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Full text of "Archivio glottologico italiano"

U'^^ 



ARCHIVIO 

GLOTTOLOGICO ITALIANO, 



DIRETTO 



G. I. ASCOLI, 



VOLUME SECONDO. , ^ 




ROxMA, TORINO, FIRENZE, 
ERMANNO LOESGHER. 

1876. 



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Riservato ogni diritto di proprietà 
e di traduzione. 



MILANO, COI TIPI DI G. BERNARDONI. 



SOMMARIO. 



Flechia, Postille etimologiche, I Pag. 1 

D'Ovidio, Sul trattato De Yulgari Eloquentia » 59 

Ascoli, Del posto che spetta al ligure nel sistema dfei dialetti italiani » IH 
Lagomaggiore, Rime genovesi della fine del sec XIII e del princi- 
pio del XIV » 161 

Flechia, Postille etimologiche, I (continuazione) » 313 

Ascoli, P. Meyer e il franco-provenzale » 385 

Ascoli, Ricordi bibliografici » 395 

D'Ovidio, Indici del volume » 459 

Giunte e correzioni » 469 



Il primo volume delVArcJiivio era de- 
dicato a FEDERICO MEZ, 'il glorioso 
' fondatore della scienza dei linguaggi neo- 
' latini.' Nel momento in cui si pubblica 
questo secondo volume, giunge la dolorosa 
notizia che il grandissimo dei romanisti 
non è più. 

Milano, 8 giugno 1876. 



POSTILLE ETIMOLOGICHE 



a. FLECHIA. 

I. 

Saggio di un Glossario Modenese ossia studii del conte Giovanni G alvaxi 
intorno le probabili origini di alquanti idiotismi della città di Modena e 
hi sito contado. Modena, 1868, in IC", p. 532. 

Scrissi le seguenti postille etimologiche quattro e più anni sono ; 
e le scrissi principalmente coli' intento di mettere per così dire a fronte 
due scuole, la vecchia e la nuova, la scuola senza metodo e quella 
del metodo. Attendendo per debito d'uffizio ad insegnar glottologia 
nell'Ateneo torinese, mi parve che dalla pubblicazione del Galvani 
venissemi non solo buona occasione, ma obbligo di dimostrare come 
nelle cose della linguistica piti non valgano gran fatto di per sé soli 
nò ingegno, né dottrina, né squisita coltura di lettere; pregi che niuno 
avrebbe potuto negare al Galvani; ma si debba innanzi tutto chiedere 
a quella, che ora può dirsi ed è veramente scienza delle lingue, il 
metodo e i principj. Senza presumer punto di me medesimo e pur 
confessando che nel campo delle etimologie si presentano non di rado 
problemi di difficile e talvolta disperata soluzione, io mi confido che 
nelle seguenti note il discreto lettore riconoscerà di leggieri la mag- 
gior verisiraiglianza delle nuove etimologie contrapposte a quelle del 
Galvani; e questo mercè principalmente del metodo col quale sono 
trattate: agevolmente scorgendosi come il Galvani debba il frequente 
suo anfanare all'ignoranza o, se vogliamo, alla non curanza di 
quei principj fonologici e morfologici che formano il cardine scienti- 
fico delle indagini linguistiche, e sono per conseguente la guida più 
sicura nella ricerca delle etimologie. Insieme con questa deficienza 
de' principj glottologici è ancora notevole nel Galvani il falso punto 
di vista etnografico, per cui egli esagera o frantende le influenze 
galliche da un lato e le romane o, com'egli avrebbe detto, le laziari 
dall'altro. Finalmente un rimprovero ancora se gli dee fare; ed è il 
non dver saputo quasi mai stendere gli occhi di là dalla cerchia mo- 
denese, mentre, avendo pure a fare assai spesso con etimi di voci 

Archivio glottol. ital.. II. 1 



2 Flecbia, 

comuni principalmente all'Emilia, alla Lombardia, al Piemonte ed 
anche a tutta l'Italia superiore, egli avrebbe potuto dal riscontro 
delle varie forme vernacolari ritrar lume circa il fondamento delle sue 
congetture. Del rimanente, così nel Glossario Modenese, come nelle 
altre scritture del Galvani, non si può non riconoscere, insieme con 
un amore caldo e schietto di questa sorta di studj, anche un senso 
squisito e un'attitudine particolare, che, corroborati da larga e sana 
educazione linguistica, non avrebber mancato di dare un valente glot- 
tologo all'Italia. 

Risolutomi a pubblicare queste postille neìV Archivio Glottologico 
Italiano, le do leggermente mutate qua e là della loro forma origi- 
naria; e non senza farvi qualche giunterella, massime in quanto è 
alla sinonimia dialettologica. 

A queste postille concernenti il Glossario Modenese del Galvani 
terranno dietro alcune altre, scritte pure nello stesso torno di tempo, 
relative principalmente ad etimologie sarde e piemontesi. 



P. 120. A proposito del modenese (e reggiano) alValbazen, a 
bacio, a tramontana, il Galvani, dopo accennato dell'etimologia 
à' opacus, congettura che tanto il hazen mod. quanto il bacio 
toscano possano per avventura venire dal teut. bacìi, bah, bas, 
tergo; notando come i luoghi posti a tramontana si chiamino in 
modenese arvers (riverso, rovescio), quasi a significare che la 
parte volta a mezzodì sìa come la parte diritta, la faccia del 
luogo che vede il sole; mentre l'opposta, ossia la volta a tra- 
montana, sia la rovescia, e quindi come dire il tergo, la schiena. 
Si può ammettere questa spiegazione quanto dW arvers o invers 
(riverso, inverso), proprio di varj dialetti nostrani per signifi- 
care la parte di tramontana; ma non punto la connessione etimo- 
logica di bazen, bacio col germanico badi. Il nome opacits pas- 
sato a significar tramontana, che avrebbe dato origine sotto la 
derivata forma di opacivus a bacio, di opacinus al mod. e regg, 
bazen, parm. om&aiem, di ojpacinius {opacineus) all'ant. tose. 
bacigno, berg. vaghen, [vjaghen \ di opacaceus al san. apagac- 



' Il suono gutturale mantenuto in queste voci bergamasche dà loro un ca- 
rattere più recente, trasportandole ad epoca di formazione romanza, mentre 
così la palatina del toscano bacio, bacigno, come l'equipollente sibilante dei 
derivati emiliani accennerebbero a formazione romano-vols'are. 



Po.sti!le etimologicha. 3 

ciò, si presenta pure in varj dialetti sotto forma non derivata, 
come p. e. nel lucch. ombaco, piem. ubac (sai. cun.), itvai (Acqui), 
vai, nel lomb. ovac, ova-j, evie, ovig, vac, vag, romagn. heg, 
gen. lùvegu, e anche in dial. transalpini, come per.es. nel cat. 
obaga, t^voy. ubac, delf. hibao [dv.BiEz, ELio.lV,!). L'antico 
volgarizzatore di Palladio (p. 16) rende opacis locis con a bacio. 
Il lat, opacus sonava propriamente ombroso ed era il contrario 
di apricus; ma avea già per avventura anche il significato di 
posto a bacio, volto a tramontana; e tale potrebb' essere il senso 
del virgiliano: sol ruit interea, et onontes umbrantur opaci; 
che altrimenti parrebbe tautologia. 

Notisi ancora, a proposito di bacio, come male si potrebbe ri- 
petere questa forma toscana da un ipotetico opacicus, secondo 
che a pag. 134 mostra credere il G., rinunziando all'origine teu- 
tonica toccata di sopra. Bacio viene da *opacivus, derivazione 
verisimilmente determinata da solatio {solativo da solata) per 
quella correlatività formale che l'istinto linguistico ama di porre 
nell'espressione di due nozioni antitetiche, quale notasi per esem- 
pio tra septemirionalis (da septemtrion-) e meridionalis per me- 
riclialis (da meridies), tra lieve e greve per grave. Inammissi- 
bile eziandio è la connessione formale che ivi pure il G. vorrebbe 
stabilire tra il toscano ratio, e il lat. erraticus, donde il mo- 
denese aràdeg. Ratio, quando si connetta etimologicamente, 
come par verisimile, con errare, non può essere se non il risul- 
tato di *errativus, che starebbe al suo verbo come per es. pi(^n- 
sativo a j;(?nsa?'5, contemplativo a contemplare, fuggitivo a 
fuggire. 

Il Galvani avverte ancora come l'illustre Cavedoni gli dicesse 
essere nel Livizzanese una località detta Bazinell, perchè posta 
a bacio di colli più alti. Una siffi.itta denominazione è assai ov- 
via, perocché i terrazzani chiamano talvolta i luoghi dalla loro 
positura rimpetto ai punti cardinali dell'orizzonte. Quindi è che 
nell'onomastica topografica d'Italia abbiamo varie località che 
hanno un nome analogo, come p. e. nei parecchi Inversori) del 
Piemonte, dove invers significa appunto bacio, tramontana, e 
in altri nomi locali, dove la stessa parola opacus ci si presenta 
sotto varie forme, come verbigrazia nel tose. Lobaco (= l'opaco), 
neWUbaga della Liguria e verisimilmente negli afereHci Baco 



4 Flechia, 

(Firenze), Bago (Emilia), Vago (4) e Vaga (Lombai-dia), Baio 
(Bai, Be) e Vai (Piemonte). La forma diminutiva di Bazinell 
rende probabile l'esistenza di un altro luogo vicino chiamato 
Bazen {Bazin), come presso il ligustico Ubaga si trova pure 
un altro luogo detto Ubaghetta. 

Osserverò come il latino opacus, che si potrebbe dir perduto 
nell'uso generale della lingua comune, se la scienza non lo 
avesse ripreso, significante il contrario di diafano, di traspa- 
rente, si mantenne pur popolarmente vivo nelle summentovate 
forme indicanti principalmente tramontana, alle quali aggiun- 
gerò ancora il boi. bagura (= *opacura), ombra, derivato da 
opaco come per es. altura da alto, frescura da fresco, e donde 
si derivò poi novamente il participio abbagurà [= *acl-opacura- 
tiim), ombreggiato. 

Riassumendo in ultimo i fenomeni che pii^i notevoli si pre- 
sentano nelle citate forme e derivazioni di opacus, troviamo la 
prostesi (concrezione) del semplice articolo in Lobaco, lubac, 
lùvegu; dell'articolo col segnacaso dativale in albazen; l'epen- 
tesi di m in òmbaco e ombazen (cfr. per es. il pur parm. impo- 
teca- ipoteca); l'aferesi dell' o dC opacus in bacio, bazen, baci- 
gno, vaghen, bagura, beg, Baco, Bajo, vac, vag, vai, Vago, 
Vaga; la consueta mutazione di j:) in & e -y e di e in g, e una 
regolare vicenda della gutturale nel piem. Vai, Bajo {Be) (cfr. 
Ardi. gì. I, ind. in, s. lacu-); in una parola una varietà di feno- 
meni che, considerati ciascuno nel proprio ambiente, quando 
non rispondano a leggi più o men generali, ubbidiscono sempre 
alla specialmente propria del dialetto a cui appartengono. Os- 
servabile inoltre è la deviazione morfologica del gen. lùvegu 
(= lùvìgu), accennante ad un organico lùpicu (cfr. per es. ma- 
negu-manicu-), che rimpetto ad opacum presenta, in un col 
lucchese òmbaco, e piranese òbègo, verso occidente, una tra- 
sposizione d'accento analoga a quella di ficàtum passante nel 
tose, fégato, nap. focato, romagn. fégat e una mutazione d'<2 in 
i {-e), pure analoga a quella dello stesso ficatum converso nel 
boi. féghet, e, con inoltre la metatesi reciproca tra la gutturale 
e la dentale, nel romanesco fetigo, fedico, sardo ficligu (log.) 
lomb. ed emil. fidec, fédeg , fìdeg , fédeg , piem, fìdig , mentre 
ficàtum viene poi ad avere un regolarissimo riflesso nel sicil. 



Postille etimologiche. 5 

fìcaiu, sardo figàu (mei\), ven. mant. ferr. figa, friul. fy'ad, ecc. 
{dr.DiEZ, Et.w., P, 174). Colla forma del gen. lùvegu si con- 
nette ancora quella di alcuni dialetti di qua dagli Apennini, come 
per es. il murazzanese (Cuneo) a ruve {= a lùvigo; cfr. mane 
= manico), a bacio. In queste forme ligustiche Vii per Vo di 
ópacum presenta un fenomeno, che dovette aver luogo prima 
della trasposizione d'accento; che altrimenti da òpicum {l-òpi- 
ciim) il genovese avrebbe fatto più regolarmente lòvegu. 

A p. 125 fa venire il modenese eiapér, acciapér (chiappare, 
acchiappare) da capere, e questo da un ipotetico apcre. Capere 
non ha già una gutturale prostetica, come vorrebbe il G., ma 
si un' originaria radice cap, come si può vedere dal raffronto di 
essa colla corrispondente forma di verbi d'alcune altre lingue 
indo-europee (cfr. Curtius, Gr. ci. griecli. et. I, iii; Corssen, 
Ausspr. V 454). Quanto al eiapér modenese, esso accenna troppo 
chiaro come si derivi insieme coli' it. chiappare da un organico 
tema clap (cfr. Diez, Et. v:., IP 20). Quando poi si volessero 
a ogni modo connettere etimologicamente chiappare e le altre 
sue dialettiche rappresentanze col latino capere, questa deriva- 
zione sarebbe da spiegarsi, non già, come vorrebbe il G., per 
mezzo di un ipotetico capiare, divenuto per metatesi ciapare, 
che sarebbe contrario ad ogni analogia morfologica e fonologica, 
ma si per via di un *clapare, forma metatetica di capiare, 
capillare, verbo denominativo dedotto da capulus o capulum 
(manico, fune, cappio), donde sarebbero potuti venire regolar- 
mente chiappare, eiapér, come per es. da dopare {= copiare, 
copulare), venne il sardo giodare e sarebbero potuti venire un 
it. *chioppare e modenese *ciopér. 

A p. 127 il G. dice che il modenese acsé, cosi, nacque da sic 
mediante trasposizione di e, onde csi, poi csé, e quindi con vocale 
prostetica acsé. Questa voce non può aver origine diversa dal- 
l' ital.cosz, il quale nacque da sic, preceduta da cccu {eccit-sic; 
cfr. p. e. costà = eccu-istac, cpiegli-eccu-ille ' ecc.) o, come vor- 



' Noto qui per incidente com'io propenda forte a credere che clli, egli, osti, 
essi, quelli, quegli, questi, codesti, stessi, in quanto sono usati pel nominativo 
singolare, siano originati verosimilmente dai pronomi ille, -ille, iste, -i>te, ipse, 
-ipse, pigliati cos-\ in questo loro forme di nominativo senza più. e per con- 



6 Flechia, 

rebbe il Diez {Et.w. T, 144), da ceqiie {ceqiie-sic) , e presenta 
una forma aferetica cominciante da un co- analogo al co- di 
co-ialc, co-ia7ito. Ora il modenese, come da cotale fa per sincope 
dell' o: cfel, cosi da così è venuto a far cse. Si può solo dubi- 
tare se Va à' acsé sia suono avveniticcio o non piuttosto rap- 
presentante la vocale iniziale di eccu, (od a^giie), come si ren- 
derebbe assai probabile daW aciisé bolognese, da.\V accusi roma- 
nesco e da altri esempj, dove Va non si trova dinanzi a gruppo 
(•onsonantico ed è verosimilmente una trasformazione dell' e [w) 
orp.anico, convertito, come iniziale e disaccentato, in a, come per 
es. nel romanesco accesso per eccesso, modenese aradegh da 
erraiicus. 

A p. 127, a proposito del mod. dopa, coppia, egli dice « dal 
latino coinda i Romani trassero scolpitamente coppia', noi tra- 
sportammo la i dopo la e. » Il mod. dopa non è già nato per 
trasposizione dell' i di coppia, ma si da copula, che mentre da 
un lato, sincopandosi semplicemente in copia, generava il tose. 
coppia, nap. cocchia, sic. cucckia, lomb. piem. cobhia, cohia, ecc., 
d'altra parte, modificato ancora per metatesi in dopa, si tras- 
formava nell'emil. dopa, nap. chioppa, ven. cMopa, sardo cropa, 
croba, cioba, gioba, joba, loba, ecc. 

Alla stessa pag. vede nel mod. adrce, addietro, un vocabolo 
nato semplicemente da ad-re, rifacendosi sopra Prisciano, il 
quale dice che il prefisso re- gli sembra un apocope di retro. 
Io credo all'incontro che tanto il mod. adrée, quanto le altre 
analoghe forme emiliane riflettano ad-retro, che, perdendo il 
secondo r, come per es. nel tose, rido, addreto, addrieto, dreto, 
drieio {-ad-, de-reiro), si ridusse quindi per via di adreto ad 
adrcc, come per es. aceto in azée. La perdita del secondo r di 



seguente senza l'aggiunta di un enclitico -ic {-hic), secondo che vorrebbero 
il Diez e il Delius (cfr. Diez, Gì\ d.r.spr., ll\ 83 e n.), seguiti dal Forna- 
ciari, dal Canello, ecc. L'i finale, procedente da e, viene qui, come specialmente 
proprio dell'ambiente fiorentino, ad essere di tutta regola, secondochè bassi 
per es. in ogni (omnem), domani, stamani {-mane). Marti [Martem), Ateni 
(Athence), Figghini {Figlince, Figulince), Fiesoli (Fcesulce) ecc. (eh'. Rivista 
di Filologia ecc., I, 265 n.). In analogia delle dette forme pronominali si fog- 
giò probabilmente poi quella di altri, come propria del caso retto, pur sin- 
golare e maschile. 



Postille etimologiche. 7 

retro è qui verisimilmente dovuta al principio di dissimilazione, 
come quella del primo in dietro da deretro (cfr. arato, aratolo 
per aratro, aratrolo, artetico per artretico [arthriticus], tra- 
sto por trastro [trans trum], propio \}ev proprio, Proclisie per 
Procruste, ecc.). 

A p. 147 «Arraier, Ruminare, rugumare. In latino non si 
» disse solo 'ruma, donde rumare, ma si disse arcaicamente ru- 
» mis, donde il popolo trasse rumiare. E da questo rumiare 
» scorciato in rmier esce, per la nota prevocalizzazione, il pre- 
» sente armier. » L' ipotetico rumiare dedotto da rumis è al 
tutto in verisimile. Il latino, insieme con ruminare, ebbe an- 
che rumigare proprio del romano volgare (Apuleius, Met.) e 
a quest'ultimo, molto più spesso che non al primo, accennano, 
come a loro tipo, i varj dialetti della famiglia neolatina; quindi 
ant. pistojese rumicare \ nap. rummicare, rummicà, romme- 
care, rommecà, \en. rimiegar, ierr. rumigar (o rumgar), mil. 
rumegà, gen. remegà, rumeno rumegà, cat. remugar, boi. rum- 
gar, romagn. rumghé o armughé, fr. ronger '; con metatesi tra 
m e g tose, (fior.) rugumare, sic. rugumiari ^ e, con perdita 
di g \ sp. port. prov. parm. e piac. rumiar, friul. bresc. crem. 
gali, rumici, berg. reumià, piem. e lad. rumié; ai quali non esi- 
teremo punto d' aggiungere il modenese armier (= rimiier, ru- 
milghjer, rumigare). Al \dX. ruminare (ruminari), passato col 
fior, 7^ugumare alla lingua comune, si connettono il sardo ru- 



* Il vocabolario italiano nou ha rumigare, voce latina così largamente 
riflessa negli idiomi romanzi; e non ha rumicare che trovasi nel volgariz- 
zamento pistojese àe' Tratlati morali d'Albertano da Brescia pubblicato dal 
Ciampi (p. IH) e che col nap. rommecare potrebbe far presumere un più 
organico rumicare. Vedi però tose, (fior.) e nap. faticare, faticare, fatica dal 
lat. fatigare, nap. fecola da tegola ecc. 

^ Circa ronger = rumigare, significante nell'antico francese ruminare, ve- 
dasi DiEZ, Et. xo. IP s. v. 

^ Air azione assimilativa della precedente vocale è verisimilmente dovuto 
il secondo u del toscano rugumare, &ìc. rugumiari, poschiavese rumugd, ro- 
magn. armi«5'/i^ [-rumughé), come è dovuto all'effetto della seguente vocale 
il primo i ed e del c-à\. riminiare, gen. remegà, se pure in quest'ultimo non 
.si confuse col pref. re-. 

' La perdita della gutturale sonora, massime dopo vocal palatina, è feno-' 
meno non punto rado, come si può vedere p. e. in io (= co, ego), leale [legalis]. 



8 Flechia, 

minai (mei'.), calab. 7'iminiare, piac. «rm^/ar, regg. annnér\ 
Tìiimare', citato neW Ercolano del Varchi, come usato anche 
talvolta dai Fiorentini, e registrato dal Fanfani {Vocabolario 
dell'uso toscano s. v.) come proprio della Versilia, può essere 
il latino rumare, notato da Festo come equivalente di rumi- 
naì^e, ma potrebbe anch'essere nato, per sincope e contrazione, 
dalla metatetica forma ìmgumare. E mulinare significante me- 
ditare, fantasticare, anziché venir da mulino, sta probabilmente 
per murinare, nato per metatesi da ruminare. Difficile infine 
il chiarire se e come digrumare, significante lo stesso che ru- 
minare, rugumare, si colleghi etimologicamente con grumus 
non piuttosto con rugumare, preceduto da di, de {digruma- 
re, digurumare, dirugumare). 

P. 147. Verisimile assai e quasi indubitata la connessione eti- 
mologica del mod. arnghér, ammorbare, soffocare, appestare, 
attoscare, col lat. necare, dal quale anche 1' ital. annegare, 
fr. noyer, prov. negar, ecc. (cfr. Diez, Et. w. V, s. v. negare). 
Si può solo dubitare se il raod. arnghér risponda, come vuole 
il G., ad un verbo renecare, o non sia per avventura una forma 
profondamente aferetica del più usitato internecare, col quale 
si connettono i latini nomi internecio, internecivus , e il segna- 
tamente notevole iniernecialis di Livio, adoperato ad indicare 
la più ordinaria qualità de'morbi ingenerati dalla pestilenza, e 



reale {regalia), emil. stria^ striar (^ striga, strigare, strega, stregare), ecc , 
e in verbi di forma analoga a riimigare, corno p. e. nel i>ic. fatiari, ìa.c], fadiar 
{=fatigare), ecc. Questa perdita poi della gutturale sonora ai rende ancor 
più verisimile dinanzi al getto che vari dialetti fanno in analoghe forme anche 
della gutturale sorda, come per es. il piem. in arpie (erpicare), carie (cari- 
care), desrnent^é (dismenticare), mastio (masticare), rampié (rampicare), ru- 
sié (rosicare), sopic (zoppicare), ecc. 

' [1 sic. rugumiari, procedente, come s' ò detto, per via di metatesi da ru- 
ìnigare e il calabrese riminiare presentano l'epentesi d'i formativa che ebbe 
verisimilmente luogo anche nel log. remujare (=rumig-i-are) e nel piac.rM- 
mnar, armuar, regg. rumnér, armnér {- rumin-i-are), se pure in questi due 
ultimi dialetti 1' i originario di ruminare nel sincopamento non si è trasposto 
dopo n, onde da ruminare rurnn-i-are. 

• Potrebb' essere che con questo rumare citato da Festo abbia qualche 
connessione etimologica il rumar, rumér, ruma, rumé di vaij dialetti del- 
l'Italia superiore in senso di grufolare., frugare, ecc. 



Postille etimologiche. U 

quindi più logicamente affine al senso figurato d'arnghér. Questa 
congettura sarebbe avvalorata dall'equivalente ternegar, ter- 
negà, tarnegar, di dialetti cosi lombardi come emiliani, con cui 
a ogni modo, parmi, si sarebbe qui dovuto raffrontare il mod. 
e regg. arnghér. 

A p. 142 e seg. cerca di connettere il modenese arhgheit, in- 
cubo, e arbghér, erpicare col gr. ao-àyr,, raffio, àp-aCw, rapire, e 
col latino ìiarpagare, e finisce per congetturare arhgheté come 
diminutivo di un latino barbaro arpagus, primitivo di at^pagius 
che s'incontra in alcune iscrizioni col senso di rapito violente- 
mente alla vita. Quanto a me non dubito d'affermare che, come 
arbghér è la forma regolare che in tal dialetto deve avere un 
corrispondente di erpicare (lat. irpicare da irpex, erpice), cosi 
arbghett non può essere altro che una forma regolare di diminu- 
tivo del modenese erpeg [erpice), e sonerebbe quindi in italiano 
crpicetto \ Questa etimologia è resa indubitata dal parm. erpeg 
repeg, e dal regg. repeg, che significano ad un tempo erpice 
ed incubo, e sono, i due ultimi, forme metatetiche di erpeg = ir- 
ficum {irpicem). Ne parrà strano che all'intuitiva popolare il 
nome di uno strumento guernito di denti e adoperato principal- 
mente per isterpare erbe e spezzar ghiove, sia parso acconcio a 



' più propriamente erpichelto^ diminutivo, non già a erpice^ ma cV erpico. 
La forme emiliane e altre (mant., berg., trent., ecc.) terminano in gutturale 
[a-pec, erpeg, crpac, érpag, ecc.), in quanto che per tali dialetti il nome 
latino passò come maschile nella seconda declinazione (érpicus, irpiciis) prima 
eie Ve di irpicem (irpikem) determinasse il passaggio dell'originaria guttu- 
rale in palatina (cfr. Diez, Gr. P 255), la quale fu poi ne' dialetti dell'Italia 
■-uperiore generalmente surrogata dalla sibilante, come per es. nel mil. érpeg 
= erpice, erpicem, irpicem). Il piem. erpt, erpe, risponde ^anch' esso al tipo 
emiliano e sta ad ^erpico come per es. mani., mane a manico, tossi, tosse a 
toir.ico, ecc.; che altrimenti sarebbe stato, come il mil., erpeg (cfr. piem. sa- 
Ug ^ saliccm, vedeg, veleg = viticem, ecc.). Sono ancora notevoli fra i proce- 
dentidal tipo irpicus, erpicus, il ven. ùrpego, in quanto Ve (i) accentato qui 
si converse contro la regola in a (cfr. Arch. gì. I, 455 in principio, ecc.) e il 
boi. ar24ig, che accenna ad un organico erpico o erpico. E poi quasi super- 
fluo il lotare che Va à' arbghett {- erpichetto), come rappresentante e (t) 
disaccentilo, viene qui ad essere di tutta regola, come nel mod. e regg. ar- 
bghér, pa-m., boi., e mant. arpgar, piem. e Ihà. arpie, ecc. -erpicare (cfr, 
MrsSAFiA, Ro»i. mund., pag. 23 e segg.). 



10 Flecbia, 

dinotare un'afTannosa pressione di petto, la quale presso i varj 
popoli ebbe nomi così strani e diversi, come per esempio presso i 
Greci salt'in dosso (£9ià>.Tr,:), i Romani die sia sopra, addosso, 
che jpesa, che opprime {incubus ^ od incubo, -onis), i Toscani la 
fantasima, i Napolitani Y incornatura, i Veneti, Mantovani e 
altri pesarolo, la pesarola, gen. il j^esante {pesariol, psarOl, 
2Jesa7it ecc.; cfr. s]). pesadilla), i Sardi V ammuntadore o am- 
mutadore, alcuni popoli lombardi e subalpini salvan, sarvan, 
servan (silvanus) -, i Siciliani hi mazzamarcddu '\ i Piemontesi 



' Il lat. incubo, più specialmente proprio della liugua colta, ci si presenta 
con forma popolare nell'apocopato eneo degli Umbri (V. Prezzi, Quadrire- 
gio, II, 11,31) e nel iv'ivX. vencul {v-encul = *encovo, incubus. Quanto a l-v 
secondario, cfr. vescul = vescovo, episcopus, vedul- vedovo, viduus *; e circa v 
prostetico, Arch. gì. 1,531). I contadini della Brianza hanno lenteg (V. Che- 
rubini, Voc.mil.e it.s.v. e sotto sarvan), che pure potrebb' essere un'altera- 
zione anomala di incubus, colla concrezione dell'articolo, e che più regolar- 
mente sarebbe lencof. 

^ E il silvanus de' Romani come divinità di carattere boschereccio, pasto- 
rale ed agresta (cfr. Preller, Róm. ìmjth. p. 346 e segg.) che più tai'di il po- 
polo convertì in una specie di folletto; e in questo senso, oltreché in quello 
di incubo, vive appunto in vaij dialetti dell'Italia superiore, onde nel proir,- 
ptuarium di Vopisco leggesi « Sarcano o folletto, spirito famigliare, lemur. » 
Chiamano inoltre i Torinesi col nome di sarvan e i Trentini di salcanell qual 
bagliore o riverbero prodotto dallo specchio od altro incontro al sole, che 
generalmente per giuoco si fa cadere o correre sopra dati oggetti o luoghi od 
anche penetrare nelle stanze, dai Lombardi chiamato col nome di gibig arnia 
(mil.) vecca (crem., mant), il quale ultimo nome usasi ancora in questo 
senso in alcuni luoghi del Piemonte, Non è tanto strano che silvano e uéc- 
chia, oltreché l'incubo, denominino ancora il riverbero sopradetto, perocché, 
fatto splendere e correre da persona non vista, agli occhi del volgo può facil- 
mente assumere carattere e qualità di cosa diabolica o spiritesca. 

^ Il sic. mazzamareddu, diminutivo di mazzamaru, potrebb'essere un com- 
posto, di cui l'ultima parte fosse quella stessa degli equivalenti fr. cauchemar, 
ingl. nighimare, terminati entrambi dalla voce teutonica rnara, f. o mahr,cn- 
diavolessa, diavolo, incuba, incubo, sicché propriamente il vocabolo siciiano 
significhi il diavoletto che ammazza, come il fr. cauchemar il diavob che 
calca, e Tingi, nightmare la diavolessa notturna (cfr. il diavolo meridirno dei 
Semiti). Partecipando come fa il siciliano di molte voci francesi o franco- 
italiche, sì pel dominio normannico, sì per le immigrazioni pedemontane o 
lombarde, si rende assai probabile questa origine di mazsamareddu.composto 
ibrido come cauchemar; tanto più che il siciliano ha pur fra le voc d'analoga 



V. tiittavolta Arch rjloH.. I 520. 



Postille etimologiche. Il 

la carcaveja, i Friulani calcutt, il regg. anche carcadell, ecc., 
le quali due ultime voci hanno uno stesso significato, che dai 
Toscani sarebbe stato verisimilmente espresso mediante cal- 
chino. 

Quanto al nesso logico che può correre fra V eìyicare e l'af- 
fanno causato dall' incubo, si noti ancora come il fr. ÌLCirceler, 
ant. lierceler, tormentare, inquietare, sarebbe, secondo la veri- 
simile congettura del Diez {Et. w. IP p. 344), un diminutivo di 
herser, ant. fr. Aercer (= erpicare), sicché varrebbe etimologi- 
camente erpicellarc\ e come inoltre l'inglese io harroio signi- 
fichi ad un tempo erpicare e tormentare. Del resto potrebbe 
anch'essere che l'origine del nome erpice o erpicetlo, usato a 
significare l'incubo, si connettesse con qualche superstiziosa cre- 
denza popolare, quale per es. che il folletto, la strega, uno spi- 
rito infesto qualunque facesse correre un erpice sul petto, a cui 
volesse cagionare una tale oppressura. 

P. 151 «Arsirà, "qqy jeri sera. Pretto gallicismo, dicendosi 
» nello stesso significato arsoir in lingua d'oil e arsèr in lingua 
» d' oc. Arsirà risponde a re o retro sera, cioè al modo nostro 
» la sira indrè». Arsirà viene, come le analoghe forme degli 
altri dialetti, da Jieri-sera, nò saprei perchè s'abbia da dir gal- 
licismo. Da heri-sera, erisera fecesi primamente ersera, come 
p. e. da oripello (auripellis) si fece orpello (cfr. fr. oripeau); e 
Vi di her'i-, cosi in questa come in altre composizioni, si può dir 
generalmente perduto non solo nei dialetti dell'Italia Superiore, 
ma anche nel toscano, sicché da un lato per es. mil. parm. ecc. 
jersira, y^n. gersera, romdign.jirnott ecc. , dall'altro tose, jer- 
sera, jerlaltro, jermattina; che anzi nei dialetti emiliani, lom- 
bardi e pedemontani cotesto i va perduto anche ne' riflessi del 
semplice heri, quindi le forme del mil., piem., parm., ecc. jer, 
roraagn., friul.jr/% boi. ajir (con prostesi d'« che potrebbe per 
avventura rispondere al lat. ad, come nel nap. ajére, sic. ajéri; 
cfr. Ardì, glott. I, s. 'jeri ecc.') ecc. Quanto ad er- che iniziale e 
disaccentato, si traforma in ar-, esso presenta un fenomeno più 



origine un sinonimo di mazsamareddu in carcavecchia o carcavegli (Y. Pa- 
SQUALiNi, Voc. SIC. s. vv.) clie ha riscontro non solo nel piem. carcaveja., ma 
ancora nel lionese cavcavela, quarquavela, nel chauchevieille di Vaud, ecc., 
composto significante la vecchia che calca. 



12 Flechia, 

meno comune ai varj dialetti italiani, onde per tenermi solo 
ad esempj tratti da composti comincianti da heri, abbiamo per 
heri-sera il sic. arsirà, V aret. arsera, il fior, jarsera \ il friul. 
jar sere ecc.; per hcri-mane (propr. jermattina), il sardo (sett.) 
arimani (jeri), corso arrimane (jermattina) ecc. (cfr. Ardi. 
glottol.ll, \}^g.Qn.). Adunque per derivare il modenese arsirà 
da re- o retro-sera sarebbe bisognato dimostrar prima che esso 
non possa venire, come fa, regolarmente dal latino heri-sera. 
Resta poi inteso che per noi non possono neanche avere una 
diversa origine i citati arsoir e arsèr francesi. 

A p. 151 e seg. il G. mostra di propendere a vedere nel raod. 
arsui, rimasuglio, piuttosto un vocabolo connesso col latino 
barbaro arsura, tosatura di monete o metalli fatti rifondere a 
fuoco, che non un'alterazione di voce rispondente anche etimo- 
logicamente a rimasuglio, la quale nel modenese, non sincopata 
dell' (2, sonerebbe regolarmente armasui. Trattandosi di dialetti 
che, come cotesti dell'Emilia, soggiacendo a così frequenti sin- 
copi della vocale disaccentata, vengono ad aver gruppi conso- 
nantici quasi impronunziabili e perciò soggetti a perdita di qual- 
che suono, come vediamo per esempio nel faent. parghir per 
pardghir {^ perticarium), aratro, cstcan per crstcan (cri- 
stiano), ferr. dsnos per dsdnos (disdegnoso), dsrancinar per 
dsgrancinar (disgranchiare), pingular per pindgular (pendi- 
culare), boi. arbiisir per arcdusir (archibugiere), ecc. si può ben 
ammettere come assai probabile l'ettlissi della m nel mod., boi., 
ferr., arsui, faent. arsoi per armsui, armsoi, da armasui, ri- 
masuglio; tanto più che dialetti più o meno contermini presen- 
terebbero indubitato il corrispondente vocabolo, come per es. il 
regg. rimasulli, parm. armasuli, mant. rimasul, ecc. 

P. 154 « Artsan. Artigiano. Noto questa voce solo per av- 
» vertire come tali desinenze in -san o -giano suppongano forse 
» un sostantivo astratto in sia o già, dal quale derivino piut- 



' Non sono né l'uno nò T altro nel Vocabol. dell'uso tose, de! Fan fan i ; e il 
secondo neppure nelle sue Voci e maniere del parlare fiorentino; ma si il primo 
nel Voc. aretino (ms.) del Redi, il quale, considerandolo come allerazione di 
jarsera, jersera, lo riferisce perciò etimologicamente al lat. hcrisera; e jar- 
sera negli Scherzi comici dello Zannoni. 



Postillo elimologicbe. 13 

;* tosto che dal primitivo reale. Artsan dunque non verrebbe 
» da arie, ma da artese per artefice, dal quale uscirebbe artesìa, 
» astratto di attese, parola offertaci dalla lingua romanza e per- 
» duta tra noi. Per conseguenza cortigiano, horghiglano, e 
» simili si dedurranno da cortesia e da borghesia, astratti di 
» cortese e di borghese, non da corte o da borgo. Il vallese 
» poi e il montese ci permetterebbero di credere all'esistenza 
» delle voci vallesìa e montesìa dalle quali per ultimo escireb- 
» bono dirittamente valligiano e montigiano. » 

Non credo punto verisimile che i nomi venuti a terminare 
nel tose, igiano, rom. e nap. isano, esano, Ital. sup. ezan, zan 
(p. e. cortigiano, cortisano, cortesano, cortezan, cortzan, ecc.), 
procedendo dalla forma in ese (ensis), abbiano poi dovuto 
passare per quella di un sostantivo astratto in -sia, -già, dal 
quale immediatamente si derivino mediante il finimento -ano. 
Il valore etimologico di cortigiano non è già quello di uomo 
avente cortesia, ma sì di uomo di corte, che sta in corte o 
frequenta le corti, e si deriva perciò immediatamente da cortese 
(= cortensis), che originariamente significò pure di corte, poi 
per traslato avente maniere di corte, garbato, ecc. Né paja 
strano che da un aggettivo siasi immediatamente derivato un 
altro aggettivo, di significato per lo più equivalente al nome 
primitivo, sicché per esempio da iiarmensis siasi formato par- 
mensianus, donde parmigiano, parmezan, parmzan, e per me- 
tatesi, come dice appunto il popolo di Parma, iiramzan: peroc- 
ché questa singolarità ci si presenta anche in nomi derivati per 
mezzo de'suff. ale e oso, onde per esempio fecesi loaternale à2i'pa- 
terno, eternale da eterno, perpetuale da perpetuo (cfr. fr. con- 
tinuel da continuus), gravoso da grave, prosperoso ad. prospero 
(cfr.fr. serieux da serius), ecc., nelle quali forme derivate ab- 
biamo manifestamente aggettivi che si derivano immediate da 
aggettivi, e perciò senza passar per la forma intermedia di un 
sostantivo astratto come vorrebbe il Galvani per questi nomi 
in -igiano. E qui derivando come io fo, senza alcuna esitanza, 
tutti questi nomi in -igiano da uno stesso prototipo per mezzo 
di un doppio suffisso -ensi-ano, so di non andar d'accordo col- 
r illustre nostro maestro il Diez, il quale ammettendo questa 
formazione pei nomi gentili, come pure per cortigiano, non la 



14 Flechia, 

vorrebbe pegli altri, onde iiianigiuno per lui sarebbe j)lani- 
tianus da planif.ia, artigiano artitianus da artitus, 'parti- 
giano partilianus adi partitus, torrigiano turritianus da tur- 
ritus {Gr. IP 336; Et. vj. P 140, s. corte). Io penso all'incontro 
che le forme planitia, artitus, partitus, turritus, non entrino 
punto in queste derivazioni, ma bensì, quando s'avesse a risa- 
lire a prototipi di romano volgare, le forme *planensis, *ar- 
tensis, *partensis, ''turrensis, le quali, per quanto ipotetiche, 
hanno tuttavia una molto maggiore verisimiglianza. Il suffisso 
-ensi-s forma in latino degli aggettivi significanti principalmente 
che sta, che vive, che abita, che è nato nel luogo designato 
dal 7iome primitivo', quindi p. e. non solo Parmensis, di Parma, 
ma anche per es. portiiensis (o portensis), che abita nel porto 
(d'Ostia); lutensis, che vive nel loto, nella melma; pratensls, 
che nasce od è ne' prati; moniensis, che è o sta nei monti, ecc. 
Ora dato che il nomo, piano (planum) significante pianura fosse, 
come è assai verisimile, già usato nel romano volgare, se ne de- 
riva assai naturalmente *planensis, *pianese, che sta nel piano. 
Come da mons fecesi montensis, da motiiagna [montanea) i Si- 
ciliani derivarono muntanisi, montanaro. Anche a significare 
esercenti un uffizio si foggiarono nomi col suff. -ensi-s, -ese. Sotto 
l'impero romano si chiamarono lalerculenses coloro il cui uffizio 
era di tener note, cataloghi, registri [latercula); i Fiorentini 
diedero nome di laudesi a certi loro cantori di laudi; i' Corsi 
da piato (placitum) chiamano piatesi gli avvocati; possiamo 
quindi credere che fosse assai naturale il chiamare artenses 
quelli che attendevano alle arti, turrenses coloro che stavano 
a guardia in sulle torri e partenses gli uomini di parte. Al 
qual proposito noterò come appunto con nome desinente in -ese 
siano talvolta stati denominati ne' nostri volgari gli uomini di 
una data parte, come per es. dagli scacchi si chiamarono Scac- 
chesi quei Bolognesi che parteggiavano pei Pepoli aventi per 
istemma uno schacchiere; e da Colonna Colonnesi i tegnenti per 
la famiglia di questo nome. Pare adunque che non si debba 
esitare ad ammettere per tutti i nomi di questa forma in -igiano 
la doppia derivazione di -ensi-ano; tanto più che all'ipotesi del 
Diez si potrebbero ancora fare delle objezioni morfologiche e fo- 
nologiche. E cosi si potrebbe notare che se sarebbe regolare un 



Postille etimologiche. lo 

finimento in itianus pel derivato da planiiia, non lo parrebbe 
più pei dedotti da artitus e simili, i quali non avrebbero già 
dovuto dare artitianus, ma artitanus, ecc. come per es, dal 
greco gentilizio neapolites si derivò non già *neapolitiamis, ma 
neapolitanus. Inoltre, pure ammessa codesta formazione in -itia- 
nus, sotto l'aspetto fonologico non sarebbe probabile che quei 
dialetti i quali non possono, come il toscano -igiano = -itianus, 
-ensianus, offrire in una sola forma una rappresentanza di due 
tipi diversi, venissero ad avere una sola forma desinenziale, la 
quale rappresenti ad un tempo i suffissi p. e. di parm-ensia- 
nus e di plan-itianus, come per esempio nel romanesco, il quale 
nell'unico suo tipo volgare coi^tesano, marchisano, poniisa- 
no, portisano, montisano, pianisano, accenna pure ad un solo 
tipo organico che non può essere se non -isiano - ensiano; pe- 
rocché da -itiano, in questo dialetto, non poteva procedere se 
non -izzano, quindi da planitianus sarebbe venuto pianizzano, 
non pianisano. E T esempio che io qui reco del romanesco è 
riferibile eziandio agli altri dialetti in genere; e in nessuno si 
trova che la forma volgare possa foneticamente ripetersi da un 
tipo originario -itiano:, ma dovunque, in quanto al riflesso di -sia- 
(sja), il suono rispondente all'organico -ensiano, tose, -igiano, 
è quello stesso che i dialetti presentano per rendere il proto- 
tipo dello forme toscane pìrigione {prensionem), fagiuolo, cilie- 
gia, pertugiai^e , Ambrogio, ecc., forme tutte, che qui ubbidi- 
scono alla legge gia^sja {sia). Non s'intende già di dire con 
questo che tutti codesti nomi abbiano veramente avuto una 
forma intermedia in -ensis; che se questo può dirsi per es. di 
Lunigiano, Lodigiano, Astigiano, Parmigiano, i cui tipi ori- 
ginar] sono stati realmente preceduti dalla forma Lunensis , 
Laudensis, Astensis, Parmensis, ciò forse non si potrebbe né 
provare né affermare di tutti gli altri. Ma crediamo si debba 
dire in genere dei nomi in -igiano, che essi sono tutti subordi- 
nati al tipo ensi-anu-s, tanto quelli cioè che l'hanno realmente 
avuto nel romano volgare, secondo che si può senza esitanza 
affermare per es. di Asfensianiis per Astigiano, attestato sin 
dal secondo secolo dell' era cristiana *, quanto quegli altri che 

* Si presenta come cognome in un'antica iscrizione: M. Velthis Hastensia- 
nns Hasta^ cioè M. Vettio Astigiano d'Asti (cfr. C. Promis, Storia di Torino 



!0 • Flecliia, 

potrebbero essere stati derivati per analogia con sulìisso già 
più meno prossimo alla forma definitivamente volgare {esiaìius, 
isianus, esanus, isanus, ecc.), cioè specialmente i non procedenti 
da nome locale, ma da un a^ipòllativo od altro, quali sarebbe 
^nanigiano, borghigiano, villigiano, colligiano, montigiano , 
alpigiano, campigiano, iiortigiano, valligiano, torrigiano, roc- 
chigiano, frontigiano, hoschigiano, artigiano, cortigiano e fo- 
rigiano ^ dirimpetto a quelli che come gentilizj presuppongono 
generalmente un precessore in -ensi-s, come Astigiano, Lodi- 
giano, Lunigiano, Parmigiano, Canigiano, (da Cana), Chian- 
tigiano, Arnigiano, Barghigiano, Carpigiano, Marchigiano ^ 
Sarebbe qui occorso quel medesimo che rispetto ai gentilizj dal 
finimento -it-ano, suffisso complesso ed ibrido, in quanto consta 
del suffisso greco -:Tr,- e dell'italico -ano-, onde dissesi prima- 
mente con greca morfologia Neapolites, Panormites, Anconi- 
tes, Drepanites, ecc., derivati poi con nuovo suffisso {anu-s), 
più rispondente alla coscienza linguistica degli Italiani, in Nea- 
politanus, Panormitanus, Anconitanus, Drepanitanus; d'onde 
poi via via i morfologicamente analogi Salernitano, Amalfita- 
no, Carmelitano, Samaritano, Metropolitano, eremitano, eQ.Q>., 



Anf. pag. 129). Altro esempio comparativamente antico di analoga formazione 
è il castrensianus del Cod. Just., che quando fosse stato ti'asraesso agli odierni 
volgari or sonerebbe castrigiano, caàtrisano, castreSan, ecc.; e che, rife- 
rendosi all'esercizio di un mestiere, veiTebbe appunto ad appoggiare l'origine 
di artigiano e torrigiano come subordinati ad un originario tipo di arten- 
sianus, turrensianus. 

' Non conosco, per vero dire, questo nome come aggettivo vivente ; ma la 
sua formazione è resa verosimile da Forigiani, nome proprio di famiglia 
toscana, che io credo s'abbia a connettere etimologicamente coU'ital. forese 
(= ^forensis, da foras), di fuori, del contado, contadino, piuttosto che col lat. 
forensis, del foro, appartenente al foro, al mercato, alla piazza, d'onde Fo- 
rcnsianus, cognome attestato da \in' antica iscrizione. 

^ A questi nomi si potrebbe ancora aggiungere, come gentilizio, Canacesano 
(piem. Canavzan), il quale derivandosi da Canavese [Canavensis) per mezzo 
del suiF. ano verrebbe appunto a presentare uniti i due suffissi, d'onde -igiano; 
se non che questo nome, come comparativamente recente e come non uscito 
quasi dalla cerchia nativa, non assunse, anche rattenuto dal vivente Canavese, 
quella forma toscana di Canavigiano, che avrebbe preso come corrispondente 
a un tipo Canavensianus o Canabensianus, quando fosse stato più antico e 
pili noto. Cfr. inoltre paesano - *pagcnsiaìius. 



Postillo etimologiche 17 

ai quali si i)otrebbero ancora aggiungere alcuni altri tolti dei 
dialetti, come per esempio il sardo gol filami, iurriianu ^ (tor- 
rigiano), ecc. Come ognuno vede in queste forme di nomi a dop- 
pio suffisso {-il-anó) abbiamo un processo logico e morfologico 
del tatto simile a quello che ebbe luogo nei nomi in -igiano, 
vale a dire nomi gentilizj che senza cambiamento o al più con 
lieve modificazione di significato si derivano da altre forme 
equivalenti. Ora in quella guisa che per esempio il sardo golft- 
tanu, sebbene non si debba supporre un realmente esistito i^v. 
7,u\-[--(,:; neogr. v.oXokr,;, da cui derivarsi, pure sotto l'aspetto 
morfologico si dee considerare come formatosi in analogia per 
es. di Cagliaritano {Calaritanus), così noi diremo derivati alla 
maniera de' gentilizj Astigiano, Parmigiano, ecc. tutti i nomi 
italiani terminanti in -igiano. 



* goìfltanu nou è nel vocabolario dello Spano uè in quello del Porru ; ma 
è nel Getti (Anfibii e pesci di Sardegna, p. 139); e dicesi di tonno che l'in- 
verno si trattenga in fondo ai golfi. Già s'intende che turritanu non potrebbe 
appoggiare la derivazione di torrigiano da turriliis, come vuole il Diez, sia 
perchò qui dobbiamo vedere un derivato coli' ibrido sufEsscT greco-italico, sia 
perchè quando questo nome sardo avesse per fondamento turritus, proverebbe 
appunto quello che io notavo sopra, cioè che dato un primitivo turritus, non 
turritianus ne sarebbe il proveniente, ma iurritanus, dal quale poi sarebbe 
slato impossibile il derivare foneticamente torrigiano, torrlsano, torre zan, tor- 
ian, ecc. La forma toscana de' nomi in -igia (p. e. grandigia), -agione (p. e. pe- 
scagione) e alcune corrispondentivi negli altri dialetti, le quali accennando a 
prototipi in -itia, -atiojic, potrebbero rendere verisimile anche fuor del toscano 
queste alterazioni, credo s'abbiano da ripetei'e non tanto immediatamente dai 
tipi a cui pajono accennare, quanto piuttosto da una sostituzione sporadica di 
forme intermedie in -isia, -astone, determinata sia da principj meramente 
fonetici, già manifestatisi assai per tempo nel romano volgare (cfr. Corssen, 
Ausspr., F, 62 e segg., Diez, Gr. P, 22^0), sia anche da influenza delle forme in 
-asiane, -isione (p. e. occasione, provisione, d'onde poi cagione, provvigione). 
E ciò si chiarirebbe anche dal fatto che tali nomi, massime i primi, sono ge- 
neralmente di formazione romanza, quali per es. cupidigia, alterigia, fran- 
chigia, fatagione, carnagione, imbandigione. Del resto, quanto a nomi dal 
finimento -igiano, che nello stesso toscano mettano sicuramente capo ad un 
organico -itiano, io non ne conosco esempio fuori dell'aretino servigianu 
(Redi, Yoc. .4 r. m3.,s. v.}, serva di monache, derivato probabilmente da servi- 
gio, piuttosto che da un tipo sei'viliana; e lo stesso nome Venetiantis che noi 
fiorentino, il quale ha per antica forma propria Vinegia = Venctia, pare avrebbe 
dovuto mutarsi in Vinigiano, non vi suona mai altrimenti che Viniziano. 

Archivio ^luttol. it;il.. II. '<? 



18 Flechia, 

Arvsari, diavolo, è dal Galvani dedotto da adversarius 
(pag. 155); e qui non possiamo non essere tutti d'accordo; ma 
egli vede inoltre nel r di arvsari un suono nato dal d di 
adversarius (v. pp. Ili e 450); sicché per lui cotesta forma 
verrebbe quasi a connettersi coli' arvorsum, arvorsus, arvor- 
sarius del latino arcaico; e qui confesso che esito assai ad ac- 
costarmi a questa sua opinione, quantunque messa, credo, pri- 
mamente innanzi dal Muratori [Ant. It., II, 1089) \ e accettata 
poi, fra gli altri, dal Fabretti {Gloss. It. s. arvorsarius) e dal 
Corssen {Zeitschr. f. vergi, spr. XV, 155). Io reputo che nello 
arvsari modenese, come pure nell'equivalente arvsaria reg- 
giano e in quelle altre formazioni analoghe che potessero pre- 
sentarsi nei dialetti dell'Italia superiore comincianti da ar- , 
questa liquida consonante sia piuttosto da tenersi per rappre- 
sentante il primo r di adversarius e per conseguente suono 
metatetico o trasposto che dir vogliamo. Egli è assai naturale, 
che il lat. adversarius trasformatosi regolarmente nel modenese 
dia avversari, come vi suona infatti la parola avversario, ado- 
peratavi nel suo significato etimologico e comune. Ora cotesta 
comparativamente antica forma modenese avversari, massime 
in quanto significando diavolo, versiera, fistolo, serpentello ecc., 
era parola essenzialmente popolare, doveva naturalmente sog- 
giacere a quella sincope delle vocali disaccentate, che fra i 
dialetti dell' Italia superiore fu così estesa nella formazione 
principalmente dei volgari emiliani e pedemontani; e quindi ne 
sarebbe dovuto venire un av'rsari {av'rsari). Se non che questa 
forma, presentante il quasi impronunziabile gruppo consonantico 
vrs, si racconciò con la metatesi del r, suono metatetico per 
eccellenza; sicché da avrsari fecesi arvsari '. Questa mia 



' Il Muratori mostra però di dubitare di questa counessioue di forma del 
mod. arvsari coirarcaico arvorsum, arversarius, poiché, dopo di aver citato 
questi due vocaboli, soggiunge: «non è facile il decidere se i Modenesi da così 
remoti secoli abbiano condotto il loro armrsario (sic) sino a questi tempi. » 

^ La metatesi del r, più o meno frequente ne' vai j dialetti italiani, ver- 
rebbe qui ad essere molto analoga a quella che ha luogo per es. nel romagn. 
arvi, parm. regg. mod. arvir, per avri, avrir (= aprire, aperire), se non che 
il fenomeno à" av'rsari mutato in arvsari venne ad essere qua&i una neces- 
sità, stante l'incommodo accozzo delle tre consonanti. 



Postille etimologiche. 19 

opinione riceve, parrai, un appoggio dal fatto che in nessuna, 
per quanto io mi sappia, di queste forme comincianti da ar- 
pia non si mantiene al suo luogo il primo r di adversarhis , 
mentre ben vi si trova in tutte quelle equivalenti forme che non 
hanno ar- per prima sillaba, come per es. nel tose, avversiero, 
avversiere, avversieri, avversavo, versiera, sic. avvirsieri , 
virsieri, ecc. A provare pertanto come verisimile la rappre- 
sentanza di ci per via del r nel moden. arvsari si richiederebbe 
una forma come per es. avversari, dalla quale soltanto si po- 
trebbe fare una qualche testimonianza dell'antico e volgare ar- 
riflettente ad-. Noterò ancora come essendosi introdotta cotesta 
parola adversarius in significato di Satana principalmente per 
mezzo della Volgata (Epist. S. Petri 1,5, 1) e degli scrittori ec- 
clesiastici, da cui certamente non è da credere che fosse usata 
un'arcaica forma né di arvorsarius nò d' arversarius, si rende 
anche perciò men verosimile la conservazione di queW ar- in al- 
cuno degli odierni volgari. Il solo caso in cui paja essersi vera- 
mente conservato l'arcaico e volgare ar- per ad- è argine, pro- 
veniente da argerem [arger per *adger donde agger, Prisc. I, 
45), con mutazione dissimilativa del secondo r in n, ignota però 
al veneziano àrzare. Il ven. arflar, respirare, non è già da ar- 
care per adflare, come mostrò credere lo Schuchardt [D. voc. d. 
vulg. lat. I, 141), ma bensì da reflatare, donde per via di gra- 
duali processi, al tutto proprj di questo dialetto {reflatare, re- 
fiadar, refiaar, arfìar), si giunge alla forma finale (Varfiar (cfr. 
Arch. I, 433), Lo stesso dicasi de' verbi roveretani e trentini ar- 
hinar (adunare), arlevar (allevare), arvezinar (avvicinare), 
arvenir (rinvenire, riaversi), dove lo Schuchardt vede pure 
ar-ad (o. e. III, 73). Il consueto uffìzio del pref. re-, cioè d'in- 
dicar ripetizione, quanto ad arvenir è più che mai chiaro; e il 
veneziano ha l'equivalente sotto la doppia forma à' arvenir e 
revenir. Quanto agli altri verbi, dove il senso di re- non è 
tanto manifesto, noterò come questo prefisso vi stia come per 
esempio nell' ital. radunare, rammollire, raumiliare, rallen- 
tare, ribassare, rimpicciolire, ecc. dove l'idea della ripetizione 
non è necessariamente inclusa; sicché i succitati verbi trentini 
possono, pur preceduti da re-, non significare altro che abbi- 
nare {adunare, radunare), allevare, avvicinare. 



20 Flecliia, 

Pp. 155 e 164. Per ispiegare il motienese arviij (rivolgimento 
propr. ^rivoglio, *rinvoglio), vujér, avujcr, arvujér (avvolgere, 
propr. *vogliarc, "avvogliare, "rivogliare), ricorre ad un *vo- 
luare, da volverc, sinonimo di valutare. Cotesto ipotetico vo- 
luare sarebbe contrario ad ogni analogia; ma dato pure un 
volitare, non sapremo come potrebbe da questo nascere rego- 
larmente un verbo colle citate forme del modenese e per conse- 
guenza colle analoghe degli altri dialetti. Ora poiché l'italiano 
ha i nomi invoglia, ini'oglio e il verbo invogliare (involgere, 
inviluppare), formati, quanto al tema fondamentale, in analogia 
del modenese e degli altri volgari italici, vediamo se ci sia dato 
di giungere ad una più verisimile spiegazione di tali forme. 

La connessione etimologica di questi nomi e verbi col latino 
solvere pare non sia da mettersi punto in dubbio; ma il latino 
non ci presenta alcuna forma, d'onde far yenire più o men re- 
golarmente un it. (tose.) -vagliare [in-vogliare), -voglia, -voglio 
{iìl-voglia, in-voglio) insieme coli' altre dialettiche forme, quali 
per es. nap. commuoglio, commogliare (= con-voglio, con-vo- 
gliare, coperchio, coprire), sicil. cummogghiu, ammugghiari 
(- in-vogìiare, avvolgere) \ yene?,. invogar (involgere), boi. w- 
-vujnr, ecc. Si potrebbe quindi congetturare un romano *volu- 
culnm, *involuculicni, *voluculare, *involuculare, donde me- 
diante la sincope d'ambi gli u, pel primo in analogia di volto, 
voltare da voluius, volutare, pel secondo, di speclum, spedare 
da speculum, speculare, sarebbesi riuscito nel romano volgare 
a *volclum, *volclare, *involclum, *involclare, e nell'italiano a 



' Nel nap. conimiioglio, commoglià, sic. cummogghiu cmimugghiari ab- 
biamo il fenomeno comune a questi due dialetti di mm - mb - nv, onde per es. 
nap. cJiiummo {= plumbum), commertuto [— convertuto), sic. chiummu, cum- 
mena {*convena, convenzione), ecc. Quanto all'a per i del sic. ammugghiari 
cfr. per es ns^"^. ammattcrs - inihattere , &\c. ammuccata- imboccata. È poi 
quasi superfluo il notare che colle dette voci siciliane e napolitane rispon- 
denti a convoglio e convogliare e significanti invoglio, coperchio, involgere, 
coperchiare, non hanno punto che fare Tit. convoglio, convogliare, neologi- 
smi venutici dal francese convoi, convoijer, che due o piìi secoli addietro i 
Toscani scrivevano cottvojo, convojare, e che con forme genuinamente italiano 
sarebbero stati convio, conviare (da via), secondo che appunto cotesto ultimo 
verbo suona pr^-sso qualche antico scrittore toscano (cfr. ìw:io, inviare, fr. en- 
voi, envoyer). 



Postille etiinologiclie. 21 

-raglio, -vogliare, invor/lio, invogliare (cfr. speglio = speclum, 
\%'riglio = periclum) \ Queste ipotetiche forme di volucuhtm, in- 
voluculum son fatte probabili dal reale involiicrum, in quanto 
amendue i suffissi latini -cru- e -culu- si tengono con grande 
verisimiglianza per etimologicamente identici ed hanno nella 
loro applicazione una funzione al tutto analoga (cfr. Corssen, 
Krit. heitr. z. lai. forni. 341 e segg., L. Meyer, Vergi, gr. ci. gr. 
?«^. 5j5r. II, 356 e seg.). Altro argomento d'esistenza per l'ipo- 
tetico voluculnm si può cavare dall' it. vilucchio per volucchio 
(cfr. vilume per volume, viluppare per voluppare ^) che accenna 
ad un organico voluclum e significa quello che il covolvulus 
arvensis de' botanici. Questo vilucchio (= volucchio) e -voglio 
starebbero fra loro quanto al rappresentare con diversa forma 
uno stesso tipo originario [voluculum), come stanno per es. tra 
loro agucchia o agocchia e aguglia dirimpetto all'unico tipo 
acucla [- acucula per acicula), specchio e speglio (= speclum, 
speculum), vecchio e veglio {= veclus, vetlus, vetulus), ecc.: 
salvo ancora il differenziamento prodotto dalla doppia sincope 
iocz^i^ ?i -voglio = volcluni. Questa, s'io non m'illudo, sarebbe 
la meno inverosimile spiegazione ìÌqWìì. invoglio, invogliare e 
delle analoghe formazioni vernacolar! in ordine al loro modo 
di derivazione dal latino volvere. Avrebbesi qui un perfetto ri- 
scontro morfologico coU'it. coperchio {■= "coperclum, coopercu- 
lum da cooperire), coperchiare {= coperclare da coperclum). 
Cfr. lat. operculum, operculare da operire. 

Volendo poi qui correre il campo delle ipotesi si potrebbe an- 
cora, tra l'altre, mettere innanzi la congettura che avendo il 
verbo volgere, insieme colle forme più usitate, eziandio le arcai- 



* II primo l di ^volclum andrebbe apparentemente perduto in -voglio dinanzi 
a -glio^clu come il l di balneinn in bagno dinanzi a -gno-nju {-neu), sic- 
ché da un lato voglio -'^volljo^ *volclum ecc., dall'altro bagno-^halno, *bal- 
njxtm ecc. 

- Qualunque possa essere l'origine di viluppo, viluppare '{che ora qui non 
ò luogo da indagare), pare che dinanzi all' ant. sp. volopar, al prov. (ant.) en- 
volopar, (raod.) agouloupn, corso inguluppd, romagn. agulpé ecc. non sia 
punto da dubitare, che viluppo, viluppare non istiano per vohippo, voluppare, 
e perciò non presentino fenomeno analogo a quello che ebbe luogo in vilume., 
vilucchio per volume, volucchio (cfr. = Diez, F, Et. io. s. v. viluppo). 



22 Flecliia, 

che di vògliere, vogliendo ecc., iifì possa essere nato con analoga 
struttura un nome verbale "voglio, invoglio, o *voglia, invoglia, 
donde i denominativi Svogliare, invogliare', se non che la raris- 
sima e quasi ninna derivazione nominale da verbi della terza * 
renderebbe più che mai inverisimile cotesta congettura. 

A p. 132 si legge: «alvado)", lievito, fermento. Noi da alvér 
» levare, deduciamo la voce aggiugnendovi la desinenza dei 
» sostantivi attivi; ed i Toscani, dicendo lievito, la traggono 
» dalla persona prima del verbo iterativo lievitare ", come si fa 
» in fermento, moschetto, progetto, andito, sdrucciolo e simili. 
» Quando dunque essi Toscani dicono che il pane è ben lievito, 



' Cfr. DiEZ, Gr. IF p. 290, dove egli reca come soli nomi italiani procedenti 
da verbi della terza beva (da bihere), cappa (da capere) e cigna (da cin- 
gere^ cignere). Credo che quest'ultimo debba esserne eliminato, non essendo se 
non un'altra forma dell'equivalente cinghia (= cingla, cingula), come lo sono 
cignare di cinghiare {- *cinglare, *cingulare), cignale di cinghiale (= *sin- 
glaris, singularis), vignare di ringhiare [-*ringlare, ringulare, da ringere), 
ugna, ugnare di unghia, unghiare (= 'Jungla *unglare, ungula, ungularé), 
voci tutte, le quali presentano -gna per -nghia, fenomeno ch'io credo di tro- 
var pure neW avvignato] degli antichi capitoli della compagnia della Ma- 
donna d' Orsammichele (p. 11), da me considerato come equivalente ad un 
avvinghiatojo, donde si potrebbe inferire un' a)itica forma popolare fioren- 
tina di ^avvignare per avvinghiare, analogo agli allegati cignare, vignare e 
ugnare per cinghiare, ringhiare, unghiare. 

* Noto per incidente come forma più legittima e genuina sarebbe anche 
per l'italiano levitare, non lievitare, non dovendosi generalmente ammettere 
il dittongamento del lat. e in ie se non in sillaba accentata (cfr. p. e. piede, 
tiene, ma peduccio, teneva), come p. e. in lievito, lievita, liéoitano. Quindi è che 
impropriamente il vocabolario della lingua italiana reca come esempio e sotto 
il capo di lievitare il liécitomi del Burchiello, che dovea porsi sotto levitare. 
Si capisce come la volgarità della forma lièvito, nome, abbia per avventura, 
anche nell'ambiente popolare, dove le leggi fonetiche sono istintivamente e 
quindi più regolarmente osservate, potuto tirare talvolta il verbo con cui si 
connette ad ammettere il dittongamento di e in ie fuori di luogo, quale è la 
sillaba disaccentata, secondo che si vede nel lievitare de' canti carnascia- 
leschi; ma il grammatico debbe appigliarsi a quelle forme, che sono da tenersi 
per le più genuine e regolari, secondo i canoni della lingua. Egli è perciò 
che non so comprendere il perchè, verbigrazia, il vocabolai'io registri, fondato 
sopra due esempi di lieva, verbo, l'infinito lievare, quasiché le foi'me quali 
sono, per es., siede, tiene, viene, ecc. potessero legittimare ai.'Che la registra- 
zione d'un infinito siedérc, tienére, vienire. 



Postille etimologiche. 23 

» per dirlo ben lievitato, ci presentano il participio del perduto 
» verbo liévere, non quello del suo frequentativo lievitare ». 

Più objezioni si possono fare a queste poche linee. Primie- 
ramente si può dubitare se alvador risponda alla forma levatore, 
secondo che paresi voglia intendere con «desinenza dei sostan- 
tivi attivi » ; giacché cosi nel modenese come in parecchi altri 
dialetti non essendovi più che una sola forma riflettente foneti- 
camente a un tempo il lat. -torem e iorium (tose, -tore, -dorè 
e -tojo), si potrebbe sospettare ' se alvador, lievito, non risponda 
ad un prototipo levatoriwn, it. levatojo, come per es. vi rispon- 
derebbe indubitatamente nell'espressione modenese di poni al- 
vador, ponte levatojo. E in questo caso alvador, lievito, come 
rispondente ad un sostantivo toscano *levaiojo, sarebbe nome 
che vorrebbe dire cosa o sostanza con che si eccita il fermento 
nella pasta da far pane, sostanza che leva, fa levitare, come 



* Il dubbio,'che il modenese alvador risponda piuttosto al tipo levatoriiim 
che non a quello di hvaf.oì-em, mi si fece, direi quasi, certezza, quando ebbi 
avvertito che il bolognese, il quale ha livadur, lievito, e poni livadur, ponte 
levatojo, secondo il sistema ortografico seguito dai duo vocabolaristi Ferrari 
e Toni, subordinato naturalmente a varietà di pronunzia pel suono riflettente 
V o di -torem e To' di -torium, differenzia il suffisso del nome d'agente {-tor) 
da quello del nome indicante strumento {-toriu-m), rendendo il primo per via 
di -doiir, e l'altro con dur, sicché, come dice per es. poni livadur, p. leva- 
tojo, dvanaduì\ dipanatojo, rasur, rasojo, ecc., dice poi smacciadour, smac- 
chiatore, cusdouì\ cucitore, ecc. Differenziamento, il quale ubbidisce a quello 
-stesso doppio principio che nei due o, entrambi originariamente aperti, di 
-torium e -torem., conservò verbigrazia nel toscano, al primo il suono aperto, 
che odesi in -tojo (frantojo ecc.) e surrogò al secondo un a chiuso, quale 
suona in -tore {fattore, facitore, ecc.)'''; e che operò eziandio, pur producendo 
effetti diversi, per tacer d'altri, nel napolitano, come verbigrazia in pesatura 
{- *pinsatorium), pestello, pogneturo {= '^pungitorium per *punrAorium), pu- 
gnitojo, servetore {-*servitorem), tradelore {- traditorem) ecc.; ma che cessa 
in vaij dialetti, i quali, come s'è accennato di sopra, confondono, per processi 
fonologici, le due forme in una sola. 



* Qui mi devo permettere uu'osservazioncella. L'o chiuso di fattóre ecc. 
è il legittimo continuatore toscano dell' ò'; e circa l'o aporto nella con- 
tinuazione di -Orio, che è l'esatto parallelo dell' e aperta nella conti- 
nuazione di -èrio, mi fo lecito di citare il primo voi. deir.<lrc/i , p. 488, 
495 ecc. (541 a). G. I. A. 



2\ Flechia, 

per esempio scoiilojo significa cosa che scuote, frantojo cosa clie 
frange; mezzo, strumento dello scuotere, del frangere. 

Quanto poi a lievito sostantivo, fatto venire dalla prima per- 
sona di levitavo, noto essere al tutto contrario ai principj mor- 
fologici delle lingue indo-europee cotesto ripetere la forma di 
un tema nominale dalla forma personale d'un verbo. La coin- 
cidenza formale di lievito nome con (io) lievito verbo è cosa del 
tutto fortuita, come lo è per esempio dei nomi mischia, mostra, 
piega, ecc. colla terza persona de' verbi mischiare, mostrare, 
^negare, dei nomi voglia, tema, ecc. colle tre persone sing. del 
sogg. de' verbi volere, temere. Sono nomi che fondati sul tema, 
0, come dicono, sul radicale d'un verbo, è quasi impossibile che 
non vengano a corrispondere a qualche forma flessionale di esso 
verbo. Se questi nomi italiani di formazione romanza sono, per 
così dire, maschilmente concetti, pigliano il finimento simbolico 
e caratteristico di questo genere che è o; se femminilmente, pi- 
gliano Va; se in ambo i generi, e l'o e Va, come p. e. conforto, 
pecca, conquisto e conquista. Peggio poi sarebbe l'applicare 
questo principio ai nomi citati in appresso, come per es. a fer- 
mento, il quale tanto è lungi dal procedere dalla forma verbale 
io fermento, che anzi da esso nome si generò il verbo fermen- 
tare, essendo quasi superfluo il notare come ferimento sia nome 
latino, formatosi con tanti altri per mezzo del suffisso -mento 
e generatore poi esso medesimo nella lingua latina del v. fer- 
mentare come lo sono per es. fomentum di fomentare, lamen- 
ium di lamentari, tormentum di tormentare, qq^q.. e perciò l'ita- 
liano fermento stia al latino fermentuyn come v. gr. momento 
a momentum, strumento a instrumentum ecc., pei quali nomi 
non avremmo piii alcun verbo donde ripeterne la forma, 

Quanto a lievito per levitato non accade supporre un verbo 
lievere che sarebbe contrario ad ogni analogia; perocché i verbi 
rispondenti alla terza conjugazione latina sono verbi primitivi, 
cioè derivati immediatamente da radici verbali, mentre in la- 
vare, come in gravare da gravis, abbiamo un verbo denomina- 
tivo procedente da levis, la cui sillaba lev- (da *leghv-, = indo- 
eur. "raghu-, sanscr. laghu-, gr. z-\y.yy-) rappresenta un antico 
aggettivo ariano, troppo noto nella grammatica comparata, 
perchè s'abbia mai a scambiar per radice. 



Postille etimologiche. 2o 

Se levitare è, come par verisimilfì, un frequentativo di levare 
secondo che sono per es. minitay^e, cenìtare, vanilare, hubul- 
citare, ecc. di minare, cenare, vanare, *huhulcare, tutti verbi 
denominativi come levare, in tal caso lievito per levitato si 
può considerare come una di quelle forme tronche di participio 
passivo passato, sì comuni al toscano, come pure ad altri dia- 
letti, quali sono per es. dimentico, cerco, pesto, compro, ecc. 
per dimenticato, cercato, pestato, compralo. Quanto poi a lie- 
vito sostantivo, quando non si voglia tenere pel detto participio 
di forma tronca passato a valore di sostantivo, quali sarebbero 
appunto gli equivalenti nap. levato, ven,, mil. leva, piem. alvà, 
riflettenti la participiale forma levatum, esso può considerarsi 
come nome verbale procedente da levitare, quali sono v. gr-. i 
sost. starnuto, vanto, invito, accatto, ecc. connessi con starnu- 
tare, vantare, invitare, accattare. La verisimiglianza della qua- 
lità di frequentativo propria di levitare apparirebbe eziandio dai 
molti nomi verbali di analoga significazione, procedenti imme- 
diatamente da levare, in senso di fermentare, quali sono, oltre 
le citate dialettiche forme participali, il friul. levan, lad. alvan 
che, col prov. levam, fr. levain, accennano ad un tipo Icvamen 
{di\ Arch. glott.l, s. levamen); il b. lat. levamentum che Pa- 
pias [Voc. s. V.) definisce fermentum, e alla qual forma risponde 
il basso engadinese alvamaint (ant. trad. di S. Matt. XIII, 33; 
XVI, 6, 11); lo sp. levadura (levatura), lievito, ecc. Si aggiunga 
che il tempiese (gallurese), il quale ha liitcì (- levitare), non ha 
poi alcuna forma rispondente a lievito (= leviium), ma adopera 
in questo senso matrica (= matricem), come dir madre, origine 
della levitazione. 

Il Diez [Et. IO. l', s. lievito) non vuole che levitare sia fre- 
quentativo, 0, com'egli dice, iterativo di levare, dal quale sia 
poi venuto lievito; ma lo deduce da un antico levitus, ipotetico 
participio di levare, analogo a cuMtus da cubare, domitus da 
domare; e nota che se fosse iterativo, lo spagnuolo avrebbe 
per avventura anche egli un f, cioè leutar ecc. non leudar. 
Il Diez attenendosi, come fa {Gr. IP, 401), all'antica teoria 
dei frequentativi latini dedotti dal supino, e non alla nuova, 
che li trae dal participio, può supporre un participio levitus, 
donde derivar levitare, e negar ciò nondimeno a questo verbo 



2G Flechia, 

la qualità di frequentativo. Quanto alla objezione fonetica ri- 
guardante lo spagnuolo, si potrebbe notare come in questa 
lingua, per es. oblifare, frequentativo di ohlivisci, suoni non 
già olvitar, ma oluidar; e così nadare-natare, dudar -du- 
bitare, ecc. 

A p. 154, per ispiegare a/rvcrs, rovescio, il G. si riferisce 
all'arcaico lat. arvorsum per advorsum e deriva quindi la voce 
modenese da ai'^versum per adversum. Non dirò più dell' inve- 
rosimiglianza di un odierno riflesso modenese dell'arcaico ar- 
versum per adversum, già toccata a p. 18 eseg.; noterò solo 
come tanto in questo vernacolo, quanto nella più parte dei dia- 
letti dell'Italia superiore e, fra i toscani, anche nell'aretino, il 
pref. lat. re- venga per via di sincope surrogato da ar- e in que- 
sto stesso glossario del G. molte voci si citino in cui Vai"- iniziale 
risponde indubitatamente al lat. re; quindi è che pel modenese 
arvers non è punto necessario staccarsi da quel reversus, donde 
vengono per via di mutazioni di suono, tutte spiegabili e note 
alla fonologia italiana ', non solo le varie forme toscane di ri- 



* E così per es. ro-, ru- da re-, per influenza assimilitiva della seguente 
labiale, u, come per es. in rovistare -revisitare (cfr. na^. revistare), dovere 
-devere, debere, doventare -deventare, piovano = plebanus ; perdita, o, dirò 
meglio, assimilazione di r colla s seguente (rovescio, rebessu, arves ecc.), come 
in dosso -dorsum; suso-*sussu, sursum] giuso = deosiim, deorsum, ecc.*. E 
come varie forme procedono da revers-i-us , così lo svolgimento di so e co 
= sjo, come p. e. in cascia, cacio -^casius (caseus); bascio, bacio - basium ecc- 



=^= A proposito di giuso noterò una svista corsa nella Grammatica del Diez 
(I' 137, P 160) e ripetuta alla cieca dal Fornaciari {Gr. st. ecc., p. 8), cioè il 
citarvisi gioso, come forma dantesca presentante ancora regolarmente o^Ò 
dirimpetto allo sporadico ed anomalo u = o di giuso- deosum, deorsum. Una 
forma siffatta in Dante non s'incontra punto; ma in cambio di questo gioso 
imaginario si sarebbero qui ben potuti citare, verbigrazia, il sardo giossu (mer.) 
glosso (log.), il ven. ioso, zo, lomb. ^o. Lo sbaglio è probabilmente nato da 
confusion di memoria, che ha fatto credere a un gioso per giuso, in quanto 
l'Alighieri usa soso per suso, citato poi dallo stesso Diez {ivi, 143; 165; non 
toccato dal Fornaciari), insieme col pur dantesco lome per lume, come eserap; 
d'anomala rappresentanza d' te accentato per via d'o; forme che il Diez nota 
come causate, ma non strappate dalla rima. Il che, se è ammissibile per lome 
dinanzi al lo'm de' Romagnuoli, bea può dubitarsi se pure il sia quanto a 
soso per suso, che non saprei se, per conto d'o = t7, trovi riscontro in qual- 
che dialetto italiano. 



Postille etimologiche. 27 

verso, riverscio (ant. san, e prat.), rivercio (san.), rìvescio, 
roverso, 7'oversio, rorercio, rovescio (fior.) , arverscio (aret.) ; 
il sardo reversu (log-.), revesciu od arrevesciu (mer.) , reì)cssu 
(sett.), sic. riversii, romanesco riverzo, nap. revierzo, gen. re- 
versu, ven. roverso, lorab. (mil., com., bresc, mant., ecc.), rovers, 
crem. revers, friul. rovicrs, ruviers, ruviars, ecc., ma anche il 
mod., boi., ferr. , romagn., parm., piem., arvers, regg. arves, 
(cfr. Ardi. gì. I, p. 221; II, p. 19). 

A p. 157 ben confrontato argine coli' arcaico o (se meglio si 
voglia) col volgare argcr per adger, donde per assimilazione 
la regolare forma latina di agger (cfr. pag. 19). Quivi stesso il 
G. connette il toscano capruggine col plautino caper are, cor- 
rugare. Data come possibile cotesta connessione etimologica, 
non saremmo poi per ammettere punto l'ipotetico derivato ca- 
"prugare, donde far venire capricggine. Questo nome è di for- 
mazione analoga ai molti nomi latini in -gon, quali per es. 
vorago{n), origo[n), albugo[n), cerugo{n), e cosi ^capcrugo{n). 
Ora qui il suff. -gon è essenzialmente proprio del nome, e a spie- 
garlo non occorre la derivazione d'un verbo in -gare. E cosi 
per es. collegando naturalmente verligo con vertere ci guar- 
deremmo dal presupporre un verbo *vertigare con cui connet- 
terlo. Diremo verbigrazia che imago viene da un perduto verbo 
*ìmari, attestato dal suo frequentativo imitari, come vordgo 
viene da vorare, ma sarebbe assurdo il coniare degli ipotetici 
*Ì7nagare, *voragare per ispiegare imago, vorago. 

A p. 158 il G. fa venire il modenese schizzér, scJiizz, aschizz 
e l'equivalente schiacciare da excutere per via d'un ipotetico 
excutiare. Abbiamo per molto più verisimile l'etimologia che fa 
venir questi verbi dal teutonico (ant. alto tedesco) klackjaìi, 
spezzare (Diez, EL w. IV p. 63). Da excutiare sarebbe venuto 
*scuzzare o scozzare od anche scocciare; mentre klachjan dà 
regolarmente chiacciarc {dr. braccio = *brakjitm, brachium) e 
col sigma rinforzati vo, schiacciare. Sarebbe inoltre inverisimile 
la forma excutiare, non derivandosi verbi in -i-are, se non da 
temi nominali e segnatamente da participj passivi in to {so); 
quindi da excutere sarebbe solo potuto venir per via di cxcus- 
sus, un excuss-i-are, dal quale sarebbe pur foneticamente im- 
possibile dedurre uno schiacciare. Finalmente sotto 1' aspetto 



28 . Flecliia, 

logico schiacciay^c si deriva piii natnralmcntfì da verbo signifi- 
cante spezzare che non scuotere, crollare. 

La derivazione di piccare, impiccare da pcndicarc, impcn-i 
dicare, secondo che vorrebbe il G. a p. 160, non pare ammissibile 
principalmente come contraria alle leggi di trasformazione. Più 
verisimile, quantunque non al tutto regolare dal lato fonetico, ci 
sembra la loro derivazione, insieme con appiccare, apjìiccicare, 
spiccare, spiccicare, dal latino picare, impeciare, attaccar 
con pece (v. Diez, Et. te. P, s. pegar). Piccay^e poi in quanto si 
usa semplice, col significato di pungere, si connette etimologi- 
camente con picchiare, e vengono il primo da picus, pico, e 
l'altro da piclus, picchio, uccello, che, come ognun sa, ha spe- 
cialmente per carattere il battere colla punta del becco e forare 
il tronco degli alberi. Quanto a picchio con cui si connette 
picchiare è troppo chiaro che viene da piclus, sincopamento di 
piculus, dim. di picus, come pecchia, con aferesi d'rt, da apicla, 
apicula, Vicchio n. l. da viclus, viculus, viciis. La forma dimi- 
nutiva poi di piculus, per picus, con valore di positivo ha la 
sua stessa ragione là dove fìliolus, donde figliuolo per figlio; 
apicula, donde pecchia per ape; umbiliculus, donde ven. bo~ 
nigolo, Tpavm. ombrigol, ecc. per urabilico \ 

P. 156 « Arzinzer od arsinzer. Risciacquare, dicesi delle 
» stoviglie, de' bicchieri e più specialmente del bucato, quando 
» si vogliono ripurgare panni lini dalla cenerata e dal ran- 
» naticelo. Da prima i Latini dissero tnel sincerum per dirlo 
» puro, defecato, sine cera. Donato infatti nelle sue note a 
» Terenzio scrive: Sincerum: purum sine fuco et simplex, ut 



* Fa maraviglia come dinanzi a questi fatti, che dovrebbero pur essere 
fra le nozioni elementari della grammatica storica della lingua e dei dialetti 
italiani, il Cavedoni (v. Il Borghini, I, p. 611) riscontri morfologicamente pic- 
chio con miccio, derivandoli entrambi d'un modo, l'uno da picus, l'altro da 
micus, mentre miccio -micius, miceus, micus e picchio - piclus, picitlus, pi- 
cus. E poi singolare, che nel Vocabolario italiano (v. p. e. Fanfani, s. picchio) 
si definisca il picchio per «uccello così detto dal picchiare, ecc.», che è 
come far nascere il generante dal generato, il padre, dal figliuolo. A ogni 
modo, se i signori vocabolaristi non conoscono le attinenze che passano tra 
picchio e picchiare, dovrebbero almeno ricordarsi che il nome latino picus, 
il quale non può venir da picchiare, avrebbe pur da far qualcosa con picchio. 



Postille etiriìologiclie. 29 

» 7ncl sine cera. Poscia dissero sincero, il mondo, il rinetto, il 
» risciacquato. Orazio perciò: Sincerum est nisi ras, quodcum- 
» que infimdis, acescit. Da qui il volgo dedusse sincerare, per 
» nettare, defecare, polire, e poscia resincerare per rinettare, 
» ripolire, risciacquare. Di questi due verbi ne offre abbondevoli 
» esempi la bassa latinità. Premesso ciò, ed avvertito che noi 
» diciamo sinzer per sincero, ne viene che arsinzer è quanto 
» Resincare o Risincare sincope di Resincerare o Risincerare. 
» La sincope nostra è poi minore di quella che si ode nel fr. ìùn- 
>■ cer di pari significazione. È però osservabile, massime pel 
» significato attribuito alla voce e suoi derivati dalle lavandaje, 
» che l'alto tedesco ha un verbo reinen spiegato per 'purgare, 
>-> purificare ed anche per aqua profluente abluere, il cui fre- 
» quentativo è reinigen e che può essere dedotto da rin, rimi 
>•> equivalente a rio, rivo od acqua corrente ». 

Se noi prendessimo a considerare questa etimologia solo dal 
lato logico, ]ion dovremmo punto esitare ad averla per assai 
verisimile, perocché sincerus significando presso i Latini puro 
e netto, sarebbe molto naturale che in senso di risciaquare 
fosse adoperato un verbo che etimologicamente interpretato 
varrebbe rifar puro, rifar netto. Pare noi crediamo che vi 
siano assai ragioni che, appoggiando gagliardamente un'altra 
origine, debbono far rigettare questa come del tutto falsa. 

Primieramente non si vede il perchè, data un' originaria forma 
di resincerare, noli' ambiente modenese non ne sarebbe potuto 
venir assai regolarmente arsinzrer. La sincope di resincerare 
in resincare non ha alcuna verisimiglianza, e quando pure la si 
volesse ammettere, da resincare sarebbe venuto al modenese un 
verbo arsinchér. Se non che questa e altre obbiezioni che si 
})otrebbero fare sotto l'aspetto meramente fonologico, torne- 
i-anno, speriamo, affatto superflue dinanzi a quanto si verrà qui 
appresso considerando. 

Tutti i dialetti dell'Italia superiore e, come vedremo piii in- 
nanzi, con questi anche altri volgari neolatini presentano come 
sinonimo del toscano sciacquare, risciacquare, varie forme di 
verbo che mostrano aver un' assai stretta connessione etimo- 
logica fra di loro; perocché il veneziano, il padovano, il vero- 
nese e il frcMitino ri danno reientar, il friulano, il milanese, 



30 Flechia, 

il comasco e il cremonese rezentà, il bergamasco e il bresciano 
rezentà, il romagnolo arzinté, il bolognese ariinidr, il par- 
migiano arziniar e per metatesi anche ardmzar, come, per 
metatesi pure, il reggiano ardinzcr, il mantovano e ferrarese 
arzanzar, e quest'ultimo anche arzenzar, il modenese arzinzer, 
il piacentino ariintà, il pavese, il novarese, il vercellese e il 
canavesano arzentà, il torinese arzenssé, l'astigiano arzanté 
(nell'Anioni ancora rezentà), il genovese arruzentà, il ladino 
arzantar, darzantar, argantar, arganter. 

Ora il fondamento comune di tutte queste varie forme di 
verbo non può essere altro che il nome participiale recens, dal 
quale si derivò il verbo denominativo recentare, recentari [re- 
centem facere o fieri, rinfrescare, rinnovare, rinnovare lavando, 
sciacquare, risciacquare), già usato fin dal tempo di Nonio in 
senso di renovare, come nell'antica latinità si era già derivato 
p. e, da frequens, frequentare, da proesens, prcesentare, e come 
più tardi altri parecchi se ne derivarono in analogia nelle varie 
lingue neolatine, quali p. e. gl'it. addormentare da dormiens, 
arroventare da ruhens , imparentare da parens, spaventare 
da pavens, nap., cai., sic. sbacantare, shacantari (da vacans), 
votare, vacuare, spagn. calentar (da calens), scaldare. Da 
questo o'eceniare pertanto si deducono più o meno regolarmente 
tutte le dialettiche forme anzidette, eccettuate quelle del man- 
tovano, ferrarese e torinese che avendo z o s in cambio del t 
proprio della maggior parte, presenterebbero un'anomalia fo- 
netica, pur valutata secondo le leggi speciali dei relativi dialetti, 
qualora si traessero immediate da recentare; quindi è che per 
queste forme la critica fonologica deve presupporre un prototipo 
recent-i-are , donde esse procederebbero con quella stessa re- 
golarità che le altre da recentare; al qual proposito occorre di 
avvertire come fra i verbi derivati della famiglia neolatina ve 
ne sia una categoria formale, la quale si deduce per via di un i, 
come ve n'ha che si derivano per via à.'' ul (it. ol) (per es. 
Joc-ul-are, gioc-ol-are, à^jocus, gioco), per via d' /e {de-ment- 
-ic-are, dimenticare, da mens, mente), ecc. Per mezzo adunque 
dell' z, materiale elemento di derivazione, si spiegano la forma 
e l'etimologia di molti verbi che fatti venire senza più dallo 
stipite loro, presenterebbero una fonetica irregolarità. 



Postille etimologiche. 31 

Prendiamo ad esempio alzare. Questo verbo viene indubita- 
tamente da altus; ma è chiaro clie derivato immediatamente 
da alius sarebbe stato e in latino e in italiano aliare, come 
appunto se ne fece in latino ex-altare, ital. es-altarc\ giacché 
una trasformazione meramente fonetica di altare in alzare 
nell'italiano sarebbe inammissibile come del tutto contraria alle 
leggi di permutazione de' suoni. Ora si ammetta l'intervento 
di un i come elemento di derivazione, ed eccoci un verbo neo- 
latino alt-i-are, donde come da loro tipo procedono regolarmente, 
secondo le leggi speciali di ciascun parlare, l' it. alzare, lo 
sp. alzar, il prov. aussar, il fr. hausser, il sic. auzari, il sardo 
alzare, arzare, ecc. nap. auzarc o avozare, ecc. In tale ana- 
logia parecchi altri verbi derivaronsi nella famiglia neolatina 
(cfr. DiEz, Gr. IV, 401 e seg.; Ardi, glottol. I, ind. 544 h, 
II p. 8, n.). 

La più parte di tali verbi derivati mediante i hanno per fon- 
damento il participio passivo del perfetto, sicché avrebbero avuto 
una totale analogia di formazione col frequentativo latino, se 
non fossevi il differenziamento formale determinato dall' z. Ora 
come questi verbi del participio passato, così dal participio pre- 
sente recens \ insieme con recentare, derivossi per via d'i, un 
verbo recent-i-are ' , che non è mera forma congetturale, ma 
s'incontra ne' documenti della bassa latinità e viene registrata 
nel Glossario latino-germanico del Diefenbach % in senso di 
ìHnfrescare (frischraachen). 



' È pressoché superfluo l'avvertire come l'iniziale ar- di queste forme 
venga ad essere qui il riflesso dell'originario re-, fenomeno assai frequente 
nei dialetti dell'Italia superiore (cfr. Archiv. gì. I, p. 220 e seg.). Il parm. ar- 
dinzar e regg. ardinzer, presentando d = i, fanno naturalmente presupporre 
avvenuta la metatesi prima del fenomeno ar = re, sicché vengano immediate 
àaredinzar, redimer = retitizar, retinzer\ rezintar, rezinter; recentare; come 
per esempio nel parm. ardond = redond, retundo, rotundus, regg. ardonder 
- redonder., retonder, rotundare. 

« - A questo verbo derivato da forma participiale in -ente per via dell' i si 
può ancora ag'giugnere il ven. indormenzar o indromenzar [- in-dorment- 
-i-are), che sta ad addormentare come appunto ai derivati da recentare i 
provenienti da recent-i-are. 

' La forma registrata dal Diefenbach ò rccenciare ed ò secondo quell'in- 
certa ortografia che, introdottasi fin dal principio dell'eia volgare, si è 



32 Flechia, 

Dissi che alcuni altri volgari neolatini hanno pure a sinonimo 
0(1 equivalente di risciacquare un verbo affine a quelli dell'I- 
talia superiore. Citerò come nati da reccntare il napolitano 
arreceniare (risciacquare il bucato), il siciliano riciniari, arri- 
cintari (pulire, rilavare, risciacquare), ant. spagnuolo receìitar, 
catal. rentar (= *rehcntar, "receniare), e come foggiato da re- 
centiare,\\ prov. ì''ccensar, al quale non dubito di aggiungere il 
francese iHncer (ant. ori. reinser, rinser), per quanto a primo 
aspetto paja discostarsi dalla organica sua forma, e non ostante 
che il Diez, seguito dallo Scheler e dal Brachet \ cerchi di con- 
nettere questo verbo coli' islandico lireinsa, purificare (vedi 
Et. IO. IP, 416). Primieramente il piccardo recincer [rechin- 
cJier), con significato di risciacquante, rende molto verisimile nel 
comun francese un corrispondente etimologico, per esser questo, 
com'è noto, assai strettamente connesso con quel dialetto, uno 
de' tre principali della lingua cVoil. La risoluzione di e fra due 
vocali, di cui l'ultima sia palatina (^, i), è fenomeno consueto 
nelle lingue neolatine, e ninno certamente sei dee sapere meglio 
del Diez, clie colla sua grammatica gettava le fondamenta della 
fonologia romanza. E perciò come p. e. da placitum, placitare, 
vennero iilaid, ^i^aider ^ così da recentiare ben si potè, con 



veduta via via venir sempre ondeggiando fra ti e ci dinanzi a vocale, onde 
Y. gr. condilio o condicio, mintius o nuncius, pairitius o patricius, Pruden- 
this Prudcncius, ecc. 

' 11 Littré nel suo Vocabolario cita per vincer die etimologie: resinccrare, 
messa primamente innanzi, se non erro, dal Menagio; e quella del Diez; e 
mostra propendere per la prima, come preferibile perchè latina, e da cui ver- 
rebbe a ogni modo, secondo lui, il piccardo rechincher. Fa maraviglia ch'egli 
non faccia parola di recentare, recentiare, dalla quale ultima forma, latina 
ancor essa, sotto l'aspetto fonologico molto più regolarmente che non da re- 
sincerare, deriva tanto il francese rincer, quanto il picc. rechincher. 

" Che in plaid = placitum, plaider t:^ placitare il e siasi più verisimilmente 
risolto nella sua posizione originaria, cioè fra le due vocali, che non dopo di 
essersi per sincope combinato colla seguente dentale {*plactum '^' plactaì*j , 
come vorrebbe il Diez [Et. io. s. piato) e dietro lui il Brachet [Blct. et. s. plaid), 
lo prova tra l'altre cose, parmi, la qualità della rimasta dentale che in caso 
di sincopamento, procedendo da et, avrebbe dovuto essere piuttosto sorda che 
sonora, secondo che appunto l'abbiamo per es. in laitue {-lactuca), voiluro 
(= veclura), trailer {= fraclare), lait, ullaiter (= lacle, adlactare), profìler {-p>ro- 



Postille etimologiclio. 33 

trattamento analogo del e, giugnere a reincer, rìncer. E cosi 
questa forma di verbo che, fatto venir da hreinsa, parrebbe 
tuttavia allo stesso Diez più regolare se fosse rinser, dedotta 
da recentlarc risponde perfettamente alle analoghe formazioni, 
quali sono p. e. froncer da *frontiare, tencer, tancer da *ten- 
tiare e a varj altri verbi che come avancer, cadencer, comencer, 
infliienccì^, ecc. avrebbero tutti per fondamentale una romanica 
forma terminante in -ntiare, quale sarebbe appunto in recen- 
ti are. 

Noterò finalmente come recens {recent'), lo stipite de' verbi 
sinora discorsi, ci si presenti come nome d'analogo significato 
nel cremonese rezent [^ recente) in senso di sciacquato, ri- 
sciacquato', e sotto la forma diminutiva di un sostantivo nel- 
Tengadinese arzantel (= recentello), col valore di catinella a 
uso di sciacquarvi, risciacquarvi dentro i bicchieri, ecc. 

E conchiudendo diremo dalle cose sin qui discorse parere in- 
dubitato come dal fatino recens si derivasse un verbo deno- 
minativo sotto la doppia forma di recent-are e recent-i-are con 
senso di rinnovare, rinfrescare, nettare, risciacquare, lavare, 
rilavai^, rimasto essenzialmente proprio de' volgari gallici e 
gallo-italici ^ ; e come colla seconda delle dette forme si debba 
connettere, insieme col mantovano, col ferrarese, col torinese, 
col provenzale e col francese, il modenese arzinzer che, tenuto 



fectare), fruitier (= fructarius), droiture (= directura), roter (= ruotare), exploi- 
tcr {- cxplictarc, explicitare), del quale ultimo lo jt = et può dirsi attestato 
daìV esjìlectar, esplechar provenzale. Del resto nella sua grammatica (F 227) 
il Diez ponendo plaider, insieme con aider, ad es. di fr. d = \at. t, riconosce- 
rebbe implicitamente nel d di plaider un risultato di t originariamente sem- 
plice, e per conseguente il dileguo del e che qui non si potrebbe più conside- 
rare come combinato per sincope con t. Anche il Brachet, discorde da sé 
stesso, sotto aider (op. cit.), reca plaid [-placitum) come esempio di d= ^ 
posto fra due vocali, mentre sotto questa voce (pag. 413) lo fa nascere da 
plactum. Può vedersi a proposito delle vicende di e mediano, posto fra due 
vocali, di cui qui non si fa se non un imperfetto e rapido cenno, il voi. I àA- 
V Archivio glott., principalmente a pp. 79-82, testo e note. 

' Il siciliano e forse anche il napolitano possono avere avuto questo verbo 
per influenza francese o dell'Italia superiore. L'elemento francese abonda 
in questi due dialetti più che altri non crede, e principalmente nel primo, 
come avremo occasione di dimostrare con appo'iito lavoro. 

Aivhivio t-loUol. \i-x\ . n. •'' 



34 Flecliia, 

conto delle leggi fonetiche di quel dialetto, viene ad essere un 
risultato al tutto regolare del recentiare romanzo \ 

P. 163, « AvvincJwr. Piegare a modo di vinco o vimine.. Dal 
» positivo vimen uscirono vimincidus, vmculus, vinclus (sic). 
» Da quest'ultimo poi abbiamo fatto vinco a significare quel 
» frutice lento e pieghevole donde usci il verbo vincio, se non 
» anche l'altro vinco». Quasi superfluo il notare che da vimen 
neutro sarebbesi più verisimilmente derivato un neutro, qui poi 
tanto pili certo, in quanto il supposto derivato è realmente vin- 
culitrn, non vinculus. Non sarebbe poi gran fatto probabile 
una tale derivazione da neutri in -men, non avendosene alcun 
esempio; e quando poi si dovesse ammettere, sarebbe stato piut- 
tosto -u/mitnczi/wju che viminculus {ch\ pcciimculus dal masch. 
pecten). Affatto contrario ai principj fonologici è il dedurre l'ital. 
nome vinco da vinclus (vinclum) donde doveva venire vinchio, 
come appunto ne venne l'analogo al nap. e al ven. (cfr. p. 35, n.). 
È poi strano il derivare il verbo latino vincio dal nome vinco, 
che qui si presenta qual nome di formazione romanza; come pure 
il supporne comunque possibile la derivazione di vinco, vincere, 
verbo primitivo. Al più al più si sarebbe potuto pensare a un 
antico tema nominale latino vinco- {*vinciis, *vinca, *vincum) , 
non potuto assolutamente nascere da vinclum, e dal quale sa- 
rebbe potuto assai verisimilmente derivarsi vindice. 

P. 1G7. « Babbion. Babbeo. I Romani avevano un cognome 
» virile Babbius che è spiegato: idem quod stulius. Da un suo 
» accrescitivo o spregiativo esce la nostra voce ». E più pro- 
babile che babbio, babbione vengano da babulus, che vuol pur 
dire stolto e che sincopato in bablus dà regolarmente babbio, 
babbione. In alcuni dialetti dell'Italia superiore babbio (piem. 
babi, gen. baggiu, ecc.) significa rospo, verisimilmente per essere 
rettile di aspetto stupido e goffo. Con nome logicamente ana- 
logo i Milanesi chiamarono questo batracoide: satt , sciatto, 
sconcio, malfatto, disadatto (=^ exaptus). 



* Questa etimologia di recentare era già stata accennata dal Ferrari, dal 
Muratori, dal Pasqualino, dal Cherubini, ecc.; e lo stesso Diez {Et. w. II", 
s. vincer) ammette recentiare e recentare come tipi, il primo del prov. re- 
rensar, il secondo dello sp. recentar, cai. rentar. 



Postille etimologiche. 35 

Ivi: « Bacc. Bacchio. II greco pà/.Tsov ed il latino hac-ulum 
» lasciano supporre una radice hac o baco che noi avremmo 
» saputo conservare. I Toscani da bacillo hanno fatto bacchio 
>> come da oculo, occhio. Dal positivo baco abbiamo poi tratto 
» bacciarell, bacciocch, bacchetta, ecc. » Qui troppo chiaramente 
si disconoscono le peculiari leggi fonologiche proprie del mode- 
nese e del toscano. Il mod. bacc (bac) è un risultato regolare 
di quello stesso tipo originario, donde procede il tose, bacchio 
cioè di bac'lum, baculum, come per esempio il mod. occ, speco 
{oc, spec) lo sono, insieme col tose, occhio, specchio, di oc'lus, 
oculus, spec'lum, speculum. È quindi assurdo lo ascrivere al 
mod. bacc la conservazione di una radice bac o bacc, più che 
non si possa fare anche al tose, bacchio, il quale, mantenendo 
a ogni modo il suono gutturale, si potrebbe dire avere conser- 
vato meglio del modenese il bac di baculum. Quando poi si 
volesse a ogni modo trovare il rappresentante di un positivo di 
baculum cioè di un primitivo *bac-ii-m, il diritto di rappresen- 
tanza spetterebbe non al modenese bacc {bac), ma si all'equi- 
valente berg., bresc, ferr., imol., bac, bacchio, donde per es. 
ne' due primi dialetti baca, bacchiare, ecc. Cotesto bac adun- 
que sarebbe il riflesso di un primitivo *bacum, di cui baculum 
potrebbe tenersi per derivato; e donde sarebbero anche venuti 
bacchetto, bacchetta, indipendentemente dalla forma baculum, 
da cui il Diez tira queste voci spiegandole mediante alterazione, 
sostituzione che dir si voglia, di sufì!ìsso, cioè di -etto in luogo 
d' "ilio (cfr. Gr.ir, 259; Et.io.V, s. bacchetta) \ So benissimo 

■' Nella 3. a ed. della sua Gramm. ([I, 2S0) il Diez omette quello che nelle 
due antecedenti diceva di bacchetta; probabilmente perchè ricreduto o non 
ben convinto della data spiegazione. Il bac, di cui sopra, è anche notevole come 
presentante dinanzi a baculum una forma del tutto analoga a quella di vinco 
(dial. venco, vene) dinanzi a vinculum, che il Diez {Et. xc. IP, 80) suppone 
possa rappresentare il primitivo di vinculum, cioè *vincum\ il che quando 
fosse vero, come par verisimile, appoggerebbe anche l'ipotesi di un primitivo 
*bacum. Se queste due forme (vinco e baco) si presentassero nel sardo me- 
ridionale, dove si ha per es. ojm da oculus, umbragu da umhraculum, car- 
diga da craticula, genugu da genuciilum, unga da ungula, ecc. si potrebbe, 
senza punto esitare, vedere in *cincu e *bacu o *bagu due forme fonologica- 
mente nate da ymcu/itȓ, &aa</i*m; ma ne'dialetti continentali una tale ipotesi 
-sarebbe per avventura troppo ardita u comoda, e ad ogni modo iucerta, non 



36 Flechici, 

che questo ipotetico primitivo *bacum incontrerebbe objezioni 
nel campo della grammatica storica del latino, dove per es. il 
Corssen {Krit. beitr. 345; Ausspr. V, 429) considera, non senza 
fondamento, haculum come procedente dalla rad. ba (cfr. gr. pi- 
->\(o, pà-c7i-;), mentre il Curtius e altri, come nel gr. fià/.-rpov, 
^a-/.-7r,3Lov, cosi anche nell'equivalente bac-ulum, vedono un nome 
formato dalla rad. bac, forma ampliata, per via della gutturale, 
di ba. Dato comunque un ipotetico bacum, di cui baculum par- 
rebbe essere un derivato, bisogna per la forma volgare supporre 
avvenuto un raddoppiamento della gutturale, non solo perchè 
viene attestata da bacchetto, bacchetta, piac. , crem. bacca- 
rcll, ecc., ma anche perchè negli altri dialetti dell' Italia su- 
periore da cui parrebbe rappresentato il primitivo bacum, la 
gutturale sorda, mantenutasi fra due vocali, accenna general- 
mente quantunque semplice, piuttosto ad una doppia organica; 
perocché la semplice originaria sarebbe stata più regolarmente 
riflessa dalla sonora, quindi per es. *bagà, "bagareil piuttosto 
che baca, bacarell (bacchiare, piccolo bacchio). 

A p. 112 il G. identifica il modenese beg celi' equivalente tose. 
baco e, senza toccarne altrimenti l'etimologia, considera Ve di 
beg come vocale sostituita ad «2; e a pagg. 178 e 179, raffer- 
mata, per cosi dire, l'identificazione di beg con baco, passa a 
dire del modenese bega, ape, che, derivata per alcuni da apecla 
od apecida \ egli propenderebbe piuttosto a connettere etimo- 



ostante qualche analogo troncamento, come per es. in lama da lamina^ chiasso 
da classicum, vesco per vescovo^ torbo da turbidus, veltro da vértragus , 
grotto da onocrotalus ecc. Già il piern. vene, tra gli altri, verrebbe a far 
contro una tale ipotesi, perocché, data qui una forma apocopata da vinculum, 
essa avrebbe dovuto essere non viìnc, ma venco, cioè terminare in un o chiuso, 
come fanno per es. aso da asinum, rjovo da juvinem, Ubo (con concrezione 
dell'articolo) da ebidum, pento (con epentesi di n) da pectinem (cfr. var. dial. 
peco\ garofo da *caró^lo [canjophyllus), nespo da mespiliim, frasso da fra- 
xinum, Seto da Septimum ni, Stevo da Stephanum, ecc. Parrebbc3 quindi do- 
versi conchiudere che come Vii. bacchio e rerail. &ac rappresentano bac' lum, 
baculum, il nap. e ven venchio, vinc'lum, vinculum, così bac e vinco (venco^ 
vene) rifletterebbero le due forme, forse primitive, di *bacum e *vincum. 

' L'etimologia di apicula sincopata in apicla, donde per aferesi il toscano 
pecchia, non può essere per niim modo accettabile pel modenese bega, ape, 
stantechè vi ripugnano fra l'altre cose le leggi di fonologia. Il Muratori, al 



Postille etimologiche. 37 

logicamente con « dugonie ossia bue-genite >-> nome col quale, 
dice egli, i Greci chiamarono le api « perchè le credevano frutto 
di generazione spontanea, cioè nata da buoi putrefatti », notando 
inoltre « che agli scarabei si venne da taluno attribuendo una 
origine non molto diversa». Rigettata senza la minima esitanza, 
come affatto inverisimile cotesta etimologia che il G. estende- 
rebbe implicitamente anche a beg, baco, comincerò dal notare 
che beg e bega stanno naturalmente fra loro, come generalmente 
la forma maschile e femminile dello stesso nome; che la ma- 
schile è propria del modenese, reggiano, parmigiano, piacentino, 
pavese, cremonese {béc) e mantovano, mentre della femminile 
partecipano, in un col modenese, anche il regg,, il parm., e il 
crem., pei quali tre ultimi dialetti la forma femminile non ha 
di per sé sola il significato speciale di ape come nel modenese, 
ma piuttosto il generale di baco, bruco, tarlo, verme, insetto; 
finalmente che in alcuni dialetti le forme di tali nomi presen- 
tano qualche fonetica varietà, come il regg. beig, belga e nel 
modenese, secondo il Marenesi {Yoc. mocL s. v.), anche beig, ma 
bega. La connessione etimologica di tutte queste dialettiche 
forme cosi tra loro come anche col toscano baco, e con bigatto 
(forma derivata da *bigo [*bico] come p. e. da lupo lupatto), pare 
non sia punto da mettere in dubbio; e siccome baco e bigatto 
si considerano generalmente come forme aferetiche di *bombaco, 
*bombicatto procedenti dal greco-latino bombgx (cfr. Diez, Et, 



quale poi sembra alludere il G., cita bensì a proposito del mod. bega il lat. 
apicnla {Diss. 33*, s. l. Ant. it. s. bigatto)., ma solo per ripeterne formalmente 
il Xosc. pecchia e lo sp. abeja; a cui noi aggiugneremo insieme col prov. e 
port. abelha e fr. abeille, anche il piem. avija aviga, com. avic, avig, val- 
raaggese viga (per aviga) ; forme tutte regolarmente procedenti dal sinco- 
pato apicla; mentre dalia primitiva forma apis, apem vengono ape, apa, lapa, 
proprj dell'Italia media e meridionale, il sardo abe (log.), abi (mer.), abbi 
(sett.), abba (temp.), e le varie forme di ave., ava, aa, èva, av, ev, af, ef, ecc., 
dell'Italia superiore. Il pavese cwia sta ad ava, come il tose, alia ad ala; e 
allo stesso principio morfologico è dovuto il mil. avi-avio, donde il lad. aviol, 
avidi = *aviolo, *apiohis. Lo stesso dicasi del lappia per oppia, apia, avia 
de' contadini lombardi, il quale insieme col fenomeno àipj=:*vj {\. Archivio 
glott. I, 513 è) presenta inoltre, come il tose, e sic. lapa, la prostetica con- 
crezione dell'articolo. Fra gli abbandoni etimologici à' apis, oltre al mod. bega 
e regg. beiga, accenneremo ancora il parm. vrespa {^= vespa) e il rumeno al- 
bina - alvina da alvus, bugno. 



38 Flechia, 

ivórt.ir, S), resterebbe solo a porsi in chiaro come le citate 
voci emiliane e lombarde si presentino con tale forma da non 
potersi fonologicamente considerare, come risultati regolari, per 
l'ambiente in cui s'incontrano, ne del tipo baco né del tipo Meo. 

Lo stesso Galvani (p. 112), pure identificando beg con baco, 
già avvertiva la differenza di suono che presenta 1' e di beg 
rimpetto all' e regolarmente nato da a condizionato come quello 
di baco, onde per es, bég, ma tnèg = mago, cioè nel primo caso 
un é puro e schietto, nell'altro un è {w) impuro, ossia misto 
dell' « e deW e. A questo fatto che già basterebbe a far difficoltà 
per la deduzione di beg dal tipo baco, si aggiunga che alcuni 
dialetti, come per es. il mantovano, il quale pure ha beg, il 
lucchese che ha beco, il ventimigliese che ha bega, bruco, non 
conoscono punto la legge, per cui 1' a di baco in alcuni dialetti 
emiliani, come anche nell'aretino, dovrebbe passare in è {ce); e 
che le già citate forme di beig, belga, proprie del modenese 
e del reggiano, presenterebbero qui un ei-a, che in tali dialetti 
sarebbe al tutto senz' analogo esempio. 

Contrastando pertanto la fonologia alla derivazione di beg, 
beig, bega, beiga, dai tipi baco, "baca, sarebbe da vedere se 
per avventura queste forme non possano connettersi col tipo 
bico-=*bombico, donde bigatto. E anche in ordine a coteste fo- 
netiche attinenze sorgerebbero gravi difficoltà. Primieramente, 
sebbene nei dialetti emiliani non siano radi i casi di un ì ac- 
centato riflesso da e ed ei dinanzi a semplice consonante, pure 
è da avvertire che in tali dialetti questi fenomeni si ristringono 
generalmente all'F seguito da nasale; sicché, come per esempio 
si troverà mod. zema = erma, len = Imum, furzeina - furcma , 
vein- viniim, regg. speina = spina, spein = spìnus, lein ~ It- 
num, ecc., cosi d'altra parte si trova fìg- ficus, spiga -sptca, 
formiga- formica, ombrighel -umbillculus, ma non punto feg 
feig, speg o speiga, ecc. Inoltre anche qui vuoisi avvertire che 
questo stesso fenomeno d' e e ei=ì, pur cosi condizionato, é al 
tutto ignoto ai dialetti che già si disse non conoscere punto 
è (ce) ■= a, e pure avere beg, beco, bega. Si aggiunga infine che 
ne' casi, dove Vi di bombicus viene, cosi in questi dialetti, come 
altrove, a presentarsi accentato, si mantiene inalterato, come 
in bigoli, bigoi, ecc. =*[bom\bIcuti, vermicelli, ecc. 



Postille etimologiche. 39 

È dunque da vedere se non si possa trovare un altro più 
Yerisimile tipo con cui connettere regolarmente le forme con- 
troverse. 

Dal greco-latino dombyx vennero le forme *l)omhax e *bam- 
tax con cui si connettono ìiaco, homhace, bambace, bambagia, 
bambagia, mil. bombar, ecc. e a cui accennano fiaapà/.iov e bam- 
bacium medievali. Ora a me pare non doversi tener punto per 
in verisimile, che da bombyx {bombikem), insieme con bombax, 
(bombàkem), possa essersi svolta eziandio una forma *hombex 
(bombékem), analoga p. e. a vervex, la quale, sotto l'influenza 
del maschile, a tempo in cui si manteneva ancora il suono gut- 
turale dinanzi ad e (cfr. p. 7, n.), passando alla seconda declina- 
zione diventasse bombecum, donde poi per aferesi beco, appunto 
come da *bombàcum, proceduto nella stessa guisa da bombax, 
ne venne baco. Questa ipotesi che troverebbe principal fonda- 
mento nel toscano e segnatamente lucchese beco (cfr. Fanfani, 
Voc. d. uso tose. s. V.) e nel ligurico bega, toglie di mezzo ogni 
difficoltà fonologica per tutte le citate forme proprie, così degli 
emiliani, come de'lombardi dialetti, perocché tutte A'errebbero a 
regolarmente rispondere a un tipo beco, beca, (= *bombéco, *bom- 
béca), onde per limitarmi a due soli esempj, come da iheca, apo- 
théca vengono ne' dialetti emiliani tega, bottega, teiga e boiteiga, 
cosi da beco, beca [bombecum,) escono beg, bega, beig, beiga. 

Pare pertanto che non sia da dubitarsi come da bombyx deb- 
bano ripetersi tre forme tipiche di romano volgare che tradotte 
a foggia italiana sonerebbero *bombico, *bombàco, "bombéco e 
per aferesi "hico, baco, beco. Colla prima si connettono le varie 
dialettiche forme che in veste italiana suonano o sonerebbero 
bigatto, bigattolo, bigattiera, bigattajo, *bigattella, *bigattino, 
*bigattinino *bigattello, *bigattone, *bigattoso, *bìgone, *bigolo, 
*bigolino, "bigolotto, *bigoletto, *bigolone, bighero, bigherino, 
*bigherelto, ^bigotto; bighellone (che presuppone *bighello), 
bighettonaccio. Colla seconda {baco)'.*bacone{Qen.bagon, piat- 
tola), bacacelo, bacolinq, bacherello, bacherozzo, bacherozzolo, 
'(aret. san. bacarozzo, romanesco e march, bagarozzo), bacara \ 



• Il Fanfani nel Voc. d. uso toscano ha «bacherà s. f. piattola. È voce 
del dialetto senese». Bacherà ò vocabolo di forma autisanese e propria essen- 



40 Flechia, 

hagaron (romagii.), bachiero. Coli' ultima [beco) *bego, "bega, 
*begone, "beghino, *beghinino, *beghina, "begotto, *begaja \ 
Generalmente questi nomi indicano insetti, massime con valore di 
baco, verme, bruco, tarlo, ecc. Etimologicamente loro connessi, 
ma figuratamente adoperati, sono: col senso di babbeo, min- 
chione: bigolone, bighellone, e per analogia di forma: bachi 
(san.), *bigoli, "bigoleiti, *bigolotii (lomb. piem.) per quello che 
i fiorentini dicono diavoletti, diavolini e i francesi ])apillotes 
(farfalline); *bigoli per cannoncini, vermicelli (pasta), *bigolo, 
*bigolino, mentola, cecino, ecc. Derivaronsene pur verbi coi loro 
nomi; quindi come da baco vennero bacare, bacato, bacaticcio, 
bacamento, così da bego procedettero *beghirc, *begare, *be- 
gJiito, *begato, "begatello, da "bigo, *bigato, e da ^bigatto, 
*bigattato. È notevole il reggiano "bigo, bacato {big, onde per 
es. 'peir big, pera bacata), che accenna al tipo bico ed è forma 
participiale equivalente a "bigato e sta a *bigare come per 
es. gonfio = gonfiato a gonfiare {con/lare)-. 

Il tipo baco si può dire proprio essenzialmente dei dialetti 
della media Italia (tose. umbr. rom. march.) e ignoto a tutto il 
resto della penisola ^ mentre i tipi *bico, *beco s'incontrano 



zialmente del fiorentino. Poiché si registra un sanesismo, perchè non darlo 
nella genuina sua forma, che é bdcaraì 

' Le varie voci vernacolari citate sopra con forma italianizzata, oltre le 
rispondenti a bigatto e ad alcuni suoi derivati conosciuti pur dal toscano, 
vsono in quanto si collegano col te;na *bico: boi. bigattela, bigaltein, bigai- 
tinein, bigatto, òigattiig' ferr. bgon, bigatela; romagn. bigatela, bigaten, 
bigul, bìgulon; mod. bgatten\ mìl. bigolitt, bigolin; herg.bigii, bigati; crem. 
bigatén; piem. bigatin, bigaton, bigoleti; parm. bigol, bigoi, bigolon o bi- 
glon; in quanto procedono dal tipo beco, oltre ai già notati beg, bega, beig 
belga, bec, il mod. bgon, mant. bgott, parm. bgara, bgJiett, bghein, bghinein, 
bgon, crem. begott. 

- Fra le forme vernacolari del verbo citerò: ferr. bgà; mod., regg, parm. 
hghir, bght; crem. begd, begàt, begadell; romagn. bigaté. 11 reggiano, olti'e 
ai già avvertito participio big, ha pure una singoiar forma d' aggettivo in 
bgheng = *beghingo, scemo, propr. bacato (cfr. questa voce nei suoi sensi 
.figurati). Alcune delle citate forme fognando come protonica la vocal radicale, 
quale p. e. in bgà, bgon, bgott, potrebbesi dubitare se piuttosto non si con- 
nettano con uno che con altro tipo. Il più verisimile è che vengano da quello 
che in ciascun dialetto si trova essergli più specialmente proprio. 

^ I! valverzasehese bagarót, lombrico, che parrebbe rispondere ad un tipo 
*bacarotto (fior. *bacherotlo) e proceder quindi da baco, è più probabile che 



Postille etimologiche. 41 

principalmente ne' volgari, emiliani e lombardi. Il napolitano, il 
siciliano e il sardo, come pure le altre lingue romanze, non co- 
noscono derivazioni di bombycc come nome d' insetto, ma si sol- 
tanto come significante hamhagia, bambacino, cotone, quindi 
nap. vammacia, vammacella, sic. bambaci, sardo bambaghe, ecc. 
rumeno bomhac, sp. bombasi, fr. bombasin, basin, ecc. Resta 
incerto se il piem. baboja, e l'aferetico boja, baco, bacherozzolo, 
bruco, verme, insetto e l'equivalente gen. babollu, che pajono 
avere un'origine comune, si connettano etimologicamente con 
bombyx; che il voler porre in sodo una tal connessione trar- 
rebbe, sotto l'aspetto morfologico e fonologico, a troppe più 
congetture ed ipotesi che non consenta la sobrietà del metodo 
glottologico '. 

Noterò infine come non sia punto verisimile che bega, nel 
senso di briga, lite, rissa, contrasto, ecc. voce propria di varj 
dialetti dell'Italia superiore e usata anche in Toscana, qualunque 
ne sia l'origine, abbia, secondo che vorrebbe il G., etimologi- 
camente a che fare col modenese bega, ape, perchè le api, dice 
egli, sono battagliere e dannose a chi le stuzzica. 

A p. 180 leggesi: « Bellitit. Beltà, bellezza. Festo ci è in te- 
« stimonio che A^errio scrisse bellitucUnem sicuti magnitudinem. 
« La bellitìì dei nostri rustici era dunque popolare in Roma 
«sino nei migliori tempi della romanità». Il bellitU dei Mo- 
denesi potrebbe essere nome foggiato in tempi comparativa- 
mente recenti, in analogia non già dei nomi in -tudo {-tudon), 



stia per *bigaròt o *begarot, cioè presenti a~i od e protonico, e di prima 
sillaba, fenomeno assai comune così ne' dialetti dell'Italia superiore come an- 
che in altri; qui anche più ovvio per l'azione assimilativa dell" a seguente. 
Questo stesso dialetto di Val Verzasca ha pur bejo, verme del cacio, ecc., 
accennante al tipo beco, a cui starebbe come p. e. a theca, apotheca il teja, 
buteja di qualche varietà di dialetto piemontese. 

* Si potrebbe qui ancora muover dubbio se i piem. e lomb. ffatta, guttola, 
gallina, significanti ruca, bruco, ecc., non presentino per avventura un'ulte- 
riore aferetizzazione di bigutta, bigótlola, bigattina, venuti ad importare colla 
mozion femminile un senso deteriorativo o sprezzativo dirimpetto a bigatto, 
il nobile verme da seta. La pelosità del corpo che hanno alcuni bruchi e la 
qualche analogia che pel senso traslato offrirebbero ^equi^ alente frane, c/ie- 
nille = canicula (cagnuola) e i mì\. cagnon, baco, can, cagno, tonchio, ecc. 
renderebbero molto incerta questa connessione (cfr. Diez, Et. ne. IF 255 ; Che- 
rubini, Voc. mil. s. gattina). 



42 Fltcbia, 

ma si piuttosto di quelli in -tui- {-ius) (cfr. serviiù, virtù, gio- 
ventù), come in tempi indubitatamente neolatini fecesi da schia- 
vo schiavitìt. Di nessun nome in ucUne {-iudine, -udine) si 
trova, che io mi sappia, esempio di forme tronche in -ù\ quindi 
abitudine, gratitudine, ecc., né saprei perchè il modenese, mentre 
da un lato presenta per es. la forma incuzen, rispondente ad 
un basso latino incudinem, cosi non avrebbe da hellitudinem 
ritenuto una più o meno intiera forma di hellituden ovvero 
teltuden, con sincope analoga a quella dell' it. helià per hellità, 
od ancbe, più conformemente all'indole del dialetto, heltudna 
(cfr. mod. fruzna, ferruggine, calezna, caligine, ecc.). La forma 
di helliin non sincopata, come sarebbe da aspettarsi, in ^heltù, 
accenna già di per sé ad una formazione di origine più o meno 
comparativamente recente, e la distacca sempre più dal helli- 
tudinem di Verrio attestato da Pesto. 

A p. 182 il G. confronta il modenese « herleda o harleda, greto 
più men cespuglioso» con due voci teutoniche; har {ber), de- 
nudato, scoperto, e led, landa; onde cotesta parola per lui var- 
rebbe etimologicamente landa scoperta ecc. Credo si possa tro- 
vare in casa nostra un'etimologia più sicura che questa non è. 
Nella prima versione del trattato d'agricoltura di Pier Cre- 
scenzi io leggo (libro V, cap. 37): « il brillo è un piccolo arbu- 
scello, il quale nasce nelle arene de' fiumi ecc. » e tutto il capitolo 
è consecrato a questa pianta che è una specie di salcio e si 
confonde col vinco, vimine o vetrice '. Trovo che il romagnolo e 
il bolognese hanno brell , parm. brill, per vinco, vetrice, e in 
un col modenese o col reggiano, posseggono herleda, berleida, 
harleda, barleida, in significato di greto '. È noto come dai nomi 
di pianta in latino si derivassero assai collettivi in cium, onde 



* Il testo latino dice: brillus est arbuscula qxoe in nrenis fluviorum ori- 
tur ecc. Il postillatore di Crescenzio (Ediz. mil. de' Class, it. Ili, 350) fa rispon- 
dere questa pianta alla salix helix di Linneo , che il Targioui-Tozzetti nel 
suo Diz. hot. dichiara per vimo da far panieri. I vocabolaristi emiliani poi 
rendono il loro brell, brill per brillo, vetrice, vinco, vimine e lo fanno ri- 
spondere, il Morri, alla salix viminalis e, il Malaspina, alia s. purpurea di 
Linneo. 

- Il romagnolo ha barlé {= brilleto), e cosi una forma rispondente alla 
lat. in -etmn, it. -eto. I! Morrl non registra questa voce a suo luogo, ma 



Postille etimologiche. 43 

vei-bigrazia ([-à -palma iialmetimi, à-A. pomum pometum, da salix 
salictum (equivalente al salicetum della bassa latinità), ecc. 
per luogo joiantafo di i^alme, di pomi, di salci od finche quan- 
tità di palme, eco. Ora cotesto tipo in -etimi, di cui la buona 
latinità ci ha trasmesso una cinquantina d'individui, fu conser- 
vato ed esteso dalle lingue neolatine, onde p. e, nell' italiano da 
leccio lecceto, da mandorlo mandorleto, da vinco vincheto, ecc.; 
e cosi da drillo, derivandosi in analogia un nome in -eto, ver- 
remmo ad avere naturalmente *'brilleto, luogo pieno di brilli o 
vinchi. I dialetti cisapennini, e gli idiomi dell'Europa occiden- 
tale, insieme colla forma rispondente alla latina in -cium, hanno 
pure assai frequente la femminile, rispondente al tipo -età; 
quindi l'antica e famosa -pineta (e non pineto) di Ravenna 
(romagn. pneda, 2')neda, pneida). Questa forma assai comune 
nel medio evo si è specialmente conservata in quanto divenne 
nome locale, onde v. gr. Carpineta (boi. Carpneida), Fagcta e 
Faida (da fagus), Frassineta (boi. Frasneida o Frasneda^) 
Farneta, Loreta, Lescheja (da lesca, carica, quindi equiva- 
lente a carectum), Noceta, Noglareda (dal friul. noglar, pianta 
di noce), Olmeda, Onnea {■= Ulmeta), Spineta, Spineda, Spinea, 
Vernea, Verneja (dal celt. verna, ontano), Zenevrea {- Juni- 
pereta)', e di questa forma femminile, insieme con pineta o p)i- 
gneta, s'introdussero nella lingua comune anche uliveta e on- 
taneta. Ora dunque, data una formazione analoga dall'emiliano 
brell {= brillo), noi veniamo a brelleda, brelleida che per 



l'ha sotto vene, vinco, dove reca la varietà vene cibarle o d'fiom (vinco di 
*brilleto, greto, o di fiume), colla quale espressione anche si conferma la 
connessione logica tra brillo e greto. Mi riesce poi assai singolare, sotto 
l'aspetto così morfologico come fonologico, la forma bch'le, sost. femm. sing. 
che il Morri registra in senso di « salciaja, vetriciajo, luogo o greto pieno di 
vetrici», rimandando a brell e recandovi inoltre l'esempio fé d'ia burle, 
inviminare, far le viminate, cioè riparare con vimini gli argini de'fìurai, Que- 
sta voce, comunque abbia potuto nascere tale forma, non può staccarsi eti- 
mologicamente da brillo. 

* Il Mazzoni Toselli, Origine della lingua italiana {Di^. gallo italico, 
sotto Frasneda) fa venire questo nome locale del bolognese (il quale non può 
essere altro che Frassineta da frassino) da un suo celtico <i fre o fra, vicino; 
vsin, riviera; at, terra; frasinat o frcsnat, terra vicina alla riviera.» E dire 
che questo celtomane è ancora citato seriamente oggidì a proposito di eti- 
mologie. 



44 Flechia, 

quella metatesi del r, secondo elemento di gruppo consonantico 
iniziale, tanto frequente cosi ne' dialetti emiliani, come in altri 
massime dell'Italia superiore (cfr. per es. modenese ferclor, per 
fredor, ier'bian per trehian, pcrsam per presam, cherpér per 
crepér, ecc.) si fa naturalissimamente herleda, herleida, har- 
leda, 'barleida. E cosi questo nome originariamente collettivo 
col significato di *brilleto, 'vincheto, ^uetriceto, *vimineto, fecesi 
appellativo, passando a dinotare quello che il toscano greto; 
cioè la parte laterale del letto di un fiume, che, cessata la 
piena, resta scoperto dalle acque e più o meno ingombra di 
rena e di ghiaja e dove allignano, come in luogo loro più na- 
turale, i vinchi. Sicché come àdAV arena il greto viene anche 
detto arenale, renajo, renarzu (sardo log.), dalla ghiaja è 
chiamato col nome per esempio di *ghiajuole (bresc. gerulé) o 
ghiajato (mil. geràa) o *ghiarile (parm. garil) , ecc. così dai 
brilli fu detto berleda {"brilleta). 

E la medesima voce greto, essenzialmente propria de' Fioren- 
tini, che il Biscioni (note al Malmantile) e il Salvini (ann. alla 
Fiera del B.) traggono da creta, il Ferrarlo da crepido, il 
Voc. di Napoli (Tram.) dall'anglosassone grit, sabbia, il Diez 
{Et. w. IP p. 37) dall' antico nordico griot, ghiaja, appartiene 
verisimilissimamente alla stessa categoria morfologica di berleda, 
non essendo altro per avventura che una sincopata forma ri- 
spondente a ghiareto (= glaretum da glarea come vinetum 
da vinea) \ 



' Quanto a collettivi iu -etuni che, come *glaretum da glarea, sarebbero 
derivati altrimenti che da nomi di piante, vedansi p. e. i nomi lat. fimetum (da 
fimus), letamajo, saxetum (da saxum), petraja, sabuletum (da sabulum), 
*sabbioneto (cfi\ Sabbioneta ni.), ecc.; e l'it. macereto {-'* maceri etum da 
macerics), al quale non dubiterei d' aggiuguere fontaneto e pantaneto (da 
fontana, pantano), significanti rispettivamente luogo pieno o quantità di fon- 
tane, di pantani; voci, a mio parere, bellissime ed efficaci, che se, per essere 
registrate nel vocabolario della lingua comune, non hanno per .sé l'autorità 
di scrittore canonizzato dalla Crusca, ne hanno una ben altrimenti grave, 
che è quella de' popoli italiani e, che più monta all'uopo della lingua, anche 
del popolo toscano in particolare, presso i quali incontrandosi questi vocaboli 
come nomi di luogo, mostrano di essere stati già e di poter esser tuttavia, 
parole della lingua viva della nazione. Circa la sincope, a cui soggiacerebbe 
*glaretum, *ghiareto, passando in greto, si confrontino p. e. i fior, cruna da 



Postille etimologiche. 45 

Pare adunque non debba restar dubbio circa l'etimologia del- 
Temiliano herleda, 'berleida, darleda, harleida rispondente ad 
un organico hrilleta, procedente da 'brillo, vetrice, vinco, vimine 
e quindi significante propriamente vincheto, vetriciajo, ossia 
luogo pieno di vinchi, di vetrici, quindi per estensione greto, 
come luogo dove generalmente allignano vinchi. 

Resterebbe ora a cercarsi quale possa essere l'origine' di 
brillo. 

Guardando al latino, non ci si offre vocabolo col quale si possa 
connettere in qualche modo brillo. Io non dubito intanto di 
vedere in brillo un nome derivato; e derivato in analogia mor- 
fologica e fonologica di spilla = *spiìila, spinula da spina, 
culla -*cunla, cunula da cuna, pialla^* pianta, planula da 
plana, ecc., donde sarebbe da congetturare che il tema fonda- 
mentale sia "brino, *brinus, donde *brinulus, 'brinlus, bril- 
lus, brillo. Questa congettura si fa certezza, dinanzi al bre- 
sciano sbri, vetrice, perocché questa voce non può presentare se 
non una dialettica forma rispondente a "sbrino, come vi a viìio, 
secondo che vuole un principio fonetico di questo dialetto, per 
cui una voce piana venuta a terminare per apocope in n sem- 
plice, l'apocope non vi si ferma, ma si mangia ancora la n, 
come succede eziandio nel bergamasco, in qualche altro dialetto 
italiano e nell'ant. provenzale. Quindi per es. le forme bresciane 
e a, ma, da, be, ieré, fi, vi, bastò, bo, ju, negù per can, man, 
pan, ben, teren, fin, vin, baston, bon,jun [unus), negun {ncc- 



corona (cfr. romanesco e nap. corona dell' aco pel tose, ed it. crima; e sic. 
cruna per corona in senso di rosario), drillo da diritto, trivello da terebellum, 
gridare da qiiiritare^ fior, grofano da garofano, ecc. Se gorra, che dinota 
pure uaa specie o varietà di salcio affine al vinco e che fra scrittori toscani 
incontrasi solo nel traduttore di Crescenzio, non si dovesse, come brillo, tener 
per voce estranea al toscano, potrebbe contendei-e a glarea, glaretum l'ori- 
gine di greto; perocché in tal caso non si potrebbe non tenere per assai ve- 
risimile un sincoparaento di gorreto in greto, che così sarebbe venuto "ad 
equivalere logicamente in tutto all'emil. berleda. Ma della non toscanità così 
di gorra come di brillo si ha ancora argomento dal non trovarsi queste voci 
registrate nel Vocabolario botanico di Ottavio Targioni Tozzetti, che fu sì 
diligente raccoglitore di tutta la sinonimia volgare delle {dante proprie della 
Toscana; o por conseguente il fior, greto vorrà essere etimologicaraento in- 
teriiretato non già goi-refo, mu ghiarcto. 



46 Flechia, 

-unus). Adunque shri equivale a sbrin= sbrino, come si ma- 
nifesta anche dal pur bresc. shrlnér {^''s-brinarium, *sbri- 
najo) significante luor/o pieno di vetrici, veiriciajo e anche 
greto. Il s- di sbrin, sbriner, è quasi superfluo l'avvertirlo, ò 
lettera meramente prostetica, presentante un fenomeno assai 
comune ne' dialetti italiani (cfr. Ardi, glott. I, indice, suoni, 
s. prostesi di s), come, per limitarci a pochissimi esempj dello 
stesso bresciano, in syarz [-^cardius), cardo, sfrazela, insieme 
con frazela {= facella), stis {-litio), tizzo, tizzone, spiùmeza 
{-pumicem), pomice, pomicia, ecc., ai quali ne aggiugnerò ancor 
uno d'altro dialetto, più che mai calzantissimo; ed è il cremo- 
nese sbrill {=*s-brillo) \ vetrice, vinco. E perciò la forma or- 
ganica del tema fondamentale di brillo sarebbe lat. *brinus, it. 
*brino, come di spilla è spina. Ma donde questo brino'^: La 
voce brillo, se non erro, non trovasi adoperata da altro scrit- 
tore toscano, se non dal traduttore di Crescenzio; il quale, 
come bolognese, usava verosimilmente in brillus una voce emi- 
liana. Non avendo ne "brino ne brillo alcun riscontro nell'Italia 
media e meridionale, non è improbabile che qui si tratti di vo- 
cabolo cisapennino, di origine gallica, connesso per avventura 
etimologicamente col francese brin, parola d'etimo incerto, la 
quale significa non solo filo d' erba, fuscello, ma anche virgulto, 
verga, ramuscello, vermena, vermenetta. Da questo significato 
generico, forse originario, potè poi svolgersi assai naturalmente 
lo speciale di vetrice, v>imine, vinco, come appunto quest'ultima 
voce vinco, avente ora il significato speciale di salcio viminale, 
non dovette verisimilmente in origine valere altro che ritortola, 
legame, vinciglio, connettendosi manifestamente col verbo la- 
tino vincire, avvincere, attortigliare, legare. 

P. 188. -< Bevla e Bevletta. Donnola e donnoletta. Forse è 
» detta bavoletta dall' aver bianco il pelo sotto la gola quasi 
» si dicesse alla francese bavolée, cioè munita di bavette o ba- 
» vaglio. Comunque sia, il nostro appellativo rasenta assai più 
» il francese belette che i molti altri nomi a me noti, coi quali 
» trovo designata la ^nustela vulgaris ». 



' Non è registrato a suo luogo nel Vocabolario cremonese del Peri, ma si 
trova, come suo sinonin:io, sotto gourra, vinco, vimine. 



Po^itille etimoloi^iche. 47 

Comincerò dall' avvertire che Ve di bcvla suona altrimenti 
che Ve nato da a secondo i princijij di questa trasformazione 
come propria del dialetti emiliani; sicché già per questo solo 
fatterello il riscontro con bavolefta, ecc. mal si reggerebbe; che 
in cambio dell' ipotetico bavolée per munito di bavette sareb- 
besi piuttosto dovuto immaginare bavettèe; che ad ogni modo 
un fr. bavolée non farebbe morfologicamente riscontro con ba- 
voletta, ma sì con bavolata; che dopo tali confronti è poi strano 
il salto che si fa a belette, quantunque dalle cose che son per 
dire apparisca, se-condo mi confido, assai verisimile, come il nome 
bevla venga ad avere con belette una logica ed etimologica con- 
nessione; della quale però il G. non accenna di avere il minimo 
sentore. 

Bevletta è manifestamente diminutivo di bevla, come don- 
noletta di donnola, quindi bevla, come primitivo, è la sola forma 
colla quale noi dobbiamo aver da fare ne' riscontri etimologici. 
Non par probabile che il mod. bevla si distacchi etimologica- 
mente, come suppone il G., dai nomi volgari che ha la donnola 
principalmente presso la maggior parte dei dialetti dell'alta 
Italia, come per es. nel mil. bellora, gen. bellua, crem. bennula, 
piem., bresc, berg. benola, parrn. benla, mant. bendala, reg- 
giano bendla, coni, berola e belava, ecc. Tutte queste forme 
accennano chiaro ad un tipo originariamente comune, il quale 
secondo ogni verisimiglianza sarebbe più fedelmente riflesso dal 
bellnla del volgarizzamento del tesoro di Brunetto Latini (1. V, 
e. Ili, p. 33, ediz. 1533) e con forma più schiettamente italiana 
dal bettola lucchese (v. Laurenti, Amalthea onof/i. s. mustela), 
mutatosi più tardi in bellora, secondo una legge essenzialmente 
propria di tal dialetto, per cui bambola vi suona bambora; 'pen- 
tola, penfora; pillola, pìllora, ecc. Il tipo originario pertanto 
sarebbe un lat. bellula, diminutivo di bella, sicché i vari nomi 
sovrallegati secondo la loro interpretazione etimologica propria- 
mente varrebbero bellina, belluccia. Le varie forme, che venne 
foneticamente a prendere questo tipo bellula, ci presentano 
fenomeni assai naturali pei dialetti in cui s'incontrano. La pa- 
rola bellula è una di quelle voci che, abbandonate per cosi 
dire agli istinti fonologici del popolo, soggiacciono assai di leg- 
geri a quella legge di dissimilazione che opera cessando la ri- 



48 Flechia, 

petizione di un suono in uno stesso vocabolo, e trasformando 
generalmente, in dati modi, l'uno dei due; e qui un / (II) in 
r n. Quindi come per esempio dal lat. 'pilula (tose, iiillola), 
ne vennero, con passaggio del primo l in n, Winnola lomb., pieni., 
parm., piac, ecc., il pinnula sic, il pmnolo nap. ecc., così da 
hellulq, il crem. hcìinula, il piem., lomb. henola ecc.; e come 
con inoltre l'inserzione die? il sardo inndula (mei\), così il fer- 
rarese hendula, mant. hendola, regg. hendla, ecc.; come con 
mutazione del primo l in r da pilula ne venne per es. il ven. 
e lad. pirola, così da hellula il com., ven. e piem. herola, pia- 
centino berla, ecc., e come finalmente con mutazione del se- 
condo l in r il lucch. pillora, gen. pillura, pillua, cosi per es. il 
lucch. e mil. hellora, gen. bellura, hellua '. Il modenese hevla, 
come procedente da hellula, non ha per vero dire analogia di 
trasformazione colle varie forme soprallegate, ma non avrebbe 
però assunto forma, che dal lato fonetico presenti fenomeni senza 
esempio. Pare che qui l'azione dissimilativa abbia operato d'altra 
guisa, cioè mediante la sincope del primo l {II) % e quindi da 
bellula sia primamente venuto béula, beùla, poi con rinforza- 
mento della vocale nella semivocale, bevla ^ come per es. nel pur 
modenese fravla da fraula, fràula, fra{g)ula, se già in ambe 
coteste forme modenesi di bevla e fravla non fosse da presup- 
porre avvenuta, dopo la sincope, un'epentesi di v, onde da béola 
fràola siansi fatte ''bévala, "fràvola, quindi per nuova sincope, 



' Il genovese p il hta, bcllua vengono da pillura^ hollura per la notissima 
legge, propria di quel dialetto, del far getto cioè del r {l) fra due vocali, 
onde per es. cau-caru, diiu- duru, oa-ora^ furfuaT=fuì'fura, foa:^fora^ 
fola^ fatila^ favula, fabula, e così bellua = bellura, bellula. 

^ Il dileguo di suoni per effetto di dissimilazione pare indubitato; quindi quello 
di suono iniziale, per es. nel gr. òzveìv per *y.oy.yiIv^ òttzùm per *7ro7iTào) (cfr. 
Curtius, Gr. d. gr. et. II, 281 e seg.), nel lat. imago, imitari per *mimago 
*mimitari (cfr. gr. p.ì|7.o?, y.li^éoy.y.i) , bresc. armeli per marmeli {- minimel- 
linus), dito mignolo, ìt. arcavola per '^^sarjzavola, '^ zerzevola -^n querquedula ; 
di suono interno, per es. nel lat. vew.ficus per ^cenenifìcus , in idolatra per 
idololatra, ecc. {cir. Ar eh. g loti. I, ind. I, dissimilazioni). 

•' Un analogo rinforzamento di m, secondo elemento di dittongo, in v si ha 
per esempio nel parm. nav sa -nausea, avditor = audiiorcm, avton - aiUuuinus ; 
boi. avguri = augwium, avrora- aurora, ecc. 



Postille etimologiche. 49 

assai comune, della vocale; hévla , fràvla '. A dissimilazione 
operante la sincope del primo l {II) pare sian pure da attribuirsi 
le equivalenti forme bióla e Mòra (aventi un o chiuso, cioè un 
= i!>), proprie di alcune varietà di dialetto piemontese ", in cui 
r e originaria di hellula, venuta a trovarsi dinanzi a vocale, si 
è, con fenomeno assai noto, trasformata in i '\ Pare adunque che 
tanto il hevla modenese, come il hióla e Mòra pedemontani, 
possano considerarsi come procedenti da hellula al pari delle 
altre varie forme di dialetti affini, salvochè quelle soggiacquero 
a una specie di dissimilazione alla quale le altre si rimasero 
estranee. 

Il confronto di queste varie forme provenienti da hellula, 
venuto a significare quello che il mustela de' Latini, ci porge 
occasione di fare ancora alla sinonimia dialettica di questo ani- 
male alcune giunte e osservazioni non prive di una qualche 
importanza così dal lato linguistico come dal psicologico. 

E primieramente io noto come oltre il nome di helluccia, 
bellina, dato a questo piccolo quadrupede, che in stato di na- 
tura mostra istinti così feroci e sanguinar], ci si presentino 
ancora presso varj popoli europei altri sinonimi che, come hel- 
luccia, bellina, vengono ad essere nomi di forma e di concetto, 
carezzativi o vezzeggiativi, o, come dicono i Greci, ipocoristici. 



* Quanto all'epentesi di v tra vocali, cfr. p. e. ca-v-olo da cd-ulis, caulis 
vi-v-óla vi-v-uóla da viola ecc. Circa poi la sincope della penultima vocale 
di ^be-v-ula cfr. p. e. mod. nevia = ferr. e sic. nevula {- nebula)^ ostia, cialda, 
moA. ptegla= pettegola ecc. Il piena, bióla, bióra, di cui più innanzi, rende- 
rebbe raen probabile la supposizione, che il mod. bevla possa esser nato da 
beula = belila (cfr. parra. benla, regg. bendla ecc.), cioè con mutazione di ni 
in ul^ fenomeno non isolato nel campo della fonologia, ma qui non troppo 
verisimile. 

- bìola, nel prontuario di Vopisco (a. lo6i) reso latinamente per mustela, 
ò vivo tuttavia sulle due sponde del Po monferratese e nell'Astigiano; muta- 
tosi naturalmente in biora, sulla destra parte del fiume, dove così generale 
è l'equazione r = l. 

' Come per es. in biairava = be\t\arapa, gioia = cce[p\ttlla, liam = la;\t\a>nen, 
miola = mc\d]ulla, bióla = be[t]ula o be[t]ulla. Non essendo inverisimile che 
questo iio7a, betulla, proceda dal primo tipo (betula; cfr. loìxxh. bacio la, brolo), 
si verrebbe cosi ad avere un perfetto riscontro di trasformazione tra bióla 
= be[t\%da e bióla -bellClula. 

Archivio glottol. ital., II. . 4 



50 Flechia, 

L'antico fr. hele e il moderno beleéte, come pure il friul. bi- 
ute, equivalgono all'italiano della, bellina; bella significa pro- 
priamente hjònne, uno de' nomi della donnola in danese; col 
nome di bella cosuccia {schOncUnglcin) e di helV aniìnaluccio, 
{schónthierlcin) la chiamano i Bavaresi ; e il siciliano suo nome 
di baddottula^ non può essere, per chi ben ci vegga, se non 
l'alterazione di una forma procedente da bella, cioè di *bellot- 
tula, it. *belloitola, diminutivodi bella, come p. e. pallottola di 
palla, viottola di via. L'italiano donnola {-domnula, domi- 
nula), se si prendesse nell'originario senso della parola latina, 
come diminutivo di domina, equivarrebbe all' it. signorina, ma 
se lo pigliamo nel più probabile dell' it. donna, sarebbe don- 
nuccia, donnetta, donnina, donzella ; alla quale interpretazione 
aggiugnerebbe verisimiglianza il nome che danno a questo ani- 
maluccio i Greci moderni di donzella o sposina, vu^.^pirCa, i Te- 
deschi di donzella, donzellina [frdulein, jungferchen), i Danesi 
di sposa {brud), gli Spagnuoli di comaruccia [comadreja) ^; i 



* II sic. bacjdottula viene dal Pasqualino ( Voc. sic. et. s. v.) considerato come 
equivalente a balloltola, pallottola [àsiX sic. badila, palla) «perchè corre e si 
slancia alla preda a guisa di palla.» Questa etimologia, già molto inverisi- 
mile sotto l'aspetto logico, perde anche pili di probabilità dinanzi al biloc- 
tula, citato per lo stesso Pasqualino dal Diz. ms. di Escobar, che non può 
essere altro che una goffa latinizzazione di billottula o biddottula, nato assai 
naturalmente, sotto l'aspetto fonologico, da belloitula, ma non potuto molto 
verisimilraente venire da ballottula. Il beddattula della novella popolare Grat- 
tula-beddattula viene dal Pitré {Saggio di fiabe ecc. , p. G) interpretato per 
bella^ bellina; ed è verisimilmente alterazione di beddottula {- belloitula), 
operatasi per causa d'assonanza che fa come rimare questa voce con grat- 
tula, dattero, a cui sempre va congiunta. E chi sa se per la fata, a cui nei 
terzetti della novella viene manifestamente indirizzato questo nome di bed- 
dattula, non sia da intendersi appunto la donnola, che, come si nota più 
innanzi, ha carattere misterioso e viene anche chiamata col nome di fata e 
befanucciaì È poi quasi superfluo il notare l' equazione siciliana dd ■= II, che, 
come propria anche del sardo, ha determinato in questo dialetto la gallurese 
forma beddula-bellula, donnola, voce introdottavisi probabilmente sotto la 
influenza del genovese e per conseguente connessa col nome della donnola, 
più generalmente proprio dei dialetti dell' Italia superiore. 

^ Il Costa nel suo Vocabolario sooL de' termini napolitani reca, a pag. 49, 
la voce cummatrella (propr. comaruccia), come propria di Molise, accompa- 
gnandola di un punto interrogativo e senza darne il corrispondente significato 



Postille etimologiche. 51. 

Rumeni di donnina {ìievastuica); i Sardi di dona de munì, 
donna de ìnele\ i Portoghesi di donnina [doninha), ecc. 

La nozione carezzativa che, come ognuno vede, importano 
tutti questi nomi, è verisimilmente dovuta ad una medesima 
causa; la quale, piuttosto che farsi consistere nella forma leg- 
giadra e graziosa dell'animale, che d'altra parte, come già fu 
notato, è notoriamente d'istinti feroci e sanguinarj, è più ve- 
risimilmente da cercarsi nel carattere misterioso che, già in 
antico e massime nel medio evo, gli era attribuito; tantoché 
fra i suoi varj nomi si trova anche nell'antico inglese quello 
di maga, fata [fairy) ; e presso i Bavaresi quello di hefanuccia 
[muemelein). Già presso i Greci, se la donnola (ya>/^) correva 
sopra la strada, un'adunanza pubblica doveva essere differita. 
Teofrasto dice {char. 16) che se qualcuno, messosi in cammino, 
vede attraversarsegli la via dalla donnola, egli non deve andar 
oltre, se prima un' altra persona non gli passa innanzi, ovvero 
se egli non getta prima tre pietre di là dalla strada. I Romani 
le attribuivano una specie di veleno portentoso (v. Plin., Hisl. 
nat. 1. V, II, e. 33). Nel libro di novelle e di bel parlar gentile, 
nov. 32, tra i varj segnali donde prendere augurio, si pone «quando 
l'uomo trova la donnola nella via» (cfr. Grimm, Myth., 1081; 
DiEZ, Et. v'òrt. IV, 219). Ancora oggidì presso alcuni popoli 
d'Italia, per significar magro, mingherlino, macilento, si suol 
dire succiato dalla donnola (per es. sic. siicatu di la baddot- 
Uda\ berg. sisat da la benola), come da altri si direbbe nello 
stesso senso succiato dalle streghe (per es. ven. suzza o supegà 
da le strighe). 

