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Full text of "Archivio glottologico italiano"

2. 



ARCHIVIO 



GLOTTLOLOGICO ITALIANO 



DIRETTO 

DA 

G. I. ASCOLI 

VOL. 2 



) 



1877 



FONETICA 

DEL 

DIALETTO DI VAL-SOANA (canavese). 

DI 

C. NIGRA. 



Il dialetto di Val-Soaaa è parlato dalla popolazione dei quattro comuni 
della valle di questo nome, che sono Ingria, Ronco, Valprato e Campiglia. 
E inoltre parlato nei due comuni di Ribordone e Frassinetto, il primo 
de' quali sta a destra, l'altro a sinistra della valle. La popolazione di 
fatto ascendeva per cotesti comuni, il 31 dicembre del 1871, a 7582 ani- 
me, distribuite come segue: 

a) Val Soana, 

Ingria 1176, 

Ronco 2289, 

Valprato 914, 

Campiglia 206. 

b) Valle di Ribordone, 

Ribordone 1029; 

e) Frassinetto 1968. 

Siccome però il censimento si faceva appunto in quel tempo dell'anno 
in cui la popolazione virile suole emigrare dalla valle, conviene aggiun- 
gere a questa cifra, per ottenere approssimativamente lo stato della 
popolazione di diritto, o meglio della vera popolazione effettiva, poco 
meno d'un altro migliajo d'anime; così che il numero delle persone, che 
ha per favella materna il dialetto valsoanino, riesce all' incirca di 8,500. 
Tutti questi comuni sono compresi nel mandamento di Pont Cana- 
vese, nel circondario d'Ivrea, provincia di Torino, e fanno parte del 
collegio elettorale di Cuorgnè. Il più popoloso di essi, e il più centrico 
della Valle, Ronco, ò situato a gradi 45" 29' 30 ' di latitudine, e a gradi 
4'' 55' 45' di longitudine da Roma; e sta sul livello del mare all'altezza 
di metri 941.832. Il torrente Soana, che percorre la valle e le dà il 
nome, sbocca nell'Orco sotto Pont, ed è formato da tre rivi principali. 
L'uno di essi raccoglie a NE. e N. la acque che scendono dalle cime 
alpine comprese fra Monte Marzo e le punte della Reale e di Balma; 
l'alfro raccoglie a N. le acque del bacino di Campiglia circondato dalle 
cime dell'Arietta, del Rancio, e dell'Agnelesa o Torre di Lavina, rifugio 
degli stambecchi; e confluiscono entrambi sopra Valprato. Il terzo rivo 
raccoglie a N. NO. le acque dell'Agnelesa testé nominata, della Grande 
Arolla, delle Forche, delle Sengie, della svelta guglia del Gialino e del 
gran Cimone, forma la valle secondaria detta di Forzo, e sbocca nel- 

Archivio glottol. ital.. III. l 






f=)7 



Nigra, 

l'alveo principale della Soana, a un chilometro circa sotto Ronco. La 
maggior lunghezza della valle, misurata sulla carta in retta linea, fra 
il colle dell'Arietta e Pont, da N. a S., è di circa 20 chilometri; la 
maggior larghezza, fra la punta delle Sengie e la punta di Palo, da 
0. ed E., è di 20 chilometri e mezzo. Gran parte di questo territorio 
è occupato da alte montagne, alcune delle quali, il Cimone, il Gialino, 
l'Arolla, l'Agnelesa e la Dalma, spingono la loro vetta, coperta di ghiac- 
cio e di neve, oltre a tremila metri sopra il livello del mare. Il poco 
che è concesso alla coltura, dà segala, patate, frutta e legname, e nu- 
tre con freschi pascoli armenti e greggie, principale industria del paese. 
Ogni anno, all'approssimarsi dell'autunno, quasi tutti gli uomini validi 
lasciano la valle; vanno ad esercitare in varie contrade le arti del ra- 
majo, dell'argentiere e del fonditore di metalli, e rimpatriano a prima- 
ivera, a farsi contadini e pastori in sino al nuovo autunno. Egli è spe- 
cialmente quando si trovano fuor de' loro villaggi, che i Valsoanini, per 
non esser compresi da gente estranea alla lor valle, fanno uso, parlando 
fra loro, d'un certo gergo particolare, del quale pure sarà fatto cenno 
a suo luogo. 

II dialetto e il territorio di Val-Soana, compresi i due comuni di 
Ribordone e di Frassinetto che geograficamente non appartengono alla 
valle, confinano, a NO. e N., coi dialetti e col territorio di Val d'Aosta, 
da cui li separano le alte cime pur ora nominate e i difBcili passi dei 
colli delle Sengie, di Pian delle Mule, di Bordoneto, del Rancio, del- 
l'Arietta, di Larizza e di Sant'Anna; a 0, e S., col dialetto canavese 
^^ e col territorio della valle dell'Orco nel quale sbocca, a Pont, il tor- 

Ò rente Soana; ad E. finalmente, coi dialetti canavesi e coi territorj della 

Val Chiusella (compresa la confluente Valle di Savenca), che mette nella 
Dora Baltea, e delle due valli di Piova e di Malésina, più conosciute 
sotto l'unico nome di Val di Castelnuovo *, le cui acque mettono, se- 
parate, nell'Orco. La Val-Soana è divisa dalla Valle di Chiusella per 
le cime di Verdassa e di Sàles; e dalla valle di Castelnuovo, ancora 
per la cima ultimamente nominata, per la montagna di Pian Francese 
e per la costa di Chiesanuova. 

Il dialetto di Val-Soana é quindi attiguo da tre lati ai dialetti ca- 
navesi, ed è separato, a N. e NO., per una serie di quasi inaccessibili 
vette alpine, dai dialetti di Valle d'Aosta, coi quali egli trovasi non- 
dimeno in assai prossima affinità. La posizione geografica s'accorda 
qui in sostanza con la ragione linguistica. Il dialetto valsoanino forma 



* Sia lecito a me, lontano, di qui rammentare con afietto*il comune 
di Villa-Castelnuovo e il vecchio castello in cui nacqui, dal quale ha il 
nome questa valle. A compenso del poco interesse, che questa notizia 
avrà per gli studiosi, ricorderò loro che in questo stesso villaggio nac- 
que il mio illustre prozio materno, l'orientalista Giovanni Bernardo De 
Rossi. 



Il dial. di Val Soana. Esordio. 3 

uno dei distinti anelli della catena che da un lato annoda i dialetti ita- 
lici subalpini ai francesi e ai provenzali, e dall'altro ai ladini della 
sezione d'occidente. 



Segue qui ora un rapido prospetto dei caratteri fonetici del 
dialetto valsoanino, con speciale riguardo alla determinazione 
del preciso posto ch'esso occupi nel sistema qui sopra accennato 
(cfr. Arch. Ili, §§ n-m). 

a. Manca l'o; cfr. e e C- Nò si sente lo z. 

p. C'è Vu, nella sua legittima funzione; num. 38,43,82, 
18, 72. 

y. L'a tonico e atono, preceduto da consonante palatina, 
tende a ridursi a vocal palatina (e, i)\ num. 3, 57-59. 

0. L'È lunga e l'i breve continuati per ej\ num. 8-9, 23. 

s. L'ó lungo e l'ù breve continuati per éw, num. 28-29, 42. 

^. L'ó breve e anche l'ó di posizione continuato per uéy 
num. 32-33, 36-37. 

7]. Continuato per je anche l'È di posizione; num. 10. 

.3-. L'è atona conservata all'uscita degli infiniti di base 
sdrucciola, num. 63 (cfr. Q'S>)\ e analogamente l'o atono al- 
l'uscita degli antichi proparossitoni, num. 78. L'o atono con- 
servato eziandio nella 1. pers. del pres. sing. indie; ibid. 

i. L'i atono, attiguo ad altra vocale, volge sempre \aj. Al 
che aggiungendosi che restino allo stato ài j (cioè non passino 
in i) le risoluzioni romanze che si considerano alle lett. [x e -j, ne 
viene che questa fricativa palatina occorra nel nostro dialetto 
con un'abondanza affatto singolare. E qui forse non parri\ fuori 
di luogo una breve rassegna dei principali tipi fonetici onde 
quest'abondanza si ottiene: I. Iato dell'antica base: filio pa- 
LiA ecc., num. 89, 90, 91, 92, 93, 94, 96, 97, 98-100. - II. Iato 
che si produce per dileguo di una consonante: lElTIa'm liam 
Ijani ecc., num. 89, 90, 91, 93, 94, (97), 98-100.- III. L'iJ di 
fase anteriore; che è ordinariamente il dittongo dcH'c, dell'cc, 
o deìVé di pos., num, 11, 16 e 48. - IV. Uci di fase anteriore, 
che di solito è il dittongo dell'.e o dell'i.- V. L'i attratto o 
propagginato, num. 185 e 184.- VI. Lo j che si sviluppa dietro 
alle formole cl pl ecc., sia che poi vi si perda la esplosiva 
(Ij i^ch ecc.), o sia che vi si perda la liquida {l'jpj ecc. = cl ecc); 
num. 109, 110, 112; 108, 111, 113-15.- VII. Le basi latine ct o 
-e, che danno jt e j, num. 153 (169) e 152; cfr. ancora cr gr 
num. 155, 160.- VIII. Le basi latine 'cA- e gè gì, che 6 quanto 



Nigra, 

dire un g di fase anteriore; v. num. 149, 159. Ma il j tra- 
monta in -biobji = bjay num. 59 12°. 

X. 11 -n gutturale; num. 135, cfr. 134 e 136. E ne' comuni 
d'Ingria e di Valprato l'è che precede a -n volge in a; quindi: 
fan^fth fieno, tan<=ten tempo; ecc. 

X. La continuazione integrale di lj; num. 89, e 109, 110, 
112. 

[f.. La riduzione di cl- ecc., a kj- ecc., num. 108, 111, 
113-15. 

V. La riduzione delle formole alt ecc., ad aiit ecc., num. 107; 
allato a quella di alp ecc., in arp ecc., num. 104. 

l. Dileguo generale del s di uscita latina; num. 132. 

0. Riduzione di sk st sp a lik ìit lip; num. 129. 

ir. Nessuna consonante sonora, tranne j e le liquide, si 
tollera all'uscita; e la sonora che riesca finale, passa nella 
rispettiva sorda: Ione, v&rt, pjgmp, mep (v. p), scaf n. 124. 

p. Occorre abondantemente che lo g di fase anteriore passi 
nell'interdentale p; e lo i di fase anteriore, in d. E più pre- 
cisamente abbiamo: I, l.J5 = p=c (num. 151: pjel ecc.);- 2.p=g°z 
ital. o ted. (num. 97 e 151: pop pozzo ecc.; mllpa, capjél 33; 
pop zoppo);- 3. pv=g=,ls (num. 107: pop polso);- 4. rp-=rg = ls 
(num. 104: lì-borp bolso);- 5. np <=^ ng '= -nns , nella figura no- 
minativale anp anno; e vi si aggiungono: /bwJ5 1= fond-s, fun- 
dus, intorno al qual nominativo è da vedere il Diez s. 'fondo', 
e fonz da un capo all'altro della zona ladina (Arch. I 63, 518); 
e ancora la figura gentivale: di-marp'=>marfs, dies Martis, 
martedì (cfr. ib. 518 ecc.);- 6. p finalmente per d, trattandosi 
della sonora interdentale che viene all'uscita (v. tt): mep mezzo, 
bronp bronzo, i quali tosto si rivedono qui appresso colla so- 
nora, perchè a formola interna. — li, 1. d='z=g (num. 151 e 
159: roda 'regia', ecc.);- 2. d=.z ital. (num. 96: >w^da = mezza; 
branda campanna, quasi 'broni'a', brondil campanile; manda 
manza; ghedo mendico, allato a ghéjzi fame; e cfr. ancora il 
num. 48);- 3. d=p'='g-, che nella composizione è passato in 
sonora, num. 48. Nella valle di Forzo (comune di Ronco), 
non s'ode lo ^; e dicono gimd^pimà cima, caugjér - caupjér 
scarpa, godo >=> J)óclo zoccolo. 

a. Costante continuatore di j e di g', a formale iniziale, 
è g; num. 87 e 159. 

T. Occorre abondantemente il fenomeno franco-ladino di 
CA in ca e ga in ga\ num. 147-9, 157. 



Il dial. di Val Soana. Esordio. 5 

u. E così è normale quello di j< = cT, num. 153. 

0. Dileguo di -D- primario e secondario (num. 172 e 104)» ; 
e continua digradazione di -P- e -B- (num. 177 e 181). 

X- La traslazione dell'accento, che si descrive al n. 183. 

^. I fenomeni di propagginazione, che son riassunti 
al num. 184. 



Le sole divergenze sub-dialettali, di cut giovi tener conto in questo luogo, 
sono addotte alle lettere /. {-an = -en) e p (p = ^), e al num. 3 {-jd--ia). 

Per 'Arch. I II IIP, si citano i lavori che il direttore dell'Archivio ha pub- 
blicato, o sta pubblicando, nei primi tre volumi di questa collezione. 



Vocali toniche. 



1. Intatto, fuor di posizione; infin.: fa-re; alar andare, vo- 
lar, pjoràr (plorare), soteràr, generar, 'perdonar, gilnàr di- 
giunare, menar, scaiiddr scaldare, demandar, nocir nuotare, 
amortàr smorzare, pjantàr, amtór (piem. citate) colorire, picàr 
picchiare, empicàr, arivàr o rììvàr, ecc.; — partic. masc: gela 
gelato -i, Tìtà stato -i, porta portato -i, enfoa infuocato -i, ecc.; 
e analogamente: fjd fiato -i, prd\- partic. fem. (cfr. n. 59 12°): 
gelàj gelde gelata -e, litaj htàe stata -e, porta j portàe, ecc. ;- 
sostant. in -ata -ate: Kpd spada, fra (ferrata) inferriata, JQncd 
giuncata, ilità estate, volontà, \frd frate];- ate (-atis) di 2. ps. 
pi.: alàde andate, porMc?e; — inoltre: fràre fratello, wrt?', avàr, 
amar; ral raro; sai, mal, deal ditale, assai asse, dejnàl Na- 
tale n. 164, messàl, cornai corniola, pai, calo quale, ala; gram 
cattivo (gramo), fam, Ijam letame, ardm rame, solàm solajo, 
càrnuQ càmice: man, pan, san, pjah, demàn, pjàna pianura, 



* Notevole, anche per la concordanza coi dial. affini (v. Arch. Ili, § 11 22), il 
mantenersi del d secondario nell'esponente di seconda plurale (portùde ecc., 
n. 164). È un fenomeno fonetico che diventa una caratteiistica morfologica; e 
così è del passar del pron. poss. di sec. e di terza nell'analogia fonetica di 
quello di prima: mia tia sia mia ecc. E poiché rasentiamo la morfologia, sia 
qui insieme ricordato il piuccheperf. lat. in funzione di condizion.. di cui in 
nota al num. 1 16. 



6 Nigra, 

senàna settimana, Soàna\ casi quasi, nas naso; a hai, va vai; 
at ha, vat va; pa padre; ràva rapa, bearàva barbabietola (cfr. 
Arch. II 121-2), fava fava, tra trave. 2. Intatto, in posizione 
romanza: pàlji paglia, calj (coagulum) presame; compàn -i 
compagno -a, aràn ragno; pjàjn piazza, ecc.; — in posizione 
latina: malj maglio, alj\ crilitàll, hall, vali vaglio, salf salva; 
àrhlo albero e àrhra pioppo ^cfr. Arch. II 113); màrmlo marmo, 
tari tardo, lart lardo, barda barba (e zio); pass passa appas- 
sito -a, pàJita pasta; Idnpi lancia, óngel, bjanc, mane manco 
(cioè: meno), sane sangue, sani (e san), tant (e tan), chetdnt 
molto, cani, dovànt davanti, cardnta, acànt quando; camp, 
làmpja lampada; vacci vacca; ecc. 3. Ridotto a vocal pa- 
latina {e, i), e fuor di posizione e in posizione, per effetto del 
suono palatino o palatile che gli precede.- Infiniti: taljér, ba- 
Ijér bajèr sbadigliare, braljér (piem. brajé) gridare, banér ba- 
gnare (cfr. tirjér virjér avaitjér ecc. al n. 184), songèr sognare, 
rogèr mordere, minger mangiare, bggér (piem. bggé) muovere; 
alogèr, mascér masticare; sejèr segare, gujér giocare, nejér 
annegare, pescèr, embjencér, locar; ghicér sbirciare; largar 
(cfr. piem. larghe le bestie) pascolare; e finalmente con Ve in 
{ a pronome suffisso: coci-sse num. 107 e 119; cfr. aeualji-sse, 
quasi: *ad-cubac'lare, accovacciarsi. Ma: criàr gridare;- sem- 
bjàr sembrare, raJikjàr radere (raschiare), borenfjàr e bo- 
renfjér, contjdr contare, fakjdr macchiare, nufjdr annasare, 
pùpjdr carezzare; per una parte dei quali esempj è affatto certo, 
e per un'altra più o men probabile, che all' -are andasse in- 
nanzi un L complicato (simlare, -inflare, ecc.). Ancora: odjdr, 
vendumjàr.- Participj e sostantivi in -ato; sono ridotti 
ia uscire in -ia, e nel comune di Valprato in -jà: barda banjà 
bagnato -i, britzia briìzjd bruciato -i; pecia pecjà peccato -i, 
marcia maì^cja mercato -i, ecc.; cùma cognato. E -ata ugual-^ 
mente, almeno nei sosta,ntìYÌ: punia punj ci manipolo 'pugnata' 
(cfr. piem. pund f.), lajiia lajtjd siero 'lattata' (v. n. 184, e 
cfr. piem. laitd f.). Queste forme non sono scevre di difficoltà- 
Se il tipo in -jd fosse una degenerazione dell'altro in -ia, (cosa 
affatto incerta'), V-ia andrebbe raccostato alla riduzione che 



La generale analogia dei dial. affini, vuole anzi l'inverso; Arch. Ili, in. 



Il dial. di Val Soana. Vocali toniche: a. 7 

di -ATO ci dà il ladino di Sottoselva (Ardi. I 149: piùna mar- 
cia ecc.). Ma la ragione dell'<^ di -la sempre risulterebbe affatto 
diversa in V. S.; poiché neW-ia del fem. V-a sarebbe etimolo- 
gico, e in quello dei masc. bisognerebbe vedere un'antica atona 
indistinta (-tg -te, cfr. num. 11 ecc.).- Altre voci: cer caro, 
costoso, cédre cet cadere cadit, scéla scala'; cin cane, ctna 
cagna; civra capra;- cer carne, cet céta gatto -a, càjd cac- 
cia;- compjéndre compiangere, filjàlitro -a figliastro -a (onde 
poi: parélitlo, marélitla). Ma: kjd chiave, hjar\ e fja fiato; 
esempj tutti e tre, nei quali all'a andava innanzi un l compli- 
cato. 4. In 'pjénci (piera. ^dumca) ponticello, asse, potremmo 
imprima rimaner dubbj se Vé = d sia da attribuirsi piuttosto 
al y od all' -2, Ma il fem. sg. bjéìici bianca (n. 59 1"), onde poi 
il fem. pi. bjénce, allato al masc. s. e pi. bjanc, si mostra più 
decisamente nell'analogia di cuénti quanti (sg. cudnt), tochénii 
tutti quanti (sg. tocànt), cheténti molti (sg. cheiànt), granii 
grandi (e pur grénte pi. f.), nei quali \'é-d va ripetuta dall' ^■ 
finale; cfr. Arch. I 544 «. A hjéncisì aggiungono: gréngi *grania, 
frc. grange, n. 93, e lavénci n. 59 1°; ma in tutti questi esempj 
può anche risentirsi l'influsso del e; cfr. Ardi. I 348, e qui i 
num. 24 e 5G. - Ancora si vegga 11185; e per én = *ànsì noti final- 
mente cilena castagna, che è ristudiato al n. 174 ed ha un'^ 
che si estende per ampio territorio, cfr. mil. e canav. casirna, e 
Arch. I 27G. 5. -ARIO -ARIA, per la solita attrazione e la 
sorte normale delle atone uscenti (n. 59 4"), danno imprima 
■air airi {ajr ajri), che per un certo numero di esemplari si 
conservano"; indi: -èr -èri (cfr. Arch. II 115). Si osservino; 
àjri area, aja, tomójri (piem. tomàira', cfr. Ducange s. v.) to- 
majo; e insieme (v. Arch. I 275): pajr pajo, pari, dclipàjr 
dispari, auidjr, /ico?«;> = scoi ajo (scolare; piera. scolè)';- poi: 
caudéri caldaja, Jìivéri (piem. gitera) civóa Ardi. I 480, hja- 



• Ma Ve di apél (piem. agél), acciajo, audrà ripetuta dall'analogia del 
n. 5. Altro esempio illusorio sarebbe pescéiir, considerato come una figura 
nominativale (piscutor, Arch. I 152), laddove ò pisca[t]r)re-, v. i num. 28 o 
62. Cosi: cipjéur *cf?<^a[t]or. 

* ejr a forraola atona, v. num. 5G n. 

' canav.: c'era, tornii ra, par dcspàr, autàr, scolar; ma: cauddra, tltr, 
cravér ecc. 



8 Nigra, 

véri serratura, carèri carriera, strada, riverì riìéri fiume, 
torrente (riviera), manéri maniera, hi'irérì (piem. durerà) zan- 
gola, tascéri osteria; melér melo, nojér il noce; telér, culjér 
(fem.) cucchiajo; caupjér (calceario) scarpa, cfr. n. 184; cravér 
caprajo, cfr. n. 117, ferér, ecc. 6. alt als ecc.; v. n. 107. 

E. 

Lunga. 7. Intatta all'uscita originaria e dinanzi a nasal 
finale (cfr. Arch. II 115-16): me, te, se\ rem, fen, pjen, serén; 
en abbiamo, tinéh teniamo. E riappare intatta dove per dileguo 
di consonante dentale riesce nell'iato (cfr. ib. 116, n. 1); creo 
credo \ féa pecora Arch. I 546, II 131", monéa, créa, séa. In 
posizione romanza: caréma *caresma quadragesima. 'Habetis' 
trova éde {éjde, per la cui genesi si vegga il num.51, vale 'ha- 
beatis', cfr. tinéjde portéjde nura. 164 n.), ma -éjde nella com- 
posizione del futuro (n. 8): porter-éjde porterete, ecc. In altri 
esemplari. Ve intatta, perchè Vi àtono della sillaba successiva, 
specie nell'iato, ci porta all'analogia dall' ^ breve (v. Arch. I 
540-1, e qui il n. 30): ighj-ézi ghj-ézi chiesa., pimitéri, batih- 
téri; a tacer di céric chierico. Allato ai quali è da addurre, 
col ; attratto: féjra (piem. fera) 'feria' mercato; cfr. n. 30. Ed 
ancora esce, pur qui, dall'analogia dell'e: pies {*piés) 'péjus', 
cfr. Arch. I 539 a. 8. Del rimanente, la continuazione carat- 
teristica dell' e qui suona ej {Vei franco-ladino): avéjna, ééjna 
ca[tjena, novèjna novena, chindéjna quindicina, cfr. haléjna 
baleno, baléjnet balena (lampeggia);- téjla. candéjla', vej vejr 
véjra vero, avéj avéjr avere, voléj voléjr volere, [possèj posséjr 
potere, savéj savéjr sapere]; trej tre; bgléjt bgléj 'boletum', 
chej quieto, e i n. di luogo: Tiljéj quasi 'tilietum', Frassinéj 
'fraxinetum', Pepéj *picetum', Saudéj 'salicetum', Roléj 'robu- 
retiim', Cornéj (*corniljéj ?) Cuorgnè, Brenvéj da brenva (canav. 
hréngola) larice ^ ecc.; créjre credere, crej credi, crejt crede, 
sej f seYo; dizéj dicevi, dizéjt egli diceva, fazéj fazéjt, liéj 
leggevi, liéjt leggeva.- E pur qui si aggiungono, nell'analogia 
dell' e, mejl mela, péjna pena. - Poi siamo al normale riflesso di 



* Ma anche devo num. 78. 

^ Cfr. num. 172 in n. ' Cfr. cauav. Spinéi 'spinetum', Bjgléi 

'betuletum', ecc. E il valson. Saudéj risulterà = frc. Saulcy. 



11 dial. di Val Soana. Vocali toniche: e. 9 

ENs: deliiéjsi distesa, fejs, Canavàjs ecc.; ma 'pajis 'pagense-', 
cfr. piem. e prov. jpais, frc. 2'iays. Inoltre, d'accordo col piemont. 
e col canav. (cfr. Ardi. I 19 n.): litéjla, ])\Qm. sléila, stella; 
p(^jla, Y)\em. péila, padella; ma molitéjla può direttamente risa- 
lire a 'mustela'. Ancora è parpéjra allato a iiarpéra (palpebra 
palpétra), come nel piem. parpéila e parpéra. 9. Dietro 
a palatina, ^ anziché ej (cfr. n. 3), in piri cera (piem. f/ra), 
pina cena, aiti aceto (circa il cui l è intanto da confrontare 
nevéur al n. 28, e il lad. azéir Arch. I 244); coi quali va anche 
dragii treggea. Ma taiir (piem. tazi) tacere, è entrato, come 
tenir ed altri, nell'analogia della quarta \ 0*. Sono singolari 
(cfr. n.l9): -ój -ébam (p. e.: avòj habebam, liàj legebam% dizòj 
dicebam) ; e -gnt -ebant (p. e. : avónt liónt dizónt), quasi -ò[ignty 
cfr. éront erant. All'incontro, con V cj normale: avéj habebas, 
avéjt habebat^ 

Breve. 10. Intatta: m perita péra pietra. Péro Pédre Pie- 
tro, lévra lepre; nelle forme del verbo sostantivo: Ve od es 
sei, èro ère èret ero eri era, èront erano; e nelle seguenti voci, 
di base sdrucciola: pandesèmolo T:£Tpo'7Ì),'.vov ; mégo medico, tèda 
tepido;- rimèdi, miseri miseria. H-je (da ié): dje djec dieci, 
jer, e anche Ijère (*ljéj[e]re, cfr. Arch. 1 125 128); laddove il 
sinonimo lire avrebbe ì=jèj, se pur non si preferisce vedervi 
una commistione del tipo di terza con quello di quarta (cfr. 
prov. legir, fr. lire); ancora si vegga il n. 16, e si aggiunga 
finalmente: p/« piede, con l'accento passato al primo elemento 
del dittongo (cfr. n. 32 e 36) e il secondo allargato (cfr. num. 
3 : -eia = -céo, ecc. , e il 32). 12. in = en (v. Arch. I 489) : bin, 
gindro genero, cfr. n. 137; Uh tieni, tint tiene, vih vieni; cfr. 
il n. 16. 13. ÉA Éu: mia mea; min 'meum' {mon 'meum' 
è sempre proclitico, v. il n. 140); cfr. mie 'mei meae'. 'Efg^o' dà 
qui pure: jo go, e insieme gè; cui sta accanto una forma che 
direi enfatica: ghjo; la quale è ristudiata al num. 158 in n., 
ma di certo non è un 'ego' reiterato. 14. Strano appare gejl 
gelo; e vorremo dichiararlo da un gelo di fase anteriore, ve- 
dendovi cioè un'c assottigliata sotto l'influenza della consonante 



' ùm — im = ém, al n. 67. 

" beój 'bibebam' e 'bibam', cfr. num. .51 in n. ' Cfr. nei 

Jura: :' avo {dz' hnvÒt e dz' hnvrvou), allato a t' avrva (l'hntcvfi) ecc. 



10 Nigra, 

palatina (cfr. n. 3,9,59, G5), che passi perciò all'analogia deWé 
(n.8) dell'i' (n. 23). 

In posizione. 15; cfr. n. 8. Di solito, intsiita: peli, mar- 
téll, mièli, pjanéla (tegola); ferr, tèrra, bòra scojattolo 'vi- 
verra', invér, verm, di-mérclo mercoledì (Arch. I 373, n. 2), 
serp f. serpente, èrba', argani, frùmént, dent, avént avendo, 
'préndre, léndene lendini; ten tempo; e od elit 'est', éMe 'estis', 
fenéhtra, haliti bestia; prévre préve prete; set, dissét dersct 
17; ecc. — Con Ve bene aperta: atravSs attraverso, 2')fjssi pesco 
pesca, [e bea becco, rostro]. 16. Ma pur si frange, sebben 
di rado, anche in posizione. Nella posizione antica: Ijet letto 
(cubile), tjcJitre tessere. Nella posizione romanza e palatile: vjelj 
«/é(;7 vecchio -a {carcavjélji = ^\em. carca-véja, incubo, befana); 
vjcno vengo, tjéno tengo (e tjéngnt tengono), cfr. n. 12. Final- 
mente: pjér^o, quasi 'pa[t]erulum'; e anche pirlo. 

I. 

Lungo. 17. Di regola, intatto: fil, bad'il; ghi ghiro, finir 
punir ecc.; Un, più, vin, ladih ladino (veloce, agile), basin 
bacio, apelin acciarino, poarin potatojo, sedelin secchiolino, 
Clarin G hi ti n àìm'm. di Chiara Margherita, co^/na;pnm, ^ma; 
vz vivo, saliva; amig; fi fico, lipì m. spiga; vi vite, senti fini 
feri, sentito -i ecc., finia -ie finita -e, feria -ie ecc.; ni nido; 
riva. 18. Ridotto ad i't sotto l'influsso di attigua consonante 
labiale o di attiguo nesso di consonanti in cui entri labiale (cfr. 
n. 58, il piemont., e l'Arch., I 540 b): sùmja 'simia', sàbjet 'si- 
bilat' cfr. n. 72, embriilj ^umb'liculo-'; e similmente Vi di an- 
tica posizione, in liìpja cispa (lippus). Ancora si osservi: ceta- 
-fiìn faina, allato al fejn del num. che sussegue. 19. In rej^, 
ra[djice, l'accento si arretra dopo il dileguo del d, e quindi Vt 
è allo stato di j; cfr. fejn (masc, come il canav. fuin) faina, e 
il n. 56. 20. Circa frejt, freddo, cfr. Arch. I 84 n., e qui il 
n. 25. — Strano è, come da un pezzo fu osservato, Voi frc, quasi 
il riflesso da i breve, che apparirebbe in pois allato a 'pìsum' e in 
loir (ghiro) allato a 'glire-' (glis; Diez. P 155). Ma la stranezza 
si accresce per il fatto che Voi {oj) ritorni nel piera. pois, vals. 
pojs, pisura, posciachè, malgrado il num. 9'', Voi {oj) mal si po- 
trebbe qui dichiarare, come si può nel francese, da un ei di fase 



Il dial. di Val Soana. Vocali toniche : i. Il 

anteriore. E anche Voi del frc. loir si riprodurrà in questa re- 
gione, se il pieni, lóira, vals. lójrì, pigrizia, vanno realmente 
col 'glire-', malgrado il gin (piem. ght aghi) del num. che pre- 
cede. Sono concordanze che varrebbero a render problematica 
la ragione storica di cotesto dittongo, se la forma intermedia 
{peis) non risonasse appunto fra gli attigui dialetti franco-pro- 
venzali (Arch. Ili, § Il 2). 

Breve. 21. Incolume nell'iato: vi {=vu) vie via -e, gelosii, 
iergerii greggio; e in qualche base sdrucciola: [timit timido, 
serpollo, gizeregigro cecej; e ancora J}m<^ra 'cinere-', cfr, n.24. — 
22. e in vco vedo, hco bevo, bfont bevono; cfr. n. 7 e 23; - 'pévro 
'piper', vedrò 'vitro-'. 23. Del rimanente, ej (cfr. n. 8): vej 
vedi, N'jre bevere, hej bevi, hejt beve; pejl, mejlj 'milium', 
Méjni Domenico, nej neve, nejt nevica, nejr 'nigro-' \ dej 'di- 
gito-', nejt (cfr. lad. neidi Arch. I 22) 'nitido-', sej sete. Non 
si può veder sicuramente se corèji (piem. curca) 'corrigia' spetti 
al numero che precede oppure a questo; ma è assai probabile 
che spetti a quello che precede. 

In posizione. 24. Intatto, negli esempj comuni: grilj grillo, 
milja mille, [filj , cì'inilj coniglio], vilita vista. Inno cinque; 
vindeno vindno guindolo; e altri (cfr. num. 89). Poi: vint venti, 
dint dentro, [ni]) 'raltio-', lividore, piem. niss livido e lividore; 
tose 7neto]. Di lupja è già detto al n. 18. In giss, piem. id., 
gypsum, Vi va forse ripetuto dalla palatina che precede; cfr., 
del resto, la doppia continuazione spagnuola: yeso (plàtre, gj'pse), 
gis (craie). Ma è pressoché certo l'influsso dell'antica palatina, 
in dejJindre tindrc (piem. deplnge W'nze), dei quali si riparla 
al n. 159. 25. Del rimanente, e: el egli-, [sàlji secchia, rert], 
(rem *ferm, Éngri Ingria, lenva lingua, jìess, ènte ent in, rc- 
Jitréndre, senéJitro sinistro, seco; ecc. Cfr. n. 153 e 103. 

0. 

Lungo. 26. o: no 'nos', vo 'vos' ', aìicó ancor (cfr. ib.), no 
no, dóno dóne dònet do (dono) dai dà, com come, non nome;- 



• L'aversi nrjri al feminile (v. il n. 59 5°) non vale a persuaderci che 
\o j si abbia a ragguagliare all'ant. g di 'nigro-' (cfr. n. 59 8"); v. n. inO. 

* Anche ol^ v. n. 106; ma, a tacer d'altro, siamo veramente alla proclisi, 
e quindi a formola atona; cfr. n. 74. 

' nebjo^ nuvoloso, pud parere, a primo tratto, il continuatori^ di 'nebuloso,' 



12 Nigra, 

on = 0N: propgnet dispónet propone dispone; prezóh, pormón, 
savóh, hùnón (alveare), ecc.; o^=OL: sol 'solus'. Inoltre rgl 
*róul 'robur' quercia. 27. 'Totus' trova tot to al sing., e 
iujti al pi., intorno alla qual forma è da vedere, per Vu, l'Arch. 
I 36 n., e per lo J, i n. 4 e 185. 28. éur = OR: àura; léur leu 
loro; lavéur; fjéur fjéu f. fiore, caléur, paléur, doléur, odéur, 
suéur, [amor]; meljéur; pescéur pescatore v. num. 3 in n., ser- 
vitéur, sartéiir, [sinór]; e con r da un'esplosiva dentale (cfr. 
n. 9): nevéur m., nevéura f., nipote;- ('i«s = OC' OS: vhig voce; 
nebjéusa nebbiosa, bavéus, lùpjéus (n. 18) cisposo, bùzjéus (bu- 
giardo); — éuv = OP: Jikéva *skéuva scopa, con Vu assorbito 
nel v = P. Solo e all'uscita in ve Wotum'. 29. E normalmente 
si aggiungono (Arch. I 542 a): Jipéus Jipéusa sposo -a; oltre 
chelidre (n. 159) 'consuere' (cónsuit cóns[u]ere). 30. -ORIO- A, 
col^* attratto nella figura feminile, e Ve che passa in entrambe 
all'analogia dell'o (cfr. n. 7, e Arch., I 495): pùrgatéri; mes- 
séjri falce messoria, teséjri 'tonsoria' (Diez s. tesoira) forbice, 
hcuméjri schiumajuola, ajjeléjri peléjri aratro, quasi *accial- 
-orìa.', péj ri e péri paura *pavória Arch. I 547;- cfr. piem. pur- 
gatòri; messóira, tesóire, scumóira, slóira (pure in V. S. : ape- 
lòjra, oltre le forme anzidette).- Non assimilati: memórja, ecc. 
Breve. 31: o: om uomo, gómit il vomito, Jitómi stomaco; 
ìicòla scuola, linpóla (piem. lingòla, canav. ningòla, rail. nisóla) 
nocciuola; Rósa',- on = 0N: bon bóna,pia-bgn ma-bgna avo -a, 
sgn, trgni tuono, o trgnet tuona. 32. uè: cuél (piem. coir) 
'corium', suér 'soror', linpuèl lenzuolo, fasuél \ enc-uè oggi 
(ancoi). Con l'accento arretrato, che importa il passar d'w in u 
(cfr. n. 35) e dell'e atona finale in a (cfr. n. 11): /w'« = *fué[c] 
fuoco, lua luogo. 33. Uué si riduce ad è (cfr. n. 37 e Arch. 



così com'è il piem. nehi6s\ e di certo non mancherebbe, in questo stesso 
dialetto, qualche analogia per il dileguo di s all'uscita romanza (131), a ta- 
cer di quelle che in dialetti affini si avrebbero appunto per l'aggett. in -oso 
(Arch. Ili, § Il 3). Ma nebjo - *nebj(5s qui sarebbe una stranissima eccezione, e 
doppiamente strana, poiché ^nebuloso-' dovrebbe qui dare nebjéus n. 28; e in 
nebjó avremo ben piuttosto una forma *nebulo con accezione aggettivale 
(cfr. l'it. nuvolo) e l'accento passato sull'ultima (n. 183), come è p. e. trobjó 
n. 78. 

* Singolare: rossinéitl, col dittongo dell'd (n. 28). 



Il dial. di Val Soana. Vocali toniche: o, 13 

II 118 n.): mèla mola, cote, sóla suola, sóli (piera. sóli) liscio, 
èli olio, capjèl (piem. cassili) mestola 'cazzuole', orjél (piem. 
oriól) rigogolo, galbula, 'aureolo-', pejrèl pajuolo, Rivarèl n. 
loc. Rivarolo, casserèla casseruola ^ rè (piera. rol ró) ruolo, 
circolo, ve vet voglio vuole; cher, fer, he bue, né néva nuovo -a, 
ile digné nove diciannove, di-gè giovedì; è *ovum; rèsa; chéjre 
cuocere; ve vuoto, pei pe può, fédra cfr. il num. 37, brè brodo; 
e cfr. il num. 80 in nota. Ancora si aggiungono: pjévre pjet 
dalle note basi 'piovere' 'plovit'; e néra nuora, il noto esempio di 
secondario-. 

In posizione. 34. o; posiz. romanza: fólji foglia (cfr. n. 36), 
vólji voglia (sost.), vóljet voglia (3. pers.);- posiz. lat.: porr, 
tor tornio, tornei torna, corn e corna corno, fósi forse, mors 
morso, sort, mori morte, morto (cfr. n. 36), ori, tori, òrgo e 
òrgèlo orzo, recórp fieno di secondo taglio 'foenum chordum', 
corp; moni sasso, monte, poni; proni, songo il sogno; grò 
gròssa grosso -a, a-doss; — g\ sg'rtejt esce (sorte; cfr. sort), 
grdejt ordisce, gss, fgss, cg'Jiia la costa, ng'htro vo litro;- Igne 
Ig'ngi lungo -a, Ign lungi;- cgl collo, mgl molle, fgl folle (cfr. 
n. 35). 35. -o^ = OL'D: sgt grave e soldo ('solido-'); cfr. i tre 
ultimi esempj del num. cbe precede, e i num. 45 ecc. 30. uè: 
ppsiz. romanza: fuèlj foglio, trejfuélj (ma: manifèlja millefo- 
glio, cfr. n. 37 e 34); iièlj occhio; posiz. lat.: muért muore 
(cfr. n. 34), puèrc. OCT: uèt otto, e pure uet, cfr. n. 32; di- 
zìièt diciotto; ma 7tojt ecc., n. 153. 37. L'uè si riduce ad é 
(cfr. n. 33): manifèlja n. 3Q; pèrle porte; e forse anche antèrpi 
pigro, 'torpido', benché ritorni tal quale nel piemontese. Inoltre: 
lesèh il bisogno (allato a bisónet egli bisogna; cfr. Arch. I 29); 
fèdra (base germanica; piem. fódra) fodera; e da ó sicuramente 
secondario: gèr giorno ('diurno-'), pjelj *pi[dJo[c]ij, v. Arch. I 
374. Ma circa conèhire 'cognoscere', potrebbe insorgere qualche 
dubbiezza; e finalmente si consideri preg, porca, allato al pie- 
mont. prós. 



' Sia qui ricordato anche pjéla, ascia, piera. ^io/a. Cfr. DiEZ less. II s. 'pialla', 
e Arch. I 122, in n. 

' Può parere in questa analogia anche dèca doga; ma l'it. dgga, piem. 
dgva^ accennano ad o chiuso; e perciò vorremo piuttosto: dévarzdéuva, se- 
condo i n. 28 e 42. 



14 ■ /C^ Nigra, 

U. 

Lungo. 38. il: tu, chetiì num. 158 n., piicU n.l51, miil, ìicìtr 
oscuro, miìr muro, dì'tr, mesu'ra, glìn dir/un, di-lun lunedi, un 
una, carcu'n qualcuno, film, herlum, uà, fiìs, sambil'g, lagna 
n. 153; -UTO -A: mùt; avu avuto -i, tenii tenuto -i, dovit, vjù 
veduto -i, risolu, beu, batic, liic (e Ut) letto -i, rf/)f«' ricciuto -i, 
nevil' nevicato; aviia -ice avuta -e, dividila -ite, ecc.; ìicii 
scudo; -UDO -A: cric criia, nic, pata-nil (piem. id.) svestito ;- 
sic laj-si'c lassù; ma anche git laj-gic, come nel piem., cfr. Arch. 
I 32 n.; e s'aggiunge tiijti dal n. 27.- Assai notevole: éuj) éupi 
aguzzo -a (*acut-jo-, e quindi veramente un caso di pos. rom.), 
con Va che fattosi imprima e quando ancora era atono (cfr. piem. 
aie ss), assume poi T accento; e con Vu per Vit rimasto atono, 
dove è da confrontare ice allato ad uè nel n. 3G. 39. Qui 
pure, come nel piemont. ecc., pi più; onde enco-pi ancor più. — 
Di tribitjna tribuna, v. il n. 184. 

Breve. 40. Pure in questo dialetto riflettesi per il, ed entra 
perciò nell'analogia dell' ^^B, Va di 'fugio' e 'lupo-' (cfr. Arch. I 
185 n., 262, III, §ii3): fiij fuggi, fiìjre 'fugere', lii.- Del rima- 
nente, siamo ai legittimi paralleli dell'o (n. 26 e 28), come si 
vede dai numeri che seguono. 41. g: gola, go giogo; góvno 
ggno giovane. 42. èu: créug, néug; sàure de-séure; cvro 
*éu[d]ro otre. Qui ancora riviene certamente: chéudlo gomito 
'cubito'; ma avrebbe a bastare: *chéudo (frc. coude, ecc.); e deve 
trattarsi, o di *chóvlo (cfr. n.l68), onde *chev-d-lo, che è il men 
probabile, oppure di una affermazione dialettale; cfr. mundio 
mondo, òrg[e\lo màng[è]lo n. 78'. E ancora il riflesso di 'ubi', 
che è al n. 174. — Dei riflessi di 'pluere' e 'nurus', v. il n. 33. 

In posizione. 43. Si continua per ii, secondo la ragione 
etimologica, in gùlit ingiclit, giusto ingiusto, v. Arch. I 34-6; 
e cosi ha ragione isterica (v. ib.) Vie di assujt sùjt (piem. sù'it) 
asciutto, fritjt (piem. friit), picn (piem. id.) pugno; e pure per 
Vu di triijta (piem. truta) e di cicrt (piem. id.) c'è antica ra- 
gione, cfr. ib. 305 545 e. In questo campo si aggiunge un esem- 
plare il cui ù [u) risale ad au; e suona nel nostro dial.: ii'c'rgi 



Nei Vosgi (Dommartin): cotré coude; e dev'essere Toce diversa. 



li dial. di Val Soana. Vocali touiche: u. 15 

vacca sterile (piena, tiirgia id.), v. Diez less. s. 'toura' portogli.' 
Vii di iìss, uscio, è ìq regola, v. ib. 35 '. Di -ÙTJO, v. il n. 38. 
In ciìn (piem. id.) cuneo, cono, esempio di posizione romanza, è 
da considerare l'ormai antica aderenza dell' w a un nesso palatino 
(cfr. n. 82); e circa u'iji (piem. iìja), ago, altro caso di posizione 
romanza, si vegga per ora Arch. I 76 (n.)\ In bidj, truogolo, 
si dovrà forse riconoscere un *alviùljo 'alveùculo', cfr. piem. 
àrhi, mil. ardio alhiò', 'alveo-' 'alveolo-', truogolo. Resta bucci 
(e Mei; piem. hòca) bocca, dove è pur da considerare il nesso 
palatino che sussegue. — Del rimanente, nella normale analo- 
gia, o ed 0. 44. g: corni córma colmo -a, ntgnt autunno, 
rjgnt rjQnda rotondo '3i,poìidre pungere, 2^Qnti punta n. 593", 
pgnt punto, gndre ungere, licgrre scorrere, Ucort scorre, tgrt 
tordo, farci. 45. UL- (cfr. n. 35): pgp polso, v. l'esordio; po- 
ver, bg'gi saccoccia (bolgia); ma dop m., dopi f., dolce. Qui si 
può ancora ricordare: O'caVg'ca Orsola; ma copi (piem. cusso), 
cucuzza (cucùria cucùr^a cucùrbja cucùrbi[t]a; cfr. Diez. s. v.), 
non è esempio speciale. 46. o. Sieno primi i noti esempj di 
posizione romanza: genòlj 'genuclo', fenólj fenóc 'foenuculo-'; 
ai quali si agguaglia pur qui il riflesso di 'soliculo-': scrólj 
sorólj, quasi 'soluculo-', cfr. Arch. 1 374 379 385; e si aggiunge 
vertólj involto, cfr. piem. vertojé involgere. Di 'peduclo-', v. il 
n. 37.- Poi, di posiz. latina: orm olmo, vorp volpe; torr, [far 
forno], ars, delicórs, cori, tòrtola tortora, sort sórda; fonp 
fondo V. n. 132, óndeg ónde undici, móndlo (v. n. 42) mondo, 
profónt profónday róndona, ónpi oncia,' Ó7ighja; róntre rom- 
pere, royit rompe, pjomp; toss, ross cua-róss, cróTUa, mósci; 
rot rutto; pop pozzo; sot. — Di o da u, che entra nell'analo- 
gia dell' primario, v. il num. 37. 47. Qui pure, come nel 
piem., frauda, fionda (cioè 'flunda' da 'fund'la'); ma à = n non 
può essere; e se frcinda è veramente = /?omZa, bisognerà far sur- 
gere Va in prima àtona ( piem. frauda lanciare, frauda lancia- 
mento); cfr. paiitrir al n. 80; e per casi consimili, Arch. I 486 ecc. 



* Pur nel Jura: touria, tourie, génisse. 

^ Legittimo del pari l' ù di fùsso fusse ecc. f uissera fuisses ecc. ( cfr. il 
piem., il frc. ecc.), e di usso ùsses ecc. (*ausso, cfr. aut. frc. aùsse ecc.) 
habuissem ecc. 

^ virnlji (n. 109) avrà Vii normale per Vu di 'vorùculo-'. 



16 Nigra, 

JE, (E, AU; ecc. 

^. 48. Nella normale analogia dell'e: pjel cielo; arcandél [-del 
=:*'Zel = *-gjel; esord., o in f.) arco-in-cielo, iride. (E. 49. Nella 
normale analogia dell' e: péjna n. 8. AU. 50. Uàu lat. si 
riduce ad o: colj ^caules' cavoli, or, ora 'aura' vento {orai tem- 
pesta), còsa, poc, ecc. 'j-^ po' vro poro povero. — 51. Similmente 
Vàu romanzo ad g: olji *à[g]ulja aquila, cfr. Ardi. I 210; fg 
*fà[g]u faggio; hjg *blà[d]u segala, biada. Di kjg (piem. co), 
chiodo, può rimaner dubbio, se provenga direttamente da *clàu 
'davo-', non piuttosto dalla figura epentetica 'clau-d-o' (cfr. 
fri. clàud, mil. cod, it. chiòdo). Un AU (aw) germanico è in bjg 
bjg-à azzurro -a. È un o = AU (av) da AB, in oj *àuia habeam^ ; 
e 1*0 di questa provenienza si vede poi passare all'analogia dell'o 
primario (n. 33), in ej *àuio habeo (cfr. piem. ó, allato ad ài, 
entrambi per 'habeo' ) ^ ej habes, ejt habeat \ — Non si contrae 
Vàu di àu[l]t ecc., n. 107. — 53. Si aggiunge Vail {aó) romanzo 
in g, fenomeno che mal si scerne da quello del dileguo dell'ato- 
na: O'Jita *au[g]ùsta Aosta, gìit agosto, medgJif mezz'agosto. — 
Un caso di ail' rom. che si riduce ad éu, è al n. 38. 53. AI 
romanzo. Un notevole caso di ài rom. ridotto ad e, s'offre in 
frè fragola, sicuramente da fraj di fase anteriore, e questo 
altrettanto sicuramente da fràjì = fraga, n. 157 e 59 12"; cfr. 
i lad. frd[j]a fréa Arch. I 352 371. Ancora citeremo léutre, 
num. 107 e 152.- È all'incontro Vai {aé) rom. ridotto ad e, in 
méJitro maestro, esemplare che ritorna anche altrove, e qui sta 
accanto al non bene assimilato magiMre. 

Vocali atone. 

A. 54. Intatto; iniziale: armirél armajuolo, aràn, aneli, apél 
acciajo, apeléjri n. 30, adondsse addarsi, avój n. 152, avilji ape, 



' Su questa forma si saranno poi foggiate, per analogia, le altre 1. pers. sg. 
cong. pres.: soj sim, portój, tinój, ecc. 

* E sopra ej si foggia l'analogico sej io sono (cfr. ancora: soj so, voj 
vado). 

' Cfr. portéj portes, portéjt portet; tinéj teneas, tinéjt teneat. 



I! dial. di Val Soana. Vocali atone: a. 17 

avcjr avéj avere', ecc.; mediano: darbcRc balbettante (quasi 
'balbesco"), tarilo n talpa, carcitn qualcuno, naric narice, fa- 
rina farina, familj famiglio, familji famiglia, graraón (piem. id.) 
gramigna, samba g sambuco, savéjr savéj, travet travicello ;- 
hazjcr baciare, fazcnt facendo; hcanét scagno; vjagér; kjavórl 
n. 5; candelót, camóss, carbon, caliteli, cavenà capanna, ecc., — 
finale: mia tia sia, mia tua sua ; finta pimia tradia batti a beii'a, 
finita ecc.; Maria, Liìpia; Limpja Olimpia, Tója Vittoria; ven- 
dùmja siìmja 94; mónja (piem. monia) monaca, réssja (piem. 
réssia; quasi 'résega', cfr. il verbo piem. ressié segare); ànja 
(piem. a7iia) *ànata anitra, gàvja (piem. gavia) 'càbata', qui: 
vaso da latte; trója ; ónghja ; féjra téjla óandéjla litéjla mohtéjla 
novéjna n. 8, maréjna amarasca; ìitua stufa, Upliìa (piem. 
spliìa, voce germanica) scintilla; sca ecc. n. 7; àia, mela mola, 
litro la paglia (base germanica), tèrra, amara, marélitla filjc- 
litra V. nura. 3 in f., córna,pjuma, ncva nuova, résa rosa, òca, 
telila, càuda calda, àrba alba, ecc. 55. Ridotto ad e o ad i 
nella penultima dell'antico sdrucciolo: Ht.'ven Stefano, cevenó 
canape, cfr. *ània *gàvia nel num. preced., fulic fegato, litómi 
stomaco, tutti esempj, questi deir2, comuni anche al piem. ecc." 
Nella prima delle due protoniche: felucsci, canav. falavésca, fa- 
volesca. E Te abbiamo anche al posto àeWa delle antiche desi- 
nenze personali -as -at; ma piuttosto che una mera alterazione 
fonetica, ci vorremo riconoscere Ve del presente di altre con- 
jugazioni che viene a stabilirsi anche nella prima e nell'imper- 
fetto di tutte (cfr. il n. 61, e il 151). Ecco esempj ad ogni modo: 
pòrte portas, tarde tardas, ère eras, portdve portabas, sondve, 
tenive;- cantei cantat, pòrtet portat, sónet, siì'bjet sibilat, éret 
erat, portàvet, alàvet andava, tenivet. 56. h'e mediana di 
arengér (prov. arrengar), raccomodare, può essere etimolo- 
gica; altrimenti, come è per quella di cmbjencér, imbiancare, 
sarebbe da considerarsi il nesso palatino che sussegue {hg ne), 
onde arriviamo all'm^ del caratteristico minger mangiare, min- 



* avént avendo; ami' avuto; avòj avevo, avcj avevi, avéjt aveva, aoiit ave- 
vamo, aviclnt avevano; are avrò e avrai, arét avrà, arch avremo, anj nt avran- 
no; ariro avrei, arirc avresti, arlrel avrebbe, ardii avremmo, an'ihtc avreste, 
arirnnt avrebbero. 

^ Cfr. Idmitja al u. 100. 

Archivio elottol. ital., III. 2 



18 Nigra, 

gón divoratore; cfr. Arch. Ili, § ii 22. L'antica esplosiva palatina, 
susseguente all'a, va pur considerata in lezcrta (e laz. come 
nel pieni.) 'lacerta'; e cosi è da attribuirsi al j susseguente, Ve 
di chejti meschino n.l69, e Ve imprima atona di rejg *i*ajic, ecc. 
(n.l9)\ 57. E di qui si passa agli esempj in cui Va di prima 
atona si riduce ad e o ad i per effetto della esplosiva palatina 
cui sussegue: ^'erna gallina n. 183; cetàr comperare ('captare'), 
cevenó canape (citato più sopra, per la seconda e), cevréj ca- 
pretto, cipjéiir (num. 151 184) cacciatore, pei quali due ultimi 
esemplari già avemmo la vocal palatina pur nella tonica (n. 3). 
58. L'i da a di prima atona, dietro a esplosiva palatina, è poi 
ridotto ad il, per effetto della labiale successiva (cfr. n. 18), in 
cwnizi camicia, cumiliià cùmiJiton giubba, cùmin camino, fo- 
colare, cuvilji cuviljón cavicchio. 59. E si arriva al fenomeno 
caratteristico deir« in i all'uscita atona, che avviene regolar- 
mente (cfr. n. 54 in f.) quando all' a preceda consonante palatina 
palatile, tra i quali suoni entrano pure i nessi jtjdjr jv, che 
è come dire jtj jdj jrj jvj, cfr. n. 184. Seguono ora le serie degli 
esempj.- 1.° -e a di fase anteriore: vacci vacca, diìcói n. 43, bràcci 
{broca del piem. ecc.) chiodetto, pjénci, bjénói 4, bànci panca, la- 
vénci (prov. lavanca,.ivc. lavanche) lavina, ghmci' guercia, 
mósci, esci e Usci esca, pésci, feluésci 55, riisèi ( piem. rùsca) 
scorza, busói (piem. busca) festuca, rasói (piem. vasca) tigna, 
Noàsci n. loc. Noasca; — 2° -ga di fase anteriore: lóngi, mangi 
manica, diméngi domenica, lugi (mil. lògga) scrofa, bggi saccoc- 
cia; — 3.0 -jta (-jtj a) di fase anteriore (cfr. n. 153): trujti 
'tructa', còjti 'cocta', dréjti, benéjii benedetta, assujti su'jti 
v. n. 43; cui si aggiungono l'analogico nàjti nata, nascita, e 
l'importantissimo _pon/!i punta, tra-pónti coltrice (trapunta), da 
*2^onjtja, cfr. Arch. I 305 n., 209 n.; — 4." -jda (-j dj a) di fase 
anteriore: fréjdi, v. il n. 20; — 5.° -jra (-jrja): djri rivéri 
[=rivàiri] ecc., ii. 5, messéjri ecc., n. 30'";- mójri magra; néjri 
n. 23; piri, cera n. 9; — G.° -jva (-jvja) di fase anteriore: 



* Ancora h-kjejràr *s-clairare rischiarare, cfr. n. 108 e Arch. I 275. 

- Nella continuazione di -aria -Oria, che è il caso che s'ha qui dinanzi, 
potrebbe essere etimologico anche il secondo j dei riflessi che scriveremmo 
-àjrja (onde -dirji -diri, érji èri, v. il num. 60) -ójrja. Si confronti il riflesso 
fri. -érte, Arch. I 486. 



Il tlial. di Val Soana. Vocali atone: a. 10 

ó;■^?^ acqua, n.lo6; — 7." -Ija di fase anteriore: fòlji,jpàlji\chilji 
quella n. 103'; ólji n. 51; vjélji sélji virll'lji ulji n, 109-10, 
ciiàlji quaglia; hatàlji, dotélji'-; — 8.° -nj a di fase anteriore: 
comparti, camjpàni, cavàni cesta, bòrni cieca, corni sorda ; dove 
non è superfluo notare, che -jna non suol condurci a -jnja ecc. 

(v. n. 54: fin.), cosi come -jra -ira ci conduce a -jrja -irja; 

9.° -zdi di fase Q.nier\oYe: pi'i di = *pu\l]za pulce, bruii bragia; 
cfr. frisi (piem. frisa) briciolo; — 10,° -cja -cca di fase an- 
teriore (v. l'esordio): pjà])i, fòrln, licòrjn scorza, éujn aguzza 
n. 38, cépi caccia n. 3, cójn (cfr. pieni, cocòt, fri. cuce) zucca 
'coccia', bòpi testa 'boccia', miolìpi (quasi 'medullicìa') mollica, 
balànjn, j^ànpi, pitcmpi ecc.; — 11.*' -ia di fase anteriore (cfr. 
n. 54 in f.): pevii pi[t]ui[t]a, alegrii, dragii n. 9, bergerii 
gregge, bi'tzii; — 12.° ^ja ecc. di fase anteriore: coréji n. 23; 
e ji si riduce al solo i: lobi (piem. lóbià) loggia, ràbi 98; o 
al solo j se gli preceda a (cfr. n. 53), che è il caso deU'-àj per 
l'-ATA dei partic. fera, (-àda -àa -à-j-a, -àji -aj, cfr. Arch. Ili, § ni): 
enfoàj infuocata, pelàj, marjàj, ìitropjój storpiata, storpia '. — 
60. Di ALT ecc., v. il n. 107. 61. Le proclitiche 'da' ed 'a' 
suonan qui: do ed o. Ma del rimanente, non v'ha nulla, o nulla 
almeno di specifico e sicuro, per a in o, tranne forse dovànt 
davanti, cfr. n. 68. Bortrome, Bartolomeo, s'incontra con 'Bor- 
tolo'; e V -ont delle 3. pers. pi. pres. di 1. conjug. e dell' imperf. 
[portoni, lipéront sperano; éront erano, alàvont andavano, j70/- 
tàvont, tenivont), ha ragione analogica {liont) e molto estesa, 
V. Arch. II 120 n., Ili, § ii 22. 62. Per il dileguo deir« iniziale, 
non avrei, di non comune, se non delle voci di 'habere', in ispe- 
cie: iìsso iìsse ecc., che già si addussero in nota al n. 43. Delle 
combinazioni interne AÉ AO', surte per dileguo di consonante, 
vediamo cadere Va, in céjna ca[djéna n. 8, eluna num. 104 n., 



* Al n. 103 deve riferirsi anche milja (piem. mila), che resta all'-a. Il nesso 
Ij è 'sui generis' in questi due esemplari; ed è naturalissimo che milja, ma- 
scolino come dev'essere, non cadesse all'analogia dei feminili. 

^ I plurali suoneranno fòlje ecc., continuandosi il tipo storico o analogico 
in -Lj.E, cfr. tandlje al n. 61, 

^ Il plurale ó in -de, come si vede al n. I; ed é quanto dire, che trattan- 
dosi di vocali dissimili, il linguaggio non si adoperò a togliere l'iato, come 
fece al singolare. 



20 Nigra, 

IKljla pa[d]ella n. 8, fìesééur *pesca[d]éur ecc. mira. 3 n., pcjri 
operi pa[v]oria n.30. U -a della 2. ps. sg. imperai, dil. conjug., 
che suol raanrtenersi {pòrta chctu porta tu, canta), dileguasi in 
dón-lji dà-gli. 

E. 63. Intatta; in prima sillaba: essènt essendo, relip landre, 
recórp n. 34, telér telajo, mesù'ra cfr. n. 67, messcjri n. 30, 
femelà femina, setnenàr, tempéìita, sentcr sentiero, sentir, len- 
tilji lenticchia, levànt levante, fevrér febbrajo, pervél cervello, 
jjrezgn, sejér segare, nejcr annegare; ecc.; — in seconda pro- 
tonica: candelòt, deventàr; ma volge a dileguare Ve di apeléjri 
n. 30, che è Ve romanza di apél, num. 3 n.; — in postonica in- 
terna, che è quanto clire nella mediana dell'antico sdrucciolo: il 
solo (;izer, allato a gi^^ro, cece, quasi 'cicere'; cfr. num. 151 n.; — 
all'uscita degli infiniti che in fase anteriore sono sdruccioli (pfr. 
num. 70 n.): dii'^e, fare, licrire scrivere, vérre vedere, Ijére e 
lire, frire, chéjre cuocere, diedre, cèdre cadere, chelidre n. 29, 
depindre, èlitre essere, ecc.; all'uscita romanza, in prévre préve 
'présbyter', e nella 2. pers. pi. : ade habetis, éjde habeatis, portàde, 
ì)eide bevete, ecc.; — e nella continuazione dell'^ di pi. femin., 
desinenza che si estende analogicamente anche al tipo di terza 
latina: por tó(? 'portata', pimie, dovue, litèjle 'stellse', àule, basse, 
do e 'duse';- sùtile le sottili, vritàe 'veritates', ecc. — In tejlcr 
tessitore (allato a telér telajo) si continua V ej della tonica 
n. 8. 64:. Fattasi a in prima sillaba, oltre che ne' soliti as- 
siijt asciutto {assu'jre asciugare) e tanàlje, ancora ne' seguenti, 
in cui occorre un r, o scempio o complicato: litranu sternuto, 
htranuàr, marcia n. 3, esempj comuni al piemont., cardcnpi, 
Varónica; e Ve di seconda, venuta in prima: traulà ("trauéla, 
terebella) succhio, traulin succhiello. Ancora: ancrólit *enc[l]au- 
stro inchiostro; lajtéri lettiera n. 153. Cfr. n. 85. 65. Esempj 
specifici per Ve in i, sono: ighjézi (e ghjézi) 'ecclesia'; pinàr 
cenare, v. n. 9 ; pino pettine, pinàr pettinare, per la qual cop- 
pia si risale veramente a un éj\ *péj[t]no n.l53; mitàl; e Iveréa 
Ivrea 'Eporedia'. S'aggiungono, d'accordo coli' italiano : girézi 
gìrjézi ciliegio, e qualche altro; 66. e per Ve nell'iato romanzo: 
Ijam le[t]ame, ìnjolà *mi[d]óla, bjold "beftjóla, esempj non estra- 
nei al piemont. 67. In due esempj, le cui e originarie {ens, è) 
volgerebbero normalmente ad éi ed i (a, 8-9), 1'?' da e passa poi 



11 dial. di Val Soana. Vocali alone: e. 21 

ili il per effetto dell'attiguo m (cfr. n. 18, 58 e 72): mnsnràvet 
misurava (cfr. mesùra n. 03), vcndùmjàr (anche sotto l'accento: 
venditmja', e ugualmente nel piem.: vendumia vendiìmié). — 
G8. L'o in prima atona, per Ve attigua a labiale, oltre in do- 
véjr dovu, anche in montò òi (piem. manton) mento; cfr. dovant 
n. 61. — Quasi superfluo poi notare, che non è un'alterazione 
fonetica dell'antica e, ma bensì un'epitesi che si determina se- 
condo ragione analogica (v. il n. 78), il fenomeno dell'-o aggiunto 
agli antichi sdruccioli, che oltre all'avere in semi-dileguo l'antica 
vocal finale (n. 70), avevan perduto la mediana (n. 09, 75, o 
cfr. 1^): loévro, cigro n. 63, véntro, mùrmlo, pf'tgò *polc pollice; 
dchlo (e dcbel), gnvno; oltre arilo e póvro, che vengono a 
toccarsi colle forme toscane, ma pure hanno ragione in qualche 
parte diversa; ai quali si posson finalmente aggiungere, sebben 
di base piana: évro otre n. 42, e più singolare: càio quale n.l. 
Cfr. i feminili sulla stampa di pu'di = *pu[l]za n. 59 9°, Jnndra 
n. 21, Icvra (piem. la Icvr), róndona (piem, rondola) rondine, 
févra (piem. frev) febbre, cala quale f.- E pur qui h pura 
pure. 69. Nessun esempio speciale per l'aferesi dell' e.- Si 
perde 1' e mediana dell' antico sdrucciolo : góvno (jfjno, póvro 
poro cfr. n. 08, libro libero, vipra, véJipre, téndro ecc. n. 137; e 
quindi sono sincopati tutti gl'infiniti che spettano o passano al 
tipo di terza latina (cfr. n. 03): pjévre n. 33, hàire, vàndrc, 
licòndre, fóndre, pérdre, licórre scorrere; parélitrc ecc. n. 121, 
óndre ecc. n. 159;- rjòdre, possédre, reUpòndre\ ecc. — Si 
aggiunge qualche es. pel dileguo dell'c? nella seconda protonica'; 
caplàn (piem. id.), vniré miirót *venir'-habeo *venir'-habet; e 
nella seconda delle tre protoniche: C'aJitlamónt Castellaraónte. — 
Ancora: vritd (piem. id.), 25ro ])evò, priìn per uno. 70. L'c 
all'uscita latina o romanza, eccetto i casi di cui ò toccato al 
n. 03, sempre in dileguo; infiniti in -fire -óre -ire: htar staro, 
urlar, licaràr sdrucciolare, Ticainr (can. sgatàr), razzolare 



• Il caso precedente, cioè delle due atone che perdono di risalto dopo la 
tonica (-^^), sì che si dilegui quella delle due che alla touica ò attigua, ò 
fisicamente molto simile al caso presente, che vuol diro a quello delle duo 
atone così poco rilevate dalla voce che corro verso la tonica ( ^^ - - ), da an- 
darne ancora perduta quella che alla tonica ò attigua. Puie, nell'ordine sto- 
rico, ora si fa caratteristico l'uno dei due casi, ora l'altro; v. Ardi. H 1 19-20. 



22 Nigra, 

niifjàr odorare, riìmàr grufolare, Vocàr guardare (can. hejcàr), 
ecc. n. 1;- taljér, bjecér mungere (can. arhjocàr rimungere), ecc. 
n. 3;- avéjr ecc. n. 8;- iùsstr, driiir e dilrvir aprire, lipùtjtr 
schiacciare, lipiìrdir fugare, ecc. n. 17'; sec. pers. sg. impe- 
rai. : Un, pren, li 'lege', bej 'bibe' (ma ej, che s'adopera per 
'habe', è veramente 'habeas'); avverbj: hin, lon 'longe',ecc. ; — 
numerali: set, 7iè, djeg dje; -«==-A'TE: Jntà città, vrìtd ecc., 
,rì. 1 ; altri temi di terza lat. : fem. mazon casa -e, torr, vgrp, 
cer carne, mori, nej neve, ioss, nojt; masc. león leone -i, órden, 
verm, mont, sane, mejs; sutil (pi. fem. siìtile 63), fàcil, de- 
tei, ecc.; cfr. n. 68. Ma: fràre 'fratre-', e possible; e ancora 
cfr. otòhar, allato a setémhre dezémbre. 

I. 71. Intatto: mvér, invidjéus, ecc.; pindr a ranno, girógic 
chirurgo (Arch. I 500 510), ne' quali -due esempj Vi può ripe- 
tersi dalla palatina che lo precedeva (cfr. Jymdra 21); pilitàr 
(piem.p2S?^) pestare, camp27itór calpestare; linjmél (piem. lin- 
gòl); gómit (piem. id.) vomito; ecc. 72. In u, per effetto di 
labiale attigua (cfr. n. 67) : riiéri e rivéri n. 5, aruvàr, siìbjdr 
(piem. siìbié) sibilare, lùmàpi (piem. lùmàga) luraaccia; pru- 
mjér; punàta. Un es. d'z in il dinanzi a n, dev'essere cunér 
{cunér Ij uclj socchiudere gli occhi) "kinér, v. num. 108 n., 
n^frc. cligner. 73. In e:pelup pera ('peruccio', cfr. fri. pirùr) 
e pelugér i^éro {M. pirugàr), pescéur n. 62, sedelik secchiolino, 
seljg'n secchione, pevH pituita, senéJitro, ecc.;- meìióàr (piem. 
mescè) mescolare, demenuir, semenàr;- endevinàr (doppio es.), 
endebelir, enlevàr (piem. anlevé) allevare, enseàr innestare, 
enseri (piem. ansari) rauco; ai quali non aggiungeremo se non 
il ~te -6?e = -Tis di seconda pi., mandandone in nota una serie 
d' esemplari ^ 71. Di i in a, ci sono esempj lilajvàr n. 156, 



' Apocopati anche gì' infiniti di tei'za (n. 63) quando hanno il pronome 
suffisso: derté dirti, préndlo prenderlo; e ancora si osservi éhteme esserrai 
(v. n. 121), confrontando il n. 119 in f. 

^ élite siete, sihte eravate, saréjde sarete, séjde siate, fiissàlite foste, sa- 
rùlìte sareste;- éde avete, aviìite avevate, aréjde avrete, éjde abbiate, ussdlite 
aveste, aràìite avreste; portàde portate, portlhte portavate, porteréjde por- 
terete, portéjde portiate, portessdlìte portaste, p^orteràìite portereste;- alàde 
andate, aliìUe andavate, vodréjde andrete, aléjde andiate, alerdhte andreste, 
alessàìlte andaste;- tenide tenete, tenllite tenevate, teniréjde terrete, tinéjde 
teniate, tinisàlìte teneste, tinirdhte terreste;- diléde dite, diSilite dicevate, 



Il (lial. (li Val Soana. Vocali alone: i. 23 

rùsaljcr ii.lOO, e manifélja già qit. al n. 36.- Comune al pieni, 
l'o da i postonico in róndona al n. 68; e piuttosto andrebbe 
notato: ol^el, num. 25 in n., e 106. 75. Dileguo; nella me- 
diana dello sdrucciolo; anta 'àmita', cléhlo n. 68, néliplo me- 
s-^Wxxs' , jposslhle;- inoltre: ^eni<i^allina n. 183, Flip, maJi-che 
'magis-quid' (allato a maj) n. 132; e vìn 'veni'. Quanto ai plu- 
rali mascolini, il terreno, sul quale ci moviamo, non concede 
per ora che la solita loro indifferenza dai rispettivi singolari sia 
fermamente ripetuta dal dileguo dell' -i anziché da quello del -s, 
comunque ^-^ occorra nel pronome e in un certo numero di ag- 
gettivi: li Ij i, dli ali, pli-làj quelli, pli-Jj'i questi; nosr'iutri 
vosàutri; ngUtri vgJitri; boni, névi nuovi, fg'ndi fecondi, déhtri 
senéJitri, lulitri lustri, tujti tutti, 'pori poveri, bussi, gròssi, 
léllti lesti, pitgdi piccoli, e con l'accento sulla desinenza: bit 
belli, biìrtl brutti, freìul fermi. Del rimanente, esempj di forme, 
che valgono indistintamente per singolare e plurale, son questi: 
miìr, ger giorno -i, camp, gómit vomito -i; amar, sdir, cojt 
cotto -i, àut, rjont rotondo -i, ione lungo -ghi; ecc. Cfr. n. 78. — 
76. Quanto a di-véndro 'dies-veneris', di-mérclo 'dies-mércurii' 
(n. 15), cfr. il n. 68. 77. Di i in ;, v. l'esordio.. 

0. 78. Intatto: ofrlr, conéìifre conoscere, conossh', pjoràr 
'plorare', fjorìr, rnolln, morir, conhn, portar, cornila (piem. 
bicorna) ancudinetta; Jitrgnàr fulminare (cfr. litro ni n. 31), 
co^f^^bavaro (cfr. cgl n. 34); ecc.- All'uscita, mantiensi imprima 
l'-o della 1. pers. sg. ind. pres.: pòrto, crévo crepo, beo 'bibo', Ilo 
'lego', dio 'dico', devo, tjéno vjéno. Poi si vede l'-o {-u) desi- 
nenziale romanzo del mascolino, nell'antico sdrucciolo, che qui 
è sincopato (cfr. il n. 68), e vuol dire nei casi in cui un nesso 
di consonanti, avutosi per ettlissi di vocale, sarebbe altrimenti 
riuscito in fine di parola; ai quali si aggiungono alcuni pochi 
esempj di antico ne.sso. Si osservino: tcndro, glndro, mt'rlo, órlof 
irobjó *tróbjo 'tùrbulo-' Arch. I 548, trémbjo tremito ('trèmulo-'), 
àrblo, tàllio, libro libero, néliplo, [pòplo], pàliclo pascolo, sòcio, 



diréjde direte, dizéjde diciate, difessali te diceste, diràhtc diresto;- liddc leg- 
gete, lUlitc leggevate, liréjde leggerete, .^i^f^de leggiate, liessnhtc leggeste, 
/terr?7ifc leggereste;- beide bevete, hcilite bevevate, beert'jde beverete, beifjdf 
beviate, heessàldc beveste, beeràhte bevere.ste. 



24 Nigra, 

póclo zoccolo, [miràclo], mégo medico, sarvàgo, tédo tiepido, 
fràjno frassino;- orgo e ór gèlo, orzo (cfr. màngèlo manico, e 
bernàgèlo paletta da fuoco, piem. bernagi, per la cui base si 
può intanto vedere Ardi. I 551 &);- sóngo il sogno; bórno cieco, 
còrno sordo; burro butiro;- mélitro mastro;- [vedrò vetro, 
cuàdro, 2')igro, alégro], màjro magro, néjro e nejr nero, vàjro 
molto Ardi. II 113;- Zdr^'o 158 n., sonò *sónno;- malàdo (cfr. 
prov. malavite e Ardi. II 122 n.);- e ancora p^7o (piem. id.) pollo 
d'India, e l'esotico bravo (piem. id.). Tutte queste forme in o 
valgono indistintamente anche per il plurale (cfr. n. 75); ma 
le cinque che seguono: fondo deJitro senelitro lùhtro leJito, 
fanno il plur. in -i, come già vedemmo al n. 75. 79. Gli 
esempj di o in il non sono specifici (tranne forse il metatetico 
trììchéjse, di cui al n. 170): uliva, ùbidiént, cùnia n. 3, cùzin, 
furmia, rusaljér rosicchiare (cfr. piem. rusié), gujér giocare, 
guatin giocatore, durmir, durmiljonàr sonnecchiare, dove an- 
dranno considerate le basi toniche col dittongo (cfr. Arch. II 
117-8); e similmente per Jicùrpjon scorpione (Arch. I 262) e 
pùbiàna n. 113, cfr. n. 33. 80. Un oit atono di fase anteriore si 
continua per au nel già citato pautrir poltrire n. 47. E vol- 
giamo al dileguo coWe di Iveréa 'Eporedia', seròlj n. 46, seno 
n. 183; pandesémolo n. 11 '; e il dileguo è compiuto in corna 
corona n. 183.' 81. Del rimanente, V -o {-u) di uscita romanza, 
in continuo dileguo (cfr. n. 75); di -àto ecc., v. nelle toniche 
lunghe, e aggiungi: 5on, film, nas, grilj grillo; gàmber, co- 
curner\ invcr, ors, nerf, raort, cani il canto, j:>ron^, tcn tempo, 
carneo, pjomp, drejt, ecc. ecc. 

TJ. 82. In u, oltreché nei soliti urlar, Jipùàr sputare {Jipùàp 
sputo), sùtil, anche in giìljàrt ghiotto (cfr. Diez less. s. goliart), 
che vuol dire ù dall'in della formola atona ULJ, cfr. n. 72.- Per 
Vi di linpóla, ci son le estese concordanze già altrove avvertite 
(n. 31); e gli è abbastanza analogo il caso dì Bjéla "Biìgéla 
'Bucella' Biella. Più rimoto è quello di pjengér n. 99. 83. Del 



* Ma in rjont, piem. riond, come nell'it. ritondo ecc., è un' e {i) di falsa 
etimologia: *re-[t]ondo'. L'è di cheént^ cuocente, proviene poi dal dittongo della 
tonica, n. 33; e assai probabilmente pur quello di anejér annojare, nednpi 
noja; cfr. prov. enuei.- Più notevole sarebbe l'-e di rà^e radio- n. 96, che 
ricorda l'-e spagn. di sage ecc., cfr. Arch. I 78 n. 



Il (lial. di Val Soana. Vocali atouc: u. 25 

rimanente, i normali riflessi: g ed o. Cosi: ortia grtjn, e le 3. pi. 
lìont leggono, diont dicono, ì)éont, vjénont, crénnt credono, dor- 
me] sont àovmono (-iscono);- sorire sorridere, comlj, nojér al- 
bero noce, rotar ruttare, 2')oàr potare, dohjàr piegare (doppiare) ; 
aUcotàr ascoltare, pormón\ tòrtola; e altri. 84. Dileguo; 
nulla di specifico a formola mediana: maniplo ecc., v. n. 78. Ma 
ancora alla formola mediana, piuttosto che all'uscita romanza, 
attribuiremo il dileguo deWit (o) nell'esponente di prima plurale 
(-MUS, *-nSy -n), che la nota ci mostra per una serie d'esempj '. 
Dittonghi. 85. M. paulà cipolla; cioè aii =*e[v]\i = JEFU; 
cfr. n. 64. Del rimanente, nulla di specifico: aràm 'aeramen';- 
iJitd 'aestate-' ; - colitjonàr contendere '*quaestionare'. 8G. AU. 
Nulla di specifico: gtónt n. 44, orai n. 50, orljì orecchia, ecc. ;- 
alicotàr ascoltare;- au rom.: ozéll. ou rom. in au, n. 80. 

Consonanti continue. 

J. 

87. Iniziale, passa in g: ga, genòr gennajo, di-gc giovedì, 
govno, go giogo, gun gitna agg. digiuno -a, digiìn giìnar, g'ùlU 
ingulit, gujér giocare; G'àco Giacomo, G'esii, G'iìsó G'a Giu- 
seppe, G'oàn G'ùvànt GìO\ anni. 88. Interno: ma; maggio; - 
J'T: a.jdjér ajutare, àjdo io ajuto, àjde tu ajuti;- J'S: pjcs e 
2nes *pe[j]s 'pejus', v. num. 7. J complicato. 80. LJ (LLJ). 
Si continua intatto per Ij. Citeremo: alj, mal]', filj, filji figlia, 
familj, familji, tilj, mejlj 'niTlium', conscjlj conscjlji consiglio 
consulta, fuélj foglio, fòlji, pàlji, maravélji, vólji, vóljel voglia 
(3. ps.), meljéur, miljcr miglio 'railliarium', gidjàrt n. 82. Di 
// ridotto, come nel piemontese, al solo j, abbiamo esempio in 
parpajòla, farfalla, quasi 'parpagliuola' (papilio ; pieni, iiarpa- 
jón); V. qui appresso, e il n. 109. Vanno qui poi considerati 
ancora i casi. in cui surge LJ per dileguo o assorbimento della 
consonante che andava innanzi alla vocal susseguente: ìnclja 



' en abbiamo, avih avevamo, arra avremo, ìi ssaii. avessimo, arri/i avremmo; 
sen siamo, sin eravamo, fussan fossimo, sarch saremo, saremmo; porte a 
portiamo, porilù portavamo, porteróh porteremo, lìortcssan portassimo, pnr- 
tcràh porteremmo ; tinéh teniamo, tcnln tenevamo, ienirt^h terremo, tinfssa» 
tenessimo, tinirnh terremmo; di^ch diciamo, tìizìk dicevamo. 



26 Nigra, 

méja n. 149, Ijam letame, Ijalj legaccio (quasi 'ligaculo-'). E si 
aggiunge LJ da l-^-i atono del dittongo, in Ijére n. 11, e final- 
mente da li proclitico, artic. masc. plur., quando gli sussegua 
vocale: /; uélj gli occhi, alj uélj. Ma: gili 'lilium' ed èli 
'oleum', cfr, Arch, I 509 547. Coincidono poi normalmente 
con la serie studiata in questo numero, le serie dei num. 109-10 
e 112. 90. RJ. Di r/ postonico, è da vedere il n. 185. Pro- 
tonico, perde il j in Tojin, diminut. di 'Victoria'. Prodottosi 
per dileguo o assorbimento di conson.: rjont (piem. riond) n. 80 
in n., rjan (piem. rian) canale, ruscello (rigagno). E ancora 
avrei glorjéus, Marjàna, che non yalgono se non come ulte- 
riori documenti della tendenza che nell'esordio contrassegnammo 
per i. 91. VJ. Imprima il doppio esito dell'antico vj (bj,g), come 
dappertutto suole: gàbja, pùbjàna salamandra^;- pjógi, Unger 
(cfr. Arch. II 150 n., e piem. Ungevi alleggerire).- Poi vengono 
i vj specifici o seriori: sàvja salvia, endivja, pivjdl, ecc.;- gàvja 
*gavida n, 54, gràvja; vju *ve[d]u veduto. 92. SJ, che in 
fase anteriore sia tra vocali, si risolve pur qui in uno i : pre- 
zón, mazon, ighjézi n. 65, cumizi, bazjér n.l84. SSJ: pro- 
cepjon, allato a confessjon, cfr. n. 97. 93. NJ. Col j in g: 
sóngo il sogno, songér sognare, gréngi num. 4. Del rimanente, 
n: arem, campani, montani, chèna n. 4, calitàn di color ca- 
stagno, vjèno tjéno, vini vigna, bisónet bisomvet bisonia bi- 
sogna -ava -ato (ma besén bisogno), Tona (e Tònja) Antonia, 
cun\- nent neh ni-ente , min ni-uno; ecc. Per n vernacolo 
d'altra base, v. num. 159 (161). Si aggiungono i casi di NJ 
avutosi pel dileguo o l'assorbimento di una consonante, e vi 
restiamo a nj: ànja n. 54, njalj nidiale, mónja monica. Ma 
qui pure: capitani, teMimòni, Tòni. 94. MJ: sumja n. 18, 
veìidumja vendicmjàr n. 67 ; - e per ettlissi di consonante : mjolà 
rnjoUpi num. 171. 95. C'J; v. n. 151. 96. DJ. Imprima 
il doppio esito j g (i) come altrove suole: encuó *encuéj n. 32;- 
ger giorno n. 37, argo orgèlo n. 34, róge 'radio-', Magéri (piem. 
stagéra, frc. étagère) scansia, 'stadiaria'. Questi di^' = DJ non 
mi sembrano, del resto, tatti esempj di un' uguale anticMtà, cfr. 



' Quasi 'pluviana', che esce colla pioggia; cfr. inem. piovana, a. d'uccello; 
animale velenoso; tarantola. 



Il dial. di Val Soana. Consonanti: j complicato. 27 

Arch. I 195 n.- L'antico i { = g) - DJ, passa poi in d {-Jj), secondo 
la caratteristica che nell'esordio segnammo per p: mep meda 
mezzo -a: mep-gór mezzogiorno, med-oht mezz'-agosto, meda- 
-nójt. DJ seriore: djàu diavolo, [djàmeìia domine, cfr. dia- 
mine], uhidjént. L'iato per dileguo di consonante, rimane in 
deal ditale. E pur qui è rimedi. 97. TJ (CTJ, PTJ). Qui ab- 
biamo l'esito caratteristico J) Jrj (esord. lett. p; cfr. inoltre il 
n.l84, e Ardi. I 512, III, § ii 19): pop pozzo, éup éupi aguzzo -a 
n. 38, pjàpi, grapi grazia, Ndpi Ignazio, capi caccia n. 3, 
cipjéur cacciatore ib. n., [vipi\, notipi, malipi, tipon, nòpe, 
fórpi, linpìuél, conpàr cucire, rappezzare (conciare; cuncàr tin- 
gere, è importato), cardénpi, neànpi noja num. 80 n.; papjénpi 
doppio esempio; fapon (piem. fagon, frc. id.) modo 'factione-', 
oraj)jo'n, henedipjon^; ringrapjér; comenpjér, Jiciìrpjér scor- 
ciare; carepjér ecc., n. 184. Curioso è lapól lapér latte, che 
risalirà a 'lacteo-' (lactjo lag), ed è forma comune a molti dial. 
franco-provenzali; Arch. Ili, § ii 22. Non è indigeno terg tèrga 
terzo -a, come anche si vede per Y-a incolume del feminile. — STJ. 
L'antico stj ha la solita riduzione in ùss uscio; e resta incolume, 
vsalvo la necessaria digradazione del s, in hclili dchtjnm, coh- 
tjonàr. Ma lo stj seriore, surto per dileguo o assorbimento della 
consonante gutturale o palatina, dà se in domésci domestico (che 
non ha bisogno di dipendere da un verbo *domescé, v. il n. 150), 
mescer masticare, cfr. n. 129. A caUtidr, castigare, rimane la 
stessa figura fonetica che è in cahti, castigo. 98-100. BJ : 
ràdi rabjéiis, e ìg'bi allato ad alogér (^ad + lobiare; cfr. pjeh- 
gér *plumbijare n. 149); per dileguo di cons.: hjol' (cfr. piem. 

Mola e Arch. I 306) betulla.— FJ: fjolà *fiula fibbia 'fibula' 

PJ : sapjént, licvrpjo'nTì.ld, lùpja lupjéus 18;- làmpja *làm- 
pi[d]a lampada.- Coincideranno normalmente, con le schiette 
continuazioni di queste tre figure (bj fj pj), gli esiti di quelle 
tre che saranno studiate ai num. 113-15. 



101. Intatto: lavéur lavoro, lévra lepre. Uh, lìhcr libero, 
Unger leggiero n. 91, Uaul luna, ione lungo;- àia, séjla segala. 



*dj:zTJ, è nel solito hta{ioh stagione (pur nel piem. stafiOìì). 



28 Nigra, 

gelcus geloso, fila;- mcTlo, orlo; hcrlu'm barlume;- col]i, al- 
héna pernice bianca, [salvch"-]; milpa milza;- mal, sai; mèi 
miele, ]}jel cielo; pejl pelo, hadil, avrll; mill; ecc. ecc. 102. Se 
nelle basi è geminato (LL), suol continuarsi incolume [l, -II), 
tranne il caso che si contempla nel seguente numero. Così: vali 
vaglio (vallus), cavali, peli, cotèll n. 107, vèl *veéll vitello, hàla 
palla, Jicuéla scodella, mjolà mjolc midollo midolla, asselà ascel- 
la; ecc. 103, Ma LL preceduto da i volge in Ij, ed è quanto 
dire che Vi vi si propaggina in direzione progressiva; come an- 
cora si ha Iji da LLI', che è Vi propagginato in direzione re- 
gressiva; cfr. p. e, Arch. I 57 157 ecc. Cosi: grilj grillo, cfr. trilj 
danza; mìlja num. 59 n.; cullji quelli e chilji quella (allato a 
chel quegli);- faljir, pgljin pgljinà ragazzo -a ('puUino-'). — 

104. Passa quasi costantemente in r, quando gli succeda con- 
sonante labiale o gutturale, quasi si volesse sottrarre all'ana- 
logia del n. 107 (cfr. 101); E avremo: arp alpe, parptym pal- 
pebra, tarpo'n talpa, vorp, àrba (e probabilmente anche àrblo 
drhra n. 2 e 118, così ritornandosi all'arb- latino), barhéhc 
balbettante, sarvàgo servógo selvaggio, orm, corm -a, pormg'n, 
pii'rpit pulpito;- càrdie qualche, carcu'n qualcuno, farchétM- 
Ghetto, cavarcàr, manelicciri maniscalco \ Un caso di L'N se- 
riore, è in gema gallina; e di L-T sintattico: nent-der-tot 'niente 
del tutto'; di LD della fase letteraria: bardachm; di LS: liborp 
(quasi 's-bolso') spolmonato. Dietro a esplosiva o tra vocali: 
Madréjna Maddalena, embrn'lj n. 18; hposaripi sposalizio; e 
dissimilato, come fra i Ladini, sorólj 'soliculo', cfr. Arch. I 547. — 

105. Di altre mutazioni, pressoché nulla: gili Uilium', è esempio 
comune; vindeno vindno, guindolo, che trova ad ogni modo il 
suo esatto riscontro nel piem. vindu (cfr. Arch. II 119-20 n.), 
può essere diverso da 'guindolo' rispetto all'elemento derivativo 
(la base è tedesca; cioè il verbo wind-an, it. ghindare); e in 
manifélja millefoglio, campiJitàr calpestare, vi saranno allusioni 
ad altre parole ; dove anzi va notato, come campiìitàr possa tor- 
nare utile alla intelligenza dell'engadin. campcista, lotta, Arch. 
I 197. 106. Dileguo di l all'uscita: f^ fiele, rè n. 33; e quando 
precedan voce che incominci per consonante: bè bello, e {-ci) egli, 



marghér *mulgario-, lattajo, è im ea. comune al pieraont. {marghé). 



li dial. (li Val Soana. Consonanti: l. 20 

i-ol) egli 25 n. 107. L cui sussegue consonante dentale 
o palatina. In queste formole, tace il l costantemente; ma lo 
sviluppo dell' tf, da cui resta assorbito, non rimane manifesto se 
noi! quando la formola è preceduta dall'a fault ecc.; cfr. n.lSS); 
e sono, in fondo, condizioni non diverse dalle piemontesi.- ALT : 
àut, àutro nos-àutri vos-àutri, Sàiit Salto n. loc, pàutra ( piem, 
pàuta; cfr. Ardi. I 261) fango; autàjr, aupjér alzare; AL'D : 
cdut; ALS: fàus, sàusa, saustga; ALC: càup calcio, cdupe 
calze; caupind calcina; AL'C: Saudéj n. loc. *sauliej 'sal'ceto-'. 
Può andare, sotto la formola AL + dent. (ALN), anche g/'mn 
(piem. id., ivc. jauné) *gdl[v]no- 'gàlbino-'; e un secondo esem- 
pio per ALN ci è maunét sporco, mal-netto. Rimarrebbe Jijoàida 
( frc. épaule) spalla ; il quale, come sarebbe un esempio anomalo 
di àt«^ = ALL (n. 102), cosi ci risulterà un esempio illusorio, 
potendovisì non altro vedere che il diretto riflesso di 'spa[th]ula' '. 
L'ALV di 'salvia' perde il suo l: sdvja (piem. salvia) n. 91, 
a tacere di quello di ALNJ in banér ecc., che è esempio comune. - 
OLS OLT: ves *vuéls vuoi n.33 132, vet "vuélt, vuole; OLD: sol 
11.35; OUC: pog-o pollice, cocl-sse "coVcar-si (n. 3 e 148).- 
ULT: motohin, piem. id., molto-bene, cotóll, léutre (*làj-utre; 
n. 152) colà, là oltre; ULC: dnp, pii'di *pùlia n. 151; ULG': 
bogi lì. 45; ULS: pop polso (esord. p). Ma anche in nesso la- 
biale: pò ver polvere (ULV), che è però comune al piemontese. 
E licopéll scalpello, che parrebbe da sculp-, così come la voce 
ital. da scalp-, è alla sua volta comune a Piemontesi e a Lom- 



• Qui é molto istruttiva la serie piemontese. Il latino 'spathula' disse dun- 
que 'spatola', Spettine da telajo' e 'paletta della spalla', onde 'spalla' (prov. 
espatla; cfr. Diez. less. s. v.). Ora il piemontese, oltre il comune spalQÌa, spa- 
tola, ha spaula (=:spa[t]ula), nel senso di 'maciulla', onde spaulc scotolare, 
maciullare (Ponza), e insieme spella ( = spat'Ia). Senonchò, viene ancora da 
domandare: l'it. spola spuola (pioni, spola^ mi), spola, ecc. ecc.), che perfet- 
tamente conviene, in ordine al significato, col lat. 'spathuia', ne sarà egli 
storicamente diverso? Di certo, la ragion fonetica dell' it. spola spuola, e 
delle sue corrispondenze neo-latine, persuade a credere che egli non ci venga 
direttamente dalla lingua di Roma-, ma l'ant. alto-ted. spolo spuolo non sa- 
rebbe egli, alla sua volta, il latino 'spathuia', sorpreso hi quella forma a cui 
fra i gallo-italici egli doveva ridursi e realmente s'ii ridotto? Sicuri fouda- 
raenli tedeschi, questo spalo, per quanto io posso vedere, non ne ha. 

G. 1. A. 



.".0 Nigra, 

havdì: i>ìem. e m\\. scopài scopali. L complicato (cfi\ Ardi. Ili, 
§ II 10).- 108. CL a forinola iniziale, riducasi a kj: kjar li-kjej- 
ràr num. 5G n., kjd chiave, kjàpa la chiappa, kjo chiodo, kjg'pa 
chioccia'. Cosi ugualmente riduconsi, a formola interna, e CL 
e CL, se precede altra consonante: Jikjopàr *sclopare scoppiare 
(cfr. likjapàr *ex-clapare, schiappare, piem. scapé; allato a kjap 
'piatto, lastra', piera. cap, stovigli, veramente 'coccio'); me7i^j«r 
mischiare, méJikjo mischio agg., màUkjo maschio, ralikjàr ra- 
schiare, pórkjo cerchio, tàkja takjàr "tàccLulla tacc|"u]làre (cfr. 
piem. tacùlà brizzolato) macchia macchiare-; e con la media 
pur qui: ighjèzi ghjézi ecclesia, ghjezo'n tempio **.- 109. Ma, 
all'incontro, -CL- e -CL-, cui preceda vocale, riduconsi a Ij: 
c'dljér cucchiaio 'cochlear' (-arium)*; tanàlje Henacula', Ijalj 
'ligaculum' legaccio; orlji (=*orélji) orecchia, cuvilji cUviljgn 
cavicchia, C'ampiljì Campiglia n. loc, lentilji 'lenticula', avilji 
'apicula', riisaljér *rosiculare rosicchiare, conilj; embril'lj n. 18; 
uélj 'oculo-' n. 36, 20jelj pidocchio n. 37, genólj genoljg'n (gi- 
nocchioni), fenòlj, sorólj sole n. 46, vertòlj ibid. ; viriilji num. 
43 n., ii'lji ago [iiljg'n pungolo) n. 43". È Ij ridotto aj (cfr. n. 89), 
in cevréj capretto, quasi 'capriculo-', cfr. frc. chevrill-ard caprio- 
letto; e forse anche in faudàj, allato a faudàl (piem. id.), grem- 
biale; e lo stesso j si tace in pare, cosi, similmente, *parélj, 
piem. j5(2rc'^°.- 110. Con l'esito di -CL-, coincide normalmente 



* GLI ridotto al solo hi (non hji): chinar-^ y. il num. 72, la n. al num. Ili, 
e Arch. Ili, 1. e. 

