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Full text of "Archivio"

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ARCHIVIO 



della 



R. Società Romana 



di Storia Patria 



Volume XXIV. 



Ti 




Roma 

nella Sede della Società 

alla Biblioteca Vallicelliana 



I9OI 



kox 




1121208 



Roma. Forzani e C. tip. del Senato. 



NUOVI DOCUMENTI 



RELATIVI ALLA 



Ìihcra^ionc dei principali prigionieri turchi 



PRESI A LEPANTO 



òfS^^OEL volume XXI. di questo •^rc/jiV/c) pubblicava con 
^ì^ ^ ^''^'^'^ illustrazioni alòurii documenti relativi alla 
[^'^^' liberazione dei' principali prigionieri turchi presi 
a Lepanto e tenuti a Roma parecchi anni per conto della 
Lega cristiana. Secondo quei documenti, Gregorio XIII 
appariva premuroso di mettere in libertà i Turchi, affinchè 
in cambio il sultano rendesse a Venezia alcuni capitani 
presi a Cipro, e alla Spagna Gabrio Serbelloni, preso alla 
Goletta. Delle due più autorevoli potenze della Lega, Ve- 
nezia desiderava ardentemente il cambio, la Spagna si op- 
poneva, ed il papa, troy^ndo^ljn mezzo a due Stati cat- 
tolici e potenti, di cui desiderava i' amicizia, e che voleva 
conservare concordi per ambile guerre contro i Turchi, 
proclamava il dovere che di liberare i Cristiani incombeva 
a lui, capo della Chiesa, e contro la volontà di Spagna lo 
compiva (i). 

I documenti pubblicati mettevano in buona luce Gre- 
gorio XIII, lasciavano comprendere alcune difficoltà op- 



(i) M. Rosi, Alcuni documeiiH relalivi alla liberazione dei princi- 
pali prigionieri turchi presi a Lepanto, in Arch. della R. Società romana 
di storia patria, XXI, 159 sgg. e documento relativo n. 11, p. 186. 



6 qM. T{os{ 

poste da Filippo II, e in piccola parte anche gli ostacoli 
incontrati a Costantinopoli, ma non bastavano per cono- 
scere tutto il retroscena delle trattative che si fecero per 
il cambio dei prigionieri, né di apprezzare giustamente 
r importanza di esso e il posto che occupa nell' agitata 
politica europea durante il periodo che corre dalla battaglia 
di Lepanto al compimento del negozio concluso nel 1575. 

E tale periodo può ben dirsi fecondo di avvenimenti 
gravi anche volendosi solo limitare ai rapporti fra l' Europa 
e i Turchi. Infatti si concluse la pace tra \'enezia e il 
sultano, si tentò un ravvicinamento fra i Turchi e la Spagna, 
ravvicinamento che non si potè f:ire e che divenne anzi 
difficilissimo per la conquista della Goletta, si resero più 
stretti i rapporti tra 1' Oriente e la Francia, la quale con- 
cepì disegni sempre più arditi, fitta audace dalla elezione 
d' Enrico di Valois a re di Polonia, ed a lungo si trattò 
pure delle relazioni fra i Turchi e Roma. 

Queste ed altre cose io ben sapeva quando nel 1898 pub- 
blicavo i citati documenti, e quindi, pur apprezzando l'im- 
portanza di essi, diceva che non tutto lasciavano vedere e che 
nuove ricerche avrei fatte per arricchire quello studio (i). 

Fedele alla mia promessa, pubblico ora altri documenti 
trovati negli archivi e nelle biblioteche di Roma e di Ve- 
nezia, non già affermando di aver con questo compiuto 
in ogni parte 1' esame (e come potrebbe dirlo chi studia 
su materiali inediti ?) di questo argomento, ma solo sicuro 
di aver fatto lunghe e diligenti indagini nelle capitali dei 
due antichi Stati, che in queste trattative ebbero la parte 
maggiore, e lieto di presentare una raccolta, la quale dal 
punto di vista politico è molto più importante della pre- 
cedente. 

Per farla, nulla ho potuto togliere da opere stampate, 
non avendone vedute di utili, oltre quelle che adoperai 

(i) M. Rosi, op. cit. p. 184. 



La liberazione dei Turchi presi a Lepanto 7 

per il primo lavoro; dovrà pertanto il nuovo studio pro- 
cedere su documenti inediti, illustrati, ove occorra, dal- 
l' altro scritto che verrò via via citando. 

Dopo la battaglia di Lepanto, i vincitori lasciarono 
indivisi una quarantina di prigionieri turchi affidandoli al 
pontefice, che avrebbe dovuto custodirli per conto della 
Lega(i). 

Dei prigionieri due rimasero a Napoli (2), gli altri, il 
giorno 8 marzo 1572, accompagnati dai cavalleggieri giun- 
sero a Roma (3), dove restarono fino alla loro liberazione 
chiusi nel palazzo dell'Aquila in Borgo, sotto la guardia 
di ventiquattro alabardieri (4). 

(i) M. Rosi, op. cit. p. 141 sgg. 

(2) M. Rosi, op. cit. p. 142. Dei due non giunti a Roma, l'uno 
era il figlio maggiore di Ali, morto poco dopo a Napoli. 

(3) In un avviso di Roma del giorno 8 marzo 1572, conservato 
nella biblioteca Vaticana, codice Latino-Urbinate n. 1043, ^^ ^^gg^- 
« Hoggi intorno alle 20 bore son entrati in Roma li - Turchi pri- 
« gioni accompagnati dalli cavalli leggieri di Napoli, si come gli scrissi, 
« son passati per mezzo di Roma a due a due vestiti tutti con la 
« veste de sotto de raso ranciato et le di sopra di raso rose secche, 
« ma li due principali, cioè il figlio del Bascià, et il governatore del 
« Negroponte, con le veste del medesimo colore, ma di velluto. Gia- 
ce scheduna di queste coppie havevano dalle bande un cavallo leg- 
« giero con le lancio in mano». 

(4) Nell'archivio del Capitolo di S. Pietro, che ho potuto visitare 
per la cortesia del rev. Galli ad esso preposto, si conserva un volume 
manoscritto intitolato: Descriplio purrocbiae et hapti:^atorum, incomin- 
ciato nel maggio del 1540. Tra i fabbricati della «strada nova» si 
trova indicato « el palazo che se dice de Ioanni Baptista del Aquila ». 

Nel medesimo archivio si trova un Libro della parochia di 
S. Pietro : Status anitnanim, il quale contiene queste parole riferen- 
tisi all'anno 1573: «Infra la strada nova et borgo vecchio seguita 
« a l'altra isola dalla strada nova a borgo vecchio il palagio del Aquila 
«di M. Hieronimo Geuli alla zecca vecchia, habitato adesso ad in- 
« stantia della Lega de Gristiani da M. Giovanni Battista Cossisio 
« clerico Ariminensis dioces. mastro de casa con tutta la famiglia in 



8 S\l. 1{osi 

Durante la prigionia, che durò circa tre anni, vennero 
mantenuti dal pontefice, perchè, essendosi presto sciolta la 
Lega, che aveva promesso di sostenerne le spese, i singoli 
collegati mancarono agi' impegni collettivamente presi (i). 

Mentre i prigionieri turchi stavano a Roma, il pontefice 
faceva di tutto perchè la guerra continuasse e si tenesse 
unita la Lega. Troppi interessi resero vane le cure del 
papa, e ciascuna potenza, compresa Venezia, credendosi 
sciolta da ogni impegno, pensò a regolare per conto proprio 
i suoi rapporti coi Turchi (2). 

Anche la Francia volle occuparsene, e mons. d'Ax, 
andato a Costantinopoli per conto del suo re, quando già 
pensavasi dai Turchi alla pace, ostentava amicizia verso 
Venezia, e contenevasi in maniera da far credere che la 
città vittoriosa più di tutti desiderasse la pace, e che avesse 
affidato l'incarico di concluderla al diplomatico francese (3). 



« governo de li turchi prigioni, Angelo spend.r^ dal Casentini, Antonio 
e( Maria Boschetto dispensfer, Vincentio d'Urvieto credentiere, Bene- 
« detto Atracini, Francesco de Marzo scopatore, Antonio suo fratello 
« garzon del tinello, Camilla da Luese (sic) coca vedova ». 

(i) Nel citato codice Urbinate n. 104^, leggiamo in un avviso 
da Roma del 1572, che per mantenere i prigionieri «la spesa sì farà 
«dalla Lega, la quale, per quanto dicono, ascenderà a 500 scudi al 
« mese «. Ma nella nostra op, cit. p. 145 dimostrammo che in realtà 
spese soltanto il pontefice, senza poter peraltro determinarne la somma, 
non avendone trovato sicure notizie né in opere stampate, né in do- 
cumenti vaticani e veneziani ricercati con molta diligenza. 

(2) Nella mia pubblicazione più volte citata, e specialmente 
alla p. 146 sgg. e nelle note relative, parlai brevemente della pace 
che il 7 marzo 1575 i Veneziani conclusero coi Turchi, accennando 
pure ai lamenti che questa provocò da parte del papa e della Spagna. 
Rimando alle varie fonti edite e inedite ivi citate per intendere meglio 
quanto ora aggiungerò seguendo nuovi documenti inediti. 

(3) Nella biblioteca Marciana, ci. VII . CDVI, in un codice del 
secolo xvH si conserva una Scrittura dei bailo Barbaro clic trattò la 
p.ice di Cipro. In questa si narrano le vicende delle trattative, e si 
ricorda che, mentre Rabbi Salomon, medico ebreo nato a Udine e 



La libi;ra\ioìic dei Titrcìii presi a Lcpaulo 9 



In tal modo questi riuscì più dannoso che utile a \'e- 
nezia, la quale dovette superare diflkoltà maggiori per 
concludere la pace del 7 marzo 1573, pace che dispiacque 
moltissimo al papa, alla Spagna ed all' impero, senza con- 
tentare appieno la diplomazia veneziana (i). 

Invano la Repubblica, che prevedeva questo dispiacere, 
aveva cercato di provare, che non dispregio verso gli amici 
d'Occidente, non desiderio di risparmiarsi brighe per il 
bene della Cristianità, ma il bisogno di evitare mali mag- 
giori r avevano indotta alla pace, la quale non solo costavate 
i sacrifizi noti per mezzo del trattato di pace, ma altri an- 
cora che aveva f-itti per guadagnarsi segretamente i per- 
sonaggi più autorevoli della corte di Costantinopoli (2). 

dimorante a Costantinopoli, come affezionato a Venezia e da questa 
largamente regalato, aveva riferito al bailo che il Pascià pensava 
alla pace, la quale potevasi così concludere a migliori condizioni per 
Venezia, mons. d'Ax parlò in maniera da far credere che i Cristiani 
fossero deboli, divisi e desiderosi d'accordarsi coi Turchi. Allora il 
Pascià non ne volle più parlare con Rabbi Salomon, credendo di 
« trattare con maggior avantaggio che quando egli ne parlasse, non 
«come promottore, ma ricercato». E sembra che al sultano s'in- 
spirasse tale convinzione, contribuendovi anche il gran cancelliere 
turco Floridan Agà col far apparire che «Venezia avesse suppli- 
« cata la pace », sebbene i rappresentanti veneziani muovessero vi- 
vaci proteste. 

(i) Lo dice francamente il Barbaro nella Scrittura citata, la- 
mentandosi dell'intempestivo intervento di mons. d'Ax. In una let- 
tera scritta da Pera ai capi del Consiglio dei Dieci il 16 ottobre 1572 
chiarisce ancor meglio il suo pensiero, dicendo che egli aveva gra- 
dita la venuta di mons. d'Ax, sapendo del resto che il doge « aveva 
« cercato di riscaldare il re Cristianissimo ad intromettersi nella pace ». 
ma solo dichiarava poco abili i modi usati da monsignore, il quale 
fra altro s'era messo a trattare incito bene Mustafà, nemico di Me- 
hemet, quasi arbitro della pace per la stima professatagli dal sultano. 
Questa lettera si conserva nel R. archivio dei Frari, Capi del Con- 
siglio dei Dieci, Lettere di ambasciatori a Costantinopoli, busta 4. 

(2) Il Barbaro narra nella citata Scritliira quanto aveva do- 
vuto faticare per guadagnarsi con denaro la corte di Costantinopoli, 



IO e^/, '7^052 

Il 4 aprile 1573 il doge in persona spiegava al nunzio 
pontifìcio in \'enezia le ragioni della pace e scusavasi di 
non aver prima informato il papa delle trattative di essa, 
affermando che la pace era « venuta improvvisamente » senza 
che alcuno vi pensasse (i). Il nunzio apparve scontento 
della pace, scontento della segretezza con cui era stata 
trattata, e Gregorio XIII lagnossi apertamente di tutto e 
mostrò di credere che Venezia gli avesse mancato di ri- 
guardo (2). 

Ambasciatori veneziani dettero spiegazioni anche a Fi- 
lippo II, il quale peraltro fece comprendere che deplorava 
la pace, pur essendo sicuro da un pezzo che Venezia ci 
sarebbe arrivata (3). 

Credendo poi che la Francia fosse stata fautrice e in- 
termediaria della pace, lo stesso re incaricò il suo amba- 
sciatore a Parigi di presentarne lagnanze alla regina madre, 



senza che un cortigiano sapesse dell'altro, e senza che i) pubblico 
ne venisse informato. Lo stesso Barbaro scrive questo ai capi del 
Consiglio dei Dieci in diverse lettere conservate nel R. archivio dei 
Frari, loc. cit. In una di esse, scritta da Pera il 17 maggio 1375, in- 
siste sul bisogno di mantenere il più scrupoloso segreto e si lagna 
perchè mons. d'Ax aveva risaputo che per la pace spettavano a 
Mehemet Bassa 30 000 ducati. 'Questa lettera, che dovrò altre volte 
ricordare, è pubblicata integralmente fra i documenti, n. i. 

(i) Venezia, R. arch. dei Frari, Esposiiioni, Roma, Collegio, 111, 
Secreta, 1 567-1 574, e. 127, 4 aprile 1573. 

(2) M. Rosi, op. cit. p. 147 sgg. 

(3) Ecco come Lunardo Donati e Lorenzo Friuli, ambasciatori 
veneziani a Madrid, narrano con lettera del 17 aprile 1573 al Senato 
il colloquio da essi avuto con Filippo II. Mentre ascoltava le parole 
dei Veneziani, il re non « fece mai altro segno con la sua faccia 
« se non che quando ultimamente udì le condit'oni della pace esser 
« state accettate fece un piccolissimo e ironico movimento di bocca 
«leggerissimamente sorridendo. Con il quale pareva quasi clie Sua 
«Maestà senza interromperci volesse dire: Morsij voi l'avete fatta 
« come tutti mi dicevano che voi fareste ». La lettera si conserva 
nel R. arch. dei Frari, Senato, III, Scucia, n. 9, Spagna, 1575-1574. 



La liberazione dei Turchi presi a Lepaiilo i r 

la quale rispose « che essendo i Venetiani antiqui amici 
e della corona di Francia dovevano esser sodisfatti nella 
« sua volontà da Sua Christianissima Maestà in cosa spc- 
« cialmente nella quale era cagionato il beneficio della 
« Christianità » (i). 

xMa non per questo la Spagna volle troncare i cordiali 
rapporti ufficiali colla Francia ne con Venezia, anzi il suo 
ambasciatore in questa città cominciò a recarsi più spesso 
del solito a visitare il doge, volendo far capire a Costan- 
tinopoli che per la pace « non era diminuita la bona in- 
« telligentia con Sua Maestà Catholica « (2). 

Nò migliore accoglienza trovarono le spiegazioni ve- 
neziane a Vienna. Qui il popolo si uni all' imperatore nel 
condannare la pace e nel risentirsi contro Venezia persino 
« spargendo molte pasquinate et pitture oscene » (5). 



(i) Si leggono queste parole in una lettera degli ambasciatori 
veneziani a Madrid che le riferiscono ai capi del Consiglio dei Dieci, 
sulla fede dell'ambasciatore francese a Madrid. La lettera, scritta da 
questa città il 16 maggio 1573, si conserva nel R. arch. dei Frari, 
loc. cit. 

(2) Il 25 settembre 1573 l'ambasciatore spagnuolo si presentò al 
doge e disse : «... Q.uando ella fece la pace io le dissi più volte che 
« tornava bene alla Christianità che il mondo tutto conoscesse che, 
« benché s' era dissoluta la Lega, non si era però partita l'amicitia 
«che teneva questa Serenissima Signoria con il re mio signore et 
« per quella causa io frequentava il venir a lei, seben non havea 
« negotii, acciochè a Costantinopoli si potesse dir che per quella 
« pace non era diminuita la bona intelligentia con Sua Maestà Ca- 
« tholica, ma che si era restati nel stato che si era prima avanti la 
« Lega ». R. arch dei Frari, Senato, Colloquia, IH, Secreta, Esposizioni, 
Principi, 15 70-1 5 7 3, e. 6g. 

(3) Cosi riferisce il nunzio pontificio in Germania al cardinal 
di Como, aggiungendo che l' imperatore lagnavasi apertamente dei 
Francesi, che accusava d'aver favorito la pace per invidia contro la 
Spagna. Il nunzio scrisse a questo proposito due lettere da Vienna 
il 23 aprile e il 17 maggio 1^73 conservate nell'archivio Vaticano, 
Snn-^ialitra ài Geniuiuia, n. 79, ce. 198 e 212. 



12 c^/. 'Jyosi 

Quindi soltanto la Francia, tra le potenze che avessero 
interessi in Oriente, godeva della pace e assicurava i \'e- 
neziani di adoperarsi per calmare il papa(i). 

Degli altri Stati la Spagna gridava più di tutti, sebbene 
avesse cercato di stringere per proprio conto amicizia coi 
Turchi anche prima che questi si fossero accordati col doge, 
e non era davvero disposta a favorire i \'eneziani, i quali 
avevano bisogno dell' appoggio di essa e del pontefice per 
liberare una quarantina di lor capitani tenuti prigionieri 
dai Turchi nella torre di Castelnuovo sul Mar Nero (2). 

(i) Il 15 aprile 1573 l'ambasciatore francese a Venez'a si ral- 
legrava col doge per la pace conclusa cO' Turchi e prometteva di 
pregare il proprio re di calmare il papa. Il doge ricordava che la 
pace dovevasi anche ai buoni uffici di Francia, la quale aveva sempre 
desiderato che amichevoli fossero i rapporti fra il doge e il sultano. 
Infatti sino dall'estate del 1571, prima della battaglia di Lepanto, 
mons. d'Ax passando da Venezia per recarsi a Costantinopoli diceva 
di recarsi in questa città per trattare a nome del suo re la pace fra 
i Turchi e i Veneziani. Queste due notizie si traggono dal R. arch. 
dei Frari, Colloqui, 111, Secreta, Esposizioni, Principi, 1)70-1573, la 
prima alla e. 56 sotto la data 15 aprile 1573, la seconda alla e. 14 
sotto la data 6 luglio 1571. Che anche dopo la battaglia di Lepanto 
mons. d'Ax continuasse la sua impresa già lo vedemmo a p. 8 di 
questo lavoro. 

(2) La Spagna si voleva aprir la via a trattative di pace liberando 
il figlio di Ali, ch'era il principale dei prigionieri turchi custoditi 
nel palazzo dell'Aquila a Roma. Il doge si oppose a questa libera- 
zione richiestagli il 9 gennaio 1573 dal nunzio pontificio a Venezia, 
temendone le conseguenze (R. arch. dei Frari, Collegio, III, Secreta, 
Esposizioni, Roma, 1567-1574, e. 120), ma essa si fece ugualmente 
(M. Rosi, op. cit. p. 169) ed il giovane turco arrivato libero a Co- 
stantinopoli raccomandò effettivamente di trattare la pace colla 
Spagna a Mehemet Bassa. Il bailo veneziano, informato specialmente 
dal medico Rabbi Salomon, e mons. d'Ax intralciarono abilmente 
le trattative e non si potè concludere nulla. Di tutto questo abbiamo 
notizie abbondanti e precise nelle lettere scritte nei primi otto mesi 
del 1573 dal bailo M. A. Barbaro ai capi del Consiglio dei Dieci, 
lettere conservate nel R. arch. dei Frari, Capi del Consiglio dei Dieci, 
Lettere di ambasciatori a Costantinopoli, 1 571-1575, busta 4. 



La liberayioue dei Turchi presi a Lepanto 15 

Nella pace del 7 marzo 1573 erasi convenuto che si 
dovesse fare il cambio od il riscatto dei prigionieri, esclusi 
però quelli della torre di Castelnuovo, che il sultano avrebbe 
dati soltanto in cambio di prigionieri turchi molto impor- 
tanti (i). E diBtti il bailo aveva potuto liberare assai facil- 
mente numerosi Cristiani schiavi di particolari capitani (2), 
ed aveva cominciato a vincere i gravi ostacoli che impe- 
divano la liberazione dei prigionieri cristiani dichiarati 
proprietà del sultano, e specialmente di quelli presi a tra- 
dimento a Famagosta (3). Quando essi giunsero a Costan- 
tinopoli il Barbaro era prigioniero nella sua abitazione, ma 
potè loro giovare indirettamente per mezzo del medico 
Rabbi Salamon (4), finché, conclusa la pace, ottenne assai 

(i) M. Rosi, op. cit. p. 157 sgg. 

(2) I primi liberati partono per l'Occidente nel giugno del 1573, 
come il bailo Barbaro annunzia al doge con la lettera del giorno 1 1 
di questo mese, avvertendo che « per diverse vie si sono con la 
« grati a del Signor Dio et con favore et denaro riscattati». Minuta 
di questa lettera si conserva nella R. bibl. di S. Marco, Manoscrilti, 
ci. VII, cod. 390, Registro di htlere di M. Antonio Barbaro bailo in 
Costantinopoli dalli 21 agosto i)6S sino al 2j giugno /jjj. 

(5) È noto che i difensori di questa città si arresero al capitano 
turco Mustafà Bjssà che, «sulla testa del suo signore», promise a 
tutti la libertà. Invece, dopo la resa, il capitano supremo veneziano 
ed altri furono uccisi, e i superstiti trasportati a Costantinopoli. Al- 
cuni di essi a nome di tutti fino dal 28 ottobre 1571 scrissero al 
bailo di far conoscere al sultano l'atto sleale ed inumano compiuto 
a loro danno e narrate le vicende della resa di Famagosta, dimo- 
strarono che per l'onore del sultano dovevano essere liberati. L'im- 
portante lettera, conservata in copia nel cit. Registro di lettere di .\[. 
A. Barbaro, mi par degna d'essere integralmente conosciuta, e quindi 
la pubblico fra i documentti, n. 11. 

(4) Nella cit. Scrittura del bailo M. A. Barbaro, conservata nella 
R. bibl. di S. Marco, a proposito di Rabbi, si legge : « Si dimostra di 
« buon animo verso questo Dominio, essendo nato suo suddito in 
<( Udine, come ho detto, havendo a Verona et Uderzo fratelli, sorelle 
« et nipoti, nella rottura poi della guerra, entrando egli solo in casa 
« mia sempre mi comunicò i più importanti e veri avvisi che io ha- 



14 c^i- 'l{<>si 

presto il miglioramento della loro condi;^ione, e nei pochi 
mesi passati ancora a Costantinopoli, cercò dimostrare che 
i prigionieri di Famagosta dovevano essere liberati in con- 
seguenza de' patti della resa conclusi e poi non mantenuti 
da Mustafà Bassa. H appunto questi opponeva gli ostacoli 
più forti alla liberazione per non convenire d' esser venuto 
meno agli accordi stabiliti e per evitare che il suo rivale 
Mehemet Bassa si valesse del contegno sleale di lui per 
metterlo in cattiva luce presso il sultano, che in qualche 
modo veniva moralmente a soffrire per la slealtà del suo 
generale (i). 



«vessi in quel tempo; mi servi con amore e fedelmente in ben rc- 
« capitare molte lettere con molto suo pericolo (Scc. ». In parecchie 
lettere lo stesso Barbaro parla bene di questo medico; confessa che 
gli costa denari, ma che la sua affezione vai più dei quattrini. In 
una lettera poi del n marzo I57;5 dice che Rabbi, in premio dei 
servigi resi a Venezia, desidera che questa tratti bene gii ebrei, os- 
servando die « se ben ne sono molti [ebrei] di mala natura, che pur 
« ve ne sono anco di boni, i quali per altri non devono patire ». Il 
bailo approva il desiderio di Rabbi come cosa che gli la certamente 
onore, e lo raccomanda alla Repubblica. Copia di questa lettera si 
trova nel cit. Registro lìelle lettere di M. A. Barbaro, conservato nella 
R. bibl. di S. Marco. 

(i) Nei colloqui avuti dal bailo Barbaro intorno ai prigionieri 
con Mehemet Bassa, questi si scagliò sempre contro Mustalà. Ricor- 
derò ad esernpio quanto il Barbaro riferisce al doge con lettera del 
27 marzo 1575: «Qui entrò Soà Magnificentia al biasmar quanto 
« più gagliardamente Mustaffa Bassa vituperandolo di cosi iniqua 
« operatione con molte efficacissime parole, detestando estremamente 
«quel crudel atto del martirio dato al clarissimo Bragadino, dicendo 
«che atto tale non si doveva anco far contra qualsivoglia huomo 
« preso per forza et che havesse commesso ogni sorte di tradimento, 
« afTermandomi che ciò era infinitamente spiaciuto al signor et che 
« se ben esso Mustaffa con diverse parole havea cercato di escusarsi, 
« però non era Sua Maestà rimasta satisfatta ève. ». La minuta di 
questa lettera è nel cit. Regiitro conservato nella bibl. Marciana, 
ci. VII, cod. 390. Si vedano pure la lettera del bailo M. A. Barbaro 
al doge di Venezia scritta da Pera il 7 maggio 1575 e pubblicata 



La liba anione dei Tiirclii presi a Lepanto 13 

Il vecchio bailo lasciava Costantinopoli, e nell' autunno 
del 1575 il suo successore Antonio Tiepolo e 1' ambascia- 
tore Andrea Badocr assumevano il delicato ufficio d' indurre 
i Turchi a lasciare i prigionieri e a risolvere la quistione 
dei confini. Il Tiepolo d' accordo con Mehemet nell' ottobre 
del medesimo anno presenta domanda al sultano per la 
liberazione dei prigionieri di Famagosta, e ne manda copia 
al doge(i). Sebbene abilmente cercasse di toccare l'amor 
proprio del sultano, ci vollero ancora altre domande (2), 
nuove trattative e nuovi doni ai cortigiani prima che i pri- 
gionieri di Famagosta potessero riavere la libertcà. 

Nel frattempo il bailo e l' ambasciatore veneziano parla- 
vano della quistione spinosissima dei confini dalmati, libera- 
vano con denaro prigionieri cristiani appartenenti a privati, e 
trattavano di cambiare i capitani chiusi nella torre di Castel- 
nuovo coi prigionieri turchi custoditi nel palazzo dell'Aquila 
a Roma. Per il cambio occorreva però il consenso del papa 
e del re di Spagna, certo non contenti della pace recente 
e quindi non facili a soddisfare i desideri dei Turchi e dei 
Veneziani. Questi peraltro ebbero aiuto dai parenti dei pri- 
gionieri cristiani, dalla pietà verso essi mostrata da Gre- 
gorio XIII e da avvenimenti nuovi, dei quali seppero pro- 
fittare il doge Alvise Mocenigo I e i suoi abili diplomatici, 
specie il bailo Antonio Tiepolo. Fra i parenti dei prigio- 

fra i documenti, n. i, e l'altra lettera dello stesso pure al doge 
scritta da Pera il 14 maggio 1573 e conservata nel R. àrdi, dei 
Frari, Capi del Consiglio dei Dieci, Lettere di anibascialori a Costanti- 
nopoli, 1 574-1 575, busta 4. 

(i) Si conserva questa nel R. ardi, dei V rari, Senato, Secreta, n. 6, 
Costantinopoli, a. 1575. La lettera colla quale il Tiepolo invia questa 
copia porta la data di Pera 28 ottobre 1575, e si conserva nel loc. 
cit. dello stesso archivio. 

(2) I prigionieri di Famagosta inviarono una domanda al sul- 
tano nel luglio del 1374, domanda che conosco per la copia spedita 
il giorno II dello stesso mese al doge dal bailo Tiepolo e conscr/ 
vata nel loc. cit. del R. arch. dei Frari. 



i6 9d. '7\osì 

nieri deve mettersi in prima linea Giacomo Malatcsta, che 
per riavere il figlio Ercole ricorse al pontefice fino dal 1572 
presentando un Memoriale, in cui esposte le misere con- 
dizioni del tìglio e dei suoi compagni, chiedeva a favore 
di tutti r appoggio di Gregorio (i). 

Al Malatesta il 5 gennaio 1573 rispondeva il cardinal 
di Como dando le più ampie assicurazioni, e dicendo che 
il pontefice l'aspettava a Roma per a intendere più parti- 
« colarmente la via che si potesse tenere per aiutarli» (2). 
Ed il vescovo di ^'icenza si rivolse al cardinal Morone 
perchè raccomandasse al papa Gian Tommaso Costanzo, 
di cui descriveva il valore dimostrato combattendo nel 1571 
un' intera giornata contro i Turchi, mentre si recava di 
guarnigione a Corfù (3). 

Ed al medesimo cardinale in favore del Malatesta e del 
Costanzo scriveva calda raccomandazione pure il duca di 
Urbino assicurando che il papa «impiegherà l'autthorità et 
« l'opera sua per doi gentilhuomini di molto merito, che 
« insieme con le case loro le ne resteranno perpetuamente 
« obligati come sarò io » (4). Gregorio XIII per questi 
prigionieri, e può dirsi per tutti gli altri, raccomandati o 
no, si dava pensiero, spendeva danari, scriveva e faceva 
scrivere lettere (5), talvolta forse divenendo anche troppo 

(i) Il Memoriale senza data, scritto certo alquanto prima del 
3 gennaio 1575, come risulta dalla risposta del cardinale di Como, 
si conserva nell'arch. Vaticano, Miscellanea, arni. 11, n. 143, e. 138. 
Esteriormente ha l'indicazione: Memoriale del sig. lacomo Malatesta, 
e internamente: Memoriale dei^li schiavi che sono in Costantinopoli cbri- 
stiani et dAli Turchi sonno qui dato a A'. S. per la loro lil'era:^ione con li 
nomi loro. 

(2) M. Rosi, op. cit. p. 158 e documenti, n, i, p. 185. 

(3) Copia della lettera, senza data, trovasi nell'arch. Vaticano, 
Ice. cit. p. 84. La pubblichiamo fra i documenti, n. in. 

(4) Arch. Vaticano, loc. cit. e. 154. La lettera porta la data di 
Pesaro, 10 maggio 1574. 

(;) M. Rosi, op. cit, p. 155. 



La liberazione dei Turchi presi a Lepanto 17 

molesto, senza ottenere molto (i). Per quanto riguarda i 
prigionieri turchi affidati in Roma alla sua custodia, non 
rifiutava di cederli in cambio, ed era anzi disposto ad aiutare 
i Veneziani in tutto ciò che avrebbe giovato alla libera- 
zione de' loro prigionieri. Cosi, avendo capito che la Spagna 
si opponeva al cambio, appoggiava la domanda dei Vene- 
ziani di dividere tra loro, il papa e Filippo II i Turchi 
tenuti prigionieri a Roma, ed al cardinal di Como affi- 
dava l'incarico d'indurre a questa divisione il re di Spa- 
gna (2). Questi dopo avere tergiversato un pezzo, final- 
mente nel settembre del 1573 dichiarò di volere per sé 
tutti i prigionieri turchi, sebbene non ignorasse che di 
essi ventiquattro erano stati presi dall'ammiraglio veneziano, 
soltanto dieci dalle galee spagnuole e che tutti erano stati 
mantenuti per lungo tempo a spese del pontefice (3). Se ne 
dolse Gregorio XIII (4), e ben sapendo che senza la li- 
berazione dei principali prigionieri turchi custoditi a Roma, 
i prigionieri veneziani non sarebbero mai stati liberati, 
cercò invano d' indurre con argomenti religiosi Filippo II 

(i) Mons. Salviati, nunzio in Francia, il 13 gennaio 1574 da 
Poissy scrive al cardinal di Como d'aver presentato a corte, come 
raccomandato dal pontefice, Pietro Muscorno cipriotto che chiedeva 
soccorsi per liberare i suoi parenti prigionieri a Costantinopoli. Seb- 
bene il Muscorno qualcosa ottenesse, il nunzio avvertiva che conti- 
nuando il papa a far raccomandazioni per i prigionieri, essendo ormai 
troppi i raccomandati, questi non sentiranno « frutto dei brevi che 
«da Nostro Signore per tale conto gli saranno concessi». Ardi. Vat. 
'Sun^iatura di Francia, n. 7, Salviali, a. 1574, e. 61. 

(2) Lettere del cardinal di Como al nunzio di Spagna, Roma, 
17 aprile e 29 maggio 1573. Arch. Vat. Xiuiiiatura di Spa^^iia,n. 15, 
e. 242. 

(3) Note nominative dei prigionieri turchi, dalle quali risulta la 
proporzione indicata, si conservano nel II. arch. dei Frari, Capi dd 
Consiglio dà Dicci, Lettere di ambasciatori a Costantinopoli, a. 1 571-1 575, 
busta 4, e nell'arch. Vat. Misceli, arm. 11, n. 143. 

(4) Lettera del cardinal di Como al nunzio pontificio a Madrid 
Roma, 15 settembre 1375. Arch. Vat. loc. cit. e. 379. 

Archivio jclla R. Società romana di slcria patria. \'ol. XXIV. 2 



i8 qM. ^l{osi 

.1 cedergli la sua parte dei prigionieri turchi per poterli 
cambiare coi cristiani (i). 

Frattanto il bailo di Costantinopoli seguitava a scrivere 
che difficilissimo era il cambio, perchè il sultano mostrava 
premura di liberare soltanto il signor di Negroponte e Chiau- 
rali, ritenendo di poco valore gli altri, mentre stimava 
assai i Cristiani della torre di Castelnuovo, sia perchè come 
illustri e ricchi capitani erano stati scelti, sia perchè tali 
erano fatti credere dalle premure che per tutti, o per al- 
cuni di essi dimostravano prima di tutti i \'ene;^iani, e 
poi la Francia, l'impero (2) e specialmente il papa, come 
quello che voleva compiere un'insigne opera di carità li- 
berando i Cristiani, e far nel tempo stesso cosa gradita a 
Venezia anche pel desiderio d' indurla in tempo non lon- 
tano a nuova alleanza colla Spagna ed alla guerra contro 
i Turchi, che si preparavano ad altre imprese militari, 
forse pericolose per il pontefice stesso (3). 

(i) Lettere del cardinal di Como al nunzio di Spagna, Roma, 
16 ottobre, 16 novembre e 16 dicembre !)73. Arch. Vat. loc. cit. 
ce. 356, 367 e 582. 

(2) Lettere del bailo di Costantinopoli al doge, scritte nei primi 
sette mesi del 1574, e specialmente una in data 11 luglio 1574. 
R. arch. dei Frari, Senato, Secreta, 111, Lettere tla Costanlinopoìi, busta 7. 

(5) Neil' arch. Vat. Kiiif^iatura di Spagna, n. 15, e nel R. arch. 
dei Frari, Esposizioni principi (1574-1575) si trovano molte prove 
della premura che Gregorio XIII adoperava per un'alleanza veneto- 
spagnuola contro i Turchi, alle quali premure a noi basta di accen- 
nare. Il pontefice fin dal principio del 1574 sapeva che i Turchi 
preparavano una spedizione verso Occidente e temeva, prima di tutto 
per i possedimenti spagnuoli d'Africa, poi anche per il proprio Stato. 
La Francia, amica dei Turchi, aveva incaricato di distoglierli da una 
spedizione contro il territorio pontificio, come il nunzio in Francia 
scrive al cardinal di Como il 15 e il 25 aprile 1574 (arch. Vat. Kun- 
:;iatura di Francia, n. 7, ce. 512, 537). Sembra che per trattenere i 
Turchi, che difatti non vennero, come si temeva, contro il territorio 
pontificio e specialmente contro Ancona, occorressero gl'insistenti uffici 
del re di Francia, perchè alle prime parole dette da mons. d'Ax al 



La libcra-^ioìie dei Turclii presi a Lepanto 19 



Intanto accadevano altri avvenimenti, che in parte gio- 
varono alle trattative del cambio. Nell'estate del 1374 la 
Goletta era espugnata dai Turchi, che portarono prigioniero 
a Costantinopoli Gabrio Serbelloni comandante supremo 
del presidio spagnuolo. Verso la fine dell'anno moriva il 
sultano Selim, e gli succedeva il figlio Amurat, che in 
segno di amicizia mandava uno speciale inviato a Venezia 
per notificare al doge la sua assunzione al trono (i). 

La prigionia del Serbelloni, nobile milanese fratello del 
cardinal S. Giorgio, veniva in buon punto per affrettare le 
premure del pontefice, e faceva nascere la speranza di otte- 
nere il consenso della Spagna al cambio, se fra i Cristiani 
da liberarsi potesse venir incluso il Serbelloni. Né Venezia 
si lasciò sfuggire sì bella occasione. Appena l'illustre pri- 
gioniero giunse a Costantinopoli nella casa di Mehemet 
Bassa, il bailo s'interessò zelantemente di lui, assicurandosi 
che fosse ben trattato, e prima che terminasse l'anno, apri 
trattative per includerlo fra i Cristiani che dovevano cam- 
biarsi coi prigionieri turchi custoditi a Roma (2). 

E l'ambasciatore veneziano in questa città, che fino dai 
primi di settembre aveva ricevuto l'ordine d' indurre ilponte- 



« Bassa per dissuaderlo dal molestare i luoghi di Sua Santità...)), 
« questi li haveva risposto che il papa era il maggior inimico che 
« havessero ». come il doge scrive all'ambasciatore veneziano a Roma 
il 20 marzo 1574, in una lettera di cui si conserva notizia nel R. ardi, 
dei Frari, Libio primo da Roma, Secreto del Consii^Ho dà Dieci sotto il 
Ser.mo D. Alvise Mocenigo inclito duce di Vene^^ia, mdlxxiii, c. 35. 

(i) Lettera del bailo al doge, Costantinopoli, 31 dicembre 1574, 
conservata nel R. arch. dei Frari, Senato, III, Secreta, Lettere da Co- 
stantinopoli, busta 7. L'inviato Mustafà chiaus il 26 marzo 1575 fu 
ricevuto dal doge con molte cerimonie e gentili parole delle quali si 
trova ricordo nelle Esposizioni principi (1574-77), e. 54 b, conservate 
nel R. arch. d-A Frari. 

(2) Lettere del bailo al doge, Pera, 2 settembre e 18 dicem- 
bre 1574. R. arch. dei Frari, Senato, III, Secreta, Lettere da Costanti- 
ttopoli, 1574, busta 7. 



20 (H/. 'T^osi 

fice al cambio anche senza il consenso di Filippo II (i), ora 
compiva con maggior ardore la sua missione annunziando 
che Venezia mostravasi premurosa verso la Spagna trat- 
tando il riscatto di Gabrio Serbelloni per danaro e libe- 
rando numerosi prigionieri presi, mentre combattevano sotto 
le bandiere del re Cattolico. Il pontefice contento finì col 
proclamare solennemente, che, avendo egli speso da solo 
per mantenere diversi anni i prigionieri, e non potendo 
accordarsi in alcun modo colla Spagua, si decideva a com- 
piere un atto di carità cristiana rendendo i Turchi chiusi 
nel palazzo dell'Aquila in cambio dei Cristiani custoditi 
nella torre del Mar Nero (2). 

Dopo questo il bailo Tiepolo a Costantinopoli conti- 
nuava le trattative con maggior coraggio, ed ai primi 
del 1575 riusciva a persuadere il Bassa ad accettare in 
massima il cambio dei prigionieri (5), ed a consegnare 
Gabrio Serbelloni che sarebbe dovuto rimanere in casa del 
bailo finché non fosse partito per l'Occidente (4). Ma ve- 

(i) lstru:^ìone dei capi del Consiglio dei Dieci all'ambasciatore vetie- 
■:(iaìio a Roma, 4 settembre 1574, R. ardi, dei Frari, c'ìt. Libro primo da 
Roma, Secreto del Consiglio dei Dieci, e. 27; documenti, n. iv. Nel me- 
desimo archivio, nella corrispondenza del bailo da Costantinopoli si 
trovano le prove delle premure da questo usate per riscattare con 
denaro prigionieri cristiani presi mentre combattevano a nome della 
Spagna, nonché delle notizie delle somme da esso spese. Pubblico 
fra i documenti, n. v, l'elenco dei soldati spagnuoli liberati fino al 
28 maggio 1575, elenco invinto lo stesso giorno dal bailo Tiepolo 
al doge e conservato nel R. ardi, dei Frari, Senato, III, Secreta, Let- 
tere da Costantinopoli, a, 1575, busta 8. 

(2) Lettera dell'ambasciatore veneziano in Roma al doge, Roma, 
23 luglio 1574. R. arch. dei Frari, Senato, III, Secreta, Lettere da Roma, 
n. IO. Altre lettere pur riferentisi a questo argomento si conservano 
nel medesimo arch. Senato, III, Secreta, Lettere da Costantinopoli, bustay. 

(3) Lettera del bailo al doge, Pera, 5 gennaio 1575, R. arch. 
dei Frari, loc. cit. 

(4) Lettera del bailo al doge. Pera, 15 gennaio 157). R- arch. 
dei Frari, loc. cit. 



La liberazione dei Turchi presi a Lepanto 21 

nendo ai particolari il Bassa oppose degli ostacoli, special- 
mente chiedendo che in cambio del Serbelloni sì dessero 
i due principali prigionieri turchi di Roma, giacche esso 
per le sue parentele e ricchezze valeva molto denaro (i). 
Anche per altri prigionieri il Bassa oppose ostacoli, pro- 
fittando degl'imbarazzi in cui trovavasi Venezia per risol- 
vere la questione dei confini, per liberare i numerosi pri- 
gionieri caduti in mano di questi a Famagosta, Antivari e 
Dulcigno, e per motivi di commercio (2). iVIa infine il Tie- 
polo riuscì ad ottenere il cambio testa per testa ed a 
fissare di eseguirlo a Ragusa, dove sarebbero dovuti scen- 
dere i prigionieri turchi provenienti da Roma. Questa 
condizione posta dal Bassa fu accettata dal Tiepolo, il 
quale peraltro non fidandosi troppo dei nuovi amici di 
Costantinopoli, scriveva al doge di tenere sulle navi a Ra- 
gusa i Turchi finche non fossero giunti in questa città i 
Cristiani, solo raccomandandosi di far apparire quest'atto 
di diffidenza come imposto dal papa e dalla Spagna e non 
dalla « Signoria veneta, la qual non ha causa di diffidarsi 

(i) Lettera del bailo al doge, Pera, 31 gennaio 1575. R. arch. 
dei Frari, Ice. cit, 

(2) II bailo veneziano spese molto denaro per rendersi favore- 
voli le persone più potenti presso la corte di Costantinopoli, e certo 
questi denari contribuirono ad agevolare il cambio dei prigionieri. 
Quanto ai commerci, pur di fare il proprio interesse, i Veneziani non 
dubitavano di danneggiare il pontefice proprio nel momento in cui 
gli chiedevano la liberazione dei prigionieri turchi custoditi a Roma. 
Per esempio, il 15 maggio 157) il doge ordinava al bailo di otte- 
nere dal Bassa « commandamenti efficaci per la prohibitione che li 
«sudditi di quel signore non vadano in Ancona », affine di attirare 
il commercio turco su territorio veneto. Raccomanda di agire con 
molta secretezza « per il rispetto che dovemo haver al pontefice. 
« Onde bisogna mostrar che la causa venga da Costantinopoli, per 
« non esser niente di quel signor che li soi sudditi negociino in 
« paese dei soi nemici». Promette ai negozianti turchi ogni cortesia, 
ed al Bassa, un premio «fino alla somma di cecchini tremilie». 
R. ardi, dei Frari, Libro primo da Roma, Secreto del Consiglio dei Dieci. 



2 2 ci/. "J^ìSi 

V della promessa di questo signor et del HassA » (i). li l'am- 
basciatore veneziano a Roma diceva al papa che il bailo 
aveva combinato col Bassa che i prigionieri turchi si sa- 
rebbero messi in viaggio dopo i cristiani ed avrebbero 
aspettato a Ragusa sopra le galee, finché « non s'imbar- 
(( cassero i Cristiani » (2). 

Cosi partirono prima i Turchi da Roma mettendosi in 
viaggio il 12 di marzo, ma, per ordine del papa, che, pur 
essendo da tante parti rassicurato, diffidava un poco di 
tutti, non andarono direttamente ad imbarcarsi ad Ancona, 
ma si diressero a Fermo per aspettarvi le notizie dell'ar- 
rivo dei Cristiani a Ragusa. Bartolomeo Bruti, che per 
conto del Governo veneziano li accompagnava, fece cre- 
dere ai prigionieri che li avrebbe condotti ad Ancona, 
perchè si affrettassero ad esortare il Bassa a lasciar partire 
da Costantinopoli i Cristiani, ma invece, obbedendo agli 



(i) Lettera del bailo al doge, Pera, 4 febbraio 1575, conservata 
nel R. arch. dei Frati, Cupi del Cou-iglio dei Dieci, LelUre da Costaii- 
tinopoìi, a. 1571-1575. busta 4, e pubblicata fra i documenti, n. vi. È 
facile comprendere che questo contegno dei Veneziani di attribuire 
tutta la parte odiosa a Roma ed alla Spagna, avrebbe dovuto rendere 
più che mai difficili i rapporti dei Turchi col papa e colla Spagna 
con vantaggio di Venezia. Certo simile politica non può dirsi gene- 
rosa, specialmente riguardo al pontefice, al quale il doge nel tempo 
Slesso chiedeva non solo la liberazione dei prigionieri turchi di Roma, 
ma ancora il permesso di riscuotere le tasse sopra i bini del clero, 
come faceva al tempo della guerra di Cipro. Lettere del doge al car- 
dinale Albani del 13 luglio e del 15 e 25 agosto 1575, delle quali 
conservasi not'zia nel R. arch. dei Frari, nel cit. Libro primo da 
Roma, Secreto del Consiglio dei Dieci. 

(2) Lettera dell'ambasciatore veneziano in Roma al doge in data 
5 marzo 1575. R. arch. dei Frari, Senato, HI, Secreta, n. 11, a. 1573. 

Il contegno del Governo veneziano fu conosciuto dal cardinal di 
Como che se ne mostrò dispiacente, con grave dolore dell'ambascia- 
tore veneziano, il quale temette che per questo si mettesse « in mala 
« fede il negotio suo ». Lettera dell'ambasciatore veneziano in Roma 
al doge, 12 mar/o 1575. R. arch. dei Frari, loc. cit. 



La libfì'a-ioìie dei Turchi presi a Lepanto 23 



ordini precisi del pontefice, si avviò verso Fermo, dove 
rimase finche il commissario pontifìcio Pietro Grosso, presi 
gli ordini del suo Governo, non gli permise di partire (i). 
La partenza dei Turchi da Roma sollevò le proteste 
dell'ambasciatore spagnuolo che non aveva mai voluto 
acconsentire al cambio, sebbene sapesse che i Veneziani 
avevano giovato alla Spagna riscattando alcuni sudditi 
spagnuoli prigionieri dei Turchi e comprendendo nel cam- 
bio Gabrio Serbelloni (2). Fortunatamente il papa non si 
lasciò smuovere e solo si preoccupò di raccomandare al 
proprio commissario che accompagnava i prigionieri turchi 
ed ai Veneziani di adoperarsi perchè il cambio si eseguisse 
senza incidenti, ripetendo all'ambasciatore spagnuolo gli 
stessi pensieri che aveva espressi nel suo breve del 22 lu- 
glio 1574 e nella lettera colla quale dal cardinale di Como 
lo faceva accompagnare al re di Spagna (3). Frattanto a 
Costantinopoli il bailo si affaticava per far partire i Cri- 
stiani. Già da un pezzo, il principale di essi, Gabrio Ser- 
belloni, trovavasi in sua casa, già dal 4 febbraio 1575 
tutto pareva concluso, quand'ecco il Bassa muovere delle 

(i) Nel R. arch. dei Frari, Senato, III, Sscrcla, Costantinopoli, 
busta 8, si conserva la lettera di Bartolomeo Bruti scritta al doge 
da Roma, dalla osteria della Prima Porta, 12 marzo 1575, colla tra- 
duzione della lettera dei prigionieri turchi al Bassa, portante la stessa 
indicazione di luogo e di giorno. Le pubblico entrambe fra i docu- 
menti, VII e vili. Naturalmente i Turchi dichiararono d'essere stati 
traditi quando si videro condotti a Fermo e non ad Ancona, ma do- 
vettero rassegnarsi, e trovarono forse un conforto nel buon tratta- 
mento che vi ebbero. V. M. Rosi, op. cit. p. 169 sgg. 

(2) Lettere dell'ambasciatore veneziano in Roma al doge, Roma, 
7 maggio e 4 giugno 1575, conservate nel R. arch. dei Frari, Senato, 
III, Secreta, Roìiia^ '5 72, busta 11. 

(3) M. Rosi, op. cit. p. 159 testo e nota 3. 

A conferma di questo si possono addurre anche due lettere scritte 
dall'ambasciatore veneziano in Roma al doge nei giorni 11 e 18 giu- 
gno 1575 per rassicurarlo intorno ai sentimenti pontifici quali erano 
espressi nel breve. Si conservano nel R. arch. dei Frari, loc. cit. 



24 ''-M. 'J\osi 

obiezioni facendo chiaramente capire che i Turchi crede- 
vano d'aver concluso un cattivo affare. Disse che avevano 
dapprima creduto che i Turchi di Roma fossero una cin- 
quantina, da cambiarsi coi trentanove Cristiani delhi torre 
di Castelnuovo, mentre ora sapevasi eh' erano solo tren- 
tatre e che con essi il bailo voleva liberare anche due 
vecchi spagnuoli fatti prigionieri molti anni prima alle 
Zerbe (i). Il bailo, pur di finirla, aiutato da Rabbi Salomon, 
il quale veniva ben pagato dai \'eneziani, ed era sempre 
caro al Bassa, si mostra arrendevole : rinunzia alla libe- 
razione dei due vecchi spagnuoli, e con una domanda sua 
e dei prigionieri cristiani presentata al sultano, chiede la 
liberazione di questi in numero di trentanove e promette 
di dare in cambio i trentatre Turchi di Roma, più altri sei 
Musulmani, « tanto che il numero de schiavi d'una parte 
« et l'altra sia uguale » (2). Così il 4 giugno 1575 '^ ^^'^'^o 
annunzia al doge d'aver ricevuto la consegna dei Cristiani 
« la vigilia del Corpo del Salvator nostro lesu Christo ». 
Nella medesima lettera parla della gioia provata dai pri- 
gionieri che vedendosi dopo quattro anni liberi, nel giorno 
successivo al festa del Corpus Domini espressero il loro 
contento con vive dimostrazioni di religione (3). 

(1) Lettera del bailo al doge, Pera, 26 maggio 1575. R.arch. dei 
Frari, Strialo, III, Secreta, Lellere da Costantinopoli, 1575, busta 8. 

(2) Art presentato al sultano dal bailo e dai trentanove pri- 
gionieri cristiani della torre di Castelnuovo il 29 maggio 1575, 
conservato in copia nel R. ardi, dei Frari, Senato, ìli, Secreta, Let- 
tere da Costantinopoli, 1575, busta 8. Lo pubblico fra i documenti, ix. 

(0 Nella lettera del bailo al doge, conservata nel R. ardi, dei 
Frari, loc. cit., si leggono queste parole: «...et il giorno seguente 
«[alla liberazione] giorno di solennissima processione a riverenza et 
« divotione di quei santissimo corpo tutt' insieme lo habbiamo con 
« profusissime lagrime per soverchia allegrezza adorato et ringraziato, 
«che dopo la carcere di quattro anni et legami di durissime catene 
« al traverso et alli piedi siano finalmente tanti homini valorosi, et 
« per sangue, et per manifesta virtù stimabili grandemente, venuti 
«alla luce di questo cielo per opera della Serenità Vostra». 



La liberaiioìie dei Turclìi presi a Lepaiilo 2 



-) 



Lo stesso giorno 4 giugno s' incamminano essi verso 
Ragusa accompagnati da un chiaus con relativa scorta, e 
usciti da Costantinopoli, scrivono al doge per annunziargli 
d'essersi messi in viaggio dopo essere stati liberati « con 
« l'aiuto dell'onnipotente Dio, et per gratia di Sua Santità, 
« di Sua Maestà Catholica et della Serenissima Signoria 
(( di \''enetia, per opera del clarissimo Antonio Tiepolo 
« cavalier bailo». Pregano di far andare subito i Turchi 
a Ragusa, « dove se ha a fare il concambio », e mostrano 
come per essere stati in servizio di tutta la Cristianità si cre- 
dono degni, « doppo la lunghezza di tante miserie, della 
compassione « et della gratia de principi tanto grandi » (i). 
Il doge informava sollecitamente il suo ambasciatore a 
Roma della partenza dei Cristiani, e presto riceveva l'assi- 
curazione che il papa aveva ordinato la partenza dei Turchi 
per la marina di Fermo, dove sarebbero stati consegnati 
al patrizio veneziano Giovanni Contarini, il quale con tre 
galere li avrebbe condotti a Ragiisa (2). Da parte sua il 
sultano già aveva scritto ai Ragusei per annunziare l'arrivo 
dei trentanove prigionieri cristiani e per indicare le norme 
che i Ragusei avrebbero dovuto seguire per consegnarli ai 
Veneziani (5). Imponeva il sultano di tenere ben guardati 
i Cristiani finché non fossero giunti i Turchi e di verifi- 
care bene die questi corrispondessero esattamente a quelli 
indicati nella relativa lista. Avvertiva inoltre che, se qual- 



(i) La lettera porta le firme di quasi tutti i Cristiani liberati e 
la data dal Ponte Picciolo, 4 giugno 1575. Si conserva nel R. arch. 
dei Frari, Ice. cit. 

(2) Lettera del doge al bailo a Cosiantinopoli, Venezia, 13 lu- 
glio 1575. R. arch. dei Frari, Libro primo da Roma, Secreto dei Con- 
siglio dei Dieci cit. e. 68. 

(3) Lettera del sultano ai signori ragusei, mandata tradotta dal 
bailo al doge il 4 giugno 1575 e conservata nel R. arch dei Frari, 
Senato, III, Secreta, Lettere da Costaiiiiiiopoli, 1573, busta 8; docu- 
menti, n. X. 



26 ey\/. 'I^osi 

cuno fosse nel frattempo morto, il cambio si sarebbe ese- 
guito egualmente (i). 

Il 19 luglio sulla spiaggia di Fermo Giovanni Conta- 
rini a nome del Governo veneziano riceveva dal com- 
missario pontifìcio la consegna dei prigionieri turchi, e 
subito scioglieva le vele per Ragusa (2). Il viaggio fino a 
questa città si compiva prestissimo, il cambio dei prigio- 
nieri colle norme prescritte fiicevasi sollecitamente, e il 29 lu- 
glio il Contarini giungeva a Venezia con i Cristiani liberati, 
eccettuato Gabrio Serbclloni, che per indisposizione rimase 
a Ragusa, donde parti poco appresso per Napoli. Il doge 
lietissimo del fausto avvenimento ne faceva tosto avvertire 
il papa e il cardinale S. Giorgio (3). L'ambasciatore ve- 
neziano a Roma adempiva subito alla gradita missione e 
riferiva al doge che il papa si era rallegrato « con fiiccia 
« ridente «, e aveva lodato i Veneziani delle premure avute 
per tutti i prigionieri e specialmente per il Serbelloni, al 
quale avevano usata nuova cortesia conducendolo a Bar- 

(i) Quest'avviso fu utile perchè uno dei Turchi fu da un com- 
pagno ucciso a Fermo, come narrammo nel nostro lavoro più volte 
citato: Alcuni documeiili 8ic. p. 177 sgg. L'ordine del sultano avver- 
tiva che trentanove erano i prigionieri cristiani, trentatre i prigio- 
nieri turchi mandati da Roma, e altri sei procurati dai Veneziani, 
fra cui il figlio di Caramachmuto, schiavo della famiglia Savorgnan 
e liberato per accordi presi fra i Savorgnan, il Bassa e il bailo, come 
anche quest'ultimo conferma nella citata lettera del 26 maggio 1575 
al doge, conservata nel R. ardi, dei Frari, loc. cit. 

(2) Lettera dell'ambasciatore veneziano in Roma al doge, Roma, 
30 luglio 1)7). R. ardi dei Frari, Seualo, HI, Secreta, 1571, n. 11. 

(3) Nel R. arch. dei ]rran, Deliberaiioiii, Senato, 1573-1 580, e. 78, 
sotto la data 30 luglio 1575, si leggono queste parole dette dal doge 
in Senato: « Hieri sera giunse in questa nostra città il diletto nobile 
(f nostro Gio. Contarini con li schiavi christiani, havendo con la molta 
« diligentia et virtute sua effettuato questo negoiio con prestezza et 
« conforme al desiderio et espctatione delle Signorie Vostre. Et questa 
« mattina ci ha esposto haver lassato l'ili."'" sig,"^ Gabrio Serbelone 
« ammalato in Ragusi ». 



La libera^ioìic dei Tiii'chi pi'esi a Lepanto 27 

letta, dopo clie esso, finita la sua inJisposi;^ione, aveva 
espresso il desiderio di recarsi a Napoli (i). Anche il car- 
dinal S. Giorgio si era mostrato riconoscente delle genti- 
lezze usate a suo fratello e ne ringraziava il doire coiì 
lettera e per mezzo dell'ambasciatore veneziano in Roma. 

I Turchi arrivavano pure presto a Costantinopoli e vi 
portavano una gradita impressione della potenza di Venezia 
che, com'era naturale, si attribuiva il merito del cambio (2). 

In tal modo terminava questo lungo e delicatissimo 
negozio a beneficio sicuro di tanti prigionieri cristiani 
e turchi, che dopo alcuni anni di prigionia ritornavano 
in patria. Venezia ne usciva accresciuta di prestigio in 
Oriente, stimata anche in Italia e nella Spagna, dove i 
prigioni liberati per il cambio e specialmente gli altri 
riscattati coi suoi denari, che solo in piccola parte le fu- 
rono resi, dovevano parlare bene della ricca e forte città, 
senza contare che la sua diplomazia coU'esser riuscita a 
vincere le resistenze spagnuole e la diffidenza turca ed a 
guadagnarsi l'appoggio di Gregorio XIII, acquistava un 
nuovo titolo all'ammirazione, per tanti titoli già meritatasi 

(1) Lettera dell'ambasciatore veneziano in Roma Paolo Tiepolo 
al doge, Roma, 6 agosto 1575. R. ardi, dei Frari, Senato, III, Se- 
creta, Roma, 1575, busta 11. 

(2) Questo apparisce da tutta la corrispondenza del doge e dei 
suoi ambasciatori, come s'è avuto occasione di notare nel corso di 
questo lavoro. Che i Turchi liberali portassero buona impressione 
della potenza veneziana lo dice il bailo in una sua lettera al doge 
il 12 settembre 1575 e sembra voglia confermarlo col narrare questo 
episodio: « Li schiavi turchi che erano a Roma liberati con il concam- 
« bio sono giunti qui, et essendo dui di essi nel publico divano per 
« rinovare il loro soldo, essendo avanti il sìg. Bassa gli domandò quello 
(■' che si diceva, perchè questo anno Spagnuoli non havevano fatto 
('armata, et uno di loro rispose: " Signor, li Spagnuoli non have- 
« ranno le ali se Venetiani non potrano volare. " Et trovandosi li a 
«caso il Scassi dragomanno, il Bassa lo guardò et rise et non parlò 
(' più in quel proposito». Questa lettera si conserva nel R. ardi, dei 
Frari, Setialo, III, Secreta, Costantiiiopoli, 1575, busta 8. 



28 ci/, "l^osi 

in passato. La Turchia cementava la recente pace con 
Venezia, e i suoi ministri fiicevano anche in privato gua- 
dagni cospicui. 

La Francia trovava una buona occasione per mettere 
sempre più in cattiva luce la nemica Spagna, e special- 
mente per mezzo di monsignor d'Ax, sia nel negozio del 
cambio, sia negli affari, che trattando di 'questo accen- 
nammo,ebbe modo di attaccare la sua antica nemica, la quale 
dovette più che mai diffidare di Venezia e da questa al- 
lontanarsi ora che da Francia pareva con tanto zelo difesa. 

Filippo II sembra puntiglioso e quasi incurante degli 
interessi cristiani in generale e del bene degli stessi suoi 
sudditi prigionieri dei Turchi, e tutto trascura pur di op- 
porsi a \'enezia, ormai pacificata coi Turchi e amica di 
Francia. Quindi nega sempre il suo consenso al cambio 
proposto, rendendo così più bella l'opera dei Veneziani e 
specialmente di Gregorio XIII, al quale spetta in questo 
negozio la parte più generosa. Pure ammettendo, come 
ci sembra giusto, che il pontefice aderisse al desiderio dei 
\'eneziani anche dopo la sgradita pace da questi conclusa 
col Turco, per tenerseli amici, nell'interesse d'una Lega 
che avrebbe voluto riannodare contro i Turchi, e desi- 
derasse di liberare i Turchi anche per liberare sé dalle 
spese che gli costavano; è certo ch'egli osò opporsi alla 
Spagna, ascoltò commosso le preghiere dei parenti de' 
prigionieri, e per esaudirle pagò denari del proprio, pose 
in oblio il rimborso delle spese fatte per mantenere i pri- 
gionieri turchi a Roma, e compiacque i Veneziani, i quali 
nei rapporti col papa facevano un po' troppo il loro in- 
teresse commerciale e politico. Deve dirsi che sostanzial- 
mente, per quanto riguarda questo negozio, a Costanti- 
nopoli, a Venezia, a Parigi e a Madrid si faceva della 
politica più o meno egoistica, e talvolta puntigliosa, a 
Roma invece ascoltavasi la voce del cuore e della carità 
cristiana. M. Rosi. 



l.a libura-ioìie dei Turchi pi-esi a Lcpauio 29 



DOCUMENTI 



I. 

Lettera di Marcantonio Barbaro ai capi del Consiglio 
dei Dieci. Pera, 7 maggio 1573. 

[Venezia, R. ardi, dei Frari, Capi del Consiglio dd Diea, 
Lettere di ambasciatori a Costantinopoli, busta 4.] 

Illustrissimi Signori, 

Nella audientia che io hebbi col magnifico Bassa, sicome scrivo 
al ecc.^^° Senato, quando parlai per la liberatione delli schiavi che 
sono in tore presi in Famagosta, so magnificentia si acostò tanto a 
me che mi pose quasi la bocca all'orechia, come se io intendessi la 
lingua turca, poi facendo anco acostare Orembei disse: Q.uesti schiavi 
che tu adimandi sapi certo che li haverai, ma bisogna che babbi un 
poco di pacientia fino a tanto che venghi 1' armata, perchè alhora fa- 
cendone art al signor per ordine della Signoria io farò officio tale, 
che li haverai ; intrando qui soa magnificentia secondo il solito suo 
a dir male di Mustafa Bassa, sicome per altre mie so di aver scritto 
a V. S.'^ sopra il che mi persuado che la ne haveva hauta conside- 
ratione, et me bavera anco dato quel' ordine, che al suo prudentis- 
simo giuditio sarei parso. Et per maggior informatione soa le dirò, 
che sapendo io che qui vi possono esser più di 600 schiavi di quelli 
soldati di Famagosta, et che la maggior parte sono dello signor et 
dello mag.'^° Bassa, dovendone egli haver da più di cento, e trat- 
tandosi di tanto suo interesse per la molta stima che fano qui de 
schiavi, io non ho mai fatto specifica mentione di tanto numero per 
non agregar maggior dificohà per l' interesse loro, ma con la ragione 
comune del torto fatto a quelli di Famagosta ho fatto instantia di 
quelli che sono in tore al mimerò di 40 tra capitani et officiali di compa- 
gnia. Ma per ritornar all' intentione del Bassa, che di sopra dicevo, si 
scopre chiaramente, che egli cerca con quella occasione di smacar. 



30 c^/. 'Ti usi 



e di haver modo di offender Mustafa Bassa, perche dalle sue parole, 
et dalli moti del corpo ciò si scopriva chiaramente, sforciandosi soa 
magnificentia di persuadermi che si do%'esse far Vari gagliardo, et 
dolersi vivamente di esso Mustafa, ampliandolo con dire ch'egli ha- 
vea usurpato et nascosto molto tesoro di Cipro ; alle qua) cose io 
risposi che poteva bastar a fare questo officio con il serenissimo si- 
gnor r autorità di so magnificentia per farmi haver questi poveri, 
i quali sono tenuti con carico di coscientia et contra 1' honor della 
promessa di so magnificentia. 11 Bassa tuttavia rinforzava la soa in- 
stantia, a tal che sempre più chiaramente si scopriva 1' affetto de 
l'animo suo; ondechè conoscendo io di non poter far frutto alcuno, 
lassai cosi cadere questo proposito non mi obligando a cosa alcuna, 
si per poter di novo secondo l'occasione rinforzar gli officii, come 
anco per lasciar la Serenità Vostra in libertà di far quello che meglio 
le parerà. Et per maggior soa informatlone non le tacerò che tanto 
è r odio tra questi doi Bassa, che è dificil cosa da creder come non 
ne venghi la rovina di uno di loro: è vero che Mustafa Bassa ha per 
inanti hauti molti favori dal signor, ma si conosce anco che è assai 
grande l' autorità del mag.'^° Mehemet, con tutto che egli la usi 
molto temperatamente, et per il vero questa pace perchè è seguita 
con universal satisfattione de Turchi ha posto esso mag.'^° Mv^hemet 
in grandissima riputatione, il che forse lo invitterà ad usar nell'ave- 
nire più vivamente la soa autorità, la qual per molti rispetti, come 
ho ditto, ha fin hora usata assai temperatamente, et Mustafa Bassa 
è sempre stato alla scoperta contrario alle cose di Vostra Serenità, o 
sia per propria soa natura, o pur per opponersi al mag.*^" Mehemet 
Bassa, et all'incontro esso niag.'^" Mehemet si è del continuo mo- 
strato favorevole, et nelli negotii parmi che sia proceduto meco con 
termini tali che non può quel serenissimo Dominio se non tenir 
grata memoria di lui, il che ho voluto dirle per informatione soa. 
Rabi Salamon ha fatto meco con molta passione uno grave risenti- 
mento et con libera affettione mi disse: Io ho sempre pensato che 
nelle cose importanti quelli ili.""' Signori procedessero con molta se- 
cretezza, ma in effetto non ritrovo che così sia, soggiungendo saper 
che monsignor d'Ax mi ha mostrato una litera da Venetia, nella 
qual, oltra che vi sono scritte le conditioni della pace, vi è anco uno 
particolare di più, che mi è dispiaciuto assai, perchè el potrebbe 
far malissimo effetto de qua per le emulationi di questi Bassa, et è 
che in quella litera vien scritto che quelli Signori sono obligati dare 
al mag." Bassa 30 mila ducati, dicendomi : Tu sai quanto mons. d'Ax 
è in disgratia di esso Bassa et come egli procede senza rispetto al- 
cuno, a tal che ogni giorno el si (:\. più odioso, massime perchè ha 



La liberazione dei Tiucìii presi a Lepanto 31 



preso per pnrtito valersi di Mustafa I^assà, per il che si può facil- 
mente creder che esso monsignor non si contcniva di ragionar tal 
cosa, et farla saper a detto Mustafa, il che venendo alle orechie del 
mag.'^" Mehemet, el si potrà doler assai. Io cercai con molte ragioni 
di acquietar il dottor, dicendo che questa non può esser venuta dalla 
Serenità Vostra ma per altra via, perciochè cose tali sono tenute se- 
cretissime nell'ill'"° Consiglio de X, ne che mai si sano, né meno 
si dicono al Senato, ancorché io fra me stesso pensando non mi ho 
potuto assicurar se talvolta comunicando le S. V. 111.'"* le litere mie 
ad esso ecc."'" Senato fasse anco stato lasciato liberamente publicar 
quella parte del donativo del Bassa, et che a questo modo ciò si 
fusse poi divulgato, il che in vero mi dispiacerebbe infinitamente per 
il disordine che ne potrebbe succeder a pregiuditio delle cose di Vo- 
stra Serenità. Per me, S/' IH.'"', sarebbe stato carissimo haver hauto 
con la venuta di mio figliolo qualche ordine di usar a Firidum Aga 
quella gratitudine che le fusse parso conveniente, perchè certo costui 
è sopra l'ordinaria natura de Turchi avidissimo al danaro, et ha 
presa tanta autorità appresso al Bassa in questo suo carico di gran 
cancelliere, che scopertamente egli contradice alla volontà di soa 
magnificentia, cosa che niuno altro ardisce di fare nepur un minimo 
ceno, et sia sicura la Serenità Vostra che nel formar li capitoli con- 
vene al Bassa farli viiania et scaciarlo da se con parole ingiuriose, 
perchè havea scritto con modi tanto alteri che non Io potendo io 
soportare, ne feci risentimento tale, che il Bassa per la soa bona di- 
spositione gli fece una grave riprensione, et con tutto che esso Fi- 
ridun sia più volte stato querelato stranamente al signor per le sue 
mangiarle, et che egli s'a caduto in disgratia tale di soa magnifi- 
centia che più di una fiata ha date strane commissioni di lui, pur 
il Bassa lo ha sostentato con dire che per la sufficientia del carico 
che egli tiene vi è gran bisogno della persona soa. Per il che dico 
che mi sarebbe stato carissimo haver hauto hora quest"" ordine, per 
ciò che havendosi a far al presente la expeditione di tanti compo- 
nimenti importa assai a farlo favorevole, et per intertenirlo grata- 
mente mandai mio figliolo a visitarlo et a farli parole gratissime 
con darli ferma intentione che dalla Serenità Vostra sarà ben co- 
nosciuta r amorevolezza soa, essortandolo a diportarsi cortesemente, 
si come infine si è offerto di fare; et quando nell' espedire li compo- 
nimenti delle cose, che io ho proposto al mag.*^" Bassa, conoscessi 
ricercar così il beneficio publico prima che venisse altro ordine di 
lei, io con buona intentione mi prenderò sicurtà di usare quella di- 
mostratione verso di lui che giudicassi a proposito, persuadendomi 
che così possi esser di sua satisfatione, pur volentieri mi anderò in- 



32 ^I. 'llosi 



tertenendo per aspettare con mio maggior contento ordine da Vo- 
stra Serenità. Di V. S. ecc.™» 

Di Pera a 7 di maggio 1575. 

humil servitor Marco Antonio Barbaro 
bailo. 



IL 

Lettera che alcuni ufficiali veneziani caduti prigionieri 
dei Turchi a Famagosta e condotti a Costantinopoli scris- 
sero al bailo il 28 ottobre 1571. 

[R. bibl. Marciana, Registro di lellere ài M. Antonio Bai baro 
bailo in Costantinopoli, ci. Vt[, cod. 590.] 

Cl."° S/ nostro et patron nostro osservand." 

Dio sa con quanto nostro dolore et passione di core si siam 
posti a scriver questa per andar rinnovando tanti travagli, faticlie 
et vigilie, et poi remunerati d'ingiurie et villanie usatene da inimici, 
pure sforzatone al piij che habbiam possuto, si è rissolto a scriverli, 
prima per far riverenza a V. S. 111.""" come nostro patrone et pro- 
tettore, apresso poi per darle raguaglio al meglio che habbiam pos- 
suto della sventurata resa di Famagosta, a tal che sapendo lei noi 
esser stati i primi gionti in questo loco, ne incolpasse di negligenti 
et poco amorevoli al nostro Ser.""" Principe et 111."'* Signoria. 
Et prima l'ha da sapere che prima che ne cominciassero a battere 
la città, r essercito turchesco n' intorniò con 9 bastioni dalla parte 
di Limissò fino al scoglio ; nelli quali vi erano fra tutti 74 pezzi, 
cioè basilischi, canoni et colubrine. Et il batter loro è stato con 
tanta vehementia et furore, che non è stato nissun di che fra notte 
et giorno non habbiano tirrato al continuo 2000 tirri. Alla parte di 
Limissò era battuto con 52 pezzi da quattro bastioni; la mezzaluna 
che viene apresso della qual ne havea cura la buona memoria del- 
l' ili.*""* nostro s.*" Ettore Baglione, era battuta da uno bastione con 
8 pezzi. Battevano anco con altri tanti pezzi in un altro bastione la 
mezzaluna che veniva apresso, che ne havea cura la felice memoria 
del d.""" di Famagosta. Battevano anco 1' altra mezzaluna che viene 
apresso, che ne havea cura il ci."''* bona memoria di Baffo. Da un 
altro bastione battevano anco la cortina clie viene apresso alla so- 



La liberazione dei Turchi presi a Lepanto ^^ 



pradetta mezzaluna con alcuni pezzi ch'erano posti a piano Ira 
gabbioni. Ne battevano con tanto furore che quasi sino al fondo ne 
batterno più della metà della cortina, del qual loco ne havea cura 
il cavalier dalle Aste, il capitano Antonio del revellino, et io Matteo 
da Capua. Battevano anco la mezzaluna dell' arsenale dal scoglio et 
da un altro bastione con 12 pezzi, del qual loco havea cura la buona 
memoria del maestro di campo, che era il capitan David dalla 
Noce da Crema. Et la batteria incominciò dalli 19 di maggio al fare 
dell' alba con tanto fracasso, ruina et mortalità di noi altri, che non si 
ricorda da coloro che son più vecchi di noi, d' haver vista tal cosa 
in altre città assediate. Con tutto ciò noi cominciannno a farli con- 
trabatteria da tutti i luoghi. Né anco loro potevano apena comparir né 
bombarderò, né altra persona, che subito non fusse tolto di mira da 
nostri pezzi. Et credo certo che del tirrare pareggiavimo a loro, et 
quando Dio ne avesse concesso che quel loco fusse stato munitionato 
di polvere sicome ogn" un credeva et che anco il loco richiedeva, 
i nemici haveriano perso di ta! modo la scrima che non harian 
saputo che farsi. Però essendosi noi accorti che havendo tirrati 
1500 tirri fra notte et di in 8 giorni havevimo consumati 4000 barilli 
di polvere, s'incominciò andar un poco più posato, essendosi fatto il 
calcolo della polvere et quel che poteva bastare. Della qual cosa avi- 
stosi i nemici incominciorno avvicinarsi, et con più furor a bat- 
terne, che in termine di un mese et dieci giorni spianarono li sopra- 
nominati lochi quanto potevano scoprirne, et la ruina di dette mu- 
raglie ad essi haver fatto si facile salita et dar 1' assalto, che li carri 
et per dir meglio li cavalli con le some potevano montar su, ma le 
nostre retirrate fatte in tutti li sopradetti lochi davano a loro tanto 
terrore, che mai li bastò 1' animo de montarvi; et certo molte volte 
ne sforzavimo uscire fuori per tuor via la ruina, che ne veniva fatta, 
ma con nostro grandissimo danno ne bisognava ritirrare per essersi 
tanto avvicinati alla fossa, che in brevi giorni vennero al muro di 
detta fossa, et sbusorno in più loco il muro di detta fossa fino al 
fondo, buttando sempre il terreno che de li cavavano dentro la fossa. 
Di tal sorte che il ruinazzo della muraglia et il terreno che butta- 
vano, haveano fatto una altura in detta fossa, che non poteva nes- 
suno comparir di dentro, chg subito di frezza o d' archibusata non 
fusse ferito. Niente de meno mai in quatro assalti che in questo 
termine diedero fu visto virtù d'animo nelli nemici, ma come galline 
destese in giù venivano quelli loro stendardi, con tutto che da noi 
fussero chiamati che venissero inanti. Però come si avidero non po- 
terne far altro pervia del batter, si posero a far mine nelli medesimi 
sopradetti lochi, et la prima la fecero alla mezzaluna dell'arsenale et 

Archivio della R. Società romana di storia yatria. \o\. \\{\ . 3 



34 ^^- 'Tiosi 



havendovi dato fuoco, buttorno tutta la tVomc a terra, né per questo 
fu visto nissuno accostarsi; la seconda fu quella del cl."^° di Fama- 
gosta, la qual per esser contraminata da noi, fé' poco effetto. Minorno 
anco la mezzaluna del ci.™" di Baffo, che essendo ritrovata da noi, 
li fu tolta la polvere che haveano posta, et mortovi dieci Turchi; la 
terza mina che derno fuoco fu quella del revellino, cosa che at- 
terrì molto r animo de Greci per esser spianato sino al fondo. Pur 
noi havevimo una mina nel medesimo loco, la qual era in posto per 
darli fuoco il medesimo giorno quando che la ruina non havcsse 
impedita la scmentella per darli fuoco ; pur con gran nostra fatica 
fu trovata, et datovi fuoco fé' poco effetto. La causa fu per esservi 
stata poca polvere. Ma con tutto ciò diede gran terrore alli nemici, 
dubitando che non fossero delle altre; pur essendo fuggiti di dentro 
alcuni Greci, li assicurorno che non vi era altro, talché si risolse di 
provare di poterlo acquistare, et al far della diana ne diedero un 
assalto generale da tutte le bande, ma più dal revellino, il quale 
essendovi pochi Italiani per esserne assai morti et pur assai Greci in- 
cominciorno a retirrarsi dando animo alli nemici. Né essi havendo 
perso tempo montorno sopra con loro bandiere, et ributtati i nostri 
s' impadronirno con gran nostra mortalità. Della qual cosa vistosi 
il s'' Alvise Martinengo che di quel loco havea cargo diede fuoco 
alla mina che era fra la porta et revellino, non curando ch'erano 
di nostri da 150 rimasti fuori, i quali restorno tutti parte morti et 
altri feriti; et dubitando che non intrassero dentro per la porta la 
fece serrare. De la qual perdita tutti li Greci et anco Italiani si tur- 
barono assai essendosi perso quel loco per poca cura de chi '1 go- 
vernava. Stando noi in questo modo serrati cercavimo defendersi al 
meglio che si poteva; li nemici accostatisi alla porta ferno tre mine 
in detta porta, una per fianco et l'altra ad una batteria del cavai- 
liere di detta porta, et lavoravano fortemente. Non contenti di questo, 
ferno un' altra mina alla medesima mina che haveano fatto all'arse- 
nale, et un' altra alla cortina dell' arsenale dove era la batteria et 
tutte queste cinque mine noi sapevimo che vi erano; però posero 
anche dui pezzi sul revellino che havevano guadagnato et tirravano 
alia nostra porta: la qual noi havevimo murata et piena di terra et 
gottone; et oltra al terrar de due pezzi posero fuoco con legne et 
altre misture a detta porta, durando tre giorni di continuo un fuoco 
tanto grande che abrusciava tutta la fabrica. Per la qual cosa li Greci 
si lassaro intender in publico et in secrctto, et in alcuni ridotti che 
loro facevano, che era bene arendersi et che loro non volevano 
veder le loro mogli, figli e fratelli et sorelle in man de Turchi 
malmenate, ma che se si fussimo arresi se saria stato osservato 



La liberazione dei Turchi presi a Lepanto ^) 



*.]uanto ne veniva promesso dal Bassa. Et se ciò non volcvimo fare 
non erano per combatter più, perchè dicevano che noi havevimo 
ragione essendo persone che li non havevimo nessuno de nostri, ma 
la nostra vita sola; la qual cosa diede molto da pensare alli animi 
nostri et più alli signori che havevano a governare. Et come volse 
la nostra disgratia in questo mezzo scampò dalla città un soldato 
fiorentino, il qual diede raguaglio minutamente alli inimici della 
•solevatione de Greci et della polvere che ne era mancata, si clie 
cominciorno un' altra volta a dimandar parlamento, essendo che 
prima da noi non li fu dato orecchio, anzi con 1' artigliarla et ar- 
chibusate scacciati senza nlun rasonamento. Et così si stete tre giorni, 
-et alli 23 di luglio fu a tutte le cinque mine di sopra dette dato 
fuoco, et gettata tutta la porta giù con grandissime ruine. Con tutto 
-questo facessimo delle altre reterrate al meglio che potevimo centra 
il volere delli terrazzani, non g'à del popolo, ma della nobiltà, la 
•qual gettata ogni vergogna, a viso aperto andorno dal cl."'° della 
i;erra e dallo ill."^° sig. Ettor, et dissero che non erano per più re- 
sistere, vedendo che non era più ordine a casi loro, prima per esser 
tutti i luoghi aperti da batterie, poi per esserne morti tanti Italiani 
et Greci: l'altro per non vi esser più polvere per ditìendersi, et poi 
quello che più importava, dicevano, che essendo tanto fìdelissimi si ve- 
devano abbandonati dalla 111.™^ Signoria che in tanto tempo non havea 
[mandato] altro che un poco di soccorso, senza mai avisar cosaniuna 
ne haver nova alcuna; sì che per le sopradette cose dicevano voler 
concorrere una medesima fortuna con Rodiotti, et che pensassero 
bene sopra tal cosa. Per le qual parole fra il ci.™" Famagosta, il 
c]."'° di Baffo et lo ill."'° sig. Ettor fu concluso che se non si fus- 
simo arresi haveriano havuti dui nemici, 1' uno alle spalle et l'altro 
dinanzi, contro la volontà certo di tutti gli Italiani che se ben non 
vi era altro che sei barilli di polvere et a terra ogni cosa, si era atti 
con le armi da fuoco, et sassi che terravano le donne, deffendendosi 
sino a settembre, che de li poi Dio haveria provisto; ma l'animo 
de terrazzani buttò a terra ogni disegno, sicché fu concluso fra essi 
signori che se fussero venuti per far più parlainento, che si fusse 
cercato attaccarsi a qualche partito honorato, et che de dui mali si 
fusse eletto il minore. Tal che non passorno dui giorni che venne 
un cameriero d'un Bassa di Nicosia per parlamento et pian piano si 
accostò, dubitando che non si fusse fatto come per il passato. Fu 
alzata la bandiera da noi et interrogato che domandava, disse che 
noi già vedevimo apertamente in che modo se ritrovava la città, 
però die pensassimo bene a casi nostri, perchè se si fusse entrato 
per forza non si haveria havuto rispetto a niuna sorta di persona; 



^6 <^1. \l^osi 



et che se noi si havessimo voluto arrender al (ìran Signore ne lia- 
veria concesso tutto quello che havessimo saputo addimandare. Nò 
liavessimo havuto risguardo che noi eranio de diversa fede perchè 
era chiaro per tutto el mondo che di quanto è stato promesso dalli 
Gran Signori è stato osservato con inviolabil fede, tanto più che 
loro si offerivano che si fussero dati ostaggi da una parte et dal- 
l'altra; et che quando noi altramente havessimo fatto, li haveria di- 
spiaciuto come cristiano che è, benché per forza si sia fatto turco. 
Così li fu risposto che quando si fusse stati certi che la fede fusse 
per mantenersi, che si sariamo arresi al Gran Signore sopra la parola 
del quale si sono arrese tante città et regni, ma sopratutto volevimo 
ostaggi. La qual cosa subito referita a Mustaffa Bassa dal sopradetto, 
subito ne mandò un foglio di carta bianca, attaccatovi sotto il bollo 
del Gran Signore dove vi era scolpita la sua testa d' oro fino, et che 
noi havessimo scritto su quello tutto il nostro volere, et che a con 
firmatione de capitoli lui haveria mandati dentro per ostaggi l'aga de 
giannizzeri et il suo chiecagià, et che noi havessimo mandato dui 
di nostri. Et cosi la mattina mandamo fuori il conte Hercole Marti- 
nengo et un altro cittadino famagostano Mattio di Colti, et di loro 
vennero dentro li sopradetti aga et chiecagià accompagnati da una 
bellissima cavalleria et molti pedoni, pur andorno a dismontar in 
casa dell' ili.""" sig. Ettor Baglione, dove continuamente fattali bo- 
nissima cera et donatoli di molti doni, incominciorno de passar li 
capitoli : Che essi ne davano il passaggio salvo et sicuro sino a Settia 
con caramussali a bastanza, salve le nostre arme, tamburi, insegne 
et cinque pezzi d'artigliarla; salve tutte le famiglie et le nostre fa- 
cultà.* Et di più havendo concesso al cl."'° di Baffo .xii. sachi 
di gottone che erano suoi che li potesse levar via. Tra questo s'in- 
cominciò ad imbarcar la detta artigliaria con il gottone, stando però 
le banderuole di tregua intorno la muraglia. Noi tutti Italiani e Al- 
banesi, et alcuni pochi Greci s' imbarcammo nelli caramussali che 
ne haveano mandato dentro il porto. Vi erano venute ancorade 7 ga- 
lee non dismontando però ninno di loro; il cl."'° capitano di Fa- 
magosta et quello di Baffo con lo ili."'" signor Ettor et lo ill.'''^ sig. 
conte Alvise Martinengo con 200 archibusieri restarono dentro per 
consignar le chiave della fortezza et munitione al Bassa et farli ri- 
verentia. Et così la sera alle 21 hora si partirono fuori della città 
per la porta del Diamante, et andarono al campo; laonde li venne 
incontro una buona flotta di giannizzeri et spai. Giorni al padiglione 
del Bassa, dismontarno et intrato dentro prima il CI.'"" fé riverenza 
al detto Bassa ; et ragionando con esso lui non più di dieci parole, 
senza altro dire alzò la mano, et gli diede un schiaffo : et havendoli 



La libera\ione dei Turchi presi a Lepanto 37 



fatto dar di mano comandò ad un suo buffone die gli tagliasse tutte 
due le orecchie; et gridò che fusse tagliata a pezzi tutta la compa- 
gnia eh' era venuta con lui, et subito venero correndo verso la città, 
et quanti Italiani trovavano che per sorte non erano imbarcati, tutti 
tagliorno a pezzi, et alli Greci diedero un sacco leggiero, usando con 
loro mogli et loro figliole in loro presentia; et la mattina venero 
nelli castelli dove noi erimo, et prima ne tolsero le mogli a chi le 
haveva, figli et fratelli, et li mandarno tutti entro uno serraglio, et 
poi caporno chi pareva meglio per remo. Et come si hebbero piene 
tutte le galere, ne mandorno nelle maone et nelle navi, havendone 
prima spogliati nudi come ne partorì ncstre madri. Et stando noi 
cosi .XI. giorni, alli 15 d'agosto un venerdì da mattina a bon hora 
la galera del capitano di Rodi piena di tutte le nostre insegne alla 
riserva partì dalli giardini et andò al porto, et fatto legare il Cl."^" 
sopra una cariega di veludo cremisino, fatto prima cicogno dell'an- 
tenna, lo fé tirrar su di là onde lo fé stare più di un hora, poi ve- 
nuto il Bassa con una barchetta, facendolo calar et fattolo desmon- 
tar dal molo lo fece ligar con le mani da dietro, et condotto dentro 
la città, essendo battuto da diversi Turchi, lo menarono intorno le 
mura, et per ogni batteria lo fecero portar cinque coffe di terra ; 
poi lo menomo in piazza et ligatolo alla colonna della berlina, dui 
incominciorno con dui coltelli a scorticarlo dalla schiena, et stete 
vivo fino che gionsero al bellicolo, né mai da quel benedetto corpo 
si fu sentito mai lamentarsi pur una parola, ma come martire di 
Chrìsto sopportò il tutto. Questo fu l'infelice successo di noi altri 
poveri Italiani, li quali (si come ho detto) essendo noi stati posti 
in diversi vasselli siamo gionti costì da 400 Italiani : vi sono 6 ca- 
pitani soli, li quali sono il capitano Lorenzo Fornarino da Bologna, 
il capitano Angelo da Orbietto, il capitano Gian Battista Squar- 
zone che hebbe la compagnia del capitano Francesco Bogone: vi è 
il capitano Hercole da Perosa che hebbe la compagnia del capitano 
David Nose, il capitano Tomaso Flessa, et cinque son io capitano 
Mattio da Capua ; il resto de capitani et altri soldati erano nelle 
altre maone et galee di Avapacmat, che per un poco di burasca in 
Rodo si persero di vista da noi. Quello che vogliam ora pregare 
V. S. III.'"'' si è che ne habbia per raccomandati, né si voglia scordar 
di noi altri servitori, come nostro patrone che ci è, suplicandola che 
se possibil fusse far intender al Gran Signore il torto che ne è stato 
usato, che essendosi noi arresi alla testa del Gran Signore, non già di 
Mustaffà, che a lui non li hariamo mai creduto, ne dovesse usar tal 
torto. Et che si doverla reccordar ciò che usò sultan Soliman a Rodi, 
Strigonia et Napoli di Romania, né voglia per 1 500 uomini che fus- 



38 cH/. 'I{osi 



Simo macchiar il nome di un tanto Gran Signore. Ht quando altra- 
mente gli paresse la voglia con suo lettere avisar lo ill.""^ Senato 
che ne vogli haver per raccomandati, et procurar la nostra libertà 
per via di cambio o di riscatto, sicome è il solito, et come ha fatto 
quella Ecc.™' Republica, a tal che il mondo possa conoscere che 
non si scorda de chi la serve. Et perchè V. S. III."" sappia, siamo 
in mano di .Mehemet Bassi cinque capitani con 200 soldati italiani, 
il resto al bagno del Gran S-gnore et altri lochi. Et acciò che V, 
S. III."'' sappia la nostra necessità, siamo serrati nel bagno senza 
praticar con ninno, et con doi pani al giorno, sicome ogni altro povero 
schiavo. Et non habbiamo dove ricorrere se non a lei, perchè oltra 
che ogn' uno di noi habbia rimesso nella camera di Famagosta quelhì 
sostantia che si è possuto per la incommoda moneta di rame che 
in quel regno correva, come appar per parte delle polizze di detta 
camera, che sono apresso di noi. Et perchè quello con che si po- 
tevamo soccorrer siamo stati svaliggiati et spogliati nudi, a tal che 
non havemo di che potersi riparare, la supplichiamo che ne vogli 
soccorrer per poter passare la m-sera vita sino che piacerà a Dio. 
Et oltra che faremo buono tutto quello che sera servito soccorrerne 
senza ninno interesse, in perpetuo saremo tenuti pregar el .S ■" Dio 
per la salute et felice prosperità di V. S. IH."'' et vittoria di quella 
benigna Republica. Dal bagno di Mehemet Bassa alli 28 d'ottobre 1571. 
Di V. S. 111.™' affettionatissimi servitori, suplicandola fare la risposta. 
Io capitano Mattio da Capua. Io capitano Camillo Squarzon vesen- 
tino. Io capitano Hercole Andriani da Perugia. Io Simon Bagnese da 
Firenze. Io capitano Tomaso Flessa capitano de Stradiotti. 



III. 

Lettera colla quale il vescovo di Vicenza prega mon- 
signor Morone di raccomandare al papa la liberazione di 
Gian Tommaso Costanzo prigioniero dei Turchi. Senza 
data. 

[Arcb. Vat. Mise. arra, ii, n. 152, e. liS.] 

Il sig. Gio. Thomaso Costanzo figliuolo unico al padre l'anno 71 
essendo giovane di diciasette anni fu spedito con caricco di colon- 
nello di alquante insegne di infanteria, con parte de quali andando 
al presidio di Corfii in bonaccia calma fu assalito da tutta l'armata 
turchesca con la quale combattendo valorosamente per spatio d'un.i 



La libcì\i\ione dei Turcìii presi a Lepanto 39 



gioniata intiera, non potendo con una sola nave resister a tanta 
forza restò prigione di Lucciali et fu mandato in capo al settimo 
giorno a donar al Gran Signor in Costantinopoli, il quale havendolo 
veduto comandò a Mehemet Bassa di sua propria bocca che lo fa- 
cesse far turco, il che havendosi tentato con ogni arte posibile et 
con offerte di grandissimi premi! non volse mai acconsentire, onde 
minacciarono di tagliargli la testa, il che egli allegramente accettò 
pur che morisse Christiane. Ma i Turclii convertirono il tagliargli la 
testa in circonciderlo per forza ; onde egli finita la circoncisione, 
buttò con admiratione dello stesso Bassa il turbante in terra per di- 
sprezzo, et stracciò la casacca d'oro, della quale lo havevano vestito, 
chiamando sempre il nome di Christo, et dicendo che sotto questa 
santissima fede nella quale era nato intendeva voler morire, come 
più chiaramente appar nella istessa letera autentica del figliuolo del 
dar.'"» bailo di Costantinopoli la quale in Roma sarà mostrata per 
il s.'' abbate Podocataro suo cugino. Egli è nella torre del mar mag- 
giore, et è in grandissima stima, anzi incomparabile dagl' altri schiavi 
tutti, cos'i per il grado eh' esso solo fra tutti quelli tiene di colonello, 
come per esser nato di famiglia nobile et non meno per il valore 
dimostrato in quella battaglia nella quale era principal nel comando, 
et insieme per la costanza d'animo che ha dimostrato perseverante- 
mente nella sua fede, il che deve farlo meritevole sopra ognuno 
cosi appresso la S.* di N. S. et suo sacro colleggio, come appresso 
tutti i principi di Christianità, poiché virtuosamente et col proprio 
sangue se 1' ha acquistato, et già gl'altri schiavi gli cedono il primo 
posto. 

IV. 

Istruzioni del Governo veneziano al suo ambasciatore 
a Roma, 4 settembre i 574. 

[R. Ardi, dei Frari, Libro primo da Rotita, Secreto del Consiglio dei Dieci 
salto il ser.mo D. Alvise Mocenigo, e. 47. 1 

Perché Rabi Salomon, nel licentiarsi da Noi, ne ha confermato 
che quando siano dati li schiavi turcheschi, che sono in Roma, et 
particolarmente quelli doi, sopra quali scrivete esservi stata fatta 
qualche difficultà, a lui basta 1' animo di far liberar tutti quei poveri 
Christiani che sono in torre a Costantinopoli cosi miseramente trat- 
tati in loco del honorato servitio che hanno prestato alla republica 
Christiana; havemo voluto col consiglio nostro di Dieci et Zonta coni- 



40 €M. %os{ 



mettervi, che debbiate rinovar con Sua Santità li odici altre volte 
fatti, perchè si risolvi in materia così pia, et che ha da esser tanto 
grata al S.""" Dio, et di tanta satisfattione a tutti quelli che portano 
il nome di Gesù Christo, che siano liberati li soldati di sua divina 
Maestà i quali hanno pur col petto, per quanto è stato in loro, de- 
fcso la Christianità. Lassamo star, che tra questi meschini ne siano la 
maggior parte sudditi del Stato di S.'"* Chiesa. Et lassamo ancor passar 
con silentio, che nelli schiavi turchi ne havemo pur noi ancora la no- 
stra parte. Ma non dovemo già tacere questo, che se non si fa ogni 
opera per liberar questi tanto benemeriti soldati, non si troverà nel- 
r avvenir chi voglia più servir contra Turclii, vedendo che sia te- 
nuto si poco conto di loro, che per non liberar alquanti pocchi Tur- 
chi, se lassano morir molti Christian! in servitù; con queste et altre 
ragioni, che la pietà Christiana vi sumministrerà, vi sforzarete persua- 
der Sua S.'* a non tardar più questa fruttuosa et santa delibera- 
zione. Non restando de dir quest' altra ragione, che si corre pericolo 
che li suddetti schiavi vedendo di non poter in alcun tempo esser 
liberat", perchè li schiavi del Signor non se liberano mai, se non 
con permuta, per disperatione si potriano far turchi, il che apporte- 
rebbe poi sommo dispiacer alla S.«à Sua. 



V. 

« Polizza degli Spagnoli et Italiani presi in servitio di 
<i Sua M.*^ Cath." liberati et andati in ChristianitA col mezzo 
« e con 1' aiuto del bailo della Ser.""" Signoria di Venezia 
(( e dal bailo stesso inviata al doge il 26 maggio 1575 ». 

[R. Arci), dei Frari, Senato, Seci eia. III, Lettere da Costantinopoli, 
a. i>75, busta 8.] 

Il sj don Garsia de Toledo capitano di fantaria et covezo delli 
Spagnoli del verso di Napoli. 

Christoforo Agiigar suo altiere. 

Francesco suo creato. 

Il sig. D. Alfonso de Fonseca cavaliero intertenuto de Sua 
Altezza. 

Alonzo de Toledo preso alle Gierbe. 

Il sig. Andrea de Salazar maestro di campo della fantaria spa- 
gnola de Tunisi. 

L' alfier Mugnos suo intertenuto. 



La liberazione dei Turchi presi a Lepanto 41 



Giovanni Mendoza alfier di cavalli leggieri in Tunesi. 

Sig. Martin da Cugne capitano della fantaria spagnola. 

Capitano Gio. de Quinteuca capitano di fantaria spagnola. 

Sig. Laurenzo de Negherà alfier de Moreno Maldonado. 

Alonzo de Salamanga maggiordomo dell' hospitale della Goletta. 

Francesco Casanza della compagnia de Arsiedo. 

Gio. Arbisio creato del signor Pietro Portacarero. 

Laurenzo Hernandes creato del sudetto. 

Francesco Ortis creato del sudetto. 

Diego de Oviedo sergente maggior delli Spagnoli del terzo de 

Figaroa. 

Petro de Monterosso aiutante del sudetto sergente. 

Don Diego Brochel cavalier di Malta preso con le galee di 

Malta, 

Diego Ximenes preso alle Glerbe. 

Francesco Reinera sbroggiato presso alle Gierbe. 

Francesco Dias presso alle Gierbe. 

Il sig. Giovanni de Marigliano capitano de fantaria italiano. 

Gio. Stefano de Ferrari suo alfiere. 

Antonio Bragnuos suo soldato. 

Caserno da Milan suo soldato. 

Gio. Antonio de Uzegna suo soldato, 

Camillo Poppa de Milan suo soldato. 

Bartolomeo Glesis de Biensa suo soldato. 

lacometto de Bezoso suo soldato. 

Antonio Colla suo soldato. 

Giuseppe Cavallo suo soldato. 

Capitano Antonio Tasso capitano de fantaria italiano. 

Balarin da Milano suo soldato. 

Capitano Cesare del Conte capitano de fantaria italiano. 

Gio. della piazza de Treccilio suo soldato. 

Capitano Hercule da Pisa capitano de fantaria italiano. 

Bernardino de Palazzo suo soldato. 

Flaminio del Verde da Perugia suo soldato. 

Horatio da Nibale de Giorgi alfier del capitano Paulo Serbel- 
lone morto. 

Gio. Andrea Colombo de Gradisca suo soldato. 

Cola calabrese suo soldato. 

Battista Panar de Benivento suo soldato. 

Gio. del Monte suo soldato. 

Franzin Dalech luogotenente della compagnia del sig. Pagano 
Doria. 



42 ^1- 'J\}^si 



Prospero Doria officiale di detta compagnia. 

Giulio Cesare de Giorgi da Pavia gentiihonio del sig. Pagano. 

Porro del Borgio Pelio in luogo del capitano Masino. 

Gio. Domenico Aniena do Carina luogotenente del capitano 
Aloisio Belviso. 

Gio. Battista Artusio de Torriccta alfier del sudetto. 

Capitano Ilario Trombino gentiluomo. 

Francesco Ongaro gentiluomo. 

Fieramonte Castiglione officiale de Bovi. 

Cornelio Petriziolo officiale principale sopra la fabrica. 

Vincenzo Cacenzo officiale sopra l' instrumenti de la fabrica. 

lacomo Crospuso genovese soldato del capitano Hippolito Doria. 

Matteo d'Antonio Calvo da Piacenza soldato del capitano .Vn- 
nibal Beccaria. 

Antonio Belette del Busachin da Trapano mulatier. 

lacobo Surboli. 

Michele da Trapano vecchio stato schiavo doi anni. 

Francesco Marabotta de Trapano mercante alla Goletta. 

Giacomimo Bolin de Navarra cavalier de Malta presso alla 
giornata navale. 

Filippo de Sermine di Sicilia stato schiavo anni 55 et tre anni 
eh' era libero et non se n' era potuto andar. 

Laurenzo Favo de Camerata de Sicilia stato schiavo anni 35, 
fu preso sopra Agosta, et già tre anni ch'era libero et non se n'era 
potuto andar. 

Antonio Serranova trapanese presso alle Gierbe. 

Il padre vicario della Goletta. 

Fra Filippo portughese della Goletta che andò a predicare a 
Scio. 

Fra Gio. della Goletta dell'ordine di S.'° Agostino della Sicilia, 

Fra Cicc." de Trapano della Goletta. 

Fra lacobo di Messina della Goletta. 

Fra Lodovico della Goletta dell' ordine di S. Francesco. 

Fra Francesco Tuscomalo de Tunesi. 

Fra Francesco de Pistoia capuccino del sig. Pagan Doria. 

Catherina Ponsa de Leon mogliere del Marco de Sesna della 
Goletta. 

Antonia Diego moglie di Alonzo de Aiora della Goletta. 



La liberazione dei Turchi presi a Lepanto 45 



VI. 

Lettera di Antonio Tiepolo bailo a Costantinopoli al 
doge circa le modalità da seguirsi per il cambio dei pri- 
gionieri a Ragusa. Pera, 4 febbraio 1575. 



[R. Ardi, dei Frari, Capo del Consiglio dei Dieci, Le'.tere di aiiil'nscialori 
a Coslaulinopoli, a. 1571-75, busta ^.j 

... Non ho potuto ottenere quella condictione che io voleva nel 
concambio, cioè che si obblighi il signor includere tutti quei schiavi, 
che per la loro qualità appartenessero a lui, tutto che fussero in 
mano a privati, perchè è paruto ancor al Bassa far tropo di con- 
descendere a così fatto concambio, essendo detto da tutti che se egli 
sapeva fare, col Serbellone solo haverebbe ottenuti li due Turchi 
più principali; et certo che va tanto inanzi quest' opinione, che io ho 
ragione di dubitare di qualche mutatione nel Bassa, et però bisogna, 
che in nessun modo si manchi di diligentia nell' assicurarsi con 
tutti i modi non volendo restar di dire, che se il papa et Spagna si 
resolverà, che i schiavi turchi si conservino tuttavia in galea a Ra- 
gusi per non fidarsi de' Ragusei, sia ottimamente fatto, che si vegga 
chiaro questa essere sola opinione del papa, et de' ministri del re 
di Spagna, et non già della Signoria di Venetia, la qual non ha 
causa di diffidarsi della promessa di questo signor et del Bassa, che 
cosi potrò io difendere questa diffidentia, quando pure se ne volesse 
lamentar il Bassa (i). Io ho pensato per maggior sicurezza, et per 
fuggir il contender col Bassa, di dire a V. S. III.™^ che non si dia 
in alcun modo fede a quelle mie lettere, che io scrivessi a Ra- 
gusi, se non hanno nel loro principio queste parole. Intanto io me 
confido, acciò che io sia sicuro, che quei Turchi non restino liberi, 
se questi di qua non siano prima a Ragusi dove si faccia il con- 
cambio, ovvero siano già partiti di qua con qualche nave, et occor- 
rendo che io scriva senza il contrasegno trovmo qualche causa ap- 
parente di non esseguirla, non palesando il secreto del Bassa, et 
tardino nondimeno in quel luogo fino che vadino nuove mie lettere. 



(i) Il resto della lettera è fra parentesi con questa osservazione: 
« Le parole fra li [ ] sono state levate acciocché non siano lette 
« in Senato ». 



44 ^' Tiosi 



Tanto è il timore clic io ho dell' inganno di costoro, che ancora non 

mi pare di essere assicurato compitamente. 

In Pera, 4 febbraio 1574. 

Antonio Tiepolo cavalier 

bailo. 



VII. 

Lettera colla quale il commissario Bartolomeo Bruti 
annunzia al doge la partenza da Roma dei prigionieri 
turchi. Roma, dall'osteria della Prima Porta, 12 marzo 157J. 

[R. Ardi, dei Frari, Senato, III, Secreta, Coslaiilinopoli, a. 1575, busta 8.] 

Ser."'** Principe, , 

Essendo io partito da Roma oggi a i8 hore in compagnia delli 
Turchi che erano preggioni in quel locco con ordine dell' ili.""' sig. 
ambasciator sicome la Serenità Vostra appieno intenderà per le let- 
tere di Sua Signoria 111.'"" per inviarmi la volta di Fermo di dove 
non partirò senza altro ordine di Vostra Serenità, mando alla Sere- 
nità Vostra la litera delli Turchi l'atta al mag."° Mehcmet Bassa con 
la sua traducione, per la qual fanno fede che sono stati liberati, et 
anco suplicano Sua Maestà che quanto prima faccia inviar gli schiavi 
di Costantinopoli. Non occorrendomi altro alla Serenità Vostra humi- 
lissimamente mi raccomando pregandoli da Nostro Signore longa 
vitta et agumento di statto. 

Dall' ostaria della Prima Porta gli .xii. marzo 1575. 

Di Vostra Serenità 

Devotiss." vassallo et servitor 

Bartolomeo Bruti. 



Vili. 

Traduzione della lettera scritta dai prigionieri turchi al 
Bassa dall' osteria della Prima Porta presso Roma per in- 
formarlo della loro partenza da questa città, 12 marzo 1575. 

LR. Arch. dei Frari, Senato, HI, Secreta, Costantinopoli, a. 1575, busta 8.] 

Alla polvere delli piedi di V. Ecc. quel che supplicano li suoi 
schiavi è questo: che alli 25 della luna passata dalla eccelsa Porta 
è venuta da parte del bailo Bartolomeo Bruti aricordandoci per mezo 



La liberazione dei Turchi presi a Lepanto 4; 



di Sun Ecc.'' della gratia fataci dai Gran Signor di riscattare per 
coniniutazione del General de Tunesi clie è pregione là, et insieme 
con quelli clie erano prigioni nella torre nuova del Mar Nero, noi 3 5 
che eravamo qui pregioni della lega. Eccellentia Sua, questa buona 
nuova quasi à data la vita alli nostri corpi morti, per la perpetuità 
della grandezza del nostro imperatore, et per la longa vita et sanità 
di Vostra Eccellenza al tribunal della Divina Maestà stanno sempre 
pregandola et rengratiandola. 

Quel huomo del balio mandato a questo negotio secondo l'or- 
dine di V. Ecc. à fatto che noi 55 nel principio di questa luna siamo 
partiti da Roma et giunti a un luogo clie si chiama Prima Porta, 
di là ad Ancona, et di Ancona piacendo a Dio dicono che anda- 
remmo a Aragugia; però pregamo S.Ecc. che secondo la sua pro- 
messa mandi quelli pregioni verso Aragugia, acciocché quanto prima 
possiamo gitarsi alla polvere delli piedi di V. Ecc. I nomi dei nostri 
sono scritti in una altra carta, delli quali nessuno manca. 

Umiliss."^' schiavi 

Mahamet figliolo di Sali. 

Hacmet figliolo di Gucrem, 

Ali Misculman. 



IX. 

Art (domanda) presentato al sultano dal bailo e dai 
trentanove prigionieri cristiani della torre di Castelnuovo per 
la liberazione di questi. Costantinopoli, 29 maggio 1575. 

[R. Ardi, dei Frari, Senato, III, Secreta, Lellere da Costantinopoli, a. 1575, busta 8.]] 

Altissimo, Potentissimo, Invittissimo et Felicissimo Imperatore. 

Atteso che li schiavi musulmani della Lega, che erano in Roma, 
quali si deono cambiare con li schiavi christiani, che sono nella 
torre del Mar Negro, secondo il patto fatto son già incaminati verso 
Ragusi, io Antonio Tiepolo cavalier balio alla Vostra Eccelsa Porta 
della Ser."^' Signoria di Venetia vostra buona et perfetta amica prego 
la Imperiai Maestà Vostra voglia ella anchora inviare questi Chri- 
stiani verso Ragusi, contentandomi io che vadino in compagnia di 
suo chiaus, acciochè esso cambio, che è cosa tanto pia, segui 
quanto prima. Per li quali schiavi christiani io balio sopradetto 
resto piezo che non fuggiranno. Et perchè li schiavi musulmani 
della Lega sono 53 et li Christiani della torre 39, io balio sopra- 



4^ c^/. %osi 



detto mi obligo a supplir a dotto numero in Ragusi de altri tanti 
Musulmani tanto che il numero de schiavi d' una parte et 1' altra 
sia uguale. 

Li schiavi musulmani della Lega sopradetti sono gì' infrascritti 
Mchemet Bey figliuolo di Sali Bascià. Hacmat Bey. Musulman Ali. 

Il resto delli nomi di detti schiavi fino al numero di trentatre 
sono descritti alla lista, che è in m:ino del sig. Mehemet Bascià, 
primo Visir, sottoscritta di mano dclli tre sopra detti et sigilata col 
sigillo di Mehemet Bei sopradetto. 

Li schiavi christiani della detta torre sono gì' infrascritti: 

Gabrio de' Cerbelloni. Lodovico Birago. Manoli Mormoni. 
Tomaso Constanzo. Giorgio Chelnii. Alvise Pisani. Antonio 
d'Ascoli. Ercole Malatesta. Paolo Del Guasto. Murgante Man- 
dola. Bastiano di Pastrale d'.\scoli. Tiberio Ceruto Mantovano. 
Carlo Naldi Padovano. Pietro .'\ntonio Margarucci. Giorgio Tosclii 
.\lbanese. Giovanni di Capo d' Istria. Cintio da Terni. Mario 
Rigo da Fabriano. Gian Antonio Piacenso da Crema. Ulisse dal 
Sol da Crema. Federigo Durante da Santo Agnolo. Giovanni Maria 
Rossano. Giovanni Battiste dal Aquila. Giovanni Maria Carnati 
Veronese. Angelo da Lago da Treviso. Horatio Federini. Meo 
Cassini da Viterbo. Anibal Solza da Bergamo. Rinaldo da Fer- 
rara. Giacomo de Grassi da Modena. Pietro Bertolacci. Galgano 
(ialgani. Paolo Cuci. Tarolfo .Monte Marte. Angelo Gato. Paolo 
Mei. Beraldo di Ugon. Lorenzo Seregna. Giacomo da Capo 
d' Istria. 



X. 

Lettera del sultano ai signori Ragusei per il cambio 
dei prigionieri, mandata tradotta dal bailo al doge il 
4 giugno 1575. 

l^R. Ardi, dei Frari, Senato, III, Secreta, Lettere da Costantinopoli, a. 1575, busta 8.] 

Alli Sig.'"' Ragusei 

Dopo che haverete ricevuto questo imperatorio eccelso segno 
vi sia noto, come innanti d' adesso havendo mandato Mehemet Bei 
che mentre era sanzacco di Negropontc fu fatto schiavo da Cliri- 
stiani et il sig. sanzacco di Cavachisar Harcmatbei, et altri alla mia 
Ecc.* Porta la lista di trentatre schiavi, che erano in Roma della 
Lcgha di Spagna et Venetiani, et havendoci pregato per la lor libe- 



La liberazione dei Turchi presi a Lepanto 47 



raiione : et ancliora liavendoci fatto intendere il balio Je Venetiani 
di cambiar li sopradetti con li schiavi christiani che sono nello ca- 
stello dello Stretto ; et siando che inanti de adesso, quando fu fatto 
art di questo negotio alla mia Felice Porta, il mio alto comanda- 
mento fu in questo modo: che con li 50 schiavi musulmani sopra- 
detti si scambiassero li schiavi che erano prigioni nel Castel novo. 
Et da poi che questi saranno mandati di qua, et che quelli saranno 
giunti, quelli che sono mandati di qua, siano consegnati. H doppo il 
nostro alto comandamento fu: che per quelli che moriranno in questo 
mezzo il patto non sia guasto, e non sia causa né lite. Cosi siando, 
secondo il nostro eccelso comandamento, 39 schiavi, che erano pri- 
gione in detto castello, si sono mandati con l'onorato fra i suoi si- 
mili Mustafà uno delli ciasci della mia Eccelsa Porta, che sempre 
sia in maggior grado. Comando doppo che sarà giunto da voi, che 
s' anchora li schiavi mussulmani non saranno giunti, che salvando li 
sopradetti in luogo a proposito, quando saranno venuti li schiavi 
musulmani da quelle bande si domanderà se tutti li schiavi della 
mandata lista, che erano in potere della Lega di Spagna et Venetia 
si sono liberati, et inoltra di questi il figliolo di Caramachmuto, et 
di più 5 altri schiavi musulmani che in tutto siano liberati 39 schiavi. 
Et doppo che saran venuti in compagnia del sopradetto mio 
chiausse, li manderete et li mandate da questa banda, a quelli con- 
segnando li manderete {sic), et fino a tanto che li schiavi della man- 
data lista, et inoltre il figliolo di Caramachmut con cinque altri 
schiavi, che in tutto saranno 39 schiavi musulmani, quelli che di 
qua si mandano non li lasserete andare. Cosi vi sia noto, allo ec- 
celso segno crederete. 

Dato in Costantinopoli 1' anno 983 in nelli ultimi della luna. 







ITER I TA LI C U M 



DI A. VON BUCHELL 



Contiiuiaz. vedi voi. XXIII, p. 5 



XVI. Olim, tempore Plinii, Roma .xxxiv. portas habuit, nunc 
vero minor .xx. tantum habet, quarum nomina et authores vide apud 
Solinum, Victorem et Neotericum, Onuphrium, Marlianum, Blon- 
dum, Fabritium, Albertum Leandrum, Martinum Polonum. 

Muros habet et turres ex cocto lapide, fossas aut aggeres nullos, 
nisi forte in Leonina urbe. Turres nunc habet .ccclx. et tempore 
Martini Poloni, qui dicit circuita esse 22 millia, praeter Transtybe- 
rinara regionem et Leoninam ; vide etiam Itinerur. Beniainin. fol. 20 (i). 

De antiquitatibus romanis scripsere: Benedictus Aegius, Andreas 
Fulvius, Mapheus Vegius, M. Fabius Calvus, Pyrrhus Ligorius, la- 
cobus Boisartus (2). 

XVII. Amphiteatrorum quoque tum oculis meis occurrebant 
pergratum spectaculum. Quis nam Titi molem non mirabitur, a tam 
longo aevo, et post varias urbis vastationes exstantem, quam 

Non tameii aniiorum series, non fiamma, nec ensis 

abolere potuit? cuius formam et descriptionem vide amplam apud 
Lipsium (3) Vocatur hodie CoUiseum, quia colossus, cum capite Ne- 
ronis in vicinia, ut Dion autor est. Scribit quoque Tranquillus, Ve- 
spasianum colossi refectorem magna mercede donasse. Graeci vocant 
Sjj'aTpo-' y.uvT,-|£T'.x.òv, id est theatrum venatorium, ab eius usu. Vespa- 



(1) Cf. Benjamin de TuJela's Reisen, ed. Asher, l8^o. 

(2) Vedi Canina, Indie. ìopogr. di Roma aulica, Prefaz. p. 5 sg. 

(3) lusTUS Lii'Sius, De amphithecilro in Grevio, Thesniir. IX, 1292, capp. xi-xv. 

A.rchivio della R. Società ramava di stcria patria. Voi. XXIV. 4 



50 0^4. 'Bucìiellius 



sianus, Suetonio teste, fecit in urbe media ubi destinasse compercrat 
Augustum, non perfecit, sed Titus filius, qui et dedicavit, ingentibus 
edificis niuneribus, ut meniinere Xiphilinus et Suetonius. 
De lioc niirabundus Martialis canit: 

Barbara pvramiduni sileant miraciila Mempliis, 

Assidims iactet nec Babilona labor &c. 
Omnis Caesareo cedat labor ampliytcatro, 

Unum prò cunctis fama loquatur opus. 

Est liodie informi forma, cum practer Gotliorum aliorumque 
Barbarorum iniurias, tempore Leonis X, m.igna pars sit demolita, ad 
vicecancellariatum extruendum, et liic Sixtus V dicitur quoque hinc 
voluisse sumere lapides ad structuram templi Vaticani, sed a Romanis, 
antiquitatis suae monumenta conservari cupientibus, impeditus, abs- 
tinuit (i). 

Est et aliud amphvteatrum, quod Castrense vocant, sed non eius 
magnitudinis aut pulchritudinis, qua prius, maiori ex parte ruinis 
consumptum id conspicitur, intra portam Naeviam et Coelimontanam, 
moenibus contiguuni, cui inaedìficatum templum Sanctae Crucis in 
Hierusaleni, autor eius incertus quamvis Lipsius putet Tiberium, qui 
castra non procul construxerat. Theatri tantum unius exstant rei- 
liquìae, ubi hodie palatium clarissimae gentis Sabellae, ab Augusto 
quondam in lionorem Marcelli, ut author Suetonius, conditum, ìuxta 
quod crat porticus Octaviae. De huius dedicatione videndus Plinius, 
qui et huic impositam pietatis aedem narrat, ac cum eo Suetonius, 
restauratum per Vespasianum indicans. Est vero in monte Aventino, 
plurimisque gradibus ascenditur, ad portam hoc legitur distichum: 

Amphiteatra prius, mox propugnacula, rursus 
Diruta restituit clara Sabella domus. 

Statuas hic antiquas, undique collectas, quam plurimas vidi. Scul- 
pturae autem usus Romae incoepit post Syracusas a Marcello captas. 
Sunt hae ut sequitur: duodecim Caesarum marmorea, item deorum 
simulachra ex marmore candidissimo: Bacclii, Apollinis, Mercuri!, 
Martis, Herculis cum Caco pugnantis, Veneris, Cereris, Pomonae ; 
hominum vero: Hadriani imperatoris, Cleopatrae morientis, statua 
etiam piane faeminea. sed vestes elevans virilia ostendit, Hcrmaphroditi 
arbitrantur; porphyret'ca virilis togata, cuius effigies et manus pe- 
desque ex candido marmore restaurati, cum altera nonduni restau- 
rata, manibus, pedibus, capite mutilata, et videbantur fuisse senatorum 

(l) Cf. Lanciani, Notizie inejilt sulV anf. Flavio \n Rtiidiconli Accad. Lineò, voi. V, 
fase. 1, 19 gennaio 1896. 



Iter Itali e II in 5 i 



romanoruni, pleiaeque nani Graecorum statuae nudae. Lapis porphy- 
reticus, Clini sit durissiniiis, eiiis usus sculpendi vel piene vel penitus 
interiit. Spectabantur et ibidem tumbae marmoreae, suis simulacris 
ruditcr ornatae, quaedam etiam elegantiores. Harum statuarum plu- 
rinias aeneis typis excusas vidi, quemadniodum et ipsum Marcelli 
theatrum (i). 

Prope hoc theatrum olim career Tullianum fuit, de quo Livius a 
Tullio pars in publico carcere facta, vide Feslum in' Tulliano (2). 

In Aventino fuit olim aedis lunonis reginae, in qua duo signa 
Deae cupressea, de quibus quaedam Livius. Habeo et ego numisma 
argenteum Faustinae ubi haec inscriptio: Il'NONI reginae (3). 

Fuit et aedes Minervae Aventinae, Livii Andronici donariis Ce- 
lebris, cuius et meminit Ovidius: 

Coepit Aventina Palìas in arce coli. 

Libertati aedem in Aventino T. Gracchi pater ex multatia pe- 
cunia faciendam curavit, dedicavitque, in qua Gracchus simulachrum 
festivitatis militum Beneventi post victoriam centra Poenos Brutios- 
que intrantum depingi iussit. 

Hodie adhuc in usu mos antiquus cuius olim meminit Martialis 
commutandi vitra confracta prò sulphure, lib. I, epigr. 98 (4). 

« Romam in montibus positam, et convallibus coenaculi subla- 
« tam atque suspensam non optimis viis, angustissimis semitis », scribit 
Cicero. 

XX. Pontem lanuensem transivi, nunc Sixtum, ubi haec in 
marmore inscriptio: 
Xystus ]II1 Pont. Max. ad utilitatem populi Romani perogrinaeque muhitudinis ad 

iubilaeum venturae, ponleni liuiic quem merito ruplum vocant, a fiindamentis 

magna cura et impensa restituit; Xystumque suo de nomine appellali voluit. 

Ab altero pontis latere hoc legebatur: 

McccLxxv. Qui transis Xysti quarti bencfìtio Deum roga ut Pont. Opt. Max. diu 
servet incolumem. 

Caetera coeno obducta legere non potui (5). 

(i) Sulla raccolta antiquaria del palazzo Savelli al teatro di Marcello cf. coJ. 
Barb. XXX, 89, e. S3tB; Giovanni Colonna in cod. Vat. 7721, ce. 9-11B; cod. Berlin, 
ce. 48, 319 b; Hondio, p. 21; Piranesi, Vasi, tav. 7 &c. 

(z'i L' ipogeo del tempio della Pietà (?) nel foro olitorio, trasformato in prigione 
nel periodo bizantino. Vedi Cancellieri, Nolì{ie del carcere Tulliano, cap. II; Gregoro- 
viLS, Storia, ed. it. IV, 424. 

(5) Cohen, Monn. imp. I, 507. 

(4) Allusione agli Ebrei girovaghi, vulgo robivecchi. 

(5) Queste iscrizioni isioriclie stanno ora abbandonate nel museo Municipale al 
Celio, tutti gli sforzi fatti dal Comune perchè fossero nuovamente collocate nel luogo 
loro essendo riusciti vani. 



52 (Vi. "Biichellius 



luxta hunc pontem pontifex Sixtus V insigne xenodochium prò 
mendicis debilibus et invalidis fecit, ac .xv. coronarum millibus per- 
petuo censii dotavit. Aedes vero tam sunt spatiosae ut bis mille lio- 
mines commodc capiant (i). 

XXI. In Aventino, nomen habente ab Aventino Latinorum rege 
ibidem sepulto, tempia aliqua vidi antiqua, ruinisque proxima, ubi 
et aedificium turris instar rotundum, quod Solis fuisse volunt. Aure- 
lianus Soli templum fecit, ut testes Vopiscus et Eutropius, sed non 
ausim de hoc affirmare. Sunt et hic antiquae aedes in christianum 
usum translatae, S. Alexii olim Herculis victoris, non procul a porta 
Trigemina, quam olim mulieres ingredi non poterant, quem morem 
Romani etiamnum in plurimis observant. Vide Georgii Fabritii Ro- 
iiiatii. Fuit et alia eiusdem aedis nunc S. Priscae, S. Sabinae olim 
Dianae Auentinae, S. Mariae Aventinae olim Bonae Deae. 

Non procul hinc oppidum ludaeorum; hos nam Pius V muro 
et portis a reliqua urbe claùsit, eorum numerus milliarium supcrat; 
vestes et supellectilem semitritas vendunt; immobilia nulla possident. 
Habcnt suas nundinas in foro Agonali (2). 

Hinc per forum ludeorum ad piscarium pervenimus, ubi ichtio- 
polae plerique habitant, ubi templum D. Angeli in pescarla vulgo 
olim Mercurio attributum, a Severo vel conditum vel instauratum, 
ut habet vestibuli marmorei inscriptio. Est adhuc cum porticu satis 
integrum. Tum per viam satis longam ad forum vel campum Florae, 
in quo heretici comburuntur, et famuli conductores dominos quae- 
runt, olim maior, nunc domibus hinc inde occupatur, et pars forum 
ducale dicitur, la piace del duce, in quo duo vasa marmorea 
colore serpentino, ex balneorum usu translata. Aedes hic habet am- 
plissimas necdum tamen perfectas Alexander Farnesius cardinalis et 
vicecancellarius, ex lapide tyburtino et marmore summae pulcritu- 
dinis, et sumptubus immensis, sunt quadratae formae, ut typis excusae 
habentur (5), magno antiquitatis thesauro refertae; ibi nam quicquid 
antiquitatis Paulus III collegerat conservatur. Sunt in porticu inferiore 
Hercules duo. ex Graecorum officina, eximiae artis, autore Glycone 
Atheniensi, quod nomen davo insculptum legitur (4). SuntCommodi 
marmorei duo nudi, unus puerum a se occisum manibus tenens, 
alter pugiotieni. Et Dea florum. Reliquae statuae non omnibus patent, 
inter quas historia sive fabula Dirces tauro alligatac, a fiiiis Antiopcs 



(1) L'ospizio poi detto dei «Cento Preti». Vedi Huebner, Sixte-Quinl, II, 159. 

(2) Vedi BiRLiNi.R, Gesch. der Juden in Rotti, li, 16. 

(3) Prima stampa di Ant. Salamanca, riprodotta da Ant. Lafreri nel 1549, da Cario 
Los! nel 1773 &c. 

(4) Vedi la stampa di Ant. Lafreri del 1560 riprodotta da Paolo Oraziani nel 1602. 



Iter Itali e imi J3 



Zctho et Amphioiie, cuius in hacc verba meminit Plinius: « Zetiis 
«et Amphion et Dirce et taurus viiiculuni; que ex eodem lapide a 
« Rhodo advecta, opera Apollonii et Taurisci ». Fasti quoque Capi- 
tolini ab Alexandre Farnesio e foro eruti, de quibus epigramma non 
indoctum Flaminii vidi et hic bases marmorcas graecis latinis- 
que epigrammatis titulisque notatas, ex quibus haec notavi (i): 

Paci aeternae | Domus | Imp. Vespasiani ] Caesaris Aug. | Liberorumq. eiiis. 

Victoriae | Imp. Caes. Vespasiani | Augusti | Sacrum [ Trib. sue. corp. luliani | C. 

lulius Hermes mcnsor | Ris Hon. ineurat functus et nomine ; C. iulii Regilli 

fil. de suo fecit j Cui pop. eius corporis immuniiatem i sex centuriarum de- 

ci'evit. 

Fortunae reduci | Domus Augustae I Sacrum ; Trib. sue. corp. foederat &c. (2). 

Eodem in loco est archicancellariatus cum aede D. Laurentii 
in Damaso, quae iani restauratur a Farnesio, ubi et forum omnis 
generis fructuum refertum, ubi ad domum angularem haec legitur 
de viis ampliatis inscriptio : 

Alexander ^'I Pont. Max. post restitutam Hadriani molem lias vias latiores fecit. 
Anno .MCcccLxxxxvii. 

Hinc ad forum Agonale perveni amplum formamque circorum egregie 
exprimit; habet duos fontes marmoreis ornamentis lympidissimos 
et templum D. lacobi cum hospitali Hispanorum. Hi fontes restau- 
rati anno iv. pontificatus Pii IV, anno vero Christi .mdlxiii. de- 
ducta in Urbem aqua Salonica quam quidam Alsietinam alii Appiani 
credunt, ut Ferrutii additiones ad Marlianum, lib. IV, 22 (3). 

XXII. E Campo Florae ad pontem Aelium festinans, plateam 
luliam (4) transiendo perlustravi, ubi ad pontem Xystum xenodochium 
fieri curat Sixtus V, ubi pauperes omnis generis alantur, et certis 
operibus exerceantur prò membrorum et valetudinis qualitate, nemini 
nam mendicare licet. Est et collegium et templum Anglorum. Item 
career Sabellianum, cuius meminit Boisartus hoc versu : 
Et quotquot duri vinxit domus alta Savelli (5); 

templum archiconfraternitatis Mortis, plurima etiam alia aedificia et 
tempia; et non procul a ponte Triumphali, fundamcnta ingentis 

(i) Sull'antiquario Farnesiano, vedi specialmente Fiorelli, -Docttw. /-fr ìa storia dei 
musei &c. II, 377; III, 81, 1S8; Bull ardi. com. a. 1S99, p. 6 sg. &c. 

(2) C. /. L. VI. nn. 200, 198, 196. Queste tre ed una quarta base (n. 197) furono 
trovate l'anno 1549 presso 1' arco di Severo. L'edizione principe, non ricordata dal Corpus, 
è quella di Ant. Lafreri nella tavola del Marforio del 1560. 

(j) Vedi Giovanni Beltrami, Leonardo Bufaliui, Firenze, 1880, p 36 sgg.; L\N 
CIANI, / Coniìnmentarii di Frontino, p 129. 

(4) La strada Giulia. 

(5) La via di Monserrato portava allora il nome di « via Curiae de Sabellis ». 



54 C/^- ^ucìicllius 



.ledificii, in quo ex lulio papa omncs notarios urbis Romac inclu- 
Jere destinasse videtur, sed morte inipeditum opus. Huic vici- 
num palatium a Cosmo Mediceo exaedificatum, ubi pictura Io. Me- 
dices gesta militaria referens, addito lioc elogio: 

Militiiie parcns, qui prò libertate et gloria Italiae adversus Gcrmanos, aiiimum 
cftlavit (i>. 

Tuni ad pontcm .\nglicum perveniens, locum vidi supplitiis dcsti- 
natum, et ab utroque latere statuas marnioreas divorum Petri et Pauli 
inscriptas hoc elogio: 

Hinc liumilibus venia Clemens VII Pont. Max. anno .mdxxxiiii. F'ontif. .x. Divis 
Petro et Paulo Urbis patronis. 

Utrelligio loci conservaretur duobus sacellis vi bellica et fluminis dirutis sta- 
tuas P. C. (2). 

Inde per plateam, Banco vocant, ubi notarii et coUibistac seu 
nunimularii habitaiit. Hic occurrit teinplum luliani et Gelsi, sequitur 
Parione, ubi publicorum instrumentorum scriptorum et notarii plu- 
rimi habitant. Hinc locus quem vocant Montcm lordani, a nobilissima 
Ursinorum familia, quorum et ibi palatium ubi Paulus lordanus iani- 
pridem mortuus Patavii, dicitur habitasse. Habet hic aedes suas car- 
dinal loiosius Gallus, apud quem est Leoncucetius cardinal Gallus (5). 
Hic olini fuit villa publica. Post haec phrygionum qui acu pingunt 
officinae et tempia varia, inter quae: ApoUinii Germanorum, ubi et 
habent suum coUegium, et templuni cum coenobio (4) Augustini, 
ubi sepulcrutn Monicae, matris ut fertur divi Augustini, cum hoc 

cpitaphio : 

Hic .\ugustini Santam venerare parentem 

Votaque ter tumulo quo iacet ilia sacro 

Quae quondam gnato loti nunc Monyca mundo 

Succurit precibus prestar opemque suis. 

Ibidem nigro in marmore aureis literis est coenotaphium Onu- 
phrii Panvinii, viri in otnni antiquitate doctissimi, cum effigie. In- 
scriptio est in libris meis Epilaphionim. 

Est et hic Guillielmi Durandi I. C. sepulcrum cum epitaphio (5). 

(i) Il palazzo dei Medici nel rione di Ponte, gii appartenente ai De Rossi, fu preso 
in affitto dal cardinale Innocenzo c'è! Monte del is6;. 

(2) Vedi Valentino Leonardi ntW'Arle, anno II, 1900, p. 261. 

(3) Gli « oratori > di Francia presero sovente in affitto il palazzo di Monte Gior- 
dano. Vi abitò il cardinale Claude de Guiche nel i;42. Della residenza del cardinale di 
Joyeuse non ho alirimenti notizia. 

(4) S. Apollinare, donato da Giulio III a sant' Ignazio da Loyola, che vi fondò il 
collegio Germanico. Il collegio passò nel 1570 nelle dipendenze del palazzo Colonna, 
dove prima abitava l'oratore dì Spagna. 

($) Vedi Forcella, op. cit. V, 59, n. 170. 



Iter Italici: in ^y 



Ad dextrum flectenles latus est templum D. Mariae Animarum 
cum hospital! Teutonicorum. In choro sunt sepulcra Adriani VI Ul- 
traiectensis, pontificis maximi, ex marmore, cum simulacro ut typis 
excusum habeo, quod Encofortius Derthoniensis episcopus et car- 
dinalis unicus ab eo creatus Belga, gratitudinis ergo fieri curavit, hoc 
addito Pliniano elogio: « Heu quantum refert in quae tempora virtus 
« cuiusque indicata. Huc ex D. Petro translatum corpus. Obiit vix 
.II. pontificatus annum ingressus. Cardinalis vero Guillielmus Enco- 
fortius, qui et episcopus Ultraiectensis post Henricum Bavarum .lix. 
sepulcrum ad dextrum arac summae sibi posuit Adriani oppositum. 
Est totum quoque marmoreum sepulchrum Caroli, ducis Guillielmi 
Clivensis filii, qui summo Gregorii XIII et multorum Romanorum 
dolore obiit Romae. De cuius peregrinatione, morbo et obitu amplus 
Ste. Vinand. Pighius. Curam hospitalis huius habent sacerdotes 
Belgae, qui et sacra celebrant, licitumque Germanis quorum iam 
pecunia deficit triduum munere, vino, pane, et lecto gaudere. A quo 
conditum ignoro, quamvis multa Hadrianum nostrum addidisse con- 
stet, Germanum tamen conditorem facile agnovi, ex teutonicis rith- 
mis supra portam lapidi incisis (i). 

Contiguum est templum pulcherrimum, multis marmoreis se- 
pulcris ornatissimum, a Xvslo IIII pontifice D. Virgini eiusque paci 
dicatum. 

Tum templum D. Ludovici Francorum pulcherrimum, vicinum- 
que palatium legati Francici, ubi ut passim varia epitaphia quae apud 
Schraderum extant. 

Non procul hinc statua mutilata naso auribusque, nescio an 
Martis olim aut Romuli, certe est armata, nunc Pasquinum vocant: 
huicque solent probrosa carmina famosique libelli affigi, qui hinc 
pasquilli vulgo dicuntur. Hieronimus Ferrutius in supplemento ad 
Marlianum dicit, quosdam credere gladiatoris aut militis cuiusdam 
esse simulacrum ferire volentis, eo nam gestu spectatur, et ex mar- 
moreo fragmento cui incumbit, constat cum alio dimicasse. Non- 
nuUos vero credere, idem putat, esse simulacrum unius ex ducibus 
Alexandri Magni, nomine etiam Pasquini ; in tantum quidam se tor- 
quent in nugis ne quidquam ignorasse videantur. Videtur vero ut 
idem testatur cum aedibus ipsis hoc loco erecta, ducentibus ab hinc 
annis, quando Franciscus Ursinus Urbis praefectus, ut ex epigram- 
mate in ostii supercilio legitur, has aedes fieri curavit. Refert lovius, 



(i) Sui sepolcri di Adriano VI, del cardinale Enckenvoort, e di Guglielmo duca di 
Cleves vedi Forcella, op. cit. Ili, 451, n. 1051; p. 447, n. 1078, e p. 466, n. 1152 
Il duca di Cleves aveva abitato il palazzo dei Cibo in piazza di S. Pietro. 



5(3 QA. "Buchellius 



quod cum Adrianum VI pontificem varii versus lascivi huic affixi 
lacerarent, illud voluisse in Tyberim deiicere (i). Inde ad scolas 
Romanas, Sapientiam vocant, a Gregorio nuper XIII, et nunc Sixto V 
restauratas, ubi omnium artium praelectiones quotidie fieri solcnt. 
Gymnasium Romanum Leo X instauravit, accitis undequaque prac- 
stantissimis professoribus : Augustine Supho pliilosopho, Christo- 
phoro Aretino medico, Hieronimo Butigclla I.C , lano Parrhasio, Ba- 
silico Chondile graecaruni hic, ille latinarum literarum professore. 

Ex hoc prodiere docti viri: Virginius de Boccatiis I.C, Guiliiel- 
mus Giscaferius medicus, Salustius Salvianus medicus, lulius Caesar 
Stella poeta, Nicolaus Valla, Paulus de Roma augustinianus, Leo- 
nardus Furtius qui scriptor de re militari, Ludovicus Pontanus I.C., 
Horatius Mandosius I.C , Marius Salomon Albertisco I.C., Thadaeus 
Romanus (2). 

Linguam vero latinam inclinante iam imperio in pretio habcri 
coepta, a tempore nani lustiniani contractus a tabellariis eo fere ser- 
mone quo nunc utuntur perscribebantur. 

XXIII. Visum pellustratumque ivi pulchcrrimum integerrimum- 

que ex antiquitate opus, templum olim matri deorum Cibeli con- 

secratum, quod hodie, propter circularem formam, S. Mariae Rotundae 

nomen possidet, D. Virgini et omnibus santis a Bonifacio III di- 

catum. lovi quoque Ultori, Marti et Veneri Romae conditoribus sa- 

cratum fuisse videtur. A M. olim Agrippa conditum ut inscriptio 

vestibuli talis : 

M. Agrippa L. F. Cos. Tertium fecit 

indicat, restauratum per Septimium Severum et Aureliura Antonium, 
ut haec indicat semirasa inscriptio: 

Imp. Caes. L. Septimius Scverus Piiis, Persicus Arabiciis Brittannicos Parthecos 
H i a i i Pont. Max. Fr. Pot. XII Cos 1 B S P. P. l'rocos (3). 

Imp. Caesar M. Aurclius Antoninus Pius Felix Aug. Cos. P O |i 1 Ant g g 1 
vetustate GHISE cultu restaurarunt. 

Tegulas aereas deauratas Constantinus III imperator detractas, 
cum omnibus fere acreis ac marmoreis statuis ad ornatum Urbis 
pertinentibus, navi impositas abstulit, ut Paulus Diaconus author est. 
Hic autem, ut referunt Blondus et Platina, plus octo diebus orna- 
menti Romae detraxit, quam Barbari totis ducentis quinquaginta 
octo annis; cuius etiam meminit Martinus. Restituere Nicolaus V 



(1) Vedi Gmoli, Le origini di iiiaeslro Pasquino in Nuova Antologia, i-i6 gemi. .'890, 
e l'incisione di Ant. Salamanca del i;42, nell'album Lafreri. 
(») Vedi Renazzi, Storia dell'Unii', degli studi di Roma. 
(}) C. /. L. I, n. 896. 



Iter Italicitm 57 



pontifex et Innocemius Vili, estque nunc nltum pedes .cxLiv., 
totidem latum, contignaliones aeneis trabibus canalium modo com- 
pactae, pedes .xl., ut testis est Baptista Leo. Valvae iteni ingentcs ex 
aere corinthiaco (i); lithostratum varii marmoris, arac duae maximae 
marmoreae seu marmoratae. Nullam habet fenestram, sed lumen re- 
cipit per sphericum foramcn, quod est in medio tecti, ad quod .XL. gra- 
dibus plumbeis adscenditur. Vide Georgium Fabricium quare tempore 
aestivo valde frigidum, et caveae instar, parietes olini niarmore in- 
crustati, nunc lateritii, acdiculae tamen adhuc ex marmorc, in quibus 
statuac deorum olim locatae videntur; inter quas Pallas eburnea 
opus Phidii, et Venus aurea, ornata unione illa notissima Cleopa- 
trae, cuius meminisse videtur Dionis abbreviator, cum dicat: « Augu- 
« stum post victoriam Actiacam Romani reversum, ornamenta Cleo- 
« patrae in tempio posuisse », et ampie Plinius Maior, qui scribit, 
hanc unionem unicum fuisse naturae miraculuni. Habet nunc varia 
sepulcra et epithaphia, ut Taddaei Zuccari pictoris excellentis et 
Raphaelis Santii Urbinatis, quorum epithaphia in meis libris Epita- 
phiorum. Ad aram cum statua D. Virginis ac infantis lesu, est epi- 
taphium Mariae Bibiennae Anton F. Raphaelis sponsae quae virgo, 
ut continetur epitaphio, obiit. Sunt et alia, id est Bartholomei Baro- 
nini architecti Celebris, cum simulachro marmoreo, Rufinorum item, 
Marii pont. Melpomit. et Aureli! ac Alexandri (2). 

Porlicus olim .xvi. habuit columnas, quarum adhuc .xiii. sum- 
mae crassitudini marmoreae extant. Meminit harum Martialis lib. IV, 
epigr. .xviii., qui ubi viam ad hortos suos demonstrat, plura urbis 
loca describit, lib. I, ep. 144: 

Qua vicina pluit \'ipsanis porta columnis (s). 

Templi huius forma aeneis circumfertur typis, et est in numi- 
smatibus antiquis apud Caulaeum, qui Romanorum veterum religio- 
nem studiose perscrutatur ex numniis et antiquis monumentis. In 
area huius templi, quae hodie olitorum videtur forum, est labrum 
porphyreticum: et duae sphinges ex ophite, quae ex Aegipto trans- 
latae videntur, ex literis sacris sive hierogliphicis quibus notantur. 
Cur vero olim sphinges ante tempia? Explicavit in Embkmatibus In- 
nius. Nunc Sixtus pontifex ad restaurationem aquaeductus veteris 



(i) Delle porte antiche di bronzo non rimane quasi vestigio. Vendute o rubate a 
pezzi, per farne opere nuove di metallo, furono rifatte da papa Pio IV. 

(2) Vedi Broli, Iscri:^ioni pagane e cristiane lu'l Pantheon, p. 415 (Zuccari), p, 435 
(Raffaele), p. 433 (Maria Bibbiena), p. 444 (Baronino), p. 442 (Rufini). 

(3) Le tre colonne mancanti al tempo del Bucliell, sostituite dai papi Barberini e 
Chigi con fusti delle vicine terme .alessandrine. 



58 qA. "Biic/iclliiis 



non procul a tlierniis Diocletianis eiusqiie usuni transtulit. Pictura 
labri est apud Caulaeum de Balitcis auliqiiis (i). 

Extant hic ampLie relliquiae thermarum Agripplnarum retro Pan- 
theon, quarum usum popiilo per anniim gratis concessit, teste Dione, 
ubi hodie fons lavandaruni vcstium desiinatus (2). 

Vicinae sunt aedes Mapheorum, iani rcstauratae, habitatae ab 

episcopo Patavino et cardinali, ubi bases niarmoreae quamplurimae 

in via, nescio an noviter inventae, ex quibus duas has dcscripsi in- 

scriptiones : 

TIBKIMlil KAATAiai 

Praesentibus ' luvenco Corneliano et | lulio Felicissimo | D. Neronis [ Quiiiqueiina- 
libus i Claudio Quintiliano et j Plotio Aquilino ] Curatoribus [ Aelio Augustale 
et I Antonio Vitale et I Claudio Crispo. 

lovi O. M. Ft Deae Suriae Ft elenio Venaliiio ('. Gianius Hilarus j Cum Lessia 
Sabina ; V. \. (3). 

Epitaphia quae nullo ordine coUegit Nathan Chytraeus haec: Ho- 
norae Quinteriae, Alexandri Pavonii, Dcmetrii Cabacii Rhalli, Ni- 
colai Sudorii mus., lacobi Mentebonae, Guidonis Pisani, Eduardi 
Carni, Io. Frane. Poggii, Andreae de Castro. 

XXIV. Ingressus templum D. Mariae ad Minervam Doininica- 
norum collcgium celebre, plura notavi epitaphia. Ohm hic Mincrvae 
fanuni exstitisse, et nomen, et relliquiae, tum veteruni monumenta 
probant; in quo breviariuni rerum in Oriente a Pompeio gestarum. 
De quo vide Plinium Maiorem. Apud Dionis abbreviatorem haec 
leguntur: « Consul nos convocai in templum Minervae », quod nomen 
traxit ab exercitatione eorum qui in eo erudiuntur. Pompeius vero 
ex manubiis dedicavi!. 

In hoc tempio Calixtus III Borgia sepultus, teste Platina, et 
horum legi epitaphia, vidi sepulcra (4): 

(1) Vedi la bella incisione edita da Ant. Lafreri nel 1549, e quella di Nicolò Bea- 
trizet, riprodotta dal De Rossi alla Pace e dal van Aelst. 

(2) Non credo si abbia altrimenti notizia di questo lavatoio pubblico fra i ruderi 
delle terme Agrippianc. 

