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ARCHIVIO 



S" Jd ' V '7 



GLOTTOLOGICO ITALIANO, 



DIEETTO 



DA 



Gr. I. A^SOOILiI 



VOLUME DECIMOQUAKTO. 



^^1 






•V. . 



TORINO, 

CASA EDITRICE 

ERMANNO LOESCHER 

1898. 



VILAMO, TIF. DtUUIAHDOHI I>I C. HKBmCHItlI ] 



SOMMARIO. 



Parodi, Studj liguri (continua) Pag. 1 

Flechia, Atone finali, determinate dalla tonica, nel dialetto pi- 
veronese (pubblicazione postuma) » 111 

GuARNERio, I dialetti odierni di Sassari, della Gallura e della 

Corsica (continuazione) » 131 

Saltioni, Annotazioni sistematiche alla 'Antica Parafrasi Lom- 
barda del Neminem laedi ecc.* (continua) » 201 

NiGRA, Note etimologiche e lessicali (prima serie) ..... » 269 

Bianchi, Storia dell* i mediano , dello j e dell' i seguiti da vo- 
cale nella pronunzia italiana (continuazione; di pubblica- 
zione postuma) » 301 

Ascoli, Di un dialetto veneto, importante e ignorato ; e di càpor 

cdpore » 325 

NiGRA e Ascoli: toccare^ laccare y eco » 337 

Ascoli: tbuentu ed altro; sampogna e caribo \ coslario e co- 

CLABIO > 339 

KiORA, Note etimologiche e lessicali (seconda serie) .... » 353 

GuARNERio, I dialetti odierni di Sassari, della Gallura e della 

Corsica (continuazione e fine) > 385 



IV Sommario. 

Pieri, A proposito d*uno spoglio di nomi locali. Note fonetiche. Pag. 423 

Salvioni e Ascoli, Etimologie » 436 

Salyioni, Del posto che spetta al sanfratellano nel sistema dei 

dialetti galloitalici ; e lomb. prassi » 437 

Ascoli, Un problema di sintassi comparata dialettale .... > 453 

Ascoli, Due parole di anticritica {cdpor cdpore, coslario; 

toccare ecc.) » 469 

Salvioni, Indici del volume » 473 



STXJDJ LIG-XJHI, 

DI 

E. 6. PARODI. 



Sommario. — 8 1. Le carte latine: A. SpogrUo; B. Docamento latino-genoTese del» 
VsL, 1156; con annotazioni lessicali. — § 2. 11 dialetto nei primi secoli: A. Testi; 
B. Spoglio fonetico e morfologico; C. Lessico. — § 3. Il dialetto di Genova dal 
sec. XYI ai nostri giorni: A. Fonetica; B. Morfologia; C. Lessico. — fi 4. Gli 
altri dialetti liguri. 



§ 1. LE CARTE LATINE. 



Avvertenza preliminare. 

Questo primo paragrafo contiene un breve spoglio delle più antiche serie, 
o inedite nell'Archivio di Stato genovese o già divulgate per le stampe, 
di carte medievali latine, d'origine ligure; e lo scopo esclusivo della ri- 
cerca è quello di giovare alla storia del dialetto della regione nei sec. X, 
XI e XII, ai quali dette carte risalgono. Per quanto concerne in ispecie il 
lessico, un maggior profìtto si sarebbe potuto trarre, mercè un'indagine 
più estosa, dai nomi personali, d'origine romanza, che nei documenti meno 
antichi e nelle cronache ci vengono innanzi in tanta copia; ma codesto 
è uno studio che per varj motivi non poteva ancora qui esser fatto con 
quell'ampiezza che si meriterebbe. 

Le raccolte da me esaminate nell'Archivio genovese, son queste due: 
Carte dell'Abbazia di S, Siro (SS), e Carte dell'Abbazia di S. Stefano (SSt). 
Comincia la prima con una carta dell' a. 960, la seconda con una del 965, 
e scendono poi l'ima e l'altra fino a tempi assai tardi. Io però non le 
seguo oltre la fine del sec. XII. — Citerò assai poche volte una terza rac- 
colta, intitolata delle Materie polìtiche (MP). 

Molto numerosi sono i documenti a stampa, e si contengono nelle pub- 
blicazioni che ora dico : 

Cartario genovese, edito dal prof. L. T. Bel grano negli Atti della 5o- 
cietd ligure di storia patria, voi. II, parte I (C). La carta più antica di 
questo Cartario è, per quanto si può congetturare, dell' a. 965. Vi si com- 

ArchiTio glottol. ita!., XIV. 1 



•^ parodi, 

(U'uuilouo non poi'hi tUì documonti di SS o di SSt, da me esaminati sul- 
rovigiimiAt io ravverto con li doppia citazione; per es.: SSt 1045 (C 156). 

ICc\</«i<ro ilella Curia Arcioescovile di Oenova^tidìto dal medesimo. Atti ecc., 
>ol. U, narttì li (U); — // ieoondo Registro della Curia Arcivescovile di 
(}c.'ni>tHi, pur dol modoHimo, Atti ecc., voi. XVIII (R*). — Con R e R* non 
tii ritialo pi\\ alto dui hoc. XII. 

Libt>v luviun\ reipublieae lanuensis^ in Monumenta historiae patriae, VII 
{\À\ \\ pii\ antico documento di questa raccolta porta la data del 958. 

il C(Àr4i>Uè*io ihl notajo Giovanni Scriba, ibid., Chart. II (Scr.), L*origi- 
u^Ui Sii oonicrva, primo della surio notarile, noli* Archivio di Stato, e la 
^i'4ud«> aoovrettdAna dell* edizione mi indusse a ricorrervi più d'una volta. 
\,^uoiti atti vanno dal 1140 al 1160. 

Noi oitaiH) i documenti inediti e i raccolti in C e LI, mi parve sufficentc 
O.^lioar Tanno a cui risaltarono. A questo foci precederò anche il numero 
dv.^Ua pagina, per R* e por Scr. Citai invece, nolla più parte dei casi, sol- 
tiutu U pagina di li, che ò bensì una raccolta che abbraccia tempi diversi 
o :ipoa:io molto antichi, ma compilata, quasi per intoro, nolFa. 1143. Alcuni 
iiwttv !i<nio pcrOv aggiunti un po' più tardi, e di questi, come di altri pochi, 
:toguo pui'0 la data. 

Citv» tiualmoute per M<imo' entrambe le parti delle *Rime genovesi*, edito 
u-vir* Archivio glott. it\ voi H e X; e se la distinzione è necessaria» ri- 
ui^uid^ colla stilla: vi, alla prima )>arte, e colla sigla: rp, alla seconda. 



A. Skkjlio. 

Appunti fonologici. 
Vocali toniche. 

\. I. Uè ci davanti /* complicato: cum erho'e uno C 1016, erboribus SSt 

l")l^.^ jèùsftx^ Sri^t l0-4<<, de E>\'his R* 95, 1172, cfr. LI 1128. — 2. -arr- -aria : 

\:(Kt.rio SSt I01*«i (C ìtó), ul, ora .l/**a, super AUarìo SS 1019, ni., ora At-fa^ 

Miuimua ^:xltt^^ìMi'ius SSt U04, caleyarius SSt IIOS, oto fornarius SSt IU>.), 

•. w » ,i<i#«uo: SS USO; campo do canale clario R ITI (ante 1083);- de Fé- 

.;. iu Sm l lOS, et". S V l^ terra cuualaria SS 1147; collii internato: de n- 

.4; a LI ll,^S, caèb^iMÌra LI 1134, in aira R" 93, 1172 'nell'aja', Rolandn>* 

\tiiiiiu [\* U> o IO, 1 174» in Coniaira R' 56, 1 175, cum terra Rodaire R* 57, 

:*<k .uv. A litHÌa»\ do uulymra SSt 1196, Barbauaira R* 353, 1214. ooc. — 

V iiv v»*iUK hlancuA ftatiaierius LI 1102, oberti caualerii SSt 1109 (ma dal 

.V. n>iTa iHMl9fU H* 350, 1211, due volto), foresterii R 38, Petrus al feri us 



Studj liguri. § 1, A. Carte latino: Fonetica. 3 

K 45, Wilielmus quarter R 82, in alio terciei'io R 135, in senterio R 147, 
inons lanerius R 298, cancellerius R 388 (1153), baraterius SS 1173, Loerius 
R* 200, 1184, acc. a Loterii 201, 1180. Due altri nomi proprj, dei quali al- 
meno il secondo venuto di fuori: gualterij SSt 1011, oliueri SS 1109, 
cliuern SS 1137, uliuerius ib. Per Teodero C 969, Teoderus SSt 1026, cfr. 
Arch. X 357 390. Sarà una falsa ricostruzione lohannes maxelladrus R 154. 
— 8. Con r e cosi largamente diffuso (cfr. Arch. X 168 ecc.): manso de 
casteneis R35, pecia que dicitur castegna bona R 167 (1018), iohannis riki 
de castegna R 236 (966). 

£ lungo. 4. Due esempj del dittongo: meise lunio C 969, méise Decenber 
SS 1035. Forse di puro valore ortografico micci C 1017. Non par genovese 
Wilielmo paise SSt 1103, che Tod. pàis'e è recente contrazione di paMe^. 

E di posizione. 6. drictum rendemus C 1028, prò dricto R* 287, 1205. 

I lungo. 6. Puramente ortografico: aprelis C 1000, apreli C 1017; più 
notevole: ansaldi sardene R 47, plano de la sosena R 285 (1060), Oandulfus 
sardena LI 1146, opizo sardena Scr. 338, 1156, Pizena^ se non al num. 14, 
cfr. § 3 A. 

f breve. 7. streiaporcus 'Strigliaporco' npr. Scr. 357, 1156, lohanne 
Streiaporco R* 399, 1243, nel genov. stor. striga; de cellio bianco SSt 1173, 
fino a tempi vicini segu, ora caduto, ecc. Ma Tigna L 1102, R 20. 

lungo e p di posizione. 8. ad fucem SSt 1153, R* 35, 1173, halde^ 
zi'n SSt 1118, baldisun SSt 1136 ecc.; mense octubris SS 1100, de la curte 
SS 1100, Casal de curte R50; pratum lungum C 999, ubi dicitur Munte 
Moro C 1017, in loco et fundo Munte Mauro C 1017, Aqualunga C 1019. 

Y. 9. Iohannis qui dicitur bisxola R 342, lohannes bixola 343: T i proba- 
bilmente da m; cfr. num. 15 e il § 3 A. 

ÀU latino e non latino. 10. Scrizioni non limitate alle carte liguri: 
ùctoris vocem C 965? e 1011 *auctoris'; aufersionis C 1017 * offersionis ', 
avposita *opposita' ib., odori ib., auberti SSt 1033 *Oberti*, auliuas SSt 1037, 
aiiferimus SS 1039 *offerimus', aufersio ib., cartula ipsa aufersionis ib., 
aufertor SS 1041, dono et aufero, aunibus omnibus, autulit obtulit, in uno 
stosso documento, C 1045, auglerius SSt 1097, duo volte, 'Oggoro'. Son 



* È assai frequente mìesi miexi npr.: 'de eredes quondam Oberti vice- 
comitis et de miesi" C 1003, *de eredes quondam miesi'' SSt 1009 e 1014 
(C 92), *filius quondam miesi" SSt 1014 (C 91), *nos ingo filius quondam 
iniesii' SSt 1019, e cosi pure in carte dol 1027 e 1029. L*edit. lo rondo con 
*Mige3Ìo'; ma chissà che non sia da ricorrere alla baso mediu. 



4 Parodi, 

tutti casi di au inizialo, per lo più atono; o sarebbe forse troppo spiccio 
il tenerli senz'altro per 'scrizioni a royescio'. Più chiari: Munte Moro 
C 1017 acc. a Munte Mauro^ Casal de Loro R 51, Mainfredus de Lori ih., 
acc. a Manfredus de Lauro 53, Oberti de elodo SS 1158. Qui stieno anche: 
mali ocelli R 58, npr., frequentissimo in Scr., e Onedu R 266 *alnetu, 
npr. vivente *Oneto\ In malabiius SSt 1109, od. marotu, s'ha una scriz. 
etimologica. E il ni. cadaplauma SSt 1027, Caaploma 1194, Caapioma 1194, 
Cadapluma 1196, ^cataplauma, potrebbe risalire a *cataplagma; ma 
come intendere un ni. di questa fatta? 

Vocali atone. 

11. Iniziali: e- da t-: en le sorte C 1066 (copia del 1201), emcarnacionis 
C 1100, embronus LI 1102, npr., sino enganno MP 1109, Guillielmus enganna 
deo R 52, cfr. EmbHaci LI 1109, Embriaco R* 166, 1190. — 12. Finali. 
Allato al lat. Johannes C 1004, 1006, 1012, 1032, 1095, iohanne streiaporca 
R' 399, 1243, occorrono : Gotiza iugalibus et Ioani germano C 1006, iohanni 
qui dicitur bom fante SSt 1026, iohannis de landulfo SSt 1088 (C 193), to- 
hannis blancus SSt 1109. Oggi è G'uane, — La caduta delle vocali dopo 
n r non appare se non nel sec. XII: terra de baldezun SSt 1118, de bai- 
dizun SSt 1136, frexon de langasco SS 1150, baldicion R 20, de caski- 
fenon 20, lohannes sterpon 43, Wilielmus marenzan 82 ecc.; ogler sca- 
raglo SS 1120, Obertus de Rainer LI 1135, petrus calegar MP 113o,„ 
bomegnor mallun SSt 1136, in loco qui dicitur pradal SS 1137, guilelmus 
gitardator SS 1141, scacator LI 1142, sclaracor Scr. 14, 1143, petrus de 
pauer SS 1150, dominieus cazator R 36, dominicus caciator 41 ecc. Nei 
nll. resta V l dopo ^, r: in ualle Banali C 990 e in Bauali SSt 1159, ora 
Bdvai, in Clauari C 980, SS 1136, Begàli R 12, SSt 1193, ora Begcv, 
de SoH R* 146, 1190, ora Sài, Oliuii de Mari R* 34, 1178, ora de Mài: 
cfr. § 3 A. Ma dell' -t che cada dopo n e sia risentito nella sillaba prece- 
dente, quando questa contenga un a o un t< (p. e. : genov. ant. cain cani, 
bucuin bocconi; od. Kurnigen Corniliani ni.; ecc.), non è alcuna traccia 
sicura nelle carte latino. Si noti tuttavia : maugene ' in loco qui dicitur nu 
SSt 1145, maduzene R* 98, 1173, de magu^eno SSt 1190, in magu^eno 
SSt 1196, che in LI hanno quasi una spiegazione: in locas et fondas matu^ 
cianas 962, in... matutianensibus finibus 963. E egli però da credere cho 
"^Magusain si fosse già ridotto a Magusen^ quando le 'Rime* hanno ancora 
esclusivamente il dittongo aperto ? — 18. e da a. Lasciando Genarius C 999> 



Studj liguri. § 1, A. Carte latine : Fonetica. 5 

abbiamo il noto monesterio C 997, 999 (tre carte), 1003, 1005, acc. a moni" 
sterio C 1005, monesterii SSt 1014 (C 92), monesterio 1016 ecc., caneuarius 
R* 23, 1173, caneuarius R* 44, 1174;- tibi Rehemzoni monchi C 1055, cui 
s'unirebbe, se spetta ad -icu, de Comego R* 127, 1188, de Cumego R* 282, 
1203, ni., ora Có'magu. Qui è normale dissimilazione in compera R* 149, 
1194; 155, 1196, e altrove, camerarius R* 406, 1255 e spesso altrove. — 
14. e da i: in fundo caleniano SSt 1000, ora Ca{ti]inàh (avrà veramente 
un e orig., ma pur serve), gotefredus ib., deuixione SSt 1028, semenadura 
C 1028, macenabit SSt 1108, macenare ib., calegarius ib., SS 1141 e altrove, 
letigatores SSt 1109, Bonefacius SS 1137 e altrove, cfr. Bone faci r{) IV 3, Guil- 
lielmus po2^n LI 1146 *pollicinu, frexon de langasco SS 1150, Dietesa" 
lite R 95, in besanio 101, de felippo 101, Oandulfo de uecino 103, de uexino 
104, corezarius 105, besauus no^i^v 237 * bisavolo*, sempre vivo, costa de 
seluestro 243 (992) ecc. Variamente scritto il nome delFod. Sestri: in insula 
Siestri R 79, de Sigestro 90, Segestrt 114, de Seestri 133, fossato de cestri 274. 
— In penultima, allato a forme con i (come : in gaterico SS 1003, in loco 
et fundo gralanico SS 1100 ecc.), abbiamo Casalego C 1066, martinus de 
tnaxelega R 82, de persego 143, de carpeno 254 (1010), campo donego 275, 
guidotus codega Scr. 476, 1158; Pisena mulier R 266, se T accento è suU* i, 
quondam Piceni R* 19, 1175. - Scambio di prefisso in premontarlo Scr. 294, 
1 155, ora Prematuri. — 15. L' i di penultima deve forse la sua conserva- 
zione alla palatina, nei numerosi nnll. in -i ci : montànisi SS 993, Caudliaoi 
C 1089, acc. a Caudlexi R 82, Saudrixi SS 1137; cfr. Celanisi Moconisi Pa- 
nisi Trepelixi nell" Indice' di R, e gli od. Siàneii Mucónezi Pàneii ecc. 
Citerò anche Tunisim Scr. 301, 1155, ora Tùneiù - Un i da u: a JBrt- 
gnono R' 137, 1188, quatuor arboribus ficuum et unius brignoni R' 427, 
1257, acc. a Brugnun Scr. 428, 1157; 434, 1157, a Lanfranco brugnone 
R* 51, 1174 : ora è brinùn. — 16. a da e, t, t4 : Sarafine Scr. 312, 1156, per 
assimilazione; [boni cordeanerii Scr. 327, 1156, coli' od. kurdané 'funajo* 
opp. con ^cordovano'?];- cum mascara LI 1127, filius datali (dattero; 
od. ddtou ^dattaru) SSt 1138, Obertus sulpharus R 316, acc. a sulferus 124, 
Oto sulfar R' 194, 1153, ansaldus sulfarus Scr. 411, 1157, ego garofalus 
Scr. 415, 1157, ogerius lugarus Scr. 418, 1157. — 17. u da o : lungobar- 
dorum C 992, 1000, funtenele SSt 1007, acc. a fontanele^ in sorte de fun- 
tana C 1040, acc. a fontana^ Cusiantini C 1055, uUuerius SS 1137, iohannis^ 
curtesi SS 1141. Più numerosi gli u da u lat.; ma qui mi limito all'-u: 
bruningu num. 35, de lu zerbu^ de lu oerreduy Ugo magru LI 1135. 



6 Parodi, 

Dittonghi. 18. Oltre i casi citati al n. 10, metto qui, per quel che vaU 
gono, Todeuerga Toderada C 971 (ali. a tefredi SSt 1011, ieherga 1022, teu^ 
derada 1030 ecc.), of)ra$ia SS 1035. Poco c'insegnano inperator agustus 
SSt 1031, Sancti Agustini C 1003, cum prìove ... agostino SSt 1145; ma 
può notarsi : in loco qui dicitur Attstana R 422. 

Consonanti continue. 

J. 19. Già citato Genarius C 999; e si aggiunge: meliorentur non pego- 
rentur SSt 1097. Ma: Zoagii num. 20 e 42. Di nessuna importanza: menso 
maditts SSt 1009? ecc. E : de lo poio R 146, de supra poto de leocaria R 184 
(1018), ubi dicitur poio R 230 (1060), non sono che varianti pseudoetimolo- 
giche di 'podium\ odi.pozu. Di contro airod. lùgUy luglio, SS 1039 lulitis. 

J implicato. 20. U: in peUo SSt 1009? (C 72), ma pegli SS 1100, in uila 
pegi SS 1175, ora Pegi, ubi dicitur maleolo SSt 1030?, ma usque in maglolo 
3St 1145, de tnagloleto R 47, in loco Bergalli SSt 1027 (C 135), in tergali i 
R 288 (1000), Bargagii R 298, in camogi Scr. 257, 1145, monacus de camogi 
Scr. 288, 1155, de roca taiada R 105, in capella de rumallio R 14, capelle 
ramagii 320, Rolandus cegii blanci 349, corneiano SS 1163, ora Kurnigehy 
de Zouaio R' 125, 1188, ora Sfttdgi. Gli esempj più antichi per la ridu- 
zione in g sono della metà del sec. XII. Cfr. ^cl^. — 21. MJ: Se mugna- 
negasco 4n nt.* G 1047, deitivato del ni. che oggi è Mindnegu^ è da Mum- 
mianus, otteniamo un es. di mj prò tonico in n, cfr. Dandh ecc. § 3A e 
SeUignano Septimianus, presso Firenze, Rem. XVIII 603 n. — - 22: SJ : 
carta oferscionis C 969 (s); ubi dicitur falexiano SSt 1011, C 1012, occa^ 
tsione SSt 1022, ambroxius SSt 1027, deuixione SSt 1028, camixa una de 
dopso C 1055, ubi cerexa dicitur SS 1109, due volte, Turlexanus R 38 (i). 
— 28. GJ : rìuo Vernazola C post 987?, se non va al n. 24, baldesun num. 8 
e 12, anselmo catiaza R 84, Rubaldus besaza 86, de brazamonte 146, in vico 
Molalo R'201, 1180, cfr. Molacxana R 11, ora Muàsàha^ Obertus de canneqa 
SSt 1179, cogn. vivente Canessa\ scalgauegia num. 30, in fossato de preda 
marza R 188 (1061) Mi Pietra Marcia*. — 24. TJ: Lasciando mense marcius 
SSt 1014, porcione SSt 1028 e pedola SSt 1031, due volte, abbiamo: ma- 
zuco p. 17, scurlamaze num. 34; anzanus R29 ^anziano*, alzapé num. 48; 
de opizone struxolo R 13, 88, se è 'strutiolo*, e più dubbj ancora: Johannes 
reza R 53, lanfrancus rezano ib. - PTJ : dominicus cazaior R 36 e passim, 
Lttxius cazabou&m SS 1175. Le scrizioni come dominicus caciator R 41 di-^ 
pendono dalle apparentemente analoghe : moliciana ecc. — 25. DJ : Campum 



Studj liguri. § 1, A. Carte latine : Fonetica. 7 

mezanum C 1050, Wilielmus lauezo R 88 ^lapidea, cfr. Rom. XIX 484, 
de campar zasco R 266. Se in iohannes ragités R 39 s'ha veramente radius» 
ne risulterebbe una scrizione sul genere di caciator. Ma forse risaliamo 
a un ^ implicato. — 20. Per BJ ecc. ho soltanto : per cambio SSt 1 103, 
'scrizione a rovescio', e probabilmente Zoblolo C 1023, diminutivo di 
'Eusebio', cfr. Tod. Sahtu i^'dgu. 

L. 27. Tre esempj di -l* in r : a feletore R 294, cfr. * rilettole', Symon de 
merello R 467, se con l'od. merelu melu^ fragola, risaliamo a *melillu; 
Wilielmi de Latoi-o R* 362 e 363, 1210. Forse è una 'scrizione a rovescio' 
nel frequento Silus per Sirus : manibus Johann! et Silo C 1023, Sancti Sili 
SS 1017 (C 98), SS 1026 ecc., e in caldelarius Scr. 458, 1157, tre volte, cai- 
delar 496, 1158. Allato a 'siluis buscaleis^ C 1089, occorre 'siluis buscareis\ 
SS 1085 (C 187); ma è alternazione che non si limita alle carte liguri. Per 
L* in r: guilliermus Scr. 238, 1141, tre volte. — 28. ALT ALD ecc.: Rtt- 
laudus SS 1180, Arnaudus SSt 1187, Wilielmus do Audo SSt 1187, Obertus 
batidigonus SS 1193. Curiosi: Ansaido R 2\8, Ansaida 220. Per ULT ricordo 
'non mutum longe' SSt 1118, dubbio perchè isolato, quando s' hanno bui- 
zaneti SS 1158, de Bolgenelo R' 129, 1188, ora Bosanàsu, In una carta di 
SS 1138 è tra i consoli di Tortona nominato: Oberius scopellus; ma, so 
pur c'è il signif. di 'scalpello', non sarebbe, io credo, valido esempio ia 
questo numero; cfr. § 3 A. — 29. L'N in /Z, nel sufT. -allo: de runcallo 
R 47, fossado de ceredallo 178, costa do cerallo 235, fine reca qui dicitur 
nizalkt 292 ecc. Ha notoriamente ragione sua propria: prò mulione et 
agno R 45 (prò muntonibtis duobus R 33, prò muntone 35 ecc.). 

L implicato. 80. CL, GL. Il più antico esempio, ch'io abbia, per la 
risoluzione in e y^ a formola iniziale, è de taralo R 300 'de glareolo'; dov'è 
da confrontare la grafia corrispondente delle 'Rime'. Del resto, sempre 
intatto la formola iniziale : elusa SSt 1024 e 1 103, clerico SSt 1 109, clauica 
SSt Ilio, a mansione de lo clapacio R 164 (1068), ora: ou Capàsu^ lacus 
de la olapella R 213, ora C'apéla; glareto R 204 (992), glariolo 300 (1164), 
in molendino glorie SSt 1170 ecc.; sclaracor Scr. 14, 1143; cfr.: marchio 
de crauexana SSt 1196. Interno, dopo consonante: torcia SSt 1099, ma ad 
torchitnn LI 1141, se esatto. Tra vocali: tiegius arpini LI 1102, uegii ib., 
cfr. Petri uegii R 109, in uilla uegia Scr. 288, 1155, musso de scalgauegìa 
SSt 1156 (autenticità incerto), musscus scalciauegie Scr. 324, 1156, Johannes 
uilla uegia SSt 1193; usque ad conigium R89; damianus de fontanegio 
Scr. 336, 1156, acc. a de fontanegli LI 1123, fontanegio R 164 (1068), ora 



8 Parodi , 

Funtanegi; fine lauaglo pagnano R 218, fine lauaclo R 249 (998). Una 

* scrizione a rovescio', significativa di molto, è quella per cui gì è nelle 
veci di g\ oglerio SSt 1005, *Ogerio', auglerius auglerio SSt 1097, Oglerius 
SS t 1173, R* 27, 1176; 80, 1170, ecc.; cfr. RuglaHus SSt 1167. — 81. PL BL. 
Iniziali, non offrono sicuri esempj di risoluzione. Abbiamo : blauas coUegit 
SS 952, de hlaua SSt 1097, bianco SSt 1103, Johannis blancus SSt 1109, de 
cellio bianco SSt 1173, ma Brundo R* 66, 1180, npr., Brondus ib., § 3 A. 
Interni: dublum C 999, 1000, in dublo C 1003, in dublum SSt 1014 (C 92), 
pena dubla SSt 1026, dublum SS 1065, fosato de ponpliana SSt 1049, ali. 
a fosato qui pergit a Ponpiana C 1077, in uultablo SS 1003, uultabium 
Scr. 288, 1155, de Monte Obio R* 138, 1188, che sarà Mons Opulus, 
cadaplauma SSt 1027 e caapioma 1194, num. 10; ma notevole sopra tutti: 
fosato de staliani SSt 1018, od. Stage'n (che non so staccare da stabulu, e 
risalirà perciò a *stabulani). Statano LI 1128, ad Staianum SSt 1173 ecc. 
Non popolare: uia puplica SSt 1011, 1027, uia plubica SSt 1074, uia pu" 
prica SSt 1100: cfr. num. 26. — 82. FL. Fulcus reflatus SSt 1173, Wi- 
lielmus refl^io ib. 

B. 83. Scempiata la doppia, come nel genovese storico : tera SS 1036 
(C 82), ubi dicitur Sera C 1059, curit SSt 1069, ubi dicitur tocafeì'O 
SSt 1081 , terarusa C 1085, insta tera Andrei C 1086, tre volte, ali. a terra^ 
tera beloni SSt 1095, tera rustici ib., ugo de ture SSt 1109, de Magneri 
ali. a Magnerri R* 63, 1177, Menaguera 80, 1170, Obertum Caparum R» 336, 
1210, più volte, terucio p. 16. — 84. Metatesi: casalle preda strecta C 1019 

* Pietra stretta', ìnpreta streta C 1040, Preda strecta C 1047, filli scurlamaze 
R 17 *Crollamazza'; cfr. scorlando Arch. Vili 387, cattkredam R 430 (1008). 

S. 85. Il dileguo di s finale domina pur nella scrittura: (ego) Elde- 
prando,., firmaui SSt 964, adelberto iudex ib., cunrcuio rogatus ib., Teo- 
dero C 969, ansaldo silueradus SSt 1000, est fosato ib., nos martinus et 
bruningu SSt 1007, ubi dicitur canpo zuconi SS 1012 (C84) ecc.- Per l'i- 
niziale, oltre si- da si- in scindicus scindico R' 360 e 361, 1211 (cfr. su-- 
scidium SSt 1014), noterò lo ^-, come nell'italiano, di 'Oberti zocolariV 
SS 1177. Per z d'altre provenienze: in canpo zuconi SS 1012, C 1040, 1047, 
otto zopo SS 1138 (Tortona), zebarum e ziriale p. 17, oltre l'oscuro Aqua 
zole G 987, od. gen. Akasc^a^ nome del pubblico giardino. Il suono ^ (e i) 
è ignoto al dialetto od. della città, ma forse non fu sempre cosi. Cfr. i 
numm. 19, 23, 24, 25 e 46. — 86. SCI: grexencius SSt 1099, se è 'Cre- 
scenzio', Johannem Pexum R* 40, 1172 ecc. 



Studj liguri. § 1, A. Carte latine : Fonetica. 9 

H. 87. Pochi gli esempj della trascrizione nn : a porta superanna C 1000, 

donno nostro Ardoinno C 1003, in fontana de granna R 164, sancte marie 

patrannie R 274, in molaganna SSt 1 187 ; di che vedi Arch. X 152 e § 3 A. 

Per r uscita, aggiungi agli es. del num. 12: buccadasen Scr. 369, 1157, 

òoccadasen 370, 1157, npr., cfr. Tod. Buhada^e, ni., male italianizzato in *Boc- 

cadasse*. —88. La nasale , antica di certo, degli od. strahhu e s'eiihu^ si 

riscontra in Strambus et consanguinei ejus R 18, Strambus Medicus R' 109* 

1182, Guilienzono Zemho R* 32, 1178, cfr. Rom. xvii 52 sg., St. it. di fil. 

class., I 433 n. 

Consonanti esplosive. 

C. 89. Wilielmum Gamelum R* 79, 1 170, tre volte, con §- antico ; Een^ 
rigo rex C 1005, ubi dici tur ualle fugaciaria SSt 1022, monagos SSt 1031, 
due volte, monagorum ib., due volte, ubi dicitur Vigo C 1087, in palaua^ 
nego SS 1088 (C 193) ecc.; fontana sagrada R 254 (1010). Notevoli gra- 
fie sono h e he: monahus C971, Waraho C993, monahis C 997, mona" 
horum C 999, Ynonahus C 1000, monahorum SSt 1018, 1029, marhio SSt 1033, 
monahcorum SSt 1 100, monajtcos ib. ecc. — 40. CT : saletis LI 958, C 965, 
979, 1020, SSt 1049, alL a scUectis C 969, 993, SSt 1019, in preta streta 
C 1040 ni., ali. a preda strecta, cfr. num. 34, e a felecto C 1027; finalmente 
Dominicus de feleito R 82, in saleito R* 22, 1177, Oberto Peitenato R* 123, 
1183; 140, 1186, coi quali manderemo Gttaita tana LI 1142, filius guaita 
folie R 34, facit guaitam cottidie R 37. Di et che per falsa analogia prenda 
il posto di f, sono esempj : imperactor C 1000, Ictalia, eecteri^ iota ut, prò 
ctempore^ clune ib., salectis praetis C 1004 ecc. — 41. CS: nos scuso filius 
SS 1035, saxo et ofrasia ib., bisxola e bixola num. 9; e a? varrà di certo i. 

G. 42. Caduto, ne* due soliti esempj jugu fagu: iuuo LI 962, C 979, 993, 
SS 1004 (C 62), de Zouaio R* 125, 1188, num. 20; usque ad Faum Caseaui 
R 18, fine fao frigido 273; e sono scrizioni pseudoetimologiche: in fagido 
frigido R274 (1060), per fadum frigidum R315 (1145). Di § non etimo- 
logico, ma di effettiva pronunzia, è notevole es : Rolandi pigoiarii R' 215, 
1195, ali. a Sfontana pioglosa* R 254 ( 1010), ora pi§6gu pi§u^tufu ; e proba- 
bilmente gli si aggiunge: de maguqeno SSt 1190, in tnaguQeno SSt 1196, 
cfr. num. 12. Metto qui il frequente saonese LI 1139 ecc. 

HY GT. 48. quintanascum 'fogna* R'234, 1193, per acquistum R* 269, 
994; 19, 1175; Ogerio frenguello SSt 1164, Lanfranco frenguello SSt 1165. 
In 'Enricum Rustiguellum' R' 372, 1218 si ha -gue- per -^^, come tal- 
volta nelle 'Rime*. Si spiega coli* influenza di * carro*: cadrubitts R' 83, 



10 Parodi , 

1171. in carrubio R* 362, 1210. — 44. W. uuido SSt 1005, uuaraco 1011 ecc.^ 
ma giMtrdiam LI 958, gtuilterij SSt 1011, guiHehni SSt 1014, guilielmtis 
SSt 1105, 1109 ecc., cfr. Gulielmo pezuUo R 19. 

€E CL 45. in alpe maxeria C 987, iusta pedem de maxerie ib., costa 
albinoti maxenasco C 1066 (copia del 1201), in alpe maxeria SSt 1097, ad 
pedem maxerie ib., ìnalauxelo SSt 1099, RoUandus de montexello LI 1142,. 
baldus colexella R 37, fiumexello 225, de axereto ib. (male italianizz. in 
Assereto), baldi caulixelli R 315, molendini de piguixello SSt 1190, 1196 ecc. 
Cfr. anche il num. 15. Qui stia pur Pizena num. 6 e 14. 

GÈ Gì. 46. zinestedo C 965, un pò* sospetto, in loco et fundo ZuminfianiJ 
C 1017 Geminiani, cfr. in Zimigivtno SS 1120, uilielmus de zemxano 
SS 1137, de zinestedo R 133, SSt 1171, Guilienzono Zembo R* 32, 1178, Ze- 
noardiis R* 33, 1178; aproazenare R' 275, 1201 * propagginare*; cfr. core-- 
zarius num. 14, col quale manderò: Gazio C 1019, ubi dicitur Gagum 
(gs:z o /?) R' 233, 1193, ali. a costa de gagio C 1010, od. gen. munte du 
Ga/u, cfr. Arch. IX 409 sg. n. Ricordo ancora la scrizione t, j, benché già 
latina e frequentissima nelle carte medievali : jenttor G 979, 980, lermani 
C 980, jermanis SSt 1005, jermanus SSt 1015, 1024, campis ierbis SSt 1049^ 
jermanis SSt 1142; [a palis in itiso SSt 1108]; inienium ingenium 
SSt 1016 (G 98), leie SSt 1024, aiere SSt 1026 'agore* (G 132), in fato fri- 
gido R 277, cfr. num. 42, ecc. Da j* francese: de monte jardino R 26, in 
jardino SSt 1179, cfr. Moniardini R* 392 e 393, 1240. — 47. In dileguo 
nella protonica: a te oberto guaina Scr. 286, 1155; decem fossas proana- 
rum R' 409, 1253, cfr. num. 46. Non hanno importanza i nomi germanici,. 
rainardus SSt 1027, mainardo SSt 1037, reinaldos reinardus SSt 1045, ri- 
naldo G 1045, maginfredi SS 1064 (G 169), mainfredus SS 1137, R 51, Man- 
fredus R 53 ecc. Scrizione a rovescio: Eginricus rex G 1004?, 1012, 1014» 
ali. ad Inricus 1006, Anricus SS 1008. 

T. 48. nadah et honorado LI 962, nodali honoradi ib.. Gesta de Prado 
C 979, fossado ib., fine fossadus R* 269, 994, refudauimus G 1003, Morteda 
C 1004?, fosàdo SSt 1005, garsanedo ib., quondam Leda cuniux mea SSt 1009? 
(G73)> cfr. nos lohannes... et Leta G 1012, in locas et fundas Codoledo G 1023,. 
due volte, SS 1039 (oggi 'Gogoleto' Cugo'), mortedo SSt 1025, 1060, 1099, ni.,. 
ubi dicitur pradello SSt 1031; uie publice qui nominatur strade SSt 1103, 
cfr. strae * strada* ri xiv 454, xki 12, e i §§ 2 e 3; de sosenedo,,, de mirtedo 
de cerreto... àQ pradello LI 1128 ecc. In cadiua G 1005, se * captiva*, si ha una 
* scrizione a rovescio*. Palese il dileguo in: de uendea LI 1134, Cannaini 



Studj liguri. § 1, A. Carte latine: Fonetica. Il 

Carmaino R 29, R' 127, 1188, ali. a Idonis de carmadino R 31, de paule 
R46, Gailielmii caiti R 60 'caduto*, Citaini acc. a Ciiadinus R* 83, 1171, 
Bruxaello R* 244, 1192; ubi dicitur pe de monte SSt 1018, Anselmus al" 
sape R 82. — 49. TR: quondam Perus judici SSt 1009? (C 73), e il npr. 
madrona SS 1030, frequente più tardi. Non m* è chiaro : tibi Manzo de 
Molasana fiiio quondam Peironi K* 364, 1209. 

P. 50. in locas et fundas Riuariole C 969, de loco ritminole SSt 1011 
(C 77), 1016 (C 97), a la louaria C 1016, pauaHano C 1019, ali. a: in villa 
papariano SSt 999, 1022, ma de Pavarano R* 197 e 198, 1184, oggi Paviàn, 
Cauanna C 1047, Wilielmus lauezo R 88, nam. 25, Rubaldo ceuolle R* 250, 
1193 e 259, 1203; aproazenare proanarum num. 46 47; Martinus Baticau 
R 235 (1039), se è 'Batticapo'. — 51. PR. Caurasco C 1019, in uilla Caurasco 
SSt 1033, de cabriata SS 1107, 1109, de cauriadaSS 1137, aldeurandi R 28G. 

B. 52. Inutile citare esempj come Me sancta sauina* SS 1039 e simili, 
e mi ristringerò a Uhome scauinV SS 952. 

Accidenti generali. — 53. Qualcosa più che un esempio diaforesi: per 
nimiam firmitatem SSt 1027, C 1029, SS 1039: cfr. Tod. fermàja infermeria. 
Siamo allo stesso caso di * fan te*: Bona fante C 1047 ecc. E qualcosa più che 
un esempio d* apocope è il solito ca: terra de ca subtana de ponte R 48. 
Qui metto anche Giromus Scr. 432, 1157 'Gerolamo*, od. G'omu, — 54. As- 
similazione vocalica, oltre che nel comune salamonus R' 72, 1 168, più tardi 
Saramun^ e in Sarafine num. 16, pure in centanario R* 441, 1254, ora 
sentano. — 55. Dissimilazione di consonanti , non specifiche : Vicencius 
R* 79, 1170, Sancti Yicencii 101, 1173, ora Visensu^ propietas R 183, od. 
propiu. Non oso aggiungere galea R 118, R* 269 e 272, 1194, cfr. Rom. 
IX 486. — 56. Metatesi sillabica, non specifica : de padule R 237 (966), de 
paule R 46. Par che rimanesse tuttavia, nella disposizione etimologica , 
saragOy oberto sarago Scr. 472, 1158, obertus de sarago 479, 1158, sargus, 
ora sà^oUy anter. sàgaru, Agg. Rainarolius R' 256, 1194, ni., cfr. Tod. rasna 
rana. — 57. Commistione di temi, oltre che nelKant rendere C 1006, anche 
in bergamena C 1005 * pergamena*, acordio R* 412, 1254, od. akòrdiu^ su 
* concordia*, in eius terratorio R* 383, 1228, cfr. Schuchardt vok. II 103. 
Ma contangit R 162 e 224 (972) rientra nella generale tendenza a reinte- 
grare il verbo composto. 

Riassunto. 58. I fenomeni più caratteristici del dialetto genovese del 300, 
8i può dire che appariscano già tutti nelle più antiche nostre carte. Per 



12 Parodi, 

alcuni pochi, che non si mostrano se non alquanto più tardi, possiamo 
talvolta restar dubbj, se ciò sia da attribuire alla scai'sità del materiale 
che dalle carte ricaviamo (cosi per la caduta delle uscite vocali dopo n, r), 
o se piuttosto non sia da ammettere, che, fenomeni secondar] come sono, 
essi spettino a età seriore. A ogni modo, ha la guarentigia di una ben 
rispettabile vecchiaja ogni caratteristica dialettale che in codeste carte si 
riveli; e qui è riassunta la nostra esposizione, indicandosi per ogni feno- 
meno Tanno dell'esempio più antico. — Vocali: à in e davanti r com- 
plic, 1016, uum. 1; -erius per -arius, 1102, num. 2; i in et, 969, num. 4; 
-INA in -erta 1060 (copia del 1143), num. 6; p in m, 999, num. 8; du in o, 
1017, num. 10; — e vocale atona predominante, 997, num. 13 e 14. — 
Consonanti: -U- in ^, 1143, num. 20, e questo è veramente Tultimo 
esito, a cui dovette precedere la fase del j, serbata da gran parte dei 
dialetti liguri. Un g^ da GL- è del 1143, num. 30, cfr. coendam a p. 21; e 
-CL- -GL- in g sono indirettamente attestati da Oglerio, num. 30, fin dal 1005. 
-PL- -BL-, ridotti prima neir unico -&Z-, danno pure g fin dal 1018, num. 31 ; 
cfr. num. 26. E poiché, nei dialetti liguri, U, CL, PL si sono svolti cia- 
scuno per diversa via, § 4, non sarà caso fortuito che la fase g s* abbia più 
tardi nel primo, che non negli altri due. -ALT- ecc. in -aut- 1180, num. 28. 
Doppio R scempiato, 1023, num. 33. N *faucale', 1000, num. 37. -C- in -^-, 
1005 e 1022, num. 39; -CT- injt: feleito 1143, num. 40, e quivi insieme si 
confrontino le 'scrizioni a rovescio'. -CE- -CI- in i, 987, num. 45; GÈ Gì 
in se sfi (o ie it?), 965 e 1017, num. 46, cfr. num. 19 e 25. -T- caduto, 1134, 
num. 48; -TR- in -r- 1009?, num. 49; -P- in -o-, 969, num. 50. 

Appunti morfologici. 

Articolo. — 59. da uno capite ,», da alio capite SSt 999, a perticas de 
pedes XII a pedes liuprandi quond. regis S9t 101 1; in loco lo mulinello 
C 1089; a la louaria C 1016, carta... ostensa et a l ordine lecta SS 1039, 
in lo casale C 1040, in la fontana ib., quinta pecia da l oliua C 1086, per 
lo terminus SSt 1142 ecc. Curiose scrizioni: da buno latore (due volte)... 
da balio latore R 218 (1019), 220. Notevolissimi e non facili a spiegare: 
in polo R 164 (1068), in a costa ib., in o runco 171, in o broglo ib., 
usque in o plano 195 (1096), in o roncallo 219, in o brolo 254 (1010), in 
o pianelle ib. Vedi § 3, s. 'Articolo'. 

Nome. ^ 60. Come altrove: ipses pecies C 1013, ealendes genarius SS 1017 
(C 98), omnes pecies de terra C 1029, a suprascriptes dues porciones C 1030. 



Studj liguri. § 1, A. Carte latine: Morfologia. 13 

In 'filii selueradi de le uallV R 265, è r-t che ci aspettiamo pel fem. plur. 
di 3% ora -e. Nei nomi di tipo germanico, la differenza tra il nominativo e 
i casi obliqui sembra osservata un pò* meglio che nei latini ; ma non no- 
terò se non * quondam aldanV SSt 1027, quondam gazani SSt 1088. — 
61. Genere ecc.: in eadem monesterio C 1003, SSt 1016 (C 97), SSt 1026 e 
altrove, in locas et fundas Riuariole C 969 e spesso altrove, anche in locas 
et funda SSt 1019; nepota mea SS 1089 (C 194), nemina persona SSt 1045 
(C 157), SSt 1100 (C204). Si fonda sulFuso volgare, tuttora vivo, oltre 
* suprascripto pedo' C 1031, anche *uinea et ficas* SSt 1026, C 1079, od. gen. 
f§e. Pel neutro, oltre i citati ^ locas et fundas\ sieno addotti ancora: de 
jam dieta mobilia SS 1039, ubi noncupatur Campora C 1006, SSt 1085 (C 188), 
1095 ecc. ; dna milia mancusos aureos SS 1039, tuttora duà-mia. — ^. Com- 
parazione: de plus propinquioribtis parentibus nostris SSt 1019 (C 115). 

Pronome. — 68. Unico ma doppio es. di pron. congiunt nel npr. Deilo^ 
mede R* 155, 1196, Deilomedis R* 226, 1198, cioè De-lu-me^ {Dei per De 
anche in Qualdeivol Scr. 404, 1157), ^Dio-lo-mi-diede*, cfr. Demerodé § 2 A, 
num. 4. Ed è di particolare importanza, perchè il solo esempio genovese in 
cui si mostri la condizione, secondo me originaria, cioè il pronome atono 
accusativo che precede al dativo; di che ho toccato nel Giorn. stor. d. 
letter. it., X 189 sgg., e in Rom. XVIII 20 sg. 

Verbo. — 6é. Conjugazione mutata: libellum petire SS 1004 (C 64), 
C 1012. — 65. Desinenze: rendemt*s C 1028, uendemus Scr. 300, 1155; de- 
beunt SSt 964, concambiunt R 11, che ci riportano alle 3* plur. tuttora vive 
in parte della Liguria, cfr. § 3; sie data *sit* SS 1039; de uilla benestai 
R 264 (1170). — 66. Tempi. Presente con accento di terz* ultima nel. sng. : 
piiega formatico R 405, cfr. iohannes bizegans formati co 392, di certo pv- 
zega 'pizzica', ora pesiga. Imperf. cong. : debesset SSt 1024 (C 124). Per- 
fetti: iradedit SS 1019 (C 161, male attrib. all' a. 1049), tradeditis ib., ma 
è carta scritta a Tortona, uindedimus C 1003, SS 1004 (C 64), probabil- 
mente già latini, offersimus offersistis SS 1019 (C 161). Participj : Iohannes 
pento R 82, Nichela Caitus R\ 160, 1197; 223, 1198 ecc. 

Indeclinabili. — 67. de superiore capite fine iuuo cerexole C 979, e 
spesso ; a palis in iuso ... et a molendino in suso SSt 1 108 ; da la ripa in 
la SSt 1142. Frequentissimo è siue que 'sia che': sibe que alii sunt coe- 
rentes C 997, siue que alii sunt coer. C 999, sibe que a. s. e. C 1013 ecc. 

SuFVissL — 68. Mi fermo al caratteristico e frequentissimo -asco: casa 
nouasca SSt 1018, in locas et fundas Langasco C 1019, Caurasco ib., terra 



14 Parodi, 

serrinasca C 1029, in miignanegasco C 1040, 1047, in eagensasco C 1040, 

Aznensasco C 1047, Maxenasco C 1066, fossato Leuassco C 1066, de casta- 

neto stropasco C 1087, ubi dicitur borlasco SS 1100, usque ala sorte vaia* 

ridzasca SSt 1142, in emdidasco R 18, in terra campasca ib. , de seuasco 

(siepe, cogn. od. Cevasco) 19, in laco lugasco 148, terra pradasea 174, terra 

uallasca 190, castaneto uallasco 223, de camporzasco 266 ecc. — Di -aiZo, 

al n. 29. — E sia ancora notato : decenum R* 368, 1 198, cfr. Tod. gen. deie'ii, 

specie di misura. 

Appunti lessicali. 

Son tenuti in confini assai ristretti : per altro materiale, meno earatteristioo o pia in- 
oerto, si possono veder gli indici delle varie raccolte. In fondo sono uniti alcuni 
nomi proprj, che hanno per il lessico una certa importanza. 

amblatorium R 263 : ^amblatorium quod habebitis super elusa et super uia 
ista ... in suspense, quod nuUomodo impediat uiam hanc neque euntes 
et redeuntes per eamdem viam, neque impediat quolibet modo clusam 
molendini'. Cfr. R 288: ^ambulatorio de uinea', e sopratutto R* 36, 1173, 
ove si descrive un vero pergolato. E dunque il gen. od. angóu^ ligure 
occid. angaù' 'pergolato*, che già ricondussi ad ambulatorium in 
Giorn. ligust. 1885, p. 247, prima di conoscer le forme basso-latine. Si 
veda anche Due. s. ambulatorium-2, dove si cita Giovanni da Genova. 

barbanus: 'de barbanis seu parentibus meis' C 973. Cfr. CIL IX 6402. 

bedum\ 'uia decurrit iusta bedum istius eluse noue* R 262, cfr. 263; 'da una 
parte bedo et aqua ductile* R 294. E Tod. béu canale, gorello. Cfr. Due. 
s. bedum bedium, Kòrting n. 1101. 

binellusy od. gen. binelu gemello; 'in molendinis illis binellis* SSt 1149, 
'in molendinis binellas* SSt 1172. 

blaua biada. Per gli esempj, v. il num. 31. Anche il verbo derivato: 'ita 
tamen ut possint runcare de bosco et imblavare' R* 229, 1201. 

bosco: 'insuper dare debeant medie tatem de bosco quem ibidem coltum 
fuerit, excepta murta* SSt 1097. La murta myrtus è il 'bosso', cfr. Tod. 
gen. murtin mortella; e bosco vai 'legno' in generale, come tuttora 
nel piemontese e in qualche dialetto ligure. 

buscalea: 'terris arabelis et erbis silvis buscaleis^ C 1089. L'od. gen. btl- 
skaga vale ' bruciaglia, fruscolo \ ma buskaga boscaglia è negli scrittori 
de' secoli precedenti. Cfr. n. 27, dove è già citata la forma secondaria 
buscareis SS 1085, e Due. s. v. 

bucius; 'in galoam vel bucium vel in aliquo ligno quod non sit navis 
magna' R* 454, 1228; 'quia medietas honeris seu carrici unius bucii 



Studj liguri. § 1« A. Carte latino : Lessico. 15 

«st ipsius Ilaimundi Restagni, et in ipso bucio marinarii xv fuerunt* 
R'352, 1214; ^pro qualibet persona veniente in nave, si ve bucio^ si ve 
tarida, si ve galiota, si ve sagitea* R' 432, 1256, e cosi altrove. Per altri 
«sempj, di tempo e luogo diverso, è da vedere, oltre a Jal, Archéo^ 
logie navale, Parigi 1840, II 249, sopratutto Bel grano, Documenti 
inediti riguardanti le due Crociate di S. Ludovico ix He di Francia ^ 
raccolti ordinati ed illustrati, Genova 1859, pp. 312 sgg., ov* è anche 
data una minuta descrizione del ^bucius*. I documenti, noti al Bel- 
^rano, in cui si parli di questa sorta di nave, non scendono oltre il 
sec. XIII ; io la trovo però ricordata nello Statuto dei Padri del Co' 
tnune della Repubblica genovese, pubblicato per cura del Municipio^ 
illustrato dall'Avv. C. De-Simoni, Genova 1886, p. 93, alPa. 1436. 
E efr. Due. s. bussa, buzia, bucia. — Le *Rime* ci offrono buzo buzi, 
•che rimasero enigmatici al Flechia, Vili 335, ed altro non sono se 
non la voce che ora studiamo. La pronunzia, come dimostra 1* u ben 
fermo, doveva essere bùsu, da unire colFant frc. buce busse, che il 
Kluge Etw. ^ 47 deriva da una base germanica, ant. nord, bùza, angl- 
sass. busse, ingl. buss, od. ted. buse. Cfr. Mackel, Die german, elem, 
in der franz. u. provenz, spr. 20 e 174 ; e aggiungi Tod. spagn. buzo 
e il catal. bussò. 

<alare\ ^et abbas non possit inferius ponere scilicet calare inferius sua 
canalia' SSt. 1187. Cfr. § 2 e, e Due. 

<:almus colle: *pro calmo Asegnino' R 280 (1039; cfr. *de Monte Asignano' 
R 267, Me Montasignano* ib., che è lo stesso luogo, oggi Muhtes'inàn, 
Mons Asinianus); *usque in calmo de Carello' R 279, R* 56, 1175. 
Cfr. Rom. XXI 9 n. 

ct*osai *uia que dicitur erosa" SSt 1011, cfr. 1026, 1118; *in fossato eroso 
R 272 (966). E Tod. gen. cr6s\x viuzza, e crò^u, più raro, in frasi come 
ihtu crosfu da mah 'nella concavità della mano.' Cfr. Arch. I 545, 
KSrting 2280. 

iiiserere: *pastenatum et inseritum non habuorimus' SSt 1007; *atque annis 
singulis viginti busmos inserere' R* 243, 1192. Vale 'innestare', gen. 
od. insci. Non so invoce che significhi busmos. 

nauclerius R* 209 e 272, 1194; 449, 1228, naucherius R« 454, 1228, bis, nau- 
cherus 451, 1228, bis, naucherios R* 449, 1228 ecc. Il noiìié nozhé nozhér 
delle 'Rime' non è da leggere, come il Flechia propone, nocér noce, che 
sarebbe anormale, bensì, come anche la grafia dimostra, nòger ndgp\ 
Ne mi pare verosimile roscillazione supposta dal Pieri, Arch. XII 158. 
Si potrebbe invece ammettere un doppio tipo per una voce affine, an- 



16 Parodi , 

ch'essa studiata dal Flechia, Arch. Vili 400, ugé voghe ^ cosi che la 
prima forma {vugè') rispondesse a *vog^lariu, la seconda a '^'voga- 
riu. Potrebbe darsi però che in voghe Vh fosse puramente ortografico; 
efr. vocherius del Continuatore di Gafifaro a. 1244 e vochieri in DeSimoni» 
op. cit., p. 271. — Quale uffizio avesse il 'nocchiere' sulle navi e in 
che si distinguesse dal 'pilota', espone il Belgrano, op. cit, pp. 23 sg» 

paxonadas R 300, palizzate, gen. od. pasùn palo. Cfr. KSrting 5970. 

phioUim unam olei LI 1128. E notevole, per la vocale che ha comune col ri- 
flesso francese. All'incontro: fialas C987. Cfr. St. it di fil. class., I 421 n. 

guintanascum R* 234, 1 193, fogna. Altrove quintana, che vive noU'od. gen. 
kintaha, di scarso uso, tranne in qualche frase stereotipa. Cfr. Due. 
s. quintana quintanea e Arch. Vili 381. L'etimo è incerto. Con lo stesso 
suffisso: forana, Forster, Oalloital. Prodigi, X 18, riana od. piemont.» 
che valgono tutti e due 'chiavica, fogna'. 

rexentarum unum R' 368, 1218. Cfr. rexentar, pag. 21. 

scindulax 'facit palos prò vinea... et scindulas,.. et stringit butes et tor- 
cularia et tinam' R37; assicella; cfr. Due. s. schindula. 

serabula: 'surexit in serahulis cum rapagulo in manu' R* 330, 1218. Cfr. 
Due. s. saraballa sarabola. 

seue siepe: 'fine seue de pradello' R 150 e 204 (992); anche seuale-, 'fine 
seuale de persego' R 143, e seuasco, 'de seuasco^ R 19, n. 68. 

spìtum spiedo: 'Turtexanus dat fascium unum spitorum* R38; cfr. Duc.^ 
e Kòrting 7688. L'od. gen. sptdu è importato; e spìtum riviene forse 
a un dialettale *$péu; cfr. imspea § 2 e. 

terucio terrazzo: 'ego salivi in terucio' R* 328, 1218, 'super quodam ter li- 
do ubi habebat granum' ib. 330. Cfr. Due. 

topia pergolato: 'fopia una de vinea' R 164. E vocabolo non popolare, con- 
servato tuttora nel contadinesco tópia, e diffuso piuttosto largamente. 

trexenda 'intercapedine tra due case', onde poi anche 'ricettacolo di im- 
mondizie': 'non possit facere vel habere latrinam in trexendis iusta 
domum eius positas' Scr. 256, 1145, e inoltre SSt 1181; più tardi è 
molto frequente; cfr. Due. s. transenda. 

truina: 'iuxta ortum qui est post truinam sancti Laurentii' R' 106, 1180. 
E la 'tribuna' o abside delle chiese medievali e ricorre spesso in altri 
documenti genovesi. Cfr. Due. s. tribuna truyna trofina. Due esempj, 
relativamente moderni, ho dalla 'Cronaca di Giovanni Antonio di Faie' 
(Lunigiana), edita negli Atti d, Soc, lig. di St, patr, X : 'Del mese de 



Studj liguri. § 1» A. Carte latine : Lessico. 17 

Luglio 1443 s*è fatta la troyna dela chiesa de S. Maria de Ghotola*^ 
p. 544; 4* ano del 1452, del mexe d'agosto, fo depinto la troyna dela 
Chiesa de Croia* p. 572. L'etimologia corrente fra i cultori degli studj; 
storici è tribuna"; ma non è agevole dimostrarla. 

zébarum unum R* 368, 1198. È Tod. gen. sehru bigoncia. Cfr. pag. 21, s.. 
rexentar. 

2irialei 'ortum seu ziriale' R* 312, 1215, anche ciriale 313. Cfr. il ni. C^ 
viale. Sarà cereale. 



baconus Wassallus 292, 1197; cfr. Kòrting 980 e il num. seg. 

baffadossOy 'Andrea h.\ R 406, due volte. Probabilmente hafa d'osu^ cfr. 
Arch. X 12 n, Kòrting 988, 989. Giovanni da Genova ap. Due. : 'Perna: 
baconus vel baffa porci*; cfr. § 3 e. 

bisxola: Mohannis qui dicitur bisxola^ n. 9, od. gen. buiua 'bussola' e- 
'portantina', hisueta salvadanajo. 

boletus: 'Ingo 6.' Scr. 332, 1156, 'lohannes boleium' R» 202, 1185; cfr. § 3. 

calabronus: 'Otto e' R 29. I dizionarj danno all' od. gen.: gravalùn, clie 
io però non ho sentito mai. 

crt4setu$^ 'Wilielmus cr.', Scr. 329, 1156. Sarà l'od. gen. kurs'etUj specie- 
di pasta da vermicellajo. 

faollus^ 'marescotus f\ Scr. 434, 1157; par l'od. genov. fòulu granchio. 
Cfr. § 3 C. 

flaono, 'lohanni /?.', R' 296, 1207; risponderà all'it. fiadone, Kòrting 3175. 

grita, 'Bonus Johannes gr/ R* 205, 1186; od. gen. grita granchiolino. 

grugnuSy 'Obertus gr.\ R' 214, 1195; ital. grugno^ gen. grinotu colpo sul 
viso. 

ìwstaliboij 'Petrus h.\ Scr. 316, 1156; sarà: ' osta-i-buoi ' ; cfr. Arch. VII 
523-24. 

lauezo 'Wilielmus l." R 88, num. 25. 

maimonus 'Vasallus m.', e anche maimonijy R* 46, 1172; va coU'it. gatta 
mammone, gen. gatu maimun, Kòrting 5033. 

manente y 'filius martini manente R 405. Potrebbe anch'essere nome co- 
mune; vivissimo tuttora: manente mezzadro. Forse riviene qui il ni. 
Manese'n, variamente scritto nelle carte: maneiani SS 1100, de 3/a- 
nentiano R 21, Manegano R* 127, 1188, Manengano R* 130 e 131, 1188. 

Archivio glottol. ital., XIY. 2 



IS Parodi, 

margon *Rainaldus )/i/ Scr. 303, 1155, 'rainaldus margoniis ib.; gen. nui 
grùh *morgone 'palombaro'. 

mazitco, *Aubertus ìn.\ SSt 1105, cognomo tuttora vivo, Mcuùcu^ num. 24 

olicedo R 148, oliceto 272 (9CG), de oUsceto 157, de Olexedo R* 40, 1172 
ni. che deve risalire ad ulex, del (juale non si citano che riflessi spa 
gnuoli, Kurting 846G. 

pantaxadus^ *Vidianuiu pantaxadum\ R 71; cfr. ^vox, pantaisar ecc. K5r 
ting ClOG *prhjantasiare e Tod. gen. spantàziìna fantasma. 

peto^ 'Gandulfus peto de lupo\ R 154. Non andava perciò messa in dubb» 
r antichità del vocabolo, Rom. XIX 486. 

Itfcamilio, *a te p.\ Scr. 413, 1157, frequentissimo nelle cronache. Se n^ 
ricava un verbo pihd, probabilmente col senso di 'beccare'. 

polesin, 'Guillielmus p,\ LI 1146, ' Ansaldi jniUcinr R« 195, 1153; cfr. § 2 e 

tachinus^ *Bernardus t.\ Scr. 417, 1157. Ora solo hihlh. 

tafur, *Obertus t,\ R 25, cfr. Kòrting 2384, e § 3c. 

B. Documento latino-genovese dell' a. 1156. 

[È propriament* un inventario, annesso al testamento di Raimondo Piooenado, del 
5 marzo 1156, e contenuto nel pia citato * Cartolario* del notajo Gioranni Scriba. Dopo 
le conTalidazioni d^uso, ^Testes amaldus tolose Martinas pe<2olus lonbardas lanctf 
I-Ifidii* ecc., si passa nel testamento ad affermar resistenza d^una carta Bapplementen, 
ore, da un certo se^no in poi, dCTon trorarsi enumerati gli oggetti spettanti aUa ts* 

doTa : * omncn raubam que scripta est in papiro ilio a [y inferius possit accipere vxor 
xnea quomque roluerit et iubco quod absoluatur *. Difatti, accanto al testamento, tn oa 
quaderno e T altro, è inserita di trarerso e cucita insieme una carta, di carattere dUTe- 
rente, dove si trova il segno indicato. Sopra questa carta scrisse inoltre alcune parole, 
di propria mano, il notajo stesso, nelP inchiostro rossiccio del cartolario. L^aatentidtà 
non n*è dunque dubbia. — Fu naturalmente pubblicata, col resto, anche la nostra carta, 
e trovasi a p. 309 della citata edizione: ma, pur troppo, non meno scorrettamente del 
resto. Né so, d'altronde, che finora abbia richiamato T attenzione degli studiosL Trat- 
tandosi d'un testo così antico, io mi attengo strettamente all'originale, e sciolgo bensì 
le abbreviazioni, ma rendendo in corsivo le lettere aggiunte.] 

Duos sospeales. una archeia parua. septe;/^ tabulai de aueto. 
(luas botas. una mastra, et duas bancas de maniar. et duas ta- 
biilas Ae maniar. ef qualuor banc^is de sedere in butega. el 
coenda//i de cosina, sciar, fogolariu//?. tabulas feuestre d^ cai- 
5 inara. clauatura de camara. latina, duos lectos. ^oendas balco 
nwu de caimera. duas tendas de canauacio qnuruni cooperiun 



Studj liguri. § 1, B. Doc. lat-genoveso. 19 

tur pannos. unum mantelluw de coniculis coopeHum de scar- 
lata. unum mantellum uulpis. duas segias^. 

Unum morter de ramo. II pestelos *. duas catenas ab igne, 
una graÌQa de ferro ad ponenduwi scutellas, una arp^ de ferro, io 
una conca de ramo. HIP' senauerio^. unum pedem de candeler 
de ramo, duos candelerios de ramo, unam scutellam pictam 
de almaria. et una scutella de ramo, duos bacinos de ramo, 
duos lebetes. et duos pairolos. unum rexentar de ramo, duos 
anelos de auro, et unum cuiar argenti ruptum. quatuor ca- 15 
tenas de pertega. un[a] lucerna de ramo, et unum doQol de 
ramo cum penditore. unum \eci\xm inpictum. duas coceras de 
piuma. duo5 cosinos nnus de corre, et alius de carpita de^ 
lana, et unum auriger. unum colgerer de cor. duos coopertores, 
duos lengoles. et unam uellatam. unum orinale, quatuor meia- 20 
role de oleo. et una orca, et unam securem. et unam balangam 
cum. V. libris de ramo, et unum marcum de ramo, et unam 
cupam de terra, et unam amolam cum aqua nanfa, et unam 
ca^am de ramo, et unum colar de ferro, unum uaxellum de 
ure[to. u]num enaper cum uno enapo de ureo, una enaper 25 
cum una cupa de ligno. unam botam. unam megenam de porco, 
una bota ubi ponuntur omnes minutas res. duas almusala^. duos 
baracamos iauni. una pelle uaira pellatas. unam cooperturam de 
cendal uetera*. omne^ res istas qiuis hic scripte suwt raciono 
uxori mee prò x. lib. (IIII et colinum et padellam et ueru)^. 80 

Note lessicali. 

cimar ia 12, Almeria. 

<ilmusalas 26. E certo lo sp. almo^ala^ Korting 5522, Due. s. almucium, al- 
mucella. Dirà: 'coperta*, forse da letto. 



' Con questa linea finisce la prima parte della carta, che è divisa dalla 
seconda, contenente Tenumerazione degli oggetti spettanti alla vedova, per 
mezzo d*una riga in inchiostro nero, sulla quale appare il segno voluto, e 
poco lontano da esso la valutazione : Ih. iii. 

' II pestelos, sopra la detta riga. 

' (/r, ma il r è espunto. 

* Seguono dopo ueterOy ma cancellate da chi scriveva, le parole : in domo 
mentis pesulani expendi, xxxx. sol. una arca ferrata que ualet xx. sol, 

^ Le parole fra parentesi sono scritte in rosso, dal notajo stesso. 



20 Parodi, 

amolam 22, od. gen. dmua, misura di liquidi, poco inferiore al litro, it. 
amola. Cfr. Arch. I 486. 

archeta 1, arca, cassa. 

arpa 10. Va forse colFit arpione, prov. arfa artiglio ecc., Kòrting 3893.. 
Non oso proporre che s' abbia a leggere arca ; v. però la nota a 1. 23. 

aueio 1, abete, ora perduto. 

auriger 18, od« gen. uéye origliere. 

baracamos 27, 1. baracanos? Ognuno sa che ' barracano ', nel senso dTuna 
specie di tela e d^una specie di panno, è voce tuttora yiyissima e 
molto diffusa; ma qui si tratta piuttosto di uno 'stragnlum', denomi- 
nato dalla materia ond'era fatto. Cfr. Due. s. barracana. Circa il m, vien 
da pensare airit barracamex ma il genovese ha solo barahan, 

botas 2, botam 22, boia 2a botte. 

carpita 17: 'et alius (col^erer) de carpita de lana*. Ducange s. carpita:. 

* panni villosi vel crassioris genus, et vestis ex eo panno \ Cfr. lo 
sp. carpita carpeta^ che è forse il vocabolo originario (t=TT}. Nello 

* Statuto dei caravana' (genov.-bcrgam.) trovo una tarpila (a. 1391). 
ca^am 23 'romajuolo', Kòrting 1338. 

daìàatura 5, ora óiròja, anter. cataìira. 

colinum 29, colmo. 

col^erer 18. Ci dà un "^eulcitrariui cfr. coctras, 

corre 17, cor 18, cuojo. La forma genovese schietta è da riconoscere ù» 

cor^ cioè cOr: ora non abbiamo che un semiletterario kòju, 
coceras 16. Parrebbe dire * materasso*; e la forma conviene eoll*aiit sp. 

cosedi-a, Cfr. col^erer e rexentar. Nel cìt * Statuto*, trovo culcideraj e- 

più notevole: *strapointa una, cosereta una\ allato a cocereta, 
cuiar 14, coiar 2^ cucchiajo, od. gen. kùgà, il cui ù pare adombrato nel 

primo esempio. 
docoì lo, quasi Moccìuolo*? L'aggiunta 'cum penditore', dimostrm trattarsi 

d*uno strumento ohe si può appendere in alto. 
enap^ 24; cmipo ib. : Kòrting X>>7. 
fo^olsirium 4. Noi nostro oonudo fu-Jiu: focolare. Qui però si tratta di 

cosa che può muoversi, e perciò molto semplice. 
graìca 10. L*Ovl. genov. ne manca, ma possiede due vocaboli affini: §reisiu- 

* graticcio \ del contado: yn'jWa * graticola*. 
ùiiini 27 gialli. È dal francese; ora ihinu, 
masìrti 2, madia. 
meìjrolc ll^, 'nier;aruoK^\ Cora? misura, la mezzaraola equivaleva a due- 

barili. 
mff-:ri2ri 2\ Par difficile separ.ire quella voce da mez^na * saccidia* che 

il Ducance illustra cor osempj di Galvano Fiamma e d* altri, benché 



Studj liguri. § 1, B. Doc. lai-genovese. 21 

sarebbe, nella nostra carta, il solo termine. estraneo agli arnesi o uten- 
sili domestici. E voce sempre viva e molto diffusa. 

morter 9, mortajo, od. murtà. La desinenza -er non so se abbia valor reale. 
Complemento indispensabile del mortajo sono i pestelos ib. 

orca 20. 

jìairolos 13, pajuoli. 

P'^tega 15. Non è chiaro cosa significhi *catonas de pertega', poiché le 
*catenas ab igne' son già ricordate di sopra, 1. 9. 

ramo 9, 11, 12, 15, 21, od. ràmu^ ramo. 

rexefitar 13, cfr. Flechia Arch. II 29-30, Kòrting 6718. Ritorna il nostro 
vocabolo in R* 368, 1188: *culcidram unam, cussinum unum, cooper- 
torium unum, linteamina tria, sarabolam unam, interulam unam, toa- 
giam unam,... calderam unam, lebetem unum, concam rami unam, 
banchetas duas,... iupum unum, siti^m unam, caciam unam ferri, 
zebarum unum, rexentarum unum,. . . decenum unum*. Per sarabolam 
e Jiebarum, vedi pp. 16 e 17; per decenum, num. 68. 

^eìar 4 *sit*lariu; segias 8; oggi segóf e sega; cfr. Arch. I 485. 

senauerios 11, forse * recipienti per la senapa*, ma, avuto riguardo al loro 
numero, più per conservarla che per imbandirla sulla mensa. Acquista 
cosi valore il senaperius del Ducange, eh* egli vorrebbe correggere in 
henaperio, Cfr. il Due, pur s. senape. 

cendal 28, zendado. 

^oendam 4, goendas 5 'chiudenda*. Fa difficoltà il e-, che dovrebbe va- 
lere <>, ma probabilmente lo scrittore si trovava impacciato a rendere 
il suono palatino. E un cl- in e-, che va aggiunto ali* esempio dei 
num. 30 e 58. 

sospeales 1, cfr. Due. s. suppedaneum. 

uaira {pelle) 27; raggiunto pellatas varrà 'spellata*. 

uaxellum 23; cfr. Tod. vasekea toffania. 

uellatam 19; di certo: 'coperta vellosa*. Cfr. Due. 8. vellata. 

ureo 24, due volte, 'vetro*, ora ufdrw, vocabolo tardo. Ma vréu era an- 
cora vivo nel quattrocento, § 2 e. 



22 Parodi, 



§ 2. IL DIALETTO NEI PRIMI SECOLI. 



A. Testi. 



N. 1. — Istruzioni politiche a Segurano [Salvago?], inviato dal 

Comune di Genova a Cipro. 

Circa il MCCCXX. 
{Dall' originale, neW Archivio di Stato genovese; Materie politiche. Mazza 

VII!.]* 

A noi, Segnran, cometamo per aregordo e a memoria redugamo, si corno eo 
dira de Bota, primo: 

Quando voi serej in Famago^, presenterej la letera a li mercanti, la qnar 
Noi u'auemo dajta. In apreso informajae de Tintencion de lo rej, e se li nostri 
5 mercanjnti an reguardo de si. Ancor se a la nostra qnestiu/i elio n'e fauoreuer 
o no, e segondo che uoj trouerej in la noluntae e in lo senbia[n]te de li mer- 
canti, lantor ve porrej conseiar in lo descaregar de la mercantia et in la nostra 
segurtae K Chesto digamo inperzo che noi no sauemo comò li serulxi de la stan. 
In atto che uoi v'acorzesi che dubio fosse, a uoj e a li mercanti, che ben no 
10 ne parese star seguri, lantor porrosi cerchar la nostra segurtae e de lo nostro 
aner, segondo che a uoi e a li altri parrà. 

£ per auentura porreua esser che lo rej aspejterea archnnna anbaxa secreta, 

o parese in questo pasagio per tractar d' aconzo ; e se e Ho fesse sentir Inter l[i} 

mercanti o per alcum de li nostri, porosi dir che uoj crcj che li grandi sernixi 

15 che noi auemo a far de questa guerra no e stao prouisto a tao cosse, segondo 

che uoi crej. 

In casso che perigo pareso de descaregar le garee per sospezon — intendaj la 

quar sospezon paresse dubiossa, e che per questo dubio no ne parese segur lo 

star — , lantor si porosi presentarne deuanti lo rej con la letera de [cjreonza* 

20 che noi v' auemo dajta, e seando dauanti da lo rej, saluarlo per parte nostra, s[il 

comò se dexe, e in apreso dir cosi corno e diro de seta: 

** Segnor Rej, noi mercanti somo vegnuj in la nostra terra con gran segurtae 
a far mercantia e[n] lanna, [per] la uostra terra e per nostro ben; per che sea 



* Questa carta fu già pubblicata, secondo la mia copia, da C. Desimoni,. 
neir* Archivio Storico italiano* XIX 106 sg^. Senonchò, non avendo potuto 
l'illustre uomo rivedere le bozze, usci cosi malconcia, da non far troppo 
onore al mio nome, sotto la cui responsabilità essa era posta. Circa il Se- 
gurano, a cui le 'Istruzioni' sono consegnate, vedasi l'articolo stesso del 
Desimoni, pp. 91 sg. n. — Di qui innanzi, nello sciogliere le abbreviazioni, 
non mando in corsivo le lettere aggiunte, se non quando T oscillare del- 
l' ortografìa possa render dubbia la restituzione. 

* sigurtae è meno probabile. ' D e di creenza manca per un gnasto della 
carta. 



Studj liguri. § 2. Testi: 1. Istruzioni ecc. 23 

noetra marce de dame sig^artae de star e do andar, si corno noj somo aeaj, e in 
pero che alcan[e] re eoBpezon Bon int^* noj per aloane crìe o comandi, fajti per 25 
la nostra majstae, die se alcunna naciun farà dapno etc. 

** Per che lo duxe de Zenoa e lo so conscio ne manda a dir per mi, corno elio 
intende de niner con benna paxe e pacificamenti con tnti H principi do lo mondo, 
e che per la gracia de De la citae de Zenoa e lo destreto e in gran iustixia e 
paxe; per che da chi ananti non e da dubiar che per li eoi destrituaj sea fajto 30 
offesa, salno a li soj innimixL 

'^ £ in perzo per alcanne discordie chi san stae int^ la soa coronna e li Ze- 
noexi — chi no deaerea ' esser staita, chi considerasse Pantigo te^tpo de li soi 
strapasaj e ancor de li nostri, de lo grande amor e de la grande affetinn; e da 
Tanna parte a Tatra no ghe deueroa^ esse altro che bonn amor — , por- 35 

rena esser che per lo mar stao, lo qaar gran tempo' fa la citae do Zenoa a 
Bostegnao, int^r lor gra[n]de guere e grandi dalmagi — e donde non e nnitae 
no pò eser iustixia — , che questa ne serea parte ^ de caxoft, e ancor li faci ci- 
tajn, chi per la lor specialitae aueran portao ree parolle e somenao zinzanie, 
sor per esser in gratia, si comò trajtor do so Oomun e ancor de li nostri bor- 40 
ghesi semeieue menti. 

Perche, Segnor, quando piaxese a la nostra Corronna d'auer fim in bonna 
paxe, honore[a]er per Tunna parte e per l'atra, si come se deuerea raxoneucr ^ 
menti far, lo nostro Duxe e desposto a uiuer pacificamenti e amorossa menti con 
tnti quelli de questo mondo e special menti coti la nostra Coronna. Per che, 45 
quando ve piaxesse da mandar la nostra ambaxa in corte de Roma, lo quar e 
logo comun e honereuer per voj e per lo nostro Comun, elio ne serea monto 
contento; e de zo uè prega che gi ddbiai mandar la nostra uoluntae, azo che 
tanto ben se possa compir, a honor de Do e de crestianitae. „ 



N. 2. — Proposizioni fatte dal Comune di Genova al re d'Un- 
gheria, per un'alleanza contro i Veneziani. 

3 luglio MCCCLII. 

[Ball* originale , nell'Archivio di Stato genovese; Materie politiche ^ Mazzo 
Vili.] 

Sumus contenti de far liga cum lo segnor Rey, ala^ offension de lo Vene- 
ciam, seco;tdo Porden parlao cum maistro Freyrigo, in questo modo: 

Primola menti che noi so troueremo a nostro poey Inter lo gorfo, lo pu tosto 
che noy porremo, a ogni offenssion do le torre, le quao tennon li Vonocia/i, 
Beando lo dito segnor Bey per terra, cum le soe gente, per uia ordenaa, quando 5 
Fordom sera dayto inter noy e lo dito Segnor Rey, abiando in le terre de lo 
dito Rey, chi sum a la marinna, aparogiao refrescamento per le nostre garee, 
azo che per defecto de victualia le nostro calee no perdesom lo tempo, o che la 
Tia e la speysa, chi sera monto grande, no fosse stayta inderno. 



* Molto dubbio. * Dubbio. Forse la lettura più rigorosa sarebbe deiueraia 
o deniereia, 'La finale può anch'essere un i. * parte è molto incerto, 
faci anche peggio. * raxonouer. • alo. 



22 Parodi, 



§ 2. IL DIALETTO NEI PRIMI SECOLI. 



A. Testi. 



N. 1. — Istruzioni politiche a Segurano [Salvago?], inviato dal 

Comune di Genova a Cipro. 

Circa il MCCCXX. 
[Dall' originale, nell'Archivio di Stato genovese; Materie politiche, Mazzo 

Vili.]* 

A noi, Seguran, cometamo per aregordo e a memoria redagaroo, si comò se 
dira de soia, primo: 

Quando voi sorej in Famago^, presenterej la letera a li mercanti, la qnar 
Noi u^auemo dajta. In apreso informajae de Tintencion de lo rej, e ee li nostri 
5 mercanjnti an reguardo de si. Ancor se a la nostra questiu/t elio n^e fauoreaer 
o no, e segondo che uoj tronerej in la uolnntae e in lo senbia[n]te de li mer- 
canti, lantor ve porrej conseiar in lo descaregar de la mercantia et in la nostra 
segartae K Chesto digamo inperzo che noi no sauemo corno li sernixi de la stan. 
In atto che noi v^acorzesi che dubio fosse, a uoj e a li mercanti, che ben no 
10 ne parese star seguri, lantor porrosi cerchar la nostra segurtao e de lo nostro 
aner, segondo che a noi e a li altri parrà. 

E per auentura porreua esser che lo rej aspejterea archunna anbaxa secreta^ 

o parese in questo pasagio per tractar d^aconzo; e se e Ho fesse sentir inter l[i} 

mercanti o per alcum de li nostri, poresi dir che uoj crej che li grandi sernixi 

15 che noi aucmo a far de questa guerra no e stao prouisto a tae cosse, segondo 

che noi crej. 

In casso che perigo parese de descaregar le garee per sospezon — intendaj la 

quar sospezon paresse dubiossa, e che per questo dubio no uè parese segur lo 

star — , lantor si poresi presentarne deuanti lo rej con la letera de [c]reonza* 

20 che noi v' auemo dajta, e seando dauanti da lo rej, saluarlo per parte nostra, 8[il 

corno se dexe, e in apreso dir cosi corno e diro de sota: 

** Segnor Rej, noi mercanti some vegnuj in la nostra terra con gran segurtao 
a far mercantia e[n] lanna, [por] la nostra terra e per nostro ben; per che sea 



* Questa carta fu già pubblicata, secondo la mìa copia, da C. Desimoni^ 
neir* Archivio Storico italiano' XIX 106 sgg. Senonchò, non avendo potuto 
l'illustre uomo rivedere le bozze, usci cosi malconcia, da non far troppo 
onore al mio nome, sotto la cui responsabilità essa ora posta. Circa il Se- 
gurano, a cui le * Istruzioni' sono consegnate, vedasi l'articolo stesso del 
Desimoni, pp. 91 sg. n. — Di qui innanzi, nello sciogliere le abbreviazioni, 
non mando in corsivo le lettere aggiunte, se non quando l'oscillare del- 
l'ortografia possa render dubbia la restituzione. 

^ sigurtae ò meno probabile. ' D e di creenza manca per un guasto della 
carta. 



Studj liguri. § 2. Testi: 1. Istruzioni ecc. 23 

nostra marce de dame sig^rtae de star e do andar, si corno noj somo usaj, e in 
pero che alciin[e] re eospezon son int^' noj per alcune crie o comandi, fajti per 25 
la nostra majstae, che se alctmna naciun farà dapno etc. 

" Per che lo daxe de Zenoa e lo so conseio ne manda a dir per mi, comò elio 
intende de niner cùn benna paxe e pacificamenti con tnti li principi do lo mondo, 
e che per la gracia de De la citae de Zenoa e lo destreto e in gran inetixia e 
paxe; per che da chi ananti non e da dabiar che per li eoi destritnaj eoa fajto 30 
offesa, Baino a li soj innimixL 

** E in perzo per alcnnne discordie chi snn stae int^* la soa coronna e li Ze- 
noexi — chi no denerea^ esser staita, chi considerasse Tantigo tempo de li soi 
Birapasaj e ancor de li nostri, de lo grande amor e de la grande affetinn; e da 
l'nnna parte a Tatra no ghe deuerea' osse altro che bonn amor — , por- 35 

rena esser che per lo mar stao, lo qnar gran tempo' fa la citae de Zenoa a 
Bostegnno, int^r lor gra[n]de guere e grandi dalmagi — e donde non e nnitae 
no pò eser iastixia — , che qnesta ne serea parte ^ de caxon, e ancor li faci ci- 
tajn, chi per la lor specialitae aueran portao ree parolle e somenao zinzanie, 
sor per esser in gratia, si comò trajtor de so Gomnn e ancor de li nostri bor- 40 
ghesi semeieue menti. 

Perche, Segnor, quando piaxese a la nostra Corronna d'aner fim in benna 
paxe, honore[n]er per Tunna parte e per l'atra, si come se deuerea raxoneuer ^ 
menti far, lo nostro Dnxe e desposto a niner pacificamenti e amorossa menti con 
tnti quelli de questo mondo e special menti cmi la nostra Coronna. Per che, 45 
quando ye piaxesse da mandar la nostra ambaxa in corte de Roma, lo qnar e 
lego comun e honereuer per toj e per lo nostro Comnn, elio ne serea monto 
contento; e de zo no prega che gi dabiai mandar la nostra uoluntae, azo che 
tanto ben se possa compir, a honor do Do e de crostianitae. „ 



N. 2. — Proposizioni fatte dal Comune di Genova al re d'Un- 
gheria, per un'alleanza contro i Veneziani. 

3 luglio MCCCLII. 

[Ball* originale, nell'Archivio di Stato genovese; Materie politiche y Mazzo 
Vili, i 

Snmns contenti de far liga cum lo segnor Rey, ala^ offension de lo Vene- 
ciam, seco7ido Torden parlao cum maistro Freyrigo, in questo modo: 

Primera menti che noi se troueremo a nostro poey inter lo gorfo, lo pu tosto 
che noy porremo, a ogni offenssion de le terrò, le qnae tonnen li Venecia/z, 
Beando lo dito segnor Rey per terra, cum le soe gente, per uia ordenaa, quando 5 
Fordem sera dayto inter noy e lo dito Segnor Rey, abiando in le terre de lo 
dito Rey, chi sum a la marinna, aparegiao refrescamento per le nostre garee, 
azo che per defecto de victualia le nostre calee no perdesem lo tempo, o che la 
TÌa e la speysa, chi sera monto grande, no fosse stayta inderno. 



^ Molto dubbio. * Dubbio. Forse la lettura più rigorosa sarebbe deiueraia 
o deniereia. 'La finale può anch'essere un i, * parte è molto incerto^ 
faci anche peggio. ° raxonouer, • alo. 



26 Parodi , 

[f. 89^] Anchora lo dano de la naue e de la g^area^a preiBe per le nostre 
garee, e menae a Zenoa cum la anna(r); lo qua dano ee anlsa che Bea f.o d. 

Anchora lo dano faìto a MonBeg^ior lo Gonemaor per li Yeneciaim per lor 
reeza e marnaxitae ; lo qnar Monsegnor no vor ni gì par coneneyuer, che li diti 
1^ Yeneciaim se debiam poey iactar ni vantar, che abiando lor faito dano e mar- 
naxitae a MonBOfpior e elio abia anno in eoe maym e in soa vertne de lo aney 
e de li beim de li Yeneciaim, elio no bo ne sea pagao e Batisfaito. Ben che elio 
no abia may tossuo ni yoia remerteghe^; 8i uor, comò e debito e coneneyne^ 
che lo dito dano a elio sea a lo mem ìm parte satisfaito. E bem che lo dito 

o 

20 dano de lo dito Monsegnor se possa raxoneiaer menti extimar in pu de YllII 
fyrim, nientemem lo dito Monsegnor, considerando teneramenti che questo tar 

n 

dano de insyr de borssa a li citaim, no nor meter quello dano no ma im f. T. 

Anchora lo sonradito officio de la pronixiom si bezogna per li soday, o sea 
per la gente chi som oltra zoao e a Noae, e per satisfar a altri lor debiti e per 

25 cosse a lo bostnto neccessarie — f Y. 

o 

Le quae qnantitae, corno voy vey, montam a soma de circha f. XYII. Ma 
perzo che esti dynay couennem tnti manuatim, e perzo che sempre in prestey 
e ìm atri nostri moy do tronar monca, e rey debitoy e noxe rancce, si par a 
Monsegfnor e a lo Consegio e a lo officio de la prouixiom predito che se besogne 

30 trouar moo de auey per la caxoim souradite — f. xx. 

E perzo piaxa a voy, Segnoy congregay cogi a conscio, conseiar e auisar nnde 
e per che moo se debia reconerar e aney questa monca presta menti, per zo che 
firn che a questi pagamenti no sea dayto compimento, li nostri prexoim, chi som 
in Yonexia, no pom auey liberaciom ni esser rellaxai, ni se porreyua obseruar 

35 le cosse promise. 

L' atra caxom per la quar o sei requesti a conscio, si e che, comò voy sauey^ 
eire monte fìay scheyto e anchora pe schaze, che per chosse tochatiue a la 
Segnoria e alo stao de nostro Segnor lo Rey, e a lo bem e a la saluaciom de 
questo Gomum, se e couegnuo e forssa couerra spender secreta menti alcunne 

^ quantitae de dynay. Le quae per la secreteza fam bom fructo, zo che serea de 
grande dano parezarle, e per osto moo si se e obuiao per lo tempo passao & 
monti dani e inconuenienti de questa cytae, e cossi se e visto per ihayra proa. 
Per che par bem e ^ cessa neccessaria, che tuta fia che Monsegnor lo Gouemaa 
e lo Consegio cognosceram o veyram esser uter o neccessario per bem de la Se* 

45 gnor! a o de lo stao de nostro Segnor lo Rey, o saluamento e bem de' questa 
cytae, che se spenda secreta menti alcunna quantitae de dynay e che elli lo de- 
liberem. In quelli caxi lo dito Monsegnor cum lo conscio o cum quella parte do 
lo dito consegio che a Monseg^ior parrà, o etiamde elio tanto possam e abiam 
bayria de far quella tar speysa secreta mentì, de la monca de lo Comu^n, in le 

50 cosse predite ; pur che per elio e per lo Consegio sea faita la deliberaciom, e do 
la quantitae. 

Su le quae cosse lo dito Monsegnor ne vor sauey le intencioim e le voluntae 
de voi citaym, aera cogi requesti. 

E perzo piaxaue su està segonda posta assi consegiar e dirne li nostri parcy. 



* renterteghe potrebbe essere un errore per remeteghe rimetterci, ma non pare 
che questo si accordi del tutto bene col senso. ^ Forse V e va tolto. ' die. 



Studj liguri. § 2. Tosti: 5. La Passione. 27 



N. 5. — La Passione. 

Ho estratto questa Passione da un manoscritto della Biblioteca civica di 
Genova, che porta la segnatura 1. 2. 7 ed il titolo : Cronaca di Jacopo da 
Varagine. E un bel codicettcv in foglio, cartaceo, legato modernamente in 
pergamena, scritto quasi per intero da una medesima mano e a due co* 
lonne^ con iniziali rosse e turchine. I fogli sono 66, di cui 4 bianchi; il 
recto del primo è circondato d*un fregio, ed ivi comincia, con una grande 
iniziale, la Cronaca del Varagine, in latino, dalla quale il cod. s'intitola. 
In fine di essa, al f. 39°, V Explicit, in rosso, ci conserva con tutta esat- 
tezza la data della trascrizione : Explicit cronicha communis lanue, quam 
compilauit venerabilis pater dominus frater lacobus de Varagine de ordine 
fratrum predicatorum , Januensis archiepiscopus , anno domini millesimo 
ducentesimo nonagesimo quinto, Scriptam manu mei leronimo de Bruno 
Ebredunensis dyocesis, anno domini millesimo CCCLIIJ, de mense februa- 
rio. In carceribus Venetorum, incarceratus cum lanuensibus, prò nimio 
dolore repletus. Questa data vale a un dipresso anche per la Passione^ cho 
seg^e subito dopo, dal f. 40* al f. 47'', scritta dal medesimo e adorna 
ancor essa, nel recto del primo foglio, d'un fregio e d'una grande iniziale. 

Terminano il codice la leggenda di Tundalo in latino, f. 48^5®; T* Epi- 
stola beati Bernardi' al cavalier Raimondo di castello Ambrogio f. 56-57'", 
già pubblicata dal prof. Vincenzo Crescini, Giorn. ligust, X 351 sgg.; in- 
fine alcuni frammenti di non molta importanza. 

Per la trascrizione, nulla ho da aggiungere, tranne cho ho sempre roso 
con m la nasal finale delle abbreviazioni, eccetto in e non. Interrompo la 
stampa verso la fine del f. 43°. 

[f. 40*] Pensando in mi meeteeso che he Bom ordenao e misso in lo campa 
de Cristo, qnamuisdee indegno, coaienme honerar e lanorar lanor chi Bea ac- 
ceptao dananti da Dhee. E vogando in questo campo e in questo mondo monto 
pyamte non far fructo per deffecto de humor e de aygue, he si me som metuho 
a prender de quella celestial fontanna viua della scriptura saynta, segando la 
mea possibilitae, e menarla ' per isonduyto a quelle iaue chi som lonzi da quelle 
Ay^QG* A 20 che quando sera vegnuho lo tempo delle messoym, non me diga 
lo Segnor de questo campo che lo so fruyto sea perio per pigreza in le meo 
maym e me togla la bayria de questo lanor e me zicthe ' for de la soa terra, e 
a desonor me conuegna mendigar. Lo frayto lo qual reqnere Cristo delle soho 10 
piamte che elio a pyamtao, zoe delle nostre anime che elio a creae, e si e amor 
e carìtae a Dhe e allo proximo. E questo testimonia lo sauio Salamom, chi parla 
a noy in persona de Criste e disse : FiliJ, da michi cor tuum. Conuen doncha a 
queste piante adur aygua che le faza^ acender in l'amor de Dhee e render 
fructo de carìtae. Trey cosse me parem Inter le aotre che specialmenti ne aduem * 15 
in l'amor de Dhee. La primera si e apensar lo bem che elio n'a fayto, la se- 



5 



' mernala. * zicche, ' la faxa, * Non si legge con sicurezza se non ad. 



2e Parodi , 

[f. 89*| Anchora lo dano de 1& naue e de la garea^a preÌM per le ncwtn 
garee, a nienas a Zenoa Cam la anna(rl; lo gnu dsno le aaiim cha Mik f." i. 

Anchora lo dano futo a Xonse^or lo Oonemaor per lì Veneciaim per lor 
reeia e mamaiitae ; lo qnar Monief^nor no vor ni gì par conenojaer, che It diti 
15 Yenecìaiin io debìnm poey ìactar ni Tantar, ohe abiando lor faito dano e mar- 
□aiitae a Monsef^or e elio abia bddo in eoe maym e in BOa Tertne de lo anay 
e de li beìm da lì Veneciaìm, elio no le ne lea pagao e latiefaita. Ben che ella 
no sbia may vouuo ni vola renierteghe '; bì uor, comò e debito e coDenerne, 
che lo dito dano a elio saa a lo mem ìm parta sattefaito. E bem che Io dite 

^ dano do lo dito Monsegnor se pous rasoneioer menti eitimar in pn de Villi 
ferrini, nientamem lo dito ^loniegnor, coneideraDdo teneramenti che qneeto tar 

dano de iniyr do borssa a li citaim, no nor meter quello dano no ma im f. Y. 

Anchora lo soaradito officio da la proaìiiom m beio(!Da per li coday, a «ea 
per la gente chi eotn olirà zono e a Xoae, e per satitfar a altri lor debiti e per 
2S COMO a Io lostnto necceesaria — f V, 

Le qnae qnantitac. corno voy Tey, montoni a soma de circha f. XVIL Va 
pcrxo cUo est! dynny rouennem tati manaatim, e perzo che tempro in preetey 
e ini atri nostri itioy do trouar monea, e rey debitoy e noxe rancee, ai par a 
Monsegnor e a lo Conse^io e a lo officio de la proaixtom predìto che te beeogne 

ito trouar moo do aney per la caxoini eouradite — - f. xx. 

E perzo piaxa a voy, Sognoy congregay coti a coneeio, conaeìar e aoìsar nnda 
e per che moo se debia rccouerar e anej' questa monea presta menti, per zo che 
firn che a questi paf^amentt no aea. dsyto compimento, li nostri presoìm, chi aom 
in VonexìB, no poni aney lìberaciom ni esser rellaxaì, ni se porreyua obeamar 

35 le cosse promise. 

L'atra caxom per la quar o sei reiiaesti a coneeio, si a cho, comò toj aanej, 
ell'e monto fìay schcyto a anchora ps echaze, che per choese toehatiae a la 
Segnoria e alo stao de nostro Segnor lo Rcy, o a lo bem e a la salnaciom de 
qncsto Comum, se o couegnuo e forssa conerra spender secreta menti aleaniw 

M quantìtae de dynay. Le quae per la secreceza fam bom frocto, zo che aaraa da 
grande dano parezarlc, e per esto moo si se o obuiao per lo tempo paiiaa & 
monti danì e inconuenienti do questa cytae, e cossi se e risto per ihajrk proa. 
Per che par bem e * cossa neccessaria, che tuta lìa cho Monsegnor Io Qonenao 
e Io Cousegio cognosceram o verram esser nter o neccessario per b«m da I& Se- 

40 gnoria o de lo slao do nostro Scgnor lo Rey, o saloamento e bem de* q«Mta 
cytae, clic se spenda secreta menti alcunna quantitao de dynaj' e che elli lo do- 
liberem. In quelli caxi lo dito Monseguor cann lo conscio o cum qaella paria da 
lo dito conscgio cho a Mooiegnor parrà, o etianide elio tanto pOMun ■ bUub 
bayria de far quella tar Bjiaysa secreta menti, de la monea de lo ComuM, in !• 

50 coeso predite; pur che per elio e per lo Conscgio sea fnita la delibnadom, • i» 
la qnantitae. 

Su le quae cosse lo dito Monsegnor ne Tor saney le intencimm fl la TvbnlM 
de voi citaym, aoro cori requesti. 

E perzo piaxaoe su està scgonda posta assi consegiar e dima U uoatrì pxHJ. 



tmeteghe limettorol, ma non |iBra 






Studj liguri. § 2. Tosti: 5. La Passiono. 27 



N. 5. — La Passione. 

Ho estratto questa Passione da un manoscritto della Biblioteca civica di 
(iene va, che porta la segnatura 1. 2. 7 ed il titolo : Cronaca di Jacopo da 
Varaffine. E un bel codicetta in foglio, cartaceo, legato modernamente in 
pergamena, scritto quasi per intero da una medesima mano e a due co* 
lonne, con iniziali rosse e turchine. 1 fogli sono 66, di cui 4 bianchi; il 
recto del primo è circondato d'un fregio, od ivi comincia, con una grande 
iniziale, la Cronaca del Varagine, in latino, dalla quale il cod. s'intitola. 
In fine di essa, al f. 39®, V Explicit^ in rosso, ci conserva con tutta esat- 
tezza la data della trascrizione : Explicit cronicha communis lamie, quam 
compilauit venerabilis pater ilominus fratcr Jacobus de Varagine de ordine 
fratriitn predicatoriwi , Januensis archiepiscopus , anno domini millesimo 
ducentesimo nonagesimo quinto, Scriptam manu mei leronimo de Bruno 
Ebredunensis di/ocesis, anno domini millesimo CCCLIJJ, de mense februo-- 
rio. In carceribus Vcnetomm, incarceratus cum lanuensibus, prò nimio 
dolore repletus. Questa data vale a un dipresso anche per la Passione, che 
seguo subito dopo, dal f. 40* al f. 47'', scritta dal medesimo e adorna 
ancor essa, nel recto del primo foglio, d'un fregio e d'una grande inizialo. 

Terminano il codice la leggenda di Tundalo in latino, f. 4S*-55*'; 1'* Epi- 
stola beati Bernardi' al cavalier Raimondo di castello Ambrogio f. 50-57*', 
già pubblicata dal prof. Vincenzo Crescini, Giorn. ligust, X 351 sgg.; in- 
fine alcuni frammenti di non molta importanza. 

Per la trascrizione, nulla ho da aggiungere, tranne che ho sempre rof^o 
con m la nasal finale delle abbreviazioni, eccetto in e non. Interrompo hi 
stampa verso la fine del f. 43°. 

[f. 40^] Pensando in mi mestoBBo che he Bom ordenao e misBO in lo campo 
do Crisie, qaamuisdee indegno, couienme houerar e lauorar lanor chi Bea ac- 
ceptao daaanti da Dhee. £ vogando in quoBto campo e in questo mondo montu 
pyamie non far fructo per deffecto de humor e de ajgno, ho si me som metuho 
a prender de quella celestial fontanna viua della scriptura saynta, segundo la ^^ 
mea possibìlitae, e menarla ' per lìondnyto a quello iaue chi som lonzi da quelle 
aygue, a zo che quando sera vegnuho lo tempo delle meBsoym, non me dìgix 
lo Segnor de questo campo che lo so fruyto Bea perio per pigreza in le meo 
maym e me togla la bayria de queeto lanor e me zicthe ' for de la soa terra, e 
a detonor me conuegna mendigar. Lo froyio lo qual reqnero Oriate delle Boho 10 
piamte che elio a pyamtao, zoe delle nostre anime che olio a creae, e si e amor 
e carìtae a Dho e allo proximo. E questo testimonia lo sauio Salamom, chi parla 
a noy in persona de Oriate e disse : FUif, da micki cor tuum, Oonuen doncha a 
queste pianto adur aygna che le faia' acender in l'amor de Dhee e render 
frocto de oaritae. Trey cosse me parem Inter le ootro ohe spedalmenti ne adnem -* 15 
in l'amor de Dhee. La primera si e apensar b bem ohe elio n'a fayto, la se- 



' niemaìa. ' zieche. * la fata. * Kon d legge con sieuena se non ad. 



V:^ Parodi , 

jrandA »i ^ lo Kem ciie elio n*a promisao, U ierzm éi e lo mal dello qaal elio n'a 
lìl>oraT « «chami>ay. Quamuìsdo che lo nostro degnar n*abia faito monti grandi 
bom« che quasi «lom eenta nomerò, solamenti am ben n*a favto, e anco e n 
cxoellenti^ che uìesum non pò astimar, zoe eh* elio n* a rehema j e rechataj dello 
^ ^0 aaniTtte, |>er la ««ha i^assiom. £ ìnpeno toj^Io qaesto bem conrntar anan^L 



S^lTundo che noy lexamo, in lo sabao de ramo 11* olina lo nostro tegnor 
Ihe^u Crt«h» M era a una menesa a un dìsnar im la casxa de S^mom lo lenroao. E 
>4i)^ando la Ma^rdalena queste cow«. eì corte incoate[ò]nente cnm nna binwli 
d'iajTuent» monto •prN'ìoeo e montv> oleate e «ì lo spansie tn in la toeca de Crìate. 

10 X quello me^xme dì«nar si man^riauam li discipulì, inter lì quar ù era Inda 
Scharìotxv lo qaal era pixvuiaor e rec^eneTua tato zo che eia dajto a Crìste e 
aU; dÌM^ipoIL K questo luda sì eia layro e traytor e de tute le cane die goe 
(Tarn da>t)^ si inuolaua la dexena fvarte. Quando que»o xi la ÌCagdafena chi 
^^van^ee quew.> pT>(^r:oKt incruento sa la tessa de Ors:», elio aue moato grande 

ì> òolor, e inporro ccm ^rrande i^ìdumatiom fd ìnr^mexza a Tamnorar e 
'^ QaAH'^'' e mMiro grande jynl^ieiru que qn««sa feineiia a fsyto. £ ne era 
riccio vcaàer qaosTi,^ ia^ci:to« ciì Tar<ea ^a. <v.* cyxay. e dar li alli 
kA i^^a^ftòcr lo^ « K r.^ s^oìo: dìxea elio nùjrs ;ter oo&pawaB» cJi'eilìo aneiee delii 
>'^»egn. ma ;i<srr«^ cVcU.-^ ne* sorea iauonLT la òeuna j«sne« oobì oflane elio 

."*; -]i\oft de )^ ao£re cv>mi^. K i>iAe rwgvixe alla »os m^mn^r^fcZiioa e rme ee aUi 
ìi<\\ À:ic::>'C^H v^^ r^u «-karoaa <v>wiciii::r ^ ìf ^^ar^oljf it Icca. e pìt: *' S e £HO j, 
:.<;>? f^ itf \v> cv>mì: »«v^ff^ a queiea feonena. ci., il' a «::«axy^t<^^ ^neso ingsento 
:.;'.;i«v*'^ l^U «< Va ^T**" :k iceim^'cns òel^:a i»m leTtLÌrxz-a. £ sy & Te £ge naa 
,,x$iKS' vj*> «ù aA^^^ t^racrcc wmv/'x i; >onflr*. ma vrj nm. ioMcrfy M-jBjve wlj.^ 

^r r ìaf^t«v ^0 ^oiw' ti ìeÙì; «*> s^«iwr^^ * Manòf vi><^^' j*:?'fGf , sL j» 

.,^ni*t)tt '^A ^a)<i;.:me ifùì^ traymfanu'' r ^ir.macina rnm^ eìljr iw^ewe aaer IL 
,.iMvx^ ^fet oii)*" awo»a Tvcièac òclw» jffe.vc à* VnurDfooi^, ri: xaiiaa. ere 
: 1)^ :t»«>MMvi<Ka a 7«Mi«àr iii«?s ^HMCa mì^aitaf « an^iròa et cìkr ìi 
^,>fc v/0«;ii$ar -.p.-sMirrs Orisìe t fht Kl. u rdcntiasait £ at-mt 3«r 

.',>x-iuo Àf wiMi«<c *K^>wù i>«at^ X« « vri m* v«^«. So» pacsr. eveBe 

*: T^'llt. ^lf£»K ^I* ' «T <■ * ■*\«A'*ll» ti ^>*»ìs-. > ^N»!«tf * r!Am&i«às. iiSL wc 

'a:^ riM" ivi. noa*ai».*jr w- v^'^^V^"' ^* ?V», >ji , t tvl' s :is>tt «^rnnAe 

•f ùf a ■uki^C"'"*" * a V- WiV »i-^ 1».*.^ •ì»^»ì?>toì. V" s*«>^h^' i*.v*awKai a 

^ * mit *^ TX""* <■ **•* it< il i. ««.v •* •**'* -vv-Kìft»-- \x-^ «^^ ^»~r e eBaer • 
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Studj liguri. § 2. Testi : 5. La Passione. 29 

Teiitae he si ve digo, che gay a quello per chi lo figlo de Tomo sera trayo; 
che ben era per si che elio non* fosse zamay nao in lo mondo. « £ lantor 
li dissipali incomenzam tuti a scnzar se e a dir: ''Maystro, chi e quello chi 
te Tol trayr P he non som desso ^ dixea caschanm. E Juda se voze a Cristo e 
disse : " Maistro, som he desso, chi te dom trahir ? « ^ Ihesu Cristo si gue disse : 5 
"Ti mesmo Pay dito.,, Messer sam Zohanne si era alla menssa de Cristo, in- 
perzo che elio era fantim e Cristo si Pamaua monto tenera menti, che za Pa- 
Qe3riia eUo ordenao de lassar lo in camgio so alla mayre; e messer sam Pero si 
sezea a Uao de sam Zohanne e era monto pim de dolor de le parelio, che Cristo 
anea dite in la menssa, de lo so traymento. E [in per] zo se yoze a sam Zohanne 10 
e si gne disse : ** He te prego , Zohanne , che tu demandi allo to maystro chi e 
quello de noy chi lo voi tra3rr, e quando elio te Ilo auera dito, ti lo diray a my. „ 
£ questo dixea sam Per, inperzo ch'elio yolea ocier quello chi yolea trayr Criste, 
che monto amaua grandementi Criste e tropo aueyua grande dogla che Cristo 
denesse esse morto. E messer sam Zohanne se yoze a Criste e si li demanda e 15 
di«e: ''Maystro, he te prego che tu me digui chi e lo traytor. « E Cristo si gue 
disse pia[<flnamenti : ** Elio e quello a chi he darò lo pam bagnao. n E allaor 
Oliste si de lo pam bagnao a Juda. E quando messer sam Zohanne aue yisto 
so, si fo monto smarrio e yosse responder a sam Pero so che Criste gue anea 
dyto, ma lo Segnor non yosse inpaihar^ la soa passiom, che si sam Zohanne 20 
Allesse' dito a sam Pero, Juda si e quello chi de trahir lo Segnor, sam Per 
Panerea morto incontenente, e Criste non voleyna. E inperzo sam Zohanne si cayte 
in sehosso a Criste e si se adormi monto forte, e non poe responder a sam Pero 
so ch'elio yoleyua. 

Quando Juda aue preyso lo pam della mam de Criste, incontenente gue intra 2& 
Io demonio in lo cor. Inperzo caschum si de prender assempio in queste paroUe, 
de non receuer lo corpo de Criste com pechao, per zo che lo demonio si e ap- 
pareglao de yeg^ir apresso, corno fé a Inda, chi aueyua preixo indignamentl lo 
pam che Criste aueyua bene3niLÌo. Per zo incontenente se lena lo faozo dalla 
menssa e si ze a ordenar com li Zue , eh' olii s'apretassem ' e apareglassem de 30- 
▼ognir a prender Criste. E lo Segnor chi bem saueyna donde elio andana, si 
gne disse: ** Juda, zo che tu dei far fa tosto. « E li aotri discipuli se pensam 
ehe lo Segnor lo mandasse a procurar alchuna cessa per la Pascha; inperzo non 
se maraueglam che elio se leuasse dalla mensa. Quando Juda se fo partio dalla 
mensa della compagnia de Criste , si se nne ze ìncontenente alli Zue e dbse : 85» 
*8egnoy, appareglay ne, ch'elio e aera tempo de compir la cessa vostra, che 
aora me som partio da Cristo dalla menssa, unde e o mangiao e beano com elio. 
E sapiay che elio andera questa seyra a horar in monte Oliueto, corno elio e 
nsao. Appareglay ne monto bem com le arme e vegni com mego; che se voy 
andassi senza mi, voi non faressi niente, che elio si a un so discipulo, chi e so ^ 
coxim zermam, chi a nome Jacomo, chi se gue semegla ^ monto, e per auentura 
Yoy prenderessi quello in camgio de Criste. Ma he verro com voy, che monto 
bem lo cognosso, e si ve dago questo segno, azo che voy lo cognossay. Elio si 
A usanza com li soy discipuli, che quando nissum de lor ven de fora, che elli [41] 
Io saluam e si lo baxam per la bocha. E in per zo he si faro cossi, che quello ^ 
allo qual he diro, Maystro, Dhe te salue, e che he baxero per la bocha, prendi 
quello e sapiay lo tegnir forte, in perzo che tropo bem s'asconderea, se voy non 



' inpaaìhar ' auesse ripetuto • sapresenUtaasem * seffmegla 



30 Parodi , 

gae aueasi la monte, coesi corno elio fé quando voy lo volesti prender in lo 
tempio, r, 

Qaando lo fauzo discipnlo ane tute cosse ordenao, segando che o dito, e 
si remase per compir lo traymento, lo Segnor qui era remaso alla mensa , 
5 quando Jnda se fo partio ' si garda alli soy disoipuli e si gae disse : ** He ve so 
dir, figìoy mey, nna nona monto ferma, che voy serey tati schandalizay per my 
in questa noyte. E zo che se troua scripto per lo Propheta, sera verifficaho de 
my. Yoy sauey bom che e scripto , che ferie ' lo pastor e He pegore fuziran. „ 
E allaor sam Per, chi era de grande ardimento, si respoxe: **Maystro — disse 

10 sam Per — non pensay che he feysso tanta falla. He te imprometo, se tu ti li 
aotri te habandonassem e se partissem, he non te habandonarea ' fim che he 
fosse viuo. „ E lo Segnor si respox^a sam Per, per semor da li aotri e si gue 
disse : ** He te digo, Pero, in veritae in questa noyte, auanci che lo gallo canto, 
tu me renegaray troy fìae, che tu non me oognossi. « De queste cosse fo monto 

15 torbao sam Pero e in per zo resposo e disse : ** Maystro, non me dyr pu queste 
parelio, che te imprometo, si e bexogno, e som apareglao de morir com tego, 
auanti che te abandonasse. « E li aotri dissipuli dissem lo semegiente. Quando 
Cristo ano dito a li soy discipuli tute le parelio che o dite, e allaor se lena dalla 
menssa e si aparegla e si laua li pie alli soy dissipuli. E quando elio fo a sam 

20 Por, si non so voloa lassar lauar li pie, e si gue respoxe : **' Sapi , Maystro — 
disse sam Per — che tu non me lauaray li pye. „ E Cristo respose : ** Se non te 
lauero li pie, tu non aueray parte com mego in vita etema. „ E lantor disse sam 
Por : *^ Messer, se non te basta li pie, si me laua le maym e la tosta. „ E Cristo 
8Ì respoxe : ** Elio basta ben delli pie. „ Aprosso queste parelio incomonza Cristo 

25 a ordonar lo so testamento e si piama li soy discipuli e sì gue disse: ** Figioy 
me, elio e tenpo che he vaga a quello chi m'a mandao. Sapiay che he si an- 
doro e si staro un poco che voy non me veyre, inperzo che he vago allo me 
payro. Infra questo tenpo voy si auere tribulatioym e peyna e pia[n]zore. Ma he 
ve digo che poche tempo andora [b] apresso, e poa me voyroy e lantor si ve al* 

30 Icgrarey e la vostra allegroza non ve porrà esser tolleyta. He ve dago — disse 
Cristo — un novo comandamento, che voy debiay amar Pum Taotro, cossi comò 
voy sauey che amo voy, e questa si e la horoditao la qual era perdua per lo 
pecchao dolo primer parente, chi conscentando allo demonio, si perde Pamor de 
Dhee ; e mi som quello chi combato contro lo demonio per far uè render questo 

35 amor. E vey si Vo bom trouao e che peyna gue ho durao e quanto me costa 
questo amor e questa vostra hereditae. Che. xxxm. agni e che la som andao cer- 
chando e finalmenti, azo che quello amor dello me payro che voy auoyui porduo ^ 
ve sea renduo', si me couem dar la mea vita e sostognir orribel morte e tute 
lo me sangue spander. Doncha, figioy me, ve prego — disse Cristo — che voy 

40 gardoi bem questa horoditao, che me costa cossi cara, e sapiay che ogni gente 
cognosseram che seay mey figioy, se voy avere amor e caritao insome. „ 

Qaando lo Segnor aue conpie ^ queste parelio, si so parti dala casxa com tuti 

li soy discipuli, e Beando za la noyte scura, si vegne a um fyome, lo qual avea 

nome torrens Cedrom, e passa dotra dallo fyome con la soa compagnia e vegne 

45 in su lo monte Olìuoto, e do tati li soy discipuli si ne preyso solamcnti troy. 

Questi si fom sam Per e sam Jacomo e sam Zohanne, e questi si mena com 



^ se far parti, ^ferirò. ^ habundonarea. * perdua, ^ rendua, ^ conpiee. 



Studj liguri. § 2. Testi: 5. La Passione. 31 

fiegao e dananti da llor si incomenza a doler 8e monto e a contristar e disse: 
* Trista la mea vita firn alla morte „ disse Cristo e si se parti da lor tanto corno 
e lo trajto d*nna prea. E allaor comenza a considerar e a contemplar la peyna 
e la eroderà morte, che se aproximaaa alle carne, e incomenza forte a tremar 
per lo grande spanento. Frejre Cristo a horar lo so payre e a dir: **0 payre 5 
me celestial, he te prego che ta deb! yeir aotra yia, se te piaxe, azo che non 
be jna questo calexo. Ma tuta fiae, payre me , sea la toa yolnntae. « E quando 
elio aue cossi orao, si retorna alli soy discìpuli e trouali che elly dormeam bem 
forte. E si li deuegla e disse gue: ** Per che se voy cossi tosto adormi? non 
poeyui Toy una hora veglar com mego? „ E quando elio li [rj aue dessiay, si 10 
toma anchor a orar e disse quelle mestesse paroUe, che elio auea dito auanti E 
«presso retorna anchor alli trey dissipali, li quaj si eram tomay a dormi se. E 
lo segnor si li desuegla e si gue disse: *^ Se voy non poey yeglar per my, allo 
mem veglay per voy, azo che voy non intrey in temptatiom rea, che lo demonio 
•i e monto soUicito de mesihar T animo delle persone, cossi comò se mesihia lo 15 
^am inter lo criuello. „ Apresso queste paroUe , Cristo retorna un* aotra fia a 
Poratiom com grande aflictium e disse: **' Payre celestial, e so bem che ogni 
coesa e poesibel ^ a ti, e inperzo te prego che questo calexo tu non me Ilo fazi 
beyner. Ma tuta fiae sea fayta la toa voluntae e non la mea. „ E quando elio aue 
compia questa oratiom, la soa carne vegne in monto grande spanento, che per 20 
nissnnna cossa la carne non consentia alla morte, ma lo spirito e la raxum si 
consentiua. E de questo si n^aceyze in Cristo una si grande batagla, zoe inter 
lo spirito e la carne, ch^ello si gue vegne un suor de sangue da la testa fim alli 
pye, che sgotaua forte mentL E alla[o]r descende Tangelo da cel, mandao da lo 
80 payre e si lo conforta. 25 

In questo se deuemo apensar, quando noy sostegnamo alchnnna tribulatiora, 
quante Cristo ne sostegno per noy, che quello chi e rey de lo cel e della terra, 
e allegreza e conforto delli angeli, vegne a tanta miseria che lo couegne esser 
confortao da Vangelo. Qual e dnncha quella persona, che per Tamor do Cristo 
no debia voloyr portar ognnnchana peyna in paciencia per lo so amor? E quando 80 
queste cosse fom compie, si se loua Cristo de Toratiom e si retoma alli dissipuli 
e troua che olii dormeam. E allaora li dessia e si gue disse: **" Segnoy, voy non 
auey poesuo una hora veglar com mego per lo me amor. Leuay su tosto, che 
ccha me Inda, lo qual me vem a prender e a dar me in le maym delli pechaoy. 
Yeyue che elio non a dormio, angy e staito più soUicito a veglar per far lo 85 
traymento , che voy non sey stayti a orar. „ E cossi comò elli fom desueglay e 
leuay susa, echa Juda e con esso vegnia monti seruenti armay e com spae e com 
lan^e e com bastoym e aueyuam lanterne atressi, e tuta quella gente stauam da 
una parte occultamenti [d], E Juda si se ne ze a Cristo, corno de zo non fosse 
niente, e destexe le soe brago e si lo abraza e poy si lo baxa per la bocha e si 40 
gue disse: ** Maystro, Dee te salue; bem possi tu star. „ E lo Segnor si gè re- 
spoxe com grande umiiitao e si gue disse: '^Amigo, a che sey tu vegnuho? „ 
Incontenente la gente che Juda aueyua menao com sego si corsem tuti adesso a 
Cristo com grande remor, e Cristo si parla e disse: ** Segnoy, che demanday 
voy? „ E quelli si gue resposem: ** Noy si demandemo Ihesu nazarem, a chi fo 45 
dito Criste. „ E Cristo respoxe e disse: ** Segnoy, e som quello, y, E quando elio 



1 *• 



inpossiheL 



32 Parodi, 

aue cobbì reepoxo, quelli si caytem tnti in terra e non gue fo alchnm chi in pi» 
se po€88e Boategnir. Allaor li diBclpnli bì reBpoxem a CriBte e si gue diBsemr 
'*' MesBer, Toy tu che noy li ociamo tuti ? « E Griste diBse de non. E Barn Per 
non atexe alla responcium de CriBte e mete mam a nm bo contello e dene Buia 
5 testa a nm, e tagla gue iuza Toregla. E Cristo si lo repreyxe e disse : ** Pero, 
Pero, alloga lo to cotello e guarda che tu non tochassi più nissum, che te so dir 
una coBsa, che chi ferirà de cotello, de cotello sera ferio. Pensite tu, Pero — 
disse Cristo — si me Toresse deffender, che lo me payre no me mandasse più 
de. XII. legioym d'angeli? Ma non uoglo impaihar la mea passiom. „ E laor prexa 

10 Poregla, chi era cayta in terra, e si la retorna in la testa de quello a chi sam 
Per l'auea tagla, e si gue Ila sana. E poa disse anchora alli sementi un atra 
fiae: ** Segnoy, che demanday yoyP „ E quelli se leuam da terra alla soa yoxe » 
si gue dissem : ** Noy demandemo Ihesn nazarem, chi a nome Cristo. „ E Cristo 
anchor respoxe e disse: ** Segnoy, he y'o dito che som desso. Se yoy me de* 

15 manday, lassay andar questi mey discipuli, inperzo che he remagno per lor. «. 
Lantora questi miseri cegui e essorbay si prexem Cristo e si lo ligam fortementi, 
corno se ligam li layri. E quando elli Pauem ligao, si corssem scura alli disci- 
puli, chi tuti fnziam, saluo messer sam Zohanne, chi era fantim e non poeyua. 
forza cossi fuzir, e in per zo fo piglao e retegnuho per lo mantello. Ma elio st 

20 lassa lo mantello in le maym de quello chi lo tenea e se ne fuzi poa in gonella» 
E yegando lo nostro Segnor messer Ihesu Cristo queste cosse, [42] si respoxo 
alli Zue e si gue dieso : ** Yoy sey yegnhny ^ a prender me, cossi comò he ffoss» 
un layrom. Per che non me prendeyui yoy, quando he ye amaystraua continua 
menty in lo yostro tempyo? Ma he cognosso bem che questa si e la yostra hora, 

25 la qual e poestae e yertue delle tenebre. Yoy auey fayto questo mal, che lo de- 
monyo chi e stayto yostra guya si ye a obscurio lo yostro cor, in tal g^isa ch& 
yoy non poey sostegnir la luxe della doctryna, la qual ye daxea. „ Quando- 
messer sam Zoanne se fo partio da le maym de li Zue, chi Taueyuam preyxo, cossi: 
despoglao, comò elio era, si se n^anda alla casxa donde la uergem Maria era 

30 remasa, in la compagnia de la Magdalena e de le aotre Marie, e bate alla porta 
cossi spauentao e tuto pyamgorosamentl. 

Quando la donna inteyxe pianxer sam Zohanne, tuta se smarri. Ella s'are* 
gordaua bem le parelio che Cristo aueha dyte in la ceynna, comò elio deuea 
esser trayo e dayto in le maym delli Zue, e monto eciande aueyua in memoria. 

85 zo che auea dyto Symeom propheta in lo tempio, quando ella Pauea portao a 
offerir, ch'elio gue disse: ** donna, questo to figlor si sera misso quaxi coma 
lo segno chi e misso allo berssaglo, a chi caschum fere. „ Ancora disse: " Final- 
menti questo to figlor si sera ferio d'um glayo e dVn coutello, lo qual strapassara 
Panima toha de dolor. „ Tute questo cosse la donna conseruaua in la mento 

40 soha, e si saueyua bem che la Scriptura non poeyua mentir. Si che ella era in 
grande spauento, aspectando che queste cosse se compissem, e inperzo ella era 
tuta esmarria. Quando ella aue oyo la yoxe de sam Zohanne, si respoxe e disse : 
*^ figior Zohanne , che none som queste che ay tu , figlor me ? unde e lo to 
maystro?„ E sam Zohanne si respose e disse: "Madonna, sapi per certo cho 

45 elio si e preyso; che Juda, un delli dissipuli, si Pa yenduo per. xxx. dynay alli 
Zue, chi Pam fortementi ligao e si Pan menao, e non so dunde se seam andayti 



* ueghuy. 



Studj liguri. § 2. Testi : 5. La Passiono. 33 

com eB80. .„ Lantor si preyxe alla donna un dolor cum pyanto si cnidel e si 
forto, elio ella non aue ba^TÌa ni possa che ella se poesse sostegnir sn li pye, 
ma cayie in la terra corno morta, ni non ane yertne de responder a sam Zo- 
hanne. E allaor le donne chi eram com ella si la rclouam [b] da terra. E quando 
lo spirito gn e reuegnaho, si se reforza do parlar a messer sam Zohanne e si 5 
gne disse: " fìglor Zohanne, porche e stayto preyso lo me fìglor e che aneha 
elio fayto alU Zue? Za li sanaua elio li soy infermi e gne ressncitaua li soy 
morti. Za no e usanza che se renda per bem mal. figlor me Zohanne, donde 
eram li discipuli, quando lo maystro fo preyso ? Non gue era nissnm chi Tayasse 
e chi lo schampasse de lor maym? „ E sam Zohanne gue rcspondea: ** Sapi, ma io 
donna, che tuti li discipuli si fuzim, quando lo maystro fo preyso, che Fum 
non aspectaua Taotro. „ E lantor la donna si pianzea com granyndi sospiri e si 
dixea: " figlor, or te* abandona ogni persona. Pyero, chi inprometesti de 
morir, auanti che tu abandonassi lo to maystro, e aora si Tay porduo e si te e 
Btayto cossi leuao e preyso! „ E poa dixea: " O Juda, figlor crudel, tu ay mal 15 
meritao lo me figlor, chi te auea perdonao lo pechao della toha mayre, e tu si 
gue ay procurao la morto soha. Oy me dolenta, tu non Io achatasti cossi charo 
questo me figlor, comò my. Che he som quella che lo portay nono meysi che 
lo norigay com lo mo layto proprio o cum fayga lo alleuay, tu si Pay vcnduo 
e dayto por cossi vii prexo, comò 0. xxx.*** dinay. „ Apresso queste parelio so leua 20 
la donna e insi for della casxa, apresso gue vcgno la Magdalena lo aotro 
Marie e andauam per la terra pyanzando criando e digando : ** Chi auorea visto 
lo me figlor? „ Spesso fiao cazea e spesso fìae so leuaua, comò quella chi auea 
lo cor e lo vigor perduo, per li grayndi sospiri e per li grayndi doloy lamenti 
che ella faxea. 25 

Quando li Zue aucm cossi preyxo ligao Cristo, comò e vo o contao, olii si 
lo menam a casxa d'um ch^auea rczuo lo pouol, ma allora ^ non rozeyua pyu. E 
quando Cristo fo a casxa do quello, si gue zc sam Per do derrcr. Ma cossi comò 
una ancella dola casxa vi sam Per aprono, si Tauo recognossuo e incomenza 
gue a criar adesso e a dir: " Veraxe menti he te cognosso, che tu si e delli di- 30 
scipuli de qaesto homo. „ E sam Per aue gram paor e si respoxo tute spauentao 
e disse: " O fcmena, tu non di veritae do nyente, ny non say che tu to digy. „ 
E parti so sam Per dolio parelio de questa femena, lo più tosto ch'elio poe, e zo 
se no a'ssetar ape de lo fogo e si se aschadaua, inperzo che era frcydo. Quando 
lo pontifficho Anna aue uisto Cristo, [e] che li Zuo aueyuam preyso, si se Ilo fo 35 
menar dauanti e si lo incomenza a demandar e disse: "' Or mo di, che doctrina 
o questa, la qual tu vay predicando per ludca per lerusalem, e vay prouari- 
cando la gente e ingannando lo mondo ?» 1^ Cristo lantor si respoxo e si disse : 
** Frac, la mea doctrina no e mea , ma e dallo me payre. Tu say bem — disse 
Criste — che he si parlao pareyxementì per lo mondo non ho parlao in ^ 
aschozo, ma dauanti ogni gente. „ Quando Cristo auo zo dito, si vegne un delli 
Berui de quello Anna, e si leua la mam e si de a Criste una grande maschaa su 
la massella, e com grande ira gue cria adesso e disse : '*' Duncha respondi tu cossi 
allo pontiffico ? „ Alaora Criste so voze cum grande hnmilitae a quello chi l' a- 
neha ferie e si gue disse : '^ frac, si ho mal dito si me reprendi de lo mal, ma ^^ 
81 he no ho dito mal perche me feri tu? „ 



* tu * alloro 
Archivio glottoL ital., XIV. 



34 Parodi , 

In queste coBse n^amaystra lo BOgnor Iliesu Cristo, che noy debyamo le iniurie 
che no som fayte portar in paxe e pacienti monti, per lo so amor, cossi comò 
elio le a porta[e] per lo nostro. Quando Cristo aue respoxo allo seruo chi Tauea 
cossi forio, si comanda Anna che olio fosse menao a casxa de Cayphas, iuxe in 
^ quello anno o zuegaua e rozeyua lo pouol. Laora si fom li soruenti appareglay 
com le arme, e si preysem Cristo e si no Ilo monam e si lo aprosentam a Cay- 
phas. E sam Per si go andana aprosso e intra dentro della porta de Cayphas. £ 
incontenonto gue cria(m) adesso ^ e si go di8se(m): " Yeraxementi tu sey de Gal- 
liloa e si sey discipulo de questo homo. „ E sam Per gue respose e disse : *^ O 

10 femena, tu te inganny, he no som do quelli. „ E ze sam Per e si so misse allo 
fogo. E lantor un do la famigla de Cayphas si l'aue visto, e si era do quelli chi 
eram stayti a prender Cristo. E quando elio l'aue rocognossuo, si gue cria adoseo 
monto forte e si gue disse: ^Che homo sey tu? No sey tu delli dissipuli de 
questo homo? Pensi ^ tu che ho non te cognossa? ,, E sam Por si se excusaua 

lo a quello seruo, e lo seruo gue disse : ** Como te poy tu eschusar, che la toa pa- 
rolla si te fa manifesto? Non te vi he com questo homo Inter Torto? Non fosti 
tu quello chi tagliasti Poregla a me f[r]ay Marcho? „ E sam Per chi se veyua 
cossi compreyso, com grande penser disse : " He te zuro soura tuti li sacramenti 
della leze, cho zamay questo homo he non vi ni gue parlay. Or varda se tu 

20 m^ay bem piglao in camgio. ^ E quando sam Per aue cossi parlao, in[(/]conte- 
nente odi cantar lo gallo, e lo Segnor Ihesu Cristo si gue guarda por lo vixo. 
E incontenente s^ apensa sam Por in le parelio che Cristo guo auea dito, e corno 
olio aueyua impromisso a Cristo de non may abandonar lo. E allaor so parti e 
insi for della casxa e ze in una fossa li presso, e incomenza a pyanzer monto forte lo 

25 so pechao, e zamay in lo tempo della soha vita quasi non stete senza lagrime ; si 

che conuegne che elio portasse continuamenti ^ un sudario por essugar so li ogi. 

Quando lo nostro Segnor fu aprosentao dauanti de Cayphas, chi era segnor 

de far juexio in quello anno, si comonza Cayphas a interrogar e a demandar 

Cristo do monte cosse. E li farixey si auom aparoglae monto faoze testimo- 

30 nio , le quae testimonio si incomonzam aVhusar Cristo e dir : "" Noy si auemo 
odio de la bocha do questo homo, cho elio si pò destruor lo tempio do Dee e 
rehodifficar lo in trey giorni. Garday che presomtìom e questa che dìxo, che 
pur de questo e degno de morto. Anchora si a dito che chi non mangiera la 
soha carne e beuera lo so sangue non auera uita eterna, e mostra se che elio 

85 sea figlor do Dhe payrc. Guarday, sognoy, si questo o da soffrir. „ E Cristo non 
respondea a nossunua do queste cosse. Cayphas si gue dixea : ^ Non odi tu queste 
cosse, che dixem queste testimonio in centra ti? Per che non rospondi tu a queste 
raxoym, che questi te dixem ? e porche non te escuxi tu ? „ E Cristo pur se taxea. 
E lantor Cayphas si gue cria forte e si dixea: "He te sconzuro per Deo vino, 

40 che tu me debi dire la voritae, se tu sey Cristo fìglor do Dhe beneyto. „ Allaor 
non vosse lo nostro Segnor che lo nome dello so payre fosso schonzurao in vam, 
e si respoxo a Cayphas e si guo disse : ** Cortamenti ho te digo che voy veyrey 
vegnir lo fìgior de Pomo, zoo lo fìglor de la vergcm Maria in lo niuole dello 
cel a zuegar lo mondo. „ E quando lo Segnor aue dito questo parelio, Cayphas 

45 se scharza tuta la cabozana e cria forte: "" Segnoy, no auey voy odio iastema, 
che questo homo pcchaor a fayto a Dhe? Perche andemo noy cerchando aotre 



* È da leggere: quella ancella gue cria o simile. * non pensi ^ conti- 
nuar menti 



Studj liguri. § 2. Tosti : 5. La Passione. 35 

testimonie, da poy che noy l'auemo odio parlar? Che ve nne par, eeg^noy, de far? „ 
£ quelli chi eran li si criam tuti, digando taf a una voxe: ** Yeraxo mente elio 
a bem meri tao la morto. „ £ ali aera Cayphas si fo despnglar Criste nuo e si lo 
fé ligar a una colonna, e si gae fom de ^ntomo aotri cum correze, aotri cnm ba- 
Btoym, aotri cum channe; aotri [48a] gue dauam cum le maym, aotri gue pelauam 5 
la barba e la testa e aotri gue zithauam lo lauaglo per lo viso e per la carne, 
aotri gue spuauam per la bocha. Cossi stana lo nostro Scgnor ligao alla colonna 
e aueyua li soy ogi fassay e inbinday cum una binda, e daxeam gue delli ba- 
etoy su per la testa e poi dixeam: **0 Criste, adeuina chi e quello chi t^a 
feryo. « E in questa maynera stete lo Segnor tuta qucUa noyte. misero pe- 10 
chaor, chi non say sostegneyr un poche de peynna in soruixio dello to payre, 
chi a tanto approbrio ^ e vituperio sostegnuo per aurir to la porta do vita etema, 
qaando porressi tu satisfar a cotanta benignitae? Va, leze, o pechaor, quante 
ìasterae lo Segnor butaaa a quelli chi gè faxeam cotanto mal, guarda che elio 
dixea : ** Payre me celestiale questi non cognossem lo mal che olii me faxem. 15 
Perdonay gue, si ve piaxe. „ 

Stagando lo nostro Segnor in lo tormento, che o conintao, in la casxa de Cay- 
phas, la mayre soa si andana per la terra criando e querando chi dello so fijor 
gue diesse none. E corno ella s^aproximaua allo paraxo de Cayphas, ella aschota 
e odrlo remor e la voxe delli Zuc. E allaor la donna ^ si pyama la Magdalena 20 
e si gue disse : ** Za figlerà, za tosto, che he creo che lo to maystro seha in questo 
logo. „ Acosta se la donna allo paraxo e aschotaua, e ella si odi tropo bem corno 
li Zue lo biastcmauam, e le monaze che olii fauam. Laora incomenza a criar alla 
porta e a bater, perzo che gue fosse aucrto. Ma la soha voxe era fayta per lo 
piamto si debcl e si rocha, che ella non poeyua esser odia. Bem era vegnua ve- 25 
riteuel la parola de leremia propheta, chi disse: ** . . . pianxando e lo pyanto in 
la note e * le sohe massello e non gu e chi gue daga consolatiom de tuti li soy 
chari. „ E anchor fo compio in ella zo che David propheta gue auoa dito, edam 
dee de ella : ** He o lauorao criando pyanzando, tanto che la mea voxe fayta e 
rocha e sorda. „ Or pensa, pechaor, in che guisa la donna stana de fora dello 30 
paraxo, e odiua lo acuse che faxeam in centra lo so fìglor e li colpi che elio 
«ostegnia, e no intendeyua ni odyua nissum chi lo schusasse ni chi lo deffen- 
desse, ma odiua la voxe forte criar : " Mora mora questo malnaxo pecchaor. „ Or 
qual e quella mayre, chi compassiom non debia auer alla mayre de Cristo e 
pianxer com ella de cotante crudelitae, [è] chi fom fayto allo so figlor senza 35 
colpa e pechao? Tuta la noyte stote quella dolenta maire in angustia e sospiri, 
aepectando e contemplando la peyna che lo so figlor portaua. Quando la note 
fo compia, che za se fazea lo iorno, e echa lo remor vcgnir de la gente alla 
casxa de Cayphas, che Pillato mandaua a prender Cristo. Noy deuemo intender 
e sauer che alli Zue non era licito ocier nissunna persona, e quando olii trouauam 40 
alchum degno de morte, si lo dauam in le maym de Pillato, lo qual rezeyua la 
eegnoria e era comò iuexe de mal officio, e a elio s^apertegnea de dar morte e 
ocier quelli chi falliam e faxeam cura do morir. E questo faxea in persona de 
Pimperaor de Roma, chi scgnorczaua per tuta ludea. E inpcrzo Cayphas ano 
Cristo in bayria. La noyte, comò he o dito, si manda a Pillato, come elio aueyua 45 
un homo preyso degno de morte, e Pillato si aspeyta fim allo iorno, e allaor fé 



* Od opprobrio? * danna 'Andrebbe qui: lo pianto in\ cfr. Threni, I, 2. 



26 Parodi , 

[f. 89a] Anchora lo dano de la naue e de la garea^a preiee per le nostre 
garee, e menae a Zenoa cum la arma(r); lo qua dano se aaisa che eoa f.o d. 

Anchora lo dano faito a Monsegnor lo Gouemaor per li Yeneciaim per lor 

reeza e mamaxitae ; lo qaar Monsegnor no vor ni gi par coneneyuer, che li diti 

1^ Yeneciaim se debiam poey iactar ni vantar, che abiando lor faito dano e mar* 

naxitae a Monsegnor e elio abia anno in soe maym e in soa vertae de lo aney 

e de li beim de li Yeneciaim, elio no se ne sea pagao e satisfaito. Ben che elio 

no abia may yossuo ni yoia remerteghe ^; si uor, comò e debito e coneneyne^ 

che lo dito dano a elio sea a lo mem ìm parte satisfaito. E bem che lo dito 

o 

20 dano de lo dito Monsegnor se possa raxoneiuer menti extimar in pa de YIIII 
fyrim, nientemem lo dito Monsegnor, considerando teneramenti che questo tar 

A 

dano de insyr de borssa a li citaim, no uor meter quello dano no ma ìm f. T. 
Anchora lo souradito officio de la prouixiom si bezogna per li soday, o sea 
per la gente chi som oltra zouo e a Noue, e per satisfar a altri lor debiti e per 

25 cosse a lo bostuto neccessarie — f Y. 

o 

Le quae quantitae, come voy vey, montam a soma de circha f. XYII. Ma 
perzo che esti dynay couennem tuti manuatim, e perzo che sempre in prestey 
e ìm atri nostri moy de trouar monca, e rey debitoy e noxe rancee, si par a 
Monsegfnor e a lo Consegio e a lo officio de la prouixiom predito che se besogne 

o 

30 trouar moo de auey per la caxoim souradite — f. xx. 

E perzo piaxa a voy, Segnoy congregay coqì a conseio, consolar e auisar nnde 
e per che moo se debia recouerar e auey questa monea presta menti, per zo che 
firn che a questi pagamenti no sea dayto compimento, li nostri prexoim, chi som 
in Yonexia, no pom auey liberaciom ni esser rellaxai, ni se porreyna obseruar 

35 le cosse promise. 

L' atra caxom per la quar o sei requesti a conseio, si e che, comò voy saney, 
elPe monte fìay schcyto e anchora pe schaze, che per eh osse tochatine a la 
Segnoria e alo stao de nostro Segnor lo Rey, e a lo bem e a la saluaciom de 
questo Gomum, se e couegnuo e forssa couerra spender secreta menti alcunne 

^ quantitae de dynay. Le quae per la secreteza fam bom fructo, zo che serea de 
grande dano parezarle, e per osto moo si se e obuiao per lo tempo passao a 
monti dani e inconuenienti de questa cytae, e cossi se e visto per ihayra proa. 
Per che par bem e ^ cessa neccessaria, che tuta fia che Monsegnor lo Gouemao 
e lo Consegio cognosceram o veyram esser uter o neccessario per bem de la Se- 

45 gnoria o de lo stao de nostro Segnor lo Rey, o saluamento e bem de' questa 
cytae, che se spenda secreta menti alcunna quantitae de dynay e che elli lo de- 
liberem. In quelli caxi lo dito Monsegnor cum lo conseio o cum quella parte do 
lo dito consegio che a Monsegnor parrà, o etiamde elio tanto possam e abiam 
bayria de far quella tar speysa secreta menti, de la monea de lo Comu»?», in le 

50 cosse predite ; pur che per elio e per lo Consegio sea faita la deliberaciom, e do 
la quantitae. 

Su le quae cosse lo dito Monsegnor ne vor sauey le intencioim e le voluntao 
de voi citaym, aera cogi requesti. 

E perzo piaxaue su està segonda posta assi consegiar e dirne li nostri parey. 



* remerteghe potrebbe essere un errore per remetefflie rimetterci, ma non pare 
che questo si accordi del tutto bene col senso. ^ Forse V e va tolto. ' cìie. 



Studj liguri. § 2. Testi: 5. La Passione. 27 



N. 5. — La Passione. 

Ho estratto questa Passione da un manoscritto della Biblioteca civica di 
Genova, che porta la segnatura 1. 2. 7 ed il titolo : Cro$iaca di Jacopo da 
Varagine, E un bel codice ttcv in foglio, cartaceo, legato modernamente in 
pergamena, scritto quasi per intero da una medesima mano e a due co* 
lonne, con iniziali rosse e turchine. I fogli sono 66, di cui 4 bianchi; il 
recto del primo è circondato d*un fregio, ed ivi comincia, con una grande 
iniziale, la Cronaca del Varagine, in latino, dalla quale il cod. s'intitola. 
In fine di essa, al f. 39®, V Explicit^ in rosso, ci conserva con tutta esat- 
tezza la data della trascrizione : Explicit cronicha commitnis lanue, quam 
compilauit venerahilis pater dominus frater lacobus de Varagine de ordine 
fratrum predicatorum , Januensis archiepiscopus , anno domini millesimo 
ducentesimo nonagesimo quinto, Scriptam manu mei leronimo de Bruno 
Ebredunensis dyocesis, anno domini millesima CCCLIIJ, de mense fehruo.- 
rio. In carceribus Yenetorum, incarceratus cum lanuensibus , prò nimio 
dolore repletus. Questa data vale a un dipresso anche per la Passione, che 
segue subito dopo, dal f. 40* al f. 47^, scritta dal medesimo e adorna 
ancor essa, nel recto del primo foglio, d'un fregio e d'una grande iniziale. 

Terminano il codice la leggenda di Tundalo in latino, f. 48"^^<'; T' Epi- 
stola beati Bernardi' al cavalier Raimondo di castello Ambrogio f. 56-57% 
già pubblicata dal prof. Vincenzo Crescini, Giorn. ligust, X 351 sgg.; in- 
fine alcuni frammenti di non molta importanza. 

Per la trascrizione, nulla ho da aggiungere, tranne che ho sempre rosa 
con m la nasal finale delle abbreviazioni, eccetto in e non. Interrompo la 
stampa verso la fine del f. 43^ 

[f. 40*] Pensando in mi mesteeso che he 8om ordenao e misso in lo campa 
de Cristo, quamaisdee indegno, coaienme houerar e laaorar lauor chi sea ac- 
ceptao daaanti da Dhee. £ vogando in questo campo e in questo mondo monte 
pyamte non far fracto per deffecto de humor e de aygue, he si me som metuho 
a prender de quella celestial fontanna viaa della scriptura saynta, segundo la 5 
mea possibilitae, e menarla ^ per condayto a quelle iaae chi som lonzi da quelle 
aygae, a zo che quando sera vegnuho lo tempo delle messoym, non me diga 
lo Segnor de questo campo che lo so fruyto sea perio per pigreza in le meo 
maym e me togla la bayria de questo lauor e me zicthe * for de la soa terra, e 
a desonor me connegna mendigar. Lo frayto lo qnal requere Cristo delle soho IO 
piamte che elio a pyamtao, zoe delle nostre anime che elio a creae, e si e amor 
e caritae a Dhe e allo proximo. £ questo testimonia lo sauio Salamom, chi parla 
a noy in persona de Cristo e disse : Fili/, da michi cor tuum. Conuen doncha a 
queste piante adur aygua che le faza' acender in l'amor de Dhee e render 
fmcto de caritae. Trey cosse me parem Inter le aotre che specialmenti ne aduem * 15 
in l'amor de Dhee. La primera si e apensar lo bem che elio n'a fayto, la se- 



' memala, ^ zicche, ^ la faza, * Non si legge con sicurezza se non ad. 



28 Parodi , 

ganda si e lo bem che elio n'a promisso, la terza si e lo mal dello qual elio n'a 
liberay e Bchampay. Qaamuisdo che lo nostro Segnor n^abia faito monti grandi 
bom, che quasi som senza nomerò, solamenti um ben n^a fayto, e anco e si 
oxcellente che nissam non pò astimar, zoe eh* elio n* a rehemuy e rechatay dello 
S so sangue, per la soha passiom. E inperzo voglo questo bem conyntar auan^L 

Segundo che noy lezamo, in lo sabao de ramo ti* oliua lo nostro segnor messer 
Ihesu Cristo si era a una menssa a un disnar im la casxa de Symom lo lenroso. £ 
sapiando la Magdalena queste cosse, si corse inconte[2»]nente cnm una bussala 
d'inguento monto sprecioso e monto olente e si lo spansse su in la testa de Crìsie. 

10 A quello meysmo disnar si mangiauam li discipuli, inter li quay si era luda 
Scharioto, lo qual era procuraor e receueyua tute zo che era dayto a Griste e 
alli dìscipoU. E questo luda si era layro e traytor e de tute le cosse che gae 
oram dayte si inuolaua la dexena parte. Quando questo vi la Magdalena chi 
spansse quello procioso ìnguento su la testa de Cristo, elio aue monto grande 

15 dolor, e inperzo cum grande indignatiom si incomenza a mormorar o disse: 
^ Questo monto grande perdiciom, que questa femena a fayto. E no era monto 
magio vender questo Ìnguento, chi vàrea bem. ecc. dynay, e dar li alli poueri, 
ca spander lo? „ E zo non dixea elio miga per compassiom, eh* elio auesse dell! 
poueri, ma perzo ch'elio ne ^ uorea inuorar la dexena parte, cossi come elio 

20 faxea de le aotre cosse. E Cristo respoxe alla soa mormoratiom e Toze se alli 
Boy discipoli, chy tuti paream consentir in le parelio de luda, e disse: ** Segnoy, 
I)er che se Toy cossi molesti a questa femena, chi m*a spanynto questo inguento 
adesso? Ella si Fa fayto in memoria della mea scpultura. E my si ve digo una 
cossa : voy si auere sempre con voy li peneri, ma voy non auerey sempre my. « 

'25 E lantor fo [che] un delli soy apostoly, odando queste parelio, si pensa incon- 
tenente la iniquitae dello traymento e ymmagina corno elio poesse auer li. xxx. 
dinay, che elio aueyua perduo dello prexo de T inguento, chi yalea. ecc. dinay. 
VAÌo incomenza a pensar scura questa iniquitae e aregorda se che li Zue si aueam 
rea Toluntae incontra Cristo e che olii lo cerchauam d'ocier per inuidia. Per zo 

30 80 n'anda incontenente a lor e si gue disse: "Segnoy, e so tropo bem che Yoy 
cerchay de prender Ihesu Cristo. Ma se voy me Torey bem pagar, e ve Ilo darò 
ìli bayria. Che he si som so disscipulo e non se guarderà de my, e ordenaro lo 
tempo e lo lego, unde voy porrey lengoramenti prender lo. „ E quelli respoxem : 
" Che Yoy tu che no}' te dagamo? „ E luda gue disse: "' Yoy me darey. xxx. 

35 dynay de bom argento. ,. [e] E olii si gue inpromissem alla soa yoluntae. AUaora 
so parti Juda dalli Zue e * retorna a Cristo. E Cristo si comanda alli soi dissi- 
puli che olii penssassem de apareglar la Pascha, e olii si fem segundo che 
Cristo comanda. La zobia sanynta cena Cristo inter quella casa con tuti li soj 
dissipuli, e li si era la donna in la compagna dello figlor, e olla consernana 

40 tute le cosse e lo soe parelio. E seando Cristo alla menssa in la ceyna, elio si 
preyxe lo pam e si lo beneyxi, e lo calexo dello vim atressi, e ordena in quella 
meyssma ceyna quello sagramento sprecioxo, zoe lo corpo o lo sangue so, e si 
lo de a mangiar e a beyuer alli soy discipoli. E apresso incomenza a parlar e 
disse : ** Yorey voy odir meraueglosa cossa ? Segnoy, he yo digo che un de Toy 

45 si me de trayr e dar me in le maym delli pechaoy. Aera poei yeyr e sauer e 
cognosser, che lo figlo de Tomo si va segundo che la scriptura testimonia. In 



* nò, • Sembra et. 




Studj liguri. § 2. Testi : 5. La Passiono. 29 

Terìtae he si Te digo, che gay a qoello per chi lo figlo de Tomo sera trayo; 
che ben era per si che elio non. fosse zamay nao in lo mondo., E lantor 
li dissipali incomenzam tnti a scasar se e a dir: '^Maystro, chi e quello chi 
te Tol trayr ? he non som desso , dixea caschaam. £ Jada se vose a Cristo e 
disse : ** Maistro, som he desso, chi to dom trahir ? , ^ Ihesa Criete si gue disse : 5 
" Ti mesmo l'ay dito, y, Messer sam Zohanne si era alla menssa de Cristo, in- 
perso che elio era fantim e Cristo si Famaua monto tenera menti, che za Ta- 
neyaa elio ordenao de lassar lo in camgio so alla mayre; e messer sam Pero si 
sezea a Uao de sam Zohanne e era monto pim de dolor de le parolle, che Cristo 
anea dito in la menssa, de lo so traymento. E [in per] zo se Toze a sam Zohanne tO 
e si gne disse: ** He te prego, Zohanne, che tn demandi allo to maystro chi e 
quello de noy chi lo voi trayr, e qoando elio to Uo anera dito, ti lo diray a my. „ 
£ qoesto dixea sam Per, inperzo ch'elio volea ocier quello chi yolea trayr Criste, 
che monto amaoa grandementi Criste e tropo aueyua grande dogla che Cristo 
denesse esse morto. E messer sam Zohanne se Toze a Criste e si li demanda e 15 
disse: ^ Maystro, he te preg^ che ta me digni chi e lo traytor. « E Cristo si gne 
disse pia[(flnamenti : " Elio e quello a chi he darò lo pam bagnao. „ E allaor 
Ciisto si de lo pam bagnao a Jada. E quando messer sam Zohanne ano Tisto 
IO, si fo monto smarrio e tosso responder a sam Pero so che Criste g^ne auea 
dyto, ma lo Segnor non tosso inpaihar^ la soa passiom, che si sam Zohanne 2D 
avesse' dito a sam Pero, Jada si e quello chi de trahir lo Segnor, sam Per 
l'aoerea morto incontenento, e Cristo non Toleyna. E inperzo sam Zohanne si cayto 
in sehosso a Criste e si se adormi monto forte, e non poe responder a sam Pero 
zo ch'elio Toleyua. 

Qoando Jada aue preyso lo pam della mam de Criste, incontenento gne intra 2& 
lo demonio in lo cor. Inperzo caschnm si de prender assempio in queste parolle, 
de non recener lo corpo de Criste com pechao, per zo che lo demonio si e ap- 
pareglao de Tog^ir apresso, corno fé a luda, chi aueyua preixo indlgnamenti lo 
pam che Cristo aueyua beneyxio. Per zo incontonente se lena lo faozo dalia 
menssa e si ze a ordenar com li Zue, ch'olii s'apretassem ' e apareglassem do 30 
Tegnir a prender Criste. E lo Segnor chi bem saueyua donde elio andana, si 
gne disse: '^ O Juda, zo che tu dei far fa tosto. « E li aotri discipuli se pensam 
che lo Segnor lo mandasse a procurar alchuna coesa per la Pascha; inperzo non 
se maraueglam che elio se leuasse dalla mensa. Quando Juda se fo partio dalla 
mensa della compagnia de Cristo, si se nne ze incontonente alli Zue e disse: 85» 
* Segnoy, appareglay ne, ch'elio e aera tempo de compir la coesa yostra, che 
aora me som partio da Cristo dalla menssa, unde e o mangiao e beuuo com elio. 
E sapiay che elio andera questa seyra a horar in monte Oliueto, comò elio e 
ossa Appareglay ne monto bem com le arme e Togni com mego; che se Toy 
andassi senza mi, toì non faressi niente, che elio si a un so discipulo, chi e so ^ 
coxim zermam, chi a nome Jacomo, chi se gue semegla ' monto, e per auentura 
Toy prenderessi quello in camgio de Cristo. Ma he yerro com Toy, che monto 
bem lo cognosso, e si to dago questo segno, azo che Toy lo cognossay. Elio si 
a usanza com li soy discipuU, che quando nissum de lor yen de fora, che elli [41] 
Io saluam e si lo baxam per la bocha. E in per zo he si faro cossi, che quello 45* 
allo qual he diro, Maystro, Dhe to salue, e che he baxero per la bocha, prendi 
quello e sapiay lo teg^nir forte, in perzo che tropo bem s'asconderea, se Toy non 



* inpaaihar • aue3se ripetuto • sapresenUtassem * segmegla 



30 Parodi , 

gue auesBÌ la monte, cossi corno olio fé qoando Yoy lo Tolesti prender in lo 
tempio, y, 

Quando lo fauzo discipalo aue tate cosse ordenao, segando che o dito, e 
si remase per compir lo tray mento, lo Segnor qai era remaso alla menBa, 
5 quando Jada se fo partio ^ si garda alli soy discipuli e si gae disse : *^ He Te so 
dir, figioy mey, ana nona monto ferma, che voy serey tati schandalizay per my 
in questa noyte. E zo che se troua scripto per lo Propheta, sera Terifficaho de 
my. Yoy sauey bom che e scripto , che ferio ' lo pastor e Ile pegore fnziran. « 
E allaor sam Per, chi era de grande ardimento, si respoxe: **Haystro — disse 

10 sam Per — non pensay che he feysso tanta falla. He te imprometo, se tati li 
aotri te habandonassem e se partissem, he non te habandonarea ' firn che he 
fosse vino. ^ E lo Segnor si respox*a sam Per, per semor da li aotri e si gue 
disse : '^ He te digo, Pero, in yeritae in questa noyte, auanci che lo gallo canto, 
tu me renegaray trey fiae, che tu non me cognossi. « De queste cosse fo monto 

15 torbao sam Pero e in per zo respose e disse : ** Haystro, non me dyr pu queste 
parelio, che te imprometo, si e bexogno, e som apareglao de morir com tego, 
auanti che te abandonasse. « E li aotri dissipuli dissem lo semegiente. Quando 
Cristo aue dito a li soy discipuli tate le parelio che o dite, e allaor se leua daUa 
menssa e si aparegla e si lana li pie alli soy dissipuli. E quando elio fo a sam 

20 Per, si non se Tolea lassar lauar li pie, e si gue respoxe: ** Sapi, Maystro — 
dieso sam Per — che tu non me lauaray li pye. „ E Cristo respose : ** Se non te 
lauero li pie, tu non aueray parte com mego in vita etoma. „ E lantor disse sam 
Per : ** Messer, se non te basta li pie, si me lauà le may m e la testa. „ E Cristo 
si respoxe : *^ Elio basta ben delli pie. „ Apresso queste parelio incomenza Cristo 

25 a ordenar lo so testamento e si piama li soy discipuli e si gue disse : ** Figioy 
me, elio e tenpo che he vaga a quello chi m^a mandao. Sapiay che he si an- 
dero e si staro un poco che Toy non me Yoyro, inperzo che he vago allo me 
payre. Infra questo tenpo voy si auere tribulatioym e peyna e pia[n]zere. Ma he 
ve digo che poche tempo andera [b] apresso, e poa me veyrey e lantor si ve al* 

30 lograrey e la vostra allegreza non ve porrà esser toUeyta. He ve dago — disse 
Cristo — un novo comandamento, che voy debiay amar Tum Taotro, cossi comò 
voy sauey che amo voy, e questa si e la hereditae la qual era perdua per lo 
pecchao dolo primer parente, chi conscentando allo demonio, si perde Famor de 
Dhee ; e mi som quello chi combato contro lo demonio per far uè render questo 

^35 amor. E vey si Po bom trouao e che peyna gue ho durao e quanto me costa 
questo amor e questa vostra hereditae. Che. xxxm. agni e che la som andao cer- 
chando e finalmenti, azo che quello amor dello me payre che voy aueyui perduo * 
ve sea renduo^, si me couem dar la mea vita e sostegnir orribel morto e tute 
lo me sangue spander. Doncha, figioy me, ve prego — disse Cristo — che voy 

4Q gardoi bem questa hereditae, che me costa cossi cara, e sapiay che ogni gente 
cognosseram che seay mey figioy, se voy avere amor e caritae inseme. , 

Quando lo Segnor aue conpie ^ queste parelio, si se parti dala casxa com tuti 

li soy discipuli, e seando za la noyte scura, si vegne a um fyome, lo qual avea 

nome torrens Codrom, e passa dotra dallo fyome con la soa compagnia e vegne 

45 in su lo monte Oliueto, e de tati li soy discipuli si ne preyse solamcnti trey. 

Questi si fom sam Por e sam Jacomo e sam Zohanne, e questi si mena com 



^ se far parti, ^ferirò. ^ habundanarea, ^jyerdiia. ^ rendua, ^ conpiee. 