Parrebbe dunque che tutti questi vezzeggiativi, piuttosto che 
suggeriti dalla piccolezza e leggiadria dell'animale, siangli stati 
dati col fine di propiziarselo in quanto gli erano attribuite qua- 
lità soprannaturali. 

Noterò in ultimo che il latino mustela si è qua e là mante- 
nuto ne' volgari neolatini, come per es. nell' alto Piemonte {mu- 
stela, musteila), in alcune contrade ladine (grig. musteila, 
mustaila), nella Provenza {moustelo), nella Catalogna {mustela), 



italiano. È assai probabile che cotesto mmmatrcUa valgavi donnola e venga 
a far riscontro cObl logico come etimologico collo sp. comaclreja. 



52 P'iecliia, 

nella Lorena {motelle), ecc. Inoltre in alcuni luoghi del Piemonte 
(provincia di Cuneo) la donnola ò chiamata vinvéra, il lat. vi- 
verra, propr. furetto, trasferte per confusione di specie alla 
mustela, alla quale, pur con confusione di specie, i Veneziani 
diedero il nome di martora, lat. martes. Donnola, che, come 
toscano, è diventato il nome proprio della lingua comune, ap- 
partiene anche al napolitano, all' umbrico, al romanesco, al 
marchigiano e al romagnolo infìno al bolognese; colle peculia- 
rità fonetiche di r = d nel nap. ronnola'^, e del ci epentetico nel 
marcii, dondola, romagn. dondla; fenomeno quest'ultimo, che, 
come s'è già visto, fu toccato anche a henula = hellula, nel 
ferr. bendala, mant. hendola, regg. hendla (cfr. Ardi, glott. I, 
308 n.). 

P. 311. «Lans. Ansia, affanno. Se al verbo anxiare od mi- 
» xare (sic) ed alle voci anocitudo ed anxietas togliamo le 
» mozioni ed i finimenti, rimane la radice anx, ancs, od ans 
» che deve significare affanno. Questa radicale la intravediamo 
» nella parola composta anxifer e la vediamo nella nostra sem- 
» plice lans per affanno o lena affannata, la quale non è che 
» la primitiva ans a cui si è prefìssa la l per proprietà loque- 
» lare del nostro dialetto % come in languria, limiid, lara per 
» amo ecc. Da lans poi esce il verbo lanser per ansare, ane- 
» lare affannosamente siccome da ans sono pure le voci più 
» compite e baritone ansa od ansia, ansare, ansioso, ecc. Sul- 
» r ultima delle quali potrò avvertire che que' che pronunziano 
» anzioso trovano neW antios ricordato da Festo, quanto occorre 
» per prestar fondamento ^W antiosus dai medesimi prediletto ». 



' È questa una delle varie forme che per fenoaieno assai noto (cfr. per 
es. rito -dito) prende la voce donnola nelle varietà vernacolari del napo- 
litano, mentre il leccese per es. ha donnola (v. Costa, Toc. zool. ecc. s. v.), 
dal quale non si potrebbe etimologicamente staccare l'equivalente jonola 
de' Tarantini (Costa, o. c. s. v. ; De Vincentiis, Voc. tar. s. v.), che hanno an- 
cora per sinonimo di jonola: musaredda, cioè mieina, gattina, gattolina 
(cfr. nap. muso, musa, micio, micia). Così i Calabresi chiamano lo scojattolo 
gattarella o gatto de montagna. 

- Non è solo propria del modenese cotesta concrezione di l articolo col 
nome seguente che comincia da vocale, ma si nota qua e là non infrequente 
ne' vari dialetti italiani (cfr, Flechia, Dell' origine della voce sarda Nura- 
ghe, p. 28; Ardi, glott. ì,d32, ecc.); e noi ne recammo poco fa un esempio 
in hqja, lappla da ape (v. p. 36 u.) 



Postille etimologiche. 53 

Per r etimologia del modenese lans bastava il dire: lans per 
ans, come lam per am {amo n.), languria per anguria, so- 
stantivo maschile, analogo fonologicamente al ferr., boi., regg. 
ansa {= ansia) e, in quanto è maschile, all'aretino anscio, con- 
nesso d'origine col lat. ango, angor, anxius, ecc. Ma perchè 
il G. ha pur mirato alla storia delle voci latine etimologica- 
mente connesse con lans, occorrono qui alcune rettificazioni. 
Noterò primamente come la radice di esse voci latine non sia 
punto anx (= ancs), né ans, ma ang (cioè quella stessa donde 
ang-erc, ang-or, ang-us-tus , ang-ina, ecc.), forma indo-euro- 
pea angli- {agli-), quindi, gr. v.y- ay/- (cfr. y-/-o:, dolor, ay/_-(o, 
aìigo, ecc.), sanscr. angli-, agli, e anh, ah (cfr. angh-a-m, an- 
gh-as, ahh-as, agh-a-m, peccato, affanno, angustia, ahh-u-s, 
stretto, strettezza, travaglio, anh-a-ii-s angustia, travaglio, di- 
stretto, ecc.). Il passivo angi ebbe naturalmente per suo participio 
passato anc-tus, come p. e. jungi, junc-tus. Secondo una legge 
fonetica del latino, il t iniziale de' suffissi formativi del tema nelle 
sue combinazioni colla precedente consonante passa in s e cosi nel 
caso nostro, dopo la gutturale o semplice o preceduta da liquida 
da nasale, onde verbigrazia da vectus, vectare, vexare {vcc- 
-sare), da *raerciare [merg-taré) *merxare, donde poi e mer- 
lare e mersare, da pultare pulsare, da spargere *sparctus, 
*sparxus, sparsus, ecc., e cosi da ancius fecesi anxus (anc-sus), 
attestato da Prisciano. Ora come insieme coi participj, quali 
per es. offensus, impensus , repidsiis, vohihts, vengono i so- 
stantivi femminili offensa, impensa, repulsa, voluta, signifi- 
canti l'azione o l'astratto della nozione verbale, così col par- 
ticipio anxus (da anctus) potè verisimilmente esistere un so- 
stantivo *anxa (= * ancia), che sarebbe per rispetto ad anger e, 
anxus quel che noxa (da *nocta) dirimpetto a nocere e ad un 
analogo participio *noxus (da *nocius), e la cui esistenza sarebbe 
anche resa probabile dal composto anxifer - anxa + fer, come 
p. e. haccifer = bacca + fer, fiircifer = furca + fer, ecc. Dalle due 
forme anxus, *ano:a (= ang-tus, ang-ta) procedono direttamente 
indirettamente tutti quei vocaboli che in latino vi si con- 
nettono logicamente e organicamente, o, per parlare col lin- 
guaggio dell'empirismo, cominciano da anx- (= anc-s-, anc-i-, 
ang-i-). Quindi direttamente da anxus ne vennero *anxia (donde 



54 Flechia, 

l'it. ansia) e anxìiudo \ come verbigrazia da argiitus argulia, 
da *noxus (- "nocius) noxia, noxitudo, da ine'pius ineptia, 
ineptihtdo, e da *ancca anxius come da noxa noxius. Da 
"'anxia venne anxiosus e verisimilmente anxiarc, come poi da 
angoscia (= angustia) angoscioso, angosciare. Quanto ad *anxa- 
re, qualora fosse veramente esistito questo verbo che il G. cita 
sopra come effettivo, ma che ad ogni modo non si debbe am- 
mettere se non come ipotetico, non essendovene testimonianza 
presso gli scrittori latini, esso sarebbe probabilmente verbo 
frequentativo, come p. e. vexare, proceduto dal participio anxus, 
anziché semplice denominativo derivato da *anxa. E singolare 
come in angoscia, e nelle corrispondenti voci neolatine proce- 
denti dal latino angustia (da ang-us-tii-s) cessi la nozione di 
strettezza materiale che la radice angli viene a darci in questi 
vocaboli latini, come anche nel sanscrito, nel germanico e nello 
slavo ; e vi predomini assoluta la nozione di angi e angor n. 
Noterò finalmente come ansa per ansia forma propria d' alcuni 
dialetti (ven,, boi., ferr., regg. ; anse friuL), come pure ansare, 
piuttosto che rispondere alle ipotetiche forme latine anxa, anxa- 
re, possono equivalere fonologicamente a ansia, ansiare (= *an- 
xia, anxiare), verso di cui starebbero come p. e. tose, chiesa, 
mil. gesa ecc. ad ecclesia e alle dialettiche forme chiesia (na- 
politano), ghiesia (cai.), eresia (sic. sardo mer.), glesie (friul.) 
gesia (var. piem.), ecc. E il mod. lans {= ans) , equivalente a 
l-anso, metterebbe capo ad un ipotetico ital. sost. *ans«o = lat., 
*anxium, a cui accenna eziandio il già citato aretino anseio. 
Quando anche poi fosse c'orretta la sovrallegata lezione del- 
l' antios di Pesto, che Io Scaligero, e seco lui la buona critica. 



* II Meyer {Ytrgl. gramm. d. gr. u. lat. spr. II, 540) riscontra anxitudo 
con anxietas come se venissero entrambi da una stessa forma fondamentale. 
Il derivarsi à' anxietas da anxius è fuor d'ogni contrasto; ma contro aìixi- 
tudo da anxius sta la fonetica che vorrebbe od anxietudo, quale infatti ne 
venne, o ad ogni modo ^anxitudo (cfr. tihìcen per tibii + cen da tibia + cen)\ e 
sta la mancanza d'altri nomi in -tudo, dedotti da forme fondamentali in -io; 
perocché noxìtudo, che lo stesso Mayer trae da noxius [ivi, p. 541), vuole 
per le stesse ragioni dedursi da *noxus {=•. *noctus), alla qual forma starebbe 
noxa per l'appunto, come i sost. offensa, repulsa, fossa ecc. ad offensus re- 
pulsus, fossus, secondo che già si è accennato di sopra. 



Postille etimologiche. 55 

legge piuttosto anctos, non credo che sia il caso di riferirvisi 
per autorizzare la pronunzia à' anzioso, che massimamente sulla 
bocca de' Romani e de' Napolitani equivarrebbe del tutto al- 
l' italiano ansioso {-anociosus), essendoché questi per legge 
propria del loro dialetto cambiano in ^ la 5 immediatamente 
preceduta da n (come pur da r o l), onde per es. rom. inzino, 
scanza, nun zete (non siete) ecc.; nap. conzenzo , conziglio, 
lienzà, ajpprenzione , ecc., e quindi così pegli uni come pegli 
altri, non solo anzioso, ma anzia, anzietd, ecc. 

P. 162. «Attimè, azzimato o reso atto. Noi diciamo car 
» attwiè quel carro coperto, ornato o reso soffice da fieno o da 
» materassi, entro cui si fanno in villa gite festose, piacevoli 
» e di sollazzo. Si può credere da aczimare per azzimare, at- 
» tillare, ornare, apparare, tanto che carro attimaio, equivalga 
» a carro azzimato e ciò per lo scambio della z nella t. Si 
» potrebbe anche dire che da aptimus per aptissimus si dedu- 
» cesse attimato come da optimus si dedusse oitimato, ed allora 
» il carro attimato sarebbe quello che venisse reso il più idoneo 
» possibile ai passatempi e ai festeggiamenti delle liete brigate ». 

Inverisimili entrambe ci pajono le etimologie qui proposte 
per attinie. Prima di tutto è da notare che car attimo signi- 
fica propriamente carro coperto come dire di tele, di tenda, ecc. 
e non già caribo azzimato o reso atto, secondo che il G. di- 
chiara questo vocabolo in servigio delle sue etimologie. Quindi 
l'identificazione di attimato con azzimato, già improbabile sotto 
r aspetto logico, riuscirebbe poi oltremodo difficile a spiegarsi 
dal lato fonologico (cfr. Diez, Et.iv.V, 1C4). Ne meno infondata 
parrai la derivazione di attimè da *aptimus per aptissimus, si 
perchè la sincope sarebbe piuttosto insolita e si poi principal- 
mente perchè una derivazione verbale da una forma di super- 
lativo non è gran fatto verisimile, e V attimato da optimus, 
immaginato dal Galvani, non esiste punto come forma partici- 
piale analoga ad attimato; e non potrebbe essere altro che un 
nome indicante un astratto come magistrato da magister o il 
nome latino optimatem passato con forma italiana alla seconda 
declinazione; due nomi che non sarebbero nò l'uno né l'altro 
verbali. 

Vediamo or dunque quale possa essere la più probabile ori- 
gine del modenese attimi'. 



56 Picchia, 

Il verbo, a cui accenna la forma participiale del mod. aitimè 
non è proprio soltanto di questo dialetto; perocché il parmi- 
giano ha timar per coprir di tenda quei carri villerecci che 
sogliono usarsi alle sagre e alle fiere; e il ferrarese ha pur 
esso limar, nello stesso senso di coprire; e dicelo cosi di carro 
come di barca. È inoltre da avvertire che il ferrarese ha ancora 
il nome tiem con senso di coperta, tanto di barca come d'altro 
(v. Nannini, Voc. ferr. s. v.); e i Veneziani danno il nome di 
iiemo ad un coperchio di tavole a vòlta, che suol farsi in al- 
cune barche e specialmente ne' burchi, per difesa così delle merci 
come delle persone. Ora ben pare che non sia punto da dubi- 
tarsi come con questo nome, proprio del ferrarese e del vene- 
ziano, si connetta etimologicamente tanto il timar de' Parmi- 
giani e ferraresi quanto Vattimo de'Modenesi. 

Il nome tiem, tiemo sarebbe adunque quello che indagato 
nella sua origine ci dovrebbe somministrare l' etimologia cosi 
di attimè come di limar. 

E qui, per quanto da un lato ci si presenti assai ovvio nel 
campo latino il nome tèmo (timone), che preso in questa sua 
forma di nominativo (cfr. per es. ladro = latro) e sottoposto a 
un dittongamento dell' e tonico in ie, analogo per esempio a 
quello di bieta = bèta, Siena - Sena, ferr. mieda = mèta, ecc. ' 
darebbe regolarmente tiemo, tiem; e che anche sotto l'aspetto 
logico non sarebbe per avventura tanto discosto da non potersi 
ammettere come passato, in questa sua forma specifica, origi- 
nariamente nominativale, a significar cosa, della quale avrebbe 
potuto essere in origine parte e sostegno; ciò nondimeno io 
credo che si possa congetturare un'altra origine assai verisi- 
mile dal lato morfologico e fonologico, e molto più poi, anzi la 
più verisimile sotto l'aspetto logico. E questa sarebbe un ro- 
mano volgare *tegamen, forma attestata dal toscano tegame, 



* Se pure e bieta e mieda non sono da *bleta, ^mleta, procedenti per sin- 
cope e metatesi da *betla, *metla, *betula, metula, come per es. ven. chiopa 
da *clopa, copia, copula (cfr. p. 5) e per avventura anche fionda e chioma 
da ^flunda, *cloma, *fundla, ^comla, *fundula, comiila. Bietola poi sarebbe 
nuova derivazione romanza da bieta, quindi = blctula, o la non sincopata 
forma di betula che dittongò Ve sotto l'influenza di bieta (cfr. però Archivio 
glott. I, 515 n.). 



Postille etimologiche. 57 

romagn. tigam, ecc. che nel significato etimologico di copercJiio 
sarebbe qui venuta a sostituirsi alle più regolari forme di 
tegmen, tegìmen, tegumen, significanti appunto coperchio, co- 
perta, ecc. Questo nome tegamen, mediante il dileguo di g, quale 
hassi per es. in leale = le galis, reale -regalis, nel ven., ferr., 
parm., ecc. stria (= strigam per strigem), striar {-strigare), 
friul. teìcm = tegumen (cfr. Arch. glott. I, 525), ecc. sarebbesi 
ridotto a teame, che mutando, per legge assai nota, il primo 
e in i, passa in tiam.e, come p. e. creatore in criatore, leale in 
Uale, ecc. \ Data cotesta forma di tiame. Vi per effetto d'assi- 
milazione muta Va seguente in e, come per es. in Rieti = Riate, 
Reale, Bietrice = Biatrice, Beatrice, avieno - aviano , avea- 
no, ecc., onde tieme da tiame. Quindi il ferr. tion con perdita 
à' e finale, secondo la legge comune a tutti i dialetti dell'Emilia 
(cfr. p. e. romagn. tigam = tigame), e il ven. tiemo con passaggio 
della stessa ^ in o sotto l' influenza del genere maschile, come 
per es. nel pur ven. legumo = legume, sic. ramu = rame (oera- 
men), ecc. Con questo nome di ticìno, tieni, significante coper- 
chio, coperta, collegherebbesi pertanto etimologicamente il ferr. 
e parm. limar e il modenese attimo, attimer (= *attimare) ', 



' Due fenomeni analoghi, cioè perdita di ^ e trapasso d'e in i, avrebbero 
pur luogo in antian (tegame), proprio non solo del veneziano, ma anche di 
più altri dialetti veneti, ladini e lombardi (pad., ver., com., berg. \anliii'\ , tir., 
trent. [antiam], friul. [antijan\)^ sia che vogliasi connettere questo vocabolo 
con tego "^tegamen, ovvero col gr. Trr/'x'jo-j, padella, secondo che si rende- 
rebbe assai più verisimile per gli equivalenti sic. tigcmu, nap. tiano, sardo tianu 
(log. e mer.) e dianu (sett.), lig. tian fino alla Provenza, dove il significato 
del continente si confonde con quello del contenuto, e dove, pel dipartimento 
del Varo, tia,noun, accennando alla base *tegamone, parrebbe staccarsi etimo- 
logicamente dal ligustico-provenzale tian. Il prefisso an- di antian ven. ecc., 
sia che abbiasi per mera alterazione fonetica di in- (cfr. p. e. ven. anelisene, 
it. ancudine, lat. mcws), sia che vogliasi considerare come rispondente, per 
esempio, all' an- del lat. an-fractus (lat. amb-, am-, an-, gr. at^cp'', intorno 
da ambo i lati), sarebbe ad ogni modo assai singolare, come aggiuntosi al 
nome gr. rrr/y.-jov, che propriamente suona * liquefatta) o, *friggitojo. 

^ La contrazione di te {ia, ea) in i, che verrebbe ad aver luogo in timar, 
attimo, presenta un fenomeno assai comune, massime per sillaba disaccen- 
tata, onde per es. tose. Pimonte - Piemonte, (\ÌA\.pitanza::z pietanza, parm. e 
ferr. pigar per piegar, moden. pimazzol per piumazzol ecc., e segnatamente 



58 Flechia, Postille etimologiche. 

verbo composto, equivalente a un semplice timer, come per esem- 
pio alletamare equivale a letamare da letame (= loetamen); sic- 
ché in conclusione il modenese car attimo {= carro attegamató) 
significherebbe propriamente, come appunto s'intende nell'uso 
paesano, carro covertalo, *accovertato. Non è improbabile che il 
veneto tieìno abbia dato origine a queste voci emiliane, intro- 
dottosi su per la valle del Po, come essenzialmente proprio delle 
barche che dall'Adriatico muovono su per la gran fiumana. 

A pag. 248, « huson, uomo che promette più di quello man- 
» tenga a fatti, » viene dal Galvani raddotto a husione, nome 
che davasi, die' egli, « ne' tempi di mezzo a quella specie d'aquila 
»o d'avoltojo che, sebbene abbia grandi forme, pure si lascia 
» battere anche dal corvo». Quanto a me, non vedo il perchè il 
mod. huson non debbasi piuttosto connettere etimologicamente 
insieme col buson de' Bolognesi e hosion de' Reggiani, ecc. signi- 
ficanti bugiardo, bugiardone, con quella medesima radice, da 
cui si deriva bugiardo, bugia ecc., dial. bosard, bosia, busiard, 
busta, ecc. , al qual proposito si può vedere il Diez [Et. u\ V 
s. bugia). Noterò solo, circa la forma, colla quale qui abbiamo 
a fare, come tanto il latino quanto l'italiano per via del sufT. 
071-, one derivino immediatamente da verbi nomi d'agente, per 
lo più in senso d'azione spregevole, biasimevole o vile; quindi 
come p. e. in lat. bib-on- (bevono) da bib-ere, blater-on (ciar- 
lone) da blater-are ecc., cosi nell'ital. ciarl-one da ciarl-are, 
litig-one da litig-are ecc. ; e cosi bus-on, bosi-on da *bus-are, 
*bosi-are = ant. it. bugiare (- bausiare), dir bugie. Chi pro- 
mette e non attende è man<;ator di parola, è, si può dir, bu- 
giardo; quindi buson, propr. bugiardo, ristretto, nel modenese, 
al senso più speciale di non attenitor di ^promesse, rnancator 
di parola. 

[Continua.] 



l'emil. e lomb. lim, lem •=. legume, che attesta ad un tempo la perdita ài g e 
la contrazione, due fenomeni operatisi appunto in timar, attimé, come aventi 
per organico fondamento tegamare^ attegamató. 



SUL TRATTATO 

DE VULGABI BLOQVENTIA 

DANTE ALIGHIERI, 

STUDIO 

DI 

FRANCESCO D'OVIDIO. 



SOMMARIO. 

r. Autenticità del trattato de v. e. — IL Titolo di esso. — III, Età e luogo in 
che fu composto. — IV. Numero de' libri dei quali sarebbe dovuto constare, 
se Dante lo avesse compiuto. — V. Se nel tentativo di comporre una Poetica 
del volgare Dante avesse alcun precursore, in Italia e fuori. — VI. Quali fos- 
sero le idee di Dante rispetto al valor relativo del volgare e del latino. Come 
le sue opinioni o dottrine letterarie si venissero formando via via. — VII. Quali 
fossero le idee di Dante circa il merito relativo dell' italiano e degli altri 
idiomi romanzi. — Vili. Dottrine di Dante sull'origine, unità primitiva e po- 
steriore frazionamento dei linguaggi , e sulla distribuzione delle lingue in 
Europa. — IX. Dottrina di Dante del continuo e progressivo dividersi e sud- 
dividersi dei linguaggi. Sua classificazione dei dialetti italiani. — X. Dottrina 
di Dante sul volgare illustre. Doppia specie di comuni pregiudizj circa i 
dialetti. — XI. Che l'una e l'altra specie si dovessero trovare in Dante. Stato 
della lingua poetica italiana ai tempi di Dante. Metodo suo di valutare i 
dialetti e la lingua colta, — XII. Sulle minute applicazioni che Dante fa di 
un tal metodo a tutti i dialetti d'Italia, compreso il fiorentino. — XIII. Qual 
è il volgare illustre ? — XIV. Il libro secondo. 

L'intento mio, nello scritto che qui segue, è di determinare il pre- 
ciso significato delle dottrine comprese nel trattato di Dante, e di 
ricercare com'essa siensi generate nella sua mente; in ispecio quella 
sul volr/are illustre, divenuta davvero illustre. Della quale han fatto 
un gran parlare il Trissiuo, il Perticar! ed i seguaci loro, compia- 
cendosi di poter dire che anche Dante tenesse la lingua colta italiana 
come letteraria fattura, dovuta agli scrittori tutti di qualsivoglia parte 
d'Italia, non gii\ come il dialetto toscano, adottato dagli scrittori. 



60 D'Ovidio, 

Il rimpianto campione del dialetto fiorentino procurò invece dimo- 
strare, come una tale opinione non si potesse menomamente attribuire 
a Dante, essendoché questi nella tanto citata dottrina del volgare 
illustre intendesse parlare semplicemente di stile, niente affatto di 
lingua*. Senza partecipare alla compiacenza di quei primi, io non 
posso neanche (mi si perdoni l'ardimento) acconciarmi all'afferma- 
zione del gran Lombardo. Che, se nel libro secondo parla Dante 
più di stile che di lingua, nel libro primo però è evidente ch'egli 
vuol proprio parlare di lingua, e che, su per giù, ne parla in modo 
che poteva contentare il Trissino e il Perticari. Se non che, io pro- 
curo di mostrare come Dante, pur intuendo assai felicemente quanto 
di letterario vi dovesse essere nella lingua colta, non riuscisse dal- 
l'altro lato a ben misurare quanto ella dovesse al dialetto, in parti- 
colare al toscano; ingannato com'era dalla falsa luce con che gli si 
presentavano i fatti letterarj del tempo suo, dai pregiudizj della sua 
mente, dalle preoccupazioni del suo animo, da una catena quindi di 
illusioni; inevitabili certo a quei tempi, il che scusa Dante, ma pur 
sempre illusioni, il che giova notare, per togliere ogni pericolosa 
autorità alla parte erronea della sua dottrina. 



Quando, nel 1529, il Trissino ebbe pubblicato sotto finio nome a 
Vicenza una traduzione del trattato De vulgari eloquentia, ì sosteni- 
tori del primato di Firenze in fatto di lingua, anziché cedere, come 
il Trissino aveva sperato, all'autorità di Dante, sollevarono molti 
dubbj sulla reale esistenza del testo latino, da cui il, Trissino diceva 
d'avere tradotto 2. Credettero di scoprire nel libro, che era dato per 
dantesco, tali contraddizioni con le altre opere di Dante e tale assi- 
dua repugnanza alla verità storica, che conclusero il libro non poter 
essere di Dante, o tutt'al pih potere egli averlo scritto al solo fine di 
far dispetto a' suoi ingrati concittadini. Sennonché, l'esistenza di un 



* V. la lettera al Bonghi nella Perseveranza del marzo 68, ristampata negli 
Scritti varj sulla lingua (Milano, 1868), e nella edizione milanese della tradu- 
zione trissiniana del de v. e. (Milano, Bernardoni 1868), assieme alla lettera di 
Gino Capponi, con cui questi fece eco all'altra del Manzoni, temperandola 
però notevolmente ; come pur fece non meno felicemente Giuseppe Puccianti 
(Opuscolo sulla lingua, Pisa 1868, Appendice). 

^ Vedi, per esempio, VErcolano del Varchi,, a pag. 68 dell'edizione fiorentina 
del 1846. 



Sul de vulg. el. di Daute. 61 

antico testo latino, da cui il Trissino avea" tradotto, fu provata dalla 
pubblicazione che di esso testo fece a Parigi nel 1577 il Corbinelli^, 
dal ritrovamento di tre antichi codici " che lo contengono. Che poi 
questo testo antico latino non sia niente altro che quel libro latino 
suHa volgare eloquenza, che Dante promette nel Convito ^, e G. Vil- 
lani-^ e il Boccaccio^ dicon di aver letto, non c'è ragione alcuna per 
dubitarne; giacché le contraddizioni che altri vi notò con luoghi di 
altre opere di Dante, come diffusamente piti sotto si dimostrerà, o 
sono apparenti piti che reali, o sono spiegabilissime e naturalmente 
richieste dal progresso continuo della mente e delle opinioni di Dante; 
e così pure le dottrine erronee, che nel libro in questione si ritrovano, 
hanno in fine un fondamento di verità, e certo ben si spiega come 
germogliassero in quella mente, per vasta e potente che la fosse. 
Anzi oso dire che, se anche il libro de v. eloquentia ci fosse giunto 
senza nome d'autore e senza indicazione di età, basterebbe sol leg- 
gerne pochi capitoli per dichiararlo risolutamente opera di Dante ; 
tanto esso è imbevuto dell'ambiente letterario de' primi anni del tre- 
cento, e tanto è improntato delle qualità singolari e caratteristiche 



' Si è sospettato che Io stesso testo latino potesse averlo foggiato il Trissiuo; 
ma il sospetto è smentito, non che dal ritrovamento dei tre codici antichi, dal 
solo confronto del testo con la traduzione trissiniana ; piena questa d'abbagli 
così ingenui, da mostrare come il testo sia del tutto estraneo a chi l'ha fatta, 
troppo anzi estraneo, perchè rimastogli tale anche dopo lo studio fattoci per 
tradurlo. A raighaja si contano gli equivoci e gli spropositi. Per citarne qual- 
cuno, « biblia cum Trojanorum Romanorumque gestibus compilata» (I, 10) 
il T. traduce « la Bibbia, i fatti dei Troj. e dei R. « ! E « totus orbis ipsa (lo- 
cutione vulgari) perfruitur » (I, 1) il T. traduce « di esso volgare tutto il mondo 
ragiona » ! E « ipsum (il volgare illustre) carminemus » (= pettiniamolo, rimon- 
diamolo; II, 1), ingannato dall'omofonia con Carmen, ei lo traduce «versifi- 
clnamolo'»] E discretio (-discernimento) egli Io rende con separazione, ecc. 
Cfr. pure le note della citata edizione del Bernardoni. 

^ Uno, il Trivulziauo, è del s. XIV ; un altro, di Grenoble, della fine del s. XIV 
poco dopo; il terzo, vaticano, è una copia fatta ai primi del s. XVI da un 
codice della biblioteca di Lorenzo dei Medici, duca di Urbino (ediz. Torri, 
p. xxxv-vii). « Un quarto codice (mi scriveva due anni fa il comm. Witte) 
» dovrebbe possedere Mylord Ashburnam , ma non ne ho mai potuto avere 
» notizie ». 

' Tratt. I, cap. V. 

' Lib. IX, cap. 136. 

' Nella Vita di Datile. 



62 D' Ovidio, 

IL 

De' due titoli 'de vulgari elor[uentia' e 'de vulgari eloquio', seb- 
bene il secondo sia prevalso, io credo autentico il primo; perchè c'è 
nella più parte delle antiche edizioni, e perchè come 'libro di volgare 
eloquenza' lo annunzia Dante nel luogo citato del Convito, e 'de vul- 
garis eloquentiae doctrina' dice sul principio di esso di volervi trat- 
tare, e il Boccaccio afferma ch'ei 'Io intitulò de vulgari eloquentia', 
e finalmente a questo titolo appunto risponde il tenore del libro, che 
è, e ancor più doveva essere se fosse stato terminato, un' arte poe- 
tica, una tecnica degli eloquentes doctores S un trattato 'dove in- 
tendea (al dir del Boccaccio) di dar dottrina, a chi imprender la 
volesse, di dire in rima'. Ma il gran discorrere che vi si fa nel 
primo libro, per introduzione, di lingue e di parlate, dovè presto 
indur molti a tenerlo per un libro sul linguaggio volgare, e quindi 
a nominarlo 'de vulgari eloquio seu idiomate', essendoché eloquio 
non sia tanto l'eloquenza, quanto il dettato, la forma, la favella. 
Infatti il Villani, che lo chiama 'de vulgari eloquio', pare sia stato 
appunto colpito piti che altro da ciò che vi si dice sulla lingua, 
poiché lo definisce come il libro « ove Dante con forte e adorno la- 
tino e belle ragioni ripruova tutti i volgari d'Italia». 

IH. 

Il trattato de vulgari eloquentia fu certamente scritto dopo l'esilio, 
giacché, come in tutte le altre opere a questo posteriori 2, così anche 
qui egli se ne lamenta con quella sua tenera alterezza ^. E dal la- 
mentare che fa al capo 18° del libro I, che « in Italia non vi sia 
una corte come in Alemagna», si deduce che il libro primo non fu 
scritto durante la venuta di Arrigo (1309-1313), ma o prima o dopo; 
anzi prima, perchè, se lo avesse scritto dopo, non si sarebbe potuto 
tenere, parlando della mancanza di una corte in Italia, dal fare un 
malinconico ricordo della infelice venuta dell'imperatore germanico. 
Egli dice: « licet curia in I. non sit, membra tamen ejus non desunt . . . 



* V. De V. E. passim. 

^ Fuorché nella Monarchia, che del resto è da parecchi eruditi creduta an- 
teriore all'esilio. Vedi la Nota del Witte in Fraticelli, Op. min. di D. II. p. 270-73, 
e l'opuscolo del Bòhmer: Uebcr Dante's Monarchie, Halle 1866. Io sono con 
loro, non foss'altro per la forma scolastica e tapina del de il/on., tanto inferiore 
alla forma del de v. el. e degli altri scritti latini. 

' V. De Y.E. 1,6; I, 17. 



Sul de viilg. el. di Dante. 63 

gratioso lamine rationis unita», e queste son parole di chi s'illude 
ancora; né certo Dante le avrebbe più scritte, dopo che le discordie 
italiane avevano impedito ad Arrigo di formare delle membra cor- 
poraliUr dispersa una vera curia. 

Sicché tra il 1302 e il 1309 cade la composizione del primo libro 
de V. e. Ma l'ampia cognizione che Dante ivi mostra di varj dialetti 
italiani fa supporre, com'è stato da altri osservato, ch'ei lo prendesse 
a scrivere dopo essere già andato ramingo per buona parte d'Italia; il 
che, insieme all'indulgenza grandissima con cui giudica il dialetto 
bolognese *, e alla minuta conoscenza che mostra d'averne -, rende 
assai probabile la supposizione del Bohmer 5, e del Balbo ^ che il 
primo libro sia stato scritto sul declinare dell'anno 1304 a Bologna; 
dove l'Alighieri, secondo ogni verisimiglianza, s'ebbe a intrattenere, 
dopo andato fallito il tentativo, che con l'ajato dei Bolognesi fecero 
nel luglio di quell' anno i fuorusciti fiorentini, di tornare in patria 
con la forza. E siccome al capo XII è menzionato Giovanni (I) mar- 
chese di Monferrato come ancora vivente, e questi mori sul principio 
del 1305, così bisogna credere che a questo tempo la composizione 
del primo libro fosse già molto inoltrata. 

Dall'esordio poi del secondo libro ^ si vede chiaro, che tra l' uno 
e l'altro libro vi è stata una sospensione. Ma quanto lunga questa 
fosse e da che cagionata *', e quando e dove Dante ripigliasse a 
scrivere e dettasse la parte del secondo libro che tuttora ci rimane, 
non v'è modo di determinarlo. Veramente, al capo VI, tra varj esempj 



' L. I, Gap. 15. 

^ L. I, cap. 9. Dice di volere investigare, « quare -vicinius habitantes adhuc 
discrepant in loquendo, ut Mediolanenses et Veronenses, Romani et Fiorentini; 
nec non convenientes in eodera nomine gentis, ut Neapolitani et Cajetani, Ra- 
vennates et Faventini; et quod mirabilius est, sub eadem civitate morantes, ut 
Bononienses burgi s. Felicis et Bononienses stratae majoris ». 

' Ucber Dante s schrift 'de vulvari eloquentia\ nebst einer unterstichung 
des baues der Danteschen Canzonen^ Halle 1868, pag. 50. Ne feci una minuta 
recensione nella Rivista bolognese, fascicolo dell'agosto del 1869. A proposito 
della quale, una lettera piena di ingegnose osservazioni ebbe la bontà d'indi- 
rizzarmi il eh. Tommaseo, sul Propugnatore (1869). 

' Vita di Dante. 

^ « Pollicitantes iterum celeritatem ingenii nostri, ed ad calamum frugi 
operis redeuntes >. 

" Il Bohmer crede verisimile che da un viaggio per faccende politiche, del- 
l'estate del 130.5, sia stata causata V interruzione, ma non dà nessun fonda- 
mento a tal congettura. 



64 D'Ovidio, 

di possibili costruzioni, ò addotta questa frase: « laudabilis discretio 
marcliionis Estensis, et sua magnifìcentia, praeparata cunctis, illum 
facit esse dilecturu » ; la quale non potendosi, a quanto pare, attri- 
buire ad altro che ad Azzo Vili S morto il Fdbbrajo 1308, e accen- 
nando a lui come a persona ancora vivente, darebbe indizio che un 
po' prima di cotesta data il secondo libro, almeno sino al capo sesto, 
fosse gi;\ scritto. Sennonché, chi ci assicura che la frase sia proprio 
di Dante, e non piuttosto di qualche altro, e come tale addotta da 
lui, pur dopo la morte di Azzo, ad esempio di una certa ampollosa 
maniera di fraseggiare? Potendo dunque quella frase essere 2 o non 
essere di Dante, neppure quel debole indizio ci soccorre, e una data 
certa per la composizione del libro secondo non si può assegnare. Come 
neppure si può dar piena ragione dell'aver Dante lasciata in tronco 
l'opera, nel bel mezzo del capitolo XIV del secondo libro. Il Boc- 
caccio, persuaso a torto che Dante prendesse a scriver l'opera «già 
vicino alla sua morte », è naturalmente indotto a sospettare che gli 
altri libri non facesse a tempo a scriverli, perchè «dalla morte soprap- 
preso ». Il qual sospetto è espresso pure dal Villani. II Bohmer con- 
gettura, che Dante smettesse di scrivere il trattato de v. el. per colpa 
della espulsione, in cui fu involto, dei fuorusciti fiorentini da Bolo- 
gna, seguita il 1.° di marzo del 1306, e dopo non lo ripigliasse piti 
perchè distratto da altri soggetti. Noi, senza pretendere d'assegnare 
o date o ragioni precise, ci dovremo contentar dì dire che l'Alighieri, 
a cui frequenti motivi d'interrompere i suoi lavori eran dati dai for- 
tunosi eventi della vita, dalle molte occupazioni pratiche, dalle cure 
che metteva nella sua opera maggiore, sospese forse la composizione 
del de vulgari eloqiientia con l'intenzione di tornarci su; ma, distratto 
sempre da tutte quelle cagioni, e probabilmente un po' impensierito 
delle molte difficoltà da incontrare per portare a compimento la mi- 
nuziosa opera, tanto indugiò, che o abbandonò persin l'intenzione di 
rimettercisi , o questa fu dalla immatura sua morte resa vana. 

Se è vero, come a me pare verissimo, che il primo trattato del 
Convito fu scritto verso il 1314 s, e' s'avrebbe una prova che sino a 



* Vedi il Fraticelli, e il Bohmer, opusc. testé cit., pag. 2 n. 

- È vero che l' elogio, che essa contiene, contrasta con le severo parole che 
altrove Dante dice di lui (I, 12); ma, se Dante ha davvero coniata egli quella 
frase, l'ha fatto per dar esempio d'una maniera di fraseggiare non sua; quindi 
l'includervi un concetto non suo gli doveva riuscire naturale. 

^ V. la Dissertaz, premessa dal Fraticelli al Convito (Op. min. III). Né va 
dimenticata la Diss. sul Conv. del prof. F. Selmi, sebbene vi si faccia un 
enorme abuso di congetture e di troppo vaghi indizj. 



Sul de vulg. el. di Dante. 65 

cotesto anno Dante non aveva smessa l'intenzione di compiere il de 
vulgari eloquentia; giacche, accennatavi la enorme mutabilità dei lin- 
guaggi, egli avverte: «Di questo si parlerà altrove più compiuta- 
mente in un libro ch'io intendo di fare, Dio concedente, di volgare 
eloquenzia» ^. E ne parla infatti compiutamente nel capo 9.° del 1. I 
dev.e., scritto certamente prima del febbrajo 1305, circa dunque 
nove anni prima del passo del Convito. Il che vorrebbe dire che 
nel 1314 egli teneva ancora in serbo la parte del de vulg. el. già 
scritta, e non aveva per anco rinunziato al disegno di compierlo e 
di darlo in luce. E chissà se in quel 'Dio concedente' non si riveli 
il fastidioso pensiero degl'inciampi già avuti a mettere in atto quel 
disegno, e un cotal presentimento che anche per l'avvenire non sa- 
rebbero quegl' inciampi mancati! 

IV. 

Giovanni Villani asserisce che Dante nell'opera «promette di fare 
quattro libri •> , e allo stesso modo il Boccaccio pretende «come^^er 
lo detto libretto apparisca lui avere in animo di distinguerlo e di 
terminarlo in quattro libri». Ma, veramente, Dante non fa esplicita 
promessa, né lascia chiaramente trasparire, di voler fare soli quattro 
libri; bensì egli rimanda tre volte al libro quarto 2, il che prova che 
non meno di quattro libri egli voleva fare, non già che non ne vo- 
lesse fare di piìi. Anzi il Bohmer credette addirittura di aver trovato 
nell'esordio del libro secondo un indizio, che almeno un quinto libro 
pensasse Dante di aggiungere'^. 

Dante dice: « PoUicitantes iterura celeritatem ingenii nostri, et 
« ad calamum frugi operis redeuntes, ante omnia confitemur latinum 
" (a italiano) vulgare illustre tam prosaice quam nietrice decere pro- 
» ferri. Sed quia ipsum prosaicantes ab inventoribus (= trovatori ■= 
» poeti) magis accipiunt, et quia quod inventura est prosaicantibus 
» permanet firmum exemplar, et non e contrario, quia quaedam vi- 
" dentur praebere primatum *versui*; ergo, secundum quod metricum 
» est, ipsum carminemus. « Che vuol dire in sostanza: il volgare il- 
lustre è atto e alla poesia e alla prosa, ma siccome esso prende 



' Tr. I, cap. V. 

■' II, 4 e 8. 

^ Veramente, il B. si c\ dopo alcuno objezionì eh' io gli foci, lealmente ri- 
creduto; ma io devo qui ripetere, benchà non più ad hominem, le mie ragioni 
contro la sua ingegnosa argomentazione, per aver questa, anche dopo, trovato 
fede presso il Diez, Gramm. d. romoìi. s. 1\ 7'J u. 

Archivio glottol. ital . II. . 5 



66 D'Ovidio, 

norme fìsse nella poesia, e da questa i prosatori lo imitano, così 
trattiamolo addirittura in quanto poetico. L'arte della prosa era an- 
cora sul nascere, mentre l'arte poetica, già di molto progredita, 
esercitava essa la prima influenza sulla formazione della lingua colta 
italiana: fatto d'altronde non punto nuovo nella storia delle lettera- 
ture *. È quindi naturale che Dante, pur avendo pronte tutte quelle 
regole che ci espone sulla tecnica della poesia, non si sentisse in- 
vece di entrare nella tecnica della prosa, dove non aveva, molto pro- 
babilmente, niente di preciso e di concreto da dire. Non gli dovè 
dunque parer vero di potersi tórre d'impaccio col subordinare tutto 
alla poesia, e rivolgere tutta a questa la sua trattazione. 

Ora, il Bohmer emendava le parole del testo cosi: «... et quia quod 
inventura est prosaicantibus perraanet firmum exeraplar, et non e 
contrario, quod quidam videntur probare, primum ergo secundum 
quod metricum est ipsum carminemus «, e veniva quindi a dar questo 
senso: « essendo la lingua poetica che serve di modello alla prosa, 
e non, come alcuni credono, il contrario, cominciamo dunque dal trat- 
tare jpnma del volgar poetico.» Donde il B. deduceva, che Dante dopo 
avere esaurita la poesia nel quarto libro , consacrato al sonetto e 
alla ballata, sarebbe dovuto poi passare alla prosa in un quinto libro. 
Ma prima di tutto, l'emendamento del B. era arbitrario, giacché, seb- 
bene il testo vulgato non soddisfaccia interamente, neanche con l'ag- 
giunta " versui» fatta dal Fraticelli, e tanto meno poi senza di questa; 
tuttavia, il senso generale che si trae dalle parole «quia quaedam 
videntur praebere primatum » non isconviene punto al luogo ov'esse 
sì leggono ne'mss., anzi vi è proprio a proposito, essendo natura- 
lissimo l'aspettarsi quivi od uno speciale argomento, o almeno un 
vago accenno a notorie ragioni, per le quali la poesia serva di mo- 
dello alla prosa. Eppoi, avesse pur Dante scritto a quel modo che il B. 
emendava, non per questo se ne dovrebbe trarre quel ch'egli ne trae- 
va; perchè, se anche Dante promettesse con quelle parole di voler poi 
parlare anche della prosa, intenderebbe sempre dire della prosa illu- 
stre; e dì questa avrebbe dovuto trattare prima di venire allo stile 
elegiaco e comico (libro quarto), cioè nel terzo libro. 



* Basti citare l'esempio della letteratura latina. Quanta efficacia avessero i 
poeti, e tutte le esigenze prosodiche e ritmiche della versificazione, nel fissare 
e ripulire il linguaggio latino, è ben rilevato da quasi tutti gli autori di storia 
letterarie romane ( Bernhardy, Bahr, ecc.) e dai linguisti (Corssen ecc.). — 
Sono ancora notevoli le parole del Convito (I, 13): « Ciascuna cosa studia na- 
turalmente alla sua conservazione; onde se il volgare per sé studiare potesse, 
studierebbe a quella; e quella sarebbe acconciare sé a più stabilità; e piti 
stabilità non potrebbe avere clij legar sé con numero e con rime». 



Sul de oulg. ci. di Dante. 67 

Del resto, eran tanto larglie le proporzioni con cui Dante conce- 
piva l'opera sua sul punto di intraprenderla (dicendo nientemeno di 
volere, dopo il volgare illustre, curarsi di illuminare via via tutti gli 
altri inferiori, gradatim descendentes ad illud guod uniiis solins fa- 
miliae proprium est), che forse egli stesso non era ben certo dove 
sarebbe andato a metter capo. 

V. 

« Cum ne'minem ante nos de vulgari eloquentia doctrina quicquam 
inveniamus tractgisse » incomincia Dante; ma è questa un'esatta af- 
fermazione, od una esagerazione inspiratagli dalla coscienza della 
superiorità dell'opera sua rispetto ai tentativi anteriori? E, nel vanto 
che si dà, pensa egli alla sola Italia, od anche alla Francia e alla 
Provenza? 

Poco piti gif! egli dice: « locutioni vulgarium gentium prodesse 
tentabimus, non solum aquam nostri ingenii ad tantum poculum hau- 
rientes, sed accipiendo vel compilando ab aliis, potiora miscentes, ut 
inde potionare possimus dulcissimum hydromellum », ed al Galvani 
parve ^, che ciò contraddicesse alle prime parole dell'esordio. Sennon- 
ché, ciò di cui Dante nell'esordio si vanta è di essere il primo a faro 
un trattato sull'eloquenza volgare; e questo non vuol poi dire che 
tutti gli elementi, che egli mette assieme per comporlo, debbano essere 
nuovi e scoperti da lui. Sua è, per esempio, la dottrina sulle varia- 
zioni continue di ciascun linguaggio (I, 9), sua la classificazione dei 
dialetti italiani (1,10); ma le dottrine sull'origine del linguaggio egli 
le ha nella sostanza attinte dai filosofi e dai teologi'-^. Oltreché, le norme 
della poesia volgare «gli le dà quali gli risultano dalla pratica dei 
migliori poeti anteriori e contemporanei, lui compreso. Quindi è che, 
come ad esempio di alcune abilità artistiche, di alcune tendenze, di 
certi generi di componimento, deve recare le sue stesse poesie e le 
sue proprie abitudini^; cosi, a proposito e delle stesse e di altre 
abilità e tendenze e generi, deve citare altri poeti e altre scuole; il 
che egli fa non meno volentieri, rammentando più o raen di frequente 



' Dubbii sulle dottiine Perticariane, p. 75. 

^ Dice al principio del cap. nono: Nos autcm nunc oportet quam habemus 
rationem periclitari, cnm inquirere intendamus de iis, in quibus nullius auc- 
toritate fulcimur. Il che vuol dire che neg-li antecedenti otto capitoli s'era 
appoggiato ad altri autori ; ma beninteso non uutoi'i di manuali d'arte poetica 
volgare: qui sta il pimto! 

^ 11,2, 5, G, 8, !0, 11,13, 13. 



68 D'Ovidio, 

gl'italiani Guido Cavalcanti, Gino da Pistoja, Guido Ghislieri, Fa- 
brizio, Onesto, Guido Guinicelli, Sordello e Giotto di Mantova, il 
Giudice delle Colonne da Messina e Rinaldo d'Aquino; e gli stranieri 
Arnaldo Daniello, Folchetto da Marsiglia, Girardo di Bornello, il Re 
di Navarra, Bertramo del Bornio, Amerigo di Belinoi e Amerigo di 
Peguilano ^. 

In questo senso egli recava nel poculiim non solo l'acqua del suo 
ingegno, ma prendeva e compilava dagli altri il meglio che s'aves- 
sero, per mescolarlo con quella. E qui credeva egli clie stesse l'ori- 
ginalità sua, nel fare un corpo solo di sparse dottrine, e nel fissare 
in forma dottrinale le tante norme poetiche, seguite fin allora dai 
poeti per un accordo spontaneo. E che a crederlo avesse ragione, un 
breve cenno di ciò che prima di lui si era, o meglio non si era fatto, 
basterà a provarlo. 

Di qua come di là dalle Alpi, la lingua scritta fu, durante il medio 
evo, solamente la latina. Vero è che pur dopo il rinascimento molti 
scrissero in latino, ma non per necessità, bensì per istrascico di 
un'abitudine vecchia, o piuttosto per una smania nuova, da cui tutti 
erano invasi, di riprodurre, e nelle idee e nello stile e nella lingua, 
l'antichità; sicché il latino loro era, o procuravan che fosse, quello 
de' classici antichi. Nel medio evo invece, il latino era usato come 
l'organo tradizionale e indispensabile della espressione letteraria, 
al modo che da noi è oggi la lingua aulica. E come noi, non che un 
discorso, una breve lettera, non sappiam fare a meno di scriverla 
in italiano, sia pure in un italiano spropositato e imbevuto di lo- 
cuzioni e costrutti e- pronuncio dialettali, e ci sgomenteremmo di 
scriverla addirittura nel nostro dialetto; così, nel medio evo, chi per 
poco tenesse in mano la penna, cercava spiegarsi nel tradizionale la- 
tino, per quanto poi malagevole gli riuscisse di serbarne la corret- 
tezza grammaticale, ed inevitabile di deturparlo di idiotismi volgari. 
Cosicché il latino, e per l'uso incessante che se ne faceva, e per l'in- 
filtrarvisi continuo di idiotismi recenti, era ancora in un certo senso 
una lingua vivente; fonti autorevoli della quale furon tenuti non solo 
i classici antichi, ma eziandio la Volgata (non era possibile che lo 
Spirito Santo non facesse testo di. lingua) e l'uso contemporaneo-. 

Ma venne finalmente il tempo che al clero, che nel medio evo 
aveva avuto il monopolio della coltura, sorgeva accanto, bisognoso 



' Ibid. 

- Cfr. Thurot, Notices et extraits de divers manuscrits latin s pour servi 
à l'his taire des doctrines grammalicales au moyen dr/e, p. 20-1 e pass. 



Sul de vulg. el. di Dante. 69 

di esprimere idee e sentimenti suoi nuovi, il laicato; il quale fu 
tratto naturalmente ad assumere le sue lingue native, non però per 
volontà deliberata, non per consapevole ribellione al passato, bensì 
per necessità spontanea ed irresistibile. Quindi avveniva, che molti 
pur seguitassero a scrivere latino, e spesso anzi in alcuni generi let- 
terarj a questo si attenessero, e credessero obbligo l'attenersi, persin 
coloro che in altri generi adottavano il volgare; ed un'idea conven- 
zionale rimanesse sempre comune e ai dotti e agl'indotti, che cioè 
il latino fosse il vero linguaggio dell'arte; sicché gli scrittori volgari 
spesso dell'imperfezione delle opere loro si scusavano, accusando di 
povertà e d' impotenza il nuovo linguaggio. La grammatica, primo 
elemento della coltura, era sempre la grammatica latina; e questa 
riducevasi ad esporre e chiosare Donato e Prisciano, a esercitare una 
puerile sottigliezza sui testi tradizionali servilmente seguiti, e tutt'al 
più a fare qualche piti copiosa compilazione. Sicché, abbandonato il 
volgare alla discrezione di chi scriveva, e all'influenza di quelle con- 
suetudini e norme che spontaneamente s'andavan formando fra gli 
scrittori, al caso insomma, com'essi dicevano, solo il latino ritene- 
vano regolare ed artistico, lingua grammaticale^ anzi grammatica, 
come addirittura lo nominavano. 

Veramente, la Provenza e la Francia, per più profonde mescolanze 
etniche, e per maggior precocità nel prendere un nuovo assetto po- 
litico, men che l'Italia legate alla tradizione romana, poterono avere 
più presto di noi una propria cultura, a cui fosse naturale strumento 
il volgare; ma in fondo neppur esse sollevarono questo a vero lin- 
guaggio grammaticale. Tentativi di dar norme e sulla lingua e sul- 
l'arte nuova non vi furono che scarsi, isolati, e tardivi molto. Solo 
due secoli dopo ch'egli era in uso, venne in mente a Hugues Faidit, 
autore del Donatz Proensals, di riprodurre un po' sul provenzale quel 
lavoro grammaticale ch'era solito a farsi tradizionalmente sul latino. 
Un pochino più oltre di lui andò Raymond Vidal de Besaudun, nella 
sua opera intitolata Rasos de trobar; la quale certamente è, ad onta 
del suo titolo, grammatica anch'essa; ma almeno è più del Donatz 
Proensals scevra di servile imitazione dei testi latini, ed ha poi la 
velleità di riuscire un' arte poetica, offrendo qua e là alcune osserva- 
zioni che si potrebbero dire di ordine estetico e critico, come ad esem- 
pio sono quelle sulla cattiva influenza che spesso sui trovatori eserci- 
tano gli uditori ignoranti, sui cattivi cfibtti del credersi già esperti ed 
intendenti prima di esserlo, sulla delimitazion geografica del volgare 
provenzale e sul merito intrinseco di questo in rapporto a quello del 
francese, sul non aversi a fidare a chius' occhi dell'autorità dei tro- 



70 D'Ovidio, 

valori quando pur sicno valenti, e quella principalmente sul valore 
del concetto espresso in un verso e sul dovere di evitare in poesia 
lo sconnessioni e le incongruenze {razon mal continuada ni mal 
assignada) ^. Più assai che mera grammatica sono invero le Leys 
d'amors, della metà del sec. XIV, contenendo, oltre le dottrine gram- 
maticali propriamente dette, anche la onetrica, e il trattato dei vizj 
e delle figure, che son per noi moderni materie retoriche, ma entra- 
vano nell'antica grammatica latina 2. Sennonché, quest'ampia compi- 
lazione, essendo posteriore di piti decennj al libro di Dante, e venuta 
su quando la letteratura provenzale era piU che svolta, esaurita ad- 
dirittura, ò per noi di ben poco interesse. 

Se alla fine del sec. XIII la Provenza, dove il volgare s'era da gran 
tempo coltivato, non avea che meschini e isolati tentativi gramma- 
ticali, che io credo a Dante rimanessero anche del tutto ignoti; in 
Italia poi, V dove la coltura del volgare s'era incominciata di recente, 
e dove, per la già da noi rilevata tenacità della tradizion romana, 
il culto del latino era sempre, nonostante le deviazioni pratiche, il 
credo letterario della nazione, a nessuno veniva il pensiero di trattar 
teoricamente del volgare. In verità, qualche scrittore ha asserito 
che Guido Cavalcanti scrivesse una grammatica ed una retorica del 
volgare, nientemeno! Ma darebbe prova di scarsa critica chi pren- 
desse sul serio cotesta fola (a cui le note predilezioni del Cavalcanti 
per il volgare devono aver dato origine), fidando sulla semplice as- 
serzione di scrittori posteriori di secoli al Cavalcanti ^, non confor- 
tata da ninna testimonianza veramente antica, anzi recisamente 
smentita dal vanto che l'Alighieri si dà di essere proprio il primo a 
fare una trattazion teorica del volgare, laddove a lui di certo non 



' V. Grammaires jprovengalcs de Hugues Faidit et de Raymond Vidal de 
Besaudun (XlIIfi siede), 2fi édit. pai' F. Guessard, Paris 1858. 

^ Las flors del gay saber estier dichas las leys d'amors, contenute nei 
primi tre voi. dei Monumens da la littér. romane, pubi, sous les ausp. de 
VAcad. d.jeux floraux^ Tolosa 1841. 

^ Le parole di Filippo Villani {T)e Florcntiac famos. ciò. p. 33), riferito dal 
Grion (Pref. ad A. da Tempo, p. 13}, quando pure avessero grande autorità, 
che non hanno, non importano punto quello che il Grion ne deduce. Domenico 
Tullio Fausto (Introduz. alla lingua volg., senz'annone data; nel cap. Del- 
l'ordinare la prosa) cita a proposito delle parole irsute, oltre di Dante 
(V. E. II, 7), anche la seconda parte della grammatica di Guido (V. Grion, 
ibid.). Francesco Bocchi nell'elogio di Altobr. Cavale. (1609), dice esservì 
chi affermasse aver Guido scritto do eloquio sui saccuìi, de regulis ling. 
etrusc, de nat. verbor., etc. 



Sul de vulg. et. di Dante. 71 

sarebbe parso vero di rammentare sin dal principio quel primo dei 
suoi amici, che tante volte, e così di cuore, rammenta nel corso del- 
l'opera. 

Certamente, il pensiero di prender quasi a legittimare la nascente 
arte e lingua volgare, facendole soggetto di uno studio teorico, non 
era impossibile a cadere in mente di alcuno; perchè, se è vero che 
la critica suole venire sol dopo lo svolgimento spontaneo dell'arte, 
è pur vero d'altronde che la critica può avere un inizio precoce, 
in una letteratura che, come l'italiana, muova i primi passi guidata 
dagli esempj di un' altra letteratura nazionale anteriore e di contem- 
poranee letterature di altri popoli. In simil caso, quel certo lavorio 
riflesso che va fatto per imitarle letterature straniere, i molti con- 
fronti che sorgono tra le opere presenti e le antiche, e il complesso 
di opere e regole critiche tramandato dalla letteratura passata, pro- 
muovono la riflessione critica e l'amore della regolarità; di modo che 
il pensiero di comporre una teoria dell'arte contemporanea si dovrebbe 
addirittura presentar presto ed a più d'uno, se non vi fosse della diffi- 
coltà a pensare che il lavoro riflesso, che si fa sull'antico o sull'altrui, 
sì può fare anche sul proprio, e che l'attenzione, solita a prestarsi a 
ciò che è già celebre e riconosciuto degno di studio, si può anche dare 
utilmente a ciò che par plebeo e indegno di considerazione. Difficoltà 
più grave che alla prima non sembri, e a superar la quale si richiede 
una grande originalità e larghezza di spirito. E di questa diede gran 
prova' Dante, mettendosi a scrivere un'ars poetica del volgare. Poi- 
ché, i dottrinarj non si sarebbero mai degnati di applicar sul serio la 
teoria a questo volgare; i poeti seguivan l'istinto e non erano curanti 
della dottrina e della teoria; taluni erano insieme e dottrinarj e poeti, 
ma non avevano fuse e contemperate in sé le due qualità: erano a 
vicenda or l'una or l'altra cosa, latinisti pedanti in teoria, poeti 
volgari in pratica ^ ; e ad ogni modo non avevano nessuno sì acuta 
vista, da comprendere dove la coltura del volgare sarebbe andata a 
metter capo. Dante invece avea mirabilmente amalgamate in so la 
dottrina e la pratica, la scienza del passato e la coscienza del pre- 
sente, l'amore e lo studio dell'antichità e il presentimento sicuro 
ilei destini dell'arte nuova. Perciò non gli potè piacere quel poetar 
in volgare a caso, che si faceva allora, ma d'altro lato non si lasciò 
dominare dal pregiudizio che la regolarità e l'arte riflessa fossero 
un privilegio dell'antichità. Dotto insieme e novatore, volle si facesse 
la dottrina del nuòvo. 



Neanche in Petrarca c'è ancora la fusione vera delio due qualità. 



72 D'Ovidio, 

E tanto è vero che vi fu proprio dantesca precocità ed originalità 
nel concepire un'opera come quella de vulgari eloqaentia, che anche 
posteriormente dovè correr gran tempo prima che si ripensasse a 
scrivere arti poetiche del volgare; facendo a ciò unica eccezione An- 
tonio da Tempo padovano, che alcuni decennj dopo di Dante, allorché 
la coltura del volgare era stata viepiù sanzionata dal tempo, com- 
pose in latino sulle Rène volgari un pedestre trattato, di pura me- 
trica, sui sonetti, ballate, canzoni, rotondelli, madrigali, serventesi e 
motti confetti, il qual trattato, anche senza il confronto di quel di 
Dante, è cosa davvero gretta e meschina ^. 

VI. 

Le varie tendenze della mente di Dante sono, nella sostanza, ben 
conciliate nelle sue varie opere; se non che, qua e là esse aiipariscono 
ognuna per sé troppo pronunziate, dove l'una e dove l'altra, tanto 
da parere quasi in contraddizione tra loro. Inoltre, prima di giun- 
gere a un savio contemperamento d'opinioni estreme, egli dovè libe- 
rarsi via via da parecchi pregiudizj. Di questi è imbevuta, più che 
altra, la sua opera più giovanile, la Vita Nuova. Ben sentì egli che 
in volgare l'aveva a scrivere; ma pure, appassionato dell'antichità, 
tuttora giovane inesperto, pieno verso il latino di quella fantastica 
devozione che all'animo suo era naturale non meno dell'impeto sde- 
gnoso, ebbe bisogno, per risolvercisi, dei conforti del primo dei suoi 
amici, cui la dedicava, di Guido Cavalcanti. Il quale, più provetto 
di lui, e carattere com'era risoluto, sdegnoso e persino violento 
( secondo il Boccaccio, G. Villani e Dino sì accordano a dipingerlo), 
pareva proprio l'uomo fatto apposta per dissipare le incertezze del 
giovane poeta 2. 

Ma di pregiudizj teorici Dante restava ancora pieno; giacché, al 



* Fu la prima volta edito a Venezia (1509), e recentemente dal Grion (Bo- 
logna, Romagnoli 1869). Lo tradusse, a mezzo il quattrocento, in dialetto, 
l'udinese Francesco Baratella ancor sedicenne; ancho essa traduz. edita dal 
Grion (Ibid.). 

- V. Vit. N., § 3.- Quanto al famoso disdegno di Guido per Virgilio, io 
mantengo sempre l'interpretazione che proposi tre anni sono nel Propugna- 
tore (III, 2, 167 segg.). Nondimeno ammetto, che qualche idea di disdegno 
letterario possa essersi accompagnata, nella mente di Dante, all'idea cardinale 
del disdegno filosofico-teologico; perchè certamente quell'influsso educativo 
così forte, che esercitò su Dante l'arte antica, e Virgilio in ispecie, non lo 
esperimentò il Cavalcanti; il qual perciò non poteva partecipare a tutti gli 
entusiasmi di Dante per l'Eneide. 



Sul de vulg. el. di Dante. 73 

capitolo venticinquesimo, commentando un sonetto ov'ò personificato 
Amore, egli si ferma a spiegare che cosa sia la personificazione, ed 
a giustificarne l'uso; e per tutta giustificazione egli dice, che i rima- 
tori sono, fatte le debite proporzioni, quel che in latino furono i poeti, 
e quindi, avendo questi fatte molte personificazioni, come si vede in 
Virgilio, Lucano, Orazio ed Ovidio, deve perciò esserne concesso 1' uso 
anche ai rimatori volgari. Lasciando la servilità di questo ragiona- 
mento, egli dice poi cosa, che dimostra quanto fossero ancora ristrette 
le sue cognizioni sulle letterature romanze, e quanto egli fosse ancora 
dominato da quel pregiudizio, che, mantenendo il latino, circoscriveva 
timidamente, non potendolo bandire, l'uso del volgare. «E lo primo 
(così scrive), che cominciò a dire siccome poeta volgare, si mosse 
però che volle fare intendere le sue parole a donna, alla quale era 
malagevole ad intendere i versi latini; e questo è contro a coloro, 
che rimano sopra altra materia ^ che amorosa; conciosiacosachè cotal 
modo di parlare fosse dal principio trovato per dire d'amore». Ma 
dopo, estesesi le sue cognizioni di letterature straniere, ed allargatasi 
(com'ei racconta nel Convito) la cerchia dei suoi studj, per essersi 
lui dato alla filosofia e alla teologia, non ebbe scrupolo di far poesie 
e prose volgari di soggetto non amoroso. E quando si pose alla im- 
mensa impresa di rappresentare, nell' immaginato viaggio pel mondo 
di là, tutto il suo vasto mondo intellettuale, morale, politico e per- 
sonale, fu un po' sulle prime incerto, ma finì per dare ascolto al suo 
sagace presentimento dell'avvenire delle lettere. 

Pure, assieme all'originalità, un certo spirito di sommessione, 
spesso piti in principio e in astratto che in concreto, verso l'antichità, 
si sorprende quasi ad ogni passo nel divino poema. In sul descriver 
fondo a tutto l' universo -, egli dubita assai che gli possa bastare 
una «lingua che chiami mamma e babbo '»; ma pure si mette poi a 
descriverlo in una tal lingua. L'episodio d'Ugolino, così originale, co- 
mincia con una reminiscenza virgiliana, della quale forse il poeta si 
teneva più che di tutto quel che segue, che a lui dovea forse parere 
una naturalissima e facile descrizione, in cui l'arte non spiccasse 



' Sulla parola materia fa mille arzigogoli il Perez nella sua 'Beatrice sve- 
lata'; arzigogoli che, quando pur nou fossero evidentemente infondati, ca- 
drebbero assieme al sistema, già da altri mostrato falsissimo, della interpre- 
tazione tutta allegorica di Beatrice. Del resto, se anche materia fosse nel 
senso voluto dal Perez, nelle sopra riferite parole di Dante resterebbe sempre 
lo stesso pregiudizio letterario. 

^ Inferno, ■xxxn. 



74 D'Ovidio, 

quasi per nulla ! Si tien molto delle conoscenze che gli cade in concio 
di ostentare di passi e di fatti e racconti antichi; e di latinismi co- 
sperge, per farla piti alta delle altre due, la terza cantica; e così 
in tante altre cose mescola e accozza e spesso stupendamente amal- 
gama le tendenze dotte colle tendenze geniali ed originali del suo 
vasto e comprensivo spirito '. 

Così, nel libro de v. eloqu., Dante ha l'ardimento di dar dottrina 
dell'arte volgare, ma lo scrive però in latino. E, nel capo IV del II 
libro, dopo avere negli anteriori capitoli svolte tante osservazioni 
sue, e tante idee del suo tempo, e mentre s'accinge a far altrettanto, 
se non di piti, nei capitoli successivi, esce nientemeno che in questa 
profession di fede da classicista rigoroso: «... eos, qui vulgariter 
" versifìcantur, plerumque vocavimus poetas; quod procul dubio ra- 
» tionabiliter eructare praesumpsimus, quia prorsus poetae sunt, si 
" poesim recte consideremus; quae nihil aliud est, quam fictio re- 
" thorica in musicaque posita. Differunt tamen (qui è il buono) a 
" magnis poetis, hoc est regularibus (i latini); quia isti magno sermone 
" et arte regulari poetati sunt, illi vero casu, ut dictum est. Idcirco 
" accidit, ut quantum istos proximius imitemur, tantum rectius poe- 
» temur. » È una tale incondizionata elevazione éeìV imitazione a prin- 
cipio dell'arte, che neppur il Monti ci troverebbe da ridire. Continua 
poi: " Unde nos, doctrinae aliquid operae nostrae impendentes, do- 
« ctrinas eorum poeticas aemulari oportet. Ante omnia ergo dicimus, 
" unumquemque debere materiae pondus propriis humeris excipere 
" acquale, ne forte humerorum nimio gravatam virtutem in coenum 
« cespitare necesse sit. Hoc est quod magister noster Horatius prae- 
» cipit, cum in principio Poeticae: Sumite materiam etc. dicit». Ma, 
dopo ciò, Dante bravamente passa a far le distinzioni tra lo stile 
tragico, comico ed elegiaco, in senso assai diverso dal classico antico, 
in senso tutto medievale -. Nò agli antichi pensa piì}, se non molto 
dopo, alla fine del capo VI, là dove, dopo aver citati quei poeti fran- 



' Si posson vedere, su questo soggetto, i capitoli xiii, X[v e xv (voi. I) del- 
l'acuto e vasto lavoro del prof. Comparetti, Virgilio nel medio evo, Li- 
vorno, 1872. 

^ Nel medio evo il tragico, il comico e l'elegiaco non accennavano al genere 
letterario, come nell'antichità, bensì alla natura dei soggetti trattati. Un 
soggetto un personaggio eroico, come Achille, Enea ecc., comunque trattato, 
sia in un dramma, sia in un poema epico, sia in una lirica, era soggetto o 
personaggio essenzialmente tragico, e tragico il lavoro che lo trattava. Perciò 
l'Eneide era «l'alta tragedia». Ogni soggetto poi, che avesse lieto fine, ers 
commedia. Vedi l'Epistola a Cane Scaligero, § 10. 



Sul de vtdg. el. di Dante. 75 

cesi, provenzali o italiani, da cui si possa imparare il modo di faro 
i costrutti veramente eleganti (supreraam constructioncm), aggiunge 
che forse gioverebbe molto (fortassis utilissimum foret) anche lo stu- 
dio dei latini, ^regulatos vidisse ^oefas, Virgilium videlicet, Ovidium 
« in Metamorpboseos, Statium atque Lucanum; necnon alios qui usi 
» sunt altissimas prosas, ut Tullium, Livium, Plinium, Frontinum, 
" Paulum Orosium (sic), et multos alios, quos amica solitudo nos vi- 
» sitare invitai» (come in quest'ultima frase si scorge il dotto, tutto 
soddisfatto e ambizioso delle sue letture e dei suoi eletti studj!) ^. 
E più giù, sul finire del cap. XI, ove tratta delle parti della stanza, 
parlando dei pedes, e pur prendendo la parola nel senso medievale, 
non può fare a meno di non ricorrere con la mente alla nomencla- 
tura classica antica, ove peJes significava non le parti di una strofa, 
ma quelle di un verso. E, trattando della quistione, a quale dei tre 
volgari suddetti si dovesse la preminenza, non si perita di dire: 
«...Grammaticae positores inveniuntur accepisse sic adverbium affìr- 
mandi, quod quandam anterioritatem erogare videtur Italis qui si 
dicunt " 2. E più giù (I, x), cotesto concetto è allargato e generaliz- 
zato, dicendosi che la lingua di sì ha sulle altre un vantaggio '• quia 
magis videtur (così va letto) inniti grammaticae, quae comraunis est». 
Ma, nonostante questi ed altri simili omaggi all'antico, l'autore ha 
la piena coscienza del presente. Egli è ben lontano da quell'età in cui 
ingenuamente condannava l'uso del volgare in soggetti non amorosi 
(v. sopra, p. 73); egli ora loda ed enumera i poeti volgari che can- 
tarono l'amore e l'armi e la rettitudine, e dà se stesso per cantore 
della rettitudine, e nota la mancanza, nella lirica-' italiana, di un 



* Sulla estensione delle cognizioni classiche di Dante vedi, oltre il citato 
lavoro del Comparetti, il bel lavoro di Schùck: Dante s classische studien 
und Brunetto Latini^ nei Neuc jahrbucher fiir philologie und pddagogih 
t. xci e xcii; Lipsia, 1865. 

^ Dante non sapeva la derivazione perfettamente latina di oc ( = hoc), e 
oil (=hoc illud), mentre percepiva chiaramente quella di si da sic; perciò 
crede che l'italiano abbia un'affermazione di conio latino, laddove gli altri 
una siffatta non abbiano. Ma per noi i tre idiomi romanzi son perfettamente 
al pari; tutti e tre hanno un'affermazione di fonte latina, ma punto usuale 
nel latino classico scritto, il quale non affermava solitamente col sic più che 
facesse coli' ^oc e V hoc illud. 

^ Dico apposta lirica, giacché dall'indole del de V. E., che è un trattalo 
sulla lirica, e dal poeta che Dante cita per esempio (Beltramo del Bornio), si 
capisce com'egli per i^oesia guerresca non intenda punto l'epica romanzesca. 
Questa anzi in Italia c'era già, ai tempi di Dant'.;; e forse non glien erano del 
tutto ignoti i saggi. Ma i poemi cavallereschi Dante li chiamava « prose di 
romanzi» (Purg. xxvi, 118). 



76 D'Ovidio, 

qualche poeta guerresco (arma vero nullum Italum adhuc invenio 
poetasse). 

La stessa disposizione a riconoscere insieme la grande capacità 
del volgare, ed i grandi meriti del latino, si osserva nel primo trattato 
del Convito, Quivi egli confessa \ che «grande vuole essere la scusa, 
quando a così nobile convito per le sue vivande, e così onorevole 
per li suoi convitati, si pone pane di biado e non di formenfo; e 
vuole essere evidente ragione che partire faccia l'uomo da quello che 
per gli altri è stato servato lungamente, siccome di comentare con 
latino». Le scuse e le ragioni, che nei capitoli dal V al X egli adduce, 
sono infetto di formalismo scolastico; ma, a spremerne il succo, si 
capisce che egli si risolve a scrivere in volgare per farsi intendere 
dai piti, e perchè il latino ha fatto il suo tempo. «Questo (volgare), 
» egli dice, sarà luce nuova, sole nuovo, il quale surgerà ove l'usato 
» tramonterà, e darà luce a coloro che sono in tenebre e in oscurità 
« per lo usato sole che a loro non luce » ^. 

In tanta concordia di dottrine letterarie tra il Convito e il De vulg. 
eloquentia, v'è pure una singolare contraddizione tra un luogo del- 
l'uno ed uno dell'altro. Si dice nel De vulg. eloquentia, che il volgare 
sia più nobile del linguaggio grammaticale s, e nel Convito si dice 
proprio il contrario -i. Il Bohmer crede che la contraddizione sia solo 
apparente; che la parola "nobile sia presa nelle due opere in un senso 
al tutto diverso; nel Convito cioè nel senso di eccellente, e nel De 
vulg. eloquentia nel senso latino di conosciuto, notorio; e che quindi 
il volgare, detto piti notorio nel De vulg. eh, sia detto nel Convito 
meno eccellente. Ora, si badi; dei significati latini di nobilis, che sono: 
molto conosciuto (sia pure in male), illustre, d' alto lignaggio, eccel- 
lente, solo questi due ultimi son rimasti all' italiano; gli altri due 
sono affatto spariti, sì da essere ormai ripugnante al genio della 
lingua nostra una locuzione come nobilissimi scriptores, e, peggio, 
nobile scortum. Rimasta dunque a noi la parola nobile soltanto nel 
senso morale intrinseco e nel sociale, ed inoltre essendosi il verbo 
nosco, fuor di composizione, affatto perduto, n'avviene che nel par- 
lante italiano non v'è piU alcuna coscienza della storica connessione 
di nobile con nosco; sicché Dante, da buon italiano , non vedeva la 
possibilità del trapasso etimologico e ideologico da nosco a nobile, 
anzi lo teneva assurdo. Se nobile venisse da nosco, egli dice al ca- 



Convito, I, 10. ' Convito, I, 13. ' De Y. E., 1,1. 

Convito, I, 6. 



Sul de vulrj. el. di Dante. 77 

pitelo XVI del trattato IV del Coavito, vorrebbe dire che tutte le cose 
«piti nominate e conosciute in loro genere, piti sarebbono in loro 
genere nobili, » che è falsissimo, e però è follia che nobile venga da 
nosco, ma nobile viene da non vile *. Certamente, l'inspezione accurata 
di antichi testi classici sarebbe bastata per convincer Dante, che 
oltre i significati rimasti proprj all'italiano, nobilis ha in fondo anche 
quello di molto conosciuto ; ma si sa bene come ai tempi di Dante si 
leggessero i classici antichi: i concetti politici, religiosi, e sin le frasi 
e le parole si pigliavano alla moderna, all'italiana, commettendosi 
continui anacronismi. E come tutto il lungo studio dell' Eneide, del 
De finibus, del Lelio, di Giovenale, di Orazio, di Plinio, di Livio, 
non era bastato a insegnare a Dante di smettere il vezzo italiano 
di costruire il verbo uti con l'accusativo 2; così non gli avrebbe mai 
levato di capo il suo nobile nel senso prettamente italiano ^. Invece, 
secondo la strana supposizione del Bòhmer, bi.^ognerebbe ritenere 
che Dante si ricredesse interamente su cotesto punto, anzi che giun- 
gesse tant' oltre da piegarsi a concedere a nobile il significato di molto 
conosciuto, non solo come significato etimologico, ma come significato 
attuale, vivente, sì da non avere scrupolo di chiamare più nobile in tal 
senso, sol da poco ammesso, ciò appunto che egli riteneva men no- 
bile nel senso ovvio da tutti inteso; e tutto ciò, contro il suo solito ■*, 
senza dichiarare che circa il senso di quel vocabolo egli avesse ab- 
bandonata la sua antica e sì acremente propugnata opinione, senza 
mettere sull'intesa coloro che, avendolo sentito a dire che fosse follia 
dare a nobile il senso di conosciuto, aveano poi tutto il diritto di non 
aspettarsi giusto da lui cotesta follia] 

Nobile adunque, tanto nel Convito, quanto nel De vulg. eloqic, si- 
gnifica perfetto, eccellente; e se il volgare è detto là meno e qui 
più nobile, egli è perchè la nobiltà è una di quelle idee indetermi- 
nate ed elastiche, che si tira dove si vuole, che si ripone ora in una 
cosa ora in un'altra, secondo l'umore e secondo l'interesse oratorio 



' Cfr. Isidori Orig. 10,184: «nobilis non vilis, cvjus et nomen et genus 
scitiir». Isidoro però (come bene avverte Schiick, 1. cit. n. 78), col non vilis 
intende dare una definizione, non un'etimologia; che anzi con le parole suc- 
cessive cvjus... scitur par che egli alluda alla derivazione da nosco. 

- Vedi p. es. De V. E, II, 6. verso la fine. 

' Anche oggi, del resto, molti letterati italiani vi diranno, con la massima 
disinvoltura, che V «et Catonis Nobile letum » di Orazio (Carm.I, 13, 35 sg.) 
significa: «e la magnanima morte di Catone»! 

* Si noti ad es. la ritrattazione che, della sua antica opinione sull'origine 
dello macchie lunari, fa al canto secondo del Paradiso. 



78 D'Ovidio, 

del momento. Nel Convito, Dante, avendo a coonestare l'ardito ten- 
tativo di esporre dottrine filosofiche in volgare, era naturalmente 
inclinato a scusarsi con una ragione, che mostrasse non voler egli 
preferire il volgare per dispregio del latino, anzi per troppo rispetto, 
epperò esce a dire che il cementare in latino le canzoni volgari sa- 
rebbe disconvenuto, poiché sarebbe stato come un render servo del 
volgare quel latino che gli è superiore « e per nobiltà e per virtìi 
e per bellezza; per nobiltà, perchè il latino è perpetuo e non corrut- 
tibile, mentre il volgare è non istabile e corruttibile» (ed in un certo 
senso è vero, che quel eh' è fisso, normale, è pili rispettabile di ciò 
che di continuo si rimuta, e non par soggetto a determinate leggi); 
^ per virtù, perocché molte cose manifesta il latino, che il volgare 
fare non può, siccome sanno quelli che hanno Vioio e V altro ser- 
tnone " (ed anche questo è vero, che cominciandosi allora allora a 
scrivere in volgare, naturalmente per alcuni concetti, i quali in la- 
tino avevano ormai la loro espressione certa e convenuta, si durava 
molta fatica a trovare un' espressione giusta e conveniente in vol- 
gare, e Dante ciò sapeva per esperienza, — siccome sanno quelli, ecc.); 
"per bellezza, perchè segue l'arte, le regole, la grammatica, e non 
già l'uso, come fa invece il volgare» (e certo, guardando la cosa 
da un punto di vista che direi architettonico, dovea naturalmente 
apparire piU bello, più armonico, di più perfetto disegno, un lin- 
guaggio, come il latino, soggetto a norme precise e prestabilite, an- 
ziché il volgare che sembrava vagante ancora e capriccioso ^). — Ma 
nel libro De vulg. el. la mente di Dante aveva un'altra piega; egli 
si trovava a parlare del volgare, iu latino, ai dotti, dispregiatori di 
esso volgare; era quindi in vena di farne l'apologia. Sicché discor- 
rendo del volgare (e, si badi, del volgare in genere, in quanto fa- 
vella naturale umana di qualunque tempo e luogo), e confrontandolo 
al linguaggio grammaticale artificiato (anche questo in generale, 
latino, greco, ecc.), è naturalmeni? indotto a rilevare come sia in 
fondo qualcosa di più alto e grandioso questo parlar volgare, spon- 
taneo, essenziale alla natura umana, anziché il linguaggio gramma- 
ticale, figlio dell'artificio umano. Con che in sostanza egli non viene 
a dire, se non quello stesso che afferma nell'Inferno (XI, 99-105), 



* L'itaUano, per esempio, oscillava allora tra avemo e abbiamo, che la par- 
lata popolare gli aveva entrambi, né si vedeva un criterio superiore per pre- 
ferire immancabilmente l'uno o l'altro. Il latino invece aveva liabemus senz'al- 
tro. Or non doveva in questo, e in coti-simili casi, avere il latino un'apparenza 
(li aruiouia e regolarità maKiiiore ? 



Sul de viilg. el. di Dante. 79 

dove fa Vartc imitatrico della natura, qual discente di sua maestra, 
([Wiiì nipote di Dio dev'esser della figlia di Dio. 

La tendenza apologetica, da cui Dante era dominato, come lo me- 
nava talvolta a contraddirsi, così più spesso ancora lo spingeva a 
singolari esagerazioni. A dimostrare, infatti, l'importanza del suo 
trattato, egli nota che l'eloquenza volgare non è tale da poterne fare 
a meno come la latina, bensi è necessaria, come quella a cui non 
tantum viri, sed ttiam mulieres et parvuli nitantur. Circa la qual cosa 
Dante sarebbe stato in obbligo di riflettere, come in verità le femi- 
nelle e i bambini nulla potessero rilevare dal suo trattato latino, che 
certamente non avrebbero mai letto. 

Un'altra contraddizione, ancor piti insignificante, è tra il citato 
luogo del de v. el., dove tra l'altre ragioni della nobiltà del volgare 
è addotta l'antichità sua, l'essersi cioè adoprato da che il mondo è 
mondo, e la canzone Le dolci rime e il suo relativo commento 1, dove 
nega che la nobiltà consista nel valore ereditario e santificato dal 
tempo, e sostiene doversi riporre nel valor personale attuale. Egli è 
clie nella canzone parla di nobiltà morale e sociale, volendo incul- 
care la necessità di appor di die in die al manto che tosto raccorcia-; 
e nel de v. el. invece, riponendo la nobiltà del volgare nell'essere 
connaturato all'uomo, deve per forza addurne a prova la grande sua 
antichiià. 

VII. 

Come la nascente arte italiana si teneva assai dappoco rispetto 
all'antica, così si sentiva pur dammeno dell'arte francese e pro- 
venzale, già tanto provette. Questo sentimento d' inferiorità era, al 
solito, portato da alcuni sino al fanatismo e alla pedanteria. Quindi 
nasceano dispute, nelle quali per forza doveva esser gran confusione 
di criterj, attribuendosi alle varie favelle qualità vaghe e imagi- 
narie, e confondendosi lo sviluppo preso da una letteratura con la 
potenzialità intrinseca della lingua che ad essa era strumento. Dante 
stesso in ciò peccava^; sennonché, il suo retto istinto ispiravagli ap- 
prezzamenti giusti, sebben ragionati con le cattive ragioni allora in 
corso. Posta al capo IX la questione della preminenza fra i tre vol- 
gari, egli dice non sentirsi di darvi alcuna risposta recisa, avendo 



' Conv. IV. Cfi". BoHMER, op. cit. p. 3. 
= Cfr. Par. xvi. 

' V. Purg. (XI, 07 sgg.): Cosi ha tolto l'uuo all'altro Guido La gloria della 
lingua. 



80 D'Ovidio, 

ogni lingua abondanti ragioni in suo prò; potendosi infatti dire della 
lingua d'oil, che, per esser piti facile e dilettevole (!), le è toccato 
il privilegio della poesia didascalica e della narrativa (come le gesta 
dei Romani e dei Trojan!, e le bellissime ambages del re Arturo); 
della lingua d'oc, che, come più -perfetta e dolce loquela, se ne soii 
serviti prima che d'ogni altra i valenti lirici (eloquentes doctores), 
come Pietro d'Alvergna, ecc.; e del volgar di sì, finalmente, che 
egli ha il merito di esser più vicino al latino, e d'aver servito a 
quelli che sono 1 piìi dolci e sottili tra i poeti volgari, come Gino 
et amicus ejus (Dante stesso). Donde appare quanto piena coscienza 
avesse Dante che solo gì' Italiani, ed egli più d'ogni altro, avessero 
spinta l'arte sino al grado di arte sopraffina ed aristocratica; ed in- 
sieme pur quanto volentieri riconoscesse 1 meriti delle altre lettera- 
ture, e specialmente, in fatto di lirica, dei Provenzali, ch'egli spesso 
cita e chiama illustres e eloquentes. Quando però scriveva il primo 
trattato del Convito, era ormai ristucco dell'ostinazione con cui molti 
diffidavano, o facevan vista di diffidare, della capacità del volgare 
italiano, offendendo per tal modo in lui e il sentimento nazionale, e 
l'amor proprio; quindi contro a costoro egli fa un'invettiva solenne, 
in uno speziale capitolo, perchè più notevole sia la loro infamia, e 
sfuriando, da buon scolastico, con metodo analitico, dimostra essere 
i malvagi detrattori dell' italiano mossi da cinque abbominevoli ra- 
gioni: cechità di discrezione, maliziata sensazione, cupidità di va- 
nagloria, argomento d'invidia e viltà d'animo, cioè pimllanimità. 

Vili. 

Secondo il suo disegno sistematico, conforme all'elevatezza del suo 
spirito, ed insieme all'uso che allora correva, di cominciar sempre 
ab ovo, principia Dante il trattato de v. el. col parlar del linguaggio 
umano in generale. Pone egli rispetto a questo, e risolve, tutte le 
questioni fondamentali: perchè, cioè, di tutti gli esseri, al solo uomo 
sia stata data la favella, e non anche agli angeli e agli animali, e 
come non sia una vera eccezione, benché così paja alla prima, quella 
dell'asina di Balaam, del serpe tentatore, delle piche onde tratta 
Ovidio, e dei pappagalli (cap. II); perchè al solo uomo necessiti questo 
strumento, sensibile-intelligibile, della parola (III); chi sia stato il 
primo uomo dotato di loquela, e che abbia detto (IV); in qual luogo, 
ed a chi rivolgendosi, abbia egli profferite le prime parole (V); come 
il primitivo linguaggio sia stato l'ebraico (VI); come la mirabile 
unità sia stata spezzata per la confusione babelica (VII); come dopo 
questa sien dall'Oriente emigrati in Europa tre popoli, forniti cia- 
scuno di un suo proprio linguaggio; e uno siasi stabilito tra le bocche 



Sul de vulg. eh di Dante. 81 

del Danubio o le paludi del Meotide, ad oriente, e il confine setten- 
trionale d'Italia, l'orientale di Francia e l'Oceano, ad occidente (donde 
poi gli Angli, i Sassoni, gli Schiavoni, gli Ungari (!), i Tedeschi, 
con lingue tanto alterate, da non serbar quasi altra traccia della comune 
origine, che l'avverbio jò da loro tutti usato per affermare); un al- 
tro, il greco, in quella parte d'Europa che vi è dai confini ungheresi 
andando verso oriente, e in un pezzo d'Asia; e il terzo (donde poi 
son tutte le genti di favella neolatina) siasi impadronito di tutta la 
residua parte di Europa (Vili). 

Che tali questioni, e le soluzioni di esse. Dante le abbia attinte 
dalla tradizion dottrinale del medio evo, da un certo complesso cioè 
di teologia, di filosofia scolastica e di inesatte e fantastiche opinioni 
etnografiche e geografiche, è cosa di per sé evidente, e naturalissima. 
Che delle tradizionali dottrine ed opinioni e dei soliti argomenti egli 
abbia fatta una scelta, un impasto e un'esposizione a modo suo, ag- 
giungendovi altresì, qua e là, qualche sua propria osservazione ed ar- 
gomento, è una necessaria presunzione, quantunque, a volerla minu- 
tamente giustificare, e per dir così documentare, sarebbe da assumere 
un'improba fatica, ben poco concludente del resto. Come pure, poca 
conclusione ci sarebbe ad andar rilevando tutti gli errori storici ed 
etnografici del capitolo ottavo. Il quale non ha interesse, se non in 
quanto ci fa arguire quali si fossero i limiti delle cognizioni d'allora, 
e particolarmente di Dante. De' quali limiti si può dire invero che 
Dante stesso avesse un vivo sentimento, che, sebbene non gli impe- 
disse, come in epoca di maggior maturità critica farebbe, di pur 
trattare ciò che non sapeva, lo induceva, se non altro, a scansare 
con un certo riserbo quelle parti, sopra le quali piti scarse e difettose 
eran le cognizioni sue. Sopra il greco, per es. , che ignorava ^ egli 
sorvola; appena l'accenna in principio, e poco dipoi ne tace affatto, 
anche là dove sarebbe dall'andamento stesso del suo discorso obbli- 
gato a dire, se anche esso greco siasi spezzato in diverse favelle, o 
no. Delle lingue nordiche dice, non restare altra traccia della comune 
origine, fuorché l'accordo nell' affermare con jo (vero, del resto, solo 
in certi limiti), essendo cotesto accordo il solo facilmente percepibile 
ad ogni più superficiale osservazione, ed atto a dar nell'occhio a lui, 
solito a distinguere i varj idiomi dalla loro particella affermativa 2. 



• Sulla facile questione, se Daute sapesse il greco, vedi Schuck., I. cit., 
p. 272-81; CoMPARETTi, Virg. nel m. e., I, 260; Cavedoni, Osservai, critiche 
intorno alla qucst. se D. ecc., Modena, 1860. 

- Cotesto fu inteso troppo a rigore da chi volle credere che, pur laddove 
(Inf. xvm, 60-61) Dante designa i Bolognesi come quelli che dicono sipa, 

Archivio glottol. ital., II. 6 



82 D'Ovidio, 

Molto gli tarda invece tU arrivare al linguaggio romanzo, il solo di 
cui abbia una cognizione diretta. Ma pure a proposito di esso, è co- 
stretto talora a destreggiarsi, per non aversi a compromettere. Cono- 
sceva egli infatti tre nazioni romanze, Italia, Francia e Spagna, e 
tre volgari, italiano, francese e provenzale; cosicché aveva da far 
coincidere il primo volgare con la prima nazione, aveva due vol- 
gari da far coincidere colla seconda nazione (Francia), e gli restava 
la Spagna, per così dire, in disponibilità. Sennonché egli, prevalen- 
dosi di ciò, che col catalano, varietà del provenzale, s'arrivava ad 
afferrare un po' di Spagna, ha la furberia di dire: «... alii oc, alii oil, 
'din sì affirmando loquuntur, utputa Hispani^ Fremei et Latini'^», e 
così fa corrispondere alla lingua d'oc gli Hispani (cioè, con un po' di 
restrizione mentale, i Catalani) e non già quei Provinciales che egli 
stesso più sotto rammenta; riuscendo così a sfuggire alla questione, 
che lingua la Spagna parlasse, alla quale non poteva dare una ri- 
sposta compiuta-. Son le solite ingenue malizie di chi, obbligato dal 
sistema a riuscire compiuto, e d'altronde costretto dalla mancanza 
delle cognizioni positive ad esser monco, procura di tórsi d'impaccio, 
senza parere di ometter nulla, e senza d'altronde nulla inventare. 

Parimente, nell'accennare i confini geografici del volgare d'oc, si 
limita a dire, come quei che lo parlano stieno nella parte occidentale 
dell'Europa meridionale dai confini del genovesato in là, senza dir 
fin dove si stendano; mentre dei volgari d'oil e di sì dà piti com- 
piuta delimitazione ^. 



intenda egli alludere a un avverbio affermativo di tal suono (il quale, in ogni 
caso, sarebbe si pò, assai raen frequente del resto, oggi almeno, dell' oe, affer- 
mazione con leggiera tinta di meraviglia, simile a quella che colora il che! 
ripulsivo dei Toscani). Il sipa, che mi dicono sentirsi ancora nella campagna, 
in città divenuto oramai seppa, è il congiuntivo bolognese del verbo essere 
{-sia)- forma analogica (foggiata sopra àibes, éibe, v, p, e. Arch. I, 382 f.), 
la quale si rinviene per larghissime zone (v. p. e. Ardi. I, 377 n). 

* Avvertasi bene che Latium nel libro de v. el. è sempre Italia. Il latino nel 
senso nostro ò sempre detto grammatica^ e gli scrittori suoi regulatos, e in al- 
tri consimili modi. 

^ Altrove (II, 12), non avendo nessun interesse contrario, distingue bene 
Spaguuoli da Spagnuoli, dicendo: Hoc etiam Hispani usi sunt; et dico Hispa- 
nos qui poetati sunt in vulgari oc. 

^ A confine occid. del volgar d'oil, pone il mare inglese ed i monti dell'Ara- 
gona (sic). Qui certo la lezione va emendata, ma come? 



Sul de vulff. el. di Dante. 83 

IX. 

La confusione babelica ha dato luogo a una quantità di linguaggi 
diversi; ognun di questi poi si è venuto e si va tuttavia frazionando 
in altri linguaggi più o meno diversi l'uno dall'altro. E nell' asse- 
gnare il modo e il perchè di tale frazionamento progressivo, Dante 
crede far cosa tutta sua originale. Incomincia infatti col dire, di non 
potersi in ciò appoggiare air autorità di nessuno', e nel già riferito 
luogo del Convito (1,5), accennata compendiosamente la dottrina sua, 
ha la premura di avvertire che la si vedrà svolta compiutamente in 
altra opera, con che dà a divedere quanto ci tenesse. 

Pigliando a ragionare sull'idioma romanzo di cui s'intende bene, 
e avvertendo che l'argomentazione simile si può replicare sopra ogni 
altra famiglia d'idiomi, egli afferma che ora gl'idiomi romanzi sono 
tre, ma che erano ab origine un' unica favella. E non si potrebbe 
supporre che i tre volgari fossero sin dall'epoca della confusione ba- 
belica tre idiomi a sé, affini bensì tra loro, ma distinti? No, dice; 
troppo si somigliano fra loro i tre volgari romanzi, si somiglian tanto 
da potersi intendere tra di loro; sicché, se fossero sorti tutti e tre 
nella confusione babelica, questa non sarebbe più stata vera confu- 
sione, come la fu. Dunque fu uno in origine, e dopo si venne suddivi- 
dendo in tre^; ognun dei quali tre alla sua volta si va sempre su-d- 
dividendo all'infinito, non clie tra gli abitanti della stessa provincia, 
ma, quod mirahilius est, tra quelli di una stessa città; sicché, a vo- 
ler contare tutte le primas, secundarias et subsecundarias vidgaris 
Italiae variationes , si può ritenere che in hoc minimo mundi angulo 
non soliim ad millenam loquelce variationem venire contigerit, sed 
etiam ad magis idtra. E tutto questo, perchè il linguaggio (quello 
posteriore alla confusione) è opra dell'arbitrio dell'uomo, che è va- 
riabilissimum animai, epperò, tenendo della sua causa, come tutte le 
altre cose umane (i costumi, le foggie del vestire), il linguaggio è 
mutabilissimo. Ed il linguaggio, che dapprima è identico, ogni popo- 
lazione se lo rimuta per conto suo, separatamente dalle altre. Quindi 
nascono le divergenze, le quali col tempo vengono sempre crescendo. 



• Questo ragionamento io ricavo dal passo, da nessun altro finora interpre- 
tato: «Et quod unum fuerit a principio confusionis (quod prius probandum 
•» est) apparet, quod convonimus in vocabulis multis, velut eloquentes doctorcs 
» ostendunt. Quae quidem convenientia ipsi confusioni repuenat, quae fuit de- 
» lictum in aedificatione Babel». Nell'ultima proposizione incidente, il senso 
all'ingrosso si capisce; però il testo, come é, non soddisfa. 



81 D'Ovidio, 

Che se la lingua di un dato paese pare sempre la stessa, gli è perchè 
la rautazione succede lentamente, in modo che nella breve vita del- 
l'uomo se ne produce una quantità insensibile; at si vetustissimi 
Papienses nunc resiirgerent, sermone vario vel diverso cum modernis 
Papiensiòics loquerentur. Certamente, le divariazioni dei linguaggi 
sono cagionate principalmente dagli incrociamenti etnologici; e sul 
modo poi di intendere Varbitrio umano vanno oggi fatte molte riserve; 
tuttavia, c'è del vero nella dottrina di Dante. 

La tanta varietà, coiatinua Dante, della favella, così nello spazio 
come nel tempo, togliendo il modo di comunicare ai lontani o ai po- 
steri i proprj pensieri (auctoritates) e i proprj fatti (gesta), fece sentire 
il bisogno dì un linguaggio regolare e fìsso, di una grammatica fa- 
cultas, de communi consensu multarum gentium regulata, la quale in 
fondo altro non è quam quaedam inalterahilis locutionis identitas di- 
versis temporibus atque locis. Il qual linguaggio grammaticale hanno 
i Greci, i Latini, ed altri, sed non omnes. 

In che relazione stesse precisamente, secondo Dante, il latino scritto 
coi volgari romanzi, non è facile determinarlo. Egli ammetteva vi 
fosse stato ab origine in tutti i paesi latini un linguaggio popolare 
romanzo, venutosi dopo via vìa dividendo e suddividendo; quindi 
il volgare italiano, per es. , non era per lui una derivazione del la- 
tino scritto. Dall'altro lato però, egli spesso derivava parole volgari 
dal latino, come sì da sic; e ciò indicherebbe che egli credesse a 
una specie di filiazione del volgare dal latino. Forse ogni contrad- 
dizione sarebbe tolta, se il pensiero di Dante s'interpretasse così: 
che dal gran fondo popolare credesse egli essersi ricavato, a un dato 
momento, per elaborazione artificiale degli scrittori, un linguaggio 
aulico, il latino. E, a ripensarci meglio, non può egli averla intesa 
altrimenti, giacché non dev'essergli certamente sfuggita la necessità 
di dar ragione della gran somma dì somiglianze, occorrenti tra \ì 
latino e ognuno qualunque dei volgari romanzi. Che anzi egli fa un 
gran merito all'italiano del parer piti simile al latino, quia magis 
videtur inniti grammaficae, quae (si noti quest'aggiunta) communis 
est, che è, cioè, comun patrimonio di tutti i popoli romanzi. Egli 
doveva quindi considerare tal faccenda, come un Perticariano con- 
sidererebbe oggi le relazioni della lingua aulica coi dialetti, che non 
riterrebbe propriamente generati questi da quella, o quella da un di 
questi, bensì quella ricavata in certo modo da questi tutti per via 
di una elaborazione dotta ed artistica; ed inoltre poi loderebbe molto 
quel dialetto che, come il romano, il marchigiano o il toscano, s'in- 
contrasse in molte forme e voci con la lingua aulica. 



Sul de vuhj. el. di Dante. 85 

Dopo discusse le ragioni di relativa preminenza dei tre volgari, 
di che noi abbiam già trattato, termina Dante il capo decimo con 
una classificazione dei dialetti italiani. I quali egli, protestando che 
con le secondarie variazioni il novero ne andercbbc all'infinito, rac- 
coglie in 14 categorie, L'Italia ò dall'Appennino divisa, come geografi- 
camente, cosi linguisticamente, in due parti, la destra e la sinistra» 
ed alla prima appartengono la Puglia (non tutta, che egli per Puglia 
intende il Regno di Napoli), Roma, il Ducato di Spoleto, la Toscana 
e la Marca Genovese, ed a loro annesse la Sicilia e la Sardegna; 
ed alla sinistra, l'altro lato della Puglia, la Marca Anconitana, la 
Romagna, la Lombardia, la Marca Trivigiana con le Venezie, ed a 
loro annessi il Friuli e l' Istria. — Di certo, insieme a vere affinità 
quivi avvertite, vi si potrebbero censurare certi aggruppamenti fatti 
troppo all'ingrosso, e molte omissioni; ma pur fa onore a Dante l'aver 
avuto la cura di tentare, allora, una classificazione dei dialetti italiani. 



Ora nasce naturalmente la questione, come s'abbia a regolarsi per 
scrivere nobilmente in italiano. Ci fosse un volgare solo italiano, sa- 
rebbe certo da adottar quello; ma, essendocene tante varietà e sotto- 
varietà, si potrebbe esser tentati di credere che fra le tante se ne debba 
scegliere una, e quella adottar per illustre ed elevata. Ma cotesta ten- 
tazione è da scacciare, che i dialetti italiani son da lasciarsi dapparte 
tutti quanti. E qui egli li passa in rassegna, e li dimostra tutti brutti; 
e a tal fine, o ne accenna alcuni vezzi di pronunzia (non certo i soli 
su che egli trovasse da ridire, ma quelli che prima gli si presentas- 
sero alla niente, o che più lo avessero nauseato), o ne nota certi 
difetti vaghi e indeterminati, ovvero ne riporta uno o due versicoli, 
certo con l'intenzione di richiamare con essi gl'interi canti cui quelli 
appartenevano; canti triviali, forse a bella posta infarciti dei tratti 
piti caratteristici e più plebei del loro rispettivo dialetto *. 



' Per es. i due versi, che a spregio dei Fiorentini egli riporta, <i.Manuchia>no 
introcque., Non facciamo altro », ci non li cita perchè contengano tutte pa- 
role a lui sembranti brutte (come parecchi han creduto, e anche il Manzoni e 
il Puccianti, i quali si domandano stupefatti, cosa mai di brutto abbia potuto 
scorgere Dante nelle parole Non facciamo altro), giacché altra bruttezza non 
doveano forse secondo lui contenere che V introcque, o, tutt'al più, anche il 
manucare; bensì li cita per richiamare un qualche trivialissnno canto fioren- 
tinesco allora assai divulgato, qualcosa di simile forse, per trivialità, alla 
famosa Gestazione del quarantotto raccontata da un becero fiorentino-, che 



8G D'Ovidio, 

Del resto, come dicevo, le citazioni che egli fa di vezzi di pronun- 
zia, di parole, di canti triviali, di vaglie qualità, servono non ad 
enumerare, ma solo ad esemplificare in qualche modo le ragioni della 
ripugnanza sua per ì dialetti ai quali appartengono. Le ragioni, in 
verità, erano tante, quante erano le divergenze di ciascun dialetto 
da quel tipo linguistico illustre che gli stava in mente (e che tra 
poco vedremo qual fosse), e tutte esse in fascio determinavano in 
lui quella nausea che ciascun dialetto gli produceva. Ed ecco perchè. 

Oggidì, chi è iniziato alla scienza delle lingue, sebbene egli sia, 
per esempio, di Napoli, ed avvezzo quindi a sentire e profferire le 
parole di latina origine in quella particolar forma che hanno assunta 
nella parlata di Napoli, non ha però alcun' avversione per gli altri 
dialetti, e non trova punto strano che le stesse parole in questi ab- 
biano una forma notevolmente diversa. Avvezzo egli a dir hl)(^ne, non 
gli fa però specie che il piemontese dica Mh o il bolognese barn; 
egli dice vagc ( bacio ), ma non gli fa Beandolo che il sannita dica 
hbace * ; abituato egli al suo chille, lascia che il pugliese dica a posta 
sua : cudde. Egli sa, che siccome per le naturali tendenze fonetiche 
del suo paese, il latino bene dovea restarvi pressoché intatto, solo 
rinforzando il b iniziale, e riducendo l'è finale a vocale indetermi- 
nata; il basium attenuare il b in u, espungere V i, e ridurre u{m) a 
vocale indeterminata; V {ec)cu{m)illu{m)y perdere Vu succedente alla 
gutturale, e ridur V u{m) al solito; così, in forza di altre tendenze 
locali, non meno naturali e legittime, il bene doveva in alcuni dia- 
letti piemontesi assottigliare Ve sino a ?, e ridurre il n quasi a un 
n velare, e in bolognese sciogliere l'è tonica in una specie di dit- 
tongo tra ei e ai, e ridurre il n al modo stesso del piemontese; il 
basium doveva nel Sannio tener saldo il b, e ridur siu a sjii e quindi 
a ce; e in Puglia il doppio II di {ec)cu{m) illu[m) farsi doppio d lin- 
guale, e Vi iniziale del pronome andar perduto. 

Si ponga invece un napoletano, ignaro di scienza linguistica, e co- 
stui, mentre troverà bello e naturale il suo bbene, vage, chille, tro- 
verà orribile, e poco men che un miagolo inumano, il bdin bolognese. 



chi ha dimorato in Toscana può talora aver sentita recitare per passatempo, 
e che incomincia: Bischeri, stali' attenti a icché vi dilio, E fdliela finilia ho 
i' bbociare, ecc. 

* Con e è additato, non il suono iniziale del toscano scemo, ma quello del 
e toscano tra vocali (invece). Il bbase, con vero i', non vorrebbe dir bacio, 
ma basso. Notisi poi che il b, come pure il g, che non sia intenso al punto 
che si suole indicare con la doppia, è ignoto ai dialetti meiùdionali, anche in 
principio di parola. 



Sul de vulff. el. di Daute. 87 

nel bbacc sannitico vedrà una malagrazia da provinciale^ e nel cuddc 
(li Puglia una ridicola storpiatura. 

Certo, anche l'uomo della scienza potrà trovar più bello un dia- 
letto che un altro; potrà, per esempio, preferire il napolitano al dia- 
letto di Pozzuoli, si pieno d'uggiosi dittongamenti {alici, céna ecc. 
sono a Pozzuoli alóice, edina ecc.); avrà tutto il diritto di dilettarsi 
più del dialetto di Lecce che di quello, pieno di sgarbate aperture 
di bocca, di Foggia; o di gustare più il milanese che il bolognese, 
o il pisano più del livornese. Ma l'uomo della scienza sa anche dare 
a coteste sue impressioni il lor giusto valore, quello cioè d'impres- 
sioni acustiche e in parte estetiche; non si sogna neppure di con- 
dannare, come sregolato e tralignato, ogni dialetto diverso da quello 
che a lui è nativo. 

Oltre quel pregiudizio, figlio dell'abitudine nativa e dell'amor 
patrio, può esservene un altro, contratto con la coltura. Là dove 
esiste una lingua colta nazionale, l'uomo, più o men colto, prende 
quella per tipo, e s'induce a credere che i vezzi di pronunzia, le 
forme, le voci e gl'idiotismi (sien pur capricciosi) di essa lingua sieno 
in sé stessi nobili e regolari, e che i vezzi invece e le forme e le 
voci e gl'idiotismi dei dialetti sieno intrinsecamente triviali, srego- 
lati e capricciosi; quantunque spesso sieno in fondo dovuti a feno- 
meni comuni anche alla lingua istessa. II tronco fe^ per fece o per 
fede gli pare un debito omaggio alla brevità, il tronco fa' per fare 
gli sembra nato dalla impaziente inettitudine della plebe a terminare 
a dovere la parola intera. Per contrario, l'iniziato alla scienza sa che 
la lingua letteraria è aborigine un dialetto essa pure, che il suo 
stampo fonetico, morfologico e sintattico è suppergiù dello stesso 
valore che quel d'ogni altro dialetto; che se le circostanze storiche 
l'avessero favorito, ogai altro dialetto sarebbe potuto divenire il 
primo nocciolo della colta lingua della nazione ^ Per lui quindi, 
mentre è naturale che per ragioni letterarie si séguiti a dire e scri- 
vere poi, vino, prete, corpo, pepe, secondo la fonetica toscana lette- 
rariamente prevalsa; è pur del resto naturale che esistano, e sian nel 
caso trovate belle, e ad ogni modo ninna taccia incorrano di tri- 
vialità e sregolatezza, le voci p6 (milan.), vin (id.), pregete (napol.), 
ciiQrpe (là.), pcver (milan.) o pQìpe (sannit.). Ognuna di queste parole, 
non men delle toscane rispondenti, ha la sua chiara storia fonetica; 
ninna d'esse può vantare d'essere eguale alla voce latina onde do- 



' V, Ascoli, Arch., I, p. v-xxxii, e D' Ovidio, Lingua e dialetto {Rivista di 
filologia di MiiHor e Pezzi, I, 5G4-83V 



88 D' Ovidio, 

riva, ognuna se n'è più o men discostata, e talora la toscana piìi 
delle altre; e ognuna nel suo proprio ambiente sta benissimo, e male 
fuori ; onde forme toscane, seminate nel dialetto milanese, guastereb- 
ber l'urbanitas di questo, per la ragione istessa, in fondo, che forme 
milanesi, sparse nel toscano, ne guastano la correttezza. 

Dei due pregiudizj, il nativo municipale e l'acquisito letterario, or 
l'uno or l'altro suol ispirare gretti giudizj ai profani della scienza 
linguistica. Ma vi è un popolo (da noi è il toscano) presso cui l' un 
pregiudizio cospira quasi sempre con l'altro. Pel toscano, la sua pa- 
rola ba un doppio prezzo d' affezione ^ l'uno perchè è sua nativa, 
connaturata oramai alla sua g-lottide e alla sua mente, l'altro perchè 
è santificata dall'arte e dall'ossequio di tutti gli Italiani. Ed è per- 
ciò che, fra tutti i popoli d' Italia, il toscano è quello che meno si 
degna di imparare gli altri dialetti, e che più li canzona (anche, del 
resto, per una certa tradizionale coscienza di superiorità intellettuale, 
e per naturai tendenza alla satira). 

XI. 

A tenere i dialetti nel debito conto, son oggi pervenuti, senza l'aiuto 
della scienza glottologica, a forza di semplice buon senso, parecchi 
letterati; tra i quali è giusto noverar per primi i manzoniani. Ma 
nel trecento, quando la glottologia non era neppur vicina a spun- 
tare, e non si era fatto ancora quel gran discutere di lingua e 
di dialetti che si è fatto dopo; tutti, non escluso Dante, dovevano 
essere occupati da pregiudizj contro ì dialetti. Di certo, uno spirito 
così acuto ed avido di spassionata razionalità, qual era Dante, non 
poteva non sentire bene spesso la velleità di prescindere, anche in 
questioni di linguaggi, da preoccupazioni sentimentali, di appoggiare, 
com'egli dice, le spalle del giudizio piuttosto alla ragione che al sen- 
timento. Sennonché, e' gli era facile essere spassionato in astratto, 
all'ingrosso, come quando deride quelli che credono sempre esser la 
favella loro la lingua madre parlata da Adamo, e si protesta con- 
vinto che parecchi popoli abbiano un parlare più amabile e più effi- 
cace dell'italiano*. La difficoltà insuperabile stava nel considerare 
spregiudicatamente le piccole minuzie, circa le quali l'animo suo avea 
ab antiquo accolte inconsciamente certe impressioni, finite poi per 
trasformarsi in giudizj abituali e incontrovertibili. Cosicché il pro- 
posito di giudicare spassionatamente rimaneva in Dante nient' altro 
che un pio desiderio; anzi costituiva spesso alla sua volta un nuovo 



De V. E. I, 6. 



Sul de viilg. el. di Dante. 89 

pregiudizio, spingendo lui non di rado a condannar con la ragione (ma 
non con ragione) pur ciò che riusciva gradevole al senso suo, sol per 
tema che il sentimento noi trascinasse al di là del ragionevole. 

Nel giudicare adunque gli altri dialetti italiani. Dante era a priori 
mal disposto contro di essi, perchè divergevano dal tipo toscano, e 
più propriamente, fiorentino; il quale era doppiamente connaturato 
alla sua mente, e perchè suo fin dalla nascita, e perchè proprio ora- 
mai dell' alta poesia, come passiamo a dimostrare. 

Allorché in Italia si prese a scrivere in volgare, ognuno assunse 
naturalmente il suo dialetto nativo; tutt'al piti intromettendovi, se- 
condo il genere di componimento, e secondo la coltura dello scrittore, 
alcun che di latino o di francese o di provenzale. L' alta Italia ebbe 
nel XIII secolo una letteratura volgare di indole popolana, intesa 
specialmente a soggetti sacri e didascalici. Or la lingua dei monu- 
menti che di essa ci rimangono, paragonata agli odierni vernacoli 
della Lombardia e del Veneto, offre questo singoiar fenomeno, che 
molte forme, proprie oggi di certi paesi, si ritrovano anche nei mo- 
numenti di quei paesi a cui oggidì esse sono estranee; di maniera 
che, ad esempio, un processo fonetico o morfologico, che oggi deve 
dirsi specificamente veneto trovisi colà anche in un monumento lom- 
bardo, e viceversa. Ciò ha fatto credere a uomini assai benemeriti 
della illustrazione di quella letteratura ^, che una specie di reciproca 
assimilazione letteraria fosse successa nell'alta Italia, adottandovi gli 
scrittori, accanto alle forme proprie, anche di estranee, peculiari bensì 
ad altri dialetti , ma da chi in questi scriveva rese note ed accette 
pure ai lettori e scrittori degli altri paesi. Ma i larghi studj dell' A- 
scoli han messo in chiaro come molte forme, credute peculiari di 
questo o quel dialetto, si discuoprano all'incontro genuine in così 
estesi giacimenti, da doversi ritenere che a quella età ogni scrittore 
le dovesse sentire nel proprio ambiente dialettale; e, sebbene spesso 
in questo ambiente men salde, epperciò destinate col tempo a sparire, 
pur le preferisse alle piti radicate e durature, per una maggior con- 
formità che esse presentavano con le franco-provenzali -. 

Con meno sicurezza si può parlare di quel singoiar miscuglio di 
linguaggio che si ritrova in molti monumenti, ora studiati con assi- 
dua cura, e consiste in uno stemperarsi che fanno il provenzale, e più 



* V. principalmente Mussafia, Rendic. XLVI, 113-235. Ma il dottissimo 
romanista, in im suo articolo sul primo voi. deW Archivio (Lit. Ceiitralblatt, 
12 apr. 73), ora mostra lealmente di ricredersi. 

! V. Archivio, I, 307-312, 42G-430, e pass. 



90 D'Ovidio, 

il francese, co' dialetti cieli' alta Italia, in una forma ibrida franco- 
italiana. Aspettando che i dotti illustratori della nostra poesia ca- 
valleresca, alla quale i piti di quei monumenti appartengono, ci 
chiariscano meglio su cotesto importante fenomeno, noi intanto cre- 
diamo con l'Ascoli, che anche a precisare il grado e la natura del- 
l'ibridismo di quei gerghi franco-italici devano tornare acconci quei 
criteri metodici, che ormai dai larghi studj dialettologici dell'Ascoli 
istesso risultano ^. 

Quel che seguiva nell'alta Italia, che cioè molti prendessero a 
scrivere nel volgar proprio nativo, avveniva altresì nella media e 
nella bassa Italia. Sennonché, ivi non si restò paghi ad una cultura 
affatto popolana; che un certo genere, vale a dire la lirica amorosa, 
si prese, poco dopo il principio del dugento, a coltivare con preten- 
sioni d'arte. Dalla Sicilia ne partì l'esempio, giacché quivi efficacis- 
sima protezione offeriva alle lettere la Corte degli Svevi, divenuta in 
breve il centro di una poesia erotica alla provenzale, come quella 
ove andava a far la prima comparsa tutto ciò che i migliori tra gli 
Italiani componessero {in aula tantorum coronatorum prodibat, dice 
Dante); onde tutta la prima letteratura lirica volgare venne a chia- 
marsi siciliana. Ma naturalmente e i Siciliani e gli altri Italiani scri- 
veano ognuno nel volgar suo, non già che tutti si provassero a ver- 
seggiare in siciliano. Giacché i Siciliani non erano certo quel che per 
esempio furono in Grecia i Dorj, i quali aveano inventata di pianta 
e perfezionata la lirica corale, e a questa così immedesimata la 
forma dorica, che ogni altro greco poi non si sentisse di tentare 
quel genere lirico se non in quel dialetto: i Siculi avevano sol dato 
il buon esempio di cercar di riprodurre in volgare italiano la lirica 
erotica dei trovatori provenzali; questi dunque erano i modelli del 
genere, non i Siculi. Inoltre, perchè quel moto poetico provenzaleg- 
giante incominciasse, eran già sì propizie in più paesi italiani le con- 
dizioni de' tempi, che, se la Sicilia non avesse rubato le mosse, certo 
di lì a poco sarebbe quel moto incominciato altrove; ed è anzi pos- 
sibile che, prima ancora dell'esempio siculo, qualche principio altrove 
ve ne fosse già stato. Né e' è da dire che lo scrivere ognuno nel 
suo linguaggio potesse recar confusione, giacché in quell' ambiente 
cortigiano, dove era famigliare la parola del troverò di Normandia, 
e in un'età che il popolo stesso dava ascolto ai cantatori francesi 2, 



' V. Ardi., T, 449-453. 

- Ciò nell'alta Italia. Cfr. Muratoei, Antiq. ItaL, Diss. XXX, p. 351 (un 
decreto del Comune di Bologna del 12S8 ordina che i « Cantatores Franci- 
genorum in plateis Communis omnino raorari non possint»). 



Sul de vulff. el. di Dante. 91 

sarebbe mai potuto riusciro oscuro il verso del poeta umbro o to- 
scano? Non solo allora i dialetti italiani, e proporzionalmente tutti 
i dialetti romanzi, per essere piìi vicini alla sorgente comune, s'in- 
tendeano a vicenda ben piìi che ora non facciano; ma ancora quella 
letteratura siculeggiante s'aggirava in una cosi angusta cerchia di 
idee e di sentimenti, e in un così frequente ritornello di frasi obbli- 
gate, e quasi tecniche, che a non intendersi tra loro i varj poeti 
italiani che la coltivavano, ci sareblie voluto un proposito deliberato. 
Ma presto, per le sventure della casa sveva, dovè cessare perfino 
quella specie di primogenitura dei Siculi rispetto agli altri Italiani. 
E ninno de' principi italiani, a gran loro vergogna, dice Dante, si 
fece continuatore dell'opera di protezione. Ma non ve n'era bisogno; 
giacché in Toscana, dove lo spirito si veniva destando a tale ope- 
rosità, cui è difficile trovar riscontro fuorché nell'antica Atene, e 
dove non l'impulso dato dall'alto, ma la diffusa e larga agitazione 
dello spirito popolare moveva la coltura, la lirica d'arte, inaugurata 
nel mezzodì, aveva già avuto larghissimo svolgimento. E già sin 
d'allora, la Toscana cominciava, benché dapprima in ristretti limiti, 
a esercitare un notevole influsso sopra altre provincie ^. E prima ad 
esserne attratta fu la vicina Bologna, dove pur oggi si osserva, sin 
lìelle più basse classi della società, un' attitudine ad assumere il to- 
scano, di gran lunga maggiore che non sia dato scorgere nelle altre 
città dell'Italia settentrionale. Alcuni poeti bolognesi, alcuni doctores 
illustres della città che allora era il foco della coltura latina tradi- 
zionale, presero al moto toscano una parte così attiva, da servire di 
addentellato agli ulteriori progressi della scuola toscana, come attesta 
con vero entusiasmo Dante stesso-. Ed è pur egli che dice, il Gui- 
nicelli e gli altri non avere punto scritto in bolognese, bensì in altro 
idioma proprio della poesia illustre^; il quale noi, dai testi che ne 
abbiamo e dagli esempj che Dante medesimo ne riferisce, vediamo 
essere di stampo toscano. Oltreché non è a lasciare inosservato, 
quanto contribuisse a dare agli scritti di diverse provincie una pa- 
tina uniforme, che talora si potrebbe credere dovuta a intenzionale 
adozione della forma toscana, e nel fatto forse non è, la salda tra- 
dizione, che nella scrittura restava, di forme ortografiche pretta- 
mente latine, le quali per una felice conformità del vocalismo to- 



' Per Tiu tempo, alquanto posteriore in verità, si può vedere Antonio da 
Tempo, nell'ultimo capitolo del suo trattato sulle rime volgari. 
" Purg. XXVI, 97-114. 
' D. V. EL, I, 15. 



92 D'Ovidio, 

scano si trovavano d'essere suppergiù anche toscane. Ad un bolognese, 
mettiamo, potea venire scritto l' emistichio « per te poeta fui * •» per 
semplice consuetudine di latinità, senza che il toscanesimo v'entrasse 
punto. — Ma presto l'opera del Guinicelli e di tutta la scuola bolo- 
gnese fu ripresa piti felicemente da una scuola piti schiettamente 
toscana, e quasi affatto fiorentina, la quale, pur conseguendo l'intento 
de' Bolognesi, di sollevare la poesia, coli' altezza del pensiero e con 
la dottrina, molto al di sopra dell' arte puramente popolana, meglio 
di quelli però seppe schivare l'aridità e l'astrattezza, e rese l'arte 
raffinata insieme e popolare. 

Ma che era intanto avvenuto dei monumenti di quella poesia cor- 
tigiana, fiorita, alcuni decennj prima che Dante nascesse, nella re- 
mota isola? Essi avean trovato quasi solo rifugio in Toscana, quando 
la coltura meridionale che gli avea prodotti era venuta a mancare; 
difatto son giunti sino a noi in codici toscani. Or, nell'essere in To- 
scana raccolti, trascritti e ritrascritti, e divulgati, certo non poterono 
serbare la nativa forma idiomatica. Il toscano e il siculo han comune 
la tendenza a finir le parole in vocale, e a serbare intatto il numero 
delle sillabe della parola latina, e ciò rende facile il ridurre il siculo 
a forma toscana, con lievi e spontanee mutazioni di suoni. Ognun 
vede, p. e., che il verso 

E quannu l'omu ha rasuni di diri 
diventa senza fatica: 

E quando Tuomo ha ragione di dire. 

E certo, nessuna di quelle ragioni scientifiche, che oggi potrebbero 
indurci a mantenere scrupolosamente la forma dialettale d'una poe- 
sia, poteva passar per la mente ai nostri antichi. Neppure il timore 
di guastar la bellezza della poesia poteva in loro, giacché né il con- 
cetto, né l'armonia del verso, né le frasi, da cui solo quella bel- 
lezza risultava, potevano col toscanizzamento andar perduti; anzi piti 
netta e pura impressione producevano, rimossane quella lieve patina 
sicula che alquanto li velava al Toscano. Né poi questo presumeva 
poco del suo linguaggio 2, si che il toscaneggiare il siculo gli dovesse 
parere un travestimento volgare: c'è da credere anzi che gli sem- 
brasse un'opportuna ripulitura. 

La quale del resto non poteva poi sempre riuscire perfetta. Le 
diversità fra il vocalismo siculo e il toscano s'incrociano con le con- 



Cfr. Purg. XXII, 73. 
D. V. El. I, 6, 13. 



Sul de viilg. el. di Dante. ^3 

gruenze; cosicché nelle poesie sicule si trovavano alle volte rimanti 
due parole, delle quali nel toscano l'una dovesse assumere altra vo- 
cale, l'altra serbare la vocale istessa del siculo; onde doveva o per- 
dersi la rima, o l'una delle due parole serbar la veste sicula. Era 
facile, trovandosi a rimare amurusu con nnjusu, ridurre, senza lasciar 
traccia di siculo, amot^oso e nojoso', ma dove un poeta siculo avesse 
fatto rimare amurusu e usu, nutrisci e accriscij non restava che, o 
sacrificar la rima trascrivendo amoroso e uso, nutrisce e accresce, 
ovvero, ponendo uso e amoruso, nutrisce ed accrisce, lasciar due 
macchie di siculismo sulla tela poetica sciacquata in Arno. Cosi, per 
addurre qualche esempio, nel Lamento di Rinaldo d'Aquino si ha: 

Vassene in altra contrata, , 

E noi mi manda a dire, 
Ed io rimango ingannata, 
Tanti son li sospire 

Dove il toscano vorrebbe contrada, ma è dovuto restar il meridionale 
contrata per far la rima ad ingannata; sospire non è né siculo né 
toscano, ma posto per non isciupar la rima sicula diri-sospiri. E in 
Odo delle Colonne si ha risa e conquisa rimanti con prisa, che non 
è divenuto presa sol per non far divorzio dai due primi. E in Jacopo 
da Lentino si ha avere e 7norire al posto della rima, che rappattu- 
marsi non possono se non in forma sicula aviri-muriri, e si ha l'ag- 
gettivo pari rimante con formare, il quale quindi non è che un tra- 
vestimento di furmari. E così in lui e in altri poeti : nivi (neve) e 
dipartivi, parisse (paresse) e morisse, dimura (dimora) e paura, va- 
lire (valere) e servire. 

Cotesto macchie bastano a farci indovinare lo stato primitivo delle 
poesie sicule. Del quale però possiamo, fortunatamente, avere un sag- 
gio abbastanza schietto (non posso dir tale interamente, giacché qua 
e là mi sembra che un po' ne sìa stinto il color siculo) in alcune 
canzoni; specialmente in quella dì Stefano Protonotario da Messina, 
che già il modenese G. M. Barbieri trascrisse da un codice ed inserì 
nel suo trattato della poesìa rimata, e si può veder riferita da G. Gal- 
vani nel suo libro sul Perticarì a p. 109 sgg. Il principio no è questo: 

Pir [priì) meu cori allegrari {alligrariì), 

Ki multi {moltu?) longiamenti {loìigamenti?) 

Senza alligranza e ioi {ffioiì) d'arauri ó statu. 

Mi ritorno (ritornu?) in cantari, 

Ca forsi levimenti 

Da dimuranza torneria in usata 



9-1 D' Ovidio, 

Di lu troppa taciri, 

E quando {quannu'?) l'omu ha rasimi di diri 

Ben di cantari e mustrari allegranza {alligranzaì), 

Ca seKza dimustranza 

loi' sari^ sempri di pocu valuri; 

Dunca ben di' cantari onni araaduri. 

Nella quale strofa si posson rilevare alcune locuzioni che certo non 
eran più siculo che toscane, anzi eran di certo poco usuali in en- 
trambi c[ue' dialetti, e dovute all'influsso letterario che ormai veniva 
dalla già provetta arte romanza d'oltralpe, come per es. quel diynu- 
ranza, alligranza, ben dV cantari, da dimuranza torneria in usatu. 
II qual frasario tecnico letterario comune aumentava sempre piti la 
facilità di fare toscana la poesia sicula, la qual difatti si può chia- 
ramente vedere come senza sforzo si riduca così: 

Per mio (o jneo) core allegrare, 

Che molto lungamente 

Senza allegranza e gioia d'amore è stato, 

Mi ritorno in cantare. 

Che forse lievemente 

Da dimoranza torneria in usato 

De (o da) lo troppo tacere, 

E quando l'uomo ha ragione di dire 

Ben dee cantare e mostrare allegranza. 

Che senza dimostranza 

Gioia saria sempre di poco valore; 

Dunque ben dee cantare ogni amatore. 

Passando ora a trattar della poesia popolare sicula, dovrem dire 
che il toscaneggiamento di essa non potesse certo riuscire sino a 
quel punto, a cui (come s'è visto) agevolmente riusciva quello della 
poesia cortigiana. La canzone che porta il nome di Giulio d'Alcamo, 
a chi la confronti con quelle di Federigo, Enzo, Stefano da Messina, 
Pier delle Vigne ecc., appare affatto scevra dell'angustia d'idee, 
di sentimenti e di frasi, che caratterizza invece quelle altre: in essa 
la vena poetica è torbida, ma spiccia impetuosa, e si espande libera 
e piena. Non v' è quindi frasario convenzionale; non, tra le parole del 
vernacolo, scelta delle piìi scolorite e delle piti conformi a ogni altro 
idioma romanzo; bensì v' è l'uso più largo e spensierato del verna- 
colo stesso. Cosicché, il ridurre la canzon di Giulio a forma toscana, 
sarebbe stata impresa davvero difficile, perfino se fosse stata tentata 
di proposito. Tanto più poi, dovendovi anzi essere un proposito con- 
trario; giacché, mentre le poesie siculo cortigiane erano di tal tenore» 
che anche un poeta toscano suppergiù le avrebbe concepite e distese 



Sul de viilg. eh di Dante. 95 

al modo istesso, e quindi il toscano se lo assimilava benissimo, e 
spontaneamente le toscaneggiava come fossero cosa indigena; la 
canzone popolana di Giulio era invece cosa tanto esotica, così intinta 
di colorito locale, che il toscano veniva a considerarla più ol)jettiva- 
mente, e tendeva a rispettarne la forma fonetica, come uno dei fat- 
tori più importanti della speciale impressione che la canzone gli fa- 
ceva. E dico tendeva a rispettarla, giacché non vi è da credere a 
una intenzione chiaramente consapevole, e rigorosamente conseguente. 
Difatti, anche la canzone di Giulio è qua e là attaccata dall'am- 
biente toscano; il verso che Dante ne cita era probabilmente stato 
in origine: 

Ti'aggimi di sti focura, si t'esti a buluntati , 

e poi divenne: 

Traggemi d'este focora, se feste a bolontate; 

il qual verso, sebben un po' travestito alla toscana, ci ha pur tali 
connotati, da non poter serbare V incognito '. 

Il toscaneggiamento, più o men completo, secondo i casi, delle 
poesie sicule, fu così spontaneo e facile, che passò quasi inavvertito; 
e quando Dante, nell'ultimo quinto del secolo XIII, attese agli studj 
poetici, esso era da un pezzo così perfettamente consumato, che 
Dante in buonissima fede prese per schiette siciliane le poesie au- 
liche ormai toscaneggiate-. 



* Anche oggi il Toscauo che volesse contraffare il Napolitano, per '« cugrpn 
direbbe lo cuorpo, in cui resta il dittongo da o in pos. a tradire il napoletano, 
e per « Cavito ditte, noe signuri? » direbbe « C avite ditto, neh signorino?- ». 
Colti italiani e dialettologi stranieri, per influenza dell'italiano scritto, into- 
scaniscono spesso le vocali uscenti del napoletano; non eccettuato lo stesso 
WENTRrp, Beitràge z. kenntn. d. neapolit. mundart, Wittenberg 1855, p. 27. 

^ Il fatto della traduzione delle poesie sicule in toscano, sebbene evidente 
a chiunque sia fornito di senso critico, ha pur penato molto, per il fiacco 
metodo dell'erudizione nostra, a venire a galla; e certo tuttora a molti parrà 
uno scandalo il darlo, com'io fo, per cosa certa. Per iscolparmi quindi, o al- 
meno per aver complici, ecco, a quanto so io, quelli per quos scandalum 
evenit: Galvani (Bnbbii ecc. p. 56-57), Palermo {Cod. Palai., p. ix% Bor- 
gognoni ( Ot^msco/o sulle Carte d'Arborea, Ravenna 1870), Corazzini (Riv. 
filol. veronese, e in una pubbl. per nozze D' Ancona-Nissim), Bartoli {I primi 
due sec. d. letter. ital., Milano, Vallardi), e D'Ancona (in una lezione del 
suo bel corso di lett. ital. tenuto all' Univ. di Pisa il 1867-68), — Un feno- 
meno analogo, cioò la trasformazione delle elegie e giambi greci non-attici 
in forma atticizzante, operata cosi dai copisti posteriori come dagli scrittori. 



96 D' Ovidio, 

Ciò posto, vediamo come alla mente di Dante si presentasse tutto 
lo stato delle lettere e della lingua a' tempi suoi. Di quel qualunque 
movimento dialettale dell'alta Italia, egli mostra di non saperne quasi 
nulla; e ad ogni modo, se pur qualcosa ne sapeva, doveva conside- 
rarlo come un moto tutto plebeo, senza portata artistica. Del Veneto 
egli non conosceva che un solo, che tanto quanto si fosse ingegnato 
di spogliarsi del proprio volgar nativo, e di scrivere in lingua nobile, 
Ildebrandino di Padova*. Di Mantova rammenta Bordello con 
molto onore, ma senza lasciar bene intendere, come vedremo, se 
quegli avesse scritto in volgare italico 2; e un Giotto, che gli avea 
recitate molte e buone sue canzoni, in che lingua scritte non dice ^. 
Di Ferrara, Modena, Reggio, Parma, dice addirittura che non han 
dato né possono dare alcun poeta. Di Romagnoli non rammenta che 
due faentini: Tommaso ed Ugolino Bucciola, dei quali sa, semplice- 
mente per udita, che si sien allontanati dal volgar patrio ■*. Quello solo 
adunque, che Dante prendesse in considerazione, era il corso di poe- 
sia amorosa, con intenzione d'arte, cominciato in Sicilia, avanzato no- 
tevolmente pei Bolognesi e perfezionatosi con la scuola fiorentina del 
dolce stil nuovo. E tutto il corpo delle poesie di coteste scuole era, 
quando Dante studiavalo, toscano, o per nascita, o per adozione 
(bolognesi), o per inavvertito travestimento (siculi). Quindi Dante, che 
a preferire la forma toscana sarebbe stato già abbastanza sospinto 
dall' esser quella la sua nativa, era ormai indotto dai fenomeni, in 
parte fallaci, che si presentavano alla sua mente di letterato, a ri- 
tenerla ancora come la forma storicamente legittima e appropriata 
della poesia d'arte. Dall'altro lato però, vedendo come cotesta forma 
linguistica fosse nei Siculi e nei Bolognesi non meno che nei Toscani, 
dovè naturalmente indursi a credere che la non fosse né toscana né 
altro, ma propria di tutta Italia, un portato di tutta l'arte italiana! 

XII. 

Accompagniamo ora Dante nella sua escursione per tutta l' Italia dia- 
lettale. Con che animo spassionato egli sia per farla, noi già sappiamo! 



che, spesso a memoria, citavano nelle loro opere brani lirici, è giustissima- 
mente supposta dal Renner, Qucestiones de dialecto aniiqu. Graecor. poè'sis 
elegiacae et iambicae, negli Studien s. griech. u. latein. gramm. pubblicati 
dal Curtius, voi. I. 

' D.' V. EL, J, 14. s Ibid. I, 15. 

' II, 13: e... qui suas multas et bonas cantiones nobis ore tenus intimavit». 

* 1, 14:«Horum (Romandiolorum) aliquos a proprio (vulgari) poetando di- 
vertisse audivimus, Th. videi, et A. B. faventinos ». 



Sul de vitlg. d. di Daute. 97 

Comincia dal- condannare il romano, per ciò che i Romani han la 
pretesa di essere loro i primi nel favellare (forse per sentirsi di- 
scendenti da chi avea in lingua, come in tutto, imposto legge al 
mondo). Ma, dice, come sono i più fetenti (sic) per la bruttezza dei 
costumi e degli abiti loro, così per favella hanno un tristiloquio \ 
dicendo per es.: Me sure, chinte dici? (= sorella mia, che ne dici?, 
forse). Certo, il dialetto romano, essendo per molti conti divergente 
dalla lingua toscano-letteraria che Dante avea fìssa in mente, ei lo 
doveva di necessità rifiutare; ma, a forzar poi tanto la mano giusto 
contro il dialetto che degli altri è il men dissimile dal tipo to- 
scano-letterario, Dante fu tirato, come le sue stesse parole vengono 
in fondo a confessare con quel paragone tra la triste lingua e i fetidi 
costumi, da malumore contro i Romani; tra i quali egli dimorando 
per la infelice ambasciata presso Bonifacio, si vede che non era stato 
in vena di farsene un buon concetto. Scarta poi l'anconitano (di cui 
cita l'oscuro esempio: Clàgnamente sciate siate), e lo spoletino. Ag- 
giunge poi, che a scherno dei Romani, Anconitani e Spoletini sono 
state fatte canzoni, dove si contraffanno le parlate loro; e una dice 
d'averne vista regolarmente congegnata d'un certo fiorentino di nome 
Castra, che principia: Una ferina va scopai da Cascoli ecc. Donde 
si vede che, già sin d'allora, aveano i Fiorentini un tal sentimento 
di superiorità in fatto di lingua, da mettersi a canzonare, a rifare 
il verso, alle parlate altrui; e si vede pure Dante, che poi a propo- 
sito di Firenze farà tanto lo spregiudicato, che qui ci dà dentro anche 
lui, e non men degli altri si sente paesano paesanol 

Passa dopo a condannare in due parole il milanese, il bergamasco 
e tutti i dialetti confinanti, e per tutta requisitoria si accontenta di 
dire che ci fu chi per canzonarli scrisse : Inte V ora del vesper Zìo 
fu del mes d'ochiover'^-, dove certo non si può trovar nulla di brutto 
o di reo, se non avendo un'esclusiva abitudine ed affezione per un 
altro stampo fonetico, quale il toscano. — Dopo sbandisce Aquilejesi 
e Istriani, perchè eruttano quel loro ^ Ces fas-tu?^ che lacera gli 
orecchi. Sennonché, l' s di fas è un bellissimo avanzo di latinità (fa- 
cis)2; né si può dire, che unendosi al t del pronome, produca un 
gruppo al toscano ripugnante. Il gè poi, che è quid, mostra di certo 
un notevole scadimento dal tipo latino; tuttavia, tanto è legittima la 
semplificazione del qu in k, a. cui s'arresta il toscano che, quanto 
il successivo ridursi della gutturale a palatina {ce), e di questa a 



Ascoli, Archivio I, 305 n. 
Ascoli, Archivio I, 463. 

Archivio glottol. ital., II. 



98 D'Ovidio, 

sibilante (gè), che avviene nell' acj[uilejese ^ A Dante dunque il ^Ce fas 
tu?' non lacera gli orecchi, se non perchè negli orecchi egli ci ha il 
^Che fai tu?\ 

Scarta poi tutte le parlate montanine e contadinesche, che discor- 
dano sempre da quelle de' veri cittadini per la grande loro sregola- 
tezza d'accento (qui si scorge l'uomo di città!), citando ad esempio 
di esse le parlate del Casentino e de' Pratesi (e qui si vede il fioren- 
tino!). 

Anche i Sardi, che non sono italiani, ma son da mettere assieme 
agl'italiani, gli scarta perchè sono i soli che non paiono neppure 
aver un volgar proprio, contraffacendo essi il latino come le scim- 
mie gli uomini, nel dir, per esempio: Domiis nova e Dommus meus. 
Donde traspare piti che mai il gretto pregiudizio da cui Dante era 
dominato. Infatti, benché il sardo abbia in alcune cose un'impronta 
più arcaica e latina, in altre però è anche più degenere che gli altri 
dialetti italiani, e ad ogni modo è pur esso un volgare come un altro. 
Solo l'italiano di Toscana, avvezzo a dir la casa, poteva nel sa domo 
(logudorese) trovare un'affettazione di latinità, e uso a dire il padrone, 
dal su donnu ricever l'effetto come d'una scimiottatura del latino, e 
abituato alle desinenze vocalizzate, veder nel logudorese opus, corpus 
un latinismo fuori posto 2. Certo, se il dialetto sardo avesse avuto favo- 
revoli le condizioni storiche, sarebbe potuto ben diventare (com'è anche 
diventato infatti) un linguaggio letterario. E se a' tempi di Dante fosse 
stato veramente coltivato e stracoltivato, come ci si vorrebbe dare a 
intendere dai propugnatori di certe Carte incredibili. Dante che di 



' II testo ha ges, ma io sospetto che quali' s, difficile a spiegare, sia forse 
dovuto a ciò, che Dante od il copista istesso, preoccupato di dover notare 
un s per lui singolare ed insolito, qual era quello di fas, commettesse T inav- 
vertenza, puramente grafica, od anche acustica e glottica, di anticipata- 
mente attaccarlo anche al gè. 

^ Il Delius, nel suo bel lavoro Der sardiniscJic dialcct. d. XIII. juhrhts , 
Bonn 1868, p. 2, nota che i due sostantivi sardi, citati da Dante, in realtà 
non hanno il s all'uscita, e che quindi Dante li abbia voluti dare solo come 
esempj lessicali, senza stare a riferire la lor precisa forma sarda. Sennon- 
ché Dante, il quale dovea sapere che i sardi in molte voci serbano il s finale 
(caratteristica della fonetica sai^da che più suol fare impi'essione a un ita- 
liano della media e bassa Italia), e d'altronde non doveva essere addentro in- 
tutte le minute norme della grammatica sarda , credette forse che la forma 
vera (singolare per lui e lessicalmente e foneticamente) fosse domus e domi- 
nus. Il Delius crede anche probabile che D. scrivesse domus mea, e non già 
nova, che non ha niente di specificamente sardo; ma nulla ci assicura che 
Dante dovesse avere ritegno di porre un aggettivo non esclusivamente sardo. 



Sul de vulg. el. di Dante. 99 

una tanta e sì alta coltura sarebbe dovuto essere certamente in- 
formato, lo avrebbe preso a considerare col rispetto con cui con- 
siderò il provenzale e il francese; che avanti all'evidenza de' fatti, 
i suoi gretti pregiudizj municipali sarebbero senz'altro svaniti. 

Loda poi il siciliano, perchè di Sicilia venne l'iniziativa del moto 
poetico, e vennero parecchi valenti poeti {perplures doctores indi- 
genae) che cantarono solennemente (graviter), come in quelle canzoni 
che incominciano : 

Ancor che l'aigua per lo foco lassi '. 



Amor che longamente m' hai menato. 

E certo, non gli ci voleva molta generosità per trovar bello cotesto 
siciliano; che, a conti fatti, è toscaneggiato quasi del tutto! Ma a 
prendere, continua egli, il siciliano proprio, quello che c'è presentato 
dagl'indigeni di mediocre levatura {quod proditur a ierrigenis me- 
diocribus), non è punto preferibile, perchè trascina troppo le parole 
{non sine quodam tempore profertur), come in « Traggemi d'este fo- 
cora, se feste a bolontate»; che è l'addebito che anche adesso fan 
sempre i Toscani ai meridionali. 

Anche tra i Pugliesi, egli continua, ci è stato chi ha pulitamente 
cantato, come in 

j\Iadonna, dir vi voglio. 



Per fino amore vo'sì lietamente. 

Dice pulitamente, e potrebbe dire toscanamente. Ma quanto agli 
Apidi terrigenae, o per colpa loro o perchè contermini a' Romani e 
Marchigiani, parlano in modo brutto, barbaro, schifoso [turpiter bar- 
barizant, obscene loquuntur) , come per es. in 

Volzera che chiaugesse lo quatraro, 

che è un verso di un canto popolano, opperò, come quel di Giulio, 



' Trattandosi qui di un poeta meridionale, m'immagino che Yaigua sia un 
provenzalismo. Uii poeta dell'alta Italia l'avrebbe invece potuto ben attiugere 
dal suo proprio ambiente, o almeno sarebbe da questo stato facilitato all'a- 
dozione del provenzalismo, giacché colà abbondano i riflessi del tipo aigua; 
V. Ascoli, Archio. I. 300 n., 347, 360, 376, 381, 383, 411, 51 On. 



IfìO D'Ovidio, 

arrivato sino a Dante in forma abbastanza pug-liese. A rigore, nò vol- 
zera (>= aveva voluto), né il hja per pja da pia di chiangesse^ né 
quatraro (= fanciullo) , sono intrinsecamente brutti. Solo da un punto 
di vista esclusivamente toscano, posson parere ^Dorc/ierze {ohscenitates). 

Scarta ancora il genovese, e naturalmente la ragione n'è la qua- 
lità ligure, e non toscana, della sua fonetica; della quale dà un esem- 
pio nell'abuso dello 0, disgustoso al certo per un toscano. 

Ripudia, perchè gli par troppo sdolcinato, il romagnolo, specie il 
forlivese, che per affermare dice deusci e per blandire dice odo meo '", 
corada mea. Anche qui, al solito, impressioni grette e indefinite. 

Per ragione affatto contraria, cioè perchè irsuti, ispidi, rozza- 
mente aspri, e nelle parole e nell'accento, sbandisce i dialetti di tutti 
que' popoli, come sarebbero Bresciani, Veronesi e Vicentini, che si 
riconoscono alla parola magara, che han sempre in bocca. A questi 
aggiunge i Padovani, che fanno delle bruttissime sincopi di suoni, 
dicendo, per es., merco, per mercato, e così tutti i participj in -tus, e 
bonté per bontà, e così tutti i denominativi in -tas 2. Ma in verità 
non si può, se non per preconcetto, dichiarar bruttissime tali sincopi. 
Certo, a Dante non pareva brutto amò (= amavit), che alla sincope, 
per dirla a modo suo, nella terza singolare del perfetto, egli era 
avvezzo dalla nascita, e l'abitudine nativa eragli poi ribadita dal- 
l'averla sempre trovata legittimata e consacrata dalla letteratura; 
e gli parve brutto merco (= mercatus), perchè alla sincope nei par- 
ticipj e nei nomi in -atus egli non era avvezzo. E bonté (= *bonitate) 
gli parve brutta sincope, perchè egli era avvezzo a quella in -a; 
a un francese non sarebbe certo apparsa così orribile. Anzi, a Dante 
medesimo il bonté in francese non dovea parer brutto, perchè in 
francese sapeva che così s' aveva a dire, ed era abituato a veder una 
tal forma consacrata dalla letteratura di quel!' idioma S; e in padovano 
gli parve orribile, perchè guardando al padovano, volgare italiano, 
egli avea la mente all'italiano, e non sapea prescindere da quel par- 
ticolare italiano, tosco-letterario, a cui egli era usato. 

Condanna ancora i Trivigiani che, come i loro confinanti, ed an- 
che come i Bresciani, fanno una brutta apocope, dicendo nof prò nove. 



* Sull'entità fonica del gruppo, etimologicamente ortografico, ci, può es- 
servi dubbio. V. Ascoli, Archiv. I, 302-4, 554; e cfr. Mcssafia, Barstellung 
der romagnolischen mundart, Vienna, 1872, §§ 171, 197. 

^ Ascoli, Archiv. I, 431-2, 

^ V. infatti la citazione d'un verso illustre francese terminante con bonté, 
al capo quinto del secondo libro. 



Sul de vulg. el. di Dante. 101 

et ui/ prò vivo'^. Si noti, come Dante parta dalle forme toscane, e 
naturalmente deva quindi trovare una grandissima barbarie nel nof 
invece di nove, ecc. Se a un Francese si chiedesse s'ei trovi brutto 
il vif, probabilmente risponderebbe che, così svelto com'è, vif gli par 
che esprima la vivacità meglio del languido vivo. E anche qui si 
può dire, che vif, neuf, saran parsi a Dante bellissimi in francese; 
e nel trivigiano, dialetto italiano, gli dan fastidio, perchè ripugnano 
al particolar tipo di italianità, che stava in mente a lui. 

Mette in un fascio Ferraresi, Modenesi, Reggiani e Parmigiani, e 
li condanna a non poter accedere al volgare illustre, per esser loro 
connaturata la gorga (garrulitas) propria dei loro acerbi dialetti; 
nella qual gorga si vuol certo intendere tutta in complesso la sgra- 
devole impressione, che ad un Toscano dovea fare la particolar fo- 
netica de' dialetti emiliani 2. Ai Parmigiani fa un addebito particolare, 
ed è di dir monto per molto ^; il che certo gli spiaceva perchè egli 
non sapea distaccarsi dal toscano, che {anche tenendosi piU vicino al 
latino che non gli altri) davagli molto; giacché, del resto, né il gruppo 
nt ha niente di duro, neppure all'organo toscano, né il trapasso di l 
latino in n romanzo è punto inaudito. 

Quanto a Trento, Torino, Alessandria ed altre città prossime agli 



* Ascoli, Archiv. I, 417-18. 

'^ La garrulitas (che il Trissino col suo solito garbo traduce loquacità]) 
il Bòhmer (op. cit. p. 12) crede accenni al fenomeno ar per re atono, pro- 
prio de' dialetti emiliani , ove si ha arspónder, arSdn, per rispondere, reg- 
giano. Ma è incredibile che Dante alluda a una sirail minuzia fonetica, e 
certo egli intende parlare di quel non so che di proprio a tutta la pronunzia 
lombardo-emiliana, quel che noi diremmo V accento lombardo ecc. Noi del- 
l' Italia centrale e meridionale sogliam trovare nei dialetti dall'Emilia in su 
una certa quasi gutturalità di pronunzia, che vagamente concepiamo e pur 
vagamente denominiamo la gorga lombarda. E perciò ho creduto poter così- 
tradurre la vaga garrulitas di Dante. 

' Il Bòhmer (op. cit., 12 n.) congettura doversi leggere morto anziché 
monto. Poco prudente fu invero il ricorrere ad emendazioni congetturali, qui 
dove anche una superficiale informazione del modo come gli attuali dialetti 
emiliani si comportino co' succedanei di midlus avrebbe dato ogni suffragio 
alla lezione vulgata; che in bolognese e in modenese si ha dimondi per di- 
molto e dimolti (mentre l'avverbio senza il di è molt), e in parmigiano mont 
beh, per molto bene. Il ìnorto per molto (a cui non suffragherebbe il parm. 
vreva -voleva citato dal Bòhmer, chò in v[o]leva è question di / tra v e una 
vocale, ed in molto è l tra vocale e cons. esplosiva) è bensì proprio del pisano 
plebeo, e d'altii vernacoli toscani, romani e napolitani. Per It in nt, cfr. 
Ascoli, Archiv. I, 398. 



