus den Vaticanischen Regestcn (Dai regesti 
Vaticani). Witn, G<roU. 

66. Hergen'Róther F. (Card). Konzilìengeschichtc nach d. Q.uel- 
len hearbeiict (Storia dei concìli composta secondo le sue foDti),j 
V. Hefcle, fortges. v. Vili. Bd. Frcih, i-B.» Herdcr\ 

67. Hertzberg G. F. Storia della Grecia e di Roma. Dìsp. VII 

Milano, I. Vaìlardi, editore, iSSS/ 

68. Herzog F. Geschìchte und System dcr ròmisclien Staatsvcr- 
fassuDg (Storia e sistema della costituzione romana). 2 voi. Die 
Kaiserzeìt von der Diktatur Casars bis zum Regieniagsantrìc 
Dioclesians. Pane i". Geschichiliche Uebcrsicht 

Leip-^g, Tcuhntr, 1887.' 

69. HocK C. F. Histoire du pape Sylvcstre II et de son siede. 
Traduite de Pallemand et enrichie de notes et de documents ine- 
diu par J. M. Axingcr. Paris, Dchtcouri, s, o^l 

70. HuEBNER (De) A, Sisto V dietro la scorta delle corrispondenrc 
diplomatiche inedite tratte dagli archivi di Stato del Vaticano, 
di SiniancaSf di V^ener.ìa, di Parigi, di Vienna e di Firenze. Ver- 
sione dal francese del p. m. Filippo Gattarì consentita dall'autore. 
Voi. I. ■ Roma, Salviuuì, 1887. 

Ideville (D') H. Le comte Pellegrino Rossi, sa vie^ son oeuvrc^B 
sa mori (1787- 1848). Paris, impr. Chaix, 1887^8 



I 

88.^ 

'cr- 
3ie 
ri^_ 



71 



72. Imaginc (L') di S. Maria di Grotta Ferrata. Memoria slorica 
per il secondo centenario della coronazione. 

Roma, tip. poliziotta ddJa S. C. ài Propaganda fide, 1887 

75. 1 sommi pontefici e Lucca. Ricordi storici in epigrafi. 

Lucca, tip. arciv, S. Paolino, 188; 

74. Jacquelin F. Le conseil des empcreurs romains en 
romain, la commìssion départcmental cn droit fran^aìs. 

Poitiers, impr, Oudin, 1B87. 
Jaffé P. Regesta pontificum romanorum ab condita ecclesi; 
ad annuni post Christum natum M.CXCVIII. Ed. Il corredai 



i 





élica^ioni relative alla storia di Q{pma 207 



;um auspiciìs proL GuìL Wattenbachii curavcrunt S. Loev- 
F. Kaltenbrunner, P. Ewald. Fase, 12. 

Uip^^, VHi und C, 1887. 

Le eulte de la salute face X Saint-Pierre du Vatican 
^auucs lieux ctlèbres. Noticcs ìsiorìques. 4"* èdiiion. 

Tauri, impr. Juliotf 1887. 

F. Z. Kirchengeschichte (Storia della Chiesa). 

Treviri^ Lint^ 1887. 

A. Rom, die Denkmaler des christlichcn und des heid- 
m, Rora in Wort und BilJ (I monumenti plastici ed cpigra- 

Eoma pagana e cristiana). EinsU^eìn, Ben^gtr, 1887. 

LE (De) G. B. Les catacombes de Rome. 
n/, impr. Finnin-Didol ; Paris, librairie Firmin-Didot, 1887. 

30E (De) L- Constanùa-lc-Crand et sa mere Htlùnc. Tra- 

td'un roman-lègende de la dtìcadcncc latine. 
Roma, For;anì e C, 1887. 

tot;cci L. Stoiia del diritto romano dalle origini tino a Gìu- 
00. Padua, Sacchetto, 1886-87. 

1GAIOU.1 D. Della politica religiosa dì Giuliano imperatore 
H studi critici più recenti. 

Piacenza, tip. \farchesotii e C, 1887. 

»TARD E. Les guerrcs Puniques. Le^on d'ouverture du cours 
»irc romainc. Lyon, impr. et librairie ViUe et Perruselj 1887. 

tre (La) du pape et l' Italie ofìficìclle. 

tris, impr. DoumoUn A. e C. et librairie Perrin et C, 1887. 

L H. F. J. Die Darsicllungen der allerseligsten Jungfrau 
Gottcsgebàrerin Maria auf den Kunstdenkmalem der Kata- 
ten (L.1 rapprcscniazioue della Beatissima Vergine Maria nei 
iroenti artistici delle catacombe). 

Freiburg, B. B, Herder, 1887. 

NCLOts E. Les registres de Nicolas IV. Recueil des buUes 
: pape publiòes ou analysécs d'aprcs Ics mss. origìnaux des 
:ves du Vatican. Paris, Thorin, 

xico M, Costituzione dell'archivio Vaticano e suo primo 
e, sotto il pontificato dì Paolo V. Manoscritto inedito di Mi- 
[ Lonigo. (Negli Studi e documenti di storia e diritto, VIU, fa- 
ììi 1-2. Pubblicato da F. Gasparolo). 




2o8 'Pubblicazioni relative alla sioria di l{oma 



88. Lerpicny M. Un arbitrage pontificai au xvi* sìòcle. 

BruxeìUs <t Paris, s. d. 

89. LuGARi G. B. Le catacombe, ossia il sepolcreto aposioUco del- 
TAppia descritto ed illustrato. Roma, Befani, ]£88. 

90. Makfri!4 P. Gli Ebrei sotto la dominazione romana. Voi. I. 

Rema, fratelli Bocca, 1888. 

Makkikc a. True story of the Vatican council (Storia del f 



91 



concilio Vaticano)» 3. ediz. 



92. Marcellino (PaJrc) da Cvvezza. 
storia d'Italia. 



9? 



Marchetti R. 



London, Bums and OaUs, 1887. 

Il romano pontificato nella 
Fifen-{£f RL-ci, 1S87. 

Sulle acque dì Roma antiche e moderne. 

Roma, tip, A. Sinimhcr^hi, 1887. 

94. Marèchal e Histoirc de la cìvilìsation ancienne. Orienta Grece, 
Rome. Parii, impr, et lihrainc Dtlalain, 1887. 

9;. MARauARDT J. L*ammìnistrazionc pubblica romana, tradotta 
sulla a* edizione tedesca dall'avv. Ezio Solaini. Voi. I, (Organii- 
zazione dei domini romani), Firenzi, G. PtUas lib. ediL 

96. MAHauAROT J. und MoMMSEN T. Handbuch dcr ròmlschen 
Altenhumer (Manuale dell'antichità romana). Voi. Ili, 1* parte, 
Ròmisches Staatrecht. Ltip'(ig, Hìr-^el, 1887. 

97. Martens W. Die Besetzung des pcipstlichcn Stuhls tinter dea 
Kaisem Heinrich III und Heinrich IV (L'occupazione della Sede 
papale sotto gì' imperatori Enrico III ed Enrico IV). 

Freiburg i. B., r886. (Mobr), 

98. Marlxchi O. Nuova descrizione della casa delle Vestali e degli 
cdifìzi annessi secondo LI resultato dei più recenti scavi. 

Roma, tip. A. Befani, 1887. 

99. Maschke R. Der Freiheitsprozess im kLissìschen Alierium, 
insbesondere der Prozcss um Virginia (Il giudìzio della libertà 
neirantìchìtà classica e particolarmente il giudizio di Vìrgìtiia). 

icx>. Mayerhoefer a. Geschichtlich-topographische Studien uber 
das alte Rom (Studi storico-topografici sull'antica Roma). 

MuHcKcn, Linàauer, 1887. 

101. Mazecger B. Romer-funde in Obermais bei Meran und die 
alta Maja-Feste (Scoperte romane ad Obermais presso Meran e 
l'antica fortezza di Maja). Meran, Potitìhcrya-, 1887. 



Viibblica^ioni velaiìpe alla storta dì T^oma 209 



. Memorie sopra la vita e virtù del sac. Pier Filippo Strozzi 
canonico della basilica di Santa Maria Maggiore, raccolte da un 
relìj^oso della Compagnia di Gesù. 2* edizione. 

Roma, tip. Guerra e Mirri, 1887. 

Merchier a. Essai sur le gouvemement de l'Église au temps 
eie Charlemagne. (Estratto dal T. Vili, 4*^ sèrie des .Wmoires de 
ia SociHi acaà, tU Sl-QuitUitt). St-Qutntiu, imp. Patte, 

M£RLI^ro G. E. Clemente V e fra Dolcino. (Nel Mu£óo sto- 
rico-artistico Valsesiano, III, 8). 

MiCHELLs F. Die katolischc Reforrabcwegung und das vaii- 
kftnisckc Concil (Il movimento di riforma cattolica e il concilio 
Vaticano). Nach der Urschrift d, merewìgten. Prof. Dr. Fr. M., he- 
rausgegcben v. Dr. Adoph Kohm. Giastit, Roti), 1887. 

MiTROvil B. Una lettera di Pio IX a Carlo Alberto. 

Trieste, tip. di Giovanni Balestra, 

'^- AfoMMSEX T. et Marquardt J. Manuel des antiquìtès romaines. 
^^ Tom. I. Le droit public roraain. Traduit par. P. F. Girard. 
^P Paris, Thorin, [887. 

" *^' AIoNTLÉOK (De) C. L'Église et le droit romaio; ètudes histo- 

Hi^ques. Bar-k-Duc, impr, Schorderct et C; Paris, au bureau 

\ de VAssociaiion cathoìique, 1887. 

AfoKTLÉOK (De) C. L'f^glise et le droit romain ; étudcs hìsto- 
)rt<jc»e5. Paris, impr. Dcvalois; librairie Poussiel^ue, 1887. 

• NfonumentA Vaticana historiam regni Hungarìae illustrantia. 
p^»"ie$ I. Tom. I, cont.: Rationes coUeclorum poniificiorum in 
pungarìa, laSi-i;;;. Budapest, Ruth, 1887. 

S Moscatelli A. Le unioni e i figli illegittimi nel diritto ro- 
*nax3o. Contributo alla storia della famiglia e del diritto romano. 

BoìOi;na, tip. Fava e Garagnani, 1887. 

^ACHER J. Die ròmischen Militarstrasscn und Handelswegc 
Sudwestdeutschland, in Elsass-Lothringen und der Schweìz 
r'^**"-4Jc militari e commerciali romane nella Germania meridioc- 
I ^*«*«tlitalc, in Alsazia-Lorena e nella Svizzera). 

Strassburg, Noitnel in Comm., 1887, 

IV ^'euhavs J. C. Die Sagen von den Gòttem und Helden der 
^**ìechen und Rflmer (Le tradizioni degli dei e degli eroi de' 
"r^ci g jg' Romani). 2. Auflage. Dùsieldorf, Schuramu 

^^tkhia deJti ft Societiì romana di storia patria. Voi. XI. M 



210 "Vubblica\ioni relatwe alla storia dirama 



114. Nocella C. Le bcrizioni graffite neir escubliorlo della set- 
tinia coorte dei Vìgili. Interpretazione. 

Roma, Forjani t C, 1887. 

115. Nomi AC (De) P. La bìblìothcque de Fulvio Orsini, Contribu- 
tions \ rhistoirc dcs coUectìons dMtalie et ù Tétude de la Re- 
naissance. Var'M, Vxcwtgt 1887. 

116. Opera Patrum Apostolicorum cdidìt Franciscus Xaverius Punk. 
Voi. I, editio nova: doctrina duodecim Aposlolorum adaucta. 
Voi. li. Clementis Rom. epistulae de Vìrginitate eiusdemque mar- 
tyriuni; Epistulae pseuJo-Ignatii, Igaatii martyria tria; VatJcanuni 
a S. Methaphrasta conscriptum, latinuin; Papic et senìorum apud 
trenaeum fragraenta; Policarpi vita. Tuhinga, 1881-87. 

117. O* Relly B. Life of the pope Leo XIII. (Traduzioni anche 
in tedesco e francese dì quest'opera adulatoria e faziosa). 

London, Low, 1887. 

1 18. PiGNATA G. Avventure dì Giuseppe Pignata fuggito dalle car- 
ceri dell'Inquisizione di Roma. Traduzione e prefazione di Olindo 
Guerrini. Città di CasUlIo, stah, tip* S. Lapi tdit.t 1887. 

119. PiLLiERs (Des) P. La cour de Rome et les trois demiers èv*- 
qucs de Saint-Claude, 6* edizione. Cbambéry, Mctmrd, 1887. 

120. Pio VII. Motuproprio in data 2 agosto 1822 sul lago Trasi- 
meno e Perugino. (Riprodotto dalVorigìnalc stampato in Roma 
nel 1822 presso Poggioli stampatore della R. C. A.). 

CastigUom dd Lago, tip, G* Capotti e C, 1887. 

I2T. Piombanti G. Biografie popolari dei papi dedicate agli Italiani. 

Livorno, tip. G. Fahhresci e C, 1887. 

122. Pinzi C. Storia della cittì di Viterbo illustrata con note e 
nuovi documenti in gran parte inediti. Volume I. 

Roma, tip. della Camera dei deputati, 1887. 

12). Plocque a. Droit romain: de la conditìon de TÉglise sous 
Tempirc romain; droit fran^ais: de la condìtion juridìquc du 
prOtrc caiholìque. 

BarAt-Duc, Contant-Laguerre; Paris, lihrairic Laros et Forcd, 1887. 

114, PROC. Les regìstres d* Honorius IV. Recueil des bulles de 
ce pape publìécs ou analysces d^apròs le manuscrit originai des 
irchives du Vatican, fase. i-j. Paris, Thorin, 1886-87. 

125. Ravioli C. I reduci delVepoca napoleonica romani o statisti 
cogniti in servizio o in pensione al redattore delle presenti me- 



hibblica-^ioni relative alla storia dt ^T^oma 21 1 

le con 9ppeo4ice di uo compendio inedito dì DOtizie sulla 
te di G. Murai. Roma, tip, RightiH, 1887. 

'.esDconto delle conferenze dei cultori dì archeologìa cristiAna 
orna d2Ì 1873 al 1887. Roma, tip, della Pace, ]8iS8. 

EKACHi E. Cola di Rienzo. Histolre de Rome. 
Paris, Labur, 1888. 
D. Rome, ses cglises, ses monumenis, ses institutions. 
res X un ami. 8' cditìon, revue et augmeatùe. 

LTours, UK €t impr. Manu et fili, 1887 
(Di) S. I tempi di papa Gregorio VII e i nostri. 

Vent^df tip. Gio. Cecchini, 1887. 

lOZWADOWSKi J. De modo ac ratiooc qua historìci romani 
eros q\ii accurate defìnirì non poteram cxpresserint. 

Cracoi'ia, 1887. 

CHAEDEi. L. Plinius d. /ungere u. Cassiodorus Senator. Kri- 
te Bcitrjge lum io, Buch d. Briefc (Plinio Ìl Giovane e Cas- 
aro senatore. Saggio critico). Bariett, Darmstadt, 1S87. 

cuuiDT M. P. e. Zur Geschichte der geographischen Littc- 
• bei Griechen und Ròmern (Contributo per la storia della 

rra geografica presso i Greci e i Romani). 
Berlin f Gartner, 1887. 

CRS'EIDER J. Die alien Heer und Handebwegc dcr Germa- 
Rùmer und Franken in deutschen Rciche (Le antiche vie com- 
:iali e militari dei Romani e Franchi ncir Impero tedesco). 
b drtlichen Untersuchungen dargesteltt. Dispensa 5'. 

Leipiig, Z. O. IVti^él 1887. 

cuwARZLOSE K. Die Patrìmonien der rdm. Kirche bis zur 
idung d. Kìrchcnstaates (I patrimoni della Chiesa romana 
alla fondazione dello Stato ecclesiastico). 

Berlino, Kohlinsky. 

CHWERDT F. J. Papst Leo XIII. Ein Blick auf scine Jugend 
scine Dichtungen (Papa Leone XIII. Sguardo sulla sua gio- 
ii e le sue poesie). 

Ausbur^^, Schimiiit*s Sortimml, 1887. 

IBMann O. The ro^tliolog)- of Grecce and Rome. With special 
'enee to its use in an (Nuova ediz. a cura di G. H. Bronctie). 

London, Chapman, 1887. 





212 Pubblicazioni relative alla storia di *^^ma 

137. Smith B. Roma e Cartagine. Le guerre Puniche. Traduzione 
di Teresa Amici-Masi. Con una lettera dì Ruggiero Bonghi. 

Bologna, Nicola ZanicbM, 1888. 

138. Stocchi G. Due studi di storia romana. 

Firmile, fratelli Bocca eàii. (tip, àelV «Arti della Stampa»), 1887. 

139. Sylos L. Gli inizi e le prime vicende del papato temporale. 
(Nella Ras5^i;Ha Pugliese di se, letL ed arti, voi. V, n.'2, 4 febbr. 188S). 

140. Tammasia G. Senato romano e concìh' Romani. 

Roma, 1887. 

141. Tenneroni a. Jacopone da Todi; lo Stabat Mater e Donna 
del Paradiso. Studio su nuovi codd. Todi, Franchi. 

142. Teoli p. B. Teatro isterico di Velletri, insigne città e capo 
dei Volsci : opera riveduta e corretta coU*aggiunta della vita e 
del ritratto dcirautore. Veìletri, Bertini edit., 18S7. 

143. Thémedat H. Antiquitòs romaines trouvées par M. Payard à 
Dencuvre (Meurthe-et-Moselle). (Estratto dal BuìUtin de la Società 
nationale des antiquaires de Frunce), 

Nogentle-Rotrou,imp. Daupelcy-Gouvernettr ; Paris, Klincksieck, 1887. 

144. Travaglimi G. I papi cultori della poesìa. 

Lanciano, Carahha, 1887. 

145. Tcrr H. La rcconcìliation avcc le pape. 

Paris, Librairic notiveìle, 1887. 

146. Uri.icìis L. V. Tborwaldsen in Rom. Aus Wagner's Papic- 
rcn (Thorwaldscn in Roma, secondo le carte di Wagner). 

IVurxJ^urg, Stahcl ttt Comm., 18*^7. 

I 17. Vasim V. La socictó de Rome. Kdition augmentce de lettrcs 
incditcs. Soptième cdìtion. Paris, Souvelle Rcvuc, 1SS7. 

14S. ViLLLNiìUVE (Di;) L. Rcchcrches sur la famille della Rovere. 
Contribution pour 'servir ù V histoire du pape Jules II. 

RottH\ Bcfutii. 

I J9. Warga L. Geschichte dcr lateinisclie Kirche (Storia della 
Chiesa latina), voi. II, larospatass. 

I jo Zellku J. Entretiens sur Thìstoire du moyen dge. Deuxièmc 

partie: I. Chutc des Carolingiens; féodalitó et chevalerie; premìers 

empcrcurs allomands; premìers rols Capcticns; Sylvestrell; Gré- 

goire VII; L'rbain II; la Croisadc. 

Couìommicrs, impr. lirodurt et Gallois ; Paris, lihr. Perrin et C, 1887. 



Jblicazium nccvuuj m dono dalla Società. 

>I Alessandro. Nuovi documenti e studi intomo a Girolamo Sa- 
>!a (2' ctlirionc). — Fiuu;^e, tip. Carneaecchi, 1S87, pag. 400, in-8. 

!ENHOVE(M. le baron Nervyn). Relations politiqucs dei Pays- 
; de rAnglctcTTc sous le règne de Philippe II. — BruxtlUi, tip. 
ytu iBSof tomo V, pag. 765, in-4. 

fBS Lcopold. Cartulaire des comtc« de Hainaut de i J37 A 1456. 
^fdks» tip. F. Hayez, 1886, ionio MI, pag. 659, in-4, 

^^^nltlas. Chroniqae et gestes de Jean de Prcis dit d'Outre- 
^^^ Bruxelks, tip. F. Haycz, 1887, pag. 5J0, in-4. 

p S. Table analycìque des matìères contenues dans la chroaiquc 
in De Suvelot. — Bntxdlts, tip. F. Hayez, pag. 90, in-4. 

DLO sac. Francesco. Diasertozioni siorìco-critiche sopra Ales- 
^^ Alessandria, lip. Jacquemod, 1887, pag. 221, in-8. 

L. T. Manuale di storia delle còlooie ad uso degli istituti 
Firtn^i, editore G. Barbera, 1887, pag. 265, in-8. 

,^^ II P, Il marchese Giuseppe Campori e la R. Depuiadooe 
lesc di Moria patria. — MdUna, tip. Vincenzi e nipoti, 1887, 
6» ia-& 

XO Pietro. Sommano de* affari d'Italia divisa in suoi dominiì 
:ntrate, spese, forze, aderenze con altri principi. — Verona, tip. 
Ùoi, r8i?8,pag. 50. in-8. 

PUn nouvcnu catalogue des £*glìses de Rome. — Romat tip. 
ni, 1887, pag. 28, in-8. 

iSO Emilio. Guida del Famedio nel cimitero monumentale di 
^^ Milano, editore G. Galli, 1888, pag. 261, in-4. 

p 

Pluc 



Ijoscphi Cronicon sicutum incerti authoris ab anno 340 ad 
b6 in forniam diary ex inedito codice Ottoboniano Vaticano. 
\cx regio typographeo F. Giannini et fil.„ 1887, pag. 145,10-4. 



rLudovìcua. Statutum potcstatis comunis Pistoni anni 1746. 
ìtoìttHì, apud Uiricum Hocpli, j888, pag. 54 j, in-4. 

Scripta manent, Causcries A propos de la collcciion 
. Jc M. Alfred BovcL — NatchAUl, tip. fratelli Attingen, 1887, 
.ia-K. 

etVIÉNOT John. La SociétcdY-mulation de Montbéliard. 
bt rappons. — MonihiUard, tip. V. Barbìer, 1887, pag. 32, vn-8. 

*HI Emmanuel. Cola di Ricn/o. Histoire de Rome de 1342 
. ParL, imprimerie A. Lahurc, t888, pag. 442, in-8. 

ipbcs composant la collection de M. Alfred Bovet décrìtes 
ic Charavay; ouvrage imprimi sous la direction de Fcmand 
tcs. — Parti, imprimerie C. Motteroz, 1887, pag. 880, io-4. 

J Alessandro. Lettere inedite di Antonio Canova al cardinale 
— Ri)mu, tip. Forzani e C„ 1888, pag. 29, in-4. 



tsso lA Sède della Società si posse 
swre le pubblicazioni sociali alle condizioni scguein ^<i 

Archivio della Società romana di storia patria : 
Voi, 1 . . L. ìt. T5 I VoL IV . L. it. ti 

11 » 15 » V. Il 

ì) III » ^5 >» VI . i| 

Archivio della R. Società romana di storia patria ; 

Voi. VII L. it. 15 

» Vili ») 15 



VoL IX L. iu li 

» X 



Si cederanno fascicoli o volumi separati delb e 
esistano nella serie esemplari scompleti ed in ragion». 
che ne esiste. 

PUBBLICAZIOKI LIBERE! 

Regesto di Far fa 

Voi. II L. it, 2j 

III •> 25 



Diari di ^Consx^n, AnL Sai<^ 

Introdu?ione (con ritrano 

rame) . , . . . 
Voi. I . . 

» Il . 

» III 

» IV 



. L. it. 14,1 



Regesto Sublacensc ' 

VoL unico L. it. 2j ' 

i^Conumenti paUografici di T^oma 

Fase. I L. it. 14, 90 I Fase. II. , . . 

D* imminente pubblicazione: 

Facsimili di Diplomi Imperiali e Reali delle Cancellerie d* Italia 

Indice dei primi dieci volumi 
dell' Archivio della Società romana di storia patria (Voi. I-V 
e della R. Società romana di st* patria (Voi. VII-X), 



L'unico indirizzo per chi voglia corrispondere colla R. 5oci< 
romana di storia patria, o farle invio di lettere, plichi, libri 
pubblicazioni di qualsiasi genere, è il seguente: 

^lla ^ Società romana di storia patria 

Biblioteca Vallicelliana 



(Ex-convento de' Filippini) 



Roma 



ROMA, FoiUAKi E C^ Tip. del Ssxato. 







NOV 9 1977 



Fasc. II, 



RCHIVIO 



Società Romana 



di Storia Patria 




G. Cugnoni 



213 



Meniùrie della Vita e degli Scritti 



DEL 



CARDINALE GIUSEPPE ANTONIO SALA 



(ConliniuzioDe e fine, vedi pag, $7). 



Fino dal 1801 il Consalvi, per occasione del conclave 
di Venezia, avea preso ad avversare Domenico, il fratello 
del nostro Giuseppe Antonio, il quale così ne lasciò me- 
moria (i): « I servigi da lui (da Domenico) resi in quella 
: circostanza (del conclave) avrebbero meritato un premio. 
^ Egli però non cercava né compensi ne avanzamenti; ma 
« non doveva mai aspettarsi che 11 suo zelo dovesse par- 
« torire frutti amarissimi. Monsignor Consalvi, che fu se- 
; etano del conclave, e che mirava ad essere segretario 
.1 Stato e cardinale, come ottenne non molto dopo, es- 
« sendo quello che si mise alla testa degli affari in Venezia, 
^ e che non istruito abbastanza delle cose nostre, avrebbe 
u commesso de' sbagli, soffri di malanimo di avere per 
u correttore l'abate Sala, e di dover cedere talvolta al sen- 
ti cimento di persona a lui inferiore. Concepì quindi un av- 
n versione, che si mantenne por lungo tempo, e che por- 
M lollo a far poco conto di lui, e ad usare nel nominarlo 
n epiteti e frasi non molto convenienti '> (2). Or tale av- 

(t) Brevt notila dell' ab. D, Sala cit. 

(2) Nelle citate .\Umorit dd Consalvi sul couclave Unuio a Vt- 
mt;}ù (presso il Crétineau-Jolv, op. cit-, I, 199 seg.) di luno Tope- 
rato «id Domenico Sala in quella congiuntura non v*ha fiato, e non 
4e ne ricorda nemmeno il nome. 

Arcktrio dfila P. Società romana di storia patria Voi. XI. 15 



214 



G. Cugnoni 



viersione del potente ministro doverasi nituralmente lUir- 
gare a Giusq^ Antonio, si perchè è naturale disposinone 
del cuore umano il confondere tutte insieme le ancneOK 
dell'oggetto inviso, e à perche in lui pure ravvisava, se 
non il correaore autorevole e palese, certo il privato bii^ 
sunatore di certi suoi concetd e di alcune sue teoriche ^ 
opera di governo civile ed ecclesiastico. « Ecco perche 
«(nou altrove Giuseppe Antonio (i) ) l'ab. Sali non g'' 
« fa mai accetto, come non lo ero neppur io, pane per t^* 
« verbcro della contrarieti al fratello maggiore, parte perd^'^ 
« in più circostanze non convenni ne* sentimenti del pò*"' 
« potato », Aggiungasi a questo (a) o che il card. CoDsal^" 
« all'epoca della liberazione della sa: me: di Pio VII(quan' 
« appunto il Sala divulgava una pane del suo Piano ài 
vfornui) esternava de' sentimenti ben diversi da quelli, et* 
«aveva prima degli antecedenti faralissirai av\'enimenri, ^ 
a pienamente conformi alle giustissime massime del S. Padrc^ 
« Noi ne facciamo testimonianza di fatto proprio per i di-^ 
« scorsi sentiti da lui nel tempo del viaggio di Sua Santità 
« verso Roma, e segnatamente nei giorni di trattenimeoto 
« in Fuligno, da dove il cardinale ripiegò per tornare in 
« Francia, progredendo in seguito a Londra e a \'icnna. 
tt Disgraziatamente questo giro fu causa che» lasciandosi 
« sorprendere dalla cabala dominatrice, che infestava tuttora 
« i Gabinetti, concepisse quelle idee, che sviluppò meglio 
« al suo ritorno, e che prepararono la strada a quei nuovi 
« dolorosi avvenimenri, che hanno poi sconvolta tutta TEu- 
«ropa, e de' quaU risentiamo (scriveva nel 1833) ^ncor 

(1) Breve noiiiia cii. Su tale proposito Gaetano Moroaì, in axu 

sua del 21 gennaro 18S1, scriveami : «Ma l* onnipotente cardinal 
tt Consalvi geloso di alcuni eminenti uomini, o discrepante colle loro 
n idee (come del p. Cappellari, cui ingiustamente, e contro le intn- 
« zioni di Pio VII, antepose il p. Zurla poco conosciuto) vivamc 
« avversò, ecc. ». 

(2) Bnvó notiva cit. 




Della vita e degli scrini di G. q4. Sala 215 



nsti effetti ». Del quale sviamento politico del Con- 
no altresì fede certissima le sue Memorie, Per entro 
Bgli espone ed affenna appunto que' prìncipi e 
tassìme di pubblica amministrazione, che sono, 
re, il centro, attorno a cui si raggira ed agglomera 
avoro del Sala, da quello con tanta furia persegui- 
^ Providence (egli scrive (i) ) a pennis une se- 
chute du gouverncment pontificai, onze ans après 
cablissemcnt. Si cene Providence permettait une 
e résurrection, il serait à désircr que le nouveau 
r, en trouvant tour changé ce détruii derechef, 

de ce raalheur pour en rccueillir plus de fruits 
i*en avait tire lors de la première rcstaurarion. En 
nant les constiturions et les bases du Saint-Siège, 
aìt d'une manière viaorieuse surmonter tous les 
is s'opposant aux changements, et aux réformes 
Lirraient avec raison exiger Tantiquité ou Taltéra- 

certaines institutions, les abus introduits, les en- 
lents de Texpórience, la ditTérence des temps, des 
es, des idóes, et des habitudes. Il est permis de 
r les va*ux ì celui qui ne les exprime point par 
des choses anciennes, par amour de la nouveauté 
singulariti d'idèes, mais qui ne souhaite tout cela 
ir le plus grand bien du gouvcrnement pontificai, 
est si fier d'otre membre, malgró son indignile, 
lement auquel il reste si profondéraent attaché, 
rrifierait pour lui jusqu'à son exisience». Or con 
nerah concerti del Consalvi non consuona ap- 
tutte quante le sue parti il disegno di riforma del 
jale, come giA abbiamo notato, sin dalle prime 
protesta, ch'egli non intende « di pariare dell'e- 
mmobile della Chiesa », ma si solo « dell' im- 
lelle cose » romane « rapporto alla doppia am- 

lolr<5 cit., I, 239. * Daudet, DiplomaUs et bomtfus d'Ètat 
% Il }2. 





2t€ 



e Cugnont 



« amtstrazìoDC ccdesiasdca e politica 9? Altrove il Consalvi 
scrive (i): « En rètabliisoni Tanden ordre de choscs,!' 
e était ùàk de tiner tin bìen de ce mal. Quoique les ìd^- 

• th urioas du gourcmeakent pontificai fussent très-soge^ 
« n est frpnrfan bors de doute que ceitaines d'entne ellcs 

• dè g è a tr ai e ut de leur pnminve origine. On cn avaiti!- 
« tire:» dungè oa cocnnnpu quelques autres, et il ^'^ 
«trouraìt <)ui ne coavenaient plus au temps, aux id(<?^ 
« DOuveOes et aux nouveaux usages. Les effets et les tea- 

• dances de la revolution, survivant d la révolutioa cUc- 
« flateicezigeaient des atermoiements et des mónagements, 
« non moras pour la stabilite du Salnt-Siège qu'il l^^ 

• rcsuuier, que pour Tavantagc du peuple. Je pourri^^ 
« étendre ei développer beaucoup plus au long cettc thèsc, 
« mais le peu de calme dont je jouis et les obstacics dot^^ 
« |*AÌ parie i^s haut» sans compter d'autres raisons t'kC^' 
« lentes ressortant de la nature du sujet, s*y opposent ab^^' 
alument. Du reste, ce que |*ai di: suffira A toui lect«^^^ 
«i perspicace pour saisir que de très-Iégiriraes et de tr^^' 
« justcs morìfs nousengageaiem àprofiter de la circonsiai"^'^^ 
« et i difftrer de quelque temps la restauration des ancienT»^ 
«fomies goux-emamenrales afin d'en modifier quelqU^ 
« partics, du moìns Ics plus urgentes. Cela valait mieU* 
«que de le ritablir de suite tei qu'il ^it avant la révoliJ' 
A don; et le Saint-Pere lui-méme émettait ce voeu l^fl 
De* quali avvisi il primo articolo del Piano del Sala è a^^ 
punto largo e minuto svolgimento. Ne diversamente dal 
Sala lamenta il Consalvi i falliri sforzi di quella particobre 
Congregazione» che Pio VII istituì ne* primordi del suo 
pontificato, per discutere i diversi punti di quel disegno di 
riforma, die, per frapposizione di ostacoli pressoché insor- 
montabili, andcS affatto in dimenticanza. Sul quale proposito 
scrive il Consalvi (2) : « En raéme temps que cette pro- 

(i) M^oirfis cÌl, II, ajj. - Dal*det, op, cii., 35. 
(a) Mém0ir0sdu 355. 




Tìella mia e degli senili di G. 24. Sala 217 



• rogadon se rógularisait, on forma une congrègntion com- 
»posce de plusieurs cardinaux, de quelques prélars et des 
«scculiers Ics plus instruits et les plus estimc's pour leur 
«bon esprit et leur conduite. On les chargea de traccr un 
«pl.m pour la restauration du gouvcrncmentj fondi- sur les 
«bises et sur les constitutions antiques, mais adapté' aux 
«conditions modernes ainsi qu'A la nature des temps, en 

• le dcpouillaat des vices ou des abus qui auraicnt pu se 
«gliiscr dans Tancicn peu à peu avec les aances, conime 
«ilarrive à toutes les choscs de la terre- La congrègntion 
«rcijut ordre de terminer son travail pour la mì-octobre. 
«Le provisoire devait prendre fin lu i"^"" novembre, après 

• l'approbation du nouveau pian parie Saint-Pere, et alors 

• on rcracttrait rautorit6 entre les niains des prélats... (i). 
«Pendant ce temps, la congrègation form6e pour le réca- 
«blisscracnt de rautorité acheva son travail, qui ne ré- 
«pondit point entiérement aux espèrances coni;ues» Ce 
"travail indiquait plusieurs changements et cenaines mo- 
«difications sur divers points, m.iis il ne régluit pas tout, 

• et pcut-étre rai^me ne rògla-t-il pas le plus imponant. 
•S'iiest partout difficile de vaincre Ics vieìlles habitudes, 
«dopirer des réformes et d'introduire des innovations, il 
«faut avouer que cela le devient bien davantage A Rome, 
•ou,pour micux dire, dans le regime pontificai. Li, tout 
•ce qui existe depuis quelque temps est rcgard6 avec une 

• ione de vénération, conime consacrò par l'antiquitc* m^mc 

«de son institution. Personne ne prend la peine de re- 

flmarqu-T qu'il est souvent faux que telles et telles règlcs 

*iicnt étc- ètablics dans l'origine comme elles apparaissent 

« jctuellcment. Parfois raéme il arrivo qu'elles sont alte- 

s, soit par Ics abus dont nulle institution humaine ne 

cut asscz se garantir, soit par d'autres vicissitudes, soit 

• le temps lui-mcme. En outre, ce qui A Rome plus que 




« pirtout ailleurs s'oppose aux réformes, c'est la qualità k 
« ceux qui, dans ccs réformes, perdent quelques attributsde 
« leur juridiction cu d'autrcs pri\41èges. La qualità Jont Ik 
« sont rcvótus fair qu*il est plus malaisé de vaincre kui rè- 
« sistenccy et, par ces justes considérarions, le pape lui-ojètnc 
«se trouva quelquefois forcò d'y avoir égard. Ett'cbiprt- 
« ciscment cn vue de telles dcférenccs que je ne puis p-ii 
« longucment 6numérer ces obstacles et d'autres sembbbb 
«r fourmillant A Rome plus que panoui et s*opposant i tome 
fl cspòcc d*innovntions. Je me tairai donc sur ce poinL ]c 
« me borneiai A dire que le pian de la congrégation aracnit 
« quelques abus, changca des instirutions, en retrancha ou 
«en ajouta de nouvelles, selon que le permirent Ics ote- 
« c\cs ci-dessus indiquòs. Jc dois avouer encore que, sans 
«reflicacc volonté du Gouvememeni, qui insista a^tc ri- 
« gucur pour qu'on se mit à ouvrir la brèche aux réfonnc^i 
a ricn ne serait fait peut-étre, car le Gouvemeracnt ne pou- 
« vait pas agir seul. L'opinion publique ne devait point ii' 
u voriscr Ics innovations que le Saint-Siège auraìt édicti«s 
« de son chef. Ccux, auxquels ccs réformes n'étaicnt yoiO^ 
« avantagcuses, et qui, en raison de leur qualité ou à caus^ 
« de Icun rèlations, aspiraient à diriger respric public, *^ 
a raient su Ics discréditer dans les masses. La recente èi^ 
« vation du premier ministre, encore jeune et promu à ^* 
« poste au désnppoìntement de ceux qui ramhitionruic*^^ 
«la nouveauté du pape lui-méme, devaient foumirdes ^ 
« gutìcs et des prétextes contre les modifications et * 
« changements. Il importait de les étayer, du moius ^^ 
« apparence, sur les idées, les conscils et Ics réflexions d'ti^ 
« grand nonibre, c*esl-d-dire d'une congrégation, d'apr^^ 
H Tusage existant ù Rome en pareil cas. Le pape lui-raéaJ^ 
« par suite de la douceur bien notoire de son caractère ^ 
« qu'il soit permis de produire respeaueusement cet autre 
« motif de h nócessité ou Ton était de recourir i une con- 
« grégation dans cette affaire — le pape lui-méme n'aurait 



Della vita e degli scrii ti di G. C/1 Sala 219 



« pcut-étre pas pu tenir tòte aux opposants et proiògcr les 
^•réformes contre les attaques de tout gerire auxquelles il 
I aurnii faìiu se résigner, si le Saint-Siòge eùt agir seul et 
a spontancment. Il devini de nécessité absolue de se servir 
« d'une congrógation, et une congrégation ne pouvait don- 
ftner que ce que Ton obtint. On se vit ohlìgc do s*en con- 
Henter: cela vaut mieux que rien, comme dit le proverbe 
"■"vulgairc. Le pape approuva et sanctionna le pian de la 
.«congrégation par une bulle intiiulòe: Sur k ràablissement 
\i\k goHvurtUfiunt, et qui coraraence par ces mots: Post 
ìdiuttirnas ». 

Adunque il Consalvi si per antico rancore, e si per le 
sue mutate opinioni politiche cadde nella contraddizione 
Ji perseguitare nello scritto del Sala i propri concetti e le 
proprie persuasioni, e di perseguitarle con tale veemenza, 
Jj impedire vigorosamente li diilusionc di quel libro, e da 
ordinare, che ne venissero raccattati con minutissima dili- 
genza gli esemplari distribuiti (i). Nel che fu cosi pun- 
tualmente obbedito, che all'istante ne scomparve ogni miccia. 
Picchè io a potere averne per pochi giorni sott'occhi una 
copia, dovetti moltiplicare le ricerche per oltre a 25 anni. 
Per tal modo il lavoro del Sala, frutto di matura espe- 
^enza; risuhamento di lunghi ed accurati studi; espressione 
■^^nccra e liberissima d'animo profondamente persuaso; ri- 
medio ai passati danni della Chiesa e dello Stato ;proba- 
^ilt impedimento dei futuri : appena nato fu spento, non 
^^ADzando all'autore né meno il compenso di richiamarsi 
^tir ingiusto tratto al giudizio del pubblico, e solo restan- 
dogli da amaramente lamentare queir « andamento di cose 



(0 Questo si desume dalla terza delle lettere superiormente tra- 
scritte nella nota a pagina 56. Racconiavami poi su tal propo- 
wo Antonio Coppi, che il Consalvi, tomaio da Vienna in Roma, 
adoperò tutte le arti, dalle cavalleresche alle diplomatiche, per car- 

firt dì mano a certa gentildonna russa una copia di quella stampa; 

au che la scaltra signora non se ne lasciò punto cogliere. 




220 



G. Cugnoni 



« (scri\'€va nel 1833 (i) ), che atBisse i buoni, e che stava 
tt in aperta opposizione alle massime esternate in principio 
«dal Santo Padre.... Tema vasto ed affliggente, chebista 
a avere toccato di volo, aflinchè rammentando U fai>^ 
« strada, nella quale s' impegnò il GovL^mo pontificio, si ri- 
« cordi altresì che il vento non spirava propizio per gli uc^" 
a mini sinceramente attaccati al principe ». Amari accenti, 
ma che rivelano una tal quale compiacenza dello scrittore 
d*avere antiveduti i tempi, ì quali poi, divenendo a mano 
a mano più grossi, recarono finalmente, tra il 1847 e U 
1849, il tardo, e perciò inutile, trionfo delle riforme con- 
cepite e caldeggiate d.i lui ben 33 anni innanzi. 

Della parte inedita di questo Piano (la quale, se noo 
pel dettato, certo per la materia sopravanzava di gran luti 6^ 
la stampata (2) ) ninno, per quanto io so, ebbe mai noti-^^ 
certa e di fatto, salvochè, in sin dalle prime mosse dcl^ 
sua gloriosa carriera, il Santissimo nostro Padre Leone XfX^* 
Questi, mentre giovanetto compieva in Roma nella nolri^^ 
Accademia ecclesiastica gli studi teologici e legali, recav^*^ 
di frequente al Sala, che amavalo di peculiare benev^^ 
lonza (3). A costui adunque mostrò egli un giorno il v^^ 
luminoso manoscritto, e appresso gli consenti pure che i^ 
leggesse, consegnandogliene a tale effetto con grande cai 
tela ad uno ad uno i quaderni. I quali recatisi in casa 
giovane alunno, non pure leggevali, ma con grande dili^ 
genza lì ricopiava. E ciò fu doppia ventura: Tuna, che 
disegni del grande rifonnatore venissero a mano di dii un 
giorno li avrebbe potuti a suo senno, tenendo conto della 

(1) Brtvi notizia ddVah. D. SaU dt. 

(2) Ciò si apprende dai due Indici dì sopra recati del primo sbouo 
di questo lavoro, e dalle stesse parole dell'autore, il quale neirartv 
colo VI scrive: « Dovendosi quindi il mio Piano estendersi ad uda 
serie hen lutila di articoli di ogni specie, ecc. », 

(}) Bonghi K., Lione Xlll t l'Italia; Milano, Trcves, 1878, 2; 
in nota. - Civiltà CaitoHca, ser. X, V, 675. - Moroni, Di^, di 
iccL, Indice, V, 160. 




nlla pila e degli scritti di G, oA. Sala 221 

i de' tempi e degli avvenimenti, colorire; Tnltra, che, 
itosi poscia il manoscritto originale deiropera, ne sia 

rimasta una copia autorevole. Come poi quel 
scritto andasse smarrito, è cosa in tutto misteriosa. 
sso .al tempo della morte del Sala esistesse, non è da 
in dubbio; quando Niccola Milella, ragguardevole pre- 
dila curia romana, asserisce d'avere caldamente pre- 

1 cardinale Lambruschini, allora segretario di Stato, 
, raccattatolo dal luogo ove egli stesso (il Milella), 
Jine del defunto, avealo colle proprie sue mani poco 
i collocato, lo ponesse in salvo, come cosa di pregio 
labile; e che quel cardinale pochi giorni appresso gli 
:ò d'averlo riposto nella biblioteca Vaticana. Ma ogni 
igentc ricerca ivi fattane riusci a nulla; né megho 
trono le indagini usale neirarchivio Vaticano. 

ndc viene non lieve impedimento a queste mie me- 
mancandomi cosi il modo da chiarire il valore di 
pe Antonio ne' maneggi giuridici, politici ed animi- 
vi, ai quali appunto si riferiva la parte perduta dei- 
Valore ceno non comune, come si può argomen- 
u primi articoli di essa opera messi a stampa, e 
ancora dalla qualitA del suo ingegno singolarmente 
; che è il sommo pregio di chi pigli a tranare l'arte, 
atte difficile, deiroitimo governare. Ma oramai basti 
e riprendiamo il filo dell'interrotto racconto. 
Dmposce adunque nei primi mesi del 1814 le pub- 
ose, mosse Giuseppe Antonio incontro a Pio VII, 
)0 cinque anni d'indegna prigionia tornavasene a 
(«Lo raggiunsi (egli scrive (i) ) a Bologna, e fui 
samente invitato da Sua SantitA a seguirlo nel resto 
aggio, che, com'è ben noto, fu interrotto da varie 
,e non tanto brevi in Imola e in Cesena » (2). 

notila iUlFab, D. Sala cit. 
ne, durante quel viaggio, Tufficio di cerimoniere, a Com- 
crivevagli il fratello Doraenico, il 25 aprile 1814) Tacere- 



1 



222 



G. Cugnoni 



E in Cesena il pontefice, cui tardava di attestargli Li 
sua riconoscenza per lo zelo operoso nei giorni della 
prova addimostrato, gli diede, per biglietto privato, con 
fermato poi in Roma con breve, grado di prelato do- 
mestico e divisa di protonotario apostolico (i)» Cosi fu | 
ad esso aperta quella, che in cone di Roma chiamasi car- * 
riera, fuor della quale a niuno, d'ordinario, è concesso di » 
aspirare agi' importanti uffici, che sono scala al cardinalato, 
n come non ragione di sangue o di ricchezza, né sforzo . 
d' intrighi vel misero dentro, ma bella fnma di virtù e di 
dottrina ; cosi egli non vi si affrettò per arti superbe, o per I 
vili raggiri, ma gloriosamente percorsela col vigore dell'a- 
nimo sostenuto e guidato da sapienza. Ancora è da notare, i 
come delle dignitA, alle quali di mano in mano egli venne 
innalzato, niuaa fu di nacura laicale, ma tutte di uffici ec- 
clesiastici. La qual cosa chi si conosca degli usi della curia , 
papale, dove il salire è per lo più effetto del chiedere, non ! 
recheralla al caso; ma vi ravviserà il suo costante propo- i 
sito a volere stabilita « la massima, che tutte le cariche di 
« loro natura secolari vengano conferite ai laici » (a). I 

E in prima ai due modesti ordinari uffici di correttore j 
e di datario della Sacra Penitenzieria, i quali l'uno dopo 
l'altro ponò, gli si aggiunse lo straordinario di consultore 4 
di una speciale Congregazione ordinata sopra il ristabili- 
mento degli istituti religiosi annullati tutti dal dominio 
francese. Qui tolse con grande animo a propugnare le 
massime, che su tal punto aveva ampiamente svolte nej 

t( scimcnio Jei vostri imbarazzi per dovere supplire jnche da ccrimo- 
onicre, ma spero che il Signore Iddio vi assisterà, e vi darà salute ». 
(i) A questo proposito scrivevaglì» il 30 aprile 1814. il fratello 
Domenico: " L'amorosa vostra dei 22, cui ho uovato atìnessa I a,^ 
n copia del grazioso biglietto di decorazione accord^ovi dal S. P*9fll 
drc ecc. ... La cosa e valutabile per se stessa, ma io la valuto " 
ff principalmente per la graziosa maniera, e termini con cui è stata 

■ eKguita^- 

li) Fiitito Ji riforma, art. VI. 



E 



ella viia e degli scriiti di G. oA. Sala 223 



VI e XVII del suo Piano di riforma ; sostenendo, 
si restituire soh-into le professioni di prinia regola, 
quelle, che conformandosi agi' intendimenti de' loro 
Wjfi, ne serbano intero lo spirito e l'indirizzo; lad- 
■iLltre di seconda e di terza mano non sono per lo 
te rilassamenti e snervamenti di quelle- « Li disordini 
; comunità religiose (son sue parole (i) ) erano 
Iti a tal punto, da meritare che Iddio le annientasse, 
e in gran parte è seguito )>. Per ripristinarli ;i dovere, 
opo « indovinare ciò, che farebbero li santi fondatori, 
)rnasscro al mondo » (2). Certo a questo effetto era 
propizia congiuntura il trovare distrutta ogni cosa, 

che a rifabbricare non si avrebbe avuto impaccio 
xhi ed intristiti ruderi sopravanzati all'universale 

Ma né mcn questa volta la sua voce non fu ascol- 
: monasteri e convenri risorsero quanti prima, e più 
[la; quasi che alla gloria di Dio e ai vantaggi della 
meglio i molti rilassati, che i pochi austeri rispon- 



» 



manto Pie VII, spaurito dai novelli moti di Gioac- 
Murat, che accintosi all'impresa d'Italia s*era cac- 
:on forte soldatesca nella Marca d'Ancona, fuggi 
mente a Genova con picciol numero di seguaci, e 
sti Giuseppe Antonio (j). Narrano che coli, avvi- 
)si la festività dell* Ascensione, il pontefice, pressato 
ni patrizi perchè in quel giorno volesse assistere 
ssa solenne in una delle principali chiese della città, 
« la decisione della cosa nel Sala, come in uomo 



%no ài riforma, art. XVI. 

- Gaetano Morosi {pi\. d'erud, tccL, LX, 259) ilice che 
fatti dal Sala per la riforma dei corpi morali, furono dcpo- 

rla sua morte nella segreterìa della S. Congregazione dei 
regolari, 
iregorio XVI nel crearlo cardinale fece onorevole menzione 
suo viaggio. 



224 



G. Cugnoni 



disimpacciato e prontissimo ai ripieglii ; e che questi, an- 
corché, pel difetto degl' infiniti arredi e panimenri all'au- 
gusto rito necessari, giudicasscla soprammodo difficile; 
pure confortato dal buon volere e dalle larghe profferte di 
que' signori, provvide e dispose in brevissimo tempo rutt(^| 
quanto all'uopo occorreva: di sorte che la solenne ceri- 
monia fu celebrata con sfoggio e magnificenza inaspet- 
tata (i). 

Appresso a questo tempo fu esaminatore de' vescovi, 
referendario delle due Segnature, segretario della Congre- 
gazione de' riti (2), e di quella de' negozi ecclesiastici 
straordinari. ^È 

Nel 1823 sperimentò di nuovo gli effetti delTavver- 
sionc del Consalvi: che « mentre (egli scrive (3) ) nella 
«promozione del 1823, quando, secondo il costume, avrei 
p dovuto muovermi dalla Segreteria dei riti, e tutti erano 
(t persuasi del mio ascenso a quella del concilio, fui prc- 
«tcrito, e si pretese che fosse sufficiente compenso e una 
« pubblica testimonianza della più marcata fiducia lo avermi 
« aggiunta una Segreteria tanto importante, quanto quella 
« degli affari ecclesiastici straordinari, e un canonicato di 
« S, Maria Maggiore, che nò domandavo né volevo, avendo 
«ricusato tanto prima quello di S. Pietro ». Più tardi poi 
il Consalvi mostrossi pentito dell' indegno tratto. « Non^ 

(i) V. la Kcldiionc del via^i^ìo di Pio VII a Genova del card. Bar- 
tolomeo Pacca; Orvieto, Pompei, 1844, 41; e il Diario di Roma 
15 maggio 1815. 

(i) Mons. Baccili. che sin dal dcccmbrc del 1814 soUeciiavagli 
dal papa rimportjnte ufHcio di segretario dei Riti, scrivcaglì ai 2X 
del detto mese ed anno: « Non lascerò di fare il sollecitatore, onde 
« evitare, u inf,;ctij, il ritorno del Politico di Vienna, le cui ultime 
fi lettere a' suoi amici assicurano entro il mese la sospirata ventura 
« di rivederlo ». Ciò non ostante, ta pratica fu trascinata per molti 
mesi, e nel settembre del 1815 il Consalvì proprio fu quegli che gli 
partecipò quella clcilone. 

(5) Bnvi notizia d^l'ab, D. Saìu cit. 





'Delia pita e degli scritti di G, q4. Sala 




mv 



per altro (prosegue il Sala (i)) di rimarcare che 
irdinal Consalvi ne manifestò in seguito il suo ram- 
ìco, che si mostrò impegnanssimo per affrettare la 

promozione, che se in fondo non mi amava, aveva 
darato più volte di stimarmi, e me ne aveva dato 
uenti prove, consultandomi in affari di rilievo. Gli 
lerò inoltre la lode, che più volte, quando il mio sen- 
:nto fosse contrario al suo, si mostrava pieghevole 

forza delle ragioni, e smontava dalla prima opinione w, 
e edificante temperanza di discorso deiroffeso cìicd 
isore. Del quale non lascia pure di notare il tardo 
lire inverso del fratello Domenico, e di toccarne le 
t Quanto aU'ab. Sala (egli continua (2) ), negli ultimi 
pi sembrava che fosse divenuto verso di lui meno 
3; e poiché spesse volte nella trattativa degli affari 
evasi il cardinale nella necessità di sentire persone 
«te, e di aver notizie da uomini, che ben conosces- 
» le cose nostre, a suggerimento degli uffiziali della 
retcria di Stato, o ben anche di proprio impulso lo 
saltava, e gli scriveva sempre in termini obbliganti. 

breve tempo poi che sopravvisse sotto il pontificato 
-eone XII, tanto a mio fratello, quanto a me nell'in- 
trarci accidentalmente, o nel recarci talvolta a visi- 
3, ci fece sempre tutte le buone grazie. Conchiudo 
:anto, che Ìl card. Consalvi in fondo era un uomo di 
me intenzioni, e se per mala sorte non si fosse lasciato 
portare dalla corrente, sarebbe stato un egregio mi- 
ro; che ad onta della diversiti di opinione sapeva 
oscerc, e non si ricusava di adoperare lo persone ver- 
: negli affari della S. Sede ; che dimostrò abbastanza 
^'ssersi ricreduto e di voler compensare i disgusti re- 

a mio fratello ed a me; e che Dio si snrà voluto 



), Breve ìioU\U cit. 




^ 



jL 



226 G. Cugnoni 

<n servire del di lui mezzo per esercitarci con qualche tri- 
« bolazione. Se il desiderio, che mostrò il cardinale di gioH 
e varmi, quantunque tardi, rimase senza effetto, io gliene 
i' professo eguale riconoscenza, e per parte dell' ab. Sala, 
«che nulla cercava e nulla voleva da lui, sono persuasis- 
« simo che aveva dimenticato e perdonato tutti i disgusti 
<t antecedenti, e godeva che fossero svanite le antiche ani- 
ci mosità 0. 

Leone XII, che da privato avealo sempre avuto in 
grande stima ed amore, aprendo, poco dopo la sua ele- 
zione, la visita apostolica straordinaria, se lo tolse a con- 
visitatore col grado di assessore (i); io promosse quindi 
al segretariato della Congregazione del concilio; commisegHH 
di condurre il nuovo concordato con la Francia, e di av-^ 
viare le pratiche con la Corona di Sardegna in ordine agli 
assegnamenti delle rendite ai luoghi pii del Genovesato ^M 
del Piemonte (2); lo nominò visitatore di tutti gli spedali 
di Roma. ^_ 

(i) Morosi, /)i\. <ì*àm<t, ,tccì,, XVI, ifiS. 

{1) V. Morosi Di^. d^^ntd. eccì., XXXVIII, 75. Di quanta briga 
fessegli tale maneggio, può ricavarsi dalla seguente lettera comuni- 
calami dniraniico m.irch. Gaetano Ferraioli : 

ff Roma, 19 aprile 1828. 

« VcneraliSiimo sig. avvocato, 
it Mi trovo veramente confuso, e smarrito. Possano ha scritto a 
ce un cardinale esponendo che rimase estremamente sorpreso nel leg- 
K gcre gtl articoli, e che Icì disse che doveva essere o un pastìccio 
« del Commissionalo, o un estrallo del breve fatto da qualcuno dor- 
« menJo. Aggiunge che comunque siasi si deve concludere non cs- 
N sorsi qui capito, o credulo quanto fu esposto, e che le infedeltà 
•r commesse ncircsposizione non potevano dar luogo a tali domande, 
a Suppone che il Commissionato partisse senza aver capito affatto il 
V Piano, e che non sapendo alle obìe/.ioni coniraporre delle buone 
« ragioni, deve averne dette delle cattive, le quali sempre rovinano 
ff la causa. Confessa che voleva impugnare il riparto delle 20 mila 
« lire dì fondo, perchè oltre i missionari molte altre corporationi avi 
«vano rendite per Io stesso titolo; rileva che Tabolizione del rito 



to ^ 




Della inia e degli scritti di G. Q/1. Saia 227 



Quest'ultimo ufficio, che poi sotto altri nomi, secondo 
;il xariarc dì quelle amministrazioni, portò fino al termine 
I de* suoi giorni, gli diede occasione di esercitare la carità 
verso de' tribolati. Istituì nell'ospedale di Sancta Sanctormn, 
colla cooperazione della principessa donna Teresa Doria, 
la Regola delle suore ospitaliere, le qujli prestassero alle 
inferme, cui quello spedale è destinato, ogni maniera di 
servigi, insino a quelli della chirurgia inferiore. E se n'ebbe 



« A^ugustano porterà delP inconvenienti assai più gravi di quella si 

« crede, e che raggiunta al Capitolo d'Asti è buttala. SÌ duole che 

« niente siasi fallo per la povera sede di Veniimiglia, né per i censi 

•r inetìgibilì, nò per tante altre cose. Conchiude che il bene della 

* Chiesa csigge che siano esattamente conservati gli artìcoli de! rie- 

« pilogo della sposizione, e sì mostra persuaso che il Governo in 

« coscienza non sia obligato a far di più di quello che propone di 

« Care in seguito deirultima sessione. 

« Inserisce un foglio per narrare il risultato di detta sessione, ed 
• io ne soggiungo l'epilogo. 

« Bisogna dire che il Commissionato mutasse anche il tìtolo del 
"progetto, mentre Possano lo nota cosi: — Traccia da servire per 
•l estensione del pontificio breve circa i crediti della Chiesa verso 
* lo Stato del Piemonte, qcc. -^ Suppongo che gli articoli non siano 
•stati cambiali, e lei è in grado di verificarlo avendogliene io raan- 
■datob copia: ma passiamo alPepllogo. 

■ Opposizione dì alcuni ma^'istrati sulla massima toccante i beni, 

h'oa non potersi ammettere senza pregiudicare ai diritti del Governo, 
■ sotto la cui dipendenza si t sempre consen-ata ramministrazióne 
•wi!e Opere pie laicali. L'arcivescovo rammentò che Sua Maestà 
» tin da principio aveva esternato essere sua intenzione che si evitasse 
«•1 entrare in discussione di massime. Lo stesso arcivescovo e il ve- 

• icovo di Possano, attesa la loro qualità, non poterono assoluta- 

• iDcntt prender pane nella discussione. Il secondo, dopo la protesta 

• che i vescovi, qualora s'intendesse d'impugnare apertamente la 
n*MStma, dovrebbero sostenerla, aggiunse che siccome lo scritto 

eveniva communicato al Congresso acciò osservasse se potesse in- 

wrgcre qualche difficoltà, poteva questo naturalmente rilevare, che 

i'injcrtionc Ji un tale articolo nel breve avrebbe suscitato degli 

ostacoli airacccttazìone del medesimo, onde senza esaminare se gli 

■ osucoli fosseri. ragionevoli, o no, poteva benissimo proporre di 



228 



G. Cugnoni 



in breve cosi ottima prova, che, pochi anni dopo, Leone XII 
con motuproprio del 5 gennaio 1826 riconobbe solenne- 
mente il novello istituto, e ordinò si all.irgassc ;igli altri 
ospedali femminili della cinA. Denò, nel 1835, una pro- 
posta di riunione di tutti gli ospedali di Roma, salvo quello 
di S. Spinto, d.i effettuarsi « mediante un regolamento, che 
« leghi fra loro le diverse parti del generale instituto, e che 
u abbia per base: i** di conservare a ciascuno ospedale il 
« suo patrimonio distinto, in modo però che venga ammi- 
« nìstraro con diligente economia, e che trovandosi nello 
«stabilimento qualche sopravanzo di rendita, serva a ripidi' 
« nare il vuoto di quegli ospedali, che si trovassero in ^^' 
« sogno, evitando cosi qualunque spesa superflua, non cHc 
« il pericolo di nuovi aggravi al pubblico erario: 2° di co^' 



« prescindere da tale articolo per evitare se non altro le ìunghc^^ 
« che seco portano ognora gli ostacoli, ancorché poi in fine si *"' 
( perino. Fu quindi adottato dì proporre una tate omissione. 

«Non si capirono varie cose degli altri articoli. Per escrt»!"'* 
< perchè si dovessero continuare le pensioni ai religiosi rientrati t%^"^ 
it case dotate : si dovè credere che il senso deirarticolo fosse di f^" 
n cogliere maggior numero di pensioni di quello cui corrisponda^ 
<t Tannuo reddito della dotazione, e quindi si concluse che rtuncm^^^' 
« in qualche convento un numero di pensionati maggiore di queU^ 
'< che portasse la dotazione assegnata, si provvederebbe colla coiii''' 
'( nuazionc delle pensioni a quei religiosi che formassero Teccedcats 
Ki dtl numero. 

ff In ossequio della S. Sede si astenne il Congresso dal fare akon 
'( rilievo contro la distribuzione delle lire 20 mila, e avendo il vescovo 
udì Possano incominciato a combanere la ragionevolezza di tale di- 
■t stribuzionc, fu interrotto concludendosi unanimemente che non con- 
•< veniva di fare la menoma osservazione sopra una cosa esprc^i- 
ti mente gradita alla S. Sede. 

«Kon sì capì l'articolo sulle congrue delle parrochic, trovandosi 
« «ìA portate a 500 franchi. 

« Non si capi neppure perchè si voglia la liquidazione de' residui 
(( Monti ex-gesuitici, qual obligo non passerebbe giammai colle noas- 
'c sime de* magistrati che ne pretendono padrone il Governo, e Tain^ 
•< mortizazione di tali residui monti era chiesta in compenso di altre 



*Z)e//a PÙa e degli scritti di G. 04. Sala 229 



re le amministrazioni panicolari, organizzando però 
leputazione generale incaricata di esaminare i pre*- 
vi; dì sindacare i rendiconti ed invigilare sulle spese 
xlinarie; di tener fermi i rcgolamenii e le massime 
ali. Questa specie di unione contribuirebbe al per- 
uimenco di un'opera, che può dirsi della più ampia 
tanza, come quella, che tende al grande oggetto di 
rare la salute spirituale e corporale de' poveri in- 
»• E proponeva alT uopo le seguenti massime. 
* « Gli ospedali di Roma, dovendo considerarsi come 
le quali unite insieme completano l'istituto, che ha 
opo di prestar soccorso all' umanità languente per 
ipecie di malattia, conserveranno la divisione delle 
ive attribuzioni tanto saggiamente prescritte e san- 
e nel breve della s. ni. di Pio Vili; 

Hk il Governo rinunzia, come si ò esposto nel Piano. Quan- 
ta cosa si lasci alla coscienza Jel re, ciò darebbe sempre 
scrupoli per il religioso sovrano. Si è quindi presa la de- 
none dì liquidare altre 30 mila lire annue, assegnandosene 
ai Gesuiti de' Ss. Martìri, e riservando il resto per prove- 
: domande giunte posteriormente al Congresso. 
re si C' proposto che quando le pensioni regolari saranno 
d annue lire 800 mila, si destineranno altre lire 100 mila 
Uorare la condizione de*parrochì. 

una il vescovo dicendo che non ricorda che siasi trattato 
\ non ha copia n6 dello scrìtto del progetto, né del processo 
^he non ha per anche veduto. Crede però di non aver di- 
cosa alcuna Ji sostanza. 

do consumando tutto il mio tempo in lettere, e in disbrigo 
irì della giornata, nò posso avere un solo giorno di quiete 
idere airultimazione di quest'atTare che mi fa perdere la 

Dio non mi aiuta sono perduto. 

a le assicurazioni della costante stima e amicizia con cui 

itte prove 

w D"" Obbl""" servitore e amico 

■ tt GlUSEPPAMTONIO SaLA ». 

Knt" Tosti, ecc. 
Genova ». 

■io dtiia R.SocMà romana d( Storia patria. Voi. XI. id 




250 



G. Cmg9am 



3* • Reacnomo ionie kdqiotaaioiu pecùli subilits 
t od sMjMrtm bccvc, axne pure la sepsraaoDe de' n^^ 
I |»i tnm o iiij scmxanc, computisene e ministero. I rìn^^ 
I menti sia <E Indn, ai Si cjpìttfi soggetti i combimientOt 
a di so|scaraaxì che HzBJngano tfi^mrubdli, Jovnono 
1 brsi per ooato; ed a nome delTospedale a cui jppinea- 
igoao; 

3* « Una depataiioQe geoecile zwrk cura di assedi 
> in principio d'anno afle dcpatacocù specilli b soi 
I spendibile a nonna de' preventivi da essa approvali; 
I sindacare i rendiconti ; di provvedere alle spese 
I nane e bisogni imprevisti; di r^olare i concorsi perfc 
: mare la massa deOe famiglie medico-chirurgiche, e hsx. 
i rimpiazzi e mo\-imend opportuni; d* invigflare su 
[ dò che r^uardi gF interesa comuni degli spedali, e 
I f tmifonnitl ed osservanza delle massime e regolamonD; 

4* « Le deputazioni speciali insieme udtc, colf: 
; giunta di sri depuud estranei alle deputazioni particol 
[ due ecclesiastici e quattro laid, formeranoo la Jepumii 
i generale, la quale sari f^esieduu dal cardinal presiit:) 
; dell'arcispedale del SS. Salvatore ad Sonda Sanai 
protettore delF Istituto delle suore ospedaliere, I ju£ 
desiastid aggiunti si occuperanno particolarmente di tul 
dò che riguarda l'adempimento dei legati pii, T; 
a spirituale agi* infermi, la condotta religiosa e morale 
« rispettive famiglie; due deputati laici saranno incari' 
e della sor^■egUanza sull'amministrazione de' beni, sui nuovi 
o affitti, sull'escussione de* debitori, sulla regolarità de! 
« scossioni e versamenti: gli altri due avranno l'in 
« di rivedere i preventivi e consuntivi e di esaminai 
« richieste straordinarie che occorrano nel decorso 
«Tanno; 

5* a Nelle generali adunanze daschedun deputato avri. 
« voto deliberativo. Trattandosi però gì' interessi di 
deputazione particolare, i membri che la componj 




Della vita e degli scritti di G, C*4, Sala 



r 

a Le adunanze della deputazione generale si tcr- 
sei volte all'anno, e anche straordinariamente qua- 
> esiga il bisogno, nei giorni da stabilirsi dal car- 
presidente; 

PIl segretario generale e assessore della depu- 
per quelli aiuti di cui possa abbisognare, potrà 
i dell'opera degli antichi impiegati della cessata depu- 
: complessiva degli ospedali, che trovansi in riposo, 
godendo del soldo in ritiro, sono in obbligo di 
si Senza nuovo appuntamento, secondo gli ordini 
iranno dati su tal proposito dal cardinale presi- 



solnnto voto consultivo. La votazione sarà 



* 



Le deputazioni speciali prima del cadere del- 
ssibiranno il preventivo delle spesa per l'anno pros- 
faue deputati sindacatori ne faranno rapporto alla 
vne generale, la quale stabilirà la somma spen- 

PLe deputazioni particolari amministreranno libe- 
! la loro azienda entro i limiti del preventivo ap- 
. Dovranno però ogni bimestre trasnienere alla 
ìa generale lo stato di cassa, affinchè la deputa- 
^mplessiva confrontandolo col preventivo sia in 
i conoscere se procede in regola, o se vi sia pe- 
i esaurimento di fondi innanzi tempo; 
la Ciascuna deputazione particolare presenterà 
lo il bilancio ^a deputazione generale, la quale 
anzi di uno stabilimento potnì supplire al deficit 
tro. Che se restino tuttavia dalle somme Ubere e 
pi, verranno queste erogate a profitto dell'ospe- 
quale appanengono ; 

« Di quelli oggetti ch'esigessero speciali provvt- 
cardinale presidente ne farà relazione alla Santità 
lEsso unitamente ai presidenti delle deputazioni 




232 



Mgnoni 



«speciali presenterà ogni anno i rapporti e i rendiconti 
« delle rispettive amministrazioni ; 

12* « Queste disposizioni riguardano gli ospedali oi 
« Sancia Scìnclorum, di S. Giacomo in Augusta, di S. Gal- 
li licano, della Consolazione e di S. Rocco, i quali forme- 
« ranno Y unione, di cui si è parlato negli articoU precedeaii. 
a In conseguenza non saranno applicabili all'arcispedale di 
« S- Spirito e suoi annessi, i quali perse medesimi costi- 
« tuiscono un corpo o un'azienda abbastanza vasta, né al- 
« rOspizio de' convalescenti, che trovasi unito all'Opera Jei 
« pellegrini e ad altre opere pie sotto la direzione dell'or- 
« chiconfraternita della SS. Trinità. 

« Le surriferite disposizioni, senza punto alterare la so- 
« stanza del citato breve della s. m, di Pio Vili, conoi- 
«buiranno ad ottenere l'esatta esecuzione, principalnit'DEc 
KÌn quella parte, che ha rapporto all'uniforniitd Jeirego- 
« lamenti quac in vaìetudinariornm honnm ifrvtcta sunt, non 
<f che ad assicurare il buon andamento delle rispettive ani- 
« miniscrazioni, e a fornire un mezzo facile e pronto p^^ 
« accorrere ne' casi straordinari al bisogno, in cui possono 
« trovarsi gli ospedali per il momentaneo rimpiazzo de' pr^ 
a fessori . 

A dar mano a questo disegno avealo infervorato lo 
stesso papa, dacché « nell'occasione di umiliargli (saivcva 
« egli, il Sala, all'avv. Stolz il iS settembre 1835) il ten- 
« diconto dello stralcio degli ospedali ebbi campo di rain- 
a mcntare gli artifizi che fiarono adoperati per indurre ^ 
a s. m, di PÌo Vili a distruggere l'opera de' suoi irnmc- 
«diati antecessori: ed esposi le conseguenze dell'attuale 
a isolamento, rilevando in particolar modo i disordini tó' 
« l'ospedale di S. Giacomo e l'errore commesso da idoq- 
« signor Fabrizi col lasciarlo in mano all'abate Acquari, 
tt Mostrossi il S. Padre persuaso della soliditA de* miei ri- 
a lievi, e propenso a prendere qualche misura, per riallac- 
« dare l' unione, in modo però che le amministrazioni con 



©e//d Pt'ia e degli sentii di G. q4. Sala 233 

^^ '. :~. 

b ad essere separate. Domandai se Sua Santità mi 
)e permesso di umiliarle qualche progetto, ed ebbi 
Sa afFermatìva». 

pome il Sala in ogni cosa guardava principalmente 

Ica; cosi, a facilitare che il suo disegno venisse co- 

ainutò perfino la bolla, con la quale il papa gÙ 

Dzione (i). Ma sopra v\'enuti fra questo tempo i 

le minacce della pesta colerica, biso»;nò rivolgere 

e le cure ad altri apparecchi : perchè la proposta 

fa messa da banda. Più tardi però fu riassunta 

efice Pio IX e mandata ad effetto (2). 

: questo lavoro generale, ne fcci: altri speciali per 

listr.izioni separate degli ospedali di S. Spirito, di 

ani ad Sancta Sa^ictorum, e di S. Gallicano (3). 

esti provvedimenti radicali e duraturi aggiungeva 

inua ed esatta vigilanza sul governo dei malati. 

opo mostravasi d'improvviso, quando in uno e 

i altro ospedale, neirora del mangiare, ed assag- 

vivandc; e dove non le trovasse buone e nutri- 

•ampognava acremente ed in pubblico i provve- 

soprastanti. Egual modo tenea co' medici e co' 

orprendendoli dì sovente nell'atto della visita, per 

della loro puntualità. Per le quali sue diligenze 

che i raeschinelli, ammalando, non abborrissero 

:dali, quasi da ricoveri tristi e spietati; ma anzi 

voglia vi si lasciassero recare come a stanze con- 

:d agiate (4). 



.mi D. N. Gregorii Div. Prov. Papac XVI Lìterac Apo- 
libus nosocoraiorum Urbis administrationi prospicitur: 

», ecc. 

proprio della S. di N. S. papa Pio IX sulla Commis- 
spcdali di Roma} esibito negli atti dcirArgcntì segretario 
giorno 18 settembre 1850. Roma, tip. della R. C. A., 1850. 
wi, Dix- d'erud. cccì., LX, 239. 
ed pregio avesselo Leone XII per questa sua operosità 




^34 



G. Ci 



Uff noni 



Degno altresì di memoria è il caso della restituzione 
del vescovato di Ginevra, occorso sotto il pontificato del 
Della Genga, e menato a buon fine dalla prudenza del Sala. 
L'abate Vuarin, un parroco di Ginevra, stimando oppor- 
tuno agi* interessi religiosi del luogo che il cantone di 
Ginevra, sottratto alla giurisdizione del vescovo di Losarmn, 
venisse eretto in sede vescovile; ne fece proposta al pon- 
tefice. La riuscita del maneggio, per le difflcoltA che ne 
sarebbero naturalmente insorte da parte del diocesano e da 
quella del Governo locale, mostravasi dubbia oltremodo e 
malagevole. Fu all' uopo ordinata una Congregazione, com- 
posta dei cardinali per senno e per dourina più ragguardevoli; 
e furono Severoli, Della Somaglia segretario di Stato, Zurla 
vicario, Casriglioni penitenziere maggiore e Pacca, A questi 
vennero aggiunti don Mauro Cappellari, che fu poi Gre- 
gorio XVI, come consultore teologo, e monsignor Sala 
quale mediatore fra i cardinali e il pontefice, e fra questo 
e il Vuarin. Stimava la Congregazione, che si dovesse 
adoperare in modo con quel vescovo, da indurlo a spon- 
taneamente rassegnare il suo grado: era d'opinione il Vuarin, 
che decretato senz'altro della Santa Sede quello smembra- 
mento, se ne desse notizia al vescovo con invito di acco- 
glierne sommessamente la sentenza. Il Sala, entrato nell'ax'- 
viso del parroco, riusci con rara destrezza a farlo prevalere. 
Sicché il papa, notificata per breve a quel vescovo la presa 

neli^amminìstraziono ospìuliera, si può ricavare dai due seguenti bt- 
gUettì, scrìttigli dal fratello Domenico: 

A) « Il Cardinale (Paccj) ha riparlato per tentare di strìngere, 
ir anco pcrchù gli sarebbe commodo un abile Segretario. Il Papa ha 
•t continuale le lodi e si t mostrato in angustie pir non aver di chi 
tt vaUtsi ndt is^^iito Spedali, ed insieme ha mostrato rammarico se non 
u aderisce alle premure del Cardinale j>. 

B) a 11 Papa Ha interrogato il Cardinale (Pacca)» Ìl quale ha 
«risposto proponendo voi. Il Papa ne è convenuto e ne ha parlato 
R con lode. Ha soggiunto però di trovarsi sospeso, perchè crederebbe 
« che fosse meglio deputarvi PrésidtnU dc^li Ospedali ». 



^ella vita e degli scritti di G» oA, Sala 235 



ccisione, non pure non l'ebbe avverso, ma anzi coope- 
«ore (i). 

La dignid cardinalizia ritardatagli per gli accennati con- 
asti del Consalvi, non gli fu conferita né da Leone XII, 
tdal costui successore Pio Vili: e sebbene l'uno e l'altro 

avessero fatto disegno, non giunsero però in tempo da 
porlo ad effetto (2). 

Pio Vili, legato a lui per antica amicizia, appresso alla 
sua esaltazione lo spedi a Cingoli, sua patria, per recare a' 
suoi congiunti la lieta novella (3) ; e alla chiesa catte- 
drale di quella città (4), e al santuario Laurctano (5) fece 
tenere, per suo mezzo, ricchi donativi. 

Toccava ornai il settantesimo anno, quando Grego- 
rio XVI, nel suo primo concistoro del 30 settembre 1831, 
Io creava cardinale dell'ordine de* preti, magnificandone i 
Olenti, ed esaltandone le virtù (jS), La grandezza del nuovo 



(0 Del Vuarin V. Moroni, Di^. à'cruL tccl, XXX, 144-246. 
" BiiEsciASi A., L'Ebreo di Verona, cap. LVI, Suor Clara. 

(2) Il fratello Domenico, il 6 febbraio 1830, scrivevaglì ; « . , . Dal 
'tncd«Ìrao (cardinale De Gregorio) avrete saputo che il Padrone 
"(Pio Vili) facendo molli elogi, dichiarò ieri mattina al Card. Pacca. 
•*»eT5cra allo stesso Card. De Gregorio, che vi riserverà in petto, 
"perche questa volta non può fare più di tre Cardinali ». 

E tre giorni appresso scrivevaglì: a II Card. Pacca è venuto a 
' dimii che ha avuto il permesso dì manifestare che siete riservato 

• in peno j». 

Hd egli stesso, Giuseppe Antonio, ringraziando per iscritto il pon- 
^ce Gregorio XVI, non s\ tosto ne ebbe avviso, della destinatagli 
•opliti cardinalizia, così notava: «Se i servigi da me dcboiraente 
'prestati alla S. Sede fecero concepire ai due immediati suoi Antc- 
•ccssori Tidca di decorarmi della S. Porpora; nò l'uno, aè l'altro 

* giunse ad eseguire i suoi disegni ». 
(j) MoFON'i, Dii. Seruà. tccl, LX, 258. 

(4)lvi. Xin, 174. 
f($) Ivi, XXMX, 260. 

SattclUsimi D, N. Grégorii div. prov, Papae XVI AUocutio bahita 
Utorio Sicnto iU XXX septemhris MDCCCXXXI; Roraae, cod. 



^ 



G. (^g9om. 



su» Doa ^ gBJsab Tmmo, at pmUD Io <fistobc dilli 
siu consDen opcros ài - E obc iQi comiDai accenda, che 
s'zvvm di s imfia e k nloBtt e sranate nuxeiie <& mohs 
saoe CoDgregasoitt (i), k ad adunanze Gosuntemcoie 
fine qu e u i i^J y recando ocfle ^facusnoni cale bddezia d'idee 
e vigorìa <fi discorso, dbe 3 suo parere prevalevi sempre 
sa qudb degfi afari; era £ sovcue adoperato dal pipa 
come 9QO paròcobr coitfì^ere imocoo a partiti di srrior- 
dinarìa imporunza, o oome fvyiitiire di commissìcmi g^ 
lose. Fra k qoaE è da anu o te r ar c la pubbBcazioae dei 
DocmmiMti rdkern oBc cawftffjguw tMorUjra ìa Satta SA 

ja^ ex t^ R. C ÌL Ndb qmik a liyriwìr. eoa il poocefice ad Si^ 
Orcflò: 

• QpSmk attCB ka&vs VcacnèScm Fratrem Bcnrd Ardóep 
« scopum, et AfostoEcnai Ncsmmn Kostmm (0 cord. Lni^ L>°^' 
« bnisduoi} proM^ptiti smmiSy latfein iMectooi ^oocpK Filtaan " ' 

• wo m i u m Apostolicam Jof»yh« Bi Aiflnntnm Sala Pooti&^ 
« CoQgngtióom Trìdeatìxue S vik>£ ìnicf|ir«tb Secrctarìum onuss"^ 
« Xaaa et ipse m nxmm Efclrsàasriramin trartationc trìgiou asDora<^ 

« spatio sette» mi Je fcifc ye Tcrsatos, dignam se reddidit, qaetn S. R* ^' | 
« Cardaulem l e uuuti e m as^ Is aura cooms datns Ordinali Caprar^^ 
« Episcopo AesioOi, quando IxgalBS a lascre a Pio VII Luicnim ?*^ 
m riùorum mi5su5 fait, Legationis ìllias perqium salebrosac ac discn 

• minìs plenae Sccretarios; quo ingeniì acuminc, qua sacranim renmf 
V sciestìa, qua fide, qua animi firmiuie eminuerìt, oemo Vestnun 
a ignorai. Nitiil igitur mirum Praesulem, de quo agitur, tanti a Summo 
« Poadfìce Pio VII factum esse, ut idem Pontifex nunquam satts lau- 
« dandus eum iticeruni in re trepida a se susceptorum comitem, et 
« Uteri suo adhaerentcm voluerit. Congregationura postea Sacris Rì- 
«tibos ordinandis, extraordinarìis Ecclesiae negotiis pertractandis> 
ff Trìdentìnae S\'nodo ìntcrprctandac gradatim Sccretartas, merita 
« sibi ad sublimem Cardinalatus Dìgnìtatem assequcndara, quae la- 
«borum Sedi Apostolicae insumptorum merces simul et praemìam 
« est, intente cumulavit ». 

(i) Le Sacre Congregazioni, fra i cui E.mi Componenti venne an- 
noverato, furono quelle del Concilio, degli Affari ecclesiastici straor 
dinari, de' Riti, per la rìedilicazione di S. Paolo, della Rcsideiua dd 
vescovi, deir Indice, di Propaganda, Particolare della Cina. 



ella pila e degli scritti di G. q4. Sala 237 



ovfmo francese dzl 1801 al 1814(1). Aggiungevansi 
questo i minori, e spesso fastidiosi negozi, che ve- 
dai protettorati e dalle presidenze d'ordini regolari, 

àcipiy di piijstituti, di confraternite, di accademie (2); 



Doi 



cumtnti ulativi aìU ccntcitaxioni imcrU fra la Santa Scd4 ed 
no francese. S, 1., 1853-34, voi. 6. 

Fu UDO de' protettori deirAccademia teologica nell'Università 
; socio delle Accademie degli Aborigeni, de'Quirini, de' Forti, 
ica. Tiberina, di archeologia e della Congregazione de' Vir- 
Pantbcon; aggregalo all'Ordine Certosino, e al Benedettino 
se. I municipi di Trevi nell'Umbria {; ottobre 1814), e di Ma- 
tBe Marche (26 luglio 183 1) lo ascrissero al loro patriziato. 
j^io di Trevi volle così attestargli la sua gratitudine « per 
bttcnuta la grazia di potersi liberare dai tanti mali, che sofTrc 
Kva3tazioni di questi torrenti » {Lelt. d^ìla pubh, Rappresen- 
pr^'i, II ottobre 1814). Appresso (marzo 1819) aggiunse il 
inella città altro benefìcio. E fu che con suo pieno consenso 
L per Tautorità di un breve pontifìcio del 5 febbraio 1819, 
■ al College Lucarini (del luogo) tutti e singoli beni e red- 
nrustici che urbani e di qualunque altra» specie essi siano, 
Dtì al Priorato di S. Tommaso, e tali e quali sì godevano da 
R.ma Mons. Giuseppe Antonio Sala domiciliato in Roma n, 
che Icggesi in un foglio privato del i** marzo 1S19, con cui 
ùnistratori del Collegio Lucarini si obbligarono, in corrispon- 
l tale cessione, dì pagare al Sala, finché vivesse, l'annuo ca- 
ducati 215 fissato nello stesso breve. Del qual fatto ù rae- 
lella seguente iscrizione, dipinta in fresco, e ornai in parte 
;a, sulla fronte di quella chiesa di S. Tommaso, sede dì quel 



ì 



VII . P. M. I Parenti . optimo j Benignissimc . annuenti | 
I Amplissimo . Princìpi . Julio Card. GabricUio | Sacrae . 
■egationjs . Concilii . Praefccto | Collegii . Lucarìnì . Trebiì | 

»o . praeseniissimo | Juvantì 1 Quod | Per . abdìcationcm 

li . Ani. Sala | Proton. Apost. S. Rit. Congr. A . Secretis | 
lì . Trebiaùs | Vacans . Simp .... Benefìcium . Prior. | Tit. 
omae . Apostoli | Audìtìs . precibus .ve ... . Sodalitiì | Sa- 
Q . Stigmitum . S. Francisci . Assisien. j Eiusdem . Collegii . 
lìstratoris | Suasìones . seqvvti | Antonii . Mariae , Bovarini . 
. Trebiatis | Collegii . in . praescns . Praefecti . bene . de • 
roerentis | Eidem . Collegio pieiatc . et . discìpli- 



238 



G. Cugnoni 



ai quali egli, che non era « uno di que' porporati, che 
« tutto abbracciano, e poco stringono, e si riducono a pre- 
« stare il solo nome » (i), soleva attendere con studiosa 
premura. 

Ai 12 di febbraio del 1832 mortogli il fratello Dome- 
nico, ne prese tristezza indicibile, oltrecliè per ragione di 
naturale affetto, per i molti obblighi, che gh aveva come 
a singolare benefattore e a spertissimo maestro. Ne scrisse 
una Breve noli:(ia con animo di metterne in chiaro le virtù 



« nis I Alendam . cum . canone . temporario | Atq. . onerib .... 

« adnexura . perpetuo , fuerit | Rescript .... Dat | Anno . 

« MDCCCXIX I Sodalitii | Prior [ Et . Consiliarii | Gratiarum . actio- 
<' nem | Et . monumentura . lubcnics . meriio ». 

Quali i particolari servigi, onde i Matelicani lo ascrissero al loro 
patriziato, non m'& accaduto di rintracciare. Soltanto in un atto della 
Con^ega^ionc dd Ubro d'oro di quella città trovasi cosi notato: 

a Matelica. 5 Tebraio iSji. — Convocala la Cong.ne del Libro di 
« Oro» alla medesima sono intervenuti i nobili signori, ecc., ecc. - Il 
M Gonfaloniere propone che il lustro della Città è tanto maggiore, 
« quanto maggiore ù il numero de'ri'^pettabili patrizi, che sono .iscritti 
«nel suo albo. - Rillcttendo che i Mons.ri Sala Giuseppe Antonio, 
(( segretario della Concine del Concilio, e Grossi Serafino, Decano 
« della Segnatura, se potesse aversi Tonore dì ascriverli nel nostro 
«Libro di Oro, accrescerebbero lo splendore del nostro Patriziato; 
« b Cong.ne ad unanimità prega la Magistratura di avanzare supplica 
« al nuovo Sovrano, onde si degni di farne effettuare la descrizione 
fl nel nostro Libro suddetto ». 

(Seguono le firme dei presenti). 

Spedita nello slesso giorno al card, segretario di Stato la supplica 
da presentare al pontefice, quel cardinale, con dispaccio del 12 feb- 
braio diretto a mons. delegato di Macerata, segnato col n. 90, notilKÒ 
la sovrana annuenza; ma o che quel dispaccio non giungesse al suo 
destino, o che quel delegato trasandasse dì dargli corso; la Magistra- 
tura matelicana, con lettera del iq maj^gio, tornò a sollecitare dal 
card, segretario Ji Stato la risoluzione della domanda. Rispose il 
cardinale il 28 dello stesso mese, e chiarita la cosa, segut l'ascrizione 
del Sala al patriziato di Matelica. 

(0 Appendice al progetto dì riunioru degli ospedali. 




'Della vita e degli scritti di G. 0.4, Sala 239 



e il valore, e di proteggerne il buon nome dagl* ingiusti 
assalti di nemici potenti, e dalle vili suggestioni dì codardi. 
É una serie di memorie alla buona « non destinate alla 
« pubblica luce, ma che servir debbono unicamente perchè 
« a qualunque evento se ne possano cavare i materiali a 
«i di tendere l' innocenza oppressa e la virtù denigrata » (1). 
l^on mancano però qua e lA d' importanza anche sotto il 
riguardo storico, allargandosi spesso ad esporre ignote ra- 
gioni di pubblici fatti, e ad esplorare ed apprezzare T indole 
e la condotta di alti personaggi. Alla narrazione poi de' 
casi del defunto fratello, dalla culla al sepolcro, fa seguito 
un minuto ragguaglio delle ultime volontA di lui, e della 
accuratezza con cui Io scrittore erede le mise ad effetto. 
Giunta non vuota di curiositi, e splendido testimonio della 
larghezza e della carità di Domenico. 