Studj liguri. § 2. Testi: 5. La Passiono. 31 

sogno e daaanti da Uor si incomenza a doler se monto e a contristar e disse: 
^ Trista la mea yita firn alla morte ^ disse Cristo e si se parti da lor tanto comò 
e lo trayto d*ana prea. E allaor comenza a considerar e a contemplar la peyna 
e la eroderà morte, che se aproximaaa alle carne, e incomenza forte a tremar 
per lo grande spanento. Preyxe Cristo a horar lo so payre e a dir: **0 payre 5 
me celestial, he te prego che ta debi yeir aotra via, se te piaxe, azo che non 
beyna qnesto calexo. Ma tuta fiae, payre me , sea la toa yolantae. ^ E qnando 
«Ho ane cossi orao, si retorna alli soy discipoli e tronali che elly dormeam bem 
forte. E si li denegla e disse gae: ** Per che se voy coesi tosto adormi? non 
poeyai Toy nna hora veglar com mego? « E quando elio li [rj ano deseiay, si 10 
toma anchor a orar e disse qoelle mostesse parolle, che elio auea dito auantL E 
apreseo retorna anchor alli trey dissipali, li quaj si eram tomay a dormi se. E 
io segnor si li dosnegla e si gae disse: ^ Se yoy non poey yeglar per my, allo 
mem yeglay per yoy, azo che yoy non intrey in temptatiom rea, che lo demonio 
si e monto sollicito de mesihar T animo delle t>er8one, cossi comò se mesihia lo 15 
g^m inter lo crìaello. „ Apresso qaeste parolle , Criste retorna un* aotra fia a 
Toratìom com grande aflictium e disse: *^ Payre celestial, e so bem che ogni 
coesa e possibel ^ a ti, e inperzo te prego che questo calexo tu non me Uo fazi 
beyaer. Ma tuta fiae sea fayta la toa yolantae e non la mea. „ E quando elio aue 
compia questa oratiom, la soa carne yegne in monto grande spauento, che per 20 
nissunna cossa la carne non consentia alla morte, ma lo spirito e la raxum si 
consentìna. E de questo si n^aceyze in Criste una si grande batagla, zoo inter 
lo spirito e la carne, ch^ello si gue yegne un suor de sangue da la testa fim alli 
pye, che sgotaua forte menti. E alla[o]r descende Tangelo da col, mandao da lo 
so payre e si lo conforta. 25 

In questo se denemo aponsar, quando noy sostognamo alchunna tribulatiom, 
quante Criste ne sostegno por noy, che quello chi e rey de lo col e della terra, 
e allegreza e conforto delli angoli, yegne a tanta miseria che lo couogne esser 
confortao da Tangolo. Qual e duncha quella persona, che per Tamor de Criste 
no dobia yoleyr portar ognunchana peyna in paciencia per lo so amor? E quando SO 
queste cosse fom compie, si so leua Cristo de Toratiom e si rotoma alli dlssipuli 
e troua che eli! dormeam. E aUaora li dossia e si gue disse : ** Segnoy, yoy non 
auey poeeuo una hora yoglar com mego per lo me amor. Leuay su tosto, che 
«oha me Inda, lo qual me yem a prender e a dar me in le maym delli pechaoy. 
Yoyue che elio non a dormio, an^y o staito più sollicito a yoglar por far lo 85 
traymento, che Toy non soy stayti a orar. „ E cossi comò olii fom desuoglay e 
leuay susa, echa Juda e con esso yognia monti sementi armay e com spae e com 
lan^o e com bastoym e aueyuam lanterne atressi, e tuta quella gente stauam da 
ana parte occultamenti [d], E Juda si so no ze a Cristo, corno de zo non fosso 
niente, e dostexe le soe bra^e e si lo abraza e poy si lo baxa per la bocha e si 40 
gne disse: **Maystro, Dee te saluc; bem possi tu star. „ E lo Segnor si gè re* 
epoxe com girando umilitao e si gue disse: **Amigo, a che soy tu yegnuho? ^ 
Incontenente la gente che Juda aueyua menao com sego si corsem tuti adesso a 
Criste com grande romor, e Criste si parla e disse: ** Segnoy, che demanday 
yoy? „ E quelli si gue rosposem: ** Noy si demandemo Ihesu nazarem, a chi fo 45 
dito Criste. „ E Criste respoxe e disse: ^ Segnoy, e som quello. „ E quando elio 



IV 



inpossibel. 



à^. 



32 Parodi, 

aae coesi respoxo, quelli si caytem tnti in terra e non gue fo alchum chi in pi» 
80 poesBO fioetegnir. Allaor li diecipuli si respoxem a Criete e bì gue diBsemr 
'^MesBor, voy tu che noy li ociamo tati?,, E Cristo disse do non. £ Barn Per 
non atexe alla responcium do Cristo e mete mam a um so coatello e dene snla 
5 tosta a nm, e tagla gue iaza Foregla. E Cristo si lo ropreyxe e diseo: ** Pero» 
Poro, alloga lo to cotello o guarda che tu non tochaBsi più nissum, cho te so dir 
una coBsa, cho chi ferirà de cotoUo, do ootello sera ferio. Pensito tu, Poro — 
disse Cristo — si mo yoresso deffendor, cho lo me payre no me mandasse pia 
de. XII. logioym d'angeli? Ma non uoglo impaihar la mea passiom. „ E laor prexo 

10 Porogla, chi era cayta in terra, e si la retorna in la testa de quello a chi sam 
Por Tauea tagla, e si gue Ila sana. E poa disse anchora alli seruenti un atra 
fiae: ** Segnoy, cho domanday voy? „ E quelli so lenam da terra alla soa yoxo » 
si gue dÌBSom : ** Noy demandemo Ihesu nazareni, chi a nomo Cristo. „ E Cristo 
anchor respoxo e disse: ** Segnoy, he v'o dito cho som desso. Se voy me de- 

15 manday, lassay andar questi mey discipuli, inporzo cho he romagno por lor. » 
Lantora questi miseri cogui e essorbay si proxem Cristo e bì lo ligam fortomenti^ 
corno se ligam li layri. E quando olii Fauom ligao, si corssom scura alli disci- 
puli, chi tuti fuziam, saluo messer sam Zohanne, chi ora fantim e non poeyua. 
forza cossi fuzir, e in por zo fo piglao o retegnuho per lo mantello. Ma elio si 

20 lasBa lo mantello in le maym de quello chi lo tenea e se no fuzi poa in gonella» 
E vogando lo nostro Segnor messer Ihesu Cristo queste cosso, [42] si respoxo 
alli Zuo e si gue dieso : ** Voy sey Togpiihuy ' a prender me, cossi comò ho ffoeso 
un layrom. Por che non me prendeyui yoy, quando ho yo amaystraua continua 
monty in lo vostro tompyo? Ma ho cognosso bem cho questa si e la vostra bora, 

25 la qual e poostao e vertuo dello tenebre. Yoy auey fayto questo mal, cho lo do- 
monyo chi e stayto vostra guya si ve a obscurio lo vostro cor, in tal guisa cho 
voy non poey sostognir la luxe della doctryna , la qual ve daxea. „ Quando- 
messer sam Zoanno se fo partio da lo maym do li Zue, chi Taneynam proyxo, cossi: 
despoglao, comò elio era, si so n'anda alla casxa donde la uorgem Maria ora. 

30 remasa, in la compagnia do la Magdalena e de le aotro Marie, e bato alla porta 
cossi spauentao e tuto pyamgorosamenti. 

Quando la donna inteyxe pianxer sam Zohanne, tuta se smarrì. Ella s'are- 
gordaua bem le parelio cho Cristo aueha dyte in la ceynna, comò elio deuea 
esser trayo e dayto in lo maym dell! Zoe, e monto eciande aueyua in memoria 

85 zo che auea dyto Symoom propheta in lo tempio, quando ella Tauea portao a 
offerir, ch^ello gue disse: **' donna, questo to figlor si sera misso qoaxi coma 
lo segno chi e misso allo borssaglo, a chi caschum fere. „ Ancora disse: ** Final- 
menti questo to figlor si Bora ferio d*um glayo e d^un coutello, lo qual strapassara 
Fanima toha do dolor. „ Tuto questo cosso la donna conseruaua in la mento 

40 soha, e si saueyua bem che la Scriptura non poeyua mentir. Si cho olla era in 
girando spauonto, aspoctando cho questo cosso so compissem, e inperzo ella era 
tuta osmarria. Quando ella ano oyo la voxo de sam Zohanne, si respoxo e disse : 
** figior Zohanne , che nono som questo che ay tu , figlor mo ? undo o lo to 
maystro?n E sam Zohanne si respose e disse: ** Madonna, sapi per corto cho 

45 olio si e proyso; cho Juda, un delli dissipuli, bì l'a venduo per. xxx. dynay alli 
Zue, chi Tam fortementi ligao e si Tan menao, e non so dunde se seam andayti 



* ueghuy. 






Studj liguri. § 2. Testi : 5. La Passiono. 33 

com 6880. jf Lantor 8i preyxe alla donna un dolor cum pyanto ei cnidel e 8Ì 
forte, cho ella non aue ba>TÌa ni possa che ella se poesse sosteg^nir su li pye, 
ma cayto in la terra corno morta, ni non ane Tertue de responder a sam Zo- 
hanno. E allaor le donne chi eram com ella si la releuam [b] da terra. E quando 
lo spirito ga e reue^^uho, 8Ì se reforza de parlar a mcsser sam Zohanne e si 5 
gne disse: *^ O fìglor Zohanne, perche e stayto preyso lo me fìgflor e che aueha 
elio fayto alli Zae? Za li sanaua elio li soy infermi e gue ressaoitaaa li soy 
morti. Za no e usanza che se renda per bem mal. O figlor me Zohanne, donde 
eram li discipuli, quando lo maystro fo preyso ? Non gue era nissum chi l'ayasse 
e chi lo schampasse de lor maym? „ E sam Zohanne fs^ue respondea: ** Sapi, ma io 
donna, che tuti lì discipuli si fuzim, quando lo maystro fo preyso, che Tnm 
non aspectaua Taotro. „ E lantor la donna si pianzea com granyndi sospiri e si 
dixea: " O %lor, or te* abandona ogni persona. O Pyero, chi inprometesti de 
morir, auanti che tu abandonassi lo to maystro, e aera si Tay perduo e si te e 
stayto cossi leuao e preyso! „ E poa dixea: ** O Juda, fìglor crudel, tu ay mal 15 
meritao lo me fìglor, chi te auea pordonao lo pechao della toha ma}Te, e tu si 
g'ue ay procurao la morto soha. Oy me dolenta, tu non lo achatasti cossi charo 
questo me figlor, comò my. Che he som quella che lo portay nono meysi che 
lo norigay com lo me layte proprio e cum fayga lo alleuay, e tu si Tay venduo 
e dayto per cossi vìi prexo, comò e. xxx.^** dinay. „ Apresso queste parelio so lena 20 
la donna e insi for della casxa, e apresso gue Tcgno la Magdalena e lo aotre 
Marie e andauam per la terra pyanzando criando e digando : ** Chi auerea visto 
lo me figlor? „ Spesso fiae cazca spesso fiae so leuaua, come quella chi auea 
lo cor e lo vigor perduo, per li grayndi sospiri e per li grayndi doloy lamenti 
cho ella faxoa. 25 

Quando li Zoe auem cossi preyxo e ligao Cristo, comò ve o contao, elli si 
lo menam a casxa d*um ch'auea rezuo lo pouol, ma allora ^ non rczeyua pyu. E 
quando Cristo fo a casxa de quello, si gue zo sam Per de derrcr. Ma cossi comò 
una ancella dola casxa vi sam Per aprono, si Tane recognossuo e incomenza 
guo a criar adesso e a dir: " Veraxe menti he te cognosso, che tu si e delli di- 30 
Bcipuli de questo homo. „ E sam Per aue gram paor e si respoxo tute spauentao 
e disse: " femena, tu non di veritae de nyente, ny non say che tu te digy. „ 
E parti se sam Per delle parelio de questa femena, lo più tosto ch'elio poe, e ze 
se ne a^ssetar ape de lo fogo e sì se aschadaua, inperzo che era freydo. Quando 
lo pontifficho Anna aue uisto Cristo, [e] che li Zuo aucyuam preyso, si se Ilo fé 35 
menar dauanti e si lo incomenza a demandar e disse : ^ Or me di, che doctrina 
questa, la qual tu vay predicando per ludea e per Icrusalem, e vay preuari- 
cando la gente e ingannando lo mondo ? ^ ^ Cristo lantor si respoxo e si disse : 
** Frae, la mea doctrina no e mea , ma e dallo me payre. Tu say bem — disse 
Crìste — che he si o parlao parcyxementi per lo mondo non ho parlao in 40 
aschozo, ma dauanti ogni gente. „ Quando Cristo aue zo dito, si vegpie un delli 
Borui de quello Anna, e si lena la mam e si de a Cristo una grande maschaa su 
la massella, e com grande ira gue cria adesso e disse : ** Duncha respondi tu cossi 
allo pontiffico ? „ Alaora Cristo se voze cum grande humilitae a quello chi V a- 
neha ferie e si gue disse : ** O frae, 8Ì ho mal dito 8i me reprendi de lo mal, ma ^^ 
ai he no ho dito mal perche me feri tu? „ 



* tu * alloro 
Archivio gflottol. ital., XIY. 



là:. 



34 Parodi , 

In queste cosse n^amaystra lo segnor Iliesu Cristo, che noy debyamo lo iniurie 
che no som fayte portar in paxe e pacienti menti, per lo so amor, cossi corno 
elio le a porta[e] per lo nostro. Quando Cristo aue respoxo allo seruo chi Tanea 
cossi ferie, si comanda Anna che elio fosso menao a casxa de Cayphas, iuxe in 

^ quello anno e zuegaua e rozeyua lo pouol. Laora si fom li seruonti appareglay 
com le arme, e si preysem Cristo e si ne Ilo menam e si lo apresentam a Cay- 
phas. E sam Per si gè andana aprcsso e intra dentro della porta de Ca^'phas. £ 
incontenente gue cria(m) adesso ^ e si go disse(m): " Yeraxementi tu sey de Gal- 
lilea e si sey discipulo do questo homo. „ E sam Per gue resposo e disse : ** O 

10 femcna, tu te inganny, he no som de quelli. „ E ze sam Per e si se misse allo 
fogo. E lantor un do la famigla de Cayphas si l'aue visto, e si era de quelli chi 
eram stayti a prender Crìste. E quando elio Tane recognossuo, si gue cria adoeso 
monto forte e si gue disse: '^Che homo sey tu? No sey tu delli dissipuli de 
questo homo? Pensi ^ tu che ho non te cognossa? „ E sam Per si se excusaua 

15 a quello seruo, e lo seruo gue disse : ** Como te poy tu eschusar, che la toa pa- 
roUa si te fa manifesto? Non te vi he com questo homo Inter Torto? Non fosti 
tu quello chi tagliasti Toregla a me f[r]ay Marche? „ E sam Per chi se veyua 
cossi compreyso, com grande penser disse : " He te zuro scura tu ti li sacramenti 
della leze, che zamay questo homo he non vi ni gue parlay. Or varda se ta 

20 m'ay bem piglao in camgio. „ E quando sam Per aue cossi parlao, in[(?]conte- 
nente odi cantar lo gallo, e lo Segnor Ihesn Cristo si gue guarda per lo vixo. 
E incontencnte s^apensa sam Per in le parelio che Cristo gue auea dito, e corno 
elio aueyua impromisso a Cristo do non may abandonar lo. E allaor se parti e 
insi for della casxa e ze in una fossa li presso, e incomenza a pyanzer monto forte lo 

25 so pechao, e zamay in lo tempo della soha vita quasi non stete senza lagrime ; si 

che conuegne che elio portasse continuamenti ^ un sudario per cssugar se li ogi. 

Quando lo nostro Segnor fu apresentao dauanti de Cayphas, chi era segnor 

de far juexìo in quello anno, si comonza Cayphas a interrogar e a demandar 

Cristo de monte cosse. E li farìxey si auom apareglae monto faoze tcstimo- 

30 nie, le quao testimonio si incomenzam a'chusar Cristo e dir: "Noy si auomo 
odio de la bocha de questo homo, che cUo si pò destrucr lo tempio do Dee e 
rehedifficar lo in trey giorni. Oarday che presomtiom e questa che dìxe, che 
pur do questo e degno de morte. Anchora si a dito che chi non mangiera la 
soha carne e bouera lo so sangue non auera ulta eterna, e mostra se che elio 

35 sca figlor de Dho payre. Guarday, sognoy, si questo e da soffrir. „ E Cristo non 
rospondea a nessunna do questo cosse. Cayphas si gue dixea : " Non odi tu queste 
cosso, che dlxom questo testimonio in contra ti ? Per che non respondi tu a queste 
raxoym, che questi te dixem ? e porche non te escuxi tu ? „ E Cristo pur se taxea. 
E lantor Cayphas si gue cria forte e si dlxoa: "He te sconzuro per Dee vino, 

40 che tu me debi dire la voritae, se tu sey Cristo figlor do Dho beneyto. „ Allaor 
non vosse lo nostro Segnor che lo nome dello so payre fosso schonzurao in vam, 
e si respoxo a Cayphas e si gue disse : " Certamenti ho te digo che voy veyrey 
vegnir lo fìgior do Pomo, zoo lo figlor de la vergem Maria in le niuolo dello 
col a zuegar lo mondo. „ E quando lo Segnor aue dito queste parelio, Cayphas 

45 se scharza tuta la cabezana e cria forte : " Sognoy , no aucy voy odio iastema, 
che questo homo pechaor a fayto a Dho? Perche andemo noy cerchando aotre 



* È da leggere: quella ancella gue cria o simile. ■ non pensi ^ conti- 
nuar menti 



Studj liguri. § 2. Tosti : 5. La Passione. 35 

testimonie, da poy che noy Tauemo odio parlar? Che ve nne par, segnoy, de far? ,, 
£ quelli chi oran li bì criam tuti, dimando tat'a una voxe: ^^Yeraxe mente elio 
a bem meri tao la morte. „ E allaora Cayphae si fo despnglar Cristo nno e ei lo 
fé ligar a una colonna, e si gae fom de ^ntomo aotri cum correze, aotri cnm ba- 
atoym, aotri cum channe; aotri [43a] gue dauam cum le maym, aotri guo pelauam 5 
la barba e la testa e aotri guo zithauam lo lauaglo per lo viso e per la carne, ^ 
aotri gue epuauam per la bocha. Cossi staua lo nostro Scgnor ligao alla colonna 
e aueyua li soy ogi fassay e inbinday cum una binda, e daxeam gue delli ba- 
etoy su per la testa e poi dixeam: **0 Cristo, adeuina chi e quello chi t*a 
feryo. „ E in questa maynera sfcete lo Segnor tuta quella noyto. O misero pe- 10 
ehaor, chi non say sostegrneyr un poche de peynna in seruixio dello to payre, 
chi a tanto approbrio ^ e vituperio sostcgnuo per aurir to la porta do vita etema, 
quando porressi tu satisfar a cotanta benignitae? Va, Icze, o pechaor, quante 
iasteme lo Segnor butaua a quelli chi gè faxeam cotanto mal, guarda che elio 
dixea : ** Payre me cclostial, questi non cognossem lo mal che olii me faxcm. 15 
Perdonay gue, sì ve piaxe. „ 

Stagando lo nostro Segnor in lo tormento, che o conintao, in la casxa de Cay- 
plias, la mayre soa si andana per la terra criando e querando chi dello so fijor 
gue diesso noue. E comò olla s*aproximaua allo paraxo de Cayphas, ella aschota 
e odi' lo remor e la voxe delli Zuo. E allaor la donna ^ si pyama la Magdalena 20 
e BÌ gue disse : *^ Za figlerà, za tosto, che he creo che lo to maystro seha in questo 
logo. „ Acosta so la donna allo paraxo e aschotaua, e ella si odi tropo bem comò 
li Zuo lo biastemauam, e le menazo che elli fauam. Laora incomenza a criar alla 
porta e a bater, perzo che gue fosse auorto. Ma la soha voxe era faj-ta per lo 
piamto si debol e si rocha, che ella non pocyua esser odia. Bem era vegnua ve- 25 
riteuel la parola de leremia propheta, chi disse: "... pianxando e lo pyanto in 
la note e * le sohe massello e non gu e chi gue daga consolatìom de tuti li soy 
charì. „ E anchor fo compio in ella zo che David propheta gue auoa dito, eciam 
dee de ella : ** He o lauorao criando pyanzando, tanto che la mea voxe fayta e 
rocha e sorda. „ Or pensa, pechaor, in che guisa la donna staua de fora dello 80 
paraxo, e odiua lo acuse che faxeam in centra lo so figlor e li colpi che elio 
«ostegnia, e no intendeyua ni odyua nissum chi lo schusasse ni chi lo deffen- 
desse, ma odiua la voxe forte criar : " Mora mora questo maluaxo pecchaor. „ Or 
qual e quella mayre, chi compassiom non debia auer alla ma3rre do Cristo e 
pianxer com ella de cotante crudelìtae, [è] chi fom fayto allo so figlor senza 35 
colpa e pechao? Tuta la noy te steto quella dolenta maire in angustia e sospiri, 
aepectando e contemplando la poyna che lo so figlor portaua. Quando la note 
fo compia, che za se fazea lo iorno, e echa lo remor vegnir do la gente alla 
casxa de Cayphas, che Pillato mandaua a prender Cristo. Noy deuemo intender 
e sauer che alli Zuo non era licito ocicr nissunna persona, e quando elli trouauam 40 
alchum degno de morte, si lo dauam in lo maym de Pillato, lo qual rezeyua la 
eegnoria e era corno iuexe de mal officio, e a elio s^apertegnea de dar morto e 
ocier quelli chi faUiam e faxeam oura de morir. E questo faxea in persona de 
rimperaor de Roma, chi scgn^orezaua por tuta Indoa. E inpcrzo Cayphas ano 
Cristo in bayria. La noyte, comò he o dito, si manda a Pillato, come elio aueyua 45 
un homo preyso degno do morte, e Pillato si aspcyta fim allo iorno, e allaor fé 



Od qpprobt'io? * danm ^ Andrebbe qui : lo pianto in ; cfr. Threni, I, 2, 



36 Parodi , 

armar li soy chaualori e li soy eeruenti o si li manda ala casxa de Cayphas^ 
donde Criste era preyxo. Questa gente vognia a som de trumbo e de comL 
Qnando elli fom yognuy alla casxa de Cayphas, si fom aaerte le porte e si andam 
tuti dentro da lo paraxo. La donna chi era do fora, vossc andar apresso per 
5 tronar lo so fìglor, ma ella no aueyua possanza ni vertue d'andar in la casxa^ 
per la grande sprcssa della gente, si che ella ne fo rebuta do fora com grande 
angossa. Quando Cayphas auo uisto la famigla de Pillato, si gue de Criste in 
bayria, e quelli si gue ligam lo maym forte, e cossi si lo manda fragellao a 
Pillato. E quando elli insim for della porta do Cayphas, la donna se lena comò 

10 ella poe e guarda si ella pocsse veyr lo so fìglor, e ella non lo reeognossea, in<^ 
perzo che elio era tuto cangiao. Elio aueyua lo so viso tuto nizo, li ogi e li 
meroym neygri e lo tìxo e la faza tuta pynna de spuazo e la testa tuta peraa 
e lo corpo era tuto pym de lauaglo e da monte parte pioueyua tuto sangue, si 
che elio non poeyua ' più auer figura humana. Bcm era compio zo che Ysaya 

15 prophota auea dito in persona de Cristo: Non est in eo species"^ neque decor. La 
mayro che so guardaua intorno, questo so fìgio non sauea cognosser, e inperza 
ella ee voze alla Magdalcna o si gue disse: "^ figlerà, [e] guarda so tu Inter 
questi cognossessi lo to maistro. „ E la Magdalena laor lo guo mostra e disse : 
** Sapi, madonna mayre, che quello che tu yey cossi fragellao si e lo to figlor. „. 

20 La donna si lo guarda o si lo recognosse e incomenza do corre aprcsso, cossi 
comò olla poeyua, e a cresser la toxo più forte che olla poo e cria : ** Donde o 
andayta cotanta bcllcza? Tu cri lu più bello homo cho [e] visse may e aera 
sey cossi camgiaol figior, a to cossi abandonao lo to payre, che elio non te 
dcffenda de cotanta peyna ? figior mo procioso, per che vorosti tu retornar in 

25 Iherusalem ? Za saueyui tu bom che li Zuo te procurauam la morte. „ Monto so^ 
abriuaua la donna in la spreyssa por prender lo so figior, ma li sementi si la 
rcbutauam e si la deschazauam, che ella non so poeyua aproximar. 

Quando Cristo fo menao a Pillato, si fom apareglay li farixey e li Zue e si co- 
men8a(m) d'axaminar lo. E quando elio fo bom examinao, si lo retorna do fora alli 

30 Zuo e si disse : ** Segnoy, voy m'auey menao cozi questo homo e mo Tauey acusao- 
per mal factor e per rey. Echa me cho l'o sotirmenti csaminao, e si ve digo che 
non trono in elio caxum alchunna, per la quar elio sea degno de morte ni de 
peyna. Per che doncha vorey voy che e spanda lo sangue insto de questo homo 
insto senza corpa e pecchao? „ E laora li Zue si rcspoxom a Pillato e si dissoni: 

85 " Sapi per certo cho si questo homo non fosso mal factor, noy no to l'auereamo 
acuxao. Noy seme gonte a chi Dee a dayto la leze per Moysen, e por cessa che- 
fosse noy non fareamo tanta falla. Ma noy te digamo per vcritae la reeza de 
questo homo, che elio non a lassao persona do Galilea tam fin coci, che elio non 
abia preuarichao da la nostra leze. „ E allaor si domanda Pillato alli Zue donde 

40 Criste era nao, e olii si gue dissem de Gallilea. E allaor si respoxe Pillato e si 
gue disse: ** Segnoy, si questo homo e de Gallilea, voy sauey bom che non lo 
dom zuegar, che non o iuexio de sangue in quelli de Gallilea chi som in Iheru- 
salem. Anday doncha, — disse Pillato — e si lo menay monto bem a Herodes» 
a chi s'ape/'tem de zuegar quelli de Gallilea. „ 



^ pareitta ? ^ spus ; cfr. Isaia Lm, 2. 



Studj liguri. § 2. Tosti : 6. Da una Cronaca universale. 37 

N. C. — Da una Cronaca universale. 

Il presente brano e la traduzione di Boezio che segue, sono estratti da 
un medesimo codice, appartenente alla Biblioteca delie Missioni Urbane di 
Genova*, dove porta il num. 40. Per Tetà, si può assegnarlo alla prima 
metà del sec. XV; cartaceo, legato in pergamena, di mm. 275 por 190, man- 
cante dol primo foglio e di alcuni in fine. La numerazione è in cifre ro- 
mane, della stossa mano che il codice; comincia col secondo quaderno e 
va poi senza interruzioni fino al f. 391, col quale il cod. ora termina. Ec- 
cetto, a quanto pare, un breve tratto del primo quaderno, materia forse ag- 
giunta alquanto più tardi sulle pagine lasciate prima bianche, il cod. è tutto 
d'una stossa mano; ha iniziali maiuscole in rosso, ma rubriche nere; scritto, 
a cominciar dal Boezio, in due colonne, per motivo dei versi, quantunque, 
il copista, una volta proso l'abbrivo, continuasse poi fino in fondo. 

Ho dotto che manca il primo foglio. Esso conteneva parte della 'Ta- 
vola', il séguito della quale occupa ancora la metà anteriore del primo 
quaderno, cioè 5 carte, tranne il verso dell' ultima. Ma la carta, che ora 
dovremmo incontrare per la prima, si trova per uno spostamento ad os- 
sero la quarta. Nel verso della quinta, nelle 4 seguenti e nel recto della 
decima è contenuto il tratto, che abbiamo detto parer d'altra mano. Co- 
mincia: € In quelo tempo sapiando lo redeìnptor de la ìxumana generation 
Tnesser Jhesu Criste quello chi deueiua esser, cognossando za esser preuegnuo 
tanto presso ala soa morte e passion quanto era lo mercordi santo . . . > e 
termina : < . . , e la dolce maere lantora no lo cognosce, tanto lo aueiuam 
baino e desfigurao. E cossi fini lo raxonamento de la gloriossa Vergem 
Maria cum lo so glorioso figio messer Ihesu Criste, la grada de lo qua 
semper sea com noi. Amen, > 

Col secondo quaderno comincia propriamente il codice. Esso contiene : 
dal f. 1* al f. 89* una specie di compendio del Vecchio e del Nuovo Te- 
stamento; poi alcuni capitoletti sulla Vergine, 89** sgg., a cui s'accompa- 
gnano 28 miracoli di lei, 104*-118\ e uno dei noti 'Pianti' 119»-124»'; una 
lunga serio di 'Vite di Santi' e di 'Sormoni', che occupano non mono di 
172 fogli; la leggenda di Barlaam e Giosaffat, 298*-313^; il primo capitolo 
della vita di Giuda Iscariota, 313^-314\ che non è se non un pozzo stac- 
cato della 'Cronaca', con cui il volume comincia; poi: Como se comenssa 
lo sancto batessmo in Roma, e: Como la ueronicha fo trouaa e portaa in 
roma in lo tempo de tiberio Cessaro Imperao . . . 314*'-318*'; una leggenda 
di Santa Margherita, che va fino al f. 321*»; la Vita di S. Giovanni Evan- 
gelista, 322*-356*', altra copia di quella pubblicata dall'Ive, Arch. Vili 
30 sgg.*; de le questioim de Boccio, 357*-386*, per le quali è da vedere il 



* Fu già brevemente descritto dal Banchero, Genova e le due Riviere, 
513 sg., e dal prof. L. T. Belgrano, 'Giorn. Ligust.', a. 1882, 344 sg. 

' Per rendere possibile il confronto, riferisco il principio della leggenda, 
secondo è dato dal mio codice: 



38 Parodi , 

numero seguente; infine l'epistola di fra Bonaventura da Bagnarea ad un 
suo amico, SSC^-SOl**, che resta incompleta per la mutilazione del codice. 

Uno studio particolareggiato delle fonti, a cui attinse il nostro compi- 
latore, sarebbe qui fuor di luogo. Ci basterà accennare che il compendio 
biblico, di cui riportiamo il principio, non è che la traduzione dell' antica 
'Cronaca universale', probabilmente d'origine catalana, che fu studiata dal 
SucHiER, Benhniàler der provenz. Literatur, pp. 495 sgg., e dal Rohde, 
ibid., pp. 589 sgg. ^ Tuttavia il traduttore s'è anche valso, in almeno due 
luoghi, della Passione, da noi pubblicata al n. 5, inserendone nel suo testo» 
al f. 58*, il breve tratto introduttivo. Pensando in mi mesmo ecc., ed un 
altro capitoletto al f. 84* : Or staxea la uergern madona sancta maria inter 
unna caxa in leìmsalem . . . 

Por la correzione dei passi evidentemente errati, io ho tenuto a riscontro 
della traduzione genovese il testo catalano del cod. Laur. Red. 149, già 
studiato dal Suchier (R)*. 

Dixe in lo libero de Genexis, che in lo comensamento d<3 lo mondo crea ' Deo 
lo col e la terra. E la terra era aoa e tuto lo mondo era tenebrozo e lo epiricto 
de Dee andaua eouro le aigoe. E ora tuto lo mondo comò unna pilota reonda, chi 
fosso fayta de monte cosse, cossi corno de puoi e de preo e de fogo, chi fosse 
5 possaa in unna conca de algoa. E cotale ora tuto lo mondo. Disse lo nostro se- 
gnor Dee : ** Sea fayta la luxe. „ E quando la Inxe fo fayta, fom li Angeli creai, 
E ui Dee che la Inxo era bonna e desparti la luxe da le tenebre e apela la Inxe 



Coci comenssa la nassìom e la ulta firn a la morte de lo biao mosser sam 
Zoane Batoste, corno uoi odirei apresso. 

A lesso de Dee e do la docissima vorgcm madona Sancta Maria e de lo biao 
e glorioBso messer sam Zoane Batesto, do lo quar noi vogiamo dir alcunna cessa 
a lo so honor e a delleto e conssollaciom de le annime, lo quae sum soe deuote. 
E no intendo dir de le soe aotissimo virtue, per so che e no sanerea, che an- 
chora sam beneite da li sancti; si che e no intendo de dir cossi soma alteesa» 
ma uoio dir de la soa aita meditandoUa e penssandola, aso che piceni e grandi 
chi la lezem si gè ponnam mento a le . maim (sic). Che so la soa mente fosse 
denota a meditar la ulta de Cristo e pcnssando de elio picem e grande cam la 
morte e rossorressiom eoa e gloria, non e da lassiar per questo. Persso che penssar 
de elio e amar elio e Totima parte, e questo do mosser sam Zoane fassamo per 
dar recreatiom a le monte Iniferme e unna onera fantiolescha, si che queste an- 
nime fantiole[s]che abiam unna leticia spirictual e cossi apparram a medictar^ 
ei che poa possam e sapiam intrar a meditar la vita de Cristo e de la Dona 
nostra, eoa maire. E se olii (no) troueram leticia in penssar la ulta de li sancti 
in cotae cosse fanciolesche, quanto maormenti in ponesar la aita de Cristo, unde 
e tata perffetiom ? E auezando la mente a queste meditacioim bassete, saueram 
possa mogio penssar e intrar a le grainde cosso de li sancti ; e cossi Intreram a 
penssar de messer Ihesu Cristo, chi a faiti cossi boim li sei sancti .... 

* Cfr. Studj di filol. rom., II 292 sg., n. 

* In questo codice, al f. 163^ ossia nella seconda colonna del recto, co- 
mincia un componimento ascetico, catalano, che certo ha da fare con quel 
* Ragionamento della Vergine col figliuolo', che dicevamo parere d'altra 
mano nelle prime pagine del nostro manoscritto genovese. 

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Studj liguri. § 2. Testi: 6. Da una Cronaca universale. 39 

di e Io tenebre nocte. E cossi fo conpia l'onera e U comensamenti de lo primo 
iorno. Disse lo nostro segn^or Dee lo segondo iorno : ** Sea fay to fermamento in 
mezo de lo aigoe, chi partissa Panna da Paotra. „ E cossi fo fayto e fé lo no- 
stro segnor Dee firmamento e possa le aigoe, chi eram soara lo firmamento, do 
seta, e apella lo nostro segnor Dee quello firmamento cel. E cossi fo faita Po- 5 
nera de quello segondo iorno. Disse lo nostro segnor Dee lo terso iorno: " Seam 
amasay ^ le aigoe, chi stam sete lo firmamento, in nm lego e apaira secha*. **E 
fo fayto cossi, e apella Dee quella secha terra e lo amassamento de le aigoe 
apella lo mar. E ui lo nostro segnor Dee che tute era b8m e disse : "" Inzenere 
la terra erba e erbori chi fassam fructo, segondo lo lor linaio.,, E ui lo nostro io 
segrnor Dee che tute so era bom, e cossi fo compia P onera de lo terso iorno. 
Disse lo segnor Dee lo quarto iorno: ** Seam faite luminarie in lo firmamento 
de lo cel, chi partissam lo iorno da la nocte e seam in segnai de lo di e de lo 
tempo e de Pano, e si resplendcm in lo firmamento de lo cel e aluminem la 
terra. „ E fo faito cossi, e fé lo nostro seg^nor Dee doi gramdi^ luminarij, e lo 15 
maor chi segnorezasso lo di, e questo si e lo sol, e lo menor segnorezasse.la 
noitc, e questa si e la lunna, e tute le stele, e misele lo ecgnor Dee in lo firma- 
mento de lo cel e che elle aluminassem la terra e che elle segnorezassem lo di 
e la nocte, e doparti^ lo di da le tenebro. E ui Dee che tute era bom e cossi 
fo compia Pouera de lo quarto iorno. Disse lo nostro segnor Dee lo quinto 20 
iorno : " Congregemo possi in le aigoe e tuti uiuam , e li oxelli in le ayre. „ E 
crea lo nostro segnor Dee possi graindi e ballenno e de atro generacioim, e 
aotressi li oxelli uinessem in le aire segondo lor linaio. E ui lo nostro segnor 
Dee che era bom e benixilli e disse : " Crossi e multiplicai e impij lo aigoe de 
lo mar, [1**] e semegieiuementi [disse] a li oxelli che elli cresessem e multi- 25 
plicassem scure la terra. E cossi fo compio Pouera de lo quinto iorno. Disse lo 
nostro segnor Dee in lo sesto '^ giorno : ** Norige la terra cosse uiuc, bestie e tuti 
animai chi uagam scure la terra, piascunna de soa figura. „ E fo faito cossi. E 
ai lo nostro segnor Dee che so era bom e disse : ** Fassemo P omo ala y magem 
e similitudem nostra, chi segnoreze le bestie de la terra e tuti li animai chi 30 
seam soure la terra. „ E bem sanemo noi che in quello tempo Dee no auea figura 
de homo, ma elio profecta de si mesmo chi deuea esser [in] figura de homo^ 
quando elio disse : ** fassemo Pomo a la y magem e similitudem nostra. „ Ma per 
so tuti li Zue e li pagaim no uossem in so crer. E forma lo nostro segnor Dee 
V omo de lo pu uil alimento, so fo de terra, e no de la pu formaa terra, anci lo 85 
fé de la pu uil, e so fo per lo trauaiamento de lo diano, e crealo perche elio 
deuesse goardar quella sancta gloria, che lo diano auea perdua per lo so orgoio. 
E quando elio Pane creao, si misse in elio spiricto de ulta e possallo in lo pa- 
reyso teresto; e felli uegnir uolentay de dormir e trasselli unna costa de lo co- 
etao, e de quella costa forma Dee la femena. E mentre che elio dormia, fo montao 40 
in cel e ui in spiricto tuti quelli chi deueam insir de elio. E quando elio fo 
dessao, profetiza e disse : **' Queste osse e queste carne si sum de le mee. „ E poa 
disse lo nostro segnor Dee a Adam e a Eua soa moier: **Ueue che e uè dago 
a noi atri tuti li aotri arbori, chi fam fructo soure la terra e semenza ^; e si ne dago 
la segnoria de tuti li animai e de tuti li oxelli, in li qaai e o possao spiricto de 45 



* amesay ; R ajiistades, ^ Cfr. R : e aparescha secha. ' gvamdi piuttosto 
che graindi. * Forse departissem ; cfr. R. : e que detn'asen. • quinto ® que 
denta pendre forme de home R. "^ chi semode\ q,ìt. R: que fan fruyt e sanìent. 



^.. 



40 Parodi , 

ulta, che uoi abiai che maniar e che uiuc. „ E ui lo nostro Beprnor X>ee che tute 
le cosso che elio auoa faito eram tute bonne, o cossi fo compia Touera de lo 
sexein iorno. Or auei odio corno lo nostro se^i^nor lo prumer iorno fé la sustancia 
de lo iorno, eoe la luxe, e tute spirictuai creature; lo eegondo iorno fé lo cel 
5 per che le spirictuai creature ^ì habitassom, e im li aotri troi iornj fo lo segnor 
nostro lo cosse chi sum eintro lì alimenti: im lo prume de quelli trei fé tempe- 
ralitai de lo iorno, soo lo sol e la lunna, e im lo secondo fo li possi, e im lo 
terso iorno fo le bestie e l'omo, e possallo in lo pu fermo alimento chi sea, [900] 
in la terra, [e] allogaUo im lo pareyzo terreste. E se [2ftJ Adam no avesse peccao, 
IO auerea inzonerao Tomo sensa peccao e sonsa luxuria carnai; e la femena auerea 

m 

inzenerao in quella maynera e Bensa dolor auerea {jartuio, e seream staiti Bensa 
boxie. E im pareyzo terreste De auea possao erbori, che quando olii ne aueB8e[m] 
mangiao, zamai no auoream auuo seo ni fame, e um aotro erboro, che quando 
olii ne auessem mangiao, zamai no aueream auuo see, e lo torso orbo \ che za- 

25 mai nisum no li auerea possuo noxer. E a la per firn maniercam de lo erboro 
de uita, e da poa auanti zamai no scrcam staiti uegi ni no seream staiti ma- 
roti. E comò aera la generacium passa e more, seream staiti in lo tempo de 
trenta agni receuui in la pu ata gloria, zoo im lo paroizo cclestiar, e zamai no 
aueream ccssao de far cossi, tam fini che no fosse compio lo nomerò de li angeli 

20 chi cheitem do cel. E fo cossi creao l'omo per compir quelli logi do li angeli. 
Or stagando Adam in lo pareizo terreste, disse lo nostro sognor a Adam e 
a soa moier Eua: " E uè dago parola che de tuti li erbori chi sum in lo pa- 
reyzo, che uoi no possai mangiar - e uzar a tuta nostra uoluntay, saluo quello ' 
in lo quar la sciencia de lo bem e de lo mar. „ E si gè mostra l' erboro. " E 

25 qual bora uoi no mangerei, uoi morrei per morte. , E lo diano chi fo de quello 
pareizo butao, de so ano inuidia, e pensa conio elio lo porrea inganar; perso 
che elio sauea che lo linaio do l'omo deuea montar im cel, soe in la sancta gloria, 
donde elio caito per la soa superbia. E pensa in che meo elio lo poessc in- 
ganar, aso che l'omo perdesse lo hereditagio de quella sancta gloria. E lo ten- 

30 taor preize forma do serpente e ze ala moier de Adam Eua e si gè disse: "Per 
che u'a comandao lo nostro Segnor che uoi no maniai de l'erboro de scientìa 
de bem e de mar ? „ E ella respoze : " Perso che noi no moriamo. „ E elio gè 
disse : " Creiuoi morir *? Anti serei uoi semeianti ali dee, chi sam lo bem e lo mar. 
E per atro no uè a elio deueao, se no che elio no uoi che uoi sapiai tanto corno 

05 elio sa. „ E de so menti lo diano, chi may no disse ueritai; unde per la soa boxia 
fé tanto, che Adam mangia de lo fructo e sape bem e mar. Possa che Adam 
aue mangiao quello fructo, [2*»] vi che auanti che pilo auesse peccao si auea lo 
bem de sciencia *, e possa che elio aue peccao sape lo mar, per che elio crete ala 
parola do lo diano. E cossi Eua preize de lo fructo e si ne mania e si ne de a 

40 so marie. Elio ne mangia per amor de quella, e de presente, come elli ne auem 
mangiao, elli fom aceixi de lo fogo de la luxuria e fo nao inter quelli um 
peccao, lo quar eresse inter noi tute tempo, e fom le lor annime morte, perso 
che quelli chi peccam le lor annime sum morte e iaxem sete terra, cossi corno 
lo corpo morto. Ma per penitencia l'annima resussita da morte a uita, cossi come 

45 resusitera lo corpo nostro per la uoluntai de Dee alo di de lo zuixio. 

Coci incomccsa le sete pcccay, chi nassem per lo bocon che Adam mangia. 



* Questo terzo albero non appare in R. ^ man mangiar ^ in quello 

* no morir ^ sciecia ; R sabe be per sciencia. 



'mL: 



Studj liguri. § 2. Tosti : 6. Da una Cronaca universale. 41 

Adam fo um peccao mortai, chi tuto lo mondo impìj de sete peccae mortae, in 
lo quar fo imbocao ^ tuto lo so linaio. Lo primo peccao fo Buperbia, quando elio 
QOBse [esse] ingoar alo nostro segnor Dee e uosse esse soare tute le atre gente ^ : 
imperso fu posto pu basso cha nisum aotro. E de quello peccao dixe lo Ubero 
de Salamon, che non e dauanti da Dee^ chi exalte lo so cor per peccao de su- 5 
porbìa. Lo segondo peccao fo dezobediencia , quamdo elio passa lo comanda- 
mento de lo nostro segnor Dee, e per so perde tute le cosso chi li eram reco- 
misse, e poi che elio pecca si gè fo[m] de presente dezobcdiente. Lo terzo peccao 
fo auaricia, che elio daxea men che elio no deuea dar^ e per quello pecca e 
perde per gram diito tute le cosse, le quai li fom donai. E de questo peccao 10 
dixe lo apostoro messer sam Poro, che T auaricia si e seruitudem de le ydole. 
Lo quarto peccao fo sacrilegio, quando elio preize la cossa la quar li era deuea 
de lo lego sagrao; e de questo peccao dixe lo profeta: "Chi defora mostrerà 
santitaj ^ de esser cassao fora de lo pareizo. „ Lo quinto peccao fo do la gora, 
che per um bocom passa lo comandamento de lo so segnor. Lo sexem peccao 15 
fo fornicaciom, per so che Tannima de Adam fo e era aiustra a Dee e elio 
Taiustra^ a lo diauo, unde perso elio mori per colpa e per penna; e in so elio 
cernisse auolterio com um stranger e perde V amistansa de la ueritay ^, e de 
quello peccao fo omicida, che si mesmo cum tuto lo so linaio mìese a morte. E 
de questo peccao dixe [3a] Moisses profecta : " Quello chi ocira , sera morto in 20 
corpo e in annima. „ 

IL Coci se cointa so che lo nostro segnor disse a Adam. 

Incontenento che Adam aue peccao, uegne lo nostro segnor Dee e si li disse : 
^ Adam, tu ai peccao, che tu ai falio lo me comandamento e ai faito a seno de 
la toa moier. E in perso auerai penna cum tuto lo to linaio e cresserai de ìomo 
in ìomo, e con suor e con faiga mangìcrai lo to pam, e quando tu lauorerai la 25 
terra lo di, ella no te® darà so fructo, e a uiuer auerai grande travagio e 
crosserà tuto iorno lo affano in lo to linaio.,, E poa disse lo Segnor a Eua: 
**" Imperso che tu obedisti a lo diauo e conseiasti a ° to marie che elio passasse 
lo me comandamento, e tu apartuirai li tei figi cum dolor e lo dolor multipli- 
chera per tuto tempo in lo to linaio. „ E imperso lo nostro Segnor disse a Eua : 30 
** tu apartuirai li toi figioi cum dolor „ , possamo noi intende che se ella no 
anesse peccao, ella auerea infantao con alegressa e senza penna. Possa se zira 
lo nostro segnor Dee in uer lo serpente e si gè disse : " Imperso che tu inga- 
nasti [la donna] '^ e la feisti peccar per passar lo me comandamento, tu serai 
marcito ti e tata la toa semensa e si tirerai tuto tempo lo peto por terra; e si 35 
metero inimistai inter lo to linaio e lo linaio de la femena, e tuto tempo goar- 
derai alo pee de lo so linaio e guarderai a la toa testa ". „ E imperso che lo 
nostro segnor Dee disse alo serpente, che elio anderea per terra strassìnandose 
lo pecto, possamo noi intender che elio auea pee, auanti che Dee lo marixisse. 



^ imbocao •, R emholcat, ^ gente \ correzione di cosse^ che l'amanuense aveva 
prima scritto. R sohre tots los altres. ^ Cfr. R : que no es he deuont deus qui 
Iena son cor. * Cfr. R : com elio cohega mes que no li era atorguat. ^ Cfr. 
R : qui desonra los santuaris. ^ lo iustra ; R aj'ustala. ^ del nerdader 

€8pos R. * ella noctete ^ conseiastato ^^ la donna agg. secondo R, che ha 
ìa femore, " Cfr. R : e ton linatge tots temps guarderà al talo de la fembra 
e l seu al cap. 



42 Parodi , 

E faite queste cosse, lo se^pior Dee descassa Adam e Eoa fora de lo pareyzo 
teresto. E quando elio ne Taue zitao, si gè disse lo nostro segnor Dee, che elio 
uerea tempo che elio li manderea lo orio de la misericordia. Quando Adam fo 
butao fora de lo parciso teresto, si se ne zo in la valle de Ebronzo. 

ni. Coci se cointa quando Adam fo zitao fora de lo pareizo teresto e corno ze in 
Ebron, 

5 Quando Adam fo in la ualle de Ebron, comensa a uiuer de lo so affano e 
suor e aae doi fìgi, so fo Abel e Chaim. E per raxon de lo sacrificio de le 
bestie, elio inuea ^ [3^] Caim in uer Abel , por so che Abel offcriua de le meior 
bestie che elio auea, e Chaim, chi lauoraua la terra, e offeriua de le pu finne 
[frute] che elio auesse ni rocoiosse. Ma per so che Dee goarda a la offerta de 

10 Abel e a quella de Caim no uosse goarda, si ne aue Cain dolor e ocisse so frai 
Abel. E dapoa che elio V aue morto, disse lo nostro segnor Dee a Caim : ** Dime, 
unde el e to frae Abol?„ Respoze Caim: "Segnor, za no son e goardìam de 
me frae. „ E lantora disse lo nostro segnor Dee: **La voxe de lo sangue de to 
frae, che tu ai spainto su la terra, si a criao a mi, ma li darò ueniansa, quanto * 

15 a mie „. Per quello dolor de Abel pianze Adam cento agni e in quelli cento agni 
no uolso andar ape de soa moier,. perso che lo nostro segnor De no uoleina 
nasse de la maruaxe semensa do Caim. E quando Adam aue sete cento trenta 
e doi agni, si uegno Tangere e comandagi che elio deuesse uzar cum soa moie. 
E lantora elio aue um iìjo, alo quar elio posse nome Soth. E questo Seth fo in 

20 lego do Abel, e de lo linaio de questo Seth nasce la nostra dona ^ sancta Maria» 
de la qual nasce lo nostro segnor messe lesu Cristo. Quando Seth aue cento 
agni, Adam era ^ uegio e recreseagi la ulta. E um iorno elio era monto stanco» 
che elio auea derochao monti erbori, e butasso cum lo pecto sum unna iapa e 
comensa a pianze e pensa in li graindi mai che elio veiua nasce in lo mondo ^ 

25 e cogfnoscea bem che tuto so era per lo so peccao. E piama lo so iìjo Seth, lo 
qua li fo do prezente dananti, e disseli: '^Yatene alo pareiso, alo angelo che-> 
rubim chi e li e goarda P intra de lo pareiso e^ T erboro de uita, e a in man 
unna spa de fogo. E quella goardia fo faìta, da poa che toa maire e mi fomo 
cassai defora de lo pareizo per li nostri peccai. „ E Seteh respoze a so paire : 

30 '^ Mostrame la uia, unde e dobia andar a lo pareizo, e so ^ che dom dir alo an- 
gelo cherubim. „ E Adam li disse : ** Per questa via , auerta dale ^ peanne ohi 
fom de li me pee e de^ toa maire, chi sum seché e marce, tanto fo grande Io 
nostro peccao, fo[mo] zitai^ de lo pareizo, e Ui^^ unde noi scarchizamo com 
li nostri pee, mai possa no gè nasce erba zaiiiai. Por quelle peanne tu an- 

35 derai in lo pareiso, e dirai alo angelo cherubim che me incresse de uiuer e che 
elio me mando de Torio de la misericordia, che lo me segnor [4&] Dee me im- 
promisse , quando elio me cassa de lo pareiso. „ Quando Seth aue inteizo lo co- 
mandamento de lo paire so, elio comensa de andar, e quando elio fo alla firn 
alo cauo do la ualle, si trova lo peanne do so paire e do soa maire, le qaal 

40 eram soche e marce, comò so paire li auea diete, e fo spavcntao de lo splendor 
chi insiua fora de lo pareizo. E acostasse a lo angelo cherubim. E T angora 



^ Cfr. R: e j)er raho del sacrifici de les besties crehec a Caym envega centra 
abel, lo ho soppresso chaim chi, davanti a per raxon, ^ quando ^ dono 
* e za ^ si e ^ e e so "^ ale; R: oberta déles jx/ades, ^ dee ® Cfr. R: 
com fom gitats* ^^e Ili: que la on nos calci guauem R. 



ÉfL 



Studj liguri. § 2. Tosti: 6. Da una Cronaca universale. 43 

negne; ti li disse: '*Che demandi-tn ? „ E Seth ^1 rospoze: **A me paire Adam 
incresse de aiae ; si me [manda] a ti a pregarto che tu gi mandi de V orio de la 
misericordia, che lo nostro segnor De li impromisse, quando elio lo buta fora 
de Io pareizo. „ £ Tangere gè disse: '^Meti la testa dentro e goarda bem so che 
tu aeirai. ,, E Seth fo ala porta de lo pareizo, corno lo angero li auea dicto, e 5 
Ulisse la testa dentro e goarda, e ui in mezo de lo pareizo unna fontanna 
grande, de la quar insiua quatro fiumi, chi sum principai, ali quai noi digamo 
per nome, alo primo Giom, a^^atro Cam\ aPatro Trìgus, Taotro Auffratres, e 
quelli quatro fiumi am impio tuta la terra de aigoa. E aprono de quella fon- 
tanna era um erboro monto grande e monto pim de rami e no auea foie ni 10 
scorsa. E Seth goarda a quello erboro e disse infra si mesmo, che questo erboro 
era cosi scorsao per lo peccao de so paire e soa maire, e cognosce le lor penne. 
E poa se ne torna aP angero e disecli tute so che elio auea vieto. E Tangere li 
disse che elio tornasse un'atra fia fim ala porta. E miseo dentro la testa, corno 
elio auea faito dauanti, e ui che quello erboro tocaua de la cima ^ fim a lo cel, 15 
e in la cima de l'erboro ui star um fantini, chi parea chi pianzesso. E Seth 
asbasa li ogi e so fé per T erboro, e aue uergogna, e [ai] lo rame^ de T erboro 
chi pertusauam' la terra e tocauam dentro da V inferno, e cognosse V annima de 
so frai Abel. E poa torna oV angero Cherubim e cointagi so che elio auea uisto. 
£ r angero gi disse : ** Ai tu uisto quello fantim ? Quello si e Io fi jor de Dee, chi 20 
pianze lo peccao de to payre e de toa mayre, e elio lo de destruer quando sera 
tempo. E quello si [e] Torio de la misericordia, che lo nostro segnor Dee prò- 
misse a to paire, quando elio lo buta fora de lo pareizo. „ E quando Seth se ne 
uosse andar. Tangere li de tree granno de la semensa de quello erboro e de lo 
fruito, lo quar auea mangiao so paire, e disseli : ** Quando tu serai a to pa^-re, [4' ] 25 
a lo terso iomo, che tu lo sotererai, metige queste tre granne Inter la bocha, 
sete la lengoa. „ E Seth se ne torna a so paire cum queste tree granne e coin- 
tagi tute so che Tangere li auea dito. E quando Adam aue odio che elio deuea 
morir, si fo monto alegro e incomensa a rier, chi in tute Io tempo de la soa 
uita zamai no auea rizo, e lena le maim a ccl e disse: ** Segnor Dee, prendi 30 
T annima mea, se elio ne piaxe, che e sum asai viscuo. ^ E a cauo de trei iomi 
Adam mori e Seth so fijo gè misse quelle tree granne sete la lengoa, corno 
Tangere li auea comandao, e poa lo sepeli. E a cauo de poche tempo quelle tree 
granne nassem e fe[m] tre uerge, le quai auea piascunna um braso ^ de lon- 
gessa, e de quelle uerge Tunna era de cedro e Tatra cipresso e Tatra palma, e 35 
BÌgnificanam lo paire lo fijo e lo spiricto sancto. Lo cedro e lo pu aoto erboro 
chi Bea, e quello significa lo payre; lo cipresso e lo pu oritozo erboro chi sea e 
lo pu spesso de rami, e quello significa lo fijo; la palma chi e spesa de fogia e 
fa lo fruto dece, significa lo spiricto sancto. E stetem quelle tree rame in la 
bocha de Adam tam fim alo tempo de Noe. Aora auei odio come mori Adam, 40 
e de poi elio romaze Seth so fijo maor in la generacium. 

rV. Caci coniensa le ® generacium de Seth, le qiiae foni none, — La primera eiae. 

Seth aue um so fijo, lo quar auea nome Enoe, e fo la uita de Seth octo cento 
e trenta e doi agni. Enos aue um fijo, lo qua aue nome Malasel, e fo la uita de 
Enoe octo cento e cinque agni. Mallasel aue um fijo chi aue nome Cainna, e fo 



^ cum o ciM/i; R: Sigron Frison tigris eufrates. 'dm * Cfr. R: niu les 
raeUs del dit arbre, * bf-oso; R: una brassa de lonclu * la 



44 Parodi, 

la Ulta de Mallasel mille agni. Chainna aae um fijo lo qua aue nome Jarech, e 
fo la Ulta de Chainna octo cento agni. Jarech aue um fijo chi aue nome Enoch, 
fo la uita [de] Jarech octo cento e quaranta e doi agni. Enoch aue um fijo 
chi aue nome Matusalem, e quando Enoch aue trexenti eisanta e cinque agni, 
^ bì lo leua lo nostro segnor Dee e missello in lo pareizo terreste. Matuealem aue 
um iìjo chi aue nomo Lamech, e fo la uita de Matuealem none cento e uinti doi 
agni. E cossi fo compia la prumera genoraciom, la quar aue generacium none. 

[f. 5«1 V. Como Io nostro segnov Dee comanda a Nolte che elio feisse Varcha. E 
incomensa la segonda etae. 

Quando Noe aue cinque cento agni, inzenera irei fìgi, Sem Chaim e Iffech. 
E in quello tempo eram cressui monti mai in lo mondo, tanto che lo nostro 

10 segnor Dee disse, che elio era pentio che elio auesse faito lo omo im lo mondo. 
E disse a Xohe: ''E uoio abissar tuto lo mondo e destruer tuti quelli chi uinem 
sourc la terra; ma ti solo uoio salua, che te porto grande amor per so che solo 
e te o trouao iusto in questa generacium. Unde e te comando che tu faci unna 
archa de bom legname, chi sea bem acetaa ^ e bem inuernisa dentro e deffora, 

1^ e sea de questa grandessa, per longessa goa trexenti e per largessa goa sisanta. 
E farai in questa monti sorai e monte camere e intrcraige ti e toa moier con 
trei toi figi e con soe* moier dentro, che solamcnti ti e lor o trouai iueti eoure la 
terra, e meteraige dentro de tuti animai, cossi de bestie comò do animai' e 
oxeli, in li quai e spiricto de uita; de piascum um par, masiho e femena, aso 

-0 che elio ne romagna semensa, imperso che tuti li atri morram per le aigoe de 
lo dcluuio. n E lantora Noe misse mam a Parca. E quando ella fo liura de far, 
segondo che Dee li auea comandao, olio se gè recogie dentro com eoa moier e 
com eoi figioi e com le lor moier e com tuti li animai. E quando elio gi fo 
dentro bem scrrao, lo nostro segnor Dee auri tute le fontanne de abisso e pione 

25 quaranta di e quaranta nocte, per si grande forsa, che tuto lo mondo fo pim de 
aigoa, in guiza che ella monta soure lo mondo quaranta goa e soure le mon- 
tagne chi eram in terra. E Tarca andaua soure le aigoe comò unna nauo. £ 
quando lo aigoe scssam, T archa romaze in Erminia, soure unna grande mon- 
tagna, chi ata pu cha nisunna aotra che homo sapia. E quando Noe aue co- 

30 gnosuo che monti iorni era che Parca ora staita ferma, elio auri unna de le 
fenestre de V archa e goarda, e ui che elio era in lego noto e ni che la terra era 
couerta de aigoa ancora. E manda um corvo deffora, lo quar troua la terra tuta 
couerta de carne morta e ma[n]gia e no aue cura do torna anche ^ E quando 
Noe vi che lo corno no ternana, l'atro iorno manda unna columba, la qual 

35 trona a elio a Pera de uespo e adusso in bccho unna rama de oliua uerde [5^']. £ 
quando Noe la ui, si regracia Dee de quelle marauegio. E poa stete trei iorni e 
in cauo de trei iorni manda la columba unna atra fia, e torna a elio de presente 
e nolana in ato e no uosse intrar dentro, por dar a intende a Noe che asai tro- 
uaua da mangiar. Alaora pensa Noe che bem X)oiua insir fora de P archa e cassa 

^0 fora tuti li animai e tuti li oxelli, chi eram in P archa. E alaora incomensa a 



^ acetao; potrebbe rispondere ad * assettato', ma sarà da correggere acement^a 
con R, che ha simetitada. * Cfr. R: totes animalies a.n com reptilies com de 
bestùa com dele^ volataires, * anche; credo sia sbaglio di lettura per a nohe; 
de tornar a nohe R. 



Studj liguri. § 2. Testi : 6. Da una Cronaca universale. 45 

multiplicar cum li soi fìgioi, che elio impij tiito lo moiido de gente; unde per 
qaesta maynera lo nostro segnor Dee recouera lo linagìo de la humanna gene- 
raciam, chi era perduo per lo dilanio. E coesi incomensa la segonda etae. 

VI. De la generacium de Noe. 

Possa che Noe insi fora de l'archa e ano compio se cento agni, ìnzenera um 
fijo forte, lo qua auea nomo Gerico; e questo lerico fo grande homo comò um 5 
zagante. E odi parlar do lo lego, unde iaxea lo nostro paore Adam sotcrao, e ze 
in la naie de Ebron; e quando fo in la ualle unde era Adam, elio ui quelli 
irei rami che noi auoi odio dir sa dorer, chi nasscm in la bocha de Adam, e 
preizeli e pozeli Inter lo deserto e alarga V um da V atro. Ma per la uoluntay de 
Dee e per quella cessa chi deuea uegnir ^ questi ^ trei rami s^acostan tuti in um 10 
lego e fom de tuti questi treei rami um grande erboro, e no aue inter l'erboro 
arcani partimento, saluo de le fogie, chi eram de cedro de cipresso e de parma. 
E stete quello erboro in quello lego tam firn alo tempo de Moisses. Or de soura 
anei odio corno Noe compi se cento agni [prima] che uegnisse lo diluuio, e apresso 
uine trexenti cinquanta agni, e fo la uita de Noe none cento cinquanta agni. 15> 
E mori Noe e romaze so fijo Sem maor in la generacium. Sem aue un fijo chi 
ane nome Alchisacam, e fo la vita de Sem agni se cento. Alchisacam ano um 
fijo chi aue nomo Salac, e fo la uita do Alchisacam agni trexenti noranta e oto 
agni. Salac aue um fijo chi aue nome Abel, e fo la uita do Salac trexenti agni. 
Abel aue um fijo chi aue nome Sallog, e fo la ulta de Abel trexenti agni. Sallog 20 
aue um fijo chi aue nome Nachor, e fo la uita de Sallog duxenti e trenta e octo 
agni. Nachor aue um fijo chi aue nome Tarech, e fo la uita de Nachor ^ [f. 6»] 
duxenti quaranta e octo agni. 

VII. Coci coìitem corno TarecJi fé iinna motiea ^ de la quar fom li trenta dinaif 
per li quai fo uenduo lo nostro segnor messer Jesu Criste, 

Questo Tarech fé unna monca monto grande, per lo comandamento de Brioro *, 
rei de Babilonia; e questo Brioro acata do quella monca trenta dinai per so 25- 
nome. E per quelli trenta dinai fo uenduo Joscp ali Egispiain, cossi comò voi 
odirei de chi auanti. E quando la renna Sibillia ucgne de Oriente in Jerusalem 
per odir lo seno do Salamon, intra in lo tempio per orar e offerì quelli trenta 
dinai. E alaora ui lo fusto do la croxo e profetiza comò noi odire apresso. E 
quando ° Nabuc-de-nossor deroba lo tempio de Jerusalem, si lena questi trenta 30 
dinai, e quelli fom possa daiti a um rei do Sabaem per sodo. E quando lo no- 
stro segnor Dee messe Ihesu Criste nasce in Betheleni do la uergem glorioza 
madona Sancta Maria, li trei rei chi la uegnem a orar e offerim quelli trenta 
dinai, corno voi odirei in la istoria de li trei rei do Sabaem. E quando la nostra 
dona fuzi de Bethelem in Egipto, questi trenta dinai li caitem a la riua de um 35- 
fiume cum atre cosse, lo quar fiume au£a nome Nilo, e trouali um pastor de 
Ermenia. Quello pastor sauea de astrologia e co&rnosse per Parte de astrologia 
la uirtue de quelle quatro cosse e goardale monto bem e no le mostra a alcum, 
tam fim che lo nostro segnor messe Jhesu Criste no pricha im lo tempio. Alaor 
lo pasto se gè acosta a lao e si gè de queste quatro cosse, le quai fom soe. E 40 



^ chi deiiea uegnir è nel ms. dopo trei rami, * questri ' Nachor ripetuto 
in principio del verso, * Brioro^ R binerò. ® qiianda 



46 Parodi, 

messer Jhosu Cristo le cojjfnosco monto bem, o aestisee la camixia, e per tato 
che la camixia fosse pissena, la qual li uegne da cel la nocto che elio nasce de 
la uergom Maria, e quando elio la uestia ella si fo sì glande, corno li faxea 
meste. E quando fo la zobia sancta, Juda uende messe Jhesu Cristo per quelli 
^ trenta dinai ; li quinze fom daiti a Centurie e ali sol uassali, chi goardam [&*] lo 
morimento de messer Jhesu Cristo, e li aotri quinze fom daiti per um campo, 
corno uoi odirei in la passiom de lo nostro Segnor. E de li auantì no fo nissum 
chi sauesse de che motalo eram queli dinai. E alcum dissem e pensam che elli 
fossem de argento, ìnporso che li Euangelista li apellam de argento, ma perso 
10 era che in quello tempo tute lo metallo era apellao argento; cosi corno [aora]* 
per questo nome, metallo. Ma quelli dinai no eram so no d^oro. Uoi auei odio 
comò Tarcch fo quelli dinai, chi fo pairo de Abram, e per quainto main elli pas- 
sam; e aera torneremo alo genoracioim. 

Vili. Cori comeiìsa la tersa etae, 

Tarech aue un fijo chi ano nome Abram. E questo Tarech adoraua le ydole 

15 e era sacerdote e seruiua in lo tempio, unde eram monto idole. Ma a Abram 
agrouaua monto quella uita che faxciua so pa^'ro. E auegne um iomo che Ta- 
rech andana alo bosco e lassa la iaue de lo tempio a so fijo Abram e coman- 
dalo che elio inluminase le lampe do lo tempio. E quando lo pairo ne fo andao, 
Abram intra dentro de lo temine cum unna manaira in man, e li era asai idole, 

20 inter le quae ne era unna chi era maor de tute le atre. E Abram si le iaia tute 
cum la picossa, a Tunna taia lo braso, a Taotra la testa e a Taotra la gamba, 
in tar guissa che no li romazo arcunna chi no auesso taiao quarche cessa. E 
quando elio lo aue cossi tagiac, si anda a quella chi era la maor de tute le 
aotre, o dogi trce ferie de la picossa in la fassa, ma no gè taia arcum menbro 

25 a delio re, e possa li apeizo la picossa alo colio e ìnsi fora de lo tempio. E quando 
so pairo fo uegnuo, si gè disse: "Illuminasti tu lo lampe de lo tempio ?„ £ 
Abram disse: "Pairo, no, che no li essai intrar, e si creao che li tei dee seam 
reo cosse e si creao che elli abiam auuo insemo quarche breiga, che elli am 
faito si grande bruda inseme, che e ne sum morto de poira. « E Tarech ze alo 

80 tempio cum Abram, chi li zo dorrò, e quando olio fo intrao in lo tempio, si 
troua tute lo idolo dospesae e fo forte menti spauentao. E Abram li disse : " Che 
e so, che tuti questi toi dee sum cossi taiai? Per auontura quello dee maor a 
uuuo desdegno che tu ori quelli atri dee. Unde e no creao che nisum debia orar 
60 no [7^] un solo dee. „ E so pairo Tarech de so ano grande desdegno e no li 

85 uolse responde. Visquo Tarech setanta agni e possa mori, e alaora fo compia la 
scgonda etae e comonsa la tersa etae, in la quar uiuo Abram. 

IX. Como Abram aue um fijo de la soa siJiauaf chi aue lìome Issmael. 

Quando Abram aue compio setanta^ agni, elio aue um fijo chi aue nome 
Ismael, de unna soa sihaua, chi auea nome Agal, de la quar uegne lo linaio de 
li Saraxim. E anelo corno e no lo diro. Abram si era uegio e no pooina auei 
40 fìjoi alcum de soa moior, chi auea nomo Sarra. E Sarra li disse: "Poa che la 
moa ucntura e tanto forte, che Dee no me uor dar arcum fijor, abino de la no- 
stra sihaua. „ Quando la sihaua ^ fo ingrauea de so segnor, si so insuperbi e no 



11 traduttore non intese. Cfr. R: axi com Ics apella hom ara, ' sihauo 



Stiidj liguri. § 2. Testi : G. Da una Cronaca universale. 47 

uolea far li comandamenti de eoa dona, ananti se contraetaua cam ella; perche 
la dona se ira e cassala fora de caza. £ A^i^ar ze aprono do unna fontanna e li 
80 aseta e comensa a pianzor. E Tangere li aparse e li disse: *^Agar, che fai 
ta cocie perche pianzi tu?^ Ella respoze: ^^Imperso che mea dona si m^a feria 
e 8i m^a cassa fora de caza. „ E ir angore respoze: ** Tornatene a caza de tea 5 
dona e soruila bem de chi auanti e no fossi dezobediente ali sei comandamenti. 
E froarda bem che tu si e grauea e apartuire fìjo chi auera nome Ismael, e 
quello sera homo monto fero, e lo main de tuti li homi soram centra le e soe 
main centra tuti. „ E lo angelo poa so parti da ella, e Agar se ne torna a caza 
de eoa dona e fogi obediente ^. E cossi Abram aue um fijo de la soa sìliaua. E 10 
poa Sarra per la gracia de Dee mua uentura e ingraueasse e auo um fìjo chi 
aae nome Issach. E quando Abram aue noranta e noue agni, circoncixe si e tuti 
li sol fijoi e tuta la soa masna. E ['n] quello tempo faxease tanto mar in lo mondo, 
che no era alcum homo chi cognosesse Dee. E Abram goarda e cognosce che 
no era alcum Dee, se no quello lo quar auea creao tute le cosse de questo 15 
mondo. E quando lo nostro segnor Dee aue uisto lo bom pensamento de Abram, 
8i li manda la soa gracia, come noi odirei coci apresso. 

X, Como Vangero comanda Abram che elio feisse sacrificio de so fijo Isach. 

Quando Abram aue cento agni, si aue dei figi^ de soa moier [7^] Vurn, qu'elli 
aue^nome Issac, e lantora aue Sarra noranta agni. E quando ella aue compio 
cento agni, si mori im Ebrum e lassa la terra a Abram in lo cane de abria^. 20 
£ lo nostro segnor ni lo bom cor de Abram e si lo uosse proar e si li disse: 
*" Abram Abram. <„ Elio respoze: *^E sum coci. „ Disse lo nostro segnor Dee: 
^ Prendi lo te fijo Issach, che tu ami, e fané sacrificio a mi sum um monte che 
e te mostrerò.,, £ leuasse Abram de nocte e insola so azem e preize lo so fijo 
Issach e dei sementi e zesene su lo monte, chi V auea comandao * e mostrao lo 25 
nostro Segnor. In quello tempo era costumo che so faxea sacrifìcio a Dee de le 
bestie, e ociualem sum um pozo monto aoto e bruxaua[n]le in quello monte, a so 
che lo fumo montasse a lo nostro segnor Dee. Or quando Abram fo sum lo 
monte cum so fijo Issac, disse alaora ali sei sementi : ** Aspeiteme coci, mi e me 
fijo anderemo un poche auanti, e poa torneremo a uoì, quando e auero faita la 30 
mea oracium. „ Alaora se parti Abram e preize so fijo, e quando elle fo loitano 
da lì aotri fantim disse Issac a so paire: **Echa le legno e lo fogo: unde e lo 
aacrificio? ^ llespoze Abram: "Fijor, lo nostro segnor Dee proueira de la offerta 
e de lo sacrificio. „ Possa Abram fé um otar do terra e aceizc su lo fogo, e preize 
80 fijo e ligallo e misselo sum lo fasso de lo legno e proìzelo per li caueli: si S5 
lo uolea ocier, tognando lo brasso leuao cum lo cotello in man. E Tangere da 
cel cria a grande uoxe : " Abram, Abram, no tochar lo fantim, che lo nostro se- 
gnor Dee a cognosua la tea fé e a uista la tea uoluntai e lo te cor, che tu no 
pianzeiui lo te fijo ni go uoleiui perdonar de ocirlo, per amor de Dee. „ Abram 
lena la testa e ui um montom Inter um spineao, chi stana apeizo per le come, 40 
e Abram si lo preize e de quello fo sacrificio a Dee, in lo lego de so fijo Issac. 
£ quello lego apella de li auanti lo nostro segnor Dee Uc. E lantora disse lo 
angero: ** Abram, lo nostro segnor Dee dìxe: imperso che tu ai obcia la mea 



* obedienti * doi figi; forse errato, cfr. R: hac fili de sa muìler qui hac nom 
Issach. ^B.:e soteraìa Abram en la coua doble, Cfr. Genesi xxiii, 19. * comanda 



48 • Parodi, 

parola, zuro per mi mesmo che e multiplichero lo to linaio, 6i corno le stelle 
de lo cel e comò la arenna de lo mar ; e lo to linaio poseera * le porte de li toi 
inimixi e li lor logi. „ Tornasene Abram e so iìjo a li aotri fantim e zensene a 
caza. E possa mori Abram e soteralo Issac so fijo in quella aallc, unde era so- 
5 terra Sara, e romaze Issac, chi auea trenta e cinqae agni, qnando so paire mori. 
Issac aue unna moier chi auea nome Rebecha, e era sor de um chi auea nomo 
Labam. [8*] E quando Issac aue noranta agni, si aue doi figi de soa moier Re- 
becha, li quai nassem a um parto; lo maor auea nome Exau e lo segondo auea 
nome Jacob. 

XL Como Issac de la benissiwn a Jacob ^ in cambio de Exau so fraù 

10 Dixe in lo libero de Genexis, che in quello tempo disse Rebeca a so fìjo Jacob: 
" E o odio to ^ paire, chi a dito a to fra! Exau : pi ja lo to ercho e uà a cassar, 
e de quella cassa che tu pigerai apareiemela, che e uogio maniar e poa beni- 
xirte, auanti che e mora. „ E Rebeca per lo amor che ella auea in Jacob, uo- 
leiua far in guiza che elio auesse la benissium, e disse: *^Fa, fìjo, so che e te 

15 diro. Uà de presente a lo stabio e pija doi de li meioi creueaoi e de li maoi chi 
go seam, e si li apareiero tosto e li porterai tosto a to paire a maniar, e si te 
benixira auanti che elio mora. „ Respoze Jacob : " Maire , comò se porcina so 
far, che me frai si e tuto perozo e mi sum tuto liuio, sensa pei e sensa cauelli? 
E se per auentura me paire me cognosesse, e temo che elio no me deisse la 

20 soa marixom, in cambio de la benissium. „ Disse la mayre: *'No temi, fijor, 
lassa questa cessa scure de mie , fa pur so che e te o comandao. „ Jacob se ne 
ze ale bestie e adusse doi craueaoi, e Rebecha li apareia comò ella meio sauea, 
che pur piaxesscm a Issac so mario, e preixe la pelle de li craueaoi e si ne 
fassa lo collo e lo main de Jacob e uestigo le robe do Exau, chi eram monto 

25 nober e benne. Jacob ze a so paire e disscli : ** Paire me, leuate su e mangia de 
la mea cassa e benixime, auanti che tu morL „ E Issac, chi era tanto uegio che 
elio no ueiua quasi niente ni^ cognoscea archum per uista, inteizc che quella 
no era la uoxe de Exau. Dotasse e disse : " Chi e tu ? „ E Jacob disse : ^ E sum 
lo primo fijor to Exau e o faito zo che tu me comandasti. „ Disse Issac: ** Como 

30 pò esser che tu ahi j si tosto troua la cassa e che tu sei tornao si tosto ? „ Disse 
Jacob: **Ello e stao la uoluntae de Dee, che o si tosto trouao so che uoleiua. „ 
Disse Issac: "Acostate a mi, fijo me, che e te uoio tocar, se tu e lo me prime 
iìjor Exau. „ E Jacob se accosta a elio e troualo perozo su lo collo e su lo maim. 
Disse Issac: "Le maim e lo collo sum de Exau, ma la uoxe si ^ de lacob. „ 

35 Alaor li disse che [8**] elio li deisse a maniar, e quando elio aue mangiao^ si 
demanda a beiuer. E quando elio aue maniao e beuuo si gè disse: ** Fijor, aco- 
state a mi e si me baxa. „ E lacob se acosta a elio e si lo baxaua. Senti Issac 
lo odor de la roba de Exau e disse : " Cossi me uem de le robe de mee fijo, come 
uem de lo odor de lo prao fresco, lo quar a benixio lo nostro segnor Dee. „ E 

40 disse: "Dee te dea de la roza de lo cel e de la grassura de la terra e abnn- 
dancia. Sei segnor de li toi frai e se inzenogem dauanti da ti li fijoi de la toa 
maire, e chi te marixira sea marcito e chi te benixira sea beneito e pim de be- 
nissioim. ^ E poa se ne ze a caza e insi defora Jacob , quando elio aue receuua 



^ Cioè posseera\ R: e posseyran ìes partides de tos enamìches, ^ a io ^ no 
* mangio 



Studj liguri. § 2. Testi: 6. Da una Cronaca universalev 49 

la benixium. E intanto negne Exaa e adusse la aianda, che elio auea apareìao 
in caza eoa, e intra a so paire e si gè disse : ** Paere, leaate sa e si mania de la 
cassa che o preiza, corno ta me comandasti, e benixime anantì che tu mori. ^ 
Disse Issac: ** Chi e tu? „ Respoze Exau: **E sum lo to pramer fijo Exau e sam 
staito in caza e si o faito so che tu me comandasti. ^ E quando Issac inteize so, 5 
fo tute spaucntao e maraueiase monto comò poeiua esser quella semeiansa e 
disse : ** Chi me adusse a maniar , auanti che tu uegnisi , e si me disse che elio 
era Exau e si no maniae de quella uianda, che elio me adusse, e si lo benixì e 
sera beneito? ,, Dixe Exau: ** Pregote, paire, che tu me binixi. „ Disse Issac: ** E 
no te posso benlxi, che to frai m*e uegnuo monto inganorozamenti e si t'a leua 10 
la toa benixum. „ Disse Exau : ** Per certo drito e apclao lo so nome lacob, chi 
za me a inganao aotra fìa, quando elio acata lo nome de lo me primo genito; e 
aora me a inganao e inuorao la moa benixum. „ Questa fo la conpera che lacob 
de a Exau \ so fo de lo primo genito. Che Exau uegniua da lauora da lo campo 
e era monto stanco e auea grande fame; e lacob stana a caza e apareiaua a 15 
maniar e coxinaua lentigio. E Exau disse : ** Frac , dame quarche cessa che e 
manie, che e o grande fame. „ Disse lacob: **E no o niente che e te possa dar. „ 
Disse Exau: **Dame de quelle lentigie che tu coxi. „ Disse lacob: *^ Dame la toa 
prima genita e to darò de lo lentigie. „ Che disse Exau ? ^ Che me fa la mea 
prima genita ? Sea toa. „ E lantor lacob preize unna scucila * de lentigie, si gè la 20 
de eote quella conueniencia; e in questa mainerà acata lacob la prima genita 
de Exau so frai. E perso disse Exau unna atra fia a so paire: **Ko me ai tu 
eeruao, paire, alcunna benixium ?„ Respose Issac: ''E o daito a to frai abun- 
dancia de pam [f. 9^] e de uim e do olio e si T o faito segnor de soi frai ; e de 
chi auanti che te posso e far, fìjor mee?„ Disse Exau forte menti pianzando: 25 
•* Pregote, paire me, che tu me dagi alcunna benixium. „ Respoze Issac: "In la 
rozaa de lo cel e in la grassura de la terra sea ^ la toa benixium. „ Yisque Issac 
agni trexenti e poa mori in Ebrum. E possa lacob, per la poira che elio aue de 
so frai Exau, fuzi in Soptania, e Exau pensa de ocier lacob per lo ingano che 
elio li aueva faito de farse dar la benixium. E lantora auea lacob agni setanta. 30 



N. 7. — De lo questioim de Boecio. 

La traduzione di Boezio, che presento ai lettori dell' ^Archivio', traendola 
dal codico sopra descritto, non ò fatta suir originalo latino, ma bensì, come 
anche apparo dal * Prologo*, sulla versione francese attribuita a lehan de 
Meung *. Nel codice va dal f. 357* fino al f. 386% e qui rimano interrotta, sia 
perchè T amanuense so ne fosse stancato, sia piuttosto perchè trascrivesse 
egli pure da un esemplare incompleto. Il luogo, dove la traduzione s'arresta, 
trovasi nel testo latino verso il fino della Prosa IV dell* ultimo libro. 



* Cfr. R : questa compra que iacob feu de Esaù del pritner engendrament fo 
en aquesta matterà, E forse da leggere fé da Exau. * faiélla ' sea sea, 

* Si veda, intorno a questa, un articolo del De lisi e, Bibl. de TEc. des 
Ch., XXXIV (1873), pp. 8 sgg. 

Archivio fflottol. itaL, XIY. 4 



50 



Parodi , 



La straordinaria scorrettezza del * Boezio', posta a confronto colla suf- 
ficente accuratezza del resto del codice, dimostra, che T amanuense aveva 
sotto gli occhi una copia assai guasta. Io mi sono adoperato in ogni modo per 
restituire al disgraziatissimo testo, fin dove era possibile, le primitive sem- 
bianze ; nel che mi furono naturalmente di grande vantaggio il testo latino 
(ediz. Teubner), e T originale francese, nella redazione del cod. frane. L. IV. 9 
della Biblioteca Nazionale di Torino (F). A questo codice non mi fu dato 
ricorrere cogli occhi miei proprj; ma pienamente m'assicura T opera pre- 
statami, colla consueta gentilezza, dal mio ottimo amico prof. Vittorio 
Gian, che si assunse di confrontare i due testi. Gliene sieno dunque rese 
pubblicamente vivissime grazie. Dove ne il latino, né il francese, per le 
sue peculiarità ed imperfezioni, mi venivano in ajuto, dovetti contentarmi 
di congetture, pur studiandomi di sempre contenerle nei limiti della più 
rigorosa prudenza; ed ognuno potrà accertarsi di per sé, riscontrando la 
lezione del ms., che si conserva nelle note, se io mai abbia mancato a 
questa norma. 



[f. 357a] 

A lo nome de lo nostro Segnor aeraxe 

e de la gram corte do cel 

e de la uergem Maria, 

chi uoia esser nostra gola 
5 in lo 80 eancto reame: 

chanm chi ode diga amen. 

Questo libero in Pania, 

ornao de phillossoffia, 

fé Boecio in prexom 
IQ per Boa conssollaciom; 

nude elio fo descapitao 

e Barn Seuerim fo apellao, 

per la aita uirtuossa, 

che cum Elpes eoa spossa 
15 fé, e imperso che elio porta 

la soa testa [e] pressenta 

sum lo otar, poy che tagia 

si fo fora in lo piassar; 



81 corno expoxiciom 

a faito loham de Meom, 

chi lo aosse translatar ^ 

per la maiste real * 

de Fillipo quarto * de Fransea. 

E le meraaegie de Irlanda, 

e d'amistae spirictual, 

e la aita de Bellart, 

e^ lo libero de la Rossa, 

in chi Tarte d^Amor e indossa, 

chi castelli insegna aquistar 

e roxe cogie per oritar, 

trasse de mam de Gilloxia, 

Bellacoille e Cortexia: 

poi le millicie de Vogecio. 

Aora trateremo de Boecio, 

do che elio a preiseo la fior 

de la Bentencia de Taotor. 



20 



90 



85 



* I versi precedenti son fattura originale dell' anonimo traduttore, e di qui 
incomincia il Prologo dedicatorie di lehan de Meung; al quale accennai nel- 
r ^Esordio', ed è in prosa, laddove il traduttore continua in versi. Eccone il 
principio, secondo che è dato dal Delisle, loc. cit., p. 6 : ** A ta royal majesté, 
très noble princo par la grace de Dieu roy dea Francois, Phelippe lo quart, je 
Jehan de Meun, qui jadis, ou rommant de la Rose, pnis que Jaloasie ot mis en 
prÌBon Bel acueil (v. 82), enseignai la maniere du chastel prendre et de la rose 
cueillir, et translatay de latin en frangois le livre Vegece de chevalerio, et le 
livre des morveUles de Uyrlande, et la vie et les epistres Pierres Abaelart (v. 26) 
et Heloys sa fame, et le livre Aered de esperituelle amitic, envoie ore Boece de 
Oonsolacion „. * de quarto Fillipo ^ e in 



Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio, prologo. 51 

Chanm chi a intelleto, de eauoir che tute cosse tendem a bem e schiaam eo 
che li Tioxe, e bo mostreremo per raxom e [b] per experiencia; clie tuti naturai 
doxiderij mostram uolleir so salaamento e perffeciom e fozir so contrario e 
corroptiom. Che se um albore e piantao Inter doe terre, Y nnna bonna e V aotra 
rea, noi lo negamo meter tute soe raixe in la bonna terra e no in la rea; e li ^ 
picem alboxelli chi nassem sete li grandi, semper si se inchinnam a lo callor 
de lo sol, comò a bem, e schiuam T ombra, segondo lo libero de le piante. E 
le bestie saluaige fam lo semegieiuer, chi se apriuaxam fassandolli bem, e por 
farlli mal le domestege insalaaigissem. £ lo humam linagio per benefficij re- 
cenni e semixi meritae ama e segue Pam Taotro, e per torti e otragij discrepam 10 
lor bemuogienssa e compagnia; e li alimenti per nostro bem se rednem a lego 
de saluamento e fuzem li strannij comò coruptiom. Si che tute cosse tendem a 
bem terminao e senssa error; anchor que Hi homi sonenzo se mouem senssa ter- 
minaciom ordenaa a ^ diuerssi bem, per conffuxiom chi li monna a falir do lor 
perffeciom, per error de bem senssiber ' in li quai elli sum norij, chi leuementi 15 
li fam lassar lor proprij bem e cerner li strannij. E sentenciam che per si sea 
bom chi Te' per accidente, auanti che elli uegnam a discretiom de partir li bem 
facci da li ueraxi, per cognossenssa de [e] bem intendaber; a lo quar li couem 
menar per doctrinna de drita experientia; e a so uegnui, ioissem in le cosse 
chi snm a delletar, unde quando e tanto comò se de. Lo contrario de pussor, 20 
chi se dolleam de so che per raxom se de ioir, e se delletam de so che [per] 
raxom se [de] doler *; si che la lor vita e arrossa e amara, comò menai da li bem 
senssiber, li quai sum de picena duraa e no senssa tristessa. Per che a tai e 
proffoteiner la translataciom de questo libero, per la disputaciom chi insegna 
comò chaum se de contegnei in li prosperi auegnimenti e auerssi. 25 

Questo Boecio, comò leal citaym de Roma, semper procura de sostegnieir lo 
bem comum cum raxom e uirtne, si franchamenti centra le tiranie e felloim 
statuti de Thcodoricho, rey do li Romaim, in guissa che elio cheite in so con- 
tumacie. Si che no possando Theodoricho cum raxom acaxonarllo, studia come 
crnder malliciossamenti de destruerllo cum faosse boxie do letere apostice, che 30 
fé far da parte de Timperaor de li Grexi a Boecio, inffenzandosse che fossem 
negnoe a le soe maim, de thenor che de lo uolleir era aparegiao in tute de se- 
[d] corre lo peno romam contra Theodoricho. Per le quae elio mostra che 
Boecio fosse in traissom, chi de so era monto inocente e ig^norante ; e no seando 
presente, lo fé sentenciar a mandar in prexom in Pania. Unde ueraxe uirtue 35 
Benssa uicio sostene e tormento e aspere fortunne sauiamenti, comò sauio e de 
gram cor, sentando gran del de soa desauentura, come apar in so parllar. Unde 
elio statuì e penssa si esser homo demenao por passiom senssiber, e per che elio 
stabilii fillossoffia a confforto de sei dolloi per bem intendaber; per che lo libero 
o apellao de Conssollaciom por fillossoffia. Che turbaciom de cor assende in li ^ 
homi seyui per bem temperai, ma confforto e constancia se apertem a nober e 
perffeta intenciom. Or mostra Boecio sei dolloi, corno ueiram li lezaoi. 

ExpUcit proUogus, 



> e * scrissiber ^ a * dor 



52 



Parodi , 



Libro I. 



10 



I. E * chi prudencia solleina insegnar 

de gram materia e bem ditar, 

e de studio portaua ^ la fior, 

or me compiansso cnm gram dollor. 

Le Masseto chi indicio 

sum a rissmar e principio, 

che e imprexi in zonencssa, 

[358o] me restoram in uegiessa; 

che aotra cossoUaciom 

no me nal a goarixom 

de langor, in che e sum uegnuo, 

deber, descarnao e chanuo. 



Morte me fa gram torto, 
chi no me prende tosto, 
e pu che ella me assatana 
quando e me delletaua, 
aera si me abandonna, 
che ella me parca si benna 
a trame de l'angustia, 
unde e sum per industria. 
Amixì, per che apellao 
me auei noi bem agurao? 
Che me stao no era certo, 
quando fortunna m' a somerso \ 



n 



20 



L Hic ostendit, Proffeta quomodo uenit ad consóllandol^n] ipsum in ìiahitu pulcre 
mulieris. 

25 Comtemplando me dollor, parceme ueir unna dona monto ancianna, da aueir 
in grande reuerencia, cum li ogi monto ihaìrì, mostrandosse per-fiaa de gran- 
dcssa de dona, e aotra fìa cresser tam fim a lo cel, tanto che li mei ogi no la 
poeam ihairi. Yestia de uestimenta delicatissima e duraber, che monti za for- 
Bsam de strassar, in la qual era [b] scripto de seta in su, corno a scharim, in 

30 paroUa grega, chi signifficha Proffeta, so e Praticha * e Teoricha. Quando ella 
ui le Mussete chi me conffortauam, ella se ne mostra de corossar, digando: 
** Yagam uia questi rubaodi chi no dan remedio a dollor, ma lo acressem, cum 
dollfor inueninao e spinne d^africiom ^ trayando li cor de li homi, strenzando 
lo gram fruto de raxom per soe luzenge. , E disse : ' Lassenme goarir questo 

35 maroto, chi e stao norie de nostri costumi. „ Laor quelli repreixi inssim deffora 
uergognoxi, e mi chi auea li ogi turbai e lacrimoxi no cognossea bem soa 
grande aotoritae, e comò xboio atcndea pur a ueir so che ella farea. E ui-lla 
aprossimar a mi, remirando mea fassa angossossa, digando la inffrascripta rixma 
per nostra turbaciom: 



II. Boeciom sicud mirahilUter doctum ^ hic laudai Proffeta, quod vidit ipsum, 
tantis scientiis innumer abili ihns expertum et approbatum, granari dolloribus 
et mente. 



40 raxom, d'omo lumera, 
chi deschazi in tal mavnera 
e deue neigra e oschuru. 



mantenente che te cura 
de terrenne affliciom! 



' Se nel cod.; ma ho corretto col testo francese, che ha le. Corto è uno 
degli errori soliti nelle maiuscole miniate, aggiunte dopo. ^ portani ' Il 
cod. ma f omertà. Si confronti il testo francese nel Delisle, loc. cit. : N* estoit pas 
certain mon estat Quand si bas fortune me abaf. L'assonanza in luogo di rima 
non può fare difficoltà. * Patriarcha ^ de fereciom ® Il ms. dolce, più 
sotto tante scientie. Del resto sarebbe fatica sprecata il tentar la correzione 
di simili rubriche: tutt'al più si può cercare di renderle, quando riesce, intel- 
ligibili. 



Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, I, ii, in. 



53 



[e] Chi solleiai cel contemplar, 

sol e lunna aixitar, 

le stelle e le planeto, 

lor cercuUi, corssi e mete(r) 

per certi numeri proaai, 

caxom e raxom troaani 

corno le nnde se mouem per uento 

e lo cel se uoze in lo centro; 



sol, chi la eeira stramonta, 
lo matim da aotra parte monta; 
primo tempo chi fior fa, 
cotom, royxim e pome da. 
Homo sauio e inssegrnao 
or e uegnuo in lo contrario, 
che cel no sa pia contemplar 
ni de tristesea cessar. 



n. Retribuii Fropheta medicinam Boecijf ut per illam recipiat sanitatem. 

"E tu quello chi e stao norio de nostro laite e passuo de nostre uiande, a 
chi noi auemo dao tai armo, che se tu no le zitassi, alcum no porrea uencer 
toa fermessa? cognoesime-tu ? taxi-tn per unta o per xboimonto? Men mar 
aerea por umta, ma o par che tu sei xboio. No dubitar, che noi te goariremo 
de li ogi, che tu ai oschur[a]i de la niuoUa de le cosse oschure e terenne S e de 
la malotia de to cor, inganao pu(r) che tu no cognossi. ^ 

HL Uic Boecius ostendit se conssoUatum aduentu * Proplietae^ ipsi fideliter mc- 
dicantis \ 



[d] Como pertnrbao * s^ aniuollisse 
e bello iorno s* afosschisse, 

!5 senssa parei sol ni lunna 
ni de note stella alchunna; 
se da teuBsntera^ esse la bixa 
la niuolla cassa e debrixa, 
si che lo sol sodanamenti ^ 

zeta li radij pianamenti; 



cossi benna cognossenssa 
e uirtue e paciencia 
tram lo cor de osscuressa 
e lo rendem a proessa. 
In tar guissa li me ogi, 
chi auanti eram scuri e molli, 
am recouerao la uista 
piaira, bella e prouista. 



10 



15 



20 



35 



III. Hic ponit questiones Boecij et P., d(centes quod mallorum est bonos et sa- 
pientes per vim inffestare et eo\s\dem 8i{c) possunt offendere ^ sine caussa. 

Or se parti la niuolla de mea tristessa, si che e ui lo cel e preixi cor e 
confforto, e cognossei la ihera de mea fixicianna, e acertaime che ella era mea 40 
noriza Proffeta, in la maxom de chi e repairaua in mea inffancia, e dissi : ** O 
maistressa de uirtue, comò e tu ueg^ua de lassù aoto in lego de nostra exilla- 
ciom a esser faossamenti biassma comò my ? « Philìossoffia : ' Dilleto fijor me, 
e sum [f. 859a] la caxom de to trauagio ; a mi se apertem de aiar la to inno- 
cencia. Or no dubitar, che saueir dei che li maluaxi semper se forssam de bater 45 
sapiencia. Membrar te deuerea che souonzo scriuamo centra lo error de follia, 
per che Socrates, maistro de nostro Pratom, mori in nostra pressencia senssa 
colpa. Herei^ de lo quar uossem esser li Pichori e li Stoizi, chi a forssa me 
tiram e rompim la roba, thessua de mea mam, chi tuta se cretem aueir, per um 
bochom de nostro habito che elli portauam. £ penssandosse esser de nostra 50 
massnaa, ne ocissem unna gram partia. De la fuga de Naxagoras te de soue- 
gnir e de li tormenti de Z[en]om; anchor de Chanio e Sotom ^, chi e cessa 



cerenne 



V,., w.r.v * aduentus ^medicantes *cel t,? ^tessmera; F de sa tesmere, 
h tesniere. ^ sodomamenti "^ osteitdere ^Jtereo;- Pichori bìsl per Epicurei. 
^ B. 9, 30 sg. ' at Ganios at Senecas at Soranos . . . scire potuisti '. 



54 



Parodi , 



noua e pabicha ^, li qnai aotro no monna e[n] destractiom, che so ohe eram 
inebriai de nostri costami e desemegieiui a li malnaxi. Si che no te maraaegUur 
so tempesta n'asaota, cho nostra special intenciom e in despiaxeir ali malnaxi. 
E se elli snm monti ni assembiam lor cauallaria centra noi, nostra conffaronera, 
chi in tute li desprexia, atra^ soa gente in so dominio e inzenze(r) de tal 
mare, che seme a Begar(i) de lor brazo e li scriemo e metamo a derixom de 
lor babanza e n^nitae. „ 

lY. [b] Hic ponit Propheta quallem sedem sapiens si[bi] debeat facere^ ut per' 
secuciones non timeat. 



Chi ror[go]gio d'auentnra 
sopeditasse [e] la cara ^ 
10 e semper raxom obeisse 
in tato so che li aaeniese, 
no doterea za tempesta, 
formen ardente ni mollestia. 



Folli, no dotai menassa 
che re tirano ne fassa. 
Paor de cor, faossa speranssa 
per^ conca sta in dotanssa 
de so, chi poeir no a 
e chi tosto fallirà. 



15 



rV. Ilic notai Boecius que fecit popullo romano^ tU per liec ostendat qtiod ipse 
non meruerat condempnari, 

20 Hk dicit Proffeta: "Intendi ta? o e comò Tasscm a Tarpa? ^ — ''No te 
compianzi centra de mi? Sum in la carrega, ande ta me solleiai assetar e de- 
uissar le cosse, chi a Dee e a li homi aperteneam? o e[n] tal ihera e habito, 
comò qaando e cerchaua lo secreto de natura e la aia de le stelle, ohe ta me 
inssegnaai a anna brocha, asomegiando li nostri costami a l' ordem de^ lo oel ? 

25 E qaesto lo gaierdom che noi anemo de seraite ? Za sentencia Platom per io 
comandamento, che li sanìj e boim som tegnui a goaernar lo bem comnm, a 
so che elio no negna in le maim de li malnaxi. Per la qaar [e] aotoritae e per 
la salaaciom e proffeto do tati me amixi, [zei] a incontrar ^ li tirani disscordantì 
de paxe e de raxom, senssa cnrar de so corrozo. Qaanta fia snm e stao con- 

30 trarlo a Congasto, chi tato iomo assataua li fieiui? E corno o e faito Bcaensso 
demete a Trigaile lo preuosto li torti che elio interprendea ? E qaanta fiaa o e 
deffeisso li catini, preixi a torto da li barbari per lor aaaricia, che alchom no 
panina, metando mea aotoritae si sonensso a grandi perigi, per no poeir lo drìto 
abandonar ni conssentir a torto far, habiando si gram dollor, negando ramar li 

35 bem de li tirani, corno li otragiai? E qaando la grande famia e destrnctiom 
fo, che elli aolleam agreuar la uendea de la biaaa, e preixi lo piao per lo bem 
comam centra lo rey e lo preuosto, e fey sentenciar che no fosse e trassi de 
bocha ali chaim de paraxo, comò elli dcuoraaam, le richesse de PaoUim con- 
ssoUo. E aso che Paollim conssoUo no fosse a torto agrauao, me mixi in Payna 



^ 1. prubicha o pubricha, * aotra ; ma sarebbe forse meglio correggere retra 
ritrae. Il cod. torinese legge: Nostre goffanonnitre retrait ses gens en son donion; 
e l' ultimo vocabolo fu malamente reso dal traduttore per dominio, ' F. : Qui 
pourrait V orgueil d auenture Mettre soubz ses pies e la cure * chi per 

^ Sembra mancare il verbo reggente, andai, mi mossi, o simile. Ma confron- 
tando il testo frc., che fa male inteso, può anche venire il sospetto che sia da 
correggere: o incontrao. Ecco il frc.: por ce ay ie eu ancontre les mauvais 
griefs discordes sane tonte paix. 



Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio, I, iv. 55 

de Ceprìam. O e beni percassao grande disscordia centra mi, per amar pn(r) la 
dritora e raxom cha la gracia de li cortexaim? Ma sai tu chi m'acnseaP Baxille, 
per la neccessitae de so debito, chi fo am de quelli che lo rey deecaesa, quando 
Opilliom e Ghiudencio fom condempnai a [d] andar in conffinnie, per la multi- 
tudem de lor baratL Li quai per no uolleir obeir, bo missem in la francbixia 5 
de la zexia; e quando lo rey lo sape, si fé bandir che inffra um termem zeissem 
a Rauena, o che elio li farea segnar in lo fronte e cassar uia : lo iorno che la ^ 
crudera acussaciom fo receuua centra myl Che pò so esser? An so dessernio li 
nostri affar, che fortunna no a umta de P acussaciom de nostra inocencia, ni de 
la uiotai de li accussaoi? chi me biasmam d'aueir schampao li Senatoi de morte, 1^ 
e m^acaxonnam che e o impaihao lo portaor de le letere, chi conteneam che 
li Senator aueam faito crimem centra la real maistae, a perchassar la fran- 
chessa de Roma. O maistressa, che te sembia ? Che certo lo messo no impaihai 
e za, ma li Senatoi uossi e bem saluar ; . . . . no possando per lo merito de cosse ^ 
segondo lo decreto de Socrates, ueriiae negar ni coffessar boxia. Ma tute mete 15 
in tea sentencia e de li sauij e scriuo per ordem, aso che lo sapiam quelli chi 
uerram apresso. Anchor che bem aueream(o)^ sapuo lo barato, se noi auessemo 
auuo copia de la conffessiom deli acussaoi; e bem uorrea aueir re[B]posso corno 
Canio, a chi Gaiuo, figo de Germanico ^ disse che lo era stao accussao de la 
coninraciom faita centra lui, chi resposse : se e lo sauesse, tu no lo [f. 860a] sa- 20 
ueressi. Anchor che e no me lamento, se li maruaxi se forssam centra uirtue, 
ma forte me merauegio che elli possam compir so che elli interprendom; che 
uolleir malliciar centra inocencia uem da nostro deffeto, la quar a chaum de- 
slear S7mbìa interprender a Paya de Dee ^ Per che e no biassmo um de tei fa- 
milliar chi demanda: se De e unde uem lo mar, e se Dee no e unde uem lo 25 
bem? Questo digo e bem, persso che li maluaxi am percassao la nostra destru- 
ciom per inuea de la Senatoria ^ e per so che auemo deffeìsso li boim de lor 
crudellitae. Za te souem che tu me dixeìni come e deuea dir e far, se lo rei 
Theodoricho incorpasse a torto tuta la Senatoria ^ de lo crimen de chi elli 
acussam Albim. So che e fei tu lo sai e lo perigo in che e me missi, per def- 30 
fender la innocencia. No digo zo per uanto, che guierdom de losso diminuisse 
demerito de secreta conssiencia, ma per so che chaum nega a che fim e uegnuo 
lo innocente, chi sostem penna de malofficio per faossa acussaciom, abiando 
meritao gui[e]rdom de ueraxe virtue. Chi vi umcha li zuxi tuti cossi in acordio 
a punir uicio, senssa che alcum fosse alquanto atemperao o per zo [che] inzegno 35 
d'omo pò arra, o per fortunna, che homo no sa umde possa tornar? Che se noi 
auessemo conffessao aueir [ò] occisso preui e bruxao zexie, si no se deuerea dar 
la sentencia che elli am dao centra mie, no seando pressente, d'andar in con- 
finie lonzi cinquecento migia; unde e sum, per la dilligencia de deliberar^ la 
Senatoria, no possando demandar odiencia a scussarme de lo biassmo. De che 40 



^ lorf * Forse: perir Io m. d, e, ni; F: Certes ie cofifesse que les senatettrs 
rueil ie estre saufz .... mais certes en droit d eulz auoient ilz tant vers moy 
tneffait par leurs faulx iugetnens qu il me semole que ie feisse mal de leur hien 
rauloir. Mais la menconge de folie ite peut changer la uerite (l. inerite) des choses 
ne il me loist pas selon le decret Socrates uerite nyer ou contesser menconge, 
' on ewft hien sceu F. * de German chi * Errato. F: mais pouoir contre 
innocence contre la quelle cheun desloial emprent au sceu de Dieu Qui tout voit 
semble estre monstre et grani merueille, * senotaria ' setiotoria » ^^^ liberar 



56 



Parodi , 



ftlcum de nostri innimixi per so merito no pò esser accussao ^ ! Per senbianti de 
monor niallicia, am boxardamonti dicto che noi anemo assao de nigromancia 
per aneir honor, la quar cossa ti, chi eri cnm noi, cassani de nostro cor corno 
malnaxi sperzuri e sacrillegij, e aregordaui a le nostre oregie so che disse Pita- 
5 goras: semi a nm Dee e no a passo!. Ancor che e no anesse mester de aya de 
spiricti, Beando in la excellencia che ta m^ aneiui misso quaxi senbìant* a Dee, 
e per mea innocencia e la honestae de me amlxi e la sanctitae de lo paire de 
mea mogier, chi grandementi noi deffende de la sospessom che am de noL [Ma] 
per toa dotrinna e costami, de che noi semo imbeuerai....^ E no snfficia d'aca- 

10 xonarme, ma vollem dir che ta sey participeiuer in qaesto crimen. E so e che 
lo zuegar de passor no se deprende(r) tanto a lo merito de bem corno a Pamor 
do fortunna, chi penssa che so sea bom tanto comò uem bem temporar. Per 
che li mal auenturoxi se departem [e] da benna opiniom, per le diuersse e con- 
trarie sontencie de lo pouo, le qaai me fa(m) mal aregordar \ aegandome desca»- 

X5 sao e despog^ao de tati mei bem e dignitae per faossa renomaa. De che li ma- 
lnaxi oaerer m'acaxonnam, li qaai me 8enbia(m) neir cam ioia fellonnamenti 
fragar mallofficij, stadiando a tata dcstraciom, e li boim esser bassi e aterray 
per paor de nostro perigo. Per che li marfatoi prendem * ardir do mal, no seando 
panìj de lor mallofficij; de che ne conaem criar. „ 



V. Hic Boecius conqiief'itur de Deo per modum exclamacioniSt quia videtur $ibi 
qiiod Deus ^ facto hominum derellinquat et de ipsis non curet^ quoniam multi 
pessimi dominantur honis et eos acriter j>ersecìmtuì\ 
Boecius querit Propìt£ta[m] : 



20 Ta chi sezi in to trossno 
senssa alcam moaimento, 
e fai che trom e loxno 
snm a to comandamento, 
e le stelle menar 

25 senssa dosaiamento 
a lo ccl, che airar 
fai sum so fermo centro, 
chi pia dolce niollar 
fa in so andamento 

80 che mai per maxicar 
organasse stramento; 
eresse lanna e iomi 
fai adiminair, 
tempi e cosse ® adorni 

85 a maarar e fiorir; 



[d] aaerno nao de fogio 
fai ramar e brochir, 

(e) la stai pinna ^ do fogie, 
e poa fracto cogie; 
comenssar e finir ^ 

lo pramer stao che tem 
chaanna creatura, 
si che ogni cossa uem 
a so tempo e dritura. 
Ma de li homi par 
che tu no noi auer cura. 
rei cellestial, 
atempera toa messara; 
fa raxom dominar 
e cor senssa iaceura. 



40 



4S 



5( 



* Il frc: com grant est la mevite de noz ennemis dont nulz ne peut estre 
accuse de tei blasme. Cfr. B. 15, 122 sg., che non è in tutto ben reso. ^ Lacuna. 
Si confronti il testo latino, 16, 137 sgg., ed anche F : Car paurce que nos sommes 
enibue de ta doctrine et enforniez de tes meurs il cuident que nous soions ioins 
a tei maleffice comme a user de lari de fiygi'omance. Et encore ne leur souf' 
fit,.., ^ B. 16, 148 : piget reminisci, * prender * eius ® cossa ^ H 
ms. ha il masch. pim, ^ Qui il punto e virgola? In tal caso si sopprimerebbe 
il che del verso seg., d'accordo con F. 



Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio. I, v, vi. 57 

Lo inerir de mallicia "So uogiai che traizom 

inocencia indara ; regne ni fellonia, 

uicio Bea in atara; ni che ree pa cha bom 

oertae, chi per natara possa per maistria, 15 

5 de ta inlaminar, za che alcam secreto 

sta bassa e oechura. no te se pò crouir, 

Li insti nei menar e che a chanm tal sete * 

a gram disconffitara; dai comò e so merir. 

faoBso sagramentar Voi li meti in aia 20 

no noxe a chi lo zara, e in corsso aeraxe, 

par che o possa troaar De, chi no desaia ^ 

collor per conertara. [f. 861 a] de raxom e de paxe. 

V. lite osteftdit Propheta quanta sit inffinnitas BoeciJ et qua de causa fuit in- 
ffirmatus, 

**' Cossi tosto corno e te ui, si cognossei che ta te tegneiai exilliao. Ma tu 
ressisti in io penssar ^. Che aotri cha ti no te pò exilliar; che se tu t'apenssi, 25 
tu e par in lo reame, ande tu nassestì, de lo sonram Segnor, chi alcam no do- 
Bcassa, ma fa receìucr citaj-m a gram loia per soa francha lei. Che ancianna- 
monti stai tu in soa citai, in la qual chi uol so stallo fondar dentro da la iho- 
Bsora, no dubia esser exilliao. Per che no m^e cara de lo logo, ande tu e, pur 
che to cor possa assetar e far cessar lo bruzo de toe affecioim, de so che tu 30 
m'ai dito che te tormentam. A che aera ueeeremo leui remedi j, firn a tanto che 
tu possi receiuer più forte meLxinna. „ 

VI. lite ponit Prophefa modum facillem tvibuendi Boecio medicinam. 

Quando lo sol e in cancro che li roxim no am saxom 

chi forte scampissa d'antro ^ fìm a lo tempo d'aotom. 

fó chi laora semenera Dee aosse le cosse ordenar 45 

za bem no recogicra e no nigum intermesihaa. 

alcanna biaaa ni gram. Caunna sa lo so tempo ^ 

Cossi se tranala in uam assi in fim comò a [ra]aento. 

chi aioleta cercha in boscho, Cossi fé Dee lo cor humam, 

IO quando la bixa gaza lo resto ^ che se elio uor aiuer certam, 50 

Se bom uim voi costumar se o no deslengoa ni desuia, 

temporir no nendimiar, tute penne cassa uia. 

YL Hic ostendit Proffeta quomodo inffirmitas Boeeii sii longa per duas que- 
stianes, quas Proffeta stài fecU et quihus Boecìus nessìuit debite respondere, 

Prqpheta dicit : ** Crei tu che lo mondo sea faito da nentura o per raxom ? „. 
B. : ** Somper foi de opiniom che Dee chi lo a faito lo gouerne. „ Propheta : 
*^ Doncha za che Dee a faito li homi, saueir dei che elio a cura de lor, cossi 55 



* seti ' Si potrebbe anche incendere e scrivere : de chi ecc. Però il latino 
mi par che stia per la interpretazione che adotto ; fors' anche F : Si com de son 
doulz eotirs Le del ne se desuie, ' Lacuna? E il tutto è frainteso. * Che 
vuol dire? F non serve e dev'essere alterato: Quant le souleil se monte oti eancre 
Qui art toìU de chault et destrempe. * Si può leggere anche roseo, E F qui 
pare non serve; s'allontana dal latino più che il genovese: Qui violete quiert es 
bois Quant la bise amaine les noifz, ^ Alchunna sa lo tempo so 



58 



Parodi, 



corno do le aotre coese; do che tu no dubij. Sai tu a quai goaernaoi Dee go- 
aerne li homi e lo mondo, ni a qaal firn ogni cessa a intenciom de negnir ? , 
Dixe B. : ^ E lo soUea bem saueir, ma langor m'a turbao la memoria. « Dize 
Propheta : '^ E sai tu chi e lo principio, da chi tate cosse sum aegnne P » [e] B. 
5 dixo : " SL , Propheta: ** E chi? „ B. : " Dee. „ Dixe Propheta : " Como e bo, che 
tu sai lo principio, e la firn no sai ta che ta sei homo ? « Dixe B. : ** Bem so 
che e sum animai raxoneiaer e coesa mortai. „ Dixe Propheta : ** Sai ta che ta 
sei aotra cessa? „ Dixe Boccio: " No. „ Dixe Propheta: * Or eo e la raxom de 
toa mallotia e la uia de tea goarixom, chi no eai la fìm de le cosee in che ta 

10 eei, e te te per exillao e dospogiao de tato to bem, e peneei che li malaaxi aeam 
poeeanti e bem auentaroxi, e no t'aregordi a qaai gouernao lo mondo se go- 
aerne, e crei che le aaenture de fortanna aegnam eeneea raxom e Bea[m] caxom 
non tanto de marotia ma de morte. Ma e regracio lo Segnor,- che natara no 
t'a anchora abandonao do tato, per che noi aoemo g^am fondamento de goa- 

15 rirtc, za che tu eentencij che lo mondo eea gouernao da la proaidencia de Dee. 
Che de questa picena etazella ^ te faremo noi negnir a callor de aita, minaando 
per leui remedi j le faoeee opinioim, de che lo ^ cor ee infortanna per tenebria 
de tarbaciom; ei che le affecioim ee partam e che tu receiui piayritae de ae- 
raxe lumcra. 

VII. llic Propheta auffet't omnem osscuntaiem de mente B, et de corde suo. 



20 Si comò lo niuoUao 
de Taire e carregao 
[d\ affoechissc la lumera 
de le planete; la ihera 
de Taire chi se rellugana, 

25 che qnaxi iomo semegiaua, 
si turba e per lo ucnto 
che ueir no se pò per entro; 
in tal guissa e in tal fuer 



sapi che Ve de to cor. 
Se claramenti noi ueir 
e departir faoseo da ueir 
e per via drita caminar, 
tuta mallicia dey echinar; 
che unde tee afflicioim 
regnam e fam lor maxom, 
lo cor e preieeo e marmenao, 
corno auogoUo e inchainao. 



30 



Libro II. 

I. Incipit liber secondu^s, in quo ostendit mutabillitatcm fortune et quod in rvftvt 
mondanis nequid esse beatitttdo. 

A lo sembiante che tu fai, le affecioim de toa prumera fortanna e lor mii<- 
taciom sum quelle chi te metem a messaxio e chi turbam to cor, e no aotio^ 

40 per li diuerssi mouimenti in che fortanna Va mieeo, corno quelli che a noi in-. 
ganar per mei de dumestegessa, chi conuertieeem in dollor quando ella te do- 
parte. Che ee tu coneeidori eoa natura, tu aeirai che mai no te da ni Iona 
chi fasea a loar; eapiando che faita ella era, quando ella' [f. S62al ti* ali 
gaua e bcffaua cum f[a]oci eembianti de bianssa, che ta desprezianl, e 

45 guiui in le ecntencie che ta prendeiui de noetri eecreti. Ma per so che [por] Ma 
mutacioim eodanne oanzellam li cor, noie e che tu prendi alconna lengera 
xiuna e dece chi te cofforte, per melo prender poa più forte benerafl^ 




^ Corrieponde al frc. estincelU e forse ne è un' alterazione. ' U\ poiroUl^ 
anche mantenerei, ponendoei il verbo al plurale. ' ella te t 



Smdj liguri. § 2. Testi: 7. Bociio, II, ii. 5'J 

doncba ansiiti l'amunicioDi do retoricha, chi uà coeei drits, tiaando Begoe nostri 
coitami e statuti; uo^na auanli muxiclia cantariie, la camajTera de nmtra 
maxo *. Comffortate, o hoaio ; crei tu ewcr lo prume, che fortunna abia in^nao? 
che K) e Boa mainerà. Or ai trauao la fao«ea deesea auogolU, chi a li aotri ee 
awconde, e aloitanna da ti li dexiri do eoi faoci zogi. Che «e tu ay in oitczo & 
eoa trayzom, tu ioyrai de li barati che ella t'n fatto; che ella t'a luseao coBBa, 
de che mai niaaum no poe ceser asogrurao. Te tu a preclosBu la prosparitao, chi 
ei toeto te departe, ni per chara quella [fortunna], che homo no a eogartae de 
reteneir, e chi aduso dollor, quando ella ee parto? Donchu so l'omo no la pò 
arreetar, e quando ella falle lasea catiui quelli chi l' aacam, che coasa e-Ila aatio 10 
cha moBtia de mesuiueatara chi de[^]bla vegnìri' Si che rcmirar le cosse presento 
no Buflicia, budì ' e seno consetderar la &m e la routaciom de fortunna, por no 
dubiar boo menaase ni prexiar bob luzcngc; che chi ee melo in soa aoruitudem, 
de easer paciente a sofferir so che ee fa in soa corte. Che chi desse loiir) de 
andar o de star a quella che elio aacese preiBso a dona, o ^i farea torto. So tu 1^ 
destendcBsi too ueire a lo uento, tu no anderessi miga undo tu uolleeei, ma uade 
lo uento to menasBc; o se tu scmonaasi in terra, aneresei benna naa o rea. Tu 
te e misBO a la g'ouernaciom de fortunna; obeir te eonuem a soa mainerà. 
PensEÌ tu per forsea retoiicir lo corsBO de la roa, chi toma si uiasaa? So o follia, 
che [se] a se tenesse in um esser o ìn um pointo, ella no aerea fortunna. 20 

I. llic osteiidit fortunalm] etse imUabiUem et iioiiqiiam in eoJeiu atatii tuaiierc, 

aed folidie malare. 
Quando soa deetera pinna d'or^ogio ' e li retorna in pocbo d'oro, 

uol Bo[ serui mei er in restoio, [i] ei che la flota ' aen deBBOura. 

bì preftamcnti lo sorprende '* Quando [e] più dol, e pioseir [n'] a(m). 

uotro cha lugar e rie no fB(m}. 30 

> Or e baso so che era in aotuta, Tal ìova in picem tempo 

e de Bo pianzer no a cura fa lo biao tristo e dollento. 

II. Hic Pi-ophfta ìli persmna foi-tune disputai cuin Boeeio, oatendens eum noit 
deliere migiieri de fortuna, ciim omnia Itinporallio sub foiiuna laborent. 

' homo, per che to biosirai tu de noi ì che torto te fassemo noi ? qnai beni 
t'anemo noi lauaof Prendi tal zuxe corno tu noi a pìaazar contra de noi de la 
poneseiou) do richcsie de honor e di^itae; e es tn poi prouar ohe mai homo S5 



■ raxom * Od enli. ' È «critEo oHff, pift na Mffno idibmlatìfo; nu fre. 
toglie Df^i dubbio: Quant sa destre jibuHS d trgtuiL * lo pnfr TOlar 'loro'; 
sorprende è scritto sor prende. D tstso ohe dmnblM rimerà eon toNto • oom- 
ineme il lanBo, fu saltato dal eopirta pet iUTnrtMUB. D fra. ba: ST soM d a t n e - 
meni la surprttU Que te fiat de mtr ut fi prvnt, -*'9mr H» teatggett h 
bassa, come Torrebbe il tenao ed U teatij francese, perchè ofrni oow ini e tonto 
travisata e confusa, che U colpa potrebbe anch' eEsere, anxicliA tll^l copietii, del 
tmdottore. KbI tsim Mg. potrebbe pur leggerei ipianto, luteco dì quando; 
aoggatta è naturalmente la foituu. Del resto, ecco l'origiitale: £it ti Us trf 
stourne tn peu de Aciwv 0IM In ias vimnent au dfimeuni Et bus ftmnctit qui 
tretU haidt Ne de Jmr plora- tu bài ehault. Quant ^ua JoUn* Miit tì jJaù"^ ' 
fre Si n «n fait tut iouer et r4« C est aa iùir qu m /wu d «gMCc <^r*^ 
btHttats fate. 




60 



Parodi, 



mortai n' aaesse propria ségnoria e orerò che so che ta ay perduo fosse to. Quando 
natura te misse for de lo nentre de toa maire, nuo de ogni bem, e te receoey 
e to nory de mee richesse. E so te fa impaciente centra do mi, che e te foi 
tropo fanoraber e t'aministray più dilligentementi, cha monti aotri, e avironai 
^ ti de gloria compia. Or no te compianzi za che no te fassemo alcnm torto. Ri- 
chesse e honor e bem sum do nostro drito e me seruem, comò camairere lor 
dono; quando e uegno elle uennem, quando e me parto elle se partem. £ [d] 
affermo che se li bem che tu planzi perdui fossem staiti toi, tu no li porressi 
perder. Lo cel a gram poeir de menar lo bello iorno e poi de cassarllo per te- 
lo nebrie de noite; e Taire d*aimpir la terra de fior e de fructo e poi de conffon- 
derlla de lassa e de zer, e lo mar a so drito de esser unna fi a dellecteiuer e 
suauo e aotra fia oriber per uento e per tempesta. Cossi e de nostra maynera, 
unna fiaa montar e aotra fia dessender. Monta sum la roa se te piaxe, a pato 
che quando e reuozo no te tegni ^ a mal se tu dessendi. No te menbra(r) de 
15 Cressio, rey de Lidorio, che Litullus ^ dotaua tanto, chi poi lo misse a tal con- 
ditiom e destruciom, che elio fo menao a lo fogo per arder, se' no fosse unna 
gram piobia chi lo deliuera? Ai tu obliao che Paulles, rey de Perssia, uegne a 
si gram misscria che elio piansse de pietae ? ^ De che sum le canssoim de li 
ingollai , d^ aotro cha de fortunna chi tanto se stramua e serue ^ si improuista- 
20 monti? Za ay tu lezuo che in la porta de lupiter eram doi tonel, Tum plm de 
bem e T aotro de mal, e [f. 863a] za t'amo noi dao più de bem cha de mal, ni 
anchor te amo abandonao, per che tu dei sperar de mogio, e no xmarite in de- 
mandar unna leze per ti sello, chi e in comum roame do tuti. 

II. Prqpheta in perssmia fortmie arguii homimtm voluntateSf qui nunquam pos* 
8unt thessauro vd pecunia(m) saciari. 



Se tante ^ comò [in] lo mar 
25 e [in] Taire oxelleti e serenne, 
fossem stelle in lo firmamento, 
chi aministrassem tuto tempo 
fortunna [a] li homi coueoxi, 
oro, argento e doim precioxi, 
SO za per so no cesseream. 



ma pu(r) semper aueir uorream, 
che se tuti fossem inffoxi 
no seream per so saoUi. 
Aotra guissa de più aquistar 
ccrcheream e in terra e in mar, 
che quando couea e più richa 
assai e più auara e trista. 



III. Hic ostendit Pro ff età Boecio[m] debere gaudere et no[n] de admissione re- 
rum temporallium contriatari, 

*^ Se Fortunna te parllasse in tal guissa, tu no sauoressi cho contradir ; e se 
de lui te noi lamentar, noi te daremo logo (b) de dir „. B. dixe : ** Le toe raxoim 

40 sum bello e pinne do dossor de retoricha e de muxicha, tanto comò elle duram. 
Ma lo mar e si inracinao^, cho a pressente corno eUo faUem e dol reuem„. 
Dixe Propheta: ** Yeir e che so no e lo remedio de cor, ma e preparaciom conira 
la duressa de toa mallotia; che quando saxom sera, noi to daremo meixinna 
chi to sanerà e farate cognosser Ilo esser mal agurao. E no digo quando to 

45 paire mori, che asi tosto li maor de la citae to preissem in cura e te zonssem 



35 



* tegneir ^ Cirus F. ^ e se * Un po' meno bizzarramente F : Aussi as 
tu oublie comment paulus qtiant il otpris le roy de perse ('Persi regisM) et Uh vii 
a si grani misere qu il en ploura de pitie. * soruem ? ^ tanto ^ inradonao 



Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, II, ni, iv. 



61 



a lor per mariagio ^ chi o nnna bella mainerà diffinitiaa^ Le dignitae, che no 
noUeamo dar a li anciaim, demo a ti, in gaieea che ee lo cosse mortae pom 
aucir prexio ni bianssa, chi porrà canzoUar la memoria de to bom agnr? No 
te menbra che tu uisti li toi doi figi, faiti conssoUi a gram compagna e ìoia 
de citaim, menar e assetar in carrega? Che tu proponeiui da to gloriosso in- 5 
zcgno lo lesso real in la piassa comunna de pouo, chi attendeam che gloriossa- 
menti li saollassi de toa loquencia? Per che te biasmi tu de fortnnna, chi t'a- 
lozengana e noriua, comò [e] so dilleto fantim? Se tu fai soma de li bem e de 
li mai che a t^a faito, tu no porray negar che tu no sei bem agurao. E se so 
no te par, per so che le cosse chi te piaxeam snm passac, cossi te de sembrar 10 
che so che te despiaxe passera. Nassesti tu nuo aera nonamenti in la niotae de 
questa vita? Crei tu che in le cosse terrenne, che li homi am, sea certam stao? 
Xo nei tu che li homi messmi deffallem in poche d'ora? Se pocsse esser che 
fortunna auesse fermo stao, si fallirea ella a la morte. Che quando l'omo [en] 
8o bom agur de fortunna mor, che differencia fai tu, o che a te lasse in toa 15 
uita, che tu la lassi a la morte ? , 

ni. Hic ostendit Propheta mutabilUtatem esse in rebus mondants, per tres simil- 
liUidineSf siìicet sollis ^ netnoris et viaris. 



Lo matim che lo sol e nao 
bello*, uermegio e affiamao, 
a le stelle lena soa lumcra 
e fa pallidar lor biancha ihera ; 
alle fior da so condimento 
a le roze dolce olimento. 
E poi uem la freida brixa, 



chi rosse abate e fior debrixa. 
Or e lo mar suaue e dar, 
or asperessa per ucntar. 
Cossi se cambia natura 
[d] chi no fa per auentura, 
anti a[ura] "coreso certo e staber 
fortunna, chi [e] si muaber? 



lY. Wc asserii Propheta Boetio[m] esse fcUicem per mttltas racioneSf quartim 
prima est bonitas soceriy seconda uxoris castiiaSy tercia filiortnn pnidencia et 
honestas. 

Boccio : ** E no posso negar lo gram corsso de prosperitae che e o auuo, ma 
so e chi più me conffonde, che la souranna pestillencia e esser stao in bom grao 
e poa de88ch[a]ir. „ Propheta : " Doncha uen toa * messauentura per lo to penssar 
e no da li dani. Or no te lamentar de fortunna, za che Dee te saluo so che tu 
pu prexiaui in toa prosperitae e chi meior te e. No uiuem anchor le doe pre- 
cìosse ioie de to linaio, chi som conssoUi, li quai anchor che elli seam zoueni, 
lo seno de lo auo e de lo pairo rclluga in lor? e toa mogior si sauia e casta, 
chi tanto se dol per to amor? e Simacus so paire, homo pim de tuta uirtue, in 
chi seruixo tu te abandonerexi a morir? Se la uita e la [f. 364flr] più cara cessa 
che homo agia, tu te dei tegnei por bem agurao, habiando queste cosse chi te 
sum più care cha la uita. Or cessa de pianzer, che fortunna no t'a anchor si 
tempestao, che le cosse chi te romannem e speranssa de tempo chi pò avenìr no 
te possa confFortar. „ Dixe Boccio: ** E prejfo Dee che so sea fermo, che tanto 
comò so sera noi pensseremo de scampar. Ma tu nei comò e sum desguarnio de 
me ornamenti. „ Dixe Propheta : * Or negamo noi che tu e alquanto meiorao, za 



25 



30 



35 



40 



45 



* marraro. Corregcfo col testo fKc. - Intendi, col testo latino e col frc, 
*di affinità'. « solle * berllo * da toa 



62 



Parodi , 



che tu cognossi no auei tnto porduo. Ma forte me peissa de la aiotae de io cor, 
lamentandote tanto de so, che alcanna coesa te falle de to bom agnr. Chi e 
quello chi e ei bem agnrao, che alcnnna coesa no gè falla e tato se contente? 
Questa e la grande angossa de la condiciom de li bem humaym, che i no pom 
^ uegnir inseme o y daram poche. Li um(de) am abond ancia de richesse e unta 
che elli seam nai de uillam; li aotri sam renomay de gentillessa e sum si po- 
veri, che elli no uorream esser cognossui e no [b] trouam mogier segondo lor; 
li aotri am mogier benna e bella e no pom far fijor e amassam richesse a li 
strannij; li aotri am fijoi dessconci, de che elli se doUem; e per so a greue [e]^ 

10 che alcnm acorde za bem la condiciom de so seno a soa fortunna. Se o poesse 
esser che alcam fosse in tute bem agurao, elio serea si lamgorosso ^ che se al- 
canna cessa gi fallisse, in lui no serea remedio de confforto, per so che pocha 
cessa togie(r) la perffeciom de bom agar. Monti sum aora chi creream ^ de to- 
char lo cel, se elli auessem am poche de so che gi falle. Lo logo che tu apolli 

15 exillio e paixe a li habitaoi; per che alcham no e mal agurao, saluo chi se lo 
penssa esser, e per contrario bom agur uem da paciencia; che alcum no e 6i 
bem agurao, chi no uoUesse cambiar so stao, se o no e paciente. Grande ama- 
ritudem e in bom agur, anchor che elio paira doco, per so * che retegneir no se 
pò, ma se ne uà quando elio noi. Per che cerchi tu bom ag^r, chi Vai assixo 

20 in ti^? Ingnorancia te confifonde. Voi tu che e te mostre la porta de bom 
agar?„ Dixe Boccio: ** Si. „ [e] Dixe Propheta: *^ Ai tu più preciossa cessa de to 
cor?„ Dixe B.: "No., Dixe Propheta: "Tanto come tu [lo] segnorezeray , for- 
tunna no te porrà noxer. A so che tu sapij che in le cosse de fortunna no pò 
esser fellicitae, dirote comò fellicitae e lo souram bem de natura chi va per 

25 raxom^ chi no se pò perder, per soa magnifficencia ; per che la mutaciom de 
fortunna no pò tochar a ueraxe bianssa. Anchora più che quelli chi a faossa 
fellicitae cercha, che o elio sa^ si che ella^ possa cambiar, o elio no sa. Se so 
no sa^ comò pò elio esser bom agurao, chi e si auogollo ^°? Se so sa che ello'^ 
segoa , '^ gè couem dubiar de perder so che perder se pò ; per che o no pò 

30 esser bem agurao. E se de so no cura, doncha e catino bem quello che homo 
no cura de perder. £ za che lo annime no morcm cum li corpi e bianssa de 
fortunna falle quando lo corpo mor, se a fosse ueraxe bianssa, poi che li corpi 
sum morti le annime seream mar agurae. Ma tu say che monti am cerchao 
beatitudem, no soUamenti sostegnando tormenti, ma receuando morte. Doncha 

85 no pò dar questa ulta bianssa, za che a no fa mar agurai [d] quelli a chi ella 
faUe. „ 



IV. Hic docet Propheta hominem vollentem esse vere fellicem sihi elligere 7'ectam 
sedem e\t^ abitare " in constante. 



Chi zerchar uol logo aueneiuor 
bom e bello e manciuer, 
no fassa in lo dominìom ^^ 
40 de montagna eoa maxom. 



che lo uento gè greuerea. 
E somegieiuer mal farea 
se o la fondasse in lo sabiom, 
unde bato lo mar follom, 



^ Cfr. f. 366a: a greue e che ecc. * lamgerosso. ^ cerchamo ma resta a 
ogni modo frainteso l'intero periodo: Moidt sont ores de gens qui cuideroient 
estre jusque^ au del s ilz auoient ung tres pou du remanant de tes biens, * a 
so * in ti in ti ^ B. 34, 74 sg. : naturae,., ratione degentis. ^ fa ^ da • fa 
^^ agouoHo " o7/o; il c7/e ò di accusativo. ^^ che o ^^ abitere ^* dofiùm? 



Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, II, v. C3 

che ronda la ^ bosticherea, e bom fondamento faesa: à 

eì che ella no se soeterrea. si no doterea menassa 

Ha aao che sem^er romagna, de mar ni nento, ma in paxe 

motaase in mezo de montagna stara per bom tempo e maraaxe. 

Y. Hic osteìvdit Propheta quod dona fortune f aduni homitiem heatum^ dicsns quod 
fortune ' aspen'tas utUlis est, et docet diuicias honores famam gloriam et pO" 
tenciam non optanda(m), 

** Se li bem de fortnnna fallem, che coesa e in lor chi no si [a] a desprexiar? 
Se bem conssideremo, le richesse snm preciosse da noi o da lor? Che apre(i)xi? 10 
[f. 365 a] Aprexi ta soma de dinai, chi no dam nallor salno qnando elli se partem 
spendando, e penna quando elli s^amassam? catino richesse e soffraitosse, 
chi no sei aotro cha inffienra d'oregiel Le quao alcnm ni pussor no pom tute 
aneir, ni eciamdee quaxi alcnm n*a, sensa apouerir aotrL La iharessa de le pree 
preciosse e lor o de li homi ? Gram meraueia ' e che homo chi agia raxom agia 15 
si gram deuociom in cosse, chi no am ulta ni seno. Anchor che soa bellessa sea 
formaa da lo Creator, elle snm più basse de noi, per che elle no merissem nostra 
amiraciom. Deletite tu in bellessa de cani?!^ chi e unna de le particioim^ de 
lo mondo, ni ai loia de neir lo mar suaue, e sol lunna e stelle luxirP Ossite tu 
glorificar de la bellessa de le cosse? Naseem de ti le fior do primo tempo? la 20 
habondancia de le frute uem da ti? Per che te sorprendi tu de faossa loia? per 
che abraci tu li aotr[o]i bem? Fortnnna no te darà za li bem che natura fa 
alargao. Li bem de terra sum ordenai per uianda a li homi e a le bestie. Se tu 
aj so che sufficia a toa sustontaciom, elio no te conuom demandar la superfluitae 
de fortnnna, che natura e sostegnua [ò] de poche, e se tu la constrenzi a otragio 25 
olla te farà dano e dollor. Sembiate che aueir diuersse cosse e preciosse te fas- 
Ba(m) bello. Se elle sum piaxeiuer a la vista, loeram la gente la materia de la 
coesa e lo inzegno de Touerer^ ti te te de la gram rota de li sementi fan- 
celli bem agurao? No, che se elli sum mal inssegnai, zo e gram carrego a la 
maxom e perigo a lo segnor, e se elli snm boim reputerai tu la lor bontay in 30 
ti? , Dixe B.: ** No. „ Dixe Propheta: ** Doncha li bem che tu apolli per toi, no 
lo sum propriamenti; per che tu no li dei cubitar^ ni aueir dollor se tu li perdi. 
Per che couey tu tanto prosperitae de fortnnna? Penssi tu per so schiuar sof- 
fraita ? No, che chi più a, da ayna pn gi couem goardar, e lo prouerbio dixe che 
chi più a più gè falle, e a quello falle poco chi cercha la sufficicncia de na- 35 
tura e no la superfluitae de couea. Le aotre cosse se contentam de so che re- 
«luere natura, e ti chi ay intendimento e e semegieiuer a Dee, quanto sea in an- 
nima, no te par ^ aueir uallor scussa lo cosse foranne, basse e uir, senssa ulta, che 
tu demandi, e no comtempli ^ [P iniuria che fai] in quello chi a tute faito, sote- 
misso e ordenao a utilitae de Tumam linaio ; e moti tee dignitae seta li peo de le 40 
basse cosso per to zuegar, obeyando a lor chi am mon uallor de ti, per [e] chi 
elle sum faite. Che quando Tomo se cognosse, elio e più aoto de tute aotre cosse, 
e quando elio no so cognosse, si e più basso cha bestia, a chi per natura no s'a- 



' io ' fortuna ' meuricia. Il frc. si scosta assai. * canti, ma è 

probabile sia error del traduttore. ^ peticioim; cfr. la nota 4. ^ otteir; 
F de Votturier. ^ cautar; il fr.: et puis qu il n y a point de heavte que tu 
doies contioitier pour quoy as tu dueil se tu les pers ou ioie se tu les as, • par 
pair ^ Lacuna; cfr. B. 88, 72 sgg. 



64 



Parodi , 



pertem auoìr cognossenssa. So e aror a loar li ornamonti foraim; che se elli sum 
belli, 60 chi e dentro roman laido. Ma li malaaxi no penssam che aotra coesa 
8e[a] cha oro, per che elli aam monta fia mal eeguri quelli chi lo am; so che 
fa ^ chi se contenta de lo couegneiuer, chi pom andar cantando inter * li lai- 
roim. ,, 

y. IIìc Prophefa arguii ùnnoderatofm] dexidenolm] hahendi et laudai prie- 
scoisi f quorum vita simplex ' erat et contenta rebus que naturafmj tantum 
substentarent. 



Boym fom li prumer anciaim 
e li antixi paixaim, 
chi no ccrchauam dellicie 
e s'aloitauam da uicij. 

10 lande era lor pronenda, 
e aigoa era la eoa beaenda; 
Bum l'erba Be acoregauam 
e a questa guissa Btauam. 
No cognoBseam poxom 

15 ni aueam aifeciom 

d'alchum* drapi de collor, 

ni saucam lo doUor 

per <*.ouea, che li mercanti 



Bostennem si forti e tanti. 
Alchum no faua a lor guerra 
in lo mar ni in la terra. 
Piaxesse a Dee che retornasBe 
tal mayncra e no manchasBe 
in li cor chi Bum ardenti, 
[d] uennemd' a ree mouimenti \ 
Chi primer la terra auri 
zeme e oro dcBscroui, 
assay meio poca far, 
che tuto couerti a mal. 
Monto e da esser repreisBO 
chi perigo a misso e compreisso. 



2C 



25 



90 



VI. Ilic Proiiìieta vtdt estendere dignitates et potencias non petendas, probans 
quod malie sint e(t) comparacione^ matlorumy quihiis ipse diuicie et potencie 
frequentissime sociantur. 

" Kabia de delluuij ni fìama de fogo no sum più da themer corno possansea 
de homo maluaxe. Che cossi sca tu sai, che li toi antccessoi se forssam de abater 
la Btatuia segnoria de li conssoUi de la citae de Roma, chi per lor orgogio aba- 

85 tem la coronna real. E se possanssa assende in li boim, chi auem do rairo, elli 
no 80 piaxem d' aotra bontae cha de li lor dumestegi ^; perche uirtue da honor 
a le dignitae, no miga dignitae a uirtue. Che so tu vissi li rati uollcir segnoreza 
Pum Paotro, tu Paueressi a grande derixom. Cossi e de pocha uarsBua dexirar 
segnoria sum lo corpo de Tomo, chi e si seiuer che soucnsso e stao morto per unna 

40 moBcha, e sum le aotre cosse do fortunna, chi sum anchor più uir. Porreasse mouer 
to cor de so franche stao, chi tanto a seguio ueraxo raxom? Za sai tu la ma- 
raueia® [366a] de constancia che um homo mostra, chi per soa francha uirtue 
Fé trencha la lengoa cum li denti e la scracha sum lo uisso de un tirano, auanti 
che elio gè uollesse reuellar li conssentior^ de la coniuraciom, faita centra de 

45 luì. E sai le merauegiosse proece ^^ de Herculles, chi ocissc so oste Ilocides ^\ e 
de Kegullus lo roman, chi preisBo e inchaina tanti affrichaìm e poa fo da lor 
uenssuo e imprexonao. Si che a greue e che no retorne lo otragio sum lo atra- 



^ sa? ^ inter per ^ simillis * dar alchum ^ Il frc. : Cor or est plus 
ardant que feu Uauarice des conuoiteux. ^ homoraciotie; forse commemoracionef 
^ Tutto travisato. F : que t'y plaist il fors que la bonte et la proesce de ceulx 
qui tu usent. ^ materia; F non ajuta. ^ Paro conssencior; F: ceulx qui 
auoien conscenti la coniuration, ^^ proece " 1. Busirides 



Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, II, vi. 



65 



cnidac K Anohora dey saaeyr che natura no soffere che doe cosse contrarie e 
discordante se zonssam may inseme, per che tu poi penssar che se le possansse e 
dignitae de fortunna che tu coney fossem benne, che no se zonzeream a li mai- 
nasi, chi comnnnamenti ne am maor abondancia cha li aotri; ma se zonzeream 
a li boim per officio de natura, si corno forssa a lo fòrte e lengeressa a lo lenger, 5 
chi mai a lo contrario de natura acostar no se pom, anci ' se departem. So che 
no fa anaricia, chi da soa natura no se pò saollar de richeese, ni possansa [fa] 
nencer si messmo ni ^ desligar de le chainne de fellonia * ; che quando ella as- 
sende in li maluaxi ella no li fa boim, ma descroue lor malicia. Si che final- 
menti possamo concluer che richesse, possansse e dignitae de for[ò]tunna no xq 
sum naturalmenti benne ni fam a dexirar, za che semper a li boim no se zon- 
zem, ni fam boim quelli chi Pam. „ 

VI. Hic Propheia uuU ostendere per exemplum Neronis, quod dignitatea hominis 
nequiciam manifestant ud ìpsius bonitatem. 



!0 



Aregordemo li doUor 
de Neron imperao, 
chi per soa crudellitae 
fé ocier so frai 
e Senccha so maistro, 
leal amigo e ministro; 
e soa maire fé sihapar, 
e per mezo Roma bruxar, 
pur per so inmaginar 
e per follom scharmczar; 
e dominiaua le mondo 
quaxi tuto per circondo. 
Mcrauegia e che no se tremo, 
quando, uicio e pooir sum inseme : 
so e meter a la spaa uenim forte, 
per più angossar la morte ^ 
E sam Pero fé crucifficar, 
e la testa a sam Poro (fc) tagiar; 



!5 



ma le soe ree onore lo seguim 

e condussem a mal fim. 

Che quando Roma bruxa, 

si forte se spauenta 

de um gram bruzo che elio oi, 35 

che for de la citao fuzi, 

e de um par che elio troua 

in Io uentro se ìmspoa, 

undo tuto spauentao 

fo da loui * rozigiao(r), 40 

[e] 0, si comò e scripto in lo quemo, 

fo uisto inter lo inflferno, 

batuo e tormentao 

e d'oro caodo abeuerao; 

e ucrra cum Anticristo 45 

a centrar la fé de Cristo, 

centra Nohe e Ellia, 

chi de li boim soram guia. 



VII. Hic uuìt Propheta ostendere gloriam huius mondi non esse peteìidam, et per 
quinque racioìieSy quarum prima per comperacionem a\d\ cellum, seconda per 
comperacionem et ex differencia(mj [de] moribiis et lingua, tercia pur diuers- 
sitatem indici; hominum^ quarta per comperacionem \ ad etemitate[m] , quinta 
per comperacionem ad homines. 

B. dicit: "Tu sai che couea de le cosse terrenne a(m) auuo pocha segnorìa 
sum noi. Ma aso che uirtue no fosse oblia, se uossemo inuexendar de le bezogne 50 
comunne, no miga come alchum chi lo fam per esser renoma j. « Dixe Propheta: 



^ stracaudao; il frc. non serve. ' Si può, al solito, leggere anti od anci a 
piacimento. ' in * 11 frc. : Ne la pnissance ne fait mie auoir puissance sur 
soy cellui qui est encJiainez de faulx delitz. ^ Cosi anche F: C est mer^ 
ueille que tous ne tremblent Quant vice et pouoir s assembUnt, C est metfre ou 
glaiue venin fori Pour plus y angoissier la mori. Il resto della rima manca nel 
testo frc, come nel latino, e par fattura del traduttore. Si noti la nuova leg^- 
genda neroniana. ^ Sopprimo tuto, ' eomperaehnum 

Archivio fflottol. ital., XTV. 5 



66 



Parodi , 



** Piaxeme che tu no aollessi obliar nirtue , ma a quelli chi eo fam per cresser 
de renomaa no dago e alchum lesso. Che se noi cerchemo le raxoim de li 
astrologi, noi troueremo che a la comperaciom e respeto de la grandessa de lo 
cel, tute lo circuito de la terra par niente o um sor pointo ^ De lo qoar, se- 
5 gondo ToUomo, pò esser scarsamenti habitao la dexenna partia, minuandolo 
mar, fiumi, pan e desserti. Doncha no e sono a coboar in destender renoma in 
si picem lego e indusse. Anchor che monte nacioim gè habitem ; ma si se des- 
somegiam de lengoe e de mainere, si che in um lego e loao um costume chi e 
biassmao e punio in um aotro. Por la quar cessa o per Tasperessa de li camim, 

10 no sollamenti li nomi de li singullai homi, ma quelli de le citae e prouincie no 
possamo sancir. Che a lo tempo de Marche Tullio Eoma, chi era in so aoto 
cormo e themua da li Perssiaim e da pusso aotre nacioim, no era anchora co- 
gnuss[u]a etra li monti de Cospia K Como do[nJcha passera lo nome de um solo 
homo unde Roma no passa? Per che homo no se de forssar d' alargar so nome 

15 in lo picem termen e dura de questa ulta pressente, ma se de far acognosser a 
la ulta de la ternitae, chi e senssa fìm, a la quar ella no se pD comperar. Che 
dee durae chi abiam fìm, quanto Tunna se sea maor de V aotra , se pom bem 
aingoar per multiplico; ma che Tanna agia firn e Paotra [no], trouar no se pò 
in lor proporciom dMngoallansa. Per che lo renomar de questa ulta comperao a 

20 la ternitae e niente; per che chaum homo de adrissar soa conssiencia e nirtue 
a meritar lo bem senssa firn, e no aurir le oregie a lo stronar de lo pone, ni de 
demandar loguer de esser loao de parelio. Che fa a li prodomi (f. 367 a) esser 
renomai de le cosse terrenne, se quando li corpi morem Tannima e allegra de 
partisse da la terra? „ 



VII. Hic pt'obat Proplieta glorìam huius mondi uanam esse e[t] nullo modo dexi- 
devandamy quoìiiam fama, gloria, diuicie, honores et xiohtptates e[tj simillia 
pereunt et in nichillo retiei'tuntur. 



25 Quello chi in renomar ^ 
mete tute so penssar, 
auissar de bem lo cel 
e lo grainde onere de Dee; 
che cossi auera umta, 

30 se in cresser so nome pointa. 
Che in terra no pò romaneir 
orgogioxi ni manteneir 
lor aita per renomar *, 
ni ranger de morte schiuar; 

35 che morte prende per ingoar 
picem, grande e comunal. 



Unde e lo corpo de Platom? « 
unde e Brutus ? * unde e Catom ? 
Le scriptnre chi notoria 
ne fam ^ soa nanna gloria, 
no li BOStrasse[m] de morte 
ni de penne lene ni forte. 
Voi chi fama perchassai, 
suar dei no seay cassai 
de la celestial gloria: 
aneir deuey in memoria 
che quando partirci de sa 
che noi renderey raxom de la. 



Vin. Hic probat Proffeta asj^eritatem foì'tune [utilem esse] ^ et Iwc multis racio^ 
nibus declarando'^, 

{b) " Aso che tu no penssi che e prenda continnuaraenti goerra cum fortunna, 
50 e digo che monta fìa auem gram bem a homo, quando ella gi descrone la fao- 



* pianto 
cospiens ? ). 
u incerto. 



' Il lat. ha Caucasum montem^ ma il frc. Us mone tospiens (o 
* Probabilmente renomaa, * Come alla u. prec. " D secondo 
^ Sopprimo, dopo fam, un de. ^ declaranda 



« 



■ 1 \.V- 



Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio, II, vii, viii. 



67 







citae de soa mainerà, bo e che più propheta ^ a homo la mara nentura cha la 
bonna. Che quando la benna par bom agnrossa, ella ingana monti homi e im- 
prexonna quelli chi Vuzam per faoci sembianti, e destorba ueraxi bem per eoe 
luzcnge. Ma la rea mostra per so cambiar no aueir pointo de stao , e insscgna 
e deliuora quelli chi cognoseem soa faossa bianssa, e si comò sauia, per ussaio 
de tribullaciom atra monti folli a ueraxi bem, per la forssa de lo croche de soa 
nuerssitae. Te tu a poche so, che aspera fortunna fa descouerto li cor de tei 
amixi? Che quando ella se parti da ti, si ne porta li amixi che ella t'auea dao, 
e te lassa li toi, che si carameuti aueressi acatao, se tu te fossi cognussuo, quando 
tu eembiaui esser biao. Aera che tu ai trouao cognossenssa, toa ueraxe amiga, 
chi [e] più preciossa e più te de esser cara de tuti aotri bem, si te compianzi 
aueir perdue tee richesse. „ 

YIIL Hic PrqpJieia laudai amorem -fidelium amkorum^ ostendcns qiiod nichil 
dulcius ' nera * amici[ti]a potest esse. 



Or piaxesse a lo Segnor 

por so docissimo * amor, 

8Ì corno teu lo mondo inseme, 

detornar le cosse streme, 

in 80 che bate la lensa 

(e) de ueraxe prouidencia \ 

Chi fa che li alimenti 

retenem si conssamenti 

le fortunne, la grande unda, 

che la terra no profonda; 



lo iorno fa per sol luxir, 
e note per lunna sihairir. 
Per tal amor so dem sostrar 
le creature de mal faa, 
honorar e seruir 
quello chi couem obeir: 
per forssa * in lo etemol ^ 
giorno do Paguo triouffar ^ 
segondo che ^ ouerao 
aueremo [e] meritao. 



o 



10 



25 



30 



Libro HI. 

Incipit ìiber terciiiSj in quo ostendit quod ipse nofnj uadat in missenam suo 
reatu^ et quod de amissione rerum temporali ium no[n] doUendum est. 

I. '^0 souram confforto de cor dessaxiai, chi por. la uirtue de tee sentencie e 
per lo dolssor de to canto me ay si recreao, che e cognosso mi no esser impar ^^ 
a le innaffre de fortunna! Per che no me despiaxe Tagror de li remedij de che 35 
tu ai faito menciom, ma li quero cum arder d'oir. „ Dixe Propheta: '*Bem co- 
gnosso che atentameiiti ai oio nostre parolle e intendo la dispoxiciom de to cor ; 
ma le cosse chi romannem sum più ponzente cha quelle che tu ay receuue, an- 
chor che quando tu le aueray receuue elle sum si doce, che tu arderai tute de 
oir e saueir unde noi intendamo de (d) menar[te] ^^ „ "£ in che logo?„ dixe B. 40 
Dixe Propheta : ** A ueraxe bianssa che sompna to cor, per so che anchor no la 
pò scoxir. „ " E te prego, — dixe B. — che ne mostri questa ueraxe bianssa. „ Dixe 



* Certo il copista intese Propheta, onde è probabile sia invoce da leggerei^ro- 
fita. ' Qui sopprimo nil, ' uerame * dotissimo * Questi versi, abbastanza 
brutti ed oscuri, mancano a B F. Il resto è tutto travisato, né corrisponde 
alla rubrica. • È forssar[se'\'i va con forscia pr. 60, 24? Oppure è da cor- 
regger possa, cioè p6ia *poi'P ^ trionffar ■ eternai; è correzione ovvia, ma 
forse insufficiente. * Sopprimo un e, ^^tngoar; cfr. il lat.: me itnparem,. . 
esse non arbitreì% e il frc. : que te ne sui paa deepareiL *^ manw. 



68 



Parodi , 



Propheta: ''Farollo aollanter, ma auanti te mostreremo cosee pia nexinne a tea 
cognossenssa ' , aso che quando tu lo ueirai, più leuementi possi cognosser la 
faossa bianssa e la ueraxe. „ 

I. Hic Propheta probat falssam felicitatemi ut ueniamus in cognicionem uere 
beatitudinis. 



Chi campo uol far portar, 
le Bpinne fassa leuar 
e netezar de preom, 
per aueir meior messom. 
Quando amar la gnlla a' sentio, 
sucaro par più sauorio, 



e apresso la noite torbaa 
bello iomo ' meior par. 
Cossi parram li bem ueraxi 
a chi cognossera li faoci, 
e a bem perffeti tornerà 
e li maluaxi fuzera. 



ir. Hic ostendit Propheta omnes homines ìiaturaliter apetere summum bonum, 
probans quod quinque sunt illa que deuiant cor humanum a coffnitione neri 
boni *, sillicet opes, honores^ potencia, gloria et uoluptates. 

'^ Ancor che la cura de la gente uage e se trauagie (f. 368a) per diuersse 
mainerò, lor intenciom e dexiderio e de uenir a stao de bianssa, per la perffe- 
ciom che ella contem in si de tuti bem; de li qual se alchum gi fallisse, ella 
no serea souram bem, per che Tomo porrea aotro dexirar che dexiar ueraxe 

20 bem. E naturalmenti in tuti cor d^omi e de uecrnir a lo souram bem, ma arror 
li indue a faoci bem, penssando per richesse uenir a bianssa; e" alchum querem 
dignitae per aueir honor Inter li uexim, aotri la penssam aquistar per regnar o 
esser zointi a quelli chi regnam, aotri se forssam de creeser renomaa per paxe 
o per guera, per so che ella gè par ueraxe bianssa, e a pussor par che far festa 

25 e sellasse sea souranna fellicitae. Per che monti ussam de Punna per raxom de 
Taotra, li quai sum conffaxi in dillicie de lo corpo, e se deuerssificham ' de quanto 
i fam e am, adtendando a fauor e renomaa e a aotre uanìtae. Ancor che moier 
e fijoi e amìxi ueraxi ^ seam da computar in li bem de uirtue e no de fortunna, 
come li amixi chi sum percassai per aueir più poeir e sollasso. E li bem de 

30 corpo sum ordenai a li bem de su, soe per esser forte auemo poeir, e per esser 
bello e lengier seme renomay, e per esser saym seme allegri. Che^ Tomo no 
quere aotra [cosa] cha fellicitae, comò quello ib) chi se tem biao de souranna 
bcatitudem, quando pò aueir so cho più ama. Or possamo ueir a ogio le mainere 
do fellicitae, che li homi querem in questo mondo, de richesse, reami, honor, 

35 gloria e possanssa; de che li Epichori se cretem esser souraim. Le quai couee 
dexiram per aueir delieto, comò Fenurio chi uol intrar in caza e no sa. Ma 
questo no e studio de uegnir a stao (ìhi no brame ? A lo quar clli se dem forssar 
de andar, per la sufficiencia de ogni bem chi e in si, chi passa de uallor ogni 
aotra cossa, por la grande exelencia de so lesso e dclleto sensa tristessa; unde 

40 caum ama e s'acorda de uenir, anchor che forssa do natura ° dessnie lor diuersse 
oppinioim. „ 



* L' tf si potrebbe anche leggere a. ^ amara guìla e; il frc: Qìiafit Vamer 
a seìitH le goust. ' iornor * boim * per che ^ 11 traduttore abbreTia 
e diventa inintelligibile. Cfr. il frc. : et si soni pleiisieurs qui leurs choses entr^ 
meslent et tisent de l une por l amour de l autre cornine aucuns qui veulleni 
principalment delices , et pour les avoir plus legierement si s esforcent d amir 
richesces et pouoir et les autres qui teullent auoir pouoir ou pour oèsemàhr 
HcJiesses ou pour auoir renommee. Et en ielle maniere se diuersefient les uaie9 
dee ceuures humaines,,, ^ veraxim, ® che per ^ Errore; cfr. B. 



Il 



.-'». 



Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio, IO, ii, in. 



69 



n. Bie probat Fropheta quod naturaliter inest haminibua apetere sommum ho- 
num, Oatendit etiam quanta sit uiriw et nature potencia(m) in omnibus 
ereaturis K 



Or intendi de naturai 
chi a si lo mondo in cara 
e per soa ley destrenze si, 
che tote fa nenir a si, 
e se per forssa e strania 
arer ' li conem tornar. 
Che quando o preisso lo leom 
ni ligao im prexom, 
(e) no li uar aprinaxar 
ni darlli bem a mangiar; 
che se leze in la campagna ' 
mai de tornar no so lagna ^; 



che a pressente gè sonem 

de natura^ chi renem. 

£ se noi metemo unna oxeleta 

in unna bella gagieta, 

a chi cnm gram studio e cura 

aparegiemo la pastura, 



ni. Hic probat Propheta quod in rebus mondanis nuUa(m) potest esse fellicitas, si 
diuicie e[t] alia mondi dant conssóllacionem corporised non sufficiencialni] mentis, 

**" O uam animai, por che 8o((f)gui tu tanto couea torrenna, dexirando de uè- 
gnir a ueraxe bianssa? Pocha fé e constancia te cadella. Parte questa la uia de 
andar a bom porto, ni che richosse, honor, aueir^*, bem che fortunna promete, 
fassam homo biaoP Certo so e grande error. Fosti tu mai senssa lagene de cor, 
quando tu abondaui richesseP^ Dixe B. : '^No. „ Dixe Propheta: ''Era so per 
no aueir so che tu uoUeiui ni remedio a so chi t'agreuaua?„ Dixe B.: ** Man- 
desi. ^ Dixe Propheta: **Doncha vorressi tu aueir auuo Fum e esser deliuerao de 
raotro?„ Dixe B.: "E lo conffesso. „ Dixe Propheta: "E Pome chi brama ", de- 
lira zo che elio no a?„ Dixe B.: * SI „ Dixe Propheta: "Doncha a soffraita 
chi no a perffeta sufficiencia, so che tu aueiui quando tu habondaui perffete 
richesse. „ Dixe B. : ** So e ueir. „ Dixe Propheta : ** Doncha no pom dar le ri- 
chcsse sufficiencia ni togier soffraita. „ Dixe B. : **" Bem lo so. « Dixe Propheta : 
**Bem lo dey sancir, e che li pu forti togiem a li più seiui o per forssa o per 
barato.,, Dixe B.: ** Cossi e. „ Dixe Propheta: ''Doncha an le richesse bessogno 
de aya foranna por soa goardia, so ^^ che no auerea, chi auesse cessa che homo 
no li poesse togier. « Dixe B.: ** A so no se pò contradir. „ Dixe Propheta: ** Don- 



* creature * aror ; il frc. : Arriere l estuet estre menee. ' compagna * È 
mal tradotto. Devono inoltre mancare almeno dne versi, benché dal ms. non ap- 
paja. Cfr. il frc : Se le Bang frea lui taint la bouche De sa proie quan cuer lui 
touche Trestout maintenant lui souuient Et naturd cuer lui reuient, * naturam 
« Da legger freza? ^ e Ila ^ tanto tosto ^dU § ^ Qneit' accenno alla 
lana, manca nel testo francese. " auerei ^ brama # " 4W < 



80 



se pò inssir de la gabia, 

mantenente a la boschagia 

se ne va cum grande allegressa, 

no tardando ma in freta ^ 

Se (la) mam prende e ^ tira im terra 25 

Taota cima de unna feria, 

tantosto ^ corno eUa se lassa 

a lo cel drita se passa. 