102 D'Ovidio, 

estremi confini d'Italia, egli ne trova, per lo solite ragioni, bruttis- 
simi i linguaggi, ma soggiungo clic, fossero anche bellissimi, avreb- 
bero pur sempre, stando quelle città ai confini, mescolati in sé molti 
forestierismi, epperciò non meriterebbero neppure il nome d'italiani. 
Anche questo non può parere che ad un Italiano del centro; perchè 
del resto, se, per esempio, il dialetto piemontese ha molti caratteri 
estranei ad altre parlate italiane, e comuni invece alle parlate fran- 
co-provenzali, ciò lo renderà, se si vuole, men atto a difi'ondersi in 
tutta Italia, ma non già inetto alla coltura letteraria, che, in sé me- 
desimo, egli è sempre un linguaggio organico, omogeneo e vivo. 

Quanto ai Veneti, egli dice, meno male che non ci pretendono nem- 
meno (curiosa poi che al veneto toccò in appresso l'onore d'esser 
letterariamente coltivato, e oflicialmente adoprato, piti che molti altri 
dialetti); ma se qualcuno di loro vaneggiasse tanto da voler affacciar 
pretensioni, si ricordi se ha mai detto: 

Per le plaghe de Dio tu non veras *, 

verso, che non ha certo altra colpa se non d'esser veneto e non to- 
scano, che del resto né -plaghe è men bello (ed è più etimologico) di 
jìioghc, né verds (che può esser anche verrai, ma l'Ascoli preferisce 
intenderlo vedrai; Arch. I, 462) è men bello o men legittimo di ve- 
drai, al quale anzi è superiore per la conservazione preziosa dell' s 
finale latino (videre-habes). 

Quanto poi ai dialetti di Perugia, Orvieto, Viterbo, Città di Ca- 
stello, per essere affinissimi al romano e allo spoletino, crede persino 
inutile parlarne. 

Non ci è che un dialetto di cui faccia elogi, il bolognese. Assai 
probabilmente, come s'è visto, egli scriveva il suo libro a Bologna, 
ed egli era in buona con questa ospitale città; s'era quindi assue- 
fatto volentieri al suo dialetto e l'aveva studiato con interesse, op- 
però finì per trovarlo bello, e per darsi anche ragione del perchè 
fosse bello 2. Ma bello, s'intende (protesta egli) come volgare, muui- 



' V. Ascoli, Archiv. I, 460-G2. 

^ La ragione della bellezza del bolognese la ti'ova (I, 15) nel contemperare 
elle esso fa le proprietà, dei dialetti suoi confinanti, prendendo dagl'Imolesi 
lenitatem atque mollitiem, e dai Ferraresi e Modenesi aliqualem garruli- 
tatem, propria dei Lombardi, i quali la devono, secondo lui, avere ereditata 
dai Longobardi. E cotesta ragione, valga quel che può valere, è chiara al- 
meno. Ben oscuro è invece un paragone ch'egli adduce per dichiarare quel 
supposto eclettico equilibrio della favella bolognese. « Bononienses . . . . Dice: 



Sul de vulg. ci. di Dante. 103 

cipale! Dialetto per dialetto, è preferibile il bolognese; ma non che 
esso sia il volgare illustre! Se tal fosse, i poeti bolognesi, il mas- 



ab Imolensib. Ferrar, et Mutinens. circumstantibus aliquid proprio volgari 
adsciscunt; sicut facere quoslibet a finitimis suis convicimus (scoine tutti 
soglion fare dai loro confinanti ) , ul Sordellus de Mantua sua ostendit, Cre- 
mome, Brixise atque Verona^ confini: qui, tantus eloquenti^ vir existens, 
non solum in poetando sed quomodolibet loquendo pa(nu»i vulgare deseruit». 
Ora, il difficile di questo passo sta in ciò, che non si capisce chi secondo 
Dante contemperi le parlate confinanti, se il volgar mantovano esso stesso 
(come parrebbero accennare le parole « ut Sord. de Mantua sua ostendit, 
Crem. Brix. atq. Ver. confini », il che significherebbe che Mantova, favorita 
dalla sua stessa posizione geografica tra Cremona, Brescia e Verona, prenda 
qualcosa da tutte le parlate di coteste vicine città), ovvero il poeta Sor- 
delio (come parrebbero indicare le parole «qui.... pai/nwjji vulgare dese- 
ruit»). Se il contemperatore secondo Dante è Sordello, perchè allora egli 
dice che Sordello dimostra il contemperamento de Mantua suaì Dovrebbe 
dire « ut S. de se ostendit »! E se il contemperatore è il mantovano stesso, 
perchè mai è Sordello che ne dà le prove ? Forse con dar saggi scritti di 
mantovano, dai quali si rilevi la contemperata struttura di quel dialetto ? No, 
perchè Sordello quomodol. loquendo patriiwi vulgare deseruitl — Dunque 
r arruffio di quesìo passo è grande, e bisogna supporre che il testo sia in 
qualche parte corrotto. Il Bòhmer {Jahrh. f. Bantcgesellschaft, t. II) si dà ad 
emendare la frase « ut facere quoslibet a finitimis suis convicimus », e muta 
quest'ultima parola in conjicimus, mutazione al tutto inutile; muta Va in e, 
intendendo poi il suis come Bononiensiittn, cosa inammessibile, giacché, non 
che un classico, ma neanche un qualunque italiano, scrivende in latino, di- 
rebbe mai in quel posto suis per dir de" Bolognesi, ma eorum, ipsorum, o 
coni' altro vuoisi. Eppoi il senso che ne verrebbe (« come ognuno dei confi- 
nanti di loro Bolognesi suol fare, ad esempio Sordello ecc. »), insoddisfacen- 
tissimo per sé, lascerebbe inoltre tutta intera la difficoltà del passo che ci 
occupa. Al quale se dovessi congetturare un emendamento, io espungerei il 
sua che è nella frase : « ut Sordellus de Mantua sua ostendit », dove forse 
il copista a torto l'introdusse perchè impressionato dal suis della frase im- 
mediatamente precedente: «sicut facere quoslibet a finitimis suis convicimus». 
Intenderei quindi: I Bolognesi aggregano al loro volgare qualcosa dall' imo- 
lese, dal ferrarese e dal modenese, come del resto è positivo che tutti fanno, 
di prender qualcosa dai loro confinanti; di che è prova Sordello di Mantova 
{Sordellus de Mantua; cfr. II, 6: Cinus de P istorio ecc.), città confinante 
con Verona, Brescia e Cremona; il quale, appunto perchè come mantovano 
trovavasi in mezzo fra tali città, nel suo scrivere sempre si diparti dal pretto 
mantovano e prese dalle vicine città e parlate. — Il modo di procedere di un 
uomo (Sordello) sarebbe dato per esempio analogo al modo di procedere di 
un popolo (il bolognese). Sennonché, v'è documento, o potrebbe almeno credersi 
a priori, che Sordello scrivesse in un linguaggio lombardesco di tal natura ? 



101 D'Ovidio, 

Simo Guinicelli, e il Ghislieri, Onesto, Fabrizo, dottori illustri e pieni 
di criterio quanto ai volgari, avrebbero scritto in bolognese! E in- 
vece hanno scritto: 

Madonna, il fermo core (Guinicelli), 

Lo mio lontano gire (Fabrizio), 

Più non attendo il tuo soccorso, Amore (Onesto): 

parole tutte diverse da quelle cittadine di Bologna (quae quidem verba 
pì^orsiis a mediastinis Bononiae sunt diversa). E son diverse perchè 
son toscane! Se Dante non lo sapeva, ben però lo sappiamo noi. 

Scartati tutti 1 dialetti non toscani (anche quell'unico bello!) per- 
chè difformi dal tipo toscano-fiorentino, scarta egli anche i toscani 
per le divergenze che hanno dal tipo prettamente fiorentino, il quale 
a lui era raccomandato e dall'abitudine nativa, e dal suo criterio sto- 
rico-letterario; giacché, pur riconoscendo con vero entusiasmo i me- 
riti storici dei predecessori, egli credeva però che tutto il corso poetico 
siculo-bolognese-toscano avesse toccata la perfezione definitiva con 
la scuola del dolce stil nuovo '^•, scuola tutta fiorentina, ad eccezione 
del pistojese Gino Sinibaldi, il cui dialetto nativo è tuttavia talmente 
affine al fiorentino, che in brevi e forbite liriche non gli sarebbe stato 
possibile di mettere in vista nulla che disgustasse i suoi amici di Fi- 
renze. Sicché oramai, il linguaggio dell'alta poesia equivalendo per 
lui al tipo fiorentino, naturalmente doveva egli rimaner nauseato a 
trovare, per esempio, in Bonagiunta Urbiciani un piassa alla lucchese, 
per piazza, come sol dicevasi alla fiorentina e come scrivevasi da 
quelli che per Dante formavano testo di lingua poetica. 

Dei Pisani egli cita due versi di un canto popolaresco: Bene an- 
donno li fatiti Di Fioransa per Pisa ^. Dove certo, oltre tutto quel- 
r altro che ci poteva essere di pisano nel resto del canto che egli 
vuol richiamare, doveano dargli ai nervi quell' ancZonno , forma di 
perfetto, allora com'oggi, propria di Pisa, ma estranea ancora al 
fiorentino ^, e V-ansa per -enza. Dei Lucchesi cita: Fo voto a Dio 
che in gassar a Eie lo comuno de Luca; dove certo, dal punto di vista 
fiorentino, è un vero scandalo il e scempio di Luca, e il r scempio. 



• Cfr. de V. El. I, 10, 13, 17; II, 2, 6; Purg. xxiv. 

^ II BÒHMER congettura: Sene andonno ; di che non si può dir altro, se 

non che può essere che stia bene. 

' V. Flechia, Rivista filol. di Torino, I, 398 n. Eppure una volta quel pi- 
pisanismo Dante l'ebbe ad adoprare; nella Comedia però, ov'era più andante, 
e per bisogno della rima [Par. xxviii, 105Ì. 



Sul de milg. el. di Dante. 105 

come pure il ss per zz, di gassava, e V eie = sia^ e lo comuno. Dei 
Sanasi cita: Onche rinegata avesse io Siena, dove trovava V onclte 
{=unquam), certamente non fiorentino. E degli Aretini ha: Vo tu 
venire ovelle, dove l'urtava Vovelle *. 

Avrebbe dunque dovuto, giacché tutto ciò che fosse o aretino, o 
sanese, o lucchese, o pisano, e non fiorentino, lo urtava, dire addi- 
rittura: il tipo linguistico per la poesia è il fiorentino. Ma una tal 
proposta o confessione gli sarebbe parsa rischiosa e , a conti fatti , 
irragionevole. Basta forse, pensava Dante, scriver fiorentino per 
scriver bene? E qualunque modo o voce o pronunzia fiorentina si 
potrà scrivere? Non ha egli anche il fiorentino delle parole malsonanti 
e grossolane? Dunque, avrebbe dovuto concludere, scrivasi in fio- 
rentino, ma ripulendolo, facendo una garbata scelta fra quante voci 
e forme egli ofi're. Sennonché Dante, preoccupato contro i dialetti, 
pensa: se anche il fiorentino ha dei modi brutti, dunque è anch' esso 
un dialetto, brutto come gli altri; e difatti si può dar niente di piU 
grossolano del canto: ^ Manuchiamo introcque Non facciamo altro "ì 
— Dire: il fiorentino è il linguaggio della poesia illustre, gli pareva 
che fosse come dire: si metta giti fiorentino purchessia, senza badare 
a nulla, senza escludere nessuna parola o frase o pronuncia. Gli pa- 
reva altresì, che il far del fiorentino il linguaggio della poesia finisse 
come a far della poesia un monopolio dei Fiorentini , a negare a 
priori l'accessibilità degli altri Italiani alla gloria della poesia (che 
allora si chiamava indifferentemente la gloria della linguai); e ciò 
allo spirito suo, largo e comprensivo, che vantavasi di sapere spinger 
lo sguardo ben oltre l'angusta cerchia cittadina, alla nazione tutta, 
all'umanità, sarebbe parso un gretto municipalismo. Municipalismo 
cui egli anzi scorgeva ne' Toscani tutti, che già molto pretendevano 
della favella loro ^, e per fuggire il quale egli era naturalmente 
sospinto ad un eccesso opposto, sino cioè a chiamar il toscano un 
turpiloquio. Oltreché, se è assolutamente repugnante al franco ca- 
rattere dell'Alighieri quel che taluni han supposto, che cioè egli si 
mettesse contro le sue stesse convinzioni ad inveire contro il toscano 



* Il EòmrER stacca ov elle, intendendo, come il Corbinelli, con lei. Ma l'at- 
tuale aretino, che ci dà induvelle e qualche altro avverbio di luogo analogo, 
ci fa capire che qui abbiamo a che fare con un ovelle nel senso di usquam, 
quelque pari. I riflessi di questa terminazione pronominale-avverbiale -elle 
sono molti anche nella Italia meridionale, e anderebbero sottoposti ad un 
accurato esame comparativo. 

" DeV.E. I, 6, 11, 13. 



106 D'Ovidio, 

G il fiorentino, a solo fine d'indispettire i suoi concittadini; egli è 
però certo che il gran malumore, che avea verso di quelli, dovè 
notevolmente contribuire a fargli mettere un non so che di parti- 
giano e di accanito nelhi sua condanna dei dialetti toscani. La co- 
scienza gli suggeriva di dover contr' essi parlare, e la passione gli 
faceva far la voce grossa. Era in coscienza convinto che toscano e 
fiorentino non fosser tutt' uno col linguaggio illustre; ma c'ebbe 
inoltre un gran gusto, di potere cotesta verità buttarla in faccia a 
quei suoi tanto ingrati concittadini! 

Se quella sua generosa premura di guardarsi dalle meschine borie 
municipali, e quella sua ira accumulata contro i concittadini, non gli 
avessero impedito di considerar la questione con la calma che gli 
sarebbe stata necessaria per arrivare col ragionamento astratto, 
senza il soccorso che la scienza a noi dà oggi, a vederci dentro 
chiaro; egli si sarebbe certo avvisto di quello onde ci avvediamo 
ora noi, cioè come gli addebiti che egli sapeva fare al fiorentino con- 
sistessero semplicemente in qualche parola malsonante da evitare, 
in qualche trivialità da escludere dagli scritti per ragioni di stile; 
mentre quel eh' egl' imputava agli altri dialetti erano fenomeni ri- 
correnti costantemente, vizj organici, inevitabili. Ed in vero, era 
facile scriver fiorentino senza metterci V introcque, ma non era pos- 
sibile scrivere padovano escludendo i participj in -ó e gli astratti 
in é. E, del resto, era tanto piti profondo il dissidio tra lui e quei 
fenomeni degli altri dialetti, di quello che era tra lui e persin le più 
brutte voci fiorentine, che egli si ridusse pure alla fine, nella Co- 
media, ov' era men schifiltoso, a adoperare Vintrocque per via della 
rima (Inf. XX); ma certo non scrisse mai né merco ^ né bonté, nò 
Vìf, né nof, nò plaghe, né pe fas-tic?, né verdsl 

Egli confuse evidentemente lingua e stile, giacché una poesia di 
un Bergamasco, o Bolognese, o Siciliano, scritta pure nel più scelto 
bergamasco o bolognese o siciliano, gli sarebbe sempre suonata 
male; mentre una poesia toscana non avea bisogno, per piacergli, 
che di essere scritta con una adatta scelta stilistica delle frasi e 
parole toscane. E solo questa esigenza egli in realtà doveva avere, 
allorché scriveva che Guido d'Arezzo, Bonagiunta da Lucca, Gallo 
pisano. Mino Mocato sanese. Brunetto fiorentino, aveano adoperato 
dieta non curialia sed municipalia tanticm; che è una evidente esa- 
gerazione, giacché non è possibile, che delle parole usate da quei 
poeti tutte fossero municipali, e ninna fosse di quelle che anche 
Dante stesso adoperava nelle sue canzoni! 

Lo stesso metodo inconseguente di fastidire gli altri dialetti per- 
chè divergenti dal fiorentino, e poi sostenere che il fiorentino è un 



Sul de vulg. el. di Dante. 107 

dialetto come gli altri, si vedrebbe oggi usato da molti Fiorentini -, 
i quali, dopo tanti secoli, sono ancora al punto ov' era Dante. Giac- 
che ridono di cuore di tutte le peculiarità di pronunzia, di parole 
e di fraseggio degli altri Italiani, cui essi trovano ad ogni momento 
in fallo; ma se poi si dice loro che il tìorentino non è un dialetto 
come gli altri, ma suppergiù egli è la lingua, son essi i primi a 
prenderne scandalo, e a citare le storpiature e i riboboli delle ciane 
e de' béceri di Mercato vecchio e de' Camaldoli, gli ciì^d 'bai (^avrà 
i bachi), i voitta (^ecco), ^V imv edili (imbecilli); che sono gli ana- 
loghi àeW introcque e del manucJiiamo di Dante. 

E lo stesso modo di ragionare, o di sragionare, troviamo per es. 
in uno scrittore alquanto posteriore all' Alighieri, Jacopo Passavanti. 
Le cui parole, al solito svisate con malafede dal Perticari, e ricondotte 
al loro vero valore dal Galvani^, sarà bene riferire. Dopo aver 
confessato ch'egli scrive in fiorentino soggiunge: •< I volgarizzamenti 
•' della scrittura e dei dottori si deve leggere con buona cautela... 
•> perchè il nostro volgare (intende il volgare in generale) ha difetto 
^' di propri vocaboli, onde spesse volte rozzamente e grossamente, e 
•' molte volte non veramente, la spongono. Ed è troppo grande peri- 
^' colo, che agevolmente si potrebbe cadere in errore. Senza ch'egli 
» avviliscono la scrittura, la quale con alte sentenze ed isquisiti e 
» propri latini, con begli colori rettorie!, e di leggiadro stile adorna, 
" qual col parlare mozzo la tronca, come i Franceschi e Provenzali 2, 
" quale collo scuro (!!) linguaggio l'offusca, come i Tedeschi, Zingari 
•' ed Inghilesi-, quali col volgare bazzesco e crojo (questo è il fratcl 
" germano della garrulitas , dell' hispidum e dell' acerbitas di Dante ! ) 
•' la incrudiscono, come sono i Lombardi; quali con vocaboli ambigui 
" e dubbiosi (!?) dimezzando la dividono, come napolitani e regnicoli; 
" quali coll'ctccen^o aspro e ruvido V arrugginiscono, come sono i Ro- 
» mani ; alquanti altri con favella maremmana, rusticana, alpigiana, 
» V arrozziscono; ed alquanti men male che gli altri, come sono i 
•' Toscani, malmenandola troppo la insudiciano ed abbruniscono. Fra 
» i quali i Fiorentini coi vocaboli {squarciati e smaniosi, e col loro 
» T^SLvlaxe fiorentinesco (stendendola e facendola increscevole, la intorbi- 
» dano e rimescolano con occi (^ci ho?) q poscia, aguale (= eguale), vie- 



• Biihhii ecc. p. 299-307. 

2 Allude certo alla special proprietà della romanità franco-provenzale, di 
contrai-re particolarmente le sillabe postoniche {sur = sicuro, isle = isola), il 
che agli occhi di un Italiano Spaguuolo deve certo parere un'eccessiva 
degenerazione dal latino. 



108 D'Ovidio, 

u vacata {ì), pur dianzi, ma pur sì, berreggiate (° benreggiate ?).... « 
Si vede di qui che il buon frate, avvezzo a recitare e sentire la pa- 
rola di Dio neir antica, sonora e maestosa lingua latina, tradizional- 
mente consacrata al culto; a risentirla poi in volgare, in quel vol- 
gare in cui quotidianamente diconsi tante cose futili e basse, gli par 
di vederla travestita ignobilmente, e quasi profanata. Ci si rassegna 
però alla meglio, ma a patto che si assuma il volgar toscano; che del 
resto la crudezza lombarda, l'oscurità tedesca, la contrazione fran- 
cese, superan le forze della sua tolleranza. In fiorentino gli basta 
che si evitino vocaboli isquar ciati e smaniosi, le troppe storpiature 
fonetiche popolari (tra le quali pajono intollerabili a lui alcune che 
poi definitivamente furon legittimate dalla letteratura, come il po- 
scia e il purdianzi)] e le altre favelle gli sono irreparabilmente 
uggiose, perchè, faccia pur, per esempio, il francese un'accurata scelta 
stilistica, e' rimarrà sempre un linguaggio che accorcia e contrae, 
piti assai del toscano, la parola latina. 

XIII. 

Se il volgar nobile, la lingua dell'alta poesia, non è nessun par- 
ticolar dialetto, che cosa sarà? — Giacché Dante non s'è accorto 
che lo stampo della lingua illustre è lo stampo fiorentino, dovrebbe 
almeno rispondere, per istare al concreto, che la lingua illustre sia 
quella che si rileva dalle opere degli illustri poeti italiani, e che per- 
ciò può dirsi italiana. E questo infatti egli risponde, ma non senza 
esser prima salito, da buon scolastico, nella sfera deW astratto. In- 
comincia quindi dal dire: in ogni genere di cose v'è un certo che 
a cui esse tutte si riportano; ne' numeri l'unità, nei colori il bianco, 
nelle azioni umane la virtU, nelle azioni cittadine la legge; e nelle 
azioni italiane il tipo è quella certa italianità, consistente in certi 
semplicissimi segni di costumi, di foggie e di parlare, secondo cui 
esse azioni si commisurano. Il volgar illustre è l'italianità tipica 
nella lingua, la quale italianità può manifestarsi più in una città che 
in un'altra, ma di nessuna è esclusivamente propria. Il volgare illu- 
stre è dunque il volgare italiano. — Finquì siara sempre a una pura 
astrazione, cioè a un certo ideale o genio linguistico nazionale, a 
quella certa fisionomia comune di tutti i volgari italiani, la quale 
fa sì che essi si raggruppino sotto una sola classe e denominazione 
{volgare italiano), ma che poi non esiste in sé e per sé, a quel modo 
che non esiste un mammifero, puramente mammifero, che non sia o 
uomo, o cavallo, o cane ecc., né esiste una leguminosa, puramente 
tale, che non sia alla fin fine o fagiuolo, o pisello, o fava ecc. — 
Sicché, con in mente questo concetto astratto di specie, Dante prò- 



Sul de vulg. el. di Dante. 109 

segue: Di fatto, corno c'è un volgare proprio di Cremona, così ce 
n'è uno proprio di Lombardia; e come ce n'è uno proprio di Lom- 
bardia, così ce ne sarà uno proprio di tutta la parte sinistra d'Italia; 
e come ce n'è uno proprio di tutta la sinistra d'Italia, così ce ne 
sarà uno proprio di tutta Italia. E come il primo è cremonese, il se- 
condo è lombardo, il terzo di mezz' Italia (semilatium), così il quarto 
sarà italiano. — Ma questo italiano, messo lì in senso di classe e 
di fisionomia comune, appena che Dante lo ha fissato, assume subito, 
di lancio, in mente sua, un significato più concreto e più individuale, 
vien cioè a denotare quella particolar lingua (che noi sappiamo es- 
ser di base toscana), che si ritrova nei varj poeti illustri d'Italia- 
epperò egli continua: Infatti di esso si son serviti quanti illustri dot- 
tori han composte poesie volgari in Italia; e Siculi, e Pugliesi, e 
Toscani, e Romagnuoli, e Lombardi, e nativi dell'una o dell'altra 
Marca. 

E questo è il volgare illustre; illustre, curiale, cortigiano e car- 
dinale per tante belle ragioni, che ognuno può leggere, se ha voglia 
di sillogismi e di distinzioni, nei capitoli XVI-XVllI. 

XIV. 

La forma poetica illustre che nel primo libro è principalmente con- 
siderata come lingua nel senso proprio, nel secondo libro invece è 
presa piuttosto nel senso di stile. Egli è perciò che quivi Dante prende 
a citare alla rinfusa versi di italiani, di francesi e di provenzali. Ma 
quando per poco torni a question di parole, allora ritorna alla lin- 
gua, e alla citazione di eserapj prettamente toscani; com'è per esera- 
pio nel capo 7.°, ove si fanno tutte quelle curiose distinzioni fra 
parole muliebri e virili, silvestri e urbane, pettinate e irsute, lu])ri- 
che e scabrose. 

Considerando dunque il volgare illustre come l'altissimo stile, vuole 
che r adoprino sol quelli ch'hanno ingegno e sapere, e solo in tre 
specie di soggetti, l'amore, il valore e la rettitudine, e in un sol 
genere di componimento poetico, la canzone. Al sonetto e alla bal- 
lata prescrive d'assumere quando il volgar mediocre e quando Vumile; 
nel qual precetto evidentemente non si considera la lingua (che non 
si può presumere Dante consigliasse per il sonetto e la ballata una 
lingua diversa dalla lingua della canzone, e volesse poi che tal di- 
versa lingua fosse un miscuglio di due altre lingue), ma lo stile. 
E la canzone è per lui la poesia dello stile tragico (II, 1-4); sic- 
ché passa a trattare della canzone, e fa cenno delle varie specie di 
versi (11,5), de' costrutti, cui egli specifica in modo assai vago e ad im- 
pressione (II, 6), delle parole, che classifica in un curioso modo (II, 7) ; 



no D'Ovidio, Sul da vulg. el. di Dante. 

per determinare infine quali versi, costrutti e parole sì addicano alla 
canzone. Quindi passa a trattare la metrica della canzone; e le dot- 
trine circa ad essa, ch'egli svolge, sono state dichiarate, esemplió- 
cate, e confrontate con la pratica stessa di Dante nel Canzoniere^ da 
due egregi romanisti, il Bohmer nel piti volte citato opuscolo Ueher 
Dante's s. ecc. e il Bartsch nell'articolo Dante's poetik del Giornale 
della società dantesca di Germania (III, p. 303-3G7). Cotali dottrine 
Dante le attingeva dalla tradizione de' poeti romanzi a lui anteriori e 
contemporanei, operando però di questa una certa purificazione, cen- 
surando cioè quel che al gusto suo non garbava, ad onta che altri 
poeti n'avesser dato esempio (11,12). Promotore e maestro d'un' arte 
aristocratica e riflessa, disdegnava forte i poeti rimasti in basso grado, 
privi di coltura e di gusto, e li esortava a non provarsi ai piti alti ge- 
neri, come alla canzone. 'Pudeat idiotas (dice II, 6; cfr. II, 1) tantum 
'accedere deinceps, ut ad cantiones prorumpant, quos non aliter deri- 
Memus, quam caecum de coloribus distinguentem! ... Desistant ergo 
'ignorantiae sectatores Guidonem Aretimim (cfr. I, 13; Purg. xxvi, 
'124-26) et quosdam alios extollentes, numquam in vocabulis atque 
'constructione desuetos plebescere.' — Quando un linguaggio è da un 
pezzo letterariamente coltivato, già vi si sono insinuate alcune nor- 
me, non giuste sempre, forse, ma ad ogni modo da tutti per tradi- 
zione accolte, che impongono res3clusione di alcuni vezzi di pronuncia, 
di alcune parole o frasi triviali, di alcuni costrutti o troppo illogici, 
o stentati, o pedestri; e così a ciascheduno vien fatto molto natu- 
ralmente di usare non altro che una scelta e una purificazione del 
linguaggio parlato; laddove sul primo assorgere del dialetto a lingua 
scrìtta, quelle norme e quella esclusione le devo oprare ognuno da 
sé, e non a tutti viene in mente che le sien necessarie, e molti non 
han tanto gusto o coltura da sapervi felicemente por mano. Dante 
fu colui che piti d' ogni altro ne intese il bisogno, e ne venne a capo, 
e per l'elevatezza dell'ingegno suo, e per la educazione classica di 
cui egli era imbevuto. Aveva perciò in grandissimo fastidio quelli 
che tiravan giti nel volgar loro, purché fosse, e non erano in grado 
di elevarlo, per così dire, a seconda potenza. 



DEL POSTO 
CHE SPETTA AL LIGURE NEL SISTEMA DEI DIALETTI ITALIANI. 

Il dialetto genovese, e le varietà liguri in generale, non eb- 
bero in sino ad ora a rallegrarsi di studj molto accurati. Il 
Fernow, in quel suo lavoro sui dialetti italiani che ben si può 
dir mirabile quando si consideri il tempo a cui risale \ si era 
messo per la buona via. Ma il Fuchs, più di trentanni dopo, 
se addirittura non ha indietreggiato, stenterei a dire che abbia 
determinato un vero progresso '. Venuto finalmente il gran Mae- 
stro, egli portò, forse adottò, in ordine al genovese, una sen- 
tenza generale, clie non si può dir delle più caute, e che altri 
hanno poi esagerato o peggiorato di non poco ^ La sentenza, a 
cui accenno, è premessa alla breve descrizione che del dialetto 
genovese ci porge Federico Diez, e suona: 'Il genovese forma 
Ma transizione dai dialetti della bassa Italia, e in ispecie dai 
'sardi, a quelli dell'Italia superiore \' Io per me non ho mai 



' È nel III volume dei Romische studien von C. L. Fernow (Zurigo, 1806-8); 
e il discorso intorno al genovese vi occupa le pag. 359-367. 

^ A. Fuchs, ifber die sogcnanntcn unregelmassigen zeitwòrter der roman. 
sprachen, nebst andeutungen icber die wichtigsten romanìschen mundarten, 
Berlino, 1840. Vi si discorre del genovese a p. 141-48. 

^ Vedi così, in questo stesso volume, Vindice bibliografico, al num. 3. 

^ Gramm. d. roman. sprach., P 85. E prosegue : ' Qui ancora mantengonsi 
'(j ed all'uscita (verde, bravo, sotto; ma: giardin ecc.). Fi si fa talvolta 
^sci (fiore sciù, sic. sciuri). Il e palatino si fa p o x-j frane, (certo (;crto, 
Ticino vexin; ma: ceppo seppo ecc.). II g palatino ha riflessi diversi {giorno, 
Hunxi, Zena Genova). Ma chi e gin già diventano, alla lombardesca, ci e 
'^gi (ciiiappare ciappà, ghianda gianda); pi si fa ugualmente ci (piangere 
^cianze). Di contro a 2 ritrovasi perlopiù g o s (pagienga, bellessa, mezo). 
'R si dilegua facilmente (bruciare bruxà, scrivere scrive, cucire cuxt, onore 
'onò, opere opee); eii ed u già hanno pronunzia francese, ae è pari ad ai 
'frane; e occorre anche il n nasale. L' ital. gli si pronuncia gi (figlio fig- 
'gio) , il che s' incontra anche sul lido adriatico , a Venezia '. — Lo studio 
del Lemcke sui dialetti italiani (Archivio di Herrig, VI, VII, IX), a cui il 
Diez si riferisce (1. e. 81), non sono io ancora riuscito a vedere, e me ne 
duole. II mio valoroso Martini mi perdona poi di certo so non pongo il suo 
lavoro {Saggio intorno al dialetto ligure di Stefano Martini; Sanremo, 1870) 



112 Ascoli, 

saputo ben capacitarmi del come si avesse ad intendere questa 
speciale attenenza fra genovese e sardo; ma ho anch'io creduto 
per lungo tempo che i caratteri settentrionali del genovese non 
fosser tanti e tali, da farlo decisamente assegnare alla serie 
dei dialetti gallo-italici. Senonchè il Nigra, in alcune comuni- 
cazioni private, si compiacque d'insister meco sulla sua persua- 
sione che cosi assegnar si dovesse; e ulteriori studj, che per 
debito d'ufficio io dovetti condurre sulle cose liguri, mi con- 
vinsero ch'egli in fondo avesse ragione. Vengo ora a mostrare, 
per quali criterj fonetici debba andar modificata la corrente 
opinione sul posto che spetta al ligure nel sistema dei dialetti 
italiani, dando a quest'uopo una caratteristica parallela del 
dialetto piemontese e del genovese, e poi un riassunto, in cui 
son valutate le intime concordanze per le quali i due dialetti 
vanno tra di loro congiunti, e insieme son considerate le pro- 
prietà per le quali il ligure si disgiunge dal pedemontano, sem- 
pre con particolare riguardo alle relazioni che ne risultano tra 
il parlar genovese e quelli della bassa Italia. Varie ragioni mi 
suggeriscono, o anzi m'impongono, di ridurre questo tentativo 
sistematologìco a quelle più modeste proporzioni ch'esso com- 
porti ^; ma io spero tuttavolta, che la sua qualsiasi utilità non 
si debba restringere allo special problema che lo ha promosso. 



fra i contributi propriamente scientifici; ma pur mostrerò che possa giovare. 
Un altro giovane e valoroso ligure, il dott. Niccolò Lagomaggiore, darà all'Ar- 
chivio copiosi ed eletti lavori sui dialetti della sua provincia, e intanto pros- 
simamente: Documenti inèditi del sec. XIV, con uno studio sulle relazioni fra 
il dial. genovese di quel secolo e il dial. posteriore. Io gli cedo volentieri il 
posto, sdebitandomi, con questo breve Saggio, di una delle troppe mie pro- 
messe (Arcli. I 81 n.); e gli rubo intanto, senza volerlo, la priorità della giu- 
sta dichiarazione di un antico verso (v. num. 24, in n.). 

* Non solo tralascio di tentare le varietà intermedie, come in parte ormai 
si potrebbe; ma ancora non adopero se non una scarsa parte dei fonti geno- 
vesi che sono a tutti accessibili. Mi limito ai seguenti: 1.° Rime {storiche 
di un anonimo genovese vissuto nei secoli XIII e X/V, pubblicate dal Bo- 
NAiNi nel quarto volume dell'Archivio storico italiano (num. 18, p. 5-61), e le 
cito per 'XI V, piìi il numero della pag. dove l'esempio occorre;- 2.° Com- 
medie trasportce da ro frangeise in lengiia zeneise da Steva De-Franchi, 
Genova 1830 (t. ii e iv; citate per «1830');- 3.'^ Dizionario genovese-italiano 
compilato dal canonico Giuseppe Olivieri, Genova 1851 ('01.'). Le voci che 



Del posto che spetta al genovese ecc. 113 

Fenomeni attinenti alle vocali toniche. 
1. A. 
Piemontese. Il fenomeno franco-ladino dell' e da «, si conti- 
nua neìV -('• = -are degli infiniti; peres. : porié, cantò, ama, sle 
(cfr. Ardi. I 297 n., 251). Esemplari sporadici sono cher carro, 
éì^hu albero (allato ad àr'bra albera, pioppo), chérpu carpine, 
che ci portano all'd in posizione, e in ispecie dinanzi a r. An- 
cora dinanzi a r: gher, largo!, fate largo, bada! (cfr. ■^voY.ga- 
rar ecc.); ma amfr, amaro, può essere esempio infido, e rivenire 
ad *amar-io\ cfr. n. 2. È poi ei da ài od ai, per mero fenomeno 
di assimilazione (cfr. ib.), in cuéic (mil. ciwj- cuéj-) qualche, 
7neistr (gen. meistru; XIV, 39: maistro, il maestrale), ma[e]stro. 
— Genovese, Schietto Va pur nell'infinito; p. e.: gagà ghiac- 
ciare, loortd, sta ecc. Ma pur qui: erbu albero (XIV: arhoro 27), 
che è del resto un esempio molto diffuso, allato ad àrbua pioppo ^ ; 
e par sicura ana traccia di d = à nella formola àn, quasi un'eco 
del fenomeno emiliano (cfr. Arch. I 293-96) : rama (piem. i^ana) 
rana. Sarà ice da ià {ja) in imbriwgo imhria^ga (piem. anbriac; 
romagn. imbarieg) ubriaco -aca -. In guwi (1830: guceri) guari, 
e ciuczi s-cuajzi quasi (piem. cuasi sonasi), si può vedere in- 
flusso dell' -z ^ E y ce ài pìice {pucere) padre, muce [mucvre) 



rappresentano il dialetto di Monaco (ligure ancora), quello di Sarzana e il 
nizzardo, provengono dai Saggi dello Zuccagni-Orlandini. Quanto al pie- 
montese, mi sono ristretto alle fonti che seguono: 1.° Gran dizionario pie- 
montese-italiano, compilato dal cav. Vittorio di Sant'Albino, Torino, 1859;- 
2." Yocah. piemont.-ital. di Michele Ponza, quinta edizione, Pinerolo, 1859;- 
3." 'L liber d'i Salm de David, tradout en lingua piemounteisa, [Londra], 1840. 
Si dice 'piemontese', ma più cauto sarebbe dire 'torinese', sebbene si citino 
parecchie voci del contado. 

' Di altro esempio ligure, ancora dinanzi a ?' e in posizione: indcernu in- 
darno, si tocca nel prossimo studio del dott. Lagomaggioke. Circa sterna starna 
(externa?), rimaniamo dubbj. 

^ Avremmo quindi un caso di assimilazione progressiva (cfr. Arch. I 260 ecc.; 
IV della voce romagnola, all'incontro, è normal succedaneo dell'a);- e per 
la regressiva citerò ancora pleitu, lite, voce del contado, che veramente de- 
v'essere un latinismo curialesco, ma pur giova {plaito, Arch. I 81 n.). 

' Per gutt'ri non penserei all'ai del prov. gaire; ma gaszcea, gazzarra, è 
gazaira XIV, 33 (gazarra 42). Mi sono anche notato con 1'-/: centi jiianti, 
sost. e partic. (infin.: vnnie); ma non me ne è occorso il singolare. Cfr., più 
innanzi, il córso ecc. 

Archivio glottol. ital., il. S 



114 Ascoli, 

madre, deve giudicarsi -ài, quando si considerino le antiche for- 
me maire (XIV, 14 17 19 ecc., 01. xii), laijro layri (XIV, 40 53) 
ladro -i, o paire ecc. dell' od. dial. di Monaco; cfr. prov. maire, 
jiaire, laire \ Il che maggiormente induce a cercare un air 
etimologico od analogico nei seguenti esempj di [ùja^r, che ri- 
cavo dalle stampe del 1830 ': me puceru mi pajo (*pairo *pario), 
ti me pùa'ri tu mi pari, che me ^mo^re mi paja, te pùceran 
(1868: jìaan) pajono, allato a pei pare;- vùccru ("vailo *valio) 
valgo, vùwran valgono;- i quali esempj entran facilmente nel- 
r analogia del numero che segue (cfr. puwra ib.). Ma si ag- 
giunge da quelle stampe medesime: repua^ru riparo (ripar-io?, 
cfr. cV acco7xl-io d'accordo), se repuosre si ripari". 



' Quanto all'^, che è in pucere mucere e nelle altre forme da addursi in 
questo numero e nel susseguente, sempre tra consonante labiale e Vce, si 
confronti per ora: 'muén mani (*ma,in[i]; v. num. 14, II), allato al sing. man. 

^ Cfr., per ora, puceru (poaero) pajo, dalla 'Cittara Zeneise', ap. ^uchs 145. 

^ quce quale, che i-isalirebbe, secondo un saggio dell'Olivieri, al sec. XIV, 
non sarà pur esso un esempio di ce — a, come noi sarebbe tee, tale, che pro- 
babilmente gli sta allato (a me non occorse tee se non in funzione plurale); 
ma si tratterà di qtia[r]e ta[r]e. Nelle poesie del sec. XIV: quar 23 31 4.2 52, 
Zar 20 21 28 31 36 37 38 54 56. Entrerebbe quindi V ce di quce nell'analogia 
dell' -fé di etce, vorentce, veritce ecc. (XIV: crudelitaeìl, bontae 20, engor- 
dietae22, volurdae22, pietae23, la stae 33; ecc.), cfr. Arch. I 432; o di quello 
di frce frate fratello (XIV: frae 46, pl./"raz 22 23; frai nel dial. di Monaco), 
grce crate- (graticcio), delle sec. pi. di prima conjugazione: mirce, intrce ecc. 
(XIV: daì-ve41, guardai-veZQQO; pregai Oliv. p. xii), e dei plurali di -ato 
-ata: incantce, serrce, bastonce ecc. (XIV: aproximai 12, pagai\3, le lor 
pecae 13, serrae 51). E affatto analogo a quce, quale, sarebbe in ispecie: ani- 
moe\ che trovo nell'esclamazione {che animce l), se però è di singolare (cfr. 
anima-d-e, inteijezione, ap. Martini 63, che sarà del sanremese). Esempio 
illusorio di ce -ci è ancora cegua acqua, cfr. Arch. I 800 n. ecc. (aigua tut- 
tora fra i villici, Celesia, Dell' aìitichissinw idioma de' Liguri, p. 107; aiga 
a Monaco); e quasi supei'fluo avvertire che ccetu piato è *càito Arch. I 81 n., 
ricordar qui la genesi degli -cetu che avremo al n. 24. Di ce da di surto 
per ettlissi di consonante, sono esempj: vcegu valico (ordigno di legno ecc.), 
cega aliga alga, ccega clavica, nceghe natiche, sarvcegu sai valico. Così 
il Fernow (l-c, p. 363) affermando imprudentemente che Va spesso si con- 
verta in d genovese, ebbe la sfortuna di citare esempj tutti erronei {pietce 
caritce, cegua; fceto retrceto, cfr. n. 24), e aggiunse peggiorando (ib. 366, 442j: 
fce, che traduce 'fa', laddove è 'fate'; né più felice è stato il Fuchs (o, c, 
p. 145, 147), che ricalcando le orma del Fernow, ci aggiunge del proprio: 



Del posto che spetta al genovese ecc. 115 

2. -ARIA, -ARIO. 

Avviene l'attrazione dell'z in entrambi i dialetti.- Piemon- 
tese. L'intiera evoluzione è rappresentata dalle varianti dira 
eira era, aja. E ancora s'abbiano intanto: caudéra caldaja, 
fevré, fornazé;- coir *clar-io, réir *rar-io, che sono alla fase 
di eira \ Genovese: genfu pua^ra ("paira, v. n. 1 e Ardi. I 
275) cento paja; a'a (aira £e[r]a) aja, gcea ghiaja, swna^a fiu- 
maja; c«?w *clar-io, rcuu "rar-io (XIV: rairi 53);- suéa fioraja. 
Ma la normal risoluzione genovese di -ario, è *-àro *-àr -à 
(cfr. Arch. I 484): caegà *carigàr caligarius, fuma, marmai 
càdeà calderajo, campa, orava caprajo, dia ogliaro, ferrà\- 
suà solajo, sta, paggà pagliajo (nel piemont., sempre con la 
risoluzione -é [^-ér *-caV]: farne, canpé, cravé, fre\- sulé, ste, 
pajé). 

3. ALT, OLT ecc. 

Piemont.: àut, àutr, càud, fàus, càug calcio, cutrc coltro, 
dug. Genov. : àtru, càdu, sdtu, cdguin calzoni, sódii, pùsu 
polso, ecc. Ma la vocal labiale di *ault ecc. ancora appare ben 
di frequente nelle poesie del sec. XIV; e allato ad atro 18 23 37, 
atri 37 47 {sodi SS, doze 27, vosse volle 41; ascofaròd), vi ab- 
biamo auto 37, exauta 33, aoto 16 23 27 48, aoiura 25, aotriSl 
42, aotre 16, outre (ancora per 'altre') 41 '". - Cfr. n. 17. 

4. E lunga. 
I due dialetti convengeno pienamente nel continuarvisi 1' e ro- 
mana per ei, a modo franco-ladino, escluse, per entrambi, le for- 
inole én, ém.- Piemont.: avèi, duvei, savei, vorei; vei vero, 
seira, teila, seja *sei[d]a setola; ma.velen, len Xeno, pien piena, 
vena, cadena; rem. Genov.: avei, tazei, ecc.; da-vei -vero, seia 



cliicEro {ccc\r]u, v. il testo), e vede in fce una variante dell' infinito fa. Ma 
giova che in quest'occasione si lodi la diligenza del Fernow, che sin da allora 
(1. e, 281) aveva avvertito il fenomeno aretino e cortonese di ci- a; cfr. Arch. I 
298, e il prossimo Indice bibliografe al num. 10. 

* Cfr. Arch. I 275.- 11 Ponza scrive ciair (cdir) rair; e siamo allora alla 
fase di aira.- A formola interna e atona: pairól pajuolo. 

^ Il Martini (1. e. 86) dà per forme liguri: auto, sauto, manta, sondo, fauso, 
e saranno sanremesi. Così raggiungiamo V autru di Monaco; e alle estreme 
propaggini ligustiche verso oriente, il sarzanese ci dà: autrii, cauzón, ecc. 



116 Ascoli, 

sera, teia tela, vcia vela, celvc pieve (plebem); ma sen se[r]en, 
cilena (n. 21), remmu, ecc. '.- Ed ci danno analogamente en- 
trambi i dialetti per Yó del romano éns. Cosi, piemont. : meis, 
peis, desteis teisa, iircis (caglio) prcisa; genov. : mcisiia madia 
(mensula), meizi, peiza egli pesa, speize, inteizu, sorpreizi, ecc. 

5. E breve. 
Entrambi i dialetti sono affatto alieni dal dittongo dell' e (ie). 
Piemont.: a-mel miele, a-fel fiele, ten, ven, pera pietra, pe, 
deg, meje {j che rimedia l'iato: me-e me[d]e) mietere; e l'u- 
nico esempio che io ne sappia addurre per il dittongo, è a for- 
mola iniziale: y(?r. - Genov.: a-mé miele, arfé fiele, pe, ven, 
v-ei (1830: da eri) jeri, avantei '. 

6. E di posizione. 
Intatta in entrambi i dialetti; né fa eccezione il caso consi- 
derato sotto il num. 4 ^ • 



' Nel riflesso di venéno-, Ve ridotta ad i nel genov. venin, come in più 
altri dialetti romanzi. E V ei normale non si vede più in due voci genovesi 
che perdettero il -t- susseguente aWc: ree rete (piem. rei), seca setola (pieni. 
seja) e seta. 

* Analogamente, dall' yE: piem. cel, genov. gè. Ma v'ebbe il dittongo nel 
riflesso di q[u]perere (chiedere), attestato dallo e {ce = *chie) d'entrambi i dia- 
letti: piem. ricéde o arcéde richiedere, genov. se reccédan richiedonsi. 

^ Si ha, per questo capo, una netta separazione fra ligure e provenzale, 
confrontando le seguenti voci del dial. di Monaco: letlu., meia, veja, con 1^; 
corrispondenti nizzarde: lie^, miego {miego'ì) mezza, viello vecchia. Al qual 
proposito giova notare, che il Diez (P 153) non pone il provenzale fra gli 
idiomi in cui occorra il dittongo dell' e in posizione. Ma veramente occorre 
anche nell'antico provenzale, e piuttosto converrà studiare a quali formole si 
limiti. Così vi abbiamo: miech mieg mezzo, vielh-s vecchio, che sono eserapj 
in cui la sillaba susseguente ebbe in fase anteriore un j (medjo-, vecljo-; cfr. 
prov. OTie^^s *meljus, e il frane, nièce *neptja). Anche l'ant. prov. lieg-z letto, 
ha il dittongo, e pur qui la fase anteriore ha per noi \o j {Icj'jo Arch. I 83). 
Di certo, quest'ics prov. potè parere al Maestro quasi un'arbitraria variante 
di ie (cfr. P 396); ma ulteriori studj debbono mostrare, che ciscuna delle 
due forme ha la sua legittima ragion d'essere. Intanto è evidente per tutti, 
che tra leit-z e lieg-z, entrambi per 'letto', non si tratta già di due diversi 
dittonghi dell' J; ma: leil- è lejt, collo Jt=c?, è, vale a dire, pari al tipo cisal- 
pino lejt[u\., senza dittongo dell'e; e lieg- è pari invece al tipo cisalpino lec\ii\ 
{c=:jtj), con Ve dittongata. Analogamente: veill-s è ve\c]ìjo col j attratto; 
e vielh-s ò ve[c]ljo con Ve dittongata (dittongo e attrazione nel francese vieil). 



Del posto che spetta al genovese ecc. 1 17 

7. I breve. 

Sull'z lungo, di regola ben mantenuto', non accade fermarsi. 
All'i' romano rispondono poi normalmente entrambi i dialetti, 
pure a modo franco-ladino, per ei, così come vedemmo che fac- 
ciano qVC e (n, 4), e con l'analoga eccezione per la formola in. — 
Piemont. : ;peil, neir, peig {apeig) pice-, beive, peiver, genei- 
ver; ma sen sinus, gener.- Genov. : ^9ei pilus, pei pirum, ìtei- 
gru, peize, beive, peivie, zeneivau, ceiga piega, geizau cece 
(quasi: cicero); ma sen, génee. Circa 1'/ di posiz. , posson 
vedersi i num. 16 e 18, 

8. lungo. 

Pur qui concordano i due dialetti, rendendo essi questo suono 
romano con pronunzia così chiusa, che di molto si accosta, se 
pur non raggiunge, Vu toscano". Piemont.: sul solo e 
sole, colùr, snùr, lùr, gloriùs, vira, nevùd, cìw (*co-e) cote, 
scita.- Genov.: si\ sole, ci\ (*curù) colore, dù (*durù) dolore, 
s'im sudore, vùze, ecc. 

9. breve. 

Quanto abbiam trovato alieni amendue i dialetti dal dittongo 
dell'ut (num. 5), e tanto abonda in entrambi quello dell' o, cioè 
quella comune risoluzione di un ne di fase anteriore, che si 
può dire anch'essa franco-ladina e suona ó. Piemont.: sòl 
suolo, vói, poi può (puole), dol duolo, linsol fiol fazòl, oli, 
cor, móir muore, sòre sóror, fora (e fora), ho, nov nove e 
nuovo, tnòve, pròva, ròsa, nòie nuocere, ammaliare, còze, fò, 
lo, gòg, mòd; stòria stuoja. Genov.: so sóror e solum, ti 
vó, se pò, sòa suola, niòa mola, fazò, cuaiò *corairór [colajuolo] 



* Circa il tipo uena, orina, del genovese, gingheha, cinquina, del piemon- 
tese, cfr. Arch. I 300-1, 493, ecc. 

* Per il piemontese, troveiemmo nel Sant'Albino Vo senz' alcun segno par- 
ticolare, che egli intende si abbia a pronunziare come I'm toscano (l'it all'in- 
contro, nella sua trascrizione, suol valere u). Per il genovese, troveremo nel- 
r Olivieri: m (egli ha, per Yu francese, I'm). Le stesse avvertenze valgono 
anche in ordine 'ai riflessi dell' lu e a quelli dell'tt in posizione (num. 12). Io 
intanto pongo /', in entrambi i dialetti, per questo suono che rasenta oppur 
tocca I'm toscano, ma solo quando sia accentato (fuori d'accento, che in ispe- 
cie vuol dire all'uscita àtona, scrivo m), aspettando una maggior precisione 
da chi sia in caso di suggerirla. 



118 Ascoli, 

filtro ecc., óiit, co, mòre, cóiu coriura, fóa fuori, bó, move, ròza, 
stòmagu, sòzu suocero, cóze, fugu, lijf/u, zógu, ròa\ stóa; d-Oced 
d-operare, cau-d-'óvia capomastro (d-opera; cfr. il piemontese al 
num. 22 in n.) \ 

10. di posizione. 
Entrambi i dialetti, e con particolare concordanza, mostrano 
il dittongo (sempre risolto in o) pure in date serie dell' o in 
posizione. Ma si tratta, quasi senza eccezione, di posizioni pa- 
latine, romane o romanze, oppur di posizioni semplificate (cfr. 
Arch. I 299-300, 454 ecc.). Piemont. : dijrm dorme, s'órt 

sorte (3. p. sg.);- san somnium (esomnus); ijt octo, noit; c'ossa 
coxa; ai *o[c]lj óculo-; fvja, loj (e gOj) lolium, cbje *coljere (cfr. 
Arch. I 94), a m'Oj *molljo (cfr. ib. 251 n.). Genov.: sònnu; 
otu, nòtte; cosa, iusjegu; pózzu poggio; liggu *o[c]lju, ubbju 
*opljo opulus; fogga, loggu, ac-cógge cogliere, mogga acquitrino, 
d'ògge doglie; z'ògga *jovja giovedì. 

11. U lungo. 
Si continua in entrambi i dialetti Vìi franco-ladino. Pie- 
mont,: ditr, mu7\ mid, lima, piuma, crii, nii, ecc.- Genov.: 
cit più, miì mulo, dùu, menu maturo, cddiia caldura, nùvea 
nuvola, ftga uva, iaifcn jejunium, fiìmme fumo, lùmme, scuma, 
mùttu muto, imbuii imbuto, spine lo sputo, niìu nudo, deriìu 
dirupo. Per 'lutra' (cfr. Diez P 166): ludria entrambi i dialetti. 

12. U breve e U di posizione. 
Qui pure concordi i due dialetti, in normale analogia del num. 8, 
e va qui richiamata la nota che è apposta a quel numero. Cito 
per V u: piem. gùvu juvenis, crùg, nùg, d-sùra, d-ùv, cùv, gùv 
giogo;- gen. ztlveìiu, crùze^ nùze, zùvu. Per Yu di posiz. ^: 
piem. ùmbra, ùnga, ùnze, ùnda, mùnd, sùlc, buca, muda; 
gen. ùmbra, ùnga, v-ùnze ùnze, bùcca, ecc. 



• L' ò si riduco ad e nel dial. di Monaco (cfr. Arch. I 262, 350, 385-6 ; e 
pur fra le varietà pedemontane deve occorrere questa riduzione): vei vuoi, 
fiéj, linséj, fera, nevu nevi neve, cheige {che'ze), en lega (legu?) invece, 
gegu, créveru cuoprilo;- vea vuota;- ceve *p\oYeve cfr. n. 18;^ ettu n. 10. 

^ Esclusa la breve serie che dà normalmente Vii del num. 11 (cfr. Arch. I 
34-37 ecc.); quindi, p. e., piem. giist giusto, gen. fiistu fusto. 



Del posto che spetta al genovese ecc. 119 

13. AU. 
Piera.: or, ior, r/oj gaudio.- Genov. : <ju, góve (gó-e) ^godere, 
lodila alaiidula. 

Fenomeni attenenti alle vocali atone. 

14.- I. Qui si son determinate delle differenze, che bastavano di 
per sé sole, comunque lievi nelle origini, a diversificare gran- 
demente r un dialetto dall'altro. Il piemontese, cioè, il quale 
di gran lunga non arriva a quella facilità di espungere la vo- 
cal di penultima nello sdrucciolo, che è caratteristica del gruppo 
franco-ladino', supera all'incontro questo gruppo nella facilità 



* Per i'ettlissi piemontese della vocal di penultima nello sdrucciolo, si po- 
trebbero facilmente citare: lendna lendine, lodna allodola, e simiglianti; e 
cosi per la ettlissi della seconda protonica, che è fenomeno analogo, canbrin 
camerino, e simili, del dialetto stesso. Ma per ben rappresentarsi la diversità 
che passa, in ordine alla frequenza del fenomeno, tra il franco-ladino dall'una 
parte, e il piemontese, secondo la sua odierna determinazione, dall'altro, basta 
considerar la serie piemontese: camera, tórie, finse, tinie, géner, gener, 
allato alla serie francese: chambre, tordre {*torhre torfijdre; cfr. *esre 
e[s]tre, ecc.), feindre (fenjre fejnre), oindre (onjre ojnre), cendre, gendre.- 
II genovese, alla sua volta, lungi dell'espungere la vocal di penultima nello 
sdrucciolo, tende piuttosto ad allargarla: dntla[r]u dattero, zenéivau num. 7, 
géizau ib.- Importante è il fenomeno piemontese dell' m atono finale che ri- 
sponde ad -en di fase anteriore. Così: gi<vti-*g'dven {gen. suvenic) giovane; 
ancùiu-'^inciiSen incudine (gen. anchiiie; circa lo i, v. Arch. I 371 n., e 
cfr. it. testuggine - testudfjjiney, pentii -*pet(^n ('gen. pétene; circa il n in- 
terno della voce piemontese, cir. pentné pettinare); cardu - ^'càrden, caprug- 
gine; asu =*('(sen (gen. aie) asino; termu = *termen (gen. terme) pietra di 
confine, allato a teì'min, termine in generale; cherpu - ^càrpen (gen. carpe) 
cai'pinus; frassu = *frdsse7i--\ Il genovese, per quanto si possa comparare, 



* Il Flechia, Arch. II 36 n., mi presta altri due esempj: Setti -*Si'ten 
Septimo- n. 1., e Stévu = * Steven Stefano. Ma la serie degli esemplari di 
-u l'itono piem. =-ul {-ol) di fase anteriore (p. e. l-ébu ebulo-) va natu- 
ralmente tenuta distinta, siccome quella in cui Vu ha una diretta ragiono 
etimologica. Spettano a questa serie anche nespu e nivu (cfr. it. nespolo, 
nuvolo), e di certo pur serpu (quasi: 'sérpolo') allato a scrpil (cfr. it. 
serpillo e serpoUo). Di garófu può restar dubbio se abbia a darglisi, per 
fase anteriore, *garófen o *garófol, che entrambi sono tipi largamente 
rappresentati ne' dialetti italiani; ma il genov. ganòfanu parlerebbe per 
garófen. 



120 Ascoli, 

di espungere vocal protonica (di solito un'<7 primaria o secon- 
daria), piegando cosi alle condizioni emiliane; e inoltre, se non 
supera il gruppo franco-ladino, di certo non gli cede nella ten- 
denza ad espungere Vo [u] e Ve dtoni all'uscita. Ma il geno- 
vese, alla sua volta, né ha la tendenza all'ettlissi di vocal 
protonica, nò di gran lunga s'inoltra quanto fa il piemontese 
neir espungere Vo [n] e pur Ve dtono all'uscita. Qui basti una 
breve serie di esempj per ciascun lato di questa doppia diffe- 
renza. Protonica: piem. ile telajo, gen. tea ("teràr); piem. dne 
danajo, gen. dina; piem. fené fne *fenare, segare il fieno, cfr. 
gen. fenéa "fenaria, fenile; piem. tni vni, gen. teni veni; piem. 
fnestra, gen. fenestra; piem. fenoi fnoi, finocchio, gen. fenùg- 
gu\ piem. vzin, gen. vezin;- piem. vrità (prima àtona) , gen. 
veritcc\- Ve eVo [u] àtoni all'uscita: ])ìem. vùc crÙQ, 
réir num. 2, oj num. 10, fjòg, eco ; gen. mde crùze, rceu (rseru), 
oggu, zògu, ecc. ecc. 

II. Va qui ancora brevemente ricordato il fenomeno genovese 



cioè in quauto abbia perduto la vocal finale e quindi il m, non si conforma, 
come s'è veduto [aie ecc.), alla desinenza piemontese. E questa come si di- 
chiara? Sarà, io credo, il caso di un' atona indistinta, la quale, con un feno- 
meno che si riproduce in più favelle, si muta in labiale nell' assorbir la nasale 
che le succede. Ad ogni modo, poiché s'ha indubbiamente -i<--en, parrebbe 
possibile, per entro alla periferia del piemontese, una riduzione dei tipi lom- 
bardi di terza pluiale, come cdmen léyen ecc., ai tipi normali del pieraont. : 
càmu^ rendu rendono, polu possono (quasi: puol-ono), radunu radunano, abiu 
abbiano. Senonchè, vi ba, per questo caso particolare, una doppia difficoltà. 
La prima è, che il genovese, il quale negli altri casi vedemmo alieno da.\V u 
= -en del piemont., ha anch' egli V -u nella terza plurale, poiché allato al 
tipo : puran possono, camman chiamano, ecc., si ha in Genova anche il tipo 
meglio popolare: cantu cantano, móu muojono (Lagomaggiore). La seconda 
è, che non si posson qui dimenticare le forme provenzali, in ispecie le mo- 
derne, p. e. aboimdon de pa nella Parabola di Saint-Girons, Ariège, man- 
dgeoun mandjavon in quella dei dintorni di Puy, Alta-Loira, s'assadoulou, si 
satollano, in quella di Agde, Hérault, mangeavou in quella di Montpellier {Mé- 
langes sur les langues et patois ecc., Parigi 1831, p 506,514,510,512), le 
cui ragioni pajon convenire grandemente con le pedemontane e le ligustiche, 
e non sono di mero ordine fonetico. 

' Quando si tratti della formola iniziale: liq. + voc, l' ettlissi porta seco 
assai facilmente una prostesi (v. per es. Arch. I 221); e così nel piemontese 
si ha il tipo frequentissimo: arpiiimé (r[e]pium. ^rpium.), argina regina, il 
quale riesce a divergere por doppio grado dal genovese [re-cilmmA ecc.). 



Del jiosto che spetta al genovese ecc. 121 

delFattrazione dell'-/, in ispecie del plurale, per la qual si otten- 
gono i tipi cdderùin (sg. cadérmi calderone), scrivén ("scrivàin; 
sg. scrivàn), Toschen Toscani, ecc.; fenomeno che ha i suoi ana- 
loghi in molte varietà pedemontane (canav. camp, pi. che7np; 
taìit, pi. tenti tene; ecc.), e va anzi per tutta l'Alta Italia, come 
già altrove ebbi ad accennare (Arch. I 310, cfr. 544 a). 

Fenomeni attenenti alle consonanti. 

15. J. 
Qui è, fra piemontese e genovese, lo stesso screzio che tra mi- 
lanese e veneziano. Il primo ha, quasi senza eccezione (poiché 
Siam di solito a forraola iniziale, cfr. n. 23), g, il secondo co- 
stantemente i. Pieni.: ga, git getto, rampollo, g'óg, góhia 
(e gijrcs; jovia, Jovis dies), giw jugum, giìvu juvenis, gùvé , 
girne, gùnge (v. num. 23), gùdeg, gùré, genéiver; gùn jejunio-, 
ìiiag, peg e peg {pei). Genov. : za, zitta gettare, zogu, 
zbgga, zùvu, zùvenu, iij« juvare, zùncu, zùnta, zita jurare, 
zenéivau; zazùn, pézu. 

16. J implicato (cfr. n. 18). 
Pur qui divergono i due dialetti; e la divergenza si determina 
per ciò, che il piemontese è alieno da quella tendenza a ingros- 
sare il j implicato, per la quale se ne ottiene una palatina 
esplosiva, che alla sua volta reagisce assimilativamente sulla 
consonante cui sussegue. Ora una rapida rassegna delle sin- 
gole formolo ', e sieno continuamente ricordate le normali ana- 
logie del n. 18. LJ: piem. pàja, mej melius e milium, consej, 
fi-'òl fia, famia, maravia, smia *similiat, foja, cóje num. 10;- 
genov. •.pàgga, méggu meglio, miggu milium, fìggu fìgga, con- 
seggii,ecc. MJ:Tpiem.vendùmia;genoY.vendéna. VJBJ: 
piem.: gdbia n. 15, gahia, rahia, àhie habeas, canhié;- genov. 
zògga n. 15, gagga, ragga, àggce, cangà, cungu piombo (plumb- 
-jo),. carùggu vico (quadru-vio), gcca bieta {gc(3rava = '^\QTa. hia- 



* Qui si prescinde "dagli esempj di fusione antica e perciò di base romana 
generale, quali sarebbero rnez (medjo-) pieni., o nega (neptja) neptis, genov. - 
Circa le distinzioni fra gli esiti antichi di simili formole, e gli esiti seriori, 
si può vedere Arch. I 509 segg. 



122 Ascoli, 

rava, barbabietola), ecc. PJ: gen. l'ùggn {""liibia; piem. lapia\ 
liipia. Cfr. n. 20 (SJ). 

17. L. R. 
È caratteristico del genovese il continuo ridursi di -l- a r; il 
qual r tuttora si mantiene dinanzi ad altra consonante', ma 
tra vocali, o venuto all'uscita, si dilegua, cosi come avviene 
del r primario. Esempj per la formola l + cons.: 'pùrpa polpa, 
pùrpu polpo, cùrmu colmo (del tetto), siircu, fwrpa felpa, arbu 
albóre, mm^va, merga- mèliga'. Esempj per la formola l ira 
voc: vu[r]eiva voleva, du[r]ù' n. 8, ma[r]ottu ^ malato, can- 
dei[r]a, fo[r]a fola favola (le quali forme tutte hanno ancora il 
r nelle stampe del 1830)^; ecc. Finalmente, a formola finale: 
sa sale, ma male (XIV: onar; cfr. ib. sor suole, dexeiver dice- 
vole, basteiver), ecc. L' artic. (e pron.) che oggi suona: u, a, i, 
e, suonava nelle generazioni andate: ru, ra, ri, re. Ancora si 
vegga il num. 25. Del dileguo di r primario, superfluo ag- 
giungere nuovi esempj. * 

18. L implicato. 
Nelle formole che sotto questo numero son considerate (cl pl ecc. 
delle basi romane), abbiamo l'antica intrusione di un J (p. e. 
spekljo, onde spek[l]jo o spe[k]ljo, che sono i due esiti italiani: 
specchio speglio)', e circa gli effetti di questo J si determina 
naturalmente, fra i due dialetti, quella stessa divergenza che 
a suo luogo avvertimmo circa il J implicato che ha ragione eti- 
mologica (num. 16). CL. Concordano i due dialetti nell'avere 



* Appena occorre avvertire, che le formole alt ecc. hanno uno svolgimento 
lor proprio (num. 3). A formola àtona abbiam tuttavolta, con l in r, artà 
altare (piem. autùr); e assorda = assaldà — assoda (che avrà Vo latino, tutti 
per 'saldare'; pur nel piem.: salde) ci porterà anche alla formola tonica; cfr. 
il piem. volte, e anche il gen. sarsa salsa, voci cui manca la vera impronta 
indigena. 

* Avviene quest'alterazione pur nel piem. (sur/it, sartia), ma con molta 
sobrietà. 

' Riviene a *malavtu (cfr. num. 24) = prov. malaptc malaut; v. Diez less. 
s. malato. 

* 'r genovese negli articoli ra re ri ro [vedi il testo piti innanzi] , ed in 
'mezzo alle parole quando non è accompagnata da altra consonante, si pro- 
'nunzia così dolcemente da sentirsi appena (Zlccagni-Orlandini).' 



Del posto clie spetta al genovese ecc. 123 

a formola iniziale l'esito di MlJj, e a formola interna, fra vocali, 
(li solito quello di [k]lj\ ma di questo Ij dà poi ciascuno -di essi 
quella diversa continuazione che deve \ Formola iniziale: piem. 
carnè, cav, céric clerico-, ciuvenda *clu[d]enda, siepe;- gen. ca- 
rnei, cave, cegu cle[r]ico-, coenda; ecc. Formola mediana (riflessi 
coincidenti con quelli di LJ, n. IG), dove notoriamente conflui- 
scono CL e tl: piem. urija auric[u]la, sia sit|^u]la "siclja, oj ocljo-, 
vej vecljo-, fnùj fenucljo-, genùj, ecc.;- gen. oegga, segga, oggu, 
veggu, fennggu, zenùggu; ecc. GL. Formola iniziale: piem. 
gand, gagà; geno\. ganda, gaca, gcua glarea, gì glire-. Formola 
interna (v. Arch. I 58 e550 &): piem. vie *vi[gjljare; cfr. genov. 
vegga veglia, vegghia, nel contado: véia. PL BL (riflessi 
coincidenti con quelli di PJ BJ, n. IC). Formola iniziale: piem. 
pian, iiien, pieghe, iiiòva, piuma, ezc; bianc;- genov.: can-, 



' Quindi -j- il piemontese, e -ff- {-yi/-) il genovese, come per LJ al n. 16. 
Contro quest'affermazione che lo g genovese, di oregga (auricla) per esem- 
pio, continui piuttosto un ìj che non uno hj di fase anteriore, si potrebbe 
accampar Y ipotesi che uno -kj- tra vocali riducendosi non difficilmente a 
-gj-, e questa formola avendo per suo normal continuatore uno g genovese, 
ne venga che il tipo gen. oregga possa corrispondere al tipo italiano onc- 
chia, anziché al franco-provenzale o pedemontano *oyi[l]ja. Quest'ipotesi si 
potrebbe altresì rinfiancare con l'osservazione che anche i paralleli milanesi 
offrono tra vocali uno g, e g nel milanese non risalga di certo a Ij ma vi 
debba risalire a -gj- = -hj- (Arch. I 410 n.). Seaonchè, circa lo g dei paralleli 
genovesi, che per sé medesimo può ugualmente rispondere a {/ e a kj di fase 
anteriore, va notato, che prescindendo dall'analogia piemontese, parla deci- 
samente per Ij l'aversi ancora lo schietto j in altre varietà liguri; p. e. sanre- 
mese speju, oju, ureja, zenuju (Martini 90, e analogamente meju pijr'ni ib. 41 
49, ma g-gj- in ganda ecc.), e cosi a Monaco: ej occhio, ciijai cochlearia, 
vejii veja. Un esemplare classico in cui veramente si continua, pur nel ligure, 
lo -kj- di fase anteriore, ci offre e: genov. macca (mil. magga) macchia, e 
maca pur nel sanremese, allato a ìireja ecc.; magga all'incontro, o rispetti- 
vamente maja, essendo la risposta ligure dell'altro continuatore di 'macjujla', 
cioè dell' it. maglia. Anche nel parallelo piemontese è e: maca macchia, allato 
a maja maglia, e del resto l'odierno piem. ha pure spec specchio, e altri 
simili. Occorre poi normalmente e, cosi nel piem. come nel genov., quando la 
formola sia preceduta da altra consonante (cfr. la differenza fra 1 tipi fran- 
cesi couvercle ed oet7); cosi: piem. torc, gerì; cuverc, gen. torcu, gcercu, cu- 
vercu. Analogamente per GL: piem. e gen. tenga. 

* Pur qui la vocal labiale in cuna pialla; cfr. Arch. I 295 n., dove anche 
ó d'aggiungere che il gallurese pióla, accetta, è comune pure al piemontese. 



124 Ascoli, 

caga piaga, cnnze, cassa piazza, catlu piatto, spianato, óegd 
plicare, ceive pieve (plebs), (Jòve piovere, cungu n. 16, cu plus, 
cùmma; (e qui, o al num. IO, pur cota artiglio; cfr. T^ìem. piota, 
piota, zampa) ';- gancu bianco. Forinola interna: pieni, senpi, 
dopi\- ìiebia, stabi stabbio, siibia subì subbio;- genov. s^w- 
cu, diiggu';- ncgga, staggii, suggu. FL. Piera, fui fiato, 
fiùm, ecc.;- genov., con la fricativa che ò analoga alle esplo- 
sive delle serie precedenti: s(ju flatus ^ iìisd inflare, sacca fiac- 
care, sancii fianco, sii fiore, suma^a fiumaja; ecc. 



* In due importanti esempj, il genovese serba la labiale: piàJe placet, ecc., 
pin plenus, impt. Ma non perciò manca alla Liguria la solita evoluzione pure 
in questi esemplari, e per ora citerò dal dialetto di Monaco: ji'eMc's empire 
e riempi!, come in quello dei coloni genovesi di Mons ed Escragnolles: s'en- 
cir empirsi (v. i citati Mélanges ecc., a p. 524). 

^ Qui la media porta al quesito: dub[l]jo o du[p]ljo (cfr. it. scóljo, scoplo)? 
E analogamente nel caso di slùgga stoppia (cfr. Arch. I 34). Ma il sanremese 
duygu (non dùju) decide per dub[l]jo. 

^ óu da àu di fase ligure anteriore (parziale assimilazione dellV' all'?* che 
sussegue), è fenomeno costante; quindi: próu prato, hriizóu bruciato, man- 
dóu mandato, ecc. La fase dell' -fm dura a S. Remo e Monaco: guràu, truvdu, 
levdu, ecc. Nella vers. gen. della 'Gerusalemme', abbiamo, quasi figura inter- 
media: -aoii {cantaou, liberaou). Per la trasformazione fonetica di -dio in -óu, 
succede poi questo di assai singolare, che nel genovese il termine passivo si 
possa confondere coli' attivo. Data cioè la base -atóre (p. e. pzscafdrc-), onde 
-atóro per la tendenza generale ad allargare sempre più i confini dell' -o ma- 
scolino (cfr. p. e., dal genovese stesso: pesn pesce, veazu verace, abbòu abate), 
e dati insieme i due normali dilegui del -t- e del -r- quando si trovan fra 
vocali (num. 17 e 25), noi saremmo p. e. a un genov. pescaóu, onde l'odierno 
pescóu, pescatore; e pescóu sarebbe insieme il normal riflesso genovese di 
'pescato'. Così seróu è passivo in quanto dice 'chiuso' (serrato), e attivo in 
quanto dice 'segatore' (serratore-, lat. serra ecc.), e estimóu dice insieme 'ap- 
prezzato' (stimato) e 'apprezzatore' (stimatore). Cfr. ancora, per -óu - -atóre 
-itóre: pezóu pesatore, cungóu conciatore, ciizóu sarto (cucitore), tenióu tin- 
gitore, turnióu turnóu tornitore, tiou (tirante, termine marinaresco) 'tira- 
tore', ecc.*. E nell'-OM genov. può ancora confluire una terza desinenza, che 
è V-orio nella sua semplificazione -oro (cfr. -aro--ario, n. 2; e nell'italiano: 
martóro ecc.), onde il genovese ha normalmente -ó[r]u. Anzi, per il dileguo 



* Più semplice sarebbe, dal lato fonetico, il ricorrere alla figura no- 
minativale: -u[t]o[r], onde poi -óu da -du come nel riflesso di -dto. Ma 
comunque non manchi nei dialetti dell' Alta Italia questo tipo nominati- 
vale, di che riparlo altrove, mi parrebbe tuttavolta un soverchio ardi- 
mento il ricorrerci per tutta questa serie genovese. 



Del pO'ito che spelta al genovese ecc. 125 

10. V. 
Nel genovese si dilegua con particolar facilità: nua (pieni, vis- 
sola) bisciola', zud {^ìem. giivc) giovare, uosa ovaja (piem. 
uvcra), end covare [v secondario; piem. cuvé), iardhi, stia, 
zenzia, ccega chiavica. Assai più parco il piemont. : pùver 'piìer 
polvere, cuverc onere, giula cipolla {v secondario), tutti esenipj 
di u = uv. Tutto Iv [rv) di fase anteriore, cioè prima il l (r) e 
poi il V, tace nel genov. scBzina selvaggina. Per l'apparente 
sostituzione di ^ a un v che segue ad altra consonante (cfr. 
Ardi. I 61 ecc.), avremmo dal genov.: sgud s-volare (cfr. piem. 
svolàss ecc.), ingh'ógge involgere (cfr. piem. invoja invoglio). Con 
tendenza inversa, il piem. ci dà s-vass allato a guàss guado (cfr. 
vaité avàit, guatare ecc.). Circa il g che si sviluppa nel geno- 
vese tra vocali, Tuna delle quali u, come sarebbe, col dileguo 
di V primario, in iìga (piem. uva ila), o con quello di v secon- 
dario, in sigud sibilare (allato a sia pur 'sibilare', sin sibilo; 
cfr. Arch. I 104), si consideri insieme il g di hùgàttu *bii[r]attu 
buratto, o quello di piguggùsu pig'òggi, pi|^d]occhioso pi[djOcchi. 

20. S, CS; SCE, SCI. 
Nel genovese è la tendenza di ridurre .s- a s. Cosi: siirM sor- 
bire, sorba, surti, su su. E siccome avvien che s'incontri s 
genovese anche per ss, o per s dopo altra consonante, delle 
basi romane (p. e. seuasu squasso, morsu'-), cosi è facile cre- 
dere, che quante volte s' incontri s genov. per ss italiano (ad 
es. risa rissa), d'altro non si tratti se non di f in .9. Senonchè, 
una più attenta disamina ci mostra, esser questa la regola: -ss- 



uormale del -t- fra vocali, tutto V-ator[i]o dell' antica base si riduce al solo 
-óm; p. e. balla[t]ó[r]o^ odierno ballóu, pianerottolo (ballatojo, \ea.bala<lór\ 
oppure, più ancora rattratto, ma sempre in regola, co[l]a[l]ó[r]o, odierno 
cuóu (colatojo, \en. coladór). Ancora si abbiano, i)er -itorfijo: shatióu mesta- 
toio (quasi: sbattitorio, smarrito Vi di -itoro), strenziou strettojo (stringi- 
torio), ordióu orditojo. — Per i'ó di -orto, che non abbia il riflesso da 6 lungo, 
V. l'osservaz. a p. 23. — Di qualche altra sorgente di -óu genovese, lo spazio 
non concede che qui si parli. 

' 'Nelle vicinanze di Genova, (il dialetto) rigetta, all' uso greco, la r ini- 
ziale; dicendo "in, deca, per vino e vacca'. Oliv. (dallo Spotokno), viii. 

* Qui si ricordi, oltre ingrasA e desgrosà, lo s di gosu e desgosà-se, gozzo, 
dir liberamente ecc. (vuotare il gozzo), siccome quello che può avere impor- 
tanza per r etimologia della jiarola. 



126 Ascoli, 

genovese {-ss- ital.) per ss latino; e -s- genovese {-ss- oppur -s- 
ital.) per cs ops latino. Si confrontino così, dall'un canto: fossa, 
passa, missu missa, messida (messoria) falce, ossu, russu, bas- 
sua bassura, fissùa, pàssua (passer), tiissa (tussis), ecc.;- e 
dall'altro: asà (piem. assai, *axalis, assile, sala *assale), sasu, 
tasti, tasd, taselli taxilli, lasd, busu buxus, ciJsa, t'ùsjegu, tese, 
risa, pasil'n palo (paxillas), asùnza e sùnza axungia, lesia lixi- 
via;- casa capsarius, [nisun ne-ips'-uno-']. Ora questo s, nor- 
ma! risposta genovese di CS [PS] , che si dichiara per la normal 
figura intermedia 55/ (p. e. *tessjer *téiser leisser provenz., cfr. 
Arch. I 84-6 ecc.), si ricongiunge dall'un canto collo s = ssj gj 
etimologico, com'è p e. nel genov. pasiVn passione, j95n5ww pen- 
sione, e dall'altro viene a determinare, per la sua costanza, 
una somiglianza particolare fra il genovese e il franco-proven- 
zale {*busjo buis, *casja caisse; ecc., cfr. Diez P 261, 279), co- 
munque la risoluzione dello ssj si fermi nel genovese a condi- 
zione italiana {s). Ma queste osservazioni ci conducono ancora 
a tentar di risolvere la difficoltà che presentano i riflessi geno- 
vesi di SCE SCI, ne' quali forse sta una caratteristica compiu- 
tamente analoga a quella che per CS PS testé riconoscemmo. 
Par cioè affatto singolare, che il genovese, il quale non risponde 
che per ce a CE- -CE latino (ital. ce; cfr. n. 23), coincida all'in- 
contro coil'italiano nel da.r se si per SCE SCI {imse, pesu pe- 
sce, ecc.) ^ Senonchè, pur qui si può risalire a S5;, onde 5 (cfr. 
Arch. I 85-6 ecc.); e il genoN. pesu, p. e,, potrebb' essere *pessje, 
così come il prov, peis {*péise). — Ancora mi resta di notare, 
in ordine a S5 {g) di fase anteriore, come il suo riflesso geno- 
vese possa ridursi a 5, e sempre in analogia di quanto precede, 
pel fatto, quasi transitorio, dell'i grammaticale che gli viene 
a susseguire. Qui veramente bisognerebbe allargar l'indagine e 
disporre di più sicuri documenti che io non possa ^; ma di certo 
non è un mero capriccio se le mie fonti mi danno rusi rossi, 
allato al sing. 7'ussu (01. 172), come danno erhasi erbacce. 



' Conchiude poco o nulla, anche per Vi che precede e 1'?'^ che sussegue. 
Pure nel romanesco: nisuno, Fernow III 294, a tacer dei dial. sardi ecc. 

- Vedine più innanzi, nelle conclusioni. 

" La mala sicurez;^a delle trascrizioni non è forse più grave e penosa in 
alcun altro campo di ciò che sia nel ligure. I linguisti indigeni ripareranno. 



Del posto che spetta al genovese ecc. 127 

allato a.\V-assa = -'dGea. {c = *c, v. n.23), o elusi confetti (dolci), 
allato a eluse {pan dfise pan dolce; 01. 104,318) \ 11 qual 
fenomeno ci avvia finalmente a z genovese per i di fase ante- 
riore, in quanto provenga da s fra voc. (cfr. n. 23). Poiché, pa- 
rallelo a riissu rusi, trovo: méize e méizi; e se è vero che i 
da i occorra (al pari di s da s- ss) senz' alcun particolare in- 
centivo (p. e. cazu ma[r]ozu), risulterà sicuramente che anche 
a formola interna la mutazione si compia in ispecie davanti ad 
i: s-cucezi quasi, giuzia gelosia, dezideriu, mùzicante; azima 
as[i]ma, Icezina lesina. Cosi rasentiamo z = -sj-: geza ecclesia, 
bazu basio-, ecc. Il piemontese non si differenzia, circa le 
basi che in questo numero si son raccolte, dal solito tipo del- 
l'Italia settentrionale; e quindi ci darà: sordi, sorha\- moy^s;- 
sass, tass, bùss bosso, lasse, frassu frassino;- |9e55, nasse ;- 
s-cicasi;- passiim, cesa, ecc. 

21. N. 
Non mi è dato di addentrarmi in sottili particolari circa le 
nasali del pedemontano e del ligure -; ma è fenomeno cospicuo, 
e comune ai due dialetti, il n faucale che occorre tra vocali 
(cfr. Arch, Ixlv). Cosi sono d'entrambi i vernacoli: lana, luna; 
e come il piem. dice 2'>rovaìm propaggine (provana), cadena, 
urina, cuzina cucina, così il genov.: proana, chenu catena da 
fuoco, uena, cuzina. E proprietà comune può ancora mettersi, 
malgrado il particolare effetto che la vocal piemontese ne ri- 
sente, quel dileguarsi del n all'uscita atona, cioè nel propa- 
rossitono antico, di cui avemmo parecchie prove al num. 14 in 
nota; cosi piem. Slevu Stefano, térmu, calùzu n. 23, gen. Steva, 
terme, cazze. 



' Ricorda questo fenomeno, fra tant' altro, la normal vicenda rumena, che 
è per es. in gros grosso, allato aJ pi. grosi (*gt'(5sji), analoga a quella per 
cui il macedovalaco fa di corbfuj, corvo, il pi. corgi (*c(5rbji). 

^ Circa il ligure, possono intanto qui stare le seguenti osservazioni. Dice 
l'Olivieri (diz. vili): 'Nelle provincie d'Albenga e S. Remo, dà [il dialetto] un 
suono nasale alla desinenza in ente; difetto [sic] proprio de' provenzali.' Il 
Fernow, alla sua volta (1. e. 362, cfr. Fuchs o. e. 14:3), trova in Genova il 
suono 'nasale' del n, oltre che nel caso di cui tosto si parla qui sopra, anche 
all'uscita, come in compassion, razon, e in voci come speranza, pan^a, se- 
menga. Ma il Celesia, all'incontro (o. e. 91): 'La n na.sale, proprietà delle 
lingue celtiche, ò ignota fra noi.' 



128 Ascoli, 

22. CA QV -CO; GA GV. 
È caratteristico del piemontese il continuo dileguarsi del e di 
-ICA (-iga): mastié, desmentié, sié; spia spigato, ciàla cicala, 
mania (manica), mélia, ecc.; e analogamente: lailùa lactuca;- 
lié ligare. Questo fenomeno, che ha ragioni profonde, sta in cor- 
relazione con quello di -aj -ej--Acy6\ (-ago), di cui restano abon- 
danti prove nelle varietà pedemontane ^; e si combina con quello 
di -2 = -ICO: spi spico; mani manico, tóssi tossico [dr. fó fuo- 
co), ecc.'. La struttura fonetica del genovese, all'incontro, 
non favorisce o non consente questi dilegui, e vuole: mastlìgd, 
sega, cigàa; mànegii; leituga\ ligd, ecc. '\ Di QV (gv) perde 
il piemont. la gutturale in èva (*ai[g]ua, genov. a^gua, v. num. 1 
in nota); e dal GUE di 'sangue' ebbe *ge, onde j e, come atte- 
stano sanant sarius (sanguinante, sanguinoso) ecc.; entrambi 
fenomeni che ci riportano al franco-ladino. Un prezioso esempio 
ligure (probabilmente sanremese) di GUE in *ge, e quindi nor- 
malmente in ze, è stenie estinguere (Martini 87), cfr. Arch. I 92. 
Il genovese, del resto, perde facilmente, senza che s'alteri la gut- 
turale, che è quanto dire da età non antica, il V di QV GV: 
chindeg, asseghi, anghilla; ma: Icngua (pieni, tenga) *. 



' laj lacus, -ai -é--uc nei nomi locali, v. Flechia, Di alcune forme de' n. 
loc, 12 u., Arch. II 4. 

* Non essendo qui il luogo di digredire intorno a questi fenomeni, basti 
ricordar brevemente, come il pedemontano venga a collegarsi, anche per que- 
sta parte, col sistema franco-ladino (cfr. Arch. I 264 e 553 b, 74, 77, 205, 207 
144,523; ecc.), e come in ispecie la frequenza dell' -t'a := -ICA accenni al 
fenomeno di l'a = CA {ì/a - GA), che certamente si protendea, o pur si pro- 
tende, verso Torino, più che non faccia il Monte Civreri (Ciavrerio Ca- 
prajo). Nel dial. della capitale non è agevole trovarne sicure traccie, anche 
perchè i e (e) delle voci accattate, in ispecie dal francese, si possono scam- 
biare coi e (e) dell'antico patrimonio indigeno. Ma il e di passe cadovra ma- 
tricolarsi, subir gli esami per ottenere il diritto di esei-citare un'arte, 'passar 
capo d'opera' (cfr. il genov. cau-d-ovia al num. 9), sarà assai probabilmente 
indigeno, e così quello di cevrin cacio caprino. Anche è notevole j/'assa (Basso 
Monferrato) per 'gazza'. E di più, altrove. 

' Bene ha stria strega (onde striun) pure il genovese; ma ò forma assai 
diffusa per l'Alta Italia, e non punto caratteristica. Né ammetteremo di leg- 
gieri come pretto genovese: «oria = nutrica, che sembra occorrere in una 
poesia del sec. XIV (60). 

* Dal piem. meritano ancora ricordo per CR (gr): aire (gen. a/jru), tnaire 
magro. 



Del posto che spetta al genovese ecc. 129 

23. CE CI, GÈ Gì. 
CE, CI. Nel piemontese si oscilla ancora, a formola iniziale, 
tra e e g; a formola interna, si trova e, dietro a consonante 
(conservata o dileguata), e r ugualmente quando si tratti di CJ 
(ci àtono -i- voc.) e della consonante che si riduce all'uscita; ma 
a formola che si mantenne fra vocali (ed è veramente, in fase 
anteriore, g), avremo i. Citiamo: cel, ceresa, ceri, cengà e gengà 
cinghiata, gener, cerne \ gerché, gita;- caiigma {le), duga {Ic);- 
gaga (ma: faca, e pur nel genovese, dov'è piìi singolare); brag, 
a brage;- pag, vùg\- uzél, v[e]zin, lù'zi lucere, piazì piacere.- 
Nel genovese, g costante anche a formola iniziale -, e tra vo- 
cali: z. Citiamo: gè cielo, geza *ceVesja, géme, gibbu, genee;- 
gaga, bragu, mùaga rovinaccio ('muracea'), làgu laccio (cfr. 
Arch. I 90);- vince, margu, furcina, Casina [le; cdg.V), dùse 
(le);- paze, veazu verace, loeize pece, émbrezu, naiza narice, 
reize radice, gimize, cijze, sòzu n, 9, vilze, crùze, liczi. E lo i 
mostra antica la metatesi in prùza pulce, freza felce ^ srazit 
salcio. GÈ, Gì. Nel piemontese, g costante a formola ini- 
ziale (cfr. n. 15) ; ma a formola interna, massime dietro a con- 
sonante, prevale i *. Citiamo: gelé gelare, gener, gem gemito, 
geni; gir;- lèze leggere; fìnge e fìnze, 'pùnge e pifMze, ùnze; 
strenze; ecc.- Nel genovese, i costante, anche a formola 
iniziale. Citiamo: zeu gelo, zeneu, zemi, zermùggu, zenzia, 
tenie, astrenze, danze piangere; e tra vocali: caize caliggine 
(piem. calùzu, v. num. 21), reze (piem. rege). 

24. CT. 
L'esito franco-provenzale e ladino di questa formola importante. 



' Si noti gerncj (gen. gernecjgu, córso cernilliu) crivello, 'cerniculo', allato 
alle forme che sono studiate nel 1." voi. dell'Archivio (545 b). 

^ Ma lo g genovese è più affilato, cioè men rimoto da s, che non lo g pie- 
montese veneziano; e analoga avvertenza ó da fare circa lo i genovese 
(quasi ''i), sia esso da s lat. fra voc, oppur da j o y (num. 15 e 23). Onde 
si spiega l'osservazione di Dante {Be vulg. e/., xiii : 'che se i Genovesi per 
'dimenticanza perdessero io z, bisognerebbe loro, od esser totalmente muti, 
'o trovare nuova favella, ecc ' 

' feci, felci, si manifesta cosi, per doppio titolo, non bene indigeno. 

* z che dietro a consonante dee volgere a g [pnnze pùnge; cfr. yunge al 
n. 15, ecc.), v. la n. 2. 

Archivio glottol. itul., II. 



130 Ascoli, 

cioè Jt, occorre in entrambi i dialetti, ma la serie genovese oggi 
appare alquanto più scarsa che non sia la piemontese. Citiamo 
dal piemontese, per la risoluzione in jt: làit laitua, fàit (onde 
gli analogici slàit andàit, cfr. Ardi. I 25S), seitvr saitvr sec- 
tore- (falciatore, cfr. Arch. I 47), idi, strcit, unlt, c'óif, sìì'it 
exsucto-;- per la mera assimilazione: fìct, Ict, ot, friìt '. Ora dal 
genovese, per la risoluzione m jt: Icutc fluite), Icitucja; fcatii 
[siagli ecc.), trceta tratta, cuntrwtu; teihi, astreiiu;- per la 
mera assimilazione: ottu, nòtte, ecc. Ma se risaliamo al geno- 
vese del secolo XIV, la serie dello jt si fa ben più copiosa; e 
oltre faito 12 [daito ib., stailo 14), traiti 18, contraito 4Q, tosto 
vi ritroviamo: coito coctoSG, noite 39, oito oG, d-oitovcr" 42, 
oitanta 41, pointo *punjto puncto- 17 ^ Accanto alla fase dello 
jt si ritroverei nel ligure anche l'ulteriore risoluzione di questa 
formola, vale a dire e (cfr. p. e. il lomb. fac, da fàit *fàitj di fase 
anteriore, Arch. I 83, e in ispecie il doppio tipo provenz. fàit e 
fac). Intanto noto dall'Olivieri: vecciiìa (vectura) porto, porta- 
tura \ e ricordo : diciu fàcili, che son nelle Parabole del mon- 
ferrino occidentale (ap. Biondelli, 555-6). 

25. T, D. 
La frequenza con cui si dilegua nel piemontese il d primario e 
secondario fra vocali, fenomeno caratteristico, del quale altrove 
si son divisate le larghe attenenze (.Vrch. I 310 ecc.), continua 



' Quando la formola sia preceduta da o o da il, e iu ispecie dal secondo, 
si può talvolta dubitare che v'abbian solo le apparenze di mera assimilazione, 
e che si tratti veramente di it (jt) coWi assorbito; quindi p. e. frùt da fruii 
(cfr. suil). 

^ Il verso dice: doitover a zoia a seze di, e il Polidori annota: 'Ci spie- 
gano: durò la gioia sedici giorni.' Ma si deve invece intendere: 'D'ottobre, 
a giovedì {zógga), al di sedici.' E siccome la vittoria, di cui si canta, fu 
riportata 'die domiuiea intrante vii septembris', così il conto ci torna sùbito, 
poiché il 16 di ottobre (giorno in cui l'armata rientrava nel porto di Genova) 
era per conseguenza un giovedì- Circa ojtóuer, si confronti ancora il l."^ voi. 
dell'Arch, 279, 305, 

' A S. Remo V aj non ancora contratto (dajtu), e le preziose pronuncie: 
dijtu^ àìcto-, scrij tu = scvìpto- (Mart. 49), con l'IPT che dà la stessa risul- 
tanza dell' ICT, cfr. in Lombardia: scrigio degli ant. testi, e oggi ancora: 
scriciira. 

* Anche ha: diccia desdiccia, detta disdetta, in ispecie nel giuoco. Ma ò 
pur della Sardegna, insieme con diciic, sentenza, e altre propaggini; ed ivi 
è sicuramente d'importazione spognuola. 



Del posto che spetta al genovese ecc. 131 

non solo, ma si rende anche maggiore, nel genovese. Notiamo 
intanto dal piemontese, per d primario: reig (e radig), muda, 
feci pecora (feda, v. Arch.1 54G), ^9??/ *pe[d]ùlj pidocchio (v. n. 18), 
meizina, rie (e ride), ni nido {nià nidiata), cv.a, crii, niì; - 
per d secondario (cioè d che proveniva da t): milr (e madùr) , 
spa, stra, sia segato -ata, sej-a setola, mé-j-e mietere, cué *co- 
tario (porta-cote; cfr. Arch. I 545), huél, può potare.- Ora dal 
genovese; per d primario: reize, crenca credenza, mania mi- 
dolla, mégu, rie, niu, cùa, nùii, siìu {])\em. siìdih-);- per (/ 
secondario: i^ì'^^'U prato, ecc. v. p. 124, cunfid confidata, nceghe 
natiche, scea seta. Nelle poesie del sec. XIV, prezioso esempio 
per il dileguo di d primario: sir col significato di 'essere' 11 27 
(cfr. Arch. I 442), e ancora creenza 41, hencixon 20;- per il 
secondario: poeam potevano 21, consolaa 19, pree *prete pe- 
trael2; ecc.; prim. e sec. nella stessa voce: loao 43.- Questo 
dileguo combinandosi di frequente, nello stesso vocabolo, con 
l'altro del r primario o secondario (n. 17), ne viene alla favella 
genovese una snervatura affatto caratteristica e una partico- 
lar facilità di cadere nell'anfibologia. Cosi son del genovese: oà 
orata (pesce), aò aratro (veramente: arato, che è pur del diz. 
ital., aràtu sicil., onde si viene a un genov. *aòu, v. p. 124), cud 
polmone (corata), cuóu colatorio v. p. 125, peci castagna (cotta 
e senza buccia; pelata), Itei badile, dia ditale, menu maturo, 
miìóu murato e mutato ; ecc. 

2G. P. 
A entrambi i dialetti è comune quella frequenza di P fra vo- 
cali, tra vocale e R, in ?•, che è caratteristica della regione 
settentrionale. Citiamo: piemont.: savc'i, savùn, savùr, cavéj, 
rata, sev siepe, curvi (*cuvrì, imperat. córv cuopri; e su dirvi' 
si modella diìrvi *duvri de-aperire), crava *cavra;- genov. 
savài, savùn, sava, cavelli, rava, cruvi, arm aprire e aprile, 
crava (negli ultimi tre esempj si fa notevole pur la concordanza 
nella metatesi, com'è notevole la concordanza della prostesi che 
ci occorse al num. 5). 



Ora e' incombe di riassumere questo nostro parallelo tra il 
genovese e il termine gallo-italico che più gli ò attiguo, esten- 



132 Ascoli, 

dendo i confronti a quei termini meridionali coi quali il geno- 
vese è potuto parere più specialmente apparentato, e tirar la 
conclusione. Ma poiché io non devo presumere che lo schema 
fonetico di tutti cotesti vernacoli meridionali sia familiare o 
facilmente accessibile a miei lettori, cosi mi proverò, prima di 
andar più oltre, a offrirglielo io qui in nota, molto sommario, 
di certo, ma pur tale, se non m' inganno, che basti compiuta- 
mente al caso nostro, e anche ne sopravanzi \ 



^ 11 Diez, come già sentimmo, nel toccare delle speciali attenenze 
del genovese, accenna a piti di un dialetto sardo. Ora son tre i dia- 
letti italiani, o gruppi di dialetti italiani, della Sardegna: il logudo- 
rese o centrale,- il campidanese o meridionale (o pur cagliar it ano) \- 
11 gallurese (non si confonda la Gallura dialettale con l'amministra- 
tiva) pur settentrionale. Il logudorese si può dire, per certi capi, il 
sardo per eccellenza; schiettamente sardo è però anche il campidanese; 
ma non così il gallurese (suddistinto nelle principali varietà di Sassari 
e Tempio), nel quale ben traluce il substrato sardo, ma insieme si 
avverte tal mischianza e stranezza di fenomeni, che difficilmente si 
può altrove riscontrare. Principalissimo fra gli elementi sopravvenuti 
a comporre il gallurese, è senza dubbio il còrso, e anzi di sicuri e di- 
retti influssi siciliani, o napoletani, che da parecchi si affermano, a me 
ancora non fu dato ravvisarne. Il còrso di Sartene deve star nelle piU 
strette relazioni col gallurese (cfr. Spano ort. I xiii; Casalis, Dizion. 
geogr. ecc. degli Stati del Re di Sard., VII 141); e parecchie concor- 
danze peculiari tra córso e gallurese avverto anch'io in questo breve 
schizzo. Ma la scarsa conoscenza dei dialetti córsi, qui avvien di de- 
plorare piti che mai; e per ora io sono limitato ai Canti córsi del 
Tommaseo (il cui prezioso volume è citato coi numeri di pagina che 
accompagnano gli esempj) e al solito Saggio dello Zuccagni-Orlan- 
DiNi. Pur della versione gallurese (Sassari), che questi dà, mi sou 
giovato; ma fonte principalissima per il gallurese mi sono i Canti 
popolari in dialetto sassarese, coi quali lo Spano (Cagliari, 1873) ha 
nuovamente accresciuto le grandi sue benemerenze, anche perchè vi 
ha ripi'odotto le molto importanti Osservazioni sulla protiimzia del 
dialetto sassarese del principe Luigi Luciano Bonaparte, che dap- 
prima accompagnarono il volgarizzamento del Vangelo di S". Matteo 
in dialetto sardo sassarese (Londra, 1866) e furono trasuntate dal 
barone di Reinsberg-Dùringsfeld nel Jahrbuch del Lemcke (X, 399 
segg.). Rimandano alle pagine di questi Canti i numeri che senz'altro 



Del posto che spetta al genovese ecc. 133 

Per quanto concerne il vocalismo, V ei da e e da i, entro 
un limite comune (nura. 4 e 7), l'o da o e da serie determi- 



accompagnano gli esempj sardi del breve prospètto che ora ses'ue, 
e alla Ortografia sarda dello stesso Spano quelli che son preceduti 
dalla sigla art. Anche pel sardo settentrionale ho del resto messo a 
profitto il Vocabolario sardo del medesimo autore. E i numeri delle 
rubriche, sì in questo prospetto e sì nei susseguenti, corrispondono 
a quelli che porta nel testo lo spoglio piemontese e genovese. 

Sardo settentrionale gallurese. Varietà di Sassari. 

1. ci.— L'è dei participj-gerundj della prima conjug. (p. e. fabicldendi favel- 
lante 109, incimtrendl incontrando 15-1) non è di alterazione fonetica, 
ma è un'assimilazione morfologica, di cui partecipano anche gli altri 
dial. sardi (p. e. lugod. mandighende e -gande, manducando; e ne par- 
tecipa anche il córso: giierdendu 161, lagrimendu 118). E analoga- 
mente sarà da giudicare Y é nella I. e 2. pi. di 1. conjug.: manemu 
maneddi, mangiamo mangiate; cfr. munemu muneddi [sic], mungiamo 
mungete, ort. I 101 116. — È poi, per influsso palatino, ié da id nel 
seguente esemplare (cfr. p. 113, testo e nota 3): piéntu il pianto 67 72 
88 133, piénu piango 66, pieni [egli] pianga 118, e quindi fuori di ac- 
cento: pini piangere 137 139 (ugualmente nel córso: pientic pienti 
sost. 95 217 218 270, partic. 160 2i7, piérie piangere HO, piangere e 
piange 227, piéngunu 209, piénsinu piansero 246; e fuori di accento: 
pi'niti piagnete 235).- Un esempio di é da à dinanzi a r fattosi dop- 
pio, è la ghitérra 175 (comune, del resto, anche al logudorese, v toc. 
s. 'giàe' e s. it. 'chitarra'); e probabilmente non sarà il solo di é da 
àr + cons. [Ho dal córso, per é da « in questa formola: èrme 158 102, 
érbiiru IGO, mércu segno [marco] 351, mérmeru raarmore 153, mérca 
marcia, va, 279, c/icVne 373 387, c/ieVrw 381, &er^>a 377 379, pòrte 2m, 
guérda272; Bastia: quertu quertì, ^ucc. ;- e ancora dal córso, di 
varia ragione: gueri guari 273, zena 159 = zana. Tomm., cfr. .:rc}zi377, 
zanu20G, per entrambi i quali tipi è da confrontai'e il genovese.] - 
Notevole: éba acqua (già benissimo dichiarato dall' Angius, a p. oSO del 
voi. citato qui appresso), che ci porta dall' un canto all'Italia setten- 
trionale con Ve dall' rtt di aigua (v. p. 114 n.), e dall'altro ci offre 
ha-gua^ pel noto fenomeno sardo (logudorese", che ha i suoi precur- 



134 Ascoli, 

naie di ò in posiz. (mini. e 10), e finalmente Vii da u (num. 11 
e 12 in n.), costituiscono un tal complesso di concordanze fra 



fori in Corsica (dial. di Corte: bantiera guantiere Zrcc.-ORL., cfr. bti- 
nèildii gonnella 59). 

2. -ch'io. — cai zoU'kju Zv ce. ^ ramina gyu calderajo (ramnjo) Sp. vocab.;- cu'zi- 

néri cuciniere. [Cfr. i tipi córsi: achia aja 399, jenn^zc/im gennajo 348 
2o0, pullaghiu pollajo 366, callagliìa callaja 383;- 'nfur calo ghia *in- 
forcatoria inforcatura 388; allato a sumère somiero 381, r.mrlaruZl^). 
Quanto alla tenue palatina che si avvicenda, in queste trascrizioni, con 
la media, cfr. acliiu aggio, ho, 348 ecc. allato ad agliiu 349, agiu 208; 
inoltre: macJiiu maggio 348, viachiu 3i9, struchiu strugg[iJo 350.] 

3. (ÌU ecc. — (ìltu (che si legge allu con II di 'suono dentale duro', Bonap.), 

calcili (da leggersi callu con II di 'suono dentale dolce'; cfr. còrso: 
calili caldo 350 394, calla calda 388, calle calde 358); salza, ecc. 
4-12. — Lo schietto vocalismo sardo ha questo di aflatto particolare, che cia- 
scuna vocale tonica del latino vi si continui schiettamente per la vo- 
cale medesima (v. Sardo centrale). Quindi non v'ha, nello schietto 
vocalismo sardo, alcun dittongo che rifletta una vocale scempia latina; 
né vale per esso la regola, estesa a tanta parte della romanità, della 
normal coincidenza dei riflessi dell' e e dell'?, o dell' o e dell' n. IMa 
nel sardo settentrionale, oltre che fa capolino qualche esempio di ié 
[- è) e di 1(6 (= o), incontriamo Ve per Vi lat. breve e in posizione: 
'pélu, nébi^ séddi sete, pébaru, vétru\ trénta, d-éntni; e così Vo per 
w lat. breve e in posiz.: erósi, nóH; móndu. 

14. Vocali (itone. — Notiamo V-u (- -o it.), e V~i (- -e it.); p. e : culuriddii, 

òiancu, lu cuali, una leggi, ecc. [Si confrontino, oltre il sardo meri- 
dionale e il siciliano, i tipi còrsi che seguono: mischiatii di latti e 
vinu 2-iO, dolci vergini Maria o7, lampada lucenti 2\\, li cateni 2'ò\~\ - 
'Allorché la e e Vo, per effetto di flessione o di altro cambiamento eti- 
'mologico perdono 1' accento tonico, sogliono spessissimo in sassarese, 
'in tempiese ed in altri dialetti meridionali, convertirsi in i ed u. Così: 
^véni viene, vimiddu venuto; fabédda parla, fabicldàddu ; vólti veste, 
%'iltiri; vedi vede, vidéndi',- mòri muore, muri morire; ecc.' Bona- 

l'ARTE. 

15. ;. — gógu giuoco, guramentu, gobanedda 139; lu peggu 80. 

16. j implic. — L.I: melju, mvljeri 155, fi/jólu 31, vólju 70, fólja 172 ecc. (ma 



Del posto che .spelta al genovese ecc. 135 

il genovese dall' una parte e il pedemontano, ossia il tipo gallo- 
italico occidentale, dall'altra, da bastar di per sé solo a deter- 



il tempiese: mecjdic, miiddcri Sp. voc, fiddólu, voddu, 31, fondandosi s^Jo se» 
sulle basi col doppio l [cfr. n. 17], che vedremo proprie del sardo me- 
l'idionale; e ugualmente nel còrso: meddu [medrit secondo 1' ortogr. 
del ToMM.] 344, fiddola 2i^, voddu 2io Sii). - RJ: molgu (cfr. n. 17; 
còrso: morgu 298) *morjo muojo; a proposito del qual (/ da f/ (J) di 
fase anteriore (cfr. ital. veggo tengo ecc.), si può qui ricordare l'ana- 
logico sogu io sono, comune alla Corsica (Zuco. 463, cfr. 457) e alla 
Sardegna settentrionale (napolet. songhc). 

17. !, r. — Frequentissimo il volgersi in l di un r che preceda ad altra con- 

sonante; e questo l da r, cosi come il l etimologico o il l da s (num.20), 
può alla sua volta provocare degli strani fenomeni che non ci è dato qui 
descrivere. Esenipj: filmadu, [pulln]- maUu marzo, [lalgu], ecc. ecc. - 
RX dà r]\ p. es. Surrdda giornata 37; cfr. gli altri dial. sardi. - LL in 
dd: beddu ecc.; come negli altri dialetti sardi, nel còrso, nel sici- 
liano, ecc. 

18. l implic. — PL: piànta, piùnu, pioM, più, ecc.- CL: camd, cani, ecc.; 

-CL- (-TL-): occi, ilpiccu [ilspeccbio 90, un zeccu 126;- FL: fiori ecc- 
Esempio sporadico di g = bj (BL) può parere il tempiese: ghiastimà 
bestemmiare, ma è mal certo [Studj crit., I 35 = 313); cfr. del resto: 
nj-vj (bj) s. Sardo merid., n. 16. 

19. V. — ■ bozi voce 17;- sudi soavi 129 (voc: suacl soave); cfr. gli altri dia- 

letti sardi. 

20. s, cs, ecc. — La formola s + cons. si fa nel sassaj-ese: l+cons. (cfr. n. 17" : 

ilpina [ijspina, halloni {balloni, v. num. 3) bastoni; ecc. ecc. [Questo 
singolar fenomeno occorrerà probabilmente anche in qualche parte della 
Corsica; e intanto noto, dal 'volgar plebeo livornese': cucita cucile, 
questa -e, can malfino, melchino, bèltie, Zvcc. 290-1]. — CS: lu.isaGìj, 
tessi; V. il sardo merid. — SCE SCI: pcsii, cresi 83, ecc. — SI in /: 
(ye/a ecclesia 28, bajd basiare37;- razoni (ragione "dragone *rasio- 
ne) 92;- cfr. brvzadda bruciata. [Còrso: cas^iw 388;- brug^wxa bru- 
ciava 246.] — -S- in /: cazu Zvcc. — RS, v. il sardo centr. 
22. ca, qua, ecc. — Singolare che v'abbia qualche esempio còrso e sardo set- 
tentrionale di ga~ga (ca). Nel còrso incontrai: gran ghiallu 298, lu 
jallu 248, dui jalli 366, di jnllina .370, ghiaUina ?,Cu,, nastra jali- 



136 Ascoli, 

minare il posto che spetta al genovese nel sistema dei dialetti 

italiani. Son tutte vere e specifiche trasformazioni degli ele- 



sardo scttcntr. nellu 297, la j atta 380, ha ghiambe 377; e ugualmente nel sassarese: 

gaddu 30, ghiaddu a Tempio, donde ancora riabbiamo (Sp. voc): ghiatta 
gatto, ghiamba. [Ma esempj illusorj sarebbero: cambd cambiare 122 ecc., 
in cui c'è metatesi del j: *camb:Yi *cjambà, o il córso stanca cessar 
(di piovere) Zlcc. 457 ecc., che ben va con stancare, v. Diez less. s. v., 
ma risalendo a stanjùr.\ QVA QVE GUE ecc.: candu, sighl HO, 
sighenti 163, si diltinghi (v. n. 20) 175, li linghi IH. 

23. ce, gè, ecc. — Il e di CE CI di rado è e nel sassarese, ma di regola è z ., 

fra vocali i. Es.: ceggu cieco 2084, cilcadi cercati Zucc. (ma zilcà 123), 
zelu cielo, crózi^ nozi, sinzeru (cfr. córso: calze, calice 212219, mal- 
grado il solito C-); ecc. A Tempio all'incontro: celi, gruci, sincerii, ecc. — 
Per GÈ Gì ho dal sassarese: genti (la méjenti 123), giru, fingiddudl, 
e la conservazione della palatina sonora appar consentanea al num. 15. 

24. cf. — ottu, notti, ecc. 

25. 26. t, p, fra vocali. — daddu dato, piljaddu, auddu avuto, appassiiinaddi, 

seddi siete, incaddinaddu 164, vidda 98;- cabbu (temp. capu), ab- 
beltu 90, sabbélbl. 

Per ultimo, si vuol ricordare, e per questo e per gli altri dialetti 
sardi, il normale affievolimento che molte consonanti iniziali subiscono 
per effetto transitorio della vocal finale della parola che precede (v. ort. I 
12; BoNAPARTE, nelle citate osservaz.; Arch. I, l); fenomeno che deve 
ricorrere anche fra i Córsi, e /in modo affatto analogo a quello che si 
avverte fra i Sardi, (cfr. per ora gli esempj córsi qui sopra al num. 22, 
e al num. 26 del sicil.). 

Ora passiamo al sardo meridionale, non mirando se non a quei 
fenomeni che distinguono questo dialetto dal sardo centrale, e con- 
sistono principalmente nei prodotti palatini e palato-linguali. Fonte 
primissima ci sarà il Nou dizionariu universali sardu-italianu com- 
pilau de su sacerd. henef. Vissentu Porru, Casteddu (Cagliari), 1832. 

Sardo meridionale (campidanese). 

1. à. — Esempio ài jd in gè {-jé, cfr. n. 15): </enna = logud. Janna janua 
(cfr. ScHUCHARDT, vok. I 185-6).- Singoiar caso di attrazione sarà V-diri 
- *-ari dell'infinito di prima conjug. Il Porru scrive costantemente il 



Del posto che spetta al genovese ecc. 137 

m^nti latini, quali non trovano alcun che di analogo nell' Italia 
centrale o meridionale. Si aggiungono poi Yù da ó e per Vu 



solo -ài (amcit amare, ecc.), ma dai testi si deve ricavare la serie -airi sarjo merid. 
-air -ai {amdiri amàir amai, ecc.; Fccns o. e. 192). In fàiri fai, po- 
trebbe Vi essere etimologico; ma nessuno vorrà credere che quest'unico 
esemplare avesse la forza di foggiare a imagine sua tutti i verbi in 
-are (-ari). 
2. -àrio. — arrjóla aja (ajuoia); gennàrgu gennajo, brebegdrgu -ùrzu (cfr. 
crózu *coriu corium) *vervecario- pecorajo (Arch. I, 77-8 n.);- cap- 
pedderi cappellaio. 

14, Vocali ùtone. — L'-it e V-i, come nel sassarese. 

15. j. — ga, i/enna num. 1, gogu, gobia, guncu, giingiri, ^Mju[g]um;- Màju, 

lìéus. 
ìQ.j implic. — LJ dà II, e che veramente si tratti della assimilazione che è 
rappresentata da queste due lettere, si prova dalla ulterior fase altera- 
tiva che ci offrono il còrso e il tempiese (v. sardo sett. n. 16). Es.: mel- 
lus, filili filla, consillu, cillu, muUcri, palla, folla. — RJ, cfr. n. 2. — 
NJ: carcangu, testimongu, binga vinea, castanga, sanga sanies.— DJ: 
orgu. — VJ BJ: ghiagganti-viag ganti;- cabbia ecc. - Di SJ, v. il 
num. 20. 

17. l, r. — L in r occorre frequentissimo dinanzi o dietro a consonante, ma 

raro fra vocali. Es. : colpii e corpu, àurei e dulci, carcài cracài cal- 
care, arseli e alzai, purzu e pulsu, pruppu polpo, cramài ecc. n. 18;- 
lenzóru; ma: mola, soli, ecc. ecc. ' 

18. l implic. — PL : piàngivi e pràngiri (cfr. n. IT), pluziri, pianta, planu 

e pranu, platu sost. (l'agg. cattu, piatto, può esser voce spagnuola, 
come afftirma il Porru, e ad ogni modo è voce importata); FL: fiamma, 
flatu;— CL: clamai e cramài, claru, crai *cla[v]e, eresia. Ma di par- 
ticolar momento è la evoluzione sarda, piìi specialmente propria di 
questo dialetto, per la quale da -CL- si viene a gr (cr dietro a con- 
sonante), col r trasposto e anche smarrito. Cosi: sprigu *spegru spe- 
culum, priógu *pi[d]ogru, genùgu, ogu {ogni nel distr. di Marghine, 
Logud.), origa;- circu cerchio, cobercu, tnascii. Dietro a S, conservati 
amendue gli elementi del nesso e preziosi per la dimostrazione di TL 
in CL: userai ust[u]lare, scrdii schiavo. 
20. s, cs, ecc. — CS: fisti fisài, busii, [cosa]; ma con S5 (a un di presso come 



138 Ascoli 



in posizione e fuori (num. 8 e 12), e la evoluzione delle formose 
alt ecc. (num, 3); pei quali capi bene è vero che il siciliano non 



nel logU(loi'ese) : tasserjdu, tassai, lassai, tossicu, tessivi, mnssidda , 
lissia (log. lisia). — SCE SCI: n'ìsiri, eresivi, pisi, ecc. — SJ: cinizu 
*cinis-jn, cenere, cerehia, vagoni (cfr. sardo sett.); ma basai, casu ca- 
sens, eresia ecclesia. 

22. qua, ecc. — àccva, lingua; del resto: sighh-i ecc., cfr. gli altri dialetti 

sardi.— GN, v. il sardo centrale. 

23. ce, gè, ecc. — CE- CI-: cehi, cerchia, certài lat. certare, ré vi ivi cernere, 

cessai, cizivi cicer, cingivi, cini.zu n. 20-, circui;- gevtit, giltadi;- 
LCI: dulcì, calcina;- CJ: hvazzu, lazzu\- -CE ^'CI: pazi, mizi, gvuzi, 
pldziH, azéclu, bizinu;- v. il testo piti innanzi. GÈ- Gì- : gelai, 
(jcneru, giru;- gin'zia [sic; sìnzia] gingiva; - NGE NGI: Hn/jivi, spin- 
givi, gungiri;- cfr. ginzia testé addotto. 
25. t fra vocali. — Cade il f, cioè il d secondario, nelle sec. pi.: amais qcc. 
e nel partic. perf. pass.: amdu ecc., cfr. laiis e ladus latus; del resto, 
V. il sardo centrale. 

Non lasceremo questo dialetto senza ricordare l' assai frequente 
prostesi di a dinanzi a r: arriu rivo, arriàli un reale (moneta), arni 
e ni, rovo, avruhiu rubeus; ecc. Cfr. il siciliano, e i genov. arrigà ecc., 
amaccà; e anche si può ricordare il córso avvipuchiatu 223, quasi 'ad- 
-re-podjato', appoggiato. 

Risalgo finalmente alla sezione centrale, al Logudoro, e ricavo il 
breve spoglio che segue, cercando gli eserapj nei noti e preziosi libri 
dello Spano. Allego eziandio la Geografìa, storia e statistica dell'isola 
di Sardegna, compilazione di V. Angius, che forma il voi. XVlIIter 
del Dizionario del Casalis, citato di sopra (p. 132). 

Sardo centrale (logudoresf^). 

1. ('(. — Si conserva costantemente. L' e', al posto dell' a, in certe forme con- 
giuntive, si deve all'anticipazione o pi'opagginazione del _; che risonava 
nella lor fase fondamentale. Il più perspicuo esempio, già riconosciuto 
anche dal Flechia, è nel congiunt. di nàvo nàvas nurrere dire (nar- 
rare) : névza névzas névzat, cioè: *n;i[i]r-ja *na,[i]r-jas *na[i]r-jat 
(cfr. i congiunt. dell' ant. log.: hnpia liàpias ecc. ap. Sp. ort. I 10-1 n., 
e per ri da rj il n. 2 qui sotto); nel sardo merid.: imlic. ru'fvii ecc., 



Del posto che spetta al genovese ecc. 139 

offrirebbe minor convenienza col genovese di quella che offrano 
il pedemontano ed altre varietà settentrionali; ma vero essendo 



cong. nc'/'i ncris néril ncrint. Ma uoii no ù diverso il fenomeno ciie i 
occorre nel congiunt. di fàgliere facere. Lo Spano dà fecLc facies fectet 
(ort. I 145); senonchè Io cf, col quale egli trascrive il tt della pronun- 
cia (cfr. ort. I 24), è qui una sua illusione etimologica; e veramente 
abbiamo: fette, fettes fettet, che iu fase anteriore son feszes ecc. (cfr. 
la prima pers. indie, fattoi fazzu àA sardo meii 1., o avariti = merid. 
azzar (ju acciajo; ecc , v. nura. 20 in fine), cioè *fa[i](;-jas ecc. Terzo 
esempio è in un verbo che resta alla prima conjugaz.: lasso lascio, 
congiunt. lessa lessas lessai; merid. : léssi léssis léssit léssint. 

2. -àrio ecc. — arióla cfr. merid., barzu vario; hennàrzu v. uum. 23; ahha- 

dorzu *aquatorio abbeveratojo , 'pazarzu (e paddarzu, cfr. settentr. 
nuai. 16) pagliajo; crabarzu *craparjo caprario, frailarzu *fravilarjo 
*fabriIai'io (fabbro), bcrcegarzu cfr. merid , canarhc, quasi ^canajo', 
canattiere;- altri casi di ri=:R.J: córiu corium, ahberzo aperio; ecc. — ■ 
Del tipo -eri (forse non indigeno): rjacri chiavajo. 

3. ùlt ecc. — Il tacersi del l nei singoli esempj àteru altro, soddu soldo, non 

ha nulla a che vedere coUYti (*aut) = alt ecc. del genovese. Cfr. óltu 
altare, culdu, ecc. 

4. è. — sero, pienti, agliédu. 5. e. — mele, tenes tieni, deglic n. 23. 6. è 

di posiz. — terra, beste n. 19. Notevole: pinna 'pfiiua'; cfr. il n. 10 e lo 
spoglio siciliano. 

7. i: himi n. 19, ispiga, ecc. — ?: pihi, piva, nie, piglio n. 23, sidis silis, bido 

video, pibere, zintbiri; bidru vitrum; — i di posiz.: is^^e ipse, intra, 
birga, vinti trinta. 

8. ò. — amore, flore, sole, boghe n. 23. 9. coro cuore, non, roda. 10. cori'ti 

corno, morte, nostru. Notevoli: tilndere (merid. t'indiri), lat. tendere, 
tose, tondere- respàndere ri.spondere; cfr. il n. G e lo .spoglio siciliano. 
11. n: duì'u, ìiudu. 12. i'c: buia n.22, niighe n. 23, ne ubi;- il di posiz.: 
mimdn, culpa. 

13. (hi.— Si continua il dittongo latino, ma con questo di singolare, che, dato 

l'-n nella sillaba susseguente, si perde Vu del dittongo (cfr. Arch. I 218'i. 
Avremo quindi: fraude, laude; ma: làrxi laurus, pdsu pasnrc ripo.<o 
(pausa), pagu pauco-. Si complica la metatesi in trdu taurus. 

14. Vocali ntone. — L' -w come negU altri dial. .«^ai'di; ma V -e anziché V-i: 

morte, latte,. ecc. 



140 Ascoli, 

insieme che il vocalismo tonico del siciliano affatto si distacca, nel 
resto, dal genovese, ragion vuole che da queste ulteriori conve- 



. 15. J. — A formola iniziale, si oscilla fra j e i (cfr. Arch. I 508 n.) : janna 
janua, jMrt juba, jj"JZya; ja ia,ju{ghe }uighe ^udìce- (cfr. per Taccento 
trasposto nel dittongo occasionale: cùidu e cuidu cnhito), jeunare ieii- 
nare, zinibiri. — A forraola mediana, o l'elemento inalterato o il dile- 
guo: Maju, pejus péus, Seunare; cfr. hoc - lio[d]ie Arch. I 531, 359 
n. 97. Ragion particolare è quella di ^ = ant. -dj- nella composizione: 
affondare e ajudare, aggunghere e adjunghere. Cfr. ancora il n. 23, 
verso la fine. 
16.,; implic. — L J dà i : mezus, fióu fi:a, consihi, chihi cilium, muiére, 
paia, fo;a^ «izt, ózu^ lóhi, ispoiare. — NJ dà ni: calcdniu, testi- 
món}u, binia, castdnia, manzanu (merid. manganu) *mani-ano mat- 
tino (cfr. ber-anu primavera, comune al corso: di veranu2\2)\- piinzu 
*punnjo [mevìd. pimgu- Arch. I 80 n.). — DJ: oriu, abbiio ad-video, 
seco sedeo;- iìiojn modio- (napol. muóje), cfr. Arch. I 195 n. e lioe 
(napol. òje) al n. 15. — BJ VJ: rabbia ecc , ma rvju *nir/u, cfr. n. 18 
e 20, rubeo-, merid. rùbiu arrubiu;- di hapo ecc., v. Arch. I 414 n.;- 
zéa bieta, comune anche al settentrionale, deve essere importato. — Di 
SJ, V. iln.20. 

17. l, r. — LL in dd: badai valle, isteddddu stellato (accanto a istélla), mas- 

sidda maxilla, modde, nudda, ecc. RN in rì~: carré, inferru,, ierru 
*hi[v]ernu, isterrere, corru, torrare, furru. — RS in ss: traéssa tra- 
versa, a s'imbcsse al rovescio (inverse), péssighe (merid : pressiu), 
mossigare; cfr. -CL-, n. 18. 

18. l implic. — PL: pianta, plenu, plorare, plus, [piàghere, pidnghcre]; FL: 

flore e fiore',- GL-: clamare, claru, crde [ant. clae], crau clavus, [allato 
a gamdre jamdre, garu, gde jde, gdu jdu]. -CL- -TL- si continua 
normalmente per J: oju, orija, ispiju, benuju. n. 23, fenuju, béju ve- 
t[u]lo, biju vit[u]Io; ecc. Ma è molto importante il rendersi esatta ra- 
gione di questo j. A prima vista si crederebbe il prodotto di uno Ij 
di fase anteriore {\h\lj), e quindi orija logudorese, a cagion d'esem- 
pio, esser del tutto simile al piemont. uria. Senonchè, noi vedemmo che 
un LJ di fase anteriore dà z al logudorese (n. 16), e quindi avremo 
in questo dialetto il tipo fi';a filia, allato al tipo orlja, laddove i due 
tipi coincidono in quei dialetti ne' quali veramente si continua un Ij 



Del posto che spetta al genovese ecc. 141 

nienze tra il genovese e altri tipi settentrionali si venga ad ac- 
crescere forza di prova a quelle che dapprima enumerammo, tanto 



di fase acteriore anche nel caso di -CL- [k]ìj (p. e. piem. fla mj- «a), sardo cent 
D'altronde vedemmo CL iniziale far^i nel logudorose r/ (:= *c-) ej: cla- 
mare *chiamare //amare jamare ecc., cioò f/amare affievolirsi in ja- 
màre (l'ipotesi inversa: jamare rinforzato in Ramare, è interdetta dal 
n. 15, cfr. n. 20), e vediamo ancora in varietà logudoresi conservarsi la 
gutturale a formola interna {ogni, isprigu *ispigru), come trovammo 
che sia normale nel sardo meridionale. Dunque, come lo^' ài jde (jùe è 
normal succedaneo dello A/[;] di cló.e eròe, cosi quello di q/t« *oiju 
sarà normal succedaneo dello M\ì\ di oc.lu ogru, oppur quello di an- 
niju *annigu (anzi annigu è tra le forme positive in Angus Le. 469, 
cfr. 449) normal succedaneo dello hl[j] di anniclu annigru, che ha 
un anno. Ugualmente s'ebbe g nel fondo logudorese per -CL- -TL- 
dietro a consonante (nella qual situazione non si risale per alcuna fa- 
vella ad un semplice Ij di fase anteriore); quindi; isdu-isjau *isgan 
schiavo, che sta sM" iscrdii, pur logudorese (cfr. il raerid.), come gde 
a cràe od oju a ogrw, e ancora: masu = masjic *masgu masc[u]lo; 
usai = usjai *tisgai ust[u]lare cfr. il merid.; e finalmente il tipo chixti 
cerchio, che pareva cosi enigmatico, ed è normalmente *chirgii, onde 
chirzu chissu, come 5S = RS n. 17. Cosi si conchiude, che il tipo logu- 
dorese orija risponde all'italiano orecchia e non al piem. ecc. uria (ori- 
Ija), la cui risposta sarda dovrebb' essere *oriia nel Logudoro e *oriUa 
nel Campidano. Locché si dimostra ulteriormente, considerando come 
nei riflessi di GL si abbiano anche tra i Sardi i due tipi che italiana- 
mente si rappresentano per specchio speglio nel caso della tenue, e 
vegghiare vegliare nel caso della media. La base coag'lare diede cioè 
al logud.: gagare (*gagare, cfr. istinchidda-ischintidda scintilla; ecc.) 
e insieme cazare-= calla i del merid.; e la base vig'lare diede al logud. 
is-bigare e insieme is-bi^are, bizare - billài del merid. — Se io non 
erro, le distinzioni e le riunificazioni qui esposte, vanno tra i documenti 
più singolari della singoiar potenza, de' buoni metodi comparativi 
19. V. — V iniziale (quando non sia fermato dalla legge generale di cui si è 
toccato in fondo allo spoglio del sassarese) passa in b, e cojI passa me- 
diano in b, resta il b da V- in voci composte, dietro a n e s e ad 
(cfr. il siciliano^; tra vocali, all'incontro, il v, sia esso primario o se- 



1-12 Ascoli, 

più che i fenomeni, Ji cui ora si tocca, rimangono estranei alle 

isole che sono intermedie fra la Sicilia e Genova. La differenza 



condario, si Jilegua di coutiauo. E-empj: binu {sh'ììiìì il vino), bén- 
nere venire, bentu, baiare, balere valere; isboiddre {bóidu) vuotai'e, 
abbinare {bìmì), imbidu invito, (nel merid pur dietro a r: scrblri , 
serbidóri, ant. sei-bus servi Ang 595; cerbu, cerbeddu), ecc.; ~ óu, 
pióere, aéna, nie, ae avis;- siila subula, cwtdw, jua juba, oxue, nenia., 
trae., fu faba;- *vr: lara labbro -a, colora (allato a cóhibru) colu- 
bra (strano Vó nel logiul, e pur nel sicil.: culóoria).— Di alcuni casi 
di f sardo da v di fase anteriore, attiguo ad alti'a consonante, parlo 
altrove. — [Aggiungo esempj córsi di V- in b. A principio di verso 
o sentenza: becclna 300, burresli 387., bo vo 301, bende 3SG, boce oSi. 
Poi: u beru il vero 358, a becchiezsa la veccb. 377, chi burianu che 
vorriano 3SG, un baie non vale, accanto a una vale 3U2. E dove è nv 
DV di fase anteriore: scurnbid sconviare 351, imbernu, abbizzd av- 
vezzare 369. — Di B- in V còrso, v. nello spoglio siciliano, u. 26.] 

20. s, Cò', ecc. — Imprima la gi'an caratteristica del -s conservato: tcmptis , 

obus, pegus, pettus, ladus, corpus, mesus melius, ^jew5, minus, cras, 
tres, SOS fiios i figli (ipsos filios) , sas fizas; crudeles, animales; tue 
■inuìghes mulges, bois muhjkides. SS in s: basii, tuélre (merid. iics- 
siri), iusa (merid. tassi), cfr. busa borsa (merid. biùssa) n. 17. CS, 
V. il sardo merid. SCE SCI: ndschere, créschere, 'fische, ischirc 

scire, ischidare *ss-citare excitare svegliare (cfr. d-esscdd lomt). ecc.), 
dischente, ecc.; cfr. n. 23. SJ diede primamente /, com'è in qual- 
che esempio dal dial. meridionale, e i si è rallentato in j, analoga- 
mente a ciò che avemmo al n. 18. Si osservino: camija, cheja *c[r]esia 
chiesa, chijina *chinija cinis-ia, p Jone *pe[n]sjone pigione. La evo- 
luzione medesima anche dal semplice SI: *ajinu (cfr. alimi nel dia- 
letto di Massa; Paolo Ferrari), *ajinu, dimt, nel quale esempio non 
si tratta dunque del mero dileguo di un 5. [Ned è un. mero dileguo fo- 
netico quello del s- in amhis'àa sanguisuga; ma il s vi tace per l'illu- 
sione che fosse l'artico'o : sa-amhisua, cfr. l'it. I-usignuolo ecc.]. — 
Di tt logud. da Z7j di fase anteriore, che altrove compaio al r- attico 
da co- di fase anteriore, v. per ora il num. 23. 

21. Nasali. — E-^erapj sporadici delle assimilazioni progressive che Sicilia e 

Napoli ci darebbero continue (nn = ND, mm = MB), sono: binnenna vin- 



Del poste che spelta al genovese ecc. 143 

die avvertimmo, fra piemontese e genovese, circa la base -areo 
(n. 2; solo il tipo -airo nel piem., e i tipi -airo eJ -aro nel gen.), 



demìa, piumu (raerid. prumu) piombo. -MEN: nómen, cri.nen, rd- sarJo 
mine, legùmem (meiid. : nomini, crimini, arrdmini, Ugàmini). 

22. qua g uà, cu gu, ecc.— Qui il logudorese labializza di coutiauo, massime 

a formola iniziale; fenomeno di cui già mi son lungamente occupato 
ne\\2, Fonùl. indo-it.-gr. %21. Esempj: ebha e(\\ì\x, sdmbene (meiid. 
sunguni) sanguine-, buia gula, belu *gvelu ghelu gelu, bénneni gene- 
ro-, ecc. Ma smarrito l'elemento labiale di qua ecc.: cantu, chercu 
quercus, chictu, siglare, ecc. CR- GR- in r: rughe n. 53, ras su , 
ramen gramigna (gramen), ranu | cfr. córso: rami 3G1, rammdli- 
ca 375J. Di GN (nn ecc.) v. Ai'ch. I SG, e qui sopra il n. IG. Si 
dilegua sporadicamento la gutturale di -ICA -ICO : mon^u monia (merid. 
mongu monga) móni[cjo móni[c]a, con la normale risultanza di NJ 
n. 16;- ant. garriare (od. barridre) - garrigdre caricare (cfr. meriù.: 
mussidi morsicare; Idltia quasi 'lattica', lattuga; pressile persico, bid- 
diu bellico, dove è da confrontare, per l'accento, l'it. bilico). Facile 
del resto, qui coma altrove, il dileguo di G attiguo ad u (e qui la serie 
del GU si confonderebbe con quella di -ICO -igic/. ambisùa n. 20 in 
fine (cfr. merid.: rua e arruga, Sp. toc. s. 'strada'.; téula. 

23. ce, gè.— Cr] CI è che chi iniziale (cfr. p. 13G) o mediano dietro a conso- 

liaute (v. SCE SCI n. 20), e ghe ghi mediano fra vocali. Es. : chélu, c'er- 
tare v. merid., chérrere cernere (crivellare), chervu, e con 1'»; atona 
in a: cariasa cerasea, carveddu cervello; chi::u ci!io- n. IG;- bincliere, 
rdnchidi', [tórchere], calche calcio (cfr. it. ca/ce=: calcio), dulche dur- 
che;- deghe, déghere lat. decere, faghcre, pidghere, boghe voce, tu- 
ghe; ecc. Analogamente dovremmo attenderci ghe per GÈ; ma a for- 
mola iniziale già potemmo vedere nel n. 22 come gli esempj si oscurino 
per la successiva alterazione g'e be\ e a formola interna bene avremo, 
dietro a consonante: mdlghere, iitringhcre, tinghere, ispdrgherc, ma 
t:a vocali gli esempj ci sono sottratti dal progresso che fa qui l'antica 
tendenza romana dell'assottigliarsi e dileguarsi del g palatino (cfr. 
Arch. I 80-1, 9-1-5; e in specie, qui piti innanzi, lo spoglio siciliano). 
Si osservino per ora: apporr ire {ìaàì: pórrere) ad-porrigere, retare reg- 
gere, fricre, fuire (onde la prima pers. del pres. fuo), suere sugare, 
niéddu nero nigello-; è pur del còiso\ Il qual fenonaeno basterebbe di 



144 Ascoli, 



non importa, come ognun veJe, conseguenza alcuna. Le traccie 
di er\-cons., da ÀR^cons. (n. 1), collegano bensì il genovese col 



per so solo a rentier molto dubbia l'anticlntà delle pronuncie logudo- 
resi che ghe ecc. di contro alle basi lutine CE GÈ ecc., antichità che 
a molti è parsa così preziosa. E altri argomenti, non meno poderosi, 
concorrono a togliere ogni prestigio di anzianità a codeste pronuncie, 
e a provare che d'altro non si tratti se non di un'alterazione, relativa- 
mente moderna, di e e f) di fase anteriore, alterazione specifica del lo- 
gudorese, che rifugge costantemente dalle esplosive palatine, come dalle 
fricative palato-linguali. Mi limiterò a qui aggiungere due soli di que- 
sti argomenti. Dato un g (antico sardo o italiano) da j latino, questo 
g, che non ha dunque alcun fondamento etimologico di suono guttu- 
rale, passa ugualmente in gutturale e quindi in labiale logudorese, 
come se si trattasse di g latino (n. 22); p. e.: bennariu (merid. gen- 
nàrgu) *jenuario-, januarius, bettare e-j :'ctare (cfr. merid. ghettdi)^ 
gettare. E dato ancora uno sc = STJ, incadiamo a sh logudorese: posca 
*posca, postea, così come fasca fascia. Intorno alcuni esempj di z 
(5", i) logud. per e ^ di fase anteriore {zegu cieco; senta- rézis allato 
a rées^ tu reggi), possono surgere dubbj, più o men gravi, se o no 
sieno indigeni. È all'incontro certamente legittimo lo zz- CJ, che può, 
come ogni altro zs di fase anteriore, degenerare in ti (cfr. n. 20 in fine): 
aito r: merid. azza^ acies (filo, taglio), erittu ericius; lazzu [lattu nel 
distr. di Marghine) laccio. Ma pur qui 1' estesissimo [acca (l'ant. logud., 
dallo schietto facie-, e perciò non sentendo lo CJ, ha faglie, Ang. 1. e. 
586, cfr. calche qui sopra). 

2ò. d e t fra vocali. — Il d primario si dilegua facilmente : créere, séerc, méigu, 
feti {cedo-, riere, roere, brou, ecc. Ma il d secondario (da T fra vocali) 
suol mantenersi: finidu, passadu passada, maduru, nudare, pedire pe- 
tere, ìnudu, mudare, sanidade; sec. pers. pi.: mandi gades, finides ecc. - 
Tuttavolta: ajudare e ajuare, musare, merid. musai, raussi[t]are. — 
-T: mandigat mandigan[t\, ecc. 

26. p tra vocali. — sapire; capu cabu, sabóne, sabóre, abbérrere aprire, co- 
bérrere; PR: capra e craba. Strano esempio di P in v: chesva cespe.=!. 
Il V da P, col successivo dileguo: chenaura (e chcìidbicra; merid.: 
cenàbara ccnabura) cena-pura, venerdì, istàla (cfr. u. 19) stupula 
stoppia. 



Del posto clie spetta al genovese ecc. 145 

còrso, ma insieme e più lo collegano col piemontese e l'emiliano 
(esempj: ligure indernu, córso èrme, piem. chérpu, raoàm.'pQrt, 



Finalmente sia ricordata la caratteristica prostesi dell'/ a s im- s 
pura: isterrcre sternere, istógamu stomaco, ecc.- Merid.: sterrivi, stó- 
gumii, ecc. 

Ci resta il siciliano, e darò uno schema abbastanza ristretto. 
Fonte principale, il Nuovo dizionario siciliano-italiano di Vincenzo 
MoRTiLLARO, 3. ediz., Palermo 1862, cui aggiunsi i Canti scelti del 
popolo siciliano illustrati da L. Lizio-Bruno, Messina 1867. Non mi 
è dato consultare la monografia del Wentrup, citata dal Diez P 83. 
Circa le pronuncie delle palatine che surgono ai nura. 16 e 18, si av- 
verte non poca incostanza nelle trascrizioni, e par di vedere che v'ab- 
biano diversità fra paese e paese. Io altro non potei se non riprodurre 
ciò che trovavo. 

Siciliano. 

1. à. — amari, amdtu; drvulu albero, sdnu, frati frater; ecc. 

2. drio ecc. — dria aja, armdriu armariuni, operdriu, [cfr. coriu; a formola 

àtona: cuiréttu culrdmi] ;- jenndru, sulàru, ftirndru, sidddru sellajo;- 
cappiddéri, arméri armaiuolo, littéra. 

3. dltecc. — n-dulru, dulu, [autdri otcìri], sdutu, fduda, fdusu, sdusa, [duci. 

Quando all'at^ preceda e, Vu suole essere attratto, a formola àtona, dalla 
gutturale, e perciò invertito Yau in uà. Si osservino: cdudu, cuadidri 
ris-caldare, cuaddra caldaja; cducu calcio, cdugi calzoni, scuagdri 
scalzare, ciiagétta calzetta; cui si aggiungono cuacina calcina, cuacisi 
calcese [e il fenomeno naturalmente si riproduce, ancora a formola 
utona, dato pure un AU di genesi diversa: cuatéla cautela]. — Altre 
formole toniche: féutru (e féltru), meusa milza;- cafra coltre, [cu- 
téddu], dùci;- cótu colto, vota. 

4. è. — aviri, valiri, pri-biru per vero!, dammlru davvero [da-'n-veroj !, slra, 

vihi, catina, vina,.sita, munita; ecc., cfr. n. 6. éns: misi, pisic, 
spisa, prisu, ecc.; cfr. n. 0. 

5. è. — mèli, féli, téni, levi, brèvi, dèci, tepidu; petra, Petru. ce: éneu, cclu, 

cecu, lètu, deda tseda. 

6. e di posiz. — ver7ìii, terra, cappeddu, sedda, vesti. Notevole come si man- 

tenga la ragione dell'antica e (n. 4), malgrado la posizione romanza, in 
gamiddu camelus y.ót.uvìlog, sicca (n. 16) sépia o-vir^'a, vinnlna vindcmia 
Archivio fe'lottol. ital.. II. 10 



146 Ascoli, 

romagn. lerg); e se quindi concorrono anch'esse a dimostrare 

come il genovese s'incardini fra i dialetti gallo-italici, ci portano 



(it. 'vendemmia'), né sono i soli; intanto si cfr. il n. 10. E anche son 
notevoli: stidda 'stella', cfr. Arch. I 19 n., e ntinna, pinna, vinniri, 
sinniri, crisiri, isca, ben corrispondenti a 'antenna', 'penna', 'vendere', 
'scendere', 'crescere', 'esca'; cfr. Diez P 331, Schuch. I 344 345 360, 
Arch. I 490; e qui innanzi, il n. 10. 

7. ì. — spina, vivivi, ecc. ì'. — pilu, biviri, pici, pipi, ecc., ma: nsémmula 

in-simul. i di posiz. — virga, virr/ini, linu; missu mittiri-si, ma pur 
méltirsi méltiri. 

8. à. — stili, sillu, dilnu, duna dona (dà), curùna, ùra, amùri odùri, lagri- 

mùsu, vili vos, vilci, riidiri, ecc. Non ò particolare eccezione: nómn 
nome (cfr. it. nomina, ecc.). 

9. ó, — nòvu, scóla, sómr, cóciri, fócu, ròta', voi vuoi; ecc. 

10. ó di posiz. — morti, forti, farsi, porta, cornu, porcu, corpu, orvu, coddu 

ossu, sonnu , ponti. È un antico o fuor di pos., normalmente riflesso 
per u, in cucchia cop'Ia (cfr. cùbbia nell'Alta Italia), chiùppu *plopo 
pop'lo, epurpif, polypus; cfr. n. 6. Notevoli inoltre: cuntu, frunti, munti, 
rispùnniri, furma, curii, turnu sost., canile iri, ben corrispondenti a 
'conto', 'frgnte', 'mgnte', 'rispondere', 'forma', 'corte', 'torno', couq- 
scere'; cfr. Diez P 336, Schuch. II 115-25, Arch. I 541 b in fine; e qui 
addietro, il n. 6. 
lì. lì. — duru; lana, cJm'ci plus; ecc. 

12. n. — jugu, luta lutura, ecc. u di posiz.: ùlmu, ursii, tussi, ruttu, ecc. 

13. ó.ii. — addduru alloro laurus;- óru, ecc. 

14. Vocali àtone. — pèrdivi, cridiri, dncilu n. 23, ecc. {i da e at. di sili, me- 

diana);- irviizzi [érva), virminàsu (vèrmi), ìnircanti {mèrci), firrari 
(fèrru), fistanti (fèsta), picurinu (pècura) ; viniri e venivi (veni), tiniri 
e teniri (tòni);- nuvècldu (nòvu), nuttàta (notti), nuvdnta e novanta 
(nòvi), muriri (mòri, movivi), ecc.; cfr. sardo settentr. Uscite : jòrnu, 
jòcu, nòtti notte, navi nave; li sacri cdrti. Au da o atono iniziale: 
aucidiri (e forse anche ausdri ^ osavi, con fortuito ritorno all'aia lat.), 
cfr. Arch. I 505 n. 

15. J. — jugu, juncii, jencu num. 19, inndru *jinnùru, ecc.; mdju, pèju; cfr. 
num. 23. 

16.,/ impiic. — LJ dà ggh-j: figgimi, migghiu, ìnègghiu, mugghièri, ogghiit, 



Del posto cho spetta al genovese ecc. U7 

insieme ad avvertire, per una prima volta, come la connessione 
tra il parlare isolano ed il ligure si possa piuttosto ripetere 



pajffhia, ecc.— MJ: sina simia, vinnina n. 21.— VJ BJ: léggu (leg- ■?' 
giero) *levi-o, cfr. lébiu nel sardo merid. e nel centr. ; gàg(ja\ rù(j(ja\ 
cfr. n/^^/im = nibbio; PJ: saccu sapio, acca apium, sicca sepia;- cfr. 
n. 18. — V)i:jàcuna educanda (diacona) ; oi e ó(j(ji (cfr., in uno stesso 
canto: ?m ghiornM epocu jorna; e similmente: non ghiVì [=ji'jVt] non 
gire, in un canto di Catania). Cfr. n. 18.— Di SJ, v. al n. 23. 

17. /, r. — LL in d(l: iddu illu-m, gaddu, ecc. L in r davanti a conso- 

nante: pclrma, arma *alma anima, Gugghiérmu; pùrpu polipo, cùrpa, 
córpu, surfaru, murta molta (in un canto di Messina), parci;- dietro 
a conson.: affriggiri, cfr. n. 18. RL in rr: parrdri, burràri, órru 
órlu, ferra ferula, gurrànna ghirlanda. 

18. l implic. — I nessi fondamentali si conservano in parecchi esemplari con 

la sola alterazione del l in r (cfr. n. 17 e il sardo meridionale), mercè 
la quale alterazione, relativamente antica, rimasero sottratti alle evo- 
luzioni normali che più innanzi si mostrano. Così : dis-praciri (allato 
a piaciri dispiaciri), li praneti mei i miei pianeti (il mio destino; in 
un canto di Francavilla); framdnti 'aggiunto che si dà. a cosa nuova, 
nitida, ecc.', vale a dire 'fiammante' (cfr. nuovo fiammante)'. Brasi Bla- 
sius, vràncu bianco (cfr. janca in un canto di Messina, echio, ghianca 
in uno di Sampiero Monforte), vrunnu biondo ; e finalmente eresia allato 
a chièsa. Ora le serie normali (cfr. n. 16). CL: chiamuri, chiavi^ 
chiudiri; cricchia, occhili, ecc.; GL: ghiómmaru glomere-, ghiru, o 
con la palatina rallentata: Jas'^w. [A formola interna tra vocali: vig- 
ghiari, può rimaner dubbio se la fase anteriore sia gl[j] o solo Ij.] — 
PL: chidìiu, chidntii, chinu pieno-, chicdri e ghicdri plicare, chióciri, 
chiài, ecc.; càcchia coppia, ma 5co^5'7im = sco[p]ljo, scoglio; BL : ga- 
stimdri (vorrebbesi: ghiastimàri) b[i]estemm[i]are; civ. ghianca qui 
sopra;- négghia; FL: cari {suri), camma, cdscu, cdtu, tmédri en- 
fiare; ecc. 

19. i'.— Passò in b dietro a n (cfr. il sardo centrale), e quindi subì l'assimi- 

lazione di cui al n.21. Cosi passa in b dietro a s: arrisbighidri svegliare 
(véggliia), sbindri {péna), sbinniri cedere a prezzo rotto (s-vendere . 
vinniri), sbintricdri sventrare {vèntri), ecc. Analogamente, e ancora 
in concordia col sardo e col córso: bb^BY: abbcrsu ammodo (ad ver- 



148 Ascoli, 

dall' inclinar dell'isolano al settentrionale, che non dal piegarsi 
il ligure verso l'isolano. È del resto assai notevole, e non prima 



sum), abbìcinàri^ abbicinnàri avvicendare; ecc. Ma a formola iniziale, 
dove le altre isole e il napoletano abondano di V in 6, non ho per il 
.siciliano se non birbina verbena, che è esempio sui generis. — Dileguo 
di V fra vocali, non gran fatto frequente: faidda favilla, jencw juvencus, 
jlna *alna avena, tardivu tardiu, ristivu risHu, lisia. Yu- in gu-: 
gurpi; guUi-vutti botte, n. 26. 

20. s, cs, ecc. — S (SS) in z (cfr. il napolet. ecc.): sorba, nzémmula (in un 

canto di Piazza) v. n. 7, penzu (in uno di Messina), pozzu (Messina, 
Francavilla), Anzelmu. — SS in s: vdsu basso. — CS: còsa, lisia, vusu 
busus, frdsinu, [flilsu], Lisdndru, Savériu, tdsa e tassa', lassdri, tdssu, 
sdssu, tèssivi, rissa, tóssicu; PS: casa, [ìiisAnu]. — SCE SCI: pisi, cri- 
siri ecc.— SJ, V. n. 23. 

21. n, m. — ND in nn: manndri mdnnu, abbannundtu, lagrimdnnu, cuannu, 

pénniri, rénniri, sinniri scendere, nnivia indivia, linnu lindo, ilnnici 
cuinnici, connàciri, munnu, unna, ecc. — MB (nella qual formola si 
comprende anche lo NV etimologico, v. num. 19, e cfr. pure il num. 26) : 

I. dmmu, gdmma, bamminu, mmarcdri, limmu, mmarazzdri, mmar- 
rari turare ( *im-barrare), chiàmmu piombo, ammuccdri imboccare ; - 

II. mmicchiri invecchi[a]re, mmintdri inventare, mmirmicdri *inver- 
micare inverminare. 

22. ca ecc. — Il e di CA, che stia nella fase anteriore dietro a vocal palatina, 

si vede pur qui dileguato in monidli *monicale = monaca (cfr. Sardegna 
centr. e merid.) e priari- prigari, che saranno sicuramente indigeni 
(cfr. napolet. prea, prega). Cadono all'incontro in sospetto di voci stra- 
niere: pèrca perti[c]a, scurcari scorti[c]are, vcnca *véadi[c]a vendetta, 
cfr. Arch. I 78-79, 196 ecc. — CA iniz. in ga: gagga cavea, gamiddu 
camóliis. — GU. ammadri, allato ad ammagdri, incantare, presupporrà 
mdu allato a mdgu (cfr. fdgu e fdu, fagus, frdgula e frdula, ecc.). 
Pur qui smarrito il g dello gv anorganico di 'u[n]guanno': avannu (in 
un canto di Messina). — GVI in gi, per avere anticamente smarrito 
l'elemento labiale: ancidda anguilla, cfr. n. 23. Del resto: estinguiri, 
sangu. — GR: rdndi grande, rdppa grappolo. 