^ Quanto alla diversità di stadio fra l'esemplare valsoanino e il pedemon- 
tano, si confronti stranghjàr, al num. Ili, di contro al piem. strang'ilé. 

^ Hanno il e piemontese: céric chierico, còca campana, scaf scava schiavo -a, 
tòrco torchio. 

^ In questo esemplare, lo j ha veramente anche un motivo etimologico 
nell'e latina. 

' Di -ci- passato anticamente in cr (cfr. Arch. II 147) è qui esempio an- 
cróht n. 64, oltre il comune frauda n. 47. Non sono poi allo stadio di un 
antico CL (=: ital. 7ikj o Ij: specchio speglio), ma hanno l'atona mediana re- 
centemente dileguata (= ital. '-olo: pericolo ecc.): pdhclo pascolo, sòcio zoccolo, 
[circlo, sedo ecc.), a non dire del caso di c^ = CUR: di-mérclo mercoldl n. 15. 
Hanno poi il e piemontese (cfr. il preced. num., in nota): fenóc, hpec, orcih 
orecchino; cfr. Arch. II 123 n. 

" Cfr, ancora baljér e bajér sbadigliare. 



Il diul. di Val Soaua. Coasouaati: l complicato. 'òì 

quello di *T'L-: vjelj vjélji, séljl 'situla', seljg'n secchione. — 
111. GL iniziale dà ghj: ghjàpi^; e così GL o G'L a formola 
interna, quando le preceda consonante: sanghjotàr *singlutare 
= singultare, ónghja, sb^anghjar *strang[o]lare (cfr. il nura.108, 
sec. nota).- 112. Ma, all'incontro, -G'L- cui preceda -vocale, 
dà ancora lo stesso Ij dei num. 109 e 110: caljia 'coag[u]lato-' 
latte rappreso, n. 3; velj veglia, de-veljér svegliare, cfr. Arch. 
1548 s. 'vig[i]lare'. 113. PL dà ly. Iniziale: ^jah, pjànta, 
X>jen, pjegàr, ijjovént gronda, 2Vuma, ecc.; ma dinanzi a un u 
atono: pilhjàna n. 91, a tacer dei soliti pi, de-pi, più, di più, 
e pivjdl; e più notevole: j3(^<i! = "pjéja n. 149, crespa, piega. In- 
terno: empjahtrdr, sémpi sémpja semplice m. f., dopi dopja, 
e con la media: dobjàr'-. 114. FL dà fj: fjà fiato, fjóuì\ 
fjum, ecc. 115. BL dà &/: hjò n. 51, sàhja, ecc. ^; M[B]L=:M'L: 
sembjàr sembrare, ensémhjo insieme; trémbjo *trem'lo (piem. 
tremai) tremito. 

R. 

116. Di regola, intatto: ì^àna, réssja n. 54, rjan n. 90, rjont 
80 n., résa n. 33, roti rutto; aràm n. 85, cret 'erat', ecc. '; 



• giù ghiro, cfr. la prima nota al n. 108.- lu (jant ghianda, è ì\ {/ pie- 
montese. 

- Circa póplo, maniplo, néhplo nespolo, cfr. la n. al num. 109. 
' Circa déblo e tilrlblo, v. la nota che precede. Col recente dileguo dellV 
di prima atona: bla bli blé bella ecc. n. 183. 

* Addurrò qui ancora, per r interno tra vocali, il paradigma del condizio- 
nale che ha per base il piuccheperf. ind. del lat., e il fo precedere dal cor- 
rispondente paradigma del provenzale (nel quale s'ò infiltrato Ve della seconda, 
in luogo dell'rt etimologico), acciò sia manifesta l'intiera concordanza tra il 
provenzale e il valsoanino. Provenz. : poi-téra (spagn. -ara) portéras por- 
terà, porteràm (spagn. -àramos) porterdtz portéran. Valsoan.: portdro 
portare porterete porterdh porterdlite portdront. E insieme noterò la curiosa 
deviazione che si produce nel condizionale valsoanino di 'habere'; la quale 
poi si riproduce in quello di 'esse', per un'imitazione che genera alla sua volta 
il più strano prodotto morfologico che imaginar si possa. Dovremmo dunque 
aspettarci, per 'habere', pressappoco: *ii[v]ro *u[vJro ecc. (cfr. prov. dgra 
dgras ecc. ). Ma simili forme, apparse povere di troppo, sì sono poi rifoggiate 
anorganicamente sul tipo di 3. coujug. (4. lat); e si ottengono: ariro arire 
arlret, avrei avresti avrebbe, arivQnt avrebbero. Finalmente, al posto del- 
l'antico 'fora' ecc., surge, per esatta imitazione, questo stranissimo condizio- 
nale di 'esse': sariro sarire sariret, saréh {sardhì) sardhic sarir^nt. 



32 Nigra, 

fcrr, carr, tèrra. Cfr. n. 119. 117. E suole anche rinicaner 
fermo al suo posto etimologico, si quando egli segua e si quando 
preceda ad altra consonante. Così: crilifAll, crivcll, framént, 
prezy'n; clvra num. 3, févra;- torménta temporale, filrmia; 
verm, ecc.- Tuttavolta, abbiam dei casi di trasposizione; ma 
pochi saranno proprio indigeni o specifici, e forse nessuno. Il r, 
primo elemento del nesso che sussegue alla tonica, chiamato a 
seguire la consonante che alla tonica precede: frem (piem. id.; 
e cfr. Arch. I 398) frema fermo -a, e anche /"remar (piem. fermi). 
Il r, secondo elemento del neSso che precede la tonica, mandato 
a seguire la tonica stessa: hiirt hlìrtà brutto -a. E nel giro 
della sillaba atona, sul gusto del primo tipo: trlichéjse, di cui 
V. il num. 170, cravùr caprajo, che è manifestamente di base 
piemontese {orava cravé, capra caprajo; ma qui clvra); e sul 
secondo: cardénpi credenza (allato a Cì^co credo, créjre credere), 
pei^cèr predicare, carsénda focaccia, pane lievito (allato a cré- 
htre n. 121; cfr. piem. chersént chersénsa, e pure cliérsé). — 
118. Passato in l, all'uscita romanza: aj^él 3 n., hiccl bicchiere, 
e cfr. armircl, che non risponderà a un *armariólo (it. arrìda- 
juoló), ma bensì a un *armarario (piem. armiré). Per dissimi- 
lazione: mortér e mortài; ral raro; paréJitlo marélitla n. 3; 
tòrtola, oltre il solito àrhlo, già toccato anche al n. 104. Di 
màrmlo può restar dubbio, massime mancandovi il h epentetico 
(num. 115 e 122), se piuttosto non sia una forma dialettale per 
-lo (n. 42). Mi restano: p(3?/('J3 ecc. n. 73, e Dolotéa. 119. Era 
implicito nel num. 116, che il r soglia restare anche all'uscita 
romanza [minìlit, ministro, è 'sui generis'), e quindi pur negli 
infiniti. Così ferèr (fabbro) ferrajo, ecc. num. 5; portar, voléjr, 
finir, ecc. Ma in alcuni esemplari si oscilla tra la figura col r 
e l'apocopata: pajr paj pajo; palichér pahché crocchio; vejr 
ve] vero ; avéjr avéj, voléjr voléj, savéjr savéj ; fjéur fjéu fiore, 
coléur coléu; e la figura apocopata si può quasi dir la regola 
per tutta la serie dei -r, quando l'iniziale della voce successiva 
sia una consonante. Sempre poi manca il -r dell'infinito col 
pronome enclitico: levasse levarsi, alassench andarsene, ado- 
nàssne addarsene, cocisse coricarsi, maraviljisse, stupisse, 
'revcssc rivederci, corcgeli correggerli, vcTitivo vestirvi, trovarne 
trovali donali darle; cfr. prcndlo 70 n. VtO. RS. Il nesso 



Il dial. di Val Soana. Consonanti: r. 33 

è intatto in ors, mors morso, e in vers verso. Ma col r assimi- 
lato: Fgg Forzo n. loc; Reves Reverso n. loc, devès capriccioso, 
bisbetico, 'diverso-', afraves; coi quali manderei anche ahossàr 
'*ad-vorsare' rovesciare (nel canav. : ambossdr id., amhòs rove- 
sciato, e così: bossdt borsellino), v. però il n. 123. E si aggiun- 
gono: possi 'persico-' pesca frutto, fossi forse; oltre il caso di 
c = rs nel n. pr. O'ca Vg'ca Orsola. 121. S'R, C'R, danno sir, 
onde htr (n.l29) : tjcJitre tessere, èlitre; nd/ih^e nascere, créhtre, 
par elitre *parescere, conéiiire conoscere ; pjdKtre ""piacere, deJi- 
pjàlitre. Rimane senza intercalazione lo gr di gigro, che però 
ha accanto a sé: giier n. 63. Cfr. l'ult. nota al n. 159. 

V, W. 

122. Di solito il V è intatto, quando non venga all'uscita ro- 
manza. Cosi: vali m. vaglio, vali f. valle, vipra, vojt vuoto, 
volar; avéjna, kjavéri n. 5, lavènci n. 591°, ciivilji n.b'è, sa- 
liva; ecc. 123. Per alterazioni dell'iniziale, nulla di specifico 
{bar^ér pecorajo 'vervecario-', che ha un b- antico e diffuso ;- 
gòmit); per rb-'R'V: Jicorbdp corvo, col quale si confrontino il 
frc. corbeau e il tose, scorbacchiare. Un caso di 5-DV propo- 
nemmo al n. 120, ma per ora sarebbe, in questa regione, isolato; 
cfr. Arch. II 141 e 147, num. 19. Di bj = VJ, v. n. 91. 124. Ve- 
nuto all'uscita, mal si regge; e passa nella rispettiva sorda [f), 
oppur tace. Cosi, dall'una parte: séz'/" 'sevum' (sebum), catif, 
scV/schiavo, [noclf, salf], cerf, nerf; dall'altra: /zyVHOS; e, bè, ne 
nuovo e nove, tutti al n. 33; cfr. tra 181. 125. Mediano, a 
tacer del solito ii'a, è dileguato in pcjri péri n. 30, e in gg'no 
allato a. go'vno n, 41. 126. Il w germanico si continua pel 
semplice v, in varir, vanér a-vanér gua[d]agnare, oltre che in 
vindéno vindno n. 105, e avdjt avajtjór agguato agguatare. 
Ma: ghicér sbirciare, ghicét finestrino (cfr. piera. ghie ghicet, 
e DiEZ s. 'guichet'); oltre gudnt e gui'ra. 

F, PII. 

127. Nessuna alterazione è da notarsi: fam, fil, fida n. 32, 
trejfuélj, sòlfro, ecc.; tranne il -v- che pur qui è per il /'(plO 
di 'Stefano': Htéven, Htevcnin. Udu = av[a] di tcuma, tafano, 
si dovrà ricondurre ad AB, n. 181. 

Archivio glottol. ital.. III. 3 



31 Nigra, 

s, ss, se. 

128. Dinanzi a vocale, è sempre intatto l'antico s, quando 
è iniziale o non ha cessato d'esser mediano. Così: sai, sóla sella, 
Sia sua, snjti.na siccità (quasi 'asciuttina');- bisàcci; résa n. 33, 
Upàisa odorcusa ecc. n. 28-9, iisd usato, deUtcjsi distesa, mesil'ra, 
[tnansiict], 'possi n.l20; ecc. Intatto sempre ugualmente l'antico 
ss che non ha cessato d'esser mediano: pàssera'^, messcjri n. 30, 
rosséur n. 28, fii'sso 43 n.^; ecc. 139. Ma il s antico (o il s 
da x) che preceda a una esplosiva, si riduce sempre a h, tranne 
il caso di esplosiva gutturale che siasi fatta esplosiva palatina 
(CA in ca n. 148), o di palatina esplosiva che provenga da TJ' 
(n. 97). Così abbiamo una importante figura intermedia fra il 
nesso genuino che ci è offerto dal provenz. o dall'ant. frane, e 
le forme affatto prive del s che son normali nel frane, moderno 
(p. e. bastón talitón hdtón; v. anche il valsoanino al n. 133), 
e insieme abbiamo un' altra prova della modernità relativa dello 
scadimento del s, che si manifesta posteriore a quello di CA 
in ca TJ in e. Do imprima gli esempj del s incolume, che 
vuol dire gli esempj di se iniziale e interno: scala scala n. 3, 
scaudàr ^QdXà^vQ; pescar pésci pescare, pesca, mósci {mosco n) 
esci feluésci n. 59 1"^; domésci mescer n. 97. Poi la serie per SK 
ST ^ SP di fase anteriore : ìican scagno, Jlkéva scopa, licóla, licii 
scudo, Jicilméjri 30, licuélalQi, Jicórre scorrere, Jicrire; Ucòn- 
dre nascondere, liciir; alicgtàr, màìlkjo ecc. 108, velico ve- 
scovo, frcìic, bolle bosco, boltkju foresta;- litar, Man, litafil, 
litdfa, liiéjla n. 8, litómi n. 150, litraniiàr, Utranghjàr n. Ili, 



' Parrebbe di vedere un esempio di ss in rs, quasi per dissimilazione, 
in por su (allato a possu ) potuto. Ma forse ci sarà, o ci sarà stato, un 
vorsu *volsuto voluto (cfr. num. 104), e si sa come reciprocamente si at- 
traggano 'volere' e ^potere' (cfr. p. e. il toscano puóle foggiato su vuole). 
Consimile esempio di dissimilazione può ancora parere dersét (comune al 
milanese), accanto a dissdt {dig + set), diciassette. Ma qui può entrarci l'effetto 
di una esplosiva dentale mediana; cfr. il piem. dig-d-ot, mil. deg-d-ott, 18; ecc. 

^ Paradigmi dell' imperf. cong. : fusso fii'sse fu'ssct, fussaii fussàìlte fù's- 
sgnti ilsso lisse usset, ùssan ussdhte ussont; tinisso Unisse tinisset, ti- 
nissan tinissdlite tinissont; portdsso ecc. 

^ Di -S + K- e -S + T-, che entrano in quest'analogia, v. il u. 132. E così 
V. ancora il n, 121: s\t]r, htr. 



Il dial. di Val Soana. Consonanti: s, 35 

Utrejt, litua stufa, litrac stracco; Titess stesso; rcTUréndre 
deUtèndre ; caliti n. 158, caVitcll, raìitéll, iielit peste, telila, félita, 
tempélita. velitir^ eJit 'est" (cfr. elitre ecc., n. 121), fenélitra, 
déntro senélitro, crilitàll, no' litro vn' litro, co'lita la costa, moU- 
tràr, gi'ilit il gusto, giìUt in(jiìht, ilità estate, oht agosto;- lipd 
spada, lipdida n. 107, Kpec nura. 109 n., lipéndre , Tipi spica, 
Tipirit, lipess, Kpóus n. 29, lipuàr, Jiporc, liplua n. 54; relipir, 
reUpòndre, relipléndre ; liparg [ajsparagio; vèlipa, vélipre ve- 
spro, nèliplo; liborp n. 104; ecc. ecc. L'alterazione di s in h, si 
vede poi anche dinanzi a consonante continua, per s- = EX-: 
li-frejdàr raffreddare (sfreddare), lilajvàr dileguare n. 156. — 
130. Dileguasi interamente il s di S'L S'M (e di s'mrrPS'M) e 
S'N (e pur di s'72 = X'N) a formola interna: gróla grandine 
(frc. gréle - gresle, Diez s. 'gres'); caréma quaresima; medém 
medéma; lenna *les'na lesina, dove par che rimanga traccia 
del s nel n geminato, majnà ragazzo (piem. masnd; 'masnada', 
roba di casa, 'mais[o]nada', prov. mainada; cfr. Diez s. magione), 
e assai probabilmente anche dinar *disndr desinare ; poi fràjno 
*fràisno 'fraxinus', cfr. -ajt = ù.\ct ecc., al n. 133. 131. S e SS 
all'uscita romanza, soglion rimanere intatti: nas, paradis, ge- 
léiis bavéus ecc. n. 28, fus, ripós; mejs, pais, ors ecc. n. 120;- 
grass, bass, oss, ross, toss. Pure, c'è il masc. grò allato al 
fem. gròssa, tacendo del n. pr. Ne Agnese ^ Di nebjó, allato 
a nebjéiisa, v. il nura. 26 in n. Di -Is in o^p p v. l'esord. s. z. — 
133. L'antico s all'uscita, scompare all'incontro pressoché sem- 
pre. Le reliquie che tuttavia se ne posson raccogliere, son queste 
che ora seguono. Plurale: nos-àutri vos-àutri; dóes fem., due, 
dinanzi a vocale {dóe doé dinanzi a cons. ; cfr. Arch. Ili, § 11 12) ; 
seconda pers. sg., monosillabica e indipendente: ves vuoi n. 107, 
es (allato a fé) sei n.lO; il comparativo monosillabico jyes *pejs 
pejus; i pii^i schietti fra questi cimelj. E porremo sùbito dopo, 
comunque si tratti di -s--X: scs sei. Poi, seconde pers. sg., 
monosillabiche e a pronome enclitico (cfr. Arch. I 402 540 a), 



' elit dinanzi a vocale, e dinanzi a consonante. Del riflesso di 'post', v. il 
num. 132. 

* Si confronti djeQ cìje al n. 151 ; e anche piì, non (allato a pass passo e 
appassito), potrebbe forse qui stare, che è comune al piemontese, e al Diez 
parve importato di Francia ( less. s. 'pas' ). 



36 Nigra, 

le quali perciò danno Jit=s-t, giusta la norma del n. 129. Sono: 
eli-tù sei tu'?, ah-tù hai tu'?, sali-tu sai tu'?, vali-tit vai tu?, 
veJi-tu vuoi tu? Cosi T enclitica preserva il -s in mali-ché 'ma- 
gis-quid' S allato al semplice maj. Ma i più reconditi, e insieme 
i più preziosi tre esemplari, sono: fon]) anp e di-marp, già stu- 
diati nell'esordio (lett. p), — Delle forme che hanno smarrito 
il -s, è superfluo dare esempj ; ma di una voce, spoglia di questa 
uscita, vogliamo pur toccare, comunque sia appunto una voce, 
che nella più antica sua fase non esce semplicemente per -5. È 
poj de-pàj, 'post', del cui j volevam dire, che vada più special- 
mente confrontato con Vi del prov. pois e del frc. puis. Altro 
esempio assai consimile, malgrado la diversità della base, è 
faj-*fàis (prov. fais) fascio, di cui si ritocca nel numero che 
segue. 133. SCE SCI. L'antico s s'è pur qui sempre ridotto 
a g {ss)\ ma è pur qui riuscito, in parecchie forme, quando 
ancora suonava s, a propagginare un i che lo separa dalla vo- 
cale precedente, come avviene pur nel provenzale, nel francese 
e nel ladino (Arch. I 85-6). Iniziale: séndre discendere. Interno, 
senza Vi propagginato: àssa ascia, pess, rossinéul; cfr. il n. 121, 
e carsénda al 117. Con Vi propagginato: nàjsgnt nascono, fe- 
réjso ferisco, servéjso servo, quasi 'servisco' " ; feréjse ferisci, ecc. 
Di faj *fdis è parlato sulla fine del precedente numero. Ma il 
dileguo del f? (5) dev'essersi avuto anche nella 3. ps. sg. : ìiajt 
nasce, cfr. pjajt piace, cioè *nàist *plàist, che son le forme del- 
l'antico francese; e cosi concjt^conéist conosce {conéjitre n. 121); 
cfr. i num. 129 e 130 ^ 

N. 

• 134. Iniziale, e rimasto interno, sempre intatto. Cosi, non solo 
è incolume in nàlitre n. 121, m nido, njalj nidiale, dona 7\ pino 



' È un 'mai-chè' nel senso di 'soltanto'; cfr. il piem. mac. 

^ In queste forme, il latino contrappone veramente SCU SCO, e sco pur 
l'italiano; ma il franco-provenzale e i dial. dell'Alta Italia estendono a tutte 
le persone lo g (ss) ottenuto legittimamente nella 2. e nella 3. del sing.; 
cfr. frc. naissent (eziandio per la propagginazione), mil. ndssen, frc. Je finis, 
mil. finissi, ecc. 

' E qui avranno la loro ragione anche le 3. ps. sg. come ordejt ordisce, 
sentejt sente (quasi 'sentisce') e simili, sebbene oggi pajano avere l'accento 
sulla prima. V. il num. 165 in n. 



Il dial. di Val Soana. Consonanti: n. 37 

n. 153, ecc. \ ma eziandio in rana, pina n. 9, senàna settimana, 
fortuna, li'mà *luna, farina *farina, ecc.; locchè vuol dire, che 
anche il valsoanino si sottrae, come fa tutto il complesso cana- 
vese, alla legge comune a quasi tutti gli attigui dialetti pie- 
montesi, per la qual si rende faucale il n tra vocali di cui 
la prima sia tonica; cosi: canav. Udna, farina,i orin. luna, fa- 
rina, monferr. lunna, farenna. 135. Circa il n di uscita 
antica, nulla di propriamente specifico {aram ecc., v. num. 141). 
Circa l'uscita romanza, è notevole il dileguo del n di RN (cfr. 
Arch. I 519): cer carne, invér, ger giorno, tor tornio, atór, 
for; ma: corn. Preceduto da vocale, rimane sempre, ma con 
pronuncia gutturale se la vocale è tonica: pan, demàn, pjen, 
serén, Un, ladin, bgn, savòn, giiii n. 38, carcil'n ib.; ecc. È lo 
schietto n, perchè gli va innanzi un' atona, in òrden, gàun 
n. 107 (v. però: vólgn ecc. al n. 166); e con epitesi di t: orghént 
organo - ; cfr. il num. che segue. 136. NN : jìanét fazzoletto, 
s]pa.na, engàn, bren crusca, e vuol dire col n che riman dentale 
all'uscita, malgrado che sussegua alla tonica. Con t epitetico: 
ant (allato all'an/j del num. 132), daìit, San G'ùvànt, gtótit 
autunno ^ Cfr. il num. che precede. 137. N'R: téndro di- 
-véndro venerdì, gindro genero, pindra cenere, pindrd ranno 
('cenerata'), e cfr. n. 145. Pur qui, ad evitare il nesso di quat- 
tro consonanti, l'epentesi del D porta seco l'ettlissi del N in 
pérdre *cerndre cérn^ejre, cfr. Arch. I 370 n. 138. Per n 
in l, ove si eccettui il fùrdelént di cui si studia al n. 159, poco 
nulla di specifico: linpóla n. 31, còflo cofano (piem. còfu-*có- 
fen Arch. Il 119), cfr. frc. coffre e il n. 42. 

M. 

139. Iniziale, e rimasto interno, sempre intatto: mutrt n. 30, 
mjolà n, 172, fiìrmia, irrumjér n. 72, 'pjomp njombìn; MM: 



* Nulla di specifico in ordine a n + cons. la quale al dial. rimanga (cfr. 1C6): 
encué n. 32, Igng-^ biénci n. 4, songér n. 3, dent, grida ecc.; e neppure è 
specifico che il n del pref. en- (in-) non dia un m ben spiccato dinanzi alle 
esplosive labiali. Cfr. n. 141 in fine. 

^ Il -t di alamenént andarmene, avcjnént averne, vintenént vientene, deve 
avere la sua ragione etimologica {inde, intus). 

^ C'è anche vani vanno, ma non è sicuro esempio di epitesi, cfr. Arch. I 
308 311 551. 



38 Nigra, 

fjamà. 140. Il m di antica uscita si continua, nella figura 
di òi, oltre che in con, ancora in moh min (enclitico sempre 
il primo, assoluto e enclitico il secondo ; cfr. mon mien nel frc.) 
'meum', ton tuo, son suo. Ma non sarà organico il -n di pen 
{=cen)\ allato a pe, ciò, questo, cfr. num. 151. 141. Il m di 
uscita romanza, suole essere intatto: at^àm n. 85, Ijam n.l64, 
solàm solajo, ecc.; fam, gram gramo, malvagio, prim, om, 
fùm; batésim; verm, orm; frem n. 117. Circa il m che passa 
in h, e par di uscita romanza, nella desinenza di 1. pers, pi.: 
portéh ecc.", si vegga il n. 84. Poco sicuro è pur non nome 
(forse *nomne-, com'è nello spagn. nom'bre-^wQmw^, in cui 
l'Ascoli vede la base dativo-ablativa, come nel sardo merid. 
nomini, ecc.); e si aggiunge ten tempo, circa il quale è da ve- 
dere la nota al n. 134, il n. 145, e le ortografìe piemontesi come 
Ungeste ecc. 142. Per -m- in n, è un esempio specifico e sin- 
golare: senàna (piem. ^ma^m = stmàna) settimana. Comune al 
piem. : canami'a camomilla. M'T in nt\ anta zia, cfr. Arch. I s. 
'amita'. 143. MN, M'N. Ai soliti esempj di 7nn in n {con- 
danàr ecc., cfr. n. 136), si aggiunge, per m'n in n: fenà e fanà 
*fémna (piem. fiimna) donna. Ed è all'incontro m = m'n in fe- 
melà fem[n]ella n.l83. Il min di 'seminare' non soffre qui ettlissi: 
semenàr (piem. semnc). 144. M'R: cambra. Cfr. n. 115 e 
118.- 145. M[P]R. Poniamo dubitativamente questa formola, 
per farci a considerare róntre rompere, comune al canavese 
{rQ7itèr), e a molti dialetti franco-provenzali. È ben difficile che 
si tratti di una mera riduzione fonetica. Ammesso pure il di- 
leguo del p, cosa tutt'altro che facile {ten = tem]) n. 141 ha il 
dileguo all'uscita), rom[p]re rore ci dovrebbe condurre a rón- 
dre (cfr. frc. geindre gem're), anziché a rontre; e scarso ajuto 
ci potrebbe venire dal fri. dòntre = àe-und[v]e Arch. I 533. Si 
vegga ora, intorno a ròntre, l'Arch. Ili, § ii 22. 146. MB. 
Si regge: pjomp pjombin, colómp colómba, ecc. Così si con- 
tinua per ìnb lo MP di 'campula' (campa): gàmbola camola, 
tarlo, che altrove è ridotto a m = mm: v. Arch. I 144. Ma lo 



* Occorre questa forma in gran numero di dial. franco-provenzali, Arch. 
Ili, § II 22. 

- eh abbiamo, avin avevamo, arch avremo; seh siamo, sih eravamo, saréh 
saremo; portéh portiamo, portih portavamo, ^Jor^ert'A ; tinéh, ienih, teniréh. 



Il dial. di Val Soana. Consonanti: m. 39' 

MB'D di 'sàmbida', sabato (Ardi. I 70), qui pure si riduce a 
nd: di-sàndo (cfr. di-vèndro n.l37, ecc.). 

Consonanti esplosive. 
C. 

CA. 11 e di questa forinola ci mostra, per molto numero d' im- 
portanti esemplari, le digradazioni franco-ladine. Passa cioè in 
esplosiva palatina [c^), locchè importa, che a formola interna 
fra vocali, dove la base si fa sonora, s'abbia l'ulteriore evolu- 
zione: [g], j, e dileguo. Ma non è scarso, d'altra parte, il nu- 
mero degli esemplari che si sottraggono all' analogia franco- 
-ladina; e resterebbe di scernere, quanti e quali di cotesti esem- 
plari si abbian veramente ad assegnare al patrimonio indigeno. 
Noi daremo nel testo le serie con gli esiti franco-ladini, e ag- 
giungeremo in nota gli esempj delle fasi che italianeggiano. Per 
le alterazioni della vocale che succede a e, ci riferiamo ai num. 
3, 57, 58, 59. 117. CA-: éaléur, càut n. 107, s-caudàr, caudcri 
caldaja, caupe calze, cauj)jcr scarpa, caiipind calcina, carelitii 
carestia, carhón, carhonin carbonajo, cargéu caricatojo (-ore), 
caréri strada, carriera, cantar cani, candójla, cantón, camp, 
càmha gamba, camóss, còsa, caliteli, caliti castigo, caUtiàr, 
céjna num. 8, éapóll caplina capelór, cavenà capanna, cabujno 
capsula (?) n. 184 ; - cédre cet cer cépi cet (gatto) num. 3, cevenó 
cevrcj cetàr n.57; cin cina civra cipjéur 3 e 57; ciìmi'si ci'c- 
mihtón cuvilji cuviljón cumìn 58'. 148. -CA: secér, sedi 
secca, lecer, tocér, peci a peccato, vacci, bucci hiicl bocca, \recb 
ricca], bràcci (piem. ecc. broca) chiodino; bànci, pjlnói num. 4, 



' Giova qui notare, per togliere ogni equivoco e assicurar bene i rapporti a 
cui si allude, che e di Valsoana risponde etimologicamente a t' dell' Engadina, 
e & eh ( = s) del mod. francese,- o sono i continuatori del C di CA-; lad- 
dove J5 ( = *?) di Valsoana risponde etimologicamente a e dell' Engadina, g 
francese,- e sono i continuatori del C di CE, CI. Cosi, aggiungendosi il terzo 
e comune continuatore, cioè il continuatore gutturale nelle formole CO CU» 
e rimanendo noi agli esempj che ci son dati nell'Arch. I 70, avremo: vals. 
cer carne, pindra cenere, cher {kcr) cuore, allato alla serie engadinose carn, 
céndra, cóur, e alla francese chair, cendre, coeur. 

- cambra, cavali, [camih fornello, allato a cumin n. 58, camino, focolare; 
cùup calcio, allato a cdupc ecc. v. s, ; carr, piem. cher Arch. Il 113, accanto 



'40 Nigra, 

hjcnci embjencér, lavénci 591", arancér strappare (arrancare; 
V. DiEz s. 'ranco'); fórci, marcia mercato; coci'-sse n. 107; pe- 
scér pesccur n. 3, esci feluèscl mósci ecc. n. 59 1"^ 149. -CA. 
Imprima: nojèr 'nucario-'; giijér giocare, nejér annegare, sejér 
segare, cajér; séjla segala-; e col j in dileguo: brde brache, 
ìoéa "piéja 'plica' crespa, lacu'a lattuga; ma nel caso di enfod, 
infuocato, o di guatin, giocatore, può complicarsi il n. 150. Poi, 
d'-iCA con Vi tonico: furmia, orila ortjd;- d'-iCA con Vi atono: 
mèlja méja meliga; [résja n. 54]; mónja monica; mungi ma- 
nica, diméngi domenica; cfr. cargér caricare, mascér ecc. al 
n. 97, pjengér al 99, e il num. che ora segue ^ 150. CO, CU. 
Iniziali, son sempre intatte queste formole: cor7i, comlj, cii'na; 
Clima num. 3, ecc.; e il ^ di gorhelót (piem. gohlot), bicchiere, 
è antico ed esteso, cfr. Diez s. coppa.- Intatte pur mediane dopo 
consonante: Jicorpjon, hcicr; encué n, 32; ecc. Ma anche tra 
vocali: sicil'r (piern. id.), fatichéus (piem. faiigós); coi quali si 
potrebbe mandare lipicgn stoppia, se è, come sembra, quasi 'spi- 
gone'. Notevole è il caso di dileguo dell'esplosiva in fondo fe- 
condo, cfr. Arch. I 72 n. È tra vocali, nella base, il cu ridotto 
al solo il in uljo'n pungolo 'aguglione', ma non si tratta di un 
caso specifico (piem. ujon). L'w di 'eccu-hic' è perduto in ichi 
qui; e quello di 'eccu-ill.', in chel quegli, chilji quella. — Per 
l'uscita, ricorderemo imprima il -e intatto, quando nella base 
gli preceda un'altra consonante: sec, [ric],puérc, mano almànc, 
bjanc, ecc. Passiamo poi ad -a'tico -édico -anico (-àdjo -édjo 
-ànjo): servugo selvaggio, vjàgo vjagér, companàgo, ìuégo me- 
dico, mangèlo (che presuppone *màngo) manico; ai quali può 



al suallegato cargéw, cari cardo, cardelih, carta, caròta, carlevd (piem. car- 
levé) carnovale, h-candr scannare, canéla, cavdn cesto, cavèrna, casseréla, 
capota capjél n. 33, calitór, cdssja cassa, caréa *cadréga sedia, capgn, ca- 
pitar, capitani, capldn]. Inoltre: gavdr (piem. gavé) cavare, gavuljòt c&,yì- 
gliuolo (allato a cuvilji ecc., v. s.), gdmbola n. 146. 

• scan; rocd *rócca conocchia (cfr, òca); abrancdr, ténca, cónca pevera, 
gonca giuncata; arca, barca, [circa^, mdhca (piem. masca) strega. 

^ pdga pagar, pregar, pjegdr lì-pjegdr, soffogar; gigdla. 

^ Nelle serie degl'-iCA, difficile scernere tra franco-provenzale, o ladino, e 
piemontese; cfr. Arch. II 128. Nomi non assimilati; Varónica, Ménica (e Mècca). 
Ancora noto: figa fica, beffa. 



Il dial. di Val Soana. Consonanti: e'. 41 

unirsi l'-ÉSTico di domésci n. 97, a tacere di mingo minger 
mingo h mangio mangiare ghiottone, cfr. Arch. I 78-9. L'asso- 
luto dileguo è in -óco -ico, e pure in alcuni tipi proparossitoni 
in -ICO ; fida lu'a n. 32, coi quali si può mandare pò (allato a 
X>oc) poco;- fi fico, Tipi m. spica (-o; cfr. Upicon qui sopra) *;- 
péssi 'persico-' pesca pesco, Jitómi stomaco (-mico Ardi. I 308 n., 
523). Finalmente, pur qui, come nel Piemonte e in Lomardia, 
-g nel riflesso di 'amico-': amie, nemig dseneynic; e si aggiunge 
sambu'g sambuco. 151. CE, CI. Qui è la- interdentale carat- 
teristica, dal g di fase anteriore (esord. p). A formola iniziale: 
l)jel, pauld n. 85, piìia n. 9, 'pervél, pérdre scegliere 'cernere' 
n. 137, phidra ib., piJitérna, ecc. Fattasi iniziale per aferesi: 
pi 'ecce-hic' qui, pe [pe7i] ciò n. 140, penpi questo qui, pel pe 
'ecce-ille' questi costui, pia pie (*/jéla */jelà n. 183, ecc.) quella -e, 
paj qua n. 152 \ A formola interna, si ha medesimamente lo p, 
quando nella base il e sia preceduto da consonante, o susse- 
guito da atona in iato {cj): faupét falcetto, faupetd roncola, 
caupind calcina, dop dopi dolce m. f., Veì^péll Vercelli, arjn- 
prèvre arciprete, lànpi, halànpi, ònpi, prlnpi prence;- càiipe 
calze, cdup calcio (che è il tipo in cui concorrono entrambi i 
determinatori);- ghjdpi^, brap, apél acciajo, lùmdpi lumacia, 
sedp setaccio, cépi caccia, trépi treccia, arip istrice (veram. : 
riccio, 'ericio-'), ripu ricciuto, ìijg'pa chioccia, cropi gruccia, 
[hòpi boccia, testa]*. Dato ora che un e in simil congiuntura 
volgesse a sonora, l'esito dialettale dovrebbe qui essere, a fil 
di regola, et; ma ormai suona come schietta sonora dentale (cfr. 
Arch. I 512 &): Saudcj (*sau(féj 'saliéjt) Saliceto n. loc, pudi 



' Ma dio dico, si fonda, come dioni dicono, sull'infinito dire. 

^ p e, alla piemontese, in i;erf, girési e girjési ciliegia, gimitéri, gizer e 
gigro cece, gigàla, girògic 159 n.; circlo circa, ri-cecre, Cia Lucia. 

=• Ma: fuca, cfr. Arch. II 129. 

* Qui stieno ancora, malgrado qualche incertezza circa la fase romanza da 
cui dipendono (cfr. it. -accio e -asso, '-aceo'): pjùmàp pennacchio ('piu- 
maccio'), hpùà[) sputo, peljdp guscio, scorza, pelùp n.73; capripi.- Dovrebbe 
poi esserci, od esserci stato, qualche pres. cong. come *gépo jaceam ecc., sul 
quale si rifoggiasse quello di 'difcejre', che suona: djépo djépc àjrpct, djépont 
(a Grenoble: te dieyse tibi dicat; te veleso te videara).. - Esempio di ci in 
pi, è Lìipia Lucia. 



42 Nigra, 

( *pu(li "ptilia) pulce; cui s'aggiungo arc-an-dél arco-in-cielo 
{pjel), n. 48. Di tordre ecc., v. il n. 159; e v. ancora l'esord.' 
Il e preceduto da consonante, che si mantiene allo stato di 
esplosiva palatina, ma sonora, e seguito da una desinenza anor- 
ganica, cioè meramente analogica, s'ha m loògo "polc pollice, e 
vérga *vertc "vértic vetta \ Del resto, il e' che venga all'uscita 
preceduto da vocale, si continua sempre per f (non va cioè in- 
contro all'alterazione di g in p): pàc, fornàg (e fornàzà, v. più 
innanzi), djeg Ó7ideg'\ màntec^, pernig, narig, rejg n. 19, véug 
n. 2S, néug créug n. 42.- Ci volgiamo finalmente a e' preceduto da 
vocale e susseguito da vocal scempia, che rimanga interno pur 
nel dialetto; circa l'esito del quale, sono da distinguer princi- 
palmente due diversi casi. Primo, l'antica e estesa digradazione, 
che si può rappresentare per ce gè je, e conduce anche all'as- 
soluto dileguo (cfr. Arch. I 80). Qui si afferma in ispecie per 
clìéjre cuocere (cocere = coquere), cheer-é cheer-ét cocerò cocerà, 
cheént cocente, chéont cocevano. Può anche citarsi 'piont piac- 
ciono (inf. j9m/Ur(? = piactre), ma bisognerebbe aver campo di 
meglio riconoscere le relazioni di questa voce verbale nel com- 
plesso della conjugazione valsoanina. Pel singolare ci danno 
pjajt, che cercammo d'illustrare al num. 133; donde si vede 
come sia facile illudersi circa lo j di lujt 'lucet' o fajt 'facit' 
(inf. fare), che a prima vista può sembrare senz'altro il diretto 
succedaneo di e. In secondo luogo, abbiamo la normal continua- 
zione per sibilante, consentanea al g che trovammo all' uscita 
romanza; e risulta sorda per l'esito di una base sincopata che 
già avemmo a studiare (*piapre n. 121, a differenza di *tori're 
n. 151 e 159), laddove è sonora tra vocali: tazir, azil num. 9, 
lezèrta n. 56, vizin, dizéj dizén dicevi diciamo, ozéll, cozént 
cocente (allato a cheént che testé vedemmo) ; e altri \ 152, 11 
C di uscita latina si continua per j in paj qua 'ecce-hac', laj 
(cfr. léutre n. 107) là Ullac' [cfr. Priàj n. loc. Priaco], avòj anche, 



• Di un terzo esempio, t. il n. 188. 
^ E dje gnde, cfr. n. 131. 

^ 20óleg^ arpione (veram.: 'pollice'), è pur del piemont., e qui s'addoppia 
col pógo, nel senso proprio di 'pollice', che testé incontrammo. 

e alla piemont. in fdcil, dificil, nocif^ lucèrna^ encéns; vincre. 



Il dial. di Val Soana. Consonanti: qv. 43 

insieme, 'apu[tl]-lioc. 153. CT. Pur qui l'esito caratteristico 
è jt\ fajt fàjti fatto -a, drejt dréjti, Mrejt litrcjti stretto -a, 
cojt cójti, sì'ijt sujti ^ ; - lajiia siero n. 3, lajtàri lettiera, nojl, 
fri'tjt, trujti irotid,;- pino *péj[t]no pettine, pinàr pettinare. Lo 
e, solo in lacna lattuga, e in noe nottola, che però non veggo 
a qual tipo morfologico esattamente rivenga. La mera assimi- 
lazione è in sani, Ijet letto (cubile), uét otto n. 36, rot rotar 
rutto -are. Cosi può parere anche in Ut letto ptcp. e frit frit- 
to, ma i feminili liti /rz^/. (n. 183) accennano a "làjtja *frijtja 
num. 59 3°; e anche in viiu'ra avremo assai probabilmente un 
ijt ejt di fase anteriore; cfr. ancora ^nnò che prima si addusse. 
E resta dit, allato al bencjt di cui si parla nella nota. 154. CS. 
Di *fraji^s]no si è studiato al n. 130. Anche son da vedere i 
num. 129 e 132; e qui si aggiungono: assai (piem. id.) asse del 
carro, tasso'n tasso, lissia. 155. CR. Nulla di specifico. E 
comune anche al piemont. il mantenersi della gutturale allo 
stato di sorda in crófa grotta, cantina, crt grido, crinr. E ci 
limitiamo a citare ancora: màjro (piem. maire) màjri magro -a 
(cfr. n. 160), e làmia. 

QV. 

156. Mandiamo innanzi gli esempj in cui si è anticamente 
dileguato l'elemento gutturale (cfr. n. 162): àjvi (piem. èva) 
'aqua', onde inajvàr adacquare; o'iji *auilja 'aquila'-; e final- 
mente: Ji-lajvàr liquefare, cioè *s-li[q]uare (piem, slingué), cfr. 
Arch. I 47 550 a. Del rimanente, è caratteristico il continuo 
dileguarsi dell'appendice labiale: càtro catórde carània cartin 
cartàn carcma {cuàdro e ciiàrt, come ciant, appajono impor- 



* In benéjt bencjti beiie[d]etto -a, potremmo ancora avere la real conti- 
nuazione di uno ex; ma V-cjt si estende per mera analogia anche a prejt 
preso {prejt: prendre : : /i<)vje: /itrendre), e poi a /jV/Vyt fuggito, sgrtéjt sor- 
tito; cfr. Arch. I 258. 

- Taluno, pensando ad di-o/o = iiquilo, che ò nell'ital. vent-dvolo, volle ri- 
trovar r ^aquila' nel valsoan. ratavolójri (gergo: ratavòla), che ò quanto dire 
nel piem. ratavoloira pipistrello. Ma, anziché 'ratt-aquil-oria', avremo sem- 
plicemente: *ratta-volatoria (ratto volante; canav. ratavolara -volataria). Cosi 
nel Jura: ratevolate; nei Vosgi: volant-rettc, e nell'Isère: ratapena (rat-a- 
-pena). 



44 Nigra, 

tati), càio (quale) càrdie carcù'n acànt (quando) to-cant (tutto 
quanto) ; chej cheto, cintar cessare, lasciare, rechi requie, cliìnde 
quindici, chindéjna. Esempio 'sui generis', che non fa eccezione, 
è cuàlji quaglia. Ma non sarà indigeno eguài disiìgiiàl, e meno 
ancora seguitar. 



GA. Ci riferiamo alle osservazioni che premettemmo sotto CA, 
e teniamo lo stesso ordinamento nella esposizione degli esem- 
pj. 157. GA-; gema gallina n. 183, gàun giallo n. 107, gau- 
Wn giallognolo, ^6ì5MmJ)i itterizia \ -GA: largér n. 3, Ig'ngi 
Ig'nge lunga -ghe, dogi 'bulga' n. 45; e v. ancora la prima nota 
al n. 159'. -GA: fre *fràji fraga;- sansua (piem. id.) san- 
guisuga; caréa (piem. cadréga) sedia;- calitiàr; Borgàl n. loc. 
'Burdigalo-' Borgiallo^ 158. GO, GU. A formola iniziale, g 
intatto: góla, giiljart n. 82, giìTit gusto; gonèll gonna; e a 
formola interna, dopo consonante: sangui 'singulto-' (allato a 
sanghjutàr che ha la solita metatesi); e cosi se viene all'uscita, 
salvo il normale fenomeno di sorda per sonora: Ione lungo, ar- 
Ig'nc lunghesso*. Fra due u, o tra u (o) uscente ed altra vocale, 
i soliti esempj del dileguo di g: olii agosto. Olita Aosta, gg 
'jugu-',Jo (onde go gè) 'ego'% fò 'fagu-'.- Finalmente, per -Igo: 
caliti. 159. GÈ, Gì. Iniziali, sempre si continuano per g, e 
ne viene come un'antitesi tra le basi di tenue (n. 151) e queste 
di media: gejl n. 14, gelar, genólj, generar, gengrja razza., 
geni, gindro n. 137, genziva, girar, giss. — Pare a formola 
interna, dopo consonante, abbiamo g o z (cfr. il piera.), in ar- 



* gali, ganàssa, garét', godre. Curioso è, per il suo Ij: galj gàlja (sic) 
gajo -a. 

' larga (cfr, largo in nota al n. 158), ma al pi. làrge; engdn, htrénga strin- 
ga, Yalpérga. 

^ negar negare, enterogàr, navigar, pjdga, tartaruga, htróliga. 

* Strano, anche per la desinenza : largo. Si direbbero scambiate, in ordine 
alla gutturale, le parti dei due generi: largo larga (n. al num. 157), anzi- 
ché lare largì. 

' Nella figura enfatica ghjo ghigò io, l'elemento premesso (k-jo, gh-jo) 
non sarà diverso dal che (*chel) chi dei congeneri che-tu tu, cìri-vó voi; e 
veramente avremo: eccu-ill-ego, eccu-ille-tu, eccu-illi-vos. 



Il tlial. di Val Soana. Consonanti: (j. 45 

gèni, [vérgme], dngel; genziva^; cui si possono aggiungere per 
ng e r^f riusciti finali: lon (long lonj) lungi, e hparg (spar'g 
spari) asparagio. Ma in tale congiuntura, o quando nella base 
sussegua al g Tatona in iato, avremo, in analogia di quel che 
ci mostrarono le basi tenui, un d [g z del). Così fàda faggiuola, 
cioè *fagea; roda rivo, canale, 'regia' (v. Ducange s. 'rogius', 
e Arch. I 253 n.), e per certo anche furdelént ruggine, *fulie- 
nént, quasi 'filigginente' (cfr. it. fdigginato ecc.)-; cui si ag- 
giungono tutti gl'infiniti in -'ngere: compjéndre n.3,reJltrén- 
dre, tindre, findre, depindre, pgndre pungere, ondre (cfr. 
canav. strinzcr, tinzar, onzar); e nella medesima analogia, 
per g da antico e: tórdre torcere; e per z da antico s: chéudre 
(canav. cù'zer, venez. ciizer, ecc., 'consuere') cucire; il quale 
ultimo esempio servirà a mostrare come basti, a promuovere 
il fenomeno di z in d, anche la consonante successiva, fat- 
tasi aderente per sincope romanzai — ■ Restano i casi dell'antica 



' Anche girógic, chirurgo (piena, id.), potrebbe passare fra gli esenripij di {i 
che sussegue a consonante; ma il g iniziale lo mostra ad ogni modo non in- 
digeno. Di g fra vocali, sono esempj inconcludenti: fràgile pagina, ecc. 

* Qui va considerato anche un caso di g secondario, cioè di g surto nella 
formola GA. La base gargaméla, strozza (cfr. Diez s. 'gargatta'), diede im- 
prima gargaméla (n. 157), onde garzamela, che è la vera forma piemontese, 
e finalmente il valsoanino gardamelà ecc. L'esempio è importante, anche per- 
chè accusa la presenza di ga-QA^ pur nel pedemontano; cfr. Arch. II 128 n. 

^ Questi riflessi delle basi infinitive -ìigére -rgere -zere, ci portano 
inevitabilmente ad avvertenze e a dubitazioni curiose e sottili. Fu notato (Arch. 
I Liv) che la coincidenza fra l' alto-bellunese pènder e il frane, peindre è 
solo apparente o fortuita, in quanto il d della prima forma vicn da z, e 
quel della seconda v'é intruso. Il valsoanino, secondo l'esposizione del nostro 
testo, andrebbe coU'alto-bellunese ; ma Io staccar le forme di Val Soana da 
quelle di Francia par dura cosa, poiché, a tacer della ragion generale del 
vincolo strettissimo di parentela, questa coincidenza, che si giudicherebbe 
fortuita e vana, si estende a tutt* intiera la serie (plaindre oindre ecc., tor-^ 
dre, coudre). D'altronde, nel caso del tipo -gerc, vedemmo realmente coin- 
cidere Val Soana e Francia per l'intrusione della dentale {èlitre ecc. n. 121). 
E si chiede: Non potrebbero *tórzre e *cóJre {*chéuzre) aver dato anche 
in Val Soana torzdre cozdre, donde poi la sibilante restasse eliminata come 
iu Francia, e come per la Val Soana sarebbe pur lecito ammettere secondo 
i num. 130 e 129 ? Di certo, nessun vuol negare, a priori, la po.?sibilità di 
questo processo; e in ispecie parrebbe spingerci ad ammetterlo, malgrado la 
risoluzione che è sorda, l'esempio di pjàhtrc *pia<^'re al n. 121. Senonchè, va 



46 Nigra, 

ed estesa digradazione ^GE JE ecc.: fà'jre fuggire, correre, fiì^ 
jént fuggendo, fuggente, fujéjt fuggito (num. 153 n.); coréji 
'corrigia' cfr. Ardi. I 526; maJi-ché *màis-clie n. 132; a tacer 
dei soliti cZéfj 'digito-', frejt ìi-frejdir, mélitro. Ho anche assiì'jre 
seccare, che parrebbe 'ad-sugere', ma non me ne saprei ancora 
fidare. 160. GR: gran, grilj, ecc.; p/^ro ; ma fjàjret fjujrgnt 
puzza puzzano, colla riduzione comune al piem. {fìairé), al frc. 
{flairer) ecc., *flagrare = fragrare; cfr. n.l55, e 23. 161. GN. 
Nulla di notevole: preni pregna, ecc. 162. GVA ecc. Bel 
parallelo per gli esempj che son considerati i primi al n. 156, 
è lenva lingua. Di antico dileguo dell'appendice labiale, è esem- 
pio in sanolént sanguinoso (allato a sane), comune al piemontese; 
cfr. Arch. 11128. Anguilla è mutuato.- Di gu = W, v. il n. 126. 



163. Iniziale, sempre intatto: tdima n. 181, tjélitre n. 121, 
tilj, tot tujti n. 27, ecc. Cosi pur mediano, quando gli preceda 
o precedesse altra consonante (v. però stj al n. 97): Jitéjla pàJita 
fenéìitra ecc. n. 129, éìite 'estis', silite eravate^; mdnteg, man- 
til; ortjd, amortdr smorzare;- àuta ecc. n.l07; rotar ecc. 
num. 153 ecc.; faupetà roncola (falcetta); ecc. Nell'antica sin- 
cope: pità città; nella sincope seriore: anta amita, ma di-sàndo 
n. 146. Anche tujti tutti, e cJiitàr lasciare, incontrano altrove 
la doppia; ned ò specifico il t incolume di pjóta (piem. piòta) e 



imprima notato, che ottenutasi cosi la reale coincidenza tra valsoanino e 
francese pei due esemplari tórzre e cózre^ rimane poi ugualmente che 
per il resto della serie le due favelle non coincidano se non in modo appa- 
rente; poiché la fase fénre féjnre ecc., che precede alla determinazione 
dei francesi feindre ecc. (Arch. I 92), questa fase non c'è nulla che ci porti 
a consentirla per il fondamento valsoanino, che sarà fónzre ecc., canav. fin- 
ger ecc., cfr. la coincidenza valsoan.-canav. in róntre al n. 145. Al che ag- 
giungendosi, che il passar di i in d, in congiunture affatto consimili, sia qui 
per altri esempj fatto appien sicuro (num. 151, 159), ne viene, che la nostra 
dichiarazione mal possa, in qualsiasi parte, andare infirmata. 

' Raccogliamo altri esemplari per lo -lite di sec. plur. : fussdlite foste, sa- 
ràlite sareste, avilite avevate, ùssdìite se aveste, ardlite avreste; portihte por- 
tavate, jporfesrf/lfó se portaste, porteràìite portereste; tcniìite tenevate, tinisdhte 
se teneste, tiniràlite terreste; di^ilite dicevate, dirdlite direste; alilìtc andavate, 
alessdlite se &nà2isXe, alerdlite cadreste; liilite leggevate, liessdlìte se leggeste, 
lieràhte loggereste; belìHc bevevate, beesdlitc se beveste, beerdlite bevereste. 



Il dial. di Val Soana. Consonanti : t. 47 

mitàll. 164. Mediano, tra vocali, in d: sedelih *sitellino sec- 
chiolino, ladiii, codón; J'D: aidjcr aitare, àjdo ajuto, àjdete ajù- 
tati; -TE di sec. pi.: portàde tenide ecc.'. Ma di solito, si di- 
legua: marjà marjàj marjàe maritato -a -e, sèa, créa, monca, 
Ijearàva, %)ev{i pituita, roà ruota, roèt naspo, rovét arcolajo; 
noÓT, triàr, podi", marjdsse maritarsi, deal, Ijam letame, dejnàl 
(*di-neàle) Natale, cèjìia catena, ^^t-y'^a pela padella, licuóla 
{liciìdelin), rjont rjónda rotondo -a; bjold betulla n. 6G; gdvja 
ànja n. 54; lipdula n. 107,- Comune al piem.: man mattone-. - 
Affatto diverso fenomeno il dileguo di t mediano che per sin- 
cope viene a precedere a nasale :pmó n. 153, sendna, n. 142. — 
165. Si mantiene il -t latino di 3. pers. tacendo però quando 
incominci per consonante la parola che sussegue (v. il n. 16G): 
elit est, sgnt sunt, pórtet portoni, vcntet ('vénitat', piem. venta) 
bisogna, pioni n. 15P. 166. All'uscita romanza, quando gli 
precede o precedeva consonante: dui, gitili, art, levdni, iant, 
nent, moni, ecc.; dove però è da notare, che la combinazione 



' Altri esempj pel -TE di sec. pi. : séjde siate, saréjde sarete ; éde avete, 
aréjde avrete, éjde abbiate; porterèjde porterete, portéjde portiate; alddc 
andate, aléjde andiate, vodréjde andrete; teniréjde terrete, tincjde teniate; 
lidde leggete, liréjde leggerete, liéjde leggiate; ditéde dite, dir éjde direte, 
diiéjde diciate; beide bevete, beeréjde beverete, becjde beviate. Ma: dond-me 
datemi, caupc-li calzategli, tenilo tenetelo, velitimc vestitemi. 

• Singolare esempio è cilena, castagna; che suppone l'intero dileguo del ò' 
{* caténa -cahténa, secondo il num. 129, cfr. cahtdn al n. 93), e poi il t che 
va incontro alla sorte dell'antico - T*^. Il ca (e non óa) noi direbbe, del resto, 
propriamente indigeno. 

^ Aggiungo queste altre terze pers.: cret (era) éront (erano), sejt (sia), 
soni (sono siano), fùsset (fosse) fussont (fossero), sarirct (sarebbe) sarirgnt 
(sarebbero); at (ha) ant, avéjt avn'nt, arét aro nt, ejt rmt, ùsset ussont, ari- 
retariront;- portùvet portàvgnt, porterei porterg nt, pórtejt pórtpnt, portdsset 
portdssont, portdret portdrgnt ; vai vant, aldoet aldvgnt, vodrét vodront, aléjt 
alnnt, aldsset aldssgnt, aldret aldrgnt; tint ijénont, tincjt tinnnt, tenivet 
tenivgnt, tenirét tenirg'nt, tjénet tjcnont, tiniret tiniront, tinissct, tinissgnt', 
dit dlont, diiéjt diin'nt, dirci dirgnt, djépet djépnnt, diriret dirirnnt; Ut 
lignt, liéjt liónt. Urei lirónt, Uet linnt, liejt linnt, liisset liissgnt, lijérct 
liirgnt; bejt beoni, becjt bejg nt, beerei beérnnt, béei bagni, becjt beoni, beisset 
beissgni, beirei bcirnnt; — irg'net tuona, balcjnef, sduiet, butet mette, pilitet 
pesta, cdpei piglia (acchiappa), rcìipóndet, sai sa, (bai batte, creji crede 
cntcnt intende), j^/cf piove, nejl nevica, licgrt scorre, ndjt ecc. n. 133, sg'rtejt 
olicùrejt V. ib.; sarét saprà, s'adonerét s'accorgerìi, cheerét cocerà; dormivet 
dormiva, sentkct sentiva; poriret potrebbe. 



48 Nigra, 

-nt suol perdere il t quando incominci per consonante la voce 
che sussegue; e il n passa allora in n, come pure avviene nel 
caso di -NT latino, secondo il numero che precede. Avremo dun- 
que, dinanzi a consonante: tah, clovàn n. 61, neh, en {=ent 
ente, in), parén, moh, poh {Pon-d-Engri Ponte d'Ingria); e 
così xòloh {=vólgnt) vogliono, alàvon, ah hanno, ecc. Ancora 
si posson qui ricordare: _pztó pitólit piuttosto, to tot tutto, faj 
fajt fatto n. 153 (come pjaj pjajt piace), sempre con la forma 
apocopata dinanzi a consonante. 167. All'uscita romanza, 
dietro a vocale; si conserva in mut, vojt vuoto (esempj non spe- 
cifici, e il secondo quasi sottratto a questa rubrica); gómit; ma: 
débi, crédi, pin^pi (e pu'rpit). In ve voto, nò nuoto, sej sete, 
come ne'participj perf. pass., può credersi che il dileguo seguisse 
quando il t ancora stava fra vocali. 168. Di -T- in ^ o r 
(t, d, 1-r) avemmo esempj al n. 9: azil e al 27: nevàur -véura; 
cfr. num. 174, e la prima nota al n. 129. 169. PT. Non c'è 
di notevole se non chejti piccolo, meschino, che riviene a 'cap- 
tivo-' (frc. chétif), e fa doppione con ca^//" cattivo. In chejti 
abbiamo pt che si continua alla foggia di ct (n. 153), su di 
che si può vedere l'Arch., II 130 n. - Del resto, cetàì^ acetàr 
comperare (captare ad-capt.); ecc. 170. TR. Intatto, iniziale 
e interno dopo consonante: tra trave, tì''ej, truchàjso (tal quale 
il portogh. torquez, ed è una curiosa derivazione per -ense ) 
tanaglie, il cui tr si ripete da metatesi^; vanirò; lóntre là-oltre 
n. 107; ecc.-. Ma anche dietro a vocale: patróh (piem. padron), 
nutrir (piem. niìri). Nella qual' congiuntura si vede però il t 
digradare in d, onde poi anche l'assimilazione al r o il totale 
dileguo: ladre, vedrò vetro, vedrià invetriata, veréri impan- 
nata ;p^'rrtìj; dercr (piem. darà) dietro, enderér indietro, caréa 
n. 157, porét potrà. E ancora siano ricordati, oltre pa e fra, 
anche pandesémolo ( canav. panassemo?) n. 10. 

D. 

171. Iniziale, sempre intatto: dant n. 136, djec, dìo dico, djàu 
diavolo, di'j due m., ecc. - Cosi pure quando ancora sia mediano 



* Anche nel Jura, e pur con la metatesi: triquoises, grosses tenailles de 
maréchal-ferrant. 

^ Taciuto il '/■ di -stk che viene all'uscita: ììiiniht n. 119, 



Il dial. di Val Soana. Consonanti: d. 49 

ed è od era preceduto da consonante: còrda, léndene lendini; 
pàndre; càuda; ecc. 172. Mediano, tra vocali, mal si regge ^ 
odéur, hadil, crédi n. 167, [madonà suocera; fède e simili], 
irédcc, tédo (-vd-) n. 177. Del dileguo sono esempj : fàa fé pe- 
cora •e\ vevó vevà vedovo -a, end coda, jìiì'a crii' a; rejg, suéiir, 
mjolà midolla, mjolipi mollica ('medullicia'); trent tridente; 
Idmpja n.lOO; vjù veduto, veo vej vedo -i, cràjre credere, creit' 
creduto, creo crej crejt creide credo -i -e -éte. E cfr. n. 173''. — 
173. All'uscita romanza, se è od era preceduto da consonante, 
si conserva, ma allo stato di sorda (cfr. n. 182): tart, lari, cart, 
gùljdrt n. 82, telitàrt, tòri, sort, veri; cdut, sot (sol[i]do; e, 
nel signif. di 'pesante', il t poi si estende anche al fem. so'ta) 'i 
grani (e cosi pur grdnta, grènti granfe), profont, ì^jont, hjont-, 
per il qual fenomeno della sonora in sorda, vanno confusi -ente 
e -ENDo: fujént fuggente -endo, volént volente -endo. Ma: j^mi 
prendi, atéh attendi, aspetta, cfr. n. 166. 173*. All'uscita 
romanza, dietro a vocale, si sente, ancora allo stato di sorda, 
in qualche antico proparossitono, forse non indigeno: u'mit, ti- 
mit, ecc. Ma antàrpi n. 37; oltre ni cnani 'cova-nido' ultimo 
nato, niì cric, brè brodo, pm n. 11, tra' quali potrebbe l'uno 
l'altro avere smarrito la esplosiva quando essa ancora stava 
fra vocali. 174. Di D in r non vorremo dir sicuro esempio 
arlónc lunghesso n. 158 (cfr. ven. arlevàr ecc.); ma piuttosto: 
aréu dove (a-dove; cfr. Arch. I 67), che spetta al n. 42, e si 
aggiunge, per r-D, al n. 168. Ancora si noti: G'iljo Egidio. — 
175. DR. S'ottiene per sincope, e si mantiene: cédre 'cddere', 
gòdre, possédre; fédra n. 37; tranne il caso di assimilazione 
che è in vérre *védere. * 



176. Iniziale sempre intatto: ^na piede, a-pia appresso (ad- 
-pedem), pjelj num. 109, j)/(?s \-ì.l,prina (brina), ecc.; coli' in- 
significante eccezione di benteccjlite pentecoste. Cosi pure quando 
ancora sia mediano ed è od era preceduto da consonante; e 



• Esempio per d sec. = t (n. 164), se la base ne è il lat. frta; e per d pri- 
mario, se é feda (=heda), come ha proposto e voluto sostenere il dirett. del- 
l'Ardi.; cfr. I 350 ecc. 

Archivio glottol. ital., III. 4 



50 Nigra, 

Ogni esempio sarebbe superfluo. 177. Ma interno fra vocali 
mal si regge pur qui; e non ne sarebbero validi esempj sepol- 
tura ri-pós e simili. La regola è qui pure, che il p fra vocali, 
o dopo vocale e innanzi a r, passi in -y o si dilegui: ràva, riva, 
rivéri e rìiéri n. 5, ricàvre, Jlkéva scopa n. 28, aviljì n. 109, 
cavenà capanna, C'avanàjn Capanaccia n. loc, avoj n.l52, sa- 
vàjr {sarét saprà), savon, póvro poro, séure deséure n. 42, 
lìaulà cipolla n. 85, luertin lupolo; civra cevì^éj capra capretto, 
lévra levrér, avril; durvir (*d-ùvrir) e druir aprire \ Ancora: 
tédo *tév[i]do. 178. All'uscita romanza, suole essere intatto 
dopo altra consonante: arp alpe, ser'p, corp, camp; ma ten 
tempo n. 141; e trop se vien dinanzi a consonante si fa tra. 
'Lupus' dà III; e lo sdrucciolo 'episcopo-': velico. 179. PS. 
L'importante fase dello ssj (Ardi. I 84-6, II 126) si conserva 
in càssja cassa; ma è comune pure al piemontese (cassia). - 
PS'M, n. 130;- PT, n. 169. 

B. 

180. Iniziale, e mediano dopo consonante, sempre incolume, 
e non fa d'uopo di esempj (cfr. n. 146). 181. Anche di v da 
B mediano fra vocali, è superfluo che se ne adducano; piuttosto 
si può ricordare qualche caso di ulteriore riduzione: tàido, djàu^ 
fàuna tafano (tabano-), traulà 'terebella', fjolà 'fibula' 99, lau- 
ràr, guernàr;- chéudlo n. 42;- dizéj ecc. dicevi;- u'sso aves- 
si;- B'R: hèjre licrire (ma prévre allato a préve, *présb't'r; 
oltre févra);- tra trave. 183. MB all'uscita romanza, in mp 
[dr. n.\12): pjomp pjombm; colómp colómba. 

Accidenti generali. 

Son due i fenomeni che principalmente qui domandan la no- 
stra attenzione: l'accento, in quanto si rimuove dal suo le- 
gittimo posto e passa alla vocal finale; e la propagginazione 
dell' i del j. 

183. Il fenomeno della progressione dell'accento, si compie 



* própi proprio, co\p che rimane intatto anche nel (re. propre. Ma in própi 
anche da considerar l'effetto del -jo, che lo rende simile a dopi ecc., n. 113. 



Il dial. di Val Soana. Accidenti generali. 51 

di solito in nomi ferainili, che cosi diventano ossitoni da pa- 
rossitoni ch'erano. Citiamo imprima i seguenti sostantivi: 
paulà So, tì^aidà IS\, fjolà ih., femelàl'i'ò, gardameld lòd n. , 
hrilà sterco di pecora, graulà -é nocciolo -i, asseta 102, mas- 
selé mascelle, perveló cervella, mjolé midolle, ora adesso, ora 
(allato ad cura 28), luna, gernàlbl, corna 80, farina, fenà 
e fanàliS, Jipinà spina, caupinà 107, 2^oljinàl03, tinà tino, 
henà capanna, cavenà 54, scinà schiena, madonà suocera., prima 
primavera, pimà cima e cimice, poma prugna, fjamà, toma ca- 
ciuolo, messa, rocà conocchia, roà ruota, pelità cesta, faupetà 
roncola (falcetta), caretà carretta, pivetà civetta, cuà coda, 
or(y"« 149, rocM159, litopà stoppa, Jit7^opà stormo (truppa), p«^d 
poppe, silpà zuppa, copd coppa, pepa toppo, ìnoffà muffa, crubjà 
falchetto;- /ìlji ecc. 89, teniitji avitji ortji ciivitjilO^, criì- 
zetji battiburro, retji -è crespa -e, vini vigna, briìnl prugna, 
rouè rogna, trepi treccia, cropi -è gruccia -e, Itiici e bucci 148. 
Poi registriamo i seguenti aggettivi, e qui insieme ci occor- 
reranno anche delle forme plurali mascoline: iìnà e inia, doé 
due f., bjgà 51, bla bli ble bella -i -e, frema ■{ -è ferma -i -e, 
rossa -è, ìipessà -è spessa -e, vecà vechó curva -e, tota, biìrtà -i 
-è brutta -i -e, verdà -è; mocà mocé ottusa -e; secì -^^ 148, 
reci -è ibid.; pren/ -è pregna -e; liti -è letta -e, friti -è fritta -e, 
cfr. n. 153. — Ora altre forme mascoline: irobJólS, sonò seno 
sonno; vevó (f. vevd) vedovo, pinóloS, velico 178, cevenó ca- 
nape 56;- orghént 13d, il solo esempio in cui non si tratti di 
vocal finale. Finalmente, l'infin. dirò, accanto a dire. Per la 
regressione dell'accento nel dittongo, comunque ottenuto, v. i 
num. 7, 11, 19, 32, 30; e si aggiunge pressoché sicuramente (anzi 
potremmo adoperare un modo addirittura affermativo), il caso di 
ut da ià {jà) nei participi in cui aU'X precede una palatina (n. 3). 
184. Venendo alla propagginazione, ricordiamo in primo 
luogo il passar di llì in IJi; e in secondo, il propagginarsi d'un 
j dinanzi a uno s che risonava in fase anteriore, e ora è ri- 
dotto a r oppur dileguato; che entrambi son fenomeni di pro- 
pagginazione regressiva. Li avvertimmo ai num. 103, 132 e 
133 {faljtr; faj; servi''jso ecc., aggiungi, dormcjsont). E an- 
cora si veda il n.l85 (attrazioni).- Quanto alla progressiva, 
che è di molto maggior momento, notiamo imprima l'ini me- 



52 Nigra, Il dial. di Val Soana. Accidenti generali. 

diato propagginarsi di un j dopo Vii- m cabujnol47, tri- 
hù'jna 39; e altro vi si aggiunge qui appresso, e al n. 185. Poi 
vengono le importantissime serie della propagginazione pro- 
gressiva e transultoria, quelle cioè in cui Vi, o j, manda 
un j al di là della consonante che egli precede. Qui spettano: 
I. La serie dei nomi feminili in -jH {-jtja) 59 3°, 153; -jdi {-jdja) 
59 4"; -jri {-jrja) 59 5"; [-jvja'bQ 6'].- IL II fenomeno di ill 
in ilj, n. 103 (cfr. oljilbQ).- III. Quella serie d'infiniti alla 
quale appartengono aidjér *ajdàre ajutare, avajtjér guaitare, 
virjér girare, tirjér. Ma dripjér, dirizzare, dovrà piuttosto il 
suo j allo p (*?), e cosi il nome cipjéur cacciatore 3 n,, 57; i 
quali perciò andranno con comenpjér cominciare, ìicùrpjér scor- 
ciare, hpripjér sprizzare, bazjér baciare, e caupjér 5, e saranno 
altrettanti esempj per la propagginazione progressiva e im- 
mediata ài j che sussegue a *p i. - IV. Particolare esempio per 
la transultoria è ancora lajtian. 3, dove JHia suU'a che sus- 
segue lo stesso effetto che hanno i suoni palatini, appunto perchè 
equivale a-jtj, E qui può forse stare anche bù'ssjet egli bussa. - 
Non avviene la propagginazione in inajvàr 156, o in h-lajvàr 
ib. ; e all' incontro è un j in contjàr 3, che però non altera Va, 
185. Attrazione. Sono da vedere, per le forraole àjra 
= ARiA ecc., i num. 5, 7, 30. Per la formola é...-i = i. ..-i, il 
num. 4. E ancora si considerino meilj, conséjlj, al n. 89 ; e tù'jti 
al n. 27, ma per questo non si dimentichi V ù'j- da u-, di cui 
avemmo esempj al n. 184. 186. Dileguo d'intiera sillaba 
iniziale vedemmo in béra viverra n. 15. 187. La prostesi 
di li-tro'pà stormo n. 183, è comune al piemont. [strop). — Così 
l'epentesi in rovétlQ)4:, con la quale si rimedia all'iato. E 
piuttosto son notevoli: paió^ra 107, Jiirivàl stivale, gorbelótlbO. 
Altre epentesi ai num. 115, 121, 137, 144. — Ep itesi di t, ai 
n. 136 e 135. 188. Metatesi. Mi limito a toccare d'un esempio 
che stimo illusorio. È fjógi felce, il quale ricondotto, per fj =fl, 
a *flug'a, par coincidere a capello con fludza, fougère, che è nel 
Jura; aggiungendosi, per Vu {ù) = i preceduto da labiale, il ca- 
navese fu'leQ (fìlice-). Ma Vo e\\g della forma valsoanina, s'adat- 
tan male entrambi a codesta spiegazione; e ben piuttosto ci 
conducono a filca fiulca (cfr. n. 107, e 2^àgo 'polc'e a p. 42), 
onde coincidiamo con fcouzc, fougère, di Linguadoca. 



Nigra, Il gergo valsoanino. 53 

» 

APPENDICE. 

IL GERGO DEI VALSOANIXI. 

I Valsoanini, quando parlano fra di loro in presenza di persone 
estranee alla lor valle ed hanno interesse a non esserne compresi, 
fanno uso d'un gergo speciale, che in parte s'adopera anche dagli 
abitanti della valle superiore dell'Orco*. 

Questo gergo si compone: i 

di voci dialettali alterate per varj artifici ; 

di voci dialettali adoperate in senso figurato o traslato; 

di voci sostanzialmente comuni al 'furbesco' o aH"argot', o a di- 
versi idiomi romanzi; 

di voci d'origine varia od oscura. 

I. Voci dialettali alterate. 

A. Voci accorciate: cdrba carbone; mèrlo merluzzo; inaiavo' la 
f. pipistrello (v. p. 43, n.); colèpi f. colezione; ndpa scudo, napoleone; 
Vcpi Vercelli; Lio Alessandria, in cui è notevole il e (Alecs.). E qui 
stia ancora: emme ( = M) mille. 

B. Voci accresciute per infissi. — 1. -op- -cip- -ip- (cfr. la 
4.* nota a p. 41), nel verbo, onde gli infiniti in -ojjjér -apjér -ipjér 
(cfr. num. 184, III). Esempj : port-op-jér portare, pnrt-oJ)-ia portato, 
port-óJ)-o port-óp-e port-ójì-et porto -i -a, port-opj-én por-op~icle port- 
óJ)-Qnt portiamo -ate -ano, port-opj-t'vo portavo, piort-ojj-iré porterò, 
port-óp-i porta tu, port-op-vj che io porti, port-opj-isso portassi, 
porl-opj'iro porterei; tenopjer tenere, tenopia tenuto; Ijojjire leggere, 
Ijopia letto; f/elojjjér gelare, yelopia gelato; enfoopjér infocare, en- 
foopia infocato; pelopjér Tpe\a.re, pelopia pelato; i'tsojrjér usare, iisopia 
usato; volopjér volere, ventopjér (cfr. piem. vetì^é) bisognare, rotojtjér 
ruttare, baljojjjér sbadigliare, boyopjér muovere, {/crgopjér parlare 
(cfr. (jergàr parlare, gàrga parola); lìkjopojìjér scoppiare, ùrlopjér 



' Il BiONDELLi ha ne' suoi Sliidj sulle lingue furbesche (Milano, 1846) la 
'Parabola del figliuol prodigo noi gergo dei calderaj di Valsoana' (p. 45-7)- 
Le note che seguono, citeranno parecchie voci di quel testo, indicandone la 
provenienza ('Par.').- A qualche confronto si presteranno poi il gergo dei 
pastori di Parre nel bergamasco (A. Tiraboschi , Porre e il gergo de' suo'^ 
pastori, Bergamo, 1864), e quello de' calzolaj della Val Furva nel bormiese 
(saggio inedito). 



54 Nigra, 

urlare, varopjér guarire, sùopjér sudare, mcnopjér menare, posse- 
dopjcr possedere, cocopisse coricarsi, fdopjér filare, lecopjér leccare; 
iniropia tempestoso, risolopia risoluto*; — criapjér gridare, bralja- 
Jìjér schiamazzare, burlajìjér burlare, Ukjapapjér fendere, poapjér 
potare, ce^a^JeV comprare, j)erca/>/c'r cercare; — surti pjér sortire ^ 
sejpjér segare, anejpjér annojare. — All' infuori del verbo: prim-óp-i 
prima; e anziché vero infisso, primo di due suffissi gergali, Vop di 
pinojda cena, ginopia e gùnopiisci digiuno, hasopusci bacio, brecoJ)dm 
montanaro {breéi montagna); cfr. brùn-dp ferro, or~b-dp oro; e 
inoltre: sansù-p-óca, sotto il suff. -òca. 2. -òri — òri-; setorlàj 
seduta (forma genuina: setdj, nura. 59 12°), e riuasi con effetto de- 
rivativo: cicoria salsiccia [cica carne);- cantórlet egli canta (forma 
genuina: cdntet), cetòrlet egli compera [cétet). 

C. Voci accresciute per suffissi. — 1. -u masc. , -uà fem.: 
inverii' inverno, gelil' gelo, sìijtu siccità, seroljic sole, campu campo» 
roci'c sasso, popu pozzo, marmolu marmo, arblu albero, arbru pioppo, 
frajnu frassino, ormu olmo, gorilu salcio, palu riso, melju miglio, 
melii miele, orsù orso, tgrtii,' tordo (cfr. n. 173), pessu pesce, ba- 
doliìf hWxco, bilju presepio, anpu anno (cfr. n. 132) ;-pra-m-iV prato ;- 
greniu grande (cfr. n. 173), rjondii rotondo, fondu fecondo, ecc.;- 
berrù'a pecora (cfr. can. bérrò montone, piem. bero montone, agnello), 
primua primavera, ghjajma ghiaccio, prinua brina, lavertcua lavina 
(v. n. 59 1°), orii'a vento, lùnua luna, htejlue stelle, minùjtue mi- 
nuti, Jnmii'a cima e cimice, greniu a sabbia, ruii'a torrente, rodua 
rivo, rivua riva, crejua creta, rejzù'a radice, rùscù'a scorza (v. n. 59 1°), 
brotu'a ramo, fjorù'a fiore, boscu'a foresta, yantua ghianda (cfr. 
n. 173), vernua ontano, avejnua avena, Jnrua cera, cerna carne 
(v. n. 3), linsua bucato, pindrua cenere, pjolu'a scure, tesejrìi^e ce- 
soje, licravelil'a scala, patii a pezzuola, bertii'a berretto, ghetu'e uose, 
Ubertua morte, gorlil'a vacca, germi a gallina (v. n. 183), bertii'a 
gazza, vorpiia volpe, ranu'a rana, gali'ia primola, brocU'e chiodini, 
mamua mamma, marelitolù'a matrigna, messii'a m. suocero, parpa- 
rii'a palpebra, ceneii'a cantina, lohjiì'a loggia, Tojii'a Vittoria, óetù'a 
gatta, tornila caciuola, pjerlii'a signora 2, óaunii'a capanna, genziliia 
gengiva, blinii'a bella, molil'a mulinata, farina, nevica nuova, pgntil'a 
puntuta, ago, greniii'a grande, largita larga, piazza, pelH'a bar- 
ba, ecc. 2. -OS -ós: linos lino, fenos fieno, filgs filo; carós carro. 



' Par.: stent-of-ièr, preg-of-ièr, x>ens-of'ièr, desider-of-ièì\ mand-of-ià 
mandato, resussit-oss-ià, trov-oss-ià, vest-os-ie-lo vestitelo. 

2 V. pjérlo al n. 16, e lo bgn pjérlo 'il buon padre', Dio, Signore, § II in 
f., e par. 



Il gergo valsoanino. 55 

balds ballo. 3. -èri -ójri (-orlo -a): orbéri uovo (cfr. orhdp oro, 
e orbiz § II), garnéri f. carne (con allusione o. guarnirei )'^^ baluéri 
f. finestra, salójri f. insalata. 4. -ìi'lji -élji: fritii'lji f. frittata, 
rannlji f. rana; nosnlji noi, vosulji voi : - pibélji i. testa. 5. -o7a : 
Monfrola Monferrato, Canavesóla Canuvese. C. -ciclo: murdclo 
muro. 7. -d^ -ófa: carlaxót carnevale, segrdt cimitero, sagrato, 
dinjalòt Natale (v. n, 164), fìljót filo, marcot mercato, mejsót mese, 
italjót italiano, viljót pelo, capello; grinóta gragnuola; cfr. i nomi 
di luogo: Ralitót, [Croi], e di famiglia: Aljót, Peradót, Gambót, 
Bertót, [Croi]. 8. -de dei, -de: cavaljdc cavaliere, manteldc man- 
tello, mejsdc mese; Italidci f. Italia; ralitldc rastello-. 9. -art 
-àrda: bepdrt camoscio, bepdrda capra, balildrda finestra. 10. -il' sci 
m. e f., dinanzi al quale si mutila non di rado il tema genuino. Masc. : 
pliìpìì'sci pero (v. n. 73), fUi'sói fico, orgusci orzo, lipiil'sci spiga, fo- 
rii'sói forno (v. n. 135), linporìl'sci lenzuolo, bernagusci paletta da 
fuoco, pjolil'séi scure, dialii'scl ditale, pinii'sci pettine (v. n, 153), 
óavernii'sci calzolajo, sabolil'sói sciabola, amii'sci l'amo, codi' sèi c-à- 
vallo, bigii'sói montone, boa il' sci capro, galii'sci gallo, pavìl'sci pa- 
vone, fìianii'sci faina, gamba' sci gambero, topil'sci cappellajo, pormii'sci 
polmone, cheril'sci cuore, cheudolii'sci gomito (cfr. n. 42), pogii'sci 
pollice (v. n. 151), dejil'sci dito, barbil'sci barbiere, megii'sci medico 
(v. n. 150), cravii.'sci caprajo, nevii'sci nipote, gindorii'sci genero, prc- 
vii'sci prevosto, canii'sci canonico, baril'sci barone, coljii'sci colatojo, 
G'acicsci Giacomo, Bertìl'sci Alberto, dripil'sci destro, opjii'sci ozioso, 
certa' sci certo, pajijil'sci paziente, largii' sci largo, verdii'sci verde, ra- 
scapii'sci cretino, calù'sci quale, tonii'sci tiil'sci tuo, leiirii'sci eglino, 
pjesiisci peggio, djalii'sci dialetto, pontii'sci ponente, levii'sci levante.- 
Fem.: fjii'sci neve (donde le forme verbali fjii'scet nevica, fjii'scia nevi- 
cato), cojjii'sci zucca (v. n. 59 10°), caunil'sci canape, savjii'sci salvia, 
pirii'sci cera, gavjù'sci vaso da latte (v. n. 54), biirerU'sci zangola, 
garaudil'sce uose, canii'sci canna, fejii'sci pecora (v. n. 172), ranusci 
rana, piilicsci pulce, bqjii'sci bruco, oljii'sci aquila (v. n. 150), pihja- 
nii'sci salamandra (n. 91), fiirmeljii' sci formica, chindii'sci quindicina, 
corusci correggia, nevorit'sci nipote (v. n. 108), ferii' sci inferriata, 
cai sci Lucia, ecc.^ 11. -esco -isco: perésco pietra, sasso, pésca 
polso (v. n. 107), bari'sco diavolo v. § IV; e forse anche forésco fo- 
restiero (cfr. n. 97: stj). 1'-. -drro: raìltldrro rastello, fjatdrro 



' Pure nel gergo di V. Furva: guarneira carne. 

^ Nel gergo di V. Furva: collorc collo, frontorc fronte. 

' Par.: oltre gli agg. grandiisci, allegrusci, e i sost. fem. partusci, fe- 
stusci, aache mal costumuscid , dove l'usci parrebbe infisso nel verbo. Cfr. 
ciampisccnd in nota al J? III. 



56 NJgra, 

odore, fiato, sangàrro sangue, novdrro -a nuovo -a, goandrro gio- 
vane, fonddrro fondo, talapondrro tagliere, fossdrro fosso, polltdrro 
posto, luogo, potitdrro ponte, foatdrro faggio, pùlijjdrro pero, cam- 
pdrro campo, aneldrro agnello, aneldrro anello, fassondrro fascio; 
cfr. Caììteldrro n. di \.^ 13. -énc -ètica: perénc pietra, duróne 
formaggio, bùscénc fieno, raménc bastone, solèrte solo, mjenc wjénca 
wjòiche mio miei, mia, mie, sortene suo, chjenc chi, iQìiénc lungi, 
hinénc bene, dovanténc davanti, dererénc dietro, besenénc bisogno, 
vajrocnc molto, diljénc due, trejénc tre, catroénc quattro ecc., car- 
cunénc qualcuno, chetanténc tanto, molto, antrcnc altro, pjenc qui» 
qua, lojénc là, areuéneh dove (v. n. 174), leutrénc colà (v. n. 107), 
poceténc poco, primcnc primo 2. 14, -dco: brendco crusca, iissdco 
uscio, orsdco orso, ossdco osso, pùndeo pugno; e con alterazione del 
tema: imprendco imperatore. 15. -oca {.: pjantóca pianta, vmdc« 
vigna, tejlóca tela, caupinóca calcina, scelóca scala, cardenpóca cre- 
denza, cejnóea catena, canóca canna, manddca manza- (v. p. 4, p II) 
avjóca anitra (v. n. 54), aviìjóca ape, moscóca mosca, ranóca rana, 
lusertóca lucertola, liimapóca lumaca, sansil-p-óca sanguisuga (v. n. 
157), ombróca ombra, gabjóca gabbia, merendóca merenda, cavanóca 
cesta, fjeuróca fiore, montanóca montagna, campaTióca campagna, 
govenóca giovane, scinóca schiena, tejsóca tesa, seóca seta, litegeróca 
scancia, siljóca secchia (v. n. 110), trentóca tridente (n. 172), resóca 
rosa; masc. ìitomjóca stomaco. 16. Tipi sporadici: galii'ro gallo, 
valù'rca f. valle, pelurfja f. pelle, vita, gavérno gozzo, polii ma sol- 
dato V. § IV, [cardntola sedia, tema genuino: caréa, cfr. § III]; 
ciinóda m. e f. cognato -a, cfr. num. 3 5. 

D. Alterazioni più profonde, deformazioni: di' irci m. f. conte, 
contessa; morga monaco, frate; sìga sindaco; fréco fratello ; pedmi 
f. pioggia, pjórnet piove; pdljo paese; péljo pietra; lap latte; lil'rba 
lume, lupo, cfr. lurmdr vedere, 'lumare', e aliiscér guardare; birónda 
csLTToj gdjna gatto; fatondr fare; arcli'jna e cii'jna archibugio; tam- 
hii'jna tamburo; Val-Sondlji Val-Soana; Pialdrgo Piemonte; Casii'lji 
Casale; préno presto, sùbito; argójner argentiere; [cavérni cia- 
battino^]; palérna palazzo; bascérla bastardo; marcójna marchese; 



* Par.: giovenaro, grassaro, sanavo. 

^ Cfr., nella parab.r a siè ciambrec servitori, 

' Par.: taburna villa (luogo di campagna), famàud servo (famiglio; cfr. 
al § IV: tamdut sevo), 

* Cfr. ceni al § IV.- Nel gergo di Parre: ciobér calzolajo, e cosi scho- 
ber in quello di V. Furva, il qual gergo è perciò detto lo ^schober' (v. la 
prima nota a quest'appendice). 



II gergo valsoanino. 57 

cafójna m. caffettiere, f. caffettiera; margójna margaro, pastore. 
Cfr. -usci^. 

II. Voci dialettali 
adoperate in senso figurato o traslato. 

Qui spetteranno sicuramente lomhàrt sole, giorno 2, lombarda luna. 
Il sole si è forse detto lombardo, perchè la Lombardia 6 a oriente della 
Val Soana; processo tropologico che potrebbe avere il suo riscontro 
nel bourguignon (sole) del gergo francese.- Poi noteremo: bussi f. 
ora, lett. 'bussa' 'lei che bussa' {bh'ssjér picchiare), biissiréla f. 
tosse; règi f. rame, lett. 'la rossa'; litec legno; rfdl mela; bahne 
ciliegie (cfr. baljójfi f, castagna, baljojpér castagno); grélji f. noce, 
lett. 'guscio'; rejg f. vite ('radice'); mo'ssa vino, lett. 'lo spuma'; 
lampjnn oWo (circa lampi, lume, cfr. Idmpja al n. 100 e il n. 59 12°); 
lo'a f. grano turco (cfr. piemont. lovaton, torso, torsolo, e piU propria- 
mente pannocchia); mendj f. polenta; moliia f. farina, letteralm. 
'mul[in]ata' ; cpcaZa f. patata; orbt'z uovo (v. sopra, al suff. -èri); 
bjencét latte; bòlji f. minestra; còrda salame; ont butirro (come nel 
friulano e nel rumeno); Htécà f. paglia; rem f. cucchiajo^; boódrt 
pajuolo, lett. 'il tingente'; giro mondo; branca soffietto, bronca-gro 
mantice, lett. 'il soffia-grosso' ; bej)t incudine, lett. 'la beccuta'; pon- 
ili a f. ago, 'la puntuta'; bàci, bópi testa, capo, lett. 'boccia'; móca 
fazzoletto; [baliidrda, baliiéri f. finestra]; tówipa f. porta (lett. 'buca'); 
bjóci sarto, lett. 'il rappezza'; bjóla f. camicia, lett. 'la betulla'; 
canaidii'e orecchini (dal genuino candula f. collana delle vacche) ; pir- 
chjo anello; rebisjéur pettine ('rabescatore'?); biljó f. chiodini; tréjyia 
f. vettura; pelile f. gallina; picaUtéc pico (forma genuina: picab(}]lc)', 
sii'bja f. vipera, lett. 'la fischia'; licaljós pesce; {paréri f. strada]; 
fabril bastone; tédo calore; gró-dii'rbi (v. § IV) papa, lett. 'gran- 
-padre', 'gran-vecchio'; tri tria ragazzo -a, lett. 'minuto -a'; pónci 
magnano, che risalirà a *puncta *punctare, cfr. n. 59 3° e 153, e, 
per la forma, oltre bjùói già citato, anche sani, chirurgo, da sa- 
nér salassare; 236^(7 cV barbiere; lipii'pa speziale, lett. 'il puzza'; cii'ca 
f. testa; fjii'hta f. gamba; cdup piede; bedeld (e b'dria) f. pancia; . 
grinfa, pjóta f. mano, siiagrinfe asciuga-mani; viljó viljót pelo; 
triójra f. dente, quasi 'tritona', cfr. trióla febbre; [ <7r?/ muso] ; /)a- 



* loc letto (cubile), e dióu ditale, potrebbero altro non essere che le ge- 
nuine proouncie di qualche dialetto più meno discosto. Pare invertito: bo- 
castdn, stambecco (steinbock), ma è pure dell' ant. frc; v. DiEZ, s. y. 

* Par.: dai chi a pochi lombàrd indi a pochi giorni. 
' Cosi anche nel gergo di V. Furva. 



58 ^ Nigra, 

vdta f. orecchio; (/rata f. rogna; trilj ballo; barn fa f. battaglia-, 
Idrgi f. piazza; ratéri f. prigione; péjsi f. lira (cfr. § III); mol sa- 
pone; ììéjro carbone; corént stagno; popa f. farina; losi'n (da Iosa 
pietra lavagna) piattello; trentii'a f. forchetta (^tridcniuia')] pelurfj a 
f. vita, lett. 'pelle'; péjla giudice, lett. *il pela', giustizia; [truca 
f. palla, pallottola] ; brapalìtéc edera; brelitolir cuocere; ninfa mulino, 
lett. 'il russa'; ftìjna padella (can. fojét tegame, lett. 'foglietto') ; ^o(; 
mare {can. ggj piccolo stagno, cisterna); tridojna gonna (can. tridana 
specie di panno); ìlkinci f. carta, lett. 'la cancella' (can. skincar can- 
cellare); hjap scudo ('stoviglia'); coca cavallo, lett. frc. 'qui cloche', 
'il dóndola'; pdutro letto, sonno, pautrìr dormire; lo bon pjérlo Dio, 
lett. 'il buon padre'; poljln figlio, poìjind figlia; magér -i buono -a, 
bello -a, magér bene; pércJijo Milano; Miirc Torino, lett. 'il ricco' 
(v. più sotto); Néva f. Novara, lett. 'la nuova'; pàvatdr percuotere; 
Igne miglio, giorno, mep-lonc mezzogiorno, loìiffi f. messa ^. 

III. Corrispondenze col 'furbesco', coli' 'argot', 
e con diversi idiomi romanzi. 

Mor/éri toyérì sogéri io tu egli ella, arg. mez-èm 'moi', tesière 'toi', 
sézière 'lui, elle'; nosu'lji vosU'lji noi voi, arg. nousailles 'nous'; ti- 
rdche brache, furb. e gergo spagn. tirante, arg. tire 'chausse'; bruna 
notte, sera, furb. bruna brunora, arg. brune; gdut pidocchio, furb. 
gualtino guallino, arg. gau, got; bacar guardare, furb. balcare, arg. 
bocler 'voir'; chjan'r bere, furb. chiarire, arg. clérance 'ivresse'; 
marcondr maritare, cfr. furb. marcona donna, inarcone rufiìano; po~ 
Ijindr vendere, furb. polignare (Asc. St. cr. I 127 -=405); mdsci ve- 
scovo, cfr. furb. maggio dio, re, signore, papa, arg. mec 'maitre, 
roi'; béjro anno, arg. berge^; diirénc formaggio, arg. durème-, brdnói 
asino, arg. branque; bore soldo, arg. broque; bru'zi fabbro ferrajo, 
arg. bruge 'serrurier' ; cardntola sedia, arg. earante 'table' ; Ungher 
coltello, arg. lingre; lòfi lófja cattivo -a, arg. loffe 'imbecile', cfr. 
mil. lòffi spossato, y\zzo;p<^jsi lira, arg. pèze 'argent monnayé'; triga 
idiota, canav. drogdss mendico, furb. truccante mendico, arg. trucheux 
'mendiant'; bdupema chiesa, furb. balza, balzana; [pérehjo anello, 
furb. cerchioso]; cóUpa f. casa^, furb. cosco; raménc bastone, regg. 
rameng , furb. ramengo; r ii f iuoco, furb. ruffo; tascér oste, furb. 
tascheroso, tasccri f. osteria, furb. taschiera; campir fuggire, ant. 



* Par.: virànt (girante) collo. 

* Par.: son tenti bevo. È voce zingarica (Asc. -S^ cr. I 128 = 406). I Cal- 
déros (caldereros) estrangcros sono menzionati insieme coi Gitani in un editto 
spagnuolo; Borrow, Zino. I 196, che però pensa ai calabresi. 

^ Par. : cosla. 



Il gergo valsoanino. 59 

tose, campare^', carchéri f. strada, spagn. calca, cfr. furb. calcosa 
terra; gdjfa f. bocca, canav. piem. gojofa id., \omb. gojofa saccoccia, 
cfr. ital. gaglioffo; garga f. parola, gergdr, gergopjér parlare, ital. 
gergo, frane, j argon; ghéjzi f. fame, ghédo mendico, canav. piem. 
sgózja, lomb. sgheiza, sghisa, gheine, sgajosa, boi. ghessa fame, frane. 
gueux; filrghéna, fii'rgi f. saccoccia, frane. fourg.on; chépa porco, 
spagn. cochino, frane, codioni, cfr. irl. céis scrofa; éljo sì, 'hoe-illud', 
ant. fre. oli; milcd f. vacca, tose, mucca, bresc. ìnog manzo, borm. 
miigra giovenca; lii'gi f. scrofa, raW.-logga; Uberiir morire, liberti 
morto, liberila, liberi jd f. morte, rail. sberti uccidere, cfr. cambr. 
diysbryd esanime; ndpi (e nico) naso, cfr. bergam. tmpio, venez. 
napa; crep f. scodella, cfr. friul. crepp frantume di stoviglia; mèla 
coltello, vallanz. méula falce; [trucJiéJsi f. tenaglia, n. 170, e ancora 
cfr. l'armor. turkez, gael. turcais]. 