La seira va in occidente 

[lo] sol, chi ^ in oriente 

nei lo matim retomar, 

per la terra inluminar. 

E la Innna chi renoua 

per tondir so che ella troua, 

quando ella a tato cerchao 

torna pur in lo so stao ^^. 

Ogni cessa a soa natura 

torna, d'aotro no a cura, 

e pur s'acordam in la firn 

unde e ordenao lo bem diuim. 



85 



40 



45 



50 



55 



70 



Parodi, 



cha torna la coesa in so contrario, che le richesse, chi prometcm Buffici oncia, 
fam aaeir nona sotiTraita ^ d'aia. In che mainerà ee deffende richessa do solfraita? 
No am li richi fame (f. 3G9«) o freido^? Tu dirai che elli am da saoUarsse e 
goarnisse da freido. A ueir ueir e, ma so soffraita e conffortaa de richesse, pur 
^ ella demora e rouem tuto iorno, si che adesso a mester de nono secoreso. An- 
chor che e no diga ^ che natura agia assay de poche cosse, ma pur auaricia no 
se saoUa ma}^; si che za che richesse no pom chassar soffraita ni saciar couea^ 
anti la reffam de nouo, comò crei tu che ella daga 8ufficiencia?„ 

III. Hic prohat Propheta alinuas diulcias non posse uoììuntatem et dexidcnum 
hoinimim saciare. 



Se l'auaro auesee uerger, 
10 campi, uigne e bel mayner * 
e boeschagie e prarie ^ 
e de thessoro segnorie, 



za sacia no screa 

de pur aquistar couea, 

e ^ de lassar certa seando 

tuto a la morte, e no sa quando. 



15 



ly. Hic Propheta prohat [dignìtates] aliquam beatitudinem non largivi aed pO" 
ciu8 adiiersitatem illiy cuius perversitatem ^ manìfestant. 

" So dignitao fam honor a chi le a, e le maistrie pom meter poeir in cor de 
quelli chi le useam? Certo (h) elle no soUem far cessar uicij ma instruerlli. Za 
sai tu che Chatullio, [quando] ui assetao Noniom^ in carrega, che elio gè* 

20 disse . . . ^'^ Yey tu che unta fam le dignitac a li maluaxi, e comò elle descrouem 
le lor mallicie ? De le quae monte seroam reposte, se elli no fossem mixi in di- 
gnitae. Como so pò dir che quelli seam degni do reuerencia per le dignitae, in 
che elli Bum mixi, quando elli no Bum degni de quelle dignitae? Che uirtue a 
eoa propria dignitae, che a mete tantosto in chi ella se zonzo, so che no pom 

25 far le dignitae segullar, per la propria dcgnitao chi gi falle. Doncha se tai di- 
gnitae no dam reuerencia da si, tanto eum più anntai quelli chi le am a torto, 
quando elli ^^ mostram che de lor no sum degni. E aso che tu cognoBsi che 
Tombra de tao dignitae no po(m) dar reuerencia, tu sai cho se per auentura ar- 
chum chi Bauesse de monti mester ^^ zeisse in terre de strannie nacioim, che li 

80 barbari chi no li cognossem no li aucream in reuerencia. Che se honor li fosse 
dao per natara, e per estimaciom de gente o no gi fallirea, in che logo i fos- 
som; si comò a lo fogo, chi per eoa natura e cado per tuto. Per che tamtosto 
uannÌBsem, quando (e) quelli le am [doue] no le cognossem ^\ Certo la senatoria 
de Roma fo za de grande dignitae, per la cura che olii aueam de lo bem comnm, 

35 e aor no o a Roma officio pn desprexiao; che so chi no a honor in si, Pa da 
Popiniom do la gente, chi souenso 8e[n]tenciam per antri£fexim. Doncha che 
ualor am le dignitae, se^^ elle no pom dar reuerencia, ma se auilissem quando 
li maruaxi le am, o perdem ualor e prexio segondo che lo tempo se cambia per 
Tastimaciom de la gente, e che monti le pom dar e togier?„ 



* soffaitra ^ fraido ^ Lat. Taceo qtiod; frc. le ne parie pas que nature 
a assez ecc. * mai/nere ^ praen'e? ^ Da sopprimere? ^ illius quilms 
per vini autem ® Nouiom ® te *^ Lacuna non indicata. — ¥,: il l appella 
bocu et contrefait en lapresence de tout lepeuple, " elle " B. 59, 29 sg.: Si 
qui multiplici consulatu functus, " 11 frc. : Pour ce qtiant on les a la ou l en 
ne les cognoist tantost s estianuiesent, ^* se e 



$tudj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, III, iv, v. 



71 



15 



IV. Hic probat Propheta quod potencia(m) qiiam habébat Neron^ ipsius nequicie 
detnoìtstrauit, — PropJieta diciti 



Margarite in sen 
ni thessoro preciosso, 
no Bostraesem de couea 
lo re Neron orgoiosso 



de far mal a li inocenti 
e condempnar nechamenti, 
e da laxuria abominar: 
tanto anca cor deslear ! ^ 



5 



V. Hic probat Propheta potenciam huiiis mondi nullam esse, et hoc per muìtas 
raciones infferius declaratafsj, 

** Qaando uisti ta mai che bianssa do familiaritae (d) de poao darasse ? Za e 
tu pim d ^ 'exempi ncgi e noui. No sai ta che monti rey am cambia lor bianssa 10 
in misseria? bianssa de possansa real, chi no te poi guardar, quando reame 
falle! Che se um rey a gram reame, se o no e ben circondao d'amixi, bianssa 
sta in grande perigo de fallir o de uegnir a tristessa. Per che li re am maor 
porciom de misseria che de biansqa, e um Eomam chi auea proao li perigi chi 
eram in rezer e gouemar, lo mostra per semegianssa de unna spaa nua, che elio 15 
se fé apender souer la testa, aso che continnuamenti li faesse^ paor. Che pos- 
Banssa e questa, chi no se pò alargar li aguillom de conssiencia, ni schiuar morsso 
de paor? Te tu a possante quello chi e auironao de gente, che o dota forte, 
anchor che o li spauente per mostra de seruenti armai ? Certo e o tay rey per 
abatui, anchor che li reami se tegnam. Nerom constrensse Senecha, so maistro 20 
e familliar, a cerner de che mainerà morto men gi greucrea morir. Anthonio 
imperaor fé ocier a le spae de sei caualler Panpiniom *, chi longo tempo era 
stao possante in soa corte, e ambi doi uolleam ressignar e dar lor richesse a 
quello imperaor. Ma niente ualsse, che qaando messeanssa tira a si (f. 370a) 
quello chi de chair, o no se pò sostegneir ; si che ni Tum ni Taotro no se poem 25 
Bostegneir ni schampar. Che possanssa e doncha quella chi fa paor a quelli chi 
Pam, e no sum a segur^ tanto comò elli la uorem reteneir, e no la pom lassar 
senssa perigo? Deffenderam[te] li amixi, che tu ai da prosperitae e no per uirtue? 
No, che quelli chi amam tanto comò fortunna darà, deuennem inimixi quando 
ella cessa, e no e pesteUencia chi pia noxa a homo, comò lo innimigo familiar, 30 
chi sapia so esser. '« 

V. Hic docet Propheta quod Ule est tiere potens^ qui uiciis dominatury unde po- 
tenciam dominandi uiciis debet ab homnibus posiuUari. 



Pa cha aotri sum de perigo 
li homi, chi per antigo 
cognossem ^ li nostri affar, 
80 se da[m] a corrossar^ 
Chi uol ueraxe segnoria 
so cor abia in baillia, 
si che couea ni luxuria 



aueir no lo possa in cura. 
Che se lo mondo te dotasse, 
tu te seruisse e ho[no]rasse, 
za cessa bem no faressi 
se [to] cor no sotemetessi 
a raxom, chi e souranna 
maistra e fixicianna. 



40 



45 



' Questi Tersi si scostano anche più del solito dal testo latino. Pare che il 
tradattore si ricordasse alquanto del metro TI del Bocondo libro. ^ da ex, 
* Papinianum B. * seguir ^ et qui sceuent son estre F. ^ co- 
^ Questi primi Tersi non si trovano nel testo latino , ma bensì nel 
francese, il quale tuttavia non ajuta a correggere il quarto. 



' fosse 
gnosser 



70 



Parodi, 



cha torna la coesa in so contrario, che le richcsse, chi promotem sufficiencia, 
fam aueir nona eoffraita^ d'aia. In che mainerà so deffende richcssa de sofifraita? 
No am li richi fame (f. 3G9«) e freido*? Tu dirai che elli am da saoUarsse e 
goarnisse da freido. A ucir ueir e, ma se sofifraita e conffortaa de richesse, par 
ella demora e reuem tuto iorno, si che adesso a mcster de noao secorsso. An- 
chor che e no diga ^ che natura agia assay de poche cosse, ma pur auaricia no 
so saolla may; si che za che richesse no pom chassar soifraita ni Baciar couca, 
anti la reffam de nono, comò crei tu che ella daga safficiencia?, 

III. Hic prohat PropJieta aliquas diuìcias non j^osse uoììuntatem et dexidevhim 
hominum sodare. 



Se Tauaro auesse uerger, 
10 campi, uigne e bel mayner * 
e boeschagic e prurie ^ 
e de thessoro segnorie, 



za sacia no serca 

do pur aquistar couea, 

e ^ de lassar certa Beando 

tato a la morte, e no sa quando. 



IV. Hic Pi'opheta prohat [dlynltates] aliqnam heatitudìnem non largìri sed po' 
ciu8 adiitrsitatem illif cuitts petTersifatem'^ inanifestanL 

" Se dignitao fam honor a chi le a, e le maistrio pom moter poeir in cor de 
quelli chi le nssam? Certo (h) elle no sollem far cessar uicij ma instruerlli. Za 
sai tu che Chatullio, [quando] ui assetao Nouiom^ in carrega, che elio ge^ 

20 disse . . . ^'^ Yey tu che unta fam le dignitae a li maluaxi, e comò elle descrouem 
le lor mallicie ? De le quao monte sercam reposte, se elli no fossem mixi in di- 
gnitae. Como so pò dir che quelli seam degni do reuerencia por le dignitae, in 
che elli sum mixi, quando elli no Bum degni de quelle dignitae? Che oirtue a 
eoa propria dignitae, che a mete tantosto in chi ella se zonzo, eo che no pom 

£5 far le dignitae segullar, per la propria dcgnitae chi gì falle. Doncha se tal di- 
gnitae no dam reuerencia da si, tanto eum più auntai quelli chi le am a torto, 
quando elli ^^ mostram che de lor no sum degni. E aso che tu cognosBÌ che 
Pombra de tao dignitae no po(m) dar reuerencia, tu sai che ee per auentura ar- 
chum chi eaueese do monti mester ^^ zeiese in terre de strannie nacioim, che li 

30 barbari chi no li cognossem no li aucream in reuerencia. Che bo honor li fosse 
dao per natura, e per estimaciom de gente o no gi fallirea, in che lego i fos- 
som; si comò a lo fogo, chi per eoa natura e cado per tuto. Per che tamtoBto 
uanuissem, quando (e) quelli le am [doue] no le cognossem ^^ Certo la senatoria 
de Roma fo za de grande dignitae, per la cara che elli aueam de lo bem comuni, 

35 e aor no e a Roma officio pu desprexiao; che so chi no a honor in si, l'a da 
Popiniom de la gente, chi souenso Be[n]tenciam per antrififexim. Doncha che 
ualor am le dignitae, se^^ elle no pom dar reuerencia, ma se auilissem quando 
li maruaxi le am, e perdem ualor e prexio Bogondo che lo tempo se cambia per 
Tastimaciom de la gente, e che monti le pom dar e togier? „ 



15 



* soffaitra ^ fraido ' Lai. Taeeo quod\ ftc le ne parie pas que nature 
a assez ecc. ^ maynere ^ prasrief ^ Da sopprimere? ' iUius quibus 



per vim autem ^ Nouiam 
bocti et contrefaU en ìapt$§m 
qui muUiplici canstiìaiu 
ne les cognoùt tantoH i 



"LaeoiiaiumiBdioata.— F.: U l appetta 
^éU »R60, 29 Bff.: iSt 
«f {lumi imU» ala oulen 




V"r-.{ ■ 







Stu'lj liguri, g 2. Taati: 7. Boezio, IH, it, t. 71 

IV, Hk probat Pi-ojihela quod poUiicìafm) qiiam habebat Xeroii, ipsìus nequieie 
demousirauil. ~ Propìteta dieit: 

MAig^te in Ben do tdt mal a li inocenti ; 

ni theseoro precioseo, ■ e condempnar nechamenti, 

no MwtraBSem do couea e da luxuria abominar: 

Io re Neion argoiosao tanto auoa eoe dcslcar ! ' 



s mondi nuìUim e 



■i hoc per mulltia 



V. Hic probat PiojilKta potencinm 

raciones iiifferius ileclaratafàj. 

"Quando uisti ta mai che bianasa do familiaritae (il) de pooo durasao? Za e 
ta pim d''exem[>i ucgì e noui. No Bai tu che monti roy am cambia lor biauBga 10 
in mÌBseriaf bianasa de poteania rea), chi no te poi guardar, quando reame 
falle! Che se am rey a gram reame, se o no e ben circondao d'amili, bianwa 
■ta in grande perigo do fallir o do uet^nir a triitcsBa. Per che li re am maor 
porci om de miBseria che de bianBqa, e am Bomam chi auea proao It perigi chi 
cram in rezor e gonernar, lo moatra per semogianBea do unna epaa nua, che elio Ift 
so fé apondor aouer la testa, aBo che continnuamenti li faesao ' paor. Che poe- 
aansea e questa, chi no ae pò alargar li aguillom do conBaioucia, ni achiuar raorsao 
de paor? Te tn a posaante qncllo chi o auironao de gonte, che o dota forte, 
anohor che o li Bpauente per moatra de Borueiiti armai!' Certo e o tay rey por 
abitai, ancbor che li reami ae tognam. Nerom conetrcnsao Senecha, eo maietro 20 
e faniilliar, a cerner de cbo mainerà morto men gì ^rouerea morir. Ànthonio 
imperaor fé ocier a le apae do aoi canallcr Panpintom *, chi longo tempo ora 
Btao poiBante in aoa corte, e ambi doi uolleam rcaaignar e dar lor richcaee a 
quello imporaor. Ma niente nalaao, che quando moseeansea tira a ti (f. 370n) 
qnello chi de chatr, o no ee pò aoEtegneir; ai che ni l'nm ni Taotro no ae poem 20 
■oategneir ni achampar. Che poBaanssa e doncha quella chi fa paor a quelli chi 
l'am, e no «am a segur' tanto corno olii la aorem reteneir, e no la pam laaaar 
■ensaa perigo? Deffenderam[toj 1Ì amixi, che tu ai da proapcritae e no por uirtue? 
No, che quelli chi amam tanto comò fortunna dura, deuennem inimixi quando 
ella ceBsa, e no B peatelloncia chi più noxa a homo, corno lo innimigo familiar, 30 
chi lapia so eraer. ' „ 

nere paleiis, qui iiiciis domìnatur , nude pò- 

b homnibua poatuUari. 

aneir no lo posa a in cura. 

Che Bo lo mondo te dotasse, 40 

tu te aeruisae e ho[Qo)raaae, 

za coesa bem no faresti 

se [to] cor no sotemeteasì 

tnoistra e fixicionna. a 



Pn cba aotri som de perigo 
li homi, chi per antigo 
cofCDOMem ' li nostri aSar, 
' le M da[m] a corroBsar '. 
Chi noi uer&xe segnoria 
io cor abia in baillia, 
■I che cooea ni loxuria 




1 TWai si scostano anche più del solito dal testo latino. Pare che il 
•L ricordasse alquanto del metro VI del secondo libro. ' da ex. 
* F^nianum B. ' seguir " et qui aceuent son eatre F. ' co- 
' Qoesti primi versi non si trovano nel testo latino, ma bentl nel 
ise, U quale tnttavia non ajota a correggere il quarto. 



72 Parodi , 

VI. Hic probat Propheta fama huius mondi ac gloria non esse petenda, rum ille 
fagiani sicut uentum. 

"0 nanna gloria spandna in li milli[a]r de li homi, chi no e aotro cha inf- 
fiaura do oregie, per faossa opinioni de poiio, che sonensso loan quelli chi no 
ne snm degni! Za che fa a lo pordomo esser loao de so che elio a merìo per 
uirtue, za che elio no qner aotro fauor ni gaiendnm cha de secreta consiencia? 
5 Che far no se de menciom de la mondanna renomaa de qaesta breue regioni, 
chi no nem quando noi uogiamo, ni reteneir [se] pò a nostro piaxeir. E se al- 
cham se gloriffica de so linagio, so e cessa infifenta, che nobellessa no e aotro 
cha meritar per nirtue, de che sum loai soi antecessor, si che lesso e lor, e no de 
quelli chi uennem apresso, se 1 no oueram corno elli fem. Ma tanto e de bem 
10 in si, che li nai de li gentillomi am necessitae de seguir le onere de lor ante- 
cessoi; aotramenti elli desligneream, de che elli dem aueir nnta.„ 

VI. Hic probat Propheta omnes homines equalliter nobilles esse nechue unum esse 
altero nobilliorem^ nifsi] qui cor suum multis bonitatibus adimpleuiU 

Chi conssidera Tumam linagio, e le stelle' nomerà, 

uem tute da um paragìo, e li homi in terra ordena, 

che crea lo souram Segnor, in chi elio misse le annime dentro. 20 

15 (e) chi de tuti e gouernaor; No te uantar de nassimento, 

chi a lo sol la luxe [a] rendua ^ che chaum a drlta franchossa 

e la lunna a faita cornua, chi peccao no fa ni mallicia. 

VII. Hic probat Propheta uolluptates corporis ^ alliquid non posse imjyendere bea- 
titudinis complementum, 

" Or oj de li delleti do lo corpo, a li quai monti no pom auenìr senssa gram 
25 faiga, e quando elli Tarn si gè rende[m] soucnsso despiaxeir e pentimento e paga * 
de mallotia e doUor, in perssonna de quelli chi soa intenciom metem^ in lor. 
Che pur che faito se sea lo principio, chaum chi de Io.- i.: noi aregordar, sa che 
la fiim e dollorossa. Che se tao dellicie poessem dar bianssa, lo bestie mute se- 
ream biae, chi no intendem saluo do compir lor delieti de corpo. La ioia che 
30 Tomo a in eoa mogier® e figioy, serea assai hone8ta> anchor che tu ay oio dir 
cha alchum fom za tormentay da soi fìgioy, chi e cessa oriber a natura. E an- 
chor che perfiai li fìjoi seam boim, si n^a lo paire souensso grande messaxio, si 
comò alchunna fia ay proao. Per che tegno a bem dita la parolla d'Echipedcs ^ 
nostro phillossoffo, chi disse che qpello chi no a fìgi, mal agur lo fa® bem 
85 agurao. „ 

Vn. Hic probat Propheta quod uolluptas ° nullo modo potest hominem beatifficare, 
per simillitudinem sufmjptam ab apibus. 

La natura de le dellicie comò le aue, chi rendem ^ 

no tra Pomo da mallicie, la mei, e apresso tendem 

per lo so poche dolssor a fichar soa pointura 

chi passa in si picen d'or; forte, angossossa e dura. 



* in lo sol la luxe fonda ; cfr. F : Qui au soleil a clarte rendite, * steUle due 
volte. ^ cordis *pagaa ^ mentem ^ megier "^ Euripades F, ^ ma- 
lagurai (forse malagurtai?) lo fam; cfr. F : maleurte l a fait beneure. ^ uollutas. 



Studj liguri. § Z Testi: 7. Boezio, III, vii, viir. 



73 



YIII. Hic probat Propheta misseriafm] hominum multam esae, dum ufijdent quod 
àliqua mondana in eodem statu non manent et ad querendum beatitxidinem 
pufftìitant K 

** Doncha ' smii tate soe uie desalamento de aeraxe fellicitae, eenssa menar a 
firn 80 che prometem ; e Hi. may chi sum inclnxi in lor te moetrero ' breuementL 
Yo ta amassar richessa de peccnnia ? conem che tu la Bostragi da quello chi 
Va. Voi taaneir dignitae? Elio te conem [esser] a danger^ de quello chi la da; 
e cossi se uoi souermontar li aotri, o te couem abassar a demandar, [per] aquistar 5 
e reteneir. Yoi tu possansa? Tu serai' semper in dota de toi sugieti. Couei tu 
renoma(r)? te couem softerir monte asperesse e perigi, e za assegurao no ne 

seray ^ Tuti quelli chi te ueiram te desprexieram, corno seruo de si uil 

eossa comò toa carne. E quelli chi crem aueir nobellessa (f. 87 la) per le condicioim 
de corpo, comò forssa, bellessa, lengeressa, sum ingan[a]i, che a pouera posseesiom 10 
s^apozam. Chi pò passar anofifanto de grandessa, ni thoro de fortessa, ni cigni de 
lengeressa ? Regoarda lo grandor de lo cel e la fermessa de so niasso mouimento, 
e no cubear d^aueir queste cosse, ma de cognosser e seruir la raxom chi so go- 
aema; che beUessa de corpo decorre, corno fior nouella, chi leuementi se goasta. 
Se li homi auessem si forte uista corno louo cernei, chi uè etra li monti, si che 15 
roba ni corpo no ueasse de ueir T interior, la più bella forma de lo mondo parrea 
laida. Se Tomo te tem bello, so auem da la frauellessa de li ogi; anchor pu 
cha unna freue de trei giorni goasta la bellessa de lo corpo. Si che de queste 
cosse poi far unna soma, che elle no pom dar so che elle prometem, ni am 
perffeciom, ni mennam a ueraxe beatitudem, ni bis i fam quelli chi le am. „ 20 

Vili. Hic Propheta redarguii homineSf qui multum sunt pronti in aquirendo di- 
uicias mondi et tardi in aquirendo eternam gloriam. 



Ai comò e greue la ignorancia 
chi togie a homo soa biansa, 
e trouar no pò so che elio quer, 
chi in contrarli camin fer! 

^ Or me di, homi, se uoi array. 
(b) No sauey uoi, se uoi cerchai 
in le strae pree preciosse, 
che so sum tute cosso occiosse? 
E no se pesscha in bosschagie, 

tO ni bestie se cassa saluaige 
in lo mar ni in riuera. 



che tal no e la mainerà. 
Chi raxom uè sapia render 
unde nostro bem e [a] prender, 

[terra,] 

unde quaxi aotro cha guerra 
no e ', ma su in lo someto, 
und*e ueraxe bem e neto: 
lo quar prego che u^adrìssc, 
reconcillie e atisse 
in lo so seruixo far, 
per soa gloria aquistar. 



IX- Hic probat Proffeta sictid ista temporalia beatifudinem non aducuìit, mu- 
nendo noe uty dimissis mondanis^ cor nostrum in cellestibus erigatur. 

** Se tu cognossi la faossa folicitae , si te mostreremo la ueraxe. „ B. dixc : 
*^Bem cognosso che richesse no am sufficiencia, ni reami possanssa, ni dignitae 



^ pignitant ' Invece del i>, il miniatore disegnò un 0. ^ Sopprimo un 
che, * alanger; correggo con F. ^tuerai; F: tu seras, uiuerai? * La- 
cuna non indicata, corrispondente al lat.: Voluptariam vitam degas? ^Del 
verso mancante non è traccia nel ms. Cfr. F : Mais ou vostre bien sera pris N 
arez raus encore apris, Vous le queres en terre bas Mais la ne le trovere pas 
Car il est sur le ciel amont. 



35 



40 



74 Parodi , 

reuerencia, ni ronomaa gloria, ni delleti dam ioia. ,, Prophcta dixe: *^ Sai tu la 
caxom ? „ B. dixe : " me la par ueir per unna fendeura, por che e la dexiro oir 
da ti più ihairamentL „ Propheta dixe : " So e simplesBa , chi prende per bem 
perffeto so chi no a pointo de perfFeciom. Crei tu che sufficientia agio defifeto de 
5 posaanssa? „ B. dixe: (e) ** No. „ Propheta dixe : ** Tu dy uei, che se ella no auesse 
possanssa, ella auerea besogno de goardia. „ B. dixe :. " Cossi e. „ Propheta dixe : 
"" Doncha conuem che sufficiencia agia possanssa per natura. ^ B. dixe : **' Cossi e 
bem ueir. „ Propheta dixe: "Parte che ella sea degna de reuerencia?„ B. dixe: 
** Si. „ Propheta dixe : " Fassamo tuto un do sufficiencia, possanssa e reuerencia. „ 

10 Dixe B. : "* Fassamo, che lo ueir se a do otriar. „ Dixe Propheta : ** Serea so degno 
de loxo ? „ B. dixe : ** Si. „ * Propheta dixe : " E chi no a bessogno de possanssa 
ni de reuerencia, auera deffeto de uir gloria? „ B. dixe: "No. „ Propheta dixe: 
" Doncha couem meter queste condicioim comò le aotre. „ B. dixe : ** Cossi e da 
far. „ Propheta dixe: " Quello chi a queste cosse o queste condicioim sera biao?^ 

15 B. dixe: "Mandesi, che anchor che li nomi seam diuixi, la cessa e pur tuta 
unna.„ Dixe Propheta: "Doncha uei tu cho arror de homo departe so che e 
tuto um, creando prender benna parte, de che quaxi am niente. Che chi no 
quer cha richesse, e per sparmiar volle * sofferir dczaxio e molestie- e esser dessco- 
gnossuo e perder possanssa e renoma; e chi sponde tuto per aueir possanssa a 

20 souensso* neccessitae, per la qual o falle do poeir, se o no la pò mondar. E 
cossi e de li honori * e de le dellicio, chi dezonzem ^ cessa tuta unna : a chi uem 
Piinna senssa l'aotra, falle a tuto. „ B. dixe: " E comò e chi le uol tute inseme? ^ 
Propheta dixe : " La soma (d) de bianssa no so troua in queste cosso, che proao 
amo che no pom dar so cho prometem. „ Dixe B. : " Bem lo cognosso. „ Dixe 

25 Propheta : " Or za che tu sai la condiciom [de] faossa bianssa, penssa de tornar 
te cor a so contrario, e troueray la ueraxe, chi da perffeta sufficiencia, pos- 
sanssa, reuerencia, gloria, honor e delleto tuto inseme, e senssa fim. „ B. dixe: 
"Monto dexiro a so uegnìr, per che e me terrò a lo consseio de Platom, to 
amigo, chi disse che in la menor cessa chi sea se de qu[e]rir lo souram paire 

30 de tuto, che aotramenti mai no se comenssera cessa chi bem finissa. „ Dixe Pro- 
pheta : " Bem dy. „ — Or comenssa soa ^ oraciom. 

IX. Hic Proplieta coniendat diuinam potenciam et ipsam inuocat, ut de ipsa poasit 
aliquid dicere ueritatis. 

Per raxom e senssa falla de lo bello mondo in to cor, 4Kp 

uay. Dee, pu drito ca stralla; che tu formasti in si picem or 

feisti li col soure le terre inseme, in si perffeta guisa 

35 e li tempi corre grand erre ^ e in compia paxe ® diuissa. 

e feisti le cosse souranne E ay li alimenti zointi 

senssa mesihia de mondanne. per propocìoim e pointi: 4^ 

In tea bellessa chi passa insscme freido e callor 

tato, ay discrita ^ la massa e sechessa ^^ e lichor. 



* Sopprimo: Propheta dixe si, ^vollo; cfr. p. 78, 11. ^ sosuensso *hofni 
* consson88em\ cfr. se desome, p. 78, 2. ^ toa ^ F : Tu qui par raison qui ne 
fault Gouuernes le bas et le hault Feiz le cid et puis la terre Et fais le temps 
courre grani erre* ® descripte F. ^ parea ; e correggo con F. : en perfaitte 
paix se deuise, ^^ sechassem; F.r secheresse. 



Studj liguri. § 2. Tosti : 7. Boezio, III, ix, x. 



iO 



Per prram peisso terra no bassa, 
(f. 372a) ni fogo so cercho lassa 
per alcunna lengieressa. 
Coesi fa toa maistrossa, 

5 chi a diaisso creatura 
in irei moi per natura: 
runna chi de tato s' alarga 
da Io corpo, Paotra so incarna, 
la teresa e bestiai, 

LO oxelli e aotro animai. 
La primera e angellicha. 
la eegonda ànima(I) apclla, 
chi e in menbre spandoa 
e in tree parte f end uà S 
(80 e amor e memoria 
e intelleto, chi a uictoria)-, 
e fa comò doi retorni 
in qu'clla toma^ ogni iorno; 



15 



unde a se goarda^ e [in] si rcuen 

e pur in so che sota tcm^; 

ti cognossando si inlluetra 

e tantosto a ti se aiustra. 

Le aotre basso de coci, 

che tu scmeni ogni di, 

a ti per lley de bon aire 

fay^ tornar, comò a bom paire. 

De, perffeto bem e lumera, 

dano forssa e mainerà 

che toa gloria comtemplar 

possamo [ej aquistar; 

che ^ ti cognosse e nostra fim, 

e principio e camim 

e retor, termen e cessmo, 

e chi tutor sea® forte e fermo 

in lo so santo reame, 

in lo qual noi semper ihame. 



20 



25 



30 



35 



X. Ilic PropJieta qiterit an sit Deus et uhi si[t] leatitudo, Qitae ideo osfendìt quid 
sit Deus siile leatitudo, 

(b) ** Da che tu cognossi che faita e faossa bianssa e quar e la ueraxe, or fa 
a mostrar unde questa ueraxe a soa maxom, e auanti rcgoardar se alchum tal 
bem perffeto, comò noi amo scripto, pò esser trouao in le cosse mondanne, a so 
che faossa inmaginaciom no te ingane. Ma che à tal bem, no so pò za^ con- 40 
trarìa, che tute cosso no perffeto a *^ comperaciom de bem perffeto se pom ap- 
pellar niente **; per so che se in la genoraciom de le cosse fosse cessa no perffeta, 
de neccessitae couerrea che o fosse alchunna cessa perffeta, da chi elle procecs- 
Bcm. Che se so no fosse, homo no porrea inmaginar donde fosse uegnua la no 
perffeta; perso che natura no e aueìr principio da" le cosse chi fallem, ma 45 
proceer ^ da le cosse intrego e perffeto [a le no perfete]. Doncha so bianssa falle, 
corno noi amo mostrao, o ne couem esser unna in che sea tuta perffeciom. „ Dixe 
Boecio : * So e cessa certa, conclussa e proaa. „ Dixe Propheta : ** Or goarda unde 
ella habita. La comunna opinium de tuti cor humaym e che Dee sea bom e prince 
de tute coeso, e za che elio e bom, o couem per raxom che eo bem sea perffeto, 50 
che aotramenti o no serea prince d* aotri bem. E za che couem esser alcum bem 
perffeto, se quello no fosse perffeto ne serea un aotro bem perffeto, chi uarrea 
meio e eerea prumer, per so che la cessa perffeta auanti e cha la men perffeta. 
£ per breuementi finir nostra raxom, (e) da conffessar e che Dee sea perfeto 



* fondua; F: fendue, ' Questi due versi mancano a B e a F, e probabil- 
mente sono una glosa del traduttore. ^ in quella tonti; cfr. F: Et fait aussi 
comnie deux cours En quoy elle se tourne tousiours. * goarde * Probabil- 
mente il traduttore non ha capito. Cfr. F: Ung quauque garde a soy reuient, 
Autre vera ce que sotihz soy tieni, * far '' chi * Da leggere sta ? ® possa 
^ am ^^ Questo periodo, preso da eè, non manca di senso, ma non rende ne 
il latino né il francese. F: Car tonte riens qui est rnoins parfaite est ainsi ap- 
pellee pour ce qu elle fault a auoir tout ce que la parfaicte a. Forse basterebbe 
sopprimerò niente, oppur sostituirvi cogi o simile. ^ de ^ proceem 



7G Parodi, 

bem. £ noi aaomo proao che compia bianssa e in bem perffeto: per che conem 
che bianssa sea in Dee.» Dixe B.: '*A so no se pò contradir. « Dixo Proffeta: 
** Porrosi tu proar che o sea principio de souram bem?„ "E in che mainerà ?„ 
^ Qaello e paire sonram chi natnrarmenti e pim de tuti bem, senssa che preiso ^ 
5 ne agia alcam for da si, che elio e so bem e tato unna cessa; che se o l'aucsse 
preisso da alcnm, qaello chi lo aacsse dao serea pia nober cha elio, chi anerea 
preiso. Ma noi conffessemo che Dee é lo soaram bem e llo^ pia nober; cha se 
elli fossem dee cosse, qnando noi digamo che Dee e lo prince de tati bem, noi 
no porreamo irouar chi qaeste doe cosse aaesso misso inseme. Anchor, che al- 
io canna cessa no pò esser tar corno qaella chi e diaerssa da le; si che se lo soa- 
ram bem, chi e in Dee, fosse aotra cessa cha Dee, Dee no serea lo soaram bem: 
la quar cossa serea malicia a dir. Doncha quando alcanna cessa no e meior 
do Dee, alcanna cossa no e meior de lo souram principio , per che connem che 
qaello chi e principio de tute sea meior per natura. E noi amo dito che bianssa 

15 si e in bem perffeto: doncha ella e im Dee. ^ DLxo B.: '^A questa concluxiom 
ni a la prumera raxom no se pò contradir. „ Dixe Propheta : ** Or goarda se so 
e proa cortamonti che no pò esser saluo um bem perffeto (<^), (e che Pum sea 
in Taotro)^; che se i fossem diuerssi ni se fallissem, l'um no serea in Taotro, si 
che alchum de lor no auorea bem in si ni serea souram, no seando perffeto. Si 

20 che chaum pò ueir che pussor bem perffeti no pom esser diuersi l' um da Y aotro. 
E noi amo dito che Dee e * souram bem ; doncha la souranna diuinitae si e 
souranna fellicitae. „ Dixe B. : ** Alcunna cossa più ueraxe , de Dee no se pò 
proar. „ Dixe Proffeta: "E te uoio far comò li Iometa^ che quando elli am lor 
principar intenciom certamenti, conclue[m] do quella ^ alcunna bella ueritae, chi 

25 apellam corellajre. Tu uey che Pomo e biao quando elio a fellicitae e diuinitae, 
che fclicitae e diuinitae e tute unna cossa ; e sai che quelli chi am dritura sum 
driturer, e che quelli chi am sapiencia sum sauìj: cossi quelli chi am diuinitae 
sum Dee, soe in participaciom. Ancor che per raxom e per natura no possa esser 
cha um Dee, ma in participaciom si assale Dixe B. : ** Certo bella concluxiom 

80 e preciosso correllario e questo , comò elle se sea appellao. „ Dixe Propheta : 
** Anchora te parrà assai bella la raxom che e te uoio aiustrar. Le ^ perffe- 
cioim de sapiencia zointe inseme sum quello chi fam fellicitae, si (f. BlBa) come 
pussor menbri fam um corpo? o e [una] sera cossa chi fassa substancia de fel- 
licitae, a chi le aotre fassam rellaciom?„ B. dixe: **E uorroa che tu me feissi 

85 um exempio a questa demanda.,, Dixe Propheta: "''So digamo noi che bianssa 
e souram bem ? „ Dixe B. : " Si. „ ** Sufficiencia , reuerencia, gloria e delieti sum 
membro de la felicitae, o fellicitae e am bem per si, cauo e testa, e ^ a compe- 
raciom ? „ Dixe B, ® : ** Or intendo e so che tu cerchi ^\ e doxiro oir toa con- 
cloxiom. n Dixe Propheta: ** Se queste fossem mcnbre de bianssa, l'unna serea 

40 diuerssa da P aotra, che tal e la natura de le partie, per che pussor diuersi tae 
fam um corpo. Ma noi amo proao che tute queste cosse fam unna solla cessa, 
per che elle no sum partie in menbre; [perche] coueroa" che bianssa no auesse 
cha un membro", so chi no pò esser. „ Dixe B.: "Questo no e da dubitar, 
ma atendo so che romam. „ Dixe Propheta : " E te proero che tute queste 

45 cosse sum uegnue da unna, so e da bem; per lo quar homo quore sufficiencia. 



^prexio ^dlo e 'Parmiglosa inutile; onde le parentesi. *a ^ Geo- 
inetrae B. ^quello ^ che le ®o; ma è correzione insufficiente, cfr. B. 75, 
101 sg. Forse : e li atri, ® Proph. ^^ Sopprimo : dixe B, " Cfr. F. : car 
il conuenroit, " unna memoria; F: ung memore. 



Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, III, xr. 



77 



per 80 che ella e benna. Che so che Pomo quer si e bontae; che lo homo no 
dexira bo che no e bom o (b) che bom no par; e per antrififexim, che ao che 
no e bomS ee lo a sembianssa de bom homo lo dexira, comò bem aeraxe. Ra- 
xom e caxom de che' e bontae, che quando homo dexira alcanna cessa per 
raxom d^aotra, Tomo dexira Taotra principalmenti, comò chi uollesee caaarchar 5 
per aaéir sanitae; si che homo dexira le cosse per caxom de bontae. E dito 
amo che homo dexira tnto per raxom ' de bianssa, per che bontae e bìanssa sum 
nnna mesema coB8a.n Dixe B.: *^ De so no se de alcum descordar. ^ Dixe Pro- 
pheta : " Noi amo mostrao che Dee e neraxe beatitndem som onna messma sub- 
Btancia. „ Dixe B. : "So e ueir. „ Dixe Propheta : '*' Doncha possamo noi conclaer 10 
che la substancia de Dee e assixa in bem e no in aotra cessa. „ 



X. A questa parte uè retrai 
chi pur uanitae cerchai, 
chi tenebria a indusse^ 
5 e rea couea conffusso^ 
e li cor terrem aduxe 
a saciamento de luxe^. 
Oro e pree preciosse 
no fam onero luminosse. 



che so che più piaxe in lo mondo 
se tra de la terra in proffòndo. 
In le quae più chi se dulleta 
più gè noxe e più s'acega, 
ma la luxe de cognossenssa 
assihiairisse V intendenssa, 
(e) che quando uom quello splendor 
may no cercham lunna ni sol. 



XI. Hic Propheta uuU estendere quid sit Deus siue beatitudo, di<iens quod qui et 
quid est beatitudo e(s)t unum, 

Dixe Boccio: **£ otrio so che tu di, che bem Vai proao per raxom certa. „ 
Dixe Propheta : ** Ay corno te parrà doce lo bem de che e te parllero, quando tu 
cognosserai soa perffeciom, che per unna raxom te manifesterò ! Or te bem so che 
amo proao. „ Dixe B. : ** E lo tegno bem. ^ Dixe Propheta : '*' Mostrao amo che 
le cosse che pussor dexiram no sum ueraxi bem, per so che inter lor sum dì- 
uersse. Che no seando Tunna in P aotra, elle no am perffeciom; ma laora sum 
perffete quando elle sum inseme, si che possanssa, gloria e reuerencia seam unna 
cessa ; che se so no e elio no fam a dexirar. „ Dixe B. : ** De so no se de dubiar. „ 
Dixe Propheta : ** Doncha le cosse chi sum diuersse no sum da dexirar. „ Dixe B. : 
** Cossi e. ri Dixe Propheta : ** Or doncha quelle chi se zonssem , dexiram unitae 
per caxom de uiuer ^ „ Dixe B. : "So e raxom. „ Dixe Propheta : ** So chi e bem. 
Te per^ bontae che lo aia, o no®?„ Dixe B.: "Mandesi. „ Dixe Propheta: 
" Doncha otri tu che esser [bom e esser] um e unna messma cossa '^ [che] per 

natura ^S chi no studia a far diuersse cosse. „ (d) Dixe B.: "Yeir e.» Dixe 

Propheta : " Sai tu che tanto dura la cossa, corno ella goarda soa unitae, e falle 
asi tosto come ella se desuia ? „ Dixe B. : ** Come e so ? „ Dixe Propheta : " Como 
tu nei in le cosse uiue, che quando annima e corpo sum inseme, lo corpo dura, 
e quando elli se partem, si falle(m); e la forma humanna tanto dura quanto le 
menbre se tennem inseme, e quando elle se partem, si laBsa(m) soa essencia e 



* bom natura * per che ^ raxome * inclussa * conffussa ^ È da 
leggere suiamento? Meglio ci avricinorà al tosto latino, il correggere nel verso 
precedente e li cor in Questo li cor. ^ de bem? ^ li par ^honor; F: Mais 
ce qui est bon l est il par la participacion de bonte qu il a ou non. *^ raxom ; 
cfr. F: dono ottroies tu par autelle raison que estre bon et estre ung soit une 
meisme chose F. ** Lacuna? F è scorretto: Car par nature ces choses soni 
une substance doni vient (une meismes choses et) qu(i) a dit>er8es choses faire n 
estudient. 



20 



25 



30 



35 



40 



45 



78 Parodi , 

unitae. E so ueirai per manifesto in tuto, che tanto e ^ mo la cosea e unna tanto 
dura , e cossi tosto falle comò ella se dezonze. „ Dixe B. : ** So o uiua raxom. „ 
Dixo Propheta : "E alcanna cossa, secondo dexiro naturar, chi noia fallir ni 
lassar de durar? „ *'Se e conssidoro le cosse chi am uolleir e no uolleir, e no 
5 trouo cossa, se quelle deffor no li fam forssa, chi no noia pur durar, ni chi [no] 
se astem de uegnir a niente; che tute cosse uiue amam de manteneir soa sa- 
nitae e de schiuar morte e deetruciom. Ma de lì arbori e de le erbe chi no am 
annima no so e che dir. „ "De queste cosse no dey dubiar, che tu uey che 
elle nassam più tosto in li logi chi gè sum conuegneiui, aso che elle gè pos- 

10 sam durar pn longamenti. Che alcunne cosse nassem in campi, aotre (f. 3T4a) 
in montagna, aotre in pan, aotre s^aferram in le roche e aotre in sabiom; e 
se homo le uolle transportar in terre do aotre condicioim tantosto secham. 
Si che chaunna a natura d' * acostarsse a so bem e de ^ schiuar soa corrap- 
tiom, tanto corno la pò durar. Che dirai tu, che tute am rayxe a^ maynera 

15 de bocha, chi tram soa norixom de terra e la spandem in mcolla e in sscorssa e 
in fior, per aueir più forssa, e lo pia tenero, so e la mooUa, si e dentro, e lo 
fusto, chi e pu dur, si e deffora per diffonder contra la destenporanssa de lo 
tempo, e per la dilligencìa de la natura tute fam semenssa per multlplicar e 
per durar tuto tempo per generaciom? E cosai tute le cosse senssa anima tenderne 

20 a so porffoto e a soa mainerà, si comò lo fogo aoto e la terra bassa, comò a 
logi a lor couene[yui] più, e so che a lor [e] conueneyuer si goardam e oor- 
rompem lo lor contrario. E le cosse molle, comò e l'aigoa e l'aire, sum leuc- 
menti diuisse, ma asi tosto s'ascmbiam, quando elle sum lassae, e lo fogo fa 
tantosto dipartimento. E no parlo de* T annima, chi a franchessa de uolluntae, 

25 ma de ® natura ; che la morte che natura (b) foza e perf aa dexiraa da uoUuntac 
per alcunna caxom, e natura fa lo contrario, dexirando de zenerar, aso che le 
cosse mortae agiam perpetuitae, per prouidencia de Dee, chi uol che olle du- 
rem. „ Dixo B. : *" Or cognosso e so do cho e dubitaua, zoo chi dexira a esser, e 
r otrio. „ Dixe Propheta : ** Or amo noi mostrao che bontao e unitae sum unna 

30 cossa. „ Dixo B. : *" Cossi e. „ Dixe Propheta : " Doncha tute cosse dexiram bom 
80 semegieiuer, che quando le cosse lassam so cauo, elle uarram niente; si 
canzellam senssa gouernaciom, saluo'' da lo souram bem a chi tute cosse ten- 
dem. „ Dixe B. : " Vcir e. „ Dixe Propheta : " E o gram ioia de so che tu ay 
fondao ueritae in to cor, e che tu cognossi so cho tu no saueiui e che lo bem e 

85 la fior® de le cosse ; por che noi possamo conffessar che la fini do tute cosse e bem. „ 

XI. Hic laudai PropJieta stiidium et exercicium in re e[f] dotrinam atque me- 
m(ytHe disscipUnam» 

Chi ueritae uorra trouar per benna contemplaciom, 40 

[e] nor bem examinar, ihairessa de opinioni 

per no poeir desuiar, fa[r a] si uenir arer, 

in so cor de replicar; fa] la mainerà de lo ceP. 



* d omo 'a ^ e * tendo ^ E no perde ì annima\ correggo con B: 
neqtie nunc nos de roluntariìs animae cognoscentis motibuSy sed de naturali in- 
tentione tractamus. Ma restan dei dubbj. *7;er ^ Errato. Cfr. B. 81, 109 sg. 
® Sarà./?m. ® 11 senso è oscuro, né troppo chiaro è il testo francese: La 
ciarle de l entendement Et le cours de son pensement Face arriere a sny re- 
uenir Et au feux du cerde tetiir (L en peu de e.?). Forse era scorretto pure il testo 
sai quale il traduttore lavorava. 



Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio, III, xii. 79 

Laora uerra in bo cor sogoa ramonicion ^ 

lo thessoro che lo qaer. che dixe lo nostro Platom, 

(e) Se per lo corpo peesente a studiar e a imprende 

osscaraa fosse la mente, so che Tomo no intende. 

XIT. Hic Propheta uiiìt ad tnemoriam reduceì-e quod Boecìus sepeiis dixit, se ne- 
scire sillicet qiiibus gubeniacuUis ^ mondila regatur, et dicit quod inondits nere 
a ' Deo digni8 gubetmacidìis gubernatur, 

Dixìt j5. : "E m' acordo bem a Platum, ma tu me dai a intender che dor e 
pessantor' de corpo m'an tyrbao la memoria.,, Dlxe Prophota: *Se tu conssi- 10 
deri 80 che tu ai otriao, tu dirai ancor, ti no sauey. „ Dixe B. : ** E che ? „ Dixo 
Propheta : ** A quai gouernaoi lo mondo se gouerna. „ Dixe B. : " Bem cognosso 
e mea ignorancia, per che e dexiro d'oir toa concluxiom.„ Dixo Propheta: 
^ Quello lo quar per comunna ussanssa apellemo Deo, lo guia, e lo gouerna ra* 
xom. Como lo mondo se * 8cr[e]a asenbiao, se alcum no auesse misso insemo le 15 
diuersse partie e contrarie chi go sum, e ordenao natura e soi mouimenti a certo 
logo e tempo e quallitae, onere e spacio, e se alcum no T auesse tegnuo ineeme, 
poa che eUo fo faito? La contrarietae lo auerea despeseao. E so no porrea far 
chi no fosse sufficiente, e noi amo proao che Dee [d'I e sufficiencia e tute unna 
cossa.» Dixe B.: "Veir e. „ Dixe Propheta: "Doncha lo gouerna elio per si 20 
messmo, comò bem perifeto e che per raxom amo mostrao che o sea. „ Dixe B. : 
"Coesi par. „ Dixe Propheta: " Doncha fa elio so per soa bontao, chi [e] perno 
Bum che lo mondo se uoze e se mantem, senssa corruptiom. ^ Dixe B. : '^Bom 
m' acordo che cossi sea [la] cessa, che Dee gouerne tute cosse a lo perno de 
bontae, e che tute cosse intendam naturarmenti a bem. „ Dixe Propheta: ** Du- 25 
bitar no de alcum che ogni cessa no retorne a la uoluntae de so gouernao per 
natara. „ Dixe B. ; "Cossi couem esser, che la gouomaciom no serea benna, so 
li gouernaoi se deslengoassem ^ „ Dixe Propheta : ** Doncha torna a niente chi se 
foresa centra Dee. ,. Dixe B. : ** Mandesi. „ Dixe Propheta : *" Doncha e questo lo 
bem Bouram, chi per forssa ordena e gouerna tute; doncha de follia aueir onta 30 
de asBatar quello chi tute souremonta. Crei tu che Dee possa tnto?„ Dixe B. : 
" Si. „ Dixe Propheta : "* Doncha za che elio pò tute, so che elio no poesse serea 
niente. „ Dixe B. : " So e ueir. „ Dixe Propheta : " Po Dee fa mal ? „ Dixe B. : 
* No. „ Dixe Propheta : ** Doncha mal e niente. „ Dixe B. : ' Elio par che tu te 
zogL „ Dixe Propheta : " Certo no (f. 375rt) fasso, ma per la gracia de Dee auemo 35 
azointo la fontanna de la substancia de Deo, chi no receiue in si cosse strannie 
ni foranne. Per che, dixe PermJnides, tute cosse a llui auironnam^, in unna 
B^arestam. Lo cercullo de le cosse uoze menando e si goarda senssa mouimento ; 
e so digamo per raxom d'entro e no foranne; si comò tu ay da Platom, che le 
raxoim dem esser proxime a le cosse de che elle sum. „ 40 

Xn. Hic Propheta inuitat nos ad dexiderium stimmi boni ex dupìifct] utillitaie, 
sillicet anime et coi'pon's'. 

Quel* a ^ bianssa certanna in ato^ a lo souram bem, 

chi sa uegnir a la fontanna undo ioia no uem mem. 



* gubernacullus * Due volte, ^penssator * «o; o è da sostituire die a corno? 
* Risponde a detrectarel ^ auironnem ^ animam et corpus. ^ Che la 
^ inala; F. Qui peut nenir a la fontaine Du cler bìen qui est lassus hault. 




80 

Per che rompi* le chainne 
de le uir cosse terrenne. 
Orffeus chi mellodioxi 
canti fana mellodioxi', 
5 apresso se fana andar 
li boi per so uiolar, 
e azonzer cerai e leoim 
e leure(r) e cham fellom. 
Quando soa mogier mori, 

10 elio se desconfforta si, 

tan tosto in nnna campagna 
ze, per querir soa compagna 
(b) a li demonnij, che uegnir 
fé, per soi schunzori dir. 

15 Unde si bem atempera ^ 
soi strumenti e cantai 
che mantenenti aae ferie 
de sonar lo fer Zerberio. 
Tantallus, chi se auea, 

20 la lengoa deffor traea^ 
e la frota de tati quanti 
odando si deci canti 
tantosto fom si boi^ 
che eli! no sapem che dir. 



Parodi, 



Lo maor disse: Yenssui seme, 25 

per che e dago per conssegio 

de rendergi soa mogier, 

a pacto che se inderrer 

se uoze per remirarlla, 

che uoi andey per streparlla, 30 

si che più recouerar 

no la possa per cantar. 

No de alcum dar leze a li amanti, 

che y no porream esser constantL 

Che quando andauam a lor camim, 35 

che quaxi eram a la firn, 

or se uosse per ueir Tamia 

e tantosto li fo rauia, 

si che perduo so confiforto 

mantenente chaite morto. 40 

Questa meza fora e dieta 

per uoi, chi in aia drita 

deuey uostra intenciom 

m:ter, si che affriciom 

no uè uegna d'obeir 45 

la uanitae, ni soffrir 

che a seguir so che falle 

(e) se perde so che a uoi uagie. 



LiBBo rv. 

Incipit liher quartus j5., in quo pìHncipallis Prophete est B, conssoUari, dicendo 
ei quod de sua misseria debeat cottssoUariy et etiam tractans ibidem de ociUtis 
radiis diuine prouidende et de ceteri[s] factifsj, 

I. ^O guia de ueraxe lumera, monto sum manifeste le toe raxoim e ueraxe. 

50 Ma za che tute cosse am bom gouernaor, corno pò passar alcum mal senssa 
puniciom? E pu, che quando folonia fiorisse, uirtue no perde sollamenti so 
guìerdom, ma uem scharchiza e porta le penne che mallicia de sosteneir. „ 
** Oriber cessa e gram sboimento seream, se la maxom do lo souram pairo fosse 
ordenaa comò tu penssi; che se tu retee bem so che auanti amo proao a^ l'aia 

55 de quello Dee, de chi reame noi parllemo, tu cognosserai che li boim som semper 
possanti e li maluaxi seiui, e che no sum senssa puniciom li uicij, ni uirtue 
senssa guierdom, e che a li boim uen tutor bianssa e a li maluaxi pestollencia ; 
e monte aotre cosse ueirai chi so affermeram e allieneram da ti horror e afri- 
ciom^ E te mostrerò la uia de tornar a toa maxom (d) e a ueraxe forma de 

60 bianssa per le ale che e te darò. „ 



* rompir ' sic, ^ atentperar * cantar ^ tar lengoa deffor traicta; 
ma non so se la mia congettura basti. ^ 1. xboij? ^ e ^ amiciom 



Studj lij^uri. § 2. Tosti: 7. Boezio, IV, i, ii. 



81 



L Hic Propheta uuìt ìnmJare penafsj B., qnìhus ad aìtom assefidit, nam ipse B. 
paulatìin doaimentis emendithalibus ' Propliete sanatur *. 



E o bem ale issoelle 
per andar euza in lo celle 
de fl^loria cele«tial, 
ondo loia no de mai cessar; 
^ le qoaf chi le uol aueir 
in terra no pò romaneir, 
ma in Taire, se olio uorra, 
e in cel montar porro, 
andò oeira si g^ram lumera 



che noito parrà nnd^el era^. 
Li seze^ lo ^rnm Sire, 
chi a si tutor noi tire, 
in lo mondo che elio g-oaema, 
lo cel*, chi no desquema, 
a qncir ostello^ uoraxe, 
uerper de pioxeir e paxc, 
a lo quar no pom andar 
li ostinai pur in mal. 



' emendiihnibus. Forse medicah'lms, * sanmitur ' unde lera; — ho in- 
Tertito l'ordine di questo verso e del precedente; cfr. F: Si 8 en enfre en si 
grani lumiere Que nuit semole quanque est derriere, ** sezer * È da lef^gere 
in lo celi * a quello stillo^ questi ultimi versi non han quasi riscontro nel testo 
francese. ' de deo • ac * se ^^ la " o " ma creao 

Arehirio glottol. ital., XIY. 6 



10 



15 



II. B. superius mouet questionem^ quod Deo ^ regnante ipse itidet inallos dominare 
et p<»tenles e^se, bonos autem^ deprimi et omni bimo carere, Hic Propheta re- 
spondei probans e[t] dicens quod mali semper malum habent et boni bonum, 

[f. 376a] * Tu cop^noBserni Icucmenti che li boim am poeir, e ® li maluaxi sum 
senssa pos^nnssa; per so che l'um so mostra per Taotro, per so che hcm e mal 20 
som contrari j. Si che chi uè la frap^illitae do lo mal pò ueir la forssa do lo bem. 
Ma a so che melo sea cretua nostra euhstancia, mostreremo chnnm per si e fer- 
m»remo nostro propoxito, quando do Fum e quando de Taotro. Doe cosso sum, 
da chi auem tuti afar d'orni, soe uollontae e possansea; e se Tunna falle, alcum 
no comen«8a mai, e manchando poeir, uoliuntao p:'o per niente. Che cossi sea tu 25 
nei; che alcum nogfia alcunna cessa e no Taf^ia, tu dirai che poeir li"* falle de 
pcrchassarla. „ Dixe B. : "So e ocir. „ Dìxe Propheta: ** Menbrate che per le ra- 
xoim de so, che channna uolluntae humanna, anchor che uap:am per diuerssi 
cfaamim, tendem pur [a] aueir bianesa?^ Dixe B. : ** Bem e proao per unna ra- 
xom. „ Dixe Propheta: "Menbrate che bianssa e bem sum unna mcpsma cessa, 30 
e chi uol Tunna si uol Taotra?, Dixe B. : '*Biim leso. „ Dixe Propheta: " So e 
certo, che per aueir bem in si e homo bom, per che li boim an so che elli de- 
xiram, so e bem, che no pom aueir li maluaxi; con so sea cessa che li boim e li 
maluaxi uorream bem, e li boim Tam e li maluaxi no. „ [b] Dixe B.: "E chi 
de 80 dubita no intende la natura ni la consequencia de Targumento. „ Dixe 35 
Propheta: "Anchor più, che ee doi ordenai a unna messma cessa e ouera per 
natura, e Pum la fa per natura e Taotro la noia far e no possa senssa aia, quar 
terrai tu per più possante?., Dixe B.: "Anchor che e pensse so che tu uoi dir, 
e lo dexiro oir più ihairamenti „ Dixe Propheta: "L'ofTicio d'andar, chi apertem 
a homo per natura, metesse in ouera per ussanssa de pce. „ Dixe B. : "Si. „ Dixe 40 
Propheta: " E se um homo uà per sei pee e um aotro, chi ngia perduo lo poeir, 
e se forssa d'andar cum le maym e cum le coese, chi sera in so più pos8ante?„ 
Dixe B. : "Quello chi naturarmenti fa so officio. „ D xe Propheta: " Crei tu che 
lo Bouram bem sea querio per bom e *' per re uertuossamenti, o che li re lo re- 
queram per diuersso couee dessoidenao? „ Dixe B. : "M'acreao^ cheli boim lo 45 
queram per uirtue, e li ree in guissa dessconssa. ^ Dixe Pcopheta: Tu dij bem 



82 



Parodi , 



parmo cho toa natura e^adrisse. Or goarda che pìcem pooìr o la eitiotai^ de 
li mnluaxi, chi no pom uenir a so che nuturaa dexir' li impenze, ei corno a forssa. 
Che aerea, so Paia de natura chi li auanssa li lassasse? Yei tu corno possanssa 
tem graindi^ li felloim? So no e poco cho cUi queram e aueir no pom, e fallem 
5 a lo bem soaram. [e] Per che tu poi ueir lo grani poeir de li boim; che cossi 
corno tu te possente quello chi in lo officio do andar uà tutora per lo officio do 
soi pee, cossi dei tu zuogar per più possante quello chi uà a lo bem, otra^ lo 
quar no se pò demandar. De che li maluaxi sum de8i>ogiai de poeir, por lassar 
uertue e tornar a uicij, no cognossando li bem per auogoUessa do ignorancia o 

10 per ardor do lecharia, chi li fa uerssar da aotra parto. Per che elli no pom 
luxir^ ni contrar a li uicij, per Potragio de fellonia e de ioteza, per forssa do 
temptaciom; per che elli lassam da so bom grao de bem far. Per che elli no 
sum soUamenti sensa ijossanssa, ma sum niente; che za se i lassam la comunna 
fé de tute, elli no sum in lo nomerò de le cosse chi sum. Ma de so per auontura 

15 se merauegieram archum, che li maluaxi, chi sum più cha li boim, scam niente.,, 
Dixo B.: •* Cossi e. „ Dixe Propheta: "Che e no moto miga che li* maluaxi no 
seam mar, ma y [no] sum simplcmentì: che si comò tu apolli lo corpo d^omo 
morto homo, e o no Po, a simplamenti parllar, cossi digamo de li felloim esser 
maruaxi, ma no lo sum simplcmenci, so [e] per ordem de eoa natura. Si che chi 

20 lassa so chi e in Pordem de soa natura, lassa cpser. Tu diray che li maluaxi 
ani poeir. „ Dixe B. ; " E no lo nego ^. „ Dixe Propheta : ** Ma no gc uem da forssa, 
ma da seueresa; che de soura ay proao che mar e niente, si che se i no pom 
aotro [d] cha mal, elli no pom niente. „ Dixe B.: "So o ueir. „ Dixo Propheta; 
" E te faro intender che cessa e lo poeir de li maluaxi. E o mostrao che alcanna 

25 coesa no e più possente de lo soura m bem, e che elio no pò far mal. <„ Dixe B. 
** Cossi e. „ Dixo Propheta: " E alcum chi pensso che homo possa tute? „ Dixe B. 
" No, so no e for de sono. „ Dixe Propheta: " E li re pom mal far? „ Dixe B. 
" Si, de che me peissa. „ Dixe B.: ** Como pom elli più cha quello chi pò tuto, 
ni am più poeir dia quelli chi far no lo pom?* E più, che possanssa e nm de li 

30 bem chi fam a dcxirar, e tuto so che homo dexira e ordenao a bem, comò a 
cauo de natura; che noi amo proao. Ma poeir far peccao no pò esser ordenao a 
bem, per cho o no fa a dexirar, si che poeir mar far no e possanssa; per che 
apar che li boim am poeir e li maluaxi fìeucllcssa. Per [che] Platom dixe ueir, 
che* soUamenti li pordomi po[m] far so che elli uorem, e li maruaxi so cho li 

85 deleta e no so che y uorem, penssundo uegnir a bem per li mai de chi se del- 
letam. Ma so no pò esser, che uicij no mcnnam mai a benna firn. „ 



II. Vult Propheta adhuc probare [f. 377 a] per excmplum magnatum^ qxiod sem- 
per botti sunt potentes, malli autem sunt ^^ inbecilles et semi tot " dominoninif 
quot uiciorum predichatorum granati sunt gratea ^-. 



Quelli [chi] sum in segnoria 
per grande tricharia, 
ueatij de robe frexae, 
40 [de] saee " e lanne uarie '^ 



circundai da scruenti e maze 
per far regoardar menazo, 
se fam a li simpli dotar. 



* fitiotai; il frc: foiblete; e non so se esistesse un gen. aeviotai Ciev-) *flo- 
biP t a te. * natura dejciraa ' Si vorrebbe : corno grande inpoten^n tem li f, ; 
cfr. B. 93, 75-76. Anche il periodo seguente è male inteso, e basta forse correggerò 
qut^rent e ma fallem. * chi uà otra a lo b, l. q, * Forse fuzir, — B. ha un solo 
▼erbe: o^aic/ar*. ^ ti ^ Dixe B, e n, l, n., rì[>etìito, * Erroneo, ^eche ^^sum 
^^ tota ^* grateum\ ma la restituzione è dubbia. ^^ seae sete. '* Cioè uariae. 



■.t-^-.**. 



Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio, IV, ii, in. K) 

Chi Bauiamentì ponesar Do for apar ' facci delicij 

per imaginaciom o ìnaca' o aotri uicij; 

Qoresse so ch*o uirom, che no e alcum eep^nor 10 

a delleue cognosserea grande [e] themuo da puseor, 

fi che lo cor dentro 8er[e]a che Boueneso no eo dogia 

preiBBO e lìgao de chainne por compir eoa uogia. 
de le air cosse iorrenno. 

III. Hie ostendit Propheta omnes iustos esse deos^ et omnes mallos in bestias re- 
toreuerff et quod UH nere in bestias rediguntur quif dimissis hoìiis operiìms 
et racionef nephandis negociis udhesserunt. 

* Vei tu corno uicij sum inuolupai [in lo fango] e lo gram ]ozo[&] in che uirtue 
se mantem? Per che tu dei crear che uirtue no sea scnssa guierdum e uicij sensa 15 
tormento; che lo firn per che la cossa e faita e lo logucr de Toura, si corno quelli 
chi correm a lo stadio por' aueir la coronna, chi e lo guierdum de corpo. Ma 
noi amo mostrao che hianssa e lo soucram beni, per chi tute cosse sum faite; 
per che lo souram bem e lo guierdum de tute cosse humanne, lo quar no se pò 
togier a li boim. Per cho boim costumi no pom esser senssa lo guierdum. „ 20 
(Diro B.: " E in che gnissa li maruaxi aprexiam li boim? „ * Dixe Propheta:) " Per 
so che la coronna do pordomo no pò chair, ni^ la bellessa do so cor no^ pò 
esser aranchaa per aotrui malitia ^- E tute mainerò do guierdum sum [per] raxom 
de lo bem che Tomo u'atcnde, si cho quello chi a bem in si no pò esser senssa lo- 
Ij^er. Or te souegna de questo correllario eh' e t'o condusse, so^ fé] che [bem] 25 
aotra chossa no e cha bianssa, si che tuti [li boim] per la lor bontao partici- 
pam cum Dee. Per che alcum sauio no do dubitar che li maluaxi seam senssa 
penna. Che za che bem e mar sum contrarij, se lo bem a so guierdum, per ra- 
xom couem che lo mar agia soa penna; cho si comò bontao e loguer ali boim, 
cosai mallicia e loguer a li re. Si che chi^ se tem intachao do penna, no dubia *^ 30 
sa esser intachao do mar. Per che se li [e] maruaxi se uollessem reco[gno]s6er, 
elli no porream penssar si esser sensa penna, che lo pezor mar chi sea, so ^^ e 
mallicia, no sollamenti [a] intachao ma corroto- Doncha chi s'aloitanna da bem 
lassa a esser, per che li maluaxi lassam a esser', chi auanti eram, ma [a] la 
forma de lo corpo, cho" anchor [am], par ch'i*' sum homi. Si che quelli chi 35 
per lor mallicia am lassao de esser, no am più natura do homo. Che se tu uey 
om homo dissagurao " per uicij, tu no lo ** dey togney per homo ma bestia. Per 
so che per soa uolluntae lo toio aotr[u]i so aueyr, di *" che elio e scmcgieiuer a 
lo louo; e se elio e fellom [e] atcnssa *' uolluntor, asomegiallo a lo cam; e si 
ascoBBamenti agoaita de baratar aotri, di ch'elo e tal corno la uolpe. E se ira 40 
lo prende Eonssa temperanssa e frcm de discrcciom, tello per pczo cha leom; e 
se [a] paora quando no do, tcneir lo poi"*^ più uil cha ceruo. E se elio e lento e 

peigro, di che elio uiuc a mainerà d'axem; e so elio e muaber de so bom prepo- 





* de far; e si penserebbe a depar, se esistesse un verbo deparei. F sonre poco: 
ei dessus de fauìces delices ecc. * E probabilmente da leggere: ira e invea, come 
io F: <2 yre d enuie, ^ a io studio d aueir ^ Questa domanda di Boezio manca 
al latino e non si connette col resto. ^ in ^ ni ^ aotra marotia ; F: tnau- 
uaistie. ^ 80 80 • Leg\^\ : E chi, ^^ dubiar " si ** chi " chi ; cfr. F : 
Mes il appert a la forme du corps qu ilz ont encore gu ils fureìit hommes, ^* di' 
sformao? B: transformatum, "* li " de " a senssa ^^ poei 




84 Parodi, 

nimento e coneeio, ra[iie]ra[i] ta ^ corno li oxelli ; e ee o se dellcta in laxnrifl, si 
rasemcia a unna troa intìfani^aa. Coeei o tutl quelli chi per mallicia la eain bonna 
aita, per la quar olii participain cam Dee; 8i che chi so no uol, deuom bestia 
e pezo cha bestia. „ 

m. [d] Uic ostendit Propheta quod mutacio animorum^ quam homines faciunt, 
mallis operibiis inherendo, est maior quam si ^ suum corpus in aliquam * for* 
mani bestie muteiur^. • 

^ Quando L-Uixes do Troia uenia, no boueese do poxom, 

chi per mar preisse eoa uia, per caxom ni diciom, 

Eurus* si forto inspensso cho lor cor poeseo muar. 

che le naue mantonento Ma za tanto no sape far; 20 

zen a rissolla do la doossa cho Tomo a in cor so uigor 

^^ figia de sol, incantaressa, per ouera de lo Creator, 

chi tar poxom sape far chi per poxoin no s^abandonna. 

che li beueaor fé cangiar^ So cho o fa se '° si ìmprexonna 

in li porci sahiaygi, in lo carcere de couea, 25 

orssi^ e loui rauaxi. de ira, odio e inuea; 

^^ Ma por um deo* fo amonio li quaì uicij a malia firn 

lo ducha, chi a quello inuio mennam, corno re uenim. 

IV. Hic ostendit Propheta quod ttita tnnìlortun honmnim magno tempore viuen- 
cionu infelicior est quam si cito mortuns [maius malitiae] vincvìo solmretur ". 

[f. 378aJ [Dixe B.; "E ue^o] bem che*- a torto no se dixe che anchor cho 
30 li peccaci abiam forma d'orni, lor cor sum cambiai in bestie „ ". **.... corno noi 
proeremo a so lego. E se lo poeir de dampnifficar aotri e gi fosso togiuo, lor penna 
serca mcnor, anchor li tegna [omo] per più uallenti quando olii pom acompir 
IO dexidorio; ctio so uoUcir mallicia e rea cossa, anchor Te più poeir, che a 
men de lui la uolluntae languisco. „ Dixe B. : "So apar, ben cho " e uorrea cho 
35 tar poeir gi fosso sostraito. „ Dixe Propheta: " Sostraito go sera ^* elio più tosto 
che tu no crei o(r) ch'i no pensafm]. In (|uesta breiie uita no e cosaa si presta, se 
tato apar longa a Tannima chi no pò auoìr firn ^^ Ancor cho souenzo gi sea 
remedio a soa messohansa no compir so re uolleìr, cho quello chi più longamcnti 
fa mal e pezo agiustrao ^^ Anchor te digo cho li maluaxi sum mcn mar agurai 
40 quando clli sum punij, cha quando elli passam senssa puniciom. E no digo corno 
monti, ehi dixem cho alcunna fia li maluaxi tornam a bein far e ccssani do mar 
per munitiom; ma digo cho i sum mcior quando olii suiti punij, cha quando [b\ se 
go pordonna li soi mesfati, e aotri [no] no prendem exempio ^^ So e cosea certa: 
66 Pomo mete alcum bem cum lo mal de alcum, quello chi lo recoiuo no e men 



* preponimento sa cossuo la rata conto. Ho tentato di correggere; sa forse per «e, 
che anche altrove trovammo per e {he?). F non ajuta: S il est niuahleet uè tivvt son 
propos il eM dessamblant aux oyseaux. * aìiriornm. ® sit * atiquo * mu-- 
tentur * Eucus ^ cangiar fé * verssi ^ per dee um *" io " nun-ietur 
** Pe che il ms., invece di bem che; ò uno dei tratti più scorretti. ^' Lacuna, 
della qaalo il me. non serba traccia. " per cJie " serea **^ Tutto travisato il 
latino : ncque enim est aìiquid in tam brcpifms vitae meiis ita serum quod expeo 
tare longum inmortalis praesertim animus putet. Forse era un'interrogazione reto- 
rica: [Como] in questa bretie uita ; e tuta aparrà longo .... ? '^ agitrao 

^Ho cercato di agpgiustar le cose aggiungendo un no; ma meglio sarebbe tra- 
sportare questa proporxioncella: e aotri n. pr, ex.^ dopo sum punij. 



Studj liguri. § 2. Testi : 7. lioozio, IV, iv, 85 

mar agarao cha qnello chi a pura malicia? ,, Dixe R: ** Cossi apar. » Dize Pro- 
pheta: " E se Tomo mete mar nouo cum la maruaxitae do quello chi Va tata 
pura» senssa missiom ^ de bem, no soreallu pezo af^urao cha quello a chi se meta 
alcam bem per recouerarllo? ^ Dixe B.: '^ Man desi. „ Dixe Propheta: ** Doncha 
am li maluaxi alcum bem quando elli sum punii, por la dritura de la punicioro ; 5 

* quando elli no sum punij, si assendom in mar nouello, seando quitt de penna, 
e so e mar, segrondo toa conffessiom. „ Dixe B.: ** A so no se pò contrariar. , 
Dixe Propbeta: *' Doncha sum li maluaxi pia malleiti, quando elli sum qaiti 
de penna, cha quando elli sum |)unij dritamenti ; che punir li maluaxi si e drita, 

* no punirlli si e torto. „ Dixe B.: „ A so no se pò contradir. „ Dixe Propheta': ÌÒ 
'*' Asi ma^ se pò nefi^&r che drito no sea bem o cho torto no soa mal. „ Dixe B.: 

* Bem se seorue a la concluxiom dauanti, ma e te quoro se tu ay segano che le 
annime apresso la morte de lo corpo abiam alcum tormento. ^ Dixe Propbeta: 
*Ri, monti e gcrandi [e], de li quai li um per punir le annime per agcror de 
penne, li aotri sum purg-atorij de mem penne. Ma nostra intenciom no e aera 15 
tractar do so, anci de mostrar che la possanssa de li maruaxi, cho tu tef^neiui 
asi [in]deg^na, e niente, e che quelli chi no sum puiiij no sum senssa penna, e che 

lo poeir de mal far, che tu dexiraui tosto esser fìnio, no e monto lonci da la 
firn, e che quanto' [più] elio durerà, più li sera caxom de mar agur. Che li 
maluaxi [sum] più mal agurai quando contra drito sum quiti da penna, cha quando 20 
olii sum punij a drito. n ** Più ueraxo cessa de questa no se pò dir. Ma quando 
e conssidero lo zuegar de li homi, chi e quello chi te uollesse creer? „ dixe R 

* Cossi e — dixe Propbeta — ma so auem [per]ch' ì no pom goardar a lo splen- 
dor de ueritae ni* leuar li ogi, chi sum acostuinai in tenebre, scmegieiui a oxelli 

a chi la nocte da uista e lo iorno auop^ollossa. Che cUi no goardam a Pordem 25 
de le cosse, ma a lor a£feciom, creando cho li maluaxi seam bem agarai pos- 
sando mal far, per so che li par esser quiti da puniciom. Ma goarda che la do* 
rabcr lei a statuio: che quando tu ny formao to cor in boim costumi, tu no ay 
mester [d\ de zuxe chi te renda to logucr, che ti messmo t^e acompagnao a lo 
gram bem; e se tu moti to studio a mar far, no te stor domandar for da ti chi 30 
te punissa, che ti messmo te zuigi per diuersse uie a mar. Che se tu goardi [or] 
a lo cel or a zo^ chi e in terra, senssa che aotro t^auegna cha la r«xoni de to 
diuersso rogoardo, o te parrà che tu sei zointo quando a lo stello quanio a lo 
fango ^; ma li simpli no lo cognossem. Se alcum no auesse may uisto e pen- 
asasse che uista no fosse do perfTeciom d'omo, zuigerumo^ noi che quelli no sum S£» 
auogoUi, chi no lo crem esser? Tui sum quelli chi no crem queste cosse, e asi 
jnar creran se noi proassemo per uiuo raxoim che li otragiaoi sum pezo aguray 
cha li otragiai. „ Dixe B.: "^ So me pur corto. „ Dixe Propbeta: *^ Poi tu penssar 
che li maluaxi no desseruam do esser punij? „ Dixe B.: ** No. „ Dixe Propbeta: 

* Doncha apar che sea mar agurao in pussor may nero, quamdo elio e [inaruaxej. 40 
£ se elio a dcseruio d^^ esser punio, dime, dubierai tu che elio no sea mar aga- 
rao? „ Dixe B.: "^ No. „ Dixe [f. 379 a] Propbeta: ** E se tu fossi lor zuxe, chi 
puniressi tu, o quello chi a faita la iniuria o quello chi Fa receuua? „ Dixe B.: 

* £ f rea punir lo marfator e satisfar a quello a chi fosse fuito otragio ni mar. , 
Dixe Propbeta: ** Doncha terressi tu per più missorto quello chi aucsse faito lo 4i^t 
torto, cha quello chi Pauesse receuuo? „ Dixe B.: ** Cossi apar. „ Dixe Propbeta: 

* Se mallicia de soa natura fa mar agurao lo marfactor, elio apar che chi fa 



* O mistiom? ' dixé B. ' quando * li * orezo\ cfr. F: or por U del 
4t en ìa terre, • fogo ' no zuigeremo noi ® e desviao a ; corre;7go con F. 



86 Parodi , 

malicia a aotrui, cho o eea più mareito ^ cha chi la receiue. Ma li anocaii fam 
aora tato lo contrario, chi se' forssam a inclinar lo zuxo [a] aueir marce de 
quello chi [a] rccouuo lo dano, habiando lo marfactor maor moster de miseeri- 
cordia. Cha li maluaxi doueream eeser menai dauanti li zuxi no per corrosso 
<*> ma per piotae, corno ee mennam li maroti dauanti li mexi, a so che li zuxi per 
drita via gi leuassem mallicia de pechao ; e cossi no auoream mester de auocati 
per si doffender, e so li uollessem aueir, li deueream cambiar la deffénssiom in 
acussaciom. E se li maluaxi coj^i'nossessom questa tanta uirtue, olii no aueream 
mester de dcffcndcaor, ma se manterroam do lo tute in la [b] noUuntae de Ta- 

10 cussaor e do li zuxi; e cossi no auerea ay[n]a lop^o in cor de homo eauio, che 
alcum no dessama li boim, e raxom no dixe de dessamar li maluaxL Còssi Bo[m] 
uicio e marotia de cor corno lanp^or e marotia de corpo; e corno lo maroto cor- 
poralmenti no a moster do esser abandonao, mu ne de aueir cbaum pietae, assai 
più se de aueir missericordia de li maroti do cor, a no perssefifuirlli crudermenti, 

15 per so cho la maluaxitae che elli am e più greue cha marotia de corpo. „ 

IV. lite PropJieta reprendit ilios, qui conantur muìtos ad mortem deducere. 

Perche' anduuoi si forte no scay [re], raxom segui(r) 

a cerchar a mani la morte, e tens8o[mJ schiuai* e fuzi(r); 

chi presta uem sonssa apellar no demenai forssenarìa 

e fa caualli tosto andari* [a] alcum •, 

20 e pezo* fai cha* li saluaigi si conio a uoi piaxcrea 90 

orssi, chi per fer coragi |c] o aueneiuer serea. 

se scnrpentam cum lì denti? Ma conio sauio sor far. 

Per Dee. no fai sangonenti quello cbi uol bem guereza *'*, 

li cotelli, che auei torto ^; a li boim do bem uolleir 

25 seay tutor de bum ' conlTorto; e de li ree pictae aueir. 35 

V. llic osteudit Propheta cur tnalli[s] aìiquando contingat bonum et e contierssth 
et hoc facìt reicerc " quafmjdam questione[m] difficUìc[m] ad soluendunu. 

** Alcbum homo no dcxira esser exiliao, soffmitosso ni aontao; auanti uor abon- 
dar de ricbesso e possansso, per star in paxe in soa citac, per so che in questa 
mainerà pò '- meio tractar onere do perffociom e goucrnar lo pouo e far " parti- 
clpar in lor bìans^a. Ma le carcere e li tormenti sum benne per li citaym de 

40 malia vita; ma li boim sofferem li mai cho li maifatoi deueream portar, e li 
maruaxi am li guierdom do uirtue, che so doni dar a li pordomi — dixe B. — 
Saveressime tu dir la ooncluxiom de questa raxom? Per so che e me mcraucgie- 
rea, se e no creesse che aucntura sonssa raxom so besturnasse; che la gouerna- 
ciom de Dee me xboisso tute, chi alcunna fìaa fa bem a li boim e mar a li mal- 

45 naxi, [e aotra fiaa da ali maluaxi | so cho elli dexiram e fa ^* mar a li boim^. 
Se tu no go troni d] raxom« cbe diiforonoia serea inter so e le ouero do for> 
tanna?, Dixe Propheta: * So no e morauogia, che o par che alcunne cosse 
seam doisordonao e ooniTusse, de cho homo no imi la raxom. Ma tu sai che Dee 
chi e bom gouerna lo mondo, si che unohor ohe tu no sapi la caxom de so or- 

50 dem, tu no dey dubiar cho tut<> cosse no seam bem taite. ^ 



* Da corregger fM(rro/<>? */> ' /VivAr* */vr#<> ^ che a • /or/i; cfr. B: 
tion est iusta . . . ratio, ' Oìt>^ />i»iwi. * schiuar • alcum ììoho seguia, F : Ne de- 
mener forsenene A nul tattt aoit de ma rie ' #iV . l\mie corrt»irgere ? Forse : fsej seno s.f 
^^BitL per guierdonarX " medicm^ »*/»!»»• »* Noi ms., far Ta innanzi a ^o- 
uernar, " far *• Dopo òifim^ sopprimo lo parole «■ a li maìuaxi. 



Studj liguri. § 2. Tosti: 7. Boozio, IV, v, vi. 87 

V. Hic Fropluita uult [ostetxdere] homines quando nessiunt camsam rey quod 
no[n] intelliguHt, multum admirare quod (aìiquid) possit esse, 

Qaelli ohi no sam la raxom e ei ne parllam li pussor 

comò corre septentriom, corno ee so fosse beror; 10 

■o e lo carro sam Martim e za no so meraaegiam 

chi pur ^ torna a la soa ^m, de so, che abasso negam 

Bum lo qaal nira lo cel, lo mar chi la ri uà assaota 

si par merauegia e fer. e sol chi forte schaoda, 

Quando e tuta pinna la lunna, che uoir e cessa longiera, 15 

•e o gè uem oscuressa alcanna, ma forte e a saueir la mainerà'. 

VI. Quia B. posuft questiotieSy sequitur para in qua Propheta uult dictis questio- 
nibus respotidere^ et estendere qua re bonis ali [f. ^SXki\quando continga [n]t 
malia et malli 8e(m>pe(r) prosperentur. 

* Coesi e; [ma] za che da ti uein lo dom de desscrouir la raxom che tenebria 
asscurisso, e te prcaro che tu me manifesti so de che e me meraue^io e turbo. „ 
Dix Propheta: "Tute gcneracioim e processi de natura p[r]ondom soa causa, 
ordem e forma de lo certo e fermo stao de rintenciom do Dee, chi e souranna 20 
bontae e ordcua le cosse in diuersse mainerò; le quao diueresitae sum apellae 
deetinaciom, (le quai uè homo leuementi per prouidcncia) ', chi dixo Tordcm de la 
raxom do le cosso deffor, zointe e departio in lo meo che despìe^a * oeraxe pro- 
aidencia, chi contem tute cosse im si, quanto elle seam diuersse e sonssa nomerò; 
ancor che ordenaciom ® lo ordena in so moni mento, loffo e forma e temi)0. Si che 25 
quelli ordem temperai, cossi de8[)ie?ai, quando olii sum simplcnientì in 1^ in- 
tendimento do Dee, si e prouidcncia; ma quando simplcssa se departe im le 
cosse terrenne in dìuerssi tempi, si e destinacìom. Ma ancor che queste dee cosse 
seam diuersse. Tuona uem da Taotra, che T ordem de rìestinaciom uem da la 
eìmple prouidcncia. Si corno Touerer a in** so cor la forma do so che elio uol 30 
far, per che homo uo la materia e Touera dofTor per corsso de [A] tempo, cossi 
la Eimple prouidcncia do Dee ordena e ferma singutarmenti so che a de far, e 
per destinaciom ordena e ferma sinj;>:ularmenti e in diuersse mainerò e tempi 
so che ella aprouista; si eh* e guissa de destinaciom missa in onera, o per spi- 
ricti chi seruam a la prouidcncia de Dee, o per aunima, o per officio de natura, 35 
o per mouimento de stelle e per uirtue d'anjj^elli, o per diueresi inzcgni de de- 
monnij. linde certo che prouidcncia e la forma de lo coeso chi dem esser faito 
staber e bonna^ ma distinaciom e ordem muaber in lo tempo, cho la simple 
prouidcncia a ordenao. Per so tute so chi e sugieto a destinaciom, e soteniisdo 
a prouidenoia, che destinaciom messma g^e subieta; e alcunne cosso sum chi 40 
passam e souermontam Tordem de distinaciom, so sum quelle qui sum zointe e 
presso do Dee, si ferme che mutaciom do distinaciom [a lor] no se dcstcnde. 
Como pussor roe se tornam sum um pointo, seando Tanna inter Taotra, e quella 



* più *Mal tradotto. ' La confusione è grande; ma sopprimondo questo 
periodetto, tì ei rimedia in parte. Esso tuttavìa risponde al lat. : qui modus cum 
in ipsa divinae intellìgentiae puritate couspiciturf prouidentìa nominaiiir ; ondo 
sarebbe forse da inserire dopo mainere, così : le quai ce howofin la mente de Dee] 
per pr. ; ma la diuerssitae ecc. * despogia ^ destinaciom Y * Si legge 
piuttosto am. ^ bonne 



88 Parodi , 

chi e pia presso de Io pointo, chi e bo cent[r]o, a inem monìmonto e qaassi e 
comò ^ cent[r]o de lo aotre chi se gè mouem d'intorno, e quella chi pia e^aloi- 
tanna ee moae im niaor epacio, e ee alcana cosea so zonse a lo pointo li eo eia 
eenesa mouerese ^ ; bì che per queste raxoim ^ chi pia s'alarla * da Dee a maor mo- 
5 nimento de destinacioin, e quello chi più s^aproxima a Dee e più francho da lo 
dicto mouinfiento, [e] so e chi se zonsse cum lui no a pointo de mooimento, ma 
fuze tuta mutaciom o destinaciom. Cho si corno lo corso ^ de raxom, chi uà da um 
logo a um aotro e proa unna cossa per unna aotra, e comperao a lo intelleto, chi 
cognosse ihaira ueritue, e a Dee [zo] chi [s^] inzcner , [e tempo a] perpetaitae ^, 

ID e lo cercuUo a lo contro; cossi e compara la mutaciom de destinaciom a ^ la proui- 
dencia ferma e staber, chi mone lo cel e atempura li allimentì inseme, ohe Vuin 
transmua Taotro e tra a soa natura, e rcnoua li corsi ^ de lo cosse chi nassem e ee 
corrompom, per semonsse e per fructo chi rendem, e inclue* le ouere humanne 
per zonzimento, si cho *^ no pom perir; che elle am lor principio da la prouidencia 

15 chi e staber e chi le gouerna, la quar n) se moue de lo intendimento de Dee, 
chi rootrensso lo cosse muubcr in soa propria formeBsa, che aotramenti chan- 
celleream. Lo quar ordem tu no poi co^nosser; per che te seme^iam le auenture 
mondanno conffusse e storbee, ma elle am certe maynere chi le adrissam a bem; 
che Tomo non fa alcunna cossa per intencium de mar, ni etiamde so che li 

20 maruaxi fam, cho elli lo fam por inteneiom de aueir bcm, ma aror li bestorna. 
Ma tu me dirai: che pò esser più dessnrdcnao che a li boim uem alcunna fiaa 
bcm e aotra fìa mal, e semogiciuer a li maruaxi ?^^ Or me di so li homi am 
si ihaira cop^nossenssa, che [d] cUi no fallem a zuigar quai Bum li boim e qaai 
Bum li re '^ Certo le opinioim de li homi sum diuersse, che so che li um tennem 

25 bom, li aotri tennem maluaxo *^ Ma noi crearne ohe alcum sea chi possa cognoe- 
Bcr li boim e li maluaxi, poa che olio cognosse lo condicio! m de li cor, che di- 
uorssifficam a lo " fuer do le complcxoim de li corpi; che cossi e de li cor corno 
do li corpi, a li quai a Tum e couegiioiuer cossa doco o suauc, e a Paotro amare 
o agro e ponzante. E se so par merauegia a chi no cognosBe le complexoim, 

80 60 no par miga a li fìxichi, chi cognossem lo atemperamonto de li corpi. E cossi 
do li cor, chi sum maroti per uicij e saim per uirtue, li quai no pò '^ bem co- 
gnossor aotri cha Dee, chi e gouernaor, phillo8S3{fo de li cor per soa prouiden- 
cia, chi uè da Taotu funestra so che fa mester a caschum, e si T aministra per 
bella merauegia do destinaciom Cho quelli chi no sam la raxom, so meraue- 

3r> giam do so che fa quello chi la sa; per so cho alchunna fìa crei che soa drito, 
fii e aotramenti dauanti (fucilo chi tuto sa. Lucham, nostro fumilliar, dixe cha 
la caxom chi tuto uensse piaxo a Dee, e la caxom chi e uenesua, chi fa so che 
li homi penssam, piaxo a chaum ^^; so e a dir cho le caxoim che Dee a ordenae 
am somper uictoria e no fallem, ma quello a chi [f. 381 a] li homi goardam 

40 Bum nanne e uennom faille. Ver che sapi cho tuto so chi uem centra speranssa 
e ordenao a drito, ancor che so paira conffuxiom a monte opinioim. So alcum 
e si bem condicionao che elio soa bom a lo zuigar de D^e e de li homi, e " elio 
no a gram cor in tuto lo auorsitae: lasserà olio soa benna vita, per so che a no li 



* quessi corno e • mornesse ^ si che sta nel ms. dopo rnxoim, * a alar- 
pam ^ corpo « Cfr. B. 110, 75 sg. ^ e » corpi « incluem ^ Da 
leggere : jt>er zmiz. [de caxoim] chi no pom p,? " Qui sopprimo un dixe B, 
" Sopprimo dixe Vrophiia, ^^ maluaxi '* // ^^ ^it»m ^^ Per * Ca- 

tone 'I " se 



SLiuìj liguri. § 2. Tosti: 7. Boa/.io, IV, vi. 89 

Bea narssna a deffendorllo da eoa mosseronssa '? No, che Dee lo 6par^liera^ 
che auer»KÌtao no lo fcisse maruaxe, per no dar penne a quelli a chi elle no eum 
conaegneiuer. Or um aotro pim de uirtue ò [si] amif^o do Dee, che ' penesa Dee 
che peccao eerea se alcum mal gè ucgni^se ni marotìa de corpo; per eo no lassa 
che a li^ neprna; che Deo^ disse che li homi porfTeti am si cdifficao lo lorcor*, 5 
cha alchunna aaerssitae no li pò auegnir. E souenzo auem che li hoim sum 
missi in aota gouernaciom per abassar mallicia, chi tropo aota^ eresse; aotra 
fia departp De [a] alcum, se^^ondo le condicioim de li cor, e aotra iiay ponze', 
a 80 che eli! no orjoroioxissem. [A] aotri manda trihullaciom per conffermar lor 
airtae per ussaio do paciencia; e aotri am paor de intcrprendcr più che [ò] elli 10 
no pom compir, e a questi manda tribulnciom a so che elli se cop;'nossain. A. 
aotri lassa achutar nome ^loriosso in questo mondo, por morir honoreiuermenti; 
aotri da[m] exompio de soffrir tormenti, senssa punssor de esser ucnsui, per mostrar 
che airfcue no pò esser uenssua per mar. £ de tute queste cosse no de alcum 
dubitar che olle no seam faite ordenamenti e [a] bom, si comò apar per lo bem 15 
chi auem a tuti quelli in chi li bem sum departij. E per queste caxoiin auem 
a li maluaxi aor prosperitae, aera auerssitae; e de le auersnitue no dubie alchum 
che no li uegnain a bom drito. Che li lor tormenti fam alcum sostrar de mar 
e oaatigram lor mallicia, e la prosperi ìjtae lor insseprna a li boini che faìta ella 
e, quando ella serue cotfsi inprouistameuti a li re. Clio alcum sum grossi, che 20 
quando li falle alcanna cossa tcmpurul, per (juoUa adcuom che elli se abandonnam 
a tute malicie; perche Dee li consaento [rich g(;a], a so che elli cessem de tanto 
mal far. Un(de) aotro so sente tacao do uicio e uo che elio a prosperitae; si se 
aoffere do mal far per paor de perder, e lassa '-* soa mallicia. Aotri sum alcunna 
fia cheiti in [e] messauontura, che elli aueam dcsoruio aquik<tnndo tanta prospe- 25 
ritae. (Alcum am prosperitae) *^; alcum am i)oeir de exercitar li boim e punir li 
maluaxi; che cossi conio inter li boim o li maruaxi no e pointo de acordio, ni 
li maluaxi Tarn inter lor. E so ito e meraue^ia; che elli messmi no pom acor* 
dar lor^' cor, anci fam souensso so che so cor dixe de lassar. De che auem bella 
merauegia do la prouidencia de Dee, che li maluaxi fam souensso de li re boim. ^ 
Vogando che de malicia li uem grande uilania, si prendem ayna centra malli- 
cia e 80 ternani a lo contrario, so e a uirtue, per esser desemegeiui de quelli 
che elli dessaman. Dee eollamenti a ^* questo poeir, che lo mal li sea bom, e se 
alchunna cessa lassa Tordem special per alcum sembiante, ella caze in um aotro; 
ai e che cossa no pò esser dessordenaa in lo reame de prouidencia. Per che lo 35 
Crrego dixe: '^Dee a tortissima uistu, chi u tute prone,,, si che alchum no pò 
comprender lo soe onere, e quando elio goarda so che elio a faito, elio deschassa 
tuti mai. Si che [a] considerar Tordcm de soa prouidencia, no trouerui pointo 
de mal in terra, anchor che [(l\ scmbi che grande abondancia gè ne sea. Ma 
per soche tu no diessi longa [questa] raxom, e te diro alquante parolle rismae, 40 
A 80 che possi sostegnoi so che uom aiiresso. „ 



* Tutto frainteso. - ifparmierea * chi * che a no li ; ma il senso zop- 
pica sempre. * Errore. ® 1. c^rpo'if ^ aora ** ponzem ^ lussam 
* Paro erroneo. ^^ Da correggere aconìurae coni' '^ a soliamenfi 



90 



Parodi , 



5 



10 



25 



30 



35 



40 



VI. Hie Prophefa posfquam determinami questiotfcs predictas, (adendo metteionem 
in aoluptione^ de prouidencia Bey et de fa(c)to^ unìt nos inuitare ad cogita- 
cionetn altitudinis summi Dey, 



Se paramenti noi ueir 

lo drito do De e so pocir, 

goarda sa in la celestiale 

unde mai no e molestia; 

chi da lui le ^oerre desschassa 

a li alimenti lassa. 

Primo tempo [fa] fior[ir] buxom 

e la' stai sechar messom; 

tuto mete in so camim 

chi lo fa ueii^nir » firn. 

Como sauio do dritura, 



De, che Ta misso in andeara, 
de corsso [a] metuo ley staber, 
iasta de lui^ e duraber. 
Che so elle ^ Is^justallassom, 
che semper no retornassem, 
tuto so eh' e ordem certam 
deuerrea fallente e uam, 
che za no auorea duraa 
alcunna cessa, so retornaa 
no feisse a lo comenssamento, 
[a p]render e dar fermamento. 



y\L [f. 382a] llic proba f. Prophefa omvem fortttnam tam aduerssam quam prò- 
sperarti bonam esse et utillem uoUentibus eam pacieuti animo tollerare, 

** Tute maynero de fortunna sum bonne ^. Dìxo B. : "Como pò so esser?,, 
Dixe Propheta: ** Tuto fortunne, o piaxeiuer o aspcro, sum o per p^uierdonar o 
per exercitar li pordomi, o per punir o per mondar li maluaxi; si cho chaunna 
fortunna e driturera e proftbtoiuer. Se ella e driturora si e benna, e se la e prof- 
foteiuer si e benna. „ Dixe i3.: ** So e ueir, ma lo comum parllar de li homi 
dixe* souensso cho alchum am rea fortunna. „ Dixe Propheta: ** Voi tu che noi 
parliemo um pocbo a la maynera de lo pouo, a so che no payra cho tropo se 
allargemo ^ da lo comum ussaio? „ Dixo B. : ** Si. „ Dixe Propheta: " Alchum 
sum uirtuosi im auerssitae e per auer^sitae se tram a onere de uirtue, si che 
fortunna aduerssaria li e proifeteiuer. La fortunna aspcra chi punisse e reffrenna 
li maluaxi tem lo pone a bonna? „ Dixe B. : ** No. „ Dixe Propheta: ** Doncha 
la fortunna chi auom a li uirtuoxi e bonna; a li maluaxi tute fortunne eum 
reo. „ Dixe B.: ** Certo so e ueir. „ Dixe Propheta: ** Ma alcum no lo sa otriar. 
[^] Per so no do homo uirtnosso tener a ® grene, se elio cazo in contumacio do 
fortunna, comò lo prò caualler quando se cria a le arme; che a Tum e® a Paotro 
e apareg^iaa materia '^ o de gloria acreesor a lo caualler, o d'acresser nirtuo a 
Io uirtuosso. Per cho uoi perchassai uirtue, no uo inuollupey in lasso de dillicie, 
asi in pegricie; che tropo pronderessi uspcra batagia centra fortunna, e perito 
cho auerssitae no uè abatesse e dubio che ioya no uè coroseasso ^K Teneiue fermi 
in lo mezo; che chi e più o mon, ueraxe uirtue lo desprexia, senssa dargi pointo 
de guierdom do so trauagio. In nostra mam auey lo pocy do uostra fortunna 
far bonna o rea, cho tuto fortunno chi parem aspere ponzem , se elle no sum 
45 correzue ". , 



SO 



* soluciptione * Forse : in Vaire celeste^ che assonerebbe con molestie, Cfr. F : 
lìegarde vera U del en haitlt Si trouueras que riens n y fault, ' de, Cfr. F : 
Si fait printemps fiorir buissons Et est(r)e seidte les tnoissons, * Da correg- 
gere ? * ellem • dixem ; o forse : // comum parllar ? "^ se alleeremo * e 
• che '•* aparegiao martirio ^^ Mal tradotto. " Mal tradotto e inintelligihile. 



Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio, IV, vii; V, i. 91 

VII. Hie uult Propheta inuHare unum quemquc * ad perei pitmdam ulrtutem, osten- 
dena quod uirtus est illa soUa quae non frangit in aduerssis, 

Qaando Paris Hellena raaì, Erchulles ftofTri g^raym tranagi: 15 

Io rei do li Grezi se proni la gente mezi caualH 

de oete e nanirio, per circondar eotemisse ' a so tallente 

Troia per lo frai uengiar. e oxelli feri * nollento, 

5 E per leuar a li spirti so uicio e Io leom scortega 

de soa fija fé sacrifficio; e de la pelle, se amanta. 20 

[e] e a so che da li dee moniciom Tante aue de forte aucntare, 

aaetso [e] ministraciom, conno cointam le scripture, 

le osse dcssoterar che qnando fo asay traaagi[a]o 

10 fé de so paire [e] bruxar. da li dee fo assatao. 

La gaorra dora' X a^ni A um bom ansempio u^'adrizai 25 

e fum Tonssui ti Priami. e cum li forti andar uogiay, 

8oi dani piansse UJlixes e ueirey che uau a ^ quore ' 

e dcgolla Pollixenes. li cel chi am aenssae lo toro. 

LlBBO V. 

Incipit liber quintus B.^ in quo disputaft/ de casu et fortuna^ de* conueniencia 
et differencia inter liberum orbitìHum et diuinam prouidenciam , interrogans 
etiam si aliquis sit casus^ et si est quid sif, querendo etiani [si] verotn sit li' 
berotn arbit rioni, et si e'it quid sit. 

I. *Toi amonimonti sum drituror, ma e te prego che tu me digi che cossa e 
aaentura. „ Dlxo Propheta : *" Caxo(m) e [d] auentura no e aotra coesa cha lo nomo 30 
cbe 7 am, che za che De statai e ordcna ogni cosna, questa auentura no pò 
aoeir lego scussa caxom. Per cbe cuxo(m) ni auentura no pò esser in la guissa 
chi o dita, che quando Pomo fa alcunna cessa e aotra menti auein che olio no 
aperaua, so e auentura; corno so um homo cauasso e truuasso tessero, li homi 
dixem che so e auentura. E si no uem miga da niente, ma g^e caxom, che * se 35 
mete inseme senssa prouixiom, per che upar che sea [auentura]. Che se alcum 
no auesee mioso Io tessero unde elio cauaua, so no serea auegnuo; e so e la 
caxom de auentura, quando diuersse caxoim se asscmbiam senssa le intencioim 
de quelli chi so fam ; che quello chi cauaua no intendea trouar thessoro, e quello 
chi gè lo misse no auea intonciom che quello Io trouasse. Ma questo auegni- 40 
mento fa Pordum de prouidcucia, chi chaunna cossa mete a prouidimunto e a 
drito tempo, corno se couem. „ 

I. Hicprobat Proprietà quod casus est inopinate rey euentus *® e^ (cir)cumfiuentibus 
causis in iis *^ que o[b] aliud gerutitur ^'\ et hoc probat per similitudincm *-\ 



* quamque ' durar ' sotemisso * ferir * n * vana "* querem; cfr. 
F: Et veez que ceulx vont requerre Le ciel qui ont vaincu la terre, * ce ' che 
étta ^ coiUis " et uia " Questa rubrica non è altro cbe la definizione 
del * casus*, data dal testo latino in fine della Prosa I: Licet igitur definire ca- 
aum esse inapinatum ex confluentibus causis in his quae ob aliquid geruntur even- 
tunu " Oravo lacuna, non indicata nel mss. Manca probabilmente un foglio. 



45 



92 Parodi, 

ni. [f. 388rt] h'ic ponit Propheta quod Dei48 ab eterno no soìhnn omnia prouidit 
et facta hominum /cjoffvossitf sed cumsequitur uoluntas ìwminum per Oberi 
arhitrìi facultatem; et ostendit quod nichil potest fallire diuina prouidencitt» 
Amen K 

Tum ego: [En] inquam^, ** Proao che libero arbitrio e, aor nasBe maor qae- 
Btiom, che tropo par esser contraria cessa esso diuinna prouidencia, si corno e 
dito, e esser libero arbitrio; che se Dee uè tute cosse e per nissum moo pò esser 
fallio, bossogno e che ue^^na quello, chi la prouidencia aprouista uegnir. Unde 
5 se Dee ab eterno a cognossuo no sollanienti li faiti do li homi, ma etiamdee li 
segni e le uoliuntae, niente serea libertae de lo arbitrio, ni faito ni uoUuntae pò 
esser aotramenti [cha] comò elio a prouisto. Che se pò esser aotramenti, no eerea 
ferma pressioncia de quella cessa chi auem in lo tempo che uenira, ma 8er[e]a 
opiniom incerta; la quar cossa e follia sentir de Dee. Ni no me piaxe quella 

10 raxom de alchum, chi so forssam de soluer questa questiom per questo moo: la 
cessa no do uegnir per so che 1* aprouista Dee, ma e per lo conuersso: Dee la 
prono per so che ella de uegnir. In questo moo e neccessaiio tornar in la con- 
traria parte, che no e neccessario auegnir quelle cosso chi sum prouiste, ma [bl 
olio e ' neccessario prouey le cosse * chi dem auegnir. Quaxi so affuige cum du- 

15 bitanssa ^ quar sca la caxom, de Tunna a Paotra, o la pressencia e cuxom de le 
rosee, o le cosso chi dem auenir sum caxom de la prossencia. Ma noi * [inten- 
derne] ^ demostrar, [qualunque se eea] Tordem de caxom % lo auegnimento de le 
cosse sapue inanti esser neccessario. 3Ia e intendo proar lo principal proponi- 
mento per questo moo^: so ^° alcum seze, la opiniom chi penssa quello sezer e 

20 neccessario esser ueraxo, e per lo contrario se elio e uey che elio seze, elio e 
neccessario seze: adoncha e in Tunna i>arte e in Taotra necccssitae, in Tunna 
de sezer e in Paotra do ueritae. Ma per so nigum sezo che " sea ueritae, ma 
elio e la ueritae imperso che elio seze. E cossi cum so sea cossa che la raxom 
de la ueritae procea pu da Tunna de le parte, anchora a intrambc lo parte e 

25 comunna necccssitae. Somegieuer[menti so] pò raxonaa de la prouidencia e do 
le cosse chi dem auegnir; che se elle sum prouisto impcrsso che elle dem de- 
nenir, e no auennem per so che olle " fom prouiste, no per quello men e nec- 
ccssitae in Tunna parte che in Taotra; che elo e nessessitae che elle auegnam, 
e necccssitae che elle seam prouiste; la quar cossa [e] assai destrue lo libero 

30 arbitrio. „ 



* Questa rubrica pare si riferisca a tutta Targomentazione e non alla sola terza 
Prosa. Forse ^ da leggere: .... f^ed facta hominum et Consilia vòluntatesqne prae- 
noscit (cfr. B, p. 126, 8 sg.). Inde consequitur — facultatem. Etiam ostendU . . . 
* Cum ego inquam il ms. Sono le prime parole della Prosa III nel testo latino. 
Questo modo d'introdurre i capitoli e lo argomentazioni si fa ora generale nel 
nostro testo, ma non mi risulta che sia lo stesso pel codice francese, del quale 
anzi dubito, se abbia più da faro con esso. Forse il testo genovese dipende d*ora 
innanzi direttamente dal latino, ma i brevi tratti che conosco di F non mi per- 
mettono di giudicar con sicurezza. ^ a * Sopprimo dopo cosse lo parole 
chi sum prouiste. * La traduzione zop]>tca tutta più che mai. ^ no ne ^ Si 
capisce facilmente come -demo (forse Ited,^ donde ne d.) potesse cadere. * Sop- 
primo qui: ni p*^ quello ordem (cioè or dem^ cfr. n. 5) demostra^ ripetizione er- 
ronea. ^Sopprimo, dopo moo^ un'intera propi>sizione : Se elio segue la opiniom 
che penssa quello seguir, È evidentemente un duplicato, più scorretto, di quello 
che ¥ien dopo. ^" so e ^^ intondi: Ma uigun seze per so che ... ^' elle no 



Stuilj liguri. § 2. Tosti: 7. Hoe/.io, V, in. 91^ 

Jam nero guani preposterum ^ L'orde in pre poeterò e contrario do lo naturar 
recto, zoo quello dauantt dercr o quello derer dauanti; e de so e arpfomcntao che 
1a preesencia do Dee sea raxom de ue^^nir le coseo e no lo contrario, che coese 
team raxom pressencial. Or torncmo a lo proponimento. In questa parte intende 
proa che Io cosse no sum raxom do la prcssoncia, ma la conssequencia; che 5- 
Dee ea cossi le cosso chi dcm auegnir comò lo paseae, che elio o eternai, ma le 
cosse no sum mii^a raxom do la prcssuncìa. 

* Adoncha in lo cosso chi dem aueffnir '. . . Anchora si comò quando e so unna 
eeeee presscnte, olla o do net^.cosBitne, cossi quando e so cho ella debia aaep^nir 
ella ueraxe ncccossitne; e cossi Io u'.ic^nimento do la corisa [sapua] auanti no 10 
te pò schiuar Anchora finalmonti t>o ulcum penosa la cessa in uotra maynera 
ehe ella e, quella no sicnciu ma o faossa opinìom, loitanna da sìcncia; unde so 
alconna coesa douosso^ aucprnir cho lo so auopfnimonto no sea certo, corno so 
porrà comprender che ella debia auo^nir? Cossi corno la siencia no de esser 
roeeiha cum la falsìtao\ cossi la cessa conscua^ do quella no de esser aotra* 15 
menti cha comò (la cossu) e consscua; o questa e la raxom [d] che la siencia no 

a boxia, che bcsso^na cho la cessa sea comò ella o conccuua. Adoncha comò 
coj^nosso Dee le cosse cho dem auopfnir no corte P Se Dee le cognosse che elle 
dem aucf^nir do certo, le qutio cosso ctiumdeo sum possiber no uegnìr, e si elio 
so infrena *; la quar cessa o follia no pu ^ sentir do Dee ma dirllo. E se o Io uo 20 
si che lo ® cop^nossa quelle cosso pooir ucp^nir e no ucprnir, che pressencia e que- 
sta *, la quar e niente certa e niente stabcr? e che ditfcrencia scrca intcr quella 
de Dee e Thirexia *^? Chi se inffenzeiua adouinar ^', sperando: quello che e dro 
o elio sera o no sera; e seno te^nuo sauio se elio sera, e troucro caxom [so elio 
no sera]. Anchora che differencia screa de quella do Dee a quella do li homi, li 25 
qaai su le cosse no certo ^'^ no am zuixio? l'cr la quar cossa e da conclucr cho 
con so sea cossa che apresso quella fontnnna de la prouidentia scam tute cosso 
terminae certanno certamenti, e de ncccesaitae ueraxe tutto quello cho elio proue; 
e cossi segue che no sea libero arbitrio, Io quar lu prouidencia do Dee constrenzo 
e lìija a um ouognimento „. Quo semel rec^pto '^ Fuiti monti argumenti che lo HO 
libero arbitrio no sea, aor segue pur in lo [f. 384a] contrario per monti argumenti 
cho elio sea, e per monte raxoim e consseciucncie. Adoncha dixo e segue: 

* Se lo libero arbitrio no e, monti ^* guai '•'* k>i *^ [no] sejrue. Lo primo, che indemo 
o mal e proponui ^^ e day guierdom a li boim e penne a li ree, li quai no a(m) 
meritao la libertai de li annimi, costreiti a far so cho e faito, bcm e mal. Lo 35 
segondo, par iniquissimo quello chi e dicto eciuissimo, so e punir li reo e remu- 
nerar li boim, li quui no am receuua la uolluntue ma la necessitao. Lo torsso, 

no serca difTerencia da li boim a li ree: de la quar cessa nissunna se pò pen- 
ssar [pu maruaxe] ***. Lo quarto, seguirea che li nostri uicij se refferissem a Dee *^ 



* Cfr. B, p. 127, 45. Nel seguente breve tratto, è come un commento e un rias- 
sunto, che fa il traduttore, deirurgomentazioiie di Boezio ' Lacuna non in- 
diiuita. Non ò ben certo a cho risponda questo periodetto interrotto. Cfr. il la- 
tino, p. TiT, 45-50. * deuesftcr * fellicitue * conceìtsiia ^e ne elle se npgauam 
* più ^ e se o le uè citi tse le. ® quella questa *® Chirexia " adeiuar 
^ m le cosse no cretem ; cfr. B : si uii Iwmines incerta iudicat, quorum est incertua 
0W€nius. F non aiuta: dea Iwmmes de ce qu ih cuident auent'r oté twn auenir, 
" Cfr. B, p. 128, 81 sg. "i» monti *^ grai "s« ^"^ proponuo "B sedie- 
roUus- ** Sopprimo una proposizione, che mi sembra lo stesso di quella che 
Mgue: ni aerea caxom de quello. 



94 Parodi, 

Lo quinto, no Borea eperanssa * ni caxom do pregar Dee, ni sperar alcnm bem. 
E che seruirea * sperar o preg-ar alcbum beni, seando lo cosse protrae o sperae 
astrcite a lo esser? E si olio aerea leuao • uia quello [commercio] de orar e 
pregar intor Deo e li homi, per lo quar noi si * possamo esser conzointi cuni Dee; 
5 che cossi la hu manna goneraciom sorea habandonaa da speranssa de la eoa fon* 
tanna, si corno e dito do soura. „ 

III. Hic Propheta facii quamdam €xlh]clamaci<ynemy comodo potest esse quod prò- 
uidenvia Dcy et liberom arbitriom inter se repugnant , si unum dependet ex 
altero ; quod ostendit euenire ex uicio Giostri intellectus. 

Quenam dtscors federa ^ In questa parte fa unna exclaniaciom de unna grande 
morauegia, sou che doe cosso intrambo ueraxe e nere se discordcm, chi e contra 
le raxoini de tuti li fìUo^soffi. Che elio e dita^ la natura de la prouidencia, 

10 confTuimaa da tuti fìllossofH, e dita la natura de lo lìbero arbitrio, conffermaa 
Bomogieiuementi, habiando ucritai cassclium per sì. Conssiderai Tum cum Taotro, 
Tum dodtreu88e ^ Taotro, si corno e proao, e persso adoncha dixo : ** Che merauegia 
e questa, che doi sauij uey si discord e m ? „ 

Sed mens cecis. In questa parte dixo: " Como pò esser? Ch'e aparencia, per 

15 delTeto do nostro intellecto, chi par cossi, e no o corno par; che io intellecto 
graua[o] do la carne no pò ueir tanta sutigìtae. „ 

Sed cur tanto. Dixe : *^ Se lo intellcto no pò montar si aoto, i}er cho so affaìga 
do montar? O elio sento la ucrìtae o olio no la sente. So elio la sonte, per che 
uà olio cerchando so che elio le] a? o se elio no la sento ni sa so cho olio uà 

20 cerchando, lo scgoc quello chi no pò ueir; e so elio cercha quello chi li e negao 
cognosser, elio no lo cognossera. „ 

An cum mentem ^ Metuo la apparencia cum lo doffecto do nostro intellocto, e 
faita inquìxìciom, por la quar par che Tannima nostra abia semenssa e rayxe 
do cognossor sotillmentì, quamuisdeo cho no possa per monti impaihamenti, in 

26 questa parte mete la ueritao segondo soa opiniom, la quar e de • Platom, re- 
proaa por Aristotille e per zcxia. Platom mete lo idee per si da li corpi, e ee- 
megieiucrmenti le annimo humanno creao ab eterno e deputao a li proprij corpi, 
e auanti che olle desmontasscm a li corpi, elle cram pinne de siencia o de uirtue 
e aueream uista questa questiom; ma ìntrai in li corpi, elle perdeiuam le par- 

SO ticullae e teneam le uniuorb^sae, undc dixo de soura: Quod quisque dixit inmemor 
recordatur. Si che chi cercha la ueritao a um abito neutro, ni tuto lo sa ni tuto 
lo ingnora; ma conssando per dotrinna e per usso le parte a lo tuto, che elio 
cpella soma, so e li particullai perdui ^^ a lo so uniuersal, rcsscata-la '^ ma no 
si sotilmonti per la greuossa de lo corpo. E questa e Tintonciom [d] de Boccio e 

85 no de Aristotille, lo quar dixo che nona annima fo creaa in lo tempo, intra in 
lo corpo e o comò una carta rassa e torà, in la quar nissui.na cessa o penta; e 
cercliando *^ e inffussa in lo corpo o inffondaa e creaa ^^ Ma questa sontencia no 
80 acorda ni conuom a la sentoncia ni a le paroUe de Boccio. 



*È inutile e manca a B. * se o serea; F non ajuta. ^se elle seram Iettai 
* no se ^11 Metrum III. ò qui esposto o quasi commontato in prosa, citandoti 
i principj dei versi, donde muovono le varie parti delTesposizione. Noi testo fran- 
cese invece, si continua a tradurre in versi : Quel cause peut mettre discorde Eb 
choses dont l'une s'accorde A l autre ecc. Solo tratto tratto, in mezzo ai vereì fan 
capolino le glosso, in prosa francese. ° dito ^ destrenssa ^ Anchar atm 
mente ^ da ^^produti ^^resscatal ^ì, creando? ^ Da sopprimere F 



-Ì?1J 



Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, V, iv. 95 

IV. Hie Propheta soluit questiones sihi dt'cfas, ostendeìts osschurifatem questionia 
mienìre prò tanfo, quod intelìetiis noster et rack) nom possunt dittine proni- 
dencìe transsendere simpliciiatmi. 

Tum ilìai Vetus haec est, inquit '. Faiti nrp^nmcnti forti [im] intrambe lo parto 
de la qaostiom, in questa parte mctando la raxom in ' lo deffocto de nostro co- 
inio€8Ìmento, lassemo la questiom dieta de eoura, la quar fo ' dito no esser suf- 
ficiente, rcspondando a Io prumer argumento e a unir^ e a disputar quello, mo- 
strando che olio paira bon '^ e no sea. Doncha dixo che la questiom de la prò- 5 
nidencia o antip^a e assai disputaa e mai terminaa"; e Marche Tullio in um 
libero de diuinitae nep^a Dee no aueir pressencia de le cosse chi dem auegnir. 
* Aera ay la caxom do la ossff. 385nr]churitae de la questiom, [so] e che lo in- 
telleto e la raxom homanna no pò montar a la simplicitac de la diuinna pres- 
tencia. La quar, so ella se pò pcnssar per alchum nioo, so pò determinar,,, si 10 
conno se tocha in l'ultima Prossa, in la (luur se tracta la natura de la diuinna 
Prouidcncia, so e do la tcrnitae e do la natura de la ternitae. Ycy questa que- 
stiom. E per so dixo che fiualmenti elio sezora do terminarlla, ma auanti se uol 
ppiar monte notre cosso. ** E imprima e demando per che [quella] responssiom 
doBonra no ual ^ la quar dixo che la pressencia no e eaxom de neccessitae a le 15 
COMO chi dem auegnir, e no impaiha lo libero albitrio. Tu no trai ^ lo argumcnto 
de la neccessitae do le cosse chi dem auecrnir, de nltrunde® se no [che] quelle 
chi Bum prcuezuo no pò star che elle no ue^nam. Adoncha se la prouidencia no 
da nessessitae a le cosse chi dem auej^nir, la guar coesa tu conffessasti poche 
aaanti, li uorentoxi eueprnimenti do ^^ le cosse no som con&treiti a alchum 20 
euento ". E metamo per ìmpossiber ^^ no esser preesancia de lo cosbo chi aue- 
nom : no serea de neccessitae '^. Ancora metamo la pressencia esser, ma no im- 
paihur '^ raueprnimento de le cos^e: unchora stara lo libero arbitrio. E se tu 
dirai la pressencia no esser caxom de neccessitae, ma ella e sep^no che le cosse 
[6] debìam uegnir de neccessitae, dipro che per questo moo se pressencia no 25 
fosse, li ouenti de lo cosse sereani necccsearij; che op^ni %ef^xio mostra pu *^ che 
la cossa sea, ma elio '® no fa quello che elio '^ demostra. Unde e da mostrar in 
prima tute cosso uefi^nir da neccessitae, a so che apaira la pressencia esser segno 
de questa'^ neccessitae. In aotra mainerà, se questa e niente, ni quella no pò 
esser segno do quella cossa chi e nulla. „ 30 

lam uero. In questa parte dixo che la probaciom faita da segni e da ^^ cosso 
preisse deffora, no e souranna^ ni neccessaria probaciom, [ma questa e da trar] 
de*^ conuegneiuer o neccessario caxoim. 

Sed qui fieri potest. In questa parte ressume la questiom de aueir '•** meìor ro- 
specto de Io tempo pressente. ** E corno pò esser che quelle cosse no uuegnam, 35 
le quai [som preuezue che] debiam auegnir? Quaxi che noi creamo che quelle 
cosse, le quae la prouidencia proue che debiam uegnir, no uegnam, no arbi- 



* TV illa, in fine della rubrica, e poi in principio della prosa : Meius hoc est 
in quid. Io ho rimesso il testo latino esatto, solo rispettando la trasposizione di 
inquit, * de ^ fa * Errore? ^ ella paira bonna\ il copista pensava a 
questiom. • mar terminar ^ no ual desoura ^ taxi ° altro unde 
'^ ittt^megienti da " eicento '^ Risponde a 2>08Ìtionis causa, ^' Risponde 
a Dn*ìntera proposizione: num iffitur, quantum ad hoc attinti , quae ex arbitrio 
eueniunt ad neeetaitatem ccffantur? Manca, forso qualcosa. ^* impaihemo ^^ più 
*• ella " ella ^ questa de *• de ^ foranna -^ e de ** aurir 



1K5 Parodi, 

tremo che quamaisdeo che ueprnum ^ La qaar cogsa o uoio che tu eenti 

nieio per questo che e te diro. Xoi ucraino fur^ monte cosse pressente a og:io, 
si corno e in le creature ' chi se peygam aora in sa aera [e] in la, e aotre coese 
a questo moo, e nip:unna ncccossitae ** constrenzor e muar cosso; che inderno 
5 seream le arto ^ se tute cosse se mouesscm constreitc. Adoncha le cosse chi no 
am neccostitae de pressente che olle eum faitc, ucniiem scussa noccespitue, Ni 

so dira alchum ^ che le cosso chi sum in prcsscnto ^ Adoncha debiando 

uegnir ^ elle eram libere. „ 

Sed hoCf inquisì. Aora mua e inforssa le questioim, demandando so do le cosso 

IO incerte, che uor ^^ lo lìbero arbitrio ", pò esser prossencia, che monto se par di- 
scordar; che [se] elle sum proueue, conssep^oir ne de ^^ neccessitae : [se noccessitnc] 
manche, elle '^ no pom za" esser prouezue ^\ e niente no pò comprender la 
scientia '° so no de certo. Or se lo cosse chi sum incerto " firn prouiste quaxi 
certe, questa e unna confussiom '" osscura e opinioni faossa. 

15 Citius errorifi cousaa. In questa parte penne la questiom de questo error, per 
che Tomo no pò zuìpar se de lo cosse do lo libero arbitrio pò esser prcssencio; 
che le cosso che Pomo cop^nosse, elio penssa [che] To uirtuo de cognosse in lo 
cosse e no in Tomo, e elio e tuto lo contrario ; che o^ni cessa chi e cog-nossua, 
no e cogTiossua soffondo soa uirtue, ma sopendo uìrtue do lo coji^nosseor. ** E de 

20 so metnmo uni Id] |)iccm exempio. Um corpo reondo altramenti sente e consi- 
dera ** lo uodeir, aotramenti lo tochar: lo ueir taf^ando da lonzi zita lì raxoi 
de la luxe, e uè tuto quello insomo; lo tochar senssa ueir so apoza a lo corpo 
intorno intorno, e per le parto copnosso tuto lo roondo. Anchora^ aotramenti 
conssideram lo seno de Tomo, aotramenti la inmagrinaciom, aotramenti la Intel- 

25 ligencia ** e aotramenti la raxom. E lo seno conssidera la fìf^ura missn in la su- 
gieta materia; la raxom passa questo e goarda Io aspecto lo quar e in li sin- 
gullai, cum uniuerssal conssideraciom ; Togio do la ìutelligencia e più alto e**, 
passao lo ambito^ do la uniuorssitae, uè quella pura simple forma, la quar a 
nissum aotri e nota, tu e in um pointo. In la quar cessa e da ueir che la uirtue 

30 de soura comprende tute quelle desota, ma la uirtue desota no pò montar a 
quella de soura; che lo seno no pò etra la metheria e la inmap:inaciom no monta 
a le specie uniuerssae, ni la raxom no pò montar a la simple forma do la diuì- 
nìtae. Ma la intclligencìa, si comò goardando souer tute cosse, conseuua la forma 
de tute cosse do sotn, zuiga, ma in moo no [f. 38()a] cognossuo a le aotre uirtuo; 

35 che ella cognosso la unìuorssar de raxom e la figura do la inmaginaciom e [lo 
materiale] de seni-*, [no useando raxom ni inmaginaciom ni seni]; ma [in] 
quello uno momento -'' do mcntt^ -^ ferma " tuto cesse cognossuo. Ma la raxom 

* Supplisci : uihil ,, .ut ercnireìit sui natura necessitatis fiabutase, ^Sopprimo 
queste; cfr. F: nous veons tnoiilt de choses a Vueil tant comme on les ffit'L 
* Corr. * quadrighe*. * neccessaria * aotre • aìchunna ^ Supplisci: 
[quod quae niuìc fìuntj prins quam fìerentj euentura noìi fuerint. Ho soppresso 
qui le parole: elle sum libere^ che forse venivano dopo uentiem setissa neccessitaèy 
unondovisi per mezzo d'un e ^ Risponde al latino : ettam praecognita, • m 
quid ^" chi uè " che u, I. /. arò, manca a B. ^^ coìissego ey uè de ^ ella, 
ridotto da un elle anteriore. " possa ^^ prouezua '* scfa " certe 

*• conffessiom ^'■* considero ^ ane hora '^^ Sopprimo diuinna. * « « 
*• alhitrio -* Manca: nec rat ione utens ne,c imaginatione nec seìtsibus. Proba- 
bilmente, essendo ripotuto seìti nella riga seguento, il copista saltò dall'ono al* 
l'altro. ^ Risponde a iciu, ^ niente *^ Potrebbe rÌ8(>ondoro a formaliier^ 
sicché si 1 ggesse : [uej formai Intente] ; P : il voit toutcs choses formdmenU 



Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, V, iv. 97 

quando ella ji^oarda lo uniuerseur, no ^ ossa nd]o inmaginaciom ni seno , com- 
prende ' le cosse inmagineyuer e senssibor, la quar diffinisse la uniuenea de soa 
conseciom: l'omo e animai raxoneiaor de doi pee. La ^ qnar, seando uniucrssa 
cogiùciom, e cossa raxoneiuer inmagineyuer e ecnssiber; la quar cossa ella ^ 
conssidera per raxoneiuer conzeciom, no ussando inmaginaciom [ni seno]. La 5 
qnar inmaginaciom, etiamdce che ella receiua comensamcnto do ueir e de forma 
da li seni ^, [inlumina tute cosse senssiber, no per seni] ma per inmaginae raxoim 
de znigar. Adoncha uey che in cognoeser tute cbosse chaum ussa auanti soa 
propria facultae che de le cosso cognoRsue; e imperso che ogni zuixio e opera- 
ciom de [lo] zuiga[o]r, e meste che chaum fassa opcraciom de propria possanssa 10 
e no d'aotra. E seando la cossa pur nnna, li moy de zuigar sum dioerssi. „ 



IV. Hic ponit B, quo(l anima nostra menientoin de 



B. Spoglio fonetico e morfologico. 



Avvertenza preliminare. 

Lo spoglio grammaticale e lossico«j;pafico, che prosento in questo pagine 
ai lettori dell' 'Archivio*, ha per suo fonti principalissime i tosti seguenti: 

1. La seconda parte dello antiche 'Rimo* genovesi, da me pubblicata 
nel voi. X deir 'Archivio*, pp. 111-140; e anche la prima parte di esso, 
Arch. Il 164 sgg., specie pel nm. 1\ oltreché per raffronti qua e là ne- 
cessarj. Si citano quelle con rp, queste con ri, aggiungendo l'indicazione 
della poesia e del verso; ma si rimanda genoricamonto ad entrambe le 
parti, colla citazione: 'Anonimo* o 'Rime*. 

2. I testi, da cui incomincia questo paragrafo; e dc^ de*, dc^, de*, se- 
guiti da un solo numero, quello della linea, indicano rispettivamente i 
primi quattro; ps e mu. , accompagnati da due numeri, rappresentano, 
quando paja necessario, il primo la 'Passione*, il secondo i due ultimi 
testi, 6 e 7, che provengono da un medesimo manoscritto. Ma di questo 
ho creduto bone mettere a contributo anche la parto rimasta inedita, per- 
chè molto importante; o conservando la stessa sigla, l'ho accompagnata 
col numero del foglio, r[t'c/oJ o i?[t*/*5o]. Inoltre, il breve tratto del nostro 
codice, cho s'è detto a p. 37 parer d'altra mano (f. 5v-l0r), fu distinto, 
ne* casi cho pareva opportuno, colla sigla mu^ 

3. I Frammenti di Laudi sacre in dialetto ligure aìitico, pubblicati dal- 
l' avv. Paolo Accame negli 'Atti della SocieUi ligure di storia patria*, 
XIX 557-572. Si citano con Ip, il numero della Laudo e del verso. Furono 



' ni * comprender ^ lo * elio '• Cfr. B : sensu tamen absente senet- 
hQia qutìeque conlustrat non sensibili eed imaginaria ratiotie iudicandi, 

9 

Arohirio glottoL ita!., XIY. 7 



98 Parodi, 

ritrovati dalF Editore stesso neir Archivio parrocchiale di Pietra Ligure, ed 
ò ben probabile che rappresentino il dialetto del luogo sul principio del 
sec. XIV. 

4. Le Laudi genovesi del secolo XIV, pubblicate da V. Crescini e G. 
D. Belletti, 'Giornale ligustico', X 329-350. Sono un'altra copia delle 
precedenti, più completa ma assai rammodernata, poiché il codice, onde 
sono estratte, non è certo anteriore alla metà del sec. XV. Si citano con 
Ig, il numero della Laude e del verso. 

5. Una prosa genovese del sec. XIV, pubblicata dal prof. Crescini, in se- 
guito alle Laudiy pp. 354-359. È la nota Epistula beati Bernardi militi Rai- 
mundo Domino Castri Ambrosii, e proviene dal codice stesso, dal quale io 
trassi la 'Passione'; cfr. qui p. 27. S'indica con ep. e la pagina. 

6. Il Trattato dei genovesi col Chan dei Tartari nel 1380-81^ nell' 'Ar- 
chivio storico italiano', S. IV, XX (1887), pp. 161 sgg. Editore ne è l'av- 
vocato Cornelio Desimoni, che si valse d'una mia copia. Si cita con tr. 
e la pagina dell'estratto. 

7. I Diversorum Cancellariae , registri dei cancellieri della Repubblica, 
conservati nell'Archivio di Stato genovese. Cominciano coiranno 1380 e 
si spingono, sebbene con grandi lacune, molto oltre nel sec. XVI; la loro 
lingua è naturalmente il latino; ma, oltreché anche il latino può servire, 
appariscono qua e là tratti dialettali, secondo si disse nella nota di p. 25. 
Io li cito colla sigla div., seguita dall'anno, cui il registro appartiene. 

Finalmente, indico con pr. le PTose genovesi , edite dall' Ive, Arch. Vili 
1-97, nei pochi casi in cui sia opportuno ricordarle; e se mi occorra di 
far confronti con altri testi, adopero in genere le sigle, adottate dal Sal- 
vioni, Arch. XII 375 sgg. Con ann. e un numero, si rimanda alle Annota- 
zioni sistematiche del Flechia, con less. al Lessico relativo. Ed è quasi inu- 
tile aggiungere che dello spoglio del Flechia ho mantenuto l'intero ordi- 
namento, nonostante qualche difficoltà, che vi s'opponeva; e che, sorvolando 
rapidamente sulle cose, già ivi trattate a sufficienza, mi sono esteso assai 
più, dove la materia era nuova, o mi pareva necessario di modificare in 
qualche modo l'opera egregia del rimpianto Maestro. 



a. Scrittura. 

!• — h) g reso con i in rp ; ma nei testi più tardi, la scrizione gì prende 
il sopravvento, almeno nell'interno del vocabolo. Ricordiamo: negante 
rp 2, 26, per vegr, dolleam mu. 51, 21, per dógan, doga Ig 23, 31, e, come 
si trattasse di e, veihi Ig 25, 77, pijhar 5, 58. 

e) Anche nei testi meno antichi, ihera 54, 22, ecc , non di rado; e inoltre, 
per la nota analogia, piascun piascunna 39, 28, ecc. Per sé : sihapar 65, r9, 
masiho 44, 19, maxiho 200 r. 



Studj liguri. § 2. Spoglio foneL e morfol. 00 

d) E the per tb, suir analogia di che per re, in themer themuo 64, 32; 
83, 11, thenor 51, 32, thessua 53, 40, oltreché in thoro 73, 11, cfr. cha per 
ka; anche D/i^ 20, 46. Frequente in ps T intrusione di h nell'iato: metuho 
vegnuho verificahOy sohe 21 y 7. 10, ecc. 

e) Se acc. a gè yiy per ghe ghi (gè nm. 50, pregere rp 6, 253, insaluai- 
gissem mu. 51, 0, ecc.), v*è pure, collo stesso valore, gue gui (lusengue rp 

8, 418, digui 3, 344, ps 20, 16, ecc.; e perfino daguando rp 3, 215, com seguo 
ps 31, 1), s'ha poi, quasi inversamente, acc. ad aigua ecc., anche aiga 
rp 8, 30, gag ps 20, l, gardà 30, 5, gerra rp 0, 2, segen 4, 22*. — Nel pa- 
rallelo di sorda, gli stessi fatti, ma più rari: qui (1. ki) rp 0, 5, que 7, 171, 
ps 28, 16, squergne rp 3, 263, squarchizar 7, 146; per contro chesto de* 8, 
probabilmente per questu, 

g) X rende, oltreché s e /, anche il semplice s', specialmente in ps e 
Ig: roxe preixo paraixo caxa (in ps anche: caSxa) ecc. 

h) 5, quasi sempre raddoppiato in mu., rende anche ò', risso rp 4, 23, 
ocissem mu. 53, 51; più sposso s, esan rp 3, 111, inuegise 3, 170, thessua mu. 
53, 40, ecc.; o i, uerase rp 1, 73, hosia 3, 68, dise 3, 157, rason 7, 64, ecc. 
Cfr. z per i, nozer rp 8, 141, inimizi 8, 245, bazar Ig 25, 133. 

m) Oltreché il suono faucale huy qui nn ronde talora anche n: tennuo 
rp 6, 1, onnunchetia 6, 4; e s'arriva pure a venui rp 0, 180. Spesso, come 
nei mss. toscani , in rp , lengni 1 , 23 , ecc. , di rado altrove : ingnorancia 
mu. 62, 20. Notevoli: uinge (1. vine) rp 5, 48, sengui (1. senux) 5, 06, e 
qui certo anche tengo 0, 127. 

n) m per n é qui pure, all'uscita, frequentissimo, e in qualche testo 
normale ; n per m quasi sempre in rp, davanti a labiale, e rende la giusta 
pronunzia, cfr. Rom. XXII 314. Negli altri testi si fa raro, e abbiamo anzi 
non di rado tn per n, camgio 20, 8, quarndo 41, 6, ecc. 

o) Incoerenze grafiche : o per ti, fyome ps 30, 43. 44, acosao rp 6, 57, 
cfr. nm. 12; se per 5, coìiscentando 30, 33; z per zh^ zuma rp 3, 104, zera 

9, 35; ss per i, di<se rp 3, 142; e per s\ cotistrencimento rp 6, 114, e per i, 
aduee 5, 57. ^ Ha invoco sue profondo ragioni, come quello che si fonda 
sulla pronuncia, lo scempiamente delle consonanti esplosive (rarissime ec- 
cezioni: peccaor peccai rp 5, 24; 6, 22); di m e di n (senno rp 3, 181, 
se nne 7, 230). L'oscillamento maggiore che si avverte invece nelle con- 



* Va qui principalmente badato ali* effettivo incontrarsi di gui latino con 
Qi genovese, com'è in anguila rp 4, IG, ecc., ansila. 



100 Parodi, 

tinue, ha senza dubbio il suo motivo nella maggioro difficoltà che presen- 
tano ad un'esatta percezione. Scempio è il ^ in rp, e si oscilla per /*, 5, 
che invece appaiono raddoppiati in ps e mu., perfino dopo consonante o 
in principio di parola: volleir 51, 3, fassatuiolli^ farlLi 51, 8. 9, Ilo 28, 31; 
60, 44, ecc.; men^sa 28, 7, ecc. Il r ò molto incerto in rp, seì-ra sera 1, 25, 
starrai 3, 322, ecc.; meno invece negli altri testi. Pel fenomeno in gene- 
ralo, cfr. Rom. XXII 314, e il § 3 A. 



b. Rima. 

1^. Il simpatico e fecondo poeta di ri e di rp mostra nel trat- 
tamento delle vocali in rima siffatto rigore, che ben appare 
com'egli fosse in questo seguace della scuola provenzale, cosi 
ben rappresentata nella sua stessa Liguria da valenti cultori. Io 
esporrò qui le norme principali, a cui fedelmente si tiene; ma 
essendo rp troppo breve, perchè se ne possano trarre conclu- 
sioni perfettamente sicure, e trattandosi di materia non ancora 
studiata, sebbene assai importante per la Fonetica, mi varrò an- 
che di ri, pur ristringendomi alquanto nelle citazioni. Per con- 
tro, addurrò scrupolosamente, cercando di spiegarle, tutte lo ec- 
cezioni — e non sono molte — che si ritrovano nei due testi. 

I. La vocal breve del dialetto non rima che con vocale breve; 
vocale lunga non rima che con vocale lunga. Rimano insieme 
soltanto, per -e, in ri: fé fede, fc fece, de devo, de diede, re 
rex, ve vede, be bibe, c/ie, e est, ze^ poéy Domine^ cfr. 2, 19; 
6, 136; 12, 214; 14, 108. 637; 44, 1 sgg. ; 53, 132. 166; 56, 
35. 199; 63, 89; 72, 17; 115, 3; 123, 17 sgg., ecc.; in rp: de 
deve 4, 55: e est; fé fede 8, 294: de. — Per -f, in ri: re 
reo rei. De, me mio miei, Tade, Zache^ e io, pe pee piede -i, 
oe vieni, te tieni aste so'^te 7nante, le egli, tu e, ve vedi, zue 
pharif^e^ ere crede, cfr. 2, 39; 4, 15. 41 ; 5, 17; 7, 1 sgg.; 9, 1; 
12, 254. 466; 14, 86. 112. 134. 156. 218. 276; 16, 58. 85. 161. 
170 [vei 1. ve). 309. 413; 18, 2; 45, 93; 53, 226; 72, 1 sgg.; 
94, 5; 136, 157 sgg., ecc.; in rp: re reo, De etiaìide, me, e, 
pe, manie, le, tu e, zue, cfr. 1, 57; 2, 14. 34; 3, 17. 235; 4, 3; 
5, 11; 6, 27. 132. 156. 218; 7, 17. 113. 179; 9, 141, ecc. La 
brevità di be bibe devesi al modo imperativo; per quella di fé 



Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. o morfol. 101 

fede, de deve, ve vede, nm. 41**; invece in ere crede sarà con- 
trazione di due ey da cree^ mantenuto per analogia di creemo^ 
creeì\ — Cosi abbiamo da una parte -^/, dall'altra -aa (che non 
sappiamo se si pronunciasse già -à) : ri alegrerà 14, 282 : averà\ 
cfr. 49, 70; 71, 77; spec. 123, 9 sgg., ecc.; rp sa 5, 33: an- 
dare] fa 5, 43: desfa\ à 5, 69 : va^ e cosi 7, 33; sa 7, 243 : fa\ 
fa 8, 204: ca; fa 8, 408: sta: ca: desfa. E invece: ri biaa 1, 15: 
eelebraa, cfr. 3, 5; 56, 15, ecc.; rp mailinaa 3, 39: io7maa; 
biaa 3, 354 : apelaa. Per le numerose rime in 4, e per le poche 
corrispondenti in -/, cfr. nm. 44^; per le rime in -ci, nm. 10. 
Eccezioni non ve ne sono. Anche le vocali interne sono soggette 
alla regola; e non rimano che fra loro gli d provenienti da aw, 
cassa 1. còstty pioso 1. còsu clausu, reposso, osso ossa *ausr) 
*ausat, oppur rimano con f^osse, da volse 'volle'* (1. vóse)y cfr. 
ri 5, 39; 12, 73. 228; 14, 220. 449. 619. 697; 38, 66. 90; 45, 
43; 46, 1, ecc.; rp 3, 05; 8, 214 (ma dosso ri 36, 21: osso; 
posso 134, 401: doso, l. pòste dósu òsu)\ e pur fra loro, da 
una parte: sezo seggio ri 39, 9: pezo\ pezo{r) 16, 259 :mezo'j 
lege rp 8, 400: seze\ lezam ri 95, 17: correzam, tutti con e , 
e dall'altra pclezo rp 8, 5: lavezo] verezi 8, 71: pelezi, cioè 
pelesu laves'ii ecc., Rom. XIX 484 e qui nm. 4; da una parte: 
Margarita vita saita ri 2, 1; 49, 290, ecc., cioè Margarita 
ecc., dall'altra: descimfìta ri 49, 314: scinta, con 7. Secondo 
l'odierna pronuncia, farebbero eccezione digo ri 14, 394, digui 
rp 3, 344, che rimano con nimigOj ligui] ma l'i di di^u, ora 
breve, conservava probabilmente ancora la quantità originaria, 
cfr. § 3 A. E così è certo da dire per yxe 'la lettera x\ oggi 
tze^ che rima con pernixe ri 45, 57 (?); mentre isopo ri 6, 45, 
oggi vfòpxi^ che rima con tropo, cioè tropu, è da confrontare 
con gli od. pipa, frate ecc. 

II. La vocale aperta del dialetto rima soltanto con vocale 
aperta; la chiusa soltanto con la chiusa. Si aggiungano ai casi 
già citati: da una parte, prea pietra, od. pria, galea, nel sec. XVI 
gaìHa, desvea vieta, tutti con e, secondo il nm. 4, 7*ea sul masch., 
cfr. ri 14, 32; 38, 130; 49, 166; 83, 3; dall'altra, con «', se- 
condo i nmm. 3, 4, 7, mea, dea dia, sea sia, od. sce, crea creda, 
frea tria, cavea od. kna*, monca od. niiincea, e lutti gli imperf. 



102 Parodi, 

indie, e i condiz. in -eaj avea^ porrea^ ecc., cfr. ri 14, 491; 
16, 318; 43, 67; 49, 81. 90; 54, 11; 70, 3. 51; 98, 13; 110, 
1 sgg.; 137, 19; 138, 125. 157; rp 3, 159; 7, 39. — Pajono 
da mettere cogli e chiusi i vocaboli, che contengono ilti e in 
iato con i, iato che al tempo dell'Anonimo non doveva essere 
in tutto scomparso, come dimostra anche una certa mobilità 
dell'i: trei^ maschile di très, con i analogico, dei devi, vei 
vedi, sei sis ed estis, tutte le 2.* plur. indie, di 2.* conj., a/;ei 
saceij e di 3.* lezeij pres. cong. di 1.* meneiy fut. porterei ave- 
7*eiy ecc., fei feci, e i perfetti in -eiy comovei e simili, inoltre 
rei re, lei legge: cfr. ri 4, 53; 6, 9; 12, 170. 342. 412; 14, 194; 
71, 71; 79, 175. 251; 87, 1, ecc.; rp 3, 59; 6, 31; 8, 57, ecc. 
Si noti che vej forma contratta di vei, rima con -f, qui I e 
nra. 41^. — Per l'iato con e, mancano sicuri elementi di giu- 
dizio: ere da cì^ee può aver e da creo; e di tree, feminile 
analogico di très, o di ree reti ri 29, 22; mu. 88 v, non pos- 
siamo dir nulla. — Più gravi dubbj suscita 1' e in posizione, 
specialmente davanti a gruppi con 5, perchè troppo profonda- 
mente sono ormai alterate le condizioni primitive, né sappiamo 
da quando; ad ogni modo le presunzioni stanno in favor del 
poeta. Sono sempre distinti nella rima, dove son frequentissimi, 
terra guerra e simili {tcera gucera)^ da ihera mainerà eco, 
{cera mainerà); e rime senza dubbio esatte, almeno per hi 
vocale, sono pure: ferma: acesma ri 49, 245, cfr. gli od. fennv. 
scezimu; tempesta 91, 25: manifesta; festa 129, 30: sexta^ e: 
honesta 138, 156, con e, e probabilmente anche tempesta: testa 
ri 79, 153; 86, 65, rp 5, 55, nonostante l'od. testa; cosi, d'al- 
tra parte, con f, questo ri 91, 116: pesto; esca 63, 13: pesca^ 
e: ventresca 63, 88,: refresclia 133, 109, inoltre probabilmente 
ahelestra 134, 231 : menestra^ venir escha 112, 6: senestra^ no- 
nostante gli od. meoìestra sene'itra, infine questo 94, 99: presto^ 
che ci darebbe già V od, prestu, e cosi cesia 63, 37: presta. 
Ma barestre 138, 187: destre ì 

III. Non rimano se non fra loro, da una parte i vocaboli, 
ossitoni o no, uscenti in vocale, dall'altra i vocaboli, ossitoni o 
no, uscenti in consonante {l, r, forse n). Abbiamo innumere- 
voli casi di rime in -àr -er -ir -eifrjj le quali si mantengono 



Studj liguri. § 2. Spoglio fonct. e morfol. 103 

sempre distinte dalle corrispondenti in -à -e od -/, in 4 (es. ri 
12, 648; 35, 1 sgg.; 72, 9 sgg.; 95, 173, ecc.), in -ei; anzi spesso 
s'intrecciano rime in vocale e* rime in consonante. Le apparenti 
eccezioni provengono da guasti del testo. Cosi avremmo in ri 
una volta -ar che rima con ti, 12, 298, ma il v. 299 dovrà 
leggersi : se fa grande mestar ( : sacìHfica[r] ) ; come senza dub- 
bio l'inintelligibile verso 136, 80 va corretto: parola dà axa- 
minaa (: àbominaa). Al v. 56, 229 è un sente [r]y che rimerebbe 
con De, ma questo dovrà mutarsi in cer cielo; e così il v. 104, 1, 
di correzione alquanto più difficile, sarà stato in origine: L'ao- 
tissimo re de cel o cer *. E non conosco altre eccezioni, se non 
di pura grafia. 

Non minore esattezza troviamo nei parossitoni. Rimano in- 
sieme, da una parte: acender ascender prender imprender 
reprender intender offendei^ render destrenzer inspenzer ven- 
der ; beiver rezeiver , asteneiver basteiver cariteiver cove- 
neiver cureiver dexeiver valeiver xeiver; scriver viver \ re- 
spondei^ confonder*^ ponzer zonzer\ cognoscer descognoscer\ 
noxer coxer ecc., ri 14, 295. 319. 515. 535. 633; 53, 186; 
60, 27; 79, 115. 225; 81, 9. 63; 86, 73; 88, 5; 89, 1; 90, 2; 
95, 23; 114, 39. 43; 116, 5; 127, 43. 57. 67; 129, 45; 131, 11; 
133, 7, cfp. il precedente; 134, 287; 136, 25 sgg.; 137, 15; rp 
3, 83. 113. 131. 151. 334; 4, 53; 8, 320; 9, 305; dall'altra 
pasej 1. pase^ naxe; spande comande, viande grande] prende 
offeìide rende spende^ becende; a^exe iyicrexe; asconde a fonde 
circonde confonde respondCy gronde sponde; 'nove ove: ri 14, 
431. 555; 70, 15; 75, 39; 95, 49. 63. 113; 115, 5; 118, 1 sgg.; 
126, 43; 134, 67. 233; 138, 191; rp 6, 118; 7, 70; 8, 90. Non 
ricordo nessuna eccezione. Adunque il -r al tempo dell'Anonimo 
era ancora ben saldo. 



* E meno necessario osservare che al v. 88, l di ri requer non è un im- 
perativo, nel qual caso il -ì' sarebbe erroneo, ma un indicativo, e manca un 
$e^ se requer \ o che ai w. 12, 566 e 567, le cattive scrizioni sepelii : dir , 
stanno per sepcllidi (ossia 4). Al v. 95, 121 è da leggere voto dir (: falir). 
Dubbio rimane se darsena 138, 109 (idd), od. dàrsena ^ ci offra un nuovo 
caso di proparossitono, con accento secondario suir ultima (c(t. pelago 
54, 52: -sa), o se invece sia proprio da leggere darsene. L'od. darsena ri- 
sale a darsenaly e rappresenta un compromesso coir i tal. arsenale. 



104 Parodi, 

Meno sicuramente possiamo parlare dei parossitoni in ->i ca- 
duco: nechizem ri 90, 1: gratizem^ se son veramente casi di 
-igine, il che è assai dubbio, nm. 8; multiludem ri 54, 260: 
heatitud{in)eyi] solizitudem rp 4, 19: aynariludcm ) ancuzen 
8, 356: ruzen. Naturalmente sono assai rari, ma i pochi casi 
che si trovano sono tutti esatti, cosicché potremo concludere con 
molta probabilità che, come il -r, anche il -n si udisse ancora 
al tempo del nostro poeta. 

IV. Dittonghi interni ei^ al au. E notevole che questi sono 
trattati dal nostro verseggiatore con maggior liberta. Infatti 
Y -ei sorte da -ect- rima talvolta con V ei di beneitOy sebbene 
la pronuncia dovesse riuscire leggermente diversa, Rom. XIX 
484 sg., e r ai solito rima coir au sorto da alt e simili. Certo 
abbiamo qui un buon indizio, che V u del nuovo dittongo au 
aveva assunto un suono indistinto, non molto lontano da i. Es. 
di -ei: deleto leto sospeto eleio aspeto o aspeito con feto (cioè 
deleitu ecc.) rimano fra loro, ri 2, 3; 39, 68; 91, 84; 134, 355; 
rp 5, 51; 7, 101; 9, 178. 222. 289; e fra loro rimano pure 
beneito e recoieto 1. rekugeitu ri 4, 37; ove la pronunzia po- 
teva essersi fatta uguale, nm. 6; leggermente inesatta pare invece 
la rima beneita leleta ri 131, 3, posto pure che il secondo rap- 
presenti eleita e non il dotto eletta, che abbiamo ora. — Es. di 
-aiiau; faito rima con aoto aotro^ guaita con asaota ri 86, 
59. 83; 129, 89; rp 8, 212. 

Per gli altri dittonghi, rimando ai singoli numeri dello spo- 
glio. E fa appena bisogno di dire che le rime gazaira : amara 
simili, ri 49, 85; 91, 80; rp 4, 45; ponto: cointo rp 6, 229 
e spesso ovunque; tanta : spainta rp 7, 135, ecc., sono inesatte 
solo in apparenza, e dovrebbe scriversi, da una parte amairay 
2)OÌnto, dall'altra spanta. Meno facile è rendersi ragione della 
rima speiga : butega ri 138, 149. Tuttavia, poiché speiga suona 
ora [dejscègay potremmo supporre che il dialetto possedesse ab 
antiquo un doppione ceiga cèQa, 

V. Assonanze. Mentre il rigore del nostro poeta è così grande, 
nel far rispondere fra loro identiche vocali, troviamo una certa 
rilassatezza nell'accordo delle consonanti, cosicché si possa rac- 
cogliere un discreto numero di mere assonanze. Es. : maislro : 



Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e morfol. 105 

irhto o simili, ri 12, 376; 16, 10. 278; rp 7, 235; prelche: 
dynfe ri 6, UO; deHrenze: offende 14, 633; ventre : maramente 
rp 7, 87 (ma conmento : dentro 8, 21, 1. drento; e cosi fevre: 
seve ri 14, 190, 1. freve)\ triurnpho : gorfb ri 49, 146, cfr. 74; 
ferma laccsma 49, 245 (ma orchi :porzi ri 94, 39, rp 7, 195, 
riesce rima esatta, se si correggo porla ^ com'è ora). Inoltre: 
intrega:Ì7*egua ri 73, 3, esempio non ben sicuro; lo^engiie (1. 
lu^ entje) : lengue 12, 402; schinche : cinque 114, 63. Alcuni 
sdruccioli : inzenera : lelora ri 53, 300; ambita : suscita rp 8, 322. 
Nel primo caso, manca pure l'accordo della vocale atona non 
finale: 1. telerai E l'accordo della finale manca in gramo : fame 
ri 12, 472, cui forse possiamo aggiungere mente: latente 12, 109, 
se è da corregger talento. Non parlo di pelago (: zo) ri 54, 52, 
cui s'attribuisce un accento secondario sull' ultima, o di multi- 
plco (prob. ?): r^icho 74, 13. Sono quelle a un dipresso le asso- 
nanze sicure, e come si vede, si ristringono ancor esse a un nu- 
mero determinato di casi, cioè, come negli antichi poeti fran- 
cesi, specialmente all'incontro di gruppi, che contengono una 
liquida o una nasale. Maggior maraviglia ci cagiona il difettoso 
accordo delle vocali in gramo : famCy cosicché non sembri so- 
verchio il sospetto, che il testo sia guasto, sebbene non ne abbia 
l'apparenza. 

Di altri casi, ov' entra in gioco una sibilante, non possiam 
giudicare con piena ^sicurezza. Troviamo, ad es., misse misit : se- 
gioisse ri 4, 27, missem : perventissem {L perve7H.) 5, 21, <» 
d'altra parte guisse (1. §Tse) : tramisse 75, 27, cosicché si possa 
pendere incerti tra mise e mise. Gir. promixi: scrisi 102, 7, 
ove r i rende possibile anche un terzo caso, cioè un promtsì. 
Nel participio si mostra la medesima oscillazione ; miso : abisso 
ri 133, 124, che darebbe l'od. mlsuy ma viso: miso 74, 17, 
donde si arguirebbe mlsic^ cfr. ociso : tramiso 16, 449, e qui 
pure divisi : misi 129, 69, mixi : ennimixi 54, 57. Non è foioso 
inverosimile supposizione, che sul part. mìsu si rifoggiasse an- 
che un pf. mhe (1.* pers. mi sii) ^ e per contrario sul pf. mise 
anche un part. mlsu, pi. 7nizi. Invece sarà vera assonanza in 
romase : V7*aa)e ri 12, 424 {s':z)y e cosi pure in dire disse: 
vise vedesse 12, 182 (s:s)y disc 1. dise: scrisse 16, 9, dixe: 
seguise 79, 231 ; ma è esatto dixe 134, 457 : falixe. 



106 Parodi, 

In Ogni altro caso, anche le consonanti si corrispondono con 
perfetta esattezza; e non si troverebbe ad es. un n in rima 
con nUy o un r con r e simili; dimodoché, tutto sommato, le as- 
sonanze, che venimmo enumerando, appariranno ben poca cosa, 
ne toglieranno molto alla lode di accuratezza e rigore, che noi 
abbiamo tributato all'anonimo poeta ^ 



e. Fonologia. 

Vocali toniche. 

2. — À« Oltre gli esempj , già citati dal Flechia , abbiamo ercho arco 
48, 11. — Ed è notevole amara ipaira rp 4, 45, cfr. nm. 1** IV, che ci dà 
un amaira^ cioè amari u per amaru, come del resto occorre in più re- 
gioni. — Possiamo toccar qui dei dittonghi ae^ ai di formazione romanza. 
Nell'Anonimo (e certo anche in dcMc^, in ps, tr.) si mantenevano distinti, 
quantunque paja talora, per colpa dell'amanuense, il contrario; vedi, in 
rima: per ae, ri 14, 1. 90. 168; 16, 66; 36, 45; 37, 11, ecc. ecc., rp 3, 11; 
(), 74; per ai, ri 3, 2; 14, 154. 272. 284; 16, 25. 45. 265, ecc. ecc., rp 3, 9; 
7, 171 ; 9, 58, ecc. * Invece in pr. e mu. (e certo anche in dc^) doveva già 



* Dove la rima non torni o manchi, convien correggere il testo o sup- 
porre una lacuna. La correzione spesso fu già indicata dall' Editore ; al- 
trove è assai facile. Cosi asobrio ri 12, 532 è da leggere asbrivo; 16, 
368 corr. me maraveio e; 22, 1, breue l. benier; 43, 18, 1. dir in veritae; 
54, 210-11, l. fuziran : apareieran; 57, 50-51, 1. rangurar : ... ben segur star; 
70, 55, l. de zo miga no trovava; 79, 175, possei è da sostituire a possaiy 
lasciando intatto porrei nel verso seg., e cosi perdonai 6, 9 è da correg- 
gere perdonei; 126, 45, 1. seguro o forse maturo, in luogo di nativo; 134, 
181, l. che tropo gran fata me par; voi 134, 223, l. voi (:toi); boi 136, 71 
1. bo {: zo:so:po)y ecc. E in rp, fore 3, 138, 1. fòle (: parole), e così can- 
zon e fore 7, 79 sarà da leggere canzon fole; zoa 9, 213, 1. zova; sean 
S, 366 : sean, 1. san : seran. Dopo il v. 5, 93 manca senza dubbio qualcosa 
(la nota è inesatta); cosi dopo il v. 6, 63; invece il v. 7, 197 non è a suo 
posto e va espunto. Non so come correggere orgogi 7, 51 (ó'), iu rima con 
sagogi (ù). Non parlo della misura dei versi, che senza dubbio saranno 
stati esatti, ma furono dai copisti barbaramente sconciati. 

* Sono eccezioni apparenti: peccae ri 60, 17, che è da legger peccai; aS" 
«ai 71, 5: ciiae, ove, chi consideri il testo, s'accorge facilmente che, dopo 
il V. 5, il senso non corre, e deve mancare qualcosa; masnae 86, 29: mul- 



■iì- 



Studj liguri. § 2. Spoglio fonot. o morfei. 107 

esser avvenuta la fusione neir unico suono cp, come dimostrano stai 90, 8» 
kòertai 93, 35, ecc., scrizioni a rovescio, paere staeto 49, 2, occ, quasi fasi 
intermedie, steto ette div. 1466, Ferrera 1468, ecc. In reine mu. 15 r, ali. a 
ratne, od. genov. rcena *rania rana, ò pure una scrizione a rovescio, cfr. 
nm. 16. 