(}) Ciò che dice l'autore circa le basi marmoree della raccolta MalTei messe in 
istrada davanti al palazzo, è confermato dal Ksiuuio, Ber!. A. 6\ e, f. j6, il quale tra- 
scrisse ben ventisei iscrizioni « in casa del cardinal Mafei » ovvero <> su la strada intorno 
« la ditta casa Mafei ■>. La fondazione del museo e della biblioteca rimonta ai tempi di 
Mario Maflei da Volterra, vescovo di Cavaillon, uno dei più valenti e perfetti trascrittori 
di codici del sec. xv. Nel settembre del 1893 vidi nella libreria (guariteli un mirabile 
codice in pergamena tutto di suo pugno (Cicerone, Driitm, sta de claris oratjribui; De 
perfeclo oratore ai Brulnm) con lo stemma della famiglia sulla coperta. L' iscrizione di 
Giove e della dea Siria (C. I. L. VI, n. 399) era stata vista anche dal Lipsia « in loco 
CI qui vulgo Chambela dicitur, in via publica •>. 

(4) Le spoglie del primo papa Borgia, Callisto III, sepolte presso S. Maria della 
Febbre in Vaticano, furono trasferite da Sisto V in altro luogo della stessa basilica 



Iter II alien ni 59 



Anastasei de Pessatis, cum simulacro; Francisci Marii, cum 
marmore effigie: Antoni! Carafcllae cohortium pracfecti; Lactancii 
Nencionii Pisani ; Detissalvi Neronis F. Fiorentini eqiiitis, cuius me- 
minit Faciiis lib. X; Ioan. Bapt. Guillini Pisani; Bernardi Nicolini 
Fiorentini, cum sinuilachro; Antoni! Castalionis; Hieronimi Buti- 
gellae I. C. Papiensis, cum effigie; Hieronimi Caenae, cum effigie; 
Benedicti Chari Veronensis; Francisci Tornaboni Fiorentini; Vin- 
centi! Macaron! Romani cum effigie; Cherubini Bonanni; Portiorum 
familiae, Antoni! Francisci et lulii, cuius hoc lapidi inscriptum di- 
sti eh um : 

Patria Roma fuit, gens Porti.i nomea Iiiliis 
Mars puerum instituit, M;irs puorum rapuit 
et hoc : 

Augustinus Maphaeus plumbarii fisci .iii. vip, aliisque lioiioribus egregie functus, 
boiiarum literarum custos, in quo fortunae non cessit virtus, licic sepultiis 
est. Vixit annos .i-xv. m. d. .xxv. 

Huius nis! fallor meminit Politianus in Epistol. 

Paulo Manutio Aldi F. | Aldus filius, ex test, j F. C. i Natus pi'id. id. iunii .ciD.n.xiii.| 
Ob. .nx. id. aprii, .m.d.lxxiv. (i). 

Dicitur hic conservar! pars praesepe Christi. Sequitur arcus Gor- 
diani, quem nescio an ali! Camilli putent (2). Vicinutn huic templum 
D. Stephani in Caco, ubi olim antrum Caci fuisse volunt, cuius 
Ovidius et Virgilius memlnere, nunc restaurabatur. Sunt qui dubitant 
an sit S. Maria in inferno. Sed ego haec aliis relinquo discutienda, 
cum mihi tantum otii in urbe Rotna non fuerit. Non procul ab arcu, 
pes iacet marmoreus ingens, colosseae alicuius, ut videtur, statuae. 

Deinde ad collegium Romanum novum pervenimus, et hinc ad 
templum lesuitarum pulcherrimum, totum ex lapide tiburtino, opera 
et impensis Alexandri Farnesii cardinalis, qui huic nondum manum 
imposuit ultimam, ubi haec legebatur in frontispitio inscriptio: 

Alexander Farnesius card. S. R. E. vicecancejlarius, Pauli III Pont. Max. nepos, 
cuius authoritate Societas lesu recepta primum fuit, et decretis amplissimis 
ornata, templum hoc suae monumentum et religionis et perpetuae in cum or- 
dinem voluntatis, de fundamentis exstruxit, anno iubilei .mdlxxv (3). 

nel 1585, e quindi da G. B. Vives in S. Mari.-i di Monserrato nel 1610, dove rimasero 
abbandonate sopra una panca della sagrestia vecchia sino al 1889. Ora hanno trovato 
riposo in un piccolo monumento nella cappella di S. Diego. Sbaglia dunque l'autore 
dicendole tumulate nella Minerva. 

(i) Vedi FoHCELLA, op. cit. I, par. v, p. 41) sg. Molte lapidi sepolcrali viste dal- 
l'autore sono andate a male nei restauri del 1853. 

(2) Il noto arco di Camilliano, nel recinto dell' Iseo. 

(3) Il disegno originale della facciata del Gesù secondo il pensiere del Vignola fu 
inciso in rame da Mario Canari nel 1573. Quello della goffa facciata fatta eseguire dal 
«Gran Cardinale» fu pubblicato la prima volta da Nicolao van Aelst nel 1559. 



^o 



Q/i. 'Biic/ielliiis 



Sunt lesuitae duplicis generis, Theaiini a Pctro Tlieatino episcopo 
Caraffa qui Paulus IV pomifcx, et Farnesiani a Paulo III ante ap- 
probati 

XXV. Per viam Conservatorum ad Capitolium pervcni, a Bar- 
baris disiectum, inde restauratum, olim rupes Tarpcia, nomcn Livio, 
Plutarcho, aliisque Ronianae rei scriptoribus notum, et ab Arnobio 



v»^ iy.iv. TxtC' ' 




explicatum; Priscus Tarquinius inchoavit regni sui .xxxviii. anno; 
sub Sulla conflagravit fortuito et ignoto incendio, anno quadringen- 
tesimo postquam fuerat condituni, eaiidem fortunam sub Vitellio 
tulit, restauratumque pentilitio marmore per Domitianum fuit. Sub 
Tacito hinc imperatore restauratuni autor Vopiscus (i). 

Ascenditur aliquot gradibus ad dextrum, utrimque statuae niar- 
moreae virorum equos ducentium, Castoris et Pollucis putant, in 
basi addita haec inscriptio: 

S. P. Q. R. Simulacra Castorum ruderibus in theatro Pompcio egestis reperta, 
restituii et in Capitolium posuit. 

In areae medio, ubi olim asylum fuisse existumant, statua equestris 
aenea deaurata M. Antonii vel Aurelii, ut creditur, insignis, quani 
Sixtus IV poniifox in area Lateranensi ex antiquitate superstitem 
ercxerat, ubi basis marmorea cum titulo. In liunc vero locum iussu 



(l) La >ies;rizioiie del Campidoglio data dall'autore non contiene particolari meri- 
tevoli di comento. Vedi Forcill*, op. cit. I, e Lvnciani, // cod. Barherin. XXX, 9S, 
io Arthivio, 1883, fase. VI. 



Iter 11 alien ìli 6i 



Pauli III translam. Est in cadcm arca statua Mincrvac marmorea, 
lioc notata cpigrammate: 

S. F', Q. R. Sigimm Miiiervae do parietinis urbis enitiim et in Capitolium l'aulo III 
poiititìce ma\imo translatum in illiistrioii areac loco Ciicgorius XIII P. iM. 
posuit ac restitiiit. Ocruvio GuiJotto et Io. Bapt. Aliovita Coss. 

Utrimque adiaccnt simiilacra marmorea Tyberis et Nili. 

In ipso vero Capitolii acdificio, sunt variae statuae antiquae, 
inter quas una Marii top;ata, cum lioc titulo: « S. P. Q.. R. Mario 
(f .VII. Cos. ». Praeterea Florae, Hadriani, relliquiae et colossi mar- 
morei, a quo fortean amphiteatruni Titi nomen niutavit, d'giti pedis 
erant longitudine pcdi3 cum dimidio, monstrabaturque caput integrum 
summae magnitudinis; quemadniodum et aencum alteruni. Tum in 
pila marmorea hanc legi inscriptionem: 

Ossa I Agrippinae M. Agrippae F. [ Divi .Vugiisti neptis ] Uxoris j Germanici Cae- 
saris j Matris C. Gaesaris .\ug. ' Germanici principi*. 

Sunt et antiquissima monumenta trophei victoriae navalis 
C. Duelli! contra Poenos quae Victoria contigit anno .v. belli poe- 
nici primi, cui tum erat collega Cornelius Asina, ut authores sunt 
Eutropius et Plinius. 

Item aenea lupa, lactantesque Romulus et Rhemus. Lex etiam 
regia in aere, praeterea antiqua tabula marmorea quae sic incipiebat: 
«Imperatore Caesare Augusto P. Helvio Pertinace .11. Cos ordo cor- 
ee poratorum lenunculariorum, tabulariorum, auxiliariorum, ostien- 
« slum » &c. 

Item statuae lunonis et Uraniae, ac Deae unius larvam tenentis, 
tum Constantini triumphantis. 

In aula Capitolina sunt pontificum quorundam statuae positae, 
ut mannorea Pauli III pontificis hoc elogio: 

Paulo HI PP. Max. Quod eius iussu auspitiis atque aere conlato urbem situ et 
diverticulis viarum deformem, atque imperviam, disiectis male positis aeditkiis, 
in meliorem formam redegeat, viis, areisque cum veteribus directis et am- 
pliatis, tum novis constitutis auxeriut ornaveriiitque Latinus luvenalis Mar- 
mectus, Hieronimus Maphaeus curatores viarum urbe instaurata offilii et mc- 
moriae ergo statuam in Capitolio optimo pontifici posuere. Anno Cliristi .mdxliii. 

Inde ad statuam marmoream, opus Pauli Oliverii, haec legebantur: 

Gregorio XIII Pont. Max. Opt. principi Hugoni Boncompaigno Bononicnsi, qui per 
Rom. magistratus, et ecclesiasticas dignitates, iustitiam et pictatem coleus, ad 
pont. sedem evectus, universam rcmpublicam Christ. summa prudentia et cha- 
rìtate moderatur: S. P. Q. R. 

Gregorio ob farinae vecligal sublatum urbem templis et operibus magnitkentiss. 
exornatam, H S octingentìes singulari beneficentia in egenos distributum. 



62 (ò4. "Buchellius 



Ad Leonis X itcm marmoream hoc ndJitum est elogium: 

Oplumo principi Leoni X Mcvl. loan Pont. Mnx. oh restitiitam instaiiratamqiie 
urbem, aucla sacra, benofitia, arlos, ascitos patrcs, siiblatum vectigal, datiimque 
conj-iarium, S. P. Q. R. H. 

AJ aercum Xysti V simulachrum haec leguntur: 

Xysto V Pont. Max. ob quietem publicam, compressa sicariorum exulunique licentia, 
res'iintam, aiinonae innpiani sublevatam, urbem acdifìcìis, viis, aquaeductu il- 
Instratam S. P. Q. R. 

SequitLir hinc statu.i antiquior Caroli Siculi regis, qui oliin se- 
nator Urbis a Clemente IV papa declaratus, et Hierosolimorum ac 
utriusque Siciliae rex, cuni fuissct Amlegaviae conies et Ludovici 
Francoruni regis consobrinus, et vixit anno circiter .mccl.x.., cuius 
et res gestas conscripscre Blondus, Platina, ad liane hi versiculi le- 
guntur restauratali! : 

llle ego praeclari tuleram qui sceptra senatus 

Rex Siculis Caroins iura dedi popiilis, 
Obrutus lieu iacui saxis fiinioque dedcrunt 

Hunc tua conspicuum tempora Sixte locum. 
Hac me Tuscanus posuit Malheus im aula 

Et pairiae et geniis gloria magna suae: 
Is dedit et populo post me bona inra senator, 

Insignis litulis dotibns aique animi. 

Ad de.xtrum Capitolii est templum olini lovis Feretrii sive Ca- 
pitolini, quod condidit Superbus, licet Suetonius author sit Augustuni 
lovi Tonanti in Capitolio aeJeni fecisse, illudque postea per Vitel- 
l'anos incensum et Vespasianum restauratuni scribat, in quo ara Vi- 
ctoriae, cuius meminit Symniachus oratione prò gentilium relligione, 
et Prudentius ac Anibrosius in eius refutatione, nunc vero restaura- 
tum et Franciscanis fratribus concessum, vocnturque Ara Coeli, estque 
pulcherrimum, ad quod ex platea Conservatorum centuni pluribus 
gradibus marmoreis, ex Quirini ut creditur tempio translatis, adscen- 
ditur(i). In hoc oratorium marmoreum, in quo haec sepulcra, epi- 
taphiaquc: 

Rodiilplii Carporum principis et card cui Pius V monimentum lioc posuit. Vixit 
ann. .lxiiii. Nat. .m.d.viii. ob. .m.d.lxfiii , .vi. N. mail 

et 

Ccciliae Ursinae Alberti Pii Carporum principis uxoris, quae obiit anno aetat. 

.LXXXII. (3). 

(i) Qaesro paragrafo relativo al tempio di Giove O. M. e alla chiesa dell'Aracoeli 
e dei più scorretti e confusi. L'ara della Vittoria non appartiene al Capitolium tna alla 
Curia. La scila saliva alla chiesa non dalla piazza di Campidoglio, ma da quella del Mer- 
cato ìlc 

(a) Il cardinale Rodolfo Pio dei principi di Carpì (y 1564) fu sepolto non in Ara- 



Iter Italicum 6} 



Sunt ibidem ad templi parietes dune statuae marmoreae, Coii- 
stantini imperatoris et fragmenta leonis equum devorantis (i). 

Retro Capitolium, si ad forum Boarium pergas, locus est, ubi 
olim lacus Curtius, de quo variae opiniones, et Varrò de lingua lathia 
quarto, tres inter se pugnantes, porcilii qui in eo loco dehisisse ter- 
ram, et ob id ex S. consuluisse haruspices, relatum esse responsum 
deum manium: postulare civem fortissimum eo mitti; tum Curtium 
quendam armatum ascendisse equum, et in co praecipitatum (quam 
sequuntur Festus, Livius, Valerius Maximus) tradidit. Pisonis in J^ìi- 
ualibii; scribcntis, Sabino bello quod fuit Romulo et Tatio, virum 
fortissimum Metium Curtium cuni Romulus cum suis ex superiore 
parte inipressionem fecisset, in locum palustrem, qui tum fuit in foro 
antequam cloacae sint factae secessisse, atque ad suos in Capitolium 
se recepisse, ab eo lacum invenisse nomen. Cornelii et Lucei, qui 
scriptum reliquere, eum locum fulguratum esse, et ex senatuscon- 
sulto septum, iJque a consule Curtio cui Marcus Genutius fuit col- 
lega, ab eoque Curtium appellatum. Vide Plutarchum in Roiiudo. In 
area Capitolina ante introitum templi Arac Coeli, tempore Georgi 
Fabritii erat sepulcrum Biondi Flavi! cum epitaphio ; Vallarum vero 
est in tempio Nicolai, Bartolomei, Retri, Philippi, Andreae, item 
lacobi Buccabellae poetae; Ludovici Grati Murganii mathematici, 
Seraphini Oductii philosophi, Manilii Britanorii, fatorum praescii (2). 

Sunt in Capitolio adhuc statuae, praeter iamdictas, aeneae duo 
stantis servi habitu, et sedentis curvato corpore e pianta pedis spinam 
evellentis (5). 

In descensu Capitolii career Romanus, hodie crupta S. Retri in 
carcere, ubi divos Petrum et Paulum fuisse incarceratos narranti est 



coeli, ma nella cappella di S. Micliele della Trinità sul monte Pincio. Quivi pure si tro- 
vano il busto e r elogio di Cecilia figliuola del cardinale Franciotto Orsini, e vedova del 
principe Alberto Pio. Forcella, op. cit. Ili, 125, n. 424; p. 132, n. 344. 

(1) Vedi C. I. L. VI, nn. 1149, 1150. Sul gruppo del leone e del cavallo, che 
non era collocato « ad templi parietes », come dice l'autore, ma nel « loco del Lione « 
alle scale della loggia del palazzo Senatorio, vedi Helbig, Guide, ed. inglese, 189;, I, 
494, n. 541. 

(2) Il sepolcro della famiglia Biondo di Forlì (Flavio -\- 1463, Angela -}- 1390 &c.) 
sta nell'ultimo ripiano della scala davanti alla porta maggiore. Al tempo del P. Casimiro 
era stato trasferito nell'interno della chiesa, davanti alla cappella di S. Pasquale. L'ul- 
tima discetidente del grand; archeologo. Gloria, moglie di Clemente Buccelleni, mori 
nel 1624 e fu sepolta sotto il pavimento della nave maggiore, presso l'ultima colonna a 
destra. Sulle altre ircrizioni sepolcrali dei Vall.i, Boccabella iS:c. vedi Fouci-lla, op. cit. 
I. '«3 sg 

(j) « La Zingara » o Camillo, e il <■ I"anci-illo dalla Spina». Vedi HtLDic, loc. cit. 
I, 451, n. 607, e p. 457, n. 617. 



64 C/^. "Bitchellius 



autem ad pedem Capitolii cum liodie sit career in ipso Capitolio: in 
vestibulo legebatur: 

C. Vibius C. F. Ruftnus M. Cocceius S E Coss. ex S. C (i). 

Puto primum hunc et unicum olim carcerem romanum, de quo Sa- 

tyricus : 

Felicia dicas 
Saecula, quae quondam sub regibus atque tribuiiis 
Viderunt uno contentam carcere Romam. 

Sub Capitolio extant plurimae columnae marmoreae, ubi olim 
porticus et templum Concordiae, teste Appiano, post C. Gracchi 
necem Senatus sibi in foro aeJem Concordiae erigi mandavit. Ti- 
berius quoque Caesar bine Concordiae aedem dedicasse scribitur. 
Plutarchus vero author est Camillum, post reconciliationem plebis 
cum patribus, ex voto Concordiae templum posuisse. At Livius bello 
poenico secundo, duumviros creatos narrat, ad aedem Concordiae in 
arce faciendam, quam L. Manlius, praetor in Gallia vovisset, huius 
meminit saepius Cicero in Orut. Alterius vero, cuius sunt .viii. illae 
columnae, meminit Plutarchus et habet hanc inscripiionem: 

Senatus Populusque Romanus incendio consumptum restituit (2). 

Hinc inter Capitolium et Palalinum, forum occurrit Romanum, in 
quo ad Capitolii radices arcus Septimii Severi imperatoris marmo- 
reus, cuius forma cum inscriptione aere incisa extat. Huic adiacent 
varia marmora, inscriptionibus notata, ex quibus excerpsi sequentes: 

Restauratori urbis Romae aJque Urbis et extinctori pestiferae tyrannidis D. N. FI. 

Fui. Constantio victori et triumfatori semper Augusto Neraiius Cerealis V. C. 

praefectus. 

Neratius Cerealis W C. Cons. Ord. 

Conditor Balnearum Censuit. 
lieo Herculi Invicto C. Julius Pomponius Pudens Sevcrianus V.C. Praef. Urb. (3). 

In foro quoque olim conspicicbatur templum Castoris et Pol- 
lucis a Tiberio suo fratrisque nomine de manubiis dedicatum, quod 
demolitus est Caligula. Nero statuas Castoris conflavit. 

(0 C. /. /.. VI, n. 1539. 

(2) È l'iscrizione del tempio di Saturno (C. /. L. VI, 957) che l'autore scambia 
per quella della Concordia. 

(}) Il rame dell'arco di Settimio visto dall'autore è quello edito dal Lafreri nel i$47, 
riprodotto da Chiude Ducliet nel 1585 e più tardi da Enrico v. Schoel, d.i Nicolao v. Aelst 
e da G G. De Rossi alla Pace. Il piedistallo della statua equestre di Constanzio, sco- 
perto negli scavi del 1547, fu trasportato al Palatino dal cardinale Farnese al tempo di 
Sisto V. Sulla base di Nerazio Cercale pr. Urb. a. 352-}$), vedi le osservazioni del 
Corfrns, VI, n. 1744, Ictt. f. L'ara di Pudcnte Severiano (ivi, n. 3 17) str.va nel palazzo 
dei Conservatori sin dal tempo di fra Giocondo e di Pietro Sabino. 



Iter Italicuni 



65 



Fuit et huìc vicinimi templum lovis possessoris, in quo Bibuliis 
ab amicis deductus, proptcr vim Caesarianorum. Tcmpluni Augusti, 
quod incoeptum a Tiberio, perfecit Caius, intra Palatinum et Capi- 
tolinum montes fuisse videtur; cum Suetonius author sit, Caiuni 
super templum divi Augusti ponte transmisso Palatiuni Capitoiiumque 
coniunxisse, cuius dicuntur hodie quae extant columnae marmorenc. 

Vicinum Romano fuit forum Caesaris, a lulio Caesare de ma- 
nubiis inclioatum, cuius area constitit supra * * millies, in quo 
porticus et templum divi Antonini ei Faustinae, hodie S, Laurcntii 
in Miranda, iuxta quod olmi arcus Fabianus, cuius meminit Trebel- 
lius Pollio, fuit. Ante porticum vero fuit turiis rotunda, quani putant 
Palladis fuisse aedem, quae a Paulo IH pontifice demolita (ij. 













}k 




Non procul hinc, nescio an in foro Romano, templum antiquum, 

rotundum, valvis aeneis; quod credunt fuisse Saturni, in quo aera- 

rium instituit Publicola. Condidit hoc L. Munacius Plancus ex manu- 

biis, ut liabet inscriptio Caietana. 

L. Munatius PI. F. L. N. L. Pron. Plancus .v. cos. cens. imp. iterum .vii. vir. 
Fpul. triumpli. de Riioetis aedem Saturni F. de manubiis &c. 

Hic censores ohm iurare mos, incensum fuit. Meminit huius Sueto- 
nius in Claudio, qui curam aerarli Saturno reddidit, idem in Otbom, 
aedem Saturni in foro esse scribit. Legitur in antiquis monumentis, 
ii quis aut testamenta corrupisset, aut violasset sepulcra, mulctam 

(l) Probabilmente la torre dell' Ifiscrra sita in contrata trium Colupnarum in op- 
a positu ecclesie Sancii Laurentii in Miranda», la quale era piantata sugli avanzi del 
tempio di Cesare. Le sue fondamenta, scoperte negli scavi del 1899, sono state confuse 
con quelle del tempio stesso. 

Archivio della R. Società romana di storia patria. Voi. XXIV. > 



66 Ci-/. 'Biichelliiis 



inferret aerarlo populi Romani, aut aorario Saturni, quin et acta c]uae 
susceptis libcris parentes faciebant. In eotleni conservabantur etiam 
omnium civium romanorum nomina. Erant et magistratus, ut prae- 
fectus aerarlo, curatores aerarli, scribae aerarli, quaestores item et 
tribuni. Saturnus nani, quem et alii lanum vocant, primus aereum 
nummum feclt. Vide Canterum. Apud Romanos vero Servius primus 
aes signavit. Vide Lipsium. Hodie vocatur templum D. Hadrianl in 
trlbus foris. Platina, ab Honorio primo pontifice Romano, hoc tem- 
plum aedificatum scribit, In relliquiis veteribus potius cxcltatum 
credo. Llvius ab A. Sempronio et M. Minutio consulibus alt esse 
dedicatum, a Fianco vero restitutum Vide Sextum Pompelum et 
Plutarchumln Prohkh. et Macrobium, Cvprlanum, Ciceronem &c. (i). 

Non procul a Saturni aede versus clivum Capitolir.um, sunt tres 
columnae marmoreae, ubi fuisse credltur templum Veneris genetrlcis; 
in quo (ni fallor) aurea Cleopatrae effigies fuit. De plctura huius 
templi multa Plinius. Fult et hic aedes Veneris Capitolinac, cuius me- 
mlnerunt Sueton. in CaVh^itìa et Giiìha Livius lib. XXIX. 

His duobus foris tertium addltit Augustus, Suetonio teste. De 
tribus foris his Martialis, iib. V, epigram. lxxxviii: 

Atque erit in triplici par milii nemo foro. 

Contiguum est pallatium, quod vulgo Malus vocant, fabulis multis 
celebratum, opus, ut eius indicant ruinae, stupendum, vixque hu- 
mani ingenil. De nomine paliatii sic Dionls abbreviator: «Porro 
« regiae pàlatia appellantur, non quod sint ita casu aut fortuito no- 
ce minatae, sed quod Caesar habitabat in pallatio, ubi et Komulus 
« domum habuit » &:c. In palatio templum Apollinis feclt Augustus, 
cuius meminit iudex Anticyranus, qui cxtat apud Andream Schottum 
in annotatis in Aurei. Victorem, ab aeterna oblivione per ci. heroem 
Aug. Gislen. Busbequium redemptus: « Tcmplumque ApoUonis In 
« palatio et porticus »;addidit nam aulam cum porticu et bibliothecam 
famosissimam, quam Gregorius V pontifex dicitur igne corrupisse, 
summo mehercule rei literariae dammo. Defendit Gregorium Platina, 
et quae ipsi obiiciuntur negat. Templum praeterea in Palatino olim, 
\'ictoriac, Cereris, lunonis Sospltae matris Deum, Libertatis SiC, quae 
apud Marlianum, Iib. III. 

Palatium tempore Augusti incendio consumptum, scribit Dion. 
Adsunt et horti Palatini Farnesiorum celeberrimi. In Palatino quoque 
ohm iheatrum Tauri, quod incendio Ilio Neronis famoso deflagravit. 

(i) L' autore fa confusione tra le due cliiese di S. Adriano e dei Ss. Cosm.T e Da- 
miano. Le sue osservazioni sul tempio ed erario di Saturno si riferiscono (erroneamente) 
alla seconda. 



Iter Ilaliciiììi 



61 



Porticus etiam Lunae hoc in loco erat, et domus PoUionis, quarti 
Augustus propter eiiis cruJelitntem, quamvis sibi legatam, delevit. 
Praeterea domus Crassi oratoris, Ilortensii, Ciceronis, L. Annati Se- 
necae, de qua ipse lib. 7 ad Ijtcìl. epist. 57 et horti Varroneani, aedes 
Magnac Matris, ut Livius tradii lib. 29; aedes Victoriae, ut idem re- 
fert codem. Formam liortorum Palatinorum in additamentis Hiero- 
nimi Ferrutii ad Marlianum (i). 

Contiguum foro Augusti templum Pacis, a Vespasiano impera- 
tore condituni, ut testis est Suetonius Tranquillus in liaec verba: 
« Fecit et nova opera templum Pacis foro proximum » et Sextus Au- 
rclius Victor « Capitolium, aedem Pacis Claudiique monumenta re- 




•^fl^i^i 



« paravit »; Dion, Vespasiano .vi. et Tito .iv. consulibus templum Pacis 
dedicatum scribit: Plinius inter mirabilia Urbis posuit. Incensum id 
tempore Commodi, quod in haec verba (ut transtulit Politianus) narrat 
Herpdianus : « Totum de improviso templum Pacis consumptum 
« incendio est ...» &c. 

Ruinae huius exlant ingentes, qua iam posui forma, ac columna 
quaedam marmorea summae pulcritudinis, cuius spirae summae la- 
titudinis ex solido, ut videtur, lapide, tantae crassitudinis ut tribus 
ulnis vix amplectatur. Vide losephum, Hieronimum, luvenalem, Mar- 
lianum lib. Ili (2). 

Proximum est coenobìum S. Mariae Novae, quod et Oliveti no 
men habet. In hortis duo fornices vetustate collapsi, e regione inter 



(i) Questo breve cenuo del n palazzo Maggiore » e talmente infarcito di errori che 
non merita esame. 

(2) La colonna della basilica Massenziana trasferita a S. Maria Maggiore da Paolo V. 



6S qA. "Buchellius 



se positi conspiciiintur, quos Victor videtur Isidis et Serapidis di- 
cere, cuius porticum fccerat Doniitianus imperator. Marlianus vero 
relliquias putal templi Solis et Lunae; quae tamen divcrsis nominibus 
conveniunt codem significatu. Pomponiiis Laetus Aesculapii et Sa- 
lutis dicit; Poggius, Castoris et Pollucis. Hic exorcismata peraguntur 
et daemones imniundi, ut narrant, eiiciuntiir, cuius rei vide prolo- 
gum cum epilogo. Est et hic ex candidissimo marmore restauratum 
sepulcrum cum epitaphio Gregorii XI Lenionicensis papae qui ex 
Avenione sedem Romam reduxit. Quod vide in meis Epitaphiorum 
libellis (0. 

Hinc arcum Titi Vespasiani imperatoris, cuius scuiptura excel- 
lens apud Caulaeum videre est, et passim ivpis aeneis circumfcrtur 
expiessa (2). Transiens, statini eius principia amphiieatri apparcnt am- 
plissima vestigia, cui is et addiderat thermas, quarum meminere Sue- 
tonius et A. Gellius. Appiae quoque aquae nonnullae relliquiae, 
quam CI. Appius Caecus primus in urbem invexit, ut populo rem 
gratam faceret, per .vili, vel .x. mill. sine Senatus authoritate et 
invita nobilitate, cuius originem et formam vide apud Frontinum, qui 
addit et liane ab Agrippa restauratam, quod et Dion in Octavio vidc- 
tur innuere, cursumque Aventinum et Tyberim versus deflectit (3). 

Circa liortos Mariae Novae versus amphiteatrum fuere busta 
Gallica, qui locus nunc vulgo dicitur Portogallo. De carinis, quae 
prope Telluris aedem et Pompeiorum domibus, quae circa Capito- 
lium videndi Victor, Marlianus, Laetus et Suetonius in lib. De illti- 
strib. grammalicis. Arcum inde Constantini marmoreum pulcherri- 
mum, cuius forma cum elogio lypis excusa habctur, transivi (4): ubi 
ad viam Novam (5) est monasterium D. Gregorii, cui est opposita 
pars Septizonii, cuius descriptionem vide apud Georgium Fabritium, 
qui dicit Severi sepulcrum esse, fuitque septemplici columnarum 
altitudine, ex qua populus Romanus mare prospicere poterat. Mcminit 
liuius Spartianus et Platina, quamvis duo fuisse videatur, et alterum 
ab altero loco distinctum ; meminit namque Suetonius et Septizonii 
apud quod natus fuit Titus, diu ante Severi imperium, estque illud 
in Roma Ligorii prope Circum maxumum, ut hoc nostrum, cum 
Severi fuerit non procul thermis Antonianis. 

(1) Vedi LvCAHO, 5. Maria olitn Atitiqua vuiic Nofa al Foro Romano, Roma, 1900. 
Sul sepolcro di Gregorio XI vedi Lakciaki in Bull. ardi. coni. XXI, 189;, p. 272, tav. xii. 

(2) Rame del Lafreri IS4S. 

(3) Forse allude alla Meta Sudarne, non essendovi altra fcqua vicina al Colosseo. 
{t) Il rame originale del Lafreri, riprodotto qu.ittro volte prima della fine del se- 
colo XVI. 

(5) Credo intenda r'cordare la via di S. Gregorio, spianata e dirizzata per la venuti 
di Carlo V. 



Iter Italicum 



69 



Si post D. Gregoriuni asccndas, stabit ob oculos templum 
DD. Ioaiinis et Pauli, quo titillo full cardinaiis Adrianus popularis no- 
ster, eius nominis VI pontifex Romanus (i), et post cum Enchafortius 
episcopus Traiectensis. Huìc vicinum templum D. Mariae in domi- 
nica, in cuius area est navis marmorea, cuius rei symbolum nescio, 
hinc cogiiomen Navicellae adeptum. 

Nec longe abest templum D. Petri ad vincala, ubi cathenae, 
quibus ille dicitur vinctus in carcere (ut in apostolorum Actis le- 
gitur), reservantur. Item pars clavis Domini, et relliquiae Machabeo- 
rum fratrum (2). Sepulcrum hic quoque lulii II pontificis maximi exi- 
miae sculpturae marmoreum Michaelis Angeli Bonarotae manu 
artificiosissima factum monstratur. 

Sunt in Urbe duo lurres, gotticis vel germanicis saltem tempo- 
ribus erectae, et ut videtur factiosorum civium propugnacula, Co- 
mitum una, Militiae altera dieta fuit, non procul a foro olim Nervae, 
cuius extant adhuc haec relliquiae. 




Inchoaverat id, teste Suetonio, Domitianus, perfecitque Nerva. 
Vide Pausaniam,Spartianum in Alexandro Severo. Vulgus vocatur hic 
locus prò arca Nervae, arca Nohe, errore in multis usitato. Vicus 
Cyprius qui et Sceleratus dictus, ab impio Tulliae facinore, non 



(i) La dignità cardinalizia col titolo dei Ss. Giovanni e Paolo fu conferita al Flo- 
rent da Leone X, a richiesta dell' imperatore Massimiliano che già gli aveva aifidata l'edu- 
cazione di Carlo (V) suo nipote. 

(2) Il sarcofago diviso in sette ricettacoli, nei quali o condita erant ossa et cineres 
« sanctorum septeni fratrum Machabeorura » fu scoperto a pie dell'altare maggiore nella 
prim.ivera del 1S76. 



70 q4. ^itchclliiis 



procul a clivo olim fuissc, qui nunc :\d tcmpkini D. Pctri (cuius 
.XV. ab hinc linea meniini) in vinculis ducit. Vide Marlianum libro III 
Antiq. Rem. cap- .XXIV. 

December. 

Fxiil Hyenis Latium trepidaiis vix intrai in orhcm, 
Komaqiic Vestali tuta sat igne calet. 

Kal. Descedens Capitoliuni, ad radiceni ubi nunc sunt liorti 
virides (O, inter aedem S. Hadriani in tribus foris, olim Saturni, a 
Pascali II pontifico Romano consecrati et templum Basilii, optunii 
imperatoris \ervae t'ori relliquias calcavi, quod a Domitiano inchoatum 
puto. et ad forum Traiani perveni, quod ut miraculum mundi cele- 
brat Cassiodorus, et gigantaeis operibus comparatur a Marcellino. 
Formnm ex nunmio aureo dat Gabriel Sitnoneus Florentinus in Dialogis. 
Vopiscus praeterea author est clarorum virorum statuas, quemad- 
modum et in Augusti foro, fuisse collocatas. In huius medio coiumna 
stat ex pario marmore mirabilis, artilìciosissima manu et sculpturae 
rationibus illustris, cuius forma typis excusa fertur. De hac sic Xy- 
philinus: «In foro suo columnam maximam collocavit partim se- 
« peliendi sui causa, partim ut opus quod ipse circa forum fecerat 
« posteris ostenderet Nam eum locum tnontosuin quanta est altltudo 
« columnae perfodit, forumque eo pacto complanavit ». Statuam huic 
super ìmpositam scribit Victor, ac sub eo sepultum Traianum. Eutro- 
pius hunc solum in urbe (an vere nescio) sepultum tradit in urna 
aurea, columnamque altam dicit .CXL. pedes, quem sequitur Platina; 
Marlianus vero .cxxviii., alii .cxxiii. pedum faciunt. De qua plura 
vide apud Georgium Fabritium, aliosque Rotnanae urbis illustratores, 
Marlianum, Flavium &c., Angelum Roccam, Modium Triumph. pandect. 
tom. I, lib. I. 

Vicinum est templum rotundum novum quod sodalitas Loretana 
condidit, a quo ad pallatium D. Marci (ut vocant), a Veneto ponti- 
ficc Romano extructum, deveni, cui adstat templum aliquod, ubi vidi 
sepulcra Fregepanorum, Marii Francisci aliorumque eiusdetn fami- 
liae ac epitaphium Petri Gillii, multis pcregrinationibus illustris, 
quod est in Epitaphionnii meorum libellis (2). 

Hinc per viam Flaminiam, quam nunc Curtiain (3), a Bacchan- 

(l) Gli orti del Pantano, prosciugato e colmato da Pio V e dal cardinale Bonelli. 

(l) I sepolcri della famiglia Frangipane, e quello dell' archeologo esploratore Pierre 
Gilles da Alby, fitto erigere dal cardinale Giorgio d' Armagnac, non istanno in S. Marco 
come vuole l'autore, ma in S. Marcello. Vedi Fokcklla, op. cit. M, ;o6, 307. 

(j) Questi aggettivi alla AJinolfi sono molto graditi all'autore, al quale si deve 
pure la creazione del « mons Ciballinus », della ■• S. Maiia Populana » &c. 



Iter Italicum 71 



tium cursubiis, vocant, ad Canipum olini Martium veni; nam post 
exactos reges, populus direpta domo regia, agruni Tarquiniorum 
Marti sacravit, qui inde dictus Campus Martius, fuitquc extra urbis 
portas, ut videtur innuere Appianus ; de quo plura apud Strabonem. 
Vocatus fuit et Tvberinus a flumine cui adiacet. Incipiebat ubi nunc 
S. Laurcntii aedesin Lucina et ad pontem usqueMilviuni protendebatur. 
Fiebant in eo exercitia quacque ludicra, de quibus Horatius: 

Cur apriciim 
Oderit campimi paticiis piilveiis atque solis &c. 

In eundem Julius Caesar locum effodit et naumachian edidit, ubi post 
templum Martis quantum nusquam esset fecit. Huius naumachiae 
putant relliquias extare, non procul a monte Trinitatis, olim Collis 
Hortulorum (i). Hic quoque tribus vocabantur ad comitia, ad novos 
magistratus creandos, virorum quoque illustrium cadavera crema- 
bantur, ut de Svila Appianus scribit, et hic funera imperatorum in 
divorum numerum referendorum ecferebantur, ut late apud Hero- 
dianum et Lipsium in Satnnidlihus. In hoc etiam loco, Sulla quatuor 
hominum millia ut Florus, vel .ix. millia ut author Fironim ilhistr. 
et ut Valerius Maximus, quatuor legiones Marianas, contra fidem 
publicam, trucidari iussit (2). 

Tribunal in Campo Martio fuisse refert Vopiscus in Taciti vita. 
Ad septa campi Martii, columna est coclidis Antonini (3), a qua haec 
regio nomen habet, altitudine 176 pedum, cum interiori cochlea et 
gradibus 104, fenesteljis 156. luxta septa olim via Lata usque ad 
Capitolium, cuius relliquiae hodie extant in platea Sciarrae (4). 

Fuit et hic via fornicata ad usum militum. 

Templum olim Lucinae, de quo supra, sacellum habet, ubi olim 
basis illa nominatissima et horologium quod superioribus annis ef- 
fossum, miraculi instar fuit (5). 

Huic prope est arcus Domitiani, qui nunc vulgo Tripolii et Por- 
tugalli, quod Lusitanorum habitationes hic fuerint. Dionis abbreviator: 



(i) Su pretesi avanzi della « Naumacliia inter Hortos » vedi Bull. arch. corti. 1894, 
XXII. 297. 

(2) Queste vaghe erudizioiii dell' autore si riferiscono rispettivamente alle « Septa 
" lulia », alla piramide o mela di S. Maria de' Miracoli, all' ustrino Augusteo ai o Quattro 
u Cantoni » ed alla Villa pubblica, teatro delle stragi sillane. 

(3) Corr. <i divi Marci ». 

(4) Forse allude all' arco o fornice di Claudio, gli avanzi del quale sono stati ca- 
vati in piazza di Sciarra. Uno de' bassorilievi (HtLBiG, Guide, I, 407, n. $47) dell'arco 
stava ancora affisso sul prospetto della casa Cafano, quando l'autore visitava Boma. 

(5) Sul pavimento del « Solarium Augusti » con i segni dei venti a mosaico, e con 
le linee della meridiana di metallo dorato vedi Dl Rossi, Noie di lopogr. romana in Sludi 
t doc. di slorla, a. i88j, p. 49 sg. 



72 QA. anelici li US 



« Fuere », inquit, « arcus triuniphales qiios ei [Domitiani] pliirimos 
« fecerant, disturbati»; de hoc Martialis: 

Siat sacer et domitis gentibus arcus ovaiis. 

Vide de hoc Fabritiuni in Roma, et Marlianum (i). 
Non procul hinc, legi in marmore hanc inscriptionem sepul- 
craleni: 

Dis Manibus : Ceroniae L. F. Thaidis | Uxoris optimae | Agatho Aug. lib. {2). 

Hinc tempia D. Augustini et S. lacobi Incurabiliuni, cuni nosocomio 
miserabilium conspiciuntur. Circum haec loca et versus coUem Hor- 
tulorum habitant mulieres publicae, quemadmodum in Esquiiiis olim 
et ad Circum in ccllis antrisque subterrancis, ut autores sunt Lam- 
pridius et luvenalis (j). 

Proximum est templum S. Rochi, ubi ruinae mausolei Augusti 
Caesaris sepulturae destinati, in quo plerique omnes Caesarianae fa- 
niiliae conditi. Nani Suctonius scribit: « Caium matris patrisque ci- 
« neres mausolaeo condidisse », quod et in Carmine ad Liviam innuit 
quisquis fuerit author; quin et successore» imperatores eo condi so- 
lere indicare videtur Xyphilinus, qui dicit Adrianum molem suam 
sepulcralem eo extruxisse, quod mausoleum iam esset plenum. Hoc 
ad exemplum Cariae regis Augustus .vi. consulatu fecerat, circumie- 
ctasque silvas et ambulationcs in usuni populi iam tum publicarat, 
unde miror quid Xyphilinus Dionis epitomator scribat, Liviam et 
Tiberium ei in Urbe sepulcrum aedificasse, idque Senatus decreto. 
Occupabant eius nemora totani planitiem quae est inter Tyberim 
et S. Mariam Populanam. Descriptionem huius vide apud Fabritium. 
Obeliscus hic alter latet, alter vero qui diu ante templum in multas 
confractus partes iacuit in area D. Mariae maioris erectus conspi- 
citur (4). 

Cum pergerem ad portam Flaminiam, templum huic fere con- 
tiguum S. Mariae de Populo, a quo et porta hodie nomen habet, 
intravi, ubi plurimas votivas tabellas suspensas vidi, et marmor quo 
Sixtus IlII hoc plurimis privilcgiis ornarat (5); quem eius nominis 
quintus pontifex hodiernus insecutus, in locum D. Sebastiani extra 

(1) Sull'arco di Portogallo vedi Bull. aich. com. 1891, XIX, 18 sg. 

(2) Vedi Corpus, n. 1463S. 

(}) Il quartiere delle cortigiane, gi.i all'Ortaccio nelle vicinanze di piazza Condo- 
pula (Monte d'Oro), passò dall'altra parte del Corso, tra gli Orti alle Fratte e la via 
Paolina (del Babuino), sul principio del Seicento. 

(4) Il secondo obeli;co del mausoleo fu cavato nel 1781 da Pio VI, e collocato tra 
i colossi del Quirinale. 

(5) Vedi Forcella, cp. cit. I, 319, nn. 1196, 1197. 



Iter Italicuììi 73 



muros substituit, et patriarcali honore celebravit. De nomine Populi 
haec narrantur: hic olim populum ingentem stetisse Neroni dicatam, 
quam postea quidam pontifex quod ex ea demon christianos praete- 
reuntcs saepe laederet, sustulit et templum in honorem D. Virginis 
Matris fecit. In hac aede lacob. Sansovinus fecit ex marmore duo 
sepulcra illustri artificio : Ascanio Mariae Sfortiae et Hieronimo Sa- 
vonensi cardinalibus. Hic quoque sepulcrum cum epitaphio Hermolai 
Barbari Veneti, viri clarissimi doctissimique (i). Pius IV pontifex 
portam Flaminiam aperuit, ut refert Ferrutius in additamentis ad 
Marlianum, et viam Flaminiam stravit, multisque in locis renovavit, 
ac ipsi portae imposuit marmor lioc epigrammate : 

l^ius IllI Pont. Max. portam in liane amplitudinem extulit, viam Flaminiam stra- 
vit, anno .m. (2). 

Sixtus V ante tetnplum D. Mariae Populanae erigi curavi: obe- 
liscum ex Circo Maximo traductum et literis hverogliphicis notatum, 
altum .evi. palmas, citra basim, in qua antiqua inscriptio: 
Augusti Caesar. imp .xii. Cos. .xi. Trib. pot. .xiv. 

Extat haec apud Angelum Roccam lib. de bibì. Valic. et in ap- 
pendice. 

Eodem die Urbem egressus porta Flaminia, per pontem Milvium 
ultra .M. passus ab Urbe distantem, et a M. Scauro Sullae tempo- 
ribus primum factum, deinceps multotiens ruptum restauratumque, 
ut indicant vestigia, transiens, iter Fiorentiam versus arripui; ubi .v. 
ab Urbe lapide, iuxta viam Aemiliatn, vidi marmoreum sepulcrum, 
emblematibus ornatum et epigrammate, quod vix legere potui. Credo 
tamen ab aliis cum sit publicum lectum et collectum, quare ne frustra 
laborem, hoc tantum principium descripsi: 
E). M. S. : C. Vibi P. F. Mariani &,c. \ Reginae maximae matri | karissimae (4). 

Paulum progresso occurrebat Alexander Farnesius cardinal diu in 
Urbe expectatus (4). 

In vinea Carpensi est inscriptio, cuius meminit Smetius fol. 23, 
huic addita sculptura Herculis contra Geriones, tres viros armatos, 
pugionibus et galeis pugnantes. 

(i) Sulle mirabili opere del Sansovino in S, Maria del Popolo, vedi Enrico Mac- 
CARi nel periodico L'Arie, a. Ili, fascicoli v-vui, maggio-agosto 1900, p. 241 sg. Sul 
sepolcro del Barbaro vedi Forcella, op. cit. I, 327, a. 1732. 

(2) Nel 1561. 

(3) Dato in rame da Antonio Lafreri nel 1551. 

(4) Il « Gran Cardinale » tornava probabilmente dal suo castello di Caprarola. 
Mori in Roma nel 1589, circa un anno dopo l'incontro col Buchell alla « Sepoltura di 
« Nerone ». 



74 C/^- 'Bitc/iL'lIiiis 



II. Aliquot vicos ignobiles prnetergrcssus, ad Montem Kossum 
perveni, ubi cum ex spina pedcs lacsissem, ac inde ulcus natum 
esset, de reditu cogitavi (i). 

Summa olim Romae fuerit cloncarum largitas neccsse est, cum 
Dionis epitoniator dicat, Neronom media nocte per cioacam in Ti- 
berim navigasse. 

De martyrum cultu qualis olim fuerit testatur Cyprianus, me- 
minil Marcellinus ethnicus author his verbis: « Q.uorum memoriam 
« apud Mediolanum colentes nunc usque Ciiristiani, iocum ubi se- 
« pulti sunt ad Innoccntes appellant » et quae paulo post. 

Nescio an Montem Rossum dicam Saxa rubra esse, quorum 
meminit Cicero in Philippicii et Livius, lib. 2. 

[Secundo ab liinc folio, ubi de tempio S. Petri ad vincla ago, 
hoc addendum epitaphium, quod in antiqua tabula pavimenti exstat: 

Io. II P. R. Salbo papa N. lohanne cognomento Mercurio ex sanctae licci. Pom. 
presbiteris ordinato ex tit. S. Cleiiiciitis ad gloriam pontifìcalem promoto 
beato Petro ap. patrono suo a vinculis eius Scverus presb. otTert et it. P. C. 
Lampadi et Oresiis ..mcc. urbiciilus C'erdinus est (2). 

Est in vinea Carpensis, cuius hoc folio supra memini, Herculis statua 
Hvdram crinibus tenentis, quae usque ad pubem tota foemina est pe- 
dibus in angues duos desinentibus] (5). 

IV. Per viam Cassiam non procul a monte Mario, in quo olim 
Marianus exercitus priusquam Urbem intraret se continuit, porta Petri 
Romam reversus sum. Quo die tria haec vidi: Sixtum V cum suo 
comitatu ad templum Virginis maioris pergentom, hoc ordine: prae- 
cedebant cardinales multi suis lecticis et vehiculis, cum omni famu- 
latu sequebantur insidentes mulis episcopi, galeris viridi colore fim- 
briatis ; inde familia pontificia in equis, purpureis vestimentis conspicua; 
post hos ipse pontifex in lectica holoserica, familiari habitu, duobus 
mulis portabatur, et facto digitis primis signo crucis, circumstanti 
populo benedicere videbatur, ad cuius adspectum genua in terram 
flectebantur. Circuibant lecticam corporis custodcs Helvctii milites, 
tergumque daudebat ala equitum lanceatorum saga purpurea in si- 
gnis. In oppido hinc Leonino genus supplirli Italis familiare, quod 
vocant la corde; condemnatus vinctis in tergum manibus inverso 



(1) Allude probabilmente all'osteria di Grotta Rossa sulla Flamini.-!. 

(2) Vedi Armellini, Chiesi, p. 209. L'iscrizione, che appartiene all'.-inno 532, è 
pessimamente trascritta dall'autore 

(]) La descrizione di questo gruppo manca nel catalogo dell' Hondio (p. 16 sg.). 
Il cardinale possedeva due antiquari!; il primo nelle « dilitie antiche >• sul dorso del Qui- 
rinale, gli « horti Carpenses » degli epigrafisti: il secondo nel pala^czo e giardino del 
Campo Marzio, passato dopo la sua morte a Baldovino del Monte. 



Iter halicum 75 



ordine, fune ex alto violcnter deniittebatur ad terram usque qua vi 
brachiorum iuncturae rumpebantur (i). Et circa vesperum funus car- 
dinalis Sabelli. lacebat in Icctulo cadaver liabitu solcnini cardineo, 
dormire credidisses, mortis ignarus ; praecedebant taedae innumerae; 
sequcbantur atrati ex familia cuncti (2). 

V. Pontifex cum statuam aeream D. Petri columnae Traiani 
ìmposuisset, tormentis bombardariis ex mole Hadriaiii explosis aliis- 
que ceremoniis dedicavit (j). 

[T. Rhenessius (4) mihi narravit se vidisse Romae lapidem anti- 
quum in quo mentio fiebat magistri Campi et Ballionum, unde con- 
staret clini plures ibi fuisse ludaeorum synagogas] (5). 

VI. Hoc die tractum Urbis versus portam Collatinam, quae 
simul cum via Collatitia, ab oppido Collatia non procul Urbe deno- 
minata fuit; nunc vero Pinciana, a Pinciano senatore dieta, peram- 
bulavi. Circa liane, Sulla gravissimo praelio contra Marianos duces 
conBixit. Mons hic Pincius, qui et collis Hortulorum, ubi templum 
Trinitatis, fratrum franciscanorum, liberalitate regis Francoruni alio- 
rumque piorum non ita dudum rcstauratum, pulcherrimaque pictura 
ornatum. Sub hoc tempio locant quidam naumachiam Augusti (cuius 
supra memini) et extant fornicum relliquiae et multa concavitas (6). 
luxta hoc templum sunt horti Mediceorum pulcherrimi, ubi leones 
aliaque animalia exotica servantur (7). Nec procul bine, ad montis 
radicera est coUegium templumque Graecorura, a Gregorio XllI Ro- 
mano pontifice conditum. 

Sixtus V anno 1588 templum Hieronimianum (aedicula fuerat 
vetusta, cuius tutelaris F. Felix de Montealto cardinalis) a funda- 
mentis erexit (8). 



(i) Di questi luoghi destinati alla punizione dei contravventori agli editti del go- 
vernatore di Roma rimane tuttora memoria nel « Forno della Corda » in via del Corso, 
nel 11 vicolo della Corda » nelle piante prospettiche del Seicento iic. La Cord.i di Borgo 
stava di contro alla n Curia » o ufficio di polizia, con le annesse carceri, residenza del 
bargello, e archivio del notariato criminale. 

(2) Il cardinale Giacomo morto a 65 anni nel 1587. Ai suoi tunerali assisterono 
trentanove cardina'i e cinquanta prelati, per udire 1' elogio funebre scritto da Pompeo 
Ugonio. Fu sepolto nella chiesa del Gesù, a piedi dell'altare di sant'Ignazio, 

(3) Vedi FtA, Misceìlanta, II, g sg. ; Bertolotti, Artisti lombariìi, I, 75 sg. 

(4) Compatriota e amico di Buchellio. 

(5) Allude alla pietra sepolcrale di Betulia Paula (tra i proseliti, Sara), morta a 
86 anni e 6 mesi rivestendo la dignità di madre della « Synagoga Campi et Bolumni». 
Vedi BtRLiNLp, Gcschichte der Jiulen in Rom, I, 76, n. 27. 

(6) Vedi Lanciani, Gli orti Acilioruin sul Piucio in BuH. arch. coni. 1891, XX, 
132 sg ; Id. Forma urbis Romae, tav. I. 

(7) Credo inedita questa notizia sujla ireiingerie del cardinale Ferdinando. 

(8) S. Girolamo degli Schiavuni. 



7 6 C^. "Buche! lì US 



VII. Per forum olim Suarium iuxta palatium Columnensium, 
recta via tetendi in montem Qiiirinnlem. Forum hoc iam maxima 
ex parte hortìs est occupatum. Mons vero Quirinalis nunc Caballinus, 
ab equis marmoreis, quos sessores pedites frenis rctincnt, vocatur. 
Opus hoc Praxitelis et Phidii ccleberrimorum sculptorum dicunt, a 
Tiridatc, Armeniorum rege, Romam deiatum. Quirini nomen a tempio 
Quirini defluxisse refert Varrò, cui adstipulatur Ovidius: 

Tempia Deo faciunt, Collis quoque dictus ab ilio est. 

Xyphilinustamen scribit Augustum templum Quirini extruxisse, 76 co- 
lumnis, quot annos vixerat, nisi hanc restaurationem dixeris. Huius 
quaedam vestigia extare dicuntur, quemadmodum et peramplae rel- 
liqiiiae thcimarum Constantiarum. 

Palatium hic suum habet pontifex aestivale, ob aurae frigidioris 
lenimentum, multis arboribus hortisque cultissimis insigne. Est et hic 
turris, quam ex ornamentis Soli attribuunt. Est item aedes S. Vi- 
talis, quam olim Salutis fuisse credunt, ab lunio Bubulco dicatam et 
a Fabio pletore coloribus ornatam. 

Hinc versus portam Salariam undc via Salaria extra Urbem, a 
sale, quod e Sabinis adveheretur, dictam, olim etiam Quirinalis et 
Agonalis, nunc Collina. Extant vestigia hortorum Salustianorum in 
valle profunda, vulgo Salusticum vocant, cui adhaerebat forum Sa- 
lustii, inter templum S. Susannae et portam Salariam. Hoc emit 
Salustius post practuram Africanam cuni hortis, de quibus Plinius et 
Vopiscus. Nec procul ab hoc fuit templum Veneris, ubi ingens proe- 
lium dubia Victoria inter SuUam et Marianos accidit, ut Appianus 
author, qui et portam crate iam tum ferrea munitam refert 

Vili. Vidi Ugoncm Lobencum Alvernum, magnum Rhodiorum 
magistrum, Romam quam plurimis comitatum sacris cquitibus Me- 
litanis intrantem, occurrentibus purpurei Scnatus in mulis domino- 
rum famulis, galeris cardineis in tergum pendentibus ornatis. Ubi in 
Capitolium perventum esset, variis musicis instrumentis, quibus ite- 
rum ad molem Hadriani pontemque Aelium exceptus fuit (i). 

Quo tempore templum DD. Bonifacii et Alexii perlustrando, vidi 
Alexii, ut mystogogi narrabant, corpus, dicebaturque D. Virginis 
imago, quae in Edissa urbe locuta fuerat, ibidem conservare Huius 



(1) Ugo de Loubens de Verdalle, gran priore di Tolosa, generale di artiglieria e 
gii ambasciatore di Malta a Roma, eletto gran maestro il 12 gennaio 1582. L'ingresso 
trionfa'e del quale parla l'autore ebbe luogo sui primi del 1587. 11 gran maestro era 
accompagnato da trecento cavalieri, e prese alloggio in Vaticano nell'appartamento già 
abitato da Carlo V e da Cosimo I. Sisto V lo creò cardinale dell'Ordine dei diaconi 
nel concistoro del 18 dicembre 1S87- 



Iter Italicum 77 



fabulae vcl ut nilhi vidctur ab inipcritis honiinibus confictac historiae 
meminerunt legendae istiusmodi superstitiosis prodigiis plenae, et 
testatur Cbroiiicon Martinianum eiusmodi nugis refertum (i). 

In pavimento lioc legebatur mediae antiquitatis epitaphium: 

Heu scelus elusae verbis fallairibus Evae 

Quo quasi fermento solvitur omnis lioino, 
Forma venusta nimis putris est sub marmore pulvis, 

Squallet et in tencbris forma venusta nimis, 
Dum steterat solido pioducta geniminc claro, 

Clarior ipsa quidem vicerat ore diem 
Foemina divcs opum, divcs quoque foeniina niorum, 

Ubertim binis accumulata bouìs 
Quae miserans multis, multum dispersi! egcnis, 

Non abigens Christi membra minora Dei. 

Domum redicns praeterivi templum Crucifìxi; quod est pulchris 
inventionis S. Crucis picturis ornatum, in cuius vestibulo legebatur: 

Santissimi Crucilìxi ; ampliss. sodalitas [ Alexandre et Ranutio | Farnesiis | S. R. E. 
episcopis I Cardinalibus patronis | Adiuvantibus | Oratorium hoc extruxit et | 
ornavit ann. 1568 (2). 

IX. Ut in praxi Romana me exercerem paululum, conveni, in- 
tercedente Philippe Hurnio Buscumducensi amanuensi, cum Antonio 
Guidotto Romani archivii notarlo, de dando ei scribendo operani. 
Fuerat hoc archivium, non ita nuper a Celesio Franco-Gallo, e variis 
scribarum officinis, in unum, pontificis authoritate, collectum (3). 

X. Per altani semitam a thermis Constantinianis et dorso Qui- 
rinali, ad portam Viminalem, ob viminum propinquis in locis fre- 
quentiam sic dictam, oliin perveni, quae et Figulensis, quod extra 
eam primo essent figulinae, et Nomentana, ut nunc D. Agnetis et 
Pia, vocabatur. Nomen ultimum, a restauratore Pio IV papa, possidet, 
ut ex marmore ibi collegebatur: 

Pius mi pontifex maximus pcrtam Piam sublata Nomentana exstruxit, viam Piam 
aequata alta semita duxit. 

Hinc via Nomentana ad primum milliare ingressus sum templum, satis 
pulchrum, variis ex marmore colurnnis musiveisque picturis ornatum, 
quamvis longa vetustate gravatum, restauratore opus habeat. Dicitur 



(i) Sulla falsità delle leggende riferibili ai Ss. Bonifacio ed Alessio, vedi Duciitsxt, 
in Mèlanges d'arch. ei d' hisloire , X, 225 sg. 

(2) L'oratorio detto di S. Marcello. 

(3) La notizia si riferisce forse all' archivio urbano degli atti notarili, benché la sua 
istituzione dati non dal tempo di Sisto V ma di Pio IV. Questo pontefice aveva nominato 
nel 1562 Giulio dell'Orologio e Vincenzo Stampa o custodes archivii in curia Capitolii 
« erigendi prò scripturis notariorum defunctorum ». Vedi Ardi, di Stato, voi. 5920, e. 49:. 



78 qA. "Bue he Ili US 



Agnetae virgini dicatum. Aliquot ad lioc gradibu? ascenditur (i) ino- 
nasterium, vero huic additum, ruinis iam proximuin, descrtumque pene 
videtur. Honoriiis I pontifcx condidisse fertur, Biondo et Platina te- 
stibus. In eius septis, turris est roiunda sanctae Constantiae, divi 
Constantini filiae, dicala. Dicitque Platina, cui adstipulatur in fron- 
tispicio niarmor, ab Alexandre IIII pontifice teniplum lioc testu- 
dineum redditum, et ad cultuni divinimi translatum, qui, et suis ma- 
nibus, Constantiae aram dicavit, cuius corpus, ad Urbem translatum 
ab imperatore Gallo, et in suburbano viae Nomentanae post pri- 
nium lapidem sepulcro maiorum illatum est, ut author est Pompo- 
nius Laetus. Bacchi hoc templum fuisse antiquariorum omnium 
consensus est, duplici ordine columnarum varii marmoris ornatur, 
sepulcrumque Constantiae porphyreticum ibi spectatur, ctiamnum 
pukhcrrimum, pueris vinis ferentibus et pavonibus ornatum; quare 
vulgus imperitum Bacchi sepulcrum vocat. 

In hoc tempio papa feriis divae Agnetae solet conficere et con- 
sccrare lanani, ex qua pallia episcoporum iìunt, hoc modo: cum in 
niissa canitur Agnus Dei, super altare ponuntur duo agni candidi, 
qvii hinc traduntur subdiaconis S. Petti, hi mittunt illos in pascua, 
suoque tempore tondent, ex qua lana permixta reliquae lanae quum 
in filum deducta fuerit parantur pallia, latitudinis 3 digitorum, ab 
humeris propendunt in pectus, atque renes, ad extremum sunt la- 
minae plumbeae tenues eiusdem latitudinis. Ad hunc modum contesta 
deferuntur ad corpora Petti et Pauli, ac certis ibi precibus expeditis 
rclinquuntur per noctem unam. Altera die subdiaconi recipiunt et 
honesto loco reponunt, quousque quis archiepiscopus opus habet, 
qui vel per procuratorem vel per se dari petit, traditis autem multis 
cum caeremoniis deferentibus mandatur, ne supra noctem unam, si 
modo fieri possit, in eodem loco subsistant. Ceremoniae hae cum 
nugarum instar videantur et si puritatem christianae fidei inspicias, 
certissima censura, alia ratione nec argumento malori probatas iri 
arbitror, quam hac Livii scntentia : « Eludant nunc licei relligionem 
« Romani, quid nam est si pulii non pascentur, si ex cavea tardius 
« exierint, quid si accinerit avis? Parva haec sunt; sed parva ista 
« non contemncndo, maiores nostri maxumam hanc rempublicam 
« fecere » (2). 

(i) Corr. « descenditur •. La basilica era stata devastata nel Sacco del i$27. La 
restaurò il cardinale Spada Vcralli nel 1620, nella quale occasione furono ritrovali gli 
otto mirabili rilievi marmorei, che si conservano ora nel vestibolo del palazzo Spada- 
Capodiferro (Helbic, Guidi, II, 161 sg.), l'Ercole che uccide 1' Idra ora nel museo Ca- 
pitolino rivi, I, 29;) ed altri marmi scritti e scolpiti. 

(2^ Sulla cerimonia degli agnelli e dei palili vedi te notizie ricavate dall' Armellini 
{CbUie, p. 8j4) dall'archivio di S. Pietro in vinculis. 



Iter Italicuììi 79 



XVI. Obambulans in Exquiliis, ubi Propertius olini habitasse 
dicitur, qui lias vocat aquosas hoc versu : 

Disco quid Exquìlias liac nocte fugarat aquosas 
Cum vicina iiie:s turba cucurril agris. 

Post varios viarum amphractus, intravi locum vulgo Septem sale 
dictum, a FI. Vespasiano, ut ereditar, ad usum pontificum factum; 
quod videtur indicare marmor ibidem rcpertum, hac inscriptione : 

Iinp. Vespasianus Aiig. Vro Collegio Pontificum 1 l'ecit (i). 

Cum tamcn sit vicinum tlicrmis Titianis, ex eius relliquiis putarem. 
Sunt cubiculi oblongi .ix., quorum .vii. intravi, Singuli erant longi 
137 pedes, largi 17, alti 12, erantque fornicato et reticulato opere 
pulcherrimi, et ostia dexterrime collocata ad invicem spectantia, ita, 
ut quocunque oculos diverteres, idem ordo et numerus ostiorum 
conspiceretur. 

In reditu templum D. Silvestri ingressus. Diomedis Caraffae 
cardinalis, qui multis hoc ornaverit monumentis, vidi sepulcrum et 
liane de fundatione templi inscriptionem: 

Templum lioc beatus Silvester in praedio Exquitii extruxit, vasis aureis honestavit, 
eisdemque nec non fructibus Constantinus imperator copiose dotavit. Sym- 
machus pontifex diruptum restituit, a Sergio luniore in liane formam redactum 
iliustratumque Sanctorum relliquiis S. Martini PP. et Silvestri item pontificis, 
sub Leone IIII picturis ornatum. 

Santoruni hic praeterea corpora conservar! dicuntur pontificum Fa- 
biani, Stephani, Soteris, Innocentii, Anastasei; episcoporum vero 
Leonis et Quirini. 

In pavimento hoc est antiquo in marmore epitaphium : 

C. Cameri[nn]us | Crescens [ Archigallus Matris Deum ] Magnae Ideae |l||gy|| | 
Attis = Populi Romani | Vivus sibi fecit et [ Camerio Ecuratiano Lib. suo ce- 
teris 1 Autem libertis utrius | Que sexus loca singula 1 Sepulturae causa H. M. 
H. E. N. S. 

Idest hoc monumentum heredes eius non sequitur. 
Est et hoc : 

Positus est hic Leontius presbiter olim Stiliconis Cons. .11. (2). 

Tum per radices Esquiliarum via quae olim Suburra, impudicis mu- 
lieribus et foro rerum furtivarum famosa, ad portam Laurentianam 

(1) Pessimamente trascritta. L'ara era stata sroperta «in una vigna appresso alle 
11 Capocce o 1' 8 gennaio 1509. Vedi Buìl, ardi, com, 1891, XIX, 199, e il C. I. L, 
VI, n. 569. 

(2) Sulle iscrizioni di S. Martino ai Monti vedi Forcella, op. cit. IV, 1-51; C. I. 
L VI, n. 2183, e Fn.lPPiNi, Rislretlo di tulio quello che appartiene &c. Roma, Pei, 16}'). 



So 



OA. T^iiclicUiiis 



olim Esquilinam, Mctiam quoque tlictam putat Fabritius, eandcmquc 
Praenestinam Procopius, Tiburtinam Fulvius et alii vocant, Tauri- 
nani etiani dictam ob tauri caput quod etiamnuni in prima eius facie 
cclatum videtur, putat Leander, perveni, extra quam de nocentib'is 
supplitium sumptum olim indicant Tacitus, Plautus, Horatius (i). Hic 
formas aquaeductus Martii vidi, quae sunt extra muros via Tiburtina. 
Aqua autem Martia ex Fucino lacu post Appiam et Annienem, anno 
ab U. C. .Dcviii. a Marco Titio praetore in Urbem ex senatusconsulto 
deducta, et in Capitolium delata, ut latius Frontinus refert, inde per 
Augustum et M. Aurelium iniperatores, restaurata est (2). Extat et 
apud Dupois, nummus Martii Philippi, hac iiiscriptione: aq.va mar. 
Non procul hinc in Roma Ligorii est templum D. Bibianae, quod 

sacrum Aesculapio fuisse quidam volunt 

XVIII. Romanus pontifex maximus Sixtus V. ante pontificatum 
Felix de Monte alto ex Sabinis, ordinis rranciscanorum generalis, octo 




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in Senatum purpureum allegit, presbitcros .vi , diaconos duos, ncmpc 
Fredericuni Boromaeum, iuvenem adhuc, Mediolanensom et Ugoneni 
Lobencum Alvernum, Melitensium equitum praefectum, tuni Schipio- 
nem Gonzagam patriarcham Alexandrinum, Petrum Gondium, FIo- 



(i) Confonde la porta Tiburtina delie mura di Aureliano e di Onorio con la port.! 
Eiquilina delle mura di Servio. Sul <i Forum Tauri in Hxquiliis i> vedi De Rossi, Bull, 
arch. com. 1890, XVIII, 2R0 sg. 

(2) È superfluo notare gli errori contenuti in questo paragrafo. 



Iter Italiciim 8i 



reminum cpiscopum, Parisiensem, lohanncni Mciuiozam, Hispanum, 
archiepiscopuni Genuensem et Gnbrieleni Paleotum monachuni (i). 

XXII. Arcum Galieni imperatoris transiens, in dorso Esquilii. 
prope templum D. Viti in Marcello, templum D. Praxii.lis intravi, pul- 
criim sic satis et ornatum, in quo 2300 martvrum relliquiae conser- 
var! dicuntur. Estque ibidem oratorium qiiod foeminis intrare non 
permittitur; ubi columna quaedam marmorea (huius qua hic deli- 
neatur forraae), ad quam tiagellatum Christum servatorem a ludeis 
ferunt, Hierosolymisque per lohannem Columnam cardinalem trans - 
latam, pontifice Honorio III sedente, anno christiano 1223. Templi 
vero huius caetera memorabilia ab Onuphrio Panvinio satis enar- 
rantur. 

Hac quoque iter ad S. Mariana Maiorem ad praesepe, ubi prao- 
sepe Servatoris nostri summa relligione servari creditur, cuius ora- 
torium candidissimo politissimoque marmore restauravi! Sixtus V pon- 
tifex maximus in coque sepulcrum sibi et Pio V papae facit, addita 

statua cum rebus ab ipso olim vivo gestis, ex marmore expressis, 

ac praecipue bellum Gallicum et Turcicum. Epitaphii vero hoc est 
caput : 

l'io V Pont. Max. | Ex ordine Praed : [ Sixtus V Pont. Max. [ Ex ordine Minor. | 
Grati animi monumentum. 

Pius V gente Gisleria l5osci in Liguria natus theologus eximius &c. 

Fuerat Sixtus in cardinalitium ordinem per Pium hunc lectus. 

In eodem tempio sepulcrum marmoreum elegantis sculpturae 
Martini V pontificis, ex familia Colutnnensium. Alexandro quoque 
Sfortiae cardinali monumentum inveni. Caetera ampie apud Onu- 
phrium. 

In huius templi area Sixtus V papa erexit obeliscum, ex Augusti 
mausoleo transvectum, cuius iam memini. Color est ut Vaticani, minor 
vero est nec integer, quamvis vario artifìcio coniunctus. Huic quae 
sequuntur inscripta nigro colore leguntur: 

Christum Dominum | Quem Augustus \ De Virgine [ Nasciturum | Vivens adoravit 
Seque deinceps | Dominum j Dici vetuit j Adoro. 

(1) Federico Borromeo fu creato cardinale del titolo di S. Marij in Domnica, a 
soli 23 anni, il giorno i6 dicembre del 1587. Nella stessa occasione ricevettero la por- 
pora Ugo de Loubens de Verdalle, gran maestro dei cavalieri di Malta, Scipione Gon- 
zaga del titolo di S. Maria del Popolo, candidato al trono pontificio dopo la morte di 
Urbano VII, Pietro Gondi, o Gondy, oriundo fiorentino ma francese di nascita, vescovo 
di Parigi per lo spazio di ventotto anni, cui Sisto V fece dono di un celebre quadro Ji 
Michelangelo nel giorno della sua creazione a cardinale del titolo di S. Silvestro in Ca- 
pite, e Giovanni Mendoza da Guadalajara, il più venusto membro del sacro collegio. 
Quanto a Gabriele Paleotto 1' autore è caduto in errore, avendo ricevuta la porpora e 
il titolo dei Ss. Nereo ed .achilleo, non da Sisto V, ma da Pio IV ai 12 marzo del 1565. 

Archivio delLi R. Società romana Ji storia patria. Voi. XXIV. 6 



82 qA. \Bitc/iellius 



Sixtus V Pont. .Max. Obeliscum | Aegipto advectum ; Augusto i In eius Mausoleo I 

Dicatum | Evcrsum deinde et { in plures confractum partes | In via ad San- 
'ctum Rochum iacentem In pristinam facieni ! Restitutum Salutiferae cruci | 

Felicius Hic erigi iussit An. D. .mdlxxxviu., F'ont. .11. 
Ciiristus 1 Per invictam | Crucem 1 Populo pacem | praebuit ; Qui | Augusti pace ; In 

praesepe nasci j voluit. 
Christi Dei In aeternum viventis | Cunabula | Laetissime colo, | Qui mortui | Se- 

pulcro Augusti ; Tristis | Serviebam. 

Non procul hinc templum Antonii, ubi pridem Antoniana tem- 
ptatio depicta conspicitur, iuxta quod olim lucus lunonis Lucinae. 
Est et ibidem in domo privata statua quaedam marmorea, nescio an 
Commodi Antonini, et antiquum marmor quod Fabritius extra portam 
CoUinam via Salaria inventum tradit, quod lioc ordine ibi legitur 
inscriptum : 

Imp. Caesar M. .\urclius Antoninus Augustus Germanicus, Sarmaticus et | Imp. 
Caesar I,. Aurelius ! Commodus .Vugustus i Germ. Sarm, &c. Hos lapides con- 
stitui iusserunt , Propter controversias quae inter 1 .Mercatores et Mancipes Ortae 
erant uti finem Demonstrarent vectijjali Forencularii et Ansurii i Promerca- 
lium secundum ■ \'eterem legeni semel dum- ! taxat exigundo (1). 

Ultra Esquilias locus erat olim Puticuli vocatus, ubi commune 
scpulcrum erat miserae plebis, a corporum putredine sic dictus, quamvis 
ex sepulcrorum ornatu, ut Marlianus vidisse se testatur, posterioribus 
temporibus et divites illic fuerint sepulti. 

XXIIII. Apophoreta mittuntur, et in Capitolio tribus ac tribuni 
dulcibus et ientaculis excipiuntur. 

XXV. Statua Marfori quam Maris fluvii antiquitus fuisse cre- 
dant, famosis libellis vulgo Celebris, quae diu in angulo quodam retro 
Capitolium iacuerat, loco mota, ubi et inventum labrum marmoreum 
summae magnitudinis, ac deinde ad Capitolium translata, ut fonti 
serviret, quem eo pontifex non exiguo sumptu deduxerat, unde sum- 
pserant quidam occasionem, ut querentem de vini caritate Marforium 
inducerent (2). 

XXVII. Ingressus thermas Diocletiani circa templum D. Su- 
sannae, cuius Pollio, Vopiscus, Laetus, Victor, Marlianus et alii ampie 
meminerunt, tanti operis ruinas obstipui, et vix lacrimas tenui ob 
temporum rerumque tam variam vicissitudinem. Q.uidne non consu- 
mitis anni? 



(1) L.I e domus privata», nella quale non una, ma moltissime opere d'ar:e eran 
conservate, apparteneva a Federico Cesi. Più tardi prese il nome di villa Caserta. Vedi 
C. / A. VI, n, 1016 a. La villa Cesi occupava suolo gii appartenente a Vezzto Agorio 
Pretestato. Vi fu ritrovata nel 1591 la st.itua della vestale Celia Concord'a. \' edi Koli^if 
df^li icavi, 1885, tav. xviii, n. 4. 

(2) Vedi Bu'.I. arJi. com. 1900, XXVllI, 3 sg. 



Iter Italicuìu 83 



Certe Roma olim non homlnum sed immortalium potius Dcorum 
viJetLir fuisse habitaciilum. Extant vestigia tubarum, vasorum, fistu- 
larum, oppidi instar. In ruinis coenobium Cartusiorum monacliorum 
exstructuni, cum olim aedes S. Crucis inhabitarint, ut tcstatur Onu- 
phrius (i). Xunc lemplum amplum ex muris thermarum, auspitiis 
Pii mi pontificis extruitur; cuius nomen a S. Maria Angelorum 
sumptum. Ep'tnphia hic leguntur Pii I\' Medices pontificis maximi 
et Alciati cardinalis. Pictura quoque conspicitur venusta lulii Par- 
mensis et Pauli Palmalinensis clarorum pictorum (2). 

luxta has termas est monasterium D. Bernardi a Sixto V pon- 
tifice Romano exstructum, ad cuius frontispicium haec legitur in- 
scriptio: 

Si<ito V Potit. Opt. Max. Qiiod pauperihus virginibus viduisqii3 servandis conser- 
vandisque monasterio collegio atque instituto aedes donavit; sodalitas D. Ber- 
nardi P. 15S7 (3). 

Sunt etiam in ipsis thermarum ruinis granaria romana hoc epi- 
grammate notata: 

Gregorius XIII Pont. Max. adversus annonae difficultatem subsidia pracparans, hor- 
reum In tliermis Diocletianis exstruxit, anno iub. 1575. Pont. .1111. 

Sixtus vero V ad thermas deduxit et restauravi: aquam Clau- 
d'am, opere nondum adhuc perfecto, ad cuius ornatum Sphinges quae 
ante porticum Agrippae eo transtulit. Hanc Claudius imperator, teste 
Frontino, primus in Urbem ex fontibus Curtio et Cerulio deduxit. Sue- 
tonius a Caio (in Caio, cap. xx) inchoatum et Claudio (in Claudio, 
cap. xix) perfectum eius aquaeductum scribit. De hac haec legitur ibi 
inscriptio: 

Tibcrius Claudius Drusi FU. Caes. Aug. &c. aquas, Claudiam ex fontibus qui vo- 
cabantur ' Ceruleus et Curtius a. mill. .xxxxv., item \ Anienem novam &c. 
impensa sua in urbem perducenda'; curavit. 

Vespasianus inde et Titus Caesares collapsas restaurarunt, ut ex 
epigrammatibus huius urbis colligitur, et iis quae ad portam Neviam 
extant. Sixtus V liunc aquaeductum suo nomine Feliceni dixit, de 
quo videndus Ferrutius ad Marlianum et extat inscriptio ad portam 
S. Laurentii arcui ipsi erecto inscuipta, qua continetur Sixtum pon- 
tificem aquaeductum Felicem subterraneo rivo millium passuum 15 

(i) Vedi Buìl. arch. coni. 1S95, XXIIF, S7. 

(2) Il c.irJ:nale Francesco Alciato era stato protettore dell'Ordine dei Certosini, e 
perciò ebbe sepoltura in S. Maria degli Angeli. 

(5) La chiesa e il monastero di S. Bernardo furono edificati non da Sisto V, ina 
da Caterina Sforza contessa di S. Fiora l'anno 1594, nel sito già occupato dai giardini 
Beliay. 



84 Ci/. "Buchellins 



suhstructione arcuata .vii. suo sumptu extruxisse anno 1)85, pontitì- 
caius .T. (i). 

XXVIII. Ad portani S. Mariae Maioris ambulando deveni, quani 
olim Neviam, propter vicinani silvani Neviam; a Plinio vero Labi- 
canani, ab aliis Radusculam et Arcuariani, diversis opinionibus di- 
ctam tradunt, quam cum viis restauravi! Sixtus V pontifex, opera 
condemnatoruni, ubi in arcu marmorea haec legitur inscriptio: 

Sixtus V Pont. .Max. vias utrasque ad Santam Mariam Maiorem et ad S. Mariani 
Angelorum, ad populi commoditatem et devotionem longas latasque sua im- 
pensa stravit, anno Doni. 1585, pontilicatiis .1. (2). 

Revertens deinde via ad S. Mariam Maiorem, vidi trophaea 
C. Marii de Cimbris satis integra, de quibus Suctonius (in /;//. cap. xi, 
et Velleius, lib. 2) ad haec verba: « Tropliaea C. Marii de lugurtha 
« deque Cimbris atque Teutonis olim a Sulla disiecta restituit », 
et aquae Virginis aquaeductum (liane nunc Triviam vocant) quam 
M. Agrippa, C. Sentio, et Sp. Lucretio consulibus ex agro Lucullano 
Romani traduxit. Nomenque habet a virguncula quae venas mon- 
straverit, ut scribit Frontinus et Claudius imperator restituit, quem- 
admodum ultimo Julius II pontifex maximus cum hoc ep'grammate: 
« Publicae commoditati » (5). 

Meminit huius quoque Martialis. 

Feclt et Sixtus viam Felicem ex suo nomine dictani, de qua 
haec inscriptio: 

Sixto V ponti ìci maximo quod viam Felicem apeniit, stravitqae, pontificatus sui 
anno .1. 1.^85. 

Pontifex circa hoc tempus solet imagunculas quasdam effingere, 
in formam agni, ex alba caera oleo delibuta, has affirmat de collo 
suspensas peccata hominum aeque purgare ac Christi sanguis &c. 
ut in libro Caeremoniarum poiit. I (sect. 7) scribitur: 

Balsamus et caera munda cum chrismatis unda 
Conlkiunt agnum; quod munus do tihi magnum. 
Fonie velut natiim per mystica sanclilìcatnm, 
Fulgura de sursum depellit, omne maiignum 
F'eccatum frangit, ut Christi sanguis et angit, 
Praegnans servatur simul et partus llberatur &c. 



(i) Si traila dell' amica Alessandrina, non della Claudia. Sui lavori di Sisto V, sul 
fornice presso porta S. Lorenzo, sulla mostra di Termini, vedi Lanciani, / Commentarii 
a Fronlino, cap. X, p. ì" . 

(a) Vedi HiEtjtiR, Sixle Ciiiq, II, 75 sg. (livre sixième, L' A i g u i 1 I e) e Sit- 
vf.xsoN, Top, e mon. di Roma nelle pitture a fresco di Siilo V Sci. 

(5) I due trofei marmorei che ornavano la fontana d'Orfeo, furon tolti di posto 
nel 1591 e trasferiti alla piazza del Campidoglio. Vedi Heldig, Guide, I, 268 sg. 



Iter Italicum 



De his quoque scribit Hcnr. Coni. Agrippa, lib. Ili Occuìluc Phil. 
cap. 65, quales ex donatione Cuijnrctorvii non superstitionis, sed 
demonstrationis ergo habeo (i). 

XXIX. In Esquilinis obambulans liortos vidi Moecenatis, in 
quibus olini privatus adhuc Tyberius habitavit, teste in eius vita 
Suetonio (cap. xvi): ubi et turris illa Moecenatis, ex qua Nero in- 
cendium Urbis famosum spectasse (Suet. in Ner. cap. 38), et Ilii exci- 
diuni exultans cecinisse legitur. In reditu vidi hortos quos magnificos 
prope aedem D. Mariae Maioris exstruit pontifex, et iam ante pri- 
vatus senator purpureus incoeperat. Supra facultatum magnitudinetn, 
ut ferunt, Gregorium Boncompaignum ante liunc pontificeni Roma- 
num obambulantem hos inspexisse et interrogasse cuius essent? eique 
redditum Gregorium pontifice dignum opus, et supra vires pauperis 
senatoris, praesagio, ut quidam interpraetabantur, futurorum. Veruni 
siqui sibi hac pontificiorum pompa plaudunt, Cvprianum adversus 
Nonatianum scribentem de simplicitate praelatorum legissent, me- 
cum non tam improbarent quam prorsus damnarent omnium nostro- 
lum antistitum fastum, regiae vitae imo tyrannide quam pontificiae 
verae proximiorem (2). 

XXX. De regimine Urbis, pauca addam. Loco consulum nunc 
sunt duo conservatores; sunt praetores item duo et gubernator unus 
qui ius reddunt et res Urbis curant praeter minorem magistratum. 

ludices rerum causarumque civilium sunt multi, qui auditores 
vel iudices referendarii dicuntur. Horum collegium Rotae nomine 
notatur, his pontifex ad quem omnes primum supplicationes et li- 
belli diriguntur causas controversas committit, et ab eorum sententiis 
ad eundem appellatur. Horum iudicum offitia sunt pontifici lucrosa 
admodum, venduntur enim aliquot millibus ducatorum. Ex his quoque 
saepenumero cardinales creantur, qui nescio cuius instituto, vel no- 
biles vel doctores esse solent. 

Lorarii qui Italis isbirri dicuntur magno ab hoc pontifice nu- 
mero aucti, ad reprimendam exulum licentiam, qui grassando infe- 
stam totani tenent Italiani. Hos vero optumo, olini a Venetis exco- 
gitato commento, comprimit Sixtus V pontifex tribus publicatis 
edictis, primo veniam delictorum poenitentibus indulget; secundo 
praemium occisoribus promittit; tertio, impunitatem et praeniia mul- 
taque privilegia poUicetur; quo postremo mutuo ipsis diffidentiam 
et nietum socialem incutit. Leges romanae de servis olim fugitivis 

(i) Sul rito degli Agnus Dei lii cera vedi Bibliografia in Moroni, Dizionario, 
I, 128-130. 

(2) Sugli horti Montaltìni » a S. Maria Maggiore e sull'incidente di Gregorio XtlI 
vedi HuEBNER, op. cit. I, lib. II, 5 IV, p. 234. 



S6 d-l. '■Biichcllius 



Lu.ie adsimiles, nam cavent, ne fugitivi admittantur in s.iltuni, nec 
protegantur a villicis aut procuratoribus possessionum, et muleta sta- 
tuunt, qui nugistratui exhibuisset veniani in anteactum dedere adi- 
tLinique militi vel pagani aperuere, ad investigandum in praedia vcl 
senatorum vel paganorum (lib. I, Di servis fiio.) (i), 

XXX. Hic pontifex Romanus Sixtus V, ante pontificatum, Felix 
de Monte Alto, sunimus Franciscanorum praefectus, et haereticae pra- 
vitatis inquisitor, cuius posterioris niunus infelicitcr in Venetos 
tentavit, cum ibidem quemdam ex senatorio ordine virum suspectac 
relligionis reum fecisset, eumque propria autoritate custodiae tradi- 
disset; cuius rei tanquam insolitae Senatus Venetus impaiiens, nihil 
òbstante pontificia authoritate, hominem tradita caerea ante eius exi- 
tuni e finibus Venetis decedere iubent (2). Obscuris admodum nata- 
libus ortum fama publica probat, et pauperculi villici e Monte Alto, 
oppido in Brutiis (5) (cuius imperium cum titulo ducatus filio suo 
notho dedit Ferrandus, primus Arragonius rex Neapolitanus), filiuni 
qui cum oves paternos pasceret admodum puer, a fratribus franci- 
scanis assumptus ob indolcm et educatus fuit, quamvis non desint, 
qui falsissime a ducibus Montealtanis eius originem deducunt. 

Initio pontificatus, cum Urbs inopia frumenti laboraret, naves et 
mercatores qui Anconam appulerant detineri Romamque deduci cu- 
ravit, tanta nam fuerat annonae inopia, ut Romae cum pontifici ac- 
clamaretur more solito, hae voces audirentur: « patre sante fatte la 
« paniotte grande »; eoque facto, populi favorem sibi demeruit, quamvis 
alioqui vir austerus et senectutis vitio morosior haberetur. Quaedam 
enim ab initio severitatis edidit esempla; Henricos Borbonios Xa- 
varraeum scilicet et Condaeum excommunicavit, cuius exemplar 
apud me habeo, etiam per Hotomannum oppugnatum, Pauloque 
lordano Ursino ad se venienti, et de pontificatu gratulanti, veniamque 
anteactorum iam condonatorum (cum eius Consilio Corambonus pon- 
tificis sororis maritus a patre Ursino fuisset trucidatus) petenti re- 
spondit: « Cardinales facile vindictam remittere », quo ille responsu 
nil pacatum ab ipso exspectans, cum familia Patavium discessit. Edidit 
quoque buUam Pii V, de filiis presbiterorum, quam Cjregorius iam 
improbaverat et multi adhuc ut iniquam damnant. J^dictum praeterea 
contra validos mendicantes edidit, et invalidos condito collegio con- 
gessit, quibus necessaria tribuit. In consanguineos et amicos fuit 
summe liberalis; ex sorore nepotes, unum fecit Romanac urbis gu- 



fi) Vedi HuEBNER, op. ih. X, llb. IH, Les BanJits. 
(2) Vedi HuiBMEii, op. rit. I, lib. Il, Le Conclave. 
(5) Avrebbe dovuto dire • in Piceno o. 



Iter Italicum 87 



bernatorem; altcrum carclinalcni, -.xc Bononiae nomine pontificio re- 
ctorem; neptem etiam pauperculae et extrcmae sortis mulieris, quae 
linteamina purgare erat solita, filiam, ut principem mulierem obser- 
vari iussit, nec nisi esseda et multo famulatu in publicum procedere 
voluit, ac prò ea ducum tilios matrimoni! causa sollicitavit. Aeter- 
nitatis fuit admodum avidus, et famam etiam operibus publicis pe- 
rennem quaerere studiit, eamque ad rem profusissimae lìberalitatis 
fuit; caeterum privatus rei videbatur attentior. 

Cum quodam die Farnesius prò captivo precaturus pontificem 
adiisset, idque ipse suspicaretur, cuidam ex sua familia in aurem dixit, 
ut statim captivo laqueo vita adimeretur, ac tum audiit cardinalem 
mortemque captivo deprecanti, reddidit, se id eius precibus conces- 
surum si viveret; gratias egit pontifici Farnesius, et subito ad car- 
cereni properans strangulatum invenit; quare iratus, monachi hanc 
esse gratiam dixit; quod ad pontificem deferens carceris custos, misit 
qui Farnesium accerserent, qui cum de more ad eius pedes procum- 
beret, sic sinit per mediani horam iacere, ac causam admirantem, 
hoc responso dimisit: « haec monachi est iam gratia, quem si iterum 
« irritaveris poena pontificia in te insurrecturum noveris ». 

Sixtus, inter alia quae suo pontificatu statuit, vetuit ne cardina- 
lium numerus septuagesimum excederet, item nullos nisi mense de- 
cembri creandos, certos etiam cognationis gradus expressit, in quibus 
constituti duo cardinales esse non possent. 



Amnus christianus 1588. 

Hunc variis lacerai viilgus discursibus annum. 
Da Deus infaustum longius omeri eat. 

Ianuarius.. 

Me lanus veteri Romana vidit in urbe. 

Kal. Novi urbis Romanae magistratus creati, qui in habitu 
solemni ordini ante pedes pontificis procumbentes, ex more iura- 
mento praestito inaugurati sunt, deinde circa vesperum tormenta 
bellica ex arce summo tonitru explosa. 

II. Perambulavi Coelium montem, olim Querquetulanum a 
Silva, inde a Coele Vibenna duce Etruscorum, teste Tacito, sic di- 
ctum, et a Tiberio qui hunc ab incendio deformatum restaurarat 
montis Augusti nomenclatura indigetatum, in quo templum Claudii, 
ab Agrippina incoeptum, a Nerone funditus eversum et Vespasiano 
restauratum; et Lateranenslum aedes, quarum olim percelebris fa- 



88 CA. "Bucliellins 



milia, meniinit Laternnensis cuiusdam senatoris Appianus. Fasti prae- 
terea consulares, lulius Capitolinus, Tacitus, Hieronimus, Aurelius 
Victor, Rut'us Lateranenses nunierant, et luvenalis in satyris 
Et cgregias Lateranorum obsides arces, 

ubi nunc a Constantino, ut volunt, teniplum S. Salvaioris vel 

D. Ioannis Lateranensis, multis celebre relliquiis, de quibus videndus 

Onuphrius, qui peculiareni de septem Urbis basilicis edidit libelluni. 

Vulgus imperitum nescio quid fabuletur de rana Keronis, quae ibi 

latuerit, unde nomen deducit. Est in hoc tempio sepulcrum Laurentii 

Vallae, aliorumque tam virorum doctorum, quam pontificum. Por- 

ticum novo opere restaurai pontifex Sixtus V, et palatium purgata 

eius area extruit. Ibidemque obeliscura ex Circo Maximo advectum, 

et in plures confractum partes hverogliphicis literis venerandum adu- 

natis fragmentis, erigi curat. Hic olim statua illa quae nunc in Ca- 

pitolio, cuius adhuc basis conspicitur. 

Tum quoque libuit Sancta Sanctorum (qui locus admodum re- 

ligiosus) visitare, ubi magnae indulgentiae donabantur. Intrare hunc 

mulieribus non licet nisi certo tempore. Ante ostium hoc est di- 

stichon : 

Circumcisa caro Christi sandalia clara 
Ac umbilici viget hic praecisio cliara. 

In monte Coelio fuere olim quoque aedes Tetrici tyranni, in quibus 

pictura niusea admodum egregia. Hinc ad portam Coelimontanam, 

quae et Asinaria olim, nunc vero Lateranensis, et Latina (i). Vidi 

cratorium non adeo magnum, quod ingressus, hos versus parieii 

inscriptos legi : 

Martirii calicem bibìl hic athleta Ioannes 

Principii verbum cernere qui meruit. 
Verberat hic fuste proconsul forcipe tondit 
' Quae fervens oleum loedere non potuit. 

Conditur hic oleum dolium cruor alque capilH 
Quae consecrantur inclyta Roma tibi. 

Deinde praeterivi ruinas veteris palati! et monasterii (2) quibus est 
contiguum xenodochium aegrotantium S. Mariae, et in colle templum 
cum coenobio Quatuor Coronatorum, ab Honorio pontifice Romano 
eius nominis primo fundatum (3), ubi olim castra peregrina, inde per 

(1) L'autore veramente distingue la porla Latina dalla Asinaria, come apparisce 
cliiaro dal ricordo che segue, relativo alla edicola di S. Giovanni in Oleo, che sta nel 
piazzale intemo della porta Latina. 

(») Il patriarchio con le varie sue dipendenze, distrutto da Sisto \ . 

(j) Onorio I ristauró il titolo Cclimontano gii esistente. Gli avanzi delle « Castra 
» peregrina» sono stati ritrovati nel sito dell' « orto basso» dei Casali. 



Iter Italiciim 89 



emporium quod olim fuit Inter Aniphiteatrum et Santam Mariam no- 
vani, cuius pars hortis eius monasterii occupatur, domum properavi. 

Mirabar ego infantcs duorum vel trium annorum cucullatos 
conspici; sed respondebant parentes, se ex voto hoc facere, cum 
filium nasciturum certis de causis Deo vovissent, forte an exeniplo 
veterum ludeorum, ut Bibliae testantur sacrae, iustam tamen aetatem 
requiruiit canones, cap. « ad nostrani » cap. 51 Decret. de reguìarih. 

In Luterano, die lovis, ante festum Pascatis, pontifex execratur 
omne genus liumanum, propter ingratitudinem erga Christum, cuìus 
vide formulam apud Sleidum, lib. Ili historiarum sui temporis in 
princ. 

Innocentius II, in Laterano curavit depingi Lotharium impera - 
torem quasi vasalluni ad ipsius pedes prostratum, et imperii coronam 
ab eo accipientem, hoc verso addito: 

Rex venit ante fores, purans pi'ius urbis honores 
Post homo fit papae: sumit quo dante coronam. 

IV. Pontifex legem tulit de bacchantium insolentia compri- 
menda, ne mulieres nudae aut personatae discurrerent, ne larvati 
telis armarentur, ne sacris diebus in publicum procederent, diebusve 
Veneris. Ab hoc nam tempore incipiunt, equites, pedites, in curribus, 
in vehiculis, in mulis, in asinis, exotico et quam maxime barbarico 
habitu, per omnes urbis vicos et compitas discurrere, hi tura somma 
in quosque licentia verboromqoe petulantia uti, comoedias agere, in- 
strumentis ludere, disputare, ad amicarum fenestras piangere, lam.en- 
tari, et similia facere solent tanta copia, ut viae quotidie occupentur 
totae, ac praecipue Flaminia qoae et Curtia, cum ultimo bachina- 
liorum ibi variis cursibus certetur, quod fortean originem habeat a 
Paulo II papa, de quo ita Platina : « Paulus ad otium conversus, po- 
« pulo Romano ad imitationem veterum ludos et cpulum instituit: 
« ludi erant pallia octo, quae cursu certantibus in carnisprivio pro- 
« ponebantur, singulis diebus. Currebant senes, adolescentes, iuvenes, 
« ludaei ac seorsim pastillis primo pieni, ut tardiores in cursu essent; 
« currebant equi, equae, asini, bubali, tanta cum omnium voluptate 
« ut prae risu (ut inquit poeta) vix ilia ferrent ». Videtur olim ludeis 
Mosaica lege id prohibitum cum legatur in Deuteronomio (cap. 12): 
« Non induetur mulier veste virili, nec vir utetur veste foeminea, 
« abominabilis nam apud Deum est qui facit illud ». Nunc de sede 
marmorea perforata quae est in Laterano, cuius meminere Onuphrius 
et Platina, et vulgo fertur olim pontificem hic coUocari recenter 
creatum solitum, cuius pudenda ab ultimo cardinalium, ne deceptioni 
locus foret, attrectari. In libro vero caeremoniarum haec leguntur. 



90 0,'!. IBiic/u'lìiiis 



Pontifex creatus ducitur a priore et canonicis ecciesiae Lateranensis 
:\i marmoream sedeni, quae stercoraria appcUatur, et ibi euni sedere 
faciunt, qui ita tamen sedet ut magis iacore videatur; ad quem mox 
accedentes cardinales clevant euni honorifice, dicentes: « Suscitat de 
« pulvere egenum et de stercore erigit paupercni, ut sedeat cum 
>T principibus et solium gloriae teneat». Tum surgens, accipit de gre- 
niio camerarii quantum pugno potest complecti pecuniarum, ubi 
tamen nihil auri aut argenti, ac spargit in populum dicens : « Argen- 
« tum et aurum non est mihi, quod autem liabeo hoc tibi do»(i). 

VI. Ex mole Hadriani, cum essent epiphaneorum feriae tor- 
menta explosa sunt; tum etiam epulum regale in multos dies datur. 

Ad portam Capenam seu Triumphalem quam et olim Appiani 
(cum ibi sit initium viae Appiae, quae Roma Capuam usque, 126 mi!, 
ab Appio Caeco deducta fuerat) nunc divo Sebastiano sacram, ut 
basilicam D. Sebastiani extra Urbem viderem, perveni, sed cum serius 
csset redii, et in via intravi templum ornatum recenti pictura mar- 
tvrum multorum tormenta secundum imperatorum ordinem expri- 
mente. Erat rotundum columnis aliquot marmoreis sustentatum. Olim 
Fauni capreoli aedem fuisse constai et terno ambitu quasi porti- 
cibus ut ex vestigiis apparet amplissimam. Huius cura incumbit col- 
legio Germanico (2). 

[Dicebantur aliquot millia Turcarum ab exercitu imperatorio in 
Ungaria ex improviso coesa.] 

Dies hic sunt breviores aestate quam in nostra provincia, et in 
hveme longiores. De horis vero Italicorum vide Ruscellum ad Ptol. 
(lib. I, pag. 25). 

Non procul a porta Capena olim fuit aedes Honori et Virtuti a 
Marcello bello gallico vota, et dedicata bello poenico fervente An- 
nibale duce, ut author est Livius (lib. XXVII), liane quidam divi nunc 
Sixti arbitrantur, Fabritius dissentii; in via Appia ponit Marlianus, 
lib. IV, cap. XXIV (3). 

VII. Sixtus V tres currus auro onustos ad castrum velli curavit, 
et scrinia tliesaurarii ampliora fecit. Ex Capitolio descendens versus 
Tyberim ad forum Boarium deflexi, quod olim maxunium. In lioc 
templum D. Georgii in Velabro, ubi dicunt apud rudera Palatini 
draconem quendam olim totani Urbem pestilenti flatu affecisse, quem 
Gregorius fugavit. Videturque ibi ante aliquod templum caput mar- 

(1) Vedi Armellisi, Chiese, pp. 96-97. 

(2) Intorno l' edificio di S. Stefano Rotondo vedi Lanciami, L' Itinerario lìi Ein- 
sieìiln, p. 71 sg. 

(3) Il tempio dell'Onore e della Virtù toccava quasi la porta Capena, mentre la 
chiesa di S. Sisto ( • titulus Tigridis •) ne dista di 45Q metri. 



Iter Italiciim 91 



moreum, quod vulgo Bocca della verità, collocatum, de quo 
mira fabulantur, ut pcriurii vindice. Nec lune procul arcus marmo- 
reus, variis sacritìcantium sculpturis circum ornatus. Ad hunc argen- 
tarios et negotiantcs convenire solitos, ex inscriptione Severo disci 
videtur, quae talis: 

Imp. L. Septimio Severo Partinaci &c. Argentarii et negotiantes boarii hiiiiis 
loci DI), (i). 

De hoc arca eiusque sculturis quaedam apud Caulaeum in 
Rell. Rota. ani. (2) et Marlianuni et Fahritium. 

Prope in Velabro scaturii fons aquae luturnae, quam Turni so- 
rorem fabulatur Virgilius. Haec olim faciebat lacum in foro, iuxta 
templum Vestae, ubi nunc Silvestri aedes in lacu, quae hodie detorto 
aquaeductu hic scaturit fonte profundo, sed ad usum lavandi tan- 
tum (5). 

Est et ibi arcus marmoreus quadratus, nulla inscriptione; cre- 
dunt olim templum fuisse lani quadrifrontis, de quo vide Martialem 
et Ovidium. Vicinus ac palatio continuus videtur fuisse Circus Maxu- 
mus, inter Aventinum et Palatinum medius, cuius magna etiamnum 
exstant vestigia. Longus erat 3 stadia, latus unum. Claudius impe- 
rator in hoc carceres fecit marmoreos et metas auratas, ut author 
est Suetonius, restauravitque Domitiauus. Vide Ang. Roccam lib. di 
hibl. Val. embì. XI. 

Iuxta Circum aedes Liberi Liberae et Cereris quas A. Posthu- 
mius dictator voverat, dedicavit Tiberius, quam et Florae aedem a 
L. et M. Publiciis aedilibus constitutam. 

Tum ad montem Testaceum sive Doliolum, qui a testis et frag- 
mentis fictilium in tantam magnitudinem excrevit, ut iusti montis sit 
instar, deveni. In eo ambitu tabernas figulinas constitisse perhibetur. 

Hinc non procul in ipsis moenibus, apud portani D. Pauli, olim 
Ostiensem et Trigeminam, est pyramis ex quadratis lapidibus, se- 
pulcrum C. Cestii .vii. viri epulonum, ut hae indicant literae: 

Opus absolutum diebus 330 ex testamento C. Cornelii tr. pleb. septemviri epu- 
lonum (4). 

Hanc apertam ingressam se mihi narravit Theodorus Rhenes- 
sius, variis picturis antiquis adhuc ornatam sacrarli cuiusdam mor- 
tuari! instar (5). 

(0 Vedi C. I L. VI, n. 1035. 

(2) Vedi Bull. Inst. a. 1S71, p. 247. 

(3) Confonde l'autore la sorgente di Giuturna con la cosi detta r. Acqua di Mer- 
li curio ». Vedi Laxciani, Acque. 

(4) Vedi C. /. L. VI, n. 1374. 

(5) L' ingresso antico alla cella sepolcrale non è stato mai scoperto (vedi Nibby, 



92 qA. ^UcJlL'llillS 



IX. Pontifex Sixtus V festum instituit hunc diem, in translatione 
Pii V pontitìcis maximi, cuius cadaver ex Vaticano nd S. Mariani 
maiorem transtulit, inque sepulcro a se condito coUocavit. 

XI. Pontit'ex, astantibus cardinalibus, sacrum solemne mortua- 
rium celebravi! in aede D. Mariae maioris, et manes Pii quinti pla- 
cavit. 

Hinc obambulans ripam Tyberis, vidi relliquias navaliorum ve- 
terum, et horreorum quae olim fuere ad radices mentis Testacei, et 
Aventini versus tìumen numero 140. Vidique acatum (navis genus 
vulgo galera dictuni) magnis sumptubus et ingentis magnitudinis 
extrui, ad pyrataruni, ut dicebatur, excursiones reprimendas, sed cre- 
debatur a quibusdam in augmentum classis Hispanicae fieri. 

Pro summo munere ut olim ita et nunc alieni ob eruditioneni 
vel singularia merita tribuunt Romani civitatis suae ius, civenique 




< ARCV/ fMv? i2\'MK{Tn^P:-T' 



l.nciunt, ut nuper Hubertu- 1 Go'.tzium, Paullum Melissum, Alduni 
Manutium, M. Antonium Muretum fecerunt. 

XVI, Vidi hoc die quendani Graecum patriarcham, dicebatur 
vulgo Constantinopolitanus, sed falso habitu erat simplici de familia. 

Sixtus pontifex legem tulit adversus adulteros, qua luliam re- 
novavit, iam penitus superioribus saeculis exstinctam, et ultore gladio 
puniendos decrevit. Idem astrologiam iuditiariam nisi quae circa 
medicinam et agriculturam versaretur sustulit. 

Rema ani. Il, 540). Il taglio violento pel quale si entra attualmente è opera del i6é; e 
di Alessandro VII. E probabile che il Renesse abbia potuto calarsi nella cella per mezzo 
del foro aperto nel lato settentrionale della piramide, vicino al suo innesto con le mura 
della citii. 



lUr Ita licitili 93 



XVII. D. Antonio haec Jie sacra, qui ìr.c p.itronus equorum 
audiebat, quemadmodum Duaci Elgidius, qutm vulgo S'. Eloy 
vocant. 

XVIII. Pontifex ut larvatorum comprimerct insolentiam eos 
edicto ut supra rettuli coercuit. 

Vidi tum temporis Academiam Romanam veterem, quam Sa- 
pientiam vocant, per Pium V pontificem anno 1566 restauratam, 
cum tum fere fuisset coUapsa, eiusque proventus ab aliis occuparentur 
inique, liane et hoc tempore vidi restaurari ad pristinumque nitorem 
reduci. 



(Continua). 



LA POLITICA RELIGIOSA 

DI COSTANTINO IL GRANDE 

E 

LA PROPRIETÀ DELLA CHIESA 




OPl patrimonio della Chiesa cristiana entrò ai tempi 
di Costantino nell' ordine giuridico romano. Se 
r elemento patrimoniale ebbe occasione di deter- 
minarsi subito nel campo delle antiche comunità cristiane, 
entro alle quali largamente e presto il principio di carità 
e di soccorso, che d' altronde era uno degli insegnamenti 
più belli della nuova dottrina, ebbe applicazione, e cui la 
classe indigente, schiava ed oppressa, che in queste reli- 
giose associazioni trovava fraterno accoglimento non solo, 
ma assistenza e conforto, forniva ampio contributo di per- 
sone e dava ampia forza di divulgazione e di sviluppo (i), 
r importanza economica e sociale di tal fatto non rispec- 
chiavasi gran che nell' ordine giuridico, dove questo ele- 
mento economico delle società cristiane ebbe appena una 
indiretta ed incerta organizzazione, e pur quando potè 

(i) Sopra questo elemento sociale delle antiche comunità cri- 
stiane, oltre alle opere indicate nel mio voi. I sulla Proprietà eccle- 
siastica, Torino, Unione tipogr. editr. 1899, cf. il recente articolo di 
Knopf, Ueber die so-^iale Znsaiiniìenset^^iin^ der iiltesten heidenchrisllicheu 
Gemeinden, nella Zeitschrift f. Theol. iind Kirche di Gottschick, Tùb. 
und. Leipz. 1500, p. 325 sg. 



9^ C Cj russai 



togliere a prestito la veste e la significazione giuridica dei 
colIei:;ia temnonim. 

Il suo modo di esplicarsi fu certo nella più gran parte 
quello più semplice di spontanea o regolata colletta e d'im- 
mediata distribuzione, anche nei più inoltrati periodi (i), 
e quindi la pratica sua significazione ci sfugge al calcolo 
positivo: ma la sua importanza si può supporre, se la pu- 
rità della cristiana dottrina aveva, come è da credere, il 
più fedele riflesso nella vita e nei costumi di quei primi 
cristiani. Un vero e proprio patrimonio, che facilmente 
poteva essere 1' effetto di straordinarie entrate, e special- 
mente di donazioni e lasciti, che in forme indirette pote- 
vano trovar luogo, dovette però aver modo di costituirsi 
e anche di trasparire esternamente nei periodi in cui la 
vita di queste comunità ebbe campo di svolgersi con si- 
curezza e con tranquillità : ma questa proprietà collettiva, 
di cui il luogo di ritrovo, la chiesa, il convcnticiiìum era 
il primo elemento, veniva distrutta e dal fisco assorbita 
nei moiiienti di persecuzione. Della sua esistenza e di 
questa sua fine possiamo essere certi, perchè ce ne danno 
riprova 1' editto di Calerlo e le altre disposizioni imperiali 
che, dopo r ultima persecuzione di Diocleziano, ne ordi- 
narono la restituzione ai cristiani (2). 

(i) Eusebio, Storia ecchs. lib. IX, cip. i : [dopo lo disposizioni 
òi tolleranza date da Massimino, in parziale attuazione dell'editto di 
Galerio al prefetto Sabino] . . . /.aTà TTxaav ttóX'.v (JU•^^y,:5T0•ja£Na; T:a.z%-t 
l'/ri i/./.Xr.'ji-xi, cjvs'òij; -i TTaa-.rXr.Seì;, y.ai rà; ì~i ts'Jtw è; ISiu; Ètti- 
zù.yrj.iifx', (j-j-*a-^(of d; {cjtili'.;) [« ecclesias in singulis civitaiibus con- 
(t gregatas et frequentissimos christianorum concursus, et coUectas 
«ibidem ex more fieri solitas cernere licebat»]. 

(2) Editto di Galerio nel De titorlibiis peiscciiiorum [Lattanzio], 
cap. 4 {Pulroì. lai. Migne, voi. VII): «ita sibimet legcs facerent, 
« quas observarcnt, et per diversa fioca, cf. sotto, et conventicula sua 
« componant] varios populos congregarent ». Editto di Milano od or- 
dinanza di Nicomedia (cf. appresso): «... statuendum esse ccnsui- 
<< mus quod si eadem loca, ad quae antea convenire consueverunt . . . 



La politica religiosa di Costantino ecc. 97 

Ma può d' altro canto ritenersi che tale proprietà non 
rappresentasse gran cosa, perchè il rinnovarsi delle perse- 
cuzioni deve averne ben presto dimostrato ai cristiani la 
precaria e pericolosa esistenza; e perchè, in fatto, gli storici 
delle persecuzioni non accennano di proposito né a questa 
proprietà, né a questi straordinari incassi del fisco nel mo- 
mento della sua violenta soppressione. L' autore del De 
mortibiis persecntoriini, tutto intento a narrare le gesta dei 
persecutori e il martirio dei fedeli, accenna appena alla di- 
struzione delle chiese (i): cosi nella storia di Eusebio ad una 
rilevante proprietà ecclesiastica, che fosse andata distrutta e 
fosse stata usurpata dal fisco, menomamente non si accenna. 

L' ingresso delle comunità cristiane nell' ordine giuri- 
dico romano con 1' essere riconosciute come coìlegia licita 
e con r acquistare perciò i diritti di corporazione avvenne, 
com' è noto, sul principio del iv secolo con gli editti di 
tolleranza: con l'editto, cioè, di Galeno dell'anno 311 (2), 

» restituantur ». Ibid.: «... et quoniam iidem christiani non ea loca 
a tantum, ad quae convenire consueverunt, sed alia etiam habuisse 
« noscuntur ad ius corporum » iScc. Anche nella costituzione di Mas- 
simino (da non confondersi col rescritto a Sabino, Eusebio, Storia 
cccles. lib. IX, cap. io) è ripetuto il concetto: .../.ai tjùts -jsasSeTrsai 
xxTTiv.cóffau.ev, Tv' =1 t'.-'£? sticiai )4aì "/.wpia tsù òiy.aiov tììv /a'.ffTiaNtSv ttoò 
TSUTO'j ÈTUT/^aNO-/ 5-<Ta... raùra -rrdcNTa si? ts k^yjxXfìH 8ixaio^ -Stn j^p'.a- 
TtavÙN àvaii^TiS^Nai ly.sXsuaav.sv, Nel Liber pontificalis in Vita Sil- 
vestri tra i fondi donati da Costantino alla basilica di S. Lorenzo 
sulla via Tiburtina in Campo Verano è notata la « possessio .\ugusti 
« in territorio Sabinense praestans nomini christianorum &c. » (cf. Du- 
chesse, Le Liber ponlificaìis, p. 182). Q.uesta intestazione « praestans 
« nomini christianorum » ci riporta ad un'epoca piuttosto anteriore che 
posteriore alla persecuzione di Diocleziano, come lo stesso Duchesne 
osserva (Pref. pp. cl-cli) ; si tratterebbe perciò di uno di quei beni per- 
tinenti « ad ius corporum eorum [christianorum] idest ecclesiis non ho- 
« minum singulorum » dal fisco restituiti in seguito agli editti di tolleranza. 

(i) Cf. il cap. 1 2. Al cap. 15, riguardo a Costanzo, riferisce « con- 
venticula, idest parietes quae restituì poterant, dirui passus est». 

(2) Lattanzio, De. niort. persec. cap. 34. Il secondo editto del- 

Archivio della R. Società romana di storia patria. Voi. XXIV. 7 



gS C. Car assai 



e con l'editto di Milano dell' anno 313. Di questo secondo 
editto, però, fu recentemente dal Seeck negata l'esistenza (i). 
Indipendentemente dalla forma della disposizione impe- 
riale, se di editto o di lettera, poiché 1' editto, se si di- 
stingue per la solennità della forma, ha in sostanza la 
medesima forza legislativa, Seeck osserva innanzi tutto che 
il documento contenuto nel cap. 48 del De viort. persie. 
ed inoltre, però con qualche variante, nella storia di Eu- 
sebio (2), non può essere il testo primitivo ed originale del 
preteso editto di Milano, poiché questo non poteva nel- 
r anno 313 essere emanato da una città d'Italia da Co- 
stantino e da Licinio per esser fatto valere nella Bitinia, 
provincia soggetta allora a Massimino, E la differenza del 
testo nel De inori, perscc. e nella storia di Eusebio dimo- 
stra che i due autori hanno avuto sott' occhi due lezioni 
differenti del testo stesso, penetrato diversamente e con 
disposizioni diverse nelle provincie dove essi scrivevano. 
Ma tutto sta a vedere se queste ordinanze identiche per- 
fettamente nella sostanza, pubblicate nelle provincie orien- 
tali, siano la riproduzione, più o meno genuina, di un 
editto emanato per le provincie occidentali da Costantino 



l'anno 512 (Eusebio, Star. eccl. lib, IX, cap. io) fu dimostrato in- 
sussistente. Cf. C. Anton'iades, Kaiser Licinins. Etne hisl. L'ntcrsitch. 
uach d. hest. altcn unii ncturen Queìlen, Mùnchen, 1884, pp. 79-81. 
L'opinione è ammessa dai più ortodossi critici dei documenti del- 
l'epoca: cf. A. HiLGENFELD in Zt!i75c/j;//'//. IFissetisch. Theologie, 1885, 
XXVIir, 508-512; GòRRES, stessa Zeitschrifl, 1892, XXXV, 282-83. 
Notevole è infatti che l'autore del De mori, pers., che scriveva poco 
appresso, non ne faccia assolutamente menzione. 

(i) Seeck, Das sogenannle Edikt voii Mailand, nella. Zeitschrift f. 
Kircbengescbichte di Brieger, a. 1890, XII, 381-86: contro Gòrres, 
Eine B^sluitnug des Edikts von Mailand dnrch 0. Seeck, in Zeitschrift f. 
l^issensch. Theohgie di Hilgenfeld, a. 1892, XXXV, 282-95; Cri- 
vellucci, L'Edilio di Milano, in Sliuli slorici, a. 1892, I, 239-250; 
a. 1S95, IV, 267-273. 

(2) Stor. eccles. lib. X, cap, 5. 



La politica religiosa di Costantino ecc. 99 

e Licinio a Milano. Ora, osserva Seeck, un editto dato 
a Milano nell'anno 313 doveva esserlo non solo a nome 
di Costantino e di Licinio, ma a nome anche di Massimino, 
e cioè di tutto il collegio imperiale: sia ciò per i rapporti 
fra i tre imperatori, allora tali che il tiranno d'Oriente non 
poteva essere posto fuori di considerazione; sia per il testo 
dell' editto e per la dizione « tam ego Constantinus Augu- 
« stus quam etiam ego Licinius Augustus », poiché questa 
ripetizione dei nomi dei due imperatori nel dare la notizia 
« cuni apud Mediolanum convenissemus » chiaramente 
dimostra che la intestazione dell' editto doveva contenere 
un terzo nome, e questo non poteva essere che di Mas- 
simino. Ciò posto, il seguito della lettera « quare scire 
« Dicationem tuam convenit, placuisse nobis, ut amotis 
« omnibus condicionibus, quae prius scriptis ad officium 
<( tuum datis super christianorum nomine [continebantur et 
(( quae prorsus sinistrae et a clementia nostra alienae (i)] 
« videbantur nunc vere &c. » è tale che, accennandosi alle 
condizioni cavillose e alle limitazioni imposte da Massimino 
nell'attuare non con atto formale, ma con istruzioni al pre- 
fetto Sabino 1' editto di tolleranza galeriano, non potevano 
queste essere chiamate dallo stesso imperatore, che le aveva 
emanate, sinistre e contrarie alla imperiale clemenza. Ed ap- 
punto nuli' altro scopo poteva avere quel documento che 
di togliere queste condizioni e queste odiose limitazioni. 
Perciò, conclude il Seeck, quella legge riguarda non tutto 
r impero, ma solo 1' Oriente: essa fu emanata non da 
Costantino, ma da Licinio, e, quando si voglia darle un 
nome, non più editto di Milano, ma solamente ordinanza 
di Nicomedia può chiamarsi. Questa è la sostanza della 
sua dimostrazione, cui si accenna di sfuggita anche nella 
Geschichte des Untergangs der antiken Welt (2). 

(1) Nel testo d'Eusebio: /.ai ari-^a ttìtj Gx-ar/. x.a; t-?; rasTEpa; 

(2) Anhang. z. est. Band. I, 457. 



100 e. Car assai 



Il Gòrres contesta al Seeck innanzi tutto la possibilità 
che una legge di tolleranza potesse contenere il nome di 
Massimino: « sarebbe un controsenso », egli scrive, « di ri- 
« tenere che il nipote di Calerlo, questo brutalissimo tra i 
« persecutori dei cristiani, avesse potuto contrassegnare una 
« sitHitta legge »; ma in verità ciò rafforza, piuttosto che 
contraddire, l' argomentazione del Seeck. Sia (come vuole 
il Seeck) o non sia (come sostiene poi il Gòrres), che 
quelle parole e amotis omnibus conditionibus &ic. » si ri- 
feriscano ad atti di intolleranza dello stesso Massimino, 
r argomentazione del Seeck resterebbe sempre perfetta- 
mente convalidata da quell'osservazione d'indole storica 
più generale : tanto che è costretto il Gòrres a discono- 
scere quella induzione, molto logica, benché tutta formale, 
come egli osserva, del Seeck, che il testo dell'editto, cui 
l'ordinanza di Nicomedia si riferisce, dovesse contenere di 
necessità un terzo nome (i). 

Piuttosto due osservazioni molto importanti oppone 
lo stesso Gòrres: la prima (2), che è in sostanza rilevata 
anche dal Crivellucci (3), riflette l' obbiezione prelimi- 
nare della diversità delle due lezioni del testo in Eusebio 
e nell' autore del De mortìhus, che i due autori avessero 
sott' occhi due testi diversi dell' editto, tradotti in greco, 
e penetrati in periodi diversi nelle provincie orientali, os- 
servazione di cui il Seeck stesso non disconosce in ve- 
rità, come si è visto, la ragionevolezza. 

La seconda (pp. 293-94), anch'essa di molta impor- 
tanza, oppugna la conclusione del Seeck che la legge 
avrebbe riguardato non tutto l'impero, ma le provincie 
orientali, e sarebbe stata opera non di Costantino, ma 
di Licinio. Orbene, egli osserva, una legge siffatta, se si 



(i) Op. cit. p. 290 in fine. 
(2^ Op. cit. p. 288. 
(5) Op. e loc. cit. 



La politica religiosa di Costantino ecc. loi 

spiega con l'educazione e con le tendenze religiose, nonché 
con la politica di Costantino, male si attribuisce a Licinio e 
male risponde al carattere della sua politica, all' educazione 
e all' indole di lui. 

Questa osservazione ha molto valore per respingere a 
priori la conclusione del Seeck ; ma due punti rimangono 
da spiegare, nei quali crediamo che effettivamente il Gòrres 
non sia riuscito a convincere contro le geniali argomen- 
tazioni del Seeck stesso, e cioè che l' editto contenesse, 
in realtà, anche il nome di Massimino, e che quell' « amotis 
« omnibus condicionibus » si riferisse veramente alle tergi- 
versazioni di Massimino a porre in atto l'editto o gli editti 
di tolleranza, di cui parla Eusebio nel lib. X, cap. 5 della 
Storia ecclesiastica. 

Ma non ci sembra difficile di dare anche a ciò una 
convenevole spiegazione. Ed innanzi tutto una premessa : 
che r editto di Milano non avesse ragione di esistere dopo 
r editto di Calerlo, è effettivamente un' inesatta afferma- 
zione del Seeck. Non è difScile rilevare il carattere diverso 
dell' uno e dell' altro; atto di toìkrania il primo, è in vero 
atto di riconoscimento pieno, giuridico e politico, il secondo; 
di carattere generico il primo, è specifico il secondo e 
disciplina nel campo più pratico patrimoniale, per cui 
r altro aveva fatto riserva, le conseguenze del nuovo prin- 
cipio, della nuova posizione fatta alla classe cristiana. L'e- 
ditto di Milano non è una superfluità dopo 1' editto di 
Calerlo, ma ne è un complemento, e insieme è un passo 
innanzi nella politica cui era 1' editto galeriano ispirato ; 
un punto di partenza per l' ulteriore manifestazione della 
politica religiosa costantiniana. 

Ciò posto, è da riflettere che il testo dell' editto, tra- 
mandatoci da Eusebio e da Lattanzio, non è l' originale 
testo di Milano, ma il testo pubblicato nelle rispettive 
Provincie in cui i due autori scrivevano: ciò è pacifico 
anche tra gU oppositori del Seeck. Ora questo decreto 



102 C. Car assai 



prototipo, che noi non conosciamo, conteneva forse, come 
vuole il Seeck, anche il nome di Massimino, e poteva 
però, d* altro canto, non contenere quell' inciso « amotis 
« omnibus condicionibus » &c., che sarebbe stato in 
contraddizione con la intestazione dell' editto ai nomi della 
triade imperiale. Massimino, che non aveva pubblicato 
l'editto di Calerlo, non pubblicò neppure quello di Milano: 
ciò avvenne in seguito per opera di Licinio e con l'or- 
dinanza che conosciamo di Nicomedia, ed in questa quelle 
parole « amotis » &c., come qualche altra, possono essere 
state facili e spiegabili interpolazioni. Anzi, ponendo in raf- 
fronto l'editto di Calerlo, che ci dà lo stile di questi editti 
generali, e le due lezioni del testo dell'editto di Milano, in 
Eusebio ed in Lattanzio, si potrebbe intravedere, su per giù, 
il vero testo dell' editto di Milano, attraverso queste in- 
terpolazioni, che dovevano essere state aggiunte e non po- 
tevano svisare la fisionomia anche letterale dell' editto 
stesso. 

Tralasciamo infatti l'esordio che è in Eusebio e non 
trovasi in Lattanzio: esso è una ripetizione del principio 
che verrà affermato in appresso, e accenna a quelle « con- 
« diciones » [aipéac:;], per le quali aveva ragione di par- 
lare r ordinanza di Licinio, ma non l' editto di Milano, 
e cui rifcriscesi 1' altra interpolazione « amotis omnibus 
« omnino condicionibus » &c. L' editto di Milano doveva 
cominciare, come nel De nwrlibiis, col ricordo della cir- 
costanza del convegno di Milano, dove, tra le altre cose 
che interessavano la cosa e la quiete pubblica, si provvide 
alla pace e alla tranquillità religiosa, allo scopo e per la 
ragione già da noi rilevati: e si afferma il principio di 
libertà religiosa. Seguono poi nel testo di Eusebio, cui 
corrisponde su per giù quello di Lattanzio, tre periodi 
esplicativi: "Axcva o-jtw; àpÉaxstv 6ic., in cui lo stile stesso 
e il nesso logico distaccansi manifestamente dai periodi 
precedenti. La interpolazione di questi periodi, che pren- 



La politica religiosa di Costaiiliiio ecc. 103 

dono marcatamente lo stile di lettera più che di editto, 
che contengono quelle famose parole « ut amotis omni- 
« bus )> (Scc, ci sembra molto appariscente. Riprende l'e- 
ditto a disporre la restituzione dei beni dei cristiani : 
seguono le esplicazioni epistolari; si osserva lo stesso di- 
stacco di stile e di concetti, meno generici e più specificata- 
mente cristiani nella lettera che nell' editto. Si notano qui 
le frasi « sicut dictum est» [xax^òj^ 7ip0£cp-/,7.a|jiev ; xaO'WS xal 
TtpOìtpr^O'ac], « supradicta ratione servata» [xoù Tìpoecpr^iJLSvo'j 
Xoyca^Jioij orjXaOY] cpoXaxO-Évxo?], che ribadiscono il carattere in 
questi periodi di parti e di osservazioni esplicative. Con- 
clude r ultimo periodo 1' editto e 1' epistola. 

In verità queste parti, che consideriamo come inter- 
polazioni, sono, come abbiamo osservato, o ripetizioni o 
esplicazioni più o meno necessarie, di quanto è premesso 
nel supposto testo dell' editto. E, così denudato, questo 
ha più connessione con lo stile imperativo e conciso, come 
r atto meritava, dell' editto di Calerlo. 

Il principio di tolleranza è concretato specialmente 
neir editto di Calerlo, ed in verità esso non starebbe a 
rappresentare per sé una grande evoluzione nel sistema 
politico-religioso dei Romani, né una grande e speciale 
conquista della religione cristiana. Il tempio di Cristo ve- 
niva ad acquistare quella posizione che da tempo già 
lungo godevano i templi di molte divinità forestiere, che 
già godeva lo stesso tempio di Cerusalemme. Osserva 
argutamente Cibbon (i): «i diversi culti religiosi che si 
« osservavano nel mondo romano erano tutti considerati dal 
«popolo come egualmente veri; dal filosofo come egual- 
« mente falsi e dai magistrati come egualmente utili. Di 
« tal modo la tolleranza produceva, non solo una scam- 

(i) Storia della decaden-^a e 1 ovina delVimpero romano, ediz, ita.'. 
Bettoni, voi. I, cap. 2, p. 43. 



104 ^- Car assai 



(( bievole indulgenza, ma, eziandio, una religiosa con- 
«cordia». La quale osservazione solo relativamente è 
vera, tanto che appunto quelle classi, che erano secondo 
Gibbon le più indifferenti o le più scettiche, opposero più 
viva e più lunga resistenza alla rovina e alla distruzione 
del paganesimo (i). Ciò non fu solo per tornaconto, e, 
del resto, gli adepti utilitaristi non mancavano nell' una 
come nell' altra religione. È che il panteismo romano aveva 
oramai in sé un elemento disgregativo e dissolutivo per la 
negazione delle vecchie divinità; ma, insieme, un elemento 
di elaborazione e di costruzione di un concetto nuovo di 
una divinità superiore, da cui le altre venivano assorbite; 
sia pure che in sostanza fosse questa un' astrazione, come 
è anche oggi per molti il sentimento religioso, un'idea. 
Come tale anzi non distrugge, come non ne è distrutta, 
qualsiasi concezione religiosa popolare, dal cui morfismo 
è plasmata e materializzata, ma non è snaturata. La reli- 
gione, o meglio il culto, dà una veste all'idea; l'immagi- 
nazione e il sentimento fanno assorgere il materialismo di 
questa veste all' idealità del pensiero e della pura conce- 
zione religiosa. Sulla base di ciò può esser vero per i 
Romani, come per tutti i popoli, quello che dice il Gibbon, 
che la maggioranza sia credula, le classi agiate e pensanti 
sieno indifferenti al formalismo religioso, i filosofi cerchino 
di assorgere dal culto all'idea, dal materialismo allo spi- 
rito, di adattare a questo le forme e le concezioni pratiche 
popolari. 

In fondo all' indifferenza religiosa dei Romani nei più 
avanzati periodi può trovarsi nascosto, pertanto, un con- 
cetto monoteistico puro ; e gli antichi dei nelle loro forme 
antropomorfe, come ogni nuova divinità, non costituiscono 



(r) Cf. gl'importanti lavori speciali sulla rovina del paganesimo 
e del mondo greco-romano del Beugnot, del Boissier, dello Schuitzc, 
del Seeck, del Mariano. 



La politica religiosa di Costantino ecc. 103 

che altrettante forme, realizzazioni e individualizzazioni del 
culto, la cui sostanza è poi l* adorazione di un dio supe- 
riore, r osservanza delle sue leggi, conosciute in quanto 
sono r esplicazione della natura e delle tendenze spirituali 
dell' uomo, per rispondere alle supreme leggi dell' universo, 
per rendere il dio stesso propizio all' uomo, alla società, 
allo Stato. E il concetto che rispecchiasi nella famosa ora- 
zione di Simmaco, che fu tra le difese estreme del paga- 
nesimo (i). È vero che la religione pagana ai tempi di 
Simmaco nell' estrema lotta contro il cristianesimo atteg- 
giavasi ad un eclettismo, che riuniva fraternamente nel 
pericolo comune tutti i minacciati culti dell' impero ; ma è 
pur vero che Simmaco era ancora un' espressione sincera 
di questa religione cadente. 

Ciò non solo nei filosofi: in Costanzo, padre di Co- 
stantino, si ha un' incarnazione di queste tendenze mono- 
teistiche, che ebbero riflesso diretto sulla sua politica reli- 
giosa e sulla sua condotta verso il cristianesimo. 

Comunque, la politica religiosa dei Romani era la più 
elastica e la più larga di fronte ai culti nazionali, e certo 
il fanatismo religioso non era il tarlo che rodeva la com- 
pagine del vasto impero. Sopraggiunto il cristianesimo, la 
ragione delle persecuzioni, oramai fu largamente ripetuto, 
fu più politica e sociale che religiosa. Analogamente a ciò, 
appunto, r importanza dell' editto di Galeno va più consi- 
derata dal punto di vista politico-sociale che religioso. Gli 
eventi con Costantino precipitarono, e gli effetti del prin- 
cipio di toììeranxfi sfuggono all'osservazione esatta per es- 
sere stati assorbiti dalla politica costantiniana, più che di 
tolleranza, di parificazione. Ma, certo, se F editto di Galeno 



(i) « Aequum est quicquid omnes colunt unum putari. Eadem 
« spectamus astra, commune caelum est: idem nos mundus involvit : 
<f quid interest, qua unusquisque prudentia verum inquirat? Uno iti- 
t' nere non potest perveniri ad tnm grande secretum». 



10^ e. Car assai 



sta a rappresentare un grande progresso politico della Chiesa, 
e, se non altro, la sua vittoria sulla politica delle persecu- 
zioni; e, comunque possa riannodarsi al sistema politico- 
religioso romano, restava pur sempre una grande novità, 
perchè spingeva la tolleranza religiosa fino a riconoscere 
un culto non nazionale ma universale, non adattabile alle 
comuni credenze ma negazione di ogni altra divinità, 
degli altri culti e del culto stesso di Roma, se non politi- 
camente, sìrìctù scìisn, socialmente sovversivo, pure la sua 
esplicazione non avrebbe rappresentato che uno stato at- 
tuale di pacificazione - che ne costituiva V intento -, e, 
quando fosse stato sinceramente applicato, solo uno stato 
adatto e favorevole alla Chiesa per svolgere le sue intime 
energie di propaganda e di conquista. 

Il seguito di una politica di tolleranza sull'indirizzo dato 
dall' editto di Calerlo non sarebbe andato forse più in là 
della politica religiosa, nei momenti buoni, incerta, inte- 
ressata e sospettosa di Massimino e di Licinio, ne i pe- 
riodi di traversia sarebbero finiti per la Chiesa. Ma politi- 
camente il principio di tolleranza non rappresentò che un 
momento fuggevole e transitorio; tuttavia dal lato giuri- 
dico e dal lato dell'economia della Chiesa ebbe positiva 
esplicazione e reale importanza. Esso sta a rappresentare 
giuridicamente il riconoscimento della personalità della 
Chiesa; economicamente il consolidamento dei suoi inte- 
ressi patrimoniali, che si erano nel corso di tre secoli de- 
terminati e svolti: sotto questi due aspetti in esso sta la 
base, od il germe, dell'ulteriore progresso e dell' ulteriore 
significazione della proprietà ecclesiastica. 



È da intendersi. Dall' editto di tolleranza uscì fuori la 
personalità della Chiesa o, meglio, dell' associazione dei fe- 
deli come coUegiuin Ucitmii, cioè come corporazione, in 
quanto che al substrato di Auto, che è il presupposto di 
ogni persona giuridica, venne ad aggiungersi quella san- 



La politica religiosa di Costantino ecc. 107 

zione pubblica, che è l' elemento complementare, pub- 
blico o politico, della persona stessa giuridica. La somma 
degli interessi singoli o l' elaborazione dell' interesse col- 
lettivo, cui corrisponde la delineazione del modo di essere 
e del modo di agire dell'associazione corporativa, si era 
"ià nell'associazione cristiana lar^^amente conformata nel 
corso di tre secoli ; e 1' elemento anzi collettivo tanto 
aveva preso il sopravvento da presentare natura istituzio- 
nale con la costituzione episcopale. Più o meno in tutte le 
persecuzioni, ma maggiormente, perchè posteriore, nella per- 
secuzione di Diocleziano, non tanto la professione di fede 
in sé, quanto l' associazione religiosa fu combattuta, e i 
primi allarmi di essa consisterono appunto nell' abbattere i 
convcnticula, nel bruciare i libri, nell' imprigionare i vescovi, 
nel distruggere cioè e nello spostare i centri della comu- 
nità cristiana (i). Ciò spiega come la violenza e la resi- 
stenza fossero in questa persecuzione maggiori : ma da 
ciò apprendiamo anche come 1' atto reazionale, che a questa 
violenza pose fine, portasse al riconoscimento esplicito 
della corporazione cristiana. 

L' elemento economico o patrimoniale, che noi an- 
diamo esaminando, e che è nella quasi generalità dei casi 
essenziale e connaturale a ciò che abbiamo chiamato il 
substrato di fatto di una persona morale, per mOlte ra- 
gioni si era largamente costituito nella comunità cristiana, 
con quali forme e con quali mezzi indiretti non importa. 
Ma appunto perchè la forma giuridica è a questo elemento 
patrimoniale più necessaria, con l' editto di tolleranza o 
meglio con l'editto di restiUi:iwnc. di Milano ebbe essere 
una vera proprietà corporativa cristiana, la cui prima base 



(i) L'editto di Galerio nel caratterizzare il contenuto della pro- 
fessione del cristianesimo ricorda gli elementi della associazione cri- 
stiana : « ita [christiani] sibimet leges facerent, quas observarent, et 
« per diversa [loca] varios populos congregarent ». 



loS C. Carassai 



fu perciò il consolidamento degli interessi patrimoniali 
preesistenti, che, spogliate le inadatte parvenze, acquista- 
rono così forme, modo di essere e modo di svilupparsi, 
convenienti all'indole loro collettiva. 

Abbiamo richiamato 1' editto di Milano accanto al- 
l' editto di Galerio, perchè sono due atti che, dal punto di 
vista giuridico, sono 1' uno all' altro coordinati, 1' uno com- 
plemento dell'altro: e perchè l'editto di Milano, oltreché 
alle premesse declaratorie della libertà del culto, ha riguardo 
anche specialmente all'elemento patrimoniale e al conso- 
lidamento degli interessi patrimoniali preesistenti, l'abbiamo 
chiamato «editto di restituzione». Ma, dal punto divista 
politico, è da riconoscere la loro speciale e diversa natura, 
perchè r editto di Milano segna nell' affermazione pubblica 
della Chiesa un nuovo progresso, poiché, non più il prin- 
cipio di tolleranza, contiene ed afferma il principio di libertà 
religiosa. La sanzione pubblica della personalità giuridica 
delle comunità cristiane è cosi più completa e solenne; 
se col principio di tolleranza era una conseguenza, col prin- 
cipio di libertà religiosa era una condizione: dopo l'editto 
di xMilano la Chiesa stette oramai perfettamente nell' or- 
dine giuridico romano. Posta questa avvertenza, ecco cosa 
r editto di Milano disponeva circa la proprietà cristiana : 
innanzi tutto essa era considerata come proprietà corpora- 
tiva della comunità cristiana, del coetus christianorKm: « ipsis 
« christianis restituant... ea protinus christianis reddant... 
« quae quidem omnia protinus sine ulla dilatione corpori 
« christianorum.. . iisdem christianis idest corpori et con- 
« venticulo ipsorum restituì iubebis » (i). 

Quanto poi alle cose singole, che costituivano questa 
proprietà cristiana prima della persecuzione, ciò che era 



(i) Costituzione di Massimino, EusEBio,5/or. eccles. l\h. IX, cap. io: 
. . . EÌ T'.-'i; siy.tat /.'/! x<D;ia tsvì òf/.atou to-ì -/pidTia-cÒv irpò vj'jto'j Ètu-j- 
■/7.i'^i ivTX . . . ci; T5 ipxaìs-* Siy.aio-* àvajtXT.Srvat ey.cXeuaau.ev (cf. sopra). 



La politica religiosa di Costantino ecc. 109 

stato tolto dal fisco, e soprattutto i luoghi di riunione (i 
conventicuìa), e da questo era ancora detenuto doveva 
essere direttamente restituito: ciò che era passato in altre 
mani per donazione o per vendita doveva essere senza 
prezzo, salvo gl'indennizzi da parte del fisco, restituito (i). 

Queste disposizioni possono trovare dilucidazioni da 
un atto posteriore, che sarebbe stato emanato da Costan- 
tino nel 324(2) « provincialibus Palaestinae », e che, tra i 
vari obbietti, avrebbe avuto quello di disporre la ridu- 
zione /// pristiniim della proprietà cristiana dopo la perse- 
cuzione di Licinio, negli ultimi anni del suo regno. Ab- 
biamo usato il condizionale perchè di questa persecuzione 
stessa di Licinio fu tentato di dimostrare fosse esagerata 
l'importanza e l'entità, e di quella costituzione di Costan- 
tino fosse molto dubbia 1' esistenza (3). 

Se però questi dubbi possono essere più o meno fon- 
dati rispetto in genere alla persecuzione liciniana, hanno 



(i) Cf. Editto di Milano e Costituzione di Massimino. 

(2) Eusebio, Vita Constanlbii, lib. Il, capp. 24-42. 

(5) Cf. specialmente Crivellucci, D(;//a/<;rf^ rf/ Eusebio nella Vita 
di Costantino, Append. al I voi. della Storia delle relazioni tra Stato e 
Chiesa, Livorno, 1888. Egli ragiona lungamente di quella costituzione 
« provincialibus Palaestinae » per rilevarne la falsità sia con ragioni 
stilistiche e formali, sia con riguardi al contenuto, e prima di tutto 
alla inesistenza della persecuzione liciniana. In ordine a questo punto 
sono da riscontrare però gì' importanti scritti di Antoniades, Kaiser 
Licinins, Mùnchen, 1884 (recensioni di Hilgenfeld e Gorres in Zeit- 
schrift f. Wissensch. Theolog. XXVIII, n. 4, 508-512, ed in Gòttinger 
philol. An^eiger, XVI, n. 9, 560-566); V. Schultze, D^r Uebergang des 
Licinius, in Zeitschrift f. Kirchengeschichte d'i BmEGERjYlll, n. 4, 534- 
542; GòRRES, Lìcinianischen Christenverjolgiing, in Zeitschrijt f. Wis- 
sensch. Theol. XIX, n. i, 159-167; id. Kriiische untersuchungen iiher 
die licinianische Christenverfolgung, Jena, 1875. Cf. inoltre Doulcet, 
Essai sur les rapports de l'Ei^lise chrctienne avec l'Ètat roniain, Paris, 
1883; Burckhardt, Die Zeit Constantin's des Grossen, Lipsia, 1880, 
cap. vili; Seeck, Geschichte des Untergangs der antiken ÌVelt, Berlino, 
1895, cap. V. 



no C Car assai 



invece molto valore rispetto a quella costituzione costanti- 
niana che nella sua prolissitcà e nelle sue considerazioni 
religiose apparisce di leggieri di tutt' altri opera che di Co- 
stantino. Però, ammesso anche che Eusebio avesse di sana 
pianta inventato quella costituzione imperiale, il suo con- 
tenuto, almeno per quanto riguarda gli effetti patrimoniali, 
può ritenersi non sia altro che la ripetizione degli editti di 
reslitu:^ioiìi\ siansi o meno questi rinnovati dopo la vittoria 
sopra Licinio, il che dipende appunto dal credere come 
Licinio si comportasse verso i cristiani; e, sotto questo 
punto di vista, esso può essere preso in considerazione per 
illustrare qualche particolarità dell' applicazione di quegli 
editti. Perciò, se Eusebio riferiva in ogni modo, com'è pro- 
babile, il sistema degli editti di restituzione, da quella co- 
stituzione apprendiamo: che questa reintegrazione dei beni 
era f;uta non solo al corpus cbristianontin, ma altresì ai sin- 
goli cristiani i cui beni erano stati nel periodo di persecu- 
zione confiscati (cap. ^^); e ciò è perfettamente rispondente 
allo spirito e allo scopo degli editti medesimi : che in caso 
di morte, fosse avvenuta per martirio o per natura, dei 
cristiani stessi i beni ritornavano ai loro legittimi succes- 
sori, ovvero, in mancanza di questi, alla chiesa locale (i); 
che la ripetizione avveniva dal fìsco e dai privati che da 
esso avessero avuto causa, salva però la congrua ricom- 
pensa, e ferma la detenzione dei frutti percetti (capp. 37, 
38, 41); che la restituzione comprendeva non solo i beni 
in qualunque modo confiscati, ma, a maggior ragione, i 
« coemeteria ;>, i « martyria » e gli altri luoghi di carattere 
sacro, che fossero stati occupati dal pubblico e ad altro 
profano uso destinati (capp. 39-40). 



(\) Capp. ^5-36: cf. al riguarJo il Liber ponlificaìis, in Vita 
Silvestri, «[fondo donato alla chiesa di S. Lorenzo]' quod fiscus 
aoccupaverat tempore persecutionis ». 



La politica religiosa di Costaìiliiio ecc. iir 

La conversione di Costantino portò con sé, non solo 
il passaggio dalla politica di tolleranza a quella di libertà 
religiosa; non solo la masraior Mranzia che la Chiesa 
avesse il tempo di consolidarsi oramai nella civile società 
in modo stabile e sicuro, ma segnò altresì il suo ingresso 
nel mondo politico ufficiale come religione pubblica, nel 
concetto pubblico religioso dell' epoca, come religione di 
Stato. Il prof. Crivellucci afferma essere malagevole di 
formarsi un'idea di ciò che potesse essere allora il cristia- 
nesimo, considerato come religione dello Stato. Certo non 
s' intenderà nel senso, come egli avverte, che chi ad esso 
non apparteneva non potesse godere dei diritti politici: 
ma nemmeno dovrà intendersi che la nuova religione pren- 
desse il posto dell' antica, e che quegli atti pubblici, che 
prima venivano accompagnati da cerimonie pagane, fossero 
per opera di Costantino consacrati con riti cristiani (i). 

L'importanza politica del cristianesimo ebbe allora per 
forza di cose una ragione punto formale, che richiede 
tutt' altra spiegazione, da basare sopra una sostanziale con- 
siderazione degli atti, degli scopi e degli effetti della po- 
litica costantiniana. 

Il Seeck d' altro canto accenna (2) che non si po- 
trebbe parlare di una vera religione di Stato, il cui con- 
cetto non fu neir antichità mai conosciuto. Un' uniforme 
religione di Stato, egli scrive, non fu mai data a Roma, 
ma una pluralità di singoli culti di Stato (Staatskulte), 
la cui nota distintiva nuli' altra era che quella di essere 
provveduti dei pubblici mezzi. In questi termini, forse 
troppo generali, accenna indubitatamente il Seeck al tempo 
dell'impero, in cui era avvenuta una certa fusione delle 
varie membra del mondo romano e una certa mescolanza 



(i) CRnELLucci, Storia delle relazioni tra Stato e Chiesa, Bologna, 
1886, I, cap. 5, p. 133 sg 

(2) Seeck, Gescìiichle &c. I, 457, Appendice. 