23. ce, gè, ecc. — CE CI iniziali: célu, ccntu, cinniri, ecc.; passato in media: 

gigghiif, cìVimu, gistra cista (cfr. balestra - balista, ecc.); jistérìia. In- 



Del posto che spetta al genovese ecc. 149 

d'ora notata, per quanto io mi sappia, questa vena occidentale 
(\e\V àr + cons. da. AR + cons., e forse riuscirà di annodarla con 



terni tra vocali: vari, paci, ecc.; ma dietro a R si trova anche z: cdr- siciliano. 
sarà, allato a mèrci, saróiri (cfr. vinciri, rdncidu); e sz è costante 
per CJ :jds2u ghiaccio, jda-.s'w giaciglio, vraszu; lazzu;- valdnza bi- 
lancia (cfr. còma concia); ma si sottrae: facci facies, per la stessa ra- 
gione che già avvertimmo al num. 23 del sardo centrale, in fine. — GÈ 
Gì iniziali si rallentano in je ji (cfr. n. \5): jélu, jémmulu geminus col 
n dissimilato (cii\ Avch. 1519), jénnaru,jinia, jissu; e così a formola 
interna fra vocali (cfr. il sardo) : jlditit digitus, esempio che tramezza, 
in causa della metatesi, fra la serie iniziale e la mediana; friiri, fàiri, 
prójiri porrigere; saitta; purpdina, ma calie/ini e così altri (lasciando 
rétjfffiri e légjiri, che si possono attribuire alla cultura). Dietro a 
consonante, rimane la esplosiva, e appar tenue dietro a n: artjènlu, 
màrgini;- chidnciri piangere, finciri, cinciri, p 'moiri, j l'mciri, mùnciri, 
strinciri, tlnciri; dncilu, evancélu, ncémo ingegno, f>'inc\i]a *fùng-ia 
fungo (v. Arch I 553 b); e analogamente per ogni altro 7ìi) di fase ante- 
riore: ancicJda anguilla n. 25;- cuncuràri congiurare, incària (ma: 
cM?Tt7«rt = cun-j ilari congelare; e in un canto di Mineo: cunjuntu);- 
cancdri cambiare;- mancdri. Ma quale è poi la vera pronuncia di que- 
sto che scrivono nei ecc.? Od è sempre la stessa? Il trovarsi lo ci pure 
in cacuni {caci-iini) cagione (SJ; allato a cammisa, vasari baciare), e 
in cucimi cugino, mette qualche dubbio, che si accresce per l'afferma- 
zione del Wentrup: valere /[?] lo sci napoletano di sconsciiirare con- 
giurare (Neapol. mundart, p. 14).— Singoiar caso è quello di dinócchiu 
(napolet. denùcchie) ginocchio ; ma il d di strudiri struggere (destruere) 
sarà epentetico (napolet. strudere). 

24. ci. — péttu, pòllini, ecc. 

25. t, d.— Si tengon bene (cfr. n. 5). In crijtt credo e viu, allato a cridiri 

e vidiri, il dileguo ha una sua ragion particolare (cridju vidju, cri/'/u 
criju ecc.), e così in vdju vado. Del resto, neppure il digradamento di 
tenue in media fra vocali; quindi: siti sete, assitatu, ecc. 

26. p, b. — Lo stesso è a dirsi, di regola, circa il P; quindi: pipi pepe, sa- 

piri, cdpu, àpa ape, ripa, jiniparu, cfr. cràpa, cuprtri;- e riciviri, pó- 
veru, cuvértu, sono esempj di u = P comuni anche al toscano. Di PR 
in br, si noti léhbru lepre.— Quanto a B, slam qui nel!' ambiente in 



150 Ascoli, 

l'ugual filone che è nell'Alpi orientali (Arch. 1 353-4 357 363 372 
376, cfr. 288 e 276). Intanto qui si conchiude, che il vocalismo 



cui il suo tramutarsi in u è frequentissimo anche a forraola iniziale: 
vastùni, vàttiri, vandri, vniigu balza (n. 3), vistiumi, valchiza bilancia, 
vùg ghiri {='^\>6\^eve) bollire; uraca, uroc?M {cfr. n. 18), ecc.* Ma insieme 
è l'ambiente in cui si fa notevole anche la particolare estensione di B 
in u a formola interna, e in ispecie r» = RB: varva, erva, orvu;- 
frévi febbre. B che resti incolume fra vocali appar doppio in àbbitu, 
cibbu, e forse ha questa energica pronuncia ovunque si mantenga (cfr. 
pel napolet.: Wentrup 1. c. U, e pei dial. merid. in genere: D'Ovidio, 
Arch. II 86 n. ; al qual proposito, mi farò scrupolo di non trascurare le 
ortografìe genovesi come gibbu, splddu) ; e la doppia è tenue, come nel 
napoletano, in appi habui, vippita bibita (cfr. chiuppiri - chioviri 
n. 18). 

Ancora notiamo: I.° La prostesi di a: agghiànnara ghianda, ag- 
ghidra ghiaja, che si fa continua, con le false sembianze di prefìsso, 
dinanzi a r (cfr. il sardo merid.) : arricamdri, arricdmu sost., ecc., cfr. 
amminazzàì'i, ammusir dri-^ e consimile osservazione circa 'n- '«i-; 
n-ésiri uscire, n-slta setola, n-sànza sugna, m-bistinu bestino (pesce): 
onde si spiega: midtu (m-bidtu n. 21 e 4) beato. — 2.° La doppia con- 
sonante che si risolve in nasale + cons.: ménzu = mezzii, minteru 
*metterono (misero; in canto di Sampiero Monforte) **. — 3.° Un par- 



* Occorre frequeute anche nel córso il fenomeno di B- in r; ma 
colà dev'essere attiva, almeno in parte, la legge stessa che domina 
nel sardo, e fu da noi accennata in fondo allo spoglio del sardo set- 
tentrionale. Si considerino i .seguenti esempj córsi: la verba la barba, 
un posa verba non posa barba, ma: e berba [ebbérba et barba) 377 
379; li von bucconi i buoni bocconi 21 1, ma è bonu {ebbónu est bono-) 
371, na velia una bella 382, ma: e bella (ebbélla et bella) 368. An- 
cora: da véje da bevere 373, moglie riaca ( = vriaca) 387; e mediano: 
frivolo 364, come è anche in Sicilia. — La norma, a cui si allude, ha 
del resto un' etScacia, più o meno avvertibile, in un numero infinito 
di favelle; ma non è facile, per ora, il parlar con sicurezza delle 
precise relazioni che passino tra questi avvicendamenti del sardo e 
del córso e quelli che ne' vernacoli napoletani li ricordano. 

** Nel córso: minsére minse messere (il parroco) 206. Ma a chi 
volesse vedere un fenomeno meridionale nei genov. lengc leggiero, 
deslcnguà dileguai'e, sciogliersi, ricordo che entrambi gli esempj 
ricorrono anche alle Alpi. Così nella Valle Levantina: Unger s~lin- 
geri, e daslenguà. 



Del posto elle spetta al genovese ecc. 151 

tonico del genovese conviene, per ogni sua parte, alla naturai 
continuazione di quel complesso settentrionale, da cui la Li- 
guria dipende. 

Passiamo alle vocali àtone. Di effetti varj dell' -i àtono 
sulla tonica di penultima, ben se ne vedono e al mezzogiorno 
e al settentrione dell'Italia (cfr. p. e. Arch. I 425-6); ma il nor- 
mal fenomeno di attrazione, che ha per tipo il genov. *màini 
*màin me['U]n (num. 14, II), vincola Genova esso pure, e nel più 
stretto modo, al resto dell'Italia settentrionale; e se la Corsica, 
per avventura, ci potrà offrire qualcosa d'analogo (cfr. córso 
gucri = gM2iVÌ), pur qui sarà il territorio insulare che anticipi 
in qualche guisa l'Italia del nord e non mai Genova che fac- 
cia mostra di un fenomeno meridionale. Quanto all' it per Y o 
àtono in genere, Genova conviene cogli attigui territorj setten- 
trionali non meno che con l'isole; e all'incontro Vi per Ve 
dtona in generale, che è specifico delle isole (ed in Sicilia si con- 
nette con Vi = c), rimane estraneo al genovese come è presso- 
ché estraneo al resto dei dialetti del nord. Il discordare, che 
fanno tra di loro il piemontese e il genovese, circa la sorte delle 
vocali protóniche (14, I), non si risolve poi in alcuna decisiva 
somiglianza tra ligure e meridionale, giacché il lombardo è an- 
ch' egli alieno dallo espungere vocal protónica. Ma resta l'abon- 
dante conservazione dell' -zt e dell' -e all'uscita, che par con- 
ferire una particolare impronta meridionale al genovese, e ci 
domanda più attento discorso. 

L'illusione è qui molta; ma giova imprima considerare, circa 
y -u, che se la vocal romana, da esso rappresentata, si aveva 
in Genova a conservare, la ragion generale dell' o àtono in u, 
per tutto l'ambiente settentrionale a cui Genova spetta, non 
consentiva ch'ella altrimenti si determinasse di quello che ha 
fatto. La qualità delle uscite genovesi di cui parliamo, non 
importa quindi alcuna affinità particolare fra Genova e lo isole, 



ticolare dove fonologia e morfologia si confondono in special modo, è la sidi 
derivazione verbale per -ià-re (nella quale probabilmente coincidono la 
base -icare, ital. -eggiarc ecc., e la base -itiro): ci(.adi''ri (n. 3) 
riscaldare, piniari, curniari-si scorneggiarsi, ci'.rpwri colpire, cur- 
ridre scorazzare, ecc. 



152 Ascoli, 

e anzi ribadisce la diversità generale già da noi avvertita, poi- 
ché lo specifico tipo isolano richiederebbe -u ed -^; e siamo per- 
ciò limitati al fenomeno della conservazione per sé medesima, 
circa il quale tanto farebbe confrontar Genova con la Toscana 
con Venezia. Ma c'è ben di più. C'è che la conservazione di 
queste uscite nel genovese, ed insieme la naturai determina- 
zione dell' -if, trovano i loro veri e conclusivi riscontri fra i 
dialetti gallo-italici ed alpini. Cosi, per limitarci a fasi che tut- 
tora durano, la Parabola nel dialetto di Borgomanero, al Lago 
Maggiore (ap. Biondelli, 49), ci darà : ómu, priìmmu primo, còlio 
collo, grassit, bsònu, silbiii sùbito, san e salvu, légni, mórtu, 
per su, vustu-lu vìsto-lo, giìstu;- pari padre, la fami (cfr. iùt- 
-cussi tutte-cose, ecc.). A poche miglia da Milano, V -u risuona 
ancora, in ispecie dietro ai nessi di consonanti; e così a Oggio- 
no. Alta Brianza, dicono óltru altro, tontu tanto; a Busto Ar- 
sizio: ho'iistu ho visto, cóldu caldo, e insieme: grandi, grande 
e grandi (cfr. Arch. I 295). U -au od -o -óii = ~Ato, che risuona 
costante alle pendici meridionali del Rosa, del Gottardo e del 
Bernardino, restringendoci per ora a queste \ è attestato con- 
tinuo per l'àtona finale conservata, e per la special determi- 
nazione dell' -i(. Il quale -u trovammo ancora frequente in Val 
Poschiavo, che spetta al bacino dell'Adda (Arch. 1283); e lo 
avemmo costante alle estreme Alpi orientali (ib. 343, 385-7). 
Insomma, fra il piemontese, che più non mostra le desinenze 
àtone di cui si tocca, e il genovese che le serba, la differenza 
si può dire meramente cronologica; e non è diflfìcile ricavarne 
la prova dallo stesso piemontese quale oggi risuona. Data per 
esempio la base latina cote- (cos), primamente n'ebbe code così 
il Piemonte come la Liguria; poi, entrambe le regioni: eoe; 
più tardi ancora, entrambe: co-v-e, rimediandosi cioè all'iato 
con l'intrusione di v, intrusione che non ha ragion d'essere 
se più non v'è la vocal finale (cfr. Arch. I, 111 376); e solo da 
questo punto i due dialetti si separano, il genov. rimanendo a 
ciwe, e il piemont. riducendosi a cov. Similmente, i piemont. 
spiìv, stranuv, ngv (sputo, starnuto, nuoto), attestano la fase 
*spn-v-u, *starnu-v-u, *no-v-u, dove si comparano ancora util- 



Arcb. I 253 255 257 263 266 268 270. 



Del posto che spetta al genovese ecc. 153 

mente, per il v che toglie l'iato prodottosi dal dileguo della 
dentale, V -à[v]u dei participj di Val Maggia ' e le figure corri- 
spondenti di più dialetti di Lombardia (Ardi. I 257 306). La 
divergenza, tra genovese e pedemontano, è dunque posteriore 
a tre fasi alterative patite in comune, E la conclusione è, che 
se, dall' un lato, comunque d'altro non si tratti se non della 
conservazione più o men tenace di un elemento latino e perciò 
comune alla base di entrambi i dialetti, pur questa diversità 
di durata certamente non si deve in alcun modo trascurare 
dallo storico; è però dimostrato, dall'altro, che la parziale coin- 
cidenza del genovese coi dialetti delle isole, in ordine a queste 
àtone finali, ben costituisce un' attiguità o anche se si vuole 
una continuità di fenomeno, ma non implica alcun vero distacco 
fra il tipo genovese ed il settentrionale. 

Arriviamo alle consonanti. Il ridursi di ct a jf (num. 24), 
il n faucale (num. 21), il continuo dileguarsi del ^D- primario 
e del -T- digradato in d (num. 25), e finalmente il continuo di- 
gradare di -P- in V (num. 26), è tal complesso di concordanze 
fra il genovese e il piemontese, che riassicura e determina, nel 
più perspicuo modo, il posto che al genovese compete nella se- 
rie de' nostri vernacoli settentrionali. Si aggiunge 1' ordinario 
riflesso di CL fra vocali (num. 18), circa il quale presumo di 
aver dimostrato, ad un tempo, come concordino in effetto il ge- 
novese e il piemontese che in apparenza possono sembrare di- 
scordi, e viceversa vadano affatto disgiunti il sardo logudorese 
e il pedemontano od il ligure, che esternamente coincidono. 

Di certo, per quanto è del dileguo di d primario, ed anche, in 
qualche singolo caso, per quello del d secondario (= t), la Sar- 
degna ci offre delle analogie e delle coincidenze che possono se- 
durre, e avranno probabilmente sedotto i sostenitori delle opinioni 
che io tendo a confutare o a correggere, i quali, del resto, mi co- 
stringono a indovinare o a escogitare, per la massima parte, le 
ragioni che essi abbiano supposto militare, o militin veramente, 
in favor loro. Cosi, per esempio, il sardo mcigu medico (v. sardo 



' Si trova scritto -àoo, ma è noto che V -o delle solite ortografie lombare^ 
è Vìi toscano (!'« vi é l'w). Qui, del resto, la qualità dell'atona ci torna in- 
differente. 



151 Ascoli, 

centr., 25), rappresenta un'intiera serie di coincidenze; e il nor- 
mal participio sardo meridionale: amàu (sardo mer., 25) pare 
addirittura un participio ligure. Ma qui, più che mai, giova 
ed è facile l'orientarsi per bene. Le serie napoletane e siciliane 
danno intatti, di regola, il -D-, il -T- e il -P- delle basi latine; 
loccliè per lo meno vuol dire, che questi elementi non vi subi- 
scono tali alterazioni che la scrittura sia costretta a ricono- 
scere \ La Sardegna, all'incontro, sacrifica il -D- primario; e il 
-T- riduce a d, ma a questo d generalmente si ferma. Riduce 
similmente il -P^ a h, ma non scende in sino al v. La Sardegna, 
per tal modo, si stacca dal vero tipo meridionale, fermandosi 
a mezza via fra questo ed il settentrionale. E in qualche raro 
caso, si compie già in Sardegna anche il resto dell'evoluzione, 
come trovammo avvenire, per il -P-, in isiida (v. sardo centr., 
num, 26), o nel participio del sardo meridionale per il ^T-. Or 
quale è dunque la legittima conclusione che da tutto ciò noi 
dobbiamo trarre? È manifestamente questa: che la transizione 
dal tipo meridionale al settentrionale si compie nella Sardegna 
anziché a Genova, e che le coincidenze fra sardo e genovese 
qui meno che mai posson far dubitare del carattere settentrio- 
nale di questo. Se, a mo' d' esempio, il sardo smarrisce, come 
il genovese, il d di ridere, non fa diversamente il piemontese 
il francese o il ladino occidentale ecc. ; ed è l'isola che ha 
comune il fenomeno con questo gruppo settentrionale. E se il 
sardo meridionale perde il t (cioè il d=T) di amato- trovato- ecc., 
come fa pur Genova, chi mai potrà vedervi una particolare o 
conclusiva concordanza fra sardo e genovese, quando sappia 
che il sardo compie per eccezione, in questo tipo, la evoluzione 
alterativa {t, d, zero), laddove il genovese, del pari che gli altri 
vernacoli settentrionali con cui si collega, la compie di conti- 
nuo? Tanto è eccezionale V amàu del sardo meridionale, che il 
feminile dello stesso participio vi serba ancora il d {amàda; 
cfr. il tipo ladino beau heàda Arch. I 97). 



* S'ha all'incontro nel napoletano la media da tenue, per nasal che la pre- 
cede, fenomeno che ricorda le pronunzie greche ed albanesi; e pure RT in 
rd, fenomeno che è anche attestato dalla scrittura, ed ha notevoli riscontri 
nel córso: spirdu di callu in cor (io ispirito di caldo in cuore) 350, mér- 
danu meritano 365. 



Del posto che spetta al genovese ecc. 155 

Altro fenomeno, pel quale il consonantismo de' Sardi si avvi- 
cina a quello dei vernacoli settentrionali, è l'avervisi e {g) nella 
parziale risoluzione di CL (v. sardo centr., n. 18), anziché lo kj 
a modo toscano, o quel suono intermedio fra kj e e che dicono 
proprio dei meridionali. Anche va qui notato il continuo digra- 
dare di C fra vocali in g sardo [pegus pecora, logud. zcgu 
cieco, ecc.); e di piìi si aggiunge in appresso. Alle quali osser- 
vazioni sia qui intanto lecito farne seguire un'altra, di vario 
genere, ma ugualmente diretta a ridarre al giusto valore le 
concordanze che avvertansi fra Genova e Sardegna. Si riferi- 
sce questa considerazione al sardo settentrionale; il quale es- 
sendo, come già si è accennato a suo luogo, il portato di un 
vero guazzabuglio di genti d'altre parti d'Italia, tra cui non 
ultima di certo la Liguria, sopravvenute modernamente in quella 
striscia dell'isola, si può correr facilmente riscliio di creder di 
confrontare due termini affini, quando in realtà non si tratti 
se non del termine identico che in due diversi luoghi sia stato 
proprio della gente stessa. A tal categoria di tipi potrebbero 
forse spettare: i-ìcsu, geza, cazu (pesce, chiesa, caso), comuni a 
Genova e a Sassari. 

Ci resta di riassumere le differenze che intervengono, rispetto 
alle consonanti, fra genovese e piemontese, considerandole più 
specialmente in quanto esse pajano risolversi in particolari con- 
tatti coi vernacoli isolani.- La frequenza genovese di L in r 
(n. 17), ha riscontro nel sardo meridionale, in quanto si compia 
dinanzi a consonante; ma non ve l'ha in quanto si compia fra 
vocali, che è il tratto più caratteristico e in parte si riproduce nel 
napoletano. Queste sparse somiglianze nulla però conchiudono, 
come ognun vede, sì perchè sparse, e si perchè nulla v'ha di 
specificamente meridionale nell'alterazione di cui si discorre, che 
è indigena e caratteristica di tanta parte del territorio cisal- 
pino'. Riman poi distintivo peculiare del genovese, il dileguarsi 
continuo del -R- secondario e del primario '. Il frequente 



* Cfr. Arch. I 263 (dove si potrebbe aggiungere ar?»a = *alma, an'ijma; ma 
all'incontro sarà forse da espungere zofru, solfo, quasi *soIferu, con (gf-glf) ; 
e r pur nell'articolo, ib. 259 26G 268. 

' La somiglianza, da molti avvertita, fra genovese e portoghese, in ordine 
al dileguo del L delle basi latine (portogh. dór do[l]or ecc.), non offre nulla 



156 Ascoli, 

dileguarsi di v tra vocali, è comune al genovese e al sardo 
(num. 19); ma siccome, dall' un canto, rimane affatto estraneo 
al genovese il fenomeno di v in b, che in Sardegna si avvicenda 
col dileguo (e si estende alle altre isole ed al napoletano), e 
siccome, dall'altro, il dileguo di questo elemento, facile ovunque 
e particolarmente consentaneo alla rilassatezza della fonetica 
genovese, occorre in larga misura anche nell'Italia settentrio- 
nale (p. e. bergam.: véra ovaja, mui muovere, ecc.; v second.: 
sai sapere, ecc., cfr. Arch. I 290 359 ecc.), cosi non si può trarre 
alcun partito da questa parzial convenienza tra genovese e sardo. 
Né si vorrà attribuir particolare importanza al concordar che 
fanno il genovese e il sardo nell' espungere il v di QVE QVI 
(num. 22), concordia che affatto cessa in ordine al QVA (gen. 
cuantu ecc); e ad ogni modo, tra il seijuìri di Sicilia e V asse g hi 
di Genova o Y eseglut (eseguito) provenzale di Nizza, il termine 
sardo, cioè sighiri, rappresenterebbe egli, qui pure, la transi- 
zione, e non il genovese. Quanto a p da e, e i da g primario 
e secondario (num. 23 e 15), non c'è contraddizione fra geno- 
vese e piemontese, ma v'ha solo, che il primo s'inoltri nell'al- 
terazione pii^i che il secondo non faccia. Così vi s'inoltra, molto 
meno che Genova, pur la Sardegna; e questa conformità di at- 
tenenze fra Genova e Piemonte e Genova e Sardegna, toglie 
senz'altro che le assibilazioni di cui tocchiamo (comechè s'in- 
treccino con un altro contatto sardo-ligure, di cui più innanzi 
si parla) valgano a separar Genova dal settentrione, quando 
pur si voglian dimenticare e il Friuli e Venezia e la Francia; 
ma ben piuttosto si ha qui ancora ad affermare, badando in 
ispecie alle condizioni siciliane, che la Sardegna tramezza fra 



d'intrinseco in sino a che non si provi che il portoghese sia anch'egli pas- 
sato, come fa il genovese, per lo stadio del r. Ora, non solo questa prova non 
è data, ma a priori ha contro di sé, che il r primario non si dilegua nel por- 
toghese, laddove nel genovese egli ha comune la sorte col secondario (quindi, 
a cagion d'esempio, così onut morire, come muin = muiln = molino). Terremo 
dunque fortuito anche l'incontro dell'odierna forma dell'articolo genovese: m, 
a, col portoghese: o, a; e analogamente fortuita la sua coincidenza con l'ar- 
ticolo córso: u a (accanto a. lu la; né faccia illusione a-dru 344, che dev'essere 
addw = alla, e cosi ind-idr' inferme ib., = indiddu 'n[d]eIlo; v. Sardo set- 
tentr., n. 16). 



Del posto che spetta al genovese ecc. 157 

il tipo meridionale ed il settentrionale. Causa di molte dis- 
giunzioni fra piemontese e genovese, e causa insieme di somi- 
glianze, certo osservabili, tra il ligure e l'isolano, ma d'ordine 
affatto secondario come questa lor causa medesima c'insegna, 
è la particolare energia del j implicato, sia esso etimologico o 
intruso (n. 16 e 18). Gli effetti di questa proprietà comune, ora 
coincidono tra il genovese e l'isolano, ed ora no. Così a lor 
si sottraggono, nel genovese, le basi -ARJO ecc. eNJ (n. 2. e 16), 
che all'incontro li subiscono fra i Sardi. Le basi PJ BJ FJ, co- 
munque surte (n. 16 e 18), li subiscono ugualmente e a Genova 
e in Sicilia. Nessun linguista oggi revoca in dubbio (non escluso 
me pure, che un giorno dubitai '), che da queste basi si passi 
a e (/{;"), g, s, per effetto del ; che ingagliardisce e assimila a 
sé l'elemento che gli precede (dal quale però, ove sia suono 
sordo, resta egli medesimo in parte assimilato) ; di guisa che si 
abbiano le successioni che a un dipresso si rappresenterebbero 
come segue: pj pz pg pc ^c c\- bj bz bg 'g g\- fj fz fs 's s. 
A formola interna, è più facile quello sforzo, pel quale si pro- 
muovono queste evoluzioni; ed è più facile che la evoluzione 
si compia per la base bj o vj che non per le altre, in questa 
essendo omiOgenei sin da principio i due suoni (entrambi sonori), 
laddove per le altre c'è l'antitesi e perciò il bisogno di toglierla 
[pz pg pc\ fz fs). Quindi è che da pj interno si possa venire 
anche a e toscano {piccione pipione-), e che da bj vj interno si 
abbia anzi facilmente pur g toscano [deggio ecc., cosi come da 
DJ; V. DiEzI' 185-6), dove può ricordarsi anche il logud. rzyw 
(n.I6). Anche a forraola iniziale occorrerà abbastanza facilmente 
«y'-VJ BJ pur in territorj in cui non s'abbiano normali le evolu- 
zioni a cui accenniamo; e così trovammo nel sardo meridionale 
(num. 16) : ghiaggianii, e pure il córso ci darebbe jancif {ghiancii) 
])ianco, e nel Friuli: gés2')e = *y\és])e vespa ecc., non diversamente 
che gestro = *i\iésive destra o cére = tiare terra (Arch. 1511 512). 
Al S. Bernardino, come la robustezza delji interno ci si mostrava 
cospicua in '&^w' = 'bjuto ("aviuto avuto), così vi avevamo c- = pj- 
in cen- -- pién- (Arch. 1271), dove siam proprio all'esito ge- 
novese siciliano, esito che ritorna ad aversi normale, fra i 



Studj crii., I 33 = 311 ; ma cfr. Fonol. indo-il.-gr., pass. 



158 Ascoli, V 

Lombardi, in più d'un territorio valtellinese {cii più, cang pian- 
gere, ecc., Ardi. I 271). Altro effetto dell'energia dij, è nel 
genovese lo i = SJ (num. 20), fenomeno che ritroviamo, in più 
ristretti limiti, fra i Córsi ed i Sardi. Ma non tanto è notevole, 
in questo caso, la energia per sé medesima, quanto è la qua- 
lità del suo effetto; e la osservazione si complica per lo z che 
da altre basi ricavano e Genova e Sardegna. Ora, in quanto al 
suono per sé medesimo, l'esistere lo z in Sardegna, in Corsica 
e in Liguria, stabilisce di certo una particolar connessione fra 
questi territorj; ma siccome lo i è proprio, oltre che de' Ladini 
e de' Francesi, pur de' Lombardi, e siccome, all'incontro, la To- 
scana ben possiede un suono intermedio fra g e z (lo g tra vo- 
cali), ma di là in giù, se io son bene informato, né questo suono 
intermedio, né molto meno lo i, più non risuona in alcuna parte 
del continente italiano, ne verrebbe, che anche per questo capo 
la comunanza si dovesse intendere nel senso che in Sardegna 
ed in Corsica si trovino come i precursori del fenomeno setten- 
trionale ^ Quanto poi alle basi etimologiche da cui surge lo z 
ligure quello del sardo meridionale, vedemmo che sieno per 
il genovese, oltre lo SJ, anche lo i (s fra voc.) di fase ante- 
riore, massime dinanzi ad i, e principalmente lo e delle formole 
interne CE CI fra vocali (num. 23), che dà luogo a una cospicua 
serie di concordanze sardo-liguri, avendosi, a cagion d'esempio, 
pàze, vùze, del genovese, allato a pàzi, bózi del sardo meri- 
dionale. Senonchè, surgon veramente allo stesso modo, in questa 
serie importante, lo z del genovese e quello del sardo meridio- 
nale? Io non saprei decisamente affermarlo; ma devo insieme 
confessare, che mi manca il modo di inoltrar l'indagine quanto 
vorrei. Il continuo p genovese per il e di CE CI iniziale, chie- 
derebbe uno *z a formola mediana tra vocali (cosi ancora é 
nel sassarese), donde facilmente si passerebbe a uno i, come 
facilmente si ottiene, nel genovese, da ogni altro i di fase an- 
teriore, massime dinanzi a vocal palatina, per analogo fenomeno 



' Nel dialetto di Massa, che è come dire fra le ultime propaggini liguri ed 
il toscauo, ci sarebbe lo schietto I (Paolo Ferrari), p. e. in baso basio- , 
e neWàiino che già citammo (s. Sardo centr., num. 20). Del rimanente, chi 
sa quanto è ancora da trovare circa la geografia dello /. 



Del posto che spetta al genovese ecc. 159 

dello e hi s. Ma la costanza dello z genov. è assai notevole nella 
serie di cui si tratta; e dovremo forse vedervi il correlativo 
dello e iniziale di una fase anteriore, il qual ó si è dovuto ri- 
durre, mentre z poteva mantenersi per la particolar propensione 
di questo dialetto ai suoni z e s. Posto ciò, verremmo proprio 
a riannodarci col sardo meridionale, dove è e il normale ri- 
flesso dello e di CE CI iniziali, e lo i a formola mediana non 
è altro se non quella stessa modificazione della esplosiva pala- 
tina che avverrebbe anche a formola iniziale, date certe uscite 
vocali delle parole precedenti; così: echi, cena, ma: su zelu, 
sa zéna (Angius l. e. 447, Bonaparte 1. e. 20). Analogo ra- 
gionamento si dovrebbe ripetere circa lo s genovese che occorre 
nei riflessi di SCE SCI. La incongruenza, già a suo luogo av- 
vertita (num. 20), tra questo s nella continuazione di SCE SCI, 
e lo f in quella di CE- CI-, è ben singolare; poiché non solo la 
schietta sibilante dentale suole aversi ad un tempo in entrambe 
le serie (p. e. venez. giél e pésse), ma la sibilante dentale per 
lo se di SCE SCI già si trova quando pur dura lo e iniziale 
(p. e. rail. cel, cervéll, pess, nàss, cress cressént). Io perciò ho 
proposto una dichiarazione di questo s genovese che toglierebbe 
valore alla sua coincidenza con lo s toscano o col sardo meridio- 
nale; ma qui ancora si potrebbe considerar lo s come un avanzo 
di fase anteriore, favorito da quella particolar propensione del 
genovese per le sibilanti palato-linguali, alla quale anche si deve 
il determinarsi dello *ssj = CS come nel toscano, benché in mi- 
sura diversa e specificai L'articolazione s è propria del resto 
anche alla Lombardia, ed è pur fra i Ladini occidentali, e tra 
i secondi occorre propriamente nelle stesse funzioni etimologiche 
che ha nel toscano ecc. Comunque, una certa connessione, in 
ordine allo s, tra ligure, toscano, còrso, e sardo meridionale, 
consimile a quella che circa lo z testé avvertimmo, mal si potrà 
negare; che sono, del rimanente, di quelle connessioni che l'atti- 
guità la continuità geografica importa dovunque presso che 
sempre. 



' La .serie italiana che meglio si accosta alla genovese, parrebbe la sici- 
liana (v. lo spoglio siciliano, p. 148, al num. 20), ma no rimane tuttavolt:'. non 
poco diversa. 



160 Ascoli, Del posto che spetta al genovese ecc. 

Ed ora la conclusione generale. Tutto ciò che è veramente 
caratteristico dei dialetti gallo-italici, ricorre anche nel geno- 
vese; e vuol dire un complesso di fenomeni, che non si risolvon 
già in mere alterazioni o in fasi particolari di maggiore o mi- 
nore integrità latina, ma sì in vere e specifiche trasformazioni 
che il substrato gallico fa subire alla parola di Roma. All'incon- 
tro, nulla ricorre nel genovese di ciò che è specifico delle isole 
del napoletano (come del = ll, rr = rn, mm = mb, nn = ND; ecc.). 
Il genovese, o diciamo addirittura il ligure, ha fisionomia sua 
propria, e dee tenere un posto distinto nel sistema dei dialetti 
italiani; ma deve insieme annoverarvisi fra i gruppi gallo-italici. 
Egli si ferma, in ordine alle dtone finali, ad uno stadio che 
la maggior parte delle altre favelle gallo-italiche ha sorpas- 
sato in tempi diversi, e con ciò rasenta la condizione dei dia- 
letti isolani. Coincide con questi in parecchi importanti feno- 
meni, per il fatto che tra i dialetti sardi ed i córsi si determina 
una transizione dal tipo della favella italiana del mezzodì a 
quello della favella italiana del nord. Coincide con le isole per 
la particolare energia del j implicato, la quale, per altro, non 
costituisce un fenomeno specifico, e importa fortuitamente la 
particolar coincidenza, tra ligure e siciliano, rispetto agli esiti 
di PL ecc. Ma entra il ligure, col córso, col sardo meridionale 
e col toscano, in un'orbita dello i e dello s, intorno alla quale 
restan molte indagini da compiere. 

Nessuno, che abbia pratica di simili studj, vorrà dubitare 
che le ragioni morfologiche, in quanto pur vadano al di là dei 
limiti della fonologia vera e propria, o pur le sintattiche (dove 
in ispecie si considera la maggiore o minore abondanza dei 
pronomi ridondanti), e finalmente le ragioni lessicali, in quanto 
possano entrare in simili quesiti, non debban tutte perfetta- 
mente corrispondere alle conclusioni ricavate dalle teoriche dei 
suoni. Pure, la riprova non sarà superflua, e speriamo che non 
abbia a tardare. G. I. A. 



RIME GENOVESI 
DELLA FINE DEL SECOLO XIII E DEL PRINCIPIo'dEL XIV, 



KDITK ED ILLUSTRATI-: 



N. LAG(?MAGGIORE. 



Questo primo saggio degli studj che vo facendo sul mio dialetto ligui'e, 
comprende e tenta illustrare una serie di rime in antico genovese, della fine 
del secolo XIII e del principio del XIV. I componimenti di cui parlo, fonte 
copioso e puro dell'antica favella di Genova, sono contenuti in un codice del 
signor avv. A. Molfino, deputato al parlamento nazionale, cui mi ò grato 
qui esprimere la molta mia riconoscenza per la compita gentilezza con cui mi 
accolse, provvedendomi di ogni comodità per trascriverli e dandomi facoltà di 
pubblicarli come e quando io volessi. E delle Rime e del loro incognito autore, 
ragionò Io Spotorno nel primo volume della sua Storia letteraria della Liguria, 
pubblicatosi nel 1824 (p. 280 e seg.). Nel 1840 le esaminò il prof. Bonaini, 
e ne estrasse, coadiuvato dall' avv. C. L. Bixio di Genova, dodici componimenti 
storici (dieci in volgare e due in latino), che furono inseriti nelV Archivio Sto- 
rico Italiano (append., voi. IV, n. 18; del 1847). Il rimanente è inedito. 

10 ora premetterò una breve descrizione del ms., e qualche cenno sul modo 
da me tenuto nel pubblicarlo. Darò poi il testo delle Rime; e fatte a questo 
seguire alcune notizie sull'autore, mi proverò ad offrire un saggio storico 
sulla fonetica genovese, ed altre illustrazioni. 

11 ms. é « in pergamena, di carattere antico e probabilmente coetaneo al- 
l'Autore » (Spotorno, p. 281). Consta di due parti, o, per meglio dire, sono 
due codici in uno, come già vide il Bonaini. Il secondo e piti breve codice, 
anch'esso in pergamena, si riconosce a prima vista dai caratteri mutati, che 
sono men regolari e di aspetto più moderno. Questo secondo codice non ò 
compreso nella presente edizione. Si l' uno che I' altro ha due cartolazioni : 
l'una più antica in cifre romane, l'altra in arabiche; alle quali n' ò stata 
aggiunta una terza a matita, forse recentemente, da alcuno degli esploratori 
del codice, per numerare le pagine superstiti. Ma non direi col Bonaini che 
la seconda o nuova cartolazione sia stata apposta per fare un sol codice di 
due che erano {Arch. stor., I. e); poiché seguita anche l'antica, sebbene con 
l'intervallo di tredici numeri, nel 2° codice. A me pare che lo scopo della 
nuova cart. fosse di escludere tutte le carte perdute del I.° e del 2.° cod., 
e di comprenderne altre, forse avanzo d'un 3.*' codice, che l'autore della 
nuova cart., a quel ch'io penso, avrà alligate in principio del 1.". Queste 
saranno poscia state distrutte, com'è avvenuto d'altre carte del 1.° cod. che 
ancora esistevano al tempo che fu fatta la nuova cart., e delle quali or ora 

Archivio trlottol. ita!., IT. 11 



162 Lagomaggiore, 

darò il novero; e le nuove lacune hanno finalmente dato motivo alla terza e 
ultima numerazione di cui soiira. La mia opinione si fonda sul num. 10 di 
n. e. che è segnato sulla prima pag. del 1.° cod. (al quale segue poi l'il nella 
seconda, e così via) laddove il num. dell' a. e. è vi, e nel continuarsi che fa 
la nuova cart. in più luoghi ove l'antica è interrotta. Con ciò è chiarita, 
del resto, la differenza, ora in più, ora in meno, della l.a cart. dalla 2.»; che, 
p. es., in principio del 1.° cod. la nuova è avvantaggiata di quattro numeri 
sull'antica, e nell'ultime carte le resta addietro di sei. Rimangono al 

1.° codice carte 67 (134 pagine), delle quali 6 e mezzo comprendono ritmi 
latini, pressoché tutti di soggetto sacro, esclusi dalla mia pubblicazione. Il 
novero delle carte mancanti al \.° cod., secondo l'antica cartolazione, è il se- 
guente: le prime cinque; indi quelle che portavano i n. xvi; xx; xxi; xxxii, 
xxxui, xxxiv, XXXV, xxxvi (questa lacuna di cinque carte fa séguito ai ritmi 
lat.); xl; xli; xlii; xliu; xliv; li; lvi; lx; lxv; lxvi; lxvii; lxviii; lxix; 
Lxx; Lxxi; lxxii; xcii; xeni; xcvii; xcviii; xcix; o; ci; cu; cai; civ; cv; evi; 
totale carte 41. L'ultima carta del 1° cod. è la cviiii; onde, sottratte le 
mancanti, restano carte 67. Soggiungo ora i numeri delle carte mancanti 
della nuova cartolazione, oltre le prime nove: 20; 24; 25; 36; 37; 38; 39; 40; 
45; 46; 47; 48; 55; 60; 64; 70; 71; 72; 73; 74; 75; 9Q; 97; totale carte 23, e 
computando le 9 in principio: 32. Nell'ultima pag. (e. cvmi), dopo il compo- 
nimento cxxxviii ed ultimo, rimane ancora una colonna e mezzo in bianco, senza 
però alcun segno che indichi la fine del codice. Nella carta appresso comincia 
il 2° codice; e quivi il numero della n. e. è 104, ma l'a. e. salta dal cvim 
al cxxiii; laonde, come già accennai, mancano in principio del 2.° cod. carte 13. 
Ne manca pure la fine; e dopo le 14 carte superstiti, vi rimane ancora un 
frammento di un'altra, scritto anch'esso *. Il 1.° cod., fino a e. lxxxxiiii a. 
e. esclus., è a due colonne; e incominciando da e. lxxxxiiii, ne ha tre. [Il 2° cod, 
è a due colonne.] Ora, siccome mancano le due carte precedenti (lxxxxii e 
Lxxxxiii), si potrebbe sospettare che vi avesse principio un altro codice; ma 
il tutto essendo omogeneo, sì nella lettera e sì nella grafia, mostra di essere 
stato vergato da una sola mano. Il bisogno di economizzare lo spazio, acciò 
la pergamena bastasse a tutta la copia, avrà indotto, a un certo punto, il 
nostro amanuense ad aggiungere una colonna di più. Che il nostro cod. 
non sia l'originale, ma una copia, e di copista ignorante, è ti'oppo manifesto 
dai titoli latini de' componimenti volgari, troppo spropositati per imputarli 
all'autore, il quale appare uomo culto, secondo i tempi. Que' titoli li avrà scritti 
l'autore con cifre e abbreviature molte, non intese dall'amanuense. E pur 
de' ritmi latini gli errori più grossolani sono da imputarsi al copista, il quale 
ne commette anche non di rado, e taluni molto strani, nella scrittura volgare. 
I ritmi latini sono inserti tra i componimenti volgari. Cominciano a e. xxv a. 
e. tergo, e terminano a e, xxxi a, e. tergo. Qui mancano carte 5, come già 
vedemmo, e a e. xxxvii a. e. ricominciaup le rime volgari. Il numero dei 



* In fine del 2." cod. sono cucite 6 carte [non più menibraniicce] , che contengono 
una copia recente di due o tre componimenti del m.'*.; copia non esatta e ammodernata. 



Rime genovesi d. sec. xiu-xiv. 1G3 

componimenti superstiti del 1.* cod. (non compresi i latini) è di 138; di parec- 
chi manca il principio, il mezzo, o la fine, per le lacune del codice. La 
scrittura in generale è chiara, eccettuate alcune pagine in cui l'inchiostio è 
sbiadito. I caratteri adoprati sono quelli del comune alfabeto latino, com- 
preso J, escluso V, aggiunto il C colla cediglia (?); e a suo luogo noi tratte- 
remo del valor fonetico che alle ortografìe di questo codice si deve attribuire. 
Esso manca naturalmente di punteggiatura, di apostrofi, di accenti. Le maju- 
scoltì non sono usate d'ordinario che in principio dei componimenti o a capo 
del verso. Parola rinchiusa tra questi due segni // // vuol essere trasposta, 
essendo stata scritta per isbaglio dall'amanuense prima di quella o quelle cui 
deve seguire. Il puntino sottoposto a una lettera o a più lettere, equivale a 
una cancellatura. Lo stesso ufficio, ma raramente, fanno due puntini, l'uno a 
diritta, l'altro a sinistra della lettera; o una croce. Tien luogo del puntino 
dell'i una curva, che s'innalza come un principio di parabola. Ma spesso 
manca, e allora Vi può parere un r. Talvolta non si discernon bene tra di 
loro l'è e l'o. E talfiata si vede un ce, ma dev'essere correzione di o in e, o 
simile. Le cifre e abbreviature de' titoli lat. sono piìi numerose, più capric- 
ciose; e, congiunte con errori di lingua, li rendono talvolta inintelligibili. 
Delle sigle usuali mi limiterò ad avvertire la linea in tralice, sormontata alle 
due estremità da altre due linee diritte e volgenti a destra, = ru (benast "o 
= benastruo), e talvolta (ma raramente) = re (veni "sca = ventresca). 

Io riproduco fedelmente il codice, con tutti i suoi errori, anche i più gros- 
solani, eccetto quelli che sono additati, coi segni che dicemmo, dallo stesso 
amanuense. In tutta la penosa trascrizione ho adoprata quella maggior dili- 
genza di cui sono stato capace; e dopo aver compita, colla attenzione più 
scrupolosa l'intiera copia, la ripassai verso per versò sul codice, correg- 
gendo nella stessa revisione anche le rime già pubblicate neW Aìxhivio sto- 
rico, che ricompajono al loro posto nella presente edizione. Ma per quanto 
mi sia stata a cuore la riproduzione fedele del mio testo, mi è parso tutta- 
volta di dover qualche cosa concedere al naturai desiderio di renderne più 
facile la intelligenza o meno molesta la lettura. A questo fine ho introdotto: 
1.° la più accurata punteggiatura che mi è stato possibile;- S."^ le majuscole 
nei nomi proprj (segnatamente per distinguere de 'Dio' da de prep. e de verbo 
'deve', 'diede';- 3." la distinzione tra u e u, circa la quale non mi restavan 
dubbj se non in pochissimi casi;- 4.° la giusta distribuzione delle sillabe e 
lettere secondo le parole a cui spettano, là dove nel ms. stavano aggregate 
secondo i suggerimenti dell'orecchio od a capriccio, anziché secondo il senso; 
non senza riportare ia nota la scrizione del ms., quando paresse straordinaria 
o il mutarla lasciasse luogo a qualche ragionevole dubbio. Va poi da su che 
ho risolto le sigle e cifre d'ogni sorta, mandando però fra le noterelle appio 
di pagina tutto quello che fosse o dubbio o insolito. In queste noterelle 

volli poi segnar principalmente tutte le lezioni più o meno incerte, e tutte 
le anomalie notabili del ms. Inoltre vi offro o propongo la correzione di forme 
evidentemente errate per isbaglio dell'amanuense, o di passi che non danno 
senso; oppure mi contento di avvertirvi che il passo mi paia gravemente difet- 
toso scorretto, senza spender parole in cefca d'una correzione troppo con- 



164 Lagoinaggioi'e, 

getturale. Che se avessi voluto notare tutto ciò che è o pare errato nella 
forma o nella sintassi, oppur tutte le fsrme e parole della cui genuinità si 
può fondatamente dubitare, e cercar di correggere tutte le rime e raggiustare 
tutti i versi falliti, questa parte del lavoi-o sarebbe cresciuta a dismisura e 
con molto scai'sa utilità. Del resto, di certe scrizioni, erronee sì, ma frequenti 
(p. es. di r aggiuntosi in fine di parola senza alcun valore), si dovrà riparlare 
aelle illustrazioni fonologiche. 



I (e. Vi). 



che quela gran solenintae 
era de la nativitae 
de la bia vergerà Maria, 
4 chi da festa tuta via. 
e comandao gi fo quella ora 
che lo zese a dir senza demora 
a lo vicario de Criste 
8 le cosse eh el avea viste, 
e de cosse tanto honesta 
fese ogni ano far gran festa. 
quelo santo omo no fo lento 

ì2 en far lo comandamento. 
lo santo papa zo odando, 
per lo mondo fé comando 
che questa gran festa biaa 

16 ogni anno fosse celebraa. 
e per zo che gè manehava 
aver ordona l' citava, 
che for De vosse che raanchasse 

20 a zo che atri gè meritasse. 



poi un gran tempo aprovo 
un papa creao de novo, 
valente e savio e conpi'o, 
Innoceutio zenoise, 
chi a far bea era tato exposo, 
e n monto faiti vertuoso, 
manda per la crestianitae 
che questa gran solenitae 
citava devesse aver; 
si corno se comver per ver 
a quela santa inperarixe 
chi de lo mundo e guiarixe, 
doce vergem Maria, 
chi senper seai nostra guia, 
per aquistar lo doce viso 
de Jeso Cripste in paraiso. 

II. 

De beata Margarita (ivi). 

Vergem santa Margarita, 
chi in questa flagel vita 
en ogni onor e van deleto 



I, 1. solennitae. 9. cossa. 23-4. manca la rima; a conpio potremmo sostituire 
corteise. 24. zenoeise. 28. è scritto quasi solenitaei- Forse un a corretto ; o 
forse un'c aggiunta dopo, tra Va e Vi scritto per isbaglio, nel poco spazio che 
ci l'imaneva. 30. comven-^ il ms. eoìn ver. 31. potremmo pur leggere 'mpe- 
rarisce, mancando all'i il puntino, o, per meglio dire, la linea obliqua ado- 
prata con tale ufficio in questa antica scrittura: omissione per altro non rara. — 
H, 1 è scritto quasi Maragaritq. 3. forse da espungere eii. 



Rime genovesi 

l semper avesti in sospcto! 

fantina de gran belleza 

e nobel cun gra riclieza, 

vergenitai servai 
i a leso Criste e o amavi 

con devotion ioyosa, 

de qua e voi eri sposa; 

e poi che in lui consentisti 
! mai da lui no ve partisti. 

ben parssc quanto voi l' amavi ; 

chi fantina contrastavi 

a lo marvaxe tyrano 
! chi ve percazava dano : 

pagan neco e inigo, 

de Criste grande inimigo, 

chi centra voi gran proa fé 
I per trane de grande fé : 

ma monto te trova forte; 

che ni per pene ni per morte, 

ni per lusengue ni per donne, 
1 corno la scritura exponne, 

no ve fé comovimento; 

chi avei fondamento 

en Criste, si comò in saxo 
! chi za mai non pò dar squaxo. 

o quante vilanie oisti; 

e quante penne soferisti 

de zote e de greve batimcnti, 
! peten e bacil ardenti, 

chi coxean e s^uarzavan 

e tu ve sangonavam! 

pusor ma raisa en prexon 
1 e devola da lo dragron; 

d enter lo qua tosto enxisti 

e presta morte gi dacsti, 



(1. sec. xiii-xiv. 



ir,5 



e nter pusor tormenti re 

fosti alo scampar da De. 4o 

degola fosti a la per fin, 

gagnando lo regno divin. 

mai inanti la vostra morte 

festi a De pregerà forte li 

pre caschaun chi ve pregasse 

e a voi se reiamasse 

quando a lui fosse meste 

per scampar da alcun combre, 48 

o voi avese in memoria 

e lezese vostra ystoria 

pregando devotamente, 

fosse exaudia incontente; 52 

e tuto zo eh oi demandasti 

encontenente aquistasti. 

vo antanto ama da lo segnor 

pregai per peccaor, 56 

che me dea scarapamento 

da ognunchena noximento, 

e me dea vita pura 

e con vertue fin segura, 60 

e me condugue In la per firn 

a quelo regno chi e pin 

de ben chi ne se pon contar, 

ni pò increser ni raanchar. ^i 

III. 

ì)e nativiiate beate Marie Virginis 
fivi, tergo). 

Ben fosti veraxe manna, 

doze vergen de bon ayre, 

gloriosa de De mayre, 

chi naxesti de santa Ana; < 



6. grei aveva il n, ma è cancellato. 10, de qua voi. 14. il V a di conlva- 
stavi non ò chiaro; tiene dell'o. 20. traDC. 21. ve trova. 3G. dragon;- il 
ias.de vola. 38. il ras. da es fi. ^0. scampaa. 43. »ia. h2. exaudio. oG.per 
mi peccaor. 



166 

che ariti clic voi fossi naa, 
creatura graciosa, 
rosa lucente e graciosa, 
8 fosti da De santifica. 
voi sei la nave ioyosa 
chi aduto avei lo re de cel. 
tuto da chi per voi quer 

12 la soa man pieotosa. 
1 omo e voyo comò cana 
de vertue e d ogni ben; 
ma chi in voi speranza tera 

16 may inderno no s afana. 
voy sei porto e scara e ponte 
chi voi in cel a De montar: 
ze, chi de doncha dubitar 

20 che per voi ne gè monte? 
se tentation no gè engana 
e porterao cor inigo, 
per scampar da 1 inimigo 

24 voi seai nostra cabana. 
per la vostra nativitae, 
beneita vergem Maria, 
ne conduga vostra via 

28 en la sovrana citae 
chi de tuti ben e pina: 
voi ne gè fai pervenir 
en tanti zogui conseguir, 

32 chi de lo cel sei reina. Amen. 



IV. 

Ad sanctum Petrum (ivi). 

Glorioso apostolo san Pe 
chi le ihave tenei de cel. 



Lagomaggiore, 

chi poei axorver e ligar, 

a chascaun guierdonar, 

e per lo segnor De seguir 

voresti morte soferir! 

da Eroi fosti encarzerao 

e duramenti inferrao 

en guardie e stretture forte 

per devei recever morte, 

circondao da tuti lay 

de monti cavaler armay. 

constreiti de tar maynera 

speranza d ensir no era, 

se no de lo atissimo De 

chi voi salvar e bon ere, 

e vole e oi scampassi 

e lo so povoro guiassi; 

e per la soa pietae, 

en cossi gran neccessitae, 

1 angero so degna mandar 

per vesitave e consolarve, 

e de carcere cossi greve 

ve trasse in tenpo cossi breve; 

lo quar ve scosse d ogni pena 

e de prexon e de caena, 

e n logo segur ve misse 

a zo che ben seneguisse, 

voi chi tanto ben avei bailia 

e sei de li atri cho e guia. 

hoi mi peccaor meschin 

chi de iniquitae son tuto pin, 

e n malitie e in peccao 

son greveraenti inprexonao, 

e li inimixi o intorno 

chi me ennavran noite e iorno! 



111,7. forse prcciosa. \2. pietosa. 14. la l.a sillaba di vertue non si legge 
chiara. 18. vor. 21. la negativa perverte il senso. Forse noi engana^ o 
ne engana-^ e il gè è ripetuto per isbaglio dal vs. precedente. 27. aya 'aiuto'?, 
31. e tanti. IV, 16, e bon ere. Piti e che e. Forse chi ben ere 'chi ben cre- 
de'. 22. consolar., ovvero mandarve. 28. ne sec/uisse?- Poco chiaro. 



Rime genovesi 

santo principe beneyto 

chi iu cel sei recoieto, 

poi che ci sei tanto possente 
40 e .pin de vertue tante, 

pregai per mi lo segnor De 

che in ogni perigolo me 

e ncontra ognuchana noximento 
n io me dea salvamento, 

e mi 1 angero so me defenda 

che 1 enimigo no m ofenda; 

de peccao me faxa mundo, 
^8 de che e sento si gran pondo, 

e me faza si verluoso 

lui servi con cor ioyoso; 

si che per cura e per perguere 
52 de voi, gran principo sobrere, 

e sea salvo e mi menei 

a quela gloria unde voi sei, 

con quelo grezo benastuo 
56 chi da De V e conzeuo. Amen. 

V. 

Ad sanctam Luciam (e. vn). 

Madona santa Lucia, 

de gran meriti condia, 

monto nobel per natura, 
4 dolce e humel creatura, 

chi gran richeze a voi laxee 

einpiegasti in porvetae, 

a mendigui sovegnando, 
s scraper a De proximando; 



d. sec. Xiii-xiv. 1G7 

en la corpaa fosti e acussaa 

e a un lyrano'apresentaa 

de quela gente pagana, 

per zo che voi eri crestlana. 

per mantegner vergenitae 

avesti grande aversitae; 

tanto ve vossem perseguir 

per virginitae vostra rompir, 

voiandove partir da De, 

e voi tira in logo re 

unde chaschaun de lor 

far ve posse desenor; 

che tuta soa forza missem 

a zo che eli ve perventissem, 

per zo che voi li confondeivi 

chon le raxon che voi dixeivi. 

ma De chi sa soi servior 

e aprestao secoreor 

con lo so Spirito Santo; 

unde fermamento tanto, : 

che ni corde ni con cavi 

ni con boi ni homi bravi, 

de lo logo unde voi staxeivi 

e fermai li pei teneivi : 

ne ve poen mai stramuar 

per dever con voi peccar: 

che uexun inzegno var 

un De vor contrariar. ; 

contra voi lo fogo ardente 

e atre penne ìncontenente 

fone araortae, comò De vosse 

chi da conscio in tute cosse. i 



2Q. passante, hì.preguere. 55. Te di ^rexro partecipa dell'o;- benastruo. — 
V, 5. laxae G. scritto e in piegasti; leggi empiegasti. 9. così il ms. Forse: 
e acorpaa fosti. 22. pervertissem. Questo verso nel codice sta, per isbaglio 
dell'amanuense, dopo i due susseguenti (23-4'. Due punti (:), segnati a de- 
stra di esso, avvertono dell'errore. Altri segni ( // ) sono preposti, per lo 
stesso fine, ai due versi 23, 24. 29. con corde. 39. fom. 



168 La 

per la quar in la pQr fin 
da queli peccaor meschini 
(1 un fer iao pozente 

41 fosti scana in presento, 
en cel fazando habitanza 
unde e ra nostra speranza; 
e tosto punì lo Creator 

48 li nostri tuti noxeor. 
santa vergenti benastrua 
chi sei tanto a De piaxua, 
elo per voi scampa no degne 

52 de tute cosse maregne; 
e in si so amor ne ferme, 
chi no manche e no merme, 
eh a lo so regno ne conduga 

56 unde so splendo reluga. 

VI. 

Expositio Misererà mei Deus 
(ivi, tergo). 

Misericordioso segnor me, 
voi chi sei redemtor me, 
e vostro humel servior 

4 chi sun grande peccaor 
suplicando ve requerero, 
doze paire in chi e spero, 
che segondo le quantitae 

8 de la vostra gran pietae. 



gomaggiore, 

a mi pentio perdonai 
tuti li mai che uncha fei. 
aiai, Meser, marce de mi 
chi semper pecco e noite e di; 
e no guardando ingratitudera, 
segundo la gran multitudem 
de la vostra pietanza 
chi tuti peccai sobranza, 
perdonando incontenento 
a lo cor chi ben se pente, 
la mea iniquitae destence 
en che me iorni son perdui; 
e la vostra man soave 
d ogni offenssion me lave 
e da la corpa chi m afonda 
da chi inanti me manda, 
eh e me cognoxa offeisa 
de li mai chi m an conpreisa; 
me peccai con cor dolento 
semper denanti m apresento, 
denanti voi chi tu veivi, 
e mi perde né voreivi, 
cornisi greve pecca; 
chi per voi sean perdonai, 
a zo che tua marce venza 
queli chi dixem De senza 
misericordia punir 
e pur iustixia seguir, 
en peccai son conzeuo. 



41. per la qnar cassai io. ponzcnfe. 46. ms. unde era. 47. Ve di creator 
non è intiera, e somiglia ad un i, 48. vostri. 51. scritto ndeane, ma 
fopra il primo n è un piccolo o con un'appendice. E piuttosto un semplice 
che e od oi. VI, 4. dopo il quarto verso é scritto, in caratteri rossi: Et 
secundum multiiudinem\ e co&i ogni tanto un frammento del salmo, che 
io ometto. 5. requero. 7. la. 19-20. Forse va letto destenge 'stingere*, 
benché fra t e n ci paja ancora una lettera, somigliante a un e o ad un r. II 
testo lat. dice: dele iniquitateni meam. Mh forse questo destenge è uscito 
dal cervello dell'amanuense, e l'A. avea scritto destrui, come la rima ri- 
chiede. 2o. cognoooo\~ offeiso. 2Q. conpreisa. "òl. peccai. 



Rime genovesi 
eh i lo mundo vegni mio, 
e la maire chi me portaa 

40 en li peccai me zenera. 
tuti chi senper arai veritae 
cosse m avristi le quao 
toa sapientia conposse, 

41 chi a mi stavan ascosse. 
Maser, asperzirae de isopo, 
chi in peccao abiindo tropo; 
a zo che esca ben mundao, 

43 chi tanto sun contaminao: 

lavairae e fairae francho, 

e pu ca neive esser biancho. 

de 1 isopo cho ma dito 
52 me par che se trova scrito, 

che tree propietae ha: 

che sun pree raixe faa; 

bussata erba pichenina; 
56 e polmo enxao meixina. 

quella de la prea dixe 

che in Criste don far raixe, 

per fcir segur fondamento 
co e de vertue casamento ; 

e per basura humilitae 

centra tute le peccae; 

a soperbia contrasta don, 
C4 con enxaura de polmon. 

la neive a quatro propietae, 

che odo dir esser cotae: 

pulraeramenti de cel ven; 
cs poi deslengua aigua devcm; 

biancha e frcicfa per natura. 

de zo dixe la scritura 



d. sec. xiii-xiv. 169 

cho ogni gracia e bon faito 
dem aspeitar aver daito 72 

da quelo De chi tuto ve 
e a chaschaun prove; 
e zo che homo pò conseguir 
dem atrui destribuir; 70 

biancha avei per veritae, 
e freida esser per castitae. 
questa neive e questo j'sopo 
non de esser bon siropo? so 

da, Messer, a la mea oya 
goyo e lagranza compia, 
sì che in la mente e in la faza 
mostre che in tu to piaxer faza, 84 
con alegro proponimento, 
senza alcun increximento; 
che servixio no e graevel 
chi no se fa con cor piaxever. ss 
Messer, stravozi to aspecto, 
e no vei lo mei defeto, 
tute le mee iniquitae 
sean per ti mortificae. 82 

crea in mi un cor mundo 
chi de veritae sea abundo, 
e spirito in mi renova 95 

no me parti, Meser, da ti, 

chi degnasti morir per mi, 

ne Spirito Santo me toier 

chi me de con ti recoier. 90 

dame alegranza, segnor me, 

de ti chi e salvaor me, 

e in spirito principal 



39. /lorto. 41. tu\ la 2.^ e di veritae è un i corretto, 51. cosi il ms. 
S'ha a leggere: eh' mo ditoì 54. fa. 07, prumer. o forse anche pur- 
mer. 11. bianchesaì 78. che è questo femminile (cfr. 25-6)? Forse scri- 
vendo aveva in menta l'anima. 84. nis. in tuto. 95. dee mancare un 
verso. 



170 



La: 



103 fa seiiipe mi perseverar. 
e agnomo chi desvie 
mostero le toe vie, 
e li erapi chi morram 

107 a ti se convertiram. 

trame de corpa e d arror, 
chi de iustixia e segnor, 
per che mea lenga preiche 

111 le toe aveerie esser drite. 
la mea voxe e li me lavri 
con toa sapientia avri: 
lo sovram lavro in to amor, 

115 sperando vei ti, Salvaor; 
1 atro in lo to timor, 
temando 1 infernar dolor; 
per to loxi preicar e dir 

119 e li eranti converti, 
sacrifica, Meser, vorea, 
corno in antigo se sorea; 
ma se tar sacrificio avesi 

123 no te gè deleterexi. 
la sacrificio tea grao 
de spirito contribulao, 
e so che t e monto grayo 

127 cor contrito e ben pentio. 
la to voluntae benigna 
in toi servior consigna, 
per refar le derrivae 

131 mure de questa citae. 

lantor, noi mundi de vicio, 
te piaxera lo sacrifìcio 
de iustixia e d onor 

135 de li toi bon servior. 

e en quelo che gente antiga fé 



omaggiore, 

per ti servir a bona fé, 

chi tuto ave compimento 

quando Criste ave tormento, i3t 

te seram tuto acceptabel; 

dagando gloria durabel 

a caschaun chi seram degno 

de possei lo to regno. h; 

gloria loso e onor 

sea a lo nostro creator, 

chi ne conduga a queli ben 

chi za mai no verram men. 14; 

VII. 

De sanato Cosmo et- Damane 
(e. vili tergo). 

Considerando che sura re, 

necho e raalvaxe e re, 

si mainganao da co a pe 

che niente g e de san, 4 

e o perduo lo tempo me, 

ni so se viva deman, 

pregem per mi lo Segnor me 

san Cosme e san Damiam. Amen, s 

Vili (ivi). 

Chi per vila e per montagne 
usa tropo le castagne 
con vim brusco e con vineta, 
sonar speso la trombeta. 4 

e Laviceua comanda 
de no usar tar vianda 
chi fa tanto vento agrego: 
schivaila, eh e ne prego. 8 



104. a 'gnomo, o a agnomo' ì 124. lo. 142. forse sera. VII, 2. correggo 
van. 3. il ms. sima inganao, che suona: si m'ha ingannato. Ma l'errore 
è manifesto. Vili, senza titolo; inamediatamente dopo quella che prece- 
de. 4. sona;- speso pare sposo. 5. il ms. la vicena. 



Rime genovfsi d. sec. xiii-xiv. 



171 



IX. 



De Symonis et Jiide (e. ix). 

san Simon e san Tade, 
grandi apostoli de De, 
de Criste coxim zerraan, 

4 lume de li crestian, 
chi per la santa fé moristi 
e monte gente convertisti, 
pregai per mi lo Salvaor 

8 che in lui me dea tanto amor, 
che ogni me faito e me voler 
sea tuto in so piaxer-, 
e me conduga in paraiso 
12 unde e semper zogo e riso. Amen 



X. 



De sancto Nicholao (ivi). 

San Nicheroso confesor 

chi sei pin de pietae 

e aprestao secorreor 
4 en ogni neccessitae, 

a mi malvaxe peccaor 

tuto pin de iniquitae 

scraper sea consolaor 
8 in ognunchana aversitae. 

XT. 

De sancto Stephano prolliomartin 

(ivi). 

Sam Stevam de gratia pim 
chi per la fé morir prumer, 
pregando per li soi guerer 



entre si greve reraorim, 
pregue per noi lo re de cel 
chi ne conduga a l)ona fin, 
e de questo mundo meschira 
ne menne a lo sovrara hoster. 

XII. 

De Sanata Kathelina virgine (ivi). 

Chi vo devotamente oyr 
l'istoria che voio dir 
de mente e de gran dotrina 
7.0 e de santa Katelina, 
per certo gi fazo asaver 
che gran fìanza pò aver 
d avei secorsso intregaraente 
in ogni greve accidente 
de questa vergem benastrua 
chi e tanto a De piaxua; 
che chi per lui vor demandar 
tuto g a proraiso de dar. 
de Io re Costa fo fiiora-, 
monto fantina misa a scora, 
tanto in leze se destense 
che in dixoto agni si inpreise 
le sete arte liberar 
Cora monto seno naturar : 
si savia e ordenar 
e d ogni ben acostumaa 
e de belecce e de dotrina 
no se trovava, per fantina, 
anti che diga soa y storia 
ve voio dar in meraoria 
comò eia chi era pagana 
devegne santa crestiana; 
per zo de so convertìmento 



IX, 2. apostoli ò abbreviato: apoH, con una linea attraverso il l. X, 7. seai. 
XI, 2. mori. XII, 13. Costo. 15. correggo desteise. 19. ordenaa. 



172 Lagomaggiore, 

28 ve volo far comczamento. se alcun sposso voya prender 

dirovo brevementi in surama se no vego so ni proo 

che un grande inperaor de Roma soa condition e raoo, 



un so car fiior avea, 

32 da chi dar moier vorea 
pu bella e savia e meior 
chi se posse trovar lantor, 
per cessa de sì gran pondo 

36 manda doi soi messi per lo mundo. 
e in Alexandria vegnando, 
e in la per fin trovando 
questa fantina de bona ayre, 

'40 fem con li amixi e con la mayre 
matremonio e centrato, 
corno se dixe a sì gran fato, 
che quante vertue se cerchava 

44 in questa sposa se cercava, 
li messi se . . . lantor 
per consolar 1 emperaor, 
e dir corno era ben compio 

48 co che li aveam perseguio. 
venando noite la fantina, 
per inspiratione divina 
e deliberation sotir 

52 infra si comenza dir: 
se faita e si longa via 
per mi cercando esser compia 
da li messi de questo sposo, 

56 chi a mi sta si ascoso, 
e mi an vosuo ver 
per saver se don piaxer 
(ni creo che in mi consentisse 

60 se manchamento gè sentisse); 
ben son mata e da reprender 



comò elo e savio e scotno, 

san e bello e bem norio, 

e le condition de si, 

corno elo vor saver de mi. 

per certo voio statuir 

i nixun sposo consentir, 

se elo no e si prefeto 

che no gè sea nixun defeto. 

1 enderaan tute este cosse 

a la maira contar vosse, 

digando che atro no farea 

se no corno proposo avea. 

la maire con fronte iroso: 

tu ai ma in ti perposo; 

a tener questo partio 

mai no troverai mario. 

voi tu desfar si bello centrato 

corno per noi in ti faito? 

ni in lo mondo trovar poi 

tar sposo corno tu voi. 

la fantina gè respose, 

e soa voluntae gè aspose: 

se tar trovar no lo porroo, 

vergenitae serverò. 

a un hermito santo paire 

ze, guiaa da soa maire; 

e, recontando la raxun, 

l'ermito fé responssion, 

digando; fìia, no retrai 

pati si ben ordenay. 

la fantina dixe: a bostuto 



28. comenz. 32. a chi. 44. trovava. 45. la parola che tralascio è par con 
tre altre lettere che paiono ih. Forse se parten, ma non è scritto. 63. so; cor- 
reggo: eso. 74. a la mair acontar"] 76. la I » sili, di proposo à in cifra, 
cioè wn p con un'appendice a sinistra dell'asta; la qnal cifra in altri esempj 
equivale indubitatamente a ro. 82. manca /b, o meglio e. 



RiuiG genovesi 
<JG tener voio me statuto; 
ni consentirò in sposo 
se no corno e o preposor. 

1 ermito odando este raxuin, 
100 conmcnza con devotion 

li ogi a cel levar; 

e De g'i vosse revelar 

de sto faito tuta la via 
104 per spirito de profecia: 

che per vita e per dotrina 

de questa santa fantina 

quela terra sarverea, 
108 e a De se tornerea. 

e dìxe: poni mente, 

se muar voi to talente. 

la dixe che ferma staxea, 
112 ni d rata guisa farea. 

r ermito dixe: or me intendi, 

e zo che e diro atendi. 

e so per ti un sposo tar 
HS che no g e cosa da mendar; 

a tuti li dexiderij toi 

e 1 e pur tar corno tu voi: 

e per certo savei dei 
120 eh e sovram de i atri rei ; 

e lo so regno nixum mor, 

ni g e infirmita ni dor; 

scraper alegreza e sanitae 
124 senza alchuna povertae. 

eia respose: santo paire, 

questo sposo de bon aire 

poresi voi far che e lo vise 
123 e mi lo consentisse? 

elo gi dixe: ver lo poi, 

se ben cree tu me voi; 

e se consci meterai 



d. sec. XIII -XIV, 



173 



per to sposo 1 averai. n-^ 

la dixe: e son per obeir 

quanto de ben me vorai dir. 

1 ermito dixe: questo sposo, 

chi e si maraveioso, rsa 

de che e t o dito tanto ben, 

no t e dito lo centera, 

fiio e d una dona aotissima; 

monto e miserioordissima, ^a 

de tute reine e sobrera, 

nixuna n e de tar mainerà; 

e fi apelaa Maria, 

pina d ogni cortexia; i^^ 

de tute e secorerise 

e per tuto unde se requer 

a caschaun e de river; 147 

d ogni cossa da liveranda 

a caschaun clii la demanda. 

per che tu farai cossi, 

che partandote de chi i^i 

in la camera te rechui, 

e humelnienti prega lui 

che degne mostra' ti 

lui e so fiio con si. 155 

la fantina obediente 

tuto zo fé devotamente; 

e quela che la requirir 

incontenente i aparvi, 15» 

con monte vergem incoronae, 

no se pò dir la quantitae, 

con tanta luxe e resplendor 

che no resplende si lo sor. les 

e dixe a quela fantina: 

clic me voi tu, o Catalina? 

e sun qui posso dar 



9S. pre2Wso. 112. scritto dratcì (= d'altra). 128. e e mi^ cioè 
145. da tuti. Qui manca un verso, loi. a ti. 158. rcquiri. 



174 



Lagomaggiore, 



107 quanto se me pò demandar. 

eia respose: s o sei quela, 

e sou tuta vostra ancela: 

pregove eh o me niostrei 
171 lo car fiio che voi aver; 

e poi che 1 e cossi ioyoso, 

che me lo dagai per sposo. 

lo fiior vegne a presente, 
175 pu cha lo sol resplendente, 

circuadao de compagnia 

tar corno gi convegnia; 

a lo quar dise la reina: 
179 doze tìior, questa fantina 

per sposo dixete d aver, 

se 1 e to ben piaxer. 

lo fantin alo gè dixe: 
183 ben me piaxe, se la vise 

d alcune macule purgrar 

de che la vego esser tachaa. 

questa compagna desparvi, 
187 e la fantina s adormi. 

comò vegne la raatim, 

a 1 ermito fé so carain. 

contandogi zo che la vi, 
191 quelo monto se goy; 

e dixe: sta seguramenti 

e no temer de niente; 

che ancoi lo verai 
195 e per sposo lo veirai. 

quela lo preise a pregar: 

deiaimelo, per De, mostrar 

maie che o, de che me peisa, 
199 donde e son staa da lui repreisa. 

1 ermito dixe: se tu voi ben 

cree e far zo che conven, 



e levarte per batesmo 
de santo crestianesmo, 
le maie de paganitae 
tute seram despegazae ; 
e cossi lo santo sposo 
sera de ti monto ioyoso, 
e tu ben monto apareiaa 
de zo che t o amaistra. 
e caramente e volenter 
quela gi dixe: si, meser. 
lo gi comenza a mostra 
ordinamenti e desclaira 
li articoli de la santa fé, 
per che ognomo salva se de: 
comò Criste in carne vegne 
e passion per n()i sostegne, 
nao da quela vergem pura, 
sovrana d ogni creatura; 
e per salvar tuto lo mundo 
ne trasse de gram profundo; 
lo tergo di resuscita, 
pareisementi in cel monta, 
regnando in soa maestae 
e gloriosa terni tae; 
e la per fim de retornar 
e morti vivi zuegar. 
quella, si comò 1 odir vose, 
gi confessa tute cosse, 
batezaa fo de 1 aigua pura 
chi descaza ogni brutura, 
e in ver cassa e retornaa. 
fo caramenti amaistra, 
e n quella moo fu preguera, 
chi fo la noite primera, 
envocando la gloriosa 



171. avei. 184. purgaa. 192. questo suffisso avverb. ha due forme: menti e 
mente. Qui la rima richiede la seconda. 195. forse l averai. 202. lavar- 
le. 221. e vivi. 228. ms. lo dir. 233. il testo pare scorretto. Forse questo 
verso va tramutato al posto del precedente? 234. e n quello mooì e n quella 

mo ('ora'y? 



Rime genovesi 

chi za mai no sta ascosa, 

che se gì piaxa de mostrar 
239 e so Aio con ssi menar, 

de lo qual devenir sposa 

el e tanto dexirosa. 

entrando in leto la fantina, 
243 quela noite la reina 

vegne con 1 onipotente 

so fiior si resplendente, 

con tanta gloria e honor, 
247 che no se pò dir lo tenor. 

e iamando la fantina, 

dixe a lui: o Catarina, 

clii e me filo glorioso, 
251 che tu dexiri aver per sposo. 

lantor dixe la fantina: 

e, gloriosa reyna, 

de ta fiior degna fose e 
255 de star sota li sci pee! 

la maire dixe a lo fiior: 

([uesta fantina con pur cor 

de ti e tanto dexirosa: 
259 piaxate de avla per spossa. 

elo dixe: tanto e bella 

e hornaa questa pocela, 

niente in lui posso comprender 
263 che me paira de reprender; 

poi che 1 e sì graciosa, 

ben la voio aver per sposa. 

la maire dixe con gram paxe: 
267 sposala corno te piaxe. 

lantor quelo santo mario 

1 anelo gi misse in dio, 

si caro e bello e precioso 



d. sec. xiii-xiv. 175 

corno dexeiva a tar sposo. 271 

lo quar cossi ioyosamente 

se dexea encontente, 

trovandose 1 anelo in man, 

chi de 1 aotri fo sovram. 275 

e questo conserva tachira 

a lo di de la soa firn: 

de la quar firn dira adesso 

1 istoria chi ven apresso. 279 

madona santa Katelina 

de grande vertue e pina 

fo de grande filosofia, 

e de custumi ben guarnia. 283 

poi de la morte de la maire 

e de lo re Costo so pai re 

de gram richeze era fornia, 

chi de lo paire gi venia. 2S7 

quaxi dixoto agni avea, 

monto bellixima parca. 

dentro vestia celicio, 

de fora porpora e naxicio. i*»! 

un gran Maxem imperaor 

enn Alexandria era alantor, 

ydolatro e pagani 

per veso ogni crestiam. 295 

tuta la gente congregava 

per festa chi s afrezava; 

a dever sacrifica 

grande mesior se fa, 299 

com boi e bestie pusor 

chi faxeam gram crior. 

questa dona odando zo, 

grande dolor aver in cor so, 303 

vegando far si gran spesarlo 



240. ras. de ueniv. 256. tra alo e liior sono due lettere cassate, non saprei 
dire se a bella posta o uo; ma vi si scorge so. 251). averla. 213. la quar. 
2^)2. è errore manifesto V un gran maxem del ras. Dovea dire Maxcmin o 
Maximin {Vdi. Maximinus) seuz' altro. 2'J3. il ms. en nalexandria. 295. così 
nel ras. 303. aie (cioó até). 



17G 

in onor do 1 aversario. 

con grande odacia e vigor 
307 ze a reprender 1 enperaor ; 

e conseigo contrastando, 

e raxon sotir digando, 

defendese no poeiva 
811 a quela chi lo confondeiva. 

in paraxo la fé moenar, 

e con gran studio guardaa: 

e, gran beleze che 1 avea, 
315 maraveiosa gi parea. 

e poya la fé de for menar 

per conseigo raxonar, 

spiando con scura ihera 
319 donde e equal e chi el era. 

eia respose ben e tosto: 

fìia foi de lo re Costo, 

noriga delicamente; 
323 ma tuto zo tegno a niente; 

e servo a quelo segnor sobrer 

leso Criste re de cel. 

ma tu no sai che tu aori, 
327 e in to dano lavori: 

quello che servi noite e dì 

ni si pò ayar hi ti; 

e ti e li toi seguior 
331 vivi tuti en grande error. 

lo re dixe: segondo zo, 

s e pur ver lo dito to, 

lo mundo e pur in error malvaxe 
335 e tu sora e verax, 

de la quar cossa e niente: 

tu parli fermamente, 

ni volo a ti consentir 



Lagoraaggiore, 

ni creer zo che tu voi dir, 
la fantina dixo lautor : 
no te venza lo foror; 
se raxon te reze, si e rei 
e far le cosse che tu dei; 
ma, se te porta to voler, 
per servo te poi tener, 
lo re chi lantor veiva 
che defender no se poeva, 
ocultaraenti fé venir 
cinquanta maistri sotir 
de scientia e dotrina, 
per desputar con la fantina; 
e se convence la porran, 
gran don aver deveran. 
la fantina sentando zo, 
a De prega se de alo; 
chi lo so angero gi manda, 
chi de presente gi insegna 
che venzua no serea, 
ma tuti lor convertirea. 
poy in presentia de lor 
dixe a l'imperaor: 
se questi den aver gran ioya 
per venze mi fantina croya, 
a mi, se questi venzer dem, 
chi me sera proraission? 
ma Criste, me campion, 
sera corona e guierdon. 
con li maistri distando 
e longamenti contrastando 
per silogisme e per figure 
e per proe de scriture, 
e in breve tenpo tuti questi 



307. sembra enparaor. 312. moenaì-: non è altro che un o corretto in e. Ne 
vedremo altrove di simili, 319. e guai, 335. veraxe. 337. fermamente deve 
essere errato. 343. fai. 3G4. ehm. 365. forse chi me fura. 368. dispu- 
tando.^ 372. in breve tenpo questi ititi. 



Rime genovesi 

fon dcvegnuì quaxi muti; 
uixun defonder no se poca 
a la raxou che eia dixea. 
lo re turbao a li maistri 
conmenza a dir: corno sei tristi! 
und e vostra filosofìa, 
chi si tosto fo Serbia 
da una parva fantina 
chi par cossa si meschina? 
e li maistri encontenente 
respose pareisemente : 
si certe raxon n a mostrae 
che la mente n a mutae, 
e, per le cosse che omo a visto, 
n a convertui a leso Cristo. 
1 cmperaor con menconia 
tuta quella conpagnia 
in conspecto de la gente 
fé bruxar incontenente, 
amaistrai da fantina 
en la santa fé divina, 
ma gran miracolo fo quelo, 
' che carne, roba ni cavolo 
no fo tocae da quelo fogo, 
cossi ne zen in salvo logo, 
tosto guagnando, zo m e viso, 
• la gloria de paraiso. 
apresso zo que tirano, 
precazaor de ognuncana dano, 
con ingano e con losengue, 
ì corno fan marvaxe lengue, 
dixe a quella vergem pura: 
conscia toa zoventura, 
a mi t aremba e te declina; 
' stagando ingua de la reina, 



d. sec. xiii-xiv. 177 

1 emmaicm toa faro sculpir 
e n mezo la citae constituir; 
e, comò De, atuta gente 
t aoreram devotamente, 
quela respose: se tu rei 
fossi quelo che tu dei, 
no deveresi mai parlar 
zo eh e gran peccao pensar, 
quello aceiso de gran furor, 
despoiar la fé lantor, 
con peteni ferrai tirando 
squarzai la carne sanguenando. 
lo rei insi for de citae 
per alcuna neccessitae; 
e la fé en prexon scura 
star doze di senza pastura, 
e la reina chi romase, 
pina daraor de De vraxe, 
con un so principe sobrer 
de tuti li soi cavaler, 
chi Profirio s apelava, 
e quelo re monto 1 amava, 
a meza noite ze compagnoni 
de la reina a la prexon. 
entrando in la prexon quelor 
gue trovara gran splendor, 
e angeli far meisina 
sanando piago a la fantina, 
la vergem li preise a preica 
e u la fé amaistraa. 
fon convertui de pagam, 
faiti veraxe crestiam. 
poi gi disse: benastrui, 
bono ghe sei anche vegnui; 
chi per via de martirio, 



385. forse ^t;. 3S6. viste. 3%. fon. 401. (?e: scrittura incerta fra e ed a. — 
419. squarsar. Vi è senza la curva che fa le veci del nostro puntino. 421. Ira 
chi e romase una parola cassata, illeggibile, di 3 o 4 lettere. 

Archivio crlottol. ital.. II 



178 



413 voi reina con Prof! rio, 
averci tosto festa e riso 
e gran corona in paraiso. 
Profirio chi fo ardende 

417 fé converti incontencnte 
una Ibia compagnia 
a chi elo era dao per guia, 
zo e cavaler duxenti, 

451 chi fon crestiam valenti. 
e per zo che non raanchasse 
zo de che se norigasse, 
a qucla santa ogni iorno 

455 venia raeso monto adorno, 
una bianca colunbina 
con vianda monto fina, 
poi Criste pia de cortesia 

459 gi vcgne con gran conpagnia 
de angel e vergane, digando 
e la fantina confortando: 
e son lo to creator, 

463 per che tu fai tanto lavor. 
non te spavento aflicion, 
che semper e contego som, 
e tuto quanto tu soste 

467 sento e sostegno in corpo me. 
Criste da lui qua si aluitao. 
l'emperaor fo retornao ; 
. festa vegni a presente; 

471 e vogandola si resplendente 
devegne turbao e gramo, 
creandola trova morta de fame 
ogni persona raenazando 

475 chi roto avese so comando. 



I.agomaggiore, 

dixe: quar e stailo si arJio 

chi lo comando a strassaio? 

aspete aver gram tormento 

en chi stai falimento: 

d onde aven grande aflicion 

li guardian de la preixom. 

vogando questi si ferir 

la fantina prese a dir: 

sapiai, re, no m e aduto 

da persona alcun conduto; 

ma Criste per angero so 

m a norìgaa, chi far lo pò. 

dixe lo re: no dir parole 

per che e le tegne foro: 

en to cor de avei scrito 

zo elle aotro via e t o dito, 

zo e farte esse si grande 

corno reina chi comande; 

cossi serai grande e posente, 

regnando sovra la gente. 

la vergem dixe: e, tu te guarda 

che zuise De no te arda! 

pensa in zo che e te voio dir: 

che don e De seguir, 

segnor de gran possanza, 

eternar, senza manchanza, 

glorioso, da fir notao, 

belissimo, no deforma©; 

o homo pim de infirmitae, 

mortar cun gran meschinitae, 

vilan monto desprexiao, 

soccissimo e vituperao ? 

lo re con indignacion 



4A6. ardente. 4G8. correggo: s e aluitao (o aluintao);- il ms. quasi. 470. fé 
està «fece questa»? 472. Vo di gramo a quel che pare era un' e, poi cor- 
retta. 479. forse è stao. 489. tegno. E fore ('favole') dev'essere dell'ama- 
nuense, per fole o folle; perocché altre volte la voce parole ritorna iu rima 
con folle (p. es. nel cxxxvin), e mostrando così di suonar parole, difficilmente 
potrà limare con fore. 497. il ms. de de (ripetuto). 507. il primo e di soc- 
cissimo è addossalo all'o, né si legge chiaro; anzi piuttosto le apparenze sono 
di un'ciOnde sarebbe scecissimo. 



Rime genovesi 

dixo: questo partìo e te doni: 

o viver sacrificando, 

o morir tormento aiando. 

la gì disse: non benstentai 

se alcun tormento me voi dar; 

che, comò Cristo morir per mi, 

aprestaa son mori per si. 

un so profem era lantor 

assai pu fer ca lo seguor; 

dixe a lo re : centra tal gente 

te mostro andar pur duramente: 

quatro roe tute ferrae 

fazamo esse apareiae, 

faite infra lo terzo iorno, 

co monto agui tuto intorno, 

ogni agno si ponzente 

elle la squarzen incontenente: 

questo terribel tormento 

sera de li aotri gran spavento. 

pregando De devotamente 

che per convertir la gente 

de tal tormento la scampasse 

e quele roe dissipasse, 

che 1 angero de De vivo, 

tuto zo con grande asobrio, 

disperse in diverse guise, 

e quatro milia n ocise. 

la roina zo vegando, 

fin alantor sta celando, 

a 1 imperaor dexeise, 

e duramente lo represo, 

e elo irao con la reina 

la misse tosto in ruina: 

a la quar, desprexiando 



d. sec. xiii-xiv. 

sacrifica per so comando, 
traite le maraelle a presente, 
fo degolar incontenente, 
ma inanti està passion 
pregar con forte oration 
questa santa biaa 
qhe eia gi fosse recomandaa. 
eia gi dixe: va segura, 
che adesso in quella aotura 
unde per Io regno mortar 
aquistar lo celestiar. 
doze reina, bia ti, 
chi monti in cel anti cha mi; 
e corno tu serai la su 
prega per mi chi sun za zu: 
cossi per breve passion 
hay eternaa salvation, 
de lo corpo de la reina 
monto ne vene in ruina. 
de lo rei cossi turbao 
spiando che n era stao, 
Proflrio preise a criar 
e piairaraenti a confessar: 
e sun chi sepelii 
la reyna che voi dir; 
crestian son devegnuo, 
Cristo servir semper tegnuo. 
odando zo 1 emperaor 
criar co monto grande dolor: 
morto sun, no se che far, 
ni per quar moo consolar 
eh e quelo amigo manchao 
d onde o semper pu sperao. 
odando zo li cavaler, 



179 



b\2.bcstentaì\o{oi'sebenstentaì: 514. mori. 519. correggo: pw (più). 533. as- 
brivo. 528-35. la costruzione è sospesa. Mancano versi innanzi a pregando ? — 
545. la fcì òil. prega. 551. qui forse il testo è scorretto: pare che manchi 
un verbo; se pure non si voglia correggere qui appresso: dei ì^er... 5G1. monti 
ne venenì 562. forse quel de, che non dh senso, s'ha a correggere in e. — 
50G. il 2.0 i di sepcUi non si logge chiaro. 571. cria. 572. no so. 



180 

chi eram monto de rivcr, 
denanti tute le gente 

579 dixem pur avertaamente: 
e noi semo pu cristianai, 
per De morir apareiai, 
servior de leso Criste, 

5S3 per le cosse e omo a viste, 
li quai lo re con turba mente 
fé degolar incoutenente, 
con Profirio biao 

5S7 chi per zo e tuto ordenao. 
do li corpi fé comando, 
chi contrafesse condanando, 
fossem dai maniar a cham, 

501 per spaventar li crestìam. 
morti questi, 1 emperaor, 
poi infiamao de so foror, 
chi no cessava de ma far, 

595 se fé la vergem apresentar, 
e disse a lui: s e per mar arte 
che tu sai far in tute parte, 
cossi zovena fantina, 

599 chi ai faito morir la reyna, 
se voi enssi de questo error, 
de le aotre done serai maor. 
per che e te digo: no tardar 

603 en deverte conseiaa ; 
, unde, poi che te ne invio, 
sapi prender bon partio: 
adesso, o tu sacrificherai, 

C07 o la testa perderai. 

quela disse: fac che tu voi, 
che perverti tu no me poi. 
la sentencia fo alo daa. 



Lagoraaggioro, 

che esse dovesse dogolaa. 
e conduta a lo logar 
ordenao per degolar, 
eia leva li ogi in ver cel, 
pregando Criste re sobrer, 
e disse: o De salvaciom, 
gloria, honor e guierdon; 
Criste pim d ogni bontae 
e da ognuncha pietae, 
pregote con gran fianza 
che chi avera remerabranza 
de mi chi son ancella toa 
en besogna alcuna soa, 
o de la mea passiom 
avera compassiom, 
o avera compassiom 
odando mea lecion, 
o in alcun perigolo so 
vora 1 aitorio to, 
messer, in tai demanda 
consolation gi manda, 
lantor voxe gi vegne da cel 
chi dixe: monto volenter 
tuto quanto ai demandao 
tuto da De t e confermao ; 
ve tosto su, sposa biaa, 
a chi e tan luxe daa : 
a tu prometo beneixon 
chi an de ti compassion. 
faito zo, fo degolaa, 
e 1 anima in cel portar; 
e per sangue laite ne insi 
chi caschun pareise vi. 
or pò caschaun pensar 



579. avertam.\ il ms,: averta amente. 584. o conturhamente. 593. pu\, il ms. 
infamao, con appena una traccia dell'i. 603.. scritto en, con quella linea 
sovrapposta che suol rappresentare una nasale, ma che qui, come altrove, non 
ha valore; n poco chiaro, ma pur leggibile. 610-17. scorretto. Potrebbesi mu- 
tare in a, e leggere saluaciom (salutazione)? 619. de. 628. correggo o in e. 
029. scritto u ora. 030. tar. L' i senza apice, nò lai si legge chiaro. 037. tan : il 
n non è affatto regolare. 038. atu: Va non ben chiaro, 641. portaa. 



Rime genovesi 
quanto De la vossc amar, 
che quelo so corpo biao 
G17 fo da monti angeri portao 
in monte de Sinay, 
vinti iornae provo de lì. 

li cun diligente cura 
G5i fen la soa sepotura: 

do quale sante osse biae 

cnssi oleo in gran quantitac, 

chi sanna d ogni infirmitae 
555 le menbre chi ne son tochae. 

or de penssar ogni letor 

quanto De gi a faito honor; 

chi per tati e devorgaa, 
559 com cossi santa renomaa. 

e poi che la e cossi possente, 

ognorao devotamente 

a lui se poi tornar e de, 
;63 com speranza e pina fé 

d aquistar de està santa, 

chi e de vertue tanta, 

e chi pò dar quanto se quer 
1G7 a caschaun chi la requer. 

Mazens imperaor meschim 

vene possa a mala fin 

de lo qual elo era degno, 
71 chi era stao cossi malegno. 

vergem santa Catalina, 

chi sei avocata fina, 

a mi scritor de questa ystoria 
75 aquista sovrana gloria. 

XIII. 

De sancto Silvestro papa 
(e. xni). 

San Silvestro chi sanasti 
de la leverà Constantim, 

668. V. la nota al vs. 292. 670. la. 675. 
con sopra una sigla. 5. forse dovea dire 
pto verso è fuor di luogo, e va tolto (e 



d. sec. xiii-xiv. 181 

e de error lo revocasti 
a lo crestiam camim, 
scampane de li contrasti 
de li mortar assassira, 
e menaime a queli pasti 
chi am dooor senza firn. 

XIV. 

De decem precepta Moyscs 
(e. XIII, tergo). 

Si comò soream le citae, 

per meio viver ordenae, 

statuti far, leze e comandi, 

da oserva sotc gram bandi 

d aver e de persone, 

per mantene le usanze bone 

e acrese la terra in bera, 

tegnando ognomo sote frem; j 

e lezer fam in parlamenti 

tuti esti soi ordenamenti, 

a zo che sapia caschaura 

ni scusar se possa alcum i 

da questa leze chi Io liga 

a viver ben in drita riga, 

chi falisse e contrafesse 

per condanao se cognossese: i 

cossi lo nostro segnor De 

a lo profeta Moise, 

per noi salva e tra a le, 

a vosuo a noi mostrar 

le cosso eh omo de oserva i> 

per leze e per castigamenti 

de li dexem commandamenti ; 

che noi lezamo che elo de 

a lo profeta Moise 2: 

scriti e sculpij in prea dura, 

per tener ferma la scritura, 

aquistai. XIII, lit. e 1: il ms. Siluro., 
ì scampaime (cfr. v. 8). XIV, 18. que- 
fr. vs. 25). 23. dexe. 



182 



La 



chi no ssc possa spegazar, 

29 in memoria eternar; 

a zo che 1 omo fermamente 
aver li deia ben per mente, 
chi sea forte comò prea, 

33 si che per vota alcuna rea 
ni per tentacion nova 
lo cor de 1 omo no se mova, 
ma tegna ben so corso drito 

37 in oserva zo che fo scrito 
e in schivar colpa e caxom 
d eternar condenaxom. 
per zo de 1 omo e si gi dixe 

41 saver questi comandi dexem; 
che monti som chi no li sam 
e chi fo poco cura n am. 
e in per zo ve ro diro 

45 a un a un si comò e so. 
e sse tropo ve diesse, 
o for men che e no devesse, 
co che g e ultre piiai 

49 e a mi 1 atro perdonay. 
Primo precetor. 
lo prime e che e voio dir 
penssai entender e oir: 
che un sor De devei orar, 

53 temer, servi e honorar, 
e recognosce per segnor, 
senza averne altri ni pusor, 
comò a za faito atra gente 

57 chi ne son in fogo ardente, 
che 1 enimigo faxeva orar 
e ydole diverse far, 
quele si corno De orando, 

61 tuta speranza in le tegnando, 



gomaggiore, 

per zo che De no cognoscesscm 

ni la fé drita no tegnessem; 

che nixun se pò salva ni do 

se no in cristiana fc, 03 

corno in rayxe chi sostem 

tute le aotre overe de bena, 

e tristi queli a chi la mancha 

o a qui ella s arancha. co 

centra questo comando fam 

tuti queli chi se dam 

a creer neguna gazarla, 

sisma, error ni erexia ; 73 

e queli chi per arte torte 

fan divinacion ni xorte, 

aguri o maleficij, 

nigromancia ni aotri vitij ; n 

e chi erando far se fa 

in anno novo per in ca 

faiture, brevi e arlie 

e atre assai diavorie, si 

che fan quele gente malegne 

chi de bruxa serean degne 

con tuti queli chi dan favor 

en si marento e re lavor; 85 

che lo diavoro li tira a le 

fazando lo parti da De: 

egi gè da tarhor aya 

per reteneri for de via. so 

o quanti son, pe le peccae, 

chi per lor grande iniquitae 

strapassam questo comando 

e monto guise araigando! 93 

che monti son . . . 

d alcun deleto per lor guai; 

che de le ventre fan lor De, 



40. dexe. 41. dexe. 44. ve ri. 50. lo prime che. 61. in lo. 88. scritto e 
gi gè. 94. il ms. ha ^ (cioè in) arsai, ma sopra arsai uno scarabocchio sbia- 
dito, che forse potrebb'essere un g {ingrasaiì). 



Rime genovesi d. sec. xiii-xiv. 



1B3 



« o de avaritia etiarade, 
o de lo re peccao calnal 
chi sor szhuir tantri aotri mal; 
o tanto aman lo fiior, 

!oi chi for guerre dem esser soi, 
possessioni terra o atro aver 
che li ogi vorera spesso ver; 
o anssitae d aver honor; 

105 o in atre cosse an tanto amor 
che tuti an li cor e mente, 
De reputando per niente, 
per che se pò ben dir e de 

109 che li no am ben drita fé; 
che la scritura si ne dixe, 
chi e nostra guiarixe, 
che zo se conta per to De 

113 unde maor amor tu te. 

per che se star no ver pagam, 
ma vive comò crestiam, 
guardate da lo falimento 

117 de questo primer comandamento. 

lo segondo e d aver per man: 
no prendi lo nome de De in vani, 
e de questo e l'intendimento 

121 de no falir in sagramento. 
or no zurar, e se tu zuri 
garda ben se tu te sperzuri. 
sagramento e cossa sagraa, 

125 chi esser de si oserva 
che mai 1 omo no lo faza 
se caxon grande non lo caza; 
zo e quando e tempo e saxon, 

129 se elo requer insta caxon. 



monto persone am mara usanza 

de raeter De su la baranz^a 

de loi asdeiti monto viaa 

pe far acreer la hoxia. 133 

far sagramento e fazo e re 

quaxi pu renega De. 

de, comò zuram levemente 

o per poco or per niente! n- 

che lenieramenti dam 

zurando cun boca e con mam 

su qualche libero o cartolario; 

e sera tuto lo contrario m 

de zo che li deveram dir, 

per far 1 aotru raxon perir. 

aotri zuram tropo speso or 

Io santo sangue de Segnor, 115 

chi a lor de semper star in cor, 

e si vilmenti lo vomen for. 

lo gran merchao che eli ne fan 

atoxegao eli lo troveram. 119 

o quanto dano a so eser fa 

la longua chi frcm no a! 

tenera cossa e poco par, 

ma tropo e dura da domar. 153 

semper trei tu ofenderai 

quando tu fazo zurerai. 

prumeramenti offendi De, 

de lo quar traitor tu e; 157 

poi ti mestesso te condani 

a sostener eternar dani ; 

apreso ofendi lo vexim to, 

toiando a lui lo drito so. ici 

ma cossi comò la meisina 

chi e preciosa e fina 



09. tanti. 104. manca il verbo (hanno); oppur s' ha a correggere anssitai. — 
112. confa con sigla che anche altrove, benché di rado, sta per con. 114. t'ot. — 
117. è scritto pmer, con una specie d'i sul p, e senza il r; così anche altrove. 
Qui è scritto nel Codice il 2.° precetto del Decalogo; io io tralascio. 129. se 

10. 132. lor;- via. 139. zuramentoì Ma credo meglio corregger vam nel 
vs. preced. 150. il ms. aso es^r. 



184 

a 1 omo sempre no se da, 
165 se no quando besogno fa; 

cossi zurar no se covem 

se gram caxom no se g etrevera. 

che monti n e per le peccae 
169 chi son sì voi de bontae, 

che tar or zureram far un mar 

chi sera peccao mortar; 

zureram de far un ben 
173 che a bestuto far lo dem, 

o per calche atra voluntae 

donde no e neccessitae. 

tuti queli chi zo zuram 
i77 encontenente se spezuram. 

incontra esto comando ven 

chi fa bon voo e no lo tem, 

gram displina si serva 
isi chi voo fa e no lo oserva. 

far a De tar promixiom 

e monto grande obligaxon : 

chi uncha la bescura 
185 aspeitar n a pena dura. 

ancho gè contrafazemo 

se De ni santi iastememo. 

tropo e gram fala no loalo: 
189 quanto e duncha iastemarlo! 

ben e degno d aver fevre 

chi a ra lengua no fa seve. 

per che guardate e inprendi 
193 che lo De nome in vam no prendi. 

lo terzo comando de la ley 
dementegar no te dei: 
che lo sabo, di sagrao 
197 chi in domenega e cambiao, 
t aregordi santificar 



Lagomaggiore, 

e tuto a De sacrificar. 
cn li aotri di far to lavor; 
en questo honera lo Segnor, 
e en lo so amor repossa 
senza far alcuna cessa 
de vera ni d atro zogo 
donde peccao avesse lego, 
che, sapi ben, monto mar festa 
chi fa ovra desonesta: 
men mar serea aver arao 
in di de festa, cha ballao. 
che monti son chi quelo iorno 
van a rei merchai d entorno, 
donde lo demonio e ceusar 
per far lo colo scavizar. 

t arregorda festar si 
che in quelo semper biao di 
en onor de De se spenda, 
per zo che a bon fina te prenda. 
or se tu voi ben seguir De, 

1 asemprio so inprendi e te, 
chi lavorar se iorni vose 
quando lo fé tute le cosse, 
e reposa in lo septem. 
e cossi far noi apertem : 
prmeramenti lavorar, 
overe bone e drite far 
en la nostra vita breve, 
a zo che De poya ne leve 
a reposa in scoso so 
unde mancha alcun ben no pò. 
e cossi sor lavaraor 
pagasse in co de so lavor; 
che poi la fin ogn omo porta 
1 overa faita, o drita o torta. 
e questi trei driti comandi. 



180. disciplina. 190. la cifra che vale r è sovrapposta alla sillaba we. 200. fa.— 
201. honora. 20-1. de vera: così nel ms. 215. che quelo. 217. a bona finì — 
224, o pimer. ; che mal si discerne se la seconda lettera sia i o r. 229. la- 



Rime genovesi 
clii son monti forti e grandi, 
questo e li aotri doi prediti 

237 chi fon in 1 una torà scriti, 
a De pertennem per semor, 
che tener demo per segnor 
pim d ogni sacietae, 

2J1 zo e la santa Ternitao. 
e lo priraer propriamente, 
a De Paire onipotento; 
e lo segondo a lo Fiior, 

215 chi de De nome se sor; 

lo terzo se de per ben corapim 
a Spirito Santo tribuir: 
per che semper avisto sei 

219 si ben festar corno tu dei. 

lo quarto comando ancor avcmo, 
che paire e maire honora devemo; 
zo e portagi tar honor 

253 che tuto sea pim de amor. 
ma per certo savei dey 
che zo che questa santa ley 
per si comandi dir intende 

257 in doe cosse conprende: 
zo e Domenende amar, 
e lo to profumo atretar. 
li trei comandi che t o dito 

261 a De pertenem comò e o scrito. 
li aotri sete chi dere vennem 
a lo proximo pertenem : 
qui scriti fon da la Segnor 

2G5 en 1 atra torà per semor. 
per zo da qucli incomenzemo 
che pur amar tegnui noi semo. 
or pensa 1 amor che t a menao 



d. sec. xiii-xiv. 185 

queli chi t am inncncrao ; 20y 

e cossi poi pcnssando inprender 
zo che a laor se covcn render, 
se da bon cor li honerai 
pu longamenti viverai. 273 

a queli chi fam questo ben 
cinque guagni gi ne vem. 
lo primer guagno dir voi e: 
gracia e gloria da De. 2~7 

1 atra e la vita naturar 
che se gi de pur perlonga, 
cn grande tempo, o a lo men, 
se breve fosse, in stao de bem. 28r 
1 atro che elio s alegrera 
de li fiioi che 1 avera; 
che qual mesura in atri fai, 
cotar in ti receverai. 2S5 

1 atro sera la fame bona 
chi gi darà ogni persona 

e la raxom chaza de for. 2S3 

ogni vertue se bandeza 

quando 1 ira fortuneza. 

per che de firn che se comenza 

ocier dei soa somenza, 292 

per no laxate soperihar 

ni la raxom segnorezar. 

se tropo in for la laxi inspenzc 

grara breiga e poi in lo strenzo : 2% 

pu ca venze un castelo 

venze lo cor chi e rebelo. 

ben se pò 1 omo e de irar 

centra una cossa chi e mar, 300 

che la no faza crcximcnto; 

o per atrui castigamento. 



235. monto. 245. forse dir se sor. 246. compir. 257. se conprende. 260. t 0; 
Vo tiene dell' e. 264. lo. 267. pu. 271. correggo: a lor. 212. honorcrai, 
forse anche honererai. 278. latro. 286. fama. 287. manca la e. xvi, 
come già dissi nei cenni preliminari. 



18G 

or in tar guisa te no gaarda, 
•.'^)i che 1 ira a ti lo cor no t arda; 
e contra lui sta si guarnio 
che la no crex. a omecio. 

lo scxto dixe: no fornica, 
;;os lo quar tu dei ben oservar; 

che sapi ben che la luxuria 

e la pu pesonte iniuria 

che contra 1 omo far poesi, 
312 aster se tu 1 ociesi: 

per zo so scrive adeso in drito 

de 1 omecio chi e dito. 

o per saverte ben scremir 
3ig entendi zo che te voio dir: 

che de fornicatiom 

e cinque ieneratiom; 

e chascauna te vor noxer, 
320 se a lui te lassi coxer 

ni abraxar de van amor 

chi te tornase in amaror. 

la primera e menor grao, 

324 S3 1 un e 1 atro e desligao; 
ma pur lo mar e si pesente 
che danay son eternamente, 
lo segondo e avoterio, 

325 chi e grande vituperio; 
ben e ligao con lo demonio 
chi conrompe matremonio. 
a doio dem aver li gai 

332 se intrambi doi som mariai. 
quante anime e corpi deriva 
esto peccao donde el ariva! 
e quanti mai e dani n exe 

330 donde està ofenssiom se texe ! 
grande son e greve e spese, 
chi ben exponor le vorese. 



Lagomaggiore, 

, lo terzo e vcrgom comrumpir, 

chi lonzi fa da De partir; 3io 

che la verginitae compia 

de De e stalo e segrestia. 

semeiante e de iardim pioso 

pim d ogni ben e de reposo; :5ii 

se calcum rompe lo murao, 

da monto gente e pò guastao: 

che de li mai chi poi gè som 

lo primer n e stao caxon. 3is 

o quanti dani e guai a lor 

chi de zo som comenzaor ! 

lo quarto peccao con le parente, 

chi lo collo rompe a monte gente. 352 

crestiam son faozi e meschim, 

ma pczo som ca sarraxim. 

lo quinto e contra natura, 

chi e gram desaventura; 353 

che no se de homo apelar 

chi tem costume bestiar, 

quanto avera mara ventura 

chi userà cotar brutura! 300 

a la lor penna poni mente 

quando la terra gi somente ; 

per zo che cognoser mar 

e utel cessa per schivar. sci 

un atro mar gu e de gran pondo, 

chi monto gente tira a fondo, 

e per fornicar de penne 

de tute queste cinque menne, sgs 

e qui in quela a seme ofeiso 

en tuti i atri fi compreso; 

e zo e de religiosa, 

chi de Cristo e sagraa e sposa. 372 

em per zo caze in lo prumer 

che la no e da alchun moier. 

poi 1 avoterio gue pertera. 



314. il ms.: lo mecio. 3G7-8. dev'esserci scorrezione nel testo. 374. d alchun. 



Rime genovesi 
370 che per so sposo Cristo tem. 
e inter lo terzo per veritae, 
che 1 a promise verginitae. 
en lo quarto diro corno: 
3S0 che faita e sor d ognuchana omo. 
1 aotro gram collo e penna porta, 
che en veritae 1 e carne morta. 
or De ne guarde, se gi piaxe, 
381 e omo no chaza en tar fornaxe. 
non e segur dormi presente 
o de preso a alcun serpente: 
e poi che fornicatiom 
388 cessa e de gram tentatiom, 
non e licito aguardar 
zo eh e colpa en dexirar; 
per zo che 1 oio e fenestra 
392 d onde esto peccao balestra, 
comò tu vei che 1 e nimigo, 
e te conscio e si te digo: 
se ben defender tu te voi, 
306 penssar fucir quanto tu poi: 
chi no so vor scadar a fogo 
no se aproxime a lo logo. 
che in matremonio etiarade 
•100 pò 1 omo viver in stao re ; 
che, se 1 e traito for de riga, 
in peccao mortar se liga. 
d onde esto peccao toie per ver 
101 corpo e anima e aver. 

d onde un axempio ve diro, 
pu brevementi che porro, 
uno homo vi e fermo e forte, 
40S ma si ne 1 a portao la morte, 
zovem era senza moier, 



d. £60. xiii-xiv. 



187 



chi d esto fogo ave pcnser. 

provo gi stava una persona, 

chi tegnua era bella e bona; iia 

ma questo chi la perseguia, 

considerando la folla, 

tentao ne fo, ma per scampar 

se n fuzir de la da mar. no 

cossi scampa per aloitenarse: 

grande vertue questa me parse. 

dirn asai se ne porrea, 

ma tropo v encrexerea. 120 

or caschaun se guard e schive 

che intr esto mar no se derive. 

lo septem e: no envorar, 

chi ven apresso fornicar 121 

dritamenti e con raxom; 

che la maor offenssion, 

aster lo doe chi son dite, 

com eie son de sovra scrite, 423 

che far poesi a lo vexim to 

e envorar zo che e so. 

e in questo se comprende 

tuto zo che mar se prende. 132 

e so cognose ben lo voi, 

lo se comete in monti moi. 

de lo prumer ve digo a presente, 

zo che s envora ascosamente; 430 

prender le cosse in traicion, 

se lo no sa de chi le som. 

1 atro e parese in zo, 

chi fa per forza 1 atrui so. no 

in questa peccam li arrobaor; 

eciarade de li gram segnor, 



382. il ms.: cn verità eie. 393. il ms.: lenimigo. 39G. correggo: j)cM55a. — 
413-15. costrutto oscuro, massime per il gerundio del vs. 414, AlQ.fusi.— 
427. le. 428. il ras.: come le. 437. correggo: prende. 442. il de va 
espunto. 



188 Lagoma 

chi fan tar or leze e comandi 

414 per far pagar li torti bandi; 
ni laxara guari esser pumui 
queli chi som soie pe nui; 
assai prende cosse e dinai 

415 de peagi desordenai; 
segur strepam le atru cosse 

poi che non e chi parla non osse. 

chi a li soi procura dano 
452 no e segnor ma e tirano: 

assai son pezor in veritae 

cha li arrobaor de strae. 

ancor e furto e falimento 
450 tardar e toie pagamento 

a alcun omo o merzenar, 

a chi for mancha lo disnar. 

atri son chi per osura 
4C0 d erichir an tanta cura; 

lo tempo vender chi no e so, 

lo termen daito ven alo; 

guano certo se fa dar, 
4Gi spes or de prò fara cavear, 

e n picem tempo quaxi trovo 

che assa pogi fan d un ovo. 

monto spesor an de gran merchao 
4G8 da queli chi som obligai : 

se lo meschim pagar no pò, 

no gi roman ni ca ni bo ; 

che 1 usorer ne lo tra for 
472 a tar mercha comò lo vor. 

maniando ven la morte degna, 

tristo le de tar vendegna! 

ben e de queli chi li scusam 



con una raxom che li usam, 

digando che 1 empruo 

en monte cosse g e gran scuo, 

che elli ne scampa per viae 

da monte grande aversitae. 

e rcspondo; no e per zo, 

ma per strepar a ti lo to : 

che se de li atri avese cura, 

lo t aleierea 1 usura, 

chi semper te roman a dosso, 

e si te roe tam firn a 1 osso. 

1 atro e peccao de simonia, 

chi e corno levroxia, 

quando le cosse sagrae 

son vendue o catae; 

che De vor che in don se dea 

dignitae, no per monca; 

ma in tar vendea e acatai 

pecca monto si prelati. 

1 atro e quando per ingano 

fa te sforzi 1 atrui dano: 

o guagnar centra natura 

en peiso, numero e mesura; 

o in merchantia falimento 

faucitae, o scautrimento; 

o per far berueria 

en terra o in mar alcuna via, 

e n monto guise fali tristi, 

pusor via de mar aquisto, 

cubiti li atrui piiar, 

chi te de da lui squiiar. 

osto vicio malento, 

zo e fruto e mar toieto. 



446. scritto penui. 450. ne osse, o n'osse. Il ms. : no nosse. 'iGl.vendcn. — 
463. guagno;- fan. 466. il g ài 2'>ogi non ben chiaro. 467. merchai. 473. io 
sospetto che l'A. avesse scritto ma quando. 477. l empremuo. 479. correggo: 
pw viae. 484. avrebbe a esser plurale: li...;- il ms. : lo ta le ierea. 493. ven- 
dee, acati. 50i. aqiiisti. 50o. l atrui. 503-6. costruzione difettosa. 506. l'c 
di te non chiara. 508. ;zo e. Uè non chiara. 



Rime genovesi 

i orni in tante guise fam 

con tute inzegne che li fan, 

eh e destingue no le so; 
512 e in per zo me taxero: 

che tropo g e a carminar, 

chi vo ben tigna peitenar. 

perigolo grande e 1 atrui prender, 
SIC che ma se sor e tardi render : 

1 atra se prende con dozeza; 

ma questa e seraper certeza, 

che 1 e daa ferma sentia 
520 che alcun no ven a penetentia 

chi de mar prender ofeiso, 

se no render lo mar preiso; 

ni Dominide perdom gi da, 

524 se restuitucion no fa, 
entregamenti se lo pò, 
restituando tute zo 

de darmaio che 1 a daito 

525 a chi elo a lo fruto faito. 
per che guardate, e schiva 
a to poer cessa furtiva. 

1 oitem e o dito per schiva 
532 fazo testimoniar 

en centra le proximo to. 

e questo apresso ven per zo 

che 1 atro dixe: no de fender 
530 per la soa cossa prender; 

e questo aprovo si se tocha 

che no 1 ofendi con la bocha. 

e parme che so corso faze 



ti. sec. xiii-xiv. 189. 

denanti corte o en piace, 
zo e in corte con zurar 
e in piaza per raxonar. 
no gè dormi ma semper vegi, 
che De no vor che menti degi; 
centra De chi e veritae 
se meti questa iniquitae, 
pu offendi ancor lui 
en testimonia de atrui. 
esto peccao quando lo vem 
monto atri mai conseigo tem, 
e spesor conseigo tira 
fazo sagramento e ira, 
e fa perir 1 atrui raxom 
e morte da senza caxon. 
re testimonio chi rende 
a un corpo trei n ofende: 
eh elo prumer se ne condana; 
e poi lo zuxe eh el eugana, 
chi mai ben zuigar no pò 
per lo fazo dito so; 
poi si a De desprexiao, 
da chi lo de fir zugao. 
1 omo menteo e boxar 
SDr grande fale e monto far; 
e per zo che son tante 
specificar se pò d alquante, 
che rea fame in atrui mete, 
la qual la le de de no demete 
se lo no veme e no refa 
quela infamia che elo da. 
perzo e re nome in atrui dar 



510. fan: forse san. 519. sentcntia. 521. a ofeiso. 522. rende. 524. re- 
stituicion. 535. no dei ofender;- ms.: de fender. 537. e en questo. 5-lG, verso 
scorretto, per quanto pare, ed il seuso ne rimano turbato. 557. il ms. : che 
lo. 558. ms.: che lengana. 563. ms.: mente o e. 565. son: sul s è nei ms. 
una piccola curva. 567. /«ma. 568. parrai di dover correggere: la qual a le 
De no demete. 569. ms.: noveme^ o anche noceine., ma coll'i senz'apice. — 
571. ms.: per zo. Forse dobbiamo correggere: pczo. 



190 



572 ca soc cosse arapinar. 
esti zorzuiaoi privai 
serpenti son inveninai: 
da lor te garda e no li aoyr, 

5'?(5 tornafri in gola lo mar dir. 
lo lor veni gè sera per ascha 
per questa amara teriaclia. 
atri gè n e losengaor, 

580 chi de for mostrar dozor; 
ma se ben ver so vere voressi 
da ra longa gi staresi. 
tar asihana lo pei te sor 

584 che, se lo pò, rebufar te vor. 
gram parte d esti losenguer 
sum quaxi tuti mezoner. 
De ne comanda tuta via 

5S3 e omo no debia usar boxia, 
per quatro cosse che diro, 
se ben me n aregordero. 
che per mentir e boxiar 

592 se pò 1 omo asemeiar, 
poi che De refuar vor, 
a lo diavoro per fiior, 
chi boxar fo prumeramenti, 

596 digando a li prumer parenti: 
crei a mi, voi no morei, 
ma corno De vo si serei. 
anchor ne fa un atro mar, 

600 che i orni fam descompagnar; 
li quai inseme star dem, 
e veritae si gi li tem, 
ma le boxie e lo mentir 

604 1 un da 1 atro fa partir: 
non e si bona compagnia 
che no desfaza la boxia. 



Lagomaggiore, 

poi fa una atra gram raermanza, 

telando bona nomeranza: cos 

chi per boxar e cognosuo 

a lui lo ver no e cretuo. 

eciamde chi menti usa 

1 anima soa n e confusa, ci2 

e spes or la fa peccaa, 

poi in inferno strabucar. 

per zo che pochi som romasi 

queli chi seam ben veraxì, ciò 

sum veritae se confermemo 

e le boxie bandezemo. 



lo noven e e omo no osse 

mar dexirar le autri cosse. C20 

denanti a dito de li mar 

chi se soream e dir e far; 

e de tuti esti falimenti 

far vegamo punimenti 62-t 

per rezeor e per poestae, 

quando le colpe som proae. 

ma or devear te voi 

chi te ve d entro e de for, C28 

e non e cessa si coverta 

chi no gi sea si averta, 

che lo cor to no desire 

zo che in ver ti elo se ire, C32 

e sapi si lo cor destrenze 

che lo frai to no degi oifende; 

che lo vorer chi d entro sta, 

Dominide per faito 1 a; 636 

per zo eh e lo so regno ve 

le voluntae, punir de. 

lo cor chi speso e assagio 

mester gi fa star bem guarnio. ciò 



577. è scritto a^cha, cioè col s aggiunto di sopra. 579. il ms.: gene lo 
sengaor. 580. mostì'an. 581. il ms.: uerso',- Vu di uoressi è scritto sovra 
lua p anteriore. 584. il ms. : lo senguer. 586. menzognera 000. fa. — 
G27. il ms.: maor de uear. 637. il ms.: che lo. 



Rime genovesi 

roi dexideri no dei seguir 

per le raxom che volo dir. 

1 animo to ni lo voler 
cu unclia mai fim no pò aver, 

ni compimento aver no do 

cu queste cosse che ver lo de, 

se no in De sorengamente, 
G4S de chi el e quaxi semeiente. 

mato e chi prender a far camin 
. se lo no sa qual e la firn; 

che Unir 1 anima no se pò, 
C52 ma zo si fam le cosse alo. 

em per zo che 1 e maor 

mai no se pò impir de lor; 

ma quando la dexira De 
656 e la s aremha tuta a le, 

si trova compimento so 

ni pur inanti andar no pò. 

ma ancor te toie lo reposo; 
C60 che se lo mondo avessi in scoso, 

semper solicito seressi, 

ni sacia no te porressi. 

1 engordixia e lo penser 
G6'i fam mar spes or dormir so ser; 

chi dere tropo gi va 

reposo bon za mai no a. 

ancor, zo eh el a penssao 
CGS se za 1 avesse conquistao, 

che fruto n a elio conseguir 

quando verrà lo so parti? 

apresso, de De toiem 1 amor 
C72 e 1 omo fam de re pezor. 

1 atra e che la caritae mor 

chi in lo proximo aver se sor; 



J. sec. xiii«xiv, 



Idi 



e poi induxe a tuti mar. 

e tuto zo far mar pensar; c7o 

che de ognuchana inequitae 

raixe e la cupiditae. 

doncha som re li dexiderj 

clii dam tanti vitupcrij: oso 

amortari se scampar voi, 

alo, pu tosto che tu poi. 

e se tu questo no farai 

guagnar no poi ma perde assai ; esi 

per zo e bon restrenzer cossa, 

donde homo perda, alcuna ocossa. 

per zo restrenzamo dexiderio 

chi ne pò dar vituperio; css 

ma alo dexideri veraxe 

unde ogn omo vive in paxe. 

lo dexem e monto fer: 

no dexirar 1 atrui moier. 692 

e ven apreso ben in drito 

de lo novem lo quar a dito, 

che chaschaun no de ossa 

le autru cosse dexirar; ooò 

ma de lo corpo aor dir vossc, 

pu car tegnuo ca le cosse. 

en tree cosse dirove comò 

concupiscentia regna in 1 omo: too 

1 una si e prumeramente 

quando a lo mar lo cor consente; 

le autre quando in la boca ven 

zo che dir no gè coven ; 7oi 

poi le autre menbre far servir 

per far rea overa compir. 

e per fuzir questo gran mar 



G49. prende. G5o. lo. 65G. e lo. G5S. pu. 669. a conseguir. 673. il e di 
che è scritto male. 676. fa. 682. il ms.: a lo; e cosi potremmo leggere 
pur noi, ma io preferisco alo (Hosto'). 686. ocossa collo prime tre lettere 
appiccicate insieme; corr.: cossa. 68'J. scorretto. 6'J5. avauti di chaschauìì 
uu s isolato. 703. l autra. 



192 Lagoma; 

708 te fa mester monto sforzar; 

eh e tropo gram bataia trovo 

de 1 enuimigo chi m e provo; 

e se 1 e stao da mi paxuo, 
712 pu grevementi fi venzuo. 

e questa e pur la nostra carne, 
714 chi no cessa guerrezane 



XV. 

(e. XXIl). 

• • f 

beneìta e magnificaa 

sea la vergem Maria, 

quella doue mayre biaa 
4 chi poer a e grara bailia 

em cel, en terra, in ogni canto. 

per soa grande pietae 

prego lo so fiior santo 
s che ne perdono le peccae, 

a lo porto ne mene 

de eternai salvaciom, 

und e vita senza penne 
12 e ogni consolatiom. 

XVI. 

De planctu beate virginis 
Dei genitricis Marie (ivi). 

E prego ogn omo che 1 intenda 

con monto gran devotiom 

tegnando a mente està lezenda 
4 chi e de gram compassiom, 

de lo gran pianto e de lo dol 

che portava e soferia 

la doce vergem Maria 
s quando morir lo so fìior. 

e si comò eia piansse e disc 



jgiore, 

quando ol era cossi trista 

san Bernaldo si lo scrisse 

de chi eia fo maistra. 12 

or, segnor Do omnipotente, 

mandai in noi o fai venir 

qualche fontanna xornente 

per lo cor nostro atenerir, 10 

lo quar e secho e senza humor 

e de spine e insalvaighio; 

e metile en vostro timor, 

si che elo sea convertio 20 

e componito a legremar 

con la nostra santa maire, 

stremisse tuto e tremar 

de la morte de tar paire. 24 

per De, Madona, or ne conitai 

che mainerà voi tenesti, 

che esser voiamo aconpagnai 

en le gran doihc che voi avesti ; 2S 

e no ve sea smarimento 

reconitar a noi lo dor, 

1 amaro e lo tormento, 

de che noi samo che sei for, 32 

per che 1 abiamo meio in mente, 

in qualche guisa di a noi : 

in quelo greve accidente, 

doce maire, unde eri voi? 36 

che faxevi? corno stavi? 

era con voi persona alcuna, 

quando vo ve contristavi 

entre cossi gram fortuna? 4*^ 

e la dona gi respose, 

chi e pina de bontae, 

e chi no vor tener ascosse 

le ovre de pietae: 44 

fìior, zo che oi me demandai 

cessa e de gram dolor : 

ma in bianza som zomai, 



713. questo. XVI, 8. mori. 41. dopo respose nel ms. una croce. 



Rime genovesi 
4s for som de mai e de araaror. 

maire som dita e apelaa, 

e de pietae si grande, 

che e no voio star celar 
52 a nixum chi me demande. 

or ve apareiai scrivando 

de notar zo che e diro; 

voi lo scrivi lagremando 
50 zo che con doia portao o. 

en Iherusalem era lantor 

quando li marvasi Zue 

menam tirando a desenor 
co preiso e ligao lo segnor me. 

odando zo, incontenente 

zei in ver lui a me poer; 

ma per gram remor de gente 

64 a gram penna 1 osai ver. 
quando e lo vi cossi ferir 

de pugni, de corpi e de natae, 
con tante injurie far e dir, 

65 le carne sce si tassae, 
enspinao e spuazao, 
iastemao con gram furor, 
scregnio e desprexiao; 

72 a tar vergona e desenor 

tuta de dor me comovei, 

lo spirito me somenti, 

lo seno e la voxe perdei, 
76 strangoxa chazando li. 

comego eram mee soror 

e atre femene monto, 

chi vegando esto dolor 
so de grande angustie eram ponite; 

de le quae fo la Magdalena, 

chi pur ca tute aster mi 



d. sec. xni-xiv. 



193 



ne porta gran dolor e penna, 

per zo che De la trasse a si. si 

poi, instigando li Zue 

chi criavara: mora, mora, 

e sacerdoti e pharise, 

fo zugao e traio fora ss 

per lo comando de Pilato; 

e lo centrego criava, 

con tuto 1 atro povero mato 

chi de noxer no cessava. 93 

iastemando con gram voxe, 

lo me flior si gamaitao 

constresem a portar la croxe 

donde elo devea esser iavao. . se 

en quela doce visaura 

e su la soa santa testa 

de lavaio e de brutura 

abondava gram tempesta. 100. 

e trista maire lo seguia, 

com le aotre done chi pianzeam 

vegnando in mea compagnia, 

chi comò morta me rezeivam; 104 

tam fin a quelo logo forno 

donde lo fo crucificao, 

per lo peccao de quelo pomo 

d onde Adam fo prevaricao. los 

a mea vista in quelo legno 

lo corpo so santo e biao 

da lo povero necho e malegno 

duramenti fo iavao. 112 

elo guardando semper a mi 

chi tanto tribular n era, 

pu se dorea ca de si 

chi stava in penna cossi fera. ne 

vegando lui cossi traitar 



51. celaa. G4. ms.: lo sai. 72. vergogna. 78. monte. 82. innanzi a chi il 
ms. ha una croce;- j3M. dì. povoro. \02-i. pianseivajn, ovvero rcseam. 
HI. povoro. 1 14. tribulaa. 

Archivio frlottol. ilal.. IT M 



J94 

e a si poza fin venir, 

comò un angelo muto star 

120 e tuto in paxe soferia, 
tanta tristeza ne portava, 
lengua dir no lo porrea; 
che lo cor me s arranchava, 

v>i vertue in mi no remanea. 
o maraveia no era, 
che lo so voto glorioso 
chi de tanta belleza era, 

128 pareva esser un levroso? 
homo alcun si ben formao 
no fo mai visto ni oyo, 
ni alcun poi si desformao, 

132 livio, nicio e insocio, 
sangue piovea da co a pe, 
descorrando tuto intorno: 
dolenta mi, che no gè foi e 

133 morta consego in quello iorno? 
questo era lo me gram dolor 
che sostener e no poeva ; 
verme partir da tal fiior, 

140 ni mai aotro no avevya! 
la raea voxe era pira, 
chi no poeva ensir de for, 
ma sospirando si zemia 

iji quaxi szhatando per lo cor, 
considerando che moria 
la cossa che tanto amava, 
d entro e de for me stramotia 

MS 1 angosa che de lui portava. 
ma si me sforzai a dir: 
o doce fiior, guay a mi 
chi te vego cossi morir ! 

152 che no posso e mori per ti? 
guarda in ver està cativa 



Lagomaggiore, 

pina de szheso e de dolor; 

no laxa de poi ti viva, 

che no te dexe morir sor. 

o morte, no me perdonar! 

che se te schiva 1 atra gente, 

tropo si me piaxe e si m e car 

che tu me oci a presente. 

o fiior, doce amor me, 

che sodamente se portamo! 

senza voi che faro e? 

l'ai si che inserael noi moiramo. 

o Zue fauzi e desperai, 

d onde me ven tanta ruina, 

pregove che voi ociai 

con lo fiior questa meschina! 

guaime, morte, come e presta 

de zuigar lo fiior me! 

che mara raxom e questa 

che te dexiro e no me vai? 

lo me viver e morir, 

e lo morir vita me par: 

lo sor me vego oscura, 

e tenebrosa che dom e far? 

oime, donde me tornerò e 

per devei esser conseiaa? 

respondime, doce segnor me: 

da chi sero e pu conpagnaa? 

se no te piaxe o tu no voi 

eh e contego morir deia, 

car fiior chi tuto poi, 

en qualche guisa me conscia! 

lo Segnor lantor vagando 

mi e san Zoane star 

con oio e voto regardando, 

entrambri cossi contristar, 

de san Zoane preisi a dir: 



120. soferir. 138-40. poeiva. E simihnente altrove. 141. cosi il ms. 147. stra- 
'inortia. 154. così il ras. Io leggerei : pina d eszheso ('eccesso') de dolor. Peiò 
cfr. il vs. 391. 175. oscuri. 188, entrambi. 189. joreise. Uà è cassato. 



Rime genovesi 

maire, esto sea to fìlor 

per compagna e obeir, 
102 chi fìior e de toa sor. 

vozando poa la zhera soa 

en ver san Zoane, dixe: 

questa te per maire toa, 
106 en che parte eia staesse : 

a ti fìior, la recomando, 

chi te santa vita e pura, 

per pregerò e per comando, 
200 che tu n agi bona cura. 

digando zo tato era roche 

e no poca proferir; 

e moirando a pocho a pocho 
20J s aproximava a lo patir. 

ma e Zoane sospirando, 

a lui niente dir poemo; 

e la vertue somentando, 
208 de compassion cazemo. 

poi disse che se avea: 

fer con axeo gi fo dao. 

be n asaza, ma no ne bevea; 
212 e disse: el e consuraao. 

e monto provo de la morte, 

che 1 era pur a lui finir, 

dixe criando monto forte, 
216 ben lo poe ogn omo oyr: 

Dominide, Dominide, 

per che m ai tu abandonao? 

digando zo lo segnor me 

220 alo mori e fo passao. 

la terra comenza de tremar 
e lo sol tuto oscurar 
e le pree a schivizar, 

221 tuto lo mondo a intenebrir; 



d. sec xiii-xiv. 195 

li monimenti s avrim laor 

e li morti resuscitam: 

la morte de lo Creator 

le creature le mostram. 22S 

oime, chi porrea pessa 

quanto dolor la maire avea! 

ver la cossa contristar 

chi raxom no cognoscea! 232 

lantor fon tanti li guai me, 

chi eram desmesurai, 

che no poeva pu star in pe, 

e derochando strangoxai. ,3. 

ben foi passa veraxementi 

d entro de for e de ogni lao 

de quelo iao ponzente 

chi m era stao profetizao. 210 

ma cossi grama com e me stava, 

misera, senza conforto, 

desirava e aspetava 

d aver lo santo corpo morto. 211 

e poi le man in ato erzea 

per abrazar lo me segnor ; 

ma e sangonenta pu chazea, 

non abiando alcum vigor. ois 

semper pu axeveriva 

per li squaxi che prendea: 

lo sangue chi zu caia 

a lo men baxar vorea. 252 

uncha no e si dur cor 

chi squarza no se devesso, 

vegando che tar segnor mor, 

senza colpa che 1 avese; 2'£ 

e zo de morte axerba e dura, 

che nixum homo ave unha pezor ; 

e desorao senza mesura: 



204. partir. 205. ma e e. 214. forse a lo finir. 222. oscurir. 224. l' ultimo i 
di intenebrir ò senz'apice e mal fatto. 228. correggo: la mostram. 229. por- 
rea: o misto iV e:- corr.: penssa^ 241. il ms, : come. 258. uncha pezo. 



190 Lagomaggiore 

•M) con (loi hiiroii fo misso in rnczo 

chi andava e venia, 

senza alcuna compassion 

lo scriava e lo scregnia 
l'oi fazando a lui derixom. 

voi chi per via andai, 
zo che ve digo oi per De: 
penssai bera e aguardai 

eo8 s e tar dolor corno lo me. 

ma infra zo se misse in via 

un noble homo anomao 

Joseph ab Arimatia, 
272 chi so disipolo era stao. 

a Pilato maragurao 

ze privao per li Zue, 

quese lo corpo e gi fo dao. 
'i76 e vegando menar con le 

un atro disciporo privao, 

Nichodemo gram maistro, 

chi de zo era turbao, 
->o doloroso e monto tristo; 

e aduse lo ferramento 

che en cotae cosse se usa, 

per de^shavar de co tormento 
284 lo santo corpo e me zusa. 

e quando e li vi venir 

per fa zo che se covenia, 

e comenzai de re venir, 
2S8 e me sforzai a dar aya. 

1 um de lor li ihoi traxea; 
1 atro lo corpo sostenea; 
e lagremando lo rezea, 

292 e rezando 1 abrazava. 

e quando a basso fo devoso 



nixuin partir no me poca 

de su lo corpo sprecioso 

unde e tanto amor avea. 

comego pianzea ogn omo 

chi d entorno m eram lantor; 

ma no so dir quanto ni comò 

era lo pianto e 1 amaror. 

lo sol no a splendor cotanto, 

ni atra cossa tanto odor, 

comò lo doce corpo santo 

de lo beneito Redemtor. 

e cossi comò morta stava 

e passar de gram dolor; 

de lagrerae tuta bagnava 

la faza de lo me amor. 

e poi baxava e man e pe, 

e mi sbatando tuta via, 

dixea: guayme, segnor me, 

per che som e da voi parti a? 

che ave voi dito ni faito 

da esse cossi mar traitao, 

ni per che voi sea staito 

a cotar morte condennao? 

denanti mi ve vego morto, 

doze speranza e vita mea; 

da scampa no so pu porto 

ni speranza chi uncha sea. 

car fìior, quanta alegranza 

me de lo vostro naximento 

comò e cambi in gran tristranzt 

ver de voi tar finimento! 

se no che me penserea 

aver faito d un mar doi, 

pu vorenter mo ocirea 



?'JG 



269. ras.: in frazo. 276-84. costrutto difettoso. Ma forse si aggiusta ponendo 
mena (menò) in luogo di menar. 284, forse mete. 285. ras.: eli. 286. ms.: 
fazo. 290. sostentava^ 295. precioso meglio che specioso. 306. passaa. — 
320. sea: sembra scritto soa. 323. tristanza. h' a di cambio può essere eliso; 
onde meglio cambio che cambiaa. 327. cosi il ms. Od erroi-e per me., o piut- 
losio da scriversi m'oocirea, cioò m'ocirca. Mo <"• scritto con lettera maiuscola. 



Rime genovesi 
clui dever vivo senza voi. 
car segnor De, tu me consora 
de lo to Spirito Santo, 
chi me vei romancr sora 
in turbation e in pianto, 
de le lagreme che faxea 
per le doie desmesurao 
ijrande abondazia descorca 
sum quele menbre sagrae. 
segondo che se trova scrito, 
in una prea par anchor 
le lagreme de che v o dito, 
chi gè caitem alantor. 
en quelo me pianto e lumcnto 
donde e era in quel or, 
vegnandorae in regordamento 
li faiti de lo me segnor, 
tut e capitorava, 
corno elo era annunciao, 
coin e lo rezea e bairiva, 
chi da De paire era mandao; 
e corno elo era in mi vegnuo, 
stagando en vergenitae, 
chi no ave dolor avuo 
en la soa nativitae : 
tute le cosse penssava 
chi dao m avea gram dozeza; 
ma tuto zo me retornava 
1 em pu greve amareza. 
e pò dixea: fìior santo, 
per pietai grada in ver de mi; 
per che me lassi dorer tanto 



d. isec. xm-xiv. I'j7 

ni tanto aloitana da ti? :«;u 

stagando in tanta aversi tae, 
tuto intorno semper stavam 
d angcri gram quantitao 303 

e se zo par cessa dura 

da creer o pensar, corno 

Dominide centra natura 

poca morir in carne d omo, scv 

assai pu me maraveio - 

che li angeri in lo regno so 

non piansem tuti, quamvisde 

che li pianzen no se pò. 37i 

li disipori con pianto 

faxeam 1 apareiamento 

de sepelir lo corpo santo, 

condio de tar unguento, 375 

entr um morimento novo 

che losep faito avea, 

em bello drapo iancho, aprovo 

fazando comò se dexea. 379 

li se comenza a covenir, 

per honora la sepultura, 

tanti angeri no se pò dir, 

lo conito n fo senza mesura, 3S3 

cantando com devotiom: 

1 overa de De compia 

de 1 umana generaciom 

chi per ta morte era franchia. 3S7 

queli faxeam dozi canti 

per honorar lo so segnor; 

e Maria axerbi pianti 



329. consora è scritto quasi consorc, e dopo è aggiunto un piccolo a, iso- 
lato. 335. abondanzia. 345. il ms. tu te, o questo secondo t è misto di r. — 
347. manca la rima, e il costrutto ò torbido. Forse bairava (cfr. lat. baju- 
lare). '3òS. f/arda. 363. manca un verso. '371. pian zer. 375. correggo: de 
car unguento. 383. ms.: lo coniton fo. 385. e compia. 380. forse dobbiamo 
leggere e L'umana (in l'umana). 387. Ho introdotto nel mio testo una scrizione 
che porge un qualche senso, tuttoché io stesso non ne sia ben persuaso. Il ms.: 
era^ con un' e che mal si discerne da e. Cfr. dexerera, fìnera (vss. 485,487). 



3<ji piin d cszheso o d amaror. 
li me compagnom volando 
lo sauto corpo sepilir, 
e forte retegnando, 

395 no laxandolo partir, 
dozemeuti li pregava: 
per De, no ve conitai cossi-, 
lo fìior che tanto amava 

899 no lo partir acom da mi. 
da 1 una-parte lo piiavam, 
legnandolo quanto e poca; 
un pochetim me lo laxavam, 

403 che piaschaum laor pianzea. 
per cosolarme de la vista, 
da una parte descrovia 
atrazando la le trista 

407 chi n era cossi feria. 

segnor, laxailo cossi morto 
star comeigo pu un ora : 
si n avero qualche conforto 

411 em si pizena demora, 
se lo vorei pu sepilir, 
sepelir mi da li soi pe; 
e asai m e pezo ca morir, 

415 se dom viver senza le. 
pietosa era la tenzom 
inter mi e li mei frai, 
chi de tanto e tar patroni 

419 se vagamo desconseiai. 
a la fin fo sepelio. 
e lo sepolcro abrazando, 
baiandolo con cor smario, 

423 lo me filo benixando, 

lantor Zoane a mi vegnando 
a chi Criste m acomanda, 



Lagomaggiore, 

mi rezando e sostegnando, 
de quelo logo me leva; 
che e, stancha e aflita 
de lo gran tormento me, 
no poea pu star drita 
ni sosteneime sun li pe. 
menandome entro per citae, 
en ca de san Zoane eutrae, 
unde per gran necessitae 
pusor di steti e abitai, 
chi uncha vegnando per via 
la veiva si contristar, 
comovuy eram de Maria 
a pianzer e a lagremar. 
ni d amixi che 1 avea, 
en questa tribulation 
eia rezeve no savea 
alcuna consolation. 
sempre, iaxando o sezando, 
li soi faiti mentoava-, 
esto mando reprendando 
chi maramenti araigava: 
o mundo, quanto ai ofeiso, 
chi ai lo me fìior ociso 
chi per ti era deseiso 
e da De paire era tramiso! 
che mar canio m ai renduo 
de cossi car e doze fruto 
chi a ti era vegnuo 
e comò e t avea aduto! 
a li Zue comò a fìioi 
vegno enter lo a conversar : 
rezevuo no 1 an li soi, 
ma 1 an vosuo descazar. 
fìn da Eroi se inconmenzam 



3U1. ms.: de szheso. 399. correggo: 'parti ancom. 403. pare piuttosto pmn- 
zea. AQL consolar me. 405-7. scorretto. 413. correggi: se^^e^j. i'òd. entrai. — 
460. Il ms.: de, con un a sopra Y e. 



Rime genovesi 

li Zuei de iniuriarlo, 

e poi sempre macliinam 
4G3 la soa morte de che e parlo. 

o quanto mar e punimento 

rezeveram d esto peccao! 

che lo lor povor dolente 
467 sera per luto descazao, 

desprexiao da 1 atra gente, 

a De marento e condanao: 

chi refuam lo car presente 
471 che De avea a lor mandao. 

e no ve voio aor pur dir 

de cosse e faiti chi gè som; 

questo ve basta per oir, 
475 e Cristo ne faza perdom. 

o regraciemo De 

e la soa maestae; 

chi ne faza aver in le 
479 le speranza e cariiae ; 

e per pregere e per amor 

de la vergem pietosa 

ne conduga a 1 onor 
4^3 de quela vita gloriosa, 

chi ne darà saciamento 

de zo che omo dexerera, 

e d ogni zogo compimento 
4S7 chi za mai no fìnera. Amen. 

XVII. (e. XXX vii). 



che se 1 e drito e soave, 
tuta guia la soa nave, 
reze e menna e da conforto 
4 e aduxcla a bom porto, 
ma chi la lengua a bona fu 



d. sec. xm-xiv. 



199 



no reze inguao comò lo de, 

pezor inimigo non ha 

d entro ni de for de ca. s 

chi dritamenti la manten, 

conseigo mena tuti ben. 

guielam bem queli chi 1 am, 

de fin che eli am lo frem in man. 12 

XVIII. 

Stude cognoscere te ipsum (ivi). 

Se tu ben te cognoscexi 

considerando chi tu e 

e donde vai e d onde ve, 

ogni scientia averesi. 4 

che se tu te descognoscessi 

legnando e fazo e re camim, 

meio sereiva en la per firn 

che tu uncha nao no fossi. » 

or pensa adesso e meti mam 

a li toi faiti examinar, 

e a lo bem che tu dei far 

no perlongar a 1 endemam. 12 

XIX. 

De bisexto (ivi). 

Sum lo bisesto tuta via 

sun le. f. vem sam Mathia. 

li dei doi iorni computar; 

ma SI te dei aregorda 4 

de no festar lo di prime, 

ma semperquclo chiven dere. Amen. 



412. pu. 473. forse fora. 474. forse ve baste per oir (vi basti per oi-a udi- 
re). 487. finirai XVIII, 5. descognosci, per la rima. II. correggo: e lo 
bem. XIX, 2. così il ms. Quei punti ci soa messi per cassare o per abbrevia- 
tura? II senso m'è oscuro. 



200 



XX. 



Esto paciens in affiicionihus illatis 
(ivi). 

Chi ofeiso no se sente, 
e aversitae sostem, 
no de esse per zo men 
1 vertuoso e paciente; 
e n centra 1 ira ardente 
porta Criste semper en sem, 
chi sostegno mar per bem 

3 ni se venia de presente, 
quelui faza so redente 
chi mesura quanto avem; 
poi paga quando covem 

12 con baranza chi non mente. 

ma 1 omo e tropo corrente ; 

per zo monto viaa vem 

che chi 1 ira no destem 
16 tosto enderno se ne pente. Amen. 

XXI. 

De predicanone habenda (ivi). 

Chi no guarda quando e corno 
un gran faito s entrependa, 
e che firn elo n atenda, 

4 no me par bem bon savio homo, 
chi star no vor contento 

en quelo honor che De i a dao 
e cupito tropo aotro grao, 
8 pò venir in manchamento. 
chi vor doncha esser prudente 



Lagomaggiore, 

e bem terminar so faito, 
cerna bem lo priracr traito, 
per finir adornamenti. 



XXII. 

Ad evitandwn bravos (ivi). 

Chi via tem de breve 

per dever 1 atrui rapir, 

no pò uncha bem finir, 

ni bem guardasse da combrc. 4. 

che pu lo so peccao lo fer, 

chi lo sa tosto perir 

e a mara fim venir: 

per zo che 1 e de De guerre, 8 

qui quando se ira tropo e fer, 

e nixum gi pò fuzi. 

ze, chi de doncha falir 

ni trar li cazi in contrar so sor? 12 

XXIII. 

Cantra superbiam (ivi, tergo). 

Per che menna 1 omo orgoio 

ni menaza de far guerra, 

quando man e ceio e oio 

chi for ancoi sera sote terra? -i 

chi devera dir: e voio 

convertir lo cor qui erra, 

e la man per che e soio 

dir : 1 atrui strepando aferra. s 

or pensante doncha afrezar 

senza termen ni demora. 



XX, 9. così il uis. XXI, 1. quando. Il ms.: qn:, uuico esempio di tal sigla. — 
2. entreprenda. 4. savio ha nel ms. un puntino a sinistra. Ma la parola da 
espungere è bon anziché savio. 7. cupita"? XXII, 6. fa. 12. correggo in 
cantra. XXIII, 1. propriam. ogorio.^ pbichò la cifra del r sta sul secondo 0. — 
4. il chi forse va tolto. 9, pensate. 



per tar e tanto dolor schivar, 
12 de far ben fìa che nel ora; 

e quelo gram regno aquistar 

unde De li soi honora. 

senza firn or no cessar, 
16 e fìn che tempo ai lavora; 

e fa De semper to tuor 

chi de tu ha gram cura, 

che te dea quelo honor 
t>o che n acerta la scritura. 

XXIV. 

Ne sis perscverans in tnalo (ivi). 

Chi sun re voler s endura 

no sor uncha ben finir; 

ni quelui hem compir, 
4 chi bon conscio bescura. 

ventoso honor chi dura 

no voler tropo seguir. 

re faito no consentir, 
8 ni laxai perir dritura. 

de bem examina cura 

zo che tu voi far o dir ; 

no fai cosa da pentir, 
12 se tener voi strae segura. Amen. 

XXV. 

Cantra quedam fallacie (ivi). 

Chi m a faito tree fale 
doni e far me compagnom ? 
no: che lo m a faito som 
4 de voler citar a vale. 



Rimo genovesi d. sec. xm-xiv. 

ni sum prea chi se balle 
fasse fondamento bon? 
no: che verrà saxom 
che lo deficio desvale. 
ze, chi mai de fiar balle 
ni soe cosso a iotom? 
doncha per questa raxom 
par pu bon che e me ne cale. 



201 



XXVI. 

Cantra quedam detractorem (ivi). 

Quasi ogni greco per comun 

e lairaor, necho e soperbo; 

e in nostra centra n e un 

chi de li aotri e pu axerbo. i 

che e no 1 a losengo tanto 

che mai so crior se stagne ; 

semper ma aguaita in calche canto 

per adentarme le carcagne. s 

doncha se semper de star re 

e no mendar le overe torte, 

e prego 1 aotissimo De 

che ma lovo ne lo porte. Amen. 12 

XXVII. 

De non confitendo in hac vita 
seu in iuventute (ivi). 

Tu homo chi vai per via 

san e zovem e fresco, 

non andar per vie torte 

com'o nave senza guia. -i 

che, se lo mundo par che ria 



XXIV, 5. chi nan durai 8. laxar. 11. far. XXV, 2. ms.; dan le. 7. nel 
ms. quasi vorrà. XXVI, 5. ras.: la losengo. 7. così il ms. Me aguaita vna- 
rjuaita. 10. "mendar^ sembra i più che r. XXVII, tit. confidendo. 2. la rima 
vuol forte anziché fresco. 



202 

e vita longa deporte, 
uspcita de doe xorte 

8 o veieza o marotia. 
doncha faza vigoria 
no te ingane ni conforte; 
ni re vento alcun te porte 

12 donde in dere alcun no sia. 
lavora fin che n ai baylia 
anti cha 1 ora te straporte; 
ni aver alcuna aya 

1(3 donde no se pò dar storte, 
tuta la scritura cria: 
poi che seram serrae le porte, 
za no sera chi te reporte 

20 a remendar chi marvaxia. 
e no te digo boxia 
chi vananienti te conorto: 
se poi tornam gente morte 

24 quelli chi sum passai ne spia. Amen. 

XXVIII. 

Non tardes ad bonum opus. 
(e. XXXVIIl). 

Quando alcum ben te vem a mam 
o bon lavor da dever far, 
tosto lo fa: no aspeitar 

1 ni gè dai termen a deman. 
che quelli chi bestento dam 
em ben compir e ordenar, 
tar vento se gi pò caniar, 

s che for za mai saxom no am. 
lo cor de 1 omo e tropo vam -, 



Lagomaggiore, 

e chi no lo sa ben guiar* 
monto tosto pò derivar, 
e mancamento aver de pan. Amen, 



XXIX. 

Cantra quedam 
sacerdotem tenacem (ivi). 

L omo avar exoecolento 
chi tem tute e no vor spender 
ma par monto da reprender 
e degno de gran tormento, 
che gi zoa cresimento 
ni a guagno re intender, 
poi che atri de so mar prender 
corera con largo vento? 
ma pu e misero e dolento 
e degno su forche pender 
preve chi no cessa offender 
in si greve falimento, 
a chi masna no sento 
de dever partir ni render; 
ni la man voi mai destender 
e 1 atrui sostentamento, 
ma fa viso ruzenento 
debiando alcum amigo atender, 
che de honor se de accender 
e far bello acogi mento, 
ma, sapiai, monto e atento 
in dever le ree tender 
per maor offerta prender, 
prometando per un cento, 
lantor no elo miga lento ; 



6. ms.: de porte. 22. conorte. Il ms. : cornorto. Il puntino sotto il r ci avverte 
che fu scritto per isbaglio. Cosi pure altrove. XXIX, l. la 3.^ lettera del- 
l'ultima parola potrebb' essere un e invece che un o. La 4.% tal quale è scritta, 
è un' e, ed è attaccata alla precedente. 3. così il nis. M' apar o me pari — 
15. vor. 26. correggo imprender. 29. 'il ms. pponimcnto^ e sovra il primo /> 
la lineetta che vai re. 30. cori'eggo: mai. 



Kime genovesi 

ma sempre lo vego prender 
ìq guardase e in defender 

as de no far alargamento. 

doncha e bon far preponimeuto, 
poi che mar no vor despender, 
de farlo tanto descender 

32 che 1 avesse manchamento. Amen. 

XXX. 

Cantra mundum (ivi). 

Ben e mato chi se fia 

en questo mondo traitor, 

clii ogni soi seguior 
•1 per vitupera desvia; 

che mostrando che lo ria 

cum resplendente vigo 

de richeze e fazo honor, 
s chi in mendor passa via, 

tropo render soza ensia 

de probio e desenor, 

com morte pina de desenor 
12 chi per deleti se congria. 

no me piase compagnia 

chi menne in cotanto error. 

se star voi senza paor, 
ìG guardate de tal folia, 

e de entrar in iotonia 

chi render in la fin dolor. 

de si mortar enganaor 
20 guardane, santa Maria. Amen. 