Zm E lungo. In ei naturalmente, scritto di solito f, almeno nelle 'Rimo\ 
per tendenza etimologica. Ma V ei viene a mancare nell'iato: savea, save- 
r«ff, cavea T7, 15, cioè saverasa ecc., come prova anche Tod. pron., nm. 1*» II; 
creo axeOf certo con e, donde lo sviluppo ou, nm. 15; e cosi fret, maschile 
di tre 8, vei dei, 2* plur. avei saveij e le altre forme, citate al nm. l*» II, il 
quale è pur da vedere per Tiato con e. — Resta e (e)y com'è noto, pur 
davanti n, m; ma per n fanno eccezione ps, Ig, segno di origine provin- 
ciale : ceina ps 28, 40. 42; 32, 33, Ig 4, 67, peina ps 30, 28. 35; 31, 3, ecc., 
Ig 5, 47; 6, 32, ecc., quaranteina Ig 4, 66, Madareina Ig 11, 37; 20, 43, ecc. 
Cfr. ann. 3. 

Mutato in t: paixe paisse mu. 62, 15 e 309 v, cfr. § 1 A nm. 4: provin- 
ciale? Frequente è pin Rom. XIX 481 sg. (ma ninte un'uaica volta mu. 320 v). 

4* £ breve. Di norma e (cioè e)\ ma l'antico te, tuttora vivo in più d'un 
aagolo dalla Liguria, apparisce in ps, che però non è esente da qualche 
sospetto d'imitazione letteraria, e più di rado in Ig : pie ps 30, 19. 20. 21; 
33, 2, ecc.; Pyero 33, 13, priego Ig 15, 53, o vadan pur qui ciegi Ig 20, 15, 
aìliegro 5, 13, oxielli 20, 54, pieto 25, 30, e per quello che può servire, 
^erir Ip 1, 26. — Del dittongo stesso mi pajono esempj il solito mainerà^ 
od. tììfiine'a, da *mawaria, e inoltre camairera rp 1, 3; mu. 59, 2; 60, 6, 
con metatesi che può raffrontarsi a quella del tose, pianere paniere ; cfr. 
Rom. XIX 483. Meno sicuramente si può dire se staera rp l, 28 (-.rivera) 
sia entrato nella stessa analogia, per le fasi *statéria *statieraj cfr. Tit. 
fiera. — Sarà bene infine accogliere qui anche un cenno delle traccio, che 
il dittongo ha lasciato nella posizione palatina: sezo pezo mezo ecc., cioè 



tiplicne, ove il sonso vorrebbe multiplicai^ ma basterà correggere en tanl<t 
in che tanto, sopprimendo insieme il che del v. 31, perchè tutto s'aggiusti. 
Più difficile è frai o frae fratello (e propriam. * frate'), che rima due volto 
con -aiy 43, 3 e 105. Forse da fraire, con -re caduto, contro la regola 
di paire maire y o por commistione con un collaterale frae frat[r]e o. 
frate[r], o per troncamento, comò nell'it. fra\ A frai deve risponderò 
Tod. e antico fra^. 



108 Parodi, 

séa'uy da e ie te ee, contro lavezo ecc., cioè lavc's'uy da i, cfr. nm. 1** I. — 
Per le varie posizioni d'iato, cfr. nm. 1** ii: mea od. mce; 'et ès od. f; me 
De re reo, con f, anche nm. 41**; infine, neiriato non originario con a, ab- 
biamo già due volte pria mu. 23 r. 

6. I lungo. Il solito priima rp 3, 103, c(r. prumer. — Nell'iato e-4r le 
*Rime' conservano T accento antico, reina ri 12, 178: fantina^ e cosi 12, 
243. 253. 407, ecc.; non però in henexto mareito, ove le due vocali appa- 
jono già strette in dittongo, certo per attrazione d'altri participj; cfr. 
nm. l** IV. E come e-i, cosi pure a-i, saita ecc. Al tempo di mu. però, Fiato 
era scomparso e 1' /, davanti nn, già assorbito: renna regina 45, 27 e al- 
trove, ali. a rcina, frenna ^freg-ina 'fregola' *furia' 261 r; cfr. Sarren tr. 6, 
ali. a Sarrein ib., ant. it. Sarami, — Forse già lat. volg. nivola 34, 43; 53, 
21. 28, cfr. m.-l., it. gr. 50, Arch. II 440; e par indizio d'origine provinciale. 

7. I breve. Le condizioni del nm. 3. Citeremo Seseiria Seceyllia Ceceilia 
Sicilia e Cecilia mu. 248 v, 250 v, creissema 148 v (suU'ant. quarei/emaì), 
ora krc's'ima; peigani 96, 3, ora coJjftni cfr. speiga nm. l*' iv. In veigo vedo 
Ig 15, 15. 26; 16, 43, ecc., (ali. a vego 20, 10), resta forse 1' ei di *veidu, 
per attrazione dell' inf. vei, dell' impf. veioa. Davanti n: meina meine Ig 6, 
83; 7, 44, provinciale, cfr. ann. 7. — Resta al solito Vi di ligo^ rp 3, 345, 
de* 1. 28, ecc. — In iato: oltre l'isolato vcoa mu. 90 r, cui sta allato il 
sempre vivo vidua, ricordo: sea sit rp 7, 39, cfr. nm. 1^ ir, sea sete mu. 23 r, 
che ò l'od. see, ali. a see 23 r, 122 v, Ig 17, 41, se mu. 80, 19 (ma sei ri 
39, 55). Per fé, ve nm. 1*> i, 41*>. 

8. I di posizione. Breve: profeto profitto 54, 28 e altrove, larbetrio rp 
8, 145, cfr. l'od. abretiu *alla carlona' *a fusone'], enpe rp 3, 170, entre 
7, 132, ora iiipe intre^ vencer mu. 53, 18, inffenta 72, 7, constrenze 93, 29, ecc., 
ora vinse finta costrinse^ inzcnzer cingere 54, 5, non più vivo, iacenti mu. 
178 r, ora gasintu. Sempre simple 82, 43; 85, 34, ecc., forse latinismo; 
ma d'altra ragione il sempre vivo binda inbindao Ip 1, 41, ps 35, 8, ecc. 
Ali. a meso messaggiero rp 4, 52; 8, 98, il partic. misso, sul perfetto. Due 
esiti di -Ttja: necheza rp 7, 218, reeza 219, ecc., ma prcsiixia rp 3, 306, 
in rima con pegrixia^ mondixia mu. 154 v, 185r, franchixia 55, 5, instixia 
de} 29. 38; ^eròjuexio ps 34, 28; 30, 42. 1'] probabile, secondo si dirà meglio 
nel § 3, che nel secondo esito abbia qualche parte 'ize da -ities, che è 
conservato integro in nechizem gratizem ri 90, 1. 3, cioè gratiie ecc. (cfr. 
peizem, cioè peize^ ri 62, 23). Diversamento il Flechia. Per Idia, nm. 23. 

9* lungo. Spesso scritto, e quindi già pronunciato, u: punì rp 5, 85, 
conpagnum 6, 100, mtmti molti 8, 20Gfperduni 9, 354, inuidiuso 6, 47, ecc. ecc. 



Studj liguri. § 2. Spoglio fonot. e morfol. 109 

10* breve. La pronuncia ó è assicurata dalla rima; oso loroso ri 70, 25, 
rp 8, 280, l. ós'u hrós'u, ali. a vozoigozo ri 133, 132, 1. ro/w §os'u\ scora: 
corzora rp 9, 24(5, bestiore : enzignore ri 53, 298, tutti con o, ali. a torà: 
farà ri 43, 71, oro:tesoru rp 3, 25; 8, 260, con d da au; infine, da una 
parte le frequenti rimo di mot modi, con fìg'oi figliuoli ecc., tutto in -òi, 
e dall'altra di croi con szhoi ri 101, 18, cioè croi, plur. di crojo, e coi 
chiodi. Cfr. Rom. Xl'X 480 sg. Esempj notevoli: cor cuojo mu. 113r, cfr. 
p. 20, martorio (: purgatorio od. -<5;w) rp 6, 269, mu. 248 r, ecc.. Gir omo 
mu. 90 r, od. gomu, ove V ò sorso davanti al n originario. — Se preceda 
a »n, si conserva o schietto, come nel gonov. od.: omo cioè ómu. Un se- 
condo esempio è comò come, cioè kòmu, ora kume^ Rom. XIX 481. E ri- 
mano solo tra loro: ri 14, 379. 699; 21, l, rp 2, 63; 3, 89; 7, 95, ecc. — An- 
che all'uscita si aveva o schietto, e rimano insieme to tuo e zo ciò ri 12, 332, 
rp 6, 29; 9, 313, ecc., so suo e zo ri 12, 303, ecc., zo e alò 12, 354, ecc., 
to e nlò rp 3, 310, pò può e alò ri 14, 651 ; 100, 5, zo e pò 14, 525, so e 
pò rp 2, 5, pò e bo bue ri 14, 469, to zo so alò pò boi (che va corretto in 
bo) 136, 60 sgg. — Davanti -w, era già u^ come, poi tre esempj possibili, 
dimostra la rima; bon:saì3on ri 49, 54, iraxon 128, l, : conpagnon rp 3, 
133. 290; bom : tron : son : bochon ri 136, 180 sgg. Nella flessione; bona: 
persona ri 14, 286. 411, ecc.; inoltre soììa:trona 53, 82, oggi sona^ ma 
truha, 

12. U lungo. Noto ancuzcn (: ruzen) rp 8, 35(). od. ahKis'e, che non pare ben 
dichiarato in Arch. XII 409; bussula ps 28, 8, od. bisua. — Per «?/, nm. 16. 
— In formen mu. 149 r, confluiscono forse fìirmine e fiirgou^ vivi tutt'o due. 

13. U breve. Come al nm. 9; la scrizione u è, por più forte ragione, 
frequento. Non so quanto valga corta rp 7, 178, od. hùrtu. Conserva V ìi^ zoa 
giova rp 9, 213, ecc.; e vanno qui i possessivi femmin. toa soa, come di- 
mostra anche la rima; toa: eoa rp 0, 94; soaicoa ri 79, 103, rp 3, 95, 
iproa ri 38, 22; 79, 261; soe:doe ri 70, 43; 138, 193. 

15. Dittonghi. Per esempj di AU lat, nmm. ì^ r, 10, 29, 33, 37. Non 
pajono indigeni: zoi rp 9, 219, di fronte a ioga ri 12, 362, yoge 138, 167 
( : eroga, : croge). 

Dittonghi romanzi. Da éu, c?i, iù si sviluppa ou^ ìou^ cfr. § 3, e i primi 
esempj appajono in mu. : creao credo 46, 27. 28. 33, cioè *ìcre^u krouy 
m'acreao 81, 45, axeao aceto 151 v e axao 135 v, gameao camello 155 v, 
spineao {spinou o spiniouì) 47, 40, rooeao roveto 13 v, vreao vetro 144 r;- 
spendeaor IOp, 59 r *chi fa le spese*, venseao -eaor vincitore 46 r e v, co- 



110 Parodi, Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e morfol. 

gnosseaor 97 p, impenseaor 112r, e cosi sponeaor faxeaor conbateetor. Ma 
meolla 78, 16, ora moula. — Ricalcata sul singolare è la grafia dei plu- 
rali: lezaoi 51, 42, forbiaoi 29 r, serviaoì servitori 56 r (ali. a seroioi)^ def- 
fendeaoi tenzeaoi confessaoi corrompiaoi. Anche in div. 1468 cogiaoi racco- 
glitori; oggi tehs'ue'j ecc., da tehs*[e]u^i. Rifatti sui precedenti, i plur. ere- 
veaoi crav, capretti 48, 15. 22, cfr. il mio less., gameaoi 51 v, come gli 
od. luej lati, merkuéj^ § 3. — Poco chiaro scorpiaura scultura 51 r, forse 
per skurpoùra^ § 3. 

[Continua.] 




ATONE FINALI, 

DETERMINATE DALLA TONICA, 

NEL DIALETTO PIVERONESE. 

DI 

9. FLECHU. 

PUBBLICAZIONE POSTUMA. 



Il dialetto piemontese, pigliato nel suo più largo 
significato, potrebbe dividersi assai naturalmente, mas- 
sime per ragioni fonologiche, in due grandi sezioni, 
che si potrebbero dire, Tuna dell'alto e l'altra del 
basso piemontese; ed una delle più notevoli loro ca- 
ratteristiche sarebbe per la prima sezione il predo- 
minio dell' e atono finale (v. App. *) e per la seconda 
il predominio, anzi generalmente il dominio incondi- 
zionato ed assoluto dell' i atono finale ; e ciò massi- 
mamente là, dove nell'italiano si tratterebbe per lo 
più dell'alternativa dell' e o dell' i atoni d'uscita. 
Alla prima sezione apparterrebbero propriamente le 
Provincie di Torino e di Cuneo, alla seconda quelle 
d'Alessandria e di Novara. Quindi è che per es. le 
voci le quali in Torino suonano skarpe^ spalCy vakCy 
robCy pay^Cy mare^ preive^ antende^ C poyHe ecc., in 
Alessandria si pronunziano skaypiy spaliy vakij róbi^ 
pariy marìy previy antendiy Sporti, 



* L L'Appendice citata, qui ed altrove, non s'è ancora po- 
tuta rinvenire tra le carte del Defunto; e così s*è indarno fin 
qui cercato un Saggio lessicale che doveva andare unito al 
presente lavoro.] 






Èk 



112 Flechia, 

Queste leggi fonetiche si adempiono, può dirsi, senz'eccezione, 
cosi nell'alto come nel bas^^o piemontese, e segnatamente in que- 
sto, dove, per es., nella città d' Alessandria riesce impossibile il 
trovare un vocabolo che termini in e disaccentato, come accade 
a un di presso nel siciliano proprio. 

Ora, fra tutti codesti dialetti o varietà dialettiche del Pie- 
monte, ve n'ha una propria d'un villaggio topograficamente si- 
tuato come sopra la linea intermedia che divide le due sezioni; 
e in ordine al sistema delle vocali atone d'uscita, delle quali qui 
si ragiona, affatto diversa non solo da tutti i dialetti che im- 
mediatamente la circondano, ma per avventura da tutta la fa- 
miglia de' parlari d'Italia; e quindi, al parer di chi scrive, ben 
meritevole d'essere studiata e denunziata alla glottologia^. 

Cotesto villaggio è Pi verone, con popolazione d'intorno a 1600 
anime; da oriente ultimo comune del circondario d'Ivrea (prov. 
di Torino), e da tramontana e levante, contiguo al circondario 
di Biella (prov. di Novara); ed ha contermini, a circa tre chi- 
lometri di distanza, da mezzodì il comune d'Azeglio, da ponente 
quello di Palazzo (canavese), entrambi, come Piverone, del cir- 
condario d'Ivrea; ed a mezzanotte i comuni di Magnano e Zi- 
mone, e a levante quello di Viverone, tutti e tre, già s'intende, 
appartenenti al circondario di Biella. In tutte coteste terre, at- 
tigue a quella di Piverone, regna assoluto 1* i atono d'uscita, 
fuorché in Palazzo il quale ha proprio 1' e atono d'uscita in- 
sieme col Canavese (v. App.), che viene a dire coll'alto Piemonte. 

La legge fonetica, esclusivamente propria del vernacolo pive- 
ronese, consiste nell'azione che nell'alternativa dell' e o dell' i 
finale la vocale tonica (s^^mplice o dittongo) esercita sempre 
sulla seguente vocale d'uscita, ne' vocaboli d'ogni natura o ma- 
niera, parossitoni o proparossitoni, per modo che l' atona finale 
venga ad essere sempre e quando la tonica precedente sia a e 
e o ce, ai au ei eu oij e venga ad essere sempre i quando la 
tonica sia i^, i u ù ^. Quindi, per cominciare dai plurali feminili 



* [Cfr. Salvioni, Arch. XIII 355.] 

* [AU'cp, air ei(^ air /', ò apposto noi ms. un segno di richiamo, cui 
nulla rispondo.] 



Atono finali doterminate dallo toniche. 113 

che come di prima declinazione finirebbero di regola in e nel- 
r italiano e nell'alto piemontese, e nel basso in t, vedremo nel 
piveronese avvicendarvisi Y e o V i finale secondo sia determi- 
nata Tuna l'altra vocale dalla tonica precedente. E perciò 
s'avrà sempre 1' e d'uscita: 

Dopo r a tonica : andje anitre, anime^ arke madie, husnarde 
bugiarde, kassje casse, kraoe capre, fraje fragole, Qaoje catini, 
Qravje gravide, mandule mandorle, lande lungaggini, maske 
str^he, 7iaje natiche, salvaje salvatiche, wamje zie, ecc. 

Dopo Ve tonica: antreje intiere, avsete ricette, arjunde^e 
malva, propr. ritondelle, fumeìe femine, gesje chiese, sireze ci- 
liege, Qrivele ghej)pj, mare^e matasse, neve nuove, pere pietre, 
selje lisce, slere stuojo, vrrre impannate, iceve vedove, fevre 
febbri, ecc. 

Dopo r e tonica: [deja dava, feja faceva], buteje botteghe, 
berte gazze, kareje seggiole, cuwende chiudende, erbe, feje 
pecora, lengue lingue, melje melighe, penkne cingallegre, pertje 
pertiche, seje setole setae, teje baccelli thècae, wersje storti 
(propr.: guerce, cfr. Diez Icss.), verne ontani, ecc. 

Dopo r ce tonica: cere aje, cewe acque, biankcere bianchicce, 
bì'ircere zangole, ccere chiare, pcere fiamme, gcere ghiaje, nei- 
rcere nericce,' rcere rare, siarccere malesce, tunicere tomaje, 
viceré *vitariae (v. App.), ecc. 

Dopo r o tonica: biove turchine, livide, bQJe insetti, hoje co- 
tenne, bolke biforcute, koce cotte, koQe cosce e zucche, horze 
tardive, doce e dasdoce garbate e sgarbate, falospe faville, r/i- 
lose gelose, gole fiamme, baldorie, §Q7*e vinchi, 0roje gusci, 
lodne allodole, piote zampe, piobje piogge, viy^ole vajuole, voje 
vuote, ecc. 

Dopo i dittonghi ; ai : §aide gheroni, ìiicaire quaglie, ecc. ; au : 
aute alte, faude falde, saure salse, ecc.; ei: heine catene, feire 
fiere, teine lendini, Icisne lesino, veine vene, veire ghiere, ecc. ; 
eu: capulcure taglieri, faceure fiscelle, meure mature, ma- 
rjeure maritatoje, ralavuleure pipistrelli, sbarneure *sfornida- 
toje, sleure aratri, slireure stiratore ecc.; oi: roide comandate 
sost., Idre poltroni. 

E s' avrà sempre 1' i d' uscita : 

Archivio fflottol. itol., XIV. 8 



114 Flechia, 

Dopo r (? tonica : assilli ascelle , bastcmji bestemmie , begsd 
maggiolini (melolonta vulgaris), be^mi prune, b^rli cacherelli, 
bl^ssi bellezze, kr^sti creste, s^sti cesti, suw^lti civette, ff^rsi 
ciccioli fritti di majale, fì^i^mmi ferme, fvQski fresche, r/iQSsi 
messe sost., tn^ski bagolari, v^lli vele, v^ssi vecce vesce, ecc. 

Dopo r i tonica : amnigi anse, kastini castagne, kulini colonne, 
kulici collectae, f^ngi fredde, frauziyii forbici propr. forbicine, 
vìquU visciole, lantiji lenticchie, Uri lire, miji mie, minzini 
medicine, narisji narici, pliji pelliculae scorze, prigi pevere, 
spingi spille, skuici polline, iurtifuli patate, urtiji ortiche, va- 
zivi vuote, viri volte, zanzivi gengive, ecc. 

Dopo r u tonica : arjundi rotonde, bùji bollire, kluki chiocce, 
buwi denti del pettine ecc., krusii croste, kruwi crude, sivùli 
cipolle, druwi grasce ecc., dutoi due f., fumni femine, nuni 
niune, nuwi venute, murfluni mocciose, muski mosche, pala- 
nuwi nude, punci punte, sansuivi sanguisughe, rubji gialle, 
slubji stoppie, sunti bovine, turni caciuole, turtuli turtore, unci 
unte, ungi unghie, uwi uve, vandumji vendemmie, ecc. 

Dopo r ic tonico : brùski brusche, bruti brutte, bilski busche, 
fuscelli, kùliiiji conchiglie, kiini culle, figuri figure, finisti lo- 
gore, lì(,vi lupe, midi mule, pupi poppe, suoi asciutte, sùmji 
scimie, silzùji cicigne caeciliae, stipi zuppe, tricpi trippe, ùgi 
aguzze, ùgi agucchie, ùUi?ni ultime. 

Alla medesima stregua riescono quei nomi che dal tipo dei 
neutri plurali del latino ritennero ne' volgari italiani il finimento 
in a, passando al genere feminile, come le bisaccia y le ciglia, 
le comay le ossa ecc., e quegli altri di forma analogica, quali 
le ditay le budella^ le carra ecc. Di questa sorta nomi, alcuni 
nell'alto piemontese mantennero V a finale, esteso pure al sin- 
golare e fatti maschili in entrambi i numeri, come p. e. il ter. 
paira pajo paja, mila mille mila, mija miglio miglia, e anche, 
nella provincia di Cuneo, dija dito dita; ma buona parte di 
questi nomi in a assunsero, come feminili plurali, la simbolica 
loro desinenza in e che nel basso piemontese si mutò poi gene- 
ralmente in i. Ora codesto e plurale, nato da a per influenza 
del genere feminile, nella varietà piveronese si mantenne intatto 
quando venne a trovarsi preceduto dalle toniche che vogliono 



Atono finali doterminato dallo toniche. 115 

Ve d'uscita^ ma passò poi in i se la tonica precedente è di 
quelle che richiedono V i per T atona finale. Quindi p. e. da un 

lato asje 'agia, hraQe braccia, huele budella, ftare carra, koyme 
corna, servele cervella, eoe uova, lavre labbra, osse ossa, 
pessje perseca (alatr.), pcere paja, ecc., e dall'altro diji dita, 
fili fila, fiisi fusa, mulini *mulina, peMi peta, pumi poma, pìini 
pugna, zunigi ginocchia ecc. 

In ordine ai nomi vuoisi ancor notare, che quest'azione della 
tonica per la determinazione dell' e o dell' i d'uscita, nel pive- 
ronese, si esercita pur normalmente là dove il nome masc. di 
tipo originario o secondario in -io soggiace a quell'apocope d' o 
al sing. e d' i al plur. che può dirsi caratteristica della più parte 
dei dialetti galloitalici. Quindi: a) da -io originario dopo a: 
armare armario armadio, kambe cambio, save savio, ecc.; 
dopo e: batisiere battisterio, QÙmiXtere cimiterio, 7*uitnnere [quasi 
'ruvinerio'], vangele evangelio, ecc.; dopo e: kumevQe com- 
mercio, pruverbe proverbio, sterne •sternio, ecc.; dopo o: di- 
mone demonio, §ri§ore Gregorio, ni§OQe negozio, ione To- 
nio, ecc.; dopo i: basili Basilio, gudiQi giudicio. Uri lilio gi- 
glio, ecc.; dopo ù: kriì^i crucio, diluvi diluvio, dùbi dubbio, 
fastùdi fastidio, ecc.; /?) da -io non originario dopo a: anave 
*anavio..../ande *andio andito, kande *candio candido, manne 
manico, care carico, pase mansueto, babe *babio da bablo e 
pablo, babulo pabulo, babbio (qui per rospo) e pabbio, malave 
*malavio 'mal-abito, malato (cfr. Arch. Vili 367, s. maroto) ecc.; 
dopo e: eie olio oleo, sele *selio solido liscio, ecc.; dopo e: an- 
lerpe 'anterpio, intrepido, dappoco, ecc.; — burenfe (-enfio, 
-inflo) gonfio, ense *ensio insito innesto, erpe *erpio *erpico er- 
pice (v. Arch. II 9, X 92), pesse 'pessio persico pesco e pe- 
sca, ecc.; dopo o: orde *ordio hordeo orzo, tosse *tossio tos- 
sico, vote *volio volito volo, piove piovuto 'plovito (cfr. nap. 
hiuoppeto piovuto, kioppeta pioggia); dopo ^: tQbi *tebio te- 
pido; dopo i: kribi *cribio *criblo cribro crivello, skivi *schi- 
vio, schifiltà; vivi *vivio vivido; dopo u: ìncbi *rubio rubeo 
giallo, dubi *dubio, duplo doppio, Qumi *gumio gumito cubi tu, 
stumi *stumio *stumaco, stomaco, upi *upio oplo opulo, oppio, 
urubi grosso trivello; dopo ù: sùbi 'subio sibilo, slìnipi stor- 



118 Flechia, 

maturano, maturino, maturiamo (cong.); zt^mmu gemono ge- 
mano gemiamo (cong.); kwy^zza scoreggiano, scoreggino, sco- 
reggiamo (cong.); shrivu scrivono, scrivano, scriviamo; fariju 
faremmo, farebbero; ru?npu rompono, rompano, rompiamo; stiiju 
puliscono, puliscano, puliamo (cong.). 

Anche il pronome io, usato encliticamente, suona lo o lu se- 
condo la vocale tonica; quindi mallo mettilo, metterlo; purlàlo 
portarlo; ienlo tienilo tenerlo; perdio perdilo perderlo; kozlo 
cuocilo, cuocerlo; àuslo alzalo; fàilo faglielo; meinlo menalo; 
koilo coglilo; ma: sbr^mlu spremilo; pijlu piglialo; r^unplu 
rompilo, romperlo; purtwnlu portiamolo; biitlu mettilo, kiizlu 
cucilo, maliilu messolo. E encliticamente ripetuto dopo indecli- 
nabili : beiklo lalo^ vedilo là, beiklo Ulte o kuilu vedilo li o qui, 
ecc. (cfr. p. 116-7). 

E noto come il piemontese abbia insieme col genovese un così 
detto n faucale (cf. Arch. II 117); ma la faucalizzazione di co- 
testo suono nel piemontese è di doppia natura. Il torinese, o 
piuttosto Talto piemontese in genere, ha codesta nasale fauca- 
lizzata e Tha come suono semplice; mentre nel basso piemon- 
tese la nasale si raddoppia e si raddoppia in guisa che il primo n 
suoni faucale e il secondo dentale; quindi mentre gl'it. lana 
catena spina corona luna nell'alto piemontese vengono a so- 
nare lana hadeij^a spina kuruha lùiia^ nel basso si profferi- 
scono lanna kadenna^ spinna kurunna liinna. Ora il pi vero- 
nese che, fuor delle sue specialità, concorda generalmente col 
basso piemontese, non conosce punto cotesta faucalizzazione se 
non dopo Va tonica, mentre dopo le altre vocali presenta la na- 
sale inalterata, vale a dire né doppia né faucale, corrispondendo 
por questo rispetto al dialetto canavesano che non soggiace punto 
alla legge della faucalizzazione (cfr. Nigra, Arch. Ili 37); quindi 
bruioanlanna -tanney aggiunto d'una specie di fave; kantaraij^na 
raganella, daimùna dipana, fubia&na (v. gì.) salamandra, lafì,- 
nUy manne manico, pajizahna paesana, pianlahna piantaggine, 
spiaano spianano, ^er^a^na terzana, valzanna ni. (v. gì.); ma 
spina f buna buona, kuruna^ truna tuona; kùna culla, lùna^. 



^ Codosta limitazione della faucalità al n preceduto dall* a, è pur pro- 
pria dei dialetto d'Azeglio. 



Atone finali doterminate dalle toniche. 119 

Sorgerebbe ora qui primamente il quesito circa il tempo e il 
luogo in cui sia incominciato questo movimento d'invasione ita- 
cistica nel basso piemontese. Un esame degli antichi documenti 
volgari pedemontani farebbe credere che prima del XVI secolo 
prevalesse ancora generalmente V e atono d' uscita, determinato 
principalmente da ragioni storiche ed etimologiche. Quanto al 
luogo donde siasi primamente diffuso cotesto principio fonetico 
dell' itacismo, mi par verisimile che il movimento sia stato dal 
basso all'alto e s'ha naturalmente da credere che le ragioni 
storiche ed etimologiche abbiano sempre più cessato di operare 
col prevalere generalmente delle tendenze fonologiche. 

Venendo poi ad indagar le ragioni di queste singolari leggi 
fonetiche proprie del piveronese, dirò primamente come a me 
paja ch'esse abbiano a ripetersi da certe condizioni topografiche 
di Pi verone. Già s' è detto che questo comune trovasi come sulla 
linea intermedia che separa le due sezioni dell' alto e del basso 
piemontese. Ora vuoisi ancora avvertire che passando da tempo 
immemorabile pel bel mezzo di Pi verone la strada maestra che 
correva tra Ivrea e Vercelli, questo comune veniva ad essere 
come il punto centrale in cui il movimento commerciale dai Ca- 
navesani e dei Vercellesi, cioè dei commercianti che avevano 
per nota caratteristica dei loro dialetti, gli uni l'uscita generale 
in e e gli altri in i, veniva come ad incrociarsi e a confon- 
dersi nei loro parlari confluenti nella promiscuità delle due 
leggi o tendenze diverse. Quando poi la formazione dei due si- 
stemi fonetici venne definitivamente a rassettarsi, Pi verone, che* 
con questa sua positura veniva per conto della pronunzia ad 
essere esposto alla doppia attrattiva dell' e e dell' i, dovette na- 
turalmente trovarsi come in una lotta od oscillazione, in cui, 
non potendo liberamente e ricisamente passare all'uno dei due 
sistemi, dopo un qualche periodo di fluttuazione, per uscir come 
dall'impaccio di questa quasi arbitraria promiscuità, finì per ac- 
conciarsi con normalità maravigliosa a cotesta nuova legge che 
io direi d' assimilazione quantitativa. In fatti, noi veggiamo 
che in questa alternazione delle due vocali palatine d'uscita, 
r Cy la più forte e la più piena di esse palatine, è la voluta, 
come finale, dalle quattro toniche a e e o, che sono i più forti 



120 Flechia, Atone fin. dotermin. dalle toniche. 

suoni semplici del vocalismo piemontese, mentre 1' f , la meno 
forte delle vocali palatine, viene a rispondere, come atona d'u- 
scita, alle toniche meno forti f? i tt w. Lo figure che risultano 
da questa legge sono quindi, da un lato a-e^ e-e^ e-Cy o-Cy e dal- 
l'altro ^-i, i'iy U'iy ù'iy e quanto ai dittonghi tonici, vi si risponde 
sempre coli' e atona, poiché essi dittonghi, oltre all'essere, come 
dittonghi, i suoni più pieni e più forti del vocalismo, hanno 
sempre pel primo ed accentato elemento una delle vocali che 
tornelle richiedono 1' e finale; quindi le figure ài-Cy àu-Sy èi-Cy 
èurCy ói-e. 

Nell'avvicendamento delle due vocali labiali atone d'uscita 
(p. 117-8) si dee pur riconoscere la stessa assimilazione quanti- 
tativa che per le due vocali palatine; e questo fenomeno, come 
già s'è notato di sopra (p. 118 n), è pur proprio del prossimo 
azegliese. 

Per le diligenti e minute indagini da me fatte intorno a que- 
ste leggi fonetiche soltanto proprie del vernacolo piveronese, 
credo di poter afiermare che esse vivono ed operano pur sempre 
nell'assoluto e pieno loro vigore e non vi s'incontra un solo 
es. che lor contraffaccia. I neologismi stessi, ossia le voci novel- 
lamente importate in questo dialetto, s'adattano immediatamente 
alle sue leggi, come s'è visto pei recenti nomi di battesimo ve- 
nuti ad avere per atona finale 1' o o l' t^ (v. p. 117), e come 
si rileverà ancora da due recentissimi casi eli' io posso dire 
d'avere colto in flagrante. Due soldati di qui vanno per servizio 
militare l'uno a Girgenti e l'altro a Trapani, e di là scrivono 
ai loro parenti lettere rispettivamente date da Girgenti e da 
Trapani, Ma questi due nomi locali passati qui su labbra pive- 
ronesi suonano immediatamente girgenlCy e (rapane, e ciò, 
già s'intende, perchè tra le figure di pronunzia piveronese recate 
sopra non vi sono né quella d' -e—iy né quella d' -a — i, e per con- 
seguenza non possono aver luogo le terminazioni in -ènti -àpani. 

E ora, conchiudendo, mi pare di potere asseverare che nel- 
l'assettamento definitivo e nella continua osservanza di queste 
sue leggi fonetiche la popolazione di Piverone abbia dato e dia 
saggio di felicissimo istinto e di squisitissima sensibilità. 

Piverone, ottobre 1888. 



Anticritica. — La critica della mia Storia dell' i mediano (Arch. 
XIII 141-260), fatta da Meyer-Lùbke, in Zeitschr*. f. roman, 
philologie, XIX 131-39. 



La 'recensione', che intorno a codesto mio lavoro ha pubblicato il 
Meyer-Lùbke, punto non manca di cortesia. Autore di due recenti e 
celebrate grammatiche, una italiana, e l'altra generale delle lingue 
romaniche, egli non va di certo fra coloro che presumano di fare un 
punto fermo nella scienza, sìa pure per un breve numero d^anni, e 
non antivedano legittime proposte d'innovazioni anche a molto breve 
scadenza. D'altronde, quantunque io, debole pensatore, mi senta li- 
bero da ogni freno che non sia quello della pura ragione, sono il 
primo a credere che quelle due grammatiche siano due ricchi e stu- 
pendi riassunti di studj linguistici, i quali debbano restare per molti 
anni come capisaldi e punti di partenza per le indagini ulteriori L 

L'accortezza del critico può talvolta essere stancata o fuorviata dal 
difetto di chiarezza che sia nella scrittura sottoposta al suo esame ^. 
Ma confesso, che, nel caso prosente, la critica mi pare venir meno 
appunto intorno a quelle parti del lavoro criticato, che meno meri- 
tano il rimprovero d'oscurità. E vero cosi, che io riconosco nella 
formola ili! s-tulti (Arch. XIII 101) le medesime condizioni fone- 
tiche che in illl-s palis, onde si veniva, a il IT t-stulti o i-stglti e 
illT-*s palis, e quindi por gradi a llji stolli e d-ellji pali; ma seb- 
bene si abbia in queste due serie delle combinazioni necessariamente 
frequenti, e nella s, seguita da esplosiva o da altra cons., la identica 



* [Montre questo righe si stampano, corre la tristo nuova che la salute 
di Meyer-Lùbke sia in condizioni tutf altro cho lieto. Tutti i romanologi 
faranno voci fervidissimi perchè l'attività di un campione cosi alcamontc 
valoroso non sia tolta so non per brovo tempo alla loro ammirazione.] 

• In XIII 221 n. 1, accennando i coefficienti che determinarono il pala- 
tinamento di si- iniziale, noto che « i cinghiali (si — ares) da me veduti 
hanno tutti avuto una cinghja di setole bianco-giallognolo intorno alle 
spalle >. Ora paro sia stato inteso che io derivi cinghiale da cinghia^ e 
che singulares^ posto abbreviato tra parentesi, non sia bastato a fare inten- 
dere, come avevo in mente, che cinghia non ha creato, ma semplicemente 
alterato, per accidentale combinazione, la forma vera ed originale di quella 
parola. 



122 Bianchi, 

causa generatrice della epentesi d'un t, nulladimeno séguito a dire 
in più incontri, che anche in altre combinazioni (de ab cuna prò 
illls) si dovea finire in d-^gli da-gli ecc.; poiché la quantità dello 
-i- e la natura stessa della sibilante producevano lo spandimento di 
quella vocale; e ugualmente si veniva a de illi^s annis ed a de 
-illPs in fine di periodo; p. es. son di qu-e^Z« = sunt de elljis, 
quest'ultimo da illPs. Doveva, mi pare, facilmente intendersi, che in 
un primo stadio ammetto la / pura da ogni mistione con lo^' soltanto 
nel nomin. plur. in fine di periodo: son qii-elli sunt illi. Ma stando 
all'incontro alle parole del M.-L., io parrei imputato d'ignorare che 
la -5 finale latina si estinse poi nell'italiano, e che de iiyis, sia che 
gli venisse dietro oculis, oppure palis, fini in d'-egli. Il fatto che 
la forma più smilza e più assottigliata dell'articolo è quella seguita 
da consonante scempia (i, d'-ei pali), e non quella seguita da vocale 
(gli, degli occhj), non richiama per nulla l'attenzione del critico; e 
in conclusione il suo discorso induce il lettore a credere che io am- 
metta la mu^^zione di -is in -ii. Ma questo io non ho detto mai. Ho 
sempre detto molto chiaramente, che secondo me (e non son solo), 
accanto alla -s si svolse un i, che ne è il prodotto e non la trasfor- 
mazione. Condono poi ad uno straniero la equazione, implicita nel suo 
discorso : stinco : sJdnko : : fistiare : fischiare. Quanto all' interrog. chji 
(hji), che traggo da quis, dico per ora che, se avrò salute, ne farò 
sentire, in tal genere, delle più grosse. Il M.-L. lo trae da qui, e 
c'è veramente un chji italiano che nasce da questo; e ne tratto in 
Ardi. XIII 177 n, dove ammetto che lo -j- siasi diffuso dall'interro- 
gativo. Qui egli avrebbe potuto osservare, che lo -1 del relativo an- 
tecedente, come ogni altro l finale, si sarebbe dovuto spandere in -t-', 
e quindi in -ji dinanzi a vocale; per es. : *quT^ est e poi *quji est, 
ed in fine kji est p rebus etc. ^ ; ma ci sarebbe stato di bisogno 
che simili combinazioni preponderassero. In qui probus est ed al- 
tre simili dizioni, lo -I non si sarebbe spanto, come non si è spanto 
in qui^ecco hic, si, li, cosi, costi: era dunque necessario il con- 
corso di qualche altra analogia, che in tal caso trovava il suo fon- 
damento nella mutazione organica della forma interrogativa dello 
stesso pronome (quis?). 

Se a me piacesse di girare o dissimulare le difficoltà, accoglierei 
di buon grado la correzione che mi si propone, derivando prugno 
direttamente da *pruneu, e non da prfi^nu *prunj5 con n tra- 



* Suppongasi: ^suum implet officium', o che altro si voglia. 



Anticritica. — Nomi di piante: prugno, portg. abrunho, 123 

smesso da prùTiolo, poiché non ammetto che un j, propagato sull' ul- 
tima vocale da t o da u interni, possa produrre alterazione nell'ul- 
tima consonante (cominjo, P'Vjrt, mdjo ecc.), ben inteso, nell'italiano. 
Ma la morfologia dei nomi di piante ha diverse cause logiche e sto- 
riche, che le dividono in varie specie, per dir cosi, filologiche. Co- 
minciando dal fico e dal pero, elio son temi primitivi, si viene al 
castagno ed al ciliegio, nomi che dal frutto son passati alla pianta, 
ed al faggio ed al leccio (fa gens, iliceus) che riformano il nome 
sopra quello del frutto e del legname loro. Sotto l'aspetto storico, il 
melo non ò più il dorico-latino m à 1 u m , ma sibbene il [i.7;Xov de' Greci 
orientali. Da questi il commercio delle piante per noi non indigene, 
o che siano d'innesto, passò in gran parte, nell'età di mezzo, agli 
Arabi; ed arabi infarinati di latino bastardo vennero nei nostri porti, 
e fors' anche nei mercati interni, a vendere gli an-ddltali , gli al-bi- 
cocchi, gli al'lori e gli ai-cipressi. Il M.-L. voglia credere, che quando 
profferiamo una sentenza, questa è preparata da considerazioni che 
vanno anche di là dalle ragioni puramente grammaticali. Cosi, non 
essendo probabile che i prugni o pruni, come pianto salvatiche ed 
indigene, siano entrate in questo commercio, 1' a- del portg. abrunho 
non potrebbe altro, se mai, che esservi stata trasmessa, per analo- 
gia, da altre voci arabeggiate ; ma è più probabile che vi sia mistione 
tra prunu e aprugnus, che vorrebbe a dire sterpo e frutto da 
cinghiali. Se poi si volesse, in tesi generalo, negare la propaggina- 
zione di un i da ù e da l interni, tale opinione troverebbe nel por- 
toghese il più debolo appoggio; poiché farinha, rainha da farina 
regina, e tanti nomi in -inho -inha, nei quali -n- si sarebbe dovuta 
dileguare , si spiegano appunto ammettendo la propaggine dell' -t- 
{-i*no e poi -injo). Il sulF. eu od iu non fu mai applicato a casac- 
cio e senza bisogno, e deve avere avuto una ragione nel significato. 
Là dove (p. 202) spiegai cornjo e cgrnjolo con cor^nus, ossia con 
l'epentesi d'un i svoltasi dagli omorganici r e n, non feci conto di 
forma da f a r n u s , per non inciampare nella classe di faggio e fag^ 
già da tageus, che è un vero derivato; ma non riscontro che il 
medesimo suffisso sia stato applicato ad arboscelli o poco più, se non 
come vero e proprio aggettivo di materia (por es. *Tiasta cornea'). 
C ò anche la difficoltà di un -Io lo rimasto atono fin dal romano 
comune: questa ò per dir vero superabile per la considerazione di 
età diverse di formazione; ma bisognerebbe vedere un poco, entro 
quali termini il vero italiano (cioè quello del buon uso e de' più an- 
tichi monumenti) ammetta, o no, sdruccioli in -dio derivati da n^mi 
in -IO. Vera ragione di derivato in -io, ha prugn-uólo, specie di fungo 




124 Bianchi, 

che nasce tra i pruni, spini o sterpi di varie specie, poiché ognun 
sente che quel suffisso vi modifica il senso della base, e sta ad in- 
dicare che non è il pruno stesso, ma ne dipende o sta con esso in 
relazione. Mal si spiega, dal lato logico, prùgnolo e prugno come 
vero e proprio derivato nello stesso senso di prunu. Siccome però 
é una l'accenda questa, che non mi riscalda molto, cosi lascerò dire 
che *pruneu -ea sia stata da prima chiamata la frutta, per di- 
stinguerla dalla pianta, oppure che si volesse con la derivazione di- 
stinguere il * susino salvatico', quando py^no indicò gli arboscelli spi- 
nosi in generale. Noto nondimeno che pruno -a nel senso proprio 
sono ancora vivi nell'uso. 

E certo che i diversi significati delle voci che si connettono con 
menare, non si spiegano col solo lat. minare. Ora, avendo io am- 
messo, e non escluso, la presenza di questo verbo nella mistione con 
un tema formato da manus, le difficoltà fonetiche opposte dal M.-L. 
non mi feriscono. E giusto che *maeni avrebbe dovuto dar *miem^ 
ma, senza dire che a ciò contrastava minare e che poi manca al 
toscano il ditt. io tra m e ?i, siamo nel caso di forme quasi sempre 
accentate nella flessione, e di una serie fonetica per varj modi estinta 
da contrarie analogie. Tale estinzione ebbe luogo perfino con la sop- 
pressione del suffisso -io; p. es. : pannolano e pannolino dovettero, 
senza dubbio, essere in origine -laneu -lineu^ Senza far conto del 
frnc. grange, che potrebbe anche venire da *granTca, noi abbiamo 
Grania come nome di più luoghi: or come si spiega questo, senza 
ammettere un Sgrani um passato in * grami, e dat. abl. *graniò, 
dove la dissimilazione impediva che il dittongo vi si diffondesse dal 
nomin.-accusativo J^ Nella serie di -aniu, che è del resto assai po- 
vera, il tipo di dat. abl. sopraffece quello contrapposto di nomin.-ao- 
cusativo. Accadde a questa specie quello che accadde in particolare 
all'una od altra voce dell' italiano, dove per es. il dat. ^^À, graìu^jo 
tolse ogni vita al nom. acc. "^granieii, fr. grenier. Ma c'è altro ancora. 

Essendo mio proposito di trattare dell' z mediano, solo incidental- 
mente mi toccò di rigettare l'equazione -e^-as, voluta dal M.-L. e 
da me semplicemente rigettata con la manifesta intenzione di non più 



^ I due composti italiani hanno la più stretta relazione storica e morfo- 
logica con le voci francesi Unge e lange, che in origino furono aggettivi 
ed andaron congiunti con drap: drap Unge, drap lange. Queste forme pre- 
suppongono dat. ablativi secondarj rifoggiati sopra i nomin. accusativi 
contratti *linT *lainT, senza di che gli ablativi primarj linjo lanjo = 
lineo lanoo avrebbero direttamente prodotto ligne lagne (=line ecc.). 



Anticritica. — So -as mutisi in -is e quindi in -/. 125 

parìarne (Arch. cit. 191); ma il M.-L., come padre amoroso dell'o- 
pera sua, molto naturalmente ci tiene (Zeitschr. cit. 134-37), quasi 
io le avessi voluto dare un assalto a fondo. Tuttavia, quel che dissi 
procedeva da maturo consiglio. A lui deve aver fatto impressione la 
estensione geografica del fenomeno; poiché -ava -avi da -abam 
-abas non si ristringe alla Toscana, ma anche si allarga all'Alta 
Italia, come si diffondono a mezzodì i tipi chiam-ava chìoni-ive^ Icg^ 
(j'-eva leg(/-ivef che presuppongono -ava -avif -èva -evi. Trattando io 
dell'italiano nella sua forma più specialmente toscana, non perdo di 
vista la conformità che certi suoi fenomeni incontrano ne' suoi varj 
dialetti: anzi mi studio di spremere il toscano, siccome generalmente 
più antico e meglio corredato di documenti, per levarne tutto quel 
sugo che poi ci conduca a spiegare lo stato anteriore dogli altri dia- 
letti. Ora, non è necessario il rigore d'una legge fonetica per creare 
corte conformità dialettali, ed il bisogno d'una configurazione analo- 
gica si può estendere in un raggio geografico, oltrepassante di gran 
lunga gli stretti contini d'un particolare dialetto. La legge fonetica, 
che in ultimo accetterebbe il M.-L , sarebbe (luesta: ammesso tu 
sentì da sentis e tu siedi da sedé^s, tu ami sorgerebbe da un se- 
condario *aww~5, già prodotto da amfi^s, clie poi veniva a trovarsi 
nelle condizioni di sedes. Questo metodo, di condurre i suoni nel 
giro di tutte le loro mutazioni possibili, mi pare, devo pur confes- 
sarlo, incauto e molto abusivo. C'è il pericolo, con queste corse e 
trascorse di suoni, di ridurre ad una sola vocale e ad una sola con- 
sonante tutti i suoni di una lingua che si trasformi in un'altra. Ma 
nel fatto reale non si riscontra quel che uno s'imagina a tavolino. 
I Greci moderni, nonostante il loro malaugurato itacismo, non hanno 
sentito la necessità di pronunziare timi per ^/>we = TiuLa{, come conse- 
guenza del fatto che tvj.Y, era divenuto timi, ed il ditt. at passato per 
il suono 7| avca l'obbligo di seguirne le sorti! Come nel groco, cosi 
nel latino ei passa in i, ed ai finisce in e, senza incontrarsi mai in 
un snono unico, essendo a tutti noto che p rivate i divien privati 
eli si ferma, quando aulai si fa aulae poi auto e non va più oltre. 
Passato il periodo di mutazione d'un suono in un altro, la serie di 
tatti i casi simili, che subiscono quella mutazione, definitivamente 
s'esaurisce e si chiude. E una tendenza che del tutto si estingue, e 
difficilmente rinasce, o nella medesima estensione o coi medesimi ca- 
ratteri, nel ricomparire dello medesime condizioni. Per es. : le gut- 
turali di cera e gente passano in palatine noi volgare scadente, 
ma dal VI sec. in poi nessuna gutturale sofiVe qu'^sf alterazione di- 
lianzi ad una pura vocale, anche se sia i od e, e soltanto la sofire 



126 Bianchi, 

dinanzi ad j seguito, da altra vocale : caliamo in cafaggio. Farò ve- 
dere, se riavrò la salute, che in un solo periodo fonetico il tj lai 
passa in z {pozzo = puteus ecc.), ed in tutti gli altri presenta esiti 
di figura diversa. Cosi, quando sedes, per via di sede*s *sedeis, 
si fa (tu) siedi j nello stesso tempo, e sotto la spinta della stessa 
causa, amas, per via di ama^s *amais, si fa [^u] ame. In queste 
due serie la forza trasformatrice , che risiede nella lunghezza della 
vocale e nella presenza della s finale, si esaurisce tutta nella crea- 
zione di un i epentetico, il quale si rappresenta con le figure di *se~ 
deìs '^amdìs. Ora abbiamo qui due dittonghi, ei, «i, i quali, come in 
casi infiniti di lingue e dialetti, naturalmente passano nelle vocali 
semplici, quasi semplici l ed ^, che poi anche si abbreviano. Ma 
non sappiamo se, quando ciò avviene, le due figure si trovano allo 
stato di sedis amés, od a quello addirittura italiano, ài siedi ame, 
ossia, se i dittonghi si semplificano durante la vita italiana delle con- 
sonanti finali, o dopo il dileguarsi di queste; ma ogni uomo d'im- 
parziale criterio ammetterà, credo, pur nella prima ipotesi, che quando 
ama^s è ridotto ad *amais poi *amés, la causa alterativa abbia 
raggiunto il suo termine finale, e definitivamente chiusa la seria dei 
suoi effetti. La spiegazione che fa nascere un -t da un -e secondario 
«=-as manca di semplicità, poiché -as per discendere ad -^s abbi- 
sogna della epentesi d'un t, e quando giunge allo stato di -es ha bi- 
sogno di tornare all'epentesi per raggiungere lo stato di -t, quando già 
le tendenze della lingua hanno preso un'altra direzione. Anch'io pre- 
ferisco lo stadio di mezzo *amais *ames ame all'altro: *-amais 
^àrnai atne; ma è un fatto che prima di giungere ad ami, la lingua 
percorre un periodo in cui la s finale, ossia la principal causa del- 
l'epentesi, è sparita, e le seconde persone finiscono in -e, come si 
vede da ti fide, Itu'] ose parie vante e tante altre figure simili che il 
M.-L. ci sfila davanti (1. e. 136). E vero che né presenta altrettante 
con i finale, ed attribuisce al linguaggio poetico ed alla rima quelle 
in -e. Anche qui andrò in parte d'accordo con lui, per non avere 
una fede illimitata nella naturalezza del linguaggio poetico italiano 
del primo secolo; ma non credo che i poeti se lo cavassero tutto di 
testa. Per me essi altro non fecero che profittare, per i bisogni del 
verso, di una forma realmente vissuta e che stava tramontando, so- 
praffatta da analogie contrarie. 

Senza rifare la storia delle nostre conjugazioni, può dirsi che il 
fondamento storico di quest'analogia era larghissimo. E ame, e poscia 
anche amave, dovea divenire ami amavi, perchè non solo sentire dava 
tu senti e sedere tu siedi (-5s in -t concordato anche dal M.-L.), ma 



Anticritica. — Di -is noi volg. lat. d'Italia. 127 

anche perché amasU ed amés amassós dovevano o mantenersi con 
-I o passare ad t nella finale. Alla base organica, che esercita T at- 
trazione analogica, io aggiungo credis vendis ecc., ossia lo -t$ della 
3.* conjug. Il M.-L. difende, all'incontro, la mutazione organica in [tu] 
vende, crede e simili, facendo passare all' -ìs la comune vicenda dell' % 
breve, e ricorre ad esompj di altre lingue romane. Cosi egli viene a 
fare la critica anticipata d' un lavoro, che si sa non essere compiuto, 
o per lo meno non pubblicato, nel quale lo -ns avrà da recitare una 
buona parte. Si vedrà come io niegìii, che il mantenimento dell' -i in 
-ì« e da -ts allo stato intatto, sia un fatto del comune romano: lo 
tengo Invece, compreso, s'intende, il suo prolungamento secondario, 
come un fenomeno dialettale del latino d'Italia. Mi spiego: allo scio- 
glimento dall'unità romana, il volgar latino d'Italia conserva sempre, 
e non per un secolo solo, una buona parte di s ed anche di t finali, 
ed anzi seguita in generale ad esser più latino delle altre lingue so- 
relle, sebbene venga infine un rivoltolone che ne lo renda inferiore 
in diversi punti. In questo periodo di vita isolata ed indipendente, 
il latino italico assume caratteri suoi proprj, che non possono esser 
comuni ad altre lingue della famiglia se non per mera coincidenza. 
Tra questi caratteri entrano gli effetti della -5 sopra i suoni prece- 
denti. Ma il M.-L., alla sussistenza d' un' equazione organica -i = -is, 
oppone il fatto italiano de' nomi de' giorni: marte-, ìnercole-, giove-, 
vener-di, da marti s etc. Io non voglio esser vinto di cortesia, e da 
parte mia rinunzio volentieri all'analogia di lune-di, che egli tiene 
per ineMcace; ma senza tener conto dell'irregolarità di inercole- da 
Mercuri, noto l'altra irregolarità più generale che va contro la 
ragione dei composti: capi-nera, capi-tombolo, petti-rosso, codi-bù- 
gnoU) ecc., dove tutti sanno che lo -i del primo componente è stato 
sempre breve, e pur s' è mantenuto intatto , e come tale si sarebbe 
pur dovuto mantenere in '^ marti-di e simili, presupposti dal M.-L. 
Or pare che egli non siasi accorto, od abbia trascurato la conside- 
razione che io feci nel mio 'Dialetto ecc. di C. di Castello' p. 87-8 n, 
che, cioè, la tendenza toscana a mantenere o cambiare in i lo i ed e 
protonici intoppò, fin da antico, un ostacolo, che il tempo dovea ren- 
der sempre più grave, nella spinta dissimulativa provocata dall' e 
tonico seguente nella medesima voce. Se il dialetto era spinto a 
mutar defendo e respectu in difendo e ì-ispetto, si trovava re- 
spinto da questa via, rispetto a destino e resisto, dalla ripugnanza a 
ripetere, per la tonica, con maggior forza, la stessa vocale. Di qui 
l'oscillazione che in questa parte presenta la storia del toscano. Tale 
ripugnanza oggi si spinge nel volgo, persino a mutar mcino in vecino 



128 Bianchi, 

e fiììire in fem're, che. sono voci piane, e con maggior forza dovea 
spiegarsi fin dalle origini, contro gli ossitoni *martidi ecc., che peg- 
gio si comportavano dall'orecchio. 

L'unica obbjezione che abbia qualche valore, contro l'ammissione 
d'un ital. -i da -?5, è desunta dalla desinenza delle seconde pers. 
piar, de' verbi: ama-/^ = ama-tis, senti-ie ^ sonti-tis etc. Io credo 
appunto che la figura proto-italiana di questa persona sia stata in 
-ti, di contro al -te dell'imperativo, come nel dialetto calabrese, al- 
legato a questo proposito dal M.-Lùbke. Piuttosto che lasciare senza 
spiegazione i numerosi fatti che esporrò nel séguito del lavoro, con- 
verrà ammettere che il sentimento, in presenza di forme (-ti e -te) 
clic aveano l'apparenza di participj passivi, finisse col preferir quella 
dell'imperativo, logicamente più gagliarda ed enfatica, estendendola 
da primo al congiuntivo [abbiate, che andiate), quindi poi agli altri 
tempi e modi. 

Una sola cosa essenziale mi si sarebbe potuta criticare ; ed è una 
certa mia titubanza, a proposito di Monte-Scalan e Mont'-Asinari 
(XIII 221), nel negare il dittongamento della tonica (sempre -aris 
o non -airis), come effetto del prolungamento secondario dello -is. 
Ora lo nego addirittura, benché gli effetti di altra specie mi si pre- 
sentino sempre più numerosi. 

Il M.-L. (1. e. 137 sgg. ) è poi sulla fine costretto a minute cose, 
dalle quali par che non riesca a strigarsi se non rinunziando ad ogni 
ragionevole spiegazione. Se non conoscessimo il suo immenso sapere, 
diremmo che qui ha perduto ogni giusto sentimento logico e fonetico 
dell'italiano. Sia così lecito chiedere, com'egli mi spieghi lo scem- 
piamente della t di mille e millia? come la disparizione dell' -2- di 
queir -ia? E dov'è un neutro in -le che non faccia -Ha al plu- 
rale? Nò molla nò fella non faranno al caso! E come prova egli 
clie mila sia forma recente di contro all'ant. mirjlia latineggiato in 
miliaì Che forse, in tempi recenti, la fonetica toscana ha mutato Ala 
ossia 'ìlja in -lai II fiorentino, in tarda età, di miglia fece mi§c)ja o 
migrjja, come di jìaglia fece pa^fjja ecc., ma non mai pala né somi- 
glianti! Uscendo, dunque, dalle antiche ragioni di quantità, la diffi- 
coltà di spiegare il fenomeno si fa maggiore. 

Relativamente a giglio e gioglio, il M -L. parla di dissimilazione, 
ed è giusto, come anch'io aveva fatto; ma ò la qualità della dissi- 
milazione, che va spiegata con ragioni organiche, perché affatto strana. 
Se alla lingua, di juliu piaceva far luglio, essa poteva contentarsi 
anche di loglio, senza cercare di gioglio, E perché, in luogo di que- 
sto e di giglio, non ricorrere a '^loggio e *liggio, o '^'lodio'B ^lidio e 



Anticrìtica. — Di giglio o gioglio^ tigna ischia ecc. 129 

forme conseguenti, che erano molte più ovvie? La via che condusse 
al ff" parrebbe proprio cercata col lumicino da qualche studioso di 
sottigliezze, che per leggiadria avesse avuto vaghezza di passare 
tramezzo a *ljoljo e *ìjiljo\ Che bel gusto, e che orecchio felice 
avrebbe avuto il popolo italiano! 

Dice poi il nostro critico non esser di bisogno trarre lisciva da li- 
xivia, bastando all'uopo lixiva; ma quest'ultima forma spetta ve- 
ramente ad una variante dell'aggettivo lixivius, che più tardi fece 
anche -ivus. In ogni modo la soluzione del quesito dipende da un 
esame più accurato dei cambiamenti dello ^a?^ a cui il M.-L. non è 
forse ben riuscito. 

La legge di propagginazione regressiva da un -l latino-volgare, ri- 
sultante rafforzato per contrazione di due vocali o più, ò cosi so- 
lidamente stabilita che non crolla per dirsi che io ricorra senza bi- 
sogno a complicazioni, e disconosca le afìSnità fisiologiche che passano 
tra \o i e l n s stj. Sebbene sia io il primo ad accorgermi del mio 
poco sapere, mi pare che queste siano ornai cose troppo elementari. 
Sono le vocali atone quelle che si mantengono o si mutano secondo 
r influsso più o meno efficace de' suoni palatini, ed anche di altri. Nel 
toscano, e nemmeno nel pretto fiorentino, non e' è suono, palatino o 



no , che faccia deviare le toniche dalle loro leggi di mutazione : V i 
e Vii danno e ed 9 come quasi da pertutto, e per isfuggire a que- 
sta vicenda ci vuole una causa più forte, qual ò il prolungamento 
ed il dittongamento. Lo i tonico breve, che pare siasi mantenuto in- 
tatto fin dall'origine, che sia sorto da altra vocale che non sia lo 
stesso i lungo, proviene dalle forme accentate sulla fiessione nei 
suffissi in generale: tigtia è l'arret. legna ^ tlnea, che si rifa sopra 
tignoso ed intignare^ mischia vien da meschia, che si rifa sopra mi- 
schiare e -a/o. In questa parte l'arretino ò il fratello maggiore del 
comune toscano: tanto è vero che queste parlate vanno poi tutte 
d'accordo con mescolare e mesticare da misceo mixtum, siao no 
tonica la vocal radicale. L'enormità del fatto, che il dittongo tonico 
€ie di aesculum siasi mutato nell' t di iscJiio, doveva avvertire il 
Mejer-Lùbke, il quale adduce tale esempio, che qui la mutazione era 
nata nei derivati iscìùeio -aio -one ischiaccia, che riagirono sul pri- 
mitivo. Può avervi agito anche ésca (cfr. Arch. IX 428 e ivi n. 3), 
ma il M.-L. potrebbe trovare un altro grosso esempio nel pis. lue. 
e pist. incigno incignare * rinnovare ' da e n e a e n i a r e . Le forme le- 
gno degno pegno segno, da lignum ecc., dovrebbero finire col per- 
suaderlo, che nemmeno noi toscano più spinto, poteva la palatinità 
de' suoni accostanti sottrarre lo i tonico breve alla legge della sua 

ÀrehiTio glottol. ital., XTV. 9 



130 Bianchi, Anticritica. 

normal mutazione. Con ciò intendo riferirmi alla mutazione della vo- 
cale tonica nel suo genere, od ordine che voglia dirsi; che quanto 
alla qualità specifica, cioè all'esser più larga o più stretta, può essa 
dipendere dai suoni vicini, come per esempio in loglio sogno ogni^ 
dove 1' ó è stretto o largo secondo le varie pronunzie , ma in so- 
stanza è sempre o e non u. 

Mi parrebbe infine tempo sprecato a combatter la illusione che ci 
sia stato un latino volgare *céresus, in luogo di céra su s, da cui 
ciliegio ecc. L'affermazione che sèdano da selTnon è forma italiana 
e non latina volgare, non dice nulla a vantaggio di quella illusione. 
Per la nota 2, Arch. XIII 222, oltre il sèdano ^ ci avevo, con altro, 
anche il garòfalo (-cpuXXov) e V ànace o dnaco (otvtaov), ma feci bene 
a tenergli per ora a dormire. Del resto, ho dato qui sopra uno sguardo 
generalissimo alla storia morfologica de' nomi di piante straniere ^ 

Bianco Bianchi. 



* in origine, come sopra ho accennato di volo, ciriegio fu il nome della 
frutta, che poi passò all'albero che la produce, ed è il gr. x«/oaareoy venu- 
toci direttamente per via popolare, come qualche altra voce de' nostri 
ortolani. Per queste bisogna ricorrere a criterj complessi, trattandosi di 
voci che il volgar latino non creò dal proprio fondo, ma accolse dallo 
straniero. 




I DIALETTI ODIERNI DI SASSARI, 
DELLA GALLURA E DELLA CORSICA. 



DI 

P. E. GUABNEBIO. 



[ContiiiiiAzione e fine; y. toI. XIII 125-40. — La stampa BMnterrompeTa dopo i primi tt 
miHeri, ohe fanno parto del § 1, cioè delle 'Annotazioni fonologiche*, e coi quali 
•*aiTÌTaTa ali*/ tonico in posizione ] 



In posizione ^ 23. Sass. Intatto, se riviene a t: gilu e an- 
che lixu che è log., milu -a, piXa^ vina^ tnzzu ericiu, milliy an- 
§idda anguilla, kuniluy fibbia; -Issem -Isses: finissi ecc.; -Isti 
-Istis finisilpi ecc.; zinku cinque, vinti venti, fintUy ilprintUy 
tifUu^ frissu fritto, libbra^ libbru; is'ula^ liuindiziy ecc.; ma 
freddu. -^ Gali. Nella stessa ragione e inutili gli es., eccetto 
fritu frigidu. — Córso: gilu^ om. gidduy simmia^ liécu liccio 
e pur ^cosa da nulla'; -Ivi: sentii y peìHii partii ecc.; spirtu e 
spirduy tristUy cinkue^ stintu estinto; kuindeci ecc.; ma fredduy 
e anche venti, allato a om. fritu vinti, — 24. Sass. Si riflette 
invece di regola per f, se riviene a ì: ve§^u video, trezza, 
eddu -a ille -a, areéca pi. arecci orecchia, vegga veglia, celcu 
e ceccu cerchio, fejmu fermo, zeKhu zehha zehJiani cerco -a 
-ano, veldi verde, pesu pesce, frehhu -a fresco -a, penna, amenta, 
iRhumenza incomincia, dentru e drentu, trenta, [fetta'], nettu, 
vreddu vetro, kanelpru, minelpra, zeppu, isemplu *ex-simplu 
sciocco, V. per es. Grimdr. I 503 *, ma anche isimpru che ripete 
la voce log. e isimpiaddu che è il più usato; velina vergine. 



' Il lettore condonerà se qui non distinguo tra posizione latina e posi- 
zione neolatina, e anche tralascio qualche altro scernimento. 

' puddreddu asinelio, ^putrillu met. di pullTtru, è attratto nelF ana- 
logia dei dimin. in -eddu^ nm. 15. 



y 



132 Guarnerio, 

vehhamu vescovo, lettera; solo in -itia s'ha V e: hiddeziaj dur 
rezia, pi. rikkezi, ecc. — Gali. Di norma intatto: viku video, 
licca •ilicea elee, tricca^ icldu -a, hiddu -a, kapiddu -i, arie e i^ 
pinniccu pennecchio, vig^g'a veglia, cilhiv cilkaniy frisku, bisku 
vischio, kistu -a, pinna ^ sikkuj vincu fingu spinnu strinnu 
iinnu cinna, Urina pinna sinnu^ vizzu vezzo, dittUy [fìtta'] ^ 
hindi eccu' inde, -inni inde in elisi: -minni -tinni -sinni mihi- 
inde ecc.; pllula vilini^ slmbula semola, littara; ma veldi in- 
sembi veskamu menta drentu kumenca trenta ginestra ma- 
tessi [zeppu\y alcuni dei quali sono evidentemente d'origine 
. dotta. Ancora e in -itia: biddesa vie cesa ecc.; infine con e: 
pesu sììl, z pisha, e puddetru. — Còrso. Torniamo pel csm. 
ad g, che è chiusa se vi segue Zi, ^ o tt: asella ellu dellu 
fmelluy desku freshu peska, vesku vescovo, kuestu kuessti 
dessu stessic, dettu, bst. anche dittUy strettu nettu, coi quali 
passi vehu vedo ; ma è un' e schietta in trecca kavezza aree e a 
pareccu secca^ veocu marinu vitello marino, veg^g^a veglia, 
pem denu lenu penu sena penna^ pénnula o pémda palpebra 
cfr. leccese Morosi IV 125, cennara insemme indrentu selva 
verde pullet)^ (anche poltrii y it. poZfro) vetru maestì^u ecc.; 
vetta vitta, ramoscello (cfr. tose, vette ^rami più sottili degli 
alberi' Fanf. u. t.), saetta e vindetta; infine e: trenta, lenza 
amo e anche ^striscia di terreno' Grundr. I 507-8, cercu e 
cecu cerchio, vergine fermu inferma, Nellom. srt. di norma in- 
V . tatto, come nel gali. : vi^u vedo, iddu -a, kuiddu -a, cirlia cerca, 
missu friskuj huistu -a, sikku dittu benedittu maledittu vin- 
ditta, sing^u il sogno, kuissu -a, ecc. — 26. Sass. L'i, secondo 
la norma italiana, in famila lin§a fìnQu vinku sardina tina 
ilpinnic tinu dinu sinilpru ecc. E ancora: anniggu ecc. nm. 108, 
biliìiu viscu, che ripetono i log. anniju ecc., vishw, e del pari 
kizu ciliu e kinga cing'la, il cui k tradisce l'origine log.; nella 
qual ragione entrano pure kissu -a, kilpu -a, hiddu -a, dittu 
huminza, ali. al già addotto ihhumenza, pindula pillola, sai- 
pizza salsiccia e lintiza lenticchia. Qui ancora 1' -ittu (come nel 
log.) dei dimin. : hrabbittu capretto, ampulitta, ecc.; e V -inni 
inde in elisi: binni ibi-inde, tinnì sinni, Unni ecc' hic' inde. — 
,^. Còrso. Tornano famila lingua vinhu fìn§u strin§u e strintu, 



II sassarese, il gallurose e il corso. Vocali toniche. 133 

tinQu, om. spinna spegnere e spinta -a spento -a*. Non ben 
chiaro zippu ali. all'it. zeppo] ma non fa specie trìbiu -a treb- 
bio -a, che è a fil di norma da tribulu M.-L. it. gr. 36; ca- 

nuga (v. n. 83 n) cenere, sarà *ciniga incrociatosi con bruga 
brucia. 

0. 

Lungo. 26. Sass. Di regola o: soliy sola; aipori astore uc- 
ceUo di rapina Sp. ve, kazzaclòHy 7ninori piccolo, missaddori 
mietitori, passaddoH paletto catenaccio, palpori, sabbori sa- 
pore; poni pone, huronay passona persona; lionij muntoni mon- 
tone e mucchio, pivaroni ì^azoni tizzoni) bozi voce, ino^Qi in 
hoc[ue] qui, 7iodui dodiziy no, — Gali. All'incontro p: soli 
sphc astpri fìpri missadQyn pastori^ vinidpri avvenire, bpci do- 
dici ecc. ; ma seguito da nasale è o : hurona passoni poni donu 
liani piparoni razoni, — Còrso. La norma ci dà o schietto: 
sole sola amore miìore sinoy^Cj adore\ pulmone, lione epe. 
lejonej kunkone grossa conca, kuffone ali. a koffa corbello, 
ermone armus omero, fukone focolare, pullone germoglio, kan- 
zona perdona donu nipote skopa] dódeci vòmeru] ma neirom..* 
astori pastori arrnonu Homi kiinkoni parsoni rag'g'oni, — 
27. Sass. Si ha 11;? ìn npi vpi; kpmmu quoraodo, [np^nmu 
nome]; pra pi. pri e allpra che è però letterario, ankpra dur 
npra'y nibbpddi nipote, ahJiobba e più comunem. ihhpbbulu 
scopa, spri^u sorcio; e con 1' u, oltre il comune tuttu^ anche 
pwnmii^ che è pur log. — Gali. Qui, son nella regola del pre- 
ced. nm. : pra^ usato solo come sost., ankpra npi voi scopa ni- 
ppti\ ma si distaccano komrnu nommu pqmmu. — Còrso: npi 
vpij ma bst. noi voi; pra allpra malpra ppmu, ppmi di terrea 
bst. pommiy kpmme bst. kumme om. esc. kiimuy npdu, np npn 
e anche nun un unrC innanzi a voc, cfr. tose. ; ma l' q in voce 
epe. ^pce e nomine. 

Breve. 28. Sass. Di norma p\ ihìipla scuola, vp vuole; fa- 
zplu filplu^ linzpluj nizzpla noceiuola, paggplu pajuolo, kup- 






* Insieme con spintu csm. Ort. 206 o om. srt. Ort. 62, ho spentu om. aj. 
Ort 284, e d* altra parte raccolgo pur ventu vinto. 

* Lo Sp. or. I 63 e 70 pone filolu e rafiolu, ma a me non risultano così. 



\y 



134 Guarnerio, 

piplu gemello, panajpla panattiera, ranplu ragno, vindiplu -a 
rivendugliolo -a, kan^ajplu acquajuolo che porta T acqua nelle 
case coi soraarelli, foggiato sullo spagnolismo karrera strada, 
kurriplu che non sta mai fermo, vagabondo; fpra foras fuori, 
gobi jovis[dies], np^w nuovo, nphi nove, pbUy hpi bove, pmmu 
pmminiy fp§§u gp^Qu lp§§Uy kpzu coque, pp può, hipddu vuoto, 
mpdduy apprpbbu ad prope vicino; spzaru suocero, ilpp^amu 
ppbbulu pbbaruy akk(f akkpllu eccu'hoc, parcf e per(^. — Gali. 
Parimenti p: shpla vp, bplu io volo, fiddplu linzplu^ g^pi ngu 
npi pu bpju fpku Ipku, kpci cuoce, rpta^ rpiu cerchio, mQdu\ 
spcaru sip§amu ppara bpitUy perp e con l'epitesi peìyni. — 
Còrso. Ancora p: shpla ^ splu suolo, spie suola, vpli o vpi, 
vple yp, dplu duolo, [mplu molo], fasplu pacplu vacplu 6, 1, 
kamispla e espia j kurg'plu corrigia cordicella, liuy^sacpli pio- 
coli Còrsi, santa maria ciripla S. M. candelaja, fumacépla 
nebbia, fumo, mwiianphc montanaro, paispli ranpla, e nei 
nnpp. matteplu petracplu ecc.; fpH e fpra^ 9^P^h ^Pf^i ♦^• 
ve7iUy npvu dinp di nuovo, npve, pvu pu pi. pve pe^ bpje pi. 
bpj om. bpja^ pmmuj spnu spna suono -a, g^pku^ kpku coque bst. 
hpcu inf. kpcey npce nuoce, rp^u rptuluj rpta ruota e anche 

una specie di gonnella, viptu vuoto, pple p^; spcaru stpmàku 
Itrpida truogolo]. — 29. Sass. Ma con o: kori cuore, m07n 
muore, oltre bonu e ros'^. Legittimo Y u di nura pi. nuriy che 
è pur log., M.-L. I 138. — Gali. Qui son nella norma data dal 
nm. preced.: kpri, mpri onde wprw muojo, rpsa; ma di nuovo 
bonu e di più ommuj senza dir di nura, — Còrso. Ancora 
regolari kpre mpre rpsa rpsula bpnu) ma o schietto in nora . 
nuora, sora suora, populu) o in tonu tuono. Vu di kùfini 
cophinus, Bon. sm. 56, verrà dal più comune kuffone 26. 

In posizione. 30. Sass. L' ò lungo o chiuso si continua 
per o come al nm. 26: gossu giù, prontu cobbu *clopu cop'lu 
cappio, ma ons dà ps: ippsu -a, ecc. — Gali. Qui pure: 
sppsu ecc. ; ma : kminosu e kunnoshUy mela katonna ; prordUj 
inno ingiù. Per V ù di tusu io toso , cfr. log. tundere. — 
Còrso. Prevale V o schietto: koppia bst. koppiu pajo, kunna- 
skuy spo^u askosu pietosuy koci koce bst. kpse cuci -ire, ali. a 

kuci che è forma italianeggiante; om. ing''ó kuag^ó. — 81. -óriu 



Il sassarese, il gallurese e il córso. Vocali toniche. 135 

-ORIA. Sass. Analogamente a quanto ci dava il nm. 6 I, la ri- 
soluzione normale è ogg labbaddoggu abbeveratojo, *acquatorjo, 
log. abbadoriu; kuHKaddoggu *coricatoriu dormitorio, liad- 
dQgga convolvolo selvatico, cfr. log. li§adorza ali§adorza\ ma- 
naddogga mangiatoja, missaddogga falce da mietere ; palpogga 
puerpera, log. partoria^ rasogga coltello. Dal log. ripeterei, cfr. 
nm. 6 IV: kussoXa *cursoria [regio], terra determinata in cui 
si corre, quindi circolo, territorio, distretto, log. kussorza, mer. 
-orga. — Gali. L'esito normale è tmp. Qg''g^u^ clng. oc cu: 
kvtssog'g''a laatog''g'a missatog^g''a^ rasog^g^a coltello, ras. di 
balba rasojo. — Córso. Pel csm., tranne bst., e epe. -oc^Uy om. 
e bst. -og^u: franloca frantojo mulino, binatoca cesta per ri- 
porvi l'uva; prisoca *prehensoria, fune di peli di capra con 
cui si prendono o si legano le bestie, fune qualunque, VI. 62; 
bst. frissog^a Le. 390 e anche per metat. firsog''a Mt. 102, pa- 
della da friggere, onde frissug^inu friggitore; infurkatog''a in- 
forcatura, impikkatog''a, parpatog''a *palpitoria cuore, rasog'^Uj 
om. srt. mmnlog''u luogo dove si è incontrata la morte. — 
SS. Sass. L'esito -ori è in kiibalpori *copertoriu coperchio 
delle casseruole. — Córso. Ancora g come al nm. 26: kuridpre 
corridojo, trisgre e tisQre cesoje. — 33. Sass. L' ò breve di 
norma viene ad p, cfr. nm. 28: fgXu vqIuj [gzu log. olio], 
ispli'y kpggu cuojo e anche kpluy onde kulplu cotenna, colla ri- 
soluzione di cui al nm. 31; pggiy mgggu e nella ragion log. 
mgjuj kpddu collo ali. a holla xóAAa, péci occhi, ihhplu scoglio, 
pliu orzo, pphKu porco, mpjju muojo, mplpu mplpi morto -e, 
plpu orto, pplpu porto, pssu kpsa nptii pttu. Ma all'incontro: 
kojpu colpo ali. a kpjpu corpo, pojpu polpo, kojbu corvo, /b;- 
biza forbice, ojfanu orfano, por^^^ orriu horreum granajo, 
korru corno, torva torna, fossi forse, mossu morso, drommiy 
7nQnza monaca, sonnu sonno sonniu sogno, lonQu^ rtpondi ali. 
a ripplpa; hontu honti fronti ponti e anche monti) infine è o 
in coQQa *cloca *cocla conchula lumaca ali. a zpzza chioccia, 
oltre dabboi de post. — Gali. V p si ha soltanto dinanzi a 
ddj jf, flT: vpddu ispddi 7n§pddij kpcldu collo, shpddic scoglio, 
tmp. pgu clng. péu olio, pg^g'i hodie; cui si aggiunga dabbpi o 
da ppi. Del resto, sempre o: poi*ru orriu olzu kolbu olfanu 



136 Guarnerio, 

folvica fossi mossu ftonn* torrapolku^ kolpu corpo e colpo, 
folti oltu moltu molti solti toltu drommi sonnu sonniu lQn§u^ 
niOìiga monaca, rispondu kontu konti monti kontra inkonlra] 
kog'g'u cuojo (onde skug'g'd scorticare e akkug'g'ulà indurire), 
oc ci occhi, hosa fossa ossu notti, — Córso. Di norm^ p) fplu 
vplic più {kple spie tple)\ kpg'u cuojo, pce bst. pg'e oggi, mpg'u 
(più comuiiera. mena mina), kpllu pccu skplu priw kprbu 
dprmu dprme^ fprse bst. fprze^ 7nprsu kprsu pprkuj mprQu 
mpr^e muojo muoja, fprte sorte mprlu prtu rikprdu mprclu 
kprpu prbu grpssu pssu kpsa pp* ppi dpnna kpttu pttu nptte 
npstru vpstru} guvinpltu salsiccpttu ecc.; kplleraj pprtahu an- 
drone porta come nel gen., pstrikaj tpssiku e tpsku. Ma è o 
schietto dinanzi a nas. + cons. : sonnu sonu oni lon§u konte, 
kontu conto e conosciuto, fronte ponte risponde tonde; e in 
holpu colpo, polpuy orfanu (più comunem. urfanu)^ komu in- 
tornu torna ^. — 34. Sass. A tacere di duna sng. e pi., de + 
omnia, in cui si dovrà Y u alla frequente proclisia, cfr. pistoj. 
uQìii pis. unniy it. pni Grundr. I 522, sono comuni col log. 
ipuna spugna e turnu tornio, detto del parlatorio delle mona 
che, i quali hanno ragion speciale nell' o greco, Arch. suppl. I 12. 
— Gali. Gli stessi esempj, e nella stessa ragione: pulpu po- 
lipo. — Còrso, spuna struppa stroppu Kòrt. 7826; om. unni 
dunni e muzza mozza, nella composizion nominale hapimuzza 
Ort. 62; quanto all'om. inni ogni, dovrà V i ai casi in cui si 
trova preceduto da z, come p. e. di onni kosa^ di' fini k.y 
d'inni k. 

U. 

Lungo. 35. Sass. Intatto: duru madduru muru fusu di- 
junu Iwitty luni lunedi, pruna^ ilp?nwi?na struma aborto, luzi, 
muddu muto, agguddu, nui nube; pùliza pulce, sùmmene su** 
men untume grasso, gùdizi giudice, inkiidini, sùaru suber, fw- 
vara tuber specie di tartufo. — Gali. Stesse condizioni. L' ù 
di piummica pomice non disobbedisce al volg. pùmex, ma si 



* Pel bst., ali. a intornu ritornu e simili, trovo in Le. : cprnu cprtie, coi 
quali andrà scprnu cantone. 



11 sassarese, il gallurese e il córso. Vocali toniche. 137 

deve air attrazione di piummti piombo. — Còrso: duru matura^ 
bura bure, fusu dicunuy funa fune, lumme piumma luce, puca 
pulce, akutu spuiu nudu] più su\ giudici ankùtina sùaru e 
sùvaru^ nùvulu bst. nulu] om. luku bosco, luku di nassa 
villaggio nella pieve di Ghisoni distr. di Sartene. Se haronu 
realmente risponde a ^veruno', come dà il significato, convien 
dire che la voce abbia subito qualche deviazione analogica. No- 
tevole Vo anche per lat. ù nella varietà csm. di Alesani: on un, 
ono uno, to tu, ajoto ajuto, ecc. Falc. 592 sgg. 

Breve. 36. Sass. Di regola o cfp. nm. 26: §ola e *ola^ [^piohi 
piove], krozi croce, nozi noce; gobanu giovane, ommani 
omero, ecc. — Gali. Intatto : 0ula kruci, pulita fulica folaga, 
umma7*Uy kilitu cubitu gomito. — Còrso. Torniamo ad o pel 
csm.: §ola^ bst. ^pla^ so sum, kì^oce noca (ma piove va all'ó), 
g^àvanu, §óvitu pi. §òvite (ant. tose, govito); ma nell'om. srt. : 
§iUa kruci nuca ecc. — 37. Sass. Stanno legittimamente nella 
norma del nm. 28 i possessivi tpju loja, tpi to* pi. ambigenere, 
Sffju spja, spi sp\ — Gali. Del pari: (pju tp\ spju sp\ Ma fuor- 
viano : cffanu giovane, che deve essere letterario, npci, alkptina 
incudine che è pur mer. ayihpdina ali. al log. inkùdine^ e pur 
hga cubat nasconde. — Còrso. Ancora: tpju toi tp spju ecc. — 
88. Sass. Vu Q dovuto all'iato antico o nuovo in dui due, ui 
nbi inni in-ubi, fusi fuit, fussi fuissem; ma in kua nasconde, 
proverrà dalle voci arizotoniche. Son logoduresi: guu giogo, 
hùiddu cubitu ùlumu olmo; senza dir di rudda vwàì^^ akketta 
rudda cavalla selvaggia, nùmmaì^i e lupu, — Gali, sempre 
Yu del nm. 36. — Còrso: dui masc, duje fem. e anche d'ambi 
i generi, duve e due de-ubi, induve, fui, fusti -e; ma als. doje 
due, dovej foi fo\ om. zcv. dui dicji duva. 
=^ In posizione. 39. Sass. Se lungo, rimane: 7iudda nulla, 
trudda mestola, buggu buggosu imbuggd bujo -oso abbujare, 
hruza bruciai, gulpu gusto, fuljn fusto, frutti, — Gali. V. al 
nm. 38. — Còrso. Rimane pure; e sia citato solamente: csm. 
kucu bst bug'^u bujo. Strano il bst. ppr§u -a purgato -a. — 
40. Sass. Ma se breve, riesce a o cfr. nm. 36: lozzu fango, 
pozzu, rozzuj vajjona vergogna, ilp^^oppiu storpio, ilproppia 
♦exturpiat Grundr. I 516, ma cfr. Kòrt. 3039, zioddu cipolla, dolzi 

Arohirio flotto!, ital., XIV. 10 






.'' . 1.-,. 



138 Gu ameno, 

e clozzi dolce, hocca culcita coltre, doppiuy torva torre, forru 
forno, so/du sordo, all'incontro: spldu soldo 33, moKha mosca, 
ihholpa ascolta, aolpu agosto, onza oncia, mondu, fondu di 
kaulu^ fondu d*ica cespuglio di vite, so sunt, kulombu piombu 
ombra hokka sobbra soitu: zojfaru fonda§§u ondiiij ontaddi 
ùntati. — Gali. Sempre u secondo il nm. 36; onde: puzzu 
ruzzu, [suzzu sozzo], sinnuzzu ciuddaj bulzu polso, dulci 
kulpa iscuUa twra lussa fundiij fundu di vita^ mundu unda 
kulumbu (più usato kulumbulu) umbra bukka sunna suttu su- 
pra^ muttu verso, stuppa\ pidvara^ rùndula rondine, ùndici 
ùntati j mùcciku moccio. — Còrso. Si ritorna all'o nel csm. : 
salimog'a salamoja, lozzu sudiciume {luzzosu sudicio), pozzu o 
pozza pi. pozzCy lu pozzu blgn. il mare, gocca e nello st. sign. 
anche gottu {sgotta sg ottani sgocciola -ano), vergona cipolla 
dolce polpa volpe ascoltu voltu, poltra pù'lidru it. poltro 
Asc. I 18 n, holtre (più comuni kuUrone huUrina), sipolkru 
doppiuj koy^re e kore correre, torre gornu forka fomu orsù 
sordu (ma spllu soldo 33) rossu tossa moska bosku aQostu 
fondu mondu tondu hidombu rompu piombu bokka §otta in- 
gioile mottu sottu sopra sloppa] pólvara óndecij móndulu da 
mundo scopa da forno, mócciku. Ma nell'om. srt. è u: ciudda 
sunnuzza sulku sipulhru furru g'^urnu surdu fundu mundu 
dundi urina pung^a bukha supra, — 41. In questi dialetti, 
-UCLU si riflette come se fosse -oclo. - Sass. finpccu ginpcóu 
pidpccu. S'aggiunge kidgra M-L. 1 132, senza dir di fipttu turba 
Kòrt. 3349. — Gali, [inoccu pidoccu ecc.; oltre frotta dap- 
più, — Còrso: [inpccu dinpccu ecc.; oltre kplpa pplsu kprsa 
kprtuy bst. fprQa folaga. — 42. Sass. Vu si mantiene, come 
nell'italiano, in aliulpa aligusta, tujba turba, ùltimu e altri, fra 
cui in ispecie notevoli : assunga o assurta e una. Proviene dal 
log. in kujpa log. kulpa, buzzu pulsu log. bulzuj mulpu mosto, 
piiivaru piùa^^u log. piùet^e polvere della strada [pojvara 
polvere da fuoco ha V o per Vp dell' it. pplvere], mulca mor- 
chia feccia dell'olio, ursu, tulpa ioviai, kidunna kunnu trunku, 
unde dove, unda (più comune maretti) §runda rùndiriij mukhu 
moccio {mukkunpsu moccioso o anche bimbo), §utta gotta, il- 
puppa. — Gali. Qui è sempre Vuy secondo il nm. 36. — Còrso. 



Il sassarese, il gallurese e il córso. Vocali toniche. 139 

Oltre che in unca ung'a e fun^u (als. fon§o)j pure in dande 
e kerug'u che è il genov. karuggu, 

Y. 

m 

43. Sass. Con la solita varietà di riflessi: mendula man- 
dorla; butiru pabbilu §isu\ bossa; ^ruttay mulpa mirto, tunnu. 
— Gali.: mendula g'essu] paperi quasi * pape ri u; bussa 
multa. — Còrso: amdndula; g'essu peppere, leoeccu libeccio; 
butiru éimbalu) borsa tonnu; grpita e morta mirto; notevole 
papeu carta VI 91, cfr. sen. pap^o papió Parodi Rom. XVIII 596. 

Dittonghi. 

AE. 44. Sass. Come è del nm. 10: zelu cielo, ce§^u, sebbi 
siepe; e con e pel suono attiguo, cfr. 11: fenu fieno. — Gali.: 
celi ceku sebbi^ keru quaero voglio. — Córso. Gli stessi esempj, 
oltre deda taeda, abreju ebreo; ma kergu kerzu^ cerco chiesto, 
pel r che segue, cfr. nm. 16. — OE. 46. Sass.: pena zena: e 
qui passi anche feu foedu brutto, che è log., v. nm. 183; gli 
stessi esempj nel gali., ma fedu, e altresì nel córso. — AU. 46. 
Notevole, nei tre nostri dialetti, il costante distacco tra V o per 
cui si continua I'au e quello per cui V 6. - Sass. Prescindendo 
da kodda coda, che spetta veramente al nm. 26, au dà o: oru 
tisoru kosa pQ§§u pobbaru, oltre 0osu gaudiu pi. ^osi lodi dei 
santi, come nel log.; ma si conserva anche intatto: lauru trau 
kaulu kaulafiori; e pure inalterato è Vau romanzo: faula pa- 
raula iaula ecc. — Gali. Nelle stesse regioni: gru poatnc e 
poru ecc., ma kpda e laru lauru che è log.; faula ecc., ma 
somma saum- sagma, con cui andrà piota accetta Muss. beitr. 88 
e M-L. it. gr. 35. — Corso. Costante l'o; ai cit. esempj aggiun- 
gasi : ancQstru inchiostro , code cosu costila ecc. chiudere 
chiuso ecc.; e parimenti neW au secondario: parolla bst. pa- 
rplla parpllCy [topa topo, lopu pinnutu pipistrello], loia tavola 
e nei vocieri assai comune per ^bara'. Unico esempio del ditt. 
intatto: kaulu j ma probabilmente accattato, preferendosi il pi. 
breske brassica. 




140 Guarnerio, 



Vocali atone. 



A. Pro toni co. 47. Nulla di notevole pel sass. e gali, dov*è ben saldo, 
se si prescinde da qualche caso di larga ragione, come ginnaggu gin- 
naccu 6 I, ecc.; ma pel crs. è da notare che, nelle formolo -ar- e -ar^ 
(-AL^), primario o secondario, s'altera in e nel csm., non però nel epe. 
(cfr. nm. 2): berberu barbiere, ermone omero, ermwraccM ramolaccio, er^tsto 
artiere, erpia arpia, che mi sa di letterario, erburone albero, keritade csl- 
rità, feracu farò, fera derà cfr. sera serta y ecc., ferina^ merone marra, he- 
rugu 42, kerkanu, kerkera *caricaria cartucciera, gerdinu §uerdd pertimmu^ 
serbadó Salvatore, sberkà imberhd, sperbere sparviere, ecc.; e sempre in 
armonia col nm. 2, anche per nasale o palat. attigua: ^renellu, frencé fran- 
cese, gennacu 6 I, feéia faceva, regoni ragione, pieng'§ndu streccassi e si- 
mili, coi quali passi lehd lehatu lagare -ato. Nell'om. è più saldo, anche 
date le formolo sopra notate : arinone arma karkera guarda ecc. — 48. Non 
mancano però esempj di a intatto in quelle stesse formolo pur al csm.: 
balhone karavana carovana, marinaru parolla\ cui aggiungeremo: kare§a 
sedia. — 49. Fuori di cotesto formolo, è ben saldo pur nel csm., e innume- 
revoli gli esempj: mano maggiore, ^o'co/m vacTplu 6 ly kasatu fasglu salsicca 
kavezza kavicca rasocu ecc. — 60. Casi sporadici di a in e nel crs. sono: 
peppere papyru e bst medelena Maddalena, nei quali sarà per assimila- 
zione; e peura che dovrà Ve al metatetico perua dov'è normale, nm. 47. — 
^1. Altre alterazioni sporadiche: sass. ruipagga roncone, se da rastru e 
cosi gali, rusiagga^ crs. om. rustaca\ ma crs. csm. ristagu specie di pen- 
nato;- crs. surakka ali. a sarahka;" infine per influsso della nasal labiale: 
bst. lumintd lamentare, ben diffuso, e om. rwnéntulu ramentu spazzatura, 
genov. rumenta Flechia Vili 385. — Postonico. 62. Nella coniugaz., in 
penultima di sdrucciolo, il epe. dà e: kdntenu pórtenu g'òkenuy fdlenu da 
fald scendere, ecc.; e cosi nelle forme d'impf, con l'accento ritratto: érete 
eratis, érenu erant, aiemu aiete aienu habebamus -atis -ant, vidiete -lenu, 
— All'uscita. 68. L'è nell'impf. è pure del epe.: aveje vuleje miskuTaje 
sfu§aje ecc. 

E. Protonico. 64. Qualche caso di a iniziale: sass. arimani ^ akki} ah' 
hgllu eccolo; galL arimani arisera; crs. csm. ancTostru 46^ asi uscire asi" 
mune esciamone, abreju 44, om. accidiu eccidio, che è alterazione popolare 
di voce letteraria. — 66. Sass. Di norma si riflette per t: tintd tindaddpri 
^iO§dy pidgccu 41, ecc.; ma se gli seguo r o r^ passa di solito in a (cfr. 
nm. 16): kariaza l, sarraddu, zajbed(ìu cervello, barrn§§a verruca bruco, 
barramina 9, parnizi e più comune pranizi pernice, paldund perdonare, 
parQ per hoc, ecc.; tuttavolta: zerrì cernere, e d'altronde: man§oni less. 



Il sassarese, il gallurese e il còrso. Vocali atone. 141 

s. men^, mannali majale grosso, Kort. 5311, Bianchi XIII 213. — Gali. 
Qui pure i e superflui gli esempj (felisu felizi sanno di letterario); ma a 
nelle dette formole e quando gli segua nas. + cons.: sarratu tarrgri ^ var^ • *- 

rùhuLt bruco, intarrd calbeddu^ passoni 26, carri cernere, parrici pernice, 
malkantiy mdlkuri mercoledì, paldt paldunà^ salpenti e salpia 16, tantd tanr 
tcuiorù ecc., e anche innanzi a r secondario: marudda meduUu; in hiriasa 
pi. kiriasi, come in annattd adnectere congiungere, si tratterà di spinta as- 
similativa. — Córso. Ancora i nel csm. e om. , non nel epe. dove è in- 
tatto, e inutili gli esempj; nelle cit. formole il csm. è sempre all'è: feraru 
ferera 6, feracu febbrajo, cernilu *cernic*lu crivello, /?^5ona, terzetta specie 
di pistola, merkmte perdonu cerhellii verdona ecc. ; ma fa eccezione il csm. 
blgn., dove talora s'incontra a: tarrenu var§onna pardund tarzetta^ che è 
di norma neirom. (cfr. nm. 16): haronu 35, farutu parò sarrd intarratu 
parsgni pardutu sar pentii parpena appena Falc. 590, caridulu cerniculu, ecc. ; 
pesta e arasa 1, che è di tutta risola, al pari di mannerinu majale castrato 
e con d inserto mandarinu^ per influsso di gandarinu che pur dice ma- 
jale e vien da ganda. — 56. È] m^ per influsso del suono attiguo, oltre che 
nel solito dumani, nei sass. funtumà, log. fentomare, metat. di mentovare, 
e subhard exseparare, gali, suard^ e nei crs. summenta sumn\en§u summind > 

piuvanu truvella suppelli; Tom. lustinku csm. rustinku è metat. di lenti- 
sku e riduce Ve in u quasi fosse ^lu-stinhit, — Postonico. 67. Sass. 
^ In penultima di sdrucciolo, passa di norma in a: piùaru ommaru nùm- 
vfiaru t§nnaru gennaru vennari, l§pparu 11, pbbara gohanu^ ecc., ma è i 
nei numerali: ondisi dodici tredici ecc. e in dnilu angelo. — Gali.: pùl- ^ 
varu ttmmarUf littara libaru ecc.; ùndici dodici, ecc.; ma altresì u nel 
tmp. dnnulu cfr. it. dgnolo. — Córso. Ancora a nel csm. e om., intatto nel 
epe: pórbara pévaru vómaru gennaru vennari spcaru stivaru ecc., ma y^ ^^f^ 
óndeci dodeci tredeci ecc. e ora. ondici ecc. — AlTuscita. 68. Sass. e 
gali, concordano nell'avere costantemente -i e superflui gli esempj; all'in- 
contro nel crs. csm. e epe. è di norma intatto: mare pane mane erimane 
sette '^ amore adore ecc.; fukone pitllone 26, sarhone stalla less., ecc.: pen- 
sare vulere sentire ecc.; e così nell'epitesi di -ne agli inf.: amane andane 
fané ecc.; ma nell'om. sempre -i, una delle più spiccate caratteristiche 
della varietà: mari pani mani erimani setti ecc., dulori udori, ecc., baboni 
mammoni nonno -a, suéergni suocero, piloni specie di berretto v. less., ecc., 
pinsari teneri sintiri ecc., spirani fani ecc. 69. Fuori della norma pel sass. 
qualche caso isolato di ragion morfologica, e in maggior numero nel gali, 
e ancora più nel córso specialm. om., ne incontreremo ai nm. 208 e 219. 
Qui passino: csm. §nzi anzi, innanzi ali. a nantit, kimenti Clemente, v. 
Bianchi X 63, setti ali. a sette rifatto su deci ecc. — 60. Per Tettlissi qui 



> L ^9 



y 



■^ ^. 



142 Guarnerio, 

si aggiunge: tmp. hranu *v*ranu veranu primavera, hranili terra pre- 
parata in primavera. 

I. 61. Sass. Di regola ben saldo in qualunque formola. A tacere del- 
l'estesissimo marahila, sono casi sporadici di ragione diversa, con a: an- 
§unala it. anguinaglia^ con cui andranno come prodotti dalla stessa causa: 
ahhpbba 27, anibi gingiva; con u: suld sulittu *su[b]ulare sibilare cfr. 
it. zufolo Kòrt 7442, frusu -a *frust*lare *fu stilare con epentesi di l 
dietro /*, cfr. frusina nm. 118 e M.-L. I 53; e pei suoni attigui: busikka 
visica, un§udd% inglutire, umpari in parem insieme; come pure in penul- 
tima di sdrucciolo: stmmula 22, preddusimulu 18. — Gali. Ancora ben 

; ,^ fermo, tranne pochi casi isolati, con a: alkgtina 37 it anctidine^ hatonna 
30; con w, urinìa gìiìgiy&f sumidda somiglia e anche somiglianza, 5u<a ex- 
citare cfr. suard 56, oltre a simbula e petrusimulu, che quanto ad àkula 
(crs. à§ula), vi sarà scambio di suff., quasi *aquula parallelo ad aquila, 
cfr. Diporti glottologici, Milano 1893, p. 23. — Córso. Di norma intatto, 
e di ragion speciale i pochi casi con a: ankùdina v. q. s., ankona imma- 
gine sacra anche it, canuga cinisia cenere 25, oiSL.annarUi annantu in + 
.v^ ante; con ei cehala ben esteso; con o: bst song uni singuli -uni; con u 
tra n Q m\ nummici Ort. 252; in penultima di sdrucciolo: mónaka por- 
iaku ecc., e màstuka mastica Mt 78, oltre nùvulu nubilu. — 62. Per Tet- 
tlissi passino: sass. falpà *fallitare log. falla mancare, lol§a ghiera anello 
log. lorica lorigitta; gali, prgska persica, sieddu fanciullo che sarà z[ij- 
tellu; crs. frasha breshe brassica, bst. fgr§a 41, ecc. — 68. Nel csm. e 
epe. s'ha -M all'uscita della 1* prs. sng. del prf. : purtaju temeju krideju 
portai ecc., korsu corsi, morsu, vidu, intesu VI. 88 e Ort 178; dove agirà 
l'analogia dell'etimologico sìntiu sentii. Nell'om. sempre particolare pre- 
ferenza per -a, ma vi concorrono ragioni morfologiche, onde v. nm. 208 e 
219; e qui piuttosto i già addotti mìa ita sia mihi ecc. 22. 

0. 64. Concordano i varj dial. nel dare di regola u sia protonico che 

^'^ postonico o finale, e superflui gli esempj; ne fa eccezione il crs. als. che 

lo conserva intatto: mortaro^ skoUu'o^ ecc. — 65. Fuori della norma qualche 
a all'iniziale, ma oltre nm. 61, cfr. la frequente prostesi del nm. 199: sass. 
aliha oliva, d'onde alibari 6 III, anori onoro, gali, arici orice bordatura 
Caix st. 431 ; e inoltre sass. akkannu hoc anno, crs. a§uannu^ manderà 6 II, 
e più frequente nell'om.: alivu -a che è pur bst, odore, arilocu orologio, 
argoluf akkore occorrere, attobre, attusu, leambronu Leonbruno;- qual- 
che a anche in penultima di sdrucciolo: sass. gdganu diaconu, tnàjmaru, 
gali. ìnàlmaru. — 66. Altri casi sporadici, con i: sass. iìxhuru obscuru 
less. per influsso dell'i- innanzi a s^; gali, irrilocu orologio per analogia 
alle frequenti prostesi di ir- cfr. nm. 198, sirintina serotina sera per assi- 



iV 

/ 



/• k 



Il sassarese, il gallurese e il córso. Cons. continue. 143 

milazione alla sillaba che precede; e proverranno dalla lingua della col- 
tura i gali, origini^ orazioni e simili, mentre in oliari sarà influsso di pgu 
olio. — 67. Air uscita, notevole soltanto che mentre il sass. e gali, danno ^ ' « U 
-t nelle 3* persone pi. dei verbi e con loro si accorda Tom.: ani abiani o^ 
abarani ecc., il csm. esce in -m: anu avianu ecc. — 68. Ettlissi: crs. /rw- ^,r..^ 

steri fresteri ecc. 

U. 69. Intatto, di regola, in tutti e tre ; nel sass. e gali, anche in penul- ' > ^ 
tima di sdrucciolo, in luogo dell' ettlissi: merrula tàrrulu tarlo, ùrrulu 
urlo. — 70. Casi sporadici fuor della norma. Sass.: i in imbUi§§u umbi- 
licu nell'analogia di in- iniziale; in risihglu per assimilazione; e in niz- 
zgl<i nuceola e sirenu sublenis tranquillo less. per dissimilazione. — Gali. 
Parimenti t per spinta dissimilativa in mikalpri *mucaloriu e vulintai vo- / 

lontà; ma a in naccgla e albata vomere albata arare da urvum less. — ^ 

Córso. Ancora: §ulinteri volentieri, e rimore (assai diffuso, per influsso 
del prefisso ri-); mentre è assimilazione nell'assai diffuso filigine e in- ^ 

flusso del suono palat. attiguo in g^ileppe giulebbe. — 71. Anche qui, nel ^^ 

crs., non infrequenti i casi di a- iniziale : arnmore umore Le. 385, ancinutu 
une-, nei quali però segue r o nasale, cfr. nm. 198. ^ 

Dittonghi. 72. AU. Sass. Passa in i in ihhuipd ascoltare sull'analogia 
di i- innanzi a s°; e ha perduto la vocal labiale in arecca orecchia, aolpu 
agosto, atunu autunno. — Gali. Similmente: ishulta, aree e i^ ma ottitinu; > l 
è au romanzo, ridotto ad a e apocopato in cedda *[auj cella. — Córso. 
Anche qui va perduto di solito il secondo elemento: arecca a§ostu asholtu, > e - 
ma arifglu ali. a orifolu potrebbe andare piuttosto al nm. 65 con o in a; 
per au romanzo ritorna acellu. — 78. AE. Sempre i, sass.: ilpm aestivo/\, -^ <^ 
temp. , ilpimà aestimare amare, \_fingccu 41], ziodda 40, ecc.; gali.: istimà 
ciudda^ ecc.; crs.: istati cipolla \_finoccu'\^ ecc. — 74. E u pel suono labiale 
attiguo nel sass. prw^enrfa, gali, jarwewda, anche ìi. profenda Ascoli X 11. 

Consonanti continue. 

J. 

Iniziale. 75. Sass. Di regola dà g (per le alterazioni d'or- 5 
dine sintattico v. nm. 193): ga^ ganna janua, getta giità, gpbi 
28, gQ^Qu ginnaggu garu gohanu, guu 38, gulpu^ giidizi giu- 
dice, [gorra 5], ecc., e qui collocherei pur gaju -a nonno -a, 
in cui THof. 119 vede un *diaviu^ ed io invece un semplice 

* Cosi correggo, perchè erroneamente THof. dà ga§u [*diavus], che 
nel log. vale coagulo; la voce log. è gaju. 



(A 



^ 






144 Guarnerio, 

aviu Kòrt. 948 con j- prostetico, sorto dapprima nella combina- 
zione sintattica tra l'articolo e il nome, lu -; -aju e poi abbar- 
bicatosi come parte organica della voce; cfr. nm. 155. — Gali. 
-f ^^ Riesce al suono g"^, ma ancora cfr. nm. 193: g^a g^anna gè- 

sminu ghetta guitta g^pi g^innaccu g^pku g'^uru g^uu e g^uali, 
^ g^useppa ecc. — Còrso. Concordano csm. e om. nell'esito gT, 

v^ ^ ma nel epe. prevale lo schietto g: ga gesalrrdna giilà^ gunu 

Tv^ Ov giugno, giumenta g^uvalivi g^iseppe [g^ileppe 70], ecc., ma il 
xy ben noto lulu M.-L. it. gr. 98. — 76. Sass. Non specifici e co- 

muni col log., Hof. 61, i casi con i: zinibbiri ginepro zinzula 
giuggiola. — Gali. Qualche esempio con e clng., g tmp., i quali 
provengono dalla lingua della coltura, come cpanu cuaneddu 
cuintùy tmp. gpanu ecc., coja gioja, oppure dal log., il cui i si 
riproduce costantemente con e o (/, sia che continui J, sia altre 
formole, LJ NJ GJ, ecc. — Interno. 77. Sass. Ancora g con 
pronuncia intensa come doppio : maggu pegguj [abbaggà ab- 
bajare]; ingulpu] ma è assorbito in diunu o diunu. — Gali. 
clng. c'c", tmp. g^g": mag''g'u mag^g'^p^H peg^g'^u] comune è diunu, 
^ oltre peu peggio, che è il log. peus. — Còrso csm. e, bst. e 
om. ^*: macu o mag^u il mese e anche come nel tose, ^albero 
fiorito', pecu pica peggiore, aceg^a acceggia beccaccia, dicunu 
[abbag'^à]. 



V 



* Con (f e si vuol rappresentare quel suono palato-linguale, che è 
proprio del gali, e del crs. e che comunemente si trascrive con ghj e chj\ 
Il Falc. 574-5 ne descrive la proferenza dicendo che 'bisogna alzare la lin- 
gua premendola e raccogliendola pel mezzo al centro del palato; le guancie 
fanno un moto di restringimento che tende agli angoli della bocca e in 
pari tempo la lingua batte un colpo secco diretto verso la parte anteriore 
del palato e scatta subito cadendo ^ mentre che intanto dal moto che si è 
prodotto pel subito ritrarsi, esce un suono acuto, come di fischio, che 
compie la proferenza con la sua i mista del suono molle e grasso dello /, 
simile a quello di quajja quaglia nel romanesco*. Con questa descrizione 
parmi s'incontri quella che dà ora il Bianchi XIII 178 n di quel * suono di 
mezzo che da §j conduce a dj' nel tose; così che, se non erro, il suono 
speciale gali, e crs. risulti della stessa natura e non ne differisca forse se 
non in questo che, mentre nel tose, la gutturale a contatto deìVj viene 'a 
partecipare di una fregatura palatina e dentale', nel gali, e crs. essa piut- 
tosto subisce un'intaccatura palato-linguale. 



( ^^-^ > ^ 



Il sassarese, il gallurese e il còrso. Cons. continue. 145 

J complicato. 78. LJ. Sass.: alu pala meta famila kunsitu . ^ 
pila fplu vplu [brila]^ ipuld ialà ty^ahald ecc.; filglu muleri ecc.; 
e anche lj romanzo: akkuli ispU isulL — Gali. Riesce all'in- J ^ '^ 
contro a dd (cfr. srd. mer. Il) : hattadda padda meddu kunsiddu 
pidda sumidda; fpddu foglio, fpdda cavolo, vpddu; ispuddd 
taddd trahaddd ecc.; fiddplu mudderi ecc.; akàpddi akhuddi 
irri§pddi irri§icddi ispddi isuddi ecc.; e saranno voci colte: 
famila sbalu isilu inkalu evannelu, kunsilu ^ corpo municipale', 
p. e. kunsilu senza kunsiddu. — Córso csm. e epe: alu melu 
cilu gilu mila famila più fplu vpluj kpla cullea, lulu; pila 
spula ecc.; 'mulera. bst. mple e mola, filplu mxilplu ecc.; kple . . 

Spie Iple ecc.; ma nell'om. zcv. torna come nel gali, -rfd-: tadda 0^ ^ 
meddu giddu famidda pidda, voddu muddera fiddplu kpddi ecc. 
— 79. Sass. È i in pochi esempj che ripetono voci log. pzu 
33, kizu 25, lizu ali. a gilu, koza cullea coglia borsa, kozuddu 
montone, mazu malleu bastone della lavandaja [ma con mdz- 
zura martello di legno da falegname, cfr. it. mazzero^ e mazza 
battere forte pestare, s'entrerà nella ragione di * mazza']; con n 
epentetico: anzem^ alienu straniero. — Gali. Giusta il nm. 76 
le voci rifoggiate sul log. danno tmp. g^ clng. e: pgu e pcu 
olio, kigu kicu inkigd accigliare, ligu licuy agu aglio, pugund 
piùcund germogliare, ispugund smelare levare il miele dalle 
arnie, Rom. XX 68, angerm, ecc.; ed è schietto log. buia buUea 
otre borraccia less. s. imbpli§§u. — Còrso. Notevole deviazione 
il csm. mug''ere muliere Ort. 269, in cui il -lj- si assottiglia in 
-j- e con l'esito normale, cfr. nm. 77, viene a -g^-y risoluzione 
che si ripete in gf" g"- illi ^ in funzione di dativo masc. e fem. 
d'ambo i numeri, e di particella pleonastica innanzi al verbo 
'essere*: bst. gTe illi est, it. gli é, segno dell'affermazione, csm. 
g'^era gli era, epe. g'^ey^e g^èrenu, om. aj. g'^i. fagi fargli, gè- 
ranij ecc. Falc. 586-7. — 80. Sporadicamente il crs. altera il l 
in n (cfr. leccese némmaru Morosi IV 131, tose, gnòmero II 
424): tand tagliare, travanaia travagliata Tm. 206, hùnuhc 
mallo delle noci, kunuló voce dispregiativa Tm. 295, che postu- 



* Per lo spandimento di illi in *illii *illji v. D'Ovidio IX 100 e Bian- 
chi Xm 162. 



146 Guarnerio, 

leranno culliolu corteccia della noce verde. — 81. RJ, v. nm. 6 
31 e 39; sarà di ragion morfologica il g succeduto a j in al- 
cune voci verbali, cfr. pres. in '§u nm. 222: sass. rnpjju *mo- 
rjo morior, pajja paja, gali. mol§u mol^a, crs. mpr^u, mgrQe 
muoja, kerQu *querjo cerco, mentre ne* tmp. palg'a molg'a 
nm. 6n. si avrà l'alterazione di j q. s. notata pel crs., ma ap- 
presso consonante; infine è sostituzione del sufi", -oniu a -oriu 
con i internato nel sass. zimboina cupola, nel linguaggio dei 
zappatori zimboniay che ripete lo sp. cimbOìHo lanterna sulla 
cupola di un duomo Kòrt. 1863 ^, cfr. log. zimhoinedda lanterna, 
e sarei propenso a mandarvi insieme limbohia borraggine, log. 
limbuday che fanno pensare a un derivato da limba lingua, cfr. 
infatti lat. buglossa. — 82. SJ. Sass. Sempre i: bazu -rf, kazu, 
kariaza cfr. log. kariasa^ geza chiesa, kamiza] fazolu 28, ftt- 
zina metat. di *kiniza *cinisia cfr. mer. cinizu^ prizoni; bai- 
tizà *baptisiare, kuzi cucire. — Gali. In postonica s: asu agio, 
basu kiriasiy brasa bragia, ma anche kazu e g^eza; in proto- 
nica pure s di solito: kisina fasplu kusl kusidgra^ isdHsi *ex- 
de-resuere Ascoli VII 516 n, ma sempre z in kazoni pizoni pri- 
zona; caduto l'i in masoni mansione branco gregge, masonada 
famiglia, che proviene però dal log., Flechia Mise. 204. — 
Còrso. Il csm. e epe, a formola postonica, parrebbero unifor- 
marsi alla norma dell'italiano (Grundr. I 533); innanzi a vo- 
cale che non sia a: bacu^ baci, kacu koci koce cuce -ire, in- 

▼ T ' T T ▼ . 

nanzi ad a: cavasa; ma anche qui kamica ali. a §risu inorisi 
grigio ingrigire; a formola protonica di norma s: kasalu fa- 
splu fasanuy ammusatu imbronciato quasi *ammus-iare, e talora 
g: canuga 25 cinigia, fagpluy oltre i soliti kagone prigone ecc.; 
nel bst. e om. è all'incontro costante la sonora: bagu caragti 
lioge (bst. però anche kose) cucire, bragera bragia, fagplu pri- 



* P. e. noi modo di dire assai comune: mi i'ai fattu lu Qabhu kantu la 
zimboina di sinta kaddalina (che è la chiesa principale di Sassari). 

' Superfluo ricordare che per e si rende il suono tose, del e tra vocali, 
come in bacio cacio ecc., il quale si distingue solo per minore stretta orale 
dallo s di sceyno, Ascoli Cors. d. glott 22. Men superfluo notare che nel 
crs. occorre insieme la sonora ^, com*è nei tose, bragia cagione e simili, 
la quale sta allo i cosi appunto come e allo s, cfr. Arch. XIII 335 n. 



Il sassarese, il gallurese e il córso. Cons. continue. 147 

gone prigò ecc., i quali neH'om. zcv. assumono il suono speciale 
gall.-cps.: prig^g^oni prig'^g^ó pvig^uneì^. Concordano crs. e gali. 
nel regolare battiià e sta da solo csm. g'^esa, fognato l'i per 
dissimilazione, come nell'italiano (Grund. I 527), mentre om. ha 
gega. — 83. NJ. Sass. È n: haiiu kampana kalpana intrani v^ 
rona Una vina sardina vajjonaj mela kitona^ runoni risinphc 
(ma anche filumela)^ duna 34, ecc., e le derivazioni secondarie 
o casi d' i ascitizio : atunu, diunu 77, filonu filato log. fllonzu, 
kujubunu sposalizio, ilpuppinu stoppino, ilprumminu sconcia- 
tura, e simili; sinori donde le forme sincopate del parlar ru- 
stico ine ano; intatto in sonniu sogno ali. a sund; senza la 
nasale in kujuhd- come nel log. kojud conjugare sposare. — 
Gali. Riesce a nti^: intranni strannu rannu tinna vinna 
vilikinnu 'Uluj log. bidi^iniu^ vitigno, bainnu *gavin-iu Ga- 
vino, vcUgonna dunna ecc.; ma ancora sonniu sunnid, kujud 
kujunnu. — Córso. Nel csm. e epe. è lo schietto n: kampana 
hampand battere la campagna, kalkanu e kerkahu^ lami sost. 
e vrb., lana sost., vina sonu vergona^ bisona (bst. ona) fa di 
bisogno, kunu cuneo, g^unu\ sinore sinoru e sincopatelo sa 
cfr. genov. ; e coli' i ascitizio : kapaìiu cercine da mettere in 
capo per portare pesi o l'anfora, cfr. lucch. capagnata^ hapiti- 
nulu capezzolo, lucch. capiti gnoro Pieri XII 172, kar avana ca- 
rovana, in rima Tm. 397, urfanu orfano, ecc., e nei vrb. fru- 
§und mu§unù e simili; intatto nel solito sunnid. Nell'om. e 



' Con questo digramma voglio indicare, non già T intensità del suono, 
che è nel tose. -n^n-, equivalente a -»«/- (D'Ovidio IV 160 n, e ora Bian- 
chi XIII pass.), ma bensì il particolar suono gali, e crs. om. e blgn. di cui 
già altrove (Dip. glott. cit. al nm. 61, p. 14 n.) ho toccato, il quale pare in- 
tinto di nasal gutturale, onde pensai rappresentarlo con niì. Ma per non 
sovrabbondare in trascrizioni speciali, mi contento di w>T, avvertendo che 
la pronunzia sta di mezzo tra lo schietto n e il gali, e crs. ng del nm. 178 
e aggiungendo la descrizione che ne offre con la nota diligenza il Falc. 591: 
*I1 suono balanino è nasale, ma con una intensità maggiore che non in 
* quelli somiglianti di gna gne ecc. neir italiano , e per averne un'idea, 
'quanto si possa, sempre meno disforme dal vero, conviene stringere al- 
i quanto le narici e insieme sollevare il mezzo della lingua ritirandola e 
Spremendola forte al palato, non senza emettere un tenue cenno dell'acuto 
'suono deir»'. 






r" 






148 Guarnerio, 

csm. blgn. torniamo a nn: bannu, kunéennu quasi ^congegno' 
aratro, filanna conocchia, lannendusiy ecc. — 84. Entrano nella 
ragione del log. i sass. manzanu mattino, monza monaca e an- 
che una specie di lumaca mangereccia, bainzu *gaviniu v. q. 
s. ecc., e parimenti gali, monga cfr. nm. 76 ^. — 86. MJ. È allo 
stato di nn nel sass. e gali.; binnenna binnannà 14, ma intatto 
^^' in gremiu solo nel senso di '■'corporazione d'arte'; e del pari 



/' 






.V 



5 



(X 



1^ nel crs.: vindemniia simmia. — 87. CJ. Sass. Sempre riflesso 
per 'ZZ-: brazzu, a^razzic brusco, gazzuy lazzu laccio, minazza, 
siazzu staccio, vhiazza trezza [frezza freccia] muddizzu, ìnzzu 
23, zozza chioccia, rilpuzzu dimin. di restis orzajuolo, quasi 
'piccolo spino', ecc.; in proton.: azzpla dimin. di acia matassa, 
azzaggu acciajo, nizzpla e anche linzpla 143, ecc.; e preced. 
da cons. : onza oncia, balza kalzetta^ kalzi calcio, ali. a Iiaz- 
zefta kazzi kazzi^^d ecc. 103. — Gali. Riesce invece a -oc-: 
' braccu giacca facca minacca vinacca tricca [/ricca], licca 

[i]licea elee, coéca chioccia; isacca schiacciare Kòrt. 4541; 
acéaccu naccpla ecc., e nei derivati: fumacéa fumaccina neb- 
bia, ecc. — Córso. Ancora -ce-: acca accia di filo, b^^eééu 
7 g^eécu staccù minacca vinacca armuraccu^ liccu 23, trecca ecc.; 

e-"' nei derivati: malaccu ecc., ladruccu ecc.; unca^ kalcu kalciQà 

ali. a kalza skalzu ecc. — 88. Sass. Fuor della norma pochi 
casi in -CC-: facca, bucca se pure qui spetta Kòrt. 4864. — 
Gali. Fuor della norma qui riescono siazzu che è pur log. e 
suzza brutto che è l'it. sozzo Arch. II 325. — Còrso. Pur qui 
l'esito 'ZZ' non sembra indigeno : arrazza o arazzu *acraceu lam- 
brusco, bst. lazza sciocco, detto delle vivande, it. lazzo Kòrt. Ili, 
mullizzii immondezza, coi quali passi frezza o flezza freccia. 
— 89. Accanto a -ce-, nel crs. talora 'C'^c'^-: kocca ^cucchiajo 
di legno per raccogliere il latte che si mette nelle forme (fai- 
toc e) per fare il broccu' cfr. it. coccio coccia Kòrt. 1972, krooce 



* 85. Sia lecito qui ricordare T assimilazione di nw nell'iato. — Sass.: 
ganna 75, ginnaggu, marinali 55, ma marnali manovale giornaliero, che è 
pur log. e sarà foggiato sulFit. — Gali.: ganna ginnaccu manneddu 
cfr. it. mannello mannellina, — Córso: gennacu mannaga mannaja, man- 
nerinu mannellu, ecc. 



r 



Il sassarese, il gallurese e il còrso. Cons. continue. 149 

voce scherzosa per ^ gambe', che parmi crùcea cfr. it. giaccia 
senes. (yi^ocda^ króccula nacchera specie di conchiglia, diminut. 
di clochea, kuccu kìic'c'icécu cuccio cucciolo v. less., spaccu 
spaccali spaccio -ati; om. zcv. saccu schiaccio, bokkucca boc- 
cuccia; coi quali passi bue e a buccia sbuc calura^ che ritorna 
nel tmp. sbuccà sbucculà e ha riscontro nel tose, bucchie . 
Fanf. u. t. — 90. GJ dà sa ss. -gg- e gali, e crs. -g^g^-i assaggd 
assag'^g^dj piag'^g'^a. Sono dal log. il sass. Hlozu orologio e gali. 
Hlocu o irrilocu nella norma del nm. 76. — 91. TJ. Sass. 1. 
Protonico, preceduto da vocale, si riduce a i, quasi risalisse a 
SJ 82: razoni arrazund^ stazoni {orazioni ecc. sanno di lette-^» 
rario). II. Protonico, preced. da cons. è z: kanzona linzplic ecc. ' 
III. Postonico, preced. da voc, zz: piazza palazzii, rezza 14, 
pezza, lozzu 40, pozzUj ihhabizzu ihhabizzd *ex-capitiare deca- 
pito -are, ihhabizzaddu scapato, ecc. (qui passi pur kazza cac- 
cia); curioso, ma di certo non popolare, lo i di spaziu Qrazia 
oziu biddezia ^ gulpizia ecc., come non popolare lo -zia di ktis- 
senzia piniddenzia ecc. — IV. Postonico, preced. da cons.: ih- 
humenza 24, malzu e mazzu, fplza, panza pancia. — V. Resta ^f' 

isolato prezu prezzo ali. a dìprizià priziosu^ e ancora attatiu ^^^ 

atiattaddu sazio -ato, che è logudorese, Flechia Mise. 200. — '»^ '^ ^ 

Gali. I clng. 5, tmp. z: razoni slasoìii ecc. — II. linzplic ecc.; — -,>^ -J 

III. piazza, sazzu sazzà sazio -are, stazzu casa di pastori in 
campagna e anche la campagna stessa v. less. s. stazzona, rezza 
pezzu, kizzu citiu per tempo, vizzii vezzo, lo zza, puzzu 40, 
sinnuzzu, coi quali mandiamo: immizzi putrefare delle frutta, 
it. ammezzire , Kòrt. 5345, e prizzosu pigro cfr. log. preittia 
mer. preizza pi[g]ritia; — kacca, §ucca (anche §uUa)', grazia 
spaziu ecc. ali. a biddesa bruitela puaresa ecc.; — IV. telzu, 
ma kumenca', — V. ancora presa ali. a disprizià e minispre- 
ziu disprezzo. — Córso. I. ragone o regone ecc., ma om. rag'^- 
g^oni o raggó, staggoni ecc.; — II. kanzona linzplic ecc.; — 
III. piezza stazzic pezzu kavezza, sliavizza (a) posto obliqua- 
mente Le. 238, sing'^ozzic pozzic e altresì prezzu, ma ancora 



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* In sass. non si dice fortezia^ come nota lo Sp. or. I 128, ma fulpalezia 
e 'in gali. fultad§sa. 



150 Guamerio, 

kacca e ^occa\ — vunezza honik^g^udizm oziu, miluranza ecc.; 
due esemplari soli con g : minuge cfr. it. fninugie Grund. I 533 
e ora. srt. br^unaga bragia brusta, ma che fa il fuoco più vivo, 
donde hrunagata fuoco fatto di brunaga, che sarà da ♦pru- 
ni ti a incrociatasi con *brasia, cfr. Kòrt. 6427 e Muss. beit. 37; 
— IV. marzu, panza spanzatu ecc., ma anche qui kiiminca. — 
92. STJ. Sa ss. E z nel classico esempio bruza -rf; imbrulpia 
spazzola non sarà che Tit. brustia Kòrt. 1428. — Gali. clng. i, 
tmp. i : bnisd bruzd. — Còrso csm. e epe: brace bruca ^ 
d'onde sbrùéidu Tm. 296 palo da attizzare il fuoco, als. sbro- 
coli pali per ispazzare il forno VI. 61; ma bst. e om. con la so- 
nera: bniga brugava ecc., con cui andrà begu sciocco tose, 
ant. bescio bestiu Kòrt. 1145. — 93. DJ. Sa ss. Iniziale (cfr. 
nm. 193): ga^anu diaconu chierico sacrista Muss. beit. 121, 
gossii 30; mediano: Qggi^ agguddu -d agguni Arch. II 140; coi 
quali passi akkaggi accadere; mezzu mizzina bariletto Kòrt. 
5361, rozzu ecc.; qIzu ali. ad Qzzu] son logudoresi: zurradda 
giornata, mgju ali. al legittimo mpggu, raju saetta, usato come 
imprecazione, e gosu gosi 46 gosare godere. — Gali. tmp. gur* 
ìmta clng. curvata currateri giornata giornaliero, che saranno 
foggiati sul logudorese, v. nm. 76; Qg'^g''i agguiu aggungi\ cfr. 
amjiggd girare vagare, desunto dal log. arrodiu -are circolo 
circuito ecc., e frag'^g^u -d aborto -ire ali. a fradid nm. 159, 
inno in-deorsu che presuppone *ing''ó e priJiog''g*i praecordia 
coratella; mezza ruzzu ecc., olzu; caduto il d, come nel log., 
in moju mujtedchcy lapia *lapidea pentola Parodi Rom. XIX 
484 ^. — Córso: gornu gurnaia\ csm. e epe. cT, bst. e om. g\ 
Qce Qge^ mogu^ pocu pucale poggio, arìnpucd appoggiare, 
trapucava valicava, \^viacu vieg\i\\ mezzu, przu] rnerezza 
meriggia Mt. 96. — 94. PJ. Sa ss.: picconi è dall' it. (più co- 
munemente i zappatori kurombu)', azzua acciuga è comune col 
logudorese; apiu^ mela apia^ ilproppia ilproppiu 39, ecc. — 
Gali, picconi ancuQa ; struppid ; saju sajtù savio -ezza. — 



* Etimo ora confermato dal vasa lapidea ad coquinam degli Stat. berg.; 
Lork, Altborg. 236. 



Il sassarese, il galiurese e il córso. Cons. continue. 151 

Còrso: appiu siruppid ecc.; piccone ^ ancua, bst. ancuve. — 
95. VJ, BJ. Sass.: ràbbia gabbia allividì sajvia salvia; aggu 
aggi habeo-eam; e nella ragione del logudorese: arrajuladdu 
arrabbiato, marruju marrubiu, ruju rubeu, gaju 75. — Gali., 
tmp. bby clng. p: gabbia gapia, rabbia e rapia; tmp. g^g'^, clng» 
c'è": ag^g^u ag^'g'^i e accu aiTci; comune: g^izzu appassito flo- 
scio ing^izzi appassire Kòrt. 8706; karrugu quadruviu è d'im- 
portazione genov. — Còrso, csm. piogga ^ ; csm. epe. <f, bst. 
om. gf: acu aci^ agu agi^ karucu e kerugu 42; isolato è 
lonzu lumbeu it. lonza longia Flechia II 361. 

L. 

96. Iniziale resta di regola intatto in tutte e tre le regioni. 
La solita dissimilazione è nel sass. e crs. gilu^ di fronte al tmp. 
ligu clng. licu'y e nel crs. s'aggiunge colu loliu, cfr. senes. gip- 
glia Bianchi XIII 220. Casi sporadici : crs. csm. rustinku metat. 
di lentiscu 56, om. lustinku gali, listinku e listinkanuy sass. 
ilpinhanu con avulso il i-; sass. dassd per lassd Ascoli XI 422^ 
il cui d- passa analogicamente al sinonimo da§d per la§d XII 
27; cfr. tmp. dampd stendere, gettare qua e là, ali. al sinonimo 
lampa crs., e srd. sett. e log. — 97. Nel vernacolo rustico o dei 
zappatori di Sassari, -l* scade a r : ara ala, arenu alito, ariha 
oliva, ihhara scala, filpra kurombu ecc.; cosi anche nell'arti- 
colo, e iniziale preceduto da proclitica in vocale: ra runa e 
ru sori la luna e il sole, cfr. algher. Arch. IX 339 e testi vivi 
e il genovese II 122 ecc. Nel crs. è mùferu mufolo. — 98. Sass. 
e gali. In alcuni vocaboli, evidentemente importati, il *l- si 



* In Tm. 247 abbiamo piegga^ ma dov'essere un errore di stampa. — Lo 
Sp. or. I 139 n. osserva giustamente, che i dialetti della Sardegna mancano 
di una parola che significhi pioggia, tranne a Bitti, dove è proja, dicen- 
dosi comunemente nel log. abba^ mer. akua, gali, ea^ sass. eba^ benché s' ab- 
bia il vth. piòere e l'aggettivo piovosii. Ora si può aggiungere che il galL 
ha il vocabolo per esprimere la piccola pioggia e la piccolissima: piuicina 
piuicinedda e piuicina oppure piomcina -a; e il sass. pure, ma da altre 
basi: muddina muddinedda e muddinà da moUis e run'ina rus'inedda e 
rus'ind da ros. 



152 Guarnerio, 

pronuncia come doppio: parintella stillu^ cfr. sellaru selynon. 
— Còrso. Pur qui: parolla kandelle lagrime e kandella per- 
sona cara VI. 99, onde nell'om. zcv., secondo il nm. 102: pa- 
rodda, cfr. bst. ammadapena a mala pena Le. 357. — 99. Tace- 
rebbe nel gali, saikd barcollare, se è *salicare; andd saika 
saika andar barcollone, koisdika cutrettola, log. kulisdida Muss. 
beitr. llOn. — 100. Alterazioni sporadiche: sass. e gali. madom 
madonare araylon amido, log. immadonare ] crs. motina mu- 
tila capra senza corna, p. e. a jelusia è motina o cornuta Mt. 33; 
bst. anlru altro; sass. pindula ali. al gaAL pilula. — 101. L'om. 
spesso lo tronca all'uscita: bazzi per bazzile^ hwdind per hur- 
dinaie bordonale, cfr. Flechia Vili 333 ; gali, e sass. non mi 
danno se non rid reale, antica moneta. — 102. Sass. Il doppio 
-LL* passa in dd: baddu -d heddu eddic -a, puddreddu 24, 
kiddu -a, ziodda 40, nudda. tt^dda 39, troddiu truddid ere- 
pitum ventris, puddi§inic ecc.; fitureddu dinareddu panneddu 
grembiule, fuhhedda forcella, arnese che portano gli asinaj, pi- 
sareddi pesciolini, riaddeddu rigagnoletto, ecc.; milli ilpella 
pisellu trankillu ampulla^ balla palla da fucile, e simili, son 
voci della coltura; in siiiTu e sinzilu sigillo, che è pur log., 
^arà influsso dello sp. sello ^ e in pupia pupilla cambiamento di 
suffisso. — Gali.: idda -a middi mille, bakkiddu bastone, ha- 
pumiddu camomilla con immistione di kapii-y cfr. log. kabonila^ 
kpddii collo e colle, biddiku bellico, puddetm^ puddund (da 
pollone) germogliare, vnnbicldd ribellare, inguddi ingollare, hedr 
dida donnola, ecc.; nucedda nocciuola, nueddi (novelli) gioven- 
chi, pisileddi pesciolini, pikkuleddi pezzettini, celvareddu cor- 
vetto, tdiicedduy steddu 62, ecc.; ma kolla stella e altre voci 
letterarie; isolato amputa e anche dmbula ampolla, dov'è am- 
pulla che s'intreccia con àmphora. — Còrso. Nel csm. e 
epe. è intatto: bellu (anche sost. ^ninnolo giocattolo' voce infan- 
tile, cfr. log. bellei milan. bebej ecc.); calambella zufolo (^ciara- 
mella'), corno di becco ridotto a forma di zampogna VI. 103 n., 
ku7^atella^ kutalellu sassolino cfr. log. kódulu cotulu ciottolo 
Kòrt. 2228, malacella uccello di cattivo augurio civetta, puka- 
rellu cosa da poco pochettino, ìiiidelli giunture rotelle, purtellu 
finestra, zitellu -a; bidlihd pullulare, sfalla ingannare sbagliare; 



Il sassarese, il gallurese o il còrso. Coiis. continue. 151^ 

oilliku -a solletico -are, ecc. Ma neiroiii. srl. torniamo a 'dd-^: 
kavadda d'adda caddi idda -a nmlda. ciadda 40, ì^uddeira 
piuklag'u aceddu calambeddi, nieddff^ nigellu, habbai-eddn vez- 
zeggiativo di babbo, anìiannaretUld ninna-nanna, fidduledda 
arfanedda v'Ueddu oiteddata zileddu -a; nnpp. du7ninike(1d tt 
franéiskedda ecc.; sinnareddic Iddio (ghiera pa lu sìnnic- 
reddu)i a (Ida allo, iìuV ukV infei'nu ind'ill- Arch. II 156 n., 
cui s'aggiungono, sempre nella regione di Zicavo: nuìi dda non 
ili a- non la VI. 7, di d(V Ave dire l'ave VI. G; ma qui pure: 
stella d'onde stilla risplendere, la soli stillava in celi Ort. 248. 
— 103. Sass. Per le risoluzioni specifiche di i.^ v. nm. 123; qui 
sia intanto notato che ls dà Iz e per assimilazione zz^ come è 
costante zz per L + sibil. secondaria (cfr. nm. 124); onde: balza 
o bazza polso ali. a bacciconi less.; azza alzare, kazzi calcio, 
kazzelta kazziggd kazzalagga^ hazzina, kazznni calzone, a 
l' ahiiiizza alla scalza, cfr. log. iskidza, dozzi dolce, ecc. — 
Gali.: balza balza (anche bidca v. less. s. bidconi\ falza ecc.; 
kessa celsa lentischio, cfr. log. morifjessa morus celsa. — Còrso. 
Qui s'aggiunge l'alterazione di l in n arza alzo, farza ecc.; 
alterazione che del resto si compie dinanzi a qualsiasi conso- 
nante: karki q\xdilcheykerkana,kartfdÌHa ka.rtanile colto o tratto 
di terra vicino alla casa che si vuol coltivare ad orto VI. 59 e 
70, dorre^ niarbicg'a malviaggio, imprecazione, inarmi7iaiii' mal- 
mignatta verme velenoso, l'unico dell'isola, porpa pórbara sa)*- 
cicca ecc.; bst. ir boja il boja, Zar botte, tar vinu. — 104. Còr- 
so. Rimane isolato: paca pulce, cfr. luccli. pace Pieri XII 118 
e il nm. 121. — 106. E di tutta la Corsica il ridursi di ld l'd 
a // (cfr. abruz. e roman.): kalla skalla ariskalla, fallefle om. 
falletti faldette specie di sottana Ort. 133 n. (sass. falde/la, gali. 
fardetla), spila, sallata, ecc. 

L complicato. 106. CL-. Sass. (cfr. nm. 103): rahi rara 



* Noi vernacolo di Zicavo si suol trascriverò questo riilosso por tir (cfr. 
Tm. 56-59), ma da ciò che no dico il Falc. 579 apparo ovidonte elio il 
proferimento non differisce dal noto ^/'/, so non torso por una più spiccata 
intensità. 

Archivio glottol. ital., XIV. H 



154 (ili ani Orio, 

caiiimd cobbu rubhà accabbo 30, coda, cof/f/o 33, [caffa schiaffo, 
di tutta risola],' ecc. ; ma per influenza del logudorese: fjafjgu 
r/af/C/addif *clag() *coag'lo coagulo, ffu^/ipà e gómpeve *clom[»- 
complero arrivare, coi quali passi geza ecclesia. — Gali.: cai^ 
caetìfhi foruncolo, car(f d^on^ camma cobbu cinà ciuli e*'- 
da ecc.; ma geza, — Còrso: cam e arti codu^ code chiudere, 
costì'u stalla, cassu (it. chiasso -uolo), cappa moneta Kòrt. 4543, 
ciikkettifj tocco del campanello (cfr. it. chioccolo chioccare Diez 
less. s. V.), ecc.; ma g'^esa^ om. g^ega. — 107. *CL* (*TL*). Sass.: 
macca macchia d'alberi (ali. allo spagnolismo manca macchia 
dei vestiti, che è di tutta l'isola), arecca 24, veccu^ ipicca 18, 
pòca, kocca cocchio, finpcca ginoccu pidgcca\ kuccari^ ac- 
cappa ecc.; celcìf- e cecca 24, nudca e gnucca morchia, minca 
18, incind inclinare, ecc.; e con s-c in c-c: cvcca -à succhio 
-are. — Gali.: raacca arie ci specca vece a oc e a fuajc- 
cu ecc., rqccv rocchio, pianar cu pennacchio, pinnicca pen- 
necchio, ecc. — Còrso: karnacca macca specca vece a 
arecca pareccu secca^ vece a. rnarhia^ annecca annic'lu 
capretto o agnelletto d'un anno, havicca^ ecc. ^; liuccera sac- 
ed ecc.; minca^ cerca e ni. ceca VI. 50 (cfr. kìrcQla specie 
di pasticcio), torifu- ecc.; e qui forse ancora: csm. eca om. eg'^u 
haedulu capretto, log. eda, — 108. Sass. È gg anziché ce, ma 
come succedaneo del / logudorese, in annigga annic'lu cavallo 
di un anno (log. a^^>u7^0» habiggu *capic'lu capezzolo (log. A'rt- 
bija)^ i:>iggOy *piclo plico piego (log. pi; u), idpigga urtic'la or- 
tica (log. aì'Uja), iuaanagga covone (log. mannaju), rill)agf}a 
*restuc'lu stoppia (log. reslaja)^ f^'^^WiP*- sti^cco bruscolo (log. 
fastija)^ sanfjaiyaggaj farrogga farraggd frugo -are (log. for- 
roja -aì'c ecc. Uom. XX 65); ralpagga 51 diminut. di rastru, 
col -r- perduto per dissimilazione, dove però il log. ha rastraìa 
o raslaXa. — Gali. (clng. ce tmp. g'^g'^): hapig''(fa pie e a pig^- 
g'^a^trig^g'^a trichila pergola (log. trija),vig'^g'^a vitulu (log. bijff), 



* E in nuovo dorivazìoni: spnveccn spottacolo spavontevolo, h%i. sco- 
2)occu scapellotto, occ; sposso con un e solo, per analogia dello forma- 
zioni in -ARiu -ORiu nui. o ol : fatloca fiscella, Ibrma da fare il cacio, 
piìiìia'.-'H "^pinnac'lu granata scopa, Untinno.c'if, rustaca 49, occ. 



Il sassarese, il galluroso o il còrso. Cons. continue. 155 

manniig'g'a raslag^g'a^ ecc. ^ — 109. Sass. Non indigeno: lut- 
nilu\ allato al quale ricorderò fjvahila graticola. Lo i logudo- 
rese è in liniiza lenticchia e afda acucula ago Ascoli II 398. 
— Gali.: hanidcja secondo il nm. 78; tmp. fjraila ali. al nor- 
male kalrig^g^a *cratic'la; o col z log. in e o // giusta il nm. 70; 
clng. lintìca, tmp. Ihilif/a; tmp. vyuld vedere (log. ojit oclu). — 
Còrso. Oltre kimilu^ anche kavila e cernihf cerniculu crivello, 
efr. genov. ant. cerneio od. cernef/fjif Ardi. I 354 n., II 129 n., 
Vili 338. — 110. Ancora nella ragione del log., i sass.: lof- 
rakkd ilihuGakhd *coperc'lu coprire e scoprire, gali, kuvakd e 
havakd Hof. 69; e in quella del mor. il sass. nmbraCftt umbra- 
culu ombra. — 111. SCL SG'L. Sass.: isaìnt schiavo, masa 
maschio, asa astula truciolo (cfr. log. ahfza quasi *ast' Iucca e 
isasare fare a scheggio); mihd mescolare, 7'asd raschiare, fritsu 
-d 61, fischio -are. — Gali.: isaff onuste asa frusa ecc., isaccd 
87, isappa *ex-clappa schiappa scheggia, isoppa schioppa. — 
Córso. Siamo nel csm. a sc^ che però, in ispecie nel epe, va 
cedendo il posto allo schietto .sV^ : scava scoppu scappa sca- 
petta; ^nasc'a friscd (bst. fristid, cfr. tose, fistio), uscite ii^calu 
*ust'lo *ust*latu brucio -alo; ma nell'om. e csm. blgn., d'accordo 
col gali., siamo a ,v: sacca 89, masa ecc. — 112. GL. Sass. 
Iniziale (cfr. nm. 193): (Janda gazza, cjaraecUfa *glom-ell- go- 
mitolo, ganf/ulUtu {puni li jamJaliUi afferrare per la gola fare 
il golino, cfr. iì. gangola 'glandola sotto ie mascelle, nel collo' 
Diez. less. 453). Sta a parte: zozza -i chioccia -are, come nel 
log. — Gali. (cfr. nm. 193): (fanda g'^acca g'^maedda g^dn- 
Quia gangola, li jdnguli gavigne; ma cocca. — Còrso: rfanda 
g^andarinic 55, giacca g^ionitala g^dndala ecc.; isolato c^ora 
9. — 113. Notevole il crs. gróiuhala o gréìahìda granello, si 
per l'antica dissimilazione (gl-lu), e si por la doppia forma che 
attesta le due basi glom- gleni- Ascoli II 409. — 114. Sass. 
Mediano: vegga viggd 24, ecc.; kinga\ ami cfr. nm. 178; \i)ì' 
^addi inglutire, sintjaddilta diminut. da singlutu]. — Gali.: 



* A questo nm. spetterà il sui!, sass. -{/{/- tiap. -fj'f' clng. -ce"- e crs. 
^99^ o -c'c'-, cho serve di dorivaziono di pros. ind., cfr. nm. 223: ihioìrZ/t'/a 
da diunà^ ktimparig'gu compro, libaregr/i liberi occ, v. Ardi. II 398. 



156 (luarnorio, 

vig (fa 'à hac/g^u -ci coag'lo -are, skag^g'^d squagliare, strlg^- 
g^ula stregghia; unga ingumiddà aggomitolare, ingidii ecc., 
da cui si viene a unna innutti ecc., cfr. san^iisunnula per san- 
gusùng'^ula, diminutivo di sangicsug'^g^a *sangue sue' la, con epen- 
tesi di n; isolato: sikutu ali. a sinnuzzu. — Còrso: heg^g'^a 
hig^g^d veglia -are, iegcja teglia bst. iegg^e tegole, kaggaia e 
om. srt. liaggina secchio di legno per farvi il cagghiato, mug- 
gd bst. rauggqne mugulone, ruggn *rugulare ragghiare, ecc.; 
ùngozzii om. samfuzza^ ùnguni singuli uni bst. song imi (epe. 
Centuri singli, che va perdendosi ed è solo dei vecchi); final- 
mente cinale che è la voce it., essendo proprio del crs.: poy^ku, 
— 116. BL. Sass.: bianku^ hiaittu it. ant. hiavo blaw ; fib- 
bia^ ecc.; [i7/;aZ/a]. — Gali.: bianku ecc.; asubia sub'lat 
M-L. I 61, ecc.; \siadda\ — Còrso: bianku biastemma e bie- 
sleénma Mt. 125, biada bieteraca^ ecc. ; fibbia nebbia tribbia 
-d, ecc.; [stalla om. stadda]. — 116. Stanno da se: sass.: gal- 
pemma f/alpimmd bestemmia -are ali. a fral^ìemìna -immd ma- 
ledire, che è il log. fì^astimare ^ gali, g'^astimma -d, crs. om. e 
epe. (Centuri) g'^aslem7na, quasi si risalisse a /-, nm. 75. — 
117. PL. Sass.: piana pianita pialla piatta^ piazi piace, pienu 
piand riempire, piena 2, piobi piubl piùara 42, ipiona 8, ecc.; 
doppiuy koppigla gemello, ecc.; cfr. piggu 108; conservato come 
nel log. in isomplu e templu ali. a isimpiaddu 24 e iempiu', 
finalmente: iìiJipla scoglio. — Gali.: pienu piind piumma 
piala 46, ecc.; kappiu, kupplidi gemelli, ecc.; isimpri ktcìu- 
prilli ecc.; skoddu 33. — Còrso: pietta piatto, piatta nascon- 
dere piatta nascosto a V appiatta di nascosto, piatesi avvocati 
cfr. it. piato ecc., piossu piovuto, pieve antica divisione ammi- 
nistrativa (oggi: frane, canlon), pievanie om. piicvanu, piiQdj 
kampii finire perire, ecc.; doppia koppia ecc. — 118. FL. Sass.: 
fìakku fiakkd fiamma fiat] g a -d, *flagare flagrare Kòrt. 3302 
fiutare annasare, fiori fiotta 41, ecc.; unfid gonfiare, ecc.; il 
nesso, conseguita l'epentesi di /, passa in fr: frusic -d 61, firn- 
Sina fuscina fiocina. — Gali. Nelle stesse condizioni, e non fa 
d'uopo d'esempj. — Còrso: fiatu^ fiadone torta di ricotta ova 
fior di farina e zucchero, tose. ant. fiadone favo di miele Diez 
less. s. V., fiamme, fidkkala come in it. , ecc.; om. li fiokka 



Il sassarese, il gallureso e il córso. Cons. continue. 157 

floccu capelli Ort. 240; imjonfìe in^unflffj infiavd *infla[g]rare 
infragrare infiammare, ali. a fraga fiutare; e qui ancora fr per 
la formola epentetica: frarellu sfrarelld Ivirt. 3300, bst. />75/eV^ 
fischiare. 



li 



V. 



119. Sass. e Gali. Iniziale, ben saldo e superflui gli esempj; 
ma cfr. nra. 193; mediano tra vocali, si pronuncia intenso, come 
doppio, in ispecie nel gali.: mankarri magari, merrala mer- 
lo, ecc.; ùrrulu urlo; perrula perla, idrrulu tarlo; senza dire 
di sarra pancia del tonno, che è di tutta l'isola, e insieme del- 
l' it. sorra. — Córso. Iniziale, nulla di notevole, se non forse 
osmarinii rosmarinu, dove prima s'ebbe il dissimilato ^losìna- 
rinUj onde poi cadeva il l- per l'illusione che fosse l'articolo, 
cfr. it. usignuolo e simili M-L. it. gr. 114, Mediano, di norma in- 
tatto; e il doppio -rr-^ anticipando una tendenza cosi peculiare 
dei linguaggi gallo-italici Arch. X 63, si scempia, come si suol 
vedere anche dalla scrittura, nel bst. in ispecie: sera serra 
monte, tera ferera 6 II, merone 47, kataru akhore kore kórenu 
accorre corre -ono, ecc.; om.: sarà tara faru^ guarà guerra, ecc. 
— 120. Sass. Sono casi sporadici di dissimilazione: huliri */i/- 
ri[bjru cribru crivello, comune col gali, e log., Picchia Mise. 
201 ; fujfunidda briciole diminut. di fujfaru furfur tritello cru- 
sca, V, less. s. fajfaruzza; rumasimc rosmarinu che è pur log. — 
Córso. E del pari dissimilazione nel epe. ferale ferrajo, e nel 
ben diff'uso murtale mortajo, ma non senza attrazione analogica 
«Iella desinenza che subentra, come vi sarà pure in kat alina 
kristófaluj passale passere, pifanu corno marino che è l'it. 
piffero Kòrt. 6162. Aggiungi grola *groria gloria VI. 74, al- 
terazione popolare di voce letteraria, con cui s'accompagna in- 
guaia ingiuria, sass. ingulu soprannome. — 121. Sass. Normale 
che R* passi in P, cfr. nm. 123; e se il nesso ò -re- ('le-) ne 
segue l'assimilazione; mulca mucca 107, celcu cecca 107; ma 
per -rg- v. nm. 176. — Gali. Normale ancora l'alterazione di 
li* in /•: celvu acerbo e cervo, balka polka lalgu pulfjd viU 
donnUj salpi 16, solpa centello {bl a solpa centellare), p«?^/, 
akkuliu vicino, a/falla ■••ad-fui*tu nascosto, ecc.; e pur tra parola 



158 Giiarnerio, 

e parola: pai tarra per terra, inveì di inver di, ecc.; e ancora 
V. nm. 176. — Còrso. Conserva intatto il r* e superflui gli 
esempj; isolato m'occorre csm. ni. ceca circ'lu 107. — 122. Co- 
mune anche al sass. e gali, l'assimilazione di -ri- in -rr- in carra 
-fire 'One ciarla ecc., pur logud. carra ecc. 

123. Sass. Il V' che proviene da R^, come il l^ etimologico (v. 
nm. 103), ai quali giova aggiungere il s^ che riesce alle medesime ri- 
sultanze (v. nm. 141), danno luogo ad alcune alterazioni speciali*, che 
riassumo nello specchio che segue : 

I. — L (R o S) + C gutt.: il l riduco l'esplosiva gutturale sorda alla 
continua sorda dell'ordine e vi si assimila, onde /i/i *: hahìioni bal- 
cone, hoJìhi hiiìiliadda corchi corcata; bnhha barca, 77iahliaddu mercato, 
màliì'iuli mercoledì, palihi perchè, hahln qualche, ecc.; ilihala scala, 
iUhola scuola, ilìliolpa ascolta, iììhoju scoglio, burralxlìa burrasca, vilihn 
vischio, molilla mosca, biilihn bosco, IthHula liscula, Ouhhd buscare tro- 
vare, ihhribl scrivere, ecc. 

II. — L (R o S) + G gutt: il l riduce parimenti l'esplosiva guttu- 
rale sonora (anche second.) alla continua sonora dell'ordine e vi si 
assimila, onde j'j'^: aj'ja alga, lajju largo, mojjii *7nolf/u *morjo ecc.; 
ij'Janaddu *ìs/ja)iatu svogliato da gema spagnolismo voglia, dijjuipu 
disgusto, dijjrazia disgrazia, ecc. 

III. — L (R o S) + T: il l riduce l'esplosiva dentale sorda alla fri- 
cativa interdentale sorda ]) e alla sua volta assume, per cosi dire, la 
tinta interdentale del suono attiguo, onde ///*: allnt alto, ìnalpi mar- 



* Furono studiate sistematicamonte per la prima volta dal principe 
L. L. BoNAP.vRTE nello Osservazioni che precedono il Vangelo di S. Matteo 
volgarizzato in sassarese. Nò questi curiosi fenomeni sono proprj solo del 
sass.; che si estendono ad alcune regioni log. attigue, come il Meiloguy 
V Anglona f il campo d'Ozieri, che non mi è dato qui descrivere; cfr. per 
ora Sp. or. I 28 sgg. e le mie Nov. pop. srd. naWAyxìiicio d. tradii, pop.t 
An. II e III (1883-84). 

* Il l^on. sm. vili e xxviii paragona giustamente questo suono al ted. c/i, 
allo sp. J e al greco mod. /, e trascrive ba^X'^ ^^^^XX^ ^^^' ^® ^^^i ^^^ nella 
grafia comune, adottata anche nel testo del vangelo, sono balca molca ecc. 
Già lo Sp. or. I 28 aveva notato siffatta corrispondenza. 

^ Il Bon. sm. xiv e xxvin dice che è la pronuncia del y greco gutturale 
forte, quale si ode in yahc\ e trascrive: ayya Inyyu iyyabbaddu ecc., = 
alga lalgn ilgabbaddu ecc. 

* Il Bon. sm. xviii chiama il suono di questo l'. dentale duro, e dice che 
il l si sottomette pure alla trasformazione in l dentale duro, onde tra- 



Il sassarese, il galluresì o il còrso. Cons. continuo. 159 

tedi, foljn (orte^ solfn sorte, t^tolfji ìxìovìq, polfm porto, tùlpura tortora; 
alfrit altro, ecc.; dlljnnu fc^ftn viljnri hilftu ecc., nialjn'u maestro, il- 
JjranUy ecc. 

IV. — L (R S) + D: il / riluce il d alla fricativa interdontale so- 
nora (/ e alla sua volta le si avvicina, onde /</*: pcldi perde, vphìi 
verde, hn.Uìu laldii (fdrfn paldunà, ildintiggaddu sdentato, ecc. 

V. — L (R S) + P B, oppure F o V, oppur M: il l as>5ume il 
suono di un j cui segna un leggiero sibilo*, mentre la lal)iale (P o B) 
o la labio-dentale (F o V) o la nasal labiale (M) si mantiene inco- 
lume. Qu'ìsto suono ./ si potroìibe definirò una fricativa palato-linguale 
o se ne avrà la sorda, se precede a sorda (P, F), la sonora se avrà 
appresso la sonora (B, V, M); le «piali differenze però quasi sfuggono 
all'orecchio e non no terremo conto nella trascrizione por troppo non 
moltiplicare i segni distintivi. Si noterà invece più facilmente, che il 



»^crive: allii palli ballotti = altii palli haUonc. Senza uscire dalla grafìa del- 
r Archivio e ricorrere a comparazioni con lingue a me ignote, parmi di 
trascriver bene codesto nesso al modo che ho fatto con (//>), ma gioverà 
notare (j[uel che ne dicono il Bon. e lo Sp., ai (|uali si offriva il destro di 
confronti con altre favelle. Il Bon. scrive: 'Il suono di «piosta /, benché de- 
oi'=iamente dentalo, differisce pochissimo, se pur dif^eri^;ce, da quel della 
lettera // proprio del solo gallese per le lingue celtiche, (piale si ode due 
volte nel nome proprio di luogo Llangollen od in qualsiasi voce di questa 
lingua in cui il segno grafico li occorra'. Alla sua volta lo Sp. or. 1 20: 
'il nesso di cui si tocca fa sentire il suono dello dhsal arabico'; e bene 
osserva che la preferenza di questo nesso (//>) si ottiene appoggiando la 
punta della lingua schiacciata tra i denti ed il palato. 

* II. Bon. sm. xix nota che occorre qui la pronuncia del / dentalo dolce, 
'che chiamar potrebbesi gaelico mannese', nel qual suono cangiasi pure 
il (?, opperò trascrive: kalìu lai 1 u zz calda laldn^ ecc. Lo Sp. or. I 30 poi 
osserva che il nesso ritiene 'il bleso suono della lettera dhad arabica'. 

* Bene lo Sp. or. I 30 n. «piando nota, che il sibilo, sentito in questo in- 
contro, s'ottiene schiaccian«lo la lingua nel palato, prima d«dla clausura 
delle labbra. E il Bon. sm. xx lo rappresenta col greco A e lo paragona al 
// gallese *mouillé'; onde trascrive: coXpti iXpì/ia suXfam fuXfartj aXburii 
baXha ecc., per colpii ilpina sulfaru fulfarii alhurxi balba ecc. della grafìa 
comune; e acutamente aggiunge a p. xxii: 'che un orecchio alquanto de- 
licato ed attento potrà per avventura osservare una lieve differenza fra il 
suono della l precedente le cons. duro p e f o quello che la medesima / 
riceve, allorché è seguita da cons. dolce b v »t'; epperò chiama la prima: 
sibilante dura, la seconda: sibilante dolce. A lui pure non è poi sfuggita 
la difforenza fra il suono proveniente <l'i / o /• e quello da .v. 



lOi) (iuai'iiorio, 

suono / derivato da l che risalga a s, sia più continuato, ossia offra 
un sibilo più continuato e però lo renderò con *: kojpii colpo, hujpa 
culpa, hpjpu corpo, njfanu orfano, pejfidu perfido, sajvia salvia, pojtìia 
palma, bajbaru barbaro, ajburu albero, ejba erba, s^jvi serve, nufjmn 
majmaru marmo, vcjmu verme ; suipiru sospiro, tpina spina, tpirn spe- 
rare, ipadda spalla, ''pi[)[ja spiga, ripondi risponde, ecc. 

VI. — L (R S) + N: il l assume il suono che ha in kaldu o si- 
mili, ma la nasale rimane intatta: ilnaturaddu snaturato, ecc.*. 

VII. — lì l della particella pai pel, produce nell'iniziale della voce 
seguente tutti gli stessi fenomeni, che siamo venuti fin qui esponendo; 
paliììadt^pal kadi per cadere, pajìjudì^ pai gudi per godere, p'^ljj'j 
■= pai te per te, paldd=pal dà per dare, pajpude=pal pudo' per po- 
tere, pajfà-pal fa per fare, pajvide' pajmailn ecc.*. 