112 C. Car assai 



anche delle varie religioni, concatenate, come ho già os- 
servato, da un concetto superiore, nuovo e monoteistico. 
Che non vi fosse allora una religione romana praticata da 
tutto il vasto impero, ma che vi fossero egualmente riguar- 
dati tutti i culti delle singole provincie (Staatskulte) e in- 
dubbio. Ma che questi culti, coesistenti tra loro con mira- 
bile spirito di tolleranza, e in gran parte come fraternizzanti, 
servissero tutti allo scopo dello Stato, e i loro sacerdoti e 
le loro pratiche entrassero a far parte del diritto pubblico, 
o almeno entrassero in una certa più o meno larga 
maniera nella esplicazione del diritto pubblico, non è 
pure da dubitare. A parte la considerazione maggiore 
che potesse avere il culto di Roma, le vestigia di uno 
Stato quasi teocratico, in cui l'ordinamento religioso si con- 
fondeva con l'ordinamento politico, i culti dei singoli Stati 
entravano a far parte delle istituzioni politiche degli Stati 
stessi, a regolare le loro relazioni con Roma. E molte di 
queste divinità passarono a Roma, come molte deità e 
molte pratiche religiose romane passarono alle provincie : 
il concetto pubblico dell' epoca non scindeva, e non po- 
teva scindere ancora, il principio religioso dal principio 
politico: la religione era un elemento dello Stato, il culto 
un' istituzione di esso, e lo Stato stesso annoverava tra 
le sue funzioni quella religiosa. Qualunque il culto, l' im- 
peratore era sempre il gran pontefice in vita e dopo morte 
ascendeva all' Olimpo, e a Roma, come nelle provincie, 
nel tempio era collocata la sua statua. Xon vi fu che il 
tempio di Gerusalemme che resistesse a questa infiltra- 
zione dell' elemento romano. 

La Chiesa cristiana, riconosciuta come tale, ebbe perciò 
la sua importanza politica; fece, come tale, il suo in- 
gresso nel mondo politico e pubblico romano: e, del resto, 
vi era già preparata. 

Fu assodato che la ragione vera delle persecuzioni tu, 
in fondo, essenzialmente politica. È esatto, e non poteva 



La politica religiosa di Costaiilino ecc. ii^ 

essere altrimenti, che nell' adattarsi l' idea religiosa cristiana 
al mondo romano acquistasse un fondamento ed una 
tendenza politica: lo spirito pratico dei Romani non al- 
trimenti comprendeva la religione che quale mezzo ai 
fini dello Stato, il quale, secondo le loro credenze, per 
volere della divinità con avvenimenti straordinari e con 
destini superiori anzi era sorto: l'intima spiritualità e l'u- 
niversalismo della dottrina cristiana dovevano a Roma 
adattarsi ad una più concreta significazione nazionale: il 
romanismo da una parte, come il giudaismo con le sue 
tradizioni dall'altra, non potevano non imprimere alla 
Chiesa cristiana un carattere nazionale politico (r). L'or- 
ganizzazione stessa della Chiesa dal primo al secondo se- 
colo ebbe sviluppo su base e su impronta romana, su 
riflesso delle istituzioni romane. 

La Chiesa cristiana era preparata ad entrare nel mondo 
politico romano, a fungere da religione di Stato : tale fu 
con Costantino, e accennò presto a divenire la religione 
dominante dello Stato. 

A ciò bastò, nonostante le naturali e allora grandi resi- 
stenze del vecchio mondo pagano, fino a pochi anni in- 
nanzi trionfatore, o, meglio, indisturbato dominatore, la 
conversione dell'imperatore: l'elemento imperiale era 
troppo preponderante sugli altri elementi dello Stato, perchè 
il principio di tolleranza non fosse che transitorio ed effi- 
mero, e non si producesse subito uno squilibrio a favore 
del culto personale dell'imperatore. Tanto più con Co- 
stantino, col suo temperamento fiualista e superstizioso, 
ambizioso, se vuoisi, e perciò energico, assorbente e tenace. 

La significazione pubblica della Chiesa in quel tempo 
non fu effetto immediato dell' editto di Milano, o d'altro 



(i) Cf. sopra questo punto delle osservazioni di Tschirn, Die 
entstehung d^r ròmischen Kirche ini ^eiU christl. Jabr. in Zeilìcìirijt f. 
Kirchengeschiclile, a. 1891, XII, 215-244. 

Archivio della R. Società romana di storia patria. Voi. XXIV. ^ 



114 C. Car assai 



formale e pubblico riconoscimento; m:i avvenne in fatto 
per effetto del governo, della vita e delle opere dell'im- 
peratore. Che questa tendenza e questo carattere per- 
sonale di Costantino fossero sinceri o meno, poco im- 
porta: basta, come ha rilevato Schultze (i), di constatare 
il f;itto. E questo apparisce da tutta la vita di Costantino, 
non quale altresì ci è presentata da Eusebio, ma quale 
può pure risultare dalla moderna critica. 

Dopo la battaglia di Ponte Milvio, a parte la nota 
visione della croce, che ci narra Eusebio, ebbe luogo la 
prima estrinsecazione ufficiale del sentimento di Costan- 
tino, la prima manifestazione pubblica ufficiale del cristia- 
nesimo: sulla insegna di Roma si aggiunse, per ordine 
dell' imperatore, come è noto, il monogramma di Cristo. 

Osservano Burckhardt (2) e Zahn (3) che una cifra 
molto simile a quella del monogramma costantiniano sa- 
rebbe già stata posta nel tempo anteriore a Cristo nelle 
insegne delle milizie orientali, come abbreviatura di Giove: 
il fatto, ove questo fosse dimostrato, non sarebbe nuovo; 
ma influisce ciò sulla significazione dell'atto costantiniano? 
Ma, segue Burckhardt, è da considerare che questo atto 
non ha l'importanza attribuitagli tradizionalmente, in con- 
seguenza del racconto di Eusebio : Costantino si rivolgeva 
non al popolo, ma alle milizie, alle sue fedeli e sperimen- 
tate milizie, reduci dalla guerra da lui condotta contro i 
Franchi, che avrebbero facilmente accolto qualsiasi novità 
e qualsiasi emblema che fosse piaciuto al loro duce di 
prescrivere. Tra di loro erano molti cristiani e molti in- 
differenti pagani : Cristo poteva entrare nel loro culto 
come una nuova divinità, se vuoisi, come un dio pro- 
pizio nella battaglia. E forse, Burckhardt non ne nega la 

(i) ScHULTi^, Gisch.des UnUrgangs des giiech.-i òmisch Htidmitbums. 
(2) Op. cit. p. 350. 

(5) Konsiantin dcr Cross uiid die Kirche, p. 14 (citato dal Burck- 
hardt). 



L.a politica religiosa di Costantino ecc. 115 

possibilità, tale superstizioso sentimento a favore di Cristo 
poteva esser proprio di Costantino, e poteva spingerlo a 
collegarne il nome con quello di Giove nel suo confuso 
sentimento religioso. In Roma e nell' Italia questa inno- 
vazione militare sarebbe stata accolta come un sei^no di 
vittoria e di valore; o, tutt'al più, da un punto di vista re- 
ligioso, come segno di pacificazione e di tolleranza, bene 
accetto in quanto la maggioranza dei pagani era aliena certo 
dalla persecuzione. 

Ma, come emblema di pacificazione, sarebbe stato pro- 
prio il monogramma di Cristo il più adatto e il più accetto 
alla maggioranza pagana? Del resto, esso fu precipuamente 
accolto e destinato ad insegna militare, e quivi non entrava 
di certo la questione della persecuzione; tanto più che 
oramai la pacificazione era un fatto compiuto, e non per 
opera di Costantino, ma per effetto dell'editto di Calerlo. 
L'avere poi accolto il monogramma nelle insegne di guerra 
aumenta, più che diminuire, l' importanza del fatto, perchè 
era il partito militare allora preponderante, e base quasi 
esclusiva della potestà imperiale. 

Riteniamo che tale atto di Costantino ebbe siijnifica- 
zione esclusivamente cristiana, e con riconoscenza e con 
entusiasmo fu accolto dai cristiani. Xon dico ciò a caso. 
Mi pare significante un fatto : nelle iscrizioni funerarie fino 
dagli inizi del cristianesimo erano usati, com' era costume 
anche pagano (i), segni o simboli speciali, un pesce, una 
<:olomba, dei fuscelli di olivo ed altri; dopo l'innalzamento 
del monogramma di Cristo trovasi invece in quasi tutte le 
iscrizioni^ in qualche modo adornate, questo emblema, 
universale, oramai, ed accetto stemma del cristianesimo. 
Non può trarsi da ciò significantissima induzione per ac- 
certare il vero significato di quell'atto di Costantino? (2) 



(i) Esistono esempi innumerevoli nel museo Lapidario Vaticano. 
(2) Cf. De Rossi, Inscriplioius cbrist. urbis Romae, voi. I (p. es. 
nn. IO, 26, 39); numerosi riscontri nello stesso museo Lapidario. 



ii6 C. Car assai 



Qualunque fosse l' interno suo sentimento, fosse egli un 
ispirato dal cielo, come da Eusebio in poi hanno creduto 
o fatto credere gli storici ortodossi, od un furbo ed abile 
politicante, come ci e presentato da Zosimo(i) in poi da 
tutti quelli che non hanno creduto alle sue virtù religiose (2), 
certo Costantino ufficialmente fu cristiano ed anzi accen- 
tuatamente cristiano. Per mio conto, credo che per questa 
condotta molto concorresse un personale ed intimo con- 
vincimento (3): in mezzo a tutte le attrattive che il pa- 
ganesimo offriva alla potestà imperiale, innalzata tra gli dei, 
in mezzo a tutti i ricordi e alle tradizioni più gloriose della 
Roma pagana; in mezzo e di fronte al mondo ufficiale 
tutto pagano, alla maggioranza della popolazione pagana, 
alla maggioranza stessa delle truppe pagana, nulla più che 
r idea cristiana, che così fresca e forte era uscita da tre 
secoli di traversie e di lotta, incarnata in uno spirito certo 
elevato, tenace e fiero come quello di Costantino, poteva 

(1) Historia, II, 18, 28, 29. 

(2) « In einem genialen Menschen », osserva Burckhardt (op. 
cit. p. 548), e il suo apprezzamento ripete Crivellucci {Storia &.c. 
p. 128), « dem der Ehrzeiz und die Herrschsucht keine ruhige Stunde 
■'gònnen, kann von Christenthum und Heidenthum, bewutzter Rc- 
« ligiositit und Irreligiositiit, gar nicht die Rede sein ; ein Soichcr 
« ist ganz wesentlich unreiigiòs, selbst wenn er sich einbilden solite, 
<( mitten in einer kirchlichen Gcmeinschaft zu stehen ». Il giudizio, 
di piccante sapore moderno, t superiore al tempo, poiché se un .ts- 
soluto scetticismo religioso nella politica, come nella scienza e nel- 
l'arte, potesse risalire cosi addietro, non sarebbe proprio di un'epoca 
di vivo contrasto religioso, come quella in cui visse Costantino; 
ed è superiore all'uomo, che, appunto sorto in tempo di aspra lotta 
religiosa e cresciuto in mezzo alle armi ed alle imprese guerresche, 
in quell'ambiente, cioè, più adatto a determinare e a sviluppare il 
sentimento religioso, aveva mostrato anzi fin dalla giovinezza, come 
liuRCKHARDT stesso riconosce (p. 24S), di interessarsi e di portare, 
come il padre suo Costanzo, sentimenti e convinzioni proprie in 
questo contrasto religioso. 

(3) La figura di Costantino è cosi più finita ed artistica, e cosi 
apparve naturalmente al Boissier (Hist. de ìu fin du paganisme). 



La politica religiosa di Costantino ecc. iij 

dare una cosi energica e costante manifestazione ai senti- 
menti e alle predilezioni cristiane dell'imperatore. Le cir- 
costanze non giustificano un così forte ed immediato tor- 
naconto politico, che il cristianesimo potesse offrirgli (i), da 
tener luogo esso di quel sentimento e di quell'idea. 

Farmi anzi quasi strano, ed in ogni modo cosa note- 
vole, che una più forte reazione non avvenisse subito e un 
grave contrasto non insorgesse tra la potestà imperiale e 
gli altri ordini dello Stato e la maggioranza della popola- 
zione e delle truppe, queste allora più che ogni altra cosa 
potenti; e ciò richiede forse un'intima spiegazione nei sen- 
timenti della gran massa popolare, che nell' introduzione 
del cristianesimo non scorgeva probabilmente che 1' accre- 
scimento di una nuova divinità alle altre deità dell'Olimpo, 
lungi dal conoscere l' intima essenza e lo spirito riforma- 
tore ed esclusivista della nuova dottrina (2). Perciò Costan- 
tino si guardò bene dal dar di cozzo con dirette proibi- 
zioni col paganesimo, che rimase pur sempre sotto di lui 
religione ufficiale: e non è da far le meraviglie e conside- 
rare quasi contraddizioni della sua coscienza se si conia- 
rono ancor monete con i consueti e tradizionali emblemi ed 
iscrizioni pagane (3), se, con o senza il suo piacimento (4), 
si eressero templi pagani, se si celebrarono giuochi e festi- 
vità pagane, se furono onorati notabilità e filosofi pagani 
(i filosofi neoplatonici non furono discari financo a sant'A- 
gostino) (5), se r imperatore restò sempre il « summus 
« pontifex » dei pagani (6). 

(i) Bene in proposito il Seeck, op. cit. pp. 56-59. 
(2) Cf. Seeck, op. cit. p. 59. 

(5) Cf. Crivellucci, op. cit. p. 129; Burckhardt, op. cit. p. 349 
e, specialmente, p. 352. 

(4) Cf. ScHULTZE, op. cit. p. 54. 

(5) Città di Dio, liix Vili, capp. 6 a 13. Anche Teodosio il 
Grande ebbe cari Temistio, Libanio e Simmaco. 

(6) Intorno a ciò e al riconoscimento per parte di Costantino dei 
collegi di sacerdoti cf. Schultze, op. cit. p. 61 sg. 



iiS e (Jamssaì 



A questa necessiti politica devono ascriversi anche 
alcuni generici ed indeterminati atti di Costantino, la pre- 
scrizione del (ìies solis come giorno festivo (i), la preghiera 
stabilita per le truppe, di indeterminata tendenza religiosa, 
che Burckhardt attribuisce, traendone nuova conferma, al 
vago ed incerto sentimento religioso dell' imperatore (2). 
Ma, salvo una forma indeterminata che è frutto, come ab- 
biamo osservato, di una necessità politica, anche questi 
fatti rispecchiano invece, secondo noi, la tendenza cristiana 
della politica di Costantino, senza di che nessun bisogno 
avrebbe avuto l' imperatore di portare novità nelle con- 
suetudini festive pagane e nel rituale di quella invocazione 
divina. 

Se alcuni atti di crudeltà, dovuti pure in gran parte 
a quella specie di machiavellismo politico, che guidava 
alla conquista e al mantenimento della porpora imperiale (3), 
macchiarono presso i contemporanei e più forse presso i 
posteri la memoria di Costantino (4), se menomano essi 
il suo ardore e la sua purità di neofita e se attestano V in- 
tima ambiziosità del suo temperamento, non escludono il 
suo sentimento di cristiano, anzi possono in certo modo 
giustificarne lo zelo, successivamente a quei fatti, come 
Zosimo ci insegna (j). 

(i) Cod. Theod. II, 8, d. f^riis, 1. i. 

(2) Burckhardt, op. cit. p. 354. 

(3) Eutropio, lib. X, cap. 6: « verum insolentia rerum secun- 
» darum aliquantum Constanthius ex Illa favorabili animi docilitatc 
« mutavit ». 

(4) È da consultare in proposito Gòrres, Die Verwundleiiinorde 
Constantin's des Grosseii, in Zcilscbrift f. IVissensch. Tbeol. XXX, n. 3, 
345-377. Nella stessa e suU' argomento, StECK, XXXIII, n. i, 63-77; 
Górre?, Einc Enivid^ruit<; &c. X.XIII, n. 3, 320-328. 

(5) Zosimo (op. cit. II, 29) narra in tal modo la storia della con- 
versione di Costantino che, essendo egli tormentato dai rimorsi per 
l'uccisione di Crispo e di Fausta e non ottenendo dai sacerdoti Fla- 
mini il mezzo di purgarsi da si gravi delitti, un tale egiziano (prò- 



La politica religiosa di Costantino ecc. 119 

Riteniamo che Costantino fu cristiano per sentimento 
e per intima opzione della nuova dottrina (i): del resto, lo 
fosse pure stato per politica, ciò spiegherebbe maggior- 
mente r importanza e i rifiessi, dal punto di vista politico, 
dei suoi atti. 

Se un sentimento religioso muoveva l'opera di Costan- 
tino, esso doveva condurre per intrinseca sua natura alla 
propaganda e al trionfo delle proprie dottrine; se uno 
scopo politico, gli stessi effetti, come mezzi al raggiungi- 
mento migliore e più completo di quello scopo, dovevano 
manifestarsi (2). 

Ecco il succo della politica ecclesiastica di Costantino: 
porre in linea parallela la vecchia e la nuova religione in 
via di principio; allargare il campo di questa, in via di 
£nto, a tutto scapito dell'altra. 

In consonanza al primo ordine d' idee vediamo riam- 
messi i cristiani nelle pubbliche cariche (3), rese loro inac- 
cessibili da Diocleziano; vediamo riconosciuti i giorni di 



babilmente an certo Osio), a Roma tradotto dalla Spagna, indicogli 
la religione cristiana come quella che concedeva il modo di lavare 
ogni misfatto. Ed egli si fece cristiano. 

(i) Ciò risponde meglio al carattere di Costantino; se sono esa- 
gerate le lodi di Eusebio, è pure esagerato il biasimo di Zosimo, e, 
se non è possibile fare una media delle une e dell'altro (Gibbox', 
op. cit.), si può ritenere più giusto e temperato il giudizio di un 
altro storico, Eutropio, che, indipendentemente dalla questione re- 
ligiosa, che egli non rileva, ci presenta con miglior criterio il ca- 
rattere in sostanza elevato e non comune di Costantino (X, 7). 

(2) A questa conclusione arriva in sostanza, nonostante il suo 
contrario punto di partenza, anche Burckhardt (op. cit.). 

(3) Eusebio, Vita Constant, lib. II, cap. 44: y-y-i irp^Òra 'j.ii tìÌ"; 
x.oct' iTTapy^iai; òtvipYiy.svoi? l'Ssviatv r,-^£_aova? t(.o.TÌ—ziJ.Ttz, 'f, uuTT.p'.u tti- 
cTsi /caS(d(j'.(oy.£%s'j; tsù? wXstou; » &c. ; III, 1 : 01 (persecutores) y-ì'i 

TO'JTOt? òt=7iXc'. Sappw";, vj-iO'Ji a'JT'ò y.aì tt'.sts'J; óltzÓ.'i-wi jj.àXXo'< ts'j- 



120 C. Car assai 



feste religiose cristiane (i); vediamo cadere in desuetudine 
molte cerimonie religiose, che accompagnavano gli atti 
pubblici; vediamo semplificate e rese come generiche le 
cerimonie religiose guerresche, riconosciuta la santità dei 
templi cristiani e rese valide le manumissioni ivi fatte avanti 
al vescovo (2), pagati o sussidiati i sacerdoti cristiani in 
molte occasioni con i denari pubblici, esentati i vescovi, 
come le autorità più eminenti dello Stato, dai carichi per- 
sonali, poiché, dice Eusebio (3), anch'eglino, col propiziare 
la Divinità alla Repubblica, rendono a questa un grande 
servigio (4). 

Sotto il secondo aspetto, la politica costantiniana si ap- 
palesa con un complesso di fatti, personali dell' imperatore, 
o anche di governo e di legislazione, tutti non di natura 
privata ma d' indole ufficiale, tendenti ad allargare il campo 
del cristianesimo, a restringere quello del paganesimo. 

Era il carattere stesso dell'imperatore che portava a 
ciò, perchè era egli una di quelle personalità che sanno 
imporsi agli altri, imporre la propria volontà e le proprie 
convinzioni, imprimere un carattere particolare e tutto per- 
sonale al governo della cosa pubblica. Egli aveva tutte le 
qualità che non devono mancare in uomini siffatti. Era 
superstizioso e come convinto di avere quasi una missione 
da compiere per volere della Divinità ; i suoi sogni e le sue 
visioni potevano essere astuzia politica, potevano anche 

(i) Eusebio, Vita Const. lib. IV, cap. 2;: /.ai toT; x.aT' és/s; 

ò' àp/^ioaf*, óaoiw; rry K'j-A(x/.ht raspa-* -'s'ao; È'fO'.Ta •^•EpatsEiv (cf. osser- 
vazioni fatte sopra) tÒ vEuy.art [iactX-'oj; xaì aaiTupwv r.(j.£;a; STtaw-*, 
y-atpi'j; s' éostwv Èy.xXroia-.;. 

(2) Due leggi di Costantino degli anni 316 e 321 riguardano le 
manomissioni fatte nelle chiese cristiane (1. i, 2 Cod. Giust. I, 13). 
La prima di queste leggi, cominciando con le parole « iam dudum 
« placuit ut in ecclesia » &c., fa supporre che ne esistesse ancora 
una terza. 

(3) Stor. eccìes. lib. X, cap. 7. 

(4) Riscontrare la 1. i Cod. Theod. XI, i, De aiittoiia et tribiiHs. 



La politica religiosa di Coslautino ecc. 121 

essere effetti suggestivi di quella superstiziosità e di quella 
convinzione; in ogni modo erano da lui stesso narrati e 
presi a base delle determinazioni più importanti (i). Questa 
specie di predestinazione divina è affermata e forse cre- 
duta non solo dagli scrittori cristiani (2) ma dagli stessi 
pagani, e forse loro era meno difficile, che volevano dir 
cosa gradita all' imperatore (3). Era amante di novità e 
compiacevasi di essere quasi singolare : era arguto e anche 
pungente motteggiatore (4): di facile ingegno, era amante 
di occuparsi di molte cose, anche estranee alle armi e alla 
politica; fu egli perciò amante delle belle arti (5), retore 
e declamatore nonostante che nella sua prima età non fosse 
stato iniziato alle lettere (6), ed amò e protesse i filosofi 
e i letterati del suo tempo, Sopatro, Porfirio, Optaziano, 
Eumene, Lattanzio ed Eusebio. Fu legislatore attivissimo e 
molte sue leggi sono pervenute a noi nei Codici Teodosiano 
e Giustinianeo (7): egli amava di riformare molte cose, di 

(1) Oltre alla nota visione della croce nella battaglia di ponte 
Milvio (Lattanzio, De mori. pers. cap. 44; Eusebio, Vita Const. lib. I, 
capp. 2<S e 29), basti ricordare un altro sogno che l' imperatore at- 
testò di avere avuto per la fondazione di Costantinopoli. Se la te- 
stimonianza di SozoMENO è sospetta (II, 3), abbiamo l'attestazione 
dell'imperatore stesso (Cod. Theod. XIII, 5, 7 « iubente Deo »). 

(2) Lattanzio, De mort. pers. cap. 44; Eusebio, Land. Const. 
lib. XI, cap. i ; lib. XVIII, cap. i ; Vita Const. lib. I, cap. 47 ; lib. II, 
cap. 12. 

(3) Eu.MEX. Paneg. IX, 2 : « habes profecto aliquod cum illa mente 
« divina, Constantine, secretimi, quae delegata nostri dis minoribus 
«cura uni se tibi dignatur ostendere». Cf. Seeck, op. cit. p. 54; Ap- 
pendice, pp. 438-39. 

(4) VicT. Ep. 41, 18: « irrisor potius quam blandus, unde pro- 
« verbio vulgari Trachala ». 

()) EuTROP. loc. cit. X, 7; EusEB. Vita Const. lib. I, capp. 2, 
19; lib. IV, cap. 29, p. 5). 

(6) Anon. Vales. II, 2: « litteris minus instructus ». 

(7) « Multas leges rogavit, multas ex bono et aequo, plerasque 
superfluas»; Eutrop. loc. cit. 



122 C. Car assai 



far valere il suo giudizio e il suo sentimento contro ogni 
costume od ogni regola di diritto, per cui Giuliano lo 
chiamò poi « novator turbatorque priscarum legum et moris 
« antiquitus recepti » (i); e ciò non solo nell'ammini- 
strazione, dove pur dimostra sagacità ed in fondo un animo 
giusto, ma anche nel campo strettamente giuridico, dove 
la pratica decisione che egli dettava fu osservato non ri- 
spondesse sempre alla tradizione del puro diritto romano (2). 
Anche nella penale giustizia il suo sentimento personale 
prevaleva sull'equità, e talvolta mostravasi severissimo, pre- 
cipitato e quasi feroce, e talvolta di larga blandizie (3), 

Era dunque Costantino, « vir ingens et omnia efficere 
« nitens quae animo praeparasset » (4), l' uomo adatto a 
concepire e ad effettuare il proposito di sollevare il cri- 
stianesimo alla pari e quindi al di sopra del paganesimo, 
e con costanza e tenacia in tutto l' insieme del suo go- 
verno porlo definitivamente su quella via che doveva avere 
per meta prossima il suo trionfo completo, nella rovina 
del paganesimo, dell'antica civiltcà e dell'antico mondo. 

Le manifestazioni pubbliche del cristianesimo e le sue 
influenze sulla vita pubblica ufficiale furono sotto Costan- 

(i) Amm. XXI, IO, 8. 

(2) Importante sarebbe la seguente notizia data da Seeck (op. 
cit. pp. 52-55), ma non è indicata e non ho trovato la fonte: « wohl 
« aber fehlte iliin das geschultc Rechtsgefùhl, welches auch den ge- 
« stàndigen Verbrecher der schùtzenden Formen dea Prozesses nicht 
« zu berauben gestattet. Wo er von der Schuld ùberzeugt war, schien 
« ihni cine Untersuchung ùberflùssig, und ob der Henker odcr Mcn- 
<v chelmórder das Urtheil voUzog, betrachtete er als cine gleichgil- 
« tige Fo! mfrage. In Fcldlager aufgewaclisen und von lugcnd auf an 
« Blut und Wunden gewòhnt, batte er das Mitleid fruii verlernt ». 

(j) Cf. i due passi in Eutropio (X, 6): « primum necessitudines 
a persecutus Crispum filium egregium virum et sororis filium com- 
« modae indolis iuvenem, interfecit: niox uxorem; post numeros 
« aniicos »; (X, 7): «... ingentcmque apud barbaras gentes mcnioriae 
a gratiam collocavi! ». 

(4) Eutropio, X, 5. 



La polìtica religiosa di Coslaiitiiio ecc. 123 

tino manifeste e continue. Incominciarono, si è detto, con 
r innalznmento della croce sul labaro, suU' emblema della 
romana grandezza che a tante vittorie aveva guidato le 
fortunate armi romane; e dopo la battaglia di ponte Milvio 
non furono celebrati giuochi, contrari ai rigidi costumi 
cristiani. 

La lotta con Licinio, che nascondeva l'aspirazione di 
Costantino a riunire nelle sue mani tutto l'impero (i), fu 
combattuta sotto l'invocazione della protezione degli dèi 
da una parte, di Cristo dall'altra, e fu riguardata quasi come 
una prova della verità e della potenza dell'una e dell'altra 
religione (2). 

Dopo ciò e dopo le fortunate vittorie, le truppe rico- 
nobbero Cristo, almeno nella loro rozzezza, accamo ai loro 
dèi; era già questo un passo verso la loro cristianizzazione, 
era già un' affermazione importante del Cristianesimo che 
doveva portare i suoi frutti. 

Le controversie religiose, che con tanta violenza sor- 
sero e si combatterono in quell'epoca, ebbero un riflesso 

(1) EUTKOPIC, X, ). 

(2) Eusebio, Slor. eccks. lib. X, cap. 9; Vìla Coint. lib li, cap. 5. 
È interessante di rilevare che, invero, questo principio di giudicare 
della verità o falsità delle religiose credenze dall' influenza buona o 
sinistra del principio stesso religioso sulle cose umane e sulle cose 
dell'impero, che in sostanza riduceva la questione religiosa ad una 
discussione storica, ponendola sopra una base di fatto, trasparisce in 
tutta la lunga lotta religiosa fino alla rovina completa del pagane- 
simo. Sl! questo principio e su questo scopo s' incardinano il De nior- 
tihiis perseciitornm, come più lardi la Città di Dio di sant'Agostino: 
questo principio trasparisce continuamente negli scritti di Eusebio: in 
una lettera di Costantino tramandataci nella 5/or/a (jcc/di^/a^z/ca (lib. X, 
cap. 7) non altrimenti si osserva: 'E-siSr, i/. TrXsisvw* Trpa-jry.dTuv <pai- 
■icTai Tvape^i'jSScvTiSrerorav ■:•}■,•* Spr.a/.iiav ìi fi r, jcosucpaia tx? à-j-utoàTVi; 
sTTO'jpavio'j alòd); cp'jXàTTSTat, y.SYOcXo'j; )«f(5uN0u; ì'^-n-ioyj'i'x'. tsÌ; Sviu.oaiot; 
Tzoó.'^y.'xrsvi, aÙTTiv t; -oiùzr.'i IvS/cao); àvaXYicpScìca-j /-ai {p'AaTT0;.;.c'v7iv, 
a£-^iaTr,-; còiu/^iav tm 'Puy.aVy.w ivs'y.aTt, x.aì uù'J.noia'. T5Ì: rù-i k'tXtwTTwt 
■jrpà'Y;-'-aci^ s^atpsTS-* eùòaiaj'ia-/ izy.fzayjr.'J.i-i'xi, &C. 



124 ^- Car assai 



diretto nel campo dello Stato, e in gran parte invero in- 
teressavano la pace e la tranquillità pubblica (i): lo Stato 
intervenne a mezzo dell'imperatore, non con mezzi esclu- 
sivamente di polizia, ma con mezzi altresì e con riguardi 
inerenti all' organizzazione della Chiesa cristiana. 

È da riflettere al riguardo che l' azione di Costan- 
tino si esplicava come cristiano e come uomo di governo. 
Non è da esagerare il valore di questa sua intromissione 
nel governo della Chiesa e riannodarla troppo ai concetti 
dell' antica teocrazia, perche Costantino non si arrogò 
anzi mai il diritto di far da pontefice nella Chiesa cri- 
stiana, nonostante che le circostanze e le condizioni della 
Chiesa in quell'epoca, dopo la persecuzione diocleziana, gH 
avessero anzi offerto il destro di estendere la sua inge- 
renza (2). Egli convocava i sinodi ed i concilii, ne stabiliva 
le modalità; faceva obbligo ai vescovi d'intervenirvi, li 
esortava alla concordia, esercitava un'autorità provviden- 
ziale allora per l'unità della Chiesa e della fede cristiana, 
mostrando anzi in questa sua condotta molto tatto, come 
Burckhardt riconosce (3). Due sinodi (ece egli convocare 
in occasione della controversia donatista di Cartagine "(4), 
poiché a lui ambo le parti avevano ricorso per averne il 
giudizio e l'appoggio (5). Egli assistette al sinodo di Ar- 

(i) Lo dice !o stesso Costantino nella lettera a Milziade, con 
la quale fu sottoposta al giudizio di questo e di altri vescovi (tw* 
y.'/KXr.-^ut 'iy-wv), Reticio, Materno e Marino, la questione di Ceciliano 
cartaginese (cf. Eusebio, Slor. cecia, lib. X, cap. 5): /.ai ts-jtì asi 
papj (j'yiòpa òo/.i', T9 £v ra'JTai; ii:%zyj.a\% a; ttì ìj-t, /.aSoctróasi aùsai- 
seTOu; r, 5eia npivsia à/E/^eipiTS, y.à/.iìa» iri^J ttX-^So; Xaoi3, ó^^sv l-i 
ri oa'jXsTEpj"' tTt'.'J.iiTit'i- cJp'.ay.cjSat woa><ci òf/^oa-aTSÙvra &C. 

(2) Bene in proposito il Sheck, op. cit, pp. 60, 62. 

(3) Op. cit. p. 365. 

(4) Mansi, II, 434 e 456. Cf. le lettere di Costantino a Milziade 
papa e ad Onesto vescovo, in Eusebio, Stor. eccks lib. X, cap. 5. 

(5) Cf. le notizie sull'origine del Donatismo nella Zeilschrijt f. 
Kiichengischichli, X, '^o\ sg Inoltre Wòlter, Dcr Urspning da Do- 



La politica religiosa di Costantino ecc. 125 

les (i), f cosi al grande concilio di Nicea, che fu per suo 
ordine convocato (2). Ma, oltre a ciò, le decisioni di questi 
concilii erano fatte da lui valere con la forza pubblica (3); 
questi concilii stessi erano adunati a spese pubbliche (4): 
sotto tali aspetti queste controversie interne della Chiesa 
rientrarono nella competenza dello Stato, e contribuirono 
perciò ad una nuova affermazione pubblica del Cristia- 
nesimo. 

Molte pratiche religiose e molte feste pagane, che più 
contrastavano per la loro licenziosità con la morale cristiana, 
vennero dall'imperatore sospese o addirittura proibite (5): 



nalismiis iiach deii Oucìlen unlcnncìit iind dai-i^cstt'ìlt, Freib. und Tu- 
bing, 1883 (riguardo a Costantino specialmente pp. 134-194). 

(i) Eusebio, Vila ConsL lib. I, cap. 44; Zeitschrift, ivi, p. 507. 

(2) Seeck, Untersuchuiigen :(. Gescli. d. Kicdeuiris Kon^iJs, in Ztiit- 
schrift f. Kirchengeschìcbte, XVII, n. i, 319 sg. 

(3) Rilevasi specialmente riguardo alla controversia di Atanasio 
ed al concilio di Nicea {Vita Const. lib. III). 

(4) Eusebio, Star, eccìes. lib. X, cap. 5. 

(5) Eusebio, Vita Const. lib. IV, cap. 25 (cf. 1. i Cod. Tlicod. 
De gladiatorihiis, XII, 15; 1. i Cod. Giust. XI, 43: «Cruenta spe- 
« ctacula in otio civili et domestica quiete non placent. Quapropter, 
« qui omnino gladiatores esse prohibemus, eos qui forte delictorum 
« causa hanc conditionem atque sententiam mereri consueverant, me- 
te tallo magis facies inservire, ut sine sanguine suorum scelerum poenas 
«agnoscant». Due leggi di Costantino proibiscono la consultazioni- 
privata degli aruspici, non potendo compiersi le pratiche relative che 
nelle pubbliche are a ciò destinate (Cod. Theod. IX, 16, i, 2). Una 
legge di Costanzo riferisce un'altra legge di Costantino che proibiva 
i sacrifici (Cod. Theod. XVI, io, 2): « cesset superstitio, sacrificiorum 
« aboleatur insania. Nam quicumque contra legem divi princi- 
«pis parentis nostri et hanc mansuetudinis nostrae ausus fuerit 
« sacrificia celebrare » &c. Mi pare molto probabile che questa legge 
di Costantino effettivamente esistesse e proibisse alcuni speciali sacrifici 
cruenti e contrari alla nuova morale. Ne dà, del resto, notizia anche 
Eusebio, Vita Const. lib. IV, cap. 23: ... Sjcia? -i rpi-s; à.T:r,'p- 
piUETs -òt; • È ricordata anche nel lib. II, cap. 45 :..• y-r'^ i^-'h S'je'.-* 



126 e. Car assai 



del resto Costantino in questa piiri^a:;^ioìie del rito pagano 
non faceva che seguire, e magari estendere, l'esempio dei 
più austeri, o meno corrotti, suoi predecessori. A quest'ordine 
di provvedimenti sono da riferire i suoi ordini di chiusura 
di alcuni templi pagani (i). Questi templi, consacrati nella 
maggior parte a \'enere, nelle provincia orientali, in Fenicia, 
in Cilicia, neir Egitto, erano centri di gravissime immo- 
ralità e turpitudini: xo) \xr^òiyx ac[Jivà)v àvòptov aùxóS-: ToX|xàv 
7ìaj>i£va'. (2). 

È da ritenere, peraltro, a questo proposito non essere 
comprovato che sotto Costantino e nella stessa cittA di 
Costantinopoli non fossero eretti nuovi tempi pagani (3). 
Altri attentati o altre noie non ebbero a soffrire questi 
tempi sotto Costantino : il racconto di Eusebio (4) che 
molte statue di dèi sarebbero state fuse per destinarne 
l'oro e l'argento, di cui erano composte, a sostenere le 
gravi spese ordinate dall' imperatore, e che molte statue 
sarebbero state tolte dai rispettivi tempi per essere traspor- 
tate ad adornare la nuova città di Costantinopoli, raccolto 
da Schultzc (5), non ha importanza, perchè, tolta l'esage- 
razione che qui manifestamente trasparisce, si tratta della 
fusione e della spogliazione di quei tempi, di cui fu ordi- 
nata la chiusura (6); e il trasporto di statue artistiche (-/aXxoO 
'^:/.07.7./.''a:; à'f.sprojxivtov) a Costantinopoli è un fatto che si 
spiega con ragioni, che nulla hanno a vedere con la ragione 

(i) Eusebio, Fila Comi. lib. Ili, capp. 5 1-5 5-56, 58. 

(2) Eusebio, ivi, cap. 55. 

(3) La lepge 3, Cod. Theod. XV, i, citata da Scliultze, non può 
avere questa interpretazione. 

(4) Vila Censi, lib. Ili, cap. 3;: ... 'EirXr,:&5T0 òè òiiXju irSaa f. 
fiaiO.Sù); Èttwvo Ai; ttìXi; -w y.t-'ìt. -à-; ÉSvs; svTSy^vot; yaXx.ov» ca-.yoxaXiat; 

()) Op. cit pp. 50, 51. 

(ój Le ultime parole di quel capo della storia di Eusebio lo di- 
mostrano : As'J./.'.i'. ò^Ta /.ai 'y.ii •j.ùUmi 5j;: ^'E-j'Tsa/.jTcìJv, •:pr/'7>i >^à- 
C'j.olg:i T.7ÌVT; -2;tJì>,r,53/T£;. 



La politica religiosa di (Costantino ecc. ii'j 

religiosi!, e che riflettono al « su m munì ius » della città 
che, come Roma, era, o veniva ad essere, il « caput » 
dell' impero (i). 

Alcune cerimonie tradizionali pagane non furono com- 
piute da Costantino: cosi non si ascese il Campidoglio 
dopo la vittoria su Massenzio, né alla ricorrenza dei Ludi 
Capitolini furono celebratele consuete cerimonie, con grande 
disdegno, come Zosimo narra (2), del Senato e del popolo. 

Le ricorrenze solenni con le quali, secondo il costume, 
si celebrava il compimento di ogni lustro di regno dell' im- 
peratore, e si facevano voti per il nuovo lustro che comin- 
ciava (0 quinquennalia, decennalia, quindicennalia, vicen- 
nalia») furono dall'imperatore solennizzate con feste religiose 
cristiane, con conviti, ai quali, giusta il racconto di Euse- 
bio, tutti i vescovi erano invitati (3): ciò non esclude che 
feste pagane fossero altresì celebrate, essendo giorni di fe- 
stività universale, ma queste non avevano, come quelle, 
tutto il favore e la partecipazione dell' imperatore. Nei 

(i) Ammiano Marcellino, XVII, 92 (ediz. Parisiis, 1631) par- 
lando dell'obelisco trasportato nel Circo Massimo di Roma da Co- 
stanzo nell'anno 557 (v. Henzex e De Rossi, Inscript. tirh. Rotiiae, 
ediz. Bormann ed Henzen, VI, par. i, n. 1163) dalla città egiziana 
Eliopoli, accenna che già Costantino aveva tentato di farne il trasporto 
a Costantinopoli. L'obelisco era consacrato al dio Sole, ed era posto 
entro alle rovine del tempio, ma, dice A. Marcellino, « Constanti- 
« nus, id parvi ducens, avulsam hanc molem sedibus suis, nihilque 
«committere in relisrionem recte exsistimanssi abla- 
«tum. uno tempio miraculum Romae sacrarci [invece a 
«Costantinopoli] idestin tempio mundi totius, iacere diu 
« perpessus est, dum translationi pararentur utilia » &c. Intorno a ciò 
cf. anche, in generale, Burckhardt, op. cit., e Crivellucci, Della 
fede storica di Eusebio, pp. 10-27. 

(2) ZOSIMO, II, 29: Tr.i òi -jraTpis'J y.aTaXapj-jijr.; ioz-r,^, /.aS' ■/■•< 
àsi'^y.r, tò a-^y-riT^zòoi r.'i ;'=-/a'. =;; ~i KaTTiTwXts-*, ivoòo-; i-W-òi^wi àvai- 
Òrrt, /.OLÌ -r,i isià; àTvsGTXTria;, il; y-ì'ffs; ~r,'i -^spo-jdia-* /.ai -zb-i òr.v.sv 



aNiOTTiCS-^ 



(3) l'ita Const. lib. I, cap. 48; lib. III, cap. 15. 



128 e Car assai 



« decennalia » e « vicennalia » le sue lodi furono dette da 
Eusebio (i). 

Le leggi di Costantino, da quanto ne conosciamo per 
esserci state conservate dal Corpus iiiris e per il giudizio 
che ne apprendiamo da contemporanei, rispondono molto 
alla morale cristiana (2). In verità l'indirizzo ci traspa- 
risce da parecchie, che troviamo nel Corpus liiris. Siste- 
matica è la protezione delle donne, dei minorenni, delle 
vedove, degli orfani, e il miglioramento in questa materia, 
su larga base di equità, del diritto antico è evidente ; tale 
protezione si estendeva nel campo penale, processuale e pa- 
trimoniale, e specialmente aveva di mira di por limiti alle 
cattive e voraci amministrazioni dei tutori e curatori (3). 
Né solo in fatto di amministrazione ed in materia patri- 
moniale aveva riguardo alla tutela: una legge dell'anno 320 
commina severe pene, la deportazione ed il sequestro di 
tutti i beni, a quel tutore che avesse abusato della sua 
pupilla (4). Il pudore della donna, in generale, sugge- 
risce a Costantino alcune disposizioni che accordano pri- 
vilegi alle giovanette e alle matrone « propter pudorem 

(i) Vita Const. lib. I, cap. i. Si può confrontare anche Eusebio 
{Laud. Const.), cap. 2: iravri-Y'jpi' te Taótr.v u-i-m sjts; t'ov TrwTTUTE rr.i 
'P'ij'Aaitov y.i'isr.'fvj.o-ivjci-nii)'! pac.XE'a;, ri'.TTaT; r,ò% irspiiòsi; òsiiaStov Trpò; 
■zcZ way.paciXj'to; 0:Oj Tty.r.Sct;, où /^Sovisi; y.aTà tsò; iraXdiou; a'j^rsXeì 
77<2uu.ac;v, 5'jòi X7.0KXitu)t tpaay.aci &atao'*ti)'< . . . a'J'/y;a37iy,='-(5{ 7<5v eì; 
a'jTÒv )Cc/_ipT.-]frac'va)v à-^a5ò'(, àTTSÒiòwaiv • 

(2) Oltre che in Eusebio, leggiamo nel panegirico di Nazario, 
cap. 38: « Novae leges regendis moribus et frangendis vitiis consti- 
« tutae. Veterum calumniosae ambages recisae, captandae simplici- 
« tatis laqueos perdiderunt. Pudor tutus; munita coniugia» &c. 

(3) Cod. Theod. I, 22, De o[ìicio iudkuin omnium, r, 2 (Cod. 
Giust. I, 48, i; III, 14, i); III, 30 Dà aJminìslratione et peiicnlo tu- 
torum etcìiratornm, 1-5 (Cod. Giust. V, 37, 20-23); IX, 21, De (alni 
moneta, 4, |] i ; XLII, De bonis proscriptorum et damnatorum, i (Cod. 
Giust. IX, 24, i; V, 16, 24). 

(4) Cod. Theod, IX, 8, i (Cod. Giust. IX, io, i: « pupillani 
quondam suani »). 



La politica religiosa di Costantino ecc. 129 

«et verecundiam » (i), « considerato sexu » (2). L' influenza 
della morale cristiana è qui manifesta, e tanto più essa 
ci trasparisce, se teniamo d'occhio un'altra legge di Co- 
stantino che vuol salvaguardare dalla prostituzione la donna, 
ancor schiava, che all' osservanza della rigida e pura cri- 
stiana legge si fosse dedicata (3): « nemo alter coemendi 
« habeat facultatem », dispone la legge, « nisi aut hi, qui 
« ecclesiastici qssq noscuntur, aut christiani homines de- 
ce monstrantur, competenti pretio persoluto ». Altra severa 
legge dell'anno 320 commina punizioni ai rapitori di fan- 
ciulle, e disciplina le conseguenze di cotali reati (4). Un 
rinnovamento della legislazione sotto l' impulso di una più 
sana morale ci apparisce da altre disposizioni che riflettono 
il matrimonio. Una legge dell'anno 331 disciplina i casi di 
legittimo ripudio (5): un'altra dell'anno 32^(6) proibisce, 
durante il matrimonio, di tenere presso di sé una concu- 
bina. Alcuni rapporti di obbligazione dipendenti dalla pro- 
messa di matrimonio hanno suggerito a Costantino sei 
buone leggi che ci sono conservate nel lib. Ili, titolo V, 
del Codice Teodosiano ; quattro di esse sono trascritte 
nel Codice Giustinianeo. 

Da un frammento di una legge dell' anno 33^(7) rilevasi 
r esclusione dal diritto di ereditare dei figli illegittimi; con 
altra dello stesso anno (8) sono puniti i senatori ed altre 
persone che, rivestite di pubblica autorità, avendo illecito 
commercio con una schiava o liberta, o con donna di cat- 
tivi costumi, volessero annoverare tra la prole legittima i 



(i) Cod. Theod. II, 17, I, 5 I (Cod. Giust. II, 44, 2). 

(2) Cod. Theod. I, 22, i, (Cod. Giust. I, 48, i). 

(5) Cod. Theod. XV, 8, i. 

(4) Cod. Theod. IX, 24, i. 

(5) Cod. Theod. Ili, 16, i. 

(6) Cod. Giust. V, 26, I. 

(7) Cod. Theod. IV, 6, 2. 

(8) Cod. Theod. ivi, 3 (Cod. Giust. V, 27, i). 

Archivio della R. Società romana di storia patria. Voi. XXIV. 



ijo e. Car assai 



fii-li in tal modo avuti, e annulla le donazioni che in via 
diretta o indiretta loro volessero fare. L' ordine interno 
della famiglia è così concepito da Costantino che in caso 
d' adulterio, che era considerato pubblico delitto, proibisce 
che intervengano estranei a farsi accusatori; ma ordina che 
ciò sia riservato al marito e agli stretti parenti (i) 

Anche all' immoderata potestà del paterfaniiìias riflette 
un'opportuna legge di Costantino, e a grave pena fu sot- 
toposto quegli che fosse convinto di parricidio verso quelle 
persone che alla sua affezione avevano naturale diritto (2). 
La vendita, come la cessione in pegno, dei fanciulli 
era pure proibita: già Diocleziano e Massimiano avevano 
dichiarato nell'anno 294 essere evidente (3) che l'alie- 
nazione dei figliuoli per parte dei parenti non fosse 
dal diritto permessa. Ma, poiché era tuttavia ammessa la 
vendita dei figli appena nati {sanguinoìcntos) per estrema 
miseria (4), Costantino provvide che il fisco intervenisse 
a sussidiare siffatti indigenti per impedire quella nequi- 
zia (5): in ogni caso dispose che, ove pure la vendita ve- 
nisse in tal modo effettuata, fosse sempre lecito al venditore 
o allo stesso alienato di riscattare la libertà. Saviamente 
dispose Costantino intorno agli esposti, nell'anno 331, 
che quegli che li avesse raccolti ed educati, sciente anche 
il padre o il padrone, li ritenesse presso di sé in quello 
stato che egli avesse creduto di assegnar loro (6). Altre 
disposizioni riguardano il trattamento più umano degli ar- 
restati e sottoposti a processi (7) ; volle Costantino che i 
processi fossero con sollecitudine istruiti e svolti, e che 

(i) Cod, Theod. IX, 7, 2, anno 326 (Cod. Giust. IX, 9, 29). 

(2) Cod. Theod. IX, I), I (Cod. Giust. IX, 17, i). 

(5) «Manifesti iuris », Cod. Giust. IV, 43, i. 

(4^^ Cod. Theod. V, 8, i (Cod. Giust. IV, 45, 2). 

(5) Cod. Theod. XI, 27, i, 2. 

(6) Cod. Theod. V, 7, i. 

("]) Cod. Theod. IX, 3, i e 2 (Cod. Giust. IX, 4, i, 2. 



La politica religiosa di Costantino ecc. 131 

intanto non fossero i processati malmenati né avvinti a 
dure catene, ma solo per quanto fosse necessario alla loro 
custodia. 

h noto quanto l' ordinamento finanziario si avvantag- 
giasse sotto Costantino; in questo luogo ricorderemo quat- 
tro sue leggi, che fanno obbligo ai pubblici riscuotitori, 
sotto comminatoria di severe punizioni, di essere giusti ed 
umani, alieni da qualsiasi concussione ; e proibiscono per 
i morosi la pena del carcere o di sottoporli a dure sevi- 
zie (i): « nemo carcerem plumbatarumque verbera aut 
« pondera aliaque ab insolentia iudicum reperta supplicia 
« in debitorum solutionibus vel a perversis vel ab Iratis 
« iudicibus expavescat. Career poenalium, career ho- 
«minum noxiorum est» &c. (2). 

Un' altra legge dell'anno 519 (3) punisce i padroni di 
schiavi che usassero verso i loro servi eccessive sevizie, e 
li rendeva colpevoli di oinicìdio se li avessero scientemente 
torturati fino all'uccisione. Né é questa la sola legge che in 
fritto di schiavitù ispirasi ad umani principi ; 1' imperatore 
riconosce anche in qualche modo la famiglia del servo, e 
vuole che in caso di divisione di fondi rimanga presso un 
medesimo possessore tutta un' agnazione di servi: « quis 
« enim ferat», dice l'imperatore, a liberos a parentibus, a 
« fratribus sorores, a viris coniuges separari ? » (4) 

Un' altra legge di Costantino, accolta nel Codice Giu- 
stinianeo, proibisce, sotto pena di morte, la formazione di 
eunuchi (5). 

Una grande conquista della dottrina cristiana sulla le- 
gislazione del tempo fu quella di togliere gli antichi di- 

(i) Cod. Theod. XI, 7, De exactioìjihus, 1-4 (Cod. Giust. X, 
19, I, 2). 

(2) Ibid. 1. 5. 

(5) Cod. Theod, IX, 12, i (Cod. Giust. IX, 14, i). 

(4) Cod. Theod. II, 23, i. 

(5) IV, 42, I. 



n2 C. Car assai 



vieti e certo pene contro i celibi, e, in genere, ciò che era 
più grave e severo, contro coloro che eran privi di prole. 
La legge è di Costantino e dell'anno 320 (i); e non 
taccieremo qui di esagerazione e di adulazione Eusebio so, 
con poche considerazioni sulla virtù dell' astinenza e della 
verginità, fa risaltare il valore e il contenuto cristiano di 
sifF;Uta legge. Legge dura ed ingiusta (à7:y]vy); vópio^), egli 
la chiama, di punire come volontaria colpa l' orbita, 
quando por molte cause tìsiche non fosse dato di otte- 
nere della prole; ma anche quando alcuno per sentimento 
morale (v' a'^oSpoxàtw cp'.Àoao^'a; eptoi:) amasse astenersi 
dalla copula carnale : e ciò specialmente riguardo a molte 
donne che, al divino culto consacrate, coltivarono in sif- 
fatto modo la castità e il sentimento verginale, da dedi- 
care a incorrotta e santissima vita il loro corpo e l'anima 
loro (2). 

È manifesta, quindi, l'influenza del cristianesimo nella 
legislazione di Costantino sia nel campo pubbhco che nel 
campo privato, nella sfera e negli istituti i quali, più che 
ai rapporti strettamente privati, s attengono a principi di 
ragion pubblica : e, se consideriamo cosa fosse il diritto 
per Roma, quanta parte costituisse della vita, del pensiero, 
del sentimento della nazione, come fosse sostanzialmente 
compenetrato nelle istituzioni e nella vita politica dello 
Stato, ci apparirà l' importanza di quella influenza e di 
quella compenetrazione del cristianesimo negli elementi 
pubblici dell' impero. L' epoca costantiniana segna l' inizio 
di questa trasformazione del diritto pubblico romano, che 
progredisce largamente fino e oltre Giustiniano, sotto 
r ispirazione di un « diritto divino » che rompe lo resi- 
stenze del vecchio mondo e adatta la vita giuridica sopra 
una nuova base etica. Costantino appartiene, con la sua 

(1) Cod. Theod. 1. un. Vili, 16 (Cod. Giust. Vili, 57. i). 

(2) ViUi Const. lib. IV, cap. 26. 



La politica religiosa di Costantino ecc. 133 

legislazione, all'epoca nuova; e noi quindi non erravamo 
affermando che la religione cristiana fu da lui sollevata 
non solo al grado di religione di Stato, con tutte le in- 
fluenze correlative e necessarie, coscienti e incoscienti, 
sulla vita pubblica; ma ebbe da lui il primo impulso a 
quella rapida evoluzione che, per forza di cose, doveva 
condurla a battere in breccia il vecchio mondo, i suoi 
principi e i suoi costumi. Di questa evoluzione, che dal 
campo morale entra nel campo esecutivo e materiale già ai 
tempi di Valentiniano, mancherebbe la base storica e man- 
cherebbe un anello di congiunzione e di attacco, se si di- 
sconoscesse l'opera e l'influenza cristiana di Costantino. 

Giusta il concetto romano, cui più volte si è accen- 
nato, della religione di Stato, il culto pubblico era man- 
tenuto a carico del pubblico erario ; i sacerdoti erano uflì- 
ciali pubblici e percepivano un pubblico stipendio. Intorno 
a ciò abbiamo ragionato in un precedente nostro lavoro (1), 
ed ivi abbiamo anche dimostrato come, anche allorquando, 
specialmente con l' allargarsi dell' impero, i templi vennero 
acquistando una certa personalità propria, con un patri- 
monio loro determinatamente destinato e con certe ren- 
dite, ed anche i sacerdoti vennero costituendo una specie 
di corporazione con una cassa propria, «arca pontificum», 
il fondamento pubblico di questa proprietà restò sempre 
invariato sia per la origine di queste rendite, sia per la 
natura speciale di molte di esse (come multe e pene pecu- 
niarie nei processi, ed altre di origine contravvenzionale o 
penale), sia per le loro guarentigie, per la loro amministra- 
zione e in sostanza anche per la loro disponibilità (2). Ma 
abbiamo pure ivi accennato come le cose cambiassero con 
la proprietà cristiana : « la Chiesa passò sotto Costantino 

(i) La proprietà ecclesiastica, par. I. 
(2) Ivi, cap. I. 



134 ^- Car assai 



(( dal campo privato al campo pubblico, ed entrò allora in 
(( rapporto con lo Stato, venendo quindi a consolidarsi 
« come istituto giuridico nello Stato stesso ; ma vi entrò 
« con un organismo giA formato e socialmente stabilito, 
indipendente dallo Stato medesimo, al quale richiese il 
«riconoscimento formale e la protezione giuridica» (i). 

Il primo elemento che è da considerare nei riguardi 
pubblici della proprietà della Chiesa sotto Costantino è 
quindi l'elemento storico, l'elemento che lo Stato subisce 
nello stabilire i suoi rapporti con la Chiesa cristiana. E 
questo elemento è sostanza e forma : è sostanza, in quanto 
trovò allora riconoscimento una vera e speciale proprietà 
ecclesiastica, che sorgeva da fonti che nulla avevano da 
vedere con le risorse pubbliche e con lo Stato; ed è forma 
in quanto questa proprietà costituivasi assolutamente indi- 
pendente da ogni carattere pubblico statuale, assumesse o 
meno, fino da allora, un carattere pubblico ecclesiastico. 

Il fondamento di tutto ciò trovasi negli editti di resti- 
iuTJonc, sui quali ci siamo già soffermati, che restituirono 
alla Chiesa come conciìiiuìi, come corpus cbristianoniìn, cioè 
come corporazione, i beni sacri e non sacri che nel corso 
di tre secoli, secondo le leggi interne della Chiesa, si erano 
costituiti. Questi beni formarono la prima base economica 
del nuovo culto, e il diritto romano solo allora conobbe 
una vera proprietà ecclesiastica di natura corporativa, cui 
solo una tendenza, più o meno accentuata, il diritto an- 
tico aveva dimostrato. E fu cura dello Stato, per opera 
del suo imperatore, che questo patrimonio si costituisse 
nelle sue basi più larghe, profittando nella maggior misura 
dell'evoluzione anteriore, ed aprendo la via più larga al pro- 
gresso futuro col riconoscimento della facoltà di ereditare, 
che era, del resto, una mera conseguenza logica. 

Non ci è d'uopo di ripetere qui il contenuto degli editti 



(i) La proprietà ecclesiastica cit. p. 67. 



La politica religiosa di Costantino ecc. 135 

di restituzione: Eusebio ci fii conoscere da un documento 
di Costantino, trascritto questa volta nella sua Storia ec- 
clesiastica, come r imperatore intendesse che essi doves- 
sero trovare applicazione (i). 11 riconoscimento del pos- 
sesso della Chiesa e la restituzione di quanto le era 
stato confiscato non era una concessione dello Stato, ma 
una questione di giustizia; ed era nello stesso tempo il più 
esplicito disconoscimento di qualsiasi elemento pubblico e 
di qualunque ingerenza pubblica in questa proprietà: al 
principio della più lata esplicazione della legge di resti- 
tuzione rispondono i termini larghi e generici di questa 
lettera (2). Del resto che tale larga estensione ricevessero 
sii editti di restituzione ci è confermato dalla testimo- 
nianza del Liber pontijicalis. Nella vita di papa san Silvestro 
il compilatore di quel libro, annoverando i fondi donati 
da Costantino alla chiesa di S. Lorenzo in Roma, nel- 
r agro Verano, ricorda la « possessio cuiusdam Cyriacae 
« religiosae feminae, quod fiscus occupaverat tempore per- 
« secutionis Veranum fundum ». Ora, fu questa signora 
Ciriaca vedova e martire ai tempi della persecuzione di 
Valeriano, che costrusse coi suoi beni il cemeterio di S. Lo- 
renzo, dove furono riposte le ceneri di questo martire. 
Dunque la restituzione si estendeva anche alle confische 
avvenute nelle persecuzioni anteriori all'ultima di Diocle- 
ziano. 

(i) Lettera nd Anulino (Eus. Slor. eccUs. lib. X, cap. 3): "R^t'./ 

(l'AXornlm TiQoaìjy.ei, y.r, y.oNo-j a-À hioyì.tìa^ixt., aXXà )caS ànoxa^iaTcìy 
^ovXea&ca ry.à;. 

(2) Cosi prosegue l'imperatore (loc. cit.): "Ossv PsuXóasSa h, 
ÓTCOTav 7au7a xà 'Yoaa'j.axa -/.oj-iari i'. ii^ia. va tsutwv tww -zrt Ex/.Xr.ota 
T^ i4a5so>'.)c^ Twv Xp'.ortavSv hi éxccarciu no'/.faty ri >caì ('"/.'Àoig ónoii; 
òiicpisov, x.aì TiOLxiy^ivi-o vij-( r, ùirà itsXtTw'^ x vnó xii'iai' u/.'tMV, raura 
((TioxuiaaTtjyfa 7rapa/^p-^y.a xaì; oùrtÒ"* 'Exy.Xr.diai; Twonóffr,; ' ÈTretòr.Trsp 
w30Tior,y.£3a Tauxa aTrsp olì aùrai ì/.y.Xr.aioii TtpOTcps-; Icy^^ns^saav, t'Ò òì- 
xatw a'jTwv x7:i/.'x-yics-:r,tct<.. 



13 6 C. Car assai 



Ad un'altra designazione pure di un fondo donato dallo 
stesso Costantino alla medesima chiesa di S. Lorenzo, 
posto nel territorio sabinese, segue l' indicazione « prae- 
« stans nomini christianorum »; e questo termine « nomen 
« christianorum » per designare la comunità cristiana ci 
riporta a un tempo piuttosto anteriore, come Duchesne 
avverte, all' epoca di Diocleziano (i). Se ciò consolidava 
nella Chiesa gli interessi economici che nel corso dei tre 
secoli di vita cristiana si erano esplicati, era altresì fonda- 
mento assoluto e arra di sicurezza pei nuovi acquisti, pel 
futuro possesso: ed ecco che si aggiunge la capacità di 
ereditare, la fonte più diretta e più efficace di acquisto, 
il complemento e la perfezione ultima, come si è detto, 
della personalità giuridica delle chiese. A. 321 Costantino 
« ad populum . . . Habeat unusquisque licentiam, sanctis- 
« simo catholicae (catholico) venerabilique concilio dece- 
« deus honorum, quod optavit, relinquere. Non sint cassa 
« iudicia. Nihil est, quod magis hominibus debeatur, quam 
« ut supremae voluntatis, postquam aliud iam velie non 
« possunt, liber sit stilus, et licens, quod iterum non redit, 
« arbitrium » (2). 

La giustificazione giuridica data, che risponde alle idee 
di Costantino, esplicate in altre disposizioni relative ai 
testamenti, nulla toglie al valore ecclesiastico e politico 
rispetto alle chiese della concessa facoltà di ereditare : facoltà 
che il diritto classico riconosceva solo in via eccezionalis- 
sima ad alcuni templi, indicati in un celebre frammento 
di Ulpiano, sotto il nome dei loro dèi (3). 

Tuttavia, se la base economica del nuovo culto costi- 
tuivasi indipendente dallo Stato, là dove circostanze stra- 
ordinarie di dispendio verificavansi, o dove 1' economia 
della Chiesa non aveva potuto ancora sufficientemente 

(i) Cf. Introd. al IJher pontificalis, p. cl. 

(2) Cod. Theod. XVI, II, 4 (Cod. Giust. I, II, i). 

(3) Cf. mia opera cit. cap. i. 



La politica religiosa di Costantino ecc. 137 

affermarsi, a mezzo dell' imperatore intervenne lo Stato. 
Ne abbiamo veduto un esempio in occasione dei concili!, 
le cui spese per il trasporto e per il soggiorno dei vescovi 
furono sostenute dall' erario pubblico: ce ne dà notizia 
certa Eusebio, anche nella sua Storia ecclesiastica, lib. X, 
cap. 6; ce ne danno genericamente conferma Zosimo, 
Giuliano ed Aurelio Vittore, accennando di proposito a 
queste liberalità di Costantino. 

Ora, ci sembra di poter affermare che questo intervento 
dello Stato nelle spese del culto cristiano, allorquando l'or- 
ganizzazione finanziaria della Chiesa non provvedeva, fu 
considerato come una logica fnn:^ionc dello Stato stesso, coe- 
rente a quei principi della politica ecclesiastica costanti- 
niana, che abbiamo sopra illustrato. E di questi principi 
stessi abbiamo così una nuova conferma. Nell'ordinare il 
pagamento di queste spese o di queste elargizioni al culto 
cristiano Costantino si rivolge ai pubblici ufficiali delle 
Provincie, che con l'una o l'altra carica, o procuratioiies, 
amministravano il patrimonio pubblico, ne disponevano. 
Tale doveva essere quell' Urso, di cui si fa menzione nel 
capo VI, lib. X della Storia di Eusebio; e tale forse anche 
queir Eraclida, xou ènixpÓKO'j xwv r^\i.^xipo)y xxr^\i.ó(.zii)v, nello 
stesso capo menzionato, accennandosi alla concessione di 
sussidi straordinari, poiché fjixsxspwv non tiene luogo di 
privataritììi (^siibstantianun) o privatorum (^praedioriim), 
come interpreta il traduttore della Patrologia, aggettivo clas- 
sico per accennare alla cassa privata dell' imperatore (i). 
In simigliante modo per il trasporto dei vescovi al luogo 
dei concili! è il correttore delle pubbliche strade che deve prov- 
vedere, ivoc Xajjòjv Tcapà toO Icc^xTzpox'xxov Aa-pwvcavoO toO 
xz^br/,xopo; EtVvSPia; 5rj[i.óa'.ov o/r^[xa &c. (2). 

(i) SozoMENO dice che analoghi ordini Costantino dava ai pre- 
sidi delle Provincie (ts~; 'r.~(o-yj.i'io'.; tw-< isvwv); similmente Eusebio, 
Vita Const. lib. Ili, cap. 50: tsì; tw-» ISvùv apy^oucj'.'^. 

(2) Eusebio Stor. ecclcs. lib. X, cap. 5, Costantino a Cresto. 



ijS e Car assai 



Del resto, la dizione generica del citato capo vi ci 
conferma la nostra interpretazione: scrivendo a Ciciliano 
di Cartagine per annunziargli di aver posto a sua disposi- 
zione del denaro, Costantino premette di aver disposto che 
per tutte le provincie dell'Africa, della Numidia e della Mau- 
ritania fossero concessi sussidi (xl, «aliquid») a certi sacer- 
doti bisognosi (e:; àvaX(ó[xaxa) (i). Infine non altrimenti ci 
narra Zosimo, il quale e queste elargizioni ci conferma e 
queste loro modalità, che noi abbiamo interpretato. Egli 
naturalmente ne fa un appunto a Costantino, e osserva 
che con queste sue elargizioni a uomini indegni ed inuiììi 
(eìi; àvaz'Jot; xal àvorfiXet; àvi^ptÓTCcci;) egli esauriva la pub- 
blica finanza e rendeva gravissimi i tributi (II, xxxviii). 
Egli teneva, conclude Zosimo, la prodigalità per muni- 
ficenza. 

Xel passo precedentemente citato di Eusebio è da porre 
attenzione a quella frase zt^c, £v9-£a[A0'j xal àyuoxàxYjs xxfìo- 
X'.xr^; O-pr^axcia; («legitimae et sanctissimae religionis catho- 
« licae »): quell'aggettivo àvS-iajxo'j (« legitimae») non e ca- 
ratteristicamente corrispondente alla natura pubblica di 
queste elargizioni, e alla loro giustificazione nella posizione 
ufficiale e legittima della Chiesa, e nella funzione religiosa 
dello Stato ? 

Sotto un secondo aspetto e per un altro scopo aveva 
Costantino occasione di largheggiare di soccorsi pecuniari 
verso la Chiesa cristiana, per il soccorso cioè dei poveri, 
che costituiva, com' è noto, uno dei precipui compiti so- 
ciali ed umanitari del cristianesimo. Dell' animo liberale di 
Costantino abbiamo larga testimonianza non solo in Eu- 

(l) ^Emiòr.nif rpeoe, jcarà jiaoa; ÈTrap/^ia;, rà; te 'Acpsi/.à;, kolì -rà; 
NiU'Aiòiaj, jcai tì; .Ma'j_;tTa-(ia;, pr.Tjr; Tiai TU'» 'JTrnpsT'Òv t^; àvSEay.o'j 
/.ai à-]^t(i>TàTT,; y.aSiXi/.-^; 5p7ia/.EÌa;, ec; àNaX'iu.ara èwi/^oprì-jf/irrvai n, 
Èòu/.a 'Ypày.y.aTa rpi; OùpasN ts"* òiaffTiy.órxrsN y.xSjXiJCÒu tt.ì 'Acppi/.^;, 
/.sci iòiiX<i}ai otJT'Ò, Ì7T(u; Tpii/^tXii'j; <j)ó>,>.£t; t^ o^ oTEppÓTr.Ti àirapi3y.^ffai 
«9;5>TÌffr,. 



La politica religiosa di Costantino ecc. 159 

sebio (i), ma altresì in Eutropio (2) e in Zosimo (3): come 
il sole sorgendo irradia e riscalda tutte le cose, così Co- 
stantino, dice Eusebio (4), a tutti i bisognosi che a lui ricor- 
revano impartiva i raggi della sua beneficenza. 

Il sistema della beneficenza di Stato non era sviluppato, 
è noto, presso i Romani; pure, sotto Costantino, accenna 
questa funzione pubblica a delinearsi. Le leggi i, 2, Cod. 
Theod. XI, 27, fanno obbligo nei casi di somma indigenza, 
in cui l'impossibilità del mantenimento della prole ne spin- 
gesse i genitori alla vendita, che questi fossero soccorsi dal- 
l'erario pubblico: in questo caso v'ha di mezzo un inte- 
resse ed uno scopo morale; in ogni modo delineasi però 
sempre il concetto di una funzione sociale, per il solleva- 
mento della più grave indigenza, nella finanza pubblica. Più 
tardi fu opera della Chiesa di sviluppare le svariate forme 
di pubblica beneficenza in modo da costituire un ordinato 
e complesso sistema; ma lo Stato, col suo riconoscimento 
e coi suoi favori, ebbe in questo sviluppo la sua parte im- 
portante. 

Sotto un terzo riguardo il patrimonio della Chiesa ebbe 
ad avvantaggiare sotto Costantino dall' erario pubblico e 
dall'erario privato imperiale, rispetto, cioè, al patrimonio 
sacro, propriamente detto, agli edifizi sacri ed alle loro do- 
tazioni di sacre suppellettili. Ne abbiamo la testimonianza 
di Eusebio per l'Oriente e del Liber pontificalis per l'Oc- 
cidente e più specialmente per Roma. 

Della liberalità di Costantino a questo riguardo ci parla 
in linea generale più volte Eusebio; e qui la sua testimo- 
nianza ha, in verità, riscontro in ciò che dissero concor- 
demente i contemporanei, cristiani e pagani, del carattere 
di Costantino, in ciò che egli fece di grandioso, immagi- 

(i) Vita Const. lib. I, cap. 45 ; lib. Ili, capp. 4, 58; lib. IV, cap. 28. 

(2) Eutropio, X, 7. 

(3) Zosimo, II, 29. 

(4) Vita Comi. lib. I, cap. 45. 



140 e. Car assai 



nando e reali/czando la costruzione di una nuova Roma. 
Nulla di più facile che nei luoghi, dove egli ebbe a soffer- 
marsi, con siffatte costruzioni intendesse e abbellire la città 
e tramandare, come egli amava, la sua memoria, e sod- 
disfare i vescovi che l'attorniavano, che, di fronte all'ar- 
tistica venustà dei templi pagani, dovevano per l'abbelli- 
mento delle loro chiese o basiliche intercedere presso 
l'imperatore. Il nostro Eusebio deve essere sincero quando 
con storica parsimonia, così rara nella sua rita di Costati' 
tino, ci narra al capo xlii del lib. I, che Costantino fu largo 
di sovvenzioni alle chiese sia ampliando e costruendo i 
sacri edifici, sia arricchendo le ristrette loro dotazioni. Non 
cosi però gli presteremo completa fede, quando ci trascrive 
una lettera a lui diretta dall' imperatore, con cui, dopo un 
ampolloso discorso sulla necessità che gli antichi sacri 
edifizi, diruti o men che decorosamente costrutti per la 
nequizia de' tempi di persecuzione, fossero sollecitamente 
restaurati ed ornati convenientemente, si ordina a tutti i 
vescovi di porre la maggior cura e diligenza nella fabbrica 
delle chiese, riparando le esistenti, o ampliandole, curandone 
la costruzione là dove occorresse ; si dà loro autorizzazione 
a richiedere e ottenere i mezzi dai presidi delle provincie o 
dalla prefettura pretoriana. Di vero in ciò non deve esserci 
altro che quanto abbiamo rilevato dal citato testo del 
libro primo: le lettere inviate ai presidi dello provincie o 
ai prefetti del pretorio non devono essere altro che gli 
ordini di pagamento di quei sussidi che alle fabbriche delle 
chiese, su richiesta dei vescovi, come abbiamo appreso, 
erano talvolta concessi. Ciò che narra lo stesso Eusebio 
nella Storia ecclesiastica ci conforta in questa interpretazione: 
ivi si parla invero di queste elargizioni e di questi sussidi, 
come abbiamo veduto (X, vi, èTri/oprjYriOfjVai t'.) in genere 
per i bisogni delle chiese (tic, àvaXf')|Aat7, « ad sumptus ne- 
« cessarios n). 

Però la costruzione di alcune grandi chiese è da Eu- 



La politica religiosa di Costantino ecc. 141 

sebio attribuita a Costantino, e in verità non sembra che 
qui egli non debba esser veritiero. Egli scriveva di cose 
contemporanee a contemporanei, e le esagerazioni pane- 
giriche non avrebbero potuto estendersi a descrivere templi 
in realtà non esistenti; anche qui la retorica non fa difetto, 
ma in sostanza dobbiamo trovarci di fronte a costruzioni 
effettivamente eseguite. 

Ed innanzi tutto osservo che nella Storia ecclesiastica 
non se ne fa cenno: esse devono riferirsi all'ultimo periodo 
del regno di Costantino, dopo la sconfitta di Licinio, cioè 
dopo il 324; ed è naturale, si tratta di chiese costruite 
nelle provincie orientali. 

Questi edifici annoverati da Eusebio sono : il tempio 
di Gerusalemme o Martirio del Salvatore, il tempio di 
Nicomedin, quello di Antiochia, quello di Mambre o Te- 
rebinto in Palestina, quello di Eliopoli, alcune chiese ed 
oratori di Costantinopoli e specialmente il « Martyrium 
« Apostolorum ». Sono attribuiti ad Elena, madre di Co- 
stantino, quelli di Betlemme e del Monte degli Olivi. 

Eusebio lungamente si sofferma a narrare l'origine e 
a dare la descrizione del tempio di Gerusalemme : egli 
narra come dagli empi Gentili fosse stato ricoperto di terra 
il luogo dove Cristo era stato sepolto e donde era risorto, 
e vi avessero costruito un tempio dedicato agU impuri 
sacrifici di Venere; come l'imperatore ordinasse che e 
questo tempio fosse distrutto e con profonde escavazioni 
il sacro sepolcro di Cristo fosse rimesso alla luce (III, 26-28); 
come, essendo stato per volontà divina questo scopo rag- 
giunto, ivi ordinasse a Macario, vescovo di Gerusalemme, 
che un sontuoso tempio, degno della sacra reliquia, fosse 
costrutto (29-32); come in siffatto modo sorgesse il tempio 
che fu appellato, giusta la profezia dell'Apocalisse (XXI), 
« Nova lerusalem » (cap. ^^): e minuziosamente ne descrive 
la fabbrica, l'atrio e il portico, le pareti e il tetto e i loro 
ricchi ornamenti, le tre sacre porte e l'emisferio adorno di 



142 e Car assai 



dodici colonne, e l'interna area del tempio (capp. 34-39); 
infine avverte che questo magnifico tempio Costantino 
arricchì di ornamenti e di donativi, probabilmente la dota- 
zione di sacre suppellettili, di grande valore (cap. 40). Del- 
l'esistenza di questo tempio, così minuziosamente descritto, 
non è possibile dubitare: lo ricorda più tardi Sozomeno 
(II, 26) e avverte che anche allora esso esisteva, ed era 
chiamato « il grande Martirio » (0 ixÉya MapiOptov Ttpoaa- 
vopc-jETat). Socrate (^Hist. I, ^^) ne dà pure ampia descri- 
zione ed aggiunge nuovi particolari di miracolosi avveni- 
menti, che condussero al rinvenimento della sacra Croce; 
ma avverte che siffatte religiose pratiche e la erezione del 
tempio si dovette a Elena, madre di Costantino. La con- 
traddizione tra Socrate ed Eusebio riguardo a questo par- 
ticolare non è di difficile spiegazione: vi accenneremo tra 
poco; notiamo ora solamente un'altra particolarità della 
narrazione di Socrate che avverte tuttavia come V impera- 
tore stesso somministrasse ì materiali per la costruzione (i). 

Il tempio di Xicomedia fu costruito, giusta quanto narra 
Eusebio (IH, 50), dopo la vittoria riportata sopra Licinio; 
esso è semplicemente ricordato da Sozomeno (11,3): quello 
di Antiochia (Eus. ivi; Soz. ivi) aveva forma di ottaedro 
(« octachorum ») ed era all'esterno adornato di cubicoli ed 
esedre: ambedue ebbero molti doni di oro ed argento; 
quello di Antiochia, in special modo, per i suoi ricchi ador- 
namenti fu detto Domimciiin aureiim. Questo fu però com- 
piuto sotto Costanzo, cinque anni dopo la morte di Co- 
stantino. 

La chiesa di Mambre o Terebinto fu da Costantino co- 
strutta in quel luogo dove la Genesi narra riposasse Abramo 
e avesse la visione degli angeli, non molto lungi da Geru- 
salemme; anche ivi, narra Eusebio, si compievano dai pa- 



(l) Ivi, 'Eyjpr^et ['•'i'* ov»< -àuot; tì; CXa; ó (ìao-.X^J; «i; tt.v /.V-ia.- 



La politica religiosa di Costantino ecc. 145 

gani impuri sacrifici, e Costantino volle fosse così il luogo 
purgato e fosse onorata la tradizione storica della celeste 
apparizione (i). 

La basilica di Eliopoli fu, sempre secondo Eusebio, co- 
struita da Costantino dopo di avere distrutto il tempio di 
Venere, e allorché venne sorgendo anche in quel luogo una 
comunità cristiana. 

Se queste costruzioni erano da Costantino eseguite nelle 
principali città delle provincie di Oriente, non è da far me^ 
raviglia che altre basiliche sorgessero a Costantinopoli, nella 
nuova Roma, che il suo genio destinava a seconda città e 
seconda capitale dell'Impero ; tra queste Eusebio descrive 
specialmente la chiesa o martirio degli apostoli (IV, 58-60). 
Della splendidezza di questo tempio scrisse Gregorio Na- 
zianzeno nel canto Sopto sulla chiesa di Anastasia (2): 

2ÒV -ole, xai jiEyxXa'jyov 'éòr^c, XpiaToIo [jiaSYjtwv 
TiXsupalj o-caupoTilTco'.; zizpayoL tsyvóij.evov 

ed Eusebio ne dà particolareggiata descrizione, e ci narra 
che il tetto era ricoperto di una rete di bronzo e d'oro, che 
rifletteva da lungi con mirabile splendore i raggi del sole. 

Molte altre chiese di Costantinopoli sono attribuite a 
Costantino, e tra queste quella di Sant'Irene, ricordata da 
Socrate (I, 16), e di Santa Sofia, la quale però fu con- 
sacrata ai tempi di Costanzo (3). 

Ad Elena, madre di Costantino, sono attribuite le chiese 
di Betlemme e del Monte degli Olivi, a ricordo dei due 
grandi episodi della vita di Cristo (4). 

Abbiamo premesso che è nostra persuasione che Eu- 
sebio in queste descrizioni non narrasse cose false, data la 

(i) Eusebio, lib. Ili, capp. 51-53; SozoM. II, 4. 

(2) Cf. nota in Patrologia del Migne. 

(3) Cf. in proposito Dufresne Carolus Du Gange, Historia 
hy^ant'ma, par. II, Coiistantinopolis Christiana, Parigi, 1729. Anche Ciam- 
PINI, De aedificiis sacris a Conslaritino Magno conslruclis, Roma, 1693. 

(4) Eus. lib. Ili, cap. 41 ; Sozom. II, 2. 



144 ^' Cav assai 



natura del racconto, sopra cui non parrebbe possibile che egli 
si proponesse di ingannare, sia pure a titolo di lode di Co- 
stantino, i suoi contemporanei. Ma possiamo darne la ri- 
prova. Nella città d'Antiochia furono trovate nel cemeterio 
o presso la città cinque iscrizioni (i) (ved. a, h, e, d, e) che 
credo dovessero certamente riguardare il tempio di Costan- 
tino; quelle e, d, e sono certamente connesse tra loro, e 
devono riguardare una grande costruzione di Costantino 
eseguita da un tal Diogene; qudV A fnndamento ne dà l' in- 
dizio sicuro; l'essere questi preside della provincia, come 
ci indica la iscrizione e, conferma anche quanto abbiamo 
sopra rilevato, pure da Eusebio, che l'ordine di queste co- 
struzioni era dato dall' imperatore ai presidi delle provincie, 
che alla loro esecuzione dovevano sopraintendere. L'essere 
stato il tempio compiuto e consacrato ai tempi di Costanzo, 
dopo la morte di Costantino, come abbiamo accennato, ci 
spiega perfettamente l'iscrizione a e la riconnettc quindi, 
insieme alla b, alle altre. Ed inoltre, l'essere state tre di 
queste iscrizioni rinvenute nel cemeterio potrebbe confer- 
mare, se tale destinazione di quel luogo fosse antichissima, 
com'è probabile, che ivi appunto sorgesse il tempio di Co- 
stantino, che anche allora conteneva indubitatamente luoghi 



(i) MoMMSEN', HiRSCHFELD e DoMASZEWSKi, Corpus Juscripl. lai. 
voi. Ili, Supplemento, parte I (Arch.aeological Institute of America, 
Papers &c. II, nn. 122, 123, 124; III, n. 348): 

a) X. 6S05. Columna rotunda: imp-caesari- avg-j parenti -patriae. 

/') N. 6805. Basis quadrata: imperatori • cahsari • | Flavio -Valerio-' 

CONSTANTINO-j PIO-FEL-INVICTO | AVGVSTO. 

c) N. 6807. Cippus quadratus: pietati-, avcvstorvm- | nostrorvm-J 

VAL-DIOGEXES-V-P- /)rAES-PROVIN • PISID. 

<0N 6806. Fragmentum:PN...o-i onstan/ìh-] victo aits^ val-cU\oGEìi. 

<;) N. 6S0.S, Fragmcntum epistylii: . . ./>ro?itia-maiestate-dd-nn« 
SEmper atigg. \ fvndamento - diogenes • v • p . . . 



La politica religiosa di Costanlino ecc. 145 

di seppellimento. A ciò servivano certamente quelle esedre, 
oTxo:; Ò£ TiXei'oacv, è^sÒfai; zz b/ y.'jyjM ÙTTEptócov, di cui, ac- 
cenna Eusebio, il tempio era adornato; ci dice infatti il 
concilio di Nantes (i): « Prohibendum etiam, maiorum in- 
« stituta, ut in ecclesia nullatenus sepeliantur, sed secundum 
« in atrio aut porticu, aut in exhedris ecclesiae ». 

E veniamo al Libcr pontificai is. Anche questo documento 
contiene molte notizie false, inesatte, e maggiormente, s'in- 
tende, per i tempi più antichi; pure le notizie che esso dà 
in ordine agli edifici sacri hanno, come il suo illustratore, 
il Duchesne, ha osservato, più che il resto, una grande 
autorità (Introd. p. cxli). 

Per quanto riguarda le fondazioni di chiese da parte di 
Costantino, sono a lui attribuite (in Fifa Silvestri) : 

La basilica Costantiniana o Lateranense; la basilica di 
S. Pietro; la basilica di S. Paolo; la basilica di S. Croce in 
Gerusalemme; la basilica di S. Agnese; la basilica di S. Lo- 
renzo; la basilica dei Ss. Pietro e Marcellino. Tutte queste 
in Roma; al di fuori : la basilica dei Ss. Pietro, Paolo e Gio- 
vanni in Ostia; la basilica di S. Giovanni Battista in Albano; 
la basilica degli Apostoli in Capua; la basilica di Napoli. 

Questa lista, osserva ancora il Duchesne, deve essere 
stata compilata dall' autore del Libcr in seguito a pub- 
blica notorietà, in base al nome che avevano gli edifici, 
ad iscrizioni in essi certamente contenute ; e la sua fede 
storica per questa parte non può esser posta in dubbio. 
Tanto più che la notorietà pubblica non poteva qui es- 
sere fuorviata o flilsata con intenti laudatori del primo 
imperatore cristiano: 1' autore del Libcr ponlijicalis non 
fa della storia; raccoglie delle compilazioni, degli elenchi. 

Dice il Liber pontificalis : « Huius (Silvestri) tempo- 
te ribus fecit Constantinus Augustus basilicas istas quas et 
« ornavit: ... Basilica Constantiniana ». Tra gli edifici più 

(i) A. 896, secondo il Mansi (XVIII, 131); a. 359, secondo 
Hefele (Vili, 645). 

Archivio della R. Società romana di storia patria. Voi. XXIV. TO 



1^6 C. Car assai 



antichi e più illustri di Roma era V « aedes « Lateranense 
di un' antica famiglia romana, il cui stipite, che si conosca, 
« Lucius Sextus Sextinus Lateranus », risale all' anno 380 di 
Roma. Di questa famiglia altri tre nomi si ricordano nella 
storia: Plauto Laterano, Sestilio Laterano e Appio Claudio, 
tutti e tre consoli. 

L' « aedes Lateranorum « è ricordata da Giovenale 
{Snt. io). 

Ai tempi di Costantino non è più menzionata la fi- 
miglia Lateranense, e si trova la celebre « aedes » in pos- 
sesso di Fausta, moglie di Costantino : i tre vescovi Ma- 
terno, Reticio e Marino della Gallia che insieme ad altri 
quindici vescovi italici dovevano giudicare nella causa di 
Ceciliano di Cartagine, « convenerunt in domum Faustae 
« in Laterano ». Orbene, questa « aedes » più tardi, e non 
sarei alieno dal credere dopo 1' uccisione di Fausta, fu da 
Costantino ceduta ai vescovi di Roma, e ivi fu edificato 
un tempio del Salvatore, che dai suoi ornamenti fu detto 
basilica aurea, e fu poi conosciuto sotto il nome di basi- 
lica Coustantiniana. Che ciò avvenisse effettivamente viene 
comprovato da due note iscrizioni rinvenute nell'anno 1595 
in due tubi di piombo nei pressi della chiesa, posti nella 
sacrestia della basilica con apposita iscrizione dal cano- 
nico Fulvio Ursino, cultore di cose antiche (i). 

Sorvoliamo sopra queste particolarità conosciute: la 
costruzione di questa « basilica magna » costantiniana nel 
palazzo di Fausta non può avere qualche relazione col 
racconto di Zosimo, e avere in qualche modo originato 
la vera o maligna supposizione di lui, che alla conversione 
dell'imperatore desse origine o, come piuttosto è da rite- 
nere storicamente più probabile, alle sue manifestazioni 

(i) Queste iscrizioni suonavano: 

SEXTl-LATERANI 
SEXTI • L.\TERAKI • 1 TOKQ.VATI • ETIAM • \ LATERANI 



La politica religiosa di Costaiilino ecc. 147 

cristiane desse impulso il rimorso per le uccisioni della 
moglie Fausta e del figlio Crispo ? 

Segue nel JJber pontificaìis l'enumerazione dei dona- 
tivi che Costantino fece a questa basilica. 

Prosegue il Liher stesso : « Eodem tempore Augustus 
« Constantinus fecit basilicam b. Petro apostolo in templum 
« Apollinis, cuius loculum cum corpus sancti Petri ita re- 
«condit: ipsum loculum undique ex aere cypro conclusit, 
« quod est immobile: ad caput, pedes .v.; ad pedes, pedes .v.; 
« ad latum dextrum, pedes .v.; ad latum sinistrum, pedes .v.; 
« subter, pedes .v.; supra, pedes .v.; sic inclusit corpus beati 
« Petri apostoli et recondit. Et exornavit supra columnis 
« purphyreticis et alias columnas vitineas quas de Grecia 
« perduxit. 

« Fecit autem et cameram basilicae ex trimma auri ful- 
« gentem et super corpus b. Petri, supra aera quod con- 
ce clusit, fecit crucem ex auro purissimo, pens. lib. .cl., in 
« mensurae locus, ubi scriptum est hoc: Constantinus Au- 
a gustus et Elena Augusta hanc domum regalem simili 
« fulgore coruscans aula circumdat, scriptam ex litteris ni- 
« gellis in cruce ipsa ». 

La tradizione cristiana attribuisce a Costantino la prima 
fondazione di questa chiesa, che tutte le altre per splen- 
dore e per venerazione doveva in seguito sorpassare; e 
in verità, come anche Gregorovius osserva, non v' ha 
testimonianza contraria o raizione di non ritenere ciò come 
molto probabile. Il tempio sorse nella valle Vaticana a 
destra del Tevere, nel luogo dove erano gh orti di Nerone. 

Dell' aspetto che presentava il tempio in quella sua an- 
tica costruzione parlano isuoi antichi storici, quali ilMallio, 
il A'egio, il Torrigio, il De Angelis: a loro testimonianza 
sappiamo che V edificio fu costruito ed ornato di materiali 
tolti da antichi edifizi pagani, ed, oltre che esso perciò 
mancava di unità e uniformità architettonica, in esso si 
raccolsero e si conservarono, tra gli altri adornamenti. 



1^8 C. Car assai 



iscrizioni, figure e simboli pagani (i); in verità, peraltro, per 
questo fatto, che è più caratteristico di un' epoca, benché 
nel suo inizio di poco, posteriore a Costantino, non sarei 
alieno dal credere che anche questa descrizione non ri- 
monti, almeno in tutte le sue particolarità, all'epoca costan- 
tiniana, e che proporzioni anche più modeste avesse allora 
la basilica, tale da rispondere, più che ad intento d' arte, 
al sentimento di venerazione dei cristiani per quel luogo, 
dove i loro martiri erano caduti, e dove la tradizione vuole 
riposasse anche il corpo di Pietro. Le accertate leggende 
intorno a talune particolarità di quella costruzione pos- 
sono spingerci a credere e spiegare come si possa avere 
avuto r intento di magnificare e ingrandire in qualche 
modo r origine del tempio, che era, già al tempo del- 
l' autore del Libcr pontifìcaìisjìl santuario massimo di Roma. 
Ad ogni modo ci narra, come si e visto, 1' autore del 
Liba-, che Costantino eresse nel tempio, sopra 1' area che 
racchiudeva il corpo di san Pietro, una croce d' oro di 
centocinquanta libbre, e nella medesima era 1' iscrizione : 
Coììslaniinus Augustas ci Hclena Angìisla haiic àoiìiiim rc- 
'-aleìii simili fnìgorc coruscaiis aula circunidat. E donò alla 
chiesa stessa candelabri, calici, patene d'oro e d'argento 
ed altre sacre suppellettili, come pure ne aveva donato 
alla chiesa Lateranense; inoltre aggiunse vasti possedimenti. 
La terza basilica che il Libcr attribuisce a Costantino 
è quella di S. Paolo, ancor questa costruita « ex sugge- 
« stione Sylvestri ». San Paolo era 1' apostolo, che, come 
san Pietro, aveva, giusta hi tradizione, bagnato del suo 
sangue la terra di Koma: il suo corpo giaceva nel cimi- 
terio di Lucina, nobile matrona romana, dove altri corpi 
di martiri pur riposavano; ed ivi fu eretta la nuova basi- 
lica. Effettivamente credo che il luogo rispondesse a questa 



(i) Cf. il Severano (Memorie sacre, p. 40): anche il Gkegoro- 
vius, loc. cir. 



La politica religiosa di Costaìitino ecc. 149 

tradizione, e non a quella che ivi fosse srato il Santo mar- 
tirizzato, e ne argomento dal carattere generale, come anche 
tornerò a rilevare, di queste prime basiliche cristiane di 
sorgere là dove erano le tombe e il culto dei martiri. E 
forse nulla toglie che i due fatti ancora si corrispondessero. 
Modesta era la costruzione di Costantino e poco si 
conosce della sua ampiezza e della sua forma, che peraltro 
è da supporre non fosse dissimile dalle altre prime costru- 
zioni ordinate da quell'imperatore; circa la sua precisa po- 
sizione ragiona lungamente il Nicolai (i), concludendo 
che «la direzione dell'antica basilica fosse da levante a 
«ponente, e che il suo dorso, ossia la tribuna, esistesse 
« dalla banda dell' attuale portico e della faccia dell' at- 
« tuale basilica, vale a dire da quel lato medesimo dove 
« trovavasi 1' antica strada ». Del resto le memorie di quel- 
r antica chiesa sono molto vaghe, perchè dopo pochi anni 
fu interamente ricostruita da Valentiniano, Teodosio e Ar- 
cadio; il Baronio (2) ci fa conoscere il relativo rescritto 
dagli imperatori diretto al prefetto della città Sallustio. 
Nel grande arco della navata di mezzo, che fu chiamato 
arco trionfale, ornato in mosaico, si leggeva l'iscrizione: 

THEODOSIUS CEPIT PERFECIT HONORIUS AULAM 
DOCTORIS MUNDI SACRATUM CORPORE PAULI. 

Da allora la basilica, che ispirò una bella descrizione di 
Prudenzio (Pcrìstephan. hymn. XII), fu una delle più son- 
tuose e più belle di Roma: « Regia pompa loci est; prin- 
« ceps bonus has sacravit arces - lusitque magnis ambitum 
« talentis ». 

Anche a questa basilica Costantino, avverte sempre 
l'autore del Lihcr, donò i sacri vasi d' oro, d'argento e di 
bronzo che erano stati dati anche alla basilica di S. Pietro, 



(i) Ddla basilica di S. Paolo, Roma, 181 5, pp. 6, 7. 
(2) Ann. eccles. a. 586. 



rjo C. Cai'a.'^saì 



e assegnò inoltre possedimenti presso Tarso in Cilicia, e 
presso le città « T3TÌa « ed «Aegiptia». 

Viene poi la chiesa di S. Croce in Gerusalemme: 
« Eodem tempore fecit Constantinus Augustns basilicam 
« in palatio Sessoriano, ubi etiam de ligno Sanctae Crucis 
« Domini nostri lesu Christi in auro et gemmis conclusit, 
« ubi et nomen Ecclesiae dedicavit, quae cognominatur in 
« hodiernum diem lerusalem ; in quo loco hoc constituit 
«donum: candelabra, farà canthara, calices, scyphos, pa- 
ce tenam, altarem ». Inoltre « dono dedit omnia agrorum 
« iuxta ipsum palatium », e le « possessiones: Sponsas in via 
« Lavicana; Patras in civitate Laurentum, Anglesis et Ce- 
te rega sub civitate Nepesina; Nymphas et HercuU sub 
« civitate Falisca, Angulas sub civitate Tuder ». Cosa fosse 
questo palazzo Sessoriano, che diede poi il nome anche 
alla chiesa e, più tardi, anche alla porta Maggiore, non 
si sa, e probabilmente non ha mai esistito. La basilica 
che fu chiamata « lerusalem » conservava una parte del 
legno della Santa Croce, che era stata trovata miracolo- 
samente, giusta la tradizione, da Elena madre di Costan- 
tino in Palestina, e che anche in Oriente aveva dato ori- 
gine, come si e visto, al tempio del Salvatore, o « nova 
«lerusalem». Anzi la stessa basilica sarebbe stata edifi- 
cata da Elcna, e perciò era anche chiamata, posteriormente, 
« Heleniana » (cosi è chiamata nel e. V, concilio Romano 
del 433(1)). Come abbiamo promesso di spiegare già 
altra volta, alcuna contraddizione esiste tra le due tradi- 
zioni che attribuiscono la fondazione della chiesa a Co- 
stantino e ad Elena. Le notizie storiche ci presentano la 
madre di Costantino come piissima donna e fervente cri- 
stiana ; larghissima di elemosine e di benefiche opere, mu- 
nifica nel concedere doni e sussidi alle più grandi basiliche 



(i) Mansi, V, 1163. 



La politica religiosa di Costantino ecc. 151 

e agli umili oratori (i). Certo è da ritenere che gran parte 
di queste costruzioni, attribuite a Costantino, devono es- 
sere state eseguite a preghiera di Elena, e quindi il nome 
dell' imperatore e della sua madre furono spesso congiunti 
a proposito delle medesime opere. L' un nome e l'altro ab- 
biamo trovato nella iscrizione che il Lihcr pontificaìis ci 
attesta esistesse nella croce aurea, donata alla basilica di 
S. Pietro. Il nome di Elena troviamo altresì in due iscri- 
zioni trovate nei pressi l' una appunto della chiesa di 
S. Croce in Gerusalemme, l'altra della chiesa Latcra- 
nense (2). Esse sono le seguenti: 

a) N. II34: DOMINAE-XOSTRAE-FL-IVI (^sic) \ HELENAE • PIIS- 

SIMAE • AVG- [ GENETRICI • D • N • CONSTAN|tINI • MAXIMI- 
VICTORIS • I CLEMENTISSIMI • SEMPER • | AVGVSTI • AVIAE • 
CONSTAN ! TINI • ET • CONSTANTI • BEATIS i SIMORVM • CAESA- 
RVM • I IVLIVS • MAXIMILIANVS • VC • COMES • j PIETATI • EIVS • 
SEMPER «DICATIS- 

b) N. II 35 : DOMINAE-NOSTRAE- VENERABILI • | HELENAE- 

AVGVSTAE' GENITRICI «D-N'CONSTANTINI- MAXIMI • I VI- 
CTORIS • ET • TRIVMPHATORIS • SEMPER • AVGVSTI • j fL-PLStWS • 
V • P • P • P • RERVM • PRIVATARVM • ! PIETATI • EORVM • SEMPER • 
DEVOTISSIMVS • 

Le quali per la loro dizione, e dato il luogo dove fu- 
rono rinvenute, debbono riferirsi indubitatamente a quelle 
due basiliche Costantiniane. 

Ma è da tener conto di un' altra notevole osservazione. 
Nella circostanza di opere siffatte, di carattere pubblico, era 
costume nelle iscrizioni di far menzione non solo del pre- 
side della provincia o del funzionario che aveva ordinato 
e sovrinteso alle opere stesse, ma, a molto maggior ragione, 

(i) EusEB. lib. Ili, capp. 44, 45; Socrate, I, 17; Sozom. II, 2. 
(2) Hexzen e De Rossi, Inscript. urbis Roiuae latinae,vo\. VI, par i. 



152 e. Car assai 



era ricordato il nome del membro o dei membri della fa- 
miglia imperiale, che fossero presenti nella cittA. Ora è 
certo elle Hlena visse lungamente a Roma; certo in tutto il 
periodo di queste costruzioni; e non deve far meraviglia se 
il suo nome, non solo per l' intervento diretto col chiedere 
e sollecitare dall' imperatore 1' esecuzione di tali opere, ma 
anche per questa ragione si trovasse ricordato insieme a 
quello di Costantino, Il nome di Elena era però collegato 
più strettamente alle basiliche della S. Croce, in Gerusa- 
lemme e in Roma, e ciò ha connessione con la tradizione 
del rinvenimento della Croce, attribuito all'opera della re- 
gina e al suo viaggio nella Palestina. 

A Roma poi l' opera di Elena non può essere disco- 
nosciuta, e anche in un'altra grande costruzione pubblica 
di carattere non sacro, di cui abbiamo certa memoria, le 
terme Eleniane, ne abbiamo la riprova. Una iscrizione 
trovata nei pressi di S. Croce in Gerusalemme, dove assQ 
erano situate, dà la notizia certa e dell' esistenza di queste 
terme e che esse si dovessero ad Elena: 



N. 113^. Frammenti varii che s'interpretano: d-n-he- 

LENA • VENERABILIS • DOMIN • N • CONSTANTINI • AVG • MA- 
TER • ET • AVIA • BEATISSIMORVM-ET ■ 1 LORENTISSIMORVM • 
CAESARVM -NOSTRORVM- THERMAS- INCENDIO • DESTRVCTAS • 
RESTITVIT' 

Queste stesse iscrizioni possono dimostrarci adunque 
che anche questa chiesa di S. Croce in Gerusalemme sia 
stata effettivamente costruita ai tempi di Costantino (i). 



(i) Cf. Gregorovius, ivi, p. 118: «Già molto per tempo la 
<' Croce di Cristo, quale altissimo simbolo della religione, poteva 
«esser titolo ad una propria basilica: ma la storia ignora il tempo 
« preciso in cui venne fabbricata (?). Fondata in un quartiere deserto 
«e bello di Roma, era assai prossima a quell'angolo delle mura di 
«Aureliano, che volge a nord-est, presso l'anfiteatro Castrense, e 



La politica religiosa di Costantino ecc. 155 



Queste sono le principali basiliche erette da Costan- 
tino Magno, rispondenti al culto di Cristo Salvatore, della 
sacra reliquia della sua croce, degli apostoli Pietro e Paolo, 
che avevano bagnato del loro sangue il suolo di Roma. 
Altre basiliche minori rispondono al culto, già molto svi- 
luppato presso i cristiani, dei loro martiri : vi erano luoghi 
sacri dove i corpi di questi erano stati dalla pietà dei loro 
correligionari sepolti e custoditi, luoghi riposti e sicuri, 
da cui partivansi diramazioni più o meno importanti di 
catacombe. Ed alcuno di questi luoghi conteneva il corpo 
di martiri, che eccellevano nella memoria dei cristiani per 
la crudeltà della loro morte, per la serenità con cui questa 
era stata subita, per qualche circostanza che aggiungesse un 
contorno di fortezza, di virtù, di eccelso sentimento e di 
ardore cristiano al tragico avvenimento. Celebre e vivo il 
ricordo era di san Lorenzo che in mezzo a cripte di molti 
altri martiri riposava nelle cave di Campo Verano; di 
sant' Agnese, il cui corpo era custodito in altro luogo si- 
mile sulla via Nomentana, di Pietro esorcista e Marcellino 
sulla via Labicana. 

Il culto di questi martiri esisteva, i luoghi erano ceme- 
teri dalle forme strane e nascoste: restituita la quiete, ap- 
parivano segni aperti della santità del luogo; sorgeva il 
tempio. Chi metterà in dubbio che ai tempi di Costan- 
tino, allora che la Chiesa respirava finalmente aure di li- 
bertà e si incamminava alla conquista vittoriosa del mondo 
romano, sorgessero queste basiliche più o meno sontuose, 
ma donde spirava la più elevata poesia e il più puro e 
forte sentimento di fede cristiana? Qual meraviglia che il 
romano pontefice ottenesse da Costantino che, per la ve- 
nerazione di quei luoghi, le cappelle fossero ampliate, arric- 

« nelle vicinanze dei bagni di Elena e del ninfeo di Alessandro Se- 
« vero, che fu per qualche tempo reputato tempio di Venere e di 
« Cupido ». 



154 ^- Car assai 



cliite, che anche ivi sorgesse la nuova costruzione cristiana, 
la basilica? (i) 

Passiamo sopra alle modalità, riteniamo il fatto che 
ai tempi di Costantino sorgessero queste basiliche, che l'im- 
peratore ne agevolasse con larghi doni la elevazione in 
modo che ne restasse loro con diritto il suo nome colle- 
gato : e questa era la tradizione al tempo in cui venne 
alla luce il Libcr Pontificai is. 

Questo infine fa cenno di altre basiliche costruite da 
Costantino Magno, dei beati apostoli Pietro e Paolo e 
Giovanni Battista ad Ostia, presso il porto di Roma; di 
S, Giovanni Battista ad Albano; degli Apostoli a Capua, 
che fu pure chiamata Costantiniana; un' ultima, di cui il 
Libcr non dice la dedica, a Napoli (il Ciampini suU' au- 
torità del Chioccarello, scrittore napoletano deli<i43, reputa 
fosse dedicata ai Ss. Apostoli e Martiri). Anche a propo- 
sito di queste chiese il Liber annovera le donazioni Hitte 
da Costantino; ed è notevole al riguardo un'osservazione 
del Duchesne: tra le cose donate alla chiesa d'Albano si 
trovano « omnia sceneca deserta vel domos civitatis in 
«urbe Albanense»: questi sceneca erano cattive abitazioni 
o baracche ove era ricoverata la II legione Partica, istal- 
lata da Settimio Severo ad Albano; questa legione rimase 
colà fino alla fine del ni secolo o ai principii del iv, e 
anche questa circostanza ci riporta all'epoca costantiniana, 
come il Duchesne osserva, poiché siffatte abitazioni non 
sarebbero state tali, dopo qualche tempo, da avere un va- 
lore ed esser donate ad una chiesa. 



(:) « Eodem tempore », narra il Libcr pontifìcalis, « Constantinus 
« Augustus fecit basilicam B. Laurentio Martyri via Tiburtina in 
« agrum Veranum supra arenario cryptae et usque ad corpus S. Lau- 
« renti martyris fecit graaos ascensionis et descensionis . . . fecit ba- 
(' silicam beatis martyribus Marcellino presbitero et Petro exorcistae 
'< in territorio inter Duos lauros et Mytileum, ubi mater ipsius sepulta 
« est Helena Augusta, via Lavicana, miliario .in. ». 



La politica religiosa di Costantino ecc. 155 

E da fare qualche osservazione sopra quegli elenchi di 
doni da Costantino fatti alle chiese, che abbiamo ricordato. 

Si tratta in sostanza di due ordini di donativi : di sup- 
pellettili liturgiche occorrenti per l'esercizio del culto (« pa- 
« tena, scyphus, calices ministeriales, ansae^ altare, thimia- 
« materium, aquamanile &ic.yì^; di fondi stabili attribuiti a 
ciascuna chiesa, 1' autore del Lihcr dice « in servitio lumi- 
« num ». Di questi fondi sono ordinariamente indicati il red- 
dito e la ubicazione: sono chiamati secondo la importanza 
« massae, fundi, possessiones, agri » : essi eran posti d'ordi- 
nario nei dintorni della chiesa, ovvero trattavasi di possedi- 
menti lontani, della bassa Italia, o delle provincie orientali 
(« in ci vitate Antiochia, sub civitatem Antiochiam, sub civi- 
« tatem Alexandriam, per Aegyptum, sub civitatem Arme- 
« nia, in provincia Euphratense, sub civitate Cyro »), di cui 
sono ricordati i rari ed apprezzati prodotti. Che 1' autore del 
Liher nel dare queste notizie abbia attinto da cataloghi od 
elenchi, compilati in epoca certo non di molto posteriore 
a Costantino, è cosa che ha dimostrato il Duchesne. Ma 
due osservazioni importanti occorre a questo proposito 
di fare. Questi fondi, si è detto, e l'osserva anche il Du- 
chesne, se non appartenevano a lontane provincie erano 
situati nei dintorni di ciascuna chiesa, cui erano attribuiti ; 
•d'altro canto queste chiese, abbiamo pure rilevato (i), 
eran costruite in luoghi lontani ed eccentrici, quasi tutti 
negli antichi cimiteri e catacombe; di più per due volte 
all'indicazione di questi fondi segue la frase « praestans 
«nomini christianorum » o l'altra « quod fiscus occupa- 
« verat tempore persecutionis ». Tutto ciò fa ritenere che 
in verità molti di essi non fossero altro che possedimenti 
di antica proprietà cristiana che erano riconsegnati per 
forza degli editti di restituzione, e che furono facilmente 
confusi nella compilazione di questi elenchi tra le dona- 

(1) Ci", pure Gregorovius. 



1)6 C. Car assai 



zioni di Costantino, il ciò non deve far meraviglia, poi- 
ché essi avevano, come apparisce anche dal Liber, tutto 
il carattere d'inventari, più che di documenti storici. 

É da porre attenzione, in secondo luogo, a quella espres- 
sione « constituit in servitio luminum ». Che questa espres- 
sione sia propria del diritto canonico posteriore per desi- 
gnare l'assegnazione di certe proprietà al mantenimento 
di una chiesa e al servizio del culto, compreso in seguito 
l'assegno al sacerdote officiatore, è cosa comprovata e 
nota. È facile anche spiegare come di essa si serva l'autore 
del Libcr nel ricordare queste donazioni costantiniane; ma 
non deve dedursene, come a torto fa il Duchesne (p. cxlv), 
né che essa si usasse già ai tempi di Costantino, né che in 
verità ciascuna chiesa acquistasse fino d'allora, con questa 
specializzazione di beni, una personalità propria ben di- 
stinta. Si può ritenere che ai tempi di Costantino il 
« corpus christianorum » abbia ceduto man mano il campo 
al « sacro, venerabili concilio »,al collegio dei sacerdoti (i); 
ma un'ulteriore evoluzione nel concetto degli istituti ec- 
clesiastici, che avvenne in seguito per forza soprattutto 
delle chiese locali, non fu propria di quel tempo. Le dona- 
zioni alle chiese, che allora come in seguito erano fatte 
più spesso, com' è naturale, per atti testamentari, ai tempi 
di Costantino e in forza della ricordata legge dell'anno 320 
erano fatte al « sancto concilio »: le donazioni del genere 
della Charla cornntiana (2) rispondono a condizioni, interne 
della chiesa ed esterne dei suoi rapporti con lo Stato, po- 
steriori certo al secolo iv. 

Ed ora una conclusione. Se la Chiesa con gli editti 
di restituzione ebbe riconosciuta la capacità di possedere 
accanto alla libertà di esistere e di propagarsi, fu effetto 



(i) Cf. anche Burckhardt, op. cit. p. 364. 

(2) Cfr. DCCHESNE, loc. cit. 



La politica religiosa di Costaiiluio ecc. 157 



della politica costantiniana che il suo patrimonio, sacro 
propriamente detto e non sacro, si costituisse fino d' al- 
lora su larga base ; ed inoltre, se anche attingesse ai mezzi 
dello Stato ed al patrimonio specialmente imperiale, si co- 
stituisse con una perfetta indipendenza da ogni ingerenza 
nella sua amministrazione e nella sua disponibilità dal po- 
tere pubblico. Privilegi allora non ne ebbe, ne la Chiesa 
ne pretese: fu erronea esagerazione degli storici eccle- 
siastici, come Crivellucci ha notato (i), di far credere che 
ai tempi di Costantino le fosse accordata una esenzione 
dalle imposte: le fonti romane non ci autorizzano a rite- 
nere che ciò avvenisse né per le indizioni ordinarie e nep- 
pure per le superindizioni, nel qual campo, del resto, non 
avrebbe pur costituito un privilegio speciale. 

Ai tempi ben mutati di sant'Ambrogio la Chiesa stessa 
in questo campo non accampò ancora dei privilegi (2); e 
possiamo anzi dire che essa in sostanza di speciali non 
ne avesse in tutto il periodo romano. 

Accanto alle ragioni del suo sviluppo, private e pub- 
bliche, riteniamo questa base tutta giuridica e privata della 
proprietà ecclesiastica sotto Costantino : per altre ragioni 
e per altre condizioni le cose cambiarono nel periodo po- 
steriore. 

Carlo Carassai. 



(i) Op. cit. 

(2) S. Ambrogio, Comm. in cpist. ad Romanos, cap. 15, v. 6. 



Tiihiiliirìiiììì S. 0\{anae TSLovae 

AB AN. 982 AD AN. I200 



ContiiKiaz. e fine; vedi voi. XXIII, p. 171 



XXXII. 

1105, aprile 14. 

Il clero di S. Maria Nova loca ai figli « Petri Petro 
« de Fayda » ed ai figli loro una casa posta nella regione 
di S. Maria, « in ascensa Palati! Maioris ». 

I. >x< In nomine Domini. Anno quarto pontificatus domni Pa- 
schali secundi papae, indictione undecima, mense G'^) 2. aprelis, 

die quarta decima. Ego Benedictus archipresbiter ecclesi? sanct? 
Mari? Nov?, insimul 3. mecum rogantibus Theodoro et Albe- 

ricus clericis suprascript? ecclesi?, hac di? locamus et concedi 
4. [mus prop]rie spontane? nostr? voluntatis, vobis omnibus filiis 
Petri Petro de Fayda qu? nunc abet et 5. [B]esansecta nati erunt, 
et in vestri filii tantum. Idest domus una terrinea carticinia [cum] 
6. ortuo et curte ante se cum introitu suo et exitu et cum omni 
sua pertinentia. Posita Rome 7. regio sanct? Marie Nove in 
ascensa Palatii Maioris, cuius finis isti sunt: a primo latere (b) tenet 
8. Alexius naturalis filius lohannis scriniarii, et a secundo tenet mona- 
sterium Mirandi, et a tertio 9. vel a quarto sunt vie publice. luris 
cuius existit. Q.ualiter nobis per dieta ecclesia pertinere vi io. de- 
tur taliter vobis sicut dictum est loco, prò eo quia recepimus a vobis 
tres solidorum dena 11. riorum papiensium, et omni anno unum 
denarium prò pensione in Assumtione sanct? Marie. Et si 12. [cam 

(a) fa (b) Xel testo he 



i6o "P. fedele 



volueritijs vendere, vestro placito vendatis suprascript? ecclesiy no- 
str? ìusto pretio niinus duobus solidis; 13. qiiod si ecclesia no- 

liierit emere, vendatis vestro placito tali persone ut dict? ecclesia* 
pia 14. [ceat et] suprascriptuni comminus in ecclesia tribuatur. 
Hec omnia a presenti die teneatis 15. [possidjeatis et ad melio- 
rem cultum Deo iuvante perducatis, et cum ex hoc seculo 16. obie- 
ritis vos et vestri filii, tunc suprascripta domus sicut fuerit meliorata 
ad iiis 17. suprascript? ecclesÌ9 sine mora revertat. Ambobus 

partibus observare et de 18. fendere promittimus. Kam quod absit 
si quis vero pars contra promissa ve 19. [nir]e temtavcrit. tunc 

det pars inlìdelis pani promissa servanti 20. [prò pena vjiginti 

solidorum denariorum papiensiuni, et soluta pena maneat firmus con 
21. [tractus.] De quibus rebus facte sunt duo carte uno tenore con- 
scripte per 22. [ma]nus Bonihomini scriniarii sanct^ Romana 

Ecclesia, in mense et indictione suprascripta undecima. 

[Signujm >ji manus Sassi filii Petri qui prò se et suis fratribus 
hunc appare rogavit. 

Patio lohannis Vetuli, testis. 

Ravnerius Billane, testis. 

Benedictus de Ruta, testis. 

Rufinus filius eius, testis. 

Bonus filius Octaviani, testis. 

Bobulus Cencii de Frosina, testis. 
^ Ego Bonashomo scriniarius sanct? Roman9 Ecclesi? compievi et 
absolvi (i), 

XXXIII. 

1104, dicembre 12 (2). 

Pietro, suddiacono, offrendosi alla chiesa di S. Maria 
Xova, nel cui clero, col consenso di Riccardo, vescovo 
d'Albano, e di papa Pasquale II, ottiene il terzo grado, 
le fa donazione di case e di terre. 

I. >2< In nomine Domini. Anno dominice incarnationis millesimo 
centesimo, anno vero sexto pontificatus domai Paschalis 2. se- 

(i) Nel verso della pergamena « rallad[ii] ». 

(2) Segno questa data corrispondente al sesto anno del pontifi- 
cato di Pasquale II ed all'indizione xni, ritenendo sicuramente errata 
o incompleta la notazione degli «anni dominicac incarnationis». 



Tabulariiim S. cMariae V^i^ac i6i 



cundi pap9, indictione tcrtiadecima, mense decembri (»), die duo- 
decima. Ego Petrus subdiaconus natus Albano de genealogia 

3. quae dicitur Dimidia Maza ex sparte patris et ex sparte matris 
Carucini, offero me huic W sanct? ecclesiae Dei genitricis semperquc 

4. virginis Marie domine nostre quae dicitur Noba cuntis diebus 
vite me?: et per consensum et voluntatem Richardi venerabilis Al- 
bani episcopi et 5. per preceptum sanctissirai pape Paschalis se- 
cundi, ego Benedictus archipresbiter insimul cum Theodero secundo 
concedimus huic 6. Petrus subdiaconus tertium gradum, quia anteCO 
riordinati non erant. Post exspetionem unius anni ego ian dictus 
Petrus 7. et diaconus considerans ad remedium anime me? et 
ad salutem corporis et prò remissione homnium W peccatorum avi et 
avi? mee 8. parentumque meorum, do in ecclesia iam supradicta 
ad presens sub usufructu vite me? in primis totam portionem meam 
9. videlicet de terra sementaricia que ponitur in pastina de Anna in 
territorio Albanense, inter os affines: ad petium io. de valle ad 
tribus lateribus tenet heredes Benedicti Dimidie Maze (e), a quarto 
vero latere est vinca Mari? neptis 11. mee. Ad petium qui est 
in plano ante mandram in qua est medietas mea de ipsa mandra, 
i sunt affines: ad duobus lateribus tenet 12. heredes Dimidia 
Maza et heredes Cenci de Massarello, a tertio latere est via que 
est inter ipsam terra et terra sancti Pancratii, a quarto latere est 
13, communis (f) mandra. Similiter dono medietatem (s) domus maioris 
et totam cameram superius et subterius, et do me 14. dium ca- 
sulare ante maiorem W domum ubi Albertus modo habitat, et do par- 
tem casularis que dicitur actegia, item et par 15. tem canapine 
que est ad posatorium, nec non et partem orticelli qui est ad lacum 
Turnum. Hec omnia que suprascripta sunt 16. laudavit Benedi- 
ctus Leonis Carucii abunculus meus causidicus et comfìrmavit et 
ratum habitum (0 ab ilio est. 17. Post hec veni in ecclesia sanct? 
Mari? que nunc patur(k) Nova, comfirmavi omnia que superius no- 
tata 18. sunt ante corani subscriptis tesstibus, scilicet Leonem 
Fraiapanem et lohannem Berardi et Gregorium 19. filium eius 
et Petrum Mancinum et Octabianum Theubaldi filium et Belizonem 



(a) decemb (b) h aggiunta dalla prima ìnanoneW interlineo. (e) ante ? 
Pare una corre:iione non fatta completamente. (d) homiù (e) Dopo 

dimidie maze seguono nel testo le parole et heredum Cenci de massarello, 
cancellate dalla prima mano. (f ) com (g) Xel testo medietatem (h) La 
r corretta su n (i) u , habitum hab con h cancellata ? (k) Nel testo 
nnc patur 

Archivio della R. Società romana di storia patria. Voi. XXIV. H 



i62 T. Jedcle 



cum fraire suo Bono 20. et loliannem boctiliario et lohaniiem de 
Maria et loliannem de Franca et Hbriele cum Pctruziouc. 

Ego Henricus scriniarius sanct? Roman? Ecclesiae sicut supra- 
scripto Petrus michi precepit, et in suis preteritis promissionibus 
oblatio continetur, ita compievi et absolvi (i). 



XXXIV. 

1 108, marzo 2. 



'> 



Maria, vedova di Giovanni de Baldo, insieme con i 
tìgli vende a Benedetto suo genero quindici ordini di 
vigna posti in Basiliolo. 

I. [^ I]n nomine Domini. Anno nono pontificatus domni Pa- 
schalis secundi pap§, indictione prinu, mense 2. [mjartio, die 

secunda. Ego quidem Maria vidua olim lohannis de Baldo et Petrus 
ad 3. [que LJaurentius et Benedictulo mater quoque et fili, hac 
presenti die propria 4. [sponjtaneaque nostra voluntate damus 

cedimus tradimus et ad propriam heredita 5. [tem ijnrevocabiliter 
vendimus, tibi Benedicto genero et connato nostro etiam 6. tuis- 
que heredibus in perpetuum vel cui largire et concedere volueris. 
IdestW videlicet ad quin 7. decim ordines vinee (b) cum versula- 
riis (0 et introitum et exitum suo et cum suis omnibus perti[nentiis]. 
8. Positi in Basiliolo, afiìnes vero a primo latere tenet i^) tu emtore 
alia medietatem(«), 9. a secundo sancta Maria de lo Portico, a 

tertio hcredum Bonizo de Landò, a quarto est via io. plubica. 

Hhec predicta vinea sicut nobis pertinere videtur sic eam tibi inre 
II. vocabiliter vendimus prò sex solidorum denariorum papiensium 

(a) Sei testo idest (b) vin ; qui ed in seguito. (e) vors, (d) Cosi 
nel testo. (e) medietatem 

(1) Nel verso della pergamena di mano del xiii secolo: « Car- 
« tuia ofiertionis Petri supdiaconi Albancnsis et terra posila in pastina 
« de Anna, et medietatem domus maioris et cameram .1. superius et 
ffsupterius, et dimidium casulare et medietatem de duobus casarinis, 
« et partem canapine et orticelli ad lacum Turnum ». Di un' altra 
annotazione molto svanita riesco a leggere le parole « In presentia 
« G. iudicis cepimus . , . denarium .1. in argento (?)... Benedictus . . . 
« Maxim[o] de ... ». 



Tabìllariiim S. oMariae V^vae 16} 



quas proinde [a te] 12. recepimus corani subter scriptis tesstibus 
nobis placabilem prò roto pretio, ita ut a pre 15. senti die li- 

cemtia («) et potestatem(b) abeatis in suprascripti qiiindecim ordincs 
vince in 14. trandi tenendi fruendi possidendi vendi donandi coni- 

mutandi vel quicquit tibi tuisqiie lieredibus 15. et successoribiis 

piacuerit in perpetuum faciendum. Et insuper (■-■) ego Petrus obbligo 
tibi Benedicto 16. connato W meo totam mea portionem de domo 
solarata ubi abitamus prò Bene 17. dictulo fratri meo si aliquo 

tempore litem tibi vel tuis heredibus fecerit, ego facio 18. re- 

manere et comfirmare ista cliartula ; quod si non et in dannum ve- 
neritis, vin 19. dicetis in mea portione. Et omnibus nos et nostris 
lieredibus promittimus 20. tibi tuisque heredibus suprascripta 

omnia defendere et observare sicut dictum est; quod 21. si non 

fecerimus vel si aliquo litem exinde proposuerimus, componamus 
vobis prò 22. penam solidos viginti denariorum, et soluta penam 

hec venditio firma permaneat, 25. Q.uam scribendam rogavi 

Enricus(s) scriniarius in mense et indictione suprascripta prima. 

Signuni manum suprascripta Maria cum suprascripti filli sui qui 
hec chartula venditio fieri rogaverunt. 

Nicolaus grecus, testis. 

Bonosulo filius lohannis Bonosi, testis. 

lohannis calziolarius, testis. 

Pagano de Berta, testis. 

Romanus filius laquinta, testis. 

Ego Enricus scriniarius sancte Romane Ecclesiae compievi et 
absolvi. 

xxx\\ 

I no, gennaio 30. 

Benedetto, arciprete di S. Maria Nova, per comando 
di Teobaldo, diacono del sacro Palazzo Lateranense, loca 
a Teodoro « Grize » ed a Paolo ed ai loro figli una pezza 
di vigna fuori della porta di S. Lorenzo nel monte di 
S. Ipolito. 

I. In nomine Domini. Anno .xr. pontificatus donini Paschalis 
secondi papae, indictione .111., mensis 2. ianuarii die .xxx. Placuit 

(a) 'Sei testo ìicema (b) potestatem (e) in sopra la linea. (J) Nel 
testo ove era stato scritto conganato, ga fu cancellato dalla prima viano. 
'(e) Sopra la n di Enricus due segni a ino' di virgolette. 



1^4 "P- Jt'^Vc'/e 



quidem donino Benedicto Dei gratia archipresbitcr venerabili diaconie 
5. beate Maria? domin? nostr? que appellatur Nova, per iussionem 
donini Theobaldi 4. diaconi sacri Lateranensis Palatii et diete 

diaconia? et per consetisum clericorum meorum fra 5. trum, dare 
per hoc instrumentum locationis in Theodorus Griz? ac Paulo vitrico 
ac 6. privigno et eorum legitimis liberis vite eorum tantum. 

Unam videlicet petiam vinea? cum intro 7. itu commune simul' 

et vasscario cum omni suo usu vel pertinentia. Posita («) extra porta 
sancti Laurentii 8. in montem sancii Ypolili: fines eius a duobus 
partibus possidet monasterio beati Laurentii, a teriio 9. Johannes 
Bonelle, a quarto est criptam sancti Ypoliti. Hanc autem locationem 
vobis facio IO. eo quod dieta vinea laborare et restaurare debetis 
ex omni vestro expendio 11. et labore, et per singulos annos per 
lempus vindemi? quartam partem 12. vini mundi et acquati nobis- 
nostraque 9cclesia tribuatis, et manducar?, 13. ac bibere ad no- 

strum niinistrialem dum ipsa quarta ad recipiendum 14. vcnerit. 
Irem et si per vestram culpam vel offensa in deserto ierit, piene 
1 5. ad nos revertatur. Item et si vendere volueritis, nobis vendatis iusto 
pretio minus 16. .xxx. denarios; quod si emere noluerimus, detis- 
nobis dictum comminus et vendatis 17. tali persone que omnia 

nobis persolvat. Item nos autem defendimus vobis 18. si opus 

luerit. Q.uecumque ergo pars contra hec omnia que dieta sunt 
19. venerit aut observare noluerit, componat pars infidelis 20. partis 
lìdem servantis prò poena tres auri uncias, et soluta 21, poena 

hae W due cartule secundum earum tenore maneant firma?. 22. De 
qua re due facte cartula? uno tenor? conscripte a me Johannes 
23. scriniarius rogatu utrarumque partium in mense et indictione su- 
prascripta tertia. 

Signum y^ y^ manuum suprascriptorum huius appar rogantiunu 

EgusW lohannis Berardi. 

Bovus Petri Cyceronis. 

Rainerius Billane. Alexander nepos diaconi. 

Octavianus Theobaldi. 

Antoninus Marie Alberti filius. 

Petrus adulterinus. 
f^ Ego Johannes per divinam gratiani sancta? Romana? Ecclesia? 
scriniarius compievi et finivi (i). 

(a) Sei lato l'ita (b) li (e) Così nel testo. 

(i) Nel verso della pergamena una mano del secolo segnò le 
seguenti annotazioni : « g. [GJegorgi .1, d. {lìenariuni), Martinu .1., 



Tabiilarium S. €Mariae V^opae 16) 



XXXVI. 

II 16, luglio 23. 

Vendita fatta alla chiesa di S. Maria Nova di un filo 
salinario nella pedica « de Baccaris ». 

I. In nomine Domini. Anno dominice incarnationis mille- 
simo centesimo sexto decimo, pontificarus vero domni Pa[schalis] 
2. secundi pap? anno eius septimo decimo, indictione .vini., mense 
iuleo, die .xxiii. Ego quidem Petrus... 3. grada, hac die nullo 
prohibente nec contradicente mea vero propria et spontanea volun- 
tate do publice vendo et 4. investiens corporaliter trado vobis 

domne Teobalde Dei gratia diacono sacri Palatii Lateranensis rector 
5. et yconome ecclesi? sanct? Marie virginis domine nostre que di- 
citur Nova, et dorano Benedicto archipresbitero eiusdem ecclesie et 
per vos . . . (^) 6. ecclesia et eius servitoribus ad proprietatem in 
perpetuum. Unam videlicet partem de filo salinario cum omnibus 
sibi pertinentibus, 7. positam in pedica de Baccaris, Inter hos affi- 
nes: ab uno latere tenet Durus lohannis Cariti?, ab alio Bobo Be- 
nedicti 8. fornarii, a tertio similiter Durus, a quarto autem latere 
est fossatum Hostiense. Qualiter per su[c] 9 cessionem parentum 
meorum vel alio quolibet modo pertinere mihi videtur et nunc quiete 
teneo, io. tnliter prò quattuordecim solidis denariorum papien- 

sium quos Dulca quondam uxor lohannis buptilliri W ob amorem 
omnipotentis Dei 11. et prò anima prefati lohannis et Landolphi (<:) 

(a) Dopo vos è nel testo di, seguito da tracce di altra lettera: da leg- 
gersi forse diete (b) Sic, per buptilliari (e) Landolphi] La p aggiunta 
dopo dalla stessa matto, 

« M. de Crescentio .1., Guardascerpa .11. d., Beneincasa .ir. d., Inga 
« .ir. d., Saso macellaro .1. d., Rainaldo fabularo i. d., P. Ocilenda 
« .11. d., Leo .X. d., Petrus Palumbi .11. d., Bonus filius Pablo .1. d., 
« Diviczo .11. d., Petrus Infinitus .11. d., Bernardus .111. d., Gerardus 
« Mancini .111. d., Benedictus Milvie .111, d., Johannes Saniermano .11. d., 
« Orrita .1. d., M. Petro Alamanna .11. d. ». 

Di altra mano, di poco posteriore: « In cannape .mi. d., in cla- 
« mistari .viii. d., cecendeuli .111. d., in vino .11. d., prò runcune .11. d.»; 
di una terza mano : « In candele .xii., in octaba sancte Marie .xii. 
« in convivio ». 



i66 T. Jcdele 



lìlii sui ut aliquantulum indulgentic a domino nostro Christo Icsu 
futuro iu 12. dice conscquantur, prò toto prctio corani subscriptis 
testibus mihi dedit, ad presens do et largiens concedo ad 13. usus 
et sumptus clericorum in perpetuum prò futurum. Ego igitur una 
cuni heredibus ac succssoribus 14. meis ab omni homine gratis 
defendere vobis vestrisque (*) succssoribus promilto; quod si non 
I). fecero, si ego aut heredes mei vel aliqua hominum persona a 
nobis summissa adversus .16. huius venditionis chartulam aliquo 
modo venire temptaverimus, componamus vobis vestrisque succcs- 
soribus 17. poene nomine pretium in duplum, et poena soluta 

cartula hec secundum suum tenorem mancat fir 18. ma. Quam 

scribere Petrum infimum scriniarium sancte Romane Ecclesie ro- 
gavi in men 19. se et indictione suprascripta .vini. 

Signum ^ manus prelibati Petri qui hanc venditionis chartulam 
fieri rogavit. 

Robertus lohannis Fraiapanem vel 

Fragentis pancm W. Leo Guidonis de Anna, testis. 

Octavianus. Gualterius, testis. 

Briele. Gregorius lanista, testis, 

Johannes de Franca. Rofinus de Benedicto de Ruta, testis. 

Ego Petrus iniìmus scriniarius sancte Romane Ecclesie huius 
rei rogatus compievi et absolvi (i). 

(a) Dopo vestrisque e nel testo hd abraso. (b) vel fragentis panem 

aggiunto nell' interlineo. 

(i) Nel verso della pergamena di mano del secolo xii: « [Car]- 
« tuia de filis saline ad Hostiam ». Il verso di questa pergamena 
fu poi adoprato per segnarvi la seguente notizia dell'anno 1163 
o 64 (r indiz. e il pontificato non concordano) : 

a In nomine Domini. Anno sexto ponlificatus domni Alexandri 
« tertii pape, indictione .xi., mense septembri, die .vii. Ego Johannes 
« Betti I de Cisterna a presenti die (") nullo me cogente aut vim fa- 
ce ciente set propria spontanea mea voluntate do concedo | trado W 
« et ad perpetuam hereditatem dono, venerabili ecclesie sancte Marie 
« que prenominatur Nova. Idest unum petium terr? | ad .viii. rinti- 
« quas quartas sementis («), positum territorio Cistcrnensi ad Pisca- 
« riam Oddonis de Berga iuxta rivum Dorriga W, Inter hos affines, 
«a I primo latere tenet Bittus de Deleita (.'=). Q.ualiter mihi 

(a) Dcpo die, propri cantellalo, (b) Dopo trado, dono cancellalo. (e) K et lesto 
semenc (d) iuxta rivum Dorrig nell' interlineo. (e) Lacuna nel testo. 



TabuUvHum S. oMariaeV^pae i6j 



XXXVII. 
1118. 

Notizia di una sentenza data dal priore e dai rettori 
della « Schola salinariorum ». 

I. In nomine Domini. Anno dominice incarnationis millesimo 
centesimo octavo decimo, indictione undecima. 2. Ego Dux prior 
salinariorum cum Crispotto, Benedicto de Stephano, Caro lohanne, 
lohanne de Basilio et Romano 3. de Guittone, rectoribus supra- 
dicte scoi? nostr?, laudamus et iudicamus ut de illa lite quam Be- 
niamin 4. faciebat centra lohannem de Barone et Rainaldum 
de partibus duabus fili salinarii, prius de calumpnia 5. iuret, et 
postea Rainaldus iuret tam prò se quam prò lohanne Baronis pre- 
dictum Beniamin per mandatum ipsius (=») Rainal 6. di ad ca- 
piendum anditum in quo sunt prenominate partes, ivisse et tria carra 
salis tam prò lohanne de Barone 7. quam Rainaldo et Beniabin (b) 
prò introitu Obicioni de Leone data fuisse: quod sacramentum de 
calupnia 8. sepe dictus Beniamin renuit et renuntiavit. Et post 
hec indictione duodecima iterum adivit 9. Durum priorem et 

Octavianum Obicionis paterentem supradict? artis et conquestus est 
ut iusti IO. tiam sibi facerent. Q_uibus auditis et diu molestati 
atque tessi sunt. Die .xv. mensis iunii cum 11. Dominico qui di- 

ctus est prior ipsius fossati, et Erro ac Stephano lohannis Cariti? 

(a) ipsius neir interlineo. (b) Cosi nel testo. 



« pertinet per successionem mei W nepotis Petrucii de Taliacozo | 
« (b) taliterC^) illud ut suprascriptum est inrevocabiliter trado. 

« Hoc actum est W in manu domni Widonis predicte ecclesie 
« canonici et sacerdotis, in presentia domni L. archipresbiteri Hostien- 
« sis. I Testes : Cencius de Cimino et Bobacianus filius eius, Petrus 
(f Ovicionis de Octaviano, Nicolaus Romani (e) de Valentino | Ru- 
« sticus murator de Campitello ». 

(a) mei é ripetuto. (b) Prima di taliter, filii licioli (? ì cancellato. (e) La sillaba 
tal ripetuta nel testo fu poi cancellata. (d) Neil' interlineo sopra hoc actura est son le 

parole hec donatio facta est (e) La i pare correità su u 



1^8 1\ Jedcle 



rectoribus lauda 12. veruni et confirmaverunt supradictam sen- 

tentiam. Qui Beniamin siniiliter fugivit et sacra i^. mentum ca- 
lumpni^' noluit subire (i). 



XXXVIII. 

II 19, marzo ^, 

Germano di Germano e Petrocio, suo figlio, vendono 
alla chiesa di S. Maria Nova una pezza di vigna, posta 
nel territorio di Albano, nel fondo Moniano. 

I. Anno dominice incarnationis millesimo centesimo nono de- 
cimo, 2. mense martio, die tertia, indictione .xii. Ego quidem 
Germanus Germani vero filius, 3. hac denique presenti die, nullo 
me cogente neque contradicente haut vim facien 4. te, set pro- 
pria et spontanea nostra bona voluntate, cessissemus et cessimus 
atque tradidimus simul 5. cum Petrocio filio meo, nec non et 
venundavimus tibi domina nostra et totius mundi regina 6. Dei 
genitrix virgo Maria et per te namque in tua sacraiissima 9cclesia 
que vocatur Nova, 7. posita intra menia Romane urbis, in qua 
nunc preest dompnus Tebbaldus cardinalis dia 8. conus, et in 
dompno Benedicto archipresbitero eiusdem ecclesie et in cunctis aliis 
clericis ibidem Deo 9. servientibus in perpetuum, Idest unam 
petiam vinee plus ve! minus cum introitu et exitu eius cum vascario 
IO. et vasca commune cum Tebbaldo iener Bovonis (") ferrarii, cum 
arboribus propriis diversis naturis, 11. cum omni utilitate et 
pertinentia sua. Posita territorio Albani in fundum qui vocatur Mo- 
niano, et 12. terminatur his finibus: a primo latere tenet Litolfus 
Sinioretti, a secundo via publica, 15. a tertio heredes Cafare, a 
quarto sanctus Benedictus in Caccavari. Pro eo quod dedistis nobis 
14. quinquaginta solidos denariorum in omni vera decisione et dif- 
finitione. et de iure et dominio no 15. stro in iure et dominatione 
vestra transmittimus, et sicut nobis evenit iure emptionis 16. vel 
quemadmodum usque modo nostris detinuimus manibus, taliter eam 
vobis concedimus tradimus 17. atque venundamus prò supra- 
scripto pretio, et moniminas antiquas et nostre acquisitionis simul cum 

(a) bovonis corretto da bononis 

(1) Nel verso e Salini ». 



Tabiilarium S. ^ariae '^N^vae i6<) 



chartula (») ista i8. vobis contradidimus. Et ab odierna die licen- 
tiam et potestatem vobis concedimus ibidem intrare 19. tenere 

possidere vendere donare commutare et facere quodcumque facere 
sive peragere volueritis in vestra vestro 20. rumque successo- 

rum W concedimus potestate: et numquam a nobis ncque ab here- 
dibus nostris neque etiam 21. a nulla magna parvaque persona 

hominum a nobis submissa aliqua aliquando habebitis que 22.stio- 
nem aut calumpniam; set si opus vel necesse fuerit, stare nos pro- 
niittimus cum nostris heredibus et de 25. fendere vobis vestrisque 
successoribus ab omni persona liominum litigantium gratis. Si enim 
quod absit 24. et cuncta non opservaverimus que superius dieta 
sunt, tunc coniposituri nos promlttimus cum nostris bere 25. dibus 
vobis vestrisque successoribus ante omne litis iaitium prò pena su- 
prascriptum pretium duplum, et soluta pena 26. hec chartula 

perpetuo (<=) in sua maneat firmitate. Quam scribendam rogavimus 
Gregori 27. um scriniarium sancte Romane Ecclesi? in mense et(d) 
indictione suprascripta .xii. 

Signum ^H manus suprascripti Germani 28. venditoris atque 
rogatoris. Signum )^ manus suprascripti Petrocii filii eius consentiens 
huic (0 venditioni. 

Residente dompno Benedicto iudice. 

>^ Leo filius eius causarum patronus, testis. 

)^ Petrus Attonis, testis. 

tj< lohannis Attonis, testis. 

y^ Carucius, testis. 

Yji Johannes Bonus Anastasii, testis. 

>J< Tebbaldus Guittonis, testis. 

Ego Gregorius Palatinus huius albe proprie notarius compievi 
et absolvi (i). 

(a) Nel testo cnr (b) rùq, success in rasura. (e) o corretto forse 

da u (d) Nel testo menset (e) Nel testo buine 

(i) Nel verso della pergamena « aUr ». Una mano contempo- 
ranea segnò poi a pie del verso: « Ad notarium d. .v. inter palos 
« et frasca » . 



lyo T. fedele 



XXXIX. 

iii9?-ii2o? agosto 25(1), 

Stefania, figlia di Giovanni « de la Plana », con suo ma- 
rito, vende a Romana, figlia di Gregorio « de lohannis 
« iiono de Arno », una casa con la metà di un orto e 
della corte attigua, posta «in Pede silice». 

I. In nomine Domini. Anno secundo pontificatus domni Ca- 
lixtis («) secundi pap?, indictione tertia decima 2. mense (*>) agusto, 
die vicesima quinta. Ego quidem Stehania (e) filia olim lohannis de 
la Plana consentiente 3. et simul niecum rogante lohannis filius 
Petri de Beno de Marino viro meo, hac die propria spon 4. tanfa 
mea voluntate ac presenti di? do cedo trado et ad propriam here- 
ditatem inrevocabili 5. ter vendo et corporaliter investiens publice 
tradimus, tibi Romana filia Gregorius 6. de lohannis Bono de 
Arno etiam tuisque heredibus ac sucessoribus in perpetuumC'^) vel cui 
largire et conce 7, dere volueris, et per sacramentum ego Stehania 
ista venditionis ex ore meo comfirmo. Idest 8. videlicet domum 
una in integrum terrineam teguUciam scandoliciam et cartiquineam 
coper 9. ta cum medietatem (0 de ortuo pomato et medietatem 
de curte ante se cum arboribus io. et vitibus ante se et introitum 
et exitum suo et usum et utilitate per ipsa curte usque in 11. via 
publica, et cum omnia sua pertinentia; siculi vero ipso dicto ortuo 
cum arboribus et curte esse communem (f) 12. ad dividendum 

cum Constantia (g) mea tia. Posita in Pede silice: affines vero a 
duobus lateribus tenet 13. Nicolaus de Damara, a tertio tenet 

sanctorum Cosmas et DamianiW ad totum ortuo et doni 14. inio(') 
circundantes, a quarto vero latere est via publica (k). Qualiter pre- 
la) Cosi nel testo. (b) n corretto da u (cj Così nel testo qui ed in 
seguito. (dj j^pmu «</ lesto. (e) ìsel testo medittnùm; qui ed in seguito. 
(f) com (g) Nel testo Constati» (li) L' ultimo i corretto da o (i) Nel 
testo dominio (k) Nel testo putii; seguono due lettere cancellate e poi la 
sillaba ca 

(i) Noto con un segno di dubbio queste due date che corri- 
spondono alle note cronologiche del documento, discordanti fra di 
loro. 



Tabiilariiim S. oMariae V^vac 171 



dieta donium I5.cum medietatem de ortuo adque medietatem de 
curte cum medietatem de arboribus sicut dieta sunt et 16. miehi 
ex sparte Bona mater mea michi pertinere videtur, sie eam tibi in 
17. revocabiliter vendimus prò decem et oeto solidorum papiensium 
denariorum quas ego iS. recepi a te eoram subseriptorum testibus 
miehi placabilem prò toto pretium et istis vero denariis 19. ego 
Stehania do in .xi. ordines vineas ad meum opus da Petrus de Beno 
de Ma 20. rino quod meliorem lucro est 'me quas predicta domos 
et ortuos. Hac presenti die su licentiam W et potestatem habeatis 
in suprascripta domum et ortuo medietatem et medieta 22. tem de 
sua curte cum sua omnia pertinentia sicut dieta sunt intrandi tenendi fru 
25. endi possidendi vendi donandi eommutandi et faeiendi quod- 
cumque volueritis tu et tuis heredibus ae 24. sucessoribus in per- 
petuum (!') et per sacramento ista chartula venditionis ex ore meo 
comfirmo 25. ut numquam in tempore ego vel meis heredibus 
et sucessoribus vel aliqua persona ominum a 26, me sumissa 
litem (<:) vel requisiticnem de suprascripta omnia faeere presunse - 
rimus. Quod 27. si absit feeerimus in periuri incurramus, ve- 
rum etiam daturi esse prò 28. mittimus tibi tuisque heredibus 
et sucessoribus prò pena suprascripto pretium duplum et soluta 
29. pena hee venditionis chartula perpetuum stabilis et C*!) firma per- 
maneat. Quam seri 50. bendani rogavi Enrieus scriniarius in mense 
et indictione suprascripta .xiii. decima. 31. Signum manum su- 
prascripta Stehania cum viro suo consentiente hac venditionis char- 
tula 32. sponte fieri rogaverunt. Ego Romana de predictis 
33. denarii(e) quod abstulit de terra mea de Marana dedit in prefata 
domum 34. decem et oeto solidos papiensium et duo solidos in 
lename prò melioratione iam 35. dieta domo. 

Guido de Benizzo, testis. 

Benecasa de Maxaro, testis. 

lohannis Mo pò, testis. 

Odaldo sutore, testis. 

Lipriniano, testis. 
Ego Enrieus scriniarius sancte Romane Eeelesiae compievi et ab- 
solvi (i). 



(a) Nel testo licna (b) AV/ testo in p^mu (e) AV/ testo litùr 

(d) et e ripetuta. (e) 'Sei testo denrii 



(i) Nel verso di mano del xiii secolo: <f Cartula de una 
« domo cum medietate orti et cum curte ante ecclesiam nostram » 



172 '7'. JcJclc 



XL. 

1 120, decembre 7. 

Pietro « de Francuccio Gabulluto » concede ai figliuoli 
di Pietro de Bona due parti di un orto, fuori della porta 
Latina « ad montem Albinum », col patto di ridurle a vigna 
e di pagare un annuo canone. 