IV. Voci di origine varia od oscura. 
Sigdr andare; cillapjér vincere; gandir piangere; dalihjdr pisciare; 
[ghicér ghicopjér vedere 2, cfr. num. 126]; barbi'r mangiare; beri'r, 
berejdojijér prendere; cipjér dare 2; bornér bastonare, battere; ascil- 
cojijér ammazzare; [broncdr soffiare; calitejér cercare; acari-s-ne 
accorgersene]; óejndr cejnojijér rubare; c/Vsc'^r chiamare; ^^icZo/ar 
giocare; milrcdr mangiare (cfr. milrc più sotto);- Icrfa lingua; Ili' fa 
f. pioggia, lìl'fet piove; dola, bónga f. bottiglia; bessil' botte; gòjo 
collo; rcjfa lima, rogna; bilìj barca; bérne denari; pie argento; les 
ottone; enei, gdco piombo; céta f. vite; gerp pane; cdlita, fòca f. po- 
lenta; lipjengdrt aglio; foréla f. rapa; mdlji f. zucca; bertii'c fagiuolo; 
Idnco brodo (cfr. furb. lenza acqua?); onoréjna lardo; tandico salame; 
tii'rro butiro; iamdut sevo; borna forno; poc f. cucchiajo; éarln pa- 
juolo; Tibie martello; bérfa f. calce, asóecaberfa mastro da muro; garba 
abito; gcrlo mantello; bdrgo sacco; ddjra grembiale; benj) ciabattino; 
ceni calzolajo; grémo fuoco, fabbro ferrajo; tricónda f. palla; 7iiic bue, 
toro; górla, gorlìi'a f. vacca; broc eavallo; tréla asino; Jiju f. pecora; 



' Par.: ciamp'i andato, ciampiscènd per vegnir a cosba andando (cammi- 
nando) per venire a casa. 

- Par.: aghicid veduto, aghiciède 'n poc guardate un poco. 

' Par.: bòscieme dammi, gli at boscià gli ha dato, ecc. E ancora nella 
par.: chi gliencn bordsset chi gliene desse. Altre voci dalla stessa fonte: 
sturbi-lo ammazzatelo, sturbi ammazzato; abride prendete, abri-me prende- 
temi; terà perduto; ger pane (mì'crcont ger mangiano pane; e poi, al vers. 30: 
ch'o at murcà ton fer, dove resto dubbio sul preciso valore dell'ultima pa- 
rola; di sopra incontriamo fra poco: gerp pane, e così in Biond. Dial. gallo- 
nai. 539, cfr. ib. 569); crune troje (cfr. crujna nel testo). 



60 Nigra, Il gergo valsoanino. 

firfa porco', bómba, garii'f-a cane, cagna (cfr. i\ivh. garolfo gatto <)•, 
fdjma gatto; td'pi pollo d'india; frilo pidocchio; ghisórba lupo; pléri 
f.sete; terlcci f. paura, tarlcna f. spavento; fdper, doc bastone; lii'rna 
re; gina prete; bróci, baudróc padrone, bróci, baudróca f. padrona; 
arméri -ja ragazzo -a; marét abitante della pianura; tii'jna magnano; 
polédro, polurna, bdljo soldato; goc faccia, yiso ',poc labbro; Idjmay 
mójno baffi; bricalin *penis'; bil'sci amore; [carchét folletto, cfr. piem. 
carcavi^ja ecc.]; bardjno, barisco diavolo 2; trivd corno; méca mam- 
mella; bima, léci f. sale; lópa ramino; Idrda f. latta; pitro gozzo; 
beHa f. guerra; céjna, pérpa, fenéra ladro; bèga f. 'meretrix' ; tréde 
idiota; lurro buco; bario barici guercio -ia; tédo cretino; lépi male; 
Deva f. Francia; lo'pa f. orecchia; biiss, rdììhja (quasi 'raschiatura', 
'nonnulla', cfr. l'uso di mica ecc.) no, niente; tavéla f. roba; rgngo 
melo; pipala f. patata; varcdn lavoro, vareandr lavorare; berléci 
pastore; ddìjo sciabola; bigil' bovile; graia f. fiasco; bdra f. raggio; 
càjri f. figliuola, ragazza; chilita occhio, brodo, prete; dil'rbi vecchio, 
padre; du'rbja f. vecchia, madre;- go'ri uomo^, góì^ja f. donna; berii'a 
f. pecora; crii'jna porco, majale (piem. criòt); boc becco; [boc stambec- 
co, capro] ; bec f. capra; bepdrt camoscio, bejìdrda f. capra, cfr. § II, 
C, 9; grenlii'a f. arena, ghiaja; pióc 'penis''^; diiréll castello; to'pi 
cappello, topiisci cappellajo; cenevi malato; cóbjo idiota; milrc ricco 
(cfr. milrcdr qui sopra); rójna mulo, mula; fédro asino. Ben singo- 
lare è Iporige Ivrea (Eporedia), che di certo non continua diretta- 
mente l'antica forma celtica o romana, ma ben piuttosto ci sarà un 
nuovo e prezioso esempio tra le voci di cui i gerghi vanno debitori 
ai letterati (Asc. St. cr.^ ib.)^. 



* Ma pur nel gergo di Parrà : garólf cane. 

^ Par.: o gli est venù lo baraino, collera. Nel gergo di Parre: bargnéf 
diavolo, canav. barnif id. 

' Questa e le seguenti voci hanno base celtica o sono comuni agl'idiomi 
celtici. ^ A Parre; piòch asino. 

* La massima parte dei vocaboli e delle forme grammaticali, che formano 
il soggetto del presente saggio sul dialetto di Val Soana, raccolse per me, in 
Ronco, fin dal 1861, il sig. Giuseppe Giovando; al quale m'è grato poter qui 
rendere pubblica testimonianza di lode per questo servizio eh' egli ha reso 
alla dialettologia dell'ItaHa. 



SCHIZZI FRANCO-PROVENZALI. 



§1- 

SUBIETTO, LIMITI E FONTI DI QUESTO SAGGIO. 

Chiamo franco-provenzale un tipo idiomatico, il quale insie- 
me riunisce, con alcuni suoi caratteri specifici, più altri carat- 
teri, che parte son comuni al francese, parte lo sono al proven- 
zale, e non proviene già da una tarda confluenza di elementi 
diversi, ma bensì attesta la sua propria indipendenza istorica, 
non guari dissimile da quella per cui fra di loro si distinguono 
gli altri principali tipi neo-latini. 

L'ampia distesa di dialetti, in cui è ancora e per ora dato 
riconoscere il tipo franco-provenzale, ammette e richiede, come 
ogni altro complesso neo-latino, suddistinzioni parecchie; ma 
costituisce, anche nell'ordine geografico, un tutto continuo. La 
cura di determinare rigorosamente gli estremi confini del com- 
plesso franco-provenzale, dev'essere riservata a studj ulteriori. 
Qui intanto si mostrerà, come questa serie di vernacoli si stenda, 
nella Francia, per la sezion settentrionale del Delfinato (dipar- 
timento dell' Isera); indi passi il Rodano in doppia direzione: 
verso ponente, per occupare una parte, e forse la maggior parte, 
del Lionese; e verso tramontana, per far sua la sezion meri- 
dionale della Borgogna (dipartimento dell'Ain); onde poi, come 
in colonna longitudinale, appar che s'incunei, non senza patire 
molti danni, tra il francese a ponente ed a levante, tanto da 
attraversare l'intiera Franca-Contea e metter capo ben den- 
tro al territorio lorenese (sezioni dei dipartimenti del Jura, del 
Doubs, dell'Alta Saona * e dei Vogesi). Ma Francia è oggidì an- 
che la Savoja, tutta franco-provenzale; e son franco-provenzali, 
nella Svizzera, i dialetti proprj dei cantoni di Ginevra, del Vaud, 



* Si raggiunge anche l'Alsazia con la varietà di Giromagmj (distretto di 
Belfort). 



62 Ascoli, 

di Neufchàtel con un piccolo tratto di quel di Berna (tra il Jura 
e il lago di Bienne ^), della maggior parte del cantone di Fri- 
burgo -, e della sezione occidentale del canton Vallese ^. Di qua 
dall'Alpi, finalmente, spettano a questo sistema i dialetti ro- 
manzi che sono proprj della Valle d'Aosta, e quello della Val 
Soana. 

Di cotesta famiglia d' idiomi non solo è mancata, in sino ad 
ora, una descrizione qualsiasi, ma ne è ancora mancata, si può 
dire, la prima notizia, poiché nessuno, che io sappia, l'ha mai 
riconosciuta od affermata. Nulla è che valga, per questa parte, 
nel capolavoro del Diez ^ Una sentenza da par suo ha bensì lo 
Schuchardt intorno ai vernacoli franco-provenzali della Sviz- 
zera^; ma tutto il resto della famiglia rimane inavvertito anche 
per lui. Né l'Haefelin, a cui dobbiamo un lavoro metodico in- 
torno a' vernacoli del cantone di Neufchàtel ^ e a cui altrettali 



• Ma son francesi, all'incontro, i vernacoli del Jura bernese. 

^ Circa il preciso confine fra il linguaggio romanzo e il tedesco nel can- 
tone di Friburgo, si vegga per ora: FucHS, Die romanischen sprachen in 
ihrem verhàltnisse zur lateinischen, p. 77. 

' Il villaggio di Finge {Pfyn) segnerebbe, sulla via maestra, alla riva sini- 
stra del Rodano, il confine tra il franco-provenzale e il tedesco. È pressap- 
poco alla stessa longitudine il villaggio di St-Luc, donde proviene il più orien- 
tale dei nostri saggi vallesani. 

* Dopo aver descritto le sezioni della Francia e della Spagna che entrano 
nel territorio provenzale, dice il Maestro (P 102): 'qui finalmente spettano 
'ancora la Savoja e una piccola parte della Svizzera (Ginevra, Losanna, e, 
'come par certo, anche il Vallese meridionale [und vrohl anch das sùdliche 
'Wallis]).' AI territorio francese attribuisce poi indeterminatamente (ib. 118): 
'una parte del Belgio e della Svizzera'. Si accorge acutamente della parti- 
colare impronta del dialetto di Grenoble (Delfinato settentrionale), che anno- 
vera tra i provenzali (ib. 109); ma non coglie la ragion vera dell'i caratte- 
ristico di giaci rimpetto all' a di ì^oba; e vede neìV eg di neg, neve, caratte- 
ristico anch'esso, un'alterazione del dittongo che è nel provenz. netc, anziché 
la normale risposta dell't latino. Mende, che sarebbe un dovere di notare in 
silenzio, se ad altri non piacesse d'insistere, con una cieca venerazione che 
al Maestro di certo non piace, su tutto quanto è scritto nell'opera insigne. 

' . . . das gebiet der schweizer patois . . ., welche, untereinander durch ge- 
wisse charakteristische merkmale eng verbunden, die franzòsischen rait den 
provenzalischen mundarten vermitteln. Ueber einige falle bedingten laul- 
wandels im churwàlschen, p. 21. 

•^ V. più sotto, tra i 'fonti'. 



Schizzi franco-provenzali, § I. Esordio. 63 

ne dovremo sugli altri vernacoli franco-provenzali della Sviz- 
zera (come già V Atxhivio vanta quello del Nigra sul valsoa- 
nino), dà indizio egli pure di avere spinto lo sguardo al di là di 
quel confine. Un parallelo lessicale tra il 'patois de la Taren- 
taise (Savqja)' e il ^patois de la Suisse romande\ ha però dato 
l'abate Pont nel suo libro che più innanzi si cita (p. 89-124); e 
il Nigra avvertiva la stretta affinità fra aostano e valsoanino 
(Arch. Ili, 2). 

Può parer singolare, e per doppia ragione, che prima d'oggi 
non si fosse avvertita e misurata l'estensione di questa fami- 
glia. Poiché, imprima, e le ragioni geografiche e le politiche e 
le commerciali dovevan rendere palesi, anche tra i volghi, le 
speciali affinità; e la notizia di queste avrebbe quindi dovuto, 
da molto tempo, destar l'attenzione dei dialettologi ^ V'ha poi, 
in secondo luogo, che di testi o saggi a stampa di varia ma- 
niera, dai quali si potesse ricavare una notizia sufficiente dei 
limiti e dei caratteri del complesso franco-provenzale, non c'era 
punto difetto. Cosi dai presenti fogli si vedrà, che se i recenti 
lavori d'altri compagni di studio e qualche propria sua rac- 
colta furon certamente di non poca utilità al loro autore, egli 
sarebbe però riuscito a una dimostrazione integrale pur quando 
avesse dovuto limitarsi ai vecchi saggi, o anzi a quella sola e 
anche scarsa parte dei vecchi saggi che stava nel momento a 
disposizione sua -. Ma, come egli crede e forse non è afi"atto 



' Cosi, la stretta aflSnità dialettale fra la Eresse (v. ^\in', più sotto) e la 
Savoja, congiunte un tempo anche nell'ordine politico, era sicuramente notata 
da gente d'ogni ceto; e anzi credo che sempre passi tra le cose notorie. Ma 
è singolare la ristrettezza dell'orizzonte in cui sta rinchiuso lo Champollion- 
FiGEAC, il quale, studiando i vernacoli franco-provenzali del dipartimento 
dell' Isera, nota semplicemente che quelli dei cantoni situati al nord-est 'si 
risentono, in parte, della vicinanza dell'antico Bugey (ora compreso nel- 
r*Ain')'; e che quello dell'estremità orientale della valle di Graisivaudan, a 
nord-est di Grenoble, del cantone d'Allevard in ispecie, ha un carattere ab- 
bastanza spiccato, il quale viene a conferirgli una 'grande identità (grande 
identit(5) col vernacolo della porzion del dipartimento del Monte Bianco limi- 
trofa a questo cantone' (op. cit. più sotto, tra i fonti; p. GG, 63-4). Più in là, 
non ci vede. 

^ Può in ispecie considerarsi, a questo proposito, lo spoglio che si dà nel 
§ II 1, sotto «Neufchàtel', nel testo, in confronto di quello che s'aggiunge in 
nota. V. anche la nota a 'Val Soana', ib. 



64 Ascoli, 

inutile che qui si avverta, è invalso tra molti studiosi uno spi- 
rito di soverchia diffidenza contro codesti saggi che appajon 
cosi remoti dalla precisione a cui la scienza odierna giustamente 
aspira. Tutti sentono l'importanza ch'essi avrebbero, e nell'or- 
dine glottografico e pure in quello della critica letteraria, se si 
potessero far parlare con sicurezza sufficiente; ma di conseguir 
cotale sicurezza, pare che i più disperino affatto ^ Ora, non 
v'ha dubbio che i saggi, a cui si allude, lascino in molti casi 
un gran desiderio di maggiore accuratezza, di maggior coerenza 
e perspicuità nel modo loro di rappresentare i suoni e le forme 
de' rispettivi dialetti; e nessuno è forse meglio persuaso di me, 
ch'essi, malgrado ogni nostra cautela, possano indurci in errori 
non lievi. Ma pur tacendo che altro è, ad ogni modo, il rico- 
noscere di simili verità, altro il rassegnarci a non far nulla 
in sino a che non ci vengano migliori ajuti, i quali, massime 
per le fasi ornai tramontate, possono anche non venirci più: 
c'è sopratutto da dire, che le incertezze, a cui, di primo tratto, 
i vecchi saggi pajon condannarci, si sogliono in effetto dile- 
guare, per la massima parte, sotto l'azione di una critica per 
poco insistente 2. Cosi, le disformità possono risultare grandis- 



* A proposito del costrutto che la critica letteraria avrebbe potuto e potrà 
ricavare dall'indagine franco-provenzale, mi sia permesso di notare in questo 
luogo, come il frammento àeW Alessuìidro di Alberico da Besangon, che il 
Paris {Vie de Saint Alexis,5o) porrebbe fra ì 'textes mixtes', offra indizj 
ben significativi d'idioma franco-provenzale, quale appunto si addirebbe alla 
patria dell'autore (vedi il § I, 1, sotto 'Doubs'). Così, per tacer d'altro, ì" -a 
normale di tanta terra^ totas ecc., cede il posto all' -e, per effetto della pala- 
tile che precede, in batalle e per granz ensignes; e se gli editori credono 
eliso un -a in lanci e faillenti (et de sa lanci' en loyn jausir, et senz fail- 
lenti' altet ferir), noi all'incontro ci vedremo le legittime forme franco-pro- 
venzali lan?i faillenti, malgrado il letterario Grecia Gretia (dinanzi a con- 
sonante; così sapientia dinanzi a voc, e pecunia din. a cons.). Cfr. gli spogli 
franco-provenzali del § I, 1, sotto il num. iv delle diverse rubriche; e in ispe- 
cie quello del testo franco-provenzale del XIII sec, sotto *Ain', in nota.- Le 
ortografie batalle ensignes lanci faillenti, nel frammento àeW Alessandro, 
hanno per sé la nuova guarentigia di un riscontro che il prof. Caix ha gen- 
tilmente fatto sul codice, apposta per il caso mio. 

- Ci vuole però, di certo, uno spirito critico alquanto diverso da quello, 
che fa credere mutato in « il r dell' infinito, perchè in qualche saggio lore- 
nese occorra p.e. treuvèt trouver (Schnakenburg, p. 65; cfr. i Mélanges, che 
si citano tra' fonti, p. 215-6, e ora Chabaneau, nella bella grammatica limo- 
sina ch'egli viene pubblicando, Rev. V 180). 



Schizzi franco-provenzali, § I. Esordio. 65 

sime anche tra due saggi in cui pur si rifletta una medesima 
fase dialettale; per la ragione che non vi si tratti di ortografìe 
tradizionali, o di convenzioni grafiche più o men largamente 
accettate, ma ben piuttosto di tentativi individuali, che sono 
fra di loro affatto indipendenti. Senonchè, per entro a un me- 
desimo saggio, la coerenza, e lo studio di accertare le pronun- 
zie, sono di regola ben maggiori che solitamente non si creda; 
e via via che le nostre esercitazioni comparative si estendono 
e si allargano, ogni cosa si rischiara e si assoda a tal segno, 
che, nel maggior numero de' casi, poco o nulla ci mancherebbe 
a raggiungere l'esattezza assoluta. Del rimanente, lo sprone 
del dubbio e l'importanza delle cose intorno alle quali il dubbio 
versa, varranno appunto, come speriamo, a promuovere delle 
nuove collezioni, che rispondano, senza più, alle esigenze della 
critica odierna. E in nessuno, di certo, può essere più vivo che 
in me il desiderio, che la materia e l'indagine presto si accre- 
scano e si affinino, per guisa da rendere pressoché superfluo 
quel poco che è ora a me dato d'ofl'rire. 

Del metodo che ho tenuto nel porre insieme e nello studiare 
questo poco, e degli stenti che mi ha causato anche l'ordinarlo 
secondo le ragioni della geografìa naturale e della storica, mi 
parrebbe quasi ozioso il discorrere; e sarà piuttosto lasciata 
ai giudici anche la cura di escogitar le mie difese. Altro dun- 
que non mi rimarrà per questo esordio, se non d'indicare il 
contenuto degli altri due paragrafi che gli tengono dietro, e dar 
l'elenco di gran parte de' fonti. 

Il secondo paragrafo sarà delle dimostrazioni; il terzo 
conterrà dei cenni riassuntivi. Il secondo va poi suddiviso 
negli articoli che ora enumero, dopo aver notato, una volta 
per sempre, che l'elemento fonetico, a cui le intitolazioni si 
riferiscono, è di regola quello delle basi romane: 1. Riflessi 
dell'a; e specialmente dell' a che riesce preceduto da suono pa- 
latile. — 2. Il dittongo pel quale si continuano l'^ lunga o Vi 
breve. — 3. Il dittongo pel quale si continuano Vó lungo e Vie 
breve. — 4. Il dittongo pel quale si continua Vó breve fuor di 
posizione e 1' ó di posizione. — 5. Il dittongo dell' e di posi- 
zione. — 6. Il continuatore dell' « lungo. — 7. La vocal mediana 
dello sdrucciolo. — 8. Nasali. — 9. j preceduto da altra conso- 

Arcliivio glottol. ital., III. ^ 



66 Ascoli, 

nante. — 10. l preceduto da altra consonante. — 11. / cui sus- 
segue altra consonante (eccettuato LJ, che spetta al n. 9). — 
12. s all'uscita. — 13. s cui sussegue altra consonante (eccetto 
SJ). — 14. s in h. — 15. e e /7 cui sussegua a\ e e Q g all'u- 
scita. — IG. c^ e cs. — 17. Dileguo del d primario e del secon- 
dario. — 18. Digradazioni di ii e h. — 19. L'interdentale j) da p 
di fase anteriore; e del suo parallelo sonoro. — 20. Traslazione 
dell'accento. — 21. Fenomeni epentetici ed epitetici. — 22, A. Va- 
rietà morfologiche. — 22, B. Varietà lessicali. 

Passo ora all'indicazione dei fonti onde trassi gli esempj la 
cui provenienza o non è allegata del tutto o non l' è compiu- 
tamente, e li ordino secondo la distribuzione geografica che è 
principalmente osservata nel primo articolo del § II. Ma prima 
risolvo alcune sigle: 

Brid. ■== Glossaire du patois de la Suisse romande par le doycn Bri- 
DEL, avec un appendice, comprenant une sèrie de traductions de la 
parabole de Venfant prodigue, quelques morceaux patois en vers et 
en prose, et une collcction de proverbes, le tout recucilli et annate 
par L. Favrat (Mémoires et documents publiés par la Société d'histoire 
de la Suisse romande. Tome XXI). Losanna, 1866. 

Mèl. ° Mélanges sur les langues, dialectes et patois; renfermant, 
entre autres, une collection de versions de la parabole de Venfant prò- 
digue en cent idiomes cu patois di/férens, presque tous de France; 
précédés d'un essai dhm travail sur la géographie de la langue fran- 
gaise (di Coquebert de Monteret). Parigi, 1831. 

par. t= Parabola del figliuol prodigo. 

Rec. = Recueil d'opu<iCules et de fragmens en vers patois, extraits 
d'ouvrages devenus fort rares. Parigi, 1839. 

Rev. = Revue des langues romanes publiée par la Société pour 
Vétude des langues romanes. Montpellier e Parigi. Ne è in corso il 
sesto volume. 

Rom. = Romania. Recueil trimestrel consacré à Vétude des lan- 
gues et des liltératures romanes, publié par Paul Meyer et Gaston 
Paris. Parigi. Ne è in corso il terzo volume. 

ScHN. = Tableau synoptique et comparatif des idiomes populaires 
ou patois de la France ,... . accnmpagné d'un choix de morceaux en 
vers et en prose dans les principales nuances de tous les dialectes 
ou patois de la France; por J. F. Sciinakeneurg. Brusselle, 1810. 



Schizzi franco-proveuzali. § I. Esordio. 67 

Tarant. = Origines da patois de la Tarentaise {précls historique; 
proverbes; chansons; parallèle avec le patois de la Suisse roìnan- 
de, etc, etc), par Vabbé G. Pont. Parigi, 1872. 

vals. = NiGRA., Fonetica dd dialetto di Val-Soana (Archiv. glott. 
ital., in, 1-52). 



Bassi Pirenei.- Bajona, Schn. 210-16. 

GiRONDA.- Bordeaux, Schn. 205-209.- La Rèo Ile, par. Mél. 500. 

Gers.- Par. Mél. 501. 

LoT ET Garonne.- Agen, Reo. 80-89 e 170 (fine del sec. XVII). 

DoRDOGNE.- Sarlat, Reo. G6-79 (fine del sec. XVII), e par. Mél. 492.- Non- 

tron, par. Mél. 491. 
Alta Vienna (Alto Limosino).- Schn. 180-96, e due par. Mél, 494-5. 
CoRRÈZE (Basso Limosino).- Schn. 197-204. 
Cantal (Alta Alveruia).- Chalinargues, J. Labouderie nei Mél. 99-115. 

e Va vi vuol essere 'un son qui participe de Va et de Ve, semblable à 

celui de Va final chez les Espagnols' (ib. 116).- Aurillac, par. Mél. 497. 
PuY-DE-DÓME (Bassa Alvernia).- Saint-Amant Tali end e, par. Mél. 496. 
Arriège- Saint-Girons, par. Mél. 506.- Pamiers, id. 503.- Circonda- 
rio di Foix, id. 504-5, 
Alta Garonna.- Tolosa, Schn. 107-14 (sec. XVII), 117-22 (sec. XVIII). 
Tarn et Garonne.- Montauban, par. Mél, 499. 
Lot.- Cahors, Schn. 135-7, Rec. 90-6 (Pelissié, sec, XVIII), 
AvEYRON.- Rodez, par. Mél. 498. Lozère.- Par. Mél. 513. 

Aide.- Carcassonne, par. Mél. 508.- Narbonna (Bergoing, U Eneido 

de Virgilo, librò quatriesmé etc; Narbouno, 1652), Reo. 45-52. 
Héral'Lt.- Montpellier, Schn. 123-28 (Le Sage, sec. XVII); ecc. 
Card.- Nìraes, Schn. 129-31 (Michel, sec. XVII), e par. Mél, 517.- Le 

Vigan, par. Mél. 520. 
Alta Loira - Dintorni di Le Puy, par. Mél. 514. 
Ardèche.- Privas, par. Mél. 515.- Circond. d' Annonay, id. 516. 
Bocche del Rodano.- Marsiglia, Schn. 152-01 (Scbn. chiama l'autore: 

Le Gros; e sarà Toussaint Gros, sec. XVIII), e par. Mél. 521. 
Varo.- Tolone, Schn- 162-65, e par. Mél. 523. 
Valchiusa.- Avignone, Schn. 140-44, e par. Mél. 527.- Carpentras, 

Schn. 145-51. 
Basse Alpi.- Circond. di Castellane, par. Mél. 526.- Cantone di Seyne, 

id. 525. 
Alte Alpi.- Gap, par, Mél. 533. 
Dróme- Valence, par. Mél. 529.- Die, id. 532,- Le Buis, id. 531.- 

Nyons, id. 530. 

Isère.- Nouvelles recherches sur les patois ou idiomes mdgaires de la Fran- 
cc, et en particulier sur ceux du département de VIsèrc, par 3. J. Cham- 
pollion-Figkac. Parigi, 1809. 



68 Ascoli, 

LoiRA (Forez).- Rec. 135-6. 

AiN.- Vedi il rispettivo spoglio, al § II, 1. 

.Tira (dipart. del).- Vocabulaire de la langue ì'ustique et populaire du Jura, 
par M. MoNNiER, nei Mél. 30-83, 150-219. 

Ginevra (dint. di).- Ancienne chanson swr l'escalade de Genève, Brio. 518-22 ; 
par. Brio. 460, e par. Mél. 540. Gli esempj tratti dalla ^chansoa' si distin- 
guono per il numero da cui sono accompagnati. 

Territorj savojardi (air infuori della Tarantasia).- Cantone di Thónes 
(Annecy), par. della Statistiqiie generale de France; Département du 
Mont-Blanc (Parigi, 1807); p. 307.- Territorio delle Bauges (Cham- 
béry), par. ib. 304-6.- Cantone d'Albertville, saggio poetico, a p. 148-9 
del libro del Pont, citato fra le sigle per 'Tarant.'- Valle di Beaufort, 
saggi poetici, ib., p. 138-48.- Aigu ebelle (Moriana), par. della Statisti- 
g'i^e ecc., p. 304-6. - Vecchi saggi savojardi, Rec. 15-17, 19-23, 115 n. 

Tarantasia.- Sainte Foy, raccolta mia propria.- Il resto, dal libro che è 
citato di sopra, fra le sigle, per 'Tarant.' 

Valsoana.- V. *vals.' qui sopra, fra le sigle. 

Val d'Aosta.- Aosta; Arpeville; Cogne; St.-Reray; St. -Marcel; Fa- 
ni s; tutte raccolte mie proprie. Ma nelle note si citano, per le sigle che 
ora risolvo, alcuni saggi valdostani che sono a stampa: alm. = X,e garde- 
national, soit almanach du ducile d'Aoste pour l'an 1850, compilò par 
le capitaine L. Pléoz (p. 131-33). Aosta. dialg. = versione valdostana 
del solito dialogo nella raccolta dello Zuccagni-Orlandini. rép. = La 
langue frangaise dans la vallèe d'Aoste ecc. Aosta, 1862. 

Vallese.- Evoléna, par. Brid. 433-4;- St.-Luc, id. 431-2;- e i saggi, che 
si citano in nota, sono nel seguente libro: Reise in die weniger bekann- 
ten thdler auf der nordseite der penninischen Alpen, von Julius Frò- 
eel; Berlino, 1840, Sembrancher, par. Brid. 436-8; - Vétroz, 
id. 435-6;- St.-Maurice, par. Mél. 534;- Val d'Illiez, par. Brio. 480-1. 

Val'd. - Gryon, par. Brid. 438-9.- Ai gì e, favola ap. Brid. 509-10.- r- 
monts-Dessus, par. Brid, 440-1.- Chàteau-d'GEx, id. 443-4.- Mont- 
reus, id. 441-3, par. Mél. 542, e 'Les Bucherons' ap. Brid. 500-1.- 
[Racconti del Bridel, riprodotti dal Cornu; vedine lo spoglio, al § II, 1.]- 
Vevey; T almanacco: Le véritable messager boiteux de Berne et Veveij 
per il 1873 e il 1874 (Vevey); e 'Chant des vendanges' nel vernacolo dei 
dintorni di Vevey, ap. Brid. 497-99.- Pully, racconto in versi, ap. 
Brid. 512-18,- Dintorni di Losanna, saggi in prosa e in verso, ap, 
Brid. 507-9,511-12.- Le Mont, par. Brid. 453-4;- Saint-C ierge, 
id. 451-2;- Sainte-Croix, id. 466-7;- Orbe, id. 455-6;- Marchissy, 
id. 456-8;- Brassus, id. 462-3;- Vallorbes, id. 464-6;- Co ram u- 
gny, id. 458-60. 

Friburgo (cant. di).- Gruyères, par. Mél. 543;- Basse-Gruyè r e, par. 
Brid. 445-6;- proverbj della Gruyère, Brid. 534-44. - Territorio fra la 
montagna e la Broye, par. Brid. (Stalder) 447-9;- 'patois broy ard', 
verso Estavaycr-le-Lac, par. AIél. 541 ;- 'patois d'Estavay er (v.§II, 1)', 
par. Brid. 449-50.- Canzoni friburghesi, Brid. 485-9, [491-2J. 



Schizzi franco-provenzali, § I. Esordio. 69 

Nel'fchatel (cant. di).- Dintorni di Neufchàtel, favola ap. Brio. 524;- 
V a 1 a n g i n , par. ib. 470-72 , aneddoto ib. 523 , proverbj ib. 530 segg. ; - 
Landeron, apologo ib. 522-3;- Le Lode, par. ib. 468-9;- Verriè- 
res, favola ib. 523. Allo scarso materiale che poteva ricavarsi da 
codesti saggi, ora si aggiunge o contrappone la copiosa e ordinata messe 
offertaci dall' Haefelin nello studio di cui egli ha arricchito il XXI voi. 
della Zeitschrift del Kuhn, ed è pubblicato anche in opuscolo a parte, 
col titolo: Die romanischen mundarten der Sudicestschiceiz; mit rùch- 
siclit auf die gesfaltung des lateinischen elements nntersucht itnd darge- 
stellt von Franz Haefelin; /. die neuenburger mundarten; Berlino 1874. 
Io cito le pagine dell'opuscolo; e alla trascrizione dell" Haefelin sostitui- 
eco quella deW Archivio, tranne per i e z, che riproduco talquali, non 
vedendo con precisione quali sfumature di pronuncia essi vogliano rap- 
presentare. Né ho potuto segnare la quantità nell'o e nell'o?. L' Haefelin 
distingue cinque diversi gruppi di vernacoli neufchàtelesi, e li contras- 
segna al modo che segue: I = 'patois de Lignières; patois du vignoble 
du nord-est'; II = 'patois du Val-de-Ruz'; III = 'patois des montagnes'; 
IV = 'patois du Val-de-Travers'; V = 'patois du vignoble du sud-ouest; 
patois de la Farcisse'. Nel mio ordinamento, i cinque gruppi si son dovuti 
diversamente succedere: Sezione di sud-est (= V Haef. '}; Val de 
R u z (=11 Haef.^i ; Sezione di nor d-e s t (= I Haef.) ; Sezione delle 
montagne (=111 Haef.); Val de Travers (= IV Haef.). E dei cinque 
sagginoli citati di sopra, ne riviene uno appunto per ciascuno dei cinque 
gruppi, come chiaramente si vede al §11, 1. 

Berna (cant. di); sezione tra il Jura e il lago di Bienne.- Montagna di 
Di esse, par. Mél. 537.- Bienne, id. 536. 

DouBs; sezione occidentale (Franca Contea).- BesanQon, par. Mél. 481, e 
Fallot, Recherches sur le patois de Franche-Ccmté, de Lorraine et d'Al- 
sace, :Montbdliard, 1828, p. 134-5.- 

Alta Saona (Franca Contea).- Cantone di Champlitte, par. Mél. 480.- 
Cantone di Vesoul, id. 479;- cant. di Vauvilliers, id. 478;- cant. di 
Champagney, id. 477. 

Alsazia; distretto di Belfort.- Giromagny, par. Mél. 476. 

Lorena; dipartimento dei Vogesi (v. sotto).- Liste, en patois de Dommar- 
tin prés de Rerniremont {départ. des Vosges), de trois cent neiif mots ecc., 
par M. Richard des Vosges (sic), nei Mél. 137-43; e Èxtrait d'un glos- 
saire des diff'érens patois en usage dans le département des Vosges; 
par M. Richard (des Vo.~ges), nei Mél. 117-36. 

DouBS; sezione orientale.- Montbcliard; il libro di Fallot, citato sotto 

'Doubs; sezione occidentale', 
Jlra bernese.- Del«5inont, par. Brio. 476-77;- Tavannes, id. 474-76;- 

Val Saint-Imier, Brid. [Stald.] 472-4 Corgémont, Mél. 538 Cour- 

telarv. 



* Dico sud-est, rispettivamente al Cantone; e non contraddice l'avervisi un 'patois du sud- 
ouest', che è di sud-ovest rispetto alla città di Neufchàtel. 



70 Ascoli, 

Alsazia; distr. di Altkirch. - Par. Mél. 475. 

Lorena (v. sopra).- Territorio di La Roche (Vogesi) : Oiìerlin, Essai sur 
le palois lorrain des enmrons du comté du Ban de la Roche, fief royal 
d'Alsace. Strasburgo, 1775.- Gérardijier (Vogesi), par. Mél 474.- Ex- 
coutea di Vaudemont (Meurthe), id. 473.- Dintorni di Lune vi Ile 
(Meurthe), Oberlin, libro testò citato.- Dintorni di Bar-le-Duc (Mosa): 
CoRDiER, Vocabulaire des mots patois en usage dans le département de 
la Mense. Parigi, 1833.- Onville (cani, di Gorze), par. Mél. 471. - 
Metz, ScHN. 253-61. 

Ardenne; sezione belgica.- Par. Mél. 470. 

Territorj valloni. - N a m u r , par. Mél. 464 ; - L i e g i , id. 462 ; - Ma 1- 
ra e d y , id. 463. 

Passo di Calais.- Saint-Omer, par. Mél. 469;- cantone di Arras, id. 467;- 
cant. di Carvin, id. 468. 

Nord.- Cambrai, par. Mél. 466. 

Superfluo quasi V avvertimento, che sempre è riprodotta tal quale l'ortografia de'fonti, 
quando non sia espressamente avvertito che la trascrizione àeWArchivio ne abbia potuto 
assumere le veci. 



§ "• 

DIMOSTRAZIONI. 

1. RIFLESSI dell' a; E SPECIALMENTE DELL' a CHE RIESCE PRECEDUTO 
DA SUONO PALATILE. 

L'antitesi più decisiva, tra idioma provenzale e idioma fran- 
cese, si manifesta nei riflessi dell'A latino, cosi in accento, come 
fuori di accento. 

L'A tonico rimane incolume, anche nel francese, quando egli 
sia in posizione; ma, fuor di posizione, vi si suole alterare, e 
si riduce di solito ad e. Cosi, arme arma, apre àsper, qiiart 
quàrtus, quattre quàttuor; ma: aimer amare, chez (presso) 
cdsa, aimée amata; ecc. 

Nel provenzale, all'incontro, e nell'antico in ispecie, l'A to- 
nico si rimane costantemente incolume: aspre, amar, chas, 
amada; ecc. 

L'A essendo atono nella sillaba finale, riducesi nel francese 
a un' e muta; nel provenzale rimane a (che ne' moderni dialetti 
è prevalentemente o). Così: frc. couronne, prov. corona; frc. ai- 
mée, prov. amada; frc. chantes, prov. chantas. 



Schizzi franco-piov. § II, 1. Riflessi deli' a. Introduzione. 71 

Ma in ordine al francese si aggiunge, che negli antichi mo- 
numenti occorra ie, anziché e, per l'A tonico fuor di posizione, 
ne' seguenti due casi: 1. Quando al continuatore dell' A pre- 
ceda uno de' suoni che brevemente diciamo palatili, e sono: 
i, j, e le consonanti (nessi o semplici), che in se contengono 
o da cui facilmente si sviluppa uno J, vale a dire: I, n, s {e), 
z (g), Q. Esempj : crestiien christianus, chier carus; deignier, 
chevalchier *cabaircare, Ju/7ier; ecc.- 2. Quando al continua- 
tore dell' A preceda r, o consonante dentale (semplice e pur 
combinata), che alla lor volta susseguano a un i (j), o a una 
combinazione di vocali che si chiuda per i. Esempj: emjpiriery 
haitier (mod. soM-haiter), aidier, amistié. — Le due serie vanno 
tenute ben distinte, comunque corra una strettissima attenenza 
tra i due fenomeni da cui son determinate, si per la causa che 
li produce, e sì per gli esiti in cui li vediamo ulteriormente 
risolversi. E v'ha una base che mal si saprebbe a qual delle 
due serie assegnare, od appartiene, per dir meglio, a entrambo 
le serie. È quella che ci è rappresentata da abaissier abbassare; 
il cui ss può facilmente comprendersi in quel complesso di esiti 
fonetici che noi segnammo per g tra' suoni palatili, e appunto 
per questo è preceduto dall'i, che alla sua volta basterebbe a 
promuovere Vie =e = A' '. 

Ancora va qui notato, come slW ié succedendo m\ e atona, sia 
normale nell'antico francese la riduzione i = ié {ie = iée); cosi: 
tranchiée e tr anelile par tic. fem. (mod. iranchée), chiéent e 
chìent ca[d]unt; Diez IP 234-5, Mussafia l.c. 

Di cotesto ie = e = k', rimangono all'odierna lingua francese 



' Cfr. Arch. I 85-86. Qui, del resto, sono costretto a molta brevità, e non 
mi rimane se non la speranza che la brevità non causi imprecisione. Si vegga 
il MissAFiA nel Jahrbuch di Lemcke, VI 115-6, dove riassume le osservazioni 
del Bartsch e le proprie;- Tobler, Li dis don vrai aniel, p. xxx n. (cfr. xx);- 
ScHLXHARDT, Ubev eitxige fàlk bedingten lautwandels im chHrioàlschen,-p.o-26, 
dove sono estese e acute ossservazioni suU'alterarsi deWù per effetto dei suoni 
palatili che gli precedano; osservazioni già lodate nel primo vo]. àeìVArchiviot 
che anch'esso ripetutamente considera questa serie di fenomeni (v. p. 538 a, 
e in ispecie il num. 219 di 'Sottoselva', pag. 147-53). Circa la sentenza di 
G. Paris, Vie de Saint Alexis^ p. 79 u., il quale, fondandosi sulle forme pi- 
carde, ripeterebbe dalla gutturale, anziché dalla palatile, 1'» di c?ué = ca, si 
veggano qui appresso i num. 9 e 15. 



72 Ascoli, 

i seguenti esempj: chien; amitié moitié pitia {Diez P 441, Schu- 
ciiardtI. c. 20). In chicn, confrontato con pain ecc., si avverte, 
oltre Vi che precede il suono e, anche una particolar determi- 
nazione di questo suono. Ma è affatto legittima, appunto perchè 
gli precede Vi; onde si ottiene un caso molto simile, o pres- 
soché identico, a quello di chrétien ecc. allato a vilain ecc. ^. 
Anche l'estrema riduzione dell' A tonico a cui preceda suono 
palatile, cioè la riduzione al solo ^, rimane alla moderna lingua 
francese in ^C^ = ant. gist, jacet. Uà di ^placet', combinato con 
Vi che si propaggina dall'antico z { = g = c), dà Vai di 2'^lait 
{=ant. plaist; cfr. Arch. I 82); ma nella continuazione di 'ja- 
cet', si ebbe Va circondato da due i, o meglio da due_;, e quindi 
l'esito diverso (gjajct, gjejct, g'ict). È tal quale la differenza 
che intercede fra Cflm&ra?/ = *Camraj Camrac (Camaracum), e 
Fleiiry = *Fìor}e^ "Floriaj Floriac (Floriacum), Diez P 247 ^ E 
l'effetto della palatile è sentito anche nell' atona: gisons gisant 
(inf. ant. gesir gisir, allato Siplaisir).- Un'altra apparente ano- 
malia dell'odierna lingua francese (Djez P 148), potrà ancora 
qui aver la sua dichiarazione. È chair carne, che dovrebb' esser 
char (ant. charn char), stante la posizione, e dà all'incontro, 
di certo per effetto dello s [e], un suono intermedio fra Va 
incolume nell'antica posizione, com'è in vai, vallis, e Va in e 
fuor di posizione, com'è in sei, saP. Anche ne' dialetti ladini 



* Il Diez, all'incontro (P 149), dovette limitarsi a dire: 'Auffallend ist chien 
fiir chain, wenu man pain aus panis und àbnliche daneben stelli'. 

- Analogamente porremmo, dato il normale dittongo dell' e originale di un ant. 
EC : *iéjg, ìg (diéj? dix). Qui può ancora notarsi come negli esempj francesi 
e provenzali di i = e, prevalga il caso dell'e attigua a suono palatile (cfr. val- 
Eoan. n. 9): cire^ merci ecc. Diez P 151; e vien da domandare se sia proprio 
■una mera combinazione che nel francese occorrano con l'infinito in ir tutti 
gli antichi verbi di seconda il cui -ère andava preceduto da e : ant. frc lui- 
sir lucere, leisir licere, gesir ^ mtisir, taisir, plaisir; allato a valeir, doleir^ 
aveir, ecc. Per l'influsso della palatile attigua sopra Ve originale, può ancora 
citarsi dal frc. la pronuncia chiusa dell' e di -ége -iége: proto gè piége ecc. 
Diez P 419. — Da altri teri'itorj, non mi permetterò di qui allegare se non 
questo: che Vi ital. dall' e atona s'ha principalmente quando le è attigua una 
palatile: ciriegio, ginocchio^ giltare (cfr. Arch. I 30; e l'i passa poi anche alla 
tonica: gitto), dicembre, signore, migliore, v. Diez P 173, e Arch. I 42 ecc. 

' Sarebbe una determinazione speciale dell'e (cfr. main ecc.), voluta dalla 
specialità del caso (a dell'antica posiz. ARN); cfr. siitt gatto, a Cogne, s. 'Val 



Schizzi franco-prov. § II, 1. Riflessi dell' a. Introduzione. 73 

di Sottoselva, che mantengono incolume Va, e in posizione e 
fuori, quando non gli preceda suono palatile, vediamo appunto 
Yd passare in e pur nella posizione (AR + cons.), precedendogli 
e; e proprio in questo stesso esemplare: ce7'7i, carne, allato a 
car carro, ecc.. Ardi. I 123 124 e 148. Ancora noterò il mod. 
frc. gerde, allato all'antico garbe {jarhé), prov. e spagn. garba, 
ted. garbe, covone '. 

Ma Yie, o più solitamente Yi, per l'antico A preceduto da 
suono palatile, sempre occorre abondantemente in parecchi ver- 
nacoli francesi. Si avverte in principal modo nei dialetti 
lotaringi, che vuol dire sopra un territorio dialettologico nel 
quale il tipo francese e il franco-provenzale si toccano e si con- 
fondono. Dal territorio lorenese il fenomeno si protrae, a tra- 
montana, in quello dei Valloni. Nell'idioma borgognone, poi, 
che vuol dire nella regione che sta a ponente della interseca- 
zione franco-provenzale e lorenese, l'influsso della palatile sulla 
determinazione del continuatore dell'a è ancora ben manifesto; 
ma vi si tratta di una manifestazione diversa, la qual riap- 
parirebbe anche sul territorio picardo, all'estremità settentrio- 
nale della Francia -. 

Ora tra i fenomeni piìi caratteristici dei vernacoli franco- 
provenzali, egli è codesto dell' avervisi ie, i, e, per l'antico A 



d'Aosta'.- Il Bartsch, Chrest.^ pone chair anche tra le forme antiche; ma Vai 
sempre contrasta all'ipotesi che si tratti di un a fuor di posizione, cioè del no- 
minativo 'caro'.- Quattro esempj di ai parevano anomali od arbitrarj nel fran- 
cese: aile, claiì^paire, chair (v. Missafia, Zeitschr. f. d. òsterr. gymn., IX, 
740, G. Paris, l. e, 48). Ma i tre primi son chiariti nel primo voi. dell'Archi- 
vio, p. 275, 553-4; e ora mi parrebbe di aver chiarito anche il quarto. Ben 
vorrebbe, per vero, il Paris (ib. 50), che pair e clair altro non fossero che 
'une mauvaise ortographe moderne, mal à propos rapprochée du latin', fon- 
dandosi egli sulle antiche e costanti ortografie per e cler. Ma quando il valo- 
roso romauologo consideri le estesissime concordanze che ci conducono a 
*clario *pario (il primo si continua anche nei napolet. chiario chiairo, v. Fle- 
CHiA, Nomi locali del Napolitano ecc., pag. 9), non sarà facile ch'egli persista 
in questa sentenza; senza poi dire, che l'ant. frc. ha paire (v. Bi'rguy I' 110, 
e cfr. Bartsch, Chrest. * 61,20). L'assenza dell' -e in pair e clair (cfr. con- 
traire) non ci può turbare. 

' Adduco pur quest'esempio, malgrado il normando guerbe (ScnN. 262-3). 
Nel 'ronchi', è garpe. 

' V. pili innanzi, sotto Tasso di Calais', e in ispecie la nota ad 'Alta Saona'. 



74 Afccoli, 

preceduto da suono palatile; laddove, in ogni altra congiuntura, 
Va tonico, e pur T atono finale, vi sogliono rimanere incolumi. 
Il tipo franco-provenzale mentre perciò generalmente si attiene, 
in ordine all' a accentato, a quella incolunaità che è propria pur 
del provenzale, va all'incontro col francese, e anzi al di là del 
francese, in quanto risenta l'effetto della palatile sopra questa 
tonica. Ma egli lo risente, in modo squisito e affatto caratte- 
ristico, anche sull' atona finale; e così, se, per la generale in- 
columità di quest' atona, egli supera la condizione della massima 
parte dei moderni vernacoli della lingua dell'oc, riesce, all'in- 
contro, sotto il livello dello stesso francese, per l'influsso che 
alla palatile egli consente suU' atona stessa. 

Circa i limiti lessicali o grammaticali di codesto fenomeno 
dell'influsso della palatile, è potuto parere, in ordine alla toni- 
ca, che il verbo vi andassse esposto di gran lunga più che noh 
il nome, cosi nel francese come nel franco-provenzale, o anzi 
che il nome non ne risapesse se non nella continuazione della 
formola C + A' in prima sillaba {ed- eie- ecc.) \ Ma ripugna, a 
priori, l'ammettere che una tendenza fisica subordinasse pri- 
mitivamente la propria efficacia ad un accorgimento d'ordine 
logico. E il vero sta ben piuttosto in ciò, che nel nome, con- 
frontato col verbo, v'è una grandissima deficienza di basi pa- 
latili a cui succeda Va tonico, se appunto si esclude il C in e 
della formola CA' in prima sillaba. Cosi, a cagion d'esempio, 
le formolo VJ TJ ecc. danno infinite occasioni per vjd tjà ecc. 
nel verbo (allevjàre accomtjàre ecc. ecc.), e quindi nel participio 
in forme che dal participio dipendano (-àto -àta); ma non ne 
danno nessuna, o pressoché nessuna, nel nome vero e proprio. 
Ancora si consideri l'assoluta esiguità della serie nominale in 
cui sia CA' di sillaba interna (come in porticàle, Arch. 15-17), 
in confronto della sterminata serie dei verbi in -CARE, Doveva 
dunque il fenomeni» riuscir di gran lunga più frequente nel 
verbo che non nel nome; e la naturai sua deficienza nelle serie 
nominali rendeva poi queste ben più accessibili, che non fosser 
le verbali, agli elementi estranei e non assimilati. 

Ma un'altra specie di vario limite va notata, per entro il 



* Cfr. ScHFOH. 1. e. 18 pr., 19 20, Haef. 14-15. 



Schizzi franco-prov. § II, 1. Riflessi dell'a. Introduzione. 75 

verbo franco-provenzale, rispetto al fenomeno di cui parliamo. 
È la varia entità dell'effetto che la palatile produce, nella mag- 
gior parte del territorio franco-provenzale, secondo che si tratti 
dell' rt del participio o di quello delle altre forme verbali. La 
differenza consiste nell'effetto men grave, e anche lieve o im- 
percettibile, che della palatile si risente nel participio ; e si av- 
verte nel dipartimento dell' Isère (non però in tutte le varietà), 
nella Savoja, in Val Soana, in Val d'Aosta, nel Vallese, e in 
certi distretti del Vaud; laddove cessa di apparire, per aversi 
anche nel participio l'alterazione più profonda, nel resto del 
Vaud, nei cantoni di Friburgo e Neufchàtel, e nel distretto ber- 
nese fra il Jura e il lago di Bienne. Ginevra sembra oscillare 
tra' due. 

Di questo, come dell'ex A' che è in Val d'Aosta nell'infinito 
non palatile, gioverà che si ritocchi nel § III; e ora senz'altro 
qui si passa a dir delle ragioni, secondo le quali è composto il 
prospetto fonetico, al quale son premessi questi brevi cenni. Si 
è voluto ch'egli incominciasse dal dimostrare, abbastanza com- 
piutamente, anche la parte negativa, cioè il mancar di que- 
st'azione delle palatili nel territorio provenzale'; e tanto pii!i 
volontieri s'è ciò fatto, in quanto ne veniva l'opportunità di 
altre distinzioni parecchie. Si parte in questo modo dalla Fran- 
cia di sud-ovest, all'Atlantico; e percorso il territorio della 
lingua dell'oc in sino all'Alpi Cozie, s'entra poi a misurare, 
con tutta quell'accuratezza che i mezzi e le forze consentano, 
l'intiera catena dei dialetti franco-provenzali. Si perseguono 
poi le vestigia di questo tipo dialettale tra il francese a po- 
nente ed a levante; e infine si mette capo ne' dialetti francesi 
della sezione di nord-est, per la quale si riesce ancora in fac- 
cia all'Atlantico, nell'estremità settentrionale del continente 
francese, che è come dire al punto quasi opposto a quello onde 
nel continente medesimo si prendevano le mosse. E un rapi- 
dissimo taglio, in direzione latitudinale, ci conduce simultanea- 
mente anch'esso, per il centro della Francia, dalla serie franco- 
provenzale all'Oceano. 

Dialetto per dialetto, si considera imprima la solita 



Cfr. vScHtTii., I. e, 17 e 25-G. 



76 Ascoli, 

continuazione dell' « tonico (I); poscia, se ne è il 
caso, la continuazione speciale àeW a tonico a cui 
viene a precedere un suono palatile (II); in terzo luo- 
go, la solita continuazione dell'a di sillaba finale 
fuor d'accento (III); e finalmente, se ne è il caso, la 
continuazione speciale di quest'atona, allorché viene 
a precederla un suono palatile (IV). — Più volte si consi- 
derano inoltre, in una rubrica apposta (V), le sorti della formola 
AN + C07ZS.; ma, per quello che si attiene all'-^n^ participiale, gli 
esempj qui raccolti abbisognano ancora di qualche indicazione, 
che si aggiunge nel § III. 

Incominciamo dunque dal percorrere il territorio della lin- 
gua dell'oc; e, come già si è detto, qui non trattasi, per il feno- 
meno a cui principalmente miriamo, se non della dimostrazione 
negativa. 

Bassi Pirenei - Bajona: cap, douman domani, lleba levare, levato, anegade 
annegata; yuiya giudicare, carreya carreggiare (portare);- hemne feniina, 
bilie vecchia ', 

GiRONDA.- Bordeaux: cap, bcrilat \eritk, arribat arrivato, prouba provare; 
habillat frc. habillé, bangea frc. venger;- done donna, la falche la fac- 
cia. La Rèo Ile: annades annate, ame fanne; ère erat ^. 

Gers.- tournat tornato, trouba trovare, home fame; bito vita, hesto festa, ero 
erat. 

LoT ET Garonne. - Agen: libertat piatati cargat caricato, minja mangiare; 
eillado occhiata, me tourmento mi tormenta, me laisso egli mi lascia, a 
la Ho alla tua, grado, amourouso embejo (envie); countes-tu conti tu, tu 
me sembles ^. 

DoRDOGNE.- Sarlat: gorda guardare, boya baciare, vouydat frc. vide, em- 
brossado abbracciata; q-oal quale, tsas frc. che/,;- fennos perdudos, veno, 
forsso, joyo, vento veniat;- ÀN: po\- ed o per l'A fuori di accento, ini- 



* Per r -e^ -A f. d'acc, nel bearnese, v. Rev. IV 90 segg., 516-17 (princ. 
del sec. XV), VI 68-9 (stessa età), e ib. 243. Secondo un'autorità citata dal 
FucHS (Unr. zeitw. 272), il bearnese scrive -e, ma pronuncia -o. L'Alart, 
Rev. IV 520, non 1' avverte. 

* Un saggio bord elese, del sec. XVIII, è nella Rev. VI 239. 

' Cfr. DoNNODEViE, 'Cortète de Prades, poète agenais du XVIIe siècle', 
Rev. III 181-90, e un saggio del sec. XVIII, ib. VI 242. Il dialetto che usa 
Cortète differirebbe poco da quello di Goudelin (tolosano). Al Cortète vedo 
poi attribuirsi (Rec. 171, 179; e altrove) anche la Capiate ou Pastourale 
limousine, e la scena sarebbe a Nontroo, dove stiara per arrivare. 



Schizzi franco-prov. § II, 1. L'a lat. nel territorio provenz. 77 

ziale e mediano: otriigos, amour, oiissa alzare, onel, onen andisimo 'pìosé 
possa, porla, ecc. Nontron '. L'a incolume nei participj: coumanda. 
ariba, tourna, rassembla, tua, coumer^gado, eylougna, mindgea, petcha 
toucha ecc.-, e ancora: annadós, santa. Ma gl'infiniti: manquais, entrais 
gardais, troubais, vouiadgeais, predjais pregare ; e cosi nelle seconde plur 
dell' imperat.: tratais me, pourtais, menais, tuais (circa donnés me, cfr, 
dounevo allato a mendjavan); e inoltre: braivé bravo (bello), grais, tcliais 
chez. Atono finale: fumino, bouno tchéro, ma al pi.: fennais perdudais.- 
ÀM: foni' (cfr. Chabaneau, Rev. V 186). 

Alta Vienna (Alto Limosino).- Participj : rétrouba, chanta, anoungado, minja; 
inoltre : marcha mercato, jolado frc. gelée, annadds. Infiniti : lécas, trou- 
bàs, chantas, toumbas, parlas , viras, vouéydas , poyas pagare, jugeas 
minjas. Sec. ps. pi. imperat.: portos, dounàs me, boillas me datemi (bail- 
lez)*. Del resto: bla frc. blé, char frc. cher, chaz se, santa. Atono finale: 
fanno, naturo. Frango, folio, nevia *nivea neve (l'esatto parallelo del frc. 
neige ), juro jMvat;- radas ruote, las paubras fiUtas. AM: fam;- almo 
amat, alme amo, {dment)', AN: vaino vana, sur lo mountaign" é dts (dans) 
la plelna; ALL: las ballas, las timbolas ;- ov = ÀB: vaulovant, chosso- 
vant^.~ A iniziale o mediano, fuor d'accento, in a: ovanga, socrado, cJios~ 
sodour cacciatore. 

CoRRÈZE (Basso Limosino).- Participj: està, plontado, nedsado annegata; 
cfr. fumado frc. fumèe, villado frc. veillée. Infiniti: ana, tourna. Sec. pi. 
imperai.: sostsas sachez. Inoltre: pra, darà, possavoun passavano, tira- 
voun, se permenava *. 

Cantal (Alta Alvernia, iVa/irftJ Ouvérgna).- Chalinargues. Participj : jjas- 
sat à sous efóns, trota tratadà, mandza mangiato, predza pregato, pètza 
peccato, toutza toccato, tzardzadà caricata, aflcdzadu. Infiniti: ploura, 
trauba, accaiimpagna, voudiadsa. Altre voci: ar tza alla fine (in capo), tzas 
chez, ahràs ale, rnahr male, oustahr casa (ostale) \ Atono finale: énà gronda 



* Siamo all'estremità settentrionale del Perigord, e rasentiamo l'Alto Limo- 
sino; cfr. CoQLEBERT DE MoNTBRET, Mèi. 26-7. Lo Chabaneau studia il par- 
lare di Nontron insieme col limosino, nella sua grammatica che ho già lodato. 
Della quale però mi manca il principio (i primi quattro capitoli), dove per 
certo si troveranno delle preziose indicazioni di geografia dialettale. 

* La sec. pi. pres. ind.: boillas fa rima con batoillas battaglie, Sphn. 186. 

^ Cosi minjovant (ma St.-Yiieix: mingeavent, dansavent, cfr. il basso li- 
mosino}; e al sg. I'a incolume in entrambo le parabole: boillavo, dounavó, se 
prelmavo si approssimava. 

* Saggi di basso-limosino, del sec. XVIII, s' hanno nella Eev., VI 233 segg. 

* ahrte altro. Ma vohrt 115 {é què voui vahrt mal quo sept èfóns), che deve 
significar 'vale' *vault; e coinciderebbe, se é corretto, con vohrt \uo\e , 111.- 
Nei saggi 'alvernii' del Rec : mau {Si la teste vou foùe mau) 39, tau (Jamoùé 
nen fuguet de tau, giammai non ne fu di tale) 39; chavau 55; ma son saggi 
che rappresentano dei tipi dialettali affatto diversi da quello di Chalinargues. 



78 Ascoli, 

famina; a douos fénnàs Mouabitds; énà veilha cowsfewma; ecc. AM, ÀN: 
òmà amat, fon, t2Ón tzóns campo -i; pò pane, tjo cane, mó mós mano -i, 
óns anni, gran gronda gróns, efóns, dèoónt davanti, lei vivóns frc. les 
vivants, en disón en disant; aboundòncia ; la dònsà\- campo gnà. Au- 
rillac. Participj: osseimblat, éloignat ecc. Infiniti: gorda, prega, mein- 
gia. Altre voci: piotai, soìitat, ouslaou. Atono finale: botino, coulero, ecc. 
ÀM, AN: fom, comp, grondo, compogno, {aboundancio). A iuiz. o med. 
fuor d'acc: ococat frc. acbevé, ecc. 

PuY-DE-DÒME (Bassa Al veruia).- Saint-Amant Tallende. Participj: sab6 
achevé, retroubo, noumu, pelso, mantzo (ma: tua tioua 27 30). Infiniti: 
manqua, ludsa logare. Altre voci: tza chez, tzan. Atono finale: las fen- 
nas de mauvaso vidò; ero erat '. 

Arriège. - Saiut-Girons: ptc. rentrach rientrato, plegach, pecach, despen- 
sach ecc., cfr. 2. ps. pi. imperat.: pourtach^ ;- inf. malica, guarda;- altre 



• Cfr. Rec. 52-55. 

^ A prima vista può parere, che lo eh del ptc. m. sg. (plegach ecc.) sia lo 
ch = CT (fach ecc.) che si estenda analogicamente anche ad altri verbi, come 
altrove iu effetto avviene (cfr. p. e. Arch. I 258). Ma si tratta forse di ben 
altio; e nel vivo desiderio che presto ci vengano dei sicuri schiarimenti da 
chi sia in grado di fornircene, io esporrò intanto un'ipotesi, che mi esce 
dalla penna con tanto maggiore esitanza, quanto più sarebbe importante l'af- 
fermazione del fenomeno a cui penso. Dico dunque, che par qui aversi una 
sibilante, scritta ora eh e ora x, per la quale si continui uno 2 = ts, di fase 
anteriore, e i participj di Saint-Girons risultar quindi altrettante figure nomi- 
nativali (ant. prov. amatz ecc.). Ugualmente sarebbe da ^ = fs lo cTi o a; che 
r Arriège ci offre nella sec. ps. pi. dell' imperat. ( Saint-Girons :pourtac?i., me- 
nax; Pamiers: pourtax, menax), la quale esce per tz pur nell'ant. prov.: 
chantàtz (Saint-Girons: bezets vedete). Ma anche uno z = lls dovrebb'essersi 
qui avuto, il quale ricorderebbe V-alz -elz ecc. degli antichi dialetti (cfr. 
Chabaneau, Rev. VI 96); e così chiarirsi lo eh di coc/i = cols (circondario di 
Foix: col) collo, e questo esemplare toglierci pressoché ogni dubbio circa gli 
altri che ora seguono: bedech — heàels. (circond. di Foix: bedeilh), aquech 
= aquels (Foix: aquel), eeh eichz=e\s (Foix: el) egli, lui, ed anche per sem- 
plice articolo. Sarebbe però aflfatto caratteristica quest'abondanza di forme 
in cui si continuasse l'antico s del nominativo; tal che appena avrebbe riscon- 
tro nel -s de' predicativi di Sopraselva (Arch. I 63 550 b, cfr. i moderni con- 
tinuatori di *fond-s *ann-s, Arch. Ili 4); e gli è appunto l'abondanza che 
deve, in questo caso, renderci più dubbiosi che mai. Tutto forse risulterà una 
mera illusione; ma è pur duro il credere che altro non si abbia a ricono- 
scere, nella serie dei participj, se non l'alterazione di una dentale primaria, 
e nella serie ultimamente addotta, l'alterazione di una dentale secondaria, cioè 
di un * d da II di fase anteriore (cfr. II, 10, e sin d' ora il bearn. beth 
aram = beir arara , beau rameau, Rev. IV 90). Comunque, torniamo a chieder 
lumi a chi ce ne può dare; e intanto notiamo, ad ulteriore appoggio di ch = z = ts, 



Schizzi frauco-prov. § II, 1. L' a lat, nel territorio provenz. 79 

voci: hame fame, pa pane;- atono finale: famino, caussw'os, ecc. Pa- 
miers: ptc. rintrat, ramassat, peccat, eloignat, ecc. Circondario di 
Foix, all'estremità verso la Spagna: una granda famina, en bouna sun- 
tat] festo; ero erat. 

Alta Gauonna.- Tolosa: anat arìdato, aymado, cou^nengado, estudiat;jougai 
fouleya folleggiare, prowJui'ja propagare; &eoM<rt<, tal, houstal\- de sa bouco 
dousso di sua bocca dolce, huros ore, aureillo aureilhos, beilhos tu vegli. 

Tarn et Garonne - Montauban: peccat, eloignat;- festa, aboundango \ - 
fan fame, cans campi. 

LoT.- Cahors: counta contare, fiVa tirare, baila (bailler) dare, plontat ^\din- 
tato, cambiai, englatiat ghiacciato;- porto la porta, vergogno.- ÀN: demo 
domani, mo mano, co cane, plonch piange, grond grondo grande; e fre- 
quente nei versi di Pelissié anche o per l'A fuori d'accento, iniziale e 
mediano: obé, obeillos, ognels, xolous geloso, ecc. Gfr. 'Dordogne' e 'Can- 
tal', finitimi a questo territorio. 

AvEYRON.- Rodez: oppelat, elouègnat;- so primiero raoubo, obio habebat;- 
effons '. 

Aide.- Carcassonne: acabàt, appellai, manjeai^ ; iroubw, dounatz-mé;- 
touto sa fortuno. Nel 'Virgilio' di Narbonna: montai, aisado; parla, 
bailla- ecc. '. 

Hérault.- Montpellier: dounat, habillal; ploura,vouiagea; man;- lano, 
campagna, ecc. Ma quest' -o di Le Sage non accenna propriamente a 
Montpellier. L'abbiamo bensì a Agde, che resta a sud-ovest di quella città 
(Mél. 510: uno grando famino, annados; ero); e a Lodève, che le sta 
a ovest-nord-ovest, par che si oscilli (Mél. 511: festa, dansas, era, ap- 
proujaba; los peloufos, boulio voleva, dounabó; cfr. 'Ardéche'); ma nel 
vero dialetto di Montpellier e dintorni, è costante il caratteristico -a 
(Mél., 512: festa, femmas perdudas, désirava, ecc.; cfr. Chabaneau, Reo. V 
180, e più saggi letterarj nella medesima collezione). 

Lozèbe: appelai, mangeat; annados;- fon. 



lo eh della Dordogne (Sarlat) per t + s di plur.: incoumoditach Rec. 70, lous 
gronach le granate (i granati) 71, lous prach i prati 68. E nel 'Virgilio' di 
Narbonna: montax montati Rec. 47, obligax obbligati ib. 

* Cfr. Vayssieb, 'Le dialecte rouergat', Rcv. Ili 78-85 354-55 (carne j'aime ; 
f. d'acc. : oimd eimci; 79, cfr. 355), con un saggio del XVII secolo (81-2). 
Al medesimo secolo appartengono le poesie di 'Doni Guerin', di Nant, che 
s' hanno nella stessa Eev., V 377-92 (cfr.' VI 135-7), VI 138-47, accompagnate 
di due saggi di versione nell'odierno vernacolo pure di Nant. Ancora in quella 
collezione, VI 210-16, squarci di un poeta vernacolo di Millau, 'Claude Pey- 
rot', secolo XVIII, 

* L'è di questa forma par sicuro indizio di propagginazione, cfr, mandsea 
(allato a mandjar) s. 'Alta Loira', e Nyons s. 'Dróme'. 

' Saggi odierni dei dialetto narbonnese (Escale» e dintorni) s' hanno nella 
Eev.. VI 266-r». 



80 Ascoli, 

Gard.- NImes: destacat, laissat; presta, gaffna; tau, ouslau\- bonno fieiro, 
fillo;- pan, fan. Le Vigan: afamat, manr/iat- trouba, mangéa;- une 
grande faminè, unii béle raube, annades ; ere *. 

Alta Loira.- Dintorni di Le Puy: ^itc. atchaba, ilouagnat, petcha, man- 
dzea; troubar, priar, mandjar;- una grande tcharestio, una bague; ere\- 
fon fame, tzons campi, efons -. 

Ardèche. - Privas: ptc. noumà, trouba, pecha, oubligea, mongea, indinia ; 
inf. empourta, sé louia collocarsi, pré'ìa, soun'la frc. soigner ; - vido vita ; 
ero;- ÀM, ÀN, fon, pón, grongeos *granias, grondo, lou donce. Cir- 
cond. d'Annonay: ptc. achaba, inf. chanta, praia; ma tuais *tuats 2. ps. 
pi. imjierat.;- una granda famina;- pan, fam, champs. 

Bocche del Rodano.- Marsiglia. Participj: estat, mangeat; inf. irouba[r], 
laissa, alacha allattare; trattas mi trattatemi; oustaou, fam, pan;- fa- 
mino,joio, ben facho ben fatta; ero. Ma sull'-A fuor d'accento, si sente 
l'influsso dell'i tonico ed atono che gli preceda: avié, venie, fasie, habe- 
bat ecc. (ant. prov. avia ecc.), foulie (ant. prov. folia);- jusiici, malici, 
igraci disgraci, presenci, memori (ant. ^rov. justicia grada ecc.); cfr. 
'Dróme' '. 

Varo.- Tolone: acaba aclievé, paga payé, ma mare; la traversado, vieto 
vecchia, ecc.; ma: avie habebat, fu'ié faciebat, counnouissié. 

VALCHirsA. - Avignone: ptc. atrouva, mandza, fatta frc. fàché; inf. garda 
vouiadza^. Carpentras: accouchado,\x\L lougea frc. loger, tooM tale;- 
uno flamo vivo, ma feno, paillo, les oureillos; ma: avié habebat 148, Ma- 
rie 146 {Mario 147, nostro patrio ib.). 

Bassk Alpi.- Circond. di Castellane: ptc. rintra, pecca, oublija, manja; 
trouvar, pregar, vouyajar;- famino, frémos {iemme) per dudos ^ ; ero; ma: 
avié, voulié. Cantone di Seyne: une grande faminc, la pu belle raoube, 
la paraoule, de freme s par due s, escorses; ère, dounave. 

Alte Alpi.- Gap: ptc. appella, pecha, approucha, mangea; regalar, tuar, 
mangear, priar;- dounavo; ma, oltre aie 'habebat' e voulié: bouene, la 
danse, ecc. 

Dróme.- Val enee: ptc. achaba; inf. garda, se louyà collocarsi; migeavant; 



• Della varietà di Colognac, distretto di Le Vigan, son saggi nella Eeu., 
sed. d. 2 marzo l870, e VI 103 segg. 

^ Per il distretto d'Yssingeaux, v. 'Loira', in nota. 

^ Diventa questo fenomeno come una caratteristica della moderna Provenza, 
in opposizione alla Linguadoca; cfr. Rec. 173 e56, FiCHS, Unr. zeitw. 237 257; 
e potrebbe anche parere quasi un prodromo degli esiti franco-provenzali. Ma 
si rivede anche alla estremità di sud-ovest; Fuchs ib. 272. 

* Per r atono finale, Schn.: ta ben eimado, afligeado, vido, coumando 3. 
ps., ecc.; ti fachés pa te fà:hes pas; e la Par.: une grande famine , a sa 
grandze (grange), ere ed erou erat, sa première raoubo; cfr. Rev. Ili 86-7, 
356-9, IV 80, V 219-24.- Per AM, Schn.: aymo amat, almi amo. 

^ de touteis causos. 



Schizzi franco-prov. § II, I. L' a lat. nel territoiùo provenz. 81 

pan, fam\- mauvaiso vio frc. mauvaise vie, uno laguo, campagna, (las 
restas), doundoo, èro, auriot^ *aur-Ia avi'ebbe. Die: ptc. tua, romossa, 
pétsa; inf, gordd, trétàs, conv'às', mindzavoun^;- coulero, fomìno, (déi- 
baoutsas, sas ontraillàs, eimuàs); dannavo, ovia, folio frc. fallait, ooicrio; - 
AM A!N, fon, tsoms campi, pon, grondo, éfon éfons, oou dovont frc. au 
devant, pourtont, hobiton, dion frc. ayant, couront, réoénon ; - o per l'A f. 
d'acc, iniz. o raed. : oné andò, oppéla ptc, pois, gorgon, tzobri capretto. — 
Le Buis: ptc. ramassa, mangea, pccha; inf. entra ecc. ; 2. pi. imperai. 
passas, tuas, {beylal); mangeavoun;- bello raubo, richessos, manobros 
mani-opere, canipagno, grangeo; dounavo, èro, ma: avi *avia, vouli, fouli 
fallait, ouri *avria; cfr. ^Bocche del Rodano'. Nyons. Qui si avverte 
un modo di trasci'izione, che può considerarsi come un altro precursore 
degli effetti della palatina suU'a che le sussegue. Allo s (eh, cioè lo è di 
sa = CA) segue sempre un i; e analogamente allo /. Si osservino: chiaouso 
cosa, chians campi, chiabri, péchia ptc, touchia ptc, atachia inf., oubli- 
gia ptc, tnangia ptc, mangiavoun, vouiagia inf.; giamé; e ancora si 
confrontino: indinia ptc, eilounia ptc; e dinanzi ad altre vocali: jtown*^ 
giovane, rejioui regioni, oubligié obbligò, toujeou frc. toujours'; e pur dini 
degno. Del resto: consuma ptc, garda inf., pria inf., ecc.- A finale, f. 
d'acc: vido, festo, fénos perdios; dounavo, ero, ma: avi vouli fouli. 

Ora entriamo finalmente nel territorio franco-provenzale: 

IsÈRE.- Grenoble. I. pra 84, à mon gra ib., bontà 136; inf. imita 
83, habità 105, s'attrappa 84, passa 106, e pur cria 105; chan- 
tavon 136; consolas-vos 106; dar 140, pan 141, ecc. — II. L'effetto 
della palatile è continuo suU'a dell'infinito: coicchier 104, diar- 
chie 143, diaudiier (calcare) fouler aux pieds 171, mardiié 135, 
cachié ib., s'approdile 81, albergier 106 , migier migié 85 106 131, 
se'ié faucher un pré 193, joyé 145 ^ songié 131, travaillié 136, hri- 
lie (1. brillié) ib., comendé 104 133, daitsié 134, tapissié 132, ven- 
déimié 196; IR: virié 86 145, tirié 105 106. Ma se passiamo al 



* Così óurió nel limosino, Rev. VI 182. 

■■' L'c nella 2. pi. imperat. : trétè me, tuè-lou ecc., o proviene dalle altre 
conjugazioni {oddusè adducete), o dal francese. 

" Cfr. la nota a 'Aude', e la seguente osservazione del Fuchs 1. e. 279 (Schuch. 
1. e. 25): 'Zu bemerkea ist noch der bei Ravel (poeta alverniate) durchgàn- 
gige gebrauch eines e nach eh uadj, auf welches a oder o folgt; z. b. cheat, 
cheamp, chéarman, cheapet chapeau, cheavautc chevaux, fricheo fralche, 
jéardi jardin, Jéaque Jacques, jeon jour u. s. w.' 

* E pur loyé lodare 140, dove è un j/ epentetico per rimediare all'iato 
{lo-àr). Allato a pc mieu joyé sou tour 145, si aggiunge: [jouire et joule, 
jouer à des jeux amusans' 182. 

Archivio glottol. ital., III. •"" 



82 Ascoli, 

participio, la cosa si fa ben diversa. Nessun effetto vi si vede 
dello s, dello z, o dello j; onde abbiamo: eroditi 105, percha 139, 
neyas annegati 106, loyat frc. loué (affittato) 142, rengeat pi. m. 
140, migeat mangiato 103 (e così all'imperf. : migeave 138), lo- 
geas 106, ouhliat 103, [gagna 106]. E dopo f , ?, e il r di IR, ben 
si vede spuntare l'i, ma I'a del partic. rimane insieme intatto. 
Così: dressia ra. e. f. , frc. dressé -ée (un echauffaut dressia 141, 
su lo thiatre dressia 145, la tahla fut dressia 138), plassia m., frc. 
place, 138, gencia m., prov. gensat (ornato), 141, caressia f. 145, 
blessia f. ib., tapissia m. 132 (inf. -ié), Uria m. 105 (inf. -ii'), no- 
tra caillia 'quagliata' (latte rappreso) 148 ^•, e si aggiunge brisia 
f. (flou brisia de gréla fior spezzato dalla gragnuola, 153). Va 
però avvertito, che anche I'a del participio subisce gl'influssi della 
palatile nel vernacolo del cantone di L'Oysan, al sud-est di 
Grenoble, il quale, accanto al ptc. peichia (e pure all' inf. rassa- 
zia 116) 117, ci offre 1 ptc. migi migé 116 117 119, e onhligi 116 
(cfr. gl'inf. se louir 116, danssi US) , e vi si potrà aggiungere 
beylet (cfr. la 2. pi. imperat. bailla-méllQ) 1172; ma all'imperf.: 



' È in una poesia dei dintorni di Grenoble , e fa rima con mouilla ( la 
rousa, Qu'u mey de may la rousa a mouilla, la rosa, che al mese di maggio 
la rugiada ha umettata). Ma non ne viene, abbastanza sicuramente, che s'ab- 
bia a accentuare: caillia; e così a porre dressia, e per il mascolino e per il 
feminile. Quanto alla indifferenza tra' due generi, cfr. rousa e mouilla nel 
verso testé citato, e mon arma deysola 153 (allato a ma mina malada ib.). 
Il plur. del fem. esce poi in -ey, e deve trattarsi di *ù-e *àje *éji (cfr. 'Ain', 
^V. d'Aosta' e 'Neufchàt.'). L'e=:A' qui si ripeterebbe dalla palatile susse- 
guente, come in ley *laj (illac) là, gey *§aj (ecce-hac) qua, celey fr. cela 
(ce-la) 105, degey deley 137. Ed ecco esempj per il pi. fem.: les actions rei- 
gleylS, le lanterne posey, alumey, 145, vitrey 142, le boutiquet sarrey 136, le 
fene ...bienparey de riban ib. Qui si chiarisce bene anche epeye[t] spade 137; 
ma bougeyet, frc. bougies, 144, non istà in quest'analogia, e dovremo forse 
vedervi il fenomeno di -ia in -èje, che altrove sicuramente occorre. 

^ Nel vernacolo dell' 'antico paese di Trièves', al sud di Grenoble, occorre 
abondantemente il participio in -o: commayido 122, donno ib., retrouvo ib. bis 
(e retrouva 121), facho frc. fàché ib., pecho 121, miyeo 120 122, éloigno 120, 
allato a ramassa\2Q, appella 121, ressuscifa 121 122. L'-o parrebbe preva- 
lere dopo le palatili; e sarebbe l'inverso di ciò che incontreremo in Val 
d'Aosta. Notiamo ancora: santo sanità 122; e rimandiamo ad 'Ain', 'Jura', 
'Vaud (Vallorbes e Commugny)', e 'Vallese (B)', oltre alla già ricordata 'Val 
d'Aosta'. E vedasi anche 'Loira', in nota. Del resto, all' inf.: trouva, tua, e 
alla 2. pi. iuiperat : amena, balla (prov. bailatz), ecc. 



Schizzi frauco-prov. § II, I. L'a lat. nel territ. franco-provenz. 83 

migeaveant l\6. Del resto, ritornando a Grenoble, non mancano 
esempj dell'influsso delle palatili sul!' a, quando pure s'esca dal- 
l' infinito. Evéchié 134 141, clergió 134, e chair 136 141, sono 
esemplari che per vero dicon poco o nulla; ma piuttosto: chieu, 
chieus si, 135 106, frc. chez, e chery (in rima con leiteiry let- 
tiera- 136), prov. carri, carro, allato ai quali può considerarsi 
anche Vi a formola atona iniziale, in chivat cavallo 135136, chiva- 
lié 133 ecc. III. auha 11, aiga ib., terra, noutra nostra 139 (pi.: 
porte place j ambe 135); 2. ps. sg. imperf. te m'aya 131, cfr. te sau- 
ria (saver-avi'a) sapresti ib. ; 3. ps. sg. imperf. bolicave 132, voliet 
ploviet 139; 2. ps. sg. pres. si te ne m' aide pa 135; 3. ps. sg. 
pleure 11, verse 154, ecc. — IV. la moindra vilani 78, tant fare 
de fouly 134;- graci 108, gracy dégracy 136, Eglezi 132, misery 
ib. ;- priery ib., charreyry 134, leiteiry lettiera 136, meinageiri 
130, vercheiri *vervicaria (dote, la quale specialmente consisteva 
in pecore ecc.) ib., daloue'iri *dolatoria, petite hache 173 (cfr. frc. 
doloire e spagn. doladera);- la filli 78 129, sa familli 108, la veilli 
(vigilia) ib. , pailli 104, tailli batailli 137, rougni rogna 147, sagi 
saggia 78;- la giaci 106, Franai 107, pausi dansi 151 (pi. pance 
dance 144), piaci 98 137 (pi. le place 135), carassi 136 (pi. ca- 
rosse ib.), foiblessy noblessy 134 (noblessa in rima con pressa 137), 
conscienci 86, naissanci 133, esperanci ecc. 105; vichi 137, gau- 
chi ib., fraichi fresca 141, dimeyichi dimanchi 132 145. Cfr. agi 
166, frc. baie. 
LoiRA. (vernac. del Forez, nell'ant. Lionese): I. Vov, naz il naso, bri- 
daz frc. brider, ni' empatchiaz frc. m'empèchez, [que faide vous\- 
II. qu au V ey couchit frc. qu'il est couché*.- IV. la pailly; cfr. 
La Bernarda Buyandiri (*bugandaria), titolo di una Hragi-co- 
media', Lione 1658. E vedi ancora l'articolo *Ain' '-^. 



* qu'aul eyì 

' Vittore Smith, raccogliendo sopra una zona ch'egli dice 'au midi du Fo- 
rez et au levant du Velay', diede alla Rom.: 'Germine, La Porcheronne, Chan- 
sons foréziennes' (I 352-5y), 'Cliants de quètes' (li 59-71), 'Cliants de pauvres 
en Forez et en Velay' (Il 455-7Gj. Rincresce che il benemerito raccoglitore 
non offia, se non in poca parte, il genuino testo vernacolo; tanto pii» che il 
terreno, sul quale egli si muove, avrebbe per noi una particolare importanza^ 
siccome quello in cui probabilmente si toccano e si confondono il parlare oci- 
tauico e il franco-provenzale. Citeremo, per ora, da un canto di Duniércs 



84 Ascoli, 

AiN.- Alla sezione occidentale di questo dipartimento vanno di certo 
attribuite le 'Ciiansons en patois du pays de Eresse', che ab- 
biamo nei MÉL. 144-9 (cfr. *Jura'). Dalie quali prendiamo: I. brova 
(brava) beila, pi. broves; inf. levo, brotonno gemmare, germo- 
gliare S demindo, mario, laisso (che anche occorre nella funzione 
di 2. pi. imperat.); - n^ltra (un'altra, canzone) su lo m$me ar'y 
[clés, la mariéé]. — II. aitassi attaccati; inf. bailW^. — III. al- 
Inetta, gara guerra, (pi. feilles figlie); mèla amica, volé'ia la vo- 
lata; passa egli passa, plinta plantat (bis), ma: pourte, appale 
appellat; — lY. rhnpli frc. remplie; cfr. lo premi. — V. and, ant: 
grin, quin quando; plinta plantat, deviai, habitins (cfr. se tenin 
frc. se tenant, pindin; e anche prin, di contro al frc. prend), 
sinta sinton canta cantano (cfr. sinsons canzoni). All'incontro: 
flanc, dioumane m. domenica. E qui ancora ci varremo dei 
versi b re ss ani (vers bressands), che occorrono nel Reo. 25-34, 
e danno un tipo dialettale diverso da quel delle 'Chansons'.- 
I. brave belle (brave), verità, bontà, bon gra, inf. garda dezéma 
cria, ecc. ^. — II. inf. chorche 27 cercare, per joye à le carte per 
giocare, prie Di, chassie, IR: uirie casaqua, IT: per c.udie per 
credere (pensare, ant. frc. cuidier coitare, prov. cuidar); ma i 
partici pj all'incontro: facha (cfr. notro gran pecha), mania man- 
giato, chassia. — III. arma anima, la tempeta, Nauarra, bin hata 
ben alta, via vita;- soffle sufQat, cade cogitai. — IV. una fuly 
(cfr. papi frc. papier, ecc.), pepi pipi[t]a;- vn' etrangi tarra, vo- 
stra sagi mare; Fransi, en Breissi, de la racy. Qui finalmente 
considereremo anche la Joyousa farsa de Jouannou dou Trou 
{Treu), il cui dialetto, se pure esce dai confini dell'odierno dipar- 



(Alta Loira, distr. d' Yssingeaux): é tourna, a votra porta s'es ììosa, allato a 
nostra coumpagnio, gagnàsa vio (II 63); e dalla versione del medesimo canto 
nel dial. di Saint-Just-Malmont (stesso distretto): é tourno, o v entro porto 
s'a penso, de fillas a moria (II 64). Cfr. l'ultima nota a 'Isère'. 

' prov. brotar hrotonar, sp. brotar, brote brota brotadura. 

' L'effetto della palatile successiva, si riconoscerà, oltre che in brés *brui5 
braccio (cfr. la nota che sussegue; 'Tarantasia' ecc.; e il § III), ancora in 
voléia *volà-a, la volata; cfr. 'Isère', in nota. 

' legue 25 (1-eghe) risale ad *àigja aqua (cfr. 'Aosta'); pe pace è *pài?, e 
così pie *plàigt; ma è singolare: se du tier etet quelli del terzo stato 25, cfr. 
veyan que lo zétet (loz etet) no seran pie a vendre 34. 



Schizzi franco-prov. § II, 1. L"« lat. nel territ. franco-provenz. 85 
tiraento dell'Airi, non ne può uscire se non di ben poco ^: I. ptc. 
redota, ita stato, coucla pensato, regueita *ri-guaitato, inf. -parla, 
enchanna, dressa; pan, ecc. — II. ìnf. rnezi mangiare, enragi; cfr. 
congi commiato. — III. oiina poura via, la plomma, la fortuna, 
honna. — IV. cela foli;- vengenci, poissanci, Franfy cfr. n. 19, 
Vecharpi hlanchy ^. 

JuRA (dipart. del).- Non solo la 'Eresse' propria, ma pur tutta la 
provincia a cui si estendeva, ne' vecchi tempi, il nome di 'Eresse' 
(Eresse, Dombes, Bugey), riman compresa entro i confini del- 
l'odierno dipartimento dell' Ain. Ma sotto il nome di 'Eresse' deve 
o dovette intendersi, nell'uso, anche un'ampia contrada che entra 



' Trou è forse la pronuncia vernacola di Trécoux, sulla riva sinistra della 
Saona, al nord di Lione? Il 'nostro duca' (notron Dou), di cui parla e sparla 
il poeta, sarà quel di Savoja. La ristampa della Farsa, fatta a Lione nel 1594, 
è preceduta dal Cruel assicgement de la ville de Gais qui a esté faict et mis 
en rime par un citoyen deladicle ville de Gais en leur langage (Reo. 5-14 ). 
Per 'Gais', che nei versi dieW Assiégement è 'Gey', dovremo intendere Géx. 

^ Sarebbe di molta importanza la pubblicazione degli antichi testi 
franco-provenzali di cui parla e dà un saggio lo Champollion-Figeac 
a pag. 160-4 dell'opera che abbiamo citato tra i fonti. Son quattro 
scritture che tutte forse andrebbero attribuite, e tre di certo, a 'Mar- 
'guerite, fìlle d'un seigneur de Duin, en Savoie, prieure de la Char- 
'treuse de Sainte-Marie de Poleteins, paroisse de Mionnay, en Eresse, 
'entre Eourg et Lyon'; nel qual monastero essa sarebbe morta il 9 
febbrajo del 1310. Una di codeste scritture della priora (méditations 
dcvotes) porterebbe la data del 1226, e qui forse v'ha sbaglio, poichò 
altrimenti si risalirebbe all' 85*^ anno avanti la sua morte. A ogni 
modo, qui avremmo, prescindendo dal frammento di Alberico da Ee- 
sancon (v, p. 64 n.), una fonte franco-provenzale ben piìi antica di 
quante altre io mi conosca; e ne citerò, da quel saggio: I. part. quant 
illi aveyt ben regarda 163, inf. racontar 161, plorar pensar 163; hu- 
militaìh.;- IL inf. enscnnier 162, part. espanchiés (nom. sing.) 163, 
mesprésies {nom. sg.) 164; cfr., circa i participi, il dial. di L'Oysan, 
sotto 'Isère', e poi 'Ginevra', 'Vaud', ecc.;- III. alcuna 162, a una 
persona ib., nostra 163; pensava ib. ;- IV. la seinti via la santa vita 
(cfr. valsoan. num. 59 3°) 162, en sa sansti [sic] faci 163, graci 162, 
patianci 163.- Un documento del sec. XIV, 'redige en francais, mais 
plein de traces du dialecte dauphinois', fu pubblicato di recente nella 
'Petite Revue des Bibliophilcs Dauphinois' (v. Rom. II 379), che a me 
non ù dato consultare. 



Ascoli, 

nel (lipartiraento del Jura, e giace a occidente del fiume Ain*- 
Il dialetto di una romanza bressana (del Jura), che ò a p. 45 
del 'Vocabulaire', concorda assai notevolmente con quello delle 
canzoni della 'Eresse propria' (v. s. 'Ain'); e da codesta romanza 
ora ciiiamo: I. ptc. dmO, cheto seduto, mènda fem. (è detto di 
una donna: bràvàmin mencio, joliment mise); mmguv' a mancava 
a, comminchdv'' nài no dinchOvan {dìnchóvan) noi danzavamo, in 
rima con la 3, pi. sàtovan saltavano 2;- àme araat. — II. [Ve re- 



' I miei sussidj geografici e storici qui non mi ajutano. Pare che per 'Eresse' 
s'intenda la parte piana del territorio del Jura. Il Monnier scrive: 'Dans 
'toute la partie montagneuse, on prononce ainsi ils s'en allaient chan- 
'tant: i se n'dllavan tsnntant. Dans la Eresse meridionale de notro dépar- 
'tement (del Jura): i se n'en allovan chintant, Dans le canton de Eeaufort: 
'i s' in allévin cTiintin, Dans la Eresse des cantons de Blettrans et de Seillères: 
'i son aU'ievon sonton.^ p. 35; et: 'En passant de la Eresse aux collines...' 
p. 45. Eeaufort, Elettrans, Seillère e Saint-Amour (v. la nota che segue), son 
tutti a occidente del fiume Ain, e la 'Eresse meridionale' sarà sicuramente 
la immediata prosecuzione della 'Eresse propria' (dip. de l'Ain), con la qual 
si tocca a sud-ovest il dip. del Jura. Stuona un poco Vd di chintdn, appunto 
nel saggio 'meridionale'; ma si conferma dalla 'romanza' che ora sarà citata 
nel testo (tegnnnt) e deve rappresentarci codesta 'Eresse meridionale' del 
Jura*. — È assai penosa la mancanza di saggi vernacoli del dip. di Saona 
e Lo ira, e in ispecie della sezione orientale. 

' Si aggiungono un ptc. e un inf. da un verso 'en patois bressan du midi' 
(202): nos han trovo per lo sarfo, nous avons trouvé de quoi le chaufFer 
(cfr. ih.: sarvo sauver, sotto il quale articolo si citano due versi di 'patois 
bressan des environs de Saint-Amour'); inoltre, dal 'patois du Revermont et 
des environs de Saint-Amour' (66): buio lessiver (*bugar, ant. frc. buer, 
DiEZ s. bucato); da una 'locution bressanne' (84): lo blo le bié, messouno 
moissonné; da un noel 'bressan': fore (fare; 56); 'en Eresse': greto de fret 
trembler de froid (grelotter; 162); 'en patois bressan*: narroflo renifler (178); 
e da un 'couplet patois' (187), che di certo rappresenterà anch'esso una va- 
varietà 'bressana': quemore commère, l'a refiambo elle a vomi. Finalmente, 
'en patois des environs de Coligny' (che resta nell'Ain): le bin mau bourlo, 
elle est bien mal coiffée (62); e 'en patois jurassien du midi': il alli passo il 
alla passer (158). 

* Mentre si stampano questi fogli , una mano amica mi fa tenere la copia dell' articolo 
Eresse, che è ncU' Examen crilique des dìctionnaires de la langue francaise par Charles 
Nodier (sec. ed.; Parigi, 182v)), e suona: ^Eresse. Terme généralement usité , en opposition 
à celui do montagne, dans tous les pays mi-partis de montai;nes et ufi plaincs , conime le 
Eressan ou Erescian d'Italie, relativement aux montagnes des Grisons ; la Eresse, province 
de Franre. relativement aux montagnes du Bugey; la Eresse, canton de Franche-Comté, re- 
lativement aux montagnes du Jura.— Il est peut-ètre malheureux, et on ne saurait trop le 
répéter, que le Diftionnaire de la langue franijaise n'ait été jusqu'ici que le Dir^tionnaire de 
Paris.' 



Schizzi franco-prov. § II, 1. L'a lat. nel territ. franco-provenz. f^7 

voillià elle est réveillée ^]. — III. ma poin-na la mia pena, ma mìa 
la mia amica; àme amat, ma eubli *oblitat. — V. blincé bianche, 
htncé le anche, quin quando 2, chintou (sic) canta 3. ps. (cfr. chin- 
c7ión canzone, e i già citati dinchuvan, mmgov'' *mincóva; oltre 
-en-^-ÉNTE: brdvàmin, commm)^', ma: in nò tegndnt en nous te- 
nant, col quale va lo chintant che si addusse in nota. Ora da 
una canzone della montagna: hutàs messi (buttati), pusà po- 
sare, prà, CQutci frc. coté (cioè: costato);- ouna una. — In un 
saggio poetico delle colline, all'incontro, ben si mantiene Va 
fuor d'accento, all'uscita feminile: nà peiirà feìlle, nà fetlla, 
pàttéyiga, nòta poàtcha la nostra porta; e anche Vera egli era; 
ma per l'a tonico di -ato -are (-ate), vi siamo ormai a condi- 
zioni che non differiscon guari dalle francesi [dèbOutèné ptc, acouté 
ascoltare; humilité)', e a tali condizioni ci riconduce, almeno in 
qualche parte, il tipo che prevale nel 'Vocabulaire'. Per questo e 
per altri argomenti, lo spoglio di questo e di quello sarà da noi 
mandato coi saggi di altre sezioni della Franca-Contea (cioè con 
quelli dei dip. dell'Alta Saona e del Doubs occid.) e d'una conter- 
mine sezione lorenese. Qui solo ancora rileviamo, dalla poesia col- 
ligiana, il participio oblidzia, in funzione feminile, per notare 
imprima, che vi si dovrà forse riconoscere il real termine femi- 
nino, V -a parendovi rispondere al secondo a di -ata; cfr. email- 
Uà (trad. per 'émerveillée'), altro partic. in funz. fem., che occorre 
in un saggio montanino, diverso da quello di cui prima ci siam 
valsi, allato al masc. emailli, qui est dans l'admiration, grande- 
ment étonné, e all'inf. s'esmailli, ètre en souci (vocab. 86), col 
quale è confrontato l'ant. frc. s'émayer (anche si consideri: loyi 
loya, Vìe lióe, vocab. 169). Ora ia oblidzta, e anche in émàillià. 
Vi che -precede l'-a ben potrà essere il primo a di -ata così ri- 
dotto dalla palatile a cui susseguiva; ma insieme giova qui av- 
vertire come dall'-ATA si venga ad -ia, appunto in questa regione, 
anche per via affatto diversa, cioè per -à-a -àja -éja -ia; cfr. 
'Ain', in nota. Così avremo valila frc. vallèe, cioè 'vallata' (vo- 
cab. 214); e allato a cola, bonnet, voite comment elle est còlta, 
voyez comme elle est coiffée (voc. 74). 