124. RS. Sass. E costante T assimilazione regressiva: pessu 
^ersOy pessi§ic 16, rivessu dibessu invessuy bossa borsa, fossi, 
QYiossu 33, gossu 30, passona 26, pissidi perseguitare. Simil- 
mente quando la sibilante è secondaria (cfr. nm. 103); mazza 
marzo, pzzìt 93, fezzu terzo, (uzzi hizzind torcere, 7niilpazzi 
tttzzinaddi baffi attorcigliati, tizzibuhku o tuzzibukka tergibocca 
tovagliuolo log. teì'zebukka, ihliazzo/fa carciofo, ecc. — Gali. 
Nella stessa ragione per rs originario; ma si mantiene r sibil. 
second., cfr. nm. 121; è sciolto il nesso per metat. in preska per- 
sica. — Còrso. E intatta la formola: persu persika traversa 
borsa farsi morsa parsona, ecc.; e uniformemente al nm. 103, 
pur qui rz, specialmente nel bst. e om. : fgrze forse, borza 
morzu, ecc. ; solo esempio per l'assimilazione: assénaku arsenico 
Mt. 76. — 125. Escono dalla norma i sass. busdkkara saccoccia 
e basina borsetta di pelle di gatto di forma allungata, in cui i 
zappatori sogliono tenere il tabacco, e il temp. busakka saccoc- 
cia, foggiati sul log. busa borsa. — 126. RN. Sass. Costante 
rassimilazione progressiva: inverra, inferra ÌQ^korru, iorra 
33y forra 40, farredcla karrij zarradda 93, zerri cernere, ecc.; 
e non fanno specie turnu 34, eternu e simili, che son voci im- 
portate. Sciolto il nesso in pranìzi pernice. — Gali. Ancora 
-rr-: varane o invarrà 16, korra liay^n^ sturru storno, kintorri 



* Così anche il Bon. sm. xx; ma lo Sp. non ne dice nulla. 

* Similmente il Hon. sm. xxi. 



Il sassarese, il galluroso e il córso. Cons. continuo. Ifil 

dintorni, carri 55, spirrd *ex-perna v. less., starruta e anche 
parrlci. — Córso. Intatta la formola nel csm. e epe: imbernu 
infjrnu g'ornu^ cernila 109, ecc.; ma nell'om. si assimila e poi 
si scempia giusta il nm. 119: furu forno, koru horutu koniorii^ 
carididii staccio di filo di ferro, che sarà [in] cernicula con 
sostituzione del %\x«.'txdu cfr. Picchia Vili 338. — 127. RT 
R'T nel crs. volgono a rrf, con un d che nella pronuncia oscilla 
tra sorda e sonora, cfr. napolit. Ascoli II 154 n.: spirdu, spirda 
santità merdana meritano, ecc. — 128. Costante in tutti e tre 
i dial. l'assimilazione del -r d'infinito con la consonante del pro- 
nome enclitico; sass. : dillu dirlo, amavci amarvi, dassi darsi, 
fanni farne, pudemmi potermi, fatti farti, fìnitti finirti, dazzi 
darci, ecc.; cosi pure nel gali., e nel crs: pregallu, om. bit- 
skaddu buscarlo, twnbaddu *tumbarlo, sfjallissi metter gallo 
inorgoglirsi, ecc. 

F. 

Iniziale 129. Sass. Di norma intatto, ma v. nm. 193. — 
Gali. Nelle stesse condizioni; resta solo non ben chiaro pidi(ja 
fulica folaga, che ò pur log. Hof. 72. — Córso. Nel csm. sem- 
pre incolume, ma nell'om. si torna alla ragione gali., cfr. nm. 
193. — Mediano 130. Sass. Fra vocali si fa e-, garocolu ga- 
rofano, buffucp^fju soffietto, buconi bufo moscone scarafaggio 
alato Ascoli X 5; appresso consonante passa in b\ fojbiza for- 
fice Ascoli X 3. — Gali. Entra nella ragione di -v- e dilegua: 
triiizzu trifurciu tridente forca, triuzzig'g^d sventolare il grano 
(log. triultu^ mer. trebuzzu) , ecc.; folvica sarà una riduzione 
AqW \t. forbice. — Córso. Di norma, intatto; ma ancora hu' 
vane om. biivonu, 

y. 

Iniziale 131. Sass. Prescindendo dalle modificazioni tran- 
sitorie del nm. 193, talora mantiene l'alterazione in &-; baddi 
valle, bakka bakkagga vaccaro, beranu primavera, berrina tri- 
vello, binu, bidè bipddu bphc, bpzi voce, buggn levare cavar 
fuori, comune a tutta l'isola. Ardi. XIII 116, busikha, ecc. — 
Gali. Al di là delle alterazioni transitorie del nm. 193, pur qui 



1(V2 Guam Orio, 

talora mantenuto il b-: binnenna boci bpitu biikd buia busika 
bakkamicndu vagabondo (accostato, pei» etimologia popolare, a 
cacca e mondo), biftìibittd vomitare, branu veranu 60, ecc. Il- 
lusorio il caso di g'almu verme, donde ing'almìkd bacare, in 
cui V deve essere caduto o sostituito da un j- [g"-) prostetico 
sull'analogia dei nm. 155 e 171. — Còrso. Cfr. ancora nm. 193, 
talora persistendo il b-: ber a biola buda bo buka, om.hisika 
barnikare, bitmakecfu cosa da far recere, bst. berbikkind arao- 
re.trgiiire (clie pare da verbu, cfr. in altri dialetti parlare si. 
sign.), ecc. Col fj: golpe volpe che e anche tose, Qoce voce, 
Cjitlialei'i volentieri. — 132. Sa ss. In b nelle voci composti, die- 
tro a /i, .9, ci, (ad-), Ardi. II 141 n. : kumbidd/iy imbplìQQic fa- 
gotto V. less. ), ìbiaddd *ex-vocitare, abbizid avvisare, ecc. — 
Gali. Similmente: kaiubita inibidika, abbidcudddd v. less. s. 
imboliggu, ecc., e anche dietro a l primario o second, , pùlbara 
knlbn nalbi 16, albata vomero v. less. ecc. — Còrso. Nelle stesse 
condizioni del gali.: irnbec'cd imbidia, imbia (in-viam, cfr. lat. 
obviam) utile opportuno, inbindiku Ort. 262 i)ibindékuY\.\Q^ 
invendicato, bst. inbidia inbilu inbece inbplli benbenutu abbi- 
cina abbisa, e insieme passi ebbive evviva; inoltre: kp)*hu spar- 
bere pólbara salbdtiku sarba serbadó^ sirbé Silvestro, ecc. 
133. Casi isolati fuori della norma: sass. funtumd, che ripete il 
ìo<^. /enlomare metat. di mentovare; ga,\l. pisinu visina log. p/- 
sina Muss. beitr. 120; crs. fraska Kòrt. 8746, lipera vipera che 
è anche del tose, e d'altri dialetti Flechia II 358 e Vili 195, 
om. ues'pa dove è vocalizzato. Appresso consonante: ora. malma 
malva, per spinta assimilativa e influsso di pabna^ cfr. log. paU 
ififtzza *malv -ucea. Mediano tra vocali. 134. Sass. Assume 
il suono speciale />, cfr. nm. 193: cabi chiave, nabi trabi isabu 
brcbi tiebi priba -d inba npbu nobi gpbi, mubl muovere, piubi 
pio'd aliba, anibi gengiva f/obana fjrdbidda, Idbaddi lavati, ecc.; 
si complica con la metatesi in pibara ali. a vibara vipera; ta- 
lora dilegua por influenza del log. ilpiu 73, rm riaddeddu *ri- 
vatollu, s'uai boi bainagf/a aa, biaittu = it biavetto (blaw), ecc.; 
senza dire di zidd'ii civitate. — Gali. Il dileguo è costante: 
ihi.u, dia pi. ai *avia uccello, cai (jrai nai sitai trai brei nii 21 
priif, 'd via amila 01 , bpi ita nott, ìiuèddi 102, riessa oliavi 



Il sassaroso, il gallurosì o il còrso. Cons. continuo. 103 

piaicitia 'fi, ìiità, lievitare, lad, tuai muovere, coanu (jraida ecc., 
siatiali *[ae]stativale estate (log. isladiale), naikd galleggiare 
natare Sp. ve. ndika-ndika *a galla' quasi navica-navica, ecc. S'ag- 
giungono: pipava vipera cfr. nm. 190, e fiparneata spaminld 
spavento ecc., attratto nell'analogia dei temi in -mentu. — 
Còrso. Ora intatto: scacu neve nivd viivc nova ngve g^pvi 
piace g'òvanu ecc.; ora vocalizzato o dileguante: oue pe, ima 
uà, mifisiau nonno, cfr. genov. messiau messer-avo e madand 
madonna-ava nonna ; oltre le voci del prf. già vedute : pur- 
taju ecc. 63, ha l'epentesi: bpje bove. Alterazione recente: sti- 
fali stivali, irafalkd *tra varcare travalicare. — W. 135. Sass. 
E il comune gio in fjuadand (jualdid) la schietta gutturale in 
{ferra Qivrà^ Cjia guida, fjlndala (jindidd. — Gali. Tranne in 
valdùi valkera gualchiera, siamo alla gutturale : fjadannu -à 
ffannd, {ferra ffirreri fjia (jidd, (jai guai; e con la sorda: 
kindalu àkkinduld. — Còrso. Nel csm. gueì^a (jaindahi guaz- 
zala guazza Kòrt. 8873, f/aaldu selva; ma nell'om., tranne in 
guaina 119, siamo a v-: carda valdu rida -a varnd alimentare 
Ort. 188 VI. 74, cfr. it. guarnire ecc., o a 6-: hindala. 

S. 

136. Sass. e gali. Iniziale ben saldo, ma cfr. nm. 193; e pa- 
rimenti mediano tra vocali. Sta da se il sass. àinu, ainaggu e 
con metat. di vocale dniu, clie ripete il log., di fronte al gali. 
àsinu Ascoli II 142 n.; ed è di larga ragione il 6* del sass. hu- 
sikha gali, busika it. vescica Kòrt. 8668. Si riviene a -x- s- nel 
sass. iseinplu isimpru isimpiaddu, gali, si/nprit sciocco. — 
Còrso. Di regola intatto, e superflui gli eseuipj; cinale 114 non 
è voce indigena; e quanto a siìnraia, semmu sirnmi simrnise 
simmizie scemo ingrullire sciocchezze, v. Bianchi XIII 221 n. Il 
bst. ci dà, oltre sia sia, anclie sprtu sprle sorto ecc., ne' quali 
è forse da vedere un influsso del genov.; mediano tra vocali: 
om. bisikay e qui passino anche csm. kuóinu bst. kuginu, — 137. 
Sass. Costante la prostesi dell'i dinanzi a s^, o non fa d'uopo 
d'esempj. — Gali. Non ha la prostesi, quando esca in vocale 
la parola precedente. — Còrso. Manca affatto. — 138. Manca 



104 (iuarnf.^rio, 

in tutti e tre il S finale; con la sola eccezion del sass. e gali. 
e^ldis ìis [iljlis davanti a vocale, oildi o li innanzi a conso- 
nante. Noteremo: mi voi poi dahboi sei mai assai , om. e bst. 
anche no po' ma. — 139. SS. Sass. Di solito intatto: fossa tossa 
(jrassa, a^sd assare abbrustolire, ecc.; abhasd ali. a bassa^ forse 
da *abbass-iare. — Gali. Parimenti : fyjssa lussa ecc. e abbassa. 
— Còrso. Pure incolume e superflui gli esempj; passi qui piut- 
tosto un caso di ìis al posto di ss: minsere minse messere (il 
parroco) Ascoli II 150 n., con cui andrà il gali, transd ali. a 
trassd v. less. — 140. SC + e od i. Sass.: asa^ malpru d'asa fa- 
legname, fasa fahina nasi nasi pasi, pasali luogo da pascolo, 
kresi krisi pesa kunnosi kunnisi (e analogicam. kunnosu co- 
nosco), frusina^ ecc. — Gali.: fasa kresi pesa pasi kìmnisi 
kimnqsu (ma anche liunnoshu) ecc.; piskina piscina è log. — 
Còrso: sende om. senda scendere, asa fasa nase om. nasa na- 
scere, pam pasali 'bergerie', peha bst. pisaie pesci vendole , 
krese om. akkresa^ kanose^ om. kunosa fòsina fiocina, ecc. — 
141. ST. Oltre le risoluzioni del nm. 123, nulla di notevole, se 
non la frequenza dell'attigua epentesi di 7\* sass. allilpf^i alle- 
stire, ginelpra^ Irlprit lesto, lillìva lista; gali, e crs. : ginestra 
lesini listra ecc. — 142. STR. Si riduce a ss nel epe. nossa 
vossu nostro ecc., viene a s nell'om. nasi nosa vosi Ort. passim; 
sciolto per metat.: sass. dreljìcC^ gali, dresta. 

N. 

143. Sporadici e di varia ragione i casi di alterazione di N 
iniziale e mediano. E dissimilato in l nel sass. linzgla nocciuola, 
gali, litraind nominare, senza dire del sass. kalóni^Qu^ che è un 
esemplare molto diffuso. Si aggiunge il gali, alkptina crs. oni. 
alkf'flina {csm. aakùdina). In sili, finale di propaross. : sass. e 
gali, sellar tf, voce importata; ri§amu origanu come nell'it. ?v- 
ganìO) gali, rùndida rondine attratto nell'analogia dei sostantivi 
in 'Ula, — 144. Concordano tutti e tre nel geminarla sotto l'ac- 
cento dei proparossitoni : sass. gennaru vennari tenruzru ecc.; 
gali, g'^e'nnaru étmiara ecc.; crs.: cénnara vémiari ecc. ecc. — 
145. Il riflesso di -men s'ha nel sass. npìnmu (oltre kolpummu 



Il sassaroso, il gallureso e il còrso. Coiis. continuo. 105 

leQummi che saranno letterarj), gali, nornìnu^ crs. nomme, ali, 
al log. nòmine mer, ìiómini, ecc. — 146. Còrso. Di -óne è fre- 
quente il riflesso tronco: bst. hnkkó boccone, siminió prigó, 
om. raggq e simili. — 147. Gali. La proposizione in assimila il 
suo n componendosi con l'articolo : illu in lu illa in la. — 148. 
MN. Sass, sonnu danna ecc., MNJ: duna de omnia, e forse 
atunu *autumnu -iu; sonniu ali. a sund. — Gali. Nelle stesse 
condizioni. — Còrso; sonnu dannu kundanna, donna ecc.; 
ani onuna sonu^ om. ong^i song'a, — 149. NS. Sass.: mesi ipesa 
paesi pesu^ pesa d*ua grappolone log. appèsile d'ita penzolo 
d'uva Caix st. 446 , ippsu , ìnaseddu mansueto , masoni branco 
gregge masonada famiglia Flechia Mise. 204, ecc.; e saranno 
accattati dalla lingua della coltura: pensa inzensa e simili. — 
Gali.: mesi sppsu maseda, mesa, mensa, tasa tonsu 30; ma 
Pi'ìisa pinsd, — Còrso: mese pesa presu paese paisani sposa 
Isaia ecc.; mansa che è 'sui generis' e popolare; milensa pm- 
su ecc., om. srt. : penzu pinzerà pinzavi^ manzonu sopranome 
di bue, ecc. — 160. NG. Sass.: lonya fìnQa ecc. — Gali.: sarà 
analogico (cioè proveniente dagl'infiniti ecc., cfr. nm. 178) il nn 
di spinnu strinnu tinna. Notevole sùnnulu nella frase a pedi 
Sìlnnidu, quieto quieto, quasi 'ad un sol piede' cfr. logud. d'Osilo 
a pei'Sinzu. Non può essere singulu senz'altro, e vien da pen- 
sare a una contaminazione di questa voce con quella che è ri- 
flessa nell'ital. agnolo ^ della quale però non vedo alcun paral- 
lelo sardo. — Còrso: lonQa lon^i fin§a tinCja ecc. — 151, ND. 
Sass.: handa damanda fonda, inonda tonda vndi handela len- 
dini^ ger. hridendi cammendi ecc.; ma vinnenna che è pur 
log. — Gali. Parimenti: kanda (con l'analogico landa allora, 
log.' landò) y fanda, manda rnndala ecc.; ma hinnenaa. — 
Còrso. Sempre intatto qui pure, tranne nella varietà om, zcv.: 
haannà da/manna mdnnaiui mandami; videnna; inmi *ind-u 
nel, inni *ind-i nei, ecc. 

152. Oltre il solito esempio di m- in n-, che è nei crs. néspnlej 
abbiamo il sass. niadda. mediillu, clie è il log. neadda, e il sass. 
ìmjbazza malva, cfr. mor. narhn narhedda e log. palmazza al 



Ì6C) Gli a ni Orio, 

nm. 133. — 153. Mediano è concordemente geminato, anche 
in protonica: nommu ommii nt'cmmaru, aimnikii limmi p7*um- 
7nissa, ecc. — 164. Importante che allato a tianu tianeddu sass. 
gali, e di tutta la Sardegna, s abbia il crs. aj. iiarnti tiamata te- 
game -ata; v. Arch. II 57 n. 

Consonanti esplosiva:. 

C. 

C av. A, 0, u. — 155. Oltre le modificazioni sintattiche del 
nm. 193, si presentano, per la formola iniziale, i casi già ad- 
dotti dall'Ascoli li 135 n.: sass. gamba jamha^ galtu jattiij gali. 
g^amba gratta, e insieme crs. csm gnttfi e jathc^ om. g'^amba. 
La successione, secondo che io credo, sarà ga- a-, (v. nm. 171), 
poi^'a- col ;- prostetico^, conguagliatosi all'etimologico delnm. 75. 
Illusorj ancora i casi di ca- in ca-: sass. cambà Ascoli II 136 n. 
e crs. calambella om. calambecJrH che dipende come l' it. dura- 
niella dal fr. chalumeaa Ascoli I 73 n.; o con questi passi an- 
che il crs. stanca cessare di piovere II 136 n.^ — 156. L'altera- 
razione in sonora talvolta si fissa, come nel sass. gobbura co- 
l)ula strofa canzone ali. a cobba 106, gali. Qùitic cubitu, che oc- 
corre anche colla gutturale fognata e l'accento trasposto luiu^ 
crs. aj. gallica ecc., cfr. log. e nm. 106. — 157. Provengono dal 
logudorese : haltla -a captivu vedovo -a, barrici csLvicave bm^^iu 
carico, couiuni al sass. e al gali. — 158. Mediano tra vocali. 
Nel sass. è normale la riduzione in sonora, di pronuncia intensa, 
onde si suole geminare pur nella scrittura: pagCju hnbriagQHj 
pregfjn araiggu fìgga fico (frutto), ipifj/fja, maddrigga *matrica 
lievito (cfr. milan. raader detto del fondo dell'aceto), Irigga Iri- 
ticu, flCigadda HJioggamfc stomaco, fogga Ipggu^ inoggi in -hoc-ue 



* Sarobbo sorto (hippriina corno riiiiinlio all'iato nollo combinazioni sin- 
tattiche, e lattosi poi saldo; cfr. imi. 75. Avi'oninio cosi lo stesso fenomeno, 
elio l'Ascoli II 455 11 vedova* noi In-j-nUn di alcuno scritturo napoletane; 
ctV. riorra, Dell' epentesi di jfffo, in Sr. d. fil. rom. VI 529. 

" Anche ijall. sf(ni':niu finito; e fi*. Ioni b. [iw{, s'anftiarse ^ Salvioni Giorn. 
stor. XXIX 4<)1. 



Il sassarese, il gallureso e il còrso: Cous. esplosivo. 167 

qui Ascoli VII 527 n, harrufjga veri'iica, ecc.; e pur nell'ultima 
dei proparossitoni, però meno intenso: hàìHf/fja carica fico secco, 
pessigQu 7nediQ()u pyediQgUy clilif/fjic delicu Caix st. 26, unbi- 
lifjfjiu lunàtiQgu ecc.; in proton. parimenti: kufffjùmcwa nif]- 
(jora nitjfjureiidiiy buOQd 131 ecc., e nella lunga serie dei 
vrb. in -icare: iKliurig^à *oscur -ic -are, mussifjfjd morsicare, 
puddrifjijd imputridire, rus'igf/à rosicchiare, rasigfjd raschiare, 
imbfdifjfjd involgere e metaforic. raggirare ingannare {inibQligtju 
fagotto V. less.); fuor della norma, husikka 136, che è pur log. 
Gali. Qui all'incontro è intatta la sorda: aluc paku imhriakuj 
prektf, ceku, amikii fika (la pianta) fiku (il frutto), biddiku 102, 
busika matrika trikii^ foku hku, bricka bruco, laitnka: kukum- 
inani, pekuri medikiiy vellika pertica, dilikii tristo dolente, che 
è il log. diliga delicato Kòrt. 2471, vikulu culla v. less., hma- 
tiki( j fummdtiku fuligine, ecc.; arrikà bukd mussikà rasikd 
runzikd rosicare con epentesi di >?, imbuìikà fracikd, ecc.; fuori 
della norma pochi casi dovuti al log.: gvoga crocu giallo, pT^- 
liga 129, soddizigi solletico. — Còrso. Di norma intatta: akn 
ceku bilUku jìku amikìt aatikn foku loku g''pku pékura ecc.; 
ma è g innanzi ad a: paga prega piega frega sega spiga fé- 
QatH ecc., ali. a paka prekit freka ecc., benché l'analogia abbia 
intaccato anche le altre combinazioni e s'oda prega piega ecc. 
Nel bst. prevale la sonora: aga figa foga Ioga ecc.; e cosi nei 
vrb. in -care: bezzigà beccare, d'onde bèzziga becco, o simili, 
coi quali passi arpagà, che è l'it. erpicare in senso metaforico 
uncinare rubare, d'onde arpagone e arpone spilorcio. Ancora la 
sonora appresso cons. , combinata coli' ettlissi : forga fi. forge 
folaga. Nell'om. è normale la sorda originaria; e perciò anche 
bisika fika artika ecc. ; la quale nella varietà di zcv. si rad- 
doppia: lokka rikkamala tnikka mica (che e pure di altre va- 
l'ietà e nel bst. è ?ninka), e cosi nell'analogico vekka video. ^Nla: 
hugòmbara ^ segondu, sigara. — 169. Sass. Prescindendo dai 
casi non specifici, come maria mani[c]o nm. <S3, panza *panti[c]a 
nm. 91, viagga *viadi[c]u nm. 93, la gutturale non cade se non 
in buttrea ^-tega, cfr. log. batega, e in frea frid frico -are sul- 
l'analogia di l(ju Ha Vigo -are, dove il dileguo è legittimo, cfr. 
nm. 172. Provengono dal log.: monza 84, barrid 157 o karrid 



1G8 (Tiiarnoi'io, 

donde karriayya (3 1, ecc. ^ — Gali. Oltre manna oiag^g^tiy an- 
cora brutlea^ cui s'aggiunge fiela legato; e di nuovo harrià kar- 
ria(fffit ecc. — Còrso. Oltre che in nianu panza viag^Uy si 
dilegua in priera e bultea , bst. butteja. — 160. Sass. Prece- 
duto da n, il h resta: kànkaru canchero, kankard indolenzire 
intirizzire, raani hankaraddi da Iti creddu^ ecc. Di LG RC SG, 
V. nm. 123. — Gali, e Còrso. Sempre ben saldo e superflui gli 
esempj. — 161. Isolato il crs. savie e anche sau sucu asavd ex- 
sucare ali. ad asafjd Ort. 120; cfr. nm. 172. 

C av. E, I. — 162. Sass. Iniziale, si riduce di regola a j; ma 
por le modificazioni sintattiche, v. nm. 193. Cosi: zela cielo ^, 
zcHlii cerchi, zelpa certo, zessa cesso, zena cena, zenta cento, 
zihti cibo, zi ecce-hic ci, zerri cernere, zajbedda cervello, zioclda 
39, ziddai cittii, zimiza cimice, ztjsara Cesare, ecc.; ben di 
rado C-: ceijfjn cieco, cecca 107, il primo dovuto forse alla lin- 
gua della coltura, e l'altro all'assimilazione. Sono poi di ragione 
logudorese: kizic 25, kizina 82, lunga 25, kiddra cedro, e con 
l'atona in a: kariaza 82. — Gali, Di norma intatto: celi^ cena 
amia cibu ci carri calbedda ciadda citai cimmica. cedda 72, 
cclva 15, cedra cintala o cing'^a cinnara, ecc. Qui ancora: kicu 
kiriasi, oltre poclii casi con lo z-j come nel log., dove pure non 
è indigeno (Hofm.): zeda cedo, ziba, ecc., il qual esito è normale 
nella varietà di Agius, costituendo uno de' suoi distintivi. Isolato 
è g^elda cerda briciolo, in cui piuttosto del fatto riconosciuto 
al nm. 155, ammetterei la degradazione fonetica di e- in g-y cfr. 
mer. gerda, e quindi il trattamento normale del g^ iniziale 
nm. 174. — Còrso. Pure intatto: celu certa cetita ceka cer- 



* A questo nm. non spettora il sufi «li dorivazion verbale -m, che ripete 
il log. -iave, corrispondente alPit. -eggiare (cfr. Schuchardt Literaturbl. 1884 
col. 02 e Koin. XX 06): ^3.^^, [jiittià log. buttìare, ihhiljjìd ruzzare scherzare 
log. iskcrtiare Kort. 7237, iJìhaddrin v. less. e simili; gali, isliatrid^ hiffià 
beHeggiaro, hnlw culeggiare, kudià restare alla coda, ritmià ruminare, ecc. 

^ H non zeli come lo Sp. or. I 28 n.; zeli non si dice so non della tela 
d«^llo ragnatele e del burattello : zeli di tarrdnhulUy zeli di siazzu. 

' 1'] non geli come lo Sp. ibid., che non esiste in gallurese. V'esistono 
ffeli o Jeli, cioè: tu geli, o i geli, cfr. nm. 174, e zeli che vale * sospetti' 
od (' voce dotta (// to' zdi tirani eoe, ^lavino Pcs.). 



Il sassarese, il gallurese e il còrso. Gons. esplosive. 169 

bellu cilu clmmica cennara ecc. ; ma con Tatona in a e il suono 

speciale e": carasa canitga 61. — 163. Mediano tra vocali. 
Nel sass. l'esito normale è i, che specialmente nell'ultima dei 
parossitoni si proferisce intensa, onde spesso si trova trascritta 
con la doppia: fazi facit, bambazi bombace bambagia, pazi piazi 
(lezi dizi radia j radizind abbarbicare, arnia orlo lembo it. 
orice Muss. beit. 84 e Caix st. 431 , bozi onde baita gridare 
vociare, noii noce, kroiij laii alluzi accendere, spiar a fra- 
iiQgu *fracicu v. less. s. frazà, ecc.; e in sillaba protonica: 
aiedda aceto, piaiern vizina ecc.; ma: niazeddu. Nell'ultima 
dei proparossitoni è z : kàlizi sàlizi fojbiza gùdizi puhza zlmi- 
zaj ecc.; però ondiii dodiii trediii sediii nell'analogia di deii. 
E pure sorda in qualche altro esempio, o accattato dal log. o 
rifatto sulla lingua della coltura : innuzenti ìiizissainu pnczzedi 
ìHzzebi fdzzili e simili. Di schietto log. sono soriya sorcio e ad- 
defji ad-decere convenire. — Gali. Rimane ben salda: faci barn- 
baca paci piaci deci dici^ arici bordatura, bpéi e baciai fjraci 
luci spcara acche vicina ricii fàcili ecc.; kdlica sàlica fol- 
vica pi'dica giùdici clmmica } ihidici dpdici tredici sedici ecc.; 
i pochi casi con la sibil. son comuni al log. feliii feliia, fra 
zika ali. a frdcika, dizisa'y feroza innazenti e simili; ma la 
sibilante è normale per l'ag. dove tornano diii faii ecc. — 
Còrso. Assume la pronuncia tose. (?, nm. 82 n: face bambace 
piace Q^ace dece pena liy^oce socara, acella kracetta macelhc 
éimmica giùdice óndeci ir edeci ^ ecc.; sporadici i casi con la 
sibil.: fraid v. less., e om. bazzi bacile; senza dire di susina 
M-L. it. gr. 162. — 164. Comune a tutti e tre è l'assorbimento 
del -e'- e la metatesi di vocale nei continuatori di vocitu vuoto: 
sass. bipdda gali, e crs. bipta (e anche bpilu). — 166. Sass. 
Preceduto da N, si riflette per z : sinzera inzensa kunzibbi 
concipere, pyHnzipi^ ecc., oltre rdnzifjga rancido come nel log. ; 
e parimenti se è germinato : azzetti azzendi. Se all' incontro 
gli precede l o r, valgono i nm. 103 e 124. — Oall. Si man- 
tiene e: sinceni kalca kalcina dulci falca ecc.; accetti ac- 
cendi ecc.; ma però kanzipi inzensa voci colte, e rdnziha (log. 
rdnzif/u) allato all'indigeno rdncika. Qui pure con la sibilante 

Archivio trlottol. ital., XIV. 12 



170 Guarnerio, 

specifica dell'ag.: sinzeru ecc. — Còrso. Del pari e: sinceru 
kalcina dolce, sàlcu e sàlice^ kalce e kàlice (e pur kalze Tm. 212 
219); ma v. il nm. 103-4. — 166. CT. Sa ss.: latti lettu,pettue più 
comuneni. pittorica 194, tpitturradda scollacciata, vindetta dretta 
kpttu nplli pltu, fìpttii 41, asuttUj frutta e i zappatori frùttula, 
pettini ecc. — Gali. Nella stessa ragione. — Còrso. Parimenti: 
attovre prisuttu ecc. 

167. CR. Sass. Iniziale: kredu kresu krozi krudu kroQgu 
crocu giallo, ecc.; secondario in kralpaddu castrato; ma con 
la sonora i soliti : Qrassu grutta, grdttula grattugia. A forraola 
mediana prevale la sonora: saQru kunsa^ray melagra acetosa, 
a§razzu acraceu lambrusco, luQrd^ ecc. — Gali, kredu kru- 
du ecc., ma più frequente la sonora: §7*uci §ro§u\ grastd grasta- 
mentu castrare; ecc. — Còrso, kredu krese kroce krudu ecc. 
Quanto a 7^ati crates graticci, arazzu acracea uva acerba lam- 
brusco raverusto, essi entrano veramente nella ragione di gr- 
nm. 177, cfr. Ascoli II 143 n. — 168. CS. Sass.: lisa lisciva, 
esi isi prosimu kpsa ecc., allato a lassù -a tissi frissu frissura 
assurta ecc. Disdaex + s-oex dinanzi a vocale: asuftu -a, 
ispU isuli^ isanhatu subbard 56, isimpiaddu 24, coi quali passi 
isiddd ex-citare iseddadi svegliati; ma se segue altra cons. che 
non sia s o e, allora avvengono le alterazioni vedute al nm. 123 
ihhoppiu scoppio, ihhuddu -/ excutere battere, ilpuddd *ox-tu 
tare spegnere Ascoli I 36 n, ilhriminii log. istremuntire *ex 
trem- tremare, ilp7'oppia ilpruppiegga exturpiat, ecc. — Gali. 
lisa esi ecc.; lassa tessu tissi ecc., e con aferesi dell' a-: sunna 
sgddi suddiy suarà 56 sutà 61, sapida isamind ecc., cfr. nm. Ili 
— Còrso: lisiva asi, asimune esciamone, ansu -d flato -are, ecc. 
lassa e anche lasd, tesse tessere, frissog^a frixoria, assunga ecc.; 
asuvu 'd asciugo -are, disila om. disittà, sanku ecc. 

QV. 

169. Sass. Iniziale, smarrisce di solito l'elemento labiale (e 
per le alterazioni sintattiche entra allora nell'analogia di C-, cfr. 
nm. 193): kandu kantuy ki qui ms. fm., ka quam, karra [pla- 
tea] quadra piazza Rom. XX 59, kali kaliddaij kahhi kahliunu 



Il sassarese, il gallureso e il córso. Cons. esplosive. 171 

qualche qualcuno, \kommu ma più comune kumenii\ ecc.; an- 
che a formola mediana; akkettu cavalluccio, ahheUaredda^ tran- 
hillu] ma tra voc. la sonora in ১Ua aquila, oltre che in ug- 
Quald e aQgiuirà^ siQL Non entra nel conto alQunu^ e c'entra 
appena probbingu. La formola intatta, oltre che in kiuzsi, è nei 
numerali; hualtru kuattoldizi kuaranta kuintu ecc.; — Gali.: 
kandu kantu ecc., e insieme kasi^ katoldici haranta kalteri (ma 
kuattru\ kintu kindici, Iceri quaerit vuole, ecc. ; akiieddu caval- 
lino, dkula 61, ahJiiild acquietare, ecc.; ma aQgald e si^i. — 
Còrso: huandu kiiantu huatlru kuatlrinu kualhunu ecc., eh- 
ima cavalla, trankuillu ecc.; allato a iarfti karkidunu^ kere 
kerf;u kerzuj ecc. ; e spesso anche gu nel bst. : guadru inQua- 
drd Quale Quasi Quattu egua freQuenii] comune dQula 61. — 
170. Sass. Anche icve- kvi secondario perde l'elemento labiale: 
killìu kiddu kiss^Uj akk^ eccu'hoc ecco, akkpllu eccolo, inkiddd 
in eccu'illac, là, inkihi in eccu'ibi, costi, ecc. — Gali. Pari- 
menti: kistu kiddu^ ki eccu'hic, qui, hici quici, Mi eccu'ibi, costi, 
kindi eccu'inde, colà, kuld kulandi eccu'illac'inde, kuland'innó 
colaggiù, kuland'insii colassù. — Córso. Intatta anche questa 
formola second.: kuestu kuellu kuessu ecc. — 170*. Sono esempj 
di V {h) da QV (cfr. nm. 157): sass. eha acqua, abd abali aequa- 
lis ora, ahalabd or ora, cfr.it. ant. avole] — gali, ea ulteriore 
risoluzione di eba^ abal abali] oltre abbajgla acquajola truogolo 
e abbuaia covile del cinghiale, che sono schietto log.; — còrso: 
acd arale acalavd. 

G. 

G av. A, 0, u. — 171. Iniziale, nel sass. è di norma intatto, 
però sporadicamente cade (cfr. nm. 193): la 'ola gola, santu alni 
santo Gavino nm. 6 n, lUtulinUj log. uthirinu ulturigiìiu viottolo 
-ino, dimin. di guttur, cfr. \o^,Qiitturu e étturu gola gozzo. Qui 
ancora alcuni casi paralleli a quelli del nm. 155: gaddu gad- 
dina gaddUtUy gunnedda gonnella. — Gali. Parimenti: la ^ula; 
g^addu gaddina gaddiltu^ oltre g^aretta garetto, g'^an^oni ghe- 
rone , g'^ang^uld abbajare cfr. it. gagnolare Kòrt. 3595 , g^alg^a- 
stplu gola, valg^asiplu gorgia v. less. — Còrso. Ben saldo, pre- 



172 Guarnerio, 

scindendo dagli stessi casi sporadici di j- g": g'allu g'allina^ coi 
quali forse vanno ora. g'ar^ali torrente bst. g^érQalu burrone, 
cfr. Kòrt. 3609, — 171*. Sass.: bustd gustare desinare, buttile 
buttid goccia -are, bainzu 84, sono eserapj di labializzazione ac- 
cattati al log., cfr. 170*. — Gali, bainnu ecc. — Còrso. Qui 
il filone è più vivo : bunnella om. bunnedda, epe. bum bùsula 
guscio Kòrt. 3576 app., buXata gugliata Mt. 37, coi quali passi 
il già addotto bindalu 135. — 172. Mediano tra vocali. Nel 
sass. è costante il dileguo: lea lid lego -are, ilpì^ea strega, 
azzua acciuga, aolpu^ la Mera ^l'ali^era 6n Alghero, tianu 
tianeddii tegame, senza dire di guu giogo, e di fraula ieula 
e siraili. Con l'epentesi: eju ego; e con lo svolgimento di v h 
(Ascoli I 91 211-2): kujubd kujubunu sposare sposalizio , ^i/y- 
bali giogo, cfr. nm. 161. — Gali. Pure normale il dileguo: Ha 
Uà istvia austUj impleu impiego, spau spago, fua fuga, tiulaju 
tegolajo, ecc., oltre eu fau guu, e con la caduta del v: huiud 
e g^ualL — Córso. Meglio conservato. Allato a eu (anche eju), 
ancua iiamic fraula ecc., s' hanno leQu (e anche leku) liQd, 
strega ecc. ; e ancora qui qualche caso di v : ano uva, bst, g'^u- 
vativu, tose, giovatico, Flechia III 131. — 173. È mj da ngv 
nei sass. Unga sangu sanfjisugga anQidda ungentu dilpingi 
angunala ecc.; alla qual serie spetterà pingu pinguis sostanti- 
vato ^sporcizia' donde pinginosu sporco, che sono pure log. Di 
sanla sand salasso -are, nella norma del nm. 178, cfr. Ascoli li 
455. — Gali. Nelle stesse condizioni. — Córso. Intatta la for- 
mola nel csm.: lingua sangue, sanguinu parentado sanguiniccu 
strage, anguilla ecc.; ma nell'om. : sangu sangunosu ecc. 

G av. E, I. — 174. Iniziale. Intatto nel sass. (per le altera- 
zioni transitorie v, nm. 193): genti gelu giru gingccu, ginia 
parentado, gennarif, [galdinu gipponi], ecc.; fuor della norma: 
gisu gesso, che è log., e anihi 61 gengiva, dov'è caduto. — Gali. 
Di norma 3*, ma v. nm. 193: g'^enii g^ennaru ecc.; qui ancora 
cade in unnla gengiva; e fuor della norma: caldinu caldineri, 
accattati dalla lingua della coltura. — Córso. Parimenti gf*: g'^elu 
gemma [g'obboni giubbone, r/*ercimt^], ecc. ; isolato il caso di dis- 
similazione che occorre in dingo eie ginocchio indinuccatUy cfr. 
sic. dinocchiu napol. denucchie, Muss. beit. 49 e M.-L. it, gr. 



Il sassarese, il gallureso e il córso. Con. esplosive. 173 

164^ — 175. Interno tra vocali. Di norma si elide nel sass. 
e oltre i soliti fredda vinti trenta diddu diddali mai malpru, 
^nailprari artiere, paesi, ancora: nieddu nigellu, kurria corri- 
già, tenda legenda novella notizia cfr. it. lienda^ ecc., e nella 
desinenza -agine: farràina it fey^rana, py^ubbdini it provana 
propagine , salpdina sartagine padella per friggere. Quando re- 
sta, si gemina e si tratterà di voci letterarie: màggina ima- 
gine, rùggina traggimi *tragere imper., vilpiggini uriggini. 
Analogamente: leggi la legge, liggi leggere, affliggi friggi fuggi 
saggi ecc. Son poi accattati dal log.: l'izila all' a vegga 114 e 
sizilu -a sigillo -are, oltre sajetta sagitta usato solo come be- 
stemmia. — Gali. Nelle stesse ragioni: frita vinti trenta ditu 
'tnai ^nastra paesi nieddu niiddura kurria ecc.; farràina pru- 
bdini saltdina. Nelle voci in cui resta si fa (/*, cfr. nm. 77: ma- 
glina rag^ina orig'ini e anche si raddoppia : leg^g^i lig^g^i frigg'i^ 
f^OQ*^ ^^^9 9^ hurreggi pruteggi e simili rifatte suU' it. *. — 
Còrso; freda venti trenta ditu mai bst. ma ke fuor che, me- 
struy ma anche majestra e maje\ paese e pajese^ saetta e sajetta 
usato solo come imprecazione; e ancora: filig^g^ine rùg'g^ine e 
gli inf. frig^g^e leg^g^e sug'g^e^ om. struce struggere; sig^illu 
ruggita ecc. — 176. Sass. Se a q precede r, questo volge a l 
secondo il nm. 121 e la palatina si assottiglia in ,;, onde si rie- 
sce al suono Ij l del nm. 78, cfr. nm. 6 IV: alentu argento, 
alentera miniera d'argento, ìpali spargere; ma apparri ad-por- 
rigere porgere dal log. apporriy^e. — Gali. Parimenti: vilina 
spali y e anche pule porgere. — Córso. Intatta la formola, salvo 



' Ritornerebbe anche nei sass. ildinuccaddu ildinuccesi\ che raccolgo sol- 
tanto dal Bon. sm. 67 e gè. 25. 

' Sotto questo nm. parrebbe dovesse collocarsi fruedda germoglio, quasi 
diminut. di fruges, col quale andrebbe il gali, fruja, che lo Sp. ve. regi- 
stra come corrispondente al log. e sett. frua •germoglio' e 'latticinio'. Ma 
il Lorck, Altberg, sprachdenk, 172, alla luce di parecchie voci dialett. del- 
l' Alta Italia, porta direttamente la voce sarda a frui nel senso di pro- 
durre fruttare, onde frua il frutto del latte, i latticini * burro cacio qua- 
gliato' e il frutto del some 'germoglio'. Cosi fruedda non sarà che il di- 
minut. di /rwrt, e fruja una forma con l'epentesi ài j. Inutile aggiungere, 
che erra l'Hofm. 89, collocando frua nella serie di -g- gutturale. 



174 Ouarnerio, 

il colore della palatina: arg'eyita bérg^me (ma veì^ghia la Ma- 
donna), spay^g'e e f^perg'e^ .9/eorgr>, porg'e sw^g'ente^ kurg^plu 
corriggiuolo. 

177, GR. Sass. Di norma intatto: (grandini Qrossu Qrun- 
da ecc. — Gali. Parimenti: fjvdida gràndini grannola {/ìyssu 
fjranda Qrundacina ecc. ; ma cade la gutt. in ramina gramigna, 
ay^estic agrestis; cfr. prizzQsu *pigPÌtiosu 91. — Còrso. Di solito 
intatto: Qradu ^ranu granone grandina) pigra pilleQrinu ecc.; 
ma nel csm., non mai nel epe, si riduce talora a r- cfr. nm. 167 
e Ascoli II 143 n; 7^anu grano, rappu grappo, rimi grugni, ram- 
mdlika gramm.; pellirinu. — 178. GN, NG'. Sass. Riescono 
entrambi a n: lena spuu pena dinu pimu, anoni agnello, anassi 
partorire delle bestie, /eimac/t/^^; anihi gengiva, dnilu angelo, 
eharielu evangelio, assuna ìpuna aggunij ilprini ilprinu^ pini 
e pienu^ pani pungere, tini e tinii\ ma fingi {finga), e cosi per 
in + g prim. o sec. : ingenerd , ingumiddd inglom- ingomito- 
lare, ecc. Sono di foggia log. : Ungi lingere leccare, inQirid ac- 
cerchiare ingitnu in giro attorno. Di gn assimilato come nel log., 
sono esempj, a tacer di cannisi: mannu risinnd. — Gali. Co- 
stante r esito fin : Urina sinnu pinnu dinnu dnnuU unnia 
sunna spanna evannélu ag'^g'^unni strinni e strinnuj spinni e 
spinfiUj pienni pimni Unni e tinnu, ecc.; e parimenti nei com- 
posti con in^-g prim. e second.: innimtccd inginocchiare, m- 
niltd *ingid'tare indigit- additare, innummd innummiddd in- 
nulli sinnuzza sangusùnnida cfr. nm. 114; ma finga, con cui 
passi munga mungere modo scherzoso per ^battitura' (cfr. milan. 
mungàda), senza dire dì Unga ingirià. Infine : kunnosi mannu, 
a7nmannd ingrandire. — Còsso. Da -gn- di solito w; lenu penu 
sena dina hunata ecc., ma angqne. Da -ng'-, ora n-: g'une 
spuna dnalu ecc., ora -ng'^-: dng'^ala dng^ula, e gli inf. gunge 
fimje stringe tinge punge spenge spinge (ma fin^a stìnn^u 
tinga ecc.); tacendo di kunnoshu kunnose. Nell'om. e csm, blgn. 
ritorna Tesito gali.: sinnu anmc annona spanna vannelu rfn- 
ntdUf anni unge, spinfia spenga, pienne piennendu. 



^ - M. 



Il sassarese, il gallureso e il córso. Gons. esplosive. 175 

T. 

179. Iniziale, a prescindere dai casi del nm. 193, sempre in- 
tatto, salvo nel còrso deda taeda cfr. sic. M.-L. it. gr. 96. — 180. 
Interno. Tra vocali si riduce nel sass. a d di pronuncia in- 
tensa, quasi ddj specialmente in postonica : fadda, paddu paddi 
patisco -ire, pikkaddu muneddaj seddi sete, diddu viddUy btpddu 
164, muddu saluddu\ -ètu: kanneddu ecc.; 2* prs.pl.: ini- 
reddi feddi ecc. ; prt. pss. : kuntaddu contato e anche sostant. 
racconto fola, ipiliddu spelato, auddu ecc. In proton. : frad- 
deddUy fraddili cugino, kaddena^ riaddeddu 134, ruddidinu 
rotulinu gomitolo, ecc.; kantaddori pihhaddoyn pescatore, zap- 
paddori ecc. Ma nei proparossitoni : kùidu gomito, siibbiduj 
semmida semita sentiero. Temi in -tate: pieddai pietà, filpid- 
ilai festivitate festino, ziddai ecc.; in -tute: vilpù sijviiù ecc. 
Dilegui sporadici : irifjQa triticu, siazzu setaceu, fìaddu v. less. 
Voci dotte: debbitu abbila e simili. — Gali. Ben saldo: fata 
kumpatu -/, uitu 156, ììiaritu siyr'etu rota, votu cerchio, ecc.; 
cideti intreti ecc., staiu datu ecc.; ìiatali frateddu^ katedda 
cagnolino, ecc.; siibitu semmila ndsita^ valila valore, ecc. Ma 
tornano ancora: kavilai cilai milai e simili; isailù silvilù^ sailù 
saviezza, ecc. Senza dire di pude\ occorre il d nei temi in -tore: 
missadpìH kusidpra laadpra ecc.; oltre feda feto, masedu man- 
sueto, budeddi budelli, attinti al log.; e spada^ dalla lingua della 
coltura. In alcune desinenze , la pronuncia del t è cosi intensa 
nel terap. , che la scrittura non di rado lo rappresenti con la 
doppia, in ispecie nei parossitoni: hiellu sujrellu ulivellu kan- 
nellii, bumbillà innulli j ecc.; Iripillu strepito. — Còrso. Nor- 
malmente intatto e non fa d'uopo d'esempj. E però d come in it. 
in biada spada slrada, ma anche strala e kunlrala^ QHdu bu- 
delli e in qualche altro: spudu, bidella vitella, piskadoH^ oltre 
pude in tutta la flessione, ma bst. e om. sempre pule'. Nelle 
stesse condizioni dell'it. pure i temi in -tate -tute; ma non man- 
cano traccio della riduzione gali.; libe^Hai bst., ecc. Nell'om. zcv., 
più spesso che nel tmp., si gemina: ingrallu patlu palli ajullu 
mullu ecc.; amallUj farullu ferito, Ivadulla tradito, ecc.; 2* prs. 
pi. sarelli andelli vinilli ecc. — 181. Sass. Preceduto da n re- 



176 Guarnerio, 

sta incolume: kayitii genti denti ecc.; ma se da /, /•, 5, subentra 
il nm. 123 III: libaljìai pubalpai ecc. Di antica geminazione: 
sajetta kaddenilta^ kankaritti piccoli cancheri, krabbittu, man- 
nitta grandicella, — 182. TR. Sass. Iniziale, intatto fuor che 
per posizione sintattica, v. nm. 193. Mediano tra vocali, si riduce 
a 'ddr-: paddre maddre laddru maddrigga 158, paddronu, 
buddroni *botrone ^ótgvg grappolo, abbuddrond aggomitolarsi, 
puddreddu 24 n ecc.; ma preceduto da cons., resta intatto: intra 
dentru (più comune drentu). Sciolto il nesso per metat., come 
spesso avviene, se vi precede e: predda preddu vreddu. Ma 
dareddu rientra nel nm. 180. — Gali. Si cons(3rva sempre: 
trudda mestola, trig'^g'^a trichila pergola, ecc. ; latru matrika hu- 
troni puddelru ecc.; intra ecc.; con la metat.: drmtu dresia 
brutoni ecc., e col dileguo: daretu alta altro, ecc. — Còrso. 
Di solito intatto : jiati^e matite vetru latri pulletru palronej spa- 
tronatu deserto desolato VI. 72, altru e antruj kultrina; drenili 
daretu ecc.; ma bst. pedra ladni nudritu spadurnatu daredu. 
Nell'om. zcv. sempre inalterato e perfino con la doppia lattru 
pettra, coi quali passi attni altro, che è pur del bst. 

D. 

188. Sass. Per l'alterazione transitoria di D-, v. il nm. 193. 
Mediano tra vocali è dd: feddi fiddeli kruddeli suddori ecc. 
pur nei proparossitoni: grdbidda tribidda. Son comuni al log. 
gli esempj dov'è dileguato : feu foedu brutto, §ia guida, miuddu 
midóllo f tolpóina testudine, limpiu limipido ^ tebiu tepido. Non 
sembra indigeno alkptina ali. al più comune inkudini, E scam- 
bio di suff. in fràzig§u e ranziggu rancido, cfr. lucch. Pieri 
XII 174; e così in ingratité^ cfr. nm. 180, eh' è però esempio 
da poco. — Gali. Intatto: kreduj buda abbudassi farsi folto 
Rom. XX 56 , krudu sudpri \ prudi] ridi mediku medicina 
Qrdida py^edika ecc. Ritorna con t - alkptina , ma anche fritu 
frilura freddo -ura; e infine fraciku o fràziku e fracihumi 
fracidume rànciku o rdnziku. Parrebbe dissimulato per ^' in 
marudda meduUa: ma cfr. il còrso merolla. — Còrso. Di so- 
lito si mantiene: fidu krudu sudore ecc.; ma nel bst. passa in 
t: stìnta strido, rite ridere, matpnna ankùtina^ dissàpitu [it. ant 



'^i'^AÌ 



II sassarese, il gallurese e il cerso. Cons. esplosive 177 

dissapiloi] scipito, con cui passino fretu om. fì^ntu e matalena. 
Torna il r in merolla. Di pula apluda v. Flechia II 329 e M -L. 
it. gp. 97 n. 

P. 

184. Iniziale. Prescindendosi dal nm. 193, il sass. non co- 
nosce se non qualche alterazione che gli viene dal logudorese; 
così: hulcu polso, bargamina 9, velpiff§a pertica. — Gali, vel- 
tikay oltre hesudulci pisello. — 185. Interno tra vocali. Nel 
sass. è costantemente 66: a66ì ape, kàbhu akkabbd Ascoli XI 
431 , kdbbula contrada regione, kabbidunnu 6 n., 0obbura 156, 
éobbu 30, ahhpbba ihhpbbulu scopa, ihUobbiri log. iskobile spaz- 
zaforno, apprgbbu 28, zinibbiri ginepro, prubbdinij artnbbd 
V. less., sabbe'y subbard 56, ecc. Dileguato dinanzi a tonica la- 
biale in ziodda 40 ^ È m nell'ultima dello sdrucciolo in veK- 
hamu vescovo, com' è pure nel log. e gali. ; esempio che ricorda 
Giacomo da Jacopo. E pevaru sarà rifatto suU' it. pevere, — 
Gali. Generalmente intatto: apa hapUy kapidd varcare (erani 
kapulendi lu koddu varcavano il colle) kupalta coperta, ppara 
pppulic tepiuy sape\ akkapUà log. akkabidare raccogliere Ascoli 
XI 430, ecc.; ma spesso digradando in 6 v dilegua o si voca- 
lizza giusta il nm. 134: arrea arvid arriva -are, tnalsauritu 
mal saporitu insipido, poaru e poru, suard e surà sceverare, 
ciudda^ stula *stupula stoppia Ascoli II 144 n ecc.; e qui si tol- 
leri il curioso caso di p (del nesso sp) in v che è in kevia zolla 
piota, divariato dal log. keiya ali. a kesva kerva cespes Ascoli 
1. e. — Còrso. Più spesso si conserva: apa kapu skopa ni- 
pote ecc.; ma: dissdbitu dissapidu ecc.; è i? in: kavezza^ sa- 
vore pevaru bst. navoni^ ecc.; e si arriva al dileguo: puay^eitu. 
Il (j da t? è nel bst. priQostu prevosto. — 186. MP. Sempre 
intatto; solo nel gali., quasi eccezione: ambula ambulata. — 
187. PR. Sass. V. nm. 193. Interno tra vocali si riduce a bbr: 



^ Rasenteremmo il sass. piula pigola nm. 19, crs. piulu piulellu pulcino, 
ammettendo Tetimo pipilat Diez less. s. piva, cfr. Kòrt. 6160; ma più mi 
par probabile la congettura del M.-L., it. gr. 124, che si tratti di voci ono* 
matopeiche. 



178 <)uarnerio. 

sobhra abbrili; abbri. 11 nesso è risolto per metat. in krabba 
e derivati krabbilhc krabbaggu ecc. — Gali. Ora il nesso con 
la sorda: supra kapinllu kapriplu, hupy^enda coperta, sempìn; 
ora con la sonora: abri abrili e da questa al v: avru aper e 
polkav^nc porcus aper cinghiale, log. porkabru, — Córso: kapra 
Hopra supranu il maggiore, aprile j sempre; ma anche: lev7'a 
lepre , inkavriulassi la vina mettere i tralci v. less. s. kavriu. 
— 188. PS. Sa ss. Di norma assimilato: hissu matessiy Idssana 
lapsana senapa; ma d'altronde; hasa^ malpy^u kaseri falegname, 
(jisu^nisunu, ne ipse unu. — Còrso. Ancora: kuessu siesm, 
.9u sa ipse -a codesto -a, om. *sstc 'ssa^ nissunu, g^essu; ma kasa 
kasunettu e talora anche nisunu, — 189. PT. Sa ss.: setti bietta 
♦nepta (ma più comunem, nibbpddi) Qrutta, rikattu ricap[i]tu 
cibo, azzitta, — Còrso. Ancora: akkattd ecc.; e il solito caso 
di dileguo protonico in simana settimana. 

B. 

190. Sass. Per b- iniziale v. nm. 193. Mediano tra vocali, di 
norma dilegua, cfr. nm. 134; seti sebu, bii bibis, ui ima ubi 
in-ubi, hua nascondiglio kim cubare nascondere, nui nube, t^u 
e ru rubu rovo, karman cannabis, sula subula lesina, stila su- 
liltu sibilare soffiare leggermente fischio leggero, kùidu cubitu, 
siiarii suber, faula faulaggu 6, pardula parola, taula^ triula -d 
trebbia -are triulas giugno il mese delle trebbiature 6 n, laoru 
labor seme laurd laborare arare, aulpi abortire (delle bestie), 
illierd liberare partorire, ecc. Rimane talora, e assume il suono 
speciale che segniamo per b v. nm. 193 e 170*: abia aveva fa- 
bifida fabeddu marabila prubenda 74. Nelle desinenze deirimpf. 
in -abam si ha b: amaba kantaba ecc., mentre in quelle in 
4bam, originali o analogiche, s'ha il dileguo: finta drummia; 
abia; timmla kridia^ È voce logudorese: tuvara tuber specie 
di tartufo. Dov'è -6&-, siamo al -p- dal log. o a voci della col- 
tura: debbi debbila log. depet, kubba botte log. kupa^ sùbbidu 
abbila e simili. — Gali. A formola mediana tra vocali il di- 
leguo è costante: bi bere, kii eccu'ibi, skriu skrii scribo -is, 
kaadduy kannaittu di min. di cannabis cordicella, koa kud kua- 
It^g^g^i^ nasconde -ere -iglio, aita cubitu, lappi biade, aemmu 



Il sassarese, il gallurese e il còrso. Cons. esplosive. 179 

illiarà aulti pruenda, neufa nube, didulu faula pardula taula 
faiddd marnila ecc. ; cosi in tutte le desin. dell' impf. : amaa 
ala sapia vidìa ecc.; e così il second. in ea (eba) acqua. Nei 
pochi casi in cui si conserva, provenienti di solito dalla lingua 
dotta, volge nel clng. a p: kupa botte, sùpilu depiiu liparadpri 
e simili. — Corso. Iniziale è ben saldo, tranne qualche raro 
caso di ^-, che andrà con quelli del nm. 131 : bst. gudelle bu- 
delle, bst. Quaja baja scherzo. Interno tra vocali , talora cade : 
fola kapufulacu 6 I, due dove, didule taula o loia 46, lùaru 
uber, con l'articolo agglutinato, poppa delle capre, trud trovare, 
nulu nubilu ecc.; impf. andaa kridia ecc.; e con l'epentesi di j: 
heju be^e bibo -ere; ma anche rimane spesso allo stato di v: 
duve kivi eccu'ibi, fava sevu leoeécuy civa cibu trippa cfr. log. 
kiu midollo, cova 9, om. aj. hdkkavu caccabu pignatta, donde 
kakkammd cuocere lentamente Kòrt. 1450, góvitu sùvaru tri- 
volti nùvulu ecc. ; e si determina anche in p : kipu cibo vapu 
babbo, tacendo di kdnapu it. canape; com'è rp da rb nel bst. 
surpd sorbire, e similmente nel gali, sulpi o bi a solpu. — 
191-3. BR. Sass. Iniziale si conserva: brazzu brehi ecc., ma di- 
venta però fr- in franka v. less., e perde il /> in rokku piuolo, 
se è r it. brocco fuscelli no Kòrt. 1353. Interno tra vocali si ge- 
mina: labbra libbru libbra ecc.; il nesso è sciolto per metat. 
in fìHbbaggu februariu e frailaggu fabrilariu. Assoluto dileguo 
del b in kuliri *kiribru cribru 120 e in kulpra colubra 41 , 
cx)muni col log. — Gali. Di solito intatto a qualunque formola 
bracca briclda briglia ecc. ; labra libra libra ecc. ; ma clng 
lapru lipra lipra. Risoluto il nesso per metat. in fraikd fabri 
care, frebba, e dilegua probabilmente il b in inlrind cfr. log 
interinare metat. di *intene[b]rare e interiginare *intenebricare 
cfr. rum. intunerecd. — Còrso: bracca breske^ brenna crusca 
brenna brani (p. e. le pinatte andonu in brenna)^ brila [briaka 
imbriaka]y brasta brace spenta, che è pur del tose, e del log. 
da *brustulare Kòrt. 2032, imbrastolate castagne arrostite, ecc.; 
ma il 6 può cadere: riaka briaco, ramina brama; mediano, di 
solito resta: labru libra ecc.; ma può volgere a -V7^-: attovrCy 
oppure a -pr-: lipra^ o peixlere il b: f crac a febbrajo, cfr. fer- 
rajo di quasi tutta la Toscana, tranne Firenze. La solita metat. 
in frebba. 



180 Guarnerio, 

Accidenti generali. 

193. Alterazioni transitorie delle consonanti iniziali. 

Sassarese, 

Molto estese e variamente atteggiate codeste alterazioni, se- 
condo la qualità dell'iniziale sorda o sonora e secondo la com- 
binazione sintattica ih cui detta iniziale si trova. S'ha una com- 
binazione da dirsi debole^, quando l'iniziale è preceduta da pa- 
rola uscente in vocale non accentata, che insieme o in ispecie 
vuol dire dagli articoli hi la li, dai pronomi proclitici mi ti si 
zi bi ni lu li, dalle preposizioni di da, dai pronomi personali 
noi voi, dalla particella vocativa o, dall'avverbio dabbpi, dalle 
voci verb. sei es e vai imperat., unitamente con tutte le 3* prs. 
sng. e pi., tranne le poche che distingueremo più in là. S'ha 
all'incontro la combinazione da dirsi forte: I. dopo una pausa 
qualsisia; e vuol dire, non soltanto dopo le pause logiche al 
chiudersi del periodo, della proposizione, del capoverso, ma pur 
nelle pause lievissime che provengono, per motivi svariatissimi 
dalle inflessioni che la voce assume nel discorso; II. dopo una 
parola uscente in consonante, che in fondo vuol dire dopo l'ar- 
ticolo indeterm. ìm e le preposizioni in kun) III. dopo una pa- 
rola uscente in vocale accentata; IV. dopo i monosillabi pirocli- 
tici segnati : e et (comprese le locuzioni comparative: k'e, kanfe, 
koììim^e, kumenVe, cfr. Schuchardt 1. e. 18 e D'Ovidio IV 180, 
cui s'unisce und'e dove), ne nec, no non, a ad, pa per, o aut, 
si se congiunz., ma, ga, più, ki quid quod che, ki quis?, ka quale, 
a habet, e est, so sunt, pò pote^t, vo 'volet, tre tres, di dies, <«, 
me t(/ sp' aggettivi possessivi d'entrambi i generi e numeri, te* 
teni, fa' di' da' Ipa, 



* Cfp. Schuchardt, Les modi ficai ions syntactiques de la consonne initiate 
dans les dialectes de la Sardaigne ecc., Rom. Ili 1 sgg. Egli pel primo studiò 
questi fenomeni e segnò da maestro la via per la quale si deve mettere 
chiunque voglia continuare T indagine. Anche è da vedere la monografia 
del principe Luigi Luciano Bonaparte ; Initial mutations in the Living 
Celile, Dasque, Sardinian and lialian Dialecis, Philological Society, Lon- 
dra 1882-83, che largamente studia i fenomeni dialettali italiani in con- 
fronto con gli idiomi celtici; ma non è qui il luogo di giovarsene. 



Il sassaroso, il gallurese e il còrso. Accid. generali. 181 

Se la consonante iniziale è una momentanea o fricativa sorda, 
l'alterazione è qualitativa; l'iniziale cioè s'altera perchè di- 
venta sonora nella combinazione debole. Nella combinazione forte, 
all'incontro, non ne avviene alcuna alterazione. Così trattandosi 
di K, avremo : un koy-i ali. a lu (jori^ a kuaranta ali, a di Qua- 
ranta i trattandosi di p: un ppbbidtc ali. a lu bpbbulu] di t: 
e terra ali. a la den'a. Similmente per il e proveniente da cl : 
camma ali. a lu gamma) per or: krabba capra ali. a la yrabba; 
per pr: preddi ali. lu breddi prete; per tr: trudda ali. a la 
drudd<^' E nell'ordine delle continue, per f: un filplu ali. a lu 
oilpluy per s: im sani te ali. a lu s'antu\ coi quali passi l'esito 
sibilante di e-: in zela ali. a lu zelu, * 

Se invece l'iniziale è una sonora, l'alterazione è quantita- 
tiva. L'iniziale cioè non cambia di grado e serba la schietta 
pronuncia nella combinazione debole; e l'ha intensa, come di 
doppia nella forte ^ Dov'è da notare che c'è come un contrasto 
tra il caso delle sorde e questo delle sonore; poiché per quelle 
la schietta condizione originaria è nella combinazione forte e 
l'alterata nella debole, mentre per queste la condizione origi- 
naria è nella debole e l'alterata nella forte. Così per d: a he 
re ddemmu dhui o ddemmu dina a lu re ^ Similmente dicasi 
di R, M, n; ma è da notarsi che la loro modificazione è lievis- 
sima, onde sfugge ad orecchio men che esercitato ed attento. 11 
L va però esent^^ da ogni alterazione (tranne naturalmente il 
caso di allu alla ali. a di lu da la ecc.). Riguardo alle sonore 
palatine è da avvertire, che il suono occorrente nella combina- 
zione debole, cioè il suono a cui diamo, secondo la norma ge- 
nerale dianzi espressa, la qualificazione di pronunzia schietta, 
è sempre ,;, clie è quanto dire il normale riflesso di j-, g'-, gl-, 
DJ-, BL-, e insieme il riflesso sporadico di e-, g-, cl-; il quale j 



* Rispetto alla preferenza delle consonanti doppie, v. le acute osserva- 
zioni dello Schuchardt 1. e. 7-8. 

• Come in tose, anche nel sassarese, deju deus ha sempre rf- intensa, 
sia nella combinazione debole, sia nella forte: lu ddfjUf adurà a ddeju, 
hridi in ddfiju^ cfr. D'Ovidio, Di alcune parole che nella pronuncia toscana 
producono il raddoppiamento della consonante iniziale della parola seguente^ 
in Propugnatore V*. 



182 Guarnerio, 

si rialza in g- nella forte. Onde: lu jpggu ali. a ire gpOQi; la 
jenti ali. a hun genti ^ la jancla ali. a pa ganda; di jossu ali. 
a in gossu; la jalpemma ali. a pa galpemmd; lu jattu ali. a 
^«?i gattu; lu jaddu ali. a M/^ gaddu] la jeza ali. a in geza. 
Fanno eccezione alcuni nomi che mantengono il g- in qualsiasi 
combinazione: gobanu guhintura gubaneddu ginnaggu gorra; 
ma son voci accattate. 

Non sarà superfluo notare, che a formola mediana s'ha quasi il riscontro 
del fenomeno che ora studiamo per l'iniziale. Nel caso cioè delle sorde, 
s'ha a formola interna, tra vocali, lo stesso esito che nella combinazione de- 
bole, vale a dire la conversione in sonora, che si pronuncia intensa, come 
doppia: fp§^u vidda kabbu; e dopo consonante, invece, la condizione inco- 
lume, come nella combinazione forte : manku kantu tempu. Fa eccezione e 
da CL, che a formola interna tra vocali si conserva di norma intatto e ge- 
minato: veccu; può però darsi anche la sonora: kahiggu. Nel caso poi delle 
sonore, a formola mediana, sia tra vocali e sia dopo consonante, s'ha sempre 
la esplosiva, che tra vocali si raddoppia: ingulpu p^ggu, kingn vegga. 

Stanno da se b- e v-, che in parte coincidon nelle loro alte^ 
razioni. Dato il b- etimologico, egli assume pronuncia intensa 
nella combinazione forte, e si riduce nella debole a un suono 
particolare: ft, che tramezza tra 6 e i; e che il Bonaparte chiama 
'h spagnuolo, meno labiale che il 6 toscano'^: un bbpi ali. a 
li boi. Ma dato all'incontro un b sass. da gutturale, egli si con- 
serva sempre intatto a formola iniziale, mentre a formola me- 
diana tra vocali s'attenua anch'esso in b: eba acqua. Anche al- 
cuni b' etimologici, come be bene, non subiscono il cambiamento 
testé notato, cfr. log. in Sp. or. I 12 n. Il v-, che si mantenga 
incolume nella condizione assoluta, si fa v di pronuncia intensa 
nella combinazione forte, e b nella debole: e vvinu ali. a lu 
binu] ma se è b- nella condizione assoluta, riman tale nella 
posizione forte, mentre riesce ancora a b nella debole: tre boii 
ali. a li bozi. Ciò non parve molto chiaro allo Schuchardt 1. e. 12, 
percliè nel caso del b- in 6- si avrebbe un affievolimento e nel- 
l'altro di V- in b' un rinforzamento. Io credo però che contrad-- 
dizione non vi sia; e di vero, nel secondo caso non si trattai 



Osservazioni sulla pronuncia del dialetto sassarese^ in sm. 



v. 



II sassarese, il gallurese e il córso. Accid. generali. 183 

più di un V-, ma di un 6- sass. che entra nell'analogia del b- 
etimologìco. Gli esiti di b e v a formola mediana, concorrono a 
dimostrare che il v è trattato come b; perchè v dietro conso- 
nante dà sempre 6: kumbitu imbuHQQd abbizzd ecc., e tra vo- 
cali dà 6. Onde, dall' un canto: abia fabicldà ecc., e col dileguo: 
nui nube; e dall'altro: cobi chiave, va uva. 

Particolare è anche il caso della gutturale sonora g, che in- 
tatta nella posizione forte, dilegua talora nella debole: in Qola 
ali. a la 'ola; a cui corrispondono a formola interna: lon0u ali. 
a tea legat. 

E da osservare infine, che le alterazioni qualitative non sono 
mai espresse nella scrittura; e delle quantitative sol quella di 
g di contro a j. A miglior evidenza, ecco ora riassunte in uno 
specchio tutte le alterazioni qui discorse: 



Alterazioni qualitative (coiis. sorde). 



C,QU: 
T: 
P: 
CL 
CR 
PR 
TR 
F: 
S: 
C: 



D: 

R: 

J: 

G: 

DJ: 

GL: 

BL: 

C: 

G: 

CL: 



un kori 
e t§rra 
un ppbbulu 
a camma 
hun krabba 
kun predai 
kun trudda 
un filplu 
un santu 
in zelu 



mankti 

kantu 

tempu 

c§lcu 

inkrastu 

kumprd 

intra 

unfid 

p§nsa 

kunzibbi 



lu §qri 


f9d§'' 


la derra 


vidda 


lu bobbulu 


kabbu 


lu gamtna 


v^ccu kahiffffH 


la (jrabba 


saggru 


li brf*ddi 


sobbra 


la drudda 

• • 


laddru 


lu vilglu 


buvoni 


lu s'antu 


ros'a 


lu zelxi 


disi 



Alterazioni quantitative (cons. sonore). 



B: 



Y: 



G: 



a lu re dd§mmu 

un rrn 

pa go§gu 

kun g§nti 

in gossu 

e ganda 

pa galpemmn 

un gattu 

un gaddu 

in geza 

un bboi 

fs bqttia/ 

S vvinu 

ir§ boH 

in ffgla 



kandu 

ingulpu 
fingi 
agguni 
kinga 



cambà 

kumbitu 

lon^u 



d^mmu dina 
lu re 
lu jg§gu 
la jenti 
di jossu 
la janda 
la jaljfgmma 
lu jattu 
lu jaddu 
la jeza 
li boi 

[una battiaj 
lu binu 
li bozi 
la 'ola 



feddi 
merrula 

leggi 

QÙgi 
vegga 



abia nui 
[ehaj 
cobi uà 



Isa 



184 Guarnerio, 

Gallurese. 

La combinazione debole o forte dell'iniziale è determinata 
dalle stesse ragioni che vedemmo nel sassarese; ma alle voci 
che s'accoppiano con e et, son qui da aggiungere: fin e Un e 
fino a, V. nm. 233; e insieme passi anche dui, che in composiziono 
con vinti ty^enta ecc. impartisce il suono forte, come appunto vi 
precedesse un'^: vinticldui trentaddui ecc., mentre nel sass.: 
vintidui ecc.; questo ha più della pronuncia log. vintiduoSj quello 
della toscana: ventiddue. 

Nel gallurese, le modificazioni sintattiche hanno però molto 
minore estensione. Non vi si conoscono le alterazioni dell'esplo- 
sive sorde; le quali rimangono incolumi in questo dialetto, anche 
a formola interna tra vocali. Solo per le fricative sorde s'ha 
l'alterazione; ma non però ben distinta se non per il s-, clie è 
sordo nella combinazione forte, e sonoro nella debole: Iciin 
saniUy hi s'anhc. Pel f- ho raccolto sporadicamente qualche caso 
d'alterazione, p. es. a fig^g^uld ali. a lu vig^g^ida; e sono forse 
mere infiltrazioni del sass. o del log. — Quanto alle sonore, il 
D- assume nella posizione forte il suono intenso, quasi dd-, simile 
all'it. in denaro, e nella debole il semplice rf, siinile all'it. in 
credito: tre ddind ali. a lu dind^] e analogamente nell'esito 
di CL-: tre e a ai ali. a la cai. Le più sensibili delle modifica- 
zioni sono offerte dal suono speciale flf* normal continuatore di 
j-, g'-, del nesso gl-, e sporadicamente di g- cl- bl-. Il suono gf*, 
che è nella combinazione forte, si affievolisce in j nella debole 
(che ò, in termini diversi, il giusto parallelo di quello che ci 
dava il sassarese): e guasta ali. a la justu^ a g'innard ali. a 
di jinnarà, hun giacca ali. a Ut jaccu, tre g'addini ali. a li 
jaddÌ7iiy in g'^eza ali. a la jeza, a g'astimynd ali. a la jastimr 
ma ^. — Il V- mentre è saldo nella combinazione forte, tanto si 
attenua nella debole da non lasciare che una lievissima aspira- 
zione: kun iwinu, la 'inu. Concorda col sass. il caso isolato di g- 
gutturale, che talora tace nella posizione debole: kanfjida la \da 

* Ancora qui fuor dolla norma la voco c^fw, elio ha sempre^ suono forte: 
lu (Idra, adurn a ddrif, hn'dé in ddpu. 

' So si ha e- y- come risultanza di j- o g', rimangono intatti: coanu 
caldinn gugyula e simili, che sono però voci importate. 



Il sassarese, il gallurese e il còrso. Accid. generali. 



185 



Alterazioni qualitative (cons. sorde). 

S: 
F: 

CL: 

D: 

J: 

G': 

GL: 

G: 

CL: 

BL: 

V: 

Córso. 

Nelle stesse condizioni del gallurese. Solo è da notare, che 
tra le voci determinanti la combinazione debole, qui entra l'ag- 
gettivo possessivo d'ambo i generi e numeri mio: la mio voìia 
bst.; e tra le determinanti la combinazione forte, la particella 
vocativa o: o g'uvd! I fenomeni son comuni al csm. e all'om. 
in ordine al s-, all' esito j di j- g'- gl- cl- g- bl-, a b- br- e a 
V-; ma è solo dell' oni. la modificazione del F-; onde, se ne togli 
l'alterazione del b- che manca al gali., tutte le altre sono co- 
muni tra gali, e corso, salvo le differenze circa il v-. 

Alterazioni qualitative (cons. sorde). 



tre santi 


pensa 


li s'anti 


rps'a 


« fid'g^^ià 


nlfanu 


1x1 vìggula 


— 


Alterazioni quantitative (cons. sonore). 




tre e cai 


ine appuzza 


li cai 


occu 


trs ddinà 


ìnundu 


lu dina 


kr^du 

• 


r g'ustu 


ingtistti 


lu justu 


rnng'ffu 


a (firmar lì 




di jinnarà 


kg'g'i 


hun gaccu 


nng'a 


lu jaccu 


vig^ga 


tre g addirti 




li jaddxni 


— 


in geza 




la jeza 


— 


a gastimmà 


— 


la jastimìna 


— 


kun vvinu 


kolbu 


lu *inu 


cai 


kun ^uia 


lonQu 


la *ula 


fau 



S: 


im santi t 


mansu 


lu santu 


rosa 


F: 


un fddolu om. 


òrfanu 


lu viddolu om. 


buvonu 




Altera 


ZIONI QUANTITATP 


TE (cons. sonore). 




CL: 


fu e e usa 


toriTu 


porta c'ausa 


areciTa 


J: 


ffuvd 


infustu 


di Juvannu 


mag u o mac u 


G': 


kun (fente 


fing^e 


la jrnte 


legg^e 


GL: 


a ganda 


sin(fozzu 


l^ janda 


bigY^ 


G: 


tre galli 


— 


li jalli 




CL: 


in (fesa 


— 


la jesa 


— 


BL: 


e (fastemma 


— 


la jastemma 




B: 


§ hbonu 


imberkà 


lu vonu 


sevH 

• 


BR: 


kun bbramma 


imbriaku 


la fiamma 


attovre 


BL: 


tre hlociTi 


— 


t vloc e t 


— 


V: 


§ bbeccu 


imbecca 


la veciTu 

• 


npi?M {puj 



Archivio fflottoL ito!., XIV. 



la 



186 Guarnerio, 

Accento. 194. Prescindendo dai casi di estesa ragione (come sass. f't^- 
gadu 19), e dagli accidenti analogici nella conjugazione (nm. 219 e 231), 
mi restano: ssiss, pittorra pectora petto; ga\\. huppiuli ali. al sass. Atip- 
piplu gemello 117 dov'è forse uno scambio di suff.; gali, tfm^u^ ampuUa 
102, uitu ali. a §ùitu rifatto sul log. kuidu 156, sirinttna serotina sera 66 
attratto nell'analogia dei temi in -inu. — Geminazione e sdoppia- 
mento. 195. Sass. Caratteristico il raddoppiamento delle sonore mediane, 
provenienti dalle rispettive sorde: e in §§ 158, t in cW 180, p in bb 185; 
CR in §§r 162, tr in ddr 182, e pr in bbr 187. Si gemina inoltre il -ó- ri- 
sultanza di CL 107, il -g- continuazione di j, dj, cl, g', 77 93 108 175; il n 
nella seconda dei proparossitoni 144, il m 153 e sporadicamente il l 98 o 
il R 119. — Gali. Più rara la geminazione; è costante solo pel n 144, pel 
M 153 e pel r 119; sporadicamente si raddoppia, oltre il l 98, anche il t 
180. — Córso. Rara pur qui la doppia, tranne che per l, n, m; ma Tom. 
zcv. offre pur la geminazione del e 158 e del t 180. Caratteristico ad en- 
trambe le varietà crs., csm. e om., lo scempiamento del doppio rr primario 
119 e second. 126. — Assimilazione. 196. Sass. Di nu nell'iato 85, di 
MJ 86, di Rs 124, di rn 126, di mn 148, ct 166, cs 168 e ps 188; oltre la carat- 
teristica di Is, Iz (rz) 103 e 124, ré (le) 121, ri 122, e cfr. 128 (infin. e pron. 
enei.). Disillaba a sillaba; éuééu 107, zozza 112, ihhìnkidda scintilla, dove si 
complica con la metat., cfr. log. iskintidda e istinkidda. — Gali. Ritornano 
i sopraddotti casi normali dei nm. 85 86 124 ecc., tranne 103 121 e 124. 
Tra parola a parola 147. — Córso. Comuni i nm. 85 128 148 166 168 188; 
cui s'aggiunge ld in II 105; e per Tom. torna rn in rr r 126 e di più nd 
in nn 151; di sillaba a sillaba 133. Più complicate nei nnpp.: ceccé Fran- 
cesco, Ielle Elena, mimmù rnemmé me vezzeggiativi di * Domenica', o 
simili. — Dissimilazione. 197. Sass.: ùrrulu 119, kuliri 120, kalonif/ffu 
143, limola 143; e per ettlissi di r: rulpagga 51, fia§§u 118, dareddu 
182 araddu. — Gali. Ancora: ùrrulu kuliri daretu e simili; majaja G, 
alkgtina 143, lumina 143. — Córso: colu 96; bst. reale leale, epe. ferale 
murtale 120, om. alkùiina 143; ku§ómbaru; ^rómbulu §rérnbulu 113, e an- 
cora il dileguo nei casi del nm. 182. — Aggiungimenti. 198. Sass. 
Oltre la prostesi costante di i din. a s^ 137, e la sporadica di J- ai nm. 75 
155 e 171, assai frequente Va- aggiunto innanzi a r- e altre consonanti che 
si raddoppiano come vi fosse il prefisso ad (cfr. srd. mer. e sic. Ascoli II 
138n e 150 n): arrabiegga arì'azund arruinegga, arremunidda remunita 
conservata log. arremonire gali, rimuni^ annittà nettare, attujmintd tormen- 
tare, ecc. ; qualche volta anche tn- : innommu nome, imbalpu basto vrb. — 
Gali. Cfp. nmm. 137 155 171 131. Qui pure Va-: a'iTuxnigg'a avvaldid ad- 
disispirata akhunfglti ecc., ma preferito Ti- dinanzi a r-: irraigni^ irridi 




Il sassarese, il galluroso o il córso. Accid. generali. 187 

ridere, irriguddx raccogliere, irrìspoìidi, irribeddu irrihiddà ribelle -are, ir- 
ribestUy v-reski riesca, irrilocu orologio ali. a rilgcu, irruìnori ecc.; isolato 
innammu. — Córso: aruhà arihurdà ariskallà askallày amaccà macchiare, 
allisu liscio, addisperatUy assekku seccatura, ecc.; talora anche i- o in-: ir- 
rittu ritto, insinurta^ impumpata in pompa, ecc. Casi isolati: aìs. demani 
anziani, bst. skuasi quasi che è pur d'altri dial. — 1©9. Sass. Vocale 
epentetica è nel sass. tdutnu 38, gali, turino tornire log. tórinu tornio, 
hiùrrulu chiurlo, córso taraskone specie di ballo qìv.ìì, trescone^ e per 
r inserzione il log. tarasha^, — 200. Sass. Consonante epentetica in 
tneju eju deju 10, tgju spju 37, fiaddreja; fruèu -a 61, frusina 118; bui- 
trea 7, gin§lpra lilpra lelpru allilpri 141, trgnu tuono; Rinterra 2, sin- 
jula 76, linzgla 87, sinziju 102, pindula 100, find^i fini fìdelini Flechia II 
346, ecc. — Gali. Parimenti: tgju sgju e inoltre bgju 28, frusu bruitea le- 
stru e simili; trisgru^ ancu^a 94, mankarri 119, runzikà 158, sirintina 60, 
kumundinu comodino, ins§mbi 24, simbtda 24, bumbittà 131, ecc. — Córso: 
tìipju eju; butteja ideja ^aleja ^ineja^ dreja o treja Andrea, abreju^ mat- 
te ju e teju, ecc., bgje 28, duje 38, epe. lejone 26, oltre le forme verbali 
ò^M beje 21, dsja 4, epe. aveje vuleje e simili 7, e purtaju temeju ecc. 63, 
per tutta la qual serie cfr. senese Gorra l. e. 537; fidhkula bst. fristià 118, 
ginestra listra ancostru ecc. 141, hatraletta cataletto, skarma squama ecc.; 
unkona 61, ancua bst ancuve 94, bst. minka 158, an^unia, ma per minse 
V. nm. 139; s§ambellu sgabello con ravvicinamento a gamba; ^rémbulu e 
§rómbulu 113, calambella om. calambeddi 155, ku^ombaru 158, hst. ambtc 
amo lenza, {)rembiglu grembiale. — 201. Sass. Occorre Tepitesi di -i, 
oltre che nei comuni ngi vgi dabbgi sei *ses, sei sex ecc., altresì in mam- 
inai mammà, ei è, e nelle voci uscenti in cons. : éddisi illis, lisi [iljlis. Di 
-ni in tuni tu, treni tre, e parmi anche in um dove, *M* + ni. — Gali. 
Oltre gli esempj di ragion comune, ancora qualche caso di -nix cammani 
inf. = camma, ^ni ò, teni te, reni re, peroni 28; ancora sid se: sid eu so 
io. — Córso. I soliti esempj di -i; e per -e/: perked, kummed. Frequente 
assai csm. -ne om. -ni\ avane (ava + ne) ora, ciltane kusine cosi, babane 
papà, piune più, vone voi, o negli inf.: amane amare, sentine ecc.; om. reni 
re, babani mammani funi fu, eni è, treni teni, kuini qui, vinini venire ecc. — 
Suoni concresciuti. 202. Dell' articolo sono esempj: crs. lazzu 88, lùaru 
190, laìnu lumbrellu, layu agio; om. luciminu gesmino. E alF incontro ab- 
bandono di /-, per r illusione che vi si avesse l'articolo: sass. t7^tnAanM 



* Non si può disgiungere questa voce log. dall' it. tresca di cui ha il si- 
gnificato; e nulla ha essa che fare con lo sp. tarasca figura di serpe di 
cartone, con cui la confonde l'Hofm. 160. 



L '.^- .> ^'■"allkllk -. 



188 Ouarnerio, 

96, crs. arifgìu orifglu 72, osmarinu 119. — Dilegui. 208^ Sass. Afertfsi 
di atona iniziale: rilozu 90, madoni 100, mulca \07^ri§amu 143, hgna 
figura imagine, ecc.; ettlissi di protonica o postonica: 62; apo- 
cope: dina, e i vocativi gampd, mamma sire mamma sirena, ecc., oltre 
gl'infiniti nm. 219. — Gali.: licca 24, cedda 72, rilgcu 90, celvu 15, stiu 
statiali 134, sunna 178, nata anatra, frizioni afflizione, [vagoni agasone 
cavallaro log. basane}, ecc.; è aferesi di sillaba iniziale: ntparu 12. Poi: 
presha G2, steddu 62, hranu branili 60, ecc.; e infine dina, i vocativi e 
gl'infiniti. — Córso: stintu 23, razioni orazioni, ecc.; frusteru, kerkera 47 
(srd. karriQera), vranata primavera, fraska poltru ecc.; f!^r§a breske karku 
62, salcu 165, ecc.; o ktond, minse, vabuzi babbo-zio, zio paterno, duttó ecc., 
cfr. inf. 219. Nei peggiorativi: sfacciata ^ simmg scemone, ecc. Nei nnpp.: 
assù ceccé (= ceécehku) frencé kilt mari maddalé g'isé gisep- 
pù ecc. — Metatesi. 204. Sass.: cqbbu 30, co^^a 33, piùvaru 42, ga§^ 
gumpd 106, ecc.; preddusimuln 18, drommi 33, trau 46, pranizi 126, drelpa 
142, kralpaddu 167, krabba 'iitu -aggn 187, frailaggu fribbaggu 191, drentu 
predda preddu vr§ddu 182, ecc.;- puddrnddu 24, funtumà 56, hizina 82, 
ilpinkanu 96, iljjg^fjamu 158, didditjrddu mignolo, ihhinkidda 196, ecc. — 
Gali.: |)iy/5ra 108, cobbu 106, ecc.; cirwmmt, preska 62, prizzgsu 91, katrig'g'a 
109, drc5<a 142, -?m5<a 167, brutoni drentu 182, /ratAd /r^òòa 191, frummikuli 
formiche, drihketiu decreto, in[}raulà ingarbugliare, ecc.;- hisina 82, /i- 
stinku 96, intrinà interi^inare 191, kamasinu magazzino, cilaka cicala, ecc. 
— Còrso: gesalmina 75; bst. infulenza influenza, perua 50; firsog'a 31, 
drentu frebba ecc., bst. spadurnatu epe. spaturìiatu 182, bst. treatu, om. 
skrupini scoprire, ecc.; skunternata (con inserzione di n per avvicinamento 
al prefisso kun-), stakka tasca come nel genov.; rusiinku b6^ gradiva gra- 
Vida Mt. 42. — 206. Sass. E metatesi di vocale in bigddu 164, cambd 
155, kummoni communis branco di pecore o di porci, non senza influsso 
analogico dei temi in -oni, cfr. log. e mor. Arch. XIII 118; inoltre zimbO' 
nia limbonia 81, coi quali passi àniu — kìiwi asino 136. — Gali.: bigtu, 
dunià = diana digiunare. — Córso: bigtu. — Etimologie popolari e 
incrociamenti di voci diverse. 206. Sass. Prescindendo da milinzana 
it. TnelanzanOy pedanoni e mananqni, si richiamino qui: gan§ulitti 112, har- 
raggu less. s. v., sirenu less. s. sirinà ecc. — Gali.: kapumiddu 102, bah" 
Itamundu 131. — Córso: canuga 25, mandarinu 55, brunaga 91, tnalma 
133; haramusa cornamusa, bucertola lucertola con avvicinamento a buco. 



Il sassarese, il gallurese e il córso. Il nomo 189 

§ IL APPUNTI MORFOLOGICI. 

Nome. 

Articolo. 207. Sass. Deterra.: lu la, li; di la di la^ di li\ 
a lu a la, a li; da lu ecc.; in lu i* lu i la, i li; kun lu ku lu 
hu la, ku li; pa lu pa l, pa la, pa li; ecc.; ìndeterm. : un una. 
— Gali. Gli stessi; caratteristico: illu illa UH nel nella ecc. 
147. — Còrso. Nella varietà csin. predomina u a^ i e e pari- 
menti nelle prepos. articolate: di u o d* u, di a o d* a; a Uy a 
a, a i, ecc. ; ku u o ft' u, ku a o k* a, ku e ecc. ; pe u pe a ecc. ; 
nel epe. invece: lu la, li le, di lu di la, pe lu pe* l, pe la, kun 
Ih ku lu, kun la ku la ecc. Questa forma è pure la più comune 
nell'om., dove il pi. li è d'ambo i generi; però, in qualche va- 
rietà, ancora qui: u a e simili. Molto diffuso, nelle combinazioni 
articolate, inde per in: csm. inde u o ind* u, inde a o ind* a, 
inde i o ind* i, nel nella nei. Anche n u n a, n i n e, da inn u 
inn a inn i^ che sono forme positive dell'ora, v. nm. 151, dove 
tornano ancora n u n a ecc., oltre che indù lu, indù la, indù li 
e 'nu lu, *nu la, *nu li. Per l'ora, notevoli altresì: acfdu allo, 
di fida dello, indi dcV nel, v. mn. 102. ìndeterm. un una. Va- 
rietà als.: o a,o-ao al, on un; ind* o nel, ind'on ind' ona in 
un in una, n o nel, ecc. 

Metaplasmi. 208. Sass. Qualche raro caso di feminili di 
terza in prima: frebba pnlpa torva. — Gali. Più frequenti i 
feminili di terza in prima: ap^f fy^ebba pesta turila lussa, fanta 
ali. a fantu drudo -a, funa, ankàtina o alkp'tina, piùmmica ecc.; 
coi quali passi la kana la cagna. — Corso. Ancora più nume- 
rosi gli esempj (cfr. lucch. Pieri XII 161): ankiidina apa dota 
mpla noca padula pella peca puca priggona tossa ecc. e an- 
che om. frebba funa legga lita ecc. ; inoltre maschili di seconda 
in terza: fumme come in altri dialetti, c\}C. ferale murtale 6 III; 
e per ultimo: mana, come in Toscana. 

Plurale. 209. Normale pel sass. e gali. T-ì di seconda 
esteso a ogni genere e declinazione: sass. la lin^a li linfji, kojbi 
veéci muìeri pastori ecc.; e parimenti gali.; intatti natural- 
mente i nomi in -ai : li viriddai e simili, e gli ossitoni: li vilpùy 



100 Guarnerio, 

li re, ecc. — Corso. Nel csm. e epe. V -i dì seconda è normale 
pel pi. mas. e V -e di prima pel fem.: li acelli omini kastani 
guadani ecc., le mane mani, kastane dite, g^ente (sng. g'^enta)^ 
radice valle ecc. V -e talora si propaga ai masc: li krine, or le 
orti, tette tetti; ma nell'om. è -i pei masc. e fem.: ciuddi ci- 
polle, porti porte, mulini pastori^ kateni bracci donni pcìHi 
stelli mani (anche sng. ìina mani) ecc. 

Generi e casi. 210. Sass. Prezioso cimelio del neutro plu- 
rale: pittórra pectora petto; e apparente incongruenza di ge- 
nere: la 7nsa il riso. — Corso. Caratteristico dell'om. è l'esten- 
dersi dell' -a di neutro pi. al pi. degli altri generi in ogni de- 
clinazione: li annedda korha korra dita fratedda jorna larma 
loka oc e a pékura stazza fiora boja freta nozza ecc., cfr. 
lucch. XIII 162; con qualche esempio pur nel csm.: li trippa^ 
li kidtella] accanto ai quali ricordo la frase (non specifica, del 
resto) unn* e bera non è vero. Incongruenza di genere: la la- 
menta querela giudiziaria, pozza pozzo, om. vomirà ecc. 

Composizione nominale. 211. Sass.: manimonkulu senza 
mani, mammojfanu orfano di madre ; kodditolthu coUotorto. — 
Gali.: kapiultati capovolti. — Córso. Assai numerosi gli 
esempj : kapioana kapiardita [om. kapimuzza^ senza testa nel 
senso di ^ senza marito', faccitondu gambistortu^ ditidiccukkur' 
lata dalle dita snodate, manivella dalla mano bella, om. facci- 
vizza pediminori, m^skirossa dalle guance rosse, detto della 
mela colorita, tumbaboja uccisore di buoi, ecc. 

Suffissi di derivazione. 212. Citiamo: 1. -ale: crs. karaté 
famiglia patrimonio, akkasalata donna di ricco patrimonio, kul- 
tale e diminut. kultalina pezzo di terra vicino alla casa che si 
suol coltivare ad orto, g'arg^ali 171, lucinale lucignolo e bst. 
occhi, nidikale endice guardanido, pacale poggio, undale tor- 
rente, ecc.;- 2. -anku: crs. kalanka piccolo seno per riparo 
delle navi, e kalanke ni. in VI. 82; cfr. Arch. VII 494 598; — 
3. -inku per significare abitante di un paese: sass. businku 
abit. di Bosa, sussinku abit. di Sorso; crs. alesaninku abit. di 
Alesani, kerdinku ab. di Cardo vili, presso Bastia, brandinku 
ab. della pieve di Brando, orezzinkic ab. della pieve di Grezza > 
pumuntinkuy che abita ^post montem', al di là dei monti, ecc.; 



Il sassarese, il gallurese e il córso. Il pronome. 191 

e ni.: kasinka;- 4. -one caratteristico nel crs. per la deri- 
vazione dei diminutivi (cfr. Arch. VII 434-5): csm. -gnCy om. -^ni 
-onu: famihne famiglinola, frateddonu fratellino, e simili; ma 
anche senza che vi si senta la funzione diminutiva : kufone coffa, 
fukone focolare, ermone spalla, pilone berretto, ecc.; om. ha- 
boni nonno, mammoni nonna, sicceroni suocero, fukoni, ar- 
fnonuy aciddonu uccello, piloni e -onu, pullonu germoglio pol- 
lone, sakkittonu mendicante, cosi detto dalla bisaccia o sacchetto 
che porta, arcibabbonu bisavolo, ecc. Nei nnpp. : luvihonu 
Qallonxt ecc. Avverbj : h^i. penculoni penzolone, ^^r^^inom 
(csm. strasinone)^ cfr. om. altredoni avantieri. Non m'è chiaro 
csm. anone angolo. Ancora bst. pruniccone pruneto. 

Pronome. 

Personali. 213. Sass.: eju mi me di me a me kun meQfiu; 
tu ti te di te kun te§Qu] se si edchc -a; npi vpiy eddi illi, 
eddis illis, d'eddis di loro, kun eddis eddisi lisi 201; in elisi: 
7èii ti si, zi ecce hic a noi, ci, bi ibi ^ a voi, vi, gli, a lui, a 
lei; hi la li, ni inde ne, di questa cosa o di questo luogo. Nel- 
l'affissione, ti si riduce a -ddi come nella combinazione debole; 
e bi si fa bi nella combinazione debole, ma vi nella forte. L'ac- 
cento cade sempre sul primo dei due pronomi affissi alla forma 
verbale; e circa le geminazioni, parleranno gli esempj. Avremo 
dunque: 7ninn andò me ne vado, pónimi sdrrami, torrammilu 
tornamelo, dammila dammela; ti dogyu ti do, molpraddi mo- 
strati, kabaddinni cavatene, pesaddinni alzatene, rididdinni ri- 
detene, veniddinni vientene, vaiddtnni vattene; zinn" andemmu 
ce ne andiamo, àbbrizi aprici, palduneggazi perdonaci, dazzilu 
daccelo, gittazzilu gettacelo, polpazzira pòrtacela; kunsuleddibi 



* Cosi il D'Ovidio IX 79 e il Salvioni Krit. jahresber. f. rom. phil. I 128» 
anche pel lomb.-ven. i)e nella stessa funzione; ma altrimenti il Marchesini 
st. fìl. rom. II 15 e il M.-L. ìt. gr. 211. Questi obietta che ibi può dare nel 
srd. solo i e non hi^ e ciò è vero, trattandosi di b tra vocali; ma qui può 
ritenersi che Vi- di ibi sia ben presto caduto per la condizione atonica in 
cui la particella di solito veniva a trovarsi, e il fr- (o i?-) entrava nell'ana- 
logia del &- (u-) di hos vos, cioè del pronome a cui [i]bi era primiera- 
mente riferito. 



192 Guarnerio, 

consolatevi, kumpareddibinni compratevene; divilu diglielo, da- 
vilu daglielo, diddibilu diteglielo, deddihila dategliela; Idssalu^ 
diddili ditele. — Gali.: eu mi me kun meku : tu ti te kun 
teku] iddu -a; noi vpi iddi', le stesse forme del sass. in elisi, 
tranne ci ecce hic in luogo di zi. Il v di vi, sia nella funzione 
di 2* pi. sia di 3* sng., cade nella combinazione debole, mentre 
resta intatto nella forte. Avremo dunque: arriketimilli portate- 
meli, poltamilli pòrtameli, hokatillu levatelo, bokatinni leva- 
tene; paldùnaci daccillu daccelo, lampemmucillu gettiamocelo, 
g^ettacillu gettacelo, isimmucinni esciamcene; ditiillu diteglielo, 
detiillu dateglielo, divillu diglielo, vindimllu venderglielo, las- 
savilla lasciargliela; pisendisinni levandosene, bokanillu léva- 
nelo ecc. — Corso: eu e\ ma eju in posizione enfatica: Vagati» 
da pieng'e eju, e talora anche iu nel epe. e om. aj, me a me 
kun meku ecc. ; tu als. to, te a te kun teku : ellu -a om. iddu 
-a, a ellu, ecc.; s§ a se', np' vp' elli om. iddi; forme in elisi: 
mi ti si ci ne om. ni, lu la li le, g^i gli a lui a lei a loro 79 ; 
om. zcv. in posizione enfatica a mia a tia a sia mihi tibi sibi 
22, ma nell'atonica: mi ti si; e qui si tolleri Timperson. ommu 
p. e. bst. pmmu si resta un pocu a chiecchierd Le. 224. Per 
le forme in elisi è da notare, che lu la li le precede sempre 
l'altra particola atona pronominale in cui s' incontri : li mi 
lampu me li getto, lasdtelumi ecc. Altri esempj d'affissione: in- 
sinami vuUlene ajUene essèndusine, kullémucine scendiamo- 
cene, kulldtevine anddtevine, la m*ai fattu ecc., om. minni tinnì 
sinni ecc. Con l' infinito : tatammi pri§allu falli dalle kullacéi 
kampacci tumbassi s^allissi inorgoglirsi ^metter gallo', ecc.; 
tenessi avvidecci, pudetti poterti ecc.; ma: tóndemi tosarmi, 
ting^emi tingermi, piéng^eti piangerti, pérdeti krèdesi éssesi és- 
sesine ecc.; e nell'om. manca sempre la doppia: dali dargli, 
bannali, come vedami vedermi, vedasi vedersi, ecc. — Posses- 
sivi. 214. Sass. Innanzi al sost. e con l'articolo: me' tp' sp' 
per ambo i generi e numeri ; dopo il sost. o in funzione sostan- 
tivale: 7neju -a mei, tpju -a tpi, spju -a spi [la sp' muTeri, la 
mamma meja, lu doju e lu meju], nplpru -a -i, vplpruy d'ed- 
dis. — Gali. Nel primo caso: me tp* sp'^ nel secondo: meu 
-a 4 ecc. [la me' mamma, l'anima mea], npstru vpstru ecc. — 



Il sassarese, il gallurese e il córso. Il pronome. 193 

Còrso. Ancora nella prima funzione: me ip* so* per ambo i ge- 
neri e numeri; nell'altra: ìneju -a e anche mea mei] tpjic -a 
ÌQÌ\ spju ecc.; npstru vpslru epe. npssu vpssic om. nosu 4 vosu 
-L Notevole è mio d'ambo i generi e numeri, (K tutto il csm. ; 
nel epe. e bst. mo d'ambo i gen. e num., sempre tra l'art, e il 
sost., la mio vita^. — 216. Córso. Ai nomi di gradi di paren- 
tela i possessivi di 1* e 2* sng. sogliono aderire in elisi : màm- 
mata mamma tua, hdhhitu babbo tuo, hahbiiuziu tuo zio pa- 
terno, mazia mia zia e simili, efr. per altri dialetti M.-L. it. 
gr. 214. — Dimostrativi e relativi. 216. Sass.: kiìlm -a -i 
questo -a -i -e, kiss^u codesto, kidriu quello, issu ipse, ilpu iste, 
matessi indecl. stesso; hi ka masc. e fem. per persona e cosa, 
relat. e interrog.; kassisia qualsisia. — Gali.: kisfa kissu ecc. 

— Corso: kuestu oppure stUj kuessu oppure su sa, si se, kuellUj 
stessuy dellu desso; ki ke per ambo i gen. e num., interrog. ki 
ka^ kiunkue kualxmkue ecc.; neutro: co coke', om.kuistu kuuldu 
kuissu o *ssu *ssa ecc. — Aggettivi pronominali. 217. Sass.: 
alpini, alprittantu dununu^ neutro indeelin. duna 34 ogni e ta- 
lora anche ^grande, cosiffatto': in* a daddu duna beva mi ha 
dato certe pere cosiffatte; kaliJii kalihiuyìu algunu nisunu 188; 
neutro indeelin. nìulda; kantu taìiiu ppQf/u Iroppu tuttu, ecc. 

_ _ ^ 

— Gali, altu 182, altrittantu dunnunu kalki aUjunu nisunu, 
tamantu tanto Arch. VII 586 n. e Vili 396 n, ecc. — Còrso: 
altru oni sing'uni bst. song^tmi singul'uni 114 ognuno, kualki 
kualkiduna kualkicosa alkunu nissunu nimmu 9, uni poki al- 
cuni pochi efr. friul. Ascoli II 442, mdla, bst. nunda (che forse 
va ripetuto dalla ragione stessa che l'Ascoli XI 417-8 assegna 
all'it. niente \ per nun non v. nm. 27); ceyiu cetHunu vo'umi; 
tantu kiuintti tamantu] lutlu, iremindui fm. treminduje e trayn') 
om. altru zcv. attru uiini dunni inni dinni 34, tutV innunu, 
karki karkidunu karkikosa nudda, haronv veruno 35; ecc. 



^ Non manca nei vóceri qualche esempio di mio tua sua^ ina saranno io- 
fil trazioni letterarie. 



194 Guapnerio, 



Verbo. 



Tipi delle conjugazioni. 218. Si riducono a due, perchè, 
tranne all'inf. e al prt. pass., è normale il passaggio dei vrb. 
in -ère ed -ere nell'analogia di quelli in -ire. — Infinito. 
319. Sa ss. Quantunque nella flessione avvenga la fusione ora 
accennata, pure non manca qualche inf. che mostri V-é: ahe 
vide' sdbbe' e insieme pudde. Nel gali. , oltre i precedenti , an- 
che : pusside tine kìdde' kade\ e altresì qualche transfuga della 
quarta: viìie. Nel córso non si distingue tra -ère -ère ed 
-ire, sempre avendosi l'accento e la desinenza che spettano ad 
-è[rej; onde: ko7^e currere, diskor^e leg'e perde pieng^e skìnoe 
sparg^e vince ecc. ; fjode persuade ride lemme ecc. ; more 
paté dgrme sente vene veste ecc. Nell'om., l'uscita è in -a (cfr. 
nm. 210): essa accenda korra cuda fagga pienga o pienna 
piova ispinna tinna venda] attena obtinere, tnda temma veda\ 
mora apra esa senta vena^. Quanto all'epitesi, csm. -ne om. 
-ni, che occorre cosi frequente, v. nm. 201. — 220. Participio di 
PERFETTO E GERUNDIO. — Sass. Forme deboli: kaduddu e pur 
kagguddu (inf. kaggi csideve), palpuddu piazuddti vinduddu ecc. 
Tra il forte e il debole: ilpénndu steso, móbiddu mosso, che 
son nella ragione del log., Ascoli II 432 n. — Gali.: piaéutu 
lig^g'^utu vindutu krisutu ktmnisulu kumparutu sig^utu tra- 
data ecc.; e da vrb. di 4*: imtu [^firutu] paltutu vinutu vi- 
slulu ecc. Esemplari forti: presa tenta ecc. — Corso: kunisiUu 
kridutu 7Hcevutu valutii ecc.; persu stesa messu intesu ecc. 
Per la 1* conj. frequente la forma accorciata: kassa cassato, 
pesku pescato, tomba ucciso, trooii inbindèku o inbindikn 
Ort. 262, VI. 109 invendicato, om. basku buscato trovato, kom- 
pra lambii ecc. — Pei gerundj, v. nm. 4. — 221. Circa le de- 
sinenze PERSONALI non accade avvertire se ncn la vocale al- 
l' uscita della 2* e 3* pi., che è i per entrambe nel sass. gali, e 
crs. om., mentre il crs. csm. e epe. ha e nella 2* e w nella 3-'. 
— 222. Indicativo presente. — Sass. Frequente la gutturale 



* Fa assoluta eccezione la varietà di zcv., che anche conserva T antica 
sillaba fìnale: andari davi stari sapiri vidiri miliri mttriri ecc. 



Il sassarese, il gallurese e il córso. Il verbo. 195 

analogica nella 1* pps. sng. (v. i nmm. 230 232): soQQu sono, 
do0Qu ilpoQQUy soQQxc so, veQQii^ biQgu bevo. Vo di fozzu faccio 
dipenderà forse da forme come soggu e simili ; e su fazi facit e 
diii dicit saranno foggiati dazi da, ilpazi sta, e bizi beve. — 
Gali.: soktc doktc stoku sohu viku biku deku foccu. — Corso. 
Mancano al csm., ma nell'om.: doku viku. Specifiche della va- 
rietà di zcv.: soju sono e so, doju do, voju vo; e comuni a 
tutto il csm. alcuni pres. ind. e imperat., derivati con la gutturale 
analogica, susseguente a l, r, n: falQu scendo da /aZrf, mpr§u 
diffuso in tutta l'isola, summenga semina Mt. 95, sbiUton^u 
sbottono Le. 228, kamminQe cammina imperat. 2* prs. sng., oltre 
pon§u tenete come nell'it.; om. kiivQii corro. — 228. Un par- 
ticolare dove fonologia e morfologia si confondono, per dirla 
con l'Ascoli II 151 n. e 398 (v. ora M.-L. II § 203), è l'infis- 
sione palatile nel pres. indicativo (sass. gg^ tmp. g^g'^ clng. cCy 
crs. gT o e", cfr. nm. 108): sass. appeddrigegga da appeddri§0dj 
buziegga kujubegga minimegga diuneggani ubbaregga ecc.; 
gali, buciicca da bucid, humparig^g^ii liaìng^g^i sunniig'^g^a ecc.; 
crs. dUisipeg^a dissipa, lapideg^i kaléècinu calpestino ecc. cfr. 
Falc. 577; si estende anche al cong., imper. e inf. : bst. hac- 
cig''g'^d, millantag^g^d ecc. — 224. Imperfetto. — Sass. Le voci 
analogiche del pres. si propagano talora all'impf.: dazia ilpazia 
e simili. — Gali. Talora vi si continua l'infissione di cui era 
dianzi parlato: tmp. dag^g'^ia clng. daccia^ andag^g^ia stag"* 
già, — Corso. Nulla di notevole, se ne togli l'epentesi di j 
nell'om. e nel epe. (cfr. nm. 52 e 63): kanlàja aija ecc., pur- 
tàje -djemu'djete -ajenity ave'je o aije, facéjenu ecc. Isolato deja 
dabam nm. 4. — 225. Perfetto. — Sass. e Gali. Non soprav- 
vive che una forma, quella col carattere sibilante: -s'i {-es'i -is'i)^ 
che ha attratto nella sua orbita tutti quanti i verbi. Ora però 
nella viva parlata va prendendo il sopravvento il prf. composto 
con ^essere' o ^ avere'. — Còrso. Le forme deboli son nelle ra- 
gioni dell' ital. -ai -avi ii -ivi; nel epe. e in qualche varietà 
csm., come nel Niolo, con l'epentesi di j: purtaju temeju kri- 
dejUj ni. kaskaju ecc., cfr. nm.- 63. Forme forti: intesi spesi e 
simili, ni. intesUy korsu ìnorsu piensi giunsi ecc.; vidi bebbij 
bst. ppbbe potè ecc. Frequenti, nel bst. segnatamente, le forme 



196 Guarnerìo, 

analogiche foggiate su de di: bulecle volle, siedi stette, fede 
fece, aì^rivedi piledi bindedi pinsede ecc. — 226. Futuro. — 
In tutti e tre la formazione normale; ma non mancano traccio 
di futuro con T ausiliario ^ avere' sciolto e preposto: sass. aggu 
a di dirò, abeddi a intra entrarete, tmp. ag'g^u a dlj a a bai- 
tizà ; crs. ora. agcfu a piddà^ (^QQ'^ « smintd dimenticherò, e 
simili. — 227. Congiuntivo presente. — Sass. Caratteristica 
del modo è ^ia, comune a tutti e due i tipi della conjugazione, 
con l'accento ritratto nelle due prime voci del pi.: finia finiami 
finiaddi finiani. Tipi analogici propagatisi dalla 1* sng. del 
pres. ind.: doQfjia ilpQQQia veyfjia biQQia^ fozzia ali. a fazzia. — 
Gali. Ancora ^ia, ma nel tmp. si tende a espungere l'a, in ispecie 
nel pi.: finia finiyni finiti finini] secondo il pres. ind.: [molg^a 
6n e 81], vpddiay oiki biki deki^ focca. — Corso. Pur qui qual- 
che forma analogica: bst. vafja, om. vUia. — 228. Gong, imper- 
fetto. — Sass. e Gali. Anziché la desinenza normale -essi o 
-issi, assume talora V-ussi dell'ausiliare ^essere', e cosi questo, 
come gli altri verbi aggiungono la caratteristica del modo ^ia, 
propria del cong. pres.: fussia aùssia ecc., come parimenti la 
possono affiggere le forme regolari : intre'fisia vulissia ecc. — 
229. Condizionale. — Sass. e Gali. Unica forma quella in -te, 
ma pur comune la perifrastica con dia doveva : dia abe\ diaddi 
abe\ avrebbe avreste. — Corso. Preferisce la forma -te, ma 
non del tutto spenta nella 3^ prs. sng. e pi. e l'^ pi. l'altra: -ebe 
-èbetnu -ébenuj specialmente nel epe. 

Paradigma degli adsiliarj. 230. ' essere' y sass.: inf. esse' 
o asse'] prt. ilpaddu; ger. sendi] ind. pres. soQ§u sei e, semmu 
seddi SO) impf. era eri era^ e rami e r addi e'rani) prf. /us'i 
per le tre del sng., f usimi fdsiddi fùsini; fut. saraggu sarai 
o sare sardy saremmu saì^eddi sardni) cong. pres. sia si ste, 
siami siaddi siani] impf. fussi per tutto il sng., fùssimi fus- 
siddi fùssiniy ma volgarmente: fussia fùssiami fùssiaddi fùs- 
siani'y cond. saria sarilpi saria y saìHami sariaddi sariani \ — 
gali.: esse^ statu^ essendi\ soku se e^ semmu seti so} era\ 
fus'i'y sarag'^g^u clng. sarac e u^ sare sarà] sia\ fussi y saria \ — 
corso: esse om. essa o èsseri^ statUy essendu; so om. zcv. sojUy 
si py sfjmmu om. simmuy seti om. siti e anche e^ej sonu o so', 



Il sassarese, il gallurese e il córso. Il verbo. 197 

eru eri era eì^dmu e' rate eranu^ epe. ere èrete éreìiu e eoi 
(/*- prostetico g^eì^e (ferenu eee. v. nm. 79, om. erdmi érati errarti) 
fui fusti fuj fummu faste funu o fut^xu\ sarac u saragu o 
seraguy sarai o serai om. sarè^ sarà; sia\ fussi; saina o se- 
ria^ saresti o seresti^ saria o sarebe. — 'avere'; Sass.: abe\ 
auddu, abendi] aggu ai a, abemmu abeddi ani] abia abii 
àbia. aòiami abiaddi abiani ; abis'i abis'ilbi abis'i, abis'imi abi- 
s'iddi abissini] aharaggu^ abarai o abare\ abardj abaremmu 
abareddi abar^ani, oppure agg* abe ece.; agga aggi agga^ dg- 
gami àggaddi dggani] abissi per le tre pers., abissimi abissidi 
abissini, ma volgarm.: abùssia -iami -iaddi -iani] abaria aba- 
rilpi abariay abariami abariaddi abariani;- gali.: ae\ autu, 
aendi] aggu clng. accu^ ai a, aemmu o emmu, aeti o eti^ 
ani] aia ali] ais'i ais'isti] aaraggu o araggu, aare' o (ire\ 
aard] ag^g^a o acca, ag^g^'i agga^ àggimi àgg'iti àggini] 
aissi o aùssia] aaria o aria, aarisli]- eórso: ave\ avuta, 
avendu] ag^a o acu, ai a, avemma o eynmu, avete o ete om. 
aveti o eli, anu om. ani\ avia ava avia, aviama aviaie avlanu, 
epe. aveje o aije, alemu aiete alena, om. alja] ebbe ébbina po- 
chissimo usato; avrag'a o acraca, acerai aveva, averemmu 
-ete -ami, om. aay^aga auy^e' aura; ag'i o aci om. ag^a, dg^ama 
Agate dg^ana e anehe abbi dbbimu] avessi e anehe avissi] 
alerei -esti -ebe, oppure averla -isti, om. aarei -ebe o aarla -isti. 
Paradigma dei due tipi di conjugazione. 231. 'a?nare'] 
sass.: ama amadda amendi] ama 4 -a -emma -eddi ^ani] 
amaba -bi -ba <ìbami -dbaddi -dbani ; ames'i per le tre del 
sng. *, ame's'imi -e s'iddi -es'ini] amaraggu -arai o -are', -ara 
-avemmu -areddi -arani, oppure la perifrasi; àmia ami àmia 
inaiami dmiaddi * dmiani; amessi per le tre del sng., ame^- 
Hi^ni -e'ssiddi -e'ssini] amarla -arilpi -aria -arlami -avladdi 
-^x-Kiani] ama àmia a^nemmu -eddi nani]- gali.: ama amata 



* Lo Sp. or. I 102 dà manesti per la 2* prs. sng. del perfetto, ma non è 
IO. Uso che nel parlare dello persone colte. 

* La 1* e la 2* pi. del cong. pres. hanno l'accento analogico sulla prima 
sillaba, cosi come l'hanno sulla terzultima le corrispondenti persone del- 
^' inaperf. indie. 



j« k.-^ 



198 Guarnorio, 

amendi] amii ameii\ amaa -ai -aa -rìamniii -dati -dani; ame's'i; 
amarag'g'u o amarao cu -are -arà\ dmia^ 3* pi. dmini) amessi) 
amarla j ama dmia;- corso: anid oppure csm. amane om. 
amanij amatu amendu\ amii -i -a -emmu -aie om. -a/i, '^anu 
ora. '-ani] kantava -avi -ava -dvamu -dvate -dvanuj epe. purtaje 
per le tre del sng., -djemu -djele -djenuy om. hantaa o kantaja 
kaniai) kantai ni. kaskaju, kantasti -ó -ammu -aste -gnu bst. 
-ornu om. -om; kanterag^u o -acii, -ai -d -emmu -eie -anuy 
om. ambire per tutto il sng., -eii -ani; kanti per tutto il sng., 
epe. kaìifCy kdntimu '-ite H?iUy ora. Hti ^im; kanlassi -^issi -asse; 
kantaria o -erta, -aristi -arebe o -erte, kaniarèbemu o -ariemu^ 
-ariste o -erisi e, kantaréhenu o 'arienu; kanta -i -emmu -ale 
Hnu, — 'finire'; sa ss.: fini finidda finendi; finu -i -i -imtnu 
-iddi H7ii ; finia -ii -ia -lami -{addi -iani ; finis'i pel sng. *, -is'imi 
-isiddi -is'ini] finiragga -irai o -ire^ -ird -irem^nu -ireddi 
-irani^ oppure la perifrasi; finia pel sng., finiami ^iaddi ^iani; 
finissi pel sng., -issimi -issidi -issini ; finirla -irnlpi -irla -iriami 
-iriaddi -iriani; fini -ia '-iaìni ^iaddi o Hddi^ ^iani;- gali.: 
fini finitu finendu ; fimo -i -i -immu -iti '-ini ; finia -li -ia ; fi- 
nis'i pel sng., -is'imi -isiti -isini; finirag^g^u o -accu^ -ire' -irà 
'ir emmu -ir eli -ir ani; finia oppure fini pel sng., finimi ^iti 
Hni; finissi; finirla; fini;- eórso: senti o sente^ om. sinli o 
senta y seniitu sintendu; senta -i -e -immu -ite ^enu o ^unu; 
sentia -ii o -le; sentii -isti -l -immu -iste om. -isti^ -inu; sentire^ 
o sentirag^u, -ai -d ; senta pel sng., sé^Uiamu '-ite Hni^ om. senti 
sentuni; sentissi; sentirla. 

Verbi irregolari. 232. 'andare' ; sass.: andd imLfutfifii^ ' 

andendi; andu -i -a -(jmmio -eddi ^ni; andaha; andes'i; an •' 

daraggu; dndia; imper. vai o vazi;- gali.: andd -oÀu -endi'^ *! 
anda; andaa e più comune andag'g'^ia o -accia; andes'i; àndic^^^^^ 
dndirni; anda tu;- corso: andd om. zcv. andari^ -atu -enduz --J 
vo om. zcv. vqjii, rai va andemmu^ andate zcv. andetii, 
om. vani; andava om. andaa; andò bst. e om. andedCj an- 
dome; vada vadi vada bst. vafja^ àndimu vddinu; anderia -; 
vditine vattene. — 'dare'; sass.: da d^ddu dendi; dQ§§ìS^^^ 




^ Lo Sp., ib. 122, da finisti; ma anch'ossa ò forma dotta. 



Il sassarese, il gallurese e il córso. Il verbo. 199 

dai da o daii^ demmu deddi darti \ daba o dazia ^ daziarti \ 
desi des'iddi; daraggu darà; dó§^ia o dàQ^ia^ dógQiaddi dófj- 
piarti \ daria]- gali.: dokxt o daku^ da darti \ dag'g'ia o dac- 
cia\ desi, darag'g'u^ dia diani] dessi;- còrso: da zcv. 
d-ariy datti dertdu: do om. doku zcv. doju^ dai da] deja) dedi 
-osti -ede -e'dirtu] daragu darà\ dia diete. — 'fare'', sass.: 
fa faddu fertdi; fozzu fai fazi o /iz, femmu feddi fdzini\ 
fazia; fes'i; faraggu] fózzia o fdzzia^ fozzi fdzzia fózziami 
fózziaddi fózziani] fazzariay- gali.: fa fatu fertdi \ foccu 
fai o foccij faci ferrtrrtu feti f àcini] faéia o fazia] fes'i] fa- 
raggu] focca o faccaj f deciti fàccirti] fessi; faria;- còrso: 
fa fatiu facertdu o fertdu; faccu fai o faci^ fa o face om. 
faciy ferrtrrtu feti fartu ora. farti; facia o fecia epe. facie fa- 
cèjertu; feci bst. fediy fece feste om. facisti, fècertu; faragu 
o fera(fu\ facca; facessi o fessi zcv. facissi; faria o feria 
epe. farebe. — 'stare'; sass.: ilpd ilpaddu ilpertdi; ilpQgtju 
ilpai ilpazi Uperrtmu ilpeddl ilpani o iljdzini; ilpaba o ilpa- 
zia; ilpes'i; iiparaggu; ilpog^ia HpQQO^i Hparia;- gali, sta 
stata stendi ; stokii stai sta slemmu steti stani ; stag^g^ia ; 
stes'i;- còrso : sta zcv, stari, stata slendu; sto stai sia stemmu 
steti stana om. stani; stava; stedi; starag^it; stia stiammu; 
stessi staria. — ' dover e' i sass.: dibi dihiddu debendi: debu 
débi debi o dCj débini o d^ni; dibia o dia o duhia, dibii di- 
hia dibiami dibiaddi dibiani o diani: débia de'bimi débiaddi 

• • • • 7... . 

o de'hiddi, débini; dibissi;- gali.: dii diutu; deku dei dei o 

<te', déimmu o demmu, de iti o deti^ deini o deni; diia o dia^ 

ciiii o dii; deki de'kimi de'hiti; diissi diissini; diaria o dia; — 

oòrso: devu deve devenu; duvia o deja^ duviate ecc.; du- 

^ranu ecc.; duvesse. — 'bevere'; sass.: bibi o biij biddu, 

dipendi; big§u bii bizi bizini; bibisi; biQ§ia bi§§iani; bi bi- 

•^ddi;- gali.: bi, bitu, biendi; bii beve, biini; biia biiani; bi- 

-^s'ini; biki; bi biii;- còrso: bivi o beje om. bia, betu o bejutu, 

fyiendu; beju bei bee o beje, biimmu om. bimmu, béjenu; biia; 

trebbi ; bierag^u bierd; beja; bierebe; biite. — 'potere* ; 

sass.: pudde' pududdu pudendi; ppssu ppi pp pudemmu pu- 

<ieddi poni; pudia; pudis'i; pudaraggu pudare'; ppssia pps- 

siami pQssiaddi ppssiani; pudissi; pudaria;- gali.: pude 



200 Guarnerio, 

pudulw, ppssu ecc. conforme in tutto al sass.;- còrso: pude' 
zcv. pule' o puteri ; pp.^.su ppi pQ pudemmu bst. e om. pu- 
temmu, pudete ppnnu; pudia; pudei -esti -é bst. ppbbe; pti- 
dracu pudrà pudranu; ppssa possi ppssiti'y pudessi, — 'sa- 
pere'; sass.: sabbe sabbuddu sabbendi] sogyu sai sa sab- 
bemmu sabbeddi sani] sabbia '^ sabbaraggu sabbare') sappia 
sdppiaddiy ma sono forme italianeggianti ; sabbissi;- gali.: 
sape saputu sapendi; sokti sai sa sapemmu sapeti sani] sa- 
pia; sapis'i;- córso: sape zcv. sapiriy saputu sapendu; so 
zcv. sojuy sai sa sapemmu sapete sana; sapia; seppe; sappi. — 
'vede7^e' ; sass.: vide vilpu videndi; veQ§u vedi vedi vi- 
demmu vid^ddi védini; vidia; vidis'i; vidaraggu ridare'; veg- 
ijia veOgi ve§{)iami tié/) giani;- gali.: vide' vistu; viku viditi 
vidini; vidia; vikia vikiìni vikini;- còrso: vede o vedi zcv. 
veda vidiri, vistu o viduiu, videndu zcv. vidennu; veQQu 
ni. veku zcv. vekku esc. viku^ vedi om. vidi, videte vedente; vi- 
dia; vidi vide om. viddi viddinu; videracu vidre' om. vidare'; 
vegga om. vika. — 'volere*; sass.: vule vuluddu vulendi; 
vphc voi vp vulemmu vuleddi vplini o voni; vulia ecc.; vii- 
lis'i; vpla voladdi; vulissi; vularia;- gali.: vule'y vuluiu o 
oulzutu, videndi; vpddu vpi; vulia; vpdclia vpdditi; vulissi o 
vuUssia;- còrso: vule' zcv. vuli^H^ vulutu o vulsutu; vola 
zcv. vpddu, vpli o voi, vple o vp, vulemmu vulete vplenu o 
opnnu om. vpnni; vulia; vplle bst. vulede epe. e om. vplse; 
vurre' vurrd; vpla; valessi om. vulissi; vurria bst. vulerebe, 
oarriste vurrianu, — 'vivere'; sass.: vibi vibiddu vibendi: 
vihu vibi vihimmu ; vibia; vibis'i; vibia; vibissi;- gali.: vii; 
vtu;- còrso: vivi om. viva; vlvenu. — 'morire*; sass.: 
muìH moljìu murendi; mpjju nm. 123 II, mori mori murimmu 
muriddi mòrini; murla; muris'i; mmnraggu; mpjja mpjji 
mpjjami mpjjaddi tnpjjani;- gali.: muyn; mol§u moH; ìnólg^a 
nm. 6n e ^\,rtiolg^i mólg'^imi mólg^iti mólg^ini;- còrso: mp7'e 
zcv. rnurÌ7n ora. muri o moì^a; mprgu o mpru, mpri mpre itn^- 
renu; muria; morsi ni. morsu, 7norse; micrerà; moì^Cja. 

[Continiiaz. e fino in questo stesso volume.] 



ANNOTAZIONI SISTEMATICHE 

alla «Antica Parafrasi Lombarda del Neminem 
laedi nisi a se ipso di S. Giovanni Grisostomo » 
(Archivio VII 1-120) e alle « Antiche scritture 
lombarde» (Archivio IX 3 22). 

DI 

(Continuazione; v. Arch. XII 375-440.) 



Sommario: — I. Sigle. — II. Grafia. — III. Lessico. — 
IV. Fonetica. — V. Morfologia. — VI. Sintassi. — VII. Varia. 



A due dei paragrafi già studiati (I, III), mi sia lecito, prima di conti- 
nuare queste 'Annotazioni*, presentare al benevolo lettore una serie di 
^Aggiunte* e rispettivamente di 'Correzioni*. 

Al paragr. I (Sigle; XH 375-81). 

Aggiungo le sigle seguenti, relative a pubblicazioni omesse o venute 
più tardi alla luce: 

af. = Una canzone di Maestro Antonio di Ferrara e l'ibridismo nel Un- 
guaggio della nostra antica letteratura^ di P. Rajna, in gst. XIII 1 sgg. 

arb. a Glossario del dialetto d*Arhedo, per V. Pellandini con illustrazioni 
e note di C. Salvioni, in *Boll. stor. d. Svizzera it/ XVII-XVIII. 

bars. = Die sprache der reimpredigt des Pietro da Barsegapé, von E. Kel- 
I.ER; Frauenfeld 1896. 

best ■ Ein tosco-venezianischer Bestiarius, herausgegeben und erlautert 
von M. GoLDSTAUB und R. Wendriner; Halle a. S. 1892. 

bot. = Studio di lessicografia botanica sopra alcune note manoscritte del 
sec, XVT in vernacolo veneto, di J. Camus, in 'Atti delFIstit. veneto* 

8. VI, t n. 

Arohirio irlottoL ItaU XIY. 14 



202 Salvioni, 

brend. = La ^Navigatio Sancii BrendanV in antico veneziano^ edita e il- 
lustrata da F. Notati; Bergamo 1892. V. rma. XXII 300 sgg., Rass. bibl. 
d. lett. it., I, fase. 2. 

bvic. = Vocabolario del dialetto antico vicentino, di Don D. Bortolàn; 
Vicenza 1894. V. gst. XXIV 266 sgg. 

ca. = Una redazione tosco-veneto-lombarda della leggenda versificata di 
Santa Caterina d'Alessandria, di R. Renier; in stfr. VH 1 sgg. 

cad. = Antiche laudi cadorine edite da G. Carducci; Pieve di Cadore 1892. 

cavass. = Le Rime di Bartolomeo Cavassico, notaio bellunese della prima 
metà del sec. XVI, con introduzione e note dì V. Gian, e con illustrazioni 
linguistiche e lessico di G. Salvioni. Due volumi; Bologna 1893-4 ('Scelta 
Romagnoli' disp. 246-247). Le cifre rimandan senz'altro al 2.° volume. 

cb. = La cantilena bellunese del ii93y di C. Salvioni; nella Miscellanea 
'Nozze Cian-Sappa Flandinet'; Bergamo 1894. 

cm. = Tre corredi milanesi del quattrocento, illustrati da C. Merrsl. 
Roma 1893; in *Bollett. dell' Istit. st. ital. ' num. 13. Cito le pagine del- 
l' estratto. 

cmezz. = Nuove considerazioni sopra un contratto di mezzadria del sec, XV» 
di G. Cipolla. Verona 1892; nel voi. LXVII, s. HI, dell' Academia di agricoltorat 
arti e commercio di Verona. Si cita l' estratto, che ha numerazione propria. 

die. = Frammento di un antico manuale di Dicerie pubblicato da A. M«- 
DIN e illustrato da V. Crescini; in gst. XXIII 171 sgg. 

dlm. = Un miracolo della Madonna, La leggenda dello Sciavo Dalmasina^ 
di L. Biadene. Bologna 1894; in * Propugnatore ' N. S. voi. VI. Cito seconda 
la paginazione dell'estratto. 

dv. = li dialetto di Verona nel secolo di Dante, di L. Gaiter; in 'Ar- 
chivio Veneto' XXIV. 

dver. = Documenti dell'antico dialetto veronese nel sec, XV, pubblicati da 
GB. C. Giuliari. Verona 1870, per Nozze Miniscalchi-Erizzo Ponti. 

fv. = Fiore di Virtù, Saggi della versione tosco^veneta secondo la lezione 
dei niss, di Londra, Vicenza, Siena, Modena, Firenze e Venezia, editi da 
G. Ulrich; Lipsia 1895. 

gb. = Una leggenda di S. Giovanni Battista del sec, XIV, pubblicata da 
G. Ferrar© ; in 'Archivio per le tradiz. popoL' XIII. 

gel. = Il Gelindo, dramma sacro piemontese della natività di Cristo, edita- 
con illustrazioni linguistiche e letteraHe da R. Renibr; Torino 1896. 



Annotazioni lombarde. — I. Siglo (Aggiunte). 203 

gp. = La ffuera de Panna, Ein italienisches gedicht auf die schlacht von 
Fomuovo i49ò, herausgegehen von H. Unoemach; Schweinfurt 1892. 

gpa. = Girardo Pateg e le sue ^Noje\ testo inedito del prinw dugento. 
Nota di P. NovATi; nei 'Rendiconti delPIstit. lombardo' s. II, voi. XXIX. 

goal. =3 Accenni alle origini della lingua e della poesia italiana e di al- 
cuni prosatori e rimatori in lingua volgare bolognesi e veneziani dei sec, XII f 
e XI V^ per A. Gualandi; Bologna 1885. A pp. 18-22 ò stampato un lungo 
documento notarile in volgar bolognese. 

if. = Per la storia d'Italia e de' suoi conquistatori nel M. E. più antico^ 
ricerche varie di C. Cipolla; Bologna 1895. Si ricorda specialmente que- 
st* opera per le dotte considerazioni intorno alla nota Iscrizione del duomo 
di Ferrara, pp. 607 sgg., 689-90, e tav. V. 

ìm. = Il castello di Mesocco secondo un inventario dell'anno 1503^ di 
E. Tagliabue; in *Bollett. stor. d. Svizzera it/ XI 239 sgg. 

ipn. = La iscrizione volgare del Ponte Navi in Verona dell'anno 1375^ 
di C. Cipolla; in * Archivio veneto* XI. S'allega anche per i documenti 
in volgar veronese che forman TAppendice. 

kj. = Kritischer jahresheìicht uberdie fortschritte derromanischenphilologie. 

Ib. •■ Althergatnaskische sprachdenkmdler^ herausgegehen und erlàutert con 
J. E. Lorck; Halle a. S. 1893. Cfr. Itb. XIV 445, XV 53 sgg. 

Im. = // Lamento della sposa padovana nuovamente edito di su la per- 
gamena originale, a cura di V. Lazzarini; in 'Propugnatore' N. S., voi. I, 
parte 1.* Si citano i versi. 

Iv. = Una lettera del i297 in volgare veronese, per C. Cipolla ; in ' Ar- 
chi v. stor. it', 1882. 

Iver. = Lauda spirituale in volgare veronese del sec, XIII, edita da C Ci- 
pcilla; in 'Archiv. stor. it.' s, IV, voi. VII, pp. 152 sgg. — Questa lauda 
fu poi riprodotta, in lezione che stimerei definitiva, da F. Pellegrini in 
gst. XXni 158 sgg. 

md. = Testi antichi tnodenesi dal sec. XI V alla metà del sec. X VII, etti ti 
daF. L. Pcllè; Bologna 1891 ('Scelta Romagnoli' di«?p. 24:>). 

mtt = Cronaca bolognese di Pietro di Mattiolo, pubblicata da C. Ricci; 
Bologna 1^^ ('Scelta Romagnoli' disp. i.53). 

np. = Nozze principesche nel quattrocento. Corredi, inventari e descri- 
iioni, a cura di Emilio Motta (Milano 1894), per Nozze Trivulzio-Cavazzi 
creila Somaglia. 

on. = Dt un inedito volgarizzamento dell"" Imago mundi* di Onorio di 
'^zitun, edito da V. Pinzi; in zst XVII, XVIU. 



204 Salvioni, 

pm. - Del trattato dei sette peccati mortali in dialetto genovese antico, di P. 
E. GuARNERio; nella Miscellanea ' Nozze Cian-SappaFlandinet*; Bergamo 1894. 

pstr. = / processi contro le streghe nel Trentino cavati dai documenti e 
pubblicati con introduzione e note da A. Panizza; in * Archivio trentino", 
1888-90. Cito i quattro fascicoli di estratti, rimandando con la cifra ro- 
mana al fascicolo e con l'arabica alle pagine, che son numerate come nei 
corrispondenti volumi deir*Arch. tr. \ 

pv. = Antichi testi di letteratura pavana, pubblicati da E. Lovarini; Bo- 
logna 1885 (* Scelta Romagnoli' disp. 248). 

qt. = Il castello di Quart nella Valle d^ Aosta secondo un inventario ine- 
dito del 1557^ di C. Merkel; in *Bollett. dell' Istit. stor. it.' num. 15. Si 
citan le pagine dell'estratto. 

rv. = Contrasto della rosa e della mola^ di L. Biadene; in stfr. VII. 

sf. = Statuto della fraglia dei muratori [di Padova} edito da G. Lutati; 
Padova 1891. 

srv. = Il Serventese dei Lambertazzi e dei Geremei^ di FI. Pellegrini; 
Bologna 1892; in 'Atti e Memorie della r. Deputazione di Storia Patria 
per le provincie di Romagna', s. Ili, voi. IX. Si cita l'estratto che ha nu- 
merazione propria. 

stb. = Statuti delle società del popolo di Bologna^ pubblicati da A. Gau- 
denzi, voi. I; Roma 1889. 

td. = Due antichi testi dialettali pubblicati da K. Bartsch e A. Musbafia; 
in * Rivista di filologia romanza' fase. V, VI. Si cita l'estratto che ha nu- 
merazione propria. 

tri. = Dal Tristano veneto, di E. G. Parodi; nella Miscellanea 'Nozze Cian- 
Sappa Flandinet', Bergamo 1894. 

vq. = Il Contrasto bilingue di Ranibaldo di VaqueiraSj di V, Crescini; in 
* Atti e Memorie dell'Accademia di scienze, lettere ed arti in Padova' VII disp. 2.* 

w. = Intorno ad alcuni testi nei dialetti dell'Alta Italia, recentemente 
pubblicati, di A. Wesselofsky; in * Propugnatore' voi. V. 



Al paragr. Ili (Lessico ; XII 384-440, 467). 
Ho per questo paragrafo lo seguenti * Giunte e Correzioni': 

abitanga abitato 25, 22-3. 

agrego; cfr. berg. e bresc. gresà, a. padov. agrezd (Magagnò II 23 v), e 
v. gel. 164. 



Annotazioni lombarde. — III. Lessico (Giunte e Correz.). 205 

a gu aitar; v. geL 180. 

aguagnar guadagnare 81, 21. V. num. HO, e gel. 180. 

ahumanir render umano 107, 12. 

alainar; y. ca. lesa. Circa il significato e T etimo, è pur notevole che 
il monf. abbia ttsdesch come termine opposto a ladin scorrevole. 

a massai riuniti, adunati, 85, 16. 25. 

angossa; cfr. mil., berg., mant. ingóga nausea, schifo, venez. far aiu 
gossa stomacare, e v. pure bars. gloss. s. *angossoso\ 

aogia; cfr. a. e mod. gon. agogia^ Vili 59, 22, agógga, 

ape; v. Vm 35, 11; 54, 36. guai. 19, 20. 

apena. Altri esempj: ff, 3i\ i2y 2 (a penare); o v. bars. gloss. 

aprender; v. brend. 103, ca. less. 

arengo i5, 23: sonar l' arengo deve aver significato aflSne al vie. sonar 
rengo 'quando i botti della campana avvisa il popolo che il patibolo la- 
vora' (Da Schio). 

arlia, Cfr. anche il bresc. riUa, 

arranciglio; v. rv. gloss, s. 'darenza', 

a s eh aro. La citazione del Diez va cosi corretta: IP s. *a8co\ — Quanto 
alla possibilità di mandare insieme la nostra voce e il tose, aschero^ ri- 
cordiamo ' angoscia ', che da una parte viene a dire, come qui sopra si 
vede, 'schifo, nausea', e dall'altra, come nella Valtellina (Monti), può si- 
gnificare 'brama ardente', avendosene ancora il verbo angossi bramare ar- 
dentemente. II lomb. àmpia può dire analogamente: 'brama vivissima' e 
'conato di vomito' (v. arb. nelle giunte al gloss.). Por l'etimo, riverremo 
poi a quella base germanica che il Caix già proponeva per 'aschero* in 
quanto dica 'voglia, vivo desiderio', ed è nell'ingl. to ask, ted. eischen^ che 
nel gotico avrebbe dovuto sonare *aish6n (Kluge, s. 'heischen'). 

ascurir. Da ascuran, 54, 36, vorrebbe il Mussafia* inferire un oscurar, 
poiché, dice egli, da ascurir vorremmo ascurissan. Ma poiché abbiamo per- 
^eguan ali. a peì'seguissan (num. 142n), sarà lecito chiedere se non ne po- 
^^va andar promosso un ascuran ali. a * ascurissan, 

ascurgar; cfr. ven. scurzar^ e ascurgar VIII 19, 3. 

asmorsar; cfr. asmorzar best. gloss. 

auegnimentoi per auegnimento *per accidente' 21^ 31, 

augugo. Lo squedela^ che si ricorda in questo articolo, ha ora conforto 
da squidella gpa. 18. Onde dovremo ammettere che la confusione tra squela 
e stmdela sia da attribuire ai parlanti piuttosto che allo scriba. 

« Mta. Un altro esempio: 20, 3. Cfr. pure pav. avi e ama. 



* Qui e nel seguito di queste Giunte, mi riferisco ad avvertimenti che 
l'insigne romanista ebbe la benevolenza di rivolgermi privatamente, non 
appena comparse le 'Annotazioni lessicali'. 



206 Salvioni, 

b acheta dirà senz'altro 'giurisdiziono, signoria'; v. pst. II 210, ecc. 

barozo; v. nura. 18. 

bau citar. Si ricordi pure il ven. baucar baloccarsi, essere distratto, star 
come stupido, baùco balordo, Fa. ven. balcar guardare (Mutinelli, Boerio), 
il ferr. balcar squadrare. 

beneexir; v. XII 467, arb. s. 'benesii' e nelle Giunte, e cfr. a, gen. he- 
nixi Vili 35, 33, bcneisiam 17, 38. 

beneeson, maleeson; v, XII 467, dove però va notato che la costanza 
del -s- (v. ancora beneixon Vili 331, benedesone stb. 384*) c'induce ora a 
leggere benee- maleeson, forma che proviene da -esir ecc. e corrisponde- 
rebbe a un it. * benedicione\ 

bidaxo; cfr. posch. bida capra, bidon uomo grosso e inerte. 

boa e a; v. cavass. gloss. s. 'buaza'. 

bruQo; v. Vili 334 s. 'bruda', pav. briigi muggire, ecc. 

bussela bossolo, bussolotto, 52, 25. 

butar\ cfr. butava lacreme Vili 44, 32-3, buia in eò rinfacciare, a S. Vit- 
tore di Mosolcina, valses. arneuggiée e innogiée rinfacciare, sic. ittdri an- 
nòcchiu rinfacciare. 

caga'^ v. bars. gloss. 

cab a net a 46, 25; cfr. cabana Vili 335. 

caileto. In matt. è cadellieto^ nel bri., cadelepo (da cui ha conferma il 
cadelepo del gloss. A* ap. Mussafia beitr. s. *cadeleto'); e Ta. orv. ha ca^ 
rileto (Diario di M. Tommaso ecc. col. 58). Un candaletto è nel Vocabolista 
bolognese del Bumaldi, che raccosta la voce a * candela*; e forme moderne, 
da aggiungersi al beitr. s. * caileto', sono il valses. carulècc, il mant. cadlég. 

camiso. Nel vonez. è pure càmiso -e, dove meglio s'aspetterebbe cameso, 
e il piem. ha cdmils camice, camicia, sacco da morto. Nel diz. Tommaseo- 
Bellini, è poi camiscio^ che sarà camtscio e che ritrovo nelFa. senese (Ca- 
pii, d. Disciplinati ecc. ed. da L. Do Angelis; Siena 1818; p. 114). 



* L'a. boi. benedesone significa * focaccia', come apparo dal contesto (cin- 
quanta benedesone onero fogace); e il perchè del curioso traslato è in una 
disposiziono statutaria che si legge nello stesso volume del Gaudenzi 
(p. 158): «Ordinamus quod massarius habere debeat unam fogatiam prò 
benedictione, que debeat dari inter socios. > Ne viene buona luce anche al 
lomb. benis, confetti, coriandoli zuccherati, che noi, arb. s. 'benesii', con- 
sideravamo come un deverbale da benisi, Cfr, d'altronde pure il mod. boi. 
bandiga, regalia che si concede agli operaj a opera finita, far bandiga ban- 
chettare, mangiare lautamente in campagna. 



Annotazioni lombarde. — IIL Lessico (Giunte e Oorrez.). 207 

campo. Vedi Schuchardt Itb. XIV 95. 

canal rigagnolo 72, 37. 

candeo. Se la voce è schiettamente popolare, ricorreremo per re(num. 20) 
a un dissimilato * candii-. 

carena dimostrazione d'affetto 47, 9. 

carrera; cfr. carara gpa. I 7, 8. 

cauagna 82, 37. Notisi il significato, certamente occasionale, di 'cu- 
stode, depositario*. 

cengiar: porco cengiar. Ritorna la combinazione nel ven. porco cengialy 
berg. porc singiaL Circa cignale, v. ora la bella dichiarazione del Bianchi, 
XIII 221 n, che sarà quasi sicuramente avvalorata dal porci cignuti^ ricor- 
rente a più riprese in una filastrocca ap. Giannini, Ganti pop. d. montagna 
lucchese (pp. 216-7). 

chi oca. Al Mussafia pare strana la similitudine in cui questa voce com- 
pare; ma egli di certo s'acqueterà pensando al lomb. sdh cum§ 'n cg, ai 
berg. sa cumè ù brons^ cumè u cornai, cumè ù grop de rùer. 

chiouera; cfr. anche ver. ciodara, berg. ciodera^ ecc. 

chiucar; la voce è anche lombarda, ricorrendo ciochée, secondo il Monti, 
in qualche villa del lago di Como. 

cinggala; cfr. anche mod. zinzèla, pav. gengala^ ecc. 

Cirio; cfr. pure pav. ziri. 

cognesser; v. num. 9. 

cognossemento discernimento, ragione, 89, 32-3. 

comprender; v. Vili 47, 12. 

confessor. Piuttosto che per * confessionale', ora lo renderei per * con- 
fessione, altare della confessione'. La voce (confessorium, in confessore) 
ricorre frequente in testi medievali pavesi, e vedine Merkel, L'epitaffio di 
Ennodio, pag. 72 n. La nostra forma, che non dev'essere popolare, e il 
confessore de' testi latini accennano, piuttosto che a confessorium^ a un 

{altare) C0NFE8S0BUM. 

confortoso; cfr. rv. gloss. 

conpiaxer piacere, essere gradito, 113, 12. 

consciencia scrupolo 64, 35, 

core; cfr. cor de lo corpo Vili 55, 23, matr. 27. 

correo; v. ca. gloss., e mlr. II 572. 

cortellera custodia dei coltelli da tavola (?); v. cm. 38. 

crauei è plurale di crat^eo, di cui v. XIII 485n, stfr. VII 228. E era- 
veido pure nell'Alta Valle di Magra (Restori, pag. 28). 

croitae; cfr. venez. scroild, friul. scrovetad, 

cunchiao. Anche nel piem. sono cune e cuncé. Il Mussafia mi richiama 
poi a sconchigarse beitr. 102, e il Meyer-Lùbke, zst. XVII 6 1 3, all'a, frc. conchier. 



208 Salvioni , 

curie; cfr. anche com. gurla, frinì, gurli. Che poi s'abbia a accentuare 
curie, è guarentito dal pav. curie trottola, paleo. 

dalmagio; v. gel. 169. 

dar: dar incontra; cfr. a me darae incontra *mi contraddirei*! Ruz- 
zante I 27. 

decretai, masc, 86, 17; v. mlr. II 478. 

degan; cfr. degan brend. gloss., e il bregagl. dagan usciere del tribunale. 

degnar; v. num. 16. 

derear. Tra le forme vive, ricordisi pure il pav. darder. 

derubio. Il Mussafia mi ricorda Ta. frc. desrubant Diez I s. 'dirupare', 
e il Meyer-Lùbke, zst. XVII 613, richiama pure Ta. frc. desruhle. Alla mia 
volta rammento dirubbiato, rovinoso, nella 1.^ scena del Mogliazzo del Borni. 

descender nascere, derivare, prodursi, 2i, 28. 39 

descentre; cfr. bresc. degént apprendista (nelle ferriere), sard. dischente 
discepolo. 

deserto del mondo 8, 26-7. Andrà forse letto dal, interpretandosi per 
'abbandonato dagli uomini'. ^ 

desidrar. Il Mussafia mi fa notare il valor passivo di desiroxo 71, 12. 

desperduo; v. stfr. VII 236. 

desraixar sradicare 48, 33. 

dessear; v. cavass. gloss. 

dianna; v. XII 467. 

dosmentea. Il deverbale anche nel venez. desmentega, friul. dismétUie 
l 504; e circa dosm-, cfr. dosmentegd Cher., dosmengd di Valle Brembana 
(berg. dosmentegd = dù-), 

drapo. Nota drapi da dosso e da lechio 99, 30» 

era 105, 5-6. Il Mussafia propone di congiuugere era col man in che 
precede, e leggere mainnera. 
erra; v. num. 2. 

fernasia frenesia 52, 12. 

fiadon; v. D'Ovidio XUI 363n. 

fior; cfr. piac. la fior la polvere bianca che ricopre l'epidermide di al- 
cuni frutti. 

forboto; cfr. il volgare tose, forbottare. 

fraolo. Avrà la sua diretta corrispondenza nel miL, berg., bresc. firàgol 
fragile. II bresc. ha pure fiégol 'fievole* dilegine, facile a piegarsi; e chissà 
che in fraolo fragol non convengano 'fragile* e 'fievole'. 

frascuo fronzuto 119, 39. 



Annotazioni lombarde. — III. Lessico (Giunte e correz.). 209 

frasso; cfr. desfrassò malandato, nel Ruzante. 
freza; cfr. pure il berg. fréssa, 
freri; v. rv. gloss. 

gale far; cfr. verzasch. sghelefà^ e caleffaminti nella versione padovana 
presso il Salviati. 

galon; v. gel. 172. 

gioton. Il significato di 'cattivo soggetto' doveva essere ancora ben dif- 
fuso nel sec. XVI, poiché s* ha nella versione milanese {giut)^ bergamasca 
(ffiottó) e bolognese (iut) del Salviati. Circa il traslato, cfr. ancora, da una 
parte il mil. zafand poltrone (zafàna bocca), e dall'altra il beli, desùtol 
ingordo, ghiotto. 

grae 72, 20 grae di pe 59, 30 il dosso del piede; cfr. ol grat de la 
tna Ib. 169. 

gripia. L'i è di quasi intera la Venezia; e v. anche gel. 173. 

g un e la. Per Tu, v. anche rv. gloss., gpa. II 4, 4, pstr III, 132, 141. 

incercho. Nella 2,* linea dell'articolo, correggi i2y i4, 

incrosto; cfr. enclosto on. (zst. XVIII 72), inclosto brend. 

indequeto. Il Mussafia interpreta, e parmi con molta ragione, Sneon- 
trastato, onnipotente'. 

infrohar. Il Mussafia connetterebbe la voce con frolio, interpretando 
*il cielo provveduto, ornato'; ma a me pare che meglio convenga l'inter- 
pretazione nostra. Circa la metatesi, cfr. anche baldachino froado de varo 
matt. 34, 141. 

inigo; v. rv. gloss. 

inimigo 6, 26. 31. E detto del diavolo; e l'appellativo, combinato col- 
r aggettivo 'falso', è passato neMialetti moderni: tic. falsinimxch diavolo, 
trev. falsonemico demonio. 

xnmerauele 19, 16, Cosi andrà letto, invece di in merauele, e tradotto 
per 'innumerevoli'. 

in noia. Tra le forme vive: com. ave in oeugia avere in odio (Monti App.); 
e per il concrescere della preposizione (noja ecc.), cfr. venez. atedio tedio. 

inpachiar. Anche nell'a. gen.: inpaiha^ Vili 361 ; 68, 5, con ó al posto dij^ 

inperque; cfr. l'omperchene^ Fagiuoli V 64. 

insemo reciprocamente; cfr, ancora ^eden amare insemo l'un l'altro 69, 18. 

intendeuele ragionevole 38, 18. 



* Mantengo la divisione che è nella stampa, anziché sostituirvi lo 'mperchene, 
perché da più testi di volgar toscano mi risulta che quel modo di dividere ha 
radice nella coscienza popolare ; onde s'arriva, p. es. anche a gli omperatori. 



210 Salvioni, 

in ter dua; cfr. piem. anterdoà dubbioso, montai. ster)a in fra le dua 
(Nerucci, Nov. montai. 146). 

intermegar dividere, separare, 87, 8; cfr. venez. tramezera parete di- 
visoria. 

intraglie; cfr. mil. intra j, 

lauanca; cfr. ossol. lavénca valanga. 

laudare, 22, 24, par che abbia il senso di 'lusingare, adulare'. 

leemi\ cfr. legetime Cron. di Perugia (ed. Fabretti) IV 147. 

lechio de paglia in sacho pagliericcio 88, 40, 

lempeo. Che vi s'abbia a vedere un * ^mptio = empiuto (=r satollo = gre ve)? 
Di limpiy empire, non mancano esempj nell'Alta Italia. 

lonbardia. Di lombardo » italiano, v. anche schn. 12. 

lonxengar, Cfr. lonsenghero Ipid. 23, e anche il catal. lensenger ap. 
Mussafla, Die catal. version d. Sieben Weisen Meiater, § 23. 

loxnar\ v. gel. 172. 

ma 25, 18. Farmi voglia dire * tanto più'; cfr. sta-made, e ma * piuttosto' 
XIII 343. 

magia; v. D'Ovidio XIII 375 sgg., Ascoli ib. 460. 

maj estae; cf. dlm. gloss., e piem. mistd. 

mainerà. Pei dialetti moderni, cfr. mainira Pap. 653, e qui riTerrà anche 
7ninera ib. 72. 

maleexir; v. XII 467, e cfr. a. gen. marixi Vili 91, 24. Da giudicarsi 
come heneeocir, di cui sopra. 

maleeson 101, 34; 117, 1; v. qui sopra s. 'beneeson'. Neil' a. vie. è 
pure malesion, 

malueghera. Il mascolino se ne avrà nel seguente passo degli Statati 
inediti di Biasca: <si aliqua persona alieni persone dixerit quod sit strio- 
nus, malvegierius, fur, ecc. >. Il paragrafo si intitola: De pena dicentis 
verba incuriosa, 

man; v. best. gloss. mason; v. rv. gloss., gel. 174. 

masselada. Un esempio anche da A 86, 33 (nuiselaa), 

mataa. Vedi Buscaino-Campo, Studj varj (Trapani 1867), pp. 325-6, e 
Gian nell'ediz. del Cortegiano da lui procurata (Firenze 1893), p. 189 n. 
Pensa il primo, per lo formo siciliane, allo sp. mata; ma il nostro mataa, 
anteriore a ogni invasione spagnuola nell' Alta Italia, ce ne dovrà distogliere. 

me 'sed' 80, 38; v. VII! 48, 3. 

me mettere; v. cavass, 379 n. 

7nenar per bocha; v. Vili 76, 18-9; 80, 31. 

messon; v. rv. gloss. 



Annotazioni lombarde. — III. Lessico (Giunte e Correz.)* 211 

mormor mormorio 59, 37, 
muglxer moglie 71, 27, ecc. V. bars. 52. 

musa\ cfr. brianz. de bona mùsa^ di buona bocca, Gher. IV Giunte, a 
musa secca a bocca asciutta, nel Ruzante. 
musacorna\ v. mlr. II 586. 

nassion, Cfr. anche moden. nassion nascimento, mil. nassion di cavalér 
nascita dei bachi da seta, friul. nascion nascimento. Voce semidotta; altri- 
menti sarebbe *naQÒn. 

necesseure necessario i9y 17, 

negar; v. Flechia VIII 371. 

noma; v. Gartner zst. XVI 334-5 n. Il Mussafia mi fa poi notare nomo 
che 'se non fosse che' 84, 33, ch'egli pone a riscontro di modi antico-it. 
come 'so non ch'egli m'avesse promesso, io avrei...'; cfr. pure noma 
prima renegasse Dio *se prima non rinegasso Dio' pst. Ili 133. 

nunta; cfr. noni, nonta, nel dial. di Cilavegna, ap. Rusconi, I parlari 
del Novarese e della Lomellina, p. 1 13. Sarà nota incrociato con niente, 

nuta; v. zst. XVII 613. Si chiede qui il Meyer-Lùbke, senell'u non sia 
da riconoscersi l'influsso di * nulla'; al che si può rispondere che questa 
voce è rimasta estranea alle popolazioni gallo-italiche (non dimentico però 
la sua presenza nel ladino e nell'a. veronese, Arch. VII 441 596); e che 
perciò meglio varrà pensare a qualche caso di proclisia. 

olir; V. rv. gloss., cavass. gloss. s. *ulir'. 

etnia. Ancora: umgna (ùmna) nel berg. meno recento, Tirab. s. v. 

ornine a; v. rv. gloss. s. *omicha'. Ricordo ancora, per n estinto: noca 
bonv. 'nunquam' sei. s. v., e docca duca doca ducca Munque' dell'Ossola, 
della Sesia e del Biellese (v. Pap. nelle versioni di Ceppomorelli, Mag- 
giora, Varallo, Pettinengo, Biella). 

orar. Si chiede il Mussafia se non sarà horarium 'il libro delle ore'. 

or rio; v. Ascoli II 447, e qui fors' anche il veron. inorid Pap. 550. 

oseegle; cfr. pure il mil. rust. odesèll. 

osianna 'osanna' 68, 29. 

otegnir vincerla, spuntarla, 107, 19. 

paina pagina, num. 49. palegar; v. VIII 60, 11. 

parar uia scacciare 113, 16; è della Brianza (Cher. IV, Suppl.) e di 
quasi tutta la Venezia. Beitr. 86: parar fora^ cui risponde da Terdob- 
biate : pcarà feura^ mandare, mandar fuori, Rusconi 1 10. 

pareghio; cfr. ancora: paraecc cosi, a Cilavegna (Rusconi), e a. gen, 
aparegd paragonare VIII 14, 36. 