I. In nomine Domini. Anno secundo pontificatus domni Ca- 
lixti (») secundi pap?, indictione .xnii., mcnsis 2. decembris die .vii. 
Ego quidem Petrus de Francuccio Gabulluto ad pastinan ^. dum 
loco et largiens concedo vobis filiis Petri de Bona, Alexio scilicet et 
4. Nicolao, vestrisque lieredibus ac sucessoribus in perpetuum. Idest 
duas partes unius orti cum 5. fontana et rases, cum introitu et 
exitu suo et cum omni suo usu et utilitate atque peni 6. nentiis. 
Positas extra portain Latinani ad montem Albinum; affines totius 
orti 7. de quo duas partes vobis loco, ab uno latere tenet sanctus 
Sebasiianus, ab alio heredes 8. de Gottifredo, a tertio lieredes 
lohannis Fragentis panem et heredes lohannis Rainerii, a quar 9. to 
autem latere sanctus lohannes ante portam Latinam. luris nostri do- 
mini!. Ad tenendum utendum io. fruendum ex omni vestro 
expendio vineam C») pastinandum allevandum congregandum et a 
ri. vobis vestrisque lieredibus ac sucessoribus perpetuo possidendum, 
et omni anno in sanct? Crucis Exalta 12. tione .xxx. duos denarios 
papiensium prò redditu nobis detis amodo donec vindcmiam exinde 
13. habueritis; postea sit in mea voluntate si volucro, tollere quar- 
tam. Vos 14. quartam partem vini mundi et acquati et canistrum 
unum iustum uvis pie 15. nuni per petiam et quartam partem 
fructus arborum quas illic possueritis 16. michi meisque reddatis 
heredibus, et manducare et bibere nostro detis supriste (<=) 17. sicut 
vestris vindemiatoribus. Et quando vascam ex novo feceritis denarios 
octo pa i8. pienses prò adiutorio vobis et Nicolao vestro con- 
socio dabimus. Et si fuerit tantum una 19. pars orti pastinata, 
de altera parte inpastinata .xvi. denarios papiensium prò redditu nobis 
detis. 20. Et si postquam vinca fuerit allevata neglegentiam ibidem 



(ay Cali (b) vifi (e) Xel testo supste 



Tabulariìiììi S. oMariae V^opae 175 



commixeritis, per annum unum sustinere 21. debemus; quod si 
in secando anno neglegentiam commixeritis, plenam vobis tollamus. 
Et si per hostem publicum 22. vel irritum romanum seu celi 

piagam in desertum ierit et per trium annorum spatium vestra ne- 
glegentia 23. non fuerit relevata, ad nos revertatur. Et si aliquit 
auri argenti ferri lapidis seu alterius spe 24. elei metalli valens M 
plus .XII. denariis, dimidium nobis dctis, et si vendere volueritis, prius 
nobis vendatis 2).iusto pretio quo apretiatum fuerit minusduobus 
solidis denariorum papiensium per petiam; quod si coni 26. pa- 
rare noluerimus, tunc vendatis persone que nobis placcat sine ma- 
litia, et ipsos duos 27. solidos detis nobis prò consensu pcr 

petiam, nuUoque modo alieni pio loco dimittatis. Si qua igitur 
28. pars adversus (idem huius locationis aliquo modo venire tem- 
ptaverit, aut si ego vel 29. heredes mei ab omni homine vobis 
vestrisque heredibus non defenderimus si hopus et necesse fuerit, 
componat 30. alteri parti fidem servanti prò poena dimidiam boni 
auri libram, et poena soluta he due cartule 31. uno tenore con- 
scripte per manus Petri scriniarii sanct? Roman? Ecclesi? secundum 
hearum tenorem 32. perpetuo maneant firme. In mense et indi- 
ctione suprascripta .xiiii. 

Signum >x< rnanus predicti Petri qui hanc locationis chartulam 
sponte fieri rogavit. 

Beliczo de Beliczo, testis. 

Seniorilis frater eius, testis. 

Romanus lohannis Boni, testis. 

Guido frater eius, testis. 

Johannes Bonus prior ortulanorum (b), testis. 

Adammus (<=) murator secundus, testis. 

Johannes Cava casatam, testis. 
Ego Petrus notarius regionarius et infimus scriniarius sanct? Roman? 
Ecclesi? utriusque partis rogatu compievi et absolvi (r). 

(a) vat (b) or neW interlineo. (e) Adàmus 

(i) Nel verso: «Monte Albino». Di questo documento esiste 
nello stesso archivio una copia fatta da « Obicio imperialis aule 
« scriniarius » (secolo xiii ine). 



174 T- Jc'cA'/t' 



XLI. 

1123, aprile 8. 

Concessione enfiteutica di una casa posta nella regione 
innanzi alla chiesa di S. Maria Nova. 

I. y^ In nomine Domini. Anno quinto pontificatus domni Ca- 
lixsti secundi pape, indictione prima, mense aprelis, die octava. 
2. Ego quidem Bcnedictus Dei gratia archipresbiter adquae rector 
vcnerabilis ecclesia sanct? Mariae domine nostre quae 5. mine 

patur (a) Noba conscntientibus michi Girardi presbitero et Bonosulo 
adque Benedictus et Leutherius nec non Rimanno, 4. hac die io- 
camus et concedimus propria spontanea nostra voluntate libi Briele 
et Zita tua vero coni[uge] 5. et de vestris filiis et filiabus quod 
modo habetis de isto coniugio et in anteam de vos ambobus Deus 
de 6. derit in antea tantum. Idest viJelicet domum unam in inte- 
grum solaratam teguliciam et scandoliciani sicuti clausam 7. [esse 
vi]detur cum modico orticello pò se Cbi cum sua curte ante se adque 
introitu et exitu suo vel cum 8. [omnija sua pertinentia. Positam 
in regione ante ian dieta ecclesia; affines vero a duobus laleribus 
tenet dieta [ecclesia] 9. [a tertio] tenet lohannis Pilio, a quarto 
latere est via publica. luris suprascripta vestra ecclesìa, ad tenendum 
colendum fr[uendum] io. possidendum meliorandumque in omni- 
bus (0 diebus vite nostre sicut que supra dieta sunt tantum. Et prò 
uno (<•) loeatum 11. prebuimus vobis introitu solidos sex papien- 
sium denariorum prò utilitate suprascripta ecclesia, et omni anno 
aniodum 12. in anteam duos denarios papiensium in fcstivitate 

sancte Marie de suprascripta domu tribuamus. Et si vendere 1 5 . vo- 
luerimus ipsa domu nostro placito primus venundemus ad servitores 
dieta ecclesia comminus tres solidos; 14. quod si emere nolue- 
ritis demus vos dieto comminus et licentiaW habeamus vendere in 
tali vero persona quae 1 5. ad servitores dieta ecclesia plaeead 

sine malitia excepto (S) in aliam ecclesiam non vendamus nec prò 
anima 16. dimittamus nisi predicta ecclesia, et post exsplete pre- 
diete nostre persone dieta domum sieut meli 17. orata fucrit in 



(a) Così nel lesto. (b) Così nel testo. ic) omnibus è ripetuto nel 

testo. (d) .\V/ testo uno (e) licna (f) "Nel testo exepto 



Tabiilariuin S. <zMariae V^vae 175 



predictam W sino mora eis revertatur. Nos autem 0>) una cum nostris 
heredibus 18. ac sucessoribus promittimus vobis et vestris suc- 
cessoribus suprascripta omnia observare et adinpiere si 19. cut 

dieta sunt; quod si non fecerimiis et qua dieta sunt ('^) non obser- 
vaverimus, 20. componamus vobis et vestris sucessoribus ad 

opus et proficuum ian dictam ecclesiam prò pena solidos quad 
21. raginta papiensium denariorum, et soluta pena hec due chartule 
facte uno tenore sit firme. Scripte i'^) 22. per manum Henricus scri- 

niarius in mense et indictione suprascripta prima. 

Signum manum ►J^ suprascripto (e) et Zita uxori sua hanc 

apare sponte fieri rogavi. 

Petrus de Baldino, testis. 

Sasso de Petrus Mancino, testis. 

Petrus de Penacelo, testis. 

Sasso macellarius, testis. 

Donadeus suo germano, testis. 

Romanus de Carvone, testis. 

Ardino, testis. 
Ego Henricus scriniarius sancte Romane Ecclesiae compievi et ab- 
solvi. 



XLII. 

1126, maggio. 

Giudicato di Onorio II sopra il possesso della massa 
Careia. 

I. In nomine Domini. Anno secundo pontìficatus domni Hono- 
rii secundi papa?, indictione .mi., mensis madii die . . . (0 Benedictus 
archipresbiter sanct? Marie Nove conquestus est domno papa? 
2. Calixto de massa que dicitur Careia diu iniuste possesa a Gale- 
ranis comitibus et ab aliis hominibus, quam dicebat iuris sante Marie 
Nov[e ess]e. Unde d[omno papa? Calixto] (g) 3. instrumenta 

ostendit. Tunc domnus papa auditis instrumentis et visis rationibus 

(a) Dopo predictam e nel testo la parola ecclesiam cancellata ; dovevano 
essere evidentemente cancellate anche le parole in predictam (b) 'Nel testo 
autèm (e) A sunt seguono le parole que supra missa sunt cancellate. 

(d) Questa parola e resa nel testo in maniera affatto irregolare. (e) La- 

cuna nel testo. (f) Lacuna nel testo. (g) Inferiormente ad uno strappo 
della pergamena si vedono le appendici inferiori delle due p della parola papae 



17^. T. fedele 



quallter dieta massa iuris ecclesie esset, niisit littcras comitibiis Ga- 
leri? ut massa illa ecclesie restituerent. 4. Set comites precepto 
domni papa? obtemperantes, Benedictum archipresbiterum de massa 
illa statim investierunt ("). Post paucum tempus domnus papa Ca • 
lixtus diem suum obiit. Dicti comites massam 5. illam invaserunt. 
Postea vero idem archipresbiter de massa a comitibus rctenta aput 
domnum Honorium secundum papam restitutionem petiit, simulque 
sententiam domni Calixti et instrumenta iuris 6. ecclesie curie 

ostendit, Quibus rationibus domnus papa motus misit comitibus atquc 
precepit ut massam ecclesie restituerent, et sic sententiam papa? 
Calixti per Ugonem diaconem cardinalem ecclesie sancii Theo- 
dori 7. et Cencium Roizonis romanum consulem effectui man- 
cipavitC»). Set monachi S. Sabe hoc audientes et instrumenta secum 
ferentes ante presentiam domni papa? venerunt et massam illam iuris 
8. monasierii esse atque per centum anr.os eam possedisse dixerunt: 
qua de causa ipsius masse restitutionem petierunt. Set cum monachi 
quoddam instrumentum legissent, pars S. Marie respondit: 9. in- 
strumentum illud iuris ?cclesie Sanct? Mari? Nove non voceni 
quia que ibi leguntur fines masse Careie (<=) esse instrumenta sancte 
Marie ostendunt. Domnus papa audientes (J) utriusque partis alle 
IO. gationes In quinta feria indutias dedit, atque precepit ut instru- 
menta et rationes que inde haberent prò causa cito finienda secum 
utraque pars duceret. Ad terminum ambe partes 11. in curia 

representate sunt. Tunc domnus papa sicut preceperat instrument.i 
prò causa citius tcrminanda a partibus quesivit. Benedictus archi- 
presbiter instrumenta ?cclesie sancte Marie statim 12. represen- 
tavit. Monachi vero nisi possesio ipsius prius restitula fuisset, instru- 
menta monasteri! estendere omni modo rennuerunt. Altera pars 
respondit: masse restitutionem nequaquam peti posse, 15. quia 
eius proprietas ?cclesie sancte Mari? esse cernitur, et hoc per instru- 
mentum a lohanne tertio decimo papa confectum. Quod coram 
donino papa recitatur et («) comprobatur. Pars monasteri! masse 
14. restitutionem iterum petiit per legem illam: si quis non per vini 
sed sententia iudicis eam rem detinuit. Altera pars restitutionem (O 
(ieri his rationibus negabat quia 15. domnus papa Calixtus post 
citationem a Petro prefecto legitime confectam, visis instrumentis et 
rationibus sancte Mari? non propter contumaciam adversariorum 
set propter 16. rationes diete ?cclesie bene prospectans Bcne- 

(a) Kil testo investierum (b) Nel testo mancipavi (e) Carcic cor- 
retto dalla prima mano da Careve (d) Così nel testo. (e) t per cor- 
rezione, (f) o sopra la linea. 



Tabiilariuììi S. ^larìaeV^vae 177 



dictum archipresbiterum de massa Careia per Galeranos coniites in- 
vestivit. Quam sententiam domnus Honorius sequens eam 17. ad 
effectum (a) perduxit. Iterum et si possesio aput monasterium esser, 
ecclesie sancte Mari? restitui deberet; inulto plus si possesio aput 
ecclesiam maiiet, ab ea retineri potest, 18. quia dolo facit qui 

petit ea que restituturus est. Cumque partes super hoc diu certarent, 
domnus papa precepit iudicibus ut ad consilium irent et cause (ìnem 
inponereiit. 19. Set Bencdictus dativus W index et Litardus et tres 
iudices Beneventani (0 prò ecclesia sanct? Marie in unam sententiam 
concordati sunt. Ferrucius vero iudex propter 20. feudum quod 
habebat a monasterio illis concordati noluit. Set dicti iudices eorum 
concordiam domno pape dixerunt. Cum sero esset, domnus papa in 
sequenti die negotium pò 21. suit, et partibus precepit ut ad 
curiam prò sententia recipienda redirent. Ferrucius iudex iudicum con- 
cordiam monachis patefaciens ad curiam redire noluerunt. 22. Pars 
sancte Marie in presentia donmi papa^ representata est. Tunc domnus 
papa videns alteram partem se absentantem dixit Benedicto archi- 
presbitero: uti possides 2;;. possideas. Scriptum per manum Fal- 
conis scriniarii sancte Romane Ecclesie in mense et indictione supra- 
scripta .1111. (i). 

xLrii. 

1 127, marzo i j. 

Vendita di una vigna posta « foris portam Metromi 
« iuxta muros huius alme urbis », obbligandosi il compra- 

(a) Nel testo efFetù (b) dativus ripetuto ed espunto. (e) Corretto 

dalla prima mano da benevanteni 

(i) Nel verso, di mano del secolo xiii: «In hac carta conti- 
« netur quod Benedictus archìpresbiter sancte Marie Nove conquestus 
« est domno Calixto pape de comltibus Galerie qui detinebant massam 
« Carreiam iniuste: qui comites ex precepto dicti domni pape resti- 
« tuerunt eam predicto Benedicto archipresbitero. Mortuo vero domno 
« papa Calixto predicti comites invaserunt predictam massam, unde 
« dictus Benedictus archipresbiter . . . conquestus est domno pape 
« Honorio secundo qui restituit eam predicto Benedicto, contradicen- 
« tibus monacis sancti Sabe ». 

Di un'altra annotazione dello stesso tempo intendo solo le pa- 
role: « Calixtus papa et Honorius papa ... Et est quartus thomus 
« in ». 

Archivio della R. Società romana di storia patria. Voi. XXIV. 12 



lyS T. Jcdele 



tore a rendere ogni anno alla chiesa di S. Maria i dovuti 
diritti. 

I. In nomine Domini. Anno tertio pontitìcatus (*) domni Ho- 
norii secondi pap9, indictione quinta, mensis martii die .xiii. Ego 

quidem 2. de Maria de Goio, liac die propria mea volun- 

tate, consentientibus mecumque rogantibus Benedicta scilicet uxore 
me[a et Bene] j. dicto Dei gratia archipresbitero ecclesi? san- 
ct? Mari? Nov? suisque clericis, et consensum a me habentibus lo- 
caloribus meis do ven[do] 4. trado tibi lolianni de Bulcharello 
tuisque heredibus ac sucessoribus in perpetuum. Idest petiam vinee 
unam quam olim noviter pastinavi [cum] 5. introita et exitu (b) 
suo et cum omni suo usu et utilitate atque pertinentiis (0. Positam 
foris portam Metromi iusta muros huius alni? urbis; Inter hos af- 
fines, ab uno latere teneo 6 ego venditor, ab alio est murus huius 
civitatis, a tertio tenet Litolphus, a quarto autem latere Rufinus de 
Benedicto de Ruta W. 7. Q.ualiter vita mea meorumque heredum ac 
sucessorum in perpetuum haheo, taliter predictis locatoribus consen- 
tientibus tibi tuisque heredibus ac sucessoribus 8. vendo et trado 
prò .vii.(') solidis et dimidio(f)denariorum papiensium, quos placabiles 
prò roto pretio mihi et in meis dedisti manibus, ut dehinc licentiam 
et 9. potestatem habeatis intrandi utendi fruendi et annualiter in 
tempore vindemiarum quartam partem totius vini mundi et acquati 
IO. quod Deus vobis ibidem donaverit, predicte ecclesie sancte Marie 
reddatis, et de omni vasca piena denarium unum papiensum prò va- 
scatico detis, 11. et quartam fructus nucum ibidem stantium red- 
datis, et si illic inveneritis aliquit auri argenti ferri lapidis seu alte- 
rius (g) 12. speciei metalli valens plus .xn. denariis dimidium ipsi 
ecclesie detis, et si vendere eam volueritis prius illi vendatis iusto 
pretio quo apreti i3.ata fuerit minus .xxviiii. denariis papiensium. 
Quod si comparare noluerit tunc vendatis persone sibi piacenti sine 
malitia et ipsos 14. .xxviiii. denarios detis heidem ecclesie prò 
consensu. Nulloque modo alicui pio loco dimittatis nec concedatis 
nisi prenomina 15. te ecclesie sancì? Marie. Nos igitur una cum 
heredibus meis nec non cum supradicto archipresbitero et suis clericis 
ab omni homine 16. defendere tibi tuisque heredibus promittimusCO 

(a) Seti' interlineo. (b) introita et exit su rrtjura. (e) introitu - per- 
tinentiis Oj^giunto con inchiostro diverso ina dalia prima mano su lacuna. 
(d) ab alio - de ruta aggiunto dalla slessa mano ma con altro inchiostro come 
sopra. (e) /;( rasura. (f) Jim (g) Kel testo altius (h) // secondo 
ì corretto su rasura di o 



Tabiilarium S. •zMan'ae V^vac 179 



si opus et necesse fuerit; quod si non fccerimus aut non potue- 
rimus, si qua 17. ergo pars adversus fidcm huius conventionis 

sive venditionis chartulam aliquo modo vel in toto seu (*) in parte 
venire temptaverit 18. componat pars infidclis partì fidem ser- 
vanti prò poena dimidiam boni auri libram, et poena soluta he due 
19. chartulc uno tenore conscripte per manus Petri scriniarii sanct? 
Roman? Ecclcsi? secundum hearum tenorem maneant firme. 20. In 
mense et indictione suprascripta .v. Signum >^ manus prcdicti lo- 
hannis Bulgarelli qui hoc appar fieri rogavit W. 

Gregorius de Bona de Georgio, testis. 

Donumdei de Sinebaldo, testis. 

Girardus de Mancino, testis. 

Johannes Mutus, testis. 

Robertuccius de Robertello, testis. 
Ego Petrus notarius regionarius et scriniarius sanct? Roman? Ec- 
■clesi? utriusque partis rogatu compievi et absolvi (i). 



XLIV. 

1127, aprile 8. 

Concessione enfiteutica di una casa innanzi alla chiesa 
<ii S. Maria Nova, fatta dall'arciprete Benedetto ai figli di 
•Gregorio lanista ed ai figli loro, 

I. In nomine Domini. Anno tertio pontificatus domni Honorli 
secundi papa?, indictione .v., men 2. sis aprelis die .viii. Ego 
quidem domnus Benedictus Dei gratia humilis archipresbiter ve- 
nerabili 3. diaconi? sancte Mari? Nov? consentientibus clericis 
predicte ?cclesie, damus atque concedimus et Io 4. camus in 
•omnibus filiis legitimisCO et fili? quos vel quas nati et nascituri sunt 
de Grego 5. rio lanista et in omnibus filiis et filie legitimis 

quos de ipsis filiis tuis nascituri 6. sunt tantum. Idest unam do- 
mum cum terra vacante iusta se cum curte ante se cum introitu 
7. et exitu suo cum omni suo usu et utilitate et cum omnibus suis 

(a) Dopo s di seu f' è la lettera i abrasa. (b) Da signum, aggiunto 

Jalla stesso mano con altro inchiostro. (e) Kel testo legiinis 

(i) Nel verso di mano contemporanea: « He sunt carte de port.i 
-<tMetrovi»; di mano del secolo xni: «Porta Mitroni ». 



iSo T. fedele 



pertinentiis. Positam Rome ante 8. predicta ecclesia; inter lios af- 
tìnes, a primo latere tenet Addasela comitissa, a secundo et 9. a 
tertio latere tenet predicta fcclesia, a quarto via publica, iuris pre- 
dicte ecclesie. At tenendum io. habitandum meliorandiim et sicut 
dictuni est tantum fruendam et possidendum, prò eo tibi lo 11. Ca- 
mus eo quod predictam domum a noviter fecisti, et omni anno dare 
debetis in predicta 12. ecclesia denarios duos nomine pensionis 
in Assumptione sancte Marie ("). Et nulli alii ecclesie detis liane lo- 
cationem 15. nisi nostre, et nulli persone vendatis nisi nobis iusto 
pretio quo apretiata fuerit minus 14. duo solidis (•>) si sic com- 

parare noluerimus detis nobis comminus et vendatis eam tali persone 
ut nobis I). placeat sine malitia, et omnia que dieta sunt nobis 
adinpleat et persolvat. 16. Nos autem et nostri successores de- 
fendere eam vobis ab omni homine si opus et necesse 17. fuerit. 
Si qua vero pars contra fidem huius chartule venire voluerit, com- 
ponat alteri 18. parti fidem servanti poene nomine solidos pa- 
piensium denariorum triginta, et soluta 19. poena chartula hec 
firma permaneat. Q.uam scripsit Falconem scriniarium sanct? Ro- 
man? 20. Ecclesi?, in mense et indictione suprascripta .v. 

Signum i~^ manus dicti Benedicti arcliipresbiteri rogatoris char- 
tule huius. 

Romanus de Oliverio, testis. 

Sasso de Mancino, testis. 

Theofilactus filius Theofilacti, testis. 

Litulfus Spada Marra, testis. 

Leo Manduca ronzoni, testis. 

Leo lohannis Christiani, testis. 

Theoderellus, testis. 
►^ Ego Falconius scriniarius sancte Romane Ecclesie compievi et 
abiolvi (i). 

XLV. 

1 127, settembre 17. 

Ottaviano fiirlio di Obicione ed Obicione di Teubaldo, 
tutori e curatori della figlia di Gregorio « lohannis de Be- 

(») In assumptione sancte Marie aggiunto in margine dalla prima maiia 
con un segno ili richiamo al Icslo. (b) sof 

(i) Nel verso di mano del xiii secolo: « Cartula de domo 
« Romani Bonelle ». 



Tabulariiim S. oMariae U^orae i8i 

« rardo », vendono a Gregorio, giudice dativo, una «carn- 
ee minatam, solaratam teguliciam », posta in Roma « in 
« Caldararii ». 

I. In nomine Domini. Anno tertio pontificatus domni Honorii 
secundi pape, indictione .vi., mense septembri, die .xvii. Nos quidcm 
Octavianus filius domni Ovicionis et Ovicione de Teu 2. baldo (^) 
tutores et ciiratores filie Gregorii (b) loliannis de Berardo denique 
dati sumus in hac re a domno Guittone primo defensore indice sacri 
Palatii. 3. Hac die nullo proibente nec contradiccntc propria no- 
stra (^) voluntate insimul cum ipse puelle vendimus et publice inve- 
stientes tradimus atque concedimus tibi domno 4. Gregorio da- 
tivo indice et filio Raduphi (<i) et tuis heredibus ac successoribus («) vel 
cui largire et concedere volueritis im perpetuum. Idest camminatam 
unam solaratam teguliciam subtus et desuper cum scala ante se 
5. et suo vallatorio et cum suis petris et cum (O orto post sc(s), si- 
militer cum suis petris cum introytu et exitu suo cum omni suo usu 
et utilitate et cum (h) omnibus suis pertinentiis et sicut 6. Gregorius 
lohannis de Berardo detinet. Positam Rome v') in Caldararii; inter hos 
fines, a primo latere tenet ecclesia sancte Marie Nove, a secundo la- 
tere est ortus heredes de Repleta, 7. a tertio latere tenet ecclesia 
sancte Adon Ssannes, a quarto latere est via publica. Sicut nobis per- 
tinet per curara et tutelam et puelle per successionem patris earum 
8. sic tibi ut dictum est vendimus et publice investientes tradimus 
atque concedimus (k) prò octo libris denariorum papiensium quas tu 
nobis dedistis (') prò toto pretio nobisque 9. placentem, et nos 
recepimus ad maritatione predictarum puelle in omnem veram dici- 
sionem. Ut ab hac bora ("0 licentiam et potestatem habeatis in eam 
intran io. di tenendi fruendi (") possidendi vendendi donandi com- 
mutandi vel quicquid exinde facere volueritis in tuam tuisque here- 
dibus ac successoribus sit potestatem im perpetuum. Et numquam a 
nobis nec ab heredibus ac successoribus 11. nostris nec etiam ab 



(a) Xel testo teubado (b) Nel testo greorii fc) nostra neW interli- 

neo, (d) Le parole et filio raduphi furono aggiunte dalla prima mano in 

fondo al documento prima dell' escatocollo con un segno di richiamo nel testo. 
(e) Nel testo, qui ed in seguito, le parole ac successoribus sono rese irrego- 
larmente con accb (f) cum neW interlineo. (g) Nel testo pos se (h) cum 
nelV interlineo. (i) rome neW interlineo. (k) .Ve/ /c5<o cocedimus {\) Nel 
testo distis (m) bora nelT interlineo, (n) tenendi fruendi aggiunto dalla 
prima mano dopo il testo del documento prima dell' escatocollo, con un segno 
di richiamo. 



i82 T. Jcdelc 



al-qua persona a nobis sunimissa habebitis exinde aliquani requisi- 
tionem aut litis calupniam. Q.uam si quod absit aliquo modo 12. fo- 
cerimus et si opus et necesse fuerit et cani a vobis ab omni hominc 
non defenderimus vel noluerimus aut non potuerimus vel plus prc- 
tiuni ei exigerimus, componannis vobis prò poena predictum 1 3. pre- 
tium duplum, et soluta pena niancat firnius contractus. Quani rogavi- 
nius scribere Falconem scriniarium sancte Romane Ecclesie in mense 
et indictione suprascripta .vi. 

Signum >J< manus dicti Octaviani Ovicionis et puelle rogato- 
rum (») cartule huius. Et predicte puelle per sacramentum iureiurando 
confirmaverunt. 

Petrus Fraiapane, testis. 

Cencius Patius, testis. 

Petrus Romani de Micino, testis. 

Gerardus lohannis Tiniosi, testis. 

Gerardus fiiius Ottonis de Gerardo, testis. 
Ego Gregorius iudicis sacri romani imperii scriniarius sicut inveni 
in cartola scripta per Falconem scriniarium bone memorie cuius 
anima benedicatur, ita scripsi et fideliter exemplavy (b) (r). 



XLvr. 

1 157, gennaio 31. 

Testamento di Adelasia, figlia del «quondam» Cencio 
Frangipane, vedova di Ranieri, conte di Cornazzano. 

r. [►x^ In] nomine Domini. Anno septimo pontificatus domni In- 
nocentiiC'^) secundi pape, indictione .xv.,mensis ianuarii die .xxxi. l:go 
quidem Adilascia filia quondam Cinthii Fra 2. [iapanis rejlicta 
vidua a Rainerio comite de Cornazzano, intestata decedere nolens, 
nuncupativum et sine scriptis testamentum facio. Ne 3. [ta]men 
temporum longinquitate aliqua oblivione tradatur, publicis litteris 

commendare curavi. In primis filios meos 4 

...(<*) heredes instituo, et relinquo eis medietatem mee dotis, vide- 

(a) rog (b) Kel lesto exeplavy (e) .\'«/ teslo IN'NOC. (d) La- 

cuna nel testo alla fine del rigo } ed al princìpio del rigo 4. 

(i) Nel verso di mano del secolo xiii : « [In] caldari de ca- 
« minata in Colixeo ». 



Tabiilaì'iuìii S. oMariae V^oi'ae 183 



lictt quinquaginta libras denariorum papiensium; aliam naiiique me- 
dietatem donatione Inter 5. vivos iam donavi. Et obtuli simul et 
personam meam et domum meam cum omnibus suis pertinentiis et tria 
vinealia in territorio Albancnsi in colle de Seraphia 6. in venerabi- 
leni ecclesiam sancte Marie que vocatur Nova, quam donationem nunc 
meo ultimo testamento confirmo, sicut in ipsius donationis chartula con 
7. [tinejtur. Volo autem et precipio ut si filii mei sine legitimis filiis 
hobierint vel si eius filii sine legitimis liberis obierint, et sic semper 
ita quod nulla 8. [legijtima proles ex me descendentibus supcrsit, 
tunc prefatc quinquaginta libre vel quarta pars castelli Cornazzani 
que ex eis empta fuit 9. cum omnibus suis pertinentiis integre 
deveniant in prefatam ecclesiam sancte Marie que dicitur Nova. Q.uod 
scribendum rogavi lohannem scriniarium in mense et indictione 
IO. suprascripta .xv. Signum >J< manus suprascripte Adelasciae filie 
quondam Cinthii Fraiapanis huius testamenti rogatricis. 

Girardus de Mancino, testis. 

Gregorius de Georgio, testis. 

Gregorius de Benedicto Cinthii iudicis, testis. 

Johannes de Rainerio, frater eius, testis. 

Sasso macellarius, testis. 

[RJainaldus de Falena, testis. 

Giso sutor, testis. 
>J< Ego Andreas scriniarius sanctae Romane Ecclesie et sacri Late- 
ranensis Falatii, sicut inveni in dictis domni lohannis scriniarii pa- 
tris mei, ita scripsi compievi et absolvi (i). 



XLVII. 

II 39, gennaio 22. 

Pietro, figlio del « quondam » Pietro Mancino, vende 
a Giovanni, acolito del sacro palazzo Lateranense, ed a 
Benedetta sua moglie un casalino posto in Roma nella re- 
gione di S. Maria Nova. 

I. >x< In nomine Domini. Anno dominicae incarnationis mille- 
simo centesimo .xxxviiii., anno nono pontitìcatus domni Innocentii 
secundi pape, indictione 2. secunda, mensis ianuarii die .xxii. Ego 

(i) Nel verso di mano del secolo xii: <f Testamentum comi- 
« tisse de Cornazzano ». Una mano posteriore aggiunse : « de Galera ». 



i84 'P. Jedele 



quidem Petrus filius quondam Pctri Mancini, consentiente et omni 
iuri quod sibi pertinuit renunti (,») 5. ante Tlieodora coniuge mea, 
hac dio propria mea vohmtate concedo trado et vendo tibi lolianni 
acolito sacri 4. Laterancnsis l'ahuii et Benedictae uxori tuae tuis- 
que heredibus ac successoribus et cui diebus vitae meae et omnium 
fratrum 5. ac sororum meorum nec non et vita omnium filiorum 
meorum et filiorum (b) fratrum ac sororum meorum largir! et conce- 
dere volueris. 6. Idest unum modicum casalinum in iiitegrum cum 
pariete communi i^) inter te et Gerardum fratrem meum, atque aliis 
parietibus suis propriis ante 7. et retro sive ex latere cum hor- 
ticello post se, sicut ipsum casalinum retro extenditur cum corticella 
ante se usque 8. in viam publicam et omnibus suis pertinentiis. 
Positum Romae in regione Sanctae Mariae Xovae in ascensu Palatii: 
sub his affinibus, 9. a duobus lateribus tenet ecclesia sancti Lau- 
rentii de Mirandi quae est episcopium Sabinense, a tertio latere tenet 
Gerardus frater io. nieus. a quarto latere est via publica que 
ascendit in Palatium. Qualiter nobis competit iure locationis a pre- 
dieta ecclesia 11. sanctae Mariae Novae, taliter predictum casa- 
linum ut dictum est tibi vendo et trado prò quatuor solidis et dimi- 
dio (<^) denariorum papiensium quos in 12. presentia subscriptorum 
testium michi dedisti prò toto pretio valde placabili. Et ab hodierna 
itaque die licentiam et 15. potestatem habeas eum intrandi utendi 
fruendi possidendi vendendi donandi commutandi et quicquid in vita 
mea et fratrum ac so 14. rorum meorum et omnium filiorum 
nostrorum placuerit faciendi, et omni anno in Assumptione sanctae 
.Mariae unum rotomagense 15. nomine pensionis in prefatam ec- 
clesiam quae dicitur Nova persolvatis. Quod si contra hec que dieta 
sunt quolibet modo 16. venire («) temptavero, et si opus et necesse 
fuerit si ea defendere noluero aut non poterò, tam ego quam mei 
heredes componamus 17. tibi tuisque heredibus prò poena supra- 
scriptum pretium duplum, et soluta poena hec venditionis chartula 
firma permaneat. 18. Quam scribere rogavi lohannem scrinin- 
rium sanctae Romanae Ecclesiae in mense et indictione supra- 
scripta secunda. 

Signum ^ manus suprascripti Petri de Mancino consentiente 
Theodora uxore sua huius chartule rogatoris. 

Caruslco de Barone, testis. 

Sasso de Mancino, testis. 

Sasso de Sinibaldo macellario, testis. 

(a) Kel testo renti (b) ùVìoram nell' interlineo. (e) com (d) JirTi 
{e) venire iw rasura. 



Tabnlarium S. oMariae \N^pac 185 



Romanus de Bonella, testis. 

Sebastianus de lolianne de Basilio, testis. 

Nicolaus de Gregorio Casata, testis. 

Romanus de lohanne de Labinia, testis. 
>5< Ego lohannes scriniarius sanctae Romanae Ecclesiae compievi et 
absolvi (1). 



XLVIII. 

1 139, novembre 12(2). 

« Instrumento di enfiteosi a seconda generazione d'una pezza di 
« vigna posta fuori di porta S. Lorenzo a Baccoli, fatto da Niccolò 
« arciprete di S. Maria Nuova col consenso di Giovanni prete e 
« delli altri chierici a favore di Enrico di Giovanni Mancini ad 4. 
« [quartam] reddendum del mosto. Rogato da lohannes scrin. » 



XLIX. 

1 1 39, decembre 22. 

«Instrumento di vendita d'una casa solarata vicina a S. Maria 
«Nuova fatto da Gervasio figlio di Giovanni Pilgi a favore di Od- 
« done e Cencio Frangipani illustri consoli de Romani, figli a Leone 
«Frangipane per 100 soldi den. pap. Rogato da lohannes scrin.» 

(i) Nel verso: « Palladii ». 

(2) Tolgo il transunto di questa pergamena e delle altre due se- 
guenti dall'indice del Rosini, p. io, nn. 4 e 5 ; p. 1 1, n. i. Alla 
cortesia del cav. Alessandro Corvisieri debbo la notizia che queste 
pergamene, come le altre che furono riportate in parte od in tran- 
sunto sotto i numeri ix, X, xi, xii di questo Tabularium, in- 
sieme con l'originale della bolla di Alessandro III dell'anno 1161 
(cf. voi. XXIII di questo Archìvio, p. 175), furono sottratte al mo- 
nastero di S. Maria Nova nel 1862 da tale di cui è bene tacere il 
nome. Insieme con le pergamene fu pure sottratto un codice mem- 
branaceo del secolo xiv contenente la Bibbia Sacra in testo ebraico. 
II codice fu però ricuperato. Cf. R. Archivio di Stato di Roma, Tri- 
bunale criminale di Roma, 138 A, Proc. n. 8655. 



i86 T. fedele 



L. 

1140, gennaio 4. 

« Instrumento di vendita di due pciticbe di terra senientarioia 
« posta fuori di porta S. Giovanni distante otto miglia in circa, vicine 
« alla torre di Pietro de Astaldo a Colosseo ed alla strada publica 
«quf pergit iuxta rivum qui decurrit ad lacum Domni 
« Pape fatto da Porpora vedova di Pietro de Alberico di Leone 
« Cece a favore di Niccolò arciprete di S. Maria Nuova e per lui al car- 
« dinaie diacono della stessa chiesa, Almerico cancelliere di S. Chiesa, 
«per 58 libre di denari pavesi. Rogato da Johannes scriniario ». 



LI. 

1140, settembre 19. 

Col consenso di Aimerico, diacono cardinale di S. Ma- 
ria Nova e cancelliere della Sede Apostolica, 1' arciprete 
Niccolò loca ad un tal Runcino, per diciannove anni da 
rinnovarsi poi sempre, due casalini con una cripta ed un 
orto posti presso S. Maria. 

I. >p In nomine Domini. Anno dominicae incarnationis millesimo 
centesimo .XL , anno undecimo pontificatus domni Innocentii secundi 
papae, indictione quarta, 2. mensis scptembris die .xvini. E:c li- 

centia et conssensu domni Aimerici venerabilis diaconi cardinalis ve- 
nerabilis ecclesie sanctae Dei genitricìs semperque virginis 5. Ma- 
riaedominac nostraequae d"citurNova,et .\postolicae Sedis sagacissimi 
cancellarli, ego quidem Nicolaus Dei gratia eiusdem ecclesiae 4. ar- 
chipresbiter, consenticntibus lohanne et Nicolao atquc alio lohanne 
presbiteris ceterisque clericis eiusdem venerabilis ecclesiae,hac die pro- 
pria nostra voluntate 5. nomine libelli locamus et concedimus aique 
tradimus, tibi cuidam qui vocaris Runcino tuisque heredibus ac suc- 
cessoribus in perpetuum in decem 6. et novem annos complendos 
et renovandos etomni tempore in alios tantos decem et novem annos 
complendos et semper in perpetuum renovandos. 7. Idest unum 
casalinum in integrum cum cripta infra se in quo domum solaratam 
edificatam habes, cum alio casalino iuxta se et horto 8. post se 



Tabiilariiiìii S. oMan'ae 'U^oi'ae 187 



et omnibus suis pertinentiis Posituni prope nostrani ecclesiam sub 
his affinibus: a primo latere tenet Sasso macellarius et filli Grcgoril 
fratris eius, 9 a secundo tenet Nlcolaus filius Nicolai de Silvio 
et Morontus, omnes iuris nostre ecclesiae, a tertio tenet dictus Sasso 
macellarius et est alia domus nostra io. quam tenuit Bernardus 
iuris nostrac ecclesie. Ad tenendum, utendum, fruendum, melioran- 
duni et sicut dictum est nomine libelli in perpetuum possidenduni. A 
quarto i i. vero latere est via publica. Pro eo quod dedisti nobis 
causa ipsius locationis vlginti solidos denariorum papiensium, et omni 
anno in Assumptione sancte Mariae 12. duos denarios papiensium 
prò pensione nobis et nostrae ecclesie dare debetis et promittitis (^), 
scniper tempore renovationis quod est .xviin. annorum, duodecim 
denarios papiensium 13. prò innovatione libelli nostre ecclesie 
detis. Et non liceat vobis predicta omnia ulli alii pio loco aliquo 
modo dare vel concedere 14. nec etiam alicui persone vendere 

prius quam nobis nostrisve successoribus insto videlicet pretio minus 
duodecim denariis papiensium. Quod si emere noluerimus, dedis 
nobis 1 5. duodecim denarios papiensium, et vendendi licentiam ha- 
beatis tali tamen persone que nobis placeat sine malitia. Et si inte- 
status et 16. sine legitimis liberis decesseris et ipsam domum 

quolibet titulo alienatam alicui non habueris, tunc cum omnibus suis 
pertinentiis ad nostram ry. deveniad ecclesiam. lUud quoque di- 
cimus de eo cui primum eam alienaveris, ut si intestatus et sine le- 
gitimis liberis decedat, ante 18. quam eam quolibet titulo alienct, 
quod ad nostram similiter deveniat ecclesiam. Ulterius namque hec 
condicio in nullum alium postmodum 19. extendatur vel teneat. 

Nos autem et nostros successores defensuros hanc locationem vobs 
promittimus ab omni homine si necesse fuerit 20. Si qua vero 

pars centra fidem huius locationis venire temptaverit, vel si ego Run- 
cinus conductor aut mei successores 21. omnia quae dieta sunt 
vobis et vestre ecclesie non persolverimus et observaverimus, tunc 
det pars infidelis parti fidem servanti 22. prò poena dimidiam 

auri libram, et soluta poena hee due chartule uno tenore conscripte 
per manum lohannis scriniarii in mense et indictione 23. supra- 
scripta quarta secundum earum tenorem firme permaneant. Signum y^ 
manus suprascripti Runcini huius apparis rogatoris. 

Domnus Oddo Fraiapanis, testis. 

Carusleo de Barone, testis. 

Gerardus de Mancino, testis. 

Oliverius de Romano Oliverii, testis. 

(a) Kcl testo promittis 



i88 T. Jedcle 



Guido frater eius, testis. 

Petrus de Cencio Cymini, testis. 
►•Jh Ego lohannes scriniarius sanctae Romanae Hcclesie compievi et 
absolvi (i). 

LIL 

1141 ? 1142? maggio I (2). 

Porpora, vedova di Bovone de Sansetta, loca in per- 
petuo a Divizo ed ai suoi eredi una pezza di vigna fuori 
della porta Latina col patto che le si dia, dopo i primi due 
anni, la quarta del vino. 

I. ►x^ In nomine Domini. Anno .xii. pontificatus domni Inno- 
cente II pape, indictione .v., 2. mense madio, die .1. Ego quidem 
domna Purpura relieta a Bovone de San 3. setta, conseasu filiorum 
meorum, hac die propria spontaneaque mea voluntate loco 4. atque 
concedo tibi Divizo tuisque etiam heredibus et successoribus in 5. per- 
petuum. Idest unam petiam vinee in desertis posita cum introitu et 
exitii 6. suo cum vasca et tinis et cum omnibus suis pertiiientiis. 
Positam extra portam 7. Latinam Inter hos affines: a primo latere 
tenet lohanne («) Granello, a secundo latere 8. Octavianus Cinthii 
Petriricii, a tertio Cinthius dello Arco, a .un. 9. vero latere est 
via publica. luris nostri domini!. Ad tenendam colendam io fruen- 
dam restaurandam bene laborandam et ut d'ctum est in perpetuum 
pos II. sidendam, prò eo quod in is primis a duobus annis 

nichil nobis reddatis, de 12. inde in antea omni anno reddatis 

nobis quartam vini mundi et aquati 15. et unum canistrum de 

uvis quod .V. volvat palmos et unum altum 14. atque .1. denarium 
vascaticum. Si aurum argentum plumbum aut bonum 15. lapi- 

dem quod plus valeat .xii. denariis, ibi invencritis, medietatem W nobis 

(a) Nel testo olie (b) m 

(i) Nel verso: « Ante nostram ecclesiam ». Dall' indice del Ro- 
siNl (p. II, n. 3) appare che esisteva ai suoi tempi nell'archivio una 
copia del presente documento. 

(2) Noto con un segno di dubbio queste due date che corri- 
spondono alle note cronologiche del documento discordanti fra di 
loro. 



Tabulariiiììi S. £Man'ae V^Quae 189 



detis. 16. Si vero oste publico aut celi plaga in desertum icrit, spa- 
tio trium 17. annorum eam relevetis, sin autem ad nos rcvertatur. 
Preterea non liceat 18. vobis eam alicui ecclesie aliquo modo dare, 
nec alii persone prius ven 19. dere quam nobis minus .xxx. dena- 
riis papiensium; si sic emere noluerimus detis nobis 20. ibsum 
comminns et vendatis tali tamen persone que nobis placeat sine 
ma 21. litia, et omnia nobis alimpleat et persolvat. Si qua vero 
pars con 22. tra fidem huius locationis venire temptaverit W, 
vel si ego (b) 23. conductor omnia que dieta sunt non observa- 
vero, componamus 24. vobis prò poena .11. auri uncias, et soluta 
poena ec tamen chartula 25. stabilis et firma permaneat. Signum fj-t 
manus supradicti Divizi huius abparis rogatoris 

Johannes Rubeus, testis. 

Johannes lohannis Massarelli, tcsiis. 

Guilielmus, testis. 

Benedictus de M'Ivia, testis. 

Filippus (0 testis. 

Ego Paulus saacte Romane Ecclesie scriniarius compievi et 
absolvi (i). 

LUI. 

1 141, maggio 27. 

Locazione perpetua di due pezze di pastino fuori della 
porta Latina fatta dai fratelli Alessandro e Corvo a Od- 
done di Niccolò di Giovanni « de Pipa » ed a Pietro di 
Cencio. 

I. In nomine Domini. Anno dominice incarnationis millesimo 
centesimo quadrigesimo primo, pontificatus vero dompni Innocenti! se- 
cundi pape anno .xii., indictione 2. quarta, mense madii, die .xxvii. 
Nos quidem Alexander et Corvus fratres W filli quondam Gregorii 
Romani de Corvo, hac die propria et spontanea nostra 3. voluntate 
locamus et secundum subscribtum tenorem concedimus vobis Oddoni 

(a) Nel testo tepmtaverit (b) Dopo la parola ego è nel testo la prima 
sillaba della parola locator cancellata. (e) Dopo pp della parola Filippus 
vi e un e cancellato. (J) Nel testo fres 

(i) Nel verso, di mano contemporanea: «Cartula de vinea extra 
« portam Latinam ». 



190 'P. Jcdclc 



Nicolai lohannis >.ic Pipa adque Petro de Cencio vestrisquc herc- 
dibus vel successoribus in perpctuum. Idest 4. duas pctias pa- 

stini noviter ex isto anno pastinatas cuni duabus vascis ciini introi- 
tibus et exitibus suis W et cuni omnibus suis usibus et utlitatibiis et 
cum omnibus suis pertinentiis. 5. Positas foris portam Latinam 

inter hos affines: ab uno iatere tenent heredes lonathc de Tito, ab 
alio tenet Petrus de Mancino, a terlio nos tenemus, 6. et a quarto 
est via publica. luris nostri dominii. Ad tenendum colendum pro- 
paginandum cultandum bene laborandum et ad bonam vineam per- 
ducendum. Pro qua 7. denique locatione none nobis dedistis so- 
lidos sex papiensium denariorum, et de bine ad expletos sex annos 
nichil nobis reddatis, deinde vero in antea omni anno in tempore 
8. vindemic quartam partem de toto vino niundo et aquato quod 
exinde liabueritis nobis nostrisque heredibus vel successoribus in per- 
petuum reddatis, et unum canistrum uvis 9. per petiam vol- 

vens in circuitu palmos quinque, allum vero uno summisso. Iteni si 
aurum argentum ferrum es plumbum vel aliquod metallum io. seu 
petram ultra duodecim denarios valentem (b) ibi inveneriiis, medieta- 
tem nobis deti>, altera vestra sit. Preterea si vinea ipsa per hostem 
rcgis II. incisa vel celesti plaga deleta fuerit, indutiam liabeatis 
trium annorum ad eam relevandam ; quod si eam relevare nolue- 
riiis ad nos 12. revert.Uur. Et si neglegentiam Iaborandi (<=) in uno 
anno in ipsa vinea miserit's, et in sequenti anno eam non restaura- 
veritis, 15. ad nos revertatur. Itemque si quandoque eam vendere 
voluerìtis, nobis vendatis insto pretio comminus denariorum papien- 
sium viginti quattuor per peliam; 14. quod si nos emere nolue- 
rimus, vendatis cum nostro consensu tali persone que nobis placeat 
sine malitia, et que omnia que vos 15. debetis, nobis adimpleat 
et persolvat, et tunc ipsum comminus nobis detis, excepta ecclesia 
cui nullo modo eam detis vel relinquatis. 16. Nos igitur cum 

heredibus nostris defendamus eam vobis ab omni homine si opus 
et necesse fuerit, et vos omnia que dieta sunt, nobis adimpleatis 
et 17. persolvatis. Si qua vero pars contra tenorem huius loca- 
tionis venire temptaverit, componat alteri parti prò poena tres auri 
uncias, 18. et soluta poena hec cartula maneat firma. Q.uam 

scribere rogavimus lohannem scriniarium sancte Romane Ecclesie, 
in mense 19. et indictione suprascripta .1111. Signum tj( manus 

supradicti Alexandri et Corvi huius cartule rogatorum. 
ȓ< Petrus cambiator, testis. 

(a) suis neW interlineo. (b) \>\k (c) Et si neglegentiam labo su 

rasura. 



Tabu lai'! lini S. oMariae V^oi^ae 191 



tj< Deusteguardi aurifex, testis. 

tj< Stcphanus de Ceco, testis. 

>J< Rainerius Romani de Meta, testis. 

>^ Johannes Rusticelli, testis. 

*~i Angelus de Bonitatulo, testis. 
>J< Ego Enricus Oddonis sancte Romane Ecclesie scriniarius sicut 
inveni in cartula scribta per manus lohanni scrin'arii Abundis W ita 
scribsi et exemplavi (b) (i). 

LIV. 

1142, marzo 14. 

Locazione di una vigna posta nel territorio d' Albano 
« in capite Laurenzani loco qui vocatur Moniano », fatta 
dal priore di S. Maria Nova ai fratelli Niccolò, Giovanni 
e Donadei ed ai loro figli e nepoti, obbligandosi essi a 
dare ogni anno la quarta parte del vino e delle frutta. 

I. In nomine Domini. Anno dominice incarnationis millesimo 
centesimo .XLii., anno xin. pontificatus dompni Innocenti! secondi 
pape, indictione 2. quinta, mensis martii die .xiiii. Ego quidem 
Rainerius prior venerabilis ecclesiae beate Marie Novae, consentienti- 
bus 3. lohanne presbitero et Paulo subdiacono ceterisque fratribus, 
hac die propria nostra voluntate locamus et concedimus vobis Ni- 
colao 4. et lohanni atque Donadei (0 filiis Retri vaccarii, et om- 
nibus filiis ac nepotibus vestris legitimis tantum. Idest unam petiam 
vinee 5. et plus cum vasca et omnibus suis pertinentiis. Positam 
territorio Albanensein capite Laurenzani loco qui vocatur 6. Mo- 
niano, sub his affinibus: a primo latere tenet ecclesia sancti Bene- 
dicti de Caccabariis, a secundo latere tenet 7. Seniorictus de Li- 
tolfo, a tertio latere tenet Rainina, a quarto est via publica carraria. 
8. luris nostrae ecclesiae. Ad tenendam colendam meliorandam et 
sicut dictum est tantum possidendam, et omni anno quartam 9. par- 
tem vini mundi et aquati et medietatem de fructibus arborum nunc 

(a) undis su rasura. (b) extmpla su rasura. Segue poi una rasura di 
circa quindici lettere. (e) Dona su rasura. 

(i) Nel verso: «De vineis extra portam Lat'nam ». Mano 
del sec. xiii. 



192 T. fedele 



ibi siantium et de illis quas io. ibi ullevaveritis quartam parteni 
nobis reddatis, etsuperiste nostro et bestie eius detis manduca 1 1. re 
et bibere sicut mos est agricolorum Albnnensium et aliis superistis 
Romanoruni. Et si vinca 12. ipsa per hostcni vel irritiim aut celi 
plagam retroierit et per trium annorum spatium vestra ncglegcntia 
15. non fuerit relevata fructibus piena, ad nostrani revertatur eccle- 
siam. Et non liceat vobis ulli 14. alii pio loco aliquo modo dare 
vel concedere nec etiam alicui personae vendere prius quani nobis 
I). insto videlicet pretio minus sicut in locationae facta de vinea 
lohannis Casei contìnetur ; 16. quod si emere noluerimus, detIs 
nobis ipsum comminus, et vendatis tali personae que nobis pla- 
ceat 17. sine malitia. Mortuis vobis et omnibus vestris legitimis 
tìliis ac nepotibus, pretata vinea prout fu 18. erit meliorata sine 
mora ad nostram(») revertatur ecclesiam. Nos autem et nostros suc- 
cessores defensuros eam vobis promittimus ab omni homine si ne- 
cesseC») fuerit. Si 19. qua vero pars centra (idem huius locationis 
venire temptaverit aut si nos conductores 20. aut nostri heredes 
vel successores omnia que dieta sunt et vestrae ecclesiae non per- 
solverimus et 21. observaverimus, tunc det pars infidclis parti 

(idem servanti prò pena viginti solidos denariorum papiensium, 22. et 
soluta pena hee duae chartulae uno tenore rogate a lohanne scri- 
nìarioin mense et indictione suprascripta quin 25. ta, secundum (<:) 
earum tenorem firme permaneant. Signum y~i manuum suprascripto- 
rum scilicet Nicolao et lohanne atque Gregorio liuius apparis roga- 
torum. 

Sasso de Mancino, testis. 

Marmannus, testis. 

Benedictus qui et Moronto, testis. 

Ego Petrus scriniarius sanctae Romanae Ecclesiae sicut inveni in 
dictis lohannis scriniarii ex precepto suo ita compievi et scripsi (i). 



(a) nra nel testo. (b) defensuros - iiecesse nelV interlineo. (e) Nel 

testo secunda 



(1) Nel verso, di mano del tempo: « de Albano .1111. denari! » ; 
di mano posteriore: «de Albano vinea ». 



Tabiilariuìii S. zMaraie ZS^opae 193 



LV. 

1 142, ciecembre 26 (i). 

Amato Castelluzzo, col consenso dell'arciprete di S. Gio- 
vanni a porta Latina, vende a Giovanni di Lione « de Cer- 
ee raccla )> i suoi diritti su di una pezza di vigna posta « in 
« monte Albini ». 

I. In nomine Domini. Anno dominice incarnationis millesimo 
centesimo .xlui., anno .xiii. pontifìcatus dompni Innocentii secondi 
pape, in 2. dictione sexta, mensis decembris die .xxvi. Ego qui- 
dem Amatus Castelluzzo consentiente domno Cencio archipresbi- 
tero 5. ecclesiae sancti lohannis ante portani Latinam, hac die 
propria mea voluntate do cedo trado et vendo tibi lohanni 4. Leo- 
nis de Cerraccla tuisque heredibus ac successoribus in perpetuum. 
Idest squatratani petiam vince cum intro 5. itu et exitu suo et 

omnibus suis pertinentiis, positam in monte Albini sub his affinibus: 
a primo latere tenent 6. heredes lohannis Peponis, a secundo la- 
tere est rivus, a tertio latere tenet Petrus Varzone, iuris nostrae ec- 
clesiae, 7. a quarto latere est via publica. Pro eo quod dedisti nobis 
novem solidos denariorum papiensium, et omni anno quar 8. tam 
partem vini mundi et aquati predicte ecclesiae reddatis, et superiste 
suo detis 9. manducare et bibere secundum quod prò vobis ibi 

habueritis, et omnia secundum ipsius lo io. cationis tenorem 

adinpleatis. Quod si contra hec que dieta sunt quolibet 11. modo 
venire temptaverimus, et si opus et necesse fuerit, si eani defendere 
noluerimus 12, aut non potuerimus, tam nos quam nostri heredes 
componamus vobis et vestris heredibus ac 13. successoribus prò 
pena suprascriptum pretium duplum, et soluta pena hec chartula 
firma permaneat. 14. Quam scribendam rogavi lohannem seri- 
niarium sanctae Romanae Ecclesiae in mense et indictione 1 5. su- 
prascripta sexta. Signum ^ manus suprascripti Amati Castelluzzi 
huius chartulae rogatoris. 

Romanus de Recelle, testis. 

Nicolaus lohannis de Rosa, testis. 



(i) L'anno 1143 segnato nel protocollo del documento va in- 
teso secondo il computo degli anni bicurnalionis vulgares. 

Archivio della R. Società romana di storia p.Uria. Voi. XXIV. 13 



194 '^' J^'-^*-'^^ 



Petrus Castellanus. testis. 

Romanus de V'iscelIoC»), testis. 

Johannes de Presbitero, testis. 

Petrus de dompno lohanne, testis- 

Ego Petrus scriniarius sanctae Romanae Ecclesiae sicut invcni 
in dictis lohannis scriniarii ex ipsius precepto ita scripsi compievi et 
absolvi (i). 



LVI. 

1 145. settembre 20. 

Oddone, figlio del « quondam Sassonis lohannis Albe- 
« rici a Colosseo » vende alla chiesa di S. Maria Nova 
una pezza di vigna fuori della porta di S. Giovanni, nel 
luooo chiamato: « Prata Decii ». 

I. y~{ In nomine Domini. Anno dominicae incarnationis mil- 
lesimo centesimo .xlv., anno primo pontificatus domni Eugenii tertii 
pape, indictione nona, niensis septembris die .XX. 2. Ego quidem 
Oddo filius quondam Sassonis lohannis Alberici a Colosseo, hac 
die propria spontaneaqiie mca voluntate concedo et ve[ndo ajtque 
corporaliter 5. investiens ad veram proprietatem publice trado, 

(a) O luscello? 

(i) Nel verso, di mano contemporanea: « Johannes Leonis de 
« Cerraccla archipresbiter de ecclesia sancii lohannis ante portam 
« Latinam accepi a te Johannes de Leo prò pensione .1. denarium 
«per indictionem .xn. » ; e d'altra mano: « Similiter Petrus diaco- 
« nus per indictionem .xiii. ; similiter per indictionem .xiiu. Ego Pe- 
« trus [diaconus similiter] accepi per indictionem .xiiiii. (?) ». 

Ed un' altra annotazione dice: « Hec est cartula de vinea in monte 
<f Albini quam dedit nobis cum duabus aliis Scorta de lohanne de 
« Leo que habitat in foce Maynis, cum duabus aliis prò .1111. solidis 
« papiensium. lusta istam vincam est alia vinea nostra quam tenet 
« nunc lohannes Tiburtinus». 

Di questo atto si conserva anche l'altra copia « uno tenore con- 
« scripta », dove appare come autore dell'atto quello che nella prima 
era il destinatario. Si ha difatti nel!' escaiocollo; « Signum >~< manus 
« suprascripti domni Rainerii prioris huius chartulae rogatoris». 



Tabularium S. oMariac V^ovae 195 



tibi dompno Rainerio venerabili priori et rectori venerabilis ecclesiae 
beatae Dei genitricis semperque vir 4. ginis Mari? dominae no- 
strae quae dicitur Nova, ceterisque fratribiis ibidem regulariter Deo 
famulantibus et per vos eidem venerabili ecclesiae eiusque servito- 
ribus ini perpetuum. 5. Idest unam petiaiu vlneae in integrum 

cum versulariisW suis et tertia pane de vasca quam communem 
habeo cum Sassone et Petro de Mancino cum introitu et exitu 6. suo 
et omnibus suis pertinentiis. Positam extra portam sancii lohannis loco 
qui vocatur Prata Decii, sub bis affinibus: a primo latere tenet ve- 
nerabilis basilica beati Laurentii de 7. Palatio Lateranensi, a se- 
cando predictus Petrus de Mancino, a tertio heredes Damiani de 

Gombizzo, a quarto latere (b) 8. Qualiter michi 

competit hereditario iure sive quolibet modo, taliter predictam vi- 
neam ut dictum est tibi vendo et trado prò tribus libris et (<=) sex so- 
lidis denariorum papiensium g. quas michi dedisti prò toto pretio 
valde placabili, ex quibus etiam reddidi tres libras clericis sancti 
Gregorii a Ponte ludeorum qui eandem vineam ex io. longo tem- 
pore a patre meo ohligatam detinebant. Et ab hodierna itaque die 
licentiam et potestatem habeatis eam intrandi utendi ii.fruendi 

possidendi vendendi locandi permutandi et quicquid in usum et uti- 
litatem prefatae vestrae ecclesiae placuerit faciendi, ad veram pro- 
prietatem 12. im perpetuum. Et quoniam instrumentum ipsius 

proprietatis vobis dare acqueo prò aliis possessionibus quae in eo pa- 
riter continentur (J), promitto vobis ut si aliquo 13. tempore ad 

vestram defensionem opus fuerit quod eum vobis gratis tribuemus, 
et ipsam vineam ab omni homine si necesse fuerit defendemus. 
14. Quod si contra hec quae dieta sunt quolibet modo venire tem- 
ptavero, et si opus et necesse fuerit, si ea defendere noluero aut non 
potuero, tam ego quam mei heredes 15. componamus tibi tuisque 
successoribus prò poena suprascriptum pretium duplum, et soluta 
poena hec venditionis chartula perpetuo firma permaneat. Quam 
scribere rogavi lohannem (e) 16. scriniarium sanctae Romanae Ec- 
clesiae in mense et indictione suprascripta .vini. Signum y^ manus 
suprascripti Oddonis de Sassonae lohannis Alberici venditoris et huius 
chartulae rogatoris. 

Sasso de Mancino, testis. 



(a) vers, (b) Lacuna nel testo di circa venti lettere. (e) Dopo et è 
nel testo dim cancellato. (d) Nel testo quae in eo " continentur " pariter 
(e) Qui e nella e m p l e ti il nome dello scrittore è rappresentato da un mo- 
nodramma. 



1^6 T. fedele - Tabiilarium ecc. 



Sassolinus filiiis eius, tcstis. 

Johannes lie Tento, testis. 

Angelus de Alamanna, testis. 

Stefanus de Imiliola, testis. 
y^ Ego lohannes scriniarius sanctae Romanac Ecclesiae compievi et 
absolvi (i). 

P. Fedeliì. 



(i) Nel verso, di mano contemporanea: « Cartula de vinea in 
« pratis Decii » ; di mano posteriore : « Cartula de vinea de prata 
i< Decii ». 



Le croìiiche di Viterbo 



SCRITTE DA FRATE FRANCESCO D'ANDREA 



I. 



gf? 




^ ox questa nuova stampa della cronaca di frate 
Francesco d'Andrea, intendo di porgere un aiuto 
a chi si voglia accìngere ad uno studio intorno 
ai cronisti viterbesi del secolo xv, per prepararne un'edi- 
zione la quale ci mostri più schietta e sincera l'effige dei 
loro diari, finora a noi presentata come riflessa in specchi 
difettosi (i). Gli annali del nostro frate in ispecial modo 

(i) La cronaca viterbese e quella italiana di Nicola della Tuc- 
cia, parte di quella di luzzo, parte dei ricordi di casa Sacchi, si 
trovano riunite nel volume di Ignazio Ciampi, Cronache e statuti della 
città di Viterbo, in Docnnieiiti di storia italiana, pubblicati a cura della 
R. Deputazione di storia patria per la Toscana, le Marche e l'Um- 
bria, voi. V, Firenze, Cellini, 1872. È la migliore edizione; certo 
superiore a quella precedentemente fatta da F. Orioli della cronaca 
italiana di Nicola [Cronaca dei principali fatti d' Italia dall' a. J41/ 
al 146S pìihhl. per la prima volta da un vis. di Montefiascone nel Gior- 
nale Arcadico, Roma a. 1852] e a quella posteriore della cronaca 
viterbese, curata da F. Cristofori, [Le croniche di Anijllolto viterbese 
dall' a. ii6c) continuale da \icola di Nicola della Tuccia sino alV a. 147^, 
nel giornale II Buonarroti, serie iii, III e IV, a. i889-i!^'9i] ; ma pure 
assolutamente insufficiente, perchè basata sul ms. Montefiasconese 
che risale al sec. xvii ex. se non al xviii in. macchiato di contami- 
nazioni non lievi (indicherò qui solo quella della comparsa dei 



198 T. Egidi 



ebbero avversa la fortuna : pochissimo curati dai con- 
temporanei e dagli studiosi dei secoli scorsi, tanto che 
ci furono tramandati in unico esemplare (per quanto a 
me consta), trovarono nel nostro o chi li studiò e li diede 
alla luce solo parzialmente, o chi non si peritò di presen- 
tarli in forma a tal punto scorretta da renderli assoluta- 
mente inservibili. 

Xe diede la prima notizia Francesco Orioli or fa mezzo 
secolo (i) ^ ^^^^ notizia fece seguire a breve distanza l'edi- 
zione di quella parte che riguarda l'assedio sostenuto dalla 
città contro Federico II (2): un quarto di tutta la cronaca, 
ma senza dubbio la parte più interessante. Il testo, se non 
di gran perfezione, è almeno sufficiente: l'Orioli vi attese 
già quasi settantenne, e se talora gli occhi del vecchio 
studioso, indeboliti dall' indefesso lavoro cui erano costretti 
da tenace volontà, rimasero ingannati, si può ben perdo- 
nare. L' età, la malferma salute, le fatiche dell' insegna- 
mento, le preoccupazioni per gli avvenimenti politici non 
lasciarono all' illustre viterbese che scarsi ritagli di tempo 
da impiegare nelle investigazioni della storia cittadina, nelle 
quali, come in ogni altro suo studio, come in ogni altra 
cosa, gli mancò l'unità, la continuità che sono date dalla 
severa costanza della vita e del metodo. Fu egli piuttosto 
un geniale dilettante, che un vero scienziato; pure a lui 

demoni, ed. Ciampi, p. 35, e quella dei miracoli dei mammolini, 
p. 56) e perchè condotta col confronto di soli otto codici; mentre 
si sarebbe dovuto fare scelta migliore nel Riccardiano 1941, del 
sec. xv-xvi, senza confronto più corretto e purgato, ma che dal 
Ciampi forse fu conosciuto solo per mezzo della collazione fatta 
dall' Orioli con la copia tratta dal Montefiasconese per darla alle 
stampe, e mentre sono tanto più numerosi gli esemplari sparsi negli 
archivi e nelle biblioteche. 

(i) Buìldtino Archeologico, Roma, 1850, p. 52. 

(2) La guerra di Federico II contro Viterbo in GioniaU Arcadico 
di scienie, lettere ed arti, Roma, 1850, CXX-CXXI. Sono le ce. 12 a, 
r. 6 - 22 B, r. 21 de! ms. 



Le croniche di Viterbo 199 

ed a lui solo si deve, se alla fine, dopo secoli di vaneggia- 
menti, la storiografia paesana si liberò dalla sciocca mania di 
cercar nelle tenebre glorie f;ivolose, e fu ricondotta ad attin- 
gere a fonti non inquinate. Con l'opera copiosa, sebbene 
frammentaria, indicò la via, illuminando più e più oscuri 
momenti con la scintillante vivacità del suo ingei^no cor- 
redato di cultura larga e variata (i). Però di questa non 
si valse per accompagnare di adatte illustrazioni il racconto 
del frate: si accontentò di farlo precedere dalla relazione 
dell'assedio stesa da un testimonio oculare (2) e di met- 
terle a fronte il racconto datoci dall'altro cronista viterbese 
Nicola della Tuccia. 

Una metà circa della nostra cronaca trovò posto, 
l'anno 1868, nel quarto volume delle FonUs rerum Gcrma- 
ìiicariiììi, per cura dell' Hùber, secondo la trascrizione fatta 
dal Ficker. Essa comprende tutta la parte diciotto anni 
prima edita dall'Orioli (della cui edizione né il Ficker né 
r Hùber ebbero notizia) preceduta dalle notizie più antiche 
e seguita dalle poche altre che la conducono sino al 1 254 (3). 
L'edizione è buona, non però quanto ci darebbero diritto 
a sperare il nome di chi la curò, e l'autorità della raccolta 
in CUI fu inserita: essa è talora macchiata di errori non 
facilmente evitabili da uno straniero che si trovi di fronte 
ad uno scritto come il nostro, ripieno di elementi ver- 
nacoli (4). 

(i) Si può vedere 1' elenco de' suoi scritti di storia viterbese 
in Savignoni, L'archivio Storico del comune di Viterbo, pubblicato in 
questo Archivio, XVIII sgg. p. 241 dell'estratto, cui mi riferisco d'ora 
innanzi. 

(2) Cod. Palat. della bibl. Vaticana n. 955. 

(5) Fontes rerum Germanicarum, Geschichlsquellen Denlschìandì, 
4 voli. Stuttgart, 1843 -1868; IV, 686 sgg. Ne diede annunzio il 
Reumoxt ntW Archivio storico italiano, ser. iii, XII, par. I, p. 202; 
tra le pubblicazioni di Germania riguardanti la storia d' Italia. 

(4) Ecco le varianti introdotte nel testo delle prime pagine del- 
l' edizione (r. IO di p. 686, pp. 687-88): «Ricordi antiqui». Ricordi 



2 00 'V. Fi; idi 

A queste edizioni assai pregevoli, sebbene parziali, tenne 
dietro dopo venti anni una che pretese di darci il testo tutto 
intiero e con la massima fedeltà: la curò il cav. Francesco 
Cristofbri e vide la luce wtW Archivio storico per ìe Marche 
e per r Umbria (^i). Disgraziatamente l'opera riusci immen- 
samente inferiore alle intenzioni, anzi, lo si può dire senza 
tema d'errare, e con esse in perfetta e completa antitesi. 
Lasciamo da parte la mancanza assoluta o quasi di illu- 
strazioni, anche dove si rendono necessarie e facili per gli 
errori grossolani del cronista, illustrazioni tanto più agevoli 
a Francesco Cristofori, che da decenni si occupava di studi 
viterbesi, dei quali ha dato saggi numerosi ed eruditi, per 
quanto informi e disordinati (2); lasciamo da parte le ar- 
bitrarie modificazioni della grafia e della interpunzione, 
sebbene giustamente censurabili in chi, come lui, credeva 
avere per le mani un originale; lasciamo da parte la non- 
curanza che gli ha permesso di accingersi al lavoro senza 
leggere neppure le poche parole dall' Hùber premesse al 
brano pubblicato, tanto da fargli dubitare che questo fosse 
tratto da altro codice e non dall' Angelicano (3) ; ma come 

di antiqui; « l' archa », harcba ; « secondo n, provò (però in nota : « dieses 
« wort ist mehr als unsicher »); « Curclia », Eiirdia; « in populi », i 
popiili; a rilevato », riteiriito; «andare in campagnia » (campagna), 
andare in compagnia; « bactisimo », haclismo; « ferno li una chiesa 
« la quale hoggi si chiama S. Maria delia Cella, poi ferno un' altra 
« chiesa fore del castello nella strada romana, la quale hoggi si 
«chiama S. Pietro de l'olmo», ferno l'i un'altra chiesa la quale ho;;.;i 
si chiama S. Pietro del Colmo; «Arrigo», Augusto; « paupcrem de 
<f ceno », pauperem ceno. 

(i) Cronaca inedita di frate Francesco di Andrea da Viterbo, dei 
Minori, trascritta dal tns. originale del sec. XV della hibl. Angelica di 
Roma, Foligno, Salvati, 1888, voi. IV di detto Archivio, pp. 261-538. 

(2) Vedine l'elenco in SAvrcNONi, op. cit. p. 259 e il giudizio 
ivi a p. 55. 

(5) e D'onde l'Hùber trasse il brano di questa Cronaca che 
« stampò fra i Monumenti della storia Germanica noi dice »; Cri- 
stofori, op. cit. p. 262. Senza notare la confusione tra i Monumenta 



Le croniche di Viterbo 



201 



scusare gli strani e continui mutamenti di forma delle pa- 
role e specie dei nomi di persona o di luogo, in modo 
da renderli irriconoscibili ; come 1' omissione di frasi, di 
intere proposizioni, talvolta assolutamente necessarie per 
cavare qualsiasi senso; come la disinvolta preterizione di 
quattro intere pa^^ine del manoscritto ? Che la mia non sia 
esagerazione, eccone qualche prova: 



[Ediz. Cristofori p. 270, r. 20] 

Hercule... edificò li un bel 
castello de Herculc. 



[Cr. p. 271, r. 21] 

e ferno assai torri per difendersi 
da' Romani, secondo dice uno 
valente.. . 



[Cr. p. 272, r. 15] 

per lo comandamento del con- 
suli. 

[Cr. p. 273, r. 21] 

dopo la morte del dicto Felice 
figliolo de Federico Barbaroscia, 



[Ms. e. I B, r. 21] 

Hercule... edificò li un bel 
castello al quale non volse 
mutare nome, si non ch'el 
fé chiamare el castello de 
Hercule. 

[Ms. e. 2 A, r. 26] 

da Romani t r a 1 e q u a 1 i e i f u - 
rono assai cettadini de 
Tivoli in quel tempo ne- 
mici de Romani secondo di- 
ce... 

[Ms. e. 2 B, r. 26] 

per lo comandamento del con- 
sulo con volontà de tutto 
el popui o. 

[Ms. e. 4 A, r. 18] 

dopo la morte del dicto Felice 
fu electo imperadore lo 
dicto Enrico fisfliolo... 



Gennaniae historìca e le Fontes citate, si badi che la prefazione del- 
l' Hùber comincia: «In Rom Bibl. Angelica B.7.25 befindet sich 
« eine bis zum Jahre 1450 reichende aus verschiedenen alteren Chro- 
« nichen compilirte Chronik von Viterbo». 

Il Cristofori non lesse nemmeno la notizia data di questa edizione 
dal Reumont (v. p. 199, nota 3), poiché la dice eruditisiima recensione ; 
mentre ecco le parole del Reumont: « Croniche di Viterbo 1080- 
« 1254, porzione di cronica viterbese che giunge sino al 1450, ma rac- 
« coglie in se scritture molto più antiche, di maggiore importanza 
«per gli anni 1245-47 ». Neppure una parola di più! 



202 



'P. Egidi 



[Cr. p. jSo, r. 29] 

fu elccto imperatore ci dicto Bi- 
tervo chiamalo in latino Uetus 
Vtrbiini et ciisi poi da lui sono 
discesi l'altri imperatori di Co- 
stantinopoli chiamati della casa 
de Paleologo. 



[Ms. e. 8 A, r. 15] 

fu electo imperatore el dicto Vi- 
terbo, chiamato in latino Vetus 
Verbum e in greco el chia- 
mavano P a 1 i o 1 o e o , che 
tanto viene addire Palo- 
loco, quanto in latino ve- 
tus verbum e cusì de lui 
sono discesi l'altri . . . 



[Cr. p. 280, r. 38] 

... socto el Castel d'Hercule ad 
guerregiar con le genti... 

[Cr. p. 184, r. 4] 

. . . tutti li cavalieri de Roma allo 
Jmperadore Federigo . . . 



[Ms. e. 8 A, r. 24] 

. . . el Castel d' Hercule e conti- 
nuamente uscivano fu ore 
ad guerregiare. .. 

[^Ms. e. IO A, r. I$l 

. . . tutti li cavalieri de Roma, e t 
200 cavalieri senesi, et in 
quello anno li Viterbesi 
mandarono .xii. ambascia- 
tori allo imperadore Federico... 



[Cr. p. 28S, r. 19] 

. . . i quali non ci volsero dar 
niente. Nel dicto anno li Viter- 
besi cavalcamo in quel de Cor- 
neto. 



[Ms. e. \o B, r. 30] 

. . . dar niente ;nel dicto anno 
li Viterbesi distrussero Vi- 
glianello e Raniianu. Nel 
dicto anno li Viterbesi cavalca- 
rono . . . 



[Cr. p. J95, r. 23] 

Anno Domini 124V Fue pote- 
stà de Viterbo Fabo de Bono- 
gna ... et cosi fue facto (i). 



[Ms. e. 18 A, r. Il] 

... Fubo de Bologna e ordinò 
che le misure di m u 1 i n a r i 
fussero facti di rameecusi 
fu facto. 



[Cr. p. 295. r. 28] 

il papa... coniise in vice sua in 
Roma Mons.re Ranieri Card. le in 



[Ms. e. 18 ^, r. lé] 

...comise in vice sua in Roma 
m e s s e r R i e a r d o d ' .\ n e o n a 



(i) Anche i puntini sono nell'edizione. 



Le croniche di Viterbo 



203 



Toscana ed Ducato de Spoleto 
et la Marcha d'Ancona. 



[Cr. p. 296, r. 30] 

lacobo da Morrò anche se ne 
fuggì e andò per Puglia. 



cardinale e commise in 
vice sua in Campagnia 
ni esser Raniero diachene 
e in Toscana e ducato di 
Spoleti e la Marella d' A n - 
e o n a . 

[Ms. e. 18 B, r. 17] 

e lacobo da Morrò anche si ne 
fugì e andò ad Roma, e lo 
imperatore adunò grande 
exercito e andò per ra- 
q u i s ta r e Puglia. 

[Ms. e. 20 B, r. 14] 

et mandarno uno messo ad 
niesserM. et all'altri che 
erano in Palenzana che 
devessero venire al de- 
cto ponte ad parlare con 
loro, allora el decto Ma. 
la. con tutti quelli di Pa- 
lenzana vennero al decto loco. 



Basti ormai, sebbene non siamo alla metà della cronaca 
(nell' ediz. Cristofori mancano ancora ima quarantina di 
pagine) e sebbene questa parte fosse molto più facile a ben 
pubblicare dopo le buone edizioni dell'Orioli e dell' Hùber. 
Né è da credere che anche nei fogli che ho scorsi, si tro- 
vino soltanto le omissioni qui segnate, che per amor di 
brevità- quelle ho scelte che mi parvero di maggiore im- 
portanza. Sono poi senza numero le parole malamente tra- 
scritte o corrette ad arbitrio, le date errate, i nomi alterati (i). 



[Cr. p. joo, r. 6] 

niandorno uno mastro ad mes- 
ser Alexandro et altri che erano 
in Palentiana, vennero al dicto 
loco. 



(i) Eccone alcuni esempi : Trusco diviene Tusco - Presola, Fie- 
sola - Parti, Partegn - Ianni, Vanni - Viterbo, BiUrvo - Mavente, 
BinnenU - Bragaiolo, Bragaiisolo - Azalitio, Aialitio - iudice, sindico - 
Cavelli, Cavalli - Tadeo conte di Tollerano, Sancle conte di Val- 
Urano - Parangano, PalanTfina - Campuvaro, Carnpaonano - de Qui- 
leia, de Guihia - obtinuisset, ohninluisset - Federigo, Fedingo - 1196, 



204 ^' Egidi 



Ben si comprende che molti e molti di tali errori non 
siano da segnare a carico dell' editore, ma del tipografo 
da cni fu malamente servito; gran parte però delle mende 
si sarebbe potuto evitare con una più attenta e ripetuta 
correzione delle prove di stampa, che dubito sia stata fatta 
con cura (i). Forse in ciò il Cristofori si è valso dell'opera 
di altri, che non seppe far quel che doveva, e ne tradì la 
fiducia ; non saprei in altro modo spiegarmi il valore ne- 
gativo della pubblicazione. 

Come scusare però la omissione del Lamento di Goti- 
fredo e di Lancillotto, che nel manoscritto occupa quasi 
quattro pagine, e cioè dalla linea ottava della carta dodi- 
cesima (jeri^o) alla ventiquattresim.i della carta quattordi- 
cesima? Come comprenderla, dopo che l'avevano edito e 
l'Orioli e l'Hùber e il Waitz? (2) come scusarla mentre è 
uno dei pochi tratti rimastici della cronaca originale e 
perciò importantissimo? Mi perdoni l'egregio editore, se 
mi si affaccia il dubbio che egli il manoscritto lo abbia 
veduto solo quel tanto che basta a descriverlo esternamente, 
come ben h, e che si sia valso per la sua pubblicazione 
di una copia qualunque capitatagli in mano, e forse di 
quella del canonico Ceccotti, ora conservata nell'archivio 
Comunale viterbese, in cui appunto quel valentuomo, che 
la ^ece per suo uso privato senz' alcuna idea di renderla 
pubblica, non trascrisse il Lamento suddetto (da lui certo 
conosciuto nell'edizione dell'Orioli), e poco curò l'esat- 
tezza formale, pago della sostanziale. 

jic)S - 60CO, óoonn - 1 170 e i 172, injo e ioj2 - i (5 J, 14J) - IIII, j - 
XXVI, 2) - Vini, 5 - XIII, 2] Sic. Di più le ultime due righe della 
p. 270 debbono esser portate alla fine della precedente. 

(i) II Cristofori .1 p. 267 della prefazione dice di aver talora 
collazionate le prove di stampa col manoscritto stesso : mi si per- 
metta di dire che c'è ragione di dubitarne. 

(2) L' Orioli e 1' HDber nei luoghi citati, il Va: rz nei Monumenta 
Germaniae historica, ed. in fol. Script. XXII, 374-75. 



Le croniche di ì^itcrbo 205 

Aggiungete. Il cronista all'anno 1281 accenna ad una 
sconfitta patita da' nobili di Viterbo per opera di Pietro 
della Valle, ma non si dilunga nella narrazione; la inter- 
rompe e dice: c< ne farò mentione in questo ad carte 41 ». 
Inflitti la riprende alcuni togli dopo, sotto l'anno 1394(1). 
Nella copia del Ceccotti a p. 35 in questo punto sta scritto: 
«ne farò mentione in questo ad carte 54», e difatti a 
pp. 54, )$, ^6 si trova il racconto accennato. Il Cristofori 
pubblica: « fiirò mentione ad carte 54 » e, subito dopo, 
senza affatto accennare la restituzione cronologica, fa se- 
guire le pp. 54, 55 e 5(3 della copia Ceccotti per riprendere 
poi la narrazione interrotta a p. 35 della stessa (2). 

Aggiungete ancora. Nel ms., dopo la carta 24 verso, 
è avvenuta una trasposizione. La materia contenuta dalla 
e. 25 A alla 28 B inclusive, deve essere ripristinata dopo la 
e. 32 B, mentre il racconto di e. 24 continua da e. 29 a a 
e. 32 B. Il Ceccotti a p. 37 della sua copia corrispondente 
a e. 24 B del ms. notava in margine: « seguita a pp. 44, 
«45, 4^, 47, 48, 49, 50, 51 linea prima. Poi ripiglia 
«qui alle parole: Ancho nel detto anno &c. » e a p. 5 r 
ripeteva la nota. Il Cristofori invece restituisce l'ordine sto- 
rico del testo, ma non si ferma ad accennarlo (3). Ed anzi 
nella restituzione non è felice, perchè le prime sei righe 
della e. 23 le dispone dopo la e. 32 b e poi fa seguire le 
ce. 25-28 b (pp. 44-51 della copia Ceccotti), attribuendo 
cosi all'anno 1378, quello che invece è dal cronista rife- 
rito al 139 1 (4). Non mi intratterrò più a lungo intorno 

(i) C. 25 B, r. 24 il primo accenno; a e. 55 A, r. 3 sgg. sta la 
narrazione della rotta. Nella copia Ceccotti a p. 55 sotto il numero 54 
sta il n. II : è il n. 41 del ms. letto malamente. 

(2) P. 305. 

(3) P. 310. Facilmente egli credette l' inversione opera del Cec- 
cotti. 

(4) Sono le rr. 11 -16 della p. 317 e dovrebbero trovarsi invece 
tra la r. 20 e la 21 di p. 324. 



2o6 T>. Egidi 



a questi! disgraziata edizione, dopo avere però notato che 
le ultime pagine sono un poco meno infedeli. 

Il ms. Angelicano avrebbe potuto essere di grande uti- 
lità al Ciampi nella preparazione del suo volume di cro- 
nache e statuti viterbesi (i); però, esaminatolo rapidamente 
e visto che nelle notizie del secolo xv era meno copioso 
di Nicola della Tuccia, egli credette di poterlo trascu- 
rare (2), sebbene avesse notato la straordinaria somiglianza 
col testo che stava studiando; come credette di poter tra- 
scurare anche l'edizione dell' Hùber, che non conobbe se 
non di fama pel cenno datone dal Reumont, e che pensò 
ricavata o da altri manoscritti del della Tuccia, o in por- 
zione dai copiosi brani da lui precedentemente pubbli- 
cati (5). Che se egli vi avesse guardato dentro con occhio 
più attento e sagace, certo vi avrebbe veduto cose che 
forse gli avrebbero suggerito non lievi modifiche al suo 
lavoro; che non gli sarebbero sfuggiti i legami anormali 
e secreti che intimamente collegano l'opera del frate con 
quella del mercante, né avrebbe mancato di fare le osser- 
vazioni, le quali hanno dato il primo impulso e furono la 
precipua ragione della presente ristampa. 



II. 



Difatto (4) la cronaca del frate non deve essere presa 
e considerata da sé sola; bisogna sottoporla ad attenta di- 

(i) Op. cit. 

(2) Ciampi, op. cit. p, xxxv. Veramente egli dice di non aver 
potuto valersene, con tutta la buona intenzione che ne aveva ; ma 
la intenzione non doveva aver tanto di tenacia, quanto di bontà, 
poiché egli dimorava in Roma e 1' accesso all' Angelica non gli era 
certo difficile. 

(}) Prefazione, p. xxxi. 

(4) Le osservazioni seguenti sono qui esposte in succinto per 
averne io trattato in uno scritto intorno alle Relazioni dcJh croniche 



Le croniche di Viterbo 20 



/ 



samina raffrontandola alle altre cronache viterbesi e allora 
si vedrà che uscendo dall' umile posto finora assegnatole, 
per la scarsezza delle note riguardanti i suoi tempi, essa 
viene di buon dritto ad occupare il primo per la fedeltà 
verso le fonti, e forse s' ha da riconoscere in lei il canale 
per cui a quelle tacitamente si attinse. 

Trattando in questo stesso periodico della leggenda ac- 
colta nelle cronache viterbesi intorno alla origine dei Pa- 
leologi (i), nutro fiducia di esser riuscito a dimostrare 
come gli annalisti del secolo xv, frate Francesco, Nicola 
della Tuccia, Giovanni di luzzo, dicano a torto di avere 
tratto le notizie anteriori al 1254 da un libretto di carta 
pecorina, di bella lettera antica, cominciato di propria mano 
da un orefice di Mterbo, chiamato Lanzillotto, intorno 
al 1244 e continuato sino al 1254; mentre il testo che 
essi ci tramandano, presenta contaminazioni che potevano 
entrarvi solo dopo la metà del secolo seguente. D' altra 
parte la ripetuta asserzione che fan tutti i cronisti del xv, 
di aver avuto sotto gli occhi proprio l'autografo dell'ore- 
fice (2), non permette di ritenere, come dapprima n'ebbi 
il pensiero, che la contaminazione fosse opera del medico 
Girolamo o di Cola di Covelluzzo (fonti dei quattrocentisti 
dall'anno 1252 sino agli avvenimenti contemporanei), si 
che la cronaca del Dugento pervenisse a questi incorporata 
a quelle del Trecento. Si deve quindi pensare ad un testo 
contaminato dopo la metà del secolo xiv, il quale dalla 
terna dei cronografi del secolo xv fu preso e adoperato come 

viterbesi del secolo xv tra di loro e con le fonti, il quale avrebbe do- 
vuto veder la luce già da parecchio tempo, e che, per cause da me 
indipendenti, apparirà solo di qui a qualche mese. 

(i) XXII, S39-))8, a. 1900. 

(2) Fr. Francesco, c. 22 b, rr. :ì sgg., e. 16 b, rr. 1 1 sgg. ; 
N. DELLA TuccL\, p. 24. Non essendo completa la stampa del testo 
di Francesco, per le citazioni mi varrò della numerazione delle carte 
del ms. la quale sarà indicata in margine della nostra edizione. 



2o8 T. E nidi 

l'originale di Lanzillotto. Ma se ci si addentra un po' più 
nella questione, ci si para innanzi una difficoltà di non 
lieve momento. A detta del nostro frate Francesco, il suo 
esemplare non si restringeva a note di storia viterbese, 
ma diceva in latino « d'altre cose che di Viterbo annua- 
« tim )) (i). Ora se e Nicola e luzzo e Francesco attin- 
sero tutti a questi annali d'indole generale, come mai nella 
scelta delle notizie non presentano alcun divario ? e se 
l'esemplare era latino, come ne trassero tutti e tre, cia- 
scuno per suo conto, un' unica narrazione in tutti e tre 
identica, il più delle volte, fino alla lettera? Poiché, come 
poco sopra ho accennato, i divari presentati dalle tre re- 
dazioni sono tanto poco numerosi e di cosi lieve im- 
portanza che non mette il conto qui di soffermarcisi (2); 
all' infuori di uno, il quale invece mi pare di gran ri- 
lievo e che forse ci indicherà la via per giungere a for- 
mulare un' adeguata risposta ai quesiti propostici. Dopo 
narrato che Federico II nell'anno 1242 aveva fatto co- 
struire in Viterbo « una terribile prescione, della quale li 
« Viterbesi la temivano assai » (3), il nostro frate fa se- 
guire un lungo brano latino che chiama « lo lamento di 
c< Gottifredo e di Lanzillotto » nel quale per quattro pagine 
si rimproverano acremente i Viterbesi di non amare la 
patria, anzi badare solo a disfarla, avendo regalato l'altare 
viareccio che li assicurava della vittoria, non avendo saputo 
approfittare della venuta dell' imperatore Barbarossa, né di 
quella del marchese Marcovaldo, né di quelle di Ottone 
e di Federico II; e si finisce con una vera lamentazione 
sui dolori e sui danni che soffre la città (4). Orbene Nicola 
della Tuccia (il confronto con luzzo è meno agevole, per 
la pochezza dei brani che ne abbiamo a stampa) invece 

(i) C. 22 u, r. 16. 

(2) Si vedano nelle note che accompagnano il testo. 

(3) C. 12 B, r. 5. 

(4) Da e. 12 B, r. 8 a tutta la e. i j a. 



Le croniche di Viterbo 209 



di riportare tutto insieme il lamento e in latino, lo spezza, 
ne ripartisce i brandelli a mano a mano che il racconto lo 
conduce a trattare degli avvenimenti cui le querimonie 
si riferiscono_, lo converte ncU' idioma volgare, solo con- 
servando in latino l'ultima parte (quella cui il frate inti- 
tola « de fortuna Viterbii ») e qua e là qualche proposi- 
zione (i). Ma se i vari brani si riunissero, si troverebbe 
ricomposto il Lamento, salvo l'omissione di alcuni pochi 
periodi. Di fronte a tal fatto vien naturale domandarsi se 
l'aspetto dell'esemplare cui guardarono i due cronisti, ci 
sia riprodotto più fedelmente dal frate o dal mercante; e 
naturale viene anche la risposta; poiché mi pare quasi 
assurdo il pensiero di una ricostituzione paziente del cen- 
tone latino per opera del frate. Sicché non mi sembrerebbe 
ardito ritenere che, al testo compilato su quello di Lan- 
zillotto nella seconda metà del secolo xiv, rimanesse più 
fedele degli altri il nostro Francesco. 

Che se si passi ad esaminare la parte delle cronache 
quattrocentiste che vien di seguito narrando dall'anno 1255 
all' inizio del secolo xv, e cioè l' ulama desunta da fonti 
scritte, ci si presentano il medesimo fenomeno e le mede- 
sime domande in forma anche più inesplicabile. Si giudichi. 
Per quel periodo Nicola della Tuccia designa come fonte 
gli scritti di Cola di Covelluzzo « vantagiato spetiale » (2); 
Giovanni di luzzo, quelli del detto Cola e quelli di « uno 
« valentomo dottore di medicina, lo quale si appellò ma- 
« stro Gironimo )) (3); Francesco, quelli di Cola e di Gi- 
ronimo e « d'altri cittadini che in ciò si dilettavano » (4}. 
Ebbene, con tanta varietà di fonti la identità dei racconti 

(i) Ciampi, op. cit. pp. 6, 9, io, sotto gli anni 1170, 1193. Si 
noti come a p. 20 il Ciampi, nel riportare un brano di Lamento di 
luzzo, lo creda differente da quello di Nicola, mentre è la stessa cosa. 

(2) Ciampi, op. cit. p. 44. 

(5) Ivi, p. 51, nota 5. 

(4) C. 22 B, r. 22 sgg. 

Archivio della R. Società romana di storia patria. Voi. XXIV. 14 



210 T. Egidi 

che ci ha colpito nelle pagine precedenti non solo si con- 
serva, ma diventa quasi anche maggiore; sebbene il frate 
ci dica anche qui di non aver concordato delle fonti « tutte 
« loro scripture che dicano anno per anno », ma solo aver 
scritto quelle che gli « parevano più degne ad farne men- 
« tione » (i). I divari che si riscontrano sono in numero 
minimo e per valore assolutamente insignificanti, soprat- 
tutto se si consideri che il testo del Ciampi fu cavato da 
un codice del secolo xvii avanzato se non del xviii(2), men- 
tre quello di Francesco è in uno del x\' ex. o xvi in. Quindi 
anche qui mi par naturale che si debba pensare ad un con- 
cordatore e compendiatore delle cronache del xiv, da cui 
dipendano i racconti a noi conservati. E venuti in questo 
pensiero, se si ricordi che frate Francesco è quello che 
più fedelmente si attenne all'esemplare che gli porgeva la 
narrazione di Lanzillotto; se si ricordi che egli dice espli- 
citaiìiente di aver dato la sua opera al paziente lavoro di 
tarsia (3); non potrebbe sorgere l'ipotesi che una tal fa- 
tica sia stata da lui fatta non solo a proprio beneficio, ma 
anche a quello dei due suoi colleghi? che insomma il 
compendio suo sia passato per le mani di Nicola e di 
luzzo.'' La cosa potrebbe sembrare probabile, ma non en- 
trare nel campo della certezza, se fosse impossibile ad- 
durne in sostegno altre osservazioni e altri più validi ar- 
gomenti. 

Dall'anno 1394 frate Francesco fa cominciare la parte 
originale del suo racconto con queste parole: « Hora seri- 
ci vero per l'avvenire le cose comò sonno passate in Vi- 
ci terbo da questo sopradicto dì in poi [.. maggio 1394] 

(i ) C. 22 B, r. 28. 

il) L' Orioli lo disse « di forse due secoli fa » ; Giornale Ar- 
cadico, CXXV, 300; il Ciampi non si esprime mai chiaramente. 

(5) Una traccia se ne potrebbe trovare nelle ripetizioni in cui 
cade talora (ce. 33 b, 34B) e nell'anormale posto occupato dalla nar- 
razione della cacciata dei gentiluomini del 1281 (ce. 23 u e 3; a). 



Le croniche di Viterbo 211 

« secondo mi disse uno bono et antico cittadino di Viterbo, 
« chiamato Paulo de Perella, clie si trovò et vidde lui 
« r entrascritte cose in fine ad questo dì .x. de luglio 1455. 
« El dicto Paulo era d'età di anni 87 et più» (i). Le in- 
formazioni di questo vecchio non sono per verità né molto 
copiose né tampoco esatte ed ordinate: solo allorché nei 
fatti egli ha qualche parte, come nella concordia tra Bo- 
nifazio IX e Giovanni di Vico, per la quale egli che dal 
Prefetto era stato sbandito perchè a chiesiastro » potè rien- 
trare in città (2), e come nelle imprese del capitano di 
ventura viterbese Pietro Paulo detto il Braca, del quale il 
Perella aveva seguito la fortuna nelle guerre del reame di 
Napoli, ed aveva acquistata la fiducia, tanto da esser 
mandato a tenere in suo nome corte bandita nella sua casa 
a Viterbo (3); solo allora i ricordi del vecchio prendono 
colore ed interesse, altrimenti divengono pallidi e scarsi e 
lasciano trascorrere perfino un periodo di sette anni (140(3- 
141 3) senza pur una notizia. Che se per gli anni 141 3 
e 141 4 queste abbondano qualche poco, ritornano subito 
dopo così scarse^ saltuarie, confuse ed errate da perdere 
quasi ogni interesse sino alla fine della cronaca (4). 

Nicola e luzzo danno alle fonti del Trecento una esten- 
sione maggiore; poiché il primo se ne dice sussidiato sino 
al 140^(5), e il secondo sino al 1404 ((j); dopo di al- 
lora affermano di esporre i propri ricordi. Orbene, anche 
se non si voglia badare che Nicola nel 140^ era appena 
nel sesto anno di età e luzzo non gli era di certo assai 

(i) C. 36 A, r. 18 sgg. 

(2) C. 36 B, r. 2. 

(3) C. 38A, r. 27. 

(4) Le notizie dal 1420-1450 occupano appena due pagine e 
mezzo del ms. ce. 41 a-b. 

(s) Ciampi, op. cit. p. 47. 

(6) Ivi, p. 49, nota I. Si noti che luzzo fa questa dichiara- 
zione dopo aver accennato a fatti del 141 3. 



212 ^. Egidi 

maggiore, come spiegare clie i ricordi del vecchio Perella 
combinassero non solo nella sostanza, ma nell'ordine, ne- 
gli errori e fin nelle parole con quelli dei due fixnciulli ? 
Finanche le particolareggiate e in gran parte iperboliche 
narrazioni ispirate al Perella dall' affetto nutrito verso il 
Braca, il glorioso capitano di ventura sotto i cui ordini 
aveva servito e di cui aveva goduto la confidenza, son 
riferite alla lettera e da luzzo e dal della Tuccia. A che più 
dilungarmi? Tutto quanto dal frate è narrato sino al 1424, 
con alcune correzioni cronologiche e qualche lieve aggiunta, 
vien ripetuto serenamente dagli altri due. Di li in poi le 
narrazioni di costoro prendono un' ampiezza ed un interesse 
tale cui neppur da lontano segue quella del nostro; però, 
chi guardi con attenzione, scorgerà in mezzo alle copiose 
onde del fiume il filo d' acqua della fonte disprezzata e 
nascosta. O io m' inganno a partito o da questo fatto 
ci vien dato la chiave dell'enigma che ci ha accompa- 
gnato fin dalle prime osservazioni. Il giuoco è fatto 
chiaro: Nicola e luzzo non conobbero Lanzillotto nò i 
cronisti del Trecento, se non per il tramite di frate Fran- 
cesco d' Andrea, del quale s' appropriarono 1' opera senza 
riguardo, disprezzandola perchè cosi misera nel racconto 
degli avvenimenti contemporanei. Essi pensarono forse che 
giammai si sarebbe fatta la luce sulla bassa sopcrchieria ; 
ma per fortuna una copia dello scritto disprezzato potè 
giungere fino a noi, bastante a smascherarli e preziosa, 
perchè ci dà il testo più attendibile e più vicino alle fonti 
originarie. A Francesco si deve l'opera di compendio degli 
scritti di Lanzillotto, disgraziatamente a lui pervenuti in 
una redazione della seconda metà del secolo xiv, macchiata 
di più interpolazioni che egli non seppe o non volle espun- 
gere, credendo d' aver sott' occhio l'autografo dell'orefice; 
a lui la concordanza e il compendio dei cronisti del Tre- 
cento; a lui le memorie del primo quarto del Quattrocento. 
Pertanto la presente edizione si prefigge lo scopo di porre 



Le croniclic di Mterbo 213 



il caposaldo al quale possa affidarsi chi voglia intrapren- 
dere lo studio del testo definitivo delle cronache viterbesi ; 
poiché in nessun modo e per nessuna parte può ritenersi 
come tale quello stabilito dal Ciampi. 



III. 



Fosse noncuranza, fosse umiltà o fosse che nella vita 
uniforme e monotona del chiostro nulla gli apparisse me- 
ritevole di memoria, certo è che il nostro frate non parla 
mai di sé. A mala pena tre volte è dato di incontrarci 
nel nome suo; una nel proemio, 1' altra quando ci vuol 
hr conoscere che dal libro di Lanzillotto trae le ampie 
notizie suir assedio di Federico II, la terza quando 1' aiuto 
dell'orafo gli viene a mancare; ma anche quelle volte il 
crudo nome « frate Francesco d' Andrea di Viterbo » e 
nuli' altro (i). Per incidente quando racconta che nel 140(3 
Innocenzo VII fuggi a Viterbo dopo la ribellione di Roma, 
gli QSCQ di bocca: « et io lo viddi « (2). Anche per inci- 
dente veniamo a sapere che ai io di luglio del 1455 egli 
ascoltava i racconti del vecchio Paolo di Perella, e che aveva 
compito il noioso lavoro di concordare e compendiare gli 
annali de' suoi predecessori (3). Resta difficile pertanto 
stabilire anche congetturalmente quando egU possa esser 
nato e quando morto, tanto più che le ricerche archivi- 
stiche non ci possono recare alcun aiuto, essendo an- 
date disperse la massima parte delle carte che si dovevano 
conservare negli antichi monasteri viterbesi (4). Però, chi 
osservi l'aspetto dell'ultima parte della sua cronaca, simile 
più ad una frettolosa serie di appunti gettati giù alla rin- 

(i) C. I A, r. i; e. 16 B, rr. 11 sgg. ; e. 22 B, rr. 14 sgg. 

(2) C. 37 A, r. 28. 

(3) C. 36 A, r. 18 sgg. 

(4) Cf. Savigxoni, op. cit. p. 26. 



214 



T. Esrìdi 



fusa, che ad uno scritto ordinato ed organico, non parrA 
ardito il pensiero che 1' opera sua venisse troncata improv- 
visamente a poca distanza da quel giorno di luglio del '55, 
in cui cominciava a fermar sulla carta i ricordi dell'amico 
quasi nonagenario. Poiché, in caso contrario, è cosa proba- 
bile che egli si sarebbe adoperato a liberare il suo lavoro 
delle inutili ripetizioni, delle confusioni e degli errori gros- 
solani, che anche solo una superficiale lettura gli avrebbe 
fatto balzar agli occhi. Chi potrebbe dire però, se dell'in- 
terruzione si debba dar colpa alla morte o ad altro ? Inutile 
lanciare ipotesi campate in aria: solo il fatto che nel 1406 
egli era in età da ricordare quello che vide, ci può in- 
durre a ritenerlo nato nello scorcio del secolo xiv, e 
quindi a credere probabile la sua morte non molto lontana 
dal 1455. In tal caso nulla avrebbe egli comune con quel 
frate Francesco d' Andrea da Viterbo dei Minori osservanti, 
che nel 1469 spinse i Viterbesi alla istituzione del Monte 
di Pietà(i), e tanto meno con l'altro dello stesso nome e pur 
viterbese, ma della religione di san Domenico, che nel 1485 
in S. Maria Novella di Firenze predicava intorno alla va- 
nagloria (2). Una guida per giungere a saperne qualche 
cosa, sarebbe stato la conoscenza della religione cui ap- 
partenne, ma anche questo ci fa difetto, per quanto il 
Cristofori senz' altro lo dica « de' Minori » (3). L' Orioli 
lo ritenne Agostiniano; ma, sebbene la cronaca si trovi in 
una biblioteca di quest'Ordine, chi potrebbe assicurarcene? 
Meglio lasciare il nostro Francesco nell' ombra di che vo- 
lontanamente s' avvolse. 



(i) Ciampi, op. cit. p. xxiv, nota. 

(2) MoRPL'RGO, Cuiaìi:;^o dei mss dilla hibl. Riccardiaiui di Fi- 
renze, pp. 324-26, Cod. (1186 C, ce. 71 U-72A) prcd. n. XXIV. 
(j) Cronaca inedita di fials Francesco de Minori &.c. 



I.c croniche di Viterbo 21 



IV. 



Il ms. Angelicano è segnato: Fondo antico - 194 (B . 7 . 
23) (i). Cartaceo, in 4", delle dimensioni m. o.233Xo-'f53 j 
le pagine sono: 0,18 per 0,12 e contengono da 25 a 30 ri- 
ghe; le lettere alte 0,003, ^^ iniziali 0,007. La calligrafia 
è corsiva umanistica, le iniziali talvolta rosse, h. composto 
di cinque fascicoli, i primi di quattro fogli ciascuno, l'ul- 
timo di sei. Nel verso del battente stanno le due segna- 
ture di catalogo, seguono una carta di guardia bianca e poi 
41 carte numerate in tempo a noi vicinissimo (2), le quali 
contengono la cronaca; restano da ultimo altre tre bian- 
che; la legatura può risalire alla metà del secolo xix. Il ms. 
probabilmente appartiene allo scorcio del secolo xv (3), 
in nessun modo certo potrebbe esser riferito ad età più 
tarda del primo quarto del xvi. La scrittura è chiara e 
di facile lettura, solo talvolta v' è qualche incertezza nelle 
sigle, specialmente delle vocali finali, usando lo scrittore 
le stesse per indicare e ed i (4). Il Cristofori credette 
che esso fosse originale (5) ; V Hùber lo dice : « tutto di 



(i) Al tempo della trascrizione del Ficker aveva solo la segna- 
tura in parentesi; il Cristofori, p. 261, sbaglia perfino in questo, 
dicendo il codice segnato: 7 . (VII) . B . 23. 

(2) Infatti nel 1853, quando trascrisse il Ficker, non lo erano 
ancora. Cf. Huber, op. cit. prefaz. p. xlix. 

(5) L' Hùber ne tace; il Ciampi (p. xxxv) conviene con me; 
il catalogo dell' Angelica lo dice del xvi in. La filigrana della carta 
ha la forma di una bilancia simile alla 4^ varietà indicata dal Briq.uet, 
Les papiers des archives de Géiies et kitrs filìgranes in Atti della Soc. lig. 
di st. patr, XLX, 330 e fig. 24 e assegnata all'a. 1404. La bilancia a 
piatti tondi e piccoli, come la nostra, fu in uso a Fabriano del 1575- 
1560, specialmente nei tempi più antichi; ibidem. 

(4) Cf. HiJBER, op. cit. prefaz. ultime parole. 

(5) Prefaz. p. 266. 



2\6 T. Bifidi 

« una medesima mano di un copista colle correzioni se- 
« condo un manoscritto » (i). H certo la ragione sta dalla 
parte dell' Hùber. Invero, oltre le correzioni numerosis- 
sime marginali ed interlineari, tutte di altra mano, seb- 
bene coeva, parecchie e più gravi cause mi spingono a 
crederlo una copia 

Spesso a brevissima distanza uno stesso nome di per- 
sona o di luogo è scritto diversamente. Cosi una stessa 
torre è detta a e. io, r. 26 « Beccala » ; a e. 11 b, r. 27 
« Beceta », e negli stessi luoghi il proprietario di essa 
torre è detto una volta « Bartolomeo di Ponzo », 1' altra 
«di Panza». Nelle ce. io, 11, 12 ripetutamente si trova 
un solo nome in tre forme, « Cocco, Coccio, Coccho »; 
a e. 54 B « Gran, Gian, lan todesco », e cosi in mille 
altri siti. Nella e. 23 b, come altrove accennammo, s' in- 
terrompe la narrazione della rotta dei gentiluomini di Vi- 
terbo per opera di Pietro della Valle (1281) e si rimanda 
a carta 41 per il seguito; invece esso si trova a carta '^^. 
Anzi qui stesso si dice di continuare ciò che si era in- 
cominciato a dire a carta 28, mentre, come vedemmo, 
r inizio del racconto si trova a carta 25. E da questo 
luogo ci è porto un altro validissimo argomento. L'autore 
avendo terminato a e. ^^ coU'anno 1394 la narrazione 
derivata da maestro Girolamo e da Cola di Covelluzzo, 
prima di passare ai ricordi orali del Perella e ai suoi propri, 
vuol adempiere alla promessa fatta sotto l'anno 1281 (e. 23) 
e scrive : « Per cascione io non ho facta mentione d' una 
« grande rissa che fu facta in Viterbo nel anni di Dio 1281, 
« come comenza in questo volume a foli 28, la quale qui 
« presso stendarò partitamentc; nel tempo di papa Mar- 
« tino quarto, el quale fu facto in Viterbo, nota che es- 
ce sendo Viterbo ricco et di grande stato, come dice nel 
« dicto foglio, di bello et grande contado, et molti gentili 

(i) Loc. cit. 



Le croniche dì Viterbo 217 

« hoQiini &c. ». Ora il correttore non comprendendo come 
la frase « io non ho facta mentione », dipendesse da « per 
e cascione », la cancellò (sotto la cancellatura chiarissima 
si legye) e la pose invece dopo le parole: a el quale fu 
« facto in \'iterbo », facendo acquistare in tal modo al 
periodo il senso che ognuno può da sé vedere. Tal cor- 
rezione, che e della solita mano, non avrebbe potuto ve- 
nire in mente per alcun modo all'autore, come difficil- 
mente, anche per il loro valore intrinseco, si potrebbero 
a lui riferire la maggior parte delle variazioni introdotte 
nel tosto dal revisore. Per lo più si tratta di copule (« et, 
«che», specialmente) delle quali spesso non si sentirebbe 
alcun bisogno. 

Se la copia Angelicana venga direttamente dall' auto- 
grafo, mi pare quasi impossibile stabilirlo: però, qualora 
si ponga mente che 1' amore di fedeltà non permise all' a- 
manuense la restituzione dell'ordine, neppure quando l'au- 
tore gliela suggeriva, inclinerei a crederlo, o almeno a 
ritenere che di questa copia ci si possa servire con grande 
fiducia. 

Il canonico Luca Ceccotti trascrisse, come fu detto, il 
nostro codice; e la sua copia, discretamente fedele, è con- 
servata fra le sue carte nell'archivio Comunale di Viterbo; 
però anche in essa manca il Lamento di Lancillotto. 

Delle varie edizioni fecero uso come fonte, oltre gli 
studiosi locali (i), specialmente il Winkelmann ne' suoi 
lavori sopra Federico II e il Valois nella storia del grande 
scisma d' Occidente (2). 



(i) Cf. Pinzi nella sua Storia di Viterbo, voi. II, Roma, Camera 
dei deputati, 1889; voi. Ili, Viterbo, Agnesotti, 1899. 

(2) Winkelmann, Kaiser Friedrich II, Leipzig, Duncker und 
Humhlot, 1889; Kaiser Friedrichs II Kampf tini Viterbo nella Miscel- 
lanea in onore di G. Waitz, Hannover, 1886; Valois, Le grande 
schisine et la France, cont. 1° e 2° voi., Paris. 



2iS T. Lìm'di' 



V. 



Le norme seguite nell.i stampa del testo, sono quelle 
determinate dall'Istituto Storico Italiano. Si restituirono le 
maiuscole ai nomi propri di persona o di luogo e agli 
inizi dei periodi, si soppressero in ogni caso non consono 
alla nostra presente ortografia; si rappresentarono con due 
segni la ii consonante e la n vocale, tanto più che l'uso 
ne appariva promiscuo ed incerto; si modificò l'interpun- 
zione assimilandola all'uso moderno, solo quando risultasse 
necessario alla migliore intelligenza del testo; si conservò 
la grafia del manoscritto, ovvero, quando in casi speciali 
si credette opportuno di recarvi modificazioni, se ne diede 
avviso nelle note; delle variazioni introdotte nel testo dal 
correttore si indicarono tutte quelle che non erano sfornite 
di qualche valore. Non parve opportuno di abbondar troppo 
di illustrazioni ; per lo più ci si accontentò di rimandi bi- 
bliografici, di correzioni cronologiche e di fatto, di iden- 
tificazioni personali, di note topografiche: tutto con voluta 
sobrietà. Solo parve dover usare maggior larghezza, allora 
che la storia viterbese diventava d' interesse generale, spe- 
cialmente nel periodo svevo; e si credette necessario di 
indicare le discrepanze che col nostro presentano i rac- 
conti di Nicola della Tuccia e di luzzo sino all'anno 1424, 
senza tener conto, s' intende, di quelle sintattiche o gra- 
fiche, a meno che non si trattasse di nomi di persona o 
di luogo. 

i\r auguro che le mie poche fiuiche possano riuscire 
di qualche utilità agli studiosi e ridonare all'opera del frate 
quella considerazione che merita, vincendo la f:italità che 
pare 1' abbia perseguitata. 

Roma, 26 aprile 1901. 

Pietro Ecidi. 



T^c cronic/ie di Viterbo 219 



LE CRONICHE DE VITERBO 



Qui in questo volume io frate Francesco di Andrea de (i) la città 
de Viterbo, scriverò alcuni ricordi antiqui, trovati in certi libri et 
memoriale de antiqui authori e di Viterbesi delli quali farò mentione 
in breve parole, della novità de Viterbo e de altri lochi scripti del 
dicto paese de Viterbo. Et comenzaremo ad lafet, uno delli figlioli 
de Noè, el quale partendosi da li soi fratelli, dalle montagne di Ar- 
menia ove si posò l'archa nel diluvio, e pigliando la via verso Europa 
nostra, primamente arrivò in Inghilterra, e lì vi edificò Loudres e 
Camellot et altre città, le quale poi mutarno suoi nomi. Poi le gente 
di lui descesero, e vennero stendendosi per Io paese intorno. Ultima- 
mente arrivorno in Italia, facendo città e castella, dove più li dilectava. 

Tra questi descendenti di lafet, venne uno barone chiamato Co- 
rinto, con una sua moglie, chiamata Electra, bella e saggia; haviva 
costui uno grande tesoro e homini saggi con lui, et cossi gionse in 
quello paese, dove è hoggi Fiorenza, e li vi edificò una città chia- 
mata Presola Corinta, cioè Corinta per lo suo nome, e Fresola per 
che fu sola di qua (2). 

Trusco, fratello di Corinto predicto, pigliò terreno verso Arezzo, 
e fé' una città con molti altari, perchè lui fu prete e re secondo 

(i) Per questa parola vedasi l'osservazione fatta a p. 215. Il 
frate adopera promiscuamente di e de ; più spesso però scrive cf . che 
io risolvo sempre con de. per analogia con c% = che e con le parole 
polisillabe Jvesse, Jctero, Silo , Jlla ; solo sciolgo Jcto in dicto perchè 
questa forma è a dismisura in prevalenza allorché la parola è scritta 
per intero. La stessa incertezza è in 5', si o se che io sciolgo, pure per 
analogia alle forme integre, in se. Incerta è pure la finale Ij = ti e te; 
ordinariamente la risolvo in te, finale spesso adoperata anche ora 
in vernacolo pel plurale. 

(2) Secondo Fazio degli Uberti {Dittamondo, III, 7), Fiesole 
fu fondata da Atlante : 

Fiesola nominolla perchè sola 
Prima si vide per queste contrade, 

e già prima la stessa spiegazione aveva data G. Villani, Storie, I, 7. 



220 'P. Egidi 



la legge de gintili, e fella ad honore di tutti li loro dei, e poseli 
nome la Città Toscana; poi fu chiamata Eurelia, poi fu dieta Arezzo, 
cioè città de molti altari, 
e. I n Un altro barone chiamato Sutro, parente di Corinto, fece || un'al- 

tra città per lui dieta Sutro, e poi Saturno la fé' migliore. 

Un altro barone parente di Corinto, chiamato Italon, con uno 
suo fratello, chiamato laseo, capitando nel Patrimonio nel dicto paese 
de Viterbo, per li molti acasamenti che vi stavano, si chiamava el 
Cayro della Grecia grande, ferono dui città, l'una chiamata Sorena 
presso al BuUicame di Viterbo, e un'altra chiamata Civita Mu- 
serna (i), e altri palazzi e casamenti nel dicto paese; poi edifi- 
corno in Campagna molte città e castella, et allagorsi (2) assai in 
Italia; per lo quale Italia fu poi nominata, come ancora si chiama. 

Hora le diete due città, Sorena e Muserna, muhiplicarno assai in 
populi, e in spacio di tempo guerreggiaro insieme in modo che si 
dcsferno l'una e l'altra tra loro da li fondamente. 

In quel tempo capitò nel dicto paese uno valente homo, chia- 
mato Hercule, figliolo de Amphitrione e di Almena di Grecia, dn 
poi che hebbe morto lo re Girione de Spagna; e vedendo el bel paese, 
e le terre disfatte senza habitatìone di genti, e tutto el paese disolato, 
per la pietà che li venne, edificò li uno bel castello, al quale non 
volse mutare nome, si non che'l fé' chiamare el castello di Hercule, e 
per lo amor che lui li portava, li donò per insegna e per arme el 
lione, imperhò lui sempre el portava adesso uno corio de leone, per 
uno che ne uccise per sua vigoria. Poi se n'andò ad quel loco dove 



(i) Dei Sorrinensi abbiamo notizia nel Liher colonìantm e nelle 
iscrizioni 3010, 5012 del voi. XI, par. i, del C. J. L. edito dal Bormann ; 
li troviamo poi coll'aggiunta di « Novenses » nelle iscrizioni 3009,"30i4. 
« Surrena Nova » fu dal Mariani {De Ethruriae metr. &c. p. 429, n. 566) 
posta a Soriano, dall' Orioli {Viterbo e il suo territorio, p. 6 sg.) sul 
colledi Riello, trasportando sul colle del Duomo la vecchia Surrena. 

Il Bormann (op. cit. p. 454) non sa decidersi, solo ritiene siano 
da identificare i « Sorrinenscs » coi Subertani che Plinio (X, 3, 52) 
pone in Etruria e Tolomeo (III, i, 43) tra i Votrinii e i Ferentesi, 
di cui parla anche Livio (XXVI, 23, 5 ad a. 543). Il Ciampi (Croii. 
e stat. p. 277) ed il Pinzi (Si. di Vit. I, 8) ne parlano fugacemente 
accettando l'opinione dell'Orioli. Anche di Muserna cercò 1' Orioli 
il sito (op. cit. in Giorn. Arcad. CLXIII, 113) nel « Mons Arminii » ; 
ma è una semplice congettura. 

(2) Che sia « allargorsi » ? 



Le croìiicìic di Viterbo 221 



ó hoggi Roma e li uccise Cacco nel monte Aventino, e fc' la città 
Valeria ove è Capidoglio (i). 

Era el ciicto castello de Hercule (2) grande e bello, posto tra e. 2 a 
doi valloni et rilevato in uno poggio, con ripe dintorno, et haviva uno 
bel borgo, per lo quale albergavano tutti quelli che volevano andare in 
campagnia, et cusì se mantenne in prosperità in sino che Roma fu 
edificata; et dapoi che (3) Christo incarnò nella vergine Maria, havendo 
li terrazani pigliato la fede del bactisimo, ferno lì una chiesa la quale 
hoggi si cliiaraa Sancta Maria della Celia, poi ferno un'altra chiesa 
fore del castello, nella strada romana, la quale hoggi si chiama San- 
cto Pietro de l'Olmo. 

Essendo Roma grande e magna, cercamo li Romani sottomettere 
dicto castello, e non possendolo bavere, li ferno una bastia in quello 
loco, ove hoggi sta la chiesa de Sancto Sixto (4). 

Anno Domini 1080. Fu facta la chiesa di Sancta Maria Nova de 
Viterbo (5), presso al borgo della pieve de Sancto Piero; e durò 

(i) Di questa venuta parla anche il primo dei mitografi editi dnl 
ìMai {Classkor. auct. Ili, n. 54) e ne favoleggia Annio (Quaest. XXIX). 
Un' altra tradizione, avvalorata da un frammento d' iscrizione che si 
narra ivi scoperto nel xvi secolo, dice che sul colle del Duomo 
fosse un tempio di Ercole, sul quale sarebbe stato fabbricato il ca- 
stello di S. Lorenzo. 

(2) Sul castello che sin dall'ottavo secolo cominciò a chiamarsi 
Viterbo e sul luogo sottostante vedi il bel capitolo della topografia di 
Viterbo del Pinzi (Ospiti medioevuli e l'Osp. Grandi di Vilerbo, Viterbo, 
1893, p. 2) sg.) che insieme col cap. vii sono quel che di meglio 
si scrisse finora della topografia viterbese e riempiono la lacuna che 
appariva cosi patente nel voi. I della Storia di Vii. del medesimo 
autore. Su le chiese di S. Maria della Celia e di S. Pietro dell'Olmo 
V. pure Pinzi, OspiTJ inedioevaìi cit. p. 26, nota 5, e p. 29, nota i, e 
Ciampi, p. 279 sg. 

(3) « et dapoi che » su rasura. 

(4) Il Ciampi (p. 279) crede questa bastia probabilmente del tempo 
delle guerre tra Enrico IV e Gregorio VII, tenendo Viterbo per questo 
e per Matilde di Canossa. Il Pinzi, e più ragionevolmente a me pare, 
la ritiene un fortilizio innalzato da quei del vico Quinzano, situato 
appunto presso S. Sisto, per loro difesa (Ospiii tnedioevali &.c. p. 51 sg. 
e note). 

(5) Su questa chiesa vedi la monografia del dott. Tito Ecidi 
nella Rosa, Slrmna viterbese per V anno iSS), p. 50. V. pure Pinzi, 
Storia di Vit. I, 98 sg. e note; Ospiti viedioevali &c. p. 58 sg. L'Orioli 



222 y. Egi<.ii 



la Jicta bastia, in sino ad uno tempo clic Arezzo fu scarcato lia 
Romani col braccio dello imperadorc Arrigo terzo nell'anni Do- 
mini 1084 ; per la qual cosa li Arezini che facevano continuamente 
guerra ad Roma, si redusscro al castello de Ercule et per forza pi- 
gliamo la bastia de Romani, et edificamo sopra al dicto castello doi 
borghi, l'uno per la strada romana verso Sancto Pietro dell'Olmo, l'altro 
per la vìa che va da una chiesa chiamata Sancto Peregrino, e chia- 
masi el Borgo longo, che già erano incominciate. Poi multiplicarno 
populi assai nel decto loco, e ferno assai torri per difendarsi da Ro- 
mani ; tra le quale gente ci fumo assai cettadini de Tivoli in quel 
tempo inimici de Romani, secondo dice uno valente homo chiamato 
Lanzellotto, che dice come el dicto castello fu poi chiamato Viterbo, 



e dice : 

2 B Qui cupit acerbi cognoscere gesta Viterbi, 

AuJiat absque mora, quid liber iste sonat ; 
Quem Lanzillocius scripsit, cui prisca tulere 
Antiqui facta, quae bene seda fcccre. 
Anno sub millesimo atque bicenteno 
lunto quaternario soli quatrageno 
Quo dejcendit dominus munJo sorde pieno, 
Erigens de stercore pauperem de ceno. 
Tunc prefatus aurifex, eiusdem civitatis 
Civis, facta condidit illius probitaiis. 
Hiis tnetris et ritimis ciiìque nosse datur 
Huius libri tilulus et qui in ipso fatur (i). 

In quel tempo vennero ad Viterbo grande quantità de Lombardi, 
homini nobilissimi et gagliardi e sagi, et edilìcorno una strada del 
dicto castello insino alla porta di Sonsa (2), et impopularo tra li dicti 



parlò della fondazione neir^//n<m romano, XIII, 350 sg. e poi nel 
Giorn. Arcad. CXXXVII, 179, pubblicando la pergamena ed il marmo 
relativo alla istituzione dell'ospedale annesso alla chiesa, ambedue 
del 1080. Il Ciampi li ripetè a p. 281. Tali pubblicazioni non sono 
intieramente esatte, non credo però opportuno ripeterle qui. 

(i) Orioli propende a leggere « pravitatis » nel verso io. Nel 
v. 4 il nis. ha « ferunt «; non mi pare difficile che debba correggersi 
« fecerunt» e meglio « fecere » pel senso e per la rima. I due ultimi 
versi nel ms. suonano: 

Hiis metus et ritinus cuique noxe datum 
Huius liber titulus et qui in ipso fatur. 

(2) V. Ciampi, p. 290 sg. Da notare la nuova e probabilissima 
opinione del Pinzi {Ospi\i medioevali &c. p. 70) sulla posizione del 
« castrum Sunsae». Intorno alla venuta di questi Lombardi, come 



Le croniche di Viterbo 225 



borghi di case e ili fanieglie. Valeva in quel tempo el mesale del 
grano soldi .ini., la soma de l'orzo denari .xxvni., la soma della spelta 
denari .xxii., la soma de cici e di fave soldi .1111., cento fiche per uno 
denaro. 

Fu chiusa da muri nel 1095. Fu la dieta città hedificata sotto 
el pianeta di Marte, activa e passiva; el circuito suo era cinque milia 
quattrocento trentaquattro passi, comenzando alla porta di Sonsa, e 
sequendo canto el fossato et girando intorno, senza ci piano di Scar- 
lano et el piano di Santo Fustino, che non erano habitati salvo che 
nel piano di Santo Fustino era uno castello chiamato el caste! di 
Santo Angelo, ove sta Santo Pietro della Rocha. El fondatore fu Ra- 
nieri Muntio (i) e Pietro, per Io comandamento del consulo con 
voluntà di tutto el populo, anno Domini 1095, tempore Enricus quin- 
tus .V. imperatori (2;, nel tempo di papa Pascale secondo toscano. 

In quel tempo fumo |j molte battaglie con le terre dintorno, e e. 5 .-v 
sempre erano vencitori; et la cagione si era che loro havevano uno 
altare viareccio clie in ogni guerra che lo portavano, erano vincenti 
per la virtù che Dio li aveva posto in quello altare; el quale altare (3) 
l'avivano levato dall' isola Mattana ; e era terra libera che non ren- 
diva tributo ad persona del mondo, et durò insino la venuta de lo 
imperadore Federico Barbaroscia (4). Capitando el dicto imperadore 
alla dieta città de Viterbo, li fu facto grandissimo honore, e feroli 
cortesia di loro medesimi, cioè el populo de Viterbo, et in questo 
modo fu soctoposto alla sedia imperiale; et dicto Federigo donò al con> 
muno de Viterbo el castello di Monte Munistero, Altecto (5), Sancto lu- 
venale, et el castello di Sancto Archangelo. Anche li donò Vetralla 
et la roccha di Rispampani, Luni, Beassenzo (6), Mazzano, Planzano, 
et Castri Lupardi, et fu nel 1170; e nel 1172 donò al communo de 
Viterbo Giugnanello, et entrando in Viterbo li dede la sua benidi- 



agli allargamenti di Viterbo poco sopra narrati cf. l'articolo anonimo: 
Qui si conia come e quando Vitirho si allargasse Scc. in Rosa, Strenna 
viterbese pel 1SS6, p. 47 sg. 

(i) Nicc. DELLA Tlccia dice Raniero Munao (p. 5). 

(2) Cosi nel ms. In Nicc. della Tuccia « quartus ». Pasquale II 
poi fu eletto nel 1099. 

(3) Postilla della seconda mano nell' interlineo. 

(4) Questa venuta, assegnata dai cronisti al 11 70, è a ritenersi 
avvenuta nel 1167. V. Pinzi, Storia di J'it. I, 157; Ciampi, p. 298. 

(5) Nel ms. « Al tecto »; evidentemente Alteto. 

(6) Nicc. della Tuccia « Bisenzo ». 



2 24 ■^- ^^8 



P. Enidi 



lione, et donogli ci vessillo imperiale (i). Poi donò la decta città de 
Viterbo ad uno suo figliolo chiamato Enricho, et fello acciò che fusse 
fondo dotale de madonna Gostanza moglie del dicto Enricho. Poi 
dicto imperadore n'andò oltramare contra al gran Soldano del Cairo, 
e, da poi grandi facti che fc', se annegò in uno fiume chiamato Ferro 
in Soria. Fu poi facto imperadore Felice (2). 

Io non ho facto mentione come in quelli tempi fu rotta la guerra 
tra Viterbesi e Ferentisi, e fu nel 1169; ch'io so trasscurso innanzi 
per dir la fine de lo imperadore Federico Barbaroscia. 

La cosa fu in questo modo che, havendo li Ferentesi reciputa 
una grande iniuria da Nepisini e volendosi loro vendicare, et non 
vedendosi esser sufficiente, mandarno ad pregare li Viterbesi che l'aiu- 
tassero, e cusi li Viterbesi accettarne, et all' ordine per loro dato li 
Viterbesi n' andarne tutti verso Nepe, e quando fumo in cima del 
monte, li Ferentesi gionsero ad Viterbo, e vedendo che non era ri- 
masa persona da difendere, entraro dentro amichevilmente, e miserlo 
ad saccomando. Per la qual cosa certe donne fugirno ad una chiesa 
chiamata Sancta Christena, che stava nella valle del Tignoso, e dissero 
ad uno arciprete della chiesa tutto el facto; onde el dicto prete montò 
sopra una iomenta, e gionse el populo de Viterbo, e disseii come 
Ferentesi havevano messo ad saccomando Viterbo; per la qual cosa 
lorotornaro indrieto ed andarno per la costa del monte di Sancto An- 
gelo, et scesero in uno piano chiamato Carraiole, ove s' agionsero 
con Ferentesi che n'andavano via, et li gli ruppero, et uccisene grande 
quantità, et riscossero loro robbe, e tornaro ad Viterbo, 

(i) È vera questa concessione? Ne dubito, come ne dubitò I'Orioli 
{Giorn. Arcad. CXXXVI, 120 sg.) contro quanto credettero il Ciampi 
(p. 501) e il Pinzi (loc. cit.), perchè il diploma di Cristiano di Ma- 
gonza del I) marzo 1175, su cui si basa la loro persuasione, non 
dice se non che egli conferma « quecumque serenissinnis Romano- 
« rum imperator dono per vexilluni imperiale eis contulit et 
« bona gratia et voluntate eos investivit in tenimentis ipsorum et 
« bonis usantiis », parole che mi pare accennino piuttosto ad un segno 
di investitura che ad ahro. Cf. Savignoni, L'archivio storico del comune 
di Viterbo, n. III. Giusta mi pare l' ipotesi fatta dal Savignoni (// 
comune di Velraìla nei secoli xiii-xiv, Roma, Forzani, if-'gy, p. 25, 
nota 2) che tutte queste donazioni attribuite a Federico non siano altro 
che l'accentramento de' piccoli paesi ghibellini sotto la protezione 
della potente Viterbo, allora capo del partito nella regione. 

(2) Curiosa questa leggenda di I-elice, di cui non so che esista 
altro riscontro fuori de' cronisti viterbesi. 



Le croniche di Viterbo 225 



Poi in quelli tempi li Viterbesi andaro ad offendere ad Cornerò, 
et pigliarne grande quantità ; per la qual cosa li Cornetani ferono 
pacti con Viterbesi, e acciò che li fussero renduti li pregioni, donarno 
ad Viterbo la mità del porto di Corneto in segno de Victoria, e pu- 
sergli nauti Sancto Salvestro (i). 

Poi li Viterbesi andarno ad offendere la città di Orbieto al ca- 
stello di Maffuccio, e pigliaro tanti prescione che ne impiro tutto ci 
castello Ferentino (2), e per derisione davano trenta Orbetani per uno 
cappello de semmola, e secte per una serta de ficha ; e in questo 
modo li lassarno tutti. 

Anno Domini 11 70. Di lunedì a di primo de ienaro li Viterbesi 
di nocte tempo entrarne per forza in Ferenti, e pigliarne la mità, e 
guastarne fine ad uno luoco che si chiamava Cercini (3). 

Anno Domini 1171. Li Ferentesi giurarno vassallaria a li Viter- 
besi, e pocho durò che si ribellarno; per la qua! cosa li Viterbesi ii 
facevano gran guerra. 

Anno Domini 1172. Li Viterbesi entrarno per forza nella città di 
Ferenti et tutta la robbarno et scarcarno, et recamo ad Viterbo tutta 
la robba che v'era e tutte li reliquie de sancti; et quelli di Ferenti 
fugiro chi là e chi qua, e assai ne andarno ad habitare in Viterbo; 
per la qual Victoria li Viterbesi adgionsero al leone del comuno la 
palma che era l'arme del comuno di Ferenti (4) ; et in quel tempo 

(i) Evidentemente qui manca una linea: il che viene a confer- 
mare che il manoscritto non è di mano di frate Francesco. In Nicc. 
DELLA Tl'ccia SÌ dice: «e lì Viterbesi recorno le porte di S. Pietro 
« di Corneto in segno » &;c. (p. 6). 

(2) Più giusta la lezione di Nicc. della Tuccia: «castel (di) 
«Fiorentino», che era tra Montefiascone e Celleno. Cf. Pinzi, Storia 
di Vit. I, 173, nota. 

(3) Facilmente è il teatro, di cui anche ora si vedono rimar- 
chevoli ruderi. Cf. Ciampi, p. 289, n. xix ; Orioli, Viterbo e suo ter- 
ritorio, p. 96. Nella regia galleria degli Uffizi di Firenze si trovano 
due disegni di Baldassarre Peruzzi che studiano il teatro in pianta ed 
in alzata e due altri allo stesso scopo fatti da Antonio e da Giovanni 
Battista Sangallo. Indici e catalogìji. III, 4i,dis, 564, 367, 491, 1300- 
1301, 1966 

(4) Esistono ancora nella chiesa cattedrale indumenti sacri (ca- 
mice, amitto, cingolo, stola e manipolo mi pare) provenienti da Pe- 
rento e attribuiti al vescovo san Bonifacio (519-530), La prove- 
nienza è probabile, ma l' attribuzione falsa, poiché e per la forma, 
e per il taglio, e per i particolari decorativi specialmente del camice, 

Archivio -iella /?. Società romana di stjria patria. Voi. XXI\'. I 5 



e. 4 A 



226 V. Eiridi 



Felice imperadore donò ad Viterbo el Castello di Piero e fu in quel 
ponto che hebbe la corona de lo imperio. 

Anno Domini 1 174. Venne in Viterbo lo legato del dicto impe- 
radore, e fé' l'assolutione al comuno di Viterbo della disfactione di 
Ferenti per parte del dicto Felice (i). Dopo la morte del dicto Felice 
fu clecto imperadore lo dicto Enrico figliolo de Federigo Barbaroscia, 
e in quel tempo fu posto per il dicto imperadore una libertà alla 
porta de Viterbo principale, che stava al lato ad Sancto Mateo di Sonza, 
ove fu posto uno epitaffio che diceva : « Gottifredo Viterbiense. No- 
« mine Suaza vocor fulgentis porta Viterbi : est mihi grande decus 
« et fungor honore perhenni ; omnis enim qui servili sub lege gra- 
« vatur, si civis meus estiterit, libar deputatur. Maximus Enricus cesar 
« mihi contulit istud » (2). , 

e per i caratteri che in alcuni punti sono leggibili, non ò dato ri- 
salire al di là del sec. xii. Cf. Grisar, "NoU sulla Mostra sacra d'Or- 
vieto in Kiiovo Bollettino d'archeologia cristiana., a. 1897, pp. 59 e 40. 
Ferentesi si dicono anche un crocifisso conservato in S. Angelo 
in Spata e la campana maggiore di S. Sisto (però le tre di cui co- 
nosco l'iscrizione appartengono agli anni 1256, 137), 1764). Per la 
distruzione di Perento e per lo stemma di Viterbo cf. Ciampi, pp. 505 
e 506, nn. xxv, xxvi; Orioli, Florilegio, p. 7 sgg. ; Bussi, I, Appen- 
dice, doc. IV, e pp. 2, 58, 40; Pinzi, Storia di Vit. I, 165, 178. Per 
Ferento poi vedi Bormann', C /. L. XI, 454; Orioli, Viterbo e il suo 
territorio, Append. prima; P. Germano da S. Stanislao, Memorie 
archeologiche e critiche sopra gli atti ed il cimitero di S. Euticio di Fe- 
rento, Roma, 1886; DucHESNE, Le sedi episcopali nell'antico ducato di 
Roma in questo Archivio, XV, 489. Si noti che nel Gams, Series 
episcoporum, la lista dei vescovi di Ferento è posta sotto il nome di 
Ferentino. 

(i) L'assoluzione è del 13 febbraio 1175, come ci dice il de- 
creto emanatone da Cristiano arcivescovo di Magonza in Foligno. 
Savignoni, L'archivio storico del comune di Vilerbo, doc. iv, 

(2) Nel ms. subito dopo dal correttore fu ripetuta la iscrizione e 
racchiusa da linee che pare rappresentino una lapide. Anche ora, sopra 
il facsimile della porta di Sonsa, incastrato nel muro di S. Matteo, sta 
una iscrizione marmorea in caratteri gotici dello stesso tenore. Ve 
ne è anche altra di cui vedi Pinzi, Storia di Vit. I, 112, nota 36 201 ; 
Bussi, p. loi sg. ; Ciampi, p. 308, nn. xxvii, xxviii. Nella ripetizione 
dei ms. il nome della porta è, più rettamente, «Sunsa». Nella ta- 
vola marmorea indicata, invece di « deputatur » (lezione di tutti i cro- 
nisti) si ha: « reputatur ». 



Le cronicììc di Viterbo 



227 



Haveva la dieta città sei nobilita. La prima che era libera, et non e. 
rendeva censo a persona. La seconda che aveva quello altare viareccio 
che in ogni loco che lo portavano, havivano Victoria; lo dicto altare 
lo recamo li Gothi del paese di Parte, quando vennero a Ravenna, 
e pigliamo tutta Italia, e scarcarno Roma. La terza che havevano una 
giovane chiamata Ghaliana la bella, la quale non trovava pari di 
bellezze, e molte gente venivano da longhi paese per vederla, tra li 
quali ci venne l'exercitu de Romani che la volevano per uno loro si- 
gnore; e non possendola havere, misero l'assedio ove stanno le grotte 
maltagliate, e, non possendola havere, domandarne che al manco li 
fusse monstrata, e cusi la viddero sopra el muro di Saiicto Chimento, 
ove fumo scarcati tre merli per recordanza di ciò, e cusi lo exercito 
de Romani se partì, e tornossine ad Roma. Quando la dieta Galiana 
morì, fu messa in uno bello avello di marmo, et posto nanti alla 
chiesa de Sancto Angelo della Spada, ove fu scritto uno epitaffio che 
diceva in questo modo, cioè : 



Flos et honor patrlae species pulcherrima rerum 
Clauditur hoc tumulo Galiana decus mulierum. 
Femina pulcra polos conscendere si qua meretur, 
Angelicis manibus hodle Galiana tenetur. 
Si Veneri non posse mori natura (l) dedisset, 
Nec fragilis Galiana mori mundo potuìsset. 
Anno milleno centeno terque deceno 
Bisque quaterdeno rosa clauditur inclita celo. 
Roma dolet nimium, tristatur Tuscia tota: 
Gloria nostra perit, sunt gaudia cuncta remota : 
Miles et arma silent nimio percussa dolore ; 
Organa cum citeris percute caritura canore. 
O si nostra prius gladio male vita perisset 
Q.uam nos morte sua tantus dolor obtinuisset (2). 



C. S A 



(i) Nel ms. «mori... ira dedisset»; completo con la lezione 
di Niccola della Tuccia. 

(2) Di questa leggenda vedi Piccarolo, La bella Galiana, leg- 
genda viterbese. Alba, 1891. Noto le correzioni apportate al testo: 
V. 4: «Angelicis», in luogo di «Angelicus», seguendo il Ciampi 
(p. 8); V. 6: «Galiana», per «Gallane», secondo lo stesso; «fra- 
« gilis», per « fragili » ; il v. 7 è evidentemente errato; « terque », in 
luogo di « treque » ; v. 8: «quaterdeno», in luogo di « quatredeno », 
nel ms. prima di « quatredeno » era stato scritto « quatrageno », poi 
cancellato; v. io: «perit» sostituito a «petit»; v. 11: «nimio», in 
luogo di « nimia » ; v. 12: «percute» in luogo di «percutit», evi- 
dentemente errato: anche «percute» è poco soddisfacente; Ciampi 



228 T. Egìdi 



e. 5 D 



La quarta nobilita che liavesse, fu che hebbe una donna che fu 
cliianiata Anna, che la niità di soi capelli erano davi, l'altra mità erano 
verdi. 

La quinta fu che hebbe uno cavallo bellissimo et animoso et su- 
perbo e più possente che nisuno altro si trovasse in quel tempo, e 
molte gente venivano per vederlo. 

La sexta fu che hebbe uno ioUaro lo più nobile che mai se po- 
tesse trovare, e faceva per suoi ingegni cose inextimabile ad crederle, 
e haveva nome Frissinghello (i). 

Hora el dicto Enrico per havere la corona dello imperio dal papa 
Celestino romano, donò al dicto papa Viterbo e Toscanella, e in 
questo modo pervenne nelle mani della Chiesa e del papa; e il dicto 
imperadore si n' andò in Puglia, e conquise la donna di Tancredi 
col figliolo, e pigliò Guglielmo e le sorelle (2). 

Ora el dicto papa Celestino havendo la signoria de Viterbo ri- 
confermò el castello di Monte Munistero, et donolli Barbarano. 

Anno Domini 1 180. Papa Innocentio terzo di Campagnia donò al 
comuno de Viterbo Castellardo (5), Cellari e Canino. 

Anno Domini 1187. Fu cresciuto Viterbo et facto piano di Scar- 
lino in quel tempo chiamato piano Ascarano. Anco li dicti Viterbesi 
roppero le genti de Tancredo de Girardo di Guitto, et di Romani 
nella valle di Castiglione, che erano tanti che per ogni Viterbese li 
inimici erano diece et più, et tutti li misero in rotta. 

Poi roppero le gente de Romani nel cerqueto d'Assi; anche pu- 
gnarne con Romani dil là da Sutri et in quello ferono pace ensieme, et 
pocho durò; imperhò che li Romani andarne per pigliare Orchie, la 
qual tenevano li Viterbesi, et quelli della torre ferono el fiume; per 
la qual cosa li Viterbesi andarno in soccurso et roppero li Romani et 
menarno assai prigioni ad Viterbo ; poi li lassarne per commanda- 
mento de papa Alixandro (4). 



« pcreunt )) con senso anche meno giusto, se non m'inganno; v. 14: 
nel ms. « non », che sostituisco con « nos ». 

(i) Per questa leggenda vedi Ciampi, p. 314 sg. ed opere ivi 
citate. 

(2) Cf. Ciampi, p. 316, e n. xxx; Orioli, Florilegio, p. 80; Pinzi, 
Storia di Vit. I, 199. 

(3) Nicc. DELLA Tuccia (p. 8) dice Castelletto. Landò da Se/.ze, 
col nome di Innocenzo III, fu il quarto antipapa contro Alessandro III. 

(4) Alessandro era morto già dal 1181. Da «et quelli» a «li 
« Viterbesi », glossa marginale del correttore. 



Le croniche di Viterbo 229 



Poi li Viterbesi ruppero el conte Altobrandino per favorigiarc 
doi cardinali, et cacciarlo insino ad Monte Fiascone et arsero el borgho 
di Santo Fiviano; et el dicto conte s' arendè libero lui et la robba 
sua et rendè Monte Fiascone et la rocha a li dicti cardinali, et li Viter- 
besi tornarno ad Viterbo; per la qual Victoria el papa donò ad honore 
del comuno la bandiera colle chiavi corno la tien per insegna (i). 

Anno Domini 11 88. Giuzzo et Burgognione da Vetralla volivano 
rehedificare el castello de Vetralla, et li Viterbesi li ruppero guerra 
adesso, acciò che non si refaccssc (2). 

Anno Domini 1189. Fu scarcato in tutto Vetralla da Viterbesi et 
pacificata la guerra. 

Anno Domini 1 193. Venne Enrico di Calandrino (3) con grande 
exercito di Todeschi centra Viterbo et allogiarno in valle Pettinale, 
et li Viterbesi l'andarno ad assaltare ir. campo et fumo cacciate in 
sino alla porta di Sonza et alla porta di ponte Tremulo, et fuUi tolto 
el castello di Sancto Angelo da dicti Todeschi || et arsero Monte Mu- 
nistero. Poi li Viterbesi li derno milli ducati d'argento, et levarsi da e. 6 a 
campo et andarono via. 

Anno Domini 1 196. Fece guerra Finaguerra et Pietro Alixandro, 
imperhò che el dicto Pietro mise fuoco alla torre de Finaguerra nel 
mese di maggio ; et in quel tempo Romani posero campo ad Toscanella. 

Anno Domini 1 197. Li Viterbesi pigliamo Marta et occisero Ianni 
Macaro, che era stato gran inimico de Viterbesi; et nel dicto anno li 
Viterbesi et Orbetani andarno a campo ad Acquependente et pigliarla 
et donaro la parte loro ad Orbetani. 

Anno Domini 1199. Li Romani vennero a campo ad Viterbo et 
allogiarno al Risieri, et li Viterbesi li andarno adesso et combatterne 
con loro al ponte d' Oglie et alla Sala, ad cavallo et ad piede, et 
durò dal mezzo di insino alla sera et furci morti dei cavallieri, cioè 
Rinaldo del Veccia et Aventura. La sequente mattina li Romani tor- 
narne ad Roma. 

(i) Si vedano gli scritti indicati a p. 225, nota 4. 

(2) Cf. Savignoni, Il comune di Vetralla &ic. p. 8 sg. 

(3) Enrico di Pappenheim maresciallo imperiale, seconde 1' Hù- 
ber. Il Pi>Jzi, ep. cit. I, 197, dice di aver « forti ragioni » per ritenerle 
tutt'uno con il conte Enrico di Roccisburga, che secondo la cronaca 
di Fossaneva nel 1 186 « fregit securitatem Babuco et terrae Pausanae ». 
Io pendo piuttosto a crederle una sola persona con 1' Enrico de Ka- 
lendinis, o Kallendinis, « Calatin maycalcus», di cui si parla in 
tre documenti (aa. 1 195-1224) riportati dall' Huillard-Bréholles, 
IV, 18, 588, 647. 



230 'P. Bifidi 



Anno Domini 1200. Li Romani tornarno a^i hoste in quello de 
Viterbo et scarcarno Monte Garofano, el castello Almadiano et Salci; 
poi allogiarno apreso ad uno castello chiamato Pitrugnano. Et li Vi- 
terbesi cuprirono una cava, la quale se chiama la cava di Gorga, et 
fer la fogliata, che pariva sopra quello fosso uno bello et spatioso 
piano. Poi tutte Torta acquatile da quello lato allacarno d'acqua, per 
modo che tutti erano franchi (i). 