Nel marzo del 1S34 fu surrogato al cardinal Ca- 
prano nella prefettura della Congregazione dell' indice, e 
ne! novembre dello stesso anno succedette al cardinale Ode- 
scalchi in quella della Congregazione de' vescovi e regolari. 
Nella primavera del 1837 era in Roma grande scon- 
forto e turbamento per le immense stragi, che il còlerà 
asiatico menava nella Sicilia e nel Napolitano, e lemeasi 
che da un giorno ^'IPaltro a noi si avventasse. Era perciò 
tempo di provvedimenti e di sollecitudini per impedire il 
disastro, o almeno per scemarne la veemenza. La ordinaria 
Deputazione di pubblica salute non parve a ciò sufficiente, 
e sì credè più acconcio al bisogno T istituire una specie 
di dittatura sanitaria, la quale con sovrano arbitrio operasse 
franca e spedita. Ma perchè riuscisse a bene, voleasene in- 
vestire personaggio autorevole, attivo, e soprattutto assai 
pratico dei reggimenti e dell'azienda degli ospedali. Qua- 
lità, che nel Sala, come risulta dai fatti sin qui esposri, so- 
prabbondavano. E pertanto su lui il pontefice riversò Tim- 



(I) Br€X'c noti:^a tUlVab. D. Saia cit 



240 



G. Cmgncmi 



measo ca rico , p omiH wrl oip presuknfie ddi Oepuxazic 
straoniburà £ piMKca mm l iimui . Sebbeae rùvmosi 



reocmcdal 



rpcaosai 



infinto: ea&zi : 



iadngjoocaipjiorafficio» «te in opera ogni possibile I 
per aSontznarc il cradek flagello; nu nino f\i indarno, e 
d'un trtao la dai si rìc^i £ gemid e di c^divcri. C6 
non gginrp, egS non si aurri; ma nnrece pigliando animo 
diDa sventnra, è incredibik a dire lo sforzo dì vita, nel 
quale durò dal mezzo ^osa> alToctobre, quando maggior- 
mente la mocìa infixrìava. Coosuitaziom, leggi, prò widoize, 
ricorsi, iniezioni sens fine ni posa; a tutto ponea tnente» 
nulla, per lieve che fosse, crasandava. Recavasi di frequemc 
ai ricetti d^Ii appestati, e con maxa-^ngliosa sicurezza ^^É 
ceasi loro da presso per quame il trattamento. Cosi, con^' 
piendo ad un tempo le parti di moderatore e di esecutore, 
tenea in offizio i tnedid e ì serventi, e coli' esempio ani- 
mavali a non temere. 

Dileguatosi d'un tratto il morbo per le acque e le 
scure autunnali; alla guisa che dopo la batta^ia suol 
varsi fra i vinti il rumor grande addosso al loro mal 
pitale condotriere ; scagUavansi dai maligni contro al S 
i biasimi e le querele di mala amministrazione de* capitali, 
di crudele abbandono degli appestati» di difetto di medi< 
nali, di trascurati netramenti e purgazioni, e cento ali 
accuse di tal fitta; onde lo sfrenato allargarsi del male 
impedito a tempo, non curato a dovere, non distrutto ne' 
suoi effetti. Dicerie pazze e da non curare (i), come poi 
pienamente dimostrò la pubblicazione dello specchio di 
tutto Toperato in quei giorni dalla Deputazione sanitaria 
da lui presieduta (2). E il papa, per attestargli la sua appro- 

(i) V. il Diario di Roma, anno i8j7. numeri 75, 85, 8^. 

(2) Statistica di coloro che furono fresi dal choUra in Roma 
Fanno i8)j, umiliata alia Santità di Sostro Si^crt papa Gn^orio Xì 
dalia Commissione straordinaria di puhhìica incdumitù. Roma, tipografia 
Camerale, 183R, ln-4*'. 





Ila pila e degli scritti di G, Q/f, Sala 241 



I 



gli conferi h presidenza deirospedale Ji S, Gia- 
in Augusta, la quale sebbene brevemente tenesse, 

knon fu indarno per l'axienda di quel pio istituto, 
o possesso di quell'uffizio, fattiglisi innanzi chirurgi 
iiligni barbuti, domandò, ridendo, se in quei dintorni 
chi radesse; e soggiunse: non perseguiure le 
ed era la stagione da ciò), ma neppure temerle. 
^presso a questo tempo ingrossatiglisi gli umori, fu 
da uno straordinario fastidio. Inquietavasì d'ogni cosa, 

RI conversazione, rifiutava il cibo, non poteva dor- 
rava tuttavia nelle usate occupazioni de* suoi uf- 
1 le quali parea non sentisse più il male. Nella pri- 
*a del 1839 si portò, per consiglio de' medici, a 
.vecchia, donde, riavutosi alcun poco, recossi a Cor- 
presso i signori Braschi suoi amorevolissimi. Qui di- 
amente aggravatosi, volle tornare in Roma, e vi fu 
<no con grande stento, adagiato in una carrozza a 
di letto. Giuntovi ai 20 di giugno, cadde imman- 
e in profondissimo letargo. Risentitosi sul declinare 
■chiese e ricevette i sacramenti : poi, detto ai cir- 
m parole di molta edificazione, perde il senno, ne 
Tiacquistò. Sul mezzodì del 23 cessò di vivere in etd 
B|)resso a 77. 

on appena morto, susurrossi per Roma, prima ca^ 
:Ila sua infermità fosse stato un diverbio avuto col 
occasione del nuovo segretario assegnato alia 
one de' vescovi e regolari da lui presieduta: e 
o perfino, che nel cnlor del discorso il Sala accen- 
alla rinuncia della porpora, e che Gregorio gli rispon- 
che, posto il coso, l'accetterebbe. Del che forse altri 
»l>e ravvisare una riprova nel seguente paragrafo di 
i scritta a Giuseppe Antonio dal cardinal Lambruschini 
iprile 1839: « La prima medicina è l'istinenza da ogni 
tale occupazione, e perciò mi ò rincresciuto, dal piego 
mi ha spedito, di vedere che Vostra Eminenza con- 




e Cugnoni 



a rinua ad occuparsi di affari. A suo tempo ci parlcreij 
meglio, e fin d'ora le dico nella nostra vera ed anii^ 
« amicizia, che bisognerà sgravarsi di più cose, onde ne 
et compromettere una sanità veramente preziosa, e che imi 
porta troppo di conser\'are. Convengo che i patemi 
« d*animo logorano assai più la vita, che non la fatica me-] 
V desìraa: ma come si fa ? Alzar gli occhi al cielo, e cercarl 
« di diminuire Tcffetto colla rassegnazione. Io che sono di ' 
« fibra assai sensibile, so cosa siano le inteme afflizioni e i 
« dispiaceri, quelli segnatamente che non dovrebbero aversi, 
« e non trovo miglior rimedio di quello accennato di sopra ». 
Ma se pure la cosa passò dì tal guisa, la vivacità di un di- 
verbio non dovè certo alienare l'animo del pontefice da 
chi con tanto studio ed affetto gli si era porto in ogni caso 
consigliere fedele, e validissimo aiutatore. In flitiì Gregorio, 
uditane la morte, se ne commosse altamente (i), ed affermò 
con enfasi, che col mancare del Sala era venuto meno 
V Archivio ambulante della Santa Sede (2), alludendo per tal 
motro all'immensa copia del suo sapere, e alla prontezza, 
con la quale nd ogni più nuovo caso faceane Tapplicazione. 
Chò questa fu la più speciale valentia di lui, recare ad atto, 
senza indugio, i dettami della scienza, e trarre profitto dagli 
insegnamenti della storia. Onde fu uomo pratico per ec- 
cellenza, e per questo appunto utilissimo alla Chiesa ed allo 
Stato, la quale e il quale delle teoriche e delle astrattezze 
non saprebbero che si fare. Ma di ciò e già detto abbastanza 
nelle presenti Memorie : e ora piuttosto è da volgere il di- 
scorso all'indole e ai costumi suoi. 

Sorti Giuseppe Antonio da natura ingegno vasto e spe- 
dito, cuor generoso e oltre misura sensitivo; e queste n.i- 
turali disposizioni, già ottime di per se, col lungo esercizio 
perfezionò. Negli studi sdegnava la mediocrità, e sforzavasi 



I 
I 




^eìla vita e degli scritti di G. c4. Sala 243 



alla eccellenza, e certo nei sacri la raggiunse. Delle reli- 
giose credenze tenacissimo, non però aveva in sospetto il 
progredire della scienza, né mai si addisse a metodi e a 
scole speciali per modo, da non ammettere, che fuori degli 
uni e delle altre non si potesse investigare e raggiungere 
'a veritA. Il perchè, sebbene imbevuto in sin da giovanetto 
della filosofia tomistica, non tenne il broncio alla novella 
del Rosmini; ma anzi non appena la vide nascere, e tosto 
ne ravvisò la convenienza, e ne presenti vantaggi alla fede. 
Ancoraché delibane dello scrivere, colpa della falsa istitu- 
zione d'allora, mostrisi in tutto digiuno; pure nel suo det- 
tato trionfa il grande principio Condillacchiano dd più ser- 
^^o legamento delle idee, e in ninno scrittore meglio che in 
'tji SI avvera il motto, lo siile esser Vuoìno, In modo dal suo 
^P^gHato periodare trasparisce quella schietta candidezza 
I *l'animo; onde mai non si sarebbe egli indotto a velare i 
propri pensieri, e a non dire le cose altrimenti da quello 

E^he le sentiva (i). La quale inclinazione congiunta a viva- 
* (>) Non voglio omettere su tal proposito di qui trascrivere alcuni 
p^nodi di una liberissima memoria, che egli fece teucre nel maggio 
P*' t8<x) al nuovo pontefice Pio VII : 



« B.mo Padre, 

■■ un'anima ohremodo sensibile ai mali gravissimi, che affliggono 

* *^nto tempo il principato e la Chiesa, aveva concepito le più 

^^X^ speranze che l'innalzamento della Santità Vostra al soglio 

•P'^or.ìficio segnar dovesse l'epoca fortunata di un nuovo ordine di 

"^*er. Questa dolce lusinga però non incomincia fin qui a realizzarsi. 

** *^* i luogo a sospettare fondatamente, che le buone intenzioni di 

'*>xtja Santità rimangano vuote di effetto, e che tutto vada di male 

F*^ggìo, quante volte la Santità Vostra non apra gli occhi per 

■ ?^^»~<Jarsì dai lacci, che forse le vengono tesi da quelli stessi, che 

* ^^'-^perar dovrebbero al comun vantaggio, e alla gloria di Vostra 

«bat^Vjti, Degnisi pertanto dare un'occhiata a questi brevi riflessi 

« uscit; j^Hj penna di chi non arrossisce di parlare il linguaggio della 

« ^w'xti, e riferisce soltanto per impulso di vero zelo ciò che a tutti 



pKb 




244 ^' Gigioni 



chi ci spirlr sovri^roniinre, ficealo dì sovente aspro ed 
imperuoio zel r2c'-::i-ire (x); nu poi subito se ne penava, 
e a chi ive&>e bnvaro riiJoppLivi i ùvori; perchè lo di- 
cevano il hurrr^: ri^.'rJvV. Alla sìmigaanza di Giulio Agri- 
cola, del quale racconta Tacfto, che e fu da alcuni tenuto 



< è scto, q • i'^-^^^ie pryr«ril=e=:e ìgacno in gran paitt alla Santità 
« Vostra. 

< Se:i£a Tarlare idl'ìsnsix iicer'e ongxnate dal sapersi che o^ 
» l'utinso Cocclave soao seguìd lì sclic pettegolezzi e ^ antic» 
« TTìar.e^., e che : Cariinali p>er la nuggior parte nalla profittai^^ 

< ielle frinii leziczi iate loro ia Dio per mezzo delle passate c^\ 
* miti, $crc i:: tirtc e ptr tetto gli stesa di priioa, si rimarcano ^^ 
T volo le sesr-e=d co^^e. 

e Le persele iabhe=c acn cessano dai loro {nanti, e Roma O**** 
« Itsda i: niorrcorare, di rilevare che anco sotto Tattuale pontific-^^^ 
r li r^oni harzo raciSe accesso; che il r^no de'Braschi connna^^ 
r cr=:e per I2 didietro: che le cose anderanno di male in peggi»--' 

e Ecz^. 3eat:js:n:c Paire, b nuia verità esposta con tanta m^^' 
r per zzz.T.S;,nzi, cu::r.:.'c>.> 5i crci=: che la Santità Vostra ami . 
r cc-cscc:U. S:- :<c. — .: i; vy.u:x-e cuesu a-.-visi, nò J:a ascolto x0r] 

- 3Ì;Ji:.-rl. r rif." iz\: =l-ci. che le vc--^ono tr'butati. Non vi fu C^''^ 
« ne avesse rlj i: ?:,"' VI. =rrure e notv*» quali fossero i clamori, c^^ 

- so'le-.Mrw^r-5; cr-tr." i: 'u'.. "is^lnie nezl: ultimi anni del suo poaf ' 
? f.cato. R.T.-.j. i5r;r.c i- V^sri Santità cose grandi: che i comuf 

- vo:: rini:;r.ì:a-,- liir.:?-:;: c::c :" vì^ìo sìa depresso, che la virtù ed 

- il n:er;:c' arrì-Uv-* '\\ rrc:":."; che vt-nga per sempre chiusa la bocca 
alla n:cnr^ìrr.i e -'.r^iu-^zionc, e s: ascohì soltanto il linguaggio 

- della verità . 

\\) Gaetano .\C:r:-: :r. u-a lettera cel ;: gennaio iSSi scriveami: 
. Quanto i\.,x :;:j. :.: ./.'.;; .:: -j" ;.*"J--;.V, che (dcc*ilo di sovenU 
u u--.?'v i\ì :":.\:.,:.: ':/, .1; : .j*-;: nella n;:a stanza al Quirinale, adia- 
«i cerne j*.l.» ;v::tinc;.i. :ì*c>b: ur..; rrrvi notevole e personale in sul 
.- punto Je!!.*- scrpio in Roma ce*. Cv'^lera, perchè vivacemente soste- 
i. nendolo avvenuto col c-!:no ciràìnal Ganiberini, segretario per gli 
.< altari di Stato ir-.tem: e preside del'.a Congregazione speciale sani- 
« tana di tutto lo Stato pont:::cìo, »;i:el prefetto dì quella della S, Con- 
c sulta; questi ri:npui:nàva: essenùo :o solo vtJì loro, ebbi timore che 
« venissero alle mani ! » 



ila t'ita e degli sentii di G, q4. Sala 245 



;ieDe bravate, come piacevol coi buoni, cosi tcrribii 

i a* malvagi: ma dopo nulla di collera gli restava, 

pericolo ch*ei si stesse più grosso: stimando aver 

;1 buono l'ofFendere, che l'odiare a. Tuttoché for- 

nediocre fortuna, cui non potè accrescere coi pro- 

igli esercitali uffici, perchè tutti « o di tenue, o di 

molumento» (i); pure nello spendere non fu scarso, 

e mai meno al decoro del suo grado « e fece sempre 

figura, ed invalse l'opinione che fosse uno de' pre- 

ii ricchi » (2). Magnifico poi era in tutto ciò, che 

al culto divino, per la qual cosa la sua privata sa- 

l*ori, d'argenti e di preziosi paramenti in singoiar 

splendeva. Pose insieme un'assai copiosa librerìa, 

rendo, legò ai gesuiti, e che quindi andò incorpo- 

bihlioteca Vittorio Emanuele. Edificò il campanile 

Maria della Pace, suo titolo cardinalizio; alla ba- 

beriana, della quale fu prima canonico, e poi car- 

ciprete (3), donò una muta di candelieri di metallo 

d valore di quattromila scudi (4), e oltre la metà 

10 di un nobile baldacchino del costo di settecento 

sava larghissima carità ai bisognosi, liberalmente 

rimetteva, e facevasi pure talvolta avvocato de' suoi 

; come avvenne di certo cameriere, che, rubatogli 

iomma di danaro, fu per le sue autorevoli premure 

alla galera e messo in temporaneo esilio, durante 

sovvenne l'infelice famiglia del ladro con stabile 

Kpnsile (5). Piacevolissimo nel conversare, spes- 

Bffoii^id ddVub. Dom. Sala cit. 

W- Abitò signorilracntc per lunghi anni, in fino alla mone, 

alazzo Impt^riaii ncUa vìa Jc' Barbieri, composto di ire 

iBrtamenii e stanze terrene vastissime. 

WONl, Z)i^. iVtrud. tccl, XII, IJ5. 



L seguente lettera, del 3 agosto 1S55, a monsignor Ciacchi, 
^etia H, Società romana Ji storia patrta. Voi. XI. 1 7 




2^6 



G. Cugnoni 



seggiava in motti ed arguzie, che spontanee gli correano 
sul labbro. Vestiva netto ed elegante, e delle foggie 

governatore di Roma, raccogUesi quanto virtuosamente il derubai 
si facesse avvocalo del ladro. 

« n premuroso interessamento, che V. S. lU.ma e R.ma tni ba i 
« mostrato nell'amaro frangente del furto domestico da me sofferto^ 
« e nelle gravi angustie che provai per pìd mesi, non avendo dati 
<( sufHcienti per rintracciarne l'autore, siccome eccita in me la più 
u viva gratitudine; cosi m'ispira la più estesa fiducia ch'Ella voglia 
« prestarmi la sua mano adjutrice per dar termine a questo disgusto- 
tt sìssimo affare. 

« Rammenterà V. S. Ill.raa e R.ma che la Santità dì N. S. nel 
«sentire l'accaduto, e nell'essere ragguaglialo della mìa dolorosa po- 
« sizìonc, per un tratto singolarissimo di Sovrana Clemcn/a, le con- 
ci feri illimitati poteri per ammettere al benefirio dclP impuniti, per 
« agire anche in via economica, e per fare tutto quello che contri- 
« butsse a sodisfare i miei desideri, e a rendermi la perduta calma. 

ff II Reo Giovanni Toccaceli, che da molti anni trovavasi al mio 
« servizio in qualità di Cameriere, prima che si procedesse contro di 
« Lui, mi fece giungere qualche indizio per mezzo di Lettere anonime, 
u e manifestò apertamente in seguito la sua delinquenza al mio Sc- 
ff gretarioi e anche a me, facendo poco dopo una eguale Confessione 
tt innarui al Giudice Processante. 

« Le prove da Luì somministrate fecero conoscere avere Egli solo 
e commesso il furto senza alcun aiuto di complici, e cosi dileguan- 
M dosi ogni sospetto su gli altri mici famigliari, sMmpedl il loro ar- 
n resto, al quale tanto ripugnava il mio cuore. 

« Sembra quindi che il Toccaceli in forza Selle promesse, ch'erangli 
"State fatte, possa godere del beneliiiio dell' impunità. 

« Restava la seconda parte, cioè il discarico del denaro involato, 
« e la restituzione della somma tuttora esistente in potere del Reo. 
« Non può impugnarsi che sulle prime la sua confessione non fu sin- 
n cera, quantunque si prestasse senza dilHcoltà ad un atto legale, in 
c( cui enunciò l'intero ammontare del furto, e obbligossi alla rcstitu- 
« zionc. La renitenza a manifestare tutto schiettamente produsse il di 
« Lui arresto, dopo de! quale non tardò a svelare quanto rimaneva 
<' tuttora in essere, rendendo anche ragione del di più che aveva dis- 
'< sipato principalmente nel giuoco del lotto. 

4 Frutto degl'indizi dati dal Reo fu la ricupera di oltre a mille 
« scudi, e l'assicurazione di altra somma di poco inferiore alla prima, 
" cosicché verrò io a ricuperare circa la meti del dabaro involatomi. 



'Della pila e degli scritti di G. cA, Sala 247 

suo grado era piuttosto studioso^ e Gaetano Moroni (i) 
notalo come uno degli ultimi porporati, che indossassero 
l'abito viatorio cardinalizio. Ebbe mezzana persona, volto 
virile ed ordinariamente grave, carnagione fresca e tendente 
li bruno, fronte alta e spaziosa, morati i capelli, che al so- 
praggiungere della vecchiezza non imbiancarono, folte e 
prominenti le cigUa, occhio nereggiante, vivissimo. Tutto 
insieme, allorché mori, avea apparenza appena di cinquan- 
t'anni, sebbene ne contasse settantasette. Il suo corpo, im- 
balsamato, dopo le consuete solenni esequie in San Carlo 



« Io considero questo articolo sono Taspetio di un mio privato 

• MiUrcssc, e se protestai fin da principio di esser pronto a ricom- 

• prare la mia quiete a qualunque costo; è facile persuadersi che non 
I " mi cade neppure in pensiero d' insistere per la restituzione totale, 

'che d'altronde sarebbe impossìbile ad ottenersi. 

• Dunque il Fisco per questa parte rimane esoneralo da ulteriori 

■ procedure, e se il rilardo dell' intera confessione del Reo fu meri- 

• tcvole dì castigo, crederei che fosse punito abbastanza mediante la 
^actcQzione in una segreta, che ha sofferto sin qui. 

■ Mi avanzo quindi a pregare fervorosamente che il Toccaceli 
Jt^en^a dimesso dal Carcere, e solo ardirei suggerire, che sarebbe 

■ tJpedicnte lo allontanarlo da Roma anche per suo vantaggio, mentre 
•^"i non troverebbe come impiegarsi, essendo troppo conosciuto, ed 

• cuendosi troppo divulgato il suo delitto. 

* Spero che V, S. lU.fia e R.ma sia per avvalorare le mie Sup- 

• pliche, riportando dall'Animo clcmentissimo del S. Padre la grazia 
■che imploro, non solo per quello spinto di mansuetudine e di ca- 

.inti, che tanto conviene al mio carattere; ma ben anche per il mio 
■ proprio interesse, avendo in questo triste avvenimento troppo sof- 
• ferto LI mio spirito, non senza notabile pregiudizio di mia salute. 
«Ho positivo bisogno di tranquilli/ranni pienamente, e aspetto questo 
«favore dalla Sovrana benignità. 

• Ella nel coadiuvare radempìmento de' mìei desideri aggiungere 
«OD nuovo titolo a quei sentimenti di distinta stima e di viva rico- 

i «oosccnza, con i quali mi confermo nel baciare di vero cuore le mani 

« Ser.*" Vero 
« G. A. Card. Sala «. 
(i) Dii, d'md, iccl, XUh 1)7' 



248 



C. Cugnoni 



a' Catinari, fu deposto in Santa Maria della Pace, suo rir<^^ 
cardinalizio, dove poi il nipote erede Pietro Sala gli erc-^^* 
dalla destra della porta principale del tempio onorato ir' 
aumento (i). 

(i) Ke dettò Pelogio e U iscrizione sepolcrale il P. G. B. RoU 
delle Scuole Pie ne! modo che segue: 

« Ellogium * Josephi * Antonii ■ Sala | S • R * E • Presbyicrì ■ Ca 
a dinalis , Plumbeo * tubo ' inclusum * et " cura ' corporc * conditun^^ 
ttjoscphus • Antonius • Sala | Presbyter • Cardinalis ' titulo * Maria 
tt Pacifera. 

« Hic . Romac . VI . Kal. Novcmbr. . Anno . M . DCC . LKH ^ 
rr Joscpbu . Sala . et . Anna . Saccheitia . parcnùbus . Iionestìssioùs . * 
« ortus . humaoioribus . litteris . ac . phitosophicls . disctplìnis . in . 
K Collegio . Romano . egregie . excultus . Theologiae . laurcam . 
« Domìnicanis . ìnstitutoribus . summa . ìngcnii . laude . meritus . est. 

tr Saccrdolio . initiatum . et . rcligionis . studium . unìce . anhe- 
« lantem . Petrus . Antonius . Tìoli . V . C . a . quo . sumraopere - 
« diligebatur . ad . negotia . ecclesiastica . pertractanda . usu . et . 
<r cxercìtatione . informabat . Quantum . vero . in . illa . palestra . 
V profeccrii , comprobavit . evcntus, 

u An . M . DCCC . I . Adjutor . ab . actis . Card, . Joanni . Baptì- 
« stae . Caprara . in . Gallìas . Legalo . in . re . tam . salebrosa . et . 
« piena . discriminis . animo . invictissimo . adeo . perutilem . Ecclc- 
a siae . Caiholicac . navavìi . opcram . ui . si . natio . illa . civili . 
« ab . aestu . resìpisccns . avitam . religioncm . retinuit . haud . sua . 
« taudis . parte . Josephus . noster . fraudandus . sit. 

tx Reversus . in . patriam . dum . ad majora . vocabatur . sen^t . 
<f tyrannidcm . Cymaei . hostis . qui . Pium . VII . Romana . Sede . 
cr cxturbavcrat . crudclitcr . comprclicnsus . coactusquc . exulare . 
ff inops . crrans . gravis5ira«s . maximasque . toleravit . aerumnas . 
« Sed . animum . propositi . tenacissinium . ncc . blanditiae . nec . 
« mìnae . ab . adjuunda . Ecclesia . et . captivo . Pontifice . Maximo . 
« per . epistulas . consulcndo . numquam . dimovere . potuerunt. 

« Pace . per . Principes. foederatos . An . M . DCCC . XIV . 
« felicìter . parta . inlcr . Antistite? . Urbanos . et . BasiUcae . Ltbe- 
u rìanac . Canonicos . adlectus . difficile . dictu . est . quot . quantos- 
uquc . cxhantlaverit . labores . in . Dioeccsum . calamitatibus . re- 
« parandis . in . viror. . rcligiosor. . Ordinibus . resticuendis . ac . 
u rcformandis . ìn . christianae . reipublicae . rebus . per . Orbem . 
« prospere . componcndis . quorum . omnium . pars . magna . erat . 





T)eìla vita e digli scritti di G. Q/1. Sala 249 

)uestc brevi Memorie non saranno vuote di animac- 
lento per coloro, che dedicarono la vita a! servigi dcUa 
a romana. Modello più acconcio di dottrina, di zelo e 
interessatezza difficilmente potrebbe all'uopo immagi- 



modcritor . Praeter . alta . quotidiana . extra . ordinem . nc- 
L . fuii . a . Secrctìs . Sacri . Consìlii . legitirais . rìtibus . co- 
cendis . et . Trideniìnb . decretìs . interpretandis . Quae . mu- 
. praectarissìme . obivit . ac . idcirco , Pio . VII . Leoni . XII . 
Vili . Pontificibus . Maximis . acceptissimus . probatissimus. 
'am . eximiis . ornatum • meriiis . Gregorius . XVI . P. . M. . 
» Kal. Oclobr. . Anno . M . DCCC . XXXI . in . Patrum . Car- 
jom . CoUcgium . plaudente . toto . Orbe . Catholico . coopia- 
M < purpura . fuit . praemium . virtutis . con . arrha . quìctis . 
un . fertne . foit . in . Urbe . Sacrum . Consilium . cui . non . 
tU9 . et . in . quo . plurimi . non . habita . sencentia . cjus . 
ocn . Sacro . Consilio . Libris . notandts . deinde . Negotiis . 
Oporum . et . Religiosorum . Ordinum . cxpcdiendis . sapieo- 
le . praefult . Valetudinartum . depositorum . soilìcitudine . ac . 
ntia . rcfccit . Nosocomium . Joanaianum . Lateranense . Col- 
. Foeminarum . a . misericordia . adauxit . deditque. leges . 
ssimas . Templum . sui . tituli . pretìosa . supelleciile . locu- 
li . Cholcrica . pcstilitaie . per , Urbem . grassante . An. . 
>CCC . XXXVII , praepositus . publicac . incolumitaù . tucn- 
Dpe . providentia . Consilio . fovit . aegrotos . egcnos . erexit . 
ti . defuit. 

sce . tam . diuiumia . tam . improbis . Uboribus . defatiga- 
:uin . pcrtinax . herpes . quo . jaradiu . iaborabat . ex . epidcr- 
in . interiores . corporis , partes . pcnitus . recessissct . gravius . 
are ^ coepit . Accedente . morbo . regio . frustra . adhibitis . 
ae . artìs . praesidiis . mortem . vitae . consentaneam . pie . 
. foniier , oppeiiii . ingenii . bonorum . omnium . mocrore . 
:aL Jul. , An. . M . DCCC . XXXIX. 

r . nihil . ad . assentationem . omnia . ad . veritatcm . lo- 
. pietate . in . Deum . benignitate . in . egenos . innocentìa . 
a . scientia . divinarum . rerum . spectatìssimus . adversis . 
itatum . Buctibus . immersabìlìs , fulgens . intamìnatis . hono- 
io . hoc . unum . semper . intendit . ingenium . cogitationes . 
. et . operam . ut . Sedis . Apostolìcae . jura . tuerctur . di- 
ìm . amplificaret. 
Ivc . Coelo . rcccpic . salve . inclyte . Josephe . luorum . me- 



aso 



G. Qtgwomi 



BSB. XoB ihlHinìh gtk i Sah 3 sucrdozio come scala a 
sabv; sa si cone antogo fuimii, oè da altra speranza 
coofartsto» die <fi mu eterna mcroede di li della tomba 
Che se JDche sa ^oesta sena aon gli mancarono agi 
omOD, c^ ceno wm E cercò» e anzi si può adènnarc» 
Elesse di osto per non a^criL Lonamssimo dal simular^ 
e dalTadalarìey le àac pessime, più osate e sicure arti Jegl ^ 
ambiziosi; £s5c scnpcr con crisdaso coraggio tutu e^ 
xpcnz la Tcriti, a costo anche dda vita. Non andò ma^ 
a* versi de* grandi (i), e bg^ ogni mostra di troppo ligi^ 



«et. 4 



. pmw.uio . iisfixa . aniino . oostro 
nus . cnnit . in . hooore . apud .^^ 
ma . procDcrìtis . sQebit . postcritas « 
oralo I Cirdtnalis . Sila | In . tcm-' 



• Epfftapltinai [ nBcripCBB . fiBBi 
• pio \ Marìae . Sascoc . a . Fmc 

< Qrìcti . et . mcmorìac \ loscphi . Antooti . Salac | S. . E. . R. '- 

■ Presbrterì . Cxn&tafis | Ingeaìo . doctrìoa . religione . pìetite . io — ' 
« i^nis ! Qvi vIiittH , miìiùeqre . propvgnaior . aceirìmvs [ In . 
« Gallica legatioiic . Card. . Caprarae . adinor ApostoUcae . Sedù . 
« ivra I Exìmìa . anìactì . magnicrdine . ccmstantia . adscrvìi \ Div- 
« tvmis . taborìbas . per . adversa . praesenixn . tenipora | De . Ca- 

■ tbolica . Ecclesìa . egregie . meritrs . est | Plvrimìs . vrbanìs . va- 
li letvdinarìis . regi^iilìs . Antistes . datvs Stvdiosissimam . diligcn- 
« Qssimamqvc . pracstitit . opcrara A . Gregorio . XVI . PonL M*x.| 
« In . Pfttrvm . Cardinalivm . CoUegivni . cooptatvs ) Archipresb)'tcr. 
« Liberìanae . BasUicae | omnibvs , fere . Sacm . Coosiliis . adscri- 
« ptvs I Hraefvit . primvtn . Sacro . Consilio . libris . noiandis | Dem. 
a alteri . negotìis . et consulc. . Epbcopp. . et . Sodd. . Relì^osor. | 
« Cholcrìca . pestilitatc . Komam . depopvUntc | Fraeposiivs . pro- 
« videniissimvs . extra . ordinem , Pvblicae . ìncolvmiiati , tvendae | 
« C-v-nctis . mvneribvs . honoribvs . sancte . perfvnctvs | Singularì . 
«in egenos . liberalitaie . cnit\ii | vixìi . a. . LXXVl . m. . Vili . d.. 
« XXVI I Decessìt . dolor . et . Ivctvs . bonorvm . ooinivm | IX . 
« Kal. . Ivi . Anno . MDCCCXXXVIIII | Hoc . in . tempio . sede . 
n titvli . sui I Quod . mire . dilexit | Ac . praetiosis . omnis . generis . 
a donariìs . locvpleiavìt | Condì . Tolvit | Pctn-s . Sala «jvcs . pa- 
1 truo . optimo . B. . M. . P. . C. ». 

(0 Veggasene un esempio a pag. 289 del voi. XLIX del Di^. 
à'trud. tccl. di Gaetano Moroni. In una lenera dell' 8 ottobre i 



^ella vita e degli scritti di G. Q^. Sala 25 1 



soggezione, serbando ognora in faccia all'autorità pregiu- 
dicata, o prepotente la dignità dciruomo e del sacerdote. 
E da ciò si chiarisce come un personaggio di cosi alto va- 
lore non fosse premiato con la porpora che settuagenario, 
dopo essersi affaticato per più di quarant'anni in prò della 
Chiesa e dello Stato, e in negozi di massima conseguenza; 
entre tanti altri, meo degni, o disutili, sono pressoché 
nnberbi portati a volo a qucH'altezza, Non fu avido di ric- 
chezze, e non ne ebbe, né si valse della sua autorità e del 
suo credito per fabbricare tumultuari patrimoni ai con- 
giunti (i): e i modesti proventi degli esercitati uffici volse 
sempre al decoro del suo grado, ai servigi del culto, al 
sollievo de! prossimo. Attese con diligenza ed assiduità ma- 
ravigliosa allo spaccio degl' infiniti e spesso gelosissimi ne- 
gozi si ordinari delle sue cariche, e si straordinariamente 
commessigli; non dandoli punto a studiare a consulenti o 
uditori; ma di per se stesso esaminandoli e rivoltandoli per 
'gnì verso: e dove a tale ricerca gli venisse meno il giorno, 
oseguivala nella notte, togliendosi dagli occhi il sonno, 
"cl quale ebbe sempre pochissimo bisogno ; come fu altresì 
del cibo, che prendeva scarsissimo, e non bevea vino. Per 
^•J modo accadeva, che alle sue determinazioni altri non 
potesse far mai censura, e che ne consigli delle Congrcga- 
itoni il suo voto sempre prevalesse. Lo che davagli fra i 
^■P^'l^ghi una certa autorità universahiiente riconosciuta, 
^W^IU quale però egli non abusava procedendo tronfio e con 
^B'^ di protezione, come usano i dappoco fra le pieghe e gli 

I mor\^ Polidori, segrcurìo del Concistoro, cosi scrive : a Fo nella 
•mia piccolezza mi glorierò sempre di essere stato neglìgentato, 
•pcrcliè nemico acerrimo dell'adulazione e sostenitore imperterrito 
^atU^ verità, a fronte anche de* potentati della terrai». 

\} J Del suo modesto patrimonio, oltre ad alcuni ledati in danaro 
l w robe a congiunti, amici, famigliari» chiese e pii istituii, chiamò 
cicde fiduciario, con tesumento del a8 ottobre 183}, il suo nipote 
VFitfTO Sala. 






252 G. Cugnoni 

svolazzi delle sete paonazze e porporine; ma trattava eoo 
tutti alla buona, e spesso scherzevolmente» da parere tal- 
volta per poco rude e disadorno. Sostenuto, ma manieroso, 
coi suggetri; riser\-ato coi supplicanti, difficilmente promet- 
tcva, ma dìtficilmente pure non esaudiva : e morendo si 
consolò u che non gli rimordesse la coscienza di ninna vo- 
ti lontana ingiustizia ^. 

Cosi, passando per questa vita, compiè Giuseppe An- 
tonio Sala le partì di sacerdote santo ed operoso, al quale, 
pel bene della Chiesa, è desiderabile che molti si rasso- 
miglino. 

G. Cugnoni. 



■ DOCUMENTI MILANESI 

INO A PAOLO II E AL CARD. RIARIO 




L Cicco SÌ9nmutta e papa Paolo II 
(1470- 

(t Cicco Sr.HON'ETTA « per grandezza e per lunga 
pratica eccellentissimo», come ebbe a proclamarlo 
J il Machiavelli (r), non occorre tessere la biografia, 

note sono T opera sua quale segretario dei duchi 
co e Galeazzo Maria Sforza e la miseranda fine sugli 
1 castello di Pavia nell'ottobre 1480. Fu uomo dot- 
e d'una fedeltà a tutta proYa(2). 
;rò prezzo dell' opera comunicare una importantis- 
tera diretta dal Simonetta, ai 19 febbraio 1471, al- 
:iatore milanese Antonio de' Bracelli in Roma, colla 

scagiona delle accuse mossegli da papa Paolo II. 
ettera ò lunga, ma altrettanto interessante per la 
za che ne traspira, congiunta a talune particolarità 
mascè ignote. Porta la firma autografa del celebre 
io calabrese, ma il testo della lettera 6 calligrafia di 
ietto alla cancelleria ducale sforzesca. 



ajde 



. fioreniimt VIZI, 405. 

ILARI, MachiaviUij I, 39. 

Vib iieita R. S>cietà romana Jt storia patria. Voi. W, |8 





2)4 



E. zMoila 



I principali appunti mossigli dal papa, e che Cicco ri- 
batte, ci sembra vittoriosamente, erano di poca gratitui 
verso Paolo II per i benefici resigli; di scemato inti 
per le cose pontificie, e di eccitamento del duca Sforzai 
scrivere in mala parte del papa al re dì Francia. Rimpi 
ravaglisi altresì d'essere amico del re Fernando d'Araj 
qualificandolo degna razza di calabrese, peggiore delU ni- 
politana ! 

I lettori dQÌVJrcbivio consultino attentamente la difesa dd 
Simonetta. Il documento giover;\ egualmente per la costui 
biografia come per quella di Paolo II, morto pochi mcS 
dopo dalla data del documento (agosto 147 1), e la fine «1**, 
quale tu accolta da' \'enczinni, suoi concittadini, con gauii* 
fuor di misura, « Non si poteria dire quanta festa ha fic^ 
« questa citi universalmente de questa morte (scriveva 
« Sforza il suo oratore in Venezia, Gerardo Colli, ai 2 ag 
« sto 147 1) (i), io me ritrovay qua ala sua creatione, m- 
0. niente fu la alegreza de alora ad quella della morte, I\ 
« Siwui si havcsaro recuperato Nci^roponte mvì haverìano pili 
« gaudio et ano scripto ad Roma a tutj li lor cardinali amici 
« vogliano far capo et ellegerc Niceno greche (il Bessa- 
rione) (2). Ma riuscì Sisto IV savonese. 

Ed ecco la menzionata giustificazione di Cicco Sim- 
netta. 




Magnifice et prestantissime doctor, tanqunm frater honorandissìme* 
RitrovanJose de presente la Magnificentia Vostra presso la Santità 
de Nostro Signore m ò parso conilJentementc darvi faticha de expo- 
nere Alla Santità Soa la risposta de alcune cose che quella ha havuto 
ad dire con diverse persone, ci in diversi tempi, circa li facti mei, 
comò intcndarctc qui de sotto. Le quale cose ve sforzareti fargli bea 



(1) Arch. dì Stato di Milano, Potente estere: Vetu^ià. 

(2) Per la scissura di Venezia con Paolo II (Barbo) vedi il Ma^I 
LiPiERi (Annali Vemti) e gli altri autori. Supponiamo que* fatti a co-l 
noscenza di chi ci legge. 



Taoh II e il Cani Telano 



^55 



ndere, cxponendole con quella revercniìa et humilità che se con- 
ne al Sumrao Pontifice, et come me rendo certo che per vostra 
nma prudentia sapereii meglio cxponere et dire che non vi saperìa 
pd scrivere, ne ricordare. 
'Elègiibon pcz£Oche prefata Santità ha dieta che quella è scmper 
ataben disposta verso mi in compiacerme, et che da Icy ho havuto 
olti benelìcìj et gratie, et tra le altre cose me haveva compiaciuto 
■atis de una dispensa matrimoniale, quale non seria facta ad altri 
' joo ducati, ma che mi non riconosceva ali bisogni) li suoy be- 
Acìj, cio6 in non essere stato fautore alle cose soe; et che la San- 
I Soa Jesijderaria eh io me disponesse ad dare più favore alle cose 
: Sancia Chiesia et soe, che non ho facto per ul passato. Ha etiamdio 
icto chic ho dicio male de Soa Santitii et che ho confortato questo 
OJtro III "° Signore ad scrivere male de quella alla Maestà del Re 
i Pranza: et con alcuni altri ha havuto ad dire eh lo son più affectio- 
> ^la Maestà del Re Ferrando che alla Santità Soa; et demum 
"« li Siciliani hanno fama dossere cativi, ma che se impìchariano 
pei la golia, se li Calavrcsi non fuosscro più cativi de loro ctc. Delle 
«luilc cose ne ho preso non pocha admiratlone, perchè diete cose 
Jono edificale ci suggeste molto longo da la verità. 

Euespondendo prima alla parte che Soa Beatitudine dice haverme 
«cti de molti benelkij, et tra li altri haverme compiaciuto dessa di- 
spensi matrimoniale eie. e vero: vedendo mi in simile caso, corno 
*"i'I mio, che ! papa non si rende difficile ad concedere tale dispense, 
■^^-'l^c quale ne ha compiaciuto et compiace ogni di ad molti, fu sup- 
plicato ad Soa Santità che se dignasse dispensare tale gratia, crc- 
(Icndomc non dovesse denegare quello che senza diiBculià concede 
*^ altri. La Soa Santità me tene in pratica ci sp.icio circa sey mesi, 
■^f^strandose alle volle bene disposta, et interdum gli ingeriva delle 
^^"icultjte che non accadevano ad proposito. Puoy dixeche dovendola 
^e oc voleva mille ducati, se reduxe deinde alli octoccnti, tcrtio et 
°hÌroo alli 500. Ex quo vedendo che ogni di gli emergeva qualche 
lJ*ova difficultà, fu necessario che lì ambaxiatori del 111.""* Sig." no- 
I che ad quello tempo se ritrovarono lì, ne prendessero cariche. 
^' rie liavcndo havuto la cosa in pendente tanto tempo corno è dicto, 
Miicm per el mex/o de dìcti ambaxiatori me concesse gratis dieta 
0Ì5pcnsa^ la quale per essere stata molto tempo in dilationc, non ha 
pirturito fructo alcuno, immo panunto ci contrario del bisognio. Che 
«jiunJo l'havcsse facto al principio, come poteva, havrla operato l ef- 
/ceto suo. Siche dove la Beatitudine Soa se credeva haverme facto 
uno singulare et relevato beneficio, lengoche per U tardità soa me 
bibia facto el contrario. 




256 



E. Sciolta 



Appresso che la Santità Soa voglia dire haverme compiaciuto de 
1 abbadìa de S.*'* Bariholomeo de Pavia per uno de li mei hplioli (i): 
dico con debita reverentia, che de questo el mio ni.*"" Signore ha 
supplicato alla Santità Soa, ^t ad luy quella mha compiaciuta, siche 
con bona venia de Soa Santità dico chel mìo Signore ne è obbligalo 
ad quella, et io ad Soa Signoria et non ad prefata Santità. H.wria 
ben havuto ad caro et reputato per gratia da Soa Santità quando li- 
beramente me havesse conceduto che dieta abbadia fuossc conferita 
ad mio figliolo legitimo, corno fu supplicato prima, ad che havcndo 
la Santità Soa facto difficulta per rìspecto della minorità desso mio 
legitimo (2), è vero che mcsser Augustine Rosso l obtcneic per Gui- 
dantonlo mio fìgliolo naturale, ad questo efl'ecto che Soa Santità puoy 
da \\ ad uno pezzo la conferesse ad dicto mio legitimo. Per il che fu 
reiterata già mesi xviij la suplicatione ad Soa Santità et quella vac 
fece respondcre eh io vedesse, che tucto quello che la poteva fare 
circa ciò, salva conscicntia, era contenta de farlo volentieri. Fece fare 
uno consiglio examinato et sottoscrìpto de mano de sette sive octo 
dociori theologhi et canonisti, quali tucti concorrcno in questo pa- 
rere che Soa Santità può dare in commenda ad esso mio ligtiolo le- 
gitimo dieta abbadia, non obstante la minorità, distribuendo in tre 
parte le ìntratc dcssa abbadia, quale è circa ducati seycento: cioè U 
terza parte atli monaci per ci vivere suo, 1 altra parte per la fabrlca 
della chiesa et I altra terza parte ad esso mio figliolo. Et non havcndo 
la Santità Soa fin qui facto altra expeditione circa ciò, non so se de 
quello che facilmente compiace ad altri, che è de consuetudine et 
recusa farlo ad me, debba mettere queste cose nel numero de li be- 
neficij che quella dice havermi facti. Confesso ben questo: havere 
obtenuto uno breve absolutorio da Soa Santità qudle ho instato de 
havere solum prò forma, et non già per robba che havesse may del 



(i) Trattasi di Guid' Antonio, figlio naturale del Simonetta, avuto 
nel 1451 in Lodi da una tale Giacobina. 

Dal 1466 al 1 479 lo si trova commendatario dell'abbazìa di Rrcmbo 
nel Lodigiano e di quella dì S.Bartolomeo in Pavia (Cfr. Redaelli, 
« Btogr. di Cicco Simonetta a in Annali uuivtrsali di itatìsticix, di Mi- 
lano, aprile-giugno 1829, pp. 276-277). 

(2) Cicco Simonetta si maritava nel 1452, a 42 anni, con Elisa- 
betta Visconti, figlia di Gaspare, segretario ducale, ed ebbe sette figli 
in undici anni. Qui trattasi d' uno dei quattro maschi: Gio. Giacomo, 
Antonio, Sigismondo o Lodovico (Cfr. Redaelli, loc. cit., p. 277; 
1.1TT.\, Famiglia Simonetta), 




Vaolo II e il Card, ^ario 



257 



, iltniy illicitamente ne robbato ad homo che vive, né anche perchè 
may commettesse homicìdio che fin qui non ho facto, ne è mia in- 
Icatione de fare, ma de operare bene et vivere corno Christiane et 
ciihoUco. Et benché de questi se ne faciagratia ad molti, nondimancho 
ne resto obligatissimo ad Soa Santità quanto dire se possa; et cos\ 
vny gli ne rendereti condigne gratie da mia parte. 
^L Quanto ad quello che la Santità Soa dica eh ella dcsydcrarìa eh io 
^^f disponesse ad dare più favore alle cose de Sancta Chiesa et soe, 
che non ho facto per el passato, dico che voluntieri io voria essere 
de tale condicione et auctorità, che io potesse fare quello che dice 
wa Santità, cioè de giovare ad quella el ad Santa Chiesa, chel faria 
volunticra, corno è debito de caduno catholico. Ma essendo la con- 
dicione mia minima, non vedo che 1 accade quello clic Soa Santità 
dice. Et pure quello poco eh io potesse, potendolo fare con rescrva- 
tioncdelhonore et debito mio, lo faria volonticri, comò cdicio. Ben 
d^t>e pensare la Santità Soa che manegiando le cose eh la mancgio 
pcrrispecto al officio mio d essere secretarlo, che richiede ut non solum 
^tam cuìpa, sed etiaw iuspicìoiu et per essero feudatario et che lio 
jurato fidcliii non una volta ma più volte, così in mane del Sig/' 
P»aio corno de questo, sono obstricto per tutti questi vinculi, ultra 
u naturale fede et servitù, non dcpendcrc da altro luocho che da 
l*^- Et se io non volesse mutare la natura, me seria admodum im- 
pouibilc in eterno declinare da quella eh essa mia natura me ha in- 
'lynato; et deinde li vinculi ctoblighi de la fidelità mìa me stringono, 
P^ essere io allevato et instructo sotto quello mio Signore et maestro, 
Quale fa de quella magnanimità, virtute et prudentia che s è veduto, 
^Cse può dire essere stato splendore de Italìam, da l excellentia del 
ì^'iic hcbbe in insiructionc et commandamcnio che io non havesse 
"^^'y dcpcndcQtia da persona de questo mondo che da quella eh io 
^^i^iva. Et sccundum mandatum quod dedit mihì pater, ita feci, et 
»acÌo et ficiara. Dicendogli ultra ciò quod ego sum Cichus parvulus, 
j**t5u Christi servulus et vere sfortianus, confidens scraper in verbis 
"Omini ubi dìcit: euge serve fidelis, quia in pauco fuisti lidclis, super 
"^^^illa te constituam etc. Siche son vero servitore et schiavo del 
UL°* Sìg.f duca Galeaz, et non son el vescovo da Parma né messer 
Aiiguitino Rosso, né altri che sa la Santità Soa, che non voglio no- 
mare per più honestà. Et questo basta quanto ad questa parte. 

Alla parte eh io habia dìcto male de Soa Santità io non son nò 
me tengo d essere reputato così lezero, quod auderem poncre os in 
cclum però chel non fu may mio costume de dire male J homo che 
riva ec maxime della Santità Soa, quale è vicario de Chrìsto qui in 




2j8 



E, flotta 



Alla parte eh io habia confortato e! prelibato Signore nostro 
scrivere male de Soa Santità al Sig/' Re de Pranza, dico cosi i 
sìcomc io non dixc may malo de Soa Santità, né hcbbc may v 
che gli pensasse, conoscendo mi la perfcciissima disposiiionc, fciC--^^ 
et devotione che de continuo ha portato et porta 1 ex"' del Signor*^ 1 
nostro verso Soa Beatitudine, molto manche 6 da credere chio habis- *J 
persuaso Soa Sig."* ad scrivere cosa alcuna in manche dhonorcd^^ 
quella perche' questo nostro IH."'" Sig." è de tale bontà et grandez 
zegno, et de tale devotione verso la Beatitudine Soa che frustra 
borare esset, quando ne mi né altri volessimo persuadere el contrario. 

Che prefata Santità dica che tutti li Calavresi siano cativi, perei 
questo tocha ad mi, respondo così che la Calabria e la più fertile et 
megliore provincia che sia nel Reame benché la sia nel ultima et 
trema parte de Italia. Nondimancho in Calabria gli ne sono et 
boni et de calivi, corno è anchora ad Vinexia* ad Roma, ad Na{ 
et ad Milano et ncli altri luochi: pure io me reputo nel numero 
li boni, et credo haveme facto le opro et professione, che ne poi 
testificare qualche parte. Et quando fuossc licito ad fare coropara- 
tione da prelato ad seculare, credo gli siano de tali prelati che quan; 
al vivere diritamcntc et bonamentc, io non scria stimato in qui 
parte inferiore, resservando però la sacra et grado spirituale. 

Alia parte eh io sia più atlcctionato al Re Ferrando che ad Soa 
Santità è vero che Calabria, proviniia del prefato 5ig.^*= Re per geni- 
tura è stato, patria originaria ad messcr Angelo mio barba, ad mi, 
mei fratelli et tutti li altri de casa mìa. Ma per essere puoy tucii nuy, 
barba et fratelli et molti nitri de casa nostra allevati usque ab ineunte 
etaic in casa sforzesca et continuati semper et fidelmcnie ne li ser- 
viti} suoy, cioè esso racsser Angelo per anni l in;" vel circa, et 
circa anni ^9 in 40, havemo mei fratelli, et mì, et altri de casa ni 
stra, che siamo de qua, renuntiato ad quella patria né più intcndemo 
bavere affare con quella» perché la nostra patria é questa dove é la 
casa sforzesca, in la quale siamo accresciuti et allevati: et lo nostro 
bene é qui, et ubi bonum ibi patria, ergo etc. 

Vivente autem la felice memoria del 111.™** qd.*" duca Francesco, 
la Maestà del Re dapuoy chel reame fu rcducto ad tranquillità, me 
volse donare castelle et terre. Io non volse may acccpiarc tanto che 
valesse uno soldo, ctiam chel prefato sig.** duca Francesco fuossc 
contento, perché sìcomc io era allevo et servitore de Soa Sig/'» ap- 
presso el quale, vindicato perpetua patria, cosi etlandìo la mìa natu- 
rale servitù et fermo proposito, me moveva ad non rcconoscerc be- 
neficio d alcuno altro principe né persona del mondo che da Soa 
Signoria, la quale per soa benignità et liberalità me prevedete per 




Taolo IT e ti Card, ^'ano 



259 



mct 



tile forma che per quello et per la grada et amore che ho da questo 
lU*"' Principe duca Galeaz suo figliolo me trovo, graUa Diii, bavere 
lanie facultate et beni de la fortuna, acquistati con mie extrerae fati- 
che et sudori, che ho da vivere honorevolmcnte per mi, mei fratelli, 
mei BgUoli et tutti quelli de casa mia. 

Essendo aduncha el longo habito convcrtito in natura, me scria 
elle, immo impossìbile reconoscere ne bavere altra patria, ni altro 
signore che questo eh io servo de presente : imitando quello proverbio 
iin.T corno sen'O, fu^c corno t'erro. Et quello mio signore passato, 
CI cosi questo presente, veramente poteva dire: Non in veni tantam 
tidem in Israel, et tu es Petrus et super hanc petram aedificabo etc. 
Et Qon me trìbuisco questo ad arrogantia per doctrina né virtù che 
l^abia, ma per una sincerissima fede et integerrima devotione mia, et 
de tutti li mei verso questa 111.""* Casa, quali siamo stali, et siamo 
sinceri et neti et nullus nostrorum unquam venalis fuit etc. 

Dal altra parte credo habiati inteso che tucta la provincia de Ca- 
labria si e Angiovina, et maxime la casa mia: et lo principe de Ros- 
«ino per tale sospccto e dcponuio da la signoria et da mancho da 
<iuairi anni in qua per la parte .\ngiovina alcuni de li mei ne sono 
«ati privati de qualche suoy beni. Et mentre chel reame de Napoli 
cri posseduto dal re Renato, nuy et tucta la casa nostra scraper hcb- 
^:nio de grande honore et beneficij da Soa Maestà, ne dubito quando 
"lucila fucsse richiesta, et gli potesse fare cosa grata et acccpta, gli 
'* tirìii anchora voluntieri et de bona voglia, corno ad suoy carissimi 
**-'rviiori che gli sono. Siche se prefata Santità tene questa opinione 
^^ mi, el è tanto da longe dalla verità quanto ò da qui in India, et 
^inwe molto del opinione soa. Et se non chcl non è lecito né 
Inonesto ad uno mio pare de bassa et infima condicione, come son 
J^» de parlare in alcuno obprobrio de Signori ne grandi Maestri, par- 
'^^Hi talìter del dicto Re che non dubito, se maravigliarìa grandemente 
^'^a Santità. Ma per honesti voglio tacere. 

De la f«de et devotione mia verso la Santità Soa el non è da fare 
Parole perchè 1 è cosi cosa minima chel non n è da fame mencione. 
"a comò bon chrisiìano et bou catholico, dove che me son trovalo, 
^^ ricordato sempre el bene et honore de Soa Santità et de Sancla 
Chiesa presso questo IH.'"** Sìg.""* quaniunche non è stato necessario, 
^^ (he mi né che alcuno altro che gli staga appresso gli ricordasse 
ìue«o, perchè da sé stesso, suo insiinctu et disposìlione, ù stato et è 
dispostissimo al bene et honore de Soa Santità et Sede Apostolica: 
<l lo ha dimostrato con effccto ne le cose de Arimino, perché se Soa 
Ex.*^ non fuosse stata de quella dìspositione che l era et non ha- 
itsse facta la reparatione che fece, so come le cose de Sua Santità 



26o 



E, SMotta 



et Sancu Chiesa in che ruin» sarebbero andate, et La Santità Soa lo 
sa bene anchora lev. Ht se questo Sig/' mìo faossc stato fìgUoIo de 
Soa Santità o uno de H cardinali suoy, non so come havesse potuto 
fare né operare più in benefìcio de quello et de Sancta Chiesa comò 
fece. Del opra mia noi voglio dire, perchè non me pare molto bone* 
sto. Ma perchè spero pure che questo mio ili.'"'* sig." qualche volta 
se havrà abbochare con Soa Santità lassato et de questo et de le 
cose del re Ferrando, che I Ex.*'* Sua come meglio informatissìma de 
mi ne render.^ vero testimonio alla Sna Santità, che son certo quando 
IhavrÀ inteso seri de contraria opinione che 16" de presenti. Et perche 
quella ha dicto più volte con alcuni che non me sa intendere, dico 
quando la Santità Soa havrà inteso tutta questa mia lettera, me rendo 
certo che quella restarà chiara et fuori de questo dubio. 

Fin qui ho dicto in resposta de quelle cose che la Santità Soa s è 
lamentada de mt : bora accadendo assay in proposito, me parso non 
tacere questo che io dirò adesso, non per querela, ma per una infor- 
matione et commemorationc. Vivendo la recolenda memoria de papa 
Pio, la Santità Soa ad intercessione del prefato IH.™** Stg.*^ passato 
duca Francesco, conferite labbadia de Sancto Zohannc de Fiore in 
Calabria ad uno mio ncpote (i)t et fu pronunciato abb.ite canonice 
in pieno consistono, et per vigore delle bolle fu messo alla posses- 
sione, et goldetela pacificamente per el spacio de tri anni. Sublaia 
autem ex humanis la Beatitudine Soa, dicto mio nepote fu levato de 
facto per el presente pontìfice da la possessione ad instantia de uno 
fra Karlo Sytaro, quale diceva pretendere bavere certe rason, benebbi 
non n havessc alcuna in dieta abbadia, perchè altre volle 1 havcva im- 
petrata falsamente per fiorini cento, donde vale seycento vd circa, 
per il che fu necessitato ad piatire circa anni tri o quatro, facendogli 
de molte ìojurìe : non volendo may concedere cosa alcuna, che la 
rasonc permettesse, et luy et tucti quelli de casa furono scommani- 
cati et intcrdìcti per li grandi favori che faceva Soa Santità ad esso 
fra Karlo. Tandem da puoy longo litigio et dispendìo è stato de Ot- 
cessità eh esso mio nepote habia redemuto la rasane soa con dinari 
dati al ndvcrsario oltra el dispendio grandissimo et strage che hit 
havuto. Pure ad questo prestò patieniia, veduto quello ha facto ad 



(r) Il nipote dovrcbb'essere Cesare Prothospatharo, di Calabria, 
forse figlio di Matteo, fratello di Cicco Simonetta, e che quest'ultimo 
ricorda nel suo Diario (ms. all'Archìvio di Stato milanese) ai 25 no- 
vembre 1475. (V. Reoaelu, loc. cii., I, 1829, p. 176 in nota e II, 
p. 267). 



T>aolo II e il Card, ^'ario 



2£l 



quc5to mìo Signore che e hormaì cinque o scy anni, che ha tenuto 
in pratichi Soa Signoria per labbadia de Chiaravale, che è del III.'"'' 
ei Rev."^ monsg.'^ Ascinio suo fratello, che non ha anchora potuto 
hivere 1 expedìtìone de le bolle de dieta abbadìa per supplicatione 
ni per Insuntia che habia saputo fare. Siche havendo prestato pa- 
tiama Soa Ex."% non pare honesto ad mi de lamentare : el poria però 
«•ere che queste cose diete de sopra sariano facte preter scientiara 
et volumjtem de Soa Saniiii, nondimancho quanto al effecto. come 
voglia se sia, esso mio nepotc ha patito lucii questi disturbi), incom- 
rooiJi et dispendij. Ma per certificare la Santità Soa né por questo né 
per Veruno altro rispccto, per mi se restarà may eh io non facia ! of- 
ficio de vero et bon servitore, et corno deve fare ciascuno fidele chri- 
«uno et bon catholico verso la Santìti Soa et Sanu Chiesa, in tucte 
f^uetle cose che accaderano in benefìcio et honorc de Soa Santità per 
quello pocho ch*io posso, con reservatione del honore et debito mio 
omo è dicto de sopra. 

In questa mia lettera poria anche essere che harebbe dicto qual- 
ar cosa più che non scria al bisogno. Ma me confido tanto ne la 
igniti et clementia de Soa Santità et in la prudeniia vostra, che 
spor^ircti questa cosa s\ saviamente che la prefata Santità accepiarà 
•^gni cosa ad bon fine, alli pedi de la quale me recommandereti 
liiitnclnientc. 

Dat Papié die xvuii** fabruarij 1471. 

Vester CicHUS manu propria, 
f Ibesus autcm transiens per medium illorum ìbat. f 
[A kr^o\. Magnifico et prestantissimo J. U. doctori et patri hono- 
randl»''»* domno Antonio de Braeellis consiliario ei«.. 

Rome, cito (i). 



(') Arch. MìlanOj Carteggio diplomatico, cartella n. 331. 



*■- »«< hiiT":r 



_ ^r fT:!f^L lui JMTOnUU: .•"JSZPTE/. 



- :: — .zrr ^:^l:TOr^■ esiì £ ri:- rosso 

- t'r^ti -1 **ni d r'jsr^r 5.xnr* cr^adc 
ctx d Tur*.:. Sììct IV. 1^ £ ii: "-arte, 

- - ^ - - "e>c-:<J 






..-.._, -.^, ira 






'Paolo II e il Card. 1{ian'o 



263 



V Rever."^** cardinale de San Sisto» duro me & parso essere 
;ihc li significhi tal novella. Pur el mio debito voi cosi. 
m signore é morto cum tale contrìtione usquc a 1 ultimo 
le sei fosse vìss^, (iHssuto) scraper in uno hcrcmo, io non 
le Ihavcsse possuto farne più. La confessione sua, Sua pre- 
•J^ non una volta ma omne di due o uè volte 1 ha voluta 
laraando spesso el veschovo de Viterbo et adonundandoli 
ixidolo chcl pensasse se cosa alchuna el se recordasse de che 
havessc così ala memoria. De la comunione non bixognia 
' la tolse cum tale parole chcl demostrò reconosccrc le gratie 
la Dio et La fragilità de questo mondo: et sei stomachonon 
Ito così mal disposto, omne matina 1 haverìa fatto. Poi ve- 
streagerc da la morte chiamò tutta la famiglia et parlò a 
nandandoU perdono se Sua Rev.'"*Sig/" may li havesse fatto 
le, et pregandoli che quello amore che haveano portati al 
3 volesseno volgere al anima, che li seria più caro. Et disse 
adapiava volomera ala volontà de Dio, et uxò queste for- 
ole: u Cupio dissolvi et esse cum Christou. Solo U pesava el 
ler non havere possuto demostrare a tutti li soy amici et a 
ritiiri gratitudine de la loro fede et fatiche, ma che li las- 
le brazze de N. Signore che facesse quello paresse ala sua 
t ita fecit. Et his dictis chiamolli tutti ad uno ad uno se- 
ordinem et baxolli et abrazoUì, che per Dio, Signore mio, 
>ersona che non li schiattasse ci core. Deinde retomò ala 
racomandandosi a Dio la strcngeva dicendo : n Domine mi- 
ey. Io non so se may più bavero tempo a baxarti ». Post- 
mandò el ditto veschovo a pregare nostro signore che ha- 
r racomandato el Conte Hyeronimo et che lo racomandasse 
Sig."', et tanto più quanto sua prefata Rev."' Sig/"* non ce 
. Et te medesime parole ha ditto a mi, dicendo in me ne 
piti consolato quanto io spero che 1 amore de! Signore ac- 
verso el conte, manchandoli io, et spero che Sua Ex.*'* se 
i de la mia servitù et affectìone verso quelle. Et molte altre 
fatto et ditte in questo ultimo suo, che per Dio ha demo- 
re altro che quello che I e parso vivente et che altri l ha 
:o, El fino al ultimo spirito, ci disse tre vohcj^su, Jcsu, mi- 
y et siandoli Ietto el passio, quando ci frate che lo legeva 
ielle parole d incìynato capiti emisit spiriium, cosi luy cmìsit 
spirìtura. £1 nostro Varixino (i) ha demostro in questo la 

aresino. Forse Carlo Varesino, famiglio ducale, il cui nome 
pesso nei documenti sforzeschi dtW Archivio Milanese. Nel 




affc ^ ^iùrsx 



szs. :=c zsrr 3. ;*s=rr aix 3jrv^^ S^."** s imt ^ma ide che 

' ^ t:*^ li '■?^^' s.T» ' .:! . j5E ^ T-^^^ ^ nsoB xsrresie: ^p^yi^ oc- 



?<=. ■ r* '^ £:s= .=. Zr ic=3i3ns =5=1 rznxc %:ils s L i qnoó 



I H g. in a >A3Jk3lCir5. 



- 'i^ jiitcìTi-ai ; . 



CI Kcrau, il vescovo 
:£i ciredra titn &re 






=r "e— rr;-^;i— :ri :.-r ir::r:r:-r^"i l:i:v:jo il Moro e il iuca 

: 7, z:''.t J. ::'_:".- ?..ir.- riid i~t"x sposata Cjtterlna, figlii 
Cir-rj'e lil Izc^ Jile^:-: Mini 5::rzi Veiì l'elenco delle gioie 

e. :i: A f.i''!'. J-r-JT.;.. 

•^z» A-:'-, j- i.---:.- -V:--:.-. ci-e^r'^ iir'.-rmjuco, cartella n. 401. 
(;> Sui lenir- ir. Jj-:. -i.- .:";/.': -:j;;.v. cirrelli n. 400 (Archivio 

Milano) 



"Paolo II e il Card. %iario 26$ 



ro et setta (seta) bellissime, et con li chiodeti in forma de rosete 
ate, in modo è una bellissima cosa da vedere, et bastarla ben al 
a et limperatore. Dice che gli è constata ducati, v*^. doro. Et perchè 
1 cathedra ha un pocbo alto el sedere, gli ha facto fare uno sca- 
lo tutto coperto de voluto carmesino, per tenirlo sotto li piedi. 

altra ne fa fare in simile mò (modo), et de medesimo pretìo ma 
irochato sarà morello. K ha poy molte altre, coperte de veluto de 
ersi colori in modo è cosa maravigliosa vedere li ornamenti ha 

casa. 

Emilio Motta. 



G. Tomassetti 



léy 



DELLA CAMPAGNA ROMANA 



(Conti nuazione. vedi peg. i6i). 



Le raeraorie antiche del suolo intermedio alle vie Pia- 
ciana e Salaria spettano quasi intieramente alia epigrafia; 
poiché vi si sono scoperte, in ogni tempo, numerose tombe 
con iscrizioni (i). 

Le memorie del medio evo si coUegano in parte alle 
etiliche. Infatti, avendo per esempio già veduto le memorie 



(i) Sono tutte riportate nel C. /. L, nel voi. VI, e son troppe 
perche io possa noverarle: stanno adesso in gran p;irte nel giardino 
Aldobrandini sul Quirinale. Le vigne Nari» Pelucchi e dei Dome- 
^cani furono miniere di epigrafi (Fea, Mìscàìì., I, pp, 148, 149; II, 
P- 161, Venuti. Marmora Albana, p. 37, Viconotii, de ìunns.p. il j» ctc; 
^- cìt, 2501 a 2986, 8408, 8516. 7845 a 7986). In quella Nari ab- 
IJondarooo le militari, oltre libenì dei Vii^tUii e degli Ottavii, il mo- 
numento dei Palanca e, nella vigna già Del Cinque, le lapidi dei 
Caninii (C. cit. 7987-7996) Recentemente, nelle moderne fabbrica- 
I *ioni, se ne sono trovale ancora molte (cf. NotiiU de^^U scavi, 1886, 
ipP- i6t>, 328, 364, 420, 454; 1887, pp. ai, 74, 118, 147). Dopo circa 
' metri, in direzione della 5* torre delle mura a sinistra della porta 
Salina, sono apparse le rovine del mausoleo di « M. lunius Menander 
(scriba lìbr. aed. cur. princeps et q. » {Buli Com., 1886, p. 371). 
Lcsisten^a di un a^er yolusii Basilidis ientthis (sic) ab urbe parie sini' 
Jtra lulla via Salaria 6 indicata da una iscrizione (Wilmanns, n. 310), 
Von mancarono in questa contrada epigrafi cristiane, come quella di- 
■ Hireneus v. e. et Albinus e. p. » nella vigna dei Domenicani (Set- 
TTLE, mss. presso il come Aless. Moroni, n° 16}. 




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S-Dr Girvinn 



zz.zi l':r,: r:>:r d FORMA 

:'.: Anirti e colli vìi publici, 
1--^.- ci::-ce iella quarti pane 

i i:;.:-:: ^ il -= ci-estro p:eno i: ava a favore 
Are*:. 5. Si*.". :ì>c. .;» 

C:'rr.-i riic;?;. e:c- nel 1570 presu il consenso 




i un rivo; ciò che serve ad illustrare anche il 

CapUiniamim, 5. Columba e Formcllum sono 
luoghi che succcdevansi dal declivio dei Parioìi 
pianura del ponte Salario. Il Galletti ne ha trai- 
he li vide nei documenti di Farfa (i), ma non ne 
il sito, che mi pare evidente, dopo ciò che già 
accennato, in proposito delle scpUm palumbae e 
Cocunuris. Il documento Farfense 688 determina 
ui di S. Colomba ed annessi /orii pontcm Salarititn 
rbe Roma passuum; ma deve intendersi del fondo, 
aa Salaria nuova. Associando i nomi Farfensi con 
; io trovo in un documento di S. Silv. del 1258 
;ompendi), vale a dire : chiesa di S. Filippo (super- 
ira nella discesa dei Parioìi), S. Columba, fossato, 
ium e massa de vestiario dominico, mi convinco che 
lello stesso gruppo di fondi, e che essi occupavano 
isccsa suddetta fino al ponte ed anche forse oltre 
Sembra opporsi a questa ipotesi il facto che la 
esistente nel bivio dei Parioìi e dedicata a S. Fi- 
'i; e v'è anche la tradizione, presso quei contadini, 
)esso il Neri si recasse a pregare: cosa verosimile 
Neri frequentava le catacombe cristiane, e colà ve 
Tuttavia il nome di S. Filippo del documento Sil- 
!: di quasi 300 anni più antico del Neri; forse 
lava a venerare l'omonimo antico santo apostolo; 
pò egli quivi, come altri altrove, ha scacciato il 
chio. Ciò che priacipalmente deve notarsi fin da 



I fatta da Martino dì Cola della reg. Colonna a Petro di 
ia Tivoli di due pezze di terreno situato in Roma fuori 
\na nel luogo detto FORMA CORNELLA. Contini: beni 
> del Giudice^di Paolo Panetosto e colla vìa public^, salvo 
-risposta della 4* parte di mosto mondo e di un canestro 
II. di S. Silv., fase. 26). 
.LETTI, Gahio in Sabina, p. 128. 

iodeilt R, Società romana dì ttoria patria. Voi. XI. 1 9 



À 




270 



G. Tomasseiii 



ora si è U coincidenza dei aomi Capiti^nano e 5. Colmha 
in due btìfondi assai lootani, confinanti col territorio di 
Monifrotmido e di StetiUuui, che vedremo al loro luogo. 
L*esserTÌ unito anche il nome di 5. Stepharius dimostra che 
quel gruppo spettava pure alla chiesa di S. Silvestro, gii 
S. Stefano ; ed in tal modo si spiega ancora b ripetizione 
dei nomi suddetti (i). 

(i) Ancora mu nota archeologica salta zona Pinciana dei P^* 
noli. Neil* intemo di questa collina scorre l'acqua Verpnt, che qoioii 
passa nella villa di Giulio HI, donde ritorna per Muro torio nel monte 
Pincio. Sappiamo anzi che questo speco romano dei Parioli venne 
mutato ossia raccorciato da Mario Frangipani e Rutilio Alberini sci 
secolo XVI (Cassio ALS.,Corso dcOc ac^ut antUb*, l, p. 1^6). 1 coti 
sotterranei delle acque erano da^E antichi additati sopra tem eoo 
cippi scrìtti, distanti un ùt^gro tra loro. Nel C. L L. VI sono ripor- 
tati tre cippi iugerali dell'acqua Vergine, l'uno d* ignota provcnicnn. 
Tattro della villa Medici» il terzo a Mmv torto. Vinca Valliua seconJo 
il FABxrm {Imscr., pag. 66t\ Osservo primieramente che la vigw 
Vjlle non era a Muro torto ma sui Parioli, vicina a 5. Filippa, i tut- 
tora può vedersi il nome sol cancello CAROLVS VALLIVS, e cor- 
risponde alla \Sgna dà j ùroh^i di S. A. il principe Orsini, Riswbr- 
lita questa coincidenza, qael cippo collima benìssimo con oa ^^ 
sfuggito Agli autori del Corpus, e che io trascrissi nel XS75 oelU 
parte esterna del muro della vigna ora Telfcner, ove tuttora si vede 
Lo lessi con molta difficolti per essere in travertino e molto correo; 
e lo pubblico ora più esattamente che VEpbtmtris epigrapbica (tWi^^^ 

VIRG 

TI • C LAVO I VS 
5 DRVSI F - CAESAR 
fi A VG- G E R" ~;XIC VS 

PONTÌFEX€?M A X 1 M V S 

TRIBVNICPOTESTAT-nn 

(rie) cosu\ iMP vm p p 

XLV P CCXX 

È importante pel numero XLV a sinistri, oltre quello ordinaria 
dei CCXX piedi, ch'c la distanza dì un cippo air altro. Se ì cÀf^ 
ebbero un numero progressivo dalla foce dell'acqua in città il wì 



Iklla Campagna ^^pmana 



271 



iche vi possedeva parecchi fondi. I documenti relativi 

^o al 1040 (t). 

bm, 4. Da un atto di S. Silvestro del 1258, ove si 

del casale massa de vestiario dominico, 
tim. j. Da un atto di S. Silv- del 1330: essendovi 
Wnfinanti il monistero di S. Agnese, suppongo che 
> luogo stesse sulla via Salaria, e che il nome di via 
}M vi sia stato apposto erroneamente ; perciò vi ho 
(Ito nell'elenco il segno dubitativo (?). 
bm. 6. Ne ho discorso teste, prima dell'elenco. 
m, 7. Da un atto del i2<>8, di S. Silv. Sul monte 
era naturale questa denominazione dal possessore. 
anche la fiotta di 5. Silvestro, 
am. 8- Da un atto di S. Silv. del 1321. Veggasi il 
11. Si tratta di nota famiglia romana. Un fondo posto 
fiam ruptam è ricordato con un altro posto ad 5. f/ipr- 
L altro nome cimiteriale antico, in una pergamena 
Silv. del 1 172; ed altre vigne ad 5. Hermetetrt in altra 
ena del 1198. 

m. 9. L'antichiti di questo nome rilevasi dalle 
i Agapito II e di Giovanni XII (2); e la perma- 
di esso da atti di S. Lorenzo in Panispema del 1284 
É4) e di S. Silv. del 1356, del 1388 e del 1400, tro- 
fei tra gli enfitetui di S.Silv. un Oddone di Lamentarla 
lente in Gorgini (lib. dei compendi). 
um. IO. Da documento Capitolino del 1385 (notaio 
rflus Stephani de Caputgallis) riguardante una vigna 

15 non é eccessivo per un cippo quasi alle pocte di essa ? In- 
irebbe forse conveniente se la numerazione incominciava dalla 
te. Rimetto la discussione ad altro scritto, come ancora la prova 
Mata del cippo debba essere l'anno 45 dell'ara volgare. 

Cod. Vat. 8048, f. mod. 23, 119; CoJ. Vat 8049, ^- "*o<^- 5^» 

73i 135» 145- 

Marxki, Papiri, pp. 39, 46. 





2J2 



Gn Tomassetti 



di S- M. in Campo Marzio txtra portam Pincianam - al vkoh 
dclli Porcari ~ Me lo partecipò il eh, signor Leone Nor* 
doni. Non è il solo possesso di questa celebre famiglia io 
quesu pane della campagna romano. Sulla \na Nomenuoa 
ne vedremo un altro. 



Num. II. 
compendi), 
Num. 12. 
Num. 13 



Da un ano di S. Silv. del 1236 (lib. àcì 



Da un atro di S. Silv, del 1350 ^vi). 
Da documento Capitolino (noi- Bem. Ca- 
putgallis, del 147^ riguardante una vigna di S. Agnese affit- 
tata ad un Cola Mansi) comunicatomi dal signor L Nir- 
doni; e dal testamento di Geronima Pierleoni vedoTi 
Cardelli, nell'archivio di S. M, in Campo Marzio, donde 
rilevasi che Ritozza Pierleoni, sua madre, vi possedette 
una vigna confinante colla via publica (Pinciana) e àt 
questo luogo S. Saturninus non doveva distar molto dalle 
mura (i). 

Num. 14. Luogo già ricordato nel clivus Ctuuttiais 
delle fonti cimiteriali. Argiùsco che fosse, come ho accen- 
nato di sopra, derivato da un pinnacolo monumentale, per- 
chè negli atti di S. Silv. del 1312, 1313, 1354 trovo iain- 
dicazione irullum Cocuimrìs e trullo Cocummurio (lib. ^^ 
compendi); ed in un documento Capitolino (not. Caput" 
gallis) del 1476, indicatomi dal signor L. Nardoni, 1** 
trovo segnato turrc Cocumero (è una vendita di vigna d*' 
mon. di S. Agnese ad un Sante Angelucci). 

Num. 15. La Vaìk o lo Falloj è indicato in un docu- 
mento di S. Silv. del 1355 (fase. 23) e in uno del 1588 
(fase. 26)- 

Num. 16. Da un atto di S, Silv. del 1255 (lib. dei 
compendi). 11 fondo relativo confinava per tre lati colU 
via publica, 

Num. 17. Da un atto di S. Silv. del 125 1 O^'O- 



(1) Cf. Cod. Vat. 7951, f. mod. 95 sg. 



^Della Campagna Ternana 



273 



18. Da un atto Capitolino (not. Petrus laco- 
e Caputgallis) del 14^3 favoritomi dal signor L, Nar- 
Doveva essere \ndna all'^mVw*, perchè spettava al- 
iale de' 55. Sanctorum ; e questo fu proprietario fino ai 
giorni della tenuta di ponte Salario* 
fm. 19. Da più atti di S. Silv. Nel più antico, 
i8, sì legge piscina de Io. LavianOj in altro del 11 98 
Ito piscina soltanto, in uno del 12 14 valle de Pi- 
(lib. dei compendi). L'origine aquaria del nome è evi- 



km. 20. In un atto di S. Silv. del 13 12 è scritto 
tota, in uno del 1322 Fanparola, in uno del 1370 
$rola (Inventario di S. Silv. e fase. 23). 
|m. 21. Da documento Capitolino (not. Petrus de 
fallis) del 1455 indicatomi dal signor L. Nardoni. 

conclusione, il suolo Pinciano era nel medio evo 
agnato e solcato da rivi e viottoli vicinali, come 
'dai documenti; e terminava nella gran pianura del 
ialario suWÀnivfie. 
ima di riprendere 1* itinerario dalle due porte Nomen- 

Salaria, per le due vie principali, dirò che i fondi 
m queste vie, i quali appartennero, nel medio evo, 
biesa romana, formavano parte del patrimonium Sa- 
»o Savinense, uno dei cospicui patrimoni, ma meno 
p quello della Tuscia. 

nome classico della regione Sabina dominò adunque 
aminisu-azione della romana curia per tutto il medio 
;). Quali fossero i confini del patrimonio Sabinense, 
£1 raggio delie 50 miglia che io mi propongo d'illu- 

non è facile il definire. Le fonti diplomatiche pon- 



Sì mantenne anche nel secolo xvi nelle amministrazioni reli- 
i un atto del 1585 deirarchivio di S. Silvestro in capite, riguar- 
\ tenuta dì Malpasso presso il ponte Salario, essa è indicata nel 
p Sabirust (Archivio di Stato, Uh. imtrum. 5. Siìv.). 





274 



G. Tomassetti 



tifide antichissime non esprimono gli escremi geografici 
con tale accuratezza, che se ne possa ritrarre molta luce. 
Sembra certo che da questa parte fossero i patrimonia 
suburbani cosi ordinati ; 



pstrìm. 
Ttueiae 






patri m. 
Sabinense 



patrlm. 
Titurtinum 



patiim. 
Labicanense 



Apphie 



I 



Secondo le lettere di Adriano I (i) e il diploma di Lu- 
dovico il Pio, Carlomagno concesse il territorio Sabinense 
a s. Pietro e successori, e pose i limiti fra i Reatini ed i 
Sabini (2). Perciò su questa suddivisione dell'antico terri- 
ritorio Sabino io vorrei appoggiare una congettura, che^ 
cioè, nel noto elenco dei patrimoni ecclesiastici dato n€ 
sinodo Ravennate, dopo il Traiectatium, il Tluatinun 
essendovi la voce titrumqtu che precede il Sabinense^ 
questa potesse piuaosco attribuirsi al medesimo Sabinense^ 
che al Traiectanum, come invece sembrò al Zaccaria. 
Non veggo infatti la ragione per una duplicità del ter- 
ritorio Traiettano, mentre ho ricordato quella del Sabi- 
nense (3). Comunque sia stato diviso, era certamente un 
patrimonio assai ricco nei primi secoli del medio evo; ed 
oltre a numerosi fondi amministrati dalla curia pontificia, 

(i) Cenni, Monum. dom. poni. I, p. ^84. ^H 

(2) Zaccaria, De rebus ad hist. ecd. peri. de. II, p. 152. ^^ 

(3) Il GREGOROVn;5(5/.<ft/?. mi m. e. V, 6, $ i) legge in modo il 
pisso del sinodo Ravennate da intendere compresi i due tcrritorì Tìhur^M 
tinum e Tfuatitmm dentro il Sahimns£. Ma ciò mi sembra improbabilci^l 
si perchè converrebbe leggere Reatinum invece di Theaiinum, giacché 
non poirebbero associarsi Tivoli e Chieti; %\ ancora perchè v' ù di 
mezto il TraiccUinum, Quanto poi alla promiscua intitolazione ch'ebbe 

la Sabina, nelle lettere pontifìcie, à\ pairimonium e Urritorium, notata 
già dal Cenni (1. cii.) dirò che Tuna 6 voce di ordine economico, 
Valtra di ordine geografico ; ma l'associazione geografica essendo la 
base deiramminiscraiionc, deve sempre aversi presente nella interi 



T>ella Campagna /Romana 



275 



a€ conteneva molti di S. Silvestro, di S. Griaco e special- 
mente del famoso cenobio Farfense, le cui memorie ci ser- 
vono di guida in gran parte del nostro viaggio. 

Il suolo attiguo alle due vie principali, nell'età antica, 
fu occupato da suburbatta, luoghi di temporanea dimora, 
in gran parte forniti delle consuete tombe, le cui memorie 
tornarono e tornano alla luce (i). La villa Pain:(i, aggre- 
galo gii di più vigne di privati, che possono vedersi nella 
pm\a del Bufalini, a destra della via Noraentana; le vigne 
a sinistra, gii Capizucchi, Lancellotti, Pitoni, Pasquali, 
tutte scomparse e trasformate ora in moderni caseggiati, 
contenevano ruderi dì portici, di sepolcri, di muri d'ogni 
«ti. Le vigne Accoraraboni,Ercolanied Orsi furono compe- 
nte dal card. Alessandro Albani, e tramutate in quella splenr 
iliJa non meno che deliziosa signoria, eh' è la sua villa, ora 
del principe Torlonia, la sola scampata finora nel rinnova- 
mento generale (2). Ma questo ha servito, in occasione dei 



p^eUzionc del testi. Infatti nello stesso patrimonio Tiburiino abbiamo 
^ Massa Sabìrunsis contenente otto fondi, il cui nome geografìco 
5* oppone aireconomico; ma si spiega facilmente per la vicinanza. 
Coj) iroviamo che sotto Gregorio Magno il territorio CarsioUiano era 
compreso neiramminìstrazione della Sabina, percliè paese confinante; 
®5 non si potrebbe dire altrettanto di Rieti e di Tractto. Cosi pari- 
'^icnti troviamo che nel secondo medio evo, cioè nel secolo xiv, 
Ittando diminuiva grandemente la importanza statistica e polìtica 
^**h regione Sabina, che decade insensibilmente sempre, e cresceva 
** contrario quella della Tuscia, il rettore del patrivionium Tusciac, 
^'*r« il meno lontano ed il più potente, riceveva Tappello quale 
*•■«) Sabifumis (Theiner, Coàcx dipi. Il, p. 94 ed altrove). 

(0 Ad un trar di pietra della porta Noraentana fu scoperta la 
«pidc arcaica pregevolissima di L. Aunlim Hermia ìanius de colle 
^'•■ÙMi/i (C. /. L. I, loii); poco lungi, il cippo importante di Caì- 

pvnia fUas Eborensis (C cit. VI, i.p}4), ov'era In vigna Giani, a 

sinistri. 

(2) Questa ricchissima raccolta di antichità greche e romane ed 

Kocon egizie, quantunque in parte impoverita, alla quale ha recente- 

sente il principe Torlonia aggiunto un museo di gessi, per lo studio 




lavori necessari, a farci conoscere molte particolariU Jel 
suolo antico (i). Di tutte le scoperte avvenute nel primo 
tratto della via Salaria, nel tempo decorso (2) e nell'odierno, 
principale si è quella del mausoleo rotondo di M, hicilius 
Patìtts, di 34 metri di diametro, apparso nella villa Effiont, 

deirarte antica figurata, è stata illustrata in opere numerose del Wiu- 
ckelmann, del Zocga, del Visconti, del Morcelli e di altri archeologi 
Le monografìe speciali, che riguardano la collezione Albani-Torìo- 
nia, sono: 

Venuti Rodulfiko, Marmora Albana sivt in duas inscriptiom^ 
diatorias, etc. conjectunu. Romae, 17^6. 

Marini Gaetano, Jscri-^ioni antichó dille vilU e d^'pala^ Aì^^^t 
raccolte e pubblicaU con noU. Roma, 178$. (Contiene anche le i^cn- 
zìoni delle altre case Albani). 

Anonimo (Fea Carlo), Indicaiìotu antiquaria per la vHìa ai^ 
batta dcìVecc'^' casa Albani, ed. 2*. Roma, 1803. 

BuNSEN in Beschreibuug der Staàt /Ifow. Stuttgart und Tùbiugen, l8ì*' 
III b., p. 4J5 e sgg. 

Morcelli-Fea-Visconti. La villa Albani ora Torlonia itof»*'*' 
ed. 2". Roma, 1869. 

(i) Una via normale alla Koraentana, oltre le tracce dì qucs^ 
è stata scoperta nell'area già Patrìzi (\ot. Scavi 1886, pp. 52 e SJ)' 
Importante vi è stata la scoperta del sepolcro ante-augusifro dei Ra^^* 
(ivi, p. 1)6), dì Z.. Laevius Asiaticus, dei Munatìi, di C. Clodius Di^f 
sius, ecc. (pp. 160, 209 e 255). Altre scoperte ivi registrano le S^^ 
cit. (1887, p. 328). V'erano anche sepolcri cristiani, noti da quaJ^^^ 
tempo (De Rossi, Bull 1868, p. 32), e il cimitero di S. Nicomed^ 
che possedette un hortùellum im via Nomentana secondo gli atti n^ 
Bollandìsti. 

(2) Tra le lapidi esistenti già nella vigna Gangalandi, poi Delli 
Porta, contigua già alla villa Albani, vi è quella proveniente d$ìjoni 
boario (De Rossi, Ara Massima, p. 14). Anche di recente sì è troviti 
vicino alla porca Salaria un' importante lapide di provenienza urbana 
(.Vo/. cit. 1885, p. 476), Nei prati già degli Aotonìani francesi di Vienne, 
contigui anch'essi alla villa Albani, poi vigna Carcano, fu scoperto 
il rilievo dì Euripide, ora nel museo Albani, duivi era U cimitero 
di Massimo ad sanctam Felicitatem , e l'aveva già determinato il 
De Rossi; e le odierne scoperte Thanno confermato. Tra queste v* è 
un dipinto rappresentante S. Felicità coi sette figliuoli (cf. De Rossi, 
BulL iS8s, p. 149). 



*Z)e//a Campagna Romana 



277 



adiranno 1883, dagli archeologi descritto, ma non ancora 
pubblicato con disegni (i). Auguriamoci che sia conser- 
vato per l'avvenire; poiché per TeiA e per la forma esso è 
degno confronto, nella campagna romana, di quelli di Me- 
tella e di Cotta sulla via Appia. Nel coperchio di un sar- 
cofago ritrovato presso il monumento è inciso: 

^ PETRO - LILLVTI PAVLO 

che significa aver questo sarcofago servito di tomba ad 
un ?iclro Paolo Lillnti nel medio evo (2). 

Tra le vie Nomentana e Salaria, in questo primo tronco 
quasi parallele, si estende una valletta profonda, che si può 
limitare, verso Roma, dal cosi detto vicolo Jlberoni^ e verso 
la campagna dal vicolo di S, Apiese, due viottoli che con- 
giungono le due vie da questo punto fino alla valle del- 
l' Anicnc. Nel fondo della valletta corre la così detta mar- 
''ana di 5. Apìcse che sbocca ncW Amene quasi ad eguai 
distanza dai due ponti NomctJtano e Salano, Questa val- 
letta ha pur essa la sua storia : vi si rinvennero vestigia 
^ fortificazioni arcaiche simili a quelle dell'^^^^r^ di Servio 
Tullio, e relitti di terrecotte pure arcaiche (3). Da un 
documento Tiburtino del 982 rilevasi che ebbe nome agcr 
^tlisciy nome arcaico significante palude ed acqua in ge- 



^■(0 Cf. Net. cit. i88>, pp. 189» 225 e 25r. 1886, pp. 54, 209 e 23 j. 
^i si SODO rinvenuti attorno sepolcri numerosi con quasi 200 tra iscri- 
'»ooi e frammenti di eli posteriore all'augustéa, eh' è quella del 
"^ujolco. L'interno dì questo si è trovato scavato, adoperato per 
tómbe cristiane e sconvolto in età moderna. 