212 Salvioni, 

parola licenza, permesso, 65, 36; signifìcazione ben diffusa in tatti i 
testi antichi dell'Alta Italia, e accolta pure nel voc. 
parpe; v. gel. 175. 
partir spartire, distribuire, 47, 28-9. 
paruta; cfr. piem. parvità, e v. il voc. 
pasqua: dar la mala pasqua 5. 18; 6, 8. E locuzione passata anche 

nel voc. 

pe 'piede' senz'altro; la voce entra del resto nella combinazione allit- 
terativa de pe o de pugne* 

peckijn, s tre gì a, 62, 4. Il Mussafia m'avverte che si tratta molto sem- 
plicemente di 'pettine' e di * striglia'. Il riflesso di pocten sarebbe dunque 
schiettamente lombardo, privo cioè del -«- che s'è intruso nel riflesso pe- 
demontano (cfr. però canav. péco, XIV 117), nel provenzale ecc. 

pecin; V. stfr. VII 216n, e aggiungi pezade pedate fv. 16. 

perfine. Per il pi. le fine *la fine', cfr. a le fine fv. 2, fare le male 
fine st. XXVI, ecc. 

perforqo. In 32, 15 e 84, 39, secondo che nota il Mussafia, s'ha la si- 
gnificazione del frc. esforz 'forza armata, il complesso dei soldati con cui 
uno muove in guerra'. Cfr. ancora ìs forzo tro. 383, e sforzo nel voc. 

peschar; cfr. a pescavo' nt un tùpin in un canto piemontese ap. Nigra 479. 

piacentona-^ cfr. tose, piacentiero adulatore, a. sic. plachentuni (De Gre- 
gorio, Il libro dei vizj e delle virtù, gloss. s. 'placebo'). 

piaxeuel; cfr. ancora beli, piaseole domestico (di bestia), pav. pas ani- 
male mansueto. 

pichar incavare 77, 33. 

pin satollo 24, 10; lomb. pjen ecc. 

pioueo. Si può ancho pensare a *piòmto^ di cui ora v. Flechia XIV 115. 

piumente\ v. cavass. gloss, s. ^piment'. 

pixarola\ cfr. ferr, pis trottola, moden. pisaròla cerchietto di piombo, 
od altro, che mottesi in fondo al fuso (cfr. vallanz. fusaró trottola), perchè, 
cosi aggravato, giri meglio; e circa al dormir la pixarola, notisi che i 
fanciulli di Bergamo dicono appunto dormi della trottola quando gira cosi 
velocemente da parer ferma (Tiraboschi). 

pixor; V. bars. gloss., e mlr. II 85. Vive tuttora la forma, di qua dal- 
l'Alpi, in varietà canavesane (v. Pap. nella versione di Valchiusella: piasùr). 

polegro; cfr. pulégar in qualche parte dell'agro pavese. 

pregante. Leggeremo preganto e intenderemo 'scongiuro', cosi come ap- 
punto dice pregante in Ugugon. Cfr. ancora pregantega zst. IX 327, pregan- 
ipla, pregantola de incantason, in Ruzante, Due dial. I 10 v, Dial. facettiss. 
9r, Graz. 14 r, moden. percàntel filastrocche, cantafere, tìslt^. percarUdre (mlr. 
II 618); e siamo sempre al lat. prae cantare, praecantator pregantaor^ 



Annotazioni lombarde. — III. Lessico (Giunte e Correz.). 213 

pricar. Col princhan delle ppav. va Fa. gen. princhà, Vili 83, 22, che 
non avrà perciò bisogno d*essere emendato. 

prouocarse. Pur del milanese: provoca, provoca, gareggiare, gara, nel 
linguaggio delle scuole. 

pule g a* Pav. pù'lga» 

pumaceo; cfr. pav. pumazz e piùmazz, guanciale lungo quanto è largo 
il letto, mil. rust piumds^ tose, piu^ e pimaccio. 

puxa. Un quarto esempio: 102, 4. 

quare. M'importa qui avvertire, per ragioni da addurre in seguito, che 
r esito -è = -èlio è proprio, fra altri dialetti, anche del pavese. 
quaresmil quaresimale. 
quintar\ cfr. monf. quintée, venuto però al significato di 'contare'. 

rebuffo rabbuffo 63, 19. Ven. rebufo, 

reca; sta al plur. (le rege)^ e il Mussafia, felicemente come io credo, 
confronta Ta. it. regge porta di chiesa, ed anche *le porte dei tramezzi, o 
i tramezzi stessi, che divideva la parte della chiesa destinata al popolo da 
quella dove si celebravano gli uffici', il qual significato megKo conviene 
al caso nostro. Cfr. vie. reza, regia (Da Schio) la porta maggiore del Duomo 
di Vicenza, e v. Ducange s. 'regia ''3, 4. La voce doveva essere molto usata 
al plurale (v. schn. 246 s. 'rés'es'), e quindi Tit. la regge sarà come un 
incrocio di Ma reggia' con Me regge'. 

reemer. Il Mussafia: <Non inutile notare che nel primo esempio vale 
precisamente * mettere insieme ragunando con una certa fatica, raggranel- 
lare', come il rimedire dell' ant. toscano. 

regaQ0\ cfr. pav. ragazè sottobifolco, e v. Ib. 184. 

regnarne reame 62, 13. 14. 

rehencion\ auer rehencion salvarsi, trovar salute, 14, 41 — 15, 1. 

renduo. Nota il Mussafia che l'a. frc. rendu significa 'monaco', senza 
riguardo a un ordine speciale. E sta bene, ma nel nostro passo parrai 
proprio che s'abbia un significato meno largo. 

requerir. Leggi requirir num. 19', e cfr. rechirando III 282, requiris- 
sem Vni 31, 18-9, e coll'i passato alle rizotoniche: requiren VIII 10, 1. 

resta, lì Mussafia intenderebbe * frotta, gruppo ' anche nell'esempio di 24,33. 

reuelarse; v. rv. gloss. 

reuerdir. Il Mussafia: < L'avverbio a dosso mi dà luogo a supporre 
che si tratti del revertir del fr. ant; rt in rd fa difficoltà, ma può essere 
una svista >. 

reuiscolar; v. rv. gloss. s. * viscere'. 

r tanna; v. Flechia VIII 384 s. 'rianyn'. 



214 Salvioiii, 

r idi; del piena. reidi, v. mls. II 455. Anche il pav. ha red d§l fr§d intirizzito. 
rincaualarse accavallarsi, sovrapporsi. 

roan. Per il suffisso, cfr. veron. roana natica, mil. rodànna caprìuola. 
mela. Per Pw, v. pav. rudela rotella, a. vie. rudela e ruella. 

saita; cfr. bresc, berg. séjta = saita, di cui v. stfr. VII 21 In. Agli esempj 
qui ricordati di éj da ai, aé, s* aggiunga peiss paese, che compare, insieme 
a freil fratello, nel Saggio che dà il Rusconi per Foresto-Sesia, e dove la 
lezione pejg par guarentita dal -ss. 

salterion 45, 33; HO, 14. Potrebb'essere lo strumento musicale, ma 
anche si può pensare a 'salmo, salmodìa*. 

shorrir. Il Mussafìa non esiterebbe ad accettare la significazione che 
indicammo in nota. 

sbrixar spezzare 65, 32; v. bars. gloss. s. *desbregar', e il frc. hriser 
kng. 1348. 

sbronchar; cfr. berg. hroncà avere il rantolo. 

schauigar. L'i anche nel pav. soavizza, scavizz, 

scurQo; cfr. anche pav. scors, beli, scorz scorzone. 

scusar; cfr. ancora: com. scusa servitóo (mt.), ven. ste calze me scusa i 
stivali, e più specifico il berg. s'è pio scùs 'si è più ajutati' ap. Samarani, 
Ppoverbj lombardi, p. 304. 

segnie. Potrebbe equivalere a *le segno' o *le segna'; cfr. lomb. segna gua- 
rire con * segni \ E dato che s'abbia veramente a mandare con saigner ecc., 
sovverrà il senso speciale che ò nel venez. cerusia medicina, rimedio. 

senechia; cfr. vaiteli, senecifit num. 50. Nel trent. ò poi, di base di- 
versa, seneghir ins- intristire, col sost. senega in inai de la senega pst 
IV 75; si chiedo se qui partiamo da *seneco = senec-s, o non abbiano 
piuttosto, almeno per incrocio popolare, il filosofo Seneca, che in più 
parti d'Italia ò come il termine di paragone per 'uomo magro e scolorito'; 
cfr. tose, e* pare un Senaca svenato, di uomo sbiancato e magro, venez. 
Senaca svenata, magro arrabbiato, lanternuto, dov'è notevole la veste fe- 
minile imposta al nome proprio uscente per -a; cfr. anche berg. sèneca^ 
sènec, sònico, stizzoso, posch. senèch, frugolo, folletto. 

seno. Per sey%o 'senso', v. pure Vili 16, 22; 17, 7. 9. 

sgarauaqo; s'aggiunge il veron. scaravaso, 

s gru ìlio; v. rv. gloss. s. 'grunio'. 

slang qar; cfr. a. it. lanciare, cad. lanqato 1, a. sard. lanthar. Al num. 
del volume (Vili) aggiungi quello della pagina: 363. 

soQQO oscuro, severo, 27, 25, 

so gelo; pav. berg. so§ét, e v. Flechia III 144. 

sor suora 88, 28. 



Annotazioni lombarde. — III. Lessico (Giunte e Correz.). 215 

sorte. Al plur.: fo buto le sorte 72, 27. 

sonre sopra; sta a super, come sempre e intre a semper e inter. 

souregonger sovrapporre 72, 39. 

spera; v. besc. 1875, Vili 9, 35, dove T emendazione riesce perciò inu- 
tile. Nel volgar fior, è pure dispera disperazione. 

sp er Za; cfr. unaspresella (=*spericella') cfesofe un raggio di sole, nel Ruzante. 

stamade. Vedi s. 'ma\ E che sarà il friul. tdma come, quando? 

stechir; v. cavass. 394, dove si confronta Tit. attecchire, 

stellari a; cfr. Ib. 194, e v. Parodi, Rass. bibliogr. d. lett. it., II 148. 
Nel mondov. è pure staladi vieto, stantio, che, se applicato al vino, do- 
vrebbe aver senso buono. 

stercora; cfr. stfr. VII 192n. 

stufar; num. 10. 

stracitaor. Il Mussafia: < Leggeremo stragitaor = fr. ant, tresgeteor^ che 
significa propriamente chi fa capitomboli per mostrare la sua destrezza, 
quindi: funambolo, ballerino da piazza, eco. Accetto la giustissima os- 
servazione, e insieme ricordo trage- tragittare giocar di mano, trage^ tra- 
gittatorCj del voc. 

strafrigger; cfr. provenz. frire tremare. 

stramaggo; cfr. com. tramaz amoreggiamento, tremans festino, nel gergo 
dei pastori di Parre (Tiraboschi) ; e qui forse anche tramazzo, tumulto, 
confusione, che il Politi attribuisce al dial. fiorentino. 

st ranger; cfr. gen. strangé. 

strangossado; v, rv. gloss. s. *tranchoxa\ 

strauisarse. Il Mussafia: <Ghe c'entri ^ guisa*? Specialmente lo stra- 
uisae morte, 92, 20, mi ricorda i disguisai tormenti della Caterina >. Io ri- 
cordo anche il piac. sguisd travisare, trasformare, ma certo, nel nostro 
testo, il v da to non avrebbe se non questo esempio. 

stregia striglia 62, 5; v. qui sopra, s. 'pechijn'. 

strochion; cfr. pure pav. strugion strofinaccio, monf. strugiun -ct«», 
strugé strofinare. 

stronbolo; cfr, stombolo matt. 340. 

struminar; cfr. vaiteli, stromenà percuotere. 

su elio. La stessa voce deve ricorrere, ma con altro significato, nel pav. 
sue acciarino (della mola), lomb. st^l puntina di legno che i calzolaj ado- 
perano a mo' di chiodo, ecc. 

suengia; cfr. com. revengia rivincita. 

sufficia 83, 37; è sguajato latinismo. 

supition; cfr, supitione persin nelle Cron. perug. (ed. Fabretti) IV 217, 

tamagno; v. ca. gloss., rv. gloss., e berg. tamagn, friul. tó- e tomagn. 



216 Salvioni, Annotazioni lombarde. — III. Lessico (Giunte e Correz.). 

In Reggiano di Val Travaglia: ne bige tamdna una biscia cattivai velenosa 
(quasi: * tanto di biscia'). 

tanborno; cfr. pure pav. tambóran. 

terruggar; cfr. brianz. tarùzz urto^taruzzàss fare agli urtoni, Cher. IV, Giunte. 

toglier ricevere, accettare, 47, 17. 

torzerse contorcersi. 

traci or e. Il provenzalismo mi par evidente nel traciù^ * traditori' bir- 
banti, di Mogliano (Macerata); v. Pap. 258. 

traiggon; cfr. kath. v. 714, ca. 82. 

trantalar; cfr. friul. trinduld tentennare, oscillare, provenz. trantol 
* balancement ' (Rayn.). 

traonne; cfr. mant. tragóndar, engad. travuonddr, V. Parodi, Rass. 
bibliog. d. lett it, II 148. 

trauaca; cfr. anche valsass. travacch, 

tropo branco; cfr. friul. tropp e stroppa bellinz. rust. tróp^ mìL tròp 
gregge; e trupj strup son pure accolti dal Monti. 

tropo molto; vive sempre nel bellun. 

uguir udire; v. num. 39. 

tiaregar; a p. 22, 39, dice veramente 'trascendere, prevaricare' 

uassel; cfr. bellun. vassel da ave^ valbremb., vaiteli, vassel d'av. 

uiaga; cfr. com. vidàscia sermento, ramo secco o verde reciso da vite. 

uichioria. Il tipo semi-popolare anche nel com. Victoria, che però, 
passando per 'sforzo' 'fatica', arriva a dir 'languore, spossatezza'. 

uidua; cfr. anche Ta. gen. vidua Vili 17, 27. 

tiilanea, È un 'villanéta' accolta di villani, da confrontarsi coi boi. ra- 
gazzéida ragazzame, muschéida moscajo. 

tdlia; V. anche tro. 386. 

uoio privo, spoglio, 7, 29. 

uolta\ dar uolta mutarsi 105, 6. 

uree. Bella conferma al ragguaglio del Flechia: vegro = *vedro^ s'ha 
noi friul. vierìj che, riferito al terreno, dice appunto 'sodo, sodivo'. An- 
tichi esempj di vegro in ipn. App. 

gaaw^ cfr. gagi brend. gloss. 
ga suxa quassù 78, 4. 
guiar condannare 96, 6-7; v. il voc. 

gitxo; cfr. anche zuxo ipn. 76. Una riduzione analoga di ùe, nel venez. 
sarò = *sùero sughero. 



Annota/ioni lombarde. — IV. Fonetica: Vocali toniche. 217 

IV. Fonetica. 

Vocali toniche. 

1. Effetti che T -t eserciti sulla determinazione della tonica. — Siamo, 
per B, a condizioni prettamente lombarde: illi^ quilli 19, 16; 4, 31, ecc., 
quisti 12, 20, ecc., capilli 10, 31; 13, 22, fr adilli 11, 38, dinti -gij 

5, 28; 7, 35 sacraminti 20, 39, comandaminti 19, 19, ecc., infirmi 
20, 41, - segnur -ri 11, 29; 17, 5, do turi 5, 26, peccadu -duri ^turi 
3, 4. 10; 9, 26, ecc., robau 22, IJ, zugau -ur 8, 31; 15, 1, ruti 17, 23; 
— nella flessione verbale: scuxeui 9, 23-4, pechesi 7, 7, e, collS delle 
altre conjugazioni, desnegisse 10, 3-4'; - pinsi 4, 19, sinti 6, 22, 
siui 9, 25, siui 11, 9 (cfr. zeueno 14, 18), fissi 8, 37, offendissi -e 
1), 18; 13, 39, dixisse 18, 5. 6, deuissi -e 10, 3; 13, 40-41. — Per A, 
siamo a tali condizioni sol quando si tratti di un é della flession verbale: 
passeghiui 7, 27, ronpiui 7, 29, tegniui 7. 28, togliui 7, 2C, hauiui 60, 22, 
jitaxiui 60, 17, spar gissi 60, 31, confondissi 69, 2, censissi 69, 10, mettissi 
28, 19, prometissi 112, 36, prendissi 35, 10. hauissi 35, 11, uolissi 112, 36, 
tnouissi 67, 6, tornissi 6, 6, uolisse 102, 30, pot^»' ib., /Ins5i 60, 24, arm/ 

06, 15, troueiHssi 22, 5, ecc. — AlF incontro nella declinazione, tranne qtn' 
(ali. a ^TM^i), natii -iiil sing. o pi. (v. IX 211 n), e bi 41, 3*, siam tuttavia 
alla fase deir i aderente alla tonica intatta. Sono però pochi esemplari, 
con nasale susseguente': main 44. 37; 77, 38, fainti 30, 15, cotainti 105, 
28, cointi 82» 13, fivimi 29, 22. Si notino i fem. fainte 30, 15, grainde 89, 
31, cotafinjte (se Temendazione ò buona) 109, 12, e in ispocie gainbe 
17, 3; cfr, Plechia X 157, pred. .52, stfr. VII 188. 

Registro a parte: tri tro, di debes, cri credis, ni vidcs; dui du^ nui 
nu, uu vos, uu 'vuoi* 7, 14, o cosi pure i casi di -d = -rli e di -t = -ei 
(=-étis); v. num. 6, e la Morfologia. 

S. erra arra, caparra, 51 , 1 1 , che però non credo esempio da mandarsi col 
piem. krf carro, err^A' per arrhes ricorrendo pur nelFantico e moderno francese. 



* Del resto, l'alternare di a con t si vode anche in poridss ^issu, wian- 
ddva -t«M, IX 240. 

* Questo bi, che non è un plur. masc, è anche, per altri rispetti, non 
troppo sicuro; voglionsi tuttavia ricordare il quilla fiadha di bonv., gst. 
Vin 414, e i lomb. qiù don 'quelle donno', brj dòn, ecc. 

* Il solo esemplare che non risponda a questa condizione ò naiue 17,5; 
24, 7. ^ Una forma di plur, alla quale risalgono gì' indeclinati quajk, 
quaj^ quej de' dialetti moderni, è pure in quaiche 103, 11. Questa forma fu 
il pajo coW ajt ecc., di cui v. IX 190-7 n; e n'è detto in stfr. VII 235. 

ArchÌTÌo glottol. itaU XIV. 15 



m^.JU: 



218 Salvioni, 

8. L'alterazione della forinola AL si ristringo in A, a scaudar 71, 7; 
83, 39, e descouggo 82, 5; 89, 30, dov' è notevole la fase della riduzion di 
aw, descogga deschoggar 20, 23-4; 57, 14, di che v. Ascoli I 545, X 8 n» 
mli. § 85; e in B ad oltro 8, 16; 19, '36, ecc., ortro 21, 25, molta less. 

4. -ARIU -ARIA. Suole A nitidamente distinguere tra il riflesso del 
mascolino, che è 'àr^ e quello del feminile e del piar, neutro che suona 
'éra^: prumar (lo prumar homo con la prumera femena 44, 31), chiay\ 
dercar, noar, colonbar, migliar miglia, q. *migliari' 32, 7, ecc.; chiera, np. 
Chieì'a, dereera^ caldera, maynera, era aja 30, 35; 95, 30, plur. migliera -e 
81, 26; 58, 35. — In B, è invoce costante la risoluzione per -é -erai dane 
prume portane, prumera maynera forestera, 

5. aigua aiva acqua 30, 19; 42, 21; 99, 38. 

6. E in A e in B sono esempj di è che passa in i per cause diverse i. 
uenin 41, 1; .54, 4 ecc., Saraxin 11, 6; 41, 20, cfr. mli, § 56, sira 7, 31 ; 
8, 37, pin less. e mli. § 83, cainna catena 54, 10, ecc., ynaystre 13/17,. 
saita 11, 28, paixe 38, 29, ecc., eira 20, 1 ; 31, 39, cirio less., gripia less., 
dibie 6, 30, gst. XV 260. In pricho ecc., v. il less., Vi (-ei) proverrà 
dalle arizotoniche del verbo, o la stossa dichiarazione varrà forse per pia 
'piega' 24, 33; cfr. piar (-pjegar) loss., e piga pur in qualche varietà 
vivente della Lombardia e dell'Emilia. Di UH, onde poi tria^ e di -i da 
-étis, è detto al num. 1*. 

7. megenna less., quarantenna 35, 17. 30; - redemer reemer less.^ 
hrega, sei. 14, rexego risico, pegro less. Ma uidtm less.; e come sempre 
ne' dialetti dell'Alta Italia: liga ligar^ 

e dà i di posizione: lengiia 6, 22; 19, 8; 9, 13, solengho 34, 25; 61, 11, 
loxenghe 51, 17, arengo 13, 23, incoììienza 1, \3,penger 44, 39, tenge, 45, 9, 
tienge ib., genchij 30, 22, penchie 39, 12, cembali 45, 33 4, tegna 14, 35, 
malegno 103, 31; 104, 18, ecc. (benigno 108, 32, ecc.), neruegni 14, 21, de- 
segna 35, 1 *, meraueglia 13, 29; i3, 41, ecc., someglia 41, 30, ecc., fame- 
glia 4\, 28; 83, 36; 6, 6, permeglio 58, 41; 70, 4, conseglio 82, 38; 9, 21, 



^ Vero è che non son pochi gli esempj di -ers-àriu (senter caualer 
uschier mulater, berme less., curie less., coì-re); ma non ve n'ha uno solo 
di -eira sa -ària. 

' E caso unico il plur. cheì'i 119, 10, che ricorda il gallicismo chier del- 
l'antica lirica toscana. 

' E da insir ecc., l' in- di inse iman (ali. a éssan 23, 3. 10) ; e se inurio 
89, 12 va letto tnvrio, ci avremo forse a riconoscere l'effetto dell'» nel- 
l'iato, cfr. frc. ivre, ma insieme Asc. Ili 442 sgg. 

* signo ./ latineggiano, o occorron del resto anche segno -i. 



Annotazioni lombarde. — IV. Fonetica: Vocali toniche. 210 

pegUo lesa., oseegle lesa. ^, endegi less. ', sfregia striglia 62, 5 (venez. 
siregia)f beneechio male' (ma colla nota distinzione: dichio; e cosi uichio 
Tinto, drichió)^ senestro (su desfro), -^ercho^ messo ambasciatore (ma partic. 
misso, promisso), compagnessa less. ', necheg^a less. *, leemi less. 

8. stronboli less., stobia less. 

9. Forse d*origine letterata Vuo di luoyho 18, 15, ftwr 3, 27 \ - /m(»% 11,8, 
ò forma che ritoma in documenti cancellereschi deirAlta Italia, od ò com«^ 
un'artificiosa sovrapposizione del pi. lor al sing. la, 

u da o', primario o secondàrio, negli enfatici nui nu, t<M% dui du, uu 
*vuoi'^ dove Siam sempre alla formola -i^j^ e ancora: curio^ Ascoli- 1500, 
pugli less. — Proverrà dalle arizotoniche V ù di ulze 5, 36, ulgan 92, 31; 
102, 13, uuUan 15, 22, furbe 95, 20; e in parte ripeteremo dalle grafie la- 
tineggianti, in parte dal bisogno di significare comunque un o ben chiuso, 
rù di unge 21, 37, gunge 10, 14, unde^ duncha 19, 14, mundo 19, 8, 
speluncha 68, 41, che potrò bb* essere un moro latinismo, nunia nula^ less., 
o Giunte al less., sun 27, 39, sure 71, 35 (cfr. suuer bonv. h 45). 
Di cognesser, 44, 14, (ali. a cognosser), v. Ascoli I 366 n^ 

10. Per o da u' nella posizione *^ son da notare: torme onger ponge ecc.. 



^ In quanto spetti a b, potrebbe famiglii, 50, 23; 04, 19; 8, 26, rappro- 
sentare il pi. di *fameglio (lomb. famij)\ ma per a, che ha pure famiglift 
63« 10, occorre un'altra dichiarazione. 

* Persiste l'i di binda, come sempre ne'dial. settentrionali; e se infia, 

14, 11, non va letto infià, num. 59, s* accompagnerà col gen. insu^ mil. be^ 

s'infi, dove Vi dipende dall' t dell'iato; - impio è un latinismo, e impe^pan 

19, 14; 46,36, intra intre (v. Ascoli I 464 n) si risentono di inipir intrdr, 

— La risposta di viginti è qui pure: vinte, 

' Di issa less., e cosi di isia less., v. Ascoli VII 553, s. 'ussa'. 

* scavigga^ 101,20, ha Vi dalle arizotonichc; v. Vili 387, e le Giunte al less. 

* Ove allo stertOf di cui si tocca nel less., s'aggiunga il testo che è of- 
ferto dal cod. invece del tosto, 17, 35, della stampa, vien da chiedere se qui 
non s'abbiano le traccie d'una risoluzione di g in e, 

^ uo, 13, 34; 16, 12, è voce enclitica. 

' Cfr. bellinz. ti 'vuoi', che ò però voce proclitica (enfat, vò'rt). 

^ Ragiona di questa voce il Meyer-Lùbke, in zst. XVII 613. A me però 
non pare che Vù sia ragion sufficiente per istaccare nuta dallo forme vi- 
venti n^ta nùta. Codest'u ebbe forse ajuto da nunta (nonta nel dialetto di 
Cilavegna), il cui u si può spiegare come quello di unge, 

* Altri esempj italiani sono cognexer dp. 380, cognes -ssii al., cognescraij 
^uto rev. 4049, 1268, 3343, cognexu kath. 577; casal, conèsse, pav. rust. con§t:. 

*•* Per l'ii fuori di posizione, v. duxe 85, 8. 10;- nomerò 3, 10, occ, Iona, 
stufo (piem. sfQfi, lomb. stUp, do doe doa, so soe, to toe. 



220 Salvioui, 

ponchio oongia occ, angari 82, 32; 100, 1, s jonga 73, 30, grogno 49, 39 
(cfr. tose, grugno^ lomb. grun, ma piom. grògno^ prov. gronK)^ calùnnie 71, 
15, agogia aogia 76, 23; 99, 22, gropo (piem. grop^ lomb. grgp e ^M/>f 
tose, gruppo; cfr. mli. § 68), negata neota 39, 7; 47, 20; 8, 29^ auoUro 
less., lagosta less, anfono less. — Intatto Vv nei composti di dactn, 
Ascoli ni 253, occ. 

Per altre vicende di tf, sia ricordato schima schiuma 28, 10; 82, 29; 95, 
31; 111, 31, dove appare Jt>, o Jw, contratto in t\ come nel tic. firn fiume, 
e nel vie. sbima 'spiuma* esempio questo che sta per una intiera serie; v. 
kj. I 122, gst. XXIV 268 s. *bio' (-aW«o). — Nò va dimenticato receuode 
{che è nel cod. al posto del receuude della stampa, 21, 12); forma che 
può parerò erronea, ma ritorna in dven. 126, nello Statuto della Compa- 
gnia do' fabbri di Bologna (gau. 180-99; v. pp. 194, 195, 196)*, e persino 
neira. umbro (v. zst. II 29, 44; 31, 44)*. 

11. AU primario è ridotto a ou in gouQO ' (v. descougco num. 3, e Ascoli I 
471); ad ol in oltrita less., olcir; ad u in uxelo^ licir 11, 33 (cf. ulcir)y 
iiguir udire ^ num. 39; ad an in antono^ 44, 22, dove sarà preceduta la 
fase ah" (v. aitano I 346, alton sch. 39). Ma la normal risoluzione è qui 
pure o: osso, reposso, cossa^ chiasso 90, 18, ne' quali esempj trattasi di 
05S = op = aw?y., fra 6, 19, ecc., ara less.. Polo, gae 100, 22, ecc., loa. 

Per il dittongo secondario, oltre cho capo, A ci offre T-ó per ultima ri- 
sultanza di -A TV in fio fiato 18, 41, e in una sottantina di forme partici- 
piali: duro 1, 5, mexuro 98, 14, honoro 103, 38, rettelo 63, 0, ìneno 53, 38, 
abandano 31, 18, chiamo 26, 28, muo 116, 34, deuea 107,23, sapeo 109, 32, 
pago 67, 35, Ugo 54, 33, trono 19, 26, infroho 44, 23, lassa 7, 20, tnamio 
23, 15-6, mangio 41, 14, gouerno ."iO, 14, parta 30, 3, ecc. Non si regge 
r ipotosi che si tratti di participj del tipo tròì>o, poiché questo era ed è 
ben poco diffuso ncir Italia settentrionale, eccetto la Romagna (v. Mus- - 
safia § 256) o mancano d'altrondo le corrispondenti forme del sing. fera. . 
e del pi. masc. e fom., come a diro *tróvi *tróva *tróve*. 



' In un testo bolognose, questa forma potrebbe di certo parere ben le- 
gittima (v. gst. XVI 379 n); ma l'importanza del nostro esempio sta in 
ciò, cho noi documento allogato s'abbia ripetutamente ed esclasivamente 
rccevodo -t, quando ogni altro participio in -tito vi conserva inalterato Vu, 

' Il frammonto d'un poema lombardeggiante, riprodotto dal Monti a 
]). xLii del Vocab. com., ha beooto bevuto. Se l'esempio è genuino, si pen- 
serobbo a una tendenza fonetica, por cui vù passasse in vó, 

' f/uocOy 75, 23, starà por gouoo. 

* Alterna l' n coU'ó delle rizotoniclio : op<?28, 27, ogue 28, 33, oguan 19, 22. 

'' usi 34, 13 passi 93, 18, che al postutto pò trebb* essere un errore 
passai^ non provan nulla. Di m/?a, 14, 11, v. num. 7n; e anche me$ehia^'%^ 



^ 



Annotazioni lombarde. — IV. Fonetica: Vocali atone. 221 

Deir-àu[t] di perfetto, v. la Morfei. 

12. AI: asse^ ine mai 38, 7; i8, 4, me ma 74, 10; 80, 38, que 19, 18. 21; 
20, 38; 21, 39, ecc., tempore 20, 30, spiritue 20, 37-8, carne 21, 38 
(cfr. bonv. que carpare ecc., Mussafìa rma. II 118 r, bari, ^t que, cile^ ambr. 
cote parole^ unorte pecay^ rv. § 3). — Per gli esempj che si ricavano dalla 
ilossion verbale, v. la Morfei. 

Vocali atone. 

Ift. Dileguo di E I o ' air uscita. — La norma di A ò, che preceduto da 
<" l fi, queste vocali cadano, qualunque sia il posto che la parola occupi 
nella proposizione. Hsse tuttavolta persistono nei seguenti casi: 

a. Quando r l n rappresentino una geminata di fase anteriore: torre 
■45, 13, carri 32, 18, carro 52, 33, ferro \ uaile 50, 25, pelle mille molle, 
stalli 87, 10, gaio colo baio; yni ingani ano seno antono*. — Possono tut- 
tavìa smarrire la vocal finale: * cavallo", v. 5, 14. 19. 20, ecc., ed -èlio: 
quel quello^ bel bello belli, frael fraeli fraello^ uasel uaselo, carni cauili, ecc.^. 

b. Quando r risalga a dr: pare -i, mare, laro^ Pero*; cfr. sure (suvre = 
iuper, e setupre = semn or), 

e. In un certo numero di voci piane in -ro -ri^i muro -i, duro -/, se- 
^uro -I, puro -i, rari (ali. a rar), caro -t (ali. a car), cheri (ali. a chiar)^ 
^ero -I, freri less., atnaro -j, orOy choro^ traitoro, tori, 

d. In molte uscite sdrucciole : poluere, cenere^ aere e aer, carcerCy po- 
uero -e, mixer o e mixer , pueri, tnartirij nomerò , tenero ^ or boro o arbor, 
Mar inoro e tnarmor, Lagaro, ascaro less., barbaro^ Cesaro, solfara^ datare -t ; 
tteriHe^ angelo -t, perigoli, pouoli (sing. pouol), consoli, apostolo -i, taber- 
nacoli ^ capitoli f fruteueli, uielli^ humeli, nobeli, cembali; Qouene -i (ali. a 
?oi(m), uergene e uergin, piceni e picin^, per i quali esompj o consimili 
V. il n. 20''*", orphani mangani tynpani (ma plur. organ 4.">, 33). 



e méschia, avrebbe conforto da varietà dialettali odierne. — Piuttosto rav- 
viseremo il tipo ^ trovo* in satio 6, 21, conzio 15, 3, che eran favoriti 
«lagli aggettivi * sazio' e * concio', 

' Per -a, ricordinsi i soliti or, illor^ anchor^ ali. ad ora, ecc. Qual finale 
lia perduto Tavverbio uolunterì 

' Johannes dà Quan e Cuane, 

* Affermarei conservato T-t con maggior frequenza che non T-o. 

* Per compar contar, cfr. i tose cotnpare comare^ i lomb. compii coma, 
È ridusione limitata dapprima alla proclisi (compare Pietro^ ecc.). 

* Rari gli esempj per «lo o ^no: Polo^ che occorre solo in questa forma, 
ueli 88, 34, troni 91, 4. 

* couensene alL a bagna ss' in, num. 13G. 



222 Salvioni, 

Possono poi smarrire la vocal finale anche le forinole -eo^ -ó^: siug. e 
pi. de, me, re^ Que, farixe, pi. Machabe^ iiibile giubileo, Qache, McUhe^ Me- 
lyse, Mardoce, ecc.; -pro prode, pi. custo 88, 16, sing. e pi. fro frode*. 
-^ Allo quali serie s'aggiungono, come esempj sporadici: cita 10, 28; 53, 
28, bea beato -i 103, 15; 79, 35, spoglia spogliato 7, 39, bruxa bruciato 
115, 36; gi-a grado 98, 21. 24; e più singulare di tutti : cura curate 77, 19*. 

É all'incontro assai pronunciata la tendenza di B^ a restituir la vocale 
d'uscita. In À si corcherebbero invano delle forme come peccaore -i, guei, 
le quali abbondano in B, allato a quelle che rispecchieranno la lingua 
reale dell'età e della patria del tosto, come amor ali. a femore, ano 
onore, peccadu ali. a peccadiiri, un ali. a uno, ecc. 

Altri esempj del dileguo in B*: me (ali. a meo), flagella 10, 23, 
spesa 13, 41, deuedn 21, 38, perdu 3, 34, conuerti convertite 9, 31, 
se pur non trattasi di conuerti* in\ - pax 20, 41 (segue però vocale), 
sex 2\, 19 (cfr. sexe "22, 9), peccatrix lo, 22*, distu *dici tu?' 13. 14, 
poristu 17, 20, che potrebbero anche spettare al nm. seguente. — Perle 
desinenze verbali, v. la Morfei. 

le. Dileguo dell' atona postonica e protonica interna: libro libero 16, 13 
(cfr. fio. 55, 15; 5C, 24), letra, uree nm. 53 n. auoltro less., cura e ouera, 
olcir ulcir (= *occiere), rire (= riero) 6, 35, cfr. Ascoli III 252 n, desidra 
destra j sirrao less., uraxe o ueraxe, prigholassan 30, 12, meltrixe, mcdue* 
ghera less., se^n m- (=se mo u-) 5, 2, ueraxmente 14, 32, pare$mente 
22, 11, due esempj che potrebbero anche spettare al nm. precedente; - 
iiiedesmo nieesmo, batesmo, IH 252, quarexma e quarexerna, ste {^ se te) 
99, 13 (cfr. mli. § 143, ug.71, thood. 67, mat. 253, Icr., ecc,),piaxeure, ecc., 
leenii loss., prodomni 5, 7 (bonv. omni g. 52, 107), stibto 111, 8, creto 
\ 16, 33, (^uxo (= *^ùoxo) giudice, mermar less., uirtae e ueHtas, nm. 19, 



* Di 'éo secondario è forse unico esempio dre^'dreo dietro, e di -éi, il 
plur. pe piedi. 

* Ma, nelle voci verbali: ree, glioe. 

^ Il pi. fra tnenor, 102, 41, riproduce tal quale il sing., conaiderato come 
una parola. 

* Qui anche fructu, 18, 0, cho ò pretto latinismo, e spiritu sancto 
19, 23, latinismo esso puro, corno l'a. gen. spiritu santo Vili, 8, 15, il lomb. 
òpirih'igànt, 

* Puro in h: com 4, 1; 5, 7, cfr. Ili 252, inani 11, 28, cfr. kath. 7, e 
<(ui vada anclie ^en 3 senza, 5, 35; 19, 13, che ha suftragìo da altri testi 
{sens pp. 181, pred.) e sarà una special riduzione di proclisi. 

^ Qui anche nrax, 67, 24, riuscendo perciò superflua la proposta emen- 
*laziono. 



Annotazioni lombardo. — IV. Fonetica: Vocali atone. 223 

legkeUae 43, 35; - leure 49, 36. 41, guglera less., deznor (^dexenor) desor- 
rao^ oltrita ìesfi, 

16. Intatto in À, r a delle desinenze ^àro -ano: Lagaro Cesavo bar- 
òaro; SUuan organ orphani tnangani^ aspechian *expectant\ fagan ^fa- 
<\a,ai\.parUitMn 'portabant'; v. nm. 18, 21. 

16. A .protonico e postonico in e: conperar conperaiion 18, 31-2 (ma 
conparere 14, 15), legheltae 43, 35, malendrin 3, 22 (mala- 5, 12), 
Maldelena e Maldarena^ aguadegna 9, 40 (cfr. sei. 5^ ambr. gua-- 
degniare, bari. guadeniare\ degnai less., cfr. però anche Parodi, Studj it. 
di fiL class., I 397, biestemao (e bia-) 12, 16, rexon 5, 16, che anche 
ta pensare a rajs^, regaqqo less., sciarlo 22, 15; - lampea lampada 31, 35, 
lasseme fasciami" 9, 8; 17, 30-31. 35 (ma lassarne 17, 36)^ pecchel 
^pécca-lo' 20, 16, menen 4, 38, renouaneno 8, 32, seueno 14, 18 (ma 
anche Gridano dexeuano ecc.). 

17. A, E, I in 0, w, per influenza della labiale attigua^: lomento 13, 
7; 17, 11, ecc., cf. sei. 7y 43» cav. 13, 15, struminasse less., romagnir ecc. 
<5, 40; 43, 19. 21; i7, 32, ecc., domandar 17, 28-9; 77, U ; 3, 17, ecc., 
■dobiamo 45, 29 (del resto de-; deuisse -i 10, -3; 13, 40), domanada 
less., domeniegare 6, 41 ; 7, 1 (e con Va accomunato a desm^i dosmen^ 
tea 68, 6), somenga 1,8, Il ; 1 12, 37 (ma semenaua 60, 27), romito 88, 33 ecc., 
piouan 88, 17, somegliàr 14, 38 ecc. (ma sem- 28, 27 ecc.), prumar prume 
25, ^; 20, 13, ecc. (ma p ri- 21, 2 ecc.); cfr. mli. § 128, 76 *. 

Della postonica, ricordiamo Y uscita verbale '■Omo, nm. 143, per la quale 
mal 8* invocherebbe T-umus di volumus ecc.*. 

18. E, I in a: aspiana 3, 40-41, axaminai 108, 15 {ex- 5, 13 ecc.), 
^smorsada less., ascuri^qar less., qazunar (e gè-) less., cfr. sei. 76, mli. 



* In romoxuglio 25, 3; 40, 30, proxoman 117, 41 (cfr. aprusumaua 
pass. 274), fastughe 57, 30, possono insieme agire la labiale attigua e Tas- 
similazione tra vocali di sillabe vicine. L' assimilazione ò probabile in apo- 
^tota 91, 36, ed è certa in nussunna 109, 12 secondo che legge il codice e 
che ci ò attestato dal sempre vivo nÙQÙìi dell'agro comasco, nusun VIII 
8, 21; 11, 6 (e ancora dalla Liguria: nugun, nel testo pubblicato dal Maz- 
zatinti, in Mss. it. delle bibliot. di Francia lì 72; cfr. nùgun Arch. 1 283), 
<lec. 4, 24, triv. che insieme offre: fugura nogota sogonOo domonio in- 
^onogiar, 

.' Di purista^ w% il less. 

•' Circa uesporo^ 16, 22, non so se darlo a questo numero o piuttosto 
vedervi il ben.diffaso èr in or^ come. mcoUora ambr., edoro viaggio triv., 
ielora X 147, ónorj otóooro sepólcore gàu. 181, 207 200, végmtrl venerdi, 
feg. 10, confrontato con tegniri di gau. 212 (ice. 



224 Salvioni , 

§ 137, trabuto 64, 35; 102, 30, cfr. Ili 253. mlr. I 294 (dov'è da aggiun- 
gere il prov. traut), lassi uà lisciva, 11, 6-7, dove forse entra * lavare \ 
ferncLsia^ 52, 12, forse da un anteriore *farna$ia^ marauelia "glioso iS, 
4i; 58, 12, tnarce 93, 16; 96, 23, ecc., barozo less., v. arb. s. v., sarraa 107^ 
22, (e serr* 108, 18), saluaio salvatico, dane 14, 41, incontansnie 
(anche italiano), forse per analogia della uscita avverbiale -amentei san-- 
guanar less. ^ — Nella postonica: passara 91, 32; 102, 15, dataro ^^ 6; 
100, 16; v. num. 15, beitr. 13. 

19. E in i: Uon 16, 39; 83, 20; i2, 21, libardi less., niente slW. a neente. 
Per r i da e nelF iato citerò, sempre da A, anche i frequenti casi di che 
in chi. Quando si tratti del soggetto, s'ha chi dav. a vocale (rarissimo il 
fem. che; 41, 28; 42, 35), chi e che promiscuamente dav. a consonante, 
prevalendo però che nel feminile. Trattandosi air incontro delP oggetto, si 
ha cìie (eccetto una dozzina di casi, dove è c/ii, ora dav. a vocale: 37, 3-3. 4; 
44, 14. 18; 51, 8 ; 61, 2; 84, 7, ora a conson. : 8, 27; 32, 5; 33, 19; 43, 29 ; 49, 21)*. 
A quid e a quod (pron. e cong.) si risponde sempre per che o qtte^ eccet- 
tuati ancora parecchi esempj in cui segue vocale*: chi e *quid est' 8, 14, 
cAie*quodest'9,23; 37, IO; 44,15; 47,30; 50, 16; 52,28; 117,23 gi#» e 118, 

9, chi (»quod cong.) ama 72, 1-2 ^ chi e sia 'quod ego sim' 63, 34, chi o 
*quod habeo' 9, 33; 60, 14; 61, 1; 67, 21*, chi omo 'quod habemus' 2, 9, 

10, chi han 'quod habent' 6, 16 ; 96, 7 ^ ~ Ora continuando: piar num. ti,. 



' descorramento 20, 13-4, bataitre 71, 41 (ma baie- 26, 27; 72, 3), 
assegnaici ili, 1 si dichiarano dalla sostituzione analogica di '•amento ecc. 
a 'irnento ecc. - Sono poi illusorj gli a da e che b pare offrirci nella pro- 
clisi. A ììia 0, 30 segue parola incominciante per a-, e siamo perciò al 
caso di lì intelleto 8, 5, alla albergo 7, 18. In ta cognosco 6, 30, 
ta slrenze 14, 21, trattasi di t'or. Per da, 5, 27; 8, 31 ; 20, 14, o quadra 
l'uso deirit. da, o c'è confusione tra 'de' e *da\ Il a/, ala, 5, 21. 33; 
10, 27. 29; 11, 22. 25 (cha Ve^ch'al'e); 12, 3 {phalmch' a!)-^ 14. 34;. 
16, 7 {kala'^h'ala); 20, 16; 21, 19. 25; 22, 34, riconosceremo finalmente 
l'elemento pronominale di cui al nm. 133 n. 

* Il chi di chi uegan 15, 16, sarà ch'i. 

^ Davanti a consonante: chi fìra 17, 21, chi sia 62, 38, chi san 63, '.57 
(suro qui sum). 

* L'editore veramente reputa che qui c'entri iaego: t7i'i a/na, ch'i o. 
Ma t»ego non ritornerebbe se non in ma i ho 9, 34, dove per ripro- 
dursi a rovescio il caso di salvàio (ali. a tòsseo)\ e codesto ma i si po- 
trebbe al postutto intendere per mai 'sod' (cf. me 74, 10; 80, 38). Avesse 
del resto ragione il Forster, ? sego sarebbe pur sempre esempio per questo- 
numero. 

^ Pur qui l'editore risolve: ch'i han; ma il nm. ri3 noi consente. 



Annotazioni lombarde. — IV. Fonetica: Vocali atone. 225 

aspickiar 23, 11; 26, 15-6 ecc., uickiura, scauiqar 17, 3, cfr. Vili 387, fwc- 
ci»ttatfdO,41, cfr. X 147, assidiao 5, 8; 32, 37, per fition 3, 3, mitae less., 
pricKar lesa., uirtae ('^uiriiae; cfr. mrtto ug., viritate rev., dven. 58, rtr- 
tote gst XV 272), firio 13, 2, cfr. X 147, ex. 247, gand. 72, 110. requirir 
(così e non reque^j come sta nel less. ed è la forma delle rizotoniche) 
21, 31; 105, 40, requiriua 24, 1; 47, 41, requiremo 113, 12, diffimssan 20, 
11, nigrissima 25, 7, se pur qui Vi non è di reminiscenza latina; spixor 
4, 17, dove forse è ripercosso il prtcp. *spixo, ni ne e 8, 7, ecc. 

20. I in 0^: 56= sic (num. 157) seguito che sia da consonante': 1, 14; 
11, 41; 17, 24; m, 4; 43, 20; 52, 3; 59, 27; 63, 11; 66, 36 (se te te= si ti 
tieni), ecc., 6, i4; 7, 3. i8. i9; 12^ 36; i4, 15; lo, 15, ecc., des-^dis- 
num. 113, menor smenusada mena^Qa ineraueglia [mexuraJi uexende 
ttexin uetuperio, tetnore temor, letame cegogne senestro semeglia, de* 
xeua 'ano 5, 25. 26; il, 35 ( ma digando dixisse 13, 16; 18, 3. 5), 
tielania uelanie, mermar lessia descipuli^ descentri less., crestalline, de^ 
snar (ma disnar, disnarello; anche il voc. ha c^ e disinare), enstua\ 
cengiar less., e Giunte al less., speai ospedali, pestelencia, debellega debe- 
lìtae, testemonio mouemento, entendemento 109, 3, cognossemento 89, 32, 
septemanna sanguenente ordenai uermenoxo nomenanga rugenenti, mane^ 
goìdi 7, 6, sacrefitio cateuetae partexela, beneexir beneesson XII 467 maleexio 
II, 37 'Son XII 467, dereson ^sione, penetentia damesteghega regeor ba- 
teure, longean less., uareghar rumear spantear ecc.; - humeli utel nobel 
fragel stabel possibel amabel piaxeuel asieuel raxoneuel terribele, bussela 
52, 25, femena, lemosene (sina 13, 22), asena uergene maxena ordena 
lagreme quarexema dexema ('ime 47, 4), amarti m- seruittt- beatitti- 
de ne, corego monego, Domennego -nega, medego endegi perseghe ton- 
nega rexego calonnexi, staexi less.; trafeo tosseo nieeo dome^teii ghierei per- 
dea, seccea less , preueo, Xineue ecc. 



^ Sia ricordato che qui persiste ordinariamente Ve protonico anche là 
dove la lingua letteraria lo riduce at; così ne' prefissi re- de^, 

* Davanti a vocale, a ha costantemente si: si e passim, si era 97, 10. \'l, 
si ongan 89, 17-8, ^t ha 4, 15, ecc. Solo apparentemente anomali: si s'è 
85, 35, si ti' e 97, 39, dove influisce il frequentissimo si e\ si gli «uaua 59, 
28, si disse Q&, 27, dove agisce Vi della sillaba attigua. In b nessun esempio 
di se davanti a vocale, ma si può precedere e a vocale e a consonante; 
anzi nella Esposizione del Decalogo, questa forma è quasi (cfr. se 19, 22-3; 
2U 37) la sola. 

^ Ma tnfrar 11, 18, che spetta a una base dove Vi è tenace in molto 
largo territorio. 



22C Salvioni, 

20^^'. Dalla norma di i in e s* allontana À talvolta e per più vie, mante- 
nendo restituendo Vi. Cosi perla forinola in^ + cons. e -in^; in^tr ecc., 
in uà 'ne va' 60, 7 hin po&ua 24, 17, ecc.; ttergin (msL ttergene)^, ynmagin 
ruQÌn, manstie- amari- multi- magnitudine axin (ma asena\ termin^ ordin 
(ma ordena)^ picin (ma piceno -a less.), hagnass* in ' se ne bagna* 1, 7, 
toglieuans* in 20, 40 (ma uassene lo^ 3, couensene 42^ 34/ecc.), ^ouin (ma 
Qouene -t), angin less. NelPesito di -àticu: saluaio campanaio^ cf. Quiar 
giudicare {meeo^ all'incontro, medico), e in quello di -idu; horrio motino, 
ll-apiamo 64, I3j '. Ancora seruior bandior ordiura nuriar, inuiar invitare, 
triar less., traitor, alainar less., amiqol less., dove si tratta di antico i e 
dell'iato per giunta, o della vicinanza di suono palatino \ — Di Ugar re- 
ligar, v. il nm. 7. 

21. -t in -e: ogne 3, 4; 4, 9, ecc. {ogne ano 46, 35. 38, ogne amaesira- 
rnento 37, 23-4; raramente ogni', 4, 20, ecc.), cfr. mli. § 387, wae mate 6, 
10. 13; 7, 7; 31, 2, quaxe 16, 23 {quassi 16, 26), tarde 4, 19, ance 14, 
13 anze 20, 16; 21, 33; 22, 15 {anzi 20, 19), denanze 22, 28, dexe do- 
dexe ecc., uinte 30, 14; 34, 11 *. Voci verbali (mli. § 390, 399): u or esse 
num. 149; 2.* sing.: dixe 4,26; 7, 3, corre 18, 13, lasse 8, ìO^desidre 
15, 32, deuisse 10, 3, dixisse 18, 3. 5. 6, offendissc 13, 39, desue- 
gisse IO, 3-4 ^ 

22. o ed u in a: agnuncha 23, 3, mli. § 137, mlr. I § 370, ascurir 7, 30; 
54, 36; 111, 10, lagosta less., mlr. 1 § 370^ - solfare 53, 36; 61, 32; 85, 
20, cfr. num. 15, 18, e beitr. 12, ^aan less., cfr. num. 15®. 

23. o, u in e (mli. § 134): reonda 16, 9, ecc., rebusti 19, 34, remor remo 
23, i3rocc., 8, 27y ecc. (rttmo 22, 5, romor 10, 15; 11, 11), relorio 44, 19, 



* enteademento 109, 3 lia Ve- per assimilazione. 

* In uenjine 97, 29, ymagine 28, 2, avremo Ti dei sing. uergin ecc. che 
s'introduce nel plurale. 

' La base di candeo (less.) perciò parrebbe candidu dissimilato in 
candito (cfr. gomee gomiti, perdea, preuee, ecc.). La differenza tra gli esiti 
di -idu e quelli di -itu, la quale trova forse riscontro in quella tra ^du- 
(hhnpea; piem. lampia) e -a tu (sàbao; piem. s^a), si ripeterà poi dall'età 
in cui cadeva il d, secondo che era primario o secondario. 

'' Anche in paina^ num. 49, si sente l'anteriore *pdjina, 
.-' In ladrone, 13, 24, è mai restituita la vocal finale. 

^ seguemi 16, 8 potrebbe spettare al nm. 20. 

' la cognosse^ 5, 22, va emendato per l'acognosse; cfr. nm. 18 n, 110, 

** Se Va di gàan non è per assimilazione alla tonica, s'avrebbe un va — 
lido. argomento per ritenere di ragion fonetica anche V-an di rompavi ecc.^ 
nm. 142. 



Annotazioni lombarde — IV. Fonetica: Vocali atone. 227 

impremete promettere 22, 24, scror sero 7, 1, ecc., i^, iO, seccorre seco- 
renano 24, 8; 4, i6, cav. 53, theod. 60, secorsso 12, 37, ecc., set erra 
17, 36, V. theod. 9, lesnaa less., ne=:*no' proton. 19, 21; 61, 34; OC, 19, co- 
gnessen^a 55, 1-2, cognessuo^ ecc., (cognossessan, ecc., 46, 23, ecc.)i di cui 

I 

però V. nm. 9, dexenor 112, 29, ecc., honerar 113, 15, masenar less., maxc" 
naa less., puQ^elento 53, 36; 49, 40, uolenta 3, 9; 23, 9, dove però si scntQ 
Ve di 'volente' 'volendo'; - pò ti ero 10, 18 (pouoro ib.)*- 

28Wi^ -o in e. In maystre maestre 33, 19-20; 07, 2, ecc , iS, ir, ecc., 
Cri*/e 62, 6, ecc., 3^ iJ, ecc , si continua, com' è risaputo, il vocativo latino. 
Avremo invece una mal intesa restituzione della vocal finale (v. not. 22) 
in mane 9, 13, throne 12, 9, une 20, 35, (cfr. num. 125), zinquene 19, 
35; 21, 41; 22, 14, Thomaxe 15, 22, talente 20, 14, digande 18, 15, 
ogiande 12, 25*, date 3, 5. 

Sé. o (=0 e p) in w ': murir 6, 41; 8, 39; 76, 31, ecc., cfr. muri 'ise ecc. 
dven. 45, 1 15, 1 16, 136, 157, ecc., e murra -ebbe assai frequenti, p. es., in 
Fra Giordano da Rivalta, amulexinar less., muglier 71, 27, esemplare co- 
mune a molti altri testi, nel quale concorrono T influenza della labiale e 
della palatina, forbir 11, 12-3; 14, 32, ecc., v. bonv., fughaze 4, 37; 7, 4*, 
cfr. fugassa Vili 51, 20, fua^na less., buxia 104, 22 ecc. (ma boxardo\ 
uuUar 17, 8; 97, 11, ecc., nm. 9, humicha -ncha, 13, 40; 15, 36. 20, ali. 
ad ho-, scuminian less., suffrir 9, 10; 68, 39, ecc. (ma so- 72, 2), cruuir 
30, 28 ecc., suuertio 34, 23; 36, 22. 33. 25. 27, suersion 36, 26, niela less., 
rueleto less., Quar giocare, Quglar less., Xnane 1, 13 ecc., chiucar less., 
zenugion 3, 7-8, durmando 77, 5 (ma do- 77, 7), curbelle 58, 37-8, scnrpie 
sciilp- 72, 12; 87,2; 51, 2Ìi, citssi passim» sutigliangga 85, 4 sutilissimo 11 j 
12-3, gunela les.s. o Giunte al less., traituria 5, 8, ali. a trattoria, pu^tA- 
lenta 39, 17, un less., uoluntae nolunter; e v. nm. 11. 

25* u: inguento less.; monimentOy less., ali. a mon^f- 77, 33; 88, 9; 
luxiriosi 25, 1, se non v'ha errore; foror 111, 7; IL"), 3.% oxeegle less., 
rómeghar, less., ali. a rumear^ diuolgaa 34, 31. - prinna less.; p/aror 
less. 



* Di uoreno ecc., v. nm. 14'i. 

' Potrebbe però esser ben legittimo T-e di <or^a>u/«-f5^cJ .">, 20 {'dnse 
D, 31); cfr. roil. ^uardim/e» /guardandosi' ecc. 

' Per questo numero si confrontino: mil. {fì'^gd fìif)(ìsii sUtd ,niie moglie, 
^iom. bùs'ia durmi mitri ertivi^ bellinz. genugòn. Di amulexinar, v. beitr. 80. 
L'm di cussi è guarentito dulia costante grafìa. 

* Nel cod. e nella stampa: fu Ghaze, fu Ga^^c. Doi)bo al Mus.safia la bella 
«imondazione. 



228 Salvioni, 



Consonanti. 



26. J: giaxer pass.; insto pass.; fa già, qouo gouin gónge gudei zùtuu> 
z lidi gare ecc.; - gegunio pego; ìnaior maiestae^ dove avremo realmente/ 
(cf. majQ majstà in varietà moderne); iniuria ingiuria. 
' 27. LJ. Costante in À la risposta 'gli- 'gl-\ e se n'indurrebbe che si 
tratti veramente di 7. In B è air incontro prevalentemente li (fameliar 
filio, ecc.); ma esempj come fiolo 7, 31; 8, 11, toy (^toi; cfr. il lomb. 
t<yi)y to togliere (=lomb. t6^*tdjì ci illuminano più che a sufficienza in» 

torno al vero valore di quel ^t. LI -LLI. Scarsi gli esempj della schietta 

risoluzione per -J: quei qui (e quelli quilli)^ bei hi {belli oggi 59, 22), figlio 
figlio i^fiUoj; cfr. li filio besc. 1532, e nm. 36 n) 48. 22, 26; 49, 18; 
//, .7, S (ma figliol 115, 6, ecc.)', quai, tai (tai oure 19, 2, tai animai 17, 
13, tai mai 113, 21-2), cotai^ mai, bochai 106, 10, cauai 99, 18, que, carne ^ 
nm. 12, no nm. 143; — toglie nm. 145'. 

28. RJ: cat'olento less., mortor Icss. ; ma di confessor v. le Giunte al less. 
Cf. nm. 4 77 101. 

29. NJ: stranger less.; -N.J: agni 30, 14. 31; 31, 14; 46, 18, ecc., uegne 
tegne nm. 28 n 145. 

80. VJ: piobia pobia less., gabia 59, 9; 102, 15, alebia 101, Il (aleuiaua 
101, 5); fope less.; sauio, 

81. CJ: go zo, ga qua, fugga faciat, fa za facies, brace calce^ marggi 
marza^ lazo giaza, piaza placeat; sacrefitio; - fiduxia 3, 25 fiuxia 107, 
15; 118, 23 (piem. fiù'sa), guixio 41, 23; 43, 7, offixio 90, 13. 

82. GJ: correga 88, 12, assagar 108, 39; coleo less. 

88. TJ: richece -cce, uegiegga topago barozo, traiggon less., usangga foroga 
speranza achomenzao usanze ecc.; clemencia silencio patientia ecc.; 
palaxio 7, 2. 35, ecc. ( cfr. bellìnz. Palàsfi^ nome d* una località di campa» 
gna, dove ancora e' è un 'palazzo*), presio, despì^esio (lomb. després'i) ser^ 
uisio 16, 16 (lomb. sarvis'i mestolo?), iustixia 3, 6. 27; i4, i6, ecc., /Hi«- 
chisia 6, 7, stanchisia 20, 34, ìnenusie less., induxia 95, 1-2, ecc., raxon 



* Cfr. nm. 13> 133. 

^ figlio 50, rr7; 52, 11; 0^ iJ; i/, .V/, è = it. /?^iio; e so il plur. no suona 
figliò (v. nui. 27), vorrà diro che anche nei nostri testi è queir alternazione 
tematica (sing. 'figlio* plur. 'figliuoli*) eh* è g^à stata osservata altrove; 
clm. cxLvi, (rartner, Ratorom. gramni. § 107. — Non manca del resto il 
sing. figliol'. 50, 24. 32, ecc. 

' S* intende che in toglie^ e cosi in uegne tegne pochie (nm. 145 29 33),, 
si prende lo mosse dalla l.* persona (veni ecc.). 



Annotazioni lombarde. — IV. Fonetica: Consonanti. 229 

condanaxon inbandison ecc. — -TJ : pochie -ghe num. 145, 27 n, denchij 
434; 61, 12; 63, 26 dingij 5, 28 (dinti 7, 35), fangi 6, 7 (fanti 14, 
41), tugi 6, 18; 20, 30; 22, 22. 38 (tuii 13, 39; 19, 14). 

CTJ: fìre^a less., straggao 79, 32; 92, 34. 

STJ: angossa asso; usckier usciere 02, 30. 

54. DJ: mitae; aiar (adiuuada 9, 3), aitorio less.; anco less., giaio 
less., noto less.; ct< co -^^^^ g^ù, gotico less., meco -??o. ra^' apogar, uè za 
'Crezo, ecc. — NDJ: uregonga uergoncado; uregognia 40, 33. 

55. SJ: &aa;o /èuco/ mo^on, diuison 47, 37, dereson 10,23; 19, 18; giesia. 
— SSJ: grassa grascia 47, 16. 

86. L. Di L in r sono in A pochi csempj: Saar less. ^; carcìiera less., 
^urpie 72, 12; 87, 2, parpe 90, 38 (mil. palpo'); fragel fraxelar nm. 67; 
« molti invece in B, soprattutto per -l-: uore ecc. 15, 15; 19, 20; 20, 
17, ecc., uorenta 22, 35, uare 5, li, mara 4, 33, consora 7, 19, po- 
uoro 10, 18, gora 13,24; 22,6, scara 14,36, Maldarena^ inuorao 17, 
14, ortoran 18, 11, pares^ 22, 11, sora- 22, 35, lassara 'lasciarla' 12, 
35, r'an 'la hanno' 17, 20, dra «della' 22, 2. 3. 0. 35, dri *dei' 4, 21; 22, 
13, intri ecc. nm. 132; ortro 21, 35; franzelao less. — Por al+cous., 
V. nm. 3. Se atere 4, 13 ò buona lezione, vedine IX 196-7 n. Di qitaiche 
V. nm. In. — -l: ce 19, 28, morta 22, 30. 37, eterna nm. I29n., qua 
19, 26. 36; 20, 2. 15. 32. 33. 34, esemplare che ritorna pure altrove (db. 
1), 23, bari., ecc.) e però vuol essere conservato anche in A 100, 28. — 
Notevoli que, quello, 76, 2; 78, 17; 72, 13, e so 116, 30 che sarà da inter- 
pretare, se corretto, per «solo*. 

S7. L complicato. Risolto sempre all'italiana in A; ma in B la grafia 
talvolta latineggia, specie por PL. 

CL. In B sempre ^t; ma in A concorrono, qnal posto la formola pur 
occupi nella parola: chi gi ghi*. Ma chi prevale di gran lunga a for- 
mola iniziale o interna dopo consonante; gi tra vocali; e ghi è proferito 
an eh* esso a formola iniziale. Ksempj dì B: gì ama già uè; inginao, 
sgiexo less., ingioado desgioaa; uegio ogij apare giada genu- 
gion*, — Esempj di A: chiane chiamai, chiaueìi loss., chiar chicrei^ chicca 



* In piaggar 54, A forso un'antica dissimilazione (*platjalc). 

* Davanti ad t, bastano eh, (/, gh: meschiggo loss., inchinar, o fors'ancho 
schima. Ricompajono però cln ecc. noi plur. doi nomi in -chic ecc.: cercini 
ogij ecc., ali. a maschi ogi ecc. Ksempj corno isolati: cheri 119, \i\ ghesio 
13, 27, parege 63, 2,*^, uege 5(), 2^3; 10.5, \MS, ì'ege^-ga 55, 0, ongc 5, 34. Fre- 
quente gesia, 

' clamano 0, 18 è un crudo latinismo. 



230 Salvioni, 

less., chiucar iess., chioxa chiostra chioui ecc. ; giamai 4, 20, gieré 20, 36; 
r/hiamar 85, 26, ghiaueli loss., ghierei 32, 30; - superchiar cerchio torchio 
inchiouar schiarar deschiarar schiatta schiopi maschio, schiesso lesa.; super- 
tfhiao 12, 38; - aparechiar 17, 2, rechiuxo 75, 30; 119, 13, dove però si 
sente 'chitixo^; oregia uegio ogio, aparegiar paregiOy cornagia ingenogiar^ 
sbaagian less., spegio; oreghie 6, 9-10. 

GL. Fermo il gi in entrambi i testi ^: giaio giagga giattde, gioto 'ion^ 
giesie; ongie; uegiar 8, 18; •/, .?, desuegia. 

PL. Gli esempj, in cui graficamente si conserva, son pochi: plaghe 
34, 39, pianse 14, 12, planzare 3, 22, piena 13, 27; - cohia^ stobia^ 
deb io; setnpio -, 

BL: bianco bioto biastemao ecc., sabion ambio, 

FL: fior (florida 6, 39) ecc.; infia infiada\ 

88. R. In ambo i testi, ma con magipore frequenza in B, è soggetto a 
cadere il -r cui preceda vocale tonica^: corre corriere 82,36, berme ìeaa^ 
cixende less., ministre less., uolonte 72, 7; 98, 28, curie less., pruma 74, 
30, rumo 22, 5; 117, 15, amo 59, 15, ghiapao less., recroitò ìeas,; - dane 
7, 32; 14, 41, portane 10, 7; 11, 18, pri- prume 19, 22. 31; 20, 13. 31; 
21, 33, ecc., mese 9, 3, remo 8, 27, sero less., maio 14, 11, segno 14, 
28, ono 21, 5, scakao less., zxigau 8, 31, rodate 22, 11, peccadu 3, 10. 

89. V, primario o secondario, può dileguarsi quando è tra vocali': omr- 
hria less., corria 14, 29, lessia 94, 17, cortianne less., uianda 31,7; 39,. 
21 {uiuanda 55, 23), rianne 70, 4, rial 32, 3, paor -ra less., traonne less., 
tóo/e 119, 19, proado 16, 41, mentoar 39, 37. 38, ecc. (ali. a mentotiar)^. 
toaglie 87, 3, nuola 31, 26. 37, reoewo 33, 8; 08, 2, *wcr*ìon, 36, 26, che 
perciò non richiede emondazione, uescoho 74, 18 uescoi 84, 5; 88, 14 (ma 
tfescoHo 'ui 115, 40; 70, 22), uesco 5, 13; 6, 12. 16 '. 

É gw (onde poi ^) da -t?-, primario o secondario, in uguir 12, 33; 17,. 
20. 26; 18, 18; 10, 22 (oguan), 28, 33 (ogue) ughir 39, 37. 38», ughe 100, 



* Perù ghiapao less. - gladio 5, 2; 15, 18 è voce latina, o guglera^ less., 
voce esotica. — Di ganduglie less., v. nm. 67. 

^ Di impe impan, v. nm. 146n; di pu ptixa, v. less., pumaggo pixor less., 
/;o6ia nm. 24 59 67. 

^ flagell- 10, 2!i ò voce dotta; cfr. fran zelar less., e nm. 67. 

■* Per il -r dell' infinito, v. nm 151. 

^ Assorbito il v di oi?, in siire nm. 9 (lonib. sr^ra). 

^ Questa riduzione di Vescovo' e assai difìfusa per Tltalia; e qualche 
dialetto passa ormai dal già antico *vesco' a vesk (Lodi, Pavia, ecc.). 

' oge irO^é) 28, 27; e di o gisse. 9, 12, v. nm. 53 n. Codesta evoluzione 
di audire coincido col prov. aumr e ricorda il picm. awowt (Brezzo; Bion- 
dolli, Saggio 6'12). 



Annota;£Ìoni lombardo. — IV. Fonetica: Consonanti. 231 

16 (iomh. u§a\ pagura 3, 18. 26. 36; 12, 9 (lombi paguro), mentogaró, 
3; 9, 12; 17,22; 40,41, doghexe 65, 12; 26, 30, ali. a doexe, colegò 67, 33, 
ali. a coleo \ possegher 6, 27; 7, 27; 97, 38 (cfr. posseuer dven. 98), benegerìj 
4, 40, ali. a beneex- benea>, preghe prega 26, 27; 63, 7; 64, 9, sega 5, 18 ^ 

40. F. Steuan 52, 22; 105, 17, sgarauaqi 17, 9, malueghere less. 

41. -M. Adan 27, 34. 37, ali. a Adam 8, 14, Ahraan 26, 12; 63, 36, ali. 
a Ahraaìn, 9, 3; 61, 4, ma tutt*e dae le volte davanti a consonante labiale. 
— MN: omia less.; ominca lesa.; altono less. ; cologna 29, 35; 31, 37-8. 
39^; 33,31; 58, 19, dagno passim, degnai less. (dannai 02, 40); dal- 
magio passim, v. kj. I 123. 

42. N. Nella formola in+voc. in voce piana, À rende il n prevalente- 
mente' per nn, o meglio per n munito della trattina che ò la sigla di 
an n^ onde la stampa ha 'nn*. Si chiederà se questa grafia esprima il 
suono faucale del pedemontano e del ligure, Ascoli li 127, o quello che 
assume in tale congiuntura il n milanese, v. Fonot mil. 156-7 \ Che a 
ogni modo codesta grafia abbia un significato, si arguisce da ciò, ch'essa 
non occorra dopo vocale postonica (uergene non uergenne); ne d'ordinario 
pur dopo vocale protonica, e cosi ménna perdònna pènna udnna ecc. s' al- 
ternano con menar perdonerà penóxo uanitae ecc. (cfr. piem. perduija 
perduné^ mil. perdgnna perdona, ecc.)'*; e che finalmente la risposta di 



* Per gli esempj del tipo prega ecc., si potrebbe pensano a dolio false 
ricostruzioni determinate dai doppioni meo mego, prea prega, ecc., nm. 45. 
Sennonché sovvengono il trent pagati 'pedàn-\ i pav. niega meta, usgìwj 
utensili (v. less. s. oseegle, ed emil. usoéj), e prega pietra, pragà sassata, 
draghe ultimo (v. *derear' less.), di qualche zona novarese (v. Rusconi, 
nei Saggi di Trecate e di Vespolate); cfr. ancora XH 397 n. 

' 1 miei assaggi danno trentasette n di contro a quarantotto *nn'; o 
*nn' più frequente dopo ò è a, che non dopo t m. — Nello sdrucciolo, pro- 
vale pure e di gran lunga (dieciotto esempj contro cinque) il *nn*; esem- 
pio principalissimo annima (del restante : domennega spoìitannea calonnejci, 
monneghe e monexi, sustennan tennan pongonnan; genere tenebre ecc.). Assai 
frequente il *nn' pure nella desinenza ^nio: demonnio -nio, fustannio ca- 
pitannii strannia, testemonnie 93, 3, ecc. Sempre è con n la voco continuo. 

' Il nn scritto alla distesa è riservato al nn etimologico di voci non po- 
polari (innocente, innomerabel), donde riesce a estendersi indefinitamente: 
inniquitae 71, 34, innimixi 84, 15, innamora innance ecc. Ben rari gli esempj 
come coronne 49, 15. 

^ La pronuncia faucale di *nn* ha forse conforto da ciò, che questa 
g^rafia, insolita nei testi lombardi, ritorna poi ne' liguri e pedemontani: 
Flechia X 142 152, tch. 353. 

* Ben rare le eccezioni come perdonnanio 08, 17. 



2:J2 Salvioni , 

nn, primario o secondario, suol essere n: pena penna (ben contrapposto 
a penna pena), cuna ano xngano setto, antono less., dona madona (cfr. piem. 
cAna di fronte a lata; nel mil. però: càna e ràna)^, 

k sopprime con molta frequenza il -n del prefisso in *con*venire* cfr. 
38, 3; 40, 25; 41, 2-3; 42, 30. 34; 48, 6, ecc. (ma conuen 54, 31, ecc.); e 
in B occorre omicha less. e Giunte al less. (ali. a omincha) tanto fre- 
(|uente da non potersi credere un mero sbaglio. 

In ambo i testi si dovrà considerare come gutturale il -n della formola 
n, purché il -n non corrisponda a una geminata toscana, nel qual caso, che 
del resto si presenta solo in voci verbali come han fan dan in fen man- 
don manderan ecc., gioverà forse distinguere tra i due testi : B tratterà la 
formola alla lombarda, avrà cioè il -n dentale, e A alla pedemontana, avrà 
cioè il -n gutturale (piem. van, fan, ah)*, — Davanti a labiale, il -9» può 
mutarsi in m: soueram li, 1, seguam 64, 3, orassam 70, 19, dem 70, 22, ìm 
8, 21; 16, 10; e qui vada puro gram 10, 2; 63, 27 •. — Cade no' due esem- 
plari di larga ragione: te 6, 10; 66, 36; 96, 14, uè 65, 25; 72, 37; 4, 20, 
cfr. mli. § 301, e in be, 67, 20, so non va emendato in ben, (cf. belliiiz. òf). 
Nò manca il solito no nm. 155 ^ 

Gutturali. — 48. K. Interno tra vocali si riduce in ambo i testi a ff^, 
che ha poi comuni le sorti del () primario. — Il nesso sh' è sg' in sgo" 
rauaqi less., e sgurar less.; cfr. kj. 1,124-5. 

44. Q: ca 'quara'; aigua aiua less., ainguar less., lesguar deslenguar 
loss., antigo pliir. -a?i, inigo lesa.; nechega less.; schifar less.; - quintar less., 
Sfjnela, lo ss. 



* Ma antìo 46, 27. 29. Voci non popolari: iyranno (ali. a tyrano)^ ynni 
(ali. a yni liO, 8), manna (ali. a tnana), e forse pur condanna 41, 7 (cfr. 
ttagno). 

' Il solo argomento eh* io sappia addurre a conforto di questa supposi- 
zione, è la vocal finale caduta {Imn * hanno', ma ano anno); ed è un ar- 
gomento, la cui efficacia, non me lo dissimulo, sarebbe assai maggiore se 
non si trattasse di forme verbali. 

' Sarà invece meramente grafico il -m delle seguenti voci: um 78, 12, 
ncssuìn 5, 3; 9, 34, souram 43, 5, dixam 4, 27, meritam 10, 9, fiam 10, 38, 
stitdìam 14, 19-20, ìwlam 15, 3.5, sìam 16, 3, intendam 17, 28, sabbuchani 
19, 0, ci'iam 2\, 41, falam 44, 20, eram 46, 21; 78, 13, porram 15, 34; 
ofr. X 142. - Cagm 11, '>1 ; 45, 5 s'alterna con Cagn 93, 22, cfr. nm. 41. 

* con fusto 85, 19, perdicio 83, 6 (boitr. 17; e cf. il lomb. perdisi, masc, 
smarrimento, perdita), legio 05, 32-3, nffliciio 8, 19, sono le voci latine 
iiolla forma dol nominativo ; cfr. commotio in bonv., ecc. 

« 

•' E ricostrutto il -e- di voci sicuramente popolari, come anticha 3, 36, 
foco 10, 1.5, diche 9, 36-7, (wnconfn 10, 19; 18, 18. 



Annotazioni lombardo. — IV. Fonetica: Consonanti. 233 

4a. G. — Primario o secondario, permane in B: piaga fadiga miga^ 
atnigo iriigo zudigare digando "Sego ^mego prego negata se^ 
gondo pegora regordeue medego logo, suga 3, 25, reduga 3, 
3, ecc. — Resiste pure in A por la maggior parte degli esempj : antigo 
-ga^ amigo -^a, inigho mendigo, ligar ligami, figao less., brega intreghay 
cego 'ghi, sego lego, cegogne negar pregar uaregar nauegar desmentegar 
caregay legai leale, deslegal legheltae^ regol regale, regagqo less., porteghi 
domesteghi stomego tonnega dotnenneghe perseghe lago draghi piaghe pagar 
pagan pegora aregordarse arregolie perigol^ segura segurtae, figura agugar 
lagoste fuga fusiughe^ lago alogar, fogo fogolar^ gogò ecc.; ma anche av- 
viene che molto frequentemente si dilegui: fie 42,9, faia 31,21, uesie 21,22, 
Ha 6,10, mia 2,36; 6,35; 69,37; 106,37, nuriar 19,35; 21,29; 38, 19; 49,22; 
81, 10, comuniar 106,26, scuminian scominie 62,18; 90,7, piar num. 6, guiar 
pass., near 35,4, prear 102,10,11; 95,40, carrea 3,36; 68,38; 90,4, in- 
trea 6,34; 36, 12; 55,41; 64,34, traffea 53, 1, trafeo 23.34, dosmentea 68,6, 
tosseo 101, 41, rumeauan rumean 40, 15. 16, desmenteo 118, 40, ghierei 32, 30. 
31-2, frauei less., meo meho medico, saluaio 31, 33; 83, 20; 97, 24; 100, 
17^; 120, 1, saluaiura 48,40, campanaio 58,33, gramaia 120,30; leal 9, 8, 
nieo meco 70, 14, Orco 38, 14, seondo 6, 23; 16, 14; 32, 30; 35, 15; 56, 31 ; 78, 32 ; 
108,3; 113,5, neota 39,7; 92,24; 100,25; 112,29 (cf. nula nunta less.), fiao 
less., guar gohi 15,35; 54,6, fuagina less., suar 25, 29; 59, 28; 69, 12; 89, 
15; 95,20, augi 1^1^ aogia 99,22, saugli less., aurar less., gaan less., gouo 
less. 

46. GW: langor 6,3; 16,26; 17,19; 58,10. 

47. GR, GM, GN, GD: agro negro, sagro (sacrestan 88, 19-20, sacrestie 87, 
15); - piumente less., - cognosser; - Maldelena -darena 12, 40; 13, 
10; 15,23; 17,1; 18,11 (cfr. Mandelena passb.; Zerbini, Note storiche sul 
dìal. berg. 16). 

Palatali". 48. C. Iniziale, passa in z\ cego certo cena cento cercha ce- 
gogne genere cirio citae, cixende loss., gercando zinqiten ecc.'; - in- 



* È mia in 9, 21; ma il dileguo, che in questa voce va ripetuto da spe- 
ciali motivi, ritorna, come ognun sa, anche in moderne varietà lombarde 
alle quali è d'altronde estraneo il dileguo del -{f-; cfr. kj. I 127. Un'altra 
riduzione proclitica di * minga' è nel mina di Adria e di Papozzo (Pap.)- 

' Per la funzione fonetica di e, ?, z, a?, v. il § II. 

* cera, volto, è sempre scritto con e- mai con chi-, ecc. (cfr. il § H, o 
clera in bonv., éhera nolPa. gen., chiern ghera gora in rev.). Vorrà dire 
che vi si tratti di z; cfr. zera rev. Ili 401, il pav. zera e il ven. e fri. 
sìera, V. Ascoli, IV 119n. 

Archivio glottol. ital., XIV. 16 



234 Salvioni, 

terno, dopo consonante, si riduce puro a z: dolge, porgi ecc.;- fra vocali, 
siamo al solito ò* *: paxe uoxe guxo raixe noxer aseo cantarixe nteesri staexi 
loss., amixi, antixi 38, 32, ecc. 

49. G'. Iniziale, passa in i: gel, gente zente^ giganti genera ecc.; - 
interno, dopo consonante, dà pure i: ingegno longge anger sorgessi ecc., 
Q> j in ariento 5, 15; 20, 36; 24, 27; 31, 17; 48, 36; 82, 4 (efr. bari, 
db. 43, ecc.); - fra vocali, dà s' in fraxelar {franselao num. 56); e 
dilegua in paixe maestre^ paina pagina 33, 35; 45, 10 (cfr. paina in Gloria, 
Volg. ili. nel 1100, p. 76), tiilie less., rM less., suello less., leemi lesa., 
lenti less., se è *legìmine, cfr. mlr. II 484, saita 11, 28, guainna 65, 11; 
volgo a i nelle voci con {f(j toscano: rege reggere, lege legge e leggere, 
greggo gregge, rugin fugir fuzi^ a/pif^j ecc.; è intatto in flagelar refri- 
gerio sigilar regina ecc., voci dotte. 

60. CT. Riflesso per e, cosi in À come in B ' : fachio trachio (e quindi : 
stachio dachio andachio), satisfachio desfachio, confechio perfechio dichio 
(e quindi scrichio^ gr. I 543), contradichio interdichio^ beneechio, np. Benee" 
chiOf maleechio, Lechia less., colechia acolechij (e quindi tollechió)^ tispi- 
chiar, uichio uichioria (com. Victoria languore, spossatezza), pechijn pettine 
62, 4, pechio techio^ lechio lechiera, lachie^ impachiar less., noc/it>, ochio 
ochiauo (canav. ucdva Torà ottava), uichiura strechio destrechio constrechio, 
senechia less. (vaiteli, senecidt angustiato), drichio destrtichio aduchij con- 
duchio reduchio^ suchie asciutte, penchio penchiura, gonchio congonchij^ 
cenchij; - faghio -ghi^ daghio dighio beneeghie uighioria, redughij "ghi^ 



^ Non occorre che qui si tocchi di far,dir. — Per i riflessi di «ducere, 
V. conduer condurre 52, 35, condue 'conduce' 53, 27, reduer 47,39; cfr. 
piem. ardue ridurre, proda' o ^ *'prodù ve produce, e v. num. 62 n. 

- La fase anteriore, ^7, è costante in a nel riflesso di fructu: fruito^ e 
in quello della base germanica icnht'i guait-. Lasciato da banda il secondo 
esempio, che di certo proviene dalla Gallia, notiamo intanto che la forma 
fritito ricorre in più testi antichi della Venezia (mon. 123, reg. 144, kath. 
10, pass. § 33, ug. 11, pat. 15; cfr. I 318 n, 457, X 240, rph. § 2), della 
Lombardia (bars. § 11, dove ò insieme traita tractat, bonv., ambr., che ha 
anche frugio) e di Genova, dove si ha fruito, con esito diverso da quello 
che suole aver colà la base uct, cfr. Flechia X 155. Anche il frùi del 
mod. lomb. ò da un anteriore fruito^ cosi come (ruta, trota, è da ^trutta 
(truita nel bellinz. rustico, e trutta in ug.; cfr. I 305). Sarebbero mai voci 
galliche, introdottesi prima nel linguaggio della cucina e della tavola? - 
Curioso poi, che il N. T. valdese, XI l sgg., dove il riflesso di et è /f, 
abbia costantemente fruc anziché frujt. 



Annotazioni lombarde. — IV. Fonetica: Consonanti. 235 

soureQonghij ; - drigia tollegia pengiura gongia souregongie. - digio fa- 
gio desfagio benedegio tolegia destregia alagiadoK 

51. fregio eco. 47, 36; 53, 2; ecc., ii^ i3; i5, 33^ ecc. 

Dentali. — ^ 52. T. Interno tra vocali passa in ci' e ne subisce poi le 
«orti. ' 

5S. D. — In B è soggetto a dileguarsi ^ ma più frequentemente, persi- 
ste: sudor fiduxia guadagno medego zudigare redemer zudei 
iradio^ ode -di -^diva, radixe; eda età, 6, 38, peccaduri fadiga 
saludo lado medesmo prede fradilli asedo aida preuidi cri^ 
dano ecc,;^pey 4,8, cr« credere, rire 6,35, ingoado 14,24, traysiA^ 
20, oyuo 3, 12; 7,3; 6, 17,*, prohesa 5,5, criore^ cri 10, 18, day dadi 
8,31; 15,1, grao 4,29, robao peccaor zugaur, aseo 7,13, aiar 17,5, 
spua spuazada^ poeua omnipoente^ mario eco. E invece costante 
il dileguo in À: * morbio^ orrio less., lampea, traio traitor^ succeer, procee 
47,21, posseui 81,34-5, meo meexi meexinna^ rier creer, rebairemo 2, 11, pe 
raixe^ moho 'hi, mo avv., aourar prò fra custo reemer rehencion loar^ see 
*8edet', nuo eoa, choage ^ginne, coardi guaagno^ beneeooir beneesson, ma- 
leexioy doexe roe quixio guxo, feeltae 50, 13, lapiamo 64, 13, goer paraixo. 



^ Frequentissimo in b il semplice t {fato) e frequente pure la ricostru- 
zione per et. Di A notinsi quato less., pato (ali. a impachiar less.; cfr. pagio 
bonv,, ma pat nel mil, mod.), deleto dileto, letor scritura fruteueli sconfda 
santo, centura (mil. zènta, valmagg. sénca), factor rector respecto ecc. 

' debito *tor, abito denoti, creato 'ture^ secreto aduocato amutisse subito, 
tutte voci dotte che TAlta Italia conserva fino ai di nostri, citate 90, 14, 
nolontate 20, 13, paruta less., olita 59, 18, frate e altre; q ìtìb: peccator, 
-oto 'àta nei partic, e tant'altri. Di aitorio iraitor, v. X 154. 

* Ma v'hanno indizj per ritenere che, almeno in certe congiunture, il 
dileguo del d primario sia anteriore a quello del secondario; v. num. 20, 
<6 si contrapponga anche lapidino 64, 13 a desseó 70, 26. 

* Pongo qui oyuo sebbene mi rimanga problematico lo y (t) che ritorna 
in altre voci dello stesso verbo e sempre in b; cfr. 4, 18; 5, 11 (^oyre, 
cioè oyirey^ 6, 16; 8, 7 (cfr. oye pr. e. 20). Rimedia esso all'iato o ri- 
fiotto per avventura -dj-ì La risposta non è facile, tanto più che il que- 
sito si complica di forme come o gisse 9, 12 ogiando -e 12, 25; 14, 17, 
dove ti chiede se g è g, e risponderebbe allora allo / dell'iato (cfr. pa- 
giura • *pajù'ra paura in bonv.), o è ^, e andrebbe allora col {) di ughir 
num. 39. Dato il qual caso, avremmo in ogiando un gerund. in riandò; 
cfr. not. 24, kj. 1 131, stfr. VII 200. 

* Non popolari fidel crudel considerar adorar ed altri; ma in lapidar e 
fadìghay il d sarà stato restituito (cfr. lapiamo faia). 



236 ' Salvioni , 

ruo less., gue suor^ strassua 70, 6, Loe Lodi, nin less., Toeschi fittxia^ fian 
113, 12, grai^; - peccao, figao less., papao lao dai maini f'rai^ nai 90,26, 
sanitae ecc., portaura ecc., salue uirtue peccaor ecc., re^eor ecc., handior ecc., 
hateure ordiura spaa^ canno 101,29, menui^ menuaglia 30,15, seccea less., 
perdea, gomee 18,36, abao -bai -bbaesse, saolo * satollò', criar, lonqean less.» 
mouéhiQqa^ uoho voto pi. noi, spuo meesmo poer poestae deuear, dessean 
less., triar aseo, dio dito, croar less.» frael^ ueel 34. 2, leame, see sete, monea 
crea scuo reondo, grao 45. 3, prence -nei, rouee less.. squele coasselle less., 
cmna ree, marwar nm. 02, sapear less., 5«rrtmwon 17, 41, 5aZuo saluar, speal, 
Lain 38, 14, alainar less., roa, meleto less., sabao, citain 79, 4, refuar, in- 
uiar invitare 18, 32; 86, 9-10, mario, menaiggo, Naar less., noar 90, 13, 
ìnessea less., graeuel^ fio,go less., <apei 110, 10, nnegnaici 111, 1, fftar, 5fa- 
ea7i less., meneMne less., oxeegle less., ecc. *. — Per le forme participiali 
di ambedue i testi, v. nm. 153. 

5é. DR. Inalterato in B, secondo fonia lombarda; ridotto in À a semplice 
ri dexidrar madre nndrigao Fedro*', - mare^ pare paron, laro laron 
laronegQOj quare less., nuriar ecc., dexirar, sirrai less.. Pero, carì'ea less.» 
cantarise balarixe peccarixe. 

55. -ND. Ridotto a semplice -n in due esemplari di B: segon 22, 20, 
sanguan 17, 16 (cfr. biasteman dee. 2. 17)*. 

Labiali. 56. Interni fra vocali, p e b riduconsi a v (nm. 39)*: p^-euenda 
prence, ponol ponolar, ouera, suuin supino, peuer, louo rauaxe less., auertOy 
ecc.; " prenidi ponoro, conuerta (=com-) ecc. — PR, BR: laure, aura 
*apra\ desourc leure leuroxo, - frena crana recrouar crnuin\ - oura 
couriua sonre lenroxi (e leprosi). Di strato non popolare: cele^ 
bro less. 



* Qui vadano anche: froho less., infroho less., ureo vetro, uree less.» 
prea pietra; cfr. nm. 65. 

* In faia Quiar saluaio com,panaio gramaia, fiao less., meo meco meho, il 
dileguo della dentale si complica con quello della gutturale. 

' Circa il por- di pori 18, 17 porre 7, 19, v. not. 23n; e non si esclude 
che la dichiarazione possa valere anche pei testi che ci offrono, come a, 
rcadr. Voce ricostrutta ò peccatrix, 15, 22, e così pure meretrixe, 14, 33; 
36, 38, ali. a meltrixe 16, 36. Voce chiesastica: patron 37, 7. 

* gran citae 45, 24, gran montagne 114, 34, gran peccac 7, 21-2, gran 
rìchi homi 18, 34-35, gran fiduxia 3, 25; grand'oure 34, 8. E qui vadano 
anche tan fin; san (Juan, san Steuan, san Polo, san Jacomo, san Bassan; 
sanato Angiistin, sanato Andrea. 

* scribere aperto, capilli 13,22, descoperta 12, 12, s nperchio ecc., 
son voci ricostrutte. 



Annotazioni lombarde. — IV. Fonetica: Accidenti generali. 237 

57. S. — Manca il 5 di sk- in cole scuole 90, 5, quela scodella 66, 21, criue 
98, 6 (cosi il cod.), cosso less., e saranno meri sbagli, sebbene altrove non 
manchino consimili esempj *. Appena merita menzione: nsf in n/* nei non 
popolari tranfigurao 15, 27, tran forma 16, 6. Di s primario secon- 
dario che passi in ^, preceduto che sia da liquida, sono esempi: falgo 
falsa (e falsi 6, 10), angonza less. *. 

Lo se di se e sci si riduce a g: nasse nassion less., eresse cognosse 
fossi spartisse ecc.; frequente però, sopratutto in B, la grafìa latineggiante. 
Pure X passa in g: insir, cosse 76, 33, asselete lassar sugar ecc., e qui pure 
non mancano le ricostruzioni {texer 30, 38, ecc.). 

Accidenti generali. 

58. Afe resi: sasin 5, 12, dotare adottare 15, 35, dora 19, 24, stae 
44,21, pistole S3f 38. AO, sto ecc., pron. proclitico, speal, relorio 44,19, scuro. 

— 59. Contrazioni e assorbimenti. Di aa: guagno, loa 60, 24, stra 
93, 1 (se piuttosto non è da leggere strabonna, nm. 115), 6ea77, 28; 91,8, 
dona9ì,22 (la dona = l'a dona; v. però nm. 140n), infica 13,21, spuasa 
15, 34, sirangossa 8, 13'; - di ee: meo medico ali. a mee-, henexir henes' 
son ali. a heneC'^ malechia ali. a malee^, derrera 80, 25 ali. a deree- 84, 38, 
ere credere;- di 11: nin less., uilia less., cri *gridi' 10, 18, si 7. 23; - di 00: 
uesco;-dì ao: v. nm. 11, e aggiungi monigga less, recrouo less.; - di eó: 
nuta less.; - di ei: pnchar less., e v. nm. 1; - di te: rire^ olcir ulcir; 

— di ju: pumaggo habuo sapuo^; - di ój: *o, figlio nm. 27; - di uè: guxo 
less.;- di uj: lu chostu cholu altru du nu uu^ cfr. nm. 1. — 60. Elisione 
di vocale. Le continue ricostruzioni' rendono piuttosto scarsi gii esempj 



* critura dven. 146, cn mi rn. 60 (cfr. ren. 80^5), e quarga * squarcia' 
xneg. 466, nella qual parola pur dev*essere uno 5A- bene antico ; cfr. num. 114. 

* franzelao less. sarà forse da. frangelar (not. 26) anziché da. fraxelar 
less. Vero è che frangelar si può alla sua volta ricondurre senza difficoltà 
a fraxel^ir (cfr. valm. angela^ ans'^la 'annicella'). — Pongo qui: squar- 
sao 9, 16; asmorsada 14, 30. 

* deliberamente 20, 24 potrebb'essere * de libera mente'. 

* Di ^M pi4xa, V. zst. XII 296 n. 

* Per es.: quaranta agni 31, 14; 46, 17-8, quella annima 76, 40, mia 
anima 14, 9. una aregordangga 74, 39, una altra 63, 41, per che eli e 20, 
]4, su un, eio 7, 12, una hora 70, 14, ecc. Tali ricostruzioni inducevano 
poi il poco perito menante di b a delle soluzioni come li intelleto 8, 5, 
alla albergo 7, 17, ma acusano 9, 36, lo odiua 11, 34, si in' 



238 Salvioni , 

della seguente maniera : neot'altro 47, 20, sengg'arme 82, 2-3, seriQg'arienta 
82, 4, sene' esser 50, 27, qttell'aqua 69, 10, jwes^'oMera 1, 3, tant'era 75, 22, 
ond'cra 79, 2-3, ond'e 82, 30, ogn'aUro 53, 28; 54, 18; 51, 29, ogn'ano h% 
22 (o^n« ano 46, 35) S rich'omi 14, 8 (ric/it ^mf 13, 30-31, richo homo 17, 
35), grand* oure 34, 8, ^wi'e 41, 22, chom'e 37, 22*, ynal'astuda 85, 4, «en<t 
a^ «a5^o {^sentia al o sentio ali) 59, 18, anch'elio^ niancha mi (sanian" 
e ha a mi) 13, 13, aqu'al pe 43, 13, de terr'in terra 60, 12, tó^o tegnent'e 
tiicario 80, 39, c/i'a 'hi pe 'che ha ai piedi' 49, 39, alta uoxe 6, 18; 8, 6^ 
di cui V. nm. 155^ ecc. L'elisione ha luogo tuttavolta con una certa re- 
golarità, in À sopratutto, quando si tratti di proclitiche monosillahe. Cosi 
m'an^ t'e 73, 2, t'a^ l'in, gh'i^ l'adoron 'lo ad-\ l'ara^ Ve 'ella è' s'eVa 
5, 35, Vuxauan 31, 7 (ma la in traxeua 13, 39), gh'era, gh'a^ g* andaua^ 
gh'iny u'Of u'aro, u'in^ s' in, s'osso, s' imprendeua, s' a 117, 36, s'abita^ 
n'auri, ch'amor 27, 9, ch'alcun 110, 36, e' o 14, 40, ch'era^ ch'eran^ 
eh' e, ch'el, perch'el, ch'i, perch'i*, s'el 'se egli* (se el 18,26), s't, n' o 
*non ho* 15, 17, d'i^, d'absoluer, d'esser, d'aqua, d'usura, d'oltru (ma 
de anna, ecc.); cfr. num. 132*. — 61. Prostesi: y snello 19, 30; scapi- 
iole less. — 62. Epentesi. Di J e t? che rimediano all'iato: eio 7,11.12; 
8, 8 {ei'o 'io ho' 7, 10. 11), cfr. not. 23n. Riv. di fil. rem. I 169, aier 
44, 27 (venez. dgere, cfr. beitr. 18, pozzo 132, tro. 486, mat. 257, barl.^ 
bri., ecc.)» maie (ambr. maye)^ prouega 5, 29, auoltri less., qouo 37, 31, ecc.. 



tende 21, 6, si infiaua 12, 14, al posto di lo intelleto, ecc., e gli fa- 
cevan ravvisare l'avverbio 'male' nel mal di ^mal'usanza', che risolve 
per male usanza 20, 13. — Un esempio analogo è forse in a: pura a 
nm. 25. 

* Costante è ogn'homo, combinazione lessicale ormai ben ferma. 

* E intenderemo chom'e pure in 14. 1. 6; cfr. lomb. com^ IX 255 n. 

' Cfr. num. 194. Qualche passo, addotto nel testo, era diversamente emen- 
dato dal Forster ; ma ora egli accetterebbe di certo la interpretazione eh» 
qui ne è data. 

* L'editore, per isvista, scioglie talvolta chel in cha-l (p. es. in 80,6)» 
Risolvendo, come facciamo, s'elj ch'el, otteniamo il giusto parallelo di ch'i^ 
perch'i, s'i, cui da b s'aggiunge quello di ch'al^ k'ala, num. 18 n. Circa 
tin sin ecc., s'esiterà tra t(e)'in o ten(e), v. num. 20. 

* Quando l'amanuense adopera hi, la integrazione grafica gli par neces- 
saria, e scrive che hi, de hi. 

* Un caso singolare è uedere (zzuedero é? 'vedrò io?'; cfr. dibi'é 
debi'é 6, 30; 13, 9. 10; 14, 10. 11, oi'é 8, 7, ma o é 'ho io?' 7, 2; 10, 18) 
8, 8. Andrà cogli ant. gen.: troverà zz troverò é?, poré^iporo e?, v. Vili 
44, 31. 32. 



1 

€J^ 



Annotazioni lombarde. — IV. Fonetica: Accidenti generali. 239 

not4ar nuotare 25, 25, squanzaua less. *; - di (/: v. nm. 39 •; - di d: 
hidasco less.; - di r: tron t rana da less., stronboli less., descentre less. , 
quentre less.';- di n: delenguar less., nunta less., franzelao nm. 57n, 
lonxengare less., angonza 16, 8, uengan (=uegan 'vedono') 15,4. 16*; 
o qui vadano, benché di ragion diversa (cfr. Ascoli III 442 sgg.): insir 
ensiVy instesOf inguai dexingual^ ainguar less. L'epentesi di vocale è in 
Caualaria nm. 65*. — 63. Epitesi. on less., sontfoj nm. 143. — 64. At- 
trazione, salmoira 44, 24, moyra 5, 35, pairo 6, 37. — 65. Metatesi. 
Di vocale: inqonegiar inqonegian {-é-) 87, 15; 110, 28-9* (ma incenogiar 
52, 27). Di consonante: tromentai 4, 33, strochion less., albregao less., 
uregonga -gognia (se pur non è *v(e)reg-; cfr. uraxe verace), fernasia 52, 
12; prede prea (ma sempre; Pero), uree ureo, froho, infroho^ nm. 53 n, 
recrouar (ma recourar 56, 9), crouiua descrouiua, freua, craua crauei less., 
crastar^ incrosto less., lesguar less., maruo less., CaMatona Calvario 72, 14, 
V. nm. 63. — 66. Assimilazione. Fra consonanti vicine: creto less., leemi 
less, dexorare 5,25; 6. 1; 9,38, werra ecc., ^errawan ecc., romarawe ecc., 
uoTTra ecc.. Uova ili- 6, 19; 12, 19, ecc. (ma inlora 8, 41), i/^o 22, 1. 
Fra consonanti lontane: corporat 87, 4, se pur non riflette *corporario^ 
angin 113,33, dove è forse attrazione di uergin e gouin. — 67. Dissimi- 
lazione. Di consonanti attiguo: mermar less. Di consonanti non attigue: 
albor 43. 13; 74, 25 (ali. a arbor 43, 16; 74, 22), meltrixe less., celebro 



* Questo esempio e Taversi avo da àtu in più testi antichi (pio: apeU 
lavo 165, scampava 192, ambr. : provano temperauo recrouauo dampnaui 
spana; cfr. smariuo) e anche in varietà moderne di Lombardia (I 306), non 
mi persuadono ancora a veder nell* isolato peccane 120, 20 altro che uno 
sbaglio promosso dal vicino greue. 

* C'è anche destrugan 90, 19, e forse non ne giudicammo bene noi less. 
s. 'destrugar'. In -uxi -uctu del perfetto, s'incontravano struere e 
duoere, e ne poteva esser promosso l'incontro analogico in altre forme. 
Onde 'duer (v. num. 49 n.) secondo ^struer^ e 'Strugan secondo -dugan. 
Cfr. ant. gen. indne aduesse, ma condugo indugando, Vili 78, 11; 91, 15; 
78, 14, X 153. 

' All'incontro: dommente 87, 12 (bonv. dementre). Qui anche uespo, 76, 
17-8, che forse non andrà emendato; cfr. Vili 63, 20. 

* uengan ha un riscontro antico in uenzo *vedo' triv. ; e corrispettivi mo- 
derni ne sono: lomb. lenz renz; v. anche IX 224, gst. XV 262 n, not. 23, 
kj. I 128. 

* Cfr. sp. calavera. Esempio analogo è sparaver, sparviere, di molte va- 
rietà antiche e moderne dell'Alta Italia. 

® Cfr. bari, (inzonechió), beitr. 16, mli. § 150. 



240 Salvioni , 

less., fratjel fran zelar less., lirio 108, 13, cortei^ calonnexi 88, 24; gan- 
duglie less., pohia less. s. 'piobia\ Di derreal 43, 37. 38, difficile dire se 
risponda a *deretrale o a *deretrario. Di piaggar, v. nm. 36 n. 



V. Morfologia. 

1. Suffissi prefissi. 

68. -abile: stabel laudahel amahel incurabel ecc. 

69. -ACEu: boaga less., uiace less., choage less., uinace. 

70. -ale: eternai, celestial 26, 16, perpetuai 15, 11. 

71. -alia: prexaglia less., tnenuaglia 30, 15, intraglie less. 

72. -an: puitan less. 

78. -ANEu: filagni less.; capitannio strannio; spontanne*). Di uilanea^ 
V. le Giunte al less. s. v. 

74. -ANu: <05^an less., proa?i?nan less., roaw less., ^ii^ean less., ptot/^nna, 
cortianne less. — Di heremitan 88, 25, guardian 88, 16, sacrestan 88, 19-20, 
V. mlr. II 25, strf. VII 186. 

75. -antia: hàbitanga perdonanga aregordangga nomenanga dubitangga, 
sutìglìangga 85, 4, pricancc^ ecc. 

76. -ardu: uegiardo^ goliardo less., boxardo, begardi less. 

77. -ARiu: colonbar morlar ecc.; ynulater prexoner^ corre, ecc., calcherà 
less, leuera less., indiuinere less., ecc.; banderie * bandiere', cfr. not. 23; 
statutario homicidario hostiarij ecc. Cfr. num. 4. 

78. -ATEI debelitae 19, 38, lassiiae 20, 1, ecc. 

79. -ATicu: lenguagio ecc.; saluaio companaio; staexi less. 

80. -ATu: papao parentao principai; spinao less.; maftoa less., «ationoa, 
oregiaa 70, 37, maselaa 86, 33, ^curiat^a «curnoo, scopagga^ less., pu- 
gnade, squanzaua less., lesnada less., domanada less. 

81. -edile: asieuel deleteuel conceuel graeuel raxoncuel habondeuel pia^ 
xeuel abhomineuel intendeueli fruteueli piaseure necesseure 19, 17. 

82. -ELLu : disnarello X^s^.ypartexela cordelle curbelle^ coasselle less., ecc. 
88. -ENu: V. i Numerali. 

84. -ENTU -L-ENTu: sangiicnento rugcnento ueninento famolento carolento 
jìugitlento torbolento^ pianctorenta less. 

85. -ETTU : sacheto uxeleto libreto, rueleto less , pesseti goueneti^ noueleti 
80, 3, biancheti roseti lanceta pianeta pegorete carrete cabanete asselete ecc. 



Annotazioni lombarde. — V. Morfol.: 1. Suffissi ecc. 241 

86. -i'a: stoltia 51, 5, mercantia -»>, consortia baylia leuroxia goliardia 
baronia prexonia poestaria robaria lecharie trattoria^ meneurie le ss. 

87. -iciu: uoUìqqo less., menai^^o less., mouehi^ga less., auegnaici less., 
monigga less. 

88. -ile: porcil porcino 2, 5, sabionil sabbioso 29, 21, quaresmil 35, 34-5. 

89. -iNEu: neruegni. 

90. -iNOu: solengo. 

91. -iNu: nin less., fantin pumagin naxin, pecin less., agnelin picenin 
ienerin testinna patine bragine gambine; citain, colonbina 83, 9, a^estalinne; 
puinna less. 

92. -iscu: greesco 'grechesco' (Arch. Ili 258)*, sardeschi (cfr. sard. 5<ir- 
discu) 99, 18, toesco. 

98. -issa: compagnessa abbaesse; profetissa. 

9é. -itia: franchisia stanchisia inmondixia cupidixia; matega greuegga 
nechega uegiegga reegga, seuregga 94, 24, grame sa, 

95. -ITU: ombria^ tenebria 31, 31, corria nm. 39. 

96. -MKNTu: noximento stremimentOy descorramento less., parla" 
mento less., nuriamento netegamento lomentamento ecc. 

97. -GLu: mangol, amigol less., fassola 56, 26, bestiola gripiola cagnola^ 
pixarola less., ecc. 

98. -ONE: topon less., compagnon pongiglon^ piacenione less.; in zi- 
nugion, 

99. -onea: catiuogna^ menggogne 105, 1*. 

100. -ore: baldor ecc.; spixor ecc. 

101. -oriu: mortor less., confessor less., e Giunte al less-, messora less.; 
reloriOy fógo purgatorio^ ciborij, ecc. 

102. -osu: seccoso arido, garbiglioso less., amoroso caro, amorevole, do- 
loroso addolorato, desiroxo desiderabile, leuroxo, specioso bello, uermenoso^ 
confortoso less. 

108. -t-ione: raxon condanaxon inbandixon; traiggon, 

104. -t-ore: regeor correor seruior bandior, amaor amante, chiauaor ^ oìiì 
tiene le chiavi ', scanaor pugnaor, pregantaor less. e Giunte al less., ghia- 
pao less., scacao less., robaOy zugau nm. 1. 

105. -trice: peccarixe peccatrix, cantarixe bal<irixe; meltrixe meretrixe. 

106. -t-ura: ordiura bateure portaura ligaure intagliaura serraure ecc. 



* Il plur. greexi 91, 20 risponderà piuttosto a *grechesi' (cfr. Greo), se 
pure non istà per grexi 'greci' (cfr. reefranchio^ref- XII 384). 

' Di forme come fantiglonnea (se non è il caso di -éav-èta) menggonea 
non mi so yeramente che pensare; mengonea anche in pred. 



242 Salvioni , 

107. -umen: bolegume less., amarume. 

108. -ura: pengiura ponchi ura brutura frescura pagur a saluaiura, stati" 
tura less., pastura loss.; Qouentura\ centur less.; cfr. mli. § 515. 

109. -uTu: penui^ frascui 119, 39. 

110. AD-: acognosser 5, 22; 6, 30 (cfr. nm. 18 n, 21 n, e cfr. acognosuto 
bari., acognoscer pr. a. 6, d. 9, acunuxuto acognose gau. 135, 141), acho- 
menzar aloxengar assetar^ amolar less., allapidar less,, amortar less., o/o- 
ponar less., apontelar^ amulexinar \q^^.^ aguadegnar aguagnar (y,a^oa' 
dagnare rov., aguadegnare bari.), alainar less., ahumanir less., ainguar 
less., adeuenir aregollie^ arecordar nm. 43 n., autaaar less., ap^na less., 
apertegar less., apartiiir loss., a ut Ila less., anomerar, ecc. ^ 

111. cuM-: comprende less. 

1)2. DE-': deruinar demenar delenguar; derubie less., indequeto '. 

118. Dis- (v. mlr. II 624): desmostrar deschiarar despichai despiglao de- 
spogliar despartir deschazar desuelar deschainai desmesuraa despre^iar^ 
descorrer scorrere, desm^nteghar^ desfassar sfasciare, descognessuo desfiguraa 
desuergenaa desraixar desperdun desconfortar desmeter^ desfamar diffamare, 
descressui 'decresciuti' U2, 38-9, desligar, disfigurao 7, 37, desmontar 
desformao; disfigurao 7, 37, disponne 41, 4, dispensar 46, 40-41 {des- 
51, 10), disolto 62, 6; ^ desconzo dexingual, desutel, desgracioso 15, 3, de- 
slegai; dexasio. 

114. EX- (v. mlr. II 626). Il vero e proprio rappresentante di ex-, nei 
nostri testi e in genere ne' dialetti dell'Alta Italia, è dis-, come^s'è potuto 
vedere nel precedente numero. L'esito di ex-, che pur s'incontra in pa- 
role prettamente popolari, o assume, per T antichità della combinazione, 
l'aspetto di parto integrante della radice, come in sgurar stragoar squar- 
gar ecc., o ha funzione quando rafforzativa e quando peggiorativa: schiarar 
81, 31, sbatui 52, 10, slanguisso 53, 41, lesguar less., sgruuie less., suen-- 
giar less. Del resto: aspiana 3, 40-41, ascun^qaT^ asmorsada loss.; cfr. 
nm. 18. 



* Manca talvolta il prefisso in verbi dove l'italiano lo dà; cosi in mi- 
nistrar 58, 7. 

* No'nostri tosti, corno in tutti i dialetti dell'Alta Italia, eie- e des- vanno 
tra loro confusi, e per lo più so ne vantaggia des- (cfr. desynostrary e il 
caratteristico desmestego = dem- = dom' di più varietà dialettali; beitr. 50); 
difficile quindi lo stabilire con certezza so il des- di verbi com^ desugar^ 
asciugare, rappresenti de-^s o des+s, 

* Si connetto forse con un *dequetar inquietare. V. lo Giunte al leas. 



Annotazioni lombarde. — V. Morfol.: 1. Suffissi ecc. 243 

Ilo. EXTRA- (cfr. nm. 122 n.): strauachar less., strauolge^ stramuar less.^ 
strauisae^ strapassar 93, 27, strassuar, strafriger lea$., - stracitaor less. 
e Giunte al less.; stragrande ^ stramaraueglioso 58, 12, straexcellente, stra- 
dolce strabonna (?; nm. 59). 

116. IN-: inrichir arricchire 35, 37, infenqe imprender inspeao incoiar^ 
inferriai less., inspinada^ in fregia 15, 33, inficar impromeier\ in- 
dequeto nm. 1 12 n. 

117. INTER-: interinar less., iniermeQar less. 

118. PER-: pergotar less., perforqar less. 

119. RE-: religar rechiuxo regratiar^ re franger less., reitersar, retrar, re-- 
figurar raff-, refermar rebutar regouenìr, reuiscolar less., refrenar less., 
refregar rinfrescare, redrizar\ resguardo sguardo, rechiamo^ releuo less.» 
recoUa^ ecc. 

120. SUB-: suuertir. 

131. SUPER-: soureuegnir souregonger, souremenar less.; sourepin 51, 9. 

132. TRANS-*: iraonne ÌQSS,^ translatar less,-, iranfigurao 15,27, tran- 
forma 16, 6; trabeai 103, 20. 

123. Nomi derivati senza suffisso da tomi verbali: guarda 
guardia, gura less., sagra less., spera loss., pricho less., sptio, releuo less., 
deueo divieto, forboto less., perfor^go less., rechiamo resguardo^ suengiu less., 
frcQqa less,, carego trafeOy bruteggo less., ecc., sustegno tema^ bruggo less., 
giaggo less., berluso less., pianzo 17, 38. 

124. Participj o aggettivi in funziono sostantivale: feria in- 
sia^ paruta less., imposta less., lechia less., colechia less., reefranchio 
less., presa preda, cattura, morso^ ecc., cfr. nm. 80; ^ wroxo 27, 27; j)w 
105, 24. 

125. Infiniti in funzione sostantivale: i soliti piaxer despiaxe 
parir eoe. S* aggiunge in a la tendenza pronunziatissima a convertire in 
sostantivo, oltre che ogni infinito, anche l'intera proposizione che dall' in- 
finito dipende: lo despogliar, lo refuar^ senga to procurar 22, 20-21, un 
lauar 94, 16, hi tri renegar 79, 40, q^ui mangiar 39, 38, lo leger in charrea 
la sancta theologia 90, 4, lo star remoto e solitario da la gente 90, 36-7, 
lo tornar indre .1* angustio so fjuagao 71, 20-21, lo dir de Pilato ch'el lo uol 



* É risaputa la fusione o confusione tra extra- e trans-, la quale ha 
nel nostro testo più esempj e dipende dall'affinità materiale e ideologica 
dei due prefissi. Talvolta però la confusione par che esorbiti, come in 
[$]trauestir. Ma in simili casi sarà lecito pensare al solito 5- ( = ox-) del 
nm. 114. 



244 Salvioni , 

lassar 71, 26, lo fir strasinao uia 72, 5, ecc. ecc. Cfr. Diez III 217; Vocke- 
radt, Lehrbuch dor it spr. I 239-40 K 

126. Verbi derivati da nomi: simtar, atoponar lesa., sermofiar 
apontelar^ pongonar less., raixar radicare, desraixary regouenir, inuegir 
invecchiare, reuerdir^ reuiscolar less., inferriar^ auiazar less., ecc. 

127. -ICARE -IG are: carear ^gar^ spantear less., rumear less., piciar less^ 
nuriar; - amoregar bruteQar netegar handegar palegar less. 



2. Flessione del nome. 

128. Metaplasmi ': 1. Mascolini che passano dalla terza alla seconda': 
mat'moro (o marmor), alòoro (e albor\ Cesavo^ traitoro agg. 102, 3; 105, 24 
sost. 71, 22 (ali. a traitor\ hngamino calexo ueraxo rauaxo abao, duxo 
38, 37, cuxo terrestro pesso greggo, ramo 94, 19, uermo 99, 24, traiu> prin- 
cipo regnamo tristo, — Feminili che passano dalla terza alla prima: 
passaray falga falce, freua febbre, paora fornaxa^ pexa pece, che è ben 
diffuso, e si risente forse di *rasa' (cfr. a. tose, race XIII 480), uiesta 5, 18, 
dota 51, 13. 18; terrestra ueraxa^ comuna 40, 23, trista^ ogna^ 100, 11; e 
qui anche: pentecosta speti a. Questo passaggio è di regola nel plur., 
sempre che non ostino le norme del nm. 13*: citae citate^ iniquitae poe^ 
staeoQc.y uirtue^ parte leze raixe croxe, consorte 15, 8, morte 49, 18; 92, 21, eoe , 
uoxe noxe, naiue nm. In, cantarise nochie^ madre mare, leure 'lepri'. 



* Sostantivata anche la frase latina in qui henedicamus^ qui deo laudes, 
(jui deo gracias^ 75, 13-4. 

' Resiste a ogni influsso analogico il riflesso dotto di tribus, che è 
tribù, fem., tanto al sing. che al pi.; v. 31, 17; 30, 11. Anche è notoTole, 
ma un po' diverso, la leone 17, 12. 

^ Non entra veramente in questa categoria, ma pur sia qui ricordato, 
santo san^orMm = sancta sanctorum 55, 28; 76, 13 (ma sancta 5- 76, 9). 

* ognay esempio unico, ò qui registrato, ma ognun sa che se ne può 
dare una dichiarazione diversa; v. *omia' nel less. 

* Quindi: trec seror, le sor 88, 28, le cornar, le nobel coronne, leparolle 
son utet, le grande tentacion, ecc. ecc., ali. a esempj rarissimi come pma^ 
gene, uergene 88, 34, utele^ fragele 39, 6. Di fine * confini' e renne 'reni' 
102, 26, penso che sian de' plur. neutri, q. 'le fina* *le rena'; felonne 15,9, 
eomune 40, 29, traitore 21, 40, piacentone less., priore 88, 15, hanno o pre- 
suppongono un sing. in -«. Da b annoto: le mane 4, 37; 5, 20; 14, 29 
(ali. a le man 14, 25), esemplare ben diff*uso, le percussione 7, 36, e 
le rene *rGni\ da spiegarsi come il renne di a. 



Annotazioni lombarde. — V. Morfologia: 2. Nome. 245 

carne arte, ree *reti', torre, mente 88, 22, zen te gente j giaue grue\ ueraxe 
lene grette forte grande soaue dolge uerde solempne ardente someliante ta-^ 
gliente, quaiche nm, 1 n, ^ quae (ali. a le quai; cf. anche tai buffe 22, 19» 
coiai gente 'cotali genti' 35, 41)*. 

129. Genere: la lume less., la nome less., la fior less., la matin less., 
la sabion (e lo s-) less., il cui genero corto si spiega dairinfluenza di 'sab- 
bia', la carcere 54, 10, la paor less., temor mondana 12, 6";- lo fronte 
57, 33, ecc., lo rugin less., ttiti decretai * tutte le decretali' 80, 17*. Fem. 
sing. in -a da plur. neutri: uestimenta, stercora less., ecc.; fem. plur. da 
pl|ir. di genere neutro: castele uassele peccae, donne *doni' 26, 40; 51, 9, 
cangele 87, 7, granne 'cereali', anelle, uestimente, 7,25.36; 31, 10, se non 
è il diretto plur. di sing. uestimenta, calgamente 31, 10 (e calrgamenti 31, 12), 
ferrie less., file, strace 'stracci', piumente less., idole (sing. ydolo 110, 4), 
fruite ali. a fruiti \ legne (legni ^ legni di mare, navigli), prae 22, 12; 
30, 17, mure, menbre memore , interiore 'intestina', intraglie less., 
laure labbra, osse, brace hragine, gomee 'gomiti', crie 'grida', pugne^ 
scue 70, 34, rame ali. a rami 68, 30, migliere 58, 35, oxeegle less., ingegne 
41, 3, tenpore 'le tempora' 36, 5, arnexe 90, 30, ligame'^. Anche occor- 
rono pome pere, ma di questi e d'altri nomi di frutti (perseghe fie) mal si 
decide, mancandoci la forma del singolare ^ 

Forme neutrali: doa, trea tria 48, 25(cfr. rev. Ili 345, 455: tì-ia uolta\ 
dia 'dita' (nome di misura) 48, 25, milia (dexe milia, cinque milia), ?/«*- 
ffliera (pixor migliera 81, 26, ma molte migliere 58, 35), fiada fiaa {cento 
fi ad a 5, 37, doa fiaa, doghexe fiaa', ma mille fiae, cinque fiae, e del resto 
sempre fiae quando la voce non s' accompagni a un numero '), cfr. sei 29, 



* quae sta per *quaj'e; cfr. tnae aer ali. a maie aier, 

• Ancora: lo temore a la qua 20,2. Ma sauor eterna, 20,35, andrà 
interpretato por sauor eterna, v. nm. 36. 

• Persistono mascolini, malgrado l'-cr, i sost. manna, 31,5; 33, 31; 46, 21 
(ma la manna 100, 14), e cresma 96, 32 (cfr. ital. il crisma ali. a la cre^ 
siìna). 

* L'indecisione è manifesta in fruiti .., tiegie 42, 16-9. 

* Ha però sembianza mascolina il pronome che vi si riferisce (13, 4); e 
si chiederà se già qui sia possibile un qui feminile (cfr. mil. qui dontiy ecc.). 

• Di nomi di città pajon mascolini Sodoma e Gomorra 61, 31; ma forso 
lo scrittore riferiva agli abitanti il partic. abissai, 

^ Non sarà di certo per moro accidente che a per ben tre volto, allato 
al normale a le fiae, abbia a li fiae, 15, 24; 23, 34; 61, 38. Sarà la locu- 
zione avverbiale, sentita come unità lessicale, coU'c dell'articolo assimilato 
ail't oj della sillaba successiva. 



246 Salvioni , 

ttolla (trea uoUa, quairo uolta 35, 19; ma anche: dee uolte), sepie tanta 
HI, 33-4; cfr. mli. §§ 342 352 365 387. 

180. Gasi. Tipi nomìnativali : homo, e ne deriva il plur. homi (ma ho- 
mini 81, 28), sor suora (plur.) 88, 28, frai plur. di un sing. ^frcte^ seccea 
less. '; tipi di nominat.-accus.: uermo (pi. uermidd, 19); tipi di caso obliquo: 
^eror sero, marmor ^ro, arbor -ro, mormor, 59, 37; 60, 3, se non è dever- 
bale da mormorar, forfor 100, 13, peuer, moglter; tipi di vocativo non 
popolari: Criste, maisire, nm. 23****. 

181. Numero. Ritorna nel plur. la forma specifica del sing. nei testé 
ricordati homi sor uermi, ai quali si può aggiungere cho 'capi* 5, 35^. 
Plurali, che per le vicende foniche riescono a un tema distinto da quello 
del sing., sono ai nm. 1 27 29 33, e qui s'aggiungono: amiai inimixi, a^^- 
lixi 38, 32; 41, 36; 119, 27, loxi 21, 1, meexi calonnexi monnexi^ 
less.', porci -gi 17, 9; 65, 35. Circa il tipo sing, figlio, plur. figliò, v. n: 
36 n; del pi. paron il less. s. v. Indeclinabili il fenu trtbo num. 128n, e il 
grecismo salterion 45, 33; 110, 14. 

182. Articolo. Forme di À: Z = lo la davante a vocale^; lo davantm^ a 
<;onsonante; *l appoggiato a precedente vocale' e seguito da consonaMZ=ite 
{tutoli di, contra-l duro, che^l figlio, ecc.; ma anche fo lo nouo, agreua lo 
mal, ecc.); el, rarissimo (3, 26, dov'è inutile la risoluzione per e-/, 4, ^6; 
28, 5. 22; 77, 23), dav. a consonante; - gli, hi, (hij), i\ dav. a toci^ le; 



* Di deuexo loxo aspexo giuso, v. il less. E fra i nominativi dotti, v^^da 
pure il np. Herodia 11, 39. 

* papa^ 92, 32, è l'unico plur. del suo genere. Cfr. mli. §337, e lisc^^^^^ 
profeta Vili 86, 7, ecc. 

^ Ma anche: mendighi inighi loghi porteghi, ghierei chierici, frenel^^^^^ 
15, 25; 19, 13, herretighi, cegi 9, 30, iniai 4, 11, endegi 5, 29. Di ^^^^' 
exi, v. nm. 92 n. 

* Ben rari gli esempj come lo aparir 79, 4, lo exponer, lo offrir 87, 20—^^' 
^ cofi-l, 57, 17, è una ricostruzione etimologica, e poco genuino a^**" 

anche mantenan-l fogo 46, 24. Circa la soluzione di chel del sei, lachi^»-'^^ 
pajono fornircela d*i, ch*i, 62, 16, ma imbrogliano gli esempj del gon^^ ^*^ 
di tuto-l di, contra-l duro, nia-l merchao ecc., che accennano per avventai *^^ 
a tuto-l(o) di, ecc. Si consideri d' altra parte che l' i di chi di potrebbe ^^^^ 
frirci la risoluzion fonetica di un ei atono (chei dei; cfr. pi^pejsper t, '^^] 
varietà lombarde), così come Ve di chel del, anziché il risultato di una ^ ^^ * 
sione, potrebb' esser quello di una crasi {chel " eheel). 

^ Raro //: // staexi 87, 10, li poueri 3, 8, e dav. a vocale li ugelli 5^, 
Di gli preconsonantico, penserei che altro non sia se non il prevocali C' 
indebitamente esteso. Ma non so tuttavolta scordare come iu varietà iii< 




Annotazioni lombarde. -*- V. Morfologia: 2. Nome. 247 

ì dav. a consonante; gle (gle accuxe, gle horCy gle une, gle ombrie) gì' 
effonde 3, 9, gl'aque, gl'insidie) ^ ^ e, più raramente, le, davanti a vocale. 
- Forme di B: io *l {ha' l sole 6, 28) l'*; li -ri; la V -ra; /' (l' in- 
urie 21, 36). 

Per Tarticolo che si combini colla preposizione, notinsi in A: de hij d'i, 
'£gliy a /it, ai, agli, da hi^ con hi 87, 27, con gli, pet gli^ in to, in le, in 
lij ecc. *— In B, come in ogni testo lombardo, s' hanno dra, dri, e una 
ol volta ilio 22, 1 per in lo\ cfr. il bars. §88. 

Conoscono poi ambedue i testi, nella combinazione deirarticolo con in, 
uella immissione di intus (cfr. frnc. dans la chanbre di contro a en 
hambré), che è tanto diffusa ne' dialetti di gran parte d'Italia; Diez gr. II 
83 n. Bianchi, Dial. Città di Castello, pag. 37. In A s' hanno promiscua- 
lente ini- e md-'; in B, ove si astragga da in del 11, 26, sempre int-i 
nte l'annimo 21, 27, inte-l cor 72, 21, inie la roba 25, 25, inte le spale 30, 21 ; 
nd'i cor 61, 12-3, inde le coste 76, 38-9; - intel uangelio 20,35, intella 
eze 21, 13, intil pei 12, 15 (cfr. di7 = dei, in più testi antichi)*. — Nulla 
a notare circa T articolo indeterminato. 



ierne si possa avere J, pure davanti a consonante, quando Tartic. s* ap- 
poggi a procedente vocale (p. es., a Bellinzona, al manda j fjo ^ manda i. 
ìglioli'); e che un antico *^riscor/)ioni, interpretato poi come gli scorpioni, 
loteva far ritener legittimo il gli davanti a ogni consonante. 

* L'è di gle verrà da le, E cosi rivediamo nel nostro testo il doppio esito 
li illae, qual è nel piemontese e in varietà emiliane, v. mli. § 382, kj. 

129, e di cui non mancano tracce in Bonvesin {li orae h 59, ai anime a 
i32, i oltre fior g 86, che il sei. s. • floreta ' mal tenta di emendare) e in 
lualche altro testo antico (p. es., nel testo bolognese che sta in gau. 180 
»gg.). E gli aque 20, 35-6 starà a gl'aque come uoglio a uoglo ecc. 

* el, 5, 1; 10, 41; 20, 31, non è impossibile che vada sciolto per e7. 

' Dalla combinazione indel ecc., sarà poi come astratto il semplice tnde=in, 
Ile è in inde qui goghi 15, 29; cfr. il lomb. inde quela cà *ìn quella casa'. 

* In intre le man 27, 18, inter le main 77,38, inter gle aque 115, 2, bene 
bbiamo inter nella sua schietta funzione, ma che pur si tocca molto stret- 
tmente con quella di * in ' e di * entro'; e quindi si capiscon facilmente 
li a. gen. inter lo profundo VIII 11, 41; 12, 12, inter io euangerio 32,21, 
\ter la chamera 32, 29; 33, 6. 26; 34, 13. 17, inteì- lo so uentre 34, 29; 
), 27, inter lo iardin 40, 26; 41, 2. Per l'a. lomb., v. Muss. bonv. § 18, o 
lira peccao *nel peccato' 22, 37 (di cui nel capit. dello * Varia' dedi- 
ito alle Emendazioni); nel quale ambiente si può chiedere so intro ecc. 
3n si dichiari da int + ro artic, o anche da inter intre -^ro artic , onde intro 
irebbe la riduzione radiofonica di un *intrero. La decisione non è facile, 
la alla seconda alternativa mi rendono incline degli esompj coma int ri 



248 Salvioni, 

133. Pronomi personali. — Prima singolare; forme di A: e {e son^ 
e ti'in renderò 22, 40, e ho 111, 12, e ardo 73, 37, e haro 66, 29, ecc.) -é 
(fac'é 66, 9, mentogh'é 9, 12, digh'é 16, 40, foss'é 77, 34, diro e 32, 2), 
i (?) nm. 19 n, mi (mi fé 67, 32, mi no fali 36, 4, mi son 57, 15, mi era 67, 33. 
35; 68, 8, mi no mae 66, 33); - caso obliquo: mi=rmo enfatico *, md m' = me 
e mi hi nella elisi. Plurale: nu; nu enfatico; ne n* = no8 e nobis nella 
elisi (ne fo rexa 74, 38, uogli ne 113, 5, ione 86, 16, no ne desprexia 113, 16, 
saluarne 73, 26, n'eromaxa 113, 4) *. — Formo di B: eio ei* cfr, num. 62, 
e (e lì, ZI, e seua 6, 32, e sonto 4, 33, ecc., e potrebbe anche celarsi 
in ke sonto 4, 36 = h' e sonto e consimili; fr. nm. 19n), -é nm. 60n, mi 
(mi sonto 5, 37, mi no uiti 11,38, ecc.) ;- obliquo : mt enfatico, me m* 
nella elisi. Plurale: nui nu; obliquo: nui nu; ne n'. 

Seconda singolare; forme di À: tu^ tanto enfatico che proclitico, 22, 14; 
7, 16; 64, 27. 28. 29, ecc., «rontatico (se ti no manchi 118, 12, ti uroxa- 
mente e 6\, A, ti solengho si e 113, 24, ti meesmo dare 2, 31, o ti 72, 36; 
96, 14), te, t', assai rari, nella proclisi (te pò 99, 13, t'e 73, 2); - caso 
obliquo: a' = te enfatico, te t'==tQ e tibi nella elisi. Plurale: uu; obi. uu 
avos; uè u'-\os e vobis nella elisi. — Forme di B: fu enfatico e pro- 
clitico (e tù.,,tu m* e tenuo, 10, 20-21, rispondente a un moderno: e 
ti,, .te m'e tenU'), ti enfatico (ti no offendisse 13, 39, ti spoxa , . ,no 
dorme 3, 36, ti anima e sposa di 4, 14, no sapiando ti 4, 28)*; - 
obliquo: ti = iQ enfatico, te f* = te e tibi nella elisi*. Plurale: uu enfa- 
tico, -MO (e forse anche -uu 4, 30) nella elisi (t uo 6,6, 17; 16, 12, si 
uo 13, 34, uori uo 17, 32). 

Terza singolare*: forme di À; mascolino: lu enfatico 39, 21; 41. 5; 57, 



li comandami nti 22, 38 (cfr. ancora, a tacer dogli analoghi esempj di 
hoìi\.,intre li nostri cor triv.), dove si vede *intro (=inter, entro) ' seguito 
appunto dair articolo nella forma con /-. Cfr. del resto anche Vintorintur 
dell' Italia centrale, rma. XVIII 621. 

* ]Ma nella interiezione: oymc 69, 23. 24, ecc.; e vi si continuerà schietto 
r antico accusativo. 

* Il riflessivo di 1* plur. e costantemente sei se scino fachii 41, 32-3, se 
possemo mieter 29, 1, se demo ad oura re 20, 37, se demo afadigare 
19, 20, partandose 112, 19. Vedine stfr. VII 195. 

' In ti fa zi 4, 29, il ti potrebbe essere enfatico: ma sarà piuttosto una 
riproduzione del ti che di poco gli precede. 

* Nessun sicuro esempio di te nel caso retto; in te partire 6, 10 s'avrà 
il riflessivo partivse, 

^ <TÌova qui ritornare al quesito del corno scioglierò le combinazioni chel 
chela chegli cheli sei sela, ecc. Giù so n'ò toccato al nm. 60 n, e a prò- 



Annotazioni lombarde. — V. Morfologia: 2. Pronome. 249 

14. 15; 83, 28, ecc.; el davanti a consonante e a vocale (el a, el auewi^ 
dove certo si penda anche a eVa ecc.)) ^llo 73, 4 {comenQQo anch'elio)^ 
elV davanti a vocale {eW e 9, 11 ; 9, 21, eW era 26, 24, eli uci 11, 32), V 
{l'Of Vaueua, ecc.), 'I, assai raro, davanti alia voce verbale {qttando^l chiamo 
70, %y e*l ghe perdoneraue 48, l, a chi-I ueti 2, 42, a chi^l fa 79, 9), */ po- 
sposto alla voce verbale (fe^l 44, 19, ha-l 5, 6, e-l 50, 19, crio-l 73, 24, ha» 
raue-l 25, 33, romase-l 26, 26), *lo 'Ilo, assai raro, posposto alla voce ver- 
bale (guarda lo 5, 32, ha Ilo 26, 21); - caso obliquo: /«, si^, enfatici; lo 
"lo (lo driciy no lo tiolse, guatar lo, prendello 23, 10, Ica lo 44, 37, mete lo 
73, 41, batendo lo 29, 27, di me lo 34, 36-7, de ghe lo 7.3, 19, ecc.), l' (Va 
fachio 50, 25, ecc.), */ (/iW loauan 34, 4, hi-l cognossessan 46, 23, chi-l per* 
seguitan 83, 27, chi-l poeua iochar^ se-I fé 83, 17, no-l uol 51, 17. 20, no-l 
lagaua, ne-l pò donar 22, 25, ecc.), el (el se fa correi' 15, 21, el se de loar 



posito dell'articolo al nm. 132 n. Parrà dubbio so pronome e articolo in- 
contrino la medesima sorte; poiché il pronome soggetto el ò fatto risaltare 
con grandissima cura (tanto che s' hanno perfino: per che el no ttoise, che 
«/ e 3, 9, onde el era 78, 4, onde el ghe comise), laddove per Tarticolo, a 
tacere che di el ne sono così scarsi gli esempj espliciti, <'» costante la ten- 
denza a saldarne la forma (el o lo) con la vocal precedente. S'aggiunga 
cho in B la combinazione di che + al pron. (v. più sotto) ò chal; e però 
una maggior presunzione che qui almeno il pronome la vinca sul che (cfr. 
dee. cai 7, che al 7, sai e 5, sol ten 6). Propenderemmo dunque a prefe- 
rire ch'el ch'eia ecc. a che'l cho* la ecc. Ma poiché allato ad el eia, e in- 
dipendentemente da qualsiasi combinazione, i nostri testi hanno lo (ridu- 
cibile a 'l quando preceda e a T quando segua vocale) la ecc., cosi par 
possibile anche la risoluzione che l[o], che la, ecc. Una decisione non si 
avrà so non ricorrendo insieme a tutti i testi antichi e ai dialetti moderni. 
Ma intanto le incertezze si rispecchiano nelle edizioni, e cosi a offre pro- 
miscuamente : che l'è 114, 11. 14. 15. 16. 18. 10. 21, ecc. e ^ih'el e 114, 28. 
29. 30. 33. 36. 39, ecc., che4 aue 118, 37, ch'el anesse 69, 26, che la uoglia 
51» 2 e ch'eia se possa 5, 12, qu'ela vai 5, 3-5, s'el a 5, 35 e se l'è 72, 30. 
31, che-I uoleua 46, 13, fin che-I uegniraue 80, 6 allato a ch'el uoleita 80, 6 
ond'el qeiML 77, 21 e onde-I fo 11, 34, onde'l de 72. 6; - e b: chel deueua, 
chel ordena 4, 22 e che l'a 7, 32, kell'a IO, 26, sei more 11, 28 e 
s'el feua 5, 7, se-ll-e 12, 28, chela dixe II, 2 e che la no pare 9, 
20, ke la possa 10, 7, ke li s e ni ira n 19, 16, ecc. 

* si rappresenta quasi costantemente l'obliquo enfatico di 3.* sing., quando 
preceda una preposizione (cfr. pat. 41, ecc.): fo mando per si 23, 15-6, poxo 
si 57, 12-3; 94, 12^ contra si 28, 7. 9, de si 4, 29, a si 57, 26 (dove alterna 
don a lu), ecc.; fem.: in si e de si 55, 40, da si 15, 14. Cfr. anche tnaior 
cha si ^ maggiore di lui '. 

Arohirio fflottol. ital., XIV. 17 



250 Salvioni , 

49, 14), *l assai raro, posposto alla voco verbale (fage-l 53, 4, toglie^ 60, 
34); gheK - Feminile: ella eia 59, 27; 96, 2; 56, 1, eV (el'a 13, 30, el'e 
73, 32, ePera 60, 4), la (la fo 81, 41, eoe.), l' (l'è 44, 35, Vapu^ 17, 1, ecc.), 
'Ila (ha-Ua 9, 18, e-lla 6, 9); * obliquo: le 14, 40, si enfatici (▼. la nota I 
nella precedente pagina), la 'la -Ila (la ten^ rendeua la 23, 41, buia la^ 
impi Ila, 59, 14, ecc.), l' (l'aiaui 60, 17, radoromo 118, 31, ecc.); ghe - 
Impersonale: el no se po^ el compi de 46, 30, e-l no se pò 100, 22, ecc., 
me-l di 25, 38, tu-l se 95, 13, lo fé 73, 32, ecc. — Plurale; mascolino: lor; 
elli egli (elli haran 2, 16, elli harauan 66, 27-8, elli eran 37, 29, egli eran 
73, 35; 1 12, 6, egli hdbian 118, 14), hi % ' davanti a consonante (hi fon^ hi 
dan, hij son 35, 37, ecc.), gli gì' davanti a vocale {£fli absoluan 62, 18, gli 
han 67, 3, gli aspichiassan 80, 11, gì' iniran 22, 2, eccX -i?K (uiuen gli 8, 
35, tornauan gli 48, 28, diran gli 67, 4) '; - obliquo: lor; gli daranti a vo- 
cale e a consonante {gli amaistreraue 80, 12, gli ulciua 48, 12, gl'inganaua 
109, 23, gli scanassan 104, 10, gli perseguan 92, 30, gli Quia 48, 28, ecc.), 
/it, meno frequente, davanti a consonante (hi fé dS, \ , hi reqe 83, 25, ^t 
guasta 80, 4, hi toglij 69, 37, hi canbiaua 91 19)*, -gli e, assai più rara- 
mente, -W (mando gli 61, 26, fa gli 44, 26, uogliandogli 47, 39, tenigli^ 3, 9, 
guardan gli e tochan gU 116, 24, tornar gli 47, 39, tirargli 117, 17-8, iegnir 
li 42, 26, inganar U 117, 17); ^/le. - Feminile: e^^K (egli eran 22, 21; cfr. 
t bonv. e 276, eli an pr. e 5; e v. nm. 132 n), le davanti a consonante (le 
refiguran 51, 40, le pan 5, 30, le no piangessan^ le se uorrauan^ ecc.), gì* 
davanti a vocale (che gV eran 34, 8, quando gV eran 38, 24), -te (han^e 25, 
40, son le 118, 25, tran Icj ecc.); - obliquo: lor; le davanti a consonante * 
(le lassan 43, 31, le straggasse 51, 34, ecc.), gle gì' davanti a vocale (gle ha 
91, 38, gle offriuan 119, 37, gl'incolaua 59, 32), -le -Ile (fan le 43, 30, di- 
spensar le 46, 40-41, ynete le e ordena le 47, 2, mete Ile 28, 27, ecc.); ghe. 



* Tanto per a quanto per b, ghe (v. nm. 136) rappresenta nella elisi il 
dativo d'ogni numero e genere; cfr. 119, 37. 

* i occorre, forse esclusivamente, nelle combinazioni si chizzs'i ch'i^ a 
cui si contrappongono se hi^ che hi; cfr. d'i ali. a de hi, e v. il nm. 132 n. 

' Nessun sicuro esempio di li. In li no receuetean 38, 32, li aspichiassan 
80, 38, che li gh'ofriuan 47, 11, s'ha W = illic; in che li eran 47, 11, assai 
verosimilmente ch'eli eran. 

* Grandi analogie corrono dunque tra il plurale del pronome oggetto ma- 
scolino (e in parte anche del soggetto) e il plurale dell'articolo mascolino., 

* Unico esempio, piuttosto che raro: gle conparere 14, 15, onde sospette^ 
che il menante avesse prima in mente di scrivere gle acatere (cfr. lesa, s^ 
'acatar'). Anche nel plur. fem. del pronome, evidenti e belle, cosi, le anar^ 
logie col plur. dell'articolo. 



Annotazioni lombarde. — V. Morfologia: 2. Pronome. 251 

Forme di B^ mascolino: lu 5^ 35; 11, 29; elo 4, 15, eli' 11, 26^ «i, lo 
ilo n'a uedao 20, 10), -lo -Ilo (e-lo 7, 27 bis, e-llo 4, 22; 7,39, e fior- 
stanche re$poxe*llo 10, 33), -l (a-l 5, 33; 7, 27; 14, 33, peeehel 20, 
16), e (e no pò 19, 7; cfr. UI 263); - obi. /«*, si (da si 17, 36; 21, 12; 
vedi la pag. 249 in nota); Zo, Ilo IV (che Ilo uori 7, 31, hell'in" 
promete 20, 23), l\ *l (chel uexa 8, 11), -lo -Ilo (lassemelo 17, 30-31, 
soruenillo 21, 14); gKe, -- Peminile: ella eia 7, 22; 9, 3, oec, ia V 
(?; ^d ia 10, 7, se Vaue %^ 3, ecc.), •la (domandala 18, 2-3» uiue-- 
rala 19, 14)»; - obi. itf 8, 33; 18, ì;la Vr' (r'an 17, 26)y -la -r a (las- 
sava 12, 35); ghe. ^^ Impersonale: el pariua 17, 39» eli* e 11, 22, fos' 
selo 11, 26); - lo saure 4, 16, lo aure 4, 5, l' aueueno 6, 21, e^l so 
ben 4» 20» no ; credere 6, 13, dimello 12, 28^ — Plorale: eli 6,20, ti^t 
12, 21; 19, 16; 21, 32, el (el m' a dao 'm*haimo dato' 16, 16, chel no 
san 16, 18^ chel se fazano 16, 18), li (che li 9, 39, ecc.), et 17, 26^ 
'li (in- li 6, 28)*; - loro. Nessuna occasione per T obliquo diretto del 
pL mascolino e per il retto e 1* obliquo del pi. feminile. 

Riflessivo: si:=se enfatico; se^se e sibi nella elisi*. 

184. Pronomi e aggettivi dimostrativi: costu 11, 10, questo -i -a 
-e, quisti^; sto sti sta ste*; quello quela (quello don 81 , 4, quello disnar, 
quelo chi parla^ sonto quello *sono colui' 4, 36-7) quell' (quell' esser 77, 
27-8) quel (quel m'a noxuo 8 , 8, quel peceaor^ quel arbor) •, quelli (quelli 



^ In una dozzina d'esempj (cfr. nm. 18 n), b inframette alle forme pro- 
clitiche del pron. di 3.* queir a pronominale di cui si ragiona in mli. § 372, 
mlr. U 101-2, kj. I 128, Itb. XV 53-4, stfr. VH 194. Gli esempj nostri spet- 
tano tutti alla 3.^ persona, e per lo più del sing. mascolino o dell* imper- 
sonale. Il feminile solo in k'ala togla 16, 7; e Va isolato dinanzi a una 
3.* plur. forse in a Vacusano 10, 9 (v. le Emendaz.), se pur non è al 
l* acusano (cfr. e^ siili). 

' Al posto di lu, 11, 10, s'aspetterebbe lo\ v. tuttavia Arch. Ili 264. 

' Curioso elio -ella lo 9, 16; se non è uno sbaglio. Cfr. ilio qui ap- 
presso in nota. 

* Forse : e t » e t i 1 1 i. 

* ilio 21, 32, forse per illi lo (cfr. elio qui sopra in nota); ma po- 
trebbe anch'essere i-Ilo, 

* Il 5t di defendendo si^ 21, 33, sarà uno sbaglio, promosso dal si 
che è sùbito prima di defendendo, 

' quest'ouera 1, 3, ecc. 

* Non sarà d'isti il d'i sti di p. 82, 15-6; ma s'emenderà per de sti, 

" Secondo la norma di XII 384, il rapporto tra quel e quell' non è di- 
verso dal rapporto tra quelo e quello. L'apostrofe di quell* è dell'editore. 



252 . . ' Salviani, 

sólchi 7, 7, quelli angeli 78, 39) quegli (quegli. adi 77, 9. 17, quegli homi 
110, 39) quei (quei chi 4, 29. 31, qtsei gli quai^ quei pianti 77, 17) qui (qui 
chi 68, 38. 39, qui carbon 68, 21) quii li y quella, quelle (quelle uirtue, quelle 
altre 6, 27, guelle ydole 81, 26).; ch-^lui -lu^ collor -loro^; qo zo. 

mi instesso ecc. si meesmo ecc. 

tal tai, coiai colai, tanto, cotanto cotainti, ecc. 
' 185. Pronomi e aggettivi interrogativi e relativi; cfr. nm. 19n. 
«— Neir obliquo indiretto il relativo di accezione personale è sempre, chi 
ia chi^2L\ quale, ai quali, alle quali: 5, 7; 112, 35; 2, 12; 79, 29-30; 79, 9, 
tie c/it'dei quali 98, 8)'; altrimenti: que^ (a ^t^^ a alla quale 117, 13.25, 
de que- del quale, dei quali, delle quali: 41, 2; 60, 4; 36, 3-4; 63, 25, su 
que^^MÌ quale 26, 9, con 9ue = colle quali 119, 22). E quod si riflette per 
che anche pej- ^we (62, 22; 84, 4; 105, 39; 118, II4 v. anche qui 118, 9). 

— L* interrogativo quis dà chi, e cosi pure il relativo sostantivo qui: chi 
e chi se possa 8, 6, chi e tanto osso chi uea 96, 24, troua chi ossa 105, 32, 
troua chi moran^ chi uoglian 105, 24. 26, la donno a chi uoglio 104, 37. 

— La risposta di quid è que^i que fa hesogno? 13, 8, que gh'a noxuo? 
26, 22. 23. 26. 27, que puì 18, 7; 26, 2; 30, 31, sauer que fosse 30, 33, 
sauer qu'ela ual 5, 35, cognoscer que e 74, 26, guarda que tu dighi 100, 27, 
no sa qu'el fag'ga 52, 16, no san qui se faggan 52, 20, a que 70, 30, in 
que 4, 1 ; 5, 15. - que cosa 4, 1 que dalmagio 26, 25, que benna stancia 
102, 8, che paraixo 102, 8. - ^ qual, ia qual, gli quai, le quai e le quae 

— qual? ecc., se tu me domandi quai son sti fruiti ... e quae son le foglie 
43, 28-30; - quen quentre (que f emena e quentre e quella 59, 39, quentre 
e qual persona e quella 96, 1, per quen cason 17, 29). — Forme di B: che 
Ae=qui quae ecc.; he che^quod^ chi^r» quis, c^t squi relativo so- 



* qifsto 99, 5 e qui 105, 11 sarebbero assai importanti (cfr. i piem. ctist 
c'ilf e gst, XVI 382 n), se in vece loro non si volessero tosto col, 

' Ma *l uento da chi 1 13, 36. 

' Codesto que e gli altri che seguiranno, riterrei non diversi da c/10. Si 
badi, in effetto, a che alternante con que nella risposta di quod; a che pa^ 
raixo 102, 8; a quo normal corrispettivo impersonale del chi di obliquo di- 
retto personale; a perche ali. a per que; e cfr. ancora: seondo che tu uegere 
e que te parrà 108, 3. Notevole tuttavia la costanza con cui, eccetto che 
per quod, si mantiene la distinzione tra che e que (quel che, ma quel de 
que, ecc.). Vedi ancora il nm. 157. 

* Secondo la norma del nm. 19 n, occorre una volta chi ^foquid est 
8, 14. 

^ quello que A^ *òl. Frequente anche per que. 






Annotazioni lombarde. — V. Morfologìa: 2. Pronome. àSS- 

stantivò *. - que= quid Xc he 9, 19). - lo qua, la qua e la q ual^ li> 
q^e^ le que*, cfr. nm. 12; - quen quente lesi. ^ 

186. inde e ibi. — L'inde proclitico ò roso dà À per n* quando seguB^ 
vocale {n'e 96, 29, n* aquista 22, 21) e per in hin quando segua' conso- 
nante (in mangia^ la in traseua 13, 39, 5' in taglian 97 , 1 , no kin poéua 
24 ^ 17^). Nella enclisi: kane^n^ ha\ mangiane 59, 3, coiiensene 42, 34, 
uassene 75, 3; bagna ss* in 1, 7, toglieuan s'in 20, 40. Cfr. nm. 20:h. — B 
ci dà: ne n' *». 

La risposta da ibi (v. però stfr. VII 195-6, kj. I 128) è ghe^ in ambedue 
i testi •. 

187. Pronomi e aggettivi possessivi: me mio, mea, me miei, mee 
9iie; nostro ecc.; - me meo^ mia^meif me mie {man me 17, 21). - to, 
toa, to (nu somo io 108, 4), tee; uostro ecc.; - tò, toa, tov, io (le to an* 
goxe 7, 15). - so, soa, so, soe; - sOy so a, so (li so pey 4, 8) soi, — Iir- 
vece di loTy ambedue i testi adoperano con molta frequenza so ecc»; cfr. 2, 
16; 107, 29; 104, 41-105, 1, ecc. 

. 188. Comparazione: maior., menor, pegor, meUor, pu più, men, peQO, 
meglio*, pixQr less.; pu greue eoe; - la più z ente 3, 3, ^ più grande, lo 
pu principal 51, 26; 85, li 9^i P^ richir - pessimo, dissimo, tanto amaris' 
sima 23, 40, tanto nigrissima 25, 7 (cfr. Vockeradt, p. 365 368 3S5 387). 

Tra i due termini della comparazione s'interpone che (12, 5-6; 25, 22; 
59, 4), cha (maior cha lo segnar 67, 1, maior cha lo mae^re 67, 2, me- 
nar cha quelle 13, 16-7, pu accexi cha la fiama 117, 31-2, a pu dachio cha 
futi gli vichi 13, 30, pu manifeste cha ché-4 sai luxe 83, 9-10), e pur chomo 
(cfr. pat 40, Diez gr* III 397- n): ohusi mal peqo.,, chomo 89, 8- 12,. 
ehusi e pu,,, chomo 115, 35, pu chomo una bestia 106, 4, ne pu ne men? 



* Notevoli: non e che me daga *non v'è chi mi dia' 16, 14, se al 
fosse che per lu parlasse *se e' vi fosse chi per lui parlasse' 5, 21-2. 
Cfr. tristo che ghe uegnieua dauante * tristo chi (colui che) ^li veniva da- 
vanti' cav. 41, 44, ' ' 

' Notevole che occórra ben tra volte li quelle quali 19, 18; 21, 27; 22, 
15. Cfr. li quae ambr., li qual dven, 116, p. 38. 
' in chi mane b, 20 è lezione sbagliata. 

* a chi-n fé 23, 13-4. 

* Di che» ghe, v. XII 383. Ne sono esempj anche altrove: Vili 4, 25, rraa.' 
XXU 304. ' 

* uè gè "22^ 36x>fri'e esempio dell'uso pleonastico di ghe (cfr. lamb. y^ 
svolgsr» tote, ci ho, per dire non altro ohe *ho'). Il pronome è invece 
ome.sso davanti a voci di *essere', che lo richiederebbero: b 5, 21-2;"5, 
22; 16, 14; 18, 4. Cfr. l'omissione dì ne in abia ben zinquaV^ia-^;' 3Ì. 



254 Salvioni, 

chomo aosin lÓO, 29, pu coUitto homo chomo fo Caym 11, 31, pu trista fe^ 
mena chomo fo Herodia 1 1, 39, pu horria cosa , . . chomo una croia femena^ 
chomo una meretrisoe 97, 5-6. — In B, 8*ha più», , che e pt u . . . ka^ cfr. 
6, 28; 7, 15; 9, 11. 38; 10, 24. 

1S9. Numeri e aggettivi numerali: un uno^ una; masc. du^ fem. 
dae neotr. doa^; masc. tri, fem. tree, neutr. trea*; quatro; cinque; sexe 101, 
24, ecc.; sete; ochio 101, 24; noue; dexe; doexe doghexe; quatordexe; uinte^ 
trenta; trenta e noue 13, 2-3; quaranta ; quaranta e noue 113, 30; cinquanta^ 
setcanta; sexanta e sexe; septanta; septanta e du; cento; cento uinte; cento 
sexanta e sexe; sexe cento; sing. mille, plur. milia; trea milia; sexe milia; 
sexe milia sexe cento sexanta e sexe; dexe milia; uinte milia; cento uinte 
milia; sexe cento miUa, - pri' prumar ^mera^ segondo, ter^qo^ {quarto « la 
quarta parte], {sexia^ dell* ora canonica], seten e septimo 103, 29, ochiauò 
56, 29, {nonna, delFora canonica], trenteximo 103, 29; - miglerà -«81,26; 
58, 35. — Forme di B: un uno, una^ masc du dui^ fem. do; masc tri; 
quattro; zinqué; sex; sete; dexe; trenta; trentatri; quaranta\ 
zinquanta* cento; cinque cento; plur. milia; cinque milia; cin^ 
que milia cinque cento. - primer ecc., segando segon, terzo -a, 
quarto, zinquen -ne, sexen ^no, seteno*, nouen, dexeno^ « n- 
dexen -na, dodexen^ tredexen^ quatordexen, quindexen^ ««- 
dexen. 

qucdche^ pi. fem. quaiehe nm. In.; ^asehun -auri, alcun (no porre fi uichio 
da aiehun 12, 37-8, no da aichun homo 12, 27-8, no n'e utiUiae alcuna 
15, 29, nessun cercho meesine ne alcun remedij 31, 15-6); alquanti; agnuf^ 
cha less.; ogne * ogna lesa.; ogn' omo, ogne cosa *; tuti, tuUhl mondo 11, 41 ; 
qualuncha (qualuncha ora 67, 40) ; nessun {chomo se porrà incolpar nessun 
homo? come potrassi incolpare alcuno? 8, 12); neente, niente {ghe mancha 



■ Di dua 29, 14, v. il lesa. s. 'Inter dna*, 

* Di tria 48, 25 non mi fìdo gran che, perchè s* accompagna a dia ed è 
preceduto da uia (cfr. tuttavia: tria uolta rev. p. 357, v. 1005). Ove fosse 
legittimo, n* avrebbe conforto dua, 

' Curioso che per due volte (21, 29-30; 22, 25) 1* espositore del Decalogo, 
o chi per lui, si tenga nella penna l* ordinale che deve corrispondere ad 
'ottavo* (ogien bonv.). 

^ senga ogne viene a dire 'senza alcuno -a*: senga ogne humanitae 26, 9^ 
senqQa ogne dubio 38, 5, senifa ogne letra 58, 4-5, sen^ga ogne peecunia 
82, 4, sengga ogne greuegga 120, 10, sengga ogne caxon 120, 11, eeng^ Ofnm 
forgga 120, 12. 

» tuto ogne cosa 80, 17; 108, 31; cfr. Vockeradt, pag. 355. 




Annotazioni lombarde. — V. Moptblogia: 3. Verbo. 255 

niente ch'el debia far? 'gli manca qualcosa che debba fare?" 77^ 8-9, tie 
cKe uaglia niente 'ne che valga qualche cosa* 15, 30) neota, nuta^ nunta 
lesa.; intranbe le peone 2, 41 ; altro -t ^ (altri pensan^ ecc•)^ altrui (tegnir 
aitrtii in tema 17, 37) d^aUmi; pixor; pareghij -^e; tanti -e; molti; asse 
{aue femene 23, 36); pochi. - qualche; zaschun "aun; alcun; omo 
nani. 141; omineha omicha lesa., omia 21, 26» omnina less.; tugi; 
nessun; negota lesa»; oliri, oltru, d'oltru; tanti; quanti; asse (e 
ben ueduo madre ase lì, 37). 



3. Flessione del verbo. 

140. In ambedue i testi sono esempj della 3.* sing. per la 3.^ di plur. ; 
V. la Sintassi. 

141. n tipo 'homo eantat' per *cantamus*(cfr. mli § 391; e agli esempj 
antichi già noti aggiungasi om ere ren. 672) ci é offbrto daBin omo no 
possa 20, 9, omo debia 20, 10, nei quali passi comò va evidentemente 
risolto in e* omo. Anche com sur a 20, 9 può andar cosi interpretato." 

142. Di seconde persone con distinzione intema sono esempj al nm. 1. 
Indicativo. «^ 148. Presente. I. Conservata la desinenza latina'. Ad 

'habeo* e 'sapio* rispondono o e so, a 'sum' son, che promuove don 'do* 
64, 5, non 66, 9, e anche don 'debeo' 52, 3. 5; 73, 27. 39; 101, 11; v. tut- 
tavia mli. § 4?7^ Regolari, tanto in A che in B, le forme del iÀ^opianqo 
* piango*, conosso* guarisso* (e cosi nella VI: pen^an *pingono* 22, 3, rfi- 
xan 36, 4, nassan 43, 38, e nel cong. : sporga 25, 5, passa 49, 34, sorqan 
24, 29, ecc.). Di B siano ancora addotti: sonto 4, 33. 36, ecc. (ma son 5, 
2 5; 6, 1), e fiso 10, 25, dove si ricorre ali* analogia di ueso creso (fizo: 



' Di altro nel significato di reliquus, v. il less.; un esempio dalFa. 
gen. è in VUI 64, 27. 

* nesun aUr) pò 4, 20-21 , nessun altri daesse 29, 33-4; quasi 'nessuni 
altri*. 

» Di dighe 16, 40 ecc., v. nm. 69 n, 133. 

^ La dichiarasdone che tenta il Meyer-Lùbke di don 'debeo* (cfr. § 467) 
non regge per il nostro testo, dove es sempre sì riflette per e, 
^ Di acognosco 6, 30 ecc., v. pag. 000. 

* Circa i limiti della conjugaz. incoativa, cfr. seruisse 98, 25, seruissan 
96,24 (alL a seme 98, 23), perseguisse 67, IO (ali. a perseguan 92, 31), sof- 
frisse 72, 2, beneexissa "Ssan quasi ' benedicisca * 114,33; 95, 11; ma ascu' 
ran 54, 36; inse insan; od altri. 



256 Salvioni, 

fiw crezo: cri); cf. ancho fize *fiatis' 11, 20*. — IL Mantenuto V -»*. Di 
forme singolo, si notino: e *es' ei/ *es' 4, 27", fi *fis' 16, 16; 7, P, di 
•dicis' 22, 19 (ali. a dighi 100, 27*) ecc., di 'debes' 9, 32; .?, 6, ecc., cri 
'credis' 5, 3, ui *vido3' 0, 22, ecc., he e *habes\ se *sapis'; fé, t^, de, 
uo * vis' 22, 22; 87, 10; 5, 35, uu 'vis' 7, 14, pò 'potes' 99, 13. — III. L'^ 
della 2-4.^ conjugaz. può cadere, e cade anzi di solito in A, quando prece- 
dano n l r appoggiati a vocale": uol, ual, par, requer e' --re, rmìutn, su' 
sten; iiore, tiare, uene, perten, sosten. Di verbi anomali: fi, de deye, 
— IV. Per le tre prime conjug. valgono promiscuamente -amo ed -emo, 
per la 4.* 'imo^: ossamo pregamo cercamo uogliamo tegnamo ueggamo pof' 
samo ; adoremo cerchemo andemo facemo dighemo possemo (e poemo) requù- 
remo auemo semo; offrimo suffrimo seruimo. — A 'sumus' risponde soma 
50, 15; 108, 4 (cfr. meg. 589); e ne sono promossi omo babemus 2, 9. 10; 
6, 28; 12, 5. 11 ; 97, 22, ecc., twlomo 3, 38; 120, 18-9, receuomo 96, 7, par- 
tomo 17, 28; 49, 3, trouomo, preghomo 108,5, adoromo 118, 31, refermomo 
120, 20,pagomo ^ In B ò costantemente -emo; ma son peculiari le seguenti 
forme: amo, samo 'sappiamo' 4, 29, uamo 4, 32» pomo 4, 27 (alL s^ pos- 
semo 20,8), dem o * dobbiamo' 19, 26. 29; 20, 7. — V. Le desinenze sono : -d 
per la 1.% -i per le altre conjug.: ame, peìise, cerche^ aui,^aui, si, cognossi, 
uoli; porte, perdone, compare, fé, ste, i * avete' 3, 33; 16, 12 aui, 
si, uori, stremi; - di 'dicitis' 63, 3; 116, 14. — VI. La normal desi- 
nenza di A è lan por tutte le conjug. (cfr. nm. 21 n) ': aspechian^ apo^an, 
giaxan *giaciono' crean * credono ', jparan, tenan, uenan^ uolan 'vogliono', 
reqan, cai;an, sentati, oguan 'odono', fian, seruissan, conferissan, ecc. Formq 



* Di lueder]e si discorro al nm. 60 n. In e abrazao 15, 32-3, ritengo 
cho e sia il pron. di 1.* pers. e omesso per isbaglio o *habeo'. Finalmente 
e dichio, 9, 33; 37, 10. 22-3, vaio 'è detto'. 