XXXI. 

Cantra lectores et non factores 
(ivi, tergo). 

Chi se speia in la doctrina 
scrita de li gram doctor, 
e no menda so error, 
■i decrno e de disciplina. 



d. sec. xm-xiv. 203 

chi laxa la meixina 

per un poco d amaror 

chi scampa de d ogni dolor, 

par che tem via meschina. 8 

e de quanto ben e pina 

la bla scritura lor 

ben n avemo qualche odor, 

ma in faito chi s afina? ^'- 

se in lor se tem spina 

o un poco d asperor, 

la fin mena en gram dozor. 

ma in oreia asenina io 

sona inderno 1 eira fina, 

ni gè prender alcun amor. 

cossi 1 omo vor honor, 

ma da lo lavor declina. 20 

li cor son pim de sentina 

de peccae e de puor; 

e am un pertusaor 

chi tropo ha sotir verrina, -^ 

per tira donde se straxina 

chi sera so seguior, 

cum desmesurao calor 

che tem 1 enfernal foxina. 2S 

car acatam la bestina 

queli chi son lecaor. 

ni mai trovam scampaor 

chi descende in tal ruina, 32 

donde ogn omo se straxina 

chi de De sera traitor. 

ma defendane en quello or 

la gram pietae divina. Amen. 36 

XXXII. 

Quod 'prò muneribus .... fiant (ivi). 

Chi ben segur vor navegar 
in questo dubioso mar, 



XXX, 9. rende. 18. rende. XXXI, 18. p)^ende. XXXII, tit. i puntini di 
questo e d'altri titoli accennano a parole ch'io non seppi decifrare. 



204 

fuzir fortuna grande, 
d a san Donao s arecomande ; 

che 1 e cessa proa e certa 

che ogni santo vor offerta; 

doncha ogn omo d està urbera, 
s chi uncha vor scampar, offera, 

o com dinai o coni candele, 

se core vor a pine vere; 

e chi non tem aor tar meo, 
12 assai pò star de for a rroo. Amen. 

XXXIII. 

Quodam moto de non superbiendo {i\i). 

Per zo che centra la morte 
no vai esser prò ni forte, 
chi semper aspeita de morir 
4 no a raxom de soperbir. Amen. 

XXXIV. 

Contra eos qui sine maturitate et 

Consilio^ sed se egerunt 

in factis suis (ivi). 

Chi sun faito re s asbriva 

per raxon de mar finir, 

che monto n o visto cair 
4 per tener tropo aota riva. 

e chi bon conscio schiva 

ni a ben vor consentir 

per so re voler compir, 
8 pu in la per fìm derriva. 

ma chi ben strenze e restiva 

lo so cor in far e dir 

per guardasse da falir, 
12 quello me par che segur viva. Amen. 



Lagomaggiore, 



XXXV. 



Quodam moto cantra eos qui 
desiderant aurum (e. xxxix). 

Gram maraveia me par a mi 

de li homini chi sum perdidi, 

ni am cognosimento in si, 

e tuti ardem note e di 4 

d argento d oro e de tari, 

amassam e no sam a chi, 

e dixem pur: tira in ver ti; 

un pochetim dem rier chi ; » 

poa quar sse sea mar lo vi, 

che tuto tempo staran li 

donde uncha mar no somenti. 

noi guarde De de far cossi. Amen. 12 

XXXVI. 

Excusatio contra ieiuniwa et 
adeventus (ivi). 

Un conscio ve demando, 

manchamento in mi sentando: 

mea colpa ve confesso, 

che denal m e cossi preso 4 

e quaxi zazunao no o, 

per le raxon che e ve diro. 

e quanvisde che me ne scuse 

tute le mente n o cofuse; s 

ma se insta o defenssion, 

no me ne fai reprenssion; 

e se som caito a bandom, 

star voio in vostro comando. 12 

en Votori me par una penna 

zazuna la quarentenna; 



12. ms.: arroo. XXXIV, 3. correggo: monti. XXXV, 2. ms : per di di. — 
9. mar: forse errato per mai. XXXVI, tit. adventus, senza Yet. 11. pai-mi 
di dover correggere a bando. 12. ms. uosto, coU'o finale scritto in alto. 



Rime genovesi 
che s e freido in atra terra, 
10 chi n e semper mortar guerra 
(I un vento zelao chi gè usa 
chi le carne me pertusa, 
tuto lo corpo me desecha 

20 e li umor naturar lecha, 

e chi ha poco roba in dosso 
ben gi passa fin a 1 osso, 
se 1 omo vor usar in piaza, 

21 vento o freido ne lo caza, 
chi e si fer, inigo e necho 
che rosegar gi fa lo becho ; 
chi no se scada a fogo 

23 porreva beni trema per zogo. 
voi savei ben chi gè sei stao, 
che lo logo si e inventao 
de diverse restauro, 

32 mester gè fam restrenzeore. 
in mezo semo corapoxi 
de doi xumi si ventoxi 
chi mai de buffa no raolam, 

36 case grande e tenti crolam. 
quando e me trovo li in mezo, 
1 u me fa mar e 1 atro pezo. 
chi no a fogo e roba assai 

40 porreva bem aver li guai, 
se exo for con poco in testa, 
en monto guise me tempesta; 
1 un fer de za e 1 atro de la, 

il e coven pur che e torno in ca. 
e chi per lo neccissitae 
barcheza vor in ver citae, 
trova arsura a gram zhantea, 

48 con un provim chi gi desuea. 



(1. soc. xiii-xiv. 205 

guarda in ver la tramontana, 

e ven un ora sub! tanna 

asbriva con tanta forza, 

che chi no molase de 1 orza 52 

e le atre cosse chi desventam, 

chi tute vem chi gi consentara, 

en mendor bever porca 

pu cha mester non gi serea, 56 

senza segnar si grara bevenda: 

ma De semper ne defenda! 

o quanta via m a ponito 

lo perigoro che e ve conito! fio 

quanvisde eh e tuta via 

la morte provo doa dia 

d una toleta sotir, breve, 

chi me par cativa seve. ei 

ze, chi porrea pensar ni dir 

en in andar e in venir 

li perigori tai e tanti 

apareiai da tuti canti? 68 

apresso zo, se voi savessi 

che dexeta g e de pexi ! 

rairo veiresi in coxina 

pexo grande de trazina 72 

ni groncho da far pastia, 

ma in don gè vec la zeraria. 

lezha umbrina ni lovazo 

ni pexo groso da marrazo 76 

ni gram muzalo peragar 

no me fan za stomagar; 

ni d atro pexo d avantaio, 

so nor tar hor sote rizaio so 

per bonaza e pocho vento, 

chi adevem de seme in cento. 



32. così il ms. 36. tetti. 38. ras.: lume. 44. tome. 47. ms. agram. 5G. se- 
rea: la 1.* vocale non ben chiara. 60. potrebbe leggersi cointo, essendo scritto 
evito. Ma ponito ha per disteso anche il ms., nel verso precedente. G6. e in 
andar. 70. il ms. ha dopo dexeta due punti im po' in alto. 74. vec: cosi 
leggo. Possiamo correggere: vee vei (vedete), oppure ven. 71). ni atro. — 
80. se non. ><'2. ms.: ade vem. 



206 L; 

de tute delicae viande 

s4 avemo dexeta grande, 
li vini no som corno li sorera, 
che niente d aygua vorem : 
per zo sum schivai de bevicr 

f^s che la lor vertue e xeive. 
e in per son apensao 
de zazunar poi san Thomao, 
menando tuti per inguar 

02 li santi de firn a denar, 
per che deiaime conseiar 
e dimene zo che ve ne par: 
se don tener questa partia, 

96 o andar per atra via. 
voi chi sei forte de natura, 
se per far vita pur dura 
de per voi esse conquiso 
100 maor lego in paraiso, 
se aor cozi vorei 
per preicar comò sorei, 
digando che streito senter 
104 e spinosa mena in cer, 
poi che tanto e meritoria 
passion de eterna gloria, 
assai gè porrei meritar 
108 e vita eterna conquistar. 

XXXVII. 

De yeme estate (ivi, tergo). 

Dua raxon ve voio conitar, 
se no ve increxe d ascotar, 



agomaggiore, 

de doi chi se raxonavam 
e enter lo se contrastavam, 
corno se fa monto viae, 
e per vile e per citae, 
de la stae e de 1 enverno, 
da gente chi stam inderno, 
e par a mi che 1 un dixea, 
chi ben vestio me parca 
(che 1 enverno in veritae 
e pu greve che la stae): 
eh e o tuto in ca reduto, 
pam e vin e ogni fruto, 
e zo de ben che De m a dao; 
ma tu 1 ai tuto sparpaiao 
for per li campi e per la terra; 
e semper ai penser de guerra, 
fortuna o re comovimento, 
o gram rosa o tropo vento, 
o pobia o sor o tropo umbria, 
no te toiam la goya; 
e un di poi aver dano 
chi te fa perde tuto 1 ano. 
ma quando e o in mi restreito 
tuto lo me e recoieto, 
e ben pim lo me grana 
de tute cosse da maniar, 
de bona biava e de fermento, 
carne formaio e condimento, 
de capura grassi, ove e galine 
e d asai menne salvaxine, 
e induter lardo e mezenne 
e companaigo d asai menne, 



84. il ras. de xeta, con uno spazio tra de e xeta ove lo scritto è cassato. — 
87. heiver. 89. e in per zo son. 101. si potrebbe correggere «eret ossia 
verrei; oppure cambiare in pur il per del verso seguente. lOi. spinoso. — 
107. porrei: Vei non ben chiaro. XXXVII, tit. De hyeme et nestaie. I. dua, 
così leggo;- conitar: scritto coitar: dunque: conitar, non cointar; cfr. ad 
XXXVI, CO. 



Rime genovesi 
e gram tlneli stivai luti 

"6 de sazize e de presuli, 
e la canneva o fornia e pina 
d'ognuchana bevanda fina, 
de vim vermeio o bianche firn, 

-jo e de cernuo doi botira, 
e bem guarnio lo me bancha 
de cosse bone da usar, 
e specie e confeti assai 

-Il per far conduti delicai, 

som ormezao da ognuchano bem, 
d asa ava e bom fem 
per mantener pusor cavali 

48 e per segno e per vasali, 
e assai legne e pusor logui 
per scadarse a li grara fogi, 
e cogo de seno grande 

52 per far delicae viande; 
guarda e, corno e sum fornio 
per far spesso gram convio! 
grani copia o de tuto bem, 

r,c no t o dito lo milem; 
per che tu fali, a me parer, 
se tu la stae vo mantener; 
ni voi aor tuto descrovir, 

co ma aspeitar che tu voi dir. 
Estas. 
1 atro dixe: e t o inteiso, 
che in gram faito t e desteiso 
e a 1 inverno loso ai faito 

0) de zo che la stae i a daito. 
ma grande honor e no apello 
crovisse d atrui mantello: 
pregote che tu me intendi 



(ì. sec. xiu-xiv. 207 

e lo torto no defendi. qs 

la stae e pina de tanto ben, 
gram festa par quando la vem, 
che tuto bem conseigo aduxe. 
lo sol resplender con gram luxe, ■;■> 
lo qua 1 enverno e bandezao, 
quando era 1 ayre nuverao. 
che comò ven marzo e avrir 
tute le cosse vei fiorir, 7,; 

e venir la gram verdura 
per montagne e gram planaura. 
le vigne, j orti e li iardim 
tuti abundam e sum pira so 

de grande odor chi mostra adesso 
che lo fruto vem apresso, 
tuti li monti son vestir; 
li oxeli cantam e fam nij; j^i 

le bestie grosse e menue 
chi d iverno eram mar pasue, 
per zo che la stae i e provo 
tute fam fiior de novo, ^^ 

chi satham e trepam inter lor: 
chi gni cessa tem anchor 
stillo de insi quando eia de 
de queli che De la fé. 92 

li arbori tuti avexendam 
a zo che so fruto rendam, 
1 um poi I autro maurando, 
e monto guise delectando ; 90 

che se e te devesse cointar 
e tanti fruti desguisar, 
e averea tropo a dir, 
ni tu porresi tanto oir. 100 

de stae s alegra chaschaun, 



3G. il ms.: psutl, e sovra il p la sigla che vai re. 46. ms. : da sa ava, col I." a 
di aita che tira all'o. Possiamo correggere iava (biada). Le ove qui non ci 
avrebbero che fare. 72. resplende. 73. nel ras. sopra qua uno sgorbio che 
non so se sia r. 78. e per pianura. 97. nel ras. innanzi a te uno scaraboc- 
cbio, che somigha a un d mal fatto. 



208 Lagomaggiore, 

e grande e picem per comun; e per gram iaza o lavagi 



che a lo povero no stol 

101 (Irapo acatar so no voi; 

ma quelli chi pon assai spender 
pon tuto or cerne e prender, 
drapi sotir per star xorai 

los de lanna o lim o de cendao. 
chi andar vor in parte alcuna 
no a pensser de gran fortuna; 
pescar pò 1 omo e Ijrazeza, 

112 hagnase bem e poi merendar, 
no car che omo se dea lagno 
per dar dinar d entrar in bagno. 
en tute parte o logo adorno 

116 se dormi voi sover jorno. 
veraxementi, zo m e viso, 
la stae me par un paraiso; 
e lo tenebroso inverno 

120 par semeiante a 1 inferno. 
1 inverno vego li omi strema, 
e li arbori quasi sechar. 
vento e zer e garaverna 

124 chi tute cosse desquerna, 
la grande arsura e li provira 
lo mar travaiam e li camira. 
li gram zelor sum si coxenti, 

128 li nasi taiam e li menti, 
e li pei fam inrezeir, 
tuthe le mam abreveir, 
e i omi nui e famolenti 

132 tuti trema e bate li denti, 
le iaze e le gram nevere 
tennem si streite le rivere, 
che ni per terra ni per mar 

130 se pò 1 omo guairi alargaa. 



tanti vogo desanvataio; 
semper capello t e mester 
e zochali te porta derrer. i 

o quanti poveri meschim 
vennam lantor a streita firn, 
chi de stae solazar so rem 
e lantor de freido morem ! i' 

e no porrea dir ni scriver 
comò e lonzi quelo vive 
da quello vive benastruo 
chi la stae n a cocevuo. !• 

assai o dito e posso dir; 
tu no te poi a mi scremir; 
e zo che tu a mi vorrà responder 
aprestao sum de confonder. i' 

yeme. 



XXXVIII (e. XLV). 



1 un mania pim de beschizo, 
1 atro va fora a la postizo. 
se per correnza o cun dinar 
eli se pon ben avinar, 
da tuto tenne negao 
pam bescoto in vernigao: 
a un traito lo bevem pim ; 
parla gi fa greco e latira. 
cevole e sar pestam asai, 
donde li vermi sum corlai, 
pu che la ventre pina stea; 
no g e forza che gè sea, 
si lenti omor se gè tem. 



104. so: cosi il ms. 112. merendar: il r finale del ms. è un i corretto. 121, stre- 
ma: la l.a vocale è poco chiara. 136. alarrjaa: il penultimo a non si legge di- 
stintamente, e potrebbe anche parere un ii. 138. desavantagi. XXXVIII,5. tenne 
si legge, ma poco chiaro. 12. correggo :/brxro (fortore). \'ì.-ms.: silentiomor. — 



Rime genovesi 

e se atrui roba gì vera a man, 
15 de lo render no ve parlo 

biasteme, asdeiti e vituperi 

som lor liberi e salterj ; 

ma paternostri e missare 
19 som bandezai de lor hoste. 

e usage sorvesagenti 

tuti afamai e si famentì 

che tuta la galea e soa ; 
23 corrando vam da popa a proa. 

ma donde usam li segnor 

no ossa usar alchun de lor; 

e caschaun so remo tira: 
27 De me guardo de lor ira ! 

bevenda g e monto encrexosa 

d aigua spuzente e vermenosa, 

chi manda for ruti pusor 
31 per mantener lo re savor. 

ma alantor aiai in cor 

le fontanne de benimor, 

d aigue lucente fresche e fine, 
35 freide brilente e cresteline, 

chi corre con tanto asbrivo 

che de lor exe un fossao vivo; 

e se de zo v aregordai 
39 voi n averei conforto assai. 

quando homo va sote corverta 



d. sec. xiii-xiv. 200 

se n apresenta una oferta, 

che no vorea mai che tar 

venisse oiferta in me otar: 42 

zo e gram scalma e calura 

d asai gente, e de spesura 

de monti arsnesi e cosse lor, 

chi monto aduxe re vapor 47 

de pan, carne, formalo, untume, 

de gram suor e scalfatume. 

de sota vem la gram puina 

d aigua marza de sentina ; 5i 

da la quar chi voi scampar 

fazandose a li columbar, 

scraper oido troim e spuza grande 

de qualcuna da le bande. 5» 

si che, se per tormento assai 

e per pur esser tribulai 

se de salvatiom aver, 

voi 1 averei, a me parer. 59 

or no voio e tanto dir 

e o ve deiai de zo scoi; 

e se pu voi vorei andar, 

penssai voi de confortar; 63 

alegar voio lo contrario, 

quaxi vozando cartorario. 

de, comò el e bella cossa 

a caschaun chi andar gè pò e osa 67 

en cossi bello armamento 



13-15. qui deve mancare per Io meno un verso.- Il mo con sopra una cifra 
fatta male come è in fosa del vs. precedente, in colai del I0,°, e in palo del I5.°. 
È quasi cassata. Nel 14.» potremmo leggere a man gì vem; e il verso mancante 
cadrebbe dopo il 15.o 18. il ms. ^^af con una cifra insolita e nfì. 21. scritto: 
famti\ afamai si potrebbe correggere in a fonai. Forse anche fomenti è errore 
dell'amanuense; il senso, più che la forma, c'induce a rifiutarlo. Non so se 
frementi sarebbe di quel secolo. Io prefeiisco freventi ferventi. Cfr. LIV, 
115 ifrevente); LVI, 129 {fervente); CXXVI, 23 (frevor). 33. cosi il ms.- de 
hon imorì o nome proprio? 40. il ms. ha suU'o di couerta la cifra cbe vale r. 
Leggi: coverta. 46. arsnesi; sotto il primo r potè esservi il punto di elimi- 
nazione. 54. oido: cosi il ms. 55. de le bande. 61. scoi ha nel ms. come un 
secondo s piantato sul e. 

Archivio glottol. ital., II. W 



210 

de tal e tanto fornimento, 

si ben desposo e traitao 

71 e de tute cosse si bem ordenao! 
mai non vi stol si grande alcun 
faito per rei ni per comun. 
no so che gè manche niente; 

75 tuto e armao de nostra gente 
de citae e de rivera, 
de cor fermo e forte ihera, 
no de gente avegnaiza 

79 chi per poco se scaviza. 
ma som tuti orni si valenti 
e de scombate si ardenti 
e animai de venze tenza; 

S3 che tu an faito cognoscenza 
andando compagnai in schera, 
chi mostra la voluntae fera 
d unitae chi ben s acorda 

87 a tirar tuti a una corda, 
de, comò serea gram deleto 
a caschaun chi g a eleto, 
chi andar gè pò e ossa, 

91 per vei si bella cessa, 

corno e de gente tante e tae, 

e de galee si armae 

de gram conscio de segnor 

95 chi tuti parem valvasor ; 
e de gram corniti e de noihe, 
sorvesaienti e voghe 
chi in mar ferem a rastelo 

09 a un som de xuvorelo, 
chi si forte fam szhumar 
la gram pianura de lo mar, 
che sbatando fam remorim 
103 chi va comò un xume rabim ! 



Lagomaggiore, 

si grande e lo viazaigo, 

che no g e ni ghercgo ni laygo 

a chi no debia deletar 

ver la lor. regata far. 

barestre an e tante e tae 

e in si grande quantitae, 

e bon quareli passaor, 

dir no se pò lo conito lor. 

li barestrei son tar e tanti, 

che, vegi mezam e faniti, 

som de ferir si acesmai 

che lor par no ne vi za mai. 

monto e bel ese in tar lego, 

donde omo ve far tar festa e' zog< 

vegando gram deversitae 

de terre vile e citae. 

e se combate gi covem 

un gram vigor inter lor vem, 

fazando asbrivo de leom, 

ferando corpi de random. 

e s o verei a quelo faito, 

voi no osando dar gamaito 

ni chi atrui ferir dovei, 

in pero che prove sei, 

digando qualche salmi vostri 

e De pregando per li nostri, 

bem porrei porze e arme e pree 

a li omini de nostre galee. 

ma quele che e pu dere creo 

me parem quele da Cogoreo, 

nigre sorie e manesche, 

d atra sum de che betresche. 

e parme, se cossi farei, 

a sam Pe seraeierei, 

chi per li soi e si defende 



91. correggo: poer. 116. ras.: belese. 132. ms.: 2>udere; forse: pu drue. — 
132-5. Questi quattro versi qui paiono fuor di luogo. E cosi pure più sopra 
i quattro dal 116 al 119. 134-5. così il ms. (però datra). 



Rime genovesi 

139 e no lassase miga prender, 
1 arma soa trasse for 
con tar vigor e tanto cor 
che armancho taia 1 oreia: 

H3 doncha fa bem chi gè somala, 
penssa si doncha far e dir, 
pricar li nostri e resbaudir, 
che venze possam con baodor 

147 queli chi vorem venze lor; 
si che Da n abi loso e gloria, 
e li nostri gram viteria, 
a De segnor ne fazo prego, 

151 che d està guerra sea mego. 

XXXIX. 

Exemplum quenda ad instruenduni 
se de alieno casu (e. xlvi). 

Quando un bom paire a so fiior 
chi obeir a lui non vor, 
ni star con si ni hubitar 
4 ma per io mondo vanezar, 
degno e cair per gram folia 
em porvertae e gram famia, 
sostegnando freido e cado, 
8 comò vir e . . . . rubado; 
che chi se parte de bon sezo 
sempre va de mar in pezo, 
ni se cognosce mai lo bem 
12 se no per mar quando 1 avem. 
cossi lo cor malvaxe e re 
de quelo chi descognoxe De, 
chi paire e d ogni bem pim 



d. sec. xiii-xiv. 211 

e de richeze senza fim, io 

chi 1 omo a soa ymagen fé 
per zo che semeìar gi de 
e seguir corno fa paire 
ogni fiior de bom ayre, 20 

e laxando 1 amor aotrui 
conzunto star semper con lui, 
lavor fazando e filiti driti 
e li som comandai e scriti; 24 

se da tar segnor se parte 25 

che da diversa parte e ponita 

la mente chi da De s alointa, 

ni mai no trova alchuna cossoe 

unde la stea in reposse; 99 

che laxando quello sor bem 

ogni atra cossa gè vem mera, 

sempre trovando manchamento 

e nixun saciamento; 33 

e cossi semper anxossa vive 

en queste cosse fugitive. 

per zo a mi rair or vem 

che lo me cor stea serem, 37 

che lo no sea spegazao 

de qualche sozo nuvelao 

chi da monti lai ma vem 

amaregando ognunchana ben. Ji 

speciarmenti dir volo e 

d un accidente monto re 

chi me torba cor e mente; 

zo fo lo meise de setembre, 45 

d un legno armao de nostra gente 

chi preso e stao subitamente 



XXXIX, tit. Il ms : de alieno caù. 6. cfr. xxxviii, 40, e correggi: pocertae. — 
8. il ms.: uiV e ctoio. Quello che pare un t potrebb' essere un r, e illora 
avremmo croio. Dovremmo aggiungere e innanzi a rubado. 25. manca la rima 
e quindi un verso. E il verso che precede pare scorretto. 2G. da diverse 
parte. 28. alchune cosse. 29. ni reposse. iO. me vem^ meglio che m'avem. — 
42. di voto ò male scritta la l.a vocale. 



212 

da raortar nostri inimixi, 

49 chi for gram parte n an ocixi, 
e per lo gram desaventura 
misi in prexon de gran streitura 
e en logo bruto e lavaiento 

53 vermenoso e spuzolento, 
donde e tenebre e freidura, 
fame e sei con gram calura, 
ni se gè sta de penna inderno 

57 comò se dixe de 1 inferno, 
non aspeitando de tar fossa 
che for mai ensi se possa, 
d onde se de monto stremir 

61 chascaum chi 1 ode dir, 
e de la lor condicion 
aver gram compassiom. 
e a lor li gai som maor 

65 per gran folia e colpa lor, 
penssando star segur a terra 
per si grande e forte guerra, 
senza guaitasse in soi deleti, 

6'j si comò a casa inter lor leti, 
d onde sempre se devea 
avri ben i ogi tuta via, 
e far pu raxon adesso 

73 che 1 ennimigo sea presso; 
che speso aduxe gram combre 
desprexiar lo so guerre, 
che se li fossem ben guaitai 

77 e de lor arme apereiai, 

guardandose ben note e iorno 
e da ra larga tuto entorno, 
stagando atenti a xivorelo, 
81 tegnando ben reme in frenelo, 
per encazar o per seguir 



Lagomaggiore, 

o se pareise de fuzi 

(che tar or fuga meio var 

che con dano in breiga star, 85 

e per schivar un gran darmaio 

bon zerne fa so avantaio); 

li no soream for stai prexi 

8i virmenti, ma defeixi; 89 

eh e meio mori con honor 

cha semper vive in dolor. 

en zo se pò da noi pila 

utel asempio, zo me par-, ^3 

che e o spesso oio dir 

che 1 omo enprender per oyr. 

per zo de esser 1 atrui caso * 

castigamento in noi romaso, 97 

enprendiraento e speio e guia 

per noi guarda un atra via, 

no pur in cosse temporae 

ma eciamde spiritoae. io 

che caschaum sta dubioso 

en questo mar perigoroso 

de questo mondo travaiao, 

de cair semper apareiao, io 

pin de scogi e de corssai 

e de rivixi pur assai, 

e daxi toxego e venim 

de berruer e d asaxim, io 

chi semper dam a noi caxom 

d andar en 1 eterna prexon-, 

e la quar chi seme va 

tuto tempo mai gè sta, ii 

ni pregere gè var ni messe 

ni limosene con esse. 

per che me par che me fa mester 

guaitarsa in anti e in dere, li 



70, si dovrebbe correggere deverea; ma ad ogni modo non si ottiene rima. — 
88. seream. 95. enprende. 107. rivixi è poco chiaro, ma pur si legge. Puossi 
anche leggere rinixi; non nimixi. 108. daxi- co^l il ms. 116. ne fa. — 
117. guaitarse. 



Rime genovesi 

e no abiando cor de fanti, 

guardasse Len da tuti canti 

da quali chi ne cercam noxer 
121 per tirarne sempre a coxer. 

che per danar g e raxon tante, 

dir no se porrea quante ; 

ma pur de tree voio dir 
125 chi pu le gente fan falir ; 

queste comprenden tuta via 

tute le atre o gram partia. 

zo e la soperbia maor, 
129 chi per si sera vor honor, 

tegnando li aotri sote pe; 

e questa pu despiaxe a De. 

1 atra e avaricia meschina 
133 semeiante d idiproxia, 

la quar asea si lo cor 

che ansitae za mae no mor. 

e questa soza marotia 
137 d aver tesoro per rapina; 

che 1 omo avairo e coveoso 

pu bevando e secceoso. 

1 atra e luxuria ardente 
141 chi bruxa carne cor e mente, 

per che ogn omo ben enprender 

corno da lui se defender. 

e a mi par che aia enteiso 
145 che chi vor esser ben defeiso 

da questa inimiga fera, 

de tener cotar mainerà: 

che quando eia seguir te vor 
149 or tentar per darte dor, 

non aproximar uncha in ver lui, 

se no pu arrancha e fui. 



d. sec. xiii-xiv, 213 

che se defender te voresi 
greve sereiva e no porressi. 
per che se tu voi star segur, 
da ti a lui fa spado o mur, 
e tege semper questo moo : 
taia la corda e sta a roo. 
or De ne dea ben guardar 
navegando e questo mar, 
che noi no seamo enganai 
ni e nternar prexon menai ; 
Criste ne mene a lo so ben, 
chi aprestao per noi lo tem. Amen. 

XL. 

De puero amonendo in fantia 
per patrem (e. xlvii). 

Chi so fìio no castiga 

ni fer fìm che 1 e fantim, 

pu crexando un pochetim 

mai no gi tem drita riga. , 

che atrui ponze e peciga 

en zo che lo meschin 

fa, tegnando tal camin; 

e n tuto zo che lo bordiga g 

conseigo lo paire liga, 

che de paga a tar quartim 

che tristo quelo a la fìm 

chi so fìio mar noriga. i 

XLI. 

Cantra perseccutores Eclesie (ivi). 

D alcun baron o lezuo 
centra la Zexia esse stao 
per alcun tempo strappassao, 



133, 137. il Ys. 133 dee cedere il suo posto al 137, e questo a quello. Il ms,: 
di diproxia, e sovra il primo i di questa parola un piccolo o. 135. l'ultima 
vocale di ansitae ritrae più dell' o che dell' e. 142. Scritto enprend''er, con 
un piccolo a sopra Ve; onde è ovvia la correzione: enprenda , e nel vs. se- 
guente defenda. 149. o tentar. 161. ms.: entemar. XL, tit.: in infantia. 



214 

4 chi no sea stao venzuo 
e de ogni honor romaso nuo 
mareito e inathemao, 
e en la per fin danao 

8 con queli chi 1 an cretuo. 
che lesu Criste a prometuo 
a lo vichario che 1 a dao 
a lo so povero sagrao 

12 dever eser semper so scuo. 
che se fosse scarchi/ao 
lo cavo che 1 a cernuo, 
nostro camìm sereiva errao 

16 e lo mondo confunduo. 
ben e doncha malastruo, 
con dur cor e azegao, 

' chi pende in senestro lao 

20 per dir: e sero pur druo 
d un honor tosto perduo 
per dever ese condanao. 
chi sun zo sta endurao 

24 me par aver conscio cruo. 
ma naveta de sam Pe, 
che De gè mise per nozhe, 
sposo fìr corlar da 1 onda, 

28 ma za mai no 1 afonda. 

XLII. 



Cantra blasfemia domini pape 
(ivi, tergo). 

De monti homi che vego errar 
gram maraveia me fazo, 
chi mai non volem crivelar 
4 so dito con bon seazo, 
chi presuman pregan morte 
e iasmar meser lo papa; 



Lagomaggiore, 

tegnando lo veire forte 

, li ferram su dura iapa. 

poi che vichario e de De 
i orni lo dem pur obeir; 
ma quar lo sea, bon o re, 
for De 1 a pur a definir, 
e queli chi penser no fan 
chi eli sum e chi elo e, 
sapi pu che eli se dam 
de greve sapa su lo pe. 
de quanto se fonde e comò 
pregando che segnor si ne vegna, 
per che tegnuo si e ogn omo 
pregar De che lo mantegna. 
de, comò perde bon taxer 
e pur si mesteso ingana 
chi senza guagno alchun aver 
poi soa lengua se condana. 



XLIII. 

De generare capitulum fratrum 

minorum Francisco Janue. Anno 

Mcccn, festo pentecostes (ivi). 

Una via de poi disna 
me inconmenzai de raxona, 
quasi in solazo, con uno frac 
de monti fati strapassai: 
poi se tornamo a li prensenti, 
una raxon me vegne in mente; 
e zo che se dixe inter noi 
fo in mille trexenti doi. 
savio homo era a me parer, 
e ben saveiva mantener 
soa raxon e ben finir, 
e g emconmcnzai de dir: 



XLI. 11. povoro. 23. si legge za piuttosto che zo. 27. speso\- fi;- corìaa. — 
XLII, 5. pregar. Il ms. : iiregan. 17-18, il testo pare scorretto. XLIII, tit. De 
generali capitulo... S. Francisci.- 5. presenti. 12. ms.: e gem comenzai. 



Rime genovesi 

doze frai me, si bem me par 
de capitor generar 
de 1 ordem de li frai menor, 
16 che a mi par che grande honor 
n aquiste la nostra citàe: 
che e ve so in veritae dir 
che de religiosi festa 
20 mai non vi cossi honesta 
e ordenai da tuti lay; 
ni e no aregordo mai 
che in Zenoa se fesse 
24 festa chi si bem parese, 
de gente tute ordenae, 
da tute parte congregae 
quanto e lo mondo universo 
28 e per torto e per traverso, 
possolo dir, che e gè sun stao 
e pusor via conviao 
e asetao a la lor mensa. 
32 che chi uncha ben s apensa 
e raxonando ver dir ver, 
e no vi uncha a me parer 
tanto inseme bela gente 
36 star cossi ordenarmente; 
ni mai fo in alchun oste 
unde e vise si belle poste, 
ni in nave ni in buzi 
40 tante cape ni capaci, 
tu quaxi paream santi, 
vegni da diversi canti, 
de citae e loghi strannj; 
44 e tuti paream capitannj, 
zo e cavi de sciencia, 
de bona vita e de astinencia, 
pim de luxe e de doctrina 



d. sec. xiii-xiv, 



215 



de boni asenpi e disciplina, 4S 

per conseiar e trar de error 

tuti noi aotri peccaor 

chi d ogni colpa semo re 

e de mar pim da cho a pe. 52 

e questi santi homi cernui 

tuti a un termen sum vegnuj 

d ogni parte si loitanna 

senza corno ni campanna 56 

ni letera chi manda sea; 

che piaschaun de lor savea 

quando arrivar e quanto star, 

che dever dir e dever far. eo 

e quelo covento biao 

monto usa a santo Honorao, 

per so capitorio far adorno 

e ordenao da tuto entorno, 64 

semper intendando a questo zogo 

per speigase da lo logo; 

ni quaxi aotro fa gi vea, 

se no quando se devea, 68 

per faiti lor melo compir, 

dormi, maniar o misse dir. 

che quando eli eram a torà 

no se gè dixea aotra fora. 72 

tuti taxean, aster un 

chi me parca esser zazum, 

chi cantando una lecion 

reconitavam soa raxon; vo 

si che ogn omo che piaxea 

animo e corpo, chi vorea. 

ma e per star tropo loitam, 

e chi lo cor o tropo vam, so 

no lo poea ben intende; 

che lo non me convenia prende 



2l.ordenaa. 36. ordenaamente. 42. &i t^tìò corregger vegnui. 63. capitor 0. — 
76. reconitava\- il ms.: soà. 77-8. il testo parmi scorretto; compiaxea posto 
invece di che piaxea, darebbe un senso. 



216 

raea civa si che faesse 

84 che me morim semper ruorese; 
che le gente eram si acesmae, 
poi che le tore eran segnae, 
che per inpir le ventre seme 

88 ogn omo veiva star a rreme; 
tuti vogando ordenamente 
senza tenzon ni dir niente 
piaschaum lantor speigava 

92 zo che denanti se gi dava, 
bella cossa era lantor 
ver coitanti car segnor, 
tanta compagna e tar parca 

96 che nomerà no se porrea; 
ben la vosi lantor conitar, 
ma tropo avea laor a far. 
poi se levam tuti in pe 

100 per referir graci a De, 
chi de lo so richo borsoto 
a tanta gente faito lo scoto, 
e a lo mondo per comun, 

104 seza pagamento alcun, 
e poi che avi dito assai 
destexi raxom con quelo frai, 
le cosse che lo me respose 

108 no voio a voi tener asose. 
or intendi lo so dito, 
chi fo pu corno e o scrito: 
tanto m avei loa li frai 

112 che bem par che voi li amai, 
e lo capiterò che se tem 
congregao de tuti bem 



Lagoniaggiore, 

en censi grande compagnia, 
che De n e sempre cho e guia. 
ma dir ve voio en veritae 
che tuta 1 eniversitae 
de esto capiterò presente 
loa tropo grandemente 
Zenoa de grande honor 
e tuti sol habitaor, 
comò fontana e rayxe 
de tanti ben comò se dixe. 
che queli chi mai no gè fon 
ne recontan cotae raxon: 
che quanvisde enteiso avesem 
cosse chi grande gi paressem, 
tropo maor le an trovae 
quando le som examinae, 
de grande honor e de gran stao 
che no g era reconitao. 
che circondando la citae 
e per carrogi e per contrae, 
an visto torre e casamenti 
tropo beli convenenti, 
segnor e done e cavaler 
e homi d arte e de mester 
si ordenai de belli arsnexi 
che tuti parem marchexi; 
e la citae pina e fornia 
d ogni bella mercantia, 
richa de ioye e d ogni ben 
per overar quando conven; 
e omi cortexi e insegnai 
e d ogni ben apareiai, 



123 



86. eran è scritto male, ma pur si legge. 100. ms.: grada de. 102. inten- 
desi a a tanta gente. 104. senza. 106. qui destexi (distesi) non s'afFà al 
senso, poiché egli, lo scrittore, non cominciava allora, ma terminava, il suo 
discorso. Forse la è roba dell' amanuense, e dobbiamo corregger d este. — 
ÌOS. ascose. 115. ms.: con si; correggo: cossi. 136. e convenenti. HA. quan- 
do; misto dV. Ma s' ha a corregger: quanto. 



Rime genovesi 

d onor de faiti e de raxon, 
14S chi mostra ben chi elli son. 

apreso zo si am proao 

che grandem e pincen in so grao 

sum tuli gran limoxiner 
152 e daxeor quando e mester 

a tuti homi besegnoxi, 

e pu a religiosi; 

che tu son avexendai 
156 a far ohonor a tanti frai. 

no miga pur li gran segnor 

an vosuo festar con lor, 

far pietanza e conviar; 
160 ma bem i atri homi povolar 

chi tenem stao grande e adorno, 

avexendandose ogni iorno 

en far honor e cortexia 
164 a cossi grande compagnia. 

che ogni gè era a maniar 

de persone ben u miiar, 

con bele cosse e belo arsnexe, 
1G8 no temando alcune speise; 

e sempre chi in conviava 

pu de cinquanta ne menava, 

per honorar lo so convivio: 
172 tropo era ogn omo ben Servio. 

dentro casa tan frai 

vego tuti esser abregai 

cum abundanza da arsnexi 
176 de citain cossi cortexi ; 

che in atra parte unde e sun staito 

a lo capiterò chi g e faito 

non son tuti si governai 
180 dentro da casa de li frai; 

ni tar convi in atra parte 



d. sec. xiii-xiv. 217 

o visto far e omi d arte, 

se no a coniti o a baron 

o gram prelati o gran patron. isi 

per che volo che vo sapiai 

che monto se iaman pagai 

de 1 onor che De i a daito 

e che Zenoeixi an faito. iss 

lantor e dixi : ben me piaxe 

che dito avei raixom vraxe. 

e bem creo che voi cognosai 

en tute parte unde sea i92 

tato lo honor chi se fa 

eh e da De chie tuto da, 

e li ben li acoierei 

che avei faito o farei. 196 

ma Zonoexi, ben sapiai, 

no som ancon ben saciai 

de servixi e far honor; 

e se gè fosse tempo ancor, 200 

pu gè ne sereiva daito 

da pusor chi non 1 a faito. 

per che ve prego, quanvisde 

eh o sapiai ben, e o pregei De 204 

che guardo la nostra citae 

d agnunchana deversitae. 

elo respose: De chi pò 

tuto ben far, che tu e so, 203 

Zenoa e soi habitaoi 

mantegna semper in stao d onor. 

XLIV. 

Quodam moto: qui est sine fine 
(e. XLix). 

A homo chi e senza fé 
fianza dar no se gi de. 



\óO. grande. I60. correggo: ogni di. IG9. correggo: ne conviava. ìll.con- 
vio. 175. d arsnexi. 177. scritto suz. Ne' titoli latini il carattere dello s é 
posto non di rado per n w in fine di parola. 182. a omi. 190. raxom. — 
192. seai. 194. forse chi. 195. forse il secondo li va cancellato. 199. cor- 
reggo: servigi. XLIV, tit.: fide. 



218 Lagomaggiore, 

ma quelo chi uncba mar no fé quarcun irao de lo me ben: 



4 e fa lo bem che da far ve, 
serve a De se 1 a de che, 
porze la copa e dixe: be, 

8 bem pò esse apelao re. 

XLV. 

De qiiodam viro Jan. a quo . . . auferi 
jirocurabatur per qtiendam magna- 
tcm quodam beneficio . . . sed tan- 
demper... ohlaforwn liberaius fuit, 
linde versus... (ivi). 

Em veritae me som acorto 
che tuto lo mundo e torto 
e de li bon mortar guerre, 

4 pim de corssal e berrue. 
che senza offenssion alcuna 
m a coraovuo gran fortuna, 
d archun onor chi m eia dao 

8 de eh e pareiva consolao, 
peussandome de gorvenar 
comò fan i atri segorar. 
ma de vor no so che tanna 

12 se me coposse una tannana, 
chi fé lo tempo astorbea, 
con bachanexi e groso mar 
chi co unde e forte e brave 

16 turba tuta mea nave. 

dixi infra mi: d onde ven zo, 
a chi e strepao lo so? 
e creo pur che lo demonio 

20 m aduto questo conio 
de grande invidia chi lem 



si squarza vor lo faito me, 
pur per tirar tuto en ver le. 
sentando està condition 
foi pin de grande allicion ; 
e de paor e de penser 
lantor levai le man in cer. 
per aver De sempre d avanti 
me tornai a li gran santi, 
che me daesem scampamento 
centra ognunchana tormento, 
asai pregai: che ve don dir? 
eli me preisen alo ir, 
per mi fazando oratiom 
co monto gram devotion. 
ma quanvisde con le preguere 
grande fossem e sobrere, 
pur la fortuna no cessava, 
ma pu semper reforzava; 
e pensai pu: e son in cho: 
santa Maria, che faro? 
e lantor, comò De vosse, 
chi sa meigar tute cosse, 
un marinar vegne a presente, 
eh e reputa per niente, 
chi dixe: no aiai penser; 
mostrar ve posso un tal senter 
che, se voi ben me orerei, 
d ogni perigolo scamperei; 
che a monto orni mostra o. 
un santo odi che ve diro; 
e se voi li alumenerei 
for d ogni p erigerò ve troverei, 
che, sapiai, el e cessa certa 



XLV, tit. tandem; il ms. : tardez. 7. il ms. : dar chun... chi mela. Io cor- 
reggo: era. 9. Il segno del r sull'o di go; correggasi: governar, il. de 
ver. 12. composse;- tavanna. Il ms. tanàna. 20. m'a aduto;- è sciùtto: còio. — 
30. tornai; è un m corretto in n. 34. così il ms.; :=alo oir. 37. che le preg. — 
51. cioè mostrao o. Il ms.: mostrao. 53. loì Cfr. vss. 72 e seg. 



Rime genovesi 

56 che ognunchana santo vo oferta: 

lo no vor oche ni pernixe; 

ma se le avera un yxe 

promise e scrite in cartorario, 
co mai no troverei contrario. 

lantor dix e: se De a v ay, 

se si grande e corno o me di, 

lo nome so voio saver 
CI e requerir so gran poer. 

questo respose: e ve so dir, 

per vostro faito conseguir, 

che in caso perigoloso 
68 trovao o pu vertuoso 

e pu de i atri exaudibel 

en li perigoli terribel, 

e de gram nome e de gran voxe, 
72 san Donao e santa Croxe. 

questi son aor pur invocai, 

da queli chi som trovai 

o chi onor voren aver, 
76 cha atri santi, a me parer. 

per che, s o fai zo che v o dito, 

lo vostro faito andera drito; 

ogni fortuna e mar torbao 
so ve sera tuto apagao e abonazao. 

quando e oi questo sermon traitao 

fei zo che me fo conseiao; 

e san Donao fei me patron, 
84 per asodar questa raxom. 

si corno fo proferta 

a questo santo mea oferta, 

no trovai poi ni mar ni vento 
88 chi me fosse en noximento. 

De n abia loso e onor 

chi me de tal defendeor; 



à. sec. xiii-xiv. 



219 



che for me faito era cassao 

se no fosse san Donao. 92 

d onde e prego semper De, 

e pregem lui li amixi me, 

che quelo gran segnor sobre 

chi le ihave tem de ce, % 

citava degne e far comando 

a questo santo cossi grande, 

e sso officio adoiar; 

che ben e degno, zo me par. loo 

XLVI. 

Cantra occisitatem et cantra eos qui 
male celebrant in die dominico et 
alias festas etc. (ivi, tergo). 

Monto me par utel cossa 

tener si la mente iossa 

che no gè possa aproximar, 

ni far demora ni intrar, 4 

alcuna cogitation 

Vanna ni tentacion, 

chi fan falir e fan errar 

e lo bon cor prevaricar. s 

per zo dixe la scritura 

che per aver la mente pura 

e per scampar d ogni guerrer 

chi ne poessem dar combre, 12 

che 1 omo e semper tuto hor 

faza qualche ovra e lavor 

donde la mente ste atenta, 

per no esse ruzenenta le 

de vicij e de peccae 

che menna 1 ociositae, 

chi voya 1 omo de vertue 



58. ms.: le''uera, 59. promiso e scritoì 61. ms.: dixe se deauay. L'a deve 
espungersi. 73. pxi. 97. comande. Anche degne parrai da correggere; forse 
in donne (doni). XLVI. tit. ociositatem. \3. l omo semper e... 15. ms.: stea 
tenta. 



220 

20 e lo mete in servitù te; 
che no pò quasi fir tentao 
chi semper vive invexendao. 
no odi tu proverbiar 

24 che axio si fa peccar? 
e san Poro no dixe che 
chi no lavorerà raaniar non de, 
no pur in cossa spiritual, 

28 ma ctiamde im teraporal? 
chi iustaraenti lavora 
se noriga e De onora. 
e sa ben che lavor 

32 de li atri amixi e lo meior: 
zo che tu ai bem lavorao 
semper te sta apareiao; 
anima e corpo e san, 

36 e tuti guagni se ne fan. 
De prime lavorar vosse: 
en sexe di fé cotante cosse, 

39 e reposa in lo septem 

e noy da lui inprende demo: 
chi lavorar unde noy semo, 
per dever poa aver reposo 

43 e sta biao in lo so scoso, 
ma cozi quando festa ven 
a noi se dexe e coven 
tu quelo iorno despender 

47 e loso e gloria a De redender. 
ma monto trovo lo contrario 
lezando in nostro cartolario; 
de questa terra maormente, 

51 unde breiga no somente. 



Lagomaggiore, 

che quando domenega vem 

e 1 omo da lavo s astem, 

per vin per lenga e per gora 

trovo che lo deslavora. 

che de cexa nno curan, 

ni le lor peccae no se scuram; 

e quando li dem De loar 

li no cessara jasteraar, 

o in overe o in parole, 

o in demostranze fole 

de zugar, de lechezar, 

de tropo beiver o maniar. 

tuto quelo di lo cor s afanara, 

en lor merchai 1 un 1 atroenganan ; 

quelo e pu savio tegnuo 

chi so vexim a confonduo. 

semper li portam grande ardor 

d odio, d ira de e ranchor; 

chi uncha per 1 un 1 atro liga 

mar en lor no s afaiga. 

lantor vego pu bandezae 

ogni raxon e veritae 

cha in tuti i atri iorni, 

che li cor stan pur adorni. 

ma ve diro gran maraveia : 

che no vego mai garbeia, 

breiga, folle ni rimor 

en i atri di de lavor; 

ni cosse far contra la fé, 

se no quando festar se de. 

en unde se fa quarche remor 

corre alo tuti iumor; 

no per far paxe ni partir, 



20. servitue. 31. intendi: sai. 39. manca un verso, come ce ne avverte il 
mancar la rima. 47. render. 49. ms.: nostro. 56. ms.: cexan no. G9. e 
de ranchor., oppure e ranchor. Fra de ed e leggasi grò.., ma abraso. 70. per 
forse errato; ovvero c'è altra magagna. 75. pu. 80. nel ms. allato a fé un 
punto. 83. il ms. : mmor o iumor. 



Rime genovesi 
ma pu per dar o per ferir, 
li no a logo la raxon, 
S7 ni ben preichar ni di sermon. 

chi per desaventura 

receiva mar contra dritura 

o ha la tenzha trencha o torta, 
01 conseigo li gai porta; 

ni da li savi e repreiso 

chi a sso vexim a ofeiso, 

ni segnor gè vego ardio 
95 per che lo mar sea ponio. 

meio serea aver arac 

cha si mar aver festao. 

chi zercar vorese bem 
99 dir no porrea lo milem. 

e i atri di che se lavora, 

che 1 omo no a demora, 

che lo cor e tuto daito 
03 a dever far lo lor faito, 

vego ogn omo star cotanto 

en far so norigamente ; 

ni za mai vego la matim 
07 veio zovem ni fantim 

far breiga rixa ni tenza 

ni semenar rea semenza; 

per zo che li omini son zazun; 
11 e se for gè n e alcun 

chi sea deszazunao, 

non e for guari enbrumao. 

ma poi, vegnando in ver la sera, 
15 che lo stomago no feira, 

che lo fìio de la viee 

gi fa far le frenexiee, 

e lantor tu te guarda 
19 che lo lor cor non t arda; 



d. sec. xm-xiv. 221 

recogite in ca de iorno 
e noa andar la note entorno; 
clie chi usa esser noitoram 
n a tar or breiga 1 endeman. 
che e o oio una nova: 
chi zercha breiga si la trova, 
chi vive en paxe e en raxon 
De gi ne render guierdon. 
or piax a De che caschaun, 
e per semo e in comun, 
si guie per si drita riga 
che lo Segnor ne beneixa. 

XLVII. 

De vitoria facta per Januenses can- 
tra Venetos in Laiacio Ermenie, 
anno mcclxxxxiiii, die sabati xxvii 
madij, quia Januenses erant mer- 
chatores in partibus Romanie. Et 
fuit Admiratus in stalo ipsorum 
dominus Nicola Spinola, ut infra 
(e. L, tergo). 

L'alegranza de le nove 

chi novamente som vegnue 

a dir parole me comove; 

chi no som da fir taxue, ^ 

ma da tener in memoria 

si comò car e gran tesoro, 

e tuta la lor ystoria 

scriverà con letere d oro. i 

zo e de la gram vitoria 

che De a daito a li Zenoeisi, 

e De n abia loso e gloria, 

contra Veniciam ofeisi. i 



ÌQA.. contento. 113. ms.: no ne. 116.0 c/ie; ma è più o che e;- vie. 117. fre- 
nexie. 131. beneiga. XLVII, 4. erroneamente la stampa dell'Arch. stor.: chi 
non som da sir iaxue. Degli altri errori sfuggiti in quel!' edizione, non av- 
vertirà se non quelli che mi paja conveniente avvertire. 



222 Lagomaggiore, 

e se per ordem ben savesse gran venianza fen de lor: 



tuto lo faito comò el 
15 assai melo, se i^osse 



stao. 



Veniciam dissem intrando: 
futi som, in terr ascoxi, 
sperdui som noi avisando 

19 li soci porci levroxi. 
niente ne resta a prender 
se no li corpi de li legni; 
preixi som senza defender, 

23 de bruxar som tuti degni, 
comò li fom aproximai 
queli se levan lantor, 
corno leon descaenai, 

27 tuti criando: a lor, a lor! 
li fo la gran bataia dura 
de le barestre, lance e pree, 
chi da nona a vespe dura, 

31 e cazinna p re galee. 
bem fé mester 1 ermo in testa, 
e da le arme fi guardao; 
s era spessa la tempesta, 

35 1 aere pareva anuvelao. 
Veneciam fon vaguj, 
le lor taride atraversae; 
li nostri ghe montan gami, 

39 chi ben puni le lor pecae. 
cum spae, rale e costerei 



venzui fon li mar guerer 
e Zenoeixi n an 1 onor; ^3 

chi vinticinque taride an 
, retegnue in questa rota, 
che incoutente li creman, 
1 aver piiam chi g era sota. 47 

or par ben chi som pagai 
li Venician tignosi : 
ni conscio che za mai 
mentoem porci levroxi; 51 

che la lengua no a so 
e par cessa monto mole, 
ma si fa rompir lo dosso 
per usar mate parole. 55 

tanto som pur vetuperae 
quanto pu noi desprexiavam: 
se da menor som conquistai, 
men son tornai cha no mostravam. 59 
e speso odoi dir 
che li sor tornar lo dano 
d onde sor lo mar ensir 
e scotrimento con engano. ca 

e no me posso arregordar 
d alcun romanzo vertade, 
donde oyse uncha cointar 
alchum triumpfo si sobre. 67 

e per meio esse aregordenti 
de si grande scacho mato. 



15. qui manca una carta nel ms. ;- posse fu già corretto dall'Archivio stor. 
in poesse. 17. ms.: in terra scocci. 18. noi non ben chiaro nel ms.; e po- 
trebbe pur leggersi non; ma il senso vuole il primo. 19 e 25. cosi nel ms. — 
29-30. la stampa dell'Arch.: bareste, vespro. 31. la lineetta in cazina è so- 
vrapposta a zi\ onde TArch. stor., ma erroneamente, canzina. 34. pare s'abbia 
a correggere: si era. 36-8. vaguij, garnii. 40. la stampa: rande. Veramente, 
i caratteri sono oscuri; ma l si legge, e solo tra l ed a restano una due 
lettere inintelligibili, che però mi sembrano cassate. 52. osso. 56. vetupe- 
rai;- la stampa ha più, ^più' {pu) vuole il senso; ma, piuttosto che più, 
leggesi pui pur. E pur per pu è errore frequente nel ms. 



Rime genovesi 

correa mille duxenti 
71 zontoge noranta e quatro. 

or ne sea De loao 

e la soa doze maire, 

chi viteria n a dao 
75 de gente de si mar ayre. 

lo grande honor che De n a fatto 

noi no 1 avemo meritao; 

ma lo grande orgoio e staito 
79 degno da ese abaxao. 

e De chi ve e tuto sa 

cum eternai provision, 

sea, quando mester ne far, 
83 semper nostro campion. 

XLVIII. 

Ex defectu iusticie plurima dampna 
sequitur in terris (e. lii). 

Quando homo ve raxom manca 

per citae e per rivera, 

e maradrin andar in schera 
4 no ponij de mar far; 

ni queli chi dem pensar, 

tegner drita la staera; 

e queli star in pescherà 
8 chi li aotri vorem devorar; 

e chi pu pò agarafar 

ne va con averta ihera; 

e se g e chi raxon quera 
12 ogno la vor scharchizar; 

veraxementi, zo me par, 

ben e ma chi no spera, 

che da quela man sobrora 
16 chi sa tuto zuigar 

e iustamenti meritar 



d. sec. xiii-xiv. 223' 

quanto fo, sera e era, 
che vegna maza chi fera 
per dever tuto pagar, 
d onde ogn omo de pregar 
che de tanta storbera 
De ne retorne in mainerà 
da devesse ben guiar. 

XLIX. 

De vitoria facta -per Januenses can- 
tra Venetos in gulfo Veniciano- 
rum prope ysolam Scurzule, an- 
no MCCLXXxxvui, die dominica, in- 
frante VII septimo seiembris; exi~ 
stente Amirato domino Lamba de 
Auria (ivi, tergoV 

Poi che lo nostro Segnor 

per soa gran benignitae 

a miso la nostra citae 

de Zenoa in tanto honor, 

fazando per soa possanza 

li Zenoeisi eser sovrana 

d orgoioxi Venecian 

a deverne fa venianza, ; 

e tanto a noi triumpho da 

chi contar no se porea; 

ben me par che raxon sea 

devernelo glorificar, 

e recognosce per segnor 

chi iustamenti ogni persona 

punisse e reguierdona 

segondo che e lo lavora; 

e scrive de zo che 1 e stao 

qualche parte de 1 istoria, 

per retener in memoria 



82. fa. XLVIII, tit. damna sequuntur. 12. forse ogn omo; oppure ogno la 



vorem (ognora la 
neh. 16. lavor. 



lOgliono), riferito ai versi 5 e 6. XLIX, 12. ms.: de ver 



224 Lago 

2o lo grande honor che De n a dao. 
veir e che de antiga guerra 
fo certa trega ordena, 
e per scritture confermar, 
24 enter una e 1 atra terra: 
la quar trega in monte guise 
queli Veneciam rompin, 
tegnundo culti soi vexim 
23 si comò gente conquise. 
or no me voio destender 
en lo faito de Laizo; 
donde li preisem tar stramazo, 
32 che bem gè poem inprender 
de cognosce Zenoeisi, 
e prende spelo e dotrina 
de Pisa, chi sta sovina; 
36 e no esser tanto aceisi 
de soperbia e de orgoio, 
chi per no vorer concordie, 
ma tira pu in descordio, 
40 a la raxon creva 1 oio. 
monta via som stai semosi 
de venir in tranquilo stao, 
e quel am semper refuao. 
44 bem lo sam religiosi 

che donde raxon no a logo, 
corno li dotor han scrito, 
pò 1 omo per rezer so drito 
48 le arme mete in zogo. 
Zenoa considerando 
la propria condition, 
e che tal or pu cha sarmon 
52 fam le arme combatando 
(che se dixe per dotrina 



maggiore, 

un poverbio monto bon: 
che se sol perde lo savon 
de lavar testa asenina), 
e per responde a lo som 
.che Veniciam moveam, 
chi de gram rancor ardeam 
de comenzar greve tenzon, 
ordenamenti fen so sto 
de garee e de gente, 
cernue discretamente 
si comò antigamenti sor. 
e meser Lanba Doria fé 
capitanio e armiraio, 
nobel e de gram ceraio 
e d onor comò lo de; 
segondo quella profectia 
che par che De gi revela 
stagando in Peyra o in Cafa, 
chi aora e sta compia. 
1 armamento s afrezava 
com ognuchana fornimento, 
aspeitando tempo e logo, 
per zo che la stae passava. 
Venexia lo semeiante 
faxeva in diverse parte: 
per zo soe garee parte, 
comò no savese quante 
contra noi re stilo aveam; 
dir mostrando com menaze ; 
mester e e omo li caze 
e strenze si che in si stean; 
devulgando lor gazaira 
con ventosa vanna gloria 
anti termen de viteria. 



21. ÌA stampa: ver. 23. confermaa. 27. forse curti. 30. Laiazo. 40. Va di 
creva tien dell' o. 50. la cifra della prima sillaba è mal fatta, onde si leg- 
gerebbe piuttosto jìer^jria che propria. 61. fé. 04. la stampa: for. 70. il r 
di par non chiaro, e potrebbe pur leggersi pa, come ha la stampa. 75. logo 
e tempo, per l'assonanza. 



Rime genovesi 
88 chi g e poi parsua amara; 

e monto gran possa mostrando 

de legni, gente e monea. 

ma si se gram colmo avea, 
92 per che andava mendigando 

per terra de Lombardia 

peccunia, gente a sodi ? 

poni mente, tu chi 1 odi, 
96 se noi tegnamo questa via. 

no, ma pu aiamo orni nostrai 

destri, valenti e avisti, 

che mai par de lor n o visti 
100 in tuti officij de mar. 

tropo me par gram folia 

dexprexiar Io so guerre 

chi no sa poi eu derer 
104 corno deia esser 1 ensia. 

che chi in anti che vigilia 

de far festa e tropo anxosso, 

me par che faze a rreosso: 
los chi se exauta se humilia. 

ben e mato qui bescura 

ni tem so inimigo vir; 

che la ventura e corno un fìr 
112 demente che stormo dura. 

quanti n e stai con soi guerre 

per soa colpa enganai, 

chi tegnando in man li dai 
iiG an traitao azar en dere! 

nostro armiraio con so stol 

soa ihusma examinando, 

ben previsto comò e quando, 
120 a la per fin se trasse for; 



d. sec. xiii-xiv. 



225 



candelando soe gente 

per farli tuti invigori, 

chi de combate e firir 

mostram tuti cor ardente. 121 

che bela vista era lantor 

de segnoi, comiti e nozhe, 

soversagenti con uge, 

tuti ordenai a so lavor! 128 

cum barestrei tuti acesraai 

com bon quareli passaor 

chi pertusam e mendor : 

de 1 arte som tropo afinai ! 132 

non era li diversitae, 

ma eram tuti de cor un 

per far honor de so comun, 

ni temevan quantitae. 133 

in Portovener se congregam, 

porto grande per reposo, 

contra ogni fortuna pioso; 

li unsem e s apareiam. no 

de li partim, zem a Mesina, 

li refrescham e se fornim, 

e demoran; e se partim 

per tener le stra marina. in 

or entram con gran vigor, 

en De sperando aver triumpho, 

queli zerchando Inter lo gorfo 

chi menazavam zercha lor. 143 

si che da Otranto se partim 

quela bia compagnia, 

per passar in Sihavonia, 

d avosto a vinti nove di. 152 

ma gram fortuna se comise 



91. correggo: ma se si gram ecc. UT. aiamo; correggo: amo (abbiamo, in- 
dicat.). 116. correggo: trailo. 118. la stampa: chusma. ì\9. previsto'^ Ve 
tira all'o, e potrebbe anch'essere. 121. la stampa: caudelando. 128. Il ras.: 
con so lavar; ma sopra con è aggiunto a, e cosi va corretto. 144. la straì 
l estraì 149. se parti. 151. la stampa: Ihavonia, ma io lessi Sih., che è 
forma più corretta. 

Archivio glottol. ital., II. 15 



226 

de terribel mal e vento; 
e quelo comovimento 

136 parti lo stol in monte guise. 
tanto fo quelo destolbe 
che no poen inseme stai, 
per savur che dever far, 

ICO ni portentim ni conseie. 
si che lantor per conseiar 
da cossi greve remorim, 
caschaun tem so camin, 

164 pu segnando che gi par. 
ma perezando in tar travaio 
e in condecion si ree, 
con vinti nostre garee 

168 proise terra 1 armiraio 
a un porto, De volante, 
chi Antiboro e anomao, 
chi ingolfando da 1 un lao 

172 de ver la faza da lavante, 
e quamvisde che in quelo porto 
avesem so scampamento, 
che fosse de 1 atro armamento 

ne n era arrivao cinquanta oto. 
ma quelo iorno anti note 
rezevem messo de novo, 
che for dexe miia provo 

180 n era arriva cinquanta oto; 
chi se conzunsen 1 endeman 
anti che fosse disnar coito: 
en soma fon setanta octo, 

184 chi d engolfa no s astalan. 
con grande ardimento andavam 



Lagomaggiore, 

guastando per quela rivera 
quanto d enemixi g era, 
segoudo che eli trovvavam. 
o quante gente, asnese, terra, 
casse e vile e possession 
missem tute a destrution, 
eh e tar usanza de guerra! 
e quante bele contrae, 
ysore e porti de marinai 
li nostri an miso in ruyna, 
chi mai no eram travaiae! 
ma ben ve digo en veritae, 
tropo me parem esser osi 
guastando li loghi piosi, 
comò stali de sposae. 
gran deseno fen a lo sposo 
auto duxe de Venexia 
chi in mar i atri desprexia, 
tochar logo si ascoso, 
ben savei che chi menaza 
andar a atri tochar lo naso, 
quanto dor g e poi romaso 
quando aotri lo so gi straza. 
lo nostro hoste andar apresso; 
a quela ysora zem drito 
a chi Scurzola fì dito; 
e li fem un tal processo : 
che un borgo pim e grasso, 
murao, merlao tuto en torno, 
che li susa era e men d un iorno, 
com bozom missem a basso; 
e tuto 1 atro casamento, 



154. mar. 158. star. 168. preise. 172. cosi il ms. 176. questo verso, che 
evidentemente non è qui a suo luogo, riproduce il 180.°, come già vide il 
Bisio (Arch. stor.). Il quale soggiunge : « qui si dovrà dire che non si avea 
notizia del resto della flotta». 183. octo, piuttosto che oito, ha il ras. — 
194. marina. 201. deseno pure nel ms., non grande seno. 209. forse anda 
andando. 216. ms.: comhozom. 



Rime genovesi 
stalo e maxon de quello logo 
fon cremae e misse a fogo, 

S20 ruina e disipamento. 
ma li borgesi chi so stol 
a lor venir previsto aveam 
le cosse lor porta n aveam; 

224 li rafacham n avem gran dolor : 
a chi tanto lo cor arde 
de strepar 1 atrui fardelo, 
chi an le man faite a rastelo: 

2-2S de tar grifo De ne guardo ! 
poi tegnando en quelo logo 
so consolo 1 armiraio 
per cerne so avantaio 

232 sun si grande e forte zogo, 
li nostri semper sospezosi 
de i enimixi che li vin 
venir com cor pim de venim 

236 e de soperbia raiosi, 
criam tuti a una voxe 
alor, alor, con vigoria; 
e caschaun sa arma e cria : 

210 De n aje e santa Croxe. 
ma per zo che note era, 
provo lo sol de stramontar, 
pensam lo stormo induxiar; 

244 e se missem tuti in schera 
enter 1 isora e terra ferma; 
da tuti cavi ormezai, 
entor lor afernelae, 

248 caschaun so faito acesma ; 
tegnando proa centra vento 
en ver 1 oste veniciana, 
entro maistro e tramontanna. 



d. sec. xin-xiv. 227 

armai con grande ardimento. 252 
ma de le galee sexe 
partie per la fortuna, 
no aiando nova alcuna, 
penser an corno se dexe. 256 

niente me stan semper atenti 
e confortosi tuti en torno; 
tardi g e sea iorno, 
ni stan miga sonorenti. sgo 

quela noite i enemisi 
mandam messi che previssem 
che Zenoeisi no fuzissem; 
che i aveam per conquixi. 204 

ma li penssavam grande error, 
che in fuga se fossem tuti metui, 
che de si lonzi eram vegnui 
per cerchali a casa lor. 268 

e vegnando lo di setem 
de setembro, fora avisai; 
a De e a santi acomandai, 
ferando insemel combatem. ?72 

lo di de domenega era: 
passa prima en 1 ora bona, 
stormezam fin provo nona 
con bataia forte e fera. 276 

o quanti, for per le peccae, 
entro cossi greve tremor 
varenti omi morti e raendor, 
e in mar gente stravachae ! 2?o 

tante era 1 arme de la tempesta 
e de barestre, lance e pree, 
en mar e su per le galee, 
restar guerra senza vesta. 284 

quanti prod omi se engannavam, 



218. stali. 247. pare cntor, anziché enter; scritto: en tor lor. 257. men. — 
277. io correggerei fon (furono). Ma anche con for (forse) il senso si regge. — 
281. si potrebbe correggere con gli edit. dell'Arch. stor.: de l arme la tem- 
pesta. 283. ms.: super. 284. ms.: re star. Gli annotatori dell'Arch. stor. 
proposero guerre - giierrer. Allora non più restar, ma restan. 



chi (luramenti conbatantlo 
moriam, e non savean quando, 

2S8 che li quareli pertusavam! 
o corno e layro subitam 
per strepa tosto la vita 
lo quarelo e la saita, 

292 chi perdom alcun no fan! 
ma ben e ver che da primer 
fo de li nostri morti alquanti : 
ma tuti comò zaganti 

^Q fon conbateo sobrer. 
sì gran fraso fo per certo 
de scue, d arme e de gente 
morti e negai encontenente, 

300 tuto lo mar n era coverto, 
corno De vosse a la per firn 
far honor de tanta guerra, 
fo lo lor stanta per terra 

304 e lor covegne star sovim. 
or che gram rota fo lanto, 
quando li Venician prediti 
se vim si morti e desconfiti, 

308 e Zenoeisi venzeor ! 

chi oitanta e quatro tenem 
garee de noranta e sexe: 
avuo an zo che gè dexe; 

312 che si gram dano sostentem 
de morti e d encarzerai, 
che de pu greve descunfita 
no se trovo razon scrita 

316 che de galee fosse mai. 
de, che grande envagimento, 
con setanta e seti legni, 
chi esser dorai som degni, 

320 venze garee provo de cento ! 
de le garee che preisem 



Lagomaggiore, 

parte menam con li prexon, 
chi in gran quantitae som; 
en le aotre fogo aceisem. 
segondo mea creenza, 
De maor honor gi zunse 
per la fortuna chi le ponse, 
cha se stai ne fosse senza, 
che dir se sor per veritae, 
che asazando cosa amara 
sor la doze eser pur cara 
e de maor suavitae. 
eciamde me pare anchor, 
che lo stol asminuio 
chi per fortuna fo partio 
n a aquistao pu francho honor. 
Zenoa, odando nova 
de viteria si grande, 
gazaira alcuna non ne spande, 
per la quar alcun se move 
en cossa de vanitae, 
corno sor far omi crudeli 
ma ne dem leso a De de cel, 
pregando de traquilitae. 
e quaxi tuta la citae 
procession fea 1 endeman, 
che De reduga salvo e san 
lo stol con prosperitae. 
a li cativi chi fon preixi, 
zo e pu de cinque railia, 
de gran pietae s umiria 
lo nobel cor de li Zenoexi; 
alando cognosimento 
en far dexeiver cortexia: 
de li aotri laxara gram partia, 
pu assai de quatro cento, 
e fo per zo che De per vi 



297. fraso, non fraso, ha il ms. 312. sostenem. 315. raxon. 340. mova. 
344. tranq. 



Rime genovesi 

esser lor cor inveninai, 

e Zenoeisi temperai, 
360 viteria ne atribui. 

d oitover, a zoia, a seze di, 

lo nostro ostel con gran festa 

en nostro porto, a or de sexta, 
364 Dominide restitui. 

semper da noi sea loao 

leso Cristo onipotente, 

chi in si greve acidente 
368 n a cossi gran triumpho dao. 

per raeio ese aregordenti 

de zo che e diro adesso, 

correa mile duxenti 
372 e norata e octo apresso. 

L. 

Ck)ntra eos qui uttintiir nimis vo- 
luntatibus terrenis (e. Lv). 

Che te zoa eser stao druo 

de case, terre e dinar, 

chi t an faito declinar 
4 a dover eser perduo? 

e sse tu ai deleto avuo, 

pu mezo ora no te par. 

per zo era de schivar; 
8 ma no te n e reraovuo, 

ni far ben non ai vosuo, 

se tu no t ai visto azotar, 

o in morte aproxiraar 
12 lo to corpo malastruo. 

de, corno e conscio cruo 

vorei tanto enduxiar 

a deveser examinar 



d. sec. xm-xiv. 229 

en partimento si nuo 
tuto entorno e conbatuo, 
aprestao de trabuchar! 
d onde, se tu voi scampar 
e no eser mai venzuo, 
che no dito : e refuo 
cossa chi me pò dannar, 
ma voio bem Io tempo usar 
chi da De m e conzevuo? 
pensa che De t a remuo, 
moirando per ti salva: 
forzate de meritar, 
e de render 1 enpremuo. 
che chi sera ben viscuo 
en dever drite ovre far, 
deiando eom De regnar, 
quanto sera benastruo! 

LI. 

De vitandis et non frequentibus ere- 
dencijs et mulut et fideiussoribus 
(ivi). 

Chi tropo usa de far creenza 
o prestao o manlevar, 
de far so dano, zo me par, 
non pò uncha viver senza : 
che error gè crexer o tenza; 
o coven tropo aspeitar, 
spender, turbar e travaiar, 
e soferir descognoscenza, 
mancamento e descresenza. 
chi se vo for rangurar, 
e no s afaita carta far, 
no se trova drita lenza; 



362. osteì 370. così il ms. Correggiamo, come nell'Arch. stor., e dito. — 
372. novanta. L, 15. a devese (o devcise). LI, tit. frequentandis ]- 7ntituis 
o mutuatìonibus;- fideiussioni bus. 2. correggo: prestar. 5. crexc. 11. ms.: 
sa faita;- carta è scritto male, ma pur si legge. 



230 



Lagomaggiore, 



ma far pu mester che venza, 
negando, quelo chi de dar: 
e cossi sor descavear, 

16 romagnando in marvoienza. 
d onde, in mea cognoscenza, 
en terra chi no sor frutar 
no e bon tropo afanar. 

20 ni citar soa semenza. 

LII. 

Cantra quosdam vilipendentes casta- 
neis, et cantra eos qui incidunt 
alias castaneas. Dixit comendando 
castaneas jochoso (ivi, tergo). 

Se no ve increxera de oir, 

una raxon ve posso dir, 

no tropo utel ni danosa 
4 per no aver mente encrexosa. 

e no trovo in montagna 

mei fruto de castagna, 

la quar s usa, zo se dixe, 
8 ben in pu de dexe guise. 

boza, maura, cota e crua, 

lo so savor non se refua: 

per zo De gi fé lo rizo 
12 en tanto aotro covertizo. 

orni, fanti, bestiame 

noriga e scampa de fame; 

per zo fa bem chi la procura, 
16 che cessa e de gram pastura: 

se t e mester, servar la poi 

ben tato 1 ano, se tu voi. 

ma chi guari o tropo 1 usa, 



soa mente n e confusa: 
che 1 aduxe tron e vento 
con un gram comoviraento, 
de cor bruxor e gram arxum, 
chi rende monto gran aflicion, 
segondo che som le nature 
diverse, xeiver o dure, 
pusor viae inter le gente; 
che tar gè n e no se sente, 
ma pu e vego orni asai 
per vile, coste, e per casai, 
chi pu engraxam de castagne 
cha de capon ni de lasane. 
legno e legname rende assai, 
chi e de grande utilitae 
en far vigne, torzhi e ponti, 
vaxeli, e asneixi monti 
unde stan le tere piose, 
e tamte atre bone cose; 
che se de tute dir vorese, 
penser o no ve crescexe. 
ni per zo laxero miga 
che ancor no ve diga: 
tinne e bete se ne fa, 
e se tu voi una ca 



LUI (e. Lvii). 

se alcun perdon poesse aver, 
che zoan li sati a 1 agnello, 
andando a morte a lo maxelo? 
cossi va pur lo meschin homo 



13. fa. 15. descavear; u misto di n. LII, 10. se refua; la seconda lettera 
di se può essere un o. 12. e tanto. 17. servar; la l.a sili, in cifra, onde 
potremmo pur leggere sarvar. 28. ms. : gene, e non ben chiaro. 33. parrebbe 
lognamo. 38. Va di tamte è cassato. 



Rime genovesi 

5 en ver la morte, e no sa corno, 
ni a luj che zoerea, 
poy che morir gì coverrea, 
en ver le forche esse menao 
per un xurio e verde peccao? 
per seraeiante mocitae 
vam, per vile e per citae, 
la maor parte de la gente, 

13 e i atri son poco o niente ; 
chi tute or la morte aspeitam, 
e n lo mondo se deletara, 
chi uncha tanti n a ocixi 

17 con li soi fazi honor e rrixi. 
cossi ne van senza astalarse 
tati in enferno apicasse; 
e zo in forche de tar menna 

21 und e de tute guise penna, 
che mar me par che se guardam 
da i enimixi chi 1 aguaitam, 
da chi li son noite e iorno 

25 semper assixi tuti in torno, 
e quelli chi lor paxe prenden, 
mar guierdon a lor ne rendem; 
che tropo son desordenai, 

29 li mostran bello e poi dan guai, 
or voio e un pocho dir primer 
de I un d esti nostri guerrer: 
eli son trei, ma cascaun 

33 te fa guerra per comun. 
lo mondo mostra cosse assai 
donde se fa de re merchai: 
possesion, terre e case, 

37 chi d un en atri son romase; 
vile e d orni segnoria, 
tesoro e gran cavalaria; 



d. sec. xiii-xiv. 231 

moier, fìior, bela masnaa 

per ti servi apareiaa, 4i 

de li quai ronden spesso hor 

lo lor amaro grande amarur; 

diverse robe ^er deleto, 

per to doso e da to leto; 45 

zogui e convij e iugorar 

en instrumenti per sonar; 

viande leche e vin lucenti 

chi renden li orni pur parlenti. 49 

chaschaun segondo zo 

quelo vor, se far Io pò; 

usa tanto questa me, 

che la gi torna in mortar fé. 53 

sapiai che e o visto pusor 

menar moier de gran segnor 

cossi grande e car asneise, 

dond e faite fere speise. 57 

la testa se horna d este spose 

de perle e pree preciose; 

le vestimente son dorae, 

chi otra mo son hornae; 6i 

li leti lor parem otar 

muai per pascha e per denal. 

gran compagna gi va derre 

de gran segnor e cavaler; 63 

homi de corte e sonaor 

con sivoreli e tanbor, 

chi robe aquistam e dinar 

pur per schergnir e iufrar. 69 

li e conduti delicai 

en monte guise apareìai; 

e li vin gè son diversi, 

chi fan parlar in monto versi. "3 

le dono chi gè son vegnue 



LUI, 9. prao. 22. forse se guaitam, per la rima. 29. ms. : das. 42. rende. — 
43. amaro; forse errato per do je; o meglio, per amor. 47. e iS. pu. 67. ms.: 
(an bor. 69. può leggersi anche vifrar. 



232 

tute son cosse cernue, 
e parem pu, corno se dixe, 



77 contese o grande emperarixe. 
encontenente poi maniar 
no s adementegan l)ahir 
tute le done e li segnor, 

81 o inseme o per semo: 
li si gran festa e bruda sona, 
che m aregorda quando trona ; 
per zo no caze lo solar 

85 che 1 a forte bordonar. 
de, o vegamo che liveralga 
segue questa incomenzaiga; 
e za verei tuto in contrario 

89 reversa tuto lo cartolario, 
io di no e da fìr loao 
so no de poi vespe passao; 
che la fin si e tuto or 

93 zuxe de ogni lavor. 
tuta la gloria strapassa; 
quasi en mendor e passa: 
quelo ben non var un nesporo 

97 chi ma szoise a passa vespo. 
che per remar o per freidor, 
o per un poche de caler, 
lo misero corpo e derochao. 

101 tuto gè va lo parentao, 
tuti li amixi e li vexira-, 
ni gi zoam un lovim; 
che moirando in gran dolor, 

105 con sbatimento e con crior, 
de tute cosse roman nuo, 
oribel cessa e devegnuo; 
quelo chi era si cortiao 



Lagomaggiore, 

da ogn omo e desprexiao: 
che anti vorea un so parente 
sor dever star provo un serpente, 
cha star a lao de quelo meschin 



chi e vegnuo a tur fin. 113 

or che gi zoa aver usae 

le gran viande delicae, 

lo bello asnese precioso, 

a quello chi e da verrai roso? 117 

or son andai li lor tanbuti, 

li xivoreli e li frauti; 

li strumenti e iugorai tuti 

alantor son faiti muti. 121 

tuta la soa compagnia 

vego star monto stremia; 

si che in cexia ni in via 

non e alcun chi guaìri ria, 125 

ni vego in quelo scoto 

usar solazo ni stramboto. 

ben ven ta or che alcun gè n e 

chi dixe: de, che gran dano ne! 129 

ma lo meschin chi iase li, 

se lo no a curao de si 

en lo spacio che De gi de, 

tristo le, che mar gè ze ! 133 

monto me par che 1 an scregnio 

le vanitae che 1 a seguio; 

chi 1 am menao a star confuso 

entr un streito e scur pertuso, 137 

e n tar casa gi ven intrar 

chi contraria me par 

de li paraxi che omo fa, 

per le condecion che la: I4i 

che cinque cosse voler sor 



90, ms.: noe;- lo ao. 91. Yo di so poco chiaro; corr.: se. 97. il ms. ha 
zoise, con uno scarabocchio avanti Io 2, che per dir vero ha poca somighanza 
con un s. 98. corr.: rema (reuma). 105. Il ms.: sbatimento, eoa una lineetta 
sovra il primo a. 111. questo sor ('solo') forse rimase nella penna all'ama- 
nuense dal verso che precede, e va tolto. 



Rime genovesi 

1 omo chi casar vor; 

zo e che la casa paira 
H5 longa, larga, ata e piaira, 

e de belle pree cernue 

chi sean ben picae . . . 

per far barcoa en grande aoteza 
U9 chi dagam luxe e gran piareza. 

ma 1 atra casa und omo va 

pur tu lo contrario ha: 

curta, streita, bassa, scura, 
153 no g e barchon ni fendeura, 

de terra e, per soterar; 

se de prea e, pocho gi var, 

che in far bello morimento 
157 no cognosco e avanzamento. 

cossi befFao se troverà 

chi esto mondo seguirà. 

no me piaxe star a scoto 
161 chi tuto voye lo borsoto. 

lo mondo e re abergao, 

chi a tuto orai lecaor 

da primer un bel disnar, 
i65poi li despoiar per scovar. 

la carne dixe: mania e he, 

che De per zo le cosse fé; 

fa tu chi e fresco e lenier 
169 zo che la carne te requer, 

goy de toa zoventura 

de fin che possanza dura; 
passito ben e no inmagrir, 



d. sec. xiii-xiv. 233 

che tu porressi incativir; 173 

usa bon vin quando tu poi, 

se congriar bon sangue voi ; 

no lavorar, penssa goer, 

dormi e ropossa a to voler. 177 

tristi queli omi dorenti 
chi mennam tai pensamenti! 
che mennam tai 

e a tormenti se egannan. 1 si 

che de tropo gram conduto 

ogni corpo n e destruto, 

e per le cosse temperae 

vive 1 omo in sanitae. 185 

1 omo chi no e astinevel 

d un bruto porco e semeieve, 

chi con bocha tuto aferra, 

tegnando pur lo morrò in terra. i89 

e queli chi tar via tenen 

paraletichi devenne, 

grevi, grossi, boegosi, 

tuti marci e peanosi. 193 

e se lo corpo n a travaio, 

quanto n a 1 anima darmaio, 

chi per un sor peccao mortar 

de aquistar penna eternar! 107 

che la gora conseigo liga 

la luxuria e noriga, 

chi fa tanti atri mar szhoir 

che lo no se pò contar ni dir. 20I 

or se tu voi ben penssar e comò 



143. casar; parrebbe nel ras.: cesar. 147. della parola che tralascio, leggonsi 
chiaramente il m iniziale e le due lettere finali uè; frammezzo ne restano, 
a quel che pare, altre due. Forse dobbiamo leggere: chi sean ben picae, 
metue per far barcon ecc. 148. il r di barcon non assai chiaro. 153. fen- 
deura; la seconda vocale pare piìi che e. 165. despoia. 175. tra se e con- 
griar una lettera cassata (forse un od un'e), probabilmente da non leg- 
gersi. 180-1. cosi il ms.;- egannan dev'essere uno sbaglio per condannan, 
e forse andava al verso precedente; il quale è lecito supporre fosse cosi: che 
folarnenti se engannan, qualcosa di simile. 



234 

e vir cossa e frager 1 omo, 

guarda corno tu e nao, 
205 nuo, povero, desconseiao. 

semper vai corrando forte 

jornaa fazauJo ea ver la morte 

unde tu sei, tuta via 
209 aspeti morte e marotia, 

ni forteza ni zoventura 

toier te pò quela ventura. 

o ben o mar che 1 omo viva, 
213 la veieza pur 1 asbriva, 

chi toie tuto lo poer, 

vertue, forza e lo savei, 

vegnando in tal condicion 
217 che asai var men d un grazon; 

desprexiao en la per fin 

e d amixi e de vexin 

e da moier e da fiioi 
221 e da i atri parenti soi; 

sempre aspeitando la maza 

chi de ferir tutor menaza, 

e a nexun fa avantaio, 
225 tuti menando per un taio 

a far raxon denanti De 

chi de zuiga e bon e re. 

tristo lantor da tuti lay 
229 chi per la carne avera 1 guai ! 

d onde, per De, alcun no prenda 

cossi atoxega bevenda, 

chi per deleto pochetim 
233 rende tormento senza fin. 

lo nostro terzo inimigo 

e tropo re, necho e enigo: 

lo demonio scotrio 



Lagomaggiore, 

chi in inferno a faito nio, 

con tanti aotri re compagno 

chi pu eh areina son, 

e meritam la zu cair 

per centra De insoperbir. 

or mena elo in quelo arbego so 

tuti queli che elo pò. 

per tanto e pur danoso e re 

che elo ve noi e noi no le. 

ententane d entro e de for, 

diversi mar metando in cor: 

soperbia, invidia, e ira 

chi in inferno assai ne tira. 

per zo che lo fo de cel cazao, 

se omo gè va, o n e irao. 

ma pur la soa gran ruyna 

da a noi ese doctrina: 

tropo de aver 1 omo penser 

li cazi trar in ver so ser, 

de no laxase insoperbir, 

ni in centra De falir, 

e semper esser obediente 

a li soi comandamenti 

chi son pin de cortexie 

(che li peccai son vilanie). 

1 aversario no dorme mai 

d acompagnar in li soi mai; 

e semper va d entorno e veia, 

ni d atro no s apareia 

se no de fané esser toiua 

la gloria eh el a perdua: 

e per trane for de via 

con i atri doi guerrer sa aya, 

no cesando de tentarne 



203. frager; il r veramente non si legge, ma frage, con un carattere strano 
aggiunto sopra, che parrebbe più e che altro. 238. compagnon. 241. l'ultima 
lettera di in soperòir é un misto di r e d'i; un i corretto in r. 244. pu. — 
253. de. 254-5. collocando questi due versi dopo il 201.°, il costrutto si ag- 
giusterebbe. 



Rime genovesi 

con lo mondo e con la carne, 
e donde noy pu xeiver senio 
da lui maor bataia averao. 
em prevaricar la gente 
tem mainerà de serpente, 
chi mete unde la testa va 
tuto 1 atro busto che 1 a. 
e lo diavoro fa atretar 
encomenzando de tentar, 
che tosto un peccao acende 
chi da primer no se defende, 
doncha da scampar da li soi lazi 
cossi conscio che tu faci: 
che cossi tosto comò comenza 
venir in cor soa somenza, 
refuela, de for la caza, 
che la raixe no gè faza; 
che lo peccao iantao in cor 
I mai no s arrancha senza dor. 
de tuti mai chi faiti son 
lo demonio e stao caxon. 
scampane, De, de quella brancha 
; chi mai de noxe no se stancha, 
e tutor velando, pesca, 
legnando 1 amo sote 1 escha. 
o quanti e o qui, per le peccae, 
' n a preisi per 1 egorditae, 
comò oxeli o bestiore 
per chi stan teise 1 enzignore; 
a ehi la morte inzenera 
. cheintordoingordiomarvi lelora. 
or de penssar 1 omo in so cor 
e li ogi avri d entro e de for 
per scampar de tanti aguaiti 
5 e da tante parte faiti. 
or guarda chi tu dei seguir 



d. sec. xiii-xiv. 235 

d esti quatro che voio dir; 
ma certo sei, no te inganar: 
1 un te fa bou e li atri mar. 309 

lo mondo dixe: e te inganero; 
la carne: e te somentiro; 
lo diavoro: e to ociro; 
De dixe: e te saciero. 3i3 

ma nixun e si inmatio 
chi ben no cerne esto partio: 
ogn omo incerne quar e ben, 
ma pochi e nixun lo tem. 3i7 

or De ne guardo e li soi santi 
de li inimixi chi son tanti, 
e ne conduga in quelo logo 
und e semper eterna zogo. 32i 

LIV. 

Expistola quatn misit de Riperia 
Janna fratribus congregationibus 
beate Eatheline virginis tue (c.Lix). 

Tuti voi segnor e frai 

li quai a De servi sei dai 

en santa cogregation 

per special devocion, 4 

e vostro servo e compagno, 

chi vostro frai no utel son, 

be dexiro, e ve mando 

humelmenti saluando 8 

en lo doze amor de Cristo, 

per che lo so regno s aquiste. 

quanvisde che loitam sea 

da voi con qui star vorea, 12 

no crea che loitanura 

parta quela ligaura 

chi inseme n an ceduti 



300. ms.: in zenera, 301. m, forse intruso;- ms.: le lora. LIV, tit. Ja- 
nt«am;- congregationis. 5. compagnon. 13. creai. 15. verisimilmente n a 
conzunti. 



236 Lagomaggiore, 

e de stranier n a faiti conti ; a la per fin per vento re 



e de pur cor acorapagnai 
per maio viver ordenai, 
andando inseme in un camin 

20 tuli armai de ben cor fin, 
per esser ben tuti a una 
centra 1 asato e la fortuna: 
che contra no far se pareian 

24 li beruer chi sempre veniam; 
e noi sempre veiar demo, 
chi mai de luì segur no seme; 
contra li quai ogn omo demo 

28 per so scuo aver la fé. 
or devemo noi, zo me par, 
per no tropo ociosi star 
ni de sono esse sovreprexi, 

32 per poer esser escisi 
da queli balestrei felon 
chi ne ferem in regaitom, 
quarche raxon dir e cointar, 

36 per no laxese adormentar. 
una raxon ve voio dir, 
se ve piaxera de odir; 
e per raxon ve de piaxer: 

40 no e boxia ma e ver. 
homi pusor s acompagnan 
en un ben legno che li arman, 
e tempo de forte guerra, 

44 per andar a una terra, 
con speranza de guagno far 
per dever poi semper ben star. 
fazando lo viaio lor 

48 e navegando e gran baodor, 



son spaventai da cho a pe, 
querando per scampar de zo 
o porto ben o pelago, 
e quando assai sun travaiai 
e d afano tormentai, 
denanti una ysola i apar, 
che li dexiram per lo star. 
e a quela se som mixi; 
ma si e de li ennimixi, 
con atre terre en torno, 
donde e guerre si afamai, 
chi an lo cor tanto crudel 
e tute pin de mala fel, 
che sempre fam aguito forte 
per ocie e dar morte, 
or comenzam per lo folia 
quela compagna ensir de via, 
a poco a poco asegurase 
en gran solazo e no guardase, 
metando scara e paromaira, 
en terra andando per la iaira; 
si che atri balla e atri musa, 
aotri dorme e iaxe zusa, 
manian e beiven e solazan, 
de festa e gozo se percazam. 
nixun de lor sta apensao 
d oise dir: scacho zugao; 
tuti sum si adormentai 
en soi deleti per lor gai, 
che 1 ennimixi lor mortai, 
semper veienti in li lor guay, 
subitamenti li am preixi. 



22. ms.: la saio. 24. trascrivo fedelmente il ms., che ha veiam-^ ma dob- 
biamo corregger veiam. 27. ogn omo de. 32. la lezione ó sicura; ma vuoisi 
correggere ofeisi. 36. laxase. 56. innanzi a ^t una specie di d mal formato. — 
59-60. qui non c'ò rima; per averla potremmo correggere: con atre terre en 
torno assai. 63. corr. : aguaito. 



Rime genovesi 

senza poeser esser defeisi: 

si che tuta la festa lor 
84 li e convertia en gram dolor. 

poi li am ligai a gran desenor, 

e stirazai con gram remor, 

e n streito logo encarzerai; 
88 d onde no e conseio mai 

che de quela torre o ffosa 

per reenzor ensi se possa. 

in la quar comò in enferno 
92 no se sta de pena inderno: 

en lo quar se sosten penne 

desguisae e de nove menne, 

le quae visto o specificar 
96 en contar guisa, zo me par. 

1 unna me par la gran calura 

che aduxe la streitura 

de lo logo e da la gente, 
100 chi son tegnui streitamente. 

1 atra si lo gram freidor; 

che quando ven lo gran zelor, 

1 encarcerao lantor no trova 
lOJ chi lui d alcuna roba crova. 

1 atro si e de vermi assai 

chi sempro son si abraschai 
107 de roe le carne meschine 

chi fa li orni tremolenti 
abreivir e sbate denti, 
che d unna rocha tuta fogo 
111 un ponto de si freido logo, 
non porreva esser temperao, 



d. sec. xiii-xiv. 



237 



tanto e zeror desmesurao. 

zo ven a 1 omo dritamenti 

chi de far ben non fo frevente, 

ma zelao, marvaxe e re, 

e freido in 1 amor de De. 

1 aotra e vermi e serpenti oribel, 

de monte guise son terribel: 

de queli dir no se pò corno 

li dem squarza e roe 1 omo 

d entro e de for, con tar mesura 

chi sera tropo axerba e dura. 

li e desmesura dragonin 

chi de li orni fam boconin, 

li se pagam li desleai 

deleti com penser carnai, 

en li quai 1 omo e stravoto 

chi in tanti mai e voto. 

1 aotro e 1 aer de lo tormento, 

abuminao e puzolento 

de sorfaro e de brutura; 

che aduxe la streitura 

de lo carzer pim de marzor, 

de 1 aer spesso e re lentor 

fosco, con gran foraositae, 

chi tuto aduxe infirmitae. 

questa fé a li orni delicai, 

preciosi, van, desordenai, 

luxuriosi e semper tenti 

en curosi afaitamenti. 

1 atro e lo speso tenebror, 

scur, negro, senza relugor, 

orribel e carzento, 



119 



S2. paese. 90, correggo: reenzon. 96. ms. : encontar. 99. de la gente. — 
101. non so se debba scrivere l atr osi (l'altra anche), o correggere: l atra 
si e. 105. l atra. 106. sempre. 107. qui manca una carta. 110. più chiaro 
sarebbe: eh e in unna ecc. 124-5. dcsmesurai dragoin e bocoin; ovvero 
(ma, parmi, meno bene): a desmesura dragonin ecc. 139. van; la vocale è 
oscura, ma preferisco van a vim (vini) per il senso. 140. corr.: olenti. — 
144. forse cariscnento (caliginoso). 



238 Lagomaggiore, 

chi tropo e greve e gran tormento, quante 1 omo avea faito ; 



mai no a termen quela note 
' donde e 1 animo bescote: 

a li tormenti se renovam, 

ni za mai reposo trovam. 

en questo mar 1 omo s aduxe 

refuando la bia luxe 

de De, volando fa ascose 

le overe soze e tenebrose. 

poi sege zote e scoriae, 
, en monte mainer dae 

da queli marvaxi serpenti 

pu sozi assai cha li serpenti; 

chi li batem e gamaitam 
I ni mai da zo no se retraitam, 

semper renovando li gai 

a li meschin chi mai fon nai : 

chi d està penna son batui 
; per mar che li an faito atrui, 

iniuriao, ferio, ofeiso ; 

per che li am aor lo contrapeiso. 

1 autra e la soza visaura 

de li demonii, si scura, 

si terribel e si fera 

che no se pò dir la mainerà; 

si che no se pò dir soferir 

la vista d un senza morir: 

pu un de lor par e tropo 

a scampar de tar entopo. 

e zo a queli se conven 

chi guardam tropo unde non den, 

refuando per vanitae 

ver la divina maestae. 

1 aotra e la gran confusìon 

de tae e tante ofenssion 



a chi lo tempo era daito 

per far ben, mar si 1 a speiso 

en li mar chi 1 am corapreiso. 

questo vermo de pentimento 

gi roe de fora e d entro; 

pensando aver si mar perduo 

lo spacio a lui concevuo, 

e per vanitae tantinna 

eser vegnuo in tar ruina. 

la novenna e che ligai stam 

si streitamenti e pe e man 

e lavai con tar perno, 

che stambuxa se pò enderno: 

ni mai d eli alcum non scampa, 

ni de tae grife mai mai no zampa; 

che chi seme la entro va 

perpetoamenti gè sta. 

e zo e cessa driturera; 

che quelo chi francho era 

de far zo che elo poea, 

per si ligar no se devea. 

per che se elio fosse stao 

semper vengente e ben armao; 

no laxandose adorrair, 

ma defendesse e scremir, 

si che per arme de vertue 

1 eniquitae fossem venzue ; 

desprexiando li deleti 

che lo deveiva aver sospeto, 

chi comò venti gi fuzivan 

e tanto mar gi apareivam; 

odando ben li xivoreli 

de le Scriture, e i apeli 

de li messi de De qui criam 



155, mainere. 156. sergenti^ 161. mai\ Vi manca dell'apice; corr.: mar. — 
170. no se pò soferir. 182. correggo: ma si. 188. ms.: tanti nna. 209. cor- 
reggi: sospeti. 210. fuzeivan? 214. qui è scritto iu forma strana, e leggesi 
per discrezione. 



Rime genovesi 

i e a far ben senpre ne inviara, 
e cun losenge e con menaze, 
per zo che 1 omo mar no fazc; 
e obeir a quela guia 
I chi ne da per tener via; 
legnando nostre reme in freni, 
apareiai a tuto ben; 
abiando forte previxion 
quando te ven tentacion 
de 1 enimigo chi asaie, 
e omo vencese le bataie 
che lo ne da e tante e tae 
(ma si e pu la veritae 
che lo no venze ni da dor 
se no pu a queli chi lo vor); 
e contra la soa necheza 
1 omo avese soa visteza, 
e forte cor per no laxar 
si maramenti soperzhar: 
za no serean tanto foli, 
si dormiiosi e si molli, 
eh eli ben no conbatesen 
con 1 iniraixi e n venceisen; 
ni sofeream fasse ingano 
chi gè rende?sem mortar dano, 
ni semena sun soa terra 
semenza de tanta guerra, 
chi per deleto d un sor pointo 
seguise mar chi no a coninto, 
nomerò ni quantitae, 
tuto aquistar per vanitae. 
pensemo doncha esser venienti 
de schivar tanti tormenti, 
si che 1 asempio de ro legno 
ne serea dotrlna e seno: 



d. sec. xiii-xiv. 23'J 

e de deverse guaitar si, 
e omo no posa cair li ; 

donde e o de sovra dito 
e notao in questo scrito. 
ma de la sovranna gloria 
aiamo sempre in memoria, s 

chi tanta festa e zogo rende, 
comò n acerta le lezende 
certanna qui no pò falir, 
che poco e quanto se pò dir: $ 
tanta e la grande multitudem 
de 1 enterna beatitudinen. 
e quello doze re biao 
chi fo per noi crucificao, j 

per pregerò e per ensegna 
de la soa maire degna 
chi de cel e dona e reina, 
e de santa Catarina, s 

ne conduga a lo regno so 
unde alcun ben mancha no pò. s 

LV. 

Contra iniurias (e. Lxn). 

Quando tu e iniuriao 

e venianza voi aver, 

guarda no dir to voler; 

taxi, per melo esser veniao. .j 

LVI. 

Be conversione Petri Thoolonarij de 
quo narrai sanctus Johanes Elle- 
monisari ut infra (ivi). 

Se me voresi ben oir, 
un asempio ve vorea dir. 



236. ms : che li;- con batesen. 237. ms. : en venceiscs.; corr.: e no vences- 
sen. 238. ms.: so feream. 23'J. rendesse- 243. coimo. 245. aquistao. — 
202-45. trapassa in questo periodo da una ad altra persona, dal singolare al 
plurale. 2o7.ccrtanne:,- pon. 2Q\.beatitudem. 7. VI, 1. ?ne; scritto quasi mo. — 



240 

chi ne mostra e ne dixe 

a cognuxe la gran luxe 

e lo gran fruto che de da 

la limosina chi la fa, 

per amaistraraento e scrito 

de li santi chi 1 an dito. 

per zo solca reconintar 

un patriarchar d otra mar, 

che per li ben che elo se faxea 

da li poveri nome avea 

san Zoane limoxene, 

chi grande logo tener in ce, 

e dixe che in una contra 

monto poveri una via 

se scadavam a lo sor 

e raxonavan inter lor, 

li soi benfaito loando 

e li aotri vituperando; 

speciamenti un segnor 

de gran richeze e grande honor 

chi Pero Banche se palava, 

chi mai limosina non dava. 

e un de lor comenz a dir 

e far promisse e proferir: 

si son ingordo, zo me par, 

e tanto so dir e far, 

che e avero, se requero, 

limosina da quelo Pero. 

e li aotri preisem a dir: 

anti porrexi tu morir, 

che tropo e misero e tegnente, 

en li poveri negligente ; 

gran maraveia parer de 

se lo fa zo che uncha no fé. 

quelo a la porta va e cria 



Lagomaggiore, 

e en prozon con gran stampia. 

Pero lo cria e lo deschaza 

cum furor e con menaza: 4o 

lo povero no se partia 

ni de criar no somentia. 

e cossi andando en torno, 

vegne un szhavo da lo forno 44 

cun un vaxelo pin de pam: 

1 irao segnor gi de de man, 

e trase un pan per dar mar meise 

a lo povero, chi lo preise, 48 

e questa limosina morta 

a soi compagnoi portar, 

chi a penna creer poen 

che faito avesem tanto ben. 52 

enfra trei di Pero se sente 

lasso e enfermo grevemente, 

con freve e mar de tar rabin 

chi lo menna quaxi a la fin. 56 

e parsegi per vision 

esser d avanti a quelo baron 

chi e segnor universal 

per zugar tar e qual. eo 

e li nimixi fon presenti, 

de li soi mai regordenti, 

chi tuto misem in baranza. 

lantor fo Pero en gran temanza, 6i 

no se pò dir lo penser quanto. 

ianchi angeri vegnen da canto, 

tristi chi no g era asceso 

ovra de contrapeiso. 68 

lantor un angero for ensi 

chi dixe alaor: sapiai per mi, 

no g e bona ovra alcuna 

ni limosina, se no una, 72 



3. correggo: ne aduxe. 9. recointar. 11. forse cha elo faxea. 14. correggo: 
tem. 22. honor; il primo tiene dell' e. 23. se apelava. 33. ms.: teyente. — 
38. cosi il ms. 50. porta. 65. il ms. quasi no so pò. 70. a lor ? 



Rime genovesi 

d un pan aduto da lo forno 

traito a lo povero 1 atro iorno. 

per questo pan fo la baranza 
76 torna quaxi a unguanza. 

e li dixera li angeli lantor: 

se tu no pensi con vigor 

de zunce atro a questo pam, 
80 li neigri te ne porteram 

en logi scuri e tristi, 

che richeze uncha mai visti. 

da li angeri De fo pregao, 
84 che retorna Pero in so stao. 

e disc: oime ze, che tanto honor 

m a faito un pan traito in furor; 

e quanto pu raeraveia e 
88 se tuto avese daito lo me! 

queli demonij meschin 

con gran dolor se ne partim, 

chi de Pero eram anxosl 
92 tiralo in logui tenebroxi. 

retornao Pero in sanitae, 

tuto e muao de sanitae; 

e preise in si conscio fin, 
96 tener volando aotro camin. 

lantor de novo se vesti; 

un povero zo gè requeri: 

Pero monto alegramenti 

100 gi de la roba incontenente, 
e lo povero chi avea 
gran defeto de monca, 

la revende per far dinar 

101 e per soi fai ti abesognar. 
Pero la vi in dosso autrui, 

e gran dolor n ave infra lui, 
e non son degno (digando in si) 



d. sec. xiii-xiv. 



241 



che lo povero prege per mi. los 

vegnando note s adormi, 

e un bello zoven i aparvj, 

pu resplendente cha lo sol: 

zo era De nostro segnor, 112 

de vestir cossi guarnio 

de che lo povero fo vestio. 

e dixe a Pero: fiior me, 

dime per che turbao tu e. ne 

Pero la caxon gi spose, 

e lo Segnor gi respose: 

cognosi tu questo vestir? 

en veritae te volo dir, 120 

che quando a lo povero lo daesti 

mi mestoso ne vestisti; 

chi tuto freido era per certo, 

e tu m ai cossi coverto. 121 

d està limosina a ti. Pero, 

grada, honor te fero. 

Pero lantor fo deseao, 

e grandementi consolao; 123 

pensando esser pu fervente, 

e dar abondevermente; 

e perponando in so cor 

ogni richeza vaga for: 1^2 

che, poi e si amigo 

de queluj chi e si mendigo, 

che lo se mostra in soa forma, 

mester fa che sega 1 orma, i36 

e per piaxer a tar segnor 

che sea pu comò un de lor; 

che la richeza e pur caxon 

de 1 enternal perdecion. ho 

e per compir questo so faito, 

poi che 1 avea tuto daito. 



76. si potrebbe pur leggere imguanza. 78. se è scritto sz, cfr. v. 88. — 
82. mar. 87. correggo: merirea e (meritere' io). 88. ms.r sz, cfr. v. 78. — 
94. corr.r voluntae. 122. ms.r mi mesto"". Corr.: mi mesteso. 126. ms. : te 
qucro fero. 

Archivio frlottol. ital.. II. 1*5 



242 



lama un so servo so notar, 
144 a chi lo dixe, zo me par: 

una privanza te cometo; 

ma per certo t emprometo, 

se per ti parezao sero 
148 a barbari te venderò. 

e poi dixe: or m entendi; 

dexe livre d oro prendi, 

e en lerusalem anderai 
152 e mercantia acaterai : 

a un crestiam me vendi 

e tu lo prexio prendi, 

a povero destribuando. 
158 e lo notar zo refuando, 

fo menazao da benastruo 

a barbari esser venduo. 

lo servo, contra so voler, 
iGO no vose a lui far despiaxer : 

e vesti quelo a la per firn 

virmenti, a moo d un meschin ; 

a un argenter lo vender 
164 e trenta dinar ne prender, 

che de presente fon partij 

e a poveri distribuì. 

Pero incomenza in ca servi 
168 e far li oficij pu vir. 

per esser tanto humiliao, 

da li aotri fo desprexiao, 

speso ferie e gamaitao, 
172 e quaxi mato reputao. 

ma leso Criste pusor via 

privarmenti i aparvia, 
le vestimento e li dinar 
176 mostrando a lui per consolar. 
1 emperaor a la per fin 



Lagomaggiore, 

de soa terra, e soi vexin 

de 1 asentia d esto segnor 

no eram senza gran dolor. 

ma de soi vexin alquanti, 

per visitar li logi santi, 

De volante, vegne lanto, 

disnando in cha de quello segnor; 

e tanto vim in quelo iorno 

lo dito Pero andando in torno, 

che cognosuo fo da lor. 

da torà se levan lantor, 

e dixem: trovao avemo 

zo per che vegnui semo; 

pensando d alosenga 

e poi con lui repatriar. 

Pero, considerando zo, 

de quela cha se parti alo. 

a lo porte chi era muto 

dixe: avri la porta a lo bostuto. 

e faito zo, quelo requeria; 

Pero tegne soa via. 

quelo chi parlar mai no poe, 

per Pero De gran don gi fé; 

e coraenza alantor a parlar 

e contra li aotri a raxona, 

digando: quelo m a consolao 

chi tanto chi e desprexiao; 

che in 1 ora che lo dixe 

che a lui la porta avrise, 

vogando splendor de lui insir 

chi tuto a mi restituì 

la parola e 1 oya: 

De sea sempre in soa aya! 

lantor queli zo vogando, 

tuto lo di nem cercando; 



\oo. poveri. \(j3. vende. ICA. prende. Ì0\. ms: da losenga. 197. così il 
ms. 207. col gerundio, il senso rimane sospeso. Si potrebbe correggere: 
grande splendor de lui insi. 



Rime genovesi d 

ni mai trovar no lo poem; 

che elio se guardavan monto ben 

che Vanna gloria mondanna 
216 no gi levase la sovranna. 

de vianda cho prendea 

pocho o niente in si tenea, 

a li aotri poveri digando, 
220 pan e aigua in si usando. 

la gram masna de lo segnor 

chi faito aveam desenor 

a Pero in soa presentia, 
224 ne fem poi gram penetentia. 

quelo amigo de De biao, 

stagando in un logo privao, 

en sante ovre encernue, 
228 fini con insegne e con vertue : 

e per cossi streito sente 

sape aquistar lo regno de De; 

chi per soe pregere sante 
232 ne faza far lo semeiante. 

LVII. 

Dominus Karolus frater regis Fran- 
l corum venit in Tuxia ad partes 

Florentie, anno Domini mccc pri- 
mo. Quidam de magnatìbus Janue, 
timens de facto ipsius quia vide- 
batur nimis prosperavi, misit in 
Sagonam, ubi erant prò Comuni 
ad officium cabelle salis, quodam 
nuncius domini Luchini Gatiluxi 
tunc Potestatis Sagone; et quia ipse 
tacuit nomen suum, non potuit 



. sec. xiii-xiv. 



243 



sciret quis fuerit componitor ipsius 
scripti; et propterea ego ipsum pri- 
mo exterrefaciens et ultimo conso- 
lando eum, respondens scripsi ei- 
dem ut infra (e. Lxiii, tergo). 

E no so chi fosse aotor 

de lo scrito che mandasti: 

s o fosti eso, ben mostrasti 

che senti de lo bruxor 4 

chi in Tosccanna e contraito, 

de che e faito campi um 

lo frae de quelo gram barom, 

tuto ordenao per lo gram caito. 8 

ni me maraveio miga 

se voi vivi in pensamento, 

che monto gram mexamento 

pò szhoir zo che bordiga. 12 

cosiderando lo so faito, 

si s afira so ronzeio, 

par che 1 abia per conscio 

de menar tuto a faito. I6 

ni e lo creo esse movuo 

de si lonzi per dar stormo, 

se no per venir in colmo 

d onor chi g e inprometuo. 20 

chi sente venir fogo 

a la maxon de so vexim 

ben de pensar per san Martim 

d aver semeiante zogo. 24 

ma in questo me conforto, 

eh e ho visto antigamente 

atri far lo semeiante, 



214. il r di guardavan aggiunto sopra, e oscuro; corr.: guardava. 219. da- 
gando. 228. la seconda vocale di insegne, attaccata al g, pare più che e. — 
LVII, tit. Farei le seguenti correzioni: ubi eram;- quendam nuncium do- 
mino Luchino;- Potestati Sagonce;- scire. Exterrefaciens poi non si legge, 
ma exterieiens con un tratto sopra. 3. ms. so fosti e so. 5. Tosccanna; 
la lettera che sussegue al 5, potrebbe anch'essere 0. La stampa: Tosecanna. — 
14. ms.: si sa fira. Ma potremmo fors' anche correggere: si sa afira (cioè 
afirà). 27. la rima vuole semeiente, cfr. Arch. glott. I, 308 ecc. 



Lagomaggiore, 



28 chi n e vegnuo a mar porto, 
e questo pur ta via tem 
che tuto strepa zo che lo pò; 
e se zo e lo faito so, 

82 no pò durar ni fluir ben. 
no savei voi che se dixe 
che gente pinna d orgoio, 
etai ne crcva li ogi 

3G e i arranca le raixe? 
per che, doce amigo me, 
dai ve conforto e resbaodor: 
questo chi par un gram vapor, 

40 tosto sera sentao da De. 
e for De quele encontrae 
a miso lui per castigar, 
e per un tempo bordigar, 

44 per punir qualche peccae. 
e no som omo de parte, 
ni so che deia esser deman ; 
ma pur 1 aoto torrexam 

48 cria semper a tuti: guarda, 
tante vemo cosse torte, 
che caschaun vego rangura. 
chi donca vor ben star segur 

52 se meta su rocha forte. 

LVIII. 

De semine verbi Dei de qua fit men- 
cio in evangelio: exiit qui semi- 
nai seminare eie. (e. Lxiv), 

Piaxe a De che la semenza 
de che parla la Scritura 
en mi trovo la coctura 



chi renda bona crexenza; 
si che mai no sea senza 
de cossi santa pastura; 
dagandome forza e dritura 
per che 1 inimixi venza, 
chi no me possam far tenza 
a montar in quella aotura 
dond e con vita segura 
de De pinna cognoscenza. 

LIX. 

Quod elimosina iuvat in paradiso 
(ivi). 

D ognunchana ben chi so sol far 
per aquistar paraiso, 
la lemosina m aviso 
che posa pu in zo zoar. 
ma qui da mal aquistao 
pensar de esse lemosene, 
s enganera de so penser 
e troverase condenao. 

LX. 

De non tardando ad bonum opus (ivi). 

Gram meraveia me par 
che quaxi ong omo vego errar; 
e durar breiga e afano, 
cura rapina e con engano, 
en aquistar a so poer 
possesion terre e aver, 
per soi fiioi multiplicar, 
e si mesteso condenar 



35. ms.: e tai. 41. e for De en quele contrae (od anche encontrae; cf. lxiii, 5). — 
48. coiT.: guarte. 50. con-.: rangur. LVIII, 3. trove. LIX, 5. dopo da il 
ms. ha de, ma cassato. Pure non da, ma de, vuole il senso. 6. pensa. — 
LX, 4. ms.: rapina. 



Rime genovesi 

a star en 1 eternar prexon, 

unde no e rendention: 

che chi gè chaze per so destini 
12 en si raalvaxe remorim, 

no spere d aver za mai de poi, 

ni da fiioi ni da nevoi, 

lernosene guari spese 
16 ni oration ni mese: 

che visto n o per soe peccae 

en lo me tempo pur asai 

si crudel e de mar ayre, 
20 che per dever scampar so paire 

no curerean poi de dar 

ni meaia ni denar, 

ni per soa anima cantar 
2J tarirum taritantar. 

doncha e pu segur camin 

ave de iusto un pochetin, 

che per atrui richeze prender, 
28 chi lo mennam a pender; 

e fin che 1 omo e vivo e san, 

limosene dar con soe man, 

chi aspetar sun tar partio 
32 bem chi gi verrà falio. 



d. sec. xiii-xiv. 245 

ni per zo no e raen amao 

ni honorao da li vexin. 

e zo fa lavor mcschin, 

no pensando lo peccao. ^ 

ma queluj chi e intrao 

mar a so oso in tar iardin, 

per che non pensa con cor fin 

che se gi de cambia lo dao? 

ze, chi de star asegurao, 

vivando un sun tar pendin, 

da 1 uixio devim 

da chi el e semper agaitao? 

aspete pur esse pagao 

con tar baranza o tar quartim 

chi darà colmo senza fin, 

tormento desmesurao : 

ni sera tanto perlongao, 

che no gi paira ben matin 

a quelui chi tar camim 

avera per tempo usao. : 

doncha e ben can renegao 

e pezo asai cha can sarraxim 

chi per deleto pochetim 

vor esser si tormentao. : 



LXI. 

Cantra eos in devetiim Alex. 
(ivi, tergo). 

Tanto e la camin ferrao 
de lo deveo de li Alexandrin, 
che chi seme ne vem pim 
4 no e pu scomenigao 



LXII. 

Cantra eos qui pingunt faciem acci^ 
dentali pulcritudine (ivi). 

Dona alcuna no me piaxe 
chi so viso disfigura 
per mete faza inpostura, 
chi a De monto despiaxe. 



13. tra zamai e poi è aggiunto nel ras., sopra la linea, (?e, in carattere sbia- 
ditissimo, ma del tempo. LXI, 1. lo. 10. ms. : aso oso. 14, im sun (in su) ? — 
15. forse inixio (giudizio). 21. perlongao; il primo o, misto d'e. LXII, tit. 
eas. 2. il primo i di disfigura è senz'apice, forse principio di un' e. Cor* 
reggo: desfigttra. 3. ms. : in postura. 



246 

e se zo consente e taxe 
quelo chi ne de aver cura, 
consego mala ventura 

Stn avera, per sam Portaxe. 
ma quela soza marvaxe 
pegaza de tar brutura, 
certannamenti procura 

13 che lo demonio la baxe, 
chi conseigo habita e iaxe, 
tirandola in preixon scura 
de penna chi semper dura, 

16 enter 1 etenrnar fornaxe; 
unde no e za mai paxe, 
ma dolor senza raesura, 
spuza, tenebre e calura, 

20 solfaro e fogo pinaxe. 
d onde e prego De vraxe 
che gè cambio tar pentura 
em peizem e in arsura 

24 de che lo viso s abraxe ; 
ranghe tornen e agaxe 
e orribel per natura, 
e possam nesse pastura 

28 de lo mar lovo ravaxe. 

LXIII. 
Cantra insidias (e. lxv). 

Un asempio ve posso dir 
bon per schivar e per fuzir 
tentacion, penne e dor 
4 che 1 ennimigo dar ve vor. 
eu 1 encontrae de Co-de-faar 
vi star un homo per pescar, 



Lagomaggiore, 

sun un scoio a la marina, 
cun una cana e con trazina. 
capello in testa avea, 
canvisde che no iovea, 
per asconder in pescherà 
a li pexi soa ihera. 
tegnando 1 omo sote 1 escha, 
corno fa 1 omo chi pesca, 
brusme gi vi speso zitar 
per far li pexi aproxiraar. 
cun esca de picem valor 
tirava asai pexi e pusor, 
grossi e menni per comun. 
si che inter li aotri ne fo un, 
chi poi chi 1 avea devorao 
cum esca 1 amo invulpao, 
1 omo un poco consentando, 
ze in torno solazando; 
de zo che 1 avea travoso 
grandementi era iojso, 
sperando aver deleto assai, 
ma quanto fo poi lo so guay, 
de che elo e doroloso e gramo, 
sentandose poninto da 1 amo, 
chi gi straza 1 enterior, 
cum desmesurao dolor! 
melo per lui serea stao 
aver un anno zazunao 
quando tjrao fo a xuto ; 
mal vi uncha tal conduto. 
citao morto inter una cesta, 
monto gi fo la morte presta; 
corveiao de tar mainerà, 
speranza d ensir no era. 



16. eternar. 27. non correggo nesse in esse, perchè credo che dipenda da 
una ragione fonetica. LXIII, 5. ms,: en len contrae. 13. l amo. 26. ioyoso. — 
30. pointo. 39. ms.: coveriao, e sul prinao o la cifra che significa r. II pun- 
tino sopra il r ci avverte che s'ba a cancellare. Ma dobbiamo correggere: 
coveriao (coperchiato). 



Rime genovesi 

tristo quelui chi a tar fin 

ven per un hocum meschini 

che per falimento sor 
44 s aquista eterna dolor. 

questo asempio che o dito 

me par semeiante drito 

e Ilo moo representa 
48 de 1 ennimigo chi ne tenta: 

chi con peccae e gran deleto, 

che noi devemo aveir sospeto, 

e con esca pochetina 
52 ne vor mete in mina. 

questo malvaxe berruel 

no cessa de zitar brusmel, 

per afasse in torno aproximar 
56 queli che lo cercha de maniar. 

semper quande elo n engana 

tem in man trazina e cana. 

la cana e voia e laniera; 
60 e cossi e volo chi spera 

en deleti e vanitae 
.chi tute son atoxegae; 

che ogni carnai delectamento 
64 e men passa d un momento. 

sotir e longa la trazina; 

che questa vita meschina 

par dever star longamenti, 
68 ma pu la fuze incontenente; 

che si e frage e sotir 

eh e quaxi apeisa per un fir. 

e ancor sta 1 omo ascoso, 
7-2 che strabaza lo bramoso 

chi no gaita e no veia 

en lo mar chi 1 apareia 



d. sec. xiii-xiv. 



247 



lo pescao incapellao, 

chi gi cera e ten privao 76 

che lo no vega la faga 

de so mar che elo prechaza, 

che sote specia de luxe 

enter lo scu peccao n aduxe; so 

e n per zo ten 1 amo coverto 

che lo ma no paira averto, 

per farne star in eterno 

inter la cesta de 1 enferno. 84 

ma da si necho pesschao 

ne defenda lo Criator, 

che tar brusne ni esca 

no intre in nostra ventresca. ss 

per zo me par che ogn omo de 

guarda ben quando e comò e que; 

luxe in questa vita mortar, 

per no aveir penna eternai; 92 

e astenerse in tar mainerà 

che 1 enimigo no lo fera, 

ma per vita munda e pura 

entre in gloria segura. sa 

LXIV. 

Cantra adversitates (ivi, tergo). 

Monto fale grandemente 

chi in alcuna aversitae 

vegnua per le soe 

no vor esse paciente. 4 

che Ilo peccao e quelo chi menna 

1 omo esser tormentao, 

e se peccao no fosse stao 

mai non seguirea penna. s 



43. per un. 55. correggo: per fosse. 70. eh e (ras.: che); Ve non chiara. — 
71. l'amo. 16. cera; così dobbiam leggere; ma il e nel ms. mal si distingue da 
un t. 87. pare s'abbia a correggere brusme (cfr. vs. lo e 54), LXIV, 3. sup- 
plisci peccae. 6. a esser. 



248 

che De chi pò e tuto sa, 

chi e vraxe mago, 

agn omo enfermo e cego 

12 prevee de zo che master fa. 
chi vor doncha esser rebello 
ni contradir a so segnor, 
aspeite esse ferio ancor 

16 d asai pu greve raartelo. 
ma chi le soe aflicion 
in pacientia sosten, 
corno per so peccao conven, 

20 n aspeite pur gran guierdon. 
che in una raesma foxina, 
chi li raetali proar vor, 

23 la paia consumar se sor 



LXV (e. Lxxiii). 



Lagomaggiore, 

ma quando e festa dei feirar; 

e spender si li iorni toi 

clie De te menne a li bea soi. 

LXVI. 

Ad mutandum se de una domo in 

alia (ivi). 

Chi de novo se stramua 
e hatra ubitacion, 
per aver reisego bon 
e ventura benastrua, 
digage està oration, 
chi me par soficiente, 
se se dixe atentamente, 
com pura devocion: 
leso Cristo segnor De 
chi tanto ve humiliasti 



■'1 



zo che tu dei ben far 1 endeman. 

goi e vatene a posar 

per 1 endeman tosto levar. 

ma per esser guardao da De 
5 da ogni avegnimento re, 

semper a lo to enxir de ca 

lo segno de la croxe te fa, 

e prega De che te governo. 
9 ma guardate da le taverne, 

che per sopcrio vin usar 

fa lo seno strabucar. 

ognuncana di poi lavorar. 



entrando en ca doe Zache, 

poi che a lui compisti 

zo che 1 avea dixirao 

fazando lui consorao, 

soa casa beneixisti : 

voi conseiai questa maxon; 

e quali chi star gè dem 

fornili de tuto ben 

con abondever baneixon ; 

e gi saai defansion 

centra ognunchana avarsitae; 

e gi da prosparitae, 

con intrega salvation. 



12. ms.: preve e. 23. mancando la carta seguente e con essa la fine del com- 
ponimento, il senso resta interrotto; ma si potrebbe supplire così: e lo melalo 
s afina. LXV, 11. V o di seno tien dell' e;- correggo: fan. LXVI, 5. ms. : 
di ga gè. 10. come si vede, manca un verso, che dovea rimare con humi- 
liasti. 22. prosperitae; la 3.a lettera è un misto d'i e d' e, e dev'essere un i 
corretto. 



Rime genovesi d. sec. xiii-xiv. 



249 



LXVII. 

De rustico: moto (ivi). 

Vilan chi monta in aoto grao 
per noxer a sci vexim, 
de per raxom in la per firn 
4 strabucar vituperao. 

LX VITI. 

Pro navigantibus prope civitatem 
(ivi). 

Quando lo vento pelegar 

mostra zegi tenebrosi, 

fazando le unde spesegar 
4 e ngroxar sol maroxi, 

poi vei 1 arsura contrastar 

con .... balumenoxi 

chi no cessam de bufar, 
8 menando porvin raioxi; 

en nixun moo de varar 

sean lanto animoxi, 

ni de vorevel travaiar 
12 in tempi perigoloxi; 

ma pensave d ormeza, 

e starve in casa ioyosi : 

che monto n o visto danar 
16 pu per esser tropo amxosi. 

LXIX. 

De exemplo contro ocelatorem, 
contra mundum (ivi). 

Si corno sor oxelaor 
con sol oxeli cantaor 



e con enzegne e con apeli 

prende e aver oxeli, 4 

grò, mezan e menui, 

chi speravan vive drui, 

e per pichar un pochetim 

son vegnui a mara fin; s 

cossi lo principe enfernal, 

chi sempre vela in nostro mal, 

con falose cosse e vanne 

e deletacion mundanne, 12 

superbia e ingordietae 

e mile miria peccae, 

e con sotir enzegne e arte, 

menam e tiram per gran parte is 

1 umannan generacion 

a ternal perdecion. 

grandi e picen e leterai 

vego cair in questi guay: 20 

chi seme seme passa de la 

no pense mai tornar de za. 

ze, chi doncha per niente 

vor perii si maramente? 21 

leso Criste chi tuto pò 

defenda si lo povoro so, 

che scampando de tar brancha 

vegna a quelo ben chi ma non 

[mancha. 2S 

LXX. 

Pro mondo conteniptu, in similitudo 
sompni (ivi, tergo). 

Tuto lo mondo in veritae 
vego esser pin de vanitae; 



LXVIII, 0. dopo con, il ms. ha una parola di cui leggonsi chiaramente le 
lettere sp iniziali e zi finali; delle due frammezzo, la prima può essere un 0, 
un a od un' e, l'altra è r, a quel che pare;- l'è di balumenoxi non bea 
chiara ÌO. seai. \\. voreve, ossia, voreive. \2, ras : dormeza. 15 monti. — 
LXIX, 5. grossi. 16. mena e tira. 21. chi seme passa de la. 28. mai\- non'^ 
il ms,: n. LXX, tit.pro mundi contemptu^ in similitudinem somniì. 



850 

e parme che ogn omo sea 
4 si cubito d aver monea, 

che, o da iusto o da re lao, 

no se gè prexia peccao. 

chi aver pò dinar o terra, 
8 ogn omo dixe pu : afferra. 

assai laxa dir e preichar 

chi pò 1 aotru agarraffa. 

che chi axio avese 
12 de mar prender o poesse, 

despoierea volunter 

zexia e otar e monester. 

e zo che man frutiva prende 
15 De sa ben comò se render: 

pochi, o nixum o rairi, son 

chi fazam restitution. 

eciande quando li moren 
20 a gran penna ordenar voren 

che rendam quelli marastruj 

chi ne remannen ta or drui; 

a chi pu dor che la rapina 
24 e n quantitae si pochetina 

de zo che mar a preiso a so oso 

quelo chi ne va in fosao eroso: 

e cossi n a danacion 
28 tuta una generacion. 

cognoscea cossa per ver, 

che nixun pò tanto aver 

de tute quanto lo bordiga, 
32 che in la fin ne porte miga: 

ma ne va pur remuando 

cha lo di che 1 era nao; 

ni aotra cossa se no zo 



Lagomaggiore, 

che faito a, portar no pò. 
per zo me son aregordao 
d un sono chi me fo contao: 
da un homo chi sonava 
che tesoro asai trovava, 
chi in terra sparpaiao era, 
e be ne inpi soa busnera 
e la borsa e le man soe, 
tegnando streite intrambe doe; 
tanta alegraza n avea 
che cointar no se poea, 
penssando vive in deporto, 
casse aquistar e vigne e orto, 
e tegner corte e grandeza, 
g eniraixi bandezar; 
si grande esser se creea, 
ni si ni aotri cognoscea. 
ma quando lo fo dexeao 
e en so seno retornao, 
de tuto zo no trova miga 
comò quelo chi sonava, 
ma assai men per lo peccao, 
de che en la fin e condenao, 
che per laxar a li fìioi 
a pu crexuo li guai soi. 
che zoa doncha far lavor 
en tanta angustia e suor, 
che za mai no a reposo, 
e semper a la morte in scoso, 
de poi la qua el e straxinao 
a semper esser tormentao? 
chi no penssa de la fin, 
pezo e cha un ase meschin. 



16. rende. 25. ms.: apreiso aso oso. 26. cosi nel ms. Potremmo pure stac- 
care : in fosa o eroso. 29. correggo : cognossua (o cognoxua) cossa e per 
ver. 33. forse remuao (cioè nudo, dal mudare degli uccelli). 36. ras.: apor- 
tar. 2'è.de. 42. ms.ròene. Ao. alegranza. AQ. porea. 50. ms.: gè nimixi. — 
55-6. de tuto xo no trovava corno ecc.? 59. parmi s'abbia a correggere: chi. 



Rime genovesi d. sec 



LXXI. 

Ege de la rumenta? (e. lxxiv). 

Quanvisde che le Scriture 

e diverse creature 

ne deatn amonimenti 
4 de viver ordenamenti; 

d aotre gente odo assai 

chi tute di vam per citae, 

asenai som la maor parte 
8 chi se norigam de soa arte, 

la matim e tuto iorno 

me li trovo andar in torno, 

con soa testa ruzenenta, [ta? 

12 sempre criando: ege de la rumen- 

e sover zo chi s apenssase, 

e soi peccai considerasse, 

de parola chi par si vii 
16 se pò gran guangno conseguir. 

che chi a la mente tenta, 

rumentosa e porverenta, 

de, per soi vicij purir, 
20 de la lengua far bair, 

chi zete per confession 

de for soa habitaciom 

ogni pover de coscientia 
24 per vraxe penitencia ; 

e soa cha romagne pura 

d ogni vicio e brutura, 

apareiar d entro e de for 
28 a De chi abithar gè vo; 

e con presta man, non lenta, 



xin-xiv. 251 

far comò la bona serventa, 
chi corno eia ode zo criar, ^ 
sor gni canto netezar. 
ancor vego d asai mainere 
andar bastaxi per carrere, 
chi per vie drite e torte 
vam criando monto forte 
(chi no li cura d aoir 
porrea bem tosto cair, 
o rezeiver tar turlar. 
chi gi parca ma regar); 
chi no cessam dir: guardave, 
zo e: segnor, apenssave 
e guardave quanto poei. 
da i enimixi che voi avei, 
chi no cessam bustichar 
per tirane a bustinar 
entre quelo eternai fogo 
unde paxe no a logo. 
tristo quelo misero cativo 
chi no fa ben fin che 1 e vivo : 
che poi che nuo se ne parte 
ni gi sera mai dito, guarte; 
ma segondo 1 ovra che fé 
pagamento receiver de, 
e sempre esser tormentao, 
per n vorese es guardao. 
un atra craha e gè sento: 
ege osbergo ruzenento? 
ma le arme chi den luxir 
son le vertue, zo odo dir. 
chi a vertue alcuna, 
o da lemosena o zazuna. 



LXXI, 19 tra punir e purir, benché si legga più facilmente il primo, ho 
dato la preferenza al secondo, perchè più confacente al senso. 27. apareiaa. — 
37. ms : da oir. 40. ms.: maregar. 41. dopo questo verso viene: per tirarne 
a bustinar, ma con due crocelline a dritta e a sinistra (cfr. v. 86). 52. no 
gi sera. 56. no ; - eser. 57. forse criaia. 



252 

o fa alcuna oration, 
64 fazala a tal etencion, 



che ogni ruzem se refuam 
per che se perde la vertue. 
che li nostri zazuni som 

68 tachai de gram reprehension : 
che la gora sempre cura 
de maniar senza mesura; 
che monti homi zazunar vei 

72 chi per un di ne goem trei ; 
ni guari var lor zazunar 
chi no se guarda da peccar: 
1 omo lantor zazuna ben 

76 se corpo e anima s astera. 
de le lemosene, De ro sa 
comò caschaun le fa: 
virmenti e tardi son dae, 

80 pur de le cosse refuae. 
e le nostre oratiom 
no som con drita entencion; 
che con la bocha oro en zeixa, 

«4 e lo cor he a Venexia; 
e digo si spesegando, 
che no so comò ni quando 
e sea in mezo ni in cho, 

ss per zo che lo cor non g o. 
unde ogn omo chi vor far ben, 
poi che gi lo covem, 
no spenda so tempo enderno, 

92 per aver mar in eterno. 

LXXII. 
De custodiendo se ipsum (ivi, tergo). 

Se tu guardassi chi tu e, 
e donde vai e don ve, 



Lagomaggiore, 

chi sempre e stao marvaxe e re, 

e dei raxon render a De, 

za no terrexi mar in cor 

ni in le ovrc de for. 

ze, no veitu che ogn omo mor, 

de chi partamo con grande dor? 

or pessa rao doncha de far si, 

che in lo to parti de chi 

possi seguir arrivar li 

und e gran festa e semper di. 

e se cossi non penssi far, 

aprestao e de squaxo dar, 

e n tar profondo dever star 

unde e penne chi no a par. 

che farai doncha? sai che? 

servi De con viva fé, 

chi tanto meritar te de 

che de servo te fa re. 



LXXIII. 

Cantra ioca pericidosa que faciunt 
hones rustici (ivi). 

Fin che scada la foxina 
parte guerffa e gibellina, 
ni vego bonaza intrega 
d alcuna paxe ni tregua, 
ni lo demonio s astem 
de schavizar ognunchana ben, 
e semper in atizar veia 
ogni ma che 1 apareia. 
cernando ben me conscio 
con sotir e bon cerneio, 
digo pur che no me piaxe, 
vegando le gente marvaxe 



65. refue. 90. correggo: far gi lo covem. LXXII, 9. ms.: pessamo; corr.: 
penssa mo. U.segw. LXXIII, tit. ^omìMes. \S.mainera. 42. ms.: aroo.— 



Rime genovesi 

a chi noxe lo siropo 

de chi li usam tar or tropo, 

far per borgi ni per vila 
16 marchesaigo ni cabilia, 

ni andar trepando in scera; 

che li son de tal maniera 

che per men de un dinar tar or 
20 moven garberia e gran remor. 

ma no volo miga biasmar 

che no se deia solazar: 

ma savei corno e con quai? 
24 com homi ben acostumai, 

chi san lo trepo ben fornir, 

ben comenzar e ben finir; 

ni con re ni caxonoxi 
28 ni parler ni orgoiosi, 

chi per pocho se corrozam 

e so zogo tosto mozam. 

no piaxe doncha zogo 
82 chi de guerra acende fogo. 

che se sorpharo pochetin 

tocha un carbon ben pizenin, 

alo crexe e prende conforto 
36 fogo chi pareiva morto : 

cossi de pizena parola, 

se 1 exe de bocha fola 

e de solfaro tem miga, 
40 rezovenixe breiga antiga. 

d onde e voio tener moo 

de tal zogo star a roo, 

per che, se devese, scusarne: 
44 e se falò, perdonaime. 



d. sec. xiii-xiv. 



253 



LXXIV. 

De gtiagno furmenti mortuo 
frutificante (e. Lxxv). 

Monto grande maisterio 

ne da lo santo evangerio 

chi de san Zoane e scrito, 

unde leso Criste a dito, 4 

a soi discipoli preicando, 

e per hasenihio deszhairando: 

e lo gran de lo fermento 

ne fa utel creximento, 8 

ma e semenao in van 

demente che intrego roman; 

ma quando 1 e perio e mor 

grande fruto portar sor, 12 

e de lo so gran multipico 

luto fa lo campo richo. 

o quanto creximento porta 

grana chi pareiva morta! I6 

cossi ogn omo, zo m e viso, 

chi en esto mondo e miso 

comò in campo per far lavor 

de che el aspeite grande honor, 20 

se pur voi star intrego e druo 

en van deleti mantegnuo, 

e pur seguir 1 onor mondan 

e zo che mostra lo cor van, 24 

ni alcun fruto fa de ben, 

o quanti dani e guai devem ! 

che tosto mor e roman nuo 



LXXIV, tit. mortui fructificantis. 4. ms. un de;- adito. 6. coir.: aseniho 
(esempio). La l.a sili, nel ms. è staccata; e nell'altra parte della parola, il 
carattere, ch'io rendo per h, è l'asta di un Ti, più uno 2 unitovi a destra. — 
7. sostituendo che ad e, si avrebbe un costrutto più chiaro. 21. vor. 26. de- 
vem; forse gi vem. 



254 



2S de quanto ben el avuo; 
e caze inter lo in scur ferno 
a sostener dolor eterno: 
cossi gi torna in morte amara 

32 la vita chi gi fo si cara, 
ma quanto 1 omo e tribulao 
per so vorer da ogni lao; 
e sostem grande infirmitae, 

36 de monte guisse aversitae; 
en le quae el e paciente, 
corno fiior obediente 
chi vor cozi esser ferio 

40 per lo peccao che 1 a merlo, 
chi porta penna e tormento 
unde elo guagne per un cento 
da quello paire e re biao 

44 chi aia so regno apareiao: 
questo chi, comò gran morto, 
crexe con si gran conforto, 
multiplicao con fruto tanto, 

48 no sse pò dir comò ni quanto; 
e 1 avera de tuto ben , 
chi no porrà mai venir men, 
en questo stallo de vita eterna 

52 unde De li soi governa: 
che mei e zazuna priraer, 
e semper poi festar in cel, 
cha brevi menti chi festar, 

56 poi in eterno zazimar. 
doncha per certo se pò dir, 
che chi vor choci fiorir, 
arde poi comò arboro secho, 

60 men a seno cha un un becho. 



Lagomaggiore, 

ma chi se vor mortificar 
per dever poi vivificar, 
segua la via de Criste 
per che tanto ben aquiste. 



LXXV. 

De condicione terrarum et civitatum 
(ivi, tergo). 

Terra chi per gente alcuna, 

no per voluntae comuna, 

receive in si alcun segnor 

chi cubita d aver honor, 

poi che no o segnor vraxe 

ma no ai intrega paxe. 

che quelli chi no 11 am vosuo 

semper n an lo cor gronduo, 

ni mai cessam dasse lagno 

de zitarlo zu da cavalo; 

per zo ne e mai la terra 

senza gran ranchor e guerra. 

che chi de raxon parer 

che nixun homo possa aver 

per forza d alcun marandrim 

segnoria de soi vexin? 

mai salvamento aver no pò 

regnando zo che elo no e so. 

o quanti ne son strabuchai 

per tropo in aoto montar! : 

che per mantener quelor 

chi a lui an dao favor 

e n doverli munerar, 

conven a lui 1 atrui strepar, ' 



28. el a avuo; il ms.: elauuo. 29. lo scur inferno. 33. quando. 34. ras.: so- 
vorer. 44. correggo: chi i a. 51. quello. 60. cha un becho. LXXV, 5. no 
e. 6. mai no a. 10. forse su de scagno. 11. Te, di lezioue dubbia. E un 
carattere aggiunto sopra la linea, che somiglia piuttosto a rfe, ma forse può 
esser cifra equivalente ad e. Correggo: no e mai, 20. corr,: esser montai. — 



Rime genovesi 
e torto far a li meschira, 
che e lo mar vi a la per fin. 
e cossi in monte guisse 

28 mar uncha se ne tramisse; 
che per iniuria e rapina 
la terra mete in mina: 
e poi che elio fa tanto dano, 

32 no e segnor, ma e tirano. 
ma chi mantener voresse 
terra chi crexe devesse, 
per menar drita lignora 

36 vorrà aver Poestae de fora, 
chi per tener drita baranza 
non aquistasse cointanza, 
per dar a picen ni grande 

40 se no zo che raxon comande; 
e per drizar le cosse torte 
fai iustixia si forte, 
che ogn omo se spaventasse ben 

44 chi aotrui noxer penssase, 
procurando lo ben comun: 
e se gè fosse for alcun 
chi falimento gè faesse, 

48 che penne ne sostenese. 
cossi serea la citae, 
se ben staesse in unutae, 
e pochi di, de fora e d entro, 

52 en grande honor e creximeuto. 
ma ben g e un atra raxon 
chi de guerra e caxon : 
quando g e citain si grandi, 

56 chi statuti leze e comandi 
desprexian per so orgoio, 
fazando a atri grande inoio; 
si che ta or in questa guisa 



d. sec. xiii-xiv. 255 

gè nase guerra e divisa. eo 

ma De sempre la mantegna 
che senestro no g avegna, 
ma tute or gè sea paxe 
e amor de De veraxe. 64 

LXXVI. 

Quando preliaverunt xxxx dies in 
Janna inter Guerfos et Gibelinos 
(e. LXXVl). 

Un re vento con arsura 

a menao gram remorim 

enter Guerfi e Gibellin, 

chi faito a greve pontura: \ 

che per mantener aotura 

e per inpir lo cofin, 

de comun faito an morin 

per strepar 1 aotru motura, s 

ensachando ogni mestura 

per sobranzar soi vexin. 

per zo crian li meschin 

e de tati se ranguram. 12 

ma de tanta desmesura 

pensser o a la per fin, 

De chi ve li cor volpin 

no ne fera con spaa dura. io 

LXXVII. 

De cogitatione in anno novo (ivi). 

Quando e penso in ano novo, 

quanto tempo e o falio! 

chi in falir son invegio 

e pu peccaor me trovo; \ 



26. ms.: che elo. 38 ms.: no na quistasse. 42, far. 43. ben se spaventasse. — 
50. unutae od umitae può leggersi (nel secondo caso, coll'i senz'apice, come 
sovente). Ma correggeremo: unitae. 



256 



Lagoma 



per corvirae aotri descrovo; 

e o lo cor si durao, 

che chi tanto son pricao, 
8 per dir scacho e no me movo; 

a li morti vago aprovo 

che no vego mai tornar; 

quanto e o miso in aquistar 
12 no me vara pu un ovo. 

doncha voio e far controvo 

de mi mesmo ben punir; 

che chi se vor de mar pentir, 
16 la pietae de De g e provo. 

LXXVIII. 

De tardartelo ad scribendo facta sua 
(ivi). 

Chi e pei grò faxeor 

e lento in soi faiti scrive, 

senza dano e senza error 

A non pò longamenti vive, 
lavore quando e saxon 
1 omo, avanti che passe 1 ora: 
a compir un faito bon 

8 non e mai da dar demora. 

LXXIX. 

De fragìlitate humana cantra 
temptaliones (ivi). 

Vegando certannamente 
retornar tuto in niente 
quand omo pensa far e dir, 
4 se no pu De in tanto servir; 



ggiore, 

elle lo mondum desvia 

caschaun chi se gè fia, 

ni gè n e alcun si drito 

chi no se ne parta nuo: 

o pusor via preposo 

tener stao religioso 

en qualche secreto logo, 

per fuzir ogni re zogo 

de questo segoro fauzo re e van, 

per no descender in borchan; 

si che fosse da ogni lao 

en De servir da tutu ordenao. 

ma tuto or me ne retraito 

la moie che De m a daito: 

faita fo per me aitorio 

ma assai me da . . . 

che Eva la nostra carne 

mai no cessa de tentarne. 

o quanti ben ama strepai 

che avereiva faito assai ! 

fin da mea zoventura 

vossi far vita pur dura, 

e punir li mei pecctii 

chi som poi multiplicai, 

e santamenti contemplar 

le cosse celestiar, 

penssando con mente pura 

ascender in quela aotura, 

aloitanao da lo profondo 

de la vanitae de esto mondo. 

de tanto ben tute or Eva 

m a levao lo pe de streva: 

quanto uncha ben e vosi far 

m a faito sempre induxiar; 



LXXVIII, 3. e; tien dell' o. LXXIX, 3. quant omo. 5. mondo. 7. si druo.— 
II. secreto; la prima vocale sembra o. 16. forse da tuto (ossia da tutor); 
ovvero tuto, senza il da. 17. me n a. 20. la parola che ho tralasciato, 
scritta nella sua prima parte in cifra, sarà forse: martorio. 23. ms.: ama.— 



Rime genovesi 

semper alegandome in contrario, 
40 m e star continuo aversario; 

che tanto e me- familiar 

che no me so da lui guardar, 

che la no sapia incontente 
44 zo che far voio privamente : 

usso de femena e per ver, 

quanto se fa per vorel saver. 

cossi tempo o perduo 
48 che De m avea conceuo. 

poi quando ven in la per fin 

penssai tener aotro camin, 

enfra mi considerando: 
52 morir dei e no so quando; 

quanvisde che moier ai 

tu poi far de ben assai: 

se alcun vicio te guasta 
56 in qualche moo gi contrasta, 

e prendi qualche bon cesmo 

de far forza a ti mesmo; 

che gloria ni de De vista 
60 senza penna no s aquista, 

ni Criste, de chi 1 era, 

no 1 ave d aotra maynera. 

cossi penssa lantor de far 
64 zo che ve posso recointar; 

e vossi in mi mortificar 

li septi vicij mortar, 

chi tanti an mortar fiioi 
68 che morte dam in tuti moi : 

de li qua tuti se dixe 

che la soperbia e raixe, 

e questo peccao malegno 
72 en tuti i aotri a lo so segno. 

prumer me vegne in memoria 



d. sec. xiii-xiv. 



257 



lo pecao de vana gloria, ^ ' 

passandola de scarchizar, 

lo mondo e mi desprexiar, 7g 

en robe e lesta e andaure 

far vita un poche aspera e dura, 

e esser pian e obediente, 

e no voler loso de la gente. so 

vegando mea compagnia 

che e teneva questa via, 

mi grevementi reprendando 

me prevarica digando : 84 

no e bon proponimento 

chi fa desprexiamento: 

vostri vexim ve teram vii, 

chi ve teneam segnoril; ss 

ni vorran mai usar con voi, 

e a tuti starei de poi ; 

e se voi V asetherei in bancha 

li aotri ve vozeran 1 ancha; 92 

e se obediente serei, 

asai segnor ve troverei 

chi ve vorran atimorir 

e vostri faiti asmenui. 96 

en aotre cosse aia bontae, 

eh està me par gran mocitae ; 

che chi no vo aver honor 

tosto aquistar per desenor, loo- 

odando tante cosse dir 

me comenzai atenerir; 

de me vorer foi revocao, 

per poer vive apagao. 104 

poi dixi: aotra via terrò, 

1 envidia amortero. 

per che don e aver doror 

quando aotri crescem in honor, los 



40. siaa. 46. cancello per. 48. conceuo; tra Vu e i'o un altr'i/, ma abraso. — 
49. parmi scorretto. 59. sembra glaria. 63. penssai. 75. pcnssandola. — 
100. per; correggo: pò. 103. il r di revocao non chiaro. 

Archivio glottol. ital., II. 17 



258 



ni alegraime d atrui mar, 
chi sostener posso atretar? 
enconmenzairae astener 

112 e refrenarme e a taxer, 
che odio no ascendesse 
per parola che e dixese; 
e conmenzar vore reprender 

iiG chi e in zo vise offender, 
sentando zo questa moier 
me dixe alo con viso fer: 
voi no savei che ve fazei, 

120 s o fai per voi una lei. 
don e ver crexer me vexin 
chi zercham pur sera e matim, 
si corno homini re e faozi, 

124 de tenerme sote cazi? 
de lor ben dir no porream, 
che en veritae e mentiream; 
ni laxerea che no dixese 

125 zo de lor che me parese; 
che tal ve vor segnorezar 
chi no fo uncha vostro par: 
no voiai uncha ver grasso 

132 chi ve voia tener basso, 
vegando zo me restresi 
da lo ben donde e me spensi ; 
e a quella consenti, 

136 che quaxi turba la vi. 

lantor penssai contrasta 1 ira, 
chi monti mai dere se tira; 
e fuzir rixe e rimor, 

140 biasteme odio e ranchor; 



Lagoraaggiore, 

e esser piara e queto 
e comò agnelo mansueto; 
pacificar e tranquilar 
se vise alcum mar ni dir far. 
lantor quella me preiso a dir 
chi no cessava pervertir: 
se tar stillo devei tener, 
e ve so ben dir per ver, 
se vostri vexin saveram 
che voi sei cossi human 
comò voi avei incomenzao, 
sposs or serei iniuriao; , 
se no serei de dura testa, 
spes or ve daram tempesta; 
e poi che no ve turberei 
men temuo ne serei; 
che chi tropo ma lo ... . 
fi rosso tar or vem: 
per che ve digo pur 
che esto carain no e segur. 
oyo zo, per paxe aver, 
consentir vosi so voler; 
che chi a guerra in casa soa 
soa breiga a longa eoa. 
centra 1 acidia me aproai, 
chi tem li cor adormentai, 
morti e peigri a tuto ben; 
de la quar monti mar ven, 
desprexiacion metando for 
e pusilanimitae de cor: 
da mar esse astinente 
e a ben tu acorrente. 



115. vore; l'ultima vocale è mista d'o e d'e. Leggi vorei. 120. corr.: una 
tar lei. 133. restrensi. 137. ms.: contsta, e il primo t con una cifra che 
altrove significa ri. Ma, poniamo che s'abbia a leggere contrista, si dovrà pur 
sempre correggere al modo che ho fatto. 144. mar dir ni far. 152 spess 
or. 157. della parola che tralascio è chiaro il s iniziale e té finale (= <en); 
la seconda lettera avrebbe a essere un e od un'g, la terza r, la quarta i. So- 
spetto un errore. 158. così il ms. 165. ms.: me aprlìai. 171. ms.: astinente. — 



Rime genovesi 

lantor quella comenza a dir: 
s ve laxai si somentir, 
e o no dormai ni possai 

176 e ben alai fin e o porrei, 
pu tosto morir poresi 
ca presumao no averesi 
sempre serei pu vigoroso 

180 en servi De, s oi stai yoioso: 
per che laxeive conseiar, 
no perdi zo che De ve vor dar. 
cossi laxai me vorel drito, 

184 cosiderando a lo so dito, 
mixi me centra 1 avaritia 
per contrasta soa avaritia: 
da furti, engan e da boxie, 

188 spezuri e traitorie 

vossi schivar, si che e vivese 
cortese e largo unde e devesse. 
fazando zo, mea compagna 

192 dixe: e volo che zo romagna: 
che se voi no avei scotrimento 
sun cavear far creximento, 
e longo tempo viverei, 

196 per inganao ve trovei; 
e se voi no ve forzai 
en aquista zo che possai, 
tosto porresi con vergona 

200 mendiga vostra besogna. 
tristo quelo chi a fame 
e de dir a i aotri: dame; 
chi a dinar si e segnor; 

204 li aotri van a desenor. 
venzuo fo de tanto oir, 
ni ben ossai pu contradir: 



d. sec. xiu-xiv. 