Hora li Romani, non liavendo di ciò advisamento, ne venivano 
tutti correndo ad piò et ad cavallo per dare una battaglia presso alla 
città, della qual cosa li Viterbesi temivano assai. Et venendo nelli 
e. 6 B dicti luochi della cava, |l per lo grande peso delle gente che venivano 
schierate, la coperta della cava si sfondò et cadcrno tanti Romani 
nella cava che infiniti et senza numero ne morirno. L'altri che pas- 
savano per altri camini, giongendo nelli dicti orti, tutti li cavalli 
s'affangavano, li fanti a pie non ce volevano entrare; per la qual cosa 
li Viterbesi stavano con le porte serrate et non volevano che persona 
uscisse della terra, imperilo non sapivano tutto el facto. Erano nella 
contrada de Sancto Marcho di Viterbo molti pecorari et stavano fore 
de Viterbo, erano riparati dal muro di Sancta Rosa in fino al fossato di 
Sonsa, et cusi tutti loro con altri lavoratori clie erano tra loro (2), fumo 
circa cento homine, et andaro ad vedere queste gente de Romani et 
vedendo li cavalli che non se potevano sfangare, tutte se scalzarno 
et con le loro lance longe l'andarno adosso; onde li Viterbesi uscirno 
tutti fuori de la porta et ucciserne grande quantità et guadagnarno 
robba infinita, et cusi li Romani si ne fugiron in sino al loro allo- 
giamente; et questa rotta fu lo di de sancto Domeniche, et fu veduto 
sancto Domenicho in favore de Viterbesi; non era ancora canonizato(3). 
Et li Romani così percossi mandaro per più gente ad Roma, onde 
Viterbesi tractaro con loro pace, con questi pacti che li derno la cam- 
pana del comuno la quale loro portarno ad Roma, poserla nei Gam- 
pidoglio et poserli nome la Patarina de Viterbo. Anco si portare la 

(i) L' HiJBER (p. 694) annota: «fanghi oder fangosi mòchte ich 
« vermuthen ». Mi pare invece che « franchi » voglia intendersi per 
sicuri. Della cava, ora detta di Scorga, vedi Pinzi, Storia di Vii. 1,250, 
nota I. Solo un dubbio: la cava è verso Salci (via di ponte Sodo tra 
porta Paul e porta del Garmine); come escono contro i Romani, che 
« s'afTangavano », i pecorari di S. Marco, luogo diametralmente oppo- 
sto? La frase «la quale se chiama la cava» è glossa del correttore. 

(2) Da « con altri » glossa marginale del correttore. 

(j) Non era neppur mono; ciò che avvenne 21 anni appresso: 
fu canonizzato ai 13 giugno 1234. 



Le croniche di Viterbo 231 



catena et le cliiave della porta di Salcicchia, le quale adtaccarno 
all'arco de Sancto Vito in Roma(i), et anche li merli fumo scarcati 
nell'anni 1235 come più addirieto trovarete. || Anche in quel anno li e. 7 a 
Romani volivano Vitorchiano, et li Viterbesi li contradicevano, et an- 
daronli incontra ad darli impedimento, imperhò che speravano haverlo 
loro. Per la qual cosa li Romani, comò tal cosa sintirno, mandarno 
l'abate di Farfara (2) con altri compagni per ambasciatori ad Viterbesi 
et dissero : « Li Romani vi pregano che voi li facciate tanto onore che 
« non li voliate impedire una battaglia che voglino dare ad Vitor- 
« chiano, et da quella in poi vi prometteno non impacciarsi più di facti 
« di Vitorchiano, et lo lasseranno pigliare ad voi senza loro contradi- 
« tione ». Questo odendo li Viterbesi, ad alcuni piacque, et ad alcuni 
non piacque, ma furono certi a piedi (3) che cominciorno addire ver- 
gogna al dicto abate, et menarli inanti una meretrice; per la qual 
cosa l'abate vedendosi così villaneggiare, irato si tornò ad li Romani, 
et li Romani si irarno assai contra Viterbesi et andarseni via et ferno • 
gran guerra insieme, pigliando assai persone l'una parte et l'altra (4). 
Anno Domini 1201. Li Romani et Viterbesi feron pace insieme 
per le mani del conte Ranuccio collectore (5) et lassarno li prigioni 
r uno et r altro. El dicto conte Ranuccio fu el primo che ordinasse 

(i) L'arco di S. Vito è quello di Gallieno: di queste catene se ne 
vedeva « una porzione pendente » nel 1806. La « Paterina » (cos"i detta 
dai numerosi eretici di cui Viterbo era nido) stette in Campidoglio sino 
alla occupazione francese; allora fu spezzata e fusa; aveva otto palmi 
di diametro. F. Cancellieri, Le due nuove campane di Campidoglio 
benedette da Pio VI, Roma, Fulgoni, 1806, p. 37. Per i paterini tra 
noi cf. Tocco, Storia della eresia nel medio evo ; Rotondi, La pataria 
in Milano in Archivio stor. ser. Ili, voi. I, a. 1867; Ci.\mpi, op. cit. 
Append. n, xxxviii, p. 324 sg.; L. Fumi, Eretici e ribelli neW Umbria 
del i^20-i}}0 su documenti inediti dell'archivio Vaticano in Boll, della 
R. Depili, di st. patr. per V Umbria, III, 3. 

(2) Nicc. DELLA Tuccia, p. 11: « Farfa ». 

(3) Nicc. DELLA Tuccia: «pedoni»; luzzo: «tristi». 

(4) Per queste guerre vedi Pinzi, Storia di Vit. l, 221 sgg. Da 
lui specialmente si seguono le Gesta Innoc. Ili, cap. 134, edite dal 
Muratori, R. I. S. Ili, 563 sg. I Viterbesi ebbero una sconfitta, ta- 
ciuta dai cronisti, addi 6 gennaio 1200(0 1 201 ?), dopo la quale sce- 
sero a patti e prestarono giuramento. Il testo ce ne è conservato ed 
è dato in latino dal Ciampi, loc. cit. e in italiano dal Pinzi, op. cit. 
p. 232, nota 2, e da altri. Cf. Savignoni, L'archivio &c. n. xii. 

(5) Nel ms. sta: « collatoe », forse per «collatore». Preferisco 



232 'P. Egidi 



in Viterbo el grano che si vendeva, cioè che fusse rasa la misura 
con la rasoia. 

Anno Domini 1202. Ianni Cocco et Pietro de Forteguerra et 
Pietro de Polo con molte Viterbesi roppero li Cornctani sopra Mon- 
talto et pigliarne gran quantità. 

Anno Domini 1204. Forteguerra fé' battaglia colla compagnia 
di cento, presso la torre chiamata Pretavonna. 
e. 7 B Anno Domini 1205. La granditia de Viterbo, cioè li cittadini 

maiuri, si ribellarno contra el comuno, et vennero armati in fina a 
la piazza de Sancto Silvestro, poi fumo pacificati per mezzo del iudice 
del comuno. 

Anno Domini 1206. Fu fa età piazza Nova, che prima se chiamava 
le Carbonate, e fu facta la fontana del Separi, e fu facta la fontana 
di piazza Nova ; e in quello anno venne in Viterbo papa Innocentio (i) 
et fuUi facto grandissimo honore ; e il dicto papa congregò gran 
quantità de cittadine viterbesi dentro la chiesa de Sancto Lorenzo, 
et disse: « O homine de Viterbo io non vinne mai più ad voi, ma 
« io vi do per conseglio che più non ve fidiate de chierica rasa, corno 
tf havete facto de me » ; e volse che molti notarli ne fussero rogati, et 
Viterbesi chi ne pigliò sospecto e chi non se ne curò. 

Anno Domini 1207. Li Romani si pusero in assedio ad Toscha- 
nella et richiesero li Viterbesi in aiuto per posserli (2) pigliare ad tra- 
dimento, et li Viterbesi accorgendosi del tradimento tornarne ad casa 
sani et salvi. 

Anno Domini 120S. El castello de Sancto Angelo di Viterbo fu 
guasto da Viterbesi et in quello loco fu facto uno palazzo delli Ala- 
manni (3). 

la lezione data dal della Tucin.'v (p. 13). Il collettore era come un 
esattore e tesoriere. 

(i) Si corregga l'anno. Innocenzo venne a Viterbo nel giugno 
del 1207 e vi stette in due riprese sino alla metà di ottobre. Primo 
atto suo in Viterbo « .viii. idus iunii », ultimo «.iv. idus octubris ». 
PoTTHAST, nn. 3 116, 3 197. Secondo il De Mas Latrie, Trésor de 
cbronologie, v' era già il 3 1 maggio. 

(2) Ms. « posserla»; dalle parole seguenti è impostala corre- 
zione. 

(3) Nicc. DEi.i.A Tuccia aggiunge: « e cinsero il piano di S. Fau- 
(' stino » (p. 12); però l'addizione non è felice. Questo tratto di muro 
non può essere stato elevato che dopo il 121 3 (cf. Pinzi, Ospiii &c. 
p 78, nota) e facilmente nel 1215 come dice Francesco a c. 9 a. 
Il nome « delli Alamanni », che trova raffronto con quello dato 



Le croniche di Viterbo 233 



Anno Domini 1209. Nella festa de santa Maria una brigata de 
giovani viterbesi havivano facta una compagnia, et chiamavasi la 
Compagnia della gioia ; ferno la festa de 1' arbore della fortuna nella 
piazza di Sancto Silvestro, et il dicto papa Innocentio el sequcnte dì 
se partì da Viterbo et andò ad Roma (i) per la venuta de Octo di San- 
sogna, el quale Octo fu incoronato imperatore dal dicto papa (2). Et 
in quel tempo li Greci roppero guerra con li Latini et tolserli Co- 
stantinopoli che era del dccto imperatore Octo, con altre terre din- 
torno, e ne fu || facto imperatore Filippo conte di Fiandra, che era e 8 a 
inimico de lo imperatore Octo. E sentendo el dicto Octo la muta- 
tione de Costantinopoli, li andò adosso con le genti suoe ; per la qual 
cosa el dicto conte de Fiandra mandò in Lombardia, e decte el soldo 
ad uno capitano viterbesi, chiamato per nome Viterbo, e condusselo 
ad Costantinopoli con [tre] (3) milia cavalli e 2000(4) f'>"ti ad pie, 
et in piccolo tempo el dicto Viterbo pigliò Octo imperatore, e ruppe 
le gente suoe, et presentandolo prigioni nante al conte Filippo, ferno 
pace insieme, e riconfirmò 1' imperio de Costantinopoli al dicto Fi- 
lippo, et tornossine el dicto Octo in Puglia. 

Poi si mossero doi gran baroni di Turchia, 1' uno chiamato el 
gran Caramari, 1' altro el gran Carmiari, et mossero guerra centra 
Greci et contra l' imperadore di Costantinopoli. Per la qual cosa Vi- 
terbo da la città di Viterbo (s) li andò adosso con le gente suoe e rup- 
poli, e occisene assai, onde l' imperatore li pose grande amore, e 
donoUi per moglie una sua figliuola che più non n' aveva. Et de pò 



dalle carte « de Alemannia » al vicino piano di S. Faustino (Pinzi, 
op. cit. p. 53, nota), potrebbe esser sorto dal palazzo dei Farulfi (i quali 
certo furono d'origine tedesca) e che si ergeva appunto nel luogo 
prima detto castello di Sonsa, poi castello di S. Angelo, e cioè dove 
ora è la chiesa di S. Francesco (Pinzi, Ospi\i Sic. p. 70 sgg.). 

(i) Si veda per la data da assegnare a questa partenza la nota 3 
a p. 196 del WiNKELMANN, P]}ilippo volt Schwaheu iind Olio IV von 
Braiinscl}Wiig, II, 196. Il De Mas Latrie fa dimorare il papa a Vi- 
terbo fino al 20 di settembre; è difficile poter giungere a conclusioni 
sicure mancando i documenti. 

(2) Ai 4 di ottobre. Cf. Winkelmann, op. cit. p. 198; Bòhmer- 
FiCKER, Regesla imperli, Y , 97, n. 501 a. 

(3) Nel ms. si vede appena una parte della / perchè la carta 
ha un foro. 

(4) Su rasura di « sei"' ». 

()) « da la città di Viterbo » glossa del correttore nell' interlineo. 



234 ^- Egidi 

Il morte del dicto imperatore fu electo imperatore el dicto(i) Viterbo, 
chiamato in latino Vetus Verbum, e in greco ci chiamavano Pa- 
lioloco, che tanto viene addire Paloloco, quanto in latino Vetus 
Verbum, e cusi de lui sonno discesi l'altri imperatori di Costantino- 
poli cliiamati della casa de Paloloco (2). 

Anno Domini 12 io. Octo imperadore venne in assedio alla città 
de Viterbo, e questo fé' per lo sdegno che pigliò coll'ante dicto (5) 
capitano ad Costantinopoli. Vedendo li Viterbesi si facta cosa, si rin- 
forzarno centra el dicto imperatore, e ferno el muro de piazza Nova 
in fme Sancto Chimento socto el castel de Hcrculc, e continuamente 
uscivano fuore ad guerreggiare con le gente de lo imperadore. Et 
in spatio de molte di lo imperatore, vedendo non possere havere Vi- 
terbo, andò campigiando da contrada in contrada, et guastò tutti li 
beni che erano di fore alla dieta città de Viterbo; poi se partì, e 
e. 8 B andò in assedio ad ]; Roccha Altia nclli monti de Viterbo, e in poche 
di la pigliò; poi pose l'assedio ad Mugnano e similmente el pigliò; 
et con queste victorie se n'andò ad Monte Fiascone, continua guerra 
ad Viterbo (4). Li Viterbesi se n' andare ad dare battaglia ad Roccha 
Altia et pigliarla per [forjza, e pigliamo assai di quelli de lo impe- 
ratore. Per la qual cosa l' imperadore con le gente suoe andò ad 
Roccha Altia per pigliari li Viterbesi, e fu facta una gran battagl'a 
intra loro, per modo che lo imperatore se parti senza guadagnar 
niente, et tornò ad Monte Fiascone et mandò le gente suoe ad Mu- 
gnano e ad Vetralla et alla Roccha del Veccia, et facevano guerra 



(i) « el dicto » glossa marginale del correttore. 

(2) Si veda quanto scrissi Intorno ad una leggenda viterbese sul- 
Vorigine dei Pukologi in Archivio della R. Soc. roni. di storia patria, 
XXII, 539 sgg. 

(j) Nel testo: « collant; dicto »; evidentemente deve intendersi: 
ff coir ante dicto » &c. L' Huber legge : « collante » e aggiunge : « die 
« lesung sehr unsicher... Wahrschcinlich ist cs ein Eigenname » ! 
(p. 697). Il Cristofori (p 24) legge: «coll'altro». Nicc. della 
Tuccia dice: «contro». In un catalogo di pontefici, di fattura viter- 
bese, scritto nel sec. xin, inserito nel Memoria saeculorum di GoTi- 
FREDO Viterbese trovo: «Reverso Rome, prefatum Ottonem apud 
« Beati Petri basilicam coronavit mens. oct. 5 die intrante; alio anno 
« venit in obsidionem Viterbi»; Mon. Germ Hist. Script. XXII, 352. 

(4) Cosi il ms. Il Cristofori inserisce un: «facendo», senza 
darne avviso (p. 25). Nicc. della Tuccia (p. 13): «facendo far 
« guerra ». 



Le croniche di Viterbo 255 



a Viterbo (i) : li Viterbesi andarne alla Roccha del Veccia, e ruppero 
le gente de lo imperatore, e pigliamo la dieta roccha. Poi se mossero 
con tutto el loro sforzo e andaro ad Monte Fiascone, e alio impera- 
tore, et ricacciamo li inimici et cacciarli per forza dentro la porta (2). 

Anno Domini 121 1. Fu grande mortalità; et li Viterbesi andaro 
contra la Tolfa, e loro si renderò ad Viterbesi et giuraro fedeltà, et 
Gliezu, che n'era stato signore, si levò armata mano, e pigliò la 
torre, e lui e li figlioli e generi e con li parenti de Pietro de Nicola 
se ne andaro ad Rispanpani ; e in quel' anno li Viterbesi armata manu 
roppero e destrussero el marchese che era stato mandato dal re Fe- 
derico, et cacciarlo da Monte Fiascone in sino ad Galiano (3), 

Anno Domini 121 3. Li Toscanesi pigliato doi Viterbesi, et fe- 
rirli sconciamente, e cusi ferite li mandaro ad Viterbo. Per la qual 
cosa li Viterbesi tutti si mossero ad arme et andarno contra Tosca- 
nella, e pigliamo grandissima quantità de pregioni e tutti li menaro 
legati alle code de castrone (4) che 1' avevano tolte de preda, e molti 
ne ferirno quando glie pigliaro. 

Anno Domini 1214. Guito figliolo de Guitto faceva gran guerra e. 9 a 
alli Viterbesi, per che li havivano morto el padre, e cavalcava per 
Valcena e per altre contrade (5). 

Anno Domini 1215. Fu facto el muro sopra la porta di Buove 
et il circuito et el piano di Sancto Fustino, che era habitato da molte 
Ferentesi (6); e in quel anno andaro li Viterbesi per pigliare Bisenzo, 

(i) L' ultima frase è su rasura, di mano del correttore. 

(2) Di questi avvenimenti non abbiamo altra notizia, oltre queste 
delle croniche viterbesi, fuorché in un atto di Ottone emanato « ante 
« Viterbium in castris » ai 16 di settembre, il quale ci permette di 
fissarne la data approssimativa. Bòhmer-Ficker, op. cit. n. 439. Cf. 

WiNKELMANN, Op. cit. II, 259 Sgg. 

(3) Questa notizia non ha riscontri ed è almeno inverosimile. 

Cf. WiNKELMANN, Op. cit. II, 319, 7. 

(4) Nicc DELLA Tuccia (p. 14): «alle corna delle castroni». 

(5) Questo Guitto (non « Gioto di Giunto » come scrisse il Bussi, 
Storia &c. p. 185) è facilmente della famiglia de' conti di Bisenzo. 
Cf. Savignoni, // comune di Vetralla nei secoli xii-xv. « Valcena », 
secondo il Ceccotti (postilla alla sua copia della cronaca di fra Fran- 
cesco d'Andrea, p. 13), sarebbe la contrada ora detta « Belceno » 
ove si vedono rovine e sepolcri. Forse « Valtena », tra Montefiascone 
e Toscanella. 

(6) Il Pinzi (Ospi'^i &c. p. 78, nota), crede che il cronista an- 
ticipi di qualche anno e che ancora in quest'epoca il muro, spicca- 



236 T. Egidi 



e loro niandaro per li Orbetani, e dectersi a loro. Per la qual cosa 
li Viterbesi tornarno ad casa senza posscrlo bavere; poi li Viterbesi 
andarno contra Ocapalica (i), e pigliamo Giordano soprano. 

Anno Domini 1216. Fu facto tra li consoli el Tignoso per Al- 
tibrandino Galileo, che fu balio del coniuno de Viterbo (2). 

Anno Domini 1217. Uno bono homo de Viterbo voleva andare 
ad Hierusalem oltra mare, et hebbe in visione la nocte innante corno 
devesse cavare apresso el bagno do la Grotta et che diviva trovare 



to<;i dalla torre tonda di S. Lupara, tagliata la odierna piazza della 
Trinità, su cui si apriva la porta urbana detta Porticella, corresse alle 
pendici sottostanti a S. Agostino. Queste fino al ponte Tremoli ba- 
stavano alla difesa, come pure erano sufìicienti pel tratto che corre 
sulla sinistra del fosso dal ponte alla porta di S. .Maria Maddalena; 
da questa al castello di S. Lorenzo correva un muragliene di cui 
ancora adesso restano i ruderi ; poi la sicurezza era affidata agli sco- 
scesi fianchi del colle su cui sorgeva il castello, sino all'estremità 
verso ponente, ove le mura ricominciavano di là da porta di Valle 
per girare tutto intorno a sud e a levante della città seguendo presso 
a poco il tracciato odierno. Il tratto che andando sino a Torre di Bove 
racchiude il piano della Trinità, secondo il suo pensiero, sarebbe 
stato eretto più tardi. Io però mi sentirei attratto a prestar fede al cro- 
nist.T, anche perchè appunto nel 1215 era podestà di Viterbo «Bovo 
« Oddonis Bovonis », dal quale con molta verosimiglianza potrebbero 
aver preso il nome la nuova porta e la sua torre. Cf. Signorelli, 
I podestà nel comune di Viterbo, p. 345, in Sludi e documenti di storia 
e diritto, a. 1894. Completamente aperta ed indifesa rimaneva cosi 
la grande valle di Paul, che si spingeva tra le due ali estreme della 
città (porta di Bove a nord e porta di Valle ad ovest) sino a battere, 
contro le ripe del castello, il muro e la porta di S. Maria Madda- 
lena da un lato, e dall' altro contro le ripe che fiancheggiano il fosso, 
un-te dal ponte Tremoli. 

(i) Nicc. DELL.\ Tuccia: « Capranica e pigliorno il signore che 
«si chiamava Giordano Soprano» (p. 14). Niccola si dilunga intorno 
alle mura, cosa naturale in lui, che si spesso fu provveditore del 
comune per la loro conservazione. 

(2) Qui manca qualche parola. Nicc. della TccciAdice: «fu 
«facto guerra». Sarà la frase giusta? Il Pinzi lo segue (op. cit. 
p. 268). A me pare invece che si debba intendere: « fu fatta pace », 
per intervento di Altlbrandino Galileo. L'Hìjbeu sottintende: « ac- 
« cordo » (p. 698). 



Le croniche di Mterbo i^j 



un gran thesoro. La qual visione notificò alli consuli, e tutto el pa- 
paia andare con la croce innanti, e con la processione, e cavarno 
in quel loco, et trovarno 1' acqua calda assai virtuosa, alla quale pu- 
sero nome l'acqua della Crociata (i). 

Anno Domini 12 18. Si levò Giuvanni de Cocci contra li consoli, 
e fu tra loro gran battaglia; in fino el dicto Ioanne s' arendè, e fu 
comandamento di consoli (2); e li consoli di quel anno furon Orlando 
di Pietro de Alixandro, e Ugolino Burgognione, Acconcio di Ma- 
vente et Bramando. 

Anno Domini 1219. duelli di casa di Brectoni (5) di Viterbo 
andaro e ferirò Ioanne di Coccio nanti la casa sua, per le qual fe- 
rite fu gran battaglia in Viterbo, e morirce assai hominì. Et in quel 
anno li Christiani pigliamo Damiata presso al Cayro di Babella. 

Anno Domini 1220. Fu potestà el Mosca di Fiorenza, et pigliò e. 9 b 

(i) Intorno alle sorgenti termali del territorio viterbese, cono- 
sciute anche da Dante {Inferno, XV) e da Fazio degli Uberti (Dit- 
tamondo, X), vedi Bussi, Storia della città di Vit. pp. 27-83 ; Ciampi, 
Cronache Sic. Append. p. ^^2; M. Foggiale, Mènioires sur les eanx mi- 
nérales de Viterie, Paris, Noblet, 1852; Pinzi, Storia &c. loc. cit. nota i ; 
I principali monumenti di Viterbo, p. 140; AtiOtilMO, Guida di Viterbo, 
ivi, Agnesotti, 1889, p. 95 ; M. Alivìa, Il clima nella stagione estiva 
e le sorgenti termomitierali di Viterbo (con Proemio storico: Quasi due- 
mila anni di memorie sulle terme viterbesi, di C. Pinzi), Viterbo, Agne- 
sotti, 1894; F. Cristofori, Delle terme viterbesi, Memorie e documenti 
inediti, Siena, S. Bernardino, 1898. La menzione che Dante fa del 
Bullicame ha procurato una fiorita di pubblicazioni, di cui vedi Scar- 
tazzini, Enciclopedia dantesca sotto quel nome. Ad esse debbonsi ag- 
giungere le seguenti: F. Cristofori, Sul Bullicame di Viterbo ricor- 
dato da Dante, Siena, S. Bernardino, 1888; Pinzi, Ospi:(i &c. p. 137, 
nota 5. 

(2) Che si debba leggere : « e fu a comandamento »? 

(3) Il partito guelfo era capitanato in Viterbo dalla famiglia Gatti, 
detta de' Brettoni, cui tra gli altri si univano gli Alessandri. Quello 
ghibellino aveva a capo i Tignosi, detti Maganzesi, a cui si accosta- 
vano i di Cocco o Cocci, i di Ponzo. Le case dei Gatti erano un po' 
per tutta la città: a piazza delle Erbe (ora Vittorio Emanuele), a 
S. Moccichello (via Principe Umberto), a Fontana Grande. Quelle 
degli Alessandri a S. Pellegrino, e sono uno dei piìi bei monumenti 
medioevali rimastici. Quelle de' Tignosi intorno al ponte del Duomo; 
quelle de' di Cocco e dei di Ponzo intorno a S. Bernardino. Cf Pinzi, 
Storia di Vit. I, 269 ; Ospiii &c. p 26S. 



238 'P. Kg idi 



sci della parie di Brectoni, e sei della parte de li figli di Ioanne 
Coccio et mandolli confinati a Fiorenza; et in quel anno li Viterbesi 
comprarne Cincelle(i); et in quel anno fu incoronato in Roma Fe- 
derico secondo. 

Anno Domini 1221. Li Romani posero l'oste ad Viterbo et al- 
logiaro alli Palazzi, poi vennero ad combattere la porta de Sancta Lu- 
cia et in Fabule (2), e fumo cacciate, e tornarne ad Roma, e fu 
per Cincelle. Poi li Viterbesi andarne in assedio ad Comete, e fe- 
roli danne assai. Pei si mosse, la necte del giovedì d'imbragaiolo (5), 
el figliolo de Ianni Coccio chiamato Nicola, et il Tignoso, et Ra- 
nuccio con certe Viterbesi, e pigliamo Rispampani, e pigliamo Pietro 
di Nicolò che v' era signore, e gittarlo nel pozze, acciò che si ce 
morisse. Poi dei suoi amici, uno chiamato Lonardo, 1' altro chiamato 
Palombecto, di necte tempo andarno a Rispampani col coltello, e 
tante cavarne le ripe di Rispampani che gionsero al pozzo, e cavarlo 
fuore el decto Pietro, e menarle ad Toscanclla. 

Anno Domini 1222. Li Romani assediarne la rocca de San- 
cte Pietre in Pietra (4), onde le imperatore Federico II, a pregarle 

(i) Il Bussi credette «Cincelle» un castello presso Toscanella, 
invece esso è « Centumcelle » o « Civitavecchia », che i Viterbesi 
riscattarono da' Cornetani, e meglio da alcuni usurai di Cernete: ne 
resta l' istrumente originale. Vedi Pinzi, Storia dì Vit. I, 273 sg. ; Sa- 
viGNONl, L'archivio storico del coìHune di Viterbo, n. xvii; C. Calisse, 
Storia di Civitavecchia, Firenze, Barbera, 1898, p. 149. Il Pinzi ed il 
Calisse errano la data, ponendo l'atte al giorno 2 settembre, mentre 
è « die seconda exeunte », e cioè il 29 settembre. Nicc. della Tuccia 
dice: a Acelli » (p. 15); luzzo: «Cincelle» (ibid.). Nel ms. «Cin- 
ti celle » è ripetuto anche nel margine dalla seconda mane. 

{2) Nicc. DELLA Tuccia invece di: «in Fabule», dice: «Fabio 
« prese la porta di S. Maria Maddalena » &c. il che dà agio al Pinzi 
di scrivere una bella pagina (Storia di ì'it. I, 280). Io credo più esatta 
la lezione del nostro, perchè non è possibile che egli avesse trala- 
sciato un fatto d' armi così importante ed onorevole pe' Viterbesi, 
se la sua fonte ne avesse fatte parola. 

(3) Forse il cronista scrisse: « imbriagaiole », ossia delle ubbria- 
cature, il che confronterebbe coli' « imbriacaccio » del ms. viterbese. 
Nicc. DELLA Tuccia scrive: « brancaiolo cioè di carnasciale». Vedi 
Ciampi, p. 15. 

(\) Il Ceccotti in una nota marginale alla p. 14 della sua copia 
di questa cronaca segnò : « È la rocca di Rispampani detta anche 
« S. Pietro in Sasso». Non ho elementi per controliare questa no- 



Le croniche di Viterbo 239 



del papa, mandò .v*^. cavalli in favore de Viterbesi socto conducta del 
conte Gozalino. Et del mese di maggio fu morto Raniere Ghezzo dal 
figliolo di lohanne Cocco, e li Brettoni de Viterbo girno ad Monte 
Ardito contro (i) de Rispampanì, e la parte de li figli di lohanne Cocco 
si levarne contra el podestà de Viterbo, e ferno gran battaglia, et el 
podestà si ne fugi. Poi li Romani andarno ad succurrere Rispampani, 
e cacciamo li Brectoni di Monte Ardito e la nocte de sancto Mar- 
tino Pietro de Nicolò ritolse Rispampani; nel quale trovaro el Ti- 
gnoso e lohanne de Cocco e .xii. con loro, et tutti li fcrirno(2); e li 
Brectoni scarcharno la torre grande di Ioanne de Coccho che stava 
nella casa sua (3). E in quel anno piovve nel terreno de Viterbo per 
tutto la terra rosela miraculosamente. 

tizia, né trovo accennata tale identità dal Pinzi o da altri; però mi 
pare poco verosimile, perchè in questo momento Rispampani era in 
mano ai di Cocco, amici de' Romani, quindi non vi era ragione di 
assedio; difatti poco dopo i Romani vanno in aiuto di Rispampani, 
ancora in mano ai di Cocco e assediata dai Gatti. Più facilmente 
è la Rocca S. Pietro a detta dal Pinzi (Storia di Vit. Ili, 169) castello 
del contado viterbese, tra Mugnano e Colle Casale. 

(i) Nel ms. « conte » ; credo indubbia la correzione. 

(2) L'ultimo inciso è glossa interlineare del correttore. 

(3) Pare che il Pinzi {Storia di Vit. I, 283-284) non creda con- 
nesse tra loro le discordie interne e la venuta dei Romani. Dalla 
lettura del cronista il nesso mi sembra evidente, e cosi pure la suc- 
cessione degli avvenimenti, che in parte discorderebbe da quella data 
dal predetto scrittore. Mi pare si debba intendere così : Niccola di 
Giovanni di Cocco e i suoi partigiani pigliano Rispampani e carce- 
rano Pietro di Niccolò; Leonardo e Palombetto liberano Pietro. I 
Romani vengono in aiuto dei loro amici, i di Cocco; ai Brettoni da 
Federico sono mandati 500 cavalieri. I Gatti o Brettoni vanno per 
riprendere Rispampani; nella loro assenza i Maganzesi muovono tu- 
multo contro il podestà. I Romani tornano in aiuto dei di Cocco, 
loro amici, e respingono i Gatti da Rispampani; ma poco dopo (fa- 
cilmente appena furono essi Romani partiti), Pietro di Niccolò riesce 
a riprendere il castello, e i Gatti in Viterbo soperchiano i nemici e 
ne abbattono la torre. Del conte Gozolino, capitano dei cavalieri te- 
deschi mandati da Federico, vedi Pinzi, S/or/^z J; Vit.l, 284; E. Win- 
KELMANN, Ddv Kaiser Friedrich II, I, 185 sg. ; Theiner, Cod. dipi, 
dom. temp. S. S. I, 71-74; Rain.\ldi, Annales, a. 1222, nn. 27-32. 
Nota che Nicc. della Tuccia lo chiama: a Sozzalino », e il ms. 
Ardenti: « Sozanino » (p. 15). 



240 T*. Ei>idi 



e. IO A Anno Domini 1225. Fu facto gran battaglia nella chiesa di Snn- 

cto Sixto, e fucci morto Giffredo, e [fu] grande pugna per Viterbo, e li 
Brettoni perdiro la torre Pretela, la quale era ad canto al muro de 
Sancto Antonio, et in quello anno fu el diluvio ad Sonsa et adfoghò 
tutto ci borgo de Sancto Luca, e affogò molte persone, e fu la vi- 
gilia de sancta Maria d' agosto. 

Anno Domini 1224. Li Nargesi assediamo Castiglione, e per- 
dieronce el mangano (r), e fumo cacciati; e in quello anno el po- 
testà fé' tornare in Viterbo Nicola di Ioanne di Coccho, e fello pa- 
cificare con li Brectoni. La qual pace non durò troppo. El decto 
Nicola riceppe dinari da Romani, e redificò la torre sua, e posscli 
nome Damiata, e donoUa al populo di Roma, e pose nella parete el 
titulo S. P. Q.. R., e non volse el decto Nicola entrare per la porta, 
ma puse le scale al muro de essa. 

Anno Domini 1225. Li Orbetani assediamo Bulimarzo et licb- 
bero con loro tutti li cavalieri di Roma et 200 cavalieri (2) senesi. Et 
in quello anno li Viterbesi mandamo .xii. ambasciatori allo impera- 
dore Federico in Lombardia. Erano in Viterbo circa .lx. milia per- 
sone intra grande e piccoli, tra li quali erano .xviii. niilia da difen- 
dere loro persone o c[irca] .xx. milia (j). 

Anno Domini 1227. Nicola di Ianni di Coccho col suo fratello 
Ranuccio e altri loro compagni armati andarno a casa de Ullando 
di Pietro d'Alexandro, e con uno coltello lo ferirno nella gola, e 
ferirno Ghezone di Sperante (4), e allora fu facta gran battaglia 
tra r una parte e 1' altra per le torre e per terra, et per le torre fa- 
civano con li manganelli ; e fu nel mese de genaro. Poi nel mese 
de febraio lo venardì di carnevale li Brettoni dectero la battaglia alla 
torre di Bartolomeo di Panza (5), chiamata Becchaia, e pigliaro la 
dieta torre, et Nicola de Coccho vidde non posser ristare contra li 



(i) Nicc. DELLA Tuccia invece: « e presero Mugnano »1! (p. 16). 

(2) La cifra è su rasura di parola che cominciava con s; «ca- 
ie valieri » è nell' interlineo. 

(3) Nicc. DELLA Tuccia dice allora gli atti alle armi 20,000 
« e poi salirno tra terrazzani e forestieri a pie e a cavallo a 60,000 » ! 1 
(ibidem), «milia» nell' interlineo e del correttore. L'inchiostro ha 
forato la carta. 

(4) Nicc. DELLA Tuccia: « Gezzone di Spezzante». 

(5) Devesi leggere: «Ponzo», come più sotto a e. uh, e come 
da un documento indicato dal Pinzi, Storia di FU. I, doc. 288, nota i. 
11 nome « Becchaia » è ripetuto dal correttore nel margine. 



Le croniche di ì'ilci'bo 241 



Brettoni, di nocte tempo lassò la torre, e la casa sua, e fuggi col 
figliolo, col fratello suo Ranuccio, e andossine ad Vitorchiano. 

El sequentc dì, che fu el sabbato a mattina, li Brectoni andarno e. io b 
ad combattere la d'età torre, et non trovando troppa difesa la pi- 
gliamo e misero 1' homini a scarcarla. Per la qual cosa Nicola ha- 
vendolo sentiti, prestamente se ne andò ad Roma, ove li fu facto 
gran honorc et deterli denaro assai. Lui disse alli Romani conio la 
loro torre de(i) Damiata si scharchava, et li Romani mandaro l' im- 
basciatori ad Viterbo che non devessero scarcare la torre loro, et li 
Viterbesi, sentiti li ambasciatori, appresciaro de scarcare la dieta torre 
Damiata, et scarcarno torre Beccaia, e un' altra torre chiamata la 
Spagnola. Et in quel anno santo Francesco passò de questa presente 
vita (2). 

Anno Domini 1228. Li Romani posero l'assedio ad Moniste- 
rio (^) con trabocchi e bombarde e manganelli, e, stando lì, l'hebbe 
per pacti Barbarano. Era in Barbarano uno castellano viterbesi chia- 
mato messer Rollando di Pietro de Alexandre, con .ecc. fanti vi- 
terbesi, e ricuperare in un'alta torre facta de legname che soper- 
chiava le mura, e continuamente guerriggiava el castello con balestre 
e altri ingegni : poi la nocte misero fuoco alla dieta torre, e arsero 
la torre e uno trabocco grande, e poi tornarne ad Viterbo. E dicti 
Romani giurare di non partirse che prima non havessero Munisterio, 
e in ogni modo si partirne el tertio di, e di poi li octo di vennero 
centra Viterbo, e ferne battaglia nel piano di Tornateri (4) di do- 
menicha, e furne morti di Romani tre cavalieri. La sequente mattina 

(i) Nel teste dice: «et Damiata», come pure poco più sotto: 
«la decta terre e Damiata». Facilmente era una d tagliata per ab- 
breviazione di «de», letta dall'amanuense come «et». 

(2) Nicc. DELLA Tuccia aggiunge che furono uccisi 50 Viter- 
besi, tra cui Nicolò Cocco, e che furono fatti i « barbacani » intorno 
alle mura (p. 17). San Francesco morì ai 4 ottobre 1226. 

(3) Il Ceccotti in margine alla sua copia qui segna (p. 17): 
« S. Maria in Palomba?» Mi sembra evidente che qui si tratti del 
castello di Monte Munistero. Il Pinzi (Storia di Vit. I, 307) è dei 
medesimo parere; però segue nella cronologia Riccardo da S. Ger- 
mano, che pene queste avvenimento all'anno seguente; di più con- 
fonde le due imprese contro Munisterio e contro Barbarano in una 
sola, dicendo Ullando d'Alisandro difensore di quel castello e non 
di questo. 

(4) Nicc. DELLA Tuccia : « del Tornatere »; luzzo : « de Trom- 
« bettori » (p. 7). 

Archivio della R. Società romana di storia patria. Voi. XXIV. l6 



242 'P. Fi^idi 



li Romani tornarno ad Roma, e in quel tempo li Viterbesi compa- 
rato tante balestra grandi clie cosiamo cento marchi d' argento. 

Nel dicto anno li Romani tornarno in assedio ad Viterbo, e 
mandaro uno messo ad Viterbesi, che devessero rifare il danno che 
havivano facto ad Nicola Cocco, e li Viterbesi se ne fero beffe, e 
loro guastaro molte vigne di fuore, e stettero in campo .xii. di ; poi 
se n'andaro nd Rispampani, e promisero ad quelli della terra che si 
li volivano dare Pietro de Nicolò, li dariano tre milia libre; e li tra- 
ditori pigliamo ci dicto Pietro, e insieme con lo castello lo dectcro 
ad Romani, e li Romani non li volsero dar niente. Nel dicto anno 
li Viterbesi distrussero Viglianello e Ramianu(i). 
II A Nel dicto anno li Viterbesi cavalcamo in quello di Corneto, e 

menarne grandissima preda di animali, e di prescione, e passarno 
per quello di Toscanella. Li Toscanesi si fero contra a li Viterbesi, 
e ferno battaglia insieme, e fumo pigliate di Toscanesi e mortine 
assai, e menarno ad Viterbo assai pregioni. 

Nel decto anno li Sutrini cursero in quel de Viterbo, e tolsero 
molti porce, uno sabato de quaresima, e menarli ad Sutro; li Viter- 
besi trassero di retro a loro in sino ad Sutro. El senatore de Roma (2) 
con gran populo, e preliarno con Viterbesi, e pigliarne .xit. cavalieri 
e menarli pregione ad Roma, e tenerli .v. anni in Canapora (5). 

Anno Domini 1229. Fu l'assedio di Romani ad Alteto, e per 
difesa di Viterbesi non lo posserno bavere ; per la qual cosa fumo 
facti assente (4), e chiamavansi li franchi d'Alteto. 

Anno Domini 1230. Li Viterbesi andaro ad offendere in quello 
di Corneto, e ferno battaglia nel ponte de Santo Litardo, e fumo 
sconficte li Cornetani, e menato assai pregioni, e recamo el Gonfa- 
lone di Corneto, e appicarlo nella chiesa di Sancto Lorenzo. 

Nel dicto anno li Viterbesi andarno ad offendere Toscanella, e 
cursero in fine a la porta, e tolsero le chiavi della dieta porta, e 
pigliamo el confaloniere col confalone in mano, e menarno molti 

(1) Cosi pure luzzo. Nicc. dell.\ Tuccia invece: « Damiatn », 
lezione impossibile, avendo già prima parlato della sua distruzione. 

(2) Manca certamente: «si fece loro incontro». Cf. Nicc. della 
Tuccia, p. 17. « Il senatore» correzione da «li senatori ». 

(5) Cosi e più spesso « Cannapara» era detto il Foro Romano 
o almeno una parte di esso nel medio evo. Cf. Rcg. Subì. n. 202. 
Nicc. DELLA Tuccia dice in « Campidoglio», e luzzo « Canapino», 
lezioni poco attendibili (p. 17). 

(4) Evidentemente « esenti » come del resto par che fosse scritto. 
Cf. Nicc. DELLA Tuccia, p. 18; Pinzi, Storia di Vii. I, 308. 



Le croniche di Viterbo 24- 



pregioni, e le chiave adtaccarno alla torre di Colino Burgognone, e 
il Gonfalone appicarno nella dieta chiesa di Sancto Lorenzo. La 
qual porta di Toscanella si chiamava la porta di Pietro de Polo (i). 

Anno Domini 125 1. Li Viterbesi andarno ad ofifendere Orte e 
pigliare gran quantità de prescione e bestiami, e menando la dieta 
preda verso la Penna, in uno passo cactivo fumo adsaltati li Viter- 
besi da Orbetani, e bisognolli per forza lassare li pregioni e la preda, 
e fugiro via verso Viterbo. 

Anno Domini 1232. Se partirne da Viterbo doi cento homine 
intra a cavallo e a piede et andarno ad pigliare Vitorchiano colle 
schale di fune, et doi Vitorchianesi, l'uno chiamato Cittadino, l'altro 
chiamato || lohanne, adtaccarno le funi sulle mura, e li Viterbesi sa- e. n b 
limo sopra le mura la sera de noeta (2), et una delle guardie se 
ne acorse, e levò el romore e fugi. Alcuni Viterbesi l' andarno de- 
rieto, et alcuni andarno alla porta, et alcuni alla torre del Cassero, 
e pigliare la dieta torre, e mandarne ad Viterbo per più gente, e 
tutti cursero grandi e piccelini, e fu pigliato Vitorchiano, e messo 
s.à saccomando, e scarcato tutto, e a quelle furne date .v'^. libre dal 
communo. 

Anno Domini 1233. Li Romani fecero pace con Viterbesi per 
mezzo di papa Gregorio none, et fu scarcato el Munisterio e li 
merli el peetorale delle mura del piane di Scartano, di cemmanda- 
mento del papa in servitio di Romani; e tornarne in Viterbo li figli 
di Ianni Cocco, e rifece la sua torre delli denare de! papa che li 
refece el suo danno riceputo. El diete papa canonizzò el corpo di 
sancto Domenico. Et li Romani de nuovo redificerno Vitorchiano. 

Anno Domini 1234. Li Remani misero li termini intra il tini- 
mente de Viterbo et Rispampani, e molti confini alli castelli intorno; 
e fu recta la guerra tra el papa et li Remani: il papa stava in Riete 
et Viterbo di com.andamente del es[so] (3) papa roppe guerra con Re- 
mani. El papa fé' venire lo imperatore Federico che stava in Lom- 
bardia, et venne ad Viterbo et pose campo ad Rispampani insieme con 
Viterbesi, e fé' cascare molte ripe (4); e poi se partire et anderne in 
Sicilia, e il papa mantenne la guerra con Guglielmo ad Rispampani. 

(i) Nicc. DELLA Tuccia: «di Pietro di Polla» (p. 18). 

(2) Nicc. DELLA Tl'Ccia: «La sera a due ore de nocte >>. 

(3) La ricostituzione è dubbia: nella carta c'è un foro prodetto 
dall'inchiostro ; la parola era scritta su rasura di altra che cominciava f . 

(4) Le Croniche di G. Sercambi hanno notizia di una battaglia 
in cui Viterbesi ed imperiali sconfissero i Remani : «... fu d'octebre 
<' e morictevl Lamberto Masineri ch'era capitano dei Luchesi»; edi- 



244 ^^^- %''^^'" 



e. 12 A 



Anno Domini 1255. Guglielmo di Fogliano (i) lombardo, che 
era per l'imperatore a campo ad Rispanpani, andò ad vedere e 
vedendo clie non si poteva pigliare per forza, si parti e andò via. 
Li Romani vennero ad Rispanpani e stettero .1111. dì, poi vennero 
contra Viterbesi e alloggiare appresso la Cava della Sala e al ponte 
di Gorga; et li Viterbesi di novo scarcarno la torre de Ranieri di 
Ianni de Cocco, cioè Damiata, et un' altra torre che stava dericto 
alla chiesa de San Salvatore, et un' altra torre (2) che se chiamava 
Beceta appresso la casa di niesser Valentino; era di Bartolomeo di 
Ponzo, nipote del dicto niesser Ranieri. El sequente dì li Romani 
s' afrontarno con Tedeschi nel piano della Sala, et li Tedeschi fu- 
giro(5) infino a Sancto Paulo. Poi usci fuore Guglielmo, loro capi- 
tanio, e cacciò li Romani infino al ponte de la Cava, e molti morirno 
tra l'una parte e l'altra e pigliamo l'un l'altro assai prigioni (jY 

Anno Domini 1256. Papa Gregorio venne in Viterbo (5) e fé' 
rifare li merli e il pectorale delle mura di piano di Scarlano e fé' 
scarcare la torre d'Altobrandino in Viterbo la vigilia de Natale. 

Anno Domini 1259. Li Romani, contra li pacti che havivano 
facti con Viterbesi, comperarno la roccha di Sancto Pietro in Sasso 
da Altibalduccio da Viterbo. 

Anno Domini 1240. Lo imperatore venne in Viterbo (6). Con 

zione di S. Bongi in Fonti per la storia d'Italia pubblicati dall' Isti- 
tuto Storico Italiano, 1892, I, 30. Cf. Bohmer-Fickf.r, n. 2058 a, b. 
(i) Fu in quest'anno anche podestà. Sign'ORELLI, I podestà nel 
comune di Fiterlw, p. 356. 

(2) Da « stava derieto » sin qui le due frasi sono in due glosse 
marginali con richiamo. 

(3) L'ultimo inciso ò della seconda mano, su rasura. 

(4) Seguendo Riccardo da S. Germano e gli annalisti di Colonia, 
il Ciampi (n. lv, p. 512) e il Pinzi (Storia di Vii. I, 526 sgg.) ri- 
tengono questa battaglia avvenuta nel 1234; però ai 5 marzo del 125) 
Gregorio IX scriveva che Viterbo è « continuo a Romanis attrita 
rt guerrarum impulsibus et dapnis gravibus laccssita». Savignoni, 
L'archivio &c. doc. XLiii. I docc. XLiv e XLV parlano de' prigionieri 
romani e sono del marzo 1255; forse anzi a questi avvenimenti è 
da riferire anche la notizia data dal Sercambi; vedi p. 245, nota 4. 

(5) Il primo atto di Gregorio datato da Viterbo ò del 7 no- 
vembre 1235, e l'ultimo del 14 maggio 1256. Pottiiast, nn. 10041 
e 10161. 

(6) Entrò ai 16 di febbraio. Bòhmer-Ficker, n. 2750; Win- 
KELMANN, Kaiscr Friedrichs II Kampf uni Fiterlw, Hannover, 1886, 



Le croniche di Viterbo 245 



grande honore fu riceuto e smontò nel palazzo del cardinale Ra- 
nieri, e molti conviti fé' l' imperatore ad Viterbesi e poi le mandò in 
exercito a Corgneto, e li Corgnetani ferno la voluntà dell'impera- 
tore, e così li Viterbesi tornarno a casa (i). Et nota che li Viterbesi 
in quello di Corneto alloggiamo in uno loco chiamato Monte Fi- 
stola. A di .XV. del mese di marzo l'imperatore fece un gran col- 
loquio nel piano di Sancta Lucia colli Viterbesi, e compuse pace tra 
li Brettoni e Ranuccio di Ioanne di Cocco e suo nepote; poi si 
parti el dicto imperatore e andò nel reame di Napoli, e menò con 
lui .XVIII. gintilhomini di Viterbo. Nel mese di maggio li Viterbesi 
assediamo Gemmino dove stettero .vini, di (2). 

Anno Domini 1241. Li Viterbesi andarno a predare in quello 
di Roma, cioè ad Cerveteri et Sancta Sivera, e li vi stettero .xviiii. di 
in oste; et nel dicto anno li Viterbesi andarno ad Sutro e guastarne 
tutte le vigne e altri frutti, e tornaro ad Viterbo ; et nel mese di 
luglio li Romani andarno ad offendere in Sabina. Sapendo ciò li 
Viterbesi congregamo gente e andaro in soccurso centra Romani e 
gionsero canto el fiume del Tevere e alloggiamo alla torricella di 
Gallese e li stectero .viii. di ; in quel mezzo guerriggiarno contra 
li Romani e distrussero sei castelli, cioè Torasa, Castello Paparesco, 
Foglia, Bronsvico e Magliano Pecorareccio e Campuvaro (3). Nel 

nella Miscellanea pubblicata in onore del Waitz, p. 280. Vi rimase 
per l'appunto un mese, ripartendone ai 16 di marzo. 

(1) Cf. BÒHMER-FiCKER, n. 2875. 

(2) Il cronista dimentica la istituzione fatta in Viterbo da Fede- 
rico mentre era all'assedio di Faenza (settembre 1240) di una fiera 
e della zecca: ne restano i diplomi. Savignoni, L'archivio <kc. do- 
cumenti XLix, l; ivi l'indicazione di chi li conobbe e ne fece uso. 
Delle monete battute a Viterbo vedi Pinzi, Storia di Vii. L 374- 

(3) Magliano Pecorareccio, da non confondersi con Magliano 
di Sabina, è presso Scrofano sulla Flaminia e fa parte del comune 
di Campagnano : esisteva già nel secolo xi, più tardi fu degli An- 
guillara e da questi venduto agli Orsini nel 15 14 per 3300 fiorini. 
ToMASSETTi, Della Campagna Romana in questo Archivio, VII, 216. 
Foglia è in Sabina a poca distanza di ponte Felice : ora piccolo borgo 
di appena 200 anime, una volta dovette essere più considerevole; 
appartenne agli Orsini. Neil' archivio del comune di Magliano Sa- 
bino, cui Foglia è oggi incorporata, si conserva lo statuto in un bel 
manoscritto del secolo xvi, membranaceo, in volgare; il che fa ve- 
dere che anche Foglia passò per Io stadio di comune. Nello stesso 
archivio, nel protocollo del notaio Paolo Marti è conservato un atto 



2^6 T. Egidi 



dicto anno Ranieri Gactu e Massiiccio Diotaiuti di Salamare heb- 
bero tra loro certe parole assai ingiuriose e pochi factì, presente el 
podestà (i) nella piazza di Sancto Silvestro; e [fu] condannato Ranieri 
in 400 1. e Massuccio in 800, e fu scarcata una torre del dicto Mas- 
succio, che fu d'Angelo di Salamare, la quale stava acanto alla 
strada delle prete del pesci, e fu una gran torre più che nulla altra 
della città, 
e. i; n Anno Domini 1242. Li Viterbesi andarno in assedio nel terreno 

di Roma et stectero .xini. di nel mese di luglio, et guastaro due 
castelli, l'uno chiamato Losa, l'altro Longhezza (2). In quel anno 
l'imperatore Federico secondo fé' fare in Viterbo uno bello et grande 
palazzo, nel quale fé' fare una terribile prescione della quale li Viter- 
besi la temivano assai (3). Et già è facto el dicto imperatore si- 
di costituzione di dote fatta da Bertoldo di Troiolo Orsini a sua figlia 
Ursina che andava sposa a Giovanni di S. Eustacchio in « 6100 fi, 
« au. et in alia manu .e. due. nu. . . Actum in castro Polii », 23 gen- 
naio 1426. Nella miscellanea Capponiana della biblioteca Vaticana, 
sotto il n. XXVIII, è una Relalioiie dello stato effetti et ragioni del ca- 
stello di Foglia, ce. 150-157, sec. xvii. Vedi anche in questo Archivio, 
VII, 543; Sperandio, Sabina sacra e profana, antica e moderna, Roma, 
Zempel, 1790, p. 250 sgg. e ultima tavola. Degli altri non so indi- 
care l'ubicazione. Si potrebbe ricercare Castel Paparesco presso il 
lago Paparone (oggi Strappacappe) in quello dell'Anguillara; Cam- 
puvaro sulla Flaminia in luogo incerto (To.massetti, op. cit. p. 587, 
un «Campus vario»); Torasa e Bronsvico o Bronsuico o Bronso- 
nico, come legge Niccola della Tuccia, non saprei dove porli: in Sa- 
bina v'è un Torano (Sperandio, op. cit. p. 50) e vi era un « Bru- 
« scitum » (Regesto Farfense, III, n. 158, a. looi ; V, n. 285, a. 1292). 
(i) Bartolomeo «de Mala nocte » vicario imperiale. Signorelli, 
op. cit. p. 376, 

(2) Sulla via Tiburtina; Lunghezza ancora esiste, di Losa resta 
il nome ad una tenuta. 

(3) Restano ancora gli strumenti di compera delle case demo- 
lite a questo scopo. Cf. Savignoni, L'archivio &c. in nota al n. XLix, 
c'WììiKEi.M\ìiy}, Kaiser Friedricbs II &c. p. 281, nota 4, Ivi stranamente 
si vuole identificare questo palazzo presso la chiesa di S. Maria del 
Poggio (vedi e. 21B") con quello degli Alemanni, che secondo il cro- 
nista sorgeva sulle rovine dell'antico castello di S. Angelo (vedi 
e. 7 b). I due luoghi sono più di mezzo chilometro distanti fra loro; 
del palazzo di Federico nel 1888 sono venute in luce le sostruzioni, 



Le croniche di ì'ilcrbo 247 



gnore de Viterbo, e disponiva quello che voleva. Hora sequita lo 
Lamento de Ghottifredo e di Lanzillotto sopra Viterbo (i). 

De n e q u i t i a e i v i u m (») V i t e r b i i (2). 

O Viterbium civitas nobilis et amena, iam i^) obierunt tui fìlli, qui 
te agnoscentes tenerrimc dilexerunt, et conducentes te in magnum 
triumphum et in mirabilia facta, tecerunt te pulcrum et ctiam (<=) 

(a) Xel ms. priir.a il titolo era De nequitia Viterbiensium ; poi fu rasa la 

seconda parola, al suo luogo fu posto civium e aggiunto Viterbii ; tutto dalla 

stessa mano. (h) amena e iam su rasura. (e) Hùber e IFait^ l'omet- 
tono nel testo, poi in nota et est 

anche oggi visibili, tagliate in mezzo dalle mura della città, che a 
bella posta vi fece passare il cardinal Capocci, come dice il cronista 
(vedi e. 21 b); sorgeva appunto in contrada S. Maria del Poggio nel 
luogo presso cui sono i monasteri di S. Rosa e di S. Simone Giuda. Il 
Castel S. Angelo invece era dove ora sorge la chiesa di S. Francesco. 

(i) Del Lamento seguente, interessante perchè insieme coi po- 
chi versi di Lanzillotto che vedemmo a e. 2 b, costituisce quanto ne 
rimane delle croniche primitive, è difficile stabilire quanta parte possa 
attribuirsi a Gottifredo : tanto più che non c'è giunta non dico una 
riga di lui che ex professo tratti di cose viterbesi, ma neppure 
un suo accenno a tali scritti ; anzi di questi non ci è dato trovare 
altra menzione che la presente ed un' altra assai vaga, anche quella 
nei cronisti del secolo xv (Nicc. della Tuccia, p. 20). Certo cosi 
corno a noi si presenta, questo brano non può essere che fattura di 
Lanzillotto, poiché il cappellano imperiale mori nello scorcio del se- 
colo XII o ne' primissimi anni del seguente, e qui invece si parla del- 
l'assedio che Viterbo sostenne da Ottone nel 1210 e della venuta 
di Federico IL Se pure vi è qualche cosa tolta da Gottifredo, ne 
ha perduto ogni stigma di paternità e nel contenuto e nella forma. 
Oltre che dall' Orioli e dall' Huber (opp. e locc. citt.) il Lamento fu 
pubblicato nei Mon. Genn. Hist. (Script. XXII, 374-75) dal Waitz, che 
lo aggiunse alle opere di Gottifredo, pur reputandolo attribuito a lui 
ingiustamente. Le parole « lo Lamento de Ghottifredo » erano state 
cancellate e poi furono riscritte dalla mano del correttore. 

(2) Poiché parecchi sono i divari della lettura mia da quella di 
tutti e tre gli editori, li indico in nota, come indico anche quelle 
forme del manoscritto che ho creduto necessario di modificare. L' edi- 
zione del Cristofori da questa riga salta a quella 4 della p. 252. 



248 "P. Ki^idi 



e. J 5 A 



forte et mirabile niniis aspectu. lam preteriit quoddam (") tempus(i). 
Quod 0>) te insensati (=) homines possidcrunt et abstulerunt [libi] 
onines virtutes et dominationes W. Item abstulerunt tibi bonum al- 
tare viaticum, quoJ prestabat magnani fortunam («) et magnum 
triumphum tuorum inimicorum, de quo donationem (O fecerunt. 
Postquam Viterbium altare predictum amisit, molestar! incepit a 
multis et variis tribulationibus, quas primitus nullo modo sustinebat (g). 
Item fuit debellatum in Monte Razzanense CO, quo transacto, omissit 
comitatum eiusdem (') cum omnibus suis castris, et expugnatum 
fuit ad Montem Pettoncm (2). Revera sacratis unum quod (') de 
suis est omnibus supradictis, quia propter odium et invidiam unus 
destruit alium, non solum in persona sed etiam in aliis rebus, ita 
quod ("i) vix posset aliquis aliquatenus estimare. Quamvis multi di- 
cant de Viterbii civitate quod seniper crescat in bello, tamen non 
ita est quod crescat sub bello, immo dccrescit: etiam (") quare ac- 
cidit?(«>) quod homines ad invicem habent se odio. Item [propter] 
invidiam astrum (p) et superbiam eorum amisit Viterbium multas 
granditias et divitias cam multis bonis usibus. 

Propterea postquam (q) imperator rubeus Federicus ab urbe Ro- 
manorum discessit, venit cum magno exercitu et castramentatus (O 
est apud Viterbium in ora quf Riserium nuncupatur. Et tunc ipsis 
supervenit tam valida mortalitas quod vix aliquis evadebat et the- 
sauri eorum viterbienses remanebant («). Sed propter fatuitatem et 
insipientiam quorundam, statim ad Cesarem adcesserunt rogaturi 
ipsum, quatenus (0 fructus vinearum et etiam (") agrorum a suis 
subditis et fidelibus non debeant devastari. linde confestim imperator 
C?sar ad interrogata respondit: «O insensati, qui non cognoscitis ea 

(a) Ms. qdda; quodJam quondam? H quoddam tempus, quod 
(b) Orioli quo e in nota quum (e) O omettete e legge iiisecuti (d) O 
donationes (e) O portabat magnas fortunas (f) Ms. dona- tionc O do- 
nationem (g) Ms. HW sustincbas (h) Ms. H 11^ Hozzancnsi; (i) O l'o- 
mette. (1) Così il ms. IV corregge: sciatis unum quod (ra) Ms. 
H itaquc (n) ÌV H et (o) IV interrogativo. O H affermativo. 
(p) IV corregge astum (q) Ms. H pretcr quam (r) JV H castramctatus 
(s) O Vitcrbiensibus remanebat /r H Vitcrbiensibus lemanobant (t) Ms. H 
quantus (u) O sicut et 

(1) Come sarà qui da punteggiare, così o unendo questa frase 
alla seguente, ovvero anche alla precedente? Orioli l'unisce con la 
frase seguente leggendo « quo » invece di « quia ». 

(2) A Monte Razzano da Ottone IV nel 12 io, a Monte Pettone 
da Enrico di Calandrino nel 119J; cf. p. 229. 



Le croniche di Viterbo 249 



« que vobis debcant prodesse [et] ad vcstruni profectum et honorem 
« debeant pertinere ». His auditis et plenarie intcUectis, rediit cum toto 
suo exercitu et hospitatus est in oris Senensiuni, et de illa liereditate 
sunt Senenses et magna pars Tuscorum [ditatij (») (i). 

Ad h?c quando (b) venit marchensìs Marcualdus, volens Viter- 
biensium esse civis (0, et ut eum in eorum civem reciperent, voluit 
omnes filios nobilium militali cingulo (t^) decorare, centum libras («) 
cum indumentis et equos et arma unicuique liberaliter poUicendo, 
et etiam (f) singulis peditibus unam tunicam, .x. libras, scutum cum 
elmo et unum asbergum largiri volebat, quod propter ignorantiam 
Viterbiensium, qui (g) sensum habent iM) retro et non ante, penitus(') 
renuebant (2). 

Adhuc (k) imperator Oddo propter Ecclesiam Viterbiensium bona 
omnia depopulavit extrinseca; quam depopulationem Apostolicus 
emendare volebat; quod per invidiam uniuscuiusque (0 Vitcrbienses 
recipere neglexerunt (3). Item in tempore Federici imperatoris cum 
acquisiverat maiorem partem Lombardie et etiam (■") debellaverat 

(a) La resHlti\ione è dell' O e del W. (b) H quoque (e) Viter- 

biensium su rasura. H civis. Et (d) H angulo ? (e) A/i. libris (f) O 
poblicendo, sicut et (g) Ms. H quia (h) Ms. habet (i) Ms. aiìpcnitus 
(k) //' ad lice (I) Ms. uniuscuique IV legge unicuique e corregge unius- 

cuiusque (m) O dum et 

(i) Tali fatti sarebbero da riportare all'anno 11 700 al 1172 (vedi 
e. 3 a). Nicc. della Tuccia questo brano del Lamento, in volgare, 
lo ascrive all'anno 1170. 

(2) Quando Markwald von Anweiler, investito da Enrico VI della 
Marca d'Ancona, venisse a Viterbo, non possiamo stabilire. Nel 1195 
egli è detto solamente « senescalco » nel privilegio di Enrico ai Gal- 
lipolani. ScHEFER-BoiCHORST, Z«r Geschìchte des xii luid xiii Jahrhim- 
derts diplomatische Forschungeii, Berlin, Ebering, 1897, p. 393 ; nel 1197 
è però di già detto « marchio Anchone, dux Ravenne et Romaniole ». 
Ibid. pp. 230 e 376. 

(3) Di questa « emendazione » cui il papa voleva attendere, po- 
trebbe essere indizio la lettera con cui Innocenzo III in segno della 
fedeltà mostrata dai Viterbesi « qnando alii ceciderunt « concesse loro 
la esenzione dal pedaggio e dal piazzatico in Montefiascone «et im- 
« munitatem vendendi et emendi apud Cornetum et circa partem 
« quam nunc habemus in portu, et circa eam quam in postero nos 
« contingat habere »; 20 settembre 1214. Savignoxi, L'archivio &:c. 
doc. XIV. 



250 'T. Egidi 



Mcdiolanum venit ad partes Viterbii et intravit civitatem cum militihus 
suis; unde si Vitcrbienscs scivissent querere summo C?sari, statini 
exibuisset eis omne («) ius et omnes actiones C») et omnes bonos usus 
eoruni et multa bona contulisset eis. Sed ipsi, ignorantes de pre- 
dictis, amiserunt omnia que (<=) dieta sunt et reddideruiit se absque 
pacto et tenore, de quo penituit eos valde (r). 
1} n O Viterbium, quare intcrticis Viterbium? Narra milii, cur Vi- 

terbium occidit Viterbium, lam video ipsam civitatem pulcram et 
fertilem et amenam. Et tundamenta (J) ipsius non deficiunt ei?(«) 
Non, que sunt de vivo lapide. Ergo viridaria pulcra et fontes et vi- 
ne? et molendina et multi agri (0 et etiam (g) silve cum magnis 
venationibus aut magna abilitas balneorum destruunt h?c civitatem? 
Non (5>), quia omnia ista facta sunt propter pulcritudinem et abili- 
tatem (') pulcr? civitatis. Igitur civitas interfìcit homines habitantes 
in ea ? Non W, quia terra non habet manus cum quibus interficiat 
eos, et pulcr? turres et palatia cum domibus non sunt serpentes 
nec dracones qui devorent et interficiant ipsos. Ergo homines sunt 
qui destruunt civitatem. Sic (0 ergo cur destruunt cum in ea sint 
nati et filii eius sint? (>") Non sunt filii sed servi; quia filius non 
libenter destruit bona paterna, immo crescere facit ea et multipli- 
cari, et colit in ea (") bonas et odoriferas erbas et malas (o) destruit. 
Servus autem non sic facit, sed facit sicut laborator, qui vineam ad 
laborandum accepit (p) alienam, qui dimittit malas erbas crescere et 
bonas colere numquam (q) curat; et etiam omnes bonos fructus 
eligitW et arbores frangit et non curat si destruuntur (0 qu? (2) here- 
ditas non ei pertinet. Ita videte quid (') accidit Viterbio, quod non 
est aliquis qui (") Viterbio faciat et dicat iy) vel operetur bonum et 

(a) O omette eis omne (b) H omnem actionem (e) Ms. quod 

(d) Ms. fundamcDto (e) IV ipsius deficiunt non, qui.i; e ih «o/a ipsius non 
deticiunt eius, non que, che è la lettura dell' II. (f) Ms. mullis agris 

(g) O Sed et (h) i/ fr civitatem non, quia (i) O nobilitatcm (k) HW 
habitantes in ea non, (1) IV Die (m) IV sintl (n) IV vinca 

(o) Ms. mala (p) O omette accepit (q) nequaquam ? (r) IV elidit 
(s) IV H destruitur O destruantur: quia (t) Ms. H quo (u) Ms. quia 
H qui a (v) O omette et dicat 

(i) Qui non si comprende bene se si tratti di Federico I o Fe- 
derico II: più facilmente però di questo, e allora dovrebbe riferirsi 
all'entrata da lui fatta in Viterbo nel 1240 (vedi e. 12 a) dopo la bat- 
taglia di Cortenuova (1237, «cum debellaverat Mediolanum »). 

(2) Strano caso di attrazione per « ea quorum hereditas ». 



Le croniche di Viterbo 251 



augumentum ; immo auferunt et diminuunt et destruunt omni die, 
et virtutes et dignitates et dominationes extorserunt, et in quolibct 
veniunt (*) auferendo, sicut superius dictum est. Et ille qui magis 
simulat bene loqui et bene operari, ille citius accipit et furatur et 
levendit eum. Et nemo est, qui possit lucrar! .v. solidos aut .x. libras 
vel .e. aut plus vel minus, et communitas Viterbii deterioraretur 
.M. marcis argenti vel duo milia aut plus, quod aliquid ipse curet, qui(b) 
non dilìgit suam civitatem. Immo s?pe homines tradunt et faciunt 
sibi magnum malum ; de quo bene adhuc eos penitebit. Et sic Vi- 
terbium (.<=■) et h9c prophetia apparent W propter peccata hominum 
consumati. 

D e f o r t u n a V i t e r b i i . e. 14 a 

O Viterbium, iam es («) clipeus durissimus et fortissimus qui (0 
nulla vulnera times, et quicumque te portat in bellum, vittori? partem 
tenet ; et longo tempore ad percussiones trium (g) fortissimorum bel- 
latorum durasti: pap^OO, imperatoris et Rom? qui dominantur toti 
mundo, totamque terram pessundant. Et quilibet de te scutum 
facit et sbarram, inducit te in magnos labores et angustias, quae 
portare non potes sine dolore niultorum. 

O Viterbium, cum quiescis, tota contrada quìescit; et cum mo- 
lestaris, tota molestatur contrada. O Viterbium, iam es clavis que 
per totam contradam portam pacis et guerre pandis. O Viterbium, 
omnis homo facit tibi malum et te tradit et vendit et spoliat. O Vi- 
terbium, adhuc non habuisti Deum (0 te amantem, qui vellet te cre- 
scere et (S) multiplicare, et te quilibet dominus diligit fraudolenter, 
suum (0 capiens de te commodum, dum (™) sibi necessarium ades et 
recedit de te, qualiter remaneas, nunquam curans. O Viterbium, tu 
es factum petra iacens in via, super quam quilibet terendo transit, et 
nemo te colligere curat, immo te lacere dimittit. Quare? Quia omnis 
homo videtur te odire et videtur quod verus tibi sit inimicus. Sed 
tu de omnibus, te auxiliante Deo ("), vindicabis; quia nullus te offen- 
dentium adhuc impunitus evasit; nam omnes occidisti, destruxisti et 
ad paupertatem duxisti, et qui tuam mortem cupiunt, sibi mortem 

(a) ?F vendunt (b) O curet : quia H que (e) ///^penitebit. Et 

sic Viterbium. Et liaec prophetia (d) Ms. apparet (e) \Is. IV est 

(f) O quia (g) H ÌV l'omettono, in nota dicono esservi tran con segno di 

abbreviazione sulla n ; così è di fatto, ma non ho dubbio sulla convetiienia della 
correzione, (h) O idest pape (i) O H W dominum (k) HIV vel 

(1) et suum (m) O et dum (n) H domino 



2J2 y. Ei^idi - Le croniche ecc. 



dedisti; et qui te deslruerc affectat ("), gladio nianuum tuariim ni re 
periit (*>), indubitanter peribit, et qui te maledicit, malcdictus sit in 
secula seculoruni. Amen. 

Ora comincia Viterbo ad entrare nella tribulatione et nelle guerre 
e nelle fatighe et nelle angustie, e dove prima dava battaglia et guerra 
et affari ad altrui, cominciano ad esser loro oppressati, come ad presso 
faremo mentione. 

{Continua). 



riit 



(a) Ms. H lì' O afTectant (h) Ms. H gladiuni manuum tuarum ne repe- 
/^ tuarumne reperiit e in noia « clTugiet vcl quid simile legendum videltir ». 



VARIETÀ 



DIPLOiMA PURPUREO DI RE ROGGERO II 

PER LA CASA PIERLEOXI 



I diplomi scritti con lettere d'oro su membrana pur- 
purea presentano uno speciale interesse per la storia della 
scrittura e per T arte calligrafica. Per questo appunto sono 
ritenuti come i più preziosi documenti a noi pervenuti 
dal medio evo e vengono sempre studiati con cura spe- 
ciale. Ma disgraziatamente il numero dei conservati è 
molto ristretto, per quanto non manchino notizie, sebbene 
vaghe ed incerte, di molti altri, come risulta dalla lista 
quasi completa che troviamo nel noto libro del professor 
Bresslau (i). Io mi limito a registrare soltanto i sei con- 
servati, che sono: 

1. Il famoso diploma di Ottone I per la Chiesa 
Romana del 9^2 febbraio 15. Originale (2) nell'archivio 
Vaticano, arm. I, caps. in, n. i. Vedi il facsimile (la ri- 
produzione è poco riuscita) presso Sickel (3); 

2. Altro diploma famoso è quello degU Ottoni I e II 
per r imperatrice Teofana del 972 aprile 14. Originale (2) 
nell'Archivio di Stato di Wolfenbiittel (4) ; 

(i) Haitdbucb der Urknndenlehre, I, 900 sg. 

(2) Originale non in istretto senso diplomatico. 

(3) Das Privilegium Otto I fi'ir die romische Kirche (1883). 

(4.) Vedi il facsimile nelle Ori^'. Guclf. IV, 460 e presso Sybel 
e Sickel, Kaisiriirkunden in Ahhildun^cn, IX, tab. 2. 



2 54 'T^' A'e//r 

3. Il diploma di Grimoaldo principe di Bari per la 
chiesa di S. Nicola di Bari del giugno 1123. Originale 
neir archivio Capitolare di S. Nicola (i); 

4. Il bel diploma di Roggero II per la cappella Pa- 
latina di Palermo del 1140. Originale nell'archivio di 
questa cappella (2); 

• 5. Il diploma di Lotario III per 1' abbate Wibaldo 
di Stablo del 1137. Originale nell'Archivio di Stato di 
Dusseldorf (5) ; 

G. Il diploma di Corrado III per lo stesso abbate 
Wibaldo di Corvei del 1147. Originale nell'Archivio di 
Stato di Berlino (4). 

A questi sei sono ben lieto di aggiungerne ora un altro 
di speciale importanza. 

L. Bethmann neWArchiv, XII, 495, parlando dell'ar- 
chivio di S. Giovanni (invece di S. Vincenzo) di Volturno, 
osserva: « Archiv zerstreut, einige Urkunden in der Barbe- 
« riniana, darunter die Roberts mit Goldschrift auf violet- 
« tem Grund )>. Questa notizia è ripetuta dal Wattenbach(5), 
dal Bresslau (6) e dal v. Pflugk-Harttung (7). Desta mera- 
viglia che finora, come pare, nessuno abbia fatto ricerche per 
rintracciare un documento così prezioso e singolare. 

Quando io nello scorso dicembre lavoravo nella biblio- 
teca del principe Barberini, favorito da gentile raccomanda- 
zione del P. Ehrle, prefetto della biblioteca \'aticana, e dalle 
flicilitazioni concessemi da monsignor Alessandro Pieralisi, 



(i) Ed. da I. V. Pflugk-Harttung, lUr JUiìicuni, I, 459, n. 49 
e nel Codice diplomatico Barese. 

(2) Ed. dal Garofalo, 'J'abularium Regine Cappellue, p. 11. 

(3) Vedi Stumpf, Reg n 3353. 

(4) Vedi Stumpf, Reg. n. 354^ ed il facsimile presso Sybel e 
SiCKEL, Kaiserurkunden in Abhildiiugen, X, tab. 5. 

(5) Das Scbriftwesen im Miltelaltcr, ed. 3°, p. 258. 

(6) Handbuch der Urkundenlehre, I, 900. 

(7) Forschungen ^ur Deutscben Geschiclik, XXIV, 571, 



Varietà 255 

l'ottimo bibliotecario della Barberini, per la mia raccolta 
delle antiche bolle pontificie, pensai, approfittando dell'oc- 
casione, di far ricerche per rintracciare se possibile il ri- 
cordato diploma. E con meraviglia non poca tra le per- 
gamene sciolte della biblioteca rinvenni un singolarissimo 
diploma purpureo, ma non di Roberto, bensì di Rog- 
gero II, e non per S. Giovanni o S. Vincenzo di Volturno, 
ma per la casa Pierleoni. Sono convinto che questo sia 
il diploma citato dal Bethmann, per quanto non sappia 
spiegare la confusione della notizia del grande erudito (i). 

Alcune osservazioni sui caratteri cstcnii. 

È il documento su pergamena o su carta ? Il diploma 
purpureo di Roggero per la chiesa Palatina di Palermo è 
riconosciuto dagli esperti come scritto su carta (2). Io 
stesso ebbi occasione di esaminare questo originale e ri- 
levai che la stoffa è forte e spessa a guisa di cartone. Il 
nostro documento invece è su materiale sottile, flessibile, 
asciutto, precisamente come pergamena fina e morbida. Io 
sono d' avviso che si tratti di vera pergamena; però lascio 
che la questione venga decisa da persone tecniche, non po- 
tendo io rilevare tutta l'azione delle materie coloranti sulla 
stoffa. Osservo in riguardo che 1' album, cioè la faccia in- 
terna, presenta un colore violetto quasi azzurro, mentre la 
faccia verso ha colore purpureo vivo ed intenso. 

Il documento misura in larghezza cm. 51 in alto, 
cm, 52 in basso; in altezza cm. ^c)^ la plica ha cm. ^,^. La 
rigatura venne praticata con punta a secco sul recto. Il mar- 
gine è determinato da linea verticale, pure tracciata sul recto. 

La scrittura, dalle lettere d' oro, ha nel suo insieme 

(i) Probabilmente 1' errore va attribuito al compilatore delle 
notizie del Bethmann pubblicate dopo la sua morte, le quali anche 
in altri punti presentano incertezze ed errori gravissimi, dovuti alla 
negligenza ed all'ignoranza di quel compilatore. 

(2) Vedi Carin'i, SuUa porpora &c. in Xiiove Effetueridi Siciliane, 
ser III, voi. X, 1880. 



2)6 T. Kelir 

qualche cosa di artificiale, di ricercato : i tratti forti, mar- 
cati con aste prolungantisi ed ornate con nodi e ghirigori 
varii, come riscontriamo del resto in altri documenti del- 
l' epoca. Questa scrittura presenta, secondo il mio parere, 
speciale riscontro con quella del diploma purpureo di Rog- 
gero per la cappella Palatina, ed anzi si tratterebbe molto 
probabilmente, se ben ricordo, di uno scrittore comune, 
del quale conosciamo anche il nome dal presente diploma. 
Il chrysografo si chiama « H. Panormitanus archidiaconus 
« et capellanus » : è l'arcidiacono Enrico di Palermo il 
quale ricorre anche in altri documenti della cappella Pa- 
latina. Osservo ancora che nel nostro Inedito le parole: 
« Quoniam cancellarius deerat » sono aggiunte, come io 
credo, da un' altra mano, anche con lettere d' oro, ma al- 
quanto più piccole e dai tratti più fini. 

La plica ha quattro fori. Rimangono i fili serici in- 
trecciati e di colore giallastro, ora molto svanito. Il sigillo 
andò perduto ed era, secondo il testo, d'oro. 

Passo ora ad alcune osservazioni sulla storia del docu- 
mento. 

Come pervenne alla biblioteca della famiglia Barbe- 
rini ? Ora si trova fra alcune pergamene conservate a parte, 
delle quali molte provengono da Verdi e da Monte S. Gio- 
vanni. Non si esclude la possibilità che sia stato un acquisto 
d'occasione. Di certo sappiamo solo che ancora nel se- 
colo XVI era in possesso della famiglia Pierleoni. 

Questo apprendiamo dal ben noto Alfonso Ceccarelli 
da Bevagna. Nel suo lavoro, La serenissima nobilita del- 
ì'alma città di Roma (cod. Vat. lat. 4909-491 1), troviamo 
(voi. Ili, fol. 3) copia del nostro documento (i), preceduta 
da queste parole: « Copia di un privilegio fatto a casa Pier- 
« leoni da Roggiero primo re di Napoli, il quale è scritto 

(i) Un'altra copia recente del nostro diploma si trova fra le 
schede di mons. Gaetano Marini (cod. Vat. lat. 91 13, fol. 316). 



Varietà 257 

« in carta pergamena rossa sottile a lettere d'oro minute 
« et si trova in mano del signor Pompeo Pierleone ». 

Alfonso Ceccarelli! non è questo il famoso falsifica- 
tore di tanti diplomi ? Non domanda il metodo scientifico 
di rigettare per questo solo anche il nostro documento 
tra i falsi o almeno tra i sospetti ? Infatti il eh. professore 
A. Riegl nel suo bel lavoro sopra Ceccarelli e le sue falsi- 
ficazioni nelle Mitteiìiiìigen des ostcrr. Inslituts, XV, 232,10 
cita come « vermutlich gefiilscht ». E davvero questo so- 
spetto può parere a prima vista fondato (i). 

iMa non bisoa;na oreneralizzare ed escludere senz'altro 
tutto il materiale che offre il Ceccarelli, Noi sappiamo bene 
che la maggior parte dei suoi documenti sono indubita- 
tamente falsificazioni del Ceccarelli stesso. Ala per alcuni 
attinse a fonti genuine; così apprendo dal terzo volume del 
citato lavoro La serenissima nobilita, fol. 2, 28, 37 &c., che 
egli utilizzò i regesti Vaticani da copie autenticate dai cu- 
stodi della biblioteca \^aticana. La copia poi che egli fece 
del nostro diploma è veramente stata eseguita suU' origi- 
nale, come attestano le lacune e gli errori. 

Da questo risulta come molto ancora sia da farsi per 
uno studio sul metodo delle falsificazioni del Ceccarelli, 
il quale non inventava in vero senso, ma fabbricava su 
pochi tipi e formole la serie dei documenti che lo interes- 
savano per le genealogie. 

Per quanto grande sia T importanza di questo diploma 
dal lato paleografico ed artistico, mi godo assai più di of- 
frire agli studiosi un documento di tanto valore per la 
diplomatica dei Normanni e sopra tutto per la storia di 
Roma nel secolo xii. 

Non intendo però di occuparmi della parte diplomatica, 

(i) Il Ceccarelli, loc. cit. fol. 6, cita anche un' altra pergamena, 
« scritta a lettera formata colle maiuscule d'oro e rigata di linee d'oro 
«et di altri colori quale ho havuto dal signor Curtio Saccoccia», Di 
questo e della sua sincerità non intendo occuparmi per ora. 

Archivio della R. Società romana di storia patria. Voi. XXIV. 17 



258 'P. Kehr 

perchè sulla diplomatica dei Normanni è imminente un 
ampio studio di mio fratello Carluccio, il quale discuterà 
particolarmente anche del nostro documento. 

Il periodo storico in cui ci trasporta questo diploma è 
noto a tutti. Nessuno ignora la parte avuta dalla famiglia 
Pierleoni nella storia della Chiesa nei secoli xi e xii e l' in- 
fluenza che ha avuto negli avvenimenti politici d' Italia, 
sopra tutto nelle lotte intestine di Roma: Anacleto II, 
che ha cinto Roggero II della corona di Napoli, è il 
figlio del console romano Pietro Leone e fratello di 
Giovanni, Leone, Roggero, Giordano e Guido, ricordati 
nel nostro diploma inedito. Per la storia e per la genea- 
logia di questa famosa famiglia romana, per le relazioni 
tra Roma ed i Normanni è questo documento di tanta 
importanza che desidererei che altri studiosi più esperti di 
me nella storia di Roma 1' illustrassero ampiamente. Io, 
come modesto ricercatore dei documenti nascosti negh 
archivi, mi contento di offrire a questi studiosi il testo. 

P. Kehr. 



In nomine domini Dei eterni et salvatoris nostri Icsu Christi. 
Anno eius incarnationis .MC.xxxiili. indic(tione) .xii. Ego R. Dei 
gratia Sicili? et Itali? rex. D[um in] palatio nostro siimma | felici- 
tate usi resiiJeremus, ad nostre maiestatis presentiam lohannes quon- 
dam P. Leonis bone recordationis Romanorum consulis filius advenit, 
ad memoriam revocans | beneficia et honores qu? pater et mater no- 
stra felicis memori? et nos ipsi habundanti largitione patri et fratribus 
et ei frequenter contulimus, ultroneus sorvitium | et ligium homi- 
nium suum et receptacula omnium municionum et castrorum sua 
et domorum fratrum et nepotum eorum subscriptorum, domum vi- 
delicet Leonis et Rogerii et lordanis | et Guidonis et nepotum Petri 
Hugezonis et Gratiani obtulit. Et ut h?c ad fìnem perduci potuissent, 
constanter institit et per se et per homines nostros assidue claborans 
potestatis I nostre clcmentiam exoravit. Nos itaque audita peticione 
et cognita illius voluntatc, communicato nostrorum fidelium Consilio, 
eius peticioni asensum prebere | decrevimus. Statuimus enim et tem- 
poribus perpctuis observandum esse mandavimu5, ut tam ipsi pre- 



Varietà 259 



tiicti honorabiles et egregi! viri quam | ooruni licredcs nobis et he- 
redibus nostris ligium liomiiiiuni et bipiani fidelitatem centra omnes 
homines et feminas faciant et quod in omnibus ] castellis et municio- 
nibus eorum nos et heredes nostros et gentem nostram et pecuniam 
salve et secur? rtceptent ad facicndam guerram omnibus | inimicis 
nostris, si inde requisiti fucrint vcl quandocumque vel ubicumque ne- 
cesse fuerit, sine fraude et dolo quod ad dampnum nostrum | et he- 
redum nostrorum sit iurciurando assecurent, termino et loco quem 
nos vel nostri heredes eis et eorum heredibus nominabimus vel | no- 
minare faciemus. Nos igitur nostr? liberalitatis arbitrio de nostri 
palacii thesauro ad pondus nostr? curi? ducentas quadraginta uncias | 
auri singulìs annis eis, si requisicrint, communiter dare promisimus 
aut redditus ad valens im possessionibus et .vii. §quos et duos 
ethiopes, hac vide | licet ratione ut privilegium donationis quod pater 
noster et nos patri eorum et illis quondam fecimus remaneat. Sacra- 
mentum autem erit hoc modo: Ego ( talis iuro et assecuro tibi do- 
mino meo R. Dei gratia Sicili? et Itali? regi magnifico et domino 
R. duci filio tuo aliisque tuis heredibus secundum tuam | ordinationem 
ligiam fidelitatem et ligium hominium de vita et menbris et terreno 
honore et corona regni tui et quod non queram nec querere faciam 
nec I ero in dicto facto Consilio seu consensu, qualiter ea perdatis 
vel captionem vestrorum corporum habeatis et terram quam hodie 
tenes vel acquisiturus es et coronam | regni tui adiuvabo te et he- 
redes tuos tenere et defendere contra omnes homines et feminas 
qui ea vobìs ad tollendum invadere temptaverint, per me et per | 
meos et meas municiones et castella. Consilium quod michi credi- 
deris, alieni non pandam ad tuum dampnum. Vivam et continuam 
guerram tuis inimicis fideliter | faciam et neque pacem neque con- 
cordiam neque trevias neque suatam cum eis accipiam nisi t[ua] li- 
centia. In villis et castellis nieis te et militiam tuam et pecuniam 
tuam I et tuorum salv? et secare receptabo ad guerram faciendam 
inimicis tuis et in guerra et in pace, si tibi placuerit. H?c attendam et 
observabo tibi et domino ( R. duci filio tuo aliisque tuis heredibus 
secundum tuam ordinationem per fidem sine fraude et ingenio quod 
ad tuum vel eorum sit dampnum. ] Sic Deus me adiuvet et h?c sancta 
evangelia. Ad huius sane nostr? concessionis robur et durabile firma- 
mentum per manus H. Panor | mitani archidiaconi et capellani no- 
stri hoc privilegium fieri mandavimus et nostro aureo sigillo insignari 
precepimus. Data Panormi | quinto kal. februarii. Quoniam cancel- 
larius deerat. 

B. dep. 



2^0 'P. Tacchi-Venturi 



UN RUOLO INEDITO 

DELL'ARCHIGINNASIO ROMANO SOTTO PAOLO III 



Un nuovo documento per la storia dell' archiginnasio 
romano nel secolo xvi viene ad aggiungersi a quello che 
ora sta illustrando F. Pometti e che quanto prima egli 
darà alle stampe (i). 

Poche parole metteranno in evidenza quale sia la sua 
importanza per conoscere più minutamente lo stato della 
Sapienza in uno dei suoi più singolari periodi nella prima 
metà del Cinquecento. 

Era fin qui ben noto che Paolo III, gran mecenate 
de' nobili studi, tra le prime cure del suo pontificato aveva 
posto ancor quella di riaprire l'Ateneo romano, chiuso da 
Clemente VII dopo i luttuosi fatti del sacco di Roma. 
Monumento della sollecitudine del pontefice ci rimane 
tuttavia il breve spedito l'ii novembre 1534, cioè appena 
un mese dalla sua elezione, al celebre medico Girolamo 
da Gubbio, l'Accoramboni, nel quale, ricordandogli il pro- 
posito concepito di riaprire lo Studio e di attirarvi d'ogni 
parte uomini insigni, T invitava a recarsi a Roma per leg- 
gervi medicina (2). 



(i) Ringrazio il Pometti di avermi cortesemente mostrato il 
lavoro in preparazione. 

(2) Il breve, edito già dal Marini, Archialri, II, 279, fu ripubbli- 
cato dal Rexazzi, Storia dell' Università degli studi di Rotila, II, 243, 



Varietà 261 

Quali e quanti fossero stati i primi professori nel ria- 
prirsi della Sapienza, quale la provvigione loro assegnata, 
l'ignoravamo del tutto. Anzi, benché il ricordato invito 
all'Accoramboni dicesse congetturare che lo Studio avesse 
ripreso i corsi nel 1535, tuttavia, portando il ruolo più 
antico la data del 1539, il Renazzi si restrinse prudente- 
mente a scrivere che « sotto i fausti e validi auspici [quei 
« dei Farnesi, l'avo Paolo e il nipote Alessandro] nel 1539 
« era l'Università ben ristabilita e fondata» (i). 

Una felice ventura lo scorso febbraio mi fece cadere 
sott'occhio, nel R. Archivio di Stato in Parma, la minuta 
originale del primo ruolo approvato da Paolo III per la 
riapertura dello Studio. Questo documento, sconosciuto 
sin qui, mette fuori di controversia che già nel primo 
aiino del suo pontificato Paolo III ripristinò l'insegna- 
mento alla Sapienza. Ne di minore importanza sono, a 
mio avviso, le conclusioni che se ne traggono per cono- 
scere più minutamente i costumi del tempo circa la scelta 
dei lettori e la durata nella lettura. 

Un raffronto fra i tre ruoli già noti del pontificato di 
Paolo III per gli anni 1539, 1542, 1548 mostrava in ve- 
rità quanto spesso succedessero cambiamenti nel corpo 
insegnante. Ciò confermavasi ancora dal vedere due dei 
primi compagni del Loiola, il Fabro e il Lainez, messi dal 
papa a leggere nella Facoltà teologica appena giunti in 



n. vin. Errò il Renazzi scrivendo che fu spedito sedici giorni dal- 
l'elezione del Farnese avvenuta il 12 ottobre i)34. 

(i) Renazzi, op. cit. II, 97 II ruolo originale in pergamena in- 
sieme con gli altri del pontificato di Paolo III e dei suoi successori 
conservasi tuttora nell'archivio della R. Università di Roma. Va os- 
servato che la data 1)39 in calce del recto della pergamena non 
risale alla sua prima compilazione, ma fu apposta da una mano 
del sec. xviii, che la prese dal verso dove era stata notata in tempi 
molto più antichi, come si giunge a discernere dalle svanite tracce 
delie cifre. 



262 'P. Tacchi- ì'ciiliiri 

Roma il 1537, e mutati da li a men di due anni, cioè nel 
maggio 1559 (0- 

Ora, mettendo a riscontro questo ruolo del 1535 con 
quello del '39, il primo degli altri tre sotto Paolo, tro- 
viamo tante mutazioni nel corpo degli insegnanti alla 
breve distanza di soli tre anni, quante certo non si veri- 
ficano mai relativamente in ninna Università moderna. 
Fra diciotto professori che l'Università contava nel 1535, 
solo sei o al più otto rimangono al posto nel 1539, quando 
il loro numero era stato notevolmente accresciuto elevan- 
dolo a ventiquattro (2). 



(i) I nomi di questi due teologi, savoiardo l'uno, spagnuolo il 
secondo, non ricorrono in alcuno dei ruoli fin qui conosciuti. 11 Re- 
NAZZi (op. cit. p. 99) li ricordò attingendo al Maffei, buona fonte, 
ma non certo di prima mano yDe vitd et nioribus li^n, Loyolae, lib. 2, 
cnp. 6). 

Gli studi di questi ultimi anni sopra le origini della Compagnia 
di Gesù ci mostrano 1' esattezza dello scritto del Maffei e degli altri 
biografi ignaziani. Dell' insegnamento infatti del Fabro e Lainez alla 
Sapienza scrisse in una sua lettera lo stesso Santo il 19 dicembre 1558 
{Cartas de san Igiiacio de Loyola, Madrid, 1874, I, 65, 76), Anche il 
Bobadilla loro compagno, venuto in Roma nella primavera del 1558, 
in una lettera autografa inedita al duca Krcole li di Ferrara dei 
I) giugno dello stesso anno, conferma il fatto (Arch. di Stato in 
Modena. Cancelleria ducale, Regolari), e il medesimo ripete il con- 
temporaneo PoLANCO nel Chronicon Soc. Jes. I, 65 (nei Moniim. hislor. 
Soc. Jes., Madrid, 1894). 

Questi ragguagli hanno grande valore per determinare l'anno 
del più amico ruolo in pergamena, conservato nell' archivio della 
R. Università di Roma. Portando esso la data del 1539, 5' potava 
dubitare se rappresentasse lo stato dei professori per 1' anno scola- 
stico 1538-59, o per il 1539-40. Ma poiché non vi compaiono i nomi 
dei pp. Fabro e Lainez, i quali (come spero di dimostrare nella 
storia della Compagnia di Gesù in Italia) tennero la lettura dal 
nov. 1537 al maggio 1539. ne segue che il ruolo debba attribuirsi 
al 1539-40 e in niuna guisa all'anno precedente. 

(2) Dico sei, o al più 0//0, perchè si rimane veramente dub- 
biosi se il « dominus Franciscus Racanatensis » e il « doniinus licen- 



Varietà 2^3 

Rileveremo ancora alcuni pochi particolari. Il ruolo 
del 1539 omette interamente la provvigione dei singoli 
lettori, che ricorre del resto in quelli del 1542 e '48. Questo 
primo del '^^ la dà per tutti, eccetto che per quello della 
loirica. L'Accoramboni non fìirura insegnante né in me- 
dicina, né in altre Facoltà affini; il perché non sappiamo 
qual fede si debba al Renazzi, che asserisce avere lui ac- 
cettato l'invito e letto alla Sapienza (i). 

Il celebre chirurgo napoletano Alfonso Ferri, che in- 
contrasi nei ruoli del 1539 e ne' seguenti, aveva comin- 
ciato a tenere scuola di chirurgia sin dal 1535 alla riaper- 
tura dello Studio. Si convince ancora inesatta la notizia 
del Renazzi, che fra Cipriano da Roma dell'Ordine dei 
Predicatori fosse destinato alla cattedra di teologia nel 
riaprimento dell'Università. Il ruolo del '^^ mostra che 
egli successe, non sappiamo se immediatamente, al p. Carlo 
Pinelli che, primo sotto Paolo, tenne quella lezione. 

Resterebbero ora da illustrare i nomi dei singoli pro- 
fessori, tra' quali non mancano personaggi cospicui. Ma 
questo compito lo trasmetto intero a chi vorrà darci, se 
non una nuova storia, almeno più ampi e critici studi sul 
celebre archiginnasio. Il campo, per quanto percorso nei 
tempi andati, lascia tuttavia luogo abbondante a chi voglia 
spigolare utilmente e copiosamente. 

Pietro TACCHI-^'ENTURI S. I. 



«tiatus hispanus », professori in diritto canonico e in matematica 
nel 1535, non siano gli stessi che ricorrono nel ruolo del 1539 sotto 
il nome di a M, Franciscus Leopardus » lettore in medicina, e « Hie- 
« ronimus Artins hispanus » professore di metafisica, 
(i) Renazzi, op. cit. II, 95, 107-iOcS. 



2^4 *P. Tacc/ii-Veiìturi 



[Arcli. Ji Stato in Parm», Cjr/<»g/o Farueiiano, ij3S, Ofig-] 

Professores deputati a Sanctissimo Domino Nostro 
Paulo III ad I e g e n d u ni in G y m n a s i o Romano prò 
hoc anno 15^5 cum infrascriptis salariis. In primis 

In T h e o I o g i a . 

A 60. Magister Ioannes lacobus procurator ordinis sancti Augustine 
A 60. Magister Carolus Pynellus ordinis praedicatorum. 
A 60. Magister Ioannes Monlutius Gallus. 

In Canonico. 

A 50. Dominus Sylvester Politianus. 

A 50. Dominus Franciscus Racanatensis. 

In Civili. 

A 100. Dominus Ioannes Baptista Osius. 
A 100. Dominus Restorus Perusianus. 

A n (sic) I n s t i t u t a . 
A 75. Dominus Damianus Politianus. 

In Medicina. 
A 150. Magister Ioannes de Macerata. 

In P h i 1 o s o p h i a . 
A 300. Dominus lacobus de lacomellis. 

In Logica. 

Idem dominus lacobus de lacomellis. 
A 30. Magister Andreas de monte Ilcino. 

In Chirurgia. 

A 100, Magister Alfonsus de Regno. 
A 75. Magister Franciscus Romanus. 

I n M a t h e m a t i e a . 
A 60. Dominus licentiatus Ispanus. 



Varie là 26 \ 



In R h e t o r i e a . 

A 120. Doniinus Nicolaus Scacvola de Spoleto. 
A 36. Dominus Ncstor Mcdiolancnsis. 

In Greco. 
A 100. Dominus Nicolaus Maioranus. 

Subscriptio talis erat: S.mus Dominus Noster ita mandai. Am- 
brosius Recalcatus S. S."^ secretarius. 

[A tcr^o d' altra mano, ina coeva] Lectores Romac. 



ATTI DELLA SOCIETÀ 



SedtUa del 21 marzo igoi. 

Sono presenti i soci U. Balzani, presidente; I. Giorgi, 
segretario; C. Maes, L. Mariani, A. Monaci, F. Nitti, 
M. Rosi, P. Savignoni, Th. Sickel, O. Tommasini. 

Si scusano di non potere intervenire i soci Guidi, Fon- 
tana, MoNTicoLO e Navone. 

Il Segretario legge il verbale della seduta precedente 
che è approvato. 

Il Presidente dà lettura della relazione seguente: 

« Egregi Colleghi, 

« Il volume MY Archivio che ho l'onore di presentarvi, 
incomincia con una pubblicazione che mostra le continue 
e cordiali relazioni tra la Società nostra e le Società stori- 
che d'altri paesi. La Historiscb Genootschap di Utrecht, de- 
siderosa di dare in luce tutti i diari di Arnoldo von Bu- 
chell, ci offriva cortesemente di pubblicare la parte di essi 
relativa ai viaggi che l'erudito olandese aveva compiuti 
in Italia tra il novembre del 1587 e l'aprile del 1588. Il 
ConsigUo di presidenza accettò di buon grado l' offerta, 
e V Iter Italiciini viene ora in luce nel nostro Archivio 
grazie alle cure del dottor van Langeraad che ha fornito 
il testo e le notizie intorno all' autore, e del nostro collega 
il professore Lanciani, il quale con note topografiche e 
storiche fa da par suo l'illustrazione del testo. 



26S oAlti della Società 



«Il professor Tomassetti ha continuato in questo volume 
il suo lavoro sulla Campagna Romana concludendo in esso 
la descrizione della via Portuense, e il professore France- 
sco Pometti ha condotto a termine i suoi studi sul pon- 
tificato di Clemente XI. La geniale consuetudine fissata 
dalla Società di tenere adunanze allo scopo di fare delle 
comunicazioni scientifiche, oltre all' interesse e al vantaggio 
grande delle discussioni ha fornito :\\V Archivio ottimo ma- 
teriale di pubblicazione. Incuti sono frutto di queste adu- 
nanze la comunicazione del socio professor Kehr di due 
documenti inediti che illustrano la storia di Roma negli 
ultimi anni del secolo undecimo, e sui quali egli porta la 
luce della sua critica misurata e feconda, e le comunica- 
zioni del dottor Hermanin suU' atfresco scoperto a S. Ce- 
cilia in Trastevere, e attribuito a Pietro Cavallini, e del 
dottor Federici sopra Santa Maria Antiqua e gli ultimi 
scavi del Foro Romano. Sulla importanza delle scoperte di 
cui trattano queste due comunicazioni sarebbe superfluo 
insistere, ma sono certo d' accomunarmi al pensiero vostro 
facendo voti perchè l'ardore delle ricerche bene iniziate 
non si rallenti, e dia col tempo nuovi risultati. Le indagini 
archivistiche continuate dagli alunni della Scuola Storica, 
hanno anch'esse fornito materia all'Archivio. Il dott. Fe- 
derici ha compiuta la pubblicazione del Regesto del mona- 
stero di San Silvestro de Capite, e il dott. Fedele intraprese 
quella del Talmìario di Santa Maria Nova che contiene 
documenti di gran pregio. Oltre a questi lavori, lo studio 
del prof. Pietro Egidi sulla Fraternità dei Disciplinati di 
Viterbo, e alcuni brevi scritti dei signori Grimaldi, Cardosi 
e del socio comm. Fumi, completano questo volume che 
spero non troverete inferiore a quelli che lo precedono. 

« La stampa del futuro fascicolo è già bene innanzi, e 
non mancherà materia al volume nuovo, sia con le con- 
tinuazioni di lavori già in corso, sia con altri già pronti 
ed offerii. Cito fra questi alcuni nuovi documenti relativi 



OAtti della Società 269 

alla liberazione dei principali prigionieri turclìi presi a Le- 
panto, che pubblicherà il socio prof. Rosi; uno studio del- 
l' avv. Carassai sulla storia della proprietà ecclesiastica nei 
riguardi pubblici dall'epoca Costantiniana alla Giustinianea; 
la cronaca di frate Francesco d'Andrea da Viterbo, a cura 
del prof. Hgidi, e alcuni altri studi del dott. Federici com- 
plementari della sua comunicazione intorno a Santa Maria 
Antiqua. Debbono poi aggiungersi a questi, i lavori che 
stanno preparando gli alunni della Scuola Storica. 

« Intorno a questa Scuola debbo annunziare che i si- 
gnori Pietro Fedele e Vincenzo Federici, avendo compiuto 
il termine pel quale erano stati eletti, hanno dovuto stac- 
carsene. I lavori eh' essi hanno pubblicato nel nostro Ar- 
chivio, le belle comunicazioni fatte da loro nelle nostre 
riunioni scientifiche, attestano del loro ingegno, del loro 
zelo e del loro amore agli studi e m' è caro ricordarne 
l'opera con grande lode. Su proposta di questa Presidenza, 
il Ministero dell' Istruzione ha nominato in loro vece i 
dottori Pietro Egidi e Luigi Schiaparelli, e confido che 
essi serberanno alto il buon nome di questa giovane Scuola 
che io, con fede tenace, credo destinata a salire dagli umili 
principi ad una vita rigogliosa e fiorente. Essi hanno in- 
cominciato già i loro lavori dedicandosi l' Egidi, oltre al 
lavoro annunziato, ad uno studio sui necrologi della pro- 
vincia romana, e lo Schiaparelli alla esplorazione di alcuni 
archivi molto importanti e finora non bene conosciuti. 

(c Circa le pubblicazioni libere della nostra Società, ho 
poco da aggiungere a quanto vi dicevo nella relazione 
precedente. Gli scarsi nostri mezzi finanziari ci costringono 
a procedere con cauta lentezza. Prosegue però la stampa 
del Liher hystorianun Roìnanorum, e pel Rci^eslo di harfa 
si lavora all' indice dei luoghi che è a stampa, ma la cui 
correzione definitiva richiede cure minuziose e verifiche 
continue e diffìcili. Inoltre al dott. Schiaparelli è stato dato 
incarico di spingere innanzi il lavoro di preparazione per la 



270 Q/ltti della Società 

raccolta dei Diplomi imperiali e retili pubblicati a facsimile, 
con r intendimento di avere così apparecchiato il lavoro, 
che appena si riesca ad avere i mezzi per l'esecuzione dei 
facsimili, r opera possa venire compiuta con la maggiore 
rapidità. 

« Alle pubblicazioni dell' Istituto Storico Italiano la So- 
cietà continua a portare il suo contributo. Dei lavori de- 
liberati d'accordo con l'Istituto continuala preparazione, 
e intanto la stampa del Chroiiicon Farfcnse procede alacre- 
mente. 

« L' anno scorso si è chiuso e questo nuovo si è aperto 
con due avvenimenti dolorosi per la Società nostra : la 
morte dei colleghi Raffaele Ambrosi de Magistris, e Mandell 
Creighton. D' entrambi troverete il ricordo nelT ultimo fa- 
scicolo deWJrchivio, ma so d'interpretare gli animi vostri 
mandando un affettuoso e mesto saluto alla loro memoria ». 

Messa ai voti la relazione è approvata. 

Il Presidente presenta alla Società i bilanci, ma fa os- 
servare come ad essi manchi la sanzione di uno dei due 
soci eletti a sindacarli, il socio Ambrosi mancato ai vivi 
prima che avesse potuto prenderli in esame. Chiede alla 
Società se ritiene che sia meglio rimandare ad altra se- 
duta la discussione dei bilanci nominando intanto un altro 
sindacatore in sostituzione del socio Ambrosi. 

Il socio Rosi è d'avviso che basti l'approvazione di un 
solo sindacatore. 

Il socio ToMMASiNi Crede che in questione di bilanci 
sia opportuno tener ferme le consuetudini, e propone il 
rinvio della discussione e la nomina di un altro sindaca- 
tore. 

Il Presidente dichiara che nel rimettersi al parere della 
Società il Consiglio propende per la proposta Tommasini 
che è approvata. A sindacatore viene eletto il socio Nitti. 

Il Presidente annunzia che alla Società è pervenuto un 
invito di partecipare ad un Congresso internazionale di 



oAtti della Società 271 

scienze storiche che dovrebbe tenersi in Roma nell' anno 
venturo. Egli è d'avviso che la Società debba in questo 
caso, come in altri casi precedenti, astenersi. 

Il socio ToMMASiNi appoggia la proposta di astensione. 
Rileva come non si sia potuto ancora adunare il Congresso 
nazionale di Palermo. Crede opportuno che la Società 
lasci alla iniziativa individuale dei soci di partecipare come 
meglio essi credono all'opera di questo Congresso inter- 
nazionale, ma eh' essa debba mantenere il riserbo tenuto 
in altre occasioni. 

Il socio NiTTi è di contrario avviso e crede che la So- 
cietà debba prender parte ad un Congresso che ha già 
avuto adesioni notevoli e che deve tenersi qui in Roma. 

Dopo ulteriore discussione a cui prendono parte i soci 
Monaci, Tommasini e Nitti, la Società delibera di astenersi. 

A tenore dello statuto si procede allo scrutinio segreto 
per r elezione del presidente, di due consiglieri e del te- 
soriere. Fatto lo spoglio delle schede risultarono eletti i soci 
U. Balzani a presidente, E. Monaci, O. Tommasini a con- 
siglieri, G. Navone a tesoriere. Al presidente Balzani viene 
confermato il mandato di rappresentare la Società come 
delegato presso l'istituto Storico Italiano. 

La seduta è tolta alle ore 18. 



Seduta del 26 aprile igoi. 

Sono presenti i soci U. Balzani, presideìite; G. Lum- 
BROso, E. Monaci, M. Rosi, P. Savignoni, O. Tomma- 
sini, e i signori, G. Arias, P. Ecidi, V. Federici, G. Fo- 
colari, F. Hermanin, F. Pometti, V. Rocchi e E. Guerri 
invitati alla riunione. 

Si dà lettura del verbale della seduta precedente che 
è approvato. 



272 Q^lti della Società 

Il Prksidenfk commemora il socio defunto Bartolomeo 
Fontana ricordandone i meriti verso la Società. 

Invitato dal Presidente il dott. Federico Hekmanin 
comunica che in seguito a riscontri stilistici fatti coli' af- 
fresco di Pietro Cavallini, scoperto in S. Cecilia in Traste- 
vere, egli crede di potere assegnare al grande pittore ro- 
mano anche la decorazione del semicatino dell' abside di 
S. Giorgio in Velabro, per tradizione attribuita a Giotto. 

L' affresco, nel quale sono raffigurati Gesù Cristo, la 
Vergine Maria, S. Giorgio, S. Pietro e S. Sebastiano, deve, 
secondo il dott. Hermanin, porsi cronologicamente fra i 
musaici dell'abside di S. Maria in Trastevere (1291) e 
l'affresco di S. Cecilia (1298?-! 300.''). 

Committente ne fu probabilmente Iacopo Gaetano Ste- 
faneschi, nominato cardinale diacono di S. Giorgio in Ve- 
labro ai 18 di dicembre del 1295, e quindi la pittura sarà 
stata cominciata nell'anno 129^. 

Già il Cavalcasene negava che quest'affresco potesse 
assegnarsi a Giotto e vi notava rapporti di stile con i musaici 
di S. Maria in Trastevere. 

Il dott. Gino Arias dà notizia di alcuni documenti del- 
l' archivio Vaticano, cioè principalmente di un libro di com- 
mercio in volgare e di alcune lettere commerciali pure in 
volgare, del secolo xiii, appartenenti alla compagnia mer- 
cantile senese de' Bonsignori. Questi documenti (che fan 
parte degli atti di un processo tenutosi nel 1345, per ini- 
ziativa della S. Sede, contro gli eredi di quella società da 
vari anni fallita) sono interessanti sotto moltissimi aspetti, 
sia per lo studio storico e giuridico dei rapporti fra i 
banchieri toscani e la S. Sede nel secolo xiii, sia per l'in- 
dagine delle cause che determinarono il fallimento de' 
Bonsignori e il decadere del commercio bancario senese 
al principio del xiv secolo, vuoi per la ricerca del valore 
comparativo delle monete medioevali, vuoi infine per la 
storia del nostro volgare. 



oAtti della Società 273 

Questi documenti e il loro commento vedranno la luce 
wqW Archivio della nostra Società. 

Il dott. Rocchi riferisce intorno ad una bolla inedita 
di Urbano VI, e il dott. Focolari intorno ad un sarcofago 
scoperto di recente nel Foro Romano. 

Il prof. PoMETTi comunica che la lacuna che si riscontra 
nella cronologia dei cardinali, dal 1201 al 1213, può essere 
riempita col nome di Paride, cardinale dell' Ordine dei 
preti e dal titolo dei XII Apostoli, il quale figura tra i 
firmatari d'una bolla di Innocenzo III (1202, 9 giugno), 
inedita, e della quale il Pometti dimostra 1' autenticità. 

Il dott. Luigi Schiaparelli parlando di alcune sue 
osservazioni sulla « finnatio autografa nelle carte pagensi 
romane dei secoli x e xi » crede di potere asserire come 
conclusione che in tali carte è regola l'uso della firma auto- 
grafa. Questa firma consisteva o nella sottoscrizione auto- 
grafa (per intiero od in parte) o nella semplice croce 
autografa. Di quest' ultima si usa pure il sistema detto a 
spacco, cioè col solo tratto orizzontale autografo. La fir- 
matio autografa si f:i sempre più rara verso la fine del se- 
colo XI e diventa eccezione nel secolo xii. 

Il prof. Pietro Ecidi comunica le conclusioni a cui è 
giunto nei suoi studi preparatori alla edizione della Cronaca 
Viterbese di frate Francesco d'Andrea di cui s'incomincia 
la pubblicazione in questo fascicolo à.e\\' Archivio. 

Il Presidente dà lettura delle relazioni sui bilanci che 
vengono approvati. 

La seduta è sciolta alle ore 18. 



Archivio della K. Società romana di storia patria. Voi. XXIV. l8 



BIBLIOGRAFIA 



R. Poupardin, Ètiidc sur la diplomatiqiie des princci ìombards 
de Bénévcìit, de Capone et de Saleriie, in Mélan^es d'archeo- 
logie et d'ìmtoire, tom. XXI. — Rome, 1 90 r, pp. 1 1 7- 1 80. 

Il Poupardin divide il suo lavoro in tre capitoli : nel primo parla 
dei diplomi dei principi di Benevento dei secoli viii e ix, Romualdo, 
Godescalco, Liutprando, Arichi, Gisolfo, Grimoaldo III e IV, Sicone, 
Sicardo, Radelchi I e II, Radelgario, Adelchi, Aione. Questi diplomi 
hanno i vari nomi di « preceptuni », « preceptum firmissimum » o 
« roboreum », o « concessionis », o « fìrmitatis », o « renovationis », 
ed altri nomi meno frequenti, come « libertatis et fìrmitatis prece- 
«ptum», «membrana concessionis preceptum » &c.; la loro invo- 
cazione è quasi sempre la medesima: « In nomine domini Dei 
« salvatoris nostri lesu Christi»; l'intitolazione i principi di 
Benevento si nominano « vir gloriosissimus » o con la frase « nostra 
«gloriosa potestas », « nostra clementia », o '( exemietas », o « es- 
ce cellentia », o « sublimitas », con la sola eccezione di Arichi che si 
chiamava «vir excellentissimus »; l'esposizione, quasi sempre 
mancante nei documenti del secolo viii, è ridotta in quelli del se- 
colo IX alla sola menzione della cosa richiesta, annunciata dalla frase 
«per rogum » seguita dal nome del «rogator» che è uno della fa- 
miglia del principe o più spesso un funzionario di palazzo. 

Nella disposizione, in genere breve, la concessione se ad 
un particolare è espressa per « concessimus tibi N. », se ad una casa 
religiosa «concessimus in ecclesia », « in monasterio N. » e termina 
con una formola che stabilisce i diritti del beneficiato, l'ordine ai 
soggetti di farli rispettare, la perpetuità dei suddetti diritti; vi manca 
quasi sempre la espressa sanzione penale in caso di contrav- 
venzione all'atto. 

Dalle sottoscrizioni della cancelleria appare che nella 
preparazione del documento si distinguevano tre momenti: l'ordine 



iqd 



'\Bibliografia 



dato dal principe Ji prepararlo; l'ordine di un funzionario di farlo 
redigere; la stesura dell'atto da parte di un notaio: tutti e tre risul- 
tanti dalla formula « ex iussione nominatae potcstatis dictavi ego Petrus 
« vice dominus et referendarius tibi Teodaldo scribendum w del di- 
ploma del 721 del duca Romualdo (Trova, n. 378). Da certi atti 
risulta che spesso il documento si redigeva senza intermediari fra il 
principe e il notaio: del referendario, del resto, che pare fosse il 
capo della cancelleria, non si trova più menzione dal 774 in poi. 
I notai, molto numerosi, pare che facessero parte di una cancel- 
leria ben costituita o che almeno appartenessero in qualche modo 
alla famiglia del palazzo del principe. 

Nella data, l'actum comprende il luogo, il mese, l'indizione; 
dal 774 in poi, anche l'anno del principato, con la formula « anno 
« tanto ». Nei diplomi del secolo ix il « Datum », dalla parola « mense » 
in poi, è di carattere diverso dal resto, né è possibile dire se della 
medesima o d'altra mano. 

L' a pprec azione sempre con le lettere Fé o F «feliciter». 
Di sigilli non se ne conosce nessuno anteriore al secolo x; 
ma in atti di Romualdo II, di Gisolfo II e di Adelchi si ha notizia 
di un « anulus » ; un atto di Gisolfo è detto « preceptum sigillatum » ; 
tracce di sigilli sono pure in documenti del secolo ix in uno dei quali 
(Montecassiuo, caps. XII, n. 21) esso doveva avere 40 millimetri di 
diametro. 

Alcuni atti privati acquistavano forma di precetti quando a re- 
digerli concorrevano funzionari palatini e quando avevano il sigillo 
del principe. 

Gli atti giudiziari («indictum», « iudicatum », « iudicatum 
« diffinitionis ») sono redatti in nome del principe; hanno l'invoca- 
zione abbreviata: «in Dei nomine»; la formula iniziale costante 
« cum coniunximus nos vir gloriosissimus dominus N. &c. in loco N. »; 
minutissima l'esposizione delle parti, richiamati gli incidenti di pro- 
cedura, identiche alle altre le varie parti dell' esc ato col lo. 

Nel secondo capitolo l'autore tratta dei diplomi dei principi di 
Capua e di Benevento del secolo x e del principio dell' xi: Atc- 
nolfo I, li, III; Landolfo I, II, III, IV, V; Paldolfo I, II, III, IV; 
Landenolfo, Laidulfo, Paldolfo di Teano e Giovanni. 

Essi assomigliano per i caratteri esterni ai diplomi Carolini: 
sempre in pergamena, in genere di forma irregolare, specialmente 
dopo il x secolo; in minuscola longobarda cancelleresca; frequenti 
le abbreviazioni per sospensione; corrotto il loro latino quasi come 
quello degli atti privati. 



bibliografìa 277 



Olire che con i nomi già indicati per gli atti del primo periodo 
essi si trovano designati anche con gli altri « munitionis » o « nui- 
« nitatis apices », « hrmitatis apices». 

In certi casi i principi di Capua, come semplici privati, dispo- 
nendo dei loro beni, facevano redigere atti meno solenni, in tutto 
simili agli atti pagensi, che son forse quelli designati col nome di 
(f cartola » (cf. un documento del Chronicon Vullurnense in Muratori, 
Rer. 11. Scr. I, 11, 160). 

La prima linea del protocollo iniziale preceduta dalla 
croce e la sottoscrizione del principe nell' es e a tocol 1 o in ca- 
rattere cancelleresco allungato: essa contiene l'invocazione, la 
soscrizione del principe e l'esordio abbreviato; le tre parti 
distinte da puntuazione molto variabile. 

La formula di intitolazione è la solita: « N. divina ordi- 
te nante providentia Langobardorum gentis princeps <Scc. » ; quella 
dell'esordio che nel primo periodo si trova completa (cf. un do- 
cumento di Atenolfo in Gattola, Hist. p. 28) vien ridotta in questo 
tempo alla abbreviata « cum principalis excellentia petitione dilecti 
«sui clementer favet igitur... ìnic». 

L'esposizione contiene anche ora la domanda fatta diretta- 
mente o per mezzo d'un intermediario che in questo tempo, a diffe- 
renza del primo periodo, è un parente del principe, o sua moglie o sua 
madre o un conte o un sacerdote o un gastaldo; spesso vi si trova 
la formula di devozione « prò amore Dei et mercede ac redemptione 
«anime nostre», e più tardi l'altra «prò patrie nostre salvacione ». 

La disposizione è rappresentata dalla parola «sancimus», 
« concedimus » come negli atti analoghi del primo periodo, ma con 
le formule finali meno determinate. 

La corroborazione è spesso seguita da una sanzione 
materiale che varia da i a 100 libbre d'oro, talvolta da dividersi tra 
il fisco e la parte lesa; sanzione rarissima nel primo periodo e che 
forse si deve all'influenza dei diplomi Carolini. 

La sottoscrizione del principe, se regna uno solo, è « Si- 
« gnum (monogr.) dom. N. excellent. principis »; se regnano in più, o 
ne è sottoscritto uno solo, quello ricordato nella intitolazione; o 
ambedue, uno doDO l'altro: spesso la sottoscrizione è seguita 
da punteggiatura speciale e completata dal sigillo. Il monogramma, 
come in molti diplomi Carolini, è, forse, fatto in cancelleria; del prin- 
cipe potrebbe riconoscervisi il « signum » in quel comma d'inchio- 
stro nero che si vede nel mezzo della O dei monogrammi medesimi. 

Nelle sottoscrizioni della cancelleria non comparisce 
più il referendario del primo periodo ma solo un « notarius » o 



278 IBibliografa 



K scriba » che forse apparteneva al palazzo, come parrebbe dalla firma 
di un diploma di Atenoifo (Gattola, Accession^s, p, 44). Spesso le 
sottoscrizioni della cancelleria e la data sono di altra mano che 
quella del testo, dal che si può dedurre che certi atti copiati da uno, 
erano completati in seguito con le formule dell' e s cat o e o 1 lo. 

Nella data è compreso Factum con l'indicazione del luogo, 
il datum con quella dell'anno del principato (o dei principati) con- 
tato dal giorno che il principe è associato al governo dal suo pre- 
decessore, e con l'indizione che è sempre quella del i" settembre. 

Il sigillo segue la sottoscrizione del principe; è di cera bianca, 
oggi abbrunata dal tempo: di forma rotonda, di dimensioni varie che 
vanno gradatamente ingrandendosi da Atenoifo I a Landolfo: in ge- 
nere quelli dei principi di Capua hanno nel recto l'immagine, nel 
verso il monogramma del principe in nome del quale è redatto il 
documento con il nome di colui che gli è stato associato. Ma nu- 
merose sono le varietà, e il Poupardm ne riporta quante ne ha trovate. 

Nel terzo capitolo tratta degli atti dei principi di Salerno: Si- 
conolfo, Ademaro, Guaifero, Guaimaro I, II, III, IV, Gisolfo I, II, 
Paldolfo I, Testa di Ferro Giovanni. 

Molti di questi sono atti privati analoghi a quelli dei conti, dei 
vescovi e dei particolari. 

Fino al principato di Guaimaro III i caratteri esterni dei docu- 
menti sono i medesimi del secondo periodo. Cominciano con la croce; 
scritti senza distinzione in tutte le varie parti con la medesima scrit- 
tura, ad eccezione della data che dopo la parola '< mense» è di ca- 
rattere più grande; mancano sottoscrizioni; manca il monogramma. 

Da Guaimaro III l'invocazione e il nome del principe 
sono scritti in lettere cancelleresche allungate. 

Nel protocollo iniziale, 1' invocazione negli atti di Sico- 
nolfo è « In nomine domini Dei salvatoris lesu Christi » ; in quelli di 
Guaimaro « In nomine domini Dei eterni salvatoris lesu Christi »; in 
quelli di Gisolfo « In nomine sancte et individue Trinitatis ». 

Il titolo del principe è sempre « princeps Langobardorum » 
con la frase « Dei providentia », « divina opitulante cletnentia ». 

Nel testo, tanto l'esordio che la notificazione, l'espo- 
sizione e la disposizione, sono come nei documenti che ab- 
biamo già esaminati; nessuna sanzione legale; nessuna corro- 
borazione, che è rappresentata soltanto dall'annunzio del sigillo, 
senza sottoscrizioni e senza monogramma. Il solo Guaimaro IV pare 
che usasse di scrivere le formule finali nei suoi atti e di apporre il 
monogramma, che dal solo originale di lui pervenutoci (ardi. .Mon- 



Tìibliografìa 279 



tecassino, caps. XII, n. 13) apparisce essere in nero e non in rosso 
come nei documenti degli altri due gruppi. 

La sottoscrizione della cancelleria è fatta sempre «ex 
« iussione suprascripte potestatis scripsi ego N. notarius », e ciò fin 
al momento in cui nei diplomi di Guaimaro IV si trova la firma del 
notaio Truppoaldo. In seguito la sottoscrizione rassomiglia a quella 
di atti privati, nel senso che il principe vi parla in persona prima. 
I nomi dei notai di questi atti spesso sono gli stessi degli atti privati 
dell'epoca e del luogo. Questo fatto non permette di concludere che 
i principi di Salerno non avessero vera e propria cancelleria o che 
si servissero dei medesimi notai che rogavano atti per il pubblico, 
poiché in tutti i casi nei quali in atti principeschi si trovano firme 
di notai che si riscontrano pure in atti privati è sempre estrema- 
mente difficile stabilire la identità come dei nomi anche delle per- 
sone, per le quali talvolta potrebbe invece trattarsi di vere omonimie. 

Anche in questo periodo la data comprende Factum con il 
luogo, l'anno del principato, il mese e l'indizione. Dal principio del 
secolo XI la parola actum scompare e la data viene compresa nella 
formula finale di cancelleria. Manca l'apprecazione. 

II più antico documento di Siconolfo aveva già il sigillo; e 
sigillati erano i documenti dei principi successivi di Salerno. Di si- 
gillo facevano uso Guaimaro I, Gisolfo I, Guaimaro III. 

In questo periodo v' ha anche una categoria di documenti detti: 
atti privati non solenni, che i principi di Salerno facevano 
redigere non come sovrani ma come proprietari. Questi non avevano 
sigillo ed erano redatti per domanda del principe da un notaio. 
Cominciano dalla data (anno del pontificato, mese, indizione); vi 
manca la domanda fatta al principe, la formula di conferma, la 
disposizione. Dal x secolo in poi qualche volta vi si trova una 
specie di sanzione temporale (poena pecuniaria) per la quale 
il principe promette di pagare una certa somma se non avranno 
effetto le convenzioni stabilite. Nel secolo xi si trova un'altra specie 
di atti nei quali comparisce l'autorità di un giudice che presiede alla 
redazione dell'atto. 

Di tutti e tre i periodi l'autore compila la nota dei referendari 
e dei notari. La ragione e l'importanza di questo lavoro sta in ciò 
che tutti questi documenti rappresentano per la loro redazione di- 
plomatica come un periodo di transizione fra gli atti dei re longo- 
bardi dei secoli vii ed viii e quelli dei principi normandi del secolo xi. 

È questo il primo lavoro speciale che dopo il volume del Russi 
(Paleografìa e- diplomatica, Napoli, Rinaldi, Sellitto, 1883) si sia pub- 



28o 



Tiihliuii- rafia 



blicato sulla diplomatica dei principi di Benevento, di Capua e di 
Salerno. Il volume del Russi, specialmente per la mancanza di un 
metodo più rigoroso in relazione allo sviluppo che fuori d' Italia, 
avevano avuto gli studi diplomatici, invecchiò appena pubblicato: 
che pochi anni dopo la sua comparsa (11S85) in Germania usciva la 
prima edizione deir//a»;d/'«r/; del Bresslau (1889) e in Francia il Ma- 
nuale del Giry; ma per l'Italia il suo lavoro era fra i primi dei ge- 
nere: che soltanto allora si pubblicava la prima redazione del Pro- 
^raminu scolastico del Paoli, da poco tempo il Piscicelli aveva fatta 
la bella raccolta della Paìeo^^rafui aiiìslica di Motitecassino e da 
un anno solo il Monaci aveva iniziata la bella e vasta raccolta 
del suo Archivio paleografico italiano. Per questo almeno l'operetta 
del Russi meritava di essere conosciuta dal valente Poupardin che 
pure vi avrebbe trovate, se non vagliate al lume di metodi moder- 
nissimi, nitidamente poste e studiate tutte le questioni di diploma- 
tica dei documenti delle Provincie napolitane coU'ampio sussidio che 
air autore venne dalla vasta conoscenza ch'egli aveva del materiale 
archivistico. Ma il Poupardin non è riuscito (p 117, nota i) a trovare 
il volume del Russi, che cita soUanto richiamandosi al giudizio che 
ne dà il Bressiau. È questa si può dire l'unica osservazione che mi 
occorre di fare al lavoro del giovane allievo della Scuola francese; 
per il resto mi affretto a dir subito ciò che mi son studiato di far 
apparire dal riassunto che ne ho dato, che cioè il suo lavoro, per 
rigore di metodo, per sobrietà di esposizione, per fine discernimento 
critico, diverrà facilmente il lavoro fondamentale intorno all' argo- 
mento. E ciò nonostante che l' autore abbia dovuto servirsi, nello 
studio delle forme diplomatiche, di raccolte dove il testo del docu- 
mento non è sempre criticamente sicuro, come in quella del Trova 
(tomo V della sua Storia iiltulia) e in quella del Muratori {Rer. It. 
Scr. I, II) dove il Cbroiiicon Viilturnense è riprodotto da un apo- 
grafo poco corretto e per il quale sarebbe stato desiderabile il ri- 
scontro con l'originale Barberiniano, come molto opportunamente 
l'autore ha fatto per quelli del Cbrotiicon S. Sophiac, già edito nel- 
ì" Italia sacra (tom. X) dell' Ughelli. Un altro titolo di importanza e 
di originalità al lavoro del Poupardin viene dal fatto che per i di- 
plomi dei principi di Capua e di Benevento del secolo x e del prin- 
cipio del secolo xi egli trae il suo materiale direttamente dall'archivio 
di Montecassino, dalia biblioteca Capitolare di Benevento, e per i di- 
plomi dei principi di Salerno oltre che dalla biblioteca Capitolare di 
Benevento e dall'archivio di Montecassino anche da quello di Cava 
e dall'archivio Vescovile di Salerno, 

V. Federici. 



ISibliografia 281 



Prof. Francesco Ruffini, J.a liberili rcìU^nosn, voi. I, Storia 
dell'idea. — Torino, 1901, pp. xi-542, ìu-i6. 

La libertà religiosa, che non consente di « perseguitare nessuno, 
«né privarlo della piena capacità giuridica per motivi di religione »(p. 6), 
è stata spesso offesa dalle religioni e dalla « miscredenza non illuminata 
« e non equanime « (p. 3), colla quale è quasi connaturale « lo studiarsi 
« di far violenza allo Stato perchè comprima la libera esplicazione di 
« quelle opinioni e di quei riti religiosi, ch'essa disprezza e crede dan- 
te nosi al progresso e al benessere umano » (p. 4). A questa libertà 
gli antichi si mostrarono favorevoli, e se i Romani perseguitarono il 
Cristianesimo, lo fecero perchè questo appariva confuso col Giudaismo 
e perchè era accusato di aver negata l'adorazione del genio imperiale. 
I primi Cristiani invocarono la tolleranza mentr'erano perseguitati, ma, 
divenuti liberi e forti, molti fra essi, e specialmente gli Ariani, si mo- 
strarono intolleranti. In mezzo al Cristianesimo l'intolleranza aumenta 
dopo il Mille, «quando lo spirito cavalleresco francese einsieme quello 
« commerciale italiano generarono le crociate, e le crociate, rinfo- 
« colando gli odii di religione, sostituirono alla figura scomparsa del 
« pagano quella nuovissima dell'infedele » (p. 42). Forse qui sarebbe 
stato bene osservare che l'intolleranza dei Mussulmani aveva avuta 
la sua parte nel promuovere le crociate, dando così incitamento al- 
l' intolleranza dei Cristiani, e sarebbe stato meglio parlare subito della 
parte che i papi ebbero specialmente alle prime crociate, non certo 
per ispirito cavalleresco e commerciale, cosa del resto che l'egregio 
autore ammette osservando poco dopo che, mentre i principi seco- 
lari perseguitavano gli Ebrei bramosi delle ricchezze loro, « la Santa 
« Sede invece, più disinteressata, si mostrò sempre assai benigna verso 
« gli Ebrei, e cercò invece di volgere il rinnovato fervore religioso verso 
« la Terra Santa ». 

In mezzo all'intolleranza cristiana Marsilio da Padova si leva 
« con sprazzo di antiveggenza veramente profetica sopra tutti i con- 
« temporanei e l'età immediatamente successive » (p. 47). Forse 1' idea 
più ammirata del dotto padovano è quella espressa nel capitolo JX 
del Defensor pacis, dove si nega alla Chiesa qualunque autorità coer- 
citiva in religione; ma per questo non oserei portare Marsilio tanto 
in alto, sapendo che egli poi concede allo Stato il diritto di limitare la 



2 82 "'Biblioi'ra/ìa 



libertà degli eretici, e ricordando che volle spogliare la Cliiesa d'ogni 
forza materiale scrivendo l'opera sua non dottrinale ma polemica in 
difesa di Lodovico il Bavaro venuto in aperta guerra col papa. 

Dopo molti anni la Riforma protestante poneva dei principi, da 
cui « qualunque spirito moderno non potrebbe, procedendo unica- 
(f mente a filo di logica, non dedurne la necessità di proclamare la 
«libertà di coscienza e di culto nell'ambito almeno del Cristiane- 
« simo » (p. 59). Invece allora i Riformati chiesero libertà polemizzando 
coi Cattolici, ma di fatto la negarono agli avversari. Il prof. Ruffini 
attribuisce questo alla « loro originaria coltura cattolica », e trova 
giusta l'osservazione del Laboulave che « i principi da essi posti fe- 
ce cero tutto, poiché da essi al momento opportuno, in più favorevoli 
« condizioni di ambiente, la libertà religiosa potè erompere trionfal- 
« mente » (p. 64). Quanto alla coltura calloUca potrebbe forse notarsi 
che fino dal iv secolo gli Ariani si mostrarono intollerantissimi pur 
essendo usciti da un Cristianesimo che aveva fino a poco tempo prima 
chiesta la libertà religiosa, e quanto ai principi da cui sarebbe più tardi 
venuta questa libertà, perchè non ricorrere addirittura al primo tempo 
dei Cristiani che molto prima di Lutero li avevano solennemente pro- 
clamati? 

Tra i Riformati l'egregio autore chiama tolleranti i Sociniani esa- 
minandone le dottrine religiose, ma non dice come e dove essi ap- 
plicarono verso le minoranze i loro principi di libertà. Ci sembra che 
per un gran pezzo tutti quanti i Cristiani, cattolici o no, invocassero 
la libertà quand'erano deboli, la negassero quando avevano la mag- 
gioranza, e che solo sembrino più tolleranti quelli che, come i So- 
ciniani, riducendo a poche le credenze, avevano minori occasioni di 
es:ere contradetti. E ci pare che questo sia confermato dallo studio 
che il prof. Ruffini presenta intorno alle condizioni religiose dei paesi 
cattolici e protestanti d'Europa. Infatti nell'Inghilterra i decreti di tol- 
leranza di Carlo II e di Giacomo li nel 1662, 1672, 1687 e 1688 si 
credettero dovuti alla simpatia di questi re verso i Cattolici, vennero 
respinti dal Parlamento d'accordo con tutti i Protestanti e furono 
causa non ultima della venuta al trono di Guglielmo III d' Grange. 
In Olanda nella seconda metà del Seicento si ebbe a sbalzi una certa 
tolleranza di fatto dalle leggi non prescritta, e che probabilmente era 
dovuta alle relazioni cogli stranieri che, fuggiti per cause religiose dai 
loro paesi, portavano ai pratici Olandesi attività e ricchezze. Nella 
Francia l'editto di Nantes, più tardi revocato, non è certo da attri- 
buirsi alla tolleranza della maggioranza cattolica, e nel Belgio e nella 
Spagna, come negli altri paesi cattolici, tolleranza non vi era, od in 
certi casi speciali veniva concessa per motivi particolari, proprio come 



"Bibliografìa 283 



accadeva nei paesi protestanti e specialmente in Germania, dove so- 
prattutto i mutamenti territoriali rendevano difficile la conservazione 
dell'unità religiosa. 

I primi esempi di libertà vera, raccomandata assai presto da qualche 
scrittore, li troviamo in America, e il primo fra tutti nella colonia cat- 
tolica di Maryland fondata da Lord Baltimore, cattolico sincero e 
grande fautore della libertà religiosa. Per volontà di Baltimore il 
2[ aprile 1649 si proclamò legalmente nella colonia la libertà reli- 
giosa, con un decreto, che fu il primo « che un'assemblea legalmente 
« costituita abbia votato al mondo » (p. 502). La tolleranza fu tolta 
poco dopo da fanatici Puritani divenuti maggioranza in questa co- 
lonia, ma più tardi fu ristabilita, mentre si estendeva alla rimanente 
America del Nord. E sebbene in alcuni luoghi incontrasse degli osta- 
coli, fini per essere solennemente sancita nella costituzione federale. 

In Europa si fa un passo decisivo con Giuseppe II, l'opera del 
quale avrà una grande efficacia anche fuori de' suoi Stati. Invece la 
Rivoluzione francese in nome della libertà inaugurerà una violenta 
persecuzione religiosa, che fino al 1795 fece. le sue vittime. 

All'Italia in particolare il prof. Ruffini dedica una cinquantina 
di pagine (pp. 477-532) esaminando lo svolgimento legislativo e il 
movimento letterario. Dichiara il primo relativamente tollerante, 
specie a Venezia, e si ferma a parlare quasi esclusivamente di questa 
c'ttà, del Piemonte e di Napoli. Proprio non so perchè non abbia 
parlato un poco più di altre città, come per esempio di Lucca e di 
Ferrara, che pure meriterebbero di essere considerate in un lavoro come 
questo. Eppure in questi ultimi anni si è raccolto un materiale assai 
ricco e pubblicato in volumi dal Minutoli, dal Tommasi, dal Fontana, 
dall'Amabile &c-, od in periodici e in Atti accademici si può dire in 
ogni regione d'Italia da Genova a Palermo. Da tali pubblicazioni ri- 
sulta che neppure in Italia si ebbe vera libertà religiosa sancita espli- 
citamente dalle leggi, ma che in forza di queste e per opera dei cittadini 
stessi si godette d'una certa tolleranza, in qualche luogo fors'anche 
desiderata per motivi commerciali, come avveniva a Luce; ed un poco 
anche a Genova. 

Quanto al movimento letterario osserva il Ruffini che i migliori 
lavori in Italia si devono ad ecclesiastici. Tali furono: L. A. Mura- 
tori, mite ma non tollerante, e l'ab. Vincenzo Palmieri d'idee vera- 
mente molto libere, mentre i laici confusero quasi la tolleranza colla 
distruzione della religione propugnando «una rivoluzione radicale e 
c( rompendola colle tradizioni secolari del popolo nostro, lo spauri- 
«rono e gli fecero guardare con diffidenza, anzi con inimicizia alle li- 
« berta religiose» (p. 552). Questa osservazione del Ruffini ci sembra 



284 '^Biblioi^rafia 



giusta, ma avremmo preferito che fosse stata preceduta da una più 
lunga e profonda trattazione della parte riservata all'Italia, rendendo 
così l'opera sua più utile agli Italiani, che di cose religiose si occu- 
pano poco. In ogni modo il libro è pregevole e merita di essere con- 
tinuato. 

M. Rosi. 



V. La Mantia, Stiitiiti di Olcvaìw Romano dei /; f^cmiaio 1)64. 
— Roma, Bocca, 1900. 

II La Mantia, particolarmente benemerito delia storia del diritto 
e degli statuti delle città italiane, à recentemente dato in luce gli 
statuti di Olevano, sopra una copia eseguita nel 1853 dal prof. Fran- 
cesco Massi, scrittore latino della biblioteca Vaticana, ed elegantis- 
simo, per quanto non popolare, scrittore di lettere italiane. .Questa 
copia trovasi ora nella raccolta degli SUititta uibinm et oppidornm fatta 
già per ordine del cardinal Mertel, custodita presso il R. Archivio 
di Stato in Roma. La copia del Massi è autenticata come copia con- 
forme all'originale in pergamena esistente nell'archivio Comunale di 
Olevano. Il figlio del La Mantia ne fece trascrizione dal 24 gennaio 
al IO febbraio 1900. La nota che il Massi appose al suo esemplare, 
ne mette in rilievo tutta l'importanza. « 11 prezioso codice fu scritto 
«l'anno 1450. Contiene gli statuti primarii accordati dai riformatori 
«della repubblica romana agli Olevanesi l'anno 1364 sotto papa 
« Urbano V, ed una concessione di riforme data da Giordano Co- 
« lonna, signore di Olevano, nel pontificato di Martino V l'anno 1450. 
« Agli statuti furono aggiunti un ordine di Marzio Colonna sull'en- 
« trate della comunità di Olevano e 22 capitoli di riforma ordinati 
e da Pompeo Colonna per la comunità stessa sotto il pontificato di 
«Gregorio XIII e di Sisto \' l'anno 1581-87, con una tavola delle 
« spese nelle cause civili e criminali a norma dei governatori di Ole- 
« vano ». Questi capitoli del secolo xvi non son pubblicati dal La 
•Mantia «non essendo suo disegno occuparsi di essi » (cap. XXII). 
Dell'originale conservato nell'archivio di Olevano egli ebbe notizia 
dal sindaco del Comune, sig Domenico di Pisa, non avendo i suoi 
figli potuto recarsi a confrontare la copia del Massi, che v' è ogni 
ragione di credere esatta, coll'originale in pergamena quivi conser- 
vato. Al testo degli Statuti conservato in Olevano è premesso un ca- 
pitolo, che contiene l'assicurazione della conferma fatta dal comune 
di Roma (reipuhlice Romanonim), mentre al cap. CXLI degli statuti 
editi dal La Mantia si hanno i nomi dei sette riformatori della re- 



'Bibliografìa 285 



publica romana che confermarono e sottoscrissero gli ordinamenti 
sopra detti : Cecco di Parente, Pietro di maestro Angelo, Tuzio Tor- 
doneri, Paolo Nari, Giovanni Angeli, Cecco detto Scellone e Tuc- 
ciolo di Paolo Marcellini. Il Senatore di quell'anno è Bonifacio di 
Pippo de' Ricciardi da Pistoia, di cui si die già nel nostro Archivio 
(XIX, p. 583) la notizia e lo stemma. Francesco di Matuzzo (e non 
jUa//jt;c:(/) de' Rustici (e. CXLIII) è il notaio de' riformatori. Seguono 
al e. CKLIV le sottoscrizioni dei banderesi, Pietro Paolo Mellini e 
lacovo Magnescoli, e quelle dei quattro anteposti della felice Società 
dei balestrari e pavesati: Nannolo Bapezzino, Cola Cardelli, Pietro 
Canicatto e Pietro dello Guercio, i quali approvano e confermano 
gli ordinamenti « castri Olebani, salvo quod si in eis contineretur seu 
« aliquo tempore reperiretur aliquod quod esset contra honorem et 
« statum Urbis et praesentis status seu Camere Urbis vel contra Sta- 
« tuta nova facla vel fieiida seu reformationes Urbis factas vel fiendas j>. 
È evidente l'allusione alla riforma degli statuti di Roma del 1363. 
Circa al documento, che il La Mantia cita dal Saggio di Codice di- 
plomatico del Minieri Riccio, dell'ir aprile 1271, in cui si accenna 
agli statularios Urbis e allo statulnin di essa, non possiamo non ri- 
cordare le diligenti e sottili ricerche di Guido Levi (Arci}. Soc. roiii. 
VII, 465-485) che nelle dotte e accuratissime notizie premesse alla 
presente pubblicazione circa gli statuti di Roma e della regione ro- 
mana, è forse la sola che s'a sfuggita al benemerito editore, e che 
ben merita d'essere richiamata alla memoria degli studiosi. Le di- 
sposizioni sancite dagli statuti di Olevano, se valgono a caratteriz- 
zare una popolazione ordinata, laboriosa e benevola, onorano il pae- 
sello che, per quanto concerne le sanzioni penali, mostra una mitezza, 
che attesta non men dell'intelletto sano di chi condanna che della 
nativa bontà del costume popolare in quella regione incantevole. Il 
filologo trova non poca materia ad etimologie dialettali nel materiale 
delle voci latinizzate, che nel documento olevanese occorrono. Ba- 
sterebbe accennare le voci: aniaria, capeìlaria, canapina, plac~atico, 
logia, pastina, revalìosus (ribaldo), capiitdccevi nel significato di capi- 
dieci armati, a custodia della terra, fioccali, flociili (porcellini che non 
compierono l'anno, e. XXXI), tronco (e. CXXIV, « truncum seu grex 
« intelligatur tota congregatio porcorum qui simul vadunt tunc cum 
« inveniantur in damno»),/t;«;^/uw(c.LXXXVIII), niaiiivaluni (CXXIIl), 
sfiiginosa (CXXII-CXXIII). Il La Mantia, ricercatore infaticabile, la- 
scia sperare di dar in luce prossimamente anche gli statuti di Castel 
San Polo, da un codice proveniente dalla biblioteca Borghese. Non 
farà che accrescere le molte sue benemerenze verso le discipline sto- 
riche e giuridiche. O. T. 



286 



'B ibi io i> rafia 



Henry Charles Lea, The Moriscos of Spaili : Their convcrsion 
iiiid cxpnìsioìi. — Plìihidelfia, 1901, pp. xii-465, in- 16. 



Negli undici capitoli dell'opera si studiano i rapporti fra Spa- 
gnuoli e Mori dal tempo in cui questi godevano sotto i Cristiani una 
certa libertà religiosa fino alla totale scomparsa del maomettanesimo 
dalla Spagna. 

Carlo di Ahsburgo succeduto agli Aragona dopo un periodo di 
relativa tolleranza e di saltuarie persecuzioni, diede vigoroso impulso 
alla lotta, che divenne efficacissima per opera concorde dello Stato 
e della Chiesa. Sciolto da Clemente VII dal giuramento che aveva 
prestato dinanzi alle Cortes di non cacciare i iMori, nel 1525 impose 
loro di scegliere fra la conversione al cattolicesimo e la espulsione. 

Com'era da aspettarsi, l'ordine sollevò fiere proteste e non potè 
essere subito applicato, specialmente in alcune provincie; per cui di- 
ventò necessario l'altro decreto del 15 decembre 1528, col quale Carlo 
ordinava che i Mori di Aragona e di Catalogna si battezzassero entro 
quattro anni. 

Ma più dei decreti del re valeva l'opera de' suoi ministri e del- 
l'Inquisizione, ora blanda, ora severa, a seconda del tempo e del 
luogo, sempre però abbastanza efficace contro ogni ordine di persone. 
Un giorno si disarmavano i Mori e se ne dileggiavano i sentimenti 
nazionali e religiosi per metterli alla mercè d'un popolo che li odiava, 
un altro ricorrevasi piuttosto a mezzi persuasivi: fondazione di col- 
legi, prediche, indulti a favore dei relapsi, tutto s'intende perchè si 
compisse l'ideale dei re spagnuoli d'un solo principe e d'una sola 
fede. 