« mar 93, 24, uol 8, 40; 19, 32; 51, 17. 20, 104, 36, distu nm. 13. Per 
i pochi osempj di -e, v. nm. 20 a. 
" sie 7, 12. 13 va risolto per si e. 

* E in guarda que dighi, che potrebb' essere servii éraduzione di un lai 
* vide quid dicas'. 

* Anche tot *tollit'. 

* S' hanno per vero: rcquiremo, tegnamo; ma son verbi che non ispet- 
tano originariamente alla 4.*. ■ • > 

^ Anche -oma: soma 90, 6, tfoloma 5, 34 (cfr. cerchoma nm. 147 n). — 
I lomb. pà^gm va^rpm (piora. cdntu volu) potrebbero per avventura indurci 
a leggere pdgomo ecc. e cosi a cercar doli' -omo una dichiarazione diversi 
(cfr. nm. 144). Ma omo 'habemus' taglierà la testa al toro. 

® Por gli esompj in ->«, v. nm. 42 n. ■ . ^ . 



AnnotHziuni loinbard'). — V. Morfologia: 3. Verbo. 257 

di verbi anomali: son sì4n in 11, 12 (1. ch'in invoco di chi 'n), an, uan^ 
tran, ecc., den Movono* pon 'possono*. In B la desinenza assutna attog- 
giaraenti diversi: ligano ecc., rompano 14, 29; 16, 20, baiano b^ 22, 
uenano 8,26, meneno menen 4, 38, compreno^ par Zeno, respon- 
den 4, 36, uoreno^ soffueno, descendeno^ perteneno^ ecc.; -tn 
19, 21; 21, 38, ecc. (cfr. not. 25 n), pon, 

144, Imperfetto. — I. Non occorre in A. Nei pochi eaempj di B T-a 
rimane saldo. — IL Saldo T-/. — HI. Saldo T-rr. — IV. Occorrono in À i 
seguenti esempj : eroìno 77, 3, uoleuomo 112, 20, creeuonio 7 , 20 y e si 
tratterà di aroma -éuomo^. — V. Coincide con II: poetii 70, 37; siui 11, 9i 
— VI. Sempre -an in A; in B s'alternano -ano (-an 5, 6) ed -eno; cfr. 
4, 24; 9, 10; 10, 12; 6, 21; 8, 32; 11, 40, ecc. 

•dare' *8tare' * trarre' 'sapere' *fleri' seguono, in A, Tanalogia-di *fare' 
*dire': dasetia 31, 8, ecc., stajteua 73, 12, ecc., traxeua 13, 38. 39; 60, 36, 
snseua 20, 25; 61, 5; 63, 21 (ma saueua ^Z, 21, ecc.), fiseiia 24, 17; 77, 27 
(ma fieuan 72, 22; 81j 17). In B sono costanti feua faceva -o steua; forme 
di cui offre esempj anche A, il quale aggiunge deua; cfr. 5, 7. 2Ì; 25, 28; 
48, 2; 33, 22; 73, 17. Ancora in B, di 'avere' e *sapere' eua 10, 13; 11, 
41, seua 6, 32; 9> 25, di 'potere': poreueno 13, 31; 14, 23 (su uore-- 
ueno), di * fieri'*, fiua 12, 8. 13. Di *gire' finalmente> geua 68, 15; 44, 
iS, ecc.*. 

145. Perfetto. — I. In A jìou occorrono se non fall 36, 4, fé 67, 32, 
de 70, 37». Più larga mosse in B: mene 10, 19, flanelle IO, 33, poi 
17, 20, naxi 6; 'SrZ, passi IO, 21, ulti il, 38; fu G, 35. — li eerchassi 
6Sy 16, mandassi 68, 25, pechesi 7, 7, desuegise 10, 3-4 (cfr. nm. 1), 
sorgessi 70, 4, hauissi, spar<;issiy f/narissiGO, 3, offendissi 'sse 9, 18; 13, 
39, dixisse 18, 3: 5. 6, ecc.; ftissi 11, 14; 13, 5, faessi 68, 26*. — IH. 
domandò lasso, ecc,*; senti insi afri, pari Sparve' 33,4, co nu erti stremi 
odi, uci * uccise* 11, 32 (che risponde all'infin. ucir), morite 3, 4, aurite 
7, 22, [uite 7, 22; 9, 16; 16, 23 J; conhaté 8, 23, mete 70, 41, promoue (o 
promòueì) 117, Z, receue 8, 5, pione (o pione ì) 61, 32, beue (o bétieì) 55, 
23, Qonge 76, 38, perde 8, 6; S, 5, fende 76, 8, noxe 37, 17, nasse p, 9, poe 



I i • 



^ Gfr. i iomb. parlàcgm s^r^m. (piem. parlàou éru\ fésotno. bese. 124, e 
V^uomo del condiz, (nm. 150). ; . f ' 

• Illusorio .s«ra 34, 35; 35, S; leggi :. 5'«rrt. 

* tneniogh^ 9, i2, si tSLggua.gììB. .&• meniogh'é; nm. 133. . .. \ ti - iU 

^ fissi 8, '37 può aver doppia interpretazione. ; li i ..•! i- :.? : 

^ Esempj di -d son forse recotHanda 73, 7, fónnaTli 5| c^tAiO^t èV'A 
dona 91, 22, del quale al nm. 59. ■ . ,'1 u -. .1" A 4\*.ri%i * 



256 Salvioni, 

8, 24, ecc., caie 8, 4; - e di tipo forte: fu fo 7, 4; 30, 36; 4^ i2; 5, iO, 
f€ 7t 2, de 29, 36; 5, i2, ste 16, 41, ze 4, 17, siete 55, 21 ecc., irete «trasae* 
25, 8 ecc, retrete 118, 38, a«tf 9, 40; 5, 5, ecc., mixe promise comise desexe 
romase^ raxe 55, 26yrespoae inpose prexe represe disse scrisse redusse ceti' 
dusse^ uoise 8, 24, uosse 8, 18, aalse apparsse sparse corsse incorsse^ uegne 

7, 2 ecc. (cfr. uégnan), deuegne couegne, uene 18, 15, peruene 9, 15, <a- 
yne sustegnCy toglie 91, 12. 16. 19, ecc. (cfr. tóglian)^ pockie poghe^ 31, 2; 
34, 37; 26, 30 (cfr. pagi in bonv.). — IV. comandomo 116, 12. porlomo 
(intulimus nel testo lat.) 10, 15; meteìho 120, 18; ['omo 77, 1, -^uiome 
nm. 150. — V. passasi 72, 20, hauissi 77, 37-8, fòssi 77, 37 *. — VI. |mus<^ 
porton ecc., r^iiuer^on, mtfno[n] 8, 30; strapassdn 72^ 16, oran 30, 32, 
semenan 30, 33, prouan 30, 34, shaagian 76, 4, adoran 1 10, 23. 30, t n^n«- 
^lan 1 10, 28-9, inchinan 1 10, 29, saltutn 1 10, 30 [esemplari dubbj : persene" 
ran 81, 2, prican 82, 8, /reman 111, 23, dan 28, 35, che meriterebbe spe- 
cial menzione, se tirato sulle forme precedenti; comenzano9i 1-2 'J; sentm^ 
murin inpin fuzin sepelin; mettén 26, 14, desmeten^ uiuen 30, 31, uenden 

9, 4, temen 71, 34, poen 27, 6, uencen 108, 18, uolgen 33, 27, rendtfn 37, 
19, eognessen 81, 32, ti^^^en 23, 14, aueqen 33, 1, ca^an 5, 3^; — e di 
tipo forte: fon 7, 3, 14; i4, 20, fen 9, 4; 8, i6; iO, 37; refen 49, 9, 
den 13, 2; i4, 23^ tren 76, 34, gen 26, 13; ma del resto sempre in "àn: 
hauan 32, 10, ecc., sapan 'seppero* 108, 20, stetan 33, 41, ecc., misan 64. 

8, desexan 75, 16, destexan 72, 15, presan 63, 25, romaxan 63, 34, propoasan 
108, A\,respoQoan 62, 39, di^san 64, 20, uo2ian 63, 28, corssan 81, 38, aparssan 
58, 22, sparsan 76, 2, ue^nan 28, 30, deuegnan 41, 13, (e^itan 39, Id, ofe- 



. * paghe si potrebbe anche ragguagliare a poé, analogamente a dogkexe 
ecc. nm. 39 n. 

^ uedesse 18, 15 ammette pure una doppia dichiarazione. In merite 77^ 
30 avremo un presente retorico. 

' Notevole, che mentre son sicure una decina di forme in -dn, appena 
ne occorrano una o due malsicure per il sing. -d (v. la n. 5 a p. 257), cui 
-<in deve stare come stanno -ón ^én -in ad -^ -^ -i. — A legittimare la de- 
sin. 'd -^no in b, cioè in un testo lombardo, basterebbe poi rimandare ad 
Arch. Ili 268 n; ma a ulteriore conforto ci sia lecito ricordare: batezdn pil'^ 
lan besc. 730, 1344, Qiia alegra predica ib. 773, 754, 755; comem^ano bonv. 
(?; cfr. Arch. HI 266 n); ^ìng. guarda^ plur. mena acusa^ ptamh.; saìutetn de* 
moran acusan triv.; ligan incoronan passm. 65, 66; cfir. bara. 2d, Ib. 54. — 
Quanto ad a, forse non inutile richiamare V-^ -àn dell* ani ligure cui si 
rannoderà il piem. rohdno rubarono rev. p. 399, vv. 2151 2156. Vedi del 
resto rma. VII 27-8, zst IX 233, mli. § 420. 

* cazen 4, 34, meten 17, 3 di perfetto o di presente? 



Annotazioni lombarde. — V. Morfologia: 3. Verbo. 259 

^o» 100» 28, retegnan 75, 41, togìian 47, 38; pochian 37, 28, ecc., che è 
forma lifoggiata sul singolare (c£r. pogieno ambr.). 
146). Futuro. — Desinenze: -ó ^ -^ «^ -^mo (in B anche -amo; cfr. 5, 

18, e il nm. 143} -t -in. — - Il tema infinitivale della l.^conj. si conforma 
ia ▲ ai Terbi in -ere: abandonero trouera ecc.; in B appare inalterato e 
•ttzi avviene che in plantare 3, 22, gli si conformi T-ere*. In ambedue 
i testi, * essere* dà sera 13, 19; 3, i2; ^avere* e ^sap4)re* ara e sarà iOO, 
18', lònDe ben difhise in Italia e fuori, la seconda delle quali sarà stata 
attratta dialla prima, proclitica di sua natura. Occorrono anche attera eoe 
4, 6; 97, 38; e in B: aure 4, 5, saure 4, 16. Di Movere': deuera 14,3; 
- *dare* 'stare* 'fare* 'trarre' conservano sempre Va del toma; - 'fieri' 
ha fura in ambedue i testL — La sincope della vocale del tema è in uorro 
(onde: pcrr^ nm. 54 n), uarra 83, 7, uerro 66, 34, mùrran 83, 2, parrà 1, 16. 

Frequento assai la perifrasi, di futuro allo sUto sciolto: o abraza 15^ 
^ o incoronar 16, 5,0 absolue 16, l, a laua 15, 7, an acompagna 
17, 26, ecc. Ma in À per un vezzo che è anche di altri tosti settentrionali 
e va anche di là dell'Alto Itolia <cfr. Arch. XU 166 178), troviamo il fu- 
turo di 'avere* anziché il presento, funger da ausiliare: haro ferir ferirò, 
are creer^ hare absoluer e desUgar 62, 15, ara corromper ne lassar brutegar 
ne impir 43, 40-1, haremo creer^ ari ^eer, haueri tegnir e possegher 97, 
38, s^aran desperder 66, 30, aran beneexir^ ecc., ecc. L'ausiliare, come si 
vede, può cosi reggere più d'un infinito. — Cfr. nm. 150. 

147. Imperativo ^ <» II. ascolta responde serue; fa ira di, to o tol 100, 

19, le 96, 14, ecc.^, uè 65, 25, ecc.; e sono esortotivi: sij sapij uogli; e 
in B: passa Idsseme nm. 16, pianse, oye^ ueni 8,27; sta fa uà di^ 
cr^ 14, 14. — IIL In A esce sempre per -a: turba ascolta, intenda urna 
stea fia; B: obserua 19, 20 salue 4, 18, che è piuttosto augurativo, m o- 
ria IQ, 16. 17. — IV. Nessun esempio da B. In A ricorrono promiscua- 
mento, come per 1* indicativo, "dmo ed ^émo^ i cerchemo deschiaremo, fa^ 



^ Hi uederé 8, 8, v. nm. 143 n. 

^ Una forma singolare di a è inpera (da inpir) 85, 3. Ne risulto come un 
iafin. inper^^ che non si vede all' infuori di questo forma di futuro; ma vi 
ai connettono impe impan 46, 36; 19, 14. Cfr. nell'it: empiere alL a empire. 

' Si eorreggano: el le sarà, 21, 36, in ella s'arA, e saremo per forgar, 2, 
10, in s'areaw perf&rgar. 

^ D fatoro per 1* imperativo è in compire 69, 25, dove il carattere impe- 
rativo ha risalto dalla mancanza del pronome. 

* te è poi passato dall'imperativo al presento deU* indicativo: 66, 36. 

* 'ama soltonto in cerchoma 4, 17; ed -éma, pure una sol volto, in do- 
ntandema 17, 28-9. 



260 Salvioni , 

gemo inetemo; comengamo pigliamo^ ueijnamo uezanio, conpiamo 116, 5. — 
V. Normali, in ambedue i testi, -^ per -la 1.*, -i per le altre conjngaz. ^: 
lasse perdono^ attendi gai pianti^ benvexi 1 14, 9^ ecc , dormi fuzi , ecc. ; 
inoltre: di 64, 11; 115, 7, fé ste tre, — \l releitan 116, 41, sian 116, 40. 

La proibizione s* esprime di solito col far precedere la negazione alla 
voce imperativa: no uogli 19, 35, no attende 53, 5; no dexidra 22, 29, 
no dorme 4, 11, ecc, ho uoglie 111, 21. In pochi esempj di A. subentra 
la 2.* pers. -deir imperf. cong.: no te prendissi merauegliane hauissi penna 
35, 10-11, niente regeuissi 61, 29, no dubitassi,., ne uè nouissi, ne ne ccuff^ 
biassi ne uè brotassi ne uè lanteassi 67, 5-7*. 

CoNGiuM'ivo. -^148. Presente. — I. -a desinenza unica per ambedue 
i testi: debia 99, 35, senza *8entiam' 15, 18 (cf. gpa. ni 8, 6), ueda, sor 
pia; ama 72; 2, ecc.', paria 8, 0. 11; 12, 33-; sia. -- IL -i* per A,.-f ed 
^-promiscuamente per D; ondo ac/iati; tèmi, dighij 64, 29, abij sii eec.;- 
lassiy cri 10, 18 (cfK nra. 59);. fazi, /izi 9, 5^ mori ahijy.ii 7, 23 
(nm. 59); intre 4, 11, dige 6, li, abie 9, 33, die 15, 16; cfr. nm* 21. 
Notevoli rfai 15, 29, /lat 14, 12. — III. -a tanto in À che ih B*i heua r.e- 
duga diga reoeua tema, uaglia 15, 30, para 3, 37,tpglia^daga ^deVjpor^ 
25, 5, noxa, despiaza Hj 33, passa 'pascat*, beneexi-ssa sema seniar^fia 116, 
40, dea stea, e quindi uea, Arch« IX 87, na; buia lassa scampa ecc. ^ 
IV. Da A: guardemò 50^ 20; respondemo Ili, 25, possamo 113, 4. 10 u^ 
gnamo 43, 27, debiamo 50^ 22; 45, 29; da B: zuramo 20, 8; perdamo 11, 
2S0. — V. Sempre -è in ambedue i testi. *— VI. fagan sorgan despiaxaì^ pe^ 
risuàn dean deghan 20, 29 (off. nm. .39)*, trean 'traggano' 99, 14, 5ian; 
bofan lanari ecc.; -.fa sano 9j':4Q; 16, 18. 

149. Imperfetto. — I. f^se 70j 33; poesse 68, 28, uoresse 5, 2; lOy 



^ Però: uegge 25, 3^, gogfiosse 25, 34, uegne 6, 7 (alL a, uè ni 6^ 10). 
Son voci esortative: sie habie uoglie. 

' Di questo vezzo proibitivo, che dovrà la sua origine a delle formolo 
esortative od ottative del genere delFit. ^non credeste già* (cfr. veron. ìio 
credesse mig'a Pap., ccém. no stessev a cred Pap., moden.'a 'ncherdessimèìvga 
eh' a t tgnéssa in P. Ferrari, La modseina d*ónna ragaza amalèdft» scena xi^ 
boi. n'ev figurassi miga gau. 278), ho sotto mano questi altri «sempj: nói 
disissi honv. n 166, a. gen. fio diexi Arch. X 114. 68, al.: no feim^ berg:. ho 
pensest (Assonica), ven. no glie stessi miga contare (Goldoni, fìamff^ chiox* 
zotte, I, iv). Dal proibitivo la forma s'estende alF imperai, e cosi in lap.: 
thraessi * tra ' 73, e pregasti * pregate '• . . . i . 

' scalde 103, 2y es. isolato. 

* sie nella congiunzione: cum zo sie coss'a A;e 19, 32. : ^ ' . ' • ^ 

* In deghan s'incrociano forso dean e daghan. 



•kV^ 



Annotazioni lombardo. — V. Morfologia: 3. Verbo. 261 

3^ morisse 14, 12, fisse 11, 26. — II. fossi fussi 13, 2. 40; domandassi 
hauessi uegissi ecc., uolisse 102, 30. — III. In ambedue i testi, '^isse per 
la 1.», -esse per la 2^.^ conjug., -isse per la 4.» E si notino: fossej cesse 27, 
•19, -ecc., fesse 27, 22; i(?, 59, stesse 80, 6, traesse 74, 33, /adS5« do^^rsa 
staesse^ fisse 21, 14. — IV. presentassemo 113, 7, awe^^emo 21, 12. offris- 
Simo 113, 7. — X. Nessun esempio, se ne togli r-t*« della corrispondente 
voce del condizionale. — VI. Normali in A: '<issan "essan -issan; o B ci offre: 
pianz£sseno 11, 40-41, fosseno 20, 41; 21, 1. — Ancora si notino: fes* 
san stessati faessan^ diessan dicessero* (piem. diyiissa) 58, 26. 

Coiidizionale^ 160. — I. porreue ardereue serene, — li. trotierissi 
arissi firissi; poris^tu 17, 20. — III. ~aue in ambedue i testi. — IV. uoì^ 
rauomo 64, 31, deuerauomo 86, 7. 11>12, starauomo 92, 7, e si tratterà di 
^duomo*; uorauemo 17, 33; 21, 12. 14. — V. porrtMt 97, 40. — VI. men- 
derauan ecc.; seraueno 13, 36. 

Circa il tema infinitivale , rimando al nm. 146. Qui si ricordino: saratàe 
* saprebbe' 59, 38 (cfr. ^ar^i^^meg. 36, 3, saria sai.), diraue 'dovrebbe' 60, 
23; romaraue 84, 19, ferrane couerrauan *. 

La perifrasi allo stato sciolto non ha esempio in B. Numerosi esempj 
ne sono all'incontro in A, ma limitati alla VI: hnrauan seccar e bruxar 42, 
18-19, arauan circundar e far 66, 14, hauerauan marcir o uer minar 42, 
18. — Cfr. 146. 

Infinito 151. Prevalgono in B le forme in cui più nulla rimane del -re: 
perdona cercha troua; aué 14, 12; 17, 17, taxe; mori impij odi ro- 
magni'* to 17, 20 (<or 6, 1), rfi, fi 13, 23. 24, 5fa; esse nasse, piarne 
defende bate, ecc.; ma: andar mangar seguir redemer ecc.;j9or- 
tare morire beuere^ ecc. Numerosi anche in A in casi di -« sère: esse 
tiiue corre mete bate ecc. ; ma ne' verbi deboli rosta il -r, toltane una ven- 



* Non so ben rendermi ragiono di eran 22, 21, che vale indubbiamente 
•'sarebbero'; e perciò potrà così valere anche in 21, 25. In due passi di b, 
s'ha invece del condizion. l'imperf. del cong. : se uoresse dormi tu me 
deuisse desuegia 10, 3, se tu fussi de ferro tu deuissi esse roto 
13, 40-41 (cfr. se yo potesse più che volontiery te receuesse rev. pag. 83, 
w. 1807-8, fosse meglio taxere ib. 280, v. 4473, el fosse mei che no non fos- 
sim nati serv. 454). 

* La differenza che è circa T atona tra -fissemo ecc. (nra. 149) ed ^cuomo 
(nm. 144) -duomo dipende dalla labiale che nelle ultime due forme la pre- 
cede. Ed éromo sarà di ragione analogica. 

* ter raue ecc. presumono Tinfin. tener ecc.; le forme come uegnir:iue^Oy 
6, tegnerissi 52, 16, sustegneraue 02, 24, dipendono airincontro da tegner 
vegnir. 



262 Salvioni, 

tina d^esempj, che per metà hanno un pronome suffisso: aspechia 2, 15, 
narra 27, 34, considera 20, 17, demora 93» 27, reuersa 104, 34, troua 11, 6^ 
guarda sse 8, 31, unita sse 17, 8, lassa Me 03^ 14; 107, 5, tira ghe 42, 25; 
teme 82, 1, noze, ucQe, po« 100, 22^; sostegni 3, 22, muH 6, 41, feri 72, 21, 
rosU sse 30, 34^ auH ghe 79, 25, teni gU 3» 9; to ghe 4, 16; 11, 22; 78, la 

La forma tematica del presente si può estendere ali* infinito (tegnir alL 
a tem 3, 9, uegnir 37, 13 ali. a uenir 56, 25, romagnir cfr. nm. 150 n, oi- 
saglir less., boglir 94, 17. 23) ^ e cosi al gerundio e al participio nm. 152; 
153. — Il passaggio dalla 3.^ alla 4.* coniug. è nei aoliti parir merùr Itaùr 
tegnir, romagnir romagni^ impir, di che però v. mli. §83; dalla Sw^alk 
4.* passano requirir beneeocir*. 

Gerundio. 152. Esce per -andò in tutte le coniugazioni ^: r^/Vajuaii<Ì0 
meiando uiuando uendando baiando corrando fa^gando eognossando ae(h 
gtiando habiando sapiando uogliando uegando romagnando legnando^ poh 
sando digando^ stagando (e stando 56, 28; 82, 25; 32» 16), siando sentando 
portando ugnando dormando segnando beneexando); - pianzando tor* 
zando azonzando credando uedando noliando sapiado digan' 
do oiando ogiando ^ — In cantando 83» 28-9, è invece -andò che code 
a -endo. 

Participio. 16S. Passato; forme deboli. In À son costanti le deù- 
nenzo -ao ^uo -io, -aa -uà -ia^ -ai -ui -ti, ae "ue -ie •; ma in B alternano 
le forme del tipo ^ao ecc. con quelle del tipo -ado ecc. '; e vi è costante: 
-ada = -ata^ Esempi di 2.^-3.*: metuo desìnetuo, cernno 12,40, rehemuo 
77, 1, spanduo 15n, componudo 18, 19, desponudo 22, 36-7,*caf tio. 



' Di parecchi verbi in -ère lat., è difficile giudicare se nel nostro testo 
rimangono ancora fedeli all' antico tipo; cfr. it. nuocere, lomb. god, piem. 
vf'dde. 

^ venir vegnir ecc. si fanno concorrenza nello stesso pres. dell* indie. . 
onde uen * venis * o * venit ' (piem. v§àe veùt lomb. vénet »f n), venan * ve- 
niunt' (piom. vsùn^ lomb. v^nen)^ dove influiva in ispecial modo tenan^ 
tenont, uegtiaìno, ecc. 

^ Del passaggio parziale, v. nm. 145. Qui s* aggiungano niuinan 31, 21, 
se non è un lapsus calami, deuina 12, 8. 

* Ma: fagendo 2, II; 08, 15; 93, 14; 105, 19; o altri in -endo: 6, 32; 15, 
21-2; 29, 27; 40, 24; 105, 31; ^, :iO; 20, 30; 21, .V.V. 

* Di -an^-afido, v. nm. 55. 

* Por lo poche formo, cho si scostano dal tipo normale, v, i nm. 13, 59; 
por Hj:=i-dOy il nm. 11. 

' Frequenti in b le ricostruzioni -ato ecc. 
' I pochi osempj di -aa-ata, al nm. 59. 




Ànnotaz. lombarde. •— V. Morfol.: 4. Indeclinabili. 263 

sapuo sapiudOy kabuo abiudo^ uogluo tegnuo uegnuo ecc. -* Forme 
forti: tnùoOf pr^mixo promisso -esso 56, 40; 9, 21, canUsso 27, 2, desmUo 
41, 35, ramilo 60, 4, romaxo, proposo 2, 9-10, conpoxo 35, 18, disposso 56^ 
17, prexo enmprexo apreso descexo, speso^ texo 18, 38, aiexo 43, 9, apeaeo 
72, 7, rexù offéxo roxo raaso ascoxoy chiasso "So 57, 39; 90» 18; 98, 19, re^ 
eMuxo 75, 30, spansso 14, 8, arso, uesteo (?) less^ ereto lesik, diehio (e quindi 
scrichio)^ beneechio maleechiOf trachio^ fachio (e quindi dachio stachio an- 
dachio)f acolechio (e quindi tollechió), aduchio conduchio reduckio^ uichio 
65, 18; 67, 9; 92, 17 destruchio 72, 37, catutreehio 48, 13-4, penckio 2S, 2, 
cenchio 30, 22, tonchio 70, 28^ agonghio 55, 7, conpon^» jcrito 85, 38, rolo, 
«i5to, mo&to 116, 27-8, conmoslo 57, 9; 97, 9; 117, 16, v. Ascoli UI 467, 
cretto, di cui però al nm. 59, disotto 62, 16, absolto, sufferto offerto i-- e da 
B si prenda: toleto 14, 9. 

154. Participio di presente: maldixante 6,4, solo esempio di '-ente in 
-cinto; tegnente 33, 17; 80, 39, uogliente 22, 22; 109, 11, 2t4X6Rto^ cognoS" 
sente, possente posscente. Di -anto in -«nte: semegliente 4, 24; 12, 11; 42, 
29 (ma -gliante 5, 37; 21, 33), partente 81, 18, trinchente 22^ 37, tagliente 
63, 28-9. Ma quasi tutti gli esempj sono, per la funzione, aggettivi o so- 
stantivi. 



4. Indeclinabili. 

165. Avverbi. — Di tempo e di ripetizione: semper sempre, mai 
7)iae mate ma 27, 24 me 38, 7, za mai, pu mae 35, 28, mae pu, mae per 
alcun tenpo *mai in nessun momento' 118, 5, no,,,puxa 61, 34. 37-8, an- 
chor -ra, etiamde, pur anche 26, 4, ecc., za, mo (mo doexe mo septe 59, 
4-5), per mo al presente *pel momento' 19, 36, inlor -ra, allo less., seme 
less., seme'l di 'una volta al giorno', alchuna uolta, alchuna fiaa, a le ed a 
li fiae, souengo, ancho less., al tempo d'anca, al di d'anco, a un altro tempo 

* un' altra volta' 19, 38, antigàìuente, de li a gra^ tempo 91, 34, tuto-l di 
sempre, ogne di, tuta nochie 31, 39, ogn*ano, continuo continuamente 57, 
31; 27, 22, do-l continuo, ogne di continuo 31, G, de di in di continuo 10, 
31-2, inange -gij inance che *da prima che' 63, 37, denange, in prima, in- 
prumeramente f pò, dapo, dapo in ga 92, 36, apresso (apresso de ste cose 

* dopo queste cose' 47, 36), subito, de subito, incontenente, tosto, tostanna^ 
unente, a la pu tosto 66, 27, assi tosto 60, 30, pu tosto . . . assi tosto 54, 28-9; 
— da B: quando^ sempre, may [te uedero wiat = non ti vedrò più? 
9, 5) me 18, 4, anchora^ etiam 10, 12, otiamde, ni ancha 13, 13, 
più 'più mai' *ormai', za^ or, or mo 14, 27, ista porista loss., tan- 
ter less., inlora ill-y souenco, anch o, heri, heri da sira 7, 31, ecc., 




264 Salvioni, 

doma n da matin 8, 1, damatiti 8, 2, l'oltro di 11, .9, iuta nocte, 
inanze de^^ in prima^ inprumeramente^ po^ possa, da ma in- 
/ire * d'ora in poi* 9, 27, da,,. in sa 20, 28, tarde, incontaneniey tO' 
sto, — • Di luogo: onde unde dove, per onde ' per dove* donde onde« qui 
•chi ^ la, la suxa^ de la, ga, ga suxa quassà, ga go quaggiù 78,29, su^ suxa^ 
in susa 32, 18, desoure, de^a desoure 75, 38; 76, 26, desoto, for, de far de* 
fora, dentro^ in dentro, inange de-, dre 41, 32, dedre 41, 17, adre 31 . 20; 
32, 2, indre 71, 20; ^99, 1, ecc., poxo, aposo, a presso 32, 2-3, incercho, de- 
cercho, intorno, detorno, d'atomo, ape less., dape less., presso, de presente 
J18, 6, longe^ uia, per minnemeggo lesa., adosso, insemo, per tuta 16, 37; 
31, 29; ghe in pronomi avverbiali; - da B: onde unde dove, in onde 
dove 5, 18, in qual parte 8, 9, qui, quilo less., tnlo lesa., da inlo 
12, 3, suxo^ zo, fora, de fora^ dentro, de mezo 'in mezzo' 14, 28, 
incerco incerco 12, 14, ghe, ne, — Di modo e di grado: Formati 
con 'ynente: altratnente altrimenti, 48, 6; 98, 13, ecc., antigas drigia- intreor 
conpia' 9, 20, legiera- facilmente, solenga- solamente, soltanto, woo»!-, ecc.; 
composti con una preposiziono: de certo, de chiar, de palexe 76, 10, de rar 
101, 0, de legier, de superchio 25, 3, de pu 96, W^de raxon a ragione, (ia 
uentura a casaccio 106, 4, da fé fiduciosamente 12, 36, da beffe * per burla' 
22, 12; 71, 38-9, a par 18, 30, a drichio 102, 37, a una 'd'accordo' 120, 
22, a-l men, a-l manifesto 79, 35-6, a la grossa, a la reonda^ incercho a la 
reonda 'in circuitu', a la couerta 27, 16, a la descouerta 76, 10, a la peqo^ 
a la pu curtay a la pu tosto 66, 27, a penna 61, 18; 66, 18, a meschia 'alla 
rinfusa' 106, 32, a posta {pur a questa posta a questo solo scopo 87, 40), 
a le perfine less., in tuto intieramente 2, 29, in breue, in curto 50, 27, per 
certo, per lo certo 7, 16, per affachio affatto, per lo meglio 5, 10, per lo se- 
meglante similmente 5, 37, per forqa violentemente 7, 27; forte 5, 24; 18, 
40; 10, 2, ecc. palexe 76, 28 (cfr. gst. Vili 415), uolontera uolonter 107, 30, 
uolonle 08, 28, mal uolonte 72,7, niente 'per nulla' 28, 15, pur solamente 
25, 13, ecc. (pur un pocho 'neppure un poco' 28, 14), no pur 'non solo', 
noma less., ben, meglio, ìhal, pego jtegor 15, 37, più 3, 7, pu^puxa, no pu, 
no puxa, starnade less., quasi, forsse, chomo (chomo gran tropo 78, 11-2), 
chusi, si 3, 18; 101, (>, ecc. 20, 21 (si doncha=- così dunque), si ben 57, 
25, «551 less., altresì 'altresì' e 'altrimenti' less.; donde 11, 19; 31, 21, in 
97, 1, ecc.; - da B: amaramente f a gossoxa-, ecc ; a corto breve* 
mento 3, 8-0, almen, alla uoxe 5, 18; 0, 18; 8, 6 (cfr. nm. 60, e Ig. 
29, 34, rov. pag. 147, n(3lla didascalia clic sogno al v. 3406, o pag. 445, 
V. 750), in occulto, in manifesto, in zenugion 3, 7-8, per certo, 
di per certo 18, 14, asse, forte, fortente loss., ^i«r soltanto 19, 
31, ecc., meglio, pego, più, cotanto, qu,ixc -xi, poco de men che 



Aniiotaz. lombarde. -^ V. MorfoL; 4. Indeclinabili. 265 

*per poco* * quasi quasi' 6, 29-30 (puocho men quasi Arch. HI 199, 24*, 
pocho meno che ambr. , Ig. 34, poco de men nolo disse a so par bv. 1042), 
com 4, 1. 6; 5, 7, como^^ si corno, cossi corno 19, 5, cossi cu-, insi 
16. 39. 

L'avverbio di negazione suona sempre no in B ' {no me fira 9, 30, no 
e miga 8, 39, no-l 6, 13). La norma di A è invece non {non') davanti a 
vocale e no davanti a consonante'; ma non vi sono infrequenti tuttavia i 
casi di no pre vocalico: no intendeuan 38, 30, no altre 12, 8, no adoremo 
111, 30-31; rarissimi invece quelli come non s'in 17, 23. In ambedue i testi, 
ma con maggior frequenza in B, occorre poi la negazione rinforzata: no... 
miga 4, 9-10, ecc., no . . . mia 69, 36-7, ne. . . mia 2, 36. 

La negazione isolata ò no. — La particella affermativa è si. 

156. Preposizioni: a (e per reminiscenza latina: ad*), de, da, in*, tn- 
ier, intre nm. 132 n, infra 84, 18; 89, 38, su, insù {insù la santa croxe 52, 
21), su per 103, 41 *, soure sure 71, 35, desoure {desoure da-l cho, desoure 
da la fornaxa 113, 30), soto, per {per si meesmo 29, 2, per si instesso 29, 5, 
da per si meesmo 28, 4), con^ con sego ecc., senga, ape de 'vicino a', presso 
a, apresso de {apresso de go 'dopo di ciò' * oltre ciò' 17, 32), poxo {poso 
lo seten cerchio 33, 1), apoxo {apoxo lo so maistro 80, 36), innance {in- 
nance di Naar 89, 38), innance a 70, 2, denance da 89, 20, ecc., dre a 78, 
15, adre a 105, 35, dedre da 59, 20, inuer 52, 7; 87, 15, deuer 26, 4 {de- 
iter li 'verso li'), 30, 22 {deuer terra), imierso de 9, 39, centra, incontra^ 
for da {for da V usso\ de far da 27, 29, ecc., for de 29, 33, dentro da 21, 
28-29, ecc., incercho {incercho Yherico 32, 34, incercho la croxe 68, 22, tn- 
cercho le mure 32, 36-7), incercho a 77, 25, decercho a 113, 31, detorno 
{detorno la citae 48, 38), per uia de 'a mezzo di' 32, 24, infina, tanfin a, 
tanfin in, fin inde-l 116, 41, oltra^ segondo; - e da B: a e anche arf di 



* I pochi esempj di come, che occorrono ne' nostri testi, sono assai mal- 
sicuri, ammettendo sempre la risoluzione per com'è («come è, come io); 
cfr. 14, 1. 6; 92, 10; 7, 19. 

* non a 20, 9 va letto no n*a * non ci ha'. 

* Di ne, V. nm. 22. Nell'apostrofo ò n' = nesno in ne n'e 100, 9; cfr. 
Um. 157. 

* Intorno al valore da attribuirsi a questo ad, siamo più che illuminati 
da eaempj come a esser 4, 33, a intende^ 5, 2, a adorar 56, 18, cui stanno 
allato, oltre ad A bel, ad anonciar 56, 11, anche ad questi 12, 11, ad uirtue 
^, 31, ad go 27, 18, ecc. 

* Di inde {inde qui gcghi 'in quei giuochi') 15, 29, v. nm. 132 n. 

* super 18, 27, è su per. 

Archivio glottol. ital., XIV. 18 



266 Salvioni , 

pretta reminiscenza latina, de^, da, in, ini- nm. 132 n, intre 2.1 1, ««, 
sur 15, 26; 16, 11 ; 20, 1, soura, suso, p er, cum con (contego ecc.), 
senx senza, ape de 11, 2. 19, aprouo de less., apresso de 3, 17, 
inanze da 12, 4, denanze da 5, 17, denanze a 6, 3, poxo 12, 24; 
14, 18, uerso 4,38, contra, incontra, dentro da 12,31. 35, fora da 
12, 3, fin (fin compieta 16, 41-17, 1), oltra: 

157. Congiunzioni: e et^, e trovansi adoperati indifferentemente da- 
vanti a vocale e a consonante; e si oppure e se {^i sic; nm. 20) ', davanti 
all'uno e air altro de' verbi coordinati che seguono al primo*, cfr. 15, 41- 
16, 1; 22, 18-9; 36, 4; 43, 32; 54, 16; 58, 4-6; 63, 25; 64, 33; m, 26. 35-6; 
67, 21-2; 78, 30-31 ; 80, 10-15, dove persiste Ve se malgrado la conversione 
della costruzion diretta nelP indiretta {el uegne..,e ghe disse che.,, e se 
u'aro), 91, 12^3, ecc.: ne ne, e anche coordinante in proposizioni o ipote- 
tiche, o interrogative alle quali s'aspetta, per risposta, un diniego, cfr. 
18, 9; 32, 3-4. 14-5; 97, 5, e in unione colla negazione no davanti al verbo 
{ne no posso 'e non posso' 101, 12, ne n' e *e non è' 100, 9); Qoe; a, o ito 
87, 10 (cfr. ouo, ouol, cuoi tes. 268, 241, 254, ouoi gand. 127); ma me 74, 
10; 80, 38, ma anzi 9, 17: 75, 37; 117, 25 e fors'anche 35, 39; 59, 3. 30, 
ma 'tanto più' 25, 18; che che *nam' *enim'; si e se (lat. sic, nm. 20) nelle 
stesse funzioni che son descritte dal Tobler, Li dis dou vrai aniel *25, 
ug. 36, pat. 39 (cfr. anche Diez gr. Ili* 344-5): lo titol sourescrito se dixe 
1, 14, questo ordin si e metuo 6, 33, questo si apar 22, 9, qaschun se s'era 
34, 35; 35; 8, 'l uerbo de de si e fachio carne 50, 26*, lo mondo si e 100, 
12, vu se saui ben 70, 34-5, ti solengho si e 113, 24; chi ha men amor si 
ha menor perdon 60, 5-6; lo desirar suenfjia de que le son caxon se tal 
23, 1, quel fruito chi nassera de ti si e santo 43, 17-8; de la si e 100, 14. 



* Non ben legittimo di 3, 4; 18, 14; 19, 35. 
' et * ebbene ' ' orbene ' 97, 7. 

* Nel se di cressan se coxan 42, 16 è forse da riconoscere il pron. rìdes- 
si vo (coxerse), AH* incontro: confessar, anziché confessarse, in e se confès^ 
sauan 57, 10. 

* Ridotto a es, questo e si vive sempre, p. es., nel dialetto di Badrio: 
la s' presente .. . e s' la i dess 'la si presentò... e si la gli disse' (Papanti), 
e viveva un tempo nel milanese e bolognese. Cosi nel Prissian de Milao: 
ghe diseuenn,,, es la schrix>evenn 'le dicevano... e sì la scrivevano', ecc.; 
cfr. la versione milanese della Novella boccaccesca presso il Salviati, e il 
testo bolognese in gau. 269 sgg. 

* Potrebbe anche dire : * si ò fatto carne ' ; ma sarebbe V unico esempio 
di un si di passivo, e appunto occorrerebbe davanti a vocale, come riinìoo 
^■se (congiunz.). Cfr. nm. 19. 






Annotaz. lombarde. — V. Morfol.: Indeclinabili. 267 

15. 16, poxo la mea annima e se don amar 52, 3, m questo caxo e si o 
107, 23; se tu mor de frena ...la penna si e longha 93, 24-5, se tu regraeii 
de,., questo si «94, 40, ecc.*; adoncha doncha^ doncha 'allora* 'tuttavia' 
9, 26; ance, innance 49, 38; se*; che e chi * * quod'; cha *quam' (nm. 138, 
e cfr. ancora : innance cha 26, 34; 53| 9- IT), altro cha 9, 33; 17, 38) ; chomo 
(nm. 138, e aggiungi: incontenente chomo, tanto chom* 14, 1, in tanto chomo 
, mentre che' 116, 5); in tanto... in quanto 52, 1-2, tanto... in quanto 52, 
5-6; onde; de fo 24, Il ; perqo inper^o, pergo he, inper^o he; perche e per- 
que; inance che 118, 20; dopo che 17, 28, ecc., poxo che 87, 33, pò che 
101, 13; da che IO, 28, ecc.; a-l fin che 57, 1-2; a go che; dommente che 
less.; pur che 11, 2, ecc.; ben che 37, 8, ecc.; senga che li, 9, ecc.; si... 
che; tanto . . . che; pergo che. . . per tanto 20, 38-40; quamuixde che, a cui 
si contrappongono niente men, niente de men, no pergo men 10, 4, anchor 
pergo 104, 40-105, 7; et... pur tuttavia 47, 37-8; no pur... ma 3, 28, no 
pur . . . ma eciande 3, 29; non altro . . .se no 13, 33-4, non altro . . . noma 
less.; - e da B: e et (e anche ed 4, 2), adoperati senz'alcuna distinzione; 
e si oppure e se (esse), = ^et sic': uà tosto . ..esse narra. ..esse la 
consora 7, 18-9, e v. ancora 5, 10-11; 6, 14; 7, 3. 39-41; 12, 34-7; 19, 
35-6, ecc.; ne ni ne, e può anche aver funzione coordinativa, senza che 
sien necessario le condizioni di cui sopra, cfr. 12, 33; 17, 11; 19, 33. 34; 
soe, so si e a dire *c'*est à dire' 20, 7; on un less.; ma; si se corno 
in À: raxon se uore 15, 15, tu si e 7, J2, uu s'i digio 3,33; gascun 
che la uedeua si pianzeua 17, 40, questa dona che te pare. ..si a 
le giaue 12, 38-9, questo segnor che fi batuo si e so filio 12, 35-6; 
tu in la prexone si e ligao 7, 11, e cossi digando si fé taxe la 
dona 18, 9; doncha do less.; anze; se e si 8, 40 (-si lat.)*; ke che 
e"; cha ha (cfr. nm. 138, e aggiungi: inanz cha 11, 28); unde 5, 37, 
donde 20, 3; imperzo 3, 28; 5, 36; perzo che, imperzo ke^, pero 



* Manca un esempio del tipo: se tu regracii de, si e iusta cossa. Per b 
si vegga 7, 37-8. 

* Una sol volta si 70, 33, e segue vocale. Cfr. nm. 19. 

* Cfr. 67, 21; 72, 1 ; e nm. 19. Occorrono anche, a poche linee di distanza 
tra di loro: que crei uu chi e sia 63, 3-4, e que dixan gli homi chi sia lo 
figlio de l'omo 62, 38-9; due esempj che correrebbero più lisci, ponendo 
que al posto di chi e viceversa. 

* L'oscillare tra si e se nella risposta di sic (nm. 20) avrà per avven- 
tura promosso questo «*, come anche il si di passivo, 19, 10. Cfr. del resto 
anche di nm. 156 n. 

* imperzo ke, 11, 13, par avere il semplice significato di 'perciò'. 



268 Salvioni, Annotaz. lombarde. — V. Morf.: Indecl. 

che; per que 11, 4. 5. 7; inanze che 8, 1; azo che; fin che nasci 
^fin da quando nacqui' 6,32 {c(r. fin che la uene *fin da quando la venne' 
meg. 188); tanto , . ,che; quamuixde che . . . anpo 12, 5-6; auegniake 
quantunque less. 

158. Interj azioni: dósoh! 12, 8; 106, 7, hou 4, 27, ho 68, 4, oy me 
69, 23. 24, ecc. S guai (guai a uu 10, 20), ve te * eccoti' 83, 23; - e da B: 
do deh! 12, 34; 17, 35 (cfr. doo do, rev. 23, v. 9, pag. 61, v. 1215, dayme 
rev. 495, v. 1882), e sarà come la fusione di deh! e di oh!; a 8, 38. 39; 
9, 41; /io 8, 15; susu 5, 30. 

[Continua.] 



^ Due volte (60, 25; 113, 19) hi me, susseguenti a voce in -«; e vorrà 
naturalmente dire ahimé. 



♦ ■♦ 



Correzione. 



A j)ag. 246, l. 21, dopo i*, si aggiunga: dav. a consonante; gli gì' 



NOTE ETIMOLOGICHE E LESSICALI. 



DI 

C. NIGBÀ'. 



1. — it. adgssOy desso. 

Il pronome italiano desso non deve esser altro che un de- 
ipso de-'psOj come dentro è de-intro ecc. (v. all'incontro 
M.-L. II § 566); e il significato originario ben ne traspare nel- 
r uso degli antichi scrittori, come per es. : e so che tu fosti desso 
tUj *tu di propria tua persona'. Se avesse buon fondamento 
Yaddesso di antica pronuncia, allegato dal Tommaseo, si pen- 
serebbe senz'altro all'ulteriore combinazione ad-de-ipso, cfr. 
ad-de-intro addentro , che varrebbe anche per qualche riflesso 
esotico. Ma è difficile ammettere nel toscano la riduzione di 
addesso in adesso; e Te di queste e d'altre forme romanze si- 
milari solleva difficoltà anche con la base ad-de-ipso (cfr. Kòr- 
ting 161 e Nachtr.). 

2. — fr. baudety it. Moniebaldo. 

Il fr. baicdei * asino', hain. baude ^ asina', son riferiti dal 
Littré all'afr. band * allegro, ardito', coli' osservazione che l'a- 
sino fosse cosi chiamato per la sua arditezza e per la sua viva- 
cità. La stessa spiegazione dà egli per baudj nome di una specie 



' AbbreTiazionì: — albv., AlberUilIe. — biell., biellese. — br. , Brezzo, in Val- 
Brozzo CanaTOse. — can., caoaTese. — cn.. Valle di CastelnuoTo in CansTese* ~ stìOm 
Oinerra. — monf., Monferrato. — piem., piemontese. — piv., Piverone in CanaTese. — 
«^iiey^ Qaejras. — R., Raeglio in Canavese. — tr., Traversella in Val Brozzo. — va., 
Valle d'Aosta — yb., Val Brozzo. — re, Val Chiasella in Val Brozzo. — Tald., Valdese 
in Piemonte. -» ts., Val Soana in CanaTese* .— ti., Vioo-GanaTese in Val Brozzo. 

Qoanto alle trascrizioni, pare in questo lavoro è conTonato far largo uso della 
facoltà oh* era data in XI, xii; e an particolare argomento qui anzi spingerà a rinun- 
adare a ogni ambizione di una livellazione continua delle rappresentazioni grafiche, poiché 
«ra frequentissimo il caso di toc! esotiche proTenienti da tali fonti che altro non danno 
se non un* ortografia tradizionale od approssimatiya. Ma si è naturalmente badato ad 
escludere ogni grave incertezza. 



270 Nigra , 

di cani da corsa di Barberia. Ora, è ben possibile che il fr. bau' 
douin e l'it. baldovino, soprannomi dell'asino, siano diminutivi 
di baud, deformati per consonanza col nome pr. aat. Balduin. 
Ma il significato etimologico di baudet ecc. punto non sembra 
dover essere 'ardito'; bensì * glabro, raso, privo di peli*. L'asino 
infatti si distingue dal cavallo e dal mulo per il difetto di cri- 
niera; e i levrieri di Barberia sono di pelo liscio. Il dan. bael- 
dei 'implumis' sembra presentare una formazione identica o con- 
genere e rinchiudere un concetto non dissimile. E si può ancora 
chiedere se i frères baudes (frati francescani), che il Nicot tra- 
duce per 'gaudentes', non fossero così chiamati per la loro ton- 
sura, e se baudir un faucon non equivalga a * dóchaperonner 
un f.'. Il tema germanico bald (Mackel 61) che si continua Del- 
l' afr. bald^ ingl. bold^ * ardito', non sarebbe dunque, almeno in 
codesto suo significato, la sorgente immediata di baudeL Questo 
invece sarà più direttamente connesso coli* ingl. bald * calvo', e 
coi nomi locali it. Monte-baldo^ Mon-baldone^ Castel-baldOj che 
riuscirebbero sinonimi del ni. it. Mon-calvo; cfr. canav. Mun- 
'bjutt = ' Monte-nudo '. 

I lessicografi inglesi (Skeat, Wedgwood), movendo dall'antica 
forma balled ballidj ritengono che Tingi, bald debba andar 
disgiunto dal germ. bald e dall' ingl. bald. 

3. — vs. &era f., monf. vinvera f., 'scojàttolo'. 

Le duo forme provengono dal lat. vivèrra 'furetto'; la prima 
con aferesi dissimilativa della sillaba iniziale, e col b iniziale, 
che ricorda quello di *berbix *berbicariu (can, vs. bargér)^ 
la seconda con epentesi di n; ed entrambe col significato che 
passa dall'una all'altra specie di roditore, come nel rum. veve- 
rità e nel gr. mod. ^^q^oii^a * scojattolo '. 

Di men facile dichiarazione: vb. vet^gappa^ albv. vardasse^ 
VA. vergasse^ svizz. rom. verdjassa^ gruy. vyardzd, che pur di- 
cono ' scojattolo ' ; le quali forme devono anch'esse aver patito, 
come quelle di vs., l' aferesi della sillaba iniziale, ma per contro 
essersi arricchite di due suffissi consecutivi: *vérrica (cfr. 
micricay M.-L. II § 410) ^ve^^ricdceay onde verga vergctga. 
Nella forma savojarda, il d sta per g. 



Note etimologiche e lessicali. 271 

Una confusione di specie della stessa natura fu avvertita da 
Flechia (Arch, II 52) nel dialetto di Cuneo, in cui la citata 
forma vinveraj da viverra che in latino significa ^furetto', 
venne a significare ^mustela'. E cosi il sardo schirru^ sciurus, 
che avrebbe dovuto significare ^scojàttolo', è invece passato a 
dir ^màrtora'. 

4. — mil. cerkaria [cfr. n. 5], 

Il mil. cerkaria * salamandra ', risponde, con epentesi di r, a 
un tema *caecarilia, promosso da caecilia. La salamandra, 
nella fauna popolare di varj luoghi, è compresa tra i rettili 
creduti ciechi e velenosi, come il ramarro e la lucignola (cfr. 
com. sigórbola = ciecsL-ovhsL). In Lombardia si applica ad essa il 
motto riferito altrove alla cecilia (v. éus'ija^ nm. 5): 

Se cercaria (salamandra) g\i% Tedess, 
E VaBperior (aspide sordo) i^ht sentiss, 
Poca flront grho sariss. 

In Provenza uno dei nomi della salamandra è blando. Il Mi- 
stral, connettendo questo vocabolo col germ. hlind ^ cieco', cita 
il proverbio provenzale, non molto diverso dal milanese: 

Se la blando U veste 

E la vipéro (vipera) i'entendié, 

Deyalerien un oavalìé. 

5. — can. éùs'ija [cfr. n. 4]. 

Il can. éùs'ija^ vb. sas'ùlja^ 4ucignola, cecilia', altro ancora 
non sono che il lat. caecilia. Il e latino, preceduto da vocale 
e seguito da e od i, si riflette normalmente per s' piem. e can.: 
dis'ija dicebam, asinel ^ acino' ecc.; e così -ilia si riflette per 
-fa 'Ija (fija filia, ecc.). Dimin. : cùs'jihj cùs'jela. 

È r angui s fragilis, cui la credenza popolare attribuisce la 
cecità e il veleno. Quindi il detto toscano: 

Cecilia, cecilia bella! 

8e avesse gli occhi di sua sorella (la TÌpera), 

Cadrebbe morto il oaTalier di sella. 

A cui fa riscontro il canavese: 

CU^jin e'He^Jela ! 

8^ a r ejss j* oj d* saa sorela, 

Fariss kéjer Tom da la sela. 



272 Nigra , 

E il provenzale: 

Se Targuei (cecilia) arie d^aei, 

E leu serpent de cambo, 

Dayalarien lou premié cbivalìé de Franzo. 

La pretesa cecità della lucignola è espressa nei varj nomi da- 
tile in molti idiomi: lat. caecilia (cfr. nm. 5), it. cicigna luci- 
gnola lucia] gr. TvqtXivri^ com. orbisoeula, trev. orbes'iola orbi- 
s'igoltty hissorhola (biscia-orba), trent. orhis'ola^ fr. a-^^vet aveugle 
borgne^ lion. borili, pr. orvàìn, ted. blÌ7idschleiche, ecc. La cre- 
denza popolare è dovuta, come si sa, all'apparato palpebrale di 
questo rettile, composto, come quello del ramarro, di due pal- 
pebre e di una membrana connivente, che fa parer T occhio 
velato. 

6. — cai' (kal-) ecc., nella composizione neolatina. 

Primo il Littré, poi con maturità maggiore A. Darmesteter nel 
Traile de la fo7vnaiion des mots composés dans la la^igue 
frauQ. ecc. (p. Ili sgg.), riconobbero, nelle varie sue forme, que- 
sta voce singolare, che entra come primo elemento in una larga 
serie di composti neolatini, e gallo-italici in ispecie, a impartir 
loro un significato come di stupore o dileggio. Chiunque si riac- 
costi alla serie di cui entriamo a parlare, ripensa quasi inevi- 
tabilmente alla probabilità che codesto cai- rifletta il lat. quale, 
come insieme ripensa ai paralleli ideologici che ci sarebbero of- 
ferti dalle combinazioni stereotipe del tedesco : toas-fiir was-fùr- 
ein-, dai veri composti dell'ant. indiano sul tipo di kin-nara = 
quale-un-uomo ! = mezz'uomo, tal che è tra l'uomo e il bruto. Il 
Darmesteter, accennate queste analogie, le respingeva, e non a 
torto, imaginando che taluno le adducesse per documentare una 
corrispondenza direttamente istorica od etimologica, tra il caso 
del neolatino, per es. , e quello dell'indiano. Ma naturalmente 
nessuno, che non fosse affatto inesperto, avrebbe potuto postulare 
una continuazione tradizionale di codesta maniera; e non si ri- 
torna a simili paragoni, se non per la molto evidente conve- 
nienza che ne deriverebbe nell'ordine ideale. C'è all'incontro 
qualche non lieve difficoltà che osta nell'ordine fonetico al rag- 
guaglio di cai' ecc. = quale, poiché, a tacer d'altro, abbiamo 



..jM 



Noto etimologiche e lessicali. 273 

nella Francia, come già il Darmesteter prudentemente avvertiva, 
anche cha (cioè *m sa) per codesto ca- = qua-; e tale fase ci si 
presenterà anche nell'Engadina. Checché ne sia, qui a ogni modo 
non si presume di risolvere la questione etimologica, ma solo si 
mira a estendere, anche per quant'è della ragione geografica , 
la notizia di questa curiosa apparizione lessicale ^ 

Le forme che assume questa parte iniziale dei composti, sa- 
rebbero nel francese, secondo il Darmesteter, o. e. 112; cai car 
chal char gal gar^ cali gali chali chari^ ca ga cha. Noi vedremo 
aggiungersi, specialmente per virtù della maggiore estensione 
dei limiti territoriali, pur cala e cara sca^a. 

Ed ecco ora la nostra serie: 

1; bl. calofurcium (Ducange) 'forca, patibolo*, fr. d cali- 
foiirchon^ vb. a kalegùke ^a cavalluccio'. Il contenuto etimo- 
logico del VB. liàlegùke non sarà diverso da quello delle voci 
precedenti, poiché gùke altro pur non dev'essere che un pi. fem., 
connesso col can. piem. m. guk (a,tr. juc 'juchoir') 'ramo su 
cui posano gli uccelli e specialmente le galline'. Cfr. Darm. 112. 
2] VB. karamùsay una specie di flauto agreste, fatto colle 
scorze di verghe liscie di castagno o di salcio, quando sono in 
succhio. La seconda parte del composto, -musa, occorre nell'it. 
cornamusa e in forma diminutiva nel fr. musette^ che signifi- 
cano certi strumenti musicali a fiato. — Non mancherà vera- 



* Il rimpianto Darmesteter ripetutamente accennava a una dissertazione 
speciale che égli avrebbe pubblicato intorno a questa 'particola' (o. e, 112 
1 14 n), per la quale i dialetti francesi gli venivano offrendo una messe via 
via più abondante. Le sue obiezioni fonetico-etimologiche intanto si chiu- 
devano cosi: <I1 est dono vraisemblablo de voir dans la particule cai un 
mot d'origine étrangère. Elle aura été importée en Franco entro le X® et 
le XIII® siècle, à une epoque où le fran^ais n'avait que de rares formes 
en ca (celles qui lui venaient du lat. qua)^ et beaucoup de formes en cha 
(celles qui lui venaient du lat. ca), de telle sorte que, recevant un nouvean 
mot cal^ il pouvait lui laisser sa forme originelle, ou T adopter, par le chan- 
gement de e en c/i, à sa phonétique generale. La particule cai doit dono 
étre d'origine germanique (haut ou bas allemand), ou scandinave (par 
rintermédiaire des Normands), ou bas-bretonne, ou, ce qui est moins vrai- 
semblable, basque. C'est à Tune quelconque de ces langues qu'il en faut 
demander Texplication. > 



274 Nigra, 

mente chi piuttosto pensi per karamùsa^ a una riduzione dal- 
l' it. cornamusa^ che però è alla sua volta, specialmente nella 
prima sua parte, un problema etimologico. Io penso che sia uno 
dei composti la cui prima voce è verbale: corna dall' ait. cor- 
nare ^sonare il corno', 

3; pr. carabougnOy lim. carabaugnOy pr. calàbou7*no^ lim. 
calaborno, pr. cdborno caborgno, * cavità d'albero', lion. delf. 
calaborna caborna 'capanna, grotta'. Nelle ultime voci, la se- 
conda parte del composto è pr. bomo^ apr. va. bornUj lim. 
hoiirno borgno ^ rou. bourgno, che vale 'buco, cavità'. Nelle 
prime è un tema "^bmigna, che risponderà all'it. bugno ^ can. 
hl'mj 'tinozza, bugliolo'. In caborgno cabota è possibile che 
la sincope di ca- per cala- sia stata suggerita da quella di ca 
per casa, — Cfr. Darm. 112. 

4 ; sard. cahcscerta calvAxértula * lucertola '. Qui la sincope 
ha una ragione molto chiara. Cfr. galaberno e calhnanda^ ri- 
feriti qui appresso. 

5 ; delf. vald. galaberno 'salamandra ', fr. calimande ^specie 
di sogliola'. La seconda parte del composto è rispettivamente 
pr. labreno ' lucèrtola ', fr. limande ' sogliola ' ^. 

6; pr. calpì^us 'merisier' prunus avium. La seconda parte 
del composto sarà pr. py^us, piem. p7*ùss, 'pero pera'. 

7; it. carabàttole ' masserizie di poco pregio '. Il Caix (n.® 253) 
fa derivare questa voce da grabatulu 'lettuccio'. Ma è di certo 
uno stento non lieve il postulare un cara- da gra-\ e penseremo 
di preferenza ad un composto simile ai precedenti, la cui se- 
conda parte sarebbe battola 'striscia della cuffia, falda del cap- 
puccio, tabella ' ecc., tutte cose di poco valore. 

8 ; fr. clabaud ' specie di cane ', se è *calabaud. La seconda 
parte del composto potrebb' essere il fr. band 'specie di cane da 
séguito'. Ma il Braune ztschr. XX 359 riferisce clabaud al germ. 
*glapjan 'abbajare', connettendolo col fr. glapirj afr. glaper. 



^ li Darmesteter, o. e. 113, faceva susseguire ali* articolo [fr.] calimande^ 
quesfaltro buon articolo: '[fr.] coliniagon^ altération de calimaQon, commo 
1(3 prouvent le picard calamichon et limichon et lo normand calimaehon 
et lirìiachoiC. 



Note etimologiche e lessicali. 275 

9; lion. calorgno, main. blais. calorgne^ Mosco cieco'; — , 
afr. lorgne ^ bieco'. 

iO\ pr. galopastre ^ bergeronnette '. Dal pr. pastre * pastore'. 
Il nome sarà stato dato all' uccello per la sua abitudine di se- 
guire le greggie. 

11. Nelle voci provenzali galapaniin 'vaurien*, galavesso 
'nonchalance*, galofège ^goulu', galolunu galomerlus *gobe- 
niouches', compajono inalterati i secondi membri dei composti: 
pantin vesso fège luno met^lus, 

12 'y pr. galifoulo Sfango di neve'. La seconda parte vuol 
essere comparata col lat. fui lo ne-, fr. foulon foulet*, ecc. 

13 1 genov. gaamustu gaamusciu 'nevischio'. Qui gaa sta 
normalmente per gara = cala ; mì4stu musciu rispondono al lat. 
mustu *mustiu. 

14 'y pr. calabrun 'crepuscolo'. La seconda parte è un tema 
masch. brunUy e risponderà al fem. h^na che in alcuni dia- 
letti e gerghi dell' Alta Italia e di Francia significa * notte ' e 
'sera'. Il bl. galabrunus (Duoange), pr. galàbì^rij significano 
una specie di panno, e la seconda parte del composto ne indi- 
cherà il colore. 

15] it. caramógio 'persona piccola'; dove si può pensare 
a mògio - móggiOj lat. modiu 'misura di capacità'. 

16. Il nome della fata popolare francese Caràbosse può pa- 
rere una deformazione di cara bus. Ma è più verosimile che 
sia un composto; nella cui seconda parte s'avrebbe il fr. hosse 
* gobba*. Cfr. cabosser Darm. 113. 

i7; sp. calamoco ^ghiacciolo'. Lo sp. ha moco 'moccio'; e 
non è poca la somiglianza tra il moccio e il ghiacciolo pendente. 

18 'y few, galavriruiy mod. boi. galavréiruiy 'ribeba'. La se- 
conda parte può essere connessa coli' afr. brin (an. brim) 'ru- 
more, strepito', e anche 'orgoglio'. Con quest'ultimo significato 
concorderebbe quello del mil. galavrinna 'capriccio'. 

19; trent. bresc. berg. com.: calabrosa, mant. calabrusa^ 
com. calabrozzay parm. calabruzza, parm. regg. galaòruzza, 
berg. com. galivrogia, e con s intensivo piac. scaldbrùsa^ ' brina'; 
g«n. gaabisu ( = garabisu ) ' nebbia gelata ', bav. calabrux ' gra- 
gnuola'. La seconda parte del composto si trova allo stato iso- 



276 Nigra, 

lato neirit. broccia ^acqua gelata', ven. brosa 'brina', fri. briose 
'neve, grandine'. Le voci significanti 'vento freddo': pg. briza^ 
fp. brise^ eng. brusa ecc., ricordano curiosamente la glossa d'I- 
sidoro: calabris 'ventis siccis'. La forma genovese gaabisu 
varrebbe per l'identificazione di brise fr. con bise^ di brùsa lad. 
con busa bisa ecc., e col bys della Svizzera tedesca Sdento di 
NE.' e 'nebbia'; cfr. Diez s. brezza; Caix221; Mussafia beitr. 
38; Schuchardt rom. IV 254; Korting 1348. 

20] romagn. pad. trent. calaverma, trent. calwerìia, ca- 
linverna^ pist. calaverno^ piem. mant. boi. galave^ma, agen. ga- 
raverna, gen. gaaverna, romagn. galavèrna^ com. galiverna, 
imol. sgalavernaj 'brina, gelicidio, nebbia gelata, ghiaccioli'. 
Questa voce, cosi sonora e cosi diffusa, più volte tentata dai lin- 
guisti (Schneller 125; Schuchardt rom. IV 254), rimane tuttavia 
allo stato di problema. Collocata che sia nella nostra cornice 
(kala-verna), come ormai deve parere legittimo, il problema si 
riduce alla dichiarazione di verna y per la quale si può pensare 
alla base vi'trina {vhnna verna] cfr. l'artic. givre^ qui ap- 
presso al num. 12). S'aggiunga, l'eng. cìialaverna 'lampo', che 
mal si può separare dal sinonimo altocan. alejvro {lejv7^o qui ap- 
presso, all'artic. n,** 12); nei quali due termini, non tanto fa 
difficoltà la ragione del significato (si potrebbe partire dal ^lam- 
peggiar del ghiaccio sulle creste alpine'), quanto la ragion fo- 
netica della prima sillaba. Finalmente, il verbanese galaverna^ 
che dice 'fungo in forma di lingua che nasce sul castagno' e (per 
origine veneziana; Cherub. ) 'pinolo della barca ove s'appoggia 
il remo', non consente spiegazioni che abbiano, per ora, una ve- 
risimiglianza sufficiente. 

21] sp. calabrina, hedor (fetore; ztschr. II 66 n); dove il 
secondo elemento ricorda l'asp. bren^ Irne, bran 'escremento', 
onde breneux embrener ecc., e il vs. sbrina 'impegolato, em- 
brené', rimanendo però qualche difficolta circa la vocale, 

22] galabuaè f., nel dial. di Puybarrand (Charente), ^me- 
lolonta ', fr. hanneton. La seconda parte del composto è buaè f., 
fr. 'bois', che avrà qui il senso di 'corna', come in 'bois de 
cerf. Si sa che in varj idiomi il melolonta è detto 'cervo. vo- 
lante '. 



Note etimologiche e lessicali. 277 

Il nostro * fattore di composti' s'avrà molto probabilmente 
anche nelle seguenti voci : it. calamagna calamandrea caracollo^ 
sp. calabobos calagozo calamorra galizàbra^ cat. calamarsa, 
pr. calibari eallaynherto galigovQOj i\\ calebasse calimafrée ga- 
limatias cloporte; ecc. Di galimatias e oalimafrée, v. il Darme- 
steter, o. e. 113, dove son pure esaminati charivari calembre* 
daine ecc. 

7. — càràbu, granchio, nella sua figliazione neolatina. 

La intitolazione di quest'articolo è in singolare contrasto col 
num. 1644 di Kòrting, che dice: ^carabus -ura, eine art langge- 
schwànzter meerkrebs scheint im romanischen keine nachkommen- 
schaft zu besitzen'. 

Incominciamo per avvertire che il §- per A-, fermo e difiFuso 
nella prosapia neolatina, non ci deve punto parere strano, trat- 
tandosi veramente di voce greca {xàga^og), E se, d'altronde, il 
lessico neolatino non ci dà più se non voci derivate e tutte di 
significazione traslata, le derivazioni e i traslati ci appajono però 
di un'evidenza ben singolare. 

I temi sono: car^la^bùculic e ca7^[a]buculu] carabicidii]^ 
eiff'Car[a]buculire ex-carabiculare; ex-carabire^ in-ca- 
Tabulire, 

II primo gruppo dei riflessi neolatini sia il seguente: 

can. s'garamr ^ingagliardire, risvegliare', partic. s'garavi\ 
quey. eicaravilld ^enjoué, éveillé', ling. guasc. escarrabihd escàr- 
T^abilhd ^dégourdir, ragaillardir , réveiller', gin. écarablller^ 
^ écarquiller ', afr. escay'billard ^éveillé, gai, enjoué'; voci tutte 
in cui ritorna l' identico traslato che è nell' italiano ' sgranchire ', 
da Sgranchio'. E a riprova s'aggiunge il significato positivo che 
è nel VB. angravali angari^ ' aggranchito, intirizzito dal freddo ', 
quasi: incarabulito. 

Ora veniamo a un secondo gruppo. 

morv. grabouil Sgarbuglio*, en carbonio 'en peloton'; it. gar- 
bugliOj can. piem. garbi'tj Viluppo, intricamento ', it. groviglia^ 
aggrovigliare, nsif, aggravogliar^ey scravogliay^e\ piem. garabija 
Sgarbuglio, ruffa'. Il granchio dà l'idea di cosa raggomitolata 
aggrovigliata, onde pienamente si legittima il senso di garbuglio. 



278 Nigra, 

Ma rimane il fr. écarbouiller écrabouiller, che già ^a priori' 
non par possibile di staccare dalle voci precedenti. Littré ne dà 
una di quelle definizioni che si foggiano per legittimare un'eti- 
mologia preconcetta; spiega cioè écarbouille)^ per ^réduire en 
fragments en ócachant', a fine di persuadere il suo *excarbun- 
culare (da carbunculu), che del resto doveva dare: -boun- 
gler. Nel fatto, però, gli esempj da lui citati mostrano che écar- 
bouiller significa semplicemente ^écacher', ma non ^reduire en 
fragments ', come del resto si vede ben chiaro daìlVécraboui della 
Bretagna: 'schiacciare, far piatto'. Ora l'idea di * schiacciare' 
è pure contenuta nel nostro *€X'carabuclare^ poiché questo 
risponde a ^sgranchire', e 'sgranchire' significa non solo dare 
elasticità e gagliardia a ciò che era irrigidito, discriminare ciò 
che era intricato, ma anche distendere e appiattire ciò che era 
aggrovigliato come un granchio fuor d'acqua. Piuttosto sarà da 
dire che écarbouiller^ per il suo ca e non cha^ abbia fisonomia 
provenzale anziché francese. Cfr., del resto, l'affinissimo s'gar- 
bùljer 'districare', dell' Engadina. 

E semplicemente intensivo il s- che vediamo nel piem. s'garbùjy 
allotropo di garbùjj e nell'it. scarabocchio. Quest'ultimo voca- 
bolo significherà etimologicamente un 'piccolo granchio', figu- 
rato dalla macchia d'inchiostro, e ideologicamente andrà cosi 
con sgorbio da scorpiu (v. Caix 563, dove scarabocchio è fatto 
derivare da scarabaeus) *. Il 'granchio', cioè il 'cancro', sta 
poi alla sua volta nel fr. échancrer, vb. §ran^ljun 'matassa 
>arrufiata', piem. ^ranQja 'grovigliola', ecc. 

8. — prov. garriy piem. gari. 

Per l'etimologia del piem. vald. gari^ br. gen^ delf. quey. jarrij 
,pr. garri 'ratto, topo', vien facilmente da pensare al pr. garre 
'grigio, falbo\ afr. guarre 'screziato', fr. bigarré; ma la guttu- 
rale sarebbe mal disciplinata. Varrà piuttosto il confronto col fr. 
jarrey termine usato dai pellicciaj per indicare il pelo duro che 



* L'it. garbuglio, secondo il D'Ovidio, non dovrebbe essere indigeno 
(circa V^uglio, cfr. rimasuglio ecc.); ma a ogni modo esso sta daccanto a 
scarabocchio come agiiglia allato ad agocchia. 



Noto etimologiche e lessicali. 279 

sporge oltre la superficie del pelame. Il Bugge si chiede, se jarre 
non debba riferirsi allo sp. waro jarOy detto del porco che abbia 
le setole rigide e scure come quelle del cinghiale. Dal fr. jar^re 
viene il mil. giar con egual senso, e il suo derivato desgiard 
^ levar via il pelo vano dai cappelli', che il Salvioni riferiva a 
*dis-clarare (Fon. 182). Per noi ci vorrebbe, a ogni modo, 
un tema *garrioi e non oseremo ancora affermare che il topo 
abbia questo nome per le setole irte che egli porta sul muso. 

9. — Applicazioni metaforiche 
di nomi del gatto {gatto chat; minon ecc.). 

11 fr. gattilier ^salcio agno casto* è di origine ignota, secondo 
Littré. Proviene dallo sp. gatillo (sauz-gatillo), secondo Bugge; 
il quale cosi scrive intorno questa voce (rom. IV 357): a gatillo 
est le diminutif de ^a^o = chat, mais, comme nom de l'arbris- 
seau, il semble une altération de agno castily la quelle forme 
se trouve en portugais à coté de agno casto. » Il dotto svedese 
avrà ragione nel ricondurre il fr. gattilier (la cui gutturale tra- 
disce a ogni modo un'origine non francese) allo sp. gatillo; ma 
non nel supporre che gatillo^ come nome dell'albero, sia un'al- 
terazione del portoghese castità col quale non ha alcuna rela- 
zione etimologica. Com'egli rettamente avverte, gatillo è un di- 
minutivo di gaio. Ora, la voce per ^ gatto', sia essa cattu o sia 
qualche altro suo sinonimo, secondo che di sopra indicammo, s'ap- 
plica nei riflessi romanzi, in varie forme di gradazione e di ge- 
nere, alle significazioni seguenti: 1.** la ruca e altri bruchi: 
piem. can. monf. gen. lomb. emil. ecc. gala gatta gatt gattin 
gattinna gdltola^ afr. chatte-peleuse (Gotgrave), ingl. caterpillar^ 
(Skeat) ecc.;- 2.^ l'amento, cioè il fiore di salcio, noce, noc- 
ciuolo, castagno, pioppo e simili (cfr. ted. kàlzchen * amento', 
ingl. katkin, oland. katten kattekens, ' SLta^nto di noci e nocciole') 
e quindi alcuni degli alberi che, appunto come lo sp. gatillo e 
il fr. gattilier^ producono questo amento: piem. can. gen. gala, 
lomb. gattinna, boi. gatty roinagn. gàtel, tose, gatto ^amento di 
salcio' ecc.; tose, gdttice gàttero * specie di pioppo'; lomb. gatun 
gdtul mina {mina * gatta'), can. muga musa (tose, muscia 



280 Nigra, 

* gatta'), BR. minùgatt, * salcio selvatico', com. mognon ^salice pe- 
loso'; dial. di Malmedy minon ^weidekàtzchen', vali. mod. minu 
'kàtzchen der blùthen' (Horning); tose, migna mignola mignolo 
^amento dell'ulivo; cat. pr. cat-sauZj ling. gat-sauze^ ^salcio agno 
casto'; pr. catié^ vel. chatié, ^salcio spinoso'; alvern. catOy pr. 
catowiy fp. chatony pr. mÌ7ioun (fr. minon minette * gatto -a'), 
albv. miret {mire ^chat'), ^amento di piante'. L'applicazione del 
nome del * gatto' al bruco e al fiore di certe piante si spiega 
per una certa loro somiglianza con cotesto animale nella forma 
allungata, nella pelosità e nella flessibilità. Secondo uno stesso 
ordine di idee, il nome diminutivo della cagna fu attribuito, in 
francese, al bruco e alla ciniglia (chenille) e l'accrescitivo del 
cane, in milanese, al baco (cagnon). 

Le voci fr. minon minette, pr. minaud mignaud minein mir 
gno mino minoun mounet miro, piem. can. monf, gen. meno 
mina mino minin mirtina mirtina migrtanrta^ boi. mnèin^ mil. 
martan manarta, ^ gatto -a, gattino -a', ci condurranno sulla trac- 
cia dell'etimologia, rimasta finora oscura, del pr. magnan ^bi- 
gatto' (it. magnatto, Dumeril, cit. da Mistral, s. magnan). Ri- 
salirà questa voce, con 1* atona assimilata, a *minan (cfr. gen. 
mignanna, mil. martan), accrescitivo di mino, che esiste, come 
si è veduto, in provenzale piemontese canavese monferrino, col 
senso di ^ gatto'. Significherà dunque * gattono', cioè il bruco 
per eccellenza, il bruco della seta, secondo lo stesso concetto che 
in Piemonte Lombardia Liguria e altrove fece assegnare il nome 
del gatto della gatta al bruco dei cavoli, e anche al bigatto, 
sia vivo, malato o morto (mil. gattini ^baco da seta', boi. gcUtj 
piem. gatina, mil. gattozz, 'bigatto malato o morto'). 

Si noti poi la concordanza nel carattere accrescitivo del suf- 
fisso nel magnan provenzale e del prefisso nel bigatto italiano; 
poiché bigatto, alla sua volta, non deriverà da bombyx "^ h am- 
bio o , come, dopo il Ménage, ingegnosamente ha tentato di pro- 
vare il nostro Flechia (Arch. II 39), ma bensì da *biS'gaitOy 
che vorrà dire 'gattone' e risponderà per il senso al pr, mar 
gnan che è, come già dicemmo, un accrescitivo dello stesso 
tema di cui il fr. ^nineite e il piem. minin sono diminutivi ipo- 
coristici. 



Noto etimologiche e lessicali. 281 

Se questa dichiarazione del pr. magnan è ben fondata S si po- 
trà pensare a un'egual derivazione per l'it. mignatta (scritto an- 
che niagnattay Mattioli cit. da Tommaseo, s. mignatta). La san- 
guisuga ha di fatti col bigatto e con altri bruchi una somiglianza 
nella forma e nella contrattilità dei corpo, e con alcuni anche 
nel colore. Come forme affini si comparino il già citato genovese 
mignanna ^ gatta', e il toscano mignatto ^lombrico' che si trova 
negli intestini degli animali, e che certo non può derivare da 
minium. Il suffisso -^Ltto -atta si sa che occorre nei dialetti del- 
l'Alta Italia e in Toscana per designare piccoli animali ( Meyer- 
Lùbke, II 506). 

Per l'etimologia non ancora accertata di minon minette e delle 
voci affini, si consultino: Diez s. mignon e mina 2; Caix st. 417; 
Thurneysen keltor. 69; Mackel 101; Kòrting 5299. 

10. — it. gavine gavigne; fr. ècheveau. 

Degli lì. gavine gavigne ^glandule del collo' (cfr. bl. gavanus 
gavinae. Due), il Diez non ha tentato alcuna spiegazione. Di- 
cono propriamente Sgomitolo', e sono diminutivi feminini del tema 
eai?o = *capu 'nodo di corda'. Dallo stesso tema procedono : tose. 
aggavignare 'afferrare per il collo ', piem. gavine angaviné, monf. 
angavnéy ^ingarbugliare, aggrovigliare', piem. angavin^ monf. 
angaven, 'ritorta, massa intricata', tose. boi. gavetta, monf. an- 
gacèta, romag. gavetta gavétula, 'matassa', monf, kavéta gavéta 
Sgomitolo', romagn. gavan 'viluppo di fila intricate', piem. can. 
gavass Sgozzo', tose, gavetta 'matassina di corde musicali', ro- 
magn. gautlen 'matassina fatta sulla mano aperta incrociando i 
fili dal pollice al dito mignolo'. Quest'ultima forma, considerata 
la sua dentale, è manifestamente un doppio diminutiv# mascolino 
di gavetta, piuttosto che un riflesso di *capitellinu. Ma a ca- 
pite, cioè a un verbo *capitiare *captiare (cfr. it. raccapez- 
zare), ben risaliranno le voci monf. gen. gassa gasselta, piem. 
can. angassa, 'cappio'. 



* Il pr. niagnan significa ancora: 'amento del pioppo bianco* (Mistral); 
ed è un significato che riesce a conferma dell' etimologia che è proposta 
qui sopra. 

Archivio glottol. ital., XIV. 19 



282 Nigra, 

Col c iniziale originario si lianno altre forme da capu: bl. 
capulum 'funis' (Isid. gì.), it. cappio, fr. cable, piem. kavjxm 
(*capulone, come .saft;/.*» = *sabulone), cslxì. kavuìi, quey. 
chaboun, alhy. stacon (.<?^ = c/^-), lion. chavon, * bandolo *di ma- 
tassa'. E da capite: tose. Catella (Caix 259) * bandolo', vs. ha- 
tiljtcn 'gomitolo', pr. captel capclel catel 'bandolo'. Dal ga- 
vetta tose, romagn. e dal gavHa havèta monf. * matassa' e * go- 
mitolo' mal si possono separare i modenesi sgaveia e scavetn 
di egual significato. Ed è egualmente difficile il separare dagli 
uni e dagli altri i fr. écheveau écliecette, morv. échavotte, Sgo- 
mitolo', e Tafr. eschief che Nicot traduce 'orbis filaceus'. Ma 
qui risorge la disputa tra il s intensivo e il pref. ex-. Il Diez 
evitò l'ostacolo facendo procedere le forme francesi da scàpus. 
che tra altri significati ha anche quello di * rotolo di carte '. Ma 
oltreché scapus non si potrebbe porre a base delle altre voci 
qui sopra riferite, il suo significato, che è quello di Sgambo, 
tronco* e di 'rotolo' in quanto questo sia in forma di colonnetta, 
è troppo lontano da quello di 'matassa' e 'gomitolo', perchè in 
assenza di anelli intermedj si |X)ssan conciliare. Se l'afr. escha- 
voir 'arcolajo' implicasse l'esistenza d'un verbo escìiavev col 
senso di 'dipanare' o 'aggomitolare', la questione sarebbe, ai- 
mono in parte, risolta. 

11. — VB. gelcjvro] pr. gelibì^e; fr. givre. 

VB. gélcjvro (gelevro tr., gelioro br., deléyvér vi., delivro 
ve: d^g)y can. va. gejvi^Oy vs. gevrOj fr. givre, borg. gèvre, 
occit. jalibve gelibre gilibre, cat. gebrCy 'brina'. — Sono riflessi 
di un composto assai notevole per l'antichità del suo accento, e 
cioè: *geh'vitrum, * gelo-vetro' o 'vetro-ghiaccio*. Il fr. givre 
(cioè zivre-^ zlivre ^zleivre) risulta così un sinonimo ben 
legittimo del fr. veì^glas^ rou. wcir-glache, parm. vedeì^-giazz. 
Dove non sarà superfluo ricordare, che in Val-Camonica , Val- 
tellina, Trentino, Engadina, per 'ghiacciajo' si dice vedretta , 
vadretta, vedrial, radret {vedrec nel canton Ticmo)^ vadretin 
<la vitru, e uno dei gliiacciaj del Monte Rosa si chiama Ven^a. 

Alla contrazione postonica di vitrum in vb. can. -vro ecc., 
risponde la protonica di vb. pieni, can. vrera (vs. veveri)^ 'im- 
pannata' = vitr a ria. 



Note etimologiche e lessicali. 283 

12. — fr. grivSy pr. grico^ piem. griva. 

Dicono 4ordo', il fr. grive^ pr. grico, guasc. grigo, delf. gvievo^ 
piem. can. griva. La voce piem. e can. ci venne verosimilmente 
<li Provenza, la indigena in Piemonte essendo ^w/'d = turdu. In 
Piemonte e nel Canavese s'ha pure, col significato stesso della 
forma semplice, il dimin. grivola] e da questo deve proceder 
grivold ^macchiato di bianco e di nero'. Una delle cime del Gran 
Paradiso, nelle Alpi Graje, porta il nome di Gricola\ e in can. 
occorre pur la forma masc. grivo, e gli accrescitivi gynvass gri- 
cassa j applicati a varie specie di tordi. Già il Génin considerò 
il fr. grive come il fem. dell' afr. griu^grieu 'greco', dichiara- 
zione che ha conferma dalla forma guascone sopracitata. Il fem. 
grice, qual che sia la precisa evoluzione fonetica del rispettivo 
mascolino, starà pur di certo a questo come sta juice a *juieic 
*/<«w = ju[d]aeu (v. Suchier ztschr. VI 438; Behrens, Metath. 
90; Meyer-Lùbke I 442). Dunque grioe significherà la 'greca', 
e il tordo avrà avuto questo nome da uno dei paesi mediterranei 
dove va regolarmente a passar l'inverno e donde ritorna in pri- 
mavera. Altri uccelli furono indicati col nome del luogo donde 
vengono o dove vanno, come: la róndine riparia detta dardanel 
dàrdan in Lombardia, ciprioto e dàrdano nel veneto, tartarei 
nel parmigiano, tàrter nel trentino ; il róndine cipselo detto dardù 
a Bergamo, dardao a Savona, "barhairouy cioè * barbaresco ', a 
Kizza; la ghiandaja marina detta uccello turco nell'isola del Gi- 
glio; il basettino (panurus biarmicus), detto todeschin e tenga- 
resin in Lombardia ; il piovanello detto romaniello^ iorolino ro- 
mano^ a Napoli; il cavaliere d'Italia (hiraantopus candidus), detto 
francisottii a Terranova di Sicilia; il fy^ancolino^ e altri. 

13. — can. giila. 

Il can. gàia 'hocco, noce campana o reale' sarà un vero ci- 
melio, in quanto risponda, anche per la ragion flessionale del 
nominativo, al lat. juglans. Appena è d'uopo ricordare come 
sia qui normale ^- da j ; cfr. ^/in=jejunu, garo^juvo^ ecc. 
Per gì aspetteremmo veramente un secondo g (gassa ga)it gajra 



284 Nigra , 

gera = gl?icie glande glarea;- U7iga singa - ìing'lsL cin- 
g'ia ecc.) e quindi: guga^jugìams. Ma il g di glans può es- 
ser mancato, anche nel composto, prima dell'evoluzione neola- 
tina; cfr. lapide sp. e pori, = glande. 

14. — L'it. lava e più altre voci affini od omofone. 

I. — L'it. lava ^pietra di vulcano fusa o indurata' punto non 
si connette radicalmente con lavare. Se, nel dialetto napoletano, 
lava si dice anche per * torrente di pioggia nelle strade', que- 
sto significato, dovuto a similitudine col borrente vulcanico', è 
affatto secondario. Nell'ordine etimologico, il nostro vocabolo si 
toccherà piuttosto col gr. Aàrag (pietra) ecc.; cfr. Curtius* 553, 
e perciò con XaoToniat lautumiae ecc., e coi nomi proprj : Là- 
vlnum Lavinia. 

A ogni modo, la parentela 'italica' di lava è molto nume- 
rosa. Insieme col pr. lavo lauvo 'pierre piate', e col fr. lave^ 
che sono la stessa parola, si posson qui citare: bl. la via 'lapidis 
species', laveria 'cava di pietra' (Ducange da carte Langresi 
dei secoli XIII e XIV); it. lavagna; va. lavjdu 'cava di lava- 
gna ' ; bresc. laind = lavimi ' franare ' ; pr. lavino , it. lavina , 
lavanca, vs. lavenciy vb. lavenka lavanka, 'valanga', lavanlial 
'ammasso di terra e pietre prodotto dalla lavina'; fr. lavance 
lavanche, da cui per falsa etimologia popolare si fece avalan- 
che, donde l'it. valanga^ pg. lavanca; bresc. Idf 'frana'; br. 
lavess 'lavagna', mil. lavesg 'sorta di pietra' (Cherub.), pr, 
laicvas lauveto lavencho 'dalle', lauvd 'paver', lavassiero 'ar- 
doisière', lauvisso 'amas de pierres plates'; [triest. Idvt^a ^sca- 
glia']; lad. lavina livina^ lavinal livinaly 'petraja di lavina', 
lavin&r 'traccia della lavina', lavinùs -a 'esposto alla lavina'; 
e i nomi locali: Lavello (Puglie), Lavino Lavagna (Lig.), La- 
veno Lavena Lavenone (Lomb.), Lavagna Lavazzo (Ven.), La- 
véss Lavasse Lavjus'a Lavay^ejs Lavina Lavenka Lavaggi (Gan. 
Piem.), Lava (V. Cam.), Lavace (Trent.), Laver Lavin Lavinoz 
Lavaz Lavirun (Lad.), Lavans Lavanda (Fr.), ecc. Con iy da 
rj, il VA. labje 'lastra d'ardesia'; se pur non c'entra lapide, 
come nel can. lapjass 'masso di pietra' (cfr. piem. ecc. tébi<, 
vallanz. chioepp Arch. I 254, tepidu). 



Note etimologiche e lessicali. 285 

II. — VB. lanka * macigno' lancStt * pietra da taglio', albv. lan- 
Me (= lancile) * montagna, burrone'. Una connessione tra questi 
vocaboli e il lat. lanx Spiattello di bilancia', originariamente di 
pietra, è per ora una mera ipotesi. Ma giova citare, come pro- 
babilmente affini, varj nomi di luogo in regioni alpestri o sas- 
sose: Lans (Piem., Sav.) Lanza (Trent., Ven.), Lanzada (V. 
Teli.), Istalanz (isola-pietra?, Eng.), Launsch (lad. sottos.)? Lans 
Lansac Lance Lanchy Lanchère Langon Lanques Lanquais 
(Fr.), ecc. 

Si può chiedere se col lat.. lanx teste citato, si abbia a con- 
netter la noe a, che Varrone, citato da Gellio, attribuisce ad ori- 
gine ispanica, e se quindi questo vocabolo non significasse in ori- 
gine l'antica asta cuspidata di selce. * 

Lo sp. danclia (laja) ^ lastra di pietra' fu identificato da Baist 
(ztschr. V 561) con plancha 4ama di metallo, ferro da stirare'. 

III. — Accanto a lava dev'essersi avuto, sin da età romana, 
*lausaj col preciso significato di ^pietra piatta, pietra da tetto 
e da lastrico ' *. Ne abbiamo , nei paesi romanzi , i seguenti ri- 
flessi : bl. laicsa losa^ apr. lausa, alta-It. losa^ lion. lousa lusa, 
fr. lauze lose^ cat. llosa^ sp. losa^ pg. lousa. Derivati: bl. lausa- 
tum, piem. can. los'à 'tetto di lastra d'ardesia', vs. los'in 'piat- 
tello', pr. lauseto * petite dalle', laicsado ^pavé de pierres plates', 
lat^d (sp. losar) ^paver', lausié ^carrière de dalles', lausiho 
lausisso ^debris, amas de pierres plates', lausanier *massif de 
montagnes'; e i nomi locali *: La Los' a (Val di Stura), Los era 
(vs., can.), Los' èli (can.), Laus'ere (va.), Lósego (Belluno), Là- 
sine Lózio (Brescia), Laiizac (Friuli), Lausanne (Svizz.), Lo- 
zère Lausero (Fr., Pr.), ecc. Oltre che per la diffusione in tanta 
parte del territorio romanzo, il vocabolo è anche notevole per 
la sua antichità letteraria, poiché già ricorre nella tavola di 
Aljustrel in Portogallo, che è del I secolo dell'era volgare, nella 
veste di un aggettivo plurale feminino: lapides lausiae, col 
chiaro significato di 'pietre d'ardesia'. Lo Schuchardt, colpito 



^ In Carpeatier è anche attribuito a Iosa il senso di later quadrata s; 
e lo sp. loza significa *majolica\ 
' Cfr. il cogn. L a u s u s . 



28'J Nigra, 

tlairuntichità del vocabolo, volle escluderlo dal lessico latino; e 
comparandolo con Lausanna, lo dichiarò preromano e di ori- 
gine celtica ( ztschr. VI 424 ). Senonchè il Bùcheler (Arch. f. lat. 
lex., II 605) lo rivendicò giustamente alla latinità, facendolo ori- 
ginare dalla radice primaria lau-, conservata nel greco; ma 
senza che si possa consentire con lui circa gli elementi di for- 
mazione, che avrebbero a coincidere con quelli di minutiae 
nuptiae *nautea = nausea ecc., poiché lausiae è forma ag- 
gettivale (^ardesiane') concordante con lapides, nom. pi. qui 
usato al feminino, la quale presuppone il sostantivo la usa, esi- 
stente difatti nei riflessi romanzi, come già vedemmo. Resta, in 
conclusione, la difficoltà dell'allargamento radicale, che vorremmo 
postulare, per ottenerne, coli' elemento derivatore, un s; poiché 
un verbo *lau-d-ere (cfr. clau-d-ere), onde *lausa (cfp, clau- 
sum), e' in^jolferebbe nelle ipotesi. 

L'origine celtica di lausiae resta intanto esclusa, per ciò che 
non si sia finora trovato un radicale celtico a cui riferire co- 
testa parola ^. 

IT. — VB. Ids' ^pietra piatta, lastra di pietra'; dimin. las'étt; 
las'as'ér tagliatore di lastre'; bresc. las'a ^lastra di pietra'. Con 
questo vocabolo, o con vocaboli derivati dallo stesso nucleo, sono 
nominate, in varie regioni alpestri romanze, molte capanne^ dette 
'alpi', coperte di lastre di pietra, e altre località montane, come: 
la Las' (Biell., V. Lesii, vb., V. Livigno, Eng.), Laas Laaserspitz 
(Eng.), Lasa (S. Gallo), Las' in Las'ér Las'inètt Las'app (vb.), 
Lasoneif (V. Lesa), Laggiù (Ven.), Lazza (V. Cam.), Latsch 
(Eng., Tir.), Leysse (v.v.). 

Il tema integrale di Ids sarà probabilmente *lavac'e, *laace) 
cfr. i nll. Laodce (Trent.) e Laas Laaserspitz (Engadina)'. 



* Qui si avrà a porre anohe il tr. l-ys^uige 'rombo', termine araldico, de- 
derivato da losii lost\ oom> eia spiegarono il Guyet e il Ducange (Ménage 
s. V.: Duo. s. V.). 1 l'^rmìni !*ìmilari nogli altri idiomi romanzi o in inglese 
sono tolti dal franoi^s.\ Dal significato di lose 'pietra da lastrico* ordina- 
riam»?nt«> quadrata, si passC» facilmente a quello di 'losanga* che ha forma 
•\^ualin»Mit^^ quadrilat-?ral?. 

* Si rioordì an.»ora il tv»s;. !^::.u <:non. .:: i.iri*ìa , luccli. lezsa; gen. lig^ 



<7it7 * frana*', 



Note etimologiche e lessicali. 287 

.E ancora rimarrà da mandare sotto Idsy il gen. las'anay spe- 
cie di pasta di Genova consistente in 'pezzi quadrangolari di 
sottile sfoglia di farina di grano tenero, più o meno larghi '^ Le 
^lasagne* sono cosi nominate per la loro forma piatta, sottile e 
a pezzi quadrati, come le lastre di tetto. 

La qual dichiarazione è confermata dalle forme provenzali: 
lauoan lauoanet lauvagnet, daccanto a laumn e lasagne (quey. 
lazanio). lì Mistral, registrando queste forme nel suo dizionario, 
le riferisce a lauso ^pierre piate'; e questo si dovrà intendere 
di lausan. Ma le prime risalgono a laca^ e l'ultima, lasana^ 
che è la voce genovese, va bensì parallela al tema lausa^ ma 
più precisamente risale per noi a lavac- ecc. 

Si confronti Analmente il bl. (Ducange) lazana nemoria 
^ pars sylvae longior quam lata ', cioè un quadrilatero allungato, 
qual è appunto la forma della * lasagna'. 

15. — Lomb. piem. maskarpa maskerpa, can. maniskerpa; — 
it. sup. puina pò v ina pavena^ lad. pi(,inna puiiìa'y — 
svizz. rom. motay valmagg. motta^ piem. tuma, pr, toumOy 
fr. tomme. 

Il tema anfr. *skarpa ( Mackel 57 ), derivato dalla radice ger- 
manica e greco-latina skarp fagliare, fendere*, dal significato di 
* brandello, squarcio di stoffa o di cuojo* (ingl. scrap, com. scarp) 
passò a quello di ' tasca ' (isl. norv. shreppa^ sved. shràppa^ ingl. 
scrip, aol. scharpe scliaerpe^ bted. schrap)^ essendo questa, nota 
lo Skeat (s. scrip), ^made of a scy*ap or shred of skin or other 
inaterial'. Secondo le varie foggie e i varj usi della * tasca', il vo- 
cabolo sharia venne poi ad assumere, negli idiomi germanici e 
nei romanzi, varj significati, fra i quali son da notare i seguenti: 
1.* ^ tasca da pellegrino, saccoccia appesa al collo, a tra- 
colla, alla cintura': aat. scharpe^ le forme scandinave e anfr. so- 
pracitate, e afr. esquerpe escìiarpe^ 



^ Dizionario genovese di Gio. Gasacela s. v. - La definizione di certi les- 
sici ' pasta tratta a forma di nastro * è falsa, poiché non è applicabile alle 
vere lasagne, ma bensì alle cosi dette stnscie o lasagnette. La forma carat- 
teristica della Utsagna è un ' pezzo piatto quadrangolare \ 



288 Nigra, 

2.° ^sciarpa a tracolla': ted. schàrpe^ fr. ècliarpe^ it. scia^jm 
ciarpa ; 

3.** * calzatura del piede': it. scarpa, che è veramente la 
^saccoccia per il piede'. Si sa che la ^scarpa' era fatta origina- 
riamente, e in certi luoghi è fatta anche adesso, di uno squarcio 
di cuojo di stoffa, cucito e allacciato. Dalla forma della calza- 
tura fu detto scarpa, in architettura e muratura, il pendio del 
muro a sostegno, e in topografia il pendio di monte. 

4.^ I termini lomb. piem. maskarpa maskerpa e can. ^na- 
niskerpa, * ricotta', contengono presumibilmente, nella seconda 
parte del composto, lo stesso tema sharpa^ col significato origi- 
nario di 'saccoccia'. È noto che la 'ricotta' si pone in una pez- 
zuola di tela, che presa in mano per i capi presenta la figura 
di una saccoccia piena. Si può supporre, che per distinguere questa 
saccoccia da quelle che si portano al collo o ai piedi, si sia ag- 
giunto a sharpa, come prima parte del composto, il determina- 
tivo mani, e che maniskàrpa abbia quindi a significare * scarpa 
a mano '. Ma è anche possibile che mani- significhi 'cacio' (cf. vs. 
mano 'cacio', com. Tr. P. magnocca Matte quagliato', soprasilv. 
minucc ecc. Arch. VII 500 n.), e che maniskerpa perciò dica 
* tasca da formaggio'. 

Il mil. maskarpon significa una specie di ricotta, ma anche 
un fungo, l'amanita ampia di Persoons, il quale sarà stato 
cosi nominato per il suo cappello bianco semisferico, somigliante 
ad una maskarpa rovesciata 

L'incertezza del senso della prima parte del composto rende 
egualmente incerta la proposta spiegazione. Vorrà quindi essere 
considerata come semplice ipotesi. 

Un altro nome della 'ricotta' nell'Italia Superiore e nei paesi 
ladini è pur dovuto alla forma impressale dalla pezzuola che 
l'involge. Le voci lomb. ven. friul. trent. em. romagn. puina pò- 
vina puvenay lad. pidnna puina, significano 'ricotta, cacio fre- 
sco'. Collo stesso significato sono registrate le voci latinizzate 
povina popiyia negli statuti di Trento e di Roveredo, citati dallo 
Schneller (s. poina). Nel comasco, la voce poina ha non solo 
il significato di 'caciuola fresca oblunga', ma anche quello della 
^ pigna rotonda e oblunga' prodotta da certa specie di alberi co- 



Noto etimologiche e lossicali. 289 

niferi (Monti, voc. coin. s. v.). 11 Lorck, che registra tutte queste 
forme (altberg. 232), propone con riserva che esse possano de- 
rivare da pò pina* vi Vanda di taverna', con modificazione di si- 
gnificato. Ma la ricotta non è vivanda di taverna, e la modifi- 
cazione del senso sembra troppo grave per potersi ammettere. 
In ogni caso poi il significato di * pigna', che è del com. poina, 
resterebbe senza spiegazione. 

Se si rifletta che il cacio negli idiomi romanzi ha preso so- 
vente il nome dalla sua forma (cfr. , oltre *formaticu, il fr. 
ìnatoìiy cai. maio, lo svizz. roin. mota moteta^ valmagg. molta), 
non parrà inverosimile che anche la voce povina puma pucena 
abbia seguito lo stesso processo logico e perciò realmente signi- 
fichi una speciale figura sotto cui si presenti la ^ricotta'. Ora 
questa specie di cacio fresco, che non è altro se non il latte qua- 
gliato al fuoco e separato dal siero, prende, dopo essere messo 
in un sottile pannilino bianco, una forma semisferica, che potè 
essere comparata con quella di una poppa di donna, coperta dalla 
camicia. Quindi puina e pocina saranno diminutivi derivati dal 
tema latino pupa *puppa che ha preso negl' idiomi italici il si- 
gnificato di Spoppa, mammella'. 

Secondo lo stesso ordine di idee, il frutto del pino zembro, di 
forma rotonda allungata, fu detto nelle montagne comasche poina 
[^^pupina] per la sua somiglianza colla tetta di vacca o con una 
pupazzi na. 

Dalla figura di formella circolare di concia o di torba com- 
pressa (fr. motte y pr. monto ^ piem. mu/a^ mil. motta) prese il 
nome un'altra specie di cacio, detto nella Svizzera romanza 
onota motetta^ in Val Maggia motta. Questo nome in altre regioni 
si cangiò per metatesi, e diventò in fr. dial. tomme, prov. ioumo, 
piem. tiona. Metatesi consimile si produsse probabilmente anche 
nello sp. toììiar^ che sarebbe per motar, come propose il Sette- 
gast, rom. forsch., I 250, però con un'etimologia C" mot vare 
mutuare) alla quale non è facile acquietai^i. 

16. — ant. lomb. mengun, vaiteli, mangon, can. mingun. 

Le forme omianca dell'ani mil., minha piem. can., a cui si 
deve aggiungere il monf. ninka, sempre col significato di ^ogni', 



291.) Nigpa, 

furono già riconosciute e spiegate come riflessi di omni-unquam 
(Diez s. ogni; Ascoli, Arch. VII 537). Il piem. minka-taìity e il 
monf. ninka-kwancl, significano, come si sa, ^ogni tanto, ogni- 
quando'. Il vtell. menchecUj e il levent. mencia (Monti, voc. 
com.), dicono ^giorno di lavoro' e rispondono al tose, ognidì. Ma 
l'alomb. mengurij di cui è molto dubbio se possa connettersi con 
questo voci, rimane a ogni modo poco chiaro. Occorre il •vocabolo 
nel passo seguente àéìV Antica parafrasi lombarda di un testo 
di S. Crisostomo, edita dal Forster (Arch. VII 15-31): iwlan 
cuar a ìnengun e menssun.e a par e despar^ ^vogliono gio- 
care a. m, e Si rn, e a pari e dispari *. 11 giuoco è ancora in uso 
in Valtellina, col nome di mangun^ e in Canavese con quello 
di mingun e lansun. In Toscana è detto sbricchi; v. Fanfani, 
Tommaseo, Petrocchi, s. v. Nel Canavese si fa cosi: Uno dei 
giocatori tiene in pugno un piccolo oggetto o più, come cente- 
simi soldi bottoni coccole granellini, e dice all'altro giocatore, 
mostrando il pugno: tningun lansun, toer na vò-tòf^ cioè (se 
può avventurarsi una spiegazione per la prima parte): Hutto [o] 
niente, quanti ne vuoi tu?* L'altro giocatore tenta indovinare, in 
una più volte secondo la convenzione. Se indovina, guadagna; 
se no, perde. 

La dichiarazione etimologica ^ognuno — nessuno', è natural- 
mente più che dubbiosa. La più grave difficoltà che le sta con- 
tro, è nella terminazione, poiché -unu dovrebbe dare al can., 
come al lomb., -im e non •im. Il w^ e il i di menssun e lansun 
si possono spiegare, il primo per l'allitterazione (cfr. Salvioni| 
Arch. XII 414), il secondo per dissimilazione del n di ninsun 
(nissiin ansiin), 

17.— it. minchiale. 

L'it. ùiinchiato ^ carte del giuoco dei tarocchi', equivale a un 
lat. *miniculatae ^miniate'. Si dissero miniculatores i mi- 
niatori di manoscritti; onde il nome posto ai miniatori di carte 
da giuoco (v. Ducange, Porcellini, s. v., e I. G. I. Breitkops, 
Versiteli ùber don ursprung der spielkarten, II 27 150). L'eti- 
mologia ben sicura di questo vocabolo conferma che le prime 
cirte da giuoco usate in Italia erano dipinte a mano. 



Note etimologiche e lessicali. 291 

18. — can. piem. ìnorfell vermelL 

Il fp. gourme e il pp. vorma ^cimurro' furono considerali 
come forme metatetiche del fr. morve ^ pr. morvo^ derivanti 
da un tema feminino di morbus (Behrens, Metath. 78; cfr. 
Arch. VII 536-7). Forme corrispondenti, tanto per l'una quanto 
per l'altra figura, occorrono anche nei dialetti pedemontani: 
can. pieni, morfei 1, can. vermell, vs. rjrùmell, br. riimellj ^moc- 
cio*. Il can. vèrmell ha forse potuto subire la contaminazione 
(li vermis, ma questa non si dimostra nel vs. grumell^ ne nel 
BR. riimellj che starà per grlìmell o vriìmelL Si comparino: 
alp. quey. ling. groumel^ delf. groumety ^ morve'. 

19. — it. ndibL 

In Toscana si dissero ndibi le piccole ima^ini disegnate o di- 
pinte su carte e destinate a divertimento dei ragazzi, poi le 
figure del giuoco dei tarocchi ^. Il vocabolo occorre la prima 
volta, per quanto si sa, nella cronica del Morelli del 1393, con 
ultri nomi di giuochi di fanciulli ^. Ma si ridusse ben tosto a 
significare esclusivamente le carte da giuoco ^ Col quale signi- 
ficato, e nella forma di mipe^, ritorna in Portogallo e Spagna, 
dove è tuttora parola vivente. È probabile che la trasmissione 
s^ ne sia fatta dall' Italia alla penisola iberica, e non da questii 
a quella; però gli argomenti in favore di questa ipotesi non com- 
portano una certezza assoluta. Uno degli argomenti sta nella 
presunta origine italiana del giuoco dei tarocchi; origine vero- 
simile, ma non ancora posta fuor d'ogni contestazione (v. Merlin, 
op. e). Un altro argomento sarebbe fornito dalla fonia del vo- 
cabolo; poiché se dalla penisola iberica egli fosse passato diret- 
tamente in Toscana, vi avrebbe verosimilmente conservato la la- 
biale sorda, e si sarebbe perciò pronunziato ndipi, non ndibi. 



" R. Merlin, Origine des cm-tes à jouer; Parigi 1869. 

' < Fa dei giuochi che usano i fanciulli, agli agliossi, alla trottola, a* ferri. 
a* naibi, a codorono e simili. > Cron. Morol. 270. 

• Nel noto verso del M argante, vii, 62: Tu se* qui re di naibi o di 
scacchi. E in un più antico documento, citato da A. M. Salvini (Annot. 
Pier. 393): Il nox*ro frat-'llo tion ^iftì da:fi e non tocchi naibi. 



292 Nìgra, 

Al che veramente è facile obbjettare che il vocabolo potè giun- 
gere in Toscana passando prima per altre parti d'Italia, dove 
avrebbe patito la digradazione della sorda in sonora. Nelle fonti 
italiane, a cui si è attinto, non si trova il singolare, ma solo il 
plurale, e quindi non si può distinguere la terminazione del 
tema. Nei testi latini riferiti da Ducange e da Carpentier, si al- 
ternano nel plurale i due temi, in o e in e: naiborum... 
naibes. Le forme iberiche hanno la desinenza in e. Nel Dizio- 
nario del Diez la voce italiana si continua a stampare coir ac- 
cento sul primo i; e naibi è pure in qualche edizione della 
Crusca e nel Fanfani; ma nel Tramater e nel Petrocchi: ndibL 
La voce italiana è morta; che però si trattasse di un proparos- 
sitono, risulta pressoché sicuramente dal verso del Morgaìile 
citato qui sopra in nota. 

Ma qual che ne fosse il preciso tema, questa parola non è di 
origine italiana o ispano-portoghese, né trova alcuna parentela 
nei glossarj dell'una o dell'altra penisola. Il calabrese nipju 
^infante', che del resto procederà dalle colonie romaiche in 
Italia, gr. mod. vrinuov^ pgr. vvTiiogy non si può a ogni modo 
connettere foneticamente con ndibi. 

Conviene dunque cercare altrove; e si presenta sùbito all'e- 
same la serie delle voci francesi significanti ^pigmeo, ometto, 
bambino', cioè: fr. nabot, f. nabote^ afr. nambot nimbotj pc. 
nabó, lion. nambot, delf. gnabó, norm. napin. Son tutte voci di- 
minutive, che presuppongono un tema semplice nab o nabe; e 
la forma normanna vorrebbe un tema colla labiale sorda, pari 
a quello che sta a base della voce ispano-portoghese. Ora, salva 
la ragione dell'i interno, nulla s'oppone ad ammettere che la 
voce italiana sia connessa con le francesi dianzi citate, non solo 
nell'ordine fonetico, ma anche per il significato, e che perciò 
ndibi equivalga nel senso originario a ^pigmei, ometti, bambini'. 
Dal quale concetto a quello di piccole imagini umane, dipinte o 
disegnate su carta, il passo è agevole assai. Dove é anche da 
ricordare, che i Tedeschi chiamano i fanti delle carte: buben, 
cioè * bambini, ragazzi '. 

L'origine delle voci di Francia testé citate, pare germanica; 
e cosi nabot fu riferito da Diez e da Joret all'anord. nabbi 



Note etimologiche e lessicali. 293 

Sgobba e nano', e il normanno napin fu ravvicinato da Diez 
al germ. knappe (aat. knabo kìiappo) ^ragazzo'. Per Taferesi 
del k di queste ultime voci dinanzi a n si può invocare l'esempio 
dello stesso anord. nahhi e dello scozz. nàb^ che non si possono 
disgiungere dall' ingl. knap knab (v. Joret, rom. IX 435) ^ La 
forma delf. gnabó, che pare confermi l'antico g^iabat filius, 
enixus, del lessico d'Isidoro*, verrebbe in appoggio all'opi- 
nione del Diez. Ma resta sempre la difficoltà dell'-a/-, che in 
altri termini vuol dire il bisogno di partire, per gl'idiomi ibe- 
rici e per qualche varietà italiana, a un substrato nabje o 
nabjo. 

20. — it. patta pata\ tv, patte. 

Patta ecc. per ^cencio' è voce comune a gran parte dei dia- 
letti dell'Aita Italia, di Toscana, di Provenza, e di Francia. 
Littré continua a non distinguere patte ^ zampa' (che sarà con- 
siderato qui appresso), da patte ^ bande d'étoffe, chiffon'. Il fr. 
patte, col senso di ^cencio pannilino', insieme col pr. pato, lion. 
svizz. rom. patta, piem. can. lomb. pata, tose, patte al pi., va rav- 
vicinato, come già additava il Meyer-Lùbke (ztschr. XV 244), al 
longobardo *paita, got. paida, ^camicia, veste'. Tra i numerosi 
germogli di questo tema, basti qui citare i seguenti : atosc. pai- 
tieri ^rigattiere'; piem. pattata (daccanto a patta) ^brachetta, 
toppa dei calzoni', patanU (comune a va. e al quey.) 'nudo, 
straccione', paté (comune al lomb.) 'cenciajuolo', patin patjun 
Spezzo di tela, scampolo di stoffa', strassepate grido dei cen- 
ciajuoli ambulanti ^stracci e cenci', vb. patuja, crem. pataja^ 
* camicia', mil. in pattaja, can. an patojun, Mn camicia', patuj 



* I quattro fanti nel giuoco delle carte sono in inglese detti knaves. Ora, 
che gl'Inglesi abbiano adottato per le carte da giuoco, almeno in parto, 
r antica nomenclatura italiana, è provato dalla comparazione di altro voci, 
come spade cluh trump^ collo corrispondenti italiane spada bastone trionfo. 

■ €gnabat natu"^, genoratus, fdius^ creatus voi enixus, lingua gallica >; 
S. Isid. gloss. 798. La glossa è letta, secondo qualche codice, ynotus, da 
Holder e da altri (Holder, Altcolt. sprachsch., s. v. gnìitos; Diefonbach. , 
Or. eur. s, v. gnabat). Ma allora, come si spiega il commento: lingua 
gallica? 



204 Ni{5^ra, 

* cencio*, trent. puioel ^ bragliiera ', albv. palet patln 'cencio*, 
ìiou. patàiro, svizz. vom. pattai, 'cenciajuolo'; hi. pataria Hocus 
ubi pannus texitur vel venditur' (Carpent. Suppl.)^ 

Quanto al diverso fr. patte^ sp. pg. pata^ 'zampa*, è da notai^e 
che il Meyer-Lùbke (I 49) attribuisce allo sp. pata e ai fr. pa- 
taud patiti un'origine puramente romanza ed onomatopeica. Ma 
parrà forse più probabile, che patte paia si ragguagli per metatesi 
al ted. tappe 'zampa'. Le forme parallele inglesi iap e pat, che 
significano entrambe 'colpo leggiero', e il pr. tapi^patin, tapi 
'piétiner' (Mistral s. v.; Behrens o. e. 84), verrebbero a conferma 
di questa ipotesi; cfr. ancora: \nem, patin allato a tapin 'pat- 
tino', oltre il mil. lappasela pieni, tapine^ 'zampettare'. E insieme 
sieno mentovate, come voci affini, le seguenti: pieni, can. pa/rt 
'arpione'; it. patta, monf. paia, pieni, can. monf. paiela^ 'coIjk) 
dato colia mano aperta', it. paiioae 'colpo di chi cade' e anche 
'percossa colla mano', monf. paiun 'scappellotto', pr. paia, pieni. 
pailé patoké^ 'picchiare, percuotere'; avvertendo come concor- 
dino, rispetto al significato, le voci ted. iappen 'percuotere col 
piede', iapps ' scapezzone ', tapp 'pugno, zampa, zampata'. 

Rimarrà dubbio se il piem. can. stipate supatar 'scuotere' 
appartenga a questo tema o al precedente. 

21. — it. pirone, birillo, perla ecc.; fr. piron ecc. 

Sono qui considerati Tit. pirone 'caviglia', fr. piron 'cardine', 
sic. piruni 'zipolo', it. pirolo piuolo, boi. crem. ferr. pirol, 
bresc. pirol, regg. (era.) prol, parm. pròl, piac. pirB, nap. pi- 
rolo, 'bischero, cavicchio', can. pja^oit 'zipolo', it prillo (donde 
prillare 'giveive'), lomb. trent. pirlo 'birillo, trottola'; e con 
h iniziale per p: piem. can. mod. boi. birun, can. bresc. hirol, 
lomb. birb, 'bischero, cavicchio', it. birillo, march, birlo, can. bè- 
rjola, VB. birola barjola, 'trottola'; sp. birla 'birillo, batacchio'. 

La derivazione dell' it. piuolo daepigruso epiurus, pro- 
posta da Caix (St. 454), fu vittoriosamente confutata dal Flechia 
(Arch. II 316). Dovrà pure abbandonarsi qu'?lla imaginata dallo 
Schneller (p. 100), e accettata dallo stesso Caix (St. 463), del 



* Diverso, per la vocale radicale o il genero, l'alsaz. |>^^ 'chiffon'. 



Noto etimologiche e lessicali. 205 

trent. pùHo (it. prillOj march, hirlo) dal niat. hoirl ^quirl', non 
potendosi facilmente ammettere l'equazione tra il germ. ito e il 
romanzo p b. 

Il Flechia, nel luogo precitato, colpito dal fatto che il bresc. 
piró e il ven. lad. piVon significano ^forchetta' come il neogreco 
neiQovvtov, derivò non solo queste voci, ma anche quelle che si- 
gnificano 'cavicchio, zaffo', dall' ant. greco neìQStv 'forare', con 
cui vanno pure i neogr. neÌQog 'succhiello' e txblqCov 'vite'. Ma 
se l'origine greca si può ammettere, come già osservò il Caix, 
per piron 'forchetta', poiché lo strumento potè venirci, col suo 
nome, per mare, prima nelle regioni venete e poi nelle adjacenti, 
essa non è ammessibile per le voci che significano 'cavicchio, 
tappo, birillo, trottola, batacchio ', le quali sono ben più antiche 
della foi*chetta. E lasciato pur da banda l'argomento cronolo- 
gico, più ancora importa notare, che il fondamento comune a 
tutti questi ultimi significati non è già quello di 'punta* o di 
* foramento ', ma bensì quello della forma conica più o meno al- 
lungata, la quale è specialmente manifesta nel pirlo, nel batac- 
chio, e anche nel tappo, quasi un cono tronco. 

Ora la forma conica è presentata dal lat. piru 'pera', che 
£il)punto sta a base delle citate voci romanze, a cui si possono 
aggiungere Tit. perla^ e, come si vedrà, il can. berla^. Questa 
etimologia, intravista dallo Schneller per pirlo hirlo (p. 164), 
non isfuggì a Carolina Michaèlis di Vasconcellos, che l'afiermò 
jer lo sp. hiì^la 'birillo, batacchio'. Essa è applicabile a tutte 
3e voci citate in principio di questo articolo. 

Al tema *pirula, da piru, si dovranno pure riferire: piem. 
can. &er/a, cn. b^rlà^ vs. brilà, monf. brela^ va. bròla^ 'cacherello 
di pecora, capra, lepre, coniglio e simili '. La ragione per cui fu 
dato questo nome al 'cacherello' è la stessa che valse il suo nome 
alla 'perla', cioè la forma di piccola pera. Per Ve piem. in 
posizione romanza da i breve si comparino: hjHl 'quello', vf^rd 
'verde', ecc. Sono poi voci derivate o connesse con berla: piem. 



* Qui probabilmente anche V ìt piroletta 'rapido movimento in giro fatto 
colla persona', che sarà un diminutivo del tema cui riviene vb. bir.ila 'trot- 
tola' (cfr. Caix St. 462). 



296 Nigra, 

berlun ^ stronzo \ s'bth^lacwi ^sporco', can. bMifa * escremento, 
caccola', ambh^lifa?^, piem. monf. ambèrlifc, quey. arnbet^liffary 
imbrattare'; cui si vorrà anche aggiungere il fr. emberlificoter 
^embarrasser', cioè propriamente ^embourber', che Darmesteter 
(Tr. 82), Littré e Scheler (s. v.) ritennero come vocabolo foggiato 
a capriccio. 

22. — piem. can. pimn ^ scojattolo '. 

Gl'idiomi romanzi traggono generalmente la voce per ^scojat- 
tolo' dal lat. sciurus, che è il gr. axCovQog (ridotto a scu- 
rius ecc., Kòrt. 7314), aggiungendogli di solito qualche suffisso 
diminutivo: bl. squiriolus scuriolus, tose. sche7*uolo, pr. escu- 
rol^ fr. ecureuilj it. scojdtiolOj friul. schivai ^^ ven. schiratOy 
lomb. parm. sghiratt, boi. schiratel, grig. squilaly arden. ecuran 
skiron. Lo sp. pg. conservò la forma semplice esquilo. 

Parallele a squiriolus scuriolus si trovano nel bl., citate 
dal Ducange, le forme esperiolus espiriolus asperiolus 
aspriolus, donde il vali, spirou. Ma si trova pure pirolus 
collo stesso significato. E a questo pirolus, o meglio per[i]ó- 
lus, s'accosterà, col cangiamento di suffisso, la forma piem. can. 
pruHy quasi *perone, 

23. — piem. can. sard. pr. pjola. 

Il piem. can. gallur. fv, pjola, vs. pjela, ^ scure', deve essere 
separato dal coni. boi. romagn. ecc. piola ^pialla', e da altri temi 
aventi a base planula. Al germ. hapja, aat. heppa, ^falcetto', ted. 
mod. hippe ^roncola', fanno capo il piem. apja, i pr. dpi apio 
apiou apioun apieto, e l'afr. hapielle, come anche il fr. Ixache^ 
l'it. accia azza, e il can. vs. assa, col significato comune di 
^ scure'. 11 Ducange registra anche hapiola 'securis', sopran- 
nome dato a Baldovino di Fiandra (sec. XII), coli' osservazione 
che hapiola risponde in vernacolo a liapiette da hape ^securis'. 
Ora, questo hapiola, identico al pr. apiola, che ha lo stesso signifi- 
cato, diventò, cedendo Va iniziale all'articolo, pioZa, forma comune, 
come s'è visto, al provenzale, al pedemontano e al gallurese. 



* [Curioso ò il sinon. friul. stjarùzule^ il cui (ja si combina normalmente 
col ija del ferr. srjariol (cfr. Mussafia, beitr, s. schilato), senza che se ne 
veda una limpida ragione nella base etimologica. — G. I. A.] 



Note etimologiche e lessicali. 297 

24. — fr. réver^ réve. 

Le seguenti forme: fr. 7'éveì\ vali, raivi^ Mornant (Rhòne) 
raìmj (Puitspelu), ^sognare', lion. revì vaivi Memeurer tran- 
quille, rester coi' (Puitspelu), ci faranno risalire a *requare 
per *requiare, denominativo di *requa per requie. Il dileguo 
dell'i di iato in *requa da requie, trova riscontro nei riflessi 
romanzi di quiètu e quietare, diventati di buon ora *quetu 
•quotare, it. cheto chetare j can. kio^j^ vs. kej^ pr. quet-z, sp. 
quedOj fr. coi, lad. qi(,eu] senza dire del requevit ecc. nelle 
Iscrizioni cristiane. Da *requare si procede poi normalmente al 
fr. récer (che punto non risale a un resoer)^ come da *aqua- 
riu a evier^ da aequali all'afr. titoel ecc.; cfr. it. dileguarle, pr. 
(leslegar^ piem. s'iéjoéy da *disliquare. Il senso originario di 
réoe7^ sarebbe ^requiare, riposare', come è attestato dal lion. 
recf * rester coi'. Dal senso di ^riposare' viene naturalmente 
quello di Mormire', poi quello di ^sognare', e dal concetto di 
^ sogno' sorge quello di divagazione mentale', e genericamente 
divagare, vagare '• 

Il sost. 7'éce m., che secondo Littré non ha storia (cfr. Kòrt. 
2845), dovrebbe essere un post-verbale. Si comparino, per quel 
che possano valere, le ferme di apparente origine liturgica, mil. 
Ud^rèqiU ^star queto, posare', e vs. reki ^riposo*, che è masco- 
lino come réoe. 

25. — fr. rièhle. 

Il fr. rièhle (svizz. rom. 7'eibUa ribla ideila) è la ^speronella, 
appiccamani ', galium aparine, aparine hispida; erba appar- 
tenente al genere ^gaglio', detta in ingl. cleavers, in ted. krebs- 
krauty in francese popolare grateron^ e nota per le reste un- 
cinate con cui si appicca alle mani e alle vesti. Si pensa volen- 
tieri a un derivato dall'aat. rìbauy ted. mod. reiben * grattare', 
cosi che se ne avrebbe una fedele corrispondenza di grateron. 
11 4 derivativo potrebbe essere germanico; men probabilmente 
di romanità francese. Il dittongo della forma francese fa qualche 
difficoltà; Ve si direbbe anorganico {rl*ble), 

ArohiTio glottoL ìtal., XIV. 20 



298 Nigra, 

26. — can. spinga, tv. èpingle, it. spillo -a. 

Le voci, che negl'idiomi romanzi significano lo ^spillo', cioè 
r'ago con capocchio', si possono ripartire in due categorie, cioè: 

I. Voci col nesso -ng- -ng'l-: can. spinga (^spillo, spilla', spin- 
gun ^spillone'), va. epénga, gin. epingue^ gruy. (Vaud) èpenga^ 
vallese éfinga {f^sp), lim. eipingo, e i dimin. fr. épingle, apr. 
espingla, lim. eipinglo, Vaud épenglia, vb. lece. nap. spingula. 

II. Voci senza gutturale: vel. espieunOj delf. épiéuno, picc. 
épieule épiule épillCy quey. espinoì^o^ lim. espinlOj it. spillo spilla, 
afr. espille. 

Diez (s. spillo) separa le voci piccarde épieule épiule dal fr. é- 
pingle e dall' it. spillo, e le fa originare, come va bene di certo, 
da spTculu. Fa poi che spilla venga da spinula e pur questo 
è evidente (cfr. culla da cunula, pialla da *planula, ecc.); 
ma anche vuole épingle dallo stesso tema latino, per epentesi 
di g dopo n, la quale ipotesi è pur sostenuta da Gròber (all., 
V 476), con approvazione di Kòrting (7683). Ascoli invece 
(Arch. IV 171) deduce épingle da *splcula con epentesi della 
nasale. Tralascio l'ipotesi di Scheler, che pone per tema una 
forma diminutiva del ted. spange 'fermaglio'. Il ragguaglio ri- 
ferito da Ducange tra il bl. spinga e spbhinx suggerì finalmente 
a Gastone Paris (rom. IX 623) l'ingegnosa ipotesi secondq la 
quale épingle sarebbe il riflesso di *sphingula dimin. di sphinx. 

La questione, in quanto converge al fr. épingle, è dunque 
molto controversa; e potrà portarvi qualche luce l'esame delle 
forme semplici, sullo stampo del can. spinga^ che furono finora 
trascurate. E chiaro che spinga epingue e simili non sono forme 
tronche, né originate da spingula épingle. E per contro già di- 
venta ben verosimile che épingle sia una forma diminutiva di- 
pendente da spinga ecc., e perciò punto non derivi da spinula. 
L'epentesi di g ìv^. n e l, non potrebbe d'altronde esser giusti- 
ficata se non nel caso in cui il n fosse stato gutturale. Ma la 
nasale di spina épine è schiettamente dentale; se perciò fosse 
il caso di un'epentesi, questa doveva essere dentale, onde ^spin- 
dia, non spingla', e da *spindla mal si potrebbe postulare, in 
questo campo, uno "^spingla. L'esempio citato dal Gròber del- 






Noto etimologiche e lessicali. 299 

l'afp. signe da *sindine, gr. aivówvy non è concludente, poiché 
qui si tratta manifestamente di un esito palatale, comunque 
s'abbia a fare più precisamente la storia del nj. Ne si potrebbe 
invocare il piem. spingloit « *spinloity giacché in questo esempio 
l'epentesi della gutturale è giustificata dal suono gutturale della 
nasale precedente. Il dialetto piemontese, come si sa, guttura- 
lizza regolarmente la nasale libera finale, e l'intervocalica della 
terminazioni -ane •ena -ina ecc. Quindi il riflesso piem. di spina 
è spina^ donde spin-lott = spinglott. 

L'etimologia di spinga épingue ecc. deve essere la stessa che 
l'Ascoli rettamente propose per èpingle. Quindi spinga deriverà 
da splca, come èpingle da splculn. L'epentesi della nasale nel 
lomb. minga da mica, riportata dall'Ascoli a sostegno della de- 
rivazione di èpingle da spi cui a, trova un riscontro anche più 
perfetto nello spinga da splca. 

Che vi siano per spingla èpingle spillo ecc. due temi diversi, 
cioè dall'un lato splca e dall'altro spina, é pur confermato 
dai due verbi di egual significato, luce. 56iyorare = *spiculare, 
e berg. ^pmrf = *sj)inare, ^spillare'. 

27. — it. stivale, 

L'it. siioale^ asp. estibal, pr. estivai, mil. vs. striral, é il ^cal- 
zare di cuojo che copre il piede e la gamba'. Il Ducange deriva 
stivale da aestivale, quasi: ^calzatura di estate'; ora lo 'stivale* 
è precisamente l'opposto della calzatura estiva. Il Diez sta col 
Ducange, pur non trascurando il lat. tibiale, già indicato dal 
p. Bertet. Il significato quadrerebbe, giacché lo stivale copre an- 
che la tibia. Ma osta la fonetica, postulandosi da ^stibiale uno 
*stiggiale\ né sarebbe chiara la prostesi di s. La forma milanese 
e valsoanina (strival) ci porrà per avventura sulla retta via, 
suggerendoci che stivale stia per strivdle^ cioè sia un derivato di 
*strivOy sp. estribOj afr. estrieic estriu estrief, apr. estreups 
estriubSy cat. estreh^ ^staffa', le quali voci, secondo Baist (ztschr. 
V 554) e Mackel (129), avrebbero per base un germanico streupa 
^ striscia '. Il senso etimologico di stivale = strivale concorderebbe 
quindi col significato usuale di questa parola, e indicherebbe la 
'calzatura per la staffa', la 'calzatura per cavalcare'. Altre ri- 




300 Nigra, Note etimologiche e lessicali. 

sposte di codesta base germanica, sarebbero in Italia: berg. streva 
* staffa' (Lorck 203), sic. streva 'correggia delle scarpe'; piem. 
strivera 'staffa della conocchia, attaccata alla spalla della filatrice', 
strivass ^staffile' (fiamm. striepe ^lanière de cuir'; fr. ètrivih^e). 
Il dileguo di r dopo t q si non è insolito. Tra i dialetti pe- 
demontani occorre frequentemente nella desinenza stra^ come 
in mnesta fnesta = minestra finestra ecc., e così nel tose, bei-- 
rato per baratro, nell'afr. mitaille - mitraille; che valgono per 
la formola interna, postonica e protonica. Per la iniziale, come 
sarebbe nel caso presente, si possono citare: can. taskun=ys^ 
Iraskun 'correggiato' (aat. clriscil 'flagello'), fr. touille7\i^iem. 
^wjr^, 'rimescolare' = *truel lare, ven. pad. tubiar tibiar 'treb- 
biare' (Mussafia, beitr. 58 n; Meyer-Lùbke, It. gr. 76). 

28. — fr. tricoises^ vs. trùkejs'e. 

Al fr. tricoisesy pg. torquez 'tenaglie', risponde il vs. tru- 
kejs'e. Pensava il Diez a connettere la voce francese col neerlan- 
dese tì^ek'ijzer 'fer à tirer'; ma il Littré rigetta quest'idea, né 
del resto i significati la favorivano. Badando giustamente all'afr. 
iurcòise, e comparando le voci gaeliche turcaid 'tenaglia' e 
turcach 'turco', il Littré considera tricoises come un'alterazione 
di turcoiseSy aggettivo derivato da ture (onde s'ottiene un cu- 
rioso allotropo di turchese turquoise, la nota pietra preziosa). 
La forma di Val Soana viene in sostegno di questa opinione, che 
ha saldo e manifesto fondamento nel significato del suffisso ro- 
manzo -ese = lat. -ense, indicante provenienza da luogo. Lo Sche- 
ler all'incontro crede le forme turcoise trucoise mutilate da 
*estrucoise e le deriva da ètriquer^ dando cosi a un tema ver- 
bale un derivatore -ese^ e al sufiìsso -ese un senso strumentale,, 
supponendo cioè due fenomeni linguistici affatto anormali. 

29. — VB. vrim. 

Una bella conferma del tema *venlmen come base del fr. 
venhiy afr. velin venim^ pr. verin (v. Thomas, rom. XXV 88), 
si trova nel vb. vriìn 'veleno'. 11 w di -men è intatto nei dia- 
letti pedemontani: iiim = lumen, arazzi = aeramen ecc. 



STORIA DELL' i MEDIANO, 
DELLO j E DELL' i SEGUITI DA VOCALE 

NELLA PRONUNZL\ ITALIANA; 

frammento d* un* opera intorno ai criterj distintiri dei barbarismi, 
ed alle arbitrarie detarpazioni della lingoa italiana; 

DI 

BIANCO BIANCHI. 



C Continua daU'Aroh. XUl Ul-260.) 



Pubbiicajrione postuma^. 



§ 2 (Cap. III). Yicende ed effètti deir-t- etimologrico , e d^ofirni altra prorenienza, sulle 
consonanti precedenti. 

18. Fondamenti storici e termini della materia. — Ve- 
demmo sotto il § precedente le cause fonetiche e morfologiche le quali 
hanno, nello stesso temgo, impedito allo -j- di alterare la propria natura 
e quella della consonante precedente. Vedemmo ancora come l' i me- 
diano, o tale almeno nell'origine sua, si mantenga ed assorba la vocale 
seguente, oppur le ceda, passando nella continua palatina J, secondo la 
quantità o la qualità della vocal flessionale, che immediatamente gli 
segue. Ora resta a vedersi come questo i si comporti, verso le con- 
sonanti precedenti, nelle sue dette figure (i ed j»), e più specialmente, 
ed anzi quasi in tutto, nella seconda. Le varie consonanti che pre- 
<;edono immediatamente, trovandosi, secondo gli accidenti della fies- 
sione, accostate all'i ora come vocale, ora qual consonante, occorre 
prima dare uno sguardo ai cambiamenti delle consonanti mediane, 
che si trovano, tra vocali in generale, ed in ispecie ove la seconda 
sia 2, per passare ai casi in cui questa è o si fa ;', e sapere a quali 



* V. Supplem. all'Arch. glott. it., IV 51-2. 




302 Bianchi, 

di queste condizioni, od altra causa ciie vi sia, debbansi attribuire i 
cambiamenti. Vedemmo, per cagion d'esempio, che in Syrl Syrjo, 
armari armarjó la r trovossi ora tra vocali, ora tra vocale edj, 
ed altresì che la sua mutazione in l nella prima delle due voci, ed in d 
nella seconda, non fu cagionata né dairj nò dalle vocali accostanti 
(Arch. XIII 192-3); ma non abbiamo ancora esaminato a quale, dei 
suoni accostanti o vicini, debbasi attribuire la mutazione del e di 
*noci *flocja (floces) nel g di fiogia^ o del p di Sapi-s, dat 
abl. *-jo, nel v di Savjo (ib. 195), né tanto meno, mentre in questi 
due casi abbiamo lo indebolimento di tenui in sonore, siamo penetrati 
nel fatto opposto del rafforzamento o raddoppiamento delle medesime 
negli esempj di /accia « fa cj a t, *aj3pia«= sapjat e loro analoghi; e 
meno ancora ci siamo resi conto dei fatti assai diversi dai precedenti, 
e tra loro, che ci prjsentano mediu e modiu nei loro cambiamenti 
in ìnezzo e ynoggiOj e cosi di altri di questo genere o d'altro affine. 
Anche per discendere all'esame di tali fatti occorre incominciare a 
trattare del mantenimento o mutazione delle consonanti tra vocali ; 
poiché se, per es., il t di pretium si fusse mutato tra queste, cioó 
nella figura di *preti, in d^ diverso pure sarebbe stato il suo esito 
ulteriore nel suo incontro con lo ji' (in *prédjo per pretiò), da 
quello che si ode nell'ital. 'prezzo^ e la sua seconda forma pregio^ 
paragonata a quella che presenta savjo, che anch'essa ha in saggio 
una seconda figura, potrebbe a qualcuno far sospettare, che nell'uno 
nell'altro incontro, qualche cosa di simile avvenisse. 

Da quello che qui é premesso è facile rilevare, che la nostra trat- 
tazione é ristretta alle consonanti semplici originarie, poste tra vo- 
cali, che solo incidentalmente può toccare qualche suono iniziale, e 
che lascia in disparte le consonanti composte o complesse a cui, prima 
o poi, non s'innesti un./; ma che non si può convenientemente trat- 
tare dell'incontro di quest'ultimo con le medesime nei gruppi: qj gj 
(h)]^ (y ^J v\ PJ ki Ih i) W W\ anche preceduti da altre consonanti, 
senza darsi un pensiero degli esiti dei gruppi congeneri: ci gì {hl)^ 
or gr (hr)\ ti di, tr dr; pi bl fi, pr hr fr, o di qualche altro che po- 
tremo inciampare. Tuttavia questa seconda serie sarà più sbrigativa 
rimettendoci alle cose già note, e servirà più che altro qual termin 
di confronto. Nel trattare delle mutazioni di questi, e dei suoni i 
generale, noi ci manteniamo fedeli al principio della normalità ass 
luta, non ammettendo cioè, che dato, presso un popolo, il eambia 
mento d' un suono in certe congiunture, esso possa sottrarsi a*tal 
vicenda nell'una e nell'altra voco che corrono per le medesime boc 




Storia dell'-*- ecc. — Gap. Ili, § 2, 18: Effetti sulle cons. proced. 303 

che, e riconosciamo coi migliori maestri (v. Ascoli, Arch. X 21 23) 
che le eccezioni alle regole sono apparenti, figurazioni della nostra 
mente e non realtà obiettive; e facciamo ogni sforzo per ìschiarire 
la consistenza di tali eccezioni, per trovarne gli elementi e le cause 
e per coordinarle alle loro particolari specie o sottospecie. Per te- 
nerci fedeli a questa massima, dobbiamo e vogliamo sapere che le 
condizioni di un suono, di cui ammettiamo il mantenimento o la muta- 
zione, siano realmente identiche dall'una all'altra voce, che il mante- 
nimento e la mutazione non siano impediti o stornati da suoni vicini, 
diversi dall'una all'altra parola, compresa la posizion dell'accento, 
che non siano impediti o stornati dall'azione analogica di altre parole ; 
che insomma le condizioni intrìnseche ed estrinseche, quanto alla loro 
efficacia sopra quel suono, siano realmente pari. Ciò si sa ed anche 
si osserva dagli uomini della scienza, tranne i casi di sviste e d'al- 
lucinazioni, a cui può andar soggetta una mente sia pur sobria ed 
acuta; ma quando con troppa fretta si dice, per mo' d'esempio, che 
l'italiano conserva o muta in certo modo il tal suono, che quindi la 
tal parola, od un suo elemento, è o non è d'origine italiana, si sa, 
ma nella pratica si dimentica non di rado, che la succitata regola 
ammette come condizione che il popolo, il quale parla quella data 
lingua, sia veramente uno, e che ciò vada inteso tanto nello spazio 
quanto nel tempo. Difatti, per certi caratteri generali, anche un'in- 
tiera nazione può costituire un popolo, nel senso linguistico di que- 
sta dizione; ma per altri più speciali, un popolo ò quello d'una 
sola regione, ed un suono, che siasi mantenuto nell'una, può essersi 
mutato nell'altra; e cosi per caratteri più particolari un popolo si 
restringe ad una sola parte, spesso piccola, di una regione. Del pari, 
a rigore, non può dirsi un popolo quello che si succede, nel me- 
desimo luogo, da una generazione ad un'altra, od almeno da un se- 
colo all'altro; e non ò contraddizione che un suono, entro lo stesso 
dialetto, presenti esiti varj o differenti, sorti in tempi diversi. A tutto 
rigore non è un popolo quello che risulta dalla frapposizione e fram- 
mistione di due o più genti diverse, e può darsi il caso che la fo- 
netica d'una lingua riesca, perciò, in qualche punto contraddittoria. 
Guai alla fonetica ed alla compagine d'una lingua, quando la frap- 
posizione e la frammistione avviene tra genti dì lingua o di dialetto 
affine! Talora, entro certi limiti, cioè quando non sia il caso di al- 
terazione profonda, o che si richieda un lungo svolgimento, avviene 
che una sola parte d'un popolo, per quanto si voglia ristretto, ma 
intiero nelle sue varie classi, arti ed industrie, si disponga a cambiare, 



304 Bianchi, 

e cambj di fatto un suono od una forma grammaticale, e che tutto 
il rimanente di quel popolo, per abito o per istinto logico od analo- 
gico ne ripugni. In questo caso la novità fonetica o morfologica viene 
ad estinguersi, e l'antico riacquista l'esclusivo dominio; ma frattanto 
qualche cronista, o notajo, o pizzicignolo, tinto di quella nuova pece, 
ne ha imbrattato qualche cartaccia che la fortuna riserba agli eru- 
diti futuri. Allora alcuni di questi, trovando strano che una lingua 
si mostri, per certi caratteri, più conforme o più vicina alle origini 
in tempi posteriori che in età più antica, armatisi di quei preziosi 
cimey, che adoperati male ritornan cartaccia, si fanno pronti a sen- 
tenziare che il vero stato delF antico dialetto era quello rappresen- 
tato da quei documenti, e che la lingua dei veri scrittori, contem- 
poranea o sortane dipoi, è una fattura academica o un raffazzona- 
mento letterario. Questo è un caso assai frequente nell'italiano, e 
siamo per mostrarne più esempj, come daremo qualche esempio di 
alterazioni più o meno recenti attribuite all'antico. Ma contempora- 
neamente, per esser fedeli al principio, e per applicarlo bene nelle 
condizioni che inchiude, bisogna spiegar bene quel che intendiamo per 
lingua italiana, e di quali elementi sia composta. 

Abbracciando da primo il campo più largo, per restringersi presto 
nei confini il più che si possa ristretti, lingua italiana è quella che 
si formò, in Italia, dal latino volgare dopo la invasione dei Longo- 
bardi (568), e si compiè col definitivo assorbimento di questi nelle 
stirpi anteriori. Al loro arrivo il volgar latino tra noi ora in gran 
parte, ma non in tutto, conforme al volgare che sta a base di tutte le 
lingue romaniche, ed aveva già assunto alcuni caratteri suoi proprj, 
che ne facevano un dialetto latino, durato per un lunghissimo tratto 
de' cinquecento anni che precedono il mille. Questo dialetto serbò a 
lungo una buona parte della flessione nominale e verbale del latino, 
via via più alterata, ma ancora sentita, e mantenne più a lungo che 
le altre lingue sorelle il sentimento della quantità vocalica; onde 
assai tardi fissò quei tanti caratteri che fanno annoverar l'italiano 
tra le lingue analitiche. Più che le forme grammaticali, la metà circa 
delle proprietà fonetiche dell'italiano doveva essersi già fissata al- 
l'arrivo dei Longobardi. La suppellettile lessicale di quel dialetto, 
ognun sa che era composta in massima parte di latino proprio, di 
alcune voci appartenute a lingue ad esso soggiaciute, di voci greche 
introdotte dalla coltura, e più dalla medicina, dalla Chiesa e dal com- 
mercio, e di voci teutoniche. Quest'ultimo elemento, non tanto nu- 
meroso quanto più tardi, c'era digià prima dei Longobardi, introdotto 



Storia doir-j- occ. — Gap. IH, § 2, 18: Effetti sulle coiis. preced. 3')") 

nelfuso castrense, come ebbe giustamente ad osservare il nostro Di- 
rettore, dai Teutoni ammessi nelle legioni, ed io aggiungerei, anche 
dalla pacifica, e più o meno spicciola, immigrazione di quelle genti, 
promossa dalle medesime cause che spinsero le invasioni. Nonostante 
il rinforzo apportatovi, per oltre mezzo secolo, dalla dominazione go- 
tica, non apparisce, e nemmeno è presumibile, che questo elemento 
introducesse nuovi suoni o in qualche cosa modificasse la fonetica 
del volgare d'Italia. L'elemento teutonico deve attribuirsi, per la 
maggior parte, alla dominazione longobarda, politicamente slegata e 
mal ferma, ma etnograficamente più salda e più duratura delle pre- 
cedenti. I Longobardi, anche dopo la loro caduta politica, rimasero, 
pur considerandosi come italiani, quale classe distinta della popola- 
zione, ed apparisce da indìi^ che per un altro secolo, od un secolo e 
mezzo, seguitassero in buona parte a parlare tra loro un dialetto 
teutonico, e col volgo quel volgare che poi dovea divenir T italiano. 
Nel successivo prevalere dell'elemento indigeno, con la lenta estin- 
zione di quello straniero, il vero italiano è^ quello che risultò dal 
contemperamento delle due lingue. Dagli effetti che ne sorsero, ap- 
parisce più un'adattazione che una lotta tra inconciliabili elementi. 
Ma l'adattamento, se esclude la contraddizione, non esclude una 
certa confusione ; la quale si manifesta bensì , in alcuni casi , nella 
parte lessicale, ma non nella fonetica e nella morfologia della lingua. 
Difatti l'etimologista può talora rimanere incerto, se Tuna o Taitra 
voce sia d'origine italica o germanica, e più ancora quando il cel- 
tico viene a concoi^so, specialmente per certe lingue e dialetti; ma 
il grammatico può andar diritto col suo 'solito latino' senza incon- 
trare simili inciampi, e profittando anzi dell'elemento straniero. Cer- 
tamente nocque, alla compattezza del vocabolario italiano, l'ammis- 
sione d'un numero troppo forte di voci teutoniche, sciolte dalle leggi 
di derivazione e di composizione della lingua indigena, ed alle quali 
avrebbe da so supplito il genio di essa con la elaborazione del pro- 
prio fondo; ma il genio stesso rimediò in gran parte al male, con la 
successiva estinzione di molte voci mancanti più o meno d*appo.:jrgio 
^analogico, e con l'adozione di quelle più semplici, che per la forma 
^ per il significato loro, furon capaci di fare da radicali in nume- 
xose formazioni. — Nel processo d'adattamento tra il longobardico 
'«d il volgare, il primo non introdusse verun suono di nuovo, ina sa- 
:»ebbe un errore il credere che n<5n avesse una parte nella costitu- 
^one fonetica della nuova lingua, non eolo entro, ma anche fuora 
-della materia che esso arrecava. Tra i fatti che qui occorreranno, 



300 Bianchi, 

vedremo die la / mediana, mancante al latino proprio e solo rimasta 
in alcune voci trasmesse da dialetti italici estinti (v. Ascoli, Arch. X), 
non solo si rese più frequente per l'adozione di parecchie voci lon- 
gobardiche, ma fu anche rafforzata in una parte di quelle indigene 
ad imitazion delle nuove. Il suono w di gualdo*^toald *bosco', fre- 
quente come nome locale, c'era digià in uguale , pingue^ sangue ^ 
languire^ ma si rese più frequente nell' accozzarsi delle due lingue, 
applicandosi anche a voci latine come guado ^ guastare^ da vadum, 
vasta re. L'accoppiamento di questo «?, sentito principalmente come 
gutturale, con la sonora dell'organo corrispondente (^), fu opera del- 
l'elemento indigeno, ma questa fu bensi provocata da quello stra- 
niero, che recava una semivocale nuova in quanto era distaccata da 
consonanti; sicché può dirsi che il gruppo o suono composto gw^gxC- 
nacque dalla cooperazione delle due stirpi. Ed a questo proposito 
giova recare un esempio degli esiti fonetici contraddittorj che possono 
risultare dall'accozzarsi e frapporsì di due genti diverse, quando non 
è un solo ma sono due i fattori dello svolgimento d'una lingua: per- 
ciocché, se per effetto del teuton. xcat^ il lat. vadum divenne guado 
senz'altro come voce comune, a questa vicenda si sottrassero i nnll. 
Vado^ Vada, Vaggio (*vadj5), Varlungo (vadum longum), ma 
non cosi, all'incontro, Guarlone (*vadiilone), il quale dovremo dire 
applicato al luogo posteriormente, quando omai la voce comune avea 
guado per unica forma. Del fatto, che talora la forma più originale 
e più antica torna a dominare in secoli posteriori, e che non sempre 
gli antichi documenti presentano la figura più antica, ne fa testimo- 
nianza il ni. Monte-varchi (v. X 315, n.** 47), che in carte dell'XI sec. 
è scritto Monte Guarchi (v. il Repetti all'art. *Moncioni'), dov'è 
varco (dal lat. varie are) dai Longobardi pronunziato warco^ poi 
guarco da loro e dagli indigeni, i quali ultimi, nondimeno, manten- 
nero (li preferenza varco. In (jualche nome la pronunzia longobardica 
di voce latina giunse a prevalere, come in Balconevisi^ Valle Cf€- 
neghisi (X 300, n.** 3), dove il h-, che non può nascere dal v lat. seguito 
da a, annunzia il suo passaggio tramezzo a//w-"W? di toalle, che é 
nei monumenti ^ ; ed in qualche altro nome, qual é Valfonda e Guai-- 
fonda, contrada di Firenze, la doppia pronunzia dura sino ai tempi 
nostri. Le ragioni della prevalenza dell'una o dell'altra si potrebbero 



* Ma si avverta, come accennepomo, che nemmeno Guai- si sarebbe mu- 
tato in Bai'- senza T influsso di balcone, tanto naturale in questo caso. 



Storia deir-i- ecc. — Gap. Ili, § 2, 18: Effetti sulle cons preced. 307 

assegnare caso per caso; ma qui ci conviene piuttosto avvisare, 
sulle generali, che la tendenza indigena a porre un freno ai cambia- 
menti di gutturali in palatine, ed a ricostituire le prime ove l'analo- 
gia ne porgesse il destro, e la ripugnanza a ridurre in sonore le 
esplosive tenui, se certamente non furon promosse dai Longobardi, 
furono facilitate od almeno non contrastate. Nella morfologia della 
lingua nostra, direttamente essi non introdussero verun principio di 
corruzione; che anzi, nella flession nominale, si provarono a dare un 
impulso progressivo alla 3/ deci., imprimendo nuovo vigore alla classe 
<le' nomi in -o -^1118, come alciio -onts, Baro -onis, Hugo ^onis, simili 
;i Cato -onis. Cicero -onis, ed allargandola anche ad -a -rtnis, come 
aldia -rtW5, barba '^nis, filia -ams, e ad -t -inis, come in Guntan 
-arinU Landari "(trini (v. X 410). Quanto poi al danno indiretto che 
potette risentire la lingua dalla estinzione della classe colta, avve- 
nuta per causa della invasione straniera, non occorre far parola in 
questa occasione. 

Fin qui, come dominio originale della nostra lingua, abbiamo sup- 
posta una base geografica molto larga, e ciò era ben giusto però 
che, via via che risaliamo in antico, troviamo comuni a molti dia- 
letti certi caratteri, che qua o là, pajon oggi soltanto proprj della 
colta favella; ma dovendo causare, cammin facendo, le apparenti ano- 
malie, ci conviene ristringere il paese di nascita della lingua alla 
Toscana, e se ancora troviamo incoerenze, al centro della medesima. 
Questo dobbiamo fare tanto più che se, come abbiamo accennato, 
Telemento teutonico ben si discerne, e non reca in grammatica ve- 
runa confusione, entra in campo un terzo elemento, assai scarso in- 
vero, e dall'istinto della lingua sempre respinto, ma che non fa meno 
arrabattare il fonologo per le sue contraddizioni col rimanente della 
favella, cioè del toscano in complesso, pur tacendo degli altri dialetti, 
specialmente dell'Italia centrale e meridionale. La confusione recata 
da questo elemento, benché straniero, nasce dalla sua identità d'ori- 
gine col vero italiano, e dal fatto che avendo esso impronta popo- 
lana nelle alterazioni fonetiche consuete, in genere, alle lingue roniu- 
niche, sfugge sempre al ripiego di attribuirlo a pedantesca imitazion 
dal latino. Difatti ognun sa che i poeti del primo secolo credettero 
di abbellire i loro componimenti accattando voci e locuzioni dalfa lì- 
tico francese, ma in maggior proporzione dal provenzale, e che (juosiv^ 
vezzo, digià comunicato alle prose di quel secolo, durò ancln^ pro^s.> 
i prosatori e i poeti del secolo seguente, con progressiva diminuzione 
fino al Boccaccio. Tuttavia, mn tutti si sono acc :>rti (e (jui la critica 



SOS Bianchi , 

lia molto da lavorare), che parecchj ylojelli del secolo cforo, presi 
dai pedanti come modelli di natio candore, altro non sono clie cat- 
tive traduzioni dall'antico francese o dal provenzale. Questo bastar- 
dume, prodotto in parte da ignoranza letteraria, e parte ispirato dal 
concetto puerile d' una superiorità gerarchica dei modi e forme che 
più hanno del nuovo e stanno fuori dell'uso più comune, non era 
punto giustificato dai bisogni del pensiero, e non avea la scusa della 
moderna barbarie degli scrittori acciarponi, degli uffi;y governativi 
e dei giornali, la quale scherma i rinfacci con la novità delle cosfe 
e delle idee. L'italiano era allora una lingua compiuta ed interamente 
moderna, ed era già troppo ampio per capere le piccinerie delle leL — 
teraturo francese e provenzale di quei tempi. Ciò tanto è vero, cLcì 
mutate le condizioni ed allargato il campo del pensiero, il provenzaL^^ 
dovette sparire, ed il francese dovette rifarsi due volte. Per buorxcL 
fortuna venne il cinquecento, che mentre ravvivò l'italiano qual ex.^-^ 
in sostanza, lo purgò dal ciarpame straniero. Quest'epoca fu qua^<s|^ 
istintiva e riusci bene in massima parte, ma non fu fatta con cor"r*ì«« 
spondente riflessione. Imperocché fu in parte effetto della dimenticai^ ^ -:^ 
in cui caddero le antiche letterature provenzale e francese, ed in pacate 
della credenza che questa materia fusse antica italiana andata in di. 
suso, e dovesse perciò, secondo le regole della rettorica, evitarsi, 
contrario, il fatto stava cosi, che quella massa di voci e forme, loo 
zioni e significati, credute anticate, non era stata mai in uso prefci;^, 
il vero popolo, e solo in minima parte presso una classe risti^e't,!:, 
di persone, e che spogliata, qual" era, delle finali in consonante, |^ o 
le (piali il francese ed il provenzale avevano un qualche grado % 
priorità sull'italiano, non era nemmeno la più antica, ma 'anzi ^^i 
quasi sempre la più lontana dalle origini, e la parte più corrotta c^l 
potesse entrare nella nostra favella; dimanierachè la surrogazio i-k 
ad essa, delle vocio modi corrispondenti della lingua viva, costi txxì. 
un vero e proprio ritorno al puro ed antico italiano. Cosi fu. t's-'^t:' 
ma non cosi fu inteso, e mentre il toscano passava a larghe sol"i.ì.^ 
per una breccia aperta dalla rettorica, Tequivoco durò, e darà.» : 
Cora nella cosi detta question della lingua. Ed invero il Moati <3^ 
Perticari, che avevano in u^^gia la Crusca ed i Toscani, non. ri- 
corsero , nelle loro acerbe critiche contro di quella e contro ^^ "^ ^ 
antichi scrittori, che quasi sempre lavoravano a tutta possa* 1?^^ 
trionfo del vero toscano. Il Nannucci, nel presentare la sua ■ 
di *Voci locuzioni ital. derivate dalla lingua provenzale' ( 
1840, p. 5), ebbe a dire che avrebbe fatto vedere «come o^^"^ 



310 Bianchi, 

cati nell'uso fiorentino da una classe frivola, ignorante e serva dell» 
straniero. 

I gallicismi che s'incontrano nell'antica lingua scritta non debbons 
in tutto attribuire ad una malintesa coltura letteraria; poiché um 
parte se ne trova o ritrova in cronache, scritti di famiglia, libri d 
devozione e traduzioni, che traspsyono come lavori fatti nell'ore d'ozi» 
da mercanti toscani, e per lo più fiorentini, stati molti anni in Fran 
eia. E noto dalle cronache ed altre memorie dei tempi quanto f 
numeroso, nella prima metà di questo millennio, il concorso di mer 
canti e banchieri italiani in generale ( detti Lombardi ^ ), ed in parti 
colare di fiorentini, nelle principali piazze della Francia, senza dir 
di altri paesi, dove avean eglino fondati stabili fattorie, e dove i ra[ 
presentanti delle varie case passavano anni ed alcuni gran part 
della loro vita. Nemmeno la materia straniera, passata per quest 
via, pose tra noi salde radici, e va accomunata con l'altra introdott 
per la lettura. Ma a volte la lingua presenta certi scangéi^j che 1 
critica è costretta a riconoscere esser di vera tradizione popolare, 
non incoerenze recateci per le vie sopra indicate. Tale si presene 
la stessa voce scanr/eo, che non è stata mai usata nella letteratui 
nota, e che ci venne come il verbo cangiare da un dialetto frances 
che diceva canger e non changer ecc., in un'età in cui la vocal fina 
di escangé e di ogni altro partic. pass, (e cosi dell'infinito) di l.'' conia 
era in francese proflferita larga, e non chiusa com' è oggi. Tal é 
stesso suffisso -éo che vi è contenuto, il quale col feminile -é^ 
applicato anche a basi veramente italiane, e che in alcune voci (§ 3- 
ci darà molto da fare per distinguerlo da un suffisso omofono di fo 
mazione italiana. Uno scangeo fanno anche accivire -ito, civanza^ J 
fr. chevir, achever e chevance, e queste da chef ^ capo, le quali va 



* Anticamente lombardo, nei paesi oltramontani, significò 'abitante di 
Regno Longobardo \ quindi 'italiano' in generale; ma molti, riferendosi 
quei tempi, pigliano abbaglio, credendo che si trattasse degli abitanti 
quella ristretta regione che ora dicesi Lombardia, la quale ha ereditato 
nome ma non l'estensione di quel regno antico. Lombard^Street di Lond 
oggi non può tradursi altrimenti che per Via degl* Italiani, 

* scangeo vale cambiamento inaspettato e spiacevole; e nel senso mora] 
cattiva azione che vieu da persona creduta incapace di commetterla, 
voce che trovo registrata nel Voc. del Fanfàni riveduto dal Bruschi (I 
ronzo 1891), onde pare usata in più luoghi, e non solo in quegli da n 
frequentati. La pura formazione italiana sarebbe stata scambiato sost. ne 
tro: *fare uno *scambiato\ 



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314 Bianchi, 

il lucchese contro poìigo e fameglia «lei senese e deirarrdtìiio ; i qnali 
air incontro, in alto e soldo, cospiravano col fiorentino a respingere 
V auto e sov/Jo dei Pisani e dei Lucchesi. Cosi in altri casi la parlati 
centrale era sostenuta ora dalle une, ora dalle altre parlate sorelle; 
il che congiunto, quasi sempre, ad una maggiore confonnità col la- 
tino, ed al fatto più decisivo che Firenze era ma^or centro di 
popolazione, di ricchezza, di potenza politica e di coltara, della To- 
scana, e quasi dell'Italia tutta, ne assicurava il definitivo trionfo nel 
dar forma alla lingua comune. 