959 



ma pur lo cor me remordea, 

che me dano me crexea. 2os 

centra la gora me forzai 

de far conbatimento asai: 

desprexiar viande drue, 

usando pan con erbe crue, 212 

e zazuni entregui far 

per ment e corpo refrenar ; 

sapiando che Io corpo druo 

deven robelo e raalastruo. 21G 

quela chi me sor contrastar 

me preise alo a molestar, 

e dixe: no ve voio seguir 

per dever tosto incativir; 220 

ni astinentia non e bona 

chi desipa la persona: 

monti n o visto quaxi inraatir 

per lo so corpo anichilir. 224 

pessai pu ben maniar e beiver, 

ma no passai lo covenever: 

che 1 e pu bon usar le cose 

che lo Segno per noi far vosse. 223 

e sun pur de tar sententia, 

che e no voio està astinencia. 

tanto me preica e dixe, 

che mester fo che la seguise. 232 

e penser o che so preichar 

a intrambi doi costerà car; 

che lo me consentir tanto 

me noxera de qualche canto. 236 

vossi contrastar luxuria 

chi me move speso iniuria; 

e remover inmondicie 

e diverse monto aotre malicie; 210 



176. correggo: possai (possiate). 181. la prima e di laxeive non si legge, ma 
in sua vece un carattere che non è di vocale nessuna, e solo tiene un poco 
dell' e. 186. soa malitiaì 194. Ve di cavear non assai chiara. 196. trove- 
rei. 199. vergogna. 205. foi. 219. nel ras. pare soguir, 225. penssai. 



260 



e conservarne iq onestaee, 
mategnando gran castitae; 
e n centra la concupiscentia 

244 tener atreita continencia, 
e da ognuncha penser van 
alo fuzir e star loitan : 
ben sero e pu conbatuo 

218 a consentir esse si molo. 

quela lantor me comenza a dir: 
zo no se porrea conseguir: 
enderno smoierao sei, 

252 se da mi parti ve crei; 
questo ligame, zo me par, 
no e cossi per desgropar. 
De fé primer Adam e Eva, 

256 de che lo mondo se leva: 
chi matremonio vor guastar 
a De pensa de contrastar, 
en veieza seai casto, 

260 che pocho averci lantor contrasto 
entendando la raxon soa 
me vegne molar de proa. 
si che in pecae son invegio, 

264 e me cognoso per scregnio. 
or no so e che far ni dir; 
che som si provo de morir, 
e de ben faito no me trovo 

268 pur tanto chi vaia un ovo. 
ben e ver che e o contanzar, 
de che o qualche speranza, 
de santi homi che e requero 

272 chi ma aiem, corno e spero; 
che debiam De per mi pregar, 



Lagoraaggiore, 

che tar lavor me faza far 

che e perdonnaza aquiste 

da lo doze lesu Criste: 

si che in lo me dereal iorno 

la soa man me sea in torno, 

chi me guie e me defenda 

che 1 innimigo no me offenda; 

che la soa pietae, 

chi tute venze le peccae, 

en paraiso me conduga 

unde sol resplende e luga. 



LXXX (e. Lxxvi). 

Madona, monto me peisa 
che tei figi son turbai: 
si gram patremonio ai, 
chascaun ne vor far preisa. 
1 engordietae e tanta axeisa 
e tanto son astorbeai, 
che toa dota an miso a dai, 
a ti fazando grande ofeisa. 
da nixum e sta defeisa, 
e desenor t an faito assai, 
e perduo ni ti no lai 
che tropo e la toa speisa. 
degna n e de esser repreisa: 
creo che per toi pecai 
sun 1 un da 1 atro si squarzai; 
e sta anchor la peiga teisa. 
queli chi tar xama an accisa 
n an e n averan li guai, 
ma re szhaveti che tu ai 
no gè dam una puiesa. 



242. mantegnando. 248. correggo: dnw, per la rima. 254. cossi; errore per 
cuccio (cucito). 269. contanza. 275. perdonansa. 284. dapprima fu scritto 
luxe, che ancora si legge chiaramente; poi corretto in luga. LXXX: manca 
il titolo. 5. tanto (o tant). 6. astorbeai; Ve sembra o. II. co&l il ms. — 
19. sshaveti; il t ò tanto abbassato (come pure altrove), da confondersi quasi 
con un e. 



Rime genovesi d. sec. 



é6Ì 



LXXXI. 

'Cantra quihusdam qui post pascka 
revertuntur in peccatum (ivi, tergo). 

Ben comenzar e no compir 

no sor gran guagno conseguir; 

che nexuna vertue avanza 
4 so no g e perseveranza. 

chi retorna in lo peccao 

che 1 aveiva abandonao, 

a cam bruto se reforma 
8 chi a so vomito retorna. 

en per zo posso reprende 

monti homi che e vego ofende ; 

chi in tempo quaresemar 
12 pa chi voian schivar mar; 

e comenza de far gran ben, 

si comò sempre se coven: 

far zazunj e penitencia 
16 e viver in astinencia; 

dar lemoxene e orar 

e corpo e anima domar; 

e fuzir vanne parole, 
20 no segando gente fole: 

e par che li aiam venzuo 

quelo inimigo malastruo, 

d ogni mar scotrimento pin 
24 per inganar queli meschin 

chi no san tener lo stao 

de ben eh eli am comenzao ; 

li qua lo fa cair speso or 
is en stao chi assai pezor 

che quando ven lo di de pascha, 

chi li an ben pinna la stacha 



de viande e vin assai, 

e de novo son muai, 32 

cantam, rien, zogan e balan 

e en vanitae desvalan; 

ordem ni cavestro ni fren 

d alcun peccao no li desten. 38 

quaxi ogn omo per carrera 

perzor e sai eh o no era; 

lo mondo segue, e bescura 

che corso d asem pocho dura. 40 

con zo sea cosa che lantor, 

zo e vegando lo pascor, 

1 omo se deverea sforzar, 

se faito a bon, de meiorar; 44 

e di loando in so cor De: 

beneito sea voi, segnor me, 

chi per la vostra passion 

m avei schivao danacion ; 48 

e pò che sei resusitao 

e traito mi d ogni peccao, 

con voi morir e vive spero 

e resusitar quero. 52 

ze, che me zoa compasion 

de soa morte com passion, 

se quando el e crucificao 

e a morte me son dao? 56 

ma deverea 1 omo pensar: 

poi che me vego aproximar 

a la santa Ascenssion, 

e voio ascender corno e don 60 

en gran cormo de vertue ; 

si che De no me refue, 

ma in cel me faza ascender 

a quella gloria prender 04 

eh el a promissa e darà 



LXXXI, 20. segando; Va par che tenga dell' t«. 28. chi e. 38, corr.: pezor; 
il ms : p 2or. 44. bon; V tien dell' e, e cosi vuoisi correggere, 50. co- 
strutto difettoso, 54. ms. : compassion. 



Lagomaggiore, 



a caschaun chi la vora, 
pinna e foruia d ogni ben 
68 chi za mai no vera men. 

LXXXII. 

De quibusdam gravibus peccatis 

(e. LXXVIIl). 

De quante guise son peccae 
si grevemeuti aburainae, 
chi fan de terra crior in cel 

4 per acusar lo peccaor? 
lo prime e 1 omecio, 
chi demanda esser punio 
e palezar lo so peccao, 

8 chi no e da star privao. 
de sodimita e lo segondo, 
chi e sozo, e de tar pondo 
che chi comete tar peccao 

12 degno e alo de eser cremao. 
1 aotro e de povero e d orfagnoi, 
li quai De ten tanto per soi; 
se alcun danno tu gi fessi, 

16 De grevementi ofenderesi. 
lo quarto e de no strepar 
ni retener ni tardiar 
alcun to lavoraor 

20 lo guierdon de lo so lavor: 
che, se tu poi, paga a man, 
no benstentar a 1 endeman; 
che monti chi abesogna 

24 no demandan per vergogna, 
doncha se guardam tai e quai 
de no cair in tal peccai; 

che chi gè sera zuegao 

25 no vorrea uncha esser nao. 



LXXXIII. 



Faciens et consentiens pari penam 
puniuntur (ivi). 

Se sosten penna engualmenti 
quelo chi fale e consente, 
sempre a to poer desuea 
che tu non fazi overa rea. 

LXXXIV. 

De non tardandum ad faciendum 
bonum opus (ivi). 

Chi va in logo si loitam 
che za mai no am retorno, 
che no pensa noite e iorno 
de portage vin e pan? 
zo e far fin eh el e san 
overa e lavor adorno, 
chi semper gi stea in torno 
en queli dì chi fin no an? 
no veitu che 1 onor mondan 
son legne de eternar forno? 
a far ben no dar soriorno 
ni aperlongar a 1 endeman. 

LXXXV. 

De adventu imperatoris in Lonbar- 
dia in Mcccxi. Bixit ut infra pro- 
pter bonum principium et bonam 
famen ipsius (ivi). 

Noi chi semper navegemo 
e n gram perigo semo 
en questo perigoloso mar, 
ni mai possamo repossar, 



LXXXII, 3. in cel crior. 5. ms. : lo mecio. 6. ms.: de manda. 19. a alcun. — 
22. ms.: ben stentar. 25. guardem. LXXXIV, 2. no a. 11. soriorno\ con 
cifra invece del primo r; il primo o tiene un poco dell'e. Correggo: soior- 
no. LXXXV, tit. famam. 



Rime genovesi 

ho devemo uncha cesar 

lo pietoso De pregar 

che ne scampe con sol santi 
8 da perigoli chi son tanti 

de li gram conmovimenti 

de fortuna e de gram venti, 

bachaneixi e unde brave, 
12 chi conturban nostre nave. 

penser an inter tante onde 

che la nave no prefonde. 

1 aer par tuto ofoscao, 
16 e lo mar astorbeao; 

no par stella ni sol ni luna, 

tento e lo cel de sta fortuna; 

ni se trovemo conforto 
so de poer venir a porto; 

ni osemo strenze li ogi, 

tanto e pin lo mar de scogi; 

e sempre semo aguaitai 
24 da berruel e da corsai, 

chi no cesam ni dar storto 

en rapinar e dar morte, 

sempre teraando esser conquixi 
28 d alcun nostri enimixi; 

de vianda e de bevenda 

amo si scarsa bevenda, 

chi ne da monto gran guerra; 
32 ni arrivar possamo a terra 

en si greve ruyna. 

no savemo aotra meixina 

de qual de noi spere, 
36 se no far a De pregerà, 

chi za mai no abandona 

chi gè fa pregerà bona, 



d. sec. xiii-xiv. 



263 



e in gran tribulacion 

sa tosto dar salvacion, 

e en le grande aversitae 

se move tosto a pietae; 

che d alcun no vor la morte, 

ni gi ten serrae le porte. 

or creo con De anti, 

che 1 a ojo qualche santi 

chi 1 an pregao devotamenti, 

che lo consolerà la gente, 

e n tanta neccessitae 

mostrerà gran pietae, 

e se no romanera per lor 

gi darà porto salvaor. 

che quando note e mar tempo era, 

entre si gran destorbera, 

li naveganti De pregando 

e alquanti legremando, 

entre grego e tramontanna 

se compose una tavanna, 

con troyn, losni, vento ioio, 

dentro lo quar se fa un oio 

d una luxe naa de novo, 

e gran serenna gi ven aprovo: 

chi fa alo tar creximento, 

tranquilar mar e vento; 

lo cel seren e resplendente 

mostra lo sol monto luxente; 

per che e spero e me conforto 

de venir a segur aporto. t 

a lo mar si conturbao 

e questo mondo asemeiao, 

chi mai no e senza regaio 

de guerra, breiga e travaio. 



13. corr. : am, cioè amo (abbiamo). 25. la stampa dell'Arch. stor. in daì\ e 
così correggo anch'io; ma leggesi piuttosto ni. 30. così il ms., non bcrenda. 
Forse aveva a esser prevenda. 35 forse alcun de noi. 45. o con de anti^ 
intendendo 'come avanti'? 60. correggo: la quar. 68. correggo: porto. 



264 

und e la gente si iniga 
che de paxe no g e miga. 
le ingani, scandar, orgogi 

7C se pon apelar li scogi. 
le fortune, mar e venti 
son li diversi accidenti 
e le grande aversitae 

80 che aduxe le peccae. 
stella, sor ni luna no gè par, 
che ni bon omo ni lear 
per luxir de gran vertue 

84 entro gente malastrue. 
li corsai gè son si spesi 
che pensar no lo poresi: 
layri, usorer e inganaoy 

88 tuto 1 atru voren far lor. 
si son scarsi de vitoaria, 
che rairi son in Italia 
chi sean contenti in lo stao 

92 de quelo aver che De i a dao. 
tanto a tronao questa magagna 
per tuto, fin a Laraagna, 
che vento ioio g e composo 

96 da De chi g e si pietoso, 
che 1 a bagna de so amor 
la terra chi era senza umor, 
e age faito un relugor, 

100 zo e de novo emperaor, 
chi per tato unde s aduxe 
mostra crexe soa luxe; 
che de ben a si gran fama, 

104 ben par certo che De 1 ama ; 
servior de De veraxe, 
chi per tuto menna paxe: 



lore, 

quaxi ogni terra se gè da 

per la gran bontae che 1 a. ics 

per zo cascaun 1 aprexia 

che campion e de la Cexia. 

tuto vor, e no vor parte; 

e tuto aquiste per esto arte: 112 

speranza avemo, s a De piaxe, 

che per tuto farà paxe. 

vixitar vor la Terra santa 

co possanza e gente tanta, no 

che queli logi sagrai 

seram for tosto aquistai 

en ben piaxer e en bontae 

de la santa crestianitae 120 

De gi dea forza e bairia 

de guiarne per tar via, 

e omo faza ovra e lavor 

chi sea de lo so honor. 124 

per noi e lui s aquiste 

lo regno de lesu Cristo, 

porto garnio d ogni ben 

chi za mai no verrà men. 12S 

LXXXVI. 

jDe condicione et statu civitatis Janue 
in persona cuiusdam domine et 
filiorwn (e. lxxix). 

D un accidente chi e stao 
grevementi son turbao ; 
conpassio ne de sentir 
caschaun chi 1 ode dir; 4 

che lo dano e tanto e tar 
che tuti tocha per enguar. 



75. li. 83. pò luxir. 112. està. LXXXVI, 3. ms.r con passione. Corr.: con- 
passion ne de sentir. 6. scritto énguar., onde la stampa per enneguar. Ma 
quella cifra non rappresenta mai la sillaba ne, bensì « en; e qui è su- 
perflua. 



Rime genovesi 

per 20 .clie lo sapia ogn omo, 
8 ditove in che guisa e comò. 

una dona d estre contrae 

pinna de seno e de bontae, 

d onor, costumi e cortesia, 
12 non e soa par in Lombardia; 

richa d ogni beneixon, 

terra, dinar e possesion, 

e si dexeiver de persona, 
16 degna era d aver corona. 

tanto era so stao adorno, 

che tute le done d entorno 

voluntera la visitavan, 
20 e spess or or la cortiavam, 
.,^ forte de gente e de terra 

per poer far paxe e guerra. 

fiioi aveiva tai e tanti, 
24 masna de servi e de fanti, 

de tanto enor e de tar poer, 

richi e ornai de tanto aver, 

che sempre en grande onor crexean, 
2s che nomerai no se poeam. 

qhesti fìior con lor masnae" 

en tanto son multiplicae 

che tuti d un mesmo cor 
32 son habitai d entro e de for. 

ma dir se sor per antigeza 

che de tanto gran drueza 

se soren li arbori squarzar 
30 e le messe acolegar. 

unde, per lo peccao, sapiai 

eh e la per fin Inter esti frai 



d- sec. xiii-xiv. 265 

naxe tanto odio e ranchor 

e breiga chi dura anchor, 

e de tal guisa se comoven, 

che grandi, mezan e picen, 

per gram richeza de lor maire, 

son devegnui de mar aire. 

quella chi tanto honor dixeam 

en in ovre gi faxeam, 

preisela a desprexiar 

e grevementi iniuriar; 

che per overa de demonio 

vossem strepar so patremonio. 

tanto e crexuo lo lor foror 

che travaia son inter lor; e 

che, per grande engordietae 

de sezeosa voluntae, 

lo grande arder che li an in cor 

a congnao xama de for, e 

e bruxao case e gran poer. 

per compir so re voler 

monti omecidij g e faiti, 

per segnorezar 1 un i atri. e 

a la maire tanto bona 

am misso man in la persona 

per gamaitar e per fìrir, 

e an squarzaoli lo vestir. 6 

tanto e crexua questa tempesta, 

lo rar li an levao de testa; 

Vegnui son in tanto fogo, 

amor ni paxe no g a logo. 6; 

chi vor tegner drita lignora 

alo e cazao de fora. 



8. ditove ha pure il ms. 9. este. 20. e spessor la. 29. qhesti; pare un e cor- 
retto in q. Forse l' amanuense avea scritto chesti (- che sti, che questi), e poi 
volle correggere: questi. 46. e in ovre. 49. onera è scritto, non oitvra. — 
52. travaiai. 56. il ms.: acongnao. La stampa acongnao de; ma questo de 
non si legge nel ms , e solo c'è un d, ma cassato. Corr.: a congriao (cfr. un, 
175; cxviii, 7; cxxxvi, 55). 66. così nel ms. 



la maire veraxementi 
72 par bandezar eternamenti. 
de rapina e de mar prende, 
e per strepar e per offende, 
assai de sii malvàxi frai 
76 son si crexui, e si montai 
en snperbia e en van onor, 
poestae no voren ni segnor; 
voiando vive senza frem 
80 de iustixia e de ogni ben. 
e se regatara tuta via 
de montar in segnoria; 
no an cura de bon faito, 
84 se no de gariar 1 un 1 atro, 
e perenser o per gran peccae, 
che tuta questa hereditae, 
o per torto o per biaxo, 
88 prenderai seme tal squaxo, 
che se De gran perdonaor 
no a pietae de lor, 
che tardi se leveran, 
92 se 1 aoto De no gi darà mam. 
e tanto son desquernai 
la dita maire e li frai, 
che de paxe no se spera 
96 se no da quela man sobrera 
de De mesericordioso, 
chi za mai no sta ascoso 
e chi in ogni gram ruina 
100 sa dar conscio e gram mexina. 
lo quar sempre pregar demo 
per lo perigolo che noi avemo, 
che gè mande aconzo e paxe, 
104 chi sea si frema e si veraxe 
che caschaun in so stao 



Lagomaggiore, 

se trove reconciliao, 
abiando semper in memoria 
d aquista 1 enternar gloria. 



LXXXVII. 

De beata Yirgine Christum tenentem 
in gremio (e. lxxx). 

Santa Vergen chi tenei 

sempre leso Criste in brazo, 

con lo quar voi sempre sei 

en perpetua solazo, •■ 

e cossi ve trovo star 

en tute zexie enpente, 

voi deiai a noi mostrar 

de far pur lo semeiente; 

e si semper aver in cor 

quelo doze fìior vostro, 

per guiar d entro e de for 

ogni faito e drito nostro; 

che omo no possa voler 

ni cossa far ni dir 

se no tuto so piaxer, 

ni da lui za mai partir: 

si che noi zunti da lui, 

lo ne conduga in la per fin 

a queli logi benastrui 

chi d ognunchana ben son pin. 

LXXXVIII. 

In accipiendo uxorem (ivi). 

Quatro cosse requer 
en dever prender moier: 
zo e saver de chi el e naa; 
e comò el e acostuma; 



12. per, ovvero bandcsaa. 84. la lezione è incerta, potendosi pur leggere ga^ 
nar. 85 il nis.: penser. La correzione è evidente: penser. 88. prenderà* — 
92. le prime due lettere di aoto non ben chiare. LXXXVII, 12. dito. 



Rime genovesi 

e la persona dexeiver; 
e doto conveneiver. 
se queste cosse gè comprendi, 
8 a nome de De la prendi. 

LXXXIX. 

Multa bona legimus sed non 
inmitando servamus (ivi). 

Che var lezer e inprender, 

e assai raxon intender, 

meriti e segni tanti 
4 che noi lezamo de li santi; 

s omo no pensa de far ben, 

e asternese comò li fen 

da li mai chi son si spessi, 
8 or far forza a noi mestesi? 

enderno a tempo e dinar speiso 

chi in scora no a preiso. 

che var tanto aver lezuo 
12 e no aver bontae crexuo? 

a noi devem comò a queluj 

chi in iardin e sta d atrui, 

e d asai pome a preso odor, 
lo ma no a maniao d alcum de lor. 

assai de ben odamo dir 

che ne deleta in aoir, 

e quaxi un odor n avemo, 
?o ma per lavor no mastegemo. 

questa vita miserabel, 

finitiva, no durabel, 

n e pur presta da lo Segnor 
21 per far tae ovre e lavor 

chi sea utel e adorno; 

si che in la fin de nostro iorno 



d. sec. xin-xiv. 287 

prendamo tal pagamento 

chi pu sea ca d un cento. 28 

ma chi sera stao ocioso, 

negligente e dorraiioso, 

pocco o niente lavorao, 

se troverà vituperao; 32 

e miso in eternai preixon 

unde no e reilencion, 

ma gran pianti e zemimenti 

e batiraenu grandi de denti. 3S 

chi doncha ode tanto dir 

e preicar e araonir, 

per che no penssa de far ben 

so lavor, fin che iorno ten? 4o 

assai e homo bestiai 

chi se precaza lo so mar, 

e chi da lonzi no precura 

anti che sea note scura. a 

che no e certa veritae 

che lo mondo e pur vanitae? 

guarda, che cento agni e viscuo, 

de quanti deleti ai avuo 48 

en che ne tu a presente, 

chi for morrai in presente? 

forzate doncha in esser scotrio 

e prender tosto bon partio. 52 

xc. 

Contro homo qui habet semper 
malam intenpcionem (ivi, tergo). 

Chi vor semper con nechizem 

strepar, noxer e offender, 

De gi dea con gratizem 

longa vita e pocho a spender. 4 



LXXXIX, 6. astenerse. 8 o far. 46. che; Ve mista d'o 49. questo verso 
pare scorretto. Forse: e che n aitu.. (e che ne hai tu}. 



S68 



XCI. 

De dampno parcialitatum (ivi). 

Per zo che monto me peisa 

che la guerra e tanto axeìsa 

de malvaxe voruntae 
4 chi son per vile e per citae, 

no me posso uncha astener 

che no diga me voler, 

e da la lor desension 
8 no faza alcuna mencion 

dime voi chi sei da parte, 

che guagnai voi de questo arte; 

d onde o sei tanto animosi 
12 e de iniquitai raioxi? 

e pensar voi che lo meschina 

o sea guerfo o gibellin, 

en quanto dano e spessaHo 
16 1 a metuo 1 aversario, 

chi mai no cessa ni fina 

de mete 1 omo in ruina; 

e quanto da amaror grande 
50 questo chi par doze amor. 

non monterea za, zo creo, 

p esser preiso, sun tal breo; 

ni aproximera a logo 
24 de cossi ardente fogo. 

chi a proao questa tempesta 

en la per fin la manifesta; 

e quanto se ne segue dano 
B8 ben se sa in cho de 1 ano. 

guerfì e gibelin ne spio, 

ma d alcun n o oyo 



Lagomaggiore, 

s eli fon homi o demoni; 

ma par a mi che li son connij 

chi an squarzao tuto lo mondo 

e derivao en gran prefondo. 

che guagno sente con avantaio 

chi porta questo nomeraio, 

chi 1 omo ten si azegao 

che vexinanza ni parentao, 

paire, frai, barba e coxin 

guerreza con si gran polvim? 

che se g avessem a partir 

cosse, comò se sor dir, 

d onde se sor naxe garbeia, 

no n averea maraveia: 

ma pur la sora voluntae 

chi regna in lor per le peccae, 

noriga questa marotia 

semeiante a la giroxia; 

che ogn omo che 1 afera 

manten semper in mortar guerra, 

ni mai de esto mar guarixe, 

segnando ogni breige e rrixe. 

se paxe fan alcuna avia, 

tosto an faito rechaia; 

ni gè var pur un hello ovo 

far matremonio de novo; 

ni per beiver ni per maniar 

li trovo uncha meiorar: 

paxe de bocha no var niente 

se lo cor no gè consente. 

questa mareita compagnia, 

che lo demonio guia 

chi aspeita pu in la fin 

de tormentar queli meschin 



iCI, 7, e de. 10. questa, 13. correggo: pensai voi (pensate voi). Ma si ha 
tuttavia, fino al vs. 31, una dizione torbida e stentata che mi fa sospettare di 
altro errore nel testo. \9. grande amaror-. 23. aproximerea. 29. forse : . . . e 
gibellin e spio. 40. il nis. poluim o peluim, che l'uno e l'altro può leg- 
gersi. 43. d onde sor. 47. ms.: no riga. 48. ms.: se meiante. 53. alcuna 
via. 64. qui dee mancare un verso. 



Rime genovesi d. sec. xiii-xiv. 



?69 



ve diro che guagno rende: 

1 aver desipa e la persona, 
67 e tosto fa manchar 1 anonna; 

e 1 anima de lo meschin 

caze in profondo romolin, 

tirai da quelo mar guerre 
71 a olii elio era andao dere. 

chi cozi possar no vosse 

no e bon che la reposse. 

che mai no e 1 omo parter 
75 senza paor de so guerre. 

e se tanto a vento in proa 

che 1 exa for de casa soa, 

corno corre gran fortuna! 
79 che speso lo zazuna; 

li dozci bochonin a rayri, 

ma speso a de li amari; 

ni legnando questa traza 
S3 mania cossa chi prò gi faza. 

en dormir corno a re leto! 

che g enimixi a in sospeto; 

viazaraenti e despoiao 
5(7 zo che in gran tempo aveaamasao: 

asi squiia con asbrivo, 

corno fa 1 argento vivo. 

ma lo mato no se pente 
91 se no quando penna sente. 

1 omo chi francheza avea, 

segur andando unde vorea, 

obligao servo deven 
95 d alcun segnor chi lo manten, 

no za in ben de lo meschin, 

ma so lo tem sempre sovin; 



e sperando tornar in stao, 

sempre se trova perezorao. m 

si che quando e afolao 

tardi lantor e apensao; 

e de 1 arror che 1 a tegnuo 

se ten morto e confonduo, los. 

e s alamenta infra si, 

digando : oime tristo mi, 

chi son si in mara via 

pur per mea gran folla! 107 

anti vese e a me vexin 

baxai li pei sera e raatin, 

con lor stagando e solazando, 

e seguir per via andando, m 

car per far si mar biaxo 

preso avesse si gran squaxo: 

ben m a la guerra malvaxe 

mostrao cognosce eh e paxe. 115 

lo pensamento che fa questo 

chi de guerra e sta si pesto, 

per che no fa caschaun 

anti che guerreze alcun? n*^ 

a lo segnor De piaxe, 

che chi comenzar vorese 

guerra, travaio ni combre, 

faesse in anti esto penser. 123 

XCIL 

De non eundo de note (e. lxxxi). 

Chi tropo usa con homo van 

o marandrin o noitoram 

per ree ovre seguir, 

no sa uncha ben szhoir: 4 



67. ms.: la nonna 70. tiraa. 80. Io i'i ò scritto con un'appendice sull'asta, 
a sinistra. 97. se lo, si lo. 99. pezorao. Il ras.: pezorao. 104. ms. : e sa 
lamenta. 108. avese. III. seguii (seguiti), forse meglio segur (sicuro). — . 
112. ca. 120. piaxesse. 



270 

che 1 aquista mara fama, 
e vexinanza lo desaraa, 
e levementi e sospezao 

s d aver t'aito un gran peccao; 
per che ven in gran darraaio 
lui e tute so linaio, 
tuti, andando per tar camin, 

12 visto o venir a tar fin. 

xeni. 



De non lahorando in diebus festìvis 
(ivi, tergo). 

Chi a De no fa honor 
de festar quando se dexe, 
De fargi perde tar or 
4 per un iorno pu de dexe. 

XCIV. 

Quedam amonicio de aspectti 
mortuorum (ivi). 

Poi che la morte no perdona 

chi ocie ogni persona, 

e Ilo so corso e si comun 
4 che no ne pò scampar alcun, 

per lo zuixio de De 

chi de paga bon e re 

de tanto mar o tanto ben 
8 chi za mai no verrà men; 

quando tu vei in la per fin 

morto iaxer lo to vexin, 

guarda tu ehi e romaso. 



Lagomaggiore, 

chi aspeti si dur caso, i2 

e vei che ogn omo se lagna 
en devergi far compagna: 
; che monto e cosa meritoria 

da li morti aver memoria, le 

e per quelor pregar devei 

chi no se pon za mai valer. 

lo corpo roman tanto orribel 

che no so cossa si terribel. 20 

tu chi vei quaxi ogni iorno 

e la morte ai semper in torno, 

per che stai peigro e durao 

en considerar to stao? 24 

e, fin d aor che tu e vivo, 

procura con grande asbrivo 

d abandonar 1 onor mondan 

chi e cossi fuzasco e van, 28 

e ngana corno traitor 

tuti soi mati seguior; 

si corno pecaor meschin 

chi dol aspeita senza fin, 33 

perdando quelo regno biao 

che De i a sempre apareiao, 

con tanta gloria che zo 

nixun homo pensar no pò. 30 

se tu ben gè poni mente 

corno acega tuta gente, 

ben dirai chi son orchi 

e pu bestiai cha porzi: 40 

che monto speso gè son stao 

enfra mi maraveiao, 

che ni morte ni menaza 

ni mar ni ben dir che De gì faza, 44 



xeni, 3. fagi (gli fa). XCIV, 16. de li. 37. il ms. ha un apice sull' di 
poni, forse per la solita cifra che rappresenta la nasale {panni). 39. sullo 
h di orchi il ms. ha una cifra che suol designare il r la sillaba re\ ma qui 
verisirailmente è superflua. Per la prima con orchi, dovremmo sostituire nel 
vs. seguente porchi, forma che è pure del dia!, odierno {parchi). 44. parmi 
che dir sia da sopprimere, anche per ciò che il verso cresce d'una sillaba. 



Rime genovesi 

no li castiga ni conorta 

em parti de via torta; 

ma si segue mar far e dir, 
48 corno chi no dovesse mai ferir. 

un pochetin an desconforto 

en la vista de lo morto: 

ma, faita la sepotura, 
52 tornam pur in via scura 

d ognuncha vicio e peccao 

unde so cor e norigao; 

ni de lo morto li parenti 
56 son mai ben aregordenti 

d arcun ben far, ni de pagar 

messe, ponti ni os[)itar, 

ni prende convertimento 
60 ni alcun bon proponimento; 

s elli no am qualche tormento 

de che li aiam spaventamento, 

de penna e de versitae, 
6d per le soe gram peccae, 

che De a mandao tar or 

per gram castigamento lor. 

ni s eli scampan no se mendan, 
6S ni vego che 1 atrui rendam; 

sempre retronam viciosi 

e parter e ogorioxi; 

ni in so parla am fren 
72 ni la mesuram comò den. 

chi sempre retronam in peccao 

a lo porco e aseraeiao, 

chi lavaiandose per tato 
76 sempre e puzolento e bruto; 

tute or in terra fruga ; 

e se vento lo sor lo xuga, 

pensando far so avantaio, 



d, sec. xrii-xiv. 271 

tornar pur a lo lavalo; so 

per pocho fa greve reraor; 

e tanto despiaxe tal or 

che inanti tempo e amazao 

e ociso e sboientao. 84 

e cossi aven a 1 omo, 

che morir no sa quando e corno; 

nuo ne va corno lo vegne 

chi tanta breiga chi sostegno. ss 

e che no pensa lo meschin 

che scraper ven la soa fin? 

si te ven la morte apreso, 

che for morraitu pur adeso. 92 

se tu no ai presto conseio 

aspeitando tal ronzeio, 

tal corpo receverai, 

mai guarir no porrà. gg 

o, lo Segnor glorioso, 

chi e iusto e pietoso, 

en tal caso corno e questo 

ne dea conseio presto! 100 

monto ra ofende un guerre 

chi e socisimo e orribel; 

per zo che el e invexibel 

me fer de denali e de dere: 104 

ma 1 archangelo san Miche 

chi fortissimo e possibel, 

da ennimigo si terribel 

scampando me tire in cel. 103 

xcv. 

D« quibusdam sacerdotibus 

(e. Lxxxn). 

Si corno nostri avocati 
den honorar previ e periati. 



48. correggo finir, anche fenir (lig. odierno: fint, fent). 57. ms.: dar cun. — 
63. cosi il ms.; intrudi: de aversitae. 12 lo mesuram 73 retrona retor- 
na. 7S. vento sor. 80 torna. 92. ms. : morrai tu. 96 porrai 104. de 
denanti. 106. chi e. 108. ms.: scampandome. XCV, 2. rfem', ossia demo]- 
ms. : 2''«^t. 



272 

per ordem, e per degnitae 
4 che li an d axorve le pecae, 
1 aoto Salvaor tirando, 
con man e cor sacrificando, 
e a lo povol demostralo 
8 per pregar e per loarlo. 
ma quando e ne sento tanti, 
che dir no porrea quanti, 
per andar defension 

12 a 1 enternal perdecion 
e morti in peccao iaxer, 
e no posso uncha taxer 
che e no diga qualche raxon 

16 en iusta lor presentiun. 
voia De che, se zo lezam, 
che lezando se correzam, 
e che se mende, che g e che; 

£0 che e digo pu a bona fé; 
e ste parole se li exponne, 
pregoli che me perdonne. 
ma ser yrai me voren pònzen 

24 aprestao son de zonze. 
ma ben fa maor mester 
mi devei meigar primer: 
ma De chi e bon meigaor 

28 sane mi e saune lor. 
cubiti son d aver honor. 



Lagomaggiore, 

d asegnorir lo povero lo; 

usa deversi hornamenti, 

sotil e belli vestimenti; 3^ 

e aver delicai' stalli, 

e cavarchar grossi cavalli; 

maor cura an ca de i otai 

de portar speron dorai. 36 

tropo serea grande ystoria 

expone lor vanna gloria. 

ma in veritae san Pe 

non teneiva uncha questo sente. 4o 

e tar or per poco se iram, 

ni per amolar se ziram; 

sun 1 ira stam dur e boienti, 

ni li vego pacienti: 44 

pur tosto se romperea un mur 

ca d un homo lo cor dur. 

visto n o de si furiosi, 

bastereiva can raiosi. 48 

astinencia fan grande 

en schivar ree viande ; 

ma de le bone, ve so dir, 

procuran pur de conseguir: 52 

bon pan, vin, carne e pexi 

tuto di cercham li soi mesi. 

noi preican e omo zazune, 

ma s o visti uncha gente alcune 56 



3. innanzi al secondo p, un po' al di sopra della linea, è una specie d'asta 
uncinata. 5. de cel tirandoì 7. ras.: de mostralo. IO. porrea; il ms.: poì're, 
ma con un piccolo a aggiunto sopra. 11. forse: andar per lor presentiun 
(cfr. vs. 16). Certo, così come sta, il verso non dà senso. 16. en iusta lor 
reprension (cfr. vs. 11)? 21. se se li exponneì s e li exponnoì 23. ser; 
la vocale non è ben chiara, e può aversi per un o. Del resto io credo che 
s'abbia a correggere: se o s'eli;- ponzc, correggi: panzer. 24. zonze non è 
lezione sicura, poiché e' è ancora innanzi un altro carattere strano o segno, 
non del tutto dissimile da quello che altrove sta per con o per e. Ma qui 
conzonze non torna; bene sarebbe opportuno azonzs o sozonze. 32 ms.: so 
tìl. 33. ms.: de li cai. 34. grossi; scritto g''ssi. 42. ms.: amo lar, e la 
vocale di lar non chiara. Ao. pu tosto. 46. ms.: ca dun, con un tratto in- 
nanzi al d, forse principio d' altra lettera che non avea qui luogo (cfr. vs. 3). — 



Rime genovesi 
chi procuren de eesser grasi, 
questi li son comò tassi, 
o corno a seguio guayri 
60 la vita de li santi Payri, 
chi usavan con gran vertue 
pan e aigua e erbe crue! 
ma chi delichao se pase, 
gì la loxuria ne naxe: 
quanto e la lor castitae 
ben se sa per le contrae; 
e tanto se parla de lor 
68 che speso n odo gran remor. 
chi a fiia for o sposa, 
da lor foxina stea ascosa; 
eciande lor zermanna 
72 gi stea sempre ben loitanna. 
no digo pu de sto latim: 
De sa chi e bon peregrim, 
dir gè porrea fin a seira; 
76 ma fin d aor gè meto ceira. 
se d avaricia don dir, 
for ve increxerea d aoir : 
de la quar e tanto in lor, 
80 che tropo g an ardente amor; 
ni ponne aver rendea certa 
ni in bacir si grande oferta 
de dinar ni d aotre cosse, 
84 donde soa mente posse 
ni prenda saeiamento. 
a chi e fiior no sento 
(ni fiior an ni den aver), 



d. sec. xiu-xiv. 273 

chi poi lor fin deian goer, ss 

tutor li vego anxosi 

e de peccunia bramoxi. 

unde de 1 atro se rangura 

desurpar soa dritura; 92 

diversi cleiiixi se renovam, 

che 1 un 1 atro re se trovan. 

tosto so fé se gi toie 

chi candere ne recoie. 96 

tute enzegne e sotiiance 

fan per che lor ferta avanze. 

ogni di se oferta avesse 

se direa pusor messe: loo 

ma pur per offerta alcuna 

no se n ossa dir pur d una 

lo iorno, comò el e ordenao 

da santi chi 1 an coumandao; 104 

e conmandao sea a bostuto 

chi no oserva lo statuto, 

che per aver ni per dinar 

no se pò messa comparar. los 

de lo peccao de simonia 

tuti e thaca la ierexia; 

che ni prevenda vego dar 

ni prender senza dinar: 112 

chi la da e chi la prende 

mortar zuxio n atende. 

de esto malvaxe peccao 

e grande e picen e amorbao: ne 

con zo sea cessa per ver 

che quanto li an e den avei 



57. eesser; così il ms. 59. corr. : an seguio. 64. loxuria; la prima vocale 
incerta, potendo essere un' e. 74. ms,: pegrim, con un apice in forma di vir- 
gola sul r. 76. ceira non assai chiaro. 78. è scritto in crexer^a, cioè con 
Ve aggiunta di sopra. Eppure increxera par migliore. 81. ms.: ^one; onde 
può leggersi anche ponen. Ma ad oyni modo correggeremo: poen. 91. forse 
un de l atro. 03. cleirixi; la scrittura è poco chiara, segnatamente nella 
iniziale; i^ure non vedo che si possa leggere diversamente, 95. cosi il ms. — 
98. l ofertaì lor ofertaì 105. forse condannao sera. HO. tuta. 

.■\rchivio t'Iottol. ital.. II. IS 



274 

de li poveri e certamente, 

120 se no lor vita e vestimente. 
en tempi trei che voi dir 
li previ son trovai falir. 
che in lo veio Testamento 

121 fen monto re conmenzamento: 
che in lo tempo de Daniel 
lo De cheli apelan Bel, 
faozo ydolo chi so orava, 

128 che lo diavoro gè intrava; 
e fazando sacrificio 
queli previ con gran vicio, 
dixean che lo maniavam 

132 quanta oferta se gi davam 
da quele gente berzignae, 
ognunehana di gran quantitae 
de semora monte mesure, 

136 bestie asai, con le man fure 
cheli previ sorranchavau, 
e privamenti devoravam 
con gran masna che li avean, 

no che in taverne lo goeam. 
acor in len tenpi antigi 
fon malvaxi previ e inigi, 
chi de la terra eran segnor ; 

IH e zuegam con gran furor, 
voiando far ovre torte, 
santa Susana a greve morte 
de fogo, per no consentir 

1-18 de lo lor vore re compir. 



Lagomaggiore, 

ma Daniel mandao da De, 
quelo zuixio faozo e re 
e tuto quelo aceiso fogo 
da li previ in so logo, 
en li quai fon vituperio 
d omecio e d avoterio. 
brevementi ve 1 o scrito, 
ma pezo fo che no v o dito, 
en lo tempo de lo Salvaor 
fon li maor perseguior, 
con ogni remor e voxe 
a dargi morte sun la croxe: 
che per avaricia lor 
e cubitando aver so honor, 
leso Cristo condanam 
e axosem Barrabam. 
en lo tempo de presente 
son manifeste a tute gente, 
che 1 avaricia grande lor 
semper acrexe so vigor. 
De sa quanta devocion 
eli am in lor oration : 
che picem intendimento 
g a fin ni comenzanto; 
li santi versi de Davi 
che se coven dir ogni di, 
quasi si tosto son liverai 
comò li son conmenzai. 

tanto son de guagnar, 

che li se meten a zuguar. 



122. previ; il u è aggiunto di sopra. 12G. ms.: che li. Per isbrogliare il co- 
strutto, io scrivo cheli (intendendo 'quelli'). 127. correggo: chi s aorava. — 
131. corr.: che lo (o eh elo) maniava. 132. dava. 133. il r di berzignae 
non molto chiaro. 134, hi vocale in di non ben chiara. 137. cfr. la nota 
al vs. 126, 141. ancor (ms.; a cor);- in li. 143. ms.: terra. 152. da a li 
previì 153. fo vituperio. 156. /b; o misto d'a. 158. perseguior; Vi in- 
certo. 166. è manifesto, o almeno son manifesti. 172. e omenz amento. — 
177. ms.: tanto as..i; tra s ed i due lettere inintelligibili. Ma la parola ve- 
risimilmente è aseai (assetati). 178. ziigar. 



Rime genovesi 

li dai con foror scorlando, 
ISO De e santi iastemando. 

ma no me par che a laor se faza 

usar zog"o de baihaza 

li perdecion de tempo, 
184 dagando aotrui re ascio. 

che poi che lo preve e sagrao 

mai no de manezar dao, 

che libero e de 1 aversario; 
1S8 chi leze in tar cartorario, 

segondo chi fi pricao, 

me par indemonlao. 

quanto dani fan li zogi 
192 visto o scrito in monti logi. 

la dao fa tuto desipar 

quanto 1 omo a de sperar, 

e ambandezar 1 amor de De, 
196 e squarzase da co a pe. 

che no de lo preve dar 

splendor de ben che elio de far? 

e se lo mostra tenebror, 
200 quanto sera lo sor dolor! 

chi pricha ben e no lo fa, 

o quanti guai gi ven a ca! 

che lo condana si mestesso: 
204 o se guarde chic de eso ! 

ben so che de zo son preicui 

e amonij e castigai: 

ma chi in mar persevera 
208 e non n o mai bona spera. 

lo zogo fa tanto pecar, 

che di se pò per solazar, 

e se no 1 avei a greve 



d. sec. xiii-xiv. 275 

dir ve voio, un coluto breve: 
un che e vi aver perduo 
quanto el avea, in braghe nuo 
(zo fo de noite a un zogo), 
mester li era e roba e fogo; 
da ca soa loitam era; 
e s adormi, aiando spera 
scadase un pocho, intr un forno, 
per andar a casa in anti iorno. 
una vela per bon destin, 
per pan coxer ben matira, 
con soe legne ben apareiae 
per far bona matinae, 
a lui dormando sovrevegne. 
oir reeza chi gè vegne! 
e lo forno accise fogo: 
gi contra far un mar zogo. 
la gran fiama fo desteisa, 
chi de bruge era accisa; 
e fazando so lavor, 
quello sentir lo gran calor; 
e agravao de lo dormir, 
chi provo fo de lo morir, 
e stremortio for sagi. 
quando la femena lo vi 
de gran penser caite zu, 
pensando: questo e Bazabu. 
1 omo no fo ni morto ni vivo, 
salando con tanto asbrivo; 
1 un de 1 atro no savea. 
or pensai chi aver poca, 
considerando infra voi 
maor penser de questi doi. 



179. dai; Va poco chiaro, e parrebbe un u. 181. ms.: alaor. Correggo: a 
lor. 183. ni perdecion. ..ì 184. corr.: asenio (esempiol. 193. lo dao. — 
194. ms.: adesperar. 200. lo so. 204. così il ms. 223. ben apareiaa. — 
224. matinaa. 226. oir\ corr.: oi (udite);- reeza; la seconda vocale è in- 
certa, e sembra più o che e. 228. corr.: g incontra. 232. senti. 235. il 
senso non vuole quest' e. 242. forse che. 



276 Lagomaggiore, 

d onde ogn omo de zo prego 

che no viva corno zego: 

che chi tropo in mar se dura 
248 no pò fuzir desaventura. 

de li bon previ non parlo e 

chi son gran servior de De; 

che ben ne cognosco alquanti 
252 chi me paren tuti santi, 

casti e bon e limosener, 

chi tuta la mente ha in cel ; 

largui, humel e ordenai, 
256 e tuti in De predestinai 

per veraxe devocion 

e monto gran perfecion. 

e piaxe a lo Segnor 
260 che li aotri fossem par de lor, 

che in lor loso drito 

stravozese questo scrito. 

de questa gran de gidea 
264 che ame oso aver vorea. 



xcvr. 

De non erigendo se ad instancia que 

videntur magna in hoc seculo. 

(e. Lxxxiv). 

Che te vai se con gran lagno 
en gran faito e desteiso, 
e siencia ai preiso, 
4 per montar in aoto scagno? 
che per ti lazo e tenpagno 
no sta di e note teiso, 
unde alo serai conpreiso, 



chi te penssi esser tamagno? 
sun un buzo chi no e stagno 
sote 1 onda serai preiso; 
e De che tanto ai ofeiso, 
chi ve per sotir firagno, 
te ferra de tal peagno, 
che fé tu eri tropo aseiso 
ben parai esser deseixo 
e dirai: cozi romagno. 
men seno ai ca un cavagno, 
chi per ti no t e repreiso: 
che no e to tempo speiso 
tuto in ovra d aragno? 

XCVIL 



Beda super ilio verbo Apostoli: omne 
gaudium existimate etc. — Non 
indignemini si mala in mondo 
florent, si vos patimini: non est 
enim Christiane perfectionis in 
temporalibus exaltari, sed pocius 
deprimi. Mali enim in celo nichil 
habent, et vos nichil in mondo 
sepe. Ergo illius boni ad quod 
tenditis, quicquid contingat in via, 
gaudere debetis. Unde potest dici 
vulgariter (ivi tergo). 

A li bora chi salvar se dem 
mai corrozar no s apertem, 
se Ili re an prosperitae 
e eli spesso aversitae. 
che per veraxe perfection 
de crestiana relegion, 



247. ms.: sedura. 259. con*.: piaxesse. 262. ms.: stravoze se. 263-4. così 
è scritto. Cambiando gt'an in grada e oso in eso e cancellaudo il secondo 
de, si otterrebbe un senso. XCVI, 2. innanzi a e desteiso, unita all'è, una 
cifra strana. Il modo più naturale parrebbe: t e desteiso. 3. ms.: si encia — 
8. innanzi a tamagno è scritto dam, che però va cancellato, come ce ne av- 
vertono i puntini. Il simile altrove. 14. che se. 



Rime genovesi 



7 no aspeita soa gloria 



ma tribulation soferir, 
per vita eterna conseguir, 
che segondo un santo dito 

11 de san Beda chi 1 a scrito, 
li re non an in cel a far, 
ni li bon chi pur atretar. 
doncha sperando lo ben sovran 

15 inver lo qua elli semper van, 
che i adevegna inver lo camin, 
den sostener in zogo pin, 
de prende zo per che li andavara 

19 de lo gran ben che li speravam. 

CXVIII. 

De pelegrinis qui debent compiere 
suum viagium (ivi). 

Chi de far alcun viaio 

o loitam peregrinalo, 

se forza fin da so hoster 
4 guarir de zo che fa mester, 

per vive li onde lo va. 

ogn omo vego che zo fa; 

e chi de zo no e avisto, 
8 roman la mendigo e tristo 

e famorento e desorrao 

ni d alcun inviao. 

e monto g e ben investio; 

12 che chi cozi no s e garnio 
assai mendigar porrea, 
che mai trove chi gi dea. 
ogn omo e degno d aver zo 



d. sec. xiii-xiv. 277 

chi no s asia quando lo pò. le 

pu mato e assai ogn omo, 

chi no sa quando ni comò 

elo deia parti de chi 

morto per dever star li 20 

unde mai noite ni iorno 

non avera de za retorno, 

ma manchamento d ogni ben 

e dol chi mai no vem men. 21 

o quanto dol a lo meschin, 

e pentimento senza fin, 

chi no fé ben fin che poea 

e de fin che tempo avea! 28 

d onde e o gran maraveia 

che ogn omo en zo no veia, 

e vive si bescuroso 

en faito si perigoroso. 32 

XCIX. 

De non habendo in ore aliquot ma- 
lum, vulgaliter (e. lxxxv). 

Chi tropo usa iastemar 

o scregnir o mar pregar, 

a De fa grande ofension, 

chi segnor e de la raxon, 4 

a lo quar perten punir 

e mar e ben retribuir; 

si che ogni iastemaor 

fa zuxe si e De traitor: s 

la qual cossa si e gran folia 

descognoscenza e vilania, 

contra en quelui soperbir 

chi faiti n a per si servir. ^^ 



XCVII, 12. re; sembra ro. 16. corr. : in lo camin. Questo in ver è preso 
dal vs. precedente. 17-8-9. probabilmente scorretti. XCVIII, 4. guarnir. — 
11. ms.: gè. ..in vestio, 16. ms.: sa sia. XCIX, tit. aliquod. 11. forse: en- 
contra quelui soperbir; oppure, contra quelui ensoperbir. 



278 



Lagomaggiot-e, 



de iastemar se trova scrito 

un de san Grigo adito: 

che in quelo marvaxe forno 
16 d ondo 1 exe fa retorno, 

e queli n am penna e dol 

chi in aotri dal la vor. 

chi de zo no se refrenna 
20 da De n aspeite d aver gran penna: 

unde un aseniho voio dir 

per far questo peccao fuzir, 

e per salver corno alcun or 
24 De paga li mar dixeor. 

e en Venza era un marinar 

usao scregnir e mar parlar, 

che De vose atemorir, 
28 per zo che tropo usava dir 

xachao lo morrò a pusor, 

e menazando star con lor. 

per tropo dir e mar scregnir 
32 parole fen rixa mar szohir: 

con pugni e pree e xasi 

danse de gran butacasi, 

fenrisen e trasen e stormezar ; 
36 e traito un gromo de sar, 

un se chinna per si scremir; 

lo gromo fé 1 atro cair, 

chi de poi quel atro stava 
40 e no ben s aregordava, 

e xacagi ben lo morrò e li denti 

chi eran si mar dixenti. 

longo tempo trase a guarir, 
44 poi se preise a convertir; 

che lo folo no se pente 



se no quanto penna sente, 
chi fan i ogi star averti 
chi per colpa eran coverti, 
ma si pagao corno era degno, 
gi parse poi lo segno: 
poi da quelo vicio s astegne 
per zo che mar gi entrevegne. 
de questo asempio odo contar 
de monti che De sor pagar, 
per zo che li an la bocha fola 
en sborfar mate parole, 
unde ogn omo se restive 
che la lengua no s asbrive 
en dir cosse da pentir, 
e poi gran dano soferir. 

C. 

De non utendo libenter in lite con 
vicino utpote periculoso (ivi, tergo). 

Chi con vexin o con loitan 
a tenza o question a man, 
unde pò re voler enxir 
o gran spesarlo conseguir, 
pu saviamenti che lo pò 
se forze d acordar alo; 
e chi tropo a lo cor dur 
refrenero per star segur: 
chi monti n an aquistai gai 
per esser duri e reproai. 
chi per ben te conscia 
che tu exi de garbeia, 
senza contrastar consenti: 



17. n a. 18. dar. 23. forse saver -^ o far ver (far vedere). 25. en Venza. — 
29. xachao o? xacharì 32. cancello mar (cfr. vs. preced.). 33. xasi- forse 
per saxi. Zi. dense. 35. il testo pare scorretto. La prima parola, almeno, 
avrebbe ad essere ferinse]- ras.: etrasen estormezar. 37. ms. : un sechina. — 
46. quando. 53-4. scorretti. 55. fole, per la rima. C, tit. ms.: ni pcul. Forse 
che dobbiamo invece interpi-etarle: vel procul (cfr. vs. 1)? 



Rime genovesi 
quando tu raxon dir senti, 
no te prenda foror ni ira; 

16 enver la raxon te zira. 
fuzi la guerra e lo spessario 
che te pò far 1 aversario: 
eh e vist o che quando un piao 

20 e grevementi perlongao, 
che pur in la fin se parte 
con danno d una e d atra parte, 
unde in lo ben nixun no bestente 

24 chi se pò far a presente; 
che un mar ne tira dexe 
si corno fa de le cerexe; 
ni mai alcun no vi falir 

2s en far paxe temporir. 

CI. 

De quodam malo yeme qui durami 
de mense octohre usque marcium 
(ivi). 

Ben son za vinti anni pasai 
eh e no vi cotal yverno, 
che li orni an deslavorai 

4 e faiti star gran parte inderno. 
lo sol no a daito splendor 
per gran grevor de nuvelao, 
o gra re vento e stao spesso or 

8 en vrostro dano avexendao. 
ni renovar o visto luna, 
za e passao pu de trei meixi, 
se no con bruda e con fortuna 
12 de vento pobio e bachanexi; 
con troin e lampi e gran zelor, 



d, sec. xiii-xiv. 



279 



gragnora e iazo e gran nevere, 

chi n an guerrezai tuto or 

en monto guise e mainere. le 

ma chapeler e zocorai 

per li gran fangi e tempi croi 

an guagnao ben assai; 

se no che son manchai de szhoi. 20 

e questi tempi marastrui, 

zo me par e si se dixe, 

da lebezho son vegnui 

chi n e stao sempre raixe. 21 

ma piaxa a De che vento grego 

chi de lebezho e contrario, 

d esti re venti sean mego, 

revozando cartolario. 2S 

ma per tuti esti caxi re 

no de 1 omo mormorar 

ni corrazasse contra De, 

chi sa ben che 1 a a far. 32 

che s el e paire e noi fiioi, 

li qua lo ve semper falir, 

per meio dane li ben soi 

ben ne de bater e ferir. 36 

che enderno e mato stao 

chi de lo mar no sosten dano; 

e no sempre amo meritao 

d aver mar, breiga e fano. 10 

che meio sa lo mego bon 

zo che a 1 em fermo fa mester, 

cha quello chi iaxe in passion, 

chi sempre a gran dol e penser. -i» 

unde ogn omo deverca, 

per scampar de mortar penna, 

piaxer zo che De farea, 



26. si corno fan le...ì si comò fai de le...ì CI, 3. a deslavorai. 8. nostro. — 
11. bruda; la seconda lettera e la terza non assai chiare. 14. taso; Vo tira 
un poco all'è. 15. ms.: tptuto or; dunque da leggersi tuto or. 20. ms.: de- 
szhoi. 27. sea 31. corrozasse. 39. noi. 40. ms.: efano. Intendi: e afano. — 
45. forse a ogn omo. 



280 



Lagomaggiore, 



48 chi cel e terra guia e menna; 

e semper avri li ogi inver lui, 

chi nostra luxe e segno; 

chi cozi n a mixi nui 
52 per vestine in lo so regno. 

CU. 

Litera missa per dominum Stmonem 

domino Romina de Nigro 

(e. LXXXVl). 

Christus qui ad nucias fecit aquara 

vinum, 
quod voluit gustari voluit per ar- 

chitrichinum, 
III faciat incolumem dominum Romi- 

num. 
Rex qui regit machinam mundi 

monarchie 
sue sit regiminis dux potestacie; 



ni a voi letera scrisi: 
d oi in deraan lasa la gente 
zo che se de far a presente, 
quanvirdtì che de venir 
sai ben scusame posso; 
no fo fil sotir ma grosso 
chi m a tegnuo a no partir: 
ma tropo gè serea a dir. 
ma n(^ penssai in vrosto cor 
che 1 amor sea refreidao; 
che se son stao envexendao 
d entro pu che no par de for, 
si corno dixe san Grigor; 
e pur, che sea entrevegnuo, 
fall o, pentio son; 
per zo demando perdon, 
e meto zu ogni arma e scuo, 
e ssi me iamo esser venzuo. 
ma nixuna loitanura 
pò partir veraxe amor; 



cuius sic ad dominum dirigatur che sempre vela lo vigor 



II ut beare valeat in extremo di 

E so ben che e son colpao 
e degno de disciplina 
(e se no n o tosto meixina 
perduo avero lo piao), 
5 per aver tropo tardao. 
tropo son stao negligente 
e vnir comò e promixi, 



con gran penssamento e cura; 
che tropo e gran soda ligaura. 
e se no che lunsenga par 
manifestar lo so voler, 
cognosai questo per ver: 
a pena un ora posso star 
senza de voi aregordar. 
pur che 1 omo mar no faza, 
for adeven per lo meior 
i amixi veise rairo or; 



50. chi e. CU, II. quod gustari voluit per ...-,- vi. dirigantur vice;- cuius; il 
ms. cut;- sic ha pure il ms. , non sit (cfr. Arch. stor., p.57). I. la presente 
lettera in volgare segue immediatamente, senza alcun titolo, alla precedente 
latina; per ciò ho creduto bene di non separarle, considerandole come una let^ 
tera sola, diretta allo stesso Romino Dinegro. 7. corr.: e venir (in venire). — 
11. ms.: quanvide, con cifra sull'i, equivalente a r. 16. ms.: urosf. 18. que- 
sto se scompiglia il senso, e converrebbe espungerlo, o almeno mutarlo in si, — • 
S2. ms.: falio. 25. ms.: essi meiamo. 



Rime genovesi 

che lo se sor dir per piaza: 
40 chi verrà pu streito abraza. 

de fin a quai o prometuo 

vegnir a voi, e for boxia: 

en la contraria partia 

promession canio e muo, 
45 se per boxar don fir cretuo. 

ma a voi pu no me defendo 

ni voio dir atra raxon; 

ma reraovuo ogni caxon, 

a De e a voi m arendo, 
50 e iusta persona atendo. 

de merito e la caritae 

e 1 amor e o me e tenei; 

che de queluy pagai serei 

per che tute ovre de pietae 
65 son a la fin remunerae : 

poi che sei stao comenzaor 

aviva e alasgavada, 

eh e tegnoeva iosa in faoda, 

e daito m avei baodor 
60 a dever scrive tut or. 

per zo che no son in citae 

no V o pu tosto rescoso; 

de mesi son besegnoso 

per chi letere son dae; 
65 chi no serean tanto stae. 

tuta la vostra masnaa, 

che a presente e no anomo, 

De chi preise forma d omo 



d. sec. xni-xiv. 281 

la faza sana e biaa, 
e sempre viva consolaa. 

Sepe quidam caritas quibusdam 
occupacionibus perpendita exte- 
rius non apparet in opere, et ta- 
raen totam fiagrat in corde. 

CHI. 

De nocimenfo castanearum. 
(ivi, tergo) 

Chi per vila o per montagne 
usa tropo le castagne 
con vim brusco e con vineta, 
sonar speso la trombeta. 
e Lavicena comanda 
de no usar tar vianda, 
chi fa tanto vento agrego: 
schivaira, e ve ne prego. 

CIV. 

Quando coniungitur viro con uxorem 
(ivi) 

L aotissimo segnor De 
chi forma Adam e Eva, 
per lo quar ordem priraer 
tuto lo mondo se leva, 
questo novo matremonio 
zonza in lo sor amor; 



41-2. per ottenere il senso bisognerebbe, parrai, cambiare quai in qua (col 
significato di qua it.) e for in fo (fu). Su questo emendamento ho regolata la 
interpunzione. II ms.: aquai. 42. e for\ veramente la vocale ch'io trascrivo e 
tien più dell'o. 50-1. ho messo punto dopo atendo, benché dubbioso del sen- 
so;- persona errato per punitionì 52. correggo: e o me tenei. Il ms : come 
e... b2. pagao. 57. cosi nel ms. Forse: a avri (o avrive) la sgavadaì — 
58. correggo: tegneva. 62. corr.: resposo (risposto). 70. segue immediata- 
mente ai vs. volgari un testo latino, citato al vs 20°;- extcrius e tamen non 
si leggono chiaramente nel ms. CHI, 4. 5ona;- ms.: la vicena. CIV, 6. so. — 



282 

dote e aver e patremonio 
8 n acrexa con tuto honor. 

e la soa man presente, 

santa, forte e vertuosa 

beneixa eternalmente 
12 noi e lo sposo e la sposa; 

e quelo De chi n a mennai 

a star inseme està matin, 

ne monde da ogni peccai 
16 e ne conduga a bona fin. 

CV. 

De non liabendo grave ieiunium (ivi). 

Se tu considerasi ben 
zo che li santi Paire fem, 
chi d erbe crue se pascean, 

4 ni de vin mai no beveam, 
lo zazunar chi ve par fer 
ve de parer monto lenger. 
o chomo e bon per pocho afano 

8 schivar grande e greve dano! 

evi. 

Quodam moto notabile de barba (ivi). 

Non e za ben raso 

a chi e romaso 

gran pei soto naso 
4 per man negligente. 

per picem pertuso 

chi no e ben viso, 

gran legno e confuso 
8 tar or con gran gente. 

per un sor peccao 

no ben confessao 



Lagomaggiore, 

un homo e danao 
sempre eternalmente. 
fin che tempo ai 
fa quanto ben sai; 
che quanto atro fai 
retorna in niente. 

CVII. 

De quodam presbitero (e. Lxxxvii). 

Se per dir asai parole 

e preicar a gente fole, 

se devese conseguir 

mao oflTerta in me bacil 

o dinar in borsa mea, 

assai preicar me par che preicherea. 

CVIII. 
De vivendo de suo labore (ivi). 

Chi vive de insto afano 
tem segur e bon camin; 
ma chi cereha de esser pin 
d atruj cosse con egano, 
quando ven in co de 1 ano 
se trova pur pu meschin; 
e moirando in la per fin 
no sosten eternai dano. 

CIX. 

De quodam qui 2^aciebatur in oculo 

(ivi). 

Em per zo che peccar scio 
centra De per me orgoio, 
se o penna nenoio 
zo che o firao desvoio. 



CV, 8. la prima vocale di greve è cassata. CVI, 6. corr. : iuso. CVII, 6. as- 
sai me par che preicherea. CVIII, 8. ne. CIX, 3. ms.: neoio. Forse: s eo 
'penna ne recoio (raccolgo), potendo quella cifra, che propriamente vale n, 
essere scritta per isbaglio in cambio dell'altra che rappresenta r o la sillaba re. 
Ma ancoi'a mancherebbe il e. Meglio: se o penna ni enoio (cfr. inoio Lxxv,58).— 



Rime genovesi d. sec. xiu-xiv. 



283 



ma de tuto zo me dolo, 
pentio soD, e preigar voio 
De chi me sanne d esto oio, 
8 e san Columbam da Bobio. 

ex. 

De quodam qui decipit pluries 
quendam (ivi). 

Chi me engana de monea 
pu de doa via o trea, 

3 mai no entra en casa mea. 

CXI. 

De cupiditate sacerdotibus (ivi). 

E creo veramente, 

che quando un preve consente 

un quiston tanto preicar 

4 quando iorno e tanto da lavorar, 
che unto 1 a de qualche seo 

chi lo fa cossi star queo; 

e for misso li am in man 
s peiver o zenzavro o safran. 

ni zo maraveia me paira; 

che quando 1 omo e in so aira, 

fin che par venir oxello 
12 no de laxar lo cazanelo. 

CXII. 

De ciistodiendo gladium in tabula 
(ivi). 

Se coteleto voi guardar 
a noze taiando carne, 



per no deveite poi manchar 
se sera mester taiarne, 
quando ai taiao dexeivermente 
per fornir toa ventrescha, 
alo torna encontenente 
to cotelo a man senestra. 
che se a man drita roman, 
tardi tornerà a man toa: 
ma va pur de man in man 
corrando da popa a proa. 

CXIII. 

De moribus qui fiicnt in sancto Mar- 
tino (ivi, tergo). 

Se De V ai e voi poei, 
respondime se voi savei 
d onde pò adevenir 
una raxon che voio dir: 
per che se beive tanto vin 
en la festa de san Martin, 
con tante sirene e benvegnue 
chi tute son cosse perdue: 
che tanto beive alcun meschin, 
che de envrianza sta sovin ; 
ni pon alainar parola, 
ni movese, chi lo dola, 
che e so ben veraxemente 
ni gè dubito de niente, 
che questo nobel confessor 
chi in cel e de li maor, 
fo de grandissima astinencia 
e de forte penitencia; 
e che inter soi interior 
entrava vin monto rair or, 



6. corr.: pregar. Ugo mal fatto, e si scorge che prima era scritto preicar 
(predicare). CXI. tit. sacerdotum. 4. quando iorno e da lavorar. 9. forse 
ve paira. CXII, 2. ms.: ano^^e. CXIII, 1. ms : ra?. \\. pò. Ì2. croia. 



284 

ni alcune cosse drue, 

ma usava erbe e aigua crue. 

d ond e questa usanza naa 
24 chi tanto e rnultiplicaa? 

sapiai che gran marce farea, 

se quando voi preicar devei 

voi amaistra le gente 
28 de rauar questo accidente; 

e tener streito senter 

se montar vorei in cel; 

ni tropo belve o maniar 
32 li faza za prevaricar. 

ma tanto e tegnuo 1 uso 

e per tuto si defuso, 

eh e creo pu per certo 
36 che o preicherei in deserto. 

CXIV. 

De Albingana, quando fuit in Ri 
peria con domino vichario (ivi). 

Albigana e bona citae, 

se la vivesse in unitae: 

en bello logo e coraponua, 
4 de monti ben la vego drua; 

e, segondo la rivera, 

sol aver bona pescherà; 

e monto vile gè descenden 
8 chi a la terra guagno renden. 

d entro, de for, lo so terren 

vego eser pin de ogni ben. 

e monto ben e habitaa 
12 de gente ben acostumaa; 

che savi homi son per ver 



lore^ 

e cortexi, a me parer. 

ma ben so, in monto terre 

de drueze naxe guerre is 

e divixion per la citae, 

clii han diverse voluntae: 

che per tropo carregar 

visto o monti arbori spezar, 20 

e le mese tropo drue 

per terra stap abatue. 

e de tal mar me peisa e dol 

s està terra sentir sol. 24 

per che me par eh e possa dir, 

se no encrexe a voi d oir. 

melo e dir ben e ascotar, 

cha ocioso o greve star; 28 

e per venze breiga de for 

bon e prime venze so cor; 

ni atra virtue no me par 

se no la mente refrenar, ^- 

e zo de ben e ora ode dir 

poi che o inpreiso, e far e compir. 34 

per De, segnoi Albinganexi, 

entro voi sea araixi; 

no ve zonzi con Marchexi, 

per che voi seai indivixi. 33 

1 amor vostro e pur valeiver 

entrego cha sparpaiao; 

ognunchana cavo roman seiver 

se n e pu un lignor for mermao. 42 

guardaive de descognoscer 

forzanie star in bona bancha: 

e lo ben vostro aor cognoscer, 

no miga quando pur elo mancha. 46 

che 1 ennimigo ne persege, 



22. aigua e erbe crue. 25. farei. 27. amaistrai. 30. voren:, il ms. : uoret^ 
coirz senz'apice. CXIV, 1. Albingana. 17. forse le., piuttosto ha nel vs. se- 
guente. 21. atro. 2>Z. ms.: corno de dir. Zi. correggo: e inpreiso. 39. p«. — 
44. parvemi di poter leggere anche forzarve., ma non se ne vantaggia il sen- 
so. 46. direi di espungere quel pur. 



Rime genovesi 

chi a li soi la gora seiga, 
e ogn omo chi lo segue 

50 raenna enter raortar breiga. 
e a monti soi faxeoi 

grandi e pizem per lo mondo, 
de guerra mantegneor, 

51 per tirarli poi a fondo, 
per ira raxon se liga 

e se noria lo cor de 1 omo; 

e si lo fa ensir de riga 
58 che lo no sa conosce corno. 

la gente son monto perigorose 

e ognunchana parte e logo 

d onde la gente son danese: 
62 per De, guardaive de tal fogo. 

e caschaun se guardo testaeschin- 
[che, 

grande e picem, aoto e basso; 

che tal se cree citai se, cinque, 
66 chi perde pu per doa e aso. 

lo segnor De ve ne defenda, 

e sea vostro guiaor; 

e a bona fin ve prenda, 
70 e ve mantegna in stao d onor. 

cxv. 

De alelvya (e. lxxxviu). 

Zhu me piaxe in mea corte 
allelnya con bonoe torte, 
cha laus tibi Domine, 
4 chi xacaraento d orni e. 
1 un sempre aduxe bonne nove 
zo e formalo e carne e ove: 



d. eeo. xiii-xiv. 285 

1 aotro sempre ven con fame, 
con erbe o lemi o inzisame: s 

1 un mantem 1 omo san e fresco e 
[graso; 
1 aotro lo ten magro e paso, 
che quando quareisema ven 
si ve diro che m adeven: 12 

un re raercao a ca me aduxe, 
no me goe var raxon ni zuixe; 
che alo me g e daito 1 arro 
de rema, tosa o cataro; la 

e in zentura o in brager 
doi ponit e son trailo in dere : 
tuto 1 ano o assai a far 
a retrornar in cavear. 20 

per che me par senza falir, 
de fin de chi el e bon sbadir, 
che eia no possa retornar 
fin a lo di de carlevar. 24 

CXVI. 

De providendo de aliquo interesse 

(ivi). 

Chi breiga venir se sente 

o alcun greve accidente, 

ben da ra longa se de fornir 

de cossa d averse de scremir; 4 

e no ese lento in spender 

per soa raxon defender, 

ni mai esser dorraiioso 

en faito perigoroso: 8 

che meio e prender conscio 

anti che fera lo ronzeio, 



59-60-1. scorretti. 65. citar (cioè (Har^ zitar; efr. i.i, 20 e LXiii, 37). — 
CXV, 12. ras : che ma de ven. 18. nis.: doi ponite son. 20 corr.: retornar, 
fors' anche retronar;- Ve di cavear non ben chiara. 22. ms : de bonsba-< 
dir. 24. ras.: car le far. 



286 Lagotnaggiore, 

cha poi che lo corpo e trailo, 



12 dir: cossi avesser faito. 

CXVII. 

De rustico ascendentem in prospe- 
ritate (ivi, tergo). 

E no so cossa pu dura 

ni de maor prosperitae, 

corno vilan chi de bassura 
4 monta en gran prosperitae: 

otra moo desnatura, 

pin de orgoio e de peccae. 

grandeza contra dritura 
8 despiaxe in tute contrae, 

per zo che in lui no e dritura 

ni cortexia ni bontae. 

visto n o de tal aotura 
12 chair in gran meschinitae. 

CXVIII. 
De rustico ascendentem in potestate 
sive in baylia (ivi). 

Cognoscenza no s asconde 

de vilan chi a baylia; 

che for de raxon desvia 
4 e li soi vexin cofonde ; 

ni ben fa ni ben responde 

ni usa de cortexia; 

ni per lui ben se cogria; 
8 per pocho fa soze gronde; 

in mezo e da le sponde 

tristo quelo chi se gè fia: 

a la per fin se mal se guia, 
12 ven che soa nave afonde. 



ex IX. 

De proditoribus (ivi). 

Chi denanti m e corteise 
e dere ra e noxeor, 
e 1 o asai per pezor 
cha 1 enniraigo pareise. 
1 un mo mostra le ofeise, 
e guardandomene alcun hor: 
1 atro asconde so furor, 
per ferir de manareìse. 

cxx. 

Quando dominus non iudicet cum 
furore (ivi). 

No se dexe a alcun segnor 
en zuguar aver furor; 
che fin che 1 ira ven in cor, 
la raxon roman de for. 
e tuto quanto 1 a rapio 
de quelo chi no 1 a merio, 
gi tornerà si inpostao, 
che tristo lo mar agurao ! 
ma chi punisse con dritura 
soa terra fa segura; 
e chi bescura lo punir 
fa soa terra somentir. 

CXXT. 

De ìitendo in mane parvum do hono 
vino (ivi). 

De stae che la gran calura 
e le tavanne e li negin 
fan li corpi d imor pin 



CXVI, 12. avesse o avess e (avess'io);- segue al vs. 12° quest'altro: e no so 
cosa pu dura, con una croce a sinistra, primo verso del componim. susseguente, 
ove è riscritto. C\.YU,2. perversitaeì 7. contra naturai CXIX, 5. «le mo- 
stra. 8. cosi nel ras. CXX, 2. zugar, o suigar. 7. inpestaoì 



Rime genovesi 
4 e enfermar cun penna dura; 

per schivar ogni malura, 

dixe maistro Robin 

che chi sa siropo fin, 
s gentir, nao de grande aotura, 

per confortar la natura 

ne prenda ogni matini 

no tropo, ma pochetim, 
12 in conveneiver mesura. 

e zo loa la Scritura; 

e pusor nostri vexin 

sempre usando nostro camin 
16 dixem che el e strae segura. 

CXXII. 

De nostri cives antiqui qui sunt male 
dispoxiti (e. Lxxxix). 

Grevementi me despiaxer 

che li nostri maioranti 

de mar far son si ranti 
1 che nixun de lor a paxe. 

tuto lo mundo e malvaxe; 

che grandi, mezan e fanti 

ardem de vicij tanti 
8 comò chi fosse in fornaxe. 

conturbao ogni cor iaxe, 

quaxi tuti son erranti. 

ma De vria e li soi santi 
12 che, segondo a lui piaxe, 

de tar e tanto amo li abraxe, 

che de lor se cerna alquanti 

chi apage li xarranti 
IG en tranquilitae veraxo. 



d. sec. xiii-xiv. 



287 



CXXIII. 

De tensore parlamenti (ivi). 

Se pusor an strenzimento 

per penser d alcun tormento, 

quando sona parlamento 

d unna poestae segorar; 4 

e per eh e no me spavento, 

chi tanto ofeiso me sento, 

de lo fer zuigamento 

de lo gran re celestiar, s 

chi tuto ve ode e sa 

quanto omo dixe e fa, 

se pagamento atrui da 

ni mai alcun gi pò scampar? 12 

s e tal pendente ogn omo sta 

senza chi aver ni stallo ni ca, 

per che no penssa d andar la 

donde alcun ben no pò manchar? le 

o tristo chi morir se ve, 

que li mar segue che lo fé, 

e si portando da tar re 

de senza fin penna portaa! 20 

donca ogn omo forza se de, 

con drite ovre e con fé, 

de far vivando lo per che 

sempre con De possa e regnar. 2i 

CXXIV. 

De no trepando manescamenti (ivi). 

Se per trepar manescamente 
e per aotrui desprexiar 



CXXII, 1. despiaxe. 3. cosi chiaramente il ms. L'Arch. stor. nanli, e cosi 
forse (0 meglio in anti) possiam correggere. 



o mar de lui dere parlar 

4 se corroza tante gente 
legnando in furor ardente, 
ogn omo de so cor forzar 
e refrenarsse, per schivar 

8 cossi mortar accidente, 
che chi semenza consente 
raalvaxe in soa terra star, 
se dano no vor multiplicar? 

12 doncha zetese a presente. 

cxxv. 

De illis qui faciunt alieno suo (ivi). 

Chi fa 1 aotruj roba soa 

e no 1 o per bon vexin; 

ni mer par ben nozher fin 
4 chi speso no guarda in proa. 

nixun omo to pan roa 

chi aia nome d asaxin; 

ni se 1 a lo cor volpin 
8 no 1 usar in casa toa. 

en omo chi mar far voa 

no me par de seno pim. 

en trar ben toi faiti a fin 
12 guarda ben testa e eoa. 

CXXVI. 

Litera misa domino Conrado de Auria 
per Nic. de Castelliono (ivi, tergo). 

A 1 aoto e nobel armiraio 
de excellentissimo uvantaìo, 
chi sempre e da fìr loao 
4 per le ovre che 1 a mostrao, 



Lagomaggiore, 

meser Corrao Doria e dito, 

chi se pò notar per scrito 

de tar raixe eser insio 

chi tuto 1 arboro fa xorio, 

Nicheroso da Castiion 

con ognunchana devocion 

si humelmenti se profer 

comò de far servo a so ser. 

quanvisde eh e sea certo 

eh e vostro seno si experto, 

che se zunta gè faesse 

penser o che no falisse, 

no di vorea ma taxer, 

ma no me ne posso astener 

che la lengua non meta for 

de zo che monto habondo in cor. 

e per zo, doze segnor me, 

a voi aregordo de la parte de De 

(chi dexiro con gram frevor 

cresimento de vostro onor), 

che ve piaxa con gram cura, 

per menar vita segura, 

aver in sollicituden bonna 

en guardar vostra persona. 

specialmenti voio e dir 

che no se ve possa offerir 

esca ni don soperzhoso 

donde 1 amo fosse ascoso; 

ni in alcun aver fianza, 

se no in proaa balanza: 

1 omo e ofeiso monta via 

de ver unde pu se fia. 

ben so che letera savei, 

e le gente d onde o sei ; 

ma tar mostra de for bello. 



CXXIV, 5. tegnando in cor furor ... ? CXXV, tit. aliena sua. 3. ni me 
par. 9. e omo! CXXVI, 27 f'^rse aoer sollicituden. 36. ms.: dever unde. — 
4G. forse: de fé pura e cor vivo. 50. cosi il ms. Senza Ve il costrutto sarà 
più nitido. 



Rime genovesi 

40 chi a (1 entro cor rebello, 
per che ve de monto plaxer 
e da tuti lai per ver, 
che sempre in mezo e.da re sponde 

44 vostra gente ve circondo, 
chi a in voi amor nativo, 
de fé viva e cor puro, 
che voi avei visto e proai 

43 en li faitì strapassai. 
De chi fé cel e terra, 
veritai e chi mai no erra, 
ve guie e ve reze in quello stao 

52 donde o sseiai pu consolao. 

cxxvir. 

De monasterio sancto Andree de Sexto 
(ivi). 

Em per zo che 1 aversario, 

chi desconza cartorario, 

fé prumer comenzumento 
4 d onde vegne partimento, 

divixion e guerra dura 

de creator a creatura, 

faita da lor in veritae 
8 per star conseigo in unitae, 

conzunta d amor veraxe 

chi sempre noriga paxe, 

no presumando do strepar 
12 ma dover pur participar 

quela grande eternai gloria 

de perpetoal gloria memoria, 



d. sec. xiii-xiv. 289 

chi no se pò za mai finir 
ni pò manchar ni somentir; 
si che a la fin ven in ruina 
de quella profunda ruina 
pinna de ognunchana pena e mal, 
pozo d abisso enfernal, ; 

tormentao li senza mesura 
con queli de soa zura; 
e centra De far poer so 
de parti queli che lo pò: 
pensser o che a la per fin, 
per vanitae de cor meschin, 
quelo raestesso demonio 
no squarze co ssi re conio : 

quelo santo monester 
chi semper e sta de De oster 
(ben saverei voi quare e digo 
se voi parlerei con Freirigo); 
che per peccao chi sempre abonda 
no daga lao da qualche sponda, 

no merme de so bon stao 
chi de ben e tanto renomao; 
d onde monto me dorea. 
per zo pregar se converrea 
per noi e nostri amixi car 
religiosi e segorar, 

che De lo mantegne e ayc 

e n lo so amo lo guie, 

e tuti lor degne defender 

da caschaun chi vor offender. 

e quando e ben guardo 

con che ponzente e forte dardo 

1 cnnimigo, per gran peccae, 



CXXVII, 7. correggo: da lui. II. de strepar:,- il t di strepar somiglia ad 
une. i'-i. de perpetoal mcmoriaì ÌS.en quella prò ftinda sentina ì 23. fa.— 
28. ms.: cossi. Correggi o iutendi con si. 30. De; nel ras. quasi do. 31. cor- 
reggo: quar. 37. donde; le prime due lettere poco chiare. 46. Ve (dopo ^Jon- 
jsente) non chiara. 

Archivio glotlol. ilal., II. 19 



290 Lagomaggiore, 

48 aconza la nostra citae; 

che in men d un meise e mezo, 

overando mar e pezo, 

a atanto lavor desfaito 
52 chi no porrea esser refaito 

da maistri doa milia: 

raarvaxe e chi no se humilia 

sote la man de De possante, 
56 chi scorriae da tae e tante. 

ben deverea asempio prender 

de guardasse da ofender; 

amaistramento e cura 
60 de no tener Yoluntae dura, 

ni cor perverso ni biaxo 

da poer venir in squaso 

ni in caso in tormento 
64 chi daesse perdimento 

de corpo d anima e d aver, 

per tuto tempo mar aver; 

in tar mar laxarse inspenze 
6s per saver mar so cor destrenze: 

che tardi caschaun se pente 

chi tanto sta che penna sente, 

e mai no ni de mar pentir 
72 alcun tropo temporil ; 

che meio e prender conscio 

auti che fera lo rozenio, 

ca, quando lo corpo e traito 
76 dir : cossi avesser faito ! 

e inderno se guaita poi 

quelo a chi son furai li boi. 

doncha fa bon durai afano 
so de guaitar per schivar dano : 



che, per che'e 1 omo renJuo 

e servir De a proraetuo, 

e intr unna capa e intrao, 

e si e in aoto acercenao, S4 

se no per fuzir lo mondo 

chi ogn omo tira a fondo, 

e dever fa de De so scuo, 

e no esser re ni cruo, ss 

ma si mastesso abaxar, 

e soa voluntar laxar, 

con fren forte de astinentia, 

sote aotrui obediencia? 92 

parme, chi d atra guisa fa, 

d entro de for ni guerra fa sta; 

chi pò si venzer e no vor 

aspeitar pò 1 enternal dol. 96 

ma quanvisde eh e diga zo, 

tanto e lo grande seno so, 

la veritae e 1 onestae, 

che le parole chi son stae 100 

en grande amor retorneram; 

e che lor stao acrexeram, 

en relegion comuna 

si ben tirando tuti a una, 104 

che De ne serea honorao 

e caschaun de lor biao: 

lo segnor De gè mande aconzo, 

da chi ven ogni bon aconzo. los 

se alegranza De ve dea, 

zo che ve scrivo privao sea, 

si che la gente no anastem 

ni per noi sapiam che contrassez 112 

ni se dcscordem inter lor 



63. così il ms. Ma forse dobbiamo staccare: ni in cas in tormento. 71, no 
vi. 74. ronzeio. 76. avesse. 91. de; sembra do. 94. corr.: d entro e de for 
in guerra sta. 112. contrasten. Il carattere dello z per n finale, siccome 
altrove. 



Rime genovesi 

santi homi de tal valor. 

ma peisame che e o inteiso 
ne che lo contrasto e tanto axeiso, 

e le parole devulgae 

e per vile e per citae, 

che se ne fa de re latin: 
a-20 De gè meta hona fin ! 

CXXVIII. 

De eundo in factis suis in bono 
mondo (e. xc, tergo). 

Chi segondo ordem de raxon 
no pò iustixia compir, 
ben pò de quela riga ensir 

4 per ben compir un faito bon ; 
che quando un camin usao 
e mar segur per berruel, 
tener de 1 omo aotro senter 

8 chi paira meio asegurao. 

CXXIX. 

De inali cives contro civitatem lanue 

(ivi). 

A voi comò antigo 

amigo e car segnor 

una privanza digo 
4 de grande amor, 

d una grande dona mea 

un pocho e insocia, 

e in chi me intendea 
8 senza vilania. 



d, sec. xiii-xiv, 

per lo mondo son stao:, 
visto ho done pusor, 
gentir, d aoto lignao, 
moier de gram segnor, 
dexeivermenti ornae 
e de gram belleza, 
corteise e insegnae, 
pinne de visteza; 
ma tute queste, a ver dir, 
a quella che me par 
sovre le aotre luxir 
no se pò comperar, 
sovranna de possanza, 
d ornamenti e d onor 
non e in lui mancanza; 
de le aotre e la fior, 
e a gram familia 
e de fige e de fiioi, 
chi son tanta milia, 
nomerà no li poi. 
e quando a lui coven 
tener corte o festa, 
ogni so faito covem 
a pointo e a sexta. 
ma d un so greve caso 
chi g e avegnuo 
turbao son romaso, 
iroso e gronduo. 
zo no fo per peccae 
ni per defeti soi, 
ma per iniquitae 
de soi nechi fiioi; 
chi per tropo graxura, 
en gran colmo d aver, 
fazando guerra dura. 



291 



CXXVIII, tit. modo. CXXIX. 6-7. forse: un pocho cnsocia, en chi ecc. — 
19. par quasi sovro. 31. forse avem. 



292 

44 perdem seno e saver, 
che no gì fo basteiver 
conbatese iuter lor, 
morte dar e rezeiver 

48 con sbriva de foror; 
ma fon de si mar ayre 
con gran crudelitae, 
che li aosatam la maire 

52 de tanta dignitae: 
ferilan grevementi, 
en luy metando man, 
e soi car ornamenti, 

56 le robe gi creman. 
che 1 un 1 atro pensando 
de mete sote pe, 
e onor cubitando 

eo per mar aquisto e re, 
dote e patremonio 
i an vosuo strepar. 
horta de demonio 

64 e staita, zo me par; 
che fogo ascoso d ira 
e de rancor in cor 
con gram flama respira, 

68 chi poi bruxar de for. 
squarzai son e divisi, 
e traiti de soi logo: 
mar uncha se son misi 

72 en asi morta zogo, 
chi aver e persone 
toie zo se dixe: 
a quelui De perdone 

76 chi n e stao rayxe ! 
antì ca comenzasse 



Lagomaggiore, 

si axerbo stormo, 

no so che gi manchasse, " 

tanto era lo lor colmo. 

lo ben no e sapuo 

se no quando mar ven, 

per chi el e cognosuo, 

chi lor savor retem. 

e chi uncha ode nove 

de tanta aflicion, 

duro e so no se move 

a gram compassiom. 

e spero in De d aoto, 

che chi no falira 

che lo mar chi e faito 

e ben convertirà. 

De pin de pietae, 

tal maire e tal masnaa 

tornando in unitae, 

fazala consolaa. 

cxxx. 

Pro puellis in virum transducendis 
(e. xci, tergo). 

Fantina chi se maria 
se dexe esser ben noria, 
e de costumi si ornaa 
che ne luxa la centra, 
e ogn omo con lo sposo 
ne sea alegro e ioyoso: 
che tar sposa e ben vestia 
chi de seno e mar guarnia. 
unde ogn omo chi sposa da, 



51. asaotam. 68. correggo: bruxa. 70. corr.: so. 77. il ms.: chimmzas- 
se, ma al di sopra della prima sillaba è scritto co. 84. correggo: lo. — 
89. d aoto; probabilmente errato. 



Rime genovesi 

quando ensir de de soa ca 

e in so so sposo stramuar, 
12 la deveiva araaistrar 

d ogni ben, maorraenti 

de cinque conmandamenti 

eh e o visto pusor via 
iG in un libero de Tobia. 

e Ilo primer eh eia de far 

si e so soxero honoral. 

lo segondo e so mario 

20 amar d amor neto e compio, 
lo terzo e reze la masnaa, 

a so lavor tuta ordena. 
lo quarto e governar ben 

21 la casa e zo che g apertem. 

1 aotro e con gran descrecion 
guardasse da reprenssion, 
e d ogni fala e de heror 

2s per che mancbasse so honor. 
questa picena dotrina 
se ben inprende la fantina, 
d aver honor se asegura 

32 e de gran bona ventura. 

CXXXI. 



L sec. xrii-xiv. 293 

de la vergem coronna, 
campion de ogni persona, 
chi gracia de ben compir 
me dea zo che voio eo dir, 
per zo che ogni dona e fantina 
ne inprenda qualche doctrina, 
o preposo e cose scrite 
da poer pu segur vive; 
e per meio in raxon venir 
un breve asempio voio dir. 
quando un nozher o marinar 
scarso vento a par navegar, 
per cavo montar o terra 
de che lo vento gi fa guerra, 
ben da loitam fa soa forza 
en dever andar a r orza; 
e poi che 1 a tuto niontao 
corre poi largo e consalao, 
vegnando a bon compimento 
unde era so proponimento, 
lo semeiante vor pur far 
chi vor fantina ben guiar: 
che da primer se de ortar 
a coveneiver lavor far 



Quedam arnonicio prò puellis 
coniugatis (ivi). 

A honor de la reina 
chi d ogni vertue e pinna, 
maire de De, vergem beneita, 
4 sovra tute dono eleta. 



CXXXII (e. xciv). 



e se gran conta no lo fa 
guardali ben de toa cha. 
e ben gè n e de boin alcun, 
ma inter vinti n e for un; 



CXXX, 11. e in so sposo. 12. devereiva. 18. honorar. 27. hcror; Ve, es- 
sendo mezzo cassata, pare o. CXXXI, 8. eo non del tutto chiaro. IO. qual- 
che; e mista d'o. II. Ve aggiunta di sopra, in carattere sbiadito;- scrite; 
corr.: scrive. 16. ras.: apar; correggo: a per. 20. ms.: ende ver . . . ar 
orza. 22. consolao. CXXXII, 1. forse conto. 



294 

e per pcccae li son si rai, 
che no ne posso contar guari, 
li religiosi no gè meto e 

s che li son orni tuti de De : 
ma de queli co si gran se 
de che e ve dixi da prumer, 
chi dem lo mondo governa 

12 lo quar lo ven perigorar, 
chi seam degni no voio dir 
d eser cremai ni de morir; 
ma quarche gran segnor tenese 

16 a chi zo fa s apertenese, 
lor mete in tar destrenzimento 
unde eli avessen mancamento 
e de vianda e de bevenda 

20 debiando perde lor prevenda; 
fin che levao elli avesse 
papa che bon esser creesem, 
en tute cosse andando apreso 

24 con si drito e bon processo 
unde De fosse honorao, 
e lo mondo meiorao 
e retornao in star de paxe 

28 e in amor de De veraxe. 
e per che se compisa zo, 

30 faozalo De ehi far lo pò. 

CXXXIII. 

De quodam avaro (ivi). 

Voi sei Lucheto benastruo, 
tar corno e son si ve saluo, 



Lagomaggiore, 

dexiderando in voi I amor 

de lo beneito Salvaor. 

la caritae cho dei aver 

en voi che voio car tener, 

m enduxe a voi zo devei scrive 

de che voi possai pu segur vive. 

monto bon nome ve fo dito, 

zo e Lucheto de ro Drito, 

chi mostra e o dei luxir 

e drite ovre seguir. 

che questo mondo e tenebroso 

e semper in stao perigoloso: 

chi gè ven o gè verrà 

nuo gè entra e n inxera; 

e richi e poveri a la per fin 

tuti ne van per un camin; 

chi pu se forza cosse prende, 

de pu raxon gi coven rende. 

or conscio e che o v apensei 

e d entro da voi raxon facci : 

cognosa lo vostro stao 

de lo gran ben che De v a dao, 

che voi tener no lo poei 

se no ne fai zo che devei; 

zo e da regraciarne, 

e unde e povertae darne. 

ben piaxe a mi eh o nom avei 

che asai ben acostumao sei, 

e avei bon proponimento: 

e voi lo meti a compimento, 

ma senza tropo benstentar, 

per che o poessi strabucar; 



V 

32 ì 



5. ms.: sirai. Correggo: si rairi. 9. ms.r cosi. Cfr. cxxvii, 28. 15. tenese-^ 
probabilmente errato, e preso dal -vs. che sussegue. Possiamo corregger: vo- 
resse; o forse meglio toiesse (togliesse, intraprendesse). 22. creesem.', la se- 
conda e non chiara. 30. fazalo. CXXXIII, 13. il r di tenebroso non chiaro. — 
16. ms.: ìuxera. 21. ms.: che ova pensei. 23. cognosai. 27. zo e De regra- 
ciarne. 29. ms,: cho no ma vei. 



Rime genovesi 

che con la bona nomeranza 

36 vivo 1 omo in gran balanza. 
che se d alcun sdir se sol: 
li orni no ven se no de for - , 
ma De per torto e per traverso 

40 ve da lo drito e da 1 inverso, 
che tar nave par ben compia 
e ben conza e ben fornia, 
se un pincen pertuso g e 

44 chi guari ben calcao no e, 
si pinnamenti g entra 1 onda, 
che a la per fin la nave afonda 
con tuti queli chi gè son, 

48 per cossi picena caxon. 
asai bon aibi De v a dao, 
de che e son monto consolao, 
e gran prosperitae d aver, 

52 per dal a atri e per tegner. 
ma voi alando tuto zo 

e aotro ben chi dir se pò, 

tar cossa in voi mancha porca 
56 chi vostra nave afonderea. 

or pur che v amo de pur cor 

si comò frac e car fiior, 
59 dir ve voio vostro defecto 

ni laxero niente a dir 

de zo che so per voi guarir; 

che maire tropo pietosa 

53 fa la smasna esser tignosa, 
lo defeto che voi avei 

no esser largo unde devei, 



d. sec. xiii-xiv. 



295 



e dar con grande pietae 
unde voi sentir necesitae. 
la limosena a una natura 
chi e de gran bona ventura: 
che a quelo chi la da 
sempre reman e le tuta 1 a; 
chi uncha fa questo ben 
traze de borsa e mete in sen. 
1 atre cose, devei saver, 
e omo passa retener, 
fuzem a noi e noi a lor 
e s abandonam con dolor; 
si che in grande aversitae 
torna la prosperitae. 
de questo ben nixun se stanche, 
ni penser aia che gi manche; 
che limosena chi la fa 
e De la prende e De la da. 
o guardai quanto De e bon, 
che tute cosse ne da in don ; 
senza criar ni demandar, 
ne da zo che omo de usar, 
noi da lui tanto ben amo, 
a noi niente dar voiamo; 
ni per criar ni per sgarrir, 
no gi voiamo soveguir. 
noi semo quaxi someianti 
d esto costume a li re fanti; 
a li quai soi pairi dan 
tuti quanti li pon ni san, 
ni elli a lor darean sexe 
de mille corbe de cerexe. 



37. avanti di sdii', sopra la linea, sono due lettere poco chiare, con una lineetta 
sovrapposta alla seconda. Esse mi parvero da leggersi lil;- sdir forse errato 
per dir. 43. ms.: pince. 49. Va di aibi è imperfetto, e tiene qualche somi- 
glianza colla sigla per Ve, 52. dar. 57. corr. : or poi che v amo. 59. manca 
un verso. 63. ms.: lasmasna. Corr : la ìnasna. 65. e no esser. 67. senti. — 
75. penssa. 89. V i di noi è mezzo cassato. Corr. : e noi , oppure a lui. — 
95. tuto quanto. 



296 



♦ luto quanto per De fi dao 
99 rende De multiplicao; 
e no so uncha eh e vise 
che alcun homo apoverise 
a dar per De ni a so messo; 

103 chi sempre torna in si mesteso. 
pre elle e ve prego, amìgo car, 
che voi ve guardai d esser avaro 
che 1 avaritia si desten 

107 e vea far tu esti ben. 
1 avaricia e una esca 
chi in veieza pu refrescha. 
so ser ne star meschin e laso, 

1)1 donde aotrui ne roman grasso. 
no lo lase tropo envegir 
chi vor d esto mar guarir: 
e monto vor forza far 

115 chi mar antigo vor desfar, 
pu alo deveisse ponimente, 
chi no era mar facente, 
ni se trova in lui caxon 

119 d aotra grande ofession; 
ma danao pu per zo, 
che lo no vose dar lo so 
a Lazaro povero meschin: 

123 pu per zo vegne a mara fin; 
zuegao fo, punio e naiso 
e nternal fogo d abisso : 
or poni mente quanto mar 

127 faito i a no vorer dar. 



Lagomaggiore, 

or no voio e far parlamento 
chi ve faesse creximento. 
ma pur noi serao in rea terra, 
da tuti lai vegamo guerra; 
e tante parte e no me vozo 
che gè vega alcun bon gozo. 
la vita nostra eulta e breve; 
chi anchoi e san deman a freve: 
tosto de chi so partirne; 
e se noi donde andar devemo 
no i mandemo fin de za 
zo de che noi vivamo la, 
inganai seremo: in zo 
guardene De chi far lo pò. 
quanta gi ven mara ventura 
chi folamenti se bescura! 
lo segnor De per pietae 
ne meta in stao de puritae, 
en lo quar noi perseveremo, 
che paraiso n aquisteremo. 



CXXXIV. 

De gula et ratione (ivi, tergo). 

Una vìa de poi denal, 
aproximando carlevar, 
che li orni lonzi se preven 
de la quaresema chi ven, 
pensando alcun de pu maniar 



102. a so messo (ms.: aso); Va è oscuro, e potrebbe pur leggersi e. — 
105. guardai; il secondo a tiene dell'*;- corr.: avar. 110. il senso vuole 
servo e non ser\- ne star (ms : nestar)\ corr.: ne sta. 111. grasso; scritto 
g"sso, e V a alquanto oscurato. 116. qui certamente il testo è guasto. 
Forse quel pu alo nella sua integrità era epulon (epulone). E forse dovea 
dire: a Epulon devei pone mente; o simile, 119. ofenssion. \2Q. parti- 
remo. 137. ms. : deveà; unico esempio di questa cifra con tal valore, — 
138. ms.: noi. 



Rime genovesi 

per gran pensser do zazunar, 

voiando lo corpo si guarnir 
8 eh eie no possa axeiverir; 

pasando e per contrae lantor, 

vi desputanza e gran reraor 

de doe persone descordae 
12 e de diverse voluntae, 

chi intr una casa stavan 

ma inter lor se contrastavan. 

1 un avea nome raxon, 
16 chi no vorea mai tenzon; 

1 atra avea nome gora, 

chi no era miga sora, 

ma 1 ayava privamenti 
20 questa chi a nome ventre, 

chi en si tuto recoie 

zo che la gora a le mam toie. 

or ve voio e dir lo tener 
24 de tuto lo contrasto lor; 

che la gora si dixea 

a la raxon chi intendea: 

e son camin e son porter 
28 de tuto zo che fa mester 

per norigar e dar annona 

chi reza tuta la persona; 

tute le membre prende vigor 
32 de zo che e mando a tuti lor; 

e sete mi tegno asai messi, 

sofecienti e monto spessi, 

tuti ordenai a so lavor, 
38 e s avexendam inter lor; 

che s e gè mando pessi o carne, 

ben san alo che dever farne: 

coxerla ben e saxonar, 
40 e per membre despenssar. 



d. sec. xiii-xiv. 297 

d ogni vianda e bevenda 

se da tuti lor prevenda: 

se gè soperzha alchuna fexe 

per li ne va donde se dexe. 4i 

si che per tuta asta cura 

coven che viva la natura. 

e per zo e za mai no ceso 

che no me percaze adeso 48 

de mantener mea foxina, 

per no descender in mina: 

d onde e no t o pu a grao 

zo che tu m ai annuciao, ss 

de li zazun chi venen, 

chi in cativitae me tenera ; 

che se zazuno quatro di, 

mar gè vegne e mi e ti; 53 

e si te diro ben corno: 

che lo no e si savio homo, 

se tropo sta senza maniar, 

che lo no perda lo parlar. 6o 

tu raxon dei voler dritura 

e no esser tropo dura; 

e per convertite, se porroo, 

un breve asempio ve diro : 64 

che quando un mego vor cura 

1 omo infermo d un gran mar, 

fa gi fa guardia grande 

e astinencia de viande; ^^ 

le contrarie gi fa schivar, 

e poi gi fa le bone dar. 

d onde per esser pu possente, 

voio far lo semeiente; '2 

e questo asempio aver per man, 

per mantener lo corpo san; 

le cosse bone speso usar 



CXXXIV, 32. tute. 33. nel ms. una croce a sinistra del verso. 56. forse 
scorretto. 59. altra croce, a destra. 64. te diro. 



298 



7c e le ree laxar star. 

or se lo zazuno e liia 

tuto lo corpo aosotiia, 

en tute guise che savero 
80 schivarlo voio, se porro 

(e tant or staesselo a venir 

quanto e gì lo stareiva a dir; 

che a mi par che fa mester 
S4 atro albegante in me hoster) ; 

e percazarne fin d aor 

de reteneime in gran vigor 

ni de li quai e governo; 
88 che no me vaga iorno inderno, 

eh e no habia sempre asai 

de bon conduti delicai; 

si che con sanna e forte tascha 
92 possa aspeitar la santa pascha. 

che tuto vei ben avertamente, 

e ben lo san tuta la gente, 

che chi de dir o demandar 
96 o alchun segnor parlar 

o guaita pur de poi maniar, 

per trovalo alegro star 

e de la soa question 
100 aver bona resposion : 

ma chi uncha lo ve zazun, 

rairo gi aproxima nixun; 

che quaxi ogn omo sta gronduo, 
104 iroso, necho e raalastruo. 

se De t ae, raxon entendi 



Lagoraaggiore, 

e questo bon scrmon imprendi 



(che tar or ven che da un fole 

se inprende ben bone parole): 

no te par gran vilania, 

quando un segnor per cortexia 

a un so servo fa far 

un bello vestir per so usar, 

e si gè porze per so dom 

qualche delicao bochun, 

e 11 e si descognoscente 

e vilam e for de mente, 

che lo no usa volunter 

lo don che i a faito so ser? 

e cossi la cossa donaa 

par vir e desprexiaa. 

cossi noi semo desgraeiver 

se omo vor far lo someieiver. 

per che me par che homo non e 

laxa perir zo che De fé, 

segondo un nostro scartabello, 

che dixe lo lovo a lo porcello : 

melo serea eh e te goese, 

ca toa dona te perdesse. 

non a De faito cosse tante, 

che no se pò dir quante, 

ni la bontae quant e ni comò, 

tute in servixo de 1 omo? 

per che homo de per honorarlo 

questo ben prendelo e usarlo, 

si che no sea faito in van 



77. Ve in cifra. 78, corr,: asotiia. 81. ms. : staesselo so vorrò +. Sopra è 
scritto allenir. 85. percazarne o percazarme. 87. mi e li quai..ì e in deli- 
cao governai Meglio il primo. 105. il ms.: se de tae. Correggo: se De t ai 
(se Dio t'ajuti); efr cxxxviii, 32. 115. ms.: elle si descogno scente. 116. ms.: 
forte demente. 119. forse scorretto. 128. ms.: catoa. 129. faito; Vo tien 
dell' e. 130. ms.: pò con un'appendice all'o, forse principio d'altra lettera non 
più scritta; porea tornerebbe pur meglio per la misura del verso. 131. ms.: 
quante. 



Rime genovesi 

130 zo che fé quela santa man. 
ma per luto questo me dir 
no me tener rea ni vir, 
ni creai eh e sea paganna; 

140 ma o ben fé crestiaua, 
e de far ben o voluntae 
quando e sero maura de etae ; 
ma no penssai teneime in freni 

144 de fin che me zoventura ten. 
le atre cosse laxo e ao star 
per lo tempo quaresemar, 
donde se porreiva assai dir, 

148 e de ornamenti e de vestir 
e de aotre cosse che fé De, 
che elio n a mise sete pe, 
e chi de gran deleto son: 

152 ma tropo n ai gran sospezon. 
or no voio e aor pu dir, 
ma toa responssion ojr; 
e intender ben e ascotar, 

156 per no laxarme a ti ligar 
se no in cossa drita e certa 
e chi me paira ben averta; 
e per zuxe mezan e bon 

160 chi zerna ben la question, 
chi n adrize in bona via, 
no tegnandoge partia. 
or o e dito zo che e so 

164 de to voler, e taxero. 
Ratione. 
or comenz a dir la raxon, 
che vegnua e soa saxon: 
gora, tropo m ai daito a far, 

168 se e don tuto aregordar 



d. sec. xiii-xiv. 299 

zo che tu ai vosuo dir 

per toa voluntae compir. 

ma, se tu voresi far ben, 

taxer poevi e dir men. n2 

se lo to cor fosse ben casto, 

con mi no t e mester contrasto; 

se ti e toa compagnia, 

da chi tu penssi ave aya, i'^ 

zo e le membre corporae, 

fosi comego in unitae, 

vo teresi aotro camin, 

per che veresi a meior fin: iso 

che tropo me par gran fala 

entr un albego inseme sta, 

e eser descordai de cor, 

semper aver tenzon e dor. 184 

or te prego che tu me intendi, 

e da mi bon conscio prendi; 

si che voler no te straporte 

en manthener le cosse torte: iss 

e no aver per mar niente 

che parlerò asperamente; 

che 1 aspera mexina si e forte, 

sor scampar 1 omo da morte. 192 

tu diesti che tu e via 

chi a le menbre day aya: 

ma pusor via devcn 

che tu gi fai pu mar cha ben; 196 

e per ter ingordir tar or 

tu fai morir tu e lor. 

tu no e via, ma quintanna 

chi tuto menni in soza tanna. ^oo 

si tosto passa to lavor 

che ogni bocon con so dozor; 



139. creer\ e cosi al vs. 143: penssar, non penssai. 144. forse mea. 145. ms.: 
aostar. 145-51. costrutto difettoso e poco chiaro. 147. forse doride ;- a de- 
stra del verso una crocellina. 1G3. ms.: oro...eso. 172. o dir men. 174. ms.: 
comi note. 197. corr.: to. 



300 



quaxi pu tosto sor fuzir 
SOI cha tu 1 apairi do sentir. 

tu e par d un moniracnto; 

che zo che tu tiri d entro 

pu sozo e poi che tu 1 inforni 
208 cha un morto de trei iorni. 

per ti nixun a ben s adriza, 

ma lo collo se scaviza. 

de ti me par che Saramon 
212 conte una soza raxon: 

che per la gora mor pu gente 

cha per iao alcun ponzente. 

si e ingorda de strangotir 
216 che tu no poi raezo pair. 

de li aotri mar e raixe 

e de ogni ben desiparixe; 

a un disnar guasti pu ben 
220 ca dexe omi, tar or ven: 

guastarixe per che t apelo, 

bermela de maxelo. 

tuto zo che tu vei si voi, 
224 e perchazi li gai toi: 

che quaxi tute enfermitae 

venne de superfluitae ; 

e rair ol e lo corpo franche 
228 de rema, freve o mar de xancho 

o d atro mar che omo sosten, 

chi per toa caxon ven. 

o quanti la morte n abelestra 
232 per desmesura menestra ! 

o quanti dani 1 omo prender 

per desmesurae bevendo ! 

che chi de vin prende sozo uso 
236 da tute parte n e confuso. 



Lagomaggioie, 

ma sa per che sanitai dura? 
per astinentia e per mesura. 
monto me par che car costa 
u sor bochon che Eva mania; 
che in linbo con gran falia 
ben stete agni doa milia, 
e ne sentarao fin anchoi 
noi chi semo soi fìioi: 
e Ninive, la gran cìtae, 
danaa da De per gran peccae, 
per lo zazunio scampa, 
la morte De gi perdona, 
se no che 1 oio to e zeigo 
en 1 asempio de lo mego, 
che tu voreivi a mi mostra 
per deveime amaistrar; 
ma no miga in lo to verso, 
ma dei prende lo reverso: 
che chi stronzo da prumer 
poi tu ben gi vai dere; 
che ogni bon lavoraor 
da far in anti so lavor, 
ca pagamento demandar 
chi gi covegna poi refar. 
or se tu voi far bona via, 
vivi sote mea guia; 
si che intranbi per bon senter 
ne guie De nostro nozher. 
ma ben poitu maniar e beiver 
quando e tempo conveneiver: 
ma zazunar dei volunter 
quando lo tempo lo requer; 
e no grognir ni mormorar 
quando tu 1 odi annunciar. 



209. ms,: abrsa driza. 210. eollo\ il secondo o tira all'è. 223. vei\ le due 
vocali non chiare;- uo?, corr.: voi. 227. rair or. 231. ms.: na bclestra. — 
237. sai\- ms.: masa. 240. ms.: usor\ intendi un sor. 241. familia. 249. cor- 
reggo: a-e^ro. 256. «a. 258.de/ar. 



Rime genovesi 

ma rezeivelo alegramenti, 
272 che eli e meixina de la gente. 

schiva deleti e vanitae 

corno le cose atoxegae; 

che lo deleto d un momento 
276 senza fin pò dar tormento. 

restrenzi man e bocha e denti, 

e no seguir li rei talenti: [penna 

che e no don pur sora portar la 
2S0 la penna chi segue lo mar; 

ma deveraite cremarte 

asi comò per toa parte; 

e se aspeti aver tar guai, 
284 tardi lantor te pentirai. 

le folie che tu ai vomue 

da mocitae te son vegnue: 

no voio e tuto responde, 
288 se no te re voler confonde. 

se tu non guardi in ver la fin, 

pezo e assai ca un morim 

chi arena e tuto more 
292 quanto gì ven sote le more. 

ma mi e ti devemo far 

corno lo savio morinar, 

chi sa ben cern e la luxe 
296 quanto a lo so morin s aduxe, 

zo e cosa utel e fina 

da dover far bona farina. 

d onde in ogni condecion 
300 de 1 omo aver descrecion. 

1 asempio che tu ai dito, 

chi te parsse cossi drito, 



d, sec. xiii-xiv. 



301 



en ti lo voio retornar 

per farte ben a la riga star: 304 

de zo che De le cosse a faìte 

e per usar ne 1 a daite. 

zo e ben ver; ma per raxon, 

noi in nostra confuxion. 308 

e tu de seno si fantin, 

chi te metese intr un iardin 

de belle cose e frute pin, 

che tu voresi a la per fin 312 

zo che t e dao per ben usar 

tuto a un corpo desipar ? 

no e bon prende tuta via 

Zoe de che aotri lo convia. 316 

centra segnor chi te da pasto 

guarda ben no ne fai guasto. 

che chi de zo che De gi da 

no lo cognosce, mar gè va. 320 

1 omo senza esser asenao 

comò asen e descavestrao, 

chi tut or vor pu maniar 

senza alcun aotro lavor far; 321 

che quando eli e ben ingraxao 

corrando vai purme lo prao; 

se per lavor lo se requer, 

li cazi traze in ver so ser. 323 

e poi diesti che ben farai 

quando in maor etae serai. 

ma se tu pur agardi zo 

li guay aspeti e dano to; 332 

che tu porressi ben morir 

en questo di, sen^a invegir. 



279. la penna va cancellato. 288. to. 299, nel ms. una croce a sinistra del 
verso. 307. se io non erro, fu prima scritto saxon (stagione, tempo oppor- 
tuno), e poi il s corretto in r dallo stesso amanuense. 308. no. 316. zo. — 
326. ras.: corrando ;- vai', corr.: va;- purme\ forse errato per pur in;- 
prao; Vo tira all'è. 334. il ms. ha dopo di un piccolo tratto, che anche 
potrebb' essere uno sgorbio. 



302 



pocco e savia, zo me par, 

336 se tu te penssi de szhufrar. 
or doncha pensa de far ben 
fin che tu poi e iorno ten ; 
che la luxe te verrà men, 

3J0 e pur la morte sempre ven. 
fa ben quelo che te digo, 
che per to ben con De te ligo; 
e d ognunchana peccao t aste, 

344 ovra fa chi piax a De. 
la gora respose lantor: 
tropo m ai dito desenor. 
ma raaraveia me far de ti, 

348 che e no te vego e tu vei mi, 
e dime mar seguramente 
corno a persona de niente: 
a 1 asen m ai afigurao, 

352 chi bestia e desprexiar. 
ben aitu dito de mi asai 
cosse chi paren veritai, 
che e me oto deleto: 

356 ma pur e t o in gran sospeto ; 
che tu no poi maniar ni beiver 
ni zazunar te fa pur xeiver; 
per zo no voi tu sostener 

360 eh e dei a deleto alcun aver, 
e daito m ai bon partio: 
chi in mai in ti ben me fio, 
e ben vorea atri spiar 

364 se ta ai dito o ben o mar. 
la raxon dise: in bona o! 
un zuxe so chi e meior 
de li atri, ogn omo aye. 



Lagomaggiore, 

e chi noi sempre reze e gaie: 
lo spirito e chi mai no mor. 
salario alcun non vor; 
che, sapi ben, o n ama monto; 
e son sempre si so cointo 
che gi porto le baranze: 
elio no sota mai de zanze; 
e senza tener parte in alcun 
da insto peiso a caschaun. 
se 1 e lear e tu lo voi, 
bon o gè venisti anchoi; 
che e spero in De che elio dira 
zo de che omo s acordera. 
la gora dixe ; tropo e fer, 
e ra per zo n o gran penser. 
ma de ti e monto feiver, 
e e mai servixo no gi fei: 
maor poestai ai tu cha ler, 
da che tu le baranze te. 
no me foso za tremetua 
de question si malastrua; 
che vego ben eh elo dira 
cosa chi me despiaxera. 
e lo cor semper me dixea 
che e conteigo la perderea! 
ma se te piaxe d acorda 
per ben comego star, 
e mo obligo de far ben 
en la quaresema chi ven: 
che e per mi e per to prò 
1 un di zazuno e 1 atro no: 
e parrae, se omo fa cosi, 
ni graverà ni mi ni ti. 



347. fa. 351. afiguraa. 352. desprexiaa. 355. la lezione è dubbia. In luogo 
di oto potrebbe leggersi eco; di deleto: defeto o deseto. 358. pu. 362. chi 
e mai in tiì 365. ms.: in bonao. 371. ms.: o na ma monto. 374. così 
il ras. 378. ms.: bono. 283. fever (da 'fidelis')? 385. le. 400. correggi: no 
graverà. 



Rime genovesi 
scoi de mi 90 che far posso; 
che soma engua no rompe doso, 
chi de tenzon far paxe vor, 

401 no g e mester zuxe de for. 
la raxon lantor respose: 
le cose che tu ai prepose 
mostran ben che fantin e 

40S e che ai pocho amor in De, 
chi tuta per noi la zazunaa, 
uncha bochon non gè mania, 
no voi tu ben e mi e ti 

412 che De n aye ogni di? 
or sapi ben che fa dir zo: 
1 antigo e re costume to; 
che ogn omo e confuduo 

416 d aver re uso mantegnuo, 
or no dir pu: pensa far ben, 
da pur che fa te Ilo coven : 
e se lo fai con grande amor, 

420 leve sera lo to lavor. 
lao dixe: e gè consento: 
raeio e porta picen tormento, 
cha 1 eternar, sempre moirando: 

424 per zo a De me n acomando, 
o prego De e prego ti 
che e la sentencia diga si, 
che e la possa oservar 

428 senza tropo darmaiar. 
en questo zuxe s acordam, 
e lo lor dito gi cointam: 
li scriti lor in man gi misera 

432 de quante question li dixem. 
lo zuxe dixe: a nome de De, 



d. sec. xiii-xiv. 303 

chi raaistro sea me, 
e pina gracia me dea 
zo dever di che iusto sea, 436 

e ntre 1 una e 1 atra parte 
traito ne sea bone carte, 
tu, gora, segondo lo to scrito, 
cosse assai aveivi dito 440 

noxeiver a monto persone, 
pocho gè n era de le bone; 
che me era aver taxuo 
e aver daito asempio cruo: 444 

e tu, raxon, si respondi 
saviamenti e ver diesti; 
e se in dir fosti crudel, 
tar petem era a luj mester; 443 

che man tropo pietosa 
no lava ben testa tignosa, 
viste le vostre alegaxom, 
questa sentencia e ve don: 452 

che la gora con soa masnaa 
con chi eli e acompagnaa 
stea suieta a la raxon, 
removuo ogni caxon ; 456 

e tuto zo che la raxon dixe 
per che la gora non falixe, 
si retifico e confermo, 
ma se lo corpo fosse infermo, 46o 
previsto sea e dao conforto, 
e no gi sea faito torto: 
ma tuto sor in sanitae 
ovre faza ordenae. 464 

or no voio e tropo parlar; 
la raxon sa choe g e a far; 



402. rope\ Ve è mista d'o: pare un corretto. 409. zasuna. 415. confun- 
duo. 418. correggo: da poi. 421. lao\ tra a ed è un piccolo spazio abraso. 
Forse è da correggersi: l atra. 445. respondesti. 448. a dir vero, piuttosto 
leggesi pecem che non petem. Nel dubbio, do la preferenza alla seconda for- 
ma. 459. ratifico. 463. ma tuto or ? 



304 LagoQK 

emtranbi fai vita si pura 
468 che vostra fin sea si segura. 

e tuto zo ve comando 

che vo oservei sote gran bando; 

e ogni zuinta se gè intenda 
4*2 chi a De lo so honor renda. 

CXXXV. 

De accipiendo iixorem (e. cvn). 

L omo chi moier vor piiar 
de quatro cosse de spiar : 
la primera e comò el e naa; 

4 1 atra e se 1 e ben acostumaa; 
1 atra e comò el e formaa; 
la quarte e de quanto el e dotaa. 
se queste cosse gè comprendi, 

8 a lo nome de De la prendi. 

CXXXVI (ivi). 

A omo chi e mar parler 

1 oreia no consentir; 

e ti guardar da mar dir 
4 d otrui ni denanti ni dere. 

e no usar in quelo hoster 

d onde tu vei li boia fuzir.; 

bona usanza non rompir, 
s servixio fa volunter. 

fui 1 omo chi e xarer. 

guardate de soperbir; 

che nixun no pò ben finir 



ggiore, 

chi e rebello in ver so ser. 
Bona compagna pensa aver, 
se segur caminar voi. 
non di tuti secreti toi. 
1 otrui non prendi ni tener, 
a ben dar termeu no voler; 
e de le peccae te scoi, 
lavora fin che tu poi; 
e sta segnor de to pocr. 
malicie no mantener. 
1 urtimor di te penssa anchoi. 
nixun loe li ben soi; 
ma sempre ame e diga ver. 
Caramenti dei intender 
le iuste reprenssion; 
e se fosti ofenssion 
ni folie, no defender; 
che raaor fogo pò accender. 
de mar faito quer perdom; 
c!ie tute cosse an guierdon. 
1 amigo to dei reprender. 
e no cessar de ben imprender, 
fa in centra 1 indignacion 
si soave responssion 
che lo mar no possa ascender. 
Debito chi'dar te conven 
pu tosto che tu poi da 

se tentacion te ven. 
no voler sta senza frcn. 
ogn omo in perigoro va. 
chi no imprende no sa. 
lavora fin che iorno ten : 



468. sea segura. 470. dopo uo un t abraso, del quale resta T apice. CXXXV, 
6. quarta. CXXXVI. non ha titolo. 3. guarda. 16. Vi di prendi, imper- 
fetto. 22. l urtimo. 38, qui dee mancare un verso. II ms. ha sotto I'm di 
pt< un piccolo o;- Va di che poco chiara. 



Rime genovesi 

senza astarla la morte ven, 

chi mai pietai no ha. 

ze, vei tu tornar chi va la? 
J7 no, ma receiver maor ben. 

En lo mondo no te fiar, 

chi e faozo enganaor; 

ni te fiar in traitor: 
51 fui chi te vor desviar. 

e per enprender dei spiar. 

no crei homo lecaor. 

ma correzi to error. 
55 no laxar morbo congriar. 

ni ti contra atri corsiar. 

schiva lo breve dozor 

chi da poi mortar dolor: 
59 ni in dere se pò siar. 

Fermo manten lo dito to 

quando el e ben ordenao; 

per ogni vento no dai lao. 
63 ma se aotri melo proa zo, 

lasa to dito per lo so. 

e fui recego de dao; 

e omo mar acostumao. 
e- lo bon voler compissi alo; 

no zo che esser no pò. 

conveneiver te to stao, 

forzate star asnersao : 
71 mar ara chi no ha boi. 

Greve te mostra a la masna 

quando la senti falir; 

soe falle dei punir, 
75 per esser ben acostumaa. 

ma re compagnon per straa 
no laxai con ti vegnir. 



d. sec. xui-xiv. 



305. 



pensate de ti scremir 

contra cossa postiza: 79 

pairala da aximinar; 

che di no se pò desdir. 

luxuria dei fuzir; 

e ogni lengua aboniraaa. 83 

Homo de dola lengua fui, 

chi lusenga da primer 

ti presente, e poi te fer: 

no te fìai tropo in atrui. 87 

da zo che tu inpremui, 

no dai in paxe destorber. 

conscio da savio requer: 

no usai conseggi crui. 91 

ni desorra homi venzuj. 

no sei de ti guerrer. 

vela quando fa mester. 

pensa li iorni perdui. 95 

loya mar aquistar ni don 

no prende perdando honor; 

ni tener 1 atrui lavor. 

defendi ben toa raxon. 99 

en faiti toi guarda saxon. 

no tenzonar con to maor; 

ni desprexiar menor. 

ni d alcun mar sei caxon. 103 

penssa trar atrui de prexon. 

alcun ben fa tute or. 

e amorta to furor. 

no voler perde jorno bon. 107 

Kalende chi oserva mar 

errando per erlia, 

de santa fé desvia, 

e n avera penna eternai ; m 



44. forse astala. 47. ms.: noma. 54. correzi; Vi sembra )'. 71. ara; tra a 
e r un i abraso. 81. che dito..ì che di no se pò e desdir ì 83. abominaa. — 
91. ms.: conseg\ 96. aquistaa. 

Archivio Rlottol. Hai.. II. 20 



30G Li 

che pocho 1 aotro ben gì var 

chi for e de tar via. 

De n araaistra e cria, 
115 tuti iamando tar e quar, 

volando a tuti per enguar 

dal salvacion compia: 

quando mar se gi congria 
319 se crestian e deslear! 

Lo segnor De chi t a creao 

no te de mai insir de cor; 

che senza lui chi vive mor. 
123 e chi uncha sera desgrao 

de zo che 1 a per luj portao, 

no 1 avera za per fiior, 

ma romara serao de for 
327 de quello so regno biao: 

o comò sera tormentao! 

no gi varrà ni frai ni sor: 

che, comò dixe san Grigor, 
131 segondo lavor serai pagao. 

Mato no fai to mesaio. 

e apensaitene in anti, 

per li perigori tanti, 
135 ca tu comenzi viaio. 

spelate per avantaio 

en li faiti d enanti. 

schiva breiga de fanti, 
139 per no caer in darmaio. 

ni venir sote rizaio 

per oyr mozi canti. 

no van in cel li santi 
143 senza aver chi travaio. 

No zugar 1 atrui voler 



goraaggiore, 

ni lo cor, che tu no sai; 
che toa colpa e asai. 
monto de zo te dei voler, 
e mendarlo a to poer: 
che se qui te zuigerai, 
lo sovrani zuxe apagerai. 
ma lo to dano no taxer, 
se per to dir gè pò valer, 
mar dir no comenzerai. 
rea nova no dir mai. 
e li ogi guarda de mar ver. 
Ogni di vai in ver la fin: 
per che doncha orgoioso e, 
per che te exaoti centra De, 
chi pur vir e cha un lovin? 
che no vomi tu lo venim 
che tanto in cor manten ? 
a insir de camin re 
no dai termen a damatin, 
chi sote lo gran remolin 
de la morte vai e ve. 
ze, lo segur strazeto te, 
e no straa de marandrin ! 
Peisa con iuste baranze 
le overe che tu senti; 
e se tu dei ben somentir, 
zunzige si che 1 avenze. 
no seguir no crei zanze 
de van amixi ni parenti. 
ogni di consumi e xenti: 
e, le vanne alegranze 
de lo mondo e soe danze 
fuzi corno e da serpenti! 



117. dar. ÌÌS. quanto. ì2o. ms.: no laveraza. 133. apensatene. 147. forse 
doler. 148. ms.: emendar lo. 151. forse: ma l otrui dano. 159. pu. — 
162. ms.: ain sir. 163. ms.: ada matin. 170. de ben sornenti. 171. ms.: la 
vense. Corr.: l avanze. 172. forse ni crei., o meglio ni cree. 174. ms.: exenti. — 
177. forse conio da serpenti. 



Rime genoves 

guarda ben se no te penti, 
179 che la morte no te lanze. 

Chi anchoi pò fa lavor boni, 

no diga: e faro deman. 

se anchoi e fresco e sam, 
1S3 deman te pò venir lo tron, 

chi a si terribel son, 

che tuti fa chair a pian; 

e 1 enimico inigo e can 
187 de li meschin fa un bochon. 

ben g andera a stranguiom 

chi cozi sera stao van. 

per punir queli chi mar fan 
101 corno e trenchente lo fazon ! 

Rezi ben toa dritura 

e no laxai raxon perir. 

ni taxerai quando dei dir. 
195 non fai rapina ni usura. 

ni bonna ovra no bescura. 

per pocho no te stremir. 

marfazente no seguir. 
199 guardate d aver man fura; 

che mar aquistao no dura. 

no far da dover pentir. 

ni t adementega morir, 
203 se tener voi vita segura. 

Se tu poi atru defendi 

soperzhao da so maor; 

e faraine a De honor : 
207 se zo no fai monto 1 ofendi. 

quando tre e montao, desendi. 

lo drito mante con vigor. 



i ci. sec. xin-xiv. 307 

quar raesura tu fai aor 
tar in la per fin 1 atendi. 



Temporir dei pensa da oster 
chi desira ben dormir, 
enprendi zo che de venir 
per zo eh e passao derer. 
de rixa no sei prumer. 
pensa zo che tu dei dir. 

anti che tu feri aootrui, sofer; 
e no usar con tenzoner. 
toe parole dei condir; 
che perzo e lengua per ferir 
ca nixun atro costerei. 
Voluntae no te straporte; 
guarda principio e fin. 
e a omo de mar pim 
te serrae le toe porte, 
reprendi le cosse torte; 
e sostenta li meschin. 
schiva de falir per vin. 
no te fìar in destin, 
dìvinacion ni xorte. 
ni te mova de cor forte 
alcun re vento ni polvin. 
cura de far bona morte. 
Xentar fa de casa toa 
lengua chi venim aduxe, 
che monti ben descuxe. 
invidia no te roa, 
che la natura soa 



180. chi andava scritto qui, per T acrostico. Il componimento consta di ven- 
titre sezioni, da dodici versi ciascuna, e le ventitre iniziali ci danno l'alfa- 
beto nella sua regolar disposizione. 196. su ovì'a è stesa una macchia, ma 
pur si legge. 211. qui, o dopo il vs. 207, ci dev'essere una lacuna di quat- 
tro versi (vedi la nota al 180). 212. d-i pensa de. 217, qui manca un verso. — 
218. ms.: sofer. 221. ^Je-o. 



308 Lagomaggiore, 

se aoscura d otrui luxe. 
sei de tu bon duxe, 
242 guaitando popa e proa 



CXXXVII. 



em perzo se conduxe 

244 chi zura mar far ni voa. 
Ybacalos se gì pò dir 
chi e stao bon peregrin, 
chi zerto e de poi la fìfl 

248 dever poi sempre ioyr. 
nixun ben pò mai falir 
en logo de ogni ben pin: 
mato e chi per pochetin 

252 vegando lo mondo llorir, 
vor tanto ben laxar perir, 
ben me par seno asenim 
portar lo viso in terra chin 

256 chi in ver cer de li ogi avri. 
Zeta via e descaza 
se te senti mar avei, 
fin che tu n ai lo poer. 

260 e no aver lo cor de iaza: 
1 amor de De cado te faza, 
sote cui man tu dei cair. 
pensa lui de far piaxer. 

264 de 1 ennimigo te deslaza 
per dever star.segur in piaza. 
ze, dormi tu? ma dei savei 
che tosto te conven jaser, 

268 e venir sote la maza. 



De multis perfectionibus quas posset 
Jiabere (e cviii). 

Pusor via son apensao, 

che se da De fosse dao 

eh e fosse zovem, frescho e san; 

e no avese lo cor van, 

ma con seno de natura 

fosse pin d ogni scritura, 

per dritamenti raxonar 

e mi e aotri conseiar; 

con memoria tegnente, 

d aver ben tuto per mente; 

abiando fren en far e dir, 

e astenese da falir; 

e caschaun staese atento 

mi fazando parlamento; 

chi me vorese noxer 

se sentisse la man coxer; 

e ogni dito e faito me 

fosse in bon piaxer de De; 

ni mai manchasse in borsa mea 

vinti sodi de monea: 

veraxèmenti, zo me par, 

e serea un bon scorar, 

e, se per mi no romanese, 

un valente homo, se vorese. 

e possee liberi assai 

boni e veraxi e ben mendai; 

e lengua e voxe ben sonente, 

per parlar ardiamente. 



240. ras. : sea oscura. 242. mancano due vs. 243. em pezo. 266. la vocale di 
ze è alquanto cassata; ma e si legge, piuttosto che a. CXXXVII, 25, ms.: e 
posse e;- gli ultimi quattro versi meglio sarebber collocati dopo il 20.° • — 



Rime genovesi 



CXXXVIII. 

De condicione civitate Janue, loquendo 
con qtiedam domino de Brixa [iy'i)- 

Da Venexia vegliando 

trovai un me hoster a Brexa, 

chi comeigo raxouando 
4 dixe: e prego no ve increxa 

respondime per vostro honor 

a zo de che e ve spiero; 

che speso ne odo gran remor, 
8 nie la veritai e no so. 

de Zonoa tanto odo dir 

che 1 e de tuti ben guarnia, 

che volunter voreiva oyr 
12 de lo so stao una partia; 

e se la terra in rivera 

ni e possante per responde 

a questa gente sobrera 
16 chi la percaza de confonder: 

zo voio e dir Venecian, 

chi se raxona inter noi 

en forza de mar sovran, 
20 e ben se cointan per un dei. 

de Zenoa niente so, 

che uncha mai e no gè foi ; 

e volenter intenderò 
24 de zo la veritae da voi. 

en Venexia son e stao : 

terra par de gran possanza, 

e de for a gran contao ; 
28 e per zo fa gran burbanza 



d. sec. xiii-xiv. 309 

de vitorie strapassae. 

ma Zenoeisi mai no vi, 

ni ne so la veritae: 

dirada, se De v ahi! 32 

alantor gi respoxi: 

no den veritae celar 

queli chi ne son semoxi; 

pero ve voio stastifar. 36 

Zenoa e ben de tal poer, 

che no e da maraveiar 

se voi no lo poei saver 

per da loitam odir contar; 40 

che e mesmo chi ne son nao 

no so ben dir pinnamente 

ni destinguer lo so stao: 

tanto e nobel e posente. 44 

e s e vorese dir parole 

per far mermanza de inimixi, 

voi me terexi folle. 

ma e lor tegno berbixi: 48 

che chi in so loso habonda 

e in faito ha mancamento 

par a mi che se confonda; 

ma 1 overa da compimento. 52 

ben e ver che nostra terra 

Venician desprexiando, 

en una strappa guerra 

de stran ger a sodo armando 56 

per sparmia la soa gente 

e no voreigi dar afano, 

no armando ordenamente, 

ben sostegne alcun dano: eo 

ma, comò sempre som proai 

si otra mar si corno de za. 



CXXXVIII, 8. si può correggere: ni la veritai e no so, meglio: ni la ve- 
ritai e ne so. 9. Zenoa. 13. ni rivera. 14. no e possante. 32. ras.: se de 
uà hi. 42. ras : yma mente, 46. de i inimixi. 55. corr.: cuna .62. ras.: 
si comodeza. 



310 

soi lozi son ben parezai 
C4 antigamenti, e Do lo sa. 

or laso e star questa raxon, 

e torno a zo de che voi me spiasti; 

e dirove zo che e don, 
OS per zo che me ne spiasti. 

Zenoa e citae pinna 

de gente e de ogni ben fornia; 

con so porto a ra marina 
72 porta e de Lombardia. 

guarnia e de streiti passi, 

e de provo e de loitam 

de montagne forti xassi 
76 per no venir in otrui man : 

che nixum prince ni baron 

uncha pge quela citae 

meter in sugigacion 
80 ni trar de soa franchitae. 

murao a bello e adorno 

chi la circonda tuto intorno, 

con riva for de lo murao; 
8-1 per che no g e mester fossao. 

da mar e averte maormente; 

e guarda quaxi in ver ponente. 

lo porto ha bello a me parer 
88 per so naveilio tener. 

ma per zo che la natura 

gi de poco revotura, 

li nostri antigi e chi son aor 
92 g an faito e fan un tar lavor 

per maraveia ver se sor, 

e si fì apellao lo moor; 

per far bon lo dito porto 



gomaggiore, 

e pur coverto e pu retorto; 

edifìcao sun la marina 

con saxi e mata e con cazina; 

chi pu costa in veritae 

car no var una citae. 

en co sta sempre un gran fana 

chi a le nave mostra intrar, 

contra 1 atro de Cho-de-fa 

chi lonzi i e fo un miiar. 

li e corone ordenae 

unde le nave stan ligae; 

e la fontanna bella e monda 

chi a le nave aygua bonda. 

zeyxa g e, e darsena 

chi a Pisan arbego da, 

en gran paraxo da lao 

chi a prexon albergo e stao. 

questa citae eciamde 

tuta pinna da cho a pe 

de paraxi e casamenti 

e de monti atri axiamenti, 

de grande aoture e claritae, 

d entro e de for ben agregae, 

con tore in grande quantitae 

chi tuta adornan la citae. 

en la qua e sempre e tuta via 

abonda monto merchantia 

de Romania e d otrar mar 

e de tuti li aotri logar. 

ze, chi destinguer porrea 

de quante mainere sea 

li car naxici e li cendai, 

xamiti, drapi dorai, 



68. me ne demandastiì 71. ms. : aramarina, 75. xassi sta forse per saxi\ 
cfr. xcix, 33. 85. averta. 88. navilio (cfr. 191). 96. e pu coverto. 100. ca. — 
111. e un gran..ì 113. e eciamde. 130. ms,: ?ef,.e; e fra il t e Ve forse 
due lettere, illeggibili;- ad un segue una cifra che per solito vale e, e cosi 
l'ho trascritta; ma la stessa, od una simile, sta altrove per con. 



Rime genovesi 

le care pene e i ermerin, 

le un e arcornim 

e 1 atra pelizariai? 
132 chi menna tanta mercantia, 

peiver, zenzavro, e moscao 

chi g e tanto manezao, 

e spedarle grosse e sotir 
136 chi no se porean dir, 

parile e pree preciose 

e ioye maraveiose, 

e le atre cosse che marchanti 
iJO che mennan da tuti canti? 

chi le vorese devisar 

tropo avere a recontar. 

e comò per le contrae 
114 sun le butege ordenae! 

che queli chi sum d un arte 

stan quaxi inseme da tute parte. 

de queste mercantie fine 
118 le butege ne stan pinne; 

ben pince omo speiga 

gran merze in vota e in butega. 

pu me deleto in veritae 
152 quando e vago per citao 

butege averte con le soe cose, 

che quando e le vego piose: 

e n domenega e in festa, 
ir)(j se la fose cosa honesta, 

mai no iose le verea; 

che ver dentro o gran covea. 



d. sec. xiii-xiv. 311 

tanti G tai son li menestrai 

chi pusor arte san far, ico 

che ogni cossa che tu voi 

encontenente aver la poi: 

se tu ai dinar in torno, 

pensa pu de star adorno. ici 

che se Lombardo o atra gente 

gè vennem per qualche accidente, 

la vista de le belle yoie 

gi fan torna le borse croye; les 

che gran deleto d acatar 

strepan a monti omi li dinar. 

un spedar a monta via 

pu peiver o merchantia i7-i 

e in pu grosa quantitae, 

ca un atra gran citae. 

monto son omi pietosi 

e secoren besegnoxi ; no 

arendui e aforeuder; 

a tuti gran limosener: 

e tute terre de Lonbardia 

per porvetae e per famia l'^o 

li declinan per scampar, 

per mela o per dinar, 
en per zo creo che De 

de monti avegnimenti re isi 

1 a sempre defeisa, e rezua 
e a grande honor tegnua. 
si drua terre de le barestre 

e si ne son le gente destre, iss 



Ì3\. pelisaria. 132. direi di correggere: chi tante menne mercantia (men- 
na = sorta) , facendolo dipendere dal vs. 125. 140. correggo: gè mennan. — 
142. ms.: averea recontar. 149. beyi pince. Il carattere addossato all' e po- 
trebbe pur essere un e, ma somiglia più ad un o. Il senso ci dà poco lume, 
incerto com'è esso pure; tuttavia, ira. pince (per pieen; cfr. cxxxiii,43) e pinos 
(perdine), io scelgo il primo. 152. ue^o? 157. vorca. 168. fa. 170. cor- 
reggo: strepa. 177. forse errato per aferender od ofcrender. 182. mUia ossia 
mania (mangiare)? Meglio: meaia (medaglia); cfr. i,x, 22. 187. correggo: 5j 
drua la terr e de barestre. 



312 Lagomaggiore, Rime genovesi ecc. 

che per venze soe guerre che ben var d atre 1 una doe. 

ben n a per doe atre terre. e tanti sun li Zenoexi 

lor navilio e si grande, e per lo mondo si destexi, 

132 per tuto lo mar se spande. che unde li van o stan 

si riche van le nave soe un atra Zenoa gè fan. 

[Seguono le illustrazioni.] 



POSTILLE ETIMOLOGICHE 

DI 

G. FLECHIA. 



Saggio di un Glossario Modenese ossia studii del conte Giovanni G.ilva>;i 
intorno le probabili origini di alquanti idiotismi della città di Modena e 
del suo contado. Modena, 1863, in 16°, p. 582. 
(Continuazione: v. pp. 1-5S.) 

P. 193 « Biron. Zaffo, tappo. I Latini ebbero vir per virilitas 
» virilia ed ebbero vironem per virum come homonen per 
» hominem. Noi col noto scambio del i? in & ne deducemmo 
» forse birone quasi c^xXk^j;. Dalla stessa radice uscirebbe hirucc 
» pel torzolo o stampone del maiz o gran turco. » 

L' arcaico homonem per Jiommem non ci offre che una va- 
rietà di forma nella flessione del tema homon-. Ma "vironem 
per virum ^ che a ogni modo il Galvani non avrebbe dovuto 
dare se non come forma ipotetica, presenterebbe un fatto ben 
altro, cioè un derivato dal tema viro- mediante il suff. -on che 
in formazione d'accrescitivi, assai comune nelle lingue romanze, 
era, può dirsi, ignoto al latino. Sarebbe inoltre inverosimile, 
sotto l'aspetto logico, che birone, derivato, secondo che qui si 
congettura, coli' originario senso di ozD.ó:, venisse poi per tras- 
lato ad avere il significato di zaf[o, tappo; essendoché nel tra- 
passo di tali significati si noti qui piuttosto un processo con- 
trario, cioè non mai il nome del 'oxllr»; venuto a dinotare cose 
materiali, come a dire strumenti, ecc., ma si piuttosto nomi 
d'oggetti materiali passati, per qualche analogia, o di forma o 
d' azione, ad esprimere il ocOJA; (p. e. manico, bischero, pinolo, 
ecc.); e ciò per una specie d'eufemismo assai naturale, che qui 
si potrebbe dir verecondia, per cui si evitano gli appellativi 
proprj delle parti sessuali; sebbene anche questi vengano poi 
olta dalla volgare 

Archivio t'iottol. ital., II. 



31-1 Flechia, 

prodotti naturali d'analoga forma, come a dire piante, pesci, 
conchiglie ecc. (cfr. p. e. lat. veretillum, it. inncio raarino, caz- 
zerella, tarant. minchi araldo, minchiozzo, tutti indicanti varie 
sorta di pesci) e anche a qualificare persone con nomi di spregio, 
ecc. (cfr. p. e. minchione da ìnentula, ecc). 

Rigettata pertanto come affatto inaccettabile questa etimo- 
logia, cominceremo dall' avvertire come diroìi, oltreché nel 
modenese, si trovi collo stesso senso anche nel bolognese, con 
quello di cavicchio, pinolo nel piemontese, e d'asticciuola nel 
veronese. È da notarsi inoltre che ne' dialetti lombardi ci si 
presenta un vocabolo il quale, morfologicamente diverso, accenna 
però di connettersi logicamente ed etimologicamente con biron; 
ed è *birólo (mil. pav. piac. biro, berg. bresc. birrai, ecc.), signi- 
ficante bischero, cavicchio, pinolo. Da questi due nomi bir-one, 
bir-òlo noi non possiamo staccare etimologicamente pir-one e 
pir-ólo che s'incontrano con analogi significati, quest'ultimo 
{pirolo) non solo ne' dialetti emiliani e in parte lombardi (boi. 
ferr. cvem. piròl, hvesc. p)irol, regg.p)rol, parm.pró^, ^ìac. jnrò, 
piuolo, bischero, ecc.), ma anche nel romanesco e nel toscano 
{pirolo, piuolo, bischero, turacciolo, ecc.), e il primo {pirone) 
nel siciliano {piruni, piruneddu, zipolo) e in qualche varietà 
di dialetto toscano ed anche emiliano, con senso di cavicchio, 
bischero, ferruzzo del clavicembalo. E qui ci si presenta natu- 
ralmente anche il pirone che, con senso di forchetta, è essen- 
zialmente proprio de' vernacoli veneti, ladini e in parte lombardi. 
IXoi avremmo adunque qui due riflessi fonetici d'una stessa 
radice, cioè p/r- e bir- {civ. palla, balla, p)anca, banca, ecc.) 
e due suffissi -one e ólo, il quale ultimo ci dà ragione di con- 
getturare, per la forma fondamentale del tema nominale pri- 
mitivo, non già piro, ma pirio, sicché da lyirólo si assurga a 
*pÌ7Ìolum, come per es. dal dial. varala a variola, ecc. ^ Questo 
'piriolum ci conduce naturalmente al toscano piuolo [-*pijuoló), 



' Il nap. pirolo per ^perulo^ secondochè sonerebbe in questo dialetto la 
forma analoga a pirólOy pinòlo (= ""piriolo), accenna a derivazione successa 
quando *pirio vi s'era già ridotto a piro, della qual forma però, attestata 
dal romanesco, non mi fan testimonianza né testi nò vocabolarj napolitani. 
Altra derivazione napolitana, che potrebb' essere così da *pirio come da, piro, 
è peruószolo, morfologicamente analogo all'aretino piózzolo. 



Postillo «limologiche. 315 

il quale sta per rappiinto ad un lat. *piriolum, i\và\. itiròlo, 
come per es. il tose, ajiiola, vajuolo, pajuolo alle basi *ariola 
{areola), *variolo, *'pariolo e alle dialettiche forme aiuòla, va- 
ralo, paróla, ecc., e per conseguente non avrebbe punto a che 
fare con piva, fr. invot, ecc. con cui il Diaz credette di con- 
nettere etimologicamente il toscano pinolo [Et. w. V 325 e seg.). 
E in quella guisa che noi veniamo ad avere questo doppio tipo 
fonetico di pirolo e pinolo {pijnolo) pel riflesso della base 
*piriolum, così sarebbe da aspettarsi che il primitivo "pirium, 
quando fosse ancor vivo ne' volgari italiani, si riproducesse 
principalmente sotto la doppia forma di piro e pijo che sta- 
rebbero fra loro come il dial. ara e il toscano aja-*arja, *aria, 
area. E queste due voci abbiamo appunto la soddisfazione di 
trovare, la prima nel romanesco piro, la seconda nell'aretino 
pio {*2^ijo), che in questo stesso dialetto si presenta anche de- 
rivato in piozzolo {-*pijozzolo, *inriociulum)\ e cosi piro, pio 
{àdL-*pijd), piozzolo (per pijozzolo), significanti tutti cavicchio, 
caviglio, pinolo. 

Se il toscano e segnatamente il fiorentino, come al dialettico 
pirolo contrappone il suo pinolo, così anche pel dialettico pi- 
rone presentasse un suo originario riscontro, la forma più ge- 
nuina di questo avrebbe dovuto essere *pijone, contrattosi poscia 
in spione, analoga per es. ad ajone {-*arjone, *arione, *areone 
da area), accrescitivo à' aja, la cui forma più naturale pel ro- 
manesco e pel napolitano sarebbe arone. 

Pare adunque che sia da ammettersi come indubitata una 
base *pirio, sopra la quale debbano naturalmente aggirarsi le 
nostre indagini etimologiche. 

Chiedendo al latino una voce con cui connettere cotesto *pirio, 
esso non potrebbe darci, a me pare, se non epigrus, o, com' altri 
leggono, epiurus, che secondo la definizione di Isidoro {Etym. 
XIX, IO, 7) vale clavus quo lignnm Ugno adhwret, e signi- 
ficherebbe quindi per l'appunto cavicchio, caviglio, pinolo. 
Questa voce ridotta mediante il dileguo dell' e che qui, come 
di vocale atona ed iniziale, sarebbe assai naturale, all'aferetico 
pigrus pinrus (forma resa anche verisimile dal pigros per 
epigros che presentano alcuni testi di Seneca, Bencf. Il, 12), 
e derivata per via dell'? formativo in pigrius o piurius (cfr. 



316 Flecbia, 

faggio ~*fa(jius da fagus, 'piaggia-= 'plagia àd^ plaga), potrebbe 
assai naturalmente convertirsi in *pirio. Non ostante però la 
qualche yerisimiglianza che quest' etimo presenterebbe, massi- 
mamente sotto l'aspetto logico, io non dubiterei di rigettarlo, 
e appigliarmi a un altro, secondo me, più assai verisimile. 

Il Salvini {Ann. sopra la Fiera, p. 419) a proposito di pinolo 
ch'egli dice quasi piruolo, il Gagliardi {Lez. intorno all'ori- 
gine, ecc. della lingua bresc, Voc. bresc. p. xxxvi e seg.), par- 
lando del hr.pi7^ó, forchetta, e il Pasqualino {Voc. sic. s. piru- 
neddu) riferiscono l'origine di tali vocaboli al gr. TteTos-.v, forare, 
trapassare. Per quanto cotesta etimologia non potesse dal lato 
logico essere senza grande verisimiglianza, confesso che dinanzi 
ad un semplice verbo greco, estraneo cosi al latino, come ai 
volgari neolatini, avrei creduto doversi procedere con molta 
ritenutezza nell' ammettere una tale origine. Ma cotesta etimo- 
logia, che limitata ad una semplice indicazione del verbo Trstpoi 
sarebbe rimasta pur sempre una mera congettura e nulla più, 
viene, secondo me, ad acquistare il massimo grado di verisimi- 
glianza rirapetto ad alcuni nomi del greco moderno, i quali, 
mentre da un lato accennano manifestamente alla loro deriva- 
zione dal detto verbo, dall'altro, e pel loro significato e per la 
loro forma, mostrerebbero di avere probabilissimamente dato 
origine ai nomi controversi dei dialetti italiani. Cotesti nomi 
neogreci sono: tzzTzo;, dim. r.zi^xyjm, succhiello, zaffo, cavicchio, 
pinolo, Tzz'.o'.ov, vite, T^sipo'jviov , dim. 7:£ipouvà/.Lov, forchetta, for- 
chettina, e 7:£'.pouvo3rix,-o, forchettiera. Questi nomi, connessi in- 
timamente con un verbo proprio della lingua a cui appartengono, 
presentano assai chiara la loro nozione etimologica e signifi- 
cano propriamente, come nomi di strumenti, foratojo, passatoio, 
trapanatojo, trapassaiojo, conficcatojo, infilzatojo, ecc. Quindi 
è che mentre tali nomi sono per la lingua greca vocaboli in- 
digeni ossia d'origine paesana, più noi sono per noi gl'ita- 
liani corrispondenti {piro, pio, pirone, pirolo, airone, hirolo, 
pinolo), della cui significanza etimologica noi non possiamo 
avere il minimo sentore nella nostra linguistica coscienza. Sic- 
come però questi nomi italiani di forma derivata presentano 
suffissi proprj de nostri volgari, è da credere che *pirio (gr. 
-£:qìov; zk. paggio = -yj.llrj^) sia la forma donde si derivarono 



Postille etimologiche. 317 

pirolo, pinolo {=*piriolo) e piroìie, birone {-inrioìie), mentre 
iùVsQ pirone, forchetta, s'introdusse con forma greca per mezzo 
delle relazioni de' Bisantini co' Veneti, i quali poi comunicarono 
questo vocabolo ai Ladini ed ai Lombardi. E cosi noi avremmo 
avuto queste voci connesse colla vita nostra cotidiana e ma- 
teriale di là stesso donde ci sarebbero pur venuti per es. hoc- 
cale, botte, borsa, colla, fanale, falò, mangano, piatto, sme- 
riglio, ecc. (cfr. DiEz, Gr. P 57 e segg.). 