I Mori offesi in ciò che avevano di più caro: la religione e la 
razza, fecero rivolte con difficoltà represse, e ricorsero talvolta anche 
ai Turchi e ad Enrico IV re di Francia per abbattere il governo spa- 
gnuolo. Questo allora accrebbe le sue persecuzioni contro i Mori pub- 
blicando e scrupolosamente applicando severi decreti di espulsione. 
DeirefTeito di questi emanati alla fine del secolo xvi e al principio 
del xvii si occupa con serenità e dottrina l'illustre autore nel capi- 
tolo X, seguendo passo passo l'applicazione dei decreti, narrando le 
sofferenze degli espulsi e il ritorno di molti fra questi nella Spagna, 
dove finirono per sottomettersi definitivamente ai vincitori. I resultati 



'^Bibliografìa 287 



della cacciata di tante persone quali sono descritti nel cap. XI non 
possono tar piacere a chi ami la Spagna; giacché sei persecutori nel- 
l'accecamento di loro passioni ne furono lieti, certo il benessere mo- 
rale e materiale del paese non se ne avvantaggiò. In breve il mao- 
mettanesimo si estinse, il clero cattolico e il bigottismo si accrebbero, 
ma le ricchezze si pubbliche come private andarono diminuendo e le 
idee si fecero più grette conducendo indubbiamente al peggio la vita 
materiale e intellettuale del popolo. 

Nelle città ormai poco popolose e nelle campagne mal coltivate, 
dopo la fme delle lotte religiose e di razza, regna una quiete mor- 
tale, che giova conoscere per capire la decadenza di quel grande 
paese latino. 

E per conoscerla e ben valutarla insieme colle sue cause e 
colle sue conseguenze utile riesce l'opera severa del Lea, che scrive 
serenamente d'un argomento delicato e difficile, usando rara mae- 
stria e valendosi non solo delle migliori opere scritte finora su tale 
materia, ma ancora di documenti inediti. Alcuni di questi, tratti quasi 
tutti dagli archivi di Simanca e di Valenza, chiudono l'opera me- 
ritevole d'essere davvero raccomandata perla diligenza delle ricerche, 
per la imparzialità della trattazione e per l'importanza dei resultati 
ottenuti. 

M. Rosi. 



NOTIZIE 



Con la morte del professore Bartolomeo Fontana (24 marzo 1901) 
la nostra Società ha perduto un socio dei più benemeriti, e gli studi 
storici un cultore assai dotto e ricco di notevoli doti. Il suo libro su 
Renata di Francia, che rimarrà come contributo notevole alla storia 
della riforma religiosa in Italia, vide dapprima in parte la luce in 
questo Archivio. Maestro affettuoso e buono, carattere integro e se- 
reno, diede esempio di virtù sincera ai giovani, e fu tenuto in gran 
conto e profondamente amato da quanti ebbero la ventura di cono- 
scerlo davvicino. 

Si è costituita in Roma per opera di alcuni cultori de' vari rami 
degli studi filologici una Società filolofica romana, che, se prende il 
nome dal luogo dove è sorta, abbraccia però nel suo programma lo 
studio di ogni parte della storia della cultura in Italia, intesa nel 
senso più largo. Essa si propone di costituire un centro, dove gli stu- 
diosi trovino libri e mezzi di studio, e sopratutto possano scambiarsi 
idee e prestarsi reciproco aiuto. Ogni mese si tengono riunioni, nelle 
quali i soci comunicano e discutono i risultati de' loro studi, de' quali 
si fa parte al pubblico per mezzo di un Bollettino. Inoltre la Società 
col prossimo mese di agosto pubblicherà il Libro delle tre scripttcre, 
poemetto fin qui sconosciuto di Bonvesin da Riva, scoperto dal socio 
prof. V. De Bartholomaeis. Questo poemetto sarà il primo di una serie 
di studi e documenti, che la Società si propone di dare alla luce, 
tra i quali sono annunciati le edizioni diplomatiche del canzoniere 
Vaticano 3793 e dell'autografo petrarchesco contenuto nel cod. Va- 
ticano 3196, nonché la stampa àeì Documenti di Amore dì Franctsco 
da Barberino. 

Domenico Orano ha intrapreso coi tipi del Forzani la pubbli- 
cazione del suo lavoro sul Sacco di Roma del 1527. L'opera, che 
formerà un completo studio bibliografico e critico di quell' impor- 

Archivio della R. Società romana dì storia pi-'lna. Voi. XXIV. 19 



290 C\^o//\/V 

tante periodo, comprenderà sei volumi così distribuiti: I, II, III, Studi 
e documenti inediti tratti dall'archivio di Stato di Roma, dall'archi- 
vio storico Capitolino, dall'archivio segreto Vaticano; IV, Bibliografia 
ragionata con prefazione di Giovanni Monticolo; V, Storia documen- 
tata del sacco di Roma; VI, Roma nel 1527, illustrata nelle pitture, 
sculture, incisioni, monete, armi, oggetti del tempo, con prefazione 
di Rodolfo Lanciani per la parte archeologica, di Adolfo Venturi por 
la parte artistica. 

Del primo volume, che contiene la seconda edizione (la prima 
comparve in questo periodico, voi. XVIII) dei Ricoidi di Marcello 
Alberini, venuto in luce or ora, V Archivio si occuperà nel prossimo 
fascicolo. 

Quasi contemporaneamente sono apparsi la relazione del nostro 
socio prof. P. Kehr sui documenti pontifici di Piemonte {Papsturkumìcii 
im PieviQìil in Alli della R. Accademia di Gottinga, classe filologico- 
storica, 1901, fase. 2°) e il primo fascicolo delle Bolle pontificie degli 
archivi piemontesi di A. Tallone {Biblioteca della Società storica Subal- 
pina diretta da F. Gabotto, XVI^ i), in cui sono raccolte le bolle 
degli archivi Capitolari di S. Maria e S. Gaudenzio di Novara e del 
Capitolare di Vercelli. Dal confronto dei due lavori quello dell'ita- 
liano purtroppo non esce con grande onore. Mancano nel Tallone 
sei bolle inedite che il Kehr trae dall'archivio di S. Maria di No- 
vara e una, pure inedita, dell'archivio di Vercelli; mancano anche 
quattro bolle notissime (tra cui la più antica tra quelle ivi conser- 
vate, di Silvestro II, maggio 999; Jaffè-Loewcnfeld, 3903) pure dell'ar- 
chivio di Vercelli. Nemmeno il metodo adottato ttial Tallone per la 
pubblicazione ci pare molto felice, né sempre sufficiente ed esatto 
r apparato critico-diplomatico. 

La bibliografia inglese s' è arricchita di un ottimo libro scritto 
dal Cross, The sources and litterature of english history (rovi the ear- 
liest limes to about 14S), diviso in quattro parti, di cui la terza e la 
quarta riguardano la storia medioevale. 

Una iniziativa che ci pare degna di speciale attenzione e quella 
presa da H. Weinel (Zeitscbrift fi'ir die neutestamentliche fVissensclmft 
und die Kundc des Crchristeiitiims, 1900, pp. 347-351), proponendo che 
gli studiosi indichino nelle riviste, quando loro ne capiti l'occasione, 
quelle questioni che essi credano poter essere trattate con utilità e 
alle quali non è loro possibile di applicarsi. In tal modo ne ver- 
rebbe direzione e coordinazione, che risparmierebbe molti lavori inu- 



'X.oti:;ie 291 



tili e su argomenti mal scelti. Però v' è da temere che i suggerimenti 
siano troppo spesso e troppo strettamente dipendenti dalla cultura e 
dall' indole speciale di studi del suggeritore. 

Con r opera del p. Ehrle sono stati stesi gli statuti clie dovran 
reggere la sezione storica della Società cattolica italiana per gli studi 
scientifici. Essa si propone di aiutare con sussidi i giovani studiosi 
di scienze storiche e di diritto canonico, che si volessero dare a ri- 
cerche speciali. Se gli scritti saranno in tale copia da non trovare 
posto nelle riviste già esistenti, si fonderci un apposito Archivio o 
una Raccolta di testi e studi storici appena i mezzi lo permettano. 
In seguito la Società spera di essere in grado di intraprendere opere 
pilli grandi e difficili, come la storia amministrativa dello Stato pon- 
tifìcio nei secoli xiv e xv, la bibliografia storica dei papi, lo studio 
delle nunciaturc in Italia, un bollettino bibliografico storico. 

La Società bibliografica italiana ha bandito un concorso per una 
monografia intorno ad un gruppo di edizioni antiche che trattino la 
medesima materia o che abbiano origine tipografica comune. Il pre- 
mio è di 500 lire e il termine utile il 30 novembre 1901. 

La preparazione del Thesaurus linguac latinae aveva già promossa 
un'associazione tra le Accademie scientifiche di BerUno, di Vienna, di 
Gottinga, di Lipsia e di Monaco: nel 1898 si propose che l'associazione 
divenisse internazionale. Accettarono l' invito tutte e diciassette le 
Accademie cui fu rivolto (in Italia quella dei Lincei) ad eccezione 
di quella Reale di storia in Madrid, e cosi nel febbraio 1900 l'asso- 
ciazione internazionale fu costituita. Ai 31 luglio 1900 ebbe luogo in 
Parigi la prima riunione del Comitato e ai 15 aprile dell'anno cor- 
rente la prima assemblea generale pure a Parigi. L' Accademia dei 
, Lincei fu rappresentata dal nostro socio prof. Ignazio Guidi. L' as- 
sociazione si propone di unificare e coordinare l'enorme produzione 
scientifica del nostri tempi, e di facihtare il lavoro rendendo più uni- 
forme la nomenclatura, le classificazioni e le definizioni. 

Il prof. E. Masè-Dari, sotto il titolo: Af. T. Cicerone e h sue 
idee sociali ed economiche, riesce a darci una visione abbastanza com- 
pleta e vivace della società romana sullo scorcio della Repubblica, 
specialmente considerata sotto l'aspetto economico. La figura di Cice- 
rone non ne esce davvero ingrandita ; poiché, sebbene l'autore richieda 
da lui forse troppa modernità di pensiero, appare chiaro che, se- 
condo la mente dell'autore, se Tullio fu sommo artefice della pa- 



292 "Moti^ie 

rola, non altrettanto fu grande nel comprendere le necessità econo- 
miche di un popolo che voglia perpetuare la propria grandezza e 
non accontentarsi di formare il benessere della classe prevalente. 

Il 22° e il 2 3° volume dei Monumenta bistorica Societatis lesu con- 
tengono la vita e le opere del p. Gerolamo Nadal, che fu gran parte 
della vita primitiva della congregazione. Per l' Italia e per Roma 
specialmente sono importanti le lettere, delle quali duecentotrè (1546- 
15Ó2) sono comprese nel voi. 22°, già interamente pubblicato; le 
altre (1)62-1580, anno in cui il Nadal fu colto dalla morte qui in 
Roma), saranno raccolte nel 2^" che è ancora in corso di pubbli- 
cazione. 



PERIODICI 

(Articoli e documenti relativi alla storia di Roma) 



Archivio storico lombardo. Ser. Ili, a. XXVIII, fase. XXIX. — 
C.\LLiG.\Pis, recciisioiiii di Arezzo: La politica della Santa Sede ri- 
spetto alla Valtellina dal concordato di Avignone alla morte di Gre- 
gorio XV (i2 novembre 1622-8 luglio 1623). 

Archivio storico per le provincie napoletane. An. XXVI, 

fase. 1°. — Beltrami, receii.uone dello scritto di G. Paolucci: Con- 
tributo di documenti inediti sulle relazioni tra Chiesa e Stato nel 
tempo svevo. - Idem, recensione dello scritto di E. Pais: Gli ele- 
menti italioti, sannitici e campani nella più antica civiltà romana. 

Bulletin historiqxie du diocèse de Lyon. An I, n. 2 et 5. — 

Le premier concile oecuménique de Lyon (1245). 

Bullettino della regia Deputazione di storia patria per 
l'Umbria. Anno. VII, fase. i". — A. Simonetti, Adalberto I mar- 
chese di Toscana e il saccheggio di Narni nell'S/S. - L. Fumi, I 
registri del ducato di Spoleto. Archivio segreto Vaticano ; Camera 
apostolica. 

Bullettino storico della Svizzera italiana. — Anno XXIII, 
1901, fase. i°-3°. — Lettere da Roma ai nunzi pontifici in Svizzera 
negli anni 1609-1615. 

Giornale storico della letteratura italiana. Anno XIX, vo- 
lume XXXII, fase, iio-iii. — I. Della Giovanna, Rassegna fran- 
cescana (delle opere di Sabatier, Faloci Pulignani, Minoechi, Van 
Ortroy, d' Alencon). - R., recensione dell'opera di F. X. Kraus: 
Geschichte des christliehen Kunst; voi. II, par. 2: Renaissance und 
Neuzeit, e di quella di J. Addixgton Symoxds: Il rinascimento in 
Italia. L'èra dei tiranni. Prima versione italiana. 



294 '^^' iodici 



HJstorisches Jahrbuch. Anno 1901, fase. 1°. — H. Schròrs, 
Eine vermeintliche Konzilsrede des Papstes Hadrian II (Un supposto 
discorso conciliare del papa Adriano II). - P. M. Bau.mgarten, Dio 
Translationen der Kardinale von Innocenz III bis Martin V (La 
traslazione dei cardinali da Innocenzo III fino a Martino V). - 
R. Paulus, Zu Luthers Romreise (Intorno al viaggio di Lutero a 
Roma). - Recensione di Rostiz-Rieneck nell' opera dello Helmolt: 
Weltgeschichte I, IV, III (Storia universale"). - Recensione di Kauf- 
MANN delle opere del Grisar: Gescliichte Roms und der Piipste in 
Mittelalter I (Storia di Roma e dei papi nel medioevo); Analecta 
Romana. 

Mittheilungen aus der historischen Litteratur. Anno 1901, 
fase. 1°. — Recensione di Dietrich del lavoro di W. Liebenam : 
Stàdteverwaltung im ròmischen Kaiserreiche (Il governo cittadino 
neir impero romano). — Fase. 2°. Recensione di Hahn dell'opera di 
\V. Gl'NDLAch: Die Entstehung des Kirchenstaates und der curiale 
Bcgù^ Res public a Romanonim (Origine dello Stato della Chiesa ed il 
significato curiale della Res ptihiica Romanonim). - Recensione di 
G. WoLF dell' opera di Th. v. Sickel, Ròmische Berichte, I, II, III. 

Mittheilungen des Instituts fur oesterreichische Geschi 
chtsforschung. Anno 1901, fase 1°. — J. Fìcker, Das longobar- 
dische und die scandinavischen Rechte (Il diritto longobardo ed il 
diritto scandinavo). - Stolz, recensione dell'opera di G. Oberziner: 
Le guerre di Augusto contro i popoli alpini. - J. Jung, recensione 
dell'opera dello Hartmann: Geschichte Italiensim Mittelalter, II, i: 
Ròmer und Longobarder bis zur Theilung Italiens (Storia d' Italia 
nel medioevo, II, i : I Romani ed i Longobardi fino alla divisione 
d' Italia). - J. Jung, recensione del lavoro dello Hartmann : L' Italia 
e r impero di Occidente fino ai tempi di Paolo diacono. 

Neues Archiv der Gesellschaft fùr altere deutsche Gè- 
schichtskunde. Anno 1901, XXVI, fase. 2'. — A. Brack.mann, 
Reise nach Italien von Màrz bis Juni 1900 (Viaggio in Italia dal 
marzo al giugno 1900 per studi sui mss. del Liber p enti fi e ali s). — 
Fase. 3<». A. VVerminghokf, Verzeiehnis der Akten friinkischer Sy- 
noden von 843-918 (Catalogo degli atti sinodali del periodo franco, 
843-918). - Otto Cortellieri, Reise nach Italien in Jahre 1899 
(Viaggio in Italia nell'a. 1899 per i manoscritti delle cronache di 
Saba Malaspina e di Nicolò de lamsilla). - J. Schwalm, Reise nach 
Italien im Herbst 1898 (Viaggio in Italia nell' autunno 1898, con 



Periodici 295 



un'appendice dei diplomi ed Ada impeni, 1355-1558). - P. Wik- 
TERFELD, Ueber die « Translatio sanctorum Alexandri papae et lustini 
presbiteri ». 

Nouvelle Revue historique. An XXV, fase. 1°. — P. 1-. Gi- 
rard, L'organisation judiciaire de Rome au temps des rois. — Fasci- 
cule 2°. A. EsMEiN, Les coutumes primitives dans les écrits des ni}-- 
thologues grecs et romains. 

Rendiconti della Reale Accademia dei Lincei, classe di 
scienze morali, storiche e filologiche. Serie V, voi. X, fasci- 
colo i°-2°. — Tocco, Nuovi documenti sui dissidi francescani, tra- 
scritti dal p. G. Boffito barnabita. - Gamurrini, Di alcuni versi vol- 
gari attribuiti a san Francesco. - Pais, I frammenti dell'autobiografia 
di M. Emilio Scauro e la Lex Varia de maieslak. 

Review(the American historical). Voi. VI, 1901, fase. 3° — 
C. Gross, The year 1000 and the antecedents of the Crusades 
(L'anno 1000 e gli antecedenti delle Crociate). - C. H. Levermore, 
The politicai influence of the University of Paris in the Middle 
Ages (L' influenza politica dell' Università di Parigi nel medio evo). 

Review (the English historical). Voi. XXI, 1901, fasci- 
colo 62°. — R. Garnett, Mandell Creighton Bishop of London 
(Mandell Creighton vescovo di Londra). - J. L. Strachax-Davidson, 
Mommsen's Roman Lavi' (Il diritto penale romano del Mommsen). - 
F. LiEBERMANN, Lanfranc and the Antipope. 

Revue d'hìstoire ecclésiastique. An II, fase. 1°. — E. Van 
Roev, La coUection des « Texte und Untersuchungen zur Geschichte 
« der altchristliche Literatur ». - Kissch, recensione del libro di 
A. Stapylton-Barnes: S. Peter in Rome and his Torab on the 
Vatican Hill (San Pietro in Roma e la sua tomba sul colle Vati- 
cano). - A. DE Ridder, recensione dello scritto di C. Pigorini-Beri: 
Santa Caterina da Siena. — Fase. 2°. Van dem Ven, recensione dello 
scritto di G. Pfeilschifter: Die autentische Ausgabe der 40 Evan- 
gelien-Homilien Gregors des Grossen. 

Rivista italiana di numismatica e scienze affini. Anno XIV, 
1901, voi. XIV, fase. i". — G. Camozzi. La consecralio di Traiano. La 
consecraiio nelle monete da Cesare ad Adriano. 



2<)6 'Periodici 



Rivista storica italiana. Anno XVIII. fase. i°. — Gr.\sso, 
recensione dello scritto di E. Pais : Gli elementi italioti nell'antica 
civiltà romana. - Luzz.^tto, recciisioue dello scritto del Barbag.\llo : 
11 senatusconsultum ultimum. - Ramorino, recensione dello scritto 
di C. Pascal : L' incendio di Nerone e i primi cristiani. - Mariani, 
recensione del volume del Grisar: Analecta romana. - Cosmo, re- 
censione dello scritto di P, Sabatier: Tractatus de indulgentia S. M. 
de Portiuncula. - Capasso, recensione dell'opera del Gualano : Pau- 
lus papa III nella storia di Parma. — Fase. 2". Cantarelli, recen- 
sione dell'opera del Drumann : Geschichte Roms. - Sangiorgio, re- 
censione del libro di Mash-Dari: M. T. Cicerone e le sue idee sociali 
ed economiche. - Rinauuo, recensioni dei libri di Oberziner : Le 
guerre di Augusto contro i popoli alpini. - Mariano, La conversione 
del mondo pagano al cristianesimo. - Nobili-Vitelleschi, Storia 
civile e politica del papato fino a Teodosio. - Allard, Julien l'A- 
postat, to. 1". - Gregorovius, Storia di Roma nel medio evo, 2" ediz. 
i" voi. - Cosmo, Recensione dello scritto del Sabatier: De l'authen- 
ticité de la legende de saint Franvois dite des trois compagnons. - 
Capasso, recensione del 3** voi. 5" ediz. di Pastor: Geschichte der 
Pàpste. - A. L., Recensione della pubblicazione del Della Santa: Il 
vero testo dell'appellazione di Venezia dalla scomunica di Giulio II. - 
Ferrerò, recensione dello scritto del Tordi: 11 codice delle rime di 
Vittoria Colonna. - Capasso, r(;ci;;/i/o;;^ dell'opera del Fischer: Car- 
dinal Consalvi. 

Ròmische Quartalschrift. Anno 1901, fase. ì° e 2°. — Bau.m- 
stark, Das Verzeichnis dcr ròmischen Coemitcrien bei Andrea Fulvio 
(Il catalogo dei cemeteri romani presso Andrea Fulvio). - Federici, 
La Regula pastoralis di san Gregorio Magno nell'archivio di S. M. 
Maggiore. - Wilpert, Beitriige zur christlichen Archeologie, i : 
Topographische Studien ùber die christlichen Monumente der Appia 
und der Ardcatina; 2: Neue Studien zur Katakombe des hi. Kalli- 
stus (Contributi agli studi d'archeologia cristiana, i : Studi topogra- 
fici intorno ai monumenti cristiani delle vie Appia e Ardeatina; 
2: Nuovi studi sulle catacombe di S. Callisto). - De Waal, Ausgra- 
bungen : S. Saba, S. Cecilia, S. Maria Antiqua (Scavi: S. Saba, S. Ce- 
cilia, S. Maria Antiqua). - H. Kirsch, Anzeiger fùr christliche Ar- 
chào'.ogie, i: Ròmische Conferenzen fùr christliche Archàologie 
(i. Seduta del dicembre 1900; 2. Seduta del gennaio); 2 : Romana 
Accademia pontificia d'archeologia (seduta del 24 gennaio); 3: Die 
Kirche S. Maria Antiqua am ròmischen Forum (La chiesa di S. Maria 
Antiqua al Foro romano); 4: Ausgrabungen und Funde (Scavi e ri- 



Ter iodici 297 



trovamentl); 5 : Bibliographie und Zeitschriftenschau (Bibliografia e 
registro dei periodici); 6: Mittheilungen (Comunicazioni). - Bruno 
Albers, Ein Papstkatalog des xi Jahrhunderts (Un catalogo dei papi 
del secolo xi). - S. Ehses, Kirchliche Reformarbeiten unter Papst 
Paul III vor dem Trienter Ronzii (Lavori di riforma della Chiesa 
sotto Paolo III avanti il concilio di Trento). - P. Kehr, Aus dem 
Archiv des Fùrsten Colonna (Dall'archivio del principe Colonna). - 
G. BuscHBELL, Ein Bericht Bellarmins ùber den Befund der Leiche 
Marcellus II und die Uebertragung der Gebeine in die neue Peterskir- 
che (Una relazione del Bellarmino sul ritrovamento del corpo di Mar- 
cello II e il trasporto delle sue ossa nella nuova chiesa di S. Pietro). - 
Recensioni di G. P. Kirsch sul lavoro del Tamill\ : Il sacro Monte 
di pietà in Roma. Ricerche storiche e documenti inediti. 

Stimmen aus Maria Laach. Anno 1901, fase. 4°. — J. Hil- 
GERS, Die Vaticana und ihr Grùnder (La biblioteca Vaticana ed il 
suo fondatore, Nicolò V). 

Theologische Quartalschrift. Anno 1901, LXXXIII, fase. 1°. — 
Sagmùller, DieoligarchischenTendenzen des Kardinalkollegs bis Bo- 
nifaz VIII (La tendenza oligarchica del collegio dei cardinali fino a 
Bonifacio Vili). - Punk, recensione dell'opera del Nurnberger: 
Papsttum und Kirchenstaat, 2, 3 (Papato e Stato della Chiesa, 2, 3). — 
Fase. 2°. FuNK, recensione del lavoro di K. v. Hase: Kirchenge- 
schichte. Zwòlfte Àuflage (Storia della Chiesa, la"* ed ). 

Zeitschrift fùr Katholische Theologie. Anno 1901, fasci- 
colo 1°. — R. RiLLES, Die Datierung des liber sextus Bonifaz Vili, 
iuxta glossa (La datazione del liber sextus Bonifacii Vili, iuxta glossa). — 
Fase. 2°. C. Gutberlet, recensione del lavoro di A. Weber: Die 
Ròraischen Katakomben (Le catacombe romane). - A. Kròss, re- 
censione del lavoro del Grisar: Geschiehte Roms und der Pàpste 
im Mittelalter, I (Storia di Roma e dei papi nel medioevo). - R. Pau- 
Lus, Bonifacius IX und der Ablass von Schuld und Strafe (Bonifa- 
cio IX e r indiilgentia a pena et a culpa). - R. Paulus, Aufhebung 
der Ablàsse in Jubeliahre (La sospensione delle indulgenze nell'anno 
di giubileo), 

Zeitschrift fiir Kirchengeschichte. Anno 1901, fase. 1°. — 
Lic. C. Erbes, Petrus nicht in Rom sondern in Jerusalem gestorben 
(Pietro morì in Gerusalemme e non in Roma). 



Le croniche di Viterbo 



SCRITTE DA FRATE FRANCESCO D'ANDREA 



ContiuuaE. e fine; vedi voi. XXIV, p. 197 



Anno Domini 1243, Lo imperadore Federico II che era inimico e 14 b 
di Romani andò col popolo di Viterbo in terre di Roma ad offendere, 
et fé' capo in Campagna et in quel paese campigiò .xxvi. di, guastando 
el paese; poi si ritornaro i Viterbesi col conte Simone (i) capitanio 
del dicto imperatore et andaro ad campo a. Nargnie (2) e ferno el 
guasto; ove stecte .v. dì. 

In quel tempo tutti li cardinali di corte stavano ad Nargnie (3) 
e l'imperatore lassò tutti li cardinali, vescovi e prelati che haviva presi 



(i) Simone conte di Chieti; nel 1240 podestà imperiale in Vi- 
terbo (SiGNORELLi, op. cit. p, 356) e almeno dall'agosto del 1242 « sacri 
«imperii ab Amelia usque per totam Maritimam vicarius geueralis » 
WiNKELMANN, Actd, I, 323 ; Kaiser Friedrichs Kanipf, p. 282. Secondo 
una narrazione di parte pontificia in Amelia avrebbe fatto una rocca 
« subversis altaribus . . . baptisterium in clybanum convertendo, proie- 
« cto extra civitateni corpore sancte femine » venerata nella chiesa. 

VVlNKELM.\NN, Actcl', II, 719. 

(2) Cf. Rice. DI S. Geriiano in Mon. Gemi, hist., Script. XIX, 383 ; 
H. Weber, Dir Kumpf -^ischm Papst Innocen\ IV und Kaiser Frie- 
drich II bis lur Flucht des Papstes uacb Lyon in Historiscbe Sttidien veroff. 
von E. Ebering, Berlin, Ebering, 1900, p. 3. Questo scritto, che ha 
pregi grandi di serietà e di chiarezza, per le cose viterbesi non è 
che un fedele riassunto della monografia del Winkelmann più volte 
citata. 

(3) Si legga Anagni, 

Archivio della R. Società romana di storia patria. Voi. XXIV. 20 



500 7'. Egidì 



per mare due anni innanti (i), e li cardinali fecero papa Innocentio IIII 
nel mese di luglio (2). E in quel mese li Romani pigliamo Bottignano 
e guastare Montopoli in Sabina. Adì .xviii. d'agosto, martedì (5), el 
conte Simone fece un gran parlamento con li Viterbesi nella piazza 
di Sancto Silvestro, e disse corno sapeva che certi ^'iterbesi si vole- 
vano ribellare allo imperatore e darsi al papa. Et el populo tutti si 
scusavano, dicendo che tutti erano boni et fideli, e chi fussi colpevoli 
fusse morto. El venerdì sequente similmente el dicto conte fé' parla- 
mento colli Viterbesi nella dieta piazza, e Ranieri Gatto si levò in 
piedi, e disse al populo conio e! dicto conte haveva captiva voluntà 
sopra ad Viterbo, dicendo certe cose che se n'era accorto. Per la qual 
cosa tutto el populo si volse incontra al dicto conte, recandolo in 
odio. El sequente dì fé' conseglio el potestà (4) con tutti li giniilho- 
mini della città, e elessero dui ambasciatori e mandorli all'imperatore, 
che li devesse mandare miglior capitanio et devesse levare via el 
conte Simone. Onde el conte Simone sapendo che doveva perdere 
Viterbo, pigliò la torre del Tignoso (5) Landolfo del castello di 
Sancto Lorenzo, el qual castello fornì de tutte le cose che bisogna- 
vano alli castelli; e questo fé' per paura di cittadini. Onde che el 
cardinale Raniero da Viterbo (6), eh' era legato di tutta Toscana e 

(i) N. D. Tuccia qui aggiunge la notizia di una certa campana 
che i Viterbesi avrebbero predato a Nola nella Campagna romana, 
e posta sul campanile di S. Sisto. Tale notizia non può provenire 
da Lanzillotto contemporaneo agli avvenimenti, poiché una Nola in 
Campagna non è mai esistita, per quel che mi sappia. 

(2) Fu ai 25 di giugno l'elezione e ai 28 la consecrazione. 
Cf. NicoLAUs DE Carbio, Vita hinocentii IV edita da F. Pagxotti 
in Arci), d. R. Soc. rem. di st. pallia, XXI, 80. 

(3) N. D. Tuccia: « 17 agosto di martedì », ma il 17 era lunedì. 
Cf. GiRY, Manuel de diplomatique, p. 238. 

(4) Il 5 febbraio Federico II aveva nominato potestà Vitale 
d'Aversa (Winkelmann, Ada, I, 6S5) ; durò sino al luglio, secondo 
il SiGN'ORELLi, op. cit. p. 356; credo però, col Winkel.mann {Kaiser 
Friedricbs KampJ, p. 284), che debba estendersi la durata della sua po- 
testeria anche all' agosto, perchè nominato in febbraio doveva durare 
tutto l'anno (Signorei.li, p. 350). Sopravvenutala rivoluzione è na- 
turale che egli, imperiale, fosse sostituito ; v. e. 15 a. Anche la lettera 
del Tignoso (Huii.lard-Bréholles, VI, 125) ci dice che il podestà 
fu trattato come nemico. 

()) Il DELLA Tuccia erratamente: « Tignoio » (p. 21). 

(6) Ranieri Capocci, viterbese, vescovo della sua patria dal 12 13- 



Le croniche di Viterbo 301 



stava in Sutro, entrò in Viterbo addi .vini, de septembre, di mcr- 
cordi, e fumo facte grande battaglie in quel di nella piazza di San- 
cto Silvestro, e fu cacciata la gente de lo imperatore del palazzo, e ri- 
cuperare || nel castello, dove era el dicto conte; el quale conte haviva e. 
con lui .ii'^.L. homini bene armati, e entra Abbruzzesi et Tedeschi 
erano trecento novanta (i). 

El dicto cardinale fé' giurare ogni viterbese (2) et assediò el ca- 
stello intorno intorno con manganelle et mangani e trabocchi per 
le torri e per terra; el trabocco [grande] (5) fu posto in Damiata. 
Et el conte mandò all'imperatore in Puglia che devesse succurrere (4) 
Viterbo, si non, che si perdiva tutto. Li ambasciatori de Viterbo, che 
erano andati all'imperatore, menaroper capitanio del palese el conte 
di Caserta (5) el quale se n' andò ad stare ad Montefiascone, e scrisse 
all' imperatore che presto mandasse soccurso, impcrhò che poteva 
ricuperare Viterbo e la contrada. L' imperatore mandò subito uno 
grandissimo exercito. Et sentendo li Viterbesi si facta cosa, ferno car- 
bonare e steccata sopra lo piano Tornatori, che circundava el castello 
di Sancto Angelo, in fine al muro del piano di Scarlano; cioè dalla 

1245 e cardinale del titolo di S. M, in Cosmedin dal 12 16, creato 
da Innocenzo III, morì nel 1251. Cf. Eubel, Hierarchia calholica 
in. ili., Monasteri!, 1898, p. 627; Pinzi, Storia, I, 331, nota 

(i) N. D. Tuccia (p. 21) dice solo 250; il numero di frate 
Francesco è confermato dalla relazione che dell'assedio fu scritta da un 
familiare del Capocci, conservata nel cod. Palat. della bibl. Vaticana 
n. 953, ce. 56 sg. che dice: «... quasi quadringenti milites, cum suis 
« principibus, in castrum S. Laurentii civitatis contiguum aufuge- 
« runt » ; fu pubblicata dall' Orioli, Guerra «Scc. p. 70 sgg. Il Winkel- 
MANN da una copia del Pertz pubblicò novamente questa narra- 
zione negli Ada iniperii, I, 546-553; la citeremo da questa edizione 
col titolo Relatio. 

(2) Resta l'atto di giuramento; v. Pinzi, Storia, I, 391; Savi- 
GNOKi, L' archivio &c. n. li. Quest' atto e la lettera del Tignoso 
citata ci confermano che tra i seguaci di Raniero era Guglielmo conte 
palatino; quindi non è giusto il pensiero dello Schirrmacher, rife- 
rito dal WiNKELMANN, A". F. Kaiiipf, p. 284, nota 3, che voleva iden- 
tificarlo col conte Guido Guerra. Più giustamente il Pinzi, Storia, I, 
388, nota 2. 

(3) Prendo ad imprestito questo aggettivo dal della Tuccia. 

(4) Nel ms. « succerrere ». 

(5) Riccardo conte di Caserta nell' ottobre prende il titolo di 
vicario; cf. Winkel.mann, Acta, I, 330. 



302 7^. Egidi 



porla di Sancta Lucia in fino al piano di Scarlano dal lato di fiiorc le 
mura sopra la porta di Valle, clic girava mille cinquecento sette passi, 
da longa (i) dalla porta di Valle .ii'-.xxxi. passo (2); e niurarno tutte 



(i) « Da longa », della seconda mano. 

(2) Sebbene un po' oscuro, mi pare evidente che debba inten- 
dersi: fecero carbonare e steccati che, cominciando da porta S. Lucia 
correvano prima pel piano de' Tornatori, che è intorno ni castello 
di S. Angelo, passavano poi 231 passi avanti a porta di Valle e 
giungevano da ultimo a porta di piano Scarano, con uno sviluppo di 
1 507 passi. In tal modo come un grand' arco la trincea, partendo dalla 
estremità settentrionale della città, raccoglieva il castello di S. Lo- 
renzo, sbarrando sia quella grande insenatura che dicemmo altrove 
(p. 255, nota 6) internarsi tra quejto e il colle della Trinità col nome di 
Valle di Paul, sia l'altra valle che è adiacente al fianco meridio- 
nale dello stesso castello, e andava a morire da ultimo a mezzogiorno 
delle mura cittadine. E questo, a mio parere, è il solo steccato che 
i Viterbesi abbiano costrutto durante la guerra. L'Orioli {Guerra Scc. 
p. 76, nota) e il Pinzi (Storia, I, 395 e 399) mostrano di credere che 
essi ne costruissero due; uno che tutto intorno aggirasse il castello 
p:r assediarlo, avendo li sua parte più forte verso oriente nello spia- 
nato di S. Bernardino, ed un altro, vòlto invece contro i soccorsi 
che potevano venire dall' esterno e collocato là dove è stato indi- 
cato poco sopra. La loro opinione è nata, se non m' inganno, da 
una poco giusta interpretazione delle parole con cui il cod. Pai. 953 
più volte citato narra questi avvenimenti. Essi han creduto che il 
vallo, di cui ivi si racconta la costruzione subito dopo che il conte 
Simone avea dovuto racchiudersi nel castello, sia tutt'altra cosa da 
quello che più tardi oppose sì lunga e nerboruta resistenza alle armi 
di Federico. Ma, chi ben legga, la Rclatio non fa mai questa distin- 
zione, e quel vallo che dice costruito in principio «in castri am- 
« bitu . . . ne quisquam conclusis presidium ferre posset » (p. 547), e 
che non circondava tutto il castello ma « vastam campi planitiem 
e occupabat longius a castro propter iacturam tclorum ad instar 
«semicirculi sequestratam » (p. 547), è per lui quello stesso che 
viene disprezzato dal nemico « cum... convexam semitam tenuem et 
(f protensam ac erectam lignorum congeriem eminus conspexissct» 
(p. 547), quello che i cittadini scongiurano «quod... relinquerent.. . 
« et se restringerent intra muros » (p. 518). quello che, cominciato l'as- 
sedio, essi « ut frequentius, fodientes profundius.. . ampliabant, in ag- 
«f geris tumulo erigentes coronam palorum cum propugnaculis alilo- 



Le croniche dì Viterbo 305 



le porte de Viterbo salvo hi porta di Bove e la porta di Salciccliia 
e la porta dell'Abate. Et el cardinale elesse per potestà de Viterbo 
Ranieri di Stephano da Orbieto, el di de sancto Angelo di setembre. 



« rem » (p. 5 50). Siccliè lo steccato e la fossa: di cui fa parola la Relatio 
sono da identificare con quelli cui accennano le parole di Lanzillotto. 
Mi pare per g'unta che 1' esistenza di una linea di circonvallazione 
torno torno al castello sia esclusa, come dal racconto di Lanzillotto, 
che poco sopra, detto della ritirata di Simone nel castello, aggiunge: 
« el dicto cardinale... assediò el castello intorno intorno con man- 
te ganelle et mangani e trabocchi per le torri e per terra: el trabocco 
« grande fu posto in Damiata », cos'i dalle lettere stesse dei rac- 
chiusi, de' quali Simone scriveva al conte di Caserta : « instanter diebus 
« et noctibus nos impugnant balistis, arcubus, fundis necnon et ma- 
« chinis quas in summitate oppositarum nobis turrium erexerunt » 
(Huillard-Bréholles, vi, 127), e il Tignoso quasi con le stesse 
parole: « diebus ac noctibus impugnarunt hostiliter et instanter lapi- 
« dibus, arcubus, balistis et machinis quas in summitate turrium erexe- 
« ruat » (Huillard-Bréholles, VI, 125); parole tutte che si con- 
vengono ottimamente ad un bombardamento del castello e non ad 
un regolare assedio. È vero che la Rdalio (p. 551) dice che allo 
steccato i cittadini combattevano contro Federico, mentre « magna 
«pars ... castrum S. Laurentii obsideret», in modo che v'era doppia 
battaglia; ma dall'insieme del testo anche li mi pare che si escluda 
l'esistenza di un duplice steccato. Del resto, chi ricordi la configu- 
razione del colle di S. Lorenzo con le sue ripidissime pendici (al- 
lora certo pii^i ripide che oggi), non troverà necessario tanto lavoro 
per impedirne l'uscita ai racchiusi. Per accedervi o per uscirne due 
sole erano le vie; ad oriente il ponte che l'univa al resto della città, 
il quale certo fu subito asserragliato o più facilmente rotto dagli im- 
periali, quando si rifugiarono nel castello, e che era molto age- 
vole battere coi mangani e coi trabocchi; a ponente la porta di 
Valle (la quale probabilmente si dovrà cercare un po' più a monte 
di dove ora si trova). Bastava quindi che contro questi due punti 
fossero volte le difese dei cittadini; per gli altri era sufficiente una 
guardia attenta senza opere di fortificazione. Il Winkelmann nella 
citata monografia, che ci dà la migliore narrazione di questi avve- 
nimenti (pp. 285-288), ammette il bombardamento contro il castello 
e l'unico steccato contro Federico, ma quanto egli dice sulla sua 
situazione è assolutamente ed interamente errato: nello schizzo to- 
pografico che correda il suo scritto, neppure una indicazione ha il 



304 y. Egidì 



El conte di Caserta adunò forando excrclto ad Montcfìascone et 
andò a loggiare alla selva di Sancto lohanni e Sancto Vittore e 
stette lì tre dì, e poi a' nove di ottobre, de giovedì (i), gionse l'im- 
peratore e aleggiò nel piano di Bagni, et el sequente di, la maitiiu 
per tempo, venne a loggiare nel piano del Tornatore e nel piano 
di Miisilegio in fine ad Sancto Favolo (2), ad canto alle steccata, 
quanto pò gettare una balestra da longa. 



suo posto, se si eccettuino l'Arcione e la cattedrale di S. Lorenzo: cosa 
quasi inevitabile d' altra parte per chi non aveva a sua disposizio:ie 
altro che l'orribile p'anta prospettica pubblicata dal Bussi, Islorin, 
p. 50. il tratto di steccato che correva dalla fronte di porta di Bove 
s-no all' altezza di porta di Valle, doveva seguire presso a poco la 
linea delie mura presenti e fu conservato anche dopo l'assedio, forse 
fino a che Visconte Gatti non gli sostituì la cinta murata (1268). 
Certo nello statuto del 1251 si stabiliva che si avesse cura di esso 
e delle fosse. « Statuitnus quod carbonarie nove utiles de sticcatM, 
scilicet a Pertusa Vallis usque ad carbonarias que sunt extra por- 
« tam Bovis, nullatenus repleantur ; et si quis repleverit vel repleri 
« fac'at, suis expensis evacuet et solvat penam .l. librarum : et pò- 
« testas personaliter videat ter in anno si est aliquid evacuandum, ut 
« faciat evacuari » ; Stiitiito, III, 2; Ciampi, op. cit p. 499. Si noti 
come si parli di una <f Pertusa Vall's » di fronte ad una « porta 
« Bovis », il che potrebbe far pensare che in corrispondenza della 
porta Valle che si apriva ai piedi del castello, ci fosse una interru- 
zione nello steccato, non una vera porta. Cf. la Porta Pertusa di Roma 
in ToMASSETTi, Catiipa^iui, m questo Archivio, IV, ^66. Anche quando 
pàrtiisa venne adoperato in senso di porla (Dl'Cakge, GJossarinin, ad 
verbum), dovette essere per quelle porte che in origine erano state 
aperte provvisoriamente. 

(i) 11 nove era venerdì ; c(. GiuY, Manuel Sic. p. 239. N. d. 
Tuccia dice 1' 8. 

(2) Il campo si stendeva da nord ad ovest della città, appunto 
contro lo steccato allora allora costruito. La chiesa di S. Paolo era 
presso il ponte di Signorino a ponente della città, e non è da con- 
fondere affatto con quella che poi venne in mano dei Cappuccini, 
la quale si trova al punto diametralmente opposto, come fa il Ca- 
Mli-LT, in una misera ed insignificante narrazione di questi avveni- 
menti inserita ncWAlbinnfponiiih ìclUrario e di belle arti, Roma, i<^48, 
XV, 135-138, col titolo: Battaglie e vittorie riportate contro gli imperiali 
dai Viterbesi nell'anno 124}, p. 137. 



Lii croniche di Viterbo 305 



E vedendo ciò li Viterbesi temevano assai dello assedio de T im- 
peratore Federico e mai se partivano dalle steccata né de di né de 
nocte, e li si mangiavano e bivevano, e lassarno la guardia di tutta 
la città, e havivano proveduti nelli lochi più dubiosi (i) intorno alle 
mura(2).|| La domenicha ad mattina per tempo, lo imperatore in e. 15 b 
persona se mosse con chavalieri e pedoni armati, et ordinò le schiere 
con uno suo indice chiamato Pietro della Vigna et Enrico di Paran- 
gano (3), et andarno sopra el palazzo de la contrada del piano di 
Scarlano. Ma li Viterbesi vedendo dove era andato lo imperatore, 
alcuno di loro cominciò a dire: « Faciamo el comandamento de 1' im- 
peratore » ; e alcuni dicevano di non volerlo fare (4). L' altri homini 
più gagliardi balestravano e facivano diflesa alle steccata contra quelli 
de l'imperatore. Lo imperatore comandò ad tutti li cavalieri (5) che 
devessero smontare ad piede, et tutti insieme dessero la battaglia 
grande alle steccata; e cusì fu facta grandissima battaglia intorno 
intorno alle steccata. El conte di Caserta et Enrico de Palangano 



(i) « più dubiosi », del correttore, su rasura. 

(2) N. D. Tuccia aggiunge: « E nella piazza di S, Silvestro stava 
« la moltitudine del popolo per soccorrere alle bisogne di quel lato, 
« ove fosse stato bisogno. Avevano tra loro ordinato le bandiere, cioè 
« 25 giovani per una, li quali stavano tutti alla richiesta e coman- 
« damento del capitano della comunità e popolo » (p. 22). Di questo 
ordinamento non trovo altrove alcuna menzione. Se vi fu, ebbe gran 
somiglianza con quello che per Roma esisteva probabilmente già a 
questo tempo, di certo nel 1327. Cf. Ecidi, Intorno airesercito del co- 
munii di Roma ndla prima mila dd sec. XIV, Viterbo, Agnesotti, 1897, 
p. 119 sg. Però io son d'opinione che tale divisione sia interpolata 
dal della Tuccia, poiché neppure il contemporaneo autore della citata 
Reìalio ne fa cenno alcuno, per quanto essa si presentasse adatta a 
ricamarvi qualcuno de' suoi periodi fioriti. 

(3) È questa l'unica menzione che io conosca di operazioni mi- 
litari guidate da Pietro delle Vigne. Quanto ad Enrico di Palangano 
nulla posso aggiungere a quello che se ne dice qui, a meno che non 
voglia identificarsi con l'Enrico de Para^^nano nominato nel doc. 3032 
del BòHMER e con 1' Enrico de Paremiano che fu padrone del ca- 
stello di Giove presso Amelia; Berger, Les registres d' Innocenl IF, 
Paris, 1884, n, 4247. Cf. Winkelmann, A'. F. Kampf, p. 292, nota 2. 

(4) A commento di queste parole si veda la Relatio, p. 79 sg. 

(5) Qui e più sotto la prima mano scrisse « chrii », la seconda 
neir interlineo « cavalieri ». 



So6 T. Egidi 



colli cavalieri toscani e con li pugliesi, pugnano nella valle di San- 
cto Paolo. L'imperatore con molti chavalieri e baroni della Magna e 
della Marella e del Ducato, ch'erano gagliardi homini, pugnarno et 
fcrno rempire le carbonare, C'oè li fossi, di botti e fascia di viti, et rop- 
pero le steccata in tre lochi. Per la qu.il cosa li Viterbesi fortissima- 
mente facivano difesa, e mai se partivano da dicti steccati et occi- 
devano et ferivano assai di quelli de 1' imperatore; coll'aiuto di Dio 
li soperchiavano. Et tutte le donne viterbese con sollecitamento por- 
tavano sassi et arme da difesa e rinfrescamenti alli loro homini (i). 
Onde vedendo 1' imperatore clie la sua gente periva, e non possiva 
pigliare li steccati, fé' comandare e bandire che ogniuno tornasse alli 
loro logiamenti. 

El secondo di poi la battaglia lo imperadore mandò el conte 
Pandolfo di Fasanella (2) in Toscana, che devesse menare assai gente 
ad piede bene armati et ben gagliardi. Poi comandò lo imperatore 
che tutte le suoe gente trovassero legnami et edificassero case e cap- 
panne; e la casa de l'imperatore fu facta sopra al. poggio de A!to- 
brandino (3), sopra la grotte del Riello, et li vi fecero beli ssime grotte. 
Li cittadine de Viterbo cominciamo a temere fortemente vedendo 
che loro facivano le case, dicendo tra loro: « Questo sarà longo as- 
sedio »; et ordinarno fare le guardie ad muta. Acciò a lloro non ve- 
nisse in fastidio lo guardare, alcuni guardavano el dì, alcuni la nocte. 
r6 A Lo dicto conte Pandolfo menò più de .vi. milia fanti ad piede di 

Fiorenza, Pisa, Pistoia et Pretasanta, di Siena et Lucca et di Arezzo (4). 
Poi che lo imperatore vidde li dicti fanti, comandò che fussero tro- 



(i) CiAz Reìalio,^. 552: « catervae puellarum ..., onuste victua- 
« libus, non metuunt ubique per campum ad bellatores accedere ac 
«de sepis cacumino lapides prohicere contra hostes. Deinde vulr.e- 
a rate in capite ac mammillis et membris reliquis non clamabant 
tf nec lacrimas emittebant.. . »; però ne parla solo durante il secondo 
assalto. 

(2) Reìatio,p. 551: « de suis optimatibus misit quosdam in Lom- 
« bardiam et Tusciam ut coUigcrent moltitudinem peditum «. Pan- 
dolfo di Fasanella era vicario imperlale in Tuscia come suo fratello 
Riccardo lo era nella Marca d'Ancona. Bòhmer-Ficker, n. 3586; 

WiNKELMANN, Ada, I, 325, 28, 29, 30. 

(}) « De Altobrandino », della seconda mano, su rasura di « Al- 
ce tobrandino ». 

(4) Per Siena v. Ficker, Forscbungen iiir Reichs uni Rechisge- 
schichle ItalUns, Innsbruck, 1868-74, IV, 402. 



Le croniche di Viterbo 307 



vati assai legni per fare castelli di legnami et anche ponti per posser 
rompere le steccata; et fé' fare .xxvi. castelli et ponti, et una man- 
ganella, la quale poserro ad Sancto Favolo; per la qual cosa li 
Viterbesi di novo renforzarno le steccata, et ferno maggior fossi et 
fecero una buffa grande et una piccola, et si le pusero nel piano 
sopra Sancta Maria della Ginestra, et contìnuo gettavano nel castello 
di Sancto Lorenzo et nel campo de l'imperatore; et fecero molte 
manganella et altri edifitii et molti pulzoni con le teste di ferro, con 
li qu'ali rompevano le castella di legno, et ferno molti graffioni o 
veramente petre lupo con le rustiche di legno, con li quali pigliaveno 
li castella et li gettavano in terra ; et fecero più vie sotto terra, onde 
escivano ad offendere li nimici (i). Et fore delle carbonare fecero le 
steccate, acciò che le castella di legno non si potessero acostare, 
ficcandoci assai passoni de legno; et sparsero assai tribali de ferro, 
acciò che intrassero nelle piante delli piedi delli inimici appiede e a 
cavallo; et fecero steccata per la valle del Tignoso infine al muro 
di Sancto Chimento (2). Et el cardinale comandò che la torre et il 
palazzo di Ranuccio (3), con la torre che stava nel piano di Scar- 
lano, fusse scarcata, acciò che tutti quelli dell'assedio lo vedessero, 

e cusi fu facto. 

Addi .X. del mese di novembre, martedì, venne l' imperatore con 
tutto el suo exercito et con le castella di legname et altri edifici ad 
canto a li fossi, et fé' fare grande battaglia, credendo certamente vin- 
cere la pugna. Il Li Viterbesi fortissimamente et durissimamente si di- 
fendevano, con balestra et archi e con petre ne ferivano et occide- 
vano assai et molti ne gectavano per terra; et le doe buffe continuo 
gectavano per lo campo, et tutti li nimici facivano fugire chi là chi 
qua per paura di quelle pietre; et li Viterbesi uscivano fuore di quelle 
cave et abrusciavano l'alogiamenti di nimici che stavano nel piano 



(i) S. Camilli dice che « circa 20 anni sono furono scoperti 
« tali cunicoli nel prato giardino e podere Chigi, sebbene in parte 
«franati e riempiuti», art. cit. p. 157. 

(2) Una descrizione interessante di queste varie sorta di mac- 
chine e di fortificazioni ci è data dalla Rdatio, p. 549 sg. La valle 
del Tignoso è la parte esterna di quella già indicata col nome di 
Paul: anche qui il Winkei-.manm si trova imbarazzato nell' ubicarla, 
K. F. Kampf, p. 295. Lanzillotto dimentica di narrarci i tentativi fatti 
da Federico per sollevare la città, specialmente per mezzo degli ere- 
tici Pietro e Giovanni di Orte. Cf. Rdatio, p. 548. 

(5) Ranuccio Cocco secondo Pi^/A, Storia, l, 429. 



e. 



3o8 T. Eiridi 



de Toniatori e nella valle de Saiicio Favolo, e nbrusciavano quelli 
castelli che possivano. Per la qual cosa li nimici non possendo 
vencere, si tirato di lontano et lassarne li castelli, et li Viterbesi tutti 
li scarcarno et miserci fuoco. 

Et (i) di queste cose lo ante dicto Lanzillotto fa piena fede 
che li vidde con li ochi soi : et l'ò scritte io frate Francesco, ricavate 
d' uno libro scripto (2) de sua propria inano, di bella lettera antica. 

El secondo dì di poi la battaglia, el papa mandò el cardinale 
Octone (3) all' imperatore, comandando che si partisse della terra 
sua, et lo cardinale li rendè (4) omne cavaliere che teneva pregionc, 
et con loro el conte Simone che era nel castello di Sancto Lorenzo. 
Lo imperatore se partì contatto l'exercito el sabbato sequente (5).- 

(i) In margine una mano con l'indice teso e le parole: «Nota 
« lo auctore », di mano del correttore. 

(2) Nel ms. « scripo ». 

(3) La lettura è incerta: parrebbe scritto piuttosto « Cetone». Re- 
stituisco « Octone » come mi dicono anche le righe seguenti. 

Ottone Candido, card, diacono di S. Nicolò in Carcere Tulliano 
fin dal 1227, nel 1244 poi divenuto vescovo della suburbicaria Por- 
tuense, rimasta vacante per la morte del card. Romano Bonaven- 
tura; cf. EuBF.L, op. cit. p. 6. Sicché in questo momento egli era 
ancora card, diacono come appare del resto dai docc. lui e LVii del 
Savignoni, L'archivio &c. e però poco esattamente N. de Carbio 
lo dice già « episcopus Portuensis » (op. cit. p. 87). Fu legato in 
Inghilterra nel 1257, ma è evidente che la sua legazione non durò 
sino al 1251, come vorrebbe Gervasius Cantauriemsis, Ada le^^um 
continuala, II, 130-201; vi era però ancora il 12 maggio 123S come 
da una sua lettera nell'arch. Sublacense, arca IV, 3. Intorno all'am- 
basceria cf. anche Huillard-Brf.iiollus, op. cit. VI, 206. Niccolò 
della Tuccia lo chiama Cetone, e per togUere la contraddizione sop- 
prime il nome « Oddo » poche righe più sotto (p. 24). 

(4) Così il ms; però inclinerei a leggere « li rendesse», affine 
di metter d'accordo questa frase con le righe che seguono. N. d. Tuc- 
cia: « l'imperatore fece patti che li rendesse il conte Simone...», 
p 24. Le trattative sono a lungo esposte nella lettera di Federico 
ai principi intorno alla loro rottura, scritta forse due giorni dopo, 
14 novembre; Huillard-Bri^holles, VI, 142; cf. Pinzi, S/0//1/, I, 
441 sgg. I patti furono confermati dal Consiglio cittadino secondo 
dice Innocenzo IV nella lettera del 18 noveinbre ; ibidem, p. 446; Sa- 
viGNONi, L'arc/j/u/o, n, lui. 

(5) 14 novembre. 



Le croniche di Viterbo 309 



El cardinale Odo entrò nel castello di Sancto Lorenzo e cavò fuore 
ci dicto conte Simone con li dicti chavalieri, et nolli seppe si bene 
condurre, che fumo robbati dn Viterbesi et da Romani che erano di 
nuovo vinute colli cardinali (i). Et el cardinale Ranieri comandò al 
podestà che tutti li gintilhomini et li migliori del castello fussero 
presi et legati et messi in prescione, et li fossero da Viterbesi tenuti. 

La domennicha a mattina per tempo maschi et feniine, grandi e 
piccoli, unanimiter infra (2) essi levarno ci romore, et andarno alle 
case dì quelli cittadini eh' erano stati contra la communità. et havi- 
vali messi in tanti pericoli, e tolsero tutta la robba loro et miseria 
al fuoco et abbrusciarla. Lo imperatore hebe di questo si grande ira 
che mise genti per Toscanella, Veiralla, Montefiascone et Vitor- 
chiano, che tutti fussero continuamente ad oflfendere Viterbo (3). 

Havendo li Romani sentito come lo imperadore s'era partito da 
Viterbo, vennero in adiutorio della Chiesa, et pigliamo Crapalica, e 
disferno Ronciglione, et pigliarci el conte Pandolfo (4) et mandarlo 
prigione ad Roma, et poi pigliamo Vico. 



(i) L' esercito romano due volte s' era mosso in aluto degli as- 
sediati, ma s' era arrestato a Sutri non sappiamo se per maneggi di 
Federico o pel rancore putrito contro Viterbo; Relatio, pp. 549 e 553; 
pure che alcuni e Romani e di altri paesi ad incitamento di Inno- 
cenzo venissero a Ranieri Capocci, ci mostrano le parole di N. de 
Carb'O, « subsidio » (così credo sia da correggere il « subito » letto 
dal Pagnotti) « nichilominus subsequente tam Romanorum quam 
« aliorum quos dominus papa transraisit «, op. cit. p. 83, e quelle 
della stessa Relatio, pp, 549 e 551. 

(2) « unanimiter infra », della seconda mano, su rasura. 

(3) La fellonia spiacque anche ad Innocenzo, come appare dalle 
sue lettere ai Viterbesi. Savigxoxi, L'archivio, nn. lui, lv; Pinzi, 
Storia, I, 446. 

(4) Il Bussi, op. cit. p. 131, credette che questo Pandolfo fosse 
il Fasanella; il Pinzi, Storia, I, 447, non dice chi sia; il VVinkel- 
MANx, K. F. Kaiìipf, p. 299, pensò che fosse uno de' Vico, poiché 
il Fasanella non era conte e quest' imprigionamento è d'accordo con 
le occupazioni di Ronciglione e di Vico. Ma nel 1244 era « comes 
« .A.nguillarie » Pietro (III) di Vico e di un Pandolfo di Vico non 
c'è notizia. Per me non corre dubbio che Pandolfo sia da identifi- 
care col padre del Pandolfo dell' Anguillara che nel 1264 a capo de' 
guelfi si oppose a Pietro (IV) da Vico e ne fu sconfitto e preso pri- 
gioniero presso Vetralla. A questo mi spingono le parole del nostro 



310 T. Eì^ÌlÌì 



Nel mese de dicembre tutti le torri et palazzi di niess. Biascio 
di Pietro Vicaro ad canto al poggio di Sancto Silvestro fero hedificare 
studiosamente (i); et nel dicto mese fu guasta la fontana di pìazzaNova. 

Anno Domini 1244. Nel mese di ienaro tutto el castello d'Er- 
cole, in quel tempo chiamato el castello de Sancto Lorenzo, fu scarcato 
da Viterbesi; nel quale (2) erano .xvi. torri et alcuni belli palazzi. 
A di 12 de febraro, el sabato di carnovale (5), certi selvaioli de Vi- 
terbo andarno a predare Vetralla e pigliamo gran preda di pecore 
et Giorgio da Vetralla con certi pregioni; ad qual remore trassero 
[li W'trallesi] con (4) li Todeschi che stavano in Vetralla per l' im- 



stesso cronista a e, 19 a che temo non siano altro fuorché una ri- 
petizione di questo stesso avvenimento, e quelle della Historia Si- 
cilia riportate dal Cklisse, I prefd Hi di Fico, n. 32, nota 5: « huius 
« comitis pater multum fuerat imperatori Friderico devotus: scd hic 
« a paterna devotione degenerans, Manfredo signa reverentiae non 
« ostendit ». Il trovare contemporaneamente conti dell' Anguillara 
Pietro di Vico e Pandolfo, non recherai meraviglia a chi ricordi quanto 
spesso si distaccassero o si riunissero i signorotti a Federico e al 
papa, e quanto spesso i beni del disertore venissero dati al fedele 
come premio. Forse, come il Calisse pensa (op. cit. p. 23), Pan- 
dolfo si volse alla Chiesa e Pietro ne ebbe la contea. 

(i) Cosi il nostro ms. N. d. Tuccia dice: « fumo edificate no- 
M bilmente » (p. 24); Itjzzo : « furono scarcate studiosamente» (ibi- 
dem, nota). I Vico erano di parte imperiale e quindi sarebbe da 
attenersi alle parole di luzzo, tanto più che seguono alla notizia della 
presa di Vico; ma d'altra parte case de' Vico appunto del secolo xiii 
esistettero nei pressi di S. Silvestro (cf. Pinzi, Storiti, I, 445, nota). 
Potrebbe pensarsi alla preesistenza di case de' Vico in quel luogo, 
ora distrutte insieme con quelle degli altri ghibellini che si trova- 
vano nel castello di S. Lorenzo, poi ricostruite, passata la bufera, e 
a questo potrebbe credersi più facilmente quando si rifletta che le 
parole « scarcare », « distruggere », « distrutto » ìxc. dei nostri cro- 
nisti non si debbono prendere sempre alla lettera, perchè troppe 
volte si ritrova in piedi quello che prima era stato detto abbattuto. 

(2) Espungo la parola « anno », pensando che sia stata intro- 
dotta nel ms. per disattenzione dell'amanuense. 

(j; Il 12 febbraio era venerdì; Gikv, op. cit. p. 247. 

(4) Il « con » è aggiunto dalla prima mano sopra riga con una 
chiamata, quindi necessariamente manca qualche parola, che io credo 
debba congetturarsi come ho fatto. 



Le croniche di Vilcì-bo 3^^ 



peratorc, et correndo di rieto (i) alli Viterbesi riscossero dieta preda 
e cacciaro li Viterbesi infino ad Sancto Antonio. Lo romore si leva 
in Viterbo: et le genti tragono (2) di rieto ad Todeschi et cacciorli 
in sino ad Sancto Appolito, et ferno un bel facto d' arme. Infine li 
Todeschi fumo rocti et pigliatene ,XXVi. cavalieri et mortine .vini. 
et li Viterbesi cacciamo et sequirno l' inimici in sino al ponte ad 
canto ad Vetralla. 

A di .XKiii. de febraro la brigata de l' imperatore Federico II, e. 17 b 
raccolta dalle terre intorno, cavalcaro in quello di Viterbo, et ripu- 
sorsi nella valle delle Pantane di nocte tempo, et la mactina per 
tempo fugi uno cavallo del decto aguato et venne alla porta de Vi- 
terbo. Pe'r la qual cosa li Viterbesi si guardarno et nullo usci fuora ; 
et li nimici cursero in sino al piano di Tornatori, et non guadagnarno 
niente. El giovedì sancto della septimana sancta Io imperatore mandò 
al papa Pietro delle Vigne suo iudice et Tadeo conte di Tollerano (3) 
e dissero che el dicto papa devesse mandare ambasciatori a lui, im- 
pcrhò che voleva fare pace con la Chiesia. El papa stava ad Civita 
Castellana e questo odito, mandò doi imbasciatori a l'imperatore con 
authorità che possano fare la dieta pace et confirmare quanto lui 
proprio (4). Lo imperatore, havendo li dicti imbasciatori, in fine non 



(i) Ms. « rietto ». 

(2) Ms. « tragano ». 

(3) Il testo è qui evidentemente corrotto, né migliore mi pare 
la lezione accettata da luzzo « conte di Trollerano». Ch' io sappia, 
non esisteva in questo tempo alcun Taddeo di Tollerano (?) o di 
Trollerano: d' aUra parte (N. de Carbio, op. cit. p. 84;. Huillard- 
Bréholles, vi, 207 e altrove) sappiamo che l'ambasceria era com- 
posta di Pietro delle Vigne, di Taddeo di Suessa, di Raimondo conte 
di Tolosa. Sarebbe troppo ardito di correggere : « Pietro delle Vigne 
«suo iudice et Tadeo et el conte Tolosano »? A ciò mi conforta il 
fatto che quest' ultimo sempre nei documenti è detto « Raimundus 
«Comes Tolosanus » e mai « de Tolosa » (Huillard-Bréholles, 
IV, 485, 799, 800, 802, P06 &c.), anzi alcune volte semplicemente 
«Comes Tolosanus» (idem, IV, 386, 912,921 &c.). Da Tolosano a 
Tollerano il passaggio grafico è niente aflfatto difficile ; meno ancora 
la caduta dell' articolo o la trasformazione della « et » in « de » e la 
sua metatesi. Cf. Huijer, p. 714, nota i. 

(4) Il cronista confonde due ambasciate imperiali. La prima com- 
posta del conte di Tolosa, di Pier delle Vigne, di Taddeo da Suessa 
trovò il papa a Roma nella pasqua; la seconda di cui facevano parte 



312 T*. Egidi 



volse fare pace col papa. El papa indignato se pani da Civita Ca- 
stellana et andò ad Sturo e lì vi fé' il consìglio con li suoi cardinali 
e eoa Romani, domandando loro aiuto. Li Romani promisero aiuto 
et poi nollo obscrvarono; et el papa, indignato di tale e de si facta 
cosa e come homo proveduto, si n' andò ad Civita Vecchia, e li vi 
trovò .XL. galee di Genovesi, et lui con .x. cardinale entrò nelle 
diete galee (i) et andossine ad Genova. Ht lì (^cc uno grande con- 
seglio e commise al cardinale Ranieri el governo di tutta Toscana 
e del ducato (2) di Spoleti et della Marcha d' Ancona e così lo 
fé' vicario et rectore. Lo imperatore, havendo ciò sentito, prestamente 
se ne andò ad Pisa et comandò ad Vitale d' Aversa (3), el quale 
era capitanio in Toscanella e in Montefiascone, che facesse grande 
guerra ad Viterbesi. 

In quel anno si levò in Viterbo una compagnia chiamata Pezza 
gagliarda, li quali ferno una curraria ad Montefiascone e menarno 
certa preda, la quale condussero alla torre di Ianni da Perenti. 
18 A Et Vitale d' Aversa montò ad cavallo con grande exercito e 

cavalcò in quel de Viterbo, e pigliò certa preda de pecore. Li Vi- 
terbesi trassero con furia in sino all'ospitale di Rosignolo (4); ma 
Vitale vedendo sì gran tratta, comandò ad tutte le gente suoi e strecte 
e serrate si desserarono (5) adosso a li Viterbesi, onde fu facta gran 
battaglia; in fine li Viterbesi furono rocti, et ce fu morto uno fante 
ad piede; et fumo pigliate .xl. Viterbesi e menati ad Montefiascone. 
E questo fu a dì .vi. de luglio, di mercordì. A di .xxiiii. de agosto 
li Viterbesi andarne ad Vitorchiano e tagliamo tutte le vigne e arsero 
quante cappanne erano di fuora. 



Pietro e Gualtiero di Sora lo trovò a Civita Castellana, dove egli 
era dall' 809 giugno e dove si trattenne diciannove giorni, sino 
al 27, quando andò a Sutri. N. de Carbio, op. cit. p. 86; Huillard- 
Brlholles, VI, 210. 

(i) N. DE Carbio dice xxii, op. e loc. cit. Per questa fuga 
V. ScHiRRMACHER, IV, 568-371, nota 9; Causse, Storia di Civilavecchiii, 
p. 166 sgg. 

(2) Ms. e del ducato e di Spoleti ». 

(3) Vitale in questo momento era capitano imperiale nel Patri- 
monio; Huillard-Bréuollei, VI, 368, 371. Si noti ciie N. d. Tuccia 
erratamente lo chiama sempre Vitale d' Anversa, p. 25. II Pinzi segue 
Nicola, I, 462 sgg. 

(4) Di questo ospedale v. Pinzi, Ospiti, pp. 67, 70, 357. 
()) La prima mano aveva scritto « dessero ». 



/.e croniche di Viterbo 313 



Anno Domini 1245. Fu potestà di Viterbo Fubo (i) da Bologna 
e ordinò che Ile misure di mulinari fossero facti di rame, e cosi fu 
facto. Nel dicto anno Innocentio papa IIII passò oltra li monti con 
tutta la sua corte, e andossine ad Leone sopra Rodano e lì vi or- 
dinò el concilio con tutti li cardinali (2); salvo che lo vescovo 
Ostiensis e messer Stefano presbiter cardinale commise in vice sua 
in Roma (3Ì ; messer Ricardo d'Ancona cardinale (4) commise in 
vice sua in Campagnia; messer Raniere diachene in Toscana edu- 
cato di Spoleti e la Marcha d'Ancona. In quello anno furono molte 
cavalcate e preda tra li Viterbesi et gente de l'imperatore. Et el pa- 
triarca d'Antiochia (5) et lo patriarca d'Aquileia andarno in Francia 
e tractarno pace tra '1 papa et l'imperatore, el quale imperatore stava 
alli bagni di Pezzolo per certa sua infirmità (6). 

In quel mezzo Pandolfo di Fasanella e Vitale d'Aversa, capi- 
tanii dell' imperatore, ferno grande exercito contra Viterbo, e asse- 
diamo in uno loco chiamato Rotella e stectero octo di e guastarno 
arbori e vigne quante vi forno. Poi li venne molta gente dal reame 
e andarno ad guastare nella valle di Sancto Antonio per .v. di. Et 
li dicti patriarchi, sentendolo, si lamentaro co l' imperatore che trat- 



(i) N. D. Tuccia, p. 26, «Fulvio»; luzzo, «Fabio». Il vero 
suo nome è Faber. Signorelli, op. cit. p. 356. 

(2) Vi giunse il 2 dicembre 1244 (N. de Carbio, op. cit. p. 90) 
e ordinò il concilio ai 25 (p. 95). 

(3) « Stephanus tituli Sancte Marie in Transtiberim presb. card. 
« qui remansit in Urbe vicarius » ; N. de Carbio, p. 87. 

(4) Riccardo Annibaldi « Sancii Angeli diac. card, de Campa- 
« nia et Maritima comes » ; ibidem. Queste frasi nel ms. sono mal 
punteggiate, tanto che parrebbe lasciato vicario in Roma Riccardo, 
e in Campania, Tuscia &c. Ranieri. 

(5) « d'Antiochia », aggiunto dalla seconda mano, in spazio ap- 
positamente lasciato libero dalla prima. 

(6) Cf. N. DE Carbio, p. 93 : « patriarcha Antiochenus et alii ». 
Patriarca d' Antiochia era Alberto Rizzato vescovo di Brescia, cui 
ai 16 luglio 1243 da Innocenzo IV era stato commesso l'ufficio delia 
legazione nella provincia di Antiochia e nell'esercito cristiano di Terra 
Santa. Cf. Eubel, op. cit. p. 93, Patriarca d'Aquileia era Bertoldo 
de Meran « ep. Colossensis », nominato da Onorio III (27 marzo 12 18) ; 
id. p. 99. Per le trattative V. Huillard-Bréholles, op. cit. VI, 266, 271. 
In luogo di « Pezzolo »N. d. Tuccia, p. 26, dice « Pozzolo ». La notizia 
di questa bagnatura è poco verosimile. Cf. Bòh.mer-Ficker, n. 3470 a. 



14 "P. Egidi 



tante la pace non doveva lare sì grande guerra alle terre del papa, 
et lo imperatore mandò che l'assedio si levasse da Viterbo, 
e. 18 B In quello anno li Viterbesi ferno le carbonare intorno ad Sancta 

Maria in Grada, di comandamento di niesser Ranicre cardinale. 

Nel mese di giugno, lo di di sancto lohanni Baptista, el diete papa 
Innocentio IV (i) nel concilio del Leone sopra Rodano fece il pro- 
cesso contra l'imperatore (2). E in quel tempo Vitale d'Aversa fc' una 
cavalcata ad Corneto et pigliò molta preda e .XLiiii. prigioni me- 
nolli ad Montefiascone. In quel anno nel mese di novembre el ca- 
stello di Pitrugnano (5) fu disfacto da Vitale d'Aversa. 

Anno Domini 1246. Di comandamento de l'imperatore Fede- 
rigo II mandò ad Cornetani, si volevano fare li comandamenti de 
l'imperatore; quando non lo facessero, lui impiccaria tutti quelli pre- 
gioni. Li Cornetani rispusero che questo non stava in loro libertà. 
Per la qual risposta el dicto Vitale impiccò .xxxii. di quelli Cornetani 
che teniva prescioni (4\ 

Nel dicto anno, del mese di marzo, Grosseto era dell' imperatore, e 
Pandolfo era con l'imperatore dentro in Grosseto, e Tebaldo Franco (5) 
sovertio tutta Puglia e tolsela a 1' imperatore. Sentendo questo lo im- 

(i) « Innocentio IV», del correttore, in spazio serbato a bella posta. 

(2) V. la Relatio de concilio Lugdunensi in ^'Ion. Gemi. ìiist., Lcgicm, 

IV, II, 513-516. 

(3) Nel Viterbese tra S. Martino al Cimino e Vetralla; ne con- 
serva il nome una contrada. Della devastazione resta notizia anche 
in un doc. pubblicato dall' Huillard-Brhholles, VI, 282 : «... Cun- 
« età . . . vastaverunt, vineis evulsis radicitus, in hac hostili desola- 
« tione velut mensis dimidium commorando et demoliendo (prodi- 
« torie securitate incolis prius data) castrum Ecclesie Petrognnni ». 

(4) Vedi il Lamento metrico composto per questo eccidio e con- 
servato nella Murgaritu Cornetana in Ciampi, n. lxii, p. 353, e 
in Dasti, Soiixji slorico-archeologichi di Tarquinia e Corneto, Roma, 
1878, p. 462; in Huillard-Briìholles, VI, 368, e in più altri. Il 
Lamento però dice il fatto accaduto nel 1245. 

(5) Nel ms. « di Francesco », ma più sotto due volte « Franco ». 
Egli è « Theobaldus Franciscusw « Francisius » che nel 1242 era 
stato podestà imperiale a Padova; Huillard-Bréholles, VI, 139; 
nel 1245 «regni marescalcus » nell'esercito di Federico « in depo- 
« pulatione Urbis » ; H.-B. VI, 88; Winkelmamn, Ada, I, 328, 
nel 1245 « potestas Parmae»; H.-B. VI, 252 &c. N. d. Tuccia, 
p. 26, lo chiama «f Tebaldo Francesacco ». Della ribellione si accorse 
per primo Riccardo conte di Caserta; Winkelmann, Ada, I, 570. Il 



Le croniche di Viterbo 315 



peratore hebbe grande ira, e Pandolfo per paura fug'i da Grosseto e 
andossine ad Corneto, poi andò a Roma; e lacobo da Morrò (i) 
anclie si ne fugi e andò ad Roma. Lo imperatore adunò grande exer- 
cito e andò per raquistare Puglia, e Tebaldo Franco liebbe gran 
paura e andò in una fortezza con bona amunitione (2), e l'impera- 
tore r andò assediare. 

Li Perosini vedendo che lo imperatore non voliva fare li coman- 
damenti del papa, de comandamento de messer Raniere cardinale ferno 
grande esercito e andaro contra Foligne, e combatterno e li cac- 
ciamo in sino a la porta, e tagliamo le vigne et arbori assai. Uno 
duca, che stava in Foligne per lo imperatore, usci fuore con tutta la 
sua gente e con tutto il populo de Fuligne e pugnò contra li Pero- 
sini e roppeli e pigliorni circa sette mili.i e ucciserne e ferirne assai. 
Era l'exercito di Perosini .xx. milia tutti feriti (5). 

Nel mese de magio li Romani andaro contra Anguillara, e pi- e. 19. 
gliarno el castello, e pigliamo el conte Pandolfo, et menarlo pregione 
ad Roma (4). A dì 17 di giugno venne Vitale d'Aversa contra Vi- 



Pandolfo qui nominato è il Fasanella (Huillard-Bréholles, VI, 
395 e altrove; Winkelman'n, Ada, I, 540; II, 54), che anch'esso si 
ribellò insieme col fratello Riccardo. 

(i) Nel 1242 vicario imperiale « in Ducatu », Winkelmann, 
Ada, I, 325 ; nell'ottobre del 1245 era con Federico sotto Viterbo, 
I, 330, 332; nel 1246 fu de' capi della congiura; Huillard-Bréhol- 
les, VI, 595, 405 e altrove; Winkelmann, Ada, li, 54. N. d. Tuccia, 
p. 26, aggiunge agli altri congiurati certi Tocco e lacomo di Mantova. 

(2) Occupò « Capuacium », mentre altri ribelli occuparono Salò. 
Winkelmann, op. e loc. cit. 

(5) Le due ultime parole aggiunte dalla seconda mano, che ha 
voluto mettere in evidenza il racconto di questa battaglia, segnando 
nel margine esterno un lungo serpentello verticale e la parola « nota ». 
N. D. Tuccia, «deserti, feriti e maltrattati»; luzzo, «erano tutti 
«cerne », p. 27. Fu ai 3 1 marzo 1246; capitano degli imperiali Marino 
d' Eboli, vicario per il ducato; secondo una lettera di Federico II 
oltre ai morti e ai feriti, si sarebbero fatti prigioni cinquemila Pe- 
rugini e Assisinati. Huillard-Bréholles, VI, 406 ; Bonazzi, Storia 
di Perugia dalle origini al 1S60, Perugia, Santucci, 1875, I, 292 ; 
F. Tenckhoff, Der Kampf der Holwistaufen um die Mark Ancona uni 
das Hir^ogtuni Spoleto voii der :{iveiteii Exkommunikation Friedrichs li 
bis xu't^ Tode Konradins, Paderborn, Schoningh, 1895, p. 43. 

(4) Q.uesta notizia è da aggiungere alla serie raccolta intorno 

Archivio della R. Società romaìia di storia patria. Voi. XXIV. 21 



3i6 T. Egidì 



terbo e guastò le vigne dalle grotte del Riello ; poi tornò la sera ad 
Montefiascone (i). 

A dì .XXIII. de luglio fu fatto un gran romore nella piazza di 
Sancto Stefano tra doi fratelli carnali, cioè messer Berardo di Petro' 
Farolfo et Pietro suo (2) fratello e fecero insieme gran questione, alla 
quale trasse il podestà (5) con molti in suo aiuto, e mise gran voce 
che fussero pigliate; nella quale mischia fu ferito uno chiamato Lam- 
berto, nanti l'altare della dieta chiesa. 

Vitale d'Aversa, havendo sentito si facto romore, se mosse da 
Montefiascone con le suoe gente (4). seco andando pensando che Vi- 
terbo volesse fare niutatione di stato; el sequente dì tutti li nimici 
d' intorno vennero ad cavallo e ad piede, credendo che fusse pif^liato 
Viterbo. Per la qual cosa el podestà de Viterbo, havendo sospecto, 
mise in pregione .xxxviii. cectadini (5) delli quali più dubitava. In 
quel tempo Tebaldo Franco s'arcndè alle gente dell' imperatore per- 
chè non si posseva piij tenere, e lui e li suoi sequaci fumo robbati 
e arsi (6). 

In quel anno fu sì gran fame in Viterbo che molte fameglie se 
ne fugivano per non possere vivare, e sparserosi per tutto il paiese 
d' intorno. 

Nel dicto anno, che fu nel dì de (7) sancto Angelo de septem- 
bre, fumo electi .1111. rettori del populo, cioè Ranieri Gattu, Ranuccio 
di Ioanne di Coccio, lovanne (8) di Ferenti e lacobo di Gregorio 
del Rosso; li quali stectero nel dicto offitio e ferno fare el muro de 
Sancta Maria Magdalena infino a la portecella (9) del piano di 
Sancto Fustino. 

all' Anguillara da G. Tomassetti, Campagna, in questo Archivio, V, 
88 sgg. Mi sorge però il dubbio che essa non sia che una r'peti- 
zione di quella data dal cronista a e. 17. \. 
(i) Cf. Huillard-Bkéholles, VI, 282. 

(2) « et Pietro suo », del correttore, su rasura. 

(3) Era un certo «Michael». Sign'orelli, op. cit. p. 556. 
(4") Sopprimo un e e », che mi pare fuor di posto. 

(5) N, DELLA Tuccia, p. 27: « piglionne 34 e miseli prigione»; 
Pinzi, Storia, I, 475, cita il passo del nostro, però legge xxxiv. 

(6) Con Tebaldo furono presi « Gisolfus de Mannia, Guillclmus 
« de S. Severino, Galfridus de Morra, Robertus et Richardus de Pha- 
« sanellis »; Huillard-Bréhoi les, VI, 457. 

(7) Raso e poi riscritto dalla seconda mano. 

(8) «-vanne», della seconda mano. 

(9) N. D. Tuccia, p. 27, « anteporticella ». 



Le croniche di Viterbo 517 



Como ho dicto in prima, Viterbo in tutto periva de fame e impe- 
rhò non si trovava cosa da mangiare, et era sì gran fame che per le 
chiese e per molti lochi obscuri erano trovati le creature morte. O 
quanti guai liaviva el dicto populo, donne e fanciulli e tutti, grandi 
e piccoli ! E corno uscivano fuore delle mura della città, erano pi- 
gliate dalli nimici ! || E tutte queste penurie soffersono per mantenersi e. 19 d 
nello stato di sancta Chiesia. Mectivano loro figlioli in luochi (i) ser- 
rati, acciò che non andassero strillando (2) per la terra, et quando 
li andavano a vedere, molti ne trovavano morti per li diserti casa- 
lini (3) et mangniati da bestie. Per la qual cosa molti se ne fugivano 
di uocte tempo per paura dei nimici, e cusi la città se veniva con- 
sumando. Alcuni eh' erano trovati dai nimici fuore le mure, fugi- 
vano per certe caverne, e li nimici facevano el fumé et adfucavali 
dentro. Intra li quali ne afucarno in un un dì .xiii., un altro dì 
.villi, tra maschi et femine (4). 

Anno Domini 1247. Rimase tanta pocha gente in Viterbo che 
per nullo modo vedevano posserlo guardare da nimici ; imperhò che 
li giovani erano fugiti per la fame et lassati loro patri et matre et 
altre fameglie (5). Onde quelli pochi ch'erano rimasti, muraro tutte 
le porte de Viterbo, salvo la porta de Sancto Sixto et la porta de 
Sancta Maria Magdalena, una al levante, l'altra al ponente. El sequente 
mese de febraro messer Alexandro (6) disse ad Vitale corno Viterbo 



(i) Ms. « luohi », 

(2) In margine il correttore: «stridendo». 

(3) Nel ms. .«per li diserti et casalini mangniati ». 

(4) N. D. Tuccia ha compendiato, e poco felicemente, questa 
descrizione. « Tuttavia in Viterbo si moriva di fame e si trovavano 
« putti e putte morte nelle chiese ; e quelli uscivano fora delle porte, 
« eran presi da nemici, e posti in luoghi che non facessero rumore; 
« e quando l'andavano a vedere li trovavano morti per la fame. Così 
« si trovavano assai morti nei casali disabitati e magnati dalle bestie. 
« Ne fuggivano assai di notte per paura dei nimici, e si mettevano 
<c per le grotte, e li nemici 1' affogavano con il fumo. In due giorni 
«ne fumo trovati 34 morti e un altro 43 tra maschi e femine; e 
« questo soffrivano per non ribellarsi a S. Chiesa », p. 27. 

(5) Famigliari? 

(6) Alessandro di Cavelli (v. poco sotto) o di Calvelli (N. d. Tuc- 
cia, loc. cit.), secondo il Pinzi, probabilmente feudatario di Monte Cal- 
vello. Una colonia de Cabdlis esisteva sulla Cassia già nel secolo x 
(To.MASSETTi, op. e loc. cit. V, 130), ma non mi pare probabile 



3iS T. E -idi 



e. 20 K 



era cus'i disolato, et il di de sancta Maria Candelora vennero con tutto 
l'exercito ad combattere in quel de Viterbo e per forza vensero Bar- 
tholomeo de Ioanni de Ferenti e tollero il suo castello. Et l'impe- 
ratore levò el sopra dicto Vitale della commissione e volse che '1 
dicto Alexandre fussc suo commissario. Poi il dicto Alexandre andò 
ad combattere Bieda et per forza la vense et disfella. 

Vendevasi nel dicto mese ci grano .xxxvi. soldi, cioè nel mese 
d' aprile. 

Li Viterbesi elexero anco quattro boni ceptadini et idonei che 
devessero supplire al bisogno della città. Et fu messcr Azalitio di 
Clarimbaldo (i), Ioanni di Ioanni da Ferenti, Ioanni de Bartholomeo 
del Monte e Scambio de Ghirigorio (2), i hominì electi per supplire 
a la città de Viterbo, li quali provedevano sopra l' offitii et altri bi- 
sogni. 

In quel tempo certi gintilhomini et prodi della città de Viterbo 
si partirne e andarne ad Tede; et el nome di loro sonno lud., l'altro 
la. (3), e ordinare con uno chiamato messer Federico (4), che se de- 
vesse intermettere con l' imperatore, che volesse havere Viterbo per 
recomandato, e che li volesse f?.re la bolla della remissione de ogni 
ingiuria che li Viterbesi li avessero facta, et con questa bolla loro 



si tratti di essa. Questo Alessandro mi è ignoto: conosco invece un 
Simon de Calvellis « magne curie magister iusticiarius » nel 12 16 
(H.-B. I, 954), ma egli pare « civis Panormi »; ibidem, p. 853. 
(r) N. D. Tuccia, «Alessandro Orlandini», p. 28. 

(2) Ms. « de Ghiorio » : suppongo manclii il segno di abbrevia- 
zione. Il ms. Viterbese di N. d. Tuccia « Gregorio «, il testo del 
Ciampi lo tace (p. 28). Nel ms. i quattro nomi son posti in colonna 
e di fronte stanno le parole che io ho messo di seguito. 

(3) Nel ms. « lud'..., la: ». Il testo dato dal Ciampi (p. 28) li tace, 
però nel seguito della narrazione uno dei due è detto Giacobbe, che 
corrisponderebbe allo la. del nostro. Il ms. Viterbese riferito in nota 
dice: «l'uno chiamato X... l'altro lud..., non dichiaro altramente loro 
« nomi perchè detto Lanzillotto non li chiarie lui » e facilmente dice 
la verità. Lanzillotte scriveva appena Viterbo era tornata alla Chiesa 
e non era forse prudente troppo liberamente far i nomi di costoro 
che avevano ridato la città all' imperatore. Il ms. dell'Archivio di 
Stato Romano, p. 74, « l'uno chiamato Re... l'altro lud... ». 

(4) Federico d'Antiochia, figlio naturale di Federico II, era vi- 
cario in Tuscia. PiKZi, Storia, I, 484; Sa viGNONi, L'arc/jif io, n. lxiii; 
Huillard-Bréholles, vi, 386, 404, 418, 477, 488. 



Le croniche di ]^iterbo 319 



speravano che Viterbo si desse a l' imperatore (i). Onde che incon- 
tinente lo dicto Federico andò a 1' imperatore, e recò una bolla de 
remissione sugellata col sugello d'oro pendente (2). Li quali dui cit- 
tadini, havendo la dieta bolla, si n'andaro di terra in terra ove stavano 
li Viterbesi, notificando la dieta remissione, et a tutti piacque; e 
cussi se ne adunaro una gran quantità nella città de Orvieto, e fcrno 
noto al dicto messer Alixandro di Cavell! tutto el facto (3). Ad messer 
Alixandro piacque assai, e ordinarno venire li dicti cittadini presso ad 
Viterbo ad una abadia chiamata Sancta Maria di Palenzana e fumo 
circa mille cittadini e mandarno ad dire ali! Viterbesi, ch'erano dentro 
in Viterbo, tutto el fatto. Per la qual cosa 1' hcbbero tanto ad male 
che ferirno li messaggi, e villaneggiandoli li cacciorno via. E fu a 
dì .VI. del mese de magio che lo popolo levò gran rumore, e uscirno 
fuori ad cavallo et ad piede contra quelli di Palenzana, e quanti ne 
giongevano, ferivano; e loro fugirno chi qua chi là. 

Lo imperatore in quel tempo vinne ad Terani (4), e ordinò el 
suo figliolo Carlo signore et re de tutti suoi paesi di qua, con tutti 
li tituli che s'intitulava lui (5), e piacque alla sua maiestà di mettere 



(i) N. D. Tuccia, p. 2S, continua : « Queste cose ordinorno 
« detti cittadini da lor medesimi senza aver volontà di pace. Messer 
« Federico andò all' imperatore, esponendoli si fatta imbasciata, e li 
« piacque assai, perchè aveva gran volontà aver Viterbo, e fé' una 
« bolla pienissima di remissione e sigillolla col piombo, e così il detto 
« Federico tornò a Todi con tal bolla. Li cittadini viterbesi vedendo 
« la detta bolla, dissero non valeva niente, perchè era sigillata col 
«piombo; dovesse ritornare e farla sigillare d'oro. Tornò detto Fe- 
« derico all' imperatore, la fece sigillare d'oro, e poi ritornorno. An- 
ce domo detti cittadini... ». 

(2) Questo viaggio pare dubbio. Cf. Bòhmer-Ficker, Regesta, 
n. 3609 .\, e più sotto a p. 321, nota 2. 

(3) Ms. « et tutto el facto », La « et » è una glossa interlineare. 

(4) Nessun documento di quest'anno è datato da Terni, però 
Federico ai 22 gennaio era a Foggia, ai 18 febbraio a Capua, nel- 
l'aprile a Pisa (H.-B. VI, 265-66) e ai 20 di febbraio doveva essere 
« apud Yteranum »; Bòhmer-Ficker, n. 3609 a. 

(5) Carlo o Carlotto detto anche Enrico, terzo figlio legittimo 
di Federico II, avuto da Isabella d' Inghilterra. Cf Wimkel.mann, 
Kaiser Friedrich II, II, 145 sgg. Egli è il testimonio che appare nel 
diploma di remissione ai Viterbesi emanato da Federico II nell'ago- 
sto 1247 ^ "O" Enzo come credono il Pinzi, Storia, I, 483 e 485 e 



320 'P. E<>tdi 



in mano di messcr Sin'baldo (i) tutta la pace e concordia della ci;ti\ 
de Viterbo, e lui se parti et se ne andò in Lombardia. 
e. :o B La sequentc nocte tornaro li dicti cittadini in Palenzana et di 

nuovo tentarno quelli dentro che devessero consentire ad quella vo- 
luntà per bono et pacifico stato della dieta città. Ma quelli dentro 
temivano forte che questa cosa non fusse facta ad fine de desfare la 
città, et, armati tutti, serrarne tutte le porte, et posersi ad guardare 
nella piazza de Sancto Silvestro, et vetarno che nullo devesse parlare 
con quelli di Palenzana, dicendo : « Guardamone da loro come da no- 
c stri inimici ». Poi tutti se n'andaro alla porta de Sancto Sixto ad fare 
la guardia, e li stettero in fino ad vespero El sequente di, di mercoldi, 
dui consuli, cioè messer Azzolino (2) et Ianni da Ferenti, di voluntà 
et consentimento (3) di Raniere Gatto, et di Ranieri di Ianni Coccio, 
loro compagni (4), menarno con loro el balio del comuno e el iudice, 
et andorno infino al ponte Buffiano, et mandarno uno messo ad mes^ 
scr M. (5) et all'altri che erano in Palenzana, che devessero venire 
al dicto ponte ad parlare con loro. Allora el dicto Ma. (6) la. con 
tutti quelli di Palenzana vennero al dicto loco, e quando fumo gionti, 



il Ceccotti nelle postille alla copi.i di questa cronaca. Il Bussr, 
p. 157, lo scambia con Corrado. 

(1) « Sinibaldo tutta» della seconda mano su rasura di « Sini- 
« baldo»; così pure del correttore « se parti et ». Chi è questo Sinibaldo? 

(2) Facilmente è l'Azalizio di cui a e. 19 B. Il mercoldi era l'ot- 
tavo giorno di maggio. 

(3) Nel ms. « cosimeto ». 

(.4) Credo che non fossero i consoli, come dice il frate, ma i 
quattro magistrati eletti straordinariamente per provvedere alle an- 
gustie cui era in preda la città. Mi induce in quest'opinione il ve- 
dere che durante il lasso di tempo in cui sarebbero avvenute queste 
trattative (a. 1247- 1248) ^^a podestà « Monaldus de Eugubio » (Signo- 
RELLi, op. e loc. cit.), e che in quest'epoca non si trovano più mai 
coesistenti consoli e podestà. N. d. Tuccia, nella copia edita dal Ciampi, 
tralascia i nomi dei due Ranieri e fa di Azzolino, Angiolino; in quella 
Viterbese oltre i due Ranieri aggiunge Giovanni di Bartolomeo e 
Scubio (Scambio) di Gregorio. Ciampi, op. cit. p. 29 e nota. 

()) Questa « M » è aggiunta in fine della riga dal correttore, 
dopo esser stata rasa al principio della seguente riga. N. d. Tuccia, 
ivi: « mandorno due messi in Palanzana ». Del ponte Buffiano, Pof- 
fìano, Foffiano v. Pinzi, Os{)i:^i, p. 54. 

(6) Messer Iacopo ? N. d. Tuccia : i< Giacobbo ». 



Le croniche di Mlcrbo 321 



loro stavano verso Palenzana, e li consuli verso Viterbo, et el ponte in 
mezzo. Dicano li consuli: « Che volete voi da noi? » Loro risposero: 
« Volemo el bene e la pace et la quiete de la nostra città ». E moltis- 
sime parole dissero umilissimamente. Li consoli volevano vedere la 
bolla, e loro dicevano : « La volemo leggere presente el populo ». E 
li consoli non volevano, e cus'i tornò ogniuno in drieto. El sequente 
dì andorno molti cittadini ad Palenzana ad vedere loro parente et 
amici, e comparavano del pane e altri frutti con gran festa, e quel 
che costava in Palenzana uno denaro, vendevano in Viterbo cinque 
denari. L'altro d'i vennero quelli de Palenzana ad Sancta Maria in 
Grada; infine fumo lassati entrare dentro in Viterbo, || et dipoi molte e. 21 a 
eccectioni (i), gridarne tutti: a Pace, pace »; e cusì fu facta la pace. E 
lo figliolo de r imperatore venne in Viterbo, e smontò nel suo pa- 
lazzo, ove poi fu giurata fedeltà da tutto el populo, e fé' scarcare le 
case del cardinale Raniere adpresso ad Sancto Bartholomeo da Vi- 
terbo per comandamento di dicto Carlo, figliolo de l'imperatore (2). 



(i) Ms. « occectioni ». 

(•2) Non è facile intendere se il figliolo dell' imperatore che entrò 
in Viterbo e ne ricevette il giuramento sia Federico o Carlo, ma 
parrebbe più presto questi, poiché del primo mai il cronista ha detto 
il legame di sangue che aveva coli' imperatore. Col Winkelmann, 
K. Fr. Kampf, p. 304, credo più probabile si tratti di Carlo. Il 
modo con cui Viterbo tornò alla fede imperiale non appare ne' 
documenti per intero consono a quello esposto dal cronista. Ci re- 
stano due diplomi dell'amnistia concessa da Federico II alla città, 
uno del gennaio, l'altro dell'agosto 1247 (B.-F. nn. 5603, 3641); 
la cronaca invece fa menzione di uno solo emanato nel marzo al- 
l' incirca. Il Pixzi, Storia, I, 481 sgg., discostandosi dagli annali, tra- 
sportò tutta la serie degli avvenimenti nell'estate del 1247, per porla 
in relazione col diploma di agosto che solo gli era noto, e pensò che 
questo, ottenuto da Federico di Antiochia in un viaggio apposita- 
mente intrapreso, fosse quello per mezzo del quale gli emigrati riu- 
scirono a persuadere i loro concittadini alla sottomissione. Il Wik- 
KELMANN, K. Fr. KuiHpf, p. 305, uota 4, pensò invece che il cronista 
avesse postergato gli avvenimenti e che al viaggio di Federico si 
dovesse assegnare una data precedente al diploma del gennaio 1247, 
il quale sarebbe stato appunto «la bolla della remissione», che i 
fuorusciti avevano impetrato. Ma giustamente si può osservare che 
l'itinerario di Federico d'Antiochia durante lo scorcio del 1246 e 
l' inizio dell'anno seguente non consente un viaggio suo alla corte 



322 T^. Egidi 



Lo dicto imperatore Federico II (i) havendo poi conquistata tutta 
Italia, chi per forza e chi per amore, si parti con suoe gente e andò 
al Lione, ove stava el papa col concilio, e cercò pigliare el papa per 
forza dentro Lione. El papa e tutti i cardinali et tutti i prelati di 
stima se contravestirno, e gectarno loro abiti, e scognosciutamcnle 
fugirno chi là e chi qua: et el papa se n'andò alla città de Venetia (2) 
e h vi s'acconciò per coco di canonici regulari nella chiesa della 
Carità. Era el dicto papa della città de Genova. 

Ora el dicto imperatore andò perseguitando tuttala chierichia(5), 
e tristo colui che se fusse nominato prete; e questo faceva per di- 
specto del papa. Et durò questa persecutione tre anni e mezzo. 



imperiale, dimorante allora ncU' Italia inferiore, e che egli con ogni 
probabilità non potè recarvisi se non una volta in quell'anno, di estate, 
appunto quando fu emanato il diploma dell'agosto, nel quale anzi com- 
parisce come testimonio. Mi pare difficile non consentire in ciò, e 
con questa sentenza non mi sembra difficile concordare il racconto 
del cronista, che resterebbe integro nella sostanza, salvo una omis- 
sione e un anacronismo, se i fatti, come credo, si svolsero in que- 
st' ordine. Sullo scorcio del 1246 i fuorusciti iniziano le pratiche 
per ottenere il perdono imperiale, che Federico concede nel gennaio 
dell'anno seguente (da questo facilmente la notizia degli Annales la- 
nueuses, p. 220, che Viterbo già nel dicembre fosse dell' imperatore). 
I Viterbesi diffidenti non accolgono l'atto di clemenza, lo Svevo per 
rassicurarli toglie il vicariato a Vitale d'Aversa (e. 19 b), che per la 
crudeltà vi si era tanto distinto da meritare con Pier delle Vigne 
(strano connubio) che fossero a loro dai guelfi attribuite le parole 
bibliche «duo vasa iniquitatis bullcntia » (H.-B., VI, 282). Ma anche 
tal prova non basta ai Viterbesi che resistono ancora qualche tempo, 
finché, stretti dalla fame e convinti dalle persuasive parole dei con- 
cittadini, si acconciano a restituirsi nell'obbedienza, ai io di aprile 
del 1247 (erroneamente il Tenckhofk, op. cit. p. 44, dice che ciò ac- 
cadesse il nove). Più tardi, per maggior sicurezza, chiedono con- 
ferma del diploma, la quale viene loro concessa con la bolla aurea 
dell'agosto, ottenuta a loro favore da Federico di Antiochia nella sua 
andata a Parma sotto cui Federico era in campo e da ciò forse nacque 
il racconto della bolla plumbea rifiutata di cui a p. 319, nota i. 
(i) «Federico li)), del correttore, nell' interlineo. 

(2) Ms. «hi». In margine il correttore ha segnato: «Papa In- 
« nocentio 4° fugito in Venetia». 

(3) Ms. « chiericha ». 



Le croniche di Viterbo 323 



Tenendo l'imperatore si facta vita, multiplicarno tanti li pec- 
cati suoi, che Dio non volse abandonare la sancta Chiesa ne ancho 
li soi fideli: et essendo el dicto imperatore tornato in Italia, andò 
alla città di Napiili, e li vi mandò cercando el figliolo, e miselo in 
mare centra Venetia con 36 galee armate. Poi se parti di Napuli 
e misesi in mare per andare ad Valenza (i). La qua! partita sentirno 
li Genuesi e miscrsi in porto con .XL. (2) galee armate, e assalirne 
l'imperatore, e pigliarlo per forza, e menarlo prigioni; poi mandarne 
ambasciatori per tutto il paese, si si potesse trovare el papa, noti- 
ficando comò havivano pregione l'imperatore. (Alcuni dissero che 
anco fu pigliato e rotto el figliolo de l'imperatore ad presso ad Ve- 
netia con 36 II galee e il dicto figliolo trattò pace col papa e co l'im- e. 201? 
peratore. Lo papa era stato cognosciuto da un francioso, essendo 
travestito d' abito [de] canonico regulare nella chiesa de la Cha- 
rità). 

La novella è gionta alla città di Venetia, comò l'imperatore era 
prescione ad Genova. Subito li Venitiani mandarno uno bandimento 
che qualunche ricognoscesse el papa, e nuntiasselo (3) a loro, gua- 
da jnarebbe mille fiorini d'oro. Advenne che uno giorno dicto papa 
stava ad scopare la piazza de Sancto Marco in Venetia; uno corti- 
sciano antiche lo ricegnobe, e guardò con chi tornava in Sancto Marce, 
et factone advisato el regimento di Venetia, loro mandarno cercando 
lo canoniche e 1 ceco; e cussi loro andarne. Fu el dicto papa ri- 
ccuto con grande henore, e! quale lui assai recusava. In fine li ferno 
venire innanzi el dicto cortisciano, e non pessendo più negare, 
confessò et [fu] revestite heneratissimamente et messo in uno grande 
et magno palazzo; età cului che l'haveva palesato, gli denaro mille 
fiorini, et vestirlo de ornato vestimento. E cusì per tutta la Christianità 
fu spasa la novella, e gionta che fu a Genua, li Genovesi menarne 
l'imperatore pregione ad Venetia, e, presentate inanzi al papa, si in- 
ginocchiò e basolli el piede, et disse: «Non tibi sed Petro ». Le 
papa si levò in piede e poseli el piede sul collo e passò oltra et 
disse: « Super aspidem et basiliscum ambulabis et conculcabis leenem 
« et draconem » ; e cusi fu retenuto in fine che esse li assegnò (4) 
tutte le terre de la Chiesa, cioè Remagna, la Marcha, el Ducato, el 
Patrimonio et Campagnia. Et cusì il cardinali Ranieri tornò in Viterbo 



(i) N. D. Tuccia, p. 29, traspone i due racconti. 

(2) N. D. Tuccia dice 44. 

(5) Ms. « nuntiassere ». 

(4) « li assegnò «, del correttore, su rasura. 



52 (. 'P. Kg idi 



con Ile commissione che haveva haute prima che il papa fusse di- 
scacciato, e fé' fornire la chiesia di Sancta Maria in Grada, dove sta 
l'ordine di sancto Domeniche. Ancho el dicto cardinale fé' scarcare 
e. 22 A le case e le | torri del palazzo dell'imperatore sopra la chiesia de 
Sancta Maria del Poggio e per cascione che da quel lato era Viterbo 
senza mura, fé' fare el muro castellare per mezzo del dicto palazzo 
disfacto, e mezzo ne rimase fuore della città e mezzo dentro nella 
dieta città (i). 

Lo dicto imperatore, da (2) poi le diete cose, li fu fatto grande 
honore dal dicto papa; e lui, vedendo havere commesso grande er- 
rore, per satisfare sì facto peccato, deliberò andare contra li Snra- 
cini in Soria, e collo aiuto del papa e di Venetiani e Genovesi e 
con la possanza sua andò e conquistò assai terre nel paese de Hve- 
rusalem (,)• Et essendo in quelli triumphi oltra mare, li si ribellarono 
molte delle terre suoe per conducta del re de Boemia e d'altri signori. 
Per la qual cosa lui lassò l'impresa di Soria e tornò nella Magna e 
gasticò tutti quelli che l'havevano fallito. Et visse questo imperatore 
nella sedia imperiale anni .xxx. 

El papa si parti da Venetia con tutta la corte; che l'erano andati 
a trovare quelli pochi cortisciani ch'erano in quello tempo, li quali 
erano andati tappinando tre anni e mezzo. Et el papa tornò ad Roma 



(i) La restituzione di Viterbo al papa avvenne certo ne' primi 
mesi del 1252, poiché Innocenzo se ne rallegra in una lettera del 
17 aprile (Potthast, n. U557; Berger, n. 5645); non pare quindi 
per nulla attendibile che vi abbia preso parte Ranieri, il quale, 
secondo un autorevolissimo contemporaneo, si spense a Lione prima 
che la curia ne partisse (N. de Cardio, op. cit. p. 103), e cioè prima 
del 19 aprile 125 1. Cf. Winkelmann, A'. Fr. Kanipf, p. 305, nota 4. 
La chiesa di S. Maria ad Gradus era stata cominciata nel 12 17 per 
cura di Raniero e donata ai predicatori nel 1220 o 1221; pare 
fosse compita nel 1244; fu consacrata nel 1258. Il Cristofori, Le 
tombe de papi in Viterbo, Siena, San Bernardino, 1887, p. 61 sgg , 
raccolse molte notizie intorno alla chiesa, utili sebbene disordinate: 
ne parlò, oltre il Pinzi, Storia, II, 134, nota 2, I'Ojetti in una 
conferenza tenuta avanti ai cultori della archeologia cristiana in 
Roma ai 16 marzo 1884; BuUdtino di Archcoloi^ia cristiuiui di G. B. 
De Rossi, serie iv, III, 39 sg. Del palazzo di Federico dissi già a 
p. 246, nota 3. 

(2) Glossa interlineare del correttore. 

(3) « Hye- » correzione su rasura di « Gè- ». 



Le croniche di Viterbo 3-5 



e fc' nuovi cardinali e visse poi anni quattro et poi mori. Era visso 
nel papato anni .xi. mesi .vi. dì .v.(i). 

Hora comincia la città di Viterbo a ricogliere un podio el fiato, 
e vedendosi bavere bone entrate deliberarno fare una bella piazza 
nel mezzo de la dieta città, e compararno (2) da persone private, o 
vuoi dire da pii:i persone più et più casamenti, e tutti li scarcarno e 
ferno una piazza, nella quale ferno uno palazzo per lo capitanio in 
capo della dieta piazza, e ad piede della dieta piazza ferno un pa- 
lazzo per li consuli, |1 li quali consuli in quel tempo si facivano per e 22 b 
uno anno (5). Et nota che insino ad quel tempo li olTiciali erano 
stati in uno palazzo ad presso la chicsia de Sancto Silvestro, l'altri 
in uno palazzo apresso la chiesa di Sancto Pietro dell'Olmo; altri 

(i) Credo che non faccia mestieri avvertire la strana confusione 
tra le gesta di Federico Barbarossa e quelle del nipote. Ricorderò 
quello che dissi altrove, e cioè che questa narrazione di certo non 
può derivare dalla cronaca di Lanzillotto, contemporaneo di Fede- 
rico II, per cui tale errore era assurdo; ma deve di certo attribuirsi 
ad una copia interpolata nel secolo xiv che frate Francesco ha preso 
per l'originale. Papa Innocenzo mori ai 7 dicembre 1254, sicché se- 
dette undici anni, cinque mesi e dieci giorni a contare dalla conse- 
craz^one (28 giugno 1243); tre giorni di più a contare dalla ele- 
zione (25 giugno). Cf. N. DE Carbio, op. cit. p. 119, e ivi in nota 
l'errore di Bernardo di Guido sulla data della morte, che dice av- 
venuta il giorno di santa Lucia (13 dicembre), quando già due giorni 
prima era stato eletto Alessandro IV. Innocenzo, partito da Lione 
ai 29 aprile del 125 1, dopo varie tappe in Francia e nell'Italia su- 
periore, giunse a Perugia ai 5 di novembre, vi si trattenne sino ai 
28 aprile del 1253 e ivi creò i cardinali; poi dopo breve sosta ad 
Assisi venne a Roma ai 6 di ottobre, per ripartirne ai primi dell'ot- 
tobre seguente, diretto verso Napoli, dove incontrò la morte; qumdi 
il racconto del nostro, anche in quel che v' è di storico, è pieno di 

errori. 

(2) Nel ms. «comparavano». 

(3) Cf. SiGN'ORELLi, op. cit. p. 3 SO. In realtà ordinariamente si 
elec'geva il podestà e non i consoli. Sotto Bonifacio Vili la durata 
fu ristretta a sei mesi. N. d. Tuccia aggiunge: « e questo fu nel 1268. 
« Dicono alcuni questa persecuzione del papa fosse fatta dall'impera- 
« tore Federico Barbarossa. Ma io l'ho scritta come l'ho trovata, 
a Questo Federico perseguitò santa Rosa », p. 30. L'erezione dei pa- 
lazzi municipali è però da riferire al 1261 (Pinzi, Storia, II, 158 sgg.). 



326 T. Egidi 



in uno palazzo ad presso la chiesa di Sancto Simone; e cusì li dicti 
offitiali fumo reducti nella dieta piazza facta de nuovo, nella quale 
ferno una fontana et uno beveratoro da cavalli. 

Haveva la dieta città in quel tempo sotto di sé più che .CL. ca- 
stelli, confinando al fiume del Tevere e Val di Laco(i) e Canino 
e dal mare di Montalto (2) in sine alla Tolfa e alli confini di Ncpe 
e de Orte; e questi erano li confini della dieta città. Ancho fu el 
loro Radicofani e Proceno e altri eastelleeti in quel paese, inperhò 
el dieto papa Innocentio assai lo bonificò per restauratione de l'as- 
sedio che havevano li Viterbesi sostenuto per la Sua Sanctità(3), Et 
molte altre cose ho trovate seripte nella cronicha dello diete Lan- 
zillotto delle quale non ho facto memoria, imperhò che dicevano 
d'altri faeti che della dieta città di Viterbo annuatim. Nel dicto Lan- 
zillotto secondo le suoe scripture ho trovato lui essere stato valen- 
tissimo homo e bono grammatico e bono versificatore e lo suo libro 
era scripto in carta di cuoro; e qui fo fine alle croniche del dieto 
Lanzilloeto (4). 

Hora io frate Francesco di Andrea farò ricordo di alcune altre 
croniche che ho trovate scripte in certi libri d'uno valente homo chia- 
mato maestro Gironimo medico e de uno altro cittadino di Viterbo 
chiamato Cola di Covelluzzo spetiale e d'altri cittadini che in ciò 



(i) La valle del lago di Bolsena. 

(2) Sulla cosi detta torre della Galiana sta l'iscrizione seguente: 
« In nomine Domini ..mcc. | nonagesimo .vi. nobilis vir dominus 
« Conjradus de Branca civis Eugubinus, potestas | civitatis Viterbii, 
« felici suo regimine | deeoratus honore, hanc turrim fecit | hedificari 
«de redditu cL. librarum | paparinarum, que castrum iMontis alti 
« prò I tertia parte portus pcrtinentis | ad commune Viterbii tenetur 
« eidem | communi solvere annuatim «{( Leggi ». La riporto per- 
chè edita dal Marocco e riferita dal Cristofori, Tombe, p. 311, in 
modo da essere irriconoscibile. Il Cristofori ne sbaglia anche l'ubi- 
cazione e al suo posto crede sia un' altra iscrizione, non letta, che 
parli della Galiana. Pel tributo di Montalto cf. i docc. Lxxviii 
e Lxxix del Savignoni, L'archivio, a. 1257. La prima cessione del 
terzo del porto di Montalto, fatta dai cittadini ai Viterbesi, risale 
all'a 1186. Cf Bussi, Isloria di Viterbo, p. 395; Savignoni, L'ar- 
chivio, doc. VI. 

(3) Cf. Savignoni, L'iuchivio, n. lxiv; Ciampi, op. cit. p. 53J, 
n- 159 sgg. 

{3,) Qui terminano le edizioni dell'Orioli e dell' Hùber. 



Le croniclic di Viterbo 327 



se dclectavano, li quali ho concordate in questo piccol volume, conio 
vederete; non perhò tutte loro scripture che dicano anno per anno, 
ma solo ho scripte quelle che mi parevano più degne ad farne men- 
tione (i). 

Anno Domini 1255 (2). Havendo li Viterbesi facta la piazza del e. 23 a 
comune novamente, corno per dicto Lanzillotto se scrive, ferno nella 
strada romana certa quantità de archi, ove ferno pontiche assai actuatc 
ad fare il macello del bestiame, al quale puser nome el Macel Mi- 
nore, per cascione che nella strada antica era un altro macello che 
giongeva dalle Pietre del Pesce infine sopra la chiesa de Sancto Vito, 
e per cascione el nuovo si chiamava Minore, ad quello fu dicto el 
Macello Magiure. Anco fu facta una prescione obscura in uno fondo 
de torre, allato alla porta di ponte Tremulo, dove stava la risecata 
del piano de Sancto Fustino; la quale prescione fu poi chiamata la 
Malta; dove el papa metteva li suoi prescioni quando stava in Vi- 
terbo (5). Ancho in quel tempo fu facta una fontana nel chiostro de 
Sancto Francesco de Viterbo et una nella piazza ove poi fu facto 
Sancto Pietro della Roccha, la quale acqua pigliaro sopra Viterbo 
ad presso alla via che andava ad Roma, ove si chiama l'acqua de 
la Mazzetta. Ancho fu facto in quel tempo in Viterbo uno bello et 
grande palazzo ad presso la chiesa de Sancto Lorenzo, chiamato 
el Vescovato; del quale palazzo fu l'ordinatore lo predicto Ranieri 
Gatto (4), con altri nobili e buoni cittadini amanti della dieta città e 



(i) Cf. prefazione, p. 208. 

(2) Nel margine supcriore: « 125 »; evidentemente errato. 

(3) Non mi fermerò sulla « vexata quaestio », se sia da ricono- 
scersi in questa la Malta di cui Dante, Paradiso, IX, terz. 18. Ri- 
mando al Ciampi, op. cit. p. 561 ; al Pinzi, Storia, II, 138; al Cri- 
STOFORi, La prigione della Malta ricordata da Dante, nella Miscellanea 
storica viterbese, IL 

(4) N, DELLA Tuccia, p. 31: 'cE il primo Francesco Paniere 
« fu che gli fece mettere in molti luoghi l'arma sua, e gli fece fare 
« una bella fontana e fu fatta a spese del Commune acciò vc- 
« nisse » &c. Ma quanto al nome ha ragione il nostro, come dice 
l'iscrizione ancora esistente sulle mura del palazzo: « Rainerius 
« Gattus, iam ter capitaneus actus...», dalla quale si apprende che 
fu eretto nel 1266. L'anno seguente fu innalzata l'attigua loggia, 
vero gioiello della nostra arte medioevale, che col suo misere- 
vole stato pare gridi vendetta per l' incuria deplorevole dei citta- 
dini, della Curia, del Comune e del Governo verso i nostri monu- 



328 7^ h\i:t\ii 



loro comuno. Et queste cose nobile facevano, acciò che venisse vo- 
luntà al summo pontitìce venire ad stare in Viterbo; che in fine a 
quel tempo non vi n'era mai vinuto nisciuno, si non per passagio. 

In quel tempo Viterbo fructava castelli e gabelle, e tutta l'en- 
trata era del suo communo e piccolissima cosa davano al summo 
pontilke, più per nome de dono che per sugetione (i). 
e. 2? B Anno i2)7. Fu facta la chiesia della Ternità di Viterbo e fu facto 

el muro ad piede ad Faule; cioè dalle mura delle ripe della porta 
di Buove, in sino alia porta del castello guasto, sotto ad Sancto Chi- 
niento, e fu il principale uno cittadino chiamato Ranieri Cacto (2). 

Anno Domini 1258. Fu alargata la piazza de Sancto Sylvestro 
ove si fa '1 mercato di Viterbo, e fu concesso ad Viterbo Valle- 
rano(5) et consacrata Sancta Maria in Grada, la qual chiesia l'ha- 
veva facta fondare el dicto cardinale Ranieri. 



menti. Del palazzo è conservato 1' originario scheletro quasi senza 
mutamento, ma l'interno ha subito tali trasformazioni o meglio de- 
turpazioni da essere assolutamente irriconoscibile. Da qualche anno 
gli animi di coloro che sono preposti alla Curia danno mostra di 
volgersi alla sua restaurazione e già il grande salone d'ingresso è 
tornato a ricevere luce ed abbellimento dalle sei grandi eleganti bi- 
fore che si aprono nella parete settentrionale, sopra la Valle di Faul, 
mentre per secoli, chiuse quelle, era stato sconciato da tre gran fi- 
nesironi degni di un granaio. La Curia ha fatto studiare dall' inge- 
gnere G. Zampi un piano di completo restauro, e c'è da augurarsi 
che non vengano meno la volontà e le forze perchè sia portato a 
compimento. 

(1) N. DELL.\ Tl'CCI.'X, p. 51, aggiunge: «1256, papa Urbano 
«donò a Viterbo Colle Cabale e l'isola Martana ». Si ricordi che 
Urbano fu eletto solo nel 1261. 

(2) luzzo, p. 5 I : « Ranieri Gatto, Ianni Como (Coccio?) e mol- 
«t'altri di condizione e da bene». Ma l'iscrizione ancora esistente 
sulle mura c'insegna che sono errati data e nomi: «Mille ducen- 
« tenls I octo cum ses quoque (qqe) denis | annishos fieri natus | stirps 
«Clara Ranerii | Gatti vi Verbi capita neus ipse Viterbi | fecit Vi- 
« sconte muro s cum divite fonte | turpis \_ceito da correggere turris] ab 
« utraque par|te Favulis aque ». Pubblicata molto male dal Bussi, 
op. cit. p. 157; e dal Cristofoki, Tombe, p. 313; assai meglio dal 
PiN/.i, Storia, II, ijr. 

(5) Già dal 12)4 si hanno ricognizioni di dominio per i co- 
muni di Canino, Castellardo, Pianzano, Valentano, Gallese, Valle- 



l 



Le croniche di Viterbo 329 



Anno Domini 1265. Papa Chimento quarto donò al comuno de 
Viterbo Cornessa (i), e el dicto papa iace in Sancta Maria in Grada 
presso all'altare magiure, ove li fu facta una bella scpultura de 
marmo (2). 

Anno Domini 1272. Fu donato al comuno di Viterbo Colle di 
Casale e l'isula di Marta da papa Urbano quarto (5). 

Anno Domini 1276. Morì in Viterbo papa Adriano quinto et è 
sepellico in Sancto Francesco, e visse nel pontificato .xxxviiii. dì (4) 
e iacc; adpresso l'altare maggiure : era di casa el Fieschi de Genova. 

Anno Domini 1277. Fu facto in Viterbo papa Giovanni XXI e 
visse nel pontificato .vini, mesi e octo dì, e mori in Viterbo et è 
sepellito in Sancto Lorenzo (5). Et fu facto papa Nicola III de 
Ursinis, e visse nel papato doi anni, octo mesi et .vii. di. 



rano, Vignanello, Carbognano, Casamala. Cf. Savignoni, L'archivio, 
n. Lxxi e nota; Pinzi, Storia II, 46. Nel 1259 avvenne la dedizione 
di Canino, nel 1260 la presa di possesso di S. Giovenale. Savi- 
GNONi, ibid. nn. Lxxxii, lxxxiii. 

(ij N. D. Tuccia, p. 31, «Cornetow; luzzo, « Cornossa » che 
è la forma giusta. Stava tra Marta e Montefiascone. 

(2) Clemente morì ai 29 novembre 1269. Il suo sepolcro, di 
bellissima opera musiva, venne trasferito dalla chiesa di S. Maria 
di Gradi a quella di S. Francesco, dopoché era stato arbitrariamente 
aperto e visitato da un privato nell'anno 1885. Anche nel medioevo 
quelle ceneri non goderono pace e chi voglia può leggerne le vicende 
nel Cristofori, Tombe, p. 26 sgg. Per la descrizione del sepolcro 
v. G. Rossi, Ricerche siili' origine e scopo dell' arcììitellura archiacuta, Siena, 
S. Bernardino, 1889, p. 45 sgg. Il Gregorovius, Toutbe dei papi, pp. 64 
e 2 1 8, erra ponendolo nella cattedrale. In N. d. Tuccia segue: « Nel 1 268 
« fu comprato il palazzo dove stava prima il podestà da più persone ». 

(3) Urbano IV era morto già dal 1264; però nel ms. 1272 è 
correzione di 1262. Colle di Casale, ora distrutto, si trovava presso 
Bomarzo. 

(4) Dal IO luglio al 18 agosto. Il suo mausoleo fu dal Grego- 
rovius, Tombe, p. 65, erroneamente collocato nella cattedrale. 

(5) N. D. Tuccia, aggiunge « presso l'aitar maggiore », p. 32. 
Anche il corpo di Giovanni più volte peregrinò: poiché da presso 
l'aitar maggiore dove era, secondo il cronista, nel sec. xv, passò 
tra la porta principale e quella di destra, e forse in quell'occasione 
alla primitiva urna di porfido fu sostituita quella che racchiuse le 
ceneri sino all'anno 1886, la quale certo non é la originaria, poiché 



350 y. E gì di 



Anno Domini 1281. Fu facto in Viterbo papa Martino quarto, 
e in quel tempo fumo morti in Cicilia tutte le genti de arme de 
Franciose (i), per conducta di Gianni da Precida; e fu la cascione 
per femine. 

1282. Fu la rotta di gintilhoniini in Viterbo, come farò mcntione 
in questo ad carte 41 (2). 

Anno Domini 1520. Addì .xxviii. de maggio fu ci miraculo che 
apparve nella capella della Eternità, ove sta la figura de la Nostra 
Donna, la quale cappella haveva facta fare messer Campana (3). 



ha perfino errata la data di morte del pontefice. In quell'anno poi 
da questa seconda urna le ceneri passarono in una terza, più deco- 
rosa, apprestata per cura del duca di Saldanha, ambasciatore porto- 
r'hese presso la S. Sede, e dello stesso papa Leone XIII, la quale fu 
collocata nell'ultima cappella della navata destra. Le due urne si pos- 
sono vedere in Cristofori, Tombe, tavole dopo la p. 520. 
(i) Xel ms.: «da franciose». Fu ai 50 marzo 1282. 

(2) V. e. 3 j A. N. D. Tuccia !a inserisce in questo luogo (pp. 32 
e 33 sino a r. 15) con le stesse parole che vedremo più tardi usate 
dal frate. 

(3) N. D. Tuccia più diffusamente: « Alli 28 di maggio fu il 
« memorabile miracolo della Madonna santissima della Trinità che 
« liberò Viterbo dalle mani de' diavoli, di cui l'aria tutta era piena, 
« e gridavano voler proi'ondare la città. Ma la Vergine miscricordio- 
« sissima, che sta dipinta nella cappella di S. Anna, apparve a molti 
«eremiti e incarcerati, omini da bene, dicendoli che andasse a quella 
« cappella tutto il popolo con luminarie e sariano liberati. Correndo 
« tutti della città con molta devozione, compunzione e penitenza 
« conforme aveva comandato la Vergine pietosa, fumo visibilmente 
« veduti tutti demoni buttarsi con urli orrendissimi nel bullicame : e 
«da tutto il popolo fu riconosciuta la similitudine della santa figura 
« con la quale era apparsa la Madonna. Questa fu la prima lumi- 
« naria istituita in Viterbo, proseguita sempre con solennità e imi- 
« tata poi nelle altre feste notabili, come appare nella Margarilu del 
« Commune. Il fondatore di quella cappella fu messer Campana 
«castellano di Viterbo», p. 33. Ma il Pinzi notò che quest'amplia- 
mento non si trova nell'unico ms. di Nicola che appartiene al sec. xv 
(Riccardiano 1941}, quindi fu interpolato posteriormente e dà indizio 
di quella elaborazione la cui più completa espressione fu consegnata 
nella leggenda trascritta di. sopra una « tavola attaccata alla cappella 
a della Trinità» da uno degli amanuensi di luzzo (Ciampi, op.cit.p. 3 8 3), 



Le croniche di Viterbo 331 



Anno Domini 1525. El d'i penultimo de dicembre, di sabato, fu e 24 a 
pigliato Montefiascone da Viterbesi e miserlo ad saccomanno e li 
Viterbesi per derisione andavano tutti per la terra festigiando ad ca- 
vallo in su l'asini (i). lira in quel tempo Montefiascone castello e 
non città (2}. 



la quale doveva servire di commento alle brutte pitture commemo- 
rative, di cui si può vedere una anche più brutta riproduzione nel 
Bussi, op. cit. p. 188. Il testo Riccardiano è perfettamente conforme 
a quello del Nostro, venendo così a confermare una volta di più 
quanto cercammo dimostrare altrove. Come debba intendersi l'av- 
venimento si veda in Pinzi, Sloria, II, 122 sgg. : io convengo per 
intero con lui, solo discordo nella data da attribuirsi alla tempesta 
che si scatenò quel giorno sopra Viterbo. La Pasqua del 1520 non 
fu il 25 marzo come egli crede, ma il 50 (Giry, op. cit. p. 199; 
De Mas Latrie, Trésor de clironologie, p. 322), quindi la Penteco- 
ste cadde il 18 maggio, che concorderebbe con la notizia conservata 
nella tavola suddetta « die lune, .xviii. mensis mali, in Pentecoste 
« circa medietatem noctis que est immediate post doniinicam ». L'er- 
rore costante dei cronisti è spiegabile, per l'unicità della fonte e la 
facilità dell'errore tra xviii e xxviii; quello dei Ricordi di casa 
Sacchi, conservati in copia del sec. xvi, per l'influenza dei cronisti 
stessi. Fino al 1870, più o meno solennemente, si continuò a cele- 
brare la processione commemorativa del presente miracolo. 

(i) Più giustamente N. d. Tuccia narra quest'avvenimento 
sotto l'anno 13 15. Si tratta dell'aiuto portato ai 29 di novembre di 
quest'anno dai Viterbesi, ghibellini, sotto il comando di Manfredi 
di Vico, a Bernardo di Cucuiaco, vicario del rettore del Patrimonio, 
il quale perchè ghibellineggiante (strano fatto per un ufficiale pon- 
tificio) era stato assalito e ridotto a mal punto in Montefiascone dai 
guelfi a capo dei quali erano gli Orvietani. Dopo la sconfitta contro 
i guelfi si istituì un processso terminato con la sentenza di condanna 
del 24 dicembre che imponeva forti taglie ai vinti, mentre i vinci- 
tori Viterbesi venivano insigniti del titolo di gonfalonieri della 
Chiesa e resi padroni per dieci anni di Montefiascone. Pure la ribel- 
lione durò fino ai 21 giugno 13 17, finché Giovanni XXII concesse 
perdono a tutti i signori, i castelli, le città ribelli meno Montalto, 
Canino, Toscanella e Castro. Cf. M. An'tokelli, Una ribdlionc con- 
tro il vicario dei Patrimonio Bernardo di Coucy (13 15-13 17) in questo 



(2) Vedi nota i a p. 532. 

Archivio della R. Società romana di storia patria. Voi. XXIV. 



??2 T. E nidi 



:>:>- 



Anno Domini 1^29. Entrare in Viterbo li guelfi con lo sforzo 
de la Chiesia per la porta del piano di Scadano e gionsero in sino 
alla piazza del coniuno. Poi uno cittadino chiamato Marciiccio et 
un altro se chiamava Silvestro, si riferno e cacciamo li guelfi. Poi 
fu grande battaglia tra loro e morti assai homini nella piazza del 
comuno, e stettero morti parecchi di senza esser sepellite; e fu nel 
mese de febraro (2). Nel dicto anno nel mese de septembre fu mortu 
Silvestro da Fatiolo del Profecto in casa Mactiuccio della Viva nella 
contrada di Sancto Stephano e furci morti parecchi cittadini e Fa- 
tiolo rimase signore (3). 

Anno Domini 1548. Fu in Viterbo grande mortalità. 



yirf/;h'io, XX, 177-215, a. 1896. Il Pinzi, 5/o;-/a, III, 84 sgg., conviene 
con l'Antonelli nel racconto, ma non nel fare di Coucy il vicario. 
La sentenza di condanna è pubblicata per intero dall' Antonelli; ne 
è dato il regesto dal Savign'Oni, L'archivio, n. ccLiii: della conces- 
sione di dominio sopra Montefiascone si veda il regesto del Savi- 
GN'ONi, n. ccLii, e quello più ampio del Pinzi, p. 95; della conces- 
sione del confalonierato il Savignoni, n. CCLV, dà il regesto, il 
Pinzi, p. 98, dà l'intiero testo. 

fi) Infatti nei su citati documenti è detto sempre « castrum 
« Montisflasconis ». 

(2) È un episodio della lotta tra guelfi e ghibellini, inacerbita 
per la venuta del Bavaro, di cui Salvestro Gatti (nipote del Ranieri 
più volte menzionato) era vicario nella città, della quale già dar25 
era padrone. Partito l'imperatore, Salvestro venne assalito dal rettore 
del Patrimonio Giovanni Cìaetano Orsini ai 2 di febbraio del 1529. 

(3) L'uccisione fu ai io di settembre. Calissf., / Prefetti, p. 66; 
Pinzi, Storia, III, 166. Faziolo era bastardo di Manfredo da Vico, 
prefetto, e non si resse contro le truppe guelfe fino al 1532, come 
disse il Calisse, p. 67, anzi nel novembre 1329, dopo alcune 
trattative, ammise il legato pontificio nella città. Cf. Savignoni, 
L'archivio, n. ccLxxxv; Pinzi, III, 173. luzzo dice l'uccisione avve- 
nuta in casa « di Martinuzzo della Viva », p. 33. N. d. Tl'CCIA fa 
seguire: « 1338. Fu morto detto Facciolo dal Prefetto, quale poi ri- 
« mase signore», notizia che nel ms. Viterbese è in questa forma: 
« fu morto detto Faziolo dal prefetto Giovanni nella contrada di 
« S. Salvatore, nella casa di Sciarra al lato di detta chiesa, e fumo 
« scarcate dette case del mese d'aprile e il Prefetto rimase signore », 
p. 3 j. Il ms. dell'Archivio di Stato di Roma ha una redazione per- 
fettamente identica a questa ultima (p. 9^1, r. 3), né so come il 



Le croniche di Viterbo }^^ 



Anno Domini 1549- ^^^ "i Viterbo si gran tcrranioto, che fc' 
cascare una torre clie stava contro ad Sancto Stepliano nelle case 
de li Gacteschi e colse in su la facciata de Sancto Stephano et fé' 
cascare la loggia dinanzi a dieta chiesia, e la facciata dinanti di 
dicto Sancto Stefano, e uccise molta gente che stava ad vedere el 
corpo de Christo la domennicha a mattina: camponne Voccapane (i). 
Un'altra torre cascò nella contrada (2) di Sancto Chiricho [e fé' ca- 
scare] (3) tante case clie poi ce fumo facte nove pontiche, e uccise 
assai persone grande e piccoli (4). 

Anno Domini 1350. Fu l'anno del giubileo, e rimasero in Vi- 
terbo assai denari da quelli che andavano ad Roma. 

Anno Domini 1352. Fu rocta la guerra tra papa Chimento VI 
et el profecto Ianni (5). 

Anno Domini 1355. Fu levato il remore in lo piano di Scar- e. 24 b 
lano et vense el Profecto e fé' tagliare la testa a quattro chiesastri; 
poi si levò il romore in lo piano di Sancto Fustino, pure per la 
Chiesia, e vense el Profecto, e fé' tagliare la testa ad tre huomini. 

Anno Domini 1554. Nel mese de giugno morì papa Chi- 
mento VI (6), e per parte della corte che stava ad Advignone, gionse 
ad Viterbo messer Gilio cardinale di Spagna (7), e acquistò Viterbo 
per la Chiesia, e molte altre terre. Et el dicto cardinale de Spagna 



Ciampi vi leggesse che l'uccisione era dovuta a Mattiuzzo della Viva 
(op. cit. p. xxxiv), notizia che da lui prese in prestito anche il Ca- 
LissE, op. cit. p. 69, 

(i) N. D. Tuccia: « Coccapane che stette sotterrato intra li 
« sassi tre dì e tre notti, governato per un poco di pertugio », p. 34. 

(2) Nel ms.: 917; ma non credo si debba risolvere in altro 
modo che come feci. 

(3) Manca il verbo nel ms.: lo prendo dal della Tuccia. Que- 
sta torre era di Marcuccio «domini Pauli ». Pinzi, III, 263, 

(4) Fu ai 9 di settembre. Ibidem, nota i. 

(5) N. D. Tuccia: «...e scurò il sole e la luna». La guerra 
era rotta già nell'anno precedente, però la città fu assediata nel 135 2. 

(6) Clemente muore ai 6 dicembre del 1352. 

(7; Egidio d'Albornoz entrò in Viterbo il 26 luglio. Su questo 
periodo v. gli scritti di F. Filippini, La riconquista dello Sluto della 
Chiesa per opera di Egidio Albornoi (1353-1357) e Documenti sulla 
prima legazione del cardinale Alborno:^ in Italia negli Sludii storici di 
A. Crivellucci, V e VI, a. 1896-97. Per Viterbo il Pinzi, Storia, 
III, 284 sgg. 



334 "P- ^è'-'^^' 



addi .XXVI. di luglio fé' principiare la roccha di Viterbo e signolia 
di sua nianu ove stava el palazzo de messer Campana alla porta 
de Sancta Lucia; et el cardinale diete puse la prima pietra. 

Anno Domini 1555. Fu facto in Avignone papa Innoccntio VI (i). 

Anno Domini 1561. A di .xxvi. de agosto si gettò fuocho nella 
chiesia di Sancto Ianni Laterano di Roma e arse molte reliquie e 
molte robbe e colonne; tra quali ci furo doi colonni di iaspido, 
[che] stavano presso a l'aitar maggiure; e arse la sachristia (2) con 
ciò che v'era dentro (5"). 

Anno Domini 1562. Muri papa Innoccntio VI e fu facto papa 
Urbano quinto in Avignone, che era chiamato l'abate de Marsilia (4). 

Anno Domini 1365. Fu grande mortalità di gente. 

Anno Domini 1365. Fu arso el castello de Vico da Viterbo per 
comandamento di Giordano (5) capitanio della Chiesa. 

Anno Domini 1366. Fu facto cardinale frate Marco da Viterbo, 
generale ministro di fratri minori, con dui suoi compagni, cioè el 
vescovo di Marsilia di fratri predicatori, e il vescovo d'Avignone fra- 
tello del papa (6). 

Anno Domìni 1567. Papa Urbano V si parti da Vignone e venne 
per mare con .xxiiii. galee armate, e gionse ad Corneto ad 5 di di 
giugno (7) e con sette cardinali: entrò in Viterbo a di .vini, del 



(i) Era stato già eletto ai 18 dicembre del 1352. 
{7.) Su rasura. 

(3) La notizia del nostro completa quella del Villani, Cronica^ 
X, cap. 69: «E ciò avvenne del mese d'agosto » e corregge quella 
dell' Infessura, Diario della città di Roma, in Fonti per la storia d'I- 
talia pubbl. daU'Ist. Stor. It., edizione curata da O. Tommasin'i, p. 7: 
« del mese di agosto a di 21 de giovedi ». Infatti il 21 era domenica 
e il 26 giovedi. 

(4) Innocenzo muore ai 12 di settembre, e ai 28 è eletto Gu- 
glielmo di Grimoard abbate di S. Vittore di Marsiglia che prende il 
nome di Urbano. 

()) N. D. Tuccia : « Nicolao » ; però rettore era Giordano Orsini. 
La distruzione t per lo meno dubbia. Cf. Calisse, op. cit. p. 136; 
Pinzi, Storia, III, 326. 

(6) Fu ai 18 di settembre. Vescovo di .Marsiglia era Guglielmo de la 
Sudrie che ebbe il titolo dei Ss. Giovanni e Paolo; il vescovo d'Avi- 
gnone Angel'co de Grimoard de Grisac card, di S. Pietro in Vuicoli. 

(7) La partenza da Avignone fu ai 50 aprile, l'arrivo a Corneto 
zi .\ di giugno. Già ai 20 luglio 1366 Urbano aveva dato ordine di 



Le croniche di Filerbo }SS 



dicto mese per la porta del plano di Scarlano e entrò nella roccha 
facta di nuovo in Viterbo. || A di .xxtiii. de agosto mori in Viterbo (i) e. 29 a 
el dicto messer Gillo, cardinale di Spagna, e fu portato ad Sancto Fran- 
cesco d'Asise. 

A dì .V. de septembre, di domenica, certi famcgli del manescalco 
del papa lavorno uno cagnolino nella fontana dil piano di Scarlano; 
per la qual cosa fu facta gran questione tra cortigiani e Viterbesi e 
morirno assai tra l'una parte e l'altra, e maxime dcUi famegli del car- 
dinale di Carcassona e altri cardinali. La domenicha e lunedi se- 
quente (2) poi, e 'I martedì vinnero molte comunanze contra Viterbo 
e fumo Todini, Ortani, Surianesi, Montefiasconesi e Sutrini. Allora 
si mossero .V^. (3) cittadini Viterbesi et colla correggia in canna an- 
darne al papa per mitigare l'ira sua; et el papa disse che voleva 
gastigare li malefactori. Mossersi li dicti cittadini et armarsi e colla 
gente del summo pontifice andarno in piano di Scarlano contra li 
malefactori (4) e scarcarno la dieta fontana da le fondamenti et ar- 
sero le case de quelli che cominciaro la questione. Et el mercodì se- 
quente entrò in Viterbo (5) il cardinale Marche et smontò nel palazzo 
di Sancto Pietro dell'Olmo et consigliò alli Viterbesi che tutte l'armi 
loro da offendere e da defendere portassero alla roccha dove stava 



preparare nella rocca la sua abitazione, e ai 20 gennaio 1367 aveva 
ripetuta la promessa di trattenersi in Viterbo; Theiner, Cod. dipi. II, 
nn. 413 e 427; Kirsch, Die Rùckkehr der piipste Urhan V and Gregor XI 
voti Avignon nacìi /?o)«, Paderborn, iSpcS, p. xiii. 

(i) Nel palazzo che si chiamava k Bonriposto » presso S. Maria 
del Paradiso a poche centinaia di metri fuori le mura. Montemarte, 
Cronaca, edita dal Gualterio, p. i8q; Pinzi, Sloria, III, 342, nota 2. 
Per la numerazione delle carte di qui a p. 345 v. a p. 205. 

(2) Il testo pubblicato dal Ciampi, p. 35, omette questo periodo, 
che però si trova in nota, tolto dal cod. Viterbese, un po' amplifi- 
cato nella forma. Lascio la interpunzione del ms. la quale fa giun- 
gere le milizie del Patrimonio i giorni 12, 13, i^, mentre secondo 
la dizione del Viterbese sarebbero giunte subito il martedì 7. Sono 
spinto a ciò dalla lettera di Francesco Bruni segretario del papa ai Senesi 
che dice la loro comunità la prima « in hac necessitate realiter Sue sub- 
« venientem Sanctitati ». Fumi, Un'ambasciata dei Senesi a Urbano V, 
in questo Archivio, IX, 150, doc. xii. Ora i Senesi giunsero il 14. 

(3) N. D. Tuccia, cinque. Lo segue il Pinzi, III, 348, 

(4) N, D. Tuccia ha queste frasi solo nel ms. Viterbese, p. 35. 

(5) « entrò in Viterbo », del correttore, su rasura. 



33^ T. Egidi 



el papa: et cusl fu facto. El giovedì sequentc el papa, vedendo tanta 
humihà, mitigò parte de l'ira sua contra el dicto populo et comandò 
che fiisse formato el processo contro li malfactori del piano di Scar- 
lano (i), cioè ad tutti quelli de dieta contrada et contra quelli della 
contrada de Sancto Sixto et contra quelli della contrada di SanctoMat- 
theo dell'Abate, et contra quelli di Sancto lacobo et contra quelli 
di Sancto Ioanne in Petra, li quali contrade (2) erano stati più per- 
sequitatori di cortisciani che l'altri. De li quali ne fumo scripti 
circa .vi', homini (5), e fumo pigliati li homini e fumo impiccati 
sette (4) ad Sancto S'xto e tre alla fontana del Separi. Et poi il 
papa decte per sententia che ogni torre fusse scarcata fine alli tecta,- 
et voleva in tutto smantellare et disolare Viterbo. Et allora fumo 
un'altra volta scarcate le mura, cioè li merli delle mura, dil piano 
e. 29 B di Scarlano (5). ] Onde tre cardinali de la sua corte, vedendo co- 
minciari a scarcare le mura et vedendo el crudele pianto delle 
donne et di fantini et di tutto el populo, per pietà si mossero ad 
domandare di gratia al papa che questo non si facesse; narrando 
alla Sua Santità che si alcuno haveva facto fallo, non erano già 
tutti; et dandoli ad intendere come la prefata Sua Santità n'aviva 
pochi di pari di Viterbo, et come per Viterbo el cardinale de Spagna 
haviva acquistato tutto il paese del Patrimonio per la Sua Sanctità, 
et erano più fideli servitori che lui havesse. Li cardinali fumo l' in- 
frascripti: mcsser Nicola cardinale Orsino, messer Nicola cardinale 
de Napuli, messer Francesco Bruno primo secretarlo del papa (6). 



(i) N. D. Tuccia, nel testo del Ciampi, va di qui a « fumo pi- 
« gliati « ; il ms. Viterbese ha i nomi delle contrade, ma S. Sisto è 
mutata in S. Stefano. 

(2) Nel ms. : « contra ». 

(3) N. D. Tuccia: «cinquanta»; Pinzi, III, 349: «sessanta». 

(4) N. D. Tuccia: «.XVII.»; lo segue il Pinv.i, HI, 349. Mi pare 
più probabile il numero dato dal nostro, anche perchè più consono 
alla testimonianza del G.\ROSCo, che agli 1 1 di settembre dice im- 
piccati «duo homines ante portam cardinalis Vabrensis » e ai 13 
e quinque homines » avanti quella del card, di Carcassona, la quale 
era appunto presso S. Sisto. lUr Urlhiiii V in Baluze, lì, 769. 

(5) N. D Tuccia aggiunge: «Li Viterbesi stavano tutti di mal 
« talento e del continuo si raccomandavano al papa e all'altri prelati 
« di sua corte ». 

(6) Omessi dal testo del Ciampi, riferiti dal ms. Viterbese. A 
costoro si era aggiunta la Signoria senese. Fu.Mi, Un' aitibasciutu. 



Le croniche di Viterbo 337 



Per le qual prece il papa rivocò la sententia, et fé' tornare indrieto 
el dicto processo. Et questo fu a dì .viii. del mese d'octobre (i). Et 
fc' bandire che ogni fuglto tornasse ad Viterbo et fé' lassare tutti 
quelli ch'erano prescioni. Poi a dì .xiii. del dicto mese el papa si 
parti da Viterbo et andò ad Roma (2). Poi nel mese de dicembre el 
dicto papa mandò uno comandamento che tutte l'arme fussero ren- 
dute ad Viterbesi, et cusi fu facto (3). 

Anno Domini 1368. El dicto papa Urbano V se parti de Roma 
et andò ad Montefiascone, el quale non era ancora facta città et 
fella città a dì .v. del mese de luglio. Et tolse al vescovato de Or- 
vieto Bulseno (4), al vescovato di Viterbo tolse Marta et l'isola, al 
vescovato de Bagnoreia tolse Celleno, et al vescovato de Castro tolse 
Valentano et dettegli al vescovato de Montefiascone, nova città facta. 
A dì dui de agosto nel dicto anno passò per Viterbo el corpo de 
sancto Tomasso d'Aquino, et venne da Puglia et fu portato ad To- 
losa de Francia. 

Anno Domini 1569. A dì 3 de septembre morì il cardinale e. 30 a 
Marco di Viterbo et fu sepellito in Sancto Francesco di Viterbo, ove 
li fu facta una nobile sepultura di marmo presso l'aitar grande della 
dieta chiesia(5). A di 28 del dicto mese morì in Viterbo el cardinale 
Carcassona et fu sepellito in Sancto Lorenzo. A dì 4 de ottobre mori 
in Viterbo el cardinale Cesareaugusto et fu sepellito nella chiesia 
della Eternità nella cappella della Madonna. A dì 6 del dicto mese 
mori el cardinale de xMontemaggiore et fu sepellito in Sancto Fran- 

doc. XIII ; Pinzi, III, 351. Però di Orsini in questi anni era cardi- 
nale solo Rinaldo, per quel che io sappia, eletto nel 1350. Che sìa 
Nicola Capocci detto card. «Urgellensi » perchè vescovo d' Urgel? Di 
Nicola di Napoli e di Frane. Bruno come cardinali non ho notizia, 
(i) Omessa dal Ciampi, riferita dal ms. Viterbese. 

(2) N. D. Tuccia: «andò a Roma, e poi fece rendere ...», p. 35. 
A Roma entrò il 16. Cf. Kirsch, op. cit. pp. xvi, 65. 

(3) i" dicembre 1367. Bussi, op. cit. p. 425 ; Theiner, II, n. 454; 
S.wiGXOxi, Uarcìiivio, n. cccxlix. Cf. per questa ribellione il buon 
racconto del Pinzi, op. e Ice. cit. Il Gregorovius, Storia, VI, 498, 
nel racconto della rivolta trascura il nostro cronista. 

(4) N. D. Tuccia nel testo del Ciampi: «li donò Marta e l'i- 
« sola Mattana che tolse al vesc. di Viterbo e li donò molti altri 
«lochi». La bolla di erezione è del 30 agosto 1569; Urbano era 
a Montefiascone il 30 maggio. Rainaldi, AiuiaUs, ad a. n. 3. 