(2) Un^uhima notizia epigrafica su cotesto sito, ov'era nel se- 
Cob xvix U vigna Buratti, già dei Gavottì, In un gradino della casa 
Ad giardiniere lesse il p. Lupi un importante frammento relativo al 

ttumonununti {Disserta^, ed. Zaccaria, II, p. 167). 

(j) Le rinvenne il cav. Michele Stef. De Rossi nell'orlo di que- 

yto cratere (vigna Crostarosa). Cf. Bull. Comwialc 188}, p. 256. Era 

dunque un sito fortificato attorno come prossimo tanto alla città, 

luanto a nemici pericolosi neirantichissima età. 




278 



e Tomassciti 



nere (i). Al qual nome fa egregio riscontro Taltro di ad 
caprcam dato allo stesso luogo in una iscrizione cristiana 
relativa al coemeteritim maius^ ch'era costi, e precisamente 
YOstrìanum, presso S. Agnese, decorato della leggenda ubi 
Petrus bapti:^abat, perciò principalissirao nelle tradizioni 
religiose di Roma (2). Altro riscontro rileviamo dalla in- 
titolazione ad nymphas (forse anche lymphas) del suddetto 
cimitero nelle fonti storiche relative (3). 

Sul margine destro di questa valle, doò sulla via No- 
mentana, abbiamo a sinistra la villa già Alberoni, la vigna 
Nataletti, la vigna Casalini e poi le monumentali chiese 
di S. Agnese e S. Costanza; a destra la villa Lucernari, ora 
ridotta a viUi?n, la villa Torlonia (gii in parte Lucernari) 
in questo secolo adornata con opere monumentali dall'ora 
estinto principe D. Alessandro (4), le ville Mirafiori gii 
Lepri, Ferrari e Malatesta, e le vigne Lezzani e De Solis. 



(i) Brczza L. in Bull* del De Rossi 1882, p. 96. 

(2) De Rossi in Bull, Ccmun, 1885, p. 234 e sgg. Questa notizia 
ha servito al De Rossi per abbattere la vecchia opinione, che la pa- 
lude Capredj ove si disse scomparso Romolo, fosse nel campo Marzio 
(presso il Pantheon), e per supporta nella valle dì S. Agnese. Ci sem* 
bra persuasivo il suo ragionamento nel campo letterario, ossia delle 
fonti. Anche la storia, per quanto oscurata dalle leggende, ci può 
far balenare uno scontro fra Sabini e Latini suUa x-ia \omcmana, 
teguUo dalla scomparsa di Romolo e dalla elezione del secondo re 
sabino. Anche la corrì^ipondenza topografica del tempio di Quirino, 
sul colle omonimo, colla via Nomcntana non ci sembra estranea a 
questo fallo. 

(3) De Rossi, Bull. A. CrisL 1876, p. 150; AnuaxsìnM^ Scoptrta 
dilla cripta di s. EmertHiiana, Roma, 1877, p. 11. 

(4) Tra le magnifiche opere dal principe Torlonia fatte eseguire 
nella sua villa Nomentana si veggono 1 due obelischi in onore di suo 
padre D. Giovanni e dì Anna Maria Sforza sua madre, fatti tagliare 
nelle cave di Baiato, trasportare per acqua fino all'Aniene, cioi alla 
prossima riva di Stucopoitore, colPopera del comm. Cìaldi, nel 18)9; 
ed incisevi le iscrizioni geroglifiche detute dal p. UngarclU, fìoal- 
mente innalzati coiropera del Carnevali. Cf. Pignotti Leonini Am- 



^ella Campagna Q^mana 



279 



Sul margine sinistro della valle medesima, cioè sulla 
via Salaria, abbiamo le vigne gii Della Porta e Filoma- 
rino, che fronteggiano la villa già Potenziani ora Telfener. 
Anche in questa parte della via, la contrada è stata ricca. 
di epigrafi sepolcrali, in occasione dei lavori edilizi quivi 
lescguiti (1). Nel primo medio evo fii abitata questa re- 
gione; come rilevasi dalla notizia della basilica di S» Fe- 
gati quivi esistente nel secolo quinto, quando veniva da 
Bonifaao I fomiu di suppellettili, e quindi doveva esser 
Ércquentata (2). 

(Conùnua) 

G. TOMASSETTI. 



I TOKIO, Gli oheUschi eretti nelìa villa sulla via Nomeniana del principe 
\^-AUssanàro Torlonia, Roma» 1842 ; Gasparoni Francesco, Sugli 
pWucH Torlonia nella villa Nomentana, ragionamento slot. -critico, 
Roma, 1842. Una medaglia incisa dal Gìrometti t fregiata di epigrafe 
"Sellala dal p, Marchi è pure monumento di questo fatto, che deliziò 
il popolo romano nell'anno 1840» e forni occasione a poeti, letterati 
* (iucgnatori per farsi onore. Un sonetto del Visconti (Pietro Ercole), 
«uaico del principe, porgeva il confronto degli obelischi egizi in 
Hotna, trofei di battaglie, e questi, simboli d'amor filiale: 

In lei (Roma) d'uo figlio sol l'Amore eguagli 
L'opre di tAnia gloria e tanto impero. 

(l) Cf. BulL Comunale 1886, pp. 5JI, 372 e sgg. Vi si rinvennero le 
nmoric dei liberti degli Appuìei. Cf. Not. Scavi 1885, p. 528; 1886, 
pp. 5641404; 1887, pp. 21, 74, 191, } 28 e sgg. Importante v' è slato 
ii sepolcreto dei curatorts della tribù Follia (BuìL Comwi. 1887, 
p. 187. ecc.). 

Prima dì lasciare questo primo tronco della Salaria ricorderò 
|t|ti studiosi di epigrafìa come da falsa lezione di un epitaffio cristiano 
rfl p. Paoli ricavasse un libro, per dimostrare che quivi era sepolto 
Felice JI papa (che invece stava sulla via Portucnse). Fu un con- 
flitto serio dell'autore col Marini, Tiraboschi e Oderici, che lo con- 
fntarono con ardore superiore al valore della cosa. (Cf. De Rossi, 
jKuript. Christ. 1, p. 177), 

(2) Liber pontificali^, ed. Ducbcsne, in Bonifatio, p. 227-228. 




9 





izùmi etiopiche ed arabe di S, Stefatio dei Mori. 



(lei voi. IX di questo Archìvio il prof. Guidi, publi- 
p due lettere che si riferiscono alla prima stampa del 
fro Testamento in etiopico fatta in Roma nel 1548-49, 
llava Tasfa Sion ed altri abissini che dimorarono nel 
fento di S. Stefano, per cagion loro detto a dei mori » 
p quali si leggono li epitaffi nella chiesa. Di tali cpi- 
parte sono in latino, e questi furono già publicati, 
fsono in geez ed in arabo ancora sconosciuti. Cosi 
parso di fare cosa gradita tanto agli studiosi delle cose 
Itali quanto agli amatori di curiosità romane publi- 
p queste iscrizioni etiopiche ed arabe ancora esistenti 
i Stefano. 

t)a assai tempo la chiesa e il convento di S, Stefano 
\ dai papi concessi agli abissini ; ma intorno alla data 
jiesta concessione, e, quindi, al nome del pontefice da 
b fatta non sono d'accordo coloro che scrivono sul- 
bmento: così TAlfarano dice che Sisto IV (1471-84) 
\b il monastero e lo consegnò agli abissini; e il Piazza 
^t pxc di Rotna, p. 123) che Clemente VII nel 1525 

Esse agU abissini S. Stefano e una casa contigua; e, 
, H. Salt, nel suo l^iaggio in Abissinia (II, p, 274, n.), 
pe la fondazione del convento per gli abissini in Roma 
f avvenuta al tempo del viaggio in Europa di Zaga-Zabo, 




282 



F. Gallina 



che pani dall*Abissinia con D. Roderigo de Lima e con 
TAlvarez nel 152^; ma nessuna prova è recata a sostegno 
di queste affermazioni. 

Opinione più comune è che Tedifìcatore deirospizio 
per gli abissini sia stato Alessandro IH; e cosi scrivono 
TAlveri (^Roma in ogni stato), il Nibby {Roma nel TS}Sf 
p. 726)» e il Forcella nelle brevi notizie sulla chiesa di S, Ste- 
fano che precedono le iscrizioni (VI, p. 307), e ultima- 
mente anche rArmeUiiii {Chiese di Roma, p. 622). E questa 
ipotesi fu fatta la prima volta dal Baronie quando pu- 
blicò (ex Sogerii Amiaìibus Angìicanis) la lettera di Ales- 
sandro III: « Charissimo in Christo filio illustri et magni- 
ti fico Indorura regi sacerdoium sanctissimo.,,. ecc.». Ma il 
Ludolf che si occupa di tale questione, tiinto nella Historia 
(lib. Ili, e. 9), quanto nel Contentano (ad lib. III, n. 96), 
dice che il Baronie è in errore quando crede la lettera di 
Alessandro III diretta al Prete Janni; e asserisce che il 
tenore della lettera stessa nulla contiene circa la chiesa e 
il convento di S. Stefano, (i) 

Più recentemente TAsseraani, in una importante disser- 
tazione publìcata dal Mai nella Scriptomtn vetcrum nova 
collectio^ V, riporta l'opinione del Baronio, ma crede o più 
« verisimile che i monaci abissini non afabiano ottenuta la 
e chiesa di S. Stefano che da Eugenio IV, dopo il concilio 
« Fiorentino, a cui vennero da Gerusalemme e dall' Egitto 

« molti monaci abissini e copti 0, e allo stesso 

papa Eugenio IV aveva già attribuita tale concessione il 
Panciroli nei Tesori nascosti, p. 546. Il Bruce e il Salt più 
sopra citato scrivono che, per volontà del re Zara-Ja'qob, 
Nicodcmo, superiore del convento abissino di Gerusa- 



(i) Anzi R. Basset negli Etudcs sur rhistoirt à*Ethiopu (Parigi, 
1S83) scrive : n . . . questo documento ò probabilmente apocrifo, come 
«l'ha dimostrato lo Zarn'CKE » (Commaitath de epistola Alexaniri 
paptH Iti, ecc.; Lipsiae, 187$)- 



Varietà 



283 



kmme, mandò l'abate Andrea ed altri religiosi al concilio 
dì Firenze, e il Bruca (i) aggiunge (TI, p. 73) che Zara- 
Ja*qob ottenne il consenso del papa per stabilire a Roma 
un convento di abissini. Ma qualunque parte abbia avuta 
in ciò Zara-Ja*qob (del quale il Ludolf dice: « ab Ecclesia 
• Romana alienum fuisse » (2), è certo che gli abissini ven- 
nero al concilio; e se n' ha memoria, oltre che negli atti 
del concilio, nei versi che si leggono sulle porte della 
basilica di S. Pietro fatte da Eugenio IV, e in un quadro 
del Valicano, nel quale Gregorio, l'amico del Ludolf, a po- 
tpulares suos agnoverat ». 

Ora se anche ¥ ipotesi del Baronio è da escludersi 
(come pare veramente) essendo poco fondata, invece si 
hanno prove della dimora di abissini a S. Stefano non 
niolto tempo dopo il concilio di Firenze, cosi che sembra 
ngionevole ritenere che, nell'occasione della venuta degli 
abissini al conciUo, fosse da Eugenio IV il monastero di 
S. Stefano destinato per sede agli abissini stessi. 

Dice il Gibbon : « Circondati da nemici della loro reli- 
» gione, gli Etiopi stettero circa un millennio dimentichi 
■ del resto del mondo, dal quale essi stessi erano dimen- 
** ticati « ; ma la venuta di religiosi abissini al conciUo Fio- 
rentino e le relazioni che i Portoghesi strinsero con TEtiopia 
wniirono a stabilire continue comunicazioni fra V Europa 
e<)uestounico Stato cristiano d'Africa. Poi fu intrapresa la 
conversione dell'Abissinia dalla eresia monofisita alla fede 
citiolici : cosi dal principio del xv[ secolo si mantennero 
i monaci abissini (ricevendo anche gli alimenti dal pilazzo 
ApostoUco) nel convento di S. Stefano sino verso la fine 
Jà secolo XVII. 

(1) È noto che il Bruce inseri nella narrazione del suo viaggio 
glianoalt d'Abissinìa tratti da un testo ge'e?:. 

(2) Del resto per ciò che riguarda Zara-Ja'qob e i suoi istituti 
Jesiastict vedi Dillmann, Uthcr die Regitrung, tic. da Kònigs Zar^a- 




284 



F, Gallina 



Poi, essendo moni quelli che vi erano, e non vcnen- 
dovene altri (i), fu la clùesa data in cura a D. Matteo 
Naironi maronita. Nel 1705, da Clemente XI fu facto cap- 
pellano e rettore perpetuo di S. Stefano l'abate Campana, 
il quale mori nel 1729 lasciando la carica all'Em. .\nsidei, 
già destinatogli a coadiutore con futura successiom fin 
dal 1724. Frattanto, dice l'Assemani nella Controversia 
coptica già citata, copti ed abissini (chiamati a Roma 
dalla Congregazione di Propaganda Fide) domandavano 
di esser reintegrali nel possesso della loro chiesa : e mono 
nel 1730 l'Ansidei, l'ottennero. Clemente XII confermò la 
concessione del monastero e gli alimenti, e con breve del 
15 gennaio 173 1 stabìH che gli abissini di S. Steflmo di- 
pendessero in perpetuo dalla S. Congregazione di Propa- 
ganda Fide, e deputò a rettore ed amministratore del con- 
vento l'Assemani. Nel 1732 altri copti giungevano a Roma 
e nel 1807 vi arrivava Giorgio Galabbada, che fii l'ultimo 
ospite di S. Stefano, e vi mori. 

In breve: gli abissini, ricevuta, assai probabilmente da 
Eugenio IV\ la chiesa di S. Stefano col convento, vi stet- 
tero per circa due secoli ; e in loro mancanza la chiesa fu 
data ad altri, fino a che, nel 1730, ne furono gli abissini, 
insieme coi copti, reintegrati in possesso. 

Sarebbe certo importante publicare tutte le notizie che 
si possano raccogliere intorno ai religiosi abissini e copti 
che furono a Roma, e le memorie che di loro rimangono; 
al quale scopo gioverebbero le postille che si leggono nei 



(i) n LuDOLP nel Coment, che fu publìcato nel 1691, dice della 
chiesa: « Hoc tempore alii clerici eam possidente ex quo nulli Habes- 
« sini araplius Romam veneruntn. 

Gli Etiopi che giungevano a Roma venivano spesso da Gerusa- 
Icramc; tuttavia a lasciare senza ospiti il convento di Roma influì 
certo anche questo: che l'impresa della conversione degli Etiopi 
era fallita proprio quando, sul finire del regno di Susncjos, sembrava 
compiuta. 



Varietà 285 

L Edop. della Vaticana; ma mi limito per ora, come 
letto, a publicare le iscrizioni etiopiche ed arabe di 
tefano. Le più antiche sono le etiopiche; le arabe sono 
nente del secolo scorso, perchè, come è detto più sopra, 
allora dimorarono nel monastero dei copti (i); una 
iscrizione ha una riga di copto. 
^ iscrizioni etiopiche contengono qualche errore, ma 
[umerose sono le inesattezze di scrittura, assai frequenti 
uss. Etiopici (2), e derivate dalla pronuncia del tempo, 
i sarebbero : 

a) lo scambio delle vocali l ed a; ad esempio: Tiscri- 
! I ha ''m per 'ama, e subito dopo ha mahrat per m'hrat; 
ic iscrizioni II e III hanno entrambe :^'karwó per :(^k'rwd ; 

V) Io scambio delle gutturali h, beh; per esempio: 
tf per warha (iscrizione III) e habta per habta (iscri- 
!lV); " 

c) lo scambio di s con s: nahsi per nahas? (iscri- 

d) lo scambio di i ed m: :^ahana per :^amana (iscri- 

jIII). 

icco ora, nella seguente pagina, la più antica delle 

ioni. 



) Tuttavia anteriore a questo tempo è T iscrizione latina dì 
« Franciscus Aiferìa, fìlìus prìncipìs Libiae », morto nel 1626. 
D riportata daìl'Alveri e dal Gualdi, e da questo la tolse il For- 

t Nel cod. Et ms. GLI del British Museum, uno dei monaci di 
fimo, Habta Maryam, di cui si parla più sotto, dà chiare prove 
icarse nozioni di ortografìa che egli possedeva. 



kckiriò della R, SocMà romana di storia patria. Voi, XI. 



2S6 F. Gallina 



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Varietà 



287 



i è sepolto Tasfi Sion etiope [sacrifizio 

le: ricordatelo nelle vostre preghiere e nel vostro santo 
Cristo e per la Madre di Gesù - Amen. 
ili 18 di nahase {agosto) nell'anno di grazia 1550 (i). 

Tasfa-Sion era monaco deirordine di Takia Hàimànót, 
^ senza dubbio, il più distinto di quanti abissini dimo- 
io a Roma, Di lui conservano memoria alcuni codici 
pici Vaticani; nel codice XXIX, per esempio, si paria 
ina specie di sinodo faito dai monaci di S. Stefano 
i regole interne del convento; Tasfa-Sion, che vi prese 
C, è chiamato niam'h'r 'abà Tasfà S'yón, 
paolo Giovio (il quale, come è noto, da lui (2) ebbe 
btizie intomo all'Abissinia che egli pose nel lib. XVIII 
l sua storia) lo chiama: « huomo d*honorato et illu- 
de ingegno e dì lui dice che: « possedendo molte 
igue, Fendutosi .frate, in Roma imparò benissimo la 



) "Nel computo degli anni dalla nascita di Cristo, gli abissini si 
IO in riurdo di circa sette anni dal computo nostro. Ma chi 
e l*epigrafe etiopica di Tasfa Sion adottò il millesimo della iscri- 
ilatina (MDL); e forse volle anche adottarne la data del mese, 
,28 di agosto, ma per errore scrisse invece iR. Suppongo que- 
trchè il 18 di nahase non corrispondeva punto ai 28 di agosto 
tlendario Giuliano. 

bi non sari inopportuna una breve noiÌ7Ìa sul calendario etiopico : 
lo etiopico consta di dodici mesi, di trenta giorni ciascuno, e dì 
fcdicesimo mese detto PSgtuinin, cioi* a'^puntOf il quale ha sei 
[ neiranno bisestile, che porta il nome di « anno di S. Luca », 
pe giorni nei tre anni successivi, che portano i nomi degli altri tre 
(elisti Nel secolo presente Tanno etiopico comincia il io settem- 
d nostro calendario; ma Tanno che segue a quello di S. Luca 
KÌa Tji settembre, perchi',come s'ò detto, nclTanno di S. Luca 
pe P3<^uemin ha sci giorni. 
£d anche dal comentario che P. Alvaro lasciò scritto del suo 



L' 



288 F. Galliua 



« lingua nostra, e ad alcuni uomini curiosi insegnava 
« l'abissina ». 

Probabilmente egli ebbe parte nel tentativo di con- 
versione della sua patria, se, come credo, è di lui che parla 
il Salt dove dice che « le istanze di un degnissimo prete 
« abissino, chiamato Pietro, condussero Ignazio, il fonda- 
« tore della C. di G., ad intraprendere la conversione del- 
« TAbissinia » (II, p. 276); anche lo Harris ac- 
cenna, senza farne il nome, ad un abissino che in Roma 
ispirò al Loyola l'idea della conversione dell'Abissinia. Ma 
il maggior titolo ch'egli ebbe ad esser rammentato dai 
posteri fu la stampa da lui fatta del Nuovo Testamento 
in etiopico, che non dovette essere facile lavoro: le dif- 
ficoltà che bisognò vincere sono adombrate nelle parole 
che stanno in capo al libro, e che il Ludolf riporta: 

« O padri miei, o fratelli mìei, non vogliate male in- 
« terpretare gli errori di questa (edizione): poiché coloro 
« che la stamparono non sapevan leggere; e noi non 
« sapevamo stampare : cosi che essi aiutaron noi, e noi 
« aiutammo loro come il cieco aiuta il cieco. Perciò per- 
« donateceli ...... 

E ne pure fu fatica sterile, poiché, dice Paolo Giovio, 
gli abissini, che per divozione venivano da Gerusalemme 
a Roma, solevano i libri della S. Scrittura stampati in 
Roma « per un gran miracolo portare a casa loro». Certo, 
come dice la iscrizione latina, avrebbe Tasfa-Sion fatto più 
cose, se non glielo togheva la morte che lo colse all'età di 
soli quarantadue anni. 

Dopo riscrizione di Tasfà-Sion, per ordine di tempo, 
vengono due iscrizioni del 1599 (i). 



(i) L* iscrizione di « Pater frater Marcus aetiops », morto nel 1582, 
è solo latina. Essa fu già stampata dairAlverì e dal Forcella. 




A i . i* f^ » r ft *" 
^T'i <»^ un «»7r<# 

atelo nelle vostre preghiere 
[rini - qui è se 

padre Ja'qob 

'de! padre nostro Eustazio (monaco dell* ordine di Eti- 
ano 1599 [stadio) 

nascita di Cristo 
i in Marco .... 

on saprei spiegare le ultime parole di questa iscrizione 
D come facenti parte di una frase simile a quella che 
fge nella iscrizione seguente; e tuttavia la lapide non 
ra di essere stata rotta. 

fn Qasis Ja*qób, che è probabilmente colui che è no- 
to in questa epigrafe, è ricordaio in postille dei codd. 
"atic. V, VII, XXIV e XXXVL 

l I. Per ^JtTwO 5, Per yOstaty^s 7. Per *amfbS 




290 



F. Gallina 



In questa iscrizione, e nella seguente, sono nominati i 
due principali ordini monastici di Abissini!, cioè quello 
di Takla Hairaanót e quello di Eustazio, 

III. 

n )i5^M ti "iim + f^ 

Ricordatelo o frateUi nostri pellegrini 

qui è sepolto Zaccaria erio 

pe del paese di Dawaro 

figlio del nostro padre Talda Hàirnanót 

nell'anno di grazia 1599 

dalla nascita di Cristo 

fino a che mori nel lerapo di Marco (nciraittw di S. Marco) 

evangelista nel mese di maggabit (iimr^o). 

ni. I. i. Per ;»Jhrti^ 2. Per ^kàfyés 6. Per *mtdaU 7. 1»- 
^«MiMa miir^ds & Per ha^varha mag^abli 



m 



Varietà 



291 



IV. 



hA : yf <^t* t 'H e ti^ .4 ^. > "? TX r<. A 



Ay^P 5 ^ 



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n C f» : yi r -.X n : '% C -^ C T- >> : MAff ■ 
a» A 0;* -nf. «^C ;• fo.ffP^/:> 



^ ^'i •^ h : >» *7 /t ;> >. 



Padre Takla Hàyraànót di Dabra Dima pellegrino di Ge- 

c uopo di essa venne a Roma per [riisalemme 

^^«are S. Pietro e Paolo 

e morì il 1 2 di maskarram (set(cmbre) 

< ^ abbiamo sepolto qui Oioi) padre Gregorio di Layad 

*: padre Habta Màryam di Dabra Gj.iba'e 

Cf) padre .Antonio di Taqusa» 

v^atelli nostri pellegrini, se 

verrete dopo dì noi 

ncordatelo nelle vostre preghiere 

•luesio monaco dabbene. 

1649 
i^h nascita 

di Cristo Signor nostro 
Amen. 





2^2 



F, Gallina 



Questa iscrizione ha il pregio di recare i nocni di alcuni 
abissini conosciuti dal Ludolf quando fu a Roma nel 1^49. 

Il P. Gregorio di questa iscrizione e quello con cui 
il Ludolf strinse amicizia, che andò poi a trovarlo in 
Germania, e del cui aiuto egli si giovò per scrivere la 
sua Hisloria, i:cc.y sono assai probabilmente la stessa per- 
sona, benché nella iscrizione sia detto ;;rf Layad, e nel 
Ludolf invece: ''mb^ta 'amharà 'mmakàna fldsf. 

Del P. Antonio di Taqusa dice il Ludolf: e Antonius 
« d'Andrade, patre Lusitano et matre Habessìna, Takuessac 
« in Dembea nutus .,..». 

Il P. Habta Mar\'àm pure e ricordato dal Ludolf; e 
copiato da lui è il cod. Et. ms. GLI del British Museum. 

V. 
D r f 1: :ntf^.7ì>f t Ut^C^ t? VS ìt CD 

tt^tir^-XA nero + n fì<^ in ^f>rfn o^-- 
P*P Hrwz <Ft A (J»-i®ó/\ CD civn 

V, I. 2. L'iscrizione precedente lia ^abS'ì 2. L* iscrixìone prece- 
Uente ha dakra dima 1 1. Per fr 



Varietà 293 

o ricordiamo noi padre Habta Miryam di Dabra 
>à*è e padre Takla Hàymanat di Dabra Dima 
ìgrini, che per questa chiesa la quale 
liedero i papi antichi quando la trovammo 
ista e rovinosa ci siamo adoperati molto per essa 
abbiamo restaurata col nostro denaro, che è circa la 

[somma di 400 

piastre. Non crediate, fratelli nostri, che abbiamo 

[fatto (cù5) 
gloriarci ma perchè ci ricordiate nelle vostre preghiere, 
anno 1^38 dalla nascita di Cristo 
lor nostro, a lui gloria. Sepoltura di P. Habta 
yàm la cui morte fu il 14 del mese di Ter {gennaio) 
anno 1^54 di Nostro Signore. 

\^engono ora alcune iscrizioni arabe. La prima riga 

1 iscrizione VII è scritta in copto. 

VI. 

Hadà 4arih gàd yù'dsaf min madinei girgt 
«to è il sepolcro di Gad Joasaf della città di Girge. 

VII. 

Makarios pkigdmanos (i) ou pimonachós agibthios 

ano egumeno e monaco egizio. 

\ass tnaqdryùs ra'is dir 'as-saydah 'aUmuhanna 
rryat sihat 'elladifimà ha'd 
r^ dir mar 'tstafànUs 
mihannà bidet 'al-habas xvaqad 
jyaba fi yóm 27 fi sahr ti'srin 'at-tànì 
— 1740 — (2) 

I) ne. 

a) n Forcella legge la data della iscrizione latina cosi : MDCCXI. 



294 ^ Gallina 



Prete Macario superiore del convento della Vergine, detto 
«e del deserto di Sceti » il quale di poi 
divenne superiore del convento dì S. Stefano 
detto a convento degli Abissini ». Ed egli 
mori il di 27 del mese di novembre 
— 1740 — 

Questo P. Macario (chiamato dall' Assemani Macario 
Asmalìa) è uno dei due monaci copti che nel febbraio 1730 
furono introdotti nel monastero di S. Stefano. L'iscrizione 
latina dice che egli mori in età di anni CVII e mesi vn. 

Vili. 

'ahùnà *al-qass yùhamtà 'al-habàsy ràheb mar 'antdnyòs min 

[madinti dànbyat min mtidun 'al-habas 

'atà 'ila nlmyat fi 'Uyòm ^ar-ràb" min sahr tisrin \awwal IJ49 

[wa'aqàma bihadà 'al-maball xvàhad 

watalatin sanai wasàhrain watanayyaba fi'lyóm 'at-tslai 'osar 

[min sahr hànùn 'axmval 
ijSo wakàn lahu min 'aWomr talàtat wa sititn sanai hakadà 

[kaiaba billatini 
' al-munsinyìlr 'asiafànùs Bor^a kàiim maqma'^ "uitisar 'l'iman 

[Imnqaddas, 

Padre Giovanni abissino monaco di S. Antonio del paese 

[di Denba (tino) fra i paesi d*Abissinia 

venne a Roma il di quattro del mese di ottobre 1749 e 

[stette in questo luogo 
trentun anni e due mesi, e mori il di 13 del mese di di- 

[cembre 
1780. Ed aveva Tctà di 76 anni. Cosi ha scritto in latino (i). 
mons. Stefano Borgia segretario della Gong, di Prop, Fide. 

VIII, 1. 5, Probabilmente per kstih' asrJr. L'iscrizione latina ha: a 
secretis. 

(i) Questa iscrizione ò preceduta da quella latina già publicata 
dal Forcella. 



Varietà 295 

)rgio Galabbada, morto nel 1845, non ha epitaffio 
pico: non essendoselo preparato da se stesso quando 
, non ebbe poi alcuno che glielo scrivesse. L' iscri- 
atina si legge, come le altre, nel tomo VI del For- 

F. Gallina. 



2^6 j:£ £z«7io, % %enier 



^^Li^ione iteJit^ salt^z morte del duca di Gandia, 



ISorcXdCiO Jtwenu^? m Roma neUi notte dal 14 al 
i ; g:u:no r497 tni?n;ss£o'iò viridemente tutti i contem- 
poraneL Sì zrxm^x icLi mone di un personaggio rag- 
ijuirievole, i: uno dei i^l iì papa Alessandro VI, Gio- 
vaan: i-ca i: Goniìa, e il ieììcw en stato perpetrato con 
tanta c:rco-?rez:otie e ranro mistero che ben presto si sup- 
pose dovesse esservì soro un aarefaco borgiano nefando. 
La voce che i-zzo'.'^x^x Cesare Bor^-a, prima buccinata in 
sv^reco, '2.:i rariò xi essere rferia come cosa certa dagli 
am?ascia:on e cuiaii. aiermira da: migliori storici, passò 
in ^ìuJ:c-i:o (:)- 

Parecchie >.jnD le riìr^oni che oùlrrano a favore di 
.|;uv»:i N.::^:v>'.r;-''ze iÌTer.uri i5err^ir!o*^^ recisa; poten- 
u^-..'-Us- :V.i S"->'- -^ ziiuri ij-L'-:cr-v\ \x <\ix sfrenata am- 
:» .u'MvN ' vr^u^^-:> -he i lui ver.ivi calla uiorte del fra- 
u'v» p: .'.K»^;.''.v.:o, \\ cc":c™.o iel 7,:?^. che uopo essersi 

^iV V ■. vU--. ox.'\ :v>. _-■■.-.: ; .'.--n^, V", i-.--;. A:.v:s:, iU- 

., ^ .; -; .\."n^,ij: '.rr.z' x, :^~^, rr- j^-,;. Il G'.RALDI 

i . ii.« .• Xi .»<i;t-:nj;c:si il =--vir; i: •-ili. ;>.; iscc.rorcco Cesare 

I, i u »v».. i u,^ t Ov»:\^ cernii cc-'i nrvclla :j' i^lli IX csciÌ!; «itigli 

v.ìi ' ..v: ;n.:iì^* >ott^ :ì-ì: -:t.: -1 r^r;.:";; £ i. t-0£:hi, ì 

..''..* v^.'aì .'.e::-' i. T. — :-'-■:. >c-,- c^ si --eli li Vi- 

i ' ! .1 m.'l'a >x"i;". C--.1 5 -1 ;*"_-;. t :. "C ^.^«1- un. orri- 

.■ w,i ».u>, i»v'-\'^ vho iv^r.i: :.;;"ì^ ^-i :-i:;ll.'. i rirencoi;!! 

1 . . ^^ ■,■ i" '^•i•»^'■^ '•". \: \i^t.iìi -jr. — i^r-r >tiz:i, che 

. ;.. l >\iK»iuv» J.'. l'.v.irì," sìzz-'lirr::-;.:::^. i^U. L=5>i=:e con 

1 . .'.,» lu kK 1..1. U» t^li-t-v^"-" c--iil=:c=:£ 1 r^r^ì j. C:r. D*As- 

X ,- .^ .. \ . .',",' a»;-, ti. ;:-3. 



Varietà 297 

ìulle prime scalmanato a cercare il reo, finiva col sep- 
ire la cosa nel più tenebroso silenzio. 
Ma se queste ed altre ragioni sono forti, indubitato è 
tra parte che a quanti si trovavano in Roma all'epoca 

triste fatto non venne dapprima alcun sospetto del 
ricidio. 

Noi possediamo relazioni sincrone, estese e per ogni 
etto attendibili, quella lunga e piena di particolari che 
si prezioso diario borgiano di Giovanni Burcardo (i); 
Ila che il residente veneto scrisse il 17 giugno alla Si- 
ria di Venezia, che venne riferita dal Malipiero (2) e 

qualche variante dal Sanudo (3) ; una lettera latina del 
giugno, parimenti recata dal Sanudo (4); il rapporto 

17 giugno con cui Alessandro Bracci, ambasciatore 
entino, informava il suo governo delFaccaduto (5); la 
M^ infine che il cardinale Ascanio Sforza scriveva il 
giugno al fratello Ludovico il Moro (6). In nessuna 
ali relazioni è pure un motto che si riferisca a Cesare, 
diverso è il risultato se consultiamo le cronache del 
pò, la napolitana, la leccese, la ferrarese, la fiorentina 

Cambi, la modenese del Lancellotti (7). Eppure in 
i è desiderio sommo di scoprire il reo, e varie e di- 
tli supposizioni si fanno. I primi sospetti si aggii*arono 
uno agli Orsini e al cardinale Ascanio Sforza (8): 
isandro VI rassicurò quest'ultimo, che si era con ra- 



1) Jobannis Burcharài iDiarittm, ed. Thuasne, voi. II ; Parigi, 

W PP. 387-90- 

a) Annali vmetiy in Arch, stor, itaì. VII, i, 489-91. 

3) Diarii, I, 658-60. 

4) Diarii, I, 657-58. 

5) Documento edito dal Thuaskeìii Diarium Burcharài, 11,669-70. 

6) La trasse dallo archivio di Modena il Gregorovius, VII, 

XL 

7) Al VISI, op. cit., p. 34 n. 

8) Sakudo, I, 652. 



298 ci Lu^io, -7(. Q(enier 

gione impaurito (i), nu trasse in sonito profitto da quelle 
dicerie per la sua polirica contro ^ Orsini (2). Più te- 
nace fii la voce che accusava Giovanni Sfbm ài Pesaro, 
r infelice marito di Lucrezia, che in quel medesimo anno 
1497 doveva veder sdolro fl suo infausto matrimonio. La 
lettera riferita dal Mairpiero reca : e Si dice che M signcM* 
« Giovanni Sforza, signor di Pesaro, ha &tto questo ef- 
« teno, perchè il duca usava con la sorela, sua consorte, 
e la qua! è fiola de! papa, ma d'un'altra donna a. Qui 
vediamo già formarsi quella leggenda degli amori ince- 
stuosi di Lucrezia coi fratelli, che trovò p<M nel Matanzzo 
il più grosscKano interprete (5). Secondo il Matanzzo, lo 
assassinio viene commes:so in casa di una meretrice per 
mano d: Giovarmi Sforza e de' suoi seguaci (4). Xè a 
queste sole persone si fermavano i sospetn. V era chi ti- 
rava in mezzo i! conte Antonio Maria de'.Ia Mirandola, 
perchè il duci, che corteggiava una figlia di lui, era stato 
ucciso zion molro discosto dalla casa sr^ii (5), e v' era chi 
se ticiM cir.co al principe ài S^uillice e persino al duca 
d'Urrino (f). Xon uno pensava al Valennno. 

S- wUil: rrrve i: fin."* rir-^s^ 'i terr]?:!^ ucusa di fra- 
ricìi:: '.ir.ciizi c:*nr^ i: !u ? DVnie n:o>>£ cuella per- 



^" v j - >»- ;. ^^t^"'' ■",; ~J~i ìT""^ " "^■' " ■''** " ^"^ " ^'^ ■"*- 



Varietà 



299 



suasione che fu tanto potente da indurre sette anni dopo 
i giudici del famigerato Micheletto, sicario di Cesare, a 
chiedergli conto, tra gli altri assassini, anche di quello del 
duca di G.india? (i) Da dove nacque quella diceria che 
divenne cosi presto storia e romanzo ? (2) Il Gregorovius, 
che è pur cosi alieno dalla leggenda borgiana, è costretto 
a dire: n Stando all'opinione universale di quel tempo, e 
«tenendo conto di tutte le ragioni di probabiliti, Cesare 
« fu Tassassino di suo fratello » (3), L*opinione, osserve- 
remo noi, divenne universale soltanto parecchi anni dopo 
la uccisione del duca; le ragioni di probahilitA vi furono 
e vi sono; raa badiamo bene che esse indussero troppe 
volle in errore e che i Borgia ebbero sempre giudici poco 
sereni. Disperando oramai di trovare la prova, noi cre- 
diamo che il processo indiziario vada rifatto. 

A questo scopo tornerà forse non inutile un'altra rela- 
zione sincrona, sino a qui rimasta inedita, che concorda 
'n quasi tutto con quelle sopra citate, si nella esposizione 
Jel fatto, si nel riferimento delle dicerie che corsero in- 
corno al suo autore. È tratta dall'archivio Gonzaga di 
Mantova ed è scritta al marchese Francesco dairoratore 

Ì Potevano a Roma. La conobbe il Gregorovius e ne recò 
(') Secondo un dispaccio del Giusùnìan del ;i maggio 1504. 
^ Gregorovius. Vili, 54. 

(2) Curiosissima 6 U narrazione romanzesca che dà dtl fatto una 

^^ ^s. di Alessandro V! citata dal Leti, VÌIa di Osare Borgia^ 

Milano, 185;. pp. 198-200 n. Quivi Cesare e Giovanni cenano col 

*"^ presso Vannozza, Poi Alessandro viene accompagnato alla 

*tan«a e i due fratelli escono. Avviatisi verso ponte S. Angelo, 

^ f* loro incontro un frate che chiede Telemosina, a cui Cesare fa 

^ che il compagno è il fratel suo, e allora il frate gli salta al 

Ho» lo strorxa, lo spoglia e lo getta nel vicino Tevere. - La fonte 

«Uc più torbide, ma qualunque sia il tempo in che fu inventata 

uU storiella, attesta il lavorio della leggenda. 

(j) Lucrerà, p. 101. 




.appena un passo ndh Storta £ Roma (i), designando 
Fautore col solo prenome <fi Job. Carolus. Era questi Gian 
Carlo Scakma, ambasciatore a Roma dal 1495 al 1497» 
adc^petato poi dal Marchese in abre importanti missioni 
all'estero, e in uffici primari ndDTamministrazione intema. 
Lo Scalona, ne' molti dispacri die di lui d conservano, 
d a{^>are un osservatore acuto, fffligcnte, impattale ; e la 
sua parola ha perdo del val<xe and^e in una Eiccenda te- 
nebrosa, come questa, ndla quale è a desiderare che ven- 
gano poste aUa luce tutte le tesdmonianic genuine e di- 
rette, 

A. Lezio, 
ti. Resoer. 



nUno et Exjno s^nor asào. Mcram p. p. circa le xx bore paid- 
rooo dì pallaio H Rjm moosignoti canfinali de Vakma, Borg^ et 
docha de Gandia» et andoreno de compagnia a cesare ad una vigna 
de M* Vanoza, inatre del prefitto carenale de Valcnxa et dacha. 
Doppo cena sol tardo et qoasì nocte. Tenero in Roma, e gìooti presso 
Ponte S. Ai^do il docha solo prese Gcentìa da li cardinali excn- 
sandose haver or<&>c in certo loco dare havea andar solo. Li car- 
dÌDJii fecero tato il possìbile per non lassarlo andar solo et sìmllìter 
fecero prova alcuni suoi scrriiorì, onde che non fiie remedìo che *I 
volesse compagiùa. Cusà partito, chtamoe un suo staffiero coman- 
dandoli che andasse a la camera sua a pallazo a tuor certe sue ar- 
matore da Docte, cum le i^uali harcsse a venire ad aspcctarìo in 
piaza Jodea. stanerò come obediente partì ad exequire la commis- 
sione del duchi, et in lo andar a paKaxo lue asalìto, et datoli al- 
cune puncte cum nullo male perchè era forte. Non stette per questo 
che *1 stanerò rìtomoc al luoco ordinato cum le armature ordinate, 
e staitovi per un pczo non vedendo il patrone tomosenc a casa, pen- 
sando che *1 duchi, corno era qualche voki suo costume, fiisse re- 
stato a dormire in casa de qualche donna de respecto. Doppo che ^1 
ducha ebbe parlato a questo suo statHero, tue visto salirli un in croppa, 
che era a cavallo a muUa, et questo tale era ìncapurato negro, per 
il che se presume che 'l fusse un ordine dato per trapoiaiio come 

(0 VU, pp. 46 j e 466 n. 



Varietà 



301 



facto. Li cardinali stettero più volte ad aspectarlo al ponte, 
havea il ducha proniisso de ritornare, et vedendo che *1 non 
area, cum qualche anxicii et dubio de mente andoreno a pallazo ; 
i la cosa per tuto hcri fìn a le xx hore stette cussi sopita, persua- 
de ogniuno che '1 fusse restato in qualche loco ìn aptacere. A le 
Dre il papa domanda instantemcnte d'esso ducha et manda a le 
lere sue a sapere che è de lui. Alcuni suoi compagni hominì da 
to che erano in diete camere non sripeano che respondere, et 
Dati dal papa duhitoreno andare, Unde che Sua Beatitudine 
oe per Valenza et per Borgia, ìnterogandoli cum grandi pro- 
che lì dicessero che era del ducha. Essi apertamente li dis- 
f il tuto come scrìvo: hoc audito il papa volsi intendere se l'era 
lo o non; che se era morto, disse sapeva Torigìne et la causa. 
p non sapéro dire altro, se non quello haveano visto et intieso 
Ifuffiero chc.fue mandato dal ducha a pigliare Tarmaiura da 
e. — Hoggì, facto giorno, che la noctc passata non se era facto 
I che tramar per ogni via per haverne spia, se intesi per rcla- 
I de un schiavone marinaro che era cum lo navilio suo a la 
Fdcl Populo, non troppo distante da la porta del Populo, et era 
p per dormire, che '1 mcrcori circa le quatro hore de noctc per 
marte de la cave dove era vide proximarse a la ripa un homo 
lediocre statura a cavallo ad un cavallo liardo, che havea in 
pa una cosa in forma de uno grande fardello, et che sentite 
Irandc strepito de strapozare ne Tacqua, e intese dire ad una 
t formalmente: k creditu che *1 sìa andato a iondo? » et quello 
tiespondere: a signor si j>. Cussi il papa questa mane fin a le xvin 
^ é facto pescatore del tiglio ; che a tal hora t sta* ritrovato ìn- 
IJK in un saco cum la gola tagliata et li brazi et cosse ferite in 
Ideiti mortalmente. È gitato in lo luoco dove se gitano lì letami 
ima, da quello canto. 

ìe fanno vari) comcnti sopra questo caso ad ogni modo do- 
0; chi imputa siano stati Viterbesi per queste seditione loro, che 
ro forsi pare de patire per poca provisione o culpa del ponte- 
lalcuni danno colpa che per essere questi signori alquanto di- 
lla Docte in voler femine de Romani non sia stato conducto a 
ppola da qualchuno iniuriato ne rhonore; chi la dice ad un 
0» chi ad un altro. 

Wr quanto io habia potuto investigare da persone di qualche 
Ro in casa d'esso ducha et de Valenza, la cosa, se non è facta, 
ita fare o consultata cura persone che ha denti longì; e questo 
lo non se fa sen;ca fundamento et qualche colore. Doppo che 
Kiio è convaliuto, sono pur stati alcuni termini fra questi signori, 

jMrrAn'A) delia R» Società romana di gloria patrta. Voi. XI. ai 




302 



Q/t Lu^io, 7^. l{ctti'er 






maxime Valenza et ducha, che Borgia non intra in simile scan* 
mujia; e s'è dicto che se Ascanio mancava et fosse morto deve* |li^ 
neno non imputava altro che Valenza, Ultra questo havendo SfoP 
cìno questa quadragesima passata facto amazare un signore spasinolo 
in casa de una femina cortesana, o ferire a morte, siche se oc morie 
in pochi zornì, la cosa stelle tanto tacita et cum nulla dcmon»»- 
tionc che circha un mese questo ducha manibus proprìjs pigliocic 
nocte alcuni stafTcri de Sforcino ci conJusseli in presone come quelli 
che liaveano ferito a mone esso signore spagnolo, et il zonio se- 
quentc circa le xx fuorcno impicati a li merli de Torre de Non^ 
senza alcuno respecio, ancora che Ascanio per mezo de roraiotc 
ducale facesse ogni prova presso N. S. per liberarli et campar^** 
Come è dicto fuorcno impicati suxo lì ochij a l'amico, quale dopP*' 
etiam personalmente se n\- dogUuto, e talmente che '1 papa se *- 
sforzato rcconciliare il ducha cura Ascanio et cum Sforzino, cU-** 
termini dal canto del ducha di chieder venia ad Ascanio, et Stcy' 
rino al ducha; tamcn se crede per certo che in secreto dal car***^ 
de Ascanio li fusse più pensiero di vendetta che disposìtionc de ^^^' 
mettere. 

Se scìa poi certo che esso ducha era ìnamorato et pano de *"^ 
figlia del conte Ant" Maria de la Mirandula et che cum questo tn^^^* 
sia stato tirato a la trapela, perchè il loco dove è su' submeno i»- ^^^ 
ò troppo distante da la casa del conte, E poi lo nicrcorc nocte»** 
ritrovata h multa d'esso ducha veda che erava da la casa del co*"^* 
verso casa de Parma; e pigliata da alcuni che passavano e cic:^^^ 
ducta presso la casa del conte, trovose dui armati acostati a 1Ì rai»-^* 
dVsso conte, a li quali fue domandato se la malia era loro, cr -^ 
prima dissero si, ma domandatoli il contrasigno de la mulla n ^^ . 
sapéro dire altro se non che havea la sella picola, e facendo quC^ 
tali che haveano ritrovato la mulla reniientia de darla per quc^-;^ 
solo signo de la sella, quelli armali resposero che li lassavano *^ 
mulla et si andassero per li facti loro. 

Quello tale che salite in croppa al ducha se pensa e presun* 
fusse uno Jaches de casa de Ascanio, cum lo quale se era per • 
passato fido grande instaniia che 'I pigliasse per mogliere la figli ^ 
del conte Antonio et mai non havea vogUulo attenderli. E pur ir* 
questo ultimo del caso de Ascanio li furono lassati per testameni 
dece mille ducati se la pigliava; casu che non, non havea se non 
quattromille. 

Fin qua queste sono le più millitanie conleciure che siano, ben- 
ché ancora se suspichi d.i quakhuno del signor de Pesaro, et in li 
demi del ducha de Urbino. 



Varietà 303 



n papa per quanto se debbe consyderare è de la pezor voglia 
e fusse mai, e non se può pensare che non ne succeda qualche 
inde inconveniente, secondo che la cosa se andarà verificando a 
tornata. Se stima, et quasi non può essere altramente secondo 11 
e di cui r ha visto morto, che collui che li salite in croppa ama- 
sse esso ducha cum Io suo pistorese che Thavea dreto et che'l 
n intrasse in casa veruna. Del successo V. Ex. sarà copiosamente 
mata. Raccomandome in buona gratia de V. Ex. 

Romae, xvi junij 1497. 

S.tor 
Jo. Carolus CScalona). 




w 



ATTI DELLA SOCIETÀ 



Corso pratico di Metodologia della storia 



! Trascn'yione d'un rotula membranaceo contenente un 
I esame testimoniale circa i diritti delFabbadia di 
^m Far fa su Montefalcone, 

^V Lasciato cortesemente in deposito presso la R. Società 
''otnana di storia patria un rotulo membranaceo del se- 
*^^lo xui, noi avemmo agio di trascriverlo, ed ora lo pub- 
""chiamo, non mancando dì qualche interesse, perchè si 
'"'li^risce ad una questione dibattutasi tra una forte città ed 
^^^ potentissima badia. 

Il rotolo consiste di nove fogli dL pergamena cuciti 
''^sìctne, scritti da un sol lato, in carattere minuscolo, tutto 
^ lina sola mano. 

Esso è nondimeno frammentario e doveva essere molto 
P'u voluminoso, a quanio sì può giudicare dall'importanza 
*^Ue due parti e della questione, e da! poco che nel fram- 
^<;nto esistente si contiene. 

Il testo comprende l'esame di alcuni testimoni in un 

giudizio tra la badia di Farla e la città di Fermo sul pos- 

del castello e della terra di Montefalcone. 

La badia di Farfa sin da tempo remotissimo ebbe nelle 

forche arapi possedimenti, che costituirono il Pmidaio 

Farjemc. La prima memoria di un possesso nelle Marche 

risale al secolo viii, nel qual tempo la badia possedeva già' 

il monastero di S. Ippolito nel territorio di Fermo, dove 




}o6 



Q4tii della Socielà 



mori Tabbaie Guandelperto o Vandelperto. Sulla fine del 
secolo IX, per sfuggire alle scorrerie de' Saraceni, i moDJci 
di Farfa, guidati dalKabbate Pietro, si ritirarono nella Marca, 
sul monte Matenano, dove poi sorse la terra di Santa Vit- 
toria, che prese questo nome quando Tabbate Ratfredo, tor- 
nato in Sabina e ricostruito l'antico monastero, mandò h 
compenso al monte Matenano il corpo di santa Vittoria (i). 

Questo abbate Ratfredo, che probabilmente fu in carica 
dal 929 al 936, acquistò il castello di Montefalcone, «cur- 
« tem videlicet quae mons Falconìs dicitur.... dato predo 
« novitcr comparavi: » (2). 

Un atto importante rebtivo a Montefalcone è quello 
pel quale Matteo abbate del monastero Farfense, acor»- 
sentientibus fratribus», concedeva nel maggio 121435!* 
abitanti di quel castello, in compenso della loro fcdclti,"* 
eleggersi un Consiglio, il podestà, il giudice, i massari, ' 
notai, di fare statuti pel regolamento del proprio comune (> j* 
Nel 1214 adunque il castello di Montefalcone era in posse?^ 
della badia di Farù. Ma troviamo più tardi una bolli "* 
papa Innocenzo IV a Gerardo Cossadoca, rettore de**^ 
Marca anconetana, sulla restituzione al comune della ci^^ 
di Fermo del castello di Montefalcone, occupato da al«^^J^ 
cittadini fermani (4). Questa è datata da Anagni, 

(1) OrMu Fmrj, nel Muratori, n, patte 2', 34$. 

(2) Ivi, 45 $- 
(;) V. il n. 57 nel Sommarìo crcmóhguo H carU fu iwi 

«li tàcch XIV, inserito nel tomo IV dei Documénti di itoria itatiana 
btìcati t cura della R. Depuuxìone di storia patria per la Toscana 
Umbria e Marche; nonché il n. io del supplemento al Codice dipt^ 
niatico di S, Viitoria (CoLUCCi, Aniicbità pianta XXXI). H DOfflC 
di Matteo dato ad un abbate di Farfa vivente nel 1214 non cxào^ 
dcrebbc col catalogo Muratorìaoo (\1I, parte 2*, p. 29S), sccooÌO 
il quale dal 1191 al 12;$ sarebbe suto abbate Pandolfo. Ma, come 
vedremo, ^ molto ififficflc poter precisane la successone degli abbati 
in quel tempo, 

(4) Simm^rìè nn »»i l i ftf e> M céruférmmn nel eh. voi. IV dei D»- 
nuMwli, a. 22$. 



Q4tti della Società 



307 



dicesìmo anno (1254) Jel ponrificito di Innocenzo IV. 

A-dunque nell'intervallo di tempo fra il 1214 e il 1254 

Montcfiilcone fu occupato dalla città di Fermo, e da essa 

tenuto in modo da potersi poi rivolgere al pontefice e f;ir 

constare il proprio diritto per ottenerne la restituzione. 

Fermo, che, dopo la sconfitta del marchese Marcoaldo 
d'Anninuccio nel 1 199 (i), aveva cominciato a governarsi a 
comune, aveva con varia vicendaaderito ai due partiti guelfo 
|C ghibellino, riconoscendo spontaneamente il più forte e 
^fcttraendosi in tal modo ai pericoli delia resistenza, otte- 
^Rndo anzi la conferma de' privilegi gi;ì avuti ed altri nuovi. 
Cosi Fermo nel 1208 riconosceva il dominio di Ottone IV, 
^el 12J4 passava' con Aldobrandino d'Este al partito guelfo, 
"ci 1224 si assoggettava spont.meamente al proprio ve- 
scovo, nel 1242 riconosceva a signore Federico II (2), e 
**«! 1249 ritornava all'obbedienza de' pontefici (j). 
' In tal modo, quando nel 1254 Innocenzo IV scriveva 
[•J Tenore della Marca perchè il castello di Montefilcone 
Tosse restituito ai Permani, questi da pochi anni erano tornati 
|**^tto il dominio della Chiesa; né dovevano molto rimanervi, 
»chè nel 1258 mandarono ambasciatori a re Manfredi, e ot- 
l^^tiutane la conferma de' privilegi, a lui si sottomisero. E di 
Manfredi abbiamo un atto nel quale egli conferma al comune 
i ^* Fermo « iura et iurisdicioiiem quam et quae curia nostra 
*habet in castro Mariani... castro Montisf^dconis., . » (4). 
Con questi fatti si collega il nostro documento. Come 
ioVum detto, esso contiene un esame testimoniale: in 
^uel che a noi è pervenuto sono comprese le deposizioni 
ii Undici testimoni; del primo però non abbiamo che le 
risposte agli ultimi sei articoli dell' interrogatorio, e rimane 

.1) CouPAGNOVl, Ré^pa pie, p. 79. 

[3) Sulla sottomissione di Fermo all'imperatore Federico, veggasì 
LLARO Bréholles, Hisl, dipìom. FruUr. II, VI, 790 e sg. 
(j) Fracassetti, Kotixje storiche della città di Fermo, 
1(4) Wdìkelmann G., Actd impani inedita saeculi xiii, I, 414. 



3óS 



oAtii della Società 



ignoto il nome del teste. Le deposizioni degli altri dieci 
testimoni sono complete. 

L'interrogatorio ebbe luogo in vari giorni: nel primo 
giorno furono raccolte le deposizioni del primo teste, di cui 
ignoriamo il nome, e dei testi Rainaldo di Benedetto da 
Force, Berardo cappellano di Santa Maria Nova in Force e 
Beraldo di Benazano da Settecarpine; in un altro giorno, 
die XI marta, ì^'Il indictionisy furono sentiti Mainardo, cap- 
pellano di S. Biasio da Teramo, Gualtieri di Enrico da 
Force e Bono di Meliorato da Teramo; die XV martiiy 
furono sentiti Rainoldo monaco di S. Catervo da Tolentino 
e Giacomo priore di Santa Maria da Offida; die XFI martii 
fu sentito Pietro di Nicola da Monte di Nove, con la cui 
deposizione termina il frammento. 

Le deposizioni furono fatte presenti le parti e innanzi 
al rettore, che senza dubbio è il rettore pontificio della 
Marca, ma di questo manca il nome, che certamente do- 
veva essere in testa al manoscriao, perchè al principio di 
di ogni deposizione troviamo che questa ò fatta « coram 
« rectore prefato i>. 

Gli articoli dell' interrogatorio sono dodici ; e, salvo 
l'ultimo, tutti mirano a stabilire il possesso del castello di 
Montcfalcone da parte della badia farfense. 

Nel primo articolo si domanda chi era in possesso del- 
Tabbazia farfense nella Marca e del castello di Montefalcone 
prima dell' invasione di Federico li impentore, come si 
esercitava questo possesso e per quanto tempo fu esercitato. 
Su questo articolo le risposte dei testi sono pienamente con- 
cordi. L'abbazia f-irfense nella Marca e il castello di Montefal- 
cone prima dell'invasione di Federico erano in possesso degli 
abbati, di cui vengono ricordati Matteo di Subiaco, Enrico 
di Cosseiano, Gentile, Matteo di Arsoli. Di questi abbati 
non è possibile stabilire con sicurezza la data, perchè. regna 
'una grande incertezza su questo periodo di tempo nella 
storia della badia farfense nella Marca. 



q4Ui della Società 



309 



Tuttavia si può assegnare, con probabilici di essere 
molto vicini al vero, al governo dell'abbate Matteo di Su- 
biaco il periodo di tempo dal 1258 al 1242; all'abbate 
Enrico di Cosseiano, dai 1242 al 1243; all'abbate Gentile, 
d-iJ 1247 al 1250; all'abbate Matteo d'Arsoli, dal 1250 
al 1257 (i). La successione degli abbati non fu sempre 
continua; ma dopo la morte di alcuni di essi la carica 
rimase vacante. I testi, rispondendo airundecimo articolo 
Jeir interrogatorio, depongono concordemente che da oltre 
trent'anni e dopo l'invasione deiresercito imperiale vi fu- 
rono ad intervalli interruzioni nella successione degli abbati 
per un periodo di sette a dieci anni. L'ultimo teste, Pietro 
di Xicola da Monte di Nove, ricorda che le vacanze avven- 
nero per la morte dell'abbate Stefano, per la deposizione del- 
1 -abbate Nicola e per la morte delTabbate Peregrino. Il go- 
^■<^rno dell'abbate Stefano può fissarsi tra il [245 e il 1247, 
<luello dell'abbate Nicola tra il 1259 e il 1261 Ci2)"9- 
*2€o, secondo il Colucci), e quello dell'abate Peregrino 
^^^ il 1261 e il 1277 (i26o-[275, secondo il Coluccì). 

Questa parte delle deposizioni, sulle vacanze dell'abbazia, 
WÈ^ utile, come vedremo, per stabilire la data dell' inter- 
^gaforio. 

Tornando ora alle deposizioni sul primo articolo, ab- 

'>iamo veduto che queste sono concordi nello stabilire il 

Possesso degli abati di Farfa sul castello di Montefalcone 

pntua dell'invasione dì Federico, Il possesso era vero do- 

^»nio pieno ed assoluto sui beni della badia, con giurisdi- 



(') Queste date le abbiamo desunte: i*" Dal catalogo pubblicato 
*"l Muratori (v, II, p.inc II, p. 298); 2" Dall'elenco degli abbati 
pubblicalo nelle « Memorie storiche deirantica badia dì Farfa » (Co- 
■ tCCCl, Anlich. pie. XXXI); j^ Dagli Annah:: sacri et imptriaìis Mott. 
f. di Gregorio Urbano, manoscritto esistente nella bibl. Vitt 
di Roma (fondo Mon. Farf. XXXVII-51), lavoro questo re- 
tte, perchè non rimonta oltre la metà del secolo xvii, ma fatto 
di un monaco della badia e quindi su materiali abbondanti e sicuri. 



^to C#tf 4MUi Sodeià 

aone su tutte le cause dvifi e criminalL II dominio era 
eserdtaito per mento di Ticarì, come à vede dalle risposte 
al secondo aiticofe; e questi erano du^ uno per la giuris- 
dinone t^nporale» ed uno per la qnrituale. Al tempo del- 
Finvasione, o poco prima, era to^o per la giurisdizione 
temporale Fildesmido da Mediana 

Gli abbati possedevano tutta Tabbaria, e g|i uomini e 
i vassalli delTabbazia e de' castelli sc^getti, ne' quali tene- 
vano gastaldi o visccmti. La giurisdizicMie penale si esten- 
deva fino alla pena ifi mmte, cemm quo ad sanguinem 
e et capitaUs pene impositionem », e taluni testi rìccM'dano 
vari su{^lizi corporali, come Faccecamento. E la natura e 
i limiti del dominio degli abbati e della rappresentanza affi- 
data ai vicari, la quale era amplissima, perdiè essi facevano 
«quod faciunt domini », eque dominus et comes fadt in 
« sua terra et in suis vassallis », formano Fargomento del 
terzo ardccdo. 

Il quarto articcdo tende a stabilire i nomi di parecchi 
vicari e il tempo in cui esercitarono il loro ufficio. Rica- 
viamo che Gentile <fi Attone da Force e Fildesmido da Mo- 
llano furono vicari prima delFinvarione; gli altri che ven* 
gono nominati da* testimoni lo furono in tempi diversL II 
nome di Fildesnùdo (o Fildesmindo) di Moliano si ritrova 
in qualche carta del tempo: cosi s:q>piamo che Gregorio IX 
comandò nel 1230 a Filippo vescovo di Fermo di conoscere 
e giudicare la controversia tra il comune di Camerino e 
Fildesmido sopra il castello di Morico (i), 

E il Colucci (2) pubblica Tatto di concordia ÌDter\-enuto 
il 5 maggio 1 247 tra Fildesmido di Moliano e Balignano, 
Corrado e Giberto di Giovanni sopra il Poggio dì S. Co- 
stanzo. 

Fra i vicari menzionati da vari testimoni vi e Alber- 



(i) Catalani, EccUsiu FirmAtu, p. 17S, 
(i) Antichità pic^m4, XIX, xxvl 




C^tti della Società 



I" 



tino figlio del conte Alberto de Exmirillo, del quale il teste 
, Brunoro di Silvestro da Force dice che possedeva in Mon- 
\ tefalcone quosdam vassallos e che facicbat Jìdelitatem all'abate- 
BL Di un altro de' vicari nominati troviamo tracce nelle carte 
HI* tempi, di Arpinello figlio del (jtwfulavi Giberto della Valle, 
fil quale con atto dell' 8 novembre 1258 vendè al comune di 

Amandola il Poggio, ossia castello delle Valli, e il borgo 

di detto Poggio, con tutti i vassalli (i). 

Il quinto articolo si riferisce al modo pel quale l'abbazia 
; venne privata del suo territorio e del castello di Monte- 
■ «bicone. I testimoni sono tutti concordi nel rispondere che 

la spogliazione avvenne a causa dclT invasione delle solda- 
1 tcschedì Federico imperatore. Rainaldo d*Acquaviva, nunzio 
I del re Enzo, con forte mano di saraceni e di tedeschi venne 
' *l castello di Force, dove era l'abbate Matteo di Subiaco, il 

<l^^lc non volle prestargli obbedienza e dovette fuggire, 
I * recessit de ipso castro plorando » ; e cosi quegli rimase 

padrone del territorio, «et tane privatimi fuit dictuni mo- 

• na.sterium de tota diaa possessione »>, e gli abitanti « fe- 

• cerunt mandata eius )). L'imperatore non venne perso- 
nalmente contro l'abbazia, ma uno de* testi, Gualtiero di En- 
^co da Force, depone di averlo veduto all'assedio di Ascoli. 

Ora noi sappiamo che l'esercito imperiale assediò e prese 
I Ascoli nel 1242 (2), ma il re Enzo aveva già invaso la 
' Marca nel settembre 1239 (3), e nel novembre si trovava 
^^\ territorio di Macerata e assediava Montecchio (4). 

^H(i) Appendice diplomatici II della terra dì S. Gincsio (CoLUCCi, 
^HUticftrl«ì piani, XXIV, p. 20)- 

(a) Riccardo di S. Germano (nel Muratori, VII, 1049-E, 
I0)0-B). 

(3) « HeoncusrcxGallurnc naturalis filius imperatoris in Marchiani 
« Anconìtanam vcnii, contra qucm mitiitur a Gregorio paprj Joanncs 
• de Columoa cardinalis, mense octoh.(anno MCCXXXIX)». Rice. 
01 S. Germaso nel Mumatori, VII, 1043. 

(4) Compagx'osi, R^il^id piana, pp. 102, toj; ove si riporta il 
testo detratto a datum in castrìs in obsìdionc MontccUc, 1239, mense 




312 



C^f//I della Società 



L'occupazione del territorio dell'abbazìa farfense, ese- 
guita da una masnada (come dice il nostro manoscritto) 
di tedeschi e di saraceni comandati da Rainaldo di Acqua- 
viva, deve esser quindi avvenuta tra la fine del 1239 e 
il 1242, mentre era abbate Matteo di Subiaco, come depon- 
gono concordemente tutti i testi; e infatti un Matteo, come 
abbiamo veduto, era abbate nel 1238, e probabilmente lo fu 
fino al 1242, nel qual anno si trova come abbate Em'ico, il 
quale, non trovandosene altro di questo nome, deve essere 
l'Enrico di Cosseiano ricordato da' testi nelle risposte al 
primo articolo. 

Siccome però dalla deposizione di BeraldQ domim Bo- 
na^ani di Settecarpine rileviamo che Rainaldo era nunzio 
del re Enzo, la sua invasione nel territorio dell'abbazia si 
può riferire al tempo in cui il re Enzo entrò nella Marca 
spingendosi oltre Macerata, cioè all'autunno o all' inverno 
del 1239(1). E questo ci vien meglio confermato dalla 
deposizione di Gualtiero di Enrico da Force, che riferisce 
appunto all'esercito di tedeschi e di saraceni comandato da 
Enzo l'occupazione dell'abbazia. 

Rainaldo d'Acquaviva, dopo aver cacciato dal castello 
di Force l'abbate Matteo, si diresse lo stesso giorno alla 
chiesa di San Januario verso il castello di Montetalconc, ed 
ivi ricevè gli uomini di questo castello a far atto d'obbedienza 
(deposizione di Brunoro di Silverio da Force). 



H novembrìs » col quale « Henricus Dei et imperiali gratta rex Tur- 
« rium et GaUuris ce domini impcratorìs (ìlius sacri imperìi totius 
a Italiae Icgatus », coafcriva alla citt;\ di Macerata alcune ìmmunitÀ 
e diritti. 

(1) Nello stesso anno 1239 Rainaldo era slato compreso fra i 
baroni abru/zesi ai quali furono affidati da Federico II ì prigioni lom- 
bardi (HuillardBréholles,//iì/. dipi. FriiUr,JI,\y 61 1). Nel 1240 era 
inviato come capitano a Viterbo (v. il Chronkon di Riccardo di San 
Germano nel Mur,\tori, VII, 1028-8; e rfluiLLARO Bréholles, 
V, 779) ; e fu poi poteste di Cremona (Huillard Bréholles, V, 1070)- 



C/ft/j* delia Società 



I comune di Fermo, il quale, come abbiamo visro, nel 
, dopo Tassodio di Ascoli, si era dato alla devozione 
Tìniperatore, approfittando certo di un momento in cui 
rze de' Guelfi erano oppresse dagli imperiali, dovette 
pare Montefalcoae, e lo tenne, secondo le testirao- 
ize raccolte nel nostro manoscritto, relative alTarti- 
\ settimo, per venti anni. Per meglio tenere il ca- 
D, i Permani vi costruirono una torre e un girone, o 
Mo di mura; ma non pare che il loro dominio si esten- 
e molto al di li del castello, perché i « servitia debì- 
I» furono prestati ancora all'abate. 
Ritornata Fermo nel 1249 alla devozione del pontefice, 
la conferma de' privilegi ottenuti dall'imperatore nei 
, Gerardo, vescovo di Fermo (i), pose mano tosto 
e fossero restituiti alla Cliiesa i castelli tolti nell' inva- 
di Federico; insieme al comune di Fermo ricorse a 
locenzo IV, e questi, il 24 novembre 1 251, scriveva al 
lore della Marca di dare aiuto al vescovo e al comune (2)- 
anoperò non restituiva alla badia Farfense il c;istcllo di 
itefalcone, che anzi, come abbiamo visto, nel 1254 In- 
zo rV scriveva al rettore perchè il castello occupato 
cuni cittadini fermani fosse restituito al comune, il 
aveva gii concesso la cittadinanza agli abitanti di 
:efalcone nel 1251 (3). 

artito l'abbate Matteo, rimase il monaco Nicola di 
Lia come vicario, e, « cum gcreret officium vicnria- 
», venne un certo Salomone, il quale prese a coman- 
fe a nome dell'imperatore, cosicché Nicola per timore 
^lontanò. Questo Nicola fu poi abbate anche lui, dal 
h fino al 12^1, o sino al 12^0, secondo il Colucci, 

'0 Dal 1250 (e forse dal 1251) al 1272 (Gams, Series tpp. p. 692). 

^2) Catalani, De Ecclesia Firmana, p. 180. 

j) V. n. 186 nel già citato regesto Fermano, pubblicato dal De 

iicis. 





3H 



(i/ltti della Società 



e perciò nelle deposizioni (che sono, come vedremo, po- 
steriori) si dice di lui oUm abbas, E durante il vicarilo di 
Nicola il castello di Montefalcone passò al rettore dclli 
Marca. Il modo in cui si operò questo passaggio fornw 
Targomento del sesto articolo dell'interrogatorio. Il cai 
di Montefalcone era stato occupato dai «iignori di Sn 
i quali, sulla richiesta di Nicola di Puzzallia, a lui lo i 
tuirono, e Nicola vi andò personalmente e ne prese possesso. 

Dalla deposizione particolareggiata del teste Giacoa 
priore di Santa Maria di Offida, parrebbe che quando! 
cola ebbe dai signori di Smerlilo il castello di Montcfj 
cone, e quando questo fu poi fatto occupare dal rctiore 
della Marca, egli fosse già abbate del monastero. Ma 
consegna del c:istello a Nicola fu anteriore all'occupjzio 
fattane dal rettore, che era Gerardo Cossadoca, e quei 
non può essere posta oltre il 1254 1255, nel qual tern| 
Gerardo era vescovo di Verona. Nicola invece dive 
abbate solo nel 1259, secondo Tattestazione confonneJe 
tre fonti da noi citate sulla cronologia degli abbati far- 
fensi, le quali portano come abbate in quel tempo {d^l 
1250 al 1257) "^" Matteo, che e ricordato dai tesò tol 
nome di Matteo d'Arsoli. Ci sembra quindi doversi 
nere che in quel tempo Nicola fosse soltanto vicario 
l'abbate nella Marca; ma, essendo poi divenuto abbate,] 
teste, parlando di lui, gli óX quel titolo, benché depoaJ|_ 
su fatti avvenuti anteriormente alla dignitA ottenuta ^ 
Nicola. 

I signori di Smerillo e di Montepassillo, che qui ^^ 
viamo citati, erano una nobile ed antica famiglia, il ^ 
castello di Smerillo si trovava nel territorio di Comunan 
sulla vetta di Montepassillo, a poche miglia da Montcn 
cone. Ai fratelli Giorgio e Albertino di MoniepassiU 
ricordati nella deposizione del teste Giacomo, priore 
S. Maria di Offida, la cittA di Ascoli accordò nel 1249 
la francliigia dalle gabelle, perchè essi promisero di anJiT^ 




315 



bitire e comprarvi case e poderi, e si obbligarono a te- 
Ifanti e cavalli in servizio della cittd, e andare alla guerra 
occorresse. I figli di Albertino nel 1295 venderono a 
tsser Nicolò di Emidio di Ascoli il costello per 3600 libbre 
ali; tua essi continuarono a possedere vasti domìni 
rrritorio; e la loro famiglia, che portava il casato di 
li, non si spense che al principio del secolo scorso (i). 
iselmo di Smerlilo, che troviamo pure nominato nella 
deposizione, intervenne alle capitolazioni che furono 
iuse il 15 settembre 1256 tra Anibaldo degli Anibal- 
ksi della Molara, rettore della Marca, e vari comuni e 
>ri delia Marca per mantenersi nella fede della Chiesa (2). 
Umasto Nicola in possesso del castello di Montefalconc, 
restituito pacificamente da' signori di Smerlilo, venne 
i un tal Oddone di Firenze, inviato da Gerardo Cossa- 
dei Vicedomini, cappellano pontificio e rettore della 
Ca, poi vescovo di Verona (3), a nome del quale si fece 
egnare il castello, il che Nicola fece, protestando però 
rio per rispetto della Chiesa Romana, salvo e riservato 
[ diritto della Chiesa Farfense, 
^'ottavo anicolo dell* interrogatorio tende a stabilire i 
porti tra l'abbazia e gli abitanti delle terre sottoposte ad 
^: i vassalli prestavano giuramento di fedeltà agli abbati 
^loro vicari» talvolta per syttJicnm, come gli abitanti di 
ia (deposizione di Pietro di Nicola da Monte di Nove), 



t) « Descrizione delle terre di Comunanza d*Ascoli (Colucci, 
h. pie. XXI, p. 5 e seg.). 

^) Compagnoni, Reggia piuna, p. 121. 

^) Dal 1255 al 12)9 (Gams, Strìes epìscop.^ p. 806). L'occupazione 
sieUo di Moniefalcone deve essere quindi avvenuta non più 
del I2j>» e dopo il I2$a, nel quj| tempo era ancora rettore 

\ Marca Tarcidiacono di Luni, a cui Innocenzo IV scriveva da 

tgia « II Kal. sept. pontile, nostri anno X » (Compagnoni, Reggia 
. 1 18), e poi il 29 novembre 1252 (Colucci, Aniich. pie. XXX, 





}i6 



Q/ltli della Società 



per lo più sin^ularitcr, pagavano i censi dovuti e rendevano! 
i servizi d'uso. 

L'articolo nono riguarda le fortificazioni erette da' Ferj 
mani a Montefiilcone. I testi riferiscono che i FermanU 
struirono una torre e un girone^ ossia recinto di mura. I 
vi tennero anche un castellano. 

Il decimo articolo riguarda Toccupazionc della Mai 
e dell'abbazia da parte delle genti dell* imperatore: e ana 
su questo punto le deposizioni sono concordi, perchè tuttt: 
convengono nel fatto che l'occupazione della Marca e i 
territorio dell'abbazia, compiuta hosliliter dalle genti dell'in 
peratore sotto gli ordini di Roberto da Castiglione, 
conio da Morra e Rizardo, fu continuata sotto Manfrci 
che mandò Ì suoi nunzi nella Marca. 

L'articolo undecimo riguarda la vacanza della dig 
abbazialc che ebbe luogo per qualche tempo; e, coma 
biam gi:\ visto più sopra, essa si ripetè parecchie volte, | 
un periodo da sette a dieci anni. 

Il duodecimo ed ultimo articolo, che ha un valore 
ramente processuale, tende a far conoscere se le cose Jetl 
dal teste sono pubbliche e notorie, e che cosa egli intcnd 
per pubblico e notorio. 

Dato cosi un rapido esame al contenuto del mnnoscrirtOi 
ci resta ad esaminare la data probabile in cui avvenne r*Q 
terrogatorio. Nel manoscritto abbiamo tre sole date: 
XI marta, Fllindictionis, nel quale furono interrogati quattro 
testimoni; lìie XV martii, ne! quale ne furono interroga" 
due; e die XFI martiiy della qual giornata ci è pervenuti 
una sola deposizione. Di queste tre date, la sola che po^ 
essere utile e la prima, in cui il giorno è seguito dall' i'i'^^* 
cazione dell' indizione. Nella seconda metà del secolo x"* 
gU anni a cui sì adatti la settima indizione sono il 1264» 
il 1279, il 1294. Ora, fra queste tre date, ci pare facile >1 
poter stabilire che solo la seconda, cioè il 1279, può essfl 
quella alla quale si possa riportare l' interrogatorio. I te 



Q^lii della Società 



sn 



no concordi neUo stabilire che V invasione dell' eser- 
penale avvenne trentisei a quarant'anni avanti la 
timonianza; ora siccome abbiain visto che re Enzo 
nella iMarca nel 1239 e che molto probabilmente Rai- 
\ d'Acquaviva occupò il territorio dell'abbazia ncU* in- 
i di quell'anno ìstesso, (Issando nel 1279 la data del- 
iTOgatorio, questo avrebbe avuto luogo precisamente 
tnt'anni dopo l' invasione dell'esercito imperiale, 
loltre, rispondendo airundccimo articolo, i testi sono 
)rd! nell'affermare che le vacanze dopo l'invasione 
I dignità abba/iale avvennero ad intervalli da oltre tren- 
ti. Essendo avvenute queste vacanze per la morte del- 
ire Stcfino, per la deposizione dell'abbate Nicola e per 
irte dell'abbate Peregrino, troviamo che tra la morte 
fano e Tanno 1279 corrono difatti oltre trent'anni, 
bè, secondo il catalogo Muratoriano, le citate Memorie 
ite della badia di Farfa e gli AnnaUs Mon> Farf. di 
[Orio Urbano, in questo concordi, Stefiino era abbate 
045 e il suo successore Gentile era abbate nel 1247 ; ed 
novi stato inter\'allo tra i due abbati, convien porre la 
|( di Stefano nello stesso anno 1245, oppure nel 124^. 
Srcdìamo quindi che la data dell' interrogatorio possa 
tarsi al marzo 1279; nel qual caso è probabile che a 
p giudizio si riferisca 1* istrumento « mandati procurae 
Icausas » fatto da Morico, abbate farfense, in persona 
pte Bernardo da Rieti, « sub anno Domini 127S, 
R>ore Nicolai papae tertii » (i). 
I se r interrogatorio ebbe luogo nel marzo 1279, il 
re della Marca alla cui presenza fu fatto, e del quale 
p nel (rammento il nome, dicendosi al principio di 
j deposizione, come abbiam visto, che è fatta coram 
prefaio, deve essere Bernardo o Berardo da Monte 



V. il num. }86 del citato regesto FermaDO, pubblicato dal 



ftrchfrio detta R. Società romana di itoria pania. Voi. XI. S3 




1 



5i8 



Q/^Éti della Società 



Mirto, abbate di Monte Maggiore d'Arles in Francia. Olue 
la menzione che di questo rettore fa il Compagnoni (i)» 
abbiamo che Tuniversità e il comune di Fermo fecero 
nel 1279 un istrumento «mandati procurae, in personam 
« Johannis Massonis, ad comparendum coram domino Bfr- 
« nardo,- abate Montis Maioris, provinciae Marchiae Anco- 
« nitanae rectore » per chiedere l'assoluzione di uni con- 
danna di quatrro mila libre inflitta al comune di Fenno 
da Antonio di Montefalco giudice (2), 



Septimo articulo sibi lecto, dixit quod dictutn castrum cum pcrti" 
nentiis et munitione que tunc era: pcrvcnil ad civitaiera Finniauu 
et Ulud castrum habuic et possedit. Sed per quantum tempus dixit s< 
non recordari. 

Octavo articulo sibi lecto, dixit quod homìnes dìcti castri monti* 
Falconis et honììnes abbatie prestiterunt et prestare consucrcruni si 
cramenta fidelitaiis et horainitia sicui vaxalU prcstani suis domin* 
et hoc per tcmpus .xv. annorum, ut supra dixìt in primo irtiinito. 
Intcrrogatus sì interfuìt prcsiationi dìcioruni sacramcntorutn, ^^ 
quod aliquando vidit.sed de paucis. Sed scit bene predicta \crafuis* 
auditu et per publicam famam. 

Nono articulo sibi lecto,dixit quod commune Firmi fìcrì fccitpo^* 
dictam invaxionem et occupationem in preiudicium dìcti raon:5lcn^ 
quandam turrim in capite dicti castri. Intcrrogatus quora(hJo J^**' 
di\ìc quia vidit et fuit palese toti contrade. 

Decimo articulo sibi ledo, dixit quod gens impcratoris Frcit-n'^' 
et nuniii regis Manfredi occupaveruni Marchiani, licet non touni"^ 
dictam abbatiam et castra hostiliter tenuerunt occupatam per -^ 

(0 Hés^^apU. p. 141. 

(2) V. il nura. 592 del citato Sommano cronolo^^ico di c^fU jf^' 
mane, pubblicate dal De Minicis. Il nome dell'abbate Bemar^<'' ^ 
Berardo, abbate di Monte Maggiore e rettore della Marca* si "O^^ 
anche nelle carte segnate ai numra. 385, 384 e 385, dell'anno 1378,0*' 
citalo Sommario. Egli era ancora rettore nel 1281, avenJosì uo s"* 
atto del 4 marzo di quell'anno (CoLi;cci, Antichità pictnt, XX^» 
p. 38). 



Q/itti della Società 319 



is. Interrogatus quomodo scit, dixit quia vidit dominationem eo- 

et audìvLt. 

)aodecimo articulo sibi lecto, dixit quod de predictis de quibus 

iiìt sunt pubblica et notoria. Interrogatus quid est dicere pubiicum 

norium, dixit quod que gentes communiter dicunt. 

Jodecimo articulo sibi lecto, dixit quod a .xxxv. annis citra et a 

)ore diete privatìonis monasterium dictum vacavìt abbate per 

annos. Interrogatus si dictum tempus septennium fuit continuum 

)er intervalla, dixit quod per intervalla. Interrogatus per roortem 

um abbatuum vacavit, dixit quod non recordatur. 

Die predicta. 

Uinaldus Benedicti de Furce, testis, iuravit presentibus partìbus 
m domino rectore prefato. Primo articulo sibi lecto, dixit quod 
asterium suprascriptum et abbates dicti monasterii qui fuerunt 
temporibus de quibus recordatur, silicei dompnus Herrigus de 
ciano et abbas Matheus de Sublacu et alii de quorum nomìnibus, 
recordatur qui fuerunt duo, habuerunt, tenuerunt et possederunt 
dicto monasterio totam abbatiam positam in Marchia et castrum 
tis FalcoDis ad plenam iurisdictionem in solidum et in totum pa- 
e et quiete et in dicto castro palatium quod erat ibi, et vidit ha- 

gastaldos in ìpsa abbatia et in castro montis Falconis, et vidit 
iaum Rogerìum de Rivotino prò ipso monasterio et abbatibus 
loscere de causis civilibus et criminalibus, et vidit eos generaliier 
ia et singula facere que dominus et comes faceret et exerceret 
aa terra et in suis vassallis, et hoc dicit se vidisse per tempus 

annorum usque ad tempus quo imperator Frederìcus per suam 
em occupavit Marchiam et abbatiam predictam hostiliter contra 
laoam Ecclesiam. Interrogatus si predicti abbates fuerunt perso- 
%r in dieta possessione, dixit quod sic, et quod fuerint abbates 

monasterii, dixit se scire per voces et publicam famam. Inter- 
tus quantum tempus est quod predicta occupatìo et privatio-facta 
dixit quod fuit .XXXVI. anni et plus. Interrogatus quantum tempus 
!t ipse testis, dixit quod .lx. annos ut credit. Interrogatus si fuit 
ras ipse testis, per tempus .xii. annorum dixit quod fuit in castro 
ds et est de ipso castro. 

iccundo articulo intentionis sibi lecto, dixit quod tempore diete 
ipationis et invaxionis abbas Matheus de Sublacu erat abbas dicti 
lasterii. Sed quod dominus Fyldesmidus de Moliano esset vicarius, 
: quod non, sed prius fuerat. Interrogatus quomodo scit, dixit 
i vidit. 



320 



C^tti della Società 



Tento artìculo sibi lecto, dixit vera esse quod abbas Maibciu ctit 
abbas, ut supra dixit, et possidcbat dictam abbatiam et castrunt monUf 
Falconls et homines et vaxallos ipsius abbatte et erat in possonone 
vel quasi cognitionis et iurisdictionis plenarie in tota dieta abbiw 
et dicco castro, et vidit vicarium abbaiis Henrici qui prius fucrat, i^iu 
vocjtus fuii Acto Baracta de Coxeìano, et vidit puniium tunc Uffl* 
poris Rainaldum Dìonìsum de Furcis in oculis, et dicebatur quod 
dominus vìcarius abbatis fecerat fìerì co quod confodcral territoriuis 
castri Furcis. 

Quarto articulo sibi lecto, dixit quod dominus Gcntìlis Actomi 
Miiì de castro Furcis, et dominus Fyldesmidus de Motiano, dompnui 
Nicola de Pucxallia. monachus dicti monastcrti, furrunt vic^i io 
dieta abbatia prò dìcto monasterìo. silicei dominus Fyldcsmìdu) et 
dominus GentìUs dicto tempore .\ii. annorum de quo asscruit. Sc*ì 
dompnus Nicola prcdìctus fuii longe post, a pauco tempore citri. In 
terrogatus quomodo scit, dixit quia vidit, et plures alios de quontts 
nomìnìbus non recordatur. 

Quinto aniculo sibi lecto, dixit quod cum dictura nion»unuiv 
sic piene possideret dictam abbatiam et dictum castrum cura genenii 
iurisdictione, ut supra dixit, privatum fuit omnibus predictìs per oc- 
cupationem et usurpationem gentis dicti domini imperatoris rthcUis 
tunc et hostis Romane Ecclesie. Intcrrogatus quomodo scìt et q^^ 
modo facta fuit dieta privatio, dixit bene quìa vidit dominum R^'* 
naldum de Aquaviva cum masnada quam habebat de sarracenis et 
cbristianis venire ad castrum Furcis in quo ernt dictus abbas Mithcus 
et petiit mandata sibi tìeri a dicto abbate, qui respondit quod nolcbat. 
et tunc ad ccrtura pactum recessit de castro et tuta contrada, ctttioc 
homines montis Falconis et alìi de abbatia lecerunt mandata iUius 
domìni. 

Supra sexto articulo sibi lecto, dìxìt se nìchil scìre. 

Supra scptimo articulo sibi lecto, dixit quod castrum montis Fir 
conis cum gyrone pcrvcnit ad civìtatera Fìrmanam, ut audivit. Sw 
per quantum lempus possideret, dixit se nescirc, 

Octavo articulo sibi lecto, dixit quod homines castri Furcis pr** 
stìierunt ìuramenta lìdelitatis abbatibus dicti monasterii, et prestir^ 
consucvcrunt, et honorare cos et rcvercre eis ut domìnis, ci Hoc* 
tempore recordatìonìs ipsìus testìs, et de aliìs hominibus de 
dixit simìlìa auditu et per publicam famam. Interrogatus ■: 
tempus recordationis ipsius testis, dixit .l. annos et plus. 

Nono articulo sibi lecto, dixit quod communc Firmi posi ip*"*^ 
occupationem de dicto castro fecit fieri fortilligium in capite ipS'u^ 
castri, et sì fortilligia ibi esset alia quara ilia que erat prò Ecclesìa 




Rcum occupationcm et quod Firmanì fectruot cam, dixit se 
uditu. 

:Ìmo artìculo sibì lecto, Jixit quod imperator Fredcricus, et 
Bortcm cius rex Manfredus, hosiiliter occupaverunt Marchiani, 
baiiam et castra ipsius abbatie, et occupatam tenucrunt Scd per 
itQm tcmpus non recordatur. 

Jodecimo et duodecimo artìculo sibì lecto, dixit quod a .XXX- annis 
vinonasterìum suprascriptum vacavit abbate, scd per quantum 
dixit se non recordari, et dixit prcdìcta de quibus asseniii 
1 esse in tota contrada. Interrogatus quid est dìcere publicum 
rium, dixit quod quc gcntes dicunt. 

Eodem die. 

pnus Berardus, cappellanus ecclesie Saocte Marie Nove de 
Furcis. testis. luravit presentibus partibus coram rectore pre- 
ixìl quod monasterium suprascriptum et abbates dicii mona- 
|uì fuerunr prò temporibus, silicei dompnus Matheus de Sublacu 
dit; alias si vidit non recordatur. Qui abbas et dictum mo- 
;m in soUdum et in totum habuerunt [et] tenuerunt per se et 
ipsius abbatis ad plenara iurisdictionem civilium et crìmina- 
usanim contìnue et pacificc totam dìctam abbatiam sicut au- 
d de castro mentis Falconis vidit cum gy[ronc] et pertinentiis 
castrum possideri per dicium abbatem gencraliter ad omnia 
ilibet dominus facit in suo castro, et hec vidit per .vi. annos 
et usque ad tempus et eo tempore quo gens imperatorìs ho- 
occupavii Marchiani, sed non totam, et abbatiam suprascripiam 
him casirum et alia castra ipsius abbatìe. Interrogatus quomodo 
lod dìctus abbas Matheus fueric abbas, dixit quod homines de 
k habebant eum prò abbate et vidit cum recipi et obbedirì ab 
jSbus castri Furcis prò eorum domino sicut abbatem honorifice. 

ti veniebat ad ìpsum castrum clerici exhibant obvia ei cum 
ionibus et aliì homines de terra. Interrogatus quantum tcmpus 
od predicta occupatio facta fuit, rcspondit quod fuit .XL. anni 
Iplus aut mìnus. Interrogatus quoi annorum est ipse testis, re- 
I quod .Lini, annorum et plus. Interrogatus qui sunt fines teni< 
m castri montis Falconis, dixit quod ab uno latcrc est flumen 
alio latere tenimenta castri Exmirilli, ab alio latere tenìmenta 
(Terami cum aUis fìnìbus. Interrogatus si ipse testis est de terra 
^ ipsi monasterìo, dixit quod sic, et ipse testis est subiectus 
Icrio ratione ecclesie sue. 

nindo artìculo sibì lecto, dixit quod tempore diete ìnvaxionis 
bbas dompnus Matheus de Sublacu et [eius vicarìus] erat do- 



r^ 





fl4tti della Società 



niinus Fytdcsmidus de Moliano tn cernporalìbus ut ìpse lesns ludtcbtii 
et dompnus Nicola [de Puczallìa], monachus dicti monasteriì, eral^t- 
cirìus supra spirttuiilibus ìn tota abbatìa et in dtcto castro mentis 
Falconis. Intcrrogatus quomodo scit, dixit quia vidit cum "m ip« 
officio. 