Aggiungerò in ultimo che il Ducange registra, come proprio 
di documenti ocitanici (Tolosa), bironerius, ch'egli dichiara per 
qui vendit terebras, succhiellinajo; degli statuti marsiliesi, bi- 
ronaius in senso di terebratus, foratus, succhiellato; e anche 
galea pironada di scrittor veneto (Sanudo), per galea clavis 
compacta. 11 francese piron, dinotante una specie di ganghero 
proprio dell'arte de' magnani, è verisimilmente connesso d'o- 
rigine coWit.iJirone, birone. Nel vocabolario etimologico del 
Diez non è fatta, io credo, menzione dell'etimo di alcuno di 
questi vocaboli; tranneché pel pmo^o sopradetto e pel proven- 
zale biroii, birounieiro, succhiello, succhiellinajo, ch'egli cerca 
di collegare etimologicamente col lat. veni {Et. w. P 442, s. 
verrina) ; ma che a me pare sia da dedursi anche esso, insieme 
colle toccate voci ocitaniche, dal gr. -sboj. 

A p. 195, a proposito del mod. bledegh, solletico, il G. dice: 
« Da licere o lecere (sic), piuttostochè da lacio, sembrano cora- 
» porsi i verbi adlicio, perlicio, sublicio, oblicio, delicio, elido, 
» ne' quali primeggia sempre un'idea di moto, non un'idea di 
» stato, di arresto o di legamento, quale appare negli usi che 
» del verbo lacio fa il filarcaico Lucrezio. Da ledo o lido escono 
» poi gl'iterativi ledo e ledico, ai quali, ove si anteponessero i 
» preverbi sopravvisati, uscirebbero i verbi allettare ed alle- 
» ticarc, pellettare q pelleticare, solletiare e solleticare, oblet- 
» tare ed obleticare, dilettare e dileticare, eiettare ed eleti- 
» care, alquanti dei quali essendoci noti, fanno a noi fede sulla 
» possibile esistenza dei rimanenti .... Da pelleiicare verranno 
» dunque le nostre bellctichc che pronunciamo scortatamente 
» blédegh per significar quello appunto che i Toscani da sol- 
» leticare dicono solletico. » A p. 290, registrando poi gattùz- 
zel, che pei Modenesi è sinonimo di blàdegh, egli dice: « I Fran- 



.'UH Flecdia, 

» cesi, prendendo motivo dai molti fregamenti e dalle moine é 
» ripassate del gatto, dicono gattugliarc o chatouiller . . . Noi, 
» per render meglio la leggerezza dei toccamenti, moviamo non 
» da gatto, ma dal vezzeggiativo gattuccio o gattuzz, e ne de- 
» duciamo il verbo gattucciolare o gatluzzlèr, per cui gattuz- 
» zel sono le gattucce ossia le moine gattesche che ci rappre- 
» sentano i destri soffregamenti delle nostre dita. » 

Il verbo licere o lecere qui non ha punto che fare. Al lido 
{adlició) pellicio (perlicio) ecc. non possono essere altrimenti 
che da lacio, al quale essi stanno, come v. gr. affìcio, 'perfido, 
ecc. a facio. Il verbo lacio significa 'tirar lusingando"^ e lo stesso 
Lucrezio citato dal G. non usollo in altro senso, quando disse 
lacere in plagas amoris (tirar lusingando nelle reti d'amore) 
IV, 1140; lacere in fraudem (tirar carezzando in inganno), 1201. 
Ora il significato A'allicio, delido, elido, illido, pellicio è 
sostanzialmente lo stesso che quello di lacio, salvo che il trai- 
mento che lacere semplicemente e genericamente esprime, nei 
composti viene meglio specificato. L'idea di stato che il G. dice 
apparire negli usi lucreziani viene naturalmente esclusa dall' m 
che, reggendo l'accusativo, indica moto e non stato. Ammessi 
poi, per semplice ipotesi, da forme d'iterativi altri verbi no- 
vamente derivati per via d'zc come p. es. "deleciicare, *pellec- 
ticare, già solo morfologicamente pochissimo verisimili, in quanto 
sarebbero per avventura ì soli di cotal formazione (-ect-ic-are), 
non vedremmo perchè l'italiano o dirò meglio il toscano, come 
da allectare, delectare ebbe allcttare, dilettare, così da *de- 
lecticare *siihlecticare, non avrebbe avuto diletticare, sollet- 
ticare, cioè del gruppo et non avrebbe fatto tt, secondo che 
portava la legge di trasformazione, massime poi per essere così 
amato dal toscano il doppio t, che esso non solo l'ha general- 
mente dove, come qui, la regola il richiederebbe, ma non di 
rado da un semplice ne ha fatto un doppio, tanto sotto l'in- 
fluenza dell'accento dopo la vocale tonica, come p. e. in 25?'- 
gnatta = pineata (cfr. p. 311, n. 1), cattedra - cathedra, attimo 
= atomus, ecc. quanto anche dopo vocale disaccentata quale in 
cattolico = catJwlicus, bottega = apotheca, ecc. 

I Romani per significare 'solletico, solleticare' avevano, com'è 
noto, titilhis, titillare, titillatio, titillatus, titillamcntum, a cui 



Postille etimologiche. 310 

aggiugneremo, come proprj della media latinità, gli agg. tilillo- 
sus (Foro., App.) e titillicus (Dr Janua, Catli.). Il tarantino 
iitìddicare e il nap. tUlicare, tillccare , tellecare, cellecare 
(cfi\ ceslunia per testunia ~ tesludinem) e il calabr. zillicare 
accennano manifestamente ad un *iitillicare derivato da titil- 
lare, come per es. fellicare da fellaì^e, vellicare da veliere. 
Il napolitano ha pure i nomi tilleco (solletico) e tellecuso (che 
patisce il solletico), e il verbo iellecliejare o cellechejare (sol- 
leticare), procedente da tilleco, quale sarebbe un tose. *solleli- 
cheggiare dedotto da solletico. Inoltre 1' ^ascella', come parte 
del corpo dove principalmente ha luogo il solletico, viene dai 
Tarantini chiamata titiddeco {=titillico), dai Napolitani tefel- 
leca, telleca, tillico, tilleco, sottatillico, sottatilleco, soitatel- 
leco, dagli Abruzzesi titella, dai Toscani ditello, nomi tutti 
etimologicamente connessi con iitilliis , titillare. Con *titilli- 
carc mostra pure di connettersi il romanesco tinticare, nato, 
secondo io credo, dalla sua forma metatetica tilliticarc, che, 
sincopandosi naturalmente in tilticare, passò quindi, con altera- 
zione di l in n, in tinticare, (cfr. p. e. romanesco antro- altro). 
Nel nap iellcco, tellecare ecce da vedersi un'aferesi, nata 
principalmente sotto V influenza della dissimilazione (cfr. Diez, 
Et. IO. V xxiii). 

Dalla forma metatetica Uilliticare, donde il romanesco tiìi- 
ticare, viene con processi fonetici di diversa natura, il tose. 
diliticare, dileticare, diletico, dove la dentale iniziale potè 
passare, come in ditello = titillus, di sorda in sonora pur sotto 
l'influenza della dissimilazione {cù\ \). e. tose. Certaldo^ Ccì^- 
talto. Cerreto-alto, Monlaldo - Montalto, ecc.)', e il doppio l 



• Non dubito punto di vedere in Certaldo un equivalente di cerreto -^ alto 
(è sulla cima d' un colle), donde, per concrezione e sincope, Cerretalto, Cer- 
talto, Certaldo. La mutazione di un siffatto t in d non può, mi sembra, in 
questo ambiente dialettico recarsi ad altro cho a principio di dissimilazione. 
Ed ò pur singolare che il Diez veda in ditello, non già titillus, ma si un nome 
affine a dito, ditale, cioè un nome procedente da digitus, osservando che 
all'etimo di ditello - titillus osterebbe del tutto la fonologia (£"(. to. IP 25). 
Ma questo fenomeno, cioè il t- mutato in d- per dissimilazione (cfr. Arch. 
glott. I, ind. s. Unto' ecc.), egli Io ammette pur già implicitamente, accettando, 
come fa (o, e. p. 08), dileticare- tilcticare. A ditello fatto venir da digitus si 



.320 Flecbia, 

scempiarsi dopo vocale disaccentata (cfr. bulicare per bullicare 
da ebiiUire; balestra da ballista; puledro per pulledro da 
pidlus; mucilagine = mucillaginem). La forma tilliticare, che 
vediamo così trasformarsi in dileticare, potè, ridotta per aferesi 
a liticare (cfr. nap. tellecare per tetellecare) e preceduta da 
5W& (cfr. nap. sottatilleco \ ascella), dare origine a solleticare 
(= sub-liticare). 

Quanto al mod. (regg. parm.) blédeg col relativo verbo bled- 
gher, bledgar, comincerò dall' avvertire che l'equivalente ge- 
novese bullitigu, bullitigà, di forma meglio conservata, dee 
manifestamente avere un tipo comune colle qui citate voci emi- 
liane. Ma sarebbe per avventura assai difficile mettere del tutto 
in chiaro l'origine e la formazione di tale tipo. Forse il se- 
condo componente di bid-litigii , bul-liligà, b-ledg, b-ledgher, 
b-ledgar è quello stesso che è in di-letico di-leticare, sol-letico 
sol-leticare, e la prima parte può riflettere il prefìsso per che 
qui renderebbesi piuttosto ovvio per l'antica forma belletegà, 
che trovo nelle rime genovesi di Paolo Foglietta, vissuto nella 



potrebbe opporre, sotto l'aspetto morfologico, che una tale derivazione non 
potrebbe dare se non un vocabolo significante dito piccolo, mignolo', e se 
l'ascella avesse dovuto pigliar nome dalle dita, come parte del corpo in cui, 
come dice il Diaz, si ama di porre le dita, sarebbe stata chiamata non già 
ditello, ma bensì molto più probabilmente *ditajo {- digitar ium), o ditale 
{= digitale). Noterò ancora come il romagnuolo didèl, ditale, che ivi il Diez 
fa rispondere anche di forma a ditello e alTant, fr. deel, dial. deaii, equivalga 
morfologicamente all'it. ditale, boi. didal, ecc. = digitale e presenti un e -d 
(cfr. p. e. tri -tale, animn l ~. SimmsXe), fenomeno anche proprio di altri dia- 
letti emiliani, dell'aretino, ecc. (cfr. Mussafia, Romagn. mund., p. 3 e seg. ; 
Ascoli, Ardi. gì. it., I 294, n. 2). 

' Il composto nap. sottatilleco, piuttosto che constare di sotta + tilleco, po- 
trebbe essere che fosse un'alterazione di un sot + titilleco {=*sub-titillicus; 
cfr. tar. titiddeco, nap. tetelleca) e quindi si dovesse dividere in sot-tatilleco. 
L'a sostituito all'i (e), anziché essere fenomeno fonetico, potrebbe ripetersi 
da un etimologia popolare che qui sentisse la prep. sotta (sotto), forma pro- 
pria non solo del nap., del sic. e del sardo (sutta), ma anche di varj dialetti 
dell'Italia superiore; la quale farebbe presupporre un romano volgare subta 
{si(pta), surrogato a subter, subtus, forse per influenza di supra, infra, contra, 
intra. Il sub-titillicus, che qui si congettura come base del sot-tatilleco na- 
politano, verrebbe anche a corroborare vieppiù la deduzione di solleticare, 
solletico da * sub [ti l] liticare, *siib[til]liticus, *subtitillicare, *subtitillicus. 



Postille etimologiche. 321 

prima metà del secolo XVI {dv. t^. e. pelhicichis = per-lucidus 
ecc., e circa b=p: bruciare =perusiiar e). E in questo caso il 
lat. tiiillus, titillare, essenzialmente riflesso nel toscano, nel 
romanesco e nel napolitano, avrebbe eziandio una sporadica 
rappresentanza nell'Italia superiore mediante alcuni dialetti 
emiliani e il genovese'. 

Venendo poi al mod. gattùzzel, gattuzzlèr, pur significante 
solletico, solleticare, gioverà anzitutto mettere innanzi altre 
voci che pajono aver comunanza d'origine con queste del mo- 
denese. Il trentino ha gattizzole, cattarigole, gattarigole; il 
romagnuolo gattòzzal, sgatùi, il ven. catorigole, il boi. ghettel, 
il berg. gaiigol, gali, gatoli, il ferr. gattuzz, il mant. gatuz- 
zole, il bresc. gatigol, il pad. catizzole, il friul. gatarigolis, 
ghittiis, ghiti-ghiti ghitijù, il sic. gattigghiari, gattigghia- 
mentu, gatfigghiata, gattugghiari, chitichité (Modica; cfr. friul. 
chiti-chiii), diletico; il ventimigliese gattiglia, gattigliar; piera. 
gatij [=* gattiglio), gatié (Vopisco: gattigliare); il valverza- 
schese ghetigà; il i^osch. ghetta; aless. gattgìié, fé gattin, gat- 



' Il Muratori {Biss. 33 sopra le ant. it., s. solleticare) citando il modenese 
far le bletiche [fer al blédeg) e blelicare (bledghr'r), soggiiigne: «il latino 
* vellicare signifìca. pizzicare', il che leggermente fatto vuol dir solleticare. 
> Forse se ne formò velliticare, frequentativo, mutato poi in bellitigare, ble- 
» ticare de' Modenesi ». Il frequentativo di vellicare sarebbe stato *vcllicitare 
non *velliticare. Se poi si fosse inteso di dire che da ^vellicitare sarebbe 
venuto per metatesi *velliticare, *belliticare, ^bleticare, noteremmo che data 
una metatesi, così di vellicitare come di sollicitare (digitis), donde lo stesso 
Muratori trae il tose, solleticare, le forme risultanti da questi verbi sareb- 
bero state belliticare , bleticare, solleticare , in quella guisa che per es. da 
sucidus e fracidns vennero per metatesi non già sudico e (radico, ma su- 
dico e f radico; vale a dire che il suono palatino, il quale si dovrebbe supporre 
che già si fosse svolto in *vellicitare e sollicitare quando seguì la metatesi, 
avrebbe ancor mantenuto le sue ragioni nella secondaria sua posizione. Quando 
perciò si volessero considerare il mod. bledghr'r, geu. belletegà, bullitigd corno 
dedotti non senza una qualche verisimiglianza da velliticare, questo verbo 
dovrebbe piuttosto tenersi, non già per derivato di vellicare, ma sì di veliere, 
mediante il doppio suff. -it-ic (cfr. p es. ag-it-arc, fod-ic-are vell-ic-are, da 
agere, fodere, veliere), e così quasi un equivalente di *vulsicare da veliere, 
in analogia per es. di morsicare da mordere, del romanesco vorticà, svorticd 
{-*volticarc, *volnlicare) da volcere (cfr. volto, voltare per volutus, volu- 
iare), ecc. 



322 Flechia, 

Un. In tutti questi nomi e verbi si presenta una stessa radi- 
cale cat, gai [ghet, ghii), alla quale non solo accennano an- 
cora il fr. chatouiller, il borgognone gatailli, lorenese gattià, 
vallone catì, gati, gueti, il prov. catilh, gatilh, gatilhar, ga- 
thià, gatign, coiitigà, coutigou, ma forse anche il ted. hitzeln 
solleticare, kitzel solletico, oland. kittelen, anglo sass. citelan, 
ingl. liittle, per metatesi tickle, ant. nord, kitl \titillus), ecc. 

Il Diez [Et. IO. IP 253) non dubita di derivare il fr. chatou- 
iller e il prov. gatilhar dal lat catulire, andare in fregola, 
mutato in catuliare, come camhire in cambiare; e all'opi- 
nione del Diez si accostano, ne' loro vocabolarj, il Littré, il Bra- 
chet e, non senza qualche esitanza, anche lo Scheler. Per quanto 
cotesta etimologia possa avere del verosimile, non si può in- 
tanto non avvertire come foneticamente il fr. chatouiller po- 
trebbe avere fondamento in *caluclare, * catuculare e il prov. 
catilhar in *caticlare, *caticidare. A simili tipi sono pur re- 
golarmente radducibili il sic. gattugghiari, gattigghiari \ il 
ventim. gattigliar, il piem. gatié. Fra le forme che ci si pre- 
sentano nei dialetti dell'Italia superiore come fondate su cat, 
alcune accennano manifestamente ad un tipo *caticulo. Tali sono 
per es. il berg. e bresc, gatigol, crem. catigol. Altre mostrano 
a ogni modo non aver punto a che fare col tipo catulire o 
catuliare, come il pad. catizzole, mant. gatuzzole, romagn. ga- 
iozzal, il ven. catorigole e trent. cattaìHgole' gattarigole, gat- 
tizzole, ecc. Alcune poi sembrano accennare anche pii^i mani- 
festamente a derivazioni da catus, gatto, quali per es. l'aless. 
gatin, herg. gati [= gattino), gatoll {= gattolino), few. gatuzz 
{^gattuccio), var. tir. gattole, mod. gattuzzel {^gatlùcciole), ecc.; 
sicché non potrebbe negarsi al tutto che tanto il fr. chatouiller. 



' Il sic. galtugglàari, galtigghiari s'introdusse probabilmente in quest'isola 
insieme colle varie altre voci d'origine francese o franco-italica (cfr. Ardi, 
gì. it., 11.33, n. 1); che altrimenti, venendo immediate da un romano volgare 
catuc'lare, catic'larc, vi sonerebbe più verisimilmente gattucchiari, gatticchiari. 

* Il Caix (Stor. d. lingua e d. dial. it., 57) connette etimologicamente il 
ven. catorigole col lat. scalpturire , raspare. Non è gran fatto probabile che 
questa voce veneta sia diversa dal friul. gattarigolis, trent. catlarigole, gatta- 
rigole, e non si colleghi d'origine colle varie altre comincianti da cat-, <jat-, 
le quali pare non abbiano punto a che fare con scalpturire. 



Postille etimologiche. 323 

quanto le altre varie forme aventi per prima sillaba cat- gat- 
{chit, ecc.) non possano muovere originariamente da caius che 
sotto le derivate forme romano-volgari di caiulus, caticulus, 
catuculus, catucius, ecc. abbia dato essere ai varj nomi e verbi 
che più apertamente mostrerebbero di collegarvisi. Un'analoga 
connessione col nome significante gatto (cfr. ingl. kitten, gat- 
tini; ted. katze, kilze, katzchen, ecc.) potrebbero anche avere 
le citate voci de' dialetti germanici; dalle quali però non è 
gran fatto verosimile che possano derivarsi, come suppone il 
Grandgagnage (s. v. cati), il fr. chatouiller e per conseguente 
le altre voci affini dei volgari francesi e italiani '. 

Sono ancora notevoli varie forme dialettiche dell'Italia su- 
periore, e piuttosto lombarde, nelle quali la prima sillaba è 
gal {gar, ghil) e che qualora si volessero connettere etimologi- 
camente, secondo che alcuni fecero -, colle voci comincianti per 
cat, gai, presenterebbero difficoltà morfologiche e fonologiche 
assai difficili a spianarsi. Tali sono mil. galitt {garitt), pav. 
vogh. galett, piac. glett, alto mil. galiteg o galiceg, valt. ghi- 
lita, posch. ghiliciga. Forse, come le altre pajono connettersi 
con gatto, gattolo, gattino, gattuccio, così queste con gallo, 
galletto. Galett, galitt, garitt, glett (da galett) sarebbero ne' 
dialetti, in cui s'incontrano, forme regolarmente rappresentanti 
il plur. galletti; in galiteg, ghiliciga si potrebbe vedere un 
nome verbale {gallettico) procedente da galitegà {galletticare), 
come diletico e solletico da dileticare, solleticare. E cosi noi 
avremmo qui per rendere solletico, solleticare vocaboli di due 
origini diverse, ma logicamente analoghe, le quali potrebbero 
per avventura connettersi con espressioni popolari, dove i nomi 
gatto e gallo entrassero segnatamente colla forma del dimi- 
nutivo. 

Dal sin qui detto apparirebbe in sostanza come il latino ti- 



' Con questo tema cat, e più specialmente col friul. ghiti ghiti, sic. chiti- 
chité, parrebbe connettersi un verbo chiticare che, in senso di solleticare, 
trovo registrato dal Baruffaldi sotto la sdrucciola -itica. 

* Lo Schneller {Die rom. volksmund. in Sudtirol, 145) e li Caix (op. cit , 59) 
vedono in queste forme una metatesi, sicché per es. il lomb. galit equivalga a 
*gatil, e per conseguenza si colleghi etimologicamente per es. col boi. ghettel, 
piem. gatié, gatij, ecc., fr. chatouiller, lat. calulire. 



324 Flechia, 

iillus, Ululare siasi mantenuto sotto varie forme e derivazioni 
volgari dell'Italia media e meridionale e per avventura nel 
genovese e in alcuni dialetti dell'Emilia (mod. regg. parra.), 
mentre i dialetti dell'Italia superiore in genere accennano in 
un coi francesi ad una radice cat, non estranea forse ai dia- 
letti germanici, e presentano inoltre la rad. gali che, secondo 
si è già notato, potrebbe connettersi con gallo come cat con 
catus, gatto. Alle voci anzidette si possono ancora aggiungere 
come sporadiche il march, morsicare, morsicoso; gli aret. ctdelo 
e scarefelo, che in forma genericamente toscana sarebbero 
cidolo, scarafolo', il veronese carizole, e i sardi coricori, zin~ 
zirligli, zinziringii, ciculittas (log.), chirighittas (mer.), gattu 
gattii {gali.) \ la quale ultima espressione giova a render veri- 
simile quello che si disse di sopra in ordine a gatto; e farebbe an- 
che credere che a gatto gatto possano etimologicamente equiva- 
lere il friul. ghitighiti e il sic. chitichité. E pressoché superfluo 
l'avvertire come varj vernacoli, non avendo se non dei nomi per 
rendere il senso del verbo solleticare, prepongono ad essi nomi 
il verbo fare, onde per es. mil. fa i galitt {fare i galletti), 
sardo fagher coricori {far e), fai is chirighittas {far le eh.), 
aret. fere lo scarefelo. 

In questo stesso articolo (p. 195 e seg. ) il G. cerca ancora 
di connettere con quel suo ipotetico iterativo di licere che per 
lui equivale anche a liquere, cioè Iettare {leciaré) e leticare 
(lecticare) : primieramente per via di *letiare o *lezzare non 
solo il mod. lezza, fango sdrucciolevole e intriso, ma anche l'it. 
lezia, lezio, lezioso '" ; poi per via di *leticare il mod. ledga, 
fanghiglia, ledig, viscido; la quale ultima voce egli vede ancora 
nelV a.gg. mod. smiilédeg (= molle + letico), molliccio, lubrico; e 
infine per via di *2Jellettare {=*pellectare, per-lectare), il to- 
scano belletta. È quasi superfluo il notare l'inverisiraiglianza 
di tutte queste originazioni. Il mod. smulédeg, per es., non può 
essere altro che un semplice derivato da molle per mezzo di 



' Il soddizighi tempiese non può essere altro che una voce etimologica- 
mente rispondente a solletico. 

^ L'etimologia più verisimile di lesia., lezio, lezioso è quella che tiene 
queste voci per procedenti da delicia, deliciosus (cfr. Diez, Et. w. V 41). 



Postille etimologiche. 325 

un suffisso complesso e sporadico it-ico, quale trovasi per es. in 
sorbitico (Sannazzaro, Bonarroti), 'avente natura o sapore di 
sorba'; ed equivale quindi a moll-itico, o, con suono più emi- 
liano, molletico, che è appunto la forma con cui il Vocabolista 
bolognese (s. v.) accenna all'odierno smidedg di questo dialetto. 
Quanto a ledeg e ledga è assai probabile che insieme col parm. 
e regg. lidga, belletta e ant. mil. ledeg, grasso, untume, mant. 
dleg, strutto, rappresentino una forma metatetica di liquido 
{*lichido, *lighido) passato in *lidigo, *ledigo, *ledego, con fe- 
nomeno analogo a quello che presenta il lomb.-emil. fideg, fedeg 
per fìghed^fìcatum {de. Arch. gì. II, p. 4), della quale ori- 
gine partecipano forse anche il mil. Ulta, litton, e con n = l\ il 
piem. e prov. nita, belletta, dove si avrebbe una forma non me- 
tatetica, ma solo sincopata di liquida {lihida), cioè *licda, che 
sarebbesi poi conversa in Ulta, nitta {nita), mediante un assi- 
milazione bilaterale ^ 



' Il passaggio di l- in n- ha, per vero dire, principalmente luogo per ef- 
fetto di dissimilazione come per es. nel mil. navel-labelhon, pav. nuvla-loola 
(:= lobula da loba), pannocchia, berg. nodola- lodala (alaudula), crem. nap- 
pol- lappola (lapa), ecc. od anche d'assimilazione, come per es. nel pai-m. 
anven-nuven, crem, nuén = lupino , ecc ; ma non ne mancano per avven- 
tura esempj anche fuor dell'azione dissimilativa od assimilativa, come v. gr. 
nel gen. (contado) necca {- lecca, electa), eletta, scelta (cfr. lomb., piem. equiv. 
leca), var. pi^jji. (Pamp. p. e.) nùpia = lupia , mil. loja, lój per noja, nój 
(in-odia, in-odio); nell'ant. san. noro = loro (Milanesi, Doc. per la storia 
dell'arte san., Ili, 280). È tuttavia da avvertire che questo noro si trova nel 
suo costrutto preceduto da li {li noro ornamenti) e non ò quindi improbabile 
che qui pure il fenomeno si operi in forza di dissimilazione {l-n-= l-l-^ cfr. per 
es. piem. lodila- lodla, lodula^ alaudula); come potrebb' essere che da uno 
stesso principio si dovesse ripetere il n di nita e necca, dovuto principal- 
mente al costrutto ordinario la litta-illam *licdam [liquidani), dare, la- 
sciare, avere la lecca (v. Oliveri, Diz. gen.-it., s. neccia). 

* Di cotale assimilazione progressiva e regressiva ad un tempo, vale a dire 
progressivamente qualitativa e regressivamente quantitativa, abbiamo, s'io 
non m'inganno, esempj in ratto -rap'do, rapido (che il Diez trae da raptus 
anche in senso di veloce, Et.xo. IP 57) e in cutretta:=co[dà\-trep'da {cauda- 
trepida; cfr. coditremola, codinzinzola) che il Diez deriva da cauda-recta 
(ivi p. 24). Altri esempj di siffatta assimilazione bilaterale ci si presentano 
in dozzi — *dod''ci, dodici, dozzina -*dod' dna, dodicina, sozzo- *sud'cio, 
sudicio (da sucido), frazzo- fradicio, fradicio (da fracido), lazzo {l-azzo) 
-l-ad'cio, *l-adicio (da acido, con prostesi concretiva dell' articolo). L'azione 



32G Flecbìa, 

P. 205 «Bubel. Fantoccello, fantoccino, bambolo. Un'antica 
» voce celtica registrata dal dotto Scliilter è biibe, e questa 
» valse e vale tuttavia in Germania pupus o puerulus; hubel 
» equivale dunque a pupulus, ossia a fanticello o fantoccello, 
» con una leggera tinta di spregio. Di qui biibaléd o bùbel per 
» bambolaggini, fanciullaggini, bubbole. » 

Per identificare il modenese bùbel col lat. pupidus non oc- 
corre la citazione di un celtico o teutonico biihc. Nell'ambiente 
modenese bubel riflette assai regolarmente pupulus, dim. di 
pupus, fanciullo, nome che il latino possedeva di proprio fondo 
con radice verisimilmente comune a puer, pusus, piUus. Il teu- 
tonico bube è dagli etimologi tedeschi (parlo di Griram e della 
sua scuola) considerato come voce pur loro venuta dal lat. pu- 
pus (cfr. Zeitschr. f. vgl. spr., X 459). Quanto a b=23 abbiamo 
qui la stessa relazione di suono che nell'emiliano bubla, bubbla 
r^upiipula, tose, bubbola; salvo che in bùbel il primo b potè 
svolgersi come iniziale, per assimilazione, dal p (Wpubely mentre 
in bubla, bubbola le due labiali sonore poterono nascere con- 
sentaneamente dalle sorde di upupula in forza di uno stesso 
principio di digradamento fonetico, quando la prima non era 
ancora, per aferesi, diventata iniziale. Notevole infine la con- 
fusione etimologica di bubaled-^pupulatce con bùbel 'bub- 
bole\ avendo questa voce origine diversa, comune coU'it. bub- 
bola. ^ 

A p. 205 e seg. vede nella prima parte del mod. budenfi 
{bu-d-enfì), tragonfio, la particella bu (So-j) che usata dai 
Greci in alcune composizioni a mo' di prefisso aveva il signi- 
ficato di grande, onde p. e. bulimiis, gran fame, ecc. e nel d 
vede una lettera interposta ad evitare l'iato. A me pare che 
cotesta connessione col greco bu , già per sé stessa molto in- 



assimilativa (progressivamente qualitativa) della dentale sonora in questi 
ultimi esempj si manifesta nel suono dello s (cioè s sonoro, non sordo); il 
qual suono qui impedisce d'ammettere l'equazione di soi^o-*sucjus, *suci'us, 
sucidus, secondochè vorrebbe il Diez (Gr. P 184; Et.w.V 404, s. sucido); pe- 
rocché in questo caso ne sarebbe uscito sozzo e non sozzo, cioè lo z sordo 
e non sonoro, come per es. in paconazzo-'^pavonacjo,, *pavonacio, pavona- 
cetw, e generalmente ne' sufT. -azzo,-ozzo, ~i(,zzo — -acjo, -ocjo, -uljo; -acio, 
-odo, -ucio ; -aceo -ceco -liceo. 



Postille etimologiche. 327 

verosimile, si renda anclie più tale dinanzi ad alcune altre voci 
neolatine, dal G. non avvertite, le quali manifestamente si con- 
nettono col hudenfi o hudeinfì dei dialetti emiliani. Queste voci 
sono p. es. il prov. houdenfìà, gonfiare, fr. hoursouffier (per 
houd'Soufflev), piem. hurenfi, gonfio, ecc., nelle quali voci sembra 
piuttosto doversi vedere un prefisso accennante a hod- (bot), il 
cui d, passato in r nelle due ultime voci, non potrebbe poi in 
ì)Oursouffer tenersi per lettera avventizia ed inserta per evitare 
l'iato. E non sarebbe forse al tutto inverosimile, che, secondo 
presume il Diez [Et. w. IP 233, s. bouder), questo bod si con- 
netta etimologicamente col lat. hot-ulus, hot-ellus , che signi- 
ficando presso i Romani le interiora, specialmente in quan.to 
sono rimpinzate e farcite, quindi salsiccia, importavano impli- 
citamente la nozione di gonfiezza. Al qual proposito sarebbe 
ancora da mettersi innanzi il fr. bouder, stare ingrognato, propr. 
star gonfio, boudin, piem'. lomb. ecc. budin, bodin, sanguinac- 
cio, ecc. È quasi superfluo l'accennare che l'ultima parte di 
budenfi, cioè enfi, risponde all' it. enfio, che sta a inflare, en- 
fiare, come gonfio a confare, gonfiare. Cfr. Mlssafia, Beiirag 
z. hunde der nordit. mund., p. 35, n. 

A p. 206, sotto budenfi, dice che la botta era detta bufo dai 
latini pure a particula bu quce magnitudinem signat; e nella 
medesima pagina sotto buffa, dopo di aver detto che buff è 
un'onomatopea imitante il gonfiar delle gote e trovasi quindi 
in buffo, sbuffare, soggiugne: «e bufo dissero i latini il rospo 
e la botta che si gonfia appunto e s'abbotta sofiiando ». Messe 
cosi assolutamente innanzi, l'una di queste etimologie viene 
naturalmente ad escluder l'altra. Lasciando da parte la prima, 
come del tutto inverosimile, potremmo ammettere, quantunque 
molto ardita, la seconda e dire che dato un ipotetico verbo 
bufare o bufere, sofl^are, gonfiarsi, se n'avrebbe in bufo, 
bufonis, un nome d'agente analogo a bibonem (da bibere), 
cdonem (da edere), ecc., passato ad appellativo; e così questo 
nome latino del rospo significherebbe propriamente soffiante, 
soffione, gonfiantesi. Un cosifatto nome d'animale risponderebbe 
assai bene alla psicologia popolare. Cfr. p. es. il tose, fischione, 
nome di una specie d'anitra che i Francesi dicono canard siffleur, 
i Tedeschi jpfcif-enle, V anas penelope di Linneo. 



328 Flecbia, 

P. 206 «Bufel. Bufalo, bufolo. Piuttosto che da hiihalus, si 
» direbbe venisse dalla pronuncia grecanica biqmlus, giacché si 
» converte in f meglio lap che la b ». Il /"nato da b latino non 
è ne' volgari italici tanto raro che occorra di mettere avanti 
un altro suono donde ripeterlo; testimonio bifolco = bubulcus , 
tafano = tabanus, tartufo = terroe-tiiber , scarafaggio = * scara- 
bajiis, scarabocus. Del resto, e il G. non V ignora punto, erano 
già proprie del tempo de' Romani le forme bubalus e bufalus, 
rubus e rufus, sibilus e sifilus, Albius e Alfius, differenzia- 
menti dovuti in parte a varietà di leggi fonetiche, proprie degli 
antichi dialetti italici. 

P. 207 e seg. Propende a derivare insieme col Muratori [Ant. 
ÌL, diss. xxxiii) bucato (modenese bugheda) dal ted. bauchen, 
bucheri, far il bucato, lavare. Sembra molto piìi verisimile l'e- 
timologia di bucato fatto venire da buca, bucare, adottata, fra 
gli altri, dal Ferrari, dal Menagio, dal Tassoni e dallo stesso 
Diez {Et. ^^. I 91, s. bucato). Sarebbe stato così detto il bucato 
perchè secondo il Tassoni « le donne di villa sogliono farla 
(una cotal bollitura di cenci) in un tronco di salcio o d'altro 
albero smidollato e sbucato dal tempo» o, secondo par più pro- 
babile, perchè il ranno si coli attraverso a un panno minuta- 
mente foracchiato (oggi detto ceneracciolo), sovrapposto ai panni 
sucidi che soiìo nella conca del bucato. Il G. confronta poi il 
mod. bugheda col prov., sp. e ven. bugada, col piem. bugà 
(var. bua), ecc. S'egli fa questo riscontro per accennare a. g = c, 
mi par superfluo, come di cosa regolare; se per accennare alla 
forma feminile difianzi al maschile bucato della lingua comune 
d'Italia, sarebbe, mi pare, qui tornato molto acconcio l'avvertire 
come il maschile bucato sia nella famiglia de' volgari italici, 
anzi neolatini, essenzialmente proprio del fiorentino, e come tutti 
i nostri dialetti non toscani e anche alcuni fra i toscani (aretino, 
sanese, ecc.) abbiano la forma feminile; sicché qui venga ad 
essere uno dei tanti, anzi ordinarj, casi in cui la forma fiorentina, 
trionfante su quella o su quelle della grandissima maggioranza 
dei dialetti italiani, venne accettata ad occhi chiusi e inconsa- 
pevolmente dall'intiera nazione. 

P. 209 «Buia coWu lata. Pula. Per l'attraizione della liquida 
.'•> noi la diciamo da bulga che gli antichi Romani enunciavano 



Postille etimologiche. 329 

» COSÌ in luogo di vulva o follicolo , come lo attesta Lucilio 
» presso Nonio; e quindi buia, o più scolpitamente_pi(^^a Q'puUon, 
» sono l'involucro o quasi la matrice dei semi e delle biade. >> 
La parola Ijulga (donde, per via di bidgea, bidgia, Vìi. bolgia, 
fr. bouge, bougette, ecc.) , secondo che abbiamo dallo stesso 
Pesto, è voce gallica (e forse anco germanica), significante sac- 
chetto di pelle ; e la troviamo adoperata assai per tempo dai 
Latini in senso di borsa, valigia, bisaccia; né so se si potrebbe 
nel campo latino connettere etimologicamente con vulva, quan- 
tunque Lucilio l'abbia adoperata con. questo significato: ita ut 
quisq. nostrum e bulga est matris in lucem editus; e non 
credo che la fonologia possa ammettere la trasformazione di 
bulga néìV li. pula, che certo è una medesima cosa con buia, 
come 2')cilla lo è con balla, panca con banca. Per meno inve- 
risimile avrei pula e buia nati, come congettura il Ferrano, dal 
lat. apluda S perocché il significato é lo stesso, e le leggi di 
trasformazione sono o regolari od almanco non senza qualche 
analogo esempio: regolare l'aferesi dell' « atono, come in mor- 
chia = amurc'la, amurcula, ragno- arance, ecc.; abbastanza 
regolare in buia, massime come proprio de' dialetti dell'Italia 
superiore, il p mutato in &: bubbola = upupula, bottega- apo- 
theca, bacio = opacìvus, ecc.; non senza esempio la perdita di 
l immediatamente dopo consonante, onde p. es. \onih. pi'i- plus, 
ecc. (cfr. Nomi locali del Nap. ecc., p. 10, n. e) ; né senza esem- 
pio il d mutato in l, come in cicala - cicada, caluco = caduco, 
ecc. Mi par pertanto che, se di pula e buia vogliamo un' eti- 
mologia non al tutto in verisimile, sia cotesta à.' apluda , già 
significante presso i Romani loppa, lolla, pula. 

P. 209. Fa venire bur, buro, bujo dal verbo buro (cfr. com- 
buro, bustum), osservando come questo verbo inchiudesse l'idea 
della sepoltura, del sotterraneo, cupo e religioso, quindi, come 
verbo sepolcrale, la nozione d'atro, nericante, ecc. Questa eti- 
mologia non mi par gran fatto persuasiva, massime dal lato 
della morfologia che mal saprebbe ammettere un aggettivo ro- 
manzo cavato cosi senza più da un tema verbale. Molto più 



' PuN. E. «., XVIII, 23: Milli et panici et scsamce 'piirgamenia apludaìn 
vocant et alibi aliis nominibus. 

Archivio glottol. ital., II. 22 



330 Flechia, 

verisimile è la già messa innanzi dal Caninio e dal Monosini 
e accettata dal Menagio e dal Diez, cioè quella che fa venir 
questa parola dal lat. bu7''rus, gr. TT'jppó;, rosso scuro. Abbiamo 
già avuto occasione di accennare a forme nominali derivate me- 
diante il suff. -io (cfr. Ardi, glott., I, ind. II, forme, -io\ Diez, 
Gr. IP 301); ora il toscano hujo ci conduce appunto a biirius 
da burrius per burriis; e da questo medesimo burius ne venne 
regolarmente il biiro, bur degli altri dialetti (cfr. Arch. glott. I, 
num. 99 e Diez Et. vo. V 94). 

P. 213. « Burnisa, cinigia. I latini chiamavano pruna il vivus 
» carbo o la bragia. Se noi ne chiediamo la nozione agli eti- 
» mologisti, questi ci risponderanno che pruna viene à-ò toD 
» Tiupóg, sive a TCtpoiiv ignitum esse, ut dicatur quasi 'purina. 
» Seguitando questa derivazione pruna sarebbe una metatesi 
» od un trasponimento del grecanico puma, per cui noi mode- 
» nesi, nominando burnisa il frantume di brage e la cenere calda, 
» ciò che latinamente sarebbesi potuto dire prunicia, siamo più 
» greci che romani, e stiamo contenti a raddolcire il p in & come 
» spesso nelle voci pervenuteci da fonte ellenica. » Assai veri- 
simile cosi l'origine di burnisa dal \a.i. pruna, bragia, come 
la connessione etimologica di questa voce latina col greco -j:, 
fuoco. Diciamo connessione e non origine, essendoché cotesto 
modo di considerare il latino, in quanto è connesso etimologi- 
camente col greco, quasi un derivato da questo non sia più am- 
missibile oggidì che dalla grammatica comparata è stata riven- 
dicata l'autonomia cosi morfologica come etimologica degli an- 
tichi dialetti italici. Quindi è che per noi pruna non può essere 
metatesi d'un grecanico puma né burnisa più greco che ro- 
mano. Si tratta di un riflesso biforme di una radice indoeuropea: 
pur, pru, forme ampliate purs , prus (cfr. ^-àwscv. prus , bru- 
ciare), colla quale ultima si connetterebbero pruna = prus -na 
{civ. cena = ces-na), prurio=prus-i-o. Burnisa poi non è che 
una forma metatetica per brunisa da prunicia, al qual pro- 
posito si confrontino p. e. mod. cherdinzon = credenzone, cher- 
senta = crescente, ferdor = freddore, ecc. Circa \\p mutato in b 
non occorre la fonte ellenica, giacché per questo rispetto bur- 
nisa da brunisa starebbe a prunicia, come p. e. il mod. brogna 
sta a prugna, pruna, l' it. bruciare a *prustiare, "perustiare. 



Postille etimologiche. 331 

per pemistare, trustolare a *prustulare, perustulare, brina a 
pruina, ecc. dove il passaggio di p in & può considerarsi come 
effetto d'assimilazione quantitativa di r sonoro sopra p sordo. 
E qui torna assai ovvio, a proposito di hurnisa, l'allegare un 
vocabolo molto esteso nella famiglia de' dialetti gallo-italici il 
quale si connette pure etimologicamente con prima, bragia, e 
presenta, come burnisa, la mutazione di p in & e la metatesi 
di r, voglio dire il* nome della paletta del fuoco, che presso i 
Lombardi e i Piemontesi suona hernazz, hernag, harnag, ecc. 
I Latini, com'è noto, chiamavano la paletta hatillum e in 
Orazio [Sat. I, 5, 35) abbiamo primceque hatillum, una pa- 
letta di bragia. Ora egli è assai verisimile che a meglio spe- 
cificare questo significato di hatillum che usavasi anche in 
senso più o men generico di pala, siasi detto hatillum pru- 
naceum o prunacium (cfr. focacius), cioè la pala delle brace, 
relativa alle brace; e codesto prunacium venuto, come fa non 
di rado l' aggettivo specificante, a prendere il luogo del sostan- 
tivo specificato \ in quella guisa che nell' Italia media e me- 
ridionale avrebbe dato *prunaccio, *prunazzo, così diede ne' 
nostri dialetti le corrispondenti forme sovrallegate che consi- 
derate nel loro ambiente linguistico sono tanto regolari quanto 
sarebbero stati verbigrazia priinaccio e prunazzo nel toscano, 
,nel romanesco e nel napolitano. Questa etimologia trovo già 
messa innanzi dal Varon Milanese (1606); al qual proposito 
piacemi di citare le parole di Ottavio Ferrarlo, come quegli che 
nelle sue Origines linguae italicae, sotto hernaccio, secondo che 
egli italianizza la forma lombardo-piemontese, dà addosso agli 
etimologisti grecomani che, come furono sino ai giorni nostri 
pel latino, così non mancarono pei volgari neolatini: « Bernac- 
» ciò Insubres vocant batillum, sive palam focariam, gestandis 
» prunis, unde nomen invenit quasi prunatium. Extat libellus 
» inscriptus Varrò Mediolanensis, cujus auctor fertur Ignatius 
> Albanus, qui licet in eadem haeresi sit, in qua et Perionius 



' Cfr. cinghiale da porcus singularis\ giaculatoria da prex jaculatoria\ 
inverno da tempus hibermim; domenica da dies dominica; fontana da aqua 
fontana; pignatta da olla pineata (cfr. nap. sic. pignata, sardo (mer.) pin- 
gadà); dial. giobia, giobhia da dies Jovia, ecc. 



332 Flechia, 

» et tot alii fuerunt, ut omnia a grseco, non minus ambitiose 
» quam infeliciter torquenda, crediderit \ et ideo easdem fere 
» ineptias obtruserit, pauca taraen habet non spernenda, inter 
» qu£e ha.nc prunatii sive hernatii notationem. Menagius in gal- 
» licis ubi hernage, quod gallice viri principis vasarium, sar- 
» cinas atque impedimenta significat, originem inquirit, addit 
» apud Delfinates hernage palam focariam significare. » È quasi 
superfluo l' avvertire come il primo hernage, equivalente al prov. 
harnage, fr. haronnage, it. haronaggio, non abbia punto che 
fare col fatto nostro, mentre il hernage de' Delfinatesi in senso 
di paletta, pur connettendosi col lat. prima insieme colle so- 
vrallegate forme lomb. e piem., se ne distacca però morfologica- 
mente, giacché esso, insieme col hernage e harnajo di alcune 
terre piemontesi e col hernadzo della Svizzera romanza, procede 
da hatillum prunaticum, come il hernar, pur della Svizzera, 
viene da h. prunarium. Cfr. Mussafia, Beitrag ecc., 37, n., e 
Ascoli, Arali., I 545, s. burni[d]u. 

P. 223. Dopo di avere, a proposito del mod. carciofen, car- 
ciofo, accennato all'origine arabica di questa voce, del che pare 
non sia da dubitarsi (cfr. Diez, Et. w. V 34), il G. soggiugne: 
« la desinenza in n lascierebbe sospettare che carciofen fosse 
» un aggettivo sostantivato, come sarebbe carduus carciófinus ». 
Il carciofen del modenese, egualmente che il carciòfano toscano, 
rispondono piuttosto ad una forma che in italiano sonerebbe 
più regolarmente carciofaio. Carciofaia e carciofole disse l'A- 
riosto nelle sue commedie, carciofola ha il napolitano, carciofel 
il bolognose, ecc. Or dunque, cosi carciofen come carciòfano 
sarebbero nati da carciofolo" , forma assai regolare che starebbe 
a carciofo, come p. e. il lomb. carotola a carota, e il tose, seg- 
giola a seggia, cucuzzolo a cucuzzo, ecc., e l passato in n 
presenterebbe fenomeno analogo a quello di garofano = carofllum 
da caryophìjlhcm, modano da modulus, muggine da mugile, ecc. 

P. 225, il G., s. casél, cascina, dice che cag, gaglio, presame. 



* Si può vedere a questo proposito Fuchs, Die romanischen sprachen, p. 10 
e segg. 

^ 11 fior, carcioferaccio {acanthus mollis) del Micheli e di 0. Targioni Toz- 
zetti {Diz. bot.-it., s. v.) non può equivalere ad altro che a carciofo laccio, e 
presuppone quindi carciofolo. 



Postille etimologiche. 333 

viene da coagium, che, secondo lui, sarebbe il primitivo di 
coagulum. Il non avvertire debitamente le leggi di trasforma- 
zione ha tratto qui in un grosso errore il G. Gag, così nel dia- 
letto mod., come in altri dell'Italia superiore, è un risultato 
tanto regolare di cagl'um, alterazione di coagulum, quanto lo 
sia l'equivalente tose, cagghio, gagghio, caglio, gaglio; e quanto 
p. e. il mod. spèc = speclum da speculum; nel primo caso con 
gì riflesso da g, nel secondo con ci da é. Vorrà dunque il G. 
ricondurre spéc ad uno specium, primitivo di speculum% Dato 
poi per ipotesi un ^coagium, esso avrebbe potuto essere primi- 
tivo di un *coagiolum, non di coagulum, che è esso stesso un 
nome primitivo e si connette così immediatamente col tema di 
agere, quanto potrebbe il suo ipotetico *coagium, il quale, quando 
veramente fosse esistito, sarebbe stato riflesso nel mod. da cai 
e non da cag. 

A p. 228 fa venire cavzcel, capezzale, da un capitale della 
bassa latinità. Non da capitale, ma da capitiate; e questo da 
capitium, circa i cui varj significati vedasi il Porcellini. Da ca- 
pitale non poteva venire al modenese se non cavdccl, come 
vennero da capitone cavdon, da capitino cavclen, da capitanea 
cavdagna. Capitium ha pur dato il mod. cavezz, e, mediante 
il suff. -ulo, il tose, capezzolo. 

P. 230. «Che Ili, lui qui. Noi da hic, invertendo le lettere, 
» caviamo non chi, ma con pronuncia rusticana che, ecc. ». Qui 
lo stesso frantendimento notato a p. 5 e seg. Non da hic con 
trasposizione di e, ma da eccu-hic, donde l'it. qui, ant. fr. equi, 
iqui, sp. e prov. aqui ecc., come da eccu-hac l' it. qua ecc., men- 
tre da ecce- hic venne, tra gli altri, il piem. gi, da ecce- hac il 
piem. ga, mil. sa ecc.; in tutte queste forme colla perdita na- 
turale del e finale e nelle italiane con inoltre l'aferesi dell' e 
(cfr. ciò - eece-hoc, però - per-hoc). 

P. 231 e seg. « Ciold, chiodo. Da claudere o clodere fatto 
» clodus in senso di clavus, noi per metatesi ne femmo coldus 
> e cold, ed ausiliando la e, per consueto ricordo della liquida, 
» ciold. Così clavis divenne deva, clarus cier, clamare ciamér, 
» e simili. » Una forma analoga all'italiano chiodo in modenese 
sarebbe cod; ora io non sarei alieno dal vedere nel coki mo- 
denese (proprio anche del ferr. regg. e parm.) un l parassitico 



334 Flechia, 

0, come dicono più comunemente i grammatici, epentetico, sic- 
ché éold equivalga etimologicamente al cod boi. mil. ecc. e 
chiodo toscano. Abbiamo l'epentesi di l dinanzi a consonante 
p. e. nel sanese alhaco per abaco, ven. alheo da abete, rust. 
pad. smelmuoria, tose, soccoltrino per soccotrino, ecc. Ammessa 
pure, come vorrebbe il G., la forma ipotetica di coldus da clo- 
dus, ne sarebbe venuto cold, non éold; né il passaggio della 
gutturale in palatina o, come dice il G., il e ausiliato, sarebbe 
qui punto verisimile, perocché gli esempj di óceva ■=■ clavis, ccer 
= clarus, cammr = clamare fanno piuttosto contro, che non pro- 
vino, essendo in essi il suono palatino del e dovuto alla sua 
combinazione con l latino, che non s'è mosso di luogo. Quanto 
poi al come chiodo (e quindi cod, cold, ecc.) si connetta eti- 
mologicamente con clavus, si può vedere il Diez, Et. io., IP 20, 
s. V. e I 181, s. fio. Io osserverò solo come insieme con chiodo 
siavi pur chiovo (nap. chiuovo, sic. chiovu, ecc.), più vicino a 
claviis; come un o sostituito per assimilazione ad a tonico sì 
abbia in Piovo, n. pr., nato verisimilmente da Flavius, nei dial. 
cov, cóv (It. sup.) da cavus (cfr. l'equiv. covoìie), nell'aret. chió- 
vola chióvela = claviila (per clavicula) da clavis, articolazione, 
donde schiovolarsi [ = exclavulare) un braccio, slogarsi un b. 
(cfr. Redi, Voc. ar. s. vv.). Quanto poi a v subentrato a d, cfr. 
brado{noiì domato) per bravo, /padiglione àsi paviglione (=lat.pa- 
pilionem), vidanda ~ vivanda (ant. pis.), biodo, biadetto dirim- 
petto a biavo = biavo dal germ. blau, blaw (cfr. Diez, Et. io., 
r 65, s. biavo), sicché biodo = *biovo (cfr. dial. biov canav. ^) sta- 
rebbe appunto, cosi per o = a come per d = v, a. biavo , biavo, 
come chiodo = chiovo sta a chiavo, davo. Cfr. però Mussafia, 
Beitr. ecc. (43, s. chioldo), pel quale il mod. cold sarebbe da 
clau-d-ura, clau-ùm, clavum, quindi con ol = au (cfr. p. e. friul. 
góldi , goldé - gaudere) ; dichiarazione che si renderebbe assai 
verisimile così dal lad. tlald = claud (s. Martino in Val Ma- 
rubio), come dal friul. claud, due forme procedenti entrambe 
da clavus (cfr. Ai^ch. gì., I 357, 513) e che potrebbero far so- 
spettare nell'o di chiodo, codo, cod, co, ecc. dell' It. sup. un 



* Per esempio nel piverouese, dove parallela in tutto a biov - biovo, biavo 
•viene a trovarsi la forma ciovzz chiavo, davo. Cfr. inoltre Nigra, Arch. gì, III 16. 



Postille etimologiche. 335 

riflesso à'ait romanzo, quale p. e. in topa, topo = taupa, talpa; 
sospetto, però, non ammissibile per l'o di chiovo, la cui origi- 
naria semplicità sarebbe, tra l'altre ragioni, provata, parmi, 
dall' z<o del nap. chiiiovo; e il cui suono aperto, contrario alla 
regola come di surrogante Va lungo di clavus, sarebbe dovuto 
allo stesso principio, pel quale suonano aperti così l' e di ghieva 
come Vo di gìiiova, procedenti entrambi dall' e dì glèba. Su- 
perfluo il notare come il "claiidus o *claudum, a cui s'appunta 
il friul. claud e per avventura anche chiodo, codo, ecc., non 
accennerebbe punto ad origine da claudere, come suppone il G. ; 
ma insieme con tutte le altre citate forme vengano ad essere 
veri riflessi fonetici dell'originario tipo clavus. 

A p. 236 le voci mod. cocca e coza, significanti guscio, e 
l'ultima anche guscio marino, conchiglia, sono dal G. dedotte 
entrambe da uno stesso fonte, cioè da cochlea. A questo rag- 
guaglio osta la fonologia. Sta bene che cocca proceda da cochlea 
come p. e. il mod. cuccodr da cochlearium; e ciò secondo l'e- 
quazione ca = c[l]ja, dia, propria di buona parte de' dialetti 
dell'Italia superiore; ma coza noi potrebbe di niuna guisa, in 
quanto rifletta un'immediata base cochia, che non è già cochlea 
privato di l, ma si conchia, conchea da concha (cfr. Diez, Gr. IP, 
301 e seg.; Arch. gì. I, indici II, forma -io), che perde la na- 
sale dinanzi a gutturale con fenomeno analogo a quello che 
ebbe luogo in cocca - concha , cocchio = *conchlo, *conchulo, 
cochiglia = conchylia, ecc. (cfr, Diez, Et. io.,V 130 e seg. s. vv.; 
e J. ScHMiDT, Z. gesch. d. indogerm. voc, 101 e seg.). Ora da 
cotesto *cochia, donde il tose, ma non il mod., coccia, venne a 
questo dialetto coza, come da lachio (laqueo), laccio, venne lazz, 
da brachio, braccio, brazz, ecc. — In questo medesimo capo il G. 
dice: «Vedranno i signori accademici fiorentini se nelle pistole 
di Seneca sia da leggere coccia dov' essi lessero croccia. » Non 
impossibile un errore di lezione croccia per coccia (nel testo 
lat. osirea). È tuttavia da avvertire che un tose, croccia, fatto 
rispondere etimologicamente a cochlea, dal lato fonologico non 
presenterebbe alcuna difficoltà. È indubitato che chiocciola, mor- 
fologicamente considerato, non può essere altro se non un di- 
minutivo di * chioccia, materiale riflesso di *clochia, "clochea, 
nato per metatesi da cochlea, come p. e. *clopa da *copla, co- 



336 Flechia, 

imla (cfr. Ardi, gì., I 515; II C). Ora come p. e. al sardo da 
*clopa, insieme colle yarie altre forme [coha, goba, loba, joba) 
venne anche quella di cropa e croba, coli' assai frequente mu- 
tazione di l ìli r, così clocliea potè benissimo, insieme con chioc- 
cia, dare al toscano eziandio la forma croccia (circa cr^cl cfr. 
ant. tose. cremenza = clemenza, cristeo = clysterium, clicrinare 
^declinare, concrusione = conclusione, Craldio- Claudio, ecc.). 
La detta lezione croccia adunque, per quanto a primo aspetto 
possa parere errata e stare in cambio di coccia, agli occhi 
della grammatica storica non potrebbe non avere per se una 
grande verisimiglianza; la quale si fa poi tanto maggiore e 
direi quasi certezza, quando si considera che il sardo, in si- 
gnificato di lumaca, insieme con goga, coccula (log.) e cogga 
(sett.) (da eloca, coda, concia, conchula), ha pur eroga; e il 
siciliano ha non solo crocchiula (da * crocchia -*clodilea per 
cochlea '), ma eziandio crozza, teschio, la quale ultima forma, 
rispondente per l' appunto a croccia, e tutte e due, insieme con 
chioccia, non sarebbero se non tre diversi riflessi fonetici di una 
stessa base *clochea da cochlea. Il toscano chioccia poi passò 
in chiocciola per quella sostituzione assai comune di diminutivi 
ai primitivi (cfr. Diez, Gr., IP 294), che in questo caso dovette 
essere tanto più naturale, in quanto che per l'omofono nome 
chioccia, d' altra origine e significato, ne sarebbe talvolta potuto 
nascere equivoco. 

P. 236 « Componder comporre. Pesto avverte che spendere 
» antea ponebatur prò dicere, unde et respondere adhuc manet. 
» S-pondere era dunque ex-ponere colla giunta della d epente- 
» tica frequente presso i Latini. Da spondere i Toscani, to- 
» gliendo l'epentesi, fecero per crasi sporre; i nostri rustici, 
» mantenendola , da fondere "^Qv ponere , fecero col preverbio 
» cum compoìider per comporre. » Ponere e spondere sono 
due verbi afi'atto distinti cosi d'origine come di significato 
(cfr. CoRSSEN, Ausspr. V 419 e seg., 479). Lo sporre de' Toscani 
è nato da exponere, sincopato in exponre, come porre da 



' L'ipotetico clochlea, donde il sic. ^crocchia, crocchiula, presenterebbe 
un'epentesi geminativa, quale p. e. il romanesco triatro = teatro, travertino 
= tiburtino. 



Postille etimologiche. 337 

poìi're, ponere, essendo rr = nr fenomeno essenzialmente proprio 
de' Toscani e segnatamente de' Fiorentini (cfr. orrevole = onre- 
vole, merró = menró, verrò- ven'ró, derrata- clen rata, dena- 
rata, ecc.). I contadini modenesi poi fecero componder da com- 
ponere, cioè inserirono un d immediatamente dopo n, seguito 
anche non immediate da r, appunto come il boi. ha arponder 
= reponere e la plebe toscana disse e dice p. e. cendere per 
cenere, gendero per genero, tenderò per tenero, ecc. I Fran- 
cesi per inserire regolarmente questo d hanno bisogno che n e r 
vengano a contatto immediato, quindi cendre da cen're {ci- 
nere) tendre da ten're {tenerwn) e (che qui più specialmente 
importa di avvertire) pondre da pon're, ponere nel significato 
speciale di por giù, fare le uova. Questa sorta d'epentesi tra 
n e r contigui è essai diffusa, e la conobbero anche i Greci 
onde p. e. àvSco; per *àvp<j; da àvepó;. 

A. p. 240, il mod. croi, cercine, è dal G. fatto venire dal fran- 
cese creux\ e ciò, die' egli, perchè il cercine è concavo e sot- 
tocavo per accogliere « lo sferico della testa. » Croi viene da 
una latina forma corollium, corolleum, che senza sincope da- 
rebbe ai dialetti emiliani coroi, e con sincope, analoga a quella 
di criuia = corona , dà croi. Questa etimologia è posta fuor 
d' ogni contrasto dagli equivalenti nap. coruoglio, aretino co- 
roglio e sanese corolla \ Dalla sua forma circolare, e forse anco 
dall'essere posto quasi a modo di corona in testa, fu pertanto 
cosi chiamato in tutti questi dialetti quel ravvolto di panni 
in cerchio che si tiene in capo per sicurezza del peso e per 
comodità di chi lo porta; e che i Fiorentini, e seco loro oggidì 
noi tutti, parlanti una lingua comune, chiamiamo cercine con 
vocabolo derivato dal latino circinus. 

A p. 241 e seg. deriva il verbo mod. crudcer, cadere, piombare, 
dal latino -gruere (cfr. con-gruere, in-gruere), *cruere, freq. 
*cruitare, donde *crutare, crudare, crudcer. Dell' origine di 
questo verbo, che, riflesso in varj dialetti dell'Italia sup. e 
connesso etimologicamente coU'it. crollare, fr. crouler , prov. 
crollar, crollar, viene da rotare, rotulare, preceduto dal pref. 



' Il Bumaldi già Tavea colta nel suo Vocabolista bolognese (Boi. 1660), 
registrandovi: croio o crollo, quasi corollium, ecc. 



338 Flechìa, 

cum- {*crotare, "carotare, *cum-rotare; *crotulare, *corotulare, 
*ciim-rotulare), già ebbi occasione di parlare nella Riv. di fil. 
class. I 387 e segg., a cui perciò mi riferisco (cfr. inoltre Diez, 
Et. tv. r 145, s. crollare; Ascoli, Arch. gì., I 59, n.) 

Notevole a p. 242 e seg. è il verbo mod. ctalcvr che giusta- 
mente, parmi, il G. deriva da cotale, mod. cta^l; sicché esso 
verbo equivalga ad una forma italiana *cotalare\ e che i con- 
tadini dell'alto Modenese usano come, se cosi posso dire, pro- 
verbo, che sarebbe tra' verbi quello che il pronome fra' nomi. 
Quindi p. es. ctalwr el nos, cotalare le noci, cioè smallarle, ctalcer 
al sa^va, cotalare la sapa, cioè rapettarla, ctalcer la canva, co- 
talare la canapa, cioè maciullarla; vale a dire rendere le dette 
cose colali quali debbono, secondo la pratica, diventare. Non 
possiamo però in questo capo consentire col G,, quando dice che 
le mozioni suffisse del latino diventarono antifisse nei volgari 
neolatini, recando per esempio co-tale raffrontato coli' eolico 
Ta)^i-/co; col lat. talis-cumque. Al qual proposito si confronti 
quello che già ne toccai a p. 5 e seg. e 333. 

P. 244. Convengo col G. nel raddurre il mod. cubi, covo, ad 
un prototipo cudium; al qual proposito si sarebbe potuto recare 
ad esempio concubium; ma non potrei accordarmegli quando 
vuole che cubia, pariglia di cavalli, si connetta pure con cubile, 
cubare, ecc. È troppo chiaro che il cubia, cubbia, gubia, gubhia 
dell'Italia sup. etimologicamente non può staccarsi dall'equi- 
valente coijpia^cop'la, copula. In molti dialetti (mil. bresc. ecc.) 
questa parola conserva inoltre l'antico significato latino di le- 
game, guinzaglio, ecc. 

Molto verisimile ci sembra la connessione che pure a p. 244 
fa il G. del mod. cuflirs, scuflirs, ascuffirs, accovacciarsi, col 
lat. cubile; onde qui si avrebbe una forma di verbo denomi- 
nativo rispondente ad un romano volgare "cubilire, *excubilire 
(cfr. excubare, excubice, excubitus, ecc.). Notevole sotto l'a- 
spetto fonologico l'aspirazione della labiale [fi -vi b'I,), per 
l'influenza di l seguente, consonante, come r, ancor essa aspi- 
rati va (cfr. Arch. gì. I 198, nura. 115). 

P. 248. Ammissibile la connessione etimologica che secondo 
il G. avrebbe cuppròl ed gianda (calice della ghianda) col lat. 
cupa cuppa, it. coppa; sicché la parola mod. cuppròl (da cup- 



Postille etimologiche. 339 

parol) risponderebbe ad un lat. *cuppa7Holum che in fiorentino 
avrebbe sonato coppajuolo. Non vorrei però staccato da coppa 
l'equivalente caprài reggiano che il G. fa venire da capere. 
Il reggiano ha insieme con caprol anche coprol, e niente di 
più comune nelle varietà dialettiche che il trovar trattata di- 
versamente una medesima vocale disaccentata. S'aggiunga che 
col sufi", -ariolo, riflesso dal rol delle forme suddette, si formano 
di regola sostantivi secondarj e non primarj, quale sarebbe un 
derivato da caliere. 

P. 248 e seg. « Curhela. Sorbola. La e e la s si scambiano 
» tra loro facilmente . . . e . . . proprietà delle lingue galliciz- 
» zanti di gravare l'accento sull'ultima o sulla penultima, ma 
» non suir antepenultima sillaba. Per questa ragione la sorbola 
» toscana, divenuta sorbela, poteva passare tra noi a pronun- 
» ciarsi corhela e chiusamente curhela per quel modo istesso 
» che il verbo succhiare poteva venir pronunziato ciucciar. » 
Non credo che la fonologia sia per ammettere cotesto facile 
scambio tra s q e, massime quale qui si vorrebbe di e = s, quando 
il e venga ad essere gutturale come appunto l'abbiamo in 
curhela (= corbella). L' esempio di ciuccièr = succhiarle non fa 
a proposito, perchè in cucccer \\ e è palatale; e fra palatale e 
gutturale corre un bel tratto, quantunque la storia delle lin- 
gue ci presenti non di rado l'evoluzione di un suono palatino 
dalla gutturale, e quantunque il nostro alfabeto per la sua 
imperfezione ci rappresenti i due suoni con un medesimo segno. 
D'altra parte, il primo 6 di cuccwr = succhiare {succiare, 
succularé), nato da s, non ci dà tanto un'evoluzione meramente 
fonetica quanto un effetto d'assimilazione regressiva esercitato 
dalla palatina interna, che nel modenese, come nella più parte 
dei dialetti dell'Italia sup., riflette regolarmente il ci di suc- 
ciare (cfr. Arch. I 106, e il mio Nomi loc. del Napolit. ecc. p. 26 
e seg., s. Cicciano). Il far dunque venire corhela da sorbela 
(sorbella) presenta, sotto l'aspetto fonologico, una difficoltà che 
rende assai problematica questa connessione. Forse corhela 
nacque sotto l'influenza di corbezzolo od ebbe origine analoga, 
venendo non inverisimilmente corbezza, corbezzola, corbez- 
zolo da corfo {corbo), mediante la derivazione di corvicea, 
corvicia, quasi volendosi dare al frutto di questo arbuscello 



340 Flechia, 

(detto anche volgarmente, con più originario nome, àlbatro = ar- 
butus), l'appellazione di 'coccola del corvo', in quanto questo 
uccello, massime il corvus friigilegus, si ciba, come delle ulive, 
cosi anche delle bacche à.e\V arbutus unedo. Della connessione 
logica, almeno nell'intuitiva popolare, tra sorbo e corbezzolo* 
avremmo anche un argomento nel nap. suorbo pehiso, signi- 
ficante appunto corbezzolo. 

P. 257. Di-mondi, modo avverbiale, significante molto, sa- 
rebbe pel G. dei inondi, analogo (salvo il numero) al fr. du 
monde. Senza negare a questa etimologia una qualche verisi- 
miglianza, non si può tuttavia non dubitare, se questo di mondi, 
proprio anche di altri vernacoli emiliani (regg., parm., ecc.), non 
possa esser per avventura un' alterazione fonetica di di molti 
per di molto, come di fati [di fatti) per di fatto. Il mutarsi 
d'un così fatto l in n, oltre all'esser fenomeno non infrequente, 
generalmente parlando (cfr. p. e. montone = moltone, per metatesi 
e sincope, da mutilone, ecc.; romanesco antro da altro, ecc.), 
ebbe pur luogo per ìnultum, come p. e. nell' ant. gen. e parm. 
monto, parm. ìnondben, piac. monben (da mondhen, montben 
= molto bene; cfr. piem. miituben, mutben, mitdben, mutubin, 
ecc.). La preposizione di = de qui vi sarebbe come nell'it. di 
inolio, d'assai, ecc. Quanto a. t m d, anche immediatamente 
dopo n, oltre alle citate forme piac. e piem., cfr. il tose, polenda 
^QY 'polenta; e tenuto conto di questo fonomeno fonetico, si può 
anche dubitare che di inondi equivalga a dei monti, venuto a 
significar molto, come un tal senso ci si presenta dall'espres- 
sione lomb. e piem. di miicó, dei mucchi. 

A p. 260, sotto dsèsi, disagio, osserva, come la pronunzia 
modenese di cesi = agio {asio), adcesi, adagio, avendo riscontro 
nella pronunzia della corrispondente voce francese [aise), ag- 
giugne prova di gallicità in quel dialetto. Non credo che questa 
pronunzia provi punto, poiché essa ubbidisce ad una legge ge- 
nerale, propria così del modenese come d'altri dialetti emiliani, 
e stendentesi anche di là dell'Appennino, la quale muta in «? (a) 
un a tonico, fuori di posizione, come p. e. nel mod. ceseìi, asino, 
chcesa, casa, ecc. (cfr. Arch. gì. I 297 e seg.; Mussafia, Romagn. 
mund., p. 3 e segg.). 

P. 263 «Dzernir. Cernire, cernere, discernere. I Latini da 



Postille etimologiche. 341 

» cerno, metatesi di creno da x.p(v6), non avevano solo crctus, 
» ma cérnitus. Su bocche galliche ossitone il dattilo doveva 
» sparire, e da esso cérnitus, pronunciato cernìtus, usciva zernì, 
» quindi il verbo zernir in luogo di cernere. Per conseguenza 
» il latino decernere' diventava spontaneamente dzernlr. >? 
Cer-n-o non può dirsi metatesi di cre-n-o, ma sono bensì forme 
metatetiche il greco x.pi-v-w, il lat. cre-tu-s, cri-bru-m e cri-men; 
perocché la forma primitiva di questa radice fosse car o scar 
(cfr. Curtius, Gr. et., I n. 76; Corssen, Ausspr.„r 474). Non è 
poi necessario di ricorrere all' ipotetica forma di un participio 
cérnitus, né all'ossitonismo gallico, per ispiegare il modenese 
zernir, dzernir sostituito a cernere, decernere. Abbiamo qui 
uno di quegli esempj, non infrequenti nei volgari neolatini, di 
verbi latini della seconda e terza conjugazione passati alla 
quarta, come verbigrazia in convertire, fallire, digerire, fug- 
gire, ecc. da convertere, ecc. (cfr. Diez, Gr. IV 136); nei quali 
non si dee credere abbia punto operato l' influenza francese, es- 
sendo essi proprj di paesi, dove una tale influenza non sarebbe 
ammissibile per niuna guisa. 

A p. 263 deriva dzipcvr, succhiare il buono, levare la bam- 
bagia dal farsetto, da zepp {zeppo, fitto, ecc., lat. cippus; cfr. 
Diez, Et. io. IP 81, s. zeppa). Per quanto non inverisimile una 
tale etimologia, si può tuttavia molto fondatamente dubitare se 
questo verbo modenese, non ostante il doppio p, non s'inden- 
tifìchi piuttosto col latino dissipare, con cui mostrerebbero con- 
nettersi più manifestamente il boi., ferr., mant. dzipar (sciu- 
pare, rovinare), regg, dzipcer (molestare), ecc. La sibilante sa- 
rebbe qui venuta a soggiacere ad alterazione dovuta a turba- 
mento determinato dal contatto del d precedente, o forse anche 
analogo a quella che ebbe luogo nel semplice scipare, usato 
da Dante (Inf. vn 21 ; xxiv 84) e sip2:)à (svellere, stirpare, ecc.) 
del napolitano, rispondenti al poco usato lat. sipare, mentre 
la pur latina forma stipare verrebbe resa dal tose, sciupare. 

A p. 267 il Galvani vede nel modenese falistra, favilla, scin- 
tilla, un nome connesso di radice con voci greche e latine pur 
comincianti da fai- {07X6:, yj'kvjz, oàXaiva, falce, falacer, fata- 
ricaS). Molto più probabile che il falistra emiliano si connetta, 
come molte altre forme dialettiche dell' equivalente vocabolo, 



342 Flechia, 

col latino favilla mediante la forma metatetica di falliva. 
Quindi mentre la prima forma {favilla) viene assai normal- 
mente riflessa, oltreché dal romanesco e toscano favilla, per 
esempio dal nap, faella, fajella, sic. faidda, la metatetica {fal~ 
Uva) lo è dal ferr. e trent. falliva, sardo (log.) faddija, e, con 
scempiamento di l, dal ven., ver., mant., bresc, berg., posch., 
parm., piac, faliva, borm. falla, friul. falive, e, con sincope d'a, 
ferr. fliva. Ora, insieme con queste forme, che riflettono solo 
foneticamente favilla o falliva, se ne presentano ne' vari dia- 
letti parecchie altre derivate con vario e singoiar suffisso, la più 
parte colla metatesi che ha luogo in falliva da favilla; quindi 
il tose, favilesca ' e favolesca {=favillesca), falavesca {-falli- 
vesca) ', piera. falavesca, falavosjpa, falavosca, mil. falivera, e, 
con mutazione di l in r, piem. faravospa, faravesca, faravo- 
sca, di f in p, mil. cont. palavera, palivera (cfr. falivera)'\ 



* Questa forma di favilesca non è registrata nel vocabolario, ma è nel 
Pataffio (p. Ili); ed è notevole per la conservazione dell'i, onde accennasi a 
favilla più apertamente che non si faccia dall'equivalente favolesca. 

^ Notevole come questa toscana forma di falavesca trovisi pure, in un con 
faravesca., nel vernacolo di alcune terre dell' alto Canavese (Ciriè, Levone, Vol- 
piano, ecc.), riflesso poi regolarmente dal valsoanino feluesci (cfr. Nigba, 
Arch. Ili 17), dove la prima e è per avventura effetto d'assimilazione. 

^ Il mil. proprio ha lìighera, 'favilla', con cui si connette etimologicamente 
il piem. sblùa, spliia, spltlva, 'scintilla', che il Vopisco registra (Promp- 
tuarium, s. v.) sotto la più organica forma di sbellùa. Queste voci pedemon- 
tane non sono altro che il nome luce rispondente ad un prototipo luca (cfr. 
Arch. glott. II 9, n.) e composto con un prefisso romanzo {bis-, ber-., bar-, 
cfr. DiEZ, Et. w. P 70, s. bis), quale p. e. nell'it. bar-lume., e nel piem. s-bar- 
"lùché, s-ba-lucTié, abbagliare. Qui il s è suono prostetico (cfr. Ardi, gì.., I 542, 
s. prostesi) che non conoscono né il ventimigliese belùgora {-Incula)*, né il 
nizz. bellìiga., prov. beluga, né il fr. berlue, bluette, dira, di *bellue (cfr. ant. 
fr. bellugue), col sincopamento dell' e, pur proprio delle forme piemontesi. Il 
dileguo della gutturale è poi, si può dir, normale, così pel piemontese come 
pel francese (cfr. p. e. piem. laitiia, Vrila ni., fr. laitue, verrue = lat. lactuca, 
■verruca; mil. lughera, pav. tóera = lucaria). Sbarliiche, sbaliiché conservano 
la gutturale sorda, in quanto questa risponde a doppia: *s-ber-luccaro (cfr. 
piem. uacrt = «acca; e Lucca ~ Luca n\.). Il Diez trae il \omb. lughera dal- 
l'antico alto tedesco loug., fiamma {Et. w. IP 365, s. luquer). 

* Al ventimigliese belùgora risponde morfologicamente 1" aless. splivora = s-bel-lucula, 
s-ber-lucula, col normale i=u. e col v epentetico, quale ha p. e. luogo nel pieni, splilva 
per splua. 



Postille etimologiche. 343 

piem. (Carianetto) 2JalavóJa. In alcune di queste forme derivate 
ebbe poi luogo, insieme col dileguo di v (cfr. berg. falla - fediva) 
la contrazione delle due incontrantisi vocali, onde p. e. piem. 
falospa, faluspa, e falispa {d\\ falavospa) , in\x\. falisce (da 
falivisca; cfr. tose, e piem. falavesca), mil. felippola, piem. faro- 
sca {dv. faravosca), com. fìrascola , e , con sincope pur della 
prima vocale, l'ant. mil. frispola e biell. flùspa. E tra queste 
forme sincopate e contratte viene a cadere, secondo ogni ve- 
risimiglianza, insieme col mant. falustra, ferr. fallistra, boi. fa- 
lesfra, anche il modenese e reggiano falistra; forme tutte, le 
quali derivate mediante uno stesso suffisso, accennerebbero di 
metter capo a *fallivistra, *favillistra, e q-uindi originarsi 
anch'esse da favilla. 

I varj suffissi derivativi delle allegate forme sono, come s'è 
visto, contrassegnati principalmente dai gruppi se {-ascola, 
-esca, -isca, -osca), sp) {-ispa, -ospa, -uspa), str {-istra, -estra, 
-ustra). I nomi lomb. in -era accennano al lat. -aria, onde per 
es. falivera = *fallivaria, *favillaria (cfr. mil. lughera = *luca- 
ria). Il suffisso del piem. palahója {-òia) risponde probabilmente 
alla base -oda {-ucla, -ucula), sicché palavoja = *fallivocla, 
*favillocla, *favillucla, *favillucula (cfr. p. es. piem. ploja-*pel- 
locla, *pellucla, ^pellucida, *pellicula e tose, ranocchia - *ra- 
nocla, *ra7iucla, ranucula). L'a per i, che s'incontra nella se- 
conda sillaba di falavesca, falavospa, falavosca, palavera, 
palavoja, faravesca, faravospa, faravosca, quantunque, come 
protone, sia fenomeno non infrequente in posizione incondizio- 
nata, qui però è più verisimilmente da attribuirsi all'assimi- 
lazione esercitata dall'a di falliva, mentre Va di favolesca = fa- 
villesca è dovuto alla seguenza del semplice l cioè allo stesso 
principio, onde p. e. V o del fìov. pistolenza = pestileniia. Lo scem- 
piamento poi del l, normale in buona parte dei dialetti del- 
l'Italia superiore, nelle tre forme toscane viene determinato 
dall'essere la liquida preceduta da vocale atona come p. es. in 
bulicare :=*bullicare, mucilangine = mucillagine, faloppa da 
fallo, balestra -ballista, coloro, colid dirimpetto a quello, 
quelli, ecc. 

P. 270 « F i a p. Floscio, soppasso. Come da flaccus femmo /lach 
« così da flabus o flabilis femmo per maggiore scolpimento non 



344 Plechia, 

«fiah, ma flap, nel senso di cosa, la quale, non avendo con- 
« sistenza, è mobile ad ogni fiato di vento. » Fiapo (ven.), flap, 
fiapp, flapp (friul.), è aggettivo limitato ai dialetti dell'Italia 
superiore, e se il Mattioli usò fìappo, registrato nella prosodia 
italiana dello Spatafora, e in qualche altro vocabolario italiano, 
ciò egli fece, non come toscano o nativo di Siena, ma sì come 
lungamente vissuto fra i Trentini, dal cui parlare lo avea de- 
sunto insieme con alcune altre voci designatrici di piante e 
d'animali. L'ipotesi di un flatus da flare non è gran fatto 
verisimile per essere, si può dire, insolita al latino una catego- 
ria morfologica d' aggettivi primarj formati mediante il suff. -bo', 
e non meno inverisimile un flap da fldbilis, come troppo ri- 
pugnante ai principi fonologici, per l'apocope senz'esempio che 
qui s'avrebbe. Il Diez cerca di connettere fiaippo con alcune 
voci teutoniche, colle quali però non avrebbe molta affinità 
logica [Et. IO. IV, p. 28 s. fiappo). A me pare non inverisimile 
che sul campo latino possa venire da flaccus, avente, come 
sinonimo di flaccidus, significato molto affine a quello di fiappo 
e presentante nel trapasso della gutturale in labiale un feno- 
meno assai noto nella storia del greco e degli antichi dialetti 
italici e, tra i volgari neolatini, del rumeno e del sardo. Non 
debbo però tacere come l'Ascoli {Ardi. gì. T, p. 514, n.) veda in 
questo nome un riflesso di *flavio da flavi[d]o (cfr. flavescere, 
appassire le foglie), con p = vj, fenomeno essenzialmente pro- 
prio del friulano, nel quale però, anziché flapp, flappe, sarebbe 
stato, parmi, da aspettarsi, con attrazione d'z, flarp, flaipe (cfr. 
0. e, p. 510, num. 100; e p. 535) \ 



* Circa r ipotesi di fiacco in fiappo., mi permetterò d'avvertire che le 
sta contro la mancanza di quell'elemento onde in simiglianti casi è jDro- 
mossa la esplosiva labiale che sembra assumere le veci della gutturale ; 
voglio dire il u (t«), mercè il quale si viene da kv e ugualmente da tv a 
pp p, oppure da gv e ugualmente da dv a bb b (patru - kvatru, bis - dvis; 
ecc.). Mi sia lecito riferirmi, per questa serie di fenomeni, alla Fonai, 
indo-it.-gr.., p. 71-2, e più specialmente agli Sludj critici, II 276-9; e 
qui addurre, per esempio italico di tv in p, l'esteso e certamente din- 
tìco pipita ^pitvita. — Quanto poi al mancare nel friul. flapp, ricondotto 
a fldoifdjo, Vi che è in Flaipdn ecc., v'ha due ragioni per non isgo- 
mentarsene; poiché imprima mi par sicuro esempio friulano anche il nome 
di famiglia Joppi = Jovio, dove pur manca l'internazione dell'?; e, in se- 



Postille etimologiche. 345 

P, 271 « Fidlen. Vermicellini. Fides non è solo cetra o lira, 
« ma è, grecamente ancora, corda o budello sonoro. Fidelino è 
« dunque budellino o cordoncino, appunto come mostra essere 
«la pasta in questione.» Questa etimologia, già messa avanti 
da altri col diminutivo fìdiculce (cfr. Cherubini, Voc. mil. s. fl- 
delitt) è piuttosto speciosa che vera. Assai naturale che i ver- 
micelli sian chiamati con nome equivalente a cordicelle, cor- 
doncini, hudellini, nervetti, come sonerebbe qui un derivato 
da. fide s; ma la grammatica storica ha parecchie obiezioni da 
fare a questa derivazione; e d'altra parte havvi un altro etimo 
da soddisfarne la glottologia per ogni rispetto. Primieramente 
si può notare che dato un d originario quale si avrebbe nei 
derivati da fldes o fidis, non sarebbe molto verisimile che que- 
sto suono, trattandosi di voce essenzialmente popolare, si man- 
tenesse costantemente intatto per dialetti, in buona parte de' 
quali ne sarebbe normale il dileguo (cfr. p. e. piera. miola = me- 
dulla, fiuza= fiducia, piój = *pedoclo, piagi=pedaticum, meizina 
= medicina ecc.). Poi bisognerebbe supporre che il derivato da 
fides, al quale accennano, come a base del tema primario, tutte le 
varie forme dialettiche di questo nome, fosse fidello, fidelli. Ora, 
lasciando anche stare il cambiamento del feminile in maschile, 
cotesto derivato mediante il semplice suffisso -elio non avrebbe 
punto di probabilità, essendoché da fides o fidis sarebbe stato 
da aspettarsi piuttosto fideculce o fidiculce o fidicellce (cfr. avi- 
cula, avicella da avis, ecc), donde foneticamente impossibili le 
forme fidél sing., fidci pi., ecc. 

L'etimologia da me proposta è filello, diminutivo di filo 
(cfr. Riv. di fil. class., I, 385). Come ognun sa, la cosa a cui 
più s' assomiglino queste sorta di paste, sarebbero piccoli fili, 
fili corti; e infatti i Tedeschi le chiamano fadennudel (paste 
filate) ; i Mantovani li dicono filadin, che in toscano sonereb- 
bero filatini ed hanno quindi nel loro nome analogia di forma 
con tagliatini (tagliatelli) e foratini, nomi di due specie di paste, 
cosi chiamate l'una dall'essere tagliata e l'altra forata; e lo 



condo luogo, non è necessario di considerare, né io ho considerato, flapp 
come un esito specificamente friulano, ma bensì andrebbe posto un antico 
*flappo (=flàvi[dJo; cfr. [oppa - ióvìs, fovea), comune a tutta l'Alta Italia. 

G. I. A. 
Archivio glottol. ital., II. 23 



346 F\echia, 

stesso vocabolario italiano definisce i vermicelli per filo di 
pasta, ecc. Ora io non dubito punto di scorgere la parola filo, 
come fondamento del nostro nome, derivatasi primamente in 
fìlello (filelli), che poi, principalmente sotto l'influenza della 
dissimilazione, cioè per evitare la ripetizione della liquida l, 
passò in fìdello (/ideili), presentando, nel l mutato in d, un 
fenomeno che non è punto raro ne' volgari italiani \ Data co- 
testa etimologia e cosi posto per fondamento un organico fidelli 
{=filelli), contro cui non si potrebbe oppor nulla dal lato logico, 
la grammatica storica, considerate sotto i varj punti di vista 
dialettici le varie forme di questo nome, non può non veder 
trasformazioni e derivazioni rispettivamente operatesi colla mas- 
sima regolarità ^ Finirò con notare come il fldei {= fidelli) del- 
l'Italia superiore sia passato allo spagnuolo, al catalano e al 
sardo, come pure a qualche dialetto della Francia meridionale 
{fideos, fideus, e, con epentesi di n, fìndeos, findeus, findei, ecc.), 
in quello stesso mo^o che il vermicelli dell'Italia media e me- 
ridionale passò con questa stessa forma agli Inglesi e con quella 
di vermicelle, vermicelles ai Francesi ^, il che basterebbe a 
provare come l'Italia, insieme col nome, abbia probabilmente 
anche loro dato od insegnato la cosa *. 



' Cfr. p. e. prov, udolar, cremori, udulà (ululare), ferr. fidell {= fìlello), fi- 
letto, scilinguagnolo, e, senz'impulso dissimilativo, amido {amylum), sedano 
{se Unum). Notevole qui specialmente il ferr. fidell, che, di significato diverso, 
è però identico d'origine e di forma colla nostra voce significante vermicelli; 
come lo è pure, salva la forma, l'equivalente filetto di vari dialetti; dove, 
mancando l'incentivo della dissimilazione, la liquida si mantenne natural- 
mente intatta. 

^ Si appuntano ad un primitivo fidelli il lad. fideli, piem. crem. piac. 
ventim. fidéi, gen. fide; e, tra' derivati, a fidelli ni il lad. parm. fidelin, 
romagn. fedelen, boi. fedelein, crem. fidelen, berg. fideli, piem. fidlin, piac. e 
regg. fidlein, mod. fidlen, pav. fidlei; a fidelletti il mil. com. fidelitt; a 
fidellotti il mil. crem. fidelott; a fidelloni il pav. fidlon, ecc. Com'è 
chiaro, nessuna di queste varie forme dialettiche potrebb' essere foneticamente 
raddotta ad altro tipo che a quello di fìdello, fìlello. 

^ Quando questa voce non fosse stata pel francese un'importazione italiana, 
ma di provenienza romanza, avrebbe sonato vermisseau, vermisseaux, come 
fece appunto nel senso positivo. 

* Uno de' nomi neogreci per vermicelli ò fioég, ma non è già da arguirne 
che possa dar qualche valore all'etimo da noi combattuto; essendoché que- 



Postille etimologiche. 347 

A p. 293 il G., deducendo il mod, gmera, vomero, dal lat. vo- 
mer, dice che questo nome romano passato al femminile diede 
vòmera, e quindi, per influenza dell'accentuazione gallica, pro- 
cedendo oltre r accento, ne venne goméra, gmera. Io non du- 
bito che questa forma modenese non voglia essere spiegata 
altrimenti. Credo innanzi tutto non potersi di niuna guisa ammet- 
tere la pretesa influenza d'accentuazione gallica, e che, dato un 
vòmera, nel dialetto modenese ne sarebbe verisimilissimamente 
venuto gomra od anche gomlra {dr. V ìstv. gombi^o = gomro, 
vomero) e lo stesso francese n'avrebbe fatto vomre o piuttosto 
vomere (cfr. p. e. fr. nomljre - numenis, chambre - camera). Il 
modenese gméra, quanto al suo valore morfologico ed alla sua 
accentuazione, sta al lat. vómer come p. e. l'it. avoltojo a vul- 
tur, avorio ad ebitr, il sard. siierzu (logod.) a suber, il boi. 
clu7^a a còlurus per corulus, ecc. Queste forme di nomi vol- 
gari non si debbono ripetere immediatamente dagli allegati temi 
latini, ma bensì da altri temi derivati od ampliati che dir si 
voglia mediante il sufi", -io (cfr. Diez, Gr. IP 3vOI e seg.; Ascoli, 
Ardì. I, indici ii, forme -z'o); e perciò, come vennero avoltojo 
da vulturio, avorio da *eborio, suerzu da ''suberio, dura da 
"colitica, così lo gmera modenese, nato, per via di sincope assai 
comune ne' dialetti emiliani, da guméì^a, goméra, si connette 
con un *vomeria, m. *vornerius, alla quale ultima forma accen- 
nano il berg. gómér o, con epentesi di r, gròmér, il ver., bresc, 
crem. gumér, mant. gomér o ghimér, parm. e regg. gmér, ven. 
gomier, ferr. gumier, mentre dal. tipo femminile, oltre il mod. 
gmera, procedono il boi. gumira, romagn. gmira, il marchigiano 
e romanesco goméra, l'aret. gomeja e gomea, e il pist. gomiera. 
La coincidenza fonetica che la più parte di queste forme verrebbe 
ad avere colle procedenti da tipi in -aria, -arius, mi pare che 
non dia fondamento a supporvi un'applicazione di questo suf- 
fisso, come mostra credere il Mussafia [Beitr. z. kuncle d. nordit. 
mund. im x\ Jahrh., p. 66); perocché oltre l'inverosimiglianza 



sto fiSé? sia una forma aferetica, non già degli esichiani ccpt^s?, intestini, 
<TfL§-r,, corda, ma sì d'òyt^e?, serpenti, come appare da ^tdtov per òfiSio-j, ser- 
penti, serpentelli, l'una e l'altra forma significanti ancora vermicelli (pasta), 
sicché, come in Italia tali paste si denominarono per somiglianza di forma 
dai vermi, i Neogreci per analogia d'intuizione li chiamarono dai serpenti. 



348 Flechùa, 

di un troncamento del tema vomer in vom- ['vom-aria, *vom- 
arius) \ V àret. gomeja, gomea accennerebbe unicamente a *vo~ 
meria -, colla qual forma verrebbe ad avere le stesse attinenze 
fonetiche, che p. es. capistejo, capisteo con capisterium, cristeo 
con clysterium, hattisteo con haptisierium ; e le altre forme 
quali p. e. ven. gomier, pist. gomiera stanno ad un tipo in -erio 
appunto come p. e. tose, mestiere, ven. mestier a minisierium, 
e tose, cristiere a clysterium. Circa la forma femminile noterò 
come anche il tema primitivo abbia assunto questo genere nel 
calabr. e sic. vómmara. 

P. 295. «Gnint. Niente. Era uso volgare latino il rendere 
« pinguescente la pronuncia della n iniziale, dicevasi quindi 
« gnatus, gnosco, gnobilis, gnarus, gnavus, gnotus, invece di 
« natus, 710SC0, nohilis, narus, navus, notus. Per conseguenza 
« il ne ens quidem, col sostituire la caratteristica, propria de' 
«regimi, alla sibilante propria del soggetto, non solo diven- 
« tava neent o ne ente, ma diventava gnent e per piìi sottili 
« enunciatori, gnint. » Nelle voci latine, che qui si citano, il g 
non è già suono prepositizio, ma notoriamente originario (rad. 
gna- gno- ; cfr. Corssen, Ausspr. P 435 e segg.); e nel latino andò 
poi perduto come iniziale, ma si mantenne interno, onde p. es. na- 
tus ma agnatus, nosco ma ignosco, noMlis ma ignobilis, ecc. 
(cfr. Corssen, o. c. P 82 e seg.). Quanto poi al g di gnent (donde 
gniìit) esso qui non è altro che quel g applicato a rendere, in- 
sieme con n, uno de' suoni assunto da nj, sorto per complicazione 
fonetica da ni {ne) seguito da altra vocale, onde gna {na) = nja, 
nia\ gne [ne] -nje, nie; gno [no] = njo, nio; gnu {nu) = nju, niu; 
e perciò, come p. e. aragno-*aranjo, *aranio, araneo, ve- 



* Intiero il tema presentano nel tose, giimereccio, e, con epentesi di r, gru- 
mereccio (vomer-icius), bomberaja {-*vomer-aria)^ bomber-ale, vomer-ale-^ 
come pure il piem. (ast.) bambr-uppa {- ^vomer-iicia vomer-ucea), quel fer- 
ruzzo a paletta, in cui termina dall' un de' capi il pungolo, e che serve a 
nettare il coltro e il vomero. 

^ Dico unicamente a *vomeria, non ostante le "forme ar. di poleo =pollajo, 
puUarium; paleo =pagliajo, palearium; perocché Ve di gomeja, gomea è 
un e puro, dovechò in poleo, paleo, tufea e simili abbiamo quell'e misto d'a, 
che è caratteristico dell'aretino, come riflesso d'rt tonico fuor di posizione' 
(cfr. Gigli, Re g. per la tose, favella, Roma 1721, p. 581 n. d; Ascoli 
Ardi, I 298, n. 2). 



Postille etimologiche. 349 

gnente = *venjente, veniente, cosi gnent, gnente = *njente, niente 
neente (cfr. Diez, Gr. P 181 ; Ascoli, Arch. I, num. 102, passim). 
P. 296. « Granfi. Granchio. Romanizzando il teotisco krampf, 
« non usciva cramfìus , ma cramfi per* quel modo antico che 
« ci mostra Mummi, Po7npili, Papi invece di Mummius Pom- 
« pilius Papius, ecc. » Questo confronto di granfi colle arcaiche 
forme nominativali del latino è al tutto fuor di proposito. Il 
ted. krampf, introdottosi ne' volgari dell' Italia superiore, assunse 
forme le quali accennano chiaro a due tipi che ridotti a forma 
latina avrebbero dovuto dare crampfu-s, crampfiu-s, cram- 
fìus, e che in piena forma romanza sonerebbero nel campo ita- 
liano cranfo, cranfìo e, con mutazione della gutturale sorda 
in sonora, granfa, granfio. Ora per notissima legge fonetica, 
essenzialmente propria della più parte dei dialetti dell'Italia 
superiore, i nomi di forma rispondente ai latini di seconda e 
terza declinazione che di regola nel toscano e per conseguente 
nella lingua comune vengono a terminare nel sing. in o {lupo, 
dono) e in e [cane, giovane), ne' dialetti summentovati fanno 
normalmente getto dell' o e dell' e, onde p. e. nel modenese i detti 
nomi suonano lov, don, can, zoven. Or bene, a cotesta legge, 
e a nuli' altro, è dovuta la forma del modenese granfi per gran- 
fio che p. e. nel genovese, non sottoposto alla detta legge, suona 
intiero in granfili. Come adunque per riflesso del tipo granfo, 
serbato regolarmente intiero nel veneziano, dobbiamo pei detti 
vernacoli aspettarci granf (piem., friul., regg., boi., parm., ecc.) 
e, con aferesi della gutturale, ranf (mil. e var. piem.) e con 
perdita di r, gatif {hresc. ecc.), così per l'altro tipo granfio 
dobbiamo aspettarci granfi (mod., ferr., piac, ecc.), che quanto 
all'uscita sta al tipo italiano come p. e. il mod. sazi a sazio, 
ay^vsayn ad avversario, celhi ad alUo ecc. La doppiezza di tipo 
propria di granfo e granfio [granf, granfi), limitati all'Italia 
superiore, è pur notevole nell' equivalente nome che, procedendo 
dal lat. cancro- [cancer), s'incontra ne' dialetti dell'Italia media 
e meridionale, vale a dire in granco (nap.), grancu (sic. sard.) 
da un lato e in granchio (tose.) dall'altro, il primo accennante 
a cranco (da cancro), l'altro a cranclo (da cranculo, cancrulo), 
e così l'ultimo morfologicamente diverso da granfio, foggiato 
per via del suff. -io, del quale partecipano il nap. grancio, ran- 



350 Flechia, 

ciò, sic. granciu ^ orando (da cranco, cancro), dinotanti ne' 
due dialetti, non più lo stiramento de' nervi, ma il crostaceo di 
questo nome. 

P. 306. «In co. Oggi. Ho altrove notato che co o schiaccia- 
« tamente ciò, qui, qua sono il rovesciamento consueto à.'hoc, 
«Me, hac\ per conseguenza incò è quanto iti-hoc, sottinteso 
«die». Inoltre, a p. 303, dice il G. : «esempi d'apocope abbiamo 
« in incò per in hoc die od in hodie, nel quale vediamo la voce 
« hodie raccogliersi in co o eoo, mutando lo spirito in iscolpi- 
« mento, come facciamo pronunciando nihil, ecc.» Qui, come 
ognun vede, il G. , stranamente contraddicendo a sé stesso, 
scorge nel e à^incò, quando una metatesi di quello d'm-/«oc, 
quando un rinforzamento dell'aspirata in gutturale. La traspo- 
sizione del e di hoc non havvi esempio che la renda punto ve- 
risimile; e noi già l'abbiamo combattuta a p. 5, a proposito 
di acsé che il G. fa venire con analoga metatesi da sic. Egual- 
mente inammessibile è la gutturalizzazione di h, quale si ha 
nell'unico esempio à.' annichilare da nihil, nelle scuole pronun- 
ziato nichil, come mihi michi \ Il modenese incò sta per anco 
come in questo stesso dialetto stanno ingessa per angossa, in- 
cora per ancora, inguella per anguella, inghirola per an- 
ghirola (da aquariola, con epentesi di n), inciova per ancióva 
(cfr. boi. anciovva, sp. a?ichoa, port. anchova, ecc.), in tutte le 
quali forme modenesi un a iniziale seguito da n + gutt. o pai. 
è passato in i, secondo che tal fenomeno ha pur luogo in altri 
vernacoli emiliaiii e lombardi. Quindi il mod. incò per anco 
viene a connettersi etimologicamente cogli equivalenti ancói 
(antica forma dell'Italia superiore, ven., emil., lomb., piem. e 



' Un avverbio di tempo, significante 'oggi', nato da in hoc, sarebbe certo 
logicamente ammissibile e avrebbe analogia con adesso (= ad-ipsum, sottin- 
tendendosi tempus, puìictum, momentum, ecc.), nap. e altri adessa {ad ipsam 
horam, ecc.), ant. luce, issa {=ipsa liora. Inferno, xxvii, 21), e coi modi av- 
verbiali in questo, in questa, in quello, in quella, sia che vi si debba ve- 
dere un abbandono del sostantivo, come verisimilmente occorse negli allegati 
esempj, sia che vogliasi pigliare Jioc neutralmente come avvenne nel fior, in- 
troque {- inter-hoc ; cfr. lat. inter-ea), e come fu in jjerò {-per-Tioc), ciò 
(= ecce-hoc), nizz. accó, co {= eccu-hoc) ecc. ; ma di niuna guisa la fonologia 
non potrebbe ammettere incò, nato da in-hoc. 



- Postille etimologiche. 351 

gen., usata ben tre volte in rima dall'Alighieri, ma rifiutata poi 
dalla lingua comune che, al solito, s' attenne all' oggi toscano), 
ven. ancùo (da ancuò), boi. ancù e incù, ferr. ancuò e incuò, 
regg. incò, parra., raant., mil. incó, piem. ancói, gen. micò, prov. 
anelli, e varie altre forme di uno stesso vocabolo, proprio di 
vernacoli così dell'Italia superiore come della Francia. Ora egli 
è chiaro che in questo vocabolo vi ha un composto, circa la cui 
prima parte terminante colla gutturale {ano-, enc-, ine) vedasi 
Diez, Et. IO. P 21, s. anche; mentre la seconda (-o^, -o, -no, -no, 
•òi, ó, ecc.) non è altro che un vario riflesso normale di ìiodie, 
il quale, come semplice, mentre piglia nell'Italia media la forma 
à' oggi, ogge, viene poi anche a sonare oje nel nap., oi nel sic, 
e sardo-mer., oe nel sardo-log., uè, uéi, uie nel friul. ecc.; e 
cosi in modo più o meno conforme a quello che suona come 
parte di composto. 

P. 306. «Indéves dicesi della persona svogliata e che non 
« appetisce verun cibo. Levescere, come devorare, era il man- 
« giar tutto, indevescere doveva per contrario significare il 
« mangiar poco di tutto e di mala voglia. Si direbbe dunque 
« che la nostra voce venisse da indevescens. » Ammesso per 
verisimile un indevescens, al modenese ne sarebbe venuto, per 
via del nominativo, indevéss, di caso obliquo, indevessént, che, 
anche sincopato, sarebbe ad ogni modo venuto a terminare in 
-ent, secondo che fanno di regola i participj di questa forma. 
Conforme ai principj fonetici del modenese, indéves accenna ad 
un organico indefice (cfr. mod. orèves = orefice). Non essendovi 
nome latino con cui regolarmente connettere questa forma, penso 
che essa sia probabilmente nata dall'unione di in e deficit, che 
darebbe un tipo italico indefice, e conseguentemente indéves 
nel modenese. Il bolognese ha questo medesimo vocabolo sotto 
la forma sincopata à'indèvs, che qui pure presenta analogia di 
foggia col boi. urévs = orefice. Si cominciò verisimilmente dal- 
l' usare essere in deficit, cioè in difetto, intendendosi princi- 
palmente di sostanze o di forze fisiche, poi d' intelletto ; quindi 
V indeficit, passato in indéves, colla perdita della forma verbale 
venne a prendere l'aspetto e il valore di un aggettivo, che, in bo- 
lognese, insieme con 'malescio, svogliato', significa anche 'inetto, 
disutile, imbecille'. Credo quasi superfluo l' aggiugnere che il /' 



352 Flechia, 

passato in v, oltreché ne' riflessi emiliani, lombardi e veneti 
à' orefice, s'incontra pure in questi stessi dialetti per il /"di 
scrofa e di qualche altro vocabolo (cfr. Arch. I 517). Quanto 
a forme isolate di verbi latini, oltre al deficit usato comune- 
mente in questa stessa foggia latina, col senso di disavanzo, si 
confronti il sufjlcit, riflesso dal nap. zuffece ne' modi di zuffece 
e "basta o vasta e zuffece. 

P. 308. « Inséda. Innesto, pianta innestata. ^Qinsero faceva 
« nelle scritture insevi ed insitum e non insatum dal satum 
« del positivo sero, si dee credere che nella lingua parlata non 
« solo facesse inserui ed inserium, ma anche insetum. Lo pro- 
« vano la nostra inséda per innestata ed il verbo toscano in- 
* setare per innestare. Come poi da inserere femmo inserire 
« così da insetare od insdèr femmo insetire od insdir, fognando 
« la quiescente della s per raggiugnere più prontamente la 
<i. vocale tonica. » Il Galvani mostra confondere in un solo m- 
serere due verbi essenzialmente distinti, l'uno connesso con 
serere (rad. indoeuropea sa, forma raddoppiata sa-sa- donde 
*se-se-re, serere; cfr. Corssen, Aussiir. P 417, IP 249), 'semi- 
nare', l'altro con serere (rad. indoeuropea sar; cfr. gr. £ipo> da 
*(T£piw, Curtius, Gr. et. I, 320; Corssen, o. c. P 463), 'intrecciare'; 
riducendo, come egli fa, ad un medesimo verbo insevi, insitum 
e inserui, insertum, mentre esse forme appartengono rispetti- 
vamente all'uno all'altro di tali verbi, cioè sevi, satum, in- 
sevi, in-situm a serere, 'seminare', serui, sertum, in-serui, 
in-sertum a serere, 'intrecciare'. U insitum, piuttosto che in- 
satum, è, si può dir, normale, essendo proprietà del latino l'af- 
fievolire in i un a radicale, venuto a trovarsi nella seconda 
parte di un composto, onde p. e. Ju-piter per ^Ju-pater, con-fi- 
cit, per *confacit, in-cipit per *incapit, bene-ficus per benefa- 
cus, tubi'Cinem per tubicanem, ac-cidit per accadit, tra-ditus 
per tradatus (cfr. datus), ecc. Non inverisimile che, come con- 
gettura assai bene il Galvani, siavi stato nel romano volgare 
una forma iyisetum (participio insètus), la quale sarebbe verso 
il perfetto sevi, insevi come p. e. sprètum, crétum a sprevi, 
crevi, e sopra tale forma si fonderebbe, insieme col toscano 
inseto, anche il mod. inséda, il boi. inseida, il friul. inséd ecc. 
coi rispettivi verbi tose, insetare, insetire, mod. insder, insdir, 



Postille etimologiche. 353 

boi. insdir \ friul. hisedà. E dallo stesso prototipo pare siano 
da dedursi il tar. nzito, nzitare, sic. insiiu, ìisitii, per nzeto, in- 
sètti, ecc., con mutazione d'é in i, quale per es. in acito (tar.), 
acitu, munita (sic.) per aceto, acetu, muneta; mentre da in- 
sttiis, sarebbe venuto insilo ', insitare, forme essenzialmente pro- 
prie del romanesco e del marchigiano, al qual tipo rispondon 
pure il lomb. msed, énsed, insedà, insedi, insidi, e la lombar- 
deggiante varietà piemontese insi, ensi, ense {^insito), ensié, 
ansia (= insitare), propria del basso Canavese, del Biellese e 
del Vercellese. 

Tutte le anzidette forme di verbi e nomi si connetterebbero 
con inserere, insevi, insitus e importerebbero propriamente la 
nozione à' inseminare, seminar dentro, seminato dentro, seme 
interno. Ma siccome tìqW innestare trattasi di una specie di 
seme (sorcolo, germoglio, marza, gemma) che non si getta o 



' Le forme insdir, insdcer potrebbero ne' dialetti emiliaui materialmente 
anche riflettere verbi procedenti da insitus e cosi rispondere alle basì insi- 
tare, instlire', ma il nome inseda, inseida rendono più probabili i tipi in- 
setare insétire. Occorrerebbero qui , a risolvere il dubbio , le forme flessive 
in cui sarebbe accentata Ve dì ins etare, come per es. inséda — insetat, insé- 
den = insetant, che altrimenti sonerebbero irisda-insìtat, insden - insitant. Lo 
stesso dicasi del ferr. insdar, insdidura e romagn. insdé, insdadura, insdott, 
che foneticamente potrebbero rispondere cosi ad insétare come ad insilare, 
colla quale ultima forma il Mussafia riscontra appunto il l'omagn. insdé {Darsi, 
d. rom. mund. p. 51). Sarebbe perciò assai conveniente che pe' verbi di fo- 
neticamente variabile tema i vocabolarj dialettici recassero, oltre la solita 
forma bell'infinito, anche almen quella della terza persona sing., onde per 
es. nel romagn. alvé, leva, absté, aspetta, psché, pesca, pné petna (pettinare, 
pettina), ecc. E questo sarebbe anche utile pel vocabolario italiano; che cosi 
i poco pratici della lingua e massime i forestieri avrebber modo di cono- 
scere meglio il tema verbale e la pronunzia delle vocali radicali, varianti e 
l'uno e le altre secondo che pigliano, o no, l'accento; onde p. es. tenere, 
tiene, giocare, gioca o giunca, udire, ode, uscire, esce, dovere, deve, mgrire, 
more o muore, ecc. Se non che assai poco è da sperare per questo rispetto 
infino a tanto che la compilazione de' lessici è nelle mani di gente per lo più 
digiuna, se pure non nemica, della critica glottologica. 

- 11 vocabolario italiano, quello p. e. del Fanfani, accenta questo sostantivo 
sul secondo i: insito. Quest'accentazione è contraria alla critica. Gli esempj 
che se ne recano, sono o del Caro, marchigiano, o del Berni, addimesticato, 
come il Cellini, col romanesco; né quest'insito può essere altrimenti che 
sdrucciolo. 



354 Flechia, 

sparge come la semenza propria, ma s' intromette in quelle varie 
guise che ben sanno gli agricoltori, cosi l'altro verbo inserere 
(da sevo, serui, sertus), significante propriamente metter den- 
tro, venne anch'esso già presso i Latini a significare innestare; 
e quindi il venutone insertile ritenne pure questo significato in 
alcuni dialetti quali il gen. {inse/, col normale dileguo di ^r^) 
il mant., il bresc, il berg., il crem,, il pieni,, ecc. [inserir, inseri, 
insrir, ansrl, insri, ecc.). Notevole tra le forme nominali im- 
mediatamente connesse con questo verbo V inserì aless. che sta 
ad una base inserito, come il sopradetto insi, ensi ad insito. 
Anche il suo frequentativo insertare, già proprio de' latini pur 
nel senso d' innestare (cfr. insertatio per insitio), si presenta 
con questo significato in alcuni Volgari, come segnatamente nel 
nap. 'nzertà, 'nzierto, e ììqW inserta, insertu di alcuna varietà 
di dialetti liguri più finitimi al provenzale, dove, non ostanti i 
francesismi entà, greffà, si mantenne pur vivo l' ocitanico in- 
serta. 

Il toscano innestare, penetrato poi anche in qualche altro 
dialetto (nap., friul., piac, ecc.) per influenza della lingua comune, 
è fatto venire dal Muratori {Antiq. it. II, 1104) da un barbaro 
innextus per innexus, di cui innesto, innestare sarebbero ma- 
terialmente una provenienza assai regolare; ma questa non è 
che una mera sua congettura e pare che ne dubitasse egli stesso, 
poiché cerca anche di connetterlo col ted. einthun {immitteré), 
da cui non dubita poi derivare il fr. ente, enter, colle connesse 
voci di alcuni dialetti dell'Italia superiore. Il CastelvQtro, e 
dietro lui il Ferrarlo {Orig. linguai it., s. innestare) e il Diez 
{Et. w. IP, 40) fanno con meno inverisimiglianza venire inestare, 
innestare, da insitare, sincopato in instare, passato quindi, 
a scansare l'asprezza del gruppo consonantico, mediante l'e- 
pentesi d'e, in in-e-stare. Mi sembra però che non sia da ri- 
gettare un altro, per me più verisimile, modo di spiegare la 
derivazione à' innestare da insitus, che il Ferrarlo, nel luogo 
citato, dopo recata testualmente l'etimologia del Castelvetro, 
accenna brevemente con queste parole: sinijilicius est: in-insi- 
tare, inistare, inestare. Avremmo qui novamente il prefisso in 
come, verbigrazia, in incominciare = in-cum-in-itiar e da initiare, 
initium, imprincipiare (pis. e liv.), e nel vernacolare ninzar, 



Postille etimologiche. 355 

linzar - in-in-itiare ( v. p. seg. ). Dato come verisimile questo 
*ininsitare, l'evoluzione fonetica ne sarebbe assai più ovvia e 
regolare. Il dileguo dell' 2 in *ininstare da *ininsitare sarebbe 
analogo a quello che ebbe luogo p. e. in destare = de-excitare, 
rovistare = revisitare , acquistare ^ acquisitare , nicistà = ne- 
cessitate, fastello = fascitello o fasciatello \ pestare -Ristare, 
pinsiiare; il quale ultimo esempio torna specialmente oppor- 
tuno a questo riscontro, poiché, oltre la sincope à'i, ci pre- 
senta ancora un analogo dileguo di -n^, fenomeno normale (cfr. 
DiEZ, Gr. r 221 e seg.; Ascoli, Ardi. I, n. 148), e inoltre il 
passaggio dell' ^ ine, onde come pinsitare, *pinstarey pistare, 
pestare, così *ininsitare *ininstare, *inistare, mestare, in- 
nestare '. 

Come sinonimi dialettici d' innestare, innesto, sono essenzial- 
mente proprj dei vernacoli veneti calmo, incalmar, ecc., da 
calamus, pollone, marza, sorcolo, e, come venezianismi, pas- 
sati anche nel vocabolario della lingua comune. Il sardo infer- 
chire (log.), infìrchi, infilchi (sett.) non può essere altro che il 



' Piuttostochè, come vorrebbe il Diez {Et. io. P 173, s. fascio), da fascet- 
tello. I derivati, mediante il suff. ello^ da anterior forma in etto, si possono 
dire eccezionali; ma non sono punto rari coli' intervento del t derivativo, come 
p. e. nel tose, campitello immediate da campo, fasciatello da fascio, pesciatello 
da pesce; nap. libbretiello da libbro, loggelella da loggia, ecc. 11 ferrarese 
fasdel (fastello), anziché *fastel, già, accenna col d ad un t semplice, non 
doppio; ma qui per buona ventura abbiamo anche la non sincopata forma 
di fassadel- fasciatello. 

- Quindi anche annestare per innestare come annaffiare per innaffiare 
[- in-adfiare), annacquare per innacquare (= in-aquare), annitrire da inni- 
trire nato, con epentesi di r {cfv. anatra ^ anate, albatro = ilrbuto, vetrice 
= vitice), da *hinnitire, donde poi, per aferesi, nitrire, nitrito. Ui atono ini- 
ziale mutato in a si ha ancora pel toscano in annojare (= in~odiare), angui- 
naglia, ancudine, ecc., e il raddoppiamento del n in innalzare, innamo- 
rare, ecc.; nò si sa quindi comprendere come la Crusca, nella corrente sua 
edizione, dica annacquare « corruzione del lat. adaquare », che sarebbe quasi 
un'impossibilità fonetica, e faccia venire annestare «dal sost. nesto, premes- 
savi la prep. a ». E poi quasi superfluo l'avvertire che innesto, annesto e 
l'aferetico nesto sono nomi verbali procedenti da innestare, annestare, e si- 
gnificarono primamente quello che innestamento, innestagione, poi vennero 
anche ad esser sinonimi di sorcolo, marza, ecc., e come tali diedero origine 
ai collettivi annestajuola, nestaja, nestajo, nestajuola. 



356 Flechia, 

lat. infercire (da farcire), già usato dai Romani, oltreché col 
senso proprio d'impinzare, anche semplicemente con quello 
d'emjoiere e introdurre. Quanto al sopraccitato ente, enter 
francese, con cui si connettono manifestamente il piem. enta, 
ente, regg. einta, intcer, parm. eyita, entar, ecc., venuti non già 
dal ted. einthun, come congettura il Muratori, ma si, con molta 
più probabilità, dal gr. èV.cp'jTo:, insitus, introdottosi nella bassa 
latinità sotto la forma d' impotus, vedasi Dmz, Et. io. IP 286, 
s. ente. 

A p. 315 e seg. cerca di connettere il mod. linzcGr^ incidere, 
rompere, dividere, ecc. (p. e. linzcer un pan) o con vocaboli te- 
deschi {lenten, solvere, laxare, lenz, primavera, aprile, lezzen 
letzen, scindere) ovvero col lat. incidere, donde *inciare, 
inzcer, quindi, con l prostetico, linzcer. Questa forma di verbo 
modenese e reggiano, connessa con tante altre più o meno equi- 
valenti ^ proprie dei dialetti dell'Italia superiore, accenna ma- 
nifestamente, insieme con quelle, di originarsi dal latino ini- 
tiare, variamente riflesso da essi dialetti. Alcune di tali forme 
avrebbero per base initiare non sincopato (ven. [cont.] inisiar, 
var. com. inizzà), ma nella più parte ridotto per aferesi a [i]ni- 
tiare, onde p. e. mant. nizzar, vali nizzà, e, con prostesi di 
s- dis-, trent. snizzar, friul. snizzà, e disnizzà, berg. snissà- 
Altre risponderebbero alla forma sincopata in[i]tiare onde v. 
gr. mil. inzci, berg., gen,, vent. ingà, var. piem. engà, anzé, 
ngé (dial. subap.). Altre finalmente (e sono le più frequenti) ri- 
produrrebbero un tipo inintiare, forma sincopata à' in-initiare, 
cioè initiare preceduto dal prefisso in-, d' uffizio analogo a quello 
dell' /n- d' incominciare {= in-cum-in[i] tiare), impromettere, im- 
principiare (pis. e liv.), ecc. (cfr. p. 354). Questo tipo sarebbe an- 
cora assai bene riflesso da ininzà (com. crem.), inninzà (mil.) 
e inensl (bresc), passato quest'ultimo alla quarta conj. lat. 
In parecchi avrebbe avuto luogo un' aferesi d'z, analoga alla 
pur or summentovata e a quella, p. e., di nimico, niquità, na- 
scondere, ecc.; quindi ninzà (mil., crem.), var. piem. nincé, 



' Cioè nel senso di cominciare, cominciare ad usare (portando, spillando, 
versando, tagliando, prendendo, ecc.), metter mano a, manomettere, come dire, 
un abito, una botte, un fiasco di vino, un vaso d'olio, di sapa, ecc. una pezza 
di drappo, una forma di cacio, un paniere di frutta, un pane, ecc. 



Postille etimologiche. 357 

ningà e, con mutazione del n iniziale in l, dovuto al principio 
della dissimilazione (cfr. licorno = unicorniis, piem. Ungala da 
nuciola, nuceola), parm, linzaì", mod. regg. linzcvr, piac, linzà, 
bresc. linsà, Unsi (cfr. inensl), ecc. ^ 

Fra i sinonimi dialettici di manomettere ecc., sono specialmente 
notevoli: incignare essenzialmente proprio del lucchese {inci- 
gnare), del nap. i^ncegnà), del sic. {incignari) e del sardo (mer. 
incingai), rispondente al lat. encwniare, già usato da S. Ago- 
stino in senso di rinnovare e procedente dal gr, -/.kcvó?, èy/taLvóoi 
{novus, renovare) ' ; e il piem. antamné (cfr. fr. entamer, prov. 
entamenar, entamenà), il quale, meglio for§e che dal gr. èvxà^avw, 
par debba originarsi dal lat. laminare, * in-taminare, che non 
ha da far punto coli' oraziano intaminatus (sinonimo à' inlaclus), 
dove in- è il pref. nominale avente forza di negativa, mentre 
nel nostro * intaminare sarebbe prefisso verbale di valore ana- 
logo a quello dei sopracitati. E così questo franco-provenzale in- 
taminare, connettendosi etimologicamente con *lamen, *lagmeìi, 
tagere, tangere, significherebbe propriamente toccare, e mette- 
rebbe capo ad una stessa radice insieme con un verbo romanzo 
logicamente affine, cioè con tastare (da taxitare, frequentativo 
in secondo grado di tangere, per via di taxare = *taclare da 
*taxus=tactiis), col quale, specialmente in quanto suona ten- 
tare, assaggiare, delibare, gustare, avrebbe comune la nozione 
fondamentale ed originaria di tangere, toccare. 

A p. 316 fa venire lispa, dai Modenesi detto di fanciulla 
svelta ed accorta, dal gr. X'!c7-o; (macilentus, callidus). Io credo 



* Il Mussafia {Beitr. z. kunde d. nordit. mund. ecc., p. 69, s. inizar) cava 
anche queste ultime forme dal semplice initiare, o sincopato in *intiare e 
accresciuto ài n o l meramente prostetico, o passato per via d'aferesi d' / 
ed epentesi di n in nintiare, con susseguente mutazione sporadica di n in l. 
Il DiEZ {Et.w.V 135, s. cominciare) non tocca se non del mil. nizd -initiare; 
ma non dubita poi di ricorrere ad un in-initiare per ispiegare lo sp. port. 
empezdr^ come riflettente una base *impintiare da infpjinitiare. Male a pro- 
posito però egli confronta questo verbo col sardo incumbenzai, quasi che 
anche qui abbiasi un analogo b epentetico, mentre questo verbo non può non 
essere una stessa cosa coU'it. incwnbenzare, procedente da incumbenza e 
radducibile per conseguente al lat. incumbere. 

* Circa questo incignare può vedersi, oltre il Viani {Diz. d. pret. frane, II 
23 e segg, e 487) e il Mussafia (o. e. p. 70, n. 2), anche Scipione Bargagli 
nel Turamino, pp. 64 e seg. 



358 Flechia, 

che tanto questo lispa mod. quanto il boi. lesp non siano altro 
che una varietà di forma dell'equivalente it. vispo; e che la 
liquida sia nata da v come p. e. nel lipera de' contadini to- 
scani e lombardi e nel lipra de' Parmigiani per vipera. E in 
tal caso la confrontata voce greca non v'avrebbe che fare. 
Circa la non ben chiara etimologia di vispo, cfr. Diez, Et. w. 
r 446, s. visto. 

P. 317. Verisimilissima la connessione etimologica del mod. 
lògher, podere, col lat. locus in senso di 'fundus, ager', onde 
locuples, propriamente 'ricco di poderi' ; ma non credo alla con- 
nessione formale di lùgher con luogora, pratora, e simili. Que- 
sti feminili plurali formaronsi ad analogia di latora, corpora e 
altri siffatti neutri plurali della terza declinazione; mentre il 
maschile e singolare lògher presenta il non raro fenomeno di 
r nato da l, e sta per lòghel, che nel modenese sarebbe un ri- 
flesso più regolare di loc-ulo-. Il diminutivo venne ad avere 
già nel latino e più nei volgari odierni il valore di positivo ; 
quindi la nuova forma del dira. mod. e regg. lugrett (logheretto, 
locoletto), poderetto. 

P. 318. «Lot ed terra. Zolla, ghiova. Lot in genere per por- 
« zione, divisione, scompartimento e quindi anche per que' gru- 
« moli in che il terreno sommosso si divide, è voce interamente 
« francese e che può attestare la nostra gallica origine. » Il 
fr. lot e l'italiano lotto con senso di porzione ecc., è di origine 
germanica, non gallica, come già era stato notato dal Menagio, 
dal Ferrarlo e dal Muratori, e significa in quella lingua sorte 
(cfr. Diez, Et. w. V 255, s. lotto); quindi i due sensi principali 
dell' it. lotto, che suona, come nel francese, porzione toccata in 
sorte, massime in casi di successione ed eredità, e quella sorta 
di giuoco che tutti sanno. Questa parola non potrebbe adunque 
attestar punto la gallica origine dei Modenesi, circa la quale 
però etnograficamente nissuno vorrà muover dubbio. Quanto poi 
al lot de' Modenesi (proprio anche del boi., mani, ferr. e regg.) 
dinotante 'zolla, ghiova' si può ben dubitare se esso etimolo- 
gicamente sia lo stesso che lotto, porzione. Questo dubbio eb- 
belo già il Muratori, congetturandolo « forse da lutum, terra 
che tiene, né si sbriciola {Ant. it., diss. xxxiii, s. lotto)»; e si 
accresce, chi pensi l'equivalente Iota de' Lombardi, connesso 



Postille etimologiche. 35& 

probabilmente col piota toscano (zolla secca), rispondente, a 
quanto pare, ad un organico pilota, pianta, e venuto forse a 
significar 'zolla', per quella certa somiglianza di forma che ha 
una zolla di terra col piede, massime se largo o schiacciato 
secondo pare significasse originariamente il sost. pianta, rimasto 
in alcuni dialetti francesi, e sotto la forma di piota usato da 
Dante {Inf. xix 120) col senso di 'zampa, artiglio', vivente tut- 
tora nel piemontese, e, sotto la normale di dota, ne' dialetti 
liguri. Il Iota lombardo (mil. -lotta ^), nato da piota, pianta, 
foneticamente non avrebbe nulla di singolare; e sarebbe come 
per es. l' it. lastricare, lastrico da plastrnm (cfr. Diez, o. c. I'' 
317, e inoltre, circa l- =pl- nel latino, Corssen Auss^or. V 114). 
Al feminile lombardo, forma verisimilmente originaria, sta- 
rebbe il masc. emil. lot, come p. e. il mod. laììs ad a7isa per 
ansia (cfr. p. 53); rispondendo cosi ad un organico p^o^o, pianto. 
Noterò ancora in ultimo come V o aperto di lot, Iota, mentre da 
un lato esclude la connessione etimologica di tali voci con loto 
= lat. Intum-, accresce poi- la verisimiglianza della comune loro 
origine col toscano piota, e accennerebbe anche, con molta pro- 
babilità, ad un originario au, che pei dialetti emiliani e lom- 
bardi renderebbe normale l'incolumità della dentale sorda fra 
vocali. 

P. 318. «Lov, Lupo. Come si disse Jnpiter e Jovis, cosi si 
« disse lu^yus e lovus e da questa vasta e rusticana pronunzia 
«usci il nostro lov, ecc. » L'analogia che qui si vorrebbe sta- 
bilire non regge punto, poiché Ju-piter e Jov-is vogliono essere 
riscontrati in modo che Jov- risponda a Ju-, e il _p di -piter, 
che sta per pater, non abbia punto a che fare col v di Jovis. 
Il valore etimologico di questi due vocaboli indoeuropei e le 
loro affezioni fonetiche sono oramai tanto note nella mitologia 



' La doppia dentale del mil. lotta non può accennare né a doppia originaria, 
né a gruppo consonantico {et pt), ma presenta un semplice fenomeno di rad- 
doppiamento analogo a quello p. e. di vitta, metta {=meta), cornetta, ecc. 

^ Non può essere altro che un errore di stampa, o del compilatore, V o aperto, 
segnato per loto {= lutum) nel Vocabolario it. del Fanfani , mentre p. e. in 
quello soggiunto alle Regole ecc. del Gigli é dato come chiuso, secondo 
già debbono far congetturare, tra l'altre cose, la originaria forma latina e 
il sic. luta, loto. 



360 Flechia, 

e grammatica comparata che potrebbe parefe ozioso il fermarvisi 
più sopra. Ammesso poi, solo per ipotesi, che Jwp- e Jov- fos- 
sero, come mostra credere il G., due mere varietà fonetiche di 
una stessa sillaba originaria, ciò nondimeno non saremmo per 
ammettere in alcun modo l'analogia ch'egli cerca di stabilire, 
essendo strano che dal lov modenese si voglia arguire un ro- 
mano volgare lovus. Il mod. Igv non può essere altro per la 
grammatica storica di quel dialetto se non la forma regolare 
che ivi doveva prendere il lat. luipo: u breve ed accentato che 
passa in o chiuso per quella stessa legge per cui verbigrazia 
jugo vi è diventato zgv, jùvenis zgven, cucwna cogma, ecc. ; 
p che mutasi in !■> come p. e. in 7'apa che si fa 7'ava, pipere 
pever, coepulla zivolla, ecc. Le ragioni dialettologiche per cui 
suonano normalmente lov, lova, forme proprie non solo del mo- 
denese, ma di tutti i dialetti emiliani e si potrebbe dir lombardi, 
se non^n quanto questi per la più parte qui fanno sordo il v se- 
condario rimasto finale, onde piuttosto lof che lov (cfr. mil. scrif 
per scriv, scrivere, canef per canev, canapa, ecc.), sono quelle 
medesime che hanno dato lovo, lava al veneto, lupo, lopa al 
nap., liipii, lupa al sic, sardo, ecc. Il solo toscano e qualche 
dialetto dell'Italia media (umbr., rom., march.), come pure qual- 
che varietà dialettica dell'Italia sup. (tor., berg., ecc.) si sot- 
traggono alla regola, avendo i primi lupo, lupa e gli ultimi 
lùv, lùf, liìva, Illa, e presentando gli uni e gli altri nella loro 
varietà un'anomalia contraffacente ad uno stesso principio. Chi 
abbia una qualche dimestichezza colle varie leggi dialettologiche 
de' volgari italiani, comprende subito perchè dicasi normale il 
lupo, lopa nap., e anormale il lupo, lupa toscano; anzi diremo 
italiano, potendosi avere per probabilissimo che se gli scrittori 
fiorentini avessero avuto naturale quella che per loro sarebbe 
stata forma normale di lopo, lopa, questa, e non altra, sarebbe 
stata la forma adottata dalla lingua comune \ 



* Trovo nell'ant. sanese lovo, che sarebbe forma analoga a quella del pure 
antico sanese strovo pel fior, strupo^ stupro. II lova del Malmautile, adope- 
rato nel senso che vogliono fosse applicato questo appellativo alla vera balia 
di Romolo e Remo, non può essere che un lombardismo nel valor largo in 
che pigliasi questo vocabolo conti-apposto al toscano. 



Postille etimologiche. 361 

P. 318 e seg. Secondo il G. il mod. lumadeg, mucido, stantio, 
si connetterebbe etimologicamente con limus o lumus (sic), e 
varrebbe quindi limaccioso, e, attribuito ad odore, rappresente- 
rebbe quello appunto che sentesi in luoghi umidi e chiusi. Questa 
etimologia è al tutto falsa. Lumadegh equivale etimologica- 
mente a romatico, aromatico e lo provano gli equivalenti boi, 
riimadg, piae. armattag, crem. rumatec, piem, armatic, ruma- 
tic, parm, armateg e lumateg e ven. aromatico. E non è certo 
la più singolare tra le fortune delle parole cotesta di aroma- 
tico, che, originariamente adoperato a significare la grata fra- 
granza delle spezierie orientali, passava quindi in alciini dialetti 
a dinotare il tanfo che gettano i luoghi muffiti e rinchiusi. 
Anche dal lat, fragrare, passato in flagrare, e significante ori- 
ginariamente 'mandar buon odore', ne venne il prov. flairar, 
fr. flairer, piem. fiairé, fteiré, col solo significato di fiizzare. 

P. 320. « Lunza colla z dolce. Costereccio. Da lumbitia caro 
« ossia dai lombi o lumhuli de' porci o de' vitelli. » Questo vo- 
cabolo di macelleria e di cucina, essenzialmente proprio dei 
dialetti dell'Italia superiore, viene, non già da lumbitia, ma da 
lumbea, lumhia, che ne' documenti medievali ci si presenta nella 
forma longia, donde assai regolarmente ne' nostri dialetti lunza, 
lonza, come da axungia sonza. Questa forma lonza non è estra- 
nea al toscano, quantunque ivi fosse piuttosto da aspettarsi 
lungia, lugna o longia, logna\ Forse d'analoga origine l'agg. 



* È assai singolare che il Fanfani nel suo vocabolario rechi in uno stesso 
capo lonza, il carnivoro, e la lonza de' macellaj, cosi disparati tra loro e di 
significato e d'origine, venendo l'uno da lynx, l'altro da lumbus. Ma è que- 
sta una pecca non rara punto nel vocabolario fanfaniano, come si può vedere, 
anche leggendo a salti, dal trovar raccolti sotto un solo paragrafo p. e. a gu- 
glia: ago, aquila; guglia: idem; coto: pensiero e vesta; china: scesa e 
cinquina; invasare: quel che viene da vaso e quel che da invaso; lama: 
palude e lamina; manza: il femminile di manzo e l'amorosa; marcia: 
marciume e camminata; marciare: camminare e far divenir marcio; pi- 
viere: la pievania (plebarium) e l'uccello {pluviarius)\ porca: lo spazio 
tra solchi e la femina del porco; riso: l'azione del ridere e la pianta t 
rombo: il rumore ed il pesce; salto: l'atto del saltare e il bosco; vena; 
vena ed avena; ecc. Né si creda che ciò sia sistema; perocché egli fa poi 
due tre capi distinti dove sarebbe stato minor male farne un solo, stante 
l'affinità del significato e l'unicità d'origine, come p. e. nei tre capi per 
Archivio glottol. ilal., IT '-*' 



362 Flechia, 

lonzo, tardo -per grassezza, snervato, accennante quasi col 
primo significato a *lumbeus, *lumhius e col secondo ad *elum- 
beiis, *elumbius, per ehimbis, aferetizzato. 

P. 323 «Malussén. Mezzano d'infima classe, Cozzone, Come 
» si dice cozzone di cavalli, cosi noi diciamo malussén da cavai 
» e comprendiamo nella voce il cumulo delle furberie, de' na- 
» scondimenti e delle traveggole che in simili contrattazióni 
» sono costretti a subire i compratori. Nel glossario della media 
» latinità troviamo -maluginosus /.x.Azvx^zyi;, subdolus. In 
» Glossis Graec. Lat. Adde ex castigat. in utrumque Glossar. 
» Gerra. malignosus =. Se dunque maluginosus era una meta- 
» tesi di malignosus, anche maluginus sarà altresì un'allitera- 
» zione epentetica di malignus e vedremo nella sua derivazione 
» da malignità la cagione del dispregio in che è caduto il vo- 
» cabolo. » Il malussén modenese, come il regg. malussein e il 
parm. malussén, accennano tutti del pari a un tipo in -ino {*ma- 
lossino). Abbiamo qui adunque un nome d'agente o personale 
che dir si voglia, derivato mediante il sufi*, -ino, come p. e. in cia- 
battino da ciabatta, vetturino da vettura, ecc. e il cui primitivo 
sarebbe *maloss- che, a presumerne intanto dal derivato, do- 
vrebbe significare mediazione, senseria, contratto, massime in 
ordine a vendita o compra di cavalli; e anche solo contratto 
in genere, ma poco netto, quindi carrozzino, truffa, ecc. Or bene 
un nome significante tutte cotesto cose e materialmente con- 
nesso coir ipotetico maloss noi abbiamo nel maross lombardo 
e piemontese, dal quale pure si derivarono mediante il suff. ario, 
qui logicamente analogo al suff. ino della parola emiliana, un 
mar osse, fem. marossera (mil.), marosser (berg. bresc), ma- 
rosse (piem.), ecc. a cui in toscano e quindi nella lingua co- 
mune avrebbe potuto rispondere *marossajo o *marozzajo o "ma- 
rocciajo. Da maross il lomb. e il piem. derivarono anche un 



colto connesso col lat. colere, cioè uno per h^o^'o coltivato, ecc.; poi un altro 
pel participio passivo di colere; poi un terzo pel contrario d'idiota, come 
dir uomo^colto, persona colta, quasi che l'ultimo potesse essere altro che 
participio pass, di colere, con valore di aggettivo. E poi quasi non bastasse 
lo sconvolto ordine genealogico de' tre capi suddetti, fra il primo ed il se- 
condo, n'è intruso un quarto, che è nò più nò meno che colto, participio 
passivo del verbo cogliere. 



Postille etimologiche. 363 

verbo marossà, marossé {marossaré), con senso più o meno 
connesso col primitivo, e dal verbo il piem. cava anche un ma- 
rossòr (marossatore), forma verisimilmente introdottasi sotto 
l'influenza francese, perocché al piem. sia pii^i propria la desi- 
nenza in ur, quindi *marossiir (cfr. p. e. suttrur, sotterratore, 
artajiir, ritagliatore) od anche la forma provenzale in aire, 
onde *marossaire, come p. e. rììmiaire {rmnigator), riisiaire 
(rosicato'r), rimasta più specialmente propria del valdese, sa- 
lazzese, ecc. Credo che dinanzi a questi soli argomenti già ca- 
dono affatto le congetture del G. in raccostare il malussen mo- 
denese al maluginosus della bassa latinità, sicché non occorre 
di mettere innanzi altre obbiezioni che gli si potrebbero fare 
pel conto della grammatica storica. Se poi ci si chiedesse quale 
possa essere l'etimologia di questo vocabolo, noi diremmo a 
modo di semplice congettura che forse vi sia qui per fondamento 
quella stessa voce che forma la prima parte di mariscalco, 
{'maliscalco, maniscalco, mascalcia), parola notoriamente com- 
posta di due voci teutoniche, marah, cavallo, e scale, servo 
(cfr. it. scalco, siniscalco), che nell'ant. alt. ted. marahscalc e 
medio a. t. marschalc, sonava 'che ha cura de' cavalli, gar- 
zone di stalla', e che nella lingua comune e nei varj dialetti 
d' Italia venne principalmente a significare medico di cavalli e 
ferracavalli \ mentre nella forma franco-germanica di mare- 
sciallo (t. ìjiarschall^ fr. mareehal), usasi comunemente a di- 
notare un alto grado della milizia. E ciò perché nelle voci 
dialettiche sopracitate {maross, ecc.), significandosi in ispecie 
cozzoneria, cozzone, cozzoneggiare, non è in verisimile che esse 
in origine valessero soltanto vendita, venditori di cavalli, ven- 
dere, contrattar cavalli. E siccome egli è appunto in questa 
sorta di vendite, contratti, baratti che si suole, massime da chi 
lo faccia per mestiere, palliare e mascherare i difetti della merce 
che si vuol vendere, ne accadde per conseguenza che queste 



* Ecco in questo ferracavalli una di quelle voci che il vocabolario italiano 
ancora non ha; propria di qualche dialetto e usata anche nell'italiano ge- 
neralmente parlato; ma che meglio d'ogni altra (ferratore, maniscalco, ecc.) 
dicendo il fatto suo ed essendo al tutto analoga ad altri composti italiani 
quale p. e. conciatetti, pelacani, spa 3 z acammino, potrebbe adottarsi per l'uso 
unico e generale della lingua comune. 



364 Flechia, 

voci, oltre il significato ordinario, vennero anche ad avere quello 
d'inganno, truffa, imbrogliare, truffatore, barattiere. Toccò lo 
stesso al fr. maquignon che, significante da principio cozzone, 
mercante di cavalli, e nulla più, dicesi oggidì di chi fa mestiere 
di vender per buoni de' cavalli cattivi e, per estensione, di truf- 
fatore; quindi maqui g nonner àmoÌQ.\ìÌQ non solo arruffianar ca- 
valli, ma anche truffare. Quasi superfluo infine il notare che 
l'emiliano malussen, quanto sl l = r, sta al marossé, mil. e piem., 
come maliscalco a mariscalco \ 

Marangone, nome d'uccello acquatico e per traslato signi- 
ficante palombaro, falegname marittimo, falegname in genere, 
viene dal Galvani (p. 325) derivato dal latino mergus, smergo; 
e in questo nissun etimologo, che abbia fior di senno, gli vorrà 
contraddire^; ma egli ò al tutto fuor di via, quando per ispie- 
garsi codesta forma di marangone, nata da mergone, s'ima- 
gina che fosse primamente usato mar-mergone, come a dire 
smergo di mare e quindi' se ne foggiasse marangone. No ; 
mergone è venuto alla forma di marangone, mediante un gra- 
duale processo meramente fonetico, cioè in virtù di leggi che 
la grammatica storica deve riconoscere più o meno operanti sul 
trasformarsi della parola latina nella neolatina. Ed ecco in che 
guisa. Mergone, derivato da mergo per via del suff. -one ', come 
p. e. da tuffalo tuffolone (v. Savi, Ornit. tose, ITI 272) ', cambia 
r e protonica in « e si fa margone per quella stessa legge per 
cui da mergus, significante quella sorta di tralcio o propag- 



* Il Cherubini (Voc. mil., s. marossée) deriva questa voce da non so quale 
spagnuolo marrozero, che il vocabolario di questa lingua poi non registra. 
Contro la verisiraiglianza di quest'origine stanno ancora il lomb. e piem. 
maross e le forme emiliane derivate in -ino {-en -ein) e il citato verbo 
lomb, e piem. *marossare {-ssd, -ssé}, come anche il piem. marossòr. 

' Cfr. DiEZ, Et. w. IP 45. 

^ Men verisimile il dedur mergone, anche nel senso di palombaro, immedia- 
tamente da mergere, quale p. e. bevane da bevere, piagnone da piagnere, in 
quanto questa sorta di nomi d'agente importano per lo più un'azione biasi- 
mevole vile. Frequenti poi i derivati da nome, anche con semplice valore 
del primitivo: caprone da capro, piem. tarpan da talpa, fr. herissan da eri- 
cius, ecc. Cfr. Flechia, Dell' origine della voce sarda Nuraghe p. 21 e seg. 

"■ Cito il Savi, perchè i vocabolarj, compresi i due del Fanfani, non regi- 
strano tuffolone, usato principalmente dai Pisani. 



Postille etimologiche. 365 

gine che i Toscani dicono più comunemente capogatto, mediante 
il suflf. otla fecesi margotta, da mercurialis marcorella, da 
terrce-tuher tartufo, ecc. E cosi noi ci troviamo naturalmente 
condotti a mar, sillaba iniziale di margone, senza bisogno di 
chiederla al mare. Da margone, mediante l' epentesi dell' a tra 
r Qt g, sì viene a maragone, come da sargo (lat. sargus, sorta 
di pesce) a sarago, da salmone a salamone, da verbasco a 
barabasco, ecc. Finalmente maragone diventa marangone, con 
un'inserzione di n dinanzi alla gutturale susseguita da on, quale 
ebbe luogo p. e. in angonia da agonia, in ancona da icona 
(cfr. l'equiv. sic. icona; acc. gr. si/.óva., imaginem) e, per citare 
una forma affatto analoga, nel dialettico marangone, para7i- 
gòn per jparagone. Che queste varie forme, le quali ci menano 
passo passo a mara^igone, non siano foggiate a capriccio dalla 
grammatica storica, come per ispiegare le loro più o meno pro- 
blematiche derivazioni fecero pur troppo farneticando con quelle 
loro famose scale alcuni etimologisti, e tra questi segnatamente 
il Menagio, lo provano, mi pare, assai chiaro gli analoghi fe- 
nomeni che son venuto allegando; e qui, per miglior ventura, 
si può inoltre avvertire che le citate forme intermedie tra mer- 
gone e marangone non sono mere ipotesi, ma fatti reali, come 
quelle che sono proprie di alcuni volgari italiani, perocché mar- 
gone trovasi rappresentato dal sardo ìnargone, dal sic. margiini 
e dal ligure margon e magron, forma raetatetica di margon, 
e maragone , oltre all'essere pur riflesso dal sic. maraguni, 
s'incontra anche in qualche antico scrittore toscano'. 

P. 327 «Marmaja. Marmaglia. Dal fv.marmaille che spre- 
« giativamente vale una truppa o quantità di fanciulli. Quando 
« noi con pari dispregio vogliamo dire di un ragazzo che esso 
« è un bamboccio, diciamo che esso è uno scimiotto; ora io credo 
« che la voce francese venga da ìnarmot, in celtico marm e 
« marmous, equivalente a scimia o scimiotto. Marmaglia dun- 
« que da scimia, come canaglia da cane, sarebbero termini 
« collettivi di spregio anche perchè, dedotti da bestie, vengono 



• Il vocabolario non lo registra ; ma si può vedere p. e. in una sacra rap- 
presentazione citata a brani dal Palermo, / mss. della palatina di Firenze^ 
\l 436, dove leggesi il verso : quando V ho intorno, pare un maragone. 



3G6 Flechia, 

« applicati ad esseri ragionevoli. » Altri celtologi o, dirò meglio, 
celtomani, come Mazzoni Tossili, fan venire marmaglia dal 
celtico mar o marra, piccolo. Noi che, potendolo, preferiam 
sempre le origini latine alle straniere, crediamo che marma- 
glia risponda ad un prototipo minimalia, collettivo da mini- 
mus, come poveraglia da povero, ragazzaglia da ragazzo, 
minutaglia da minuto, ecc. (Cfr. Diez, Gr. IP 331 e seg.). La 
forma marìnaglia da minimalia, chi sappia vedervi dentro 
coir occhio della grammatica storica, non presenta alcuna dif- 
ficoltà. Minimalia, menimalia (cfr. menimo, menomo), diede, 
sincopandosi, minmalia, menmalia, indi mermalia, marmalia 
per l'appunto come minimus nell'ant. fr. fecesi inerme, e come 
minimare diventò nello sp. e nel prov. mermar, in qualche 
varietà aless. marmé (p. e. in Casalcermelli, con senso di di- 
minuire; circa rm-mn, cfr. nap.sic. arma-anma, anima, sic. 
anche armali = animali, mil. armella ■= animella, seme, ecc.). 
Una medesima e foneticamente analoga origine hanno il tose, ed 
it. marmocchio, che, tenuto conto della sincope e della muta- 
zione di n in r, si riduce naturalmente a minmoclo, minimuclo, 
minimuculo, come ginocchio a genoclo, genuclo, genuculo; e 
il nome del dito mignolo in vari dialetti dell'Italia superiore, 
procedente dal lat. minimellus o minimellinus (Cfr. Ducange, 
s. minimellus - cligitus aiiricularis) \ 



* Nel Tesoro de' Rustici di Paganino Bonafede, bolognese, scritto nel 1360 
e pubblicato da Mazzoni Toselli (Orig. d. lingua it., p. 258), il dito mignolo è 
detto el dito minimello e nel Promptuarium del uap. Vopisco (professore 
d'umane lettere in Mondovl intorno alla metà del sec. XVI), specie di voca- 
bolarietto volgare-latino, in cui la parte volgare consiste non di rado in glos- 
se pedemontane, ridotte a forma più o meno italiana, si registra <' deto mar- 
mellino, digitus auricularis ». Da minimellus, recato in questo senso dal 
Ducange, viene adunque ìnarmell mil., com., berg., ecc.; mentre la forma ri- 
petutamente diminutiva minimellino (cfr. p. e. uccellino = avicellino, campa- 
nellino, ecc.) viene riflessa dal lig. marmellin, crem. •marmelen, berg, ìnar- 
meli, bresc. (con aferesi dissimilativa) armeli, armili, piac. marmlein, boi., 
mant., piem. marmlin, donde con ettlissi di m o r in alcune var. piem. (can. 
mond. ecc.) marlin e mamlin*, e da quest'ultima forma, per via dell' epen- 

* Veramente in mamlin da marmlin vi sarebbe pei nostri dialetti qualcosa di foneticamente 
singolare e dubito se si possa, s-^nza esitanza, ammettere m = rm. Abbiamo qui piuttosto 
un' assimilazione di nm in mm, m, con fenomeno quale p. e. nel fr. dme = amtne, anme (da 
anima), le due ultime forme attestate dall' ant. francese, che d' altra parte conosce anche 



Postille etimologiche. 367 

A |). 327 il G. cerca di connettere etimologicamente il mod. 
maroca e l'equivalente it. marame con mare, fr. marais, ecc. 
È assai più verisimile l'etimologia che conduce queste due voci od 
almeno la seconda a materia, materiamen. Si possono confron- 
tare a questo proposito le forme francesi mairien (ant.), mer- 
rain, prov. mairatn, mairan; e Diez, Et. io. IP 375, s. merrain. 

A p. 333 il G. vede nel mod. muchwr (lomb. moccà, piem. rnu~ 
chà, ecc.), il lat. mucere, passato alla prima conjugazione. Il 
mod. muchcer non può essere altro che un verbo denominativo, 
derivato da mitcìis o miiccus, moccolo, in quella stessa guisa 
che da moccolo si derivò s-moccolare (Cfr, Diez, Et. w. IP 47, 
382; MussAFiA, o. e. 79). 

A p. 342 « Niel. Neo. I Toscani da na^vus, noi da nigellum. » 
Possibile e non inverosimile questa derivazione; ma anche e 
forse più da un *ncevellus che, come ncevus in neo, passando 
in neello, finirebbe assai naturalmente in niello, nièll, niel, 
come p. e. neente in niente. E in tal -caso il mod. niel starebbe 
morfologicamente al lat, ncevulus (usato da Gellio, da Apulejo 
e da altri) come anello ad anulus, martello a martulus, vi- 
tello a vitulus, ecc. 

A p. 348 «Pabi. Panico erbaceo o peloso. Da pabium po- 
« sitivo àipahulum, e ciò dai molti suoi semi di che si pascono 

tetico *mamblin, anche bamblin*, proprio di qualche terra dell'Astigiano. 
Tenuto poi conto della citata forma marlin., si potrebbe sospettare se mini- 
'inell- ridotto a mari- non trovisi eziandio nella voce piemontese marldit 
[marl-ait — minimell-actó), momentino, pocolino e in marlinghin (= mini- 
me llinghino dal teutoforme minimellingo per minimellino), nome dato in 
qualche terra del Canavese e del Biellet>e al sonare a morto della campana 
pei bambini. Notevoli ancora il marmell - minimello che in alcuni dialetti 
dell'Alpi marittime suona capezzolo, nel piemontese proprio detto mimin- 
probabilmente pur da minimo, derivato in minimino. 



arme e alme. Un' analoga assimilazione non dubito di scorgere nell' untino sanese mómmiìio 
(Slat. sen. II, p. 29), rispondente al miniment del testo latino, equivalente perciò a *ménmino 
ménimino, che l'editore Banchi corregge, secondo me fuor di proposito, in menovino, recando 
memmino a colpa dell' amanuense. E forse anche uno stesso fenomeno è da vedere nel citato 
piem. ììiimin (capezzolo) = «im»n!>i, rainmin, minimino: se già non fosse alterazione di mam- 
mino (la mo.mina, con nozione pari a quella de' sinonimi sic. liliddu (v. Voc. di Pasqu. s. v.) 
da letta, tose zezzolo da zizza, friuli télul da tele, var. piem. (ast. mond.) piipin da. jnipa. 
' Mamblin da «laniZin coli' epentesi di b propria de gruppi secondarj mi mr (cfr. Diez, Gr. 
13 215; ASCOLI, Arch.gl. n. 155) ; e il 6 iniziale di bamblin dovuto ad azione assimilativa 
del b epentetico, quale \i. e. in bomberò da vomero, bomberaca da gximm' arabica, are. 



368 Flechia, 

« gli uccelli. » Pahitlum non può riconoscere un primitivo o 
positivo che dir si voglia nell'ipotetico pahium, poiché egli 
stesso è nome primitivo procedente immediatamente dalla rad. ya-, 
che esso ha comune coli' incoativo pascere e da cui si forma 
per mezzo del suff. -huhirn, come p. e. da sta- {sta-ré) sta-hulum, 
da fa- (fa-ri) fa-buia, ecc. Dato poi per reale un primitivo *j9a- 
biwn, da questo si deriverebbe non già pabulum, ma pabiolum 
come p. e. da brachium brachiolum, da otium otiolum, da. jorae- 
dium praediolum, ecc., e supposto poi che pabulum fosse, non 
già, com'è veramente, un i)nm\iì\ o pa-bulum, ma un derivato 
pab-ulum, esso non potrebbe venire che da un primitivo o po- 
sitivo *pabutìi, come v. gr. hortulus da hortus, pratulum da 
pratum, ecc. Il modenese pabi viene di là donde viene l'equi- 
valente pabbio de' Toscani, cioè da pab'lum, pabulum, come 
stabbio da stab'lum, stabulum, ebbio da eb'lus, ebulus che 
ne' dialetti emiliani dovrebbero analogicamente sonare stabi, ebì 
(cfr. Arch. gì. it., I 304). 