* V. più innanzi, in questa medesima pagina. 

' quind de la bole i gn'u po-mais quand il n'y eut plus de balles (environs 
de Saint-Amour; v. la seconda nota della pag. che precede) 190. 

^ Dal 'couplet', a cui ò accennato nella sec. nota della pag. che precede, 
aggiungesi: in grind peguia en grand '(5moi' (piti^). 



88; Ascoli, 

Ginevra'.- Dintorni di Ginevra: I. ptc. arriva, retrova \ ama- 
shd, dépensd\ monta entra tua, in funz. di raasc. pi. 19; inf. 
créva, pinsa, pria; gardd; entra, alla 20, cria ib. ; 2. pi. 
imperat. apporta, tua lo; traita-mé (cfr. metta-lié Br. ); im- 
perf. santàve cantava; alavé 19, recontrave ib., houtavon 
ib.;- annaies annate, pan, fam, pare fràre; santa, ses 
projorietds. — ^11. infìn, mezi; rassasii, emhrassè, hailli; 
pilli 19, arassi ib. ; 2. pi. imperat. hailli 7né; imperf. hail- 
Uve, dansive; appro^ive, mezivonf^ ; ptc, mezia Mèi., mezi 
Brìd., mangiato, c'mencia Br. (cfr. èloigna ib.), pégie logie 
partazi B., haillie M., hailli B.; hassia frc. liaché 20, lassia 
(in funz. fera.) 21, hassia 20, farcia 19, teria (IR) ib., 'trai 
étiellé on dressie et pianta' frc. trois échelles ont dressées et 
plantées, ib.;- chi ivo,, chez. — 111. onna grossa famcna; 
pressona; d'onna tala furia 21, de tala sourta 20, lapourta 
ib., la fonila 21 ; ma nel verbo : onìia lettra arrivé arriva 22, 
fassivé faciebat 19 21.- IV. Ve {é) all'uscita di molti nomi 
feminiliy può a prima vista apparire di mero influsso fran- 
cese; ma, a ben vedere, son tutti esempj in cui precede suono 
palatile: campagne;- hataillè 18, mouraillè 19, feraillé ib., 
canaillé ib., diligence 21, France ib., onna hella demanzé 
domenica 19, grande (grand') hardiessé 20, adressé ib.; e 
nairé, nera (IR) 19, è solo un'apparente eccezione, cfr. vals. 
n. 59 5^ 

Territorj savojardi, air infuori della Tarantasia. — Cantone 
di Thónes (Annecy): I. ptc. pressd, rentrd, appeld; inf. 
alld, confessa, apportd, {resista, poussedd, cfr. frc. resi- 
ster, posseder, nell'analogia della prima conjug.); pare, 
pan. — II. inf. meji (imperf. mejivant, allato a dendve), 
hailli; ma al ptc: toucha , pècha , eloigna, e solo si distin- 
gue reteria (IR). — III. onna granda faraena, la fauta, 
faitta. — IV. campagne, ahondance, joie, misere e injure 
(lA); ma gli ultimi due esempj sono forse importati.- Per 
i da ié di fase anteriore: premis hahits, anchins frc. an- 



' Cfr. 'Vaud' al princ. e alla fine.- Nel citar le pagine in cui si contiene 
la ^canzone' (518-22), ometterò la prima cifra. 

" Non va confuso, con questi, l'analogico étive {étivé) stava, era, che s'al- 
terna con étai, Bruj. 462; cfr. avive amashà, allato a avai don gargons. 
V. la nota a 'Aiguebelle' (Territorj savoiardi). 



Schizzi franco-prov. § II, 1. L'a lat. nel territ. franco-provenz. 80 

ciens'. — V. hahitens, quitten frc. quittant, separent (cfr. 
chenten sentendo, ecc.). Territorio delle Beauges (Cham- 
béry; Chdtelard ecc.): I. ptc. eìitra, retrova, depensa, dis- 
sijpa', inf. entra, trova, garda, destitua (in funz. pl.)^; 2. 
pi. iraperat. traita me, amenaz, tuas (cfr. metaz-le); imperf. 
desirave, santave; pare, frare, fare fàcere, 'pan. — IL inf. 
s'attatier attaccarsi, jpn<?r, voyadier, embrachie; 2. pi. ira- 
perat. daillez me, abeille le; imperf. hailléve, danchéve, 
mediévon; ma al ptc: totiaz toccato, petia peccato, ohledia 
obbligato, media mangiato, bailla. — III. sa farma frc. sa 
ferme, 07ina baga, robha, féta. — IV. bombanse. — Y. por- 
iant, habiiant, éfan; raa etens éten frc. étant (cfr. cepein- 
dens, veyens). Cantone d' Albertville (=L'Hópital): 
I. ptc. exild in funz. fem., cfr. la vaia la vallata; inf. kitd, 
guida', mare, pan. — II. gagnier. — III. amara, à la gar- 
da, poura, noutra; model (inf. moda) va.— IV. montagne, 
compagne, feillie figlia. Valle di Beaufort: I. ptc. ceda 
147, deculottd 144-48, passa 145, bottd (m. pi.) frc. bottés 139, 
arma (f. sg.) 144, déconcertd (f. pi.) 143, cfr. à l'écartd frc. 
à l'écarté 140;- inf. termina 143, parld 140, dèpassd 141, 
gardd 142, portd 140, domptd 146, epid ib. ;- 2. ps. pi. pres. 
ind. trovd 143, imperat. restd ib., condiz. farid ib. ;- nd 
naso 142 145.— II. inf. haillé 140, ì^allié fr. railler 142, 
cougnier fr. cogner 146"', 7ne laiche lasciarmi 145, remaché 



' Per i da ie = ia, le seguenti 1. sg. del coudiz., da una strofa nel verna- 
colo della città di Chambéry (Statist. 307): de bailleri darei, de me cu- 
chiri -*corcheria (mi porrei a giacere), de diri direi. Vi occorre insieme il 
partic. sandia frc. changé (-éa). 

^ Qui è singolare un inf. in d: pe alla trovos per andare a trovare (9 = 20). 
Sarà diCBcilmente un errore di trascrizione o di stampa; e va considerata la 
particolar costruzione.- In questo stesso testo, il vers. 17 ( = 28) incomincia 
per cetey cho fou, dio indegno. Non son ben sicuro circa il valor di queste 
parole; e perciò non saprei dire se vi si abbia un participio in ó (indignato). 

* la rima con cougnier, abbiamo fougnier, che ò tradotto per *fu- 
reter', e ritorna nel piem. foTié, mil. foTia, e in feiignie fouir, creuser, 
del dipart. della Mesa, fougner remuer la terre, fouiller, del 'rouchi'. 
Deve risalire a un antico *fundicare, scavare (figurai, 'andare al 
fondo delle cose'), donde si viene normalmente a *fnndiare (cfr. *vcn- 



90 Ascoli, 

scopare ('rammassare', piem. ramasse) 143, balanché ib., 
t-einpastié frc. t'empécher 144. Ma nel participio, l'effetto 
è diverso, o impercettibile: veria (IR) 142;- losdia allog- 
giato 141, ein arasdia (sic) frc. enragée 145, décorstia, frc. 



diare vendicare, *mandiare mandicare), che alla sua volta ammette 
due esiti diversi: forìZ/dre o fonare (cfr. mcwgdre e mcindre\ nel frc: 
Angeac Andiacura, Dourgogm Burgundia, e nello spagn.: verguenza, 
allato all' ant. vergono, verecundia). Questo è dunque il nostro fo- 
gnare, onde poi fogna, come pecca da peccare, ecc.; laddove il Diez 
si limitava a ricordarci, sotto 'fogna', che Menagio avesse pensato a 
siphon. Il piem. fgné , e il milanese foTid, oltre il significato di 'rovi- 
stare' (andare al fondo), hanno pur quello di 'nascondere' (lavorare 
in fondo, per di sotto), e vi si accosta l'italiano fognare in quanto 
dice 'frodare' 'elidere' (ter via dal fondo). E qui forse è la chiave 
pur del fu-fìndr di Venezia, che dice insieme 'rovistare', e 'far con- 
trabbandi' (onde fùfiìia contrabbando, coll'accento sulla prima, lad- 
dove il Cherubini accentua sulla seconda il mil. fgfin, foffìgn). Po- 
tremmo cioè vedere in -fìnar Va atono in i, tra per dissimilazione 
e tra per effetto della palatile {n); e resterebbe la prima sillaba, che 
essa appunto rende forse ben prezioso questo vocabolo veneziano. Poi- 
ché un bel parallelo logico del nostro *f undi [cjare, è il fodicare 
e *fodiculare onde si ripetono i frc. fouger e foniller. Ma il frc. 
offre ancora far-foiiiller, che in Linguadoca suona fur-fulid (cfr. Diez, 
s. fouger, e De Sauvages s. v.); e potremmo veramente avere, per 
la Francia, la base *for-fodiculare, e per Venezia la non men legit- 
tima base *for-fundicare; che è quanto dire dei composti con 'foris', 
da mettere accanto a for-bannuto, for-fare for-faire {for-conseiller, 
for-jurer, for-juger), ai quali aggiungerei anche V éfourgnier di Tu- 
renna (Rom. I 89), *ex-fori-nidi[c]are, sortir du nid. Uà della prima 
atona nel termine francese, non fa alcuna difficoltà; ma neppure il 
dileguo del r nel venez. /«/*-=» *furf-, basterebbe a impedire la combi- 
nazione qui proposta. — Rimane poi da vedere, se accanto al ben 
sicuro *fundi[c]are, fognare, non s'abbia anche il semplice *fim- 
dare, nel founna founa del cant. di Vaud (Barn. 170), 'fiairer, fu- 
reter en vue de trouver des comestibles; chercher indiscrèteraent à 
voir ou à savoir' ; dove sarebbe da confrontare, per la mera assimi- 
lazione del d di ND: veneindze vendemmia (vendenge), che appunto 
occorro anche nel Vaud {no faut devcrti stau veneindze, vernac. di 
Pully, nel Vaud, Brid. 513). 



Schizzi franco-prov. § II, I. Va lat. nel territ. franco-provenz. 01 

|d]écorchée ib., reinsdia frc. rengé 141, mostia frc. monche 
144, dérostia roulé par terre ('diroccato') ib., paya 145, 
zdoya giocato 141, dèloya dislogato ib.; cfr. petza 147.- 
Altre voci: stié frc, chez 141 143, siier caro 145, sthi cane 
144. — III. bella piòta bella gamba 139, onna ona una, aiga 
143, voutra leinga ib., borsa 139, barba 141, tabla 139;- 
zduret frc.jure (3. ps.) 144, passet 138. — IV. sa mauvaige 
hiimeur 147, la fource ib., la place 139, la demeinsde 
domenica ib., la débautse (sic) 138, la gauste frc. la gau- 
che ib.;- misere ib. ;- sari sarei (saria) 147. — V. quinta 
[o quinta trista coìidicion! 148) è un esempio illusorio'. 



' Questo esemplare richiede, e per sé medesimo e per la colloca- 
zione che gli è qui contestata, un breve coraento, che potrà pur forse 
avere qualche ulteriore applicazione. 

Va imprima ricordato, che l'antico provenzale ha tra' suoi inter- 
rogativi e relativi: quinh quinha (Diez IP 103 450; cfr. Raynouard 
V 26, che adduce anche egli il catalano qui7ì)\ ma non vi ricorre 
frequente. 

Codesto pronome restò peraltro ben largamente diffuso; e cito qui 
imprima, per la forma feminile, quasi dai due poli opposti: totz los 
bees e causes de quiyxhe conclition qiies siert, in una carta bearnese 
del 1409 {Rev. IV 68), e de quin-ne tcheveuille étordre, modo di dire 
che equivale a Me quel bois faire flèche', nella parab. di Valangin 
(Neufchàtel; Brio. 470-2, cfr. Haep. 84-6). Poi per la mascolina: à 
kouinn él demanda, al quale domandò, nella parab. di Saint-Lue (Val- 
lese; Brid. 432; cfr., in questo stesso paragrafo, il num. 22 A); a sa 
pa de kin boué fairet fléche, il ne sait quel moyen employer pour 
arriver à ses fins (de quel bois faire fléche), nella Tarantasia (Pont 47); 
e nel Jura: quin, queu, quel, avec le ton de l'admiration, de l'éton- 
nement, ou de l'interrogation; quin nàis! quel grand nez!, quin houm 
est-o ganoque? quelle espèce d'homme est ga! (Mél. 193). 

Il significato esclamativo, che sentimmo nel Jura, e insieme un t 
che sussegue alla nasale, abbiamo ora a noi dinanzi nel quinta di 
Beaufort, tradotto pel frc. 'quelle', come anche si tradurrebbe il quinta 
dell'antico passo savojardo che più in giìi si cita {te verve un pò 
quinta feta qual festa), ma ancora con qualche intcnzion di mara- 
viglia. S'aggiunge: 'tarant. kien-tal, romand keinta!, quel (sic), lo 
heint lequel!' (Pont 111). Ma il dialogo aostano (Zucc.-Orl. 42) ci 
offre, nella semplice e diretta domanda: et quinte posate? o quali pò- 



92 Ascoli, 

Del rimanente: sìanlon cantano 141, graìi r/raìis grande -i 
145, mànqua frc. manqne (sost.) 143, ecc. Circa ein parlein 
frc. en parlant 139, ein passein 140, cfr. saveins frc. sa- 
vants 139, ein ne volliein frc. en ne voulant 142, e 'Taran- 
tasia'. Si aggiunge certins frc. certains 138, che si com- 
bina col certein di Tarantasia (Pont 80). Aiguebelle 
(Moriana): I. ptc. manda, età ecc.; inf. gardà, trova; 2. ps. 
pi. imperat. traitd 7neecc.; santa, pare, frare,pan, fam. — 
IL ìntpìreyer, 2. ps. pi. imprt. haillez; imperf. baillèvont, 
mezèvont, danchevon^ ; ma al ptc: commencha, baija ba- 
ciato, halliat, meza, tocìiat. — III. honna olièra, repon- 
sa. — IV. sa première ròba. — V. enfant, habitants, quant 
quando; ma éten, cfr. ayen e cependen (allato a cepen- 
dant). E qui ancora valiamoci dei vecchi saggi savo- 
iardi del Reo.: I. ptc. aliuma22; inf. trouua20, raconid 
17, ecc.; 2. pi. ind. pres. vo pensa 15; imperf. parlane, de- 
mandane, 19; fare 15 16, {commere 19).— II. inf. bezy. 



sate? E il DE TouRTOULON, finalmente, ci dice senz'altro, nel criticare 
una pubblicazione provenzale di P. Meyer: 'M. Meyer corrige à tort 
'quintz en quins. Le t se justifie parfaitement. On dit, dans quelques 
'dialectes, quint, quinta, quel, quelle' {Rev. IV 396); e: 'Quint, quinte 
'(-a), appartieni cependant à plusieurs dialectes, particulièrement à 
'colui de Montpellier' (ib. 524). 

Che dobbiamo noi dunque conchiudero in ordine alla ragione sto- 
rica delle forme col t, e in ispecie del femin. quinta'? L'antico quin, 
quale, avrebbe potuto trovarsi, nella Savoja, allato a un 'g-wm^^ quanto, 
secondo le analogie che notammo nei finitimi campi dell' Ain e del 
Jura, e il facile scambio delle voci mascoline agevolar quello delle 
feminili (quinta per quina), aggiungendosi, appunto nella costruzione 
esclamativa, l'attiguità logica de' due termini (quanta gioja! = qual 
gioja!). Ma la ragion fonetica dell' ant in int non si regge, poiché 
quinta arriva in sino a Montpellier. Quindi non resta, parmi, se non 
di arguire, che l'analogia di tan[tj tanta, e quan[t] quanta, portasse 
quin, senz'altro, e ben per tempo, a voler per suo feminile l'inor- 
ganico quinta. 

' Manca veramente il riscontro di un imperf. in -àv-; ma l'esservi étieve 
(cfr. avieve, falieve) non prova già che manchi V-dv- pur dove air« non 
preceda suono palatile. V. la nota a 'Ginevra'. 



Schizzi fianco-prov. § II, 1. L' a lat. nel territ. franco-provenz. 93 

approchy, tochij, 16, farfoilli (e haillè in rima con esso) 20, 
aitanclii 22; 2. ps. pi. imperat. lassi-mey 16; chinne cagne 
20; ma al ptc. : baillia 21 (cfr. son cangia 20), je me suy 
mochias par voz heysierWò n. , dcsloya f. slogata 22, [hran- 
slé 20);- afeitie (IT) 19 \ in rima con meytia (IT) metà. — 
III. la guerra est causa 17, q'una iuuena sarà my -moria 
21. — IV. rogne 23, {lengue 17). — V. Circa quinta {quinta 
feta 21), vedi qui sopra, 'Beaufort', in nota. 
Tarantasia.- Sainte Foy: I. ptc. ala andato -2i, porta; inf. 
ala, mosrà, porta, resta; 2. pers. pi. pres. ind. voz ala, vg 
gantà; volontà; sài, àia; amar; fràre, hé-fràre, mare; 
fare; [làsu lascio]. — II. inf. travalj'e; comensi, miggi, gargi, 
cuci frc, coucher, toci , ecraci prov. escracar, frc. cracher, 
refreci rinfrescare; 2. ps. pi. vo miggi ; ma al ptc: miggà. 
Altre voci: ecéla scala, cevra, cir caro, gin; gett gatto. — 
III. géiha catena, plèina, gàmhra, gàmha"^. — IV. viélje^, 
fòigi Ij e Mcetio (frc. faucille), avilje, orèlje; filje; fòlji (pi. 
le fólje), pàlji; gagàne castagna; vendéngi, plòzi pioggia, 
néci frc. nièce, cusi coscia, gljàsì, cljógi frc. cloche, vàggì 
vacca, miiggi mosca, gógi frc. gauche f.;- gòidire *caldària', 
colv'lère chioccia *cubaria. Dai saggi tarantasii del- 
l' ab. Pont: I. ptc. tua 81, passa m. 81, f. 76, trai itela tre 
pelati 82, gardà 75, eiìiventd 82, copà frc. coupé 79, ecc. ; - 
infln. lava 84, alla 78, cassa 79, gardd 80, porta ib. , btd 
mettere (buttare) 79, ecc.;- 2. pi. imperat. treitd met ecc. 
127; 2. pi. pres. ind. vo porta (e preferd; anche il frc. 'prc- 
férer' è di 1.* conjug.) 134;- imperf. me degavdvet mi met- 
teva a scoperto, a nudo (dis-cavava) 59;- prd 63, ìid 82, 
dà 84, churetd frc. sùreté 78, sa sale 65, td idla 68 81, 



' chat et afeitie; intendo: chatet afeitie gattuccio mansueto. 

■ oróro, aurora, pare un provenzalismo; e s'aggiungerebbe riandò in una 
nota qui appresso. Cfr. inoltre la prima e la quinta nota a 'NeufcbiUel'. 

^ La divergenza tra il continuatore di vet'lus (veclus) e quello di vet'la (ve- 
da) si fa abbastanza considerevole anche nel frc: vieiix {=:vié"Is) vieille. 
Ma nella regione in cui ci moviamo, sia che il mascolino risalga a vet'lus, o 
sia fors' anche a vet'lo, la divergenza diventa ben maggiore: viù viclje (S. Mar- 
cel, Valle d'Aosta), jii viéljc (Sainte Foy, Tarantasia), iuc viclje (Fenis, 
Valle d'Aosta), Jt viclja (Cogne, ib. )• 



94 Ascoli, 

fava 46, màì^e 78, pare CI, comma compà 134, frare 65 n. — 
II. inf. defollié 101, set molliéòS, veglier 50 n., laiche la- 
sciare 78, dancher danthié danzare 20, Uécher frc. bles- 
ser 37, lankié lanciare 54, loiandjé frc. louanger (louer) ib., 
coniche insudiciare (conciare) 98, nadger 59, medzi man- 
giare 113, iireidgé preidzé predzié parlare (predicare) 79 

81 135, dzcdjié dzedgé giudicare 53 77, ecortchier écor- 
tcliié 44 76, enpatzà 106, cintcotzé frc. encocher ib., cutchier 
41, cratchier 42, motchier mostier (e mossi) moucher 58 
(59: motsà; e cosi pure motza frc. moquer 135), seitcher 
seccare 67, totché 69, dzoié giocare 53 135, "pai pagare 114, 
nétyer netya nega negare 59, detneier dinegare 101 ; aher- 
dger 21, reindger 23;- IR: verié 69, tréié trié *terier ti- 
rare 83 84 59, chirier frc. cirer 40 \ Ma al ptc: élognia 
élognat 127 55, medzia medzea medza 86 69, petchà 127 
{dv.peitchatpetchat petsat Gì 78, il peccato; e anche foiat 
flambée 48), totchd 127; laddove è il pieno effetto della pa- 
latina nei sost. condjié 41, martza martzi mercato 112. Poi 
avremo, per la 2. pi. imprt.: bellié 127, medzié 134, paìé ib.; 
per l'imperf. : ì)e[i\lliévet Qb n., 127, medjevet medjévan 
ib.- Altre voci: tchèi cadit 75; tchier tcher carus 39, tsein 
tseinna 40, oìi gran tché casa 80, tchévra 75; tset tsetta 
frc. chat chatte (ma: tsat 81 82) 31, tser tsair frc. chair 

82 122; etchéla 44. — III. novella agg. f. 60, aveina 36, 
aoura ora 52, coua 41, anta amita 70 \\.,pointa ago (punta) 
34, «r&a alba 29, Tiàrha 24, ecc.'; eda-tet ajùta-ti 74;- 
3. ps. sg.: tsantet 20, parlet 78, onoret 76, ecc. — IV. /è^ze 
figlia 47 n., vigle feille 72, folliet 49, peillie paglia 61, gre- 
nolliet 64, leinteliet -telliet 54 62 n., fauthelie frc. faucille 
66 n., 73 n., végne 72, tstagìie castagna 38, arcigne ara- 
nea 35, caiche cassa 38, on^/ie oncia 71, pertse frc. perche 62, 



* mireye mira (scopus), presupporrà il verbo mirier (cfr. 'Vaud', dint. di 
Losanna), e insieme sarà una preziosa forma in -ata (mirata), siccome quella 
che rappresenterebbe la fase che ritroviamo normale in Val Soana e iu Val 
d'Aosta, e qui di solito è ormai oltrepassata; cfr. rosa frc. rosee 65, passa 
passée 76, monta la montce 58. 

* verié à la riondo girare (touruer) 69. 



Schizzi franco-prov. § II, 1. L' a lat. nel territ. franco-provenz. 95 

cutse letto (cuccia) 77, botse bocca 37, clotselò, plantze 
frc. planche 115; méfianche 78, abondanjìe 71 n., ecc.; bé- 
thie bestia 66, misericourdet 78; fremié (sic) formica 48; 
confrarie frc. confrérie ^ \- vi & viat, via. -ARIA: premire 74 
(masc. premia 79, cfr. uvri frc. ouvrier 91), revire 65 76, 
thevire frc. civière 39 (cfr. Ardi. I 486), pethire frc. pous- 
sière 64 n., femire (ant. frc. 'fumiere') fumo 76, dzarrati- 
re 103, ekorsiret devidoir 107, ecc. — T. Di hien-ta, v. qui 
sopra, p. 91 n.- Per laveintse frc. lavanche, cfr. valsoan. n. 4. 
Poi: certein eiìicertein 80. Circa éieint stando (essendo) 128, 
ein medzein frc. en mangeant 74, cfr. ein atteindein ib., 
corein correndo 127, en fegein on aprein frc. en faisant on 
apprend 76. In sein scinta santo -a 76 65 n., si risale ve- 
ramente ad AINT, cfr. num. 16; e un i attratto vediamo 
anche in arcigne aranea 35, etein stagno 68, cavein cava- 
gno 79 (cfr. cavagne 97); allato ai quali può anche notarsi 
bré ("bràic Arch. I 85-6), e insieme peillie paglia 61, e beil- 
let frc. baille (dà) 75". Del resto: kan quando 78, gran 
grande 127 (cfr, 18), martchan martsan frc. manchand 57, 
habitans\21, tsantet eg\\ canta 20.- AN, AM: manhQ>, san 
Q>Q, gran 20, plan-na frc. plaine 62, lùnna 54, /an fame 46 
127, ran-ma ramma ramina ramo 64 n., 85. 
•Valsoana'.- I. ptc. porta {{em. portàj), int portar, ecc., n. 1. — 
II. inf. banér, tocér, ecc., n. 3; ma al ptc: banjd [bania), 
pecjd {pecia), ecc., ib. — III. àia, càuda, ecc., n. M\- pór- 
iet, éret, n. 165. — IV. fólji, vacci; àjri\ alegrii; ecc., 
n. 59. In ordine agli effetti della palatile sull'a finale fuor 



• Il semplice frarie dice 'festin' 48; ed è l'esatto parallelo ideologico di 
fralia {fratalia. Ardi. I 458), che tra' Veneti e i Friulani viene adire 'goz- 
zoviglia' (frdja frdcfa fràje). 

* Cfr., neir atona, keillier frc. cailler 38. 

' Lo spoglio della parabola valsoanina presso Biond. Bial. gallo-it. 539, ci 
offriva: I. "pie. pensa, demanda, butà, fem. donai, consumai; inf. tornar, ral- 
legrasse; 2. pi. imperai, alade, preparade, biità-li; — II. ìat ammascièr am- 
mazzare, 2. pi. imperat. masciè-lo; ma al ptc: ammascià, ciargià, basià, co- 
mensià, enrabià; — III. totta sua, vita, ecc.; — IV. bin faiti facta (v. Nigra, 
niim, 59 S'^), la compagni, ogni miserj; de maneri che, carchcri (*calcaria» 
vì;ì); daresti, allegri. 



96 Ascoli, 

d'accento, il dial. valsoanino, così per la proprietà sua, come 
per la squisita descrizione che ne abbiamo, ofTre alla nostra 
osservazione un mirabilissimo campo. Vedine ancora il § in. 
— V. jjjénci ecc., n. 4. 

Val d'Aosta.- Aosta. I. ptc. ala alàje andato -a, iiortà por- 
tàje^\ 2. p. pi. VQZ alàde {alà)\ altre voci; volonlà, sa sale, 
ala; rama, man, san. Ma, come nelle altre varietà della 
valle di cui si porgono saggi qui appresso, I'a'r dell'infinito 
suona e (e): ale, reste, porte ^; locchè non toglie che il 
particolare effetto della palatile si scorga nitidamente pur 
negli infiniti di questa regione, e ora appunto incominciamo 
a mostrarlo. — II. inf. travalji, comengi, onenzi, presi pre-* 
dicare, zaril caricare, cuzi, tozi , enteruzi^; ma al ptc: 
menzà menzàje, cuzà cuzàje, tozà tozàje*. Altre voci: 
ezéla, zévra^, zèr zir carus, zcen (quasi zùn'^) canis'. — 

III. l'ura il vento (aura), epòusa, zàmhra, èrba, ecc. — 

IV. fólje (pi. fólje), pàlje, zatàne (pi. zatàne), grànze, 
vertènze vendemmia, plàge, nége, cué'sse, la gljàge, manze 
manica, vàzze, mùzze, frizze fresca; égìije acqua *àig[u]a 
*àigja^; zaudére;- e qui s'intende V -óje = ata, che vedemmo 
nel participio, cioè: -àda, -da, -à-j-a, -àje; cfr. valsoan. n. 59 
12°. Arpeville. II. inf. cargi, toci, refreci, ecrazt (sic) 
frc. -cracher. — IV. avélje; fàlje; plóze; piége; ève acqua" 



' beuttaie buttata (messa) alm. 132, crepales crepate ib. 133. 

" Cfr. il piemontese. E Aosta e Cogne danno ancora amor amer, amaro, 
come è appunto pur del piem.; v. Arch. II 113. Aosta dice eziandio /<? re; 
e così è fer a S. Remy; ma Cogne: fare, S. Marcel e Fenis: fde. Fere po- 
trebbe risalire a *fàire; e così fra (Arpeville), frée (S. Marcel e Aimaville), 
fratello, a *fràire; cfr. prov. faire e fruire. 

' A volte, la pronunzia oscilla, nell'infinito palatile, fra Vi e un'j strettis- 
sima; onde ha la sua ragione Ve' di medzé rép. 66, totzé ib. 70. 

* dialg. baillia 32; 2. pi. palades alm. 132; [imperf. pendoillave ib.]. 

' CA a formola atona: seud cavallo; e a S. Remy, per influsso del v: zuvó, 
com'è guvàl a Sainte Foy (Tarantasia). 

* -oen -un, da -en, per effetto della nasale; cfr. medgcen medgim, frc. mó- 
decin. 

" cel caduto, alm. 131, domanderebbe particolari indagini, e può avere di- 
versa ragione che non le forme che gli consuonano nell'antico francese. 

* Cfr. 'Ain' in n., e 'Vaud' (dint. di Losanna), pure in u. 



J^^ Schizzrfranco-prov. § II, 1. Uà lat. nei territ. franco-provenz. 97 

*àiva. Cogne. II. cer, cin {zin); zàtt gatto. — IV. fréizze 
fresca, ecc., e anche formie formica, ma cuàisa e zùdéira. — 
S. Remy. I. ala, man;- ptc. alò (fem. aldje), arruvg, 2^ortó, 
cfr. Il in n., 'S. Marcel' e'Fenis', e l'ultima nota ad 'Isère';- 
inf. ale ecc. — II. inf. mezze, zarzé, tozé, colici^; altre voci-' 
€6)% civra, ecila. — IV. sélje secchia, ecc. S. Marcel. 

1. ptc. alg (fem. aléje^), arru'g, porig; 2. p. pi. vg allóde, 
vg zantóde; e inoltre: volontó, tgbla tavola, nel quale esem- 
pio non si potrà dunque ripetere V g dal b che sussegue, 
come nei participj non si potrà ricondurre ad un au di fase 
anteriore (cfr. p. e. Arch. I 253 segg.) ^ Piuttosto andrà av- 
vertita la special formola AL, in ola ala, 'o sale (S. Remy: 
sg), mu male (S. Remy id.)^;- inf. pgrté, ale. — II. inf. 
cornerei cominciare, menzt, ecc.; 2. p. pi. vg menzide. — 
III. zivra, ezéla, ecc. — IV. ève, zudije *caldaria (cfc. nuji 
*nucario albero noce), ecc.;- vàzzi, cué'ò coscia, IJà'ó *gla- 
cia. Fenìs. I. 'an sano, amar amaro;- ptc. alu {fem. 
aléje), ariC'u, portu (fem. portéje), pa'ó passato, cfr. ii; 

2. p. pi. vg alóde, vg zantóde; e inoltre: volo7itù', cljii 
chiave; AL: ola [dòue hóle), la 'o il sale, mow male;- inf. 
ale, porte. — II. inf. travalji, come'i cominciare, zarU, tuzi; 
ma al ptc: travaljà , zarguà, tocud, z'e 'ongà io ho so- 
gnato. — IV. a vàzze, ciié'e, Ijàhe; péò pera\ 



' Al partic. ho all'incontro: tuzd tusuje. Il ms. mi lascerebbe veramente 
incerto se sia forma di S. Remy oppur di S, Marcel; ma costituirebbe il so- 
lito contrasto in entrambo le serie; e Va del feminile l'assegna piuttosto a 
S. Remy. 

* Cfr. Tenis' qui sotto, e 'Isère', in nota. 

* adversito rép. 68; nel dialg. è aoei ito avere (essere) stato 32, accanto 
a fa ita tu hai (sei) stato ib., ala, leva, porta;- e nell'alni, avouillo (te 
me creyaves avouillo devant...) 131, che reputo corrispondere al frc. aoeuglé, 
oltre Tester trampo ib,, che non mi attento a tradurre; ma insieme: pria 
pregato, ita stato, ib,, ecc. 

* Ricordano questi esempj il piem. fiala, frc. fiole, che al Diez (s. phiole) 
son parsi una mera 'corruzione' di phiala. 

' Circa V&osi. quinte quali, dialg. 42, v. sopra, in nota a p. 91-2. Neppure 
arénze accomoda (piem. arótiga), ib. 40, potrebbe mai darsi per sicuro esem- 
pio A'à in ^; ma a ogni modo si confr. il valsoan., al n. 4. Piuttosto da no- 
tare, malgrado l'accento trasposto, grent/i (Cogne) frc. grange- Superfluo 
Archivio glottol. ital., III. ~ 



9S Ascoli, 

Vallese, — A, 1. Evoléna (Val d'Hérens). I. ptc, torna, rin- 
Ira, ecc.; inf. alla, intra, porta, ecc.; 2. pi. imperai, tretd 
me, amena;- cliendd sanità, par re, fan, quàque. — II. inf. 
mingic; 2. pi. imperai, bailli me; iraperf. baillevon, tnin- 
gevon, [comminchevon 24]; ma al ptc: baillia, engraschia 
ingrassato, emhrachia, comminchia, mingia, petschia, to- 
cliia; pria, {despenchà, ramachd); fem. : ouna via déhau- 
chai, cfr. 'Aosta'. — III. la parola, ouna grocha famiìia. — 
IV. la campagni, la michjeri; ma anche: bonna cheri , 
coleri; e cfr. i masc. sing. vouth^H, atri. — V. Circa ou7i 
de z habitain, e ein menain menando, son da confrontare : 
countain contento, courrain correndo '. A, 2. S a i n t-L u e 
(Val d' Anniviers). I. ptc. donna, inf. vouarda, e anche 
ch'amoujd frc. s'amuser; 2. pi. imperat. apporta; imperf. 
donnavonn;- pare, frdre. — II. inf. che rassassié; imperf. 
approssiòve (cfr. md è falliéve mais il fallait) ; ma al ptc. : 
commeincia, bijia baciato, partagia, minzia, petzchia, 
totzchia, prctja, eloigna, einvouia; e Vie nel solo pi. del 
fem.: defenne débouchiéie, dove sappiamo che Ve può avere 
il suo particolar motivo (v. 'Isère' in n.). Ancora: échirre, 
che vale quanto il frc. 'échoir', e deve riflettere il legittimo 
infinito di 3.**: ex-càdere. — III. la plou bella roba, e pur la 
debaucha. — IV. la campagne, abondance, eindigence, {co- 
lere). Y.oun di f habiteinn , cfr. courreinn, e pur com- 



poi spender qui parole circa V éi od é che è in se léisso (Aosta; inf. leissé), 
io léisu (Cogne), lé'o (S. Marcel), les (Airaaville), io lascio; Idsii a Sainta 
Foy, Tarantasia. Cfr. il § III. 

■• Dai saggi del Frobel si aggiunge per la valle d'Hérens (Erin) : 
I. ptc. demanda 183, chalud saluta[ta] 188, cfr. la Monta n. loc, 76, 
caverne des fà'ies d'Aràzinol delle fate (Vallata d'Hérémeuce) 38; inf. 
zercà zercar 21 77, promenar 187, e anche ralliar 189; 2. p. pi. pres. 
ind. allaz vos 109, ralliaz 189, imperat. zercaz 189, pachaz passate 
188, ne me refugeaz pas (refusez) 188. — IL inf. trier trés cos tirare 
tre colpi (IR) 184; ma al ptc.: approchid 188. — III. la luna, tota 
soletta, 187; IV. Deng blangzi (Dent bianche). Dova blangzi, nomi 
di montagne, 17 114-15, ma anche Montagna de VAbricolla 112. — 
V. Gerundj in -ent: filent wuardent recontent 188, allato a pachant 
faisant 184. 



Schizzi franco-prov. § li, 1. L'a lat. nel teriit. franco-provenz. 99 

mandemeinn. Di à kouinn v. la nota a pag. 91 \ B, 1, 
Sembrai! eh er (Val d'Entremont). I. ptc. tiò frc. tuo, ap- 
pelò, nommo, reintrò, retrovò, amassò, dépenso, demandò, 
ito, cfr. la necessitò; inf. alla, eintrà, trova, vouardà; 2. 
p. pi. imperat. tuid-lo ecc.; pan^ — II. inf. voyazer, pre'ier; 
2. p. pi. imperat. haillez-me, habeillez-lo; imperf. bailli- 
van, mezevan, dansevan; ma al ptc: hailla, eìnvoia, ein- 
raza, meza, petza, totza; — III. la parola ecc. B, 2. 
Vétroz (alla destra del Rodano). I. ptc. torno {torìió) , cou- 
mando, galoppo, khèrio *cri[d]ato chiamato, ecc. (ma: serra) ; 
inf. alla, tzantà; 2. p. pi. imperat. mena, e pur étrandhà-lo 
(dhà = lja =:glja); imperf. sé mousavè pensava. — II. inf. 
hijié baciare, danfié danzare; travailli, rneindji; 2. p. pi. 
imperat. hadhe-mè (dhe = lje); imperf. haillivò, meindjivon ; 
ma al ptc. commeincia, pétscliia; hailla, meindja\ cfr. pedj a 
(leT) pietà. — III. onna verdzetta. — IV. radze; misere. — 
B, 3. St.-Maurice. I. ptc. levò, dèno donato (dato), mandò, 
importò ecc., cfr. magro malgrado; inf. garda, scempiar 



' Deli saggi del Fròcel si aggiunge per la valle d'Anniviers 
(Einfisch). I. ^ic. gropd ecc.; inf. alla[r] trovar 177; 2. p. pi. pres. 
ind. allaz 177, demandaz 178, imperat. donnaz perdonaz delivraz 
(e anche ne nos indigeaz non induceteci) 176;- volontà 175. — II. inf, 
tirié (IR) 180; ma al ptc. : tirici ib., cfr. commencid ib., elianti fid 175. 
Ancora tchièvres zièvres 177.— III. terra 176, trèvua 178; IV. in 
plachi 177, feti {*fajtja) fatta 176. — Nutri péri (pàire), nostro pa- 
dre 175. 

' pire, padre, deve risalire a *paire, e coil fi-e, fare, a *faire. Altri esempj 
d'i = *ai, sono in questa parabola: i *ai ho, mi (allato ajamais) *mais ma, 
fi *fàit fatto. In quella di Vétroz, a cui tosto arriviamo, si riproducono fire, 
fi, i, mtjami, allato a pare e frarè. Anche in Val d'IUiez: fi, i,jami (e pur 
é ne $d pas mi dìgno, nella qual combinazione il mi, che deve esser 'magis' 
e non 'melius', ritorna anche a Evol(5na), allato a me, fere; pare. Ma resta 
V-ai nella composizione del futuro, a Vétroz (di Sembrancher non si vede 
il fut.): me leivérai (V. d'IUiez: lécèrA), parlerai, dirai; laddove in piìi altri 
luoghi troviamo « = *ai fuor della composizione, ed -i nel futuro. Cosi a 
S. Lue: i'é, léoeri, iri, diri; nella valle d'Hérens (Fròbel): i/o l'ai chaluà, 
fari; a Montreux (Vevey; Vaud): li-é io ho, me lévri andri diri; e a Gruyères 
(Friburgo): li' è , deri;- ecc. L'-i può anche passare, o determinarsi, nella 
seconda sing. del futuro; cosi nel friburgh.: te ne veilh'ri, te n^andri, te vudri^ 
BRÌI). 4S7 541: cfr. Maef. 80 ecc. 



100 Ascoli, 

(cfr. Brid. s. einplla); 2. p. pi. imperat. tréla mey\ fam ^ 
r>an, Uière - \}di\ve]. — II. inf. jpreyié; imbrache, voyadjà, 
s'allachà; 2. pi. imperat. baillé mey\ iinperf. baillève , dan~ 
siàve, mmdfjiévon; ma al ptc. : petchia, tolchia; oblidgìa, 
mindglà, partadgia; éloigna, indigna] béja. — III. granta 
tchiéra, féta\ IV. abondance. B. 4. Val d'Ili iez. I. ptc. 
peinso\ dzeto, erto, ecc.; infin. tuo, trovo, einiro', 2. p. pi. 
imperat. touo-lo, ameno, tretto-me, apporto, beto-la-le; 1. sg. 
imperf. me mousàvo mi pensavo; pare, fan. — II. inf. bailli, 
mindzi; 2. p. pi. imperat. bailli-me; imperf. travaillive, 
mindzivont, approtschive; ma al ptc: bijia, èloignia; pc'- 
tchia; bailla, ìneindia, partadzia, einvohia-; preya; cfr. 
pedhia pietà. — III. (amena. IV. abondance^. 

Vaud.- Nella sezione meridionale di quella parte del Vaud che 
protendesi a oriente del lago di Ginevra (Gryon), ancora si 
mantiene il contrasto che in ordine all' effetto della palatile 
sin qui si osservava tra I'a del participio e quello dell'in- 
finito ecc. Nella sezione settentrionale di quella stessa parte 
(Ghàteau d'Oex), il contrasto cessa; come cessa, proseguen- 
dosi verso il nord, nel cantone di Friburgo; né più si avverte 
pur nel resto del Vaud, tranne all'estremità di sud-ovest. La 
transizione si fa poi manifesta nel saggio d'Ormonts-Dessus, 
com'è consentaneo alla posizion geografica di questo paese. — 
Gryon. I. ptc. appella, dépeinsà, ecc.; inf. torna, tsan- 
tà, ecc.; 2. p. pi. imperat. apporta ecc.; imperf. reintravé; 
anale annate; anliian anziano; quauquié ; peiré. — IL inf. 
meindji, fétéhi festeggiare; imperf. baillhivé, meindjivon, 
approtchivé ; [quemeinhiron cominciarono*]; tchi man peiré ; 



* 'L'o final représente un son intermédiaire enlre Va et l'o; e' est un o 
^ouvert et un peu nasal, se rappprochant de la nasale on. Cet o appartient 
'aux infinitifs et aux participes passés de la première conjugaison'. Bkid. 481 
(Pat. du V. d'illiez). Si aggiunge V-o pur nelle 2. p. pi. dell' imperat. 

^ Pur dasobahia, come se fosse di 1. conjug. 

^ on de z'hahitein (e così a Sembrancher: habiteins), allato a ein me- 
naint menando, St. -Maurice : on n'abitant {ih.: x>indin pendant, vèyin voyant). 

* Malgrado X" -c'iron, che ricorre p. e. a Ormonts-Dessus, e anzi in questo 
stesso verbo {kemingaron; v. ancora sotto 'Marchissy', in questa medesima 
sezione), debbo rimanere affatto incerto se quemeinhiron sia valido esempio 
per il fenomeno deliv; cui la palatile faccia volgere in -i. La terza plur. del 



Schizzi frauco-prov. § II, I. L'a lat. nel territ. franco-provenz. 101 

ma al ptc. : hailla, meindja , pétcha , [houtscia ammazzato]; 
civ. jpedia pietà. — III. la crapula; IV. la danfé, onna 
granfa misere. — V. Qui pure: on dei z'hahitein, e cosi i ge- 
rundj étein meindzein, mouesein pensando, che coincidono 
con vivein correin\- ma: einfan. Forse continuano an- 
che ad Ai gì e le stesse condizioni che abbiamo a Gryon; e 
vi accennerebbe decisamente, d'accordo con la giacitura 
geografica, il ptc. ca^utscha (in funz. fem.; couchée), l'unica 
Toce che per questo capitolo valga nel saggio d'Aigle. — 
Ormonts-Dessus. II. inf. rnedzi; imperf. preiyve (sic), 
apretzivé ecc.; ptc. hallie, medzie, déboutzies pi. f. (cfr. 
annayes), ma: impleya speso', petzd, totzay (sic). Ancora: 
pedhi pietà. Chàteau-d'CEx. IL 2. p. pi. imperat. ha- 
dhi-mè (dh = lj), imperf. medzian approtziè; e ugualmente 
al ptc: einvohi, badi (d=:lj), baiji, coumethi, medzi, par- 
tadzi, prayi, petzi, toizi. E penoso che appunto in questa 
parabola non occorrano esempj per l'infinito. Vi restano con 
\'à, pur déjiru desiderare, e rassajid. — I e IV. arrevate 
arrivata. Montreux. II. inf. gàgni, s'eingadzi, medzi, 
approtzi, boudzi (cfr. vouerda, e pur rassasia); 2. p. pi. 
imperat. bailli lai, habellhi-lo (cfr. apporta ecc.'); imperf. 
baillive, sondzive, danshivan, medzivan, préìve, ap'gro- 
tzive (cfr. desiderava) ; [kemenciran] ; ptc. einvouyi, bailli, 
eloigni, einbransi, kemeinci, medzi, petzi (cfr. amassa ecc.). 
Ancora: inf. veri (IR)^; e pedhi pietà. E qui sarà il 



perf. è largamente passata all'analogia dei verbi in -ire. Cosi in una poesia 
che pur proviene dal Vaud: tzantiran cantarono Brid. 493-4; e nel Jorat 
(Vaud ancora): aliran, comensiran, Cornu, Riv. di fil. rom. I 100; cfr. Haef. 95. 

• Vers. 14, e nel preced. : et le é rimpleya, che il Brid. rende per 'dissipa'. 
Il prov. empleitar dice 'acquistare'; e la successione ideologica 'acquistare, 
spendere (cfr. frc. empiette) , dissipare', non presenterebbe certa difficoltà. Piut- 
tosto contrasterebbe il dileguo del t di ejt. Dovremo dunque ricorrere a tm- 
plejcM- - implicare = impiegare ? 

^ Per I'a di ata, dietro a suoni non palatili: debordales; chdie *suàe su- 
date (sost. pi.), anyìoies. 

' È ia un passo dei 'Bucherons', che non sono appien sicuro d'intender 
bene: ' Y s'adze de gàgni son pan 

Et veri s'on pàou la misere 
Avoué la pioletta ein man. 
'Si tratta (il s'agit?) di guadagnarsi il pane, e scuotere (voltare), se si pud, 



102 ' Ascoli, 

luogo d'inserire lo spoglio di due racconti vaudesi, che 
si devono alla penna del Bridel, e furon riprodotti dal 
CoRNU, sulla cui trascrizione noi regoliamo la nostra \- I. 
ptc, enterd, passa, manca, fem. demontàje, trohljàje; inf. 
reparà, lava, gita, sauté, se marjà:, 2. pi. imprt. delivrd, 
indie, vo meritddc; imperf. sunàvan, gravàve , pass ave , 
marjdvan; idre ladro ^ — II. inf. balji, velji, dansi, de- 



'la miseria, con l'ascia in mano'. Cfr. ne s' agit pas Brid. 512, V on pàut 
dere ib. 493. 

* Il lavoro del Cornu, nel quale si riproducono questi racconti, è nella 
Rivista di filologia romanza, I 98-112 (Imola, 1873). Devono primamente es- 
sersi pubblicati nel Conservateur suisse, che io non ho alla mano; e l'un d'essi, 
il 'Charivari', è riportato anche nel Glossario del Bridel, p. 505-7, donde pro- 
viene la lezione diversa (Br.) che aggiungo, ove occorra, tra parentesi. Circa 
la precisa determinazione del dialetto in cui sono composti, dice il Cornu 
(1. e, 98): ^La langue de ces deux récits est la méme que celle des proverbes 
'semés dans V Instruction pour mon fils Pierre Louis écrit qui est date de 
'Lovathan, village situé à la frontière de Vaud et de Fi'ibourg. Getta in- 
'dication mise a part, le dialecte lui-mème fournirait facilement les preuves 
'de mon assertion. Ce n'est que dans le canton de Fribourg et dans la partie 
' du canton de Vaud qui en est voisine que l'on dit ran pour ren , que Fon 
' prononce ey corame ay et que st commence à devenir g\ Per quanto è del 
primo distintivo, bene è ran nell'uno dei due racconti, ma è ren nell'altro 
(Cornu, gloss., ib. HO; due volte è ren nel secondo, lin. 129 e 137); e d'al- 
tronde ne' testi friburghesi occorrono ren e rin {avuey ren on n'a ren ; schin 
que vein de rin, on le prin pò rin] proverbj in dial. della Gruyère, Brio. 
543;- betadè me rin quiè à parei..., letteralm. : mettetemi niente che a 
pari; parab. di Gruyères, Mél. 543). Per le altre due caratteristiche, si veg- 
gano qui appresso i num. 2, 13 e 19.- Il Bridel è detto 'le vénérable pasteur 
de Montreux' (Favrat, nell'lntroduz, al Gloss. di Brio.); e una voce speci- 
fica, che occorre nel secondo raccontino (greinpo), è attribuita nel gloss. di 
Brio, al dial. di Montreux. A ogni modo, pur con Montreux e Chàteau-d'CEx 
poco distiamo dal territorio friburghese. 

^ tale tali fem., mò male. Circa md dice il Cornu: 'Ce mot est féminin 
'dans plusieurs locutions', e cita pe la mo, parceque. Ma pe la md qc, o me- 
glio f)è la man que, come ha il Bridel, vale etimologicamente 'per-l' amor-che'. 
Circa per amore = 'propter', può vedersi l'Arch., I 25 n., e 549 6; e si ag- 
giungono: pe l'amo que, alla riva orientale del lago di Neufchàtel, Mél. 541 
(parab., v. 27); peramu, pramo, pramou, pelamou, pou l' amou, à caus^ \1^^]^ 
nel dipart. del Jura, ib. 187; per amor qe ecc. in Linguadoca, Salvages, s. amor. 
Ma pur la Crusca ha registrato per amore = per cagione; e anche dev'essere 
del fiorentino odierno, poiché Manzoni ha scritto e rifermato: ma c'era de' 



Schizzi franco-pi'ov. § II, 1. L'a lat. nel territ. franco-provenz. 103 

pe0 frc. dépecer, brezi, paji, acrozi, moci; 2. pi. imprt. 
CHzide; imperf. haljhe, cùdive (perf. cùdlran; IT); ptc. 
corogi, bugi, ralloji *ve-\ocaXo -?l, ete^e' attaccato, terÌ{)R)^. 
Altre voci: zen (Brid. tzin), ezila; e più notevole: geblje 
(Jorat: zebe, Cornu; e pur nel Jura, Brid. 115) gabbia. — 
III. fenzpra (C. scrive -gra; Br. -tra), ansàima vecchia 
(anziana), amenda, ecc. — IV. nùje feràlje (Br. vilha fer- 
railla), zàsse (Br. tsassa), fuerse, ma senténse (Br. senten- 
che), la pljàce, peróse fr. paroisse, luje (Br. louye) loggia, 
la deménge; puéjre (Br. pouaire) *pavoria, neiire *nucaria 
albero noce; pljénte (AINT, cfr. valsoan. n. 59 3°). Ve- 
vey. IL inf. dépliaicy, medzi, tsandzi, rindzt fr. ranger 
(accanto a caminà, chàotà saltare, ecc.); 2. p. pi. imperat. 
catzi-lo frc. cachez-le; imperf. tsertsiv'on bocon; ptc. Van 
laissi, la {l'a) cutsi (allato ad avalà, trotta, e pur goncllià 
gonfiato, cfr. fàbllia allato a vergógne ecc., e l'inf. gonhllà 
Brid. 182). Pully (presso Losanna). IL inf. raccom- 

pagnibl^, signi bll , tzertzi òl4, sétzi ib., vouaiti (IT) 
guardare (guaitare) 515; 2. p. pi. pres. ind. fordzi 512; 
imperf. sondzive 515; ptc, gàgni 518, dressi 517, quemeinci 
516, aberdzi albergato 515, calzi 518;- allato all' inf. acu- 
ta 513, al ptc. ama, ecc. — Ancora citiamo per -ata (I e IV): 
dóshonoràte 518, reinversdie 516, aliate sost. 517; e per 
altri -a fuor d' accento : felhe concheince demeindze ban- 
?S(? 512-13. Dintorni di Losanna. IL inf. se laissi 508, 
medzi ib., ieri (IR) 508 511, meri (IR) 508 (allato a mena 



guai, per amor della cappa nera (Proni, sp,, cap. xv, in f.) V. ora anche la 
Rev., V. 228. 

* Il fem. epuejrjd (B. épouairia) sarà anch'esso un ptc. di 1. conjug., e 
il Cornu pone infatti nel suo gloss. l' inf. epuejri con V i lungo (non col breve 
di dremi ecc.). Ma neW -a non vedrei la caratteristica del feminile, con l'ac- 
cento attratto; ma si, all'incontro, I'a di -ato che non subisce l'influsso della 
palatile, come non la subisce nel masc. obljegd (Br. obliedja). Mancherebbe 
dunque in epuejrjd la solita desinenza feminile, poiché la forma compiuta 
avrebbe ad essere epuejrjdje (cfr. trobljàje ecc.); e circa il progressivo ab- 
bandono di questa nota, si potrebbor confrontare il fem. ohlieydj (Br. oblie- 
djai), e anche veprà (se ò feminile), che oggidì più frequentemente si dice, 
secondo il Cornu, in luogo dell'antiquato veprdje *vesperata, après-midi. 



104 Ascoli, 

ib., ecc.); imperf. catztvè 507 (ali. ad amdvè 509, ecc.); ptc. 
einvoiiyi 507, eimpougni 509, netteyi ib. , calzi 508, reletzi 
ri-leccato 512 (ali. a alla rohd 511, ecc.); e ancora: tzins 
cani 508, tcMvra 511 '. Le Mont ( Jorat). II. ptc. ein- 
vouyi, co?^iJréra/i^ contrariato, emhrassi, ecc. (ali. a, arrevd, 
decida, ecc.); imperf. approtzivè ecc. Saint-Cierge 

(distr. di Moudon; da non confondersi con Saint-Cergue, 
distr. di Nyon): ptc. 'bailli ecc., imperat. habelhidè, allato 
a no7imà ptc, amend imperat. Ancora notiamo da questo 
saggio: habitins, confrontandovi il ger. corrm. Sainte- 
-Croix (a occid. del lago di Neufchdtel; distr. di Grandson): 
mindzi inf. e ptc. (ali. a vardd inf., appèld ptc), pétzi ptc. 
Prendiamone inoltre: ion de zliahitai uno degli abitanti, cfr. 
ai vivai frc en vivant, ecc. Orbe. ptc. éloigni, oblliedzi 
(ali. a appeld, dépeinsd); ecc. Marchissy: inf. se ras- 
sasiy (ali. a guerdà); 2. pi. imprt. habeliy (ali. ad amend); 
imperf. priivé ecc. (ali. a désiravè); queminciront (a Orbe: 
comeingarant)^ \ ptc. éloigni, transgressi, ecc. (ali. ad ap- 
pald ecc.). Brassus (Valle di Joux): ptc. baillé, éloi^ 
gné, einbraichiè, medjé, pètsché; cfr. pedié pietà; e 'Yé 
final est tellement ferme, qu'on a de la peine à le distinguer 
de V i\ Ma sarà altrettanto chiusa Ve di apprutschévè ecc. 
Del rimanente: inf. guierda, e pur rassasià; ptc. appalla, 
ramassd ecc.; anndU; coumanddvè. Vallorbes. I. Val- 
lorbes, che è al Jura, nella sezione settentrionale del can- 
tone, e Commugny, che ne è all'estremità di sud-ovest, ci 
offrono Vo-i, come ci occorreva in alcuni territorj dei di- 
part. del Jura e dell'Alni non attigui a questi, ma alla loro 
stessa latitudine al di là della catena del Jura. Sarebbe ve- 
ramente un suono tra Va e Vo, Brid. 460, 465. Gli esempj 
di Commugny seguono qui appresso, e ora diamo quelli di 
Vallorbes: ptc. nommo, retrouvo, dépinso, ramasse, inf. Ho 



* Notiamo pur Ve àìplhèce, piazza, che occorre ripetutamente, 508 509; 
cfr. «Friburgo'.- *Aigua *aigja, acqua, dà qui tghe 509; cfr. "Aosta'. 

' Molto incerto però questo esempio, secondo che si è detto in nota a 
'Gryon', sul principio di questa sezione. 

* Cfr. l'ultima nota a 'Isòre'. 



Schizzi franco-prov. § II, I. L'a lat. nel territ. iVanco-provenz. 105 

fr. tuer, intimo, se boiceto, dierclo *ghierdo v. num. 9; 2. pi. 
imprt. ameno, appourto. Ho, houeto-lhi;- annoia; santo, 
la poureto\ — II. inf. se rassasii, préì; imperf. appre- 
tzive ecc. ; ptc. éloigni, medzi, ecc. — III. oncouéra ancora, 
enna bagna; IV. la campagne. Commugny. Oltre 

ro = A, di cui già toccammo sotto Vallorbes, qui ritorniamo 
pure all'-m (-fa) = AT0 cui preceda palatile; cfr. 'Ain', 'Isère', 
'Savoja', 'Ginevra', ecc.- I. ptc. Huo, allo, appélo, dépanso, 
ramacho, retrovo, demando, cheuto saltato; inf. regalo, sé 
rassasio, antro, gardo; 2. pi. imprt. ameno-mè ecc. {tret- 
tà-mè; santa); annòies; fore fare; — II. imperf. appros- 
sivè ecc. ^ ; ma al ptc. : anvoiiya, contreria, haillia, éloigma, 
embrassia, hemancia, mezza, partazia, pessia peccato, dè- 
doussia (in funz. di pi. fem.) ^; cfr. perfza pietcà. — III. bouna, 
roba; IV. abondance. 
Friburgo (cant. di)'.- Gruyères. I. ptc. paschd [-pasci pas- 
sato), rèschuschità , cfr. aind frc. aìné; inf. maiala macel- 
lare, rintornd, lèva; 2. pi. imprt. allddé; imperf. tzantàvè; 
pare, schindà sanità. — II. inf. medji, tschèrtscM; 2. pi. 
imprt. baliuìè, dèpatscMvo ;ìmT^ert baliive, medjwan; [perf. 
queminhMran" ; 3. sg. queminhha]; ptc. frecascht, medjt. 



* Lo schietto a della 3. sg. del perf. (alla, arreva, couminga, medza, se 
boueta, ecc.) non fa maraviglia, poiché ò veramente un a di antica posizione 
volgare (-avt), e quindi rimane a pur nel francese. Piuttosto va notato Vd 
di coumingaron. 

' Manca ogni esempio per l'infin. con I'-are preceduto da consonante pa- 
latile; ma se vi fosse, ci darebbe per certo Vi come è all' imperf., e anche 
alla 2. pi. imprt.: bailli-mè. 

^ Anche: ré/léchia. 

* 'L'on a imprimé à Fribourg en 1788, in-8.o, les trois premières églogues 
(de Virgile) traduites en vers dans le patois de ce canton. Je n'ai pas encore 
rencontré ce volume qu'ont mentionné Ebert (n.° 23783) et Schweiger {Handb. 
d. class. Bibl. Il, 1226) et dont un bel exemplaire s'est payó 18 fr. vente 
Canazar, n.° 379.' Rec. 96. — 'M. Python publia à Fribourg, en 1788, i?ii- 
colicos de Virgile, in dix Eclògues, traduites in vers hèroicos et dialecte 
gruvéren.' Mémoires de la Société Royale des Antiquaires de Franco, T. I 
(1817), p. 195. 

' V. ancora, circa il dubbio valor di questo esempio, la prima nota al 
'Vaud'. 



106 Ascoli, 

pètscht, totschi, incotschi'mzom\nQ.\Q.io (preparato?)'; vueili 
(IT) 'guaitato';- in-ische no chez nous. — III. ouna roba 
nauva; IV. de ìjouna grasshe. Dalla parab. 'de la Bas- 
se-Gruyère': IL inf. voyadzi; ptc. invoui, contreyi, que- 
menihi kemeinthi, corrothi; allato a alla andare, eia an- 
dato % ecc. Dai proverbj raccolti 'dans la Gruyère': 
IL inf. vuetti 535 (IT); ì^équementìii 542, 2')erthi frc. percer 
544, payi ib.; ^ic. per hii frc. percé (pi.) 535, cutzi (ali. a 
lèva, ecc. ^) 542;- tscMvra 534. Territorio fra la mon- 
tagna e la Broye: IL inf. léschi lasciare, cudht {IH) *co- 
[gjitare, tentare; ptc bcji hddsè, queminscM, allato a eia, 
manda, ecc. — III e IV. oima tùia mijère, la schovegnansche 
il risovvenirsi. Dalla parab. 'en patois broyard, comme 
on le parie du coté d'Estavayer-le-Lac, à l'extrémité du 
pays de Broie, sur la rive occidentale du Lac de Neuchà- 
tel': IL inf. cudt; ptc. sondzz, loartadzi, ecc., allato ad eia 
{z-elà), dispèrsa, ecc. Ancora notiamo: in plièsse (cfr. 
p. 104 n.) ; e per 1' a intatto : mertan meritante (-tevole), infan. 
— Si aggiunge la parab. nel 'patois d'Estavayer'; e di 
certo, cosi per 'Estavayer' senz'altro, s'intende ancora 'Esta- 
vayer-le-Lac', nelle cui vicinanze appunto eravamo, e non 
r'Estavayer-le-Gibloux', che ad ogni modo sarebbe fribur- 
ghese anch'esso. Ne prendiamo: IL inf. partadzi, prayi; 
ptc. invohi ecc., allato ad eia, e ai sost. annate, onna ré- 
galdie. Da canzoni friburghesi: IL inL dansi 485, 
tzanzir cangiare 486, étazir attaccare ib.*; ptc. cudhi (IT) 
pensata, tentato, 489, allato a eia 489, fem. elaie 486, ma- 
riaze ib. , ecc. — III. lapeiìia 488; IV. V ivue la plhe fretze 
l'acqua la più fresca, ib. 



' Letteralm,: <iu-coccato'. II Cornu, nel gloss. ai raccontini vaudesi: '^en- 
cozi, faire une entaille [encóze), commencer'. 

^ et l'est j'eld. Questo curioso cld ritorna in tutti i saggi friburghesi che 
ne porgono occasione: et l'è j'eld, ie Ve don z'elà, fem. eldie. E pur nel Jorat 
(Vaud): z eia. Corno 1. e, gloss. s. '^ala'. 

^ to tale 534, mó male 540. 

'' Molto importante è nèviid negare 488. Qui non v'ebbe la palatile (*nejàr), 
e quindi si mantenne Yà, in grazia dell'intermedio *negvare, che sta al lat. 
negare come *intcrrogvare (prov. entei^var ecc.) a interrogare. E anche *in- 



Schizzi franco-prov. § II, 1. L'a lat. nel tenit. franco-provenz. 107 

Netjfchatel (cant. di).- In questo territorio, e specialmente 
nelle sezioni discoste dal lago, il tipo franco-provenzale vien 
declinando, come la ragion geografica vuole, verso il tipo 
francese. Qui diamo, nel testo, lo scarso spoglio che ci riu- 
sciva di raccogliere dai saggi che ci ha dato il Bridel ; e 
in nota aggiungiamo degli eserapj, che si ricavano, per le 
corrispondenti sezioni, dal bello studio dell' Haefelin.- Din- 
torni di Neufchàtel. I. ptc, arriva; inf. conta, gardd, 
éprovci; imperat. gardd-vot; e inoltre: faire affaire, le le- 
deman frc. le lendemain. — II. inf. rollier {= rollili 336, 
rosser, hattre, frapper avec un bàton; cfr. roulia in Lin- 
guadoca); ptc. coìitchi; tchie chez. — III. la sionna la 
bienne, encor a. — lY. apiàce\ Valangin (Val de Ruz). 
I. ptc. conddn-nd 523, éfama, non-md, manqud, tchatrd 
542, ecc. ; inf. alld, ròn-nd grugnare (mormorare, cfr. Arch. 
I 526) 523, réimrmà, voirdd, ecc.; 2. pi. imprt. amenà-mc] 



terrogvare si continua appunto in questa regione: ptc. intrèoà, intrévd. Brio. 
448, 450, parab. friburghesi. Ritorna codesta forma anche nel cant. di Neuf- 
chàtel (Val de Ruz: «eu'vi), e l' Haefelin (72) non la intende bene. 

^ Sezione di sud-est. I. pag. 13-14: ala, gran grano, fam, 
Icinna, fava, bontà, destinàf destinata, j'aMwiàuo;- animò animai. — 
II. pag. 14-15: za^ cane, zer caro, carne e carro (Paroisse: zen, zos 
caro, ze carne e carro); zivra, zi chez, zii^ (Par.: zizo) cado. [Circa 
l'influsso delle palatili suH'a della prima conjugazione, l'Haefelin, 
tralasciando ogni distinzione per gruppi, poiché sia regola generale 
che codest'A passi, sotto quell'influsso, in t, dà a pag. 15 questa 
breve serie d'esempj; i quali non sono dunque peculiari al gruppo che 
per noi si denomina 'sezione di sud-est', e anzi valgono, generalmente, 
per tutti e cinque: lalji, hani, bassi, clansi, aller/i, av'zì avvezzare, 
ap2)ojÌ, menzi [megi), coczt (couct). Aggiunge l'Haefelin anche il r 
tra i suoni che producano questa mutazione, avvertendo però che 
ciò avvenga di rado, e dando per solo esempio fj'Sri puzzare. Ma qui 
siamo ancora ad IR (cfr. aitrie, nel testo, fra poco, sotto 'Vcrrières'): 
*fljairare, frc. flairer; e cosi si aggiunge, per IT, dalla p. 36, dove 
sono piti altri es. d'infln. in i=a': édi, secondo la pronuncia del 
vernac. della Paroisse, aitare, e per ID, dalla p. 51, vòedi vider 
(ant. frc. vuidier), secondo la pronuncia della sezione di sud-est in 
genere,]— III. p. 40-41: pjdnna, zdmbra, tela tUa testa, barba, 
ràva;- zani" cantai.— IV. pfl(/', ardri% pjo^'' pioggia, pjflp% nioz" mo- 



Ascoli, 

imperf. an-màve;- santa, infìrmità 523; on an-me si ama, 
fan, frare, [póré]-,- taulamet talmente. — II, inf. contreleyt 
contrariare, contrastare, hailli , mdgt, ^neyt piegare 536; 
imperf. s'éno-we, s' contreleyive 523, praidgive parlava 
(predicava) ib.; ptc. contreleyt, cointchl sudicio (conciato) 
542. — III. IV. La distinzione si viene dileguando: à la via 
alla vita, éna balla histoire, metchéta téle mediante téte, 
éna bague, la fortche 530, la porte 523; ancor et (ib.)\ — 
Land ero n. I. i^ic. déracend; inf. accoicesa, arrétd; — IL inf. 
bassie, cfr. pitie; — III. IV. aive, aure aura (vento), for- 
ce, ecc. — Notevole ancora: duret *durent durante, col dop- 
pio valore di 'durante' e di 'mentre' (cfr. ted. \vahrend)^ — 
Le Lode. I. ptc. appaia, ratrà frc. rentré, ecc.; inf. atra, 
voidhà guardare, e pure rassasià; otau "ostai casa; habi- 
tants (cfr. vivant); — IL pefchi, medgiva, ecc., civ. pidé 
pietà; — III. a bouna santa, balla roba, ana bagna; — 
IV. campagne, abondance, misere^. Verrières (all'e- 



sca; e anche sono in regola: fra'd^ frigida, ra^d" rigida, che all'Haefelin 
parvero anomali (ID, cfr. valsoan. n. 59 3" e 4°). Con l'-o nota egli, 
dal vernacolo della Paroisse: ombro e zùjo gioja; cfr. la prima nota 
a 'Tarantasia' e l'ultima qui a 'Neufcbàtel'. 

^ Val de Ruz. I. Nella varietà di Fenin, siamo all'»; p. 10: bjà 
frc. blé, volontà, canta, man. — III. har¥ ecc., p. 40; ma V-a si 
mostrerebbe ancora con qualche abondanza, e qui e nella sezione di 
nord-est, della quale abondanza non ci è però dato alcun saggio. - 
Dinanzi al J epentetico che sussegue alla tonica nel ptc. fem., I'a 
passa in e, così in questa, come nelle tre altre sezioni che ancora 
ci restano. Val de Ruz : améje-. Sezione di nord-est: anmej^', ecc., 
p. 15 (cfr. 'Isère', in nota).- Val de Ruz e Sezione di nord-est: pol'y 
Sezione delle montagne: po'la, pala; p. 14. 

2 Sezione di nord-est. I. Nella varietà di Lignières abbiamo 
l'à, e in ispecie è di regola dinanzi a nasale; p. 10: lànn% fàm^ 
pan, ecc. 

5 Sezione delle montagne. I. Nota l'Haefelin (p. 11), che al- 
lato alle forme in cui I'a' resta incolume, ne occorran pur di quelle 
con I'a turbato; ma non cita se non tjc chiaro, tje chiave, dov'è da 
badare al jf"; e in posiz.: terme arme (pi.), e Irò' teca da laxus -a, 
il primo de' quali esempj è affatto 'sui generis', e il secondo ebbe Vd 



Schizzi frauco-fiiov. § II, 1. L'a lat. uel tei'rit. franco-proTenz. lOU 

stremila del distr. di Val de Travers, sul confine tra Svizzera 
e Francia). I. Si rasentano le condizioni francesi: moutró 
mostrare, voz me seblez sembrate ; e anche herbrou albero, 
oltre plumedzoii ramedzou (frc. ramage), allato a four- 
madzou, che dev'essere una svista. — II. aitrìe attirato (IR); 
'pertsie frc. perché. — III. sa préza \ 
Berna (cantone di). Sezione tra il Jura e il lago di 
Bienne. Come nell'ordine geografico, cosi nell'ordine dia- 
lettale, questo breve territot'io è la prosecuzione di quello 
che dicemmo la sezione di nord-est del canton di Neufchàtel 
(Landeron e Lignières).- Montagna di Diesse. I. ptc. 
apalla, ressuscita; inf. alla, voirda, aporta, e ancora re- 
sista e posseda (cfr. frc. resister e posseder); imperf. èl 
sohaitavo (sic), étofave; fam, pan; hòto *ostal. — II. inf. 
baillie, metsgie; imperf. haillive, mctsgievan; ptc. pétschie, 
totschié; e al v. 13: on pays églaisie. — III. IV. enne 
grosse famine ; campagne. Bienne. I. ptc. rètra, arriva , 
e pure acciabia frc. accablé; inf. voarda ecc.; ma all' im- 
perf. : souliaitaive. — II. totschié; mègievant ecc., tschie 
chez. — III. IV. ainne prévonde douleur; la geouge^. 

susseguito da e. Così l'ebbe susseguito da g l'-e^" = atico , come in 
dammeg^ fremeg" (p. 13), e solo rimarrebbe l'isolato ve = vas (cer- 
cueil; p. 12). — III. Ihra^ prova, ecc. IV. folj% parrir" (carrière) 
*petraria; ecc. 

^ Val de Travers. I. p. 11-12: allato a tjàr chiaro, demàn, ecc. 
(e pala, p. 14), s' hanno pre, reva, feva ecc., bonte ecc., e sempre 
l'è per Va della prima conjugazione, quando egli non passi, per ef- 
fetto della palatile, in i. Ma in ordine ai due esempj di posiz. , che 
l'Haefelin adduce: gre gressa grasso -a, leóo da 'laxo-', va ancora 
considerato il facile sviluppo di un i, fra la tonica e la consonante 
che a questa susseguiva (cfr. p. e. il frc. graisse), onde poi e<=ai. 
E analogamente si vorrà considerata, qui pure, l'è di mariego, fro- 
mejjo, ecc., p. 13. — III. Notevole, in confronto della scarsa incolu- 
mità dell' a tonico, la incolumità costante delI'-A nominale fuor d'ac- 
cento, quando non gli preceda suono palatile (cfr. le condizioni che si 
hanno nel dip. del Jura); p. 40-41 : lànna, barba, co erta corta, ecc. — 
IV. p. 41: pjOy^, féir", ecc. — Qui pure: ombro. 

* L'rt («)3A ritorna, almcn nella scrittura, anche in nn saggio che 
proprio c'interna nel Jura bernese, cioè nella parab. in dial. di 



no Ascoli, 

Ora volgiamoci a sud-ovest, attraverso alla catena del Jura; 
rifattici all'alto bacino dell' Ain, spingiamoci poscia verso il 
nord, a rintracciar le estreme vestigia del franco-provenzale. 

Jura (dipart. del).- Ritorniamo così la questo diparUmcnto, cioò 
nella sezione austro-occidentale della Prancu-Contea, secondo che 
si è indicato di sopra (p. 87).- Dalla poesia colligiana prendia- 
mo ancora: I. ptc. Va seumc lou vin il a bu le vin, cfr. du couté du 
coté; inf. recidè, damné, conte; égalitè; ma: quèmàra comare ^ — 
II. hàilU-mè. — E poi passiamo al ^Vocabulaire'. I. A prima vista 
vi parrebbe avere il predominio assoluto Ve = A, alla francese. Cosi 
vi occorrono, a cagion d'esempio, i ptc. tale meurtri, froissé, 206, 
i li a bin greve il lui a bien fàchó (gravato) IGI; gì' inf. souner 
semer 205, sarrer scier 202, camber enjamber 69; la 2. pi. pres. 
ind. vo se bouté 203. Ma bisognerebbe poter scernere, in quanta 
parte Ve^A realmente occorra nelle varietà vernacole ed in quali, 
e in quanta essa provenga, all'incontro, dal ridursi le voci ver- 
nacole, o fra le popolazioni urbane o pur semplicemente sotto la 
penna del vocabolarista, a desinenza francese (cfr. voc. 49). In- 
tanto si osservino: ^s'ahoffer, se divertir, faire des contes plaisans; 
le paysan prononce s'aboffa' 51; dzouga jouer 167, djàffa manger 
en glouton 166 2; que soukva ét^ apela que l'on avait coutume 
d'appeler (clie soleva esser chiamato) 82, nos avin dépinta nous 
avons regardé, envisagé (Sept-Moncel, all'est di St.-Claud) 80; 
pra pré 191, pare pére 185 ^. Ancora notiamo per -AL -ALL: ola 



Moutier-Grandval ( Val-Moutier; al nord-est di Bienne), Mél. 
539. Ne caviamo: I. ptc. nommà, rotrd, cfr. mau-xgrd; inf. alla, 
confessa, voirdà, apourtà, ecc.;- tscharità; pan, fam; pare, fràre. 
— IL inf. bayie bailler; ptc. eloingnie, ecc. — V. piti innanzi: Mura 
bernese'. 

* i t' en fa il t'en fait, dze m' en va je m'en vais: è una coppia di esempj, 
cbe è 'sui generis'; cfr. 'nai, na, nd, ea patois montagnard et des colliues', 
■vocab. 178. In piait platfc, e in piàindre plaiadre, è Va di posizione romanza 
latina, che non si fonde con l'i o propagginato od attratto (pldigt, plàjnre) — 
Del resto, qui pure houtaù *ostal, e in l'ima con fouo fuori. 

- Entrambi i tipi in una stessa proposizione : e failleva pianta on nouiu 
pou marqué la riva il fallait planter un noyer pour marquer la limite ou le 
tour du champ, 199. 

' ìSe per I'a in posiz. dinanzi a palatile: la velsa la vache 64; E rego- 
lare così nell'analogia francese, come nella franco-provenzale. Ve di tsedrou 
cadere, 12. È poi tsa (tsd) cosi per 'carne' come per 'carro', 166 72. Strana 
finalmente Ve di eme emou, esprit, intelligence, jugeraent, 8 3, che pur dee 
rivenire, come il voc. annota, ad 'animus'. 



Schizzi franco-prov. § II, 1. L' a lat. nel territ. franco-provenz. HI 
aile 182, pania paiUeta pollo (pala) 186'', san sa 201, mau-not 
ma-net mal-propre 173, houtau houta *ostal 165, pau pieu (palo) 
186, niaw ■= *nidialo (guardanidio; cfr. Arch, I 324 349 ecc.) 179, 
col quale deve andare anche deio da'io de à coudre (ditale) 79, e 
anche nau no il Natale 180;- e resta: avau aval 36.— II. inf. 
rouailli railler, faire des contes, 200, lacìii laisser 214, ronchi 
frapper sur quelqu'un, tomber à coups de bàton sur lui (frc. ros- 
ser) 200 2, medzi moudzi manger 173, rouingi ruminer (cfr. ronger 
che ancora vai ruminare nell'ant. frc, Diez less. s. v.) 201, layi 
lier 169, ressuir ressuyer 198; cudi (IT) croire 78; ptc. layi lié 
169, cfr, révailli qui a fait son premier repas (reveillé) 198, ■= ré- 
vailly boeuf au poil ardent, portant bien sa tète, bien coilTé, ib. ;- 
imperai, cougi-voj state zitto! (per signific. : non è possibile!) 
76. — III. IV. L'a fuor d'accento, all'uscita nominale, sempre si 
regge, e pur dietro a' suoni palatili. Così: aura 54, tsera chaiso 
(chaire) 71 212, arma (l'alma) 54, aidieuta alouette (cant. di 
Voiteur) ib., beuvanda 59, tota 192, vota cave (volta) 217;- re- 
membrayiza 197, venandza vendange 215, pieudza 188, écourdza 
fouet (cfr. venez. sci'iria-, ecc.) 84, fludza fougère (v. valsoan. 
num. 188) 152, goardza bouche (gorge) 62, houtza-rudza rouge- 
-gorge ( 'bocca-rossa') ib.;- vouira virole (lat. viria) 217. Con 
l'-e: aigue (aqua) 65, igne mauvaise jument (equa) 165^— L'-a 
anche nella 3. sg. dell' impérf.: failleva 79 199, souleva 82. 

DouBs; sezione occidentale (Franca Contea).- Besaneon'*. I. ptc. 
aippela^ rentra, coumenda, ita été, ecc.; cfr. atutas années; inf. 
trouva ecc., e anche pria; 2. pi. imperat. traita me ecc., anche 
bailla-me; inoltre: sunta, iniquità 134, fare 135, coumare ib. ; ma: 
pain, main 134, graine 135, faim. Ancora: olle alile ^, ollait alla 
{civ. déjait déjà). — II. inf. [prie 135; tirie 134]; ptc. baillie, 
daipensie, maingie, peichic peiché ^ touchié. 

Alta Saona (Franca Contea).- Cant. di Charaplitte. I. IL Siamo 



' bress. manie bete mauvaises bètes, 176; ia prins man à la quemora il a 
pris mal à la commère, 187. 

- ramassi récolter, eniever les fruits do la terre (fr. ramasser), pat. du 
cant. de Voiteur (a N. E. di Lons le Saunier) 195. 

' Cfr. 'Aosta'.- Nella poesia colligiana: coadge corda, cfr. num. 17. 

^ V. sopra, p. 64 n. Nei vecchi saggi della Franca Contea, Reo. 132-4: que 
lautanà vou che (perchè) vi allontanate?, allato a incarné e né 133; inf. 
admira aidoura pleura 134, ptc. empoutta ib. 

'' qti'ìj olle que j'aille; e cosi a Vosoul (Alta Saona). Poi: -aige --atico: 
paithiaige (Ves. : peiteige) partage. 



[Y2 Ascoli, 

all'estremità occidentale dell'Alta Saona, verso i dipartim. della 
Costa d'Oro e dell'Alta Marna; e abbiamo ai od é per continuatore 
dell'A'. L'è spetterà più propriamente alle forme in cui al continua- 
tore dell'A preceda un suono palatile*; ma l'ortografia del nostro 



* Qui volgiamo cioè al borgognone, che stringe a ponente la co- 
lonna franco-provenzale, come il lorenese a oriente. Ora da questo 
punto si può spingere una rapidissima occhiata, in direzione latitu- 
dinale, perla zona che ci porterebbe all'Oceano, attraverso la Bor- 
gogna, il Nivernese, il Berry ed il Poi tu. — Nel borgognone del 
secolo XVII, cioè nei Noèls di La Monnaie {Gui Baròzai ò il suo 
pseudonimo; morì a 88 anni, nel 1728; Oberl. 61, cfr. Mél. 138), si 
distingue, con regolarità grandissima, il continuatore dell'A cui pre- 
ceda palatile, da quello dell'A cui preceda suono d'altra specie, quello 
essendo un' e stretta [é), e questo un' e larga {ai). Cito i seguenti 
esempj dai saggi che ne sono in Schnak. p, 237-49, e in Oberl. 
p. 61-70, 159-60.- 1. ptc. armai 67, remarqiiai 159, contai 65, de- 
gótai 159, passai 238, laissai lasse 243, évizai avisé 160 247, e an- 
che émorvaillai 244, ma nella rima; civ. grai gre 245, bontai 248, 
seurtai 160, Mojestai 240, vanitai 159 (ma ad -ata risponde -ée: 
condannée ébanée {'ì) année 242; e sono in -é le seconde pers. pi.: 
vo saivé 246, vo ne vo plaindé 249);- infìn. palai 159, senai sonner 
242, montrai 239, contai 246, chantai 160, ecc. — II. infin. baillé 244, 
mav^gé 248, próchè prècher 243, charché 65; partic. logé 247, que- 
mancé 159, du peiché 239, tòché 66. Analoghe condizioni saranno 
nel Virgilio travestito in borgognone (Reo. 63-66), donde cavo questi 
infiniti: levai, virai, passai, roiiai; II. fié (in rima con pie), laissi; 
rebraillé. E ne noto ancora : mar e ar ( aere ). La parabola nel 

vernacolo del Morvant (Nivernese), che è nei Mél. 482, non lascia 
avvertire alcuna distinzione; dà così: ptc. mezé, rentré ecc. Né al- 
cuna di sicura ne ricavo dal Vocabidaire du Berry et de guelgues 
cantons voisins, par [Jaubert] un amateur du vieux langage (Parigi 
1842); dove sono, a cagion d'esempio: banner borner 17, bouffer 
souffler ecc. ib. (cfr. Arch. I 253), dépoitriné 37, allato a nayernoyev 
11, tocher viii, trouillé souillé, sale 107, ecc., cfr. anche virer 112, 
ojider vili. Può fare illusione essuy ressiiy. essnyé ecc. viii 47 96, che 
risponderà piuttosto ad 'asciutto' che non ad 'asciugato'; ma all'in- 
contro va sicuramente avvertito Vie di chièvres chèvres28; e an- 
cora citerò adressier réparer, instruire 3, accanto a adresser une 
chose ib. Quanto al Poi tu, finalmente, una poesia della Gente poi- 
tevinerie (sec. XVI; ma il mio testo proviene da una tarda ristampa) 



Schizzi franco-prov. § II, 1. Va lat. nel territ. franco-prov. 113 

saggio è alquanto incerta. Si osservino i seguenti esemplari: ptc, 
aippellai, raitreuvai retreuvai , daipensai, quemandai, aitai frc. 
été, ressusciiai; tue; maigeai-., haillé , faché, péché', inf. gadai, 
trauvai e treuvé-, maingeai', baillé'., 2. pi. imperai, aimenai ecc., 
e anche baillai mai. E ancora si abbiano pflz'n e faim. — IH. reuhe, 
hague. Cantone di Vesoul. I. ptc. èpdà, retrenvd, rassuscitd, 
dissipa; inf. treuvd, entra, tua; pi^id; 2. pi. imperat. treitd-me ecc. 
Inoltre: pare, fare (facere); ma: lou freiro, pain, fèim. — II. inf. 
eììibìxssie, òagie, voyaigie, s' gourgie; ptc. beillie, peichié; 3. pi. 
imperf. mingin. — III. eine grand' feiineinne ecc. Cant. di Vau- 
villiers. I. ptc. eppella, offensa, retreuva;- fdre; ma. faim, e 
anche tuet-lo. — II. ptc. (e inf.) mégie, touehie, peché ; chie chez. — 
III. roHte, baigue. Cant. di Champagne y. I. ptc. ordonna, leva, 
raméssa, manca; inf. regala, tua, manca; 2. p. pi. imperat. bota-li, 
tua lo;- frare, fare, annas annate; ma pain, faim.— II. inf. 
pra'i; ptc. ballie, éloignie, mingie, pechè, tonchi; cfr. pidie pietà, 



ben ci dà raongy mangé, chongy changé, oltre viry tourné, allato a 
viré (Mémoires de la Soc. des Antiquaires de France, I IQO^Schn. 
233); ma cotesto forme non ci devono però fare illusione. Poiché in 
questa contrada si determina un'antitesi fra il continuatore dell' d 
dell'infinito e quello dell' a del participio, come s'incomincia a ve- 
dere dal saggio della comedia di Giovanni Drouet (sec. XVII), citato 
negli anzidetti 'Mémoires' (200-5, cfr. Schn. 234-6): desapassay dé- 
pétrer, ma insieme donner, lescher també laisser tomber (?), allato 
ai ptc. assommé, reste, minge, ecc., e compiutamente si avverte nella 
parabola di Saint-Maixent (AltoPoitu; 'Mémoires' 210-14): inf, s'gnay 
ammazzare (saigner), priay, entray, treuvay, crevay, garday, mein- 
qiioy; ptc. iiouìné, tue, poiché peccato, minge, baillé. La qual é dei 
participj dev'essere molto stretta, sì che ne venga luce senz'altro 
all'-i di altri participj della prima conjugazione, come sono, nella 
stessa parabola, relrouvy relreuvi, allato all'infinito treuvay, e révilly 
risuscitato (réveillé). E in quella di Bressuire (Basso Poitu; ib.): ren- 
tri, allato all'infinito intray; péchi e péché; appelli, relourni, tui, 
ressusciti, dcponsi, clougni {in pae bé nélougni), bailli, mingi; oltro 
pìdi pitie (Saint-Maxent: pidé). Qui dunque è ormai una particolar 
determinazione di forme; ma si potrà cliicdere tuttavolta, se forse 
non si tratti di due tipi che imprima dipendessero da speciali ragioni 
fonetiche e poi sieno riusciti a ripartirsi secondo ragion grammaticale. - 
Circa l'antico borgognone, può vedersi la prima nota a 'Lorena', 
p. 116 (DiEz P 125-0, IP 231). 

Archivio glottol. ital., III. 8 



114 Ascoli, 

e anche trdiìe me trattatemi (IT: *traita-);- 3. pi. imperf. mÌ7i- 
gint\- boine dare frc. olière. — III. òne pran famène. 

Alsazia; distretto di Delfort.- Qui, all' estremità meridionale 
della catena dei Vogesi, e perciò rasente il distretto di Champa- 
gney, che ci dava gli ultimi saggi per T'Alta-Saona', troviamo 
Giromagny, il cui dialetto ci offre quanto segue: I. ptc. ap- 
pella, retrova, ramessa, commanda, tua-, inf. trova, ontra; 2. pi. 
imperat. botta li, amenas, ecc.;- ota *ostal; [paire',- pain, faim; 
années]. — II. inf. saigner, apprencher ; ptc. baillie, éloigniè, min- 
gie, peché, tontchi; c(v. pidic; [maingeaient]-, — III. IV. robe , 
campaigne. Vedi all'incontro: 'Altkirch', a p. 116. 

Lorena; dipartimento dei Vogesi.- Due varietà dei Vogesi nella se- 
zione di sud-est (La Roche, Gérardmer) avremo piti sotto fra le 
varietà francesi della Lorena. Ma, nella stessa sezione, la lista di 
Dommartin, presso Remiremont, ci mostra prevalente l'a^A^; 
e se ne raccoglie poi un buon dato di esemplari dal 'Glossaire', 
nel quale starebbero fra di loro indistinti i 'diffórens patois en 
\isage dans le département dea Vosges' -. Spogliamo imprima la lista 
di Dommartin (presso Remiremont): I. ptc. récola reculé 143, 
ontra 137, soni raiserva ib., jeudi paissa, 139, forma 141, retar- 
da 139, copa 142; cfr. i fem. terminaie 139, daibordaent débor- 
dées 141, pidvérisaient pulvérisées ib., e insieme amae V-ainae 
annata 139, aipae spada 142; [ma: onffiai enflé 142, abimait ahi- 
mé 140, fatigai 137, tiai tuo 143, sont dissipai 137;- cfr. socié- 
tai ib.];- inf. ailla 138 139, raippella 143, vola 141, j^ouaula 
parler 143, ionna tourner 138, ontra ib., sauta 140, vonta *avan- 
tare avancer 143^ se botta 139; [ma: mugilai muggire 141, boilai 
belare ib., respirai 143, aimai ih.];- 2. plur. ind. pres. azViycra 
vos 138; [que demandé vos ib.]. Ancora: naz 142; fare 138 ecc., 
affares 143; [fraire 141 143]; e pur sau sale 141, allato a maul 138 
143;- ma: fontaine 141 s. — 11. inf. semoié sommeiller 143, dan- 
sié ih., maingé ib., marche ib.; ptc. guémonssé ih,, cesse ib., biaussé 
blessé ib., obligé (in funz. fem.^) 142;- e qui forse potranno col- 



• Se Va cede il posto in molti esempj all'ai, non per questo possiamo an- 
cora credere, che, dove sta scritto Va semplice, si tratti o si trattasse di una 
pronuncia notevolmente diversa da uno schietto a. 

^ V. pili innanzi (p. 116), la prima nota a 'Lorena', fra i dial. francesi. 

' Notiamo eziandio: braiive brave 138 142. E per ai da a dinanzi a pala- 
tile: ai naige il nage 141; nuaige 140, vouaige 139, mainaige 143; vaiche 
141, brais 142, bais 143; moniaigne 141, campeignes 140. 

* ceau me mari qué mi es obligé, che letteralm. deve dire: e' est mon 
mari qui m'y a obligée. 



1 



Schizzi franco-prov. § II, 1. L'cj lat. uel territ. franco-prov. il5 

locarsi ancora: mairié fem. 139 (v. qui appresso), airaichées 142-, 
tirée (IR) 141. Finalmente: chieiive chèvre ib. Poi spogliamo 
il 'Glossaire': I. ptc. trova 126 129, crota pleins de boue (crot- 
tés) 127; cfr. bouaie lessive *bugata 120, enuaie (ennaie?) an- 
nata 127;- inf. d-alla 123, ontra 129, laiva lavare 120, trova 126, 
pessa passare 131, s'meriat 136, evita 126, écouta 125, aicheta 130 ; 
[ma: laissais 120; clamer 122; cfr. ii];- 2. pi. ind. pres. vos^^dota 
vous craignez, cfr. aat. frc. 'doter', e pure il mod. 'redouter' 123; 
[ma: va ne dotait 136, vos dotét 118, vot ne dotet mi 121]; 2. pi. 
imperat. : entra 129; [ma: aillemè allumez 125, ecoutè 124, botte 
vos buttatevi ib.]. Inoltre: ;9r«s pré 132, sa^j^a 119; fare 118 128, 
far 125, effare 136; frare 118 121 124 ^. — li. 2 jnf. behi *bailji 128 
131 (e béhi ugualmente al ptc. 133, e ancora è legittimamente 
behi alla 2. pi. imperat. 117 124), ebraissi 123 (e 2. pi. imperat. 132), 
[minget 125, e forse anche ciret cirer (IR) 122]; 2. pi. imperat. mair- 
chi 132 5; ptc. chargi 125, relaitchi reléché 129; e forse pur me- 
riet mariés 123. Ancora sien citati adiez-vos aidez-vous, adiera 
aidera, 117. E finalmente cliette chat 131 4. 

E si mette ormai capo al francese; dove è però grande- 
mente osservabile la traccia franco-provenzale dell' -4/e = -ATA, 
la quale si continua ben al di là delle sezioni della Lorena che 
abbiamo toccato pur dianzi (cfr. in ispecie 'Bar-le-Duc'; e pure 
i 'Territorj valloni'). 

DouBs; sezione orientale. Montbéliard. I. ptc. aimai 80, pesai pe- 
sés 121, ailiai alliés ib.; inf. oliai aller 124, escotai 73, ettropai atteindra 



' Ancora si possono notare: pa pais 128; oiiar guère ib. Per aw? = ALL: 
jau coq, in jaulé, jolé, un petit coq, 125. 

* Gli esempj, citati sotto questo numero, non entrano in frasi che insieme 
contengano forme con Va, secondo il numero che precede; e perciò potreb- 
bero, almeno in parte, spettar piuttosto a qualche tipo dialettale dei Vogesi 
che andrebbe considerato in appresso (cfr. p. 116-18). 

' Forse va qui considerato anche traté ine (IT) 125, coli' e chiusa. In fì'eìni 
fermez, imperat. ib., riconosceremo *firmare che passi dalla prima a un'altra 
conjugaz.; dr. preni prenez, imperat. 119, fahi nos faites nous, imperat. 129, 
vendit vos, pres. indie. 120. 

* M'è strano rette rat (souris) 131, volant-rette chauve-souris 136, la volant 
rettes 123; e non oserei vedervi un'assimilazione di voce a voce (noi chette ai 
pris enne rette 131). Di a in ai, dietro a palatile, nella posizione romanza, 
sarebbe esempio chaimbre 129. Per ai da a dinanzi a palatile: visaitge 133, 
villaige 128, domaige 118; taitche 133, vetche 129; li brais 130, grais 135. In 
lermes 126, si tratterà di ir - gr. 



116 Ascoli, 

(attraper) 127, jìcssai passer 120; 2. pi. imperai, escotai-lai 73\- bontai 
73;- reine rana 113'. — IL inf. voillie vciller 81, leillie 133, maindgie 
\21 ^ priyie 133, soyiè faucher (segare) 145, aipprechie 81;- tirie (IR) 
145; ptc. moillie (in funz. fem.) 132;- jurie (ÌJK) 75. Cfr. mai chiere ma 
chère 133 ". 

JfRA BERNESE.- Delémont. I. ptc. venire, retrovè, emésse, cfr. ennès an- 
nées; iuf, entrè, raissasiè; 2. pi. imperat. aimonètes, aipportétes;- sainté, 
pain. — II. éloignie, dépens'ie, totschie, péché^. Tavannes. I. ptc. 
commandai, ramaissai, cfr. onnai années; inf. otrai entrer ; 2. pi. impe- 
rat. apportai-me\- santai\ ma: pan, fan. — IL ptc. baie baillé, i ai of~ 
fensie. Va pra'ie, toutchi;- tchi chez, tchier-tot carestia (caro-tutto, Brio. 
476). Val Saint-Imier. ptc. apallai, rotrai, pressai; inf. aliai, se 
rassassiai, confessai, résistai; ma; fam, pan, san. — IL inf. baillie ecc., 
retirie (IR). Moutier-Grand vai. Vedine a p. 109-10, in n. 

Alsazia; distretto di Altkirch. I. ptc. dissipai, remassai ecc. [reyitré]; inf. 
trovai ecc. — IL bayié, peché, toitché. — V. tint tanto, d-or-en-aivint, 
[grande faimine], pince pancia; aibitins, cfv.cependiìi.- ÀN ÀM: siti sano, 
fin fame, [pain]. Vedi all'incontro: 'Belfort', p. 114. 