Tertio articulo sibi Iccto, dixìi quod tempore diete invasomi (Ri- 
ctus abbas Matheus, de quo asscrit [visu], ci domious FTW«ml*his 
eìu5 vicarius. ut asserii auditu, possidebant et hahebant totani iictim 
abbatiam et castrum prcdictum in omnibus et quoid omnia prodicto 
monastcrio, ut supra dixit, habcndo gastaldum et vìscontem in éc\o 
castro montis Falconis. Intcrrogatus quis fuii viscons, scu g3it}Mu)i 
rcspondit quoJ Rjinaldus Graiianì aut Potentìs de dicio casuo. In- 
tcrrogatus si vidit ibi puniri alìquos dclìnqucnics per ipsos oSliilrt 
abbaiis, dixit quod non, sed audivii, de norainibus quorum dm f^ 
cordatui*. 

Quarto articulo sìbt lecto, dìxtt dompnum Nicolaum de PuoiIBi 
fuisse vicarlum prò diclo monasterio» et dorainura Fyldcsraidiim. et 
supra dixìi; de domino Gentile, de domino Albertino dixii sencsorc. 

Quinto articulo sibi ledo, dixit quod cum dictum manistcnoBi 
sic piene possidcrct dictum castrum et abbatiam, ut supra tii»»t * 
primo articulo, privatum fuit ipsa possessione per dictam invjiioBCffl 
et occupatìoncm dicti [impcraioris hojstis et rebellis Romane Eccle- 
sie. Interrogaius quomodo fuit facta dieta privatio, dixit qua«Ì, c^ 
dominus Ra[in3ldus] de Aquavìva lune csset in ducatu masoitie pl°* 
rìum sarracenorum et teotonìcorum, vcnit cum ipsa masnadd jJ ^*' 
strum Furcis, in quo erat dictus abbas Matheus, et dum horain«ci*^ 
fecisscm mandau ipsorum hostiura. abbas Matheus aufugit, ^ii>:^ 
dendo de ipso castro et de iota contrada, Intcrrogatus quomodo »^*^» 
dixit quod stetit et pre^ens fuit Itcm dixit post hcc aJii homines il'*^* 
rum castrorura de abbatia fecerunt mandata ipùus domini Riiw'^ 
ut ipse tesiis audivit. 

Supra sexto articulo, dixit se nichi! scire nisi audìtu. 

Gelavo articulo sibi lecto, dixit quod horaincs dicti casui Fo^ 
prestilcrunt et prestare consueverunt iuramcnta fidclitatìs jbhit^''' 
dicti monasteriì, et honorare et recognoscere eos ut Joniinos ^ 
niagnura tcmpus quantum non recordatur. Sed quod alii homio^ 
do (i) abbaiia fccerini similia credit audilu et per public.:^ 
Intcrrogatus si homines de ipso castro Furcis pretabant s; . 
abbiti synguiariier ve! per syndicum, dixit quod sìngularìW. ** 

(i) Nel ms. seguono le puolc: castro Furcis prtstaìiant sacr m^i^ 
cancellate. -^^ 




editi della Società 



323 



\\ie abbati et quandoque vicario etus. Interrogatus si Tuit pre- 
t predictis, dixìt quod alìquoiìens fuit prcsens. 
Ddo articulo sibi ledo, dixìt quod comune Firmi post dictam 
Dacm fccit fieri gironcm et turrim in dicto castro in preludi' 
ncnasterii dicti, et preter gironcm quem prius habebat Ecclesìa 
cripta in dìcto castro. Interrogaius quomoilo scit, dixìt bene» 
[ vidit et audìvit. 

[Decimo] articulo sibi lecto, dixil quod imperator Fredcricus tt 
■lanfrcdus post mortem dicti tmpcratoris [occuparunt] Mar- 
mi seu occuparì fecerunt hostìlìter, et dictam abbatiam et castra 
in prdudicium [Romane] Ecclesìe et dicti monasterìì. Sed quanto 
porc occupata tcnucrunt, dixit de dcccm ec octo annis ut supra. 
Undccimo articulo sìbì lecto, dìxit de vacatione abbatis scu ab- 
im se nichil scire nisì auditu. 

[Duodccjìmo et ultimo articulo sibi lecto^ dìxìt quod sunt publica 
•otora de quibus asseruit supra. Interrogatus [qujid est diccrc pu- 
. et notoria, dixìt quod quc gentes dicunt comunitcr, et dixit 
[non fuit doctus. 

Eodem die. 



:us domini Bonazani de Septecarpinc, testis. luravit prcsen- 
partibus coram rcctore prefato. Primo articulo sibi lecto, dixit 
inonasteVium suprascriptum et abbates dicti monastcriì de quo- 
ominibus rccordatur, silìcei abbas Matheus de Arzula, et abbas 
^s de CoxcianOi et abbas Stepbanus, et abbas Gentilis, et ab- 
fltheus de Sublacu, et ali! de quorum nomìnibus non reco/datur, 
Srunt, tenuerunt, et posseJerunt libere et absolute ad plenam 
laionem civilìum et criminalium causaruni» puniendo omnes 
I per vicarium et iudices eorum pacìfice et continuo totani ab- 
b suprascrìptam que est in Marchia, el castrum roontis Falco- 

riiìus confinia sunt tenìmenta Sancte Vìctorie, Exmirilli et Te- 
ct alia et fortillìzìa in ipso castro per quam faciebat guerram 
Mcem ad suura sensuui, habendo gastaldos in ipso castro, et 
ido punìri malefactorcs et dclinquentcs secundum quod facic- 
lieta, et vidìt eos faccre generaliter omnia que [solet?] dorai- 
:cre et exercere in sua terra et hominibus pertìneniibus ad 
hoc vidit per tempus [.xl.] annorum et plus usque ad tcmpus 
tempore quo gens imperatoris et rcgis Ensis hostìlìtcr occu- 
et invaxit abbatiam suprascrìptam et castrum predictum, sicut 
m Marchiam. Interrogatus quomodo scit predicta, dìxit [quod] 
U Interrogatus quomodo [scit] quod predìciì fuerini abbates pre- 




3H 



Q/liti della Società 



dicti monastcrìi, dixìtquìi vldit cos dominare in ipsa terra sicut suprA 
dixit. Interrogatus sì persomi iter fueruni in dieta possessione, dixìl 
quod sic. Interrogatus quot anni sunt [quod] predicta occupntio facta 
fuit, dixit se non recordari. Interrogatus quot annos habet ipse lesùs, 
dixit quod [propc] x. annos. Interrogatus si per dictum tempus .XL, 
annorum fuit presens in contrada, dixit quod sic et predicta \'idit et 
audivit. 

Secuado articulo sibì lecto, dixit quod tempore diete ìnvaxìonis 
et occupationis dompnus Matheus de Sublacu erat abbas dicti mona- 
stcriii, et dominus Fyldcsmìdus de Mollano erat cius vicarius, et co- 
muniter habebatur vicarius ab hominibus diete abbatie. Interrogatus 
quod offìcium faciebat ibi dictus vicarius, dixit quod puniebat delio- 
qucntes et faciebat totam domìnationem per abbatem, et fadebat 
iudicia civilia et crìniinalia. Interrogatus inier quos faciebat iudicia, 
dixit quod vidìt placitare coram eo dominus Benecavalca cum certis 
vassalUs et alios de quorum nominibus non recordatur. 

Tertio articulo sìbi lecto, dixit vera esse que ìn ipso aniculo con- 
tinentur, quìa vidit dictum abbatem Matheum esse in possessione diete 
abbatie Marchìe et dicti castri mentis Falconis, quia ipsum castrum 
erat ma^is in domanìo abbatìs quam aliquod aliud. Interrogatus ìn 
causa scientìe quomodo scit, dixit ut supra ìn primo articulo. Inter* 
rogatus sì vidit iudices per abbatem in dieta terra, dixit quod vidit 
dominum Rugerìum de [Rivojtino et alios de quorum nominibus non 
recordatur. • 

Quarto articulo sibi lecto, dixit quod dominus Gentilis Actonis 
Mili de Furce, dominus Albertìnus de Exmirillo, dominus Fyldesmìdus 
de .Moliano, dompnus Nicola de Puczallia, monachus dicti monasteriì, 
fuerunt vìcarii [dicti] mona^erii, et prò ipso monasterio et abbatibus 
et publice fuerunt habìlì prò vicariis ab hominibus diete abbatie et 
dicti [castri] per dictum tempus .xi. annorum et plus. Interrogatus 
quomodo scit predicta, dixit se vidisse quoslibet ipsorum vicariorum 
in ipso officio. 

Quinto articulo sibi lecto, dixit quod cum dictum monastcrium 
sic piene possideret, et quasi totam dìctam abbatiam et dictum ca- 
strum moniìs Falconis et homines et vaxallos ipsius, cum dieta co- 
goitione et ìurisdictìone universali ctiam quo ad sanguinem et capi- 
talis pene impositionem, dictum nionasterium prìvatum fuìt omnibus 
prediciis per dìctam ìnvaxioncm dicti Frederici impcratorìs rebellis et 
hostis Romane Ecclesie. Interrogatus quomodo scit, et quomodo facta 
fuit dieta occupatio et privatio, dixìt quod dominus Rainaldus de 
Aquaviva« sicut nuntius dicti regis Ensis, cum sua masnata et gente 
ad dicium castrum Furcis, et dictus abbas Mathcus de Sublacu erat 



Q/iiii della Società 



32J 



io ipso castro, et tunc abbas quod noluit ìurare fidclitatem eius se- 
cessit prò timore de ipso castro, et aufugit et dìscessit de tota Mar- 
chia, et tunc privatum fuit dlctum nionastcrium de tota dieta posses- 
sione. 

Supra scxto artìculo dixit quod cum dompnus Nicola, olim abbas 
dictj monasterii, post occupatìoncm [predictjam possiderei dictum 
castrum mentis Falconis cum pcrùni:nlììs et iurisdictione, quidam 
bonus homo et crediius quod fuerti iuJcx venit prò parte domini Ge- 
rard! Coxadoca, tunc rectoris in Marchia, et accepit tenuiam dìcti 
castri centra voluntatera abbati?, Imerrogatus quomodo scii, dixit 
bene, quia stctit et presens fuìt. Interrogatus sì fuit illata violcniia ipsi 
abbati, respondit quod non alia, nisi quod dictus rcctor misil prodìcto 
abbate, et ipse abbas ivil ad cum, et antequam rediret abbas venit ille 
prò eo, et abstulir castrum, ut supra dixit. Interrogatus quantum 
icmpus est quod predicU fuerunt, dixit se non rccordari. 

Septimo articulo sìbi lecto, dixit quod predictum castrum montis 
Falconis cum perùnentìis et fortillizia pcrvcnii ad Firmanos, et ipsi 
firmam tenuerunt per plures annos, de quorum numero non recor- 
datur, et scìt quod possederunt in preiudìcìum monasterii predicti, 
ìllam rocchcttam, que prius erat ibi, tcnebant adeo quod non permit- 
tebant intrare aliquos prò monasterio, et dixit quod tlla roccha te- 
DCtur nunc prò raarchione, et scit predicta bene, quia vidìt masnadam 
et scrgcntes ìpsìus communis Firmi esse in ipso castro. 

Octavo artìculo sibi lecto, dixìt quod homìnes castri montis Fal- 
coni» et homìnes et vassalli ipsius abbatie prestare consueveruni et 
prestitcrunt sacramenta fidelitatisabbatibus dicti monasterii, honorando 
et recognoscendo eos ut dominos suos, et hoc vidit per tempus .XL. 
annorum et plus. Interrogatus si omnes homìnes dicti castri prestite- 
rum predicta sacramenta, dixit quod sic. Interrogatus si iurabant fì- 
delitatem per syndicum vel synguli, dixii quod tam ipsi quam aliì de 
abbatìa iurabant singulariter, et non per syndicum. Interrogatus quibus 
abbatibus prcsiltcrunt predicta, dixìi quod abbatibus Mathco, abbati 
Herrigo et aliis de quibus asseruit in primo artìculo. Interrogatus si 
fuit et crai presens quando ipsa sacramcnt;i prestabant, dixit quod sic. 
Interrogatus in quibus locis vidìt dieta sacramenta prestati, dixit in 
castro Furcis, in monte Falcone et in aliis castris abbatìe, quia ipse 
m^ et fuit familiarìs ipsorum abbatuum. 

Hmono articulo sìbi lecto, dixit quod commune Firmi fecit fieri in 
BRo castro unum turronem postquam habucrunt dictum castrum et 
in prciudicium Ecclesie Farfensis, prcicr fonilUzia que crat prius ibi. 
Interrogatus quomodo scit, dixit bene, quia crat ìn ipso castro mentis 
Falconis quando Firmani murabant dictum turronem. 




326 



Q4ttì della Società 



Decimo artìculo intcncionis sibi lecto, dixit quod imper;itorFR* 
(Icricus et rcx Manfrcdus post mortem dicti imperatoris occupivenait 
Marchiani et abbatinm, et castra cìus, et occupata tcnuerunt hosdliter 
per tcnipus .xx annorum per gentes et vicarìos quos mittebaat ffl 
MiircliuiTi. Imerrogaius quomodo scit, et si fuit presens in contri^», 
dixit quod fuit presens et scit bene, quìa ibat cum masnaia dUlorui» 
dominorum per Marchiam per magnam pnrtem dicti temporis. 

Undccinio articulo sibi Iccto, dixit quod a .xxx. annis citrd€tp1u^ 
dietimi monasicrium vacavit abbate bene per .x. annos. Interrogai»* 
quomodo scit, dixit bene, quia fuit in contrada abbatte Marchic« ^ 
quando dicti abbates cligcbantur in raonasterio vcnlcbant in M*-*^ 
cliiam, et quando vacabat abbate dìcebatur in contrada diete abbiti ^^ 
Intcrrogaius per mortem quorum abbatuum fuit dieta vacatio, dit* 
se non recordarì. Interrogatus si dicti .x. anni fuerunt continui, dùu 
quod non. 

Duodecimo articulo sibi lecto, dixit quod de his quibus tesiiticaius 
est supra sunt publica et notoria in dieta contrada et manifesta. In- 
terrogatus quid est dicere publica et notoria, dixit quod que gentes 
communiter, et dixit quod non fuit doctus. 

Die .XI. marti», .va. indìctioms. 

Oompnus Mainardus, cappellanus Sancii Blasii de Teramo, tescis. 
luravit preseniibus panibus coram rectore prefato. Primo articulo sibi 
lecto, dixit quod monasterium suprascriptum et abbates qui fuerunt, 
silicet abba[s] Matheus de Arsulo, et abbas Herrìgus de Coxeiano, et 
abbas Stephanus, et ahbas Matheus de Sublacu, nomine dicti mona- 
sterii in solìdum et in totum habuerunt et possederunt ad plenani iu- 
risdictioncm omnium civilium et criminalium causarum et spiritua- 
lium et icmporalium totani abbatiam suprascriptam in Marchia, et 
castrum mentis Falconis spetialiter sicut cammeram eorum cum for- 
tillizia et pertinentiis, ut quis possidet suum, habendo in tota dieta 
abbatìa et in dicto castro gastaldos et baiulos, et vidìl eos cognoscerc 
et facerc cognosci de omnibus causis per iudices suos, et gcneraliter 
omnia facere que facit quilibet dominus et comcs in sua terra, et 
plus quia in spirìtualibus et temporalibus, scd ahi domini in tempo- 
ralibus tantum, et hoc vidit contìnue et pacifìce per tempus .xxx. 
annorum, antequam impcrator fecisset occupati Marchiam et di- 
ciam abbatiam et etiam eo tempore occupaiìonis. Interrogatus quo- 
modo scit, dixit bene, quia vldit eos personaliter in dieta possessione 
et vidit dominar! eos in dieta abbatia. Interrogatus si vidit eos pos- 
sidcre dictuni castrum montis Falconis cum fortìUì/Ja, dixit quod 
sic, quia crai et fuit ibi scolaris ad dìsccndum scrìberc per duos 



d/^tli della Società 



327 



cor 

de 
Nic 



innos, et de aliis scit per pubUcam famam. Interrogatus quantum 
icmpus est quod dieta possessione [privatum est] monasterium, dixit 
se non recordari. Interrogatus quot annorura est ipsc tcstis, dixit quod 
oonaginia. Interrogatus si per dictum tempus nonaginta annorura 
futt continuus in contrada, dixit quod sic in contrada Marchie, 

Secundo anìculo sibi lecio, dixit quod tempore diete invaxionis 
dompnus Matheus de Sublacu erat abbas dìcti monasterii, sed quod 
dominus Fyldcsmidus de Moliano fuerit cius vicarìus non recordatur. 
Interrogatus quomoJo scit, dixit quia vidit dictum dompnum ab- 
batem dominari lune in tota dieta abbatia et in diete castro, et do- ' 
minus Rainaldus de Aquaviva cura sua gente vcnit ad castrum Furcis, 
et intravìt et cepit castrum in quo erat tunc dictus abbas qui recessit 
de ipso castro plorando, ut ipse testis audivit. Interrogatus si tunc 
discessit de tota contrada abbatie, dixit se non recordari. 

Tcrtio articulo sibi lecto, dixit vera esse que in ipso articulo con- 
tincntur, cxcepto quod de domino Fyldcsmido non recordatur vel 

rii vicarius eo tempore. Quesitus in causa scìentìe, dixit in omnibus 
per omnia ut in primo et secundo articulo dixit et testificatus est. 

Quano aniculo sibi lecto, dixit quod vidit domìnum Albcrtìnura 

comitis Alberti de Exmirillo vicarium abbatis in dieta abbatia. Sed 

de domino Fyldcsmido, domino Gentili Acionìs Mìli et dompno 

Nicolao de Puczallia audivit, sed non quod viderit eos in vicariata. 

iterrogaius quantum tempus est quod predicta fuerunt, dixìt se non 

ordari. 

Quinto articulo sibi lecto, dixit vera esse contenta in eo, quia 
sapra retulit sic esse, et in causa scientie dixìt ut supra. - 

Sexto aniculo sibi lecto, dixit se de eo nichil scire. 

Septìrao articulo sibi lecto, dixit quod casirum montis Falconis 
im gyrone superiori pervenit ad cìvìtatem Firraanam. Sed quod 
enit ad Firmanos totum castrum cum iurisdlctione, dixit se ne- 
re, quia servìtia dcbitalia reservata fuerunt abbati, ut audivit. Inter- 
igatus per quantum tempus possederunt ipsum gyroncm, dixit se non 

ordarì, et dixit quod modo curia tenet dictum gyronem, ut audivit. 

Occavo articulo sibi lecto, dixit quod homines montis Falconis et 
ilfi horoines de abbatia, sicut audivit per publìcam famam, presiite- 
runt sacramenta fideliiatis et prestare consuevcrunt dicco monasterio, 
et honorando abbatcs ut dominos suos, et hoc per tempus .xxx. an- 
noruTO ui audivit. 

Nono aniculo sibi lecto, dixit quod commune Firmi fecit fieri turrìra 
in gyrone et castro montis Falconis, quam lurrim ipse testis vidit a 
castro montis PaxìHi in prciudicium monasterii suprascripti et centra 
roluctatem abbatis. Interrogatus quomodo scit^ dixit quod vìdit. 




328 



C^//i della Società 



Decimo articulo sibi lecto, dixit quod a que in ipso axticulo coit- 
tinentur credit, ut audivit per puMicam faniam, sed alitcr ocsdu 

Undecimo articulo sibi lecto, dixit se de contcntis tu eo ooQt^ 
cordari. 

Duodecimo articulo sibi lecto, dixit quod de omnibus quìbos t^ 
stifìcatus est supra, et reddit causara scientie, sum public» et doto* 
ria in contrada, et quia castrum monùs Paxilli coofìniat curo ctsiro 
mentis Falconis. Interrogatus quid est dicere publicum et notorium, 
dixit id quod gentes dìcunt manifeste et publice. Interrogata^ si {tu 
doctus, dixit quod non, et noQ fuìt rogacus, scd dixit ìpsc testii a ^ 
corde suo ut mcminìt. 

Die eodem. 

Gualterius Herrici de Furce, testis. luravit presentìbus parfbo 
coram rcctorc prefato. Primo articulo sibi lecto, dixit quod monasl^ 
rium suprascriptura et abbates dicli monasteri!, silicei abbai Hcrrig» 
de Coxeiano et dompnus Matlieus de Sublacu et alii de quorunifli)' 
minibus non recordatur, in solidum et in totum habuenim et teoBc 
runt et possederunt prò suo ad plenam iurisdictionem omnium civi* 
lìum et criminalium causarum pacifìce, quiete et contìnue; totiiK 
dictam abbatiam suprascriptam et castnim mentis [Falc]onìs de lb^a* 
tìa predicta, cura suis pertinentiis, tenimentis, forlilliiìa, munitiooibui 
et palatio, [qu]od castrum est in Marchia, iuxu tenìmentaro Siactt 
Vicioric Tcrami et Ex.minlli, et [alia] latcra, habcndo in dieta abbitii 
et dicto castro gastaldos et baiulos et cognoscendo de [oninibiiSi 
causìs civilibus et crìminalibus, punìendo et condepnaiido homincs *:^ 
vassallos diete abbatìe et diciì castri, sccundum natura et qualiias ci*' 
lieti rcquircbat, et gencralitcr omnia facerc, que quilibel [domilo*^ 
et Comes facit In sua terra et in suis hominibus, et hcc dicil fu^s^ 
per tempus .xv. annorum ante occupationem et usque ad tempuJ *^^' 
cupationis facte per gentem imperatoris seu regis Ensis cum vcnc 
hostilìtcr contra Ecclesìam Romanam, et occupavit Marchiani, et 
baùam et dictum castrum mentis Falconis. Interrogatus quof^^' 
scìt quod predicti fuerinl abbates dìcti monastcrii, dixit quia b* 
bancur prò abbatibus et homines terrarum diete abbatie obbedic*^^^ 
cìs. Interrogatus si predicti abbates fuerunt personaliter in dieta r^ 
sessione, dixit quod sic, scd quanto tempore fuerit quilibet **'^*\.. 
non recordatur. Interrogatus quantum tempus est quod predicta 
cupatio facta fuìt, rcspondit quod a .xxx. in .XL. annos ut crediti 
tcrrogatus quot annos seu quanti temporis crat ipsc testis tunc t^' 
poris, rcspondìt se ncscirc, scd scii bene, quia tunc portabat iam ar*^*^ 
et crat robustus iuvenis, Interrogatus si fuìt presens in contrada cO^ 










Q^ilì della Società 



329 



^ue, ve! absentavh se de provinsta eo tempore quo dixit monasie- 
i-um posscdissc predicu, et abbatcs ìpsius tnonasteriì» rcspondic quod 
lit presens in contrada per dìctum tempus, et non absentavit se de 
f ardua. 
. Sccundo articulo sibi Iccto, dixit quod tempore diete invaxionis 
Dpnus Mjtheus de Sublacu crai [abbas] dicti monastcrii, et domi- 
t FylJesraìdus de Molìano erat cius vicarìus et prò suo vicario ha- 
batur]. Interrogjtus quomodo scit quod dominus Fyldesmidus 
Gctus fuit vicarìus, dixit ben*;, quia fuii presens in monasterio 
tnctiSilvatorìsde Aso ubi factus vìcarius tuit in tota abbaila a dicto 
>bate de Sublacu. Intcrrogatus quod ollìcium faciebat ibi dictus Vi- 
lnus, dixit quod precipìebat et faciebat que faciunt domini. 

Tertio artìculo sibi lecto, dìxìt quod dictus abbas et dominus 
yldesmìdus faciebant tempore diete invaxionis ca que supra dixit 
■ possidcbant totam abbatiam et homincs et vassallos ipsius abbatie 
dicti castri ad plenaoi iurisdìctìonem, et erant in possessione co* 
3ttìonis plenarie in tota dieta abbatìa et dicto castro, habendo ìn 
•MS castris gastaldos seu viscontcs. Intcrrogatus quomodo scit pre- 
sta, dixit ut supra in primo dicto. Intcrrogatus qui fuerunt viscontea 
i ipso castro, dixit se non recordari de nomìnibus, sed in castro 
ttTcis fuerunt dominus Moricus de Nirano, Rainaldus Bencdicti. In- 
rrogatus si vidit iudices eo tempore prò abbate in dieta abbatta, 
xìt quod vidit dominum Rugerium de Ruvetino, sed de aliis non 
cordatur, qucm iudìcem vidit ibi iudicare causas civìles et crìmi- 
lles et ìnter homincs diete abbatie. Intcrrogatus que fuerunt cause 
qui fuerunt iudicati, dixit se non recordari. 
Juario articulo sibi lecto, dixit quod dominus Gcntilis Actonis 
de castro Furcis, dominus Albcriinus comitis Alberti, dominus 
e«midu5 de Molìano et dompnus Nicola de Puczallia monachus 
monasterii fu[eruntj publice habili viearii in tota dieta abbatìa 

dicto monasterio et ab hominìbus totius abbatie [et dicti] castri 
Dtis Faleonis. Interrogati;^ quomodo scit, dixit quod vidit predìctos 
pso officio vicariatus. Interrogatus per quantum tempus quilibct 

am fuit vicarìus, dixit se non recordari. 

2uinto artìculo sibi lecto, dixit quod cum dietum monastcrium 
splene possidcrct dietum castrum et aliam [abbatiam] in pace de 
la nuUam Utem habebat, Jictum monastcrìum fuit pnvatum omni 
issessionc predictorum peradvemum gentìs imperatorìs. Intcrrogatus 
lomodo scit, dixit quod vidit. Intcrrogatus quomodo fuit faeta dieta 
ivatio, dixit quod gens regis Enzis vcnit cum exercitu magno cum 
u*racems et Theotonicis ad castra ipsius abbatie, et vidit eos venire 

1 castrum montis Falconis, et homines ipsius castri fecerunt eorum 





330 



oAtti della Società 



ì 



mandata, et tunc abbas recessìt de contrada. Interrogatus si tixipcc 
venit personalìtcr in dictam abbatiam, dìiut quod non, sed vidill 
in obssccssionem super Asculum. 

Supra sexto articulo, dixit quod dompnus Nicola abbas tuonasi 
dìcti post occupationcm predìctam possidebat dìctum castrum tal 
sìcut homo habet suum. Et tunc marchio qui erat misìt quo; 
nuniios ad dicium castrum, et tunc abbas reliquit cis castrum, scJ 
voluntarie. Sed quod aliam violcrìtiara fecisstrt non vldit, et tuni 
dìcti nuntii asscendenint roccham et tenuerunt. Interrogatus quoi 
scit, dixit quia presens fuit. 

Supra septimo articulo, dixìt quod postquam fuit id quod 
supra sexto articulo, commune Firmi tenuitdictum castrum. [ni 
gatus quomoJo scit, dixit bene, quia vidìt sergootes prò comi 
Firmi tenere roccham ipsius [castri. Sed] quanto tempore lenfl 
dixit se nescìre. 

[Octavo] articulo sìbi Iccto, dixit vera esse quo in ipso artì< 
contint;ntur. Interrogatus quomodo scit, dixit quod [vidìt predici^ 
ipsc tcstÌ3 multotieiis fccìt. Interrogatus per quantum tempus V 
prcdicn, dixit quod tempus .xv. [annorum] et plus. 

[Nono] articulo sibi lecto, dixit quod commune Firmi Aeri fccitl 
sarum in ipso castro in capite [Jictì] castri muratum undique. I4 
rogatus quomoJo scìt, dixit quia vìdit preter fortilliziam quc pi 
erat ibi prò ecclesia suprascripta. Interrogatus si hcc facta fucninl 
preiudìcium monastenì, dixit quod sic. Interrogatus quomodo 1 
quod fuisset in prciudicium monastcrii, dixit bene, quìa monasteri 
non potuit fructare castrum sic ut prius. 

Decimo articulo sìbi lecto, dix-tquod imperator FredcricusctpJ 
raortcni eius rex Manfrcdus hostiliter occuparunt Marchiam ctoo 
pata tenuerunt abbatiam ce castra eius de Marchia per .xx. son 
Interrogatus quomodo scit, dixit quod vidit et audivit et fuit Ìo 
trada. Interrogatus si absentavit se de Marchia, dixit quod non. W 
rogatus si centra Romanam Ecdesiam, dixit quod sic 

Undecimo articulo sìbi lecto, dixit quod a .xxx. annis citradid 
monasterium vacavit abbate per dictum tempus et plus, sicul crO 
et nescit aliter, nisi quia vidìt abbatìe Marchie sine abbate per djc* 
tempus, sed quod fuerint abbates in monasterìo vel non, disi! 
nescìre. 

Duodecimo artìcolo sibt lecto, dixit quod de omnibus quibusi 
stificatus est supra et reddidit causam scientìc sunt publica etnoU 
in contrada. Interrogatus quid est dìcere publicum et notorium* 
quod quc gentes pubLce dicunt, et non fuit doctus. 



Q^ìti della Società 



33J 




Eodem die. 

rBr}aBonB SOvctì de Furce, tcstis. luravii presentìbus panibus 
OKaa rvoorc prefato. Primo articulo s!bi [lect]o, dixit quod moaa- 
Menan sapTascrìptnm et abbates dictì monasterii qui fucruni prò tem- 
lonfeas, siCccs dompnus Matheus de Arzulo. [dompnus] Hcnrigus de 
CoxessDo, et abbas Odenscius, dompnus Matheus de SubUcu n aliì 
et ynmiii [nommijbus noa recordatur, nomine dicii monasi«rìì ci 
ffoìfto n>ooastcrio habucrunt, tcnucrunt et possedcrunt totaro [ab- 
ba)iaB et castrum montis Falcoois ad plenam iurisdictionem cum 
pfniwiilTli et gyrone, quod castrum positum est in Marchia, iuita 
castri Farcis, ExmiriUi et t)uminis Asi et alios fincs, et 
cos habere gastaldos et viscontcs in ipso castro, et aliis de ab- 
et iodicem qui cognoscebdt de omnibus causis civilibus et en- 
ei condepnabat in pecunia et in personis, et vìdit cus gene- 
rt£tcr omnia Tacere quc quilibet dominus et comes facit in sua terra 
et io suis vaxalUs, et hcc dicit se vidissc per icmpus .xxx. annorum, 
■qoe id tempus et co tempore quo imperator ei rex Ens per suos 
■otios hcwtilitcr occupaverunt Marchiam» abbaiìam ci castrum pre- 
^cftnn montis Falconis. Inicrrogatus quomodo scit, dixit bene, quia 
cos huberc et tenere, ui supra dìxit. loierrogatus quomodo scit 
predicti tuisseni abbates dictì monasterii, dixit quia viJit homìnes 
'fcwc faccrc cis obbedientiam et fideliiatem. Interrogatus quantum 
**"»pti5 est a dicu occupatione ciira, dixit se non recordari. Inter- 
'^ogiius quot annos habci ìpsc testis, dixit quod octuaginta annos et 
plus. Interrogatus si fuit presens in contrada et non abscntavit se de 
**fchii, dixit quod presens fuit per tempus illud .xxx. annorum et 
'*°'* »b$€ntavit se de Marchia. Interrogalus qui fuerunt gasialdi seu 
'iscontcs in dicto castro moniis Falconis et aliis castris dicto tempore 
r^**ipsi$ abbatibus, dixit quod in dicto castro raontìs Falconis fuit 
•^rsìlius Paracaseì, Raìnaldus Gratìani, et alii quos non cognovit 
Qomine; et alii fuerunt in castro Furcis [dominus] Acto Albrici, do- 
i^U5 Moricus de Nirano et Giso Actonis Todini et magijter Phy- 
"PP"s Hcrradi Let[onis], qui fuerunt prò illis temporibus et eo 
tnnport'. 

SccunJo articulo sibi lecto, dixit quod tempore diete occupatìonis 
ipnus Matheus de Sublacu erat abbas dicti monasterii et dominus 
Wcjmidus de Moliano erat cius vicarius in tota abbatia marchie. 
errogaiu? quomodo scit predicta, dixit quia vìdit. Interrogalus quìs 
it vicarium dictum dominum Fyldesmidum, dixit quod non inter* 
ordìnaiioni eius vìcariatus, sed vìdii quod homincs diete abbatie 
*edlebant sibi ut vicario dicli abbatis. Interrogalus quod crai offi- 




332 



Q^tti della Società 



cium eìus, dixlt quod in omnibus, quia abbas coiuictebat sibi vìces 
suas in temporalibus. 

Tenio «irticulo sibt Iccto, dixit vera esse ut in dicco articolo con- 
imentur, et in causa scicuiic dixit ut in primo articolo sui dìcti tc- 
siìfìcatus est. Incerrogatus sì vidìt ofHtiales dìcti abbatis ìn ìpsa ab. 
batia ei iudices co tempore, qui iudìcarcnt et punirent, dixit quod 
sic. Interrogatus qui fuerunt dicti iudices, dixit quod dominus Phy- 
lippus de Coxeiano, et dominus Rogcrius de Rivotino, et Jominus 
Arnolfus de Coxeiano, et alii de quorum nominibus non rccordatur, 
ut vidìt alìquos punitos In oculis, silicet Raìnaldum Dionisìi, Petrum 
Albertucii, Vcnturam Carradi et C^mbium Morìci Matielle, quos di- 
cebant homines punitos esse per dictos iudices, et ipse testis vidìt 
exire ìlla die qua fuerunt orbati de gyrone Furcis. 

Quarta articulo sibi lecto, dixit quod dominus Geniilis Actonis 
Mìlì de Furce, dominus Albertinus comitis Alberti de ExmìriUo, do- 
minus Fyidesmidus de Moliano et dompnus Nicola de Puczallìa nio- 
nachus dtctt monasteri! et dompnus Tebaldus monachus dicti mona* 
sterii fuerunt vicarii prò ipso monasterio in dieta ubbaiìa et in dicto 
castro montis Falconis. Intcrrogatus quomodo scit, dixit quia vidìt 
predictos in vicariatu. 

Q.uinto articutosibi lecto, dixit quod tunc monaslcrìutn possidente 
dictam abbatiam et dictum castrum ut supra dixit, privatum fuit pos- 
sessione ipsa. Interrogatus quìs privavit monasterium ipsa possessione 
et quomodo scit, dixit quod dominus Rainaldus de Aquavìvj tunc 
nuntius impcriìtoris venit cuni sarracenis et nilliiibus multis ad castrum 
Furcis, et tunc dictus abbas Matheus erat in ipso castro Furcis, et 
cum noUet facere mandata ipsorum recessit de dicto castro, et 
homìnes ipsius castri Furcis fecerunt mandata ipsius domini Rainaldi, 
quia non potuerunt aliud. Et eadcm die ìvit ipse dominus Rainaldus 
versus castrum montìs Falconis ad ecdcsìani Sancti lanuariì, et ibi 
recepii homines montìs Falconis ad mandata. Interrogatus quomodo 
scit, dixit bene, quia stetit et prcsens fuit et erat ìpse testis torresia- 
rius et cusios gyronìs dicti castri Furcis. 

Supra sexto dixit quod post dìctam occupationem abbas Xicola 
cum possiderct dictum castrum montìs Falconis, audivìt dict per pu- 
blicam famam quod dominus Gerardus Coxadoca rector marchìc tunc 
misitsuosnuniios ad castrum mentis Falconis et fecit aufcrrì castrum, 
sed non quod ipse testis alìter sciret. 

Supra scptimo dixit quod communc Firmi apprchendiJit roch^m 
dicti montis Falconis, et cara tcnuìt per plures annos, sed per quot 
annos tcnuit non rccordatur. Interrogaius quomodo scit, dixit auditu. 

Octavo articulo sibi lecto, dixit quod homines abbaile et dìcti 



Q^tti della Società 



333 



stri montìs Falcoais presucerunt et presure consuevcrunt iuramenta 
iditatU abbatibus dicti monasterìi obbedlendo eis sicut dominis 
rum et recognoscendo eos ut dommos. Interrogatus quomodo scil, 
ót se vidisse quasi per omnia castra abbatte, quia abbates ducebant 
Mm testem prò corum l'amiliare, quilìbct corum de quìbus dixlt suo 
npore. Interrogatus per quantum tenipus vidit predieta, dixìi a 
Dpore sue recordationis, excepto tempore quo imperator tenuit 
Tarn, ut supra dixjt. 

Nono artìculo sibì Iccto, dixit quod commune Firmi fecit fieri in 
3itc dicti castri moniis Falconis post dìctam occupaiionem unum 
:eptum preter forùLlizìa scu paUtìum quod abbas prìus habcbat ibL 
errogatus quomodo scit, dixit quod a longc vìdebat quando fìcbat 
Tiim receptum, et dicebatur quod Firmani facicbant fieri. 

Decimo artìculo sibi lecto, dixit quod imperator Fredericus, et 
st mortera ipsius impcratorìs rex Manfredus, occupaverunt Mar- 
iani et dìctam abbatiara et tenuerunt occupatam; sed per quot 
Bos non recordatur. Interrogatus quomodo scit predicta, dixit quìa 



Ddecimo artìculo sibi Iccto, dixit quod a .xxx. annìs ciira va- 

abbatia abbate in istis partibus Marchie bene per .vii. annos, 

edìt et sibi videtur, et aliter nescìt. 

Duodecimo articulo sibi lecto, dixit quod ea que supra testifi- 

I est et rcddit causam scicntie sunt publica et notoria in contrada. 

Dgatus quid est dìcere publicuni et notorium, dixit quod que 

communiter dicunt, et quod non fuit doctus nequc rogatus. 

Eodem die. 

pnus Meliorati de Teramo, testìs. luravit prescntìbus partibus 
rectore prefato. Primo articulo sibi lecto, dixit quod mona- 
atn suprascriptum et abbates qui fuerunt prò temporibus, sllicet 
M9 Gentilis et abbas lacobus, abbas Philìppus, et abbas Herrigus 
Coxeiano, et abbas Mnthcus de Sublacu et aliì de quorum no- 

E" 5 non recordatur, nomine dicti monasterìi, et prò ipso mona- 
n solidum et in totum habuerunt, tenuerunt et possederunt ad 
iurisdictionem totam abbaiiam et castrum mentis Falconis 
n£ce et quiete et continue, ponendo ibi baiulos et gastaldos seu 
:ontes in tota dieta abbatia et ìn dicto castro, et generalìter vidit 
. omnia facere iustìficando homìnes, et per ìudices et vicarios 
■B sicut facit domìnus et comes ìn sua terra et intra suos ho- 
Ei; et hec vìdit per tempus .xxx. annorum et plus usque ad 
ipus quo imperator sive gentes ipsius ìmperatorìs hostiliter occu- 
, Marchiam et abbalìam predìctam et dictum castrum. Interro- 

ÌArchiyio detta R. Società romana di storia patria. Voi. XI 33 




C4tti della Sodetà 



I Kit predicu» diKÌt se vidisse, et quod per ' 
> iNUcam famam scìvisse. Interrogatus quomodo scit q< 
nt abbates dictì monasteriì, dÌKÌt quia vìdit eos 
«l honorih ab hominibus diete abbaiie et sìcut honorantur 
UtteCTO^atus quantum tempus est quod predicia fueruni, dixà 
lUiiucro annorum non recordari. Interrogatus quantum tempos habct< 
IpM Mltis, dixit .LXXX. annos et plures. Interrogatus si fuit prescass per 
<Uc(um tempus .xxx. annorum in contrada [et in] provinzia Marchir, 
daxit quod ùc. 

lSccund)o articulo sibi lecto^ dixit quod dompnus Mathcus de 
!iutocu or«t abbas dicti monasterii tempore [lnv]axtonis predictc» 
«( JouiUuis Fyldosmidus de Molinno erat suus vicarius in dieta ah- 
b4tu, ci communitcr homines [ab]batie habebant eum prò vicario. 
kkVKfOg*'^ quomodo scit , dixit quia vìdìt. Interrogatus quod 
^^llUlttin fftclcbdt [dictus] vicarius in dieta abbatia, dixit quia omnia 
li^lfbAt CI lustìticabat et rationem requìrcbat ab ofBtialibus [ceir|a- 
uriU et baiulis qui erant in abbatìa predicta. et omnia facicbat in 
tviuporallbus, quod dicti abbates per se facìebant dum erant pre- 

IVrtlo articulo sibi lecto, dixit quod tempore diete invaxionis 
^rvdKli dompnus Matheus abbas dicti monasterii, et dominus Fyldes- 
luUIui «tu» vicarius, nomine dicti monasterii habebant et possidebant 
|i4^ÌU(v et quiete totam dìctam abbatiam et castrum moaiis Falconìs 
vi ttttmliu*« et vassallos ipsius abbatie et castri montis Falconis ctiam 
Mmqurini liomincs et vassallos ipsius monasterii et ad plcnam iurìs- 
tlUkl*i>i^ni. tempore diete invaxionis et occupationis erant in posses- 
%\m$ vd quasi possessionis cognitionis et iurìsdìctionis plenarie 
fil^l^tfiulu in tota dieta abbatìa et castro montis Falconis in pecunia, 
y| ili iiiembrì*. et in persona, faciendo etìam eosdem homines et 
vmittlitt* klclinquentes suspendi et decapìtari. seeundum quod requi- 
l«Ìi4il riiilura et qualitas delieti. Interrogatus qui fucrunt viscontcs et 
MIM1«II in ipso castro montis Falconis [et in aliis cajstrìs, dixit quod 
|U vAiliO montis Falconis vidit Raìnaldum Gratianì primo viscontem 
fi jtoit «uiu cellararium co tempore, et Morieum Tofani qui fuit 
HAftMldtir Interrogatus si vidit ibi iudices, dlxìt se non recordari. In* 
^^ti«i||4lMi qui l'ucrunt puniti seu condepnati in persona eo tempore 
\%\ tl*«Ì« l^*"^^'* ^^^^^ ^^ °°" recordari. 

(lilAHO «rticulo sibi lecto, dixit quod dominus Gcntilis Actonìs 

il,.-, dominus Albertinus comitis Alberti, dominus Fyldcs- 

U'IJano» dompnus Nìeolaus de Puczallia monaehus dicti 

miM(4ilviil lucrunt vìcarii dicti monasterii prò dìcto monasterio et 

tMvMSUU Abbdtuum, et publice habiti sunt prò vicariìs in ìpsa abbatìa. 




■bgatus quomodo scit, dixit quia vidit. Interrogatus si dominus 
Bnus aliquìd possedit in castro montis Falconìs, dixic quod ha- 
^uosdam vaxaJIos, et audivit quod dictus dominus Albertinus 
ébat fìdelìtatcRi abbati. 

Quinto aniculo sibi lecto, dixit quod cum dictum monasterìutn 
piene possidcret et quasi toum dìctam abbaiìam et dictum ca- 
ni montis Falconis, et homines et vassallos ipsius, cum dieta co- 
ione et iurìsdictione ani [versali] etiam quo ad sanguihera et ca- 
Bs pene imposìtioncm, dictum raonasterium privatum fuit omnibus 
Uctis per dìctam ìnvaxionem et occupationem dicti Frederici im- 
itorìs rcbellis et hostis Romane Ecclesie. Interrogatus quomodo 
feluit dieta privatìo» dixit se non recordarì, sed scit predìcta au- 
Ttt per publicam famam. 

Supra sexto articulo, dixit nichil scìre alìud nìsi auditu et per pn* 
famam. 
pra septimo nrticulo, dixit quod Firmani abstulerunt dictum 
I montis Falconis et tenuerunt ipsum castnim prope .xx. annos, 
; eos ibi Tacere turrim. 

ictavo articulo sibi ledo, dixit quod homines et vassalli ipsius 
vét et homines ipsius castri consueverunt prestare et prcstìterunt 
amenta lìdelitatis abbatibus dicti monasteriì, qui fuerunt prò tem- 
p», cos honorari et revereri sicut dominos eorum ab eis, et hcc 
la tempore recordationis ipsius testìs, excepto tempore quo mo- 
lliim caruit possessione ipsa per dictam occupationem. Imerro- 
Ea quot annts citra recordatur ipse testis, dixit quot a .LX. annis 
^Interrogatus si fuit presens prestationi ipsorum sacramentorum, 
: quod multotiens et in pluribus locìs abbatte ipsius» et scit per 
tum et per publicam famam. 

Kono articulo sibi Iccto, dixit quod postquam comraune Firmi 
lit Jictum castrum fieri fecil a capite ipsius castri unum g^Tonem 
er guardìam que erat ibi prius. Interrogatus quomodo scit, dixit 

vidit et audivit sepius, et \'idit ibi lohannem de Barlecta ca- 
uum prò commune Firmi. 

Decimo articulo sibi lecto, dlxìt quod imperator Fredericus et 
Wanfredus occupatam tenuerunt Marchiam et abbatìam hostiliter 
Ta Ecclesiam Romanam per .xx. annos. Interrogatus quomodo 
dtxit quod vidit prò magna parte et audivit. Interrogatus si 
essit de provinzia per dictum tempus, dixit quod non. 
Jndecimo articulo sibi lecto, dixìt supra eo nichil scire nisi au- 
et per publicam famam. 

>upra duodecimo articulo» dixit quod sum pubLica et notoria ea 
testificatus est supra. Interrogatus quod est dicere publìcum et 






}}6 otiti della Società 



notorium, dixit se nescìre. Interrogatus si fuìt doctus vcl rogatus hoc 
testimonìum Tacere, dixit quod non. 

Die .XV. martii. 

Dompnus Rainaldus, monachus Sancti Kaiorvi de Tolentino, te- 
sti», luravit presentibus partibus coram rcciorc prefato. Primo arriculo 
sibi lecto, dixit quod monasierium suprascriptum et abbates qui fu< 
runt, silicei abbas Mathcus de Arsalo, abbas Hcrrigus de Coxeiano^ 
et post eum in tempore non Continuo quod sibi recordetur abbas, 
Stephanus, et abbas Odcrìscìus, et post istos abbas Matheus de Su- 
blacu, nomine dicti monastcrìi in solìdum et in totum habuerunt, 
tenuerunt et posscdcrunt quo ad plcnam ìurisdictioncm civilium et 
criminalium causarum pacitìce, contìnue prò suo, sìcut abbates tenent 
suam terram, totam dictam abbatiam suprascriptam et castrum montis 
Falconis et abbatiam predìciam, cum suis pertinentìis et tenimentis, 
et cum domo que erat in capite castelli. Quod castrum est in Mar- 
chia, cuius congnia sunt ista : castrum Sancte Vìctorie, tenìmcnta 
castri Exrairilli, castri Terami et (lumen Asì; habcndo in ipsa ab- 
batia tota gastaldos et vlscontcs et in ipso castro et in tota abbada, 
cognoscendo de causìs civìlibus et criminalìbus, et per iudiccs eorum 
vìdit aliquos homines plures punir! in pecunia et in personis, et vidic 
cos et omnia et slngula Tacere que quilibei dominus et comcs facit 
in sua terra, et plus quia in spiriiualibus dominabantur. Et vidìt pre- 
dieta per tcmpus .\l. annorum usque ad lem pus et cu tempore quo 
rcx Enz tìHus ìmpcratorìs intravit Marchiam et usque quo occùpavìi 
provinciam totam et dictam abbatiam et dictum castrum montis Fal- 
conis. Interrogatus quomodo scit predicta, dixit quia vidìt et intcrfuit. 
Interrogatus quomodo scit quod prcdicti t'uerint abbates in dieta abbati;! 
et in ipso castro, respondit quìa homines vocabant ipsos abbates, et 
ipsifaciebant eaque faciunt abbates in dieta abbatta et in ipso castro. 
Interrogatus quantum tcmpus est quod predicta fuerunt, dixit se non 
bene recordari. Interrogatus quantum tempus habet ìpse icstìs, dixit 
.Lxxx. annos et plus, ut ipsc credit. Interrogatus si prcdicium tcmpus 
.XL. annorum fuìt prcscns in provinzia Marchìe, et in dieta contrada,, 
dixit quod sic, exccpto quod una vice ivit in Lombardiam ad ab- 
batera Stephanum predìctum qui erat in Lombardia, in eundo me* 
rando et redcundo traosierunt .xx. dies. Interrogatus in qua terra 
dictus testis fuìt orcus, dixìt in monte de Nove, quod est castrum sa* 
biectum ipsi abbati et dicto monasterio. 

Secundo articolo sibi Iccto, dixit quod tempore diete òccupationis 
diete provinzie et diete abbatte dopnus Matheus de Sublacu erat abbas 
dicti monastcrìi et dominus Fyldesmidus de Moliano erat eius vjca- 




Ls in dieta abbatU. Incerrog^atus quod erat ofHcium dictì vicarìi, 
àt quod ordinabat et fadebat prò ipso abbate quc spcctabantor ad 
nporalia et publice habebatur prò vicario ab hominibus diete ab- 
ic, et ipse vicarias et prò eo dominus Rogerius iudex de Rovetino, 
nn vidit euni iudicera prò domino Fyldesmido, et Meliorem de 
ioforte, et dominum Uguiczionem filium naturalem dictì domìni 
Idesmìdi, qui fecerunt ìudìcìa plura in delioquentibus, de quorum 
Minibus non rccordatur. 

Tcrtio articulo sibi lecto, dixit vera esse et fuisse que in ipso ar- 
ilo coniinentur, hoc adiccio etiam, quod vidù viscontem in quo- 
rt castro diete abbatie. Quesìtus in causa scientie, dixit in omnia 
per omnia ut supra in primo articulo dixit. 
Quarto articulo sibi lecto» dixit quod dominus Gentilis Actonls 
i de Furce, dominus Albertìnus comitis Albertini de ExmiriUo, 
ninus Fyldesmidus de Moliano et dopnus Nicolaus de Puc/allia. 
n et Arpinellum domini Gibcrti de Valle, dopnum Laurentìum pe- 
ioum, dopnum Bcrardum de Montcnigro, dopnum Nicolaum de 
Sa \idit vicarios prò abbatìbus qui fuemnt prò tempore in mo- 
tcrio dìcto. Interrogatus quomodo scit predicta, dixit se vìdisse. 
Quinto articulo sibi lecto, dixit quod cum dictum monastcrìum 
lideret diciam abbatiam et castrum montis Falconis et vassallos 
US cum iurìsdictìone plenaria, ut supra dixit, monasterìum fuit 
atum omnibus predictis. Interrogatus quomodo scit et quomodo 
■ ^it dieta prìvatio, respondit quod cum exercitus imperatoris et 
s eius cum rege Entìo ad partes illas venirent, videlicet ad castra 
US abbatie, et castra facerent mandata eorum, quia gens illa erat 
omunicata, et abbas timebat, aufugit et exivit de ipsa terra. 
Sexto articulo sibi lecto, dixit quod audivìt dici quod Gcrardus 
:adoca, rector in Marchia, fecit sibi darì castrum montis Falconis, 
kebatur quod de mandato domini abbatis fecerat. 
Sepurao articulo sibi lecto, dixit quod castrum montis Falconis 
hit ad civitatcm Fìrmanam, et illud castrum habuit et possedit 
mis annos et plus in preiudicium dicti monasterii et contra ìus 
\ detrìmcntum animarum suarum, et nunc póssidet licet nomine 
lane Ecclesie teneatur. Interrogatus quomodo scit, dixit quia au- 
t, et est in pubiica fama. Interrogatus quale preiudicium fit mo* 
erio, dixit quod Firmani facicbant ibi pontem et dominantur ca- 
ni, exceptis domaniis et debitalibus. 

Retavo articulo sibi lecto, dixit quod homìnes et vassalli diete 
ttie et dictì castri prestiterunt et prestare consueverunt sacramenta 
ititis abbatibus qui fuerunt prò temporibus in dìcto monasterio, 
do et recognoscendo eos ut domìnos suos, faciendo debitalia 




538 



Q/ìtii della Società 



i 



et usualia servìtia et hoc a. tempore recordatioais ipsius testis, eicepto 

tempore quo dictus imperator tenuit terram. Interrogalus quomod^ 
scit predicu, dixit quia vidìt plurìes et pluries et multotìensintertai^ 
presiationibus dictorum sacraraeniorum et servitiorum a dìcto »^ 
recordationis tempore. Intcrrogatus si sacramenta predicia prou-' 
baniur singulariter per homines diete abbatie et dicti castri vd per' 
syndicum» dixit quod singulariter. 

Nono aniculo sibi lecto, dixit quod commune Firmi fecii fieri i> 
prciudicium dicti monasteriì in capite dicti castri montis Falcooii^ 
unum g)Tonem, non quod ìpse testìs interfuit quando fuìt factum. s'>l 
viJit post, et per publicam famam scii quod Firmani fecerunt ìpjaic- 

Decimo articulo sibi Iccio, dixit quod imperaior Fredericus, «*■ 
post mortem eius rex Manfredus, per nuntios eorum cura eierciiun» 
occuparunt Marclitam, totam abbatiam et dictum castnim, et domìD>^ 
hierrìgus de Aquaviva cum excrcitu imperatoris advenit in .Marchi 
et in dictam abbatiam, et tempore rcgis Manfredi vicarii eius oca» 
pans dictam provinciara et abbatiam hostiliier comra Romanam E^"" 
clcsiara et in prciudicium dicti monasteri!, et occupatara tcnucr»*^*" 
per .XX. annos et plus, ut credit 

Uniiecimo articulo sibi lecto, dixit quod monasterium suprasc 
plum a .XXXV. annis citra vacavit abbate aliquando» [u]t credit; *' 
per quantum tcmpus ncscìt. 

Duodecimo articulo sibi lecto, dixit quod ea supradicta de quife'' 
testìfìcatus est et reddìdJt causam scientie sunt nota et publica B^ 
minibus de contrada et manifesta, et dìxìt quod non fuit docc^** 
nequc rogatus dictum testlmonium. 

Die predicta. 

Dopnus lacobus prior ecclesie Sancte Marie de Ofìda, tcstÌJ. J 
ravit presectibus pariibus et corara rectore prefato. Dìxii quod a^ 
nasterium suprascrìptum et abbas Mathcus de Sublacu, nomine dt^ 
monasteri! et prò ipso raonasterio, de alììs abbatibus precedcndl^ 
in tempore dicium abbatem Matheum, excepto abbate Hcrrigo ^ 
Coxeiano quem rccordatur in abbatia predicu et tempore cuius ij^ 
testìs reccptus fuit monachus dicti monasteriì, qui abbatcs iiabucri 
tenuerunt et possederunt in solidum et in totum prò ipso menasti 
ad plenam iurisdictìonem causarum cìvìlìum et crìminalium contini 
dictam abbatiam et castrum montis Falconis de ipsa abbatia cu 
pertinemits et domlbus quc crant in ipso castro, prò ìpsis abbatibu 
et vidit eos habcrc gasuldos et baiulos in dieta abbatia et 
predicto, et vidit eos cognoscere de causìs civilibus et criminalibi 
per eorum vicarios et iudices, et vidit eos generaliter omaid 



d^i^ 




inus et Comes facit in sua terra et in suis vassallìs, et plus 
piritualibus domìnabantur ; et hec per tempus .x. annorum 
«<jue ad lempus et co tempore quo rex Enzis intravjt Mar- 

occupavit abbatiam totam et sicut aliam cerram. Interro- 
)modo scìt preJicta, dix.it se vìdìssc, quia vtdit dictos abbates 
, et alìos erant prò eis sicut supra dixit. Interrogatus quo- 
t quod predìcti abbates fuerint, dixil quod vidit eos haberi 
:ìbus, et scit bene, quìa fuit de ìpsorum familia. Interrogatus 

tempus est quoJ predieta fuerunt occupata ut supra dixii, 
ton recordari. Interrogatus sì dominus imperator venit per- 
ad dictam abbatiam et dictum castrum, dixit quod non, sed 
lem regis Enzis venire in cxercitu super Ofidam, et genles 
icebant quod predictus erat ibi, et tunc dictus abbas qui tunc 
carius eius rccesserunt de abbatta prò timore. Interrogatus 
tpus dictorum .x. annorum de quibus annis asseruit fuit pre- 
tntrada, dixit quod sic. Interrogatus de qua terra fuii oriundus 
ti5, dixit quod de castro de monte de Nove de dieta abbatia. 
ido articulo sibi lecto, dLxit quod tempore diete occupatioois 
m 4ìcti raonasterii dopnus Matlieus de Sublacu» sed quod do- 
(Idesmidus de Mollano esset vicarius eius non recordari. Et 
unum Rugeriuni filium dictì domini Fyldesmidi et dominum 
ocni filìum naiuralcm eius et Bonsaltum de Molìano esse in 
iriatu, et diccbant homines eos stare prò dicto domino Fyl- 



) articulo sibi lecto, dixit vera esse quc in ipso articulo con- 
excepto quod doraìnura Fyldcsmidum non vidit in vicariatu, 
dixit, sed vidit dictos lìlios eius, et Bonsaltum familiarem 
loscere et punire Jelinquenies, et Vidit eos facere torqueri 
ì Rainucii et lacobum Berardi de monte de Nove prò eo 
(bantur furtum commisìsse de biado in nocte. Interrogatus 
t scit predicta, dixìt quod erat in terra et castro montis de 
vidit bladum portari per illos quibus dicebatur substractum 
tive quod deberet eis reddi, non quod viderit eos torqueri, 
publice dicebatur per terram. 

IO articulo sibi Iccto, dixit quod alios vicarios quorum no- 
pso articulo contìnentur non Nndit, sed vidit dopnum Nicolam 
llia, monachum dicti monasterìì, vicarium prò dicto mona- 
dieta abbatia. Interrogatus per quantum tempus vidit, dixit 
nnos. Interrogatus quomodo scit quod fuerit vicarius, dixit 
la vidit iicteras privìlegii vicariatus ipsius, in quibus contine- 
td homines abbatìe deberent ei obbedire in temporalibus et 




340 



oAtti della Società 



Quinto aruculo slbi lecto» dixit quod cum dìctum monascerìuni 
sic piene possideret, ut supra dixit in primo, dictam abbatìam et dictura 
castrum mentis Falconis dlcium monasterlum privatum fuit dieta 
possessione per occupationem et invaxionera prefatam. Inierrogatus 
quomodo scii, dixit quod cum dictus abbas Matheus iam rccessisset 
de ìpsa abbatta timore gcntis dicti regts, ut dixit in primo arùculo, et 
dopnus Nicola predictus remansisset et gereret ofBcium vicarìatus, 
venit quidam domìnus Salomon, et dicebatur quod prò ìnperatore 
venerai et prò domino in contrada iìla, et cum ìnciperet dominali, 
dictus dopnus Nicola recesslt prò timore, quod predictus dominus Sa- 
lomon minabatur ci, ut ipse tcstis audiebat. Interrogatus quomodo 
scit et ubi fuerunt predicta, dixit quod in castro montis de Nove vidìt 
dictuni domìnum Salomonem sic se habere ut supra dixit. 

Supra scxto articulo dixit quod cum dopous Nicola abbas oUm 
dicti monasterii esset in terra Ofide misìt domìnum Gentilem de 
monte SanctJ Poli, et cum eo ipsum testem, ad castrum montis Fal- 
conis prcdictum, ad petitionem dominorum de Exmirillo, qui tenebant 
dictum castrum, qui cum pervenissent ad ipsum castrum, domini de 
Exmirillo qui ibi crant, seu domìnus Aiiselraus et ncpotes de Exmi- 
rillo, et domìnus Georgìus, et dominus Albertinus [de] monte Paxillo, 
qui cum reUxari sibi pcterent et dicerent prò parte dicti abbatis, qui 
deberem readsignari ipsum castrum dicto domino abbati, dicti domini 
respondcrunt cis: cr vcnìat dominus abbas et readsignabimus sibi ca- 
strum, quia suum est u. Et sequente die cum dictus abbas properasset 
ad ipsum castrum, predicti domini readsignaverunt ipsi abbati ipsum 
castrum, dicentes: «ecce, readsignavimus vobis dictum castrum quia 
vcstrum est ». Quibus dominis reccdentibus de ipso castro, rcmansit 
dictus abbas cum famìlia et comitiva quc secum erat, et comisit ipsi 
testi clave» portarum dicti castri, et post dìctum tcnipus cum domìnus 
Gerardus Coxadoca esset rector Marchie, misit qucmdara domìnum 
Oddonem de Florcntia ad dictum castrum, et cum prius preccpisset 
ipsi quod dictum castrum montis Fakonts debcret adsignare ipsum 
castrum nuntiis eius qui abbas quamquam invitus accessit ad dictum 
castrum, ce diete iudici Oddoni adsignavit dictum castrum dicendo 
et protestando: «t ego volo obbedire marchioni prò honore Ecclesie 
Romane, salvo et reservato iure monasterii et Ecclesie suprascripic, 
quod hoc non fiat io preìudicium monasterii ipsius ». Interrogatus quo- 
modo scit, dixit bene, quia fuit presens omnibus predictis et vidìt et 
audivit. 

Septìmo articulo sibi lecto, dixit auditu se scìrc quod predictum 
castrum montis Falconis pervcnit ad civitatem Firmanam, sed quanto 
tempore tenuit, dixit se nescire. 



Q/Ùti della Società 



Octavo articulo sibi Iccto» dixit quod homincs abbatìe et castri 
Tcdicti prestare consuevenint sacmmenta fìdelitatis abbatibus qui 
lerunt prò tempore in dìcto monasterio, et honorare et recognosccre 
OS ut domìnos. Interrogaius per quantum terapus, dixit per .XX- et 
XXX- annos et plurcs. Interrogatus quomodo scìt, dixit bene, quia 
tetit et prescns fult et vìdit multotiens et pluries. Interrogatus si 
ìcta sacramenta prestabantur per SNtidicum vcl singuUrìtcr, dìut 
uod per syndicum in aliquibus castris et prò maiori parte singuH 
restabant sacramenta homagìi et fìdelitatis abbitibus ipsis. 

Nono articulo sibi lecto, dix.it quod conimune Firmi post occu- 
atìoncm et per\'cntÌoncm dìctam (ieri fecit in ipso castro turrim et 
alatium pretcr domos que erant ibi prius et in preìudicìum dicti mo- 
asteriì. Interrogatus quomodo scit, dixit se vidbse postquam Fir- 
lani habuerunt castrum illud heddifìcium factum per eos, quod non 
rat ibi tempore quo fuit ipse testis ibi, ut asseruit supra in .vi. ar- 
culo. 

t ecimo articulo sibi lecto, dixit quod computato tempore quo impe- 
et rex Manfredus tenuerunt Marchiam per nuntios eorum cu- 
iirrcnint .xx. anni. Interrogatus quomodo scit, dixit bene, quia stctit 
ontinue in provinzia. 

Undecimo articulo sibi lecto, dixit quod a .xxxv. annis dira mo- 
asterìum suprascriptum vacavi: abbate per .x. annos. Interrogatus 
^t- mortem quorum abbatuum, dixit se non recordari. 

Duodecimo et ultimo articulo sibi lecto, dixit predicta de quibus 
Sscruit publica et notoria esse in contrada abbatie predicte. Interro- 
'^-tus quid est dicere publicura et notorium, dixit quod est illud quod 
^tiltis est notum et publicum. Interrogatus si fuit doctus, dixit quod 
, et predicta non dixit odio, prctio, prece, amore, vcl timore. 



gp>c 



Die .XVI. marùi. 



Petrus Nicole de monte de Nove. luratus presentibus partibus 
■^ram rectorc prefato, primo articulo sibi lecto, dixit quod monaste- 
ium suprascriptum et abbates quos ipse testis vidit prò dicto raona- 
Icn'o, silicei abbas Matheus de Arzulo, abbas Herrigus de Coxeìano, 
bbas Oderiscius et abbas Matheus de Sublacu, et alìì quos perso- 
aliicr non vidit, scit tamen auditu, predicti quos vìdit prò dicto mo- 
asterio habuerunt, tenuerunt et possedenint prò suo ad plcnam iuris- 
iciionem causarum civilium et criminalium pacifice et continue 
dtam dìctam abbatiam et castrum mentis Falconis, cuius confinia 
unt flumen Asi, lenimcntum castri Sanctc Victorie, castri Exmirilli, 
t alia latera cum fortillitiis et tenimentis, ut quis possidet suura, 
abendo gastaldos et baiulos in ipso castro et in alUs diete abbatie, 




1 



et vidìt vicanos et iudices eorum cognoscere de causis crìmìnalibus et 
civilibus et punire malefaclorcs delinquentes in persona et m pecunia, 
et gencralìtcr omnia Tacere que quìlibct dominus et comes facit in 
sua terra, et dixit se predicta vidisse per tempus .xxx. annorum et plus 
usque ad tempus et eo tempore quo rex Ensìs lìlìus Imperatorìs prius 
intravit Marchiam et occupavit tunc predictam terram per forziam 
ipsius abbaile et dictum castrum. luierrogatus quomodo scit predicta, 
dixit quod vidit et presens fuit. Inierrogaius si prcdicii abbaics fue- 
runt personalìtcr in dieta possessione, rcspondit quod sic, prcdicti quos 
vidìt. Interrogatus qui fuerunt prò eis gastaldi seu vìscontes, respondit 
quod in ipso castro montis Falconis vidit magìstrum Halnaldum Pei- 
icnarìi viscontem et Rain^ldum Gratiani, et baìulos alios de quorum 
nominibus non recordatur, et ìn alìis castris vidit alios quos asseruit 
in testimonio perhibìto per eum in causa cum Ecclesia Romana. Inter- 
rogatus quantum tempus habet ipsc testìs, dixit octuaginta annos et 
plus. Interrogatus sì ipse testìs absentavìt se de provinzìa eo tempore 
quo di.\it monasterium possedìsse predicta, dixit quod non. Interro- 
gatus si ipse tesùs est vassallus monasterii, dixit quod sic quantum ad 
quedam. 

Secando articulo sibì tccto, dixit quod tempore diete invaxìooìs 
etoccupationìs dopnus Matheus de Sublacu erat abbas dicti monasterii, 
CI dominus Fyldesmìdus de Moliano erat vicarius ipsius abbatìs in 
dieta abbatìa et homines ipsius abbatic comuniter habcbant prò vi- 
cario. Interrogatus quod ofTicium facìebat ibi dìctus vicarius, dixìt quod 
omnia facieb.ii ibi lemporalia, habendo ibi ìudicem suum, seu do- 
minum Kogerium de Rovitino, qui cognoscebat de omnibus causis 
civilibus et crìmìnalibus. Interrogatus quantum tempus est quod dictus 
dominus Fyldesmìdus fuit in dicto ofTitìo, dixìt quod sunt bene .xxxvtii. 
vel .xxxviiii. anni. 

Tenio articulo sibì lecto, asseruit vera esse que ìn ipso articulo 
contìnentur, afHrmando ca que dixit supra ìn primo articulo, que vi- 
dentur sìbi eadcm cum bis que sunt in tcrtio. Interrogatus si vidit 
tempore dìcto per officìales ipsorum abbatuum punir! aliquos, dixìt 
quod sic. Interrogatus de nominibus, dixìt quod ìn castro Furcis fue- 
nint orbati Rainaldus Dionìsiì, Cambìus Morici Matthelle de ipso ca- 
stro, et in castro mentis Falconìs vidit post ipsum tempus Potentem 
occasione prodictìonìs facte per cum de ipso castro, condepnatus fuit 
per abbatem Nicolam in omnibus bonìs eìus et perpetuo exbanitus. 

Quano articulo sìbi lecto, dixit quod dominus Gentìlìs Actonis 
Mili de Furce, dominus Albertlnus comitis Alberti de Exmirillo, do- 
minus Fyldesmìdus predìctus et dopnus Nicola de Puczallìa fucrunt 
vicarìi ipsius abbaile et publlce hablii prò abbatìa vicarìi abbatuum 




C/itti della Società 



fueruot pTO temporibus, et hcc per tempus supra assertum per 
eum. Interrogaius si dicius dominus Albertinus possedii per se ali* 
quid ÌD dicto castro moDtìs Falconis, dixit qaod doq, sed habebat ibi 
alìtquos vjs&allos a dieta ecclesia suprascripta. 

Quinto artìculo sibi Iccto, dixitquod cum dìctum monasterìum sic 
possidcret, ut supra dixìl, ipsam abbatiam et dicturo castrum et ipse 
abhas cssct io castro Furcis, dominus Rainaldus de AqUaviva cum 
sua gente christianorum et sarracenorum, et post bec dictus abbas 
venit ad castrum montis de Nove, et coadunatis hominibus ìpsius vi- 
cinantìe et contrade, prcdicavìt ibi, et monuit eos ut starent tideles in 

Evìiiis Romane Ecclesie, et sì non possent aliud, non patcrcntur de* 
uctionem et facerent quam mclius posscnt, et rccessit tunc de 
strada, et post hec venit dominus Salomon quidam (i) prò parte 
regis Ensis, et recepii sacramenta per violentiaro, quìa faciebai caval- 

tta et incendia contra illos et in terra eorum qui nolebant tacere 
andata etgeniissue,et tunc privatum fuit monasterium possessione 
predicu. 

Sexto artìculo sibi lecto, dixit quod cum dompnus Nicola, oUm 

bbas dicù monasteriì, post dictam occupatìonem possjderet dictura 

strum montb Kalconis cum pcrtìncntiis suis, quidam iudcx de Fio- 

Dtia venie prò parte domini Gerardi Coxadoca tunc rectorìs in 

Marchia, et prò parte dìcti domini petiit castrum ab abbate, et ipse 

d^bas prò bono pacis contrade adsignavit sibi castrum, salvìs et re- 

■trvatis omnibus iurìbus ipsius monasteri). Interrogatus quomodo 

Jtot, dixit quia vidit et prescns fuit. 

f Septimo artìculo sibi leao, dixit quod commune Firmi abstulit 

Vochetam quc est in capite castri mentis Falconìs et ipsam rocheum 

^abuit et possedit commune Firmi per .xx. annos et plus. Imene* 

^tus quomodo scit, dixit quod vidit commune Firmi trCi et abstulit 

dictam rochetam ìn prciudicium monasterii. 

Octavo articulo sibi lecto, dixit quod homines dicti castri et alii 

feì\iS abbatie presiitcrunt et prestare consuevcrunt sacramenta fide* 
itis diais abbatibus et aliis qui fuerunt post dìctum tempus, vìdc- 
licet abbati Nicole, abbati lacobo, abbati Peregrino, abbati Gentili, 
uK vidit ees honerari, recognoscì et obbcdiri ab hominibus ipsius ab- 
paiie et dìcti castri. Interrogatus per quantum tempus vidit fieri pre- 
età, dixit per dìctum tempus .xxx. annorum, et cxccpto tempore 
DO ìroperator tenuit terraro dum vixìt, et rex Manfredus aliìs icm- 
orìbos, vidit predìcta fieri abbatibus supra nominatìs. Interrogatus 



(x) Dopo la parola quidam si trovano le parole in terra torum, 
Dchiuse fra tre linee in segno di caocella2ione. 




344 



Q4tti della Società 



si predica homines de abbaila in castris eorum prcstabant dieta sa- 
cramenta singularitcr an per syndicum, dixit quod singularìter ci 
personaliter, cxccpto castro Ofìde in quo prcstabatur sacrumentum 
per syndicum. Intcrrogatus qui fuerunt syndici, dixit se non recordari- 

Nono articulo sibi lecto, dixit quod ccmtnune Firmi fieri fecit in 
ipso castro montis Falconis In rochetta in capite castri montis Fal- 
conis unahi turrim, ut ìpsc tcstis audivit et scit bene; quia dieta 
turris facta fuit postquam ipsi habuerunt castrum et fecerunt fieri 
alios muros, et in preiudicìum monasicrii. Interrogatus si sunt ibi 
hedifìcia que erant prius preier il la que fecit fieri commune Firmi, 
dixit quod sic. Interrogatus si dictum monastcrium fecit de ipso ca- 
stro aliquam conccssìonem alicui, dixit quod non, ut ipse sciat. 

Decimo articulo sibi Iccto, dixit quod Inter regem Enzium, Ru- 
bertum de Castellione, lacobum de Morra et coraitem Rixardum, 
tempore imperatoris, et post mortem eius nuntii regìs Manfrctìi, 
contra Ecclesiam Romanam tenuerunt Marchiam occupatam bene 
per .X. annos :mt .xii-, et plures. Interrogatus si se abseniavìt de 
provinzia illis [temporibus], dixit quod non. Interrogatus si vidil 
predictos personaliter in provinzia, dixit quod sic. 

Undecimo articulo sibi Iccto, dixit quod monasterium prcdictura 
vacavit abbate bene per .x. annos a .xxxv. annis [cìtra]. Interrogatus 
per monem quorum abbatuura» dixit per morteiti abbatis Stephani 
et per dcposiiionem abbatis Nicole, et per raonem abbatis Peregrini. 
Interrogatus quantum tempus fluxit per syngulas vacationcs, dixit se 
non rccordari. 

Duodecimo et ultimo artìcolo sibi lecto, dìxit quod predicta de 
quìbus usseruit sunt publica et notoria in contrada. Interrogatus -quid 
est publicum et notorium, dixit quod que communiter gcntes dicunt, 
et dixit quod sunt predicta vera 



G. B. C\o-Mastio 
D. Feliciangeli. 



BIBLIOGRAFIA 



^tto Paganelli, La Crotwlogia rivendicata per d. A, P. monaco 

I vaìlombr osano, aderta a Sua Santità Leone XIII mila 

' fausta occasione del suo giubileo sacerdotale, — Milano, 

tip. pontificia di San Giuseppe, 1887, in-P grande. 

I La cronologia è un ramo degli studi scorici che ebbe sue vicende 
Darticolan. Ma è d'uopo avvertire che non si deve intendere questa 
^rola nel senso in cui è presa ora abusivamente. Ora si denominano 
cronologie le opere che riassumono la storia secondo le date. Intesa 
la cosa a questo modo, riesce difficile comprendere come la crono- 
logia possa essere per se stessa un ramo di studio, quali ne sìeno gli 
elementi e le dtfHcoltà. Cronologia è lo studio comparativo dei dì- 
versi sistemi di computo del tempo, per accertare le date degli avve- 
nimenti storici. 

Questo studio sorse infatti quando, raccoltesi già molte notìzie 
della storia dì diversi popoli, si senti il bisogno di ordinarle. E ciò 
accadde presso ì Greci dopo le conquiste d'Alessandro il Grande. Ma 
speciale impulso ai confronti cronologici provenne poi, nei primi se- 
coli del cristianesimo, dal bisogno dì dimostrare Tautorìtà della Bibbia 
come storia del mondo fin dalla sua origine. La stona allora cono- 
sciuta si limitava ai popoli di cui i Greci avevano conservate notizie 
e di cui ne conteneva la Bibbia: una ristretta orbita, se si giudica 
colle idee d*oggì, nella quale trovavano posto soltanto i paesi che 
furono sottomessi da Alessandro Magno. Questi furono, ad ogni modo, 
i limiti della Sloria universale, allora e per molti secoli dopo, fino quasi 
ai nostri tempi. L'India, la Cina, allora sconosciute, ne rimasero sem- 
pre bandite. 

Nuovo impulso alle comparazioni cronologiche provenne nei se- 
coli XVI e xvu dalle dispute religiose. L'argomento era estraneo alle 
controversie tra cattolici e protestanti; ma Tattenzione era richiamata 
su esso dagli studi che gli uni e gli altri dovevano fare della Bibbia. 
E allora vennero alla luce voluminose opere cosi di cattolici (i gesuiti 
Peuu, Riccioli) come di protestanti (Usher, Scaligero). I canoni ero- 



346 



bibliografia 



nologici da esse fomiti furono poi seguiti sempre fìno al nostro sii 
colo, quando la condizione delle cose mulo per scoperte di niJoi7| 
material! storici, che moditica\-ano profondamente le cognizioni cAc 
s'avevano della storia antica. 

Un'opera di piccola mole pubblicata mezzo secolo fa in Gemi; 
col modesto titolo di Manuale deììa crotioìtt^ia tecnica e mattmaiica (t) 
ci aveva divezzati dai pesanti volumi ìn-foglìo dei secoli xvi e xvii, 
pur soddisfacendo alle esigenze di qualunque più scrupoloso ricerci- 
tore di cronologia. Alla economia del lavoro s'aggiungevano, 
conciliare favore a quest'opera, una grande semplicità, correttt 
chiarezza d'esposizione, e l'autorità che proviene da vaste cognl 
dì astronomia, di filologia, di storia, e da un metodo rigorosissii 
L'Ideler non si propose di farla da teologo, ed evitò le questioai 
carattere meramente teologico; ma su tutte le altre controversie 
late fra i precedenti cronologi versò tanta luce, che ha dissipato 
i dubbi che si potevano dissipare. 

La Cronologia ùvenàicata del P. Paganelli ci riconduce ora ai pc* 
santi volumi in-foglio, ed al genere di studi dei cronologi antiquati' 
L'operetta deli' Idcler. benché conosciutissima, è rimasta a luì scoi 
sciuta. Pare che la sua ambizione sia stata destata dai vecchi af 
appassiti del P. Petau (Petavio), e contro lui ha preso ad arraegi 

Diremo subito che in tal genere di ricerche il successo di[ 
in buona parte dalla fiducia che l'autore riesce ad ispirare. £ Q^' 
sano che questa sìa intera, perchù le sue conclusioni non pos: 
esser controllate se non rifacendo tutto il lavoro. E tale fiducia 
ispira con un metodo di ricerca rigoroso e con moha cultura. E 
sì ispira invece quando le conclusioni appariscono precipitate, quan^^" 
apparisce che non si conoscono tutti ì materiali a gran pezza, e quaH'J^ 
ognuno s'accorge che all'autore non furono accessibih né i testi nclk 
loro lìngue originali, né le opere moderne in lingue straniere. 

E che questo secondo sia il caso dell'opera del P. PaginclU 
scorge a prima vista. L'A. ha avuto cura di mettere in mostra od 
prime pagine sei lettere, che gli furono dirette da persone ìl «-"ui ?"** 
dizìo doveva, a suo avviso, conciliargli la fiducia di chi apre il ^''^ 
lume. Ma, ohimè ! un po' per lo stesso contenuto dì quelle Icttei^ 
un po' perchè questo singolare moJo di procedere par troppo atf 
dere dalla prevenzione, l'espediente non produce reffcito desiaci 
Che anzi nasce subito il sospetto che chi fa ciò non sia un efui 
semplicemente infervorato della sua scienza. Per decoro degli si 
italiani giova sperare che V esempio non abbia imitatori ne ira g" 
ecclesiastici né fra i laici. 

Per dare un qualche ordine a questi appuntì, ci fennercnio ^ 
momento a considerare di questo lavoro: 
!*• La condotta generale; 



(l) L. Idelek, HmndbMth Jxr imatbtwittiubeu und itthmitihru Chfitnol^tit, voi. S | 
I* t<L, Berlin. iSss-sò; t* «d., invirìata, Bcrlio, i8S}. 



bibliografia 



347 



2° I materiali adoperati per le ricerche ; 
3** Alcune conclusioni. 

L'A. ha segnalo in 125 tavole o pagine la serie progressiva degli 
i secondo varie ere. Ciascuna pagina è divisa in tante colonne 
n!c sono le ere. Dapprincipio si incontrano solo le ere che co- 
cìano più da antico; man mano» accanto a queste prendon posto 
lire ere: sicch<L% mentre le prime pagine contengono solo tre co- 
le, le ultime ne hanno fin 25. Tra gli anni qua e lA son segnati, 
inno corrispondente, alcuni fallì storici di cui l'A. volle accertare 
ati. Tutto ciò nella p-igìna a destra del libro. Nella pagina a si- 
ta sono segnate le citazioni dei testi antichi che servono di prova, 
talché osservazione dell*A. Questo lavoro si estende per 4750 anni, 
:dall-a. 471} av. H. V. all'a. 56 dell'E. V. 

A queste tavole furono premesse nove dissertazioni, denominate 
trmxt perchò sono discussioni tenute con un esaminatore lUputato 
uest' ufficio dal card. Massaia, patrocinatore dell'opera. Il quale 
minatore è il P. Gabriello da Guarcino, cappuccino, che occupa 
l'aticano varie cariche ecclesiastiche» e che ha in fatto di crono- 
a tutta la competenza che può avere un teologo. 
Si capisce come in queste conferenze l'esaminato ha buon giuoco 
1 esaminatore che non e della partita; e quindi la pesantezza del- 
joraemo non gli toglie il buon umore. Questo dialogo non sarà, 
sto no certo, un modello di tal genere letterario, perchò la gio- 
iti vi è mantenuta ben spesso a spese della convenevolez/a ed 
3C della grammatica; ma per l'indole degli scherzi e la potenza' 
> dialettica trasporta facilmente il lettore nella compagnia dei 
ecclesiastici interlocutori. Talora il cronologo, udita l'obbiezione, 
arda sorridendo », « scuote il capo leggertrente sorridendo », 
^ l'esaminatore esce a dire: «che maniera è questa? forse mi 
ona?» In realtà però Pesaminato non canzona l'esaminatore; e 

dimostra profondendogli riverenze senza risparmio. E quanto 
Ite ammirarlo l'esaminatore, quando gli confessava che nel corso 
'sue lucubrazioni « gli bolliva la testa fuor di maniera, e qualche 

1 la sentiva andar via quasi da per sé ! » 

die obbiezioni risponde ragionando e spiegando le tavole. « Alla 
CO vi {sic) troviamo il perchò Antioco, avendo nel settembre del 
olle ricordato anno 58) di Roma.... dovuto buttar giù quella pil- 
atnara a lui apprestata da Popiilio legalo de' Romani, se n'an* 
', per digerirla un po', a rifarsene co' Giudei a Gerusalemme, 
pasta più morbida, secondo il parer suo, per i propri denti n 
16, col. 2). « Pur tuttavia per farle dono d'un altro fiorellino, 
he se ne formi un mazzetto, la condussi all'a. 69 1 ecc. u (pag. 27, 

talmente la conferenza giunge al termine, non per volontà del 
<logo, ma pcrcht; l'esaminatore è chiamato dal campanello ad 
occupazioni: « tutto ad un tratto ne fui distolto da quel solito 




348 



^ibliograjìa 



amico, che con quel suo tintììin-iintiUn richiamava altrove U costn 
attenzione i» (pag. i6, col. 2). 

Se si tolga r importunità di queste e slmili piacevolezze che xéo 
rano il dialogo, è d'uopo riconoscere che il P. Paganelli è riusciw 
generalmente nella sua esposizione chiaro e vivace, e gliene va daw 
elogio. 

Sopratutto poi il P. Paganelli mostra una singolare attitudine p^ 
fica. Il concetto di raccogliere grafìcamcmc la cronologìa io uvolc 
è molto lodevole, perchè agevola grandemente la ricerca delle lUtC^ 
storiche. E questo concetto fu da luì attuato con molu felicità. ^H 

I materiali sono quelli medesimi di cui si servivano i cronologi 
dei secoli XVI e xvii; ed identica è la mira cui TA. Intende. <U 
(t mia cronologia adunque, rilevata dalla Santa Scrittura, intendo dire 
« unicamente dalla Volgata, unita che s^c storicamente ed astrooomi- 
« camente con tutte le altre ere più note, facendo con esse allora un 
CI sol corpo, addiviene quei tutto che ne piacque chiamare la Cro»^ 
« h^ia rivendicata a (pag. 2, col. 2). Dunque, la cronologia che ricava 
dalla Bibbia ò Tasse intorno a cui si volge tutto il sistema: ad essi 
vìcn coordinata la cronologia che deduce dagli scrittori greci e latin- 
Delia Bibbia segue « unicamente » la versione volgata. Cosi aa. 
S'intende che tutte le opere di cui la Bibbia si compone hanno | 
TA. la stessa indiscutibile autenticità ed autorità: Pentateuco, Re, I 
nielc, Esdra, Maccabei, tutte valgono ad un modo, cioè alta lect 
Le discussioni che si fanno a questo proposito TA. le ignora; e dr 
ignorarle. Per vero dire, cosi si faceva nei secoli xvi e xvu; ma' 
si dovrebbe fare alquanto diversamente. Non già che il aonologo 
debba entrare in quelle discussioni; ma dovrebbe tener conio deli 
more che fanno, ed esseme avvisato che, per giovare davvero . 
cronologia ed alla storia, bisogna battere altre vie. Che se si trai 
solo di lavorare per i teologi, allora ò inutile rifare il gii fatto, eli 
ha servilo egregiamente finora, e continuerebbe a servire egualmente 
bene per ra\'venire. 

Quanto agli scrittori greci (tradotti) e latini utiUzzati, son pochini 
davvero; i soliti d'una volta, e ncppur tutti. Ove poi abbia o.-nes^o 
Clemente Alessandrino, Eusebio, Giorgio il Sincello perche non di 
loro ìmponanza, allora è bene che lo dica per nostra nomia. 

E tutti ì materiali egiziani, e tutti i materiali assiro~babiloncji^ 
nuti in luce da mezzo secolo in qua? Appena è se menziona < 
Ì5crir.ìooi cuneiformi persiane, di cui ebbe notizia dalla Ci'oUà Cai 
licaf (pag. 37, col. 1-2). Egli sì limita a fare il seguente voto: 
voto del mio cuore consistente nel desiderare che i signori issìtìO" 

logi si degnino tentare in questo medesimo senso i monunicnD di 

quelle regioni là, affin di vedere se essi pure concordino, come io '^ 
ritengo fermamente, con questi intimi e reconditi veri, si della Safl 
Scrittura, che della medesima storia profana » (pag. 7, tol. 1} 
sapesse per quanto divena via camminano i signori assiriologi' 




pensi a questo solo, che tutta la serie dei re medi, per ricostruire 
ia quale egli s'aflfanna tanto sulla scorta di Ctesìa e d'Erodoto, e 
the è una chiave di volta del suo edifixio, e da essi riguardata come 
Una pura leggenda di «ruì non s'occupano neppur più. H v'ò anche 
di peggio! Han torto essi; ma del suo voto non se la daranno per 
blesa. Sa come deve fare per tirarli a bene? Non si contenti di udir 
parlare di loro come d'abitatori della luna ; esamini ì loro scrìtti, e 
^ emendi. E si rammenti anche degli egittologi; poiché anche questa 
ntga esiste, che gli è rimasta nascosta. 

Devesi però tener conto all'A. d'aver spinto la sua industria tino 
t consultare la tavola delle eclissi del Pingrè, che tutti conoscono 
Krichè trovasi ncìVArt dt vérificr ks datcs, la quale cita quattro o 
ioquc volle. E poi che due egregi astronomi, il Respighi ed il Cc- 
oria, dietro sua richiesta d' un giudizio sulla Cronologia rivendicata, 
i limitarono a dichiarare esatta la tavola del Pingrè senza voler 
ntrare neirargomento della Cronoìo^ia, l'A. sì vale delle loro due 
^Uere per accrescere autorità al suo volume, e le pubblica nella prima 
3gìna, ove il Respìghi ed il Caloria si trovano nella compagnia dì 
inque o sei dignitari ecclesiastici i quali, questi sì, lodano senza reti- 
etue Topcra del P. Paganelli. 

Intorno alle conclusioni non si può spendere troppe parole, perchè 
ttesta rassegna non consente spazio. Ma se si mostrerà come ne 
^oo tratte alcune, s'avrà un criterio sufficiente per giudicare il va- 
*rc di tuna l'opera. 

Ma veggasi prima come interpreta i testi. 

Ccnsorino dice : « Priraum icmpus sive habuit initium, sive semper 
Riil, cene quot annorum stt non potest comprehendi ». E PA., citan* 
)lo, spiega per « primum tcrapus » il « tempo antidiluviano ».Va poi 
i sé che VA, non ammette che vi sieno difficoltà a spiegare quanto 
bia durato il tempo preistorico (tav. VI, nota b). 