Non credo sia da ammettersi neppure in via di congettura 
la separazione che a p. 351 vorrebbe fare il G. del mod. pana- 
rez, panereccio, dal gr. TCapcovj/r/, considerandolo voce gallica 
e connettendolo col panaris francese. Tutte queste varie forme, 
e francesi e italiane, non possono essero altro se non un ri- 
sultato più meno normale dal lat. payiaricium, forma meta- 
tetica che prese assai per tempo nel romano volgare il gr. pa- 
romjchìon, attestata da un esempio di Apulejo. Sono però no- 
tevoli etimologicamente il nap. ponticcio, morfologicamente il 
sardo (mer.) panereddu (= panarello) e foneticamente il tose. pa~ 
tereccio. 

A p. 352 e segg. il G. rigetta l'etimologia che farebbe venir 
pajuolo (mod. parol, dim. f. parletta) dal \sit. par (pajo), accen- 
nante in origine un pajo di vasi, secchj, recipienti, ecc. con- 
giuntamente adoperati. Confessiamo che questa originazione ha 
pur sempre per noi la maggiore verisimiglianza; perocché tanto 
la fonologia quanto la logica ha di che chiamarsi pienamente 
soddisfatta. Il toscano pajo insieme colle corrispondenti forme 
degli altri dialetti arguiscono manifestamente una prototipa 
forma *pario {parium), sostituita all'equivalente par (cfr. Arch. 
gì., I 275). I diminutivi coppietta, copinolo, ecc. da coj^ipia ren- 



Postille etimologiche. 369 

dono logicamente verisimile un diminutivo di *parium, il quale 
dovea normalmente essere i-jariohim, donde escono pur normal- 
mente le varie forme volgari: tose., pajuolo, yen. i^aì^olo, basso 
emil. parol, mant., parm., ecc. paról, con attrazione d' i, piem, 
jmÌ/'òI, mil. pairò, ecc. Il Galvani vuol farci venir questo vo- 
cabolo, pur proprio del provenzale {pairol, peirol, pairola, ecc.), 
per canale celtico; il che abbiamo per affatto inverisimile. 

P. 361 «Ped. Uberi, poccie, propriamente delle vacche. L'u- 
« sare una tal voce in questo significato può aversi in testi- 
« monio della nostra gallica origine. Infatti se è noto che pis 
« in vecchio francese valse 2^6Ìio in genere ed in ispecie le poppe 
«delle capre e delle vacche; è noto altresì l'altro proverbio 
« volgare in Francia e che si applica a chi ha mezzi di pagar le 
«spese di un processo: la vache a hon pied; per dir ciò che 
«noi esprimiamo coli' altra frase aver i rugnon grass. Ed a 
« questo pied, piuttosto che al più vecchio pis, confronta pun- 
« tualmente il ped de' nostri rustici. D' altra parte ped ricorda 
« come alcuni dicano pe^^o alle poppe. » Non mi pare che l' usarsi 
la parola loetto (voce d'origine latina) in senso di mammelle 
possa menomamente attestare origine gallica in gente italiana ; 
perchè tal voce, sotto la forma pis (ant. iv.peis, prov. peitz, 
pitz = pectus), venne pure adoperata, anzi, in senso di poppe di 
vacche, capre, pecore, giumente, ecc. si adopera tuttavia dai 
Francesi. La vache a bon pied non può significar letteralmente 
se non la vacca a buon piede-, e lo dicono anche di animali 
dell'altro sesso e dell'uomo stesso e principalmente de' vecchi 
per significare che sono ancora rubizzi, propriamente ancor 
ferrai in piede. Col fr. pied adunque non ha nulla che fare il 
ped del contado modenese, il quale non è che una della varie 
forme che secondo le 'dialettiche varietà piglia il lat. pectus, 
venuto anche a sonare, nello stesso modenese e collo stesso 
senso, sotto la forma più organica pet (v. Maranesi, Voc. d. 
dial. mod. s. v.). Adunque qui non sarebbe da avvertire altro 
se non il significato speciale che nei dialetti dell'Italia supe- 
riore e nei volgari della Francia venne ad avere il riflesso 
della latina yocQ pectus , che, significandovi in origine quello 
che già nella lingua latina e ancora oggidì nei volgari dell'I- 
talia media e meridionale, cioè quella parte superiore e ante- 



370 Flechia, 

riore del corpo, ossia del tronco, che tutti sanno, venne poi an- 
che assai naturalmente a significare le mammelle della donna, 
poi le mammelle in generale e in ultimo si ristrinse a dinotare 
nella più parte di tali dialetti le mammelle degli animali do- 
mestici, e ciò principalmente sulla bocca de' contadini e de' 
pastori, quantunque, propriamente parlando, le mammelle degli 
animali domestici, e de' quadrupedi in genere, siano quelle che 
meno naturalmente si sarebbero dovute confondere colla parola 
petto. 

A proposito del moà. poles, perno, propr. pollice, a p. 374, 
osserva il G. che « il pronunciare con una sola l 2ioles, e non 
> polles, tiene .a quell'arcaico latino che avevano sulle bocche 
» i coloni romani venuti tra noi a maestri di latinità. Pesto 
» infatti registra 'polet e spiega po??ei: quia nondum geminabant 
» antiqui consonantes. » I coloni romani non sostituivano par- 
lando le semplici alle doppie come mostra credere il G.: polet 
per pollet non può essere altro che un fatto paleografico che 
in linguistica non ha valore. Il j^oles per polles è dovuto, dirò 
cosi, alla idiosincrasia fonetica più o meno propria de' varj 
dialetti dell'Italia superiore, per cui non di rado in cambio 
della doppia consonante vi è la semplice Ma qualunque possa 
essere la causa di questo fenomeno, ella non sarà mai da re- 
carsi alla pronunzia de' coloni romani; i quali, non si sa il 
perchè, avrebbero insegnato le semplici ai Modenesi, e le doppie 
ai Siciliani, ai Sardi e anche non di rado ai Francesi e agli 
Spagnuoli. Noterò inoltre come l'etimologia di pollex da iioUeo 
sia da rigettarsi, non ostante l'affermazione d'Isidoro; tanto più 
se, come par verisimile, pollex e allex (dito grosso del piede) 
avessero fra di loro analogia di formazione {pol-lex, al-lecc), 
nel qual caso non sarebbe impossibile si fondassero entrambi 
sopra una medesima radice {-lic, -rie da lac, rad), preceduta 
da diverso prefisso (cfr. pol-lic-eor, por-ric-io). 

P. 274 «Pondegh. Topo grosso. I Latini, come chiamavano 
» il Castore caìiis ponticus dal suo star nell'acqua, cosi chia- 
» mavano mus ponticus il topo grosso e acquajuolo. Noi diciamo 
» pondegh, ecc. » Sta bene che il va.oàQ\\Q&Q pondegh (come pure 
gli equivalenti pondg, pontga, pondga d'altri dialetti e pro- 
babilmente anche il derivato pantegana veneto e comasco) 



Postille etimologiche. 371 

venga da tnus ponticits ' ; ma né mus poìiticiis, né canis pon- 
ticus furono cosi chiamati, come dice il G., dallo stare nel- 
l'acqua, ma si dallo appartenere principalmente alla provincia 
di Ponto (cfr. Plinio, Ilist nat, Vili 43, 55). 

P, 377 « Pruvana, in origine propagine, ecc. Fango in prima 
» 2JG,co, poi _25<^^o, indi pagino. Il nome propago-propaginis ac- 
» coglie sotto un solo paradigma queste diverse mozioni, giacché 
» il soggetto muove da pagere divenuto pagare ed i regimi 
» escono dal paragogico paginare . . . Come per noi frigidus e 
» frigida divennero prima fridus e frida, poi fred e freda, ecc. 
» cosi lo sdrucciolo propagine o propagina, sopprimendo la sil- 
» laba gi e divenendo piano, si lasciò intendere propane e pro- 
» pana . . . pjruvana. » Qui si fa principalmente una strana con- 
fusione di formazioni e derivazioni, affatto contraria ai prin- 
cipj morfologici. Primieramente grossissimo errore far venire 
il nominativo propago da pagere e propaginis cogli altri casi 
da paginare. Il nominativo sing. in -o, quanto al radicale o 
tema che dir si voglia, non si differenzia punto dagli altri casi 
e l'apparente diversità é dovuta meramente a peculiarità fo- 
netiche di declinazione, proprie di questa forma di nome. Il no- 
minativo singolare dei temi nominali in -on rigetta, insieme col 
s, desinenza propria di questo caso al mascol. e al fem., anche la 
nasale, e cosi per esempio da un tipo nominativale che nella sua 
integrità dovrebbe essere rappresentato da *sermons, è venuto 
sermo, da *virgons virgo, da *homons homo, e quindi da *propa- 
gons propago. Il fatto poi dell' o mutato in i fuori del nominativo 
sing. è dovuto ad una legge assai nota d'indebolimento della vo- 
cale in certe condizioni, estesissima nel latino e direi quasi carat- 
teristica di quella lingua (cfr. Schleichkr, Comp. § 54, trad. del 
Pezzi, 40; Corssen, Aiisspr. ecc. 11'^ 259); sicché propaginis 
sta per propagoìiis, come p. e. virginis per virgonis. Adunque 
l'originario tema propagon- {p>ro-pag-in-), proprio di tutti i 
casi, compreso il nom. sing., viene da pro-pag- (connesso con 
pro-pag-are, pro-pag-es), per mezzo del sufif. -on, come p. e. in- 
dag-on- da indag- {indag-are, indag-es), asperg-on- da asperg- 



' Vedi però Diez, Et. w. F 343, s. ratto, e Mussafia, Bcitr. ecc. p. 91, 
s. pontege. 



372 Flechia, 

(asperg-ere), amhag-on- da amhag- {*ambag-ere, ambag-es, 
ambig-ere, ambig-uus), ecc. Il far poi venire i regimi, come 
dice il Galvani, da pagiìiare, è un disconoscere la categoria 
morfologica dei nomi formati per mezzo del suff. -on (indo- 
europ. -an), quali appunto i già citati ed altri (cfr. L. Meyer, 
0. e. II 139 e seg.). Inoltre il dedurre propagin-, ossia la forma 
tematica di tutti i casi, dal nom. sig. in fuora, che abbiam dimo- 
strato non essere se non una modificazione fonetica dìpropagon-, 
da un \erho paginaì^e, che è come dire da propaginare, è un far 
procedere le cose al rovescio, poiché da propagon- [propagin-) 
viene bensi propaginare, ma non viceversa; essendo cosa troppo 
nota la formazione di così fatti verbi denominativi, quali per 
es. da caligon- {caligiìi-) caligiìiare, da margon- [mar gin-) 
marginare, da nomen- {nomin-) nominare, ecc. (cfr. L. Meyer, 
0. e. II 13). Secondo il G. da frigidus, frigida, cadendo gi, sa- 
rebbero primamente venuti fridus, (rida, donde il mod. fred, 
preda. Piìi probabile del dileguo di gi, qui dovrebb' essere stato, 
parrai, quello del solo i, quale per es. in valde da valide, cai- 
dus da calidus; onde assai per tempo, cioè quando g sonava 
ancor gutturale, da frigidus sarebbesi fatto frigdus secondo 
si dovrebbe presumere dall' App. ad Prob. art. min. [Anal. 
gramm. 444), dove è detto ^frHgida non fìncda' ^ e come sarebbe 
anche dovuto accadere in *siriglis (^strigla) da strigilis (cfr. 
striglium Vitr., striglibus Juvenal., ap. Forc), in viglare da 
vigilare, donde poi tose, stregghia, stregghiare, vegghiare, 
vegghia. E cosi la trattazione di questo frigdus sarebbe stata 
generalmente analoga a quella di strictus, serbata la diver- 
sità quantitativa nei riflessi di gd, et ; onde p. e. tose, freddo, 
stretto, nap. friddo, strillo, fredda, stretta, sic. friddu, sirillu, 
ven. fredo, streto, gen. freidu, stì^eitu, piem. (tor. ecc.) freid, 
streit, var. emil. fredd, strett, var. lomb. e piem. fregg, strecc, 
fragg, stracc, fr. froid, elroit, cat. fred, eslrel, ecc. ' Quanto alla 



* Pare che questo fricda nou possa essere altro che una variante della 
retta lezione friyda. 

• Cfr. però Arch. glott. I 20, 22, 84 n., 174, dove é dichiarata altrimenti 
l'evoluzione fonetica à' -igid- ne' varj riflessi romanzi del lat. frigido. Circa 
viglare, v. ib. 548, e. 



Postille etimologiche. StS 

trasformazione di propagine in pruvaìia, anche qui abbiamo, 
per non toccare se non del punto fonologico piìi essenziale, piut- 
tosto che perdita, il passaggio di gì in ji (cfr. Ardi. gì. it., I, 
num. 190 passim), onde primieramente *propajina (cfr. nap. pro- 
pajena), poi, con assorbimento dì j in i, *propaina (cfr. sic. pur- 
paina, sardo prol)aina [log.], brabaina, ecc.), infine, per via 
di contrazione, *propana, *probana, provana, pruvana. 

A p. 386 fa venire il mod. r avanci, rafano, ramolaccio, da 
rava (1. rapa). Io penso che venga dall'equivalente latino ra- 
phanus, che ha dato all'italiano non solo rafano, ma anche 
ravano, ravanello. Il passaggio di f {ph) in v non è punto 
isolato e lo stesso modenese lo presenta in oreves = aurifice ecc. 
V. sopra, p. 351 e seg. 

A p. 388 «Resta. Arista, resta. Bisogna supporre che i ru-= 
» stici pronunziassero egualmente resta per «Wsto anche ne' tempi 
» più remoti, se ager restibilis si dee spiegare con Pesto: qui 
» biennio continuo seritur farreo spico idest aristato; quod ne 
» fiant (sic; 1. fiat), solent, qui prredia locant, prsecipere. » Non 
credo che il passo di Fasto avvalori punto una connessione eti- 
mologica di restibilis con arista. >Molti sono i luoghi in cui 
s' incontra restibilis senza che abbia a che farvi 1' arista. Resti- 
bilis, sta, insieme col plautino prostibilis, a stabilis come, prò - 
stibulum a stabulum, e si connette quindi con restare come le 
altre due voci con prostare. Ora in quella guisa che stabilis 
significa che sta, cosi restibilis che resta, che resiste, secondo 
che anche suona il lat. restare; sicché restibilis ager vorrà 
propriamente dir campo che resiste, che regge a ripetute e 
non interrotte seminagioni. Lo dice, mi pare, assai chiaro Var- 
rone (L. L., iv 39): Ager restibilis qui restituitur ac reseritur 
quoiquot annis. Abbiamo poi fra gli altri restibile vinetum 
in Columella (in, 18); restibilis fecunditas e restibilis platanus 
in Plinio {Hist. nat. xxviii, 19, 77); ne' quali luoghi tutti non 
può menomamente alludersi ad arista (cfr. Forcellini s. v.). 
Quanto all'etimologia di quest'ultima voce noterò come il Corssen 
(o. e. IP 549) vi scorga un'antica forma di superlativo (sufF. -istd), 
proveniente dalla rad. indo-eur. ar nel senso di sorgere, venir 
su, crescere, innalzarsi; onde propriamente sonerebbe la piii 
alta, la cresciutissima, la punta ; mentre il Pick {Zeitschr. f. 



374 Picchia, 

vgl. spr., XX 177) yì scorge arista ■= as-ista, traendolo, insieme 
col gr. ol'jTÓ-; (= *ò<7-',«7To-:), strale, dalla rad. indo-eur. as,jàcere, 
jaculari, sicché propriamente valga getto. V it. getto e il fr. jet, 
rejefon, in senso di germoglio, verrebbero ad avvalorare dal 
lato logico questa interpretazione. Tornando ora al resta de' 
nostri volgari, procedente da arista, noi non possiamo vedervi 
se non un'assai regolare trasformazione neolatina, operatasi 
secondo due notissime leggi fonetiche: 1) aferesi d'a, come v. 
gr. in ragno = araneo , rena = arena , rabesco = arabesco , ecc. 
2) mutazione in e d'z tonico in posizione, quale p, e. in cresta 
verista, pesto -pisto, cesta = cista, ginestra = genista, ecc.; e 
cadrebbe quindi a vuoto, anche solo per questo, il volere ar- 
guire da restibilis un'antica pronunzia rusticale di resta per 
arista. 

A p. 389 «Rigattér. Rivendugliolo, barullo. La voce mi 
» sembra di provenienza francese. Dal verbo regratter, rigrat- 
» tare o grattar di nuovo, in quella lingua si ha regrat per ven- 
» dita al minuto o di oggetti di poco valore e regattier per 
» venditore di seconda mano o a ritaglio. Noi alla nostra parola 
» rigattiere tagliando la r, che rendea testimonio della sua no- 
» zione, abbiamo impressa una storpiatura che a prima vista 
» fa sì ch'essa non renda più ragione di se medesima e ci ponga 
» invece dinanzi ricatto per redemptio e l' ebreo ricattatore del 
» Bonarruoti nella Fiera, quasi dicessimo ricattiere. » Non è 
molto verisimile che sia d'origine forestiera una voce di tal 
significato e piuttosto largamente estesa ne' volgari italiani 
sotto le varie forme di recattiere (nap.), rigattiere (tose; ma 
san. ligrittiere) , ricatteri, rigatteri, riatteri (sic), regatteri, 
arregatteri (sardo mer.), friul. e romagn. regatier, ecc. Venu- 
taci dal francese, pare dovrebb' essere anche, e più essenzial- 
mente, propria de' volgari pedemontani, lombardi e veneti, i 
quali generalmente non la conoscono. Il sanese ligrittiere, che 
parrebbe accennare a *rigrattìere, non è probabilmente che una 
popolare alterazione di rigattiere. L' etimologia che connette 
rigattiere con ricattatore merita pure una qualche considera- 
zione. Il Salvini, che sta per essa [Ann. al Malm., canto HI, 
st. 5; alla Fiera del Bonarruoti, p. 149), ne cita in conferma 
recaptarius degli Statuta Almce Urbis. Se questa voce non 



Postille etimologiche. 37o 

ci presenta una forma fittizia, coniata dal compilatore degli 
statuti per rendere latinamente il rigattiere volgare, sarebbe 
certo valevole argomento per connettere etimologicamente ri- 
gattiere con recaptare; e in questo caso rigattiere significhe- 
rebbe propriamente ricattatore, che fa ricatti, ricompre (cfr. 
nap. accattare, sic. accattari, piera. caté, fr, acheter, racheter, 
comprare, ricomprare). Il mil. recatton, gen. recattona, treccone, 
trecca, e l'equivalente sp. regatero, recaton, regaton, connesso 
manifestamente con regatar, regatear, rivendere a ritaglio, 
verrebbero a confermare questa etimologia. — Altra origine di 
rigattiere ci darebbe il Minucci {Ann. al Mahn., e. Ili, st. 5), 
facendolo venire da rigaglia, significante robe diverse di jpoco 
prezzo, od avanzumi usati. Da rigaglia veramente sarebbe 
dovuto venire *rigagliere o *rigagliattiere; sicché se rigat- 
tiere avesse comunanza d'origine con rigaglia (che in que- 
sto caso non dovrebb' essere da regalia), potrebbero dedursi 
entrambi da un nome riga, righe (forse per strisce di panni, 
vivagni, scampoli, ecc.), donde sarebbe venuto il collettivo ri- 
gaglia analogo a minutaglia, cianfrusaglia, e rigattiere, come 
vennero vinattiere da vino, mulattiere da mulo, panattiere 
da pane. Mi sembra però che la maggior verisimiglianza stia 
per rigattiere connesso con ricattare e procedente perciò da 
ricatto, come p. e. barattiere da baratto. Le forme nap. recat- 
tiere e sic. ricatteri, rigatteri avvalorano pure cotesta inter- 
pretazione; che altrimenti, secondo l'etimo del Minucci, sareb- 
bero state n. *rechettiere, s. *righitteri (cfr. n. chiavettiere, s, 
chiavitteri, canitteri, panitteri; ma barattiere, baratteri). 

Rudell, orlo, è pel Galvani roteilo (p. 391). Certo come 
rotella suona in modenese rudela, cosi roteilo sonerebbe ì^udelL 
Ciò non di meno io credo che rudell venga piuttosto di là 
donde viene orlo insieme cogli equivalenti de' varj dialetti 
neolatini, cioè dal latino ora [estremità, margine, sponda, 
orlo, vivagno). Questo nome si mantenne senza derivazione e 
senza mutazione di genere e colla prostesi di v nel rumeno e 
prov. vora, ant. fr. vore, di h nel cat. bora, e con cambiamento 
di genere, forse per differenziamento da ora = hora, nel ven. oro, 
sardo oru, grig. ur, friul. or, e con accorciamento e conseguente 
mutazione d'o tonico in ò, quale p. e. in òv-*uvum, òvum, nel 



376 Flechia, 

rail. ór. Ma la più parte de' dialetti presentano questo vocabolo 
con forma di diminutivo; quindi col suff. -ula, *orula, donde, 
con sincope, sp. orla, ant. fr. orle; col sufF. -ulo, * ovulo, donde 
nap. urolo e, con sincope, tose, e ven. orlo, sic. orlu, orni 
(cfr. Carni, Carlo), friul. orli, emil. orel , urei (da ori, cfr. 
MussAFiA, Romagn. miind. § 94 e segg.) ; col sufi", -ino, *orino, 
donde ven. orm, e, mediante l'intervento di e, ventim. oresin, 
gen. ocsin\ finalmente col sufif. -elio, onde, pur coli' intervento 
di e, tose, oriscello \ e, con intervento di t (d), bresc, berg., 
cremon., pav., ver. oradell e, in quest'ultimo, anche oridell e, 
con sincope, ferr. urdell. Ora il ferrarese, come da urtar fa 
per metatesi nitar, cosi da urdell ha pur fatto nidell, da 
urdlar rudlar, orlare, colle quali forme non è da dubitare che 
non presenti analogia di fenomeni quella del mod. e regg. nidell, 
fatto venire da urdell. Un analoga evoluzione di ru- ebbe ancor 
luogo dall' er- di ervilia, erhilia (da ervum) nel tose, ruhiglia, 
parm, ruvioit {= eì^vilioito), rnsuìi. nivion {= ermlione), ferr. 
nivia, dal quale non credo sia da separarsi l'equivalente mod. 
rudéa { = ruvea, rureja, ruvija), e dall' «r- di armella [an- 
meìla, animella, cfr. p. 366), quale p. e. nello stesso mod. ru- 
mela {nocciolo, animella, seme de' frutti) che il medesimo 
Galvani (p. 393) riconosce come alterazione di armella. 

Alla stessa pagina il G. fa venire il mod. ruga, bruco, verme, 
da raucce, usato da Plinio {Hist. Nat., xvii 18) in senso di vermi 
nati dalle querce. E perchè non molto più naturalmente dal- 
l'equivalente eruca, mediante la consuetissima aferesi della vo- 
cale iniziale? Da rauca sarebbe più regolarmente venuto roca, 
roga. 

A p. 40G il G. fa venire il mod. sbermer, spezzare, da sper- 
nari, appoggiandosi principalmente sopra un significato di re- 
spingere, s^jjar^re che presenterebbe sp^rnere in un frammento 
d'Ennio. A me pare molto più ovvio il vedere in sherncer una 
forma metatetica del verbo, che in toscano suona sbranare, 
cioè un verbo procedente da brano., come spezzare da pezzo, 



* Notevole questo oriscello - oricello, in quanto testimonierebbe come an- 
tico s = c (in -ce, -ci, p. e. in dise - dice), proprio dell'odierna pronunzia to- 
Bcana (cfr. Ascoli, Corsi di glottologia, p. 22, Arch. I xlvii). 



Postille ctimoIogicLe. 377 

fare in brani, in pezzi. Circa la metatesi cfr. p. 44; e quanto 
all'origine di brano, vedasi Diez, Et. io. V 81, s. brandone. Il 
citare poi che qui si fa, suU' autorità del Vossio, spernere come 
contrazione di separino, nato da separo, ecc., non è più am- 
missibile dalla grammatica storica del latino. Spernere [sper- 
-n-ere) è verbo del tutto analogo a cer-n-ere, ster-n-ere, li-7i-ere, 
si-n-ere, ecc. e quindi composto della rad. sper- {sprd-), con la 
nasale originariamente applicata a formare il tema verbale pro- 
prio del presente (cfr. Schleicher, Comp. der vergi, gramm. 
§ 293, trad. it. 184). 

A p. 400 il G. fa venire il mod. sangiott da un basso latino 
*sanguttiis nato da *sangultus, sicché prima sangotto, poi, non 
si sa come, sangioito, sangiott. Qui l'autore non ha avvertito 
che quasi tutti i riflessi neolatini accennano a metatesi di /, 
onde i due tipi siìiglutus, singlutius (cfr. Schuchardt, o. c. II 
234), dal primo de' quali vennero, insieme col modenese, anzi 
emiliano sangiott, anche il ven. sangioto, piera. sangiùtt, bresc. 
e berg. sanglot, grig. sanglut, tar. sigghiutto, ecc. mentre dal 
secondo procedettero il tose, singhiozzo, sic. sugghiuzzu, nap. 
sellozzo, friul. sanglozz, senglozz , ecc. Il mil. sajutter che, 
quanto al riflesso di -ngl-, sembra presentare un fenomeno di 
fase anteriore analogo a quello delle forme sic. e tar., cioè lj = ngl, 
si appunta in *singlutulus, mentre il parm. sandocó, notevole 
per r anomalo nd~ngl, mostra pur di procedere da uno stesso 
tipo morfologico, ma sincopato, onde sandocó = singluclo, sin- 
glutlo, singlutulus. Il selluzzo del napolitano, che da singlutio 
avrebbe più normalmente dovuto fare segnuzzo (cfr. cegna = Gin- 
gia, cingula, ogna = ungla, ungula, e tose, signozzo, signoz- 
zare, cfr. p. 22, n. 1), presenta, quanto al gruppo consonantico 
{ngl), un'evoluzione parzialmente analoga a quella delle forme 
sic, tar., mil., in cui s'ha qualcosa di simile a quella de' più 
semplici gruppi gì, ci, quale p. e. in teglia- tegla, tegula, ve- 
gliare = viglare , vigilare, speglio - specluni , speculwn, ecc. 
comparati a tegghia, vegghiare, specchio, ecc., cioè mil. -ju-, 
sic. e tar. -gghiu- = *lju, *llju, *nlju, *nglju, nglu (Cfr. Diez^ 
Gr. V 209 e segg ; Ascoli, Arch. gì. I, nn. 118-122). Può restar 
dubbio se nel san. singozzo, romanesco sangozzo, mant. singozz 
si abbia una forma nata da singolzo, sangolzo (cfr. tose, in- 

Ai-cliivio t^lottol. ilal., II. 25 



378 Picchia, 

fizzare, santinflzza, montai, infizzid per infilzare, ecc.), piut- 
tosto che da *singlutio- con perdita di l, quale p. e. in Casteg- 
gio da Glastidium, ecc ' Vuoisi finalmente avvertire il medievale 
suggultium (cfr. Diez, Et. io., P 383), notevole, oltreché pel 
sufF. -io, e per l'assimilazione della nasale colla gutturale, 
eziandio per Vu=-i, quale nel sic. sugghiuzzu'-. 

Pag. 410: «Sbrajer. Urlare, gridar forte. I Francesi dicono 
» braire il ragghiare e di qui brailler il gridar forte e con 
» strido; i provenzali hanno brai per grido e braillar per gri- 
» dare. È noto che le due II per noi gallicizzanti si ammolliscono 
» e si lasciano intendere come una j. Braillar diviene quindi 
» brajar e, con tendenza alla sottile desinenza francese, hrajér 
» e colla giunta della s intensiva, sbrajér. Per conseguenza 
» sbraj accresce il brai occitanico, e sbrajament è la mozione 
» latina di una voce celtica più imitativa del nido e rudor della 
» lingua togata. » Il verbo recato qui sopra essendo proprio non 
solo del modenese, ma eziandio degli altri dialetti dell'Italia 
superiore, importa il dirne qualcosa più che il G. non faccia; 
tanto più in quanto egli mostra frantenderne così l'origine come 
la parte fonologica e morfologica. 

Comincerò dal notare che questo verbo si trova nei nostri 
dialetti gallo-italici sotto due distinte varietà di forma, quali 
sarebbero nel toscano e italiano ìnugghiare, mugliare, rag- 
ghiare, ragliare, vegghiare, vegliare. Colla prima di queste 



* Sarebbe da vedere se gozzo (donde ingozzare, sgozzare), come accenna 
ad analogia materiale di forma, così non avesse eziandio qualche etimologica 
connessione con singozzo, sangozzo, donde singozzare, sangozzare. Men 
probabile la sua connessione con gargozza, gargozzo, gorgozza, stante 1' o 
tonico, che, chiuso ne' vocaboli precedenti, qui verrebbe ad essere aperto. 

^ Tenuto conto dell'assimilazione di n col g seguita in suggultium, si po- 
trebbe ancora sospettare se il sic. sugghiuzzu e il tar. sigghiuttu non pos- 
sano pur riuscire a *sugglutio, *siggluto, in quanto che in questi due 
dialetti gghia riflette normalmente tanto g(l)ji^, quanto (g)lja, riduzioni di 
glja da già (cfr. Ascoli, Arch. gì. I, un. 118-122; II, Del posto ecc., n. 18). 
Questa doppia ipotesi sarebbe meno fondata pel sajùtter del milanese, dove 
ja mai non si appunta ad un originario da o già, salvochè in tenaja da te- 
nacia (ienacula), passato a dialetti neolatini mediante l'unica base tena(c)lja; 
sicché, dato un siglutulo {sigglutulo), pel milanese il risultato a gran pezza 
pili verisimile avrebbe dovuto essere saggùttcr. 



Postille etimologicbe. 370 

duplici forme hanno comune uno speciale principio fonologico 
il ven. s'bra(jar\ mil. com. berg. shragà, ecc.; coll'altra il mant. 
boi. parra. shrajàr, crera. friul. bresc. piac. sbrajd, gen. shraggà, 
raod, regg. shrajér, trent. brajar, piem. hyxijé ecc. ; che ita- 
lianamente sonerebbero hragghiare, hragliare , shragghiare, 
shragliare. Ora cercando noi la forma prototipa, od organica 
che dir si voglia, di questi verbi, a quella guisa che per esempio 
da mugghiare, mugliare riusciamo a *muglare (da *mugularé) 
conservatosi anche nell'estesa forma di mugolare, da rugghiare, 
rugliare a "ruglaf^e (da *rugulare), cosi da essi verbi si mette 
naturalmente capo a *hraglare forma sincopata di "hragulare, 
che si deriva mediante il suflf. ul da hragire, attestato dalla 
bassa latinità, né più né meno che come da mugire derivasi 
*miigidare, da rugire *rugulare. La forma in -tre che hanno 
nella lingua latina molti di questi verbi significanti mandare 
un suono, una voce, un grido (cfr. L. Meyer, o. c. II 37 e seg.) 
basterebbe a rendere assai verisimile l'esistenza d'un compara- 
tivamente primitivo hragire, vivente in una parte del romano 
volgare. Il fr. raire, railler e l'it. ragghiare, ragliare atte- 
stano la preesistenza d'un romano ragire che il fr. riflette nella 
forma primitiva e derivata-, Vitaliano solo nella derivata {-*ra- 



♦ II Ten. sbragar e il gen. sbragà potrebbero veramente riflettere del pari 
la base immediata così di *sbragghiare come di *sbragliare; ma tenuto conto 
delle rispettive loro peculiarità fonetiche, credo sia da assegnare la prima al 
veneziano, la seconda al genovese. 

- railler è dal Menagio cavato da ridiculare; il Diez e con lui il Littré, 
lo Scheler e il Brachet lo fanno venire da radere, per via di radulare o ra- 
diculare, con non molto apparente connessione logica. Ora l'indubitata affi- 
nità di brailler con braire doveva, mi pare, mettere in rilievo quella di railler 
con raire. Quanto al trapasso logico non s' hanno che da raffrontare, conside- 
rati nel loro valore di verbi transitivi, siffier, gronder (cfr. grundire, grun- 
nire), huer, l'it. sgridare, fischiare, nap. strellare (sgridare, rimproverare), 
piem. brajé e crijé (sgridare) ; e il lat. increpare, increpitare in senso di rim- 
brottare, ecc. E quasi poi superfluo l'avvertire come railler stia a ragulare 
come cailler a coagulare. Noterò ancora come il Diez {Et. w., IP 236) e seco 
lui lo Scheler confrontino brailler con criailler, come avessero una deriva- 
zione foneticamente e morfologicamente analoga; ma se noi ritiriamo questi 
due verbi al loro rispettivo prototipo, l'analogia cessa; perocché il primo 
finisce per metter capo a brag-ulare e 1' altro a quirit-acularc (cfr. it. gri- 
dacchiare). 



380 Flechia, 

giare da '^ragulare). Ora in quella guisa che allato al lat. rugire 
vediamo porsi un verbo briigire, formalmente attestato dal fran- 
cese bruire, gen. bruzzi ecc. e messo fuor d'ogni contrasto dal 
brugit= rugit della legge alemannica, così insieme con r agire 
si dovette presentare hragire (v. Ducange, s. v.), donde il fr. 
braire, ant. it. braire, e il derivato fr. brailler, prov. braillar 
colle citate forme gallo-italiche di bragar, brajar , sbragar, 
sbrajar. La forma organica adunque di questi verbi sarà 
hragire, *bragulare, che stanno a *ragire *ragulare come 
brugire, *brugulare a rugire *rugulare. Il & è qui lettera 
prostetica che potè per avventura prefiggersi come suono rin- 
forzativo; ma che potrebbe anch' esser stato una mera prostesi 
come p, es. in brusco, bruscolo venuti dal lat. ruscus. I dia- 
letti liguri, emiliani, lombardi e veneti v'aggiunsero poi ancora 
il solito s rinforzativo, non prefisso alle forme francesi e pe- 
demontane. 

Il toscano braitare, sbraitare si connette anch'esso etimo- 
logicamente con questi verbi; ma se ne diparte al tutto nel modo 
di derivazione. Il prov. ha braidir e braidar (gridare, schia- 
mazzare); e con quest'ultima forma coincide morfologicamente 
il tose, braitare, sbraitare; e sono forme di frequentativo, che, 
già sì numerose nel latino, si trovano qua e là novellamente 
riprodotte nella famiglia neo-latina. Come da vagire fecesi va- 
gliare (Stat. , Sylv. IV, 8, 35), da tinnire tinnitare (cfr. fr. 
tinter), da crocire cr odiare, da himiire hinnitare, così es- 
sendosi dal sopradetto hragire derivato *br agitar e, da questo 
ne venne regolarmente il prov. braidar (cfr. cuidar = cogitare) 
e il tose, braitare, s-braitare (cfr. ant. coitare ~ cogitare). Il 
vedere poi, come alcuni fanno, nel toscano braitare, sbraitare 
un provenzalismo, è un assurdo; il s intensivo e la tenue, più 
organica che non è la media, danno a queste forme un'impronta 
al tutto propria e tanto originale quanto esser possa nel pro- 
venzale. Oltre braitare, e sbraitare, il toscano ha ancora 
raitare, che sta a *ragire, ragghiare, come braitare, sbrai- 
tare a hragire, *sbragire, *bragghiàre, *sbraggliiare. Inoltre 
come vedemmo il provenzale avere, insieme con braidar, an- 
che la forma braidir; e così con raitare, usato anche dagli 
Umbri, troviam pure raittre, essenzialmente proprio dell'are- 



l'ostille etimologiche. 381 

tino'. Questa forma sta a ragire, raitare, come ad hinnire, 
hinnitare starebbe Vhinnitire, donde, con epentesi di r, *inni- 
trire , annitrire (cfr. annacquare ■=■ inaquare ) e , con aferesi , 
nitrire (cfr. naspare da innaspare, annaspare, nestare da 
innestare, annestare). V. pag. 355, n. 2. 

Adunque dal sin qui detto mi pare che risulti assai chiaro 
come noi abbiamo qui a fare con due radici, cioè rag [rag), rug 
{rug). La prima {rag-), sostituita al latino rud (rudere, r udi- 
re), ha dato, colla forma primitiva, il fr. raire, colla derivata 
in *ragulare, *raglare, il fr. railler, Vìi. ragghiare, raglia- 
re, nap. ragliare, arragliare, sic. ragghiari, arragghiari, 
ven. rarjar , rail. raggà, ecc., e colle pur derivate *ragitare, 
*ragitire l'it. (tose.) raitare, raitìre. Questa medesima radice 
rag, rinforzata con un prostetico b in drag, ha dato ancora 
come verbo primitivo {bragire) l'ant. it. braire, fr. braire e 
colla prefìssione di s, V it. sbra'ire, ferr. sbralr ecc., come verbo 
derivato con ul {*bragiilare, *braglare), fr. brailler, piem. brajé, 
var. piem. (can. biell.) bragàr, braga, brago, e col s, ven. gen. 
lomb. sbragàr, sbragà, emil. sbrajàr, sbrajér, ecc.; e finalmente, 
con forma di frequentativo, tose, braitare, sbraitare. Dalla 
rad. rug (lat. rugire) vengono come primitivi l'it. ruggire 
ven. rugir, ferr. ruggir '\ mil. rusl ecc., e come derivati (*n<- 



• raitire è dal Fanfani posto nel Voc. d. Uso tose, come datogli dal voc. 
ar. del Redi; ma non l'ha poi nel Voc. it., quantunque trovisi nella Compo- 
sizione del mondo di Ristoro d'Arezzo, dove ó sotto la forma di raitieno 
(raitivano) secondo il codice riccardiano, indubitatamente il più genuino, alla 
cui pubblicazione sappiamo attendersi dal eh, conte Vesme; mentre il codice 
chigiano, pubblicato dal Narducci e ristampato dal Daeli, ha ratieno, che 
presuppone una forma ratire contratta da raitire, come alare da aitare, ladire 
da laidire, franare da trainare, ecc. La forma railére, citata dal Redi (Voc. 
ar. ms.), come propria de' Perugini, risponde a raitare e presenta quella mu- 
tazione d'a tonico in un suono misto d' a e d'e, che 1' umbrico ha comune 
coH'aretino e coi dialetti emiliani (cfr. Arch. glott., I 298, n. 2). 

' Circa le forme quali sarebbero ven. rugir, ferr. ruggir, com. ru('fi, brùgS^ 
si potrebbe dubitare se veramente vi sia il riflesso di un verbo originario in 
ire, non piuttosto una deviazione morfologica di rugar, ruggàr, brugar 
{ruglare, rugulare), stante che ivi la forma regolare d'un primitivo dovrebbe 
essere piuttosto in -zir, -zi, come p. e. in muzlr, mìizl, che riflettono mugire 
in alcuni dialetti dell'Italia superiore. .Anche il mil. muggi potrebb" essere 



332 Flechia, 

(jularc, *ruglaré) l'it. rugghiare, rugliare, ferr. ruggir, ro- 
magn. ruga, com. ruga, boi. rujar, e, con prefissione di b, ant. 
it. bruire, fr bruir, prov, brugir, bruzir, ver. com. par. brugi, 
e con 5, gen. sbruzzì, e deriv. var. piem. (can. biell.) brugàr, 
brugà. 

Tornando ora allo sbrajér modenese non saremmo dunque 
per ammetterne la gallicità se non in quanto qui si potesse 
trattare di verbo proprio degli antichi dialetti celtici, così tran- 
salpini come cisalpini, ma passato poi nel fondo del romano 
volgare e sottoposto alle stesse leggi morfologiche e fonetiche 
che governarono la riformazione e la trasformazione del parlare 
originariamente romano. Quindi il romano o romanizzato *sbra- 
giilare, sincopato in *sbraglare, trasformandosi nello sbrajàr, 
sbrajér de' dialettijemiliani presenta un fenomeno fonetico de- 
terminato da principio analogo a quello per cui nella più parte 
dei dialetti dell'Italia media e meridionale da raglare venne 
ragliare, da coaglare [coagulare] quagliare \ due verbi che 
nei dialetti emiliani, nàtivi con analoghi principj fonologici, 
avrebbero sonato rajar, rajer, quajar, quajer; e in ciò del 
tutto indipendenti, già s'intende, dal fr. railler, cailler, quanto 
il possano essere state le citate forme dell'Italia media e me- 
ridionale. 

A pag. 412, il G. fa venire il mod. ed it. scandella (pur pro- 
prio di vari altri dialetti dell'Italia superiore), specie di biada, 
orzuola, spelta, da un ipotetico lat. *escare', mangiare, dal 
quale, secondo lui, sarebbe venuto escanda in significato di cosa 



una deviazione da muggà-*muglare, come potrebbe pur far supporre il 
sost. muggada, non muggida, e il cont, muggd; se già non si trattasse, così 
nel milanese, come negli altri dialetti, d'influenza delle italiane forme ruggire, 
muggire. 

* Più conforme però al principio fonetico de' dialetti emiliani sarebbe stato 
sbragar, sbrager secondo che accennerebbero per es. il ferr. cagar, mod. cagéri 
che circa l'evoluzione di gì rispondono non già a quagliare, ma si p. e. al- 
l' aret. gagghiare. Sarebbevi dunque nell'em. sbrajar, sbrajér quella stessa 
eccezione che p. e. nel romagn. squajer, boi. cajar per squagér^ cagar. 

^ Dico ipotetico, in quanto non è attestato come verbo reale, sebbene non 
sia inverisimile, massime pel romano volgare, stante il nome verbale escatilis, 
mangiabile, usato da Tertulliano. 



Postille etimologiche. 383 

(la essere mangiata; donde la forma di diminutivo escandella, 
poi per aferesi scandella; e si appoggia principalmente sullo 
spagnuolo escandia, che ha lo stesso significato. Il Diez all'in- 
contro suppone che tutte queste voci possano venire da cayididus 
con prefissione di s rinforzativo; e si riferisce, come ad esempj 
logicamente analoghi, al ted. loeizen, frumento, che il Grimm 
{Gesch. d. d. spr. 63) connette con weiss, bianco, e allo spa- 
gnuolo candeal (o candial = candidale), qualità di grano scelto 
che dà farina di bianchezza singolare {Et. io., F 368). Io credo 
clie sul campo neo-latino, almeno per l'italiano scandella, non 
sia da accettare né l'una ne l'altra origine. I Romani cono- 
scevano già questa sorta di biada sotto il nome di scandula, 
mentovato, tra gli altri, da Plinio (Hist. n. xviii, 7, 11) e da un 
editto di Diocleziano, dove scandula è fatto sinonimo di spelta 
(cfr. FoRCELLiNi, s. V.). Adunque nell'italiano scandella noi non 
dobbiamo vedere altro se non una forma di diminutivo che sta 
a scandula, come p. es. fabella a fabula, sjJortella a sportula, 
tabella a tabula, vitellus a vitulus, ecc. Lo spagnuolo escandia 
od escanda potrebbe anche non essere altro che un'alterazione 
di scandula, donde pare non debba essere etimologicamente 
staccato. Il Galvani vedendo esca, escare nella forma spagnuola 
ha mostrato di non conoscere Ve prostetica che in questa lin- 
gua, con fenomeno essenzialmente proprio anche del francese, 
si prefigge normalmente dinanzi al cosi detto s impuro, come 
p. es. in escala, escama (squama), escandalo ecc.; sicché ad 
ogni modo male si potrebbe arguire a fondamento della stessa 
voce spagnuola un verbo escare. Di scandula, significante 
spelta, e preso in questa sua prima forma, non dubito di rico- 
noscere ancora presso gli odierni volgari italici alcuni vestigi 
ne' nomi locali di Scandolaja (Arezzo), Scandolara (Treviso, 
Cremona), Scandolera (Torino), Scandolaro (Foligno), Scandalo 
(Padova), rispondenti ai tipi scandularia, scandularium, scan- 
dulaium, derivanti tutti da scandula, e significanti propria- 
mente terreno, luogo, campo seminato di scandola\ Anche 



' Alle categorie nominali in -ario, -ato appartengono varj de' nostri nomi 
locali originati da nomi di piante, quali appunto Scandolaja, Scandalo. Vedi 
quanto alla prima p. e. Speltara (Fuligno) - spellarla da spelta, Filicaja, Fi- 



384 Flecbia, Postille etimologiche. 

il parm. scanzla, scandella, sembra appuntarsi in una base 
scàndjula da scandula e verrebbe così, dalla sincope in fuori, 
a coincidere in tutto col romagnolo scanzula (parte dell'ara- 
tro, chiamata rovesciato) ó) , procedente da scandula in senso 
di assicella. 

Assai verisimile la connessione che a p. 417 il G. vede nel 
raod. schermlir (da scremlir) ^tremare, rabbrividire' col prov. 
cremer, cremir. Se non che qui si sarebbe anche potuto toc- 
care del fr. craindre (ant. fr. cremre - fremere) e accennar 
quindi alla loro comune origine e al comun fenomeno della den- 
tale mutata in gutturale, e indicar pure come alcuni dialetti 
emiliani presentino questo verbo con forma non derivata, quali 
appunto p. e. il regg. schermir, ferr. e romagn. scarmir, ri- 
spondenti a *tremire, mentre il mod. e boi. schermlir riflette- 
rebbero *tremulire. Il passaggio alla quarta conjugazione è 
ancora osservabile nell'ant. stremire, mil. stremi, bresc. stremi 
e strumi, ven. mant. stremir, rom. e march, stremire, ecc. \ 
È poi infine ad ogni modo notevole, così ne' volgari italiani come 
ne' francesi, il singoiar fenomeno della dentale passante in gut- 
turale {cr = tr), forse con principio analogo a quello che ha 
luogo non solo in gr = dr [tr], ma anche in cl= ti (cfr. la mia 
Postilla sopra un fenomeno fonetico [ci = ti] della lingua la- 
tina, spec. p. 16 e seg., ai cui esempj di gr-dr aggiungerò il 
tarantino aggrittura- addrittura, ver. falagro = veratrum e 
il ferr. vogar da vegr, vegro, vedrò = vitrum). 

f Continua.] 



ligure (Tose), Filighera (Pavia) = fllicaria da filice, ecc. Circa i nomi in 
-ato, vedasi la mia dissertazione Di ale. forme de' nomi loc. dell' It. sup.y 
p. 74-94, principalmente p. 74 e 91, s. 'Segrate'. 

* Anche il piem. strùni in senso di 'muovere' ^crollare', 'scuotere' par- 
rebbe accennare a '^tremire, trémere^ ma così la nasale dentale come anche 
la vocale labiale (che però avrebbe potuto essere determinata dairoriginario 
m seguente come nel bresciano strumi), fanno pensare, se non ad origine, a 
probabile influenza di trono - tono', tanto più che strùni significa anche 'rim- 
bombare', 'rintronare'. Sarebbero adunque le due nozioni distinte, ma pure 
affini, del moto e del suono che espresse da due verbi diversi, ma pur ma- 
terialmente affini {tremare, tronare), si sono confuse in un solo esponente. 



P. MEYER e il FRANCO-PROVENZALE, 



Fra gl'incoraggiamenti più autorevoli e più preziosi, di cui 
V Archìvio glottologico s'è potuto rallegrare, vanno di certo 
quelli che il signor Paolo Meyer gli ha cosi cordialmente im- 
partito, per due volte, nelle informazioni sugli studj neo-latini 
da lui mandate alla Società filologica di Londra*. La prima 
volta egli vi portava il suo benevolo e anzi generoso giudizio 
intorno ai Saggi ladini, cui era dedicato il primo volume di 
questa raccolta; e l'altra parlava, non meno benevolmente, della 
prima parte degli Schizzi franco-provenzali, che si vengono 
stampando per il terzo volume, insieme con questi ultimi fogli 
del secondo. 

Ma alcune obiezioni, d'ordine critico, risguardanti gli Schizzi 
franco-provenzali, che il Meyer deponeva, come in germe, nelle 
informazioni sopradette, si videro poi sviluppate in un'altra e 
pressoché simultanea relazione, che lo stesso Meyer dava degli 
Schizzi medesimi nella Romania (IV, 294-6). Poiché a lui dun- 
que pare opportuno d'insistere in codeste obiezioni e di allar- 
garle, sembrerà lecito, e quasi débito, che V Archivio non tardi 
a esaminare quanta sia la consistenza loro. 

Muove il Meyer da un'obiezione d'ordine generalissimo. Nes- 
sun gruppo di dialetti, comunque si formi, costituirebbe mai, 
secondo la sentenza sua, una famiglia naturale, per la ragione, 
che il dialetto, il quale rappresenta la specie, altro non è egli 
medesimo se non una concezione, abbastanza arbitraria, della 
mente nostra. Noi scegliamo, prosegue egli, nella favella d'un 
dato paese, un certo numero di fenomeni, e ne facciamo i ca- 
ratteri di codesta favella. 'Cette opération (si scusi ora l'allegar 



* Sodo comprese nel terzo e nel quarto Annual Address of the President 
to the Philological Societtj, dcliixrcd at the Anniversari/ Meeting; Londra, 
1874 e 1875. 



38G Ascoli, 

che fo l'originale di tre periodi, che non mi attenterei a tra- 
durre a trasuntare) 'cette opération aboutirait bien réellement 
à déterminer une espèce naturelle, s'il ny avait forcément 
dans le choix des caractères une grande part d'arbitraire. C'est 
que les phénomènes linguistiques que nous observons en un 
pays ne s'accordent point entre eux pour couvrir la méme 
superficie géographique. Ils s'enchevétrent et s'entrecoupent à 
ce point qu'on n'arriverait jamais à déterminer une circon- 
scription dialectale, si on ne prenait le parti de la fixer ar- 
bitrairement.' Poi suppone che si prenda per caratteristico un 
certo fenomeno che occorre nel picardo, e nota che se dai lati 
di mezzogiorno e di levante si viene, per questo mezzo, a una 
delimitazione tollerabile, la delimitazione si fa poi men buona 
verso settentrione, e verso l'ovest fallisce del tutto, poiché il 
fenomeno si ritrova comune anche alla Normandia. Sarà dun- 
que giocoforza, imagina egli ancora, dar di piglio a un altro 
carattere, 'che si sceglierà per modo ch'egli ricorra in uno solo 
' dei due dialetti (normando e picardo) i quali si vorranno tra 
' di loro distinguere.' E trovato il carattere che varrebbe a 
disgiungere il normando dal picardo, trova insieme il signor 
Meyer ch'egli oltrepassi di gran lunga, verso occidente (o mez- 
zogiorno), i confini della Normandia; ed ecco che anche questo 
carattere sarà stato scelto arbitrariamente, 'secondo il luogo 
'in cui si voleva, giusta un'idea preconcetta, stabilire il con- 
* fine.' E la conclusione del nostro critico è questa: 'Segue da 
' ciò, che il dialetto è una specie ben piuttosto artificiale che 
' non naturale; che ogni definizione del dialetto è una definitio 
^ nominis e non una definitio rei. Ora, se il dialetto è inde- 
' finito di sua natura, si capisce che i gruppi, che se ne pos- 
' sano formare (traduco letteralmente), non saprebbero essere 
' perfettamente finiti. Ne viene, che si potranno imaginare molte 
' maniere di aggrupparli, ciascuna delle quali si fonderà su d'una 
' certa scelta di fatti idiomatici, ma nessuna delle quali sfuggirà 
' all'inconveniente di segnare delle circoscrizioni là dove la na- 
tura non ne porge.' 

Si tratta dunque di una obiezione a prio7H, che ferirebbe il 
mio saggio del pari che un altro qualsifosse, concernente una 
qualunque serie di dialetti di una qualsivoglia regione del mon- 



P. Meyer e il franco- provenzale. 387 

do; anzi ferirebbe, come io credo, una classificazione qualsi- 
fosse di qualunque ordine di individui o di soggetti, reali o 
escogitabili. Ma tutta codesta obiezione terribilissima, tutta 
codesta disperazione di scernimenti che non sieno di necessità 
arbitrarj, tutto si risolve fortunatamente in un bel nulla. Un 
tipo qualunque, — e sia il tipo di un dialetto, di una lingua, 
di un complesso di dialetti o di lingue, di piante, di animali, e 
via dicendo, — un tipo qualunque si ottiene mercè un deter- 
minato complesso di caratteri, che viene a distinguerlo dagli 
altri tipi. Fra i caratteri può darsene uno o più d' uno che gli 
sia esclusivamente proprio; ma questa non è punto una con- 
dizione necessaria, e manca moltissime volte. I singoli caratteri 
di un dato tipo si ritrovano naturalmente, o tutti o per la 
maggior parte, ripartiti in varia misura fra i tipi congeneri; 
ma il distintivo necessario del determinato tipo sta appunto 
nella simultanea presenza o nella particolar combinazione di 
quei caratteri. Supponiamo che i caratteri, e anzi i più spic- 
cati, del tipo X sieno ABC, ciascuno dei quali si riabbia anche 
in altre diverse combinazioni tipiche {ADE\ BDG\ CDI; ecc.). 
Ciò naturalmente non infirma, per nulla, quella peculiarità che 
appunto risiede nel trovarsi uniti i caratteri ABC. Che se prima 
di venire senz'altro a dirette sperienze dialettologiche, ci è per- 
messo d'insistere, ancora per un momento, in queste dimostra- 
zioni teoricamente elementari, gioverà ricordar di nuovo la 
ricorrenza d'un carattere o d'un complesso di caratteri d'ordine 
peculiare od esclusivo, che può (ma non deve), insieme colla 
simultanea presenza di caratteri ripartitamente comuni ad altri 
tipi, entrar nella costituzione di un tipo distinto; onde, segnate 
le proprietà esclusive per lettere minuscole, si viene a una for- 
mola come questa: ABC ab. Dove è altresì da soggiungere, 
che a determinare un tipo speciale può anche bastare un solo 
cospicuo ed ampio carattere d'ordine peculiare od esclusivo, 
locchè si può esprimere, per via di formole, ponendo un tipo 
ABC a rimpetto a un tipo ABC. 

Orbene, passando a rapide e facili applicj^zioni dialettologiclie, 
e tali che particolarmente convengano aW Archivio , ricordia- 
moci imprima del tipo ladino o della favella ladina, come in 
ispecie si determina nella sezione occidentale e nella centrale 



388 Ascoli, 

della zona. Chi ha mai detto, o vorrà mai dire, che qui s'ab- 
biano determinazioni arbitrarie, più o meno comode, non sug- 
gerite richieste dalle condizioni intrinseche del linguaggio? 
Nessuno mai di certo. Ma proviamoci a passare in rassegna i 
caratteri fonetici di quel tipo (e la fonologia dà sempre, in si- 
mili casi, pressoché intiera la distinzione voluta), che si tro- 
vano a pag. 337-38 del primo volume deW Archivio. Quanto vi 
troviamo che sia veramente specifico, esclusivamente proprio 
del tipo, non comune all'uno o all'altro dei varj tipi viventi 
che sono od erano contermini al ladino'^. Nulla o pressoché nul- 
la. Prendiamo, a cagion d'esempio, il carattere ce = ce latino 
e segnamelo per A; aggiungiamo, secondo, il carattere pi ci ecc. 
= PL CL ecc. del latino, e segnamelo per B\ e limitiamoci a an- 
cora un altro solo, il carattere b'a = ca latino, che segneremo 
per C. Il primo di questi caratteri sì continua nei dialetti lom- 
bardi, pedemontani ecc.; il secondo e il terzo si combinan col 
franco-provenzale e indi col francese; nulla è perciò di esclusi- 
vamente proprio d'isolato; ma la riunione di ABC sopra uno 
stesso territorio, incomincia a determinare il tipo. 

Se poi ci volgiamo al franco-provenzale , la figura tipica si 
ottien sùbito, e delle più compiute, senza uscire dai confini di 
quell'ampio elemento costitutivo che é I'a romano. Il franco- 
provenzale mantiene intatto, generalmente parlando, I'a tonico, 
e parimenti l'atono, per il quale si considera in ispecie I'a di 
desinenza. Abbiamo cosi due caratteri, che si vorranno qui se- 
gnare per A e per B, e resultano comuni al franco-provenzale 
ed al più schietto tipo della lingua dell'oc, ma sono all'incon- 
tro in assoluta antitesi col tipo francese, nel quale volgono 
costantemente in ^ I'a tonico fuor di posizione {ai e) e I'a de- 
sinenziale fuor d'accento {e). Ma il franco-provenzale si scosta 
poi affatto dalla lingua dell'oc, per il ridurre ch'esso fa costan- 
temente a le i I'a tonico a cui preceda uno di quei suoni che 
noi diciamo palatili; e questa è all'incontro una tendenza, che 
si ritrova anche fra i dialetti dell'oli. Segniamola per C que- 
sta tendenza, che resulta comune al franco-provenzale e a alcuni 
tipi francesi, ma é in assoluta antitesi col tipo della lingua 
dell'oc; ed ecco la forraola ABC, formola affatto distintiva, poi- 
ché raccoglie caratteri che unicamente in questo campo stanno 



P. Meyer e il franco-provenzale. 389 

raccolti. Ma non basta. Nel franco-provenzale, a differenza di 
quel che avviene negli stessi dialetti dell' oil cui testé si allu- 
deva, codesta riduzione dell' a si effettua, per la stessa causa, 
anch' in sillaba desinenziale fuor d'accento; di guisa che il fran- 
co-provenzale viene regolarmente a mostrarci, per codesta desi- 
nenza importantissima, due diverse figure che stanno agli an- 
tipodi runa dell'altra (lo schietto -a, all'italiana e secondo il 
purissimo tipo della lingua dell'oc, se gli precede suono non- 
palatile; e il sottilissimo -i, per un effetto che si direbbe la 
esagerazione di una tendenza francese, ove gli preceda suono 
palatile); e questa è una caratteristica cospicuamente peculia- 
re, cospicuamente esclusiva. Abbiamo dunque ormai la formola 
ABC a. Nella quale, la proprietà esclusiva è tale per sé stessa 
e per l'abondanza dell'elemento cui si riferisce, da bastare di 
per sé sola alla determinazione di un tipo distinto; ed essa an- 
cora si aggiunge a tal complesso di proprietà che pur altrove 
ricorrono ma qui solo si congiungono {ABC), da bastare pur 
questo, e per le ragioni medesime, alla determinazione di un 
tipo distinto. 

C'è qui nulla d'arbitrario? Son fatti questi, che il glottologo, 
quasi per suo comodo, trascelga fra i molti, per farne, come 
di sua invenzione, dei caratteri specifici? E questa doppia serie 
del duplice riflesso dell' a, non ha essa grandissima parte anche 
nel determinare acusticamente quella special parentela o somi- 
glianza, per la quale avviene che i nativi del Vaud, dell'Ao- 
stano, della Savoja e delle finitime sezioni del dipartimento 
dell' Isera, a non toccar se non di questi territorj franco-pro- 
venzali, s'intendano fra loro con particolar facilità? Io avrei 
scelto, stando al signor Meyer, 'un piccolissimo numero di fatti, 
fra' molti.' Ma, in primo luogo, i fatti, dei quali discorsi nella 
prima parte del mio Saggio e nelle linee che ora a queste pre- 
cedono, già per sé costituiscono, il ripeto, una determinazione 
sufiBciente, e non solo per ciò che esprimono, ma eziandio per 
tutto ciò che è come implicito in essi, poiché non v'ha nessun 
glottologo, il quale, data in una serie di dialetti contigui cotal 
cospicua simultaneità di caratteri in ordine ai riflessi dell' a 
romano, non voglia e debba inferirne senz'altro un'intima e 
molteplice concordanza fra' dialetti stessi. E, in secondo luogo, 



390 Aicoli, 

io non mostrai peranco se non un capitolo solo della mia descri- 
zione (III, 61-120), dichiarando d'averne in serbo altri venti- 
due, che ho distintamente specificato (III, G5-G); e come dunque 
viene il signor Meyer a parlarci, senz'altro, 'di pochi fatti'? 
Sarebbero anzi troppi davvero; e ben piuttosto tocca a me di 
qui anticipare la dichiarazione, che fra i residui capitoli non 
ve n'è alcuno, il quale pur lontanamente s'accosti all'impor- 
tanza del primo, sebbene tutti, com'io spero, varranno efl3ca- 
cemente e per la descrizione del tipo franco-provenzale e pur 
come argomenti e motivi d'indagini più comprensive. Intanto 
non sarà forse fuor di luogo il far sapere sin d'ora a chi vor- 
vebbe farci star contenti all'antiche spartizioni (per le quali gran 
parte del territorio franco-provenzale, arbitrariamente divelta 
dal resto, era assegnata alla lingua dell'oc), che se proprio fos- 
simo costretti a scegliere, per la collocazione del franco-proven- 
zale, fra la categoria provenzale e quella del francese, dovremmo 
decisamente preferire la seconda. 

Già venni di sopra a toccare, per incidenza, di quella vivente 
riprova delle argomentazioni dottrinali che s' ha nella somi- 
glianza tuttora effettivamente sensibile fra codesti parlari che 
io dico franco-provenzali, e venni insieme a toccare della loro 
attiguità. Ma il signor Meyer dice all'incontro: 'Le nouveau 
' groupe propose par M. Ascoli, groupe, qui, on l'a vu plus haut, 
' n'offre aucune unite géographique, échappe-t-il du raoins à 
' l'inconvénient de réunir des dialectes fort dissemblables? Pas 
'le moins du monde.' E poi continuando: 'Il est de tonte évi- 
' dence que le dauphinois ressemble plus au provencal qu'au 
' franc-comtois et au lorrain, et pourtant le lorrain , le franc- 
' comtois et le dauphinois sont englobés dans le nouveau groupe 
' de M. A., duquel est exclu le provencal.' 

Qui io cado veramente dalle nuvole, e cadranno con me dalle 
nuvole tutti coloro che si son compiaciuti di considerare gli 
'Schizzi franco-provenzali'. Poiché, in quanto a geografia, il si- 
gnor Meyer dice proprio che manchi nel caso mio ogni unità 
geografica (le nouveau groupe n'offre aucune unite géographi- 
que); e quindi non lascia neppur luogo a credere che egli vo- 
lesse allegare la mancanza d'unità politica; il che, del resto, 
come ognun vede, se sarebbe stato cosa vera, era però tal verità 



P. Meyer e il franco-provenzale. 3Ul 

che nel caso nostro non importava niente affatto, E il vero del 
fatto nostro insomma è, che il 'franco-provenzale' forma un 
tutto continuo, anche nell'ordine geografico, così come io dico 
nella prima pagina del mio Saggio, accingendomi a descrivere 
partitamente codesto territorio (III GÌ). Quanto poi al conglo- 
bar che io faccia di dialetti fra di loro molto dissimili, per una 
incoerenza che il mio critico dice inevitabile, io gli devo pur 
dire che la conglobazione altro non è se non un parto dell'ima- 
ginazione sua. I distretti, onde io formo lo schietto territorio 
franco-provenzale, sono i seguenti (III 88-110): Ginevra, Savoja, 
Valsoana, Val d'Aosta, Vallese, Vaud, Friburgo, Neufchdtel, e 
la sezion di Berna che è tra il Jura e il lago di Bienne; gli 
spogli de' quali distretti sono distinti anche nella stampa col 
maggior de' tre caratteri. E vi aggrego bensì (giustissimamente, 
senz' alcun dubio) una modesta sezione del Delfinato, ma non 
già 'il Delfinato' o il 'dialetto delfinese'; come ancora vi ag- 
grego, e tutto sempre in perfetta contiguità geografica, una 
modesta sezione della Borgogna e una parte del lionese (ib. 
81-5), stampando i rispettivi spogli in modo meno appariscente, 
per una cautela che potrà anzi sembrare e resultare soverchia. 
Quanto poi alla Franca-Contea e alla Lorena, io non fo che 
rintracciarvi, in alcune distinte varietà dialettali, le 'estreme 
vestigia del franco-provenzale' (ib. 110-15); e in questa esplo- 
razione delle 'estreme vestigia' non penetro se non nell'estrema 
sezion meridionale della Lorena (Vogesi), ponendo air incontro 
il complesso dei dialetti di essa Lorena, non già nel territorio 
franco-provenzale, ma bensì nel francese (p. 116-19) ; come dopo 
aver rintracciate le 'estreme vestigia' del franco-provenzale nella 
sezione occidentale del Doubs (Franca-Contea; ib. Ili), pongo 
senz'altro la sezione orientale dello stesso Doubs nel territorio 
francese (ib, 115-16). E la verità è qui dunque molto sempli- 
cemente questa, che non solo è affatto imaginario che io abbia 
'conglobato', per necessità di sistema, cose tra di loro eteroge- 
nee, ma che le 'conglobazioni' provengono, per doppia maniera, 
dal mio critico; poiché, dall' un canto, è lui che ne fa nell' im- 
putarmele, e, dall'altro, è lui che ne rifa col riportarsi, in ra- 
gionamenti di questa sorta, a una fase conoscitiva che già 
abbiam felicemente superata, parlandoci indigrosso di 'delfinese', 
di 'franco-contese', e 'lorenese'. 



4J92 Ascoli, 

Ma i guai non sono Uniti, e anzi ci restano i più gravi. Il 
signor Meyer è convinto che il miglior modo di metter nella 
vera sua luce il variarsi della parola neo-latina (la variété du 
roman) stia non già nel segnare delle circoscrizioni determinate 
da questo o quel fenomeno idiomatico, ma bensì nel mostrare 
sopra qual superficie di territorio ciascun fenomeno regni; e ci 
voglia ben piuttosto, in qualche modo, la geografia dei carat- 
teri dialettali, che non la geografia dei dialetti. Ora, codesta 
obiezione, o codesto suggerimento che sia, non ha più bisogno 
di particolari confutazioni, dopo quanto già di sopra mi occorse 
d'avvertire. Ma non posso a meno di aggiungere, a questo pun- 
to, che la considerazione del signor Meyer mi par molto sin- 
golare, e per tre diverse ragioni. La prima è, che un suo 
equivalente in istoria naturale sarebbe pressappoco questo: oc- 
cupiamoci di sapere sin dove e come s'estenda il fenomeno 
delle due dita, e la descrizione del singolo ruminante lascia- 
mola poi a chi la vuole. La seconda è, che lo studio della 
prolungazione di un dato fenomeno, cioè l'intenzione di per- 
seguir la storia di un singolo fatto idiomatico al di là dei con- 
fini in cui egli entra a formare una data combinazione dia- 
lettale, non parrebbe cosa da raccomandarsi 2i\V Archivio , il 
(]]id\Q, prò virili parte, si è anzi industriato a darne egli l'esem- 
pio (cfr. I 542, a-l), 'Regione ecc.'). La terza finalmente è, che 
appunto gli 'Schizzi franco-provenzali' hanno insieme l'assunto 
di determinare un nuovo gruppo e di studiare il prolungarsi 
de' singoli fenomeni anche al di là del gruppo stesso, come già 
appare, nel modo più compiuto e più manifesto, da quel capi- 
tolo intorno al quale il signor Meyer riferiva. 

Ed egli continua: 'Io aggiungerò ancora, che data pur la 
' possibilità di un migliore aggruppamento dei dialetti neo-la- 
'tini, non v'è, come io credo, nulla da intraprendere in questa 
' direzione, prima che non si pubblichi un numero sufficiente 
'd'antichi documenti di questi dialetti.' Qui la risposta, mas- 
sime a volerla limitare al caso nostro proprio, è troppo facile 
davvero. Ben vengano gli antichi o vecchi documenti ; e dove 
a me fu dato consultarne, io di certo non ho tralasciato d'ado- 
perarmici con lo zelo migliore che sapessi. Ma ogni dialettologo 
sa, quale e quanta sia, in un caso come questo, l'utilità che 



P. Meyer o il franco-provenzale. 393 

si possa sperare da documenti vecchi od antichi. Si riduce, in 
fondo, al trovarvi conferma, o al ricorrervi con maggiore o 
miglior perspicuità, il fenomeno dialettale che vive ancora. L'u- 
tilità critica, fra documento e parlata viva, è in generale un'uti- 
lità scambievole; e moltissime volte è anzi ben maggiore quella 
che viene allo studio del documento dallo studia della parlata 
viva, che non sia l'inversa. Oh insomma, spera egli il signor 
Meyer di trovar dei documenti franco-provenzali, la cui anti- 
chità sia maggiore di quella dei fenomeni che tuttora sussistono 
ne' vernacoli che io studio? forse vuol significare, che il tipo 
franco-provenzale si possa essere esteso modernamente a delle 
contrade cui fosse prima estraneo? Ma chi vorrebbe condivedere 
questa supposizione? E dato pure che ciò fosse, non rimarrebbe 
ugualmente vera ed effettiva l'estensione sua presente? La sco- 
verta lo studio d'antichi monumenti proverà, del resto, ben 
altro: proverà una dilatazione ben maggiore di quella che io 
per ora sia riuscito a misurare. 

Ma il più terribile sta in fondo. Io mi sono servito, secondo il 
signor Meyer, nel miglior modo che si poteva, delle fonti povere 
e poco sicure, alle quali io era limitato; senonchè a lui pare molto 
dubbio, che, 'meglio informato', io possa mantenere le mie con- 
clusioni. Or quali conclusioni, di grazia? Quelle forse che si ri- 
feriscono alla schietta famiglia franco-provenzale, intorno alla 
quale il mio critico non avventura pur un cenno solo che pro- 
prio la tocchi? Ma allora i suoi dubbj mi parrebbero davvero 
una celia, ed egli di certo non intende celiare, i dubbj, che 
lo angustiano, si riferiscono al 'lorenese' et ccetera, che egli 
ha creduto 'conglobati' al mio franco-provenzale? Ma allora 
essi feriscono la sua imaginazione e non lo studio mio. Dei 
dubbj ben ne restano anche a me, come ognuno può capire, e 
come ho debitamente dichiarato (III G5); e più specialmente 
si riferirebbero a quella 'colonna longitudinale' in cui il tipo 
franco-provenzale si viene sperdendo e fondendo nel francese ; 
ma sono dubbj assai tenui; e il cauto riscontro de' varj fonti, 
e la convenienza generale della prosecuzione de' fenomeni, non 
permettono, il confesso, che io mi dia in preda al alcuna in- 
quietitudine, neppure in ordine alle conclusioni affatto acces- 
sorie. Ciò naturalmente non esclude, che io desideri vivamente 

Archivio glottol. ital.. II. 20 



394 Ascoli , 

d'esser meglio informato; e le migliori informazioni io le ac- 
cetterò, con molta gratitudine, da chicchessia, e con moltissima 
se mi vengano da valentuomini pari al signor Mejer; i quali 
però non è forse inutile che si ricordino, come io, in sino ad 
oggi, sia stato costretto, per comune sventura, a giovarmi delle 
sole forze mie. 

Vorrei ora esser dispensato dal riassumere la mia anticritica; 
e vedrò almeno di farlo con la maggior brevità che la chiarezza 
consenta. Il signor Meyer non tocca, dunque, non avverte, non 
corregge, non aggiunge alcun singolo fatto. Dedica la massima 
parte del non lungo articolo a obiezioni teoriche, le quali son 
dovute parermi originate da una sintesi temeraria, tal cioè che 
punto non somigli a quelle sintesi sobrie che devono precedere 
e accompagnare ogni analisi razionale, e ne sogliono riuscire 
assai robustamente dilatate. S'aggiunge un'obiezione d'ordine 
geografico, che è la mera negazione di una verità patentissima; 
e finalmente s'aggiungono alcune obiezioni d'ordine più pro- 
priamente dialettologico, le quali non hanno ragion d'essere se 
non quando si supponga che io abbia detto o mostrato cose del 
tutto contrarie a quelle che in effetto, e in manifestissima guisa, 
io dissi mostrai. 

Nel suo complesso, è una critica d'ordine estrinseco; e circa 
l'intrinseco del mio lavoro, non lascia mai di esprimersi con 
l'usata cortesia. Onde viene, se io non erro, doppia legitti- 
mazione a questa diffusa mia risposta; la quale, del resto, non 
vuole implicare alcuna conseguenza raen che rispettosa, e si ri- 
fugia, con vera e cordial sincerità, nel qiiandoque dormitat Ho- 
merus. Pure, non è forse affatto superfluo il notare, come la 
povera scoverta del 'franco-provenzale' sia andata incontro an- 
ch'essa a quella bizzarra varietà di sentenze, cui sogliono an- 
dare incontro e le scoverte minute e le grandi. La Francia 
meridionale me ne rimeritò con una medaglia d'oro; e dalla 
Francia del Nord me ne viene un giudizio, che si ritorce un 
po' convulsamente in sé medesimo, arrivando a determinarsi 
nella curiosa proposizione negativa: 'che debba sin parere non 
gran fatto utile che la tesi si dimostri '.' Il Boehmer, alla sua 



' P. Meyer nella seconda delle citate relazioni alla Società filologica di 
Londra. 



P. Mever e il riaiico-provenzale. 395 

■volta \ pur dichiarandosi contento del lavoro, trova in qualche 
modo che non c'era bisogno che la scoverta fosse rifatta, poi- 
ché il mio territorio 'franco-provenzale' non abbia confini diversi 
da quelli che avesse il reame borgognone 'in sino alla fine della 
prima dinastia', come a colpo d'occhio si vedrebbe da una carta 
che Alberto Jahn ha inserito nella sua storia di quel reame; al 
quale Jahn non sarebbe pure sfuggita la coesione idiomatolo- 
gica dell'antico territorio borgognone in sino a' nostri giorni. 
Ora io prometto al signor Boehmer, che mi studierò di rintrac- 
ciare il libro del Jahn; ma intanto mi farò lecito di avvertirlo, che 
ov'io dicessi, come a lui parrebbe, 'borgognone' anziché 'franco- 
provenzale', mi confonderei stranamente coi dialetti 'borgognoni' 
di Francia, cioè della provincia di Borgogna, i quali appunto 
non entrano nel gruppo franco-provenzale, coraeché lo rasentino 
e nell'ordine geografico e nel dialettologico (cfr. Ili 73). Lo 
Schuchardt, finalmente, che era preparato, in cosi mirabil modo, 
a farla lui la scoverta, si compiace, da buon collega, che l'ab- 
bia fatta io -, come già se ne eran compiaciuti i confratelli ita- 
liani. G. I. A. 



RICORDI BIBLIOGRAFICI. 



1. Giovanni Flechia, in quanto ò un romanista, si trovava, pochi anni or 
sono, nella condizione diflBcile, e talvolta fatale, di un valentuomo che abbia 
suscitato grandi aspettazioni prima di dare alcun pubblico saggio dell'opera 
sua. Ma, come d'improvviso, egli troncò gl'indugi; e senz' alcun apparato, 
senz'alcuna smania d'abbagliare, e quasi nascondendo il grosso delle forze 
che sempre e in ogni direzione tiene in serbo, mostrò agli intelligenti, con 
una rapida serie di pubblicazioni, che la fama, anziché esagerare come 
spesso fa, era rimasta bene al di sotto del vero nel decantar gli studj del primo 



' Romanische studien, I 629. 

=• Centralblatt, 1875 (C nov.), col. 1462. 



393 Ascoli, 

dialettologo italiano. Le collezioui dell' Academia torinese prestamente si ar- 
licchirouo di quattro suoi lavori, e son questi di cui per ora mi limito a ri- 
produrre i titoli: Postilla sopra un fenomeno fonetico \cl -tl\ della lingua 
latina (1871); Di alcuna forme de' nomi locali dell'Italia superiore (1871); 
Bell'origine della voce sarda 'Nuraghe^ (1872); e Nomi locali del Napoletano 
derivati da gentilizj italici (187-1). La Rivista torinese di filolojia e d'istru- 
zione classica n'ebbe insieme parecchi articoli bibliografici molto istruttivi; e 
questo volume deWArcliivio si orna delle sue Postille etimologiche, preziosis- 
sima caparra d'una cooperazione che deve farsi attiva sempre più. In tutte 
le quali scritture, ma in ispecie nella Memoria sui nomi locali dell' Italia su- 
periore e nelle Postille etimologiche, s'ammira, insieme con la dottrina larga 
e penetrante onde tutti impariamo, il carattere morale, se così può dirsi, di 
codesta bella dottrina. Perchè il Flechia dispiega il proprio sapere con una 
calma serena e sicura, che gli vien dalla coscienza d'avere accumulato, a 
oncia a oncia, e tutto per virtù sua propria, un tesoro al quale aspirava co' più 
perspicui intendimenti, e sul quale ha fecondamente compiuto le sue espe- 
rienze diuturne e comprensive. E le ha compiute con una volontà pertinace 
ma non irrequieta, con un animo pien di fede eppure senz'orgoglio, avido non 
d'altro che di conseguir delle verità pellegrine, per farle comuni, quando che 
fosse, con gente capace d'andarne compresa. 

h'Archivio ha forse contribuito a indurre il Flechia a una più larga co- 
municazione col pubblico; e certo, se ciò fosse, ne menerebbe un gran vanto. 
Ma un merito sicuro àeW Archivio è almeno questo, di poter qui riferire al- 
cune aggiunte e avvertenze, suggerite al Flechia dal mio saggio intorno al 
ligure che si legge in questo stesso volume ed ebbe la fortuna di piacergli. 

10 ordinerò e interpolerò le note dell'amico, secondo che é richiesto dalle 
ripartizioni del mio saggio. 

A tonico (p. 113).- Agli esempj di er- = dr- si possono aggiungere: gen. 
àrie (piem. ériu) argine, ériu (1-arcio) larice, ércu (var. piem. erca-balestra). 

11 sing. ccntu {cento), pianto, è fra gli altri luoghi nella 'Gerusalemme', XII 95. 
Il veutimigliese dandoci raina, imbriaigo, gairi (piem. vaire), ascaisi, rende 
forse più probabile che nelle rispondenti voci genovesi si abbia ce - ai. 

Vocali atone [alla nota nella quale si ripetono i piem, gux>u ecc. da 
^gùrnn ecc. di fase anteriore,- ricostruzione per la quale il Nigra addusse 
alla sua volta le forme canuvesi péceh térmeh càrpeii frdssen Steven , - ma 
si distingue, per considerazioni che rimangono intatte, fra questo tipo e quello 
delle terze plurali; p. 119-20].— Notevoli a questo proposito: ason zovon 
ordon (ordine) dell' ant. astigiano dell' AUione. Per la terza plur., alcuni luo- 
ghi ci danno tuttora l'-cn; cosi una varietà alto-canavese: mdngen e min- 
gen mangiano, ecc. [il Nigra, dal canavese di Val di Castelnuovo: pórtan 
vénah pólah possono]. E meglio ancora parrebbero valere, per la dichiara- 



Ricordi bibliogiafici: 1. Flecliia. 397 

r.ìone del tipo tor. gicvu = *ffuven, le antiche 3. pi. di due varietà molto 
prossime al torinese, cioè del chierese e del saluzzese, che son p, e. le sog- 
giuntive débien óbien vdjen (valeant) ecc. La varietà alto-canavese, che 
testé era citata, ha poi naturalmente V-en {= -n torin.) anche nella prima 
plur. dell' imperf. indie, imperf. sogg. e condiz. : minffdven o mingéwen (cosi 
per 'mangiavamo', come per 'mangiavano'), minfjéissen ( 'mangiassemo' e 
'mangiàsseno'), mingrien ('mangiarfamo' e 'mangiarlano'), ecc., allato alle 
forme tor. mangavu aviu ecc., 1. e 3. pi. anch'esse. — [Questa coincidenza 
della prima pi. di base sdrucciola con la terza, che dipende dal passar fa- 
cilmente in n il m finale che sussegue a vocale atona ( *mangdvam *man- 
gàxan^ ecc.), occorre anche nei dialetti ladini, p. e. soprasilv. luààvan^ 
basso-eng. hidcitan, \fi e 2 fi pi., nella qual regione vediamo anzi il feno- 
meno di -m in -n anche nella 1. pi. di base piana (soprasilv. ludéin lo- 
diamo, ecc., cfr. Arch. I 201-2, n.); e tanto più legittimamente occorre la 
coincidenza delle due persone di base sdrucciola nel friulano, dove -m in -n 
può dirsi fenomeno normale (ib. 520), quindi friul.: mangàmn, mnngàssin, 
mangaréssin^iniie forme che insieme sono di 1. e 3. pi, e inoltre il -n dopo la 
tonica in mangin mangiamo. V. anche Mussafia, Bcitr. z. kunde der nordi- 
tal. mund. im XV.jahrh., p. 20 e 21, e qui più innanzi, n. 9-10, in fine. — A.] 

Vocali àtone: attrazione dell' -t del plurale (p. 120-21).- In varietà 
biellesi e canavesane: nóim nomi, póich pochi, ecc.; ma -oen -cen'-on-.-óni. 
[Altri esempj canavesi: cah càn (r:*càini), goA gài, tilt Hìjt, garét garéjt; 
sant sdnt. Nigra.] 

VJ BJ (p. 121).- Circa cùngu si può dubitare se egli spetti a questo nu- 
mero, non piuttosto al num. 18 ( p. 123), se, vale a dire, la sua base sia 
plumbio o non piuttosto plumblo. Il combr cmnbrln, piombo piombino, del 
dialetto di Pamparato (Mondovl) renderebbe non inverisiraile la seconda ipo- 
tesi. In questo vernacolo, r = l è fenomeno normale. 

chena, catena da fuoco (p. 116 e 127), è pur del torinese. 

sten :e r= exi\ng[n]ere (p. 128), è anche del torinese, specialmente col senso 
neutro di 'soffocare'. [Canav. stinger; Nigra.] 

Allato a jassa = gazza, (p. 123, n.), e più comune: ajassa- agassa, di cui 
jassa è per avventura una forma aferetica; cfr. Diez less., s. gazza. 

durvi (p. 131) = de-operire, Diez less., s. ouvrir. Per il semplice 'operire' 
nel senso di 'aperire', si notino gprire uprire, del sanese, dell'umbro e del 
romanesco, e in ispecie la forma sanese uoprc- [Questa di o^jertVcrr 'chiu- 
dere', 'coprire', che passi a dire 'schiudere', è una curiosa vicenda, di cui 
i fautori della dottrina dell' antifrasi , poiché ne esistono ancora, potrebbero 
compiacersi non poco. Ma sarebbe, come sempre, una compiacenza vana; e 
la storia di questo sovvertimento può riuscire molto semplice. L'esempio che 
citano da Celso, e le molte testimonianze neo-latine, accertano l'esistenza 



39!S Ascoli, 

simultanea di apcrire e de-operire, legittimamente sinonimi. Ora il semplice 
opcrirc (chiudere, coprire) scadde per tempo dall'uso, soprafatto dal composto 
co-operire, il quale s'isnelliva per modo che la composizione non ne fosse 
pili sentita (copro). Cosi andava interamente perduta, nel popola, la coscienza 
del valor proprio d'op[e]rire; e sotto l'influsso di aprire, coesistente a d-opri- 
rc, potò senz'altro aversi come l'estrazione anorganica di un nuovo semplice: 
oprire - aprire (si pensi p. e. a questa serie: vo ad aprire, vo a doprire, vo 
ad oprire). Aggiungasi che l'apparente sinonimia di d-oprire e oprire poteva 
anche andare raffermata dalla sinonimia effettiva di daprire e aprire [de-ape- 
rire, col de- semplicemente rafforzativo come in de-promere ecc.; lomb. e 
lad. darvi ecc. allato ad arvi ecc.), la cui simultanea esistenza non è però 
ancora abbastanza largamente accertata. Caso non poco diverso, ma pure 
analogo, di antica voce che or viva in forma mutilata e ripugnante alle ra- 
gioni etimologiche, e viva in tali condizioni come per effetto dell'essersi obli- 
terata un'altra antica voce, è il nostro verno ~ inverno (hiberno-), che non 
s'avrebbe se fosse rimasto vivo l'antico verno- primavera. — A.] 

Sardo settentrionale ecc. (p. 133).- Altri esempj còrsi per e àa à nella 
formola cf?'+cons.: érburu; dischércit, spérghie sparga, térdi, schérpa, ghérbu. 

Sardo centrale (p. 139-45).- Vocali àfone (num. 14). L'o di uscita 
latina è qui incolume: amo, otto, ecc.; cfr. Riv. di filol., I 262 seg. L im- 
plicato (Hum. 19). Ad ulteriore conferma di tutto questo, si aggiunge un 
caso di [kjlj da CL, che appunto ci porta a i del Logudoro e II del Cam- 
pidano: log. aguza, raer. a^it^/a, = *acu[c]lja, acucula. [Sarebbe anche da 
vedere se alcuni verbi logud. in -i'zare non rivengano alla base -IC'LARE 
(-j[/j]/;rtrc; cfr. ital. dormigliare e dormicchiare), anziché alla base -ICARE 
{-i[j]are, it. -e g giare); al quale quesito mi muove il combinarsi del log. pas- 
sizàre col mer. passilldi. A.] SJ che dà /, onde./ (num. 20). Notevole 

esempio: q/d«e = *asjone, tinozzo, che si dovrà connettere col piem- asi, ase, 
usato principalmente col senso generico di vasi vinarj (tino, botte, ecc.), e 
insieme di certo coWagio ital. ecc. E qui probabilmente anche annajare *an- 
nasjare annasare, [iscujare *scusjare scusare]. 

Siciliano (p. 145-51).- Vocali toniche (num. 1 a 13). Pur nel sic. oc- 
corre e da, d nella formola or + cons. : mérca, mércu, indérnw, cfr. 'Sardo 
settentrionale' ecc. La convenienza che è fra siciliano e toscano in ordine 
alle deviazioni dei num. 6,8 e 10, si estende anche ai num. 4, 7, 9 e 12. Abbia- 
mo così sic. e da e: péju [cfr. Arch. I 169 488], réda o réra, sigre'tu, sinzéru 
[cfr. Arch. I 488], sirénu, régula, eresia [cfr. Arch. ib.], tutti i quali esempj, 
a eccezione di sirenu, riscontrano Ve aperta nel toscano; sic. e da i di pos., 
oltre che in méttiri, anche \n jinéstra e lènza, che tutti e tre ritrovano Ve 
aperta nel tose; sic. m da ò: dimiira, allato al tose, dimora [cfr. Arch. 
I 552 b] ; sic. da ù di pos.: nószi, spórcu, fròtta, còppa, riscontranti un 



Ricordi bibliografici: 1. Flecliia. 399 

aperto nel tose; ma s'aggiungono: culónna,jórnv, vrigógna, tórbidu, rós- 
sii, e lórdu, mogghi moglie, forgia o foggia ful[i]ca, il primo de' quali {cu- 
lónna) riscontra Y o aperto nel romanesco e in altri dialetti, e il secondo si 
combina col nap. jKorjio. Per o-ù fuor di pos. : grói grue, che si combina 
col uapol. gruojo. 

Continuazione de* fenomeni i.igi'ri al versante settentrionale pell'a- 
PENNiNo. - Saggi del dialetto di Paraparato (Mondovl): ai-'c alzare, 
««, sai, cad, fas, cfr. p. 115 (num. 3); vaga, rava-gé rapa bieta, arg albio 
alveo, cfr. p. 121 (num. 16);- ganc, nega, cfr. p. 124 (num. 18);- cin céina 
pieno -a, canta, cani, anci empire, sene, dug, stuga, cfr. ib. ;- sa fiato, su 
fiore, ens e hùdéns (= inflo, -enfio) gonfio, cfr. ib. surti, sii, ecc., cfr. 
p. 125 (num. 20). È in questo dialetto anche e = CT (cfr. p. 130): fac, strec, ecc., 
e fra gli altri anche oc octo. Al qual proposito è pur notevole ùcàva e aucdva 
(p. e. d'ucdva, st'ùcdva, ant l'ùcuva), per significare un'ora circa il prin- 
cipio del pomeriggio, che non può essere altro che 'ottava', proprio del biel- 
lese, dell'alto vercellese e del basso canavese [cfr. Ai'ch. I 305 n.]. Il pam- 
parino ha pure, coll'astigiano e l'alessandrino: scric scripto-, facendo cosi 
riscontro col prov. e lo sp. [cfr. Arch. I 146-7, e l'ant. e mod. milan.]. Fra 
le sue peculiarità ha finalmente il pamparino: -ai ^ -c'iti, p. e. andai andati, 
che nel canavese e altrove si è fuso in é: suldài suldé soldati [cfr. p. 114, 
n. 3]. Saggi del dialetto di Sassello (Acqui): andérno, p. 113 

n.; chéllo, nemigo, còrpo, fucco fatto (che serve pure come es. di c=CT), 
ógì/o, bràzzo, molzo pazzo; plur. zérri cerri, c'>ji chiodi, ecc., cfr. p. 120; — 
sort egli sorte, fosu, sareisi *saressi = saresti, asi *aUl = fr. aussi, cfi'. p. 
125; cu, Canio, accatta appiatta, cfr. p. 123-4. 

Fonti (p. 112-3 n.).- Le Commedie trasportce ecc. devono essere della 
seconda metà del secolo scorso, ristampate nel 1830. La versione: 'L 

liber d'i Salm ecc. non è nel torinese proprio, ma nella varietà saluzzese, 
molto simile, è vero, alla torinese, ma pure con certe sue peculiarità, come 
la conservazione del -s di 2. pers. sing. anche fuor de' monosillabi e dello 
forme interrogative, onde non solo p. e. stas, fas, manges-tii, mangdues-tti, 
come nel torinese, ma anche ti t' mdnges, mangdves, ecc. — [Cfr. Arch. I 
462-63. M'era io infatti notato da quei 'Salmi': te puardes x 14, te proun- 
tes, t'ounzes, xxiii 5, te counserves xxxvi 6, che te t'arcordes viii 4; e insieme 
qualche inuguaglianza di cui non so darmi ragione: e che te l'abbies fà-lou.... 
e che te leu fasse douminé vai 5-6; t' i streme, ent 'l strem.... t' i buttes 
a cuvert xxxi 20; se te tase i siou . .. xxviii 1, se te serche V impietd x 
15.— A.] 

2. Adolfo Mi'ssAFiA non ha ancora potuto dare &\YArchivio alcun contri- 
buto letterario, ma gli ha dato nondimeno, in varie guise, tanti incoraggia- 



400 Ascoli, 

nienti e conforti, da doversi in gi'tin parte attribuire a merito suo che questa 
collezione abbia avuto principio e venga prosperando. Se perciò, nel toccar 
d'alcuni lavori dell'insigne romanista spalatrino, io tempererò e quasi sop- 
primerò le lodi in cui tanto volontieri mi diffouderei, egli è, che alla ragione 
del tornar quasi superflua a' pari suoi ogni lode, si aggiunge l'obbligo, che 
ha la gratitudine vera e profonda, di non esser larga di parole. 

Fra le scritture, che il Mussafia diede alla luce negli ultimi tempi, son 
queste tre che VArchivio ricorda con particolar compiacenza, comparse tutte 
e tre nelle collezioni dell' Academia viennese: DarstcUung der romagnoli- 
schen mundart (Descrizione del dialetto romagnuolo; 1871); Bcitrag sur 
hundc dcr norditalicnischen mv.ndarten im XV. jahrhunderte (Contributo 
alla conoscenza dei dialetti dell'Italia superiore nel sec. XV; 1873); Cinque 
sonetti antichi, tratti da un codice della palatina di Vienna (1874). 

La Descrizione del dialetto romagnuolo (faentino), che s'incontra, per 
molti rispetti, con quella dei dialetti ladini a cui VArchivio simultaneamente 
si provava, è la prima analisi compiuta che di un dialetto italiano la scienza 
possa vantare; e avrà il raro privilegio, che l'essere, nell'ordine del tempo, 
la prima, non le tolga di rimaner perennemente fra le prime pur nell'ordine 
del merito assoluto. Mal si saprebbe qual parte più lodarne; ma fra le se- 
zioni più cospicue va di certo quella de' dilegui delle vocali àtone (§§ 91- 
128; si noti in ispecie il sicuro acume del § 103); come fra le migliori pre- 
rogative metodologiche va posta di certo la cura continua di mostrar gli 
effetti che delle tendenze fonetiche la flessione risente (§§ 11, 69, 90, 105, 128). 
Il doppio criterio della quantità della vocal tonica latina e del posto che que- 
sta occupa nella parola, è applicato con maestrevole delicatezza alle partico- 
lari condizioni del dialetto (§ 60). Un'importante correzione al Diez è poi 
quella che concerne i limiti entro a* quali si compie il fenomeno d'I in e 
(§§ 25 e 26; cfr. Arch. I, num. 33-35 e p. 300-1); e nella sezione dei dilegui 
delle vocali atone, che già ponemmo tutt' intera fra le cose più belle, VAr- 
chivio si compiace più specialmente della dichiarazione del processo per il 
quale la formola R- + voc. + cons., a dir di questa sola, viene a dare ar +cons. 
(come in armór rumore; § 125), dichiarazione che è mirabilmente collegata 
con quella d'altri fenomeni congeneri e coincide con quella che se n'ò qui 
offerta nel primo volume, a p. 220-21, dove anche sono i paralleli per il faent. 
in[d]son nessuno (§ 126). 

La distinzione fra il plurale e il singolare dei nomi mascolini, in quanto 
consiste nel restringersi od oscurarsi della vocale tonica nella forma del 
plurale (p. e. sing. avèrt aperto, pi. avirt; sing. brro bravo, pi. brév; càn 
cane, pi. chen; ngd nodo, pi. nud, §§ 238-42), è felicemente ripetuta dal- 
l'azione dell'-t che più non risuona (cfr. Arch. I 544 a); ed è felicemente 
presunta l'identica azione d'un t nella distinzione che identicamente si de- 



Ricordi bibliografici: 2. Mussa fi a. 401 

termina fra congiuntivo e indicativo (p. e. armeria egli rimerita, armirta 
egli rimeriti; selva egli salva, selva egli salvi; ecc., § 260). Il quale i io 
lo cercherei nel tipo *àbia *mória ecc., onde dibia diba ecc. (cfr. Arch. I 
432 464, e il faent. èva, il friul. v-ébis - *a,ib[i]as ecc.); e vuol dire che re- 
puterei Vi, meglio il suo effetto, diffondersi analogicamente per tutti i re- 
sidui congiuntivi. Al qual proposito si potrebbero citare i tipi analogici ita- 
liani: lodiate, vendiate; ma ben più opportunamente l'unico tipo congiuntivo 
del ladino di Sopraselva: laudij laudias laudij, vendij vendias vendij, scntij 
sentias sentij, allato all'unico d'indicativo: laud laudas lauda, vend vcndas 
venda, seni sentas senta. — Un altro e più singoiar caso di diffusione ana- 
logica ci risulterà assai probabilmente anche il -p della 3. p. del perf. di 1. 
conjug., e di 'esse', nella varietà forlivese. Allato a un cp, ebbe, che è forse 
affatto estinto e rispondeva aWebb, ebbi ebbe, del faentino (cfr. forliv. ep = abbi), 
dev'essere primamente sorto fop fu (cfr. il boi. sepa, sia, allato al fusign. epa, 
abbia), e questi due grandi esemplari potevan poi promuovere andep, man- 
dep ecc. Sarebbe un caso affatto consimile a quello di stette (stetit), che 
prima attrasse diede (dedit), cioè ne fece dette, e poi, insieme con dette^ si 
subordinò tutt' intera una conjugazione a cui entrambi erano estranei (ven- 
dette, credette; dovette; Diez). Se altri verbi, che non sien quelli della 1. con- 
jug. lat., non ci mostran questo -p, ciò potrebbe dipendere da un'altra uscita 
che li avesse preoccupati, cioè appunto dall' -^f di cui testé sentivamo il pa- 
rallelo toscano, il quale -et s'avvicendasse normalmente con -é (vendè ven- 
détte; e pur di 'habere' : imol. ave, lugh. avét), e poi a questo lasciasse libero 
il campo. 

Ma ritornando alle influenze dell'i, e estendendo insieme l'osservazione an- 
che alle altre palatili, incominciamo dal ricordare anche i §§ 13, 26 e 71, 
i quali pure ne avvertono correttamente di tali influenze. L'ultimo esempio 
che si adduce nel terzo di quei paragrafi: grisgl (grisòl), crogiuolo, dovrà 
anch' esso il suo i = o allo z = zj di fase anteriore ; e cosi pur la differenza 
del riscontro, che è fra pjis placet (ji=je=ja.) e piega plaga (j?=j(t; § 20 
in f.), deve dipendere dal fatto che il primo esemplare, a differenza del se- 
condo, avesse una palatile dopo la tonica (*pjez; cfr. Arch. ITI 72). Ugual 
ragione avrà Ve (anziché e) di mesar •= mezar = *mézar macero, e insieme 
r i atono del rispettivo verbo miire macerare, di cui si ragiona al § 70 ; ma 
anche nission (nigjón) nazione, e pugitura, appoggiatura, che si citano in 
quello stesso paragrafo, devono Vi = a alla palatile. E degli esempj che il § 13 
ci offre per e, anziché a (à), àaìVd di AN + cons., tre sopra cinque si chia- 
riranno per la ragion dell'influenza palatile: ends = *d'ns anice, génda ghian- 
da, innenz nenz = *ina'nz innanzi (ma: pidnzar piangere). Forse anche 1'/, 
che entra certamente nell'e di ébi (alvjo-) truogolo, è piuttosto un i d'attra- 
zione (a'ivj-; cfr. gheba- q^-kìhdk^ ca.\ea, onde ghibiol), che non il mero esito 



402 Ascoli, 

del / (§§ 13, 1G3); al qual supposto mi conforta in ispecie la molta estensione 
di cotesta forma collVh": boi. e ferr. aib (Flechia, Rw. I 97), friul. l-aip, 
Arch. I 510. E finalmente ò notevole che il raro t = e pur qui appaja in due 
casi di antico C'fi : zira cera § 17, e alsiv (elicere) 'comodità', loisir, § 125, 
cfr. Arch. Ili 72 n. 

Ora una rapida serie di noterelle minori, prima di lasciar questa bellissima 
'Descrizione del dialetto romagnuolo'. §§ 32 e 55. Il soverchiare dell' e 
da i di pos. (mèli, vèlia), è messo a giusto riscontro del soverchiare dell' o 
da ìi di pos. (sótt asciutto, ffost giusto). Ma siccome pur questa maggiore 
estensione de' due fenomeni si risolve per gran parte in una livellazione di 
lunghe e di brevi (cfr. Arch. I 23, 34-37 ecc.), cosi giova pur confrontarla 
coir e che entra anche nella serie dell'f?, e coll'o («) che entra anche nella 
serie dell'cJ (§§ 18 e 41), sebbene in questi casi sia il riflesso della lunga, 
anziché quello della breve, a oltrepassare i legittimi confini. §§ 22 e 45. 
La differenza tra breve e lunga potrà ancora distinguersi nella posizione ro- 
manza, d'accordo col toscano. Così: scljar (non sèljar), ex-éligere, tose, sel- 
jere; e fulp (allato a fùlp), polypus, tose, polpo, cfr. Arch. II 146. Ma nel 
primo esempio vanno forse considerati anche i suoni circostanti. § 59. 
résna, ruggine, è qui hito - aerii//ine , con riflesso eccezionale dell' ?«. Ma 
sarà r[u]é6na = roblgine', cfr. Arch. I 547. §§ 114, 135; bsell {hzell), 

pisello, e i?<», giogo. Il b del primo esempio, e il u del secondo, son fermi 
in troppi dialetti perchè si debbano chiarire o esporre in maniera che paja 
più specialmente convenire a questa parlata. E pure il ce di quacc , quatto 
(§ 199, fatto pari a coacto-), è molto diffuso; e io non oserei dire ch'ei rap- 
presenti, per eccezione, o qui, o nella moderna Venezia (quaco), o nel tori- 
nese (quacc; e non qudit, come coacto- vorrebbe), il fenomeno di CT in e. 
Crederò piuttosto che quacc, quàco, non &\^- coacto-, ma ben sia uno dei 
tanti participj sincopati (cTimo = chinato, ecc.); e che *quacato, o vogliam 
dire il suo infinito *qu\v]acare, sarebbe in forma toscana *covacchiato *co- 
vacchiare, star rannicchiato nel covo. § 115. Ottimamente descritti due 
singolarissimi casi: dbu ecc. =: è[c]ì;M[fo] ecc. (allato a bev bevo, ecc.), e dben 
~ iiWrtjT = vivagno. E saremo, in fondo, a questo, che riusciti attigui, per di- 
leguo della vocale atona, due suoni identici o quasi identici tra di loro (bv bb), 
il linguaggio, nell'intento d'impedire una soverchia riduzione, ricorre a una 
delle dissimilazioni più eroiche di cui si possa dare esempio. Consimile fe- 
nomeno, ma non così sovversivo, è nell'engadino dtó-tettdu tettato, Arch. I 
220. Ma s'è lecito, una volta tanto, ricoi'dare un accidente che spetta a fasi 
ben rimote, gli è bello vedere come dal romagnuolo venga singolarissimo 
conforto a chi non vuol riconoscere se non un fenomeno di dissimilazione 
neWad che la declinazione del sanscrito ap, acqua, ci mostra dinanzi agli 
esponenti di caso che incominciano per bh; p. e. ad-bhis - ^ab-bhis = ap4- bhis. 



Ricordi bibliografici: 2. Mussafia. 403 

con le acque. § 169. Bell'esempio di dissimilazione abbiamo inoltre nel ben 
chiarito nuvla- l-uiula ugola, cfr. Arch. I 532 513. E la spinta dissimilatila 
va insieme riconosciuta nel § 185 {lómina — nomina, ecc.), e ancora più lar- 
gamente nel § 174 {altéria - arteria, ecc.). § 177. Qui è detto, ma in modo 
affatto dubitativo, che se murgój, moccio, può rivenire allo stipite muc-, sa- 
rebbe esempio di epentesi di r tra vocale e gutturale. Ma questa è un'epentesi, 
che a ogni modo non sarebbe cosi facilmente consentita, malgrado il logud. 
marghinare allato a maghinare., macinare, o altre analogie di simil fatta. E 
veramente, nel caso di miirgój andrebbe chiesto, in primo luogo, se Vu vi 
sia genuino, o non sia piuttosto la riduzione di una diversa vocale, per effetto 
del hi. La risposta non è facile; perchè Va, che s'incontra in voci sinouime, 
ò un elemento mal sicuro, sempre trattandosi di prima sillaba fuor d'accento. 
È tuttavolta codest'a un indizio importante contro il valore etimologico dell'u 
di murgój; e si vede in marghi, moccio, marghión (un po' incerta, nella mia 
fonte manoscritta, questa voce), moccioso, inetto, di Valle Leventina, dai quali 
non si possono disgiungere i com. e mil. margdj sornacchio, margajd sor- 
nacchiare. Quando poi Yu di murgój resulti genuino, non sarà fuori di luogo 
il chiedere, se un traslato, analogo a quello per cui 'faex' venne a dire 'escre- 
mento', non abbia a condurci da 'amurca' a 'moccio'. A ogni modo, non parrà 
qui affatto inutile un po' d'inventario dei continuatori del lat. amurca, il quale 
veramente dice 'la sporca spremitura dell'oliva, che precede l'olio'. L'aferesi 
vi è costante, e dev'essere antica; e perciò illusorio Va- che pur c'è dato 
in una vecchia forma dialettale che tosto incontrianio. Lo schietto tipo mor- 
fologico è nel catal. morca, spagn. morga (Diez), aret. morca, s-morchere 
levar la morca, purgar l'olio, fig. pulire, pareggiare, correggere, sardo raerid. 
murga, venez. morga morchia, mor gante raccoglitore di morchia, travasatore 
d'olio, friul. mòrve. Il Diez attiibuisce morca pure al milanese; ina qui ve- 
ramente s' ha marca, che risponderà all'ital. mórc/ua = a murc'l a (cfr. p. e. 
mil. i:ercd cerchiare, covercéll coperchiello); e inoltre il contadinesco s-mólca. 
Ad amurcla dee anche rivenire l'importante forma dell'odierno bergamasco: 
muda (cfr. Arch. I 303-4), con ettlissi di r. Il sardo merid. ha poi, oltre 
murga, pure murza, cui rispondono normalmente i logudoresi mùrza e mwl- 
za\ e così veniamo a incontrarci con l'altra forma che è nel lessico italiano, 
cioè con morc!a=:amùrc-ea amurc-ia (cfr. Arch. II 138 144), Il Biondelli 
{Dial. gall.-ital., 91) cita amtircia, morchia, dal Vocabulista ecclesiastico, 
vocabolario lombardeggiaute di Frate Bernardo Savonese (Milano, 1489); ma 
Va- vi è certamente di falsa apparenza etimologica, e può solo chiedersi a 
quale delle due forme derivate (amurcla amurc-ia) s'abbia veiamente a ri- 
condur codesta voce ; dove noterò che un elenco valtellinese mi dà mólsa 
'rimasura dell'olio', il cui s^ potrebbe accennare ad amùrcia (cfr. mil. e 
vaiteli, maria marcia, mil. ^roi braccio), piuttosto che ad amurc'la. E il 



404 Ascoli, 

discorso s'ò intanto già fatto troppo lungo, perchè mi resti ancora campo 
di spendere parole anche intorno alla struttura morfologica del faent. miir- 
gój. § 193. incózan incudine; risale veramente a *incndjine\ e ai ri- 

flessi, che di questa base si hanno in molti parlari moderni (cfr. Arch. I 
371 n,, II 119 n.), si aggiunga l'antico aret. ancugine (Flechia, liiv., II 
192 n.). Più singolare è l'incontro del faent. ingóstria, industria (§ 149), col 
friul. ingustrie, Arch. I 513. § 235. È qui discussa e lasciata aperta 

la questione circa il t di intla nella, ecc.; ma si vede che l'autore propende 
giustamente a vedervi il t di intus, anziché un elemento epentetico. Gl'idiomi 
ladini confermano, nel modo più perspicuo, il valore etimologico di codesta 
dentale; e qui mi limiterò a citare l'esempio soprasilvano ent-en la terra, 
nella terra, letteralmente: intus-in Illa terra. § 248. Nel -ja enclitico, 

che per la costruzione interrogativa si aggiunge alla 1. ps. sg. e pi. del verbo 
(ó-ja ho io?, cardén-ja crediamo?), altro non vedrebbe il nostro autore 
se non una variazione di quell'a che si premette alla 1. sg. e alla 1. e 2. pi. 
del verbo, ed è quasi wn' appoggiatura pronominale indefinita {a cred credo, 
me a cnoss io conosco; a cardi credete). Ma qui mi devo far lecito di ri- 
cordare ciò che altrove ho detto intorno alle corrispondenti combinazioni ve- 
neziane ó-go poss-io fem-io ecc. {Zeitschrift f. vgl. spr., XVII 276 = Sludj 
crii., II 150-51). E noto finalmente ancora, che lo specchio delle desinenze 
del presente faentino (§ 258) ci mostra fissato nel plurale del congiuntivo 
il -ja alla prima, e un analogo -va alla seconda, anziché un semplice -v 
com'è nella interrogazione (si-v siete?). Son dunque le desinenze di codeste 
due persone: -enja -cva, rimpetto ad -én -e dell'indicativo. 

Passiamo a toccare del Contributo alla conoscenza dei dial. dell'It. sup. nel 
sec. XV (pag. 128, in 4°). S'ha qui lo spoglio di tre glossarj italiano-tedeschi 
di quel secolo, due inediti, uno de' quali in due esemplari, e uno a stampa, in 
quattro edizioni, tutte del secolo stesso; spoglio illustrato, che s'intende, anzi 
amplissimamente illustrato, e preceduto da una introduzione grammaticale, op- 
portunamente limitata alle due fonti più importanti, le inedite. Ne è risultato 
il più copioso lavoro di lessigrafia comparata che abbia sia qui veduto la luce 
intorno a' dialetti italiani; e poiché é un lavoro che versa intorno a regioni 
limitrofe alla zona ladina, VArchivio gli è vincolato con legami di particolare 
aflBnità, e mostrerà, a suo tempo, quanto gli sia stata profittevole una cos\ 
cospicua parentela. 

Dice il Mussafia (p. 22), che i caratteri fonetici di una delle due fonti ine- 
dite (B) accennino con sufficiente sicurezza a Verona e circondario; e che 
non v'ha poi nessuna ragione che osti a considerare l'altra fonte inedita (A) 
come del dialetto di Venezia, intesa però più propriamente, sotto questo no- 
me, la parlata plebea, rustica, qual ci appare ne' poeti vernacoli di Padova, 
Vicenza, Treviso, del sec. XVI, e oggi ancora, per molte parti, ne' vernacoli 



Ricordi bibliografici: 2. Mussafia. 405 

de' contadi di cotesto regioni e di Chioggia, Barano ecc. Ora io non sono 
qui certamente per dire che questo doppio giudizio vada contro la verità; ma 
pur mi vorrei permettere alcune avvertenze. Anche circa la fonte A, il giu- 
dizio deve essenzialmente dipendere da' criterj fonetici; e questi, a ben vedere, 
ci conducono a una sentenza assai meno elastica, e specialmente a una cir- 
coscrizione territoriale di gran lunga più ristretta. Poiché, in effetto, quali 
fenomeni ci porterebbero mai al di là della cerchia della metropoli veneziana 
(cfr. Arch. I 448-65) ? Non bastano a ciò di sicuro le troncature affatto spo- 
radiche {inans ecc. p. 15, cfr. Arch. I 457); o il mal certo rasuor (ì-asaórì) 
rasojo, p. 18; o qualche esempio di più, che oggi non s'abbia, di -o per -e 
di nome maschil9 (ramo rame, ecc. ib.). Ma altro che appaja estraneo o ri- 
pugni a Venezia non si vede affatto in codesta fonte; e vuol dire, più spe- 
cialmente, che non vi ricorra alcuna delle vere caratteristiche pavane (Arch. 
I 420-33). Che se la base di questa fonte deve cosi parerci troppo allargata 
dal Mussafia, ci deve poi d'altronde parere ch'ei limiti di soverchio quella 
dell'altra. Di certo, essa offre un carattere e un esempio che son cospicua- 
mente veronesi (v. p. 13, dove sono in ispecie da considerare gl'infiniti, e 
p. 16 al princ. ; e aggiungerei il fenomeno di j - *g -j lat., p. 18, cfr. Arch. I 
432-33); ma altri suoi caratteri ci lascerebbero indecisi tra Padova e Ve- 
rona; e altri ancora, e un singolo ma cospicuo esempio, ci portano decisa- 
mente verso Padova (i dittonghi dell'^' e dell'ó, e in ispecie quello di vituoria; 
e end = *cria[d]o, allato a cria, p. 15); a tacer del singolarissimo ó ed uo 
[óchi ecc.), che accennerebbe all'alto bacino dell'Adige e alla Lombardia 
(Arch. I 406-7), come accenna alle stesse direzioni: vénder = \a.t. vannere. 

Ora si tolleri un brevissimo saggio di note e ricordi di varia specie, che 
vorrebb' essere meno indegno dell'opera magistrale intorno a cui s'aggira. Le 
vestigia ladine non potrebbero non apparire scarsissime nella fase veneziana 
veneta che è rappresentata da codesti glossarj ; e del poco che riesco a 
notare, la parte che sarebbe più considerevole mi resta incerta. Cosi i plur. 
fem. in -i, come le femini B, le palpieri A, ecc. p. 19, i quali parrebbero 
plurali friulani non appena spogli del -s (féminis ecc.), come appunto oc- 
corrono nell'odierno muggiese (Arch, I 518-19 n. ); ma ci vorrebbe qualche 
ulteriore conferma. Poi: lume de rosa B, allume di rocca, p. 15, dove roza, 
se è corretto, potrebbe stare per roc'a, roce, cioè per la riduzione ladina o 
friulana di 'rocca' ; e non osterebbe il non trovarsi nel vocab. friul. del Pi- 
rona se non lum di rocc. Ancora: desmentiè A* (desmentighè A'), p, 18, cfr. 
friul. dismented dismentijd, dimenticare, Arch. I 521-22;- autono A, p. 14, 
cfr. ib. 507 (num. 93);- e il poco conclusivo ajere AB, aere, cfr. ib. 532. Ma 
le terze plurali (p. 19) si dovranno certamente ripetere da influsso lettera- 
rio. Del participio in -està è citato e sarà qui il solo esempio : tasesto, 
p. 21. A proposito del qual tipo, giova insistere sull'antichità dell'esemplare 



•106 Ascoli, 

movesto (cfr. Ardi. I 431 459), che ormai può essere presunto il primo della 
serie. Ne ritocco altrove; ma noto qui intanto come il fem. movesta, mossa, 
in funzione di sostantivo, va restituito tanto più sicuramente in un passo di 
Bonvesin (cfr. Romania, II 115), ora che accanto a moést, mosso, si vedo lo 
stesso movesta (movesta), moto, movimento, nel bel vocabolario bergamasco 
d'Antonio Tiraboschi, con un esempio dell' Assonica (sec. XVIl). EI è 

d'un ben aidar, é la risposta a de che tempo à-lo, e si rende, nella 
versione tedesca, per 'egli ò in buona età'; p. 24 (A), Il Mussafia suppone 
che s'abbia ad accentare didar, e cosi gli par giustamente voce affatto sin- 
golare e inaudita. Ma dev'essere aidar ( = ajutare\ che dal primo significato 
di 'assistere' passa a quello d'^esser valido.' Cosi il toscana aitante equivale 
a 'robusto'; e la voce imperativa dide è nel friulano per 'fatti animo!', 'su 
da bravo!'. Ora dunque vedremmo nell'antico veneziano l'infinito in funzione 
di sostantivo (esser valido = validità). Asunar AB, raccogliere. E il no- 

stro autore annota: 'Cosi anche in Fra Paolino; in Ruzzante: arsunar {ar 
'-ad); ora nel ven. ver. e ferr. sunar. Pare un composto con su s-\a èia. 
'prefissione favorita. A stento da adunare; con d in z (prov. azunar), e 
'questo in s.' La combinazione con adunare parrà anche a me giustamente 
rifiutata, malgrado qualche particolare allettamento che ci verrebbe dalla 
Crusca, come ora appunto vedo da un'ampia scrittura che il valoroso filologo 
Bianco Bianchi viene preparando intorno a' verbi composti della lingua ita- 
liana. Scrive egli: 'asunare att., da aunare, per le forme intermedie ^ajunare 
'(che è nel glossario) *agiunare, dev'essere voce romaguuola, e fa meravi- 
' glia il trovarla in testi toscani; la forma assunare non può non ritenersi 
' che come uno sbaglio di copista, dovendo essere sonora la pronunzia di s.' 
Ma venga di Romagna o di Pi-ovenza la voce che è penetrata nella Crusca, 
crederò poi che le forme vernacole asunar (a-gundr) arsunar {= re-gundr), 
le quali nuli' hanno a vedere coW asunar (ahmdr) provenzale, ci conducano 
a una corrente molta estesa di paralleli importanti e non peranco avvertiti o 
chiariti. È noto che dalla base latina simul (simil-) si ottengono due serie 
distinte di voci romanze, nell'una delle quali è il concetto di 'radunare', nel- 
l'altra quello di 'somigliare'; e cosi: I. insembre {-inseml-e), assembra- 
re, ecc ; II. sembrare, rassembrare, ecc.; l'attiguità de' quali concetti ci può 
anch'essere facilmente rappresentata dalla vicenda ideologica della voce 'com- 
pagno', che dice 'quello che si combina con un altro, in quanto gli si associa', 
e poi, massime fuori di Toscana, pur 'quello che si combina con un altro, in 
quanto gli somiglia'. Ora, v' ha una corrente parallela, e anch' essa a doppia 
serie, nella quale si vede l'elemento nn o «, in luogo dell'elemento mi (mr 
mbr); e cosi: I. loren. ensenne ensemble. Oberi. 210, cfr. voges, 123 (per la 
chiave delle citazioni, v. Arch. IH 9-10 e 60); ossane ensemble. Cord. 12; 
cambr. rassenné rammassò. Mèi. 466;- If. loren. il senne serable, Oberi. 



Ricordi bibliografici: 2. Mussa fia. 407 

259; setmer sembler, rcssenncr resserabler, Cord. 50; piccardo sanez sem- 
blez, Schnak. 266; rouchi (arrondiss. d'Avesnes) senne serablant; borgogn. 
sanne semble, Schnak. 245. Alle quali forme, altre se ne aggiungono colla 
vocal labiale, che perciò accennano a nn = MN (cfr. somigliare - simigliare, 
e meglio sumnd sicnd dell'alto mììsin., - seminare, come nel Jura: souner 
semer): voges. soune semble 133, ressoune semble 118, se resounent ss res- 
semblent 121, resonnont resserablent 142; il cui g {ù) si sarà primamente 
sviluppato nella sillaba protonica {sgnndr ecc.) e poi comunicato anche alla 
tonica (cfr. del resto: fnmna fùmna femina, nel piem. ecc.). Noi dunque 
troviamo al di là dell'Alpi, per limitarci a queste sole forme: r-as-sennàre 
assembrare, sùnàre re-sùnùre sembrare rassembrare; come tal quale di qua 
dall'Alpi: a-siinure re-sunàre assembrare, sunure sembrare (di quest'ultimo 
si ritocca tantosto); e fermiamo intanto, per via induttiva, che un antico 
-SEM'NARE chiarirebbe appuntino ogni cosa. Contro la qual restituzione, se 
pur non sapessimo avvalorarla con gli altri argomenti che tosto aggiungiamo, 
nessuno vorrebbe, io credo, accampar l'ipotesi che un prov. o ant. fr. en- 
sem-s insieme (odierno ocitanico ensen) foss'egli il tardo progenitore di tutte 
codeste serie. Sarebbe un'ipotesi, come ognun vede, affatto ripugnante; e 
r opporle il doppio nn che insistentemente ricorre, e Vu che già dicemmo 
accennare a nn = MN, sarebbe un opporle poca cosa in confronto della sua 
sconvenienza patentissima. Ben piuttosto è da avvertire, che anche Ven-sem- 
del prov. e dell'ant. fr., e lo stesso ital. in-sieme, s'adattano a IN-SEM'N, 
anziché a IN-SEM[0]L; come il prov. e fr. nom, it. nome, a nomen, o 
il prov. lum, it. lume, a lumen. L'Italia cosi avrebbe insieme (v., per il dit- 
tongo, il num. 11) = IN-SEM'N, e insembre = IN-SEM[OJL; la Francia (ant.) 
en-sem-, ne'dial. gn-senn- = IN-SEM'N, ed ensemble -\ì^-S,EM[0]L. E il 
ladino, alla sua volta, vien poi a confermare ogni cosa, offrendoci, nella varietà 
di Sopraselva: an-semmen, allato a an-sembel, entrambo per ^insieme'. Ora 
questo SEM'N, che così diseppelliamo in Francia, in Italia e alle Alpi occi- 
dentali, è sempre ben vivo in Rumania: scmen (seamàn) simile, a-semene 
pari, parimenti, seaman io somiglio, ecc. (v. Cihac, p. 238-9); e la variante 
SEM'N = SEM'L, comunque si possa ulteriormente chiarire, o sia anche di 
semplice alterazion fonetica, si manifesta a ogni modo, sin d'ora, ben preziosa 
ed antica. Ma qui intanto rimane da avvertire un fatto abbastanza curioso ; ed 
è, che partendo noi dal re-sundre, radunare, assembrare, rimasto enigmatico 
al Mussafia, si{<mo in effetto riusciti alla dimostrazione storica d'un processo 
ch'egli medesimo aveva cautamente divinato, nel toccare altrove di sùndre 
sembrare (Romania, II 124), ben riconosciuto da lui in Boavesin, in Ruz- 
zante, e nel mod. veronese. E passando ad altro, dopo aver rivendi- 
cato al friul. bujinz (p. 36 n.) la dichiarazione che ne dà l'Arch., I 497 n., mi 
fermerò a cospelo B, puntale del fodero della spada (p. 47). È sicuramente 



■108 Ascoli, 

uno sdrucciolo {cóspelo); e anzi non esiterei a restituire uua forma più schietta, 
se pur men veneziana, coll'o nella sillaba di mezzo (cóspolo), attribuendo Ve 
H un particolar vizio dialettale (cfr. crédelo credulo B, dónela donnola A, e 
simili; allato a colpeoele e simili, p. 13, come da antichi documenti vene- 
ziani: honorevcle, chaaevale caduca, quasi 'cadevole'). Ora questo cóspelo^ o 
meglio cóspolo, si ragguaglia al venez. cóspedo punta di ferro ecc., lat. cù- 
spide-, per un doppio fenomeno fonetico che si ripete frequentemente, e va 
cosi descritto: Ve atona mediana, che lo sdrucciolo ha nella fase anteriore, 
si riduce a vocal labiale per effetto della consonante labiale a cui succede, e 
insieme si riduce a continua dentale (l) l'esplosiva dentale della seconda 
sillaba postonica (d), il cui proferimento si viene rallentando per la lontananza 
dell'accento. Sta cosi cuspolo a cóspedo (in cui é notevole il genere mutato), 
come l'it. tréspolo al tréspido che è pur del vocabolario italiano, lat. tri- 
pede- (cfr. tris-pedium e tres-gonellus ap. Ducange) '. Terzo esempio è 
tórbulo B (p. 115), torbido, che ritorna in gran moltitudine di dialetti, cfr. 
Arch. I 548 &, aggiungendo gli aretini divenir turbelo, far turbeh, intur- 
bolare (Redi); e quarto porremo il friul. fùmul, di color di fumo, lat. fu- 
mido-, riserbandone qualche altro ad altro luogo. Sotto denziva gen- 

giva C (p. 49), in cui probabilmente altro non avremo (malgrado l'acutissima 
nota che ò in fondo a p. 63) se non un'allucinazione dissimilativa {zeniiva 
denziva) promossa o ajutata dal d- di dante, il Mussafia raccosta e dichiara 
qualche fenomeno fonetico in una maniera che mi dee parere alquanto ete- 
redossa. Sta intanto fermo, che pei dialetti ladineggianti, a cui il M. allude, la 
successione è: z d d, parallela a, g p. Quanto poi al sic. dinocchiu e simili, 
vorrei che mi fosse lecito ricordare la Fonol. indo-it.-gr., § 28 n. E giacché 
questo ricordo ci porterebbe anche fuori d'Italia e del mondo latino, mi sia 
qui lecito toccare anche di remoti esempj delle denominazioni 'duro' e 'grave' 
per 'fegato', di contro a 'tenero' e 'lieve' per 'polmone', seguendo l'invito 
che il nostro autore ce ne porge in una bella sua nota (p. 57). Vorrebbe egli 



* Tra le forme odierne, cita il nostro autore, sotto trespi (p. 116), il 
bresc. tréspec. Il più genuino trésped, tripos, è anche in un glossario latino- 
bresciano, inedito, che il Tiraboschi, già lodato, spero abbia a pubblicare. Si 
contiene codesto glossario in un codice cartaceo, che il Tiraboschi assegna 
alla fine del secolo XIV o al principio del XV. Le voci vernacole vi sono 
manifestamente di lombardo orientale; ma io lo dico addirittura un glossario 
latino-bresciano, a ciò indotto, oltre che da certi iudizj che il Tiraboschi ha 
raccolto, pur da qualche criterio lessicale. Cosi appunto trésped, oggi tréspec^ 
è bresciano, e non è del bergamasco, che ha tripé. Ugualmente la magiola, 
che occorre nel gloss. per 'fragola', si riproduce nel bresciano odierno (ma[i\'ó- 
le, fragole; Rosa, Dial. cosi, e tradiz. di Bcrg. e Brescia, 3."' ed., p. 76), e 
non nel bergamasco, che ha fregù, quasi 'fragone'. 



Ricordi bibliografici: C. Mussa fi a. 409 

qualche esempio di 'grave' =: 'fegato'; e VArchioio gliene aveva preparato 
uno (I 247), forse il solo che per ora si conosca. Ma quanto a 'lieve' o 'leg- 
giero' = 'polmone', la serie è assai lunga. Il dottora J. Ilararaond Trurabull, 
di Hartford nel Connecticut, in una sua Memoria: On Namcs for the Heart, 
Liver, and Lungs, in Various Languages, che io non conosco se non da un 
pajo di sunti (Americ. Or. Soc, Pi'oceedings, 1874, p. xxx-xxxi; Americ. Phi- 
lologic. Associai,, Proceedings, 1874, p. 31-32), adduce per questo traslato, 
oltre l'inglese lights , leggieri e polmoni: 'In Polynesian languages, Tonga 
^ marna means light and lungs; Hawailan akemama lungs is literally 
'light liver (Grerm. die leichte Leber). The Eskimo puak lung is 
' related io puìok to float on water; and the Mohawk ostiesera lungs, 
' to ostosera feathers, etc' Nota ancora il TrumbuU come in alcuni idiomi 
dell'America e dell'Africa la voce che significa 'polmone', o un suo derivato, 
serva d'epiteto spregiativo: 'codardo' ecc., del che la ragione deve stare, co- 
m'egli pure accenna, nella meschina apparenza e nel meschino valore del 
polmone d'un animale morto, in confronto del fegato ecc Ora anche il dizio- 
nario italiano registra 'polmone' col significato di 'uomo vile e dappoco' e un 
esempio del Salviati; e questo valore di 'polmone' s'incontra pur nel dialetto 
di Viterbo e dev'essere anche d'altri vernacoli italiani. Venendo a giemo, 
gomitolo (p. 63-4; cfr. qui la p. 424), dice il M., che l'è vi sia una singoiar 
trasformazione dell'o' di glomus. Ma questa grave anomalia bisognerebbe am- 
metterla per gran numero di dialetti neo-latini, pur fra di loro molto discosti, 
come iù parte si vede da questo stesso articolo (cfr. Arch. I 506 n. ); ed è, 
parmi, quanto dire che non si possa ammettere affatto. Risaliremo sicura- 
mente a due diverse basi romane: *glem- e glom-; e vien da pensare al- 
l'arcaico hemo, onde, per òm da em: homo, e anche a helus - holus. Ma osta, 
per ora, a una dichiarazio.ie di questa fatta, la natura ancipite dell'o di glomus 
{glom. e glom). Del rimanente, per doppie forme che insieme sussistessero 
nel volgare romano, e sono perciò entrambe riflesse dai dialetti neo-latini, l'una 
con e od i e l'altra con o o con u appunto per effetto d^Ua labiale attigua, 
si potrebber sùbito citare verso- vorso- (v., p. es , Arch. I 516 ecc.), e mo- 
nimento- monumento. Inchin a terra, insino a terra. Bene istruttivo 

anche quest'articolo; ed evidente l'influsso à^infin infma-mentre ecc. sulle 
evoluzioni dell' equivalente complesso preposizionale in cui entrava chi = qui. 
Ma non vorrei attribuire a codesto influsso Yen dell' c'n-c/it-a, insino, che 
occorre sin dal principio del sec. XIV, e senz'alcun accompagnamento di par- 
ticole oziose. Credeiò piuttosto che Ven-chi-a, tutto quanto genuino, abbia 
promosso, col suo en, l'influsso del sinonimo en-fln (in-fin)] e mi risolvo, 
nel modo che ora dico, l'apparente incongruenza di un in dove piuttosto si 
vuole e in eS'etto si trova un de {dc-chi-a di qui a). Credo cioè che i due 
modi sincroni (^nc/u'a, rfec/u'a (Cecchetti, Atti Istit. ven., XV 1618-19), sieno 

Archivio glottol. ita!., II. -'7 



410 Ascoli, 

in realtà uà modo solo, il primo de' quali abbia la prefissione pleonastica del- 
l' m (in-de-chla endchla enchia, - in di qui a); e sarebbe la prefissione me- 
desima che altrove ho mostrato in un tessuto molto analogo: in-de-unde, 
allato a dc-unde, unde, donde, nella qual combinazione pur veniva a tacere, 
per ragione diversa, il de (in-d-uonder innuonder inuonder ecc.; Arch. I 67). 
Intanto mi valgo dell'occasione, per metter fuori un antico documento vene- 
ziano, ancora inedito, nel quale, come poc'anzi accennavo (e non è il solo), 
s'ha enchia senza alcun accompagnamento che ridondi. Vi si hanno insieme 
parecchi esempj del -s di seconda persona, in perfetta armonia con quauto 
era detto di codesto carattere a pag. 401-2 del primo volume àeìVArchivio. E 
il documento mi viene dalla intelligente e cortese amicizia di Cecchetti. 

Nu doxe Cum Io nostro conscio Cometemo a ti discreto homo 
zan de varin che cum quanta sollicitudene tu pos [puoi], tu 
vadi a cavo distria, e la toras [ton-ai] lo discreto omo Nicolo 
trivisan, e dela intrambi ensembre ande cum tuto lo maor studio 
che vu pore enchia Modhon. Equaado vu sere la debie avrir la 
letera nostra la qual coiiten en man de vu entrambi, e fare quello 
che se conten en ese 

Data ultimo Noverabris Vili ludictione [lo09J 
Johann! de Varino et Nicolao Travisano 

Ecoti avu comandemo per nu e per lo nostro conseio che siando 
[essendo] vu zonti [ghtnti\ a Modon tu Zane debis [debba] re- 
magnir [rimanere] ad Modon et esser ali nostri Castellani ala 
guardia de Mothon sicomo eli te ordenera. Ali qual vu dare le 
nostre letere le qual nu li mandemo, e quelle che nu manderao a 
negropo. e dareli curaze LXXX furnide de colali e vanti [cfuanli], 
milliari VI de falsadori, milliari VI de quarelli usadi e ballestre 
L e libre XV de spago da ballestra . e fato zo tu Nicolo trivisan 
va viaza mentre ( viaz'a-men tre celeremente, speditamente) ala 
Chania et presentate alo rector alo qual tu daras [darai] le 
nostre letere che nu mandemo si ad elio cho alo ducha nostro de 
Crede, e daras alo dito rector lo remagnante de le arme, zoe 
curaze C. furnide de colari e de vanti, ballestre L, et libre XV 
de spago da ballestre, falsadori milliari VI et milliari VI de qua- 
relli usadi .e debis attender alo dito rector ala vardia dela 
Chania et far si coello [co elio, com'egli] te ordenera. 
Data die ultimo Novembris. 

{Lettere Collegio, 1308-1310; p. 64.) 

Due sole noterelle ancora, per toccar di sororo B sorella (p. 109), e spie- 
goler A specchiajo (ib.). Della prima voce sospetta il Alussafia che sia un 
mero latinismo. Ma è forma viva tuttora nell'Istria veneta (Arch. I 415 n.), 
e la ho pur da un antico testo veneziano, che sarà stampato fra poco. Di spie- 



Ricordi bibliografici: 2. Mussafia. 411 

fjolcr dice egli poi, che presupponga uno *spiègolo = speculum. Ma imprima 
v'avrebbe ìa doppia difficoltà, che nella regione in cui si versa coi presenti 
saggi, e nelle contermini, sempre è continuata la base spedo- e non mai la 
base speculo--^ e che ancora bisognerebbe ammettere la permanenza dell'io 
dall'è; tonica, in una forma che fa di quest'e la prima delle due vocali pro- 
toniche (speculàrius). S'aggiunge poi, che appunto in questa regione abbiamo 
la figura spleco = spedo (Arch, I 421 n., 461), nella quale la metatesi è gua- 
rentita dalla seconda sillaba (-co e non -do o -gio, cfr. padov, spiegio), e 
tolto con ciò ogni sospetto che spie- sia un'illusoria ricostruzione dei lette- 
rati per uno spie- di pronunzia volgare. Insieme si aggiungerebbe il normal 
derivato per -(trio da codesto spleco, ed è spiegarlo (sec. XIII), splegher 
(bis, sec. XIV), spleger (s. XIV), esempj pur questi che devo alle benevole 
e dotte premure del Cecchetti. Ne viene, che una voce normale per '.spec- 
chiajo', nell'età veneziana che ci è rappresentata da questi saggi, sarebba 
spieghér - splegher (pje - ple etimologico); e rimarrebbe da dichiarare Xol 
della forma spiegolér, per il quale, anziché a un vero iucrociamento del do- 
cumentato tipo veneziano 'spiegano' col lat. 'speculàrius' che nelle Matricole 
si potea per avventura conservare, vedrei semplicemente una forma analogica 
sulla stampa di 'cartolajo' allato a 'cartajo', e simiglianti, dove é anche da 
confrontare, dallo ste-so dialetto di Venezia: strazzoloso, allato al più ant. 
strazzoso, cencioso. Del resto, nell'odierno veneziano, non altro che spèco e 
specér. 

E così staccamdomi, per ora, ma proprio a stento, da una tanto ricca mi- 
niera di belle e buone cose, quant'è questo amplissimo Contributo del Mus- 
safia, passerò a toccar finalmente dei Cinque sonetti antichi, o meglio delle 
considerazioni, messe innanzi dallo stesso Mussafia e dal Caix ('Rivista Eu- 
ropea' del De Gubernatis, anno VI, voi. I, p. 72-80), circa la patria che si 
debba loro assegnare. Il Mussafia, che li ha scoperti sopra una membrana, di 
scrittura del secolo XIV, li crede toscani; ma copiati da un emiliano, che 
v'abbia introdotto V ei = e ed oé lat. (non ae come ha la stampa del" Mussa- 
fia, per uno sbaglio che il Caix ricopia), e V cis - éns lat.: veiro, peisi, ecc_ 
Il Caix però, nel suo buon articolo, adduce peise apreise meise {eis = ens) 
dal codice ricardiano di Ristoro d'Arezzo, e anche ne cava un isolato seite 
= sete {ei = é). Supponiamo dunque, argomenta egli, che l'autore fosse are- 
tino, e cesserà il bisogno di attribuir V ci a un copista emiliano. Ma anche 
altri criteij aggiunge il Caix per Y aretinità di questi sonetti; e mi persuade 
più ancora che non vorrebbe; giacché circa gl'influssi emiliani, di ragion 
letteraria, ch'egli poi trova o nei sonetti stessi o in Guittone, ci sarebbe non 
poco da ridire, come anche resulta dalla osservazione che ora aggiungo. Dico 
cioè, che ammessa V aretinità dei sonetti, non é perciò esatto, o almeno non 
è senza ambiguità, il dire col Caix che 'l'uso di ci- e ecc. non era nel se- 



41:2 Ascoli, 

colo XIII affatto ignoto alla Toscana, come si crede'. Poiché l'aretino ha in 
effetto basì non toscane, le quali dipendono da un fondo dialettale che per 
ora diremo, non sapendo far meglio, umbro-senone (cioè, per la rispettiva 
sezione della spina italiana: circum-apennino). Se ne ritocca ai num. 9-10 
dei presenti Ricordi, dove è posto qualche particolar quesito intorno a co- 
desto substrato dell'aretino, il quale naturalmente dovià riuscire tanto piii 
perspicuo, quanto più saranno antichi i monumenti che del dialetto si pos- 
sano osservare. Qui intanto aggiungo l'avvertimento, che Vei = é ecc., il quale 
è a Bologna, ma nella direzione di sud-est non pareva più continuarsi, poiché 
Imola, Faenza ecc. più noi danno, ricompare oggi ancora, ben più in là, in 
quella stessa direzione, dandoci Savignano di Romagna: vlei volere, ufcisa 
ufeisi; mumeint', e anche preim-*prein primo, dei aìre, preigh prego. L'ai 
= ei = è che può sentirsi anche negli Abruzzi ed è appunto ricordato dallo 
Schuchardt a proposito dell' ei di questi sonetti {Centralblatt, 5 die. 1874, 
col. 1628), non va poi trascurato di certo, ma neppur vuole un'immediata 
considerazione nel presente nostro caso. 

3. Saggio sulla storia della lingua e dei dialetti d'Italia, con un'intro- 
duzione sopra l'origine delle lingue neolatine, del doti. Napoleone Caix. 
Parte prima. Parma, 1872; pag. lxxii-160, in 8°. 

U Introduzione è molto migliore del Saggio, perchè è scritta manifesta- 
mente un po' più tardi, e il Caix è ancora in quell'età felice, che consente 
a' pari suoi un progresso rapido e continuo. Anzi è da credere che l' Intro- 
duzione sarebbe riuscita ancora meglio, se l'autore non fosse stato costretto 
a mantenerla in una certa armonia coi capitoli a cui la premetteva; e le 
esigenze di codesta armonia gli si renderanno, per sua fortuna, addirittura 
moleste, quand'egli si farà a dettare il compimento del volume. La Critica, 
dal canto suo, scorsi ormai quasi tre anni dalla pubblicazione di questa prima 
parte, sente come stremate le proprie funzioni, dovendo accadere, non poche 
volte, ch'ella sia tentata a ripetere, con poca o nessuna differenza, ciò che 
l'autore avrà già detto a sé medesimo. E si può anzi affermar sicuramente, 
che uno dei migliori critici delle pagine di cui si viene qui a toccare, sarebbe 
oggimai l'autore stesso. 

Buono è dunque, in generale, il discorso in cui sono riferite o esaminate 
le varie opinioni o teorie che intorno alla genesi delle lingue neolatine furon 
per r addietro professate, e si afferma e conferma la giusta dottrina che oggi 
prevale (x-xLix). Bonissime poi le osservazioni critiche intorno alle pretese 
influenze dell'elemento germanico; e acuta e felice la considerazione degli 
effetti che si debbano ripetere dalla somiglianza fonetica (spesse volte proce- 
dente da vera aflSnità originale) degli equivalenti latini e germanici, che si 
trovavano come alle prese fra di loro : p. e. il lat. trahere ( = traere trarre) 



Rico: di bibliografici: 3. Il Saggio del Caix. 413 

col got. tairan (stirare) '. Se, del resto, ci fosse ancora bisogno di aggiun- 
gere argomenti contro le ipotesi delle profonde modificazioni, e variamente 
profonde secondo le diverse regioni romane, che l'organismo latino abbia sof- 
ferto per l'immissione germanica, se ne potrebbe ricavare uno di più, e tut- 
t' altro che lieve, dal fatto che una cosi cospicua porzione degli elementi 
lessicali germanici, entrati a far parte degli idiomi latini, occorra ugualmente 
in tutte codeste favelle. Poiché il fatto di questa comproprietà generale, che 
giustamente eccitava la meraviglia del Diez (gr. P 67), dovrà senz'altro 
ripetersi, nella maggiore e più importante sua parte, dalla molta antichità 
dell'immissione, e l'innesto perciò risalire a un'età in cui tanta era ancora 
la vitalità propriamente romana, da non potervi di certo il linguaggio latino 
andar modificato, e anche variamente secondo le varie contrade, per virtù 
di uu' infiltrazione che era esigua per sé, ed era poi la stessa dappertutto. La 
comunanza di codesti elementi germanici riesce anzi affatto inconcepibile se 
non le si trova una ragione storica la quale si connetta, o addirittura s'iden- 
tifichi, con quella dell'estendersi dslla parola latina al di là dei confini del- 
l'Italia, e sia perciò anteriore alle invasioni germaniche. Ora una tal ragione 
storica, bastevole e congrua per ogni lato, io la vedo, molto semplicemente, 
nel legionaiio di Roma, o sotto le insegne o fatto colono; la vedo, in altri 
termini, nel linguaggio castrense, al quale l'elemento germanico delle truppe 
ausiliari e le 'guardie' teutoniche dovevano aver dato una gran parte delle 
trecento voci tedesche che si trovan comuni alle diverse favelle neo-latine- 
Vegezio, nella seconda metà del quarto secolo, adducendoci burgus quasi 
termine tecnico per 'castellum parvulum' (quem burgum vocaut), ci dà un 
beli' esempio di codesta serie esotica che già a' suoi tempi dovea parer di pa- 
trimonio latino, anziché roba estranea e d'importazione recente. I criterj fo- 
nologici suffragheranno poi alla lor volta il raziocinio storico; e cosi è bello 
vedere il t- dello stadio gotico (non lo z- dello stadio alto-tedesco) in tirare 
toccare torba taccagno, che .son tra codeste voci comuni, o i nessi -rd- -Id- 
dello stesso stadio gotico (non rt It dell' alto-tedesco) in ardito falda, ed al- 
tri, che pur sono della categoria medesima. 

Ma riserbandomi a tenere altrove un discorso meno rapido intorno a questo 
argomento, mi riconduco ora al Cais, per convenir subito che di pregi non 
ne mancano pur nei fogli che tengon dietro alla buona Introduzione, e per 
tornare a distinguere, in ordine ai difetti, fra il Caix d'allora e il Caix quale 



' Fra le voci italiane nelle quali i due equivalenti sien come fusi insieme, 
mi pare ben messo bréltijie, in cui sarebbe l'ant. alto-ted. brittil (cfr. Diez 
less. s. brida e brete), modificato da ^retine, che però non si può dire voce 
latina, come fa il Caix, ma resulta dall' it. rédina ecc., ed è veramente un'an- 
tica estrazion volgare di sostantivo da infinito (Diez gr. IP 291). Impasto di 
brida e freno sarà poi la bréna del venez., friul. brine, briglia. 



414 Ascoli, 

io lo presumo oggidì, t^l che le ammonizioni sempre mi pajan piuttosto dirette 
ai lettori che non all'autore del Saggio. Le cause naturali e storiche, dalle 
quali si abbiano veramente a ripetere le varie trasformazioni della parola ro- 
mana, son quivi considerate con occhio assai incerto, che talvolta smar- 
risce ogni giusto criterio dulie proporzioni eifettive *. Il Caix oggi per fermo 
rimuterebbe, da capo a fondo, le [ìagine in cui ne discorre; e anche vorrebbe, 
in quest'occasione, mandare in buona pace e il sanscrito e il bengalese e gli 
Arias, e ogni altra divagazione di simll fatta. Ma più ancora urgerebbe ch'egli 
discorresse al pubblico de' suoi pentimenti o de' nuovi suoi argomenti e pen- 
sieri intorno alla classificazione de' dialetti italiani, che avrebbe ad essere la 
pagina culminante del libro (p. 34) ed è riuscita una pagina ben singolare. 
Non è affatto possibile che il nostro autore persista a credere sufficienti i 
motivi che per la sua classificazione egli ci ha dato in questo Saggio. La- 
sciamo andare il gruppo illirio-italico ch'egli formava, 'all'estremo nord-est', 
coi dialetti 'parlati nelle ultime regioni alpine e più particolarmente nel Friuli', 
esagerando il valore di alcuni punti di contatto che son realmente tra le 
estreme propaggini orientali della lingua di Roma e le parlate friulane, e pre- 
sumendo di aver trascelto il più conclusivo o uno de' più conclusivi fra co- 
desti punti di contatto, quando all'incontro non allegava se non una somi- 
glianza del tutto illusoria (Io tz rumeno di moavlzi ecc , cioè mortai, di contro 
allo z friulano di muarz ecc, cioè mort-^s\ p. 30). Lasciamo dunque andare 
la sua caratteristica del friulano, che farebbe indietreggiar la scienza di più 
d'un terzo di secolo-; e fermiamoci piuttosto al gruppo ibero-italico, ch'e- 
gli formava de' dialetti seguenti: 'il siciliano, parlato anche all'estrema Ca- 
labria e in una parte della Sardegna [v. ora, Arch. II 132 n.]; il sardo diviso 
Mn logodurese e campidanese; il córso; e il ligure.' Ma che cosa ci ha egli 
mai addotto per legittimare la sorprendentissima affermazione che il siciliano 
abbia a andar divulso dal napoletano, il quale entra, col toscano ecc., nel 
suo gruppo italico? Men che nulla (p. 24-5). E per T'iberità' del ligure 
che cosa ci ha egli addotto? Un fenomeno che il ligure avrebbe comune 
coir odierno portoghese e appunto è comune anche al napoletano ( l' esito pa- 
latino dipi), e un'altra coincidenza tra l'odierno genovese e l'odierno por- 
toghese, circa il valor della quale può ora vedersi l'Arch. II 155-6 n. e 122, 
e dalla quale era a ogni modo assai curioso che si avessero a inferire origini 
'iberiche' (p. 25). Quanto poi alle 'proprietà singolarissime', che il sardo 
avrebbe comuni con lo spagnuolo, e sarebbero il fenomeno di F in ^ e l' aspi- 
rata che gli Spagnuoli rappresentano per J (p. 24), queste addirittura si ri- 
solvono in mere illusioni. L'aversi in qualche parlata sarda h per e o per f 



Cfr. p. 2, 3, 5, 6, 14, 32, 33; Lxvi. 
Cfr. DiEFENRACH, Celtica, I 238 (1839). 



Ricordi bibliografici: 3. Il Saggio del Caix. 415 

iniziale, e anche per G interno (Spano, Ort. 30), dove sarebbe anche da vedere 
come poi si determini il suono iniziale quando la voce precedente finisca in 
consonante, non è cosa da confrontarsi in verun modo col h che per il solo 
F- ci occorre a' due versanti de' Pirenei ; e se alti-e parlate sarde hanno mayu 
per marchio o paya per pasqna (Spano ib. 28), e simili, questa è un'alte- 
razione che non ha pur la più lontana attenenza collo y (j) che viene allo 
spagnuolo daj (</, ^) di fase anteriore. Eppur se ne potevano allegare di vere 
e intime concordanze fra spagnuolo e sardo, qual pur sia la ragione sto- 
rica onde poi s'abbiano a ripetere! Per il córso, finalmente, T'iberità' par 
che si dovesse presumere come da sé e non aver più bisogno d'alcuna prova. 
Or come si può mai spiegare tutta questa bizzarra sicurezza pur nel Caix 
della prima maniera? Egli non cita Guglielmo di Humboldt; ma la tradizione 
letteraria ha forse malamente immesso nel suo pensiero qualche additaraento 
iberologico di quel poderoso indagatore '. Senonchè, il seguir con sicuri pro- 
positi i cautissimi additamenti dell'Humboldt, dando opera a rintracciar me- 
todicamente i cimelj iberici che l'Italia per avventura possa offrirci, ben 
sarebbe un assunto degno, e proficuo per fermo, qual pur fosse la resultanza 
dell'indagine; ma un criterio iberico' per la classificazione de' nostri verna- 
coli non solo non è trovato peranco, ma non si può tampoco cercare se non 
per vie che sono affatto rimote da quelle per cui il Caix s'avventurava. 

Il vizio di supporre dimostrato o dimostrabile ciò che in effetto non lo é, 
s'estende poi anche a molti particolari etimologici, che dovevano essere ac- 
cettati dagl'inesperti per virtù di una dichiarazione generale, secondo la quale 
eran lasciate da parte le consuete spiegazioni fonetiche e morfologiche, inu- 
tili allo scienziato, cui bastano pochi cenni ne' casi dubbj, e sempre insuf- 
ficienti per gli altri (p. vi). Ma quanti contrabbandi non ha coperto questa 
innocente bandiera] Il Caix sarebbe oggi tra i primi a scopiirli ^, e tra i 
primi a vedere quali importanti distinzioni sien trascurate pur dove egli non 
esce dal vero '. Ma di utili e ordinate e copiose illustrazioni di determinati 



' V. Priifting der untcrsiichitngen iibcr die urbeicohncr Hispaniens ver- 
mittelst der vaskischen sprache, §§ 32, 45, 46. 

- Co>ì rascare 13, guiól ib., abbacchio 52, bùgola 62, cipiglio piglio 66, 
ciotta 67, calca 76, pùssa 81, crocchio 112, lonzo 134, stollo 136, molgia 
154, ecc. Il fr. paupière è 'palpetra' anziché 'palpebra' (75), e gemùd ecc. son 
composizioni che equivalgono a 'quómodo', ma non ne provengono. Circa il 
tt del logud. piatta ecc. (91), v. Arch. II 144. Curioso l'equivoco circa lu- 
ganega (lat. lucanica), che deve ripetersi da una troppo rapida lettura dt-l- 
l'articolo 'longaniza' nel less. del Diez; e curioso il citarsi i loguJ. arcattu 
avvallare (64), che son forme transitoriamente aferetiche, anziché barvattu 
barvattare. Per altri appunti alle etimologie del Caix, v. Fleciiia, Rio. di 
fil. class., 1 380-95. 

' Cosi a p. 122-3 non si avverte che si tratti di vocali fuor d'accento, e 
a p. 113 le spinte dissimilative passan del tutto inosservate. 



-HO Ascoli, 

feuoraeni, pur se ne trovano parecchie (cosi a pp. 109, 124, 128); e un vero 
pregio del libro consiste poi nell'abondanza degli esempj che spettano a ver- 
nacoli della Toscana. Spiace però che manchi assai volte l'indicazione della 
loro precisa provenienza ' ; né a tutti sarebbe superflua una traduzione di pa- 
recchi fra cotesti esempj, come là dove è detto senz'altro che cidélo è metatesi 
di délico (112; v. Fanfani, Vocabol. dell'uso tose). Pregevole è pur qualche 
tocco intorno alla distinzione fra lingua scritta e lingua parlata (98, 151-2); 
e l'attitudine a un'osservazione larga, assidua e conipi'ensiva, risulta, del re- 
sto, da tutto quanto il libro. Che se la disinv