Lorena (cfr. p. 114) \- Territorio di La Roche (dip. dei Vogesi, estremità 



' aidge àge 121, langaidges 80; cfr. saidge saga ib. Inoltre: ij m'en pésse 
je m'en passe 129, n'en v'Hai pé n'en voulait pas 127. E nella forraola ar 
+ cons.: airbe arbre 127, bairbe 10, lairdge 80; renai renard 127, lai lard 114, 
de lai 2oai (de la part) 136. 

* Si consideri lo spoglio dello Schuchardt (I.c. 21), sotto 'Franc-Comtois 
(Fourgs)'. Non vedo a qual fonte il dotto alemanno abbia attinto. Ma il paese 
dovrebbe essere Les Fourgs, a sud-est di Pontarlier. 

^ Dalla parab. di Delémont, che è nei Mél. (535): I. ptc. tormente, i aia 
manqué; inf. resischté;- faim; ma: dain in tale etat. — IL iuf. bar/te bail- 
ler, maingie, ptc. éloingnie; tschie chez. Dal saggio poetico di Delémont, 
ap. Brio. 525-27: I. inf. entrò, aidmiré, nidore, porte; né naso; IL tchins. 

* Sarà bene interessante il lavoro complessivo intorno al dialetto lotaringio, 
che Fr. Bonnardot ora ci promette {Rom. I 331). Intanto egli ci porge, e 
illustra brevemente (ib. 328-51, cfr. II 245-59), un ^Document en patois lor- 
rain, relatif à la guerre entre le comte de Bar et le due de Lorraine (1337- 
1338)', ricavandolo da una pergamena che non è però l'originale. In questo 
documento, al quale più volte ritorniamo in appresso, sono enumerati i danni, 
che la gente del conte di Bar avrebbe arrecato ai vassalli del duca di Lorena. 
Il territorio danneggiato può qui indicarsi brevemente col citare i seguenti 
nomi di luogo : Pont-à-Mousson, Frouard, Toni, Neufchàteau, Mirecourt, Dar- 
ney; e siamo dunque nei dipartimenti della Meurthe e dei Vogesi.- Circa 
le varietà dialettali, che si possano risentire, in codesta scrittura, secondo le 
diverse località che vi ripetono i proprj danni, e circa gli adattamenti let- 



Schizzi franco-prov. § II, I, L'a hit. nel torrit. francese. 117 

di sud-est '): I. ptc. d'ììé donne 90 lOG, moiionné mene 90, etnbarquè 133, 
èppoutlè apporlé 131 133, sino signé 129, ecc. Al feminile (-ata), secondo 
la regola che V Oberlin dà a pag. 90, dovremmo sempre avere -aie, quando 
al mascolino spetti 1'-^; ed -eie, coU'e stretta, all'incontro, quando al 
masc. spetti Y-i (v. ilnum. II); quindi d'Haic donnée, moiionna'ie menée. 



terai'j che si debbano allo scriba e la probabile patria di questo, sarebbe 
prematura, per noi, ogni sentenza Pure, qualche annotazione si fa opportuna 
sin d'ora, e quasi necessaria.- L'a franco-provenzale, per Vd latino, coma 
di sopra ci occorreva nella stessa Lorena (114-15) e in distretti contermini, 
non appare mai in questo documento, e neppur Y -de od -die--kiK. Non sa- 
prei dire, se basti, a spiegar questa mancanza, la giacitura dei luoghi, che 
riesce a occidente di Remiremont (Dommartin) o di Lune ville; e circa Y -aie 
sarebbe anzi d'avvertire, che ancora egli ci è dato dai dintorni di Bar-le-Duc, 
cioè da un territorio che succede, verso occidente^ a quello che nel docu- 
mento si abbraccia.- La differenza tra il riflesso dell'A preceduto da suono 
che non sia palatile e quello dell'A cui preceda palatile, continua ad essere, 
in questa pergamena, la stessa che s'incontra nell'antico borgognone; e per- 
ciò vi abbiamo ei nel primo caso, e ie nel secondo. Si osservino; I. ptc. meneit 
III 4, menei VII 24 (menez ib 43), confermeit ib. 30, farreiz ferrato I 18, 
passei VIII 2, estei VII 8, coiistei VIII 17 25, rachetei ib. 16, agarreiei IX 8; 
cu: per seurtei V 8; ma -ata dà -ée, come nel borgognone del sec. XVII 
(v. sopra, p. 112): menee pi. VII 41, farree ferrata I 18, ferree Vili 19, e 
pure desploiee II 12, oltre anee X l, chamenee I 2l,journees III 42, danrees 
Il 18, espee Vili, 2C. Ora gli inf.: alleir IV 8, cranleir (creanter; promet- 
tere) VI 12, amandeir ammendare X 6; e ancora si notino: cheir carro I 17 
{.nn.chers Vili 19), ostei IV 5, V 24, IX 6, e per ùltimo piei III 14, IV 4, 
dove si tratta di ié-è.- II. inf. laixier Y 12 13, recerchier Vili 4, pater II 
17, waigier gager III II;- ptc. h'isiet I 28, hrisiés ib. 16, blassiés II 35; 
ploges (dev'essere il partic. d'un verbo *pleger da plege pleige) III 7; ma: 
waigiei ib. 8 42. Altre voci : chievrez IX 12, chie[f] chez VII 26^ IX 5. Il sem- 
plice i appar soltanto nel riflesso di -a!ta: lai Chaucie n. di 1., Lachaussée, 
I 6 11, come è pur normale negli antichi monumenti letterarj (v. sopra, p. 71); 
ma con Y-ée il già citato desploiee. — AH' -et dell'antico borgognone e di 
questo documento lorenese [estei stato, seurtei sicurtà, ecc.) va per avventura 
raccostato Yaye -eg[e] di parecchi moderni saggi (v. in ispecie il saggio 
d'^Onville', in questa medesima sezione, col quale rasentiamo, dal nord, il 
territorio a cui il documento si riferisce, e nel documento ò anzi parlato 
pure d'^Onwille' I 36-38; e ancora il 'Cant. d'Arras' e 'Courtisols' a p. 120). 
* L' Oberlin, nella lettera dedicatoria, dice che il 'Comtó du Bun de la 
Roche, fief rovai d'AIsace' è situato alle frontiere della Lorena; e il Ficus 
( Unr. zcilio. 302) pone questo territorio nell' 'angolo meridionale' della Lorena. 
Deve trattarsi del la Roche che le carte danno fra Ruptlctte e Ferdrupt. I tede- 
schi lo direbbero Ste intimi (eh: Sciucii. in ZcUschr. f. vgi. sprachf., XX 2C3). 



118 Ascoli, 

aimaie &h\\éo,i)outaìc ijortéo, e ugualmenta ronsaic rosee, djalaìe gelée, 90. 
Ma poi, ne' testi, è beu raro che occorra V-aìe [ecqucmódaie 131); e v'in- 
contriamo di solito un -eie con Ve larga {-èie od -ceyc): mouonneie me- 
née 157, ridoeyes ridóes 148, s'nceyes soanóes 123, mairieie 157, fiancèie 156, 
e cosi vallà'ie valide ib., alleie alide (allure) ib., possè'ies pensóes 157. Ora 
qualche iufin. : poi<dlé poudlò parler 95 217, se tuoné tuonò se tourner 96 
265, vouiìdè garder 268; ecc.- II. inf. èoouyi envoyer 136, tèyi tailler 129, 
ìnaindgi 144, sondgi songer 106, pcyi payer 130, fouadchi fàcher 137, ecc , 
e ancora tiri (IR) 138 '; ptc. èoouyi 136, èrraidgi 141, nay'i noyé 153, ait- 
taitchi 156, ecc.; -éye (e stretta) = -ata: fouadchéie fàchue 90, tèyéyes 
(tagliate) 129. Ancora notiamo Veu di dcheuve (Lunév. : chuf) chèvre 197; e 
Vieu iet'c ite di dchieudge charge 197 (cfr. tee tard 125), chieuch. dcJiicùch 
dchiùch. cher 98 197 (cfr. dcheti chariot, lo dcheù-cl ce chariot; a Lunév.: 
che, 107 196); e dchaitte chat 154, dchelte-tigre 148; oltre i soliti dcht 
chez, e dchbi chien, 197 ^ Gurardmer (ancora nel dip. dei Vogesi, 
all'estremità di sud-est): I. ptc. dcìiet donne, oiamet nommé, reirovet, arri- 
vet\ inf. ratret rentrer; 2. pi. imperat. emnet ecc.;- de 3'annae; frar. — 
II. ptc. tochic] souhatie (IT; cfr. ant. frc. haitier). Ex-contea di Vau- 
demont (distr. di Lune ville; Meurthe): I. ptc. ertrovet, rémesset, cfr. 
énaies annate, jonaies giornate ; inf. voidet guardare, atret entrare, priet 
(c^r. d-ampié) ; chare cadere;- II. ptc. bèi, mengi, pachi. Dintorni di 
Lunéville. I. ptc. d'mouèré I2i, parcé presse 123, commaindé 124, crete 
125, fem. ellmay'ie allumée 163; inf. s'nai sonner 123, ermontai 142, so- 
pai 124 (cfr. santai 122, libertai 137, veritai 125; e pure in coiai un coté 
144; cfr. escoutaie h coté, negli échantillons du lorrain, op. stessa, 81), 
d'mouèré 123, elle 137, saluè ib. ^— II. inf. bmji bailler 134 164, faichi 
137, ecc., compresivi rouffy'i ronfler 164, son djuni (UN) déjeuner 163, ai- 
cheti (IST) 134 [recheti 164, ma aicheté 137], e s'excusi 142;- ptc. bay'l 
baillé 164, layi (*lagato, cfr. Arch. I 546 b) laissé 140 155, prii 134, fai- 
chi 141, oltre daini damné 162, ed emberqui 134, mainqui 137 (cfr. ^Ter- 
ritorj valloni'). Dintorni di Bar-le-Duc (Mosa). I. inf. demorer 2o, 

clamer 21, chaver creuser des fosses dans les vignes pour y coucher les 
ceps (cavai'e) 20, ecc.; -ata: coulaie colata 14, callaie la charge qu'un 
homme peut porter sur son dos ('collata') 22, telaie pièce de toile ('te- 
lata") 52, peneraie panierata 43, vépraie le soir, l'aprés-midi ('vesperata'; 
cfr. p. 103 n.), croua'ie corvée 23, biaie buée ('bugata') 14, fonate portion 
de bois que chaque écolier emporte le matiu en allant à l'école ('focata') 



* Parrebbero all'incontro passati dalla prima alia quarta: csséci achever 97, 
se r'ioi (rilodarsi) 106. Ma, circa il secondo esempio, v. p. 81, in n. 

* Qui pure: piaice place 136, grceces 122; e anche piaintche planche 98; 
cfr. blenche Rec. 165 (Metz, 1675), e borgogn. blainche, ib. 104. 

^ graice Ì22, piaice 137; e malède 139 (La Roche: malève), prov. malaut, 
ammalato. 



Schizzi franco-prov. § II, 1. L'a Jat. nel territ. francese. 119 

30, brouale brouet pour les bestiaux ('brodata') 17, pouta'ie potée 45, ecc., 
qui aggiungendosi, malgrado 1' aca latino, anche ■pàtendie pastinaca (cfr. 
ire. pastenade) 4 43. E ancora si notino falere facere 23 f. (cfr. leiere le- 
gere 37), palle pala 42.— IL inf. obliie 4 41, hàillie brailler 13, baillie 
donner (bailler) ib., se débillie se dóshabiller 25, faucillie couper à la fau- 
cille 29, seillie id. (seille faucille) 50, feiignie fouir (fognare, v. sopra, 
p. 89 n.) 29, epugnie empoigner 28, empéchie 5, clochie boiler (clocber) 21 , 
fichie G 29, datachie 6 24, attoiichie 12, pdsie faire silence ('paciare') 43, 
clussie glousser 21, ecc. [ma anche se hontisr 35, e all'incontro se dépoi- 
tì-ailler, col ptc. dépoitraillé 25]; ptc. mal embouchie sboccato 38; -ata: 
pugnie poignée 45, agourgie fouet de charretier (scuriata) 10; e final- 
mente chi chez2). Ouville (cant. di Gorze): I. ptc. rétréuvaye ', ré- 
méssag, réntraye, toiiaye (v. 30; v. 27: touoijet), coimiandaye, cfr. santaye 
sante, taìit d'ennaye\ inf. oidaye, enlraye; pairre pére; pé pain, fé faim;- 
II. inf. prn', fanelli fàcher; ptc. beilli, mingi. Metz. Qui la distin- 
zione tra il num. I e il num. II sembra farsi molto incerta; ma si continua 
a vedere V-aye-'K-vk. Citeremo i seguenti participj mascolini: hadé fati- 
gué 254, lagèt logé 256 (cfr. l'merchet le marche 258), remessiét 256; 
feminili: éproiivisionnaye 254, endiolaye endiablée 257, desalayes àéso- 
lées 260, consolayes ib., cfr. ennaye2ol, pensaye 254, épaye 253. E i se- 
guenti infiniti: dmandet 254 -, dotet ib., sopet ib., chantet 258, mèrict 255, 
charchei 256, belliet ib,, r'pouziet 254, chessiet chasser 259, denriet du- 
rer 258. 

Ardenne ; sezione belgica. 'Patois ardennois entre Neufchàteau et Bouil- 
lon': I. ptc. alle, coiimandé, ecc.; inf. intré, ecc.; poin pain, foin faim 
(14, 17), foair faire (24);- II. ptc. ramachi., tonchi, [rintri da un "^rin- 
trier alla picardesca ? ] ; cfr. piti pitie. 

Territorj valloni.- Namour (Belgio): I. ptc. «owmé, raintré, of- 
faincé; inf. s'tyové, icaurdé ; pottain, fouain (cfr. Arch. II 114, n. 1);- 
II. inf. prihi\ ptc. evo'ihi envoyé, commainci, toùchi. Liegi (Bel- 
gio): I. ptc. dné, ecc. (ma nel fem. si attribuisce -aie al vallone in 
genere, Schuch. I. e. 20; cfr. asseìnblaie, journaije, che da Liegi ci 
adduce il Fuchs, Unr. zeitvo. 328, e in questa parabola: annaies , 
allato aW'annces di Namour e Malmedy); inf. tomoé tuer, gusté, ecco- 
li, ptc. magny, petchy (fem. -eie, corrispondentemente a\V-aie del 
n. I; Schuch. ib.); cfr. 2. pi. imperat. traity me (IT), allato a toic- 
Moé'l. Malmedy (Prussia renana): I. ptc. loumé nommé, hman- 
dé, ecc.; inf. wardc, ecc ;- II. inf. magni, l'a-magni; ptc. pegchl 



• Dell' -a!/(3 di questo saggio, è toccato in sulla fine della prima nota a 
'Lorena' (p. 116-7); e ancora v. Tasso di Calais', in nota. 

- Anche il FrcHS, Unr. zeilvo. 315, qui afferma un r che passa in < ! V. so- 
pra, p. 64, n. 2. 



Ijft) Ascoli, 

i4 t^nK^nhUtt rMf,hi, cl.« prt-iiupponit *rmnriukr alla pMjardwfCa , 
ad', 'i'HUkn f\ì C/nìuìt^'j *. 
l'AHm ut (ìaimh,- Htti*/t-Owftr, Unì r«gf{«r*bbe»l ^r. p* 73,, nom cmtauU, 
ma dUUtikiati'AA tMic*(»l««i», m«» 4J(f«r<:hza tra il prodotto 4<j11'a col préCi^la 
paMIIé ^<^, val« a 'It/'é; a), * qtJ^lo cui precft'la *uooo dÌT6r«o M, vale a 
dire: i?;. Hi tHin^vfimt i \,i/u eAo'jni/i^ hnilU, mìnrjd, phM , albto al i>t«. 
apeMi (21; «/)/>«/'^ 1'^), actre^mai, ttuti^ rechmsit/ii, (Upin^ai, fi aoclw 
ni camià^ti sanfM aaaWs, Ma ituti'.mti: qiMurnandé pt^^M 'j fiV'ttit inirer, 
réfjaUr. E «ìl^r»o aacora citati: fmyn pala, /"«win falro. Ma B«#wiri 
«icufo Indizio di cotes^ta dift^rerixa «i avvert* piU r»<jlla parai;, iù dial. dei 
cant. di Arra», ch<3 k nella mmm tmvì<iU)m.Ut di rjti^jjtto dipartimento, 
o io rjtirjlla mi Alni, del cant. di Carrin (distr. di fS4thmn), ch'i tt&t>iiM 
a^lla Cifitraks feulla frontiera v<;r«o il dip. d«l Nord; come non r» n'ha 
alcuno nella parab. di Camhral, che é n^jlla wziono mftridior»alo del- 
l'altro dipartim, t«*l/s fiominat<>. Citiamo dil dial. d^sl cant, di Arra»: 
ptc. r'r.uHi.U, mi/i rnang*!, f//</y,'At'^, /'^«m<'^ (p<iccat/i; cfr. «pago. falUir )"* \ da 
qii'dh d':l cant. di Carvln: ptc. miV, /y«;$ri<f baÌA/s, forchiti, rnawiui' 
pialU, eri'qjorté. Finalmente da ^lUfello di Cambra) ^Jif., d. Nord; 
d^,pin»é, 'i>M>./:, r'ireuK/;^ h'mindé', cfr. t/^enté*. 



* E*empj fallonf, da fonti più g-un^-o^e, ha Io Scbuchardt, n»;! luogo l 
citato. D'altri ìufitmà àfMa palatili «uUV/ tonico n'd vallone, tocco altro 

* haUUy-ije eoa la Kt^;««a apparente addizione che é in r'I/ulé-^/e, parti* 
entrambi, cfr. uaMté-t/e', ma ca«o diverso quello di fon-^ja <].' lo-n^fo, falm 
pftln. A Co urti«ol« (Marne), «'hanno di codesti Infiniti: luhouraye, $o; 
rnaye «eroer , dìnneye ótuf-r, r/tarendey (merendare) f^oiiUsTf Miu. 22()'2 ; cf 
prima nota a ^Lorena' ^p. 1 l^i-7), In fine. 

* Cambral farebbe alla per-iferfa del territorio del romhi, e Valcn 
eie 006 « ne é il centro ^tth^ARf, Di/:ii&nnaire rouchi-fran'sma, 'j« ^lit,, Va- 
bmcienne« ISTJi, p. v<), E pur r»ella parab, di Valenclenne* (op. t/sfet/: cit,, 
4%-€; pili non appare la diffJsrenza a cui li te*t/^ allude; ptc. <{///^, w/jw^, 
XMrtagé^ mie riian^^i^ qi/rninchA, péf^hé^ cfr. ^««<?«#, l'are perV, che fcl (^ro- 
{>aggini l't che precede a dentale, in ervJAU ri-g«aifato (cfr. p. g.'^, 106, e 
prov. agwxitar, ant. frc. aguaiUr aguetier)^ vAdié^ 'uscito', ma etimologica- 
mente: 'vuotai// (efr. Ib.: loiàUr sortir de la maison ^ rjuastl 'ftg'^rtriberare', 
eorn'ó anche nel francesi letterario; e per la propagg^inaz^one, l'ant frc. »«i- 
</t«r, gii citat/j» a p, to'?, in e). Ma T ie di laiìisUr ib, 270, altro non «ariSt che 
rj« picardo. l'er A>fT ecc-, Canibral ci offre: inf4en?. (afr. W:c,nt\ e an- 
che, a fot mola at^/na, zéenU), thnt d'innée» tant d'anr/ie*; f)r/:CM<hi\ kétim 
''Arra*: hieam%)%\ Carvin: c/jimj?*)', '[itw.hA (Anajc. p^^arnhe: Carv/n: pawM) 
pancia. E nel pretto picardo {'émakvi. p. 2^;-8): m/l*»i!, ^^/-./'«K; ^rrm<, ///«- 
<i«<, kc.e.\ AcMinAe domi Udo, grind cfuiie.- A Courtl*oU (Marne;; ^r:^ 
/wtte grande liacbe, //n'«<if« grange, 2>Wrttó iiìurnh/:, Mit. 250-21 (cfr, w/tó» 
Ui^échant ^2^;. 



POSTILLE ETIMOLOGICHE 

tì. FLECHIi. 

I. 

Saggio di un Gi.ossakio Modenese ossia sfudii d^l conte Giovanni Galvisi 
intorno le probabili origini di alquanti idiotismi della città di Modena e 
del suo contado. Modena, 1S(>8, iu \6\ p. 5Si?. 

(Coniinuaiione e fine : v. voi. II. pp. 1-5S, 31S-S4.) 

Apag. 415 il G. deriva il mod. scarcajtvr, sornacchiare, spu- 
tar crasso, dal gr. yapyaawv, ugola o strozza, per via d'un verbo 
e.vijargariare, exgargaliarc. Credo che un raffronto del verbo 
modenese cogli equivalenti di parecchi volgari neo-latini renda 
molto improbabile questa derivazione dal greco. Nelle varie forme 
del verbo che in essi volgari significa quello che il tose, sornac- 
chiare, spurgarsi, ci si presenta una radice o tema fondamen- 
tale che preso assolutamente può dirsi essere un riflesso del mo- 
nosillabo crac- (crakk-); e quindi alla più semplice forma di esso 
verbo: cracare {craccarf) risponderebbero appunto il fr. cracker 
{^craccare; cfr. pA^her- peccare; secherà siccare; boticher 
"Imccare; bouche = hticca; vache svacca ecc.), e col 5 rinfor- 
zativo {s-cracare, s-craccarc) : sic. scraccari \ ant. prov. escra- 
car, lig. scraccd'\ lad. (grig.) scracar. Con questa forma di era- 



• Lo 5f;>Kvan' del siciliano apjv\rtiène probabilmente al fondo franco-pro- 
vonsale di quel dialetto, già qtii accennato, li 33 n. 

' Sehbexie la più parte delle rarietà ligustiche, corae p. e. il Tent. scrocca 
e il pamp ( cisapennino ) scrachJ accennino raanifesto a un tipo identico a 
quello del prov. t'^-crvRMj', si putN tuttavia dubitare se il g-en. scìrtccà debba 
dirsi connesso collo stesso tijx\ staatechè il sostantivo che gli vìeae di cosi* 
e che nella massima parte di dialetti mostra d'aver comune col verbo la 
forma del proprio tema , nel genovese suoiìa scriiccan = *s-crdccam , ♦^«'ac- 
eto***, ♦5i-ra<.v«7«; onde sì putN fondatamente pr&sumere che il gen. 5^«>»CAf 
«equivalga a *^iiYtc<Mtt, *scr^ccar>i^ *S'craccw\K *scra'CCHla.re^ in quella stessa 
guisa che il geo. »H*"w<.v<f, per via d'*ri<rtuvat, finisce jvr metter capo ad 

AlV>HVK> }r1<itt<.>l. iUl., UT. i"" 



122 Plechia, 

care {scracarc) sì connettono come derivate mediante il suff. 
-ul- {crac-uì-are) il tose. (p. e. san.) scracchiare {=scrac'lare, 
scraculare)\ pieni, scracé-. In alcuni dialetti il tema fondamen- 
tale è care, che può essere o semplice varietà o, massime in quanto 
è atono, forma metatetica di crac; quindi, colla consueta s rin- 
forzativa, il mil. scarcà {s-carc-à). Nella maggior parte però dei 
dialetti questo tema si presenta sotto forma derivata; quindi ven. 
scarcagar, mant. scarcajar, mod. e regg. scarcajcer, com. scar- 
cajà, e anche, con mutazione della gutturale sorda in sonora, 
parm. sgargajar, brianz. sgargajà, var. piem. sgargajé. Tutti 
questi verbi accennano ad elementi di derivazione che non sono 
altro se non lo stesso suffisso ul, già applicato nelle citate forme 
(p. e. scì^acchiare = s-crac-ul-are), e qui ampliato in ac-ul (cfr. 
DiEZ, Gr.W 400), onde s-carc-acul-are, s-carcac lare in analogia 



insuccarare. E cosi il gen. scraccd, mediante un processo proprio di questo 
dialetto (cfr. Ascoli, Arch. gì. II p. 119, n. 1; 122), si appunterebbe in quello 
stesso scracculare , che, sincopato in scraclare, è riflesso dal sanese scrac- 
chiare, piem, scracé. 

' Il Fanfani non registra scracchiare né scracchio nò nel Voc. it. uè in quello 
dell'uso toscano; quantunque scracchio sia nel Politi, scracchiare nel Felici 
{Onom. rom. s. v.) e scracchiare, scracchio, scracchiatore traducano screare, 
screatus, screator nelì'Amalthea onotn. dal Lorenzi, che, come lucchese, po- 
trebbe far credere l'uso di queste forme non ristretto soltanto al sanese. Il 
Vocalolario poi della lingua parlata (Rigutini e Fanfani) sotto scaracchiare 
e scaracchio reca come forme sinonime scracchiare e scracchio ; ma poi non 
le registra a loro luogo; onde chi conoscesse solo queste ultime forme mal 
potrebbe sapere da questo vocabolario se esse appartengano, o no, alla lingua 
parlata. 

^ Si potrebbe dubitare se nel piem. scracé non s'avesse un raro esempio 
della palatinizzazione della gutturale innanzi ad a (scracé = *scraccare, scraca 
■= *scraccat), essenzialmente propria de' dialetti alpini e connessa col sistema 
franco-ladino (cfr. Diez, Gr. P 247; Ascoli, Arch. gì. II, 128, n. 2). Quan- 
tunque una tal mutazione paja non del tutto estranea al piemontese proprio, 
quale per es. in cafdit n catafalco, capulé = copulare, cadovra = capo d'opera, 
ber gè = bercarius, berbecarius; cugé- calcare, collocare', bugc = bulcare, bul- 
licare, ecc., sia che in queste voci operasse influenza francese od alpina, sia 
che s'abbia a fare con fenomeni indigenici, è tuttavia assai più verisimile che 
la forma scracé risponda a *scraclare, scracchiare, con cui essa avrebbe, per 
conto della palatina, quella stessa attinenza che hanno per es. macé con 
mac'larc, macchiare; anbruacé con imbrodac'lare, imbrodacchiare ecc.; e 
riconoscerebbe quindi per tipo primitivo quello stesso che è proprio del sa- 
nese e del genovese (v. le due note prec). 



Postille etimologiche. 123 

del tose, sornacchiare, che, qualunque possa esserne l'orìgine, 
presenta verisirailmente un verbo derivato in -ac'lare, -aculare^. 
Le alterazioni fonetiche à'-ac'lare rispondono più o raen normal- 
mente alle leggi di ciascun dialetto; e nel toscano, scartaclare 
sonerebbe per avventura *scarcagliare, secondo si potrebbe ar- 
guire dallo scarcaglioso del Lasca che presuppone "scarcaglio, 
*scarcagliare\ la qual forma procederebbe insieme con sornac- 
chiare da uno stesso tipo morfologico; e starebbero le due forme 
l'una rispetto all'altra come speglio e specchio, asserragliare 
e foracchiare ecc. Si presentano ancora alcune forme, dove il 
tema venne ampliato con epentesi di vocale, come p. e. nel tose. 
scaracchiare, boi. ferr. scaraécar, piac. scaraccà (= scaraclare, 
scarac-ul-are) e quindi morfologicamente analoghe a scracchiare, 
in quanto si derivano mediante il semplice sufi", id. Sarebbe qui 
da vedere se l'epentesi d'a abbia luogo dinanzi o dopo r, cioè 
se abbia luogo nel monosillabo crac ovvero care, da ciascuno de' 
quali ne verrebbe, colla detta epentesi, carac [s-carac). Sebbene, 
mentre d'una parte si hanno calabrone o scalabrone = crabrone; 
caracca = ol. kraecke; scar affare = ted. scrapfen; ferr. scaranna 
= scranna\Ghirigoro = Grigoro ; schiribi= scribi ( Tav. rot.)ecc., 
dall'altra abbiam pure v. gr. maragone per margone {ch\Arch., 
II 365), sarago = sargo, aliga = alga eoe , onde torni alquanto 
incerto il nostro dilemma, crediamo però più probabile il primo 
fenomeno, stante la maggior tendenza a rompere ed aprire cr 
che non re, quindi il tipo non ancora epenteticu di questa forma 
verrebbe ad esser più verisimilmente scrac' lare che non scarclare. 
Noi avremmo adunque in tutti i suddetti verbi una varietà di 
forme che tutte possono raddursi ad una specie di radice crac 
ocarc-. Or donde cotesto care, cracl Impossibile il derivar questi 



* sornacchiare vale anche 'russare', quindi per alcuni quasi sonnacchiare. 
Il Caix lo deriva dell'ant. ted. snarken, snorhen (oggi schnarchen) 'russare' 
{Riv. di fil. rom., II 231). 

' Potrebbe anch'essere che il fr. oscar got, e il prov. escaragot, significant. 
una sorta di chiocciola o lumaca col guscio, e nel provenzale anche scaracchio 
piuttosto che connettersi etimologicamente, come suppone il Diez (Et. w., IP 
2^Q, s. escargot), con caracol, procedano dalla radice care, carac e sigoifjcas- 
sero originariamente scaracchio^ passati di poi a significar lumachetta con 
movimento logicamente opposto a quello, p. e., di ostrica (cfr. mil. òstrega 
scaracchio, ven ostregar, scaracchiare), e di far fallarle, venuti a dinotar 
scaracchio. 



121 FlecLia, 

verbi, cosi morfologicamente, come fonologicamente, dall'equiva- 
lente lat, screare, escreare; difficile, per quanto io mi sappia, 
il connetterli con una qualche nota radice degli idiomi celtici, 
sicché l'etimologia più verisimile, volendo pur dedurli a ogni 
modo da alcuna delle lingue che diedero elementi alle favelle 
romanze, sarebbe quella che lo fa venire dall'antico nordico 
hrcckia, scracchiare, hràlii, scracchio (cfr. Diez, Et. ?/;., IP 
407, s. racher; Stokes, Beitr. z. spr., V 217) ^ Il fr. ha la 
doppia forma: ant. racher (prov. racar, pie. raquer, vali, re- 
gni, ecc; com. racà , rechà; var. nap. (mol.) racà) e cracker; 
nella prima delle quali forme l'aspirata nordica si sarebbe dile- 
guata, mentre in cracker e negli altri rappresentanti neo-latini 
si sarebbe rinforzata in gutturale, fenomeni e l'uno e l'altro 
non senza analoghi esempj (cfr. Diez, Or., V 320 e segg.). Non 
ostanti questi non inverisimili riscontri, potrebbe tuttavia an- 
ch'essere che crac o care si fossero indipendentemente prodotti 
nell'ambiente neo-latino come radici enomatopoetiche ad imita- 
zione del suono che suole accompagnare l'azione significata. Il 
nap. rascare, rom. rasckiare che valgono ad un tempo ra- 
sckiare e scracckiare, possono benissimo avere in ambo i sensi 
una medesima origine, giacché l'azione espressa col secondo di 
tali significati è quasi una specie di raschiamento che altri fa 
della materia che si vuol levare dalle membrane mucose. Le 
altre forme dialettiche come il friul. sgarsajà o sgrasajà, il 
sardo iscarrasciare (log.), sdarrasciai (mer.) sembra che non 
sieno altro se non varietà delle forme sopra citate (cfr., per 
es., boi. e ferr. scaraccar). Ma il lomb. margajà, smargajà 
che pur parrebbe connettersi con scarcajar, sgargajar, è più 
probabilmente derivato da morga = amurca, morchia; circa la 
quale origine vedasi intanto Ascoli, Arck., II 403. Noterò in 
ultimo come colla massima parte de' verbi sopradetti vada com- 
pagno un nomo fondato senza più sullo stesso tema verbale, 
come p. e. in scraccari scraccu, scracckiare scracckio, scracé 



' Lo Stokes {l. e) non par disposto ad accettar come antica la forma fr. 
cracker. Credo a ogni modo ardito il negarne, com'egli fa, l'esistenza ante- 
riore al secolo XIV, quand'anche non fosse attestata da documenti; mentre 
il prov. escracar si trova già adoperato nel Brev. cCam. e nel Rom. de Fie- 
rahras (vedi Raynot"ard, Lex. Rom., II 30ì'). 



Postille etimologiche. 125 

scrac, scarcà scarc, scarcagar scarcago, scarcajar scarcaj, 
sgargajar sgargaj, scaracchiare scaracchio, scaraccar sca^ 
race ecc. ; i quali nomi pajono procedere dal tema verbale e 
non viceversa; e doversi quindi assegnare al novero di quei 
tanti sostantivi derivati senza alcun suffisso dal verbo sul campo 
neo-latino, quantunque essi non significhino propriamente l'a- 
zione, secondochè sogliono generalmente fare questa sorta di 
nomi; ma qui importino piuttosto un risultato dell'azione signi- 
ficata dal verbo \ 

Pag. 416. « Scartar nel senso di potare, tagliare. Amerei sup- 
« porre la voce proveniente dagli antichi verbi germanici. 5c/ì^- 
« 7^en e scharhen, i quali vagliono appunto secare, 'potare e 
«amputare condotti a desinenza latina. Provenienti da questi, 
« scharte significa incisura e schart Ursus od incisus, donde 
« forse il nostro schèrt per scartato, cioè per la parte recisa e 
«che per conseguenza non si è voluta lasciare al luogo suo e 
« che implicitamente si è rifiutata e respinta. » Credo che que- 
sto verbo venga piuttosto da carpere o, dirò meglio, dalla sua 
forma di frequentativo, carptare, ex-carptare , donde regola- 
rissimamente il raod. scartcér. Carpere frondes arbore, uvam 
de palmite, flores ab arbore sono frasi correnti nel buon la- 
tino; e si posson vedere ne' vocabolarj. Quindi si potè pur dire 
carpere od excerpere ramos, per levar via, tagliare, potare i 
rami^ Il latino avrebbe più normalmente fatto excerptare, ma 
excarptare è più conforme alle leggi del neo-latino, dal quale 
abbiamo per es. risaltare per resultare, ricattare per recep- 
tare, ecc. Schcert poi non può non essere una medesima cosa 
coli' italiano scarto, proveniente da scartare che, in un col fr. 
écarter, àcari, procede dal lat. carta, charta e fu per avven- 
tura primamente termine proprio del giuoco delle carte. 

A p. 417, il G. suppone che il mod. schernicc, 'scriatello', 



' Il fr. cracker non ha di costa nò crac né croche (pud per avventura, quanto 
alla prima forma, esser riflesso dall'ant. prov. crai, 'scaracchio'; cfr. p. e. Cam- 
bray zi Camcriacum) ; ma si un sostantivo di forma participiale: crachat; che 
sta a crachcr come p. e. il lat. sputum a spuere e l'equiv. var. piem. (pamp. ecc.) 
spud = sputato a spué = sputare. 

* Un riflesso di excerpere passato alla quarta conj. è verisimilmente nel ven 
serpir, 'potare', 'scapezzare' ecc. 



iSe Flechia, 

'caramogio', 'fuseragnolo', possa connettersi colla parola schema, 
stantechè colui al quale si dà questo predicato, è, come dire, 
uno scherno di natura; e staccandosi poi da questa etimologia, 
dice che scherniéc potrebbe forse venire dal celtico scarinec che 
nella lingua de' Bretoni vale: qui a les jambes longues et me- 
nues. Io credo assai più probabile che scherniéc equivalga ad 
un diminutivo dell' aggettivo scarno [ex-carnis) che in toscano 
sonerebbe scarnicchio o scarnecchio {excarniclus, eoccarnicu- 
lus) e varrebbe quindi propriamente graciletto, scarnatello, di 
poca car'ne. Uà di carne è conservato p. e. nel ferr. e parm. 
scarnicc, romagn. scarnecc ecc. ; mentre lo scherniéc del mod. 
e del regg. soggiacque all'influenza del suo primitivo c/i^rnflj, 
secondo che suona normalmente in questi due dialetti la parola 
carne. 

Inverisimile al tutto, cosi dal lato logico come dal morfologico, 
mi sembra l'etimologia di scherzgnir (p. 419) 'stridere', 'cigo- 
lare', 'scricchiolare', fatto venire dal verbo cernere per via di 
cretus *cretinare *excretinare, *exchertìnire. Più probabile una 
radice onomatopoetica [cric- , crié- , criz- donde cherz- , carz- , 
scherz-y scarz-; cfr. parm. mant. equiv. scarzgnir) , quale per 
es. in cricch-iare, scìHcch-iare , scricch-iolare, sgricch-iolare , 
sgrig-iolare, sgrigl-iare ecc. Assolutamente falsa poi l'origine 
che qui per incidente il G. vorrebbe dare a sprezzare, ricondu- 
cendolo per mezzo di spretiare, spretare, spretus al verbo sper- 
nere. Non si può negare che una tale derivazione sarebbe mor- 
fologicamente al tutto regolare e fondata sopra molti analoghi 
esempi ; ma il G. non ha posto mente che sprezzare, spregiare, 
disprezzare, dispregiare , non possono essere altro che il con- 
trario di prezzare, apprezzare , pregiare e che tutti questi 
verbi finiscono per metter capo a pretium, il quale non ha da 
far nulla con spernere, spretus e da cui viene il lat. pretiare 
già usato da Cassiodoro. 

A p. 421 il G. fa venire il mod. scióer, solcare il terreno per 
farvi le porche, dal lat. excio, excieo e dalla terza persona del 
presente del detto verbo modenese cava il nome scia, 'porca', la 
qual voce poi procederebbe, secondo lui, da uno stesso fonte con 
scia, poiché porca, pel G., sarebbe adi. porro-ciré o ciere. Fra 
i dialetti emiliani il regg., il parm., il piacent,, chiamano sta la 



Postille etimologiche. 1^ 

porca, e nel dialetto piac. insiar significa quello che vale il lat. 
e it. imporcare, nap. 'mporcà e anche, con metatesi, 'mproccà. 
Ciò basta perchè la critica morfologica dei volgari italici rico- 
nosca come verisimilissimo in insiar un verbo denominativo de- 
rivato da sia, come imporcare da porca. Ora io non dubito di 
affermare che il modenese scicùr, ascicer viene alla stessa guisa 
da scia, che certamente non può essere altro che il sia degli altri 
dialetti emiliani; e quindi non regge punto la connessione, già di 
per sé stessa inverisimilissima, del verbo scicer, ascicer con coccio, 
exicieo, e meno poi la derivazione di scia dalla terza persona del 
presente di scicer, al qual proposito si confronti quanto già no- 
tai circa questo incritico modo di derivar nomi da forme ver- 
bali {Arch. glott., II 24), tranne che in due determinati casi, cioè 
dall'infinito l'azione o l'astratto (^7 piacere, il dovere, il dire, 
il parlare, i baciari) o dalla 3" pers. sing. dell' imperat. nomi 
d'agente, specialmente composti (lo Sparecchia, soprannome; 
il conciatetti, il hattilana, ecc.). Si tratterebbe qui pertanto 
di cercare l'origino del nome e non del verbo che come deno- 
minativo procede da esso nome; pel quale, dovendosi a ogni 
modo cercare un etimo di qualche verislmiglianza, io non sa- 
prei rifarmi nel campo latino se non alla parola seges che per 
essere, secondo la definizione di Pesto, pars agri quae arala 
et consita est, verrebbe appunto a confondersi logicamente colla 
porca. Abbiamo ancora in Varrone De R. R. I.: quod est inter 
duos sulcos elata terra, dicitur porca, quod ea seges frumen- 
tum porricit; che mi pare si potrebbe tradurre: la terra sol- 
levata tra due solchi dicesi porca perchè essa {terra diventata) 
segete (cioè, se cosi posso dire, essa terra imhiadita), porge il 
finimento. Come ognun vede, una maggior identificazione tra 
porca e seges non si potrebbe dare di quella che qui si fa da 
Varrone. Resta quindi a vedere come da seges sia potuto venir 
sia, senz'offesa delle leggi fonologiche e morfologiche. Qui s'a- 
vrebbe naturalmente a fare con un riflesso del caso nominati- 
vale, sicché, come p. e. dal masc. gurges, cespes vennero gorgo, 
cespo, così dal fera, seges uscisse primamente sega, mantenen- 
dosi in questa prima fase la gutturale dinanzi ad a come appunto 
in gorgo dinanzi ad o, e, come dinanzi all'una e all' altra di que- 
ste due vocali, in sorco, sorgo = sorico, sorice-, nel mod. erpeg 



128 Flecbia, 

-*erpìco, irpice-, emil. e lomb. pulga epluga = *pulica, pidice. 
Dato per assai verisimile questo "sega di fase anteriore, come 
da strega ^ strige- venne ai dialetti emiliani strea, stria, cosi 
da questo *sega nacque primamente *sea poi sia. 

Passando a quanto egli dice dell'origine di porca, noterò solo 
come l'etimo del Galvani sia anche più inverisimile di quello dei 
Latini che faceano venire questo vocabolo da porrigere, porri- 
cere, porcere, e rimando chi fosse vago di veder l'opinione dei 
moderni, circa la sua piuttosto incerta etimologia, al Corssen 
{Aussjor. r 531) e al Fick [Zeitschr. f. vergi, sprach., XVIII, 
Die eh. spracheinli. d. Ind., 100, e Vergi, wórt. ecc., P 669). 

Pag. 423: «Sciuplir {scuplir) colla e vegeta. Scoppiettare. 
« Da copula i toscani trassero coppia, noi con etnica alliterazione 
«dopa: per conseguenza da copulare i toscani ebbero accop- 
« piare, non che il suo contrario scoppiare da excopulare. Noi 
«da quest'ultimo verbo composto, femmo sciopla per iscoppia- 
« tura, sciupér, non che sciuplér e sciuplir, quasi scoppietiire 
« per iscoppiettare, cioè excopulire per excopulare nel signifi- 
« cato originario di disunire e disgiungere ciò che prima era unito 
« e congiunto, significato poi che per approssimazione passava 
« a distinguere anche l'effetto udibile della disgiunzione cioè il 
« suono dalla medesima provocato. Ove poi la disgiunzione istessa 
«non sia per ischianto apparente e sonoro, ma si tratti di sol- 
« levamento od enfiagione, allora alla lettera e sostitujamo la 
« lettera di fiato o di spirito, cioè la f ed in sfìopla ed in sfìu- 
«plir, vediamo l'enfiagione prodotta da contusione, non udiamo, 
« come in sciopla e in sciuplir, lo scoppio prodotto da stacco o 
« separazione. » Il latino copula qui non ha nulla a che fare. Leg- 
gesi in Persio, V, 13: nec stloppo tumidas intendis rumpere 
buccas; che il Monti traduce: né per {scoppio far gonfi la bocca. 
Questo nome latino viene anche attestato da Prisciano (Lib. I, 
sul fine) che lo reca ad esempio di voci comincianti da tre con- 
sonanti. Ora se noi ci domandiamo quale sia la formola che que- 
sto vocabolo stloppus prenderebbe regolarmente secondo le leggi 
fonetiche del toscano e del modenese, chiunque s'abbia una qual- 
che conoscenza di tali leggi , risponderà schioppo, scop (cfr. la 
mia Postilla sopra uyi fenomeno fonetico {ci = ti] della lingua 
latina y spec. p. 4, n.); e quindi un verbo stloppare {scloppare) 



Postille etimologiche. 129 

procedente da stloppus darà pur regolarmente in quei dae dia- 
letti schioppare, scupcér. Questo verbo poi, derivato mediante il 
suff. id (cfr. DiEz, Gr., IP 399), se cade nella prima conjugazione 
dea naturalmente nel modenese sóupldr, se nella quarta, scuplir, 
che nel toscano sonerebbe schioppolare , schioppolire. Dunque 
in scuplir abbiamo un verbo derivato da sóupcvr che viene ad 
essere di forma analoga a schermlir {= extremulire, v. Ardi., 
II 384). Quanto a scoppiare, se questo verbo può etimologica- 
mente collegarsi con copula, in quanto vale il contrario di ac- 
coppiare , esso non ha poi più a che far nulla con tal nome se 
pigliasi in senso di schioppare (lat. explodere) , non essendo esso 
allora se non una varietà di forma dell'equivalente scJiioppare, 
nata per via di metatesi; onde da scloppus , scloppare vennero 
scoplus, scopiare, scoppio, scoppiare. Questa metatesi fu essen- 
zialmente propria del toscano, ignota agli altri dialetti'; quindi 
nap. schiuoppo, schioppà, rom. march, schioppo, schioppaì^e'i 
ven. scopo scopar; lomb. scopp, scop, scoppà, scopa; romagn. 
stcopp stcupé, boi. scop, stiop, scupar, stiiipar; friul. sclopp, 
sclopà, ecc., e cosi nel mod. scop, scupcer. Lo stesso siciliano 
scoppu, scuppari riflette stloppus, stloppare {scloppus, sclop- 
pare), schioppo, schioppare'. Circa il mod. dopa che il G. fa 
venire, com'egli dice, con etnica alliterazione da copula e che a 
primo aspetto parrebbe dar qualche verisimiglianza alla deri- 
vazione di scuplir da copula, noterò come il nome modenese 
insieme col nap. chioppa, sardo gioda, joha, e col giopa ven., 
boi., romagn., ecc., abbia per base dopa, forma metatetica di 
copia, copula, donde procede a quella stessa guisa che p. e. il 



* Il Fanfani, nel Yoc. it., 2a ed., registra schioppare, metatesi di scoppiare; e 
nel Voc.d.uso tose, sotto schioppettata ha: schioppetto metatesi di scoppietto; 
e poi finalmente, quasi si trattasse di uno di quei solenni veri che non sono 
mai abbastanza predicati e la cui disconoscenza potesse essere fatale alla 
patria, nell'opuscolo intitolato: Voci e maniere del parlar fiorentino registra 
scoppio^ unicamente per soggiugnervi: nota che non è scoppio metatesi di 
SCHIOPPO ma questo di quello. È veramente comico cotesto ripetere con tanta 
sicumera e insistenza un errore si madornale, e dovrebbe pur essere qualcosa 
di curioso l'origine di scoppio, scoppiare dataci dal Fanfani. 

^ Le forme sic. scoppu scoppari rispondono foneticamente all'it. schioppo, 
schioppare come per es. scattari a schiattare, rascari a raschiare, mascu a 
maschio, scavu a schiavo ecc. 



130 Flechia , 

ven. fìalya da ^flaha, falla, fabula, pioppo da ploppus, poplus, 
popuhcs, ecc. (cfi\ Ardi., II 6). Noterò ancora come nella forma 
stioppo tose, stiop boi., ecc., per schioppo, scop non sia da 
vedersi il t di stloppus, ma tali forme vengano rispettivamente 
da schioppo, scop, per l'appunto come in detti dialetti vengono 
stiavo da schiavo, mastio da maschio, stiamazzo da schia- 
mazzo, stiaff d-à scaff, stiumma da scumma, ecc. (Cfr. Diez, 
Et. IO., IP 64, s. schiop)po)\ 

Quanto a sfiopla par scopla, significante pustola, gallozza, ve- 
scichetta della pelle, ecc., proprio anche del bolognese e del reg- 
giano, ben si può, per la singolarità di s/ìo = sco, skjo, credere 
col Galvani che qui la nozione dell' enfiare abbia potuto con- 
tribuire all'alterazione di sco in sfio, con fenomeno complesso, 
analogo a quello del pìera. strmù (cfr. Arch., II 384 n.), dove, 
pur nella confusione della doppia nozione di enfiare, schioppare^ 
[hi/lare, sclopparé), nacque l'ibrida forma di sfiopla; se già 
qui non si dovesse vedere una evoluzione meramente fonetica, 
in cui da *schiopla di fase anteriore fosse prima venuto, per 
assimilazione, spiop)la, donde poi sfiopla; come p. e. nel boi. 
fìopa da, p)iopa = plopa, da poplus, populus. Della connessione 
materiale che ad ogni modo mostra di avere lo sfiopla emiliano 
con scopla parrebbe anche far testimonianza il Vocabolista bo- 
lognese (dell'anno 1660), che registra, sotto l'italianizzata forma 
di schioppola, il vocabolo che questo dialetto oggidì non cono- 
sce più se non sotto quello di sfiopla. 

Pag. 424: «Sconzubia. Moltitudine, numero copioso, gran 
« quantità enunciata avvilitivamente. Civis e civitas ci possono 
« far supporre che non si dicesse solo ciò e cieo, ma anche civo 
«0 civio. Certo se da con e da ciò esce conc/o. per moltitudine 
«convocata o ragunanza, da con e da civio uscirebbe concivio 
« concivia nello stesso significato. Ma trivio per noi è trebi 
« treb, quadrivio è carrubi e la e per noi similmente è la 
« jz dolce come in mérz marcio, dolz dolce; dunque se il ma- 
« schile apparente concivio può riuscir conzébi o conzùbi, il 
« feminile concixna, non soffrendo fognatura in fine, potrà mu- 



' Adotto la lezione di stloppo come la genuina, non ostante gli argomenti 
addotti dal Corssen per provare che stloppo sia forma posteriormente sosti- 
tuita a scloppo (v. Beitr. z. it. sprachh. p. 17); al quale proposito può an- 
cora vedersi l'Osthoff, Forsch. im geb. d. indog, stammb., I 23-4. 



Postille etimologiche. 131 

<j tarsi in conzébia o conzi'ibia. Allora non avremo a far altro 
« fuorché prefiggere alla voce la solita s intensiva e spesso di 
«spregio, per ottenerne la richiesta sconzùhia nel preciso va- 
« lore attribuitole. » 

E questo sconzùhia un vocabolo di forma assai singolare e 
di origine molto incerta, e proprio soltanto, s'io non erro, di 
qualche dialetto emiliano e lombardo. Data per verisimile una 
prototipa forma concivium, concivia, si potrebbe certamente 
venire al risultato sconzùhia senza grande offesa delle leggi 
di trasformazione. Dico senza grande offesa, perocché qui noi 
avremmo pur sempre la irregolarità dello z sonoro nato da e, 
che in questa posizione, secondo la regola, dovrebbe dare uno z 
sordo, quale abbiamo p. e. in conzet = concepto, inzert = incerto, 
e simili. Lo z sonoro adunque qui accennerebbe piuttosto a g 
j originario; quindi è che noi dobbiamo vedere se da qualche 
altra forma prototipa non si possa cavare cotesto nome con più 
osservanza delle leggi fonetiche e forse anche con piii logica 
parentela tra il generante e il generato. Dalla voce colluvies, che 
presa figuratamente, per servirmi della definizione del Porcel- 
lini, varrebbe mixtio et turba viliorum hominum aut aliarurn, 
rerum e parrebbe logicamente rispondere assai bene al mod. 
sconzùhia, non dovrebbe venire nel modenese altra forma se non 
s-colluhia od anche s-coruhia (cfr. mil. coruhhia = colluvies). 
Più verisimile parmi il trarre sconzùhia da un prototipo *con- 
jugia. Gli antichi glossarj ci danno conjuhatus per conjugatus 
(v. Laurenti, Amalthea onom.\ Porcellini, Voc. app. s. v.); 
il g di jugum riesce in parecchi volgari italici quasi labializ- 
zato', onde per es. nap. Jkzjo, s>\c. juvu, var. emil. zov, quindi 
nap. sojovare - suhjugare, boi. zvadga =jugatica, piac. zovéra 
= jugaria, mant. zovadg, ven. zovadego ■=jugaticum, e con 
aspirazione di v venuto ad esser finale, bresc. friul. zof, berg. 
zuf ecc. Inoltre giovo per giogo non dovette essere estraneo 
neppure alla Toscana, poiché questa lezione trovasi in due fra i 
migliori testi a penna dell'antico volgarizzamento dei Gradi di 
S. Gerolamo (v. p. 106); e vi é forse ancor vivo come parrebbe 
attestarlo la forma giovatico, usata pure oggidì dai Toscani per 



• Intorno all'effettiva ragione del fenomeno, si vegga Asc, I 211-12. 



132 Plechia, 

giogatico. L'antico sardo ha cojuvare = conjugare, oggi cojuare, 
per 'maritare', ■unire in matrimonio'. Aggiugni le forme medie- 
vali cojovis, cojove, cojuve per conjiigis, conjuge (cfr. Schu- 
CHARDT, D. voc. d. vuhj. lat., II 438). Mi pare che da tutti questi 
riscontri si possa assai fondatamente arguire una forma co7i- 
juviiim per conjugium, dalla quale veniva qui assai natural- 
mente conjuhium, a quella stessa guisa che il v d'analoga 
posizione rinforzossi in b in gabbia = *cavia, cavea, bebbio 
- biviuìn, trebbio = triviiim, allebbiare = alleviare, ecc. La sup- 
posizione di un tale *conjuvium *conjubium si rende poi anche 
più probabile dinanzi al parm. conzubiar, piac. e crem. conzu- 
hià, con senso di 'congegnare', 'mettere insieme', 'combinare', 
'accozzare', 'accomodare'; e principalmente dinanzi al piac. con- 
nubi, significante quella parte del giogo de' buoi che, consi- 
stente in un pezzo di fune, passa loro sotto la gola, dai con- 
tadini toscani chiamata giimioje (cfr. l'equiv. lat. subjugium)'^ . 
La nozione di jugwn o 'congiungimento' inchiusa in questo 
conzubi, pare indubitata; quindi il fem. sconzubia del mo- 
denese, reggiano e mantovano, come pure il masch. sgunzobì 
del bolognese, significanti propriamente 'quantità' 'moltitudine', 
'unione di cose', come materialmente si connettono con con- 
zubiar, conzubi, così pur logicamente rispondono a un verbo 



* È singolare che il Fanfani registri giuntoja nel Voc. d. uso tose, conae 
propria del contado sanese e l'ometta poi nel Voc. it. Non avendo egli recato 
per la dichiarazione di giuntoja alcuno equivalente vocabolo italiano, par- 
rebbe eh' egli non ne conosca altro ; quindi tanto piìi necessaria la registra- 
zione di questa voce che certo non si potrà pescare né in Camaldoli né in 
Mercato Vecchio. Cho poi giuntoja non sia ristretta al contado sanese lo 
provi il trovarsi anco registrata nel Glossario montalese del Nerucci. Sarebbe 
ancora da notare che il Fanfani, mentre nel Voc. d. uso tose, dice giuntoja 
'pezzo di fune ecc.' neW Unità della lingua (I 25) fa giuntoje sinonimo di 
pajole che sarebbero 'due strisce di ferro uncinate ecc.' o secondo il Glos- 
sario del Nerucci 'due uncini di ferro ecc. che servono ad assicurare la giun- 
toja al giogo'. Ma né giuntoja né pajole non si registrano poi nel novello 
Voc. it. della lingua parlata (Rig. e Fanf.) ; e pajuole pone il Fanfani solo 
nelle sue Voci e maniere del parlar fiorentino, con definizione tolta di peso 
dal Nerucci, salva la giunta d'un che, il quale ne guasta il significato. Ora 
si potrebbe domandare a quei due signori vocabolaristi sotto qua! nome 
registrino ne' loro vocaboiarj queste che son pure due cose reali e da chia- 
marsi necessariamente col proprio loro appellativo in un vocabolario della 
lingua comune. 



Postille etimologiche. 133 

significante 'accozzare', giacché esso nome propriamente vale 
'accozzaglia', così d'uomini come di cose. E cosi noi giungiamo 
parmi, con soddisfazione della logica e della grammatica storica, 
a sconzuhia = *ex-coniuvia, *ex-conjur)ia, e scimzodi = *ex-con- 
juvium, *ex-conjugium. 

Restano ancora alcune avvertenze di grammatica storica 
riguardanti il latino. Il Galvani connette civis con ciò, cieo. 
Civis, forma arcaica ceivis, non ha punto a che fare con tali 
verbi, ma si considera come procedente da una radice proto- 
ariana ki, forma dittongata kai, significante 'sedere', 'giacere', 
'riposarsi' 'dormire' e per estensione 'dimorare' 'abitare'. Nel san- 
scrito questa radice vive come verbo sotto la forma ci, ce (= gai), 
onde V. gr. cète (= gaitai, gr. -/.v-y.:), 'siede', 'dorme' 'riposa'; come 
nome gaj-ana, 'letto', ecc. Similmente in greco v.zi-'jBy.:, 'giacere', 
'dormire', /.o>Tr,, 'giaciglio', 'letto' ecc. Negli idiomi germanici, 
in cui la gutturale ariana si converte regolarmente in h, abbiamo 
got. hai-mis (da haimas), 'casa', 'borgo' 'villaggio'; hai-va 'casa'; 
ant. alto ted. hi-vo, 'coabitante', 'inquilino', 'domestico', ecc.; e 
nel lit. kai-ma-s, 'corte', 'villaggio'. In lat. la radice ariana è 
rappresentata da qui- di qui-es, qui-esco ecc. e da et (=cei) di 
ct-vi-s (ant. ceivis). Adunque civis significherebbe propriamente 
'residente' 'accasato' 'abitante per eccellenza', e sarebbesi usato 
primieramente a dinotare il cittadino che era 'abitante fisso 
della propria casa', a differenza (ìeW incola o inqiiilinus (=*in- 
colinus) 'abitante non fisso di non proprio luogo' 'a. di non pro- 
pria casa', e del 'peregrinus, 'forestiero' (cfr. Curtius, Gr. et., 
I 115; CoRSSEN, Ausspr., I 385; Ascoli, Corsi di glott., 91,n.)\ 

Il G. mostra ancora di considerare il lat. nome concio, adu- 
nanza, come formato da con e dal verbo ciò. Questo nome, la 
cui propria e genuina ortografia è contio, secondo che attestano 
gli antichi documenti epigrafici e buoni testi mss. (cfr. Fleck- 
EiSEN, Fiìnfz. artikel, p. 14; Corssen, Aitsspr., V 51), è nato, 
mediante sincope e contrazione, da conventio. Una delle formo 



' Non vuoisi tacere come per ragioni fonologiche, riguardanti principalmente 
la storia della gutturale indo-europea, alcune delle connessioni etimologiche 
che qui si son date, vengano ora a rendersi più o men problematiche cfr 
FiCK, Die ehem. spracheinh. ecc. 122 e seg. ; Vergi, icórt. ecc. passim.). Sta- 
rebbe però sempre che civis non abbia punto che fare coi verbi cjo, cieo. 



134 Pleehia, 

intermedie, covenlio, viene attestata dall' jE". d. Bacch. {CIL., 
I 196, 23). 

A p. 425: «Scova. Scopa, quando vale Flagello. Quando noi 
« diciam der la scova intendiamo percuotere con un flagello di 
«coregge, non con un manipolo di scope, pianta nota, altrimenti 
«detta granata. Nò pare che diversamente l'intendessero gli 
« antichi Toscani, leggendosi nel Novellino: = Gli altri discepoli 
« furo intenti colle coregge a scoparlo per tutta la contrada. = 
«Non sembra dunque fuor di proposito il cercare un'altra ori- 
« gine alla voce scopa quando questa significa flagello. Posto 
« ciò, osserveremo che exuvice hubulce sono per Plauto: lora ex 
« corio buhulo ad servos caedendos. Da exuvia o laziarmente 
« exovia sarebbero mai venute escuvia ed escovia, e quindi, 
«per aferesi, il nome scova e il verbo scuvèrì» 

La distinzione etimologica che qui si vuol fare tra scopa, 
'pianta' 'granata' e la parola scopa usata nel senso di 'flagello' 
non mi par punto verisimile. Nulla di più comune che questi 
trapassi di significato, come dar la scopa significante origina- 
riamente 'battere colla scopa o con iscope', scopis caedere o ver- 
herare, venato poi a significare 'battere con coregge', che più 
propriamente si direbbe 'dar la scuriada'. Fu tempo che il bat- 
tere colla scopa o con iscope era una specie di supplizio infame; 
potè benissimo mutarsi la scopa colie coregge e usarsi tuttavia 
l'espressione 'dar la scopa' 'scopare' per 'battere colla frusta', 
'dar la scuriada', 'frustare'. La trasformazione materiale poi di 
exuvia in scova o scopa presenterebbe difficoltà fonologiche da 
vieppiù accrescere l'inverisimiglianza di questa distinzione eti- 
mologica. Non credo infine che la parola granata si applichi 
mai a dinotare la scopa in quanto è pianta, come parrebbe dalle 
citate parole del G. , ma si solo in quanto è strumento dello 
scopare. Granata, nome di pianta, non può valere se non quel 
medesimo che granato, cioè melagrana, melograìiato. 

A p, 427: «Scudregn, cotennoso, coriaceo, ecc. Da cutis 
«uscirono cutìca e cuticida: ora come da cutica si trasse cu- 
« ticagnus, donde la cuticagna dantesca, così da cutis noi femmo 
« cutignus al modo stesso che da malus malignus e da benus, 
« antica pronunzia di bonus, benignus ecc. Da cutignus o cu- 
« tegnus venne l'altra voce dantesca cotenna. Ora è da avver- 



Postille etimologiche. 135 

« tire che noi raddolciamo la t di cutis e pronunciamo codga 
«non cotica; cutignus dunque, sempre per noi cuiegnus, di- 
« venta cudegn, ricordando i Senesi che dicono codenna e non 
« cotenna, e colla giunta della s aflforzativa scudegn e colla 
«inserzione della r, che da Tatari fa uscir Tartari; da dies 
« diurnus; da diutinus diuturniis; da macies marceo; da,prope 
«projorius; da s}mo spurcus, lo scudegn s'afforza ancora e 
«viene più scolpito in scudregyi, appunto come codione s'ar- 
« rozzisce in ciidrion e in ciidron. » 

Non improbabile la derivazione da cutis del mod. scudregn, 
a cui sarebbe da aggiungere non solo l'equivalente boi. cudregn, 
ma forse anche il pure equivalente piem. guregn\ Potrebbero 
però qui farsi alcune osservazioni. E così, piuttostochè le forme 
basso-latine cuticagnus e cutignus , si sarebbero dovute pre- 
supporre quelle di cuticaneus, cutineus, perchè i temi nominali 
in -gno {-gnu-s) appartengono solo all'alta latinità (cfr. Diez, 
Gr., IP 375). Cotenna poi sarebbe da spiegarsi piuttosto come 
fonologicamente proceduto da ciUinia, cutinea (cfr. ant. aret. 
Sardenna = Sardinia, ponnono = *poniunf, donde anche il fior. 
pongono, ecc.), ma non secondo vorrebbe il G., da cutignus o 
cutegnus"^. Gli eserapj dell'epentesi di r, se si eccettui codrione, 



' Alcuni fanno venire, non senza qualche verisimiglianza, il pieni, guregn 
da gora^ górra, voce significante ^salcio', 'vetrlce', 'vinco', 'vimine' ed essen- 
zialmente propria dell'Italia superiore (cfr. Arch., II 45 u.); sicché questo 
vocabolo equivarrebbe figuratamente a salcigno, da salce, che i vocabolarj 
registrano anche come sinonimo di 'tiglioso'. Se poi guregn si dovesse con- 
nettere colle voci emiliane e far quindi rispondere ad una forma fondamen- 
tale cutrinius, cutrineus, è quasi superfluo il notare che non potrebbero far 
diflScoltà né il digradamento della gutturale (cfr. piem. gamel, gùrc, ecc.) nò 
la riduzione dì tr a r (cfr. pare, mare, pera ecc.). 

* II cotenna, codenna toscano, anziché da un aggettivo cutitiius, cutineus, 
potrebbe, in analogia di prugna -prunia, prima, sic. pignu — piniu, pinus, 
venire, mediante il sovraccennato fenomeno di nn = nj, da *cutinia, ciilina, 
il tipo del sic. cùtina, nap. catena, piem. cuna; e direi anche del prov. e 
spagn. codcna, portog. códea (cfr., p. e., port. fémea - femina), dal Diez deri- 
vati, il primo insieme con cotenna e col fr. couenne da cutanetis, il secondo da 
cittica {Et. loort., P 142 e seg.). A quest'ultima forma rispondono del sicuro i 
nap. coteca, rom. cotica, emil , lorab. e ven. codega codga, friul. crodie (v. Asc, 
Arch., I 533), var. piem. (biell. vere, basso can.) oija (cfr. naja - natica), ecc.; 
mentre cufaneus sai-ebbe riflesso dal nap. cufagna. 11 primitivo cutis, di cui 
rute è forma letteraria, non ha, ch'io mi sappia, altro riflesso popolare so 
non nel sic. ^uti e ru 'cotenna' di qualche varietà di dialetto piemontese. 



136 Flechia, 

non fanno a proposito; e ciò primieramente perchè qui questo 
suono non è epentetico, perocché, comunque spieghisi la forma- 
zione di diurnus e diuturnus, nissuno che abbia fior di critica 
vorrà vedervi un r ascitizio (cfr. Corssen, Ausspr., P 232 e 
segg.; 236), e inverosimili od almen problematiche sono le con- 
nessioni etimologiche ch'egli fa di proprius, marceo, spiircus 
con prope, macies, spuo\ 

A p. 432: «Sedia. Setola, piccola fessura o scoppiatura della 
« pelle. Si direbbe da scindula minorativo verbale da scindo di 
«cui è fatta menzione ne' vocabolarii. La mutazione dell' z in e 
« la vediamo anche in scoscendere. Scindo o scendo poteva poi 
« essere stato acido o scedo come tango, pango e simili hanno 
« a tema primitivo tago e pago. La scindula del linguaggio 
« scritto poteva essere pertanto la scedula del linguaggio ru- 
« stico divenuta sedia per accorciamento ». Setola significa pure 



• Quando anche spurcus si dovesse connettere etimologicamente eoa spuo, 
come vollero antichi grammatici (cfr. Vossil's, Etym. linguae lat.^ s. v.) e come 
accennava dubitando il Pott {Et. forsch., I 215 e seg.), il suo r non potrebbe 
esser suono parasitico, giacché s'avrebbe qui probabilmente una forma sin- 
copata di *spuricus, come p. e. in jurgo da jurigo, purgo da purigo, E in 
questo caso, parmi, bisognerebbe vedere in *spuricus un r nato dal s d' un 
nome *spus, 'sputo', proveniente dalla radice spu, in analogia ài jus daj'w, 
pus da pu, i quali due nomi e nella loro flessione (jus, ju7Hs; pus, puris) e 
nella composizione {*jus-igo, jurigo, jurgo) e nella derivazione I* pus-u-lentus, 
purulentus) mutano normalmente tra vocali s in r. E così questo ipotetico 
*spuricus (=*spusicus da *spus), sincopato in spurcus, varrebbe propria- 
mente 'pieno di sputi', 'sputacchiato', 'sporco' come p. e. tenebricus da tene- 
bra suona 'pieno di tenebre', 'tenebroso', 'oscuro'. Il Walter deriva spurcus 
dalla rad. indo-eur. sparc, scr. sparg, toccare; e sarebbe logicamente analogo 
a contaminatus che per via di contamen (contagmen) si radduce alla rad. tag, 
tang, 'toccare' [Zeitschr. f. vergi, spr., XII 407); mentre il Pick confronta 
spurcus coi gr. tte^o/.ó?, ■jrepy.'jó?, ripetendolo da un tipo greco-italico perhno, 
parlilo (sscr. prQni), 'macchiato', 'scuro', 'vario' {Vergi, loort., IP 157). Uo 
anormalmente aperto dell' it. sporco (sic. e sardo sporcu, nap. spuorco ecc.) 
potrebbe accennare ad un'arcaica forma sporcus, mantenutasi nel romano vol- 
gare contro la legge che nel latino dinanzi a r + gutt. mutò o in m (cfr. p. e. 
amurca da amorca, gr. daópy/ì), ovvero ad una confusione di spurcus con 
porcus ; che per mera evoluzione fonetica spurcus avrebbe dovuto dare sporco 
con chiuso come p. e. furca forca, gurges gorgo, o, quando fosse stato 
caso di u lungo di natura come nella supposta origine da spus {spìis, spous)^ 
anche spurco (cfr. it. purga, purgo:, e v. Ardi. I 34-7). 



Postille etimologiche. 137 

in toscano 'piccola fessura' o 'scoppiatura della pelle' e setola 
e sedia, concordi in questo senso, non possono discordar d'ori- 
gine. Ora siccome sarebbe impossibile il far venir setola da 
scinclula, cosi setola e sedia devono essere, come sono, un nor- 
male riflesso del setitla de' Latini. Se diedesi il nome di pelo alle 
piccole crepature delle mura, e si disse 'far pelo', 'incrinare' 
(da crine) per 'screpolarsi' 'fendersi', perchè non si sarà po- 
tuto coll'it. setola, raod. sedia, che è pure una sorta di pelo 
rigido e grosso, essenzialmente proprio de* porci, de' cavalli, de' 
muli, ecc., procedente indubitatamente dall'equivalente seta, sc- 
tula de' Latini, significare la crepatura della pelle? e ciò perchè 
le piccole e sottili crenature rendono quasi sembianza di pelo, 
setola, crine, sopra il corpo screpolato. Dunque l'etimologia di 
scindo qui è fuor di luogo; e non dobbiamo vedere in setola e 
sedia se non un senso traslato. 

A p. 439 si deriva il mod. sgavetta, 'matassa', da un celtico 
gav gavl, 'circolo'. Non credo che qui occorra di far capo al 
celtico, fonte, come già ho notato altrove, il più delle volte in- 
certo e fallace per l'origine dei nostri vocaboli. Il mod. sgavetta 
si connette probabilmente cogli equivalenti francesi echeveau, 
echevette, alla quale ultima voce risponde anche di forma. Il Diez 
{Et, wórt., ir 280) propone per questi vocaboli francesi l'eti- 
mologia di scapus, parola adoperata dai Latini anche in senso di 
'rotolo cilindrico', parlandosi di più carte unite e ravvolte; e al- 
l'opinione del Diez si accostano lo Scheler e il Littró. Or dunque 
come echeveau risponderebbe alla forma scapellus, così echevette 
e sgavetta ad uno scapetta. Nel gavetta bologn. e tose, avrebbe 
avuto luogo l'aferesi di s. Il nome guindolo e sgavindolo (se pur 
questa forma s'incontra), che il G. confronta col mod. sgavetta ^ 
qui non hanno che farci; giacché guindolo viene notoriamente, 
insieme con ghindare, bindolo, abbindolare, dall' ant. alto te- 
desco vnndan, 'attorcere', 'girare', 'dipanare', 'gliindare' (Diez, 
0. e, I 209). 

A p. 444, a proposito del raod. sgurcér, 'rinettare', 'purgare', 
citate alcune equivalenti glosse germaniche {skira,skura, schuu- 
ren, scout, skauran), soggiungne: «La parola verrebbe quindi 
«da fonte gotico od alto germanico, se non si volesse piuttosto 
«dal latino excurarc, francese rcurcr. » Non è punto, parmi. 

Anhivio ploltol. ita! , III. )'' 



138 Flechia, 

da dubitare che questo verbo non venga da curare, excurare. 
I Latini usavano già il verbo curare nel senso 'di tener netto', 
'nettare', 'lavare', come in curare cutem, vitem, vineam, dolia, 
cadaver. 'Curare i panni' in senso di 'purgarli dalla bozzima' 
dicono i Toscani ; curar usa il veneziano per 'nettare', 'mon- 
dare', 'rimondare', 'sbucciare', 'sgusciare', 'sventrare' e 'purgare' 
(il pollame); giiré {= curare) hanno pure i Piemontesi per 'net- 
tare', 'purgare,' 'sventrare', detto principalmente di fosse, pozzi, 
fogne, pollame. Scurare poi, forma più o meno propria dei dialetti 
dell'Italia sup. (rom. sgurcé, boi. sgurar, mil. sgiìrar, piac. sgurà, 
piem. sguré, massime in senso di strofinare, lustrare strofinando), 
dello sp. e cat. escurar, del frane, ècurer, non è punto estraneo 
al toscano e, quantunque non registrato né dalla Crusca né dal 
Fanfani, s'incontra in antichi, come p. e. negli Statuti pis., I 
709: 'e tutti li panni si ara (sarà?) bene scurare e lavare'. 

A p. 445: «Silta: fulmine o saetta-folgore. Salio era anche 
«silio, come si vede in ex-silio, in de-silio e in silanus per: iu- 
« bus unde aqua salii, quasi silianus; suo participio era sultus 
« sottilmente siltus. Di qui un aggettivo che poteva significare 
« id quod salii, come salticus valeva id quod saltare solet. — 
« Fulgetra silta poteva dunque chiamarsi la saetta-folgore, os- 
« sia lampo che salta fuori dalle nubi e può colpire, insomma ful- 
« men, non fulgor. Se invece si volesse dedurre da scido, antica 
« pronuncia di scindo, e vedere in silta la fiamma che nubes sci- 
«dit, bisognerebbe che sciita fosse un'alliterazione di scitla, po- 
« sitivo di sciiilla o scintilla. Il vegeto e sibilante modo con che 
« pronunciamo la voce in questione permetterebbe di scrivere 
« tanto silta quanto sciita. » 

Sta bene che salio passasse in -silio e saltus in -sultus, ma 
ciò solo in quanto si tratti di composti, per quella notissima legge 
d'indebolimento della vocale, essenzialmente propria del latino, 
per cui, verbigrazia, facio diventa -ficio in confido, salsus -sulsus 
in insulsus. Ma di qui non ne viene che possa dirsi in termini 
generici che salio era anche silio, e saltus anche sultus, come 
non si direbbe che facio era anche fido e salsus anche sulsus. 
Il processo secondario di trasformazione ne' così fatti vocaboli 
composti è affatto estraneo ai semplici, salvo qualche rarissima 
eccezione come, p. e., in eludere per claudere; ed è quindi al 



Postille etimologiche. 139 

tutto contrario al principj della fonetica latina il far venire 
dal semplice saltus un semplice sultus, per giugnere ad un sll- 
tus del quale si avrebbe bisogno. Data poi anche per verisimile 
una forma siltus da salio, essa non potrebbe valere id quod 
salii, poiché, o la si piglia come participio, e in tal caso il senso 
suo più ovvio e naturale sarebbe un participio perfetto passivo, 
e quindi mal proprio a significare 'che salta' 'saltante', o si con- 
sidera come un sostantivo della 4=" declinazione, e allora vi 
sarebbe significata l'azione, cioè l'atto del saltare, come nel lat. 
saltus, it. salto. Per la qual cosa noi abbiamo per sommamente 
improbabile l'etimologia che condurrebbe il modenese siila ad 
un lat. silta, sulla, salta, da saltus. Né più verisimile ci sembra 
l'altra da scindo, per sostener la quale si ricorre a formazioni 
e trasformazioni soverchiamente ribelli cosi alle leggi morfolo- 
giche come alle fonetiche del latino e dell'italiano. Così per 
es. un positivo siila, donde scintilla, sarebbe al tutto senz'ana- 
logia nella derivazione de' nomi latini. Quindi anche questa eti- 
mologia vuole essere abbandonata come al tutto improbabile. 

Vediamo ora se, dovendo noi ad ogni modo cercar l'origine di 
questa voce silta, non se ne trovi qualcun' altra che abbia per 
sé molto maggior grado di verisimiglianza. 

Il nome saetta (lat. sagitta) col significato di 'fulmine' è, si 
può dir, generale ne' vari dialetti d'Italia; e in alcuni piglia forma 
più meno alterata, come p. e. nel sajeta boi. regg. ecc., nel scita 
del bresciano, e nel sita dei dialetti veneti; la quale ultima forma 
è da credere che fosse anche propria di dialetti emiliani, giacché 
Anton da Ferrara in quella sua nota canzone per la supposta 
morte del Petrarca ha: il qual non teme la sita di Giove. Ora 
a cotesto sita, che non può non aversi per forma sincopata e con- 
tratta di sagitta (cfr. p. e. ferr. mistar, mlstra - magistro, ma- 
gistra), già s'accosta d'assai il modenese silta, che in quel suo 
l può avere un suono ascitizio (cfr. san. albaco per abaco, socol- 
trino per soccotrino) od anche più verisimilraente metatetico, in 
quanto che silta può essere da *sitla "sitiila^ sagittula, forma 
usata da Apulejo e attestata dal toscano saettolo, saeppolo, saet- 
tolare, saeppolare\ Circa la metatesi di l in silta da sitla, cfr. 

' Anche il Mussafia {Beitr, z. hunde der nordit. dial. im XV jahrh.^ 106 n.) 
propende a cavare il mod. silta da sagittula. 



140 Flechia, 

nnl, nap. Polvica e Follica - Puhlica, sp. olvidar = ohlitare, ecc. 
Sembra dunque potersi conchiudero che il raod. silia (che già 
trovo nella Cron. mod. di Jacopino de' Bianchi, pag. 172 e 173) 
venga con ogni verisimiglianza da sagitta e cosi questo dialetto 
proceda, come ben è da aspettarsi, di conserva coi dialetti emi- 
liani e cogli altri volgari d'Italia nel dare al fulmine il nome 
di saetta. 

Pag. 446: «Si va imperf, del pres. del verbo Essere cioè Era, 
« In molte parti più remote dal dialetto urbano i nostri rustici 
« non dicono io era stato; ma me a seva o sottilmente me a siva 
« stè. E notevole ancora che i fanciulli del nostro popolo, lascian- 
« dosi guidare da un inducimento logico interiore, conjugano il 
« verbo essere cosi: me a son , me a siva, me a san sto, me a 
« sarò. Risalendo quindi dall'osservazione dei volgari italici vivi 
«alla possibile cognizione dei consimili spenti, si dovrebbe cre- 
« dere che una forma plebea imperfetta del verbo arcaico èso od 
« esu7ìt fosse esebam e di so o sum fosse seham. Eram sarebbe 
«allora un'altra forma, il cui più che perfetto semplice, da esui 
«primitivo di fui, avrebbe fatto esueram, rispondendo al com- 
« posto esuto-era od era suto o stato». 

Le supposte latine forme arcaiche eso e so per esiim e sum 
non sono punto verisimili, perocché qui il m è avanzo di fles- 
sione indo-europea (cfr. sanscr. asmi, gr. zvjI da st^J, ecc.), e il 
latino per la prima persona singolare dell'indie, non lo con- 
serva se non in sum e inquam, mentre p. e. il sanscrito e lo 
zendico lo mantengono ancor generalmente nella desinenza mi 
e il greco pure nei cosi detti verbi in [x-,. L'ipotetica forma eso 
pertanto presenterebbe il deperimento generale della desinenza 
della prima persona dell'indicativo lat., di cui il verbo sostan- 
tivo non è punto probabile che abbia partecipato neppure nel 
romano rustico, perocché la nasale labiale indo-europea si con- 
servi ancora, passata in dentale, in buona parte delle forme 
volgari d'oggidì, e in sono di pers. 1* sing. noi dobbiamo vedere 
sum passato materialmente in son come cum in con, coli' ag- 
giunta di queir che, desinenza verbale già propria del latino, 
restò nell'italiano simbolo della persona prima sing. dell'indie, 
alla cui analogia fu poi tratta, così nella lingua parlata, come 
nella scritta, eziandio la prima sing. dell'imperfetto: ero, avevo, 



Postille etimologiche. 141 

amavo, ecc. Adunque le forme eso e so, per esimi, sum non 
sono ammissibili neppure in via d'ipotesi; ma bene ammette- 
remo come indubitate le antiche forme eso, esit (onde ero, erit), 
non solo sommamente congetturabili dalla grammatica storica 
del latino, ma attestate come ancor proprie, la prima del carme 
saliare e l'altra delle XII tavole (Varrone, Pesto, Macrobio, e 
Neue, Form. d. lat. spr., II 466). 

Egualmente inammissibili, pur come ipotetiche, le forme esc- 
ham, sebam, per eraìn nato da esam. Il latino ha per l'imper- 
fetto dell'indicativo in genere una formazione particolare, di- 
partendosi in questo tempo dal sanscrito, dallo zendico e dal greco, 
lingue rimaste fedeli al tipo dell'imperfetto protoariano, che pro- 
priamente non è altro se non un presente di desinenze apocopate 
colla prefissione del così detto aumento (scr. zend. a-, gr. £-); ma 
per l'imperfetto del verbo sostantivo si è separato dalla regola 
generale del finimento in ham, has ecc., come ha fatto anche pel 
futuro; e noi non abbiamo alcun fondamento per supporre che 
insieme con esam (eram), esas (eras) vi sia mai stata una forma 
d'imperfetto rispondente al tipo comune, cioè eseham, seJjam, se- 
condo che congettura il Galvani. 

Inammissibili finalmente per la grammatica storica del latino 
sono pure esui, esueram, che secondo il G. verrebbero ad es- 
sere primitivi di fui, fueram. In tutte le lingue indo-europee il 
verbo sostantivo ha tra le sue singolarità principalmente quella 
di sostituire in certi modi, o tempi, o forme alla propria radice 
as (lat. es, gr. za) quella di un altro verbo. Cosi p. e. nel sanscrito 
si compie mediante la radice hhù = \dii. fu; nel greco per mezzo 
di Yiyvoy.y.'.; e in lat. di fu-, ris pondente etimologicamente al scr. 
hhù. Anche l'umbrico e l'osco presentano queste sostituzioni di 
fu- ad es-. 

Rigettata come improbabile l'esistenza di eseham, sebam per 
eram nel romano volgare non solo dell'epoca arcaica, ma anche 
per un periodo qualunque della propria latinità, donde derivare, 
come vorrebbe il Galvani, il mod. seva, siva (e quindi le ana- 
loghe derivazioni degli altri dialetti) per era, ecc., cerchiamo il 
come queste forme si siano più verisimilmente introdotte nella 
flessione del verbo sostantivo ne' nostri volgari. 

È noto come nella formazione delle lingue uno de' più fecondi 



M2 Flechia, 

principj sia quello dell'analogia. Ora appunto in virtù di que- 
sto principio noi vediamo il verbo sostantivo nelle lingue neo- 
latine andar qua e là abbandonando le apparenti sue anomalie 
di flessione ed accostarsi più o meno alle forme ordinarie degli 
altri verbi. Esse non risponde alle forme generalmente proprie 
dell'infinito latino {-are, -ère, -ere, -Ire), materialmente ripro- 
dotte dal neo-latino; e quindi, come a velie subentra volere, a 
Iposse potere, ad offerre {obfcrre) offerire, offrire, cosi ad esse 
essere. L'infinito, per la sua indeclinabilità e impersonalità o, 
se meglio vogliamo, onnipersonalità, è la forma grammaticale 
più acconcia a dinotare l'astratto, la nozione fondamentale ; quindi 
essendosi la radice es- dell'infinito latino {esse, es-t\, es-tis) 
fatta ess- {ess-ere) , in tutti quei casi dove il verbo sostantivo, 
per impulso analogico, abbandonava non solo la forma anomala, 
ma anche il doppio riflesso della radice latina {es- , er-), in 
luogo di questa ponevasi ess-\ onde ''essiamo, *essete, *esserò, 
*esserai, ecc., essendo, essuto, e da queste forme, per l'aferesi 
qua e là già toccata a questo verbo nelle lingue antiche, usci- 
vano siamo, sete, sera, serai S ecc. (donde sarò, sarai, ecc.), 
sendo, suto. L'imperfetto ind. che nel latino era già, come il 
futuro, una forma unica e speciale nella flessione del verbo, dovea 
naturalmente, fra le tendenze analogiche, lottare per la pro- 
pria esistenza, come quello che non solo discordava dalla forma 
comune, ma aveva anche un tema troppo discosto dalla nuova 
radice ess-; quindi mentre le persone dal tema accentato pote- 
rono attenersi al tipo latino era, eri, era, erano, quelle del 
tema atono, o foggiavansi, pur conservando il tema latino, al 
tipo più comune {eravamo, eravate), od erano soppiantate da 



' Sete, tipo normale, essenzialmente proprio degli antichi, surrogato poi 
neir uso comune da siete, forma causata probabilmente da fenomeno analogo 
a quello di siei da sei (= s-ei, s-es; cfr. la mia Nota intorno ad una pecu- 
liarità di fless. verb. in ale. dial. lomb., p. 4), proprio cosi di antichi come 
odierni dialetti della Toscana (v. Nannucci, Saggio delprosp. gen. ecc., p. 205); 
sera, serai, ecc., donde sarò, sarai in analogia di darò, starò, farò, dove il 
fiorentino ha serbato ar in sillaba atona sì, ma iniziale, mentre da restarò, 
circondarò, amaro, ecc. [restare -habeo, ecc.) fece resterò, circonderò, amerò, 
per quella sua irresistibil legge che in sillaba atona e non iniziale, dinanzi a 
vocale, vuole er, non ar, secoudochè, per legge diametralmente opposta, vor- 
rebbero principalmente il sanese e l'aretino. 



Postille etimologiche. 143 

forme neo-latine, cosi di tema come di flessione, quindi 'lessa- 
vamo, *essavate, donde, mercè Taferesi sopraccennata, savamo, 
savate, frequentissimi negli antichi scrittori toscani '. Ora corno 
questo savamo, savate per *essavamo, *essavate nel toscano, così 
il seva siva per *esseva, *essiva nel modenese (cfr. mod. dseva, 
dsiva = diceva); forme che noi non dobbiamo, come dissi di so- 
pra, ripetere da un antico esedam, seham, ma si da un esseva 
al tutto neo-latino'". 

A pag. 452 il Galvani trae soga dal -jugia del lat. suhjugia, 
nome che davasi a coreggie con cui s'adattava il giogo al collo 
de' buoi e anche dei cavalli (cfr. p, 132), e ciò perchè nel mode- 



* È assai probabile che il primo a, non solo di eravamo, eravate, ma anche 
di lessavamo, lessavate, donde savamo, savate, siano originarj e non nascano 
da e; e ciò per la gran tendenza dell'antico toscano alle desinenze -avamo, 
-avate, onde p. e. avavamo, avavate, leggiavamo, leggiavate, salavamo (per 
salivamo) ecc., forme nate piuttosto per analogia della prima conjugazione 
(cfr. amavamo, amavate) che non per ragioni meramente fonetiche (cfr. Riv. 
di fil. it., IV 347). Il Nannucci, assai benemerito di questi studj per la quan- 
tità dei fatti raccolti, ma poco veggente nella storia delle forme verbali, da 
savamo, savate arguisce non solo quel suo immancabile infinito sare, ma 
anche, pel sing. dell' imperf., sava, savi, sava, forme tutte le quali non possono 
essere esistite se non nel suo cervello. 

- La lingua francese ha tutto l'imperfetto dal tema A" étre, la nuova forma 
dell'infinito {ét-re, ant. es-t-re da ess're, essere, con epentesi di / tra s e r 
come p. e. in croitre, ant. crois-t-re, cres're, crescere ecc.). Nell'odierna sua 
forma étais ecc. potrebbe, sotto l'aspetto così fonetico come morfologico, 
tenersi, come fu veramente tenuto, per un normale riflesso di stabam ecc.; 
ma l'antica forma normanna esteie, e non estoe, quale avrebbe dovuto esservi 
un riflesso di stabam, attesta una flessione che non poteva essere se non la 
propria del verbo estre {cir.LmRi:, Eist. de la langue fr., II 201). Il verbo 
stare ha dato al francese il part. été (ant. esté, ested, estet), che se, quanto 
al tema, potrebbe raddursi anch'esso ad étre, non lo potrebbe quanto alla 
formazione, perocché da estre, étre, non sarebbe potuto venire se non estut, 
étu^ quale ci si attesta dal lorenese, e quale è probabile che fosse anche un 
tempo più largamente nella lingua d'oil, scomparso dipoi nel parlar comune 
dinanzi ad estét, eté da status, come nell'italiano l'analogo essuto, suto di 
contro a stato. Il futuro e il condizionale francesi formaronsi da essere prima 
della sincope, che ha determinato étre, quindi le antiche forme esserai^ cs- 
seroie ecc., ridotte poi, per aferesi comune all'italiano, a serai ecc.; che 
altrimenti ne sarebbe stato estrai, étrai ecc. in analogia di crottrai, 2^arai- 
trai ecc. da croitre, paraìtre. Il gerundio estanl, étant, è pure da estre, come 
da essere viene l'it, essendo, essente. 



M4 Flechia, 

aese soga vale anche corda con che si legano al capo i buoi'. 
Cosi da siibjugia come dall' ipotetico subjuga non si può dedur 
soga, se non passando per mutazioni fonetiche più o meno in- 
verisimili. Il basco ha soca; e questa sarà per avventura la 
forma più originaria di tal vocabolo; come si potrebbe anche 
arguire dal socas tortiles che s'incontra in un documento de' 
tempi di Giustiniano. E queste forme poi si potrebbero ancor meno 
derivare da suhjugia o subjuga. Adunque il soga della bassa 
latinità e de' nostri volgari è probabilmente una modificazione 
assai naturale di un più organico soca, parola d'origine incerta, 
forse celtica, con cui si connette per avventura il Gcox-àp^ov della 
media grecità, misura di lunghezza (cfr. Diez, Et. wòrt., P 386). 
Alcuni dialetti posseggono questa voce anche sotto forma deri- 
vata, come p. e. il regg. in soghcér (nome e verbo), 'cordajo' e 
'legar con soga', soghett, il piac. in sogheit, il piem. in suàstr 
{sogastt'o), che presenta un fenomeno normale nel dileguo della 
gutturale (cfr. Asc, Arch., II 128). È da credere che questo 
vocabolo, il quale è più o men vivo in dialetti dell'Italia sup. 
e s'incontra pure nella Divina commedia (L, xxxi, 73), non 
sia proprio della Toscana, poiché non è registrato nel Voc. it. 
della lingua 'parlata di R. e F. Vedi ancora Ascoli, St. Cr., 
I 22 e seg. 

Pag. 458: «Spiura. Prudore, prurito. Come da Ungo lin- 
« gurio (sic), da scaleo scaiurio, cosi da peruro vuole il Vossio 
«che si facesse perururio, donde uscisse l'ìrurio per sincope. 
« Da prurire si comporrebbe exprurire o sprurire, dal quale 
«noi, infrangendo la prima r, avremmo tratto spiurir che 
« finalmente ci darebbe dalla terza persona del presente il sost. 
« spiura. » Lasciando da parte il prurio nato da peruro che è 
poco verisimile (cfr. Riv. di fil. class., I 392; Arch. gì., II 330), 
noterò come nello spiura e spiurir del modenese non si deb- 
bano vedere se non due forme che più organicamente avrebbero 
sonato *prura, prurire; se non che nel modenese, essendosi la 
prima r mutata per dissimilazione in l {*plura, *plurire), ne 
vennero poi, colla solita vocalizzazione di l preceduto immedia- 
tamente da p (cfr. più = plus, pioggia - *plovia ecc.) e col 5 in- 
tensivo, regolarmente le forme spiura, spiurir. La mutazione 
di r in ; (1-r = r-r), causata, come si disse, dalla dissimilazione 



Postille etimologiche. 145 

(cfr. cala'brone = carahrone, crahrone, albero = arbore, ecc.), 
seguì pure in altri dialetti, onde per es. chiuriri (sic. e cai.) 
= *phirire, e, colla prostesi di s, spiurir, spiuri (emil.-lomb.), 
col relativo nome verbale spiura che nel mant. si fa, per con- 
trazione, spira (cfr. Ao^ch. gì., II 57, n. 2). Il mil. ha inoltre 
con fenomeni analoghi da pnirigine cavato spiurizna, spiii- 
rizììà, e senza il s prostetico e con pù = plu (cfr. pf« =plus), 
pùrizna, piiriznà. In altri dialetti la dissimilazione ha mutato 
il secondo r in d, onde da prurire, con trapasso dalla 4^ alla 
3* conj., il tose, prudere, prudore, prudura, nap. p7nidere, 
prodito, sardo (gali.) prudi, piem. j^riie da prudere, ecc. (cfr. 
rado = raro, proda = prora, porfido = porphyrus ecc.). Già s'in- 
tende che la forma spiura non ha che fare con alcuna terza 
persona, ma ci dà uno de' così detti nomi verbali analogo ai 
nomi terna, voglia, beva, ecc., terminanti, quai feminili, in a, 
ed è nuova formazione, come prudore e prudura toscani, ag- 
giunti al latino prurito. 

Pag. 460: «Squass. Concussione, quassamento, scossa. Pacu- 
« vio ha quassus sostantivo per concussio, di qui coli' ag- 
« giunta della s di efficacia il nostro squass e le sue mozioni 
«squassot, squassament, ecc. non che il verbo squassèr da 
« squassare. » Piuttosto che una non interrotta tradizione del- 
l'antico quassus, noi dobbiamo vedere, parrai, cosi nello squass 
modenese come nell' it. squasso, uno di quei non infrequenti 
sostantivi di creazione neo-latina che vengono immediate da un 
verbo, formati senza più dal tema di esso verbo e significanti 
generalmente l'azione, come i nomi in -mento. E perciò squasso, 
squass stanno verisimilmente a squassare, squasscér (da quas- 
sare, col s intesinvo), cosi come verbigrazia conquasso e scon- 
quasso a conquassare, sconquassare , assalto ad assaltare, 
conforto a confortare ecc. Ora come sarebbe ardito il supporre 
che in latino insieme con un concussus vi fosse un equivalente 
conquassus, con assultus assaltus, donde vengono gl'italiani 
conquasso, assalto, che secondo il criterio morfologico si vo- 
gliono ripetere dai frequentativi conquassare (forma già latina) 
e assaltare, così il negare a squasso un'analoga connessione 
con squassare e ripeterlo dall' antico sost. quassus. Non si può 
certamente disconoscere, come nello stabilire le attinenze gene- 



140 Flechia, 

tiche tra vocaboli e vocaboli non sorgano talvolta dubbj e dif- 
ficoltà; e qui verbigrazia non si potrebbe certo ricisamente 
negare che l'arcaico quassiis non abbia potuto mantenersi vivo 
nel romano volgare e conservarsi ancora nell'it. squasso, mod. 
sqiiass. Ma in casi siffatti appartiene alla critica di attenersi 
alla più verisimile dichiarazione. E cosi non dubiteremmo di 
affermare che quantunque i latini uti, usus (sost.), *usare stiano 
fra loro come quatere, qiiassus (sost.), quassare, pure nell'it. 
uso si dee vedere non già un nome nato da usare, ma sì la 
tradizione del lat. usus, morfologicamente connesso col suff. 
indo-eur. -tu {-su), mentre in squasso non sapremmo vedere se 
non un nome nato da squassare, come urto da urtare, crollo 
da crollare ecc. Riassumiamoci: come il lat. conquassare ha 
dato all' italiano conquassare e sconquassare, onde conquasso, 
sconquasso, cosi il lat. quassare ha dato l'it. squassare, mod. 
squassai, donde it. squasso, mod. squass. 

Pag. 461: <^Stagn agg. quando vale saldo, reggente, con- 
« sistente. Come habito fu l'iterativo di liaheo, così di sum o 
« so fu sito, che si contrasse in sto, per rendersi paragogo in 
« stano, al modo stesso che do fu dano prima di essere dono. 
« Da stano o stanno usci stagnum, perchè l'acqua vi sta e non 
« trascorre, usci stannum, perchè serve a risaldare e rendere 

«consistente ed usci il verbo stagnare Da questo viene il 

« nostro aggettivo stagn, per resistente, e forse la voce stanga 
« non è che una metatesi di stagna e vale sostantivamente 
« quanto verga stagna. » Sto non può essere frequentativo od 
iterativo che dir si voglia del verbo sostantivo, perchè i cosi detti 
verbi frequentativi del latino costituiscono una categoria verbale 
specialmente propria di questa lingua, mentre stare viene da 
sta radice proto-ariana, comune a quasi tutte le lingue dello 
stipite indo-europeo (cfr. Fick, Vergi, loòrt., P 454)'. Nissun 



' Anche senza ricorrere alla storia comparata delle lingue e pur ristrin- 
gendoci al campo della latina, abbiara copia d'argomenti per combattere la 
qualità di frequentativo data dal Galvani al verbo stare. E così, tra l'altre 
cose, potrebbesi osservare che i frequentativi latini si attengono costantemente 
alla la conj., mentre stare^ tanto semplice quanto composto, La nel perfetto 
la forma raddoppiata, onde steli, adstlti ecc. come 1' hanno dare in dedi, ca- 
nere in cecini, e parecchi altri, tutti verbi primitivi. 



Postille etimologiche. 147 

fondamento abbiamo per supporre che come insieme con dare 
vi fu un arcaico *danere (cfr. danunt-dant, danam = dahd), 
così con stare dovesse esservi un analogo stanere. Donare non 
ha punto che fare con quel verbo arcaico, ma è un denominativo 
regolare, derivato da donum - indoeur. e sanscr. f?a?2«m. Qua- 
lunque possa essere l'origine di stagnimi e stannum, procedenti 
probabilmente da uno stesso tipo, essi non potrebbero di niuna 
guisa derivarsi dall'ipotetico stailo, ma si appuntano con grande 
verisimiglianza in un organico stac-no o stag-no (cfr. Fick, l. e, 
p. 247; Curtius, Gr. et., I 180). Quanto a stanga, noi l'abbiamo 
bell'e fatto nell'ant. alto ted. stanga, od. stange, 'stanga' 'per- 
tica' (cfr. DiEz, Et. ivòrt., P 398). Venendo ora all' etimologia 
del modenese stagn, che quale aggettivo con significato più o 
men connesso colla nozione fondamentale di stare [consistente^ 
sodo, compatto, saldo, fìtto, duro ecc.), è proprio, oltreché del- 
l'emiliano, anche del lombardo e del veneziano; non è inveri- 
simile che questa voce si connetta col verbo stagnare attivo 
(da stagno- stannjo, stannio, stanneo)^; e in tal caso sarebbe 
da vedervisi, parmi, un'accordata forma del participio stagnato, 
simile a quella, p. e., di cerco per cercato, compro per C07n- 
prato ecc. e quale si avrebbe appunto col valore proprio di 
stagnato nello stagno registrato dal Vocabolario it. con esempj 
del Sannazaro e del Vinci. Il Pasqualino nel suo Voc. sic. de- 
finisce l'agg. stagnu per 'contrario di lasciC che è quanto dire 
'denso', 'fitto', 'serrato' e il Mortillaro lo dichiara per 'rista- 
gnato'. 

A pag. 4C3 il Galvani fa venire stallo, stallare da stabuhim, 
stabularle. Questa derivazione, che a primo aspetto si direbbe 
indubitata, presenta qualche difficoltà. Secondo le leggi di tra- 
sformazione da stabuhim, stabulare, verrebbero normalmente, 
per via delle forme sincopate stablum, stablare, come venner di 
fatto, stabbio, stabbiare, quale verbigrazia pabbio da pablum, 
pabulum (cfr. Ardi, glott., II 367 seg.). Da stabuhim, stablum 
sarebbero anche potuti venire staulo e stolo come da fabula, 
fabla sono venuti faida e fola, e da tabula, tabla tanta e 



' Già negli antichi scrittori latini stagnum per stanymm e staaneus, sta- 
gnatus per stanneus, stannatus. 



Ì48 Flechia, 

iola\ ma inverisimilmente stallo, stallare. Sembra quindi più 
probabile l'opinione del Diez, che dall' ant. alto tedesco stai 
{stallo, locus, stabulimi), fa venire stallo, stalla, quindi stal- 
lare, stallone, insieme coll'ant. sp. estalo, prov. e ant. fr. estai, 
n. fr. ctal (donde étaler; cfr. ted. siallen). Da stabulum, come 
ne venne l' it. stabbio, cosi anche il prov. e ant. fr. estable, 
n. fr. élable (cfr. Diez, Et. loòrL, V 397). 

A pag. 464, fa venire il mod. stella, 'scheggia', 'stiappa' e 
stloer {■= stellare), 'schiappare', 'fendere' dal latino rustico talea, 
falcare {ex-talea, ex-taleare). Per quanto questa etimologia 
possa sembrare non inverisimile dal lato logico, giacché dalle 
dette voci latine vengono taglia, tagliare, taglio, non è però 
ammissibile sotto l'aspetto fonetico. Dati due prototipi extalea, 
extaleare, nel modenese, come pure inaltri dialetti emiliani, non 
poteano venirne altre forme che staja, staja^r, come da talea, 
ialeare sono venuti taja, iajcér. La mutazione dell'a tonico in ce, 
propria cosi del modenese come di altri dialetti (cfr. Mussafia, 
Romagn. mund., p. 3 e segg. ; Ascoli, Arch. gì., II 444 e segg.), 
come p. e. nel mod. brcBsa -brada, choìvel = cavolo, chwrna 
-carne ecc., qui nel modenese non sarebbe più stata regolare 
per la posizione speciale che noi consente; quindi, come per 
es. , macca non mcecca per macchia, quaja non qua^ja per 
quaglia, taja non tc^ja per taglia, balla non baHla per balla, 
palla, così da extalea sarebbe venuto in ordine sAVa stalla non 
stella né stcella. Anche il fenomeno Ila = Ija che qui s'avrebbe 
in stella = extalja, quantunque normale in qualche lingua (per 
es. nel greco, in var. sarda ecc.) e non del tutto estraneo ai 
dialetti della penisola, in questo caso non sarebbe gran fatto 
probabile. Del resto qui si tratta di un nome e d'un verbo 
largamente diffusi nell'Italia superiore e sempre coli' e tonica 
anche in dialetti che non conoscono ce = a, e la, loro origine da 
astella, sinonimo del lat. astula, 'scheggia', é già stata varia- 
mente dimostrata, sicché io mi starò contento di citare a questo 
proposito il Diez {Et. wòrt., P 35), lo Schneller [Die rom. volks- 
mund. in Sudtirol, p. 194) e il Mussafia {Beitr. z. d. nordit. 
mund. im XV jahrìi., p. 110 e seg.). 

A pag. 468 il G., dopo d'aver riscontrato il mod. strasora 
con extra horam, soggiugne: «Vediamo ancora la sibilante s 



Postille etimologiche. 149 

«supplire lo spirito romano h ed impedire la sineresi delle due 
« vocali a 0, le quali senza ciò si sarebbero trovati ad imme- 
« diato contatto.» Di un h latino rinforzato in 5, quale pare 
che qui s'intenda dell' /i di hora, non credo si trovi alcun esem- 
pio in tutta la famiglia neo-latina; né quindi si potrebbe am- 
mettere in questo luogo. Strasora, anche considerato nel proprio 
significato, potrebbe venire da trans horam, donde trasora 
(cfr. trasandaì^e, irasordinare, trasordinario, ecc.), poi, coli' 5 
prostetico, strasora, come da traforare (= transforaré) stra- 
forare ecc. Il significato di trans, 'di là', 'oltre', piuttosto che 
ò." extra 'fuori', si manifesterebbe principalmente nel costrutto 
proprio de' dialetti nostrani : essere ora e strasora, per essere 
al di là delVora debita, dell" ora convenuta. Del resto che 
stra-- extra e tra-, tras- = trans, prefissi rasentantisi di signi- 
ficato così nel latino come nell'italiano, abbiano potuto con- 
fondersi cosi logicamente, come anche materialmente, è assai 
naturale (cfr. str asor dinar io , trasordinario, straordinario 
= extraordinario); ma ciò che qui vuoisi avvertire è l'inam- 
missibilità di 11 mutato in s, fenomeno imaginario, tanto più 
da combattere in quanto che farebbe riscontro coU'aberrazione 
di più secoli, ora distrutta dalla grammatica comparata, del s 
latino sostituito al cosi detto spirito aspro della lingua greca ; 
mentre, come ora s'insegna dai primi elementi di essa gram- 
matica, in latino generalmente serbasi intatto, o, specialmente 
tra vocali, passa in r il s originariamente indo-europeo, che nel 
greco, come anche nell'antico battriano, passa in una semplice 
aspirazione; secondo che fa pure in alcune varietà del berga- 
masco il s iniziale e mediano (cfr. Asc, Sludj crit., II 447 n.), 
Pag. 469: « Stravacchérs. Sdraiarsi. S'avachir in francese 
« vale accasciarsi, svigorirsi, non reggersi, e cosi, non solo degli 
« uomini, m.a si dice anche delle pelli quando son molli, come 
«la vacchetta, non reggenti come il cuojo di bue o di bufalo; e 
« cosi si dice pure dei rami teneri delle piante quando si ripie- 
« gano e s'incurvano verso terra. Se dunque avaccarsi anche 
« per noi Galli cisalpini accennerebbe a questo difetto di ri- 
« gidezza e di vigore, figurisi ognuno cosa dovrà significare 
« csiravaccarsi ossia stravaccarsi'^ Significherà esso puntual- 
« mente non più volgere verso terra incurvo e snervato, ma 



Ì50 Flechia, 

« sdrajarvìsi come corpo morto e dilaccato. Tutto poi viene, a 
« quanto pare, dal latino vascus per floscio, debole, cascatojo, 
« da vedersi alla voce svasco (floscio). » 

Il francese s'avachir verrebbe, secondo il Diez [Et. io., IP 211), 
dall'antico alto tedesco loeicìijan od arweichjan, 'ammollire', 
'indebolire', 'inflacchire'. Dal latino vascus, nel modenese sarebbe 
più verisimilmente venuto stravaschcérs , cioè il s si sarebbe 
conservato come appunto nel mod. svàscol (floscio), che pare 
si possa ammettere col Galvani {Gloss,^ 475) come procedente 
da quella voce latina. Vediamo or dunque quale possa essere 
la più probabile etimologia di questo verbo che risponderebbe 
ad un tipo italiano *stravaccare. 

E prima di tutto noteremo come esso s'incontri generalmente 
nei dialetti dell'Italia superiore, vale a dire negli emiliani, nei 
veneti, nei lombardi, nei liguri, nei pedemontani e in qualche 
varietà ladina, ma non dappertutto con ugual significato. 

Nei dialetti piem., gen., com., berg., pav., cremon., questo 
verbo significa 'rovesciare', 'ribaltare', 'versare', 'capovolgere', 
'mandar sossopra'; nei volgari ven., tirol., frinì., boi., ferr., 
romagn., bresc, mant., mod. e regg. adoperato riflessivamente 
ha il significato di 'sdrajarsi'; in alcuni dialetti, come nel mil. 
e nel parm., amendue i significati \ Ora egli pare indubitato 
che, non ostante il doppio valore, l'etimologia non può essere 
se non una sola; ed è perciò da vedere quale sia verisimilmente 
il senso primitivo e quale il traslato. I dialetti lombardi ci pre- 
sentano un appellativo connesso con questo verbo, che ridotto 
a forme italiane sarebbe stravaccatojo (mil. siravaccador, com. 
stravaccadò) e significa propriamente ciò che nel linguaggio 
idraulico dicesi 'emissario', 'scaricatojo'. Questo nome s'incontra 
sotto la forma di stravacatorium in antichi documenti lombardi 
(cfr. P. Monti, Vog. com. s. stravacà, dove citasi dagli Slatuta 
civitatis Novarice : « Aquce divertantur per stravacatorium 
seti discargatorium riigice. »). Ora io non dubito di qui vedere 



• Lo stravacato pei' 'torto', 'rovesciato', 'coricato' detto di foglio o pagina 
nel linguaggio degli stampatori, e ammesso nel vocabolario della lingua co- 
mune, non può essere se non un participio di questo verbo dato alla lingua 
da dialetto non toscano, probabilmente dal veneziano. 



Postille etimologicho. 151 

un nome rispondente ad un latino-barbaro * exlravacuaiormm, 
derivato da "cxtravacuare, donde lo stravaccare o slravacare 
de' dialetti dell'Italia superiore. Questo verbo significò adunque 
originariamente 'evacuare', 'versar fuori', 'votare', applicato 
forse primamente a liquidi, poi esteso anche ad altre sostanze, 
quindi venuto a valer 'rivoltare', 'rovesciare', 'ribaltare', 'buttar 
giù', perocché nell' evacuare o versare si arrovesciano i conti- 
nenti come a dire i vasi, i sacchi ecc. e si versano, si buttano 
giù i contenuti. Ora siccome chi si sdraja, si butta giù, si getta 
disteso per terra, cosi stravaccarsi che propriamente verrebbe 
a dire 'rovesciarsi', 'buttarsi giù', venne anche a significare 
'sdrajarsi', secondochè appunto il buttarsi giù significa cosi nel 
toscano come in altri dialetti anche 'coricarsi'. 

Quanto a -vacare, -vaccare = vacuare s'avrebbe il rinforzo 
d'w in V (cfr. belva, ^oar ve, dolve = beUua, pariiit, doluit) che 
qui s'assimila colla precedente gutturale (cfr. gr. r/.x.o;r= ì/.fo:), 
onde da -vacuare, -vacvare, -vaccare. La semplice consonante 
che abbiamo in -vacare (p. e. piem. stravacci) può ripetersi dalla 
qualità del dialetto intollerante delle doppie, onde p. e. piem. 
vaca = vacca; sebbene lo scempiarsi del gruppo consonantico, 
nato per via di quest'assimilazione, sia fenomeno non comune 
pure indipendentemente dall'idiosincrasia dialettica; onde an- 
che in volgari, che non rifuggon la doppia consonante, trovasi 
-vacare da -vacvare, -vacuare, come nel nap. devacare, sic. 
divacari {= devacuare) , 'votare', sardo bogare (log.), bogai 
(mer.), 'estrarre', 'cavar fuori' da vocuare per vacuare (cfr. 
vocuus per vacuus, ecc. Corssen, Ausspr., IP QQ)^. In alcuni 
casi la vocale u è rimasta, come nel genov. straccila 'esser 
gettato', 'cadere', dove sarebbesi dileguato il v ài e ce travacuare, 
colla naturale contrazione delle due simili (a = a + a) e con rad- 
doppiamento di compenso della gutturale; mentre in altri si 
svolse un suono equivalente al qu, onde, pur con dileguo di v 
e contrazione d'<2 a, il sic. slracquari (cfr. tacqui- tacui, tacque- 
ro = tacuerunt) , 'scacciare', 'far sgombrare'. Il napolitano ha 
stracquare in senso di 'stancare', che se da un lato accenna 



' Circa l'analogo assimilarsi di u (u) colla precedente esplosiva uè' dia- 
letti pracritici, cfr. Ascoli, Studj crit., II 271 235 sgg. 



152 Flechia, 

materialmente al sic. stracquari, dall'altro, logicamente, mostra 
pur connettersi coU'it. straccare. Sarebbe ora da vedere se que- 
st'ultimo verbo non mettesse capo ancor esso ad exlravacuare, 
piuttostochè, come congettura il Diez, all' antico alto tedesco 
strecchan, 'gettare a terra', 'sdrajare'. La sincope e contrazione 
che qui avrebbero luogo in a- ava, sarebbero perfettamente 
analoghe a fenomeni, p. e. del lat. latrina = lavatrina. Il ber- 
gamasco ha sincope, non contrazione: streacà da straacà, come 
neassa da naassa, navassa (it. navaccia), 'tino'. 

Pag. 470: «Strella, stella. Il Vossio. nell'Etimologico alla 
«voce stella, cosi si esprime: « quis dubitet àcr-rr.p ab Orientali- 
« bus esse acceptum cum Persis stella dicatur ster, unde Esther 
« nomen habet, ut ad Eusebium Scaliger monet? — Da ster 
«veniva dunque l'ànT-zip de' Greci e V astrum de' Latini, non 
«che lo stern de' Tedeschi e V E strella degli Spagnuoli, per 
« cui stella è aferesi e sincope di asterella od astemia. Il no- 
« stro r mantenuto entro la voce tiene adunque ad alte e nobili 
« radici e la metatesi che invece di sterla ci dà strella non si 
«verifica nelle sue mozioni sterlòtt, sterléna, sterlér, sterlé. 
« Strella è quindi quanto astrello od astrella, astro minore ed 
« isolato ». 

Lo strella o strela, cosi del modenese come di altri dialetti 
emiliani e lombardi, non è altro che il lat. ed it. stella, con 
epentesi di r cosi frequente dopo il gruppo st, come p. e, in ba- 
lestra = ballista, ginestra = genista, incastrare - *incastare (da 
incassettare), e dopo st iniziale, come per l'appunto in strella, 
nel mil. strivàl (stivale), piem. strubia (stupula, stipula, stop- 
pia), ecc. Nello sp. estrella il r è pur suono meramente epen- 
tetico come nel modenese strella, inserto in estella = stella come 
p. e. estar =: statue, estudio - studium, ecc. (cfr. Arch., II 383). Il 
latino stella poi è nato da *ster'la, forma sincopata di *sierula, 
come p. e. puella da puer'la, puerula (cfr. L, Meyer, Vergi. 
gr., II 599). Se nel lat. stella sia da vedersi una forma afere- 
tica per *astella (da *asterula), come potrebbero far credere 
àcTTiO, aTTpov, astrum, o non piuttosto in queste ultime forme 
un a prostetico, quale s'incontra non di rado in greco, nel qual 
qual caso il lat. astrum sarebbe probabilmente voce tolta dal 
greco, non è ben chiaro. Nel primo caso vi si vorrebbe scor- 



Postille etimologiche. 153 

gere la radice as, jàcere, jaculari e il sufF. tar, formativo di 
nomi d'agente, onde la prototipa forma ariana sarebbe stata 
astata propriamente jaculator 'dardeggiatore' 'scagliatore (di 
raggi)'. Dal lato logico questa etimologia riceverebbe conferma 
dai tedesco stralli y significante dardo e raggio, e col primo 
senso passato all'italiano nella forma di strale, e dall' it. saetta, 
popolarmente usato con valore di folgore, fulmine. E cosi, come 
i raggi sono naturalmente assomigliati al dardo, si sarebbero 
anche i corpi celesti potuti assomigliare ad un arciere, ad un 
saettatore, quale propriamente sonerebbe il nome astar, come 
procedente da as, jaculari. Nella seconda ipotesi, il nome sscr. 
star 'stella', proprio dell'idioma vedico e usato soltanto al plu- 
rale, e la più comune forma idra (da sidra, per aferesi non 
insolita al sanscrito di un cosi detto s impuro), lo zendico giare, 
il got. stairnon , 1' ant. alt. ted. sterro, l'odierno ted. stern> 
Tingi, star, tornato fortuitamente a coincidere coU'antica forma 
fondamentale, insieme col lat. stella {-ster'la, stenda), rende- 
rebbero assai più verisimile che qui s'abbia a fare colla radice 
indo-europea star (cfr. gr. aTopv'j;/i, lat. sterno), 'spargere', 'spar- 
pagliare'; nel qual caso questo nome usato primitivamente nel 
plurale, secondo che trovasi appunto essere sempre adoperato 
il nome star nel sanscrito vedico, il più antico riflesso della 
parola ariana, avrebbe propriamente significato, come maschile^ 
'gli sparsi', 'i diffusi', 'gli sparpagliati', 'i disseminati (pel 
firmamento)' (cfr. Curtius, Griech. et., I 174; Fick, Vergi, 
loórt. ecc., P 250). Ad ogni modo stella, nato da *ster'la, *ste- 
rula, per assimilazione di r con l seguente, come in puella da 
*puer'la, *imerula, non può più ripresentare esso r nel mode- 
nese stretta, e quindi stipella non può essere forma metatetica 
di sterla come presume il Galvani, mentre per coatro noi affer- 
miamo la metatesi colà dove il Galvani la nega, giacché per 
noi sterlott (stellotto), sterlena (stellina), sterlce'r (stellare), 
sterlcG (stellato) sono forme metatetiche di voci derivate da 
stretta e stanno per slrellott, strellen, strellcer, strelhu. In 
strella la metatesi non ha luogo, ma si solamente ne' suoi de- 
rivati, perchè nel primo caso la prima sillaba è accentata e 
come tale ha in sé un elemento di conservazione che manca 
alla sillaba disaccentata; quindi strélla, ma sterlena e non 

Ar.liivio glottol. ital.. IH. il 



154 Flechia, 

strelléna, come p. e., pur nel modenese, hréll, ma berléda, non 
hrelléda (cfr. Ardi., II 44), 

Pag. 471, a proposito di sirifla37\ schiacciare, che il G. tiene 
per metatesi di sfritlcer (sfrittellare), reca come analogo esempio 
di trasposizione sciflcer da fisccer. Qui non si tratta punto di 
metatesi, ma di due verbi esenzialmente distinti. Fisccer è pel 
modenese un normale riflesso di fisclare (da fìsVlare, fìstularé), 
donde l'it, fischiare, mentre sóiflcur è dal lat. siflare, sifi^lare^ 
donde, con mutazione della sibilante in palatina, il ven. cifolar, 
ferr. cifiar, e, con inoltre la prostesi di s, il raod. e regg. sci- 
flcèr. L'it. zufolare viene ancor esso da sifilare con passaggio 
di s in 2 (cfr. lomb. zi/fola); e cigolare procede piìi verisimil- 
mente con analoga mutazione di s in e, da sibilare (cfr. tut- 
tavia DiEZ, Et. ivòrt., V 129, s. ciufolo; II 2, s. cigolare). 

Pag. 471, «Strussièr. Sciupare. Trousse in francese è fa- 
« scio, fardello. Trousse è assettato, e se trousser vale rac- 
« cogliere, alzar su, egli è appunto per raccogliere ciò che spen- 
« zoli ed assettare ciò che può sciuparsi. Trousseau poi è il 
«corredo e l'occorrente per una novella maritata. A questo 
«concetto d'unione, di legame, di assettamento e di opportu- 
«nità si oppone la s iniziale avversativa, sicché il nostro striis- 
« sier vale il contrario, cioè dissipare, togliere d'assetto, scia- 
« mannaro e sprecare, e nel detrousser, pure fancese, trova un 
« verbo che rasenta alquante sue significazioni. Sostantivandone 
« la prima persona del presente abbiamo anche strussi per uomo 
« cosa sciupati o non più sufRcenti all'uopo cui erano desti- 
«nati, sicché strussiérs vale sciuparsi la vita e non farne 
« conto, affaticandosi eccessivamente e sprecare insomma il cu- 
« mulo della propria sanità. Nominiamo finalmente strussion 
« lo sprecone e lo sciupatore. » 

Non credo ammissibile la connessione etimologica supposta 
dal Galvani tra il verbo mod. strussièr e il fr. trousse, 'fa- 
gotto', 'fardello', trousser, 'avvolgere in fagotto', 'infagottare'. 
Il nome ed il verbo francesi insieme col corrispondente prov. 
trossa, trossar, che hanno ancor riscontro nello sp., nel port. e 
in alcuni dialetti dell'Italia superiore, come nel piera. trussa 
e nel sic. truscia, 'ntrusciùr, strusciar (cfr. Ardi., II 33, n.), 
mettono capo a tortus, tortare (da torquere: cfr. attortigliare. 



Postille etimologiche, 155 

'avvolgere'), derivato, per mezzo àH, in tortiare (cfr. Arch., II 30 
seg.), passato per metatesi in trotiare, donde prov. trossar ecc. 
(cfr. DiEZ, Et. IO., V 417). Lo strussicér mod. e regg. come 
pure il ven. boi. ferr. parm. strussiar, piac. struscia, romagn. 
struscia, tose, e nap. strusciare, ecc., significanti principal- 
mente 'strascinare', 'sciupare', 'faticare,' vengono più verosimil- 
mente da una forma di verbo extrustiare , dedotta pure con i, 
da extrustare, sincope à." extrusitare (cfr. tose, rovistare = re- 
visitare, acquistay^e = acquisitare , ecc.), frequentativo secon- 
dario à'extriidjre (cfr. trudere, trusiis, trusare, trusitare) \ 
Da un frequentativo di forma primaria {extrusare, potuto an- 
che passare in extriisiare) vengono probabilmente il parm. stru- 
sàr, mi), strusa, piem. siriìsé, ecc., 'trascinare', 'strisciare', 
'logorare', sebbene foneticamente potrebbero procedere anch'essi 
da extrustiare in analogia di brusàr, brusà, briisé da *per- 
ustiare. Il mod. nom. strussi non ha poi nulla che fare con la 
persona prima, ma, in quanto ha valor personale, od è una forma 
accorciata di participio passato, come dir *strussio per *sirus- 
siato (cfr. compro per comprato)^ od un sostantivo verbale per- 
sonificato. 

Pag. 478: « Tafier. Mangiar molto, alzare il fianco, pacchiare. 
« Tafel in tedesco non vuol dire soltanto mensa, ma facilmente 
«trascorre alla significazione di mensa imbandita e di buon de- 
« sinare. Di qui i Lanzi che troppo ci favorirono, e che vedemmo 
«a prova amar troppo la buona tafel, ci avranno insegnato a 
« comporre il verbo tafier, per significare il far corpacciate, os- 
« sia il regalarsi di ciò che, deducendo dal verbo suddetto, noi 
«diremmo del boni tafièd, ossiano delle buone ed abbondanti 
«tavolate.» Il verbo tafflare, 'banchettare', e il nome taffio, 
'banchetto' sono pur proprj de' dialetti dell' Italia media e me- 
ridionale, e potrebbero quindi non avere l'origine che qui loro 
si darebbe. Dall'ant. umbrico tafla (= tabula) possiamo arguir 
taflare (= tabulare), donde normalmente taffiare. Il fenomeno 
fia = fla accenna a nesso piuttosto antico, e si può dubitare 



• Foneticamente e morfologicamente analogo sarà per avventura il piem. 
tilssé, 'cozzare' e fors' anche, con epentesi di r, l'equivalente mil. triissà, come 
procedenti da *tustiarc^ *tustare, *tusHare, *ti(sarc, tusus, tundcre. 



156 Flechia, 

se un laflare, taflar de' Lanzi si sarebbe ancora ridotto a taf- 
fiare, iafflar. 

Pag. 482: « Tela, nella frase: e me, tela, per dire: ed io me 
«la svigno, sparisco, e mi tolgo all'improvviso di luogo. Nei 
«giuochi d'armi e di destrezza si chiudeva l'arringo con una 
« tela, sicché entrare alla tela valeva quanto entrare nello stec- 
« cato, uscir dalla tela, uscire dal medesimo. Chi dopo esservi 
«entrato toccava la tela, e più chi la sorpassava d'un salto, 
« era come morto pel giuoco, non vi prendeva più parte, ne po- 
« teva esser tocco o preso degli altri, era insomma fuori di giuoco. 
« I Toscani hanno far tela per isvignarsela, noi ci contentiamo 
« di dir solo tela, che era il grido di chi, saltandola, avvertiva 
« l'avversario che non poteva più essere colto da lui. Ed in fatti 
« noi nel dir tela accompagniamo la voce con un gesto che in- 
« dica il salto che si faceva nel sorpassarla. » Dubito che la voce 
modenese tela, di cui si tratta in questo luogo, non abbia punto 
a che fare col nome tela. È assai frequente nel parlar vivo del 
popolo, massime nella concitazione del racconto, il ricorrere alla 
seconda persona singolare dell'imperativo, quasi ad avvivare e 
personificare l'azione significata dal verbo e cosi esprimere con 
maggior brevità ed efficacia quello che si vuol narrare. E cosi, 
per es., parlandosi d'uno o di più, che dopo di aver camminato 
lungamente, giugne o giungono a un dato luogo, nella forma 
del parlar popolare, mediante cotest' uso della seconda persona 
dell' imperativo, si dirà, verbigrazia, eYk e va, finalmente giunge 
giungono, ecc. E anche se la proposizione fosse enunziata im- 
personalmente, come per es. bevi un bicchiere, bevine un altro, 
e in poco d'ora si vuota la hottiglia, per vuota, o vuotano, o 
votiamo, ecc. Già si trovano esempj di questa maniera di sin- 
tassi nei trecentisti', e così, per rao' d'esempio, nel Sacchetti 
{Nov. 70): giunti in sala, caccia di qua, caccia di là, ecc., per 
cacciano, ecc. Anche gli antichi Indiani conoscevano analoghe 
formole di sintassi; p, e. taglia, taglia e finisce 'per tagliare; 
MANGIA del riso, BEVI del latte, e così egli pranza (cfr. Benfey, 



* Dio guardi però che di questa sorta d'iperbati della sintassi popolare i 
nostri grammatici facciano pur mai il minimo cenno, quand'anche dai così 
detti scrittori classici se ne porgan loro non tanto rari esempj. 



Postille etimologiche. 157 

Volisi, gramm. d. sanshr. spr., § 809, 3). Or bene, per tor- 
nare al nostro proposito, io dubito che nel tela, di cui qui si 
parla, siavi un'analoga forma d'imperativo ed equivalga alla 
seconda persona del verbo tenere, colla giunta di la, specie di 
pronome indeterminato, di cui si fa un uso tanto vario, cosi 
coir uffizio di soggetto (per es. la va male)\ come d'oggetto 
(per es. farla, farsela, intendersela, pretenderla, ecc.). Come 
è noto, il toscano e la più parte degli altri volgari d'Italia, 
hanno due forme per la seconda persona sing. dell'imperativo 
di tenere, cioè tieni (var. dial. tiene, tene, leni, ten. Un, ecc.) 
e tè, l'ultima usata generalmente in senso ài piglia, prendi, ecc.; 
e anche per allettare i cani in quanto sogliono chiamarsi, offe- 
rendo loro qualcosa e perciò originariamente anche qui in senso 
di tieni, prendi. Nel mod. tela io vedrei pertanto questo té in 
senso di piglia, prendi, seguito dall'enclitico pronome la, per 
l'appunto come sarebbe tienila, Ilenia, tiella {=tieìi-la), o tóla 
{= toglila), p^igliala, prendila In piemontese, p. e., per espri- 
mere quello che dice il mod. e me, tela, si direbbe benissimo e 
mi, pijla {ed io, pigliala), oppure e mi, ciapla [ed io, chiappala), 
accompagnandosi per l'appunto questa maniera di dire con un 
segno della mano o delle mani, volendosi probabilmente signi- 
ficare tu che rn insegui, acchiappami se p^uoi, oppure ed io 
piglio questa via, ecc. E credo che nello stesso toscano si dica 
p. e. ed io, fuggi ovvero ed io, dalla a gamie, ecc.; e cosi via, 
via, ne' varj dialetti, con modi più o meno analogi, cioè con 
una formola interjettiva, espressa mediante la seconda persona 
singolare dell'imperativo. 

Pag. 503: «Ucalér. Andar vociando. Feste, seguitando La- 
« beone, spiega pròx per proba vox, il che torna a pro-ox o 
« porro-vox, cioè più che voce. Questo mostra che vox, senza 
« lo spirito latino appreso dagli Eolici, era ox od ocs e che da 
<(.ocs poteva venire ocare semplice di procare per porro vo- 



* Il Fanfani, Voc. it., ha: « La, pronom. f., sempre è quarto caso del mi- 
nor numero. » Se ciò fosse, il Monti avrebbe errato rendendo nella sua tra- 
duzione dell'Iliade (xxiv, 373) per la va come tu dici il greco: outo) r/j rxòs 
y' ìttl fjìz ùyopi-JEig. Qui la è chiaramente al primo caso, né più né meno che 
questa, p. e. in oh questa è bella! Del quale uso di questa il F. non fa pur 
parola nel suo vocabolario. 



158 Flechia, 

«care intensivo di voco, chiedere molto e spesso, donde ifìro- 
« cus per petitore principale e insistente. Ora dal piano ocare, 
« equivalente di vacare, viene la forma nostra iterativa ocalare 
« per andar vociando. » Data pur per verisimile (che non ci pare) 
la riduzione di proba vox o porro vox a prox, non saremmo 
per ammettere tanto di leggeri il semplice dileguo di v in va- 
care che come di v iniziale segufta da vocale nel latino sarebbe 
sènza esempio. Il ripetere poi il v di vox, vocare da influenza 
eolica, fa contro le nozioni elementari della genesi del latino, 
essendo troppo noto come qui s'abbia la rad. indo-europea vac 
dire, parlare, che s'incontra in sanscrito sotto le forme vac-, 
vac-, uc-, uc- (p. e. vàcii, dicit, vàcmi, dico, uctàs, dictus, ucjàiè, 
dicitur ecc.), nel greco comune sotto quelle di z~- (da vz~-), o-- 
(da Fo--) (p. e. £-0:, rj'h oTra, el-ov - fsfs-qv ecc.) ; mentre procus, 
procare non han punto che fare con vocare, ma si radducono 
pure, insieme con prex, precari, ad una radice ariana prac 
{pare), chiedere, domandare, interrogare (cfr. Fick, Vergi, wòrt., 
IP 160, 243, ma insieme Asc, Fonol. indo-it.-gr., 228 n.). 

Quanto all'origine ò^ucalcér, comincerò dal notare come un 
verbo radicalmente e logicamente connesso con quello del parlar 
modenese si trovi in alcuni dialetti cosi dell'Italia superiore 
come della Francia: per es. ferr. uclar (gridare per dolore o 
per ira), quindi uclon, uclada; frinì, ucci, ucade^; triv. ucàr; 
piera. ile, iiché; prov. huchar, uchar, ucar\ fr. hucher, e tra' 
dialetti huker (Hainaut), huquer (piccardo), houki (v/all.), eco. 
Il significato più comune di questo verbo è di 'chiamare gri- 
dando'. Nel francese d'oggidì non si adopera più gran fatto, 
salvochè come termine di caccia; ma ben vivo n'è l'uso ne' dia- 
letti, dove questo verbo dinota un modo di chiamarsi di lon- 
tano, principalmente proprio delle campagne e dei monti. Il 
Jaubert, registrandolo come proprio dei dialetti della Francia 
centrale {Glossaire du centre de la France, I 535, s. hucher), 
lo dichiara così: appeler, crier quelquefois en approchant de 
la houche une main ou la concavifé des deux mains pour 
augmenter l'intensitè du son. Ad un tal modo di gridare chia- 
mando, accenna anche un luogo di Rabelays: Si cependant. 



La schietta forma friul. vorrebbe veramente: ucà ecc. 



Postille etimologicbe. 159 

vous survcnait quelque mal, je me tiendray près\ huchant 
en paulme, je me rendray a vous (Gargantua, I, 6). Il Pi- 
pino, nel suo vocabolario, definisce il valore del pieni, ùchó 
con queste parole: «Dicesi di quelle alte voci sottili ed acute 
« che fanno i contadini per farsi sentir da lontano, usando ri- 
« petere cinque o sei volte la o chiusa, con pronunziare la prima 
« più lunga di tutte le altre. » La bassa latinità conosce huccus 
od uccus, significante appunto, come il prov. ed il piera. ùc, 
quel grido o voce che si fa sentire iiccando; onde nelle Form, 
sirm. n. 30 si legge: qui ad ispos uccos cucurrerunt. Il Diez 
{Et. w., II 348) non dubita punto di far venire il fr. hucher, 
prov. huchar, piem. ì'tché ecc. dall'avverbio locale huo (qua, 
qui), e questa etimologia non è senza gran verisiraiglianza. Di 
fatti questo gridar di lontano mira principalmente od a chiamare 
altrui invitando a recarsi dov'è chi grida od anche semplice- 
mente ad indicare dove trovasi il gridatore; quindi la formola 
più naturale e laconica doveva essere quella di huc od hic: 
quindi ben poterono formarsi il verbo hucare, huccare col senso 
di 'gridare huc' e hucus, huccus con quello del 'grido huc\ Il 
mod. ucaldr accenna a un derivato per via del suff. ul, huccu- 
lare, forma sincopata huclare, rappresentata dal ferr. uclar. 

Pag. 504: «Urgól e, per metatesi, rugól. Ramarro. Nelle 
« nostre campagne è invalsa la credenza che il lucertolone verde 
« il ramarro sia amico dell' uomo, e che ove lo vegga dormire 
« in prossimità d'una biscia, perchè questa non gli entri in corpo, 
«lo morde a un orecchio od altrimenti lo eccita a risvegliarsi' 
«di qui, sino a miglior dichiarazione, si direbbe che urgòl è 
« quanto urgulus od urgeolus, e che il ramarro fu detto così 
«quia urgei jacentem per servirmi d'una frase ciceroniana. Se 
« invece la voce originaria fosse rugól, questa potrebbe accen- 
« nare per avventura a ruiculus e perciò al corso precipitato 
« di quel vispo animaletto, di cui Dante scrisse Inf. e. 25. 
Come '1 ramarro sotto la gran fersa 

Dei dì canicular, cangiando siepe, 

Folgore par, se la via attraversa, 

«E qui mi permetterò di aggiungere che il ramarro de' Toscani 
« sembra un aggettivo sostantivato, tratto non da lacertus vi- 
« ridis, ma da lacertus ramarius, cioè che ama la rama od il 



IGO Flecliia, 

« ramo, che predilige le piante o le siepi. Nunc inrides etiam 
« occultant spineta laccrtos (Virg); il che volle appunto indicare 
«l'AUighieri coli' inciso cangiando siepe. Cosi una maniera 
« d'uccelli feditori o prenditori veniva detta ramace, ramiera o 
«raminga, dall'essere uscita di nidio e già divenuta foresta.» 

Le etimologie che qui si danno del mod. urgòl, rugai, 'ra- 
marro', sono di per se stesse inammissibili, principalmente per 
ragioni di grammatica storica. Nel modenese, urgulus dovrebbe 
dare iirghel o, secondo la pronunzia di contado, vrgiiel, e, se 
con forma sincopata, urg^urglus. Da urgeohis verrebbe per 
legge meramente fonetica, non già urgòl, ma urzol, né più né 
meno che da hordeolus (cfr. p. 164). Da ruiculus poi, contratto 
in ruculus, non poteano venire se non rùchel, rùghel, rùquel, 
riiguel, e, per via di sincope, ruc = riiclus. Tutte queste sareb- 
bero evoluzioni affatto normali. Ma, come vedremo, sono an- 
cora altri non men validi argomenti che atterrano le congetture 
etimologiche del Galvani. 

Com'è noto, i Latini chiamavano tacerla o lacertus tanto 
la lucertola comune, quanto il ramarro; se non che questo sole- 
vano distinguere coli' aggiunto di viridis; quindi, oltre il so- 
vrallegato verso di Virgilio, troviamo in Orazio virides rubum 
dimovere lacertae (Odi, I, 23 6); e in Plinio sam^itììi in ven- 
tre viridis lacerti arundine dissecti tradunt inveniri [Hist. 
nat. XXXVII 57); e i Leccesi, ancora oggidì, al ramarro danno 
il nome di lucerla erde, lucerione erde. Il nome tacerla o 
lacertus si è sotto più o men variata forma conservato assai 
largamente nella famiglia degli idiomi neo-latini, sì per dinotare 
la lucertola comune, sì per designare il ramarro. Alcuni dialetti 
riflettono normalmente la forma latina ; a cagione d'esempio il 
nap. tacerla, il pieni, lazerta (var. zalerta, lazerna), ecc.; ma la 
più parte presentano, così in ordine alle vocali come alle conso- 
nanti, alterazioni che fonologicamente parrebbero essere più o 
meno anomale; quindi con mutazione d'«, per es., tose, lucerla, 
lucertola, lomb. Inserta, luserton, ecc., sardo luscertola (mer.), 
ti-licherta (sett.), li-ligherta (log.), zi-lichelfa (gallur.)'; e 



• Cadrebbero anche qui per avventura, quanto al riflesso normale delle 
vocali, i teramesi scertella (lacertella) e sciortorclla ( lacertolella) ; se non 



Postille etimologiche. 161 

con alterazione d'entrambe le vocali, p. e., berg. liguri, trent. 
ligord, lugord, grig. lucard, vie. lisardola o risardola (cfr. fr. 
lézard). Tutte queste forme mostrano aperto, mi pare, connet- 
tersi etimologicamente col lat. lacerta, lacerhis. Ma insieme con 
queste voci noi troviamo nei dialetti dell'Italia superiore certe 
forme di nomi significanti 'ramarro' che presentano un forte di- 
stacco dalla forma latina, dalla quale però sarebbe ardito lo sce- 
verarle dal lato etimologico. Queste forme, oltre le già toccate 
mutazioni della vocale, ne offrono altre non men singolari ri- 
spetto alla consonante, cioè il digradamento in media della den- 
tale tenue immediatamente preceduta da r (cfr. Arch., II 154 n.), 
già osservabile nelle ultime delle citate forme, e più special- 
mente l'intiero dileguo di essa dentale, come per es. nel ven. 
vie. ligòro (cfr. Chiose sopra Dante, p. 196; Mussafia, Mon. 
ani. di dial. it. p, 37, V, 93, 94), liguoro (v. Acarisio, Voc. s. 
ramarro), ligùro (Spatafora, Fì^os. it. s. v.; Voc. il. s. v.), ven. 
legùro, boi. ferr. e berg. lignr, trent. lugór, ecc. In tutte que- 
ste forme si può credere che abbia per avventura avuto luogo 
la perdita della dentale, secondo si dovrebbe arguire dalle va- 
rietà berg. liguri e ligùr, trent. lugord e lugór, mentre la 
serbata gutturale latina di lakertus farebbe credere molto an- 
tica la mutazione dell' <? in o {u), come in a per lo sp. lagarto\ 
Con queste forme vanno pur raffrontate il gen. lago, piem. 
ìajòl, e, coU'aferesi di l scambiato per l'articolo, come nella 
forma vent. che si cita più innanzi, ajòl (da lagòl', cfr, aiig, 
aguzzo, acut-io-) e, con epentesi di n, com. lingóri, parm. ran- 
gòl, ventim. angó' (cfr. cat. llangardax, svizz. linzard). Le 
forme liguri e pedemontane paiono accennare ad un lagóro di 
fase anteriore. 

Come ognun vede, con queste varie forme vuol pure essere 
congiunto il mod. rugòl (cfr. trent. lugór), con cui la varietà 
urgó)l sta in quella medesima relazione che col ferrarese Ugur, 
ligiiór stanno le var. algùr, alguór, presentandovisi quella sin- 



ché qui ebbe luogo l'aferesi di la, scambiato per l'articolo, e nell'ultima 
forma l'è passò dipoi in o per assimilazione regressiva; come vi cade pure 
Var sititela parm., che pare non sia se non l'alterazione di lacertella 

' Già s'intende che la gutturale delle forme sardesche dinanzi ad e vuol 
essere cimentata con altro criterio (cfr. Ascoli, Arch , II 143 seg., num. 23). 



162 Flechia, 

cope e quella prostesi di vocale (qui pel mod. forse metatesi), che 
in sillaba iniziale ed atona, cominciante principalmente da liquida, 
sono cosi frequenti, massime in dialetti emiliani e pedemontani 
(per es. mod. alvam- letame, alvcér = levare, armor = rumore, 
arvers = reversus , ecc. (cfr, Arch., I 221 e seg.; II 26 e seg., 
31 ecc. ; Mussafia, Darsi, d. romagn. ìnund., p. 38 e seg.). Urgòl 
adunque non è altro che un'alterazione di rugòl, e, se non 
sono infondate le connessioni di sopra congetturate, entrambe 
queste forme finirebbero per metter capo all'equivalente latino 
lacertus o, ad ogni modo, verrebbero di là donde le varie 
forme, colle quali van confrontate le modenesi e per conseguente 
da ben altra fonte che non da quella loro assegnata dal Galvani. 

Lascio di citare una varietà di forme cosi italiane, come 
francesi e provenzali, le quali, comunque più o men manifesta- 
mente connesse colle precedenti, non aggiugnerebber gran peso 
agli argomenti già messi innanzi per dimostrar probabile la loro 
derivazione dai nome lacertus ', ma prima di por fine a questa 
postilla non sarà fuor di proposito il dire di alcuni nomi ita- 
liani del ramarro che troppo manifestamente non hanno che 
fare col nome latino. 

Il nome ramarro viene dal Mahn derivato da rame, quasi 
'avente color di rame' [Et. unt., lxxxvii) e citasi a conferma 
di questa etimologia il ted. kupfereidechse, 'lucertola color di 
rame' (cfr. Diez, Et. wtb., IP 56). Non parmi però s'abbia da ri- 
gettare come del tutto improbabile l'etimologia che, citata anche 
dal Galvani, farebbe venir questo nome da ramo. Potè dirsi 
in origine lacertus ramarius, sinonimo di lacertus viridis, 
per distinguere questa specie come 'lucertola del ramo', '1. degli 
alberi', dalla 'lucertola delle muraglie', '1. dei tetti'. Quest'ori- 
ginazione non sarebbe punto inverisimile né dal lato fonologico 
né dal morfologico. Dal lato fonologico s'avrebbero per es. il 
nap- somarro = somario, e il sic. Fieaì^ra, ni. =/lcaria; che però 
farebbero anche per l'altra etimologia. Dal lato morfologico e 
anche logico avremmo ancora argomento nel fr. ramier, detto 
del colombo selvaggio, per distinguerlo dal domestico, che non 
va guari sugli alberi ; nel teramese ramarro, che vale 'ranoc- 
chio', batraco, com'è noto, d'abitudini arboree; e nell'appellativo 
ramarro, che nella Toscana dicesi anche (o almeno si diceva; 



Postillo etimologiche. 163 

che il Voc. it. della lingua parlata del Rigutini più noi regi- 
stra) di coloro, che mantengono l'ordine nelle processioni, in 
alcuni dialetti chiamati analogicamente bastonar (bresc. ecc.), 
mazziér (ven.), bacchitteri (sic), e cosi tutti dal portare in 
mano 'ramo' o 'bastone' o 'mazza' o 'bacchetta'. Non so poi se, 
dal lato morfologico, da rame {ceramen) non sarebbe piuttosto 
dovuto venire ramigno o ramino (cfr. ferìHgno, bronzino, ar- 
gentino, ciner ino ecc.); non già che non v'abbian nomi di co- 
lore in -ario; ma di regola essi vengono da altro nome, già 
significante un colore, del qual nome il derivato non è per lo 
più se non una specie di diminutivo, come per es. in bianchera 
{= blancaria) , detto dal mil. d'una sorta d'uva, dal piera. di 
meliga ossia gran turco; nel mil. rossera {= riissaria) , piem. 
neirera {=nigraria), in ambo i dialetti aggiunto di una qua- 
lità d'uva, nel mil. negrera anche d'una sorta d'erba; e gal- 
barius da galbus, 'giallo', ha dato a più vernacoli dell'Italia 
superiore il nome del rigogolo, onde per es. lomb. galbér, gal- 
bé ecc., piem. garba, garabé, sgarbé, ecc., mod., regg., parm. 
galbcéder (cfr. prov. flavart da flavus, 'giallognolo' e, quanto 
alla metatesi , leggiadro per leggiardo = leviario ; e Riv. di fil. 
class., II 193). 

L'Acarisio, ferrarese, nel citato Voc., s. 'ramarro', dice : « li- 
guoro (cfr. ferr. liguór, alguor) lo domandiamo, altri ha ma- 
garasso.» Quest'ultimo nome {= magay^accio) presuppone un 
primitivo magaro, che, parossitono, parrebbe accennare a [j.y.v.y.- 
po?. Mal si potrebbe dire se da questo magaro venga per sincope 
e contrazione il romagn. ìnar, che il Diez {l. e.) mostra tenere 
per forma aferetica di ramarro (cfr. friul. rage = *anarace, 
anatr acciai ', v. però Asc. St. crit., I 57, 57n.). 

Il sajettone nap. e la terzina di Dante si commentano a 
vicenda; ed è bella, parrai, questa fortuita ed inconsapevole 
coincidenza dell'intuitiva popolare con quella del divino poeta. 

Possono infine mentovarsi come nomi d'incerta origine lo 
scefrofrio calabr. , il racano, ragano, racono nap. e rom., il 
ghezz { = ghezzo = CGgyptiiisì) friul. e lomb., il vanuzzu sic, 
il sarmenula lece. Il nap. lancelotto e il friul. martinac pajono 
connettersi con nn. pp. come l'ant. fr. limberd, e il prov. lam- 
bert, laimbert, limbert che diffìcilmente si potrebbero derivare 
da lacertus. 



164 ' Flechia, 

A pag. 505, a proposito del inod. urzól {= hordeolus), 'ov- 
zajuolo', il G. dice oscurata la o iniziale, come il più spesso 
ne' minorativi ossia diminutivi. Questo digradamento od oscu- 
ramento d'o in u non è causato da altro che da essere atono 
l'o; quindi il mod. orz = Jioi^deus, ma urzól = hordeolus, come 
a cagion d'esempio òrel = *orulus (che è pure diminutivo, dal 
lat. ora)y 'orlo' ma urulàr = ondare , dórmen = dormono, ma 
durmir = dormire. Si tratta qui di una notissima legge fone- 
tica, essenzialmente propria della più parte de' volgari italiani, 
per la quale le vocali forti e eà o, in quanto sono atone, si 
digradano rispettivamente nelle deboli ed affini i ed u, onde 
p. e. da nepote, nipote, da seniore, signore, da medulla, mi- 
dolla ecc., da officio, uffizio, da hotello, budello, da focile, 
fucile; mentre le dette vocali, quando sien toniche, di regola 
si conservano, ovvero, se brevi, più comunemente si dittongano 
rispettivamente in ie ed uo; quindi séra, spéro, cento, piede 
{ma pedone), tiene (ma teneva); voce, nome, morte, niuojo 
(ma morire), suole (ma soleva), giuoco (ma giocare o giucare). 

A pag. 508 connette «valudegh, vano, vuoto, casso, e me- 
taforicamente zucca vuota, uomo di poco senno » con vaglio, 
vagliare, e ciò perchè, dice il Galvani « il vagliume cioè tutto 
quello che rimane sul vaglio e che mediante il soffio viene sven- 
tolato via, è da noi detto valudegh, colla vocale spregiativa 
in vece di vagliatico, ecc.» Non dubito di dir falsa questa 
etimologia. Il valudegh modenese non può essere altro che una 
forma alteratasi per metatesi di vocali da vuladegh {=vola- 
tico)', e ciò primieramente perche un derivato con un suffisso 
uiico per atico sarebbe senz'analogia, poi perchè i dialetti più 
o meno affini al modenese accennano tutti a volatico, volatica, 
come, a cagion d'esempio, il regg. voladga, parm. e ferr. volaiga, 
mil. voladega, oradega, oradaga, ven. voladega, oladega, berg. 
oladega, oladga, olatica, crem. vuladega, uladega, friul. vola- 
die (cfr. salvadie = silvatica, e Arch., I 521), romagn. vulcud- 
ga ecc., significanti principalmente 'friscello', 'fior di farina che 
vola nel macinare', e anche 'empetiggine', per quelle tenuissime 
scagliette che staccansi dalla pelle e volano a somiglianza di 
crusca sottile e leggera. Quanto al senso metaforico del mod. 
valudeg, cfr, l'it. volatico, 'volubile', fr. volage {=volaticus, 



Postille etimologiche. 165 

ctV. sauvage = silvaticus), il volagio dell'antico volgarizzatore 
di Seneca, il piem. vulagi, che sono probabilmente rlae fran- 
cesismi; poiché la più schietta forma pel toscano sarebbe, in- 
sieme con volatico, volaggio (cfr. selvaggio), e pel piemontese 
volai, fem. volaja (cfr. salvai, salvaja). Quasi superfluo il 
notare che il piém. volaja, 'pollame', 'selvaggina' procede col 
fr. volatile, dal tipo volatilia, donde si trassero pure, ma più 
tardi, come l'attesta l'intatta dentale, il piem. vulatija e il 
fr. volatine. 

Pag. 508: « Vajon (a). Ajone, ajoni, ajato, a zonzo. Il verbo 
« latino vado ci lascia supporre l'esistenza di ado in luogo di 
os^adeo, il quale ado diveniva andò per quel modo tante volte 
«avvertito che da loaco, nico , taco e simili fé' uscire pango, 
«ìiingo, tango. Ma questi verbi prima che l'urbanità e gli 
«scrittori fissassero loro un'uscita determinata, ne avevano 
«parecchie, rimaste in seguito più o meno volgari, come sa- 
« rebbe andare per ànde7^e. Da vadere era l'iterativo vadicarc 
« donde vagare. Da vagare erano non solo vagits e vagiiis, 
« ma vajare e vajus. Vajare e vajus li vediamo nella nostra 
« voce vajon e vagone; per cui andar a vajon è quanto andar 
« vagone o a vagone od a zonzo, cioè vagabondando. Vagius lo 
« vediamo nella voce mal-vagio, che significa mal vagante, che 
« va male, ossia che ha tendenza verso il male. Siccome poi 
<ivado non è altra cosa da ado, pronunciato scolpitamente 
«collo spirito italico, cosi tanto è il nostro vajon, quanto è 
«V ajone od ajoni od ajato de' Toscani. Da ajar'e per ultimo, 
« nel significato di vagare, viene randagio cioè rant-agio, che 
« va errando, e può venire, con pronuncia sibilante, asiare, cioè 
« il nostro asièr quando vale appunto vagare intorno, » Può 
ammettersi, mi pare, come non inverosimile la connessione eti- 
mologica del mod., anzi emiliano vajon con vagiis , vagare, 
sicché propriamente esso valga vagone, a cui starebbe nella 
corrispondenza fonetica di j a g, come per es, sajo, sajone a 
sagum; ma non son punto ammissibili varie ipotesi che qui si 
fanno contrarie del tutto alla critica glottologica. Primiera- 
mente inaccettabile la supposta esistenza di un ado per adeo, 
donde fa poi venire andare. In adeo, come ognun sa, abbiamo 
il verbo eo preceduto dal prefisso ad, come da ab in abeo, da 



166 Flechia, 

curn in coeo, da ex in exeo ecc. ; e qui parrebbe che, in quella 
vece, adeo fosse nato da un ipotetico ado, tutt' uno con vado, 
che sarebbe un assurdo. Vagare non può essere nato da un ipo- 
tetico vadicare; ma, sotto la forma deponenziale di vagavi, lo 
troviamo in latino derivato da nome insieme con tutta la nu- 
merosa falange de' verbi denominativi, cosi della prima come 
della seconda e quarta conjugazione, cioè da vagus, come v. gr. 
Iwtar'e, Icetayn da Icetus, miravi da mirus ecc. (cfr. Meyer, 
Vergi, gr., II 5 e segg.). Rigettato, come assurdo, l' ipotetico 
adere, non potremmo quindi cavarne né *àndere né andare, il 
quale ultimo verbo, d'etimo assai controverso, verrebbe, secondo 
la maggior verisimiglianza, da aditare, frequentativo d'adire, 
che con epentesi di n passò in anditare (cfr. andito ~ aditus, 
rendere = reddere , santoreggia = satureja ecc.) e si ridusse 
quindi per sincope d'z ed assimilazione progressiva dì t in d 
{and' tare, and-dare) ad andare (cfr. Diez, Et. io., I 22 e segg.; 
LiTTRÉ, Dici, de la langue fr. s. aller). Che le voci tose, ajone, 
ajoni, ajato si originino pure da vagus non oserei ne affermare 
né negare, per quanto nel toscano possa parer singolare il di- 
leguo di V iniziale^; ma ben negherei la connessione di ran- 
dagio con un verbo ajare, parendomi che in qyiQW-agio debbasi 
vedere una semplice desinenza, analoga per avventura a quella 
di 7ìialvagio^' e connessa col teutonico, come già farebbe anche 
supporre la parte fondamentale del nome (cfr. prov. randa, 
randonar, fr. randon, randonner, randonnée ecc.). Quanto ad 
asicér ne crediara solo verisimile, per non dir certa, l'origine 
già accennata dallo stesso Galvani a p. 159, cioè a quella che 
fa venir questo verbo (asiàr, asicér, asta, asié), proprio di 
dialetti dell'Italia superiore e segnatamente emiliani e piemon- 
tese, da asilio (per asilo, cfr. Rivista di fil. ci. I, 194), forma 
attestata da un antico glossario che ha: «asilio, ;rjw(|/, olcr-oo; 



' Questo dileguo di w potrebbe ammettersi in quanto *vajone *vajato negli 
ordinarj loro costrutti fossero stati preceduti da voce finita in vocale , nel 
qual caso questa semivocale iniziale potrebbe tenersi per fognata come di 
frequente tra due vocali, al modo che nell'odierno fiorentino si dirà, per 
esempio, una isita (visita), la oce (voce), ecc. 

- Circa la molta probabilità dell'origine pur tedesca di maloagio , vedasi 
il Diez, Et. w., V 2Q2. 



Postille etimologiche. 167 

(cfr. Fabretti, Gloss. s. v.) »; sicché asicéì^ - asiliare significhi 
propriamente assillare, cioè 'infuriare', 'correre' per puntura 
d'assillo, ed anche semplicemente, per traslato, 'infuriare', 'cor- 
rere, andare qua e là senza scopo'. Notevole come asilio per 
asilo ne' normali riflessi del ven. asegio, friul. asej, significhi 
non Vassillo, ma pungiglione delle vespe, delle pecchie, e nel 
veneziano anche il pugnetto o pungolo de' buoi, venendo cosi 
ad assumere il significato à'aculeiis che in essi dialetti avrebbe 
potuto dare normalmente agugio, agiij od anche guj, ma solo 
vi si presenta sotto le derivate forme d'agugid {aculeato), gu~ 
jade {acideata) 'pungolo de' buoi' (cfr. Riv. di fil. ci. I, 385 e 
seg.) ^ Finalmente noterò ancora che le forme ipotetiche di taco, 
nico, donde il G. fa venir tango e ningo, non sono punto am- 
missibili, avendo ciascuno di questi due verbi per fondamento 
una radice indo-europea, terminata da gutturale media: stag, 
snigh. 

Pag. 518: «Zapell. Inciampo o ficcatoja. Se da capere, ausi- 
«liando la e colla sua quiescente, ferarao ciapér, mutammo poi 
«insieme il eia in za, come in zanza e zavata per ciaìicia e 
« ciabatta, e femmo zapér, donde paragogicamente uscirono za- 
«plér, inzaplér, inzaplérs, non che il nostro zapell, quasi cia- 
« pello, per inciampo, impigliamento, prenditoja, ecc. » Circa la 
inammessibilità, anche solo dal lato fonetico, di ciapoér (chiap- 
pare) da capere e la sua rispondenza ad un organico clapare, 
clappare, vedasi Ardi. II, 5. Per le stesse ragioni fonetiche è 
impossibile il raddurre zapell non solo a capere, ma anche a 
ciapcer. Come la fonetica non potrebbe ammettere nell'ambiente 
modenese una trasformazione del lat. ca in eia né perciò un 
ciapér o ciapcér da capere, cosi non ammette neppure za nato 



' Al bresciano goj, 'pungolo' che nel citato luogo della Rivista io allegavo 
come rarissimo riflesso popolare d'aculeo, non dubito d'aggiugnere il gen. 
sagugcju, piem. sauj^ 'pungiglione ad ago delle vespe' ecc. e nel piem. anche 
fig. 'lingua mordace' 'lingua serpentina', nelle quali due forme di nomi mal 
saprei dire, se il s vi sia per mera prostesi (che dinanzi a vocale verrebbe ad 
essere assai singolare), od abbia altra origine. Il genovese ne trasse anche il 
verbo sagi'ujgà, come da goj il bresciano ha gojà (= acuUarc\ pur proprio 
del bergamasco, il quale é probabile che possegga anch'esso il nome goj, non 
registrato però ne' vo'^abolarj di questo dialetto. 



168 Flechia, 

da eia, se questo sia già esso medesimo una risultanza di da, 
quale appunto sarebbe in ciapér procedente da clapare {clap- 
paré). Quindi impossibile che ciapo^r passi in zapcér, come im- 
possibile che il mod. ciamcér {clamare) passasse mai in zamair, 
ciwva {clave) in zceva. Qualunque pertanto possa essere l'origine 
del mod. zapell, la critica fonologica ci vieta, già per cosi dire, 
in via preliminare, di ripeterlo da parola latina che cominci da 
ca. Poiché il G. confronta il mod. zanza, zavata col tose, cian- 
cia, ciabatta, onde la formola: 'mod. ^a = tose. cia\ si potrebbe 
inferire che il mod, zapell, quando avesse riscontro etimologico 
con voci toscane, gli dovesse rispondere ciapello o ad ogni modo 
qualche vocabolo fondato sul tema ciap-. Il toscano inciampo, 
equivalente al mod. zapell, è manifestamente voce composta di 
iwrciampjo, la quale ultima parte, passata a forma diminutiva 
analoga al mod. zapell, sarebbe "ciampello. Ora a questa forma, 
in quanto il tema è rinforzato da nasale, risponderebbe meglio 
il regg. e boi, zampell, significante lo stesso che il mod. za- 
pell, cioè inciampo. Come ognun vede, non potendo separarsi il 
mod. zapell dal boi. e regg. zampell, nò questa dal toscano 
-ciampo {in-ciampo), noi veniamo qui ad avere una radice o 
tema comune, la cui forma più semplice, cioè non ancor rin- 
forzata dalla nasale, è rappresentata dal mod. zap-éll (ciap-). 
Le forme nasalizzate stanno alla modenese come per es. vampo 
a vapo{r), Campidoglio a Capitolio, strambo a strabo, zem- 
bo^ a gibbus, lambrusca a labrusca, tromba a *truba da tu- 
ba, ecc., nei quali esempj tutti abbiamo, come in zamp- e ciamp-, 
la nasale inserta dinanzi a labiale. Da ciampo il toscano ebbe 
(oltre l'arcaico ciampare): ciampicare , ciampicone e inciam- 
pare^ donde il nome verbale inciampo. L'origine poi di queste 
voci pare sia da ripetersi dal teutonico, dove noi troviamo, presso 
il basso tedesco, la parola tappe significante 'piede', 'zampa', 
'piota' e il connessone verbo tedesco zappeln, 'sgambettare', 'me- 
nare i piedi'. E quasi poi superfluo il notare che anche la parola 
zampa ha la stessa origine (cfr. Diez, Et. io., II 435). Quanto 



' Il Fanfani registra nel suo Voc. it. semhuto {- gibbuto), tolto dal Ciriffo 
Calvaneo, ma noii il suo primitivo sembo, vivo così in alcune parti della To- 
scana occidentale, come nella Liguria. 



Postille etimologiche. 169 

allo svolgersi de' nuovi significati si confrontino con impedire, 
im'pedimentum , gr. rÀÌ-n, -zly.bi, tutti dal nome significante 
piede. Ne' dialetti lombardi e nel piemontese zappai, zapél, sa- 
pél vale 'chiudenda', 'valico nelle siepi', 'callaja'. 

Pag. 520: «Zavata. Ciabatta. Si legge in Pesto: Clavata 
« dicuntur aut vestiraenta clavis intexta aut calciamenta clavis 
« confixa. Ora il clavus o clovus diviene chiovo o chiodo, o ciod 
« ciold, la clavis diviene chiave o deva, la calzatura clavata 
«divenne dunque ciavata, e per quest'aspra profferenza che fa 
« dire zira e zera alla cera e alla ciera, potè riuscire in zavata 
« a significare lo zoccolo, non la scarpa, la calzatura rozza, non 
«l'urbana, e quindi la disprezzata e fuor d'uso.» L'etimologia 
di ciabatta da clavata, già messa innanzi da Ottavio Ferrari e 
da altri, è inammissibile, come quella in cui troppo flagrantemente 
sarebbero violate le leggi di trasformazione. Dato un latino da- 
vata ed anche ammesso come non impossibile il raddoppiamento 
del t (civ. pignatta ^pineata), noi avremmo ad ogni modo do- 
vuto aspettarci, p. e., chiavatta pel toscano ciabatta', ciavata pel 
mod. zavata, piera. savata, ecc. Né giovano a spiegare queste 
alterazioni gli esempj che qui si citano; perocché, pure ammesse 
come indubitate le alterazioni che in essi esempj si allegano, 
noi soggiungiamo: ma clavus o clovus, se nel modenese die- 
dero regolarmente ciod o ciold (cfr. Ardi., II 334 e seg.), non 
avrebbero però mai potuto dare né zod né zold; se zira e zera 
presentano risultanze normali dirimpetto a cera, ciera, non 
sarebbero però mai potuti venire da un organico *clera. Bi- 
sogna persuadersi che i fenomeni fonetici sono sempre gover- 
nati da leggi fisse e determinate, e la violazione di dette leggi 
è sempre grave obbiezione alle identificazioni etimologiche. Ora 
di tutte le forme che noi troviamo largamente rappresentate di 
questo vocabolo nella famiglia neo-latina (sp. zapata , zapato, 
port. sapata, sapato, prov. sabata, fr. savate, it. ciabatta, ecc.) 
non havvene alcuna che possa regolarmente dedursi da cla- 
vata; quindi assai probabile la sua origine non latina, cioè o 
dall'arabo sabat, nome verbale da sabata, calzare, secondo 
Sousa (cfr. Diez, Et. w., I 125, s. ciabatta), ovvero, secondo 
Mahn {Etijm. unters. XV), dal basco zapata, 'scarpa', zapatu, 
camminare,' sapatcea, 'calpestare'. 

Archivio (.''«"<>'■ ital, III. 12 



170 Flechia, 

A pag 521, a proposito del mod. zemna, 'giumella', che molto 
appropriatamente egli confronta con gemina manu mentre il 
toscano giumella viene dalla forma diminutiva di gemina, cioè 
da gemella manu (circa Yu = e cfr. p. e. piem. fiìmela = femella), 
dopo di avere osservato che i Latini chiamavano gemellar, o 
gemellarla^ una maniera di vaso che conteneva doppia misura, 
soggiunge: «Chi sa che forse l'antica camelia e la moderna 
gamella non siano una corruzione di gemellar e che non traesse 
il nome dal servire gemello usu, a contenere cioè la bevanda 
ed il cibo. » La più verisimile etimologia di camelia (donde ga- 
mella), è quella che fa questo nome diminutivo di camera, sic- 
ché da camera, 'camerula, *camerla, camelia come p. e. da 
*puera, *puerula, *puerla, puella. La foggia superiore del vaso 
chiamato camelia potè benissimo avergli fatto dar questo nome. 
Ad ogni modo la connessione accennata dal Galvani tra camelia 
e gemellar sarebbe nel campo latino già fatta inverosimile da 
mere cagioni fonetiche; perocché gemellar, insieme con gemel- 
lus, geminus, ha nell'iniziale una consonante originariamente 
media e molto anticamente palatina, che contra ogni analogia 
storica si sarebbe fatta tenue e gutturale in camelia. 

Pag. 522: «Zerchér. Cercare. Noi diciamo zirca o zerca 
« per circa o intorno, perciò zerchér viene da drenare in luogo 
« di circuire per circumire, di qui zerca per gita, intorno, ecc.» 
Un ipotetico drenare non si potrebbe ammettere se non come 
nato da un altro ipotetico circus della quarta declinazione, quali, 
a cagion d'esempio, cestuare da cestus, tumultuare da tumula 
tus, ecc., né si dà nel latino analogia di verbo composto con 
ire come circuire, né d' altro verbo della quarta che passi alla 
prima conjugazione, come farebbe circuire mutandosi in dr- 
enare. Del resto che cercare, mod. zerchcér, ecc., venga, non 
da drenare, ma sibbene da circare, piuttosto che, come per 
alcuni s'è creduto, da qncericare, o, con anche minor verisi- 
miglianza, da quceritare, viene messo fuor d'ogni dubbio cosi 
dalla realtà di esso verbo lat. circare in senso di circuire, già 
usato da scrittori della buona latinità, quali Properzio, Ti- 
bullo, ecc. (v. Porcellini, Voc. s. circo), come pur dalle ragioni 
fonologiche. Di cercare usato nel primitivo suo significato di 
'circuire', 'andare attorno', 'girare', 'perlustrare', s' hanno ancor 



Postille etimologiche. 171 

molti eserapj negli antichi nostri scrittori, come pur nell'antico 
francese e spagnuolo (cfr. Diez, Et. io , V s. v.) '. 

Pag. 524: «Zeppa. Ceppo. La voce hiceps, iriceps, prceceps, 
«non che ccepa, ci dichiarano che cep e ccepa in antico va- 
« levano caput. Da tali uscite arcaiche provengono dunque il 
« ceppo comune e la zeppa nostra pel capo delle radici. » La 
trasformazione di caput in -ceps nelle parole composte hiceps, 
iriceps, pra?ceps, come pure in anceps, è dovuta a indeboli- 
mento e sincope di vocali che sono de' fenomeni più noti nella 
grammatica storica del latino; e una siffatta trasformazione 
non poteva aver luogo in tali nomi, se non nel nominativo sin- 
golare, dove abbiamo -ceps = -caputa s, mentre, fuor del nomi- 
nativo sing., negli altri casi caput è rappresentato dalla forma 
-cipit- (p. e. hi-cipit-is). Adunque le forme che prende caput 
in questi composti sono del tutto accidentali e determinate da 
mere leggi fonetiche. È quinii del tutto assurdo il volere, fon- 
dandosi su questo ceps rispondente a -cipit = -caputa s, con queste 
accidentali forme di nomi connettere etimologicamente coepa, 
che sarebbe come chi credesse poter dedurre fcex, fcucis , dal 
verbo facere, perchè la sua radice fac diventa -fec- in car- 
nifex {carni-fec-s). L'italiano ceppo, col femminile moò.. zeppa, 
viene regolarmente dal lat. cippus. La parola ceppo ha, come 
ognun sa, varj significati, alcuni dei quali assai strettamente 
connessi col cippus cosi della buona, come della media ed in- 



* II siciliano, presentando così pel verbo come pel nome, un' e nella sillaba 
tonica e non, come sarebbe da aspettarsi in questo dialetto, un i, onde p. e. 
cerca, cercanu, non circa, circanu, fa sospettare se esso non abbia veramente 
il suo circari da qncericare; e questa e tonica del siciliano parrebbe essere 
tanto più calzante per questa derivazione in quanto trova un' e chiusa nel- 
l'italiano: cerca non cerca (cfr. Ascoli, Ardi., II 146, 398). Lo Spano 
nel suo Voc. sarà, sotto chirca, chircari rimanda anche a quircu, quircare' 
ma questo verbo poi a suo luogo non ò registrato; e nella parte italiano- 
sarda del vocabolario cerca e cercare non son tradotti se non con chirca, 
chircari. Si potrebbe quindi anche credere che le forme quirca, quircare, le 
quali per la qualità della gutturale accennerebbero a qucericare, possano 
essere mere fiuzioni letterarie affine di accostarle ad un ipotetico qucericare. 
Superfluo il notare che qui da una parte l'i per e tonica in posizione non 
farebbe contro qucericare (cfr. hiccu = becco, ispigru - spedo) e dall'altra la 
gutturale di chirca, chircare non ajuterebbe punto l'etimologia di qucericare 
(cfr. p. e. chircu, cerchio, e .'V.scoli, Ardi., II 143 e seg.). 



172 Flechia, 

fìma latinità; gli archeologi poi usano cippo con forma imme- 
diatamente tolta al latino. 

Pag. 524: «Zezla. Giuggiola. Da sugere usci fuori la forma 
« epentetica (sic) sugicare, donde la contratta neo-latina suc- 
« dare. Nella sdolcinata e carezzevole lingua delle nudrici, cosi 
«nostre come d'oltrapennino, la mammella non si disse succia, 
« ma ciccia e zizza, per cui zizzare valse suggerc o succhiare, 
« ed il capezzolo fu detto cicciolo o zizzolo, e più infrantamente 
« zezzolo e da noi zizlen, quasi succinolo o succhiolino. Dalla 
« sua forma chiamammo noi dunque zezla la giuggiola per 
«dirla zezzola o mela zezzola, cioè tale da render pronta 
« figura di zezzolo o di capezzolo. — Nello stesso linguaggio 
«baliesco anche ciccia, per carne, si dice zezza e zizzena.» 
Il Galvani non ha avvertito come il mod. zezla 'giuggiola' 
si pronunzi con z dolce {ds), mentre in tutte le altre voci 
qui confrontate lo ^ è gagliardo {ts)\ il che già basterebbe 
di per sé solo, per chi sappia il valore di questi differenzia- 
menti fonetici, a far dubitare della loro identità etimologica. 
Tra zezla {*gigla), 'giuggiola' e zizza [ciccia) abbiamo quella 
stessa diversità che è tra 7nezzo {medio), e ìnezzo [mitio, mitis), 
stramaturo. Adunque il mod. zezla non è altro che una delle 
tante forme prese dal latino jujuba, variamente rappresentato 
dal nap. Jo/^ma, joima,jojela, tose, giuggiola e anche zizzola, 
roraagn. zezula, ven. bresc. zizola, ferr. zizula, boi. regg. zi- 
zla, parm. zuzla, gen. zizzua, ecc., e, con epentesi di n, um- 
brico e roman. genzola, tir. e ver. zinzola , sard. zinzula, 
sic. 'nzinzula, eco., lasciando stare alcune forme derivate cosi 
lombarde come pedemontane, le quali accennano comunque ad 
un'origine verisimilmente identica. Le forme più regolari dei 
nomi volgari procedenti dal latino jujuba sarebbero state jo~ 
jova, giuggiova, zuzzova, zizzova, ecc.; ma qui un l per v 
non ha nulla di singolare, per chi sappia che nottola sta per 
nottova [noctua), che il nap. ha vedola per vedova, 'mperpetolo 
per ^mperpetovo {in perpetuum), l'ant. pisano cigolo per cigovo 
{exiguus) (cfr. inoltre Ardi,, II 10, n. I). Quanto al m = v{b) 
del nap. jojema cfr., p. e , Giacomo per Jacovo, Jacobo {Jacob). 

Secondo Plinio il giuggiolo fu introdotto dalla Siria in Italia 
da un certo Papiniano ai tempi d'Augusto, e quantunque il nomo 



Postille etimologiche. lf3I 

jujuha non ci sia attestato da scrittori della buona latinità, 
noi dobbiamo tuttavia considerarlo come di forma più organica 
e quindi più antica che non è il greco ^i^uipov (lat. zizyphum), 
che sta secondo ogni verisimiglianza per jfj'J9ov (cfr. Benfey, 
Griech. vmrz., I 686; Curtius, Gr. et., II 196), e questo alte- 
ratosi probabilmente per dissimilazione da jjj'j'pov. Il neo-greco 
ha, come vari dialetti italiani, sostituito all'antica forma Tepen- 
tetico ^ivì^i9ov. 

A pag. 527, a proposito del mod. zohhia [giovedì) confrontato 
con jovia dies, reca ad esempio di v cambiato in ì), hoce, boto, ecc., 
per voce, voto. Sarebbero stati più conformi alla retta dimo- 
strazione di questo fenomeno gli esempj, verbigrazia, di trebbio 
da trivium, bebhio da bivium, allebbiare da alleviare, ecc., 
nelle quali voci tutte il v che passa in & è in una posizione 
condizionata, al tutto analoga a quella di v in jovia. 

A pag. 528 dice il G. che il modenese da jugum ha fatto 
zov non zogh, per evitare l'equivocazione che ne sarebbe ve- 
nuta con zogh nato da jociis. Credo che le ragioni di questo 
differenziamento siano meramente fonetiche. In fatti molti altri 
dialetti, nei quali qualora si fosse conservato il g di jugum 
come gutturale, non sarebbe potuta nascere equivocazione, cam- 
biarono ciò non di meno la detta gutturale in v o f oà anche 
la gettarono, quindi p, e. mil. e piem. gov {= jugum), gOg (jocus), 
bresc. zof, zuc, boi. zo, iug, parm. zov, zóg, ecc. Notisi inoltre 
come il ferrarese dice zòv per giogo, ma anche zòg con o chiusa 
tanto per giogo quanto per gioco, senza badare se ciò dia luogo 
ad equivoco (cfr. p. 131). Dunque se il mod. à^ jugum ha fatto 
zov, da jocus zog, ciò viene dal fatto che due prototipi latini, 
materialmente diversi, venivano anche assai naturalmente nelle 
loro trasformazioni a dar risultanze finali rispettivamente di- 
verse; e ciò in conformità delle leggi d'evoluzione, specialmente 
proprie di ciascun dialetto. La possibile equivocazione né impe- 
disce né determina mai l'adempimento di una legge fonetica, e 
potrebbe solo influire sull'uso d'una piuttostochè d'altra tra 
più forme esistenti, come per es., tra giustizia, giustezza, spe- 
ione, sprone, ecc. 

Ingegnosa e verisimile la derivazione che il G. fa a p. 528 
del modenese zidoér, allacciare, dal lat. acia, 'accia', donde 



174 Flecbia, 

un verbo aciare, che derivato in adulare, o piuttosto aciolare, 
dà naturalmente e regolarmente per via d'aferesi il mod. zu~ 
Icer; sicché propriamente cotesto verbo significherebbe 'legare 
con accia'. Questa derivazione verbale da accia verrebbe anche 
a ricever conferma dal nap. rinacciare {rc-in-acìarc), 'riraen- 
dare', rinacce, 'rimendatura', cioè 'ricucire con accia', 'ricucitura 
fatta con accia' (cfr. Mussafia, Bcitr. 31, s. azolar)\ Non del 
pari verisimile crederei la medesima origine A'acia che il Gal- 
vani vorrebbe pure attribuire a lazcér, alazcér (allacciare), 
slazcér, deslazcér (slacciare), connettendoli con un laza nato 
da acia, mediante prefissione di l, quale avrebbe per es. luogo 
in languria da anguria. Mi par troppo chiaro che le suddette 
forme insieme col tose, tacciare, allacciare, slacciare, dislac- 
ciare si connettano con laccio {= laqueus), mod. laz e se n'ha 
quindi un verbo che risponde materialmente al lat. laqueare. 
Questo verbo cominciò dal significare legar con laccio, poi le- 
gare in genere, e ciò per quel trapasso dalle nozioni speciali 
alle generali, così frequente nella fortuna delle parole. 

A pag. 540 dalla forma sequel (secolo), propria de' contadini 
modenesi, argomenta che seculum era quanto sequiculum e 
perciò veniva da sequor e valeva sequela. Non intendo punto 
d'oppugnare la connessione etimologica che possa avere seculum 
con sequor, nonostantechè la pili genuina ed autentica orto- 
grafia scBCulum distaccherebbe perentoriamente questo nome 
cosi da sequi come da secare, con cui solevano connettere que- 
sto verbo gli etimologisti (Corssen, Ausspr., V 377; Beitr. z. 
it. spr., 24 seg.); ma voglio solo osservare che una tale etimo- 
logia non può trarre nessun valore dalla pronunzia sequel piut- 
tosto che sechel o secol; giacche è una specialità dei dialetti 
emiliani l'impinguamento della gutturale quale si ha in sequel 
da seculum, come si può veder, p. e., nel boi. bliquel = umbili- 
culus , miraquel = miraculum , sfundraquel = exfundaculum, 
spettaquel = spectaculum, tabernaquel = tabernaculum, ecc. Un 
tale impinguamento ha pur luogo in ordine alla gutturale me- 
dia, sia che questa proceda dalla tenue, come p. e., in priguel 



' Vedi però il D'Ovidio (Arc/i., IV 157), che nel campobassano renacce, 
'rimendatura', vede erinaceus, quasi parte 'ruvida', 'arricciata'. 



Postille etimologiche. 175 

= pericuhim, sia che essa si trovi già originariamente tale, come 
p. e., in reiguel = reguhan, trianguel = triangulum, mod. in- 
guanguel, che lo stesso Galvani fa venire da un organico 
ingangolo (p. 307). Adunque la forma sequel sarebbesi prodotta, 
nella pronunzia del contado modenese, quand'anche secuhim, 
in cambio di venire da sequi, procedesse, per un supposto, da 
secare, a quella stessa guisa che, per es., miraquel viene da 
miraculum e non da miraquulum. 

Convengo del tutto col Galvani (p. 541), che inghirola (be- 
verino delle stia) non possa essere altro che aqiiariola 'acqua- 
juola'; ma non credo che neppur per ipotesi si deva mai pensare 
ad un lat. mgerula od inger ionia, donde al modenese non 
sarebbero potuti venire se non inzerla od inzercia, passanti 
per le forme sincopate d' ingerla od ingercla. 

A pag. 547-49, dopo toccato di varie etimologie poco proba- 
bili, già da altri messe innanzi, di magnano (presso i Toscani 
'chiavajuolo', ma nei dialetti dell'Italia superiore 'calderajo'), ne 
propone alcune sue non meno problematiche. Siccome non fa 
cenno di quella del Diez che sarebbe pure al parer mio la più 
verisimile, non sarà fuor di proposito ch'io ne citi le precise 
parole: « Spagn. rnana (magna), port. manha, basco maina, 
'arte', 'artifizio', 'astuzia'. Si dice venire da manus, ma come? 
Assai più regolare sarebbe la sua derivazione da machina, 
mach'na, 'stratagemma', 'astuzia'. Quindi anche l'inesplicabile it. 
magnano (cat. manyà, dial. fr. magnan, magnier, vali, perfino 
mignon), 'chiavajuolo', propriamente 'artefice' {Et. ìo., IF152).» 
Magna (sp. ìiiana, port. manha) nato da mach'na, sincope di 
machina, è regolare per lo spagnuolo; dovechè la forma popo- 
lare del latino machina in Italia è macina, colle varie forme 
dialettiche macena, masena, masna, ecc. Adunque magnano 
(piem. e gen. magnino) sarebbe una voce introdottasi in Italia 
dai dialetti dell'Europa occidentale, il che si renderebbe anche 
più verisimile pel non trovarsi punto nell'Italia meridionale, cioè 
né nel napolitano, né nel siciliano. La parola magnano avrebbe 
pertanto significato in origine 'l'uomo dalle macchine', 'l'uomo 
dagli ingegni, dagli stratagemmi, dai ferruzzi', 'artefice', 'fabbro', 
quindi con significato più speciale 'chiavajuolo', 'fabbro ferrajo', 
'calderajo', 'pajolajo', 'ramiere', ecc.; che tutti questi varj sensi 



17G Flecliia, Postille etimologiche. 

si trova avere magnano, cosi nell' uso de' nostri volgari come 
in quelli d'oltreraonti. Noterò ancora, come il nome magnano 
significhi eziandio presso alcuni dialetti, come per es. nel mila- 
nese, 'furbo', e in Toscana corre un proverbio che dice: « avere 
più segreti che un magnano », nel che è forse ancora un avanzo 
del significato primitivo. 



Agli amici dell'Archivio. 

Profitto di questo po' di bianco, per dare agli amici doWArchivio qualche' 
risposta e qualche annunzio. 

Insieme con la presente puntata, si pubblica pur l'ultima del quarto vo- 
lume; e sono pressoché pronti i pochi fogli che mancano a compire il terzo. 

Mentre cosi si chiudono i primi quattro volumi deìV Archivio, se ne aprono 
simultaneamente altri quattro. II quinto e il sesto son dedicati al Codice 
Irlandese dell'Ambrosiana; e insieme coi presenti fogli, esce anche la prima 
dispensa del quinto. Il settimo e l'ottavo avranno poi la bellissima fortuna 
d'essere per gran parte occupati da lavori di Giovanni Flechia; tra i quali 
ra'è lecito annunziare sin d'ora: le illustrazioni delle antiche rime geno- 
vesi, pubblicatesi nel secondo volume (e non potute illustrarsi dal dott. La- 
gomaggiore, com'egli avrebbe voluto e saputo, per gravi ragioni che ne lo 
hanno distratto), e un largo studio sullo origini dei cognomi italiani. 

G. I. A. 



CnONtCA DBLl IMPJEBAnOBI. 

ANTICO TESTO VENEZIANO, 

©RA PRIMAMENTE PUBBLICATO 

DA 

A. CERUTI. 



AVVERTIMENTO DELL' EDITORE. 

Uo codice cartaceo del sec. XV, conservato nell'Ambrosiana (H. 31. Inf.), 
il cui titolo leggesi nell'ultime tre linee che servono di chiusa, contiene una 
storia sommaria d'imperatori d'Occidente da Ottaviano Augusto sino alla 
morte di Luigi IX re di Francia, avvenuta nel 1270 in seguito all'esito in- 
felicissimo della sua seconda Crociata. L'ignoto autore, ponendo fine alla 
sua narrazione, volle anche ricordarci d'averla compiuta nel gennaio dell' a. 
1301. Il codice, posteriore di forse un secolo e mezzo, ricorda questa data, 
avendovela materialmente trascritta l'amanuense, pure anonimo, sul suo 
esemplare, se per avventura non dall'originale medesimo, da altre copie forse 
di poco ad esso posteriore; stile non raro nei copisti. Per questa apparente 
menzogna dell'apografo non è però a negarsi, che l'autore primitivo di que- 
sta Cronaca l'abbia veramente compilata sul finire del mille dugento, o ap- 
punto nell'anno da lui segnato, se si pon mente all'epoca dei fatti e de' per- 
sonaggi, che ultimi compaiono nella sua narrazione, oltre la quale il Cronista 
non protrasse forse di molto i suoi giorni, essendosi egli prefisso un limite 
al racconto, cui dichiara di lasciar completo e finito. Ei ne tace il suo nome, 
ma il linguaggio da lui adoperato ci riporta a Venezia, quantunque in nes- 
suna frase o parola della Cronaca siavi alcun cenno della patria o dell'es- 
sere suo. 

La compilazione originale del racconto è quindi anteriore di più d'una 
decina d'anni al libro in volgare veneziano, dedicato a Clarino Badoero duca 
di Creta, de Regimine Eectoris, ossia del governo della famiglia e della 
cosa pubblica, scritto nel biennio fra il 1313 e il 1315 da frate Paolo mino- 
rità, autore ben noto ai filologi. 

Il Codice cartaceo in f." si compone di pag. 10 a doppia colonna di linee 
34 ciascuna, di scrittura quadrata, comune sin quasi a tutto il sec, XV; e 



178 Ceruti, 

ad onta delle non poche mende che vi s'incontrano, non può senza ingiustizia 
annoverarsi fra i meno corretti. V'hanno qua e là alcuni radi ritocchi di 
mano quasi contemporanea, intesi or a correggere un'errore sfuggito dalla 
penna del copista, ora ad ammodernare nella forma qualche parola. Una 
grave corrosione di data antica guastò nella parte superiore del margine le 
prime sei o sette linee della colonna esterna degli ultimi sette fogli ; è quindi 
impossibile, in mancanza d'altri esemplari, riparare alle lacune derivate da 
quel guasto, senza ricorrere a sostituzioni arbitrarie; né io mi attentai di 
farlo, essendomi proposto di riprodurre il dettato colla maggior diligenza e 



Essendo questa Cronaca, più che un brano di storia, un monumento filo- 
logico, non credetti necessario seguirne l'autore nella descrizione delle vi- 
cende da lui narrate, verificarle o correggerne le molte inesattezze. 

A. C. 



1" Di'ieJo la natività del nostro segnor Yhesu Cristo, Ottavian au- 
gusto impera anni xiv. Questo de generacion roman nassudo de pare 
che ave nome ottavian senador, e la generacion de la mare descendi 
da Enea, e fo nievo de lulio Cesaro, e per adotioa el fo fyo. Tuto-1 
mondo el redusse in una monarchia, zoe in uno volere, ne homo de 
tanto prexio fo senza vicii, che-1 serviva ala libidine, zoe ala vo- 
lontà carnai, e intra xii caraare e altre tante donzelle elio soleva 
zasere; e vezando li povuli de roma questa esser de tanta belleza, 
che nessun in li otchi soi elo podeva guardare, e de tanta prosperità 
e paxe, che tuto-1 mondo el se fé tributario, zoe che tuti li rendeva 
tributo, e-li romani li disse: nu te volgiemo adorare, imperzo che dio 

p e|in ti, e si questo non fosse, non te andareve tute chosse prospere; 
el qual questo refuando, lu domanda induxia e aspetto, e chiama si- 
billa tyburtina savia che vegnisse a lui, a li quali el disse quello 
che li senadori li avea dito, la qual daraanda spatio di tre di, in la 
quali ella fé streto zezuno. E driedo lo terzo di la repuose al irape- 
rador in questo muodo: segno de zudisio, la terra comenzera a ba- 
gnarse da sudor; de cielo vegnera el re che vegnera per li siegoli, e 
le altre cosse che segue. E incontinente averto fo el cielo, e tropo 
gran splendor descese sovra da elio, et elio vete una bellitissima 
verzene stagando sovra un altare, e tegnando un fantolin in le soe 



'Cronica deli Imperadori'. 179 

braze. Elio tropo se meravelgiava, e aldi una voxe digando: Questo 
altare e del fylglol de dio; el qual incontinente zetandose a terra 
lo adora; la qual vision con zo fosse che lu 1-avesse recitada e dita 
ali senadori, elli se meravelgiava molto. Questa vision fo in la ca- 
mera de Ottavian imperador, do-e mo la chiesia deli frar menor, la 
qual ven dita la chiesia de santa maria celi. 

Gonzo fosse chossa che Ottavion retornando venzedor de oriente 
fosse intrado in roma con tre vitorie, in quella fiada inprimajau- 2» 
gusto da li romani el fo salutado, imperzo che la chossa publica, 
zoe li beni del comun lo aveva cressudi. Questo vense per batalgie 
quelli de dacia e molto gran zente di Germani el sconfisse, in la 
qual bathalgia xl milia Germani el mena con sie, e sovra la riva 
del reno in franza li luoga. Nessun in batalgia fo più ingraciado de 
lui XLiv anni, inli quali solo el resse 1-iraperio; civilissimamente 
el vive li XII, e li altri anni el regna chon anthonio. Questo molto 
se alegra quando lu avea trovada la cita lateriza, e quando lu avea 
bandonada la citade marmoregna e ornada de molto grande belleza. 

In li anni de quello del xxv" Virgilio mori a brandizo, elle osse 
de quello fo portade a napoli. In I-anno de quello xxxv Oratio poeta 
mori a roma. In lo tempo de Ottavian era una thaverna de gran 
fama de za del thevro, la qual imperzo vegniva dita meritoria, che- 
li chavalieri degni, quello che per li soi soldi li avea mei'itado, so- 
lazando eli spendeva, dela qual in lo di de la natività del segnor 
una fontana d-oio rompe a honor de la beata maria verzine; con- 
struta fo li una ] chiesia del beato calixto primo. Morto e Ottavian 2* 
augusto in I-anno dela vita soa lxxvii a[iresso arella cita de Cam- 
pagna, e fo sepelido in campo marzo. 

Inlo tempo de Ottavian computado fo el numero deli citadini de 
roma lxxxx fia ccc milia et lxxx milia. 

Inl-anno del segnor xiv Tyberio segnoreza anni xviii, in fine al 
anno in lo qual passionado fo el nostro segnor yhesu cristo, e driedo 
la passion de quello anni v. Questo fo fiastro de Ottavian e zenere 
e etiam fjo per adocion, zoe fyo per amor, e fo asai venturado e 
savio in arme; in lo qual era molta sciencia de lettere. In lo parlare 
lu era molto chiaro, ma de inzigno pessimo e insidioso, infenzandose 
de volere quello che non voleva. Questo in li xxiii anni del so im- 
perio, de la etade de lxxxyiii anni, chon gran furor quelli che era 
senza colpa e non nosevol insiembremente cheli stranii elio li puniva, 
e chon allegreza de tuti el mori in Campagna. Questo, segondo che 
diseva losefo, in tuti li suoi fati lu era moroso, onde quando elio 
faxeva procuradori in le provincie, a pena che mai elio li mudasse. 



180 Ceruti, 

3" In lo te|rapo de questo, Ovidio poeta mori, in bando siando, e poncio 
pylata da tyberio fo mandado procurador in iudea, el qual el may- 
stro dele ystorie afferma esser nassudo in la cita de lyon. In questo 
luogo mete losepho, che fo spianador dele ystorie deli zudei, di- 
mando de cristo laldevol testimonianza: el fo a questi tempi savia 
homo, che lu era fator dele maravelgiose ovre e dotore, e molti 
che vegniva a elio e molti deli zudei elo amaistra. Cristo questo 
era; e ploxor altre chosse de la soa passion e resurroccion el disse. 
Driedo la passion del segnor, el dito iraperador Tyberio impara 
anni v; poncio pylato per molte accusation contra quello fate da 
Tyberio fo mandado in bando a vienna in bergogna, e per molte pene 
le qual li lu sostene, si medesmo se alcise chola soa propria man. 
Erodes, el qual aveva morto Zuanne batista, e soto qual fo passio- 
nado cristo, con Erodiada soa molgier apresso vienna fo mandado 
in bando, e li miseramente mori. 

Inl-anno del segnor xxxvii Gayo, el qual galicula vegniva dito, 
segnoreza anni tre, mesi x, di viii. Questo malissimo homo fo, con 
doi suo sorori el zase carnalmente, e una fya de una de quelle el 

37, coignosce del peccado, e fo nievo de tyberio cesaro. Jeronimo sovra 
el matheo dissi che del gayo cesaro primo tuti li romani re Ciesari 
ven diti. Questo Gayo conzo fosse chossa che contra tuti elio sma- 
niasse, con gran avaricia e libidine e eciam dio crudelitade, a roma 
in lo palazo el fo morto. 

In li anni del segnor xlii Claudio impara anni xiv, mesi vii, di 
XXVIII. Questo fo frar de pare (de) Galicola. Questo a quelli de Britagna 
fé batalgia, e eciaradio algune ysole ultra Britagna messo in lo Oc- 
ceano alo romano imperio el suiuga, le quale ven dita archades. 
Questo molto era civile, e vive anni xliii, e driedo la morte fo con- 
segrado e divo fo appellado. Questo de nessuna memoria fo, e morte 
soa molgier, puocho driedo zugando in lo triclinio, el demanda per- 
che la dona non vegniva. De cibo e de vino in ogni tempo e luogho 
lu era disordinado, e impensa de fare statuti e leze, que guederdon 
elio dovesse dare a quelli che daesse flado e strepido de ventre in 
convivio, con zo fosse chossa che per continentia e per vergogna elio 
avesse trovado che un fosse perigulado; e una, la qual ave nome 

4« messalina, e si chomo] scrive zovenale, la fo de tanta luxuria, che in 
li bordelli in prima secretamente andava, e poi publicamente a tuti 
se exponeva, e cosi non saciada ma inlassada partandose, le nobele 
femene a questa medesma chossa si traheva. Questo conzo fosse 
chossa che-I manchasse, Britanico so fyo per conscio dela moier 
fazando senza parte del roman imperio, Neron marido de soa fya lo- 



'Cronica deli Imperadori'. 181 

designa e fé imperador, e chossi el zenere in ordeno ande inanti al 
fjo. In lo tempo de questo Claudio, piero apostolo vene a roma, e 
li Kxv anni el resse la chiesia, e predicando la fede salutevole, et de 
potentissime vertude quella lo aprova. In questi tempi uno oxello 
che ave nome feuix, aparse in Egypto, la qual avanti vi anni era 
aparso in Arabia; lo qual oxel vive infine cinque cento anni, si 
chomo ven dito, e poi si raedesmo ardandose in lo nido, si renasci; 
e questo oxello e a modo de agoya grande, abiando una cresta in 
cavo e circha el collo cholor d-oro, exceto la coda, lo splendor del 
quale si chomo rosa e ceruleo, segondo che ven scrito. 

In li anni del segnor lvi Neron impara anni xiii, mesi vii, di xxx. 
Questo lo romano im|perio deforma e smenema; el piscava chon rede 4^ 
d-oro, le quale con fune de seda vegniva deseese. Infinita parto del 
senado elio alcise, ali boni horaini lu fo inimigho. Citaretico habito 
o ver tragico lo usa; molti horaicidii el cernesse, li frar, la molgier, 
la mare, el raaistro lo alcise, la cita de roma la arse, ali christiani 
lu de la prima persecucion, e per queste chosse dali romani tuti 
abandonado insembremente, e del senado el fo zudigado si chomo ini- 
migo. In lo tempo de questo in I-anno vi lachomo frar del segnor, 
el qual da tuti vegniva appellado insto, deli zudei in prima fo la- 
pidado, e poi chon una pertegha li fo rotti li cervelli e mori; e Se- 
neca de Cordubia pare de lucan poeta commandador de Neron, de 
vita e de sciencia preclaro, per salassadura de vena per caxon de 
vencno de commandamento de Neron si mori. In questo tempo ludea 
alli romani se fé rebella, e da Neron vespaxian fo mandado contra 
quel. Neron etiam dio a tute li suoi malitie azonse che-li santi de dio 
piero e poli fosse morto; e conzo fosse cessa perche lu aveva fatto 
ardere parto de roma, e per altri soi malifitii el fosse cerchado per 
darighi pena, elio fuzi fuora del palazo,|e in lo borgho, el qual era 5*. 
intro salaria e numentana el quarto melgiar de roma, si medesmo 
alcise, e dali levi el fo manza, si chom ven dito. De quello disse 
Svetonio, che conzo fosse chossa che fosse malissimo, nessun homo 
per alguna parte del corpo casto o puro elio zudigava; nessuna veste 
II fiadr el vesti, alli muli el fé suocle d-arzento, e in nessuna chossa 
el fo più dannoso chom in edificare, che la largeza del so palazo 
per structura e de adornamento de oro e de arzente e de gemme 
de avolio con brieve parola non se pò comprendere. In questi tempi 
el coliseo a roma fo redrizado, habiando de alteza pie e e vii. 

Inl-anni del. segnor lxx Galba impera mesi vii, in ybernia, la 
qual e parte de spagna, vitello in germania, Otton lo roman imperio 
per anno rczando, intro si se alcise. 



182 Ceruti, 

Inli anni del segnor lxx Vespasian impera anni ix, mesi x, di xxii. 
Questo fo fato imperador apresso palestrina e obscuramente la nassi, 
ma in alcune chose el fo da esser comparado. Soto questo ludea se 
desparti del romano imperio. Questo con lo tyto so fyo de yerusa- 

5* lem triumpha, |e per amor de questo al senado e al puovolo de roma 
elio fo amabile e iocondo; per fluxo de ventre el mori, e conzo fosse 
che-I fosse constreto da la morte, elio se driza im-pie e disse: el se 
diexe alo imperador partirse e andar allo imperador eterno. Questo 
de Claudio imperador in Germania e in Britagna trenta fiade man- 
dado e doi fiade chon hoste, elio scomfìsse la fortissima zente e allo 
imperio romano elio li sottometesse. 

In I-anno del segnor lxxix Tyto impera anni tre. Questo con so 
pare vespaxian Jerusalem destrusse, e da quelli tuti li ornamenti del 
tempio fo portadi a roma, e apresso da questo, Jeronimo in la expo- 
sicion de loele disse che in lo tempo de paxe li fo reponudi. Questo 
fo raeravelgioso de tute vertude in tanto che delicie dela humana 
generacion el fosse dito. Questo quelli che aveva conventi, siando 
stadi in contra da lui, elio li lagava quel medesma familiaritade, la 
quali inanti aveva abiudo, reraagnando; de tanta liberalitade el fo, 
che a nessun elio non negava chossa alchuna, digando che nessun 
dal imperador se doveva partir tristo, digando che elio avea perda 

6« quel di, in lo qual niente aveva dado;|e fo sepelido apresso li sabini 
in quella villa, in la qual fo so pare ; e siando morto, tanto pianto fo 
in roma, che quasi tuti la soa morte planzeva, e quamvisdio che-I 
pare fosse de gran vertu, ampo el fyo impara ch-ello passa el pare 
de vertu, e-1 vene inanti messo al pare in le scriture e in lo parlare. 
In I-anni del segnor lxxxii Doraitian impera anni xiii, mesi v. Que- 
sto frar de tyto fo. In li primi anni el fo atemperado, e per lo im- 
perio incontinente a grandissimi vicii elio se-de in tanto, e fé che li 
meriti del pare e deli fradelii elio dispresia. Lu alcise de nobilissimi 
homini del senado, segnor e segnor primo se fé appellare, e nessuna 
statua se no d-arzento o d-oro elio soffri che fosse messo a elio in lo 
capitolio: li cosini soi la si alzise; Zuanne evangelista fo per elio 
mandado in patmo. Driedo Neron elio de la segonda persecution ali 
christiani; quamvisdio che fosse stado fyo de vespaxian e frar de 
Tyto, a nessuna cessa fo a elli simile, ma si fo simile a neron o ver 
a Galicula; e per amor de zo, conzo fosse chossa che per queste ma- 
licie a tute persone fosse in noia, elio fo morto dali soi in pallazo 

Qb in li anni xxxvi dela etade soa, e con deshonor elio fo sepelido. j In 
lo tempo de questo, dyonisio ariopagita fo passionado cheli suoi com- 
pagni, e san lucian discipulo del beado piero apostolo, li quali san 



•Cronica deli Imperadori'. 183 

elemento aveva conzonti mandandoli in franza. In lo tempo de questo 
edificado fo lo tempio pantheon, el qual mo ven dito santa maria 
reonda, e fato fo in questo muodo: li senadori sapiando che quelli 
de persia aveva revelado, conzo fosse chossa ch-eli volesse man- 
dar la Marche agripa prefeto de roma, e quello non volesse andar, 
demandando deliberacion de tre di, conzo fosse che una note sovra 
questo pensando 1-avesse dormio, e-Ii aparse una feraena dimando, che 
se imprometesse de far un tempio a honor de quella, e cosi com li 
dirave, el venzerave per lo so alturio, digando si esser chiamada 
cymbelle, mare de tuti li dii; e conzo fosse che Agrippa questo a- 
vesse impromesso, levandose la doman, e questa vision ali senadori 
lu avesse dito, el fo mandado eoa grande aprestamento de nave e 
de cinque legion de chavalieri in persia, e siila scombati e vense. 

In li anni del segnor lxxxxv Nerva impera anno i, mesi iv. Que- 
sto danna tute quelle chosse, le qualle domician aveva fate; onde zuane 
evangelista retornajdel bandizamento , in lo qual lu era iu effe so 7" 
naandado. 

Inli anni del segnor lxxxxvi Traian impera anni xix. Questo 
abiando preso asia e Babilonia alle fin de Judea, poi lu aride in 
alexandria. Questu, non per si, ma per li suoi conselgieri comanda 
che-I fosse dada la terza persecucion alli cristiani. Questo siando de 
la famelgia apresso agrippa, in spagna, in ytalia e in franza fato 
fo imperador. Questo driedo augusto le fin del romano imperio lonzi 
e ampiamente amplia, e infine ali fin de India lu ande; in lo mare 
rubro el messe navilio, azo che per quello le fine de India el gua- 
stasse; a Roma e per le provencie fazandose inguale a tuti, li amisi 
suoi el visitava per caxon da saludarli, e visitava li infirmi, a tuti 
lu era liberal. Questo driedo la gran gloria de bathalgia retornando 
de persia, apresso silentica del fluxo de ventre el mori, elle osse de 
quello fo messo in una urna d-oro e a Roma fo portade in lo mer- 
cado, lo qual elio ediffica, e soto la coIona fo messi, 1-alteza dela 
qual era cxl pie. Questo solo de tuti apresso roma fo sepelido, e 
intro li divi fo reputado. De questo si e questo gran memoriale, che 
in lo senado|nou altramente deli principi de esser chiamado, se no yt 
più beado augusto, meior de traiano^ Soto elio fo passionado santo 
Ignacio discipulo de san Zuanne evangelista, veschovo de antliiochia, 
el qual ande a Traian che retornava dela viteria, e menazava de 
dar morte ali cristiani; e confessandose esser cristiano, el fo vento 



' 'non altrimenti dei principi deve es^er detto (chiamato), se non « più 
beato di Augusto, migliore di Trajano »." 



184 Ceruti, 

con ferro e fo portado a Roma. El chuor de questo, conzo fosse 
che-1 fosse diviso in molte parte , el nome de cristo in zascliadune 
parte de letere d-oro fo trovado scrito. 

In quel tempo Eustachio, el qual fo so nome plaido, maistro dela 
eavalaria de traian imperador, al qual don fina a tanto che-I fosse 
a chazare, intra le come da un cervo li aparse cristo in croxe, e 
poi chela molgier e filgioli fo batiza, e si chomo cristo li aveva dito 
davanti, molto aversitade chola molgier e cheli filgioli elio sostenne; 
e pantheon a roma da sayta de fuogo fo arso, e alli perfin fo repa- 
rado. Plinio orador e ystorico fiori, el qual mitiga traian imperador 
dela persecucion dali cristiani, lo qual li perseguiva, scrivando al 
imperador, che niente de mal se trovava in quelli, dastier che alle 
ydole i-no sacrificava, e in anzi di li levava adorar Dio. 

8« Inlo tempo de questo Symon eleo|fas chosin de Jachomo apostolo, 
el qual avea succedu a elio in lo veschovado a Jerusalem, fo inco- 
ronado de martirio. 

Inl-anno del segnor cxxi Adrian impera anni xv. Questo la se- 
gonda fìa suiuga li zudei che aveva revelado, e roma e Jerusalem 
lu restaura e amplia, non zudei ma altra zente in quella legando. 
Questo fo in tute chosse glorioso, leze molte el fé, e una coIona in 
so nome el fé fare, el qual quamvisdio che-I fosse nievo de traian, 
ampo alla gloria de traian abiando invidia, incontinente tre proven- 
cie, zoe syria, Mesopothanea e armenia, le qual traian ali romani 
aveva aquistade, elio le lassa. Anchora de dacia sforzandose de far 
al simile, li araixi peizora quello, imperzo che traian abiando venta 
dacia, de tuto lo mondo 1-avea manda a Roma infinita moltitudene 
de homini a coltivar li campi e le citade; paxe ampo in omni tempo 
I-ave del suo imperio. De latina parola el fo sommo parlador, e del 
griego parlare el fo molto amaistrado, diligentissimo circa lo errarlo, 
Zoe lo luogo ce che sta I-avere, e circa la disciplina deli cavalieri. 
El mori in campagna in I-anno del imperio so xxi. Lo senado non 

g6 volse dare a elio li divini honore, e|ampo el so soccessor chom molta 
fatiga apresso li senadorì apena ave quello; e adrian abiando refato 
Jerusalem, comanda che a nessun zudio fosse dada licencia da in- 
trar, ma solamente ali cristiani. E in quel tempo fato fo che lo 
luogho dela passion de cristo fosse dentro dali muri, el qual in prima 
era de fuora; e imperzo che-I vegniva chiamado Elyo Adrian, volse 
che Jerusalem fosse chiamado del so nome EIya. 

Soto adrian fo passionada la beada verzene Seraphia de anthìochia 
per generacion, stagando in la chasa de la nobilissima femina Sa- 
bina, la qual per la soa dotrina 1-avca convertida; onde santa sabina 



'Cronica deli luiperadori'. 185 

imperzo che-1 fo accusada che 1-avea recolte le osse de serafia, 
alle per fin de martirio la fo coronada. la questi tempi ecìamdio fiori 
el segondo philosopho, el qual philosopha in ogni tempo, servando 
scilencio; ella chaxon del silencio inlo so libro se demonstra. In 
questo tempo aquila de generacion pontico, segondo interpredo dela 
leze de raoyses, fiori. Questo adrian comanda per una lettera, che a 
nessun fosse licita chossa li cristiani condannare senza obieto de pec- 
cado o ver|pruova. Questo daspo che la chossa publica chon iustis- 9» 
sime leze I-ave ordenado, e lo luogho oe che sta 11 libri athenes I-ave 
construta de raeravelgiosa ovra, el mori in campagna. In lo tempo 
de questo «in quella fiada imprima mente al rauodo griesischo in la^ 
chiesia orientai deli cristiani li rainisterii fo celebradi , li quali a- 
vanti era stadi celel)radi al muodo zudaico. 

Inli anni del segnor cxl Antoino piathoso impera choli filgioli 
anni xxxii, mesi ni. Questo imperador per questo cothal nome re- 
ceve, imperzo che in ogni regno siando retegnude plezarie, li debiti 
deli creditori elio relaxa. Quello zenere de Adrian fo, circha li cri- 
stiani el fo piathoso, e in tanto lu regna quieta mente, che degna 
mente elio fo dito piathoso, e pare lo errarlo, oe che sta I-avere, 
pieno e richo lo lagha, e li beni del comun lu acresce; e driedo la 
morte soa si chomo romulo vegniva coltivado e honorado, e mori 
apresso orta villa soa, la qual era xii melgia lonzi de roma, e intro 
li divi fo portado e degna mente fo consegrado. In lo tempo de que- 
sto, Gualtier medigho, che fo de nacion de Bergamo, a roma clari- 
fica, zoe fo apresiado in vertude.llu quel tempo fiori, zoe fo apre- g^ 
xiado, pompeyo de nacion de spagna, el quale le ystorie de tut-el 
mondo dal tempo de Nin re de quelli de Assyria infina alla monar- 
chia de Cesaro lu redusse in latina parola, distinguandole per libri 
XLiv; la abreviacion deli qual fé Instino so discipulo, el qual lustin 
philosopho ad Anthonio piathoso [...] lo libro componudo dela cristiana 
religion, e benigno fo quello alli cristiani. Questo antonio in tanto fo 
piathoso, che a nessun fo axerbo, fazando ali boni honore, el qual 
non [ven?] dito che avesse dito chetai parola: più volentiera volgio per 
exempio de scipion un citadin servare, che mille iniraisi alcidere. La 
fya de questo antonio, la quale avea nome faustina, conzo fosse 
cossa ch-ell-avesse vezudi li gladiadori combatando in sierabre, la 
se inaraora; per la qual chossa, conzo fosse chossa che la coraen- 
zasse d-avere male, a so marido marcho antonio la chason del so 
mal la manifesta; el qual per lo conscio deli medisi de Caldea uno 
de quelli gladiatori fé alcidere, e del sangue de quello el corpo de 
faustina fé onzere, maxima mente quella parte del corpo, doe libidine 

Ar.liivio eloti.ol. ita!.. Ut. 13 



180 Ceruti, 

10" delii concupiscencia raazor mente se inflaraiu.i; ] la qual chossa siando 
fata, la tentation cessa e eciamdio la inflrmitade. 

Inlo tempo de questo antlionio fiori Tliolomio, homo meravelgioso 
in sciencia mathematica, el qual più azonse in astronomia cha fosse 
luto quello, el qual inanti scrito elio trova; e fo portado ad alexan- 
dria, e con instruraenti de astronomia lu observa le stelle in lo tempo 
del predito imperador in alesandria e in Ruodo: el fo etiamdio de 
statura moderado, de color bianco, de forte ira, de puoco cibo, abian- 
do el flador odorifero e le vestimente resplendente. E compose moki 
libri, Zoe Almaiesti e la perspectiva, e inli iudicii quadrupartido, e 
centilogio e ploxor altri, e vive anni lxxviii; e deli proverbii suoi 
e maravelgiosa chossa che intra li horaiui 1-3 più alto, el qual non 
cura in man de chi sia el mondo, e questo el qual per altra non 
ven correlo, altro per elli cerreti sera, e queste ultime promission 
se cavi. 

In I-anno del segnor clxxii Marcho anthonio vetchio chon so frar 
luzo aurelio in que modo lu impera anni xix. De questo Roma co- 
menza ad aver ii iraperadori. Questo optimo fo, ampo dali suoi rao- 

10^ vesta fo ali cristiani la | quarta persecucion. In Io tempo de questi 
in prima la chossa publica per inguai raxon obedi a quelli che ami- 
nistrava lo imperio. Morto ampo I-uno, solo Anthonio la chossa pu- 
blica resse, e si in oriente in asia, chomo in occidente in franza molti 
de martirio fo coronadi. In asia santo policarpo e altri con elio xii 
de philadelfia, in franza sen insto veschovo de vienna e forcio ve- 
schovo de lyon con innumerabile moltitudine de martirio fo coronadi; 
el qual marcho antonio, che digna mente el possa laldare, del comen- 
zamento dela vita soa el fo tranquillo. Questo a nessun aiugniraento 
claro, le provencie chon gran beniguitade e moderamento trata, in- 
tanto che dala infancia soa el volto ne per allegreza ne per gra- 
meza elio non avesse muado, in scientia philosophistica de lettere si 
griege chomo latine molto fo amaistrado, in dare doni allegro, driudo 
la vitoria magnifico. Questo etiamdio in panonia mori, da tuti chia- 
raado certe mente, intro li divi portado fo. Per quel medesmo tempo 
fiori Zilio scritor ystoriograff'o e la beada prasceda, la quale conzo 

11" fosse chossa I che la se sepelisse li corpi deli martere, ella, azo che 
la possesse^ de questo mondo driedo quelli, ora allo segnor, incon- 
tinente exaldida la soa oracion, morando in paxe a cristo. 

Questo driedo la 1)atalgia, la qual aveva contra li germani, schiavi. 



' 'acciocché ella potesse (passar) di questo mondo ecc., (e) tostamente (fu) 
esaudita". 



'Cronica deli Imperadori". 187 

Glanachi e assamati, conzo fosse chossa che siando nudado lo erra- 
rlo, nessuna chossa avesse da dare ali chavalieri, no volgiando de 
algun esser molesto, inazor mente alle leze ^ li vasi d-arzento e d-oro 
e lo ornamento dela molgier e molti altri ornamenti alienare, cha 
lo senado o ver le provincie gravare; ma abiando elio abiu vitoria, 
no sola mente quelle el recovra, ma eciamdio a tute le provincie li 
trabuti elo relaxa. 

Inl-anno del segnor clxxxvii Comodo driedo anthonio impera anni 
XIII con luzo anthonio. Theod)SÌo interpredo terzo fo abiu, e yreiigo 
veschovo de lyon in dotrina fo reputado meravelgioso. Questo co- 
modo de anthonio fyo niente ave de proprietate del pare, senno che 
contra li germani beada mente el combate; el se sforza de redur al 
so nome el mese de settembre, azo che-1 fosse dito Comodo. El mori 
de morte subitanea con tantaldisgracia deli homini, che inimigho 11'' 
dela humana {^eneracion elio era zudigado. Questo dito Comodo a 
luti incomodo in la chasa vestale strangulado mori. Questo don fina 
tanto che-I regnasse, el manda philippo nobile roman in Egyto, azo 
che-I fosse prefeto de Alexandria; del qual soa fya Eugenia, con n 
soi eunuchi, prothoe iacinto, segreta mente partandose del pare zentil, 
in abito de homo, Eugenio chiaraandose, se fa bathezare; e siando 
fati monesi in un monestiero, conzo fosse che, morto siando 1-abade, 
Eugenio fosse fato prelato, per una femina, la qual era inamorada 
in elio, imperzo cli-elo noli avea consentido, si chomo oppressor e 
rio homo fo desfamado chon tuti li monesi. E questo don fina a tanto 
che, siando preso, el vegnisse a tormentare dinanzi d.l prefecto, 
siandogli s [uarzade le veste, la si mostra esser soa fja Eugenia, e 
li eunuchi prolho e iacinto esser. Grande allegreza fo fata; el pare 
chon tuti fo batezado, e Melancia, la qual era desfamadrixe, da 
fuogo de cielo fo arsa. 

Inl-anno del segnor ce Elyo pertinaxe e Severo impara anni xviii 
Questo elyo siando pregado del senado, che la moier|augusta e-1 fyo ig» 
lo feze cesare, e elio non volgiando fare, disse che-I bastava che-1 
dovesse regnare; ale perfine per tradimento dali cavalieri pretoriani 
fo talgiado a peze. Symaco iv interpredo fo abu , Narcisio ve- 
schovo de yerusalem de vertude ploxor fo celebrado. Ternulliano ^ 
affer inla chiesia fo trovado meravelgioso, Origene in alexandria in 
studii fo amaystrado. Questo elyo pertinaxe, homo de gran tempo et 



•Forse doveva leggere: maSonnente aleh' (cfr. alesse 39'). cioè *niag- 
giormente elesse', preferì. 
' Tertulliano. 



188 Ceruti, 

in tute chosse drito, uncha mai no tolse doni, e unclia mai non fo se- 
duto a vendegarse; el qual fo morto el sexto mese, inlo qual elio 
comenza a regnare. 

In I-anno del segnor ccxviii Severo de goneracion de affrica impara 
anni xtii. Questo homo fo de batalgia, de griege e latine lettere el fo 
molto araaistrado, a demandare diligente, a dar liberal. Severo eciam- 
dio la quinta persecucion adovra in li cristiani, in la qual molti santi 
jìer diverse provincie fo passionadi, intro li quali fo a-leoricio^ pare 
de Origene talgiado el cavo, lassando Origene anchora de tenera etade 
chon setti fradelli ella mare de quelli vedova; ma el predito origenes 
Ig» abiando xvii anni, si amaistrado era in gramatica, che amaistranldo 
in quella, la mare e li fradelli lu sustentava. In quella fiada fo pas- 
sionado yrengho chon gran multitudene de puovolo, e severo mori 
in Britania, la qual mo ven dita anglia de Eborazo. Questo severo, 
de natura servo, molte batalgie beata mente el fé; el venzi quelli de 
parcia e de arabia, e molte chosse a lo romano imperio in tuto-l 
mondo el recovra; el qual etiandio trata fuora la gloria dela batal- 
gia, alli civili studii e in sciencia de philosophia el fo chiaro. La 
dredana batalgia in Britagna lo ave, e azo che le provencie aquistade 
con ogni segurtade lo guarnisse, spacio de cxxxii melgiara del mare 
in fina a lo mare el redusse. Questo in prima fo avocato; alle perfine 
per diversi officii montando pervenne allo imperio. Questo e-1 primo e 
I-ultimo imperador che fo de affrica. 

In I-anno del segnor ccxxxv Anthonio carathalla impara anni vii, e 
severin fjo so. Questo fo fjo de Severo imperador e fo pessimo. In 
Jericho la quinta adicion de scriture e trovada, el fatop dela qual 
non appare. Questo fo deli costumi del pare più aspero, de luxuria 
13" irapacientissimo, in tanto che soa maregna iulia elio tolse per moier. 
Questo conzo fosse ch-elo aprestasse batalgia a quelli de parcia, el 
mori apresso Edissa citade in I-anno del so imperio vii. 

In I-anno del segnor ccxlii Martin impara anno uno. Questo con 
so fyo per invidia fo talgiado. 

Inl-anno del segnor ccxLin Anthonio impara anni tre. La sesta 
edicion e trovada a Nicopoli. Sabelio nassi. Questo anthonio luxu- 
riosa mente vive, in tanto che nessuna generacion de luxuria fosse che 
elo non adovrasse, e fo morto del rumor dali cavalieri de roma chon 
soa mare. 

Inl-anno del segnor ccxlvi Alexandre impera anni xiii. Questo de 
I-oste cesaro e del senado dito augusto. Persia el venzi per batalgia. 



DoTrebbe dire: 'a Leonida' 



'Cronica deli Imperadori". 189 

Questo resse la disciplina deli cavalieri crudelissima mente ; per as- 
sessor I-ave ulpian condì tor de raxon, e a roma el fo favorevole, e 
mori in franza; per remor deli cavalieri fo degolado in magoncia. In 
quel tempo Origenes driedo li apostoli sovra tuti in la cliiesia de dio 
in sciencia, in eloquentia e in vita fiori, e in quella fiada comenza de 
diversi libri componere, abiando vii donzelle e vii zovejne, excepto 13* 
li altri sentori, che de la bocha soa scriveva le raatierie de diversi 
libri; e tante chosse scrissi, che-1 beato Jeronimo confessa se aver 
letto vn railia voluraine de libri, excepto le epistole, le qual a di- 
versi el scrisse. De quello era proverbio, che thal chomo era la soa vita, 
cothal era la soa dotrina, che sovra lete mai non zasse, chalzari un- 
ìcha mai non porta, carne uncha mai non manza, vino uncha mai el 
non bevi, segondo che se leze inla ecclisiastica ystoria; e conzo sia 
chossa che de santissima vita el sia stado e de dottrina meravelgiosa, 
li gran dotori si lo scusa deli errori, li quali ven imponudi a elio, 
si chomo Eusebio de Cesarla e Tuffino preve; del qual scrivando Je- 
ronimo, e molti altri, e dise che driedo la morte soa li heretisi ad 
oscurar el claro nome so ali libri soi si oppone chose de rixia. Mam- 
mea mare del imperador cristiana auditrixe fo de erigane e deli altri 
cristiani amaistrarixe, e per questo da so fyo la fo morta. Santo 
ypolito veschovo de porto a quel tempo fé bone chosse molte e 
chiare. 

Inl-anno del segnor cclxix Maximian impera anni iii. Questo pri- 
mo del corpo di cliavalieri senza^decreto del senado fo fato imperador, U" 
e persegui li cristiani; el venzi li zermani e li parti; alle per fine, siando 
abandonado dali chavalieri soi, da pipin de acquilia chon so fyo, lo 
qual era anchora puto, fo morto. 

Inl-anno del segnor cclxii Gordian impera anni vi: fabian fo re- 
velado per testimonianza de spirito santo in specie de columba so- 
vra el cavo de quello, digando: tu sera ordenado veschovo de roma. 
Questo Gordian daspo che de persia lu ave viteria, vegnando a roma, 
apresso la citade per inganno de philippo el fo morto. In questi tempi 
fiori affrican, intra li scritori dela chiesia molto nomenado. 

Inl-anno del segnor ccLxviii Philippo con so philippo* impera 
anni vii. Questo fo el primo imperador Cristian, del qual etiaradio el 
primo anno, mille anni da poi che roma fo fato, ven dito che fosso 
complidi; per la qual chossa li romani fé meravelgiosa solennità; li 
deniava per spacio de in note in molta allegreza. Questo fo batizado 
del beado poncio martere in Nicena cita de provenza. Intrambi questi 



'con £0 (fyo) philippo' 



190 Ceruti, 

del osto fo morti, ci pare a roma, el fyo a verona, el qual fyo in 
tanto fo de crudele animo, che per quello che savesse fare algun, el 

I4ft non se pos seva meter a rider. Questi do iraperadori li thesauri soi 
al beado systo lassa e alla chiesia; li quali decio più zovene, el qual 
non era imperador, ma cesaro fo, dal beado lorenzo recheri, si chomo 
se leze in la legenda del beado lorenzo. Questo philippo più vetcliio 
in tanto era confirraado in la fé de cristo, che prorata mente confes- 
sando li suoi peccadi, in la festa de pasqua denanzi da tuto el puo- 
volo el comunegasse. 

Inl-anno del segnor cclxxv Decio impera anni ii, mesi iv. Questo 
in tute chosse fo rio, ma ampo lu fo savio in arme; lu ave in odio 
li poveri, e ali cristiani lu de la septima persecucion. Questo de la 
pononia de soto nassudo, in batalgia fo morto dali barbari. 

Inl-anno del segnor cclxxvii Gallo chon volusiano impera anni ii, 
mesi IV ; per ingurdisia del ventre el mori. Cyprian veschovo in Car- 
thagine fiori. 

Inl-anno del segnor cclxxix Valerian con so fyo Garieno impara 
anni xv. Questo, Gotta, grecia. Macedonia scombati e asya. Questo 
in Jerusalem e Mesopothamia fazando batalgia, da Sapor re de persia 

1^" vento fo e in le servitude e reduto; e tanto quanto ellvive, el re de 
quella medesma provincia, metando el pe su la testa de quello, lu era 
usado montar a chavallo. Questo in lo principio del so imperio per- 
segui molto li cristiani, e molto sangue de santi fo sparto. In quella 
fiada fo passionado Cyprian, marzo luzo papa. Garieno in priemera 
mente la cossa publica rezando, poi retornando in lascivia e in vani- 
tade, pezorando la chossa publica, per inganno de aurelio doxe so, 
morto fo da valerian, e Garieno un decio in Cesaro fo creado, ma 
ampo non fo lu imparador el dito decio menor; e da questo san syxto 
e san lorenzo fo raarturizadi. El beado syxto in yspagna fé bone ope- 
racion, doe zovene, zoe lorenzo e Vincenzo, componudi de belli costu- 
mi elio li guarda e chon si lo mena a roma, e lorenzo remagnando, 
Vincenzo in yspagna retorna, e soto dyoclitian marturizado fo. 

In!-anno del segnor ccxciv Claudio impera anno vii, mesi viii. Que- 
sto li Gotthi, Illirico e macedonia guastando recovra, e abiando venti 
li alemani, de infirmitade el mori. 

15* Inl-anno del segnor ccxcv Aurelio impera anni cinque. Questo fa- 
zando persecucion ali cristiani, da folminerio da cielo el fo corretto, 
ma non mori. Questo de dacia rivese siando nassudo, possente in ba- 
thalgia, cinque Sade li Gotthi potentissima mente vense. Que>to in pri- 
ma apresso li romani la corona messe in cavo so, adornada con 
gemme. Questo chon muri più forti roma cense, el tempio del sole lu 



^Cronica deli Imperadori'. 191 

edifica, in lo qual infinito oro e gemme el messe, lo uso dela carne 
de porcho al puovolo restituì. Questo aurelio imperador vignando in 
franza, crudeli statuti ordena centra li cristiani, e vignando a senon, 
santa Colomba e tuti li cristiani alcise. Ad antysiodoro* molti do 
martirio incorona; la cita de franza, la qual Qenabo vegniva dita, 
per lo nome so aureliana- la chiama. El fo morto per malicia da un 
so servo, e intro li divi fo portado. 

Inl-anno del segnor ccc Alhyco impera mesi vii. Questo savio e 
largo fo, e ampo niente potè mostrare, per che elio mori de subita 
morte. 

Inl-anno del segnor ccc Pio impera anni vii, mesi in. Questo do 
re ven>e; Manicheo heretigo se leva. Questo de generacion de persia, 
aguzo de inzigno, de cuostumi barbaro, Manes in prima dito, ma per! 
aietto, Zoe per sovra nome, Manichio se disse. Questo affermava ii 16' 
principi, I-uno de ben e I-altro de mal, un de luxe e I-altro de tene- 
bre, e molti lassa successori del so errore. Per certo prò imperador 
apresso Guitrio del remor dali chavalieri el fo morto. 

Inl-anno del segnor cccvii Florian impara anni ii. Questo ven dito 
che morisse per talgiadura de vene. Questo niente fé che sia degno 
de memoria. 

Inl-anno del segnor cccix Laro con suo filgioli Carino e raunerian 
impera anni ii. Questo, in tute chosse rio, de pizolo fulminerio el peri; 
eciaradio li fylgioli de quello intrambi fo morti. 

Inl-anno del segnor cccxi Dyocliciaa e Maximian impera anni xx. 
Questo dyoclician obscura mente nassu, con divini libri adusti, li cri- 
stiani in tuto-1 mondo persegui x anni. Questo inprima mente le gem- 
me ale veste e ale calciaraente comanda che fosse messe, conzo fosse 
che tuti li principi da li in driedo usasse de sola purpura; alle perfin 
el mori per veneno. Questo, nassu de dalmacia, Maximian un ciesaro 
fé, mandandolo in franza contra el puovolo deli villani, li quali con 
grieve man al roman imperio se' aveva opponu, li quali elio castiga ig* 
e constrense; ma in quella via la legion de thebe, dela quale el beato 
mauricio era cavo, conzo fosse cossa che-1 renunciasse de sacrificare 
alle ydole del prefato Maximian, in un luogo de franza per cristo 
volentiera mori. In questo mezo dyoclitian in oriente e Maximian in 
occidente fé guastare le chiesie e cilcidere li cristiani, la qual perse- 
cucion quasi più dura era de tuti li antecessori, che per x anni chon 
varii statuti li libri dela divina leze li fé ardere, e le chiesie in za- 
schadun luogo fé minare, e li prelati dele chiesie fé talgiare; non 



Auxerre. ' Orleans. 



192 Ceruti, 

etade, non sexo, non condicion scampava, che-1 non fosse tajadi quelli 
che non sacrificava. 

In quel tempo siando incoronado de martirio Gayo papa, Marcellin 
fo eletto, in lo tempo del qual tanta forza de persecucion fo, che in 
XXX die XXXII milia intra homini e femene per diverse provincie fo 
coronadi de martirio, in tal muodo che quel Marcellin papa duto per 
paura sacrifica ali ydoli ; ma poi retornando a penitencia e sentenza 
centra si dagando, per che lu era andado contra el papado, de dyocli- 
ciau fo incoronado de martirio. Per quella medesma persecucion pas- 

17" sionadoifo in roma Anastaxia verzene, sebastian, Agnese, lucia, Aga- 
tha verzene. Gorgon, Quintino e grisogono. In quel tempo apresso 
egea fo passionadi Cosma e damian in un die nassudi, in carne e in 
spirito zemelli: apresso frigia una cita tuta de cristiani circundada, 
azo ch-eli no podesse fuzire, con tuti arsa fo. In Britagna e in En- 
gelterra in quella fiada quasi tuta la cristianità fo destructa; in quella 
fiada eciamdio fo passionado el beado Grigolo martere. 

Inl-anno del segnor cccxxxi Valerio impera anni ii con Constantin 
e lucin. Questo Constantin spagna suiuga a si, e la fya del re de Bri- 
tania per nome elena tolse per concubina, dela qual el zenera Con- 
stantin grande; el qual ale per fin in Eboracia^ in Britagna mori, e 
Constantin fyo so, nassu de quella concubina, imperador lassa da 
franza; el qual fato imperador, alli citadini e alli soldadi del oste e 
altri el fo aceto e amado; e vignando a roma contra Maxenzo, el 
qual li romani avea fato imperador, el qual in tanto fo plen de vicii, 
che nessun vicio non era che elio non lo fazesse, inlo segno de la 

17» croxe, el qual g-e monstrado, el vense. Soto questoj Maxcencio fo pas- 
sionada la beata catherina. 

Inl-anno del segnor cccxxxiii Constantin impera anni xxx, mesi x, 
di XI. Questo, dito' grande, fato Cristian, de licencia ali cristiani li- 
bera mente de congregarse, e le chiesie a honor de yesu cristo el fé 
fare. In questi tempi la rexia arriana nasci e apparse, e lo concilio 
fo congregado a Nicena de Constantin a condannare la rexia, e fo da 
cccxviii veschovi; in lo qual concilio el beado Nicolo veschovo de 
Mirea fi letto esser stado. Scisma deli donatisti nassi da un donado 
affricano, el qual li gradi dela menoritade in le persone raeteva. Que- 
sti, siando venti Maxenzo e lucine e severo imperador, da Silvestro 
papa per caxon da mandarlo dela levra elio fo batezado, onde tute 
le imperiai dignità elio li de al papa, e elio passa a Constantinopoli. 
Algun a dito che Constantin in 1-ullimo tempo dela vita soa fo re- 



Ebreville. 



'Cronica deli Imperadori'. 193 

batizado da Eusebio veschovo de Nicomedia, e per la dotrina soa Mar- 
tiano se converti; ma questo da Constantin vea dito raendosa mente, 
imperzo che-1 beado Grigolo in lo registro so, quando el parla a 
Mauritio, elio lu appella de bona memoria.- In la ystoria tripartita 
la sua morte e li soi fati ven trovadi boni, e sovra lo salmo xin IS» 
el beado ambrosio disse quello esser de gran merito apresso de dio, 
imperzo che lo primo dali imperadori la via dela fé e dela devo- 
cion alli principi elio lassa, e ysidoro inle Cronice suoe repro- 
vando queste chosse, al pestuto disse quello beada mente aver ter- 
minado; onde li Griexi anumera Constantino in lo cathalogo dali 
santi, e con solennità fa festa de quello a xxi di de mazo. Ma quelle 
chosse, le quale mendosa mente del predito Constantino e dito, de 
Constanzo so fyo tute verasie ven trovade ; e non v-e de vertu si- 
raele principe de tanta devocion, in tanto aver merchado, che cossi 
vii mente elio 1-avisse dispreziado el baptesmo, el qual lu avea rece- 
vudo del beado Silvestro, per lo qual si e corporal mente dela levra 
e spiritual mente del peccado elio avea cognoscudo esser mondado, e 
eciamdio lu avea testimoniado si aver vezudo cristo in lo batesmo; 
onde che per la gran religion, la qual elio avea a coltivar cristo, e 
per tropo gran reverenda, la qual lu avea ala chieresia, el ven creto 
questo dali aversarii dela fede esser dito fiticia mente, che in tanto 
lu ama de coltivar cristo, che in continente chomo el fo batizado, lel 18* 
comanda che chiesie dali cristiani in ogni luogo fosse redrizade; e in 
lo palazo laterano, a honor de cristo, la chiesia, che mo ven dita la 
chiesia del Salvador, elio la fé fare, azo che per questo la università 
deli homini savesse che nessuna dubitacion circha la fé de cristo e del 
error passado in lo cuor so non era romasa chossa alguna; la qual 
chiesia Silvestro papa solenne mente la consegra, la qual consegracioii 
in fina anchosi, chomo alla prima chiesia, non solamente a roma, ma 
etiamdio inle circurastante region, solenne mente ven celebrada el nono 
die de novembre. Inlo tempo de la qual consegraxon, la ymagine del 
Salvador, non per ovra de liomo ma per ovra divina, in quella fiada in 
prima a tut-el puovol de roma aparse impenta in un muro, la qual 
apar in fina anchoi; e conzo fosse chossa che quello raedesmo papa 
abia ordenado in zaschadun luogho inle chiesie esser altare de piera, 
in la predita chiesia elio non adriza altare de pria, ma de legno; 
inanzi I-abito stabili e ordena, e lo altare, in lo qual el beato piero 
e li altri suo successori in fina ali tempi de Silvestro ven dito aver| 
celebrado; e in quella fiada regnando la persecucion, certo statio de 19- 
veschovo non era in roma, ma dove melgio li posseva, o ver in criti, 
o ver in cimitierii solo terra, over in cliasa de homini fideli o do 



194 Ceruti, 

feraene, li celebrava mossa sovra 1-altar de legno, el qual era con- 
cavo o de archa, abiando iv circuii in li canton, per li quali rv prie- 
vedi al luogho che se celebrava si staxeva; e per reverenda de san 
piero e deli altri santi .pontifici, el beado Silvestro ordena che nes- 
sun celebrasse sovra questo, se-I non fosse veschovo, el qual infina 
anchoi ven observado; ma intro quella deponuda la mensa, solo el 
sommo pontifico celebra, la qual ven deponuda in cena domini, zoe 
del segnor, la zuoba santa, e no ven reponuda se non al sabbato 
santo driedo el batisrao. E constantin a Nicoraedia mori. 

Inl-anno del segnor ccclxiv Constantin con constante e Constanzo 
fradelli resse lo impierio anni xxxiv. Questi fyoli del gran Constantin 
fo, e questi fradelli corabatando, le forze de roma se consumava; 
poi solo Constantin triumphando, tene I-imperio e fo Cristian, el qual 

19* li duxe del frar de| Constanzo 1-alcise, e ali perfine abiando tolto 
I-imperio, Constanzo fato fo arian. Lì cristiani in tuto-1 mondo In 
perseguiva; per lo favor del qual frieto Ario, don fina tanto che in 
Constantinopoli alla chiesia lu andasse, corabatando dela fé contra 
li cristiani, e andando per la casa de Constanzo alo necessario, li 
lu perse la vita, mandando fuora 1-enteriori. Donado, dei-arte dela 
gramatica scritor e precetor de Jeronimo, sommo fo abiu; Antonio 
monego mori; le osse del beado andrea apostolo e del beado luca 
evangelista fo portadi a Constantinopoli. Questo bandeza li defensori 
dela fé, zoe Anastasio e alexandrin e eusebio de verceij, li quali 
poi fo revocadi con ylario e dyonisio da millau; e polin de trevero 
mori, siando in bando per paura de questo Constanzo. Zuiiano apo- 
stata se fé monegho, azo che-I non fosse morto da quello: lu era 
stado nievo de Constantin grande, de so frar nassudo. Onde conzo 
fosse chossa che-I frar de zulian lu avesse za morto, themandose 
zulian che-I non fesse quella raedesma chossa, imprima monego fato, 
dende luogo fuzando per diverse provencie, magi e astrologi doman- 
dava se-I podesse esser fato imperador: al qual conzo fosse che-1 1 

20" demonio fosse aparso, siando li presente uno mago, abiando el dito 
demonio recevuda la renovacion dela cristiana fé, elio li disse che-1 
deveva esser imperadore. 

Inl-anno del segnor cccxcvii Zulian impera anni ii, mesi viii. Que- 
sto zulian apostata fo. In lo tempo de questo el beato martin, a- 
biando lassa la chavalaria, fiori. Questo nievo de Constantin fo; el 
qual in tanto I-imperio desirava, che etiaradio la cristiana religion 
elio lassa. Questo siando amaistrado si deli libri seculari chomo de- 
li divini, dela fede e dela monastica vita elio declina; el qual de 
Con?tanzo fato Ciesaro, siando mandado contra franccschi e contra 



'Cronica deli Imperadori'. 195 

allemaui, elio li vense, e per queste chosse elio e insuperbido, contra 
constanzo augusto se redriza; e per la morte de Constanzo fato Au- 
gusto, el coraenza de perseguir li cristiani imprima per honori più 
che per torraenii, tragando quelli alle yJole. Alle perfin fazando varij 
statuti contra li cristiani, molti fo coronadi de martirio, intro li 
quali polo e Zuanne de Constanza, fya del gran Constantin cubicu- 
lario. Anchora Girilo dyachono e molti altri per terra e per mare 
fo morti. Elo etiandio de licencia a li zudei de edificare el tempio 20'' 
in Jerusalem; li quali siando congregadi de tute parte, quello ch-eli 
aveva edificado con gran fadiga, per terremoti fo destruto iufiiia in- 
li fundamenti, e illi , lo luogo e lo lavoriero; e conzo fosse che lu 
avesse procedu de combater contra quelli de persia, passando per Ce- 
sarla de Capodocia, molti deshonori fé al beado Basilio veschovo de 
quella citade e ali cristiani; e manazandoli da far male per lo tempo 
che deveva vegnire, el beado Basilio orando e zezunando choli cri- 
stiani, vete la beada verzene comandando a mercurio chavalier, longo 
tempo inanzi in un monestiero sepelido, che si e-1 fyo so de zulian el 
vendegasse; la qual chossa fata fo, e zulian blastemando mori e 
clama: tu a vento, o gallileo. 

lu I-anno del segnor ecce lobinian impera mese vii. Questo Cri- 
stian fo, e con sopore re de persia el corpo de zulian sepeli. 

Inl-anno del segnor ecce Valentinian con so frar valente impera 
anni xi. Questo fo Cristian nassudo de panonia cibalese. Questo, soto 
zulian augusto, con zo fosse che la fé de cristianitade inliegra elio 
portasse, e fosse tribuno deli schutarii, de comman|dameuto del sacri- 21" 
lego imperador siando a elio comandado o vero lu sacrificasse ali 
ydole, o vero refutasse la chavalaria, e de spontanea volontà elio 
lussa la milicia; e pocho driedo siando morto zulian e lobinian morto, 
el qual per lo nome de cristo aveva perduto el tribunado, soccedando 
al so persecudor, lu recevi I-imperio. Questo sujuga la zente terribile 
de quelli de saxognia ali romani in lidi de Ocean; e in I-anno ul- 
timo del so im[ierio, conzo fosse chossa che quelli de saxognia se 
avesse sparti per le pannonie e quelle guastasse, don fina tanto che 
lu prestasse batalgia contra da quelli, apresso lo castello strigonese 
subita mente per fluxo de sangue el mori. El fo imperador egregio, 
dexevole in volto, de sotil inzigno, de parola eloquentissimo, quam- 
visdio che a parlare el fosse atemperado. Questo castiga so frar va- 
lente, el qual poi chol filgiol so valentinian impera anni iv, volgiando 
perseguir li cristiani, imperzo che-1 fosse de la fé che se appella ar- 
riana, in lo tempo che-1 vive. In lo tempo de questo valentinian, e per 
so confortaraento, santo ambroso fo fato arzi veschovo de milan. 



196 Ceruti, 

21* Inl-anno del segnor ccccxi Valente con gracian e valencian ira- 
para anni iv. Queste tre imperiai dignità optima mente tegne a roma. 
Inlo tempo de questo, ambroso clarifica a railan in 1-anno iii del im- 
perio de valente, el qual impera a Constantinopoli; iv generacion, 
Zoe Gotti, ypogothi, Qipidi e vandali, una lengua abiando, per nome 
sola mente divisi , insierabre mente in compagnia el danubio passa. 
Questo valente siando arrian, molte persecucion alli cristiani fazando, 
dali Gothi in batalgia fo morto. Queste leze avea dado, che li mo- 
nexi fosse homini d-arme, e non volgiandolo fare, elio si li fé alci- 
dere choli bastoni. 

Inl-anno del segnor cdxv Gracian con so frar valentinian impera 
anni vi. Per quel medesmo tempo le chiesie deli cristiani, le quale 
era destrute, de comandamento de theodosio fo refate. Questo gra- 
cian, con zo fosse chossa che-I vedesse inextimabile multitudine de 
inimisi centra si vegnando, apresso de arzentina cita de franza, frieto 
per la potencia de cristo vense, e più de trenta milia franceschi elio 
alcise. Questo a* quelli dela cultura dela verasia fede; e conzo 
22" fosse che infine ali tempi de quello la rexia de Arrian] in ytalia re- 
gnasse, alla verasia fé la fé retornare; e fo Gracian de lettere in- 
struto, atemperado de cibo, de sonno e de luxuria venzidor, e de tuli 
bene pieno e mori. 

Inl-anno del segnor cdxxi Theodosio primo con valentinian im- 
pera anni xi. Inlo tempo de questo, gran scisma fo intro li pagani 
e zudci. Questo destrusse li templi deli ydole. Soto questo translata 
leronimo el novo e-1 vetchio testamento; Ambroso driedo ylario com- 
puose li ynni, Augustin a roma clarifica, de senador fato monego. 
Agustin, conzo fosse che-I fosse manicheo, el se converti a la fé. 
Questo, cristianissimo imperador fo; li suoi inimisi non solamente 
con ferro, ma etiandio confiandose del zezunio e dele oracion, elio li 
vense. Questo per la perfection dele vertu etiamdio dali barbari molti 
veguiva amado; onde molta zente a so induto, lassando li errori de- 
le ydole, a cristo se converti. Questo possedando pacificamente in le 
parte de oriente e de occidente, apresso milan el mori, el corpo del 
qual in quel medesmo anno portado fo a Constantinopoli; e fo Theo- 
dosio dela cossa publica amplificador, de costumi e del corpo a tra- 
gga ian simile, pietoso, |comun, pensando sola mente col habito si esser 
differente e diviso da tuti li altri, in tute chosse honorifico, largo 
spendedor de cose in ben. 

Inl-anno del segnor cdxxxii Archadio e honorio impera anni tre- 



'questo hanno', questo ottengono. 



'Cronica deli Imperadori'. 197 

dexi. In questi tera^ji donaclo veschovo de pyro fo abu meravelgioso 
de vertude, al qual alcise uu gran draghon, spuando inla bocha da 
quello, el qual a pena che viii para de bue el potè trar allo luogho 
la che-1 fo arso, azo che se-1 fosse vegnu fredo, che lu non avesse 
corrotho I-aere. Per quel medesmo tempo li corpi deli santi abakuk 
e raichea propheti fon produti, e augustin fo chiaro in scientia e do- 
trina. Inlo tempo de questo, priscilian e pellaglo heretisi fo. Questo 
archadio fo fyo de theodosio, homo de gran vertude e de prudencia. 
In lo tempo de questo, Alberigo re deli Gothi vignando in affrica, 
intra in ytalia, prese roma, e a fuogo e ferro la guasta, dagando* 
in prima quelli securi, li quali era in li luoghi santi, e specialmente 
la le chiesie deli apostoli piero e polo fosse recevudi; e de la per 
pulgia e Calavria in affrica andando, Alberigo apresso basentin de 
subita morte mori; e li Gothi parlando el fiume Basentin, Alberigo 
in mezo del flurae|con molte richeze sepeli, el fiume retornando al so 23" 
proprio disGurrimento e andamento; e-1 re acolfo parente de alberigo 
constituando re, li retorna a roma, e si alguna chossa de residuo li 
fo, a muodo de locuste lo consuma. In quel tempo clarissimi luoghi 
de roma per fulminerii fo roti et deruinadi, li quali no potè esser 
arsi del inimisi; e chossi in tuta roma queste biasteme de quelli che 
chiamava, imperzo si per Cristo sostegnir diseva, per che-l fo de- 
spresiado li sacrifìcii dali dii ; ma li Gothi partandose de roma, 
Galla fya de Theodosio principo, soror de archadio e de honorio, con 
si la tolse, la qual oculfo la tolse per moier, la qual poi ala chossa 
publica molto fo utele. 

Inl-anno del segnor cdxlv Honorio con theodosio raenor, fyo del 
frar, impera anni xv. In li tempi de questo, li Gotthi prese roma, li 
vandali spagna e franza occupa e guasta, e rodagines re deli Gotthi 
dal oste deli romani fo morto. In questo tempo Pellagio predicava 
li amaistramenti del suo error, alla dannacion del qual el concilio a- 
presso Cartagine de cccxiii veschovi fo congregadi. In questo tempo 
Girilo veschovo de alexandria fo reputado meravelgioso. jQuesto ho- 23* 
norio fyo de theodosio e frar de archadio fo; in lo tempo del qual 
uno Erodian con tre railia e cinquecento nave de affrica andaado a 
roma, la zente de Constanzo, el qual honorio aveva capitanio dele 
soe batalgie, si lo sconfìsse in tal muodo, che solo intrando in nave 
retorna a Cartagene e li fo morto. In questi di, al comraandamento 
de honorio, e Constanzo favorizando, confondudi li eretixi apresso af- 



Frobabilmente si doveva leggere lavando. 



198 Ceruti, 

frica, le paxe alle cbiesie fo renduda. In quella fya apresso ypon 
fioriva el beado augustin veschovo. In questi tempi apresso betlileera 
de Palestina, el beado leronimo in I-anno xci dela soa etade passa 
a cristo. Per certo bonorio, de costume e dela religion al pare so 
theodosio simile, la cbossa publica lassando pagada, a roma mori, e 
apresso la cbiesia del beado piero apostolo in manseleo fo sepelido, 
non lassando alchun berede; e doe fye de Stelicono, Maria e ber- 
24» mancia, 1-una driedo I-altra al so matrimonio compagnada, 1-una el 
I-altra vignando la morte subita mente per lo zudisio de dio, de que- 
sta vita verzene mori; in lo tempo del qual quamvisdio che molte 
batalgie se coraenzasse, arapo fo-le apaxade o ver studade con nes- 
sun o ver com puocbo sangue. Questa clemencia de bonorio, zoe pie- 
tade, per la qual fazando lu andava in anti a tuti; e quando algun a 
olio avesse dito, per cbe elio non alcideva li soi inimisi o ver li re- 
belli, el respondeva: volesse dio cbe-1 me fosse possibile li morti a 
vita far retornare. 

Inl-anno del segnor cdlx Theodosio segondo menor con valen- 
tinian so zenero impera anni xxvii. Questo abiando tolto I-impe- 
rio, incontinente elio feze Cesaro valentinian fjo de una soa amia. 
La zente deli vandali, de quelli de spagna, in affrica passa, e si la 
guasta, e in ogni luogo la fé catholica subvertiva de gran impietade. 
Per quel medesrao tempo Nestorio veschovo de Constantinopoli se 
sforzava in lo error dela soa malvasitade, centra la qual siando 
congregado el capitolo ad epheso, el fo condanna la soa malvasia 
dotrina. In questo tempo el dyavolo, in certa specie de moyses de- 
monstrandose, don fina a tanto che-1 prometesse da redur li zudei 
in terra de promission per lo mare con seco pe, ploxor de quelli elio 
li anega e alcise; ma quelli che scampa, ala gracia de Cristo se con- 
gni verti. In lo tempo de questo, el die de san piero [de vincula da soa 
molgier fo ordenado che-I fosse vardado. Questo theodosio fyo de 
archadio recevi lo imperio de oriente; el qual, morto bonorio, el 
manda valentinian, fyo dela soa amigha, azo ch-elo recevesse lo im- 
perio de occidente. In questi tempi, Genserigo re dali vandali, de 
spagDA in affrica vignando, quasi tuta a ferro e fiamma e robandola 
crudelissima mente la guasta. Soto questa tribulacion, el beado Au- 
gustin in li Lxxvi anni dela etade soa e xxix coraplidi in lo vescho- 
vado, mori in cristo, e theodosio a presso Constantinopoli agrevado 
de infirmita mori e li fo sepelido. In quel tempo, lo re deli hynni, 
atilla, don fina tanto cbe con so frar bella el regno de panonia e 
dacia lo governasse, uno so chosin e consorte del so regno elio l-.il- 
cise por liat.ilgia: e fornido del alturio dele fortissime z;nte, le quale 



'Croaica deli Ituperadori'. 199 

elio ave suiugade al so dominio, elio intendeva a destrur al roraaii 
imperio, e fo con li romani, Bergognon, franscischi, quelli de saxo- 
gna, e puocho raen tut-el puovolo de occidente, e assemblasse in al- 
vernia; e in prima el scorafisse el re de Bergogna, lo qual venne in 
contra, e alle perfin in tanto fo forte mente combatu|in bathalgia, 25" 
che a pena se trova uncha mai in alghuna ystoria, che taigiadi e 
morti fo de 1-una e de l-.iltra parte clxxx milia homini; e tanto san- 
gue fo sparto, che uno pizulo riazulo, che li discorreva, de sangue 
e fato fiume, e passa li corpi morti deli homini; e atilla, si chomo 
homo vento, retorna a panonia; e fazando poi mazor oste, chon fu- 
ror intra in ytalia, e in prima pjando agolia, lu occupa tute le cita; 
e alle perfine^ de lio papa santissimo ensando de ytalia, in panonia 
mori; e in Ja note dela morte de quello, Martian imperador, el 
qual in quella fiada a Constantinopoli demorava, vete in sonno I-ar- 
clio de Atilla roto, per questo intendando elio esser morto ; e Va- 
lentin zener de theodosio, per quel theodosio siando mandado ciesaro 
ale parte de occidente, de consentimento de tuta ytalia imperador 
fo fato, e per decreto de Theodosio augusto fo appellado. vii dor- 
miente fradelli, sotto decio tormentadi, don fina a tanto ch-eli decli- 
nasse la crudelitade deli tormentadori , in una speloncha se messe, 
e li driedo la oracion dormisse, decio sera la spelunca; e in lo tempo 
de theodosio da dio desmesceadi del somno, in lo qual ccjanni li avea 25» 
dormido, elli leva su e confessa la fé dela resurreccion dinanzi da 
theodosio imperador. Alguni eretisi in quella fìada levadi la negava, 
anchora presente lo imperador, e molti fideli de cristo li dormi in 
cristo. 

Inl-anno del segoor cdlxxxvii Martian e Valentin impera anni vn, 
per lo coraenzamento del qual imperio el concilio de Calcidonia fo 
fato, oe Eutiches con dyostero fo condannado. In I-anno etiamdio vi 
del imperio de questo, Theodorigo re deli Gotti con grande oste 
assalgi yspagna. Santa Genovefa clarificha a parixe. Soto questo fo 
martiirizado le xi milia verzene apresso Cologna. Questo marcian im- 
perador apresso Constantinopoli, fata conspiracion contra da elio per 
li suoi, elo fo morto. In quella fiada etiamdio la cita Agripina e tute 
le altre citade sovra lo reno, e a parixe, reme, Beluacese, Embiam, 
e-1 tygro, e quasi tute le cita de franza, de questi vandali prese o 
destrute fo. 

Inl-anno del segnor cdxciv Lyo primo impera anni xvii. Allexan- 



Qul devo mancar qualcli" parola. 



200 Ceruti, 

dro et egypto per lo error de dyoschoro heretigo deventando languido, 

26" iraplida in lo mondo] la canina rabia, de spirito comenza abalgiare*. 
Per quel medesnio tempo la parse la resia deli acefali, impugnando 
el concilio de Calcedonia. In lo tempo de questo, helyseo propheta 
fo translata in alexandria, e-1 corpo de san marche a venexia. Inlo 
tempo de questo lyo, Augustulo apresso ytalia el regno del imperio 
assalgi, ma edonater, de generacion de tutene, con li puteni vignando 
in ytalia, siando preso cicerano et destruta a ferro et fuogo, hore- 
ste preso in plaxenza fo degolado, e augustulo, el qual aveva im- 
pensado de occupare I-imperio, e xv mese ampo la chossa publica 
avesse governado, vezando che Edonater [che] tuta ytalia avesse oc- 
cupada, spaventando da gran paura, per spontana volunta zetando 
via la purpura, la maiesta imperiale depuose; e chosi edonater in- 
trando in la cita de roma, elio ave luto lo regno de ytalia, la qual 
chossa che conzo fosse per anni xiv elio 1-avesse governada, nes- 
suno imbrigandolo, theodorico re deli gothi vignando deli parto 
de oriente, lu intra per possidere ytalia. Per quel raedesrao tempo 
san Mamerto veschovo de vienna clarifica, lo qual tre die dele ro- 

26* gation inanzi 1-assension del segnor ordena da esser ze|zuna. Fiori 
etiamdio in questi tempi prospero de nacion aquitanico, del beato 
lyo papa notarlo; el qual, apresso lo regno de ytalia fato veschovo, 
per dotrina mirabile clarifìcha, e li honorevol mente reposa. In que- 
sto tempo Aymondo re deli lombardi, conzo fosse che anchora el 
fosse in panonia, per accidente trova vii puti apresso una piscina, 
li quali [da] una meretrice in uno parto avea parturido, e perche li 
morisse, ella li avea cecadi^; e conzo fosse chosa che-1 volesse 
savere che chossa el fosse, stagando sul cavallo, chola lanza che lu 
portava in man elio revolse, e un deli puti I-asta del re tegni chola 
man; la qual chossa vezando lo re, el se meravelgia, e pronuntiando 
questo esser gran judicio che deveva vegnir, chon diligencia li fé 
nudrigare; el qual poi per meravelgiosa prodeza in re eletto, chon 
molta felicitade el governa li lombardi. 

Inl-anno del segnor dxi Zeno impera anni xvii. Questo fé ploxor 
leze, circhando de alcidere lyo fyo de Augusto, e per quello la mare 
de elio presenta altra figura simele, e quello lyo cherigo occulta 

27« mente fé, el qual in lo chierigado infine ali tempi de lustinivive. 
Per quel medesmo tempo el corpo del beado Barnaba apostolo, e-1 



' 'colmatasi nel mondo la rabbia canina (dell'eresia), incominciò ad abba- 
jar© con lo spirito'. 
' ?etadi (i^etadi). 



'Crouica deli Imperadori'. 201 

evangelio de Mathio, per lo stilo de quello scrito, quello raedesrao 
revelando fo trovado. Questo zeno choli Gotti fa patto de paxe. Theo- 
dorigho siando puto, da so pare, principo deli Gotti, a zen impera- 
dor fo dado per ostagio; el qual theodorico, conzo fosse ch-ello a- 
vesse xiii anni, lo imperador zen, guardando la utilitade dela chossa 
publica, manda quelli choli gotti e chola zente soa in ytalia, la qual 
Edonater tegniva occupada; e conzo fosse che thcodoricho per vol- 
garia e panonia in ytalia fosse pervegnu, e poi driedo gran fadighe 
non lonzi da acquilea in li ubertosi pascoli si e li suoi elo se recreasse, 
Edonater con tute le sforze de ytalia li luogo assalgiando, quello 
scornfito fo da Theodorico; si che Edonater chon pochi romani fu- 
zando, conzo fosse che del puovolo el non fosse lassa intrar in roma, 
e a ravenna se luogha; la qual theodoricho driedo lo assiedio de tri 
anni la destrusse, e a roma vignando chon allegreze fo recevudo. 
Poi theodoricho ogna chossa quieta mente tegnando, la fya del re de 
franza si mena per molgier. In questi tempi henrigo rejde affrica, de- 27* 
la rexia arriana maculado, più che trecento chiesie de veschovi sera, 
o li veschovi in bando a Sardegna manda. In quel medesmo tempo 
la zente dali sarraxini driedo molte e dure batalgie tuta la ysula 
de Bertagna, la qual mo ven dita Engilterra, possedè. In quel tempo 
san zerman de Antisiora e-1 lupo trecese a descazare la rexia pella- 
giana in bertagna per lo papa fo raandado. In quel medesmo tempo 
fulgencio clarifica in fede e in sciencia. 

In I-anno del segnor dxxviii Anastasio impera anni xxvi. In lo 
tempo de questo, Trantaraondo re deli vandali in affrica le catho- 
lice chiesie sera, ccxx veschovi in bando li manda in Sardegna. Per 
quel medesmo tempo, apresso Cartagine Olyrapio i veschovo arrian 
la santa tiinita biastemando in li bagni, mandando I-angelo tre fa- 
xelle de fuogo, visibil mente fo arso ; e barabas veschovo, el qual era 
de la fé arriana, don fina tanto che centra la regula dela fé bati- 
zando uno 1-avesse dito: Bateza te barrabas per lo fyo in nome del 
pare e per lo spiritu santo, incontenente 1-aqua, la qual era prestada 
a batizar, in nessun rauodo non aparse; lajqual chossa guardando 23* 
quello che se doveva batizar, elio se parti, e seghondo la usanza de- 
la fé elio recevi el batesmo. A questo hormisda papa, el qual aveva 
succedudo a Symacho, zoe che lu era stado papa driedo elio, solenne 
legati mandando in Constantinopoli, si lo amoni che de-la resia ar- 
riana el se despartisse, el qual non solamente li legati volse' aldire, 
ma etiamdio elio non li volse videre; e subitamente^ per zudisio di- 



' [non] volse. 

Archivio glottol. iUl., TU. 



202 Ceruti, 

vino, dela sagita de culo el mori; e regna chossi desventurosa mente, 
si con cercondado de campagnie de diversi inimisi, zemendo spesse fiade 
e plazando^; nessuna vendeta lu merita de aldire dali soi iniraisi, 
imperzo che elio non serva la raxon dele chiesie, ma favorizando li 
heretixi, elio persegui li càtholici. 

lai-anno del segnor dliv lustin impera anni ix. Questo per ardor 
dela fé oombateva, azo che lu podesse dissipare li heretixi; la qual 
chossa aldando Theodorigo, re arrian de ytalia, el manda li suoi messi 
a Constantinopoli a luslin iraperador, commando che si elio non resti- 
tuisse le chiesie alli heretixi, elio guasterave tuta ytalia; poi Tran- 

28* smondo|illirico receve lo regno dali vandali, el qual siando astreto, 
per sagramento de Theodorigo, a zo che-I [elo] non conseiasse li cà- 
tholici in lo so regno, in anzi che lu recevesse lo regno, li veschovi 
elio li revoca de bando e revoca le chiesie. Questo lustin, imperador 
cristianissimo, ordena che in zaschadun luogo [che] le chiesie deli 
heretisi fosse per la catholica religìon, e che fosse consegrade; e conzo 
fosse chossa che lo re theodorigo gottho, insozado dela resia arriana, 
questo avesse aldu, zuan papa e li altri homini conselgieri in Con- 
stantinopoli a lustin mandado, elio manaza, che si elio non restituiva 
le chiesie alli arriani, elio alciderave tuti li cristiani per ytalia con 
gladio; li quali honorevol mente recevudi da lustino, a li priegi del 
papa e deli messi, abiando compassion dela morte de cristiani, le 
chiesie deli arriani elio induxia e sovra sede; e don fina tanto che 
questi messi demorasse inla via, Theodorico, stimulado de rabia e 
dela iniquitade, elio alcise a gladio Boetio senador, el qual elio a- 
veva mandado in prima in bando, elli altri homini càtholici. Zuan 

29"" papa con quelli, cholli quali |lu era, abiando fato ben, da poi ch-eli 
torna a ravenna, da quello in prexon lu li fé morir; ma driedo que- 
sta crudelitade la divina justisia e seguida, che xc di driedo questa 
malicia de subita morte elio fo morto , I-anima del qual un homo 
santo remitta vete per zuan papa esser zetada in la bocha del vol- 
chan. A questo lustino cristianissimo, manda hormisda, venerabile 
papa, in Constantinopoli German veschovo de Capoa, chon molte al- 
tre persone, per la revocacìon dali veschovi, li quali Anastasio per- 
fido aveva descazadi; li quali messi chon gran allegreza el clemen- 
tissimo imperador receve. 

In quel medesmo tempo la beada Brigida verzene mori in Scotia. 
Circa questo tempo, hyberigo re de franza, dali suo descazado dei 
regno per caxon dela vana e luxuriosa vita, viii anni romase apresso 



* pla[n]zando. 



'Cronica deli Imperadori'. S03 

Basin re deli toringi; el qual siando revocado in la soa segnoria, 
Basina raojer del re Basia deli toringi abiando abandonada so ma- 
rìdo, ella venne via chon olderigo; el qual tolgiandola per molgier, 
el zenera de quella Clodoveo, el qual poi, batezado per santo remi- 
gio, cristianissimo fato fo, e inlo numero deli santi fo | aggregado. 29* 
In questo tempo ogni bellcza dcla cita de anthiocbia per terramoto 
fo zetada in terra. 

Inl-anno del segnor dlxiii lustinian primo impera anni xxxviii. 
Questo imperador Agapito papa homo de dio revoca del error de 
Artemio. Questo ordena leze e compii libri, zoe el codego e-1 dige- 
sto. Belisario patricio meravelgiosa mento triumpha de persia, el qual 
de lustinian mandado fo de zudea a affrica, e destrusse lo re deli 
vandali. In questo tempo roma fo assediada dali Gotthi in circuito 
de un anno, ma liberado fo da belisario patricio. Arador subdjachono 
dela chiesia de roma, poeta raeravelioso, el qual compuose li acti 
deli apostoli per versi, clarifica; priscian gramadego fiori. Questo 
lustinian abrevia le leze deli romani. In lo tempo de questo fata fo 
rnortalitade apresso Constantinopoli , per la qual caxon instituida 
fo la solennità dela purifìcacion dela beada verzene maria, la qual 
ven dita ypapanti domini, ypantese in lengua griega*; in la latina 
lengua ven aita, incoìttr are. In li tempi de questo, [apresso monte cas- 30* 
sin poi solitaria e streta vita in un convento de monesi san bene- 
dito staseva. In li tempi de questo la chossa publica molto fo pro- 
spera, si in oriente, chomo in occidente; e quamvisdio che-I fosse 
circha li libri e le leze intento, ampoi per patricio, Belisario per nome, 
el qual elio constitui alle bathalgie, prospera mente in zascadun luogo 
el fé li fati; e daspo che lu ave vento persia con incredibili viteria, 
el passa in affrica centra li vandali, e abiandoli venti, elo li sotopuoso 
al romano imperio, e passa in ytalia centra li gotthi, li quali quella 
e eciamdio roma aveva occupado; e passando per Sicilia vene a napoli; 
raa imperzo che li citadini per caxon deli gotti, li quali era dentro, 
elio non volse quello recevere, e puochi di combatando, quella si la 
prese, el qual non sola mente smaniado in li gothi, raa eciamdio in li 
citadini, crudel mente a nessun etade o sexo perdonar non volse: elio 
destrusse li beni deli monestieri e deli chierisi e dele altro chiesie; 
alle per fine conzo fosse che alla cita de roma approssimasse, li goti, 
li quali era dentro, in lo tempo dela note siando di 'verso porte de 30* 
roma averte, in ver ravena li fuzi, e li luogho siando congregadi in 
batalgia de cam[io, tuli fo venti; e belisario patricio abiando abia vi- 



204 Ceruti, 

loria, elio retorna a lustinian a Constaniinopoli , condugando con si 

preso lo re deli Gotti. 

In questi tempi tanta fame fata fo per tuta ytalia, che le mare le 
carne deli suoi puti manzava. In quel tempo fiori Cassiodoro a ra- 
venna sanador, poi raonegUo fato, ornado in sciencia e in loquela. 
Eciamdio in questo tempo, santo herculan vescliovo de perosa mori, 
siando fato a elio talgiar la testa da lo re deli Gotti. Questo lusti- 
nian daspo cli-3l feconstrur el meravelgioso tempio in Constantinopoli 
a honor de santa sophia, zoe de cristo, li luogho in molta paxe mo- 
rando fo sepelido. In lo tempo de questo, li zudei cho li sarraxini, a- 
dunadi insierabre, alcise tuti li cristiani de Cesarla palestina; la qual 
cossa aldando 1-imperador, manda uno, e gran vendeta de questa cbossa 
feze. In questi tempi fo construtoel monestiero de san Aiauricio e da- 
li suoi compagni, da Sigismondo re de bergogna, per la morte de 

31» soa fyo, el qual de conselgio de soa maregna aveva morto. In|questo 
tempo Clodoveo, re de franza cristianissimo, scomfisse Illarico re de- 
li Gotti, arrian, apresso Tolosa. In questo tempo eciamdio in pago de 
parixe santa Genovefa clarifica. 

Inl-anno del segnor dcxiv lustin segondo impera anni xi. Narses 
patricio, daspo ch-elo sotopuose el re deli Gotti in ytalia a lustin 
augusto, inspaurido per le minace de Sophia augusta, molgier de lu- 
stin, elio se muda alli lombardi e introdusse quelli in ytalia; e con- 
zo fosse che la zente deli longobardi habitasse in panonia, Narses 
con arbuto, che fo re de quelli, e con Rotarlo soccessor so, fati fo si 
amisi, quasi com si fosse sta cosini zermani, e ordena conselgio, per 
lo qual li podesse tuor lo regno de ytalia a Augustin imperador e a- 
li suoi successori; la qual cosa fato fo, e asoluto fo lo regno de ytalia 
dela servitudine de Constantinopoli; e da quel tempo li romani per 
patricii comenza a segnorizare, e fato fo del regno de ytalia habita- 
cion deli longobardi, li quali habiando scombatu e vento Millan, ti- 
cino, Bressa e Bergamo, li comenza ad habitare; e driedo Rotarlo 

316 regna Gisulfo e Elbe|reto, al qual herbereto succede lo re lombrando, 
e a lombrando succede Grimualdo. El fyo de quel Grimuaklo impe- 
rava a li sampniti. In quelli tempi quamvisJio che li longobardi fosse 
batezadi, niente de meno elli coltivava le ydole, si chorao li arbori, 
e eciamdio al muodo bestiai lo ydolo dela vipera; del qual error el 
santo omo barbato per nome, vescliovo de bonevento, quello retrasse, 
imperzo che 1-arbor, el qual elli adorava, elio lu sfesse, e lo ydolo 
dela vipera de oro lu lo muda in un calixe. Poi succedi in lo regno 
deli longobardi Arstolfo re, coatra lo qual vene lo re pippin de franza, 
chiaraado per lo papa, si chomo fi monstrado dove che ven dito de 



'Cronica deli Imperadori'. 205 

pippino. In li tempi de questo Romualdo, el corpo del beado Bartho- 
loraeo, apostolo de India, in prima pervenne inla ysola deli lippari, 
poi in Bonivento translatado fo. In lo tempo de questo, li armenii 
receve la fé cristiana. In quel medesrao tempo, li longobardi li cavelli 
del cavo li tondeva, e questo dela cima del cavo infina al zuffo ra- 
gnuda nudava*; li cavelli dela faza infina ala bocha li avea destexi; 
le vestimento de quelli era largo e longc, e maxima mente quelli de 32" 
lin, segoni do che li frixoni soleva avere; le calze de quelli era pen- 
dente in fina alle cadechie, alli lazi dele correze, de qua e de la pen- 
dando ligade. E lustin iraperador, el qual fo homo catholico, in ma- 
zor paxe averave finidi li die suoi, se, conselgia de soa molgier, Nar- 
senso patricio si elio non l-avcsse turbado; da ogni parte batalgie a 
Instino imperador li vegniva fate, daspo che narses era partido da 
Instino; el qual molto vegniva temudo, imperzo che Narses era homo 
molto pietoso, in la religion catholico, in li puovri donador, studioso 
in reparar le chiesie deli santi; alle vigilie e alle oration tanto era 
intento, che più avea vitoria per prieghi che-1 faxeva a dio, che per 
batalgia de arme. 

Inl-anno del segnor dcxxv Tjberio impera anni vii. In lo tempo 
de questo, i longobardi chon gran possanza prese ytalla, e quelli 
vense li Gotthi; li quali era pagani e heretixi, fati fo cristiani. Que- 
sto imperador eciamdio cristianissimo, ali povri era molto piatoso, li 
thesauri del pallazo alli puovri el daxea; e conzo fosse che-I ve- 
gnisse represo, che lu era dissipador deli ben del coraun, | lu respuo- 39» 
se : E me confido in lo segnor, che al comun nostro non mancherà 
peccunia; ma de quelle cosse che dìo ne a dade, aquistemo thesauri 
in cielo. E conzo fosse chossa che-I passasse per un palazo impe- 
riale, el vete in lo solare covertura^ una tavola de raarmore, in la 
qual era la croxe scolpia; e conzo fosse che la tavola lu avesse fata 
levare, digando indegna chossa esser che la croxe fosse calcada choli 
pei, la qual in li peti e in li fronti deli homini de esser, li aparse 
soto quella una altra croxe in quel muodo sculpida; e conzo fosse 
che lu avesse fato levare quel altra tavola, li aparse la terza tavola 
simele; e conzo fosse che l-imperador meravelgiandose quella avesse 
fata levare, elio atrova infinito tlicsauro. 

In I-anno del segnor dcxxxii Mauritio impera anni xx. In quel me- 
desmo tempo, san Grigolo meravelgioso homo fo reputado. Elypsa- 
des, zoe quella zente che chossì era chiamadi, corabatando contra li 



* ragnudava, v. less. 

' 'nel suolo, [quasi] ricopertura' 



20G Ceruti, 

romani, fo descazudi più per oro che poi' ferro, e ali ben del coraun 
asai utelo; el qual veiise persia e arinenia per batalgie e per fuogo, 

33" menai homini in captività per lo so prefeto el primo anno del so im- 
perio. In lo tempo de questo, san Grigolo Arzizagno in papa fo eletto; 
e lo so consentimento lu afferma alli imperiali lettere. In quel tempo, 
in Sephat, non lonzi de lerusalem, la gonella del segnor lavorada so- 
til mente fo trovada, e del veschovo Grigolo de antliiochia, de Tho- 
maxo veschovo da lerusalem da altri in una arclia de marmore fo 
logada in yerusalera. In I-anno xiii de Maurici©, el beado Grigolo man- 
da in Engelterra augustin monego per far convertir quelli de saxo- 
gnia, li quali de novello era iutradi in Britagna forte mente, e quelli 
de Britagua, deli quali anchora li guallengi era remasi, da luyterio 
papa don fina tanto ch-eli fosse fati cristiani*; alle per fin mauricio 
imperador chol beado Grigolo discordava molto, in tanto che driedo 
molte tractacion, le qual el faxeva al papa, e eciamdio a elio mana- 
zasse dare morte, le aparse in quella fiada a roma un homo in habito 
de monegho, abiando in man una spada trata, e andando per la cita 
chiamando: In questo raedesmo anno Mauricio morirà chon gladio; 

33* la qual cossa|I-imperador vezando, dali suoi mali se penti, e per si 
e per altri lu ora a dio, azo che questa sentenza lu retraesse; e fato 
queste chosse, lu aldi in sonno una voxe digando: A pena o qua o 
in lo zudixio che de vegnir, a ti e perdona; e 1-imperador respuose: 
Amador deli miseri, dio, qua a mi rendi mal, azo che in lo tempo, 
che die vegnir, tu mi perdoni. Poi siando Mauricio moriente, con- 
zo fosse chossa che lu costrenzesse li suoi chavallieri, ch-eli non 
fesse rapine ne furti, ne a elli ampo elo daesse li soldi che lu era u- 
sado, li cavalieri provocadi li crea, econstitui sovra de si, focha centra 
raauritio ciesaro; la qual chossa abiando alduda Mauritio, a unaysula 
el fuzi, e li chela molgier e doi filgioli per focha el fo morte. Que- 
sto fo lo primo dela zente deli griesi, che soccedi al romano imperio. 

Inlo tempo de queste, apresso damio una feraina parturi un puto 
senza otchi, senza brazi, senza man ; dal umbigol in anzi lu era si chom 
una coda de pesce; e in lo fiume del Nilo, apresso I-ysola de lera, se- 
rene, con faza d-omo e de feraena, dal oste de rema si fo vezude, 
da domane infìna a mezo di. In questo tempo clarifica zuanne ve- 
34<« schovo|de alexandria, el qual, per la grandissima pietade di povri 
de cristo, zuan elemosinarlo dito fo. 
Inl-anno del segnor dclii Focha impera anni viii. Queste per tra- 



* 'dei quali ancora erano rimasti (pagani) i Vallesi, raentr'essi (i Britoni) 
erano stati fatti cristiani da papa Eleuterio (!).' 



'Cronica deli Imperadori'. 207 

dimenio dela cavallaria iraperador fato fo. Mauricio augusto nolìele 
e molti altri ne fo morti da olio. Grevissime batalgie in centra el re 
de persia el move; per li quali li romani forte mente scombatudi, plo- 
xor provencie e instessa yerusalem li lassa. Questo concedi al Leado 
bonifacio papa iv veschovi de roma e-1 tempio, el qual pantheon era 
chiamado, a zo che-1 fosse consegrado a honor dela beada Maria 
verzeno e de tuti li santi; e patricio, focha homicida non sustegnan- 
do, a Eraclio in affrica lo manda, azo che so fyo Eraclio contra fo- 
cha el mandasse, la qual chossa fato fo, che Eraclio con navilio ve- 
gnando vense focha. 

Inl-anno del segnor dclx Eraclio con Constantin so fjo impera 
anni xxxi. In questi tempi, Sisebusto gloriosissimo principe deli 
Gotti ploxor cita deli romani tolse, le quale era a elio rebelli, e li 
zudei del regno, so soieti, ala fa de Cristo el-li converti. El terzo 
anno del imperio de questo Eraclio, Cosdroe re de persia molta parte 
deli ben del comun prese, e guasta yerusalem, | e arse le venerabili 34* 
luoghi; el qual imprexonando gran copie de puovoli, inserabre mente 
chol patriarcha zacharia, el precioso lengno dela santa croxe in 
persia dusse; e in I-anno xii de Erciclio, Cosdroe re de persia fo 
morto per Eraclio, e in quella fiada el puovolo dela captività fo 
liberadi, chela santa croxe fo revocado. In quel tempo Macometo 
propheta deli sarraxini se leva e fo grande; e azo che nessun per- 
cevesse, el diseva che parlava chol I-angelo quante fìade el zazesse, 
e del principado deli laroni el pervenne al regno; e eciamdio da 
un raonegho, el qual avea nome Sergio apostata, el vegniva infor- 
mado per inganar el puovol cristiano. Questo eraclio abiando venta 
persia, con gloria retornando, elio redusse a lerusalem Zacharia pa- 
triarcha e tuto-1 puovol cristiano, che era stado in prexon cativa- 
do; e portando la santa croxe, la qual da Cosdroe lu avea recevuda, 
ornado dela regal corona, don fina tanto che-1 volesse intra per la 
porta, per la qual essi cristo portando la croxe ala passion, la 
porta per divina vertu fo serada; e siando umiliado a intrare, la 
porta se avri, e chossi siando portada la croxe, lu institui che la 
festa! dela exaltacion de quella croxe fosse fata ogni anno. 35<» 

In quel tempo fiori ysidoro veschovo de yspalo, soccessor del beado 
leandro. Questo homo, molto araaistrado, [in] lo libro dele yti- 
raologie elio compuose, la cronica etiamdio del tempo de leronimo 
in fine ala morte soa el scrisse. In questi tempi fiori san gallo ab- 
bado in allemagnia, discipulo de san colurabano. In I-anno del im- 
perio de Eralio xv, li sarraxini, li quali da li in driedo soto lo 
regno de persia era stadi, Eraclio quelli abiando venti, al romano 



208 Ceruti, 

imperio li rende. In quel tempo Machoraeto principe dali sarraxini 
mori, poi Bobier principa. Epaclio, conzo fosse cossa che-1 fosse a- 
stronomo, el vete in le stelle lo regno so da la zente circumcisa de- 
ver esser vastado; per la qual chossa el comanda allo re de Franza 
ch-el coma {sic) che tuli li zudei in lo so regno fosso batezadi, la 
qual chossa fato fo. Vero e che poi dentro li romani el-li sarraxini 
nassi batalgia da non perdonare, in tanto che Eraclio temandose do- 
la croxe del segnor, quella de yerusalem in Constantinopoli trans- 
porta-, dela qual gran parte poi, in I-anno del segnor mccxltiii, a 

35* instancia|del cristianissimo lovixe re de franza a parixe fo portado. 
In quel tempo santa aurea clarifica, la qual santo Eligio la messe 
inlo monestiero, el qual a parixe elio avea construto apresso el pa- 
lazo del re. 

Inl-anno xxviii de Eraclio, li sarrasini, li quali avea revelado a 
elio, abiando destruto lerusalem, elli prese anthiochia; e dendo luo- 
gho Eraclio fato ydropico, mori maculado dela rexia deli mona- 
cheliti^ li quali niega in cristo esser stado doe voluntade; e da pò 
che la croxe del segnor el porta in yerusalem, el stete in quelle 
porte, e chol patriarcha dali lacchiti disputando, da quello el fo in- 
gannado: e li lacchiti e cristiani, li quali lo apostolo lachomo con- 
verti alla fede, ma li sente mal dela fede, ch-eli afferma cristo nassu 
dela verzene e in celo esser ascendudo, ma in nessun muodo dio 
esser stado. Inlo tempo de Eraclio, lo regno de persia, el qual per 
la vertu soa lu avea schosso cheli romani, in quella fiada dali sar- 
raxini fo vento; e quelli de Arabia, siando descazado lo so re Ormisda, 
in fin in lo presente tempo a quello possedu. Syssebusto eciamdio, 
re deli Gotti in spagnia, molte citade lu occupa, le qual li roman 

36" tegniva; e da quel tempo in qua, | in zaschadun luogho per lo mondo 
comenza a manchare irrecuperabile mente la segnoria dali romani. 

Inl-anno del segnor dcxci Constantin terzo in ytalia con yradon 
so frar impara anni xxvii. Questo fyo de Eraclio fo e in Sicilia fo 
morto. Soto questo, gran parte deli beni del comun fo desolada, 
imperzo che fo pessimo in tute le chosse, e fé alcire Martin papa. 
Anchora vignando Constantin a roma, elio depuose tuto quello, lo 
quale era ad ornamento dela cita de roma, e porta chon si in Si- 
cilia. In I-anno de Constantin sexto, li sarrasini occupa affrica. Que- 
sto constantin vignando da polo de Constantinopoli, redusse typo^ 
centra la fé catholica, zoe ne una ne doe volunta over operacion in 



Monoteliti. 

tyto, come tosto si vede; ma il passo rimane alquanto oscuro e incerto. 



'Cronica deli Imperadoii'. 209 

Cristo da esser confessar; e per questo Martin papa fazando conci- 
lio de ce vcschovi, si anathema e scomunega li heretisi, zoe tyto, 
Sergio e polo del presente error intentor. Per questa caxon el papa 
Martin de comandamento de Constantin iraperador fo preso, e alla 
per fin a tersona, doe san demento era sta mandado in bandizaraento, 
el mori.j 

In quel tempo, santo ydocho, fyo del re de Bertagna, abiando a- 36^ 
bandonado el regno e-1 mondo, fato fo heremita; in pago pontino 
reposa in lo segnor. Questo Constantin molti dela fede ortodoxa 
a bote e bandizamenti condanna, imperzo che alla soa rexia li non 
volesse obedire; per la qual cosa, don fina tanto che apresso Con- 
stantinopoli quasi a tuti el fosse in oio, et in Italia navegha, vo- 
landola tuor de man deli longobardi, e li reposare e demorare; e 
conzo fosse che-I fosse vegnu alle per fine de Bonivento, Grimaldo, 
de quella provencia dux, fortemente contrastando, I-oste de quello 
el sconfisse; e imperzo vezando che li el non fesse alghun ben , lu 
anda a roma, al qual venne incontra reverente mente el papa vita- 
lian per vi melgiar lonzi de roma, e quello con moltitudine de puo- 
volo el condusse alla beada chiesia de san piero; e conzo fosse 
chossa che-I fosse stado in roma per xii di, per gran cupidità duto, 
varii ornamenti da bronzo e de marmore, deli quali roma vegniva 
ornada, elo li fé portare al theuro, azo che elio li transportasse a 
Constantinopoli; intra le quale lu discovri le coverture de bronzo 
delairaare de dio, el^ martiro, lo qual de qua indriedo vegniva dito 37" 
pantheon. Adoncha siando despartido de roma, conzo fosse chossa 
che-I navegasse in Sicilia, in un bagno fo morto da la soa zen te; e 
driedo la soa morte, li cavalieri crea un iraperador armeno, maxen- 
cio per nome; ma no molto driedo, Constantin fyo de Constantin vi- 
gnando li chon navilio, elio receve la purpura imperiai; e Muxenzo, 
con quel che avea morto el pare, de morte crudelissima li condanna. 
Inlo tempo de questo, humaco, principe dali sarrasini, in lo luogo 
doe imprima era stado el tempio deli zudei, el qual vespaxian aveva 
destruto, el tempio ch-e mo in lerusalem la construsse, in lo qual 
adora li sarrasini. 

In questi tempi, lo exercito deli franceschi vignando de proenza, 
intrando in lombardia, al qual, conzo fosse che Grimaldo choli lom- 
bardi fosse andadi in contra, [e] infenzandose che se metcsse in fuga, 
laxando li pavalgioni vuodi do homini , ma pieno de beni e raazor 
mente de vin; e conzo fosse chossa die li franceschi, pensando che 



V. Annotaz., § 39 e. 



210 Ceruti, 

quelli fosse fu7,idi per paura do lor, e fosse vcgnudi alli pavioni, e fosse 
S'* iraplidi de ciboje iniuriadi de vin, de note, don fina tanto ch-eli dormis- 
se, Griraaldo chola soa zente andando sovra quelli, quasi tuti alcise. 
In I-anno del segnor dccxviii Constanlin quarto, fyo de Constantin, 
impera anni xvii. In lo tempo de questo, li sarrasini asalgi Sicilia, e 
con molta gran preda se parti. Inlo tempo etiandio de questo, lo 
\i capitulo fo celebrado a Constantinopoli, contra Grigolo patriar- 
cha, de covili vescliovi. Questo da fede fo catliolico e atemperado, e 
usado de savio conseio, con quelli de arabia, li quali abitava in da- 
masco, e con volgari^, elio feze firmissima paxe, e reconza le chiesie, 
le qual per li heretixi era sta ruinade e rote dali tempi de Eraclio 
so besavo; e ande contra li monathiliti, li quali el par e I-avo 1-avea 
defesi, impinzando destruxer le soe opinion; per lo qual, lo sexto 
capitolo universal el congrega a Constantinopoli, de cclxxxix vescho- 
vi; el qual capitolo declara do nature e do voluntade in un segnor 
yhesu cristo. 

Inl-anno primo de questo, Grimaldo re deli longobardi e deli 
Beneventani, conzo fosse che lu, nove die driedo la salaxadura, 
38" abiando tolesto l-archo per voler ferire] una colomba, la vena del 
brazo si li rompe, e sovra raetando li medisi raedigamenti venenadi, 
el mori. In lo tempo de questo, la cita Tyricia per pestilenza ro- 
mase senza puovolo in tal muodo, che fuzando li horaini per li colli 
di monti, intra la predita citade le erbe nascesse; e morto apresso 
Constantinopoli Ortodoxo augusto, so fjo lustiniano succede a esso 
in lo imperio. In lo tempo etiamdio de questo Constantin, la molgier 
del re de persia, la qual avea nome Cesarea, de per lia, chom po- 
chi fideli, secreta mente eia venne a Constantinopoli; doe, conzo fosse 
che per lo iraperador del santo fonte la fosse sta levada, e ale 
perfin trovada non volere tornare al so marido, se ira prima elio non 
fosse fatto cristiano, elo, chon xl milia homini vignando a Constan- 
tinopoli pacifica mente, con tuti elio fo batezado. In quel tempo Bul- 
degari, li quali abitava oltra li paludi de Meotida, doe che e la gran 
Bolgaria, le fine deli romani guastava; li quali, imperzo che Con- 
stantin imperador no li potè soperchiare, in confusion deli romani 
feze pasi con quelli, pagando a quelli trabuto ogni anno. | 
38* Inl-anno del segnor dccxxxv lustinian seghondo impera anni x. 
Questo contradisse lapaxe contra li sarraxini x anni per mare e per 
terra. Questo, savio, largo, bon, amplifica molto lo imperio roman, 
li fati del qual se leze in pantheon 2, e feze molte leze, e molto ho- 



Bulgari. " Nome d'una Cronaca.- 



'Cronica deli Imperadori'. 211 

nora li ecclesiastici beneficii; ma, circha la fin so, el sexto capitolo, 
el qual so pare avea fato, el se sforza da rompere; e Sergio papa 
in questo contrastando a elio, [e] la chiesia indarno elo se sforza de 
turbare; e in I-anno x so, lyo patricio priva lustinian del regno, e 
abiandolo privado quello del naso e dela lengua, elo lu manda in 
bando a tersona^ In questo tempo fiori el venerabile Beda prievede. 
Circha questo medesmo tempo san Colomban de ybernia venne in 
Bergogna. 

Ini anno del segnor dccxlv lyo segondo impera anni in. A questo 
lyo, tyberio talgia el naso, abiandol descaza del imperio, e mandalo 
a Tersona in bando e impera per quello. In quel medesmo tempo 
gran scisma fo, che siando fato el capitolo de Agolia, elo non volse 
recevere el quinto capitolo universal da lustin primo e da vigi|liopapa 39» 
celebrado a Constantinopoli, li qual Sergio papa redusse a concordia. 

Inl-anno del segnor dccxlviii Tyberio terzo impera anni vn. Inlo tem- 
po de questo, Gisolfo dux de Bonivento guasta ytalia. Inlo tempo de 
questo Tyberio, conzo fosse chossa che lustinian fosse messo in bando 
a Tersona, digaudo al puovolo publica mente che anchora elo torave 
lo imperio, el puovolo per cielo^ de augusto intendesse quello alci- 
dere, el fuzi al principo deli turchi, el qual de a elio per molgier 
una soa germana, e per alturio de quello e deli Bulgari elo recovra 
I-imperio, e a lyon e a tyberio occupador del imperio elo li fé tal- 
giare la testa. In tanto elio adovra vendeta in li soi adversarii, che 
cotante fiade, quante elio forbiva una goza de reuma, descorrando 
del so naso talgiado, quasi tante fiade elio alcidisse algun deli suoi 
adversarii. 

Inl-anno del segnor dcclv lustinian segondo impera anni vi. Que- 
sto e quel medesmo, el qual de sovra era sta privado del imperio. In 
chetai anno per questo dal tre cavo el veti recitado'^; e iraperzo lu- 
stinian seghondo, da pò che lujave recevu I-imperio, abiando abra- 39» 
zado la fede ortodoxa, elo invida Constantin papa a Constantinopoli; 
e quello vignando e retornando, lu onora dela gloria apostolica di- 
gnità. Per certo lustinian ordena che-1 fosse destruta Tersona, doe 
lu era stado in bando; e abiando congregade tute le nave che-1 pota 
avere, per lo patricio so lu alcise tuli, exceto li fantolini; e conzo 
fosse che li fantolini el volesse alcidere, li homini dela proencia feze 
so capitaino un bandezado, el qual aveva nome philippo, el qual vi- 
gnando a Constantinopoli, elo alcise lustinian chol fyo. 



Cherson. * zelo. 

V. le annotaz. lessic, s. 



212 Ceruti, 

Inl-anno del segnor dcclxi Philippe segondo impera anno uno, 
mesi VI. Questo fuzi in Sicilia per caxon del oste deli romani. Que- 
sto conzo fosse che-I fosse heretico, el comanda che-1 fosse tolta via 
tute le penture de le chiesie; per la qual chossa li romani non volse 
recevere la ymagene del nome so. 

Inl-anno del segnor dcclxii Anastaxio segondo impera anni in. 
Questo abiando preso philippo, elo li fé trar li otchi. Questo in tute 
chosse rio fo; I-oste de questo alesse Theodoxio per 1-imperador, el 
qual abiando vento Anastaxio, ordcna quello in prievede.| 
40" Inl-anno del segnor dcclxv Theodoxio ni impera anno uno. Que- 
sto benigno fo; in humele cuor el tene I-imperio; el qual Ijo i)oten- 
tissimo el depuose del imperio; el qual poi fato chierigo, el residio 
de la vita el dusse in paxe. 

Inl-anno del segnor dcclxvi Lyo ni chon Constantin so fyo ira- 
pera anni xxv. In lo tempo de questo, li sarraxini vene a Constanti- 
nopoli, e ni anni assedia la cita, e dende luogo tolse molti beni. In 
I-anno iv de Ijo, Luprando, re deli longobardi, aldando che li sar- 
raxini, li quali avea disfato Sardegna de puovolo, guastava quelli 
luogi, in li quali le osse del beado Angustino era, le quale per la 
guastacion deli sarraxini da ypona infìna li era ])ortade, elo si manda 
legati, li quali abiando dado molto oro, quelle pretiose reliquie chon 
si porta infina a zenoa, doe lo re prefato personal mente vignando in- 
contra, chon grande allegreza e devocion quelle reliquie portando a 
pavia, li in la chiesia del beato piero apostolo, la qual lu avea con- 
struta, honorevol mente le sepeli. In lo tempo de questo lyo, Raboto, 
40* dux deli frixon, dutto alla predicacion da ulfran arziveschovo| de 
zenoa, azo ch-el fosse batezado, conzo fosse chossa che lu avesse 
messo un pe in la fonte. I-altro elio retrasse, domandando doe più 
fosse deli suoi mazore, in I-inferno o in paradiso; e oldando che in 
I-inferno en fosse più, el pe, che lu avea dentro, elio lo retrasse 
eciamdio e disse: Li doe li più lieve chosa* che io segua li più, cha 
li men; e chossi beffado del dyavolo, conzo fosse che molti beni elo 
1-imprometesse in ploxor anni, el terzo di subita mente el fo morto. 
Questo lyo imperador, seduto da uno che aveva abandonada la fé, 
contra le ymagine de dio e deli santi indusse batalgia, e commanda 
in zaschadun luogo esser deponude e arse. Per lo errore, Grigolo 
papa in li scriti molto quello represe, ma invano; e queli de Con- 
stantinopoli, perche 1-avea deponudo le ymagine, contra quello fa re- 
more algun: eciandio per queste chosse fo raarturizadi, e morto que- 
sto lyo in questa malicia, succede so fyo Constantin. 



'U dove (sono) i più; (più) lieve cosa ecc.' 



'Crònica deli Imperadori'. 213 

In lo tempo de questo a Constantinopoli eco milia homini per pe- 
stilencia peri. Circha quel medesrao tempo, un de syria falso veschovo 
aparse, e molti deli zudei sedasse. In quel tempo, la zente dali sar- 
raxini per lo mare augusto passando, | tuta spagna prese e occupa: 41" 
e conzo fosse che, driedo x anni, li avesse volgiudo occupare Aqui- 
taiiia, diario martello con quelli fazando batalgia, più de ccc milia 
de quelli elo alcise, perdando deli suoi solamente sin. 

Inl-anno del segnor dccxci Constantin v, fjo de lyo, impera anni xxxv. 
Questo, successor dele impietae malicie del pare, e persecutor dele lezo 
dadedal pare in ogni tempo dela vita soa, ali malificii e operacion deli 
magi servando alle luxurie, e molti chierisi e monesi e layci per quello 
in la fede fo periguladi; e elio etiamdio aveva chi li consentiva in 
tute chosse, Anastaxio, de falso nome patriarcha de Constantinopoli. 
In I-anno ottavo de questo imperador, Rachis, re deli longobardi, 
don fina tanto che, siando roto el pato, elio se sforzasse per assalgire 
e irabrigar li romani, de Zacharia papa non solamente del male el 
fo fato cessar, ma etiamdio, per lo instinto de quel papa, chela mol- 
gier e li fvlgioli vignando a roma, fo fato monegho; al qual arstolfo 
so frar succedi inlo regno. E in i-anno de quello xi, Arstolfo re deli 
longobardi rescosse trabuto deli romani, e-1 papa stephano se sforza 
de domandare l-al|turio de pipin. In I-anno de Constantin xii, siando 41* 
vegnu pipin in lombardia, I-oste de arstolfo fo vento dali france- 
schi. Anchora Constantin, siando convocado el capitolo a Constanti- 
nopoli, comandando che-1 fosse deponude le ymagine, grevissima 
mente scandaliza la chiesia de Dio; che tute le j^magine, si cristo 
chomo I-altri santi representando, el comanda che le fosse deponu- 
de. E insozado dele tentacion deli demonii e deli sacrificii sacrile- 
gi!, e eciamdio deli malicie deli menisi, chossi la chiesia de Dio per- 
segui, che eciamdio la malicia e la crudelitade de dyoclician, de qua 
in driedo persecudor dela chiesia, el parea passare. Quel medesrao 
Constantin quinto, chon so fyo lyon e con pipin re de franza e pa- 
tricio deli romani e con so filgioli e Carlo magno, impera anni xvi ; 
e imperzo che chi a luogo caze la ystoria de pipin, e sia sapiu chi 
sia stado questo pipin, la generacion per ordene nu desgraeremo. 
Siando morto el primo pipin, principe dali franceschi, fato fo prin- 
cipe so fyo de una soa concubina, zoe soa feraina, Carlo dito mar- 
tello. Questo fo homo de molte gran batlialgie: elio suiuga quelli de 
saxogna per arme, el vense lamfredo dux de^li alleraani, e allema- 42-' 
gnia lu feze a si respoudere. Elio eciamdio vense li svevi e li Bar- 
bari e Eudon dux de Equitania, e chossi alle per fine Equitania e 
Borgogna suiuga e sotoraesse a si; e conzo fosse chossa che a elio 



214 Ceruti, 

fosse conirastado per molte batalgie, elio spolgia e roba molte chie- 
sie, dagando le decerne ali cavalieri. Per la qual chossa sant Anchiero 
veschovo de aurelia poi 1-aneraa de quello vete in I-inferno. 

In quel tempo ylderigo regna in franza tuto debile e remesso, e 
niente lu avea inlo regno, se no el nome. Karlo martello vitoriosis- 
simo poi mori, e in santo dyonisio fo sepelido; ma driedo algun tem- 
po, in la sepultura soa niente al pestuto del so corpo fo trovado, se 
no un gran serpente. De questo principado heredi fati fo Karlo ma- 
gno, Pipino, el qual a Karlo magno si chomo a primogenito succedi, 
et vene in Turingia e austria, e a Pipin menore Borgogna e proen- 
za; ma Karlo magno, in I-anno v del principado so, per caxon de 
devocion ande a roma a visitare la chiesia deli apostoli, li luogo 
denanzi da Zacaria papa renontiando el mondo, da quel papa fo ton- 
dudo in chierigo e fato fo monego ; lu ande in lo monte da Syrapti, 

42* e fato li un luo|go a honor de san Silvestro e un altro monestiero de 
sant andrea, non lonzi da quel medesmo monte, siando quelli ben 
doladi, li religiosa mente conversado; e conzo fosse chossa che molti 
deli franceschi et deli tedeschi, che vegniva a roma, quello inquie- 
tasse, el passa a monte cassin, e li, driedo laldcvol vita, lu repossa 
in cristo. 

In quel tempo clarifico san Bonifacio magonthin arziveschovo in 
la ysola Boethana, e-1 monestiero ultese fonda in le parte de Ger- 
mania, el qual era più chiaro de tuti I-altri monestieri. L-abbado 
de quel monestiero de gran honor vene reputado in la corte del im- 
perador; e pipin, siando so frar Karlo monego, solo governa el prin- 
cipado deli franceschi: e mazor segnor vegniva dito, e manda a za- 
caria papa chi mazor mente dovesse esser re: o quello el qual e dado 
al ocio, o quello el qual ogni peso del regno sustegniva. Al qual con- 
zo fosse che-1 papa avesse respuoso che quello, che mazor mente, el 
qual più utel mente governasse el regno, li franceschi incontenente, 
siando incluso lo re ylderigo e soa molgier in un monestiero, consti- 

43<» tui so re pipin, el qual san Bonifacio arziveschovo magontini per com- 
mandamento del papa lo onse per re; dende luogo Zacharia papa 
fo eleto e consegrado. In lo tempo de questo, Arstolfo re deli lon- 
gobardi, per certi pessimi romani induto, occupa toschana e la valle 
de spoliti, in fine a roma pervenne, le chiesie, doe li corpi santi re- 
possava, el-li altri luoghi santi a fuogho e a ferro guastando, del cavo 
de zaschadun demandando censo; el papa Stephano, vezando le affli- 
ction deli homini e dele chiesie, personal mente ande in franza a pi- 
pin, azo ch-el reprimesse e descazasse Arstolfo re; el qual con si in 
ytalia e in fina a roma elio 1-avea conduto. In quella fiada pipin fo 



'Cronica deli Imperadori'. 215 

eleto in patricio deli romani, e abiando elio con forte mane corapre- 
mudo Arstolfo re deli longobardi, e siando restituide le forze de san 
piero, pipin retorna in franza; e morto Arstolfo, desiderio re deli 
longobardi fo fato. 

In quel tempo, el corpo de san Vide martere per 1-abbado de san 
dyonisio, el qual avea nome folchardo, de Roma fo portado in fran- 
za; e fiinda la batalgia* de Aquitania, in alverna e in guascogna; 
e mori pipin e a san dyonisio fo sepelido, e Carlo Magno so fjo in 
re fo substituido. In questi tempi l-iraperador de Constantiiiopoli,|per 43* 
solo nome sola mente imperava, [e] imperzo che in oriente e in oc- 
cidente, de mezo-di, quasi tuto lo principe dali sarrasini avea oc- 
cupado; per la qual chossa la chiesia deli fìdeli molta persecucion 
sostenne, ira per quello ch-eli biasteraava Machometo, e li sarraxini 
alcise ploxor dali cristiani. 

Inl-anno del segnor dcccxxvi Lyo quarto impera anni v per si. 
Questo, conzo fosse che lu ardesse in cupiditade, el desiderava la co- 
rona de una chiesia, la qual aveva carbonculi; e conzo fosse cossa 
che lu la portasse in cavo, siando lu presa la fevra, el mori. 

Inl-anno del segnor dcccxxxi Constantin vi, fyo de lyo, con 
yrenza mare soa impera anni x; ma perche elo priva la mare del 
imperio, eia, stimulada de rancor femenile, tragando li otchi al fyo, 
impera anni iii, e Constantin innanzi che-I fosse cecado da soa mare, 
impera anni v. In lo primo anno de questo Constantin, in una se- 
pultura, zazando li un morto, trovado fo chon questa scritura: Cri- 
sto nascerà da una verzene e crezoinello. Soto Constantin e yrenza 
imperadori, o sol, anchora tu me vedera. In lo anno vni del im- 
perio de questi, fato e lo capitolo [a Nicena de cccl padri veschovi, 44» 
in lo qual affermado fo el spirito santo dal pare e del fyo procedere. 
In li tempi de questa, el sol se obscura, per xvii di non aparse, si 
che molti diseva che questo era per la ciegazon del pietoso iraperador 
[questo e] adevegnu; e yrenza, a zo clie più segura mente la regnasse, 
li otchi deli fj^oli de constantin so fyo la fé trar, a zo che nessuna 
chosa de mal in ver da eia, per caxon dela azeguxon del pare, la 
qual la morte aveva seguida, eli non ymaglnasse. 

Inl-anno del segnor dcccxli Nicheforo impera in Constantinopoli 
anni ix, in li qual tempi lo imperio orientai quasi a niente era ve- 
gnudo. 

Inl-anno del segnor pcccl Michel impera anni 11. Homo era or- 
todoxo, amabile a tuti fo; ci qual consola tuti quelli, li (filali 1-a- 

' Deve dire: 'e furono (/t<n, v. Aiinot., § 47) dato le battaglie, ecc." 



216 Ceruti, 

varicia de Nicheforo aveva offesso, quelli fazando richi; e eciamdio 
tati quelli, li quali contrariava ala fé orthodoxa, elo se sforzava de 
farli morir. 

Inl-anno del sognor dccclii Carlo primo magno impcrador tolse 
lo imperio deli romani, e impara anni xiv, mese uno, di iv. Questo 
siando re de franza in anti ch-el fosse iraperador, per li priegi de 
44* Arian papa|el fo cliiamado, e assedia li longobardi in pavia, doe 
che-1 prese desiderio re e soa raolgier, li quali calivi el condusse in 
franza; el qual vignando a roma, conferma tute quelle chosse, le 
quale so pare pipin avea dado al beado piero apostolo; azonzando a 
elio el ducato de spoliti e de Bonivento, e per priegi dali romani 
fato fo imperador. Inlo tempo de questo, lì conti paladini Rollando 
e tuti li altri vense li sarrasini in spagna; ma per tradimento do 
Gaino el conte, morti fo. Questo abiando venti quelli de saxogna e 
altri zermani e quasi tute le region de occidente, a Colognia de qua 
del reno doi ponti construsse. Questo portando la barba alla longeza 
del pe, de cibo e de bevanda el fo molto atemperado; elo faxeva 
suoi fìlgioli chavalcare chosi tosto chomo la età la sostegniva, e al 
arme intendere, e le fje faxea usare ala lana o ver chola rocha e 
chol fuso, azo ch-ele non fosse pigre per star ociose. El regno deli 
franceschi, el qual driedo so pare pipin l-avea recevudo a rezere, 
molto 1-amplia e acresce; cristo sempre lu adora e honora con somma 
pietade. Vignando elio a roma, a un melo da lonzi el dismonta da 

45'' cavallo, e andando a pe per roma humel, el baxava le porte dele 
chiesie; e etiamdio in quella fìada in roma alli monestierii e alle 
chiesie molti doni lu fé. Questo sentando la terra santa occupa dali 
sarrasini, abiando recevudo li legati del patriarclia de lerusalera e 
de Constantin iraperador de Constantinopoli, abiando compassion a 
quella terra santa, con grande oste venne li luogo, e abiando reco- 
vra la terra santa, conzo fosse cliossa che-I retornasse per constan- 
tinopoli, abiando portado oro, arzente e gemme preciose Constantin 
imperador per presentare a elio, el non le volse recever, e sole le re- 
liquie de cristo e deli santi ci domanda; e fazando in prima zezunio 
e oracion, el receve parte dela corona del segnor, la qual in quella 
fìada vezando elio, la flori, e receve un agudo dela passion del se- 
gnor, parte dela croxe del segnor, el sudario del seguor, la camisa 
dela beada Maria, el brazo de san symeon, le qual chose tute acom- 
pagnandole molti miraculi, el porta con sì, e in aquisgrani in la chie- 
sia de santa maria, la qual elio avea construta, elo le repose e Ioga. 
Al numero etiamdio deli alimenti, zoo dele letere in I-alfabeto, el 

45* fonda mones tieri, e in cadun per ordcno una letera fabricada d-oro, 



^Cronica deli Imperadori'. 817 

vaiando più che e libre de tornisi, elo laglia, azo che per ordene 
dele letere el tempo dela fondacion de zascadun monestiero se cogno- 
scesse, le qual letere anchora in ploxor monestieri se trova. Questo 
eciamdio iv arzivescovadi, zoe quello de trevere, quello de Cologna e 
magontia e quello de Salsburgene, de richeze e de honore li amplia. 
Karlo de bone operacion mori, siando so fyo lovix.e primogenito co- 
ronado, e in aquis grani in la chiesia de santa maria, la qual lu avea 
construta, honorevol mente fo sepelido; e in anzi che-I morisse, abiando 
chiamado li prelati dele chiesie, li quali el puote aver, tuti li thesauri 
a quelli lo dona, azo ch-eli fosse distribuidi per le chiesie, 

Inl-anno del segnor dccclxyi Lovixe chon lothario so fyo impera 
anni xxv. Questo fjo de Karlo magno ave do fradelli, I-uno che ave 
terra todescha, e I-altro el qual receve spagna; e intrambi li soper- 
chia, li quali in 1-ultirao mal fine ave. Questo lovixe tre fylgioli avea, 
zoe lothario, pipia e lovixe; el primo, zoe lothario, elo el fé ciesaro, 
el qual etiamdio el| cernesse ytalia a rezere; el segondo, zoe pipin, 46* 
elo lo fé re de aquitania; el terzo, zoe lovixe, re e principe fé deli 
bavari e deli zermani. In questo tempo, li legati de Micliel impe- 
rador de Constantinopoli porta al iraperador lovixe, intra le altre 
chosse, doni, zoe li libri de san dyonisio, li quali chon gran allegreza 
fo recevudi. In quel tempo fiori Rabano monego, abbado de Valde, 
gran poeta, preclaro in sciencia, zoe in theologia. In questi di evoldo 
re deli danni a Magonza fo batezadi. In questo tempo etiamdio lo- 
vixe re doli zermani fé batezare xiv duxi de Boemia chon li suoi 
sequaci, e in la fé cristiana li fé amaistrare. Lovixe imperador chon 
Pipin re de aquitania asali Britania, e quella guasta a ferro e a 
fuogo; ma poi, centra lovixe imperador, da suoi filgioli e deli mazori 
nassi grandissimo movimento; ma lo imperador bandcza ploxor deli 
grandi, e per questo li grandi e li fylgioli de quelli più centra de si 
io provocha. 

Driede queste chosse, per raalicia d-alguni fato fo, che eciamdio 
de consentimento del papa e eciamdio deli veschovi, e per zudisio 
deli zeutili, el pietoso imperador depuose la dignità del imperio. El 
puovolo zajera partido del pare, apozandose ali filgioli; e chossi el 45» 
pietoso imperador, dali suoi inganado e redulo in possanza deli 
filgioli, depose I-arme e fo reserado in prexon; ma disponando Dio, 
in quel raedesmo anno el puovolo siando pentido del defetto del im- 
perador, restituì quello al primiero honore, e li filgioli domanda per- 
donanza per quello ch-eli aveva commesso. In quel medesmo tempo, 
le osse del beado Vido martore da parixe fo translatado in Gorbia 
de Saxognia, monestiero molto solenne; onde elli atestiraoniando que- 

Archivio clottol. ital., IH. ' 



218 Ceruti, 

ste chosse esser adevegnude in presagio, che da quel tempo in qua 
la gloria deli francesclu quanto al impicrio fo translatada in quelli 
de saxognia. 

In quel tempo li norraani, li quali era una chossa medesraa che no- 
verni, grieve mente infestava franza; e lovixe iraperador, da poi che lu 
aveva confirmado tute (quelle chosse, le quale Constantin avea dada 
alla chiesia de roma, vignando a elio lothario so filgio, a elio el fo 
reconciliado, e lagando a elio la corona del imperio, e passa de que- 
sta vita. In questo tempo, in lo territorio tolese una fantulina de xii 

47" anni, da pò chel I-ave recevudo la sanjta comunion del prievede in 
Io di de pasqua, per se mese pane e aqua dezunando, e dende luogo 
in anzi da ogni cibo e bevanda per tri anni se retenne. Eciamdlo in 
lo tempo de questo, in franza el* solsticio de istade siando nassuda 
gran terapestade con tempesta, gran rompamento de glaza chazi; la 
largeza fo de vi pie -e la longeza de xv, e 1-alteza fo de ii. E strabo 
discipulo de rabano clarifìca, el qual scrisse lo libro del officio dela 
chiesia a lovixe imperador. 

Inl-anno del segnor dcccxci Lothario primo impera anni x. Inlo 
tempo de questo, li sarrasini destrusse le chiesie deli apostoli piero 
e polo, infine inle fondamenti, con tute le confine deli romani; li 
quali poi in affrica retornando, onde li era vegnudi, in I-alto pellago 
se anega. Questo siando el più vetgio fyo de lovixe, solo usurpa 
I-imperio; e de questo siando grami I-altri dei fradelli suoi, contra 
elio li apresta bathalgia; e assunandose inlo pago de altesiodora, 
tanta mortalitade fata fo da intrambe parte in la zente deli france- 
sclu, la qual per nessun tempo denanzi fata fo in la zente deli fran- 

476 ceschi; e conzo fosse cessa che le forze de quelli tante fos,se asse- 
tyade, che alli aversarii suoi li no poesse contrastare, elli fé paso 
intro si, partando li regni dentro de si, e romagnando ampo 1-irape- 
rio a lothario. In quella fia insi la fama in affrica e in spagna dela 
pugna de questi tre frar per lo imperio, e imperzo li sarraxini e le 
altre diverse zente contendeva in que muodo li assaysse lo regno. Inlo 
tempo, Normani intrando in franza del mare per ligero, quasi tuta 
la guasta a ferro e a fuogho; e eciamdio quelli de saxogna da I-altra 
parte metandose contra 1-iraperio, franza guasta a ferro e fuogho. 
Anchora lothario con lovixe so fyo impera anni v; e lothario el xv 
anno del so imperio abiando partido el regno dentro suoi filgioli, elo 
renuncia el mondo, e pò fé penitencia in un monestiero, abiando elio 
recevudo I-abito de monego; e non molto driedo el passa de questa 



'nel', V. Amiot. § 39 e. 



^Cronica deli Imperadorì'. 210 

vita, del anema del qual gran question fo dentro li angeli e li derao- 
nii, si che vezando e siando tuti li presente, el corpo parea vegnir 
trato; ma orando li monesi, li deraonii se parti. 

Inl-anno ix de lothario, santa eiena, maro de Constantino, sepelida 
a roma in la chiesia de santo] Marcellino e de san piero, fo portado in 48» 
franza, e in la dyocesi de zerae, inlo raonestiero de altovillari, chon 
gran veneracion ven coltivada. 

Inl-anno del segnor cmi Lovixe segondo impera anni xxi. Questo 
ave bathalgia clioli romani. Questo fo fyo de lothario; e da Sergio 
papa coronado in re, sede anni xxi, e senza so pare regna. Inlo tempo 
etiaradio de questo, li corpi santi, zoe de urban papa e Tyburcio, ven 
dito che fosse translatadi ad altisiodoro, e in la cliiesia de san ger- 
raan deponudi. Li Normani de Equitania, per quel raedesmo tempo 
revignando, guasta Andegavis, Turon e pytania; ali quali arnolfo 
duxe de Aquitania vignando in centra, fo morto, e tuti li altri deli 
normani si chomo li piegore dali luvi li fo consumadi. Eciamdio inlo 
tempo de questo la zente deli danni guasta Engelterra, elio re 
molto piatoso e cristianissimo de quella provencia li condanna de ca- 
pital sentenza. In quel tempo in bressa de ytalia, si chora ven dito, 
tre di e tre notte sangue de cielo piove. Ktìrlo, fyo menore de questo 
lovixe, in presencia del pare e deli barroni fo ingom; brado del de- 43* 
monio; e in quella inorabracion el confessa, questo esser da elio de- 
vegnudo, imperzo che lu avea tratado conspiraxon centra so paro 
lovixi ; mori in Italia, e Karlo so barba in imperador fo lovado. In 
lo tempo de lovixe, la desmestega cura afflisse Karlo re de franza in 
li filgioli; che, don fina tanto ch-el fosse provesto* al ordene del dya- 
chonado, el pare el prese e si lo aciegha, per quello che, ad aposta- 
sia convertido, in ogna generacion de nosere, perturbando lo regno, 
un altro zuUan lo era fato; e in verità I-altro deli filgioli, zoe 
Karlo, don fina tanto che-I volesse provar la soa forteza con alguno, 
incauta mente fo morto. Inlo tempo de questo, zan scotto molto amai- 
strado in scriture venne in franza, e per prieghi de lovixi la yerar- 
chia de dyonisio lu translata de griego in latin; el qual poi per li 
discipuli soi, li quali elio amaistrava, con stilli forado el mori. 

Inl-anno del segnor cmxxii Karlo segondo impera anni iii, mesi 
rs. Inlo tempo de questo, li sarrasini perde Sicilia. Questo Carlo 
dito Calvo ande a roma de Zuanne papa, e li romani, per presenti 
tragando a si, imperador fo fato; ma incontinente batalgia|contra 49« 
da elio fo aprestada da lovixe so frar, imperzo che senza el so con- 

' Sarà da leggere proinovesto, v. Annot , § 50. 



S20 Ceruti, 

selgio 1-avea usurpado I-imperio. Questo Karlo si in franza chomo in 
ytalia construsse e fé far monestieri de diverse religion e chiesie de 
gran possession, e quelle ch-era destrute, si le repara. In lo so tempo 
el contado de fiandra ave discordia, e fiandra non era do tanto no- 
me ne de richeze, si chomo 1-a mo, ma dali frostieri, zoe del re de 
franza la vegniva reta; e conzo fosse chossa chel-lo iraperador de 
franza in ytalia andasse, per uno zudi[s]io^ el qual avea nome seda- 
ehia, el fo abeverado, e inle alpe lu fini el dredan di. Questo in 
compendio 2 fonda el monastiero de san Cornelio. Questa forteza 1-a- 
vea impensa da fare a similitudene de ConstanLinopoli, e del nome 
so za lu avea appellado Kariopolo. 

Inl-anno del segnor cmxxv Karlo terzo, el qual ven dito grosso o 
ver più zovene, impera anni xii. Inlo tempo de questo gran fame 
fo quasi per tuta ytalia. Questo possedando pacifica mente franza e 
Germania, inl-anno segondo del so imperio del papa zuan fo coro- 
nado. In questi di più che v milia deli normani abiando alturio 

49* da|...s franza e la thoringia guastando a fuogo e ferro, molte cita 
consuma, si chomo fo Cologna, Leodio, el tygro, Ambiani e treveri 
e ploxor altre citade-, e conzo fosse cessa che li germani e france- 
schi vedesse chossi dali normani e dali pagani esser oppremudi, 
elli domanda 1-alturio de Carlo imperador; e don fina tanto ch-eli 
fosse vegnudi contra li normani con potente man, lo re deli nor- 
mani, abiando fato paxe per matrimonio, batizado fo e per lo impe- 
rador dela santa fonte fo recevudo; e alle perfine, conzo fosse ch-el 
non podesse quelli descazare de franza, el concedi a quelli la region, 
la qual era oltre secana'^, la qual parte in fina anchoi ven dita Nor- 
mania dali Normani. El primo duxe deli normani fo Roberto, e 
jnzenera Gigelin, e gigelin inzenera richardo, e richardo lo segondo 
richardo e roberto de Guichardo. Questo vense pulgia, e roberto de 
Guichardo Calavria e Sicilia, e soperchia veneciani, e Allessio impe- 
rador deli griexi; el qual roberto zenera Gigelin noto; e cario im- 
perador, manchando del corpo e del spirito, dali baron del regno 

50" vegniva despresiado e refudado. Questo etiamdio pizol tempo abian|do 
amado soa molgier per quello che più del justo familiarmente elo 
1-avesse amada, e conzo fosse che al veachovo da Vercelli lu avesse 



* V. Annotaz, § 3, -co. 

* Oggi Corapiègne, che anche fu detta Carlopolis. 

^ Manca in questo luogo parte d' una parola, non rimanendone che 1' ul- 
tima sillaba -ni. Sicuramente diceva: Dani. 

* Oltre la Senna. 



'Cronica deli Imperadori'. 221- 

protestado si unchatnai non averla cognoscuda, e quella siando lai- 
dada* si esser verzcne, abiando tolto combiado elia^ licentia, intra 
in monestiero. 

In questi di la zente deli ungari siando insidi de assjria, venta 
da li pincernati, in panonia in prima venne, e siando descazadi de 
la li avari, li infina anchoi romase. Questa zente, in quel tempo fo 
dito ch-ela fosse in tanto desordenada da viver, che carne cruda li 
manzasse, e usasse da bevere el sangue de homo, si chorao e fal- 
langi, li qual sta oltra e li reteni monti. 

Inl-anno del segnor cmxxxvii Arnolfo impera anni xn. Questo com- 
bati e scomfisse li normani, li quali abiando guastada franza, la tho- 
riagia e dardania circha leodio e cìrcha magonza guastava con in- 
credibile plaga; e in quella fiada comenza a cessare el zovo deli 
normani e deli dani, li quali xl anni franza avea guastada; e den- 
do luogo 1-imperador Arnolfo fato fo infermo de longa infirmita, per 
nessuna arte de medesina se podea aidare, che-1 non fosse consu- 
mado dali|pediculi; e Arnolfo soccede so fjlgio lovixe, ma ala co- 50» 
rona del imperio el non pervenne, onde el fo fin del imperio, quanto 
ala posteritade de Karlo; e questo fo per li suoa colpe e peccadi, 
imperzo che le chiesie, le quale i suo pare aveva construte e fate, 
elli no li mantegniva, ma se li dissipava. 

Inl-anno del segnor cmxlix Lovixe terzo impera anni vi. Inlo 
tempo de questo, li ytaliani comenza a imperare; tolto via I-imperio 
deli franceschi, el fo transportado dali taliani, segondo la sentenza 
dali romani, imperzo che la zente de franza non aidava roma cen- 
tra li lombardi revelando, fazando a quelli molte inzurie^; per la 
qual caxon, in lo tempo de quello lovixe el comenza a partirse I-im- 
perio, imperzo che alguni, segondo che de soto sera manifesto, sola 
mente in ytalia, e alghuni sola mente per allemagnia imperava, in 
fina a Otton primo, el qual comenza intrambi luogi a imperare. Que- 
sto lovixe infuga Berengero, el qual in quella fia regnava per yta- 
lia; e conzo fosse che per elio el regnasse, a verona el fo preso e 
acechado, e Berengiero al imperio fo restituido. 

Inl-anno del segnor cmlv Berengiero primo impera anni|iv. Que- 51» 
sto molto savio in arme, ave bataia choli romani. In questo tempo, 
da Ulgelrao, primo principe de Bergogna, el monestiero de Colognia 
fo fondado. 



V. Annotaz., § 88. 
V. Annotaz., § 39 e. 
V. Annotaz,, § 85. 



Sif2 Ceruti, 

Inl-anno del segnor cmlxiv Corado Almuno iiopera anni tu; ampo 
intra li imperadori elio non ven numerado, imperzo che lu non im- 
pera in ytalia, e imperzo elio non I-avo la benedicion imperiale. Inlo 
tempo de questo, li sarraxini guasta pulgya, Calavria e quasi tuta 
ytalia. Inl-anno vii Corado re morando, denanzi dali principi del regno 
desegna re henrigo, fyo de otto, duxe de saxognia. 

Inl-anno del segnor cmlxvi Berengìero ii impera anni viii in ytalia. 

Inl-anno del segnor cmlxxiv Henrigo re impera anni xvm, e que- 
sto per allemagnia, ne questo intra li imperadori fo computado, im- 
perzo che lu non regna in ytalia, e no fo per lo papa incoronado. 
In lo tempo de questo, Syrenco dux deli Boemi se converti alla 
fede: el qual, quamvisdio che-I fosse nuovo in la fede, sovra tuli li 
altri ampo justa mente e religiosa mente el segnoreza; driedo el qual 
5P venzeslao so fyo per justixia,|santitade e religione preclaro fosse ^, 
so frar Bolerlao, abiando invidia , ali soi piatosi e santi ati inigha 
mente aversa; e poi, el primo anno, Otton da quello el fo morto, 
usurpando el principado; in vendeta del qual, otto imperador assay 
Burlao Bolerlao per batalgia, e per xiv anni combatando con quello, 
con grande mina deli suoi, [e] soperchia quello, guastando tuta Boe- 
mia. El predito santo venzeslao, quamvisdio che-I fosse principo e 
segnor, de tanta humilita e devocion el fo, che chomo un servo se- 
gretamente de note ala soa selva lu andava, e portando le legno cheli 
proprie humeri, in anzi le porte dele vedoe e deli povri secretamente 
deponeva, e eciamdio lu recolgeva le spigo de note del campo so, e 
segretamente dela verga baiando, e chela man propria le ostie fa- 
zando, per le chiesie e distribuiva. Questo, driedo ccc anni dela passion 
soa, alo re dali dadi henrico, dormando, per vision aparse; e revela 
a lui, che doveva morire dela soa generacion de morte; comandando 
a elio, che in honor de si, el qual venzislao vegniva dito, el con- 
strusse^ un monesliero; el qual re, levando dal sonno, meravelgiandose 
52" dela vision, |comenza de santo venzeslao, del qual elio non avea mai 
aldu parlar, dali veschovi e dali altri inquirire chi lu fosse; e siando 
certilìcado che-I fosse stado principo de Boemia e da so frar morto, 
el coraenza, a honor del nome de quello, in ravalia del ordene de 
Cestella un monesliero de gran possession construre; ma in anzi che 
lu lo compisse, procurando so frar ahel de compirlo, e^ complido 
quello, segondo che-I santo avea revelado, el mori. 



* Manca la congiunzione dalla quale dipende questo imperf. cong. 
' Doveva leggere: construisse, 
' Giova forse eliminare quest'e. 



'Cronica deli Imperadori'. 223 

Ini anno del segnor cmxcii Berengaro in impera anni vm. Inlo 
tempo de questo, gran scisma fo in ytalia. 

Inl-anno del segnor m Lotliario ii impera anni ii. Inlo tempo de 
questo, fato fo el sol chomo sangue, onde, driedo puochi di, raorta- 
litade de homini grandissima seguida fo. 

Inl-anno del segnor m Henrico re, e so fyo Otto primo, in re fo 
coronado. 

Inl-anno del segnor mii Berengaro iv, con Alberto so fjo, impera 
in ytalia anni xi; el qual Berengaro con tropo gran crudelitade pre- 
meva ytalia e tegniva incarcerada Dalinda*, che fo molgier de lo- 
thario imperador; ma Otto re de allemagna, intrando in ytalia pò- 52* 
tante mente, deschaza Berengario e libera la rayna, e quella tolgiando 
per mojer, la festa dela natività del segnor a pavia el celebra; ma 
poi revudo^ in gratia Berengaro de otto, lu li rendi lombardia, ex- 
cepto la marcha trivisina e veronese e Agolia; ma puoi in pizol 
tempo, da la apostolica sedia e da lombardia venne legati a otto, 
lamentandosse da Berengaro tyranno; e Otto, chiamado per la corona 
del imperio, andando a roma, conzo fosse che-I fosse vegnudo in 
lombardia, lu imprexona Berengario, e in Bavaria mandado in ban- 
dizaraento, vignando a roma del papa e dali romani solenne mente 
fo recevudo a incoronarse. Circa questo tempo, fo in Guascogna una 
femina dal ambigui in su divisa, abiando doi petti e doi cavi, uno 
raanzando, e I-altro alcuna fia non manzava, e vive molto tempo, e 
intrambi si mori. 

Inl-anno del segnor mxiii Otto primo impera anni xii. Questo fo 
el primo imperador deli tedeschi, e tolto l-impcrio dali taliani, soli 
li tedeschi impera in fine al presente tempo. Questo, conzo fosse 
chossa che-I fosse possente in Saxongjnia e molti anni avesse regnado ^3" 
per allemagna, alchuni dali cardenali e deli romani, per lo rio stado 
de Zuanne papa xii, messi manda occulta mente, azo che elio ve- 
gnisse a roma per la necessita dela chiesia de roma, e chossi pos- 
sedisse li governamenti del imperio; e elio, per longobardia e per 
tuschana potente mente vignando a roma, del papa , dela chieresia 
et del puovolo da roma honorevol mente el fo recevudo e coronado 
in imperador; molte done feze ale chiesie. Questo abiando pacificado 
ytalia, chon soa molgier longobarda retorna in Saxogna, de la qual 
el zenera un fyo, successore si del so nome, chomo del regno; al 



' Leggasi 'Adelaide'; e il fatto è avvenuto verso il 950. 
^ Par certo che qualche lettera manchi a questa parola; ma rimaniamo 
incerti fra 'riavuto', 'ricevuto', e 'rivenuto'. 



S24 Cerati, 

([ual eciaradio la fya del imperador do Constantinopoli, inzenerada 
del roraan sangue, li de per molgier. Dendo luogho per lo bon stado 
dela chiesia de roma ploxor Cade a roma vignando, e anchora in 
lo parte soe retornando, li choii piathose ovre intendando, inla soa 
habitacion apresso Maydemburch fabrica una chiesia de meravelgiosa 
belleza a honor de san Mauricio, e quella de grandissime possession 
amplifica. Questo, driedo la deposicion de zuan papa per caxon dela 

53* infamia, siando creado papa lyo dela chieresia de Roma, daspoi 
che a roma, siando elio assente, el terzo papa, zoe Benedeto, li a- 
vesse creado, vignando a roma chon grande hoste, quella elio asse- 
dia, don fina tanto ch-eli li presenta Benedeto papa in destreta; el 
qual abiando raduto papa lyo alla sedia soa, e abiando pacificadi 
tuti, elio retorna in Saxongnia, menando chon si Benedeto papa, el 
qual fo li sepelido, siando stado in bando. Questo eciaradio conver- 
tando a Cristo moltetudine de pagani, abitando circha quello medesmo 
luogho, beada mente mori, e a Maidenburg inla chiesia de san Mau- 
ricio fo sepelido. 

Inl-anno del segnor mxxt Otto segondo impera anni xx con Otto 
so fyo. Questo, conzo fosse chossa che lu perseguisse griesi in Ca- 
lavria, no cauta mente abiando per se li sol cavalieri*, ensando deli 
man de quelli, elio scapola; e alle perfine congregando hoste, lu as- 
sedia Boni vento, e abiandol preso, le ossa de san bartholomio, se- 
gondo che ven dito, dende luogo tolse e a roma in una ysola in una 
concha le logha, e in la terra soa, per lo thevro e per mare, in la 
predita concha lu aveva pensa de portar; ma elo in brieve morando, 

54» el precioso the|sauro li romase infina al di d-anchoi. Questo abiando 
laga so fyo Otto in saxogna, chola rayna e chon gran hoste pas- 
sando per ytalia vene a roma, e li da Benedeto settimo con allegreza 
fo coronado con la rayna. 

Eciamdio era grandissima paxe intra el papa e 1-imperador. Ade- 
vene che in quel medesmo tempo li Agareni e li barbari, abiando 
passade le confine de Calavria, ogni chosa a ferro e a fuogo li gua- 
sta; contra li quali Otto imperador choli tedeschi, longobardi e fran- 
ceschi e romani procedando, dura mente combate; ma li romani e 
Boniventani volzando le spalle. I-oste deli cristiani quasi al pestuto 
fo abatudo, elio 1-imperador solo pervignando al mare, el pregha al- 
guni che lo recevesse in nave, digando si esser un deli chavalieri 
del imperador; li quali abiandol recevudo in nave, considerando la 
disposicion e la belleza de quello, li parlava in lengua griegha, cre- 



* Qui deve mancare una parte del periodo. 



'Cronica deli Imperadori'. 225 

zando quello non intendere, che lu fosse 1-imperador, e ch-eli volesse 
quello condure a Constantinopoli al iraperador so; la qual chossa in- 
tendando 1-iraperador e grieveraente dojandose, elio se aprossima la 
da elli, digando che lu aveva gran peccunia ascosa in Sicilia, pre- 
gandoli ch-eli andasse la,|e abiando recevudo la pecunia, insembre 54^ 
niente con allegreza li andasse; e quelli, per amor de questo, an- 
dando allo lydo, l-imperador vete lo veschovo prodoino in arme, el 
qual aveva nome censo; e abiandol chiamado el so alturio^, lo im- 
perador chol veschovo tutl li notchieri, zoe xl, li taja, deli quali 
un solo non scampa per vertu de san piero apostolo, el qual lo ira- 
perador solici ta mente invocava; e chossi vignando dela imperarixe, 
con allegreza de quella e dali soi baroni recevudo, retornando a 
roma, driedo puochi di el mori, e apresso san piero honorevol mente 
el fo sepelido. 

In questo tempo Alberto de nacion de Boemia fiori. Questo, in pri- 
ma praganese veschovo, poi per revelacion de dio vignando a pano- 
nia, batiza el primo re deli Ungari, zoe santo Stephano, con molti 
altri; dende luogo passando per pollonia, e quelli in la fede confer- 
mando, e vignando in Brexa e predicando li la fede, el fo corojiado 
de martirio in I-anno del segnor mxlv. Soto questo tempo, santo Edu- 
jardo re d-engelterra da soa raaregnia, segondo che ven dito, per in- 
ganno fo morto, fazando grandissimi miraculi. 

Inl-anno del segnor MXLv|Otto ni impera anni xix. Questo Otto 55« 
terzo, fyo del segondo otto, vignando a roma, del papa Grigolo quinto 
in imperador fo coronado, e da roma passa in pulgia a sant anzelo 
per caxon de pelegrinacion e de oracion; e fazando retornamento per 
benevento, el corpo del beado veschovo polo con sì porta a roma. 
Questo, abiando ordinada ytalia, fazando transito per franza, in Sa- 
xongnia retorna; ma crescenso, consulo deli romani, abiando infugado 
Grigolo papa, el feze papa un griego, el qual ave nome zuanne, ve- 
schovo de plaxenza molto pecunioso; la qual chossa aldando 1-irape- 
rador, retornando a roma, con gran furor assedia crescenso in lo 
castello de sant anzelo si longa mente, don fina tanto che quello cholo 
castello siando preso, a quel cressenzo fé talare la testa, e a quel 
pontifico fé trar li otchi, e de tute le altre raembre lo debilita. E 
dende luogo 1-imperador abiando ordenado le chosse del imperio, e 
menando con si alghuni nobili romani, in Saxognia retorna, e visi- 
tando lo luogo in pollonia, doe santo alberto martore repossava, a- 
biando tolto el so brazo, a roma el retorna, legando quello in 1-y- 



* V. Annot., § 39 e. 



220 Ceruti, 

55* sola] in la cliiesia, in la qual ven dito che mo repossa san Bartho- 
loraio apostolo. In quella fiada l-imperador comenza construere el 
pallazo de zulian iraperador; ina contrastando li romani, l-imperador 
ubiando recevudo molte persecucion dali romani, driedo puochi di 
la vita fini; e quamvisdio che questi tre otti per succession de ge- 
neracion avesse regnado, ampo el fo instituido daspo, che per li of- 
ficiali del imperio 1-iraperador fosse eletto; li quali e vii, zoe: tre 
eancelieri, si chomo quel de magonza, el canceliero de Germania, el 
treverese de franza, el colognese de ytalia, el marchese brandenbur- 
gese, el camerlengo palatin, confaloniero dapifer, dux de saxognia, 
porta la spada, el seschalco, el re de Boemia; unde versus: 

Maguntinensis, treverensis, cologniensis 
Quilibet imperii fit cancelarius horum, 
Et palatinus dapifer, dux portitor ensis, 
Marchio praepositus camerae, pincerna Boemus 
Hii statuunt cunctis per saecula summum. 

In questi tempi fiori folberto veschovo de Cracovia, el qual, intra 
le altre chosse laldevole, el compose li resposi de schiata de yesse, 
e lo sole de justisia, e-1 cuor de nuova lerusalera. 

56» Inl-anno del segnor MLXivjHenrico primo impera anni xii, mesi v, 
e romase el regno vuodo anni n. Inlo tempo de questo, la luna se 
converti in sangue, zoe in color de sangue; e nota, più e henrigi re 
che henrici imperadori, onde, quando el se leze henrico primo, per 
raxon del imperio fi dito primo, e per raxon de nome fi dito segon- 
do. El fo uno henrico re in anzi da quello, zoe intendo deli Coradi : 
de questo henrico imperador fo so moier sancta Tymegondis, e in- 
trambe romagni verzene, e in la chiesia bavergese, la qual li edifica, 
li repossa, fazando miracoli. Questo henrigo, dux deli Boemi, da 
tuti li principi eleto imperador, molte batalgie prospera mente feze in 
Germania, Boemia e ytalia; alle perfin volgiando a solo dio servire, 
conzo fosse che-I fosse cristianissimo, el vescbovado babergese el 
fonda, e allo re dali ungari Stephano soa seror dagando per molgier, 
si quello, chomo tuto lo regno de quello, chiama alla fede. Questo 
eciamdio la citade babergese, la qual fo de san piero, per la Nargi- 
nese apresso el papa commuda. 

Inl-anno del segnor mlxxviii Conrado primo impera anni xx, e 
romase el regno vacuo anni iii. Questo molte leze feze. Questo, de- 

56* sirandoj servare paxe in terra, statui che qualuncha deli principi 
rompesse paxe, fosse a elio talgia la testa; ma transgressor de que- 
sto statuto el conte lupoldo fo accusado, el qual desirando servare la 
vita, con puochi, chola molgier e cheli fylgioli o ver puti, occulta- 



'Cronica deli Imperadori'. 227 

niente fuzando, in una soletudene o ver selva andando, quella molti 
tempi si cbomo heremita habitava, nessuna persona questo sapiando 
lo che-I fosse vegnudo. Ma adevene, che-1 imperador ande a quelle 
parte; e ccuizo fosse chossa che, per caxon de chazar, perseguando 
bestie, c4 descorresse per la selva, elio si se deslonga da tuti, che 
solo romagnando, al pestato, el no savesse la dove che-I fosse; e a- 
proximando la note, lo imperador, molto anxio, per caxo venne al 
reraitorio del predito conte; el qual benigna mente fo recevudo; con- 
zo fosse che driedo la fadiga el dormisse in lo letto, e in quella note 
medesma la moier del predito conte avesse parturido un fyo, 1-im- 
perador aldi una voxe in sonno, che quel puto serave anchora so 
zenere e successor del imperio. Questa voxe 1-imperador in prima di- 
sprexiando, conzo fosse chossa che daltre cavo fosse anxio i, abian- 
do vezudo el puto de do j mane, con zo fosse chossa che-I fosse perve- 57» 
gnu dali soi, abiando chiamado doi secretarli suoi, occulta mente 
comanda che-I predito fantolin elli tolesse e in la selva 1-alcidesse, 
e a elio el chuor del fantolin li portasse; e quelli, segondo el coman- 
damento predito, el fantolin tolse, e siando movesti a misericordia, 
elli non 1-alcise, ma lassandolo in lo boscho, el chuor de una lievore 
che era preso, in argumento de quella morte al imperador li porta. 
E adevene, che in quella bora el dux henrigo, per caxon de cazare, 
in quella medesma selva radegando solo, lu aldi ci fantolin vagando 
e planzando; e vezandolo bello e portandolo occulta mente a soa mo- 
ier, che non podeva aver fìlgioli, el comanda a quella ch-ela affer- 
masse ch-eli 1-avesse inzenerado, e chossi fo fato, e chiamalo del so 
nome henrico. E con zo fosse chossa che 1-imperador questo puto a- 
vesse vezudo, pensando quello esser el volto, el qual de qua in driedo 
avea vezudo, e etiamdio la etade, el imperador retene el zovene, che 
lu li servisse denanzi, quamvisdio el non plaxesse a so pare, zoe el 
duxe henricho, tratando a presso da si, chomo quello occulta mente 
elldesperdesse; e driedo algun tempo, el manda quello con lettere 57* 
ala imperarixe, scrivando che se ella voleva tegnir la soa gracia, in 
quel di el qual quel zovene vignisse da eia, quello occulta mente fesse 
soffogare. Ma lo zovene fazando la soa via, conzo fosse chossa che 
in la chasa de un prieve el reposasse, el prieve, dormando quello, el 
cerca le lettere de quello, e veto che era lettere del imperador; e a- 
vrando quelle scaltrida mente, elo le muda dextra mente, che abiando 



• V. le annotaz. lessic, s. 'recavo'. E si traduce: 'sprezzata imprima co- 
'desta voce dall'imperatore, quando poi nuovamente egli s'impensierì per 
'aver visto il figliolino la mattina appresso, e raggiunto che fu da' suoi, ecc.' 



228 Ceruti , 

raso: in quello die rauora, el remesse suso: in quel die mia fya li sia 
daf^la; la qual chossa fato fo, quaravisdio che-I fosse con grande am- 
miracion dela imperarixe per lo suobito coramandamento, del qual la 
se feze gran meravelgiaj la qual chossa vezando l-imperador, se rae- 
ravelgia molto; ma poi trova el pare verasio de quello un nobele conte 
esser stado, el qual credeva che-I fosse stado villan, e-1 so dolor fo 
mitigado; el qual henrico poi soccedi a Conrado in I-Imperio, e in Io 
lego dove che nasce, elio fé far un gran monestiero. 

Inl-anno del segnor Mci Henrico segondo impera anni xvii. Questo 
henrico ven dito fjo de Corado, o ver, segondo altri, zenere de quello. 

5S« Questo vignando in|ytalia, el prese pandolfo principo de Capoa, e 
quello siando preso, con si el porta via, e un altro pandolfo conte 
theatin ordena principo. Inlo tempo de questo, li Normani intra in 
roma, e Cadulo aveva bathalgia centra li Normani in li pradi de san 
piero. In quel tempo, el duxe Gottifredo venne in ytalia, e li Normani 
si persegui quello da roma infina ad aquin. Inlo tempo de questo 
imperador, el corpo de un ziganto fo trovado a roma non corroto; 
1-avertura dela plagha de quello, dove che fo implegado, era iv pe 
e mezo; el corpo so de quello soperchiava 1-alteza del muro, e fo tro- 
vado una lucerna, del cavo de quello, ardando, la qual chol fia non 
se podea morzare, ne con liquor; ma, con stilo fato un forame sotto la 
fiamma, amorzado fo per quel forame, siando li introduto I-aere. Questo 
ven dito esser stado morto da turno; el titulo de questo era: Palas, 
fyo de evandro, el qual la lanza de turno cavaliere alcise, al so costume 
o ver usanza zase chi. 

In questo tempo, una statoa de marmore era in pulgia, abiando, 
circha el cavo so, un circulo de bronso, in lo qual era scrito: ka- 
lendis maji oriente sole habebo capud aureum; la qual chossa un sar- 

58* raxino, preso | da roberto de Guichardo, intendando quello che-I fosse 
a dire, e quello che-1 significasse in le kalende de mazo, levando el 
sole nassudo el termene dela ombra de quello^, el trova soto I-ombra 
del cavo infinito thezoro, el qual elio per reschatarse . . .2 Inlo tem- 
po de questo, la chiesia de franza per Berengier de Turon fo pertur- 
bado, el qual affermava el corpo de Cristo, el qual nu receverao, non 
esser verasio corpo de Cristo; centra el qual, Nicolo papa con cxin 
veschovi celebra concilio; el qual Berengiero altra fiada fi dito esser 
stado santo homo; e driedo, la retratacion digando avanti la fin dela 
morte, beada mente mori; la retratacion del qual error ven metudo 



* 'rilevando il sole oriente il limite dell'ombra'. 
' Manca qualche parola. 



'Cronica deli Imperadori'. 229 

in lo decreto dola consecracion, destrucion segonda ^ : Ego Beren- 
garius. 

Inl-anno del segnor mcxviii Henrigo ni impera anni xlix. Questo 
in prima venne a roma del mese de mazo dxxv (?). In quel tempo fa- 
me e mortalitade fo quasi in ogni terra; e assedia la cita tyburtina 
die III del mese de zugno. In lo tempo de questo, una stella clarissi- 
ma in lo circuito dela prima luna andada e xm del kalende, in lo 
commenzamento dela note-. Inlo tempo de questo, yldebrando carde- 
nal, el qual|poi Grigolo papa fato e, conzo fosse chossa che-I fosse 59" 
legato in franza, e in lo concilio lu avesse procedu contra molti ve- 
schovi per symonia, e conzo fosse che contra un veschovo molto in- 
famado el volesse prociedere, e quelli per peccunia avesse corruti li 
testimonii che 1-aveva accusado, disse lo legato in lo concilio: Cesse 
lo humano judixio; sia produto in raezo lo oraculo dela deitade, con- 
zo fosse cosa clie-1 fosse certo, che la grada dela dignità del ve- 
schovo sia don[de] de spiritu santo, e qualuncha che compra el ve- 
schovado, fa contra el spiritu santo. Se tu adoncha [fa] contra el spi- 
ritu santo tu non hai fato, debi dire gloria patri et fìlio et spiritili 
santo. El qual, conzo fosse che lu 1-avesse coracnzado, in nessun 
modo puote dire et spiritai santo, più volte retornando a dire; ma 
siando schazado del veschovado, in quella fiada piena mente el disse. 
Questo yldebrando poi Grigolo papa fato, tuto contra henrigo impera- 
dor andava, imperzo che-I procurava discordia in la chiesia, e 1-im- 
perador, quanto per quello che-I potè, el depuose Grigolo del papado, 
constituando per quello Guiberto veschovo de ravenna. 

In lo tempo de questo, un possente homo, don fi|na chel sedesse in 59* 
lo convivio, chiara mente fo circomdato da s[fjorze; e conzo fosse 
chossa che-1 fosse innuraerabile moltitudine de sorze, de nessun li 
pilgiava, se no de quello; ma conzo fosse chossa che duli soi in lo 
pellago del mare fosse conduto, niente a elio zoa; imperzo che le 
sorze seguando la nave, quella, infina che 1-aqua intrava dentro, ro- 
segava. Adoncha desraontando elio in terra, dali sorze tuto fo squar- 
zado e manzado. Quella medesma chossa ven dita [a] esser devegnuda 
a un principo de polonia; e questa ven zudighada menor meravelgia, 
imperzo che-1 ven dito per certo, che in algune terre, se lyopardo al- 
gun homo morderà^, incontinente par che vegna sorze in quantitade, 



' Doveva leggere: 'distinzione seconda'. 

^ A questo periodo par che manchi un verbo; e anche vi dev'essere qual- 
che altro guasto. 
' V. Annotaz., § 54. 



230 Ceruti, 

azo cho raitege * 1-emplegado; e eciaradio ven trovado da un princì- 
po, che per nessuna arte de medixina podea esser aidado, che li pe- 
dotchi non Io consumasse. E siando questo henrico imperador, mera- 
velgiosa moltitudene deli ffanceschi abiando recevudo la croxe in 
aitarlo dela terra santa, li quali era da no poder esser scombatudi, 
passando per terra, e alle per fine per la cita do Constantinopoli, per- 
venne ad Anthiochia; e fo capitanio de questo hoste Gotofredo de lo- 

60'' thoringia, el conte bles|sese, el conte de fiandra de sen zilio, e molti 
altri nobili e baroni. In anzi che anthiochia fosse presa, santo Andrea 
aparse a un villan siraplize, de generacion provincial, digando: Ve- 
gni, che io te mostraro la lanza, chela qual fo forado yesu cristo ; 
el qual villan, siando presa la dita cita, de presente lo dito conto e-1 
capellan so, in la chiesia de san piero cavando terra, in lo luogo in 
lo qual lu avea avudo revelacion, lu trova la lanza inl-anno del se- 
gnor MLXxxix; e ploxor dubitando ch-ela non fosse la lanza de cristo, 
uno, el qual per nome era chiamado Bartlioloraeo, al qual cristo a- 
parse e" dela lanza li avea significado, con quella lanza, per lo fuo- 
gho de XIII pie, el qual lu avea commandado che fosse fato, el passa 
senza pena algliuna; e chossi I-oste ave fidanza in cristo e inla lan- 
za, e ande in anzi senza paura per Acri, la qual ven dito Tholoraai- 
da; li 3 venne a Cesarla, doe, conzo fosse chossa che li fosse un spar- 
viero, zeta una colomba volando de sovra I-oste, grieve mente irapla- 
gada, circha la qual trovado fo letere, le quale la portava de tal 
sentencia: Lo re acharon cavina(?) vene; zente contenciosa, centra 

QQb li quali per ti e per altri la toa leze defendi. Anchora annuncia|le 
altre cita, poi, vignando li, assedia lerusalem; si e cita metuda e 
situada in montagne, non abiando ni fontane ne selve, excepto la 
fontana sicilice, oe alla fiada aqua sufficiente mente se truova; e era 
stada, driedo la destrucion de tyto e de vexpaxian, per helyo Adrian 
meravelgiosa mente reparada; ma non [ne] in quel medesmo luogo, 
oe la fo in prima. Ine luogo Gotifredo, el qual li era stado re lo se- 
gondo anno, morto fo sepelido; e ven creto che in quella fiada fato 
avesse passazo pia che ce milia cristiani in alturio dela terra santa. 

Anchora inl-anno del segnor mcxlvii, a instancia do Eugenio papa 
e del beado Bernardo e dela soa predicacion, el re de franza dito 
lovixe, da quello abiando recevudo la croxe, e-1 imperador Corado 
chon gran moltetudene de franceschi e de todeschì, altri per panonia, 



' V. Annotaz., § 55. 

^ Questa congiunzione non è nel cod. 

■■' Thnlomaida; da li ecc. 



'Cronica deli Imperadori'. 231 

altri per mare in fina a Constantinopoli vignando, altro ad elli venne 
che quelli ch-eli sperava, iraperzo che alguni de quelli, priesi da 
turchi, altri per fadiga e ploxor per fame e per besogna fo consuma- 
di, si che 1-imperador con puochi a pena retorna; e lo re lovixe, per 
caxon de oracion si chomo pelegrin in lerusalem alghuna cliossa o 
ver pocho romagnado, torna a casa;|e-l imperador Ilenrigo siando 61" 
in italia, el principe de allemagnia vignando in prothen', un Redolfo 
duxe de saxognia, in re a si eleze; el qual iraperzo che Grigolo papa, 
a peticion del imporador, ne convento ne confesso scomunigare vol- 
se, el imperador, chon gran batalgia abiando abu viteria centra re- 
dolfo, e abiando chiamada la corte in Brixina^, Guiperto, arzivescho- 
vo de ravenna, el procura ch-el fosse eletto in papa; per la qual 
chossa da Grigolo papa el fosse stato scomunegha, al pestuto vi- 
gnando a roma con I-antipapa, Grigolo papa elli cardenali, con molte 
hoste lor, assedia in roma. Ma daspo che-I fosse destruti li campi elle 
vigne, conzo fosse chossa che-I imperador avesse tratto a si el favor 
del puovolo roman, latrando in roma e fazando consegnare Guiperto 
in papa, da elio el fo incoronado imperador; e-1 papa Grigolo, cholli 
cardenali, in lo castello de sant anzelo, in lo qual lu era andado, fo 
serado; centra lo qual Roberto de Guìchardo re de pulgia chon gran 
hoste vignando, e roma un die pilgiando, e-1 imperador chol so an- 
tipapa infina a sena fuzando, el trasse fuora el papa Grigolo e li car- 
denali del castellojde sant anzelo"^ 61* 

li quali avea consentido al imperador in questo. Circha questi tempi, 
la cita de seragoza^ in Sicilia gran terramoto sostenne, in tanto che 
un di de domenegha, circha I-ora terza, don fina tanto che la messa 
se cantasse, la cliiesia mazor tute lo povolo e la chierisia oppri- 
messe, salvo sola mente el prievede e lo dyachono e-1 subdjacono che 
celebrava la messa, non senza gran ammiracion de tuti li horaini. 

Inl-anno del segnor mclxvii Henrigo iv fjo de henrico impera 
anni xv. Questo abiando recevudo I-imperio pyando so pare, elo el 
fé morir in prexon. Inlo tempo de questo, Roberto de Gaicardo vense 
Alessio Cumano^. Questo roberto fo de la zente de franza, el qual 
venne a roma chon grande hoste, volgiando, se lu avesse possudo. 



* Dovrebbe dire: i principi d'Alleraagna riunendosi in Forchheim, ecc. 

* Bressanone (Brixen). 

' Qui, e nei rimanenti sei fogli, il ms. ò guasto da corrosione, cbe occu- 
pa parte di sei e più linee di colonna. 

* Siracusa. 
'' Comneno. 



232 Ceruti, 

occupare roma; ma quello siando cazado de la, intro in lo regno 
de Sicilia e de pulgia, el qual lu pilgia a puocho puocho. Questo ave 
un fyo, el qual ave nome raglerò re de Sicilia, e una fya, la impe- 
rarixe de Constantinopoli, mare de federico iraperador, el qual fo 
62" promovesto centra otto. Questo j 

più deli altri fioriva. Inlo tempo de questo, a Pasquale papa, da 
questo iraparadore non bene tratado, e morto, soccede Zuanne dela 
chiesia de roma cancelliero, appellado Gelasio; ma 1-emperador non 
fo ala eleccion, e uno de spagna, el qual avea nome Bordino, a quello 
sovra ordena; ma Gellasio siando morto in Collogran*, e Calixto li 
in papa consegrado, lo imperador, con luti quelli che li consenti, fo 
scoraunegado per quello, e papa Calixto a roma prosperando, abiando 
preso in Sutrio Bordino, da tuto el senado e puovolo gloriosa mente 
fo recevudo. In questi tempi, hugo de san vitore a parixe clariflca; 
e eciamdio in questo tempo, 1-ordene deli templieri, congregado de 
cavalieri, in yerusalem scemenza, e fo diti cavalieri del tempio, im- 
perzo che inlo portegho del tempio li ordena la siedia del so or- 
dene; e Henrico iraperador, retornando a consciencia, resigna a Ca- 
lixto papa la investixon deli veschovi e deli altri prelati per lo anello 
e per la bacheta, per la qual investixon con pasqual papa molto a- 
62^ veva intendudo; e concede per tuto lo imperio e a tute! le chiesie 
che-1 fosse fato canonicha eleccion, e restituì alla chiesia de roma le 
possession elle regalie del beado san piero, le qual per la soa o per 
altra discordia, abua chela chiesia, era stade alienade; e le posses- 
sion dele altre chiesie e de altri si chierisi chomo layci, le quale per 
caxon dela guerra soa, la qual lu aveva chela chiesia, era sta tolte, 
fidel mente dispuose che fosse restituide. 

In lo tempo de questo, el papa Calixto lo veschovo postellan^, per 
reverenda del beado lachomo apostolo, el qual li reposa, lu 1-insti- 
tui arziveschovo, soto penando a elio tuta la Emeritana provincia, e 
la luchana chiesia lu la privilegia dela gracia del palio. Questo hen- 
rico, imperzo che so pare lu aveva deshonestado, per iuxto iudixio 
de Dio ven creto senza heriedo esser descazudo che elio mori, non 
abiando ne fyo ne fya, al qual soccede lothario dux de saxongnia. 

Inl-anno del segnor mclxxxii lothario iv impera anni xi. In lo 
tempo de questo, grande fame fo, e quasi tuta ytalia assaij. Questo, 
imperador fato, in ytalia feze hoste, e con arziveschovi e veschovi el 



' Mori nel monastero di Cluny. 
' Il vescovo di Compostella. 



'Grouica deli Imperadori'. 233 

papa Innoconcio Ioga in la cliiosia laterana; e da quel mede3mp|Ia- 63' 
nocencio, lothario fo incoronado per imperador. Questo, inlo primo 
anno del so imperio, contra li Boemi andando, per tradimento de al- 
guni suoi cavalieri, o principi, gran batalgia deli suoi cavalieri a 
sostegnudo. Questo eciamdio, driedo la soa incoronacion, aceso de 
i-amor de dio e dela chiesia, si cliomo homo verasia mente catholico 
e avocato dela chiesia, le forze del imperio in contenente excita, e 
contra rogiero conte, el qual se era redrizado contra el papa, e lo 
regno de Sicilia 1-avea occupado, insembre mente chol papa Innocentio 
in pulgia potente mente intra, e abiando infugado Ruziero in Sicilia, 
constitui dux de pulgia el conte Raymondo. A questa viteria, li pi- 
sani con navilio molto fo obedieuti al sommo pontifico. Eciamdio in 
quel tempo, contra volunta de Innocencio papa, li romani so resforza 
de renovare el senado. Per quel medesmo tempo, tanta sicitade fo in 
fraiiza, che li fiume, le fontane, li lachi e li pozi se sechava, e-1 fuo- 
gho, el qual intrava in la terra, ne per le sfessure, ne per frodo, ne 
per altra arte non se posseva amorzare. 

Inl-anno del segnor mcxciii Corado segondo impera anni xv. ;Tnlo G3'' 
tempo de questo 

la cita de roma, dispresiando le richeze e le superfluità; per li diti 
del qual molti grande homini deli romani seguiva quello; el qual poi 
siando preso, in odio deli chierisi fo apichado. Inlo tempo de questo, 
ascalona fo presa dali cristiani. Inlo tempo de questo, in I-anno del 
segnor mclxxxix, Zuanne deli tempi, el qual anni ccclxi era vivu al 
tempo de Karlo magno, del qual lu era sta soldado, mori. Questo 
Corado re, de freukenvorchS de san Bernardo, quasi con tuti li prin- 
cipi recevi el segno dela santa croxe, e in quelli tempi, compagni 
de pelegrinacion sovra numero multiplica, e de lothoringia, flandria, 
franza e ingelterra con apresso de ce nave li prospera; e Corado 
imperador, daspo che lu retorna de oltra mare, mori, el qual, quam- 
visdio che-1 regnasse xv anni, arapo non ave la benedicion imperiai. 
In quel tempo fiori Richardo de san vetore. In questo tempo, fo 
translatado lo libro de Zuanne damasceno in latin; e maistro piero 
lombardo fiori, el qual corapuose lo sentencie; e inl-anno del segnor 
MCLii, Gracian monegho, de Glassa- cita de Toschana nassudo, com- 
puose lo decreto, segondo che disc hugazon, ii, questione vi, quod 
forgiai ùi" 



V, Annotaz, § 78. 

Vuol dire Chiusi (Clusium' 

Archivio plot'ol ital.. III. 



231 Ceruti, 

e coroiuulo fo in la cliiesia de saa piero. In questo tempo, andado elio 
apresso tyburtina, el comanda che la cita tyburtina fosse rehedifi- 
cada; e retornando el primo anno, el destrusse spoliti. Questo fo lar- 
go, strennuo, iocondo e nobile, e in tute cliosse el fo glorioso. In quel 
tempo, el re de Allapia prese edissam cita, la qual in Genesi ven 
dita Arach, e li franceschi che fo li prese, o elio li fé morir, o elio 
li condanna a star in servitudene; eP arziveschovo dela cita, quasi 
dux del puovolo, chon tuta la chierisia, imperzo ch-eli non volse ne- 
gar cristo, in meza dela cita denanzi da si fé talgiare le teste; e 
chossi^ la cita edissa, la qual de Abagaro, re de quella ortodoxo, 
al qual cristo, in anzi la passion soa, si chom se leze in la ecclesia- 
stica ystoria, scrisse la epistola, e dende luogo per lo apostolo to- 
rnado era stada predicada e a cristo consegrada, in quella fiada in 
primieramente dela zente fo scomunegada; la qual ven posseduda, 
adornada del sangue deli novi martere. 

In li tempi de questo, el sol se oscura, un puocho inanti nona, e 
longa hora driedo 1-hora de nona in quel medesmo stado romase. In 
64'' questo anno, | gran fame fo. In quel medesmo anno, preso fo el se- 
pulchro del segnor e la soa croxe del soldan. Questo, conzo ""fosse 
chossa che-I fosse vegnudo a roma per la incoronacion, e pacifica 
mente chon grande allegreza da Adrian papa el fosse stado incoro- 
nado, e fato tute chosse: conzo fosse chossa che, inanti nona, al 
luogo so, el qual era inlo prado de Neron, el fosse insaido, li ro- 
mani, con arme incalzando la famelgia dela porta de sant Anzolo, 
crudelmente 1-assaij, infina al territorio del imperador crudel mente 
perseguando; ma ingrossando el remore, li tedeschi, assunadi in siem- 
bre, crudel mente descaza li romani, in tanto che abiandone molti a- 
batuti e priesi, con gran priegi del papa a pena che-li prese fosse 
restituidi. Questo, driedo la morte de adrian papa, pessima mente 
chon alexandro papa stete, in preiudicio de quello a iv scismatici 
successivamente adrizandose, dagandoli alturio el re de franza, niente 
li zoa, cheli qual papa alexandro era fuzido; e abiando congregado 
gran moltitudene, maxima mente de doi regni, zoe de Boemia e de da- 
cia abiando abiu alturio, vignando in Bergogna se sforzava de extir- 



• V. Annoi., § 39 d. 

* ^e coiì la città di Edessa (la quale diede Abgaro, suo re ortodosso, cui 
'Cristo, prima della passione, come leggesi nella storia ecclesiastica, scrisse 
'l'epistola; e dipoi aveva avuto la predicazione dall'apostolo Tomaso, ed eia 
'stata consacrata a Cristo), in quella volta fu primieramente di una gente 
'scomunicata; la qual (città ne) è posseduta ecc." 



'Ciouica deli Imperadori'. 235 

pare; ma dagando alturio|el re de Engel terra al re de franza, niente 65" 
fo de ben. Millan da federigo fo destruto, del mese de marzo in 
I-anno del segnor mclxii, elli muri de quella cita altissimi dali fon- 
damenti fo ruinadi, e tute le altre chosse fo arse o raetude in cenere; 
Albano dali romani fo arso el sexto di de avril. Questo, driedo molte 
perseeucion per molti tempi fate ad allexandro, temandose che dela 
soa segnoria elio non descazisse, perche li lombardi li aveva reve- 
lado, [e] per la prosperità del papa alexandro abiando mando di messi 
solenne, che-I se reconciliasse al papa se fadigha*; e da poi che a 
veniesa el fo reconciliado al dito papa, elo fo poi retornado in la soa 
siedia de roma missier lo papa, e per missier lo dux e per lo comun 
de veniesia; e abiando federigo tolto el segno dela croxe per caxon 
de andare per terra e non per mare, chon gran moltitudene e deli- 
beracion dela terra santa procedando^, conzo fosse chossa che-I fosse 
in Armenia, in un pizol fiume el se anegha; e so fyo, el qual in 
quella fyada con si avea menado, el corpo de quello el tolse e por- 
tallo in fina al tyro, e li fo sepelido; e conzo fosse chossa che lu 
assediasse tholoraaida zoe acri, el mori quasi ^tuti li g56 

fato passazo. 

In quel medesmo tempo fo 1-abade Ioachim in Calavria, el qual 
scrisse ploxor libri sovra leremia e sovra lo apocalypsi e de tuti 
libri deli propheti. Questo avea predito ali diti re, li quali a elio 
avea demandado dela pelegrinacion, ch-eli voleva fare ala terra 
santa, che puocho ben farave, imperzo che ancliora non era vegnudo 
el tempo. In lo tempo de federico imperador, Rodolfo arziveschovo 
de Colognia, li corpi deli tre magi de persia, portadi a Constanti- 
nopoli del imperador, e dende luogho de san zorzi miraculosa mento 
a Millan era portadi, siando Millan destruto de quel medesmo fede- 
rico, li fo transportadi a Colognia. Sotto questo imperador, san Tho- 
maso arziveschovo de Cantuaria in la chiesia soa del arziveschovado 
fo morto, e alle perfino fazando gran miraculi, per Allexandro papa 
fo canonizado. Inlo tempo eciamdio de questo predito imperador, fiori 
jìiero, dito manzador, in franza, el qual compuose la ystoria, che ven 
dita scolastica, d-entrambi dei li testamenti. In quel tempo Henrico 
re de Engelterra per caxon gga 



' Anziché mando di, si leggerà mandadi; e tradurremo: 'avendo mandati 
messi solenni a felicitare il papa, s'afifaticò di riconciliarsi (che si conci- 
liasse) con lui'. 

' V. Annoi , § 78. 



530 Ceruti, 

dito lato, ma el papa Alexandre, in la pre- 
dita cita tusculana recevudi li messi e aldudi, manda doi cardenali 
alle parte de frauza, azo ch-eli investigasse la innocencia del re, dc- 
nanzi deli quali lo re zura, che unchamai de conscio, ne de comraan- 
daraento so, lu non era stado morto, ma per caxon dela turbacion, 
la qual apresso quello lui aveva abiu, lu era stado morto; per quello 
incontenente ci proferi ce cavalieri de andare oltra mare, e star li 
per un anno; e abiaudo elio recevudo el segno dela croxe, promosse 
infra tre anni passar oltra mare. 

Inl-anno del segnor mcc^lv Ilenrigo quinto impera anni viii. Co- 
ronado fo del mese d-avril, lo segondo di driedo la pasqua, e in quel 
medesmo mese fo dado el regno tusculano alli romani dal iraperador, 
e destruto fo da elli. In quel medesmo anno el sole se oscura a ix 
del kalende de luio, quasi da terza in fine a nona. Questo, soto Ce- 
lestino e Innocencio, impera anni vii e mesi iv. Questo, in I-anno pri- 
mo de la soa corona, intra inlo regno de Sicilia, e preso le terre 

CG'^ infine e napoli, e assedia napoli|per in mese, e li tanta infermitade 
assaij I-oste soa, che quasi tutti mori, si che l-imperador con puochi, 
siando infermo, retorna. Questo tolse Constanza fya del re de Sici- 
lia; e in I-anno quarto del imperio so, tuto lo regno de pulgia assi' 
lo suiuga, e li flazella ploxor rebelli de diverse pene; e tancreto, fjo 
del re Tancredo deli Siciliani, chon soa mare margarita, e-1 re deli 
impiratari (sic) condusse con si priesi in allemagna; el qual siando 
morto a panormo, dessensio nassi introli principi de allemagna; una 
parte elleze otto, el I-altra philippo, ma otto fo coronado de coman- 
damento del papa; ma alle perlin ottegnando philippo [sotto] la paxe 
formada intra li altri, dolosa mente da lanturgnio^ el fo morto, e 
chosi ottene Otto; e Innocencio papa, el qual in quel anno aveva soc- 
cedu a celestin in lo papado, era stado aversario de philippo per so 
frar Henrico imperador, el qual era andado contra la cristiana reli- 
gion in lo regno de Sicilia, e li arziveschovi e veschovi aveva tal- 
giadi, e contra la romana chiesia sempre aveva adovrado tyrannia; 
per la qual chossa lo scomunegha quello e tuti li suoi fautori, e a 
otto duxe de saxognia viril mente se aderse et apoza, e quello in a- 

67» quis]grani in re de Allemagnia fé coronare; e philippo duxe de Saxo- 
nia gran parte de allemagnia per si avea abiu. 

Inl-anno del segnor mccl preso fo Constantinopoli da franceschi e 



' V. Annotaz., § 41 f. 

- L'uccisore è stato Ottone di Wittelsbach. Laniurgio occorre più tardi 
(08'', 60'') per 'hingravio'. 



'Cronica doli Imperadori'. 237 

da veneciani, e Balduin conte do lìandra li constitui iinpcrador; la 
qual [dela] presa, eciamdio driedo ploxor di, [e] ploxor abitador dela 
cita non credeva, o ver per la fortcza dela cita, o ver por amor dela 
antigha profecia deli propheti , la qual lu avea prophetizado che la 
dovesse esser presa per I-angelo, e chossi li non erodeva per ho po- 
dere esser presa; ma intrando 1-inimisi per lo muro in la citade, oe 
era irapcnto I-agnolo, li abitadori dela cita cognosci si esser inganadi 
per equivocacion del angelo. In questo anno, seghondo che da ploxor 
ven dito, la segnoria dali thartari avea coraraenzamento ; e questi, 
soto li monti de india, in la region dita thartara, constituidi contra 
lo segnor so, re de india, david per nome, fyo de zuane prevede de 
occidente, a debellacion dele altre terre procede. 

Inl-anno del segnor mccvii, da Innocentio papa xii abbadi del or- 
dene de Castella in la terra deli Albigeni a predicare la fé alli heretixi 
fo raandadi, ali quali didato veschovo dejoxo 57 

scomenza I-ordine deli predicadori. 

Inl-anno del segnor mccliii Otto iv dela zente de saxognia da 
missier Innocencio papa in fo coronado inla basilica, zoe in la chie- 
sia de san piero, ma non fo ad elio per caxon deli maleficii honor 
attribuido. Questo, in contenente chomo I-ave tolta la corona, aveba- 
talgia cholli romani, e, contra la volontà da missier lo papa, intra 
inlo regno de pulgia, tolgiando quello a federico re de Sicilia; onde 
el papa scomunegha quello. El quarto anno del imperio so li prin- 
cipi elesse federico in imperador; el qual vignando chon navilio in 
fina a roma, da missier lo papa e dal puovolo honorevol mento fo 
recevudo; el qual vignando in Allemagnia contra Otto, li mcravel- 
giosa mente triumpha. 

Inl-anno del segnor mcclvii Federico 11 fo incoronado da honorio 
terzo inla chiesia de san piero, e regna anni xxiii. Questo, dela infan- 
cia per la chiesia si chomo per mare fo nudrigado, e siando prorao- 
vesto al alteza del imperio, don fina tanto che otto fosse desposto, 

elio non favorcza la chiesia] Cg« 

papa, el qual aveva incoronado 

fradello rebello e ala chiesia . . . abiandolo vezudo esser ad ver- 
sarlo, quello anathema, e tuti li baroni asolve dela soa fidelità. 
Inlo tempo eciamdio de questo, inl-anno del segnor mccxxxiii, in li 
idi de fevrar, frar Zordan, maistro de tuto 1-ordene deli predica- 
dori, de vita e de sciencia laldevol, oltra mare, oe che lu era an- 
dado a predicare ali sarraxini, in lo porto del mare ci mori. E in 
questo tempo, siando de qua in driedo nassua discordia intra 1-irapc- 



238 Cenili, 

rador e honorio papa, da Grcgolo con excomunegaxon fo rcnovado; 
e do cardenali, lachorao penestrin e Otto, pel l-alturio de la chiesia 
contra federico fo mandado legati oltra li monti; e conzo fosse chossa 
a corte' con prelati ploxor per le nave deli pisani li fo presi. Que- 
sto federico, so fyo proprio, el qual avea nome henrico, in quella 
fìada re de Allemagnia, accusado a elio de rebellion, condugandolo 
preso in pulgia, per scalore dele carcere lo sofogo. Questo impera- 
dor, siando segnado dela croxe, longamente durando la sentenza de 
la scomunegaxon, passa el mare, e lassa raazor desolacion che con- 

68'' solacion ala terra santa; |e daspo che da Innocencio papa el fo de- 
ponudo dal imperio, li principi eleze, contra quello, Lanturgio de 
turingia; el qual poi in pizol tempo morto, Valentin conte de holan- 
die ale perfin contra elo fd eletto dali principi. Ma, driedo pizol 
tempo, el fo morto dali frixoni; e chossi 1-nno eletto e I-altro non 
avea la benedicion imperiale. 

Inlo tempo de questo, inl-anno del segnor mccxlviii, lovixe re de 
franza passa oltra mare; lu ave alliegro principio, tristo insimento, 
e intrando in la terra santa, el prese damiata; ma puocho driedo, 
quasi abiando perduda la soa zente, el fo preso, quamvis, volgiando 
dio, el fosse restituido. Questo federigo, da poi che-I fosse desposto 
del imperio, conzo fosse chossa che lu assediasse parma con gran 
possanza, intra le altre cita de lombardia più desiderata, del legato 
da raissier lo papa e da li parmesani el fo vento; e abiando perso el 
so thezoro elle soe chosse, retornando in pulgia, li infermado grieve 
mente, el mori; e manfredo, so fyo naturai, partandose la segnoria 
e li thesauri, [e] ale perfine el regno de Sicilia obtene e ave ; don fina 
tanto che Karlo, frar del re de franza, in quella fia conte de pro- 

69" enza, chiamado per ur[ban iv papa, soto Clemente papa iv vignando, 
quello Manfredo priva dela vita e del regno. 

Questo federico, da Augusto primo nonagesimo quinto fo impera- 
dor. Inlo tempo da quelli medesmi ^ federico imperador, in I-anno del 
segnor mccxxxix, la gente deli thartari, siando occupade le parte 
orientale e crudel mente solette, partandose in do parte s, in ungaria 
e pollonia; inlo qual luogho abiando abiu con quelli bathalgia de 
campo, el frar del re de ungaria, dux de Cologna, de panonia e de 
Polonia, e-1 nobile duxe de flessia fo morti; e I-altro puovolo, si inli 
homini chomo in le femene, li quali potè trovare, chon gladio li fé 
morir; e chossi quelle terre, maxima mente ungaria, elio la messe in 



• V'ha qui lacuna d'alquante parole. ' V. § 36 n. 

' Qui sembra mancare un verbo finito: 'sopravvenne', o simile. 



'Cronica deli Imperadoii". 239 

solltudene e in destrucion in tal muodo, che per gran fame lo mare 
manzasse la carne deli so fantolini, e ploxor dala polver da un monte 
per farina li usasse. 

Inlo tempo de questo, in borgogna imperiai, per la terra, soluta 
dali monti, circha v milia homini fo soffogadi ; e uno grandissimo 
monte, partandose dali altri monti, passando per ploxor meia de una 
valle, alli altri monti se conzonse, e inla valle tute le ville de terra 
e de piere lo covri. Inlo tempo etiamdio del re ferando, in toletta de 69* 

Spagna 

o vero cavitade . 

libro, quasi folii de legno abiando; el qual libro, scrito de tre len- 
gue, Zoe lengua zudaica, griegha e latina, tanto de lettera aveva, 
quanto un salterio, e parlava de tre mondi, da adam in fina ad anti- 
cristo, le proprietade deli homini de zaschadun mondo exprimando. 
El principio* del terzo mondo, el fyol de dio nascerà dela verzene 
maria, e per salute deli homini lu sostiegnera passion; e lezando 
Io zudi[s]io2, incontinente, con tuta chasa soa, fo bathezado. Era 
eciamdio inlo libro scrito, che inlo tempo de ferrando, re de Castella, 
deveva lo libro trovarse, e someiente chossa tu troveras soto Con- 
stantin vi. 

El romano imperio, o ver driedo la morte, o ver driedo la dispo- 
sicion de federico imperador segondo, dal iraperador commenza a vac- 
care; e driedo la desposicion de quello, el papa Innocencio quarto, 
el qual aveva quello deponudo, feze elettore ploxore a elezere lo im- 
pierio per li principi de Allemagnia, zoe lanturgio de turingha, el 
conte de holandia, 1-un driedo I-altro per succession, li quali in anti 

che alla imperiale benedicion del re de castella 70' 

conte de cornualgia .... Engelterra allo im- 
perio elesse, la qual scisma molti anni persevera; e imperzo che plo- 
xor chosse notabele, in diverse parte del mondo, vene in lo tempo 
de questa vaccacion, quelle per ordene, segondo che più brieve mente 
e poro, io expichero. 

E imperzo, inl-anno del segnor mccl inducia^ henrico, re de dacia 
inclito, da Abel so frar fo anegado in mare, per caxon de regnare 
driedo elio; el qual Abel puocho honore hebe e de prò per questo re- 
ceve; imperzo che-I seguente anno del regno so, conzo fosse chossa 
che lu avesse voiu suiugare li frixon, da elli el fo morto. 



V. Annotaz., § 39 e. 
Cfr. p. 220 (49a). 
in 'Dacia' ? 



2-10 Ceruti, 

Inl-aiiiio del i^eguor mccli, Conrado re, fyo de federico, siando 
morto so pare, vene in pulgia per mare, per caxon do tuor el regno 
de Sicilia; e abiando preso napoli, li muri de quella citaci destrusse 
inflna inli fondamenti; ma conzo fosse chossa che-1 seguente anno 
del so intramento in pulgia elio avesse coraenzado a infermarse, el 

70* criestero, el qual dali medisi vegniva zudigado esser a salude,lme- 
sceado con veneno de ad elio la morte. 

Inl-anno del segnor mcclix Constantinopoli, la qual do qua in 
driedo per li francescbi e veneciani era stada presa, per palealuogho 
imperador deli griesi in batbalgia fo rccovrada. In quel anno, in 
Toschana de ytalia fiorentini e lucbesi miserabile aiugnimento ave; 
iraperzo cbe, confidandose dela moltitudine e dela forteza dali suoi, 
conzo fosse cbossa ch-eli fosse intrado inlo contado deli senesi, e li 
senesi, con forte alturio de missier Manfriedo in quella fìada re de 
Sicilia, fosse essudo [a] in centra a bataia cbon quelli, fiorentini e 
lucbesi, per inganno dali suoi, fo scomfìti e inganadi; e iraperzo che, 
inlo comenzamento dela scomfita, li primi intro li fiorentini era li 
inimisi cbe andava denanzi, [e] inli suoi, cheli senesi andando a ferire, 
molti fo scombatudi e morti ^; e fo dito, cbe deli fiorentini e deli lu- 
cbesi in quella fiada fo, dentro morti e presi, più cha vi milia homini. 
Inl-anno del segnor mcclx, el re de ungaria assaij de batalgia 
el re de bobemia, per caxon dele suoe terre, abiando in I-oste soa de 
diverse nacion de quelli de oriente e de pagani, cerca xl milia cba- 

71« valieri; al qual el re de Boemia con e milia chava|lieri venne in cen- 
tra. Anchora ven dito cbe lu avesse abiu vii milia cavalli coverti 
da ferro ; e conzo fosse chossa cbe in le confine deli regni fosse co- 
menzado, per movimento dali chavalieri e dele arme tanta polvere 
de terra se leva, cbe da mezo die a pena che un cognossesse I-altro; 
alle perfine li ungari, siando el re so grievemente inpiagato, vol- 
zando le spalle, conzo fosse chossa cbe lor se aff'rezasse de fuzire, in 
un fiume profondissimo, el qual li deveva passar, cercha xiv milia 
homini fi dito de esser anegadi, excepto li altri che fo morti. Soto 
lo re de Bohemi, el qual avea abiu viteria, e era intrado in ungaria, 
el re de ungaria demanda paxe; e le terre, le quale era stade caxon 
dela discordia, elio le restituì e confirma amistado per lo tempo che 
devea vegnir, amezando el matrimonio. 

Inl-anno del segnor mcclxii, urban iv el regno de Sicilia, el qual 
manfredo violente mente tegniva, a Karlo conte de proenza, frar del 
re de franza, lo dona, azo che lu lo tolesse dele man de quello. 



' Alquanto incerto questo passo. 



'Cronica deli Imperadori'. 241 

Inl-anno del segnor mcclxiv, una stella appellada cometes si no- 
bele aparse, che nessun, che vivesse a quel tempo, non veto una 
chossi fata, che da oriente chon gran splenjdor levava ^P 

una chossa, zoe conzo fosse chossa cba tre mese l-avesse durado; 
quella in prima apparando, el papa urban coraenza a infermarse; e 
in quella notte che-I papa mori, quel cometes, zoe quella stella, di- 
sparse. 

Inl-anno del segnor mcclxv, ci predito Karlo, el qual per rocu- 
peracion del regno de Sicilia per urban papa era stado chiamado, con 
navilio venne a roma, dove in quella fiada in senador hi era stado 
eleto; e de la intrando in pulgia, per bathalgia de campo abuto, al 
predito Mamfredo tolse el regno ella vita. 

Inl-anno del segnor mcclxvi, molto gran moltitudene de sarra- 
xini de Affrica passando per lo mare Augusto, in Spagna gran plaga 
lor fé in li cristiani, intendando recovrare spagna, la qual de qua in- 
driedo li aveva persa; ma li cristiani de quelle parte siando assu- 
nadi e aidadi per 1-alturio deli segnadi dela croxe de diverse parte, 
quamvisdio con molto sangue dali cristiani , triompha e ave viteria 
dali sarraxini. 

Inl-anno del segnor mcclxvii el so1| 72« 

In I-anno del segnor mcclxviii, Coradin, de qua in driedo nievo de 
federico imperador, desprexiando la scomunegaxon de missier lo pa- 
pa, centra missir lo re Karlo presuraando de andar (el qual re Karlo 
la chiesia avea fato re), deli tedeschi, li quali I-ave, siando li azonti 
lombardi e toschani ploxor, pervene infìna a roma; doe, conzo fosse 
chossa che, si chomo e usanza de imperador, el fosse recevudo so- 
lenne mente, siando acompagnado chon lui el senador de roma, mis- 
sier henrigo frar del re de Castella e ploxor deli romani, centra lo 
re Carlo intra in pulgia; ma, driedo la dura batalgia de campo, Co- 
radino cheli suoi volzando le spalle fo preso, e da Karlo a elio con 
molti altri nobili fo talgiada la testa. 

Inl-anno del segnor mcclxx, lovixe re de franza, non spaventado 
dele fadige e dcle spensarie, le qual de qua indriedo lu aveva fate, 
oltra mare daltre cavo*, con doi fyoli, siando conzonto con elio el re de 
Navara e ploxor prelati e baroni, per recovrare la terra santa prese 
de andare. Vero e,|azo che la terra santa più leziera mente se reco- 72'. 
vrasse, ave so conscio che inprima ci regno de tonisto'-^, el quale in 



• V. le Annotaz. lessic. s, 'recavo'. * Tuuisi. 



212 Ceruti, 

luezo, el qual non daxeva pizolo imbrigamento a quelli che fuxca 
passazo, fosse sotto messo ala possanza dall cristiani; e conzo fosse 
cliossa che con potente man li avesse preso el porto e Cartagene, la 
qual e apresso tonixto, la infermità, la qual in quel anno fo grande, 
maxima mente circha le confine del mare, in I-oste de quelli tropo re- 
gna. Inprima tolse la morte un deli filgioli del re de franza; poi el 
legato da raissier lo papa, missier lo cardenale albanese; e poi in- 
slesso lo re lovixe cristianissimo, con ploxor conti e baroni e altri 
simplici homini. Chomo beata mente el predito re abia termena la vita 
soa, el re de navara per soe lettere scrisse a missir toscholano, che 
inla soa infìrmitade non cessando de laldare el nome de cristo, quella 
oracion alguna fiada el diseva: Fa nui, missier, che demandemo con 
desiderio, le prosperità de questo mondo despresiar, e nessune aver- 
sita temere. Orava eciamdio per lo puovolo, el qual lu avea conduto 
con si, digando: Missier, seras al puovolo to santificador e guarda- 

73« dor et cetera; e conzo fosse che lu approximasse alla fine, el guarda] in 
cielo digando: Io entraro in caxa toa, e adorerò el tenaplo santo, lo 
nome to, e confesserò el nome to, missier. E questo dito, el dormi 
in lo segnior, zoe passa de questa vita; e conzo fosse chossa che dala 
morte del piatoso re I-oste deli cristiani se turbasse, e I-oste dali 
sarraxini sen allegrasse, missier Carlo re de Sicilia, combatidor for- 
tissimo, per lo qual, vivando anchora, so frar el re de franza aveva 
mandado chon navilio, venne con gran cavallaria, del aiugnimento del 
qual cresce allegreza alli cristiani e tristicia alli sarraxini; e conzo 
fosse che molto più paresse esser sarraxini che cristiani, in nessun 
muodo ampo se aldegava li sarrasini cheli cristiani vegnire a batalgia 
generale, ma, per alguni scaltrimenti, molti senestri o ver danni a 
quelli faxeva, deli quali uno fo chotal: imperzo che elio e quella region 
molto sablonegna, e inlo tempo dela secheza molto polverosa; onde li 
sarraxini ordena ploxor melerà de homini, suso un monte visino ali 
cristiani, azo che, quando el vento ferisse, movando el sabion si sus- 
sitasse polvere la dela parte deli cristiani, la qual polvere fé molta 

73* molestia alli cristiani; ma alle perfine an|dada via 

e varii instrumenti 

a quali intendeva de 

la qual chossa vezando li sarraxini feridi da paura, patti cholli cri- 
stiani commenza, intra li quali questi ven dito a esser stadi princi- 
pali, zoe: che luti li cristiani inpriexonadi in lo regno so devesse 
esser liberadi; e che alli monestieri a honor de cristo, in tute le cita 
de quel regno constituidi, la fé de cristo per li predicadori e per li 



'Cronica deli Imperadori'. 243 

raenori e per li altri qualuncha libera mente sia predicada; e quelli 
che volesse esser batezadi, libera mente se batezasse; e pagade spese 
deli re, li qualr li avea fate; lo re de tonisto allo re de Sicilia tri- 
butario fo fato. Eciamdio ploxor altri patti fo, li quali a esser raetudi 
che longa chossa serave; e conzo fosse chossa che per lo aiugnimento 
del re Odoardo, fyo del re d-engelterra, e per la moltitudene deli 
frisoni e deli altri peregrini , in tanto fosse stado cressuda I-oste 
deli cristiani, che circha ce milia combatidori li fosse crezudi essere; 
e imperzo che-I fosse creto, che non solamente la terra santa, ma 
eciamdio tuto lo sarrasinesmo li dovesse aver suiughado, per li pec- 

chadi rechirando zo, zenza alghuna utilità del oste fo| 74'» 

etiamdio la terra santa . . . 

deveva esser andadi, non aveva governador deli pelegrini, imperzo 
che-I patriarcha, el qual era legato inla terra santa, in quella fia 
era morto; e eciamdio la sedia apostolica, la qual deveva providere 
in I-uno luogo e inl-altro, in quella fia vacava; e eciamdio el re de 
navara, el qual infermo de affrica avea procedu, vignando in Sicilia 
mori. El soldan de Babilonia, abiando molesto che missier Edoardo 
predito in la so terra con soa cavallaria demoranza alguna longa 
mente fesse, el chiama un so miro, e amaistra quello che lu se in- 
fenzisse esser amigo del re Edoardo e inimigho de quel Soldan; el 
qual amiraio, tanta amistade cholo predito re Edoardo fé per un messo, 
el qual el manda a quello, che quasi fìdele quel messo fosse fato, e 
chossi domestigo e familgiar del re, che cotante fiade e quando elio 
plaxesse, elio intrasse in la camera del re. E imperzo 1-adevene che 
una note quel messo intrando in la camera del re, conzo fosse chossa 
che lu vedesse quel re esser solo, fazando assalto in quello, con un 
curtello venenado lu implaga; el qual, | gravado dela ferida, siando 14!> 
fuora del leto, chole man lo abate in terra el so inimigho, e cholo 
dito cortello venenado incontinente lu 1-alcise quello; e driedo puo- 
chi die, fazandose medigare, recevi sanitade centra ogni speranza 
deli amisi, e fo curado e fato san, e retorna a casa soa chon alle- 
greza. 

L-e complida la cronica deli Imperadori romani, e questo fato e in 
Mccci, inditione xiv, dio mensis januarii. 



Correzioni: A p. 190, 1. 15 dal fondo (col. 15»), va interpunto così: morto 
fo; da valerian e Garieno ecc.; e a p. 232, 1. 7 dal fondo (col. 62''): descazudo, che 
elio mori non ecc. 



ANNOTAZIONI «lALETTOLOfilClIE 
ALLA 'CRONICA DELI IMPERADORI ROMANI' 

ni 

G. I. A. 



I criteri dialettologici confermano prontamente la sentenza che i 
criterj paleografici dettavano al Ceruti, quando egli si faceva a mi- 