Giustino dice : ■ Assyrii qui posiea Syri dictì sunt ». E VA. v'ag- 
nnge: « Che gli Assiri vengano come nazione primitiva da quel- 
'Assur , Io ritengo fermamente; ma che poi essi si sieno con- 
certiti in Sirii, non lo reputo vero; perchè questi nacquero da 

Samuel, figlio di Nacor, fratello d'Abramo Per il che queir in- 

:iso di Giustino non dice la verità, essendo stati sempre, secondo 
a Sacra Scrittura, gli Assirii ed i Sirii due nazioni differenti » (tav. XX, 
ta b). Occorre altro per mostrare che han torto tutti coloro che 
mgono che il nome greco di a Siri * provenga dall'originario « As- 
i«? 

Erodoto, citato in latino, dice: «Omnibus namquc eum (Cheo- 
em) templis obserratis, ante omnia jEgyptìis ne sacrificarent inter- 
:ixisse i>. Orbene, dopo « jEgyptiis », l'A. mette una parentesi in cui 
ive: «ma qui si legga Hebraeis » (tav, XLIX, nota e"), E perchè? 
lesu è marchiana davvero! E continua dopo imperturbabilmente 

applicare agli Ebrei il racconto che Erodoto dedica agli Egiziani. 

cAtvfo dfUa H, Socéttà romana di storia patria. Voi. XI. 24 




350 



bibliografia 



E poi che Erodoto, parlando dei lavori che U re Cheopc i 
spietatamente ai suoi sudditi per fabbricare la grande piramide, 
B Aliis (hominibus), ut lapicìdinis arabici raoniis saxa eicciperen 
nostro A., dopo « arabici raontis », mette una parentesi in cui s 
« che è il Sinai, dove tuttora vi {sic) esistono le iscrizioni in cai 
V ebraici antichi ». Ma che necessità vi era di questa sciagurata f 
tesi che contiene tali spropositi ? Che ha che fare la catena dei i 
arabici delP Egitto col Sinai? Che han che fare qui le bei 
ebraiche? E dove sono queste iscrizioni ebraiche del 15 30 «vi 
Questa data 1530 non si creda messa qui ad arbitrio; è d^i 
quale, da quanto racchiude in questa nota, argomenta che gli 
erano in Egitto ai tempi dei re Cheopc e Miccrino, circa il 
av, E. V. Vi è di che far raggrinzare la pelle a chiunque co 
anche solo i primi elementi di storia dell' Egitto. Poiché Ch 
Mìcerino appartengono alla IV Dinastìa, e verso il IJ30 av. \ 
gnava la Dinastia XVIII: la dimora degli Ebrei in Egitto poi! 
che far nulla ni coli* una ne coU'altra. Vedasi in che baratro i 
pitato l'A. per quel grillo di voler leggere « Ebrei » dove '. 
non s'È neppur sognato di scriverlo. 

Queste licenze d* interpretazione dei testi non sono in ale 
scusabili. Si trattasse di testi biblici, allora 1*A. potrebbe addui 
ragione che adduce a pag. 2, col. 2, che r altrimenti non se ne 
fl rebbc costrutto nessuno: e la parola di Dio non deve esser voti 
« piena di senso ». Ma qui non ne é il caso. E poi, questi tcsitt 
un senso chiarissimo. f 

E quindi, come fidarsi delle conclusioni che 1*A. va prepara 

Ancora un'osservazione merita d'esser fatta, per formarsi U) 
tene deiramorità che meritano tali conclusioni» ■ 

Il nostra cronologo crede sinceramente che le ere sìaop 
istituite l'anno da cui Ìl loro computo incomincia. Varie volle 
che le olimpiadi « furono istituite l'a. 777 av. E.V. » (pag.VH 
pag. 28, col. i). Poiché egli non sa che le olimpiadi sono 
ed i giuochi olimpici ne sono un'altra; e poi che il P. PctauJ 
fatto tal confusione, Io trova confuso da non potersi intendere ( 
col. 1-2; pag. 3), col. i). Ed ecco come ragiona deiristituiio 
l'èra volgare: k Che Dionigi il Piccolo abbia inventato l'èri vo 
« nel 533 dell'ora volgare medesima, per me implica tale conti 
azione in termini, che og^i volta che mi vien messa davaot 
«proprio costretto a riderci su! Imperocché se Dionigi ÌI PI 
e scrivendo produceva i suoi studi nel $32 dell'era volgare, sq 
« che questa la correva già da 532 anni prima che egli scrivi 
(pag. 26, col. i). Lasciamolo ridere: uomo allegro il ciel l'aiot 
prosegue: « Dionigi adunque, gliene concludeva io, non ■ 
« quest'era nostra volgare, giova ripeterlo; perché usata gii M 
« tempo prima di lui in tanti registri, e seguita da popoli cristia 
« molte chiese, ed in un modo più che speciale poi tenuta à 
« conto dai nostri comuni^ i quali, con piccolissima differenc 



bibliografia 



351 



■ ccN'ano: *' ab Incamaiione domini ,> o " a Naiivitate „ e gli altri " ab 
« anno reparjitae salutis „, ma da tutti era seguita f. Oh quanta pru- 
denza usd qui l'esaminatore P. Gabriello da Guarcino, per ascoltare 
Ulto ciò, e tacerci Un altro avrebbe chiesto che citasse qualche esem- 
pio; che almeno indicasse qualcuno dei nostri romuni prima dell'a. $^2 
Wi'E. V.: e forse Tesaminato avrebbe scoperto qualche novità che 
toni gli storici hanno finora ignorato. Ma rispettiamo le ragioni per 
cai il P. Guarcino tacque. Certo, argomentando da questi esempi, sì 
ievc credere che TA. consideri l'ora di Adamo, di cui egli si serve, 
come istituita da Adamo o da un suo contemporaneo. 

Quanta fiducia meritano le conclusioni preparate da un crono- 
logo che ha un concetto sì inesatto delle ere, cioò dei computi del 
^enipo, che sono i principali ferri della sua ane? 

Prendiamo ora tra le mani alcune di queste sue conclusioni, e 
'^iamo quanto valgano. 

Lasciamo in disparte tutte quelle che riguardano I tempi per i 

luali l'A. si giovò solo della Bibbia, non conoscendo altre fonti. Colla 

corta della Bibbia ha creato una sua propria èra dì Adamo, che co- 

r^iBcia daira. 4093 av. E. V. Alle cento e più ere del mondo che già 

tT'ono escogitate ha voluto aggiungere ancora questa ; e si serva. 

fottìi computi che istituisce per illuminare la Storia Sacra furono gii 

*^tuiii le migliaia di volle, e sempre sì trovò chi ritornava daccapo. 

-«ft^ vi si accingerà dopo lui a rifare il lavoro forse scioglierà meglio 

^ dìfiicoltà dell'età d'Esdra, cui egli accenna a pag. 19 con questi 

^«Tnini: «è ceno però, che se anche ai giorni nostri da taluno si 

arriva per in fino ai 100 anni, e da tanti altri si oltrepassano an- 

^;ora , quale difficoltà vi sarebbe, che un uomo di que'tcmpi 

Vassù, e poi com'era Esdra, non potesse aver campato ancora 125 

C) ijo anni ? » Nessuna, risponderemmo noi. Ma chi rifarà il lavoro 

'^manderà forse; e che uomo era dunque Esdra ? E vorrà sapere 

Jser in fino » che tempi fossero « que* tempi lassù » avvolti in si so- 

^ttne mistero; tempi che corrispondono in sostanza alla metà del 

secolo av. E. V., e quindi punto misteriosi. Ma noi ci fermeremo 

-xUa cronologia profana. 

L'A. mena grande scalpore contro il P. Petau, perchè contando 
li anni dell' E. V. comincia subito coll'a. i, invece di cominciare 
Dll'a. 0; ossia perchè colloca l'a. i dell' E. V. all'a. 4713 del Periodo 
TÌuliaoo, mentre egli sostiene che va collocato all'a. 4714 (Conf. VII). 
Ifiestfl non è una discussione da cui scaturiscano conseguenze gravi 
7 la storia. Basta intendersi. Chi sa come furono forniate le ere ò 
•rendevole intomo al modo di servirsene. 

Alla storia importa invece sapere se sono fondate le conclusioni 
sll'A., che la battaglia d*Arbela, con cui finì l'impero persiano, sia 
rvcnuta Ta. \i6 av. E. V., e non Ta. 331 come si 6 sempre am- 
esso; e se Alessandro il Macedone è morto l'a. 3x8 e non l'a. 323 
^ E. V. Ora dai testi che egli cita, e dai ragionamenti che vi ag- 




352 



^ibliograjia 



giunge (pag. 52), si ricava cosi poco, che davvero non si è ras«- 

curaii. 

A questa conclusione, e ad altre di cui sì dirà dopo, egli fu tratto 
nel seguente modo. Egli ha tracciato la serie dei re persiani con quei 
sussìdi di testi che gli somministra lo scarso repertorio dei suoi ma* 
teriali. Secondo essa, Tulttmo re persiano, Dario Codomanno, co- 
minciò a regnare l'a. 334 av. TE. V.; epoi che si sa che regnò 8 anni, 
dunque la sconfitta fmale da lui toccata ad Arbela nella guerra contro 
Alessandro cade Ta. 326. 

Quanto alla data della morte d'Alessandro, qualche indicazione 
tratta da Q.. Curzio, contrapposta a quelle di Giustino, convalidata 
colla conclusione gi;!k accennata, riguardante la data della vittoria 
d*ArbcIa, e non occorre altro per rovesciare tutta una falange di sto- 
rici e cronologi, da Arriano ed Eusebio, che TA. ha trascurato, fino 
ai dì nostri. 

Ma la conclusione più grave è quella che forma argomento spe- 
ciale della conferenza IX, oggetto della quale ^ di « dimostrare che 
a chi mandò ì suol eserciti contro i Greci a Maratona fu Astiage re 
« dei Medi, e non il re persiano Dario d'Istaspe »; e chi li condusse 
a Salamina « fu il re Ciro e non il re Serse ; e che Erodoto fu la 
o cagione di questa confusione dei nomi ». Come si vede quest'enun- 
ciato è gravissimo; è un'accusa solenne contro tutti i cronologi e gli 
storici, specialmente contro Erodoto, il padre d'un errore che sì per- 
petuò poi, per ignoranza ed ignavia di tutti gli scrittori seguenti, fino 
a Don Atto Paganelli eccettuato. 

La chiave dell'enigma è questa, per dirla in breve. L'A. trova 
che Alessandro Magno tolse T Egitto ai Persiani quando rovesciò 
r impero persiano colla battaglia d'Arbela sopra menzionata, nell'a. 326 
av. TE. V. secondo lui, 3J1 secondo tutti gli altri. Trova scritto che 
il re persiano che aveva conquistato l'Egitto era stato Cambise padre 
di Dario. Trova scritto che i Persiani hanno dominato in Egitto 
120 anni. Dunque 120 anni prima della battaglia d' Arbela, cioè nel 446, 
od anche 451 av. E. V., regnava in Persia Cambise, e non è possìbile 
che suo figlio Dario regnasse al tempo della battaglia di Maratona, 
che accadde Ta. 490 av. E. V. ; come non è possibile che regnasse 
Scrsc, figlio di Dario, al tempo della battaglia di Salamina, che ac- 
cadde l'a, 480 av. E. V. Pertanto, o spostare Dario e Serse, o spo- 
stare Maratona e Salamina. Nel bivio egli prese il secondo partito. 

Come si vede, la spiegazione calza che non fa una grinza. Un 
solo dubbio potrebb'esscrvt : ì 120 anni conducono proprio fino al 
termine d'ogni dominazione persiana in Egitto ? Veramente le no- 
tizie che si hanno intomo all'Egitto negli ultimi tempi della domina- 
zione persiana sono scarse e confuse. Sarebbe da vedere come interpre- 
tano la cosa ì cultori speciali della storia egiziana, Lcpsius,o Mariette, 
o Maspero: ma dove si va a pescare qualcuna di queste opere ignote? 
Bando al dubbio dunque: siam pronti. 

Ora si badi che, nelle serie delle dinastìe egiziane, quella dei re 



bibliografia 



553 



}ctÀm che comincia con Cambisc é la XXVII secondo alcuni, 
It XXVIII secondo altri; e che quella cui appartiene i! re persiano 
Ipodestato da Alessandro Magno è la XXXI. Tra l'una e Taltra vi 
IQQO iJue o tre diuasiie di re nazionali; poiché T Egitto ricuperò Tindi- 
icndenza, poi venne rìsottomesso dopo circa 65 anni dai Persiani, 
he vi dominarono nuovamente per nove anni, fin che furono spode- 
tati da Alessandro. 

Se il P. Paganelli avesse tenuto conto dei 65 anni d'intervallo, e 
ci 9 della seconda dominazione persiana, cran bell'c trovati i «75 anni n 
be gli mancavano nel conto generale degli anni trascorsi dal prìn- 
ipio della dominazione persiana in Egitto con Cambìse, alla con- 
nista d'Alessandro: poiché 531 -t- 120-4-65 -^9 = 525; laddove egli 
» }5i-f- 120 •=. 451. Maratona poteva dunque continuare a stare con 
"aiio all'a. 490, e Salamina con Sorse all'a. 480, come han fatto 
Bpre, Si richiedeva cosi poco per vederlo I 

Vreso un granchio, TA. ne pigliò dopo una retata. Cosi si spiega 
me dovette credere d'aver fatto un atto meritorio separando i nomi 

Dario e Serse da quelli di Maratona e Salamina. E quindi l'accusa 
intro Erodoto; il quale dovrebb'csser stato lui il grande ignorante, 
ichè quasi contemporaneo a quelle battaglie sì gloriose per i Greci, 
codo conosciuto molti che vi si erano trovati, non seppe i nomi 
i re persiani nemici. 

E poi, veniamo alle corte. Abbiamo un testimonio oculare, ed e 
chilo, il quale si trovò ad entrambe le battaglie, e nella sua tra- 
ila / Persiani introduce fra i personaggi Atossa, vedova di Dario e 

[re di Serse, e parla spesso di Salamina e della sconfitta ivi toc- 

l<ia Serse, che forma appunto l'argomento della tragedia, 
questa sola conclusione del P. Paganelli, che è la più clamo- 

\ di tutta r opera, sì può argomentare quanto valga la sua Cro- 

Ha rivendicata. 



ficco qua, pertanto, un enorme volume, che s'annuncia nella de- 
tal papa come con somma paiicnia e pertinace applicazione com- 
V a rischiarare tutta Vantica cronologia, che vìen tratto fuori con 
tsima pompa e lusso di stampa, e che non 5er\'e a nulla. A ciò 
ice un metodo inane di studi: a brancolare nel vuoto. 

A. ROLAKIX}. 

Duchesnc. Le Liber PontificaìiSj texte, introdnction ci 
9mmetitaire; tome premier. — Paris, Thorin, 188^. 

Da dimostrazione dì grata accoglienza non deve mancare in 
D Archivio alla nuova edizione che il signor abbate Duchesne 
'pubblicando del Libir epiìcopalis in quo continentur acta beatomm 
'cum urbis Rcmae. È un'edizione profondamente ed ampiamente 
ata ed illustrata, un'edizione critica come non era mai stata 



354 



'Bibliografia 




ìDtrapresa per innanzi. Testo e varìantì derivano quesu volti W 
solo dalla scoperta, sotto certi Compendi, di un primo strato, ptr «os^ 
dire, di Liber Pòntificaìis, ma da un instancabile spoglio di tutti ima- 
noscrini conosciuti e da un esame accuratissimo del loro valore ri- 
spettivo. Commento analitico al contenuto di questa storia, intriy- 
dazione sintetica, che è storia veramente magistrale di questa stonj, 
derivano questa volta dalla piena coscienjfa che il L. P. studiato d 
dovere, e dentro e fuori, può dare e ricevere molta luce intomo jU'rt- 
sere suo. Tutto l'insieme, questa volta,^ deriva da un raro ingegno, 
da un raro tatto, da una rara attività, da una rara dottrina^ ma aiiclie 
da un raro car.ittere. 

Un commento a! L. P,, pubblicato in Parigi nel 1680, incoi 
ciava con questa dedica a Michele Le Tellier: « Cancellaric 
u strìssime, notas et observationcs in Anastasium De vitis romani 
« pontificum non uno titulò tibi oHcro. Scio qua revercntia et 
«e gione spectes Romanam Ecclesiam, Sedemquc Aposiolicara, et 01 
K quae ad cani colendam pertinent, benevole et devote Icgas et iudi 
« Italiam a Longobardorum iugo armis Pipini regis et Caroli M. 
« creptam, simul et Patrìmonìum D. Pctri, rcgum nosirorum bcnf- 
« ficium verius quam Constantini esse, non sino suavi animi irostt 
•t leges. Fidei Gallicanae vestigia a primis darà temporibus, sacrac ci 
« prophanae antiquitatis quae ibi occurrunt, monumenta observjfC 
«tnon pigebit n (r). Degli alfetli espressi io queste ottanlasci pifOlc, 
la <i revercntia », la « rcligio n sta sicuramente Hell'aninio dcU'ibbiI* 
Duchesne, ma il suo libro non conosce altro programma all*inft 
di quello che può tradursi colle undici parole ultime. « Quanto jU' 
« tendimento col quale sono concepite e proseguite queste rìcci 
« (scriveva il Duchesne nel 1876), esso non può essere che qi 
« dcir esatterza e Ìl desiderio di chiarire le origini d'un documento in- 
« teressante per la storia e Tarchcologia cristiana. Il lettore pu6 crt- 
« dere che l'onore della Chiesa Romana e de' suoi pontefici non e pcf 
« me cosa indifferente, e che se io non esito a sacrificare tutto ci6 che 
«è falso ed apocrifo nei documenti che ci si danno come loro stcw» 
u sono ben lungi dal confondere la causa coi cattivi argomenti che 
« si è preteso invocare per difenderla. Questi sentimenti non "»» 
« avranno fatto deviare, lo spero, dal rigore necessario in s rr ■ 
« scussione; altro è la probità scientifica, altro è T indifferenza 
sur le L. ?., 1877, p. iv). Ma poiché la nuova edizione mi ' 
cercare, tra gli altri, il vecchio volume deirAltaserra, e poiché 
osservare il carattere non solo nel D. storico, ma nel D. erudito, pi^3 
cerni notare come piìi d'un problema od enigma nel testo <3}< ^ . 
segnali si, ma senz'altro, e contrapporre alle fantasie ed ai pruriti fl> 



bbtie 



(1) Antoxii DiDivi Alteskriiak VoMr ti o^irrvAlionit In Jmulanmm tk^*^^ 
*crmm fumli/itum; PàrisiU, M . DC . LXXX. ^ 

(a) ElcuthcrU (p. 298, 1. 6), luctUoi . . . respectoribiu (p. 173, I. t€), urfftf^''*'^ 
(P- ìlh *• 4). BoUrt* (p. 391, 1. li). lccHurÌ4 (p. foa. U U), VAgsuda (p, $9f, L »>** 



bibliografia 



355 



altri commenutorì, b sistematica resistenza del D. a! demone della 
congercura. 

Ma parmi più che superfluo dar lode ad un uomo al quale ò stata 
tà è resa giustìzia da coloro che hanno avuto od hanno una pane 
penonaie ed onorevole nello studio del L. P. Ho testò udito dire 
laS' illustre Mommsen che dopo ì Maurini la Francia non aveva 
iwto un dono pari al Duchesoc. N'eppur mi sembra conveniente 
icicrivcre, qui in Roma, un libro che in Roma dev'essere ed è tutto 
pomo fra le mani degli studiosi. Mi vo' restringere a quello che posso 
ire, curiosando qua e là nel L. P. in proposito della nuova edizione. 
[77,7: «donum quod obiulit Consiantinus Augustus beato Pctro apo- 
I stole per diocesera Orientis: in cìvitate Antiochia: ...domuncula 
■ in Caene ... cellae in Afrodisia ... balneum in Cerateas. . . a. AI 
)■ che tratta con giusta predilezione e illustra con molta cura 
ji.cxLix segg., Étude, p. 146) il gruppo di notizie intomo alle do- 
tiioni di chiese, guidandoci queste ad una fonte sincera ed archivi- 
tìa del L. P-, piaceri senza dubbio sapere che il desiderato riscontro 
làste anche pel Cerateas Jì Antiochia. È in Procopio, Dell. pers. II, 10 : 
ib XtYÓjitvcv xipa-ctttov. 178,2: «per Aegyptura, sub civitatem Ar- 
ncnìa {var. Armeniam A': Armcniam C'): - possessio Passinopo- 
imse (far. Passinapolirase A*: Passinopolirare B': Passinopolim- 
cmpcr C: Passinopollmpse C*)\ praest. sol. Dccc, charta decadas ecce, 
LBqu saccus e, . . . papyru racanas mundas 1; - possessio quod do- 
Bnt Constantino Aug. Hybromìus (far. Hybrion A' : Hybrimon a*: 
ipromius B^: Ubromius C: Yrabromius C": Ybromius C*: Bro- 
ùus D: Hybromias E) ». Armcnid può pretendere sicuramente di 
UIC nel testo (cfr. p. ccxxix), ma fuori del testo non merita unii 
ìguardi, la si può discutere (cfr p. ccxiii). Or mentre in Egitto 
n'Armenia non c'ò (p. cxnx), c'è invece V Armeni degli Arabi, Ar- 
wi(fc dei Copti, Hermontbis dei Greci (Quauemère, Mém. ^éogr. et 
ut juf r^'. I, p. 372), che nella gara dei manoscritti e lor varianti 
i la palma iW Armenia di C\ manoscritto eccellente (p. ccxx), 
^nopoìimse, H)broinUts : due proprietari crmontiti, del terzo o quarto 
Ecolo (p. CL), de' quali è curioso che i nomi, passando per tante 
ocche e unte penne forestiere, da Hermonthis ad Alessandria, a 
«ostantinopoli, a Roma, e in Roma dalle stanze episcopali a quelle 
d chierici minutanti del Luterano, abbiano pur conservalo così rìco- 
oscibilmente la loro aria nativa (cfr, Parthcy, Ac^yptische Ptrsotunna- 
Ifli, 1864, p. 9? : Psan-, Psen-, Psin~, Pson- ; p. 100, 105 : -mse, -mpu, 
■7: Bromius). Papyru racanas: non compariscono nel Commento 
wnche neirelenco a p. cl dell* Introduzione. Altra volta, con altro 
Wo, si credeva necessario o prudente distinguere (Du Cange s. v.) 
aejtc racatiac del L. P. dalle racanac (genus vestis) di Papia, Grc- 
orìo M., ed Ennodio. Oggi 1* identificazione è (credo) agevolata dal 
Sto nuovo. D'altra parte papyru (che qui non può avere il senso 
t carta, poiché la charta ò già segnata nella lista), non essendo né 

E(p. 179, 1. 9) seguito, come tutti gli altri prodotti, da 



3J6 



bibliografìa 



cifra, non può stare da sò^ va congiunto alla parola che segue, f^" 
pyru racanas, come ìimt saccus (p. 178, 1. 5 ; p. 179, I. 9). Ora in TcO" 
frasto (HisL plani. 4, 8, 4) si legge : ò ndttupofi npòc JtXtiTca xrt'W'" 
'Ex TìSc [ì£(JXou... reXéxouat... xai èo&^xfll Ttva. 179,4: « basilìcic 0**^ 
w Pauli apostoli) hoc donum (Augustus Constantinus) obtuliti^sub 
« civitaie Aegypiia (t-ar. Egyptia C3: Aegyptì E): possessio, etc. j 
dunque nel territorio (cfr. p. cxLix) di una civitas (pp, 177-180) zìi 
mata Àet^yptus. Verrebbe voglia dì protestare. Eppure è uà fit 
At^yptus è anche nome di città, è nome dì Mcmfi, nella Cosmop 
del Ravennate (ed. Pinder e Parthcy, 1860, p. ijj) e in un Vocal 
lario copto presso ChampoUion (VÉg. sous ìes Phar. I, 91). 3^9,11 
n misit suprafatus imperator (Justìnianus) ad Constantinum pontifici 
« sacram per quam iussit eum ad rcgiam ascendere urbem. Qui i 
« ciissimus vir iussìs imperatorìs obtemperans illieo navigìa fccit pi- 
«rari, quatenus iter adgrederetur marinum. Et egressus a porto R>- 
« mano.,. VeniensigiturNcapolini.. . Siciliaraperrexit; ubiTheodorus 
« patricius et stratigos , . . occurrcns pontifici » (confesso che non ar- 
rivo a capire la nota del D.: « probabilmente egli incontrò il pipa 
a a Palermo, dappoiché questi, continuando il suo viaggio, ebbe» 
« passar per Reggio ») «... inde egredìentes per Regium et Cotrowni 
« transfretaviiCallipolim... Dum vero Ydrontomoras facerct...Undc 
« egressi partes Grecìae, conìungcntes in insula quae dìcitur Odi 
« occurrit Theophilus patricius et stratigos Caravisianorum, curo 
« summo honore suscepit; et amplectens ut iussio contiucbai. ii^' 
« absolvit peragere coeptum. A quo loco navigantes vencrunt ... Coi 
a stantinopolim w. È interessante vedere questo iiinerario del L I 
presentato in correlazione ad altri nel Bròndsted, Voy. àans h Or^^ 
1826, p. j seg. (ile de Zea): «... bel porto, senza dubbio, uno < 
e migliori deirarcipelago... frequentato in ogni tempo ...a muwJ<^* 
e suo ancoraggio, dai navigli partiti di Levante che si dìrigtfvinf^ 
« verso le coste occidentali del Mediterraneo, o che provenendo da 
«questo mare volevano guadagnare le acque della Grecia. Co^i •■ 
« Sesto Pompeo approdò a Geo nel primo secolo della nostra è^**' 
« allorché partitosi da un porto d* Italia faceva vela per l'Asia Minora' 

V (Val. Max. II, 6, 8). Al principio dell' viii secolo, alPanno 71O1 ^ 

V papa Costantino, ecc. »>. 417,5 '• " Hic (Gregorìus III) concessa* «^^ 
« columnas VI onichinas volutiles (z'ar. volubiles AC'G: volui 
« C') ab Eutychio exarcho, duxit cas in ecdesiam beati Pctri ap 
« stoli ». Nel voluhiJes di AC'G c'è, se non m'inganno, la vera • 
zione, anzi un'aggiunta da farsi ai vocaboli latini di architettura. '^ 
htbilis applicalo nell'aurea e nell* infima latinità agli attonigiiam^*' 
degli uomini, alle spire dei serpenti, ecc. (Ovid. Metam. j, 41; ' 
Gange s. v.) si adatta benissimo a colonne torte, a«ortigÌJate. Vi^ 
fatto dì ragguagliare sotto questo aspetto uomini e colonne; |^ ^ 
meno venne fatto al Settembrini nelle sue /.«;. di Utt. ilal., >• cdw_ 
1879, II. p. jgi: «Voglio dirvi una mia fantasìa. A me pare che l^ 
« colonna sia fatta a somiglianza dell'uomo ... La bizantina a spi^^^ 



bibliografia 



ÌS7 



• "rrix ha somigliarua ai Greci degenerati, pieghevoli, astuti ...»». Del 
fc^Xo ancor oggi i botanici chiamano volubili quelle piante (convol- 
olo» fagiolo, lupo, ecc.) il cui fusto sale a spire. 509,21: « Cymite- 
um . . . Sanctae Felicitatìs via Salaria, una cum ecclesiis Sancii Si- 
l^i martytis et Sancti Bonifacii confessoris atquc pontiftcis, uno 
= ohcrcntes solo » (in altri tcrmim, come ha spiegato il coramcn- 
XorDeRossi, B, A, C^ 1884-85, p. 174 segg.: b ecclesiis Sancti Bo- 
^:^acii confessoris atque pontitìcis sursum et Sancti Silanì manyrìs 
tith Urrà dtorsum »). Al testo del L, P. e forse alla dimostrazione 
:] De Rossi (giacché Alessandria era per mcià^ sub terrai va racco- 
lto Amm. Marceli. 22, 11,6 che alcuni vorrebbero correggere contro 
Lutorìtà dei codici : « dicebatur (Georgius) id quoque maligne do- 
ttasse Coostantium, quod in urbe praedicta aedifìcia cuncta solo 
^ohùiTétttia, a conditore Alexandro magnitudine impensarum publi- 
^arum exstrucia, emolumentis aerarii proficere debent ex iure n. 
L'accurato D. meriterebbe di non essere mai tradito dal tipografo, 
^^ppure in cose da nulla, come numeri^ da testo a nota, sbagliati 
'K^p* CLXXv, ccxxxvi), o mancanti (pp. 117, 129, 15$), o intestature 
^305tate (p. ccxLvnX o simili inezie (p. ccxxxvii: s éiait; p. ccxxxix: 
= à rmdré). II « comtc Cardenas de Vorlanga (?) », a p. clxxv, n. 2, 
■atti, non può essere. L'amico comra. Prorois mi dice che i De Car- 
acas sono di ^alalia sul Po e conti di Vallc^^o : due varianti a Kor- 
9,nj^a, tra le quali bisogna scegliere. Ma ò meglio rivedere la nota 
«messa a quel manoscritto torinese. 

Giacomo LincBRoso. 



1^ 



'ressuttì P. Rcj^esta Honorii papac III ex Fatkanis archetypis 
m aliisque foniibus; voL I. - Romae, ex typ. Vaticana, 1888. 

T II signor abbate Pressuiti deve essere molto riconoscente al pon- 

^^■«ficc, che, volendo a sue spese rifatta e proseguita la pubblicazione 
^c3ei regesti di Onorio III, ha offerto modo all'autore di riparare a 
guanto la critica trovò di meno perfetto nel primo saggio edito 
"^nel 1884. Mi affretto a dichiarare che le mende più gravi sono in- 
vaiti state riparate, e il lavoro appare condotto con maggiore dili- 
genza. £ da lamentare però che l'autore non abbia creduto dì tener 
«omo, non dico delle critiche, ma deirescmplo autorevole di quanti 
lo precederono nella compilazione dei regesti Vaticani, compresi i padri 
Benedettini, e non sia rimasto pago dei regesti Vaticani, e abbia vo- 
luto aggiungervi anche lettere estranee ad essi, aliisque foniibus. Ma 
queste altre fonti, come mostrammo parlando della prima edizione, 
li riducono, salvo rarissime eccezioni, a quelle indicate dal Potthast. 
Or essendo tuit' altro che esaurite le indagini dì lettere pontifìcie del 
lecolo XXII, disseminate per gli archivi e biblioteche del mondo, non 
mai cercati dall'abbate Pressutti, questa appendice che egli pone ai 
regestì Vaticani non fa che accrescere inutilmente la mole del vo- 



5J8 



bibliografia 



lume. L* impresa della pubblicazianc dei regesti è di uU lunga lena, 
che occorrerebbe in chi 1' imprende la maggiore economia di 
tempo, di fatica ed anche di spesa, non pensando solo alla munifi- 
cenza di chi fornisce ì mezzi, ma anche agli studiosi che devono 
acquistare i volumi. Il Pressuiti fa precedere al regesto la prefazione 
premessa al primo saggio, scnxa altro ritocco che la soppressione 
della nota i a png. lv della prima edizione, e alcuna più ampia 
notizia dei regesti di Onorio, ed è singolare che rinnovi (p xli) l'er- 
rore del Kaltenbrunner dicendo, che quel Floretus copiavit scritto in 
margine del primo foglio indica lo scrittore del regesto originale, 
mentre alla pagina precedente ha citato la memoria del DeniRe, che 
ne ha dato la giusta ìnierprctazione. Della prefazione non occorre 
dir altro, e possiamo concedere al Prcssucii che continui, poiché così 
gli piace, a far cominciare Tepopea del papato medievale da Gre- 
gorio VII; vorrJ dire che S. Gregorio I, Giovanni Vili, Giovanni X 
non sono figure epiche per lui. Ma un'appendice affatto nuova è la 
pubblicazione ed illustrazione della bolla concistoriale di Onorio a 
favore della basilica Laieranense, secondo roriginalc dell' archivio 
di quella chiesa, raffrontato col testo che se ne ha nel regesto. Op- 
portuna la pubblicazione cosi raffrontata della bolla ; erudita V illu- 
strazione e particolarmente pregevole per copia di documenti inediti 
tratti dairarchivio Lateranense e da quelli delle case Orsini, Caetani, 
Cesarini e Colonna (veramente, invece dell'archivio Colonna, cica una 
Miscellanea presso di se, e si riferisce al Gregorovius quanto all'esi- 
stenza degli originali). Ma l'A. avrebbe meglio provveduto all'eco- 
nomia dell'opera stampando a parte o in altra sede cotesto ampio 
commento storico-topografico dei principali possessi della basilica 
di San Giovanni, fra ì quali Carpineco, patria del pontefice. Accen- 
niamo i principali documenti inediti attinenti alla storia di Roma: 

9 aprile 978. Giovanni abbate di Sant'Andrea ìn Selce, nel ter- 
ritorio di Velletri, concede in enfiteusi a Crescenzio di Teodora 
Castelvecchio (cxvin). 

1 5 ottobre 988. Giovanni e Crescenzio, figli di Crescenzio di 
Teodora e di Sergia, iìlustrissima j'^mina, donano all'abbate Alberico 
la detta chiesa di Sant'Andrea in Selce (cxrx). 

37 dicembre 1106. Pasquale II designa i confini della parroc- 
chia Lateranense (lxvii). 

26 maggio 1122. Simile bolla di Calisto II (lxix). 

Bolla di Onorio II a favore dell'ospedale Late- 



7 maggio 113S 
rancnse (lxiii). 
30 giugno ii}8. 
IO agosto 1 179. 



Simile bolla dì Innocenzo II (lxiv). 

Alessandro III obbliga alla chiesa Lateranense 
« possessioncs de lacu e quattro mulini a prò 294 libris prov. quas 
« ad eas recuperandas Petro Pandulfi, Alierotio et Alieroiio (sic) Ro- 
« manis civibus et judicibus et advocatis nomine nostro solvisti et 
« prò sexaginta quattuor quas prò aqueductu reparando expcndistisM 
(p. Lxvi). Evidentemente il pegno è dato dal pontefice perchè il Ca- 




bibliografia 



359 



pitolo Latcranensc aveva redento detta possessione da quel giudici 
romani, anteriori creditori del papa, e non, come interpreta il P., perchè 
avesse « imprestato denari a cittadini romani o (lxvi). 

7 novembre I3i6. Onorio III conferma la sentenza pronunciata 
(juando era cardinale a favore della chiesa Lateranense, dichiarando 
comprese nella parrocchia San Bartolomeo e San Daniele (lxx). 

15 giugno 1370. Urbano V» avendo assegnato alla Mensa vesco- 
vile di Montefìascone i beni ivi posseduti dalla basìlica di Laterano, 
indennizza questa coi beni della scola catttorum, soppressa « quia dieta 
* ecclesia scole cantorum et eius domus adeo sunt destructe quod vix 
{* earundem ecclesie et domorum appareat vestigia, propter quod ìpsum 
collegium dcinceps inutile scu supcrvacaneum reputetur» (lxxii). 
Quanto alla compilazione del regesto, sebbene notevolmente mi* 
tUorata, si può ancora raccomandare in parecchi casi maggior bre- 
lli, omettendo formule consuete e inutili, e maggior cura nel 
krre in evidenza gli accenni storici. Ad esempio, nei seguenti sunti 
Mevano omettersi le parole che pongo in corsivo. N. 430: « Pre- 
posjto Caroinensi. Villas, dusuras et reddìtus de Lubri cutn omnibus 
^ JertiHtntiis suìs ad pnposituratn spectantihui ipsi eiusque ecclesiae con- 
^ finnat«; n. 480: « concedit usum mitrae et anuli quibus uti possit in 
^ proc^sicnibuSf synodis et precìpuìs fesUi'itatihus **; il n. 1278 è più dif- 
^Vjso, senza aggiungere nulla di più al sunto del Potthasl 5750. Anche 
^^cl 1187 si poteva essere più breve, e non omettere invece la clau- 
"^feola « relaxaiionc Maguntini archiep. non obstantc ». Qua e colà sì 
-^^.werte anche qualche inesattezza: nel n. I359( in luogo di « colli- 
quanti», andrebbe detto: « assignent corniti HoUandiae ». Così al n. 1723 
vrion è chiaro che la scomunica era stata pronunciata dall'arcivescovo 
^i Treviri. Al n. 1789, non si sa se sia errore del regesto o del trascrit- 
f "^ore duanatu invece di ducuta : ma era facile correggerlo col raffronto 
1 ^el n. 1791 e coU'cdìzione del Rodcmbcrg; dal quale pure poteva 
' desumere che il mgotium « haud sane in regesto nominatum « del 
; a. 821 deve concernere le trattative per il conferimento del ducato 
' di Spoleto. Al n. 255 non sarebbesi dovuto trascurare Taccenno che 
il nipote del re di Boemia era crociato ; e così al n. 548 quanto al 
re d'Inghilterra. AI n. $94 è omessa la facoltà di imporre la croce. 
Insufficiente pure il sunto n. 654; non meno del n. 670 (epistola tut- 
tora inedita), nel quale si omette di ricordare il passaggio in Inghil- 
terra di Luigi, figlio del re di Francia e del conte di Olanda. Lo- 
devole è riferire esattamente i nomi di luogo secondo il testo dei 
regestì; ma pur converrebbe, ove occorre, aggiungere la forma cor- 
retta ed usuale. Parrà minuzia di critica questa, ma a che ser- 
virebbe un regesto se allo studioso non è dato dì potervi attingere 
coi; piena sicurezza ? 

Guido Levi. 




C3 



I 

1 



NOTIZIE 



n fascicolo 4° del BulUttino àeW Istituto Storico Italiano contiene : 
L'organico per i lavori dell'Istituto; una comunicazione del presi 
dente sopra la proposta di pubblicazione di documenti Colombiani ; 
le relazioni delle regie Deputazioni e Società di storia patria sui la- 
'vori pubbHcati negli anni 1886-87 J relazione del prof. V. Fiorini 
sulla risumpa delle Cronache bolognesi, e del prof. F. Novati suiVEpi- 
stoìario di Coluccio Salutati, 

n fascicolo 5° è interamente dedicato all'inventario delle lettere 
a stampa ài L, A, Muratori, per A. G. Spinelli, lavoro preparatorio 
per una edizione àitW Epistolario intero, a cui da tempo si è accinto. 
« Ne risulterà una ponderosa sene di volumi, nei quali si troverà la 
« schietta cognizione di tutte le fatiche poderose e sapienti di questo 
« padre della storia italiana e la genesi, il parallelo commento, il co- 
te rollano delle opere tutte dì lui, e insieme la più diretta e schietta 
«manifestazione della complessa e multiforme sua attività». 

In occasione del giubileo papale gli archivi Vaticani hanno pub- 
blicato : Spuimina palaeografica regestorum Romanorum Pontificum ah In- 
nocentio III usque Urhanum V, collezione di 60 tavole, eseguite in elio- 
tipia dall' ing. A. Martelli, e 58 pagine di testo. Ne daremo conto nel 
prossimo fascicolo. 

Il ^gnor Auvray à^EcoU fran^aise, mentre sta attendendo alla 
comjnlazione dei regesti di Gregorio IX, ha preparato uno studio 
crìtico sulle antiche Vite di questo pontefice. 

Con regio decreto 18 maggio 1882, a proposta di S. E. il mini- 
stro della pubblica istruzione, fu stabilito che a sarà pubblicata nella 



3tó • V^ti\ie 



« solenne ricorrenza del qoarto centenario ddla scc^èrtk ddrAotf- 
«rica (1891)» per cara ed a spese dello Stato, ima raccolu degC 
«scritd di Crittoforo Colombo, di mtti i docnmenti e di toni i no- 
« nnmenti cartografici ì quali valgano ad illustrare la ^nta ed t viag9 
« del sommo Navigatort, la memoria ed i tentatila dd sud piecar- 
«sori e le succesd^e trasformazioni delTopera sua pel ùsao & «Itti 
« navigatori italianL 

« Tale raccolta dovrft essere seguita da una biUiografia degli loitii 
e pubblicati in Italia sul Colombo e sulla scoperu ddT Amerà dai 
« suoi primordi fino al presente ». 

Ad ordinare la raccolu ed a curarne la pubbUcailoiie h isttedu 
una Comndssione spedale. 



PERIODICI 

^-*^^ rticoli e documenti relativi alla storia di Roma) 



\ 



^Archeografo triestino. Nuova serie, voi. XIV, fase. i*. — 
SwiDA, MìscclUnca (Documenti di Pio II, estratti dagli archivi 

^^oma). 

^Archiv fflr Literatur- und Klrchen-Geschichte des Mittel- 
^ ^— ^RTS. Voi, IV, fase. I-II. — EuRLE, Die Spiritualcn, ihr Ver- 

■^*- ». tniss zura Franciscanerorden und zu den Fraticellen (Gli Spi- 
ali e loro relazione con l'ordine Francescano e ì Fraticelli, con 
Clonanti documenti sui Fraticelli in Roma). - Der Constantinische 
%atz in der papstlìchen K;imraer des i). und 14. Jahrhunderts (Il 
^oro di Costantino nella Camera pontificia del xiii e Kiv secolo). 



^.^ Archivio storico dell'arte. .\nno I, fase. 3-5. — A. Venturi, 
^-^ xan Cristoforo romano. - C. Ricci, Lorenzo da Viterbo. - E. Muntz, 



oreficeria sotto Clemente VII. - E, De Paoli, Donazioni di Mi- 
^;VieIangelo a Francesco Amatore detto Urbino e ad Antonio del 
■*^ rancese suoi domestici. - N. Baldoria, Un avorio del museo Vaii- 
^^no. - D. Gnoli, Il banco d'Agostino Chigi. 



\ 



Archivio storico italiano. Serie V, tora. I, fase, i® — C. Guasti, 

t^cordanze di m. Gimignano Inghirami, concernenti la storia eccle- 
siastica e civile dal 1378 al 1452. — Fase. 2°. P. Villari, Nuove 
questioni intomo alla storia di G. Savonarola e dei suoi tempi. — 
Fase. 3". L. Zdecauer, Lavori sulla storia medievale d'Italia in Ger- 
mania; 1880-87. ■ F* Tocco,J Due documenti intorno ai Beghini 
d'Italia. 



Archivio storico lombardo. Anno XV, fase. 2^ — L. Frati, 
La contesa fra Matteo V^isconti e papa Giovanni XXII, secondo i 



3^4 



Periodici 



documenti deirarchìvio Vaticano (pubblica l* indice del codice 3937 
[antica segnatura]). 

Archivio storico per le Provincie napoletane. Anno Xill, 
fase. i". — N. Barome, Notizie raccolte dai registri di cancelleria 
di re Ladislao di Durazr.o. - Elenco delle pergamene Fusco (N. 114, 
Ep. dì Innocenzo III: 19 febbraio 1212), 



Biblìothèquedel'écoledes chartes. XLIX. 
archivcs d'Aragon et de Navarrc. 



• L. Cadxer, Lcs 



Bollettino della Commissione archeologica comunale dì 
Roma. Serie IH, anno XVI, fase. 4**. — R. Lanciani, NotÌ£Ìe del 
movimento edilizio della città in relazione con rarcheologia e con 
Tane. - G. Gatti, Trovamenti risguardautì la topografia e la epi- 
grafia urbana. — Fase. 5". C. Huelsen, Vedute delle rovine del Foro 
Romano, disegnate da Martino Heemskerk. - G. Gatti e R. Lan- 
ciasi, Notizie del movimento edilìzio della città in relazione con 
Tarcheologia e con l'arte. - G. Gatti, Trovamenti risguardanti U 
topografia e la epigrafia urbana. - C. L. Visconti, Trovamenti di 
oggetti d'arte e di antichità figurata. -^ Fase. 6°' L. Cantarelli, 
Intorno ad alcuni prefetti di Roma della serie Corsiniana. - E. Pe- 
TERSEN, Penelope. -G. Gatti, Trovamenti risguardanti la topografia 
e la epigrafia urbana. 

Bollettino della Società geografica italiana. Serie III, voi. I, 
fase, J-). — F. Porena, La geografia in Roma e il mappamondo 
Vaticano. 

Bollettino dell'Istituto di diritto romano. Anno I, fase. 1^. — 
V. SciALOjA, Nuove tavolette cerate pompeiane. - I. Alibrandi, 
Sopra una tavoletta cerata scoperta a Pompei il 20 settembre 1887. 
- V. SciALOjA, Libello di Geminio Eutichete. - C. Ferrimi, Ad 
Gai, 2, $1. - C. Padda, Sul così detto pactum de junjunuuió, - 
P. Bonfante, Rts mancipi o rcs mancipii} 



Giornale ligustico. Anno XV, fase. 5-6. — L. De Feis, La Bocca 
delb Verità in Roma e il Tritone di Properzio. - A. N., Un max- 
zetto di curiosità (contiene lettere di Celso Cittadini, del poeta pisano 
Ippolito Neri e dell'abate Lorenzo Mehus, con accenni a cose ro- 
mane). — Fase. 7-8. G. Rezasco, Del segno degli Ebrei. 



T^eriodici 



3<f5 



Giornale storico della letteratura italiana. Voi. X, fase. 4**. 
E. Costa» Marco Antonio Flaminio e il cardinale Alessandro 
^ illese. 



Journal of archaeolo^ (The araerican). Voi. Ili, n, 1-2. 

E. Babelon, Rivista di numismatica greca e romana. - Recen- 

^^ne deiropere: G. B. De Rossi, «De orig. bibloth. Scdis Apost. », 

^jDto Stefano Rotondo » ; E. Muntz, « La bibliothèquc du Vatican ». 

Mittbeilungen dee Instituts fOr dsterreichische Geschichta- 

^^CfcTSchung. Voi. IX, fase. I. — H. Bresslau, Papyrus und Perga- 

^^*^cnt in der papstlichen Kanzlei bis zur Mine des xi. Jahrhundens 

xll papiro e la pergamena nella Cancelleria pontificia fino alPxi secolo). 

Quartalschrift (Rdmische) fflr christliche Alterthunaskunde 
«nd fùr Kirchengeschichte. Anno II, fase. 2. — I. P. Kirsch, 
Bcitràge zur Gcschichle der alien Pcterskìrche in Rom (Contributo 
alla storia deiraniica chiesa di S. Pietro in Roma). - Pater Ger- 
mano. Das Haus der hh. Man^TcrJohannes und Paulus (La casa dei 
martìri Giovanni e Paolo). - D.' G. Brom, Einige Briefc von Ra- 
phael Brandolinus Lippus. Zur Zcitgeschichte des Papstcs Alexan- 
der VI (Lettere di R. Brandolìno Lippi. Per la storia dei tempi di 
Alessandro VI). - J. P. Kirsch, Die Còmeterien des Salarìschen 
Strasse in xiil Jahrhundert (I cemeteri della via Salaria ne! xiii se- 
bo). - Saaerland e De Rossi, De coemeterio Prìscìllae Romae 
invento in cunicularibus anno 1578. - Prof. Battifol, Das Archiv des 
iechischen CoIIeg's in Rom (L'archivio del collegio greco in Roma). 



f 



Review (Tbe english historical). N. io. — L R. Seely, Paul 
Ewald and pope Gregory ! (Paolo Ewald e papa Gregorio I). - 
C. W. BoASE, Lettera di Clemente VII a Enrico VII! d'Inghilterra. - 
Recensione dell'opere: W. R Skene, « On the traditìonary accounts 
of the death of Alexander IH » (Sui racconci tradizionali circa la 

;iorte di Alessandro III); G. Schmidt, « Pabsdìche Urkunden und 

fcgesteo Ji (Documenti e regesti pontifici). 

Revne des questions historiques. XXIII, fase. 86. — E. Va- 
INDARD, L'histoire de Saint Bernard, critique des sources - G. Du 
ItESNE DE Beaucourt, Charles VII et la pacitication de l'Église 
444-1449). - Georges Dcgard, Un nouveau récit de Tattentat 
'Anagni. - Pierling, Une rectification à l'article sur le mariage 
"un t'sar au Vatican. - Recensioni dell'opere : J. N. Murphy, « The 



Archivio della R. Società romana di $toria patria, VoU XI, 



35 



}66 



Periodici 



chair of Peter»; Allard, n Lcs dernières persécutìons du ni' siede »; 
G. Chcvallier, « Hìstoire de saint Bernard »; Mandalarì, « Pietro 
Vitali ed un documento inedito riguardante la storia dì Roma ». — 
XXIII, fase. 87. P. Allard, Dìoclètien et les chrétiens avant l'età- 
blissement de la Tetrarchie. - Recensione di L. Pastor, « Histoirc 
des papes dcpuìs la (in du moyen àge » (trad. francese). 

Revue historìque, XXXVII, fase. I-II. — Recensioni delTopcre: 
Aem. Jullien, « De L. Cornelio Balbo maiore » ; W. Irne, «Storia dì 
Roma»; F. Knoke, «La spedizione di Germanico in Germania»; 
Fclten, « Papa Gregorio IX » ; W. Altmaan, « L'elezione di Alberto II 
a re dei Romani », « Ludovico il Bavaro a Roma ». 

Revue (Nouvelle) historìque de droit fran9ais et étranser. 
XII, fase, j. — Alphosse Rivier, L* universìté de Bologne ci la 
première renaissance juridique. - M. A. Esmein, Le serment prò. 
missoire en droit' canonique. - Recensioni dell'opere: P. Guiraud* 
«Les asscmblées provinciales daos l'Empire romain »; H. Daniel- 
Lacombe, « Le droit funéraire i Rome ». 

Rivista italiana di numismatica. — F. Gn*ecchi, Appunti di 
numismatica romana. - A. Ancoka, Il ripostiglio di S. Zena in 
Verona città. * 



Rivista storica italiana. Anno V, fase. i". — A. Coen, Vcrio 
Agorìo Pretestato. 

Stadi e documenti di storia e diritto. Anno DC, fase. 1°. 
— R. Ambrosi De M\gistris, Note ai documenti editi dall* Istituto 
austriaco relativi alla storia della Campania. - S. Talamo, Le ori- 
gini del cristianesimo e il pensiero stoico. - A. Parisotti, Ricerche 
sull'introduzione e sullo sviluppo del culto di Iside e Serapìde in 
Roma e nelle provincie dell'impero in relazione colla epigrafia. - 
P. Campello Della Spina, Pontifìcato di Innocenzo XIL Diario 
de! conte Giovanni Battista Campello. 

Zeitschrìft far kathoUsche Tbeologie. III, fase. 188S. — 
H. Grisar, Sammlungen àlterer Papstbriefe und deren theologischc 
Verwerthung (Le raccolte di lettere degli antichi papi: esame dei 
nuovi bollari, della nuova edizione del Jaifè; Thiel, card. Pitra, 
Lòwenfeld, Pflugk-Hamung, Friedberg, Dcnzinger). 




PUBBLICAZIONI 

RELATIVE ALLA STORLA DI ROMA 



' * * ALLA.RD P. Les dernières persécutions du in* siede (Gallus, 
^aiérien, Aurélien) d'après les documeats archéologiques. 

M^sniì, imp. Firmin-Didoi, 1887. 

r'^. Amabile L. Fri Tomaso Campanella nei castelli di Napoli, 
in Roma ed in Parigi, voi. i. Napoli, 1887, 

^ ^. Arkdt W, Schrifttafeln zur Erlernung der lateinischen Palaeo- 

tgraphie, i. Hefc (Tavole grafiche per apprendere la paleografia la- 
tiaa). 2' edir. Berlm, Grott, 1887. 

^^. Arnold C. F. Studienzur Geschichte derPlinìinischenChrt- 



1* S^- AuDiAT L, Fouilles dans les remparts gallo-romains de Saintes, 
Pons, Texiet, 1887. 



stenverfolgung (Studi circa la storia della persecuzione dei cri- 
stiani ai tempi di Plinio). Kònigsberg, Hartung, 1887. 

S5. AssiRELLi P. L'Agro romano et sa colonìsation. (Estratto 
dalla Reforme Sociali). Paris, Uve, 1887. 



'57. AusfìShrIiches Lexicon der griechischcn und ròmischen My- 
thologie (Lessico completo della mitologia greca e romana). 
Disp. II-12. ^^^PVS» Tiubner, 1887. 

158. Baethgen e. De vi ac sìgnìficaiionc galli in religionibus et 
artibus Graccorum et Romanorum. 

GÒUingen, Wandcnhoeck und Ruprecht, 1 887. 

'159. Baumeister A. Dcnkmàler tler klassischcn Alterthuras zur 
Eiclàuterung des Lebens der Griechen und Ròmer in Religìon, 
Kiinst und Sitte (Monumenti dell' antichità classica a dichiarazione 




Pubblicazioni relative alla storia di T{oma 



della vita dei Greci e dei Romani, nella religione, nell'arte e nei 
costumi). Disp. 5 1-J4. Muncben, OhUtibousg, 1887. 

i6d Berchtolo J. Die Bulle « Unam sanctam j», tbre wahre Be- 
deutung und Tragweitc fùr Staat und Kirche (La bolla cr Unam 
sanctam )», la sua vera importanza e il suo valore per lo Stato 
e perla Chiesa). Mùncbtn, Kaiser, 1887. 

161. Bertolotti a. Notìzie e documenti sulla storia della far- 
macia e dcircmpirìsmo a Roma. (Estratto dal Monitore dei far- 
macisti). Roma, 1888. 

162. BiRTH T. Zwei Satiren des ahen Rom. Ein Beitrag zur Ge- 
schìchtc der Satire (Due satire dell'antica Roma. Contributo alla 
storia della satira). Marhurg, Elwcrt, 1888. 

163. BissiNGEN K. Funde ròmischer MQtuen im Grossherzogthum 
Badcn. Z. (Trovamento dì monete romane nel granducato di Ba- 
dcn. L). 1887. 



164. Blunt H, W. The causes of the declìne of ihe roraan Com 
monwealth (Le cause della decadenza della Repubblica romana 

Oxjorà, Blackwell, 188 



^ 



16). BoYER E. Les consolations chez Ics Grecs et les Romains. 

Monlauhan, Grani/, 1887. 

166. Brassier P. Pilcrinage à Rome, Assise, Loretie, ctc. 

Hctmcs, Ohcrtbur, 1888. 

167. Bruci B. XSamhituì e il parìcs communis nella storia e nel si* 
stema del diritto romano. Città di Castello, tapi, 1887. 

168. — Disegno di una storia letteraria del diritto romano dal 
medio evo aì tempi nostri con speciale riguardo all'Italia. 

Padova, DrucJur, t888. 

169. Brukk. H. Denkmàler griechischer und ròmischer Sculptur in 
historischer Anordnung, unter Leìtung von H. B. (Monumenti 
della scultura greca e romana, disposti in ordine storico e pubbli- 
cati sotto la direzione di H. Brunn). Disp. i*. Mùnch,:», 18S8. 

170. Buzello I. De oppugnatone Saguntì, quacstiones chronolo- 
gicae. Kònishergf Koch et RtimeTt 

171. Caiu.£ e. Du colonai en droit romain. 

Poitim, OudÌH, 1887. 



r 



'Piibbltca-{wni relative alla storia di T{oma 3^9 






173. Campi V. n ragioniere sotto la repubblica romana e sotto 
r impero. Roma, Reggiani, 1887. 

173. Cavaro R. Les costumes des peuples anciens. Deuxième 
panie: Grece, Étruric, Rome. Voi, 2. Paris, Mcnard, 1887. 



174. Gasoli P. B. Cronistoria della vita e del pontificato di 
Leone XUI sino a mezzo il 1887. 

Modena, tip. della Cotueiione, 1887. 



17$. Cesare (De). Il conclave di Leone XIII, con documenti. 
j' edix. Città di CasUlìo, Lapi, 1887. 



176. ClMETO D. Dante in Roma. 



Roma, Loescher, 1887. 



^^177. C1PELLETTI A. Quo tempore et Consilio Sallustius Belìum Ca- 
^H Hlìnarium scrìpserit. Ili Kal. novembris MDCCCLXXXVIL Dis- 
^H seriazione di laurea. Pavia, Bigioni, 1887. 



k 



178. Claretta G. Sulla legaiione a Roma dal 1710 al 1714 del 
marchese Ercole di Priero. Studio storico-btogralìco. 

Genova, tip. Sordo-muti, 1887, 



179. Cocchia E. I Romani alte Forche Caudine. Questione di to- 
pografia storica. Napoli, ]8S8. 



I 



80. COiMMODiANi Carmina reccnsuit et commentario critico in- 
struxit B. Dombast. (Fa parte del Corpus SS, Eccks. latin,, edito 
dairAccademia delle scienze di Vienna). 

f^ien, Geroìd's Sohn, 1887. 



^ 



l8t. CoxE A. C. Institutesof Christian hbtory (Istituzioni di storia 
cristiana). London, Trubner, 1887. 



V82. CozZA-Luzzi G. Le chiavi di S. Pietro; memoria storica. 

Roma, tip. Tiberifta, 1887. 

x8). Desimoni C, Regesti delle lettere pontifìcie riguardanti la Li- 

kgiirìa dai più antichi tempi fino air avvemmento d'Innocenzo III. 
Genoi'a^ tip. dei Sordo-muti, 1887. 
84. DiETRiCHS VON NiEHEiM. LibiT cancellartoe apostoìicae von 
Jahre i}8o und der stiltis palatii abbreviatus. Hcrausgcgebcn von 
G. Erler (Il Liber cancellariae apostoìicae delPanno ijSo e lo 5/i7«j 
palatii abbrnfiaius di Teodorico da Nieheim. Pubblicato da 
G. Erler), Leiplig Vat und C, 1888. 




Vuhblica^ioni relatìpe alla storia di 'J{oma 



185. Disegni e de^crlttìoni delle forteue e piazze d'armi, artiglierie, 
armi, nionìziom da guerra, soldati, bombardieri pagati, cniUzic 
scelte di cavallerìa e fanteria dello Stato ecclesiastico. (Copia dì 
un codice cartaceo esìstente nella biblioteca Vaticana, presentato 
a S. S. Clemente XI dal suo ministro D'Aste). 

Rofna, tip, ddla Buona Stampa, 1888. 

iS6^ DoRSCH E. De civitatis rotnanae apud Graecos propagatione. 

Breslau, KocUr^ 

187» Doublet. Le^ons d*hÌ5toire ecclésiastique. 2* édition. 

Bar-U-Duc, Constant- Laguerre, x888. 

188. Druffel a. Monumenta Tridentina. Bciiràge zur Geschichte 
des Concils von Trient (Contributo alla storia del Concilio di 
Tremo), Mùnchen, Frani, 1887. 

189. DuHAMEL L. Le tombeau de Jean XXII i Avignon. 

Avignon, Seguin, 1887. 

190. DuRUY V. Histoìre des Romaios depuis les teraps les plus 
reculòs jusqu'i l'invasion des barbares (mort de Théodose). 
Nouvelle édition. Paris, Lahurg, 1887. 

191. — Traduzione tedesca di G. Hcrtzbcrg della « Storia dell' ira- 
pero romano dalla battaglia d*Azio e dalla conquista d' Egitto fino 
all'invasione dei barbari i». Leipiig, Schmiàt uni Gunthtr, 1887. 

192. Faltin G. Ucber den Ursprung des zweiien punìschen Krieges 
(Sulla origine della seconda guerra punica). 

Keu-Ruppin, Kuhn, 1887. 

193. Favaro A. Documenti per la storia dell'Accademia dei Lincei 
net mss. Galileiani della biblioteca Nazionale di Firenze; studi e 
ricerche. Roma, tip. drìU Sdcftic matimaiicht e fisiche t 1888. 

194. Felsberg Ottone. Beìtrage zur Geschichte des Ròmerzuges 
Heinrichs VII. Innere und FinanzpolitiU Heinrichs VII in Italicn 
(Contributi alla storia della spedizione di Enrico VII a Roma. Po- 
litica interna e fìnanziarìa di Enrico VII in Italia). In-8^, p. 80. 

Leipzig, Gustav Fock, i886, 

195. Felten W. Die Bulle «Neprctereat» und dicReconciliations- 
Verhandtungen Ludwigs des Bayers mit dcm Papst Johann XXII 
(La bolina Nepretereatu e le pratiche di conciliazione di Lodovico 
il Bavaro con papa Giovanni XXII). Trier, 1887. 




"Pubblicazioni relative alla storia di ^^pma 371 



*^^* Ferrerò E. La strada lomana da Torino al Monginevro de- 
^^ritta. Torino, Loeichtr, 1888. 

'^'^~ FisHER G. P. History of the Christian Church (Storia della 
'^«ìcsa Cristiana). London, Hoddtr and Stoughton, 1887. 

^ - FoNTEASiVE R. Guida per gli avanzi di costruzioni poligone» 
^^tte ciclopiche, saturnie pelasgiche, nella provincia dì Roma. 

Roma, Sciolta, 1887. 

•^ Frati L. La legazione del card. Benedetto Giustiniani a Bo- 
*^)gna. Genova^ tip. Sordo-muti, 



** Gabotto F. Appunti per la storia della leggenda dì Catilìna 
*3el medio evo, Torino, Roux, 1887. 

- - Gazeau F. Histoire romaine, revue, corrigée et complétée. 
1)' édiiion. Angers, Lacbise, 1887. 



} 



\ 



^^>^- Gerathewohl B. Die Reiter und die Ritiercenturien rur Zeit 
<ltr ròmischen RcpubliU (I cavalieri e le centurie dei cavalieri 
■al tempo della Repubblica romana). Municb, Ackermaxn. 

^^3- Gilbert O. Geschichte und topographie der Stadt Rem im 
Altcrium. 2. ThciI (Storia e topografia della città di Roma nel- 
J antichità. Seconda parte). Lcip-^g, Teuhner, 1885. 

*^**- GiovAGNOLt F- Leggende romane : Il marchese del Grillo ; 
^m Gactanìno Moroni. Roma, Ferino, x888. 

^' Giovanni Albini Lucano. De gestis regum Neapolìtano- 
^Vtm ab Aragonia. Napoli, 1888. 



*<:>«- 



Gradenv^itz O. Interpolationen in den Pandekten. Krìtische 



^tudien. Btrlin, f^eiimann, 1888. 

"^^ GuANELLA L. Da Adamo a Pio IX, o quadro delle lotte e dei 
^^- *^onfi della Chiesa universale. VoL 3. 
^H Milano, tip. Eusehìana, 1887. 

^- GuARDUCci C. Annibale e la colonia dì Spoleto; studio sto- 
Tico. Firenitt tip. Cooperativa, 

^09. GuiGNARD L, Blois gallo-romain. 

■ Nancy, Berger^Letrault et C, 1887. 

1^*0. GuiRAUD P. Les assemblées provinciales dans T Empire rt^ 
■' tnain. Faris, imp, Nat., 1887. 

L 



372 T^uhbl{ca-{ioni relattue alla storia di T^ma 



HI. HoFFMANN G. DcF ròmìschc ager publicm vor dcm Auftrctei- 
dcrGracchcn. I. Thl. AUgcmcincs (Vagir public us romano primi, 
dei Gracchi. Pane I. Generale). Programma ginnasiale dì Katto 
witz, 1887. 

212. HuMBERT G. Essai sur les finances et la comptabillté publiqui 
chez les Romains. Paris, Thorin, 1887. 



1 



213. Inge W. R. Society in Rome under the Cacsars (La societi^ 
in Roma sotto i Cesari). London, Murray, x888.^ 

3x4. JfNGMANK B. Disscrtationcs sclectae in historiam ccclcsiasti- - 
cam. VII. Ratisbona, PusUt. ] 

215. Klotzek J. Die Verhiltnisse der Ròmer z\im achiischen 
Bunde von 239 bis 149 (I rapporti dei Romani con la lega Achea 
dalPanno 229 fino al 149). Brody, Koscnlmm, 1887. 

216. KrOger H. Geschichte dcr r capitis dirainutio » (Storia della 
«capitis dirainutio»). Voi. i*. Brcsìau, Kocbntr, 1887. 

217. Lea H. C. A history of the Inquisidon of the middle ages 
(Stona dell* Inquisiiione nel medio evo). New-York, Harper, 

3t8. Le bienheureux Urbain IL Notice biographique. 

Rheims, Armand lufhvrtf 1887. 

219. Lecrivain C. Le Sénat romain depuìs Diodétìen à Rome et 
À Constantinople. {Bihìioihèqiu des écoUs franaUm d^Athtnts et de 
Rome, fase. 52). Party, 1888. 

220. Lee F. G. Regìnild Polc, cardinal archbishop of Canterbury : 
an lii&torìcal sketch (Regìnaldo Polo, cardinale arcivescovo di 
Canterbury. Schizzo storico). London, Nimmo, 

331, Leuonnier H. Étudc historìquc sur la condition des af&aa< 
chis aux trois premicrs siécles de Tempire romain. 

Cattlommitr!, Brodarà et Galìois, 1887. 

231. Level O. Palingcnesia iuris cìvìlis. lurisconsultorum reliquia, 
quae lusiiniani digc^iis coniincniur ceteraque iurìsprudcniiac civilis 
fragmcnta minora sccundom auctorei et libros. Fase. 1. 

Lsipii^, Tauchnit^ 1888. 

33 1. Lcttret de la relne de Navarrc au pape Paul III, publiées par 
P. De Nollwc. FmaUUs, Cérf tt Jils, 1888. 



T^ubblica^ioni relative alla storia di T^ma 373 



I 



LòweUgo. Die Stellung des Kaisers Ferdinand I zum Trienter 
Konzil vom Oktobcr 1561 bis zum Mai 1562. Inauguraldìsseitation 
(L*atteggiamenco dell'imperatore Ferdinando I verso il Concilio 
di Trento dall'ottobre 1561 fìno al maggio 1 562. Dissertazione 
inaugurale). Bonn, 1887. 



$. Lupi A. La benedizione de lì cavalli a Sant'Antogno (usanze 
de Roma). Romaj Cerroni e Solaro, z888. 

326. Makoalari M. Pietro Vitali e un documento inedito riguar- 
dante la storia di Roma (sec. xv) ; studio. Roma, Bocca, 1887. 



I 

I' sai 



17. Marivi N. L'anione diplomatica della Santa Sede e il beato 
Nicolò Albergati, vescovo e cardinale. 2* edizione. 

SUnaf tip. S. Bernardino, 1887. 



22B, Marin Ordo^ìez I. El pontificado. Voi. 2. Madrid, 1887. 

229. Marten's W. Heinrich IV und Gregor VII nach der Schil- 

derung von Ranke's Wcltgeschiclite. Krìtische Bctrachtungen (Kn- 

I rico rV e Gregorio VII secondo la esposizione fattane nella Storia 

^^ universaU del Ranke. Considerazioni critiche). 

^M Datt^g, ìVihtr, 1887. 



IO. Maurer Marco. Papst Calixtc U. ThciI 1. Vorgcschichtc. 
Inaugural-Dìssertation (Il papa Calisto II. Parte I. Introduzione 
storica. Dissertazione inaugurale, pag. 82). 

MUnchcn, Christian Kaiser, 1886. 



231, MeiserK. UeberhistorischeDramcn der Ròraer (Sui drammi 
storici de* Romani). Mùnchen, Fran^ Verìag, 1887. 






Memgb R. e pREuss S. 



Lexicon Caesarianum. Fase. IV. 

LeipXJg, Ttuhner, 1887. 



2J5. Mevs W. Zur Legation des Bischofs Hugo von Die unter 
Gregor VII (La legazione di Ugo da Die sotto Gregorio VII). 

Grcifsvjaìd, Scharf Vachjolgcr, 1887. 



234. Monumenta Germaniae, etc. Epistolae saeculi xnx e regestis 
pontificum romanorura selectae per G. H. Pertz. Edidil Carolus 
Rodenberg. Tom. II. Berlin, IVeiàmann, 1887. 

1)). — Epistolarum tom. I, pars I. Grcgorii I papae registnim 
epìstolarum. Tom. I, pars I, !ìb, I-IV. Edidit Paulus Ewald, 

Btrìin, fVtidmanu, 1887. 





137« MuHLBAUER W. Thcsaurus resolutionum S. C. Concilii, quae 
consentaneae ad Tridentinorum pp. decreta prodierunt usque ad 
a. 1885. Mùnchen, 1887, 

238. Natali E. Il ghetto dì Roma. VoL L 

Roma, tip, deVa • Tribuna b, 1887, 

Storia deirantichìssìroa città di Sutrì, 

Roma, Dcsideri-FtrrtUi, 1887. 

240. Ohlenschlager F. Die ròmische Grenzmarch in Bayem 
(La frontiera romana in Baviera). 

Mùncbatt Fran^ 1887. 

Histoire somroaìre de la littérature romaine. 

Paris, BonrloìoH, 1887» 

Pescatori G, G. La legislazione decemvirale. Torino, 1888. 

Pinzi C. Storia della città di Viterbo illustrata con note e 
nuovi documenti in gran parte inediti. 

Rema, tip. dilla Cattura dti deputati, 1887. 

244. Platina B. The livcs of the popes, firom the lime of our 
Saviour Jesus Chrisc. Wrìlien originally in latin and transìated 
into cnglish, ediied by W. Bcnham (Le storie dei papi del Pla- 
tina tradotte da W. B.). London, Griffith and farran, 1888. 

245. Pressutti P. Regesta Honorii papae III iussu et munificentia 
Leonis XIII pontifìcis ex Vaticanìs archetypis aliisquc fontibus 
edidii P. P. Voi. L Roma, tip. Vaticana, 188S. 

246. Ramorino Felice. I commencarìi de bello civili di C. Giulio 
Cesare illustrati. Torino, Lo4Scb4r, x88$. 

247. RankeL. Weltgeschìchic, 8. Theil : Kreuzzuge und pàpstliche 
Welthcrrschaft (xii. und xni. Jahrhundcrt) (Storia universale, 
parte 8*: Le Crociate e il dominio universale dei papi nei 
secoli xii-xnr). ^^pl^S, Duncker und Humbloi, 1887. 

248. R£i;re, La vie scolaire à Rome: les maltres. Ics écolaers, Ics 
étudcs. Lyon, Sclmeider frères, 1887. 



Vubblica\ioni relative alla storia di ^I(pma 375 



24^ RiUECK W. L. Annàus Seaeca, der Philosoph, uad scin 
Verhàltoiss zu Epikur, Plato und dem Cbrìstcnthum (Il filosofo 
L. A. Seneca e; i suoi rapporti con Epicuro, Platone e il Crì- 
aiancsimo). Hannover, NorddeuUche yerlagsamtaU, 1887. 

JSa RicwTEH W. Die Spiele der Griechea und Ròmer (1 giochi 
dei Greci e dei Romani). Leipiig» Sumann, 1887. 

^^* Ricuou L. Histoire de TÉgllse. )^ editioa. Paris, LctfnelUtix, 

iSl' Rose D. Popular history of Rome under the kìngs, the rc- 
' public, and ihe emperors, from the fundation of the city, B, C. 
il JiJ, lo ihe fall of the Western Erapire A. D. 476 (Storia popo- 
^ Urcdi Roma sotto i re, la repubblica, gl'imperatori, dalla fonJa- 
b zione della città fino alla caduu delP Impero d'Occidente). 
V London, IVard and Lock, 1887. 

f ^Ì5- Rossi G. C. Alcuni cenni sopra ignote suppellettili sacre 
' 'l'irgeiito e d'oro appartenute ai primissimi secoli della Chiesa. 

Roma, Palletta, 1888. 

'W RoTHESBERG. Dic hùusliche und offentlìche Erziehung bei den 
K&fnem (L'educazione domestica e pubblica presso i Romani). 
Programma ginnasiale di Prenzlau, 1887. 

^55- RoussEL N. Roma pagana; raffronti storico-religiosi tra- 
"lotti da R. De Schroetcr. }• cdiz. Fir^ie, Claudiana, 1888. 

^So- Su,KOwsKi C. Lehrbuch der Institutionen und Gcschichte 
^ rómischen Privatrechts fùr den akademischen Gebrauch 
(Manuale di Instituzioni e di Storia di diritto privato romano. Per 
•^^o «cademìco). ^eìpvg, Tauchni^ 1887. 

^57- Schiller H. Geschichte der rómischen Kaiserrcit. IL Bd. 
(Storia deirimpero romano, voi. a"). Gotha, Perthts, 1887. 

^1*^ ScHROETER (De) R. Vedi: Roussel N. 

^^^ ScHucHARDT U. Romanlschcs und Kcltisches (Romani e 
C«lti). BMiftj Oppenheim, 1887. 

^ ScHULTZE E. De legione Romanorum XUI gemina. Disser- 
^■•w Inauguralis. Kieì, Lipsitts wtd Tischtr, 1887. 

**• ScHL'LTZE V. Geschichte der Untergangs des griechisch-rórai- 
•^tn Heidenturas. I. Staat und Kirche im Kampfe mit dem 
^«dcotum (Storia della caduta del paganesimo greco-romano. 
^ Stato e Chiesa in lotta col paganesimo). Jena, CostenobU. 



* 




37^ Vubblìca-{ioni relative alla sto 




262. Seidel e. Montesquìeu's Verdienst um ( 
(I meriti di Montesquieu ìn ordine alla sta 



Histoire de la civiUsa 

264. Seipt O. De Polybii olympiadutn rat 
primo quaestiones chronologicae. 

265. Serre. Études siu l'histoire marìtime. 
et des RomaiDs. 

266. Sforza G. Papst Nicolaus V. HeimaJ 
Deutsche Ausgabe von Hugo Th. Horak ^ 
sua patria, la sua famiglia e la sua giov< 
per U. T. H.). In 

267. Specimina paUeographìca regestonim I 
ab Innocentio III ad Urbanum V. 

RotHtu, tx a 

268. Steikhausen G. De legum XII tabù 
zioae di Greifswald, 1887. 



269. 



Stoffel. Histoire de Jules Cesar, Va 



270. Tacci C. Della fabbrica della cattedrl 
archeologico-storico In omaggio a Leone 
sacerdotale. Rq 

Tamassia G. I ceUres, 



— Bologna e le sue scuole imperiali 
VArchivio giuridico, voi. XL, fase. 1-2). j 

Bologna, FÌ( 

, Terreno G. A. Compendio di storia n 




"^ubblicajioni relative alla storia dt^oma 377 



276. ToMMASiNi Oreste. Il registro degli officiali del comune dì 
Roma esemplato dallo scriba del Senato Marco Guidi, (Estratto 
dagli Atti dell'Accademia dei Lincei). Roma, tip. dei Lincei, 1888. 

Ì77. Tordi D. La pretesa tomba dì Cola dì Rienzo; due memorie 
e una lettera del sindaco di Roma. (Estratto dal giornale II Buo- 
narroti, serie HI, voi. Ili, quad. II-IlI). 

Roma, tip, dille Scienie matematichi e fisiche, x888. 

jSt Tosti L. Prolegomeni alla storia universale della Chiesa. 
Roma, tip, della Camera dei deputati, 1888. 



279- 









— Storia del Concilio di Costanza. 

Roma, Pasquahicci, 1887. 

aSo. Trincuerx T. Studi salla condizione degli schiavi in Roma. 

Roma, 1888. 

aSi. Vaglieri D. Le due legioni adiutrìci. 

Roma, Pasqualucci, 1888. 

382, ViccHi L. VìncenKO Monti, le lettere e la politica in Italia 
dal 1750 al 1850 (sessennio 1794-1799). Roma, Foriani, 1887. 



»8j. ViGNEAUX. Essai sur Phistoire de la Pracfectura urbis h Rome; 
suite de V Auditorium du Praejectus Urbis, (Dalla Revue generale du 
I droit, luglio-agosto, 1887). 

I 

284. ViNE F. T. Caesar in Kent, and account of the landing of 
Julius Caesar and his batilcs with the ancient Britons. With some 
! account of early British trade and enterprise (Cesare a Kent 

I Racconto dello sbarco di Cesare e delle sue battaglie cogli an- 

tichi Brettoni). 2' edizione. Lcnàont Stock, 1888. 

^Ss. Volpini S. L*apparuracnto Borgia in Vaticano descritto ed 
illustrato. Roma, tip. della Buona stampa, 1887. 

a%é. Voss W. Die Verhandlungen Pìus IV mit den Icatholischen 
Mìchten ùbcrdieNeubenjfungdesTridentinerConcilsimJahrei 560 
bis Kum Erlass der Indictìonsbulle vom 29 Novcmbcr desselben 
Jahres (Le trattative dì Pio IV colle potenze cattoliche per la 
ricoovocazione del Concilio di Trento nel 1560 fino alla promul- 
gazione della bolla d* indizione del 29 novembre dello stesso anno). 

Leipiig, Fock, 1887. 

*^7. Watekwort Th. The canons and decrecs of the sacred and 
occumenical Council of Trent celebraied under the sovereign poa- 




^. 



■ _^-^_-., — _ ■_^ _^-^^_^ — . 

/ 

Gb»&i9 UL t PI)» W^ e saggi Mlh «K*te lMalk# «d «ttcMM dd 
CoociUo). 2' cdisione. Iohìm, Am» «•< CXrtn^ 1888. 

aSBb. WaRMunniP. Za» G^schidMe da» goarimfcni YdOntAmtf 
(Per k stork del triboiut» M |«pol<> iWiMU^^ PiUgriiMia tfn- 
«Miri» A SMlfM^ 1887. 

28^ Wmoow W. IL The. citaoombs of Rone aad tibeìr iMtì- 
aKxgr vektive to pdmitive Cluistianity (te; cefcomhe <K Roma 
e le loro testìmonianse intorno al Ctistknediiio primitivo). 



Pubblicazioni ricevute in dono dalla Società. 



SGULMERO Pietro. Sommario di afTari d* Italia divìsa in suoi Dominij 
con rentrale, speso, forze, aderenze con altri Principi. — Vtrona, tipo- 
grafia Franchini, 1888, pag. 30, in-8. 

SCRIPTORES ORDINIS S. IMÌNEDICTI qui 1750-1880 fueruni in Im- 

perio Ausiriaco-Hungarico. — f'/Wo/'omir-, ex typis A. Holzauscn, 18H1, 

pag. 600, ìn-.$. 
VOGEL P. Adalbcrt. Die Benedictiner-Colonie Ncw-Engciberg in Con- 

ceptìon im Staate Missouri, Nordamerìka; gegrùndet 8 Deceraber 1879. 

— Briim, tip. Rudolf M. Rohrer, 1882, pag. 4, in-8. 

WOLESGRUDER Dr. Còlesiin. Drei Maurlner Studien zur Imitatio, — 
Btùnu, tip. dei Benedettini, 1885, p.ig. 78, in-8. 

MITTENNULLER P. Rupert. Register zu dem 14 Bànden dcr crsten 
sjcbcn Jflhrg.ingc (18^0-1886 inel) der Studìcii und Mitthcìlungen aus 
tiem Beoedecttncr und dcm Cistercienser-Orden. — Ihùitu, tip. dei Bc- 
neiiettini, 1887» pag. 64, in-8. 

RINGGOLZ P. Odilo. Der licìligc Abi Odilo von Cluny in seincm Lcben 
uncl \VÌrki:n. — Hrùnn, tip. dei Benedettini. 1885, pag. 126 e Lxxxii, in-8. 

WICHNER P. Jacob. Eine Admontcr Todicnrotel des 15 Jahrunderts, — 
Brùtin, tip. dei Benedettini, 18S4, pag. 106, in-S. 

RICKENBACH (von) P. ìleinr. Ein Gang xur Wiege dcs hcil. Bencdict. 
— BràHHf tip. Rudolf M. Rohrer, 1888, pag. 79, in-8. 

L-A.GER (Dr.). — Die Abici Gorzc in Lothrìngen. — Brmn, tip. dei Bene- 

Jcttini, 18S71 Pi^g- 9-» »"-^- 
METTEN (in) P. Arabrosius. Die crste Kirchenvcrsammlung auf dcuschem 
Hod^n. — Brwtn, tip. deì Benedettini, 1X83, pag. 50, in-8, 

AJULLER P- Johann B. P. Manin da Fay de Lavaliaz, Bencdictincr von 
^|jf-];i-Einsìcdclm (1735-1832), sein Beruf zum Kloster, scine Erlcbnisse 
in Jcn Xagcn dcr franz Revolution. — Brùnn, tip. Rudolf M. Rohrer, 1880, 

pai^. 2 1» >"-*** 
11IPKESB-*^C^ (von) P. Heinrich, Ein besuch auf dem Berge Athos. — 
Brùnff» **P- ^**J^^ ^*- R«^hrcr, 1881, pag. 32, in-8. 
n'e Insel SarJinlen von der Hcrrschaft dcr Ròmer. Historisch-archao- 
I e\sc\'^^ Siudien. — Bninn^ tip. Rohrer^ 1882, pag. 39, in-8. 
n» Ari>JMt-^L^^^ ^' '^^-'nedict. Reìche der .Aebic von St. Emmerani in 
R CKcn 5 1> ***■&- — Brùnn, tip. dei Benedettini, 1883, pag. 16, in-S. 
Imr» <i AT^yi I Michele. Memorie delle famiglie noccrine. Voi. I, — ìVj/c/i, 

. Lanciano e D'Ordia, 1888, pag. 311, in-8. 
tip* *-*"^ 



Presso la seJe della vSocJera si possono 
stire le pubbliciizioni sociali alle condizioni se;^ 

archivio della Soci'ià romima di sìoria patri. 

Voi. I L. il. 15 ] VoL IV L 

» II » 15 )) V. 

« III t, 15 t> VI 

Archivio della R. Società remami di storia rh:ìria : 
Voi. VII. . L. ir. 15 I VoL IX . . L. :i. i| 



VII! 



X, - 



Si cederanno fascicoli o volumi separati della collezione, 
esistano nella serie esemplari scompleti ed in ragione iìrl nnnicr 
ctic ne esistc- 

PCBBLICAZIOXI LIBERE : 



Regesto di Far/a 

Voi. II . . . . L. it. 25 

» III i> 25 



Diari di ^Consiiiti, .-im. :-)ai:\ 

Introduzione (con ritratto 
rame) I.. it. 

Voi. I . 



L, it. I. 



Regesto Stiblactìtsc ^ zi, 

1) 1 1 1 

Voi. unico L. it. 2) » IV . . 

ISConumcHti paUo^rafici di Tipma 

Fase. I L, it. 14, 90 I Fase. II. . . , 

D'imminente pubblicazione: 

Facsitnili di Diplomi Imperiali e Reali ddìf CaìicelUrie d'Italia 

Indice dei primi dieci vohtmi 
delf Archivio della Società romana di storia patria (VoL I-^ 
e della R. Società rommui di st. patria (VoL VII-X). 



L'unico indirizzo per chi voglia corrispondere colla R» S 
romana di storia patria, farie invio di lettere, plichi, libri^ 
pubblicazioni di qualsiasi genere, è il seguente: 

^lla % Socielà romana di storia patria^ 

Biblioteca Vallicclliana 
(Ex-convcnlo Je' Filippini) T?rf^mi1 



ROMA. Forzasi E C, Tip. del Senato. 




A. GABRIELLI. L'epìstole di Cola di Rienzo e repistologrifia 
medievale pag. 

O. TOMMASINI. 11 Diario di Stefano Infcssura. Studio prepara- 
torio alia nuova edizione di esso 481 

L GIORGL Storia estema del codice Vaticano del « Diumus Ro- 

manorum Pontificuro » , -641 

Varietà : ! 

C. CASTELLANI. Lettera de» Conservatori ad Alessandro VI 
sul ricevimento di Carlo Vili in Roma . 691 

Atti della Società • • •. ^ìì 

Bibliografìa : 

Alessandro Ghorardl. Nuovi ilacumenti e ttuii intorno a Giratsmo Sa- 
VonaroU. Seeonda ctìirionc cmcniAta e «ccrciciu», — Pireo», Sansoni, iSSy* 
la», pp. XII -400 (F. C, PtLLEORINl) TU ^ 

Prolegomena xum Lit>«r Dturaus I von Tb. R* VOD Sickcl virkl. ITitgUedc 
dcr Kais. Alademie der Witienscbifien. Mlt clner Tafcl. [Siixungsbcrichtc der 
Kais. Akademìe iler Wt»»eiischafteo in Wien. PhiloiophUcbe-Hiatorùcbe CUau. 
Band CXVn.) (I G.) ^ix] 

Sfpedmiat palacof^fica r«ge«ionun RomiDonun poatificum ab Innoceatlo tlt 
■d Urbanum V. — Romae, a archivio Valicano, tSRR (G. L.) - , . 7^» 1 

Notizie ... 7j^i 

Periodici (Articoli e docunaentì relativi alla storia di Roma) 741 

Pubblicazioni relative alla storia di Roma 74^ 



U EPISTOLE DI COLA DI RIENZO 



E L'ETISTOLOG%AFIA 94EDIEVALE 



L 'Istituto Storico Italiano, dietro proposta di que- 
sta Società di storia patria, si prepara a pubbli- 
care tra breve una completa raccolta delle lettere 
di Cola di Rienzo, 

Pare pertanto opportuno che, quasi parallelamente al- 
rcdizione dell' Epistolario, si riassumano in un breve scritto 
i resultati delle ricerche fatte intomo alle lettere di Cola 
e ai manoscritti che ce le hanno tramandate. 

Ma lo studio deirepistolario d'un personaggio sto- 
rico come Cola di Rienzo non poteva non indurre chi 
Fha tentato ad allargare lo sguardo eziandio a tutto il 

iplessivo sviluppo che venne prendendo nel medio evo 
la forma epistolare, cosi generalmente diffusa e cosi co- 
piosamente illustrata da tutta quell.i curiosa letteratura che 
è costituita dai Dictarnina e dalle Summac medievali. Pe- 
rocché, nel riandare la nostra istoria letteraria e nel pas- 
sarne in rassegna i generi più comunemente trattati, a 
nessuno può sfuggire il fatto della speciale e simpatica 
predilezione con cui gì' Italiani sempre si volsero alla 
(otmù. della lettera. I numerosi trattati medievali di epi- 
stolografia, dove le regole s'alternano cogli esempi, la 

archivio delia R. Società romana di storia patria. Voi. XI. s6 



382 



C^. Gabrielli 



teoria s'accoppia alla pratica, Sparsi in gran numero per 
tutta r Italia, presentano alle odierne ricerche un arap 
quasi affano inesplorato, dal quale potrebbe non solamente ' 
venir fuori un sussidio prezioso alla nostra storia civile, ma 
anche discoprirsi una faccia interamente nuova della vita 
del medio evo. Eppure, a questo argomento, cosi essen- 
zialmente nostro, cosi schiettamente italiano, gli studi ita- 
liani s' indirizzarono fino ad ora con assai mediocre op^ 
rositi* 

Queste considerazioni mi trassero a reputare non inu- 
tile che a quella parte del presente scrino, dove più spe- 
cialmente si discorre dell' Epistolario di Cola, un'altra ne 
andasse innanzi, che riassumesse gli studi finora intrapresi 
su l'epistolografia del medio evo, e sentisse sopratuno a 
questo scopo: dar modo a chi legge riunite le lettere del 
tribuno di vedere quali tra gli elementi già acquisiti al- 
Tanteriore coltura italiana ancora vi sopravvivano. 

Lo stesso ordine naturale del nostro tèma richiede che 
prima si passino rapidamente in rassegna i principali dieta- 
tores italiani (della Francia s'avrà a parlare solunto per 
incidens), e poscia s'esponga sinteticamente il contenuto 
comune a tutti i tratuti d'epistolografia medievale. 



L 



Uno scritto che voglia, per così dire, coglier resscna 
di quelb caraneristica forma letteraria che fu l'epistola nel 
medio evo, non può prescindere dalla relazione in cui essa 
trovavasi non solo colle altre parti dell' insegnamento di 
quel tempo, ma con tutta la coltura generale dei secoli xt, 
xn e XIII. Ora, chi a questa ponga mente, non può non 
riconoscere, appena sul principio deirxi secolo, il progresso 
che s'andava operando nello spirito umano, quando accanto 
alla scienza divina, alla teologia, che teneva il primo posto 





Intorno all'epìstole dì Cola di 7^/>«;o 383 



^Oi 



cir insegnamento delle scuole, cominciavano a trovar 
luogo più onorevole quelle cognizioni seitipliccnicnte 
umane, che, qu.tle retaggio dell'antichità latina, s'andarono 
aggruppando sotto le fiimose denominazioni di Trivio e 
di Quadrivio. 

Tutto il sapere adunque (lasciando da un lato la teo- 
logia^ e dall'altro l'aritmetica, la geometria, l'astronomìa 
e la musica, che costituivano il Quadrivio) riassumevasi 
allora nelle tre scienze del Trìvio : grammatica, retorica e 
dialettica. Ma (e questo è il fatto più notevole) ecco che 
il campo da principio assai ristretto, che queste tre disci- 
pline comprendevano, viene di mano in mano allargato 
per opera della scuola, la quale, pur non uscendo dalla 
tradizionale divisione del Trivio, estende Ì confini del sa- 
pere e v' introduce elementi nuovi. 