(5) Il sepolcro esiste ancora, ma appare costruito solo in pieno 
rinascimento. 



338 T. Egìdi 



Cesco. A d'i 28 del dicto mese morì el cardinale Cruniacensis (i) et 
fu sepellito in Sancta Maria della Verità. A di 2 de novembre mori 
in Roma el cardinale Lemovicensis (2). Et in quel tempo fu gran- 
dissima mortalità per tutto il paese. Nel dicto anno fu incoronato 
in Roma dal dicto papa et confermato Alexandro imperatore di Co- 
stantinopoli (5). 

Anno Domini 1570. Nel feste (4) dì di sancto Pietro e di san- 
cto Favolo el diete papa palesò in Roma le teste di sancto Pietre et 
di sancto Pavolo, el quale el fé' ornare d'argento, ove mise tanto 
argento che pesò m-lii ducente marchi, et felle ornare de molte 
pietre preciosc et molti re de christiani li ferne magni doni; et ci 
diete papa li fé' collocare sopra l'altare maggiure di Sancto Ioanne 
Laierano (5), el quale altare haviva facto edificare lui (6). A di .xxvi. 
de agosto si partì el dicto papa di Roma per andarsine in Avignone 
et la contessa Brigida di Svesia li scrissi questa lettera cioè: «Te 
«tedet vivere; quo vadis (7") ignoras. Festinas ad mertem ». Et en- 
trò el dicto papa nel porte di Cernete a di .v. di septembre (8) ; per 
la qual partita tutte le terre de la Chiesia fumo messe in guerra 
30 11 dalli tiranni et tirannozzi d'intorno. \\ Adì 19 de dicembre nei dicto anno 
morì in Avignone el dicto papa Urbane quinto. Era visse nel papato 
.vjiii. anni et uno mese; fu poi facto papa Gregorio undecime (9). 

(i) Di mano del correttore. 

(2) Cardinale di Carcassona era Stefano Albert eletto da Inno- 
cenze VI nel 1561; card. Cesareaugustano Guglielmo d'Aigrefeuille 
eletto da Clemente VI nel 1550; quello di Mentemaggiere Pietre di 
Banaco eletto ai 22 settembre 1368; il Cluniacense; Androyno de 
Rocha elette ai 17 settembre 1361; il Lemevicense Nicola de Besse 
eletto ai 27 febbraio 1544. 

(5) È Giovanni Paleologo, che non fu da Urbane coronato, ma 
accolte nel grembo della Chiesa, previa sua abiura pubblicamente 
fatta ai 18 di ottobre 1369; Rainai.di, AnnaUs, ad. a. n. i sgg. 

(4) Nel ms.: « sesto» che crede errore di trascrizione. 

(5) Ms. « Laterarene ». 

(6) In realtà la cerimonia fu ai 15 di aprile e la partenza del 
papa ai 17: ai 26 di agosto egli parti da Montefiascene dove s'era 
trattenute nel frattempo. Cf. Gregorovius, VI, 512. 

(7) Nel ms : « vidis ». Brigida non scrisse, ma a voce in Mon- 
tefiascene parlò ad Urbano. Gregorovius, VI, 516. 

(8) Così anche il ms. Viterbese: quelle del Ciampi: « Il papa 
«s'imbarcò per Avignone ». 

(9) Ai 30 di dicembre. 



Le croniclie di V'ilcrbo 339 



Anno Domini 1371. Fu facto l'ospidale di Sancto Spirito in 
Sasso di Roma. E nel dicto anno fu fornita la cliiesia de Sancta 
Croce di Viterbo per messer Angelo Tavernieri, tesauriere del Patri- 
monio (i). 

Anno Domini 1372. Fumo notificati molti miraculi facti per lo 
beato corpo di papa Urbano quinto; et nel mese de giugno fu el suo 
corpo cavato da Vignone et portato in Marsilia et sepellito nel mo- 
nistero ove era stato abate prima che fuse facto papa. Nel dicto 
anno 1372(2) fu comenzato el muro nuovo di Sancto Francesco di 
Viterbo con uno bello usciale. 

Anno Domini 1574. Fu grande mortalità per tutto el paese. 

Anno Domini 1375. Entrò in Viterbo el profecto Francesco di 
domenica lo di della consegratione di Sancto Pietro et Sancto 
Paulo (3): entrò per la porta onde entra l'acqua di Sancto Matteo 
di Sonsa et stette nascoso. Et Batiste suo fratello entrò per la porta 
de Sancto Sixto, ad modo d'uno bifolco, colle some delle legna; 
poi s'armoro con forse .l. persone loro sequaci et andorno nella 
piazza del comuno; gridarne : « Viva el populo » ; et con questo nome 
optinnero vittoria, et non ce fu maculata persona ne robba, salvo che 



(i) N. D. Tuccia: « Tavernini». Era tesoriere già dal 20 mag- 
gio 1549. Delle sue angherie v. Pinzi, Storia, III, 572 sgg. 

(2) N. D, Tuccia: « 1373 », p. 36. 

(3) La consecrazione o meglio dedicazione della basilica Vati- 
cana è ai 20 di novembre, però è errata la indicazione del cronista, 
essendo caduta questa domenica ai 18, come dice egli stesso e come si 
può accertare col calcolo. N. d. Tuccia erroneamente attribuisce il 
fatto all'anno precedente e ne comincia la narrazione con altre pa- 
role : « Mess. Angelo Tavernieri di Viterbo tesoriere del Patrimonio 
« prestava assai denari e altre robe ad osura e chi non pagava a 
« tempo li scopriva le case e faceva de mali portamenti. Così li Vi- 
« terbesi non potendo soffrire si dettero al prefetto F. di Vico che 
« entrò in Viterbo nascostamente con suo fratello con some di legna 
«a modo di villano legnaiuolo; stette due giorni nascoso: poi s'ar- 
« morno,.. ». Il ms. Viterbese dopo « portamenti » aggiunge: « per la 
« qual cosa il popolo di Viterbo era assai malcontento e a queste 
« soperchianze teneva mano l'abbate di Monte Maggiore ch'era go- 
te vernatore di Perugia, e non possendo li cittadini più sofferire, trat- 
« torno darsi nelle mani del Prefetto, e fumo cinque principali cioè 
« Pandolfaccio Falsatacela, B. G. e Gianni di F. e ser Farolfo, e 
« così detto Prefetto entrò... », p. 36 sg. 



540 T. Eiiidi 



11 Maleficii del comuno e lo Statuto clic fumo arsi in piazza. Poi 
lunedi ad di .xviiii. fu combattuta la roccha de Viterbo et fatteli dui 
cave. A di .xxiiii. del dicto mese(i) venne el campo de la Chiesia 
ad Viterbo sotto condutta di messer Giovanni (2) venuto con tre 
milia cavalli, et era inghilesc (5); et entrorno per la porta de San- 
cta Lucia che era stata abrusciata et trovarne tutta la piazza delia 
Roccha piena de triboli et bombarde carche, et fero gran battaglia, et 
grande parte della gente del dicto messer Giovanni fumo ferite et 
moltissime morte. j| Per la qual cosa le gente del dicto messere 
uscirne de Viterbo et tirarsi indricto, et el dicto di el Profecto andò 
ad habitare nella casa del thesorieri a canto ad Sancta Croce (4'), et 
Batiste suo fratello nel palazzo della fontana del Separi, et Ianni 
Sciarra nel palazzo di Sancto Pietro dell'Olmo, et messer Ludovico 
nella casa di ser Giovanni ad Sancto Simone. A di 29 de novem- 
bre (5) si parti el campo della Chiesia nel lenimento de Viterbo et 
lassarne molta robba et andarne ad Perugia allo abbate de Monte- 
maggiure (6). El sequente dì fu scarcato el casale del thesorieri, 
presso ad Sancta Maria del Paradiso, el dì de sancto Andreia. Et 
in quel tempo molte terre se ribellare alla Chiesa, et dettorsi a! dicto 
Profecto (7). 



(i) N. D. Tuccia: « a dì venti ». Ms. Viterbese: « a di 2S », p. 57. 
Ms. Riccardiano «a di .xxv. ». 

(2) N. D. Tuccia: « Aguto ». 

(3) La prima mano aveva scritto « ingilese »; la seconda in mar- 
gine corresse « inghilese ». 

(4) Di qui alla fine del periodo manca nel ms. edite dal Ciampi, 
ma è dato da quello Viterbese. 

(5) Il ms. del frate dice 24: he corretto 29, in relazione alle 
parole seguenti. Cf. anche N. D. Tuccia, p. 37. 

(6) Gerardo du Puy abate de Marmoutiers, legate pontificio, 
sulla cui cattiva amministrazione v. Mirot, La politique ponlificaU el 
le rdouv du Saiiil-Su^e eit ijyó, Paris, Bouillon, 1899, p. 45 sgg. 

(7) Questo periodo è in glossa marginale di mano del cor- 
rettore. La prima a ribellarsi fu Montefiascone; Cronachella d'iiiceilo 
in Raccolta di cronachetle antiche, Firenze, 1753, p. 204. Continua- 
mente i Fiorentini sollecitavano « che non dubitassero a ribellarsi, 
« però che loro erano presti a difenderli. Per le quali proferte molti 
« acconsentirono a ribellarsi e la prima terra che si ribellasse da 
« S. Chiesa si fu Montefiascone, poi seguio Orti, apresso Viterbo, 
ola Ciptà di Castello... e di ciascluma terra ribellata si mandava a 



Le croniche di Viterbo 541 



Nel dicto anno a dì primo de dicembre li priori del populo de 
Viterbo adpianarno in palazzo con gran triumfo, col contaione del 
populo, et cosi di tutto pigliamo la signoria. A di 7 del dicto mese 
Perugia levò el romore et ribellarsi alla Chiesia contra 1' abate de 
Montemaggiure, et assediato la cittadella, ove stava el dicto abate 
et continuo li facevano guerra. A di 14 del dicto mese fu pigliata 
la roccha de Viterbo per forza et fu scarcata da Viterbesi (i). 

Anno Domini 1376. A di primo de genaro 1' abate di Monte- 
maggiure s' accordò con Perusini et lassolli la cittadella nelle mani; 
per la quale cosa li Perusini la scarcorno, et el dicto abate si n'andò 
via con messer Giovanni Aguto. A di 22 del mese de giugno venne 
el conte de Alta Villa, mandato dalla regina Giovanna di Napoli in 
favore delle gente de la Chiesia et giungendo una sera ad Crapal'ca 
fu rocto li presso alla terra dalle genti dell' oste del Profecto et pi- 
gliati 1)0 persone et cavalli assai, et moltissima robba di quel conte 
fu guadagnata. 

A di .XVII. de septembre (2) si parti da Vignone papa Gregorio XI. e. 51 b 
A di .XVII. del dicto mese el Profecto fé' 1' oste ad Montefiasconc et 
guastò li molina et vigne in valle Parlata et felli gran danno. A di 
.VI. de novembre nel dicto anno gionse a Llicina (3) el dicto papa 



« Firenze l'ulivo in forma d'allegrezza, prendendone piacere e festa 
« i Fiorentini, parendo loro aver facto grande aquisto ». Sercambi, 
Croniche, I, 215. 

(i) Per questa ribellione che condusse Viterbo alla lega con 
Firenze e con Bernabò Visconti contro Gregorio XI, cf. A. Ghe- 
RARDi, La guerra dei Fiorentini con papa Gregorio XI, in Arch. slor. 
Hai. serie in, v, vi, vii, viii; Calisse, op. cit. p. 144 sgg.; Mirot, 
op. cit. p. 83 sgg. ; PiNzr, Storia, III, 376 sgg. 

(2) N. D. Tuccia qui e nell'inciso seguente: «a 27 detto», il 
ms. Viterbese « diciassette ». Errano tutti, poiché la partenza, fissata 
prima per 1' 8 settembre, ebbe luogo a di 13, come ci dice il cap- 
pellano del papa Pietro Ameilhe nella relazione versificata del viaggio. 
Muratori, Rer. It. Script. III, 11, 690. Cf. Mirot, op cit. pp. 102 6156. 
Nel ms. a questa notizia precedono due linee cancellate dove l'ama- 
nuense per errore aveva scritto: « A di .xvii. de septembre nel dicto 
« anno gionse a Llicina el dicto papa Gregorio, poi gionse ad Or- 
« betello ». 

(3) Cosi il ms. N. D. Tuccia corregge a sproposito « a Lione» 
facendo fare a Gregorio un viaggio ben strano. Non saprei come re- 
stituire il testo, seppure non si voglia pensare ad un « Liorna » stor- 



342 T. Egìdi 



Gregorio, poi gionse ad Orbetello. A di 5 de dicembre gionse ad 
Corneto (i), cioè al porto per mare; e messer Angelo Tabernini 
da Viterbo, tesorieri del Patrimonio, andò ad Orbetello per parlare 
al papa. Et el dìcto papa haviva sentito come per sua cagione et dello 
abbate de Montcmaggiure s' erano ribellate tutte le terre della Chicsia, 
per li gattivi portamenti che loro liavivano facti et per le gran colte 
de denari che havevano posti ; per la dieta cagione el papa non lo 
volse udire né vedere (2). Onde che el dicto messer Angelo mori di 
dolore quattro miglia da longe da Montalto. Et era fugito da Viterbo 
per paura del Profecto, et portò seco circa vinte milia fiorini et molte 
gioie; che era stato tesorieri .xxv. anni; et haviva facto podere in 
Viterbo per .xv. milia fiorini di stabile con un uno bel casale presso 
Sancta Maria del Paradiso (5). Et el dicto papa fé' cardinale l'abate 
de Montemaggiure (4). 

Anno Domini 1377. El dicto papa entrò in Roma a di 17 de 
gennaio (5); andò per mare fino ad Ostia; per la quale andata molte 
terre del paese li mandarno ambasciatori. Ad ultimo dì de maggio 



piato dall' amanuense, proveniente da « Liorna » - Livorno. Ai sei 
novembre il papa era a Portovenere. « Die Veneris, que fuit dies .vii. 
« mensis novembris, intravit Liornam, Pisane diocesis». Intioitus et 
cxitus, n. 545, e. 66, in Mirot, op. cit. p. 163, nota 5. 

(i) Il Mirot, p. 167, lo crede arrivato il giorno seguente. 

(2) Le frasi « denari che havevano posti », « non lo volse udire 
« né vedere » sono ricalcate dalla seconda mano sulla vecchia scrittura. 

(3) N. D. Tuccia, p. 37:" 18 mila scudi d'oro», omette la 
ubicazione. 

(4) N. D. Tucci.x, p. 37: « li 5 di dicembre», ma molto facil- 
mente non è che la data dell' arrivo a Corneto, omessa a suo luogo. 

()) Erano stati fatti grandi lavori di restauro e ad Ostia e in 
Roma stessa: nel giorno dell'ingresso « senator, bannarenses, con- 
«servatores, romani principes ac nobiles ad pedes pape fuerunt, adex- 
«' trantes incessim eundem cum suis banneriis ac vexillis; clerus 
« totus romanus cum suo apparatu eciam fuit et eum per Urbem 
« equitavit de Sancto Paulo usque ad Sanctum Petrum, tota via, ab 
« utroque latere, hominibus, feminibus (sic) parvis et magnis piena 
<' erat, unanimi voce dicentibus: vivat dominus noster papa; qui 
e omnibus leto vulto dabat benedictionem suam «; Archivio di Stato 
Senese, lettere del Concistorio, XVI, n, 30, 26 genn. 1277, da Mirot, 
op. cit, p. 177, nota i; cf. in Kirsch, op. cit. pp. 169-273, i docu- 
menti relativi al ritorno di Gregorio. 



Le croniche di Viterbo 343 



el dicto papa andò ad Nargnc, et l'i stette tutta la state. Poi tornò 
ad Roma a di .vii. de novembre. 

A di .VII. del dicto maggio el Profecto di nuovo fé' I' oste ad 
Montefiascone et guastolli assai vigne et oliveti et li stettero la 
notte (i). Ij A di .XXI. de giugno el Profecto andò ad oste ad Vi- e. 52 a 
turchiano et felli el guasto grande et recamo ad Viterbo più di 
.vi'^. some de grano e d'altre robbe assai, cioè orzo, lino, legumi et altre 
cose; el quale lino lo cavorno del fossato de Viturchiano. A di 24 
del dicto mese tornò l'oste ad Vitorchiano con le bombarde et felli 
gran danno. El bombardieri era uno chiamato Petrucciodi mastro Gianni 
spetiale de Viterbo, l'altro chiamato Spirito d'Andereuzo del Boscio. 

A di 5 de novembre agonfiò l'acqua sopra a le mura del quattro (2) 
da Sancto Marco, et allacò molte possessione, et ruppe el molino 
di San Gillo, et sorrenò el molino ad Sancta M. Madalena, et sor- 
retto Torta, et sollevò le botte del cellaro di Sancto Spirito, et roppe 
sotto le mura a pici ad Faule, et roppe li sportelli della porta de Valle, 
et empi Sancta Marya in Palomba (3). 

Anno Domini 1378. Venne in Viterbo messer Nicola vescovo de 
Viterbo nel mese de gennaro et recò novelle che si potessiro dire 
messe et altri ofiìcii, che poco nanzl erano state velate dal papa ('4). 
Nel dicto anno venne in Viterbo uno cardinale romano (5) man- 
dato dal papa; poi andò ad Serazana ad metter pace con la lega 
toscana che era centra el papa. A di .x.xvi. (6) de marzo mori el 
dicto papa Gregorio XI di scoriatione d' orina, et fu sepellito in 



(i) N. D. Tuccia, p. 38, omette questa notizia. 

(2) Cosi il ms. Del quarto? quartiere? Il cod. Viterbese del 
della Tuccia « da quel lato ov' entra l'acqua». 

(3) L'ultima frase è su rasura, in cui leggesi ancora «et sca 
« m 1 paloba ». La correzione è della prima mano. 

(4) La bolla di remissione è datata «.vi. l<al. ianuarii ». Edita 
dal Pinzi, III, 392 nota; dai Cristofori, Tombe, p. 401 ; indicata dal 
Calisse, / Prefetti, doc. CLXXXii. Questo Nicola è il secondo vescovo 
viterbese di tal nome, che sedette dal 13 50- 1385, come può vedersi 
nel Catalogus episcoporum oininuui Vilerhii de quibus notitiam haberi po- 
tuit ex variis pnbìicis scripluris et diploinatibus ; ms. nella biblioteca 
della cattedrale di Viterbo, pp. 93-95. 

(5) Non romano, ma francese: Giovanni Lagrange card, di 
Amiens, che ebbe tanta parte nelT inizio dello scisma d' Occidente. 

(6) Si legga 27. Cf. Eubel, Das Itinerar der Piipste inr Z:it des 
grossen Schhmas, in Hislor. Jahrh. XVI, 545. 



344 "P- Egidi 



Sancta Maria Nova di Roma, et funne facto Tassequio in Sancto Lo- 
renzo in Viterbo a d'i .v. d'aprile. 

A dì .villi, de dicto aprile fu facto papa Urbano sexto, chiamato 
prima messer Bartliolomco Lotticus (i) di Napuli, arcivescovo di Bari, 
et fu incoronalo a dì xi. (2) del dicto mese, contra voluntà de tutti 
li cardinali e a voluntà de Romani, che dissero: « Romano lo volemo 
e. ì2 n « o almeno italiano » (3). \ El dicto papa non volse li pacti che haveva 
facti papa Gregorio col Profecto ; per la qua! cosa ne uscirò molti 
mali. Et el dicto papa (4) se ne andò ad Tivoli, senza cardinali, a 
dì .XXVI. (5) de giugno, et ribellorsi el Castello de Sancto Angelo 
et fu gran discordia tra cardinali. Tornò el dicto papa ad Roma a 
dì .xviiii. (6) de agosto et passò per Tristevere et venne ad San- 
cto Pietro. Li cardinali se ne andaro ad Fondi et ferno un altro 
papa chiam.ito Chimento VII et fu incoronato a dì ultimo de octobre 
da cardinali tramontani et italiani, inimici de papa Urbano VI et fu 
lo scisma; e '1 dicto papa Chimento s'intendeva col Profecto, che 
stava in Viterbo, con la regina Giovanna di Napuli, et fu gran guerra 
tra uno papa et 1' altro. 

A di ultimo di novembre mon in Plaga Carolo imperatore che 
haviva governato l' imperio .xxiii. (7) anni. Nel dicto anno fu levato 
el romore in Viterbo contra el Profecto, et octenne Victoria el Pro- 
fecto et pigliò molti Viterbesi et molti ne fugirno. Ancho nel dicto 
anno fumo mandati al papa Urbano certi ambasciatori ad Roma 
per parte del Profecto, et fumo questi cioè Giovanni di messer Ni- 

(i) Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari, non so se mai 
ebbe anche questo cognome (nel ms. « Lottic'' ») o quello di Lotti 
datopli dal d. Tuccia, p. 58. 

(2) N. D. Tuccia, p. 58: « Ai .xii. di detto mese ». In realtà fu il :8. 

(5) «Romano Io volemo o almanco italiano; o per la clavel- 
« lata di Dio saranno tutti quanti franch'gene ed ultramontani uccisi 
«e tagliati per pezzi e li cardinali li primi». Deposizione di Gille 
Btllemère in XoiiL Valois, La France el le i;ra)id schisuie J'Ociidciit, 
Paris, Alphonse Picard, 1896, I, 12. V. intorno all'elezione tutto il 
bellissimo primo capitolo. 

(4) N. D. Tucci.\, p. 58: « Il papa fece buttare in Tevere un- 
«dici cardinali e se n' andò a Tivoli senza cardinali ». Notizia falsa. 

(5) N. D. Tuccia, ibidem : « A' 27 di giugno ». « lulio ineunte », 

EfliEL, Op. cit, p. 555. 

(6) N. D. Tuccia, p 38: «A' 29 d'agosto». Il giorno manca al- 
l' EuiiEL, Ice. cit. 

(7) N. u. Tuccia, p. 38: « 22 anni ». 



Le croniche di Vilerho 345 



cola, Manfreo, Girolimo e lacobo Ji Minelli et Patio di Tanio; et 
el dicto papa li fé' pigliar! et tenneli in pregione .v. mesi, poi li 
lassò. Poi il papa mandò uno cittadino di Viterbo, chiamato el 
Maestro, per ambasciatori al Profecto, per la qual venuta el dicto 
Mastro ne fu disfiicto con molti cittadini (i). Nel dicto anno una 
compagnia di Brettoni passarno per Ferenti et andarno verso Roma; 
et giongendo ad ponte Salaro combatterò con Romani et rop- 
perli et uccisene più de dui ccntonara, poi andarno ad Anagni (2). 
Nel dicto tempo venne una compagnia de gente d' arme ad Vi- 
terbo, sotto condutta de mcsscr Adolfo da Camerino et messer Sal- 
vestro, et stectero in Viterbo tre di (5). |] Anche nel dicto anno ven- 
nero li Brettoni ad Montefiascone et stettero più di ad campo, et 
ferno battaglia insieme et fumo molti feriti. Per la qual cascione li 
Montefiasconesi si ribellarno ad quelli della roccha loro. Anche in 
quel tempo el Profecto pigliò Ancarano et la Roccha di Ghiorio, 
che r aviva perduta prima (4). Nel dicto mese di novembre el Pro- 
fecto andò ad Toscanella con molta gente; che li fu promessa dare 
per tradimento, et fu tradimento doppio; che come fu dentro una 
parte della dieta gente, li Toscanesi li ressirno adosso et ucciserne 
assai, et quelli che pigliamo, li tagliamo la testa. Rimasero morti 
ben .XXX. ($) homini, tra li quali fu messer Borgaro da Marciano 
et il figliuolo et anche el figliolo de Francesco di Lanfanello da 
Viterbo. 

Anno Domini 1379. Fu recato in Viterbo el gioco delle carte 
che in Saracino parlare si chiama Nayb (6). Nel mese di genaro, la 



(r) Il suo nome è « Petruccius» e l'ambasceria fu d'aprile, come 
ci dice la domanda pòrta da lui e dai suoi nipoti Giacomo e Bar- 
tolomeo ad Urbano VI il 2 luglio 1380 di esser risarciti dei danni 
avuti per quella ambasciata, essendo stati processati, imprigionati, 
confiscati i loro beni. Urbano commette a Bartolomeo di Giovanni, 
uditore di palazzo, che indaghi e risarcisca. Calisse, Prejellì, p, 558, 
n. cLXXXViii; Savignoni, L'archivio, n. ccclxiv, 

(2) Infessura, Diario, p. 7: «di luglio a dì 16». Le perdite da 
alcuni si fecero ascendere a 500 morti o feriti ; cf Valois, op. cit. 
p. 75, nota 5. 

(3) Omesso questo periodo da N. d. Tuccia, registrato da 
luzzo, p. 39. 

(4) Periodo omesso dagli altri cronisti. 

(5) N. D. Tuccia, p. 38: «ben 50 omini». 

(6) N. D. Tuccia, ibidem : « Hayl. « ; luzzo « Nayl ». 



e. 2\ A 



34^ "P- l'^giài 



domenica a sera cavalcare 277 Brettoni et andaro ad offendere Cer- 
nete et pigliamo .L. pregioni in dui cavalcate ; poi cursero ad Roma 
et predarne .xii. milia pecore, .vi*^. bestie vacine et .1111'^. bufali et me- 
narle ad Viterbo. La qual preda tutta fu messa a sacco in Viterbo, 
salvo certa quantità de cavalle. A di 25 de febraio (i) li dicti Bret- 
toni presero Lubriano et miserie ad saccomanno et recare ad Vi- 
terbo molte grano et orzo et altra rebba. Nel mese di marzo fu 
terribilissima neve. A di .x. de maggio papa Chimento si parti di 
Roma (2) et andò ad Napuli ; et a di .xxii. del dicto maggio si 
parli da Napuli et per mare andò ad Avignone. 

A di .XXIII. de giugno venne el campo de papa Urbano ad Vi- 
terbo centra el Profecto, che si teniva con papa Chimento, et misero 
e. 25 B campo in tre luochi et ferno el guasto et stettero .lvii. di (3). || Et 
el dicto papa guastò in Roma molti calici et croci per fare denari 
per soldati; el Profecto fé' pagare al preti de Viterbo .v. milia ducati. 
A di .X. de septembre (4) el Profecto fé' el guasto ad Ronciglione 
et recarne ad Viterbo moltissima uva et molte cose. A di 18 de 
septembre ci Profecto andò ad Comete et felli gran guasto sopra vigne 
et giardini ; poi venne ad Toscanella et similmente fece gran gua- 
sto (5). Nel dicto anno el Profecto dette Vetralla ad mcsser Guglielmo 
sue soldato ; el dicto messer Guglielmo la mise ad saccomanno, poi 
la vendè ad Romani, et in poco tempo el Profecto la ritolse (6). 

(i) Pinzi, S/or/d, III, 405: « 23 di aprile », ma cita il della Tuccia 
che dà lo stesso giorno del nostro. 

(2) Clemente non fu mai a Roma, egli si trovava nell'aprile a 
Sperlonga : «die nona mail dominus noster recessit de Spelunca, ante 
« prandium, ad eundum apud Neapolim, ubi applicuit in crastinum 
«ante prandium». Conti del papa in Valois, op. cit. I, 174, nota 2. 
A Napoli non rimase che fino al 13, avendo fatto ritorno a Sper- 
longa, donde si parti il 22. Ibidem, p. 175. 

(3) N. D. Tuccia, p. 39: « 62 di». 

(4) N. D. Tuccia, ibid. : « A di 16 de septembre». 

(5) Idem: « Robavano tutte le persone e donne che ci anda- 
« vano a recar frutti e le possessioni et omnia bona aliena sibi ap- 
« propriabant ». 

(6) t' Nota quod Paulus romanus prò redimendo castro Vetralle 
« a magnifico Guilelme filio Baptiste milite alemanno et capitanco 
« gentium armorum detinentium dictum castrum, vendidit 4000 rubra 
«fsalis». Galletti, cod. Vat. 8040, p. IH, e. 14, ex cod. lacobatii 
a. 1 370, in arch. Capitolino (ora irreperibile). Non sarà da corre,:;- 
gere « Populus romanus»? 



Le croniche di Viterbo 547 



Nel dicto anno el Profecto prese Bracciano et miselo ad saccomanno, 
poi si parti con li Brettoni et lassoUo ad certi suoi soldati italiani et 
questi lo venderò ad Romani. 

Anno Domini 1380. Fu si gran carestia in Viterbo che valse 
el grano .xxxii. libre la soma (i) et poco se ne trovava. In Viterbo 
se mangiava el sangue de macello et erba senza pane, et era si 
grande la guerra che le donne andavano fuore a recare li frutti, et 
ninno cittadino usciva fuore da la porta per paura de non esser pi- 
gliato, et le diete femine mectevano ad sacco tutti li frutti eh' erano 
de fuore. A di primo de aprile fu arsa di nocte tempo la porta de 
Sancta Lucia. A di 14 fu arsa la porta de Salcicchia. Valeva in quel 
tempo el quartuccio del sale .xl. soldi, eh' erano doi terzi ducato 
d' oro. Nel dicto mese el Profecto andò tre dì ad fare el guasto ad 
Vitorchiano et felli gran danno, et tornò el grano a .xiiii. libre la 
soma, la carne a soldi .111. la libra. 

Anno Domini 1381. Carlo de la Pace entrò per forza in Napoli 
col braccio de papa Urbano VI et tolsela alla regina Giovanna, che 
si teneva con papa Chimento; et fu a di .xvi. de luglio (2). Et fu 
sì grande diluvio d'acqua nel mese de febraio, che roppe el muro 
sotto ad Faule et fé' uno fosso di sei passa. 

Anno Domini 1383. Mori la dieta regina Giovanna nel mese d'a- e 26 a 
gosto. Haveva signoreggiato Napoli .xxxviii. anni. In quel tempo el 
Profecto prese Palazzolo (3); anche Ianni Sciarra, nepote del Pro- 
fecto, pigliò Nepe et misela ad saccomanno; anche el Profecto et 
messer Ranaldo posero campo ad Montefiascone, et in octo dì recorno 
ad Viterbo assai grano, orzo, et molti legumi (4). 

Anno Domini 1585. El dicto Profecto a dì 22 de marzo andò 
ad campo ad Montefiascone et menoeci molti bovi de Viterbo ad arare 
el grano, et menoeci circa nove milia pecore ad pascere el grano (5), 

(i) N. D. Tucci.\, p. 39: « 74 lire, che erano otto ducati d'oro »; 
Pinzi, op. cit. Ili, 40S: «l'enorme prezzo di 82 lire». 

(2) N. D. Tuccia, p. 40: «A 17 di luglio». Carlo di Durazzo, 
detto principe della Pace, investito del reame il 1° giugno, occupò 
Napoli appunto ai 16 luglio, come dice il nostro. Cf. Valois, op. 

cit. Il, 10. 

(3) Castello presso Bassano in Teverina. 

(4) N. D. Tuccia, p. 40, omette l'uliima notizia. Messer Ranaldo 
è Rinaldo Orsini; cf. Raixaldi, Annahs, a. 1383, n. 2. 

(5) N. D. Tuccia, p. 40: « Ma li Viterbesi in cambio di guastare 
<f il grano co li bovi, lo riparavano acciò paresse guasto e fu quel- 
« l'anno più bello ». Circostanza inverosimile. 

Archivio della R. Società romana di storia patria. Voi. XXIV. 25 



348 T. Egidi 



per la qual cosa li Montefiasconesi per mezzo di loro el vescovo, 
che stava in campo col Profecto, s'arendero. Et ci giovedì sancto a 
di 30 de marzo mandato li staggi ad Viterbo, che fu messer Paolo 
et messer Giovanne medici et messer Tliomasso da Fabriano. Et 
comenzaro guerra con la roccha con bombarde che l'aviva mandate 
el Profecto, et fero le cave. Anciie mandò el Profecto ad Moiite- 
fiascone cento some de grano, ch'erano affamati; et dectero in terra 
un pezzo del muro della roccha, et pigliarla per forza, et presero 
Simonetto da Castel de Piero ch'era capitanio del papa, et li Broctoni 
Io menarno prescione ad Marta ch'era loro. A dì .vi. de giugno el 
Profecto fé' el guasto ad Toscanella, poi andò ad Corneto, et arse 
tutto quello che trovò di fuore. Nel mese de maggio et di giugno 
valse el pititto del vino in Viterbo .xxviii. soldi, eh' era presso ad 
mezzo ducato d'oro. 

Anno Domini 1586, A dì primo de genaio fu l'eclipse et scurò 
la luna et il sole ad ora di sesta. Era scurata un'altra volta nel 1552 
a dì .XV. de septembre: 1386 scurò la luna la uocte cli'era sereno, 
et tutta si copri de scurità. Nel diete anno nel mese de aprile el 
Profecto hebbe Toscanella et Montalto, et fé' battere in Viterbo la 
moneta, cioè bolognini da due soldi l'uno con sancto Lorenzo con 
la grata, et li quatrine(i) colla croce et col .P. da l'altro lato. 
263 Anno Domini 1 586. El predicto mese de luglio el cardinale Or- 

sino entrò in Montefiascone et tolselo al Profecto. 

Anno Domini 1387. A dì sei de maggio li Viterbesi levarno 
romore contra el Profecto, el quale stava in Casalotto (2); et el Pro- 
fecto se difese et vense la piazza del comuno. Poi a di 8 del dicto 
mese (3) se referono li Viterbesi contra el Profecto. Per la qual cosa 
el Profecto fugi in casa de Nicola de messer Giovanne (4) di ma- 

(i) Nel ms. « quatrine ». N. D. Tuccia, p. 40: cf quatrini con 
« la golpe e la croce ». Per queste monete vedi Ciampi, op. cit. p. 402; 
Pinzi, 5/or;a, III, 425, nota 2, 424 nota i, e rispettive bibliografie. Vedi 
anche la lettera di Urbano VI (16 febbraio 1389) intorno alla co- 
niazione dei bolognini d'argento in Theixer, II, 617, n. 650. 

(2) N. D. Tuccia, p. 40: «in casa sua». 

(3) N. D. Tuccia, p 40: «Ai 17 del medesimo mese». 

(4) v ... direto a S. Biagio e un fuoruscito di Viterbo cittadino, 
«Angelo Palino di casa Tignosi, andò a trovare el Prefecto e l'uc- 
« cise e lo fé' cascare da un ponticello sopra l'orto » (N. D. Tuccia 
p. 40). Teodorico de Nyem, Di schimicitc, I, 66, chiama Angelo il 
Prefetto e lo dice preso ed ucciso dai pontifici, ai 29 settembre. 
EJiz. Erler, p. 116; cf. però ivi la nota 4. 



Le croniche di Viterbo 349 



donna Berta, et lì fa ucciso et fu strascinato fino la piazza del comuno 
et stette in terra, et teneva la bocca apresso il culo d' uno suo cavallo 
che l'era stato morto. Poi la sera fu portato dalli frati de Sancto Fran- 
cesco, et stetti due di ne l' orto come entri in la porta ad mano 
mancha, innudo in uno cataletto senza niente sotto nò sopra. Non 
ci mori altra persona (i), e casa sua et casa de rectori con certe case 
de suol famegli fumo robate, et fu robbata la prescione et fu rob- 
bato tutto el palazzo del potestà. Et el dicto cardinale Orsino (2) 
lo fé' pigliare el papa, et mandollo prescione ad Peroscia per suo 
diffecto (5). 

Anno Domini 1388. La gente del papa con li Romani hebbe 
molte terre. Et valse la soma del grano dalli .xxx. [alli] (4) .xl. libre 
et mangiavano seme de lino macinato et intriso col mèle; et tutte 
le cose furono care salvo el mòle che n'era assai. Nel dicto anno 
mori papa Urbano VI, et in tempo d'un mese fu facto papa Bonifatio 
nono; era pure napoletano di Tomacelli (5). 

Anno Domini 1390. Messer Guido d'Asciano, capitanio de! Pa- 
trimonio, con le molte gente de Viterbo andarno ad fare el guasto 
nella Montagnola ad Vallerano et Carbugnano et Casamala (6). Et 

(i) Nel ms. « p ». 

(2) « Thomas Ursinus de Manopello, S. Mariae in Domnica car- 
« dinalis », legato apostolico. Cf. Savignoni, L'archivio, n. ccclxv. 
Fu preso a forza in Viterbo da una schiera di mercenari stranieri 
mandata dal papa. Montemarte, C/OMaca d'Ori/Zd/o, ed. Gualterio, 
I, 60; Rainaldi, Annales, VII, 500. 

(3) « Un figlio bastardo del Prefetto, che teneva Rispampani, fece 
« pigliare detto Angelo, ch'aveva ucciso suo padre e lo fece ingras- 
« sare ben bene: poi lo cacciò fuora e fc' legare in piazza e tagliare 
« a pezzi vivo, dando la carne sua a mangiare alli cani affamati che 
« a posta teneva » ; N. d. Tuccia, p. 40. 

(4) La lacuna è nel ms. 

(;) Urbano morì ai 15 ottobre 1389 e Bonifacio fu eletto papa 
ai 2 e coronato ai 9 novembre del medesimo anno (L. Pastor, op. 
cit. I, 127; Valois, op. cit. n, 157 e 159). Tra ì primi atti di Boni- 
facio è una lettera ai Viterbesi nella quale, compianta la triste con- 
dizione in cui si trovano per la Chiesa, dice aver comandato « prae- 
« ceptori Sancti Spiritus in Saxia de Urbe ut granum in malore 
« quantitate quam potuerit ad Viterbium festinet transmittere »; Sa- 
vignoni, U archivio, n. ccclxxiii ; cf. anche i nn. ccclxxiv-ccclxxxi 
che sono ottimo commento alla narrazione seguente. 

(6) Tutti e tre sul versante orientale del Cimino. 



550 'P. Egidi 



valse d'aprile et de maggio la soma del grano fiorini dodeci d'oro 
et infine .l. libre (i). Era tanto affamato Viterbo dalia guerra di 
Brectoni, che non potevano li Viterbesi niente più restare, et più et 
più volte raandarno al papa per succurso, et mai non li mandò un 
e. ;;a cavallo, imperhò che era povero. |1 Per la qual cosa infine li Viter- 
besi levarno romore gridando: « Viva la pace ». Et fu a di 24 de sep- 
tembre (2), et tutta la terra andò sotto arme, et questo fu per cagione 
che li Viterbesi havevano mandato ambasciatori al eardinale de Ra- 
venna (5) che stava in Montefiascone con li Brettoni per la corte de 
Avignone; et uno chiamato Angelo de Casella, uno delli ambascia- 
tori, al tornare che fé' ad Viterbo disse tra certi ortulani: « Noi tro- 
« vamo la pace et non la volemo ». Per questo si levò tal romore che 
UDO de priori la sera proprio andò in piano de Sancto Fustino et fé' 
armare tutti li Pianesi et disse che andassero ad robbare un capitano 
del papa che stava ad Sancto Francesco. Uno cittadino, chiamato 
lacobo del Garoso (4), n'andò al dicto capitano et fello sapere; onde 
lui si mosse con molta gente armata et andonne ad assaltare quelli 
del piano di Sancto Fustino, et non potè farli niente, anzi fumo 
cacciati con poco honore (5) ; andossine in fine in piazza, poi se n'andò 
a casa la sera al tardo. La sequente mattina se levò el romore di 
nuovo et gridavasi: « Viva la pace ». Et cusi continuò dui di. Levossi 
uno cittadino chiamato Gianni di Francesco (6) et con certi suoi amici 
et sequito da certo populo per la terra andarne gridando: « Viva la 
« pace ». Onde che el populo per questo lo ferno confaloniere et mi- 
serie nel palazzo del potestà, et colli priori insieme fu fermato con- 
falonieri per sei mese; et nella sua entrata fu rotta la prescione, et 
cavatone tutti li prescioni, tra qualli e' era uno figliolo dello dicto 
Gianni, chiamato lacomello. Stecte[siJ in Viterbo in questo modo 
et con le porte serrate octo di. Un altro cittadino chiamato messer 
Andrea Capoccio, el quale era stato ambasciatore al dicto cardinale 



(i) N. D. Tuccia, p. 41: «La soma di grano lire otto». 

(2) Pinzi, Storia, III, 442: « 21 settembre 1390 » e cita il Tuccia, 
p. 45, che dà il giorno 24. 

(3) Pileo de Prata, arcivescovo di Ravenna, fatto da Urbano VI 
cardinale ai 28 settembre 1378. 

(4) N. D. Tuccia, p. 41 : « del Corso ». 

(5) Sia le parole del nostro sia quelle di Nicola, mi pare fac- 
ciano intendere che l'esito delle armi fu favorevole ai cittadini, con- 
trariamente a quello che intese il Pinzi, III, 443. 

(6) N. D. Tuccia, p.41: «chiamato Francesco». 



Le croniche di Viterbo 551 



con Angelo di Casella, fé' populo et acostossi col populo minuto cioè 
con quelli de Sancto Sixto et di Sancto Fustino et di Sancto Luca 
et con gran ciurma andò in piazza gridando: « Viva la || pace et il e. 27 b 
«populo »; cacciare Ianni di l'rancesco de palazzo ch'era stato .xvi. dì; 
poi andarno in casa de priori et cassarne secte priori cli'erano state 
nel offitio poco più d'uno mese, e solo lassarne uno priore, chiamato 
ser Pietro di Golinuzzo (i). Et el dicto messer Andrea fu capo delle 
diete cose et fermò sette priori novi. Dipo' pochi dì, ordinarne ch'el 
dicto cardinale di Ravenna venisse ad Viterbo, cercando far pace con 
lui. Et in questo regimento era un altro cittadino chiamato messer 
Bello et buono. Dall'altra parte li sette priori cercavano assettarsi con 
papa Bonifacio et con 1 cardinale et con Romani. Per la qual cosa el re- 
gimento novo cercò accordo col dicto cardinale et ferno pacti; onde 
li priori vecchi et lo capitano del Patrimonio si partirno de Viterbo 
et portarne robba et denari del comune. Domenica a dì 23 d'octobre 
el dicto cardinale entrò in Viterbo per la porta de San età Lucia, la 
sera a lume de torci col solicchio sopra 1 capo, et li priori nuovi l'an- 
dare in centra ad piede fine alla Croce et con grande henore 1' ac- 
compagnorno fine alla chiesa de Sancto Sixto (2), et lì dismontò 
et con lui vennero molti usciti che prima stavano fuori de Viterbo. 
Poi a l'entrata de novembre fumo facti li priori nevi, si che in 
quattro mesi furne tre priorati (3). 

Anno Domini 1391. A dì .vii. de febraio, messer Pilage cardi- 
nale di Ravenna predicto fé' une grande tradimento in Viterbo, in 
questo modo cioè: costui fé' venire la nocte molte gente del populo, 
cioè fu el Sarto che era capitano di Romani, Farnesani et molte 
gente dintorno et mise dentro li capitani con tutti l'escite; et el dicto 
cardinale teneva la chiave della porta de Sancto Sixto. E passata 
mezza nocte, chiamò le guardie della dieta porta et quando furne 
gionti a lui, le costrense in una camera. Poi tutti li capitani et capo- 
diece delle II guardie di Viterbesi che andavano guardando la terra, come e. 28 a 
erano ad Sancto Sixto, teneva li dui suoi famegli et dicevano: «Dice 
« monsignore che l'andate un poco ad parlare ». Et cusì di mano in 
mano tutti li costrense in una camera. Et pei che tutte l'ebbe nelle 
mani, et non andava più persona atorno, opri la dieta porta di San- 



(i) N. D. Tuccia, p. 41: « Galinezze ». 

(2) Clemente VII ai 12 novembre del 1390 si rallegrava coi 
Viterbesi perchè avevano accolto il card. Pileo. Lettera edita dal 
Pinzi, IH, 445, nota. V. regesto in Savignoni, L'archìvio, n. ccclxxi. 

(3) N. D. Tuccia, p. 42: «furne 4 priorati». 



SS^ *?. Egidi 



CIO Sixto et npontellolla per modo che non si poteva chiudere. La niu- 
tina all'alba del di entrarno dentro in la terra tutte le loro gente d'arme, 
et sniontarno nel chiostro di Sancto Sixto et nello arengho di 
Sancta Maria in Grada, et col confalone del cardinale et d'altri ca- 
pitani, con molte trombette, armati da vantagio vennero fino alla 
fontana del Separi, gridando: «Viva el papa de Roma». Li homini 
della contrada de Sancto Si.\to, sentendo el remore, tutti s' armonio 
et tragono ad romore et comenzarsi ataccare con loro f et cusì li altri 
cettadini, sentendo el romore, tutti trassero clii da una strada et chi 
da un'altra, tt combattendo cacciaro ad reto li nimici fine alla catena 
dell'alberghi, gridando: « Molano li forestieri ». Nel qual luoco allog- 
giavano dui capitani del cardenale, l'uno chiamato Tendone et l'altro 
Alberto Cerasolo, li quali non sapevano el tradimento del carde- 
naie (i), et vedendo sì facta cosa, s'accostumo con Viterbesi li quali 
gridavano tutti: « Viva papa Chimento et molano li furisticre ». La 
zuffa fu grande. Nel quale asalto forno morti tre de quelli del car- 
dinale, et fu dato per terra quello che teneva el suo confalone; et 
tolselo uno chiamato Lario da San Marco (2) et dectelo ad uno che 1 
portasse trascinando per la terra; e tutta via lo popolo avanzava 
terreno et cacciaro li furistieri in fine la porta de Sancto Sixto et 
ferirne gran quantità, et tutta via combattendo infine li ruppero, et 
e. 28 u fugirno fuore come gente vile. || E li Viterbesi guadagnarne cento 
vinte cavalli et molta roba. 

E lo cardinale fugi, che s'affunò per le mura con la fune della 
campana de Sancto Sixto, et tutta la robba sua fu messa ad sacco- 
manno, che fu tanta che molti Viterbesi ne fumo ricchi. E fucci 
preso lo vescovo d'Andria (3) et lo vescovo de Spoleie et conlet- 
tore (4) del cardinale et altre famegli vili ; l' altri tutti fugirno. De 

(i) N. D. Tuccia, p. 42: e uno detto Rendone, l'altro Alberto 
« Cerisela » e nel ms. Ardenti <f Tendone e Alberto Caresola ». 

(2) N. D. Tuccia, p.42: « Lorio di Marco» e il ms. Ardenti 
« Corio di Marco ». 

(5) N. D. Tuccia, p. 42: «vescovo d'Adria». Lucido vescovo 
d'Andria il ij decembre 1390 era stato nominato vescovo di Viterbo 
da Clemente VII al posto del defunto Nicolò (arch. Vat. Reg. Ave- 
nion. LXI, e. 225 b); però ai 26 febbraio 1592 ancora non aveva 
giurato (ibid. LXV, e. 295 b) sebbene già dall'anno avanti sedesse nel 
palazzo episcopale (Ciampi, op. cit. p 404; Valois, op. cit. p. 164). 
Il vescovo di Spoleto è Lorenzo Corvino già vescovo di Gubbio. 

(}) Nel ms.: «co le tre». N. d. Tuccia: «lo correttore del 
« cardinale ». 



Le croniche di Viterbo S53 



Viterbo non ci fu maculato persona, salvo che uno che ebbe una 
piccola ferita nel piede. Dipo' la Victoria hauta li Viterbesi pigliamo 
Angelo de Casella, el quale Angelo era molto inanti col cardinale 
et menava le cose a suo modo et faceva di molte soperchianze alli 
cittadini, et faciva molte usurparle et fu uno gattivo homo; e per 
parole di costui el cardinale fé' molte cose ingiuste, et ancho costui 
s'intese col cardinale al tradimento. Costui fu pigliato el martedì de 
carnevale, poi el mercordi fu cavato de prescione et fu tagliato in 
pezzi ad romore de populo, et prima che che 1 fusse fenito de mo- 
rire, li fu tagliata la testa. Anche in piazza fumo morti doi de quelli 
del cardinale, che ci fumo trovati, pure ad romore de populo. Altra 
persona de Viterbo non ci fu incolpata al tradimento, si non uno 
chiamato Giovanni di prete lenio (i), che se n'andò col cardinale. 

A di .X. de febraio entrò in Viterbo el profecto Ianni Sciarra 
et entrò per la porta de Sancta Lucia, e li Viterbesi lo riceverò con 
grande honore et con la processione (2); andò per la strada de 
Sancto Lorenzo, ove smontò et fesi mostrare el mento (3) de san- 
cto Giovanne Baptista; poi rimontò et andò ad scavalcare ad San- 
cto Sixto, ove era stato el cardinale predicto. Domenica a di 12 del 
dicto mese fumo comenzate a scarcare le case de Salvestro de Pa- 
tio de Gatto centra ad Sancto Stephano et molte de cettadini ch'e- 
rano usciti fuore (4) ; fumo tratte li uscia et finestre et guasti de 
molti orticelli et altre possessioni. |j Poi a dì 28 de octobre, fu rico- e. 55 a 
menzato ad scarcare le diete case di Salvestro, dove ce fumo man- 
dati molti maestri di pietra et di legname, et fumo comandati li 
cittadini, alla pena de .e. fiorini, che devessero andare ad scarcare; 
et cusì facevano ad muta in fina che tutte fumo gittate per terra. 
La quale era una bellissima casa. 



(i) N. D. Tuccia, p. 45 : « Giovanni di Pietro Renio ». 

(2) N. D. Tuccia, p. 43, omette di qui alla fine del periodo nel 
testo dato dal Ciampi, però lo registra il ms. Viterbese riferito 
in nota. 

(3) Correggo il ms. che dice « manto » poiché nella cattedrale 
viterbese si mostra anche ora il mento di san G. B. Cf. N. d. Tuc- 
cia, p. 43. 

(4) N. D. Tuccia, p. 43: «Il detto Silvestro teneva Celleno e 
« la Rocca. Domandò un cittadino di Viterbo come stavano le case 
« sue. Pulii detto che n'era levato Tuscia e le finestre. Lui rispose 
« e disse: " Tosto si potranno rifare. " Le quali parole- fumo riportate 
«al detto Prefetto. Per le quali parole a dì 28...». 



354 "P- ^>''^^' 



Anno Domini 159.1. El Profecto a di S de genaio (i) cavalcò con 
molti Brettoni et andò alla Tolfa vecchia et pigliarla et lì se riposò 
più et più di. Nel mese de aprile el Sarto, capitano de Romani, 
pigliò Bulseno et vadagnò molti cavalli di Brettoni. In quel tempo 
valeva la soma del grano in Viterbo .xi.. libre; et fumo fncti in Vi- 
terbo molti confinati, et furon facti de stratii di molti cittadini, chi 
preso et chi rescosso, chi robbato, et tristo colui ch'era in desgratia 
del Profecto! La guerra era grandissima nel paese, che papa Boni- 
facio era in Roma, et el Profecto se teneva con papa Chimento in Avi- 
gnone, sì che el soccurso era troppo da longa, et el Profecto tra- 
ctava Viterbo a mal modo (2). 

Nel mese di magio andò l'oste de Romani ad Vetralla et ad 
Civitavecchia che era del Profecto et ferii gran guasto delti bieni 
de fuore. A dì 27 di maggio 1592(3) venne l'oste de Romani ad 
Viterbo in nome della Chiesa, lunedì a mattina, et posesi ad ressitoio (4) 
di Rispoglio et verso Grazzano (5) ; poi andaro ad Bagnala, poi alla 
Mandruale, poi alla Ricciuta, et vennero ad far battaglia fino alla 
porta de Sancta Lucia, dove tra l'una parte et l'altra ci forno morti 
otto homini et feriti assai et fumo cacciati ad reto ; erano in Vi- 
terbo .CL. cavalli de Brectoni. Valeva la soma del grano fiorini .xvi. 
d'oro, et ogni cosa era più cara. El maggio fu humido, li biadi 
erano belli, la stagione per questo fu tardìa; li Viterbesi metivano 
l'orzo verde et seccavalo nel forno, per poterlo mangiare, et chi al 
sole (6). Et portarno le bombarde nel barbacane di Sancto France- 
c. 55 B sco, et el dicto campo \\ andava per lo tenimento de Viterbo da loco 
in loco et andava guastando ogni cosa. Et el cardinale ch'era in 



(i) La data b aggiunta nell' interlineo dalla seconda mano, la 
prima aveva posto in fondo alla notizia : « ce andò a di .viii. de 
« genaio ». 

(2) Nicola è qui più compendioso. 

(3) N. D. Tuccia, p. 45: « A 22 del detto l'oste de Romani...»; 
Pinzi, III, 451, lo segue, 

(4) Così la correzione marginale della seconda mano; « resitelo » 
nel testo. 

(5) Campo Graziano era dove ora il villaggio della Quercia. 
Pinzi, Memorie e doc. di S. M. della Quercia cit. 

(6) Di qui sino « Mercedi a dì 25 del dicto mese... » (p. 555) 
il racconto dato dal Ciampi nel testo è rimpastato ed è stata omessa 
la notizia delle bombarde, però è integro e nello stesso ordine che 
nel nostro testo la narrazione del ms. Viterbese data in nota. 



Le croìiiclw di Viterbo 355 



campo se n'andò ad Corneto, et el capitano de Romani ad Sutro 
et per le terre intorno, con poco honore considerato la molta gente 
ch'era, et non acquistò niente. Nota che Roma era libera et non 
del papa. 

Martedì a d'i .xi. de giugno Lione Brettone et Pier Pignatello 
se partirno de Viterbo con tutta lor gente et andoro in terra de 
Roma ad cavalcare; et el campo della Chiesa et di Romani tornò 
ad Viterbo a dì 26 del dicto mese, et di loco in loco si mutarno per 
lo lenimento in otto luoghi. Lo dì de sancto lacobo et di sancto Chri- 
stof.mo di luglio (i) fu bandita la trieve col papa et con Romani 
per tre mesi. 

A di .XX. d'octobre fu si gran tempesta in Viterbo che levò 
molte tegule delle tetta et ad Sancto Sixto spezzò tevole et legname 
di tetta et di casa, sconficò per forza una finestra, et ruppe tutti li 
arbori del giardino dentro le mura de Sancto Sixto et guastò molte 
case verso Sancto Fortunato, et di fuore guastò olive et arbori in- 
finiti et occise doi femine de Viterbo eh' erano andate per le ca- 
stagne. Mercedi a di 23 del dicto mese (2) venne in Viterbo uno 
Brettone, parente de papa Chimento, et stette in casa de Lorenzo 
di Minelle per suo reducto, et era commissario del dicto papa. Poi 
si partì et andò ad Soriano per cascione che in Viterbo se facivano 
molti mali, cioè s:arcare case, togliere legname per ardere, robbare 
altrui senza iustitia, et tristi quelli ch'erano guelfi et non erano fu- 
giti fuore come molti altri usciti. Nel dicto anno papa Bonifacio si 
partì de Roma et andò ad Nargni (3); onde che de Viterbo andorno 
doi ambasciatori per fare acordo con lui; l'uno fu maestro Pietro 
de maestro Matteo, et l'altro fu Giovanne de Simone, et tornarno 
senza acordo. [[ Nel dicto mese ser Pietro de Gulinuzzo con uno e. 54 a 
Francioso fu mandato per ambasciatore ad papa Chimento che stava 
ad Avignone per parte del comuno de Viterbo et del Profecto (4). 

Anno Domini 1393. Ser Giovanne da Toscanella bariscello del 



(i) Il giorno venticinque. 

(2) N. D. Tuccia, p. 44: « A dì 25 d'ottobre ». Il 23 ottobre 1392 
era appunto mercoldi, sicché è preferibile la data del nostro. 

(3) Bonifacio ai primi di ottobre andò a Perugia. Cf. Bonazzi, 
op. cit. I, 515 ; Rain'aldi, ad a. n. 6. Ai 9 era a Narni. Eubel, Da5 
Itinerar &c. p. 557. 

(4) Dei messi frequenti che corsero tra il Prefetto e Clemente 
dal 1591 al 1593 V. Valois, op. cit. p. 161, nota i ; però questo Pietro 
di Gulinuzzo non vi appare. 



5^ T. Eh idi 



colmino de Viterbo con certi marraflìni andò ad casa de Cola de 
Covelluzzo (i) et cercò la casa et trovocci libre 5768 de lino ch'era 
de Vanni de Santoro et ferlo cavare fuore. Con dicto Giovanni ci fu 
ser Nicola de Vico gabellieri et Angelo di Maltuzzo (2) ch'era ca- 
merlengo del comune, Getto da Toscanella et Bonello de Nicola, 
Manicarello et Favolo di Tuccio di Bernardo (^), et pesollo el Pe- 
coraio et portollo Giovannuzzo ad casa de Ruberto del Mazzante 
nella piazza del comune. Et portarne le cose de Giovanni de Pro- 
culo et dui cassette con le cose de Petruccio del Bussa et tutta la 
robba buona del dicto Cola; et era de li priori Vannicelio de Co- 
luzza e 1 Pogia, porta Sancto Lorenzo; Paulo di Nello, Petruccio 
de Funarelio, porta Sancto Pietro (4) ; lacobo de Petruccio di An- 
gelo et lacobo de Scardatone, porta Sancto Mateo. Nel qual prio- 
rato fumo robate molte robbe de li esciti che stavano aguattate per 
li munisteria de Viterbo et per li lochi religiosi; et questi robbatori 
si chiamavano «strappa cappa» mandati per li dicti priori. 

Lunedi a dì .xii. de maggio l'oste di Romani venne ad Viterbo 
et posesi al poggio della Iella (5) et vennero con bombarde insino a 
la vigna de Sancta Maria in Grr.da, et scarcaro un pezzo de muro, 
et entrare nella vigna, et guastarne la dieta vigna. Mercedi si par- 
tiro et andare ad casale del tresolieri (6) et lì ferno el guasto. Ve- 
nardi andoro ad fossato del Rianese, per la via de Montefiascone, 
e. 54 B et ogni cosa andavano guastando. j| El sabate venne in Viterbo el 
fratello di lan Colonna, et col Profecto et con li priori ordinò di 
andare in campo per lo accordo, et menò con lui .xii. cittadini am- 
basciatore et andarci dei priori: l'uno fu messer Andrea Capoccio, 
l'altro ser Antonio de Ceccone, et ferno l'accordo, et el Profecto ri- 



(i) «Colui che fu prima scrittore di questa cronica, dal cui 
«libretto l'ho ricavata io Nicola». N. D. Tuccia, p. 44. 

(2) Ibidem: « Martiuzzo ». 

(3) Ibidem : « Bonello Cela Ciambrone, Monicarello e Paolo 
« Puccio di Bernardo ». 

(4) Ibidem: « Paulo di Nello, Petruccio di Simarella, Paulo di 
« Santerello Crucifisso, luzzo da Civita della porta di S. Sisto ». I 
priori erano due per ognuna delle quattro porte S. Sisto, S. Mat- 
teo, S. Lorenzo, S. Pietro: è quindi agevole ricostituire il primi- 
tivo testo. 

(5) Ora Barco sulla via della montagna, a piedi della Palanzana. 

(6) N. D. Tuccia, p. 44: « tesauriero » ; è il casale di Angelo 
Tavemini di cui a pp. 340 e 342. 



Le croiiiclic di Viterbo 357 



mase governatore de Viterbo (i). Nota ch'el papa non era signore 
de Roma come fu poi, anzi Roma era libera et chiamavasi la Chie- 
sia di Roma et non Roma della Chiesia. 

Nel mese di magio 1394 el papa et Romani et Senesi andaro 
ad uno castello di Brettoni, chiamato Musignano, presso a Canino 
et stette circa .xv. dì et portarno di Viterbo bombarde et andarci 
de Viterbo et di Canapina et di Bagnaia cento guastatori et andarci 
dui capi maestri de Viterbo, l'uno chiamato maestro Tomasso di Na- 
raorato, et maestro Paulo di Piano; et fecero la cavata; et li bombar- 
dieri si chiamavano Giovanni del Bono (2). Et fornita la cavata, gionse 
in soccurso de' Brettoni uno che si chiamava ci Gran todesco, el 
quale non molto innanzi haveva tolto Nargne al papa con 1' aiuto 
delli esciti (0; et el dicto Gran tedesco gionse ad Musignano che 
già n'era cascato gran pezzo dil muro per la cavata, et lui con sei- 
cento cavalli assaltò el campo; et lo capitano del campo, che si chia- 
mava el Sarto, subito se dette ad fugire, et un altro conductiere ro- 
mano, chiamato Fiasco, fé' una bella difesa ; infine ci fu pigliato et 
rotto, e fumo pigliati molti prescioni tra quali ci fumo .xxx Viter- 
besi, Erano nel dicto campo milli cavalli et milli fanti con trecento 
balestrieri, et fumo rotti da seicento cavalli ; et tornosse lan todesco 
ad Montefiascone, poi se n'andaro ad fare il guasto ad Celleno et 
portare molta robba ad Montefiascone. Et cusi la guerra di giorno 
in giorno si faciva tra '1 papa et Brettoni e Gian tedesco, el quale 
si teniva per lo papa d' Avignone. || El dicto profecto Ianni Sciarra e 55 
fu signore de Viterbo sei anni et fu homo savio, astuto et malitioso 
et di communa persona; tenevasi con papa Chimento (4). 

Per cascione io non ho facta mentione (5) d'una grande rissa 
che fu facta in Viterbo nel anni de Dio 1281, come comenza in 



(r) Il trattato fu concluso facilmente l'anno dopo. Pinzi, III, 455. 

(2) Cosi il ms. Questa prima parte de' fatti di Musignano dal 
della Tuccia è compendiata. Tutto l'avvenimento è stato trascurato 
dal Pinzi. 

(5) Narni fu tolto a Bonifacio da Pandolfo Malatesta e da Biordo 
perugino, né trovo notizia di questo Gran, lan, Gian todesco. Cf. 
R.\iNALDi, a. 1394, n. 21, che ha per fonte Theodor, de Nyem, 

(4) Q.UÌ per la cronologia bisogna tornare a e. 23 b. Si veda 
quanto dissi nella prefazione, p. 216. 

(3) Questa frase è stata cancellata qui da chi ha fatte le cor- 
rezioni sul manoscritto (v. p. 217) e poi riscritta dopo « il quale fu facto 
« in Viterbo » (p. 358, r. 2). Mi pare si debba restituire al posto primitivo. 



358 P. Et^idi 



questo volume a tf. 28 (i), la quale qui presso stendarò partita- 
mente; nel tempo di papa Martino quarto, el quale fu facto in Vi- 
terbo, nota che essendo Viterbo ricco et di grande stato, come dice 
nel dicto foglio, di bello et grande contado, et molti gentili homini 
li quali pigliavano grande arbitrio sopra tutto lo popiilo minuto, et 
lo pesce grosso comenzava ad mangiare lo piccolino, et già li gentili 
homini havivano pigliate per loro uso la più parte di castelli più 
fructiferi; per la qual cosa el popolo minuto n'erano tutti mal con- 
tenti, et essendo facto confalonieri de! popolo uno chavalieri (2) chia- 
mato messer Pietro di Valle, homo di bassa conditione et di grande 
intellecto et di grande animo (3), deliberò fare uno conseglio generale, 
ove fusse tutto il populo de Viterbo, gentili et populari, et havendo 
el dicto conseglio adunato, si levò in piede ad esporre al populo la 
cascione della lor congregatione in quel loco, et expose et disse come 
li pariva che li castella del comuno fussero, da quelli gentili homini 
che li tenivano, restituite alla republica. El quale conseglio fu facto 
nel palazzo ove stavano li consuli e '1 dicto confalonieri a piede la 
piazza del comuno. Et in fine fu deliberato nel conseglio che tutti 
dicti castelli fussero renduti alla communità; et tutti li gentilhomini, 
ch'erano nel dicto conseglio, a tal deliberatione dissero ch'erano con- 
tenti volerli restituire, et con questo preposito se partirno ; et questo 
consentirno per paura del popolo. E partiti del palazzo et tornati 
alle lor case, che stavano nella contrada de Sancto Tomasso et di 
Sancto Salvatore (4) et di Santa Maria Nova et di Sancto Salve- 
c. 35 B stro, ||Sse radunarno insiemi (5), et ferno tra loro uno conseglio nella 
chiesia di Sancto Salvatore, de volere occidere el dicto messer Pietro 
di Valle. Et facto tra loro gran tumultu, la sequente mattina se ar- 
niorno con tutti loro adherenti et andorno al palazzo di consoli. Per 
la quale andata subito el dicto messer Pietro pigliò adviso, et fé' ser- 
rare le porte del palazzo, et con quelli famegli ch'erano in casa, si 
difese da loro gran pezzo. Lo romore si spase per la terra, et gri- 

(i) V. p. 216 e 350. 

(2) Nel testo « cliri »; in margine il correttore « cavalieri». 

(5) Neir interlineo « el quale»; glossa inutile o meglio dannosa 
della seconda mano. 

(4) S. Tomasso ove ora la chiesa della Morte; S. Salvatore ora 
S. Cariacelo. Come si vede, le case de' nobili si trovavano raggrup- 
pate nel centro della città; per quelle del popolo minuto si confronti 
e. 27 A. 

(j) Questa frase è della prima mano, ma su rasura di « et li se 
« adunarno ». 



I 



Le croniche di Viterbo 359 



davasi: « Viva el popolo et moiano li lupi » ; et giongendo la gente 
nella piazza del comune, cacciamo li gentili homini insino la 
piazza de Sancto Salvatore, et uccisero doi loro famegli. Poi tornati 
in piazza del cornano, lo dicto messer Pietro elesse di loro .ce. gio- 
veni et miseli sotto el palazzo, et tutti l'altri licentiò che andassero 
ad mangiare senza disarmarsi, et quando sentissero el romore, venis- 
sero in piazza, et cusi fu facto. Ora essendo le cose quietate, li gen- 
tili homini mandarne ad vedere la piazza del cornano et non tro- 
vandoci persona, loro n' andarno in piazza con tutto loro sforzo et 
derno la battaglia al palazzo di consuli, ondechc (i) subito fu levato 
el romore per tutta la città, e tutto el populo curse nella piazza et 
pigliamo tutte le strade dintorno, come prima era stato ordinato, et 
messer Pietro mise in piazza li dicti .ce. giovani bene arditi et armati, 
li quale haveva bene governati sotto al suo palazzo; et, facendo grande 
uccisione di gentilhomini, li cacciamo via, et tutti fugirno fuore de 
Viterbo; et dipo' loro tornata in piazza, trovarne .xxiii. gentili homini 
morti. Et el dicto messer Pietro sequ'i la Victoria, et col confalone 
del populo usci ad campo alle diete castella et stectero li Viterbesi 
in campo .xiiii. mesi et scarcorno .xlviii. castella (2), et quanti gen- 
tili homini possivano havere, disfacivano di loro robbe. [j Et alcuni e. 56 a 
che s'arendivano et assegnavano le castella in pace, li remenarno con 
loro ad Viterbo senza farli impedimento; et questi fumo li Brettoni, 
Alexandrini, Tignosinl et Monaldeschi. Et fé' fare uno statuto, che 
nessuno gentilhomo potesse havere ofìfìtio in comune, et non potesse 
uscire della selciata de piazza per andare ad casa de consuli. Et questo 
fu nell'anni 1282 (3), nel tempo di papa Martino IIII, el quale era 

(i) Nell'interlinee, del correttore. 

(2) Il testo del Ciampi dice diciotto i castelli disfatti; i mss. Vi- 
terbese e Ardenti, p, 32, concordano col nostro. Il cronista si guarda 
bene dal dire che non tutte le imprese furono agevoli e fortunate : 
andati contro Vallerano i Viterbesi toccarono una grave sconfitta da 
Bertoldo Orsini della quale poterono prender vendetta solo piij tardi, 
dopo alleatisi con Pietro di Vico e da lui guidati. Cf. Pinzi, Storia, 
II, 405 sgg. Non pare però che vi prendesse parte Pietre della Valle. 
La fine di queste coraggioso popolano non è conosciuta. 

(3) luzzo concorda, Nicola, pone il 1281. La data si deve ri- 
ferire alla campagna contro i nobili nel contado e allora è giusta. 
Quanto durasse lo statuto contro i grandi non sappiamo, certo non 
è di quest'anno, come credette il Cuturi, Le corporazioni delle Arti nel 
comune di Viterbo, in questo Archivio, VII, 9, la costituzione degli otto 
priori e quattro gonfalonieri. 



S6o T. Egidi 



stato cre;Uo papa in Viterbo l'anno nanti; el quale papa voleva gran 
bene alla Jicta città, et ad prcghieri del populo li feTa-^solutione (i). 

Poi nell'anni 1294 fumo pacificati tutti li Viterbesi et tornarno 
tutti li g'ntil honiini che stavano fore de Viterbo ; tornarno nel tempo 
de papa Bonifacio octavo, che fu messer Benedicto Gaittano (2), et 
fu penata la testa ad chi rompesse la dieta pace, la quale fu facta 
per mano di dui cardinali (}) La qual pace è scritta in uno pitaffio 
che sta nel palazzo del podestà de Viterbo, nella facciata dinanti, et 
non fu perhò (4) disfacto lo dicto statuto. 

In sinc alle sopradicte (5) cose ho cavate di libri delpredicto mae- 
stro Girolimo et di Nicola de Covelluzzo. Hora scriverò per l'evenire 
le cose comò sonno passate in Viterbo, da questo sopradicto dì in 
poi, secondo mi disse uno bono et antico cittadino de Viterbo, chia- 
mato Paulo de Perella, che si trovò et vidde lui l' enfrascritte cose 
in fino ad questo cii .x. de luglio 145 5. El dicto Paulo era di età de 
anni .lxxxvii. et più (6). 

Come nanzi [s' è dicto] el dicto profecto Sciarra s'accordò con 



(i) « 1293. A dì 28 gennaro rimase in Viterbo nella chiesa di 
« S. Lorenzo la guancia o vero mento di san Giovanni Battista. E nel 
« detto anno fu fatta la chiesa di S. Nicola delle Vaselle. In quell'anno 
« Ciciliani occisero tutte le genti d'arme de' Francesi, che avevano 
« in Cicilia, per condotta di Giovanni Procida e dell' imperatore Pa- 
« leologo di Costantinopoli, disceso da un Viterbese come è detto di- 
« nanzi ». N. d. Tuccia, p. 33. Cf. il nostro a e. 23 d, anno 1281. 

(2) Nel ms : « Cacto », cancellato e seguito da « Gaietano ». 

(3) Matteo de Aquasparta vescovo Portuense, Napoleone Orsini 
cardinale di S. Adriano. Ci restano alcune tracce del lavoro di rappa- 
ciamento nei docc. ccxii-ccxv del Savignosi, L' archivio, e nel re- 
gesto di Bonifacio Vili. Cf. Pinzi, Storia, III, 19, n. 2. Ma è da credere 
che avvenisse nel 1295. 

(4) N. D. Tuccia nel testo del Ciampi ha : « più ». Credo sia 
un errore dell'amanuense che pe^isò la frase doversi riferire a quel 
« pitaffio » di concordia, infitto nel palazzo del podestà. Non potevano 
certo aver questa intenzione nò Nicola, nò tanto meno il cronista del 
Trecento, che sapevano bene quante e quante volte la pace fosse stata 
violata. Invece essi vogliono parlare dello statuto che allontanò i 
nobili dai publici oftìzi nel 1282 e che sarebbe rimasto fermo anche 
dopo la concordia. 

(5) Su rasura delle medesime parole. 

(6) V. di Paolo p, 210. 



Le croniche di Viterbo }6\ 



papa Bonifacio nono et rimase governatore de Viterbo, anno Do- 
mini 1394 nel mese de maggio. 

Anno Domini 1395. EI papa volse eh' el Profecto li rendesse ci 
dominio de Viterbo, et el Profecto ricusò che no! poteva rendere, per 
cascione che li cittadini profecteschi non volevano. Per la qual cosa 
el papa ci mandò el campo delle gente suoe, sotto conducta del Sarto 
et di Fiasco da Roma, et commissario fu messer Ianni Tomacelli, fra- 
tello del dicto papa, et pusero el campo al ponte Ruffiano tra Viterbo 
et Bagnala, et stctterci 1 5 di. 

Poi el Profecto s'accordò con la Chiesia et mise in Viterbo una e. 56 u 
parte de li cittadini chiesiastri ch'erano stati fore(i), et dicto Paulo 
fu uno de quelli che entrò. L'altro fu Pietro et Paulo di Ranuccio, 
et maestro Gironimo, Simonetto di Paltonuzzo, Ioanne di prete lenio. 
Tignoso Palino, messer Petrone et altri cittadini. L'altro dì sequente 
entrò Patio et Ranieri et Ioanne di Salvestro Gatto et Ioanne Lo- 
renzo di Monaldeschi, ser Predo Tignosini et Pietro Paulo di Facta- 
studio, Gianni di Francesco et messer Francesco Lanciotto et Giorgio 
suo figliolo et Tuccio Armato la Poltrigla et Tomasso suo figliolo, 
Pirotto, Matteo, et Paulo di Mazzatosta, Guglielmo del Todesco, ser 
Ianni Cocco, Puccio di Scoiaio, el Tasso, Angelo de lacobo et ser 
lovanni de lemmino del Cerroso, Cola di Scoiaio, Alexio di Gio- 
vanni de Naido, Urbano de Guidozzo, Mennico de Ianni, messer Bello 
et buono, messer Nicola et Ioanne et Antonio de Nicolazzo, Mattia 
et Urbano et ser Mariotto del Sorce, Chimento loro patre, Angelo 
de serFarolfo, messer Oddo Alexandrini, Andrea et Petruccio de To- 
masso, ser Valentino di Corrado, et molti altri cittadini chiesiastri, li 
quali s'erano intesi con 1 cardinale de Ravenna et dipo rotto el dicto 
cardinale questi sopradicti cittadini fugirno fuore de Viterbo. Hora 
essendo Viterbo venuto nelle mani del papa, el Profecto si parti di Viterbo 
et portò tutta la robba sua et andossine ad Vetralla, et con lui se ne 
andaro molti cittadini suoi amici (2), cioè Gianni, Biascie, Angustino, 
Crucifisso, Calcagnone di Lanfanelli et ser Girardo, le qual case 
stavano ad Sancta Croce, Pietro et Giovanni et Nicola et messer Bar- 
tholomeo de Scardabone, Paulo di Tuccio di Bernardo, Paulo de 
maestro Gianni, messer Andrea Capoccio, messer Nicola Victore, et 
molti altri cittadini, che non si recordavano ad dicto Paulo. 



(i) N. D. Tuccia, p. 45, omette i nomi e continua « e si partì 
a con buon accordo «. Sono dati da luzzo con leggere varianti gra- 
fiche. 

(2) La stessa osservazione precedente. 



S62 T. Kg idi 



Et(i) per cascione eh' el prefato Profecto haveva facte scarcare 
le case de Salvestro Gatto nella piazza de Sancto Stefano, papa Bo- 
nifacio donò Celleno al dicto Salvestro, che haviva riceute danni dal 
e. 57 A Profecto. j] Et poi che le cose fumo reposate, el dicto papa fé' rifare 
parte della roccha de Viterbo et cominciò ad porre la terzaria alla 
dieta città, che mai innanzi s'era pagata; et anque si paga, che sonno 
ducati mille d'oro l'anno, s\ che ogni gattiva usanza che si mette in 
questa nostra città, se mantiene. Anche el dicto papa fu el primo 
che fusse signore de Roma, che prima Roma era stata libera; e fé' 
rifare el Castello de Sancto Angelo, ch'era guasto. Et ad questa su- 
gectione si pusero li Romani, perchè el dicto papa stava ad Peroscia 
et non voleva stare in Roma: poi, tornato in Roma, volevano la loro 
libertà, et el papa volse essere pure signore et fé' tagliare la testa ad 
Petruccio de Savo et ad una gran brigata di cittadini romani (2). 

Anno Domini 1399. Fu l'anno delli Bianchi, cioè gran multitu- 
dine de Franciosi si mossero de Francia et altri tramontani, et tutti 
vestiti de panno de lino bianchissimi, vennero ad Roma, et tutto il 
mondo si mosse, cioè tutta la cristianità (5), venendo ad Roma con 
gran devotione, facendo pace tutti li discordanti. 

Anno Domini 1400. Lo papa fece l'anno del giubileo et fu anno 
sancto, et in quel anno fu grandissima mortalità: et dice el dicto 
Paulo, che fumo numerati per lo vescovo de Viterbo che morirno 
abitanti in Viterbo .vi™vi'=LXin. persone tra grandi et piccoli (4). 

Anno Domini 1402. Mori papa Bonifatio nono et fu facto papa 
Innocentio (5). Nel qual tempo li Romani volevano la loro libertà, 



(i) Al posto di questo periodo N. d. Tuccia scrive: «Silvestro 
'< Gatto eoa Giovanni suo figliuolo e altri suoi fratelli supplicorno 
f il papa li dovesse restituire li loro danni per le case l'aveva fatte 
« scarcare il Prefetto. Il papa li concesse la roba di un cittadino [chia- 
« mato lacobo di Nello] partito da Viterbo col Prefetto. Fu una bella 
a casa di rincontro a S. Chirico, orti aquatili, vigne e altre posses- 
« sioni » ; p. 45. 

(2) N. D. Tucci.\, p. 46, erratamente « Petruccio di Sacco ». 
Cf. Infessura, Diario, p. 8 sg. Nicola ha qui più parole, senza nes- 
sun divario sostanziale. 

(j) Nel nis. « Xf nta ». 

(4) N. D. T'JcciA, p. 46, qui invece che all' a. 1595 pone la 
notizia del tributo annuo di 1000 scudi messo dal papa sopra Vi- 
terbo. 

(5) Errato, mentre è giusto a e. 41 a e in Nicola (1° ottobre 1404): 



L.C croìiiche di ì^i/crbo ^6^ 



che havivano perduta per loro tristitia, onde uno nepote del dicto 
papa, chiamato messer Ludovico da Sermona, uccise .xiii. cittadini 
de Roma ad Sancto Spirito de sua propria mano; cioè lui li dava 
el primo colpo con una accettella, et uno suo ragazzo li forniva (i). 
Per la qual cosa si levò gran romore in Roma; el papa fugi ad Vi- 
terbo et io lo vidi; (1406) venne di settembre et stetteci sei mesi; 
poi li Romani li recamo le chiavi delle porte di Roma in Viterbo 
et pregarlo che tornasse ad Roma, et lui tornò (2). 

In quel tempo fu uno cittadino de Viterbo, chiamato el Bracha (3), 
altramente Pietro Paulo, el quale fu homo d'arme, el quale di po' la 
morte di papa Bonifacio si parti et andò con doi suoi compagni, 
r uno chiamato Giannino della Treccia et l'altro Giannino da Ber- 
gamo, con trecento cavalli ad uno castello chiamato Tocco, in quello 
dell'Aquila, el quale si teneva per lo re Lansilao di Napuli; el qual 
castello era del dicto re, che altro che quello et Gaeta non haviva. 
Et entrando li dicti homini d'arme in dicto Tocco, roppero guerra 
con tutto el reame di Napuli, gridando : « Viva el re Lansilao « ; et 
tanto seppe fare el dicto Bracha con soi compagni, che acquistarno 
tutto il reame per lo dicto re, et prima fu l'Aquila. Per la qual cosa 
el dicto Bracha fu facto signore di Calabria di sopra et poi della Ca- 
labria di sotto, et fu facto conte di Belcastro (4) et marchese di Co- 

sbaglia anche 1' Ikfessura : « Dell'anno 1404 dello mese di settembre 
« die primo se morio papa Bonifatio nono ». Diario, p. 8. Innocenzo 
fu eletto ai 17 ottobre. Eubel, Das Ilinerar Scc. p. 559. 

(i) A dì 6 di agosto 1405 secondo Saba Giaffri e secondo 
l'EuBEL, Dai Itinerar &c. p. 559; 1' Ikfessura, p. 11, per errore an- 
ticipa il fatto di un giorno. Intorno a questi avvenimenti vedi la bella 
monografia di I. Giorgi, Relazione di Saba Giaffri, notaio di Trastevere, 
intorno alla uccisione di undici cittadini romani &c. in questo Archivio, 
V, 165 sgg. e quella più recente di P. Brand, Innccenxp VII e il delitto 
di suo nipote Ludovico Migliorati in Studi e doc. di storia e diritto, 
a. XXI, fase. 1-3, p. 179 sgg., di cui cfr. recensione in questo fascicolo. 

(2) Parti di Roma lo stesso giorno del delitto, l'ambasceria fu 
mandata in settembre e il papa tornò a Roma ai 15 marzo del 1406. 
Infessura, pp. 12, 14. Cf. Eubel, Das Itinerar &c. p. 545. 

(3) La prima mano aveva scritto k Braca », la seconda nell' in- 
terlineo « Bracha ». Cosi pure ogni altra volta il correttore ha ag- 
giunto per lo meno la h nell' interlineo. 

(.1) K Bracca Viterbiensis Polycastri comes » ; Crivelli, De rebus 
gestis Sfortiae in Muratori, R. I. S. XIX, 651; « B razza da Viterbo 
ff conte di Policastro » ; Collen'UCCIo, Compendio della storia di Napoli. 

Archivio della R. Società romana di storia patria. Voi. XXIV. 24 



e. 57 B 



3(^4 '^- ^gì<ii 



trona, el quale l'acquistò lui col braccio del dicto re, et fu viceré de 
tutto il reame; et ad queste cose si trovò ci dicto Paulo (i). Intra 
l'altre prodezze che facesse el dicto Bracha nel dicto reame fu che 
lo re Lansilao lo mandò centra la città di Cosenza in Calabria et 
menò con lui seicento cavalli et cinquecento fanti ad piede, et gion- 
gendo nel dicto paese entrò in una valle per fare la curraria et predare 
r inimici. Per la qua! cosa li villani del paese si adunarne da tutte 
le parte d' intorno et [presero] tutti passi, assediando el dicto Bracha 
con le gente suoe per modo che non si potivano partire. Facivano e 
dicti paiesani gran remore, gridando: « darne, carne »; et di loro non 
volivano altro che carne et potivano ben dire, imperhò che erano 
più di .XX. milia persone centra ad .xi. centonara. Per la qual cosa 
el Bracha si consigliò con le suoi genti et disse: « Pigliati di dui partiti 
« l'uno: o volete vivare con vergogna, o morire con honore ». E tutti 
resposero: « Volemo prima morire con honore, che vivere in vergo- 
« gnia ». Et cusi deliberarno darsi adosso all' inimici et uccidere quanti 
e. 58 A ne II giongevano ; et adzuflandosi insieme, tanti et tanti no uccisero, 
che saria incredibile a dire et in fine tutti li mise in rotta (2). Et cusì 
prestamente pigliati infiniti prescloni li fé' tutti legare a dodeci per fune, 
et con queste dozine inante si andò alle porte di Cosenza ; per la qual 
cosa tutti i contadini et cittadini d'intorno li mandarne ambasciatore 
con la carta biancha in mano, et cusì tutti si renderò ad discretione 
del dicto Bracha. Et Bracha l'accettò et pigliò di loro la vera si- 
gnoria el tutti li riscosse ad denari contanti, et tanti migliaia di ducati 
ne cacciò di loro, che ne carchò parecchi muli et tutti li mandò al 
re Lansilao, el quale re era povero de denari, che di pocho tempo 
haviva acquistato Napoli et il reame (3). Poi el dicto Braca s' ingi- 



(i) X. D. Tuccia, p. 47, omette questo periodo, invece aggiunge: 
« Il Braga e compagni andorno a Gaeta e tanto pregorno la regina, 
« che li fidò suo figliolo con paura grande. Questi homeni d' arme 
«trascorsero tutto detto reame e in poco tempo ne ferno padrone e 
<f signore il detto re Lancislao e lo misero in Napoli. Per la qual 
« cosa il re pose grande amore al Braga. Il duca di Calabria non 
« si portava troppo bene con detto re, onde il re mandò il Braga in 
« Calabria contro la città di Cosenza ». 

(2) N. D. Tuccia compendia il racconto e pone il grido « carne » 
in bocca al Braca, p. 48. 

(j) N. D. Tuccia omette il resto delle imprese del Braca e le 
notizie intorno agli altri condottieri di ventura viterbesi : luzzo invece 
è conforme al nostro, p. 49. 



Le croìiicltc Ji \'i!erbo 365 



nocchio (i) ni dicto re tutti li signori de Sancto Severino, et poi 
cli'el re n'hebbe nelle mani, li fé' morire et imbalsimare in una sala 
con molti altri signori del reame eh' erano stati inimici suoi ne li 
tempi passati. Anque el dicto Bracha guerrigiò con Gentile da Mon- 
tarano nelli confini del reame in Campagna, et pigliò el dicto Gen- 
tile (2) et fu riscosso tanti ducati d'oro quanto lui pesava di carne. 

Poi eh' el dicto re hebbe Roma, per la fugita di papa Gio- 
vanni XXIII nel [415 a dì 8 de giugno (3), el dicto re passò più 
inanzi, pigliando molte terre della Chiesia et lassò el dicto Bracha 
in sua vice et fu signore di Roma. Essendo el dicto Bracha in Roma, 
mandò auibasciatori al comune di Viterbo che voleva venire ad vi- 
sitare casa sua et li suoi cittadini. Per la qual cosa li fu resposto che 
venisse solo con .xxx. cavalli et saria ben receuto. Lui respose prima 
che non (4) ci voleva venire, et pigliò alquanto disdegno; poi mandò 
el dicto Paulo di Perella ad Viterbo et tenne corte bandita (5) nella 
casa del dicto Bracha, presso la chiesia di Sancto Martino (6), et fé' 
honore ad quante gente ce volevano andare ;j| et durò uno mese in- e. 58 u 
tegro. Anque fu sua Orte et altre terre, et pigliò per moglie la so- 
rella de Antonio Colonna. Et di poi ch'el dicto re morì, lui se tornò 
nelle terre suoi, et li vi hebbe longa vita; poi morì di morte na- 
turale. 

Un altro valente conductierdi gente d'arme hebbe Viterbo chia- 
mato Capoccino (7) et haviva con seco, sotto di se .vi*^. cavalli, et 
trovossi avanzati contanti pii^i di .xl. milia ducati d'oro. Et stette con 
messer Baldassarre Cossa, quello che fu poi papa Giovanni XXIII, 
et fé' gran guerra contra messer Octo Bonterzo in quello di Bologna. 

Molti altri conductieri et huomini d'armi viterbesi fumo in quel 
tempo, che saria longo ad farne mentione, et sotto sopra li Viterbesi 

(i) Così il ms. Io credo sia errore di trascrizione da « siugiucò », 
soggiogò. 

(2) Ai 6 dicembre 14 io. Diarii napoletani in Muratori, R. I. S. 
XXI, 1074. 

(5) Infessura, Diario, p. 19, erroneamente: «nel mese di iu- 
« glio ». Cf. EuBEL, Das Itinerar &c. p. 564. 

(4) Nel ms. «che prima non...». Credo sia avvenuta una me- 
tatesi per colpa dell'amanuense. 

(5) Ms. « sbandita » con la s cancellata. 

(6) Atterrata nel 1576 per aprire la strada nuova (via Cavour): 
era presso il palazzo Polidori. 

(7) È quello stesso che troveremo più sotto col nome di Riccio. 
Pinzi, Storia, III, 510, n. 5. 



^ 



66 T, Esrtdi 



che vanno al soldo sonno valenti homini et capitani bene per lo 
loro buono indiistriare. 

Un altro valente homo d' arme, che ebbe bona conducta di ca- 
valli, chiamato Santoro da Viterbo. Un altro valente homo d'arme, 
chiamato Pierciotto da Viterbo, hebbe bona conducta di cavalli. Un 
altro valente homo d' arme chiamato Paulo della Fornaia dil piano 
di Scarlano. Un altro valente homo d'arme, chiamata Petruccio della 
Caldussa da Viterbo. Un altro valente homo d'arme chiamato Pa- 
tacchia da Viterbo. 

Anno Domini 1404. Mori papa Bonifacio nono et fu facto papa 
Innocentio ; poi fu facto papa Alexandre et papa Gregorio, poi fu 
facto papa Giovanni XXIII {i). 

[Anno Domini] 141 5. Fug'i di Roma papa Giovanni et il re Lan- 
silao hebbe Roma (2). Nel dicto anno la nocte de sancto Tomasso 
entrò in Viterbo l'abate Lanciotto, figliolo di Gianni de Francesco, 
et fu morto dentro la prescione: et fumo impiccati .xviii. fanti de 
Paulo Ursino come qui de sotto appare, 
-g X Anno Domini 141 5 (3). Poi ch'el re Lansilao hebbe Roma, si 

fugi de Viterbo l'abbate de Sancto Martino del Monte, et Giorgio 
di Gianni de Francesco suo fratello. Poi la nocte di sancto Tho- 
masso nel dicto anno (4), el dicto abate col braccio di Paulo Ur- 
sino ruppe il muro del suo palazzo alla porta de Salcicchia, et entrò 
dentro con molte gente del dicto Paulo, et pigliamo San Sixto, et 
in sine la piazza del cardinale. Et uno cittadino, chiamato Riccio, 
con .XVI. fanti gionse insino ad casa del dicto Giorgio et comen- 
zarno ad mettere a saccomanno la robba d'uno homo d'arme, chia- 
mato Antonino Cortese, che stava nella dieta casa; per la qual cosa 
li Viterbesi comenzaro ad gridare: « Molano li furistieri », et ad pi- 
gliare r arme. Regnavano in Viterbo una casa di gentili et nobili 
homini chiamati Gatteschi ; li principali fumo Patio et Giovanni suo 
fratello, Petruccio loro nepote carnale, Antonuccio figliolo del dicto 
Giovanni et altri loro figlioli, li quali, corno sentirne si facto romore, 



(i) Cf. ce. 37 A e 41 A. 

(2) «Dell'anno 141 3 dello mese di yugno venne lo re Lanci- 
<' slao da Napoli a Roma... et per questa cascione dello re se partì 
« papa Ianni de Roma et gissene a Fiorenza et partivose nel mese 
«di luglio»; Infussura, Diario, p. 19. Parti l'S. Eubel, Das lline- 
rar &c. p. 564. 

(3) Cf. N. D. Tuccia, p. 49, r. 9 sgg. 

(4) 21 dicembre. 



Le croniche di Viterbo 367 



pigliamo l'arme et adunarne el popolo et andnro centra a li dicti 
furistieri et rupporli et cacciarli via, et pigliamo el dicto abate et il 
Riccio con assai fanti della compagnia d'uno conestavile chiamato 
Giovanni Starli, et fumo impiccati all' anella del palazzo del pote- 
stà .XVIII. et morto el dicto abate dentro la prescione, da quelli 
fanti prescioni che haveva menato lui. Si che in tutto ce morirno 
29 persone et Giorgio, fratello del dicto abate, fugì et annegossi nel 
Tevere presso ad Baschie. 

Anno Domini 1414(1). Fu facto in Viterbo uno gran tumultu, 
et adunarsi assai cittadini contra i dicti Gacteschi alla chiesa di 
Sancto Giovanni de la Cocciela (2) ; per la qual cosa Patio, Giovanni, 
Petruccio et Antonino con li loro adherenti si n'' andarno alla chiesia 
de Santo Sixto, et li loro inimici l'andaro ad trovare; et, facendo 
tra loro gran battaglia per uno pezzo, in fine li Gacteschi fumo |i ven- e. 39 b 
citore et cacciorno loro inimici, li quali tutti fugirno dalla porta de 
Sancto Matheo delP Abate, imperhò scassarne le serrature et havi- 
vano messi in su la torre dui loro amici, li quali corno gionsero li 
Gatteschi, poco si tennero che non si renderò prescioni; et molti 
Viterbesi fugirno via et fumo facti esciti. Et in quel tempo mori 
in Viterbo uno rectore del Patrimonio, chiamato messer Baptista. 

Anno Domini 1416 (5). Paulo Orsino con tutti 1' esciti venne 
ad campo ad Viterbo, et posesi al casale del Trasoriero et ad San- 
cta Maria del Paradiso, et ruppero, la nocte, el muro ad presso al 
palazzo dello imperatore; et quando comenzavano ad forare (4) dentro 
el muro, fumo sentiti da uno delle guardie, el quale si chiamava Pietro 
de Menichello. Setterci dentro ad campo circa .viii. di, et fumo 
morti assai di loro ; poi si partirne senza bavere niente et andossine 
Paulo Orsino ad Colfiorito et fu morto da Ludovico Colonna (5). 



(i) Cf. N. D. Tuccia, p. 50, r. 15 sgg. 

(2) Ora S. Giovanni in Zoccoli. 

(^) Cf. N. D. Tuccia, p. 50, r. 23 sgg. 

(4) Nel ms. prima era « scarcare » ; la correzione fu fatta dalla 
prima mano. 

(5) « Dell'anno 1416 del mese di agosto Braccio et Tartaglia 
« dell'Avello furo alle mani con Paolo Orsino nello tenimento di Fo- 
tc ligno et Io ditto Paolo fu morto; occisolo Lodovico Colonna che 
«stava allo soldo con Braccio de Montone da Perosia»; Ixfessura, 
Diario, p. 21. Nel protocollodel notaro Paolo Marti (141 1-1451), con- 
servato nell'archivio notarile di Magliano Sabino, a e. 7 b, «.mccccxvi. 
«tempore supra dicto et mense augusti die .v. fuit detractus de hoc 



S6S T. Egìdi 



Anno Domini 1419 (i). Fumo pigliati circa 450 Viterbesi, li 
quali andavano in soccurso de Sforza da Cotognola et fumo pigliati 
da la compagnia de Braccio et di Tartaglia nella contrada di Molano 
presso la selva di Sancto Secondo a di 15 de giugno. Et dicto Sforza 
fu ingannato dai Montilìasconesi che si dectero ad Braccio et ad 
Tartaglia, et Sforza in quella sera se n' andò a loggiare ad Ferenti, 
poi la mattina per venire presto ad Viterbo si miseno alla fila et li 
inimici si dectero in mezzo di loro, e pigliami assai et tolserli mol- 
tissima robba, et fu a dì 14 del dicto (2). Et a di 15 si pose Braccio 
et Tartaglia ad campo sopra la grotta de Riello, dove rescie l'acqua 
et stettero l'i .xv. di, poi si partirno senza possere bavere niente. 
e. 40 A Era in quel tempo in Viterbo grandissima mortalità et gran- 

dissima fame et valeva la soma del grano .viii. ducati d'oro: et fumo 
tre case de Viterbo che ferno el pane ad vendere, et fu estimato che 
si faceva della soma del grano .lx. fiorini (5); et cusi Viterbo in- 
sieme hebbe mortalità, fame et guerra. Molte scaramucce fumo facte 
et sempre Sforza avantagiava. Era al soldo di Sforza uno valente 
homo d' arme viterbese chiamato Riccio el quale si operò assai nella 
dieta guerra et giostrando con uno homo d' arme di Tartaglia, li 
passò la spalla da l'uno lato a 1' altro. E cus'i come io ho dicto, el 



« seculo noster dominus ac verelissiraus (?) capitaneus Paulus de Ur- 
« sinis, a gentibus Brachii de Forte brachio de Montone et a genti- 
« bus Tartaglie de Avello in CoUeflorito.. . et fuìt interfectus a Lo- 
« dovico Colonna ». Nella e. 6 B c'è l'altra nota: « .mccccxiiii, 
« tempore supradicto [Ioannis XXIII] fuit captus Paulus de Ursinis 
o a rege Ladislao et stetit in roccha Salerni circha duos annos et in 
« ilio tempore spiravit dominus rex Ladislaus de hoc seculo ». 

(i) Cf. N. D. Tuccia, p. 50, r. 35, p. 52, r. j, ha tutto il rac- 
conto del frate, spesso con le stesse parole : aggiunge solo due o tre 
notizie. 

(2) Vedi le enfatiche descrizioni di queste due battaglie in Cri- 
velli, op. cit. col. 68j e col. 694 sg. Cf Pinzi, III, 526-530. Fa- 
cilmente a questa battaglia, sebbene non esatte, si riferiscono le pa- 
role di A. DE Tu.MMULiLLis, Notubilia temporum in Fonti per la storia 
d' Italia pubblicate a cura deli' Ist. Stor. Ital. da A. Corvisieri, p. 25: 
«...quem [Lancislaum], ut fortuna voluit, magnificus armorum ca- 
ci pitaneus Brachius de Fortebrachiis supra relatus debellavit, illuni 
« persequendo in bello usque ad portas Viterbii, ubi evasit cum pau- 
« cis de gentibus suis ». 

(j) N. D. Tuccia: «40 fiorini». 



Le croniche dì Vilei'bo 369 



campo se n'andò via: Tartaglia ad Toscanclla et Braccio ad Pe- 
roscia. Et el dicto campo si partì per cascionc ciie sentirno come el 
conte Francesco, figliolo di Sforza, era ad Canapina gionto, et ve- 
niva in soccorso al patre. 

Poi Sforza andò et mise ad saccomanno Capitona et Liibriano 
et recamo ad Viterbo grano assai et uva passa et altra robba. Poi 
Sforza fé' una cavalcata in quello de Peroscia et menò tanto bestiame 
vaccino che fé' in Viterbo grande abundantia de ogni cosa et conti- 
nuamente andava ad offendare Toscanella. Poi Sforza fé' fabricare in 
Viterbo parecciiie barche de botte marinaresche, nella chiesia di 
Sancta Maria della Verità, et portoli! di nocte tempo al laco di Marta; 
et tutti r omini d'arme soi, eh' erano stati pigliati et messi neh' isola 
da Braccio et Tartaglia, cavò fuore et menoUi ad Viterbo. Poi si 
parti, et andò verso Roma. 

Nel dicto anno, a 1' escita d'agosto, tornò ad campo a Viterbo 
el dicto Braccio et Tartaglia, et pusersi tra Viterbo et Bagnaia et 
ogni sera si faciva facti d' armi presso la porta di Sancta Lucia, nel 
piano II presso Sancta Chaterina, ove el dicto Riccio si provò tanto e. 40 b 
valentemente che mai fino Braccio, insino che l'ebbe al soldo suo. 
Et venne poi el dicto Riccio in conducta di seicento cavalli et morì 
poi di morte naturale in Lombardia. Havendo Sforza sentito come 
el campo era tornato ad Viterbo, si mise in ponto con la sua com- 
pagnia et veniva ad trovarli ; per la qual cosa Braccio et Tartaglia, 
come lo sentirne, se n'andarno via: Braccio ad Peroscia et Tarta- 
glia ad Toscanella. Sforza con li Viterbesi andò ad campo ad Mon- 
tefiascone a l'entrata di septembre, et in uno dì li Montifiasconesi 
s'accordarono con Sforza. Poi Sforza et Giovanni Gatto se (1) andarno 
ad Fiorenza ad visitare papa Martino quinto, et fé' fare dal papa Bal- 
dassarri suo figliolo abate de Sancto Martino del Monte e fé' fare 
messer lacobo Gorzalino vescovo di Viterbo (2). Poi alla loro tor- 
nata, fé' pace con Tartaglia et fello adconciare ai soldo della Chiesia 
et andò ad Fiorenza. (1420). Et alla sua tornata curse ad Suriano et 
pigliò molti prescioni et puse l'assedio (3) per lo papa. El castellano, che 
se chiamava Giovanetto di Magna monte, s'areudè et portossine la 
robba sua, et de compagnia (4) ad Fiorenza, et lassò Suriano al papa, 



(i) « Gatto se », su rasura. 

(2) Iacopo Ugozolini nominato ai 17 dicembre 141 7. 
(5) Ms. « l'assedio per l'assedio »; però lo tre ultime parole can- 
cellate. 

(4) Ms. « et de q ». 



370 "V. lìi>idi 



et fu de state: Taviva tenuto trenta anni (i).Nel dicto anno papa Mar- 
tino se parli da Fiorenza et venne ad Viterbo, et di voluntà di Giovanni 
Gatto reniise l'esciti in Viterbo, salvo .xviii. esciti ad voluntà del 
dicto Giovanni; tra quali ce vennero certi esciti ch'erano usciti col 
Profecto .XXV. anni innanzi; e poi el dicto se n'andò ad Roma, 
e. 41 A Anno Domini 1421. Fé' Sforza tagliare la testa ad Tartaglia in 

Aversa di voluntà del papa (2). Et li signori priori di Viterbo con le 
gente de Pier Brettoldo da Farnese andarno ad campo ad Toscanella ; 
et li Toscanesi, come sentirno la morte di Tartaglia, se dectero alla 
Chiesia, et cus'i tutte le terre che teniva Tartaglia, cioè Comete, 
Castro, Montalto, Canino, Marta, Sipicciano et altre castella. 

Anno Domini 1422. Sforza s' anegò nel fiume della Pescara (3). 

Anno Domini 1425. Braccio fu rotto et morto all'Aquila (4) da 
le gente della Chiesia, tra quali ci fu ci conte Francesco Sforza et 
mosser lacobo Caldoro. 

Anno Domini 1424 (5), Papa Martino fé' l'anno sancto, et molta 
gente venne a Roma al perdono, et fu gran piace per tutto el paese 
nostro, et fu sopra l'abundantia di Roma uno nostro cittadino, chia- 
mato Giovanni di luzzo, el quale mise in Roma per mare et per 
fiume circa sedeci migliara de some de grano; et liebbe gran fatica 
con poco merito. Et nota che valeva el grano 28 carlini el ruio, et 
tornò ad 18 et hebbe grande honore. 

Nel dicto tempo essendo grandissima quantità de gente ad Roma, 
parte venendo da Sancto Pietro et parte andando, si scontrarne su 
nel ponte con tanto impeto, che ne perirò, cioè si afFucaro, grandis- 
sima quantità, et molti ne caddero in fiume. Nota ch'el dicto papa 
ne fé' memoria facendo scarcare molte pontiche, per alargare el dicto 
ponte, et fenci su dui belle cappelle per memoria (6). 



(1) Cf. N. n. Tuccia, p. 115. 

(2) «Vilissimamente lo fece decollare»; N. d. Tuccia, p, ir6; 
cf. Infessura, Diario, p. 24. Fu nell'anno 1423 e non nel '21. 

(3) « E mai fu trovato, che portello l'acqua alla foce del fiume » : 
N. D. Tuccia, p. 116. Fu ai 3 gennaio 1424. 

(4) '( 1424, die secunda iunii » ; Infiìssura, Diario, p. 25. La 
battaglia fu il 2, la morte il > : le genti che combattevano Braccio 
non erano della Chiesa. 

(5) Il numero è ripetuto. 

(6) Tutte queste notizie si debbono riferire al giubileo del 1450. 
Cf. luzzo, p. 56, n. 6; N. d. Tuccia, p. 24; Infessura, p. 49. Secondo 
Pastor, Geschichk, 3 u. 4 Auflage, 1902, I, 798, n. 17, nota 4, Mar- 
tino V avrebbe celebrato l'anno santo nel 1423. 



Le croniche di Viterbo 571 



Anno Domini 1404. Morì papa Bonifatio nono a di primo de 
octobre (i). 

Anno Domini 1429. Fu mutatione in Viterbo per far portare e. 41 b 
el segno a li Giudei, et fugi de Viterbo messer Antonio da Celano, 
rectore del Patrimonio, et fu casso de l'offitio. Poi Marcangelo fece 
populo contra Giovan Gatto, et fu rocto et morto sotto la piazza 
de Sancto Stefano (2). 

Anno Domini 143 1. Morì papa Martino et facto papa Eugenio (3); 
et fu pigliate 1' arme in Viterbo, et morto Cola Lanciare. Nel dicto 
anno fugì di Viterbo messer Bartholomeo d' Altopasso rectore, et fu 
casso de 1' offitio. 

Anno Domini 1433. A di <S de magio entrò in Viterbo Gismondo 
imperatore. 

Anno Domini 1435. F" morto el Profecto ad Suriano (4). 

Anno Domini 1442. Fu pigliato in Viterbo el rectore del Pa- 
trimonio, chiamato messer Giovanni da Ruta (5), et menato ad Suriano. 

Anno Domini 1443. Mori in Viterbo messer Pier Rampone, re- 
ctore del Patrimonio (6). 

Anno Domini 1444. Mori in Montefìascone Serapione da Fer- 
rara, rectore del Patrimonio (7). 

Anno Domini 1450. Mori in Viterbo messer Nere, vescovo de 
Siena et [rectore] del Patrimonio (8). 

(i) V. e. 37 A. 

(2) Sono avvenimenti da distribuire tra il 1428 e il '29. N. della 
Tuccia, p. 53. 

(3) Martino mori ai 20 di febbraio, Eugenio fu eletto ai 5 di 
marzo. 

(4) « AUi 28 di settembre fu tagliata la testa al prefetto lacovo 
« da Vico nella piazza de Suriano »; N. d. Tuccia, p. 55. Sulle ul- 
time vicende di Giacomo vedi i docc. xxx-xxxvii, xxxix-XLi, pub- 
blicati dal Pinzi nell'appendice al terzo volume della sua Storia e il 
n. ccccxxvi del Savignoni, L'archivio. 

()) N. D. Tuccia: «da Rieti», p. 55. 

(6) Già dal 1436 era « commissarius d. lohannis Vitelleschi, 
« patriarcha Alex., apostolice Sedis legati » ; Savignoni, op. cit. 
n. ccccxxvii. Il 20 d'agosto N. d. Tuccia, p. 56, lo dice a campo 
contro Toscanella. 

(7) luzzo, p. 56, nota i: « Scipione vescovo di Modena ». Cf, 
N. D. Tuccia, p. 96. 

(8) Vedi luzzo e Nicola ai luoghi citati. 



Oliando visse Coìnniodiano 




:iN da quando per la prima volta furono stampate 
le lììstructiones, Commodiano è stato oggetto di 
^s;irSj) molti studi, ma soprattutto in questi ultimi tempi, 
in cui le discipline filologiche hanno avuto un grande in- 
cremento. Eppure, per un caso strano, dopo tanti studi 
fatti su di lui, dopo tante questioni a lui attinenti discusse 
e risolute, non è stato ancora sciolto il problema che 
prima d'ogni altro doveva porsi e risolversi, il problema 
dell'età in cui egli è vissuto e ha scritto. Il Rigault e poi 
il Dupin e il Ceillier ritennero che Commodiano fosse 
fiorito al tempo dell' imperatore Costantino e del pontefice 
san Silvestro (i). Il Dodwell lo poneva verso la metà del 
terzo secolo, o anteriore o contemporaneo a san Cipriano (2). 
Il Cave nella prima edizione della sua storia ecclesiastica 
stava per l'opinione del Rigault, nella seconda sosteneva 
che Commodiano avesse composto le Instructiones dopo la 



(i) Rigault, Commodiani Instructiones per litleras versiuiìii primas 
tempore Silvestri ponlificis romani sub Constantino Caesare compositae Sic, 
Tulli Leucorum &c. mdcx.lix, Pref. p. in; Dupin, Nouvelle Biblio- 
thèqne des auteurs eccìcsiasliques, Paris, 1686, I, 236 sg. ; Ceillier, 
Histoire generale des auteurs sacn's et eccUsiastiques, Paris, 1765, IV, 
179 sg. 

(2) Dodwell, Dissertatio de Commodiani astate, Oxonii, 1698. 



374 G. S. 'ì(aniitìido 



persecuzione di Decio, un po' prima di quella d'Aureliano(i). 
Il Pauli lo assegnava addirittura al secondo secolo (2). 
Scoperto e pubblicato dal Pitra il Carmen apologelkumy 
r Ebert credette di poterne determinare con precisione la 
data della composizione, che collocò dopo la morte del- 
l'imperatore Filippo o dopo l'elezione di Decio, nel 249. 
Le lììstnictioncs secondo lui erano state composte alquanto 
prima (3). Il Dombart invece sosteneva che le Insìruct'wncs 
erano state composte dopo, ma arrivava alla stessa conclu- 
sione, che Commodiano era vissuto verso la metà del terzo 
secolo (4). Oramai ciò sembrava un fatto assodato, e tutti 
gli storici della letteratura latina e quanti trattarono delle 
origini e dello svolgimento della poesia ritmica, attenen- 
dosi alle conclusioni dell' Ebert e del Dombart, concorde- 
mente ascrivevano Commodiano alla metà del terzo se- 
colo. I dubbi sollevati dal Kraus, che Commodiano potesse 
esser vissuto sotto la persecuzione di Diocleziano (5), non 
riuscivano a smuovere l'opinione dei dotti. Ma ecco re- 
centemente il Brewer pubblica un articolo, nel quale so- 
stiene che Commodiano è vissuto in un periodo d' impe- 
ratori cristiani, e promette di dimostrare in un prossimo 
lavoro che \t luslructiones e il Carmen apologeticnm sono stati 
composti tra il 458 e il 466 (6). Tra le conclusioni del Bre- 
wer e quelle dell' Ebert e del Dombart ci è un'enorme di- 

(i) Cave, Scripiorum ecdesiasticoriim hislorhi litcraria, I.ondini, 
MDCLXXXvni, p. 148; 2' ed. Oxonii, 1740, p. 157. 

(2) Sebastiano Pauli, Dissertazione della poesia dei Ss. padri greci 
e latini, Napoli, 17 14, p. iSo. 

(5) Coiumodian's Carmen Apologeticnm in Ahhandl. d. sìtchs. Ges. 
d. l^iss. philol. hisl. Classe, V, 408 sg. 

(4) Commodian nnd Cyprians Testimonia in Zeitschrift f. wiss. 
Tluol. XXII, 384 sg. 

(5) Kraus, Lehrbuch der Kirchengeschicbte, Trier, 1896; 4" ed., 
p. 121. 

(6) Die Abfassungs\eil der Diclitungen des Commodians von Gaia 
in Zeitschrift f. kalh. Theol., Innsbruck, 1899, p. 759 sg. 



Quando pisse (JuJinnuJiaiio 375 

screpanza. Credo quindi non solo opportuno, ma anche 
interessante studiare e vagliare gli argomenti che questi 
autori adducono in sostegno delle loro tesi, e, se sarà 
possibile, procurare di stabilire definitivamente l' età di 
Commodiano. Non mi pare necessario discutere gli argo- 
menti che portavano il Rigault, il Dodvv'ell, il Cave &c., 
perchè non avevano conoscenza completa dell'autore, igno- 
rando affatto il Carmen apolof^eticum, e anche perchè spesso 
basavano le loro argomentazioni su alcuni versi, che leg- 
gevano in una forma corrotta. 

Nei versi 805-810 del Carmen apologeticiim: 

Sed quidam hoc aiunt: Quando haec ventura putamus? 

Accipite paucis, quibus actis illa sequantur. 

Multa quidem signa fient tantae termini pesti, 

Sed erit initium septima persecutio nostra. 

Ecce [iam] ianua[m] pulsat et cingitur ense, 

Qui cito traiciet Gothis irrumpentibus amne (i) 

r Ebert trovava la data precisa della composizione del 
Carjncìi stesso. In quei versi si parla della settima persecu- 
zione e d' un passaggio dei Goti su un fiume, che è 
evidentemente il Danubio. Ora i Goti passarono il Da- 
nubio con un grosso esercito dapprima sotto Filippo, ma 
tornarono indietro, e fecero un nuovo e vero passaggio sotto 
Decio. Dunque, ragiona l' Ebert, il Carmen apoìogeiicum 
dovette essere stato scritto immediatamente dopo la morte 
dell' imperatore Filippo o almeno dopo l'elezione di Decio. 
Ma si può essere sicuri che Commodiano accenni a questa 
irruzione dei Goti? Egli appresso (versi 811-822) dice 
che « sarà con essi il loro re Apolione, di nome terribile, 
« che disperderà la persecuzione dei santi. Questi marcia 
« verso Roma con molte migliaia di uomini, e la prende per 



(i) Nelle citazioni dell'autore di regola mi attengo all'edizione 
critica del Dombart, voi. XV del Corpus script, eccìcs. hit., Vienna, 1887. 



37^ G. S. 'J^iuiindo 



« decreto di Dio. Molti senatori fatti prigionieri piange- 
« ranno, e, vinti dal barbaro, bestemmieranno il Dio dei 
« cieli. I lussuriosi e gli idolatri saranno perseguitati, il se- 
(t nato so£:gioiT;ato. Simili mali soffriranno coloro che hanno 
« perseguitato i cristiani: sotto questo nemico saranno tru- 
ce cidati per cinque mesi ». Commodiano ci dipinge i Goti 
come un popolo terribile, capace di far vendetta sui pagani 
di tutte le persecuzioni sofferte dai cristiani. Difficilmente 
nella metà del terzo secolo i Goti potevano essere ritenuti 
capaci di tanto. Ancora non avevano riportato nessuna 
importante vittoria su le legioni romane, anzi erano stati 
vinti da Caracalla (21 1-2 17) e tenuti a freno da Ales- 
sandro Severo (222-235). Occupavano la regione com- 
presa tra la Theis e il Don, e di quando in quando si 
staccava qualche banda avventurosa, che a tutto suo rischio 
e pericolo varcava il Danubio e 1' Bussino. Nello spazio di 
trenta anni (238-2^9) sono state contate dieci invasioni 
principali fatte da loro(i). A quale di queste può aver 
accennato Commodiano.'* A quella avvenuta sotto Filippo 
o sotto Decio, secondo l' Ebert; secondo me, a nessuna. 
Difatti dal modo come Commodiano s'esprime (« Gothis 
« irrumpentibus amne »; s'indica il Danubio senza farne 
il nome), s'arguisce che ai suoi tempi il Danubio doveva 
formare la linea di confine tra le province romane e il 
territorio dei Goti, e che la Dacia Traiana era già scom- 
parsa. Questa provincia fu perduta sotto Gallieno, ma re- 
starono ancora le piazzeforti. Sotto Aureliano (270-275) 
furono richiamati di qua dal Danubio i cittadini romani 
rimasti e le guarnigioni, e si formarono due nuove pro- 
vince tra la Moesia siiperior e la Moesia inferiori la Dacia 
ripeiisis e la Dacia mediterranea (2). Solo dopo Aureliano 



(\) DuRUY, HUloin des Romains, Paris, 1879, ^^' 289 sg. 
(2) Mo.MMSF.N e Marquardt, Manuel des anliqnitt's rotiiaiiies, Paris, 
1892, IX, 195 sg. 



Quando fisse Commodiano 377 

Commodiano poteva benissimo accennare al Danubio senza 

nominarlo. 

L' altro argomento dell' Ebert è che Commodiano parla 
d' una prossima persecuzione, che chiama settima, e la 
settima persecuzione secondo il computo di sant'Agostino, 
il quale sembra essere stato il più comune, è appunto 
quella di Decio. 

Perchè questo argomento avesse quel valore, che 
r Ebert gli vuol dare, bisognerebbe dimostrare per lo meno 
che alla metà del secolo terzo si solevano computare le 
persecuzioni nello stesso modo, che da alcuni si computa- 
vano circa due secoli dopo. Le persecuzioni furono nu- 
merate quando già erano terminate. Sant'Agostino ci fa 
sapere che ai suoi tempi moiri cristiani contavano dieci 
persecuzioni: « Primam computant a Nerone quae facta 
« est, secundam a Domitiano, a Traiano tertiam, quartam 
« ab Antonino, a Severo quintam, sextam a Maximino, a 
« Decio septimam, octavam a Valeriano, ab Aureliano 
« nonam, decimam a Diocletiano et Maximiano » (1). Se- 
condo costoro la Chiesa non avrebbe subito altre persecu- 
zioni sino alla venuta dell'Anticristo : quella sarebbe stata 
r undicesima e l'ultima. Ma sant'Agostino non dice che 
quella numerazione fosse seguita universalmente, uè egli 
stesso l'approvava, perchè gli autori l'avevano fatta sotto 
un aspetto simbolico, trascendentale, riferendosi cioè alle 
dieci piaghe degli Egiziani, e anche perchè non compren- 
deva la persecuzione di Erode, dopo l'ascensione di Cristo, 
quella di Giuliano l'apostata &c. Anche nel principio del 
quinto secolo dunque era possibile che le persecuzioni si 
computassero diversamente secondo le vedute speciali di 
ciascuno. Certo è che Sulpicio Severo descrive ed enumera 
nove persecuzioni sino a Diocleziano trascurando quella 
d'Aureliano, e per lui «quae superest, ultima», quella che 

(i) Di Civitati Dii, lib. XVIII, cap. 52. 



37S G. S. "lyaifiuncio 



« sub fine iam saeculi Antichristus exercebit », è la de- 
cima (i). Lattanzio poi nella prima metà del quarto secolo 
nel suo libro De niortibiis pcrscciiiorum non descrive che 
sei persecuzioni, quella di Nerone, di Domiziano, di Decio, 
di Valeriano, d'Aureliano e quella di Diocleziano. Dal fatto 
dunque che Commodiano parla d' una ventura settima 
persecuzione non si può concludere in nessun modo che 
egli accenni alla persecuzione di Decio. 

Il Dombart, trattando dell'imitazione di san Cipriano 
in Commodiano, dimostrava che nel Carmen apoìogclicum 
sono stati imitati i due primi libri dei Testimonia pubblicati 
nel 248, non però il terzo, il quale apparve più tardi, e 
che invece è stato utilizzato nelle Insiriictiones. Con ciò 
sembrerebbe che egli fosse riuscito indirettamente ad av- 
valorare la tesi dell' Ebert. Ma si può legittimamente sup- 
porre che Commodiano non imitò nel Carmen apologeticiiin 
il terzo libro dei Testimonia, non perchè ancora non era 
stato pubblicato, ma solo perchè non l'aveva presente, o 
perchè non volle, o non credette opportuno imitarlo. 

Il Brewer prende le mosse dall'acrostico xviii del primo 
libro delle Instructiones intitolato: De Amnuidatc et deo magno. 
Commodiano, dice il Brewer, per convincere i pagani della 
vanità di quel nume d'origine siriaca, il cui culto era abba- 
stanza diffuso, racconta in modo satirico un fatto concreto. 
Fino a che l' idolo fosse rimasto nel tempio, i suoi ado- 
ratori avrebbero potuto piegare il capo dinanzi alla sua 
maestà e devotamente prestato orecchio alle parole del 
furbo sacerdote, come se pronunziate dall'aureo nume. iMa 
successe una catastrofe: l' imperatore fece levare quell' idolo 
d'oro, e il nume scomparve, non si sa se fuggi, o fu but- 

(i) SuLPicio Severo, Chronica, lib. II, cap. 33: « Tranquillis 
«rebus pace perfruimur: ncque alterius persccutioneiu foro credinnis, 
« nisi eam quani sub fine iam sneculi Antichristus exercebit. Etenim 
« sacris vocibus decem plagis niunduni afficiendum pronuntiatum est: 
« ita cum iam novem fueriat, quac superest, ultima erit ». 



Quando l'issc Coììunodiano 379 

tato in mezzo alle fiamme. Evidentemente sono stati gli 
imperatori cristiani, i quali a 'cominciare da Costantino 
fino a Teodosio II mediante ripetuti editti ordinavano di 
rimuovere le statue degli dei e di liquefare gì' idoli d'oro 
e d'argento. Da questa allusione alla sorte decretata da 
un imperatore all'immagine d'Ammudas si deve conclu- 
dere che' Commodiano viveva in un' epoca d' imperatori 
cristiani. Appresso il Brewer passa ad esaminare se Com- 
modiano imitò veramente Lattanzio, come dice Geimadio. 
Ei2;li sostiene che Commodiano ha imitato Lattanzio da 
uomo erudito, liberamente, non servilmente, trasformando 
la materia in una dicitura sua propria, combinandola con 
pensieri d'altri autori, come d' Ippolito e del pseudo Ippo- 
lito, e dandole spesso un aspetto nuovo (i). A conferma 
della sua tesi cita alcuni luoghi in cui Commodiano in- 
sieme con la materia ha imitato anche la conformazione 
delle parole di Lattanzio. Commodiano quindi non può più 
essere ascritto alla metà del terzo secolo. 

GU argomenti del Brevv'er sono per me abbastanza 
convincenti; tuttavia non sarà inutile aggiungerne altri a 

(i) Brewer, op. cit. p. 761: « Commodian war... ein durchhaus 
« gebildcter Mann... Scine Nachahmung des Lactanz ist dem ent- 
« sprechend keine sklavische, sondern cine freie: er verflicht den Stoff, 
« den er entnimmt, in seine eigene Darstellung, wo es ihm pas- 
« scnd scheint, oder er combiniert ihn rait den Gedanken anderer 
« Schriftsteller, wie des Hìppolyt und des Ps.-Hippolyt, oder er gibt 
« ihm auch wohl eine neue Wendung aus Zuthaten selner eigenen 
« Zeit und Umgebung, wie zB. in der Beschreibung des zweifachen 
« Antichrists, ùber welchen Commodian bedeutend ùber Lactanz 
« hinausentwickelte Anschauungen vortràgt. Der wesentliche Beweis 
« einer Nachahmung des Lactanz durch unsern Dichter liegt daher 
« in einer Aufzeigung der eigenthùmhchen StofFelemente, die er ihm 
« entlehnt hat ; und dafs solche Entlehnungen vorliegen, zB. in der 
« Schilderung des 1000 jàhrigen Reiches, wird kein Leser bei einer 
« vergleichenden Lectùrebeider Schriftsteller bezweifeln, vorausgesetr, 
« dafs er ùber das zeitliche Verhiiltnis beider zu einander aufge- 
« klàrt ist j). 

Archivio della R. Società romana di storia patria. Voi. XXIV. 25 



380 (;. .V. 'i{.ìi/i'.iuji) 



quelli addotti da lui. Cosi non solo verrà ad essere del 
tutto scalzata l'opinione sinora diffusa e radicata; ma 
anche, assodato e posto fuori d'ogni dubbio che Comnio- 
diano è posteriore al terzo secolo, sarà cosa relativamente 
facile determinare con precisione l'età in cui egli è vissuto. 
Xcl Carmen apoìo<^cùcuììì (v. 8(39 sg.^ Y autore fa che 
l'imperatore Nerone, il quale non è altro che l'Anticristo (i), 
s'associ al potere due Cesari per perseguitare i Cristiani, 
e poi tutti e tre insieme mandano editti per le diverse parti 
dell'impero. 

Hic ergo rcx durus et iiiiquus, Nero fugatus, 
Pelli iubet populum christianum ipsa de urbe, 
Participes autem duo sibi Caesares addir, 
Cuni quibus liunc populum persequatur diro furore. 
Mittunt et edicta per iudices omnes ubique &c, 

]• poi vv. 910 e 911 : 

Turbaturque Nero et senatus proxinie visum. 
Et ibunt illi tres Caesares resistere centra ivo. 

Ora Commodiano nel descrivere 1* avvenire doveva 
prendere gli elementi del passato, e perchè potesse imma- 
ginare che un imperatore si associasse altri nel potere e 
poi governassero tutti contemporaneamente, bisognava che 
almeno un caso simile si fosse dato nella storia dei suoi 
tempi (2). Marco Aurelio e Lucio Vero furono i primi 
due imperatori, che regnarono insieme. Governarono in- 
sieme anche Caracalla e Geta, i due Gordiani, Clodio 
Pupieno e Celio Balbino, i due Filippi, Valeriano e il 
fratello Gallieno (3). Ma solo sulla fine del terzo secolo 
si videro tre e quattro imperatori governare insieme con- 
temporaneamente. Marco Aurelio Caro si associò al trono 

(i) Curm. apoloi^. v. 933: 

Kobis Nero factus Anticbrìstus. 

(2) Cf. EUERT, loc. cit. p. 409. 

(3) DuRUY, op. cit. IV, 436 Sg. 



Quando J'issc Coinniodiauo 381 

i due figliuoli Carino e Numeriano (283), e Diocleziano 
nominò suo collega (^Augnstits) Aurelio Valerio Massi- 
miano (286), e poi scelse a successori {Cacsares) Calerlo 
e Costanzo Cloro (292). Gli esempi citati dall' Ebert, di 
Massimino coi due Gordiani e di Massimo, Balbino e 
Gordiano IH non rassomigliano affatto a quello che tro- 
viamo in Commodiano. I due Gordiani erano avversi a 
Massimino, e dovevano combatterlo; Gordiano III fu 
eletto quando già Massimo e Balbino erano stati trucidati 
in una congiura militare. Del resto Commodiano parla 
anche d' una divisione dell' impero in tre parti. Instructìo- 
ìics, I, 41 , )-6: 

Tum scilicet mundus finitur, cum ille parebit 
Et [in] tres imperantes ipse diviserit orbem(i). 

Cr imperatori antecedenti a Diocleziano avevano sempre 
posseduto ciascuno tutto l' impero. Caracalla e Geta eb- 
bero il pensiero di dividere tra loro le province e gli 
eserciti, ma non ne fecero nulla. Diocleziano fu il primo 
che intraprese di fare ciò che si era riguardato sempre 
come l'onta e la rovina dell' impero, assegnando a Mas- 
simiano il governo dell'Italia, dell' Illiria e dell'Africa, a 
Galerio la Mesia superiore, la Macedonia e l'Acaia, a Co- 
stanzo la Gallia, la Spagna e la Britannia, e serbando per 
se l'Oriente, l' Egitto e la Tracia (2). 

(i) Il DoMBART qui legge: 

Et tres imperantes ipse devicerit orbe 

e intende « orbe = in orbe ». Però sta il fatto che tutti e tre i codici 
delle Instr. portano « orbem ». La lezione da me seguita, che è 
quella dell' Oehler e dell' Ebert (loc. cit. p. 419), mi sembra pre- 
feribile anche perchè questo verso, letto così, trova un riscontro col 
V. 87 1 del Carw. apolog.: 

Participes autem duo sibi Caesares aJJit. 

(2) TiLLEMONT, Histoire des Entpereurs, IV, 22 sg. ; Duruy, op. 
cit. VII, 16 sg. 



582 Ci. S. "T^aniitiido 



LeiJ£rendo le Div'viac insliiutìoìics di Lattanzio scorciamo 
una meravigliosa concordanza ira gli ultimi capitoli del 
lib. VII e r ultima parte del Canncìi apoìo^^eticiim e alcuni 
acrostici di Commodiano {Instr. I, 41; II, i; II 2; II, 4). 
Sì l'uno che l'altro aspettano la fine del mondo, quando 
saranno compiuti sei mila anni dopo la creazione; poi suc- 
cederà un regno di mille anni, al cui termine avverrà il 
giudizio universale. Però Lattanzio ritiene il finimondo vi- 
cino, ma non imminente, e pone il limite massimo secondo 
i calcoli del suo tempo: alla somma dei sei mila anni non 
ne possono mancare più d'altri duecento (i). Per Commo- 
diano invece i sei mila anni sono per compiere, ed egli 
spera di vivere sin allora (2). Già cominciano ad apparire 
i segnali: l'approssimarsi della settima persecuzione e del- 
l'irruzione dei Goti (3). Assolutamente parlando Commo- 
diano poteva vivere nel terzo secolo e aspettarsi la fine 
del mondo. Già ai tempi degli Apostoli alcuni attendevano 
l'Anticristo, e il finimondo fu temuto sotto l'imperatore 
Tito Vespasiano nella tremenda eruzione del Vesuvio, du- 
rante la persecuzione di Settimio Severo; e nel terzo se- 
colo stesso credettero in una prossima venuta dell' Anti- 
cristo san Dionigi Alessandrino, sotto la persecuzione di 

(i) Lattanzio, lib. VII, cap. 25: « lam superius estendi coni- 
«' pletis annoram sex milibus mutationem istam fieri oportere et iam 
« propinquare summum illuni conclusionis cxtremac diem... Quando 
« compleatur haec summa docent il qui de temporibus scripserunt 
« coiligentes ea ex litteris sanctis et ex variis historiis; quantus sit 
« numerus annorum ab exordio mundi, qui licet varient et aliquaii- 
« tum numeri eorum summa disscntiat, omnis tamen expectatio non 
« amplius quam diicentorum videtur annorum. Etiam res ipsa de- 
« clarat lapsum ruinamque rerum brevi fore...». 

(2) Itistr. 1, 55, 6: a Finitis sex milibus annis immortales erimus» ; 
Cjim. apoì. vv, 291 e 292: 

Sex milibus annis ptovenient ista replctis, 

Quo tempore nos ipsos spero t.im in litore portus. 

(5) Cann. apol. vv. 805-810. 



(^iiauJo l'isse Coiìiìuodiano 383 

Decio, e san Cipriano al tempo di Gallo e di Volusiano, 
sotto cui cominciò la persecuzione che continuò e crebbe 
sotto Valeriano (i). Ma Commodiano s'aspettava la line 
del mondo al termine dei sei mila anni, come Lattanzio; 
secondo il suo computo quindi non doveva mancare molto 
perchè si compisse quel numero. La maggior parte dei 
Padri della Chiesa, latini e greci, noveravano cinque mila 
e seicento o cinque mila e cinquecento anni dalla crea- 
zione alla nascita di Cristo, parecchi anzi ne noveravano 
assai meno (2). Secondo Sulpizio Severo, che scriveva 
circa r anno 400 dopo Cristo, ai suoi tempi i sei mila anni 
stavano per finire (3). Sant'Agostino nel lib. XII, cap. 12, 
De Civitatc Dei, scriveva : « Ut minus quam sex millia 
« sint annorumex quo esse coepimus in sacris litteris inve- 
(( nitur » ; però quando arriva al lib. XX, cap. 7, è compiuto 
il « sextum annorum milliarium » e « spatia posteriora voi- 
ce vuntur». Commodiano dunque nel terzo secolo non po- 
teva in nessun modo né ritenere, ne asserire che ai suoi 
tempi stessero per finire sei mila anni dalla creazione; 
poteva appena dirlo nella seconda metà del secolo quarto. 
Commodiano che parla una lingua piena d' errori di 
grammatica, che fa dei versi in cui non è più osservata 
la quantità, doveva vivere in un tempo in cui la quantità 
e la grammatica andavano dissolvendosi. Nel terzo secolo 
è un anacronismo, che non si riesce a spiegare in nessun 
modo ; rimane come campato in aria, simile ad un quadro 
senza cornice e senza sfondo, e bisogna studiarlo isolata- 
mente, perchè non si trova un solo autore, che abbia con 
lui una certa affinità. Il Boissier scriveva : «Se Commo- 
« diano non rassomiglia a quelli che l' hanno seguito, questa 

(i) Malvenda, De Jiitechristo, Lugdun'i, MDCXLvir,lib. II, p. 113 sg. 

(2) Malvenda, op. cit. lib. II, p. 65 sg. 

(^) SuLPicio Severo, Chroiiicd, lib. I, cap. 2: « Mundus a Deo 
« constitutus est abbine annos iam paene se.x milia, sicut processa 
« voluminis istius digeremus ». 



384 (^' ■'^- '^JyTJniiido 



« è una ragione di più per studiarlo da vicino » (i). Non 
è più logico dire che, se non rassomiglia agli scrittori 
contemporanei, significa che egli non è vissuto al tempo, 
in cui si suol porre, ma dopo? Uscirei dai limiti prefissi 
a questo lavoro, se volessi sottoporre ad un esame anche 
breve le peculiarità morfologiche, sintattiche e lessicali delle 
lustnictiùiics e del Carmen apoìogeticum; se volessi occuparmi 
della verseggiatura, sarci costretto ad ingolfiirmi nell'ampia 
ed intricata questione delle origini e dello sviluppo della 
poesia ritmica. I lettori potranno formarsi un'idea della 
grammatica e della metrica di Commodiano dalle poche 
citazioni, che mi occorrerà di fare; rimando chi .oglia 
saperne di più agli scritti, che ne trattano di proposito (2). 
Qui cosi di volo faccio alcune piccole osservazioni. 

Commodiano dice fortia, plurale neutro di fortìs, nel 
senso di vis, foixa; Carni, apoìof;. v. 40: « demonstravit 
(( (Deus) fortia Pharaone decepto » e v. 31^: « Dominus... 
« inanivit fortia mortis ». Né in scrittori del terzo secolo, 
ne del quarto mi è riuscito di trovare /or/m in tale signi- 
ficato. 

Chiama i pagani gens, gentes: lustr. I, 26, 24; I, 34, 5; 
li, 19, 20; II, 32, 11; Carm. apoìog. v. 6S6; ma li dice 
anche geniiks: Instr. I, ^y, I, 34; II, 19, 7; Carni, apolog. 
vv. 263 e 817, e usa inoltre l'avverbio gcutiìitcr: Inslr. II, 
ì6, 19; II, 32, 7. Ora in una legge di Valentiniano e 

(i) BoissiER, Commodicu in Mìlaw^es Reiiier, Bibl. de l'Ecoìc des 
hatites ètudes, Paris, 1887, p. 39. 

(2) Intorno alla grammatica di C. cf. Schkeider, Die Casus, 
Tempora tind Modi bei Commodian, Nùrnberg, 1889; intorno alla me- 
trica di lui, cf Hanssen, De arie metrica Commodiani, Strassburg, 1881 ; 
.Meyur, Aufuu'^ uiid Ursprnng dcr ìaiàniscben iiiid i^riechischen Dichliiii^ 
in Abììaudl. d. k. bayer. Akad. d. IViss. XVII (1885), 288-307 ; Ronca, 
Primi monumeiili ed origine della poesia ritmica latina, Roma, 1890, 
pp. 16-2 j e 122 sg ; Ramorino, La pronuncia popolare dei versi quan- 
titativi latini nei bassi tempi ed origine della verseggiatura ritmica, 
Torino, 1895, pp. 65-68. 



UuauJu j'issc Coìiimo.iiano 385 

Valente troviamo ancora geiitiìis col valore di barbaro: CoJ. 
Thecd. Ili, XIV, i: «Nulli proviiicialium cum barbara sit 
« uxore coniunctio, nec ulli gentilium provincialis femina 
(c copuletur ». Cominciamo a trovare gcntìììs nel senso di 
pacano in Prudenzio, IIspl axecpàvtov, v. 4(34, in san Gero- 
lamo, Ep. XXII, e in altri autori della seconda metà del 
quarto secolo e del principio del quinto; ma anche allora 
r uso non doveva essere divulgato, perchè sant'Agostino 
crede necessario darne la spiegazione: Comm. in psal- 
intim XXFIII : «Gentilis ille est qui in Christum non cre- 
te dit » ; De opere monacb. cap. XI: « Quis utique nonnisi 
« gentiles, quos paganos dicimus vult intelligi ? » 

Sant'Agostino nel 395 compose un inno abecedario 
in versi ritmici monorimi; ma quasi se ne scusò, come 
d'una colpa commessa. Rctractationiiiii lib. I, cap. 20 : 

Volens etiam causam Donatistanira ad ipsius humillimi vulgi 
et omnino imperitorum atque idiotarum notitiam pervenire et eoruni 
quantum fieri posset per nos inhaerere memoriae, psalmum qui eis 
cantaretur per latinas litteras feci... Ideo autem non aliquo carniinis 
genere id fieri volui, ne me necessitas metrica ad aliqua verba quae 
vulgo minus sunt usitata compelleret. 

In altro luogo parla d'una traduzione dei canti sibillini 
fatta, come egli dice, « versibus male latinis et non stan- 
tì tibus ». E chiaro che quei versi che non si reggevano, 
che mal potevano chiamarsi versi, non erano altro che 
versi ritmici. Sant'Agostino non ha idea precisa della nuova 
poesia ritmica che allora sorge, e che poi finirà col sosti- 
tuirsi del tutto alla poesia metrica. Ora, se Commodiano 
avesse scritto i suoi esametri ritmici nella metà del terzo 
secolo, sant'Agostino circa cento cinquanta anni dopo non 
avrebbe creduto suo dovere giustificarsi, perchè anche lui 
scriveva di quei versi, ne avrebbe così vagamente definito 
la traduzione in versi ritmici dei canti sibillini. In un pe- 
riodo di circa un secolo e mezzo la poesia ritmica avrebbe 
progredito, e si sarebbe sviluppata tanto che non si può 



386 (j. S. l^aniniiiio 



ammettere che un uomo eruditissimo, qual era sant'Ago- 
stino, non dovesse averne esatta conoscenza (i). 

Commodiano ci fa sapere che ai suoi tempi le matrone 
cristiane portavano abiti di seta, ricchi ornamenti d'oro, 
splendide collane, braccialetti e orecchini, si pettinavano i 
capelli artificiosamente, s'imbellettavano il viso, si tinge- 
vano le sopracciglia e i capelli, ballavano nelle loro case, 
e invece di salmi cantavano canzonette amorose (2). Erano 
cosi corrotti i costumi cristiani nel terzo secolo ? Almeno 
ciò non apparisce dagli scrittori cristiani dell' epoca (3). 

Tertulliano e san Cipriano nel terzo secolo, Arnobio 
e Lattanzio al principio del quarto secolo combattono il 

(i) Il Ramoriko, e in ciò e d'accordo con molti altri dotti, nella 
memoria citata classifica C. nel numero dei poeti ritmici, e poiché 
segue ad occhi chiusi l'opinione dell' Ebert, è costretto a dire che 
C. è il « solo scrittore che nel ter^o secolo fé' uso di versi ritmici » 
(p. 58). Però nel termine del suo lavoro, dopo aver esaminato le te- 
stimonianze dei grammatici, gli errori di prosodia nelle iscrizioni la- 
pidarie e nelle opere letterarie dei bassi tempi, la pronunzia comune 
delle parole latine e la lettura dei versi quantitativi, i più antichi 
monumenti di ritmica volgare, arriva alla conclusione che « a co- 
« minciare dal quarto secolo dell'era volgare e venendo giù al quinto 
« e sesto è in uso una verseggiatura conforme bensì alle leggi me- 
« triche dell'età classica, ma più o meno errata quanto a prosodia; 
«ed è in uso contemporaneamente un'altra maniera di verseggia- 
« tura che suol esser detta ritmica, e differisce dalla precedente non 
« per la forma dei versi, ma perchè vi è trascurata la prosodia, 
« meglio, vi è curata solo subordinatamente alla posizione dell' ac- 
« cento grammaticale, ed inoltre tollera più spesso che mai l'iato, e 
<' tende a terminare i versi in un' assonanza o rima » (p. 69). In- 
somma C. compone in versi ritmici le Inslr. e il Carm.apoìo'^. ce verso 
« la giusta metà del terzo secolo », e la poesia ritmica sorge nel 
quarto. La contraddizione salta agli occhi di tutti, e la notò il Ra- 
morino stesso, il quale anzi cercò cavarsi d'imbarazzo asserendo che 
«le manifestazioni letterarie d'un momento linguistico psicologico 
« possono casualmente aver luogo in ordine diverso da quel che ten- 
« gono i momenti successivi d' esso » (p. 70, nota 2). 

(2) Cf. hnlr. II, 18 e 19. 

(3) Cf. Tertulliano, Dì cnllu foeminarum. 



(^luììido l'iste Contino Jiùìio 387 

pnganesimò con argomenti filosofici e teologici. Commo- 
diano non conosce altra arma che il ridicolo e la satira 
pungente, feroce. Si burla di Saturno che divora i figli, 
di Giove che ha bisogno di Piragmone, il quale gli for- 
nisce i fulmini, di Mercurio con le ali ai piedi e una borsa 
in mano, di Nettuno che non potendo vivere del suo fa 
il muratore, d'Apollo che s' innamora pazzamente di Cas- 
sandra, la quale non gli corrisponde, e lo vince alla corsa, 
di Mitra che è nato da un sasso e vive rubacchiando, di 
Silvano che suona il flauto (i). Non ha alcun rispetto per 
i vecchi numi dell'Olimpo: i miti più belli ed eleganti 
sono da lui trasformati in grossolane parodie (2). Saturno 
è un vecchio pauroso e imbecille, Giove un seduttore 
della sorella propria e delle mogli altrui, reo di molti de- 
litti, parricida, Nettuno un adultero e un misero muratore. 
Mitra un ladro. I sacerdoti dei numi sono stolti e scelle- 
rati ingannatori, ubbriaconi (3). Non sa rivolgersi ai pagani 
senza coprirli di vituperio. Li chiama sciocchi, insensati, 
maligni, sciagurati, perfidi, empii, crudeli, sanguinarli (4) : 
dei loro idoli dovrebbero farne delle padelle : 

Solveretis eos magis in vascula vobis (5). 

Anche quando li ammonisce, e vuole usare parole dolci, 
insinuanti, gli sfugge sempre qualche frase ingiuriosa. 

Gens, homo, tu frater, noli pecus esse ferinum, 

Erue te tandem et tecum ipse retracta: 

Non utique pecus nec besteis, sed homo natus (6). 



(1) Insti-. I, 4; I, 5; I, 9; I, io; I, II ; I, 13 &c. 

(2) PiCHON, Histoire. di la littérature lutine, Paris, 1898, p. 876 sg. 
(5) Insti: I, 8, fo; I, 12, 12; I, 17, i; I, 18, 16 &:. 

(4) Insti: I, 6, i; I, 6, 7; I, 7, 9; I, II, 5; I, 14, 6; I, io, 4; 
I, 23, 3 ; I, 24, )- ; I, 25, I ; I, 26, I ; I, 27, i &:c. 

(5) Insti: I, 20, 7. 

(6) Insti: I, 34, 5-7. 



3 ss- G. S. %vuiindo 



Commodiano che non eni né fanatico, ne imprudente, 
ma uomo pratico e avveduto, e dava saggi consigli ai cri- 
stiani, predicando ad essi la pazienza e la rassegnazione, 
avrebbe parlato con tanto poco rispetto degli dèi e dei loro 
adoratori e adoperato un linguaggio così violento nel 
terzo secolo, quando la religione pagana era la religione 
officiale dello Stato, e i cristiani non formavano che una 
piccola minoranza ? Le sue parole sarebbero state una pro- 
vocazione, e avrebbero avuto per effetto sicuro un rincru- 
dimento nella persecuzione contro i suoi compagni di fede. 

Facilmente da uno studio più minuzioso e accurato delle 
Itisfnictiones e del Carmen apoìogcticiim altri argomenti si 
potrebbero trarre in favore della prima parte della nostra 
tesi, che cioè Commodiano non è, e non può esser vissuto 
nel terzo secolo, ma dopo. Però credo che quelli addotti 
finora siano più che sufficienti ; anzi forse bastavano i due 
soli portati dal Brewer. Si può porre come tenninus post 
ijiiem sicuro l'anno 324, in cui avvenne la morte di Li- 
cinio. Fino allora Costantino non essendo solo a gover- 
nare non mostrò alcuna preferenza per la religione cri- 
stiana. Con l'editto di Milano promulgato d'accordo col 
collega Licinio, nel quale stabiliva la libertà di culto, con 
le disposizioni in cui dichiarava esenti dagli obblighi della 
curia i sacerdoti cristiani, con la legge in cui proibiva di 
costringere i cristiani a far atto di paganesimo, non con- 
cesse nessun favore speciale, ma solo equiparò il diritto 
dei cristiani a quello dei pagani (i). Prima dell'anno 324 
non potè esser avvenuta la scomparsa del dio Ammudatc, 
di cui parla Commodiano. 

Un tcrmbius ante (jtiem è dato da Commodiano stesso 
nei versi 810-817 del Carmen apologeticuni, in cui si parla 



(i) .\li.ard, Le chrisliaiiisnie et l'em[)iie romain di Kcroii à Thèo- 
dosc, Paris, 1897, p. 155 sg. 



Quando pìssc Couimodiaiio 389 



d'un passaggio del Danubio che flumo i Goti, i quali sono 
detti genliìcs. Sotto Valente i Goti, non potendo resistere 
all'invasione degli Unni, in gran numero varcarono defi- 
nitivamente il Danubio, e chiesero ed ottennero di stabilirsi 
nella Mesia. Maltrattati dai Romani, che essi riconoscevano 
come loro protettori, si ribellarono, assalirono e vinsero il 
generale Lupicino, e unitisi con le bande gotiche, che com- 
battevano nelle file romane in qualità di milizie ausiliari, si 
avanzarono minacciosi verso Costantinopoli. Valente mosse 
loro incontro con un forte esercito, ma fu vinto presso 
Adrianopoli, ed egli stesso peri nella mischia. Teodosio 
venne a patti coi vincitori, concesse di fissare la loro di- 
mora nella Tracia e nell'Asia, e li ammise a far parte 
delle legioni. Sotto Valente i Goti si convertirono nella 
maggior parte al cristianesimo (r). Commodiano dunque 
si deve collocare fra il 324, anno della morte di Licinio, 
e il 378, anno della morte di Valente. 