Prescindendo dall'uso di latinismi, di voci e locuzioni provenzali ed 
antiche francesi, di cui sopra abbiamo parlato, nessun fatto lascia 
supporre che, nel s. XIV, la classe colta avesse in Firenze ana forma 
di linguaggio e nemmeno una pronunzia diversa da quella deUa plebe. 
Solo è concepibile una scelta di parole e di modi da usarsi secondo 
la convenienza in certe circostanze, e tratti da un fondo che era co- 
mune a tutte le classi. Se, per parlare al solito con esempj, negli 
scritti fiorentini del trecento si trovano usate, per la 3/ pers. pi. del 
perfetto, tanto le forme dissero^ fecero, stettero, quanto quelle raj»- 
presentate da dissono, fécioìio, stéttoììo, non può dirsi che le prime 
si usassero soltanto dalla classe più elevata, e le seconde dallMnfim 
plebe ; poiché questa supposizione non verrebbe confermata dallo stat 
di famiglia degli scrittori che usavano le une o le altre, o tutte in 
differentemente. La (questione, per dir cosi, é piuttosto cronologicsFE 
che sociale', perciocché le prime (dissero ecc.) erano più antiche 
comuni ad ogni classe, e poi divenute via via più rare col sorger 
e prevalere delle seconde, che anch'esse si fecero comuni, giunserc:-3»<^ 
ai tempi del Boccaccio, elio le usò di preferenza, appunto perche 
meno trite e rimaste più in alto dell'umile volgo. E poi noto che 1< 
Novelle del Boccaccio furono il principal testo da cui prendessercrr^ 
norma i primi lavori grammaticali. — Quando il fiorentino fu innalzate 
al grado di lingua scritta, in opere letterarie che dovean renderle 
comune, era in più punti in un periodo di trasformazione. Si ossei 
vera che questo è un fatto comune, che tutte le lingue parlate soncr 
state e sono in continuo movimento, che anche l'attico di Demosten^^^^ 
ed il latino di Cicerone furono transitorj; ma, all'incontro, dovremc 
riflettere che ci può esser differenza, tanto nella durata da un p< 
riodo ad un altro della vita d'una lingua, quanto nel numero e nelh 
importanza dei cambiamenti che distinguono un periodo dall'altro^ 
Nel s. XIV il dial. fiorentino svolse una ricca varietà di forme gram 
maticali, delle quali una parte si fissò nella scrittura ed ebbe pii 








storia deir-i- occ. — Gap. Ili, § 2, 18: Effetti sulle cons. preced. 315 

tardi accoglienza definitiva in tutta l'Italia, od un'altra parte rimase 
al vol;^o, e con qualche modificazione si fissò per una durata ben più 
lunga del periodo di formazione. Nella parte fonetica questo dialetto 
andava perdendo, nel detto secolo ed anche prima, il v tra vocali 
(poi^ea senUa di contro [ì, pareva seìUiva)^ ed andava dissibilando, come 
vedremo, le sibilanti miste palatine (rasgione^ casci'o bascio passando 
in ragioìie, cacio e bacio). Fino a questo punto tutto rimase all'ita- 
liano: ma si può assegnare al secolo seguente almeno il principio 
d'un altro tracollo, cioè la mutazione di ^ + cons. in j (cajddo tojtto 
per caldo tolto) ^ e quella di ì^j presso a poco in ijQj (vagghio pig- 
ghiare per vaglio pigliare)) le qualt duo proprietà non passarono, e 
fu bene, all'italiano. Ciò nondimeno sono- queste d'una grande impor- 
tanza nella storia della lingua e della letteratura; poiché nella dispu- 
tazione che insorse, nel s. XVI, sulla cosiddetta qtiestion della lingua, 
furono in buona parte cagione che si confondesse ogni criterio col 
mettere il fiorentino alla pari di ogni altro dialetto. Vero si è che i 
litiganti non si curarono di notare questi ed altri difetti, e nemmeno 
diedero loro un gran peso, ma le differenze sopravvenute nella pro- 
nunzia del popolo eran tali da avvalorare, più o meno esplicitamente, 
l'opinione che la lingua scritta fusse nella sua origine, e dovesse es- 
sere nel suo processo, tutta, o quasi, una manipolazione di letterati. 
Ben sarebbe stato, se gli avversarj del fiorentinesimo, nel corso di 
tre secoli, avessero notato tutti i difetti di questo dialetto; che allora 
ci sarebbe stato più agevole conoscerne la storia, o meglio la cro- 
nologia delle sue successive vicende; ma esso ebbe la disgrazia di 
non trovare chi ne sapesse dir male abbastanza ^ Laonde è assai 
raro che c'imbattiamo in testimonianze dirette come questa del Mu- 
zio: «L'aver più questa che quell'altra balia, non c'insegna scrivere. 
«Della pronunzia non disputo [si noti bene]. Anzi dico che la pro- 
« nunzia Toscana ìwanza ordinariamente quelle dell'altre regioni d'Ita- 
«lia; massimamente quella di alcune città, come di Volterra, e di 
« Siena; nò per me so, qual più offenda non che me solo, ma comu- 
«nemente le orecchie di tutta Italia, che quella del popolo di Fio- 
« ronza, della quale a me sembra che dir si possa quello che dice 
«il Varchi della Genovese: e ciò è che il parlar Fiorentino scriver 



* Qualche cosa ne appuntarono i grammatici sanesi, ma tardi, poco o 
male. I componimenti rusticali di scrittori fiorentini sono lavorati con arto, 
e non rappresentano che in parte lo schietto dialetto. 



316 Bianchi, 

« non si può. Ma è ^ bella cosa era sentire favellare il Varchi, maestro 
« della lingua, il quale pronunziava: Ascoita, e un aitra voita, e Laide, 
« e Craldio, e delle altre cose così fatte . . . » ^. È vero che cosi prò- 
nunziavasi in Firenze a tempo del Varchi e del Muzio, cioè ascojUa^ 
ajttro, vojtta ecc., come ancora nel Contado, ed il Muzio avrebbe sa- 
puto meglio rappresentare questa pronunzia, se avesse voluto e sa- 
puto adoperare lo j del Trissino. L'unica pronunzia fiorentina che 
non si sarebbe potuta scrivere, ed alla quale doveva alludere il Mu- 
zio, senza farne menzione, era quella di pagghja fogghja ecc., per 
paglia foglia, comune a tanti, dialetti del mezzodì, dov' è il suono tra 
gutturale e palatino che descrivemmo in XIII 153 n, 178 e n. Non 
sappiamo se il Muzio volesse alludere anche all'aspirazione, ma pur 
tacendo che questa non era propria soltanto del fiorentino, egli sa- 
rebbe stato in errore, credendo che essa mancasse di segno nell'ai- 
fabeto. E vero altresì quello che sottintendesi nelle parole del Muzio, 
cioè, che a Siena ed a Volterra pronunziavasi a' suoi tempi, ed in 
parte ancora, altro volta, paglia foglia e cosi in simili casi; ma questo 
significa soltanto che mentre Firenze aveva, in questa parte, mutato, 



* Sia difetto ortografico del Muzio, oppur de' suoi editori, qui è da cor- 
reggere: Ma r?! belln cosa ecc. Quollo è largo che comunemente scrivono 
eh!, è interiezione interrogativa e di meraviglia. 

* Stando, senza riflettore, a queste parole del Muzio, vien fatto d'escla- 
mare : « So un letterato coltissimo, come il Varchi, pronunziava cosi, figu- 
riamoci gli altri ! », e si verrebbe a negare la continuata tradizione delPan- 
tica pronunzia, conformo alla scrittura, pur nella classe colta di Firenze. 
Un fatto storico di tanta importanza nella storia della lingua, non può am- 
mettersi sulla fedo d'un critico dispettoso e maligno come il Muzio. E del 
tutto inverosimile che il Varchi, in presenza di letterati, e particolarmente 
dinanzi al Muzio, che sapeva disposto a coglierlo in fallo ed a dime male, 
si lasciasse andare a cosi grossolani idiotismi. Tra questi ci sono due cor^ 
rezioni a rovescio, che è moralmente impossibile si odano in bocca di 
persona mezzanamente colta. Una è Laide per Adelaide^ che pronunziato 
Adelajdde, per riduzione dell' i atono a j, viene volto in Adelaide dal vii — 
lane mezzo incivilito che ha imparato a dir alto e caldo in luogo del suo^ 
ojtto e cajddo. Quanto all'altra, la pronunzia plebea fiorentina di Claudio^. 
è Craudio, che senza dubbio il Varchi sapeva ben raddrizzare: Craldio no», 
poteva essere che una falsa correzione di quelle parlate che avevano attica 
o caiido per alto e caldo, cioè del Valdarno inferiore verso il Pisano, pecr 
dove era passato il Muzio; il quale si compiacque d'appiccicare al Varchi 
gl'idiotismi che egli aveva raccattato da' suoi vetturali. 



Storia de\r-i- ecc. — Gap. Ili, § 2, 18: Effetti sulle cons. preced. 317 

le altre due città avean conservato quella pronunzia che già era a 
tutte tré comune. L'alterazione di tutte la più sconcia, fu la ridu- 
zione al semplice o del dittongo uo dall' o breve latino, la quale può 
porsi come avvenuta intorno al 1700. Dico la più sconcia, perchò tale 
alterazione spezza quella bella armonia di corrispondenza che passa 
tra il sistema delle vocali italiane e la quantità delle vocali latine; 
cosicché l'o di bono novo rota^ per buono nuovo ruota da bonus nò- 
vus rota, viene a confondersi con l'o di co^a lode frode da causa 
laude fraude^I Manzoniani sono stati male avventurati nell'acco- 
gliere e propagare bono^ novo e tutti gli altri scerpelloni di simil 
risma, ed avrebbero commesso errore men grave, se per ismania di 
popolare semplicità, avessero adottato tojtto per tolto e sogghia per 
soglia e via discorrendo, dov' è maggiore interezza di forma italiana 
che in rota per ruota e bono per buono. 

Di altre vicende del parlar fiorentino non occorre qui tenere di- 
scorso, poiché é nostro proposito di trattarne in quanto divenne lingua 
comune, e non in quanto successivamente si svolse come un partico- 
lare dialetto. Il parlare della classe colta, o come altrimenti dicono, 
della gente civile^ non ha per noi autorità se non per quanto conservi 
della tradizione dell'antica pronunzia. Nella sostanza della parola t; 
della dizione sta molto di sopra l'uso del popolo, non di quello che 
per affettazione, e quasi sempre a sproposito, scimmiotta le classi 
superiori, ma di quello più ignorante e più semplice, onde inconsa- 
pevole e spontanea sgorga la vena natia. L'uso popolare, inteso nei 
termini sopra esposti, è il primo fondamento di fatto e costituisce il 
criterio principale d'ogn' indagine storica snll' italiano. La sua genui- 
nità é superiore a quella di qualunque manoscritto, come la sua au- 
torità é superiore a quella di qualunque scrittóre, ed anzi serve esso 
qual termine di confronto per giudicare della maggiore o minor pu- 
rità di lingua degli scrittori. Laddove poi, per vicende comuni a tutte 
le favelle, abbia esso perduto più o meno delle proprietà e qualità 
primitive, sarà facile ricondurlo dallo stato presente a quello in cui 
si fece lingua comune, coi criterj generali della scienza e con la te- 
stimonianza dei monumenti scritti. 

Ristretti i limiti delio svolgimento fonetico al dialetto fiorentino, ed 
in particolare a quello del secolo XIV, sarà ben raro il caso che non 
sia raggiunta la normalità assoluta, ed in questo raro caso diremo 
che soltanto una parte di parlanti abbia mostrato propensione per 



* Cfr. Arch. I, p. vi. 



318 Bianchi, 

Un dato suono, e sia stata poi sopraffatta dal maggior numero, che 
s' è tenuto fermo al suono più antico. 

Il passaggio dal latino all'italiano s'eflfettuò in varj periodi di tran- 
sizione. La separazione di un periodo dall'altro non può risultare che 
volta per volta dall'analisi dei suoni e delle forme, e non può con- 
venientemente stabilirsi a priori, se non in modo parziale e congiun- 
tamente al procedimento analitico. Il penodo italiano^ rappresentato 
più schiettamente dall'antico dialetto fiorentino, si può porre tra il 
mille e il 1400. Da quest'epoca in poi comincia il periodo dialettale, 
<> s'intende per quella parto in cui la lingua viva, fuori d'ogn' istinto 
progressivo, si svia dalle antiche leggi che la governavano, non di 
quella parte vecchia o nuova che queste leggi mantenga, o ne sia 
una ragionata conseguenza. 

Chiariti, dopo questo schizzo storico, intorno ai termini delle nostre 
ricerche, potremo trattare correntemente questa materia con risparmio 
di molte clii^n'cssioni. 

19. Mutamenti di consonanti semplici tra vocali, e di esplo- 
sive + liquida + vocale. — Bisogna prima di tutto intendersi, spe- 
cialmente in questa parte, sull'uso di certi termini. E vero che in un 
certo senso, più moderno che antico, le eccezioni sono forme della 
nostra mente, che non sussistono nella natura delle cose, ossia non sono 
realtà oggettive. Ma se erriamo nello interpretare le apparenti devia- 
zioni di certi fatti dall' andamento di altri simili, l'errore non istà nel- 
Tuso della parola eccezione, né tampoco nel concetto di coloro che 
primi la usarono, e questa parola non resta però meno legittimamente 
formata né meno correttamente applicata. La parola * eccezione ' passò 
al linguaggio filosofico in generale dall'uso giuridico e da quello gram- 
maticale. Prima *excipere', specialmente nelle narrazioni poetiche, 
valse pigliar la parola da, ossia dopo un altro, da un discorso fatto 
da altri attaccare il suo, il clie si fa generalmente contraddicendo 
più o meno a quello che ò stato detto. Cosi, per mo' d'esempio, do- 
poché l'attore aveva, in giudizio, recitato la formola della rei vendi- 
caUo, il convenuto (reus) opponeva Vexceptio rei venditae et traditae. 
Di qui sorgeva il concetto che alla legge o principio generale, del di- 
ritto nel proprietario di perseguitare la cosa nelle mani di chiunque 
si trovasse, si facesse eccezione nel caso che egli, od il suo autore, 
l'avesse altrui venduta e consegnata. Quindi, allargandosi ancora il 
campo delle idee, si faceva un passo ulteriore verso il Cimcetto più 
universale delle numerose leggi e regole generali, e delle loro ancor 



Storia deU'-i- ecc. — Gap. IH, § 2, 19: Cons. sempL tra voc, ecc. 319 

più numerose eccezioni. In mezzo a tutte queste leggi ed eccezioni 
sarà stato fatto, se vuoisi, un gran male, ma la colpa non è certa- 
mente della nomenclatura. Il linguaggio grammaticale ò posteriore 
alle antiche formolo del diritto, ma i grammatici dovettero giungere 
all'idea dell'eccezione per una via più diretta; perciocché non può 
supporsi che non sentissero nel verbo excipere il valore etimologico 
di * pigliare' ossia * torre da', cioè una parte da un tutto. Ora, quando 
essi insegnavano, per es., che « di regola tutti i dativi ed ablativi 
plurali della 1.* deci, latina finiscono in -Ts (rosis, agricolls etc), 
ma excipiuntur dea, equa, mula, che in quei casi fanno deabus, 
equabus, mulabus», altro non facevano che annunziare» ne' suoi 
proprj termini, un fatto vero. Quando poi, verso i nostri tempi, si 
volle spiegare la ditferenza tra le due terminazioni, dicendo che in 
origine quei casi dovettero essere sempre in -bus o -bis, se vi fu 
errore nell'ammettere, a tacer d'altro, la disparizione del -ò-, anche 
nelle sue fasi anteriori di /, ph, bh, di questo errore non ebbero colpa 
le parole 'regola' ed 'eccezione', che eran già vecchie, ed eran nate 
e nutrite in un campo d'idee molto diverso. Si dice che queste pa- 
role inchiudono il concetto di fatti che si sottraggano ad una legge, 
sotto la quale dovrebbero esser compresi, ossia il concetto della vio- 
lazion d'una legge; ma anche questo che vi si vuole inchiudere è ai^ 
bitrario e moderno, e rappresenta un fatto transitorio, che può scom- 
parire senza danno della nomenclatura. La regola e la eccezione 
esprimono fatti reali, che possono essere peggio o meglio interpretati. 
Se in ciò si commette errore, o la regola è mal definita, o la ecce- 
zione è male spiegata; ma finché le coso rimangono, le parole debbon 
restare, e molto più ne' libri elementari, che non possono render ra- 
gione di tutto. Non di rado si presentano fatti, pei quali le eccezioni' 
possono chiamarsi fenomeni di sottospecie, e ciò quando la legge 
trova un limite e muta andamento per variare di condizioni, ma alla 
parola 'eccezione' non si può, né conviene sempre rinunziare. — Questo 
ho voluto dire per protestare contro la confusione babelica che vien 
recando la mania di mutare la terminologia grammaticale, in ogni 
libro che esca fuora, sia pur ricco di vere ed utili novità. Cosi in un 
libro di molto pregio , destinato all' insegnamento , trovo scritto die 
aspirazione è un termine del tutto spropositato, poiché quando si prot- 
ferisce, essa come ogni altro suono, si espira, ma non si aspira, cioè 
si tira il fiato fuora dei polmoni, e non in dentro. Questo significa 
addirittura, come dice il proverbio, un saper fare il calzolajo, e por- 
tare le scarpe rotte; cioè dire, nel caso nostro, saper bene spiegare 



320 Bianchi , 

ìé voci usate da altri, e non intender cica di quelle che si adoperano 
per nostro uso e consumo. Le prepp. ad ed ex non valgono particolar- 
mente né *in dentro' né *in fuora' del soggetto che parla. Il composto 
aspirare significa semplicemente 'soffiare accosto a\ quindi * aspirare 
il e, il ^^ilp', vale 'soffiare accanto al e, al t, al p\ facendone eh, 
th, ph, e ciò si fa anche accosto alle vocali, perché lo spirito, per 
parlare in digrosso, non può profferirsi senza l'appoggio di altri suoni. 
Il significato di tirare il fiato a sé non fu mai nell'intenzione dei gram- 
matici; é arbitrario e moderno, sebbene non sia falso, e si giustifichi 
per l'analogia dei composti assoggettivi^ quali acci pio, assumo, 
adipi se or ecc., equivalenti al medio greco di dativo (v. la mia 
*Prep. A' 103 n.^ 14, 152 segg.). Generalmente le preposizioni, non 
esclusa la ex, esprimono una relazione obiettiva, cioè si riferiscono 
ad un oggetto o ad un termine che sta fuori di chi parla o di chi 
agisce; ma benché, ciò non ostante, l'uso di exspirare (animam e 
simili), con punto di partenza dal soggetto, come in altri simili com- 
posti, sia classicissimo, non è necessario. Perciò, siccome in lingua 
non si possono profferir suoni altrimenti che mandando fuori il fiato, 
nel modo che i grammatici hanno sempre inteso o sottinteso, cosi la- 
sceremo ai medici ed a chi russa la distinzione tra 'aspirazione' ed 
* espirazione', ed entrando in materia, seguiteremo la vecchia nomen- 
clatura. 

Nello esporre e nello spiegare il mantenimento o la mutazione delle 
consonanti semplici in mezzo a vocali, quantunque arrechi nuovi par- 
ticolari e qualche nuova applicazione, non intendo né pretendo d'in- 
trodurre un nuovo principio. Imperocché altro non fo che svolgere 
e definire una dottrina già insegnata e praticata, per l'italiano, dal no- 
stro Direttore (Arch. X 85-87) e seguitata dal Mbybr-Lùbkb (Gramm. 
der rom. spr. I 411), e comunemente accetta, la quale ammette che 
le esplosive tenui mediane, le quali immediatamente precedano la vo- 
cale tonica, si cambiino in sonore, e generalmente si mantengano in- 
tatte quelle seguenti alla tonica. Io credo che una definizione possa 
abbracciare non solo le esplosive, ma anche le continue: piuttosto 
il ò pare che v'incalzi male, in quanto che, anche ov'è postonico, 
passa in t?, ma forse ciò avvenne in un periodo posteriore; e se il 
b la sorpassò, la s entrò più tardi nella corrente comune. Ciò avver- 
tito diremo, che in un periodo certamente posteriore, ma forse non 
molto lontano da quello in cui le gutturali e g si fanno palatine di- 
nanzi a f ed e, avviene quanto segue : I. La sonorità dell'accento, qua- 
lunque vocale lo riceva, fa scendere d'un grado la consonante scempia 



Storia dell' -I- ecc. — Gap. Ili, § 2, 19: Cons. sempl. tra voc, ecc. 321 

mediana che accosto precede; a condizione: a) che la consonante sia 
capace di gradazione; b) die il suono succedaneo esista digià nella 
lingua; e) che questo non sia di tal natura che, nello stesso tempo o 
per effetto della medesima causa, debba discendere d'un grado ulte- 
riore. Ad illustrazione della seconda condizione, diremo che la prima 
legge, siccome puramente fisica, non ha per effetto di crear nuovi 
suoni, quale volesse disegnare una simmetrica geometrica; essa è co- 
stretta a volgersi nel circolo dei suoni esistenti: nuovi snoni possono 
sorgere in tempi posteriori, e la legge può tornare ad aver vigore per 
essi, se la loro natura lo comporta. — II. Legge o regola, limitativa 
della prima: nessuna consonante scempia tra vocali può dileguarsi, 
se almeno una delle due vocali circostanti non sia omorganica e così 
affine, a quella consonante, da supplire alla sua mancanza, e quasi da 
far parere ai parlanti d'averla profferita. Tranne alcuni casi di di- 
leguamento, che sono da discutersi, e pei quali ha vigore la limita- 
zione della seconda regola, le consonanti scempie di prima sillaba po- 
stonica si mantengono, ed alcune si raddoppiano, ma: III. Le e s pio- 
sire sorde divengon sonore, ove siano seguite da a. Tanto 
meglio ciò può avvenire se anche la tonica sia un'altra a, utCe od o 
larghe ed in origine brevi; ma siavi o no questo concorso, la causa 
principalissima sta nella massima sonorità della vocale seguente, che 
assimila la consonante alla sua qualità. Anche la vicinanza dell'ac- 
cento contribuisce a questo effetto, e sarà da vedere se a ciò basti 
Va che da quello ò lontana. In ogni modo questa virtù dell'-a- è in- 
dipendente dagli effetti della prima legge e può essersi spiegata in 
tempi differenti: anzi pare che nell'italiano la 3.* legge si attuasse 
dopo la prima, e che la successione dei due fenomeni si possa formu- 
lare nel fatto, che il d di s^o^ra* staterà sia più antico che quello 
di *^rarfa*8trata. — IV. Le seconde ed ulteriori consonanti 
scempie protoniche e postoniche si mantengono; ma dello 
prime è difficile incontrare esempj schietti, poiché o si cade in con- 
sonanti iniziali, od in forme che l'etimologia sottrarrebbe all'azione 
fonetica (osserva, per es., il e di maceraiqfo). La seconda regola li- 
mitativa, e le condizioni che ristringono gli effetti della prima legge, 
come pure i brevi confini della 3.* regola, mostrano già che siamo in 
presenza d'un essere cosciente, il quale ripugna, e ne vedremo il modo, 
ai ciechi impulsi d'un istinto fisico, e ne evita o ne attenua le ulte- 
riori conseguenze. La coscienza ha quella logica intuitiva, che si chiama 
analogia, la quale anche crea, in contrapposto alla prima e terzu 
regola, la seguente legge: V. Ogni suono che, per effetto delle 



322 Bianchi, 

leggi fonetiche, dovrebbe digradarsi, od anche cadere, 
si mantiene intatto fin da principio, o ritorna allo stato 
primiero, se fa parte di voci che abbiano connessione 
reale od apparente con altre, nelle quali il suono mede- 
simo, siccome in diversa posizione, dovea conservarsi. 
L'osservanza di questa regola dipende dalla maggiore o minoro im- 
portanza che la coscienza dei parlanti annetta alla forma più etimo- 
logica. I fenomeni della prima o della terza regola appartengono in 
modo generalissimo alle assimilazioni: sono le corde vocali che, fin 
dal profferiinento della consonante che precede, predispongono la wn- 
sione che richiede la tonica o Va seguente. Indipendentemente da que- 
ste cause, agiscono poi le più speciali assimilazioni agli altri suoni 
vicini, e gli accidenti generali di dissimilazione, metatesi, elisione, 
contrazione ecc., qualcuno dei quali può anche sconfinare dai limiti 
posti alle regole premesse, dimodoché una consonante che sfugga ad 
una légge di cambiamento, possa rientrarvi per causa diversa. Nel 
dare esempj di questi fatti, procederemo dalla parte più interna a 
quella via via più esterna dell'organo vocale, prima facendo conto delle 
esplosive. 

G^utturali: ^ka^ ^ko^ ^ku\ La tenue di prima protonica, per vi- 
gore della prima legge, passa in sonora: fregare -ava fricare, intri- 
gare -ava intricare, annegare ecc. n e e a r e , pagare ecc. pacare, ine 
gare ecc. p li e are, 'pregare ecc. precari, segare ecc. secare, su- 
gare =*sucare da rivedersi, soffocare affo^ s u b f o e a r e, dragone d r a- 
cone e per diflfusione anche drago * draco, ni. Santa G^onc^a « S. J u- 
cunda, ma cfr. anche i nnpr. longob. Oundi" e Cundi-^ aguzzo aiizzo 
« * a e u tj o ma anche acuto da a e fi * t u , che sono da rivedersi sotto §, 
laguna^ lacuna, voce che non apparisce toscana, sebbene conforme 
alla fonetica toscana K Non si estende questa legge alle radici rad- 
doppiate, non solo perchè possa dirsi la seconda sillaba rimanere as- 
similata alla prima, ma anche perché il valore della loro formazione 
fu sempre sentito : e ocdme r o « e u e u m e r e , coc^llo «cucullus,co- 
cùzzolo cucutium, cfr. [dial.] cùccuma cucùma, e molto più nella 
voce imitativa cocùle o cuculo cuculus; ma ove la radice si sdoppj, 
e la formazione si oscuri, può talora la legge riprender vigore, come 
in bi-gutta, che in latino sarebbe stata bi-cucutium nel senso di 



* Non la incontro tra i nomi locali, e presso il volgo non è usata se 
non da chi conosco Venezia. 



Storia deir-i- ecc. — Gap. Ili, § 2, 19; Cons. sempl. tra voc, ecc. 323 

;uma, su di che rivedremo a /?. E ben difficile lo ammettere che 
ndoj variante con sicotido, e sicuro non siano di tradizione popò- 
continuata: nel primo il k deve essersi mantenuto per una certa 
lessione logica con seco ('secondare alcuix)' quasi 'andar seco\ 
con quello, ^secondo lui' quasi 'seco lui'), ed in sicuro per la sua 
lessione, dal sentimento non del tutto smarrita, con cura -are per- 
ire ecc. La popolarità di giocondo «j ucund us è un po' meno certa, 
3hè probabilissima, ma potea risentirsi di ^moco; laddove in S. Gonda 
sta relazione si oscurava per effetto della contrazione e successivo 
)rdo de' due apposti : sancta-Jo-, ^sancle-jó- ^santjo- ^santja- 
ìda, la cui prima parte fu certo una variante di santa. — La ten. 
.. seguita da a di prima postonica passa, o dovrebbe sempre pas- 
i in ^, ma è una regola che l'analogia rende quasi sempre ineffi- 
>, ove non incontri altri aj uti : lattuga = lactuca, lettiga »lectica, 
;//a « apothéca, séga-le se cali s, dove concorre anche l'idea di 
trtf, come nel singolare spiga = spica concorre il suo derivato spi- 
?e spicare; e c'entrano naturalmente le terze pers. sing. e plu- 
del pres. ind. dei verbi citati in principio, ed i sostantivi loro de- 
.ti: frega^ intriga (-^o), annega, paga, prega (priego), sega, fgga, 
3 il ^ si estende a tutta la conjugazione. La nota parentela, qui 
maggior forza ribadita, tra u e Q, non dee farci credere che sugo 
Idk in tutto da sucus, e non sia stato informato da sugare', poi- 
ai toscano basta una gutturale qualunque per chiudere la formola 
cfr. i numerosi nnll. Luco «= lucus. La regolarità può illudere chi 
la creata in Toscana la voce tartaruga (scatole, lavori di tart.): 
non è molto antica, e dev' essere lo spg. tortuga fattosi più pe- 
;e strada facendo, ed anche più moderna, e qua ancora poco usata, 
zzùga 'testuggine', dai pizzi, venutaci da dialetti; poiché -uca do- 
rimanere per le analogie che tosto vedremo, e difatti il senese 
va ed ancora conserva tartuca id. Per dipendenza etimologica dal- 
>oste due formule ^k^ e ^ka in Q, e non per le proprie condizioni 
itiche, sorgono le figure in -^golo -a: fregolo -la, segolo, tr^gola, 
ola da un ant. *pegare *ini- « picare, pettegolo, -ola (forse ana- 
eo), spigolo spiculum, le quali trovavano un rinfianco in tégola 
'ola), stegola da stiva, zigoìo e qualche altra voce d'origine va- 
— In due combinazioni di t-h-, questo passa in sonora, non per la 
)rità dell'una o dell'altra vocale accostante, che come tale in tanti 
i casi non ha effetto, ma per la loro comunanza di natura omer- 
ica con la sonora gutturale. La prima è rappresentata da *fl^M« 
, e *to^e« = lacu, onde poi ago lago, che ebbero il -Q- per assi- 



324 Bianchi , Storia dell' -i- ecc. , Gap. Ili, § 2, 19. 

milazione del -A- all'-w che fu costantemente finale di 4.* decL (XIII 
197), fenomeno non identico, ma affine a quello che ci diede guanto 
da want e struggo da destruo (v. sotto). L'a può avere agito in 
concorso, ma non fu causa determinante. Ci mancano i rappresentanti 
di specus e dipecu; ficus non fu costantemente di 4.*, e per que- 
sta è latino e non romano, laddove porticus va tra gli sdruccioli 
in -co, a cui passeremo. Oome si vede, gli esemplari son ridotti po- 
chini, ma si pesano e non si contano. Se ne può dedurre (e ci son 
altri argomenti per ciò credere), che l'-u di 4.* rimase per lunga età 
nel toscano ( v. 1. e.) ; ma se si correrebbe troppo a dedurre dal fatto 
opposto {^cg da ^ko), che nell'età del *k^ in -^-, tutti i nomin. (» 
accus. di 2.* (-u) fussero già stati ridotti ad -(? come, salvo la quan- 
tità, il dat. e Tabi., non saremmo però in falsa strada. La seconda 
combinazione ci è porta da Zuo^o = locò e ^rwo^o= croco (locus, 
crocum) dove la gutturale si assimila regressivamente al gruppo so- 
noro ed omorganico w(/, causa determinante lo to. Ne sfuggirono fuoco 
focus e giuoco jocus, pei quali il nostro Direttore ammise, con 
grande acume, la presenza di nominativi focls] jocls], dove la primi- 
tiva gutturale, rimasta finale, potette sostenersi; ed addusse altri di 
simili esempj (X 91-2), ai quali questo lavoro non ha nulla da levare, 
ed ha anzi qualche cosa da rinforzar l'argomento. Da coquus -um 
e coquo si sarebbe avuto ^cocq, poi cuoco *cuogOj e da co qui e 
-Ts cocqui: c'era, dunque, tanto da salvare un termine di mezzo cuoco, 
ma la digestione di tale materia non è, a questo punto, ancora ma- 
tura (v. intanto qui sotto a qu). Quanto a poco - p a u e 9, roco ■ rau e o ^ 
pca-auca, fioco, per cui ammetto *flauco (che più innanzi inve- 
stigheremo), il nostro Direttore osservava, che « il e è preservat 
dal dittongo, o meglio dall'ai; antico (ibid. 91 n) ». Io mi fermo a qua 
sto 'meglio', poiché la pronunzia av aveva in qualche esemplare un; 
ragione etimologica assai fresca (cfr., anche per raucus, ravus) 
ed av ed au si alternano in varie età della lingua; in caso diverso a 
avrebbe preso una leggiera tinta di aio, ed assai facilmente rauco 
per es. , si sarebbe fatto *raugo o rogo, se non piuttosto *ragtco 
*rogtco. 



BI UN DIALETTO VENETO, 
IMPORTANTE E IGNORATO. 



Lettera a un compagno di studj. 



Monte Generoso, agosto 1897, 

Amico onorandissimo. — Una delle ragioni, per le quali più 
desideravo di avervi qui incontrato, era quella di mostrarvi le 
scarse mie note intorno al dialetto di Grado ed eccitarvi a 
fare voi stesso, o direttamente o addestrando qualche allievo, di 
più e di meglio che a me per ora non sia dato. Rimedio come 
posso con questa lettera, trascrivendovi le rapide mie note e ac- 
compagnandole, perchè l'orientarvi non vi costi alcuna fatica, 
degli opportuni rimandi al primo volume àeW Archivio j il solo 
ferro di mestiere che io qui abbia con me. Il divulgatore di questa 
parlata, che tosto vi nomino, è d'altronde persona così cortese, 
e cosi desiderosa che la sua divulgazione profitti agli studj , da 
rendermi sicuro ch'egli seconderà con ogni sollecitudine le ri- 
chieste che gli sieno rivolte da chi egli sappia ben preparato a 
indagini della nostra maniera. 

Grado, come di certo ricordate, dista non molto da Aqui- 
leja; è una cittadetta, che or deve fare circa tremila abitanti: 
latinamente Gradus, Gravo nell'odierno parlare, onde Gravi- 
sani [Qraizani) i suoi abitanti, come dirimpetto verso oriente, 
sulla sponda istriana, Muggia^ o meglio Mugla, dà l'aggettivo 
muQlizan, Aquileja è oggi schiettamente friulana, come vedete 
dalla novella presso il Papanti. Grado, all'incontro, non solo 
mantiene il linguaggio veneto, ma lo serba, o almeno lo serbava 
quand'eran giovani quelli che oggi son vecchi, in condizioni cosi 
arcaiche, da far veramente sbalordire. Questo privilegio ripete 
di certo la sua ragione dalla natura del luogo, poiché Grado 
giace al mare, sull'estremo isolotto della propria laguna. Se non 



326 Ascoli , 

avete la Carta dello Stato Maggiore austriaco, ricorrete, per ri- 
conoscer codesta posizione, alla Carta che è data dal Filiasi^ 

Quanto alle fonti anteriori, scritte o stampate, siamo per il 
gradese a tale specie d'erudizione di cui si può fare sfoggio an- 
che in mezzo a queste montagne. Tranne un doppio ma assai 
limitato Saggio, che vien quasi a coincidere con la fonte amplis- 
sima a cui già allusi, e del quale più in là vi ritocco, par dav- 
vero che non ci sia prima stato proprio nulla, o nulla almanco 
di più meno conosciuto. Dal Filiasi, che ha pur tanto di buono, 
non c'è da cavar niente per questa parte. Nelle raccolte di ver- 
sioni dell' Orazion domenicale, non rammento d'aver mai veduto 
la gradese. Ne il Papanti ha la gradese tra le tante versioni 
della Novella. Le Etnografie dell'Austria devon dare giustamente 
Grado e Monfalcone come territorj pei quali si continui, dal 
Regno finitimo, la parlata veneziana o veneta, ma senza fare 
alcuna distinzione tra Monfalcone e Grado. 

Il rivelatore del dialetto di Grado è Sebastiano Scaramuzza; 
e la notizia che mercè sua consegue la nostra disciplina, presso- 
ché improvvisamente, di questa singolare parlata, è tale da potersi 
dire piena ed intiera. Lo Scaramuzza, ricco di molta e varia dot 
trina, professore emerito di filosofia, scrittore imaginoso e pa 
triota ardente, è un Gradese, residente in Vicenza, il quale h 
prediletto sempre con vera passione il dialetto materno e 1 
scrive in verso e in prosa con molto garbata scorrevolezza. 
non pochi anni andava egli pubblicando qualche sua scrittura gra 
(lese in giornali o riviste che stentano a uscire da confini più 
meno ristretti. Ma non ostante la scarsa diff'usione di questa ma 
teria sparpagliata, resta sempre un fatto abbastanza curioso, che^^ 
in mezzo a tanto fervore di studj dialettali, i Saggi dello Scara — 
muzza non abbiano prima d'ora richiamato l'attenzione di qual- 
che romanologo 'operoso, che mi togliesse la prerogativa, cosi- 
poco meritata, d'essere il primo a parlarne per le stampe ai 
compagni di studio , pur venendo , senza mia colpa e con mia 
grave dispiacere, tanto più tardi che non pensassi. Ora il nostro 
Gradese raduna molte delle sue cose vernacole in un poderoso 




* [Filiasi, Mem. stor. de* Veneti immi e secondi^ sec. ediz., voi. V.] 



Un dial. veneto, importante e ignorato. 327 

lavoro poligrafico, del quale è uscito, pochi mesi fa, il primo 
volume; e cosi potrà essere agevolata la notizia e meglio pro- 
mossa la disamina di questa suppellettile preziosa *. 

Nel simpatico suo libro: Lagune di Grado, il Caprin, secondo 
che prima vi accennavo, ha qualche sagginolo gradese. Sono, a 
p. 294, alcuni modi di dire e proverbj; e a pp. 260-64 alcuni 
canti lagunari. Di questi però dice, eh* è ricorso allo Scaramuzza, 
come air « unico che conservi lo storico vernacolo di Grado », 
perchè in qualche modo glieli riportasse alla forma dell'antica 
parlata. Così pur questi canti diventano, per quanto è della loro 
foggia dialettale, una specie di fattura dello Scaramuzza. I modi 
di dire e proverbjj all'incontro, non mostrano di aver subito 
alcun ritocco ; e concordano bensì, per varie caratteristiche, con 
le scritture proprie dello Scaramuzza o i caìiti ritoccati da lui, 
ma per altre no (così: maledeti^ anziché *maledHi\ disarò an- 
ziché *disarè). Negli ultimi decennj, come lo stesso Scaramuzza 
di frequente ricorda, le caratteristiche dell'antico parlare sareb- 
bero venute cedendo al tipo comune delle moderne parlate ve- 
neziane. Ma poiché appare che egli sia come l'ultimo superstite 
delle generazioni che hanno parlato quello schietto gravisano 
ch'egli scrive (affermazione, del resto, che andrà intesa con 
giusta discrezione), la critica circospetta potrebbe muover qual- 
che dubbio circa la piena fede che per ogni parte si debba pre- 
stare alle forme che da lui ci sono offerte. Non già di certo, si 
potrà pensare, per voluta finzione, ma forse per l'azione infX)n- 



* [Italicce Res^ l; Vicenza 1805-6 (edizione fuori di commercio). Qui an- 
cora sia citata la seguente scrittura del nostro Autore: Le vicende e le 
conclusioni del mio studio giovanile sulla parlata gradese; Udine 1894 (ediz. 
f. d. comm.). L* acuta e persistente indagine dello Scaramuzza intorno alle 
ragioni isteriche del suo linguaggio natio, si manifesta in ispecie nelle 
Ital. Res, I 273 sgg. Non ha e^j^li compiutamente afferrato il vero, perchè 
gli son mancati quei sussidj di cui principalmente abbisognava. Ma n*ò 
rimasto poco dentano. Il suo ò più che altro un difetto di prospettiva; e 
la naturale sua perspicacia, ajutata che ora sia dalla notizia delle fonti 
più opportune, potrà aggiungere, copiosi e ordinati ragguagli, da cui venga 
larga utilità agli studiosi. L* adempimento di quest'augurio coroni la car- 
riera intemerata del nobilissimo Gradese!] 



328 Ascoli , 

sapevole della tendenza analogica , qualche fenomeno caratte- 
ristico può aver ripigliato, sotto la penna dello Scaramuzza, 
un'estensione maggiore di quello che in realtà non gli rimanesse 
pur nella prima metà di questo secolo. E si penserà in ispecie 
alla rigida permanenza dell' 'umlaut'. Senonchè, tra perchè le 
ipotesi storiche e la preparazione dottrinale del nostro Autore 
non pajon tali da promuovere simili tendenze, e tra perchè il 
venerando uomo, di cui è proverbiale il più coscienzioso rispetto 
a ogni ragione della morale e della storia, da me esplicitamente 
esortato a ripensarci, dichiara di sentirsi perfettamente sicuro di 
non aver mai ceduto ad alcuna tentazione di questa maniera, io 
alla mia volta non devo cedere ai dubbj di cui ho pur dovuto 
non escludere ogni menzione. Nuove esplorazioni, del resto, an- 
che nei territorj finitimi, ci sono ora promesse. 

Si tratta dunque di un dialetto veneto, e vuol dir tale, che 
piuttosto rappresenti 1' ^antico veneto di terraferma e anche del- 
l' estuario', che non il Veneziano vero e proprio'. E si tratta 
di una rappresentazione veramente cospicua, la quale viene an- 
che a togliere ogni illusione circa i supposti incrociamenti che 
qui fossero avvenuti tra veneziano e friulano. Quanto a prima 
vista par nel gradese d'immediata provenienza friulana, si ri- 
solve, almeno per la maggior parte, in fenomeni che eran co- 
muni, sin da antichi tempi, al veneto di terraferma ed al friulano. 

Un pajo di testicciuoli * scaramuzzani ' che più in là vi fo ve- 
dere ^, rendono qui superflua una descrizione dei caratteri gene- 
rali di questa parlata. Per quello che v'abbia di specifico, mi ri- 
duco, in questa rapida dimostrazione, ai capi seguenti: I. L'* um- 
laut '. — II. Il riflesso della formola alt ecc. — III. Il participio 
feminile in -aga = -aa ; e altri speciali dilegui di d primario o 
secondario. — IV. Altri particolari fonetici. — V. Particolarità 
morfologiche. — VI. Comunanze fondamentali col friulano. 



* [Prosa. It. Res I 280-81: Zé cessa, donca, manifesta, cofà '1 Sol: I Grai- 
sani ha* conservao fin 'dosso, el so antigo favela, perchè i' zé' stai no basta 
isulani, raa anche isolai, più do duti i oltri populi de'la Furlania e deU 
Estuario de San Marco benedoto. E Messo a un oltre quisito: *Sto graisan 
veccio, historico, rebusto, e zintil, ol polarà onisempre, ntè'l avigni, dura? 
Respondo: El zó distinào a muri, passando per de'i 'nbastardiminti E 



Un dial. veneto, importante e ignorato. 329 

E ora incominciamo: 

I. L'^umlaut'. — Mi fo lecito adoperare questa voce tecnica 
tedesca per significar brevemente l'influsso dell'i atono finale 
suir^ tonica e suU'p tonico (tipi: vero viriy riegro nigri, credo 
cridi; spio siUi^ rpsso russi, rQmpo rampi). Il fenomeno, che 
in antica età è fermo in date varietà venete, non meno che nelle 
lombarde, oggi più non s'avverte nella Venezia se non per po- 
v<^ri avanzi (p. e.: rust. pad. timpi, chiogg. hataùri)', Arch. I 
425-27. Nel gradese, all' incontro, il fenomeno è conservato con 
molto mirabile tenacità. Le serie che si ricavano dalle scritture 
dello Scaramuzza pajono uscire dai più antichi testi pavani o 
veronesi. Rispetto a tutte quante le odierne parlate venete, il 
gradese si presenta, per questa parte, in tali condizioni, da po- 
tersi pai^agonare, o anzi mettere ben molto innanzi, a quelle che 
rispetto alle lombarde vantano i dialetti viventi di alcune val- 
late all'estremità settentrionale del Lago Maggiore, descrittici 
dal Salvioni [Arch. IX 188 sgg.]. L'effetto dell'^umlaut' si ri-^ 
sente facilmente anche sulla pretonica (per es. : onór unùri). 
Ed eccoci alla dimostrazione'. 

1. /...-i, da e\..-ij tra cui sono comprese le formolo -éìiH ecc. 
— Nella declinazione: momento muminti, bastimento 



tanto più stieto sto' finis linynae Gradensis suzederà, quanto più int'- 

un-corando lo gran' comunicassiuni vignarà' L' oltre ano Me dizóvo a 

un nòbele signor, tedesco de ùfìzio, e 'talian de nassionalitae, che coman- 

déva a Tiieste: Fé* gargossa per Gravo, signor, favela* a Vìena. E elo a 

me: Che tu vói, Scaramuzza , che se possa fd per quel j/overo desgrassiao 

de Paese? E Me a elo: Ghìié* drento de Gravo el populo de Tera ferma! - 

Tu san' malo, ftgio! - No son malo, no, signor! — Verbi. Vie. e conci. 20: 

Mo' co bela che zó *Ngesina mia! 'La zé de sti paisi el primo fior!^ Tremo 

ch'el vento me la pòrta' via; La soraravo in fundi de'l gnó cuor. Gò 'la 

se lustra e 'la se fa pulla, Pigia o suore 'la par de gharghe sior. A Gravo, 

no, no zé, gni 'n Furlanìa, Vògi che più de'i sòvi èbia' splendor. In gnis- 

sùn iogo mai se catara Una belóssa cuma questa qua. Più nìgri de la noto 

or ha i cavili; Le dròsse po', che 'la se fu co' quili, 'Lo 'ncoròna 'sta bela 

per regina De Gravo e dutaquanta la marinai] 

* Le voci gradesi son sempre riprodotte cosi tal quale come le danno 
le stampe. 

Archivio glottol. ital., XIV. 22 



330 Ascoli, 

bastimintij contento contintij de i 'nozinli, gudùninii inse- 
gnaminti laminii^ i vintiy arzinti toHntij sinsij stupindi, 
ténpo tinpi] dovivi piini rimi, Piemonlisi; benedeto {be- 
nedéie) benediti^ elo ili, quili quii quisti nirdi pili; To- 
desco Todischij povariii anzuliti ozeliti alboriii, vagiti oc- 
chietti; ecc. Nella conjugazione: defènde' difendere, tu 
difindi; creo credo, crèe crede, crii credi; 'la sente, tu 
siìiii'^ metOj tu miti, rende , rindi\ 7 zeì^ca, tu zirchi, ti- 
gni, insigni, splindi, vighi vedi; capitivi 7ne)Htivi piìisivi, 
*cantévi ecc., v. § V. 

Quando siamo all'incontro ad §...4: belo bèlij zeHo 

zerti, vedo veci, 'certi aperti \ ecc. 

2. U...-1, da p...-/. — Nella declinazione: fior fiuri, 
dolor duluri, amor amuri^ splandor splanduriy culuri ri- 
guri: sodis/assion y lission lezione ecc., allato a condis- 
siunì ecc., don duni, parón parunij sabiuni (e anche 6o>^ 
bani\ nono nonno, mini)) 'moróso onbroso misteìnoso, a-^' 
lato a misteriusi odorusi bramusiy spusi; munti pì^u^^^ 
confrunti gulfi: mondo mundiy tondo tundi, dolze dul^^t 
gurghi luschi sepulti, ecc. Nella conjugazione: concài''^ 
concorrere, allato a curi tu corri, curi! corri!, tu hunur'^h 
tu turni. 

Quando siamo all'incontro ad ó...'i: morti coìpiy v(p^^ 

occhi. 

II. Il riflesso della forraola alt ecc. — Di alt ecc^ in ce «<' 
(*ault) ecc. erano raccolte più testimonianze venete in Arch — I 
470 sgg. Ma insieme anche di alt ecc. in olt ecc., ib. 459 ^S- 
E questa riduzione ci ritorna costante nel gradese: 

òtto alto, òUa òlle] in òltH mundiy un* altra valtay ólf^^^ 
altre, nòltri noi altri, voltici voi altri; salta salto, sòl^ii 
còlda calda, calde, .^còlda riscalda. A formola atona : i sc^^' 
darà gli scalderà; oUàr altare. Ma: falsato falce. 

III. Il participio feminile in -aga (p. e. cantagia cantata}* 
— Questa è una caratteristica molto singolare. Nel territorio ^ 
in cui ci moviamo, non vedo che questa trasformazione rieso^ 



Un dial. vcnoto, importante e ignorato. 331 

intelligibile se non imaginando, che tramontata la dentale, come 
la ragione storica voleva (cantata cantada canià-a)^ si rime- 
diasse all'iato per l'epentesi di j (canta-j-a), onde poi g. Ora, 
di codeste epentesi di j^ appunto nella risoluzione di forme par- 
ticipiali di siffatta specie, ben s' hanno esempj in regioni più o 
meno rimote, secondo che più volte s'avvertiva pur neìV Archi- 
vio ^\ ma in territorj veneti, per quanto la memoria mi dice, 
non se ne sono mai incontrate. Il più solito è, anche negli an- 
tichi testi, che V da del tipo canlà-a si riduca ad «; e nella 
sola regione veronese abonderebbe V à-a. La riduzione in a s'in- 
contra poi anche nel gradese, quando s'esca dalla ragione par- 
ticipiale; e così: zornà* giornata, baila * badilata' (cfr. Arch. I 
430). Senza dire, che lo stesso gradese punto non sa dell'epen- 
tesi quando siamo al plurale del participio ferainile (e perciò 
desmeniegàe dimenticate, soieràe scontràe destacàe, non diver- 
samente da piàe pedate o slràe strade), così come non ne sanno 
le forme del maschile, che si rappresentano coi seguenti esempj: 
resiàoj muào mutato, restai separai (lasciando ancora, che s'in- 
tende, i tipi componùa fornia, cressùo sintio). Un'analogia molto 
incerta per l'epentesi sarebbe in cdge' cadere (cadere càere). E 
tragio per bratto' (che illusoriamente accennerebbe, per questa 
regione, a ^f = ct) mi riesce addirittura un enigma. A ogni modo, 
eccovi una serie d'esempj per cotesto sing. fem. del participio: 
canfagia stacagia 'rivagia shandonagia desmeniegagia di- 
sgrassiagia descordagia insanguhmgia seniagia insegnug- 
già forlunaggia] ecc. 

D'altri e caratteristici dilegui di d primario o secondario, 
come in frèli fratelli, crée creéva^ rie surte\ liviOj tùrhio^ su- 
perfluo è quasi dire come sieno comuni ai testi e alle parlate 
d'ogni età nella Venezia; cfr. Arch. I 458, 429-30, ecc. 

IV. Altri particolari fonetici, — Superstite l'-e di -rfe = 
-ATE nei nomi astratti: istàe zitàe novitàe 'reditàe ecc., come 
nel chioggioto ecc. — Va protonico in i nella formola ank-: 



* [Vedine molto di più nel bel lavoro di E. Gorra: Dell'epentesi di iato 
delle lingue romanze, in Studj di filol. rom. VI 465-597.] 



332 Ascoli, 

incào *anc-uó oggi, incora, — Nel presente di * vedere' si svi- 
luppa un (jj elle va per tutta la conjugazione : vóghe vede, no 
veglie* non vedete, véglie vedere, vigilo vigna veduto -a. Un (j 
per il j di JECTARE (cfr. Tit. conghiettura) : ghèta getta, ghiiài 
gettati. — Di V in &, oltre hòse voce, banpa vampa ^, abbiamo 
sbolOy pi. sbuli, il volo, deshodd [dis]-vuotare (raa zvòda vuota). 
— La metatesi chioggiota pre^pevj in pre me per me, ecc. 

V. Particolarità morfologiche. 

Nel nome, va notata la figura nominativale sudile soror, in 
ispecie perchè abbia accanto a sé il curioso plurale soróze so- 
róse. Una forma d'ordine storico non è questa di certo (cfr. per 
OS. Arch. I 445 n), e si penserà facilmente all'attrazione analo- 
gica di voci sul tipo ^ morose^ ^spose {sposine)^ ecc. — Pur qui 
il superlativo heletissima. 

Nel pronome personale son le maggiori singolarità. Ab- 
biamo la forma congiuntiva me assunta anche alla funzione del 
nominativo tonico: che tu me sc7nvii me dare io darò. 11 qual 
nominativo cosi coincide cogli obliqui: a me ecc. E ugualmente 
è una figura sola nel pronome tonico di seconda singolare (la 
congiuntiva è te)\ onde: ta hUri tu entri, e ugualmente nella 
reiterazione ridondante: la tu vogi tu vuoi, e insieme: a tUy 
co' t((, da tu. Qui sono occorse vicendevoli attrazioni analogiche. 
Ma è notevole la stessa presenza del tu nominativale, che ci fa 
risalire all'antica Venezia e dura del resto anche nel friulano; 
cfr. § VI. Por la terza: do, d'elo; pi. ^nfra-d^-ili. — Il pos- 
sessivo *mio', ridotto, come nel friulano, a no (cfr. l'it. gnaffe 
^mia fò'), si fa indeclinabile: dal gnó liOy de'Ia gnó marina^ 
i gn<y lavri, de le gnó' moróse delle mie sorelle. — Il relativo 
interrogativo ^cui' in funzione nominativale, come nell'antica^ 
Venezia (Arch. I 404) e nel Friuli: cu gera? chi era?, ecc. ;^ 
ma qui ancora negli obliqui : de cu\ ecc. 

Passiamo alla conjugazione. — Gl'infiniti perdono tutta^ 
la sillaba finale, come pur si vede in qualche varietà dell'estuaricn: 



^ [Il primo esempio ritorna in Ruzzante, il secondo in Calmo; v, Wen — 
driner: T)ie paditanische miauiart bei Ruzantey Breslavia 1889, p. 31.] 



Un dial. veneto, importante e ignorato. 333 

veneto (Arch. I 436 465 n; cfi\ il § che qui segue); onde: ferma 
renovd darà fà^ savè\ durmì^ eresse' vive* }né(e*-le véglie *vé- 
dere. — I gerundj dei verbi in ^ere foggiati su quelli dei 
verbi in -are, come negli antichi testi veneziani ecc.; onde: 
riandò ridendo, pian>c:anc/o corando, come hiasternando usniando 
(fiutando); cfr. digando stagando, — Forme di presente indi- 
cativo: he in-a-mente ho in mente, he pianto ho pianto, no he 
vigno non ho veduto; me poco se io poco so, no se che dì 
non so che dire; me son io sono; tu ni ha dàOy lu va\ tu sta\ 
tu no tu sa*] tu sòn tal sei tale, tu són tu quél^ tu tu son ^ ', 
tu pòK iu miti metti, domandi; 1* pi.: vèno *avemo abbiamo, 
Steno *stemo stiamo, lodéno lodiamo, ecc., cfr. § VI; 2* pi.: bra- 
me* ecc. Nel futuro, rivediamo naturalmente le forme stesse 
che ci ofi'riva l'ausiliare isolato: dare darò, savay^e saprò, ve- 
gare vedrò, scrinare pianzarc ecc.; tu sarà sarai, tu vara 
avrai, tu tu farà^ ecc.; vòltri rivarè* vivrete. — Di presente 
congiuntivo: èbio io abbia, ebia egli abbia, sepia egli sappia; 
cfr. Arch. I 432. — Nell'imperfetto indicativo, la conjuga- 
zione in -are piega all'analogia di quella in -ere, come a^^'iene 
nel chioggioto ecc. Onde, come creèvo credevo, respondèva ecc., 
COSI : devo davo, passavo saliiévo catévo p7*eghévo torcevo spe- 
ravo capitévo provavo; o alla terza: deva dava, destinava bra- 
mava* vardèva *rivéva caleva ecc.; cfr. § I, 1. Di 1* pi.: zoghè- 
venOy di 2* pi.: *vève stève\ Di ^essere': gh^o io era, gèreno 
éra[va]mo, gère éra[va]te. — Nell'imperfetto congiuntivo, 
con V-o analogico di prima, e V -a analogico di terza: se me 
* vesso se io avessi, se polésso se potessi, se no mandèsso] se 
710*1 creessa, che Vandèssa^ che i si uri paghèssa\ se % fòssa* 
*ndài\ ecc.; 2* pi.: vo* luminòsse voi illuminaste. — Condizio- 
nale. Ancora con l'-o analogico della 1* sing. : varavo me 
possilo avrei potuto, selzai^avo sceglierei, volare vo vorrei, da- 
ràvo staravo] di 2*: tu te metaràvi] di 3"*: sarave colaràve 



* Questo son per *es' ricorda in particolar modo Trieste (cimelj terg.: 
tu sons, Main.: ti sos-tOy triest. volg.: ti ti son [cfr. Arch. IV 303 J); e coin- 
cide con la voce per *sum\ come neirè di Ruzzante o nello xè (re) di 
Goldoni coincidono più legittimamente 'es' ed 'est'. 



334 Ascoli, 

'ndarave. Superfluo insistere sulla Weneticità' di queste for- 
mazioni. 

VI. Comunanze fondamentali col friulano. — Nelle par- 
ticolari concordanze o comproprietà tra gradese e friulano, è 
naturalmente da ricercare quale e quanta parte risulti comune 
alle parlate venete più o meno antiche, e quale e quanta sia 
specifica del gradese. Ora, questa seconda parte, stante l'atti- 
guità dei territorj, non potrebbe non trovarsi rappresentata da 
un certo numero di elementi lessicali ; ma per quanto è dell'or- 
ganismo in genere, e vuol dire del sistema fonetico e del fles- 
sionale, gli speciali influssi del friulano qui si riducono certa- 
mente a cosi poco, da potersi dire a pressoché nulla ^. Circa il 
sistema fonetico, sarebbe ozioso spendere una dimostrazione qua- 
lunque. Quanto alle forme, l'apocope nell'infinito, il futuro e 
qualche voce di congiuntivo, come del pari qualche particolar 
convenienza nel pronome, ci risultavano, nel precedente para- 
grafo, di patrimonio veneto-friulano anziché friulano-gradese. 
Una particolare illusione produceva il -no di prima plurale. Lo 
Scaramuzza vi ha ragionato intorno con bell'acume, vedendovi 
(p. es. in It. res 275-6) una desinenza friulana riportata a con- 
dizione veneziana, cioè l'antico -m ridotto a -n perchè riuscito 
finale {sintim sintin)^ e poi rifornito dell' -o. Analogo discorso 
era fatto pur nelV Archivio [li 452-3] circa il tipo aretino pi- 
glieno pigliamo, ed altri tipi congeneri. Ma nel caso nostro ba- 
sterà avvertire che il fenomeno si riproduce largamente in fa- 
vella veneta, antica e moderna; cfr. Arch. I 422, [Muss., beitr.20]; 
senza dire dell' -on di 1* pi. di pres. che ha lungamente persi- 
stito nella Venezia; Arch. I 396 422 449. — E lasciando la 
morfologia, il gradese 'tnenire per -mente^ negli avverbj, è parso 
anch' egli un 'medaglione' friulano; ma é all'incontro di largo 
e antico patrimonio veneto; Arch. I 439 ecc. Piuttosto parrebbe 
di diretta ingerenza friulana il grad. cVondra 'donde', fri. dòn- 
tre] ma bisognerà cercar bene; cfr. Arch. I 67 533. È fallace 



* Solo per qualche voce pronominale (v. § V) parrebbe doverli ricono- 
scere. 



Un dial. veneto, importante e ignorato. 335 

ancora l'apparenza friulana del cU nei grad. dato eluti dute 
Hutto' ecc., del v- del grad. vogi ^ occhi', della dissimilazione 
che è nel grad. nimbri ^membri'; o di 7iòme ^soltanto', di in- 
dola Move', di despùo Mi poi' e di me sciigna a me 'vai biso- 
gna'; cfr. Arch. 1 445, 454, 413-4 426, 433, 446 [500], 454 n; ecc.^ 
Sa piuttosto di diretto influsso friulano V -uto diminutivo: sco- 
landò hrazzulij o forse V -asso di timidusso. 

Ma io devo finire. Lo Scaramuzza, in un passo che facilmente 
troverete e che in questo momento io non vi posso citare, tocca 
di certi ^ rioni' della sua Grado in cui perduri abbastanza ni- 
tida la vecchia parlata. Fate di arrivarci. E gli egregi Bertanza 
e Lazzarini (che hanno del resto inteso le nostre teorie nel bel 
modo che avrete veduto) devono accennare, se la memoria non 
m'inganna, pure a vecchie carte dei Podestà di Grado*. Fate 
d'arrivarci. E vogliatemi sempre l'aff."" vostro 

G. I. A. 



* [Cfp. Muss. beitr. s. nembro e schunier; Boerio s. noma. — Chioggioto 
(Nardo): sento altre riohe cugnarave dire, cento altre cose converrebbe 
dire; cagna, per vu me cugnarà muorire; e Goldoni, Bar. Chioz. Ili xviii: 
cognè obedire, eognè,'\ 

* III dialetto veneziano fino alla morte di Dante Allighieri; Notizie e 
documenti editi e inediti raccolti da Enrico dott. Bertanza e Vittorio dot- 
tor Lazzarini; Venezia 1891. A pag. 87 vi si tocca di *Atti dei Podestà 
dell'Estuario veneto da Grado a Gavarzere'.] 



VARIA. 

1. *CAPOR CAPORE, per caput capite. 

Parlando, in Ardi. XIII 294-5, di cavo asturiese, anziché cavu, 
per caput, io chiedeva: « E se poi nell'asturiese cavo s'avesse 
« un *capor di fase anteriore (cfr. apud apor*), sia pure non 
« propriamente latino, ma infiltratosi da qualche altro idioma 
«paleoitalico nel latino volgare? Se, a dire altrimenti, qui si 
« ritrovasse la chiave, indarno sin qui cercata, degl'ital. capo- 
« 7^ano caporale y che primamente eran veri aggettivi, e forse 
« altro non sono se non voci vernacole che perfettamente ri- 
« spendano a *capitano capitale? Quest'è, bene inteso, una 
«mera interrogazione, cioè meno d' un' ipotesi. » E un mio be- 
nevolo critico (Zeitschr. f. rom. philol., XIX 141), quasi non gli 
bastasse la molta mia cautela, obiettava ancora che un *capov 
mal poteva perdere nell' asturiese il suo -r. 

Ma avvenne all'incontro che io via via mi persuadessi d'aver 
colto nel segno. Non ho mai presunto di schietta latinità il *ca- 
por che io mi provava a resuscitare; e il r finale, come può 
tacer nell'umbro, cosi anche nel falisco; e non c'è bisogno di 
credere che lo perdesse l' asturiese. Come in caporano e capo- 
rale^ il tema capor- ritorna poi anche in caperozzolo (cfr. ca- 
pitozza) e nel caper elio ^capezzolo', che vedo attribuito al se- 
nese^; nelle quali voci toscane Ver anziché or sarà d'ordine 
analogico, cfr. pazzerello ecc. Ma a Roma è caporello ( Belli, 
son. del 20 sett. 1835, e cosi capor elle nel campobassano (D'Ovi- 
dio), capurelle nell'abruzzese (Finamore), e siamo al preciso 
parallelo del nap. capetielle, ugualmente per 'capezzolo'. Nel- 
l'abruzzese s'aggiunge caperate o capurate sost. f., 'colpo dato 
col capo della zappa, del bidente o della scure'. E ora, final- 
mente, sopraggiungerebbe la figura obliqua di ^cdpor, cioè ca- 
pore^ allo stato semplice, in una pergamena barese del 1067 * 

G. I. A. 

* Nel senese, veramente, vorremmo caparello ; cfr. pazzarello ecc. 
' E nella 26* delle pergamene del Duomo di Bari, contenute nel primo 
volume del Codice diplomatico barese edito a cur^ della Commissione prò- 



Nigra: toccare; ecc. 337 

2. TOCCARE'^ ecc. 

L'it. toccare^ afr. tochier, fr. (oachevy ecc., si fa provenire da 
un german. *tukkón 'zucken, rasch ziehen*, v. Kòrt. 8419; ma, 
a tacer d'altro, le significazioni non si conciliano bene, come 
già fu notato. 

Nessuno, pare, ha ancora avvertito che il nostro verbo ha 
invece pronto un substrato latino, il quale molto ben conviene, 
cosi nell'ordine dei suoni come in quello del significato. Data 
una derivazione nominale per -ico -ica, sul tipo di vomica ecc., 
dalhi radice che è in tundere (tud-), noi otteniamo *tudicu 
*tudica (cfr. tudicula), onde *tudicare, cfr. vellicare, mor- 
dicus raordicans, ecc.; così come da tudit- (tudes) s'è avuto 
tuditare. Da ticdicare a iicccare si viene normalmente per 
l'ettlissi dell'i e l'assimilazione di dc in ce. Ne danno anche 
esempj propriamente latini o paleoitalici ; ma qui basterà che 
da più modeste regioni sia citato l'afr. empechiei^ fr. empécher, 
= i/ffpeccare = im])eA\carc. Vn è normalmente riflesso: (po- 
ca ecc. = tùccat. La significazione originale di tudicare sarà 
stata pressapoco Meviter tundere'; e il Mundere' si sente sempre 
molto bene in modi come questi: toccar le bestie, cioè 'solleci- 
tarle battendole'; toccar le campane] toucìier sur les tms et 
'^ur les autres] ecc. C. Nigra. 

Ho pregato il mio illustre collaboratore, che mi lasciasse pren- 
der sùbito questa nota etimologica da una nuova serie ch'egli 
sta per regalare diW Archivio , parendomi che si tratti di una 



linciale di Archeologia e istoria patrin ^ Bari 1897. Per la parte storica, la 
splendida pubblicazione è affidata a G. B. Nitto de Rossi; per la diploma- 
tica ecc., a Francesco Nitti di Vito, l'autore del bel Saggio: // dialetto di 
Bari (parto prima, vocalismo moderno), Milano 1896. Ed ecco il passo: 
De inohilihus vero dedit inichi omelia et feriale cum gestis de sanctis. anti- 
fonariuni de dia [cfr. dia spagu. ecc.] et aliion de uocte. unuìn ambrosia- 
ntim, et solomoneììi psalterium, orationale. viginti tribus quatesmi de gestis 
sanctorum. una cortina, sabano rosato, alio sabanello villato ['orlato, rica- 
mato', NlTTlJ cum capore [= capite, NittiJ ad sericitm [*col capo a seta']. 
quinque sindones lineis. et una serica cum b?tnnn [=vetana, *orlo, frangia', 
XiTTiJ. caput lectora vetere. ecc. 



338 Ascoli : taccare ecc. 

dichiarazione luminosa per sé stessa e tale da venirne pronto 
ajuto alla dilucidazione di una serie di verbi neolatini in -ccare, 
che da un pezzo tormenta gli studiosi. 

Il caso di toccare = luclcare^ salvo la diversa ma ancor più 
facile assimilazione {ce da gc o gc)^ è molto simile a quello di 
ficcare ecc. da *figicare figcarcj che ormai può dirsi general- 
mente ammesso. Similmente il lucchese aggiaccarCj porre e porsi 
a giacere (Bianchi, Prepos. -4., 299), risalirà a ad'jaC'[iJcare. 

Ma tu ci e are toccare ci gioverà più specialmente contro le 
difficoltà che ci opponeva il ce di simiglianti forme combinato 
con l'assenza del -n- che è nel rispettivo tema di presente del 
verbo primario. Ora ci apparirà facilmente, che, sia per l'effet- 
tiva presenza di una forma nominale intermedia, derivata per 
-ico -ica dalla schietta radice (tud-ica), sia per la diffusione 
analogica del tipo verbale ottenuto a questo modo, torni lecito 
postulare, per es., un tagicare allato a tangere (cfr. tagax), 
come tudicare allato a tundere (cfr. tuditare); onde tag- 
•care taccare ecc. Il nostro compianto Bianco Bianchi, nel suo 
poderoso tentativo intorno a simiglianti forme (op. cit., 236 sgg.), 
voleva all'incontro risalire a *tatcare da ♦tactare; e I'Ul- 
RiCH (Zeitschr. f. roraan. philol., IX 419) a *tacticarei ardi- 
menti fonetici che non hanno persuaso. Entrambi codesti autori, 
felicemente come io credo, rivendicavano alla latinità anche lei 
care ecc. (lecca leccano) ^ ma noi non penseremo a *lilcar 
a *licticare; bensì a ligicare (cfr. ligula ligurire) al — 
lato a lingere. Nei dialetti (cfr. Muss. beitr. 59 113), incon — 
triamo il boi. strikdr con lo stesso significato dell'it. strizzare, 
L'it. strizzare è = strictiare; e strikdr ci darà ali* incontrc:::^' ^ 
strigicare (cfr. strigilis) allato a stringere. Ugualmente —^ 
frakdr frakd dell'Alta Italia ^rompere, schiacciare, premere*"^ \ 
documenteranno un fragicare (cfr. fragilis) allato a fran^cr^^i- 
gere. — E per finire con un altro caso in cui non c'entri iS^ J^ 
-n- presenziale: strukdr strokdr strOkd (1. pers. ind. strohi) *spr< 
mere' dei varj dialetti dell'Alta Italia, riverranno similmente 
ex'troc'jj care allato a ex-torcere (torquére), dove 
l'antichità della metatesi, si può vedere in Arch. XIII 461 n. 
Ma questo è un discorso da continuare. G. I. A. 





Tpuentu. 339 

m 

3. Truentu ed altro. 

Il nesso (Ir si può dir che manchi al latino; e quando lo 
dovremmo avere, troviamo in sua vece il nesso ir. Per quello 
che è dei nomi geografici, valgano, benché seriori, gli esempj 
di Tràpani Jgénavov *, e (Jty^anto ^VÓQovg ^VÓQovvrog *. Chi vo- 
lesse tentare l'etimologia di Truentus, potrebbe perciò molto 
legittimamente postulare un druent- droveni-^ e sareì)be cosi 
portato, quasi senza avvedersene, alla migliore interpretazione 
indoeuropea di un nome di fiume: Mo scorrente, il fluente' ^ Pur 



■ Circa Trap- Jgin-^ non sarà ozioso notare che noi dialetti albanesi la 
* falco' è drapen draper. 

* Forse è lecito qui ricordare Tarticoletto Tortona e Tortosa in Arch. 
VII 140 sgg. (il legittimo d- di Dertona ritornerebbe nel cognome Dariona: 
Vincenzo Dortona [Dart.], che sulla fine del secolo xvi traduce in ge- 
novese il I canto dell'Orlando Furioso; Fernow III 364). — Ma or sono 
principalmente da vedere: Lindsay, The Latin Language^ capit. IV, § 113, 
e Thurnetsen, KZ. XXXII 562 sgg. Dissente lo Stolz, Hist. gr. d. lat, spr,^ 
l 327; e di certo si potrà discutere intorno a taluno degli esempj che sono 
addotti per tr lat. da dr; ma dovrà egli mancare al latino ogni riflesso di 
un dr etimologico? Intanto sia lecito porre un altro esempio; ed è truc-s 
allato alle voci dei Celti che rivengono a *druko malus; dove starà pur 
meglio che non accanto al got. Pvairh»s iracondo', o notomizzato come 
altri vorrebbe. — Riesce anche istruttivo il considerare, nella loro ripar- 
tizione regionale, i venticinque nomi locali incomincianti per dr, che son 
dati dal Dizionario geografico postale del Regno d' Italia ^ Roma 1885. 
Quattro ne rivengono alla base dracon- SgaxoyV', tre dei quali nell'Italia 
meridionale e uno nella settentrionale {Dragone^ Dragonea, Dragoni; Dra- 
goncello)'^ e questi vanno come esclusi dal conto. Dei ventuno che re- 
stano, l'Italia meridionale ne ha due soli, e sono in territorj dove può 
entrare la ragion dell'albanese o del romaico: Drapia (Monteleone di Ca- 
labria), Drosi (Palmi). Il Friuli ne ha pur duei uno che oscilla: Drenchia 
(San Pietro degli Slavi; Pirona: Drence Trence)^ e l'altro assai curioso: 
Driolassa (Latisana; Pir.: Driuhsse)» Tutti gli altri diciassette sono sul 
territorio gallo-italico (Drammo, Drano^ Dravogna, Dresano, DresiOy Drezzo, 
Drizzona^ Droetto, Drondo^ Dronero^ Drosso, DrubiagliOy Druent^ Druogno, 
Drusacco^ Drusco)^ aggiunta a codesto territorio la sezione metauro-pi^ 
sauri na^ Arch. Il 444, che ne ha uno {Drogo^ Urbino). 

• Cfr. per es. il sscr. dravant^ corrente, scorrente, Draìoantl n. di fiume. 
E dico * interpretazione indoeuropea* senza dimenticare che la radice drav 
dru non è filologicamente documentata se non nel territorio indoiranico; 



340 Ascoli, 

quanto alla -forma, druentu sarebbe insuperabilmente analogo 
al lat. fluentu (tipo ventu). Vero è che, oltre Truentus, il 
nome del fiume, abbiamo anche Truentum ('oggi Torre di Se- 
guro^)^ il nome della città in riva a quel fiume. Ma anche son 
nomi di luogo: Fiume Fiumicello ecc., quasi ^ad flumen' ecc. 
A circa un grado di latitudine più in alto, nell'Emilia, cioè in 
territorio gallo-italico, avremo il Forum Druentinorum, o 
Truentinorum che sia; e più in alto ancora, ben dentro a 
quel territorio, scorre la Druentia (Durance; cfr. il ni. Dimeni 
nel circondario di Torino); e ci sarebbe d'aggiungere ben di 
più ; V. per es. in Revue Celtique I 299 sgg. 

Qui però non è il luogo d'insistere in alcun ragguaglio di que- 
sta maniera. In Truentu io m'imbattei nel raccogliere modesta- 
mente, sui territorj dell'Asia e dell'Europa, i riflessi diversi di 
una stossa base etimologica (come sn^ kl^ ecc.) secondo gli ^ stati 
diversi* che la data parola poteva simultaneamente offrire in 
una fase anteriore. Dato cosi un Truentu secondo la prosodia 
classica (truentu), noi avremmo primamente a postulare un mo- 
derno Trento o Trovèìito {febhrajo februariu, 7^ooina mina), e 
poniamo anche per terzo un incolume Tt^oénto. — Ma non ab- 
biamo nessuno dei tre. Up dell' it. Trpyito, e Vu del riflesso asco- 
lano Trunie ^, accennano all' incontro a ù latino accentato. Or 
come spieghiamo questo fenomeno? S'invocherà una riduzione 
(adopero qui deliberatamente questa cauta parola), da assomigliare, 
solo per indiretto, a quella che è in incùtit da ^in-qtietitj o 
a una di più o men tarda età, quale in ant. it. fato *fùito f ùgitu 
(lasciando l'it. fora fuerat, ecc.), e altrettali? Nel proprio nostro 
esempio, una qualsiasi riduzione latina non vedo che avvenisse; 
e la riduzione latina di un truentu a truntu sarebbe del 
resto come dire un ^melùnt- da metuént-. non sarà egli 
più semplice, non sarà, a dir meglio, ben più consentaneo al 



per la convinzioiio in cui sono, clie, a tacer d'altro, essa radice viga in 
più nomi celtici di fiume, come già vedeva il Pictet; cfr. Stokes, Urkelti- 
sches s. *dru. Nò dimentico Zeuss-Ebel» 7. 

* A. Castelli, Duemila siovnelli ascolani, in < Vita popolare marchi- 
giana >, periodico settim., Ascoli Piceno, 18%*: Trunte 75 810, cfr. tnunne 
mondo 88 454 576, ulme 102; V affrimte 7. 



Truontu od altro. 341 

vero, il riconoscere addirittura in Truentu un nuovo esempio 
di nome geografico, ribelle alla Heggo di penultima' (Triientu), 
sul tipo degli altri , che stanno più a mezzogiorno e già furon 
più volte tentati nell'Archivio e or si vedono ritoccati dal Meyer- 
Lùbke (I 488-89)? 

Nel mettere innanzi, coll'antica mia predilezione, quest'ultimo 
quesito, punto io non trascuro le obiezioni che si sono opposte, 
in ispecie da ricercatori italiani, ai presunti indizj di un'accen- 
tuazione latina anteriore a quella che è invalsa nell'età clas- 
sica *. Ma io reputo, con altri, che sempre si tratti di una que- 
stione aperta e più che aperta. Mi ferisce particolarmente la 
negata identità tra Mànlius (Mànilius) e Manilius. Poiché 
Manlius, col suo ni, ci offre in effetto una figura fonetica da 
dirsi ancora galleggiante, tal cioè che non ha trovato ancora 
l'assetto suo diffinitivo. Vi appare, si direbbe, appena espunto 
l'i che risonava tra i e n; non vi è ancora consumata quel- 
l'assimilazione, che era voluta cosi dal tipo classico corolla 
(coron[u]la) , come dal volgare o italiano: culla cunula*. E 
vien da se, che se non rinunzio a Manlius (cfr. Mallius) = 
Manilius, non rinunzio neanche a b^é/le frnc, trèbol sp., = tri- 
foliu, it. trifòglio, o a mancìa = mànicia, ven. piem. manif^sa. 
La Toponomastica, alla sua volta, non tarderà a far sentire, in 
questo come in ogni altro campo, la poderosa sua voce; e dal 
bel saggio del Pieri sui nomi locali del Lucchese (Supplem. al- 



* Al D'Ovidio c succeduto il Cocchia; v. Ardi. X 419 sgg. 

* Per questa condizione intermedia tra quella che dipende da una fase 
anteriore e quella che all'incontro sarebbe voluta dalla successiva, var- 
rebbe, passando a tutt* altro ordine cose, V ìt. postierla ( post n'ia) = i^ì oste- 
rula, dove è Vie normale per Ve lat., ma tal che più non si conviene • 
alla posizione eh' è prodotta dalla eliminazione dell' t/. Esempio analogo 
parrebbe tuorlo torlo, portato dal Diez a torulus; ma è curioso ed osta 
rp che i lessici danno alla voce italiana e par concordare con Vu del lo- 
gud. turulti (Spano s. ou e s. it. tuorlo). Il vero tuttavolta pur sarà che 
Vp di tuorlo torlo provenga analogicamente da voci omofone, come torno 
pr/o; [e il sassarese, d'altronde, con Vp del suo tgraru, Iti d^raru di l'phu, 
del pari che il logodurese settentrionale, col suo iQralii, su dgralu de sos^ 
osfo, accenna ad o breve latino, v. Arch. XIV 133; Guarnerio]. 



342 Ascoli, 

l'Arch. glott., Disp. V) già m'è dato citare: Cdmpiglia e Pid- 
nizzay né sono i soli ch'egli abbia ^. 

Ma, qual pur sia il modo preciso della ^riduzione', più mi 
preme qui ricordare che il solo riflesso certamente popolare che 
s'abbia di cruentu, cioè del preciso parallelo di Truentu, è il 
rumeno cnmt -, che sta alla voce latina cosi precisamente come 
sta rit. Trovilo, ascol. Trunte, a Truentu. Si manda col rum. 
C7m7it la coppia, rumena anch'essa: zunc iwnca, juvencus -a, 
dove è in effetto la stessa riduzione, poiché si risale a juencu 
juenca. E vi si vuol vedere un u da we ', che è cosa per sé 
stessa tutt' altro clie persuasiva e punto non è suffragata da al- 
cun altro valido esempio rumeno. Per u da ùe ci sarebbe lune 
juvenis (jùeni). Ma non saremmo veramente a tre proparossi- 
toni, due di tipo anteclassico e uno classico, da scriversi pres- 
sapjioco: crù'ntUj jù^ncu jù^nca, jil'niì^. 

Dicevo, neir incominciare, che il riflesso di un Truentu 
avrebbe dovut' essere, nell'italiano, Trento o Tì^ovéntOj secondo 
che r u [oj od H andasse come assorbito o assimilato, oppur 
provocasse l'epentesi; nel primo dei quali casi la geminata, 
quando sia possibile, riesce nell'italiano manifesta, come in man- 



* Non devo qui entrare nella discussione tra * accento protosiilabico ^ e 
'accento di quartultima mora\ o solo mi permetterò di notare che io di 
corto non avrei voluto mai sostenere Taflermazione di una diversità fonda- 
mentale tra il tipo salicétum e il tipo salictum. Qui vorrei avvertire 
solamente, che sali e tu, oltre che nei nomi locali già addotti da Flechia 
{Nomi loc. d* It. derivati dal noìiie delle piante^ pp. 4, 20-21), occorre, si pu 
dir da un capo all'altro delP Italia, pure in funziono di nomo comune 
cosi: fri. salett, berg. salec, bruzz. salélte sm. *ghiareto, greto, che d'ordi 
nario è piantato a salici'; e che similmente sali ce tu, oltre che nei nom 
locali addotti nel citato lavoro, è pur come nome comune nel nap. salicit, 
=:it. salicelo salceto; ecc. Già era poi notato dal Porcellini, che alla seri 
salictu ecc. (v. Cokssen, vok. II 897) andasse aggiunto virgultu = vi 
g u l ó t u . 

* Passato anche nel verbo: se 'ncrunia s'infuria, hicfrjuntazi sanguinarj - 
Oaster, Chrestom. II 288, I 367. 

* MiKLosicii, 0. e, Lautgr. (13); Meyer-Lubke, I 156. 

* La oscillazione tra jufvjencu e ju[v]éncu sarebbe perspicuamente 
rappiesentata dal rum. i//«c allato al sic. jencit. 



Truentu ed altro 343 

na;a = manuària, allato a manovale = ms,n\iéil e (cfr. nella po- 
stonica: srd. logud. Janna = Jan uà *, ali. all'it. Genova). Che se 
passiamo a u preceduto da esplosiva, per tv gli esempj sono 
ornai superflui; e per du non andrà dimenticato duo- in do: 
dódici = duodecim, e in postonica: Cedda = cedua Ardi. IX 
389 n, che fa il pajo con -Adda = Adua, di contro a vedova = 
vidua, Mantova = Mantua. 

Va sempre tenuta distinta, ma va pur qui ricordata, la storia 
di qv gv, per la quale mi permetto di rimandare alla ^Rivista 
di filologia' X 13 sgg. La formola un po' trascurata [non però 
dallo ScHUCHARDT, del quale si può veramente dire che abbia 
veduto ogni cosa] e una delle più importanti è poi 5w, dove ri- 
cordo primamente il possessivo suo^ parallelo a tuo^ che dà nei 
dialetti il proclitico so (cfr. to\ nel friul. pur tonici: so tò\ al- 
lato all'epentetico sòvo (cfr. tóvo)^ forma che viene a coincidere 
fortuitamente con l'arcaica latina. 

Circa lo su di suè'sco consuè'sco, l'italiano non ci darà 
di veramente popolare se non l'assimilazione, che è allo stato 
latente in costume (*cossetù-), e man^o = mansues, dov'è note- 
vole il mantenersi di 7is nelle favelle neolatine (Kòrt. 5076), di 
certo perchè durò lungamente la coscienza del composto: manu- 
'Suet-. E sia poi detto per incidenza che *manse ma^iso ci dà 
un altro nominativo aggettivale! L'it. consueto non è popolare, 
com'è manifesto per lo ns e per Ve aperta; e la seconda ra- 
gione vale anche per ìnansueto. Preziose forme popolari sono 
air incontro le seguenti : gallur. maseduy sassar. ^naseddu^ = 
mansuetu (Guarnerio; cfr. Spano, s. masèdu masedàre amma- 
sedài); cui s'aggiungono, nella parte italiano-sarda del vocabo- 
lario dello Spano, s. ^mansuetudine': ^nasedumen, masedia. Il 
quale complesso di voci sarde, anche perchè manca allo spagnuolo 
il riflesso popolare di mansuetu, non consente che se ne ripeta la 
ragione dalla mera influenza degli sp. mansedad man^edumbre^ 



* E ugualmente: srd. iogud. bennarhi^ it. gennajo; ecc. Nel francese al- 
l'incontro: janvier ecc.; cfr. il bollo studio del Neumann: Die eniwicke- 
lung von consonant + n im franzòsischen^ nella Miscellanea Caix-Canello, 
167 sgg. 



344 Ascoli, 

sempre però buoni anch'essi per Sìj^e in se. E preziosi dalla 
zona ladina: i sofvàsily, kuseser {cusescher'j psiVìic, cusischeti) 
= consuescere, kuseida {cusAda^ consuetudine) = consueta, 
registrati dal Carisch. Il Nigra, in una nuova serie di etimo- 
logie che ora si viene stampando, discerne la base dell' it. ìrm- 
sarò da quella del piem. mas'uvéy canav. mas'uvév; ma il vero 
pur sarà che basti a tutto il solo mansuariu, il termine ita- 
liano offrendo la figura assimilata e i pedemontani la figura 
epentetica di sh. E ancora piace aggiungere il ricco esempio to- 
ponomastico: Sessa Auruncaj [Sessa Cilento^ Sessano ^^ Ses- 
sola^ da Suessa Suessula. — [Cfr. Schuch. II 481.] 

Il S' che resti o paja restar solo da quel 50u* = sub* che è 
incolume in soV'ente = ^wh-ìnàe^ può credersi di primo tratto 
una riduzione non diversa da quelle che dianzi si consider-avano, 
massime se codesta riduzione avvenga dinanzi a vocale che non 
è labiale. Ma se pur giova che sia qui toccato della serie dV 
sempj in cui è s-- sub-, non va di certo dimenticato che questa 
Ci una serie ^sui generis'. Il fenomeno è riconosciuto da un pezzo 
nello ^]), soinbra (e vorrà dire *su[v]ombra) ombra, ecc., cui 
s'unisce anche l'engadin. sionhviva ombra, sumbrivar* mandare 
ombra. La toponomastica italiana, dal suo canto, già ci offre, 
oltre So/nbra, anche Sorbano e Siìno-campo (Pieri, luogo cit.; 
agli artic. : umbra suburbanu imu). Coi quali esempj non esito 
punto a mandare, tornando ai nomi comuni, il genov. saQùgffu, 
piem. saiij^ ecc. ^pungiglione ad ago delle vespe' ecc., quasi sub- 
aculeu (cfr. Flechia, Arch. III 167 n), forme che assai proba- 
bilmente son deverbali; cfr.il genovese sa^iìggd quasi sub- 
aculeare. — Un altro caso ^sui generis* può parere offerto 
da uno '^sh che provenga dal non latino *5/*, cioè in biàsimo 
blàsphemo; o dal non latino *v9&, nell'afr. prestre ecc. -pre- 
sVir] ma veramente vi si tratta di tutt' altro ^ 



^ Cioè dolla seconda consonante cho si dilegui nel nesso triplice; cfr. 
Neumann 1. e. 171 n. Il caso di présb'ir è veramente di nesso quadruplico 
e così ci ricorda i quadruplici in cui tace la seconda organica e soprav- 
vive la terza inorganica: cluirlre ^chargtre, tordre '^tùrzdre. Ma lasciando 
il francese, un altro caso, che bene qui s'aggiunge, è consobrino *co- 



Truentu ed altro. 345 

V ùe e Vuéy che tra di loro s'alternano nella conjugazione 
di non pochi verbi Ialini (p. e. filiere fi uè n te m), .vengono poi 
a mancare all'italiano, o perchè egli abbia perduto taluni di co- 
testi verbi, o perchè altri ne mandi a un'altra categoria flessio- 
nale. Cosi non abbiamo più: imbuere induere raetuere me- 
re; e fanno -isco -ire, più o meno letterarj che pur sieno, i 
continuatori di tribuere {attribuisco) y acuere arguere fluere 
(affluisce), deluere minuere annuere struere {costruisco)^ 
statuere [intuèri], Onde ci mancano molti substrati del perf. 
in -ui. Quanto a consuere e spuere, il Meyer-Lùbke dice (II 
146), che hanno scambiato V-uo con l'-io d'altri temi di presente, 
onde l'infinito in -ire] e vorrebbe dire giustamente: *cóssiOy 
cucio, cucirCy o *excospìOy afrnc. escopir ecc.; cfr. Schuch. II 
129 469. Ma perchè soli questi due esempj della serie in -uive^ e 
di certo i due più schiettamente popolari e due nei quali Vu ma- 
nifestamente offriva un u di schietta radice, avrebbero essi ap- 
punto abbandonato V-uo per assumere V -io presenziale, quasi 
fosse un ritorno allo condizioni antichissime in cui ebbero an- 
ch'essi incolume questo fattore di presente {siujo ecc. ecc., v. per 
es. Brugmann, II 1062) ? Non sarà -più naturale il pensare, che 
allo schietto consuere (cfr. rum. coase^ venez. cùsei^^ ecc.) s'in- 
trecciasse in Roma un'altra forma italica, in cui non fosse mai 
tramontato l'-fo, e vuol dire suppergiù un cpsuiOy onde normal- 
mente c^ssjo cuso ? Lo stesso u dell' it. cucio fa un po' contro 
alla schietta latinità di questa voce, costringendoci a supporre 
che la tonica ceda alla analogia dell' atona {cucire cucio), E 
se abbiamo negato la latinità della testa dell'ago {cruna) e del 
refe (Arch. X 5-6), si vorrà forse perdonarci che ora veniamo 
a rivocare in dubbio pur quella di cucio cucire. 

G. I. A. 



sbrino *cus'rin, onde s'arriva alla nota forma ladina (cus'drin); resta 
però sempre difficile Tal tra o ulteriore riduzione, che ci porta a cusino 
(cugino ecc.), e rimane curioso il fri. consovrin, forma semiletteraria, 
Arch. I 529. 



ÀrohÌTio glottol. it«L, XIY. 23 



346 Ascoli, 

4. SAMPOGNA e CARIBO. 

Nessuno più dubita che sampogna e i suoi collaterali neola- 
tini risalgano a cfvixtpcùvta'y ma ne viene appunto un esempio di 
quanto ancora s'impari e si desideri, pur trattandosi di cose 
che per la loro stessa evidenza non parrebbero più chiederci 
nuova attenzione o nuove cure. 

Insieme con la significazione di ^concento di più stromenti o 
di più voci', questa parola greca venne dunque ad assumerò 
quella di un determinato stromento musicale, che in fondo vuol 
dire di un ^particolare concento'. La letteratura classica non 
ci dà, per la significazione così limitata, se non il noto passo di 
Polibio ^ Sarà contemporanea una testimonianza orientale. Nel- 
l'arameo del libro di Daniele, che la critica assegna al secondo 
secolo avanti l'era volgare, la sinfonia (sumponjàh) è un par- 
ticolare stromento ^. Un traslato assai notevole, ma di certo non 
d'antichità rimota, è nel masc. sampùn sampuón dei dialetti 
grigioni, ^campanello delle vacche', e pur ^campanaccio della 
guidajuola'. Son campanelli armoniosi quelli degli armenti sviz- 
zeri. Tuttavolta, abbiamo una distanza davvero epigrammatica, 
tra «la dolce sinfonia di paradiso», che suona si devota (Fa- 
rad. XXI 59-60), e questa che viene dai battagli, per le pigre 
scosse del collo delle mucche! 

La più antica testimonianza, forse di gran lunga più antica, 
che per la significazione della sola ^fistula' ci resti, sarà pur 
sempre quella del volgar latino, in quanto ci è data dall'it. sani- 
pogna zampogna (sp. zampona, frnc. zampogna)^ rum. cimpój, 
altro mascolino quest' ultimo, da mandare col sampùn che nei 
Grigioni abbiamo pur dianzi ritrovato ^ L'antichit<d s'addimostra, 



* XXVI, 10, 5 (Atlien.): Tice^rly tTiixf^fia^coy fiirà xagarlov xal (TvfÀgxoyiag. 

" III, 5, [7], 10. Nella Vulgata, corno nei Settanta, symphonia traduce 
sumponjàh. Airincontpo, fistila avQiyi vi traduce Tarameo ma^t'oqithàj 
che radicalmente consuona. Le tre voci che susseguono a masrdqithà^ sono 
occidentali tutto e tre: qathros [qlthros] sahbehà psanterln^ Vulg,: cithara 
sambuca psalterium, 

' cimpoe^ com'è nel Diez s. sampogna, o e i mpoae, com' ò nel Kòrting, 7988, 
meglio cimpodje com'è in Miklosich, Beitr. z. lauti, ecc. 59 [285], è va- 
ramento la forma plurale, Mikl. ib. 80 [80j. 



sampogna e caribo. 347 

oltre che per p-y, anche per la riduzione latina dell'accento 
{-pónia 'q)(ùvia)y e la conseguente evoluzione volgar latina o ro- 
manza (-pónja: it. -pona^ rum. -poj -poaje). L'w, che vedemmo 
sussistere nell'arameo di Daniele, avrà molto probabilmente ri- 
sonato in origine anche nella forma volgare dei Latini: ^sum- 
pónia *som'póniay onde per dissimilazione sampona^ cfr. salva- 
lieo ecc. 

Una variante che è in Daniele, in 10, ha Vi nella prima sil- 
laba e manca del m (sifonja o siponjà che s'abbia a leg- 
gere) ; e vi corrisponde, con una sibilante più aspra, la sefunjd 
dei Siri. Siamo così a una forma che assai notevolmente coin- 
cide con l'ant. frnc. chifoniey sampogna o cornamusa; e già il 
Gesenio si fermava nel suo ' Thesaurus ' a questa particolare 
coincidenza. Sarà perciò da credere, che la voce greca, passata 
anticamente al latino, mandasse al neolatino un secondo suo ri- 
flesso per la via dell'Oriente? Veda chi ne sa di più. Di certo 
è singolare, che sia costante nell'ant. francese la mancanza del 
/n, senza dire che sempre vi ò /* anziché p e che dell'accento 
latino-italiano vi s'abbia appena un sentore (cyfoine). Ma la 
nasale della prima sillaba manca in Europa alla sola Mangue 
d'oil', che ne ha priva anche la forma epentetica chiphornie^ 
conservata nell'alto-normanno odierno (chifoumie)^. Costante il 
f del resto, ma preceduto dal n, nei dialetti della Francia me- 
ridionale *, ed è proprio anche del riflesso portoghese* Nel Forez 
torna pur la forma epentetica : sanforgno, e così nell'Alvernia ; 
chanforgno. La quale epentesi è ancora nel piemont. camporna^ 
e si dovrà probabilmente a qualche incrociamento di parole (cfr. 
rampóìma ecc., Arch. VII 519). Così s'avrà a pensare anche 
della palatina in luogo del 5-, che già vedemmo pur nel termine 
rumeno e accompagnata ad i. 

Curioso ancora, che alcune alterazioni, inerenti a questa voce 
nel significato di ^zampogna', le ritornino pur nel significato 
di ^sinfonia'; e non sarà di certo perchè duri la coscienza del- 



* V. GoDEFROY, s. ci fonie. 

' V. MisTRAL, s. founfàni (cfr. fanfougnias in una versione limosina delia 
'Parabola*: Mélanges sur les langues ecc., Parigi 1831, p. 494). 



348 Ascoli, 

rideniità etimologica, ma bea piuttosto per la seduzione della 
conformità fonetica. Cosi abbiamo T accento o il e, spettanti a 
forme che rispondono a ^ zampogna \ pur nei limosini sinfòim 
chinfounio che rispondono a ^sinfonia' ^. 

Ma alla ifvfigmvia^ a codesto antico cofisonium, io per vero 
non ho ora fermato la mia considerazione se non perchè essa 
mi tenzonava nella mente con un caso pressoché inverso, nel 
quale una voce, che importerebbe il concetto di uno ^strumento 
speciale', riesca invece ad assumere una significazione più larga 
e più alta. 

Questo vocabolo sarebbe il dantesco caribo {H fero acanti 
danzando [caìUafìdOj al loro angdico caribo^ Pnrg* zxxi 132), 
di cui discorre molto garbatamente il nostro Biadeke nelle sue 
Vaì-ieià letterarie e lingìùsliche^ Padova 1896, pag. 47-o9. La 
significazione di caribo garibo, prov. yorip (in 'Levs d^amors'), 
ristudiandosi ora unitamente, come grazie al Biadene si può, i 
varj luoghi in cui la voce occorre, apparirà oscillare, nell'or- 
dine storico, tra ^un determinato stromento musicale^ e 'un de- 
terminato ritmo a cui il canto e la danza si conformava \ un 
quidj in altri termini, che intanto avrebbe una specie di ana- 
logia ideale nella relazione che passa tra 'lira* e ' lirica \ 

La serie dei tentativi etimologici intorno a garip caribo è 
ormai lunga, ma senza certo costrutto (cfr. ScARTAZOia, Endd. 
dant., I 320). Non jiarrà illecito perciò un nuovo esperimento, 
che ben rimane anch^esso per ora nel limbo delle ipotesi, ma 
forse vi si accampa con qualche particolare seduzione. 

Che si ricorra a fonte arabica e si faccia arrivar la voce in 
Italia attraverso la Provenza, potrà a priori parer natorale. 
Ora dal radicale qasaba vengono al lessico arabo parecchi 
nomi in cui è la significazione di 'arundo* e di 'fistola'*, tra 
cui più imjonano per il caso nostro: qosib *fistiilis canens* e 



■ V. MisTSJLL. s. sinfùnl. 

* Nel FLETTA-:-: -^.vi.il arunào. isn:!*, J;a5■^ fistnlis cjAftas, f«olia)h arando, 
ylti^.T^ fsi-Iìi-or c^'^r.?^ .i.o*'.:'. ars fsij;iU>r:i, ^assHah anudo, tabalns, 
£>r^lÀ musicju c^c^:!- n> lui a?, !.':.:£?. :sfhj:h AruAdo, tubai as» fatela mssiei. 
Nei \S'jLHEMi->-i>: q.Ì9ab .flò:?. .-c^nrpieìfe \ qÒMhe/ìtJ ^pfdì^BKH^kro), qSah 
, rieif-?r\ I>i SusòcLhy t. pii: in ìsl 



sampogna e caribo. 349 

qastbah 'fistula musica*. Il primo ha veramente il carattere 
di un participio o aggettivo verbale, quasi fosse un latino fistu- 
larius o fistulator, ^qui fistula canit'; e gli sta normalmente 
allato il pressoché sinonimo qassàb ^fistulator canens'. 11 se- 
condo, che ha per simil modo accanto a sé il sinonimo qassà- 
bah, è veramente un astratto, e potrebbe anche dire ^ars fistu- 
latoria' come dice l'altro astratto qisàbah, o come si potrebbe 
finalmente significare pei tipi qasb qasib e qasib. Se garip 
caribo posson dunque valere come legittime ripercussioni fone- 
tiche di simil voce arabica, ne verrebbe loro pressappoco la si- 
gnificazione originaria di ^zampognesca (musica o danza o poe- 
sia)', e vuol dire una significazione di cui mal si saprebbe 
imagi nare la più adatta; cfr., tra l'altre, l'it. ^zingaresca'. La 
sonata e la composizione poetica a cui s'accompagni, stanno 
così riunite, e appena è d'uopo ricordarlo, nella stampila. E la 
musica e la danza si trovano fuse insieme in un'altra voce stra- 
niera, significante un singolo stromento, accolta dai Neolatini e 
modificata secondo la tendenza del proprio loro linguaggio : in 
gi§aj cioè, che si legge pur nella Divina Commedia (§t§ey oggi 
geige, violino, dei Tedeschi), e riunisce le seguenti significazioni: 
€ strumento musicale di corde, parte di sinfonia briosa e anche 
una specie di ballo vivo e spedito. » 

Ora, per le contrade della Francia dell'oc, e similmente in 
una determinata zona della Francia dell' oi/, invalendo, in età 
più meno rimota, una specie di * rotacismo', il pensiero tra- 
scorrerà facilmente, nel caso nostro, alla pronta legittimazione 
di un carib (prov. garip) da qasibj e parrà quasi di dover 
cantare vittoria senz'altro. Ma c'è da esaminar bene, da un lato, 
quanta difficoltà nell'ordine teorico pur resti, e dall'altro, se nel 
caso particolare le obiezioni, alle quali accenniamo, valgano dav- 
vero a dissuaderci dal nostro tentativo. C'è dunque, in primo 
luogo, che questa specie di rotacismo delle Francie naturalmente 
presuppone in fase anteriore una sibilante sonora ^. Ora, la si- 



* V. Meter-Lùbke, I, § 456. Agli studj ivi citati, ora s'aggiunge, e ben 
notevole: Alph. Blanc, Passage de%^%àTetdevàSyZ ['Narbonensia'], 
in Kev. d. iangues rom., XL 50-64, 121-39. Vi abbiamo serie abondanti di 



350 Ascoli, 

bilante arabica è in qasib una sorda per eccellenza (un sàd), 
come si riconosce, a cagion d'esempio, nel Cassavo di Palermo, 
che ci continua l'arabo qasr ^arx'. Ma Tuso secolare di qasib, 
poniamo tra i Provenzali, non avrebbe egli potuto importare la 
riduzione a sonora della sibilante sorda tra vocali ? Più difficile, 
t3oricamente parlando, parrebbe la riduzione a principio di pa- 
rola, e pur l'avremmo in zero (sifr ecc.). D'altronde, se è raro, 
pur non manca d'esempj il ^rotacismo' in basi indigene con si- 
bilante sorda ^ — Ma una ben più grave obiezione di principio 
insorgerebbe ancora. Codesto passare di 5 in r che nelle Fran- 
cie si combina con l'inversa mutazione di r in « [Jerus Masia^ 
Jesus Maria), si risolve, alla fin delle fini, in un fenomeno ge- 
neralmente transitorio e d' ordine grafico e letterario , in una 
particolare indistinzione di pronuncio, che si vien col tempo cor- 
reggendo, e che d'altronde avrà anche promosso, mentre che 
durava, come una depravazione nel conversare e nello scrivere. 
Laonde la permanenza di s in r diventa in effetto un fenomeno 
ben raro nella schietta realtà del linguaggio *. — Questo è vero 
certamente ; ma, a ben vedere, non ne viene alcun impedimento 
alla presunzione di cavib da qasib ^ e quasi anzi ne viene un 
argomento in favore. Poiché siamo a una voce, che punto non 



csoiupj, cho provengono da documenti narbonosi. 1 più antichi sono: 
gleira ylieira per glesia (chiosa), in due atti del 1221 e duo del 1232, co- 
piati noi 1255 e 1266; lasciando i mono antichi della voce stessa. Altri 
osompj : are^ 1376, por ase (asino); caitra^ 1376, 1403, per causa\ aoira- 
men 1381, per avisamen\ ecc. ecc. 

* Blanc 1. e. 53; fraire per fraisse fraxinu, esempio raccolto dallo Chaba- 
NEAu; neseranj 1476, necessariu; corta 1381-91; percento, ecc. — Noterò, 
per incidenza, cho la difficoltà cesserebbe se la sibilante sorda riuscisse 
aderente a una sonora successiva; ed è curioso vedere cho appunto ciò 
segua in voce che qui spetta: «...nos tirailleurs algórions ont retrouvó 
lour entrain, et Tun d'eux, un ancien pàtre kabyle, fa^onne avec des ro- 
seaux une guesbah dans laquelle il souffie les airs du pays, en tete de la 
colonne \_La Reviie de Paris, 1^ ag. 97, p. 654]. > Notevole anche il //-, come 
nella forma provenzale e in alcuni testi della Divina Commedia (Biadene, 
48 n); e normale dell'arabo marocchino per q-, Dombay, § 8. 

* cerieiro *cerasia; vie d'are!, modo esclamativo, considerato più ele- 
gante che non vie d*ase!\ Blanc 1. e. 134 n. 



sampogna e caribo. 351 

ci porta al linguaggio schiettamente popolare, ma entra piuttosto 
nel gergo didascalico, nei precetti d'^arte poetica'; sarebbe come 
un gleire per gleise che un rito particolare avesse diffuso e ser- 
bato. — Finalmente, può parer che formi una difficoltà il fatto 
che manchi alla Spagna il riflesso di questo qasib che ci oc- 
correrebbe e in Provenza e in Italia. Ma alla Spagna posson 
pur mancare, per più ragioni, voci arabo che occorrano in altro 
contrade neolatine; cosi p. e. taqvlmy Arch. X 17. — Nulla 
dunque vieta ancora d'insistere sulla vena qui tentata. 

Dato poi che in caribo si rifletta davvero l'arabo qasih^ s'avrà 
egli a credere che Dante vi sentisse ancora, più o meno distin- 
tamente, la ^sampogna' o la ^cornamusa', e intendesse di subli- 
marla come eterizza le 'trombe' là dove dice: «canto che tanto 
vince nostre Muse.... in quelle dolci tube» (Farad, xii 7-8)? 
non piuttosto, e ben piuttosto, si dovrà a ogni modo ritenere, 
che egli altro non vi sentisse che un termine tecnico della poe- 
tica del tempo (cfr. per os. : caribo, 7iota, si amplia^ ap. Biad. 
I. e. 59), di guisa che 1' «angelico caribo» faccia strettamente il 
pajo con r «angelica noia » del canto successivo (Purg. xxxii 33) ? 
— Curioso, del resto, che le vicende storiche delle arti dello 
Muse poHino alle lettere italiane di queste belle gemme: il ca- 
ribo e la ribeba, la sarabanda e la giga. Di codesti ele- 
menti stranieri, uno solo ò tedesco ; ma basta a ricordarci, che 
non solamente la potenza del vincitore, di cui sempre si parla 
per le voci che ne vennero al linguaggio dei vinti, quali brando 
e gonfalone e altrettali, ma anche la sua balda allegria è ri- 
masta bene impressa nel lessico italiano; dove si vedono l'ibrido 
piffero e la giga, incitanti alle danze i drudi e le drude, 
tra i bicchieri, i brindisi e il trincare. 

G. I. A. 



352 Ascoli, coslario ecc. 

5. COSLARIO e COCLARIO^. 

Parallela alla forma co dar io (cocljario) cochlearium, che dà 
normalmente l'it. cucchiajOj venez. cucarOy còrso cuòcere cuc- 
ce7*o, ecc. ecc., si protende o si protendeva, per lo meno dal- 
l'Arno alle Alpi orientali, con l'identico significato, la forma co- 
slario. La quale è per ora molto rapidamente documentata con 
la serie di normali riflessi che qui si presentano in ordine d'età: 

Venezia, 1300; perolli [*péroli', ciondoli, orecchini j d anbro riiii et 
anelli ii d auro. ., et cusler ri d argento (docum. 64 ap. Bertanza e Laz- 
zARiNi); 1300: peroli riiii d anbro e cusler vi d argento (doc. 65, ib.). — 
Toscana, sec. XIV, Franco Sacchetti: giunte [le minestre], messer Ridolfo 
comincia sicuramente a pigliarne pieno il cusoliere. — Del sec. XV, ve- 
nete suppergiù, le forme dei glossarj italiano-tedeschi, spogliati dal Mus- 
safia: cusilier cuslier cuslir 'loffel*. — Della prima metà del sec XVI: cu- 
slier nelle rime del bellunese Cavassico (Cian-Salvioni). — Odierno bo- 
lognese; cuslir cucchiajo *voce contadinesca' (Coronedi Berti); roma- 
gnu o 1 o , con la metatesi del nesso : culsera culsira. 

Ora, se i due tipi coslario e coclario manifestamente coe- 
sistono, questa singolare coincidenza nella forma e nel signifi- 
cato celerà essa tutta volta una diversità radicale ? Una tal pre- 
sunzione non può, nel caso nostro, non ripugnare in sé e per 
sé. Ma come poi conciliare tra di loro uno sl con un cl, rag- 
guaglio che alla sua volta ripugna a ogni ragion latina? La 
conciliazione é però italicamente ben possibile, poiché uno -SL- 
{gl) dell'umbro può rispondere, com'è. notorio, a un -cl- latino; 
riscontro che si legittima, a qui dirla in poche parole, per ciò 
che l'anaptissi promossa dal nesso kl sia palatina nell'umbro, 
laddove é labiale nel latino. Potremo perciò avere, dalla base 
greca di molto antica importazione, un esito ^ umbro' cosl-y 
rimpetto all'esito daziare' cocU. E coslario sarebbe un nuovo 
caso analogo a quello di cdpor càpore^ da cui lietamente pren- 
devano le mosse queste noterelle, cioè voce neolatina di italicità 
non punto latina. G. I. A. 



* Cfr. Tartic. cuslir nel «Beitrag> del Mussafia, articolo anch*esso in- 
vidiabile, quando si consideri che risale a un quarto di secolo addietro. Il 
veneto sculier dico altrove che sia veramente scu[t]ellario, • 



NOTE ETIMOLOGICHE E LESSICALI. 



l>l 

C. NIGRA. 



Seconda serie (v. p. 269-300). 



1. — VE. ankaniljar déskaniljar. 

Il VB. ankaniljar ankanijar significa ^aggrovigliare'; e l'op- 
posto déskaniljar dice 'districare, dipanare*. Hanno per base 
canicula (in- dis-), nel senso di ^bruco', che è nel fr. chenille. 
L'arrotolarsi abituale del bruco spiega Tetimologia. La conser- 
vazione della gutturale nei vocaboli valbrossesi esclude la loro 
provenienza dal fr. chenille j che invece passò nell'it. ciniglia. 

Daccanto al vb. ankaniljar -ijar vi è, nell'alto canavese, collo 
stesso significato, il verbo ankanivlar^ probabilmente cosi tra- 
sformato in seguito a spinte analogiche, che per ora non ci è 
consentito di determinare. 

2. — afr. argoly fr. ergot. 

Significa: 1.® l'unghia acuta e ricurva, ossia sprone, posto alla 
parte posteriore del piede di certi uccelli, cani, e altri animali; 
2.® la punta di ramo secco rimasta sull'albero; 3.° la segale 
cornuta. I due ultimi significati sono probabilmente dovuti alla 
somiglianza della punta del ramo secco e della segale cornuta 
collo sprone del gallo. 

L'etimologia è rimasta finora oscura. Ma quando si supponga, 
com'è ben lecito, una fase anteriore ^regot ^ragotj s'ottiene 
una figura che può esser la giusta metatesi di garot e ci porta 
al VA. garotty sp. garron^ pr. garroun^ ^ ergot', sp. garra 'arti- 
glio', pr. garrol 'bastone ricurvo'. L'etimologia sarà la stessa 
che quella dell' it. garr^ettOy dei fr. jar^el garrot ecc. (v. Diez 
s. garra; Korting 3600). 

ArchiTio glottol. ital., XIV. 24 



354 Nigra, 

V}.— svizz. rolli, aricl^ va. ciì'rjéy 'mùngere'. 

Conviene anzitutto metter da banda l'arraiare DC, afr. ar- 
rayer^ apr. arrayar^ guasc. arred arridy sp. allear ^ it. arre- 
dare^ significanti ^mettere in ordine, allestire, equipaggiare, go- 
vernare, curare', e provenienti dal tema nominale, it. arredo^ 
fr. arroi ecc. Questo, come fu dimostrato dal Mackel (86), risale 
al got. rèds^ as. rad, aat. ra/, 'opes proventus', riflesso anche 
nel can. are 'condimento di vivanda', e nel morv. arroi ^assai- 
sonnement'. Negli esempj latineggianti e afr. citati da Ducange, 
il vocabolo è specialmente usato per indicare l'equipaggiamento 
e l'apparato di guerra, e l'arraiator, afr. ar^raiour^ equivale 
a 'maresciallo di campo'. 

Le voci della Svizzera romanza e della Valle d'Aosta, come 
hanno un significato diverso, così sono di origine differente. Esse 
postulano un adretare, che è naturale dissimilazione di un 
adretrare^ ma questo noi vorremmo da *ad-re-tràhère, pas- 
sato alla prima conjugazione sotto la doppia influenza di tirare 
e di adretrare da retro. Il semplice trahere resta alla con- 
jugazione originale nel va. irare, ma nei composti coi prefissi 
re- ad-re- prevalse nello stesso dialetto la prima conjugazione, 
e ne venne la confusione tra i riflessi di rg<rar^ = adretrare 
da retro e quelli di retrahere adretrahere; onde i verbi 
VA. 7^eé 'ritrarre', se ree 'ritrarsi', arrjé ^mungere', daccanto a 
ierjé reierjé 'tirare ritirare*. Nel canav. e nel milan., il pas- 
saggio alla prima conjugazione si operò anche per varj tempi 
del verbo semplice; e cosi si hanno il can. irar^ imperf. trava, 
il mil. irà trda ecc., da traile re, secondo l'analogia di tirar 
tird 'tirare*. 

Il significato etimologico di ariti, arrjé, sarà quindi lo stesso 
che quello del fr. traire. 

Sono più difficili a spiegarsi i sostantivi: svizz. rom. riè (Bri- 
dei), VA. rer reer, 'filo di latte', prov. rei rai arrai, aprov, rai 
raig rack, 'zampillo, getto, tratto, filo di acqua, di latte ecc.'. 

Per la forte sincope di forme clie qui rientrano, e special- 
mente per il dileguo di tr intervocalico, sono da compararsi: 
YA. rec-fòss 'arrière-fils', rec-fcnna 'seconda moglie'; svizz. rom. 



Note etimologiche e lessicali. - IL 355 

7 arri ^addietro' = adretrariu (cfr. berdgi = bi^rbicariu); 
. rei-petii'fil ^arrière-petit-fils', ling. ré = vetrari u; can. drcr^ 
3111. rf>v?= deretrariu. 

4. — it. àrnia^ sp. cat. cvrna^ '^alveare'. 

L'origine di àrnia ama, ignota a Diez, rimase finora oscura. 
) voci di lat. barb. arbinarium albinarium arbinalem 'al- 
are', di cui Girolamo Rossi ha recentemonto dato esempj, 
itti dagli statuti di Cosio, Badalucco e Parnasio ^, possono forse 
car qualche luce per l'etimologia della voce italiana e della 
talano-spagnuola. 

Che il lat. alvus 'alveare' sia la base primaria d^e antiche 
ci liguri precitate, non par da dubitare; il cangiamento di l 
r e di V in b non potendo qui fare ostacolo (cp. piem. arhi^ 
\. arhiò argo, it. albio). La difficoltà starebbe piuttosto nel de- 
:'minare la base secondaria, quella cioè da cui dipendono im- 
^diatamente, sia albinarium arbinarium, sia ama arnia. 
Ma data, come codeste voci di lat. barb. ci offrono, una voce 
ìdamentale da scriversi drbinii (cfr. ib.: arbellum) drbtna 
mche drbinja (v. Asc. qui sopra, p. 341-2), noi pur veniamo 
n attraente facilità a drbna drbnia, arna drnia. 

5. — ^ VB. arlòlika. 

Il sost. f. VB. aìHòlika significa ^arroganza, insolenza, oltraco- 
iza'. Riflette il lat. rh etori ca. 

6. — can. balkar, lomb. balkd, engad. balcdr ecc. 

L'engadinese balcdr 'calmare' ha conservato il significato 
3 è forse il più antico. Concordano con esso, o vi si appressi- 
no, il can. balkar, il monf. barhé^ il lomb. balkdj Temil. 
lkà\ col senso di 'diminuire, scemare, cessiire'. E vi si do- 
mno senza dubbio connettere il rouer. blacd e il prov. blaqtd, 
der, faiblir, manquer, défaillir*. 

Tutte queste voci hanno per base il lat. placare, come è pro- 
o dal ment. placd 'calmare', dal delf. placa 'c<''dor, flèchir. 

Gir. Rossi, Glossario hicdioevaic ligc.re, Torino 1S%, s. iilhinaiiiim. 



:^ Nigra, 

(léfaillir*, dallo svizz. rom.pllakd ^cessare, interrompere'. 11 senso 
<li ^fléchir' del vocabolo delfinese spiega il ferr. barkdr Spie- 
gare'. Lo Schuchardt (Rom. IV 253) ravvicinò alle voci alto- 
italiane e alla ladina anche la normanna baquer ^céder, làcher', 
o altre, circa le quali rimane tuttavia qualche dubbio. 

Dovranno per contro separarsi le voci omofone o quasi omo- 
fone, significanti ^ guardare': it. (gergo) balcare, ferr. balkar^ 
alomb. baitcary vs. bokar^ vallon. bauquer^ piem. biiké , can. 
hèjkar bajkar^ piem. monf. bejkéy che avranno origine diversa. 

7. — it. barletta ^specie di morsa ad uso dei legnajuoli'. 

Il Carena, all'articolo legnaiuolo nel suo vocabolario d'arti 
e mestieri, dà la descrizione e spiega l'uso del barlettOy stru- 
mento di ferro in forma di 7, o piuttosto di r, che introdotto 
nel foro del banco del legnajuolo vi tien fermo il legno da in- 
tagliarsi. 11 vocabolo italiano è identico, per la forma e per il 
senso, al fr. valet, afr. e prov. vallet varlet vaslety ed è qui ado- 
perato nel senso di ^ servitore' appunto per il servizio a cui è 
destinato. La base riconosciuta di queste forme è un diminutivo 
del BL. vassus, sulla cui etimologia, non ancora accertata, sono 
intanto da consultarsi le foriti citate dal Kòrting 3821. Il voca- 
1)olo si trova collo stesso significato in Val d'Aosta : valett di 
hahy e in prov. varlet de banc, ^valletto di banco'. 

8. — can. berrò y piem. bero^ fr. dial. beròu^ ^ariete, montone'. 

Il Marchot (Zeitschr. XVIII 421), riportando le forme lore- 
nesi, svizzere e altre, &am b^rò benràii beròic ecc. ^, significanti 
tutti s montone, ariete', le fa provenire dal nome proprio afr. Be- 
/•owJ = Beroldus o Berulfus. Ma le forme franco-svizzere non 
possono separarsi dalle equivalenti pedemontane: can. vb. béy^^o^ 
piem. béro^ che certamente non sono parole di imprestito venute 
dai territorj francesi. Ora, è impossibile il dare per base alle 
voci pedemontane il nome Beroldus o Berulfus, che in pie- 
montese si sarebbe riflesso per *berdiid *berulf o altra forma 



* Cp. albv. belloii 'gros bélicr à longues cornes*; bellet *jeune mouton 
do moins d*uii ;in'; y a, bellina *brebis' ecc. 



Noto etimologiche e lessicali. - H. 357 

coir accento sulla seconda sillaba. E invece probabile che le 
forme pedemontane, meglio conservate, riflettano un proparossi- 
tono bevì^uluj diventato berrò col dileguo dell'ultima sillaba, 
come notoriamente avviene p. e. nel piem. nespo = nèspolo = 
mespilu (cfp. Arch. II 119 396-7). E questo berrìiluy d'età più 
meno tarda, potrebbe egualmente stare a base delle voci dia- 
lettali franco-svizzere, con l'accento sulla prima sillaba del suf- 
fisso, secondo altre analogie che appunto s'avvertono sul campo 
dei dialetti cui spettano le forme qui considerate. Cosi, allato al 
can. pik'Uly mil. pik-oly com. pék-ol^ vb. pik-Oy Sgambo di frutta 
foglia', abbiamo nei dial. francesi e provenzali: pic-onl pec-oùl 
pic-òu ecc., e nei pieni, emil. pik-òlL 

Ma ammessa codesta base neolatina ber rìda ^ quale ne potrà 
essere la spiegazione? 

Nei nomi di animali, come in quelli di piante, accade non di 
rado che la stessa base serva a specie diverse, purché vi sia 
tra loro una affinità anche lontana. Cosi il vs. vb. borH Horo*, 
il VA. bure *bue', hanno la stessa base che il morv. bourotc 
^asino', o *buprlcus coi suoi riflessi neolatini; il can. gii, che 
sarà haediolu, significa ^ariete' e *becco'; piem. beca^ ital. bea- 
eia ^ capra', e can. piem. béca * pecora'; can. piem. cessa ^ cagna' 
e monf. 'scrofa'; e nel valtellinese : bar barinn significano 
'ariete*, baiTO 'caprone'. Non è dunque impossibile, che ber- 
rulu sia un tardo diminutivo di verro = verres. L'affinità qui 
consisterebbe, non tanto nel fatto che i due animali, cioè l'ariete 
e il verro, sono entrambi domestici e convivono sotto lo stesso 
tetto e negli stessi pascoli, quanto nell'essere entrambi i ripro- 
duttori delle rispettive specie. In questa ipotesi il verrulo, cioè 
l'ariete, sarebbe il piccolo maschio, in confronto del verro^ e il 
maschio senz'altro in confronto del mutilato montone. Quest(» 
significato originario sarebbe poi andato naturalmente perden- 
dosi col progresso del tempo, come dimostrano altre forme co- 
gnate, per esempio il fem. mil. bèra^ e il vs. (gergo) berua, 
'pecora', com. pi. beritt 'pecorelle'. La forma semplice appare 
nel romagn. berr 'montone' (ma cfr. vaiteli, bai*), e le diminu- 
tive nei mil. berin berotl 'agnello', berinna 'agnella'. II va. ha 
anche l'aggettivo berrh berrvja 'lanuto -a\ 



358 Nigi-a 



9. — pieni, bjalera, valdese del Wùrtenberg hinrldrd^ 
Sfosso con acqua corrente, gora'. 

Il Ròsiger (Neu-Hengstett: Gesch. u. spr. einer Waldenserco- 
lonie in Wùrtenberg, pp. 21 30) vede in biàridrd una metatesi 
di ripària; e la supposta metatesi è accolta dal Behrens (Ree. 
metath. 82). Ma codesta spiegazione fu già impugnata giusta- 
mente dal Morosi, in Arch. XI 396. Difatti, il valdese hidriàrd 
è identico agli equivalenti piem. can. bjalera, monf. fe/are^'a, li- 
gure medioev. bealera bialera] e queste forme, foggiate col suf- 
fisso -ària, procedono dal bl. bedale, aprov. bezal, neopr. be- 
saic biaii bial, quey. beai, piera. can. bjdl, monf. bjd ecc., ^ alveo, 
canale di mulino'. Il dialetto savojardo (Albertv.) ha anche il 
fem. bidla ^bras de rivière'. La base originaria, col significato 
di 'canale, ruscello, alveo, solco di scolo', appare nel bl. be- 
dum, gen. beo (savon. medioev. beudus beudo, v. Rossi, Gloss. 
medioev. ligure, s. beudus bedale), da cui non si possono disgiun- 
gere, malgrado la loro dittongazione, le forme afr. fr. e fr. dial. 
bied biez bief (gin. &i, Malmedy bl ecc.). Il feminino, collo 
<;tesso significato, è in prov. beso^ for. bie^ menton. bea, 

11 Diez (s. V.) traeva l'afr. bied dall' as. bed^ anord. bedr = 
aat. bettij Metto', notando che la deviazione di senso nella voce 
romanza era estranea agli antichi dialetti germanici. Ma la spie- 
gazione dell' -/^ in bied biez era da lui lasciata dubbiosa. La 
difficoltà fu ripresa in più sottile esame dal Mackel, p. 89. 

11 Cimrico hedd * tomba' è sicuramente preso dall'anglosas- 
sone, e sarà all'incontro dal francese il brettone bèz Sfosso'. 
Sul diverso significato di bed nei due vicini paesi d' Inghilterra 
e di Cambria, Giovanni Owen compose l'epigramma: Angli bed 
lectum vocitant Cambriquo sepulcrum. Ora, da 'fossa' a 
•sepolcro' si passa molto naturalmente; e 4bssa' e Metto' s'uni* 
scono poi, con pronta facilità, nell' 'alveo del torrente o del 
fiume'. 

9''. — can. bibjar, 

can. (CN.) bibjar Hremare, aver la pelle d'oca*. Dall' aat. hi- 
ìfén, ted. heben. 



Noto otiraologiche e lessicali. - IL !>50 

10 — it. brillare. 

Il verbo it brillare originarianionlo dice ^girare intorno al 
proprio centro con rapiditii ', come è chiaro nel passo della Cas- 
saria di Ariosto (III 6): *a cui, più di giràndola, — brilla il 
cervello'. Assai vicino a questo e il significato di M)atter(^ rapi- 
damente le ali sorreggendosi in aria senza volare' come fanno 
le allodole, i ftilchi e altri uccelli (Fanfani, Petrocchi ecc.). Bril- 
lare vale anche ^mondare il riso colla «brilla»', cioè col noto 
ordigno che con rapida rotazione della màcina spoglia il riso 
della buccia. In Romagna ha inoltre il significato speciale di 4re- 
lìiare per il freddo'. 

La nozione di giro rapido e di tremolio, che è nei significati 
sopra esposti, spiega come il verbo sia venuto ad equivalere a 
•scintillare tremolando' o a * tremolare scintillando*; e quest'ul- 
timo concetto è appena modificato nelh^ voci brillante ' diamante 
sfaccettato, e brillo ^semi-ebbro', cioè tremolante, vacillante'. 
Un'identica connessione logica di concetti presenta il lat. coru- 
scare, che significa •tremolare rapidamente' e ^scintillare'. Di 
che toccava anche il Direttore à^W A^^chivio (III 455-6), pensando 
\)(}vò a un etimo di brillare affatto diverso da quello che qui si 
propone. E la proposta è, che in brillare sia da riconoscere un 
allòtropo di prillare 'girare come un pirla o jjalco^. Entrambi 
i verbi perciò risalirebbero a un pirin telare, da pirinulu 
(it. prillo), dimin. neolat. di pTru 'pera'. Il digradamento di p ini- 
ziale in b toscano non ha bisogno di essere dimostrato ; e basti 
qui citare birillo, allotropo di prillo (Ardi. XIV 294). 

La voce sembra passata d'Italia in Francia e nella penisola 
iberica. 

11. — piem. bua, sp. i)g. pua, 

11 piem. biui (can. baca, piv. btnoa, V(\ hia = bua) indica il 
* dente di rastello pettine tridente èrpice sega e d'altri simili stru- 
menti'. Concorda il sav. albv. pi'tca Mente di èrpice'. Le forme 
apr. pua, Wn^.pugo puio, Yim.picOj guasc. delf. può, sp. pg. pi^ 
jfiffjjaj significano inoltr<^ Spunta', i pr. pivan ptcal pxtat *rastel- 
liera'. 



360 Nigra, 

La provenienza delle voci sp. pg. dal lat. pùgio, proposta da 
Diez, è insostenibile. Si dovrà piuttosto, e per queste voci e per 
le altre qui citate, risalire al lat. pupa * mammella*, base da cui 
sorse una cosi ricca serie di voci romanze, coi significati più di- 
versi (mil. mant. pùa^ piem. hùala^ ^bàmbola'; com. puvata ^pen- 
necchio'; vaiteli. pojUy VA. bovata^ Spannocchia'; altoit. povina 
piivena^ lad. puinnUy ^ ricotta'; com, poina ^ pigna'). 

Il senso delle voci piemontesi, delle ispano-portoghesi e delle^ 
altre sopracitate è spiegato dalla evidente somiglianza di forma 
tra i denti di rastello segone pettine e di altri arnesi aventi i 
rebbj volti all' ingiù, e le tette pendenti delle vacche, scrofe, e 
d'altri mammiferi. La mammella della vacca somiglia in grosso 
modo a un pettine a quattro denti, quella della capra a una 
forca a due rebbj, il ventre d'una scrofa ad un segone. 

È curioso, per questo rispetto, il ravvicinamento etimologico 
fatto dal Ritschl e segnalato dallo Schweizer-Sidler, tra le voci 
latine pectus e pecten. Ma qui la congruenza logica sarebbe 
tra le costole del petto e i denti del pettine (v. KZ. Ili 377 
f., XIV 151). 

ly. — cai- (kal-) ecc. nella composizione neolatina. 

Continua dal num. G della serie precedente, Arch. XIV 272-7. 

33 ] it. a calzoppo ^a pie zoppo, sopra un sol piede', fr. ^a 
cloche-pied'. Il vocabolo, benché toscano, e usato dal Doni nella 
ZuccUy non è registrato dalla Crusca, né dal Tommaseo, né dal 
Fanfani, né dal Petrocchi. Lo é dall'Alberti. È comune in Lom- 
bardia ; aberg. a la galzopa^ bresc. mant. galzopp^ mant. gallzop- 
par ^andare a pie zoppo'. A Bologna, per falsa etimologia popo- 
lare da gallo y s'*è fatta la locuzione a zopp gallett (v. Lorck, 
aberg. 112) ^ 

34 ; mil. parm. caruga, mil. cavugolay ^eruca della vite, me- 
lolontha vitis' e nell'alto milanese anche * cantàride', pav. ga- 



^ [Qui veramente potrà sorgere il dubbio se nella prima parte 
del composto, anziché un ^ quale!', non s'abbia piuttosto il * ca- 
vallo'. — G. I. A.] 



\Jm^A 



Noto otiinologiche e lessicali. - II. 361 

uvla (j^'^garr ùgola) ^melolonta'. La seconda parte è nella forma 
Biuplice: ruga ^erùca'. 

25 \ roani, garosola gara sola ^rosolaccio'. La seconda parte 
un dimin. di rosa. 

26 j coro, carùsola (Monti) 'salamandra'. Che la seconda 
arte del composto sia il riflesso di un rosala, come nel nuni^: 
recedente, è comprovato da altri nomi della salamandra: valsass. 
asola j Arbedo res'a^ Varese bissa-ròs'a, com. ròs'a marimia. 
l Biondelli registrò anche un com. coruzzola 'salamandra, che 
ara una deformazione di carùs'ola. 

57; al 7 (p. 274) è da aggiungere: Regg. Em. garàbdttel^ 
iem. gaHhaje f. pi., 'cianfrusaglie, bazzècole'. 

28 \ it. grimaldello 'strumento di ferro per aprir serrature 
enza chiave'. E una deformazione di gariholdellOj come appare 
al confronto colle voci equivalenti : mant. garaboldell (e rabon- 
lell con aferesi di ga-\ sgaraboldellj garaholdon^ pmc.gaìnboldj 
ìil. piem. gariboldiuj piem. garibaldina va. garabaudé; Arbedo 
regoldin = *greboldia; venez. rimandelo = '^gribaldello. Nella 
oce veneziana, come nella variante tose, grinuindello e nel 
rent. gramandel^ vi è dissimilazione di / in n. La seconda parto 
el composto sembra rispondere al germ. bolz^ as. bolt^ 'bonci- 
ello, caviglia, chiavistello'. Por la digradazione di b in m in gri- 
ìaldellOy si compari l' it. sermollino per serpollino. Meno chiara 
la seconda parte nel brianzuolo garbiis'ell 'nasello, boncinello'. 

20; miì. calosson calisson 'ossaccia senza polpe'; si dia» 
?r ischerno a persona soverchiamente magra (Cherubini). L' ac- 
resciti vo di 'osso' appare senza alcuna alterazione nella se- 
>nda parte del composto della prima forma. 

30) vali, calmousèle 'nascondiglio' (Grandgagn.). Mousète 
un sost. f. derivato dal verbo vali, mousi 'nascondere, che in 
•. è musser (afr. mitciery picc. mucher)^ connesso coll'it. smtic- 
iare (Caix 575), sic. arnmucciari, soprsilv. micdry eng. mùcar 
Diez s. musser). Si possono aggiungere: namur. muchi 'cacher', 
ìouserote 'recoin' (Grandgagn.); va. mosse 'tramontare*, il na- 
eondersi del sole, mòsse m. 'tramonto', ^nosseh m. 'ponente'', 
irdenn. : li solo mouse 'lo soloil se conche'. 



' La pronunzia dolle voci Viildost.mo oscilla tra mòsse e mosé. 



31: vA. liabfUiaser " sornione'. Non ♦*• imp'^ssiljile che i To- 
desclii abbiano preso «lai Valloni la prima parte almeno di 
questo loiv) composto, ancora inesplicaio. Il vocabolo ^ moderno, 
il Kluire ne ùi dipendere la .s«>conda j>arte dal mat. iUìfseiì »wm- 
se/i (s. dukmauser). >[a la prima ben sembra essere* il n^^stro 
kal-. 

.74:^; vali, coleboie halebvle "mauvaise voiture', e ancora 
Cfdehole "petite armoire, rron(! j)Our aumòne, confessionnal ', ca- 
lehot/iH ^petite caisse*. Nella seconda parte di questi composti, si 
vorrà ved^*re l'equivalente del fr. hoUe^ afr. houte^ it. botte. 

.V.V; Vosges caramanià cctiraimaignaij Metz ca7^amonià, 
linguad. rharranfmgnou, ^magnano, calderajo ambulante'. Nella 
nacAmda parte del comj)osto sono i inflessi dialettali del fr. iita- 
fjnien ' magnano '. 

.77; miì. gaì'abbi, lo stesso che /'oabbi, ^ riàvolo di legno 
col quale i fornaciai rispianano l'aja', rispondente al lat. rii- 
t a b u 1 u . 

13. — fr. co/i'illoti ' 

Signiti<*a ^scampanata*, cioò suono ripetuto ili una o più cam- 
pane. 11 Ménage, con approvazione, o almeno senza obbjezione, 
di Diez Littré Scheler e Korting, fece risalire carrilìon (cosi 
egli trascrive) a un quadrilio, e spiega che ebbe questo nome 
perchè anticamente significava il suono simultaneo di quattro 
(rampane. Ora, questo qicadrilione^ che suppone un quadrile, 
non esiste in Ducange, ne altrove a mia notizia, e il suo suffisso 
non converre))be poi al senso. D'altro lato la spiegazione che 
il Ménage ne deduce e ])uramente congetturale. Non è punto 
l)rovato, e non è anche probabile, che i carillons si facessero in 
alcun tempo col suono di quattro campane. Se anche si amraet- 
t(?ss(^ che il significato originario del vocabolo fosse quello di 
un 'concerto di campane', rimarrebbe tuttavia da dimostrare che 
mi tale concerto fosse di quattro campane, mentre è noto che 
in Francia, come altrove, la maggior parte dei campanili di cam- 
pagna non ha più di tre campane per ciascuno; e quelli che ne 
hanno ]ìiù di tre, ordinariamente ne hanno più di quattro, quante 
cioè valgano a foiMiii*e la scala musicale più o meno completa. 



f>i\0 



Noto' otimologicho e lessicali. - li. ^50. 

Ma il vero sarà clic carillon significò e significa etimologica- 
mente ^scampanata di una o più campane', senza che il numero 
quattro ci abbia da entrare. 

Carillon suppone un tema dimin. dalla base quadru, ^cosa 
quadrata', che sare))bo passato a significare ^campana* e ^ suono 
di campana'; o appunto il va. karvd f . = quadrata, e Talby. 
cai^ron m., quasi Squadrino' o ^quadratino', significano la ^cam- 
pana delle vacche', cioè la campana di forma quadra, la più 
antica e la più semplice di tutte, e ben anteriore alla campana 
di bronzo a foggia di vaso rovescio. 

Daccanto a carillon vi sono in afr. le forme quarreignon e 
carenofiy che si fanno bensì provenire da quaternione, ma 
altro pur forse non saranno che semplici deformazioni di ca- 
rillotì. 

li. — pieni, cass. 

Il pieni, cass ^rintocco funebre' risponde al pr. e afr. cla^t^ 
nfr. glas^ elio si fa risalire a un popolare classum per clas- 
sicum. La stessa base è postulata per l' it. chiasso (Diez s. 
chiasso; Groher all. I 547; Korting 1935). 

15. — \nen\. caccia gaoela, cani. fg. ya cela, yv. guacella, 

fì\ jaoelle, sp. gavilla, ^manipolo'. 

Il Thurneisen (p. 62) inclina ad ammettere che gacela pos«a 
risalire alla rad. celtica gab^ che appare nell'irl. gabdl, cimi*. 
gafael, corn. gacel, ^prendere tenere', e conforta la sua opinione 
principalmente col fatto dell'assenza d'un e iniziale in tutte le 
forme romanze da lui conosciute. Ma la piemontese, che è la 
prima in capo a quest'articolo, ha appunto una sorda iniziale. 
Vero è che caccia si alterna con gavela] ma torna malagevole 
il far provenire la prima di queste forme dalla seconda, mentre 
il contrario non presenta alcuna difficoltà. Se adunque il piem. 
cavela non è una semplice deformazione di gacela, il che al 
postutto non si può <3scludere in modo assoluto, l'argomento in- 
vocato dal Tliurneisen verrebbe a mancare, e l'etimologia cel- 
tica da lui ammessa dovrebbe cedere il posto alla latina pro- 
posta dal Diez (s. gavela). 



364 Nigra, 

16. — piem. cea. 

Il significato di questa voce piemontese, che oceorre anche 
nella forma di cejay è ^graticcio di vimini o di canne', e spe- 
cialmente quello fatto in forma di cestino e solito a sospendersi 
in aria per conservarvi varj oggetti. Il tema postulato è clèta, 
lo stesso cioè che sta a base del pr. cleda^ e del fr. claie^ e che 
Diez (s. claie) connette coli' air. cliath e col cimr. clwyd. 

17. — monf. dérkó. 

Al monf. dérkó risponde, per il senso, il can. e piem. d'ho, 
quey. deca. Entrambe le forme significano ^ anche*; monf. dérkó 
me^ piem. d'ko miy mi d' kOy ^anch'io'. Corrispondono etimolo- 
gicamente a ^ di-ri-capo ', Mi-capo' o Ma-capo', e perciò alle 
forme ladine e ladino-venete deì^ecau darcauj da cauo ecc., 
spiegate dall'Ascoli in Arch. Ili 282. 

18. — piem. dojl. 

Col piem. dòjl m. vanno il can. dóU e il vb. dócCj col signi 

ficato di ^ garbo, grazia, modo, cura, assetto'. L'aggettivo com — 
pare soltanto nel composto, piem. désdoji ds'adòjt^ can. dès'dóit 
^sgarbato, sgraziato, maldestro'. Da dùcè procede il vb. dócai^^ 
col senso speciale di Sgovernare, curare il bestiame'. Questi \(^^ 
caboli non possono provenire da due tu, che darebbe in piemv 
'Mt 'iijt (rùlt siijt = rutto asciutto), ne da dùctu che darebb-^ 
'UU o 'Ujt (ridati y ujt = ùnctu). Risaliranno invece a dóct 
da decere (cp. piem. hójl^ can. koU^ vb. kovc, Motto', da còctu). 

11 Salvioni (Post. s. ducere), connettendo con ductu il piem. 
dffc ^vago, avvenente, grazioso', fu tratto in errore dalla falsa 
grafia dm data dal Biondelli. Questo vocabolo deve scriversi 
dw, f. duca^ ed è verosimilmente un allotropo di dm Molce'^ 



* \\*i\ conciliazione tra dOs dussa o ih'iù dttca può riuscire per ciò, che 
sicooino la prima coppia rispondo a ihlce *dolca, così T altra risponda a 
iloico dolca^ cfr. Arch. X IC, passato al masc. il e che si produceva nel fe- 
minilo. Dì c.v in ca sopravvivono ancora più osempj nello schietto piemon- 
teso; cfr. Arch. II 128, e nhìter cantero, rànhet' cancro. \nch^ vedi più in 
là. al num. 28. — 0. I. .\.l 



Noto otimologiche e lossicali. - II. 365 

19. — can. e-tùtty va. e-tot. 

Significano ^ anche', come il lion. età etou, e il norm. itouy 
sav. ito. La forma lionese fu già rettamente interpretata dal 
Chabaneau, come rispondente al fr. et toiit (Puitspelu, Dictionn. 
suppL s. V.). Per contro Littré spiegava la forma normanna 
come un riflesso di hi e tal is. La forma canavesana e la val- 
dostana non ammettono dubbio sulla loro provenienza da et, 
combinato con la voce eh' è riflessa dall' it. tutto ^ fr. touty ecc. 

20. — can. piem. flapa^ vb. froppa. 

Daccanto ai continuatori del lat. faluppas ^ quisquilias, paleas 
minutissimas, vel surculi minuti', esaminati da A. Horning (in 
Zeitschr. XXI 192 sg.), si possono considerare le seguenti voci 
pedemontane: vb. froppa Werga*;- va. frappa ^sarmento*; - 
can. flapa ^ verga con foglie'; donde il verbo f^apar ^percuotere 
con verga'; da ravvicinarsi all'it. frappa^ che in termine di pit- 
tura significa ^fogliame';- can. f^apa ^orecchia larga e piatta'; 
da compararsi coll'ingl. f,ap of tlie ear (v.Wedgwood s. flap); - 
piem. flapa ^faloppa, bózzolo imperfetto'. Si compari ancora il 
mod. vlùp ^sarmento'. 

21. — can. ^efera, fjuèbra^ b(^Qra ^melolonta'. 

Il * maggiolino ', melolontha vulgaris', è detto in vb. fjwì- 
bra^ a Ozegna e in altre località del Canavese e del Piemonte 
Qebraj a Pi verone b^Qra (forma metatetica, riflessa anche nel 
pittavino brègice)y nel Biellese kabra, a Pont-Canavese haby*iola^ 
che è un diminutivo del precedente, foggiato per falsa etimologia 
popolare sul modello di cavrinola da capra. Tutte queste formo 
proverranno dall'equivalente aat. hècav chf^varo^ nU^A, Mfer^ 

svizz. chabr. Per l'etimologia delle voci germaniche, si vfgga 

Kluge s. kàfer. 

22. — it ghetta, fr.gnetre. 

lì vocabolo è pur comune all'Alta Italia, alla .Sardegna, alla 
Provenza, e significa quella specie di calzatura che fascia la 
gamba e scende abbottonata, affibbiata o lacciata, sulla scarpa, 



306 Nigra, 

coprendone il toniajo, esclusa la punta. Il nome di questa calza- 
tura pare dovuto ai gheroni laterali, col mezzo dei quali essa 
si allarga sul collo del piede. Quindi ghetta avrà probabilmente 
per base un *gdjclita, da f/ajda^ che è parm. e pieni., geda can. 
mil. ecc., ^gherone', e direbbe etimologicamente Sgheronata'. La 
()ajda poi fu già identificata col longobardo guida ^pilum ve- 
stimenti', avendo il gherone la figura di un ferro di lancia (v. 
Diez s. ghiera; Caix Sé. 94). Nella voce francese, il r sembra 
epentetico. 

23. — pieni, gilofrada, can. golifraday ^garofanata'. 

Come al proprio riflesso di caryóphyllu, cioè garofano^ l'ita- 
liano ragguaglia la sua garofanata^ cosi il francese a giro/le 
la sua giroflèe. Il canavesano golifrada, che occorre nei canti 
popolari ^, inverte le vocali protoniche del piem. gilofrada. Si 
può chiedere, per vero, se queste due forme sieno schiettamente 
indigene (cfr. piem. garófo f/arofidln). benché il g nella formola 
GA-, come il e nella formolo ca-, si possano avere in filoni in- 
digeni [cfr. le note ai num. 18 e 28]. A ogni modo esse off'rono 
la metatesi delle liquide; cfr. sic. galófaru. La forma va. gena- 
fleya è notevole per il suo >?, che ritorna nei corrispondenti 
prov. marsig. juniflado, jouniflado^ rouer. ginouflat, ling. gì- 
nounflado. Ma più notevole ancora la deformazione dell' ingl. 
gilliftower^ passato poi, per etimologia popolare, in juliflowev^ 
quasi Sfior di luglio'. Confrontando il vocabolo inglese col prov. 
ju7ii/lado, il Behrens, Ree. metath. 107, fu indotto a pensare che 
in quest'ultima forma influisse alla sua volta il nome ^giugno', 

24. — piem. f/rissiu', f/vissa, grissjaj f/rrsa. 

Il pieni, f/rissin {(jèrsin) è il lungo e soitil pane, a foggia di 
verga, vanto del forno torinese. Luigi Cibrario nella sua Storia 
di Torino lasciò scritto: «Cominciarono in Piemonte a farsi 
« dei pani allungati fini di 3 oncie, chiamati grissie^ fin dal se- 
« colo XVII. Migliorando la pasta, recandola a tale tenacità da 

* NiGHA, (\r,(tl popolrri (/('! l*i-\,>ontc, Torino l'Ss>;, p. \{\\, 



Note etimologiche o lossicali. - II. o(>7 

« potersi trarre in cordicelle lunghe un braccio senza l'omperle, 
« si procedette all' invenzione dei grissini » *. 

E dunque (jrissin un diminutivo mascolino del nome positivo 
che in Piemonte Canavese e Monferrato si dice, secondo i luo- 
ghi : (jrissa fjrissrja pressa yersa, e significa propriamente ^ fila, 
seguenza di oggetti infilati l'uno dietro l'altro e l'uno accanto 
all'altro'. Cosi an (jrissja significa Mn fila', (jèrsa cCagiice, 
d*viSy Sfilare di spilli, di viti'. Applicato al pane (Cjrèssa dCpdn) 
il vocabolo indicò le Spicco di pani', cioè ^più pani attaccati in 
fila incrociate a foggia di grata' (cfr. vaiteli, schera di michi 
'quattro pagnotte cotte insieme e attaccate come a schiera'; 
Monti). Oggi queste picce si dicono gèrsa a gaoass, letteral- 
mente 'fila a rocchi', e gérsa d*pàn significa semplicemente *fil 
di pane, pane allungato', donde il dimin. jrissin Qèrsih ^pane 
in forma di bastoncino'. 

Da (jèrsa 'fila' provengono i verbi piem. gèrsé angèrsé 'or- 
dinare, mettere in assetto, riporre'. 

Il vocabolo si trova col suo significato originario nel dialetto 
di Val d'Aosta: f/risse f. 'grata di legno sopra il camino, sulla 
quale si affumicano e si seccano le castagne e le noci'; nel 
Var: grisso greisso^ prov. gvaso^ 'claie sur la quelle on fait sé- 
cher les figues, ou sur la quelle on raet le pain (Mistral)'. E si 
risale a un cr alice a da cratos 'grata'; onde grissja o grèssa 
d*pdn risponderà etimologicamente a 'graticola di pani'. Per 
la sincope, si comparino i piem. ù^ent 'tridente', vél 'vitello', 
mùh 'mattone', drc = *deretrariu^ va. vahle 'vitalba', vb. va- 
ijo 'riàvolo' = rutabulu; ecc. 

25. — vs. kastejer 'cercare'. 

Rifletterà un quaesticare, da *quaestare (fr. quéter) pro- 
veniente dal part. di quaerere. 



* Il prof. r. Rosa, nelle suo Aijg'iunte a L'clcuienlo tedesco nel dialetto 
piemontese, Bra 1890, p. 7, citando il Cihrario, fa derivare r/rissin e f/ressa 
dal ted. gHes 'tritello, semolella\ 



308 Nigra, 

24. — vfì, krijalésHm. 

Significa ^stridio alto e prolungato', e dovrà essere connesso 
col tose, crialeso ^raganella', che il Caix (St. 301) rettamente 
fece provenire da kyrie eléison. A Noto (Sicilia): 'ntra un 
onalesii 'in men che non si dica'. 

25. — incud- nei riflessi pedemontani. 

Anche nei dialetti pedemontani V incùdine assunse denomina- 
zioni che si scostano più o meno dalla base del latino classico 
incud-. E sono principalmente i pieni, a^iftw^'o m., can. an/^MsVn 
f., VB. ankiois'én ankioidén {d da s') f.j monf. lankwis'o m. col- 
r articolo agglutinato. Le prime due forme, secondo che già fu 
riconosciuto, rivengono a inkùgine sull'analogia di aeru- 
gine ecc. Le altre devon rivenire a inkudiginey sull'analogia 
dei nomi latini in -Igino. 

Daccanto ad ankùs'o vi è in piem. la forma ankwijo ra., che 
sarà un incudic'lo. 

26. — a\io-iia.ì. kandiila Cjandida kandvola ecc. 

11 collare di legno, metallo o cuojo, delle vacche, pecore, ca- 
pre, a cui è appesa la campanella, è detto in can. e vs. kandula^ 
f/andulay in lomb. kandiwla, kanavra^ kandura kandola, in, 
trent. kannd^ola, kanndola^ in va. cenevalla colla solita pro- 
gressione dell'accento in voce proparossitona, nei Bassi Pirenei 
kandulo. In Piemonte, kandula è l'anello mobile cui si unisce 
la catena del giogo dei buoi che tirano l'aratro. A Belluno, ka- 
ndfjola è il collare di legno con cui i bifolchi cingono il collo 
ai bradi, e anche 'gorgozzule'. Nel venez. e pad., i plurali kanóle 
kandule valgono le 'fauci' (Muss. beitr. 41). Nei Bassi Pirenei, 
candulo significa pure una specie di focaccia in forma di anello 
corona. A Blenio, il collaro del campanello delle vacche è 
detto kanva. 

Da quest' ultima forma, riportata a canapa, si potrebbe essere 
indotti a porre per base delle voci precitate: *canàpula, sup- 
ponendo che il collare, prima che di ferro o di legno fosse stato 
di canape (Salv. dial. d'Arbedo s. canàura). Ma questa ipotesi 



Note etimologiche o lessicali. - II. 369 

non ha veramente altro motivo che la forma del vocabolo di 
BleniOy la quale potrebbe anch' essere una semplice deformazione 
popolare di kandola. A ogni modo, quella etimologia, oltre che 
sarebbe contraddetta dal fatto dell'essere questi collari da per 
tutto in legno, cuojo o metallo, e non mai in canapa, non spie- 
gherebbe poi l'anello dell'aratro e le fauci. 

Si dovrà piuttosto ricorrere a catena, e vuol dire a *cate- 
nabula. Il significato etimologico del vocabolo sarebbe in fondo 
' r ordigno per cui si catena ' ; e a codesto collare si suol difatti 
assicurare la catena di ferro delle vacche nelle stalle durante 
la stagione del pascolo. La derivazione non dovrebbe esser no- 
minale, perchè allora non si diffenzierebbe gran fatto dal valore 
del nome primitivo (cuna cunabula), ma piuttosto verbale (ve- 
nari venabulum). Sempre però potrebbe essere opposta la dif- 
ficoltà che non ci sia indizio di un lat. catenabula e che di 
simili formazioni non ne fioriscano sul territorio neolatino (altro 
sarebbe per es. il lomb. cadenil ^quel ferro o legno a cui nel 
camino sono appese le catene da fuoco'). La derivazione da ca- 
tena spiegherebbe del resto anche il nome dato all'anello del- 
l'aratro a cui è attaccata la catena, come pure le fauci e il 
gorgozzule degli animali, intorno a cui si legano le catene. E 
l'anello della catena spiegherebbe finalmente la focaccia in forma 
di corona. 

27. — vs. laueljy piem. lajol ajòL 

U ^ramarro' è detto in vs. lauelj, in piem. can. lajòl ajòl, in 
monf. lajóy in vb. viòly in Br. Hok^ in gen. layi. 

Nel vs. lauelj si dovrà riconoscere la legittima risposta di 
quelV ab'OCulu da cui dipendono l'ait. avócolOy fr. aveugle^ afr. 
aveulle aveide^ va. avuljo aùljOj con l'articolo concresciuto. 
Nel VB. viòl è all'incontro aferesi dell' a *. Il ramarro si sarebbe 
detto il * cieco' per la stessa ragione che in alcuni luoghi fece 



* [Notevole la voce vs. anche perchè mostri in questa composizione 
r identica figura che nello stesso dialetto è per oc' lo allo stato isolato: 
uélj Arch. IH 30. Nella voce va., all'incontro, questa coerenza punto non 
s'avverte. La voce vb., finalmente, ricorda col suo io il trittongo che ò 
nel pi. fr. yettx. — G. I. A.] 

Archivio glottol. ital., XIV. 25 



370 Nigra, 

attribuire la cecità alla lucignola e alla salamandra (v. qui so- 
pra, a p. 271, s. cerkaria e cus'ija). 

Il piem. can. lajòl ajòl fu altramente dichiarato da Flechia, 
Arch. Ili 160. Ma la comparazione di queste forme colle prece- 
denti, e col piem. can. òj ^occhio', da *o(/, persuaderà a mandare 
anche ajòl sotto ahocidu. Il br. lióu^ e la variante piem. liòl^ 
concordano col piem. lajU^ salva Y attenuazione di aj- protonico 
in i, — Nel gen. lago il § sta per v. Ma oc'lo allo stato iso- 
lato darebbe òggu al genovese. E avvien perciò di chiedere se 
laQi sia riduzione di un lagòggii di fase anteriore, o non piut- 
tosto un'imitazione di forme piemontesi. 

Codesta etimologia avrebbe una singolare conferma nel ted. 
eidechse ^ramarro', se questo si dovesse interpretare: ^avente 
gli occhi velati '. Il Kluge, partendo dalla forma aat. egidèhsa 
f., e fondandosi principalmente sull'asass. ewithèssa, non esclude 
che la prima parte del composto convenga col ted. aicgej lat. 
oculus. Ma il secondo elemento è per lui ^ganz dunkel'. Ora è 
possibile che questo secondo elemento abbia una base proveniente 
dall' aat. decchany nted. decken, 'velare, coprire'. — Un altro 
ravvicinamento potrà tentarsi, quanto al significato etimologico, 
tra le voci liguro-piemontesi e le tirolesi tedesche di Luserna, 
trascritte da Schneller (s. rochenstoz): eggelsturz eggelstorz 
(ramarro). Se in queste voci la prima parte del composto ri- 
flette, in forma diminutiva, il tema che è nel ted. auge^ la se- 
conda parte andrà col ted. sturzen ^coprire voltando, umwen- 
dend bedecken* (Kluge s. v.), onde stùrze * coperchio'. Il senso 
etimologico di eggelsturz sarebbe, in questa ipotesi, 'avente gli 
occhi velati ', come nel ted. eidechse^ di cui il vocabolo tirolese 
sarebbe un sinonimo. 

28. — piem. limoca 'giaggiuolo'; limocé 'indugiare'. 

Alle forme piemontesi rispondono le can. limuga e limugav 
collo stesso significato. La base di limoca limuga è un limù- 
licay da limala, o meglio dal verbo *limulicare. Il nome fu 
applicato all'ireos di qualsiasi colore per la forma delle sue fo- 
glie fatte a guisa di lima, o di lama di coltello, che valse a 
questa pianta il nome di gladiolus in latino, di ^ig>iov, yctcìya- 




Noto etimologiche o lessicali. - IL 371 

vov in greco, di schweyHel in tedesco ecc. In piemontese, il 
^giaggiuolo' (=gladiolu) si dice pure al pi. kutej m., e hxUelc 
f., ^coltelli', come a Mentone: in va. hot da e alter; nel co- 
masco spaclée. 

La monotona lentezza del lavoro della lima suggerì il verbo 
liniulicarej riflesso nel piem. limocé e nel vb. Ivnugar indu- 
giare, esitare ' [v. per la ragione fonetica, la nota a dòjty p. 364]. 
Analogamente sarà del vali, limesinar ^faresser\ 

29. — piem. mas'ttcéy can. masuvér. 

Il significato di questo vocabolo in entrambe le regioni è 
^massaro' e ^ mezzajuolo '. Il Salvioni, nelle ^Postille' al vocabo- 
lario del Kòrting (5077), pone a base di esso il lat. mansue- 
tàriu ^domatore di belve'. Ma il tema è il bl. mansufiriu, 
foggiato su mansus di 4.^ declinazione, Sfondo colonico'; e la 
forma toscana massaro avrebbe all'incontro per. base: munsa- 
riu da mansum di 1.* declinazione (di che vedi però: Asc. XIV 
344). La base mansuàriu ritorna nei vocaboli valloni equiva- 
lenti ìnasuier maisowier^ (v. Grandgagnage, Dictionn. II 019). 
I BL. mansus, si dell