E invero, se ci proponessimo guardare alla dialettica, 
vedremmo la sua importanza penetrare grado a grado in 
mai i rami del Siipere, non esclusa la slessa teologia. Già 
prima del secolo xn, più che mai spiccata si manifesta 
negli spiriti la tendenza airargomentazione e alla disputa: 
un cambiamento quasi radicale di metodo e di termino- 
logia s'opera nelle scuole : Aristotele, nuovo oracolo, vi 
stabilisce illimitato il suo impero. Così Io spirito umano, 
pur restando nell'ambito delle sette scienze tradizionali, 
sottostanti alYalta scienza (come allora dicevasi), alla scientia 
divinarnm rerum, fa un passo notevole in avanti, e getta 
me le basi d^un' istruzione secolare. 

Ma, anziché il cammino della dialettica, a noi importa 
seguire quello delle altre due scienze a lei compagne. 
Grammatica e retorica s'andavano anch'esse, quasi paral- 
lelamente alla dialettica, ampliando e sviluppando, ed anzi 

alcune parti d'Europa la retorica pigliava addirittura Q 

■avvento su la scienza del disputare e del ragionare. 

appunto avveniva in Italia ; e che v'avvenisse parri 

n naturale sol che si pensi come presso di noi lo studio 



j84 



q4. Gabrielli 



del dirino non fosse mai cessato del tutto e come glo- 
riosamente l'università di Bologna stesse a capo di quel-* 
r insegnamento. Ora, che allo studio del dirino and 
per antichissima tradizione letteraria più specialmente le- 
gato quello della retorica, è cosa che non occorre ripetere 
e tanto meno dimostrare. Basti solamente notare come di 
quella connessione si può trovar prova sin dal secolo x^ 
se si ricordi quel Sigifredo, che, quale index sacri paìntiA 
in Pavia» congiungeva tra il 974 e il 1104 l'esposizione 
e lo studio del diritto alla retorica (i). 

In seguito, questa felice commistione degli studi lette-' 
rari coi giuridici viene sempre meglio fissata dal meravi- 
glioso sviluppo deir^in noiaria, che raggiunge in Bologna 
il suojuassimo fiore (2). A mano a mano che il notaio 
medievale dal suo umile ufficio primitivo saliva ad occu-^ 
pare nella vita sociale quelF importantissimo luogo a cui 
potè pervenire; a mano a mano che l'azione di lui s'aa-^ 
dava estendendo, e mutavasi e rinvigorivasi la sua coltura; 
sempre più appariva la necessità ch'ei sapesse anche di 
retorica e di grammatica, e cosi queste due scienze s'an-J 
davano nel medio evo ognor più avvicinando alla giuri- 
sprudenza, colla quale finivan quasi per fondersi. E chi 
misuri l'altezza, cui nel paese nostro arrivò da un lato la 
retorica, che Boncompagno qualificava « liberalium artiufn 
imperatrix et utriusque iuris alumna », e dall'altro il diritto,^, 
non sa se maggiore debba ritenere la gloria venutaci dj 
questo o da quella. 

Sotto la denominazione di retorica vennero, com'i 
noto, a collocarsi molte discipline secondarie, che ad cssxl 



(r) Merkel» Appunti per la st. d^l Dir. Long. Ili, }i e }2 (trad.1 
di E. Bollati), in appendice al Savigny, Si. dtl Dir. Rom. irW M, £.q 
Torino, 1857, 

(2) Cf. il cap. Ili del recente lavoro di Frakcesco NoVATt, , 
giovinetta di Coluccio Salutati (Saggio d'un libro sopra la vita, le] 
opere, i tempi di C. S.); Torino» Loeschcr, i8ft$. 



Intorno all'epistole di Cola di ^en-^o 585 



in qualche guisa si ricongiungevano; ma tutte, si può dire, 
furono sopraffatte dall'ari dictuthii pratica dictatoria, ri- 
guardata per secoli qual parto principale degli studi retorici. 
Scienza non nuova certamente pel medio evo era questa 
dell'epistolografia; ma fu senza dubbio portato nuovo dei 
secoli XI, XII, XIII tutta la riduzione a sistema ch'essa ebbe 
a subire. 

5 Agli scrittori medievali riusci straordinariamente cara 
la forma epistolare. Antichissima era la tradizione dellV^"- 
stoìa e rimontava, si può dire, a Sidonio Apollinare. E dopo 
di lui, che lunga serie di scrittori, ai quali questa parve 
la forma più adatta alla sincera espressione del pensiero! 
Alenino, Eginardo, Servato Lupo, Fulberto Carnotense, 
Ivo Carnotense, Lanfranco, IlJcberto Cenomanense, Pietro 
il Venerabile, San Bernardo, Giovanni Sarisburicnse, tutti 
questi ed altri molti lasciarono lettere, che, o trattassero di 

faf&ri privati, o di cose pubbliche, andavan sempre, ugual- 
mente celebrate, per le mani di tutte le persone còlte di 
que' secoli. 
Ma questa lunga tradizione letteraria sarebbe forse 
stata insufficiente a produrre cosi rigogliosa fioritura del- 
Vars dictandi, se non v'avesse concorso, quale cagione 
anche più diretta e immediata, il fatto che Tane dello scri- 
ver lettere scaturiva da un bisogno urgente della vita so- 
ciale del medio evo. L*opcra del dictaior era cercata do- 
vunque e largamente retrihuita: non solo le cancellerie, e 
specialmente T imperiale e la papale, sentivano ogni di più 
la necessiti di dictatorcs, ma, anche tra i privati, ogni uomo 
d*una certa levatura doveva aver sempre a lato i! suo scriba, 
U suo clcricus Oy come dicono i tedeschi, il suo Pfaff. Poi 
Vennero i comuni, e con loro quel gran numero di notai 
I che dallo scriver lettere, dal redigere note ufficiali traevano 
non soltanto i mezzi di sussistenza, ma gloria ed onori 
insperaci. A chiunque fosse in condizione di saper com- 
porre lettere sui più svariati argomenti non mancava mai 



;86 



0.4. Gabrielli 




una posizione elevata, e sovente toccavano le più ambir» 
fortune. 

Di questi futuri impiegati delle varie cancellerie, semen- 
zaio copioso erano sopratutto le scuole, dove Li compila- 
zione d't'pistolc fu esercizio quotidiano e usuale fino di^- 
tempi di Carlo Magno. É noto infatti ciò che narra la ero 
naca del monaco di San Gallo (i): che, cioè, quell'im- 
peratore, visitando di persona le scuole, voleva che gli si 
mostrassero tutti i compili degli scolari. E che cosa, seconde 
la cronaca, gli veniva sempre posto sott'occhio? Sempre :z^ 
epistolas et carmina. 

Dinanzi a una forma letteraria cosi popolare, cosi amo — 
resamente accarezzata dagli scrittori, cosi strettamente con — 
nessa alla vita, come Vepistola, non poteva non afferm 
più che mai viva quella tendenza, tutta propria delle meni 
medievali, a ridurre ogni parte dello scibile a fomìule fisse^, 
a sistematizzare quasi meccanicamente il sapere. 

Alla copiosa letteratura epistolare segue cosi un'al 
letteratura, più curiosa e più caratteristica, che in cena guis*^ 
si rifl sulla prima, e la studia, e ne trae norme e precetti^: 
cominciando dalla definizione (2) dclYcpisloIa e terminand 
a prefiggere ad essa le regole più minute, a enumerarti 
le singole parti, a dar certi speciali metodi atti a formarla. 
E non al solo insegnamento teorico limitavasi la Summa : "^ 
essa presentava anche formule gii beli* e fatte, esempi di 5 * 
lettere adattate alle più varie circostanze della vita. 

(i) Lìb. I, cap. UL 

(2) Tra le infinite definizioni deirepistola che potrebbero cit^irsi, «^-*" 
scelgo quella chV- forse la più antica del medio evo e che sì legge ^^3 
nelP^r; dictandi d* Alberico da Monte Cassiko: 

« Est (ìgitur) epistola congrua scrmonum nrdinaùo ad exprìmen 
« dam inleniionem dcHegantis instituta.. Vcl alilcr epistola est oraticc:>- 
« ex consitturis sibi partibus congrue ac dìstincte composita, dcle— ^^^ 
« gantis affcctum piene significans ». 

Vedi anche la definizione di Boncompagno Fiorentino od co* 
dice C, 40 (f. 13) della biblioteca Valliccllianft. 




e:^ 







Intorno all'epistole di Cola di ^en^o 387 



^' 



Invece di persone e di luoghi veri, ora troviamo sem- 
plicemente delle iniziali, oxn una o due N; talvolta uno o 
più punti, altra volta un iaìis o tale o de tali, ecc. Perfino 
certe simulate note imperiali o papali eran compilate dai 
Jictiitorcs sulla base di fatti gi:\ noti, che sì utilizzavano op- 
portunamente nei modelli redatti per favorire la pigrizia 
dei numerosi epistolografi d'allora. 

Di tutta quest'attività, scuola e notariato ci appaiono 

due massimi fimori. Le Summac dictuminum venivansi 

moltiplicando accanto ai formulari notarili, e Vars lUctandi 

e Yars notarla si sviluppavano parallelamente, spesso in- 

I centrandosi e Tuna penetrando nell'altra. 

fl Sono - scrive il Novati (i) - come due correnti che, 

sgorgate dalla medesima fonte, dopo aver corso per alvei 

separati e discosti, si vennero poi di nuovo ravvicinando, 

e finirono per occupare il medesimo letto, senza confondere 

^^erò dei tutto le loro acque ». 

^V II Rockinger, che dottamente ragionò dell'ijrj dktandì 
^^in una sua breve e succosa memoria (2), non dubita di 
ritenere che tutta quest' interessante letteratura dei Dieta- 
mina, la quale accompagnò e segui lo svolgimento àzWepi- 
stola medievale, sorgesse propriamente in Italia. Egli è in- 
fatti con Alberico da Monte Cassino che la teoria dell'ara 
dictatidi s'annunzia per la prima volta quasi completa e 
assume tutri i principali caratteri che poscia le rimasero. 

Alberico ci appare come un vero caposcuola. La sua Jrs 
dictandi è come la guida della scienza dictatoria dei medio 



IL 



I 



(1) Op. cit. p. 72. 

(2) Die Ars dictandi in ItaVun in Sit-^imgsherichte der kòntg. hayer, 
Madtmit: dcr ÌViiSimcbafictit 1861, 1, Heft. I; Monaco, 1861. 




3S8 



C/ì. Gabrielli 



evo, e costicuisce il fondo comune a pressoché tutte le 
Summae che con questo o con nome simile produsse in se- 
guito l'Italia. Poche modificazioni vennero infatti recate 
alle teorie d'Alberico dai dictatores che seguirono presso di 
noi. E che lunga e gloriosa schiera se n'ebbe l K quanti 
nomi in essa si ritrovano, notissimi anche a chi non s'oc- 
cupi del nostro tòma! Noi entreremmo senz'altro a ricor- 
dame almeno i più illustri, se non d occorresse prima ac- 
cennare allo sviluppo che Vars dictatoria, nata in Italia e 
quasi fissata da Alberico da Monte Cassino, andò prendendo 
anche in Francia, dove una scuola particolare sorse e si 
contrapo-^c alh tradizione italiana. 

Il costituire, come abbiamo detto, Tarte epistolare la 
principal parte della retorica, portò per conseguenza che 
dall' Italia essa passasse in Francia nel tempo stesso che vi 
trasmigrava eziandio la scienza del diritto. Ecco pertanto 
apparire accanto alle Summae dei maestri italiani quelle di 
maestri francesi, e fiorire già prima del secolo xiii gran nu- 
mero di dictatores ultramontani, i quali esclusivamente de- 
dicavansi a insegnar l'arte dello scrivere lettere, e ai loro 
trattati attribuivano il miracoloso potere di far d'un analfa- 
beta il più abile redattore d'epistole ! 

Tutti questi maestri di Francia facevan capo ad Orléans, 
dove s'andò formando quasi una scuola-madre dell'arte 
epistolare. Ma Orléans non era per loro un gran centro di 
coltura, e nuli* altro: quella scuola divenne anche, per cosi 
dire, un posto di combattimento, E la lotta ardeva special- 
mente contro Tuniversità di Parigi, al cui sistema di studi 
i maestri d' Orléans s'opponevano con bell'ardimento, A 
Parigi infatti imperava, signora assoluta, la teologia, e la 
filosofia aristotelica e la logica le tenevan bordone : a Or- 
léans, per contrario, il dominio spettava alla retorica e alla 
grammatica, hidc trac e gelosie e satire e dispettucci e in- 
giurie tra studenti d'Orléans e di Parigi, e questi dare ai 
loro emuli dei Gomeriaux, e quelli, alla lor volta, porre in 




Intorno all'epistole di CoTaat^ten'^o 389 



burletta la logica e chiamarla collo strano appellativo di 
QniqucUquc*,, (i). Tutta insomma una guerricciola inces- 
sante, pettegola, cosi bizzarramente rappresentata da quel 
curioso fabìicaux ch'è La baUiiìk de stpi arls (2) dell' iro- 
nico Rutebeut. Ivi il poeta ci mette innanzi la Grammatica 
e la Logica, la dominatrice d'Orléans e quella di Parigi, 
che si muovon guerra accanita. Ciascuna di esse forma 
un'armata de* suoi vassalli : 1' esercito d' Orléans non ha 
che poeti antichi e qualche prosatore contemporaneo; per 
contrario, quello di Parigi conta fra i principali combat- 
tenti Aristotele e Platone; ma nelPuno e nciraltro campo 
l'ironico Rutebeuf non tralascia di porre qualcuno degli, 
insegnanti più celebri del tempo. Quanto più s*avvicina il 
giorno della battaglia, tanto più ì due eserciti si van rinvi- 
gorendo: all'armata di Parigi, oltre i due simbolici com- 
battenti, Trivio e Quadrivio, s'unisce anche TAlta scienza 
o Teologia; ma a questa il poeta attribuisce, in cambio del- 
l'armi ben affilale, una voglia matta di vino buono. 

^m Madame la Haute-science 

^K A Paris s'en vìm, ce me samble, 

^^^^K Boìvre Ics vìns de son celìer, 

^^^H Par le conseil au ctiancelier, 

^^^H Ou elle avaìt mouli grani fiance, 

^^^" Quar c'ert le meìllor clerc de France (?). 

' Il combattimento è bizzarramente descritto nell'allegro 
fablieaux., . Fra i primi che rimangono a piedi, ci si mo- 
stra nientemeno che il povero Aristotele : un valoroso ma- 
nipolo, composto da Persio, Vergilio, Giovenale, Omero, 
,«cano ed altri poeti lo schiaccerebbe, se in suo aiuto non 



i 



(1) « Quiqtuìiqui, Quiqiuìikih : le cri du coq, pour designer quelque 
« personnage ìmpertinent « (Rociuefort, Dictionnaire dà la lan^ue ro- 

(2) K.]\JUWK\.^(liuvrts ccmpìHcs de Rutebeuf, trouvère du xiii*jrV- 
(k; Paris, Duffis, tSyj, voi III. 

(}) Versi 79-86. 




390 C4. Gabrielli 



sopravvenissero tutte le sue opere, rappresentate come al- 
trettanti guerrieri. Dopo altre strane vicende, la povera Lo- 
gica, stanca dal menar colpi a destra e a manca, se ne fugge 
impaurita verso la cittadeUa di Montlhery, accompagnata 
dall'Astronomia; ma i guerrieri della Grammatica la inse- 
guono senza tregua. 

Qui però il poeta ci fa assistere a un ben strano spet- 
tacolo: la Retorica, anziché aiutare la Grammatica, viene 
in soccorso alla Logica. E la battaglia si fa sempre più ar- 
dente : 

Les dames ont les langues lasses, 
Logique fiert tant en sa main 
Q,u*ele a xnis sa cotelé au pain. 
Coutele nous fet sanz alemele, 
Qui porte manche sanz cotelé 
De ses braz nous fet aparance, 
Lors le cors n'a point de substance. 
Rhetorìque li vait aìdant. 
Qui a les denìers en plaidant. 
Autentique, Qode, Digeste 
Li fet les chaudiaus por la teste; 
Quar eie a tant d*avocatìaus 
Qui de lor langues font batiaus 
Por avoir l'avoir aus vilains, 
Quc loz lì pais en est plains (i). 



Una volta assediata nel castello dall'esercito della Gram- 
matica, la Logica manda a chieder pace; ma il messo da 
lei scelto all'uopo conosce tanto poco le regole del linguag- 
gio e parla cosi goffamente, ch'ò rimandato senza manco 
essere udito. Ma ecco air improvviso operarsi il più impre- 
veduto mutamento: Astronomia, alleata di Logica, scara- 
venta sugli assedìanti una terribile folgoro, che brucia le 
tende, disperde le schiere e lo mette in fuga. 

(i) Versi J)7-37i. 




Vcrslfièrcs U cortois 

S'eniiiì entre Ornen5 et Bloìs; 

raesia, cortese ed altèra, non s'aggira più per la Francia, 
^ Ove domina la sua rivale. Ma, conclude il poeta, le cose 
'^on andran sempre cosi, e tra qualche anno la nuova gè* 
'^^ro^ione fari della Grammatica il conto che deve: 

Seignor lì Sì6cle$ vait par vaines: 
Emprès forment vendront avaine^, 
Dusqu'à XXX anz si se tendroDt, 
Tant que novcles genz vendront, 
Qui rccorront à la Gramaire, 
Ansi com l'on soloìt faire 
Q.uant fu nez Henri d'AnJeli 
Qui nous tcsmoigne de par sì 
Con doit le cointe clerc destruire 
Qui ne set la lecon construire; 
Quar en toute science est gars 
Mestres qui n*encent bìen ses pars (i). 

Dopo ciò, è inutile notare che anche quella parte della 
Retorica, che concerneva h pnUica dictatoria, veniva appena 
Coltivata alle scuole di Parigi e posponevasi alla teologia, 
alla filosofia, alla dialettica. 

Specialisli adunque, come diremmo oggi, deirarte epi- 
stolare restavan sempre i maestri d'Orléans. Ma, pur nel 
ristretto campo della sola epistolografia, alla più insigne 
scuola di Francia se ne contrapone un'altra, che trova la 
sua naturai sede in quella stessa Italia, dove le teorie del- 
Vars dictatoria si erano fissate la prima volta, e precisa- 
mente nella cancelleria papale. 

La curia romana non aveva molto tardato a formarsi 
un usus, uno stylus suo proprio, contrasegnato da speciali 
caratteristiche. Ciò è mostrato da una serie non breve di 



(i) Versi 450-461. 



392 (Vi Gabrielli 



attestazioni» che va dal Uber diurnus pontificum (i) (sec. vii. 
fino a quella dataci dal fatto che sui primi del secolo xi 
un papa dichiarava false certe lettere pervenutegli, solo pei 
che - diceva - si discostavano a dìctamim e a stylo dell 
curia pontificia (2). 

La duplice tendenza, che da un lato metteva capo ad 
Orléans e dall'altro a Roma, ci si mostra sempre più accen- 
tuata pochi anni dopo» quando il battagliero Boncompagno 
Fiorentino, nella prefazione del suo Liber X tabularum, 
scrive cosi : « Divisi autem librum istum per tabulas, ut 
« omnes quibus placebit et precipue viri scholastici, qui per 
^falsam et siipersticiosam doctrittam Aurelianensium hactenus 
(t hac arte abtitebantur, tanquam naufragantes ad eas recur- 
«rant et formam sanctorum patrum, curie romane stylum 
« in prosaico dictamine studeant imitari » (3). 

Ancora: della scuola d'Orléans, quale contraposto a 
quella della curia romana, trovo fatto cenno, a proposito 
del cursus o tmmcruSj nel Candelabrum di Bene di Firenze, 
contenuto nel codice Chigiano I, V, 174, del quale dovrò 
occuparmi più innanzi (4). Appare qui pure manifesta la 
ditlerenza tra la forma epistolare d'Orléans e lo styìus della 
cancelleria papale. Ecco ciò che si legge nel codice Chi- 
ijiatìo (e. 47 v'"): « Artificialis est illa compositio, que le- 

\^ì) Li>:r Murnus f'C'ntif.cum Opera et studio Ioannis Garkeri; 
Vioiira, 1702. 

(^:> « Litcris ìpsis diligentcr inspectis, ìpsi rescripsimus eas 

« l.uw c\ viicumiiio quoJ a stvio cancelleriae nostrae dìscrepabant, 
« omn'mo t.ilsas esso » (^Innocenzo IH [i 198-1216], XIV, ep. 137). 

1^0 UiMiv-»tcc.i Nazionale di Parigi, ms. lat. 8654, fol. 125 v. (Cf. 
plùiniian-i il proselito scritto, p. 406 e sgg., dove discorresì di Bon- 
vot^pa^Ki vii l'iroii.'o). 

^j"» r ,i;iv.ììo vontcmito, ma senza nome d'autore, nel ms. 906 
\,l *' S. Vi^uv^ vìe'.';,» N.i.-.ionale dì Parigi. (Cf. C Thurot, Kotias et 
.\f' .;:,'» .:'. •'.■'. .*.;.''.« /-i':.' . .v ; ;r ,ì rhistoire dei doctrinrs ^rammaticàUs 
.j . ••;.'».•; ..*;.•. \\\ ,\Vf;.\-> ,•.' c\tt\iits dis mss, tomo XXII, par. II; Pa- 



Intorno all'epistole di Cola di T^ien^o 393 



y 



'pidanx orationem reddit Sed hoc aliter ab Aurelia- 

** Qensìbus, aliter a Sede Apostolica observaiur. Aurelia- 
« nenses enim ordinant diaiones per ymaginarios dactilos 

® ^^ spondeos Nos vero secundnm auctoritatcm Romane 

« curie proccdcmtis, quia stylus eius cunctls planior inve- 

Il determinare i singoli punti nei quali esplicavasi questa 

*^**erenza di scuola non sarebbe difficile; ma ci menerebbe 

*, **^^ghe e minute analisi delle singole teorie, che troppo 

*"' 'distrarrebbero dal nostro tèma. Al quale, del resto, ba- 

^^^ segnalare in generale il fatto della duplice tendenza 

^ elicemmo. 

I*5uttosto, è curioso notare che fra i molti maestri di 
P^^tolografia formati dalla scuola d'Orléans (conosciutis- 
elo quello Stefano, che fu prima abate di Santa Geno- 
^^ e poi vescovo di Tournai) (i), se ne contarono al- 
*^i che, nonostante l'antica opposizione di scuole, anda- 
*^Oj sulla fine del secolo xn, a prestar la loro opera, come 
St'etari e compilatori d'epistole, alla cancelleria pontificia. 
^^Sretario, per esempio, d'Alessandro III fu un Giovanni 
^^rlcans (lohanites Atirelianensis), del quale ci lasciò me- 
^^^^ina una lettera a lui diretta dal sopra nominato Stefano 
^^covo di Tournai. In essa lo scrivente invita l'amico a 
^^Tiarsene ad Orléans, dicendo che, per chi nacque a Or- 
*-^^ns, il dimorare nell'estate a Roma dev'essere un vero 
^^pplizio; d'altra parte, senza farsi illusioni, prevede che 
^ ^rnore dello stipendio seguiterà a tenere Giovanni inchio- 
is-to al lucroso ufficio suo nella curia (2). Un'altra let- 



P (0 Cf. Histoire litUraire di la Frartcc, tomo IX (discorso d*AN- 
Tosio Rivet: Èiat dcs httrcs cu Francc àans le Xll* siicìc). 

(2) « Dilccto suo lohannl AurclUnensi, domini papae scriptori, 
■ StepKanus de Sancta Gcnovefa rogat ut pctitiones suas ad etfecturn 
» perduc^it. Naiis sub Aurelianensi acre et Ligeris aqua perfusis aestivo 
«tempore Romae morari nihil aliud est quam mori: facìlius est aurea 
cpaupertate fruì cum salute, quam perìculosam corrogare pecuniacn, 



394 




04, Gabrielli 



tera del medesimo Stefano e' indica altri due scolari della 
scuola d'Orléans, impiegati, sotto Lucio III (1181-1185), 
alla cancelleria papale: Guglielmo e Roberto, Dopo aver 
confessato che il dispiacere della partenza dei due giovani 
epistolografi alla volta di Roma gli viene lenito dal pen- 
siero del grande vantaggio ch'essi possono trame, il buon 
abate di Santa Genoveffa raccomanda loro alcune peti- 
zioni da lui mandate al pontefice, affinchè o egli o il suo 
cancelliere ne prendano sollecitamente cognizione (i). 



« quae et sollecitudine pulset animum et corpus agiiet cum labore, 
ff Inde est quod ad reditum te hortarer, si tua te conccntum fortuna 
o credcrem, si ad maiora, quam habcas, successus pristinos ubi prac- 
« sumerem non blandirì. Interim dilectionem tuara rogo, ut petìtioncf 
n nostras ad effectum perducì facias, si potueris, et maxime super 
a confirmatìone cxcomunicationìs communiae Mcldensis, quoniam 
« epìscopum oorum in excommunicationc sentcntiac, a bonac rac- 
«t moriae lohannc Carnotensi epìscopo in prcfatam comuniam litae, 
« ncglìgentem cxperti sumus et mandati apostolici contemptorem. 
« Qucre, si potes, domìni papae litcras ad ipsum, ut, sicut praedictus 
« Carnotcnsis episcopus excomraunicavit auctores communiae, ita 
« et ipse in ecclesia sua excomunìcatos denunciet. Pro latore prae- 
« scntium, familiari meo et amico nostro, tibi supplico, ut in ncgotiis 
« suis quantum potueris eum iuves. Valete ». (Ma^'ij/n Stephani Tor- 
MACENSis, abbatti S, Gcnovtfac Parisitmis, Urne episcopi Tornacensis, Epi- 
sioìai; Parigi, 1682, Lxv. 84). 

(i) « Charissimissuis Guillclmo et Roberto, domini papae scripto- 
ff rìbus, fraicr Stcphanus de Sancta Genovcfa agct de negotiis serìs 
M io Romana curia proraovcndis. Comune vobis commoaitorium 
«f offcro, congaudeos peregre proftctis, si proftctw vestra profutum 
«vobis pariier ^nnii et provutum. Utrumque vobis facile compa- 
o rabant duae divini palaiiì vìrgincs, humilìus et honestas; si vcl 
« alter vcl uterque vestrum altcrutram excluscrit, qulsquis illc fuerit, 
« CKcludetur. SoUni pUrique AurtUantnsium aura ìnUr alitnos esse, qui 
tf fuc ardenti fturanl Inter suos, Mctalla morura metior, quamvis non 
« mcntiar, si de pecunia faciam mentioncm. Augeat vobis Deus gra- 
vi tiam suam, ut qui iu curia sunt, gratos vos habeanc, et dos de 
« vobis faciant gratulantes. Q.uasdara pctitiones nostras Hcrvco de 
« Rocchis commisimus, Ecdcsìae nostrae negotia continentcs. Rogo 
« vos ut per vos et araìcos vestros, quanta seduUtatc et soUccìtudìae 





^^< 



Intorno all'epistole dì Cola dì ^'en^o 395 



Cosi anche fuori di Fnncia s' imponeva rautorità della 

strtaola d'Orléans. Tanto era il prestigio di cui essa go- 

d^'va, che i maestri francesi d*ars dictandi venivano indi- 

srixitamente chiamati Aureìiatìemcs. Tutto il meglio che, in 

fm.'^xo d'epistole, si scrivesse, specie sugli ultimi del secolo xin, 

si presumeva a priori prodotto da quella scuola. 

Di là era venuto il primo e più antico trattato d'epi- 

'lografia che avesse avuto la Fr;incia, la nota Summa 

di^r^aminis aurcìiancnsiSt composta, secondo il Rockinger, 

ch».^ l'ha in buona parte pubblicata (i), circa il 11 80 d- C. 

da. un anonimo insegnante d'Orléans (2)* Da allora, sempre 

pi Ci. viva si va facendo l'attiviti di quell'importante centro 

letterario, e, appena sei anni dopo, ecco apparire un'altra 

Si^^^mrt diciaminis per ptagistrum Dùminìcannm Hispamttn, 

^hi.<ij secondo la storia dei Benedettini (3), conservavasi alla 

IDit>lÌoteca della cattedrale di Beauvais. E ancora un gruppo 
** ^-Itri tre importanti trattati d'epistolografìa, pure usciti 
*^^ Orléans, fu segnalato da Leopoldo Delisle in una sua 
•^^^^e memoria su le scuole d'Orléans nei secoli xii e xni (4). 
*Pc>teritis, opem et operam impcnsìatis quatinus petitiones ilLie no- 
" *t«-ac a domino papa aut a domino cancellarlo et cxaudìantur be- 
•* nuvole et bcncfice compleantur. Si de retributione cogitctis, pa- 
^^-tus sum. loco et tempore, pracstlto mihi beneficio respondere ». 
"*"^yii\N'i ToR>JAC. Ep, gii citate, lxxxv, 126. 

^i) V. BriefsUlUr und Formcìhùcher des cilfUn bis vUr^èhaten Jahr^ 
***ii:rij, bcarbeiiet von Ludwig Rockinger in QwdUn und EròrU- 
'^^*^4>t ^ur bay^ischen und deutschen GeschichU, Band IX; Monaco, 
'^^3 e X864 (9S-"4). 

C2) La Summa è contenuta nel ms. 109^ della biblioteca Nazio- 



^^l, 
ch^ 



di Parigi (fol. 5J-75). Il codice e del secolo xnr, ma i nomi 
figurano nei modelli epistolari mostrano Topera composta prc- 
^^^tnente nel tempo assegnatole dal Rockinger. 

C?) Histoire litUrarU d^ la Frana, XIV (1859), 577. 
C4) Lss hoUi d'OrUans au xu* at au xia" siècle ndV Annuairà-bul' 
*'**« di lit SccUU de l'histoire de Franu, voi. VII (1869). 

I* Summa, probabilmente incompleta, contenuta nel gi.i citato 
*^*' 1093 della biblioteca Nazionale di Parigi (fol. 81-82). Tra i 




396 



q4. Gabrielli 



Parimenti è ad Orléans che ritroviamo forse il più po- 
polare, se non il più dotto, dkialor di Francia, il noto 
Ponzio Provinciale, fiorito tra la prima e la seconda mcti 
del secolo xiii. 

Aveva dapprima, Tambizioso maestro, ammaestrati nel- 
Tepistolognifin i giovani a Tolosa e a Montpellier, finché, 
cresciuta la rinomanza di luì, non era pervenuto all'ago- 
gnata meta d'Orléans. Documento pieno di curiosità e 
d'interesse è quella specie di proclama, che, dando principio 
al suo insegnamento, egli indirizzò ai dottori e agli scolari 
d'Orléans. Dice in esso il nostro dictator che la retorica 
gli si è presentata sotto la forma d'una giovinetta bellis- 
sima e gli ha dato sette chiavi per aprire a chi ne lo ri- 
chiede le sette porte della grande città che si chiama la 
Pratica dello stile epistolare (^Pratica dictatoria), « Vengano 
dunque a me - egli esclama - tutti coloro che vogliono in 



modelli, che si rapportano quasi tutti a giovani studenti d'Orléans, 
curiosissima è una letterina che due scolari scrivono ai genitori per 
chieder loro un pò* piti di danaro: 

« Patemitati vostre innotescat quod nos, sani et incolumes in ci- 
« vitate Aurelianensi, divina dispensante misericordia, commorantes, 
ff operam nostrani cum afTcctu studio totalitcr adhibemus, considc- 
tf rantC5 quia dicit Cato : *' Scirc aliquid laus est, ctc. *\ Nos enim 
« domum habemus bonam et pulcram, que sola domo distai a scolis 
w et a foro, ci sic pedibus siccis scolas coiidie possumus introire. 
ff Habemus eiiambonossocios nobiscum, hospicìo vitaque et moribus 
n comcndatos; ce in hoc nimium congratulamur, notantes quia dicii 
V Psalmista : " Cum sancio sanctus eris, etc, ". Unde, ne, deficiente 
« materia, deficiat et efTectus, v. p. duximus deposcendam quatinus . . . 
(T dcnarios nobis ad emcndum pcrchamenum, incaustum, scriptorìam 
ir et alia nobis necessaria... velitis trasmittere copiose..,». 

a» 5i*m«iu, contenuta nel ms. ^6^^} dell'amica biblioteca Imperiale 
di Parigi, scritta nella prima meti del xni secolo da un maestro 
Guido, da non confondere col nostro Guido Faba. 

j* Summa, contenuta nel ras. 1S595, colla data (fol. 16) de! 1259. 
È un rimaneggiamento della Summa di Ponzio Provinciale, ad uso 
degli scolari d'Orléans. 



Intorno alV epistole di Cola di ^ien^o 397 



P*^^^ tempo diventare esperti dictaiorcs ; io ho le chiavi, e 
5oa qui pronto ad usarle» (i). 

Ma chi credesse che nella Francia soltanto ad Orléans, e 

^^ anche altrove - sebbene con assai minore intensità di 

^<^ro - si coltivasse questa geniale arte epistolare, non 

**"^bbe nel vero. Maestri insigni d'epistolografia e trattati 






e *) Il curioso proclama, contenuto per intero nella terza delle tre 
■^^^ Summat indicate dal Delisle, merita, a parer nostro, d'essere 
^^ora qui trascritto: 

«"^ Untvcrsis doctoribus et scolaribus, Aurelianis studio commoran- 
■^-tstis^ Poncius, magister in dictamine, salutem et audire mirabilia 
^'-i* secuntur. 

««Cum ego Poncius irem sollicitus per montes et planicies et 
*^^>nvaUe5, inveni quandam virginem, ic amore culus fui statira nie- 
^^Vallitus sauciaius: nec fuit mlrum, quoniam ipsius virginis decoro 
**- Pipiti flava cesaries, auro multo spUndidìor, inherebat. Generosa 
**"ontis planitics non calcata, nivc candìdior» hinc capillis erat, hinc 

^■Vaperciliis circumfulgcns Mcniis nobilius faciei sic partibus 

^^onforraatur, ut nec postremum medio, nec primo medium videatur 

^ ^*^ aliquo decidere. Sic celerà membra, que vestis oculit, nec patent 

** ^^culis mcìs, conformia predictis arbìlror vel etiam meliora. His 

^gitur Poncius ego factus auonìtus, prostratus cecìdi ad pedes vir- 

** Sinis, et cxtendens brachia, velud egcr ad mcdìcum, cxclamavi; " O 

H *^ "Virgo preclarissima, ecce morte defiìciam in brevi tempore, nisi tua 

« ^ tnisericordia me in suum recipial servitorem ". Etaittunc virgo, re- 

1 *"• spicicns oculos subridcntes: *' Si quodìnvenisti, lenueris custodire ". 

\ ^ Et me capii per manum dcxteram et surrexit, et ostendit michi pul- 

' *cherrimam civiuiem et ìmmensam, dicens: " Cìvitatem islam nul- 

^ lus ingreditur, nisi transiverit septem portas ". Et postraodum ad pri- 

«mam portam venimus, et ibi fueruni saluiaiiones, benedìctiones et 

e oscula sccundum gradum et distinciones personarum supcriorum, 

« mediocrum et minorum ; et ibi erant scripta nomina transcuntium 

■ k universa, et omnes, qui transibant per dictam portam, vnriis et di- 

^ «versis vinculi? ligabantur. Et ad secundam portam accessimus, et ibi 

ff erant antiqui proceres, clrcumspectì et providi, quorum erat offi- 

a cium atque virtus inier homines seminare benivolentiam et nutrire, 

« et futura predicare. Et ultra procedentesad tertiam portam venimus, 

« et ibi erant de omni genere linguarum nuncii cxpediti et succinti 

« breviter et veloces, et omnia, que in tote orbe tiebant, refcrebaat. 

Archivio dcll9 R, Società romana di storia patria. Voi. XI, a? 




^ 



398 



q4. Gabrielli 



di pratica dictatoria se ne trovano anche sparsi qua e li in 
altri luoghi di Francia. Si ricorda, per esempio, nel 12 16, 
un Dictamcn che, quantunque d'evidente provenienza fran- 
cese, si veJe non compilato ad Orléans, né da uno di quella 
scuola, né ad uso di quegli scolari (i). Esso è composto da 
Trasmondo, abbate di Chiaravalle, e poscia, come indica 



t( £1 ad qainam portam ultra processimus, et ibi erant due scale 
ff longissime, quorum gradus vix posscnt per aliqucm numerari: et in 
«una scala erani omnes clerici, et in alia omnes laici; in superiori 
« gradu huiusmodi scale sedebat summus pontifex, et sub ilio alii 
« pontilìces et prelati, per gradus debitos, usque ad ulùmum clerico- 
« rum, et in gradu superiori scale alterius sedebat imperaxor, et sub 
« ipso regcs et comites, at ali! gradatim descendentes usque ad ulti- 

« mum laìcorum Kt ecce ad quintam ponam venimus, et ibi 

V erant mulicres antìquissime, et erant tante scicntie quod de omnibus 
K diccbant ncgotiis, si fìcrent vel non fìerent, quod et quale inde co- 
« modum eveniret. Et ccc^ ad scxtam portam venimus, et ibi erat 
« homo antiquissimus et barbarus, vcstìtus tamen vestcs vanas et de- 
te coras, et ioquebatur iranscuntibus tribus linguis. Ht accessimus ad 
a portam septimam, et ibi fuerunt multi lascivi iuvenes, saltantes et 
o currentes vclocitcr. Et sic intravimus in cìvitaiem. In civiiate ista 
« erant .xviii. palatìa hedifìcata lapidibus preciosis. et erat ordinatura 
a qui et quales et quo tempore et quibus negociis deberent in quoUbet 
o palacium invenirc. Et cum hec vidissem omnia, dixi prcdicie vir- 
« gini: "O virgo speciosissima, die mihi nomen luum et cuius est 
«ista civitas et quo nomine nuncupatur". Et ìpsa rcspondit: "Ego 
« vocor Rhetorica. Ista civitas appellatur Pratica dictatoria. Et quam- 
« vis soror mca Gramatìca se dicat fore in hac civitate raea prò- 
(T porcionarìam, ego tamcn obtineo principatum. Et quoniam paucos 
« bonos habitatores habeo, tibì claves accomodo, tali federe quod 
fl .viL portas, per quas tota doctrìna epìstolarìs dictaminis tiguratur, 
« aperias benigne volcntibus". Ad me veniant igitur qui esse dcsi- 
« dcrant in brevi tempore optimi dictatores. Ego enim sum qui claves 
« liabeo, et sum paratus quibuscumque ydoneìs aperìre. Valete », De- 
LISLE, scritto citato, p. 150 e segg. 

(i) È contenuto nel cod. 585 (F** Mazzarino) e nel cod. 13688 
della biblioteca Nazionale di Parigi. Cf. N. Valois, De arte scrihendi 
episiolas apud Gaìlicot mcdii aaì scriphrcs : Parigi, 1880. 



Intorno alVepistok di Cola di 1{ien^o 399 



eziarxciÌQ T esordio dell'opera su.i, notaio papale (i). Un 
amico lo aveva, a quanto sembra (2), pregato di racco- 
gliere ift unum corpus le lettere da lui indirizzate a ogni 
specie di persone e per i più svariati negozi, ed egli cede, 
Sid tifftide^ a quel desiderio, e ci dà una breve collezione di 
lettere, facendola precedere da regole e di precetti su lo 
stile epistolare. Quest'operetta di Trasmondo acquista una 
^'^golarc importanza dal fatto che Tautore non era un pro- 
"cssore che pomposamente insegnasse dalla cattedra, ma 
un modesto 5fn/7rt, cui il dovere dell'ufficio obbligava a 
penetrare tutti i segreti della tecnica dell'^r^ diciatidL 

Delle molte altre Summae. provenienti da scuole e da 
"^^citores francesi trattò con sufficiente larghezza il dottore 
^^talt^ Valois (3), e noi non dobbiamo, per questa parte, 
cne rimandare al suo lavoro. D'altronde, la Francia non 
r'^ntrava nel nostro tèma, se non in quanto rapporta vasi 
^ /apposizione esistente tra la scuola d'Orléans e lo stile 
epistolare della cancelleria papale. 

A.ggiungcremo soltanto Tosserv^azione che Vars dìctandi, 
*^^Vxe all' infuori delle scuole laiche e delle cancellerie, visse 



Ci) <t Inctpiunt introductiones magistrì Traasmundi, Apostolìce 
* oedis notarli, de arie dictandi ». 

(2) tt Rogdstis me multociens et vtstris michi literis suppUcastis, 

* ut cedutas mcas p;iupere5 excuntcs de pera paupcrc et persoDÌs 

* vaiiis prò variis ncgocìis destinatasi sive ad experientiani tantum- 
^ modo ingenioU mei opposìtas, quas nec purpura senteniìarum nobi- 
"litat, nec colorìsrethorici picturata loquacitas florìbus compositionU 
«adornet, in unum corpus rcdigens, sarcinarem, vobisque ipsas celeri 

■ «sub fcsiinaiioue transmictereni, putans in cìs altquid invenire dui- 
ft cedtnis, quod vestrum pUcidum pectoris appctitum delectet, et ad 
« sui lectioniim curam continuam vcstri desiderii gustum proprie di* 
cctionis onata provocet et invìtei. Faveo, sed timide, petilionibus 
« vestris, ne laudabilis vestri cordìs cupiditas, gustibus informata non 
« placìdis, vane spci penitus expectatioae fraudetur, et prò fnimentis 
clolium caplat n. 

l 



400 



q4. Gabrielli 



e fiori nei conventi e negli ordini monastici: tanto essacra 
strettamente collegata a qualsiasi condizione sociale. Baste- 
rebbe ricordare, su la menzione fattane dal Le-Clerc (i), 
Elia de Boulhac, abbate di San Marcello nella diocesi di 
Cahors, il quale compose nel 1378 un copioso formulario 
di lettere dedicato ai suoi fratelli Cisterciensi e da servire 
esclusivamente al loro uso: Fornmlarium valde utiìi cpistù^ 
larum toto ordine scrvanitim (2). 

Dopo ciò, volgiamo per poco lo sguardo all' Itilii. 



ITI. 



Un'accurata rassegna dei più insigni cultori d'tfn iS- j 
ciandi che fiorirono nel paese nostro darebbe al nostro! 
studio assai maggiore estensione che non ci siamo propose. 
Basteranno, quindi, intorno ai principali diciatorcs itiliiiw» 
quegli accenni generali che servono, più che altro, a trac-1 
ciare la linea non interrotta della nostra tradizione cp** 
stolare. ^J 

Dell'importanza che ha per l'epistolografia medievale It^l 
produzione d'Alberico da Monte Cassino (1075-1110)^'*" 
biamo già fugacemente toccato (3). Vero capo-scuola per 
i dictatores posteriori, egli sta, colla sua Ars dicUtttdi (4)» 1 
quasi a cavallo (ira il secolo xt e il xii, e a lui, si può dìrc,^| 
fanno capo le compilazioni di tutti i maestri che seguirono. ~ 
Scrittore fecondo e immaginoso, di lui conosciamo anche 



(i) Histoire litUrairt de la Frante au xiv« sUcU - Discoun sur f^^ì 
dis Uttres, par Victor Le-Clerc; Parigi, Lévy, i86j, voL I, p- •♦^>'j 

(2) De-Wisch, Bihìiothua scriptorum sacri oràinii CisUratusiS, I^J^fl 
p. lOI. 

(0 V. sopra, p. 387. 

(4) Pubblicau in gran parte dal RocKixGER, dt QiuHm imii 
ijnm^€n eU'. I Abth. pp. 1-46. 



Intorno all'epistole di Cola di ^'en^o 401 



due opere minori, che s'intitolano: Flores rethorici o Dieta- 
minum radii e Breviarium de àiciamine. Ma degno per noi 
di speciale anenzione sembrami l'esordio dell'opera sua 
maggiore: a Cogimur - egli scrive - erudiendorum sedu- 
ci litati de ratione dictandi quedam summatim perstringere. 
«t Sed ea rogamus ne dictandi pcritus irrideat, ne emu- 
« lorum lividus dens corripiat, ne ignarus artis abhonreat, 
« quoniam ersi lima perfectionis non assit, non ideo tamen 
« in omni parte erii inutile. Quapropter simpliciter edita 
« simplices simpliciter audìant, et audita intelligant, et in- 
a tellecta in cordis arcula tenaciter fingant. Et in eadcra 
a arre promoti nliquos in aream de suis manipulis grafia 

^■excutiendi granì adiiciant n. 

^ A chi alludevano quelle aspre parole d'Alberico: «ne 

tmulorum liviJus dcns corripiat»? 
La risposta non è difficile, se sì ricordino i dictaiorts 
e fiorirono, a lui contemporanei^ dopo il iioo. 
Ora, tra questi, a nonpariardel suo scolare Giovanni 
di Gaeta, poi divenuto papa col nome di Gelasio II, a non 
parlare d'Alberto d'Asti, d'Aginulfo e di altri men noti, 
rifulgono specialmente Alberto di Samaria e Ugo di Bo- 
logna. Si sa del primo che viveva sotto il pontificato di 
Pasquale II (1099-1 r 18) e che conobbe Alberico dì Monte 
Cassino, giA in eti molto avanzata. Un suo scritto, del 
quale una parte fa riportata dal Rockingcr, mostra essere 
appunto questo Alberto uno degli emuli cui Alberico al- 
ludeva. Egli infatti non si fa alcuno scrupolo di biasimare 
acerbamente quelle eh' ci chiamava le nenie (juienìas) d'Al- 
berico, e di condannarlo quando, per esempio, ei vuole 
stabihre a qualiter per indicativura ceterosque modos et 
o impersonalìa fieri decet episcolas ». Secondo l'inesorabile 
critico, « tales barbaras inusitationes sapientes et nostri se- 
« culi potentcs spemunt ». Deve invece tenersi di mira 
soltanto la constructio di Prisciano, adottarsi \'usu$ e lo stile 
jistolare di Cicerone e studiarsi Macrobio e Boezio, che 




402 



'e4. Gabrielli 



Alberto dice d'avere, dal canto suo, cercato d'imit; 
sempre che gli è stato possibile (r). 

Ammiratore sincero d'Alberico è invece Ugo di B< 
logna (2), il quale dice del vecchio maestro : « In cpistoli 
fi scribendis . . ., non iniuria creditur ceteris excellere » 0)»i 
e biasima la nuova e indisciplinata dottrina QemfrUaim 1^^ 
indiscipUnatae doctrinae novUalaii) d'Alberto di Samaria. " 

S'andavano dunque fin da allora accendendo, fra questi 
nostri gravi dictatores, quelle ire erudite, che son pai 
cosi caratteristica della nostra storia letteraria ! E neaacb 
in mezzo a loro venne tanto presto alzata bandiera bianca^ 
vedremo anzi tra breve come ai tempi dell'arguto BoQ 
compagno la discordia si facesse anche più acuta. La iottJ 
non era soltanto fr'a persona e persona, ma fra citti 
città, fra scuola e scuola; che già quell'Alberto rapprcsefl 
tava lo studio di Pavia e quell'Ugo lo studio di Bologna, 
rivali ['un contro l'altro armati, e disputancisi 51 priiniW^É 
nella retorica. _^ 

E procedendo oltre il secolo xti, c'incontriamo sui pn^* 
del xin in quel Goffredo di Vinesauf che fu tra ì pi(i ^^fl 
lebri insegnanti di Bologna, e, oltre una Pociria dedtcS^" 
a Innocenzo III (1198-1216), scrisse xxxiArs dicidftt'^'^\ 
della quale tanto il prologo quanto l'epilogo son comp^^ 
in esametri. Ireste pndoris abiecta, egli dice: 

vobis referam quo sidere vcstrum 

Dicumcn lucere qucat, quo clausola possit 
Lascivirc gradu, quis sit diciaminìs ortlo, 
Que partes; ubi fessa suum distinctio sistat 



(i) V. RocKiNGER, scritto cit. in SitiurigshfrichU dir Ah, dir 1 
di Monaco, p. 134. 

(2) V. le sue Kationes diclanii, pubblicate dal Rockinger* " 
QucìUn und EròrUntn^cn, I Abth. pp. 47-94. 

(}) V. la prefazione a un suo scritto di ars iiiiandi, deJÌC-^{J 
a un giudice paladno di Ferrara (Rockinger, scritto cit. in 5i/;w 
herichte dir Ah. dcr IViss. p. 125). 



Intorno alVepistole di Cola di ^ien^o 403 



Vel renovetur iter, que sint connubia vocum» 
Et quibus auxiliis verbi redimatur egestas (i). 

I contemporaneo a Goffredo, ecco prescnrarcisi raae- 
^^ Bene di Firenze, del quale già ci è occorso (2) nomi- 

^^'^^c il trattato: CantMahrum seti Stimma recte dictatidi, con- 
^*>.uto nel codice Chigiano (del principio del secolo xiii), 
l^^^nato I, V, 174, nel quale non sai se maggiore sia 
^ ^tenesse storico o il paleografico. È noto come, dietro 
J^*^ 'erronea induzione del Muratori, fosse questo diciator 
^^^niificato con Boncompagno Fiorentino; ma l'errore del 
^i^lrande storico venne subito emendato dal Tiraboschi (3), 
^^Vie conosceva l'opera di Bene per averne veduto un ms. 
'*~>-ella biblioteca dei Padri Domenicani di San Giovanni e 
r^aolo in Venezia. Si ha poi sicura attestazione del giura- 
*>iento di fedeltà, prestato da maestro Bene airuniversiti 
«^ Bologna, nonché della nomina di lui a cancelliere del 
"Vescovo di quclk stessa città (anno 1226). Mori non vec- 
chio, e la sua perdita era amaramente deplorata da Pier 
della Vigna. 

Cosi comincia l'opera di Bene nel codice Chigiano, 
di cui io mi sono servito per la conoscenza di questo epi- 
stolografo: « Incipit Summa perfecte dictandi, a doctore, 
«qui Bonum dicitur, ordinata». 

II perchè dell'altro titolo di Candeìahrum d è fatto 
noto dallo stesso autore (e. 42): « Presens opus Can- 
« delabrura nominatur, quia populo dudum in tenebris 
« ambulanti lucidissimam dictandi peritiam cognoscitur 
«exhibere ». 



(1) S. F. HahKj Coììeciio monumeniorum veUrum et reccntium ini* 
ditorum ; BrQnsvich, 1724, voi. I, n. V. Cf. Rockikcer, scrìtto cil. 
in Sit^urifishtnchU der Ak. der WUi. p. 1 34. 

(2) V. sopra, p. 392. 

(3) Storia della letteratura Uaìtana^vol, II, libro III, cap. v, p. 190 
(ediz. di Milano, Bcttoni e Comp. 1833: Biblioteca mcidopedica ita^ 
liana, voi. XXII, XXIII, XXIV e XXV). 



404 



qA, Gabrielli 



E alla fine dell'opera, in una Oratio finitiva opus iik 
cidans quod processiti dichiara: « Opus inchoatum lam ad 
finem desideratum perducitur, divina grafia largiente, in 
« quo ars dictatoria continetur. Licer clara Florenria nos 
« genuerit, fructum tamen scientic vel saltem alicuius bo- 
ti nitatis a Bononia contrahentes, ipsam precipue, matrem 
« nobitìum studiorum, debemus et voluraus scraper nu*^ 
ttgnifice honorare » (e. 55). H 

Ma contributo anche maggiore che non desse all'epi- 
stolografia del secolo xiii Bene di Firenze, portò Guido 
Faba (i), come quei che sempre meglio sviluppò nella , 
Stimma la parte pratica , formata dagli innumerevo^H 
esempi di lettere, dispose con più armonia il materiale. <ii 
spesso, accanto ai modelli in latino, altri ne collocò in 
lingua volgare. Le sue opere, tra cui sono le principili 
la Stimma dktaminis e i Dictamina rethorica, ponano i ti^É 
toli seguenti : Arcngae (2); Gemma pur ptirea, Stnnma il v^^^ 
ttttilms et vitiis e Docirina ad itwcniendaSj incipundas etfof 
mandas materias et ad ta qtie circa Imiusmitdi reqtànmtur. 

La Sumtna dictaminis e i Dictamina rethorica, le due 
opere, cioè, che più e' interessano, trovansi nel codice 1, 
IVj \q6 della biblioteca Chigiana (sec. xiii), che è for*^» 
tra i parecchi manoscritti che le contengono, il più imp<^^' 
tante. Precede in esso (3), com'era uso costante, la p^^ 
teorica {Summa dictaminis), terminata da una Epistola h^^^ 
commendationiSj ch'è una specie dì dedica che l'autor^i 



(1) RoCKiNGER» eh. QueJkti uud EròrUrtingm eie. \. Ablh. pp. 
200, e cii, scritto in Sit^ttn^sherichte dtr Ak. djr ìi^iss, p. 157. 

(2) È un'assai caratteristica collezione d'esordi da prcporsi 
varie lettere, secondo le piii varie circostanze. Gli esordi chi»'*^"' 
vansi comunemente appunto col nome di arengae.V. cod. Chigi -^ 
I, IV, 106 (e. 49): « Incipiunt arengo magistrì Guidnnìs ad ^" 
« laudetn et decus et decorem studentiura sub compendio annot--^^ 
V que tanquam prefationcs preponuntur », 

(3) Ce. 1.25. 




àcì proprio lavoro ad un alto personaggio: « A Domino 
" " scrive Guido Faba - factum est istud, cuius gratia summa 
" ^'^'itiaus, et ad honorem, gloriam et laudem magnifici 
« vin ;ic feliciter triumphantis, cuius praeconia mirificae 
« bonitatis nec silere possum nec stylus invenitur sufficiens 
** ^d dicendum, quoniam de ipso iam loquitur omnis terra 
" ^^ onines gentes, nationes et populi magnificant sua gesta 
** ^nquam militis strenuissìmi et pracclari, cuius fama lu- 
* *^idissima militarem gloriam decorar et totam illuminat 
*■ Piirentelam ... a. E conclude : « Accipe nunc prncsentem 

^^ ^ibellum, egregie potestas, laudabili manu dcxtera, etc. ». 

^F Se tra Guido e questo Aliprando Faba (i) corresse 
Parentela, non sappiamo stabilire con certezza. Possiamo, 
P^r contrario, affermare che il nostro Jictator vestiva l'abito 

^_^*^clesiasdco, e che fors'anche, con qualche ufficio chicri- 

^^^le, viveva a Bologna (2). 

[ Alla Stimma dictmninis seguono nel codice Chigiano i 

J^ictaminay una lunga e curiosissima serie di modelli epi- 

[ siolari, dove trovano applicazioni le regole esposte dal di- 

^^ (i) D*un la! podestà Ji Bologna sappiamo solamente ciò che ne è 
detto nella Cronica di Bologna, pubblicata dal Muratori, Rer. ItaU 
Script. XVni, 256: cr Messere Aliprando Fava fu podestà dì Bolo- 
« gna. A di 4 di settembre (1229) i Bolognesi andarono a campo 
« a San Cesano, e combatterono il detto castello, e Io presero. E 

V tutti gli uomini che vi erano dentro furono presi in numero dì $20. 
« E disfecero il castello, malgrado de* Modenesi, de' Parmigiani e 

V degli Ariminesì e dì que* di Pavia, ch^crano tutti col carroccio dì 
Parma nella campagna dì S Cesario. Dipoi Toste de' Bolognesi 
«con pochi loro amici combattè co' predetti della parte di Modena 
« nella detta campagna, e dall'una pane e dall'altra molti ne furono 
« morti e presi. A di io di dccembrc il vescovo di Reggio e un 
« frate ch'avea nome Guala fecero tregua tra i Bolognesi e ì Mo- 
« dene» e co' seguaci dì cadauna delle parti per nove anni, e tutti 
« i prigioni furono lasciati, e andarono alle loro città i». 

(2) Infatti più d'una volta egli si nomina : « Magister Guido fi- 
« delissìmus clcrìcus et devotus «, e in qualche luogo anche ag- 
giunge: « Sancii Michaelìs Bononiefisis ». 



V 




406 



tA» Gabrielli 



ctator neiropcra precedente : « Incipiunt dictamina a magi- 
astro Guidone composita, quae celesti quasi oracuIoeJiu 
« super omni materia suavitatìs odorem exhibent literalb, 
« quia de Paradisi fonte divina grada processcrunt o. Ogni 
lettera, presentata come modello, ha la corrispondente r- 
sposta: si trova cosi, per esempio: Ep. de filio ad pnrotki 
e subito appresso: Responsiva parcntmn; Ep. de sorort d 
Jraircm e Responsiva ad predictam, e cosi di seguito. Ma sul 
Chigiano I, IV, lo^, che meriterebbe da solo un'ampia illu- 
strazione, le proporzioni del nostro lavoro non ci consen- 
tono di soffermarci più oltre. 

Volgiamoci piuttosto a quello che, fra gli epistolografi 
del secolo xiii, meglio incarna il tipo caratteristico del */*• 
ctator, a quel bizzarro Boncompagno di Firenze, che fu, ne' 
campo deir^ir^ dictaminis^ un vero innovatore (i). Profes- 
sore dei pilli illustri allo studio bolognese e a Bologna co* 
renato solennemente di lauro, scrisse con instancabile 1*^ 
conditA buon numero di opere retoriche, delle quali Tclenco 
ci fu lasciato da lui stesso (2), per quanto non tutte sieoo 
in quella enumerazione ricordate. È dunque colla scorta ^^ 

(i) TiRABOSCHi, St. dilla ìciU Hai IV, 463 ; RocKiNCtR, cit C»^*^ 
una Erbrt. I, 115-174, e cjt. scritto in Sit\. dir .-JA*. J^r ti^tss. p- '^' 

(2) Trovasi inserito in un curioso Jialogo tra Liber e Jitctor, P . 
messo al trattalo che s'intitola: Boncompagnus, ed. dal Rockino^* 
Qu4ÌUfi und Erdrt. gìA cit, I, p. 1 3 j, Scrìve dunque Boncompagno: 

« Libri quos prìus cdidi sunt .XI. quorum nomina hoc modo ^ 
«t cifico, et doctrinas, quc contineniur in ÌUis, ita distinguo: QqÌ*^^_ 
« nempe tabule salutationum doctrinam confcruni saluiandi. Pi^ - 
<i rcgulas inìtìales exhibcre probatur. Tractatus viriuium exponì*- 
« tutcs et vicia dictionis. In Notulis aureis veritas absquc mcnc^ ' 
« rcperitur. In libro qui dicitur Oliva privilegìorum dogma conlio^^ 
« Ccdru,s dat notitiam gcneralium siatutorum. Myrra docet fieri t^^ 
« menta. Brcviloquiura doctrinam exhibet inchoandi. In Ysagoge 
« stole ìntroductorìe sunt conscriptc. Liber amìcitìc vìgìnii sex ^^ 
« corum genera distingult Rota Veneris laxiva et amantium ffr 
e demonstrat n. Cf. Tiraboschi, Si. àtlla ìett. itàL voL 1I« lib. 
cap. V, p. 187, ediz. citata. 




"oncompagno medesimo che possiamo registrare le se- 
guenti opere di lui : 

^* Quinqm labitle salntationum, volte a disciplinare e a re- 
golare la saltttatio della lettera. Ho potuto vedere queste 
tabulai in un bel codice della Vallicclliana, segnato 
C, 40 (i). La prima tavola dà le saltttationes da usarsi 
dal papa, prima per omnes christianos (2), e poi, via via, 
per rimperacore, l'imperatrice, il re di Francia, i pa- 
triarchi, gli arcivescovi, i vescovi, qcc.\ la seconda, le 
salutatioties di tuni questi alti personaggi al pontefice; 
la terza, le saltttationes vicendevoli tra i potentati laici ; 
la quarta quelle fra gli ecclesiastici di tutti i gradi ge- 
rarchici ; la quinta finalmente quelle tra i laici o saccU' 
larcs (3). 

(i) Cod. pergam. del sec. xm, composto di ce. 205. Contleae: 
^cc. ì''j^)Boncompai;tìi cpuscula; (ce. 74-138) Magistri Alani de diiersis 
tjocabulorum voiationilnis; (ce. 159-140) Dò ordiru iudiciorum d'aatore 
*Jiccrto;(cc. 141-205) ì tre scritti di Sant'Agostino : Enc/^ini/roM, Libcr 
^ àtc£m cìjordis, Sgrmo dt iuramcitto. Alla fine dei BoncompiS^ni cpu- 
<scu/a trovo, della slessa mano, questa nota: «Iste libtr est monasteri! 
« Sancti Bartholomei de Trisulta Carthusicnsis ». 

(2) < .... Primiter vicarius ChristJ et raagister caiholicc fidei 
ff summus pontifex generaliter salutat omnes christianos in hunc mo- 
«dum: Celestinus, sep.'us servorum Dei nomen recipiens, salutem 
« et aposiolicam bcnedictionem ». 

(j) Nuiraliro che una nuova redazione o un'amplificazione delle 
Quittquc tahuìac salututionum è il Libcr X tahularum dello .ftcsso Bon- 
compagno. Ivi alle cinque antiche tavoU egli ne aggiunse altre cinque, 
□elle quali <r contìnebuntur omnes modi componendì epistolas, ser^ 
ff mones, privilegia^ orationes reihoricas et testamenta ». Nella pre- 
fazione della sua nuova opera VA. medesimo si riferisce airopera 
antecedente. « Presens opusculum, - egli scrive - quod in civiiate 
« Regina nuper inceperam pertractare, de quo solummodo .v. saluta- 
le tionum tabulas perfccerara, quìbus ad presens in civiiate Bononia 
« multa superaddidi, casquc diligentiori lima corrcxi, gratis vcstrc 
ff cHero unìversìtati. soci! pcramandi, cruditionem vcstram humilitcr 
«deposcens, ut quod gratis datum est, gratis curetis impanirì 



1 




4o8 



O^. Gabrielli 



2' Liber qui dicitur Palma (cod, Vallic, C, 40; e. 13 f), 
dove si tratta deirepìstola in generale e dei tesumenri. 

3" Tractatus virUttnm, ove s'espongono i pregi dello stile 
e i mi contrari (cod. Valile^ C, 40; e. 7 v°). 

4* Notulae aurtm (cod. Vallic C, 40; e. 1 1 r*), che fonnano, 
per confessione dello stesso Boncompagno (i), come 
un'appendice al Tractatus virUitum. 

5' Llber qui dicitur Oliva (^cod. Vallic C, 40; e. 17 v*^, che 
tratta dei privilegi ecclesiastici. 

6' Ci^drus (cod. Vallic C, 40; e 33 v**), che tratta degli sta- 
tuti (2). 

7' Myrra (cod. Vallic C, 40; e 35 v°), che discorre dei te- 
stamenti. 

8' BreviloijnÌHm(cod, Vallic C, 40; e 38 v**), che trina della 
composizione degli esordì, 

9' Ysagoge (cod. Vallic C, 40; e 58 r"), che toma a par- 
lare della introduzione dell'epistola, 

IO* Libcr amicitiae (cod. Vallic C, 46; e. 42 v**), nel qual* 
TA., entrando tutt'a un tratto in piena filosofia, tratti* * 
imitazione di Cicerone, dell'amicizia, distinguendo, corxr^ 
al solito, anche in questo tèma, la bagatella di venti ^sei 
generi d'amici. 

Il" Rota Vcneris, che potrebbe dirsi una specie d'ar5 ar^-**' 
toria (cod. Vallic, C, 40; e. 53 r"). 



« Liber slquidem iste dicitur liber .x. ubularum, quia, sicut ìn \ 
« cepiis continebatur omnis perfectio veteris Testamenti, ili ^ 
a istis .X. tabulis onine complementum prosaici dictaminis cootV..^ ^ 
«tur». Ms. latino 8654 della Nazionale di Parigi, f. 125. Cf- ^\^ 
LiSLE, cit. scritto x\q\V Amtuairc-Vuìletin de ìa Soc. à^ Thisì. frany, apf^ 
dice VI, p. 152. ^ 

(1) Cod. Vallic. e. 11: « In Tradatu virtutum non diccrc a*** 
ft potui, que ad scientìam dictaminum pertioebanL In hìis autcm L 

« tulis] proui poterò supplcbo ». - . 

(2) È il solo scrino di Boncompagno pubblicato per intero *^ 
RocKiNGER, cit. Qudìen unti Eràri ttc. I. pp. 121- 127. 



Intorno all'epistole dì Cola di ^en^o 409 



A questi scritti sono da aggiungere le Arcngae^ una serie 
esordi simile a quella di Guido Faba, pure contenuta nel 
.^-^t^racitato codice Vallicelliano (e. 68 r**), e le dae opere che 
'^ncompagao compose ultime, cioè Y Antiqua e la Novissima 
^^horica, dove più s'appalesa il suo ardire d' innovatore- 
Dei resto, da tutta la produzione dì Boncompagno Fio- 
^ untino non potrebbe esser meglio reso il tipo del cultore 
^^^^edievale di ars dictandi : grammatico e giurisperito, uomo 
*iì lettere e uomo di legge, e fin qualche volta, come nel 
^-ì'bro De amicitia e nella Rota Vcneris, filosofo a tempo per- 
duto ! Colla stessa facilitA, onde scolasticamente distingueva 
^ divideva e suddivideva le parti AgW epistola e ne dava le re- 
gole e ne compilava gli esempi, l'arguto maestro, nella Sethé- 
rica novissima, si faceva a ricercare stranamente e ad esporre 
a suo modo Torigine del dirino, intitolandone appunto: De 
origine iuris il primo libro, ed enumerando nientemeno che 
quattordici ordines iuris, dei quali il primo si ritrovava in 
coeliSy il secondo /;; paradiso dclìcianm, il terzo in Adamo, 
e cosi via di seguito fino al decinioquarto, del quale « iniu- 
«riosa et damnabilis origo fuit tempore Mahometti, qui, 
« dum iumentos et asinos castodiret, se transtulit in prophe- 
« tam, et quandam legem detestabilem adinvenit, quam su- 
« spendit super cornua tauri viventis et ipsam insipientibus 
cpopulis pracscntavit » (i). 

Quale figura potrebbe, più spiccatamente che non faccia 
questa dell*aIlegro derisore di Giovanni da Vicenza, deli- 
neare a* nostri occhi il cerchio in cui si muovevano questi 
omniscienti maestri d'epistolografia e di retorica? E chi 
più genialmente di Boncompagno rappresenta il legame, 
che era nell'organismo delle scuole, tra retorica e diritto ? 
Come poi air ingegno di Boncompagno debba ricono- 
scersi una certa autonomia, e cornea lui ripugnasse la fredda 



(i) Cf. RocKWGER, scritto cit. in Sit\ung:htrichU dtr Ak. àtt ÌViss, 
p. 140 e segg. 



C^. Gabrielli 



e scolastica imitazione, è, sembrami, specialmente dimo- 
strato dair esordio della sua Palma. Ivi egli confessa con 
sinceriti, fors'anche soverchia, di non ricordarsi d*aver mai 
letto Cicerone, sebbene (troppa degnazione!) non l'abbia 
mai del tutto sconsigliato a chi voleva studiario. Manco 
male che non si dissimula il rischio di poter essere per ciò 
giustamente biasimato! Infatti, egli dice, la mia audacia 
non può non recar meraviglia, dal momento che Aristotele 
affermò nessun'arte nuova potersi inventare naiuraliur e 
senza ricorrere all'esempio di coloro che ci prccederono. 
Come dunque- ei sente domandare- potè costui trovare una 
r:thorica ftovissima, quando una retorica era già fino da Ci- 
cerone stabihta e fissata ? Che cosa avri potuto dire di 
nuovo ? Ed egli risponde, giustificandosi : « Dividere, deffi- 
« nire vcl describere, dare pracccpta et seraper iubere, nihil 
« aliud est quam cmitterc tonitrua et pniinam non largiri j>. 
Siate più pratici! sembra ch'ei voglia dire ; e dichiara: « Re- 
« thorica compilata per Tullium Ciceroneni iudicio studen- 
« tium est cassata, quia tanquam famula vel ars mechanica 
u latentius transcurritur et docetur». 

Un tale spirito di ribellione doveva necessariamente 
acuire gli sdegni degli avversari, cosicché, in moltissimi 
luoghi degli scritti di Boncompagno, sempre crescenti si di- 
mostrano le irose guerricciole tra i maestri d'allora. Invano 
Goftedo di Vinnesauf aveva augurato: 

Tabescens igitur livor marcescat in aevum 
Nec pracscns corroJat opus, nec darà lìturet 
DictÌ5 dieta suis, nec vcrbum verba vcncncnt (i); 

la maldicenza e la calunnia continuavano a dominare era 
gli uomini di lettere, e Boncorapagno, preludendo alla sua 
Palma, doveva fare agli studiosi questa raccomandazione : 
« Rogo illos, ad quorum manus hic liber pervenei'it, qua- 



(i) Hahs, op. cit. 



Intorno all'epistole di Cola di ^'en^o 411 



** "^nus ipsum dare non velìnt rncis emulis, qui, rasotitulo, 
* *^^e quinquc s.ilutationum tabulas non composuisse dice- 
^ t>ani, et qui mea consueverunt fumigare dictamina, ut per 
^* ftjmi obtenebrarioncm a multis retro temporibus compo- 
** sita videantur, et sic mihi sub quodam genere meam glo- 
^ »4ain auferrenc », 

Pochi, io credo, avranno mai pensato alla potente arma 
'^i guerra... letteraria che questa interessantissima attesta- 
zione di Boncompagno ci scopre usarsi assai facilmente nel 
^^edio evo. I mezzi della diffamazione erano, come si vede, 
spesso disonesti, e i detrattori punto scrupolosi ! Ed anche 
altrove, annunziando il proposito d'unire in un sol corpo i 
due libri Qdms e Myrra, Boncompagno cosi s'esprime : 
(I Obtestor demum invidos, ut libros istos per fumum te- 
« nebrare non velint, sicut quidam fecerunt de quibusdam 
ff tractatibus meis , . . Coniuro per Omnipotentem furrivos 
« dcpiIatorcs,ne, abrasis titulis,ipsosexcorient, sicut quidam 
V raeos alios libros turpitcr excoriarunt ». 

Boncompagno, che la superiorità dell* ingegno faceva 
principal bersaglio alle invidie dei mediocri, segna come il 
culmine delio sviluppo a cui Vars dictandi, qual'ò rappresen- 
tata nelle Snmmac e nei Dictamina, arrivò nel secolo xm. 
Quell'arte s'era andata intanto sempre più immedesi- 
mando colla pratica notarile, elevata oramai a dignità di 
scienza ufficialmente insegnata. 

Troviamo, infatti, a Bologna alcuni insegnanti, specia- 
listi di ars ttotaria (i), ed altri che, come Pietro Paolo 
de* Boatterii (2) nel principio del secolo xiv, v'insegnavano 
a un tempo ars dictandi e ars notoria. 



(i) Sarti, Dì cìaris arcby^mnasii Bononiànsis profcssorihus a sacc. xi 
usqtie ad xiv ; Bologna, 1769, tom. I, par. I, p. 421 e segg. 

(2) Questo insigne maestro è specialmente nolo come quegli che, 
mentre continuò le belle tradizioni dei dìctatorcs anteriori^ compose 
anche il più celebrato commento alla famosa opera sull'arte nota- 
rile di Rolandino de* Passagerii. Morì P. Paolo de' Boatterii poco 



412 q4. Gabrielli 




Data una cosi fatta affinità dell'ari diclandi coll'arte nota- 
rile, e poiché le collezioni pratiche di modelli prodotte dall'una 
finivano per servire così facilmente anche all'altra, appare 
ben naturale che, fra le numerosissime collezioni di lettere 
pervenute fino a noi, molte ve ne siano che non hanno pro- 
pri.iinente quell* indole dottrinale e scolastica che fin qui 
v'abbiamo riscontrato, che non provengono da maestri e 
da insegnanti all'uopo destinati, ma scaturiscono più di- 
rettamente dalla pratica della vita, dagli eventi di tutti i 
giorni. 

È tutto un gruppo di raccolte epistolari, aumentatosi 
specialmente nella seconda metà del secolo xiit, dove, an- 
ziché la grave teoria della scuola, voi ritrovate la manife- 
stazione appassionata della vita pubblica, l'operosità giorna- 
liera delle cancellerie, massime della papale e dell'imperiale, 
la vita libera del comune; grossi e fitti zibaldoni, nei quali 
gli stessi scrittori, ch'erano dal loro ufficio obbligati a com- 
porre lettere in servizio ed a nome del signore o del co- 
mune, andavano (a mano a mano che venivano redigen- 
dole) a trascriverle e a raccoglierle insieme, perchè poi 
servissero altrui d'esempio e di modello. 

Ogni città libera ha il suo dictator, al quale spetta dar 
forma solenne alla volontà popolare, e la cancellerìa pon- 
tificia sta come a capo di questa numerosa schiera di notai, 
sparsi per tutta Italia. Ma come discorrere in poche pagine 
d'un soggetto cosi attraente, ma pur cosi vasto ? Basterà 
ricordare di volo le lettere papali raccolte da Tommaso di 
Capua, cardinale di Santa Sabina e notaio pontificio, e 
scritte tutte da lui medesimo: collezione celebrata quan- 
t'altra mai nei secoli xiu e xiv, e proposta come eccellente 
modello di stile epistolare. Il Dictator cpistolarum (i) (cosi 



dopo il [321. Cf. RocKtNGER, cit. scrìtto 'mSitiungshtTichUder jik,J4r, 
tViss. pp. 150 e 151 ; Movati op. cìi. cap. HI, 
(i) Pubblicato dairHAWs', op. cit. 1, v. 



Iniorno all'epistole di Cola di T(ien\o 41J 



Tommaso di Capua intitolò Li sua raccolta) indicato al 
^^^ tempo qual tipo dello stile curiale romano (aJ nativam 
Romani styìi indolem), menrr'è ancora una prova del carat- 
•cre speciale ch'ebbe lo stile cancelleresco della curia pon- 
^^cia^ rìe&ce anche importante per ciò: che le lettere del 
pontefice finiscono per rappresentarvi il minor numero, di 

f"^otitea quelle scritte in nome proprio dair.iutore... Curioso 
*^*^o, e non unico tra questi epistolografi ufficiali; in cui 
^^"Vente rambizìoncclla dell'uomo sopraffa la ^<rc>crd(wa ri- 
^*^ezza del cancelliere! E son lettere d*ognÌ genero e d'ogni 
^^sura, dove Tommaso ora avvisa ad un amico, troppo 
P'^ro a rispondere, di non esser solito a ripetere due volte 
'^^^a preghiera (i) ; ora invita un altro a farsi vivo in per- 
'"^^^^na, e non con epistole soltanto (2); una volta annunzia 
* un seccatore l' inesorabile dilazione d'un sussidio richie- 
^ "^ o (3) ; un' altra volta accompagna con brevi parole il re- 
^S=nlo d'un cavallo, giA appanenuto ad un prete... (4). É 
*■ ^"ìsomma un vero uomo di mondo, questo dotto segretario 
*^^J Gregorio IX! (5) E accanto a lui come non ricordare 



(i) « Scrìpsìstis super co quod scitis; sed cur non exaudivistis 
^» preces nostra» ? Non est nostri moris vile5cere in precibus iteran- 
%dis w. H.VHS, op. cit. 1, 555. 

(2) « Quìa solent esse, quc apprehenJuniur visibushomìnura, no- 
« tiora, de stata vcsiro me aliosque nostros de curia certificare cu- 
ti retis, non per epistole vcl nuncii missionem, sed per cKhlbìcionem 
« presencie corporalis a. HAH>f. op. cit. I, 5 (2. 

(3) « Venturus ad coHoquiumprincipis, pecuniam expetisln subsì- 
« dium expensarum. Wrum, cum adhuc incerta sit suiuma, usque 
(r ad reditum poterit dìiTerri peticìo, ut ex certitudine sumptuum sub- 
« sidii certitudo forraetur ». Hahv, op. cit. I. 

(4) « Mittìtur equus, qui et palefriduni gressus placentia et dcxta- 
« rium persone statura prcseniat. Sane quod clerici crat, recepii a 
(c clerico. In reliquo vero, si quid forte defuerit, adiectìo supplcat ex- 
« pcrientie militaris ». Hahx, op. cit. I, 366. 

(5) Fu egli probabilmente che, delegalo da Gregorio IX a trattare, 
insieme con Giovanni vescovo di Sabina, la nota pace del 1230 tra 

Archìvio della R. Società romana di t torta patria. Voi. XI. 3B 



414 



e^. Gabrielli 



un'altra collezione epistolare, che circolava per tutto 11 mon ^^ 
còlto di quel tempo ? 

Intendo la raccolta di Pier della Vigna, di questo m-^>' 
simo tra i notai medievali, ch*ha in pugno la sorti non d'urta 
sola città, ma d'un regno, e che tanto bene incarna ilrip*> 
deirantico cancelliere, quale lo vagheggiavano gli uomini 
dei secoli xni exiv. Con Tommaso di Capua, il segretario 
di Federico II stette anche in corrispondenza (i), e il cor»^ — 
mercio epistolare di questi due uomini, di questi due a.*"— 
denti meridionali, che la politica non era riuscita a dittai — 
dere, e' inspira oggi una schietta simpatia, 

E dopo la collezione di Pier della Vigna, eccone ilcr"«r 
tenerle dietro, e primeggiare quella di Berardo di Napoli (2)^ 
notalo della cancelleria papale sotto Urbano IV (i 261-126-4.) 
e Clemente IV (i 265-1 268). Egualmente dotto in retori *ra 



il papa e Federico II, scrìsse la famosa lettera aW\imathsimo wstro 
figìio, che comincia : 

(t Si Annj, discessum Tobiae fìlli sui non sustinens patienter^n^ 
« lacrv'mis effluebat; si, morae impaiiens, quotidie circuibat omf*- 
« per quas rcditum anxic pracstolabaiur, vias, et tandem in supere^' 
«r moniissedens, viso de longinquo Alio redeunte, ineicplicxbili eau«r%io 
« exuliavit; quanto nunc tripudio hilarcscatMater Ecclesia, quicfili"»-*"' 
« excclsum prac regibus lerrae ad se recepit redcuniemli. R--^^' 
SALDI Oderici AnnaUs icdcsiaUki, anno 1250, n. x. 

(i) Ecco, come saggio, una lettera brevissima, un vero W<K^^-^^' 
indin7:zato dal segretario di Federico II, a nome deir ìmpcrator^^^^ ' 
Tommaso dì Capua : 

« Equura hispanum gratanier accepimus, ab expcno probatu — ^"^ 
(c Quem tanto chariorem habcmus, quanto gratiora sunt muncr» 
« ccrdotum m. Epistoìarum Petri de VncEis libri ri } Basilea li 
libro IH, lett. xix. 

(2) Cito i due testi più notevoli in cui riscontrasi il oonie Ji 
rardo. Una lettera *d*Urbano IV (Pertz, Archiv, V, 449) neon 
R Magister Berardus de Neapoli, subdiaconus et notarìus ao<tcr 
Clemente IV, a di i*» novembre 126J, si scusa di non poter iflviJ 
il suo notaio Berardo alla cone della regina di Francia. (Pomu^ 
n. 19407). 



Intorno all'epistole Ji Cola di ^f(ien^o 415 



■ 



^ in giurisprudenza, anch'egli trascriveva e riuniva le sue 
'^tterci che, raggruppate in collezioni adattate ai bisogni 
cosi delle scuole come delle cancellerie, erano alle une e 
^"e altre proposte qua! modello di stile epistolare. 

TI Delisle (i) indicò nella biblioteca Nazionale buon 
'^Utncro di raccolte epistolari certamente a lui dovute. An- 
^h'egli, come Tommaso di Capua, inseriva spesso lettere 
P'"oprie tra quelle scritte in nome del papa e che forraa- 
^^.rioil fondo della collezione; nei suoi Diclamina (2), una 
specialmente ne va menzionata da lui diretta al re di Na- 
poli. Nel ms, 761 della biblioteca di Bordeaux, illustrato 
^^1 Delisle (scritt. cit.), si trovano anche altre tre lettere 
^^taiposte da Berardo in nome proprio, una delle quali, in- 
'''«"ìzzata a Gregorio X, felicita quel papa per la sua recente 
^^^^vazione alla sedia papale. Finalmente, le Ephtolae itola- 
' ^ ^^ (3)1 ^' Berardo pur esse, contengono parecchie let- 
*^^e d'altri illustri personaggi di quel tempo. 

Ma chi affermasse che col graduale modificarsi dello 
. t^irito medievale sia quasi cessato il culto dell'i^ri diciandi 
^-^ Italia, non sarebbe nel vero. Se noi estendessimo la nostra 
*^pida rassegna anche ai primordi del Rinascimento, ve- 
dremmo facilmente come quest'ars diciandi, avente il suo 
Caposaldo nelle lettere di Cicerone e di Plinio, uscita per 
*t>reve tratto dall'insegnamento, venga poi, quando gl'Ita- 
liani ritornano all'adorazione dell'antichitA classica, a rien- 
trarvi qual parte ragguardevole delle bumaniores literac. 

Ma qui ci trattengono i lìmiti imposti allo studio 
nostro. 




(1) Kotices Tur cinq manuscrits dt la hihìio0}èqu£ Nationak et sur un 
manuscrit t/c ìa hibliothèquc de Bordeaux conttmants dcs rccucils épistoìaira 
de B^rard de Kaphs in Wotices et txtraits da mss. He. tomo XWII, 
parte I ; Piirigi, 1885. 

(2) Bibl. Naz. dì Parigi, mss. lat. 8581 e 14175. 
(3} Bibl. Naz. di Parigi, ms. Ut. 4) 11. 



41^ 



C^. Gabrielli 



IV. 



I trattnri epistolari di cui ci è occorso far cenno S ■* 
qui, hanno giA dato modo di vedere come ciascuno ^^' 
essi comprendesse due parti distinte: teorica l'uni, e ^ 
esposta in forma affatto dottrinale, ed era Yars diam^^ 
propriamente detta; l'altra, per contrario, tutta pratica, "^ 
costituita dalie formule e dai modelli epistolari, ed cf j* 
quella che chiamavasi la summit. Ma, dovendo preporre * 
titolo a una compilazione, si pigliava il tuno per la paT^*^ 
e s'usava inditferentemente l'una o Taltra delle due den 
mi nazioni. 

Quella duplice forma però non manca mai nelle o] 
dei dictatores, e con essa i Dictatnitia costantemente si 
producono, ripetendosi, copiandosi e rassomigliandosi 
ni modo, che pur da un materiale assai limitato (i) n 
riesce difficile trarre le teorie più generali e più largjnier^» ^ 
accolte. Ed è appunto questo contenuto comune ai oun:^^ 
rosi tr.irtati d'epistolografia medievale che, secondo Tordi:^^ 
dato alla nostra esposizione, ci conviene ora present-»^ 
nelle sue linee principali; cercando di stabilire come 
tradizionale autoritA dei maestri volesse formata Tcpisio^^ 
quante e quali parti le prescrivesse, quali ornamenti 
stile consigliasse, quali escludesse; che forma, insomrr:^ 
assumesse, uscendo da una scuob di retorica, una letrc^" "'_ 
del XII o del xm secolo. 



(t) Mi corre l'obbligo dì notare che allo studio dei DictamÙLi \ 
a stimpa per opera specialmente del Rockinger, m'è sembrilo J< 
ficicntt: pel mio lavoro, d'indole affatto generate, a^ungcrt vtl 
mente il contributo che mi veniva dai citati codici : Vallicclliano C, 4 
Ciuciano I, \\\ io6 e Chig. I, V. 174, i quili tuitavta non «odo 
non piccola parte del materiale che può opportuoameute serrile ^' 
nostro argomenta 







Intorno al repistole di Cola di T^'eu\o 417 



Una stabile e sicura distinzione delle parti, nelle quali 
debba dividersi la lettera medievale, non si ritrova prima 
J* Alberico di Monte Cassino, che fu, sembra, il primo a 
enumerarle. Sui passi di lui camminarono i dictatores che 
vennero poi, cosicché, tranne lievi modificazioni, la teoria 
tlelle scuole rimase per questa parte tal quale qui la rias- 
sumiamo. 

Cinque parti, possiamo dire, doveva contenere Vepi- 
itoltz : la salulalio, Yexordinm ò bencvolentiae captatioj la 
narrtìtio, la petitio e la coticlusio. A queste, qualche trat- 
tato aggiunge la vaìedktio e la data, che, insieme alla 
saltitatio, vengon chiamate estrinseche, mentre wtrinsecbe 
sono dette le altre. Ma il maggior numero dei maestri ita- 
hani non riproduce una cosi fatta distinzione. 

E anche da notare che qualche altra enumerazione 
conae una, per esempio, che vuole le parti d{:ìl\'pistola dì- 
stinte in salutaiiva, motiva, progressiva e conclusiva (i)) 
non è in fondo differente se non per !a variata dizione, 
P -stendo sempre in essa rientrare le cinque parta più ge- 
'^«^ralmente adottate. 

La sahitatio ha specialmente sviluppo nelle lunghe serie 
"' niodelli che se ne davano. La semplice e piana formula 
classica: « Alcuinus Thcophilo salutcra »> si trova alterata e 
^^"^plificata fino dal ix secolo, E già a quel tempo ci occorre 
"ria salutatio come questa: « Optimo Theophilo, bis binae 
evangelicae veritatis discipulo ctsanctarum quadrigae vir- 
* ^^tum.fidelium quadriga amicorum, piena charitLitis nave, 
^rans alpinas aquas dirigit salutem n. Con non minore ar- 



(t) La parte lalutativa <t pcrsonas nominatur et dcbitum charitatis 
1' *?3Lsolvit Ji; la motiva « fundamentum est persuasionis, fulcimentura 
**3tcniÌonis, ìncitamenium affectìonis, causara concipiens efficacem 
*^*<1 proposìtum obtìnendum j»; Li progressiva tratta il negozio prin- 
^*Pa1c; la conclusiva « sicut fldclis obsietrix, fructum ab aliis clau- 
' iulis generatum receptare conatur». Ms. latino 14357 della bìblio- 
^ca Nazionale di Parigi, illustrato dal Vai-OIS, Op. cit. VI, 51. 



4i8 



qA. Gabnelli 



tificiositA i dktatùres dei secoli xii e xm danno, a secouiL 
della pcrsoni cui In lettera è diretta, la formula di saluta 
giA belTe fatta, e, ubando talvolta anche certi prospetti e 
tavole sinottiche, insegnano con quali parole si debbanc 
salutare i vescovi, gli abbati, gli studenti e ogni sona tì 
persone (i), sempre tenendo fisse le due grandi caiegori" 
in cui dividevasi la società medievale: ìaici ed rccUsiastic^ 
e ciascuna di queste due grandi classi distinguendo neitr« — ■* 
gradi: suprcmns, nudins, infimus, 

A queste formalità della saìuìniio si stava rigorosamcnl 
attaccati, e i maestri davano ad esse un.i singolare inipi 
tanza. D'altra parte insegnavano che, a differenza di qualcl^ 
altra parte icWc pi stola, che potevasi omettere, h salutata '^ 
era d'obbligo, qualunque fosse il tèma della lettera. 

L'esordio (cxordinm') era detto anche proctmum o p^^\ 
verbitim, e tale denominazione venivagli dall'essere, secoix 
il consiglio dei dictaiortSy generalmente formato da una 5< 
tenza o da un motto tolto ora dai pochi scrittori class 
studiati, or dalla Bibbia e ora dagli scrittori sacri più f^ 
voriti. 

Di questa parte tuttavia l'epistola poteva anche mx *^ 
care: non era, a ogni modo, necessario aver sempre a-l^' 
mano il motto o proverhlum (2) con cui aprire la Icttcr" -* 



(i) Sebbene gii riportate dal Vaiois (op. cit. p. 56)» ci pi; 
trascrivere ancora, a modo di sag^o, le se^jucnii formule di itsluU 
che si trovAno nei manoscritti, appartenenti al dictator Transtnon 
da noi già sopra citati (p. 598), Dice adunque quello scrittore c*»^' 
scrivendosi alle sante vergini, cosi devesi salutare: Virginità •** 
«sacris talis cenobii, talis persona, salutem et veniente spoos" t^^" 
« bere succensas lampadas oleo sanctitatis ». E scrivendosi i stuJcrv 
« Salutem et facundiam consequi tullianam », oppure : « In sicris 
« nonibus gratiam promererì »; od anche: «lustinianum iuris p' 
cdentìa imitarì u. E ad un usuraio: «salutem et de lucro capri' 
«et crastìno cogitare», oppure: n tantìs abundarc succcssibui* *^ 
« universitas invìdeat vicinorum ». 

(a) «SI dictator non habet proverbium ad manum id '** 



r V-en 



Intorno aìPepisioIe dì Cola di ^{ìen^o 419 



aerano, del resto, a risparmiar la fatica delle ricerche, 

'"fighe serie di proverbia glA raccolti e raggruppati dai 

°iiiestri per uso degli scriventi ; troviamo, per esempio, nei 

^'ciamirta : Proverbia Saìonionis, Proverbia de libro Eccksia- 

^^^n^ Provcrbuì de libro lesti, Proverbia Senece, Proverbia de 

'^fis decretalium snrnpta. 

Per i casi in cui non si volesse esordire con un motto 
^ con una sentenza mi nota, s'han moltissime altre serie 
^ «•-vt^Jji/ gii formati dai maestri e adattati alle più varie 
^^^cosunze. 

Ed uno li dispone per ordine alfaberico, secondo, cioè, 
^ iniziale della prima parola, e ne presenta dieci per ogni 
^^ttera; un altro li ordina secondo il verbo che v'c adope- 
^^to, e cosi via, Arengae son chiamati questi esordi da Guido 
^aba (j) e da Boncompagno Fiorentino (2), che entrambi 
^>€ danno serie abbondanti e interessantissime. 

Su la narratio mi par curioso notare questo ben strano 
F>recerto, quasi costantemente ripetuto dai maestri : - Si 
^ee narrar sempre qualche cosa, anche quando nulla real- 
rnente vi sia da narrare. - La cosa, però, non è diificile a 
spiegarsi; essi avevano appreso da Cicerone essere la nar- 
'^atio una parte essenziale dell'orazione, e ciò che a propo- 
sito di questa insegnò Marco Tullio, avevano, senz'altro, 
«steso anche alV epistola, genere pur tanto diverso di scrittura ! 
Anche la narratio doveva sempre cominciare con talune 
espressioni fisse e immutabili, le quali sono, si può dire, 
riassunte tutte da una spede di prospeno compilato da 
Ponzio Provinciale e stampato opportunamente dal \'a- 

« quod ìntendit captet benevolcntiam auditoris »* (Biblioteca Nazìo- 
aale dì Parigi, ras. latino 994. Cf. Valois, op. cit. VII. 59). Di qui 
sMntende facilmente come l'esordio venisse assai comunemente chia- 
mato dal maestri : hencvolcntiac captatio. 

(i) Cod. Chigiano I, IV, 106, e. 48 v*. V. sopra, p. 404 del pre- 
sente scritto. 

(2) Vedi sopra, p. 409 del presente scritto. 




420 



q£ Gabrielli 



k>is (i). Lo scnctore comindava, per esempio: « losmua — - 
tione praeseatium discredoni vestrae clareat v^ieraadae^ 
quod », e qui seguiva Peqiosìzione dei fàtd. 

La petòhen Tunica parte, che, secondo gli stesa ékta- 
tores, non poteva disciplinarsi con regole fisse. 

La conclusio finalmente veniva cod ^finìu: « Con- 
« dusio est estrema dausula epistdarìs eloquii, que sermo- 
« nem terminat materiamque consummat, in qua maxime 
« curandum est ut, que superius dieta sunt, digna et recepta- 
« Ulia comprobentur, et quedam abreviato cdm^dio rea* 
«piente animo profiindius infigantur». 

Dopo la distinzione delle dnque parti, i trattati epkto- 
lari indicano gli ornamenti di stile (ornamenta^ onde k let- 
tera va abbellita. 

Abbiamo gii accennato come per designare il num^rus, 
di cui parla Cicerone nell'Oro^or, s'usava dalle Aries SoA" 



(i) Op, ctL p. 63. Lo riportiamo qai integralmente: 





pnuMBtivm 




pneMndt pagliiu 


Rcwntione 






liuituniodi paglnalae 


Dccuntionc 






ittins cednUe 


Ifuiouarìone 






huÌQsmodt petitorit 


DcmoBStrfttìone 




•cripti buiut 


SlgmficAlione 






praeseotlum HterAniin 


ladicatlone 






ìitius icrìpti 


Tenore 






Kripturae ìstìui 


Apertione 






iitorum apicum 


Norificatione 






praesentium 


Enucleatìooc 






ìsta Ittteratorìa 




praescnti» pagioulae 



dOflUMUtlOIU 

diaer«ttoai 




nobiUtitt 




■tnauitsd 




paterBitati 




tioceritati 




probitati 




sanctìtati 
honestati 


Tcatrae 

vd 
tuae 


benignitati 




religioni 




caritati 




pietati 




mansuetudÌDi 




societati 




dilectioni 





cUnat 
pateat 

liqueat 

appareac 

claroni fiat 

dcclaretur 

manifeatetur 

insinuetur 

significetur 

norificetnr 



faoooraadat 

metnendae 

peramandae 

excelleoti 

praeccllenti 

divulgatae 

apertissimae 

generosae 

provni^tae 

ttominaue 



Intorno all'epistole di Cola di "^eìf^o 421 



^^^trzsm la parola cursus (i), e quelle regole d'armonia con- 
^'SliiUe da Cicerone airarte oratoria e volte a governare 
^ cadenze del discorso forqnsc, applicavano anche al ge- 
^'^r^ epistolare. Sembra che in ciò i primi maestri d'Or- 
^^ns fossero molto parchi, e del numerus facessero conto 
^* > ma senza regole troppo rigide, e solo badando, ad 
*^*"^cchio, a certa musicalit;\ del periodo. L'esempio del- 
* esagerazione venne ai Francesi dalF Italia, e specialmente, 
*^ri dai primi del secolo xii, dai notai pontifici, i quali an- 
*^^Tono formulando regole d'ogni genere, massime intorno 
^"1 suoni onde dovevano finire gl'incisi (2). Gi;\ d'un tale 
'^xnificioso ornamento abusavano i notai d'Onorio II (1 124- 
* 154); ma negli anni che seguirono, venuto in moda il 
cosi detto stile gregoriano, al cursus s'attribuì un'impor- 
tanza addirittura soverchia dalle cancellerie d'Eugenio III 
^1145-1153), d'Anastasio IV (1153-1154) e d'Adriano IV 
(1154-1157). Invece, fuori d' esse, gli scrittori non si la- 
sciarono, sembra, pigliar troppo la mano dal nuovo arti- 
Ificio, e rimasero più strettamente fedeli allo stile di Cice- 
rone, « stylo videlicet Tulliano, in quo non esset observanda 
(i) « Apposìtio, que dicitur esse artificiosa dictionum structura, 
«ideo a quibusdam cursus voaiur, quia, cum artificiose dictiones lo- 
« cantur, currcrc sonitu dclectabill per aures videntur cum bcnepla- 
' «cito audiiorum ». Boscompagno, ms. 8654 della Nazionale dì Pa- 

ri^ Cf. cit. Notices et nxtraits des mss. ite. XXII, parte II, 1868; 
cit. lavoro di C. Thurot. 

(2) « Pcdes autem, secundum cursum Romane curie, talilcr ordi- 
« nabis. Dcbes enim incipcre tuam cUusulam ab uno spondeo et di- 
u midio, vel a pluribus, a dactylo nunquara, nisi sunt conlunctiones, 
n Ut: idio, imitar. Punctum vero facies vcl super duos spondeos, 
«dactylo precedente, ut hic: latortm prisintium mino vobis, aut super 
« dactylum, ut hic : noscat vcstra discrtiio presotti pagina. Finis epi- 
tf stole fit quatuor modis, aut super duos spondeos, aut super ires, 
«aut super trcs et dimidium. aut super quatuor ». Ponzio Pro- 
vociale, Sitmma dictaminiStms. 865} della Nazionale di Parigi, f. 6 v", 
descritto nelle cit. Koticcs et extraits dts tnss. ctc. XXII, parte li, p. 38- 



^feuJfc' *^^ 



0£ Gabrielli 



a pedum cadetitia, set dictionum et scfltentiamni colo- ^ 
a ratio i> (i). 

^ Lo stile gregoriano adunque mostravasi, nel cursus, più*^ 
nnificioso, secondo le attestazioni che ci vengono dalla-^ 
cancellerìa pontificia. Molti scrittori però, seguivano la tra- - 
dizione della scuola d'Oriéans: più spigliata semplidti, 
meno bavagli di dattili e di spondei» e solo quella garbau 
coloratio dicHonum et smtmiiarum^ che Giovanni Anglico 
raccomandava. Tuttavia, a cotesta forma ]nù libera e franca 
s'opponeva, tra gli altìi. Maestro Bene dì Firenze in un 
luogo notevole da noi gii citato (a), schierandosi coi se- 
gretari papali contro 1 maestri d'Orléans. I quali - se s*ha 
a credere a Boncompagno - non giKU'davan troppo pel sot- 
tile alle brevi e alle lunghe, e poco lusingavano l'oiecchio 
delicato di coloro, che rimanevano più attaccati ai precetti 
della cancelleria pontificia. 

Un'infinità d'altre regole, attinte da Cicerone, da Quin- 
tiliano, da Isidoro di Siviglia, s'aggiungono a governare 
lo stile nelle Artes dktandi; ma tutte non sono meno appli- 
cabili ^epistola che a qualsiasi altro genere di scrittura. Si 
può dunque senza danno lasciare questa parte, e citare 
piuttosto qualche norma dittatoria che si riconosca essere 
im portato nuovo della coltura medievale, e non una ne- 
cessaria conseguenza dell'antica tradizione classica. 

Ma, una volta messi per questa via, quante sottigliezze, 
quanti bizzarri artifici, quante vane distinzioni e suddistin- 
zioni non dovremmo faticosamente seguire! Eppure, tali 
regole, al tutto meccaniche ed esteriori, che potente aiuto 
ci prestano a scoprire i diversi atteggiamenti che pren- 
deva il pensiero degli uomini del medio evo! 



(i) Poetria magislri Iohannis Anglici tf^ arU prosayca, metrica et 
rithmica, pubblicata in gran parte dal Rockinger, cìt, QuelUn und 
EròrUrungen etc. I Abth. pp. 485-512. 

(2) V. sopra, pp, 392, 393. 



Intorno all^epistole di Cola di T{ien^o 423 



i 



Dicevano, per esempio, che il vocativo non doveva 

P<^i"si mai in principio d'una data sentenza, ma in mezzo 

^*J- in fine. Invece il nominativo, se trovavasi in una fnisc 

**^sicme con casi obliqui, doveva a questi posporsi; e ciò per 

^^'-iscire all'opposto di quel che avveniva nella declinazione, 

'^«^'se il nominativo si preponeva. Se poi occorrevano più 

*^^3.si obliqui, dovevano sempre collocarsi nello stess'ordine 

*^^^ d'essi segui vansi nella decIina:iione; cosi, per esempio: 

^ Trium puerorum (gen.) laudibus (dar.) hymnum debitum 

v**-cc.) voce consona (abl.) pcrsolvamus ». 

Fra tutti i casi, il genitivo riscuoteva le maggiori e piò 
^I>iccate simpatie. A moltiplicare quanto più potcvasi le 
c>crc;isionl d'usarlo, i dìctatorcs consigliavano di mutare il 
'Nominativo in genitivo, sostituendo al nome, che dal primo 
*^3so erasi trasportato al secondo, un altro nome. Cosi, per 
esempio, invece che: « Vestra agnoscat probitas », meglio 
^t scriveva: « V' estrae prohitatis agnoscat discretio ». E 
^Xitto ciò per dire: Sappiate! 

Discorrevano poi a lungo del luogo ove fosse da porre 
*■! verbo, prevedendo tutte (e possibili combinazioni. 

S'usassero, insegnavano, più parole che fosse possibile, 
ad esprimere il proprio pensiero; cosicché l'abbondar nei 
vocaboli superllui non solo era lecito, ma costituiva un 
peculi;ir pregio dello stile. Non si risparmiassero avverbi, 
dove e quando potevasi, e di preferenza s'usassero: qnidcm, 
Ctjuuhm, sane, profecto, quippc, sciUccij videlicet e inique, e 
non soltanto se efficaci o necessari, ma « sola omatus et 
« bonae sonoritatis causa ». Insoinma, Vcpisioìa, massime 
se composta a particolare graviti, tanto più era pregevole, 
quanto più riuscisse ornata et prolixa, scritta con enfasi, 
ripiena di metafore e di traslari... E a raggiungere questa 
pretesa perfezione, le Artes dictainhmm davano giA prepa- 
rati i mezzi. 

-Questi, a ogni modo, non sono che accenni; il copioso 
materiale esplorato si presterebbe a uno spoglio paziente, 



424 



C/f. Gabrielli 



lungo, minuzioso, del quale il poco ch'ahbiam detto co- 
stituirebbe appena una piccolissima parte. Quel poco è ti 
tavia sufficiente a disegnare le caratteristiche generali A 
Vars dictandi 

Dopo ciò, se, rifacendoci presente quanto s*è venuto 
notando sui dictatores e sull'opera loro, ci volgiamo per 
poco - nella seconda tnetA del secolo xiv - al modesto 
scriba di Roma, che ne divenne poi il supremo signore, c^ 
attirò sopra di sé gli sguardi di tutt* Italia, occorre spon 
tanea la domanda: Fino a qual punto quest'abbonJ; 
letterauira degli epistolografi, perfezionata, più che ali 
nelle scuole medievali di retorica, potrà rispecchiarsi 
lettera appassionata di uno che, come Cola di Rienro. ir 
fu certo, nel senso dato fin qui alla parola, un episrolo* 
grafo? Vero è che negli anni giovanili Cola esercitò^ 
professione di notaio: ma che cosa rimase dell'anrico t*' 
bellione nel novello tribuno del popolo romano? 

Studiare con cosifatti intendimenti le lettere di Cola ^ 
Rienzo è coglierne l'aspetto più singolare e più curioso 5 
un tale aspetto non può essere del tutto trascurato da et 
come noi, si prepari a discorrere dell' Epistolario di Co- 



spoii- 

1 



1 



Cola di Rienzo è tal figura storica, che non può no 
attrarre potentemente chi si faccia a studiarla, Ogginv 
non è più soltanto fra gli artisti e i romanzieri che ccrt^ 
periodi storici, certi episodi, certi antichi nomi trovano, 
preferenza di altri, simpatie più vive. Anche la rigida ri-' 
cerca obbiettiva si volge con maggiore intelletto d*amorc'' 
a quelle figure del passato, le quali si possano in ogni loro 
lato studiare sotto punri di vista cosi ditì^erenti e molte- 
plici, che, accanto al ricercatore erudito, lavorino ancj 



nch& 



I *^Sauno per la parte sua, il filosofo, lo storico, il poli- 
I ^^o, lo psicologo. 

I Tale è, sembraci, il caso di Cola di Rienzo, intorno al 

' 9u^e gli -studi moderni hanno ancora tutto un lungo lavoro 

^*i compiere. Perocché - è bene notarlo subito - ciò che si 

' ^^risse di lui nei tempi andati è, per universale giudizio, 

*^^ii povera cosa, e si p;iò ormai riassumere in poche 

Parole. 

Il maggior nucleo di notizie su Cola pervenne ai vecchi 
I ^xnjditi italiani della nota fifa dell'Anonimo, riprodotta in 
'^Ti grandissimo numero di manoscritti (i), e, oltre che 
^al Muratori (2), stampata più volte anche a parte (3). 
-^d essa sono poi da aggiungere le Istorie pistoiesi (Mura- 
tori, Rer, liaì. Set, XI), la Cronaca di Giovanni Villani, il 
€Zhronicon Estense (Muratori, Rer, ItaL Scr, XV, 4 18), il Chrc- 
-^coft Muùncnse (Muratori, Rer, hai, Scr, XV, 108) e pochi 
altri scrittori che toccano per incidenza della storia di Cola. 
Ancora: alla storia, per quanto grossamente narrata, 
del tribuno servirono alcuni annalisti ecclesiastici, come il 
Bzovio (4), il Rainaldo (5), THocsemio. Quest'ultimo anzi 
- come notò già il Papencordi - ci ha pure tramandate 
alcune lettere di Cola. 

Cosi andò formandosi il fondo delle notìzie per i bio- 
grafi che vennero poi ; ma bisogna pur riconoscere che 

(i) Solamente alla biblioteca Vaticana, una fugace esploraxione 
dame compiuta m'ha segnalato otto manoscritti della l'ita: <f Ot- 
tobon.1511 »; « Oltobon. 2568»; « Ottobon. 2615 n; « Ottobon. 2616»; 
«Ottobon. jiSj >t; « Cappon. 241 »; (f Cappon. 242 »; «Vatican. 5522 ». 
Anche alla Casanatense ho potuto vedere una copta della nta nel 
ms. E, IV, 31. 

(2) Atttiq. Ital ni, 249. 

(0 Per la storia esterna di questo curioso scritto e per le di- 
spute agitatesi intorno alla sua genuinità, rimando al Papencordt, 
Cola di Rienzo imd scine Z^it; Amburgo, 1841, p. 318 e sgg. 

(4) Annaìts ecchsiastici, t. XIV. 

(5) AnnaUs ecclesiastici, t. XVI. 



Intórno all'epistole di Cola di ^'en\o 425 



O^. Gabrielli 



alcuni di essi, lasci;mJo da parte le alirc fonti, s'atten- - 
nero semplicemente alla Vita dell'Anonimo. Solo per ob- 
bligo impostoci dal tèma, ci occorre ricordare i vecchi 
lavori del padre Dii Cercau(i), di Tommaso Gabrini (2), 
di Zeffirino Re (3), di Francesco Benedetti (4), rimaneg- 
giamenti abbastanza affrettati, e privi d'un qualunque va- 
lore critico. 

Altri storici intanto, come il Sismondi (5) e qualche 
altro, eran tratti, dagli avvenimenti stessi che narravano, 
a discorrer di Cola, mentre studiosi come il De Sade (jS) 
e il Levati (7), illustrando la vita del Petrarca, s'occupa- 
vano anche per necessita de! tribuno di Roma. 

Questi erano i libri apparsi su Cola di Rienzo, allorché 
Felice Papencordt pubblicò il suo geniale e notissimo 
volume. 

Dopo il dotto storico tedesco, niun altro forse si volse 
di proposito alla vita di Cola di Rienzo, se si eccettuino 
lo Zeller (8), l'inglese Schmitz (9) e, ultimo per ordine di 
tempo, il signor Emanuele Rodocanachì (jo). Ma la breve 
compilazione dello Schmitz non ha lasciata traccia dure- 
vole nel campo degli studi, e i! volume del Rodocanachi, 



(0 Conjuration de ì^icoìas Gahrini; Parigi, 175}. 

(2) pìsirviiiioni storico-critiche su la vita di Cola di Ri4n:ip: Roma, 
1806. 

(5) Kiifl di Cela di Ritnio ; Porli, 1828; ristampala rccentemcnic 
dal Le Monnier, Firenze, 1854. 

(4) nta di Ccìa di Rienio nelle Opi:rc dì F. Benedetti, per cura 
di F. S. Orlandini; Firenze, Le Monnier, 1858, voL U. 

(5) Histoir£ ài.: fépuhìiqucs itaìióutus ; Parigi, 1818. 

(6) yjmoités pour sen'ir A Vhisioin àe PHrarque, 1764- 1767, 

(7) ^''*'i,\^' '^'' Petrarca: iMÌIano, 1820. 

(8J Us trihum c-t tes révolutions en Italie; Parigi, Didier, 1874. 

(9) Coìa di Ritrtii Rom's Tributi; Londra, 18K6. 
(xo) Coìa di Rietino, histoirc de Reme de t}42 à /;;^; Parigi, A. La- 
bure, 1888. Cf. VArchivio della R. Società Romana di storia patria, 
XI, 181 e sgg. 



wtno alVepistole di Cola di T{ien-;o 427 



fecondo gì' intendimenti stessi dell' A., non va oltre i limiti 
*l*iina narrazione abbastanza brillinte e d'una biografia 
'^iiscretamente accurata. 

In conseguenza, non è punto scemata la nccessitd di 
tornare, guidati da mire alquanto diverse, sull'argomento, 
^> anzi tutto, di porre fuori d'ogni discussione il documento 
più attendibile sul quale si fonda la storia del rivolgimento 
polirico promosso in Roma da Cola di Rienzo: intendo i 
frammenti di storia romana, scrini in romanesco nel se- 
I colo XIV e pubblicati dal Muratori, i quali comprendono 
! in se anche la sopra citata Vila dell'antico tribuno. Un'edi- 
zione critica di questo libro, comparso finora in pessime 
edizioni, è tra i più vivi desiderata degli studiosi. 

Or nulla meglio dell' Epistolario di Cola può spianare 

I la ria a questa ristampa, e completare nel tempo stesso 

la Vita in quelle parti dov'essa più scarseggia di notizie ; 

e tale fu il motivo principale, da cui venne consigliata la 

nuova edizione delle lettere di Cola. 

Questo r interesse dell'Epistolario in r^ipporto alla storia 
di Roma. Ma, come il lettore avrà giA notato, lo studio 
riassuntivo, che noi abbiamo fatto precedere ali* illustra- 
zione delle lettere di Cola, ci addita anche un altro curioso 
aspetto, per il quale esse debbono necessariamente attirare 
l'attenzione degli studiosi. Egli è che, colla scorta dell'Epi- 
stolario, l'antico tribuno si presta ad essere considerato 
nella sua peculiare qualità di scrittore di lettere, e l'epistola, 
quale fu da lui concepita e redatta, ad essere esaminata 
nella struttura, nello schema, nella composizione, in tutta 
insomma la sua parte formale ed esteriore. 

Un tale studio ci pare opportuno per più riguardi, e 

assai utilmente, a nostro avviso, può precedere le brevi 

1 considerazioni, che poscia esporremo, sul contenuto delle 

lettere, sui fatti che vi si accennano, sulle persone a cui 

sono dirette, 

LIl problema da porre è assai semplice: — Per quanto 



428 



G/i Gabrielli 



lonnne da qualsiasi pretesa dottrinale, continuano esse m| 
qualche parte, le lettere di Cola, la tradizione dotta ddH 
repistolografia medievale ? 

Nessuno certo al suo tempo sognavasi di vedere, nelle j 
lettere del tribuno, dei modelli scolastici, come, per esem- 
pio, ncll'accennate collezioni di Tommaso di Capua o &\ 
Pier della Vigna: ma esse non avevano minor diffusiooc ' 
di quelle composte dai due celebri cancellieri. Basu ricor- 
dare Tanestazione di Francesco Petrarca: « Unum sacc- 
scriveva egli a Cola (i) - an sci;is, an cogitcs, an ignortfl 
« nescio, Litteras mas, que istinc ad nos veniunt, noncxD*j 
« mes apud eos quibus destinantur permanere, sed conica 
«stira ab omnibus tanta sedulitate describi tantoque stuif»! 
« per aulas pontificum circumferri, quasi non ab homiacj 
« nostri generis, sed a superis vel antipedibus misse sint». 
Ben altro però che didattici erano i motivi, per i quali* 
cólta persona, e primo il Petrarca, ricercava con crescente 
mteresse quasi ogni parola scritta da quest'uomo, chepif 
lava sotto 1* impulso della passione, parlava di cose eh: 
accadevano menti' ei le narrava, di farti di cui era egli ^e*^ 



il protagonista ! 



Riconosciuto alle lettere di Cola un tale caranerc 
riesce subito fadle immaginarsi se esse potevano sempre 
rispondere alle regole formulate dalla scuola, coosacraK 
nelle Summac, prefisse all'epistola medievale da una t^ 
zione letteraria non interrotta. 

Eppure anche Rienzo, mentre talvolta s'adattava as>aJ 
male a queircs.igerato formalismo, molte altre volte non 
si sottraeva interamente alle tendenze letterarie del ict^^ 
suo. Se, per esempio, consideriamo nelle epistoU ài Co** 
la distinzione delle note cinque parti, in più d'una Ji^ 
non la troviamo riprodotta con quella rigidezza chep*"^ 
scrivevano le Artes dictandi ; ma in pareccliie altre vc<fc^j 

(i) De Sade, Mémoirts, tomo III, Fiic^s jusHf. XXXI. 



Intorno alVepistole di Cola di T^en\o 429 



vediamo le pani nettamente divise. E queste si prestano 
^e seguenti osservazioni, che riassumerò brevemente. 

A cominciare dalla parte introduttiva àtiW*tpistoìa - la 
salutaiio - noto che la soverchia ampollosità di stile, pro- 
pria (come vedemmo) alle salutationcs delle lettere medie- 
vali, non si riscontra in Cola quasi mai : egli si mostra in 
generale assai parco tanto nel peasiero quanto nell'espres- 
sione. La salutatlo a lui più usuale è la seguente: « Auctore 
*» clemenùssimo Domino nostro lesu Christo » ; e qui segue 
il nome dello scrivente: «nobili viro» o « nobilibus et po- 
« tentibus viris »; e qui il nome del destinatario o dei de- 
stinatari: « salutem et cum rcconciliatione Dei pacem et 
« iiistitiam veoerari » (i). Talvolta la salutatio è anche più 
semplice e più breve, come, per esempio, questa: a Auctore 
* dementissimo Domino nostro »; segue il nome dello scri- 
^^^ute: « magiiificis viris»; segue il nome dei destinatari: 
^ salutem et plcnitudinem gaudiorum » (2); tal'altra allude 
^■* doni dello Spirito Santo, dai quale Cola si riteneva inspi- 
^^^to: «salutem et dona Spiritus Sancti suscipere iustitie, 
*^ libenatis et pacis » (3). Quando la persona, alla quale la 
'■'attera era destinata, fosse, per condizione sociale, superiore 
*^llo scrivente, la consuetudine epistolare imponeva piut- 
tosto alla salutatio la forma del vocativo; e questa infatti 
si vede adottata da Cola tutte le volte che scrive al papa 
o air imperatore Carlo IV, sempre da lui salutati cosi : 
«Sanctissime pater et clemcntissime domine», e «Scrc- 
t nissime Caesar Auguste ». Del resto, anche hidiri^zandosi 
a un amico di Avignone (che non sappiamo con certezza 
chi fosse), Cola usa la forma del vocativo : a Amice karis- 
« sime » (4}. In questi casi il nome dello scrivente, anziché 



(i) EpìsL lett II e VI. 
(a) Epist. leu. XIV. 

(3) Epist. lett. XVI. 

(4) Epùt. lett XII. 
Archìvio Sfila R. Società romana di itoria patria. Voi. XI. 




J9 



l 



q4. Gabrielli 



»«ti<» ù 3iodo classico, della salutaiio, vicn posto 
..^ .^u^pstalit, ora semplicemente enunciato, ora nel^- ^ 
. >i. Vcster servulus Nicolaus recomendat » (i), o' 
vj v . ^ XicoLius recomendat in oratione » (2)- Nel pi^ 
vv'J^ >lv'ìU prigionia a Raudnitz e ad Avignone, quand"^ 
•ivuK^ i*xstone s'è fatto asceta solitario e la figura di li^— - 
'a ,.>^u«o.> un carattere mistico di veggente, egli seguit^^ 
Nvxtv*^criversi : « Cola Rentii tribunus », come se quelli nor^ 
«.>^^t> che anni di riposo volontario per l'esaltato domi- — 
luwH^ dì Roma. 

L'esordio, nel maggior numero delle lettere di Cola,— i 
,sSxNkndo alla regola consacrata nella Summae, costituisce 
.oKi p^ute a sé, distinta e separata dalle seguenti. A prova 
41 ctvS basterebbe ricordare le lettere al papa del 5 agosto, 
>kl 15-3^ agosto e dell* 11 ottobre 1347, nonché quelle 
u Fiorentini del 5 e del 20 agosto 1347. Ma non sola- 
^jNSUe Vexordinm doveva formar parte a sé: i maestri da- 
vano anche le regole per comporlo, e spesso presentavano 
v*ccù medesimi bell'e fatte quelle lunghe serie di arengae, 
che già abbiamo menzionate, traendo di preferenza il pro- 
t\T/»i«;// dai libri più in uso nel medio evo. Cola, nel cui 
spìrito l'inspirazione biblica era cresciuta vivissima fin dagli 
anni giovanili, e nella cui coltura la Bibbia aveva cosi no- 
rcvole parte, ci dà più d'una volta esordi tratti dai libri 
sacri e specialmente dai Sahni. Così nella lettera del 20 no- 
vembre 1347, diretta in un esemplare a Rinaldo Orsini 
v' iu un altro, pressoché simile, ai Fiorentini (3), per an- 
nunziare la sua vittoria sui Baroni a porta San Lorenzo, 
esordisce colle parole dì David : « Haec est dies quam fecit 
« Dominus; exultemur et laetemur in ea » (4). Pure un'altra 



(i) Epist. lett. XXXVI. 

(2) Epht. lett. XXXVII. 

(0 Epist. lett. XXVII e XXVIII. 

(4) Lìhcr psalmcnim, CXVII, D, 2 j. 



Intorno all'epistole di Cola di ^ì(ienio 43 t 



¥ 



Jettcra al popolo romano, contenuta in un importante co- 
di<^e «iscellanco della biblioteca Feliniana Ji Lucca (capi- 
nolo della Metropoliuna, pluteo Vili, 545) e pubblicata 
gii dal Mansi (i), comincia col noto versetto: « Popule 
« meus, quid feci tibi ? aut in quo contristavi te ? responde 
«t mihi » (2). Un'altra lettera a Clemente VI (3) comincia 
aach'cssa: «Ne dolosarum linguarum astutia, a quibus 

<■ propheta supplicar liberari, vestra Clementia suspe- 

« ctum teneat, etc. », e si riferisce evidentemente al ver- 
setto: « Sepulcrum paiens est guttur eonjm, linguis suis 
« dolose agebant, iudica illos. Deus » (Psalm. V, C, 1 1). 
Si vede tuttavia a ogni pie sospinto che le rigide norme 
dei Dictumina sono per il Nostro più una necessiti che 
subisce inconsapevolmente, che un'emanazione del suo spi- 
rito e dell'indole sua. Fatta loro appena quella parte che 



(i) Stephani Balczu Miscelìattea, opera ac studio Iouaknis Dom. 
^^Nsi LucENSis (Lucca, 1762), tom. HI. 

(2) Del resto, non soltanto negli esordi Cola ha frequenti ci- 
tazioni bibliche, ma anche nel corpo di qualche lettera. In una, per 
«empio, da Raudoiti all'arcivescovo di Praga {Ine, « Recepì hoc die »), 

scrive cosi : « Intitulorum assumptione. . . me alias excusavi, et 

• dignum, dixi, et bonum est, quod humiìiasti me, Domim, ut disurr^m 
91 ìustificationis tuas » {Psalm. XXVII, D, 19). E poco dopo, nella let- 
tera medesima: « Dicere possim: Casti^ans castigavit me Do- 

1 rnimis, et morii non traàidit me a (Psalm. CXVII, C, 18). Ancora in 
un'iltra: « Et sic vere, ilio die Pcnthccostcs, implctum extitit vcr- 
• bum illud, quod eadem die decantatur: Exuf^at Deus et dusipentut 

I ir inimici àus et furiant {Psalm. LXVII, A, 2). Et iterum : Mittc Spiritum 
■ n Sanctum tuum ti retiovabis facicm terre o (Psalm. CHI, D, 30). Nella 
stessa già citata lettera all'Orsini e ai Fiorentini ci occorre il passo : 
' Deus noster .... digitos nostros, quos ad calamum ars ipsa docuerat^ 
n docens ad bellum, etc. a, che si rapporta al versetto: n Benedictus 
CI Dominus Deus meus, qui docct miinus meas ad proelium, et digitos 
« mcos adbcllum a (Psalm. CXLIII, A, 1) : ed ò anche reminiscenza 

bìblica il passo della stessa lettera « confìdimus ìnDeo.qui fecit 

<r mirabilia magna solus «. Ma gli esempi potrebbero continuare in 
grandissimo numero. 

(3) EpisL letL XXII. 




43^ 



Q/l. Gabrielli 



vuole la pratica epistolare, la forma è nelle sue k:'. " 
come sopraffatta dal contenuto: egli si sente incilzato .: ^ 
eventi, ch'or gli preme di narrare al papa, ora alle df^i 
vicine, ora agli amici più autorevoli, affinchè (dice Col 
« Teco non ne giunga alterata dalle male lingue, e 5C 
sappia piuttosto il vero della penna medesima di chi o 
Tattor principale ». 

Quindi, minuziose e prolisse narrazioni occupano 
lettere di lui, e specialmente quelle scritte nel primo e pi 
fortunato periodo della sua autorità in Roma; e la 
ratio, che i Dktamina volevano costituisse quasi 1j p»i 
centrale della lettera, qscq sempre dalla penna di Cola ss-^ i- 
luppata nei più minuti particolari. 

a Sappiate» -comincia egli a dire -, «non resti ascoso jLMi 
»* vostra Paterniti » che le cose andarono cosi e cosi; • ''^^ 
tt facciamo sapere *, « desideriamo che sappiate », asigt». ^' 
« fichiamo alla vostra amicizia » che questo e questo è i"^^- 

venuto r quali modi di dar principio alla ftarfiì^^ 

(o Vcsrram non latcat Sanctiratem » o « Clementi^ «^ 
a quod etc « (i), « Noverii vestra Paternitas » o « Sìd*^*^^" 
« tatìs vestre benignitas » (2), « Scire vos faciraus » * ra-J* 
w pimus », (\ Vos cupimus non latcrei) (3), « Amidtie vcsrx*^ 
« significamus (4)) erano giA inalterabilmente preserie^ 
dai dictaiores, come abbiamo di sopra notato. 

Poco o nulla è da dire su la pctitio e su la i-dfwiif**'" 
In questa Cola usa assai di rado il vale o vakU, cbc 
secondo l'arte epistolare, non era sempre opportuno iff' 
giungere, o Et superabundanti laraen - scrive un mic*^^ 
«de* più autorevoli - a quibusdam subiungitur valete, V^^ 
« non tamen in omnibus litcris ponere est oponunuro ■• P'*^^' 



(I) EpisL lett. Vili, XVI, xxn. 
(a) Epist. len. VUI e XXIK 
(j) EpisL leu. XII. 
(4) £>"<. leti. XIV. 



Intorno alTepisiole di Cola di ^en\o 433 



[tosto, egli offre a colui, cui la lettera è indirizzata, i suoi ser- 
p'igi nella forma che troviamo in una lettera al Petrarca (i): 
«Nos autem prontissimi sumus ad singula, que vestrum 
•respiciunt comodum et honorem ». 

Quanto allo stile (del quale vedemmo distinguersi due 

maniere: la naturale e V artifuiuU, e questa costantemente 

consigliarsi a preferenza di quella), molti e non brevi 

passi di grande chiarezza potrà, chi legga V Epistolario 

di Cola, porre accanto a periodi contorti, a lunghi brani 

intricati ed oscuri. Nondimeno, anche là dove lo stile 

^ppar gonfio ed enfatico, si ritrova sovente una non co- 

niune efficacia d'espressione. Non sì può, per esempio, 

negare certa spontanea vigoria a molti tra i luoghi, nei 

quali il tribuno difende l'opera sua: « Novit Deus - scrive 

« egli all'amico d'Avignone - quod non ambitio dignitatis, 

« officii, fame, honoris, vel aure mondialis^ quam semper 

« aborrivi sicut limus, sed desiderium comunìs boni totius 

« reipublice huiusque sanctissimi status induxit nos colla 

" submittere iugo adeo ponderoso attributo nostris hu- 

« nieris non ab homine, sed a Deo, qui novit si officium 

" istud fuit per nos precibus procuratura, si officia, bene- 

* fiaa et honores consanguìneis nostris contulimus, si nobis 
" Ptcuniam cumulanius, sì a veritate recedimus, si nostris 
" hcredibus facimus compositiones, si in ciborum duìctdint 
** «u/ voluptate aliijua deleaamur, et si quidquam gerimus 
° sjnmiifuni_ Testis est nobis Deus de iis que fecimus et 

• wimus pauperibus, viduis, orphanis et pupillis. Multo 
^ Vivebat quietius Cola Laurenrii quam tribunus » (2). 

Sembra che l'amico, a noi ignoto, avesse scrìtto a Cola 
*"Orrer voce ad Avignone ch'ei cominciasse ad aver quasi 
P^ura del suo nuovo stato, e Cola a smentire la falsa di- 
*^^rìa: « Ad id autem quod scrihitis audivisse, quod ince- 



(i) EffUi. Ictt. XV, 
(2) Epist leti. XII. 




434 



C/i. Gabrielli 



tt pimus iam terreri, scire vos facimus quod sic Spiriras 
Sanctus, per quem dirigimur et foveraur, facit animum 
e nostrum fortem, quod uUa discrimina non timemus: vero 
a si totus mundus et homincs sanctc fidci Christiane etpcr- 
« fidiarum hebraice et pagane contrarientur nobis, non fropt^ 
« ca terrercmttrìì» 

E più sotto: « Sed frustra tumescunt maria, fnistm 
«venti, frustra ignis crepitai conerà hominem in Domiao 
« confitentem, qui, sicut mons Sion, non poterit cornino- 
veri 15, 

Efficace è anche in molte parti - tenuto conto del 
gusto letterario del tempo - Tulrima lettera scritta ai 
Romani, nella quale Cola li apostrofa cosi (i): « Qae 
« fella, que canina rabics fecit vos bibere sanguinea!, ifi- 
« quam, mundum, sanguinem commaremum, et iisJec» 
«pedibus, quibus paulo ante virum hunc repetistis, le 
« lius letaliter impetistis, et eodem ore, quo : P'ival, tw 
« cantaveratis, eidem : Moriatur, moriatnr prodamastis, 
« iisdem nianibus, quibus in resumptione plaudebatisipius, 
« eum transfodistis, distraxistis, raembratimque cests (j*0 
« cecidistis ? 

Incitando Clemente VI a negare ogni fede a* suoi ^^' 
trattori, dice che, mercè sua, lo Spirito Santo aveva d*"^ 
fauci leonine di costoro tratto il popolo semigluiitum C^J 
e, scrivendo a Carlo IV, si paragona a un grand'olb*^'^' 
che r impeto dei venti abbia privato dei rami e d«?*^ 
fronde (3). Ma, aggiunge, a provar chi egli sia, resta sc^ 



(1) Biblioteca Feliniana di Lucca, pluteo VILI, $45. 

(2) EpisL leu. XVI: « Digneminl non credere illis, a quor*^ 

(t faucibus et ore Iconico scmìgluiìtum populum Spiritus San^r'*' 
(f traxit per me a. Questo passo trova certo riscontro in quc$t*al^y^ 
della lettera XXXI a Carlo IV: tr Nulla adhibeatis fiducia vcrbìs m^*" 
« doncc veriias sit masticata mature maturius et dìgesia.» ». 

(5) Epist. Ictt. XXX: o Factus sum stcrilìs usquc ad tcmpus, «*^" 
(t arbor ventorum austeritatibus denudata ». Anche nella cit. IcttcTS 



Intorno all'epistole di Cola di l^ienio 435 



P^c il suo glorioso passato: la sua figura seguita a dominare, 
aita e maestosa, come un vecchio castello solitario su la 
vetta d'un momc (i). 

Tal era Tuomo: e dove ritrovate fin qui lo scrittore di 
lettere? 

Ma ccco^ di nuovo, V influenza della retorica e dell'ari 
dictatoria tornare ad affermarsi in certe particolaritA di stile, 
ctie il Nostro prendeva e appropriavasi dalla tradizione epi- 
stolare d'allora. Cosi è, ad esempio, per le espressioni : ptirac 
diUctiortb affcctus (2), sincerai dikcùonis affectio (3), 7,clum 
tzfnofìs (4), usate costantemente per amore, bcnevolcn:{a e 
simili, al modo stesso che pel verbo amare adoperavasi 
spesso dagli scrittori medievali: gelare amorcm (5). Ancora, 
un tributo al vezzo del tempo sono, nelle lettere di Cola, 
espressioni come: andivi attdittim vcsirum (^, facert facta 
vestra, vidert videor (7), htalius IctaìiUr, maturius mature (8), 
\ le quali tutte ricorrono assai frequenti nel latino dei se- 
i coli xn e xiiK 

S Importantissimo riuscirebbe uno spoglio minuto delle 
foriTie più accette al nostro scrittore, dei vocaboli quasi 

» ^«elusivamente proprii airepistolario di lui. Noto, per limi- 
^^'^i solo a qualche esempio; 
popolo romano, che trovasi alla Felìnìana di Lucca, si paragona, 
'^^^ndo lo stile più ampolloso, a un grand'albero, che per la sua 
stessa altezza è più facilmente battuto dai venti: « Arbor cmìnens, 

■ • ^ttltis fecunda ramusculis, prona est ventorum procellas recipere 
* ^ cvcrti ». 

( « ) « Qui5 ego sim occultari non potest, laraquara civitas sita 
«Mper TQontem ». 
U) EpisL lett XX. 

(3) EpisL Ictt. VI. 

(4) Epiit. lett. XIV. 
(0 EpisL leu. XVL 

(6) EpisL lett. XXV. 

(7) EpiiL lett XXXI. 

(8) EpisL lett, XXX. 




43^ 



C/i Gabrielli 



a) existere usato costantemente invece di esse (i); 

b) inkndamns e simili invece d'htiendimns (ital inten- 
diamo). 

e) huiusmodi quasi sempre sostituito ad huius (2); 

S) terminus declinato qual sostantivo della seconda 
declinazione; esempio: « elapso prefato termino » (3); 

e) parole latine affatto medievali, come: stantah (4) 
(bandiera, insegna), disrobaiio e disrobare (spogliare) (7), 
usate soltanto da Pier della Vigna, liga (alleanza) (6), rr- 
laxare nel significato di scarcerare (7), intonare e intombare, nel 
senso che ha la frase : « Orbem intonizare processibus » (8); 
oppure parole di bassa e corrotta latinità, quali offcndicu- 
him (9), usato la prima volta da Plinio, dumttificare (dan- 
neggiare) (io), di Cassiodoro, affcctarc p^r procurare, cercare 
con insisten:^i e simili, come nel passo : « prò vestre dcsi- 
« derio libertatis, quam affcctamus » (i i). 

Più facilmente che in questa minuta analisi di forme 
isolate, ci è d;ito vedere la relazione fra Rienzo e Yars 
diclatìdì degli anteriori epistolografi in ceni strani oma^ 
menti di stilo, che ricorrono incessantemente nei modelli 
dei diciatorcs. Rammentiarao, per esempio, la cosidetta agno- 
tnìnatio, per la quale essi studiavansi di riunire artificialmente 
in una frase parole di suono al rutto simile, e le alternavano 
e le ripetevano e le intrecciavano variamente. Ecco qualche 



(i) Veggansene specialmente esempi nelle lettere XVIII e XXI 
MV Epistolario. 
(2) EpisL Ictt. I. 
()) EpisL len. XXIV. 

(4) Episi, leit. XVm. 

(5) EpisU leti. XXVI. 

(6) Epist. lett. XXIV. 

(7) Epist. Ictt. XVI. 

(8) Episi, Ictt. XV. 

(9) Epiit. lett. XVII e XVIIL 
(10) Epist. len. XVm. 

(n) Episi. len. XXIX. 



Intorno alVepistoU di Cola di T{ien\o ^yj 



csctnpio: « Traxìsti miseranilo, rrahe beatificando, O 
« anima miserabiliter mirabilis, mirabiliter miserabilis, ve- 
« nerabìliter amsbilis, amabilitcr venerabile! »>; « Felix con- 
• ventus, Felix concentus, ubi .li^uilo non fiat venius a; 
o Mlttimus vobls hominem plenum melle, sine felle; plus 
« cairn habet mellis, quam fcllis, plus araoris quam hor- 
c roris; simpliciter prudcntcm cr prudenter simplicem; tur- 
« turem cum castitateet columbam cum simplicitate n (i). 

Or bene, di questo genere d'ornamento Cola usa con 
discreta parsimoniii, in confronto di coloro, dai quali gliene 
veniva l'esempio: mun'nltra applicazione io credo potrebbe 
scoprirsene nell' Epistolario, fuori che nei tre luoghi se- 
guenti. 

Una volta, all'abate di Sant'Alessio, scrive: « Peto pati 
e quecuraque Dorainus passus et quecumque placuerint 
e Domino prò me passo » (2). Dice un'altra volta al solito 
amico in Avignone: o SÌ ad liter.is non respondimus, pro- 
o cessit ex diversitate ardua ci arduitate diversa negotio- 
« rum n (3). E infine nella chiuda d'una lettera al figlio: 
« Benedictus Benedica bencdictionoin etcrnam » (4). 

Si noti anche, fra le stranezze di stile, il seguente esem- 
pio d'un curioso bisticcio o giuoco di parole: e Dicitur- 
scrive Cola - quod piierilifcr animus : respondemus quod 
V verum est quod pure agimus, quod per pucrìùam denota- 
« tur; et Deus mandat C{Moà putrì laudent ipsum ») (5). 

Altri invece fira i tanti omamnita, enumerati dalle Artes 
dictamhns, veggonsi usati dal Nostro con insolita frequenza; 
come, ad esempio, la quasi costante sostituzione delle pa- 
role: mea parviias, trua hnmiUtas e simili al semplice ego, 
o la straordinaria profusione degli avverbi: quidem, equidcm, 

(i) Cf. Valois, op. cit. cap. IIL 
(2) Epist. lett, XLI. 
(j) Epist. lett. Xn 

(4) EpisL lett. XLIII. 

(5) Epist. lett. XXIII. 




438 



g4. Gabrielli 



qtiippe, sane, projecto, scilicet, utique, videlictt, adoperati osola 
« ornatus et bonae sonoritatis causa ». 

Come dunque nelle lettere di Cola si rispecchiano e il 
culto singolare per Vanticliità classica e lo studio non ia- 
terroito della Bibbia e le attente letture dei classici più ben 
accetti al medio evo(i), vi si scorge anche indubbiamente 
(pur tenendosi alle sole e scarse osservazioni che abbiamo, 
come saggio, presentate) l'influenza non piccola della scuoU 
e della tradizione epistolare anteriore. Conclusione questa 
che ognuno prevederebbe a priori, ma che non sari sem- 
brato inutile avvalorare con qualche prova. 



VI. 



Allo studio intomo alla parte esteriore, formale, scola- 
stica dell'Epistolario potrebbe seguirne un altro, piii fia*^ ' 
sottile, che cercasse di cogliere nelle lettere di Coli ^ 
successive fasi per cui andò passando e modificandovi ^ 
grado a grado lo spirito di lui : dai primi tempi dtl hi^^"" 
stato - quando con mirabile lucidezza d* intendimenti ?^" 
sa concepire, se non attuare, la nuova lega delle atti i^-^' 
lùine - ai giorni cristi dì Praga - quando la sua mca^^; 
perduto a mano a mano l'equilibrio altre volte serbato, ^ 
sembra talvolta addirittura quella d'un allucinato. Egliall'^'^ 

(i) Basterà citare due soli esempi di classici citati da CoU 
lettera XXXI dice : « Qujproptcr imperiali supplico Majcstali ^ 

CT tenus non patÌAtur nomea meum bonum contamìnarì - 

« nam. ut Boetius noster ait, qtu mistri patùàntur, creduttìur ah ft^' 
« nihiij mtruissé ». (BoEao, Philosophiai consohitionis libri V; Lipsia, '^ . 
bncr, 1871, 1, 4, !49). E la lettera XXXVIII: « Et ideo, quanto i^^ 
« neronixat in me, tanto tucior ad patiendum ìmpetus icìusùcìc P 
n ficiscar. Nara, ut obmittanus allegationes sacras» sub quìbu$ V 
« rumquc vpocrisis delìtescit, Salustìus noster ait immundiUa^ m»^' 
« ribtti <t virìs tahorcs coni'fmre, et Tìtilìvius ; forUim' ttgtrt ti for^ 
n paii Romamàm «s(». 



Intorno all'epistole di Cola di '^en^o 439 



ice e si contradice, si difende e si accusa, oggi super- 
ente sdegnoso, domani in umile atto di pentimento 
Qzi ai suoi persecutori. Un'onda sempre crescente di 
icisnio lo invade tutto, e paralizza iu lui qualsiasi altra 
ita del pensiero, e diventa credulo e pauroso come un 
bino: a Se un fanciullo, - dice egli medesimo - incon- 
lomi per via, mi dicesse ; Tribuno, domani morrai, un 
enso terrore s' impadronirebbe di me, e temerei che 
DO dallo Spirito Santo venisse quel triste avviso » (i). 
iti come questo sarebbero un sussidio davvero pre;!Ìoso 
ricerche dello psicologo che volesse esaminare le let- 
Bci riguardi della propria scienza, 
via fermarci su tali considerazioni non è lecito a noi 
^assai più modesto compito ci siamo proposto, e che 
piente vogliamo seguire l'Epistolario nei più importanti 
che gii porgono occasione. 

^er poco che si rivada col pensiero la vita di Cola di 
20, apparir;! naturale la divisione delle sue lettere in 
principali gruppi, che corrispotidono a due ben distinti 
)di della sua vita. 

Tutto pieno d'avvenimenti incalzantisi senza posa, ci 
ostra nella storia di Roma Tanno 1347; ma è appena 
indato i! 1348, che già Cola è scomparso dalla vita 
ica. Cosi chiudesi per il tribuno il primo e brevissimo 
(do d'attività. Passano due anni, e nessuno forse pensa 
d povero Cola, chiuso nella contemplativa solitudine 

fMaiella : quand'ecco le esortazioni d'un santo ro- 
smuoverlo d' improvviso dalla sua inazione e richia- 

dalla vita ascetica del convento alle lotte delTuomo 
ico. Cola lascia il ritiro dell'Abruzzo, si pone in viaggio 

mEpisU lett. XLII: «.... Et sum adhuc talis sempiìcìtatis et 
e, quod sì pan-'ulus unus puer transeunti mìhi per vhm diceret: 
)UDe, cras procul dubiomorierìs, ego an Spiritu Sancto verbum 

1 cxisicrct, formidarem . . . Scd vos, domini sapientes, estìs ita 
excelIcnics,quod formìdatio huiusmodi non subintrat ! ». 




440 



Od. Gabrielli 



per la Germania, presentasi a Carlo IV in Praga e gli espone 
i voleri di Dio. Cosi per Tantico tribuno comincia un periodoB 
nuovo d'attività, rappresentatoci d.ille lettere a Cario IV^ 
air arcivescovo di Praga, al cancelliere Neumark, nelle quali 
si rispecchiano i moti intimi dell'anima sua, si ripercuotono 
le sue sofferenze, si riflette insomma tutta la non lieta storia 
della sua prigionia, cli*cbbe fine, insieme col relativo pro- 
cesso, nel 1552. 

La morte di Clemente VI fu, coni* è noto, la salvezza 
dì Cola. Innocenzo VI, divenuto p.ipa nel dicembre 1352, 
non solo cessa di perseguitare il tribuno di Roma, ma si 
serve anzi di lui, quando invia il cardin;ile Àlbornoz a ri- 
conquistare il patrimonio della Chiesa. Cola, rimasto dap- 
prima a fianco de! cardinale nella guerra contro il Di Vico, 
ritorna poscia da Perugia a Roma, non più tribuno, ma 
senatore. Può questo dirsi l'ultimo bagliore della gloria di 
luì, e noi non possiamo ripensarvi senza deplorare che nes- 
suna luce getti su di esso rEpistolario. 

Basta dunque fermarsi unicamente alla distinzione nei 
due primi gruppi. Quale differenza fra le lettere del 1347 
e quelle del 1550! Quale mirabile chiarezza di concepi- 
menti nelle prime, «.lirette a Governi e a signori d'Italia, al 
papa, ad altri personaggi della corte avignonese! E che 
vivo e strano contrasto esse presentano colle posteriori 
del 1350! 

Tutte le lettere del primo gruppo appartengono al 1 347, 
tranne una, che Cola scrisse al popolo romano nel 1343 
per dar conto della sua ambasceria presso Clemente \'I (i). 
Air infuori di questa, non ci è pervenuta alcun'altra lettera 
che il Nostro abbia composta prima della sua elevazione 
al tribunato. In conseguenza, 1' Epistolario non di, e non 
può dare, particolari di sorta intorno ai mezzi coi quali Cola 
andò preparando il rivolgimento che meditava. 



(i) Epist. leu. I. 







La prima lettera scritta da Cola nella qualitA di tribuno 
porta la data del 24 mnggio 1347, quindi^ di soli tre giorni 
dopo quello memorabile di Pentecoste, in cui egli fu ac- 
cbmato nuovo signore di Roma. Per mezzo di essa, Cola 
di egli medesimo, indirizzandosi al comune di Viterbo, no- 
tizia del nuovo stato instauratosi nella città (i). Due set- 
timane appresso, scrive le stesse cose ad altri Stari e cittA 
d' Italia, come può vedersi nelle lettere del 7 giugno. Ri- 
,V€stono queste la forma, nel medio evo molto frequente, 
di circolare, e a noi non pervennero che negli esemplari 
destinati ai Governi di Firenze, di Perugia e di Lucca (2). 
Quello che venne tramandato dal Chronicon Mutìncnse (3) 
è soltanto un riassunto della circolare, diretta anche ai Mo- 
denesi, Sappiamo però con certezza che le stesse cose, in 
forma pressoché uguale, furono scritte a Todi, a Siena, 
3 Pisa, a Mantova e fors'anche ad altre città italiane (4), 
nonché agli Estensi in Ferrara e ai Visconri in Milano. Dal 
duca Gonzaga, già assai potente in Mantova, Cola si con- 
tentò d'invocare una parola di raccomandazione, affinchè 
la lettera da lui indirizzata alla comunità fosse accolta be- 
I nevolmente (5). * 

^^ Subito in queste prime lettere comincia a disegnarsi il 
l^ferogetto concepito da Cola, ed esso veramente ci appare 
panche oggi d'un uomo di genio. Trattavasì di costituire 
^^un'Assemblea italica, nella quale le nostre principali città 

^B (t) EpisU lett. !L 

H U) Bpiit. leu. Ili, IV, V. 

' (}) Muratori, Htr. //. Set, XV, 108. 

(4) Intorno all'esistenza di questa lettera interrogammo successi- 
vamente le Direiiionì acgli archivi di Siena e di Todi, di Mantova e 
di Pisa. Gli archivisti comunali di Siena di Todi risposero, l'uno il 
3} gennaio, Tallro il 17 febbraio 1888, che dopo attente ricerche non 
avevano punto rinvenuto la circolare richiesta ; e la mancata risposta 
^U archivisti di Mantova e di Pisa fa supporre, anche per questi 
altri due esemplari, un resultato ugualmente negativo. 

(5) Bpisi. lett. VI. 




442 



C^. Gabrielli 



dovevano essere tutte rappresentate con ugual numero di 
voti, e che doveva discutere e risolvere le querele dei sin- 
gob' Stati della penisola, esaminare le questioni d'interesse 
generale e rappresentare Y Italia di fronte ai paesi esteri In 
questo grande Consiglio - si vede chiaro - Cola voleva 
trovar modo di dare alla sua Roma la preponderanza e 
il primato. 

Mentre il nuovo tribuno va cosi delineando quella clic 
oggi diremmo la sua politica estera, non lasda di mertcr 
sott'occhio alle città italiane, cui si dirige, i notevoli mi- 
glioramenti operati nelT intemo della cittA, consistenti, 5^ 
condo lui, specialmente nella quasi miracolosa cessazione 
dell'intestine discordie e nella sicurezza riacquistala dalle 
strade che solevan percorrere i pellegrini nel recarsi 2 vi* 
sitare la tomba degli Apostoli. A questo proposito, si a*'^^ 
come quest'uomo, sulla cui azione politica non cessò il^H 
di pesare straordinariamente l'influenza d'una fede rcH- ' 
giosa viva e ardentissima, non trovava motivo, che, apir^ 
suo, fosse più acconcio dì quello addotto a procurargli il 
favore di tutta l' Italia : e e' insisteva, e ci tornavi su id 
ogni occasione con mal celato compiacimento. 

Ma più ancora che l'amicizia degli altri governi iulb 
importava a Cola, per molte ragioni, acquistarsi quella 
Fiorentini. A questi pertanto ei non si lica pago d' 
diretta la suaccennata circolare, ma, verso la fine di 
gno, invia pure quattro ambasciatori rom;uii coli* in 
d'esporre a voce il suo pensiero (i). La credenziale, coi 
questi erano accreditati presso la Signoria, è dau pi 
tero dall'Epistolario (2). 

Tali i primi atti di Cola, sui quali il corpo delle sm 



(i) Gli ambasciatori furono quattro, e non (come litri 
cinque. Cf. il mio scrìtto pubblicato ncìVArchivio Mìa R. 5nritì 
manii di storia patria, XI (t888), 183. 

(2) Epist. lett. VII. 



Intorno all'epistole di Cola di TJien^o 443 



lecere sparge non poca luce. Ma, in mezzo a cosi repen- 
tini mutamenti operatisi in Roma, non poteva il tribuno 
cehrsi gli obblighi, che il nuovo siato a lui creava verso 
la corte d'Avignone, né trascurare i rapporti fra il papa 
e la nuova repubblica. Che le preoccupazioni di Cola sotto 
questo riguardo fossero in principio assai vive, com'è atte- 
stato dal^e fonti indirette della storia di quel periodo, cosi 
è ripetutamente comprovato dalle lettere di lui. 

Riferendoci, entro i lìmiti del nostro scrino, solamente 
a quest'ultime, dobbiamo dire anzitutto che la corrispon- 
denza tra Clemente VI e Cola di Rienzo non cominciò 
colla prima lettera che di quest'ultimo ci sia pervenuta, 
diretta al papa T 8 di luglio (i). Già Clemente VI aveva, 
il 26 di giugno, mandata al tribuno e al proprio vicario 
Raimondo, vescovo d'Orvieto, un' epistola cumulativa, la 
quale fu tosto seguita da un'altra, indirizzata il 27 di giugno 
al popolo romano (2). Anche Cola, come si desume dal- 
l'esordio della citata sua lettera al pontefice, aveva, prima 
che con quella, con un'altra missiva notificato a Clemente VI 
il ntujvo stato sórto in Roma. Ad ogni modo, la lettera dell'8 
luglio è, tra le non molte pervenuteci, la prima, dove ì rap- 
porti del tribuno colla curia trovino una quasi completa 
illustrazione. 

Bene intende Cola per quale via riesca a lui più facile 
guadagnarsi l'animo del papa, e indovinando la soddisfa- 
zione, con cui Clemente avrebbe appreso che, mercè il 
nuovo regime, le più baldanzose e potenti famiglie patrìzie 
di Roma avevano, loro malgrado, abbassata la testa, si ferma 
in modo speciale su questo punto. E in realti, fin dai primi 
giorni del nuovo stato, i più illustri baroni, e primo il 
vecchio Stefano Colonna, avean dovuto lasciare la città e 
ritirarsi nel contado. Poscia, chiamati alla presenza del 



(t) Epist. lett Vm. 

(2) Pubblicate entrambe in: Papencordt, op. cìt. doc. ni e iv. 



444 



C^. Gabrielli 



nuovo tribuno, gli avevano giurato obbedienza sul corpc 
di Nostro Signore, obblij^undosi a non combattere mai con 
tre di lui, a non dare .isilo a masnadieri, a sur sempr<^ 
pronti al suo comando. Le leggi, che seguirono poco ap- 
presso, contro i nobili st)m) abbastanza note. — Decretar 
- dice Cola neiraccennata lettera - « quod nullus Romanus 
a deinde auderet aliqucni, nisi solum Sanctam ^cclesiam 
« Sanctitatemque vestram in dominum nominare, ut co- 
a gnoscat Romanus populus se alii quam Dco Sanctacque 
« Ecclesiac ac summo pontifici non subesse; et quod nul- 
u lara armorum picturam Ursinorum, Columnensium, Sa- 
« bellensium et aliorum quorumcumque magnatum, quibus 
a singulae Romanae doinus erant inscriptae, haberent in 
« domibus suis, deferreni in scutis, nisi solum arma Saactae 
« Ecclesiae Sanaitatisque vestrae et Romani populi » (i). 
Nel tempo stesso, per far fronte alle spese, Cola, fra i primi 
atti del suo governo, ordina un notevole aumento nella 
tassa focatico (a). 

Questi ed altri fatti del mese di giugno, già segnalatici 
da altri documenti, vengono con sufficiente estensione ri- 
cordati dalla citau lettera del!' 8 lugb'o a Clemente VI, e 
confermati da quella seguente, che Cola dirigeva, ai quindici 
dello stesso mese, al già ricordato suo amico, residente in 
Avignone (3). Qui però si annunziano anche altre leggi da 
mettere fra le prime del trilnniato, quali, ad esempio, l'as- 
soluta proibizione del giuoco dei dadi, le pene sancite contro 
la bestemmia, i mezzi di repressione del concubinaggio. 
Insomma, per quanto riguarda le prime manifestazioni della 
politica di Col.1, le due leircre ricordate hanno un'eccezio- 
nale importanza e servono cosi a dar notizie nuove, come 
a controllarne di gii date dalia Vita dell'Anonimo e dalle 
diverse fonti indirette. 



(i) Epist. pp. 21-2, 

(2) Episi. Ictt. Vili. 

(3) BpisU ictt. XII. 



L- 




Intorno al repistole di Cola di T(ieH-^o 445 



Frattanto, gì' ideali e le speranze, che agitavansi entro 
Io spirito esaltato di Cola, lo portavano naturalmente a 
vagheggiare la solennità di quella ben nota incoronazione, 
ch'egli annunziò alle citti italiane con lettera dei 9 di lu- 
glio, della quale soltanto le versioni indirizzate a Firenze, 
3- Lucca ed a Mantova sono pervenute fino a noi (i). 

Agli strani e curiosi concetti, che nei secoli xii, xiu 
e XIV s'eran venuti formando sul conferimento delle corone, 
eguale, secondo Topinione del medio evo, s'usava nel- 
l'antica Roma, non poteva sottrarsi V immaginosa ed en- 
I tusi.istica natura di Cola (2). Doveva a lui sembrare in- 
^P dispensabile che alla sua promo:^onc a cavaliere, annunziata 
^ per il primo d'agosto, seguisse la solenne incoronazione 
col tribunizio alloro. L'una e l'altra solennità viene per- 
tanto da lui annunciata nel tempo medesimo e nella me- 
B desima lettera. 

" Or giudicherebbe assai male chi nella promoxiotie di 
Cola volesse quasi vedere la prova di un innegabile di- 
squilibrio nelle sue facoltà intellenuali. Ognuno che abbia 
studiato nei principali suoi aspetti la vita del medio evo, 
"t^oaoscerà facilmente che, intitolandosi cavaliere dello Spi- 
"^^ Santo, Cola di Rienzo seguiva semplicemente delle 

P^^u manze già da molto entrate nella civiltà medievale. 
^^ è un'innovazione del romano tribuno quel carattere 
I 'ostico e religioso ch'egli diede alla cerimonia, perchè non 
1 ^^ allora soltanto il cristianesimo erasi infiltrato nel ceri- 
"***^iale dell'antica cavalleria e v'aveva lasciata la sua im. 
Pr<^nta. 

I vari e ben noti atti, onde si compose la solenne 

P^^^^0:^ionCj nulla contengono in sé, che esca si discosti 

*^^ Vjsanze gii invalse. La rita e le cronache narrano che 

, '^ tiotte precedente al primo d'agosto Cola dormi nella 



(0 Epist. leti. IX, X, XI. 

(2) V, Papen'cordt, op. cit. p. 118. 

Archivio delia R. Società romana di ttoria patria. Voi. XI 





44^ 



Oi, Gabrielli 



chiesa di San Giovanni in Laterano; ma gii da un secolo 
la veglia dell* armi era negli usi cavallereschi. Quando ac- 
canto al rito laico, col quale creavansi i cavalieri, s'intro- 
dusse paralleLimente, e con maggior fortuna, il rito eccI^ 
siastico, questa veglia fu forse la più importante innovariont 
del nuovo cerimoniale (i), se pure innovazione può chia- 
marsi, quando si ponga mente che, a prescindere dJk 
grandi veglie liturgiche di Pasqua e di Pentecoste, gii 
un notissimo testo dei primi anni del secolo xn (2)parb 
di lunghe veglie, dove si cantavano le gesta degli croi e k 
vite dei santi. 

Lo stesso è a dire del famoso bagno, che Cola prese 
nella vasca di San Giovanni in Laterano, dove, secondo 
la leggenda, Costantino fu battezzato e mondato dalla lebbra. 
Un tale uso, secondo un'assai verosimile opinione (j), nulla 
aveva in sul principio di simbolico, ma era un vero atto 
d'igiene; in seguito, però, la sua somiglianza col battesimo 
non tardò a imprimergli un carattere affine al primo sa- 
cramento della religione cristiana. 

Dopo la veglia del nuovo cavaliere, spuntata appi 
Talba, il cerimoniale prescriveva che si celebrasse la niC!** 
e quindi avesse luogo un solenne banchetto. Anche in 
la promoxionc di Cola dì Rienzo riproduce V uso comune 
e prima egli assiste alla messa, celebrata dal vescovo Rai- 
mondo d'Orvieto, poscia si asside con lui al rituale bic: 
chetto. 

Nello stesso giorno (i° d'agosto), Cola fa pubW 
mente la nota dichiarazione dei diritti che competoao al 
popolo romano e la citazione agli ^imperatori e agli del- 
tori (4) : il 2, consegna rispettivamente ai rappresentanù 



(i) L. Gautier, La chcvakrU; Parigi, 1884. 

(2) Vita S. fViUcImi (Mia Sanctorum maii, VI, 811). 

(3) Gautier, op. cit. 

(4) Cf. Re, op. cit. p. 217. 



Intorno alVcpistole di Cola di HJen^o 



ài Perugia, Ji Firenze, di Siena e di Todi uno stendardo 
(staitiak) figurato, pegno della sua immutabile amicizia (i). 

Infine, il giorno dell* Assunta (15 agosto) ha luogo la 
coronazione (2). 

Intorno a questi fatti notissimi, le varie biografie di 
Cola dinno suflScienti particolari, traiti dalle fonti sincrone. 
Ma, meglio che dagli altri biografi, queste vennero utiliz- 
zate dal Papencordt, nel cui libro la pittura di quei ca- 
ratteristici quadri, che solo il medio evo può darci, appare 
abbastanza viva e colorita. Nei riguardi delPEpistolario di 
Cola, rimane soltanto ad aggiungere che la più importante 
lettera, in cui egli parli del ba^no sacro, è indirizzata a 
Clemente VI (3). Il tribuno aveva cominciato a comporta 
avanti il primo d'agosto; ma obbligato a tardarne l'invio 
opropter nuncìi tarditatcm», aggiunge a ciò che aveva scritto 
il 27 luglio, l'annuncio dell'avvenuta sua promozione a ca- 
valiere e della consegna degli stendardi alle varie citti. 

Ancora dopo la festa dell'Assunta, Cola torna a scri- 
vere al papa, giustificando il suo operato e dicendo che 
sobnio i suoi nemici potevano metterlo in mala vista 
pesso Clemente VI, La lettera, infatti (4), ha questo 

esordio: «Ne dolosarum linguarum astutia Vestra 

«Clcmentia suspectum tencat, de cognitione meae 

«puritatìs auditum praesens litera Sanaitati vestrae trans- 
«mittitur, veri nuncia, mendacii inimica et dolo obvia 
«alicuius, qui ex acuta lingua, ut gladio in iaculatum sa- 

gittarum, nititur in occulto ». Si vede dunque come 

fin d'allora Cola nutrisse il timore di destare gravi sospetti 
nella curia, mostrataglisi nei primordi del tribunato abba- 
stanza benevola. 

(1) V. Chronicon EsUfise: Papencordt, op. cit. p. 155 e sgg. 

RODOCAM^CHI, Op. cit. p. 156. 

(2) Papencordt, op. cìl p. 137. 
(j) EpUt, kit. XVI. 

(4) BpisL leti. XXII. 



448 



C^. Gabrielli 



Ma per tornare, colla guida deirEpistolario, ai più no- 
tevoli avvenimenti del luglio, ci occorre rivolgere per poco 
la nostra attenzione alle lotte che Cola affrontò nel Pitri- 
monio in difesa del nuovo regime. Domati i baroni i 
mani, egli diede opera a debellare ì due più ostinati e | 
tenti avversari che resistevano al suo governo. Uno 
questi era il forte e fiero Giovanni Di Vico. 

Sull'importanza che quest'antica famiglia ha nella i 
di Roma medievale richiamò già l'attenzione degb' 
diosi il dott- Carlo Calisse (i), né giova ora spender: 
ciò altre parole. I Di Vico non furono soltanto signori pi>- 
tentissimi in quella parte del territorio, che sì chiamò Pa- 
trimonio di San Pietro in Tuscia, ma rivesrirono and 
quasi per trasmissione ereditaria, la carica di prefetti 
bani in Roma. In questa famiglia si perpetuò, come ] 
diritto acquisito, la prefettura, che, restaurata dagli Ott 
stava a rappresentare in Roma TautoritA imperiale. Ne< 
sariamcnte, «la cupidigia di regnare trasse i Di Vi*^*^ 
« star sempre in armi, or contro i papi, or contro il i 
« munc di Roma, che non cessavano, gli unì e l'altro, pcf 
« ragioni diverse, di rivendicare a sé la signoria deirann 
V ducato romano. E per sostenersi nella lotta inegualfii 
e Di Vico usarono di accomunare la causa loro a quella ^ 
« nemici della Chiesa o del Campidoglio; quindi fautori A 
« scismi, seguaci d'antipapi, ghibellini, nemici di ogni i^ 
« mocrazia, pronti sempre a trar vantaggio dal disordinCi 
« che spesso a ragion veduta provocavano a (2). 

Giovanni Di Vico, succeduto nella prefettura uri 
a Manfredi Di Vico (1537), ci appare, piò degli altri: 
antecessori, avido di dominio e di gloria. Aveva ca 
ciato col prendere Viterbo; poi s'era acquistato Ve 



(i) ! prefetti Di Vico, n^ìVArchivio della R. Socisià Romana < 
patria, X (1887). 

(2) Calisse, op. cìL p. 7. 



Intorno all'epistole di Cola di ^ien^o 449 



Toscanclla, e gran parte del Patrimonio. Il papa da Avi- 
gnone Linciava scomuniche, ed egli proseguiva noncurante 
^ suo cammino. Poteva dunque l'altèro prefetto piegarsi 
^iinanzi alla nuova signoria di Cola di Rienzo ? 

Già nella prima lettera al papa, da noi ricordata (i), 
>l tribuno scriveva d'aver dichiarato il Di Vico decaduto 
<ia.ll' ufficio di prefetto per non aver egli risposto all'inti- 
*^a2Ìone fattagli, di restituire al popolo romano la fortezza 
di Rispampani, posta fra Toscanclla e Vctralla. Quindi, 
etiche dopo rS di luglio (data della lettera sopra detta), 
Clola continua ad informarci colle sue parole delle vicende 
Per cui passa la guerra contro il prefetto: la lettera XII 
è scritta appunto nel tempo che Teserctto del tribuno te- 
ticva assediata Viterbo, dov'eransi ridotte le forze di Gio- 
vanni. 

Per quest' impresa, abbastanza grave. Cola s'era pro- 
curato, oltre le cittadine e le mercenarie, anche milizie al- 
leate. GiA la citata lettera VII, colla quale s'accreditano 
quattro ambasciatori presso la Signoria, aveva lo scopo di 
persuadere i Fiorentini a mandare aiuti alla Repubblica ro- 
mana. Ma quelli non si mostrarono troppo solleciti a ri- 
spondere all'invito, e la guerra del luglio contro il pre- 
fetto sembra che fosse compiuta senza le milizie fiorentine. 
Solo Giovanni Villani (2) dice che Cola ottenne dalla 
Signoria cento cavalieri, e promesse di nuovi soccorsi. Sap- 
piamo però con certezza che Perugia gli mandò centocin- 
quanta cavalieri, Siena cinquanta per tre mesi (3), ed altri 
gliene somministrarono Cometo, Nami, Todi (4). 

Nel novero delle lettere dirette a Firenze, la nota cre- 
denziale è ben presto seguita da un altra lenera del 19 lu- 



(i) Epist. Icit. Vili. 

(2) Cronaca, Hb. XII, cap. 90. 

(5) Cronaca Saruu ìa Muratou, Rtr, II. Scr. XV, 118. 

(4) Krte, I, 16. 




4JO c« 




ifateàt 

„ _ mCSMB 

^risrfi ugnaiiiiatfe, ^acdiè doni ì 
wem akd aoddd tibìeIE 9. 

Con tali pan^ Cob iDodevm evidasKnoir a ISaiV 
GiMat, OMie £ FomE, comto i qaale, Bkxtsos iei 
I)iVi£a,mobe le «nu. Finita, perà, gfiptcfisae in terflìoc 
£ sd gKKTii^ entro 3 quale ^E doTcra pccsezitani b Ca- 
pdogtio; altrimeati, saf^be sato dkfaitrztD rìbdk, e a ^ 
riebbe procedalo a mano amuta contro dì hiL Ocesta s;^- 
Wffs Cola fl 27 di luglio (3) ed evìdoicetneQte ^^■''"'ÌM 
il periodo dei sei giorni concessi al CaetanL 

II conte di Fondi non si piegò alT intimazioDe, e 002 
lettera del $ agosto al comune di Firenze (4) ed un'altra 
del 6 a quello di Todi (5) dimostrano che Cola intendc\'a 
abbatterlo coU'aiuto delle milizie mandategli dalle due òtti 
Ma i soldati di Firenze e di Todi protestarono & Q0& 
potere, a seconda del mandato avuto, uscire in campo foon 
di Roma; bonde il tribuno, in una specie di postscriptìm, 
prega i respettivi Governi di revocare, se mai lo avessero 
dato, quell'ordine. 

La guerra contro Nicolò Cactani presentavasi non 
meno difficile dell'altra già intrapresa contro il prefetto, e 

(0 Epist. lett. XIII. 

(2) EpisL lett XIV. 

(}) Epist. lett. XVI. 

(4) EpisL lett XVIIL 

(5) EpUL lett. XIX. 



Intorno all'epistole di Cola di Q^ien^o 451 



* Epistolario dA modo di seguirne abbastanza da presso gli 
^venti. Quasi tutto l'agosto si passò nell'a^peciazionc, mentre 
* soldati fiorentini persistevano nel rifiuto di combattere 
^ori della città, e Cola per altre due volte - il 20 (r) e 
*1 27 (2) - scongiurava la Signoria d'obbligarli ad ubbi- 
<iire. Ma questa par che fingesse di non intendere un cosi 
^atto latino. 

Tuttavia verso la fine d'agosto Cola scrive al papa (3) 
<^hìQ un esercito, comandato da Giovanni Colonna, sta com- 
l^aitendo con buon esito contro il conte di Fondi, e che 
**Vngelo Malebranca ne devasta le terre. Sernioneta, ròcca 
Jei Caetani, era aciaccau dalle milizie di Col.], le quali co- 
stringevano eziandìo il nemico a levar Tassedio da Fro- 
siinone, che faceva parte del Patrimonio della Chiesa. Poco 
«iopo, anche Gaeta spontaneamente s'arrendeva: Nicolò e 
Cjiovanni Caetani domandavano pace. Cosi è che ai 17 di 
settembre Cola può affermare il Caetani essere \into e ri- 
dotto ad obbedienza (4). Ma la vittoria fu di breve durata : 
"neirottobre il conte di Fondi riprendeva le ostilità, 

A misura che le nuove di Roma erano andate giun- 
gendo ad Avignone, gli umori della curia riguardo a Cola 
eransi venuti peggiorando, e gi:\ nella seconda met:\ del 
settembre si raccoglievano gli argomenti per muovergli un 
severo processo (5). Possediamo un'importante lettera al 



(i) EpisL leti. XX. 
(2) EpisL Ica. XXI. 
(0 EpisL leu. XXH. 

(4) La lettera XXIII, dalla quale ci viene questa notìzia, è diretta 
.t Rinaldo Orsini, e comincia così : » Post conculcationcm Fundorum 
« comitis, quam fecit virtus Spiritus Saucti absque effusiotu sanguinis 
«et alìquo ictu ensis, etc. ». £ chiaro però come Tespressione absque 
^gusiont sati^inis non debba riferirsi che ai soli Cactanij intenden- 
dosi che ad entrambi fu serbata la vita e la libertà. 

(5) K Miror equidera si Clementie vestre prudentia .. . flecti se pa- 
ce titur dolosìs suggestìonibus, fraudibus et astutiis inalignoruni ad ali- 




qA, Gabrielli 



papa (i), nella quale il tribuno sì difende dalle principali 
accuse rivoltegli. « Sono accusato - egli dice - con unto 
accanimeatOy perchè ho preso il militare lavacrum dcDì 
conca dove fu battezzato Coscanlino; ma o che forse cicche 
fu lecito ad un pagano, il quale mondava se stesso dalla 
lebbra dell'antico errore, non sarà concesso ad un crisriano 
che ha mondato un'intera città dalla lebbra della tirtn- 
nide? O che forse quella pietra è più santa del tempio in cui 
essa si trova, e nel quale fu sempre lecito il penetrare? E 
mentre un uomo, pentito dei suoi falli, può sempre ricevere il 
corpo del Signore, non potrà costui entrare in un battistero. 
quasiché questo fosse più nobile del corpo di Gesù?» (2). 

Appaiono, insomma, fin d'allora gli stessi argomenti 
air incirca che Cola ripeterà due anni dopo, quando, pri- 
gioniero a Praga, tornerà sul suo passato politico, e cer- 
cherà difendersi da accuse più che mai vivaci. Questo 
tuttivia si può affermare con certezza : che le due oelchri 
giornate del primo e del i j agosto avevano più specialmente 
contribuito a peggiorare le disposizioni di Clemente VI ri- 
guardo al tribuno, e a mutare in severità la primitiva be- 
nevolenza. 

Cola intanto si lasciava sempre più blandire JiUc h' 
singhe della sua apparente fortuna. L'Epistolario nelU citati 
lettera XXV dà notizia di quello che parve a Cola uno dei 

(t quid praeter verum, et contra vestram humillimatn creatuDm avo- 
« verit dictum. et ìnchoasse processus » {EpiiL leti, XXV). 

(1) EpiiU ien. XXV. 

(2) « Et SI in Pelvi, in qua bapcisatus cxtitìt Coosuntinus, Uri- 
rt crura mìliiareBUScepi, unde rcdarguor, nuniquid [ìd] quod rv 

«a lepra pagano, christiano munJanti Urbcm et populura a l- 
« viiutis tìrannicc non Ucebit ? Et iiumquid lapis cxtstetis in tempio, 
«in quod intrare licìtum extiiic et debitum, est s^mctior ipso tciu^lo, 
1 quod conferret lapidi sanctìtatem ? Nuniquid homtni confesso et 
« corde contrito, cui licet prò salute sumere corpus ( ^ U» 

a cebit intrarc conchara lapideam, que ctiam prò nihilo ; .^a^ 

« tudinem habebatur, quasi increpantibus huius sine devotionc fsctutn 




Tn torno afPepistole di Cola di ^'en^o 453 



suoi più brillanti successi, cioè deirambasciatii speditagli 
dal re d' Ungheria. Non senza celare la baldanza che ne 
traeva, il tribuno osserva che quegli ambasciatori non solo 
sottomisero al suo giudizio la quistione dell'assassinio 
d'Andrea, ma gli chiesero anche di perraenere la discesa 
dì re Luigi in Italia, e gli proposero una formale alleanza 
(lig(t)' O'*^» quanto airuccisione d'Andrea, Cola rispose 
che, domandandosi a lui giustizia, ei non potea negarla; 
ma nuILi disse intorno alla seconda richiesta, e, quanto 
alla formale alleanza, assicurò bastare la semplice amicizia. 
Dall' II ottobre al 9 novembre nessuna lettera del tri- 
buno ci è pervenuta, la quale concorra ad illustrare gli av- 
venimenti operatisi in quel breve periodo. Tra questi, spe- 
dalmente uno, ricordato dalla Fifa e da molte altre fra le 
fonti contemporanee, ebbe una seria influenza su le sorti 
del Intono stato, efuT.irrivo del cardinale Bertrando De Deux. 
Infatti, il legato pontificio, venendo da Napoli a Roma in 
atteggiamento chiaramente ostile al tribuno, dava a vedere 
quale ormai fosse la linea di condotta fissata dalla curia. 
Da quel momento la lotta fra Cola e la corte d'Avignone, 
dapprima latente, assunse ti carattere di guerra aperta e di- 
chiarata. Tanto più adunque si deve deplorare che non una 
lettera ci conceda di scoprire il pensiero di Cola intorno 
alla nuova attitudine di Clemente VI. Tale lacuna è pro- 
babilmente causata dal fatto che in quel tempo Cola rimase 
quasi continuamente lontano da Roma, occupato a guer- 
reggiare contro i Colonna e glì altri baroni, radunati nel 
contado. Quindi è che neanche dell'episodio più interes- 
sante di quella guerra - la presa di Castelluzzo - ci e dato 
apprender nulla dalla penna medesima di Cola. 



« iniroitum videatur concham nobiliorem esse ipso corpore Domini 
«nostri lesa Chrisii.,.? Et si dicor auxisse nomina mihi et titulos 
ir ampliasse, coronasque varias assumpsisse> quid refert fidci antiqua 
e oflFìciorum romana nomina cum antiquis ntibus rcnovasse ? u {EpiiU 
Ictt. XXV). 




454 



C/f. Gabrielli 



In qual modo si comportasse il tribuno, venuto alla 
chiamata del legato papale, non occorre ricordare qui, dove 
non s'ha a narrare la storia del tribunato, ma solo indi- 
care i più notevoli fatti cui le lettere si rapportano. Cola, 
partito di nuovo da Roma e tornato all'assedio di Marino, 
non ci si rifa innanzi con lettere sue, se non quando s'accorge 
che la lotta stancava ormai soverchiaraenre i Romani e che 
doveva esser condotta a termine al più presto. Ecco infatti, 
LI 9 di novembre, una sua nuova lettera :ii Fiorentini (i). 
Egli e speciahnente indotto a scrivere dal fatto che i ba- 
roni armavano piii attivamente che mai in Pnlestrina, e di 
là si preparavano a invadere colle loro genti la città: man- 
dassero perciò i Fiorentini nuovi aiuti, i quali, quanto più 
presto fossero giunti, tanto più sarebbero stati graditi (2). 

Come rispondessero i Fiorentini a quest'ultima richiesta 
non sappi.imo con certezza; probabilmente, secondo avevan 
fatto altre volte, non ne tennero alcun conto. Nella lettera 
immediatamente successiva (3), dove il tribuno dà loro no- 
tizia della famosa vittoria da lui conseguita a porta San Lo- 
renzo (4), non v'è accenno dt sorta a soldati fiorentini che 
per avventura militassero tra le file che sconfissero i ba- 
roni. La stessa epistola, che servi per i Fiorentini, fu anche 
inviata in Avignone ad un uomo che fin da principio erasi 
mostrato per Cola assai benevolo: al cardinale Rainaldo 
Orsini, arcidiacono di Liegi, il quale doveva parteciparla 
al pontefice (5). L'Orsini, che fu il nono cardinale della 



(i) Epist. lett. XXVI. 

(2) «... amicìtìam vestratn rcquirìmus et rogamus quatenus ali- 
ti quid» et prout vobis al habìle» gcntis nobis subsidium impertire: 
« quoà quanto fiit uUrius, gratiits tanto crii » (Epist. Ictt. XXVI), 

(3) Epht. lett. XXVII. 

(4) Veggasi il racconto di questa battaglìi, cavato dalle attesta- 
zioni dello fonti, in Papencordt, op. cii. p. 177 e segg., e Rodo- 

CANACKI, Op. Cit, XVI, 210. 

(5) Epist, leu. XXVUI. 




Intorno all'epistole di Cola di ^'en:(o 455 



ri 



sua casa (i), copriva nella curia la carica di notaio pa- 
pale. Estraneo alle vicende della casa Orsini in Roma e 
vivendone lontano, aveva accolto con favore il tentativo 
di Cola di Rienzo, il quale gii nei primi giorni del tri- 
bunato, scrivendo all' ignoto amico d'Avignone (2), lo 
pregava di communicare anche al cardinale il contenuto 
delle sue lettere. 

Cosi anche stavolta Cola informa l'Orsini della vittoria, 
e questa lettera è una tra le più significanti manifestazioni 
della mistica esaltazione cui abbandonavasi Io spirita di Cola, 
tutta piena di reminiscenze bibliche, di sogni, di profezie, 
di visioni. 

Ma (è superfluo il notarlo) dalla su:i stessa natura Cola 
era tratto da un eccesso aircccesso opposto. Gid fu da altri 
segnalata (3) quella specie di trasformazione che T ultima 
vittoria produsse in lui» e com'egli, riconoscendo per il primo 
e quasi ingrandendo i propri errori, fosse preso da quella 
morbosa e infantile pusillanimitA, che due anni dopo non 
si peritava di confessare sinceramente (4). Il tribuno vo- 
leva tornare sui suo passato, portarvi rimedio, emendarlo 
dove ancora poteva. 

Questo brevissimo periodo di reazione alla troppo spinta 
aldanza dei mesi scorsi ci è nell'lìpistolario rappresentato 
dalla lettera XXIX, dove, oltre ad essere da Cola medesimo 
accennati gli umili e rimessivi atti compiuti a quei giorni, 
amiunzia.si ancora la prossima venuta in Roma del legato, 
ch'egli aveva di nuovo eletto suo collega nel governo. La 
città di Aspra, insieme con Tarano, Torri, Collevecchio, 
Stìmigliano, Santo Polo e Selci, si era data spontaneamente 
al tribuno; ma questi, temendo ora il danno che da ciò 



r 



(1) Sansovtno, Vhistoria ài caia Orsina; Venezia, 1565. 

(2) Epist. lett, X.II. Vedi sopra, p. 444. 
(}) Papencordt, op. cit. pp. 190, 191. 
(4) Epist. lett XXXV. 





45^ 



C^. Gabrielli 



poteva venire all'autorità del pontefice e volendo prima i ^ 
tendersi con Raimondo vescovo d' Orvieto, richiama c^^^^ 
Aspra il luogotenente che v'aveva mandato e ch'era un Giar^^^^ 
notto di Enrico. 

Ma Cola non è ormai più in tempo ad arrestare il cor 
degli a\'\*enimend, e la data di questa lettera - ch'è Tul- 
tima di questo periodo - segna il principio della veniginosa 
discesa, per la quale precipitò il tribuno del popolo romano. 
Il racconto delle vicende di Cola, a principiare dal giorno 
della sua fuga da Castel Sant'Angelo, è troppo noto, perchè 
occorra rifarlo nel caso presente. 

Succede il secondo periodo della vita di Cola, e, dopo 
un intervallo di più che due anni, s'entra nel secondo gruppo 
delle lettere sue, dal quale la figura del U'ibuno vien su 
quasi al tutto diversa: non più Tantica baldanza, non più 
l'altèra sicurezza di sé, ma l'attitudine umile d'un povero 
perseguitato che lavora con ben poca fortuna a riconqui- 
stare Talto luogo tenuto per Taddietro. Due anni trascorsi 
nella solitudine d'un convento perduto fra ì monti non 
possono non aver modificata in qualche modo la fisonotnia 
morale del tribuno : gran parte delle qualità proprie al suo 
talento ci si mostrano affievolite o scomparse del tutto il 
giorno che lo ritroviamo impetrante grazia e protezione 
dall' imperatore Carlo IV di Boemia. Il carteggio ch'egli 
teime, durante il suo forzato soggiorno a Praga, coli' im- 
peratore, col suo cancelliere Giovanni di Neumark e coU'ar- 
civescovo di Praga, riflette interamente lo strano e inva- 
dente misticismo che ormai informava la vita dell'antico 
signore di Roma: le lettere, più che segnalare fatti nuovi, 
presentano tutta una serie di considerazioni teologiche o 
morali, ora fondate su la Bibbia, ora inspirate alle credenze 
e alle profezie che a quel tempo circolavano in Francia, in 
Germania, in Italia, e che annunziavano prossimo il tanto 
aspettato regno dello Spirito Santo. 

La fede in un prossimo principio del regno di Dio, dal 




Intorno all'epistole di Cola di *7^r>M^o 457 

quale il mondo sarebbe uscito rinnovato, fu quasi il fon- 
damento del Cristianesimo, e anziché scemare, s'afforzò poi 
di secolo in secolo. Anche dopo il mille, quel nucleo d*Ìdee 
che aveva prodotto gli ascetici entusiasmi dei millenari, 
seguitò ad animare migliaia e migliaia di credenti, e, assunte 
forme ed atteggiamenti diversi, trovò ne! secolo mi il suo 
più celebre apostolo in Gioacchino di Fiore: 

!l calavrese abate Gìovacchino, 
' Di spìrito profetico dotato (i). 

Quel povero monaco, che con picciol numero di seguaci 
erasi ridotto ad abitare poche e misere capanne su le falde 
del Sila, ma che aveva pur predetta la morte al Barbarossa 
e fatto tremare Riccardo Cuor di leone, apparve al medio 
evo come il suo nuovo oracolo, come il suo profeta. Tosto 
la leggenda s' impadroni di lui, e narrò come Tolio che ar- 
deva su la sua tomba bastasse ad oprar miracoli d*ogni ge- 
nere (2). Il nome di Gioaccliino di Fiore diventò quasi il 
simbolo, sotto il quale, benché il monaco calabrese non 
fosse stato in realtà die un teologo abbastanza ortodosso, 
fu combattuta la guerra contro la curia romana. Il grande 
movimento francescano scaturì direttamente, se non dal- 
l'azione personale, certo dall' influenza di Gioacchino di 
Fiore. Or chi non sa che quel tentativo, ascetico in appa- 
renza, celava alti (ini politici e sociali ? Quando si predicava 
la povertà essere il sommo e Tunico bene, e s'additava 
all'uomo una perfezione ben diversa da quella, di cui la 
Chiesa ha il segreto, non si diceva implicitamente che la 
Chiesa doveva finire e far posto a una societd nuova? 

Mentre ancora Gioacchino viveva, la fima di luì era 
giunti fin neir Oriente, e di lA un eremita del monte Car- 
melo, Cirillo, dotato anch*esso di spirito profetico, gli seri- 



§ 



(1) Dante Alighieri, Farad, Xlf, 140^141. 

(2) Gervaise, Hisiolrc de Vabbé Joachim; Parigi, 1754. 




458 



^, Gabrielli 



veva per sapere il significato d'una visione da lui avuta (i). 
Avvenne pertanto assai naturalmente che, in seguito, si as- 
segnasse all'abate calabrese un precursore in questo Cirillo, 
che mori molto prima di Gioacchino. 

Cosi le profezie di questi due eletti di Dio, a misura 
che la schiera dei gioachimisti andava ingrossando, enno» 
insieme a molte altre, addotte in testimonio per dimo- 
strare vicinala sostituzione d*una Chiesa povera e monastica 
alla Chiesa ufficiale. S'aggiungevano inoltre le numerose 
attestazioni della Sacra Scrittura, e tutte le più vive imma- 
gini dei libri santi erano prese a presuto per dipingere a 
foschi colori i prossimi castighi che preparavansi ai prctó 
empi e mercenari. Gli abusi del potere temperile deBa 
Chiesa erano insomma perseguitati con tale violenza da fard 
credere che le cause d'una rivoluzione religiosa esistevano 
latenri gii fino dal secolo xm. 

Nel secolo xiv, aache dopo le condanne di vani papi 
e specialmente di Bonifacio Vili, le idee gioachiraiste se- 
guitarono, a traverso la formazione delle tante altre sette 
affini, ad agitare e ad appassionare gli spiriri: la certi 
della vicina ^ra dello Spirito Santo rimase ugualmente 
nelle menti e nei cuori. 

Il soffio di tune queste idee era forse appena arrivato a 
Cola di Rienzo prim:ì ch'ei prendesse stanza tra i fraticdlx di 
monte Maiella, i quali ne erano naturahnentc apostoli cildie 
instancabili. Ma quanto più tardi le generali .ispirazioni ven- 
nero a conoscenza di Cola, tanto più dovettero invaderne lo 
spirito, trovando nella natura sua il terreno più adatto che 
mai si possa immaginare. Da una parte si gridava al tri- 
buno : guerra alla corte avignonese ; dall'altra gli si an- 
nunziava vicino un nuovo regno dello Spirito Santo. Come 
non accogliere lietamente quel primo invito? E come 
non pensare che a lui, al salvatore di Roma, all' inviito 



(l) GtRVAISE, Op. cit. II, 383. 



Intorno alVepistoU dì Cola dì ^cn\o 459 






di Dio, non dovesse nella nuova èra toccare la parte prin- 
cipale ? 

Qaando dunque frate Angelo si fece a richiamarlo alla 
vita del secolo e a significargli le grandi cose che doveva 
compiere, Cola trovavasi giA apparecchialo ad accettare il 
consìglio, «Il regno dello Spirilo Santo s' avvicinava: egli 
era chiamalo a fondarlo». Questa IMdea che ormai domina 
Cola e che lo conduce a Praga; questo il concetto che 
informa pressoché tutte le lettere de! secondo periodo. Ogni 
volta che salve all' imperatore, al papa, a* prelari, Cola di 
Rienzo non è più che una voce del suo tempo ; ciò che 
noi leggiamo non è che la ripetizione di quanto cento altri, 
mille altri uomini andavano proclamando d'ogni parte. I 
nomi di Gioacchino di Fiore, di Cirillo, di Merlino, che 
ricorrono assai di frequente nelle sue lettere, sono suflìciente 
attestazione delle idee, dalle quali egli era dominato, « Iddio 
voleva fino dal tempo di san Francesco punire gli uomini 
degeneri, ma T intercessione del poverello d'Assisi e di 
san Domenico fermò la sua mano onnipotente. Ora però 
la divina vendetta sta per iscoppiare, e Téra dello Spirilo 
Santo è vicina. Un uomo sarA chiamato, una cnm tlccto Im- 
peraiorey a riformare il mondo ». Cosi dicevano le profezie. 

E le stesse cose scrive Cola, appena giunto a Praga (i), 
nella prima sua lettera a Carlo (2). Maquesri non risponde, 

(i) L'arrivo di Coli in Praga è posto sotto due date diverse: il 

riicon Ar^cntincnie ritiene la data della seconda quindicina di lu- 

o; la nta invece assegna la data del i" agosto. Noi crediamo da 

ferire alla seconda U prima data, perchò altrimenti» dal i** al 

15 ago-lo, troppi a vvenimciuì Sirebbero accumulati. Difatti, il 17 agosto 

,ii il papa rispondeva alla lettera colla quale Carlo IV gli comuni- 

.va r imprigionamento di Cola, e che doveva quindi essere stata 

critta almeno il 7 o P 8 di agosto. S' aggiunga che l'espressione dì Cola 

rnedesimo: «... dum ffcr memcs Incinta quadam arta vita laborasscm » 

(Bpist. lett, XXX) porta a credere che trenta mesi giusti siano corsi 

[alla fìne del tribunato all'arrivo in Praga. 

(a) Epist. lett. XXX. 





4^0 



G^. Gabrielli 



e Io mette sotto custodia. Torna egli allora a scrivere (i), 
narrandogli la nota storia della propria origine imperiale(2) 
e stavolta 1* imperatore risponde che su questa non potevi] 
dare alcun giudizio; che alle addotte profezie egli non prc 
stava alcuna fede; che se i vicari ecclesiastici nundad ii^ 
Italia ogni di più la sgovernavano, non ispcttava a lui 
punirli (3). Cola ritenta la prova in una terza lettera (4), 
ma Carlo I\^ che doveva in gran parte al papa la sua dei 
zione e la cui politica s'era sempre più accostata a quell 
d'Avignone, non se ne dà per inteso. E invero laprigionii 
di Cola, anziché all' imperatore, dovevasi a Clemente ^T 
e agli ecclesiastici che lo dirigevano. 

Alle antiche accuse, riflettenti gli atti compiuti d.i Coli 
durante il tribunato, venivano ora ad aggiungersene JelliS 
nuove e più gravi, provocate dalle opinioni eterodosse che 
Cola esprimeva. Se quelle idee avessero soltanto rapprc-| 
sentalo le utopie d'un esaluto, forse la curia non se nc^ 
sarebbe data pensiero. Ma la Chiesa andava combattcnJo 
cosi fatte aspirazioni da più d'un secolo, e doveva ncces-| 
sariamente vedere con sospetto farsene eco un uomo cM 
cosi considerevole parte aveva rappresentata nella politica 
di quel tempo. Di qui le persecuzioni contro Cola, neIl<J| 
quali una cosa sola si nota con certa meraviglia; ch*c^J 
non siano state assai più aspre e violente. 

Cola citava Gioacchino di Fiore e gli altri più difti^j 
scrittori di profezie, e la curia non cessava di dichiari"* j 
falsi e mendaci. « Assai mi meraviglio - scrivevagli l'arci- 
vescovo di Praga - che tu dia cosi illimitata fede a p^' 
fezie apocrife, delle quali un vero crisuano non pui,scnx^ 
grande temeriti e senza pericolo per l'anima sua, i 



(1) Epist. lettXXXI. 

(2) Papencordt, op. eh. p. 64. 
(5) Papencordt, op. cit doc. xiv. 
(4) EpisL leu. XXXII. 




4^1 



Oa.ire la veridicità. Su ben altre fondamenta tu dovresti- 
elevare la tua difesa! » (i). 

Tutto ciò non è nuovo: Cola da un lato, e dall'altro 
** arcivescovo di Praga non ci rappresentano se non un 
Certo momento d'una lotta da gran tempo accesa e pro- 
l\ingatasi. 

Ma l'Epistolario presenta anche un altro lato che do- 
vrebbe, a parer nostro, studiarsi di proposito e contraporsi 
iille costanti tra:iizioni della curia: si dovrebbero, cioè, te- 
nere nel dovuto conto i concetti meramente politici che 
Cola di Rienzo propugna in questo secondo gruppo delle 
sue lettere. Noi ci contontfremo d'accennarvi fugacemente. 
A che mirino tutte le lettere scritte da Cola in Praga, 
occorre appena ricordare: egli chiedeva a Carlo IV di po- 
tere, colla stessa autorità avuta in passato, presentarsi di 
nuovo al popolo romano. Ma già il titolo, che Cola doman- 
dava d'assumere, era ben diverso: non doveva esser più 
il tribuno che scongiurava il papa a lasciare Avignone e a 
tornare in Roma, ma solo un vicario dell' imperatore, con 
imperiale plenipotenza. E anzi, Cola suggeriva a Carlo IV 
di farlo partire occultamente, prudentemente, senza strepito, 
cosicché il suo ritorno in Roma riuscisse una vera sorpresa. 
Basterebbe, forse, un tal fatto a dimostrare come il con- 
cetto ghibellino si fosse fatto strada nell'animo del tribuno; 
ma una ben più sicura conferma ne d.inno molti luoghi 
delle lettere a cui ci riferiamo. Infani, le teorie ghibelline, 
che vanno dall'ossequioso riserbo del De monarchia alle au- 
dacie del Defensor pacis, e che diventate, da filosofiche, 
politiche, erano state dalla curia dichiarate eretiche dopo il 
famoso libro di Marsilio da Padova e dopo la lotta con 
Ludovico il Bavaro, fanno apertamente la loro comparsa 
negli scritti di Cola. Per questa ragione il tribuno aveva 
trovato un alleato potente anche nel Petrarca, sebbene questi, 



(i) Papencordt, op. cit. doc. xvia 

Archivio delia R. Società romana di stona patria. Voi. XI. 



4^2 



Q/i. Gabrielli 



in realtà né guelfo, né ghibellino, s' inspirasse a un concetta 
eminentemente italico ed eminentemente nazionale. Eg*' 
pertanto diede a Cola il suo appoggio, finche le idee di l»-* 
si rivolsero alla restaurazione di Roma e d' Italia, cl'abban 
donò quando il tribuno volle spingersi eziandio oltre IcAlp 

Nella prima lettera indirizzata a Carlo IV (i), Coli offr 
all' imperatore il proprio aiuto, nel caso che vogli.i rcai 
in Roma, e promette d'acquistargli il favore di quegli su 
fra gli Siati d' Italia, che più sì mostravano avversi airìm 
pero. E anche più chiaramente s'esprime nella lettera XXXI 
« Destati adunque - egli scrive all' imperatore -e impugi 
validamente la tua spada, perché, come non devi esser 
il clavigero {cìavigtrus)^ cosi non deve il pontefice esse^r" 
V anniderò Qtrmigcrus) : la spada, che fu data a Cesirc, fi.^ 
negata a Pietro». 

Cosi il concetto della divisione tra la spada e il paitorji^^ 
trova in Cola un sincero aderente. Ma nella medesima li;:— 
tara egli aggiunge : « Or mentre tutti gli altri Stati godoo» 
pace e tranquillitA, le provincie rette da uffiziali ecdesiisiici 
sono dalla inerzia e dalla cattiveria di costoro trascinile Ji 
male in peggio . . . Quanto megho farebbe che ciò ch'i' J» 
Dio, si desse a Dio, ciò eh' è di Cesare, si desse a Ce- 
sare! ». E continua ad accusare il papa e i cardinali, che 
proclamano giusto ciò che fa loro comodo, ingiusto di> 
che non li soddisfa nell'illegittime aspirazioni, e che, lio* 
vunquesi veggono contrariati, stan pronti col fulmine delle 
scomuniche. Per tal modo, approvano oggi ciò che con- 
dannarono ieri! (2). 

Opinioni di tal fatta, espresse con franca parola, spi^ 
gano come Cola non riuscisse ad ottener nulla neanche dal 
Neumark e dall'arcivescovo di Praga, ai quali si diresse dopo 
che vide inutile lo sperare nelK imperatore. 



(t) Epist. Ictt. XXX. 
(2) Epist. cit. leti. XXXJ. 




Intorno aWepistole di Cola di ^^'en^o 463 



La vita di Giovanni di Ncumark, l'alto luogo da lui 
tenuto nella corte di Boemia, le sue relazioni con Carlo IV 
e col Petrarca, offrirebbero tèma a un'interessante mono- 
grafia. Il Papencordt, accennando all' importanza ch'ebbe 
quel personaggio nella politica d'allora, prometteva di pub- 
blicarne varie lettere inedite, e la promessa sarebbe certo 
adempiuta ormai da gran tempo, se l' immatura morte non 
•avesse troncato gli studi del geniale storico tedesco. Così, 
^^ra, chi non intenda d'imprendere studi affatto speciali, 
^accontenta, quanto al Neumark, di ricordare come, al tempo 
^«lla dimora di Cola in Praga, sebbene non pcranco can- 
^^elliere dell'impero (i), ma serapb'cemente canonico di 
^reslavia e di Oltmùtz, egli tuttavia potesse, se voleva, 
^^ccuparsi con frutto della sorte del tribuno. 

La primi lettera, colla quale Cola si volse al Neumark (2), 
rivela nello scrivente una perfetta conoscenza cosi dell'uomo 
^I quale s'indirizza, come delle tendenze e dei gusti di lui... 
E intendo gusti letterari^ dacché il canonico era fra i dilet- 
tanti della letteratura e degli studi d'allora. Cola gli scrive 
in tal forma, eh' è brutto esempio della più roboante am- 
pollosit.1 dì stile, usata a dire le cose più sempiici, e che trova 
nella risposta del Neumark (3) degno riscontro. Questi in- 
fatti con istraordinaria enfasi porta a cielo i meriti del tri- 
buno; ma, al punto di rispondere qualcosa di meno vapo- 
roso, non sa far altro, che consigliare a Cola di tacere e 
obbedire ai voleri di Cesare. Dopo ciò, nuova lettera del 
prigioniero (4); ma da tutto quel retoricume vien sempre 
meglio dimostrato il risultato affatto negativo delle preghiere 
fatte al futuro cancelliere di Carlo IV. 

(i) Tuttavìa, un atto della cancellerìa di Carlo IV, pubblicato 
dal WiNKELMANN {AcUi Imp, incd. 764) e colla data del 1550, reca 
la seguente firma : Per dominum rcgcm Johannes Noviforensù, 

(a) Epist. lett. XXXIII. 

(3) Papencordt, op. cìL doc. xvi, 

(4) Epist. lett. XXXIV. 





C^. Gabrielli 



Anche su rarcivcscovo di Praga, Ernesto di Pardubit»iJ 
né le antiche storie della Boemia (i), né opere più rwen^ 
danno notizie particolareggiate. A costui, qual rappreser 
tante della giurisdizione ecclesiastica, sotto la quale Col 
più direttamente ricadeva, il tribuno si fece innanzi h print-^ 
volta, meglio che con una semplice lettera, con una prolis 
memoria, intitolata: P^enis tribuni Hbellus cantra scismatai 
errorcs (2); ma la risposta deir.ircivescovo (3), oltre ìj 
spingere, come già di sopra notammo (4), le argomenta 
zioni fondate su le profezie, condanna con severiti js^" 
maggiore il concetto politico, dal quale Cola era stato moi^ 
durante il tribunato. E si capisce: come poteva, ad esempio^ r 
il Pardubitz mandar buona la teoria, messa innanzi da Col»- ^ 
che l'elezione dell' imperatore spettasse, quasi per diritto «t(^— 
rico, al popolo romano ? «Cuiuslegisauctoritate,-egli scriva 
a al tribuno - seu qua potestate, inter cactera iura et offici» 
« in Urbe dudum abolita, quae posse reassumere Rom^nurt 
« populum declarasti, etiam quod raonarchiam eligcrc pos^f^l 
« et debcret sanxisti ? » 

Ma non s'acqueta Cola di Rienzo, e altre lettere dinot- 
ai Pardubitz; ora mostrandosi, insolitamente per quel pe- 
riodo della sua vita, audace e coraggioso (5), ora invece 
tentando di far vibrare la corda del sentimeuto e di com- 
muovere l'arcivescovo colla narrazione delle proprie soffe- 
renze. E una volta dice che il carcere è privo atfatto diaria 
e di luce, freddo ed angusto: un'altra che neanche ha un 
pò* di fuoco per riscaldarsi; e sempre domanda che almeno 
s'affretri un aperto esame del suo operato. 

In tutte queste lettere, simili fra loro per tanti riguardi. 
Cola si à\ a vedere occupato da una sola, costante, irrcfre- 



(i) Aene\£ SiLvn PicoLOMisi Hisioria bohemica: Amburgo^ if«x_ 

(5) Epist. XXXV 

(2) Papencordt, op. cit. doc. xvin. 

(4) V. pag. 460. 

(5) Epist letL XXXVII 



ntjorho all'epistole dì Cola di T{ien;o 4*5 



Qabile preoccupazione: quella d'esagerare i meriti propri, di 
vantare T inspirazione e raiuto venutogli dallo Spirito Santo, 
di amplificare i benefizi recati al popolo romano dal tribu- 
tiato, di magnificare il valore non perituro del suo tentativo. 
Seguono altre lettere al suo antico aderente, l'abate di 
Sant'Alessio sull'Aventino, al cancelliere del Comune di 
'^oma, a un fira Michele di Monte Sant'Angelo (i), nelle 
S^ali Cola esona tutti costoro a non iscoraggiarsi e a sperai 
oeae della sua sorte. 

Anche notevole è nel presente periodo la lettera (unica, 
* Mostra notizia) al cardinale Guido di Boulogne, Era questi 
^■^ poco tornato alla corte d'Avignone, reduce da quel 
^Vio quasi trionfale viaggio in Italia, che tanto aveva a lui 
^^^nciliato l'afFetto del Petrarca (2). I ser\'igi resi ni pon- 
^fice, non solo in quella legazione, ma anche nell'altra 
^^Utecedente presso il re Luigi d'Ungheria; la duplice pa- 
rentela colle case di Francia e di Lussemburgo; io spìrito 
^olce e conciliante: tutto ciò dava alla voce del cardinale 
un'autorità maggiore che a qualsiasi altra. È dunque a 
Quella veramente simpatica figura d'ecclesiastico che, me- 
ttiore della benevolenza ottenutane nel suo primo soggiorno 
in Avignone, Cola si rivolge fidente, e da Praga gli scrive 
Una lunga e minuziosa lettera, cercando d' indurlo a in- 
tercedere per lui presso Clemente VI (3). 

Ma la speranza, che le lettere antecedenti mostrano 
ancora viva nel tribuno, sembra quasi perduta del tutto in 
cjuella diretta al figho suo, Lorenzo (<^): qui pare che Cola 
non s'aspettasse più che la morte o la prigionìa perpetua. 
Ma, a dire il vero, tutt'altro che feroce spiega vasi la 
persecuzione della corte boema. Carlo IV, benché amico a 



(i) Epist. letL XXXIX. XL. SLLI. XLIV. 

(2) De Sade, citate Mémoirts, III, J2-75. 

(3) Epist. lett. XLV. 

(4) Epht. lett. XLIII. 





nente V£, che aveva conasduto in Frascb 
r^oili, benché obbligato verso di luì di 
ulate nel momento d^lLi sua. mcoroitaaioiic, 
^, e le trattative ftz Praga e Avignone, mi 
dco tribuno ai giudici ecclesì^isdci^ procciU 
lentamente. Un^ambasciata sembra che foi 
'imperatore a Clemente \T (r) al fine fac 
partenza dì Cola di Rienzo. Tornata questi, 
mente lascio la Boeraia, e può quasi con cenci 
nersi che giungesse in Avignone ai primi del 

Poco dopo il suo amvo, e precisami 
il tribuno diresse una nuova lettera - tutta 
umilia - al Parduhitz (3), ed è questa Vuì 
pervetiuia del periodo della prigionia- 
In seguito j le fasi del processo sono abb; 
e si sa eziandio come dapprima la strana vod 
che Cola fosse un grande poeta, e poscia la nia 
mente VT cambiasse interamente le sortì del p 
De! resto, questo periodo della sua vita si sol 
ralmente al nostro téma pel fano che dall* agosti 
all'agosto del 1354 l'Epistohrio presenta una 1: 
non sarà, credo, colmata mai. 

La lettera ai Fiorentini del 5 agosto 1354 (^ 
innanzi il tribuno nella nuova ed ultima fase de 
tenza: ci pare, leggendola, d'essere tornati alle 
somiglianti scritte a' bei tempi del tribunato ! E 
curiosa illusione d'Innocenzo VI, che aveva cred 
utile alla Santa Sede valersi di Cola di Rienz< 
aveva per ciò dato compagno all'Albornoz, fec 
giare alla mente esaltata dell* inviato dello Sp 

(1) Vedi RODOCANACHl, Op. cit. p. JI). 

(2) Vedi il nostro scrino neìVArcb. delia R. Soc. Rom. 
XI, 188. 

(j) EpisL lett. XLVI. 
(4) Epist. leti. XLVII. 



Intorno al T epistole dì Cola dì ^'en^o 4^7 



i*ér.i nuova di fortuna e di gloria. Ed eccolo a Roma, 
)n più tribuno del popolo, ma senatore. Il sogno però dura 
bea poco; e quei due mesi d'effimera potenza si direbbero 
fatti apposta per rendere più drammatico il quadro della 
caduta finale! 

L'Epistolario riflette quest'ultimo e brevissimo periodo a 
traverso ie lettere dirette al povero Giannino di Cuccio (i), 
riguardanti gli strani casi di lui. Per il racconto di questi, 
ci basterà rimandare al Papencordt (2), che ne discorre 
con sufficiente larghezza. Ma non sappiamo trattenerci dal 
rilevare come anche tutta quella strana leggenda, e la parte 
iluasi puerile rappresentatavi da Cola di Rienzo, non po- 
trebbe più efficacemente darci l'immagine del decadimento 
'^tellettuale che s'era operato neiruomo. Cosi l'interesse 
'^elle lettere sue non si restringe solo ai fatti da esse re- 
gistrati o raffermati, ma s'estende a tutta la sua tìsonomia 
'borale, a tutta la sua vita interiore, a quella specie di pa- 
rabola che descrisse la sua mente e il suo spirito. 



VII. 

Resta che brevemente diciamo dei mjnoscriiti, nei quali 
le lettere ci furono conservate (3). 

n Papencordt, che enumerò (4) le fonti per la storia 

di Cola, distinte in iVtj/i:^/«" (// scrittori cofiUmporatn-i e Lettere 

di Cola medesimo, usò senza dubbio Puna e l'altra serie 

di cssti con acuto discernimento. Ma, vincolato, com'egli 

era, dal carattere espositivo del suo lavoro, al modo stesso 



(i) EpisL leit. L-Liri. 
(2) Op. cit. pp. 296 e sgg. ì49 e sgg. 

(j) Per questa parte cf. anche la Prefaiioiu al volarne delle Ltt- 
di Cola di Rienzo. 
(4) Op. cii. pp. J18 e sgg. 



tktìt 



od Gàiriiih 



Di 



in OD sol cotpo le ktitjc od cA^Ba, tuo pow 
«rmo come S amadSo jI pk sono maanio a Ibi 
^■aBBO perchè T cnga np a dojòiealanpiamDcnocMh 
iMn'Jtn deflfl su vìcl 

L' ideak di chi improidc aa'ednìooe fi qoesio geneie 
Mpefcbc n pocerb, almeno in grt& poncp 4< T ndijii e su vt 
ooscntD ongìnah; ma por troppo non ^mpn, jà. litwfn t 
mpoode la rrakl dcQe cose. Tale 1 caso ddt£fbatat 
di CaÌ2 di' Rienzo. Infani, oooostamc Fj^pdlo nmho t 
bMiotecfae, ad archivi, a snadiosi d'Itafia e ds fiiod (t) 
akre lettere originali non posnamo annmmarc, alRofood 
di qaclle gii noie (2) e segnalate dal Papeocordt. 

Ma alla mancanza da testi originali tu.prOTride&Bil- 
mente supplito il fano che tale apparisse ai coottflp^ 
ranei ed ai posteri più a lui vicini f colera & Cob^ ^ 
indurli a conservare per mille gmse le sue lettere E ^ 
abbiamo ricordato come il Petrarca si rallegrasse ^ 
reUgiosa anenzione ond'esse venivano lette e custodiw 0) 
Cosi e che possediamo ancora oggi più d'una raccolOi 
dove le lettere del tribuno sono accuratamente trascritte e 
sopra cui si può con discreto frutto condurre un'edi^onc. 
Codesti manoscritti vogliamo, com' è obbligo nostro, 
enumerare brevemente, non senza dire che, in gencd^ 
ciascuno di essi venne gii da altri utilizzalo o io on^^ 
in altra sua parte. 

(1) Vedi ncìVArch, delia R. Scc. Rem. di sU fttiria :' 
p. J23) r« Elenco delle leuere di Cola di Rienzo » e l'innci,. 
Ure, che la Società si die' cura d'inviare dovunque potcssttottfp*^ 
esistenti scritti del tribuno di Roma. 

(2) EpisL lett. VI. XI, XXIX. 

(3) Vedi sopra p. 428. 




Intorno alVepistole di Cola di l{ien-{o 



Un primo codice si conserva alla biblioteca Nazionale 
di Torino, segnato H, III, j8 (i). Se ne servi gii l'Ho- 
bhouse (2), traendone parecchie lettere dì Cola; ma cosi 
piena d'errori presentasi la trascrizione di lui, che la nostra 
non ha potuto menomamente avvantaggiarsene. Conobbero 
anche questo manoscritto il De Sade, il quale ne cavò 
l'unica lettera di Cola al Petrarca che ci sia pervenuta (3), 
e il Levati, che di questa stessa lettera fece una tradu- 
aone italiana (4). 

Una particolareggiata esposizione del contenuto del co- 
dice sarebbe superflua, dacché tutti i documenti, che vi si 
leggono, riflettenti la storia di Cola di Rienzo, furono già, 
secondo l' ordine onde vengon dati dal manoscritto, enu- 
tnerati dal Papencordt (5). 

Una seconda collezione di lettere e documenti attinenti 
a.Ua vita di Cola fu indicata dal Pelzel, che su la fine del 
secolo passato scrisse la storia di Carlo FV di Boemia (6). 
Quest* importante codice del secolo xiv era anch' esso 
noto al diligentissimo Papencordt; ma, nonostante le più 



(i) Cod. cartaceo (tranne le ce. 1-6 in pergamena), dimen- 
sione 280 . . 205, appartenente alla fine del secolo xiv e al prin- 
«:ipio del XV: antica segnatura E, II, x8: di carte 201 e due di 
guardia. Contiene, oltre i documenti relativi a Cola di Rienzo, molte 
lettere dei secoli xn e xiii, e specialmente di Federigo II, di Pier 
iiella Vigna, di Gregorio IX e Innocenzo IV, tutte riflcttcnii la con- 
tesa ira l'Impero e la Curia; varie lettere di Coluccio Salutati, una 
di San Girolamo, alcune anngae e discorsi d'indole politica; e tutti 
questi documenù raccolti senz'alcun ordine e come vcnivan sotto 
mano. 11 cod. è evidentemente scritto da mani diverse. (Cfr. Pasini, 
Codicts mafiuscripti bibliothicae u^ii taurintnsis aHìtnati; Torino, 

1799, J>. ^57. 

(2) Historicaì illustrations of tht fourt Canto of ChiUU Harold , 
Londra, i8id. 

(}) Citate Mèmoir^s, III, Pihccs jusiificativcs, XXX. 

(4) Op. cit. II, 448. 

h) Op. cit 319. 

(6) KaisiT Karl àcr Vurk\ Praga, 1780. 



470 C4, Gabrielli 



accurate ricerche, egli confessa di non averlo potuto rin-.^-^ 
venire. Dovette aduaque contentarsi d*una copia fittaDtì 
eseguire dal Pelzel medesimo; ma la trovò cosi irta d'er- 
rori, da dover ritenere impossibile il ristabilire quel testo 
senza avere sott' occhio il codice autentico. 

Egli turtivia non esitò a trarre intanto da quelli cat* 
riva copia la maggior parte delle lettere contenutevi a 3 
stamparle, tali quali erano, fra i documenti aggiunti alla bio- 
grafia di Cola. Ne rinaanevano però sempre alcune inedite, 
di cui egli diede semplicemente un breve sunto (i)- 

Noi siamo stati più fortunati delF illjjstre storico, dac-^ 
che il tanto desiderato codice abbiamo rinvenuto allVar* 
dÙYio Vadcano, dove non sapf»amo quali vicende lo ab* 
luano condotto (a). CoA TEpistolarìo amterrà il testo, ddk 
lettete senza le lacune e gH emm lamentati ndk copia 
dd PeheL 

n contenuto . dd codice, tranne la cambiau numera- 
none dd (o^ è lo stesso ddla cc^ia colorata dal Pqicn- 
cordt, cke ne diede un ordinato indice (3). A lui, dunque, 
senz'altro, possiamo rimandare. 

Questi sono, come a dire, i due capisaldi dell'edi- 
zione. Ma un altro codice - e questo il Papencordt non 
conobbe - si conserva nella Feliniana di Lucca (4), alla 
quale provenne dal cardinale Nicolao d' Aragona (5), Il 
codice è ivi segnato: pluteo Vili, 545; membranaceo, di 

(i) Sono. n^V Epistcìario, le lettere XXXII e XXXIV. 

(2) Ce ne diede cortese indicazione il rev. Don Pietro Pal- 
mieri, custode nell'archìvio Vaticano, cui rendiamo grazie pubbli- 
camente. 

(3) Op. cit. pp. pi e s^g, 

(4) Quesu biblioteca - per chi ami ricordarlo - è quella del Ca- 
pitolo della Metropolitana, chiamata anche Feliniana, perchè dono in 
gran pane dì Felino Sandeì, notissimo canonista e vescovo di Lucca 
(■+- iSO>). 

(5) Debbo questa notizia ed altre intomo al cocBce al dùaro 
S. Bongi, direttore dell' Archivio dì Sttlo in Locca. 



Inioffìo alVepistole di Cola di ^{ieUyO 471 



carattere della fine del secolo xv o del principio del xvi» 
contenente un' imponante miscellanea dì documenti ri- 
guardanti la storia di Roma medievale. Fra questi, ai 
fogli 359-J64, leggonsi due lettere di Cola, senza data, 
al popolo romano, precedute da altre di Clemente VI a 
Carlo IV. 

Noi diamo dal manoscritto lucchese le due lettere, che, 
del resto, furono già edite, benché malamente, nelle Mi- 
scellanee del Baluzio (i). 

Accanto alle sopra dcne raccolte, d'indole in cena guisa 
letteraria, sono da porre le copie redatte dalle varie can- 
cellerie e conservate negli archivi d'alcuni tra i Governi, 
coi quLili Cola ebbe relazione. E ricordiamo anzi tutto 
l'archivio di Firenze, dove, al volume XVI dei Capitoli 
del Comune, conservansi in copia sincrona ben dodici let- 
tere di Cola, dieci delle quali furono pubblicate dal Gaye (2), 
una fu per la prima volta edita dal Papencordt (3), e un'altra 
- Tultima - vede la luce nelF odierno Epistolario (4). 
-\nche neH\\rchivio di Stato di Lucca, il manoscritto 
"• 55 (5) J^"^'^ ■5**'''* ^*1''' Anziani avanti la libertà (jS) 
contiene un esemplare delle due lettere del 7 giugno e 
del 9 luglio 1347 (7), che appariscono simili ad altre 



(i) Stephani Baluzh MisuUdtttdf opera ac studio Iohakkis 
DoM. Mansi Lucensis; Lucca, 1762, voi. III. 

(2) Carteggio inedito d^ artisti dei secoli xiv, xv, xvi ; Firenze, 
i8j9, voi. I. 

(}) Op. cit. dee. XXXIV. 

(4) Epist. lett. XXVIIl. 

(5) Nell'antica distribuzione segnato: Armoiiio j, n. 26. 

(6) « Liber literarum missarum et rcceptarum ex officio dom. An- 
fl tianorum Lucani comunìs, factus, compilatus et ordinatus prò 
e anno N. D. .mcccklii. incipiendo in kal, ianuarii dicti anni, 
o exìsicnte cancellano dictorum dora. Antianorum provido viro ser 
« Cccho Ghiova Jc Luca not. et scriba diete cancellane prefatorura 
o dom. Antianorum, me Aytante filio Vannis Aytantis not. civ. lue. ». 

(7) Epist, lett V e X, 



L 



472 



e^. Gabrielli 



dirette, in forma di circolare e colle stesse date, a Firenze, a 
Perugia, a Mantova, L'archivio di quest'ultima cittA ci 
ha pure conservata, oltre quella del 9 luglio, una seconda 
lettera a Guido Gonzaga (i), Funa e l'altra nell'originale. 
A queste due, in conseguenza, e a quella mandata al Comune 
di Aspra (2), si riducono le lettere, che ci è dato leggere 
nell'originale, anziché nelle copie. 

Dopo le fonti manoscritte, che per le lettere di Cola 
rappresentano il maggior numero, van ricordate le fonti 
a stampa, delle quali è pur forza tenersi paghi nella defi- 
cienza dei codici. Ma queste, nel caso nostro, si riducono sol- 
tanto alle note Gesta pontificum Tungrcnsium dell' Hocsemio, 
dove due lettere sono inserite per intiero (3), e al volume II 
delle opere del Petrarca (edizione di Basilea), che contiene 
la lettera al cardinale Guido di Boulogne (4). E si noti, 
quanto al secondo dei due documenti datici dall' Hocsemio, 
com'esso si presenti pressoché simile alla lettera XXVII, 
scritta nello stesso giorno ai Fiorentini e conservata, come 
gii dicemmo, tra i Capitoli del Comune j cosicché la ricosti- 
tuzione dell'un testo trova nell'altro un efficace controllo e 
un valido sussidio. A ogni modo, la provenienza delle tre , 
citate lettere resta sempre un problema insoluto, che noi 
sottoponiamo all'attenzione degli studiosi. 

Tali le fonti di tutta quella serie di lettere che va dal 
1345 al 5 agosto 1354 (5). Oltre a questa data, non resta 
se non il curioso carteggio con Giannino di Cuccio, per 
il quale ci soccorre un gruppo di manoscritti affatto stac- 
c.ito e distinto. Ma di tali fonti sari detto qui solamente 
quel tanto che strettamente occorre al nostro téma, spct- 



(0 Papencordt, op. ciL doc. i; Epist. letL VI, 
(a) Epist. Ictt. XXIX. 

(3) Epist. Icit. XXIII e XXVIII. 

(4) Episi. lett. XLV. 

(5) Questuò U data dell* ultima lettera diretta ai Fiorentini. !nc. 
« Mirabilis vìrtutcm dotiùnus ». 



Intorno aWepistoìe di Cola di T^'en^o 473 



tando piuttosto a chi imprenda un'edizione critica dell* Hi- 
[Storia di Giannino parlarne di proposito. 

Agli studiosi non può riuscir nuovo il fatto che la 
leggenda di Giannino di Cuccio è a noi stata tramandata 
per via di molteplici codici. Ed è parimenti superfluo 
l*avvcnire come appunto da quel testo sì ricollegliino le 
lettere indirizzate a Cola a quella misera larva di preten- 
dente, e come in conseguenza esse si veggano riprodotte 
in una pressoché identica versione italiana, se non da tutti, 
dalla maggior parte dei manoscritti del!' Historia. Basterà 
segnalare i due ben noti dodici della biblioteca Comunale 
dì Siena, C, IV, r^ (i) e A, HI, 27 (2) e ti Barbe- 
riniano XLV, 52 (3). In questo però, ch'è tenuto pel più 
antico e autorevole^ al racconto dell'avventura non segue 
la trascrizione delle lettere che vi si riferiscono, E pure 
^^(iranne che per cotesta parte epistolare) sono copie del 

^H (i) Codice miscellaneo, cartaceo, proveniente dalla librerìa 

^^d'Ubcno Bcnvoglienti, scrino nel secolo xviii, la massima parte 

Ò2. una stessa mano: dì carte 312 (nuova numerazione)^ di cui 

alcune bianche. 

^— ^ La Hiitoria Ug^enda del re Giannino è ivi contenuta da e. 197 

^Hk e. 286. Seguono (ce. 287 r-292 r) altre notìzie raccolte dal copia- 

^^tore della leggenda, relative a Giannino di Cuccio e ad alcuni suoi 

discendenti. 

(2) Cod. miscellaneo, cartaceo, composto dalla riuniane di mss. 
diversi dei secoli xvi, xvii e xviii, con un quaderno di minor for- 
mato, inserito tra le ce. 155-176, che credesi scritto nel sec. xin 
(se non è piuttosto una contrafazione); di ce. J35 (numerazione 
modem a). 

Della Leggenda non contiene che la parte epistolare, cioè due 
lettere di Cola a Giannino, e una d* Antonio romito a Cola; la scrit- 
tura di questo frammento è del secolo xvm, ed esso è una copia 
oaaterialc fatta dalla Ltggtnda completa, contenuta nel sopra citato 
codice C, IV, 16. 

(j) Cod. cartaceo, del secolo xv, con legatura modernissima, 
di ce. 62 ; dimensioni 328 X i^* ^^^ fregio alla sola iniziale della 
prima pagina, e intitolazione in rosso. 





474 



Q/i. Gabrielli 



Barberiniano il codice della biblioteca Nazionale di Parigi 
«Ital. 593 » (i) e il Chigiano Q, I, 27 (2). 

A foglio 219 del codice parigino (3), dove comincia 
il testo delle lettere di Col.i, si trova scritto da mano diversa 
dallii solita: Lettres de Nicolas de Ritn;^i^ e subito dopo: 
« Lcs iiombres marquòs à la page extòricurc se rapportent 
« aux pages et aux numòros des Osscrva:;ioni di Girolatiio 
« Gigli sopra la storia del re Giannino ». Wdesi dunque 
chiaramente che questa trascrizione non può essere ante- 
riore ai primi anni del secolo scorso, dal momento che 
il trascrittore aveva innanzi le O55tfn'fl;^iom composte su la 
leggenda di Giannino da Girolamo Gigli (4). 



(i) Cartaceo, di fogli 234, con legatura modernissima in maroc- 
chino rosso. A e. 2 (precede il foglio di guardia) si legge la se- 
guente intitolazione: Historia ckl re Giannino di Francia, copiata dal- 
Vantico manoscritto, che fu in mano dA signor Celso Cittadini, nohiU 
senesf, et bora si trova alla biblioteca Barberiniana; dal che eviden- 
temente risulta essere il manoscritto parigino una copia del Bar- 
beriniano. 

(2) CoJ. cartaceo, di ce. 140. Contiene, oltre V Historia di Gian- 
nino {ce. 1-60), un estratto delle Historiae Smarum di Sigismondo 
Tizio. Sul frontespizio si legge (come nel citato codice parigino): 
Hiitoria etc. tratta dall' antico ms. che fu in matto del signor Celso Citta- 
dini, nobile senese, et bora si trova nella biblioteca Barberiniana, 1663, La 
leggenda di Giannino m^tnca, anche in questo codice, del cap. XXIII, 
che appunto, negli altri manoscritti, contiene VcpistoU relative al 
curioso episodio. 

(5) I fogli dal 4 .il 2 r8 sono occupati dal racconto; quelli dal 219 
al 1)4 dalla corrispondenza. 

(4) Giova ricordare come queste Ossentaxiotti fossero state ideate 
dal Gigli quasi ad illustrazione dell'edizione, ch*ci proponcvasi di 
condurre a termine, dcìV Historia di Giannino di Cuccio. Egli infatti 
ne discorreva nel %qo Diario Sanese (Lucca , 1725)1 dove registrava per 
ordine cronologico gli avvenimenti di Siena. « Noi non parleremo 
« qui - egli scrìveva - di questo principe sventurato, perchè abbiamo 
« promessa questa curiosa istoria a tutti i letterati, e stiamo ormai 
« per pubblicarla, non solo per mettere alla luce un illustre perso- 
a naggio finora quasi a lutti ignoto, ma per aggiungere un ottimo 



Intonw all'episiole di Cola di Q^en^o 475 



Parimenti, da qualcuno fra i codici italiani deW'Historin 
sono tratte le copie del secolo passato, nelle quali la bi- 
blioteca Reale di Parigi possedeva le lettere di Cola 
che vennero trascritte e poi messe a stampa dal Mon- 
merqué (i). Che anzi, secondo il parere di quest'ultimo, 
chi avrebbe, durante una lunga dimora in Italia, redatte 
quelle copie, sarebbe precisamente il De la Porte du Theìl, 
erudito insigne del settecento. 

Ma si rispetto alle fonti genuine, si rispetto a quelle 
adoperate da] Monmerqué, l'autorità del codice Barberi- 
niano rimane sempre maggiore, ed è veramente a deplo- 
rare che in esso manchi proprio quella parte che più serve 
al caso nostro, 

A questo punto però dobbiamo ristare un momento 
dinanzi al fano notevole della parallela lezione latina, in 



<K testo di lìngua toscana agli altri del buon secolo. Promettemmo 
«« quesu edizione a' giornalisti di Venezia, che nel primo giornale ne 
*c parlano, colle note dellMnsigne leiteraio m' Giusto Fontanini; 
*< ma avendo egli avuto alle mani cose Ji maggior rilievo, le corn- 
ac pilammo per noi medesimi, e ne lasciammo un originale nella 
«K libreria del Collegio Romano con altri manoscritti sanesi in osse- 
«t quio airemineniissirao card. Giov, Batt. Tolomeì, i3ostro gran 
«I benefattore » (Diario^ I, 138), 

QuestVn'j^jffa/i; della trascrizione e deirillustrazìonl del Gigli esì- 
steva infalli, in tre volumi segnali K, d, 1-5, alla biblioteca del Col- 
legio Romano, quando il Papencordt, che ne fa cenno (op. cit. 
p. 349), preparava il suo Cola di Rien^. Ma, alla bibliotccn Nazio- 
nale, i tre codici, del pari che la maggiore e miglior parte del fondo 
gesuitico, non sono, com'è noto, pervenuti. Una copia però, tanto 
del testo, quale avevalo preparato il Gìgli, quanto AtW Osservaxioni 
di lui si uova alla Chigiana, in due volumi segnaci: Q., I, 28 e 

(i) Dissertation historiqut sur Jean 1*^ , roi de Frana tt rf* Navartif 
parM. MoNMERauÉ; Parigi, Tabary, 1844. Anche il Rodocakachi 
(op. cit.) ristampò recentemente queste lettere; ma egli, che ignorava 
la pubblicazione del Monmerqué, sì servi del codice A^ III, 27 della 
Comunale di Siena. 



47^ 



CVf. Gabrielli 



cui i medesimi documenti ci sono stati tramandflii ndlà 
Storia di Siena di Sigismondo Tizio (i), che consen'asi 
manoscritta alla Chigiana ed è Tunica fonte che ce 1Ì 
dia in quella forma. Quivi leggiamo- le scesse epistole, 
che i codici sopra citati contengono nella lezione ita- 
liana. ^^ 

Or donde trasse il Tizio queste lettere? Nulla egl^^f 
ne dice: e soltanto della Dicìnara:^ionc del 4 ottobre 1354(3) 
afferma d' aver veduto l'originale. Dal Tizio trasse il Pa- 
pencordt questa Dicbìara:^onc e la mise a stampa in fine il 
suo Cola di Rienxp (3). 

Ma, tre anni dopo ch'era apparso il libro del Papcncordi. 
il gii ricordato Monmerqué trovò la Dichiara:^ione in uni 
pergamena del secolo xiv, che e probabilmente la stessa ve- 
duta dal Tizio. Essa infatti faceva parte dell'archivio itìU 
casa Piccolomini di Siena, e nel catalogo della venditi, 
dalla quale pervenne al Monmerqué nel 1842, era appunto 
annunziata fra i titoli di quella casa. 

Il iVIonmerqué, oltre la ristampa del testo, diede del do- 
cumento un buon fac-simile (4), ch'è quello appumo uti- 
lizzato netl'l-pistoloi-io. Quanto poi alle altre tre lettere (j)i 
non si poteva uscire dalla trascrizione del Tizio, che pare, 
del resto, abbastanza accurata. 

Ora, data questa duplice lezione delle lettere, un pro- 
blema si presenta spontaneo : - in quale delle due forme cìk 
uscirono dalla mente di Cola?- Alcune parole, che il Tizio 
fii precedere alla lettera di quel frate Antonio, dal quale tu 

i 

co Per le opportune notìzie intomo alle Hùtoriat Sfmmm àó 
Tì7.io, rimandiamo al Papencordt (op. cit p. 553). 

(2) Epist. lett. LII: « Hic est modus et tenor dcclarationis in 
(( omnibus et per omnia compìlatus qualiter fuit subaltemuas JUìos 
« regis Luygìi et regine Clementic tempore nativitatis filii prefià •• 

(3) Doc. xxxvn. 

(4) Allegato alla citata Disstrtation etc. 

(5) Epist. lett. L-LIII. 



Intorno all'epistole di Cola di ^'en^o 477 



segnalata a Cola l'esistenza di Giannino (i), spargono una 
certa luce su la questione. << Antonti aucem lìterarum -scrive 
« il Tizio - transmLssarum ad Senatoreni, tenor huiusmodi 
« fuit, a nobis hic in Litinum coiìvcrsus his verbis », e qui 
segue la lettera sopraddetta. Ma avrà il Tizio tradoite egli 
anche le lettere dì Cola di Rienzo? E perchè il tribuno 
avrebbe, in questo caso speciale, fatta un*eccczione ni co- 
stume cancelleresco, da lui sempre seguito per Tinnan^i, dì 
scrivere in latino? E se la pergamena conosciuta dal Mon- 
merqué e redatta in latino, perchè gli altri documenti lo 
sarebbero in volgare? E perchè Cola avrebbe rotta in tal 
guisa una tradizione cosi radicata? Noi non sappiamo farci 
persuadere dalle poche parole di Sigismondo Tizio; ma 
richiamiamo sull' interessante problema Patienzione degli 
studiosi. 

^K Dalla brevissima rassegna fatta dei manoscritti, che ser- 
^TOio alla stampa delle lettere, il lettore ha già potuto ve- 
dere come non si presenti quasi mai la simultanea esistenza 
d'una medesima lettera in due o più manoscritti: dal che 
il lavoro dell'editore viene di molto semplificato. 

La più rilevante eccezione a questa, che può dirsi la 
regola generale, è costituita dalla citata lettera al Comune 
di Viterbo (2). Anche di essa abbiamo una duplice lezione, 
latina e italiana; ma, mentre la prima si trova soltanto nel 
noto codice della Nazionale di Torino (ed è certamente in 
tal forma che il documento usci dalla cancelleria romana), 
la seconda (3) è contenuta in più d'un codice, tra le più 
diffuse cpistolac che circolavano nel medio evo, come quelle, 
ad esempio, di Dante ad Arrigo VII e di Morbosiano, 
principe dei Turchi, a Clemente VI, Sembra insomma 



I (i) Vedi la narrazione del Pape>4CORDT (op. cit. pp. 296-502) 
e lo schiarimertto dì lui: Uihir Gianni di Cuccio (op. cil. pp. 34^5)4) 

(2) Epist. leu. II. 

(j) Epist. Appendice, I. 

Archivio detii fi. Società romana di ttoria patria. Voi. Xf . 32 





jEs ara 7. . T^ T X 






?,SDÌit tt Zsia. à 3usi^ j£ Cim^at d 



'5 C-rrsacttiie ìl ir*i^ 77-* ieOa SàSuicCEcz »àà re. - - 'fj - i * ii! Bi- 

--f^^.-xrr m p.t^si^csciCT ( 3^. dt^ ^. j^f ccose tcio . footc Ìdle 
Lficsr; ii CcCx 3Ci- ccntrxraatisxc * ^ebsd? scp<pcoeva S PapCD- 
o- che =cc mrr» pento vrsto il m j ti > 7sc.: ùiL y esso 
okr* U lecera. ai ^Iter^csi, alcca aStro iocuznecto n- 
A TTU i: CoU. È on codL cartaceo àrì. secolo xir, ci- 
rasere t/Toio idl'epoca, legatura in marocdtiDO rosso, £ cane 108. 
A e 7^: Pistoia a CoU di RuK;(f a! Comxm € réciori d^U cùlà M 




Intorno aWepistole di Cola di ^ien^o 479 

<ldr Epistolario, risolvono, volta per volta, tutte le questioni 
X33inute, alle quali esso possa dare occasione, e, quanto ai 
codici adoperati, la Prefazione alle lettere dice brevemente 
t^tto ciò che non ha potuto trovar luogo nel presente 
scritto, d'indole sintetica e generale, 

A noi dunque rimane solamente a sperare che tanto 

il ravvicinamento qui tentato fra repistolografia del medio 

"^vo e la produzione letteraria di Cola di Rienzo, quanto 

le osservazioni fatte intorno ai caratteri e al contenuto 

«delle sue lettere, traggano gli studiosi a sempre meglio 

riconoscere l'importanza della pubblicazione proposta dalla 

Società Romana e intrapresa dall'Istituto Storico Italiano. 

Annibale Gabrielli. 




4 




/ Diario di Stefano Infessura 




ALLA NUOVA EDIZIONE DI ESSO 



Iella sua adunanza plenaria dell' 8 aprile 188^ 
r Istituto Storico Italiano approvava airun.inioutà 
' che si proctidesse alla ristampa del diario di Ste- 
fano Infessura (1). Il presente saggio intende a dichiarare 
quali furono gli studi che precedettero e i criteri che servi- 
rono di base alla nuova edizione. 

È noto che primo a pubblicare questa fonte di storia 
fu già nel 1723 Giovan Giorgio Eckhart, amanuense del 
Leibnitr, poi professore di storia ad Helmstiidt (2), Egli 
r incorporò al secondo volume del suo Corpus hutoricorum 
nuda lUVÌ, dandolo in luce da un manoscritto della biblio- 
teca Reale d'Hannover, riscontrato con un altro codice Ber- 
linese (bibl. Reale it. fol. 37) che, a quanto sembra, co- 
nobbe dopo (3). Nel 1750 il nostro Muratori scriveva al 
Marmi: «II diario dell' Infessura Tho anch'io nell'Estense 



(z) BulUtiitìQ d£ir Istituto Storico lialiano, I, 6$-66. 

(2) Vedi intorno all'Eckhart il von Wegele, G^schichte àtr d^t- 
scben Historiop-aphie, Lipsia, 1885, p. 638 e sgg. 

(j) EccARDi Corpus historic. mtdii atvi, Lipsia, Gleditsch, II, 
coL 1863-2016. V. Pnf. n. xvii. 





4^2 O. Trnnmasini 

«e petìsiva dì «Ltrlo fuoii io Q primo (i). Il signor ^' 
« dnlo (cosi Utìneggiito compiriva il nome deli'EckbSt^ 
« odia repubblica ddlc lettere), il stgnor Eccordo bui^^^ 
« riu pubblicato neOa Raccolta de' su<h Soittori Germani ^^ 
«eoa cuttodó penso di risumparlo» (2)- Ne Tidei <* 
Muratori era mcn che buona; daccbè il diario dell' lof*^^^ 
som int^essa troppo più k storia italiana e romana, c-^ ^ 
non la ted^ca; e se Pcdizioae italiana fosse riuscita n:^:^ 
gUÒpe^ avrebbe fatto dimenticare per certo quella che 
ordine di tempo era stata la prima. Ma ti iMuratori tri 
il suo testo solo da un codice del secolo xvu, ora con^e 
vato nella biblioteca dell^Ardiivio di Stato in Modena, di 
verso da quel che serri aU^Eckhar^ ma non migliore; 
per quanto il Muratori sapesse ch'altri manoscritti ne ste 

scro alla Vaticana, non gli era fadlc allora averne copia 

Anzi, dopo che la prima edizione delTEckhan aveva Éittc^=^^ 
coQoscoe intero il cesto del diario, dtato prima a spiz^cc::^^ 
e dove giovava, segui che ramare dell* Inlessura alla li — ^ 
berta comunale di Roma, e Inanimo acerbo da hiì mostraK==^ 
verso pontefici che la spensero, fe<sro ritrosi gli storicìtsss^ 
in tempi non liberi e non sinc^, ad occuparsi di esso, ^^^ 
più ritrosi ancora gli archivisti e ì bibhotecari in coqc^"^ 
deme i manoscritti allo studio. 

Anzi, il Muratori stesso, ripubblicandolo, ebbe bisogne^ 

(i) Questa lettera basta a mostrare quanto ben s'apponesse il 
teologo Frantz, quando accintosi a purgare dalle gravi accuse la me- 
moria di papa Sisto IV, annegg^ando contro il diario deirinfessura» 
che insieme colle lenere del Filelfo e cogli scrìtti di Luigi XI gli 
sembrava costituire « das Hauptarsenal der Angriffe gegen Sixtus IV n, 
scrìsse: « Muratorì tnig mit Recht Bedenken, sie der Sammlung seiner 
« Scriptores Rer, Ital. einzureihen und entschloss sich nur deshalb 
« dazu, weil Eccardus dieses Tagebuch bereits den ** Gelehrten " 
« zugànglich gemacht hatte ». Cf. G. Fraxtz, Sixtus IV und dU Ri- 
puhlik Floreni, Regensburg, 1880, p. vi e sgg. 

(2) Vedi LuD, Akt. Muratori, Lettere inedite scritte a Toscani, 
Firenze, Le Mounier, p. jaa. 



// diario di Stefano Infessura 



483 



ttenuare con considerazioni difensive il fatto suo, sop- 
:ienJo qualche brano, rimandando chi avesse desiderato 
ii!i all'edizione tedesca (r); a lui bastando che un testo 
a.nta importanza non fosse escluso dalla sua grande rac- 
a. italiana. 

Perl* innanzi maraviglia invece che precipuamente dalla 
>la storica ecclesiastica sia da ripetere il credito e la 
isione che conseguì il diario di questo scrihasenato. Del 
L fatto è da ripetere Torigine un pò* dalla materia e*un 
dalia forma dell'opera di lui. Dacché tra molti nota- 
iti in cui egli adombni, più spesso che non dichiari, la 
ia comunale di Roma, n'd di quelli che grandemente 
Pressano la Chiesa. Dove egli, per esempio, accredita 
L reliquia, o attesta un miracoloso registra una canoniz- 
Jone, o dà rehizione d*un conclave, o allega un parti- 
are del cerimoniale, T autorità di lui parve preziosa, 
lindi il Panvinio (a), il Bosio (3), il MartineUi, il Ni- 



(i) Muratori, Rcr. It.Scr. Ili, par. 2*, e. 1 1 [o, pref.: « pauca mìhi 
acuit expungerc, qtiac foeJiora mihi vìsa sunt atquc in^tigna, quae 
)ae:»ùs auribus atquc oculìs olTcrantur. Qui eiusmodi sordibus de- 
cuttur, eJìtìooem HccarJi adeac ». 

[2) Ci. le sue Vite ài Sisto ÌV d' Innocenzo P'III scritte in contì- 
tione alle Vitae pontificum del Platina. Il Pouget. le cui note « ex 
Tonicis bibliothecac Colbcriinac « riferisce il ìMontfalcon {BibL 
cih, mss. e. M51), a proposito del ms. Colbertiano dell' Infessura 
rva: «De Sisto IV, quem t.imen laiid.it Onuphrius, horrenda 
rrat, ncc quibusdam aliis pontiticìbus p^rcit », senza rilevare 
Ito appunto il Panvinio stesso accatta dall' Infessura. 
j) F. Martinelli, Primo trionfo dilla i"» Croce, 1655, e. 64; 

Bosio, La trionj'ank e gloriosa croce, Roma, 1610, nella stam- 
a del signor Alfonso Ciacone, p. 62; Ho. NiauET, TitulusS. Cru- 
Parisiis, i6y8; i quali autori citano il brano deirinfcssura «die 
ima mcnsis fcbruarii anni 1492 «. Soresini, De Cupitibus Ss, App. 
i et Pauli in sacrosanta Lateratumi ecclesia assem'atis, Romae, 1675, 
$Ji S4« S9» 106, 107, 115. Delle citazioni del Rainaldi e degli 
Uìsti terrò più panicolare proposito altrove. Il Niquet lo allega 

antiquo rerum Romanae urbis diario a Laclio Petronio, Paulo 





4*4 



O. Tomamuim 



qua, 3 Rainaldi, Io Chicoo (Caooiuas), 3 VatarcQi, 
rOldotni, il padre Casimiro, 3 Marini, il Sevenni, il So* 
resini, il Ganico, il Garampi vi si ritienrono con colcos 
uluni andie segnalandone i manoscncd in booo nanot^ 
per sino a che TedizionJ non ne disuserò il testo; di 
guisa che può sembrare non estraneo all'ultima (beni i 
compilazione che il Libcr pomtificalis assmwr od se- 
colo IV (i), e quasi un anello di congiunzioiie tra reflb- 
mtfrìdì della storia dvile di Roma, che col secolo xv muore, 



■ de Magistris ce Stcphano Infessora cooscrìpto» qaod numaoT^j* 
« habctur in bibliotheca Folvii Archingclt Balneoregieiisb a. pi Ci- 
smuro (Stòria tTAracdi, pp. 416, 4tS, 424^ 4^, 469) ne cita t o»^ 
Chigiano 1226, Vaiìc. 6^89, ;}94,unms « presso il ngtior tatsà^ 
u Pompeo Frangipane » e quello • presso i! signor Fraiucsco V^e* 
* sio s. Marini, Archiatri, II, 200, q. 14; G. Severano, Mfmarù ìxrt 
di!U setti chieu di Roma, Roma, 1650, pp. 161, 511, 520, 574. Git- 
Tico, Acta seìtcta caeremoniaìia S, R. f. ex variis mus. codicihì ^ 
diariìj iiuculi xv, xvi, xvu, Romae, 1755, cita Tlnfcssarx a e }»^ 
e Della prefazione (pp. xiv-v) osserva: 1 Illa autem ipsa caosa,^»»*^ 
«me ad Burcardi excerpta buie collectioni inserenJa pcrmovii ei4e*^* 
a multo magis ìmpuHt ut ex aliU Lìbris Diariìs Romananim RcroK*-" 
« quos in ArchivUa invent, fragmenu aliquoi eruerem ; licct ipsom** 

w aliqui Inter Scripta Rerum Italìcarum collocati fuerioi • ~ 

« Idem Muratorius iterum edidit Dìarìum Romae scriptum a ^^^^~_ 
« pbano Infessura Scriba Senatus popuUquc Romani, quad anteailit^ "* 
«fuerat cditum, licct lacera non mereretur publicam ob acerbìutf'^^* 
rt mordacìssimam, qua sìnc debita maioribus reverenùa, quorumdic^O 
« acta proscindit. Ab isto Diario, cuìus varia inveni mss-, vix unuc** 
t* alterumvc fragmentum crul, cum ferme tantum cxorta diaidii ^--* 
« coQtcniìoncs intcr Romanos procercs narret, quac pcnìtus «lie»^'^ 
« sunp a meac Collectionis scopo ». Garampi, Sa^^io di oiarrs;} 
sul valore dtllc momU pontificie^ App. pp. 79-80, 16J-64, 171-731 

(l) DUCHESKE, Elude sur U Liber pontificalis, p. 217; Lai 
Zur Kirchengeschichte des xvr. und xvu. Jabrhwidert, p. i^fX ^^', - 
posilo dei Diaria Sixti IV, auciore Barlholonuo Platina, osservi: <»''* 
« Abhingigkcìt Sacchis von Infessuras Tagebùchern stchi ***** 
«Frage; sein Standpunkt, ìst aus dcn l'itac Rem. ?on/t>)V tim bckin^^ 
a und hìcr nicht verleugnet ». 



// T)iario di Stefano In fessura 



485 



la serie dei diurnisti della curia che col secolo xvr (1) s' ini- 
ìano. 

Il Contelori, il quale non lo allega né nella sua !lta 
yfariini T, né ncìVElencbus S, R. E. cardinaìinm ab anno 13^4 
td anttum 14JO (si ponga mente a queir anno che è comune 
mnto di partenza e pel Contelori e per V Infessura), né Io 
3ta nella Genealogia familiae Conntttw, dove pur citò il 



(i) Il Gregorovius rimproverò al Ranke d'aver confuso coi ceri- 
Tionieri pontifici l'I il quale fu invece scribasenato e poJestà ad Orte. 
-'abbaglio parve ncll' edizione del 1874 della Gtschichtó der romani- 
chili und ^ermamschtn Vòlkcr, Appendice \ur Kritik ncucrcr Gcschìcht- 
'hniberf p. 98: « lafessura's tagebOcher sind immcr als cine Einlcitung 

ZM Burcardus betrachtet worden, und voli schòner Notizen », Gre- 
ORovius, Gcsch, d. S(. Koitu VII, 606, scrive del nostro diarista: 
Seìn hochverdicnsilìches Werk wurde vielfach benutzt. Selbsi Bur- 
clthard welcher Bischof von Morta und wol rait Infessura bcfrcundet 
^var, Schricb ihtn fùr das Jahr 1492 stelk'nweise aus ». Cf. ras. 
tt. 9136 del Suares, e. 39 e sgg. e Vat. 9026, apografo del Marini, a 
^67 : « Suaresii, De Diariis et Actibus Concistorialibus, ex orig. in BB ». 

questo si citano: i* « Diaria ab oHtu Bonifacii S ad Aìcxandrum 6 
« B B, \'aTÌcana, n. 5622, codice seu Ephemcridis », notando in mar- 
^e : «italice»; 2® « Diarium dictitju Mtstican^a, collectum e qui- 
>Usdam Diariis olim apud Gcntiltm Dulphinum at incerti auLtoris 
•b Urbano V" ad Gregorium XII"" ab anno 1379 ad 1427 in B B 
■t in archivio Vaticano e libris Card. S"» Susannac CobcUutii »; 

«? Diuria Stephani Infissurae civis Rotmini a Umporé Curiae Homaiiae 
C?d//i; rcductae in Urbem ad Aìcxandrum Vi Poni, sive ab a. t)t.i 
^ /^9j rerum romanarum suorum tcmpontm». E cita in margine; 
-odex Vatic. $299 partim italice, pariim latine, incipit: pontificai' 
•**»/«, tt dissali : piglia tesauro italice ». E annota a e. 269: « Omnes 
-odices Diariorum Caeremonialium reconditi fuerunt in Biblìo- 
*»ccis Farnesiorum cardìnnlium Alexandri et Rainutìi exemplati ut 
'^inoiat p. 4, d. I diar. lo. Paulus Mucantius ad ann. 1590 «.Nel ras. 
*t- ^909 si citano a p. 21 fra i mss. di cui si giovò l'autore della Storia 
^ Serenissima Nobiltà dell'alma città di Roma, libro apocrifo di Alfonso 
^^carelli, i *f Diarii di Sttfam Jttfcssura delle cerimonie Eccìì^ (!) 

^Ualj sono manuscritii in tutto faglio nella libraria del signor Fran- 

^tsco Mucante maestro delle ceremonie di N. S. j». 




486 



O. Tommasini 



Diario del Notaio deli'Anliposto (i), lo conobbe per ceno, 
ne possedè un manoscritto, e un codice nel musco Britan- 
nico (add. mss. 8433) ce ne fornisce la prova. Tutti i cul- 
tori della storia civile e di quelle discipline che le valgono 
di sussidio, come la topografia, la genealogia, la numisnu- 
dca, ne invocarono l'autorità. Tune le combriccole lette- 
rarie che in Roma tennero successivamente il campo, h 
quella di Fulvio Orsmi, del cardinal Delfini e del Sìrta 
a quelle della regina di Svezia, del barone de Siùsà, 
degli Albani, del Valesio, del Cancellieri, tutte ne toro 
conto (2). 

Se non che il diario di Stefano Infessura fu creduto 
sulla parola assai più che esaminato ; delia persona sua bistè 
conoscere quelle notizie che negli appunti cronici Jiè «' 
se stesso: bastò l'appunto, che si spesso ricorre in principio 
ai manoscritti del diario, ch'egli, cioè, fu podestà ad One 
nel 1478 (3). Ricerche originali non si fecero, non» 
potè; non si raccolsero quelle sparse ne* libri a st.i""' 
Valesio e il Cornazzani, pur giovandosene per la 
la genealogia di casa Colonna, non videro come l' inllucitfJ 
di casa Orsina erasi provata a intorbidare la fonte loro; il 
Cancellieri, che pur ricorse a lui per stabilire l'origiue J^l 
mercato di piazza Navona, le solennità dei possessi ponw- 
ficij financo il « sonare a gaio » delle campane di Caiopitl*^ 



(i) CoNTELORi, Genealogia familiat Comitum, p. 26. Son lo Domila 
espressamente, ma lo designa: a in Diario Italica linguj sciiproqu^* 
« ìncipit ab anno 1481 n. 

(a) De Kolhac. /.a bihliothèqué de FuMo Orsini, Paris, iWy.p**" 
sim; JUSTI, L/bfn l^itikilmafms, lì, aap; Id. Aniiquarisik Brùf* ''* 
Baron VhiUpp von Stosch, p. 22 e sgg. ; Valesio, Istoria di c<i3i ^^ 
lonna, ms. archìvio Colonna, crcd. XIV, i. 26, pp. 80, 171. ^^ 

($) Lo JÒCHER {JH^effuinti dUiirUn Ltxikcn) Io chiama «on>*J" 
« crctarius des Raths zu Roni, war erst Stadt-Richicr tu OrU*- 
ra$s. che, secondo le sigle indicate in seguito» lo danno come (W*^ 
di Orte, sono A, 0\ R. S, V. — S' in due note diverse \oòX*f 
« testai Ostiae » e « p. Ortae n. 




// Diario di Stefano Infessura 



4S7 



glio (i), della famiglia dell' Infessura non aggiunse verbo ; 
ti^ la storia dello studio romano sospettò che dovesse appa- 
rire il nome del nostro diarista fra quelli de' suoi profes- 
sori. Di guisa che, sino a questi ukirai tempi, in cui la 
critica si è esercitata in ogni maniera d'indagini e di rap- 
presentazioni, il valore storico, la struttura e la compagine 
intrinseca degli scritti dell* Infessura rimasero intentati. 
Qualche dubbio sulla giustezza d'alcuna delle sue date 
•affacciarono il Muratori (2), il Giorgi, il Papencordt. Il Gre- 
Soroviu-s, pieno di simpatia pel nostro scribasenato, affermò, 
''ipetè, congetturò, ma non provò nulla sul conto di lui (3) ; 



(1) Cancellieri, Le campane di Campidoglio, p. 43. 

(2) Muratori, Attnàli d Italia Ad ann. 1458, 1464, 1488; Giorgi, 
*^iga Nicolai l' poni. max. ad jidgm veUrum mùuutmntorum, p. 159; 

Quantunque altrove (p. 169) scriva: « ar dubitare non sinii inscriptio 
** tiunc aliala, atque Suphani Infissurae tcstimonium »; Papencordt, 
^^scbichU dcr Stadt Rom im MitUUlUr, pp. 471, 476. 

(^) Grecorovius, Gtschichte der Stadi Rom, VII, 605 : « Zu wir- 
"* klicher Bedeutung crhebt sich unter diosen ròmischen Journalisten 
•* crst Stefano Infessura. Das Leben dieses Mjnnes ist unbekannt, 
** ausser dass man durch ihn sclbsi weiss, er sci Im Jahre 1478 praetor 
•« in Horta gewesen, dann Schreiber der Senats geworden. Er ver- 
*^ fasste ein Diarium der Stadt Rom teils in italienìscher, tcils in la- 
* teìnischer Sprache, dessen Anfang nur fragmeniarisch ist; dean er 
*^ beginnt mii 1295, springt dann zu 1405 ùbcr, gibi die Geschichie 
♦« der ersten Hàlfte des xv. Jahrhunderts wie im Auszuge aus anderen 
«« Chronìsten, und wird darauf sclbstandig und reichhaltìg nnmcntlich 

* von Sixtus IV an OtTenbar fùlirtc Infessura einen gròsseren Pian nicht 
«* aus (?!). Er ward wie Burciiliard oline IiLimanisiisclic BiUung. Vom 
«e wbsenschaftlichen und kùnstelrischun Lcben in Rom nam er nicht 

* die geringste Notiz. Im Hofbeamtcn Burckhard wagt sich nie der 
«Mensch hervor; in dem rcchtlichen Infessura aberschlagi das Herz 
« und urtcilt dcr Verstand cincs frcimùtigen Bùrgers. Er zcigt sich 
•rais praktischcn Mann von cinfachcr und rauhcr Art, ah ccht rdmi- 
(T schen Patrioten, Republicaner aus Neigung und Prtncip, als Feind 
a der Papstgewalt, daher er sich ofFen als Bewundcrer Porcaro*s be- 
« kennt. Dcshalb fràgt er bei seinem Tadel ùber die P^lpstc, namenilich 
«den ihm so ticf verhassten Sixtus IV, die grellsten Farben auf. Fai- 



O. Tommasini 



il Reuniont male lo dipinse come il rappresentante vero 
deir inesauribile maldicenza romana (i), quantunque avesse 
ragione d'affermare che per i Liutprandi del secolo xv 
si voglia critica non meno acuta che per quei del x ; al 
Creighton non s' intende ben chiaro se talvolta l'origina-* 
litA di lui parve più preziosa o sospetta (2); il Pastor, fi- 
nalmente, dopo averlo rappresentato come un violento av- 
versario della dominazione papale, ^opo averlo censurato, 
andando sulle orme del Giorgi, per cronologica inesanezza, 
promette poi di provare nel secondo volume della sui 
storia de* papi, e di provare /«;jfit/«i, che l'Infessura, secondo 
lui, non merita fede (3). La quale promessa non trattiene 
l'esame scientitico, libero da preconcetti aggressivi ed apo- 
logetici, dal saggiare una buona volta la compagine di 

cr schung dcr Gcschichtc slnd ìhm nicht nachzuwcisen. Da cr das 
t Papsihumdurchaus von sciner weltlichen Seitedarstellt, gab ihmdas 
« Nepotenwestn zu moralischer Enirùstung und bcttern Ausfillen 
« Grund genug. Nur Ìsi cr cinseiiig; von dem Guten was Sixtus IV 
« gcschatTcn hat, wciss er kaura ein Wort zu sagen. Man kann ihn 
« den letzten Republlcauer der Stadt Rom nennen; eìnen Mann der 
« tùchligsten Gcsìnnung, voli bQrgerlichem Ehrgefùhl Das òffcntlichc 
« Lcben zur Zeìt von Sixtus und Innocenz Vili lehrt cr am bcstcn 
«kcnncn; dafQr ist er Hauptquelle. Scin hocbverdicnstliches W'erk 
« wurde vielfach benuUt ». Nelle partigiane Gisihichtsiùgcn, Padcrbom 
undMùnsler, 1887, non trovandosi menzione dell' Infcssura, vuol dire 
che o non s'ebbe come un « Gegner dcs Papsthums » o non parve 
UDO storico mendace. 

(i) Il Relmost, GcschichU d<r Stadi Rom, III, par. l*, p. 367 : « dcr 
« .ichte Rcpriisentant der unverwùstlìchen ròmischen Medisancc a. 

(2) Creighton, A history oj Uu papacy. II, 5 io: « (Infessura's di^ry) 
« grows more connecied as Ìi approaches bis own lime, but has some 
« Information, not given elscwherc, of the cvenis ot" the years 1451 
« and 1434 ». 

(3) Pastor, GfSchichU dtr PàpsU, seit dtm Jttsgan^ dis MitUlalUn, 
I, 343, in nota: « Infessura, oin heftiger Fcind der pàpstlichen Herr- 

« schafit »; p. 43), nota 3: « Auf die Unglaubwùrdigkctt Infes- 

« sura's wird der zweitc Band dieses Werkcs noch nìher cingebcn 
tf mùssen u. 



questo diario, l'autore del quale di molte delle cose che 
racconta fu senza dubbio testimonio di veduta. Fino a che 
punto fosse egli in condizione di vedere il vero, come 
1*^ raccontasse, quanto Io colorasse del suo umore personale, 
guanto accettasse da' contemporanei, se l'opera sua ci perve- 
^sse schietti o a quali alterazioni andasse soggetta nel 
tramand.ircisi, queste sono le ricerche che sembra necessario 
*ii premettere, prima di poter portare coscienzioso giudizio 
della fede che merita. 

É cosa certa che, se non fosse pel diario di Stefano, 
oramai non resterebbe più memoria del nome e della ca- 
sata degl'Infessura (i). Di tanti documenti a lui anteriori 
in cui s'incontrano lunghe liste di cittadini romani, come, 
ad esempio, nelle tante convenzioni d'accordò e transazioni 
tra il Comune di Roma e i pontefici, quali furono pubbli- 
cate e dal Vitale e dal Theiner, il cognome dcgl' Infes- 
sura non capita mai; ne capita in documenti privaci a 
stampa, o in altre cronache, se si eccettua quella mano- 
scritta, assai sospetta, di cui fa parola il Bicci (2), che già 
si conservava neirarchivio dei Boccapaduli. In questa, tra 
gl'intervenuti ad una festa di Testacelo, sì citano « \*estuti 
«all'antica... li riformatori dello studio che erano Luca 
<i Antonio Boccapadura et l'aitro Matteo Infesura ». Pure 
non è dubbio che la casata degl'Infessura fu, tra lo popo- 
lari, delle più spettabili, e basterebbe l'autoritA di Miircan- 



(1) Nei Ri-Bistri del camerlengo d<iUu Camera di Roma (Arch. di Stato) 
il nome di lui apparisce notato nelle seguenti forme: i" Stefano in 
fessura; 2** infessura; }• ìnffcssura ; 4*'infusura; 5" Infusurj; 6" de yn- 
fìxurìs. 

(a) M. Bicci, Sotì^ia delia famiglia Boccapaduli, Roma, 1762, p. 2;, 
in nota. La cronìcaf per quanto riferisce il Bicci, fu scritta « in Roma 
«nello rione dell» Monti per Nardo Scoccìapile nell'anno 1572 del 
« mese dì agosto per santa Maria ». Di questa cronica il Bicci dì un 
lungo estratto fra i documenti (pp. 589-595). Sembra scritta con 
preconcetti genealogici e ad esaltazione specialmente della famiglia 
dei Maddalenì. 



490 



O. Tommasini 



tonio Altieri a rendercene testimonio. Era delle romane 
natie e s'andava assottigliAndo e nascondendo fra le romane 
fatte (i). Le memorie manoscritte che se ne raccolsero, 
risalgono sino all'anno 13^7, cioè sino all'avo del nostro 
Stefano ; ma prima della metà del secolo xvii si nHbuiano 
e il nome, rerediti e le cane della famìglia trapassano di- 
sperdendosi in casate commemorate per censo lar£;o e rt- 
lazioni profittevoli colla curia (2). 

Nel 1397 Lello degli Infessura comparisce arbitro tr^ 
Lorenzo dì Cecco Palochi e Ludovico de' Papazzuni «ai- 
tenziando in una questione di loro orti contigui per 1^ 
distruzione d'una fratta. Egli ebbe ad essere pertanto^s^ 
condo ogni probabilità, dottore di legge. Nel 1408 assistè ito 

(i) M. A. Altieri, li nuptiali, ed. Narducci, p. 15 : « Ronu, JÌ* 

" regina et dea universale vedese al presente tanto nihìUu«f 

« per romani naturali terriase obscurissinu et solitaria btcba Pfi*" 
«« cìpiando dalli Monti et per Cavallo, per lo Treio et per li C«P- 
« niancatice Ccrroni, Novelli, Paparoni» Petrucci, poi Salveni, S»*^ 
«Cagnoni, Lupelli, Pirroni et Vcnnettini, Dammarì, Fotcbi, P™^' 
« Masci, Capogalli, Mantaci, Carvoni, Palocchi, Acorariì, P 
«et Valentini; Palelli, Arcioni, Migni, Caporaalestri, ">. 
" Negri; et poi Mancini, li Scutli, lì Infessura, ctc, ». 

(2) Nel testamento d'Agnese Branca, rogato da! notaio Bo<** 
di Paolo di Buccio di Angeli, in data de' X3 gennaio 1401, ct^tìxf^ 
noU'arch. di S. Spìrito, e citato dall'ADiKOLFi {Rema mirtUHfi^' 
lU 26, in nota), si descrive una casa che confina colla « JornoshcW 
« dum condam Pctri de Columna, ab alio latere tenct Lcllus F<- 
asure, retro est locus qui dicitur la Sede, et locus qui dìcitur li 
" Mesa ». Gr Infessura s'imparentarono coi Giovenalì e l Ghìslttf» 
Le loro carte passarono da queste casate nei Simoneni e di q«K5S* 
poi nella famiglia dei conti Savorgnan di Brazzl, che con gno& 
cortesia mi concessero di averle a studio. Rendo grazie in quctfiK' 
casìone alla colta e gentile signora contessa di Braxzi, anche p^ 
altri schiarimenti verbali che mi favori rispetto all'archìvio 1 
Slieo. Le pergamene degl' Infessura fino a* tempi dell'archìvliU .^ 
matari furono vedute nell'archivio Brazzi; poi scomparvero. Vcrfi 
App. n. 1 le Kothie rtìativt alla famiglia Jnfessuta e docummti cht ! 
riguardano. 



// diario di Stefano Infessura 



49 T 



*^trtura e alla conferma de' capitoli della società del Santis- 
^*tno Salvatore. Poi Giovan Paolo, suo figliuolo, nromatario 
^ speziale della regione di Trevi, è de* caporioni nel 1428; 
^on risulta con cui s'ammogliasse, ma ebbe buona fi- 
Sliuolanza; la Vannozza, maritata ad un Benedetto di 
*^ elice de Fredis, di Valmontone, antenato di quel de Fredis 
^he diventò famoso per aver ritrovato, scavando in una sua 
"^'igna presso le Sette Sale, nel 150^, il gruppo del Lao- 
<^oonie; poi Lello, il nostro Stefano, Lorenzo, Antonio, 
Oomenico e Ceccolo che fu celebrato come uom faceto e 
«e da supplire ogni defecto » (i). Ma non sembra che costoro 
godessero di numerosa prole o vivessero a lungo. Lello 
era già morto nel 1483, E appunto in quest'anno Stefano, 
curatore d'Antonina, figlia di lui e sua nipote, comparisce 
come « eximius iuris utriusque doctor », e stipula patti 
dotali fra lei ed Antonio, figlio di Giovan Battista della 
Pedacchia. La subarratio segui « in regione Trivii in domo 
o habitationis dicti d. Stephani ». La dote era di 400 fio- 
rini, da pagarsi metà subito in contanti, meti fra un anno, 
dando ipoteca su d'una casa del « q. Lelio de Infessuris 
e in regione Trevi cui ab uno latere tenet Laurentius de 
«t Infessuris ipsius d. Stephani et q. Lelii germani fratris». 
Lo sposo in pegno dotale costituì una casa paterna posta 
«in loco qui dicitur la Pedacchia», Le nozze si fecero in 
Ss. Apostoli; testimoni spettabili intervennero all'atto so- 
lenne. Ceccolo aveva pur egli già nel 13 16 lasciato vedova 
la sua Maria, rimasa con due figli; Teofila e la Lucrezia 
che andò a marito ne' Patrizi. Figlia della Vannozza, Mad- 
dalena de Fredis sposò Pietro di lacovo « condam do- 
« mini Galeotti de Normandis oliai de regione Columpne 
et nunc de regione Trivii ». Cosi gì' Infessura s' impa- 
rentarono coi discendenti di quel Galeotto Nonnando che 
re Ladislao fece cavaliere a San Marcello nel 1404, e cui 

(1) M. A. Altieri, Li nupiiali, !oc. cit. 



Ék 




cinque anni dopo, a' 21 di giugno, la fazione orsina 
ecclesiastica tagliò la testa. E Stefano ammogliatosi 
Francesca^ vedova già d'un Paparoni, ebbe pur esso d 
soli figliuoli: Marcello e Matteo, Quest'ultimo nel ij 
era già morto ; quasi fosse destino che cittadini amar^ 
della libertà dovessero ormai vivere vita agitata e brev*^ 

E agitata ebbe a menarla nella sua giovinezza ancl 
il nostro Stefano. Si trovò a' rumori e alle giustizie del 
cospirazione di Stefano Porcari ; si trovò a vederlo appi 
cato al torrione di Castel Sant'Angelo: e veddilo io -^ 
« esclama - vestito di nero in ìuppetto et calze nere pcnncr -^ 
« quel)* huomo da bene, amatore dello bene et liberti d -^ 
« Roma i> (i). Egli e suo padre e tutti i fratelli ebberc::^ 
brigbe con Gasparraccio della Regola, brighe che nel 1470 s; i 
terminarono con atto di securtà e dì pace solenne (2), m^M 
che prima dovettero turbare non poco la pace della famiglia — 

L'anno in cui Stefano nacque non ci risulta da docu — 
menti. Sappiamo che nel gennaio del 1500 era mono^^ 
dacché appunto in quel mese Marcello e Matteo suoi figli 
convengono col camerlingo della chiesa di S. Maria ira 
Via Lata, promettendo al Capitolo un'annua cavallata di 
mosto in compenso d'una messa alla settimana in giorno 
di lunedi, da celebrare in perpetuo a suffragio de' morti 
nella cappella di S, Nicola, di cui Stefano Infessura sin 
dal 148 1 aveva acquistato il diritto di patronato per la fa- 
miglia sua e pe' discendenti. Ma Stefano aveva costituito 
vincolo sopra una vigna che aveva acquistato per la cor- 
risposta alla chiesa della cavallata di mosto annuale ; e 



(1) Qiiestn passo leggesì nelle cdùioDÌ d^EccarJo e del Muratori 
assai gUAsto. (E): « e viddelo io vestito di acro in vìpetto et calie 
n nere le perdete quetrhuomo da bene ». - (M) : « e lo vidi io ve- 
ti stito di nero in gtuppctto» e calze nere. Perdette la vita quell'uomo 
« da bene» ecc. ». 

(a) Vedi in App. n. i : Xolì^w rtUlh^ alla famiglia Infasura < (fo- 
tumtHti cÌH Ut riguardano* 



// diario dì Stefano Infessura 



493 



F*c>ichè questa vigna era fatta deserta e non dava frutto, i 
figliuoli convennero nel 1500 coi canonici in altro modo 
Per la soddisfazione del debito. È probabile che Stefano 
<^ÌTca a quell'anno uscisse di vita e fosse sepolto nella tomba 
gentilizia della medesima chiesa, dove giA nel 1483 era 
s^to deposto suo padre. 

Ora, se egli nel 1500 era morto ; se nel 1478 si tre- 
^?'ava pretore ad Orte, e doveva per lo meno aver com- 
piuto i trent'anni d'età; se ricorda d'aver visto pendere il 
F*orcari appiccato, è da credere ch'egli probabilmente na- 
-scesse circa all'anno 1440. Innanzi al 1471 era già rino- 
mato per la sua perìzia nel diritto (r), giacche nel primo 
libro Dt gestii Pauli II, Gaspar Veronese ricorda come in 
una pressa delia folla sul passaggio di quel pontefice, che 
non visse oltre al 1471, mentre dal Vaticano si recava al 
palazzo di San Marco o al Laterano, egli e Steflmo Infes- 
sura, « iuris peritissimus », ebbero per due volte a correr 
pericolo. É singolare che Stefano nulb riferisca di tale 
accidente, mentre Gaspar Veronese conta che questo fatto 
« bis accidit )>, si verificò due volte. Nel rarissimo li- 
bretto delle lettere d'Agapito Porcio Porcari, dedicato a 
"Luca de Leni, che mori nel 1486, pubblicato senza nota 
d'anno o nome di stampatore, una ne A, e lo afferma il 
Marini che vide l'opuscolo, diretta dal Porcari a Stefano 
Infessura (2). E questo documento ce lo mostra in rela- 
zione viva anche colla famiglia Porcari. Fu inoltre lettore 



(i) Marini, Archiatri, II, 185, App, di docum*: n cum aliquotiens 
« ex Sancii Petri sacratissimo tempio dìscederet ad Sanctì Marci, aul 
ff Sancii lohannis Lateranensis, tanta erat eius videndi unicuique cu- 
te pidiias et ardor, ut essec hommum mirabilisque pressura, et tanta 
a Uctitìa et gaudìuni, ut nonculli in lleium solverentur; quod Ga- 
« spari Veronensi illius Compatri et Stephaao Enfesario, ìuris peritis- 
w simo, bis accidit j). Il Marini che stampò « Enfesario n, probabilmente 
dove era a leggere « Enfesurio «, riconobbe in esso l' Infessura nostro. 

(2) Marini, Archiatri, I, 177, II, 200. 

Archivio della R. Società romana di storia patria. Voi. XI 33 



494 



O. Tommasini 



in civile nella università di Roma ; e ne* pochi registri ddlj 
Deposiieria della gabella per lo studio che ci rinungoao 
all'Archivio di Stato (i), capiti il nome di lui non info 
qucnte e vi s'incontra compagno con quello di Mario Sa* 
lomonio, e di colui ch'esso e i contemporanei chijmaroao 

(i) Archmo di Stato in Roma, Registro della DeposiUru muf» 
bella dello studio, anai 1481-82: e. 40 v: « Alla ditta adi JluoC^ 
« dici romani per mandato de' di .xxnii. di giungnio a missorc Sicfjw 
a de Infiuris (sii-) lettore civile per la ni". » — e. 44 ; « Alla JitU i ^ 
ff detto [23 gennaio] f quaranta romani per mandato de t21 SL&&- 
tf cembre a missore Stefano de Ynfixuris lettore in ditto ftudioinunè 
« per la prima tersaria . . f. .xvnu. se. 42 ». Ibid.: Re^jiUo ài »Xi^ 
n ìaus Calaweus dcpositatitis pecuniurum gahtlU itudii Almt Vr 
a. 1482-1484: e. li: u Alla gabella dello studio a dì ]0 
«r f. venti romani per mandato de dì 25 d'aprile a missore Stctìw 
" [nffessura condotto in iure civili la sera per le mela della siu ^^ 
« conda ler/eria porto ecc. f. .xx.» — e, 16: « A la delta a Ji d«» 
« [11 di novembre] f. venti a missore Stefano Iniusura per resto tklU 
« seconda terzerìa conti allui f. .xx. « — e. 19 v: n A la JettJ » ^ 
« detto [14 di marzo] f. quaranta per mandato de di primo di luglio 
« a missore Stefano Infusori in detto studio condotto in iure orSi 
« per la sua ultima terzeria dell'a