E scxxssQÌQ. Instructiones e il Carmen apoìogeticum al prin- 
cipio d'una persecuzione o piuttosto sotto una persecuzione 
dei cristiani da parte dei pagani, come apparisce special- 
mente da alcuni acrosdci (Insti: I, 12, 3 e io; II, io, i-io; 
II, II, 4; II, 20, 5-8; II, 21, 8; II, 25, 7-9), e vedremo 
meglio di qui a poco. Ora nel periodo di tempo che va 
dalla morte di Licinio a quella di Valente, sotto Giuliano 
l'Apostata, si ha una serie d'imperatori, che professarono 
e favorirono, o per lo meno non combatterono il cristia- 
nesimo. Costantino dopo il 324, rimasto solo imperatore, 
pur serbando uno spirito di tolleranza, non trascurò oc- 
casione di dimostrare la sua preferenza per la religione 
cristiana e la sua avversione sempre crescente verso il pa- 
ganesimo (2). Costante e Costanzo si dichiararono aperta- 
ci) DuRUY, op. cit. VII, 438 sg. 

(2) Costantino proibì i sacrifizi occulti, distrusse alcuni templi 
pagani in Egitto, in Fenicia e in Cilicia e da molti altri tolse statue 
e oggetti d'arte per ornarne Costantinopoli, divenuta nel 329 la se- 



390 G. S. '7^c7;////;/(./o 



niente per i cristiani e osteggiarono la religione pagana. 
Gioviano e poi Valentiniano e Valente mantennero la li- 
bert;\ di culto. Veramente questo ultimo, ariano, dette 
qualche molestia ai cristiani ortodossi; ma soltanto Giu- 
liano prese a difendere il paganesimo contro il cristiane- 
simo. Egli credette di poter ristabilire un ordine di cose 
destinato a sparire. Morto Costanzo si dichiarò subito pel 
vecchio culto, fece riaprire i templi degli dèi e ripigliare 
le cerimonie pagane interrotte. Non ordinò mai alcuna 
esecuzione capitale per ragione di fede, non volle perse- 
guitare i cristiani ferocemente: li molestò, ma restando 
sempre, almeno in apparenza, nelle vie legali. Soppresse 
i privilegi della Chiesa, il diritto di giurisdizione, che i 
vescovi avevano in alcuni casi e il diritto d'esenzione da 
alcune pubbliche imposte, di cui godevano gli ecclesiastici; 
interdisse ai cristiani l'insegnamento nelle pubbliche scuole. 
L' editto con cui ordinava di riedificare i templi distrutti 
dai cristiani fu una misura pericolosa, e provocò disordini. 
Avvennero massacri dei cristiani in Alessandria, in Gaza, 
in Aretusa, in Eliopoli e in altre città. Giuliano invece di 
punire severamente i colpevoli si contentò di biasimarli 
a parole: la sua indulgenza fu senza dubbio eccessiva, e 
forse servi ai pagani d'incitamento ad eccessi e violenze 



conda capitale dell'impero. Cf. Socrate, Storia ecd. I, i6, 17, 18; 
SozoMENo, Storia ecd. II, 5; Zosimo, II, 32; Eusebio, Vita di Co- 
stantino, III, 55, )7; Lodi di Costantino, 8 Sozomeno ci racconta che 
gì' idoli di metalli preziosi erano liquefatti, e divenivano proprietà del 
fisco; gl'idoli di bronzo lavorati artisticamente erano spediti a Co- 
stantinopoli; Storia ecd. II, 5: « Twv 5'aù joavtov tì ovxa Tiiiia^ OÀr^; 
«•/.al xwv àXXo)v òoov è?óx£'. yj^rioi^o^t eìvai, Ttopl SiexpiveTO xal Sr^- 
« [lóa-.a èyiyyzzo 7py,|iaTa. Ti Ss sv y.aXyò) ì>ocu|jLaa'.w5 eipyaonéva, 
« 7:àv":o3-6v si; -zy,-/ èitwvjiiov 7:óX'.v toO aOxoy.fiixopos iie-exon'.oO-r; roc.; 
e xó^iiov ». È molto probabile che in questa strage d' idoli ordinata 
da Costantino sia anche perito V idolo del dio Ammudate, di cui 
parla Commodiano, 



(Quando j'issc (SoiuDiodiaiio 391 

maggiori (i). Alcuni storici moderni, pur condannando la 
sua politica reazionaria, lo giudicano con una certa bene- 
volenza; ma gli storici cristiani contemporanei e posteriori 
lo pongono tutti tra i persecutori della Chiesa. Si deve 
quindi conchiudere, con la certezza di non errare, che le 
lìistructioìh's e il Canncn apologeticiim furono composti sotto 
Giuliano l'Apostata. E di ciò si può essere pienamente 
sicuri anche perchè tanto nel Carmen apoìogeticiim, quanto 
e più nelle Instrnct'wncs si trovano accenni, i quali non 
possono riferirsi che alla persecuzione di Giuliano e a 
Giuliano stesso, e sono tanti e cosi chiari, che reca me- 
raviglia a pensare come 1' età di Commodiano abbia po- 
tuto essere un problema sinora. 

G. S. Ramundo. 

(Coiilinua). 

(i) Della politica religiosa di Costantino, di Costante e Co- 
stanzo, di Giuliano &c. tratta diffusamente 1' Allard nell' opera ci- 
tata. Cf. p. 168 sg. 



Le carte antiche 



DELL'ARCHIVIO CAPITOLARE DI S. PIETRO 

IN VATICANO 



Notizie intorno all'archivio. 

5^ A venerabile basilica di S. Pietro dovette posse- 

M \ìl^^ ^^^^ ^^^ ^'^'^ primi tempi un proprio archivio am- 
5^^^) ministrativo ed una biblioteca. Forse dapprima 
archivio e biblioteca non furono nettamente divisi. 

Volendo conoscere le vicende di quest'archivio, occorre 
prendere le mosse dallo « scrinium confessionis beati Petri », 
i di cui primi accenni si trovano segnatamente nel Liber 
Poiìtifìcaìis e nel Liber Diurmis. Le notizie non sono ab- 
bondanti, ma tali da darci un'idea approssimativa dei do- 
cumenti che in esso venivano depositati. 

Il pontefice Leone II (i), inviando per la firma ai 
vescovi di Spagna gli atti della sesta sinodo, scrive che 
il documento, munito delle loro sottoscrizioni, verrebbe 
in seguito depositato presso la confessione del principe 
degli apostoli, « ut eo mediante atque intercedente a quo 
« christianae fidai descendit vera traditio offeratur domino 
« lesu Christo ad testimonium et gloriam eius mysterium 
« fideliter confitentium ac subscribentium ». Sappiamo da 
Gregorio II (2), che le lettere dell' imperatore Leone Isau- 

(i) A. 682; Jaffé-L. n. 21 19. 
(2) Circa 729 ; J.-L. n. 2180. 



594 ^" SchiafJirel/i 



rico e predecessori si conservavano diligentemente nella 
confessio. Delle donazioni fatte dai re e duchi longobardi 
e dai primi imperatori Carolingi a san Pietro ed alla 
Chiesa Romana si depositava un originale nella cotifcssio; 
le testimonianze del Libcr Ponlìficaììs sono esplicite per le 
donazioni di Astolfo (i) e particolarmente di Carlo Ma- 
gno (2), anzi il biografo di Adriano I descrive con inte- 
ressanti e preziosi particolari il solenne cerimoniale della 
tradilìo del diploma Carolino (3). 

Il biografo di papa Constantino (4) ci fa noto che la 
caiilio o promissio Jìdei dei pontefici e dei vescovi si depo- 
sitava sull'altare della confessione e veniva poi conservata 
nello scrin'miìi. E questa testimonianza è comprovata dal 
Libcr Diitnnis, dove fortunatamente ci sono tramandate 
tali formule (5). Nello stesso scriniiiiìi dovevano deposi- 
tarsi gli atti delle sinodi tenute nella basilica (6), e certa- 
mente, come ci attesta la bolla di Agapito II, J.-L.-|- 3(^44 (7), 

(i) Liber PonlificaUs, ed. Duchesse, I, 453. 

(2) Liber Pontificalis, ed. Duchesne, I, 498. 

(3) Cf. Th. v. Sickel, Dus Piivilegiiiin Otto I fiir die roinische 
Kirche, Innsbruck, 1883, pp. 40-1 r. 

(4) Liber Pontifica]is,ed.DvcHESìiE,l, 389; ed. Mommsex, p. 222. 

(5) SiCKELy Liber Diurnus Romanorum pontificnm, Vindobonae, 1889, 
p. 93, form. Lxxxiii, p. 103, Lxxxiv « Indiculum pontificis » ; p. 80, 
forni. Lxxv e p. 81, Lxxvi « Indiculum episcopi». 

(6) Cf. Liber Ponlificalis, ed. Duchesne, I, 281; ed. Mommsex, 
p. 139. Sulle sinodi tenute nella basilica cf. O. Panvinius, Dj 
rebus anliquis tneniorabilibus et prueslanlia basilicae Sancii Petri aposto- 
loriim principis, libri seplcm (nello Spicileiiiuiii Romanum, IX), lib. IV, 
cap. XVI : De coiiciliis in basiiica Vaticana. Biillarium basilicae Vaticanac, 
Romae, 1747, I, 1-2, nota. Albert Wer.minghoff, Vcr^àchnis der 
Akkn Jrankiscben Synoden von S4}-(jiS, nel Keites Archiv, XXVI, 
609 sg. 

(7) Cf. G. B. De Rossi, La biblioteca della Sede Apostolica ed i 
cataloghi de' suoi manoscritti, negli Studi e documenti di storia e diritto, 
a. V, 1884, p. 343; Codices Palatini latini bibliotbecae ì''aticanae, ree. 
Henricus Stevenson IUNIOR, recognovit G. B. De Rossi, Romae, 1886, 

p. LXXXII. 



Caridì-io di S. Pietro in l'alienilo 595 

SI conservava in esso memoria delle concessioni della di- 
gnità del pallio, il quale veniva tolto dalla confessione di 
san Pietro. 

Nella citata bolla di Agapito II compare per la prima 
volta l'espressione « archivio Sancti Petri » nel significato, 
come nei riferiti documenti, di « scrinium confessionis 
«sancti Petri», e per quanto il documento sia falso, nel 
suo complesso la veridicità della notizia e dell'espressione 
non può essere infirmata. Il pontefice Gregorio VII citando 
in una sua lettera (J.-L. n. 5203) il falso diploma di Carlo 
Magno, Mùlilbacher, Reg. n. 340 (331), tuttora presso l'ar- 
chivio Capitolare, lo dice esistente « in archivo ecclesiae 
« Beati Petri ». 

I documenti citati come deposti nella confessione non 
possono dirsi di stretta amministrazione della basilica, e 
nulla hanno di comune colle solite donazioni fatte al pa- 
trono della chiesa considerato come persona vivente, uso 
molto esteso nel medioevo. Era questa la basilica del prin- 
cipe degli apostoli, del fondatore della Chiesa Romana, e 
nella confessione e sul di lui corpo si deponevano come 
omaggio e come in un' arca di sicurezza i documenti di 
speciale importanza per la Chiesa in genere. Tuttavia l'ar- 
chivio della confessio non si confonde mai collo scrinium 
S. Romanac Ecclesiae o Lateraiiense. È merito del rimpianto 
G. B. De Rossi l'aver chiarito questo punto (i). Ma l'ar- 
chivio della confessione era diverso dall' archivio della 
basilica o dei canonici di S. Pietro ? Gli storici della ba- 
silica non si occuparono del quesito; pare che il De Rossi 
ritenesse lo scriiiiuiìi della confessio tutt'uno coli' archivio 
della basilica ; cosi il professore Bresslau, nel suo ottimo 
manuale di diplomatica, non nota differenza alcuna (2). 

(i) G. B. De Rossi, La hiblioUca &c. pp. 342-45 ; Codices Pala- 
tini Sic. pp. LXXix-LXKXii. Cf. H. Brbsslau, Hundbuch der Urkuii- 
dinlilire fiir Diulschland luid Ilalicn, Leipzig, 1889, I, 120 sg. 

(2) Op. cit. I, 124. 

Archivio della R. Società romana di storia patria. Voi. XXIV. 20 



39^ /•■ •V//.c7yL\7rc7// 

Di altro avviso e il professore Scheffer-Boichorst, il quale, 
dopo di aver indicato sommariamente quali documenti ve- 
nivano deposti nella confessio, aggiunge: « aber die Cripta 
<( war dodi nicht das Archiv der Peterskirche: was aus 
« diesem hervorgegangen ist, was nodi in demselbcn auf- 
« bewahrt wird, besieht sich unmittelbar auf Kirche und 
e Geistlichcit von St. Peter» (i). Anzi tutto va notato, 
che, tanto presso l'attuale archivio Capitolare di S. Pietro 
quanto presso l'archivio Vaticano, non si conservano do- 
cumenti originali che con certezza siano stati deposti sul- 
r altare della confessione, indi nello scriiiiiitii confessioiiis {2) \ 
tutto quel prezioso materiale è andato perduto. 

Le donazioni fatte a san Pietro, di qualsiasi genere e 
accompagnate o no da testimonianza scritta, venivano 
collocate, secondo le espressioni più comuni, ante o super 
coiifessioiiein, ante o super aitare confessioms beati Petri. Con 
queste o simili formule si descrive materialmente l' atto 
della donazione, la traditio; ma non dobbiamo ritenere che 
gli oggetti donati rimanessero sempre sull'altare. I do- 
cumenti scritti venivano in seguito deposti nello scrininui 
confessioms. Alla parola confessio va attribuito in questo 
caso un significato ampio, come cripta, fors' anche chiesa. 

Intanto non si può parlare di un unico e proprio ar- 
chivio Capitolare della basilica di S. Pietro anteriormente 
al secolo xi. I canonici di S. Pietro erano distribuiti nei 
quattro monasteri di S. Stefano maggiore, di S. Stefano 



(i) Paul Scheffer-Boichorst, Zwei UnUrsuchinigen :;^iir Gc- 
sclìicbtc der pùpstìichcii Tcrriloriul- und Finatiifìolitìk, nelle Mittbeiìuii- 
^cn de- Iiislituts fùr osti: Gescbichtsforschuno, IV Ergiinzungsband, p. 89, 
nota I. 

(2) È una ipotesi, per quanto assai fondata, quella di Marino 
Marini (Nuovo esame dcW autenlicHìi dei diplomi, Roma, 1822, p. 67), 
e del SiCKEL (op. cit. pp. 40-41) che il diploma Ottoniano 962 feb- 
braio 15, proprio nel ritenuto originale presso l'archivio Vaticano 
(arm. I, caps. ni, n. i), s:a stato deposto sull'altare della confessione. 



Cartario di S. 'Pi^'lro in Vaticano 397 



minore, di S. Martino, di S. Giovanni e di S. Paolo, 
situati presso la basilica, retti da un proprio abbate col 
titolo di archiprcsbiier, con propria amministrazione e, ar- 
gomento, con proprio archivio. L'unione dei quattro mo- 
nasteri si effettuò nel secolo xi, ma a grado, sebbene il 
documento giuridico di quella possa ritenersi la bolla di 
Leone IX (J.-L. n. 4294) diretta a Giovanni arciprete di 
S. Pietro, colla quale il pontefice conferma alla detta chiesa 
tutti i beni e possessi dei singoli monasteri. I documenti di 
questi si conservano tuttora, pochi in numero, presso l'ar- 
chivio di S. Pietro e appartengono ai secoli x e xi; man- 
cano carte di data posteriore spettanti ai singoli monasteri; 
r unione amministrativa fu completa, pur continuando cia- 
scun monastero a prosperare separatamente. Il capitolo 
si era così unito e consolidato; da quest'epoca in poi, i 
documenti privati e le bolle pontificie ci mostrano un' am- 
ministrazione unica, quella del capitolo in genere della 
basilica. Quest'unione avrà senza dubbio richiesto un ac- 
centramento dei documenti amministrativi; ritengo che 
allora, alle carte spettanti puramente alla basilica e con- 
servate nello scriniìuìi coufessioìiìs, si aggiungessero quelle 
dei quattro monasteri. Forse a quell' epoca risale 1' uso del- 
l' espressione archivium o scriniiuìi ecclesie. Beati Petri. E no- 
tevole che in seguito non si ha più ricordo dello scrinio 
della confessione. 

L'attuale archivio della basilica od archivio Capitolare 
di S. Pietro possiede un solo documento del secolo ix, 
cioè una. bolla di Leone IV (J.-K. n. 26^^) pervenutaci 
in copia autentica del 1141 (1). I documenti originali prin- 
cipiano col secolo X, ed i più antichi, quelli dei secoli x e xi, 
appartengono al fondo dei monasteri aggregati. Ma anche 



(i) Non tengo conto del falso diploma di Carlo Magno (p. pò, 
n. I). 



398 L. Scliiaparclli 



questi documenti non sono numerosi. Di quelli citati par- 
lando della confessione (pp. 593-94), del chirografo ricor- 
dato nelle l'arie di Cassiodoro (i), delle donazioni della 
domits ciiìia Laiirctiim e della massa Fontiana (2), della donuis 
culla Saiictc Cecilie (3), della domiis eulta nel decimoquarto 
miliario (4), delle masse Aniìus e Formias (5), della bolla di 
Gregorio II(J.-L. n. 2 184), delle donazioni di Gregorio II (6) 
e di Zaccaria (7) per la luminaria Sic. 1' attuale archivio 
non conserva né copia, né memoria alcuna. Così non con- 
serva notizia dei documenti riguardanti gli antichi censi 
della S. Sede, originati da offerte fatte da chiese e da mo- 
nasteri a san Pietro per ottenere la tuitio o dcfensio. Era 
bensì il papa che disponeva di questi censi o rendite, ma 
prima della riorganizzazione delle finanze pontificie sotto 
Alessandro II per opera dell'arcidiacono Ildebrando (8), 
si verificarono alcune confusioni e si hanno esempi di of- 
ferte a san Pietro e deposte sul di lui corpo, le quali non 
spettavano al palalium, cioè al papa, ma alla basilica. Ad 
esempio, in un documento lucchese del 790 (9) si specifica 
che l'offerta debba servire per la luminaria della chiesa di 
S. Pietro; nel documento del 1062 di fondazione del mo- 
nastero di S. Nicola di Poitiers (io) si stabilisce un censo 



(i) Ed. MoMMSEN, nei A/oh. Genti, hist., Auctorcs atiliquissimi, 
XII, 20, 377. 

(2; Liber Ponti ficiilis, ed. Duchesse, 1, 452; cf. p. 458, nota 40. 

(3) Lihir PoHtificaUs, ed. Duchesse, I, 434; cf. p. 459. nota 52. 

(4) Libir Pontificalis, ed. Duchesse, 1,454-55 ; cf. p. 439, nota 54. 

(5) Liber Pontificalis, ed. Duchesse, I, 435: cf. p. 439, nota 55. 

(6) Liber Ponlificalis, ed. Duchesse, I, 410. 

(7) Liber Pontifualis, ed. Duchesse, I, 452; cf. p. 438, nota 41. 

(8) Cf. Paul Fabre, Elude sur le Liber Censuum de l'Église Ro- 
maine, nella Bibliotbcque des écoles frati(aises d'Alhcnes et de Rome, LXII 
(Paris, 1892), p. 151. 

(9) L. A. Muratori, Anliqnil. li. III. 561; cf P. Fabre, op. cit. 
pp. 58, 150. 

(,10) Cf. P. Fabre, op. cit. p. 151. 



Cartario di S. Tìetro in Vaticano 399 

al capitolo di S. Pietro. Almeno di questi censi, in cui cioè 
si specifica l'offerta per la chiesa di S. Pietro, l'archivio 
di questa avrà conservato ricordo. 

Se mai un archivio ecclesiastico doveva essere ricco 
di antiche carte era per 1' appunto quello della basilica del 
principe degli apostoli. Le notizie che si attingono dal 
Liber Pontijicalis e dai libri dei censi o redditi della basi- 
lica (i) possono offrirci una pallida idea delle innumere- 
voli donazioni di pontefici, imperatori e re, di chiese e 
monasteri, di persone private (2). Il prezioso materiale 
andato perduto è incalcolabile. 

Troppo difficile sarebbe voler indagarne le cause; 
mancano le testimonianze. Del resto, la stessa sorte toccò 
agli altri archivi della città, i quali certo ebbero a soffrire 
dalle lotte, dai saccheggi di cui essa fu teatro e vittima, 
segnatamente nel secolo xi (3). Anche nel saccheggio 
del 1527 l'archivio di S. Pietro perdette molte carte (4). 
Non dovettero essere estranee altre cause come la poca 
oculatezza nella conservazione o la malvagità di persone 
che potevano avere interesse a nascondere e a soppri- 
mere documenti ; ed a proposito va ricordata la bolla di 
Urbano IV (Potthast, n. 1S610') dove si legge: «nonnulli 
« iniquitatis filli, quos prorsus ignorant diversos redditus, 
c( decimas, census, domos, terras, vineas, possessiones, li- 
ce bros, apostolica privilegia, instrumenta publica et quae- 
« dam alia bcvna ad dictam basilicam pertinentia temere 



(i) Rimonta alla fine del secolo xii un elenco delle chiese 
soggette alla basilica con enumerazione dei censi da queste dovuti. 
Mi propongo di pubblicare questo interessante documento con uno 
studio generale sui censi della basilica. 

(2) Cf. O. P.-^NViNius, op. cit. lib. Ili, cap. xxxiii, De redìiilnis 
aiUiquis hasilicae Vaticanae, pp. 275-78. 

(3) Cf. G. B. De Rossi, Codices Palatini &c. p. xc. 

(4) Cf. Bullario, II, 397; Martorelli, Storia del clero Vaticano 
dai primi secoli del Cristianesimo fino al XVII, Roma, 1792, p. 249. 



400 L. S:h\aparclli 



« occultare et occulte Jetinere presumunt in animarum pe- 
ce riculum et dictae basilicae non modicaai lesionem... », 
e colla quale il pontelìce minaccia di scomunica quanti 
non restituiranno entro determinato periodo i documenti 
dell'archivio. Nel secolo xv MalTeo Vegio lamenta la man- 
canza di notizie intorno ai monasteri presso la basilica, do- 
vuta alla perdita di antichi documenti (i). 

Mancano notizie antiche sull'ordinamento o sui lavori 
eseguiti. 

Sotto il pontificato di Innocenzo II lo scriniario Gio- 
vanni fece un transunto della bolla di Leone IV e del 
falso diploma di Carlo Magno, e 1 indica la fonte con le 
parole: « sicut inveni in thomo carticineo iam ex magna 
« parte vetustate consumto », espressione questa che, come 
anche attestano alcuni caratteri estrinseci della copia, si 
riferisce all'originale in papiro della bolla e allo pseudo 
originale in pergamena del diploma. Questo scriniario ci 
è noto anche per altri documenti da esso eseguiti, e si 
rivela un trascrittore corretto e diligentissimo (2). 

Pare che il prete Pietro Mallio, il quale visse sotto 
Alessandro III e principia la sua Descriplio basilicae Vali- 
canae colle parole: « Petrus Mallii Beati Petri presbyter, 

(t) « .. . nuniquam tamen invenire potui ncque .apud historicos 
«ncque apuJ privilegia pontificum in quibus magna horum habetur 
«noiitia. Nani tot ex iis quae ad basilicani pertinebant depericrunt, 
« ut dolcndum sit, quantum vel negligcntia vcl malignitas iiominuni 
e omnia consumat, omnia deleat et conficiat » (Bolland. Acta Ss. lunii, 
VII, 80) 

(2) Nella copia dei due citati documenti è di una esattezza esem- 
plare; riproduce non solo alcuni caratteri estrinseci della fonte, ma 
le note, i tratti di lettere che ancora potevansi rilevare nell'originnle 
assai danneggiato, cosiccliè da questa sua riproduzione abbiamo una 
guida per completare lettere e parole mancanti. E non sono dell'avviso 
del ToRRiGio {Le sacre grotte Valicane, p. 505) die incolpa lo scri- 
niario Giovanni degli errori nella copia del diploma di Carlo Magno. 



(lai-lario di S.T^iclro in Wìtx.ino 401 



« libellum ex archivo eiusdem sacrosanctae basilicae compi- 
« latum «, non abbia in realtà attinto a documenti dell'ar- 
chivio (i); ma certo ricorse ad essi il di lui continuatore 
il canonico Romano, ai tempi di Celestino III. Alcuni 
lavori di trascrizione si eseguirono nel secolo xiii, e cito 
particolarmente una pergamena del 1289 maggio 14 con 
estratti delle bolle di Leone IX (J.-L. nn. 4292, 4293) e 
Adriano IV (J.-L. n. 10387) (2); ma solo nel secolo xiv 
si fimno numerosi e attestano uno speciale interesse per la 
conservazione dei documenti dell'archivio. Ricorderò anche 
che nel 1350, anno di giubileo, essendo pontefice Cle- 

(i) Cf. G. B. De Rossi, Inscripiioiies christianae, II, pars I (Ro- 
mae, 1888), p. 197. 

(2) « Hec sunt quedam capitula et pars cuiusdam alterius pu- 
« 'olici et orlginalis privilegii supradicti domni Leonis noni pape . . . jj 
coir autenticazione : « [ST] Ego Leonardus lacobi Rubei sancte Ro- 
te mane Ecclesie auctoritate index et notarius sicud inveni in predi- 
ce ctis privilegiis bullatis predicta capitula ex eis scribsi et fideliter 
« exemplatus sum. Et dictis privilegiis in dictis capitulis in eis con- 
« tentis cum presenti exemplo diligenter abscultatis et lectis in pre- 
« sentia discreti viri domni presbiteri Egidii archipresbiteri ecclesie 
« Sancti Vincenti! de Urbe Romane fraternitatis rectoris per ipsum rc- 
« ctorem et per subscriptos testes licterarum eruditos ipsa capitula 
« dictorum privilegiorum decreto et auctoritate dicti rectoris in hiis 
« per eum interpositis publicavi et in publicam formam redegi ad in- 
« stantiam et preces discreti viri domni Retri Romanucii beneficiati ac 
« camerari! et procuratoris basilice principis apostoloruni de Urbe, cui 
« predicta privilegia pertinere noscuntur. Actum Rome in lovia ante 
« dormitorium diete basilice in anno dominice incarnationis mille- 
« Simo ducentesimo octuagesimo nono, tempore domni Nicolai pape 
«quarti, indictione secunda, mense madii, die quarta decima, presen- 
« tibus et abscultantibus hiis testibus licterarum eruditis, scilicet pre- 
te sbitero Francisco de Mancinis, presbitero Saba magistri Retri Lau- 
te rentii et Retro de Zatro benefìciatis diete basilice, Sebastiano clerico 
et Sancti Vincenti!, domno Bartholomeo Gregorii lohannis Guidonis 
ee et Saba lacobus loliannis Zucke notario ad hec vocatis et rogatis, 
ee qui inferius se propriis manibus subscribserunt », La pergamena è 
tagliata inferiormente e quindi mancano le sottoscrizioni autografe. 
Archivio Gap. caps. LXXIII, fase. 158. 



402 L. Scìn'jparelli 



mente VI, il capitolo fece trascrivere ed autenticare dal 
notaio « Gualterius domni Frederici de Clarmonte cleri- 
« cus Firmanus » parecchi documenti, tra cui le bolle di 
Leone IX (J.-L. n. 4509) e di Eugenio III (J.-L. n. 9714) 
il IO maggio, di Leone IX (J.-L. nn. 4293 64294) il 5 giu- 
gno (1). E sono copie esatte, le quali riproducono nella 
Rofj e nel Bcnevalete i caratteri estrinseci dell' originale 
con vantaggio grande per la critica del testo e per la 
diplomatica. Da queste notizie si può dedurre che tino al 
secolo XII r archivio possedesse 1' originale in papiro della 
bolla di Leone IV e fino al secolo xiv gli originali in per- 
gamena delle bolle di Leone IX. 

La perdita di questi originali, all' infuori forse della bolla 
di Leone IV in papiro, materia per sé così facile a dete- 
riorarsi, va dovuta al fatto - tutt'altro che raro nella sorte 
dei documenti - che venivano usati ed allegati come titoli 
ad atti processuali. Leone X nel « motu proprio » col quale 
incarica il chierico e notaio capitolare Lodovico Ceci di 
transuntare i documenti dell'archivio, lamenta appunto la 
perdita di bolle e di istrumenti allegati ad atti giudiziari! (2). 

Da alcuni regesti, da note di mano identica sul verso 
di parecchie pergamene, specie delle bolle e dei diplomi, 
si può argomentare che nel secolo xiv siasi tentato un 
ordinamento. 

Della fine del secolo xiv o dei primi anni del xv è 
il più antico inventario fino a noi giunto. È fatto molto 
sommariamente cosicché non ci permette di identificare 
tutti i documenti che registra con quelli tuttora conser- 
vati, ma ciò non diminuisce la sua importanza, data 
l'epoca cui risale. Lo riproduco per intiero in appendice 
alla presente Introduzione, ed accennerò a suo tempo, 



(i) Per le autenticazioni cf. Biillurio l'ulicano, I, 32, 3}, 36. 
(2) Bullario Vaticano, II, 371. 



Cartario di S. T*ietro in Valicano 403 



nel corso del lavoro, ai documenti in quello registrati ed 
ora perduti. Apprendiamo da questo inventario che ì docu- 
menti erano collocati in tre casse e dentro a queste si con- 
servavano in appositi sacchetti carte spettanti a speciali 
fondi. Non si può ancora parlare di un vero ordinamento, 
ma pure la distribuzione per fondi o per materia, che verrà 
adottata nei cataloghi successivi, è più che abbozzata. Tale 
inventario od elenco di documenti si trova coli' inventario 
dei libri, dei beni e mobili della sacrestia, e le carte sono 
talora confuse con questi. E come nella cassetta segnata Q 
tra le pergamene e le carte si trovava « unum breviarium 
« copertum de corio rubeo et depicto et notatum», cosi 
« in cofino pulcro cum signo littere II » tra libri ed oggetti 
si registra: « item bulle et instrumenta quam plurima» 
(e. 3 b); «in uno cassecto ferrato cum littera FD » tra i 
libri: «item una bulla Bonifatii octavi » (e. 7); in una 
scatola tra oggetti vari : « una bulla domnì \'enetorum 
« super receptionem Niceni ad nobilitatem. Alia bulla super 
c( unione Grecorum cura Romana Ecclesia» (e. 58 b) (i). 
Autore di questo inventano è un prete o canonico di 
S. Pietro (2). 

Nel secolo xv alcuni documenti dell'archivio vennero 
utilizzati dallo storico della basilica Maffeo Vegio e nel 
secolo XVI dall'erudito Onofrio Panvinio, 

Intanto nel secolo xv e soprattutto nel xvi l'archivio 
si arricchisce del materiale delle abbazie aggregate, prin- 
cipalmente di S. Martino di Valle, unita alla mensa capito- 



(i) E. Muntz e A. L. Frothimgham, // tòioro dellu hasilica di 
S. Pietro, neWArch. della Soc. rom. di st. patr. VI, 134. 

(2) Si argomenta dalle espressioni: « particola testamenti ... super 
« censu nobis dimisso... »; « bulla Urbani V exemptionis nostre et 
« membroruni nostrorum » ; « bulla Gregorii Villi continens eccle- 
« sias et bona nobis subiecta et incorporata » Sic. 



404 L. Schuìp.ìrelli 



lare di S. Pietro con bolla di Nicolò \' 1451 Febbraio 3 (i), 
di S. Salvatore di Maiella con bolla di Giulio II 1550 feb- 
braio 22 (2), di S. Martino di Viterbo e di S. Rufillo di 
Fcrlinipopoli con bolla di Pio IV 1564 giugno 20 (5), di 
S. Barbato di Pollutro unita da Gregorio XIII nel 1582 
novembre 13 (4). 

Accresciutosi l'archivio di cosi ricco ed importante ma- 
teriale si fece tosto sentire il bisogno di un riordinamento; 
si compilarono nuovi cataloghi, si fecero trascrizioni di 
documenti, lavori opportunamente favoriti da saggie di- 
sposizioni dei pontefici e del capitolo. 

Leone X col citato «motuproprio» del 1521 luglio 5 (5) 
permette al chierico e notaio capitolare Lodovico Ceci, 
« ut omnia et singula instrumenta dictae basilicae facta ac 
« publicata et litteras apostolicas eidem concessas, propria 
« auctoritate fideliter tamen transumere et exemplari et 
« in publicam formam transumpti redigere et publicare 
(i libere et licite possit... Decernentes omnibus et singulis 
« instrumentis ac litteris apostolicis praedictis per dictuni 
« notarium praefiti capituli transumptis et suo sub signo in 
a publicam formam redactis, in iudicio et extra iudicium 
u in Romana Curia et extra ubique locorum tanquam ori- 
ce ginalibus fidem indubiam adhiberi » (6). 

Sisto V con bolla dell'anno 1589 giugno 8(7) lancia 
la scomunica contro quanti non restituiranno, entro quin- 
dici giorni, i libri, le scritture, gli estratti, le quitanze, le 



(,i) Biillario Vaiic. II, 134. 

(2) Biilluiio Vdlic. Ili, I. 

(5) Bulliirio Vaiic. Ili, 50. 

( \) Ballar io Vaiic. III. 141. 

()) Bullario Vaiic. II, 371. 

(6) I libri copiali B, C, D, E, che ricorderò in seguito, conten- 
gono documenti autenticati da L. Ceci. 

(7) Bullario Valle. Ili, 160. 



(\ìi'lario di S. 'Pi'.'lro in VdUcJiuo 405 

cedole, i libri oensuali, gli istrumenti &c. per qualsiasi 
motivo asportati dall'archivio. Con altra bolla del 15S9 
settembre 27 (i), minaccia nuovamente di scomunica 
chiunque non restituirà i documenti dell'archivio; vieta che 
in seguito altre carte si asportino senza espressa e scritta 
licenza dell'arciprete della basilica, ordina poi che dei do- 
cumenti pontifici come degli istrumenti e delle carte in- 
teressanti il capitolo e conservate nell'archivio si esegui- 
scano copie, per mezzo di notai a ciò deputati dall'arciprete 
e dal capitolo, debitamente autenticate colle sottoscrizioni 
e col sigillo dell'arciprete, cosicché possano usarsi ed ab- 
biano il valore di veri originali (2). 

Clemente VII! nel 1600 maggio 31 osservando: « cum- 
« que opus sit diversa privilegia authentica et bullas ponti- 
te ficias nimium vetustas -^c etiam librum buUarum et con- 
« stitutionum ipsorum capituli et canonicorum dudum ex 
« privilegio felicis recordationis Leonis pape X predeces- 
« soris nostri a quondam Ludovico Cecio notarlo publico 
« transumptatum ob eius etiam vetustatem de novo tran- 
ce sumptari et quandoque etiam de aliis privilegiis instru- 
« mentis et scripturis suprascriptis, ne inde originalia ex- 
« trahantur, transumpta fieri oporteato, dà incarico di 
compiere questo lavoro al notaio pubblico e capitolare 
Giacomo Grimaldi « de cuius fide et integritate ipsi capi- 
« tulum et canonici valde confidunt « (3). 

Dopo l'aggregazione delle abbazie, il più antico indice 
oJ inventario è del 1520, « Liber sive inventarium bono- 
« rum et scripturarum basilice Sancii Petri», del quale 



(i) Buìlario ]\itic. III, 166. 

(2) In due filze (sala prima, armadio 17) si conservano le « Li- 
ft centiae eminentissimorum archipresbyterorum extrahendi scripturas 
«et alia ex archivio Vaticano ab anno 1589 ». 

(3) Buìlario Valle. HI, 198. 



40^ L. Schiaparcllì 



si conservano due copie cart>icee del secolo x\i (i). È una 
serie di brevi inventari dei singoli fondi (2). 

Segue l'inventario del 1567 scritto da Alfonso Menio 
chierico della basilica « de mandato ili.' et rev. domni Mo- 
« naldi de Monaldensibus de Cervaria ». I documenti sono 



(i) Sala terza: Sacrestia, armadii inferiori. 

(2") C. I : « Inventarium honorum que scrvantur in sacliristia se- 
« creta et custodiuntur a domnis sachristis canonicis ». 

C. 16: (f Inventarium scripturarum rerum basilica in regno Nea- 
« politane, Sardìni? et Corsic9, Orlon? ». 

C. 21 : ff Inventarium instrumentorum domorum locatarum ad 
« generationem ». 

C. 29: « Inventarium instrumentorum domorum locatarum in 
« perpetuum ». 

C. 54: « Inventarium testamentorum emptionum donationum et 
« antiquorum instrumentorum ». 

C. 50: «Inventarium instrumentorum vinearum ». 

C. 54: « Inventarium scripturarum Sanct? Mari? et Catherine de 
« regione Arenai? ». 

C. 55 : « Inventarium scripturarum Sancte Caiherin? de Burgo ». 

C. 58: « Inventarium scripturarum Sancti Blasli della Pagnotta». 

C. 59: «Inventarium scripturarum Sancti Magutii». 

C. 60: «Inventarium scripturarum Sanct? Mari? Tiburtin? ». 

C. 61 : « Inventarium scripturarum monasterii Sancti Pauli Podii 
« Donadei ». 

C. 62 : «Inventarium scripturarum monasterii Sancti Martini de 
« Fara Theatine diocesis ». 

C. 63 : « Inventarium scripturarum monasterii Sancti Salvatoris 
« de Maiella Theatine diocesis ». 

C. 64: «Inventarium scripturarum hospitalis Sancti Thom? in 
« Formis ». 

C. 65: « Inventarium scripturarum beneficiorum qu? sunt ad 
« coUationem capitali ». 

C. 69: «Inventarium bullarum et privilegiorum ». 

C. 104: « Casnlia in Transtiberina». 

C. 113: « Casalia in Insula». 

C. 114: «Casalia in Laiio». 

C. 116: « Q.ue non possidentur ». 

Sono anche inventariati alcuni « libri instrumentorum ». 



Cariai IO di S. 'Pietro in Witicano 407 

distribuiti in armari e teche e classificati per fondi, ad ecce- 
zione delle bolle pontificie che formano una categoria a 
parte (ad es,: scripUirac Portiis, Campi Salini et Fumi Sara- 
ceni; scripturae casalinni Iiibiìci, Monasterii et Petre auree; 
scripturae casaìis Comax;(ani 6cc.)(i). 

Un notevole progresso, perchè più completo e dai re- 
gesti più estesi ed esatti, presenta quest'altro « Inventarium 
« omnium buUarum et aliarum scripturarum spectantium 
« ad sacrosanctam basilicam S, Petri de Urbe » di G. B. Te- 
gerone, beneficiato della basilica, del 1568 (2). 

Abbiamo un breve sommario del 1592: « Doppo la 
« visita di Clemente Vili. Sommario delle scritture dell'ar- 
te chivio donato alli ili."' SS. Visitatori 1592 «. 

Il « Summarium instrumentorum et aliarum scriptu- 
« rarum existentium in archivio basilice Sancti Petri », ms. 
cart. del sec. xvi, bibl. Barberini, XXXIII, 29, non è com- 
pleto, ma importante, con ampi regesti con qualche copia 
ed estratto; i documenti sono in generale datati (3). 

Si arriva così all'indice di Giacomo Grimaldi (4), il 
benemerito, erudito archivista. Il suo indice del 1599 me- 
rita davvero l'elogio tributatogli da Gaetano Marini (5). In 
quanto alla distribuzione del materiale per fondi e possessi 
si attenne, in genere e migliorandolo, al metodo adottato 
nei cataloghi precedenti, ma egli compì un lavoro di diffi- 
coltà e di lena non comune dandoci un transunto ampio e 
preciso di tutte le pergamene e carte dell'archivio. 

L'indice di Paolo Bizono, canonico bibliotecario, dei 1 6 1 8 
è un'appendice a quello del Grimaldi. 

(i) Tra i mss. della bibl. Gap. A, 77. 

(2) Sala terza: Sacrestia, armadi! inferiori. 

(3) Nella busta 48, B, fase. 3. 

(4) Cf. EuGÉNE MuxTZ, Rccìierches sur Vituvre archéologiqae de 
Jacques Grimaldi, nella Bibliolbcque des écoles jrangaises d'Athènes et de 
Rome, I, 225 sg. 

(3) Cf. Muntz, op. cit. p. 228. 



.|oS L. Sc/i:aparclli 



Xel 1602 il bibliotecario e canonico G. Batt. Lancel- 
lotto compie un altro voluminoso « index instrumentorum 
« et scripturarum archivi sacrosanctae Witicanae basilicac 
« principis apostolorum ex protocollis et transumptoruni 
« libris iuxia singulorum materias distincte accurateque 
« capituli iussu confectus». Si rimanda perle pergamene 
al catalogo Grimaldi. 

In fine, del 172(3 abbiamo un « inventarium omnium 
« bonorum mobilium, stabilium, semoventium, fructuum, 
« rcddituuuij iurium et onerum cuiuscumque generis sa- 
« crosanctae basilicae Vaticanae seu ipsius mensae capitu- 
« laris atque membrorum ciusdeiii mensae ». Vi precede 
una « descriptio archivii », e dei principali fondi si danno 
notizie storiche. È anonimo. 

Non torneranno forse inutili alcune notizie sulla loca- 
lità dell'archivio. 

l^iblioteca ed archivio, che probabilmente nei primi 
tempi erano una cosa sola, occuparono locali attigui, 
presso la sacrestia. 

Ignoriamo se lo scriìiiiini confessionis beati Petri si tro- 
vasse presso la confessione e nelle Sacre Grotte; ma se 
pure ebbe questa sede, dopoché l' archivio della basilica 
si arricchì dei documenti dei quattro monasteri, cioè nel 
secolo XI, esso dovette, ritengo, occupare posto migliore, più 
comodo per l'uso delle carte amministrative. Nel medioevo 
si ricorda raramente l'archivio, mentre non scarseggiano 
notizie intorno alla biblioteca, «quam plurimis antiquissimis 
« codicibus », dice l'Alfarano (i), « referta, quae viris do- 
« ctissimis semper patebat». La località dell'archivio va 
ricercata con quella della biblioteca e presso la sacrestia. 

L' inventario più sopra ricordato del xiv-xv secolo 
accomuna l'inventario degli oggetti di sacrestia con quello 

(r) Ms. G 6, e. 50 della bibl. Gap. 



Cartario dì S. T^ictro in V'alicaiio 409 

tlei libri e delle pergamene, nò la distribuzione è netta e 
precisa (i). Abbiamo un « inventarium suppellettilium et 
« librorum bibliothecc et sacristie anni 1454 et 1455 » (2); 
nel 1520 si compilò un « liber sive inventarium bonorum 
« et scripturarum basilico Sancti Petri » dove al ricordato 
inventario dei documenti precede Tee inventarium bonorum 
«quc scrvantur in sachristia secreta et custodiuntur a do- 
<( minis sachristis canonicis». 

Secondo la tavola dell'Alfarano la biblioteca era si- 
tuata nel luogo segnato ///. Quando poi sotto Paolo III 
si proseguirono i lavori per la nuova basilica e si adattò 
per uso della sacrestia il tempio della Madonna detta della 
Febbre, in questo venne pure trasportata la biblioteca e con 
€ssa l'archivio (3). Dai libri degli «///degli anni 1535-1549 
desumiamo particolari notizie sui lavori di trasporto e di 
ordinamento dei libri e delle carte nella nuova sede (4). 

(i) Lo stesso si verifica negli antichi indici dell' archivio della 
S Sede. Si cf. Franz Ehrle, Zar G^schichU des Schaties der Biblio- 
Ib/.k una dis Archivs der Piipste ini vierichnlen Jahrlmnderl, neìVArchiv 
fiìr LilUraiur- und Kircbengcscbichte des Miitelalters, I, i sg. 

(2) Cf. GoTTLiEB, Ueber Mittelalt. Bibliolbeken, Leipzig, 1890, n. ój'O. 

(3) Cf. Cancellieri, Sagrestia Vaticana eretta dal regnante pon- 
tefice Pio sesto, Roma, 1784, p. 6; Cancellieri, De secretariis hasilicae 
Vaticanae, Romae, 1786, p. 1225 sg. Egli ritenne, nel suo lavoro cit. 
sulla sagrestia, che il trasporto della biblioteca e dell'archivio fosse- 
avvenuto sotto Gregorio XIII, in quest'altro Io pone sotto Paolo IV 
o Pio V; ma da quanto si legge nella seguente nota non vi è dub- 
bio che questo sia avvenuto prima, sotto il pontificato di Paolo III. 

(4) 15^5 [e. 30. J Die nona ianuarii... et prò una davi ad locum ubi est 
colutnna domini nostri lesu Christi in ecclesia nostra et prò duabus serraturis 
prò armario quod eU sub cathedra sancti Petri boi. x.x.v., et prò duabus ser- 
raturis fortibus prò armario magno sub imagine sancti * * ordinis predica- 
torum boi. .xxxx.ta et prò resarcimine novem parvorum armariorum supra cap- 
pellam reliquiarum in quibus tenentur instrumenta et scripture pertinentes ad 
capitulum et ecclesiam nostrana et prò duabus clavibus prò dictis armariis et 
aliis duabus prò duabus magnis cassis inibi ad eundom usum consistentibus 
boi. .L.ta 

[C. 31.] Dedi magistro Lombardo architecto prefato prò infixione dictorum 



4IO L. SchiapaìL'llì 



Intanto nel 1579 si stabilisce un nuovo archivio per 
la Fabbrica di S. Pietro, e nei « Decreta et resolutiones 



ferroruiii ad parietes et prò incisura et incrustatura et dealbamento cappelle 
nostre in qua sunt libri et in qua debent recoiidi reliquie sanctorum et prò 
calce et cemento ad dictum opus, ex pacto facto concorditer cuni eo per manus 
rev.Ji domini Tiberii de Mutis, in totum scuta duo et iul. quinque, quorum 
ultimam solutionem feci die .xxx. aprilis. 

[C. 51.] Dedi magistro Angelo fabro lignario habitanti in Burgho Novo prò 
duobus armariis novis capacibus nostrorum librorum qui solebant esse in li- 
braria, que armaria sunt posila in cappella nostra in qua solent teneri pre- 
fati libri, ex pacto facto consciis rev.dis dominis sindicis, scuta duodecim, 
quorum solutionem cepi die sexta februarii et finivi die .x\v. aprilis. 

[C. jr.) ...item dedi... et prò resarcimento parvorum armariorum su- 
peiiorum in quibus ad presens tenentur scripiure... 

[C. 55.] Exposuit die .xiiii. et .xv. decembris prò mercede duorum mer- 
cennariorum qui transportarunt et mundarunt libros bibliothece nostre et prò 
duobus prandiis quibus interfuerunt domnus Benedictus Ecchius et domnus 
Pax Angeli et domnus Faustinus et sacriste et accoliti nostri qui omnes la- 
boraverunt in poliendo et inventariando et ordinando et recondendo omncs 
libros nostros, et ut apparet in armariis librorum nostrorum in sacristia, in 
totum iul. 25. 

[C. 55 B.] Dedi magistro Laurentio Tozino ferrarlo prò ferris armariorum 
librorum et prò ferris armarli reliquiarum quibus configitur parieti... in totum 
4. b. 50. 

[C. 36.] Dedi domno Andree de Pintassis mercatori florentino suprascripto 
prò tribus petiis tele viridis prò conficiendis cohopertis armariorum in quibus 
sunt reconditi libri nostri scuta tria et prò duabus cannis tele violacee San- 
cii Galli ad cohoperieadum tabernaculum corporis Domini in choro, iul. novem. 

[C. 56] Dedi magistro lohanni florentino pictori habitante prope Ro- 
bertum Busdragliam prò pictura telarum armariorum librorum et telarum al- 
taris reliquiarum . . . 

[C. 155.] Recepì a librario lanuensi qui vendit libros veteres a Campi 
Flore prò pretio plurium quinternorum librorum inutilium qui superfuerunt 
quando fuerunt reconditi libri nostri in armariis suis, quos quinternos inu- 
tiles ego vendidi de consensu dominorum, die .xviii. decembris scuta duo. 

1)57 [^- 59] Dedi magistro Baptiste de Caravagio architectori scuta sexde- 
cim et boi. 45 prò suo opere in destruendo murum capelle ubi nunc est li- 
braria nostra et resarciendo et muniendo et dealbando dieta capella et prò 
elevatione et resarcimento loci ubi nunc tenetur oleum et prò calce et pu- 
tcolana et prò omni residuo sui magisterii facti tempore nostri sacristatus. 

[C. 59.] Dedi magistro .Matheo de Lu:a fabro Ugnarlo prò resarciendis 
aroiiriis omnibus sacristie nostre ubi reconduntur paranienta et multis tabulis 
mutatis in dictis armariis, ex pacto facto, scuta tria, boi. 50. 

[('.. 39.] Item dedi eidem prò conficiendo tote ornata librarie cuin com- 



Cartario di S. 'Pietro in Vaticano 411 



« s.icrae Congregationis rev. Fabricae S. Petri » (voi. se- 
gnato n. 158 presso l'attuale archivio della Fabbrica, e. 1 30 b) 



missuris et tabulis et columnis et portis librarie una cum trabibus et repagis 
et continuatione seu annexione novi ornamenti ad vetera et prò omni residuo, 
in totum scuta decem et octo, et boi. 55. 

[C. 59 B.J Item exposui prò conducendis armariis librorum ad librariam 
et mutandis ac ordinaadis pluribus cassis ad loca sua boi. .Lx.ta, et prò coii- 
ducendo armario magno a muro veteri librarie ad locum ubi nunc est, boi. 20. 

[C. 41 B.] Dedi magistro Bartholomeo carpentario ad plateam Catinariani 
prò uno armario magno cum suo scabello seu credentia in sacristia altaris 
sanati Petri et prò scabellis et cornicibus ad 4°'' capsas sacristie in cappella 
Calisti et prò resarcimento chori et scabellis et elevatione armariorum librarie 
et eorum resarcimento et prò una mensa cum su's pedibus in libraria in medio 
eius et aliis duabus que sunt suspense ad parietes et resarcimento armarii 
cere et duobus sedilibus prò sacristia et prò resarcimento armarii prò cera in 
totum .villi, b. 3. 

1557, aprilis [e. 45 b.] Habui prò precio quorundam saxorum qui super- 
fuerunt ex muro diruto quod erat ubi nunc est libraria, b. 50. 

1538, octobris [e. 48 B.] Pro prandio facto in sacristia in revisendis et 
ordinandis scripturis in duobus diebus, in totum b. 60. 

...Pro spacu causa ligandi scripturas, b. 5. 

1545 [e. 73 B.] Solvit idem prò aptatura armariorum scripturarum et prò 
una bannella prò fìnisire camere et aliarum rerum ut in mandato rev. di Fran- 
cisci Vannuccii die 22 iunii 1543, 2, b. 25. 

154$ [e. 83 B.] Pro sex operibus magistri muratoris et sex manualis prò 
incollando murum et aptare scalas quando itur ubi sunt scripture et libri 
Sancii Petri, videlicet in cappella ubi sunt reliquie, ad rationem b. 25 opera 
magistri, b. 17 manualis, in totum 2, b. 52. 

1546, IO di febraro [e. 90 b.] ...et più per una cassetta de foglio de 
stagno per serbare le scritture, b. 12. 

Et per un libretto da fare recordi delle scritture et libri se danno fora 
del archivio, b. 6 (*). 

1549 [e. 121 B.] Rev.dus pater D. Tiberius de Mutis episcopus Giracensis 
et canonicus nostrg basilice de presenti anno 1549 donavit sacristie diete ba- 
silice scutos ducentos triginta de iuliis decem prò quolibet scuto, quos de 
anno 1547 amicabili mutuo mutuavit diete sacristie, ut apparet fol. .x. Hanc 
autem donationem ipse rev.dus pater fecit quia ex eius ordinatione de anno 1548 
fuerunt incepta de presenti anno finita quedam armarla prò conservandis pa- 
ratnentis et libris predicte basilicg, que armarla sunt collocata in una ex ca- 
pellis sacristie que est contigua capelle rev. D. canonicorum. 



(♦) La stessa spesa per detti oggetti si registra negli « exitus » dell' a. 1546, ai 15 dì 
maggio nel ms. che contiene il citato inventario dell' a. 1520. 

Archivio della R. Società roman.i di storia patria. Voi. XXIV. 27 



412 L. Sdì iapa ; 'clli 



all'anno 1579 gennaio 13 si legge: « Oeconomo flibricae. 
« Frovideri de archivio apud tabrìcam basilicae principis 
« apostolorum de Urbe in quo reponantur scripture omncs 
t( ad fabricam spectantes ». 

Della vera posizione e dell'ordinamento dell'archivio 
Capitolare quando si trovava nel tempio della Madonna 
della Febbre ci informa una accurata e interessante visi- 
tatto et dcscriptio (ircbii'ii dei 16^6 febbraio 6(1), della quale 
stralcio alcuni passi: 

Die 6° mensis februarii 1656. Eminent.^us et rev.™"' D. Lauren- 
lius S. R. E. cardinalis imperialis delegatus a 3."^° ad visitationeni 
camerariatus et archivi Vaticanae basilicae divi Petri una cum 
R. P. D. Ascanio Rivaldo coadiutore accessit ad locum archivi prefati, 
ibique repertis D. Luca Holsteiiio praefatae basilicae canonico, et ad 
presens archivista, nec non D. Ccntofloreno eiusdem basilicae cano- 
nico,vocato clerico losepho eiusdem (2) archivi custode, ostie ciusdeni 
rescrato, archivum insimul omnes ingressi sunt. Occupat archivuni 
praefatum tria cubicula, omnia desuper et inferius concamerata, duo 
ad laevam, alterum ad dexteram scalarum in vestibulo sacristiae exi- 
stentiuni super capellam S Annae sitam in eodem sacrario con- 
structa(5). Vergunt fenestris quae respiciunt viam publicam in pro- 
spectu ecclesiae,quam dicunt Campi Sancii nationis Theutonicae, ex 
una ad orientem, ex altera vero fenestris quae sacrarium respiciunt 
ad occasum. Opportuna quiJem et ad rem satis situ securitate et 

siccitate peridonea Archivum basilicae Vaticanae Sancti Petri 

licet tria fere cubicula, ut supra diximus, penitus occupet, unicum 
tamen interius quicquid boni scripturarum et librorum sit continet, 
et hoc duabus praecipue partibus constat, cartofilacio scilicet et bi- 
bliotheca. Cartofìlaceum in capsulas,ut diximus, et armarioladistinctum 
continet pontificum privilegia et liiteras omnes exemptionum, ercctio- 
num, fundationum, unionum et dotationum, nec non iura et instru- 

(1) Archivio Vaticano, segretaria di Stato, Miscellanea, arm. VI, 
n. 50, Collectanea de eccUsiis Urbis, II, ce. 122-132. Altra copia del se- 
colo XVII nella Miscellanea X, IV, 39 (5208), e. 441 sg. della bibl. 
Casanatensc. 

. (2) « eiusdem » leggesi solo nella copia presso la bibl. Casana- 
tcnse; in quella presso 1' arch. Vaticano vi è una lacuna. 
(5) Il ms. Casanat, lia: « constituia ». 



Cartario di S. dietro in Faticano 415 



menta quaccumque emptionum, acquisitionum, venditionum, atììctuuni 
aliarumque locationum, acta cupitularia, catasta abbatiarum et eccle- 
siarum omnium quae basilicac subincent, visitatioiies et relationes vi- 
cariorum Capituli aliasque scripturas ad basilicam periinentes, quae 
vel in libros et voluniina regesta sunt vel in foliis et fascicuiis separata 
habeatur, quorum omnium istorum voluminum et fasciculorum duo 

habentur in archivo generales indices Q.uod sequitur inferius 

cubiculum praefato interiori anncxum cum solo divisorio pariete di- 
stinctum nova fabricae constructione ad prescns ampliatur, ita ut post 

hac ordine etiam scripturae meliori servire in eo possint Ter- 

tium archivi cubiculum ad orientem pariter in via publica fenestris 
respondet ad occasum in sacrario ad latus dexterum scalarum desu- 
per et inferius concameratum super vestibulo sacrarli constructum. 

Nella citata (p. 408) Descriptio archivii del 172^, a e. 2 

si legge : 

Constai ergo hoc archivium tribus cubiculis tam desuper quam 
inferius concameratis que sacrosanct? basilic? sacrario adli^rent et 
ad qu? per scalam prope dicti sacrarli vestibulum collocatam ascen- 
ditur. In iis autem cubiculis plurima bene ordinateque disposila ad- 
sunt armaria, qu? distinctis et apparentibus titulis exornantur ut fa- 
cilius conspici possit quo in loco bull?, privilegia, codices, protliocolln, 
registra, censuales et qui libri mastri nuncupantur sub quecumque 
scripturarum genera recondita sint ac valeant repcriri. 

Brevi notizie ed a queste rispondenti ci offrono R. Sin- 
done (i), G. Pietro Chattard (2), F. Cancellieri (3), e 
F. Maria Mignanti (4). 

Nel 1758 si stacca una parte della volta dell'archivio, 

e la Congregazione della Fabbrica il 15 marzo delibera: 

... si stima necessario demolire la medesima e farvi un solaro con 
camera a canna sotto, acciò non svisti in sagrestia; nella stanza a 

(i) R. Sindone, Aìtariiuii et reliquìanim sacrosanclai hasilicae Va- 
iicanae descriptio historica scriptoribiis et inonumentis archivi capituìaris 
iìlnstraia, Romae, 1744, p. 78, 

(2) Gio. Pietro Chattard, Xiiova descrizione del Vaticano, ossia 
della sacrosanta basilica di S. Pietro, Roma, 1762, I, 236-38. 

(5) Op. cit. p. 1253. 

(4) F. Maria Mignanti, Istoria della sacrosanta basilica Vaticana, 
Roma, 1S67, II, 228 sg. 



414 ^' Schiaparelli 



mano destra salita la scala sotto la fenestra potrà aprirsi una porta 
per passare al luogo nuovamente costruito per comodo dell'illustris- 
simi signori canonici (i). 

Nell'anno seguente si fece il trasporto dell'archivio nel 
nuovo locale, cosi descritto dal Chattard : 

Neil' uscire dalla sagrestia accanto la porta della medesima si 
trova altra piccola porta la quale da l'ingresso all'archivio del re- 
verendissimo capitolo di S. Pietro per mezzo di due branche di scala 
della larghezza di palmi cinque; di esse una è composta di quindici 
gradini e di diciassette l'altra. Conducono esse ad un ripiano ove 
ritrovansi altre due porte, a destra l'una, di contro subito che si sale 
l'altra; quest'ultima da l'ingresso alle stanze del sagrestano della ba- 
silica ; la prima a numero cinque stanze divise in due piani e' introduce : 
quattro delle quali comprese ne! primo piano servono ad uso del- 
l'istesso archivio del reverendissimo capitolo e l'altra che forma il 
secondo piano serve ad uso di guaroarobba del medesimo. Questo 
commodo edifizio, benché piccolo, fu fatto erigere a spese della reve- 
renda Fabbrica di S. Pietro per trasportarvi l'archivio, come infatti 
segui l'anno 1759, il quale prima esisteva, come nel superiore capi- 
tolo fu accennato, con grande angustia, ove al presente risiede la 
magnifica stanza capitolare e le altre annesse stanzuole (2). 

Il trasporto, che durò più mesi, nel nuovo locale venne 
compiuto dai reverendi D. Giovanni Mario Colarelli e 
D. Vincenzo Canori e furono compensati con una somma 
di venti scudi ciascuno (3). 

Nel 1776 si praticò la demolizione dell'antica sacristia 
per la costruzione della nuova, e all'archivio venne asse- 
gnata dall' economo della rev. Fabbrica D. Francesco Caf- 
farelli una sede provvisoria « nei due cameroni esistenti 
« sopra la volta dei due grandi arconi corrispondenti am- 
« bedue alla cappella di S. Gregorio, fatti in forma di cap- 



(i) « Decreta et resolutiones sacrae Congregationis R. Pabricac 
« S. Petri », n. 170, e. 35 a. 

(2) Op. Cit. I, 248-219; Cf. MlGNANTI, Op. Cit. II, 253. 

(3) Come da atto 7 luglio 1759 firmato e Philippus Amadei ca- 
« nonicus prosecretarius », busta 48 B, fase. 2. 



I 



Cartario di S. Vietro in Vaticano 415 

« pelle senza finestre colla sua cuppola, dal di cui unico 
« occhio nel mezzo, chiuso con vetriata e ramata, ricevono 
« poca rifrazione di luce per esservi al di sopra altro cup- 
« polino corrispondente sulla piazza della platea superiore ». 
Questa descrizione si legge in una domanda dal sotto- 
archivista D. Vincenzo Canori inoltrata al capitolo per 
ottenere un aumento nello stipendio, poiché egli era co- 
stretto, « rendendosi... inservibili li medesimi cameroni a 
« potervicisi senza incomodo leggere e scrivere,... tuttociò 
« che occorre trasportarlo giù nello stanziolino formato 
« quasi al pari del piano della chiesa, con riportare poi il 
<( tutto al di sopra ai suoi luoghi per conservare il buon 
« ordine ed evitare qualunque confusione, con un sommo 
« incomodo e fatica, il che o per un motivo o per un 
« altro succede quasi alla giornata, con doverci anche per 
« la loro connessione tornare e ritornare » (i). Il tra- 
sporto in questo infelice locale si effettuò nei mesi di aprile 
e maggio 1777 dal ricordato Canori e dai chierici Luigi 
Scardovelli e Giuseppe Gueriggi, i quali ultimi ricevettero 
venti scudi (2). 

Terminata la costruzione della nuova grandiosa sacre- 
stia, nel 1782 Pio \l faceva deporre i preziosi documenti 
nelle eleganti e comode sale dell'attuale archivio (3). 

Non ostante questi cambiamenti di sede non vennero 
mai, con lodevole disposizione, alterati la collocazione e 
r ordinamento delle carte, cosicché anche ogori jl catalogo 
del Grimaldi e quelli successivi servono perfettamente 
come le descrizioni ricordate del 165^ e 1672, indipen- 
dentemente dalla mutata situazione delle sale, possono ser- 

(i) Busta 48 B, fase. 2. 

(2) Busta 48 B, fase. 2, documento firmato « P. Parracciani cano- 
« nicus secretarius ». 

(3) Can'cellieri, Sagrestia Vaticana S<.c. p. 98; Cancellieri, Z)j 
Sicretariis cit. p. 1472; A. Nibby, Roma tielV anno MDCCCXXXTIII. 
Parte prima. Moderna (Roma, 1839), p. 645. 



4i6 L. Schiaparelli 



vire come descrizione dell' archivio nello stato e nella sede 
attuali. 

Degli studiosi moderni che di proposito si siano occupati 
del contenuto di questo archivio ricorderò i ben noti nomi 
del Dudik(i), deliiethmann(2), dij.v. Pflugk-Harttung(5) 
e segnatamente del valoroso prof. P. Kehr (4), tanto be- 
nemerito degli studi storici ed archivistici in Italia. 

I documenti di maggior interesse storico si conservano 
nella prima sala d' entrata. Le pergamene e le carte legate 
in fascicoli sono distribuite in 78 capsule negli armarli 13, 
14, 15. Sono tutte transuntate neir indice Grimaldi. Sopra 
questi armadi in altri più piccoli, dal n. i al 3, sono 
collocati i preziosi libri copiali ed i libri ìnstrumentorum: 

A, Exempldiia huUanim ci privile^/onaìi, membr. sec. xvi. 

B, Transiimpta autheittica statulcruin et piivilcgiorum apostoliconnii 
Ludovici Cedi pio baiti tea, cart. sec. x\i. 

C, Transumptd aitthentica instrniiietitorum casalium basilicae pjr 
I.ndovicuin Cecium iioluiiiim 1200, 1^00, 1410, cnrt. sec. xvi. 

D, Tramnmpld aiitbeiilica casalis Campi Merini et pedicarum Ma- 
tini per Ludovicum Cecium, cart. sec. xvi. 

E, Transumpta autìientica inslrutveutoi niu doiiionitìi per Ltidovicuiii 
Caiuin nolarium, 1400, 1^00, cart. sec. xvi. 

F, Insti umenta Aiidreae Carusii truiisniiipta per lobuiniein Daptistain 
eiui fìlium, care. sec. xvi. 

G, Copiae instrumenloruin Andreae Carusii nolarii ah a. 14J6 ad ipy, 
cart. sec. xvi. 

I, Exeiiiplaria hullaruiii ti priviìcgiorum basilicae S. Petri, membr. 

sec. XVI. 

L, Liber qui dicìtiir iiovus in peri^ameno. Exemplaria bullarum pri- 
vihgiorum et alioruin a diversis summis ponlificibiis sacrosanctae basilicae 
Valicanae concess., membr. sec. xvi (5"). 

(i) DuDiK, Iter Romanum, Wicn, 1855, I, 77 sg. 

(2) Bethmann, Archiv, XII, 407. 

(?) J. V. Pi-lugk-Harttung, iter Italicum (Stuttgart, 1885), p. So. 

(4) P. Kehr, Pupsinrhunden in Rem. Erster Bcriiht. (Aus tien Na- 
chricliten der K. Gesellscliaft der Wissenschaften zu Gottingen. Plii- 
lologisch-historischc Klasse, 1900, Heft. 2, 125 sg. 

(5) In fine venne aggiunto un fascicolo cartaceo con copia della 



Cartario di S. Tietro in Vaticano 417 



Pillili Ldii Pelroiiii inilntmcitta, 1441 usqiie 1447- 

Patri de Meriliis instniiiuntii, 14^)1-1)04. 

Demetrii Guassclli insti unicnta, ab a. rfij) ad fj04, &.C. 

La serie è completa fino a questi ultimi anni. 

Negli armadi inferiori trovansi i catasti e le piante dei 
possessi della basilica. 

La sala seconda conserva i preziosi codici della bi- 
blioteca. 

Nella terza sala, ampia e bella, non vi sono, per quanto 
mi fu dato di constatare fugacemente, pergamene, ma si 
trova un ricco e vario materiale cartaceo dal secolo xiv 
in poi, distribuito sotto le classificazioni : Abadie, Eccetti, 
Camposanto, Sacrestia, Cappella luìia. Mensa Capitolare, Se- 
minario, Eredità Carcarasi. 

La quarta sala conserva la superba raccolta dei libri 
censuum. 

Questo archivio, non per l'antichità delle carte tuttora 
possedute, ma per la ricchezza del materiale, per la pre- 
ziosa raccolta dei libri censitnm, dei ///'//' instrumentorurn, 
per tutte le cure e disposizioni dei pontefici e del capitolo 
rioruardanti l' ordinamento, la trascrizione e conservazione 
dei documenti, non è solo l'archivio principale dell'Alma 
Città, ma uno dei più importanti, se non il primo, degli 
archivi capitolari d' Italia. 

La presente pubblicazione ha il modesto intento di por- 
t. re un contributo ai lavori intrapresi dalla R. Società ro- 

bolla di Leone IX ( J.-L. n. 4163) estratta dai Registri di Gregorio IX 
ed autenticata da Felice Contelori prefetto dell'archivio Vaticano 
nel 1635 dicembre 17. Segue: « Informatio abbreviata in facto capituli 
« Sancti Petri », copia 1635 dicembre 17 di Felice Contelori, «ex 
« processa originali anno 1354 sub Innocentiopapasexto Inter capitulum 
« et canonicos ex una et commissarium apostolicum ex altera super 
« oblationibus factis in altaribus basilicae principis apostolorum ». In 
ultimo si ha copia, autenticata colla stessa data da F. Contelori, della 
bolla di Benedetto VIII J.-L. n. 4024, estratta dai Reo. di Gregorio IX, 



4i8 L, Scìiiaparclli 



man a di storia patria per la preparazione di un Coàex dì- 
pìomaticus urbis Romac. A questo intento venne subordinato 
il metodo adottato per le ricerche e per 1' edizione dei sin- 
goli documenti. Del materiale dei monasteri, di cui a pa- 
gina 404, mi occuperò in speciali lavori. 

Prima di chiudere questa breve introduzione rivolgo 
r espressione di sentita riconoscenza al reverendissimo 
capitolo di S. Pietro ed in particolare a monsignor Fara- 
bulini prefetto dell' archivio, i quali, animati da sincero 
amore per gli studi storici, favorirono questa pubblicazione. 
Nei lavori di ricerca trovai autorevole ed efficace aiuto 
nel benemerito sottoarchivista monsignor Galli e nel ze- 
lante archivista D. Felice Ravanat; essi mi usarono tutte 
le agevolezze, tutte le cortesie possibili, del che rendo loro 
pubblici, vivissimi ringraziamenti. 

Antico inventario dell'archivio Capitolare 
DI S. Pietro i\ Vaticano. 

Nel ms. col titolo sul dorso del secolo xvi « Inven- 
« tarium mobilium honorum et reliquiarum sacristie, et 
« librorum bibliothecc annorum 1454, 1455, 1489 » (i) 
si trova inserto un fascicolo pergamenaceo di dodici carte 
colla rubrica: « istud est inventarium continens in se omnia 
« et singula bona et mobilia sacrosancte basilice principis 
« apostolorum de Urbe » (2). Da e. 8b a e. 12 si registrano 
i documenti dell' archivio. Ne è autore, come sopra rile- 
vai (^cL p. 403), un prete o canonico della basilica. I do- 
cumenti di data più recente che vengono citati sono di Bo- 
nifacio IX e del re Ladislao, cosicché, conforme anche al 
carattere della scrittura, possiamo ritenere che questo ca- 

(1) Sala terza: Sacrestia, armarli inferiori. 

(2) Cf. E. Mu.sT/. e A. L. Frothincam, // ksoro della basilica di 
S. Pietro, neW Ardì, della Soc. rom. di slor. patr. VI, 82, nota j; p. 99, 
nota I. 



Cartario di S. T^iclro in ì^aticano 419 

talogo rimonti alla fine del secolo xiv o al principio del xv. 
Si confronti cogli indici dell'archivio della Santa Sede editi 
dal p. Ehrle, Die Bibliothek und das Archiv dcr Pàpsk in 
Perugia^ Assisi und Avignon bis 1)14 (i). 

[C. 8 B.] Item, in cassa cuni signo A R et cominentur infra- 
scripta bona, videlicet. 

Item, bulla domini Bonifatii Vili continens castra et possessio- 
nes ab eo empta basilica Sancii Petri. 

Item, priviicgium senatoris Urbis concessum basilice predicte de 
peregrinis, quod nullus possit vendere seu emere in platea Sancti Petri 
sine licentia canonicorum. 

[C. 9.] Item, imstrumentum publicum seu statutum iuratum et 
publicatum in publico parlamento (a) Ortone continens quod nulla 
gabella statuatur in dieta Ortona preter gabellam Sancti Petri. 

Item, imstrumentum locationis et baiulationis Ortone. 

Item, confirmatio apostolica de gabella Ortone per papam Gle- 
ni entem V. 

Item, alia confirmatio facta per eundem dominum C. super pre- 
dieta gabella. 

Item, privilegium Caroli secundi super gabella Ortone. 

Item, lictere confirmationis et baiulationis Ortone. 

Item, privilegium Caroli tercii super confirmatione gabelle Ortone. 

Item, sententia platee contra campsores. 

Item, donatio domine lohanne regine de .L. unciis percipiendis 
in suo regno. 

Item, processus de factls Ortone. 

Item, aliud privilegium domine regine super .l. unciis. 

Item, aliud privilegium de factis Ortone. 

Item, aliud super facto Ortone super decima. 

Item, aliud super facto Ortone Karoli secundi. 

Item, privilegium domine lohanne regine super vectigalibus. 

Item, bulla concessa per dominum Bonifatium papam Vili de 
castris filiorum Nicolai Totani et Balce, Trulli et Fumi Saraceni &c- 

Item, privilegium regis Roberti super facto Ortone. 

Item, lictera armorum de portandis armis in Ortona. 

Item, bulla conservatorie perpetue concesse basilice Sancti Petri 
per Ioannem XXII concessa. 

(a) palamento colla 1 su r 

(i) Op. cit. I, 41 sg. 



420 L. Schiiiparelli 



Item, privilegiuni regis Roberti strale Morricine. 

Item, privilcgium prcdicti reg's .R. super facto .L. unciaruni. 

Item, bulla domini Leonis pape Villi super multis possessioni- 
bus et maxime prò factis acceptorum. 

Item, privilegium domine regine super facto Orione. 

Item, privilegium regis Roberti super facto Orione. 

Item, duo privilegia imperialia cum bullis aureis. 

Item, tria privilegia super factis Orione etiam c.mi bullis 
aureis. 

Item, certa alia privilegia super factis Orione et gabellis Aquile 
cum c|uibusdam licleris in una scatula. 

Item, aliud privilegium super solutione .L. unciarum. 

Ilem, bulla Urbani V confirmacionis Orione. 

[C. 9b] Item, instrumentum donationis inier vivos domus exi- 
stentis in via Pape, factum per dominam Malheam uxorem condam 
de La Lege. 

Item, insirumenta medielalis casalis domini Prede. 

Ilem, privilegium Karoli secundi super donalione .L. unciarum 
in civiiate Neapolitane. 

Item, iura Luce macellarii producta coram magistris contra la- 
cobellum Magliocii. 

Item, bulla conservatorie facta per dominum lohannem pa- 
pam XXII. 

Ilem, instrumentum de ordinatione altaris domini Honorii 
pape IIII. 

Item, privilegium conservatorie factum per archìpresbiterum San- 
cii Vincencii. 

Item, sententia lata conlra archipresbiterum et canonicos San- 
cte Marie in Transpadina. 

Item, sententia lata contra Antonianos. 

Item, sententia lata prò capitulo super factis Lucerni et pluri- 
marum domorum. 

Item, privilegium baiulationis .l. unciarum concessum per Karo- 
lum tertium. 

Item, conservatoria perpetua concessa per dominum lohan- 
nem XXII, sua bulla bullata. 

Item, exemplar super facto filorum novem ad sai faciendum, 

Item, instrumenta casalis quod dicitur Piano dello Muro. 

Item, copia quorunJam instrumentorum de baiulationc Orione. 

Item, instrumenta domus et posscssionum quas habet basilica in 
Oriona. 

Item, bulla Innoceniii VI super decima altaris. 



Cartario di S.T^ictro in Valicano 421 



Itom, bulla reconciliationis basilice Sancti Petri facta per Urba- 
na m V. 

Item, particula testamenti uxoris condam Cechi Barberii super 
censu nobis dimisso de quadani vinca Mentis Maris. 

Item, bulla Celestini continens de filis salini que habet basilica 
Sancti Petri. 

Item, sententia centra presbiterum Bernardum canonicum San- 
cti Apolinaris de Urbe. 

Item, bulla Alexandrii III quod preter quartam partem canoni- 
corum, videlicet altaris, omnia sunt fabrice. 

Item, bulla bonorum (a) condam AnJree mercatantis facta per 
Bonifatium Villi, lacerata. 

Item, bulla Urbani V exemptionis nostre et membrorum no- 
strorum. 

Item, procuratorium domini Stephani et domini Masii. 

Item, bulla Innocentii III quod preter quartam partem canoni- 
corum, videlicet altaris, omnia sunt fabrice et luminarium basilice 
prelibate. 

Item, privilegium universalis indulgentie, videlicet buUatum anni 
centesimi iubilei concessum per dominum Bonifatium octavum. 

Item, bulla Gregorii Villi continens ecclesias et loca nobis subie- 
cta et incorporata. 

[C. IO.] Item, bulla pape Benedicti XI centra illos qui ceperunt 
Bonifatium Vili. 

Item, instrumeuta castri Attigliani et iuramentum subiectionis 
vassallorum dicti castri. 

Item, quarta bulla Clementis pape III super oblationibus maioris 
altaris confessionis. 

Item, bulla Clementis pape predicti continens hospitalia et ec- 
clesias basilice subiecta. 

Item, lictera super factis de Francavilla. 

Item, Calisti pape II de littera Verventana(b) super accepta. 

Item, bulla Clementis pape VI super facto platee contra mane- 
scalcos. 

Item, sententia lata prò basilica Sancti Petri coatra capitulum 
Sanctorum Celsi et luliani. 

Item, privilegium Karoli secundi super aditione L. unciarum. 

Item, lictera regine (■=) super extrahenda pecunia de Regno. 

Item, trasumptumpublicum cuiusdam concessionisfacte per regem 
Aragonie. 

(a) La n corretta su u (b) Sic, forse invece di Beneventana (e) regina 



422 L. Schi^iparelli 



Itcm, bulla «.lomini Bonifatii Villi cxcomiiiicationis Francisci de 
Ottona. 

Item, instrumentum venditionis castri Totani. 

Item, bulla Urbani V confirmationis omnium iurium et maxime 
exemptionum basilice Sancii Pctri. 

Iiem, privilegium quod est centra Sanctum Laurentiuin et Da- 
masum de Sancta Maria et Katlierina. 

Item, bulla Innocentii IIII monasterii Sancti Vincenti! de porta 
Pertuso. 

Item, bulla donationis sive confirmationis Bonifatii Vili de ven- 
ditione Trium Colunnarum. 

Item, bulla pape Martini de licentia venditionis castri porte 
Pertusi. 

Item, bulla Nicolai IIII in qua confirmantur et de novo conce- 
duntur quedam indulgentie visitantibus sacrosanctam basilicam no- 
strani. 

Item, bulla pape Alexandri IIII concessiouis Sancie Marie de 
Tiburi. 

Item, bulla Clementis sexti indulgentie iubilei quiquagennrii. 

Item, bulla Innocentii VI confirmationis bonorum nostre basilico. 

Item, una cassula cum certis reliquiis (»). 

Item, bulla Bonifatii Vili de donatione Trium Colunnarum. 

Item, bulla Bonifatii supradicti de donatione ecclesie Sancti Egidii 
et bonorum eius. 

Item, trasumptum confirmationis regis Ladizilai super Ortona (*>) 
et Aquila ('). 

Item, bulla Bonifatii supradicti et est bulla super creatione octo 
canonicorum et trium beneficiatorum et .xx. clericorum. 

Item, bulla pape Gregorii noni quarundam indulgentiarum. 

Item, bulla pape Clementis VI contra Sanctnm Spiritum 

Item, bulla Innocentii VI de confirmatione Sancte Marie in 
Transpedina et aliarum citra pontem. 

Item, bulla pape Benedicti XI prò W nostra basilica possit cum 
monasterio Sancti Sabbe domos permutare. 

[C. lOB.] Item, lictere .xv. in uno panno quas («) credimus super 
facto Ortone. 

Item, una alia lictera super facto Hortone. 

Item, omnia suprascripta bona posita sunt in una cassa cum 
signo lictere AR. 



(«) 1^ (b) ortan (e) Aquile (d) Sic. (e) super quas 



Cartario di S. 'Vietro in Vaticano 423 



Item, ini primis trasumptum pape Leonis Villi super omnes La- 
tinos sepeliendos et quibusdam possessionibus. 

Item, bulla Urbani V donationis et confirmationis de Corsica et 
Sardinia de .xxx. unciis. 

Item, bulla Innocentii III quorundam statutorum. 

Item, trasumptum concessionis senatoris Urbis super multis et di- 
versìs auctoritatibus. 

Item, trasumptum privilegii quomodo peregrini sint de foro no- 
stre basilice nominatim prò acceptis. 

Item, privilegium oblationum Sudarli quomodo sint canonicorum. 

Item, statuta Nicolai pape III sine bulla. 

Item, statuta nostre basilice lohannis pape XXI. 

Item, bulla confirmationis facti de solo in quo est palatium iuxta 
ecclesiam Sancii Michaelis(=') Honorii pape HIT. 

Item, bulla Bonifatii pape Vili confirmationis vendicionis casalis 
Trium Columpnarum. 

Item, bulla Bonifatii pape Vili super augumento .viii. canonico- 
rum et trium beneficiatorum et .xx. clericorum cori basilice. 

Item, privilegium castrorum et ecclesiarum basilice. 

Item, due bulle de lictera Vermentana (b) pertinentia ad exce- 
pta (e) simul ligate. 

Item, bulla mandati facti. 

Item, bulla Nicolai pape IIII de pedendo certas indulgentias et 
confirmando alias. 

Item, due bulle de obtinendis benefitiis residendo in basilica. 

Item, bulla Nicolai pape IIII super prebenda Liconiensi. 

Item, arbitrium datum de certis terris de lite Inter capitulum et 
filios Milonis Saraceni (''). 

Item, bulla pape Nicolai IH continens ea que sunt agenda in 
cappella Sancti Nicolai. 

Item, bulla statutorum pape Nicolai III. 

Item, bulla pape Nicolai IIII super prebenda Liconiensi. 

Item, privilegium contra invasores bonorum nostre basilice. 

Item, bulla Nicolai pape IIII collationis prebende Niconiensi, va- 
cantis per obitum in Romana Curia concessa (e) domino (0 cardinali 
archipresbitero nostre basilice. 

Item, bulla Atriani pape IIII de oblationibus quarte partis maioris 
altaris. 



(a) Carrello sopra Nicolai (b) Sic ; forse da correggersi Beneventana (e) Carrello 
da ad optenta (d) filios Milonis Saraceni aggiunlo dopo da prima mano. (e) con- 

cesse (f) dni 



424 L. Schìaparelli 



Itcm, bulla Bonifaiii Vili de universis indulgeutia anni cente- 
simi iubilei. 

Item, bulla Nicolai papa IIII communicationis proventuum &c. («). 

Itom, bulla Bonifatii pape Vili de donatione casalis Trium Co- 
lunipnaruni. 

[C. II.] Item, bulla Urbani pape UH de regiila Sancte Giare, 
duplicata. 

Item, bulla Nicolai pape IIII super executoria gratiose super (b) 
canonicoruni et prebende Liconionsis concessa per papam domino 
cardinali. 

Item, unum breviarium copertum de cerio rubeo et depicto et 
notatum. 

Item, bulla Bonifatii octavi continens possessiones emptas basi- 
lice per eundem. 

Item, bulla Innocente III de ecclesia. 

Item, instrumentum relationis facte Martino de terris Sancte Ana- 
tolie. 

Item, privilegium quod possessiones basilice non perscribuntur 
minus centum anni. 

Item, privilegium in lictera Bermentaaa (e) de possessionibus 
ecclesie. 

Item, instrumentum revocationis sequestri Sudarii. 

Item, processus super prebenda Liconiensì. 

Item, lictere super facto castri Vallerani. 

Item, instrumentum de concessione et licentia vendendi bona 
de Terrione basilice Sancii Petri. 

Item, bulla seu carta conlirmationis pape Adriani IIII»' de multis 
ecclesiis et possessionibus nostre basilice. 

Item, privilegium Honorii pape III de signis plubeis. 

Item, instrumentum Sancte Marie de Palazolo subiecte nostre 
basilice. 

Item, instrumentum duarum domorum de quibus fit aniversarium 
domini lacobi Gayetani. 

Item, instrumentum casalis seu castri domini Egidii. 

Item, instrumentuiìi terrarum et possessionum civitatis Tibur- 
tine quas habet nostra basilica ibidem. 

Item, testamentum Laurentii Donneparve de regione Gampitelii 
de centrata .Mercati. 

Item, indulgentia anni iubilei per Bonifatium octavum. 

(a) comunicationis proventuum eie. aggiunto dopo da prima viana; prima di comunica- 
tionis cancellatura di corona (b) Sic. (e) Sic, ma da correggersi, ritengo, in Bene- 

ventana 



Cariarlo di S. 'Pietro in V^aticaiio 425 



Itcm, privilegium quod cavctur quoti non conprestentur aliqua 
bona basilice alicui persone maxime laicis. 

Item, privilegium cruciate conlra Saracenos. 

Item, instrunicnta domorum domini Petri de Posterula. 

Itcm, unum saccolum plenum de instrumentis domorum nostra- 
rum olim Giliotii della Geza. 

Itcm, instrumentum confirmationis per senatorem Urbis de ca- 
stro nostro Buccieic. 

Item, instrumenta casalis Sancti Andree et Silice et plura alia 
instrumenta involuta in pannis lineis («). 

Itcm, unum saccholum cum instrumentis emptionis certarum vi- 
nearum que fuerunt Pauli Rogerìi Romanutii. 

Itcm, bulla prò ecclesia Sancti Thome in Formis centra occu- 
patoresbona et res ipsius ecclesie. 

Item, unum sacculum in quo continentur diversa instrumenta et 
maxime castri Bucciegie. 

Item, omnia ista suprascripta bona posita sunt in una cassa cum 
signo Q.. 

Item, in primis bulla Urbani pape tercii continens hospitalia et 
ecclesias basilice predicte subiectas. 

[C. II B.] Item, ^bulla domini Honorii pape IHI super liberta- 
tibus regni Sicilie. 

Item, unus sacculus cum instrumentis de Scrigniolo. 

Item, instrumentum casalis de Silice. 

Item, testamenta dominorum Francisci cardinalis de Sancto Petro 
et Thebaldi prothonotarii de Teballescis. 

Item, testamentum domini Bartholomei Vaiani. 

Item, instrumenta emptionis casalium de Quinto. 

Item, carta emptionis medietatis casalis Palmaroli empti a San- 
ctospiritu. 

Item, carta vinearum que fuerunt Mascii Rogerii Romanutii. 

Item, cartula senatoris quod capitulum Sancti Petri post primam 
citationem possit facere gravari personas eis debitas. 

Item, sententia expensarum condennationis contra campsores, 

Item, transumptum domini Innocentii VI ubi ecclesias Sancti Leo- 
nardi et Sancti lacobi de Subtigniano et plures alias (b) subicit basi- 
lice Sancti Petri. 

Item, instrumenta cappelle et chori basilice de Sancto Petro. 

Item, instrumentum donationis doraus domini Laurentii Guarnì 
in Ermenos. 

(a) pa. 1. (b) aliis 



426 L. Schiaparelli 



Item, bulla Clementis pape IIII concedens llcentiam vendenJi 
mìnus utiles et emendi niagis utlles. 

Item, bulla Urbani V quomodo prior possit reconciliare basilicam 
nostram. 

Item, instrumentum donationis triuni partium castri Campanilis. 

Item, laudum latum per dominum episcopum Tudertinum super 
facto castrorum Atiliani, castri Nicolai, Totani et Totanelli. 

Item, bulla domini Adriani pape IIII super ecclesia Sancti Sil- 
vestri de Sutrio. 

Item, instrumentum domus cuni signo triuni columpnarum que 
est in pede platee. 

Item, quamplura alia instrumenta. 

Item, omnia ista suprascripta posita sunt in cassa cum signo (i). 



I. 

797 dicembre 22. 

Carlo Magno stabilisce che la chiesa di S. Salvatore 
serva come ospizio dei pellegrini d'oltremente e luogo di 
sepoltura per quelli che morranno in Roma; enumera le 
reliquie della chiesa, fa donazioni, vi elegge tre preti e 
dodici chierici e prescrive che i regni di Francia, di Aqui- 
tania e di Gallia debbano pagare ciascuno quattrocento 
libbre. 

Copia membr., circa Va. 1141, dello scriniario Giovanni (2), caps. XI, 
fase. 18 [B]. Cop. cart. sec. xvi nel ms. Barberini XXXIII, 29, e. 64, da B. 
« Manuscrìpta basilicae Vaticaiiae », ms. cart. H, 61, bibl. Gap., e. 99, reg. 
del sec. xvi. « Gatalogus sacrarum reliquiarum almae Vatic. basilicae Paulo 
« Bizono et Marco Aurelio Maraldo domini nostri Pauli papae V datario eius 
«basilicae canonicis maioribus sacristis curantibus fìdeliter scriptus», 1617, 
ms. H, ri bibl. Gap. e. 46 b, estratto. Due copie cart. sec. xvii. ms. G, 94, e. 48, 
e e, 60, bibl. Vallicelliana, da B. 

ToRRiGio, Le sacre grotte Vaticane (1659), p. 505, da B = L. \. Muratori, 
Antiquilates II. Ili, io, cit. Martinelli, Roma ex eihnica sacra, p. 589, cit. 
Ughelli, Italia sacra, ed. Goleti, I, 112, estr. Marini, I papiri diploma- 
ci) Segno di una chiave. 
(2) Cf. p. .}oo. 



Cartario di S. 'Pietro in Vaticano 427 



liei, pp. 105-108, n. Lxxr, da B; cf. p. 245. Scheifer-Boichorst, op. cit. IV, 
86 sg. cit. A. De Waal, La schola Francorum fondata da Carlo Magno e 
l'ospizio Teutonico del Campo santo nel scc. xv (Roma, 1897), riproduzione 
fotografica di B ; si ci. pp. 12-16 « Il privilegio di Carlo Magno». 

Regesti: Sickel, Ada Karolinofum, II, 454, tra gli " Acta spuria » ; 
MiiHLBACHER, Reg. Karol. n. 540* (551*). 

Falsiticazione grossolana del secolo xi, e prob.ibilmeiite tra il 105 1 ed 
il 10)5 (!)• Dello scopo del falso si occuparono lo SchetTer-Boichorst ed il 
De Waal nei citati lavori, il primo con maggiore erudizione. Il formulario è 
tutto una invenzione dell'autore; anche il contenuto, almeno nel suo insieme, 
non pare dipenda da diploma autentico ^'ndato perduto, per quanto non si possa 
dubitare che la « schola Francorum » già esistesse ai tempi di Carlo Magno {2). 
É grave e strano 1' errore di fare Leone IV contemporaneo di Carlo Magno. 
Il presente diploma è citato, dal presunto originale trascritto poi dallo scri- 
niario Giovanni, in una lettera di Gregorio VII (J.-L. n. 5203) e viene confer- 
mato da Leone IX (J.-L. 11. 4292). 

La falsificazione non toglie importanza al documento per la topografia 
di Roma nel medioevo. 

>5< ; In nomine sanctae et individuae Trinitatis. Karolus divina 
protegente clementia augustus magnus a Deo coronatus rex Franco- 
rum et Langobardorum et patricius Romanorum. | Cunctis sanura 
sapientium scilicet hac futurorum noveri: universitas * ♦ • ♦ ♦ *(3) 
prò ****♦»* * [stajbili (a) .statu perpetue valeat sanccioni, uiide 
suffragar! nostra pietas iure omnibus debetur, opitulatione subveniri, 
quemadmodura nostre tutationi presto sit tribuendi cuique. Deni- 
[que] W corroboramus et confirmamus quadam ecclesia quem nostrae 
petitioni iure sacri palati! Lateranensis sanctaeque Sedis apostolicae 
dompni LEONI summi pontifici et universali quarti papae vendidit et 
in aliquo donavit cum sacra constitutione * * ponendi firm[a] W 

(a) Lacuna segnata in B. 

(i) Cf. ScHEFFER-BoiCHORST, op. cit. p. 86, nota 5. 

(2) Liher Pontijìcalis, ed. Duchesne, II, 6. 

(5) Nella presente edizione si indicano con asterischi le lacune 
segnate nelle fonti, originali o copie, e si ebbe cura di mantenere 
la stessa proporzione di spazio, in modo che il lettore possa avver- 
tire il numero approssimativo delle lettere mancanti. 

Sono racchiuse tra [ J le parole o lettere illeggibili per guasti 
della pergamena; gli altri usi di [ j vengono indicati nelle note. Si 
riproducono in nota parecchie abbreviazioni, quelle che, data la man- 
canza di ogni regola grammaticale in simili documenti, possono la- 
sciare dubbi di qualche valore sulla concordanza o grafia del vocabolo. 

Archivio rifila li. Società romana .ii storia patria. Voi. XXIV. 28 



428 L. Scliiaparelli 



stabiliss[imn] (*) promulgatione et summa libertas, precavcns in fìr- 
[mamJC') (»^ perpctuam soliditatem annectit, qiiemai.lmo(Jinn in utro- 
rumque nostris benivoIen[t]iis («) decuit. Quapropter succurrend • • 
♦ • • • ♦ egenor[um] («) qui dandis »••♦»♦• auxiliari 
valeafnt] (•), uti presenti constitutionc prodesse possit ibi Deo per 
tempore famulantibus in pcrpetuuni. Videlicet imam ecciesiam qui 
sita est in civitatem novam, quem dompnus Leo i^) papa edificavit 
iuxta murum in predium qui dicitur Magelli non longe a monte qui 
vocatur Baticano, quem dompnus Leone sacre Sedis apostolicae presul 
tribuii maluit nostrao implori peiicioni, suae magnitudini per preceptuni 
contìrmavit, lioc donum quod soilorti cura cogitante me divine cle- 
mentiae serviti (d) ad sepeliendi utilitatem (0 egenorum studui erogare. 
Et est ipsa ecclesia dedicata in lionore venerabilis Salvatoris domini 
nostri lesu Christi, quem libens voto augeri cupio ampliarique iussi, et 
altare ibidem consecrari feci et maxima reliquiarum cnndiri statuimus 
in honore Salvatoris et sancti Stepliani protomartiris et sancti Lau- 
rentii et beatorum lohannis et Pauli. Denique ibi condite sunt de ve- 
stimentis sancti Stephani protomartiris et unam parapsidem plenam 
de carbonibus quos (f) ustus fuit sanctus Laurentius et duabus costi- 
bus lohannis et armiila Paoli et duas torqucs de Sergius et Bachus 
primicerius et secundicerius et boiam de collo Alexandri quinti pape 
et de capiilis eius quantum pugillo capere potest. Sic omnia sunt 
condite in iam predicto aitano sancti Salvatoris. Sita est autem ipsa 
ecclesia propter tradendi sepulturas pauperes et divites nobHes et in- 
nobiles quos de ultramontanis partibuo venturi cernuntur, ut omnes 
ibi sint sepeliendi per manus scolasticorum et cum obsequio sacer- 
dotum qui ilio commorantur in perpetuum. Statuimus siquidem ibi 
tres presbitcros et duodecim clericos scientes litteris (g) et omnes 
tonsis comis ministrent cum presbiteris ('). Fecimus autem in iam su- 
pradicta ecclesia hornamentis aureis et argenteis. Fecimus autem ibi 
tres cruces, una auream cum gavata aurcam habentem auri libram ('') 
unam, et alie due cruces argentee cum gavatis suis habentem duo- 
decim libras('i) argenti unam et duodecim libras(h) argenti aitera, et 
gavatas duo libras ('•) argenti unam similitcr et altera. Feci autem et tres 
vmagines, unam aurea et duo argentee, quem sederunt supra trabem 
involuta argento, supra vmagines tres arcus, unum aureum et duo ar- 

(«) Laruiia segnata in B, (b) ir carrello J.i u (e) Tra Leo e pipa niiura 

di una le nera, forse p (d) La seconda i aggiunta dopo e su rasura. (e) B ad utilitatem 

sepeliendi, ma con rirhiami che in.licani) doversi trasporre e leggere ad sepeliendi utilitatem 
(f) o carrello da a (g) li corretto da a (h) tì lib 

(r; Cf. ScHEFFER-BoiCHORST, op. cit. p. 86, nota 5. 



Cartario di S. T'ielru in Vaticano 429 



genteis, h:ibentcm aureum libram (»' unam et argenteis singiilis libras 
duodecim, vmagincm autem auream habentem tres libras (^) auri cum 
gemmis pretiosis expressa ymaginibus Salvatoris domini nostri lesu 
Christi et Dei genitricis Mariae et sancti Michaclis Archangeli W, in 
una argentea exprcssa vmagine Alexandri quinti pape et Sergi! et 
Bachi, in alia vmagine expressis ymaginibus lohannis et Pauli. Feci 
autem et unum crucifixum maiorem argenteum habentem sexaginta 
libras (») et duodecim gavatas duo(<:) aureas et decem argenteas cum ca- 
tenis de oricalco et duoJccim pallias, qui pendant sub arcis, cum uno 
velo serico, qui habet istoriam a nativitate Domini usque ad ascen- 
sionem eius; vestimenta quoque altaris quatuor deauratis cum gemmis, 
in una expressa ascensione Domini, in alia expressa ymagine Salvatoris 
et beate Mariae et sancti Michaaelis Archangeli, in alia veste expressa 
ymagine Alexandri et Sergii et Bachi, in quarta Johannes et Paulus; 
duas patenas, unam auream habentem quatuor uncias, alia argentea 
habentem libra (») una; calices quoque duo, unum aureum habentem 
mediam libram (=>) et unum argenteum habentem unam librami; duo 
etiam W coclearia, unum aureum et unum argenteum, aureum habet 
dimidiam unciam («), argenteum una; et duas forficiculas, unam auream 
et unam argentea, habentem auream mediam unciam, argenteam 
unam. Constituimus etiam in ipsa supradicta ecclesia in circuitu ip- 
sius totum predium ubi sita esse videtur in integrum cum terminos: 
a primo lato porticu malore (f) pergente iuxta Baticano (g) usque ad 
Sanctam Agathe qui dicitur in Lardarlo, venientem ad murum civi- 
tatis (h) Leoniana usque in ipsa ecclesia Sancti Salvatoris, videlicet de 
ipsa munitione quatuor turres, a secundo latere monumentum qui 
stat super sepulchrum Marci frater Aurelii, a tertio latere forma Tra- 
iana usque in porta Aurelia, et a quarto latere descendente de pre- 
dicto monumento usque in alveum liuminis, locum quod dicitur Septem 
Venis in flumine qui dicitur Tiberis, pergentem per criptam Rubeam 
ad murum civitatis et a (') ipso loco per aquam (k) venientem in iam 
predicto portico malore. Concedimus denique in ipsa supradicta ec- 
clesia Sancti Salvatoris novem filas ad salem faciendum, quas emi 
insto meo pretio a Johannes Portuensis episcopus in via qui da Bucina 
pergit ad Portum tantum pretio unam libram W auri. Simili modo de- 
dimus alie tres fìlas ad salem faciendum in Cancellata, quas benedi- 
ctionem tribuit michi dompnus Leonemsummus pontifex et universalis 



(a) B li'o (b) B archagli (e) Corretto da prima mano da duodecim con cancella- 

tura ili decim (d) etiam aaaiunto interlinearmente. (e) B dim une (t) m su rasura. 

(g) B corretto su u (li) B ciu (i) a su rasura. (I<) per aquam su rasura. 



430 L. Schiaparelli 



quarti papa («') a parte sui et sanctac Sedis apostolicae per prcccptuni 
contìrmavit. Sic denique possidendo tradimus donamus unani curtem 
qui dicitur Maceranum, qui non plus niiiuis longe videlur esse a su- 
pradicto loco quani duodecim miliaria iuxta Salaria vctere, qui dìvi- 
ditur ad pontem Molvi, quaem emi a dompno apostolico, vidclicct 
Leone quartus i^) papa, licet centum libras in integrum damus cum 
omnibus ad iam dieta curte pertinentibus (0 cum prediis, vineis, pratis, 
pascuis, arboribus fructiferis vel infructiferis, silvis, pantanis, aquis, 
aquimolis aquarumque decursibus, servis et ancillis, aldii, aldiabus co- 
lonis C'^) cum colonabus suis, cultuni vel incultiim : omnia generaliter 
in integrum ad eandem curte pertinentibus inrevocabiliter concedimus. 
Itaque stabili iussu decrevit nostra auctoritas in prefata ecclesia tres 
presbiteros et duodecim clericos scolasticos litteras scientibus tonsis 
comis ministrent illic cum presbiteris(«) ibidem Deo famuiantibus. Sic- 
que de regnis nostris colligimus quattuor per trium partium in figura 
sanctae Trinitatis et quatuor evangelistarum. Sic in honore duodecim 
apostolorum eligimus quatuor planae de Francia et quattuor de Au- 
guittania, quattuor de Gallia. ut ibi serviant Deo omnibus temporibus 
et nostrae preceptioni obediant absque mora, remota omni pigritia. 
CoUigant fratres peregrinos qui migratori sunt in istis partìbus Romae, 
qualicumque accidentiis contingerit venientium <0, scpclliantur ibidem 
in iam predicto loco sollicita caritate. Vocatur denique prior huius 
scolae Raino, Ingelbertus, Gotbertus et Ingelrii de Francia; alii de 
Auguittania, Dosde, Amiz, Amat et Benuardus; de Gallia, Frederig, 
Octone, Mellitus, Stefanus. Ita tamen constituimus ut ipsi et suc- 
cessores eorum exibeant servitium Deo et regni nostri tantum statuni 
obediant, ut ubicumque in istis partibus venientibus do ultramontanis 
partibus, si casu accidit moriendi, inquirant et sepeliant deducendum 
ad iam dictam ecclesiam. Pro qua causa annuatim volumus de regnis 
nostris Francia, Auguittania et Gallia remunerari in eodeni loco ex 
uno quoque regno quatuor (g) centi libras (h); in Francia colligant in 
Remps(') quatuor centi libras (h); de Auguittania colligant ad Sanctam 
Maria qui dicitur in Pogium; de Gallia colligant in Asiae palatio; 
ut prehordinatis qui fuerint in ipsis predictis locis (•>) per ipsorum 
nuntiorum manus dcstinentur ducendis in iam prenotato loco sicut 
nostra preceptali sanctione decrevit iussio, atque ibi servientibus nulla 

(a) B pp (b) qua su rasura e di mano posleriort. (e) Carrello da perlinenti- 

nenbus con canceìlalura di nen (d) Prima di colonis canctlìatura di cum (e) lì pris 

Ji aggiume poi inUrlinearmenle lì (() veni- su r.rura. (g) La o su rasura^ 

0') B lih (i) B reps colla ^ cornila ju n; la stessa mano scrisse inlerlinrarmenU- remps 

quasi fer maggiore chtare{{a della forma abbreviala. (k) B locis predictis, ma con 

•erni die indicano la Irasfiosi^ioae t doversi leggere preiictis lo:is 



Cartario di S. T*iefro in Vaticano 431 



inpediatur causa necessitatis. Precipientes precipimus commorantibus 
ibidem alluni servltiiim exibeant Dco et nostrae serenitati. Idclrco 
quoscumque causa orationis de ultramontanis partibus venerint, ipsi 
sint ductores eoium adorandum per limina sanctorum; de aliata mu- 
nera quod datur per unaquamque ccclesias, quos per eorum ductio- 
nes niittuntur, ut duas partes predictis ecclesiis detur, tertia vero ipsi 
ductores accipiant (^), tantummodo hac prenotatione utetur. Scola- 
stici una cum presbiteris suprascriptae ecclesiae Sancii Salvatoris de re- 
gnis Francie; et Auguitaniae seu Burgundionis V°) Alamannica(<:) et aliis 
numerosis (*^) regnibus ut de W Saxia et Frisia, omnibus aliis regnis, 
ipsi ducantoratoresethospitentCO, sepeliant (g)omnes(''). Q.uod quidem 
nostrae assertioni verius credatur et nostrae sanctioni utilius observe- 
tur, sugerente me humili suggestione dompno Leoni summae sanctae 
Sedis apostolicae pontifici una cum episcopis archipresbiteris abbatibus, 
et stipatus maxima multitudine prudentium virorum in basilica Beati 
Petri apostoli in loco qui vocatur ad Quattuor (0 Rotas, similiter ego 
imperatore Karolo cum universis archiepiscopis sive episcopos atque 
de preordinibus viros erudimenta scientiae decoratos circumfultus con- 
grua multitudine hoc preceptum optuli sanctae preceptioni eorum, per- 
cunctavi commoditate suprascriptae ecclesiae, et tandem bonum visura 
dompno pontifici quam et universi qui illic aderant deverunt, ut qui- 
cumque inventus fuisset malivolo instigatus animo vel temerario hoc 
preceptum, quod nostrae serenitati corroboramus et confirmamus, fran- 
gere aut corrumpere vel in alio usu ponere vel pontifex qui per tem- 
pore prefuerit huius almae urbis Romae non defenderit in omnibus 
omnino locis in omni vero tempore gratis, tunc universi cum sacro 
pontificae dederunt perpetuam anathemationem, quatinus nullus dux, 
marchio, comes, vicecomes, castaldus, nulli regni nostri magna aut 
parva persona ibi molestare vel inquietare audeat in rebus vel in homi- 
nibus. Quod si quis diabolico furore exagitatus contraire voluerit, in 
primis iram Trinitatis incurrat, sortietur autem cum lannes et Mam- 
bres adversarii Movsi, habeat partem cum luda Christi traditore dam- 
pnandus cum his qui pollutis manibus crucifixerunt Christum, et cum 
hereticos qui negant quicquid de Deo credendum est, qui descendunt 
in infernum usque ad instar puncti, in presenti seculo sciant se pena 



(a) Tra accipiant e tantummodo rasura di una o due ìeliere. (b) La prima asta 

della seconda n è su rasura di lettera che si abbassava. (e) B Alamanniea (d) La 

prima asta della m su rasura di lettera che si abbassava. (e) ut de ricalcato da mano 

posteriore. (f) hosp su rasura. (g) sep su rasura. (h) Dopo omnes cancellatura 

di qd , in inchiostro diverso; il l'a: .-. hospitent sepeliant omnes è nel medesimo inchiostro, 
il che proverebbe che venne scritto .iopo nello spa^^io lasciato in bianco; segue rasura di s 
(i) La prima t aggiunta interlinearmente. 



432 L. Schiaparelli 



subiacendum,coiuponat auri optimi libras triginta, nicdictatcm camere 
nostrae et medietatem iam predictae ecclesiae. Hoc nostrae confirmatio- 
nis preceptum firmitcr stabilìmus in pcrpetuum permansurum W. Que 
scribendum precipimus Alcuino levita et cancellarlo sacri nostri pa- 
lati!, in vicesinio sccundo die mense decembrio opus hoc compier! 
fecimus et amilo nostro subtus (b) insignir! iussimus. 

• Signum manus domni Karoli serenissimi invictissimi ac trium- 
phatori pacifici (^' magni imperatori. * 

♦ Fregdigarch! cancellar!! ex vice dompn! augusti potentissimi f"^) 
atque sanctlssimi totius («) orbis imperatoris. Alcuinus cancellarius 
sanctione imperatoria perfecit, adsumpsit, dedit, complevit, roboravit 
et absolvit (f). | 

Dat. anno ab incarnatione domini nostri lesu Christi septingen- 
tesimo nonagesimo septimo, indictiont septima (g). Actum est in 
palatio iuxta Vaticano ad basilica Sancti Petri apostoli, in mense 
decemb. e»), die .xxii., feliciter('), amen (i). 

IL 

8)4 agosto IO. 

Il pontefice Leone I\' dona al monastero di S. Mar- 
tino in Roma numerosi possedimenti. 

Copia membr. 1141 dello scriniario Giovanni (2), caps. IV, fase. 9 [BJ. 
Grimaldi, Cod. lai. Vatic. 6458, reg., da B. Copia cart. sec. xvii in: Ron- 
coni, Collecianea de basilica Vaticana (bibl. Cap.), e. 539, da B. Copia cart, 
sec. xviii, caps. IV, fase, g, da B. 

(a) man racchiuso Ira una grande Q., che poi venne annullala da prima mano. (b) La t 
tu rasura di lettera che si abbassava. (e) B pacifi (d) Carrello da pontentissimi con 

cnncellalura della prima n (e) B tt (f) B y(ec adsum. dd. cp . ri', et abslvt (g; Tri 
seplima ed Actum è rappresentalo un monogramma, forse col significalo di Kcrolus impera- 
tor augustus (b) B dece!'' (i) B felit 

(i) Segue l'autenticazione: v )~i Ego Johannes scriniarius san- 
« ctae Romanae Ecclesiae sicut inveni in thomo carticineo imperiali 
« sigillo ballato scripto ab Alguino cancellarlo bonae memoriae supra- 
" scripti domni caroli piissimi imperatoris (/i impatoris") ita diligenter 
« exemplavi et scripsi ». Sul significato di « thomus » c(. Bresslau, 
Op. cit. I, 124, nota 9; SCHEFFER-BOICHORST, op. cit. p. 86. 

(2) Cf. p. 400. 



Ccif'Lìì'io di S. Tietro in Valicano 433 



Petri Mali.1I Descriplio has. i'alicanae (ed. De Rossi, hiscriptiones chri- 
stianae, II, p.irs i», 202), reg. Maffki Vegii De rebus antiquis memorabilibus 
bas. Sancii Petri Romaej in Bollano. Ada sauctorum, Ititiii, VII, 71, reg. Bosio, 
Roma solterraiien (1652), p. 115, estr. da B. Bullario Vaticano, I, 15, da B. 
G. Marin'i, Ipapiri diplomatici, p. 14, n. xiii, da B = Marino Marini, Nuovo 
esame dell' autenticità dei diplomi di Lodovico Pio, Ottone I e Arrigo J sul 
dominio temporale dei romani pontejici (Roma, 1822), p. 45, cit. 

Regesto: Jaffé-E. n. 26)3. 

La copia dello scriniario Giovanni, colle numerose lacune, ci dà un' idea 
del cattivo stato di conservazione nel 1141 dell'originale in papiro. La tra- 
scrizione, come attestano le varietà d' inchiostro, venne eseguita in più volte, 
con aggiunte e correzioni, ma il tutto da prima mano. Una prova della fe- 
deltà e precisione del trascrittore, e che realmente attinse all'originale, si ha 
nella forma caratteristica, corsiva, di datum, propria delle bolle dei secoli ix 
e X ; si cf. il frammento della bolla di Leone IV riprodotto in facsimile da 
O. Marucchi (i). Q.uesto importante documento viene spesso citato e ricon- 
fermato nelle bolle successive. 

[Leo ep'scopus servus servorum Dei monasterii] i^) 

Sancti Martini qui situm (b) [est post absidam in introitu ecclesie beati 
apostolorum principis] (•-") in perpetuum. [Convenit apostolico mode- 
ramini pia religione pollentibus benivola compassione succurrere ac 
pojscentium i^) animu alacri devo[tione impertiri assensum ; ex hoc 
enim lucri potissimum premium apud conditorem omnium Deum 
promeremur si venjerabilia i<^) loca oportune ad melio[rem iuerint 
statum sine dubio perducta] {^) ***************** 

* * pontiftcalem sacratissimam et fìnetenus *********** 

* * [ecclesia] (a) Sancti («) Salvatoris Domini nostri ad sepeliendos 
omnes (f) [peregrinos, ecc]lesia(g)'» .Sanctae Dei genitricis [virginis 
Marie que vocatur scola Saxonum] (h) * * *, ecclesia (') Sancti Mi- 
chaelis q[ue vocatur] W scola Frisonorum, [ecclesia Sancti lustiniJC^) 
qui appellatur (0 [scola Langobardorum] (l') una cum ecclesia Sancti 
Zenonis cum casis, criptis, vineis, putijis, arboribus fructi[feris et infru- 



(a) Lacuna segnata in B. (b) B sancti martini avi situm (c) Lacuna in B; 

sostituzione incerta; la località è cosi icitrniinata nella bolla di Leone IX io;; ixrtr^o 21, J,-L. 
». 421)2. (d) Lacuna in B; si completa col nolo formulario, quali ricorre nelle bolle sue- 

cessixie. (e) s su rasura. (f) -endos omnes su rasura; segue rasura di una o due 

parole e si potrebbe completare co» peregrinos oif anche ultra montanos (g) -\i su rasura. 

sancti - omneD . . . ta ngaiitnto dopo. (li) Lacuna in B ; completo secondo J.-L. n. 42<)2. 

(i) ecclesia aggiunto dopo; la a su rasura di et {\) B aa. aggiunto dopo; segue rasura di 

una parola. 

(i) HoR.\Tius Marucchi, Momiweiila papyracea Ae^yptica hiblio- 
Ihecae Faticaiiae (Romae, 1891). Additameiitiim. 



454 ^- Schiaparelli 



ctiferis cum omnibus pertinentiis, posile] («) infra liane nostrani nova 
civitatei,''^ Leoniana et inter atTìnes: a primo latere incipiente («) • ♦ • 
. * [nup]er(«)edificavimus [ • • ♦]('<) e[t](«) de[ind]e («) • ♦ • um 
mur[um] («)♦••••• «m, et a secundo latere terra de venerabili 
monastcrio Sanctorum lohannis et P|auli et ortum Sancte Marie in 
OratojrioC") qui est in capo de portico (g), et a tertio latere ipso por- 
tico usque in silice qui est ad arco maiore et per ipsa silice et via 
usque in (h) fluvio(') [Tiberis prejdicto (*) loco qui dicitur Spellari, 
et a quarto latere iani dicto tìuvio Tiberis. Pariter c[oncedimus et 
confirmamus fundora in integro] (0 qui vocanturC) [Taliano maiore 
et aliud quod vocatur Ta]liano(0 minore, ùindum Fasciola, fundum 
Casanillo et fundum Casapindula, [fundum Rotula] (O, fundum Cu- 
cumelli, fundum [Protelaris, onines invicem] (O q[u]oerentes (») cum 
diversis fundis et vocabulis eorum, campis, pratis, pascuis, silvis, cum 
casis et vineis et cum omnibus ad eosdem fundos gener[a]l(iter et 
in integro pert]inentibus(f), positos("i) foris porta Sancii Petri apostoli 
via Claudia miliario ab urbe Roma plus minus quarto vel q[uin]to (f ) 
et inter affines: a primo latere inci[piente a cava maiore recte] (f) per 
silice quae dividit inter suprascriptae fundora et casale qui [voca- 
tur Pratane]ll[a iuris monasterii Sancii Stephani maioris et ducente 
usque in rivo qui pergit a](f) ponte (") SofBari, a secundo latere ipsius 
rivo qui dividit inter iam dictae fu[ndora et casa]l[e qui vocatur 
Menjori (O iuris supradicio monasterio Sancii S[tephani maioris, a 
tertio latere] C) casale qui vocatur Bretti et (°) Subereta iuris monasteri 
Sancii Laurentii qui appellalur (p) Pallatini (q), et a quarto latere forma 
[vocat]a (a) Sapatina, quae mittit usque in via C[ornelia que ducil in 
ba]silica(0 Sanctae Rufinae et Secundae et casale qui vocatur (') Ca- 
sagurdi iuris eiusdem monasteri Sancii Stefani maioris et deinde du- 
cente per valle usque in[fra Balnearia et rect]eO) ascendente per alia 
valle qui dividit inter prenominata fundora et colle [Sancii] (O Stefani 
et [ex]inde(i)pergen[ie in va]lle (O Caunara [et veniente usque in](0 
predictaC'') silice seu caba qui est primus («) finis. Immo etiam et fundum 
unum in integro (*) qui appellalur <^") Cleandris cum ecclesia Sancte 
martiris Christi Agathe. Insuper casam qui dicitur Lardarla, nec non 



ss 
(a) Lacuna segnala in B. (h) B ciu (e) piente vttint espunlo da prima mano. 

(J) Rasura in B. (e) O fors' anche dt[sc]e[ndh (( ) Si completa secondo J.-L. n, 13^3. 

(g) capo de portico su rasura e scrino dopo. (h) in scrino inlerlineanncnle. (i) usque 

in fluuio aggiunto dopo. (1) B c|u (m) B pos (n) B . . .]o est ponte (o) et 

ai;giuHla inlerlintart ; prima ài Subereta espunto da prima mano: et casale (p) B ap 

(q) B pallani . sopra la parola vi i corrosione della piegatura e non si scorge se vi sia aggiunta 

inietlineare. (r) B pradicta (s) B primis (t) B in in (u) B qa 



Cartario di S. 'Pietro in Valicano 455 



et fundum ad l'alianum cum casis, vineis, seu terris, campis, pascuis, 
cultum vel incultum si[cuti Jesijgnato (^) esse vidctur cum thermis, 
criptis et monumentis, positum (b) fori[s porta] (») Sanc[ti] (») Pe[tri] (») 
apostoli via Au[relia. Po]rro(») et fundum unum i[n integro](a) qui 
[Olivetuni v]ocabulo('=) nuncupatur cum ecclesia Sancii Cosmae et Da- 
miani. Immo etiam et fundora in in[tegro que vocantur Attici]ano (>) 
et Colle et Pauli vel siquis ali[is nominibus appell|antur («). Veruni 
etiam et fundum unum in integro qui vocatur Buccegc cum ecclesia 
Sanctorum marti[rum] (») Marii et Marthae fìliorumque eius cum [casis, 
terris, vineis] (»), pratis, pascuis, silvis, salectis, arboribus pomiferis, 
vel incultura diversis generis, rivis, aquae perhennis et cum omnibus 
finibus limitibus* * - dorum. Sive etiam concedo vobis monaste- 
rium Sancti Sebastiani cum massis, fund[i]s(^), seu casalibus atque ap- 
pendicibus, aquimolis et olib[etisJ (O et vineis, vel omnia et in omnibus 
ad eundem venerabile monasterium generaliter et in integro pertinen- 
tibus,constitutum infra civitate Centumcellensi * ♦ * * massa que ap- 
pellatur Liciniana qui et Genufluvio nuncupatur, in quo est oratorium 
Sancti Laurentii cura fundum qui vocatur Casaria cum omnibus ad eun- 
dem W generaliter [et in integro pertijnentibus (a), positum (b) territorio 
Centucellensis. Immo et fundos duos qui appellantur(e) Arap ♦ * um 
et Scurianum * ♦ » [cjampi (») ibi ipso constilut[iJ (») S • ♦ ♦ a Sil- 
viniano et priscis constitutos via Appia territorio Billeternensi (f), 
Porro et fundos q[ui vocantur ♦ *]iliariolum, Nobulam (»), Palmis et 
Vivariu[m] (*)•'* vineis cum omnibus ad eos generaliter et in 
integro perthientibus, positos Cj) via Clodia miliario ab urbe Roma 
plus minus quinto ex corpore suburbani (g) patri [moniij'^a) « « una cum 
etiam fundum unum in integro qui appellatur (e) * . » * cum eccle- 
sia Sanctae Dei genitricis Mariae, ibi ipso [constituto una cura pratis, 
campis, pascuis] (*), silvis, salectis, arboribus pomiferis vel infructiferis 
et cum omnibus ad eum pertinentibus, positum (b) territorio CoUinensi 
miliario ab urbe Roma plus minus . ♦ * *. Denique fundum qui 
vocatur Barianum in quo est ecclesia Sanctorum Martini et Lau- 
rentii, seu et alio fundum C^) qui vocatur Varianum minore atque fun- 
dum Terrella • * * [AJgellum (»), Tibulianum, Casambri, Mediana 
sivi invicem coherentes. Pariter et fundum 01ianu[m in quo] (») est 
oratorio (') Sancti Valentini in integro, p[ositos Urbe] W Vetere mi- 



(a) Lacuna segnala in B. (b) B pos (e) Soslilu^ione incerta, per quanto si tratti 

sicuramente ilei fondo Oliveta ; cf. Adriano IV, J.-L. n. iO)S-. (d) nd corretto da m 

(e) B qa (f) billeternen colla b corretta su u (g) B suburb (h) B fundvra colla 

V corretta su o (i) Tra est ed oratorio venne espunto da prima mano cecia 



43 6 L" Scìiiaparelli 



liario ;ib urbe Roma plus niinus viccbimo quinto ex corporc niassae 
Vurianae. Simulque et con[cedo vobis] ('^) ospitales duos sivi inviccm 
colier[cntes] ("), venerabile monasterium 0>) qui coniuncto esse vidctur 
cum ecclesia Sancti Petri apostoli cum oratorio Sancti Sisti qui est 
[iujxta (") ferrata atque Leoni pape et Sancti Adriani una cuni i ♦ * 

♦ « no («) qui exit in ecclesia Sancti Petri inter oratoria Sancti Leonis 
et Sancti Adriani qui sunt iuxta oratorio donipnico. Item et concedo 
vobis ecclesiam • • » • cum terris et vincis et piscaria iuxta se et 
cum omnibus ad eam pertinentibus. A presenti secunda indictione tibi 
et per te hec omnia • ♦ quae superius as[cripta lejguntur (•'») et ea 
quae usque nunc per quovis modis in prelato venerabili monasterio 
fuerunt vel cuncta quae tu ipse • • etiam postea ibidem acquirere 

• *•«••*«•• per liane nostrani apostolicam preceptionem 
seriem confirmamus prò mercede animae [nostre] (•'») in iam dicto vene- 
rabili monasterio Sancti MArtini • • ♦ » ♦ . atque presentis et futura 
perhemnisW temporibus, id est usque in fineni seculi secura(e) integri- 
tate « • • sancinius detinendum ac possidendum • ♦ • a te tuisque 
successoribus singulis quibusque indictionibus pensionis nomine ratio- 
nibus supra[dicto]rum (a) locorum ecclesiasticis f TRES -j- auri [uncias 
sine omni] (=>) diflìcultate in perpetuum persolvantur. Si quis autem, 
quod non credimus, temerario ausus(f) contra huius nostrae aposto- 
licae auctoritati (f) privilegi[um donajtionis seriem pie a nobis pro- 
mulgatum agere vel temptaverit, sciad se Domini nostri apostolorum 
prin[ci]pis (a) P[etriJ (») anathematis vinculo innoda[tum et a regno] (») 
Dei alienus et cum diabolo et eius atrocissiniis pompis atque cum 
Inda traditore Domini Dei et salvatoris nostri lesu Christi in eternum 
igne concreniatum, si[mulque in vo]ragine (*) tartareosque chaos de- 
mersus cum inpiis deficiant (f). Qui vero pio intuitum custodes et 
observatorcs huius nostri apostolici privilegiis extiterit (0, benedi- 
ctionis gratia et celestis retributionis in (0 eterna gaudia [a domino 
nostro lesu Christo] («) consequi mereatur(f). 

Scriptum p[er manum] («) Theodori notarli regionarii et scriniarii 
sanctae Romanae Ecclesiae in mense [et indictione] C») suprascripta 
secunda. 

>-Ih bene valete. 



>^ Datum .1111. idus agustus per manuni Theophi[l]acti(«) secun- 
dicerii sancte Sedis apostolicae, inperante donino nostro piissimo per- 



(«) Lacuna segnala in B. (b) B uen monu (e) /i • • • no colla n su 

raivra. (d) Cornilo da percriiemnis (e) B recura (f) Culi B. 



Cartario di S. Tictro in Valicano 437 



petuo augusto Lothario a Deo coronatus magno inperatore anno trice- 
simo et septimo, et post con[sulat]us (=>) anno tricesimo et septimo, 
indictione secunda (i). 

in. 

936 gennaio-luglio. 

Teodora figlia di Leone duca e di Cristidula detta 
Antiochia, col consenso del marito Giovanni, concede a 
Giorgio un casale detto Fluminale, altro detto di S. Natòlia 
nel territorio Portuense, ed un terzo casale nel medesimo 
territorio presso la città maggiore per il prezzo di due 
libbre d'oro. 

Copia del sec. xii, caps. LXXIII, fase. 158 [B], Ms. cart. sec. xvi, bibl. 
Barberini, XXXIII, 29, e. 19, estr. 

Bethmann, Archiv, XII, 408, cit. da B, coU'a. 9^';. 

La data può oscillare tra il gennaio ed il luglio 936, cioè tra la consa- 
crazione di Leone VII (nel gennaio, ma prima del giorno 9, cf. Jaffé-L. I, 
455) e la morte di Enrico I (2 luglio). Nel 956 però correva 1' indizione IX e 
non la vii come erroneamente ha la presente copia. 

Quoniam certuni est Theodora nobilissima femina filia quon- 
dam (a) Leo dux seu Christiduli ('') qui Antiochia vocatur olim iu- 
galibus, presentem et consentientem in hoc miiii Johannes nobili 
viro meo viro, hac die cessissem et cessi atque tradidi nec non 
et venundavi, nullus michi cogente neque contradicente aut vim 
faciente, set propria spontaneaque mea voluntate vobis [dom]no (0 
Georgio nobili viro tuisque heredibus vel cui tibi largire et con- 

(a) Lacuna stanata in B. 

(a) B quidem (b) B xpiduli (e) Lacuna in B. 

(i) Segue l'autenticazione: « >5< Ego Johannes scriniarius san- 
a ctae Romanae Ecclesiae sicut inveni in thomo carticineo iam ex 
« magna parte vetustate consumpto, scripto a predicto Theodoro scri- 
« niario sancte Romane Ecclesie ita non tenore deviato diligenter 
« esemplavi et scripsi atque a tenebris ad lucetn perJuxi, anno un- 
« decimo pontificatus domni Innocentii secundi pape, indictione 
« quarta ». 



43 S L. Scliiaparelli 



cedere placiierit, [id est] (») casale uno in integro qui vocatur Flu- 
min[ale] («") cuni terris, cum duo[bus] (") mo[lendinis] (»)•*•♦♦ 
• ♦ • • cum aquiniolo molentem et cum omnibus ad supra- 
scripto casale qui vocatur Fluminale cum vineis et aquimolo mo- 
lentem [in] (b) integro [perti]nentem (»), posito ('=) territorio Por- 
tuensi in Insula inter duo tìumina(<i), nec non et casale qui vocatur 
Sancta Natòlia cum ipsa ecclesia et piscaria cum manicis et viginti 
pedis in Traiano familiis ibidem residentibus atque in civitate malori 
et minori cum sua porta et terre super se et terris ante se usque* 
in tiumicello, criptis, parietinis. ortuis, po[m]atis ("), posito (=) supra- 
scripto territorio Portuensi et inter affines a flumicello et Sancto Vito 
per stilli in terra Sancti Stefani [usque] (») a Sancto Petro apostolo, 
atque alio casale in integro, posito (■-") supradicto territorio Portuensi 
iuxia civitatem [m]aiorem et terra Sancta Natòlia iuris monasterii 
Sancti Stefani, et sicut in meas cartulas contincntur et affinantur, 
sive usque nunc meis tenui manibus cum omnibus eorum pertinentiis, 
omnia iuris cui existens. Unde et predicte cartule in nomine meo 
facte iam dieta mea genitris michi reservandum et salvas faciendum 
abere videtur<^e\ nunc vero abssens est, tibi una cum hanc cessionem 
[ven]ditionis (=>"' cartula minime tradere potuit, set cum presens fuerit, 
statini et absque(f) omni [maliti]a(a'' tibi reddere constituo gratis, hanc 
cessionem venditionis cartula tibi contradidi. Pro quam etiam supra- 
scripto casale ♦ • ♦ qui vocatur Fluminale in Insula inter duo flu- 
mina cum aquimolo molentem in flumicello cum terris, (posito ter- 
ritorio] (a) Portuensi, nec non et casale de Sancta Natòlia cum ipsa 
ecclesia et piscaria cum manicis et .xx. pedes in Traiano familiis 
masculis et feminis [ibidem] (») colentibus atque in civitate maiore 
et minore cum porta et terre super se et terris ante se, criptis, pa- 
rietinis, ortuis, poma[tis, atque] (*) casale uno in integro iuxta civi- 
tatem maiorem cum introitu et exitu suo et cum omnibus eorum • * ♦ 
generaliter et in integro pertinentibus (g), sicquc in integro sicuti in 
prefate mee cartule continetur, ut superius legitur, accepi ego su- 
prascripta venditrice a te supradicto emptore in presentiam subscri- 
ptorum testium videlicet in auro libras duas bonos optimos mihique 
placabilem in omnem veram decisionem, utC') ab odierna die licen- 
tiam habeas in supradicta omnia, ut superius legitur, de presenti 
introeundi, utendi, fruendi, possidendi, vi^ndcndi, donandi, commu- 
tandi, vel quicquid exinde facere sive peragerc volueris in tuam tuisque 



(a) Lacuna in H. (b) B omtlle in (e) B pos (d) La i aggiunta interlintar- 

menlt. (e) videtur in rasura. (f) et ab carrello su altre lettere. (g) B pertin 

e h) B et; e corretta in u 



Cartario di S. 'Tietro in Valicano 439 



heredibus sit potestateni, et numquani a me neque ab lieredibus sive 
consanguineis meis et parentibus neque a me summissa magna par- 
vaque persona aliquam aliquando habebis questionem aut calum- 
pniam, set etiam, si quale vis persona questionem aut calumpnia tibi 
tuisque heredibus exinde fecerint, stare me una cuni heredibus meis 
et defendere promitto tibi tuisque heredibus ab omni homine in omni 
tempore in omni loco tibi tuisque heredibus [si] (») necesse fuerit. In 
qua et iuratus dico per Deum omnipotcntem sancteque Sedis apo- 
stolice seu salutem viri beatissimi et apostolici donini Leoni sanctis- 
simi septimi pape et principe a Deo coronato magno inperatore 
Henrico, omnia que huius cessionis venditionis cartule seriem testus 
eloquitur inviolabiliter conservare atque adinplere promitto. Si enim, 
quod absit, et quoquo tempore ego vel heredibus et consaguineis (b) meis 
contra tibi tuisque (^) heredibus aut centra liane cessionis C»^) venditionis 
cartula («), quam sponte fieri rogavi, agere aut causare presumpsero 
per quolibet modum ingenii '^) quod sensum umanum intellegere et 
capere potest, et minime defendere voluero aut non potuero vel am- 
plius pretium tibi tuisque heredibus quesiero, tunc daturam me pro- 
mitto una cum heredibus meis tibi tuisque heredibus ante omnem 
litis initium poene nomine suprascriptum pretium in dupplum, et 
post poene absolutionis mnneatem huius cessionis venditionis cartule 
seriem in suam nichilominus maneat firmitatem. Quam scribendam 
rogavi Leonem scriniario et tabellionario urbis Rome, in qua et ego 
supradictus subter manu propria signum sancte crucis feci, et testes 
[ut] (g) (s)ibi (h) subscriberent rogavi, et tibi suprascripto contradidi, 
in mense et indictione suprascripta (') septima. 

Signum >J< manus(k) suprascripta Theodora nobilis (0 femina et 
venditrice. 

>5< Johannes de Damabilis. 

^ Johannes in Dei nomine (™). 
(") nobile viro. 

^ Manno nobili viro. 

>J< lohanni in Dei nomine ("i). 

Ego Leo scriniarius et tabellio urbis Rome [qui] (°) supra scriptor 
huius cartule post testium subscriptiones et traditiones scripsi cum- 
plevi (p) et absolvi. 



(a) si omesso in B. (b) Cosi B. (e) B tusque (d) B cess (e) B carLi 

(f) Prima di ingenti venne espunto sensum (g) ut omesso in B. (h) La s pare espusila. 

(i) B suprascriptu (k) B man (1) B nobit (m) In B non si segna lacuna, ma la 
formala è cerio incompleta. (n) In B monogramma con lettere di lettura incerta. (o) qui 
omesso in B ; l'originale doveva avere qs (p) B cvmpivi 



440 L. Schiaparelli 



>5< ("^ Ego Filippus scriniarius sancte Romane Ecclesie, sicut inveni 
in tomo carticinco iam fere consumpto scripto per maniim Lconis 
quondam scriniarii, ita in hac cartula lìdeliter exemplavi. 



IV. 

966 agosto 23. 

Il siibdi.icono Abbone, figlio di Aimone e di Siuflea, 
vende a Martino e alla di lui moglie una terra nel terri- 
torio di Selva Candida nel luogo dotto Oliveto, per il 
prezzo di tre soldi d' argento e . . . denari, e coli' annua 
pensione di un sestario di grano. 

Originale, caps, LXI, fase. 225 [A]. È autografa la croce nella sottoscri- 
zione di .\bbone. 

>^ In nomine Domini Dei salvatoris nostri lesu Cliristi, impe- 
rante domno nostro in perpetuo imperatore agusto Ottone a Deo 
coronato magno imperatore anno quin |to, indictione nona, mense 
agusto, die vivisima tertia. Quoniam | certuni est me Abbo subdia- 
conus et filius quondam Aimo seu (») Siufle'a iugalibus ac die ces- 
sisse et cessi atque tradidi nec non et ve|nundavi nullus mihi penitus 
cogentem neque contradicentcm | invadentem aut vini facientem sepCb) 
propria et spontaneaque [m]ea voluntate vovis donno (>=) Martinus vir 
magnificus (^) seu [L]ea (e) unesta femina (f) | iugalibus vovis vestris- 
que(g) iheredibus (h), id (') est petius de terra | vacante (g) quod est 
abfb) niodiorum plus minus (>*) duobus, positus (0 territorio Silve 
Candide in loco (">) qui vocaturC") Olibito et interr (b) afine (b), a pri- 
mo ' latere Constantio clerico, seucundo latere Johannes (o) vir magni- 
ficus (<*) Tos'canise, et a tertio et a quarto latere limire (p) iuris ve- 
nerabilis monasterii (q) | Sancti Stefani (•>) unu cum introito etixoitoC"") 



(a) Quesla ^ i mollo slaccala in B da ego t forse poirehhe apparUnere a so'.loscri- 
\iotte non Iftia dallo scriniario Filippo per guasti della per^ramena originale. 

(a) A scu (b) Cosi A. (e) A dnn, segue una lellera che leggerti h od in; prima 
di Martinus vi e spazio corroso che poteva contenere una due lettere. (d) A um (e) Forse 
[L]ea; della prima lettera scorgesi l'estremità superiore. (f) Parola guasta da corrosione ; 

leggerei u fem (g) La e termina con un tratto corsivo come nelle finali cm (h) A 

illdbus (i) A i.! (k) A pt inii (I) A pos (m) A loq (n) A ..ju (o) A 
ioli (p) Cosi A, p^r limite (q) A umoas (r) A ixoitoto 



Cartario di S. dietro in Vaticano 441 



suo et coni omnibus (») a;d cas pertincntibus. Undc rcccpi et ego qui 
^upra(b) comparatore (<:) ad | [te] emtore in argento soiidos in argentos 
tres et dunarios | [. .] bonos miliique placavilem in omnem veram 
iecisionem, ; [potestjatem de presentis introeundi, utendi, fruendi, pos- 
siden [di, vcn]dendi, donandi, commutandi et annua pensione sestario 
u|[no d]e grano iusto pensione persulvendi, vel quitquit si |ie(J) facere 
slve perragere volueritis, in tua tuisque(e) iheredibusCO | aliquam nli- 
quando movere questionem aut calumnia stare et | dc[fenjdere pro- 
mitto ubi ubi (J) tivi tuisqueC'^) beredibus ('i) necesse vel opo|r[tununi 
fuerit]. In qua et iuratus dico (s) per Deum omnipotems sanctacque 
Se|dis apostolice domno nostro perpetuo (h) imperatore agusto (') 
Ottone a Deo | coronato magnu imperato, ec omnia que presem W 
uius ven|dit!onis chartula (k) serles testus eloquitur inviolaviliter con- 
servare a|que('i) adinplereC) promitto. Si enim, quod absC''), et cocC'^) 
tempore | ego vel beredibus ('^) meis contra te tuisque («=) beredibus W, 
verum etiam datu'[ro] me promitto ante omnem litis initius ipsub 
suprascriptum pre [tium] in dubplum, et post penen ('^) apsolutionis 
manentem (ti) uius ven [dijtionis chartula (k) seriens C'^) in suam pri- 
meam(™) firmutatem. Quam j [scrijbendam rogavi Petrus scriniarius et 
tavelluus Rome("). In qua et ego qui supra(b) supjter manu(o) propria 
signumCp) >5< sanctae cruci feci et tes (<l) que subscrivere rogaC-^), vovis 
qui supra (b) contradidi in mense et indictione suprascripta nona. 

>J< Abo subdiaconus quam venditionis chartula C^) fiere rogavi 
qui supra W scribere nescit (q). 

Signum<^p) >5< manus (°) Ubo vir magnificus (0 testes. 

Signura (p) ^ manus (°) Constantinus vir magnificus (■■) testes. 

Signum (p) >J< manus (°) lohannes vir magnificus (') testes. 

Signum (p) >5< manus (°) Urso vir magnificus (0 testes. 

Signum (p) >J< manus (°) Guinizo vir magnificus (O testes. 

Ego Petrus scriniarium et tavelli urbis Rome in qua et ego qui su- 
pra W subter manus meas (s) proprias (') uius chartula C^) facta com- 
pievi et absolvi. 

(a) A onibiis (b) A qs (e) Cosi A invece di venJitore (d) Cosi A. (e) A 



i s 



tusque (f) A ibus (g) A die, (b) A dn n pp (i) A agsto (k) A ella 

(1) A adinplere (m) La a corretta su altra lettera non compiuta, forse p (n) A rom 

(o) A man (p) A sign (q) scribere nescit ■; di lettura incerta e cosi interpreto al- 

cune noie itiiislinle che seguono a qs (r) A um Cs) A m ms (t) A ;pp 



44- ^- Sc/iiaparclli 



V. 
989 settembre 5. 

Il subdiacoiio Franco, figlio di Pietro chierico e di 
Urs.i, col consenso di Cecilia « honesta temina » vende 
ad Everardo figlio di Giovanni la metà di una terra « se- 
« mentaricia » colle dipendenze situata fuori portn del Beato 
Pietro apostolo nel luogo detto Stainello, per il prezzo di 
sette oncie d' argento. 

Originale, caps. LXi, fase. 225 |AJ. Copia Galletti nel cod. Val. 
lat. 8054, partL- i», e. 81, n. xlv, da A. 

A. Coppi, Documenti storici del medioevo relativi a Roma ed all'Agro ro- 
mano, nelle Dissertazioni della pontificia Accademia romana d' archeologia, 
XV, 199, n. 8, estr. coli' a. 984, « ex arch. basii. Vat. et cod. Val. 8034, e. 68, 
Galletti » = Jordan, Topographie der Stadt Rom in Alterium, Il (Ber- 
lin, 187 1), 4?o cit. = G. ToMASSETTi, Della Campagna romana, nell'.^r- 
chivio della So:, rom. di stor. patr. Ili, 131, cit. 

Lo scriniario Leone esegui la scrittura del documento in tre tempi. Dalle 
parole " litis initiuni » (p. 444, r. 7) alla fine del testo le linee e le parole sono 
più avvicinate per lasciare posto alle sottoscrizioni e adoperò inchiostro di- 
verso da quello usato per le precedenti linee; con questo inchiostro scrisse 
anche « «J* ego " della propria sottoscrizione; eoa inchiostro di color verda- 
stro esegui poi le sottoscrizioni di Cecilia, di Romano, di Anastasio, e la 
propria (eccetto «4* ego»). La sottoscrizione autografa di Franco e la croce, 
pure autografa, nella sottoscrizione di Cecilia sono eseguite con tale inchio- 
stro verdastro. Sono autografe le sottoscrizioni di Franco, di Pietro, di Fa- 
rolfo e di Benedetto. Nella sottoscrizione di Romano ritengo autografa la «J», 
che è neir inchiostro di colore rossastro usato pare per la sottoscrizione di 
Pietro, cosi la «;♦ in quella di Anastasio, nell' inchiostro pallido adoperato da 
Farolfo e da Benedetto. 

Sul verso di mano del secolo X-xi, e probabilmente dello stesso scriniario 
Leone, si legge: " idem sex in integrum uncias, quod est medietas de terra 
• vacante cum introitu suo et cutn omnibus ad eam pertinentibus . idem me- 
■' dietas de terra vacante ». 

►-J-1 In nomine domini Dei salvatoris nostri lesu f») Christi. Anno 
Deo propitio pontificatus domni nostri lohanni summi pon|tificis et 

(a) A in n dni di salu n iliu 



Carlario di S. 'Vietro in Vaticano 445 



universalis quinti decimi papae in sacratissima sede beati Petti apo- 
stoli quin|to, indictione tertia, mense septembrio, die quinta. Q.uo- 
niam certuni est me Franco | virimi venerabiiem W subdiaconusC^") san- 
ctae i'omanjc Ecclesiae (ìlio quondam Petri clerici (•=) seu Ursa W 
quondam iugalibus (<-'), | presentem et consentienteni in hoc mihi Ce- 
cilia honesta femina CO persona (g), hac die cessiss[em] | cessi atque 
tradidi nec non et venundavi, nullus mihi cogente ncque contradi|centc 
aut vim faciente set propria spontanea mea vokintate, vobis | donino 
Everardo honestoCh) puero filio lohannis viri maga'fici(') tuisque he- 
redibus vel cui tibi largire et con | cedere piacuerit, id est medietatem 
de terra sementaricia cum introitu suo | et cum omnibus ad eam 
pertinentem. Positam (0 foris porta Beati Petri apostoli intro | parietinas 
qui appellantur (™) Centecellas, locum qui vocatur (") Stainello et intra 
affines, ab uno | latere terra de lohannes (o) vir magnificus(p) genitori 
tuo, et a secando, tertio (q) vel quarto latere j parietinas antiquas et via 
qui ducit ad prata Neronis et ad | porla Beati Petri apostoli, iuris cui 
existens. Milli evenit per ereditarie | parentorum meorum, unde et 
anc cessionis venditionis chartulaC"") tibi coii|tradidi. Pro quam etiam 
suprascripta (s) medietatem de terra sementarici|a cum introitu suo et 
cum omnibus ad eam pertinentem, sicut superius legitur, hacce|pi ego 
qui supra (0 venditore a te qui supra (0 emptores in presentiam subscri- 
ptorum te|stium, videlicet in argento ucias (") septem bonos optimos 
iustoque pen|santes miliique placavilem in omni vera decisione, et 
ab odierna | die licentiam habeas in suprascripta omnia, ut superius 
legitur, de presenti introeundi (v), u|tendi, fruendi, possidendi, ven- 
dendi, donandi, commutandi, vel quicquid exin|de facere sive pera- 
gere volueris in tuam tuisque heredibus sit (y-') potestatem | et num- 
quam a me neque ab heredibus meis neque a nula magna par|vaque 
persona a me summissa i'^) aliquam aliquando abebis (y) questionem 
aut I kalumnia, etiam si tibi tuisque heredibus necesse fuerint centra 
omues omines sta|re me una cum heredibus meie et defendere pro- 
mitto omni (z) in tempore gratis. In qua et iuratus dico (=>*) per Deum 
omnipotentem sanctaeque Sedis apostolice seu salutem domni | nostri 
lohannis (bb) sanctissimi quinti decimi papae, hec omnia que anc ces- 
sionis venditionis chartula (0 seriem (") textus | eloquitur inviolaviliter 

(a) A uen (b) -en subii- su rasura. (e) Petri clerici aggiunto dopo da 

prima mano nello spazio lascialo in bianco. (d) Ursa pure aggiunto dopo come sopra. 

(e) A iuga (f) A li fera (g) A pers (h) A h (i) A (ilio iohs um aggiunto 
dopo come sopra. (1) A pos (m) A ^ja (n) A qu (o) terra de I su rasura. 

(p) A um (q) tertio su rasura. (r) A cha (s) A ssta (t) A qs (u) Così A. 
(v) -ntroeu- su rasura. (w) A s {il segno di abbreviazione taglia la s) (x) A smiss 

(y) A abet (z) La o corretta su altra lettera. (aa) A diq (bb) A loh (co) Tra 
seriem e textus Ifggesi una p 

Archivio della R. Società romana di storia patria. Voi. XXIV. 29 



444 ^- ^c/iiaparcl/t 



conservare atque ndinplcre proiiiitto. | Si enlm, quod absit, et quoquo 
tempore ego voi lieredibus meis centra te tu|isquc heredibiis aut 
contra liane cessionis venditionis chartula (»), qua spontem (ieri 
ro|gavi, agere aut causare presumsero, et minime defende|re potuero 
aut noluero, vel amplium prelium tibi tuisque | lieredibus quesiero, tunc 
daturo me promitto una cum lieredibus mcis tijbi tuisque lieredibus 
ante omne litis initium pene nomine ('') suprascriptum pretiuni | in dup- 
plum, et post penani absolutam manentem anc cessionis venditionis 
chartula W seriem in suam nilhiloniinus nianead rirmitatcmCO. Q.uani 
scribendam rogavi Leone scriniarius (d) et tabellio (=) urbis Romae, 
in mense et indictione suprascripta tertia C). 

>~< Franco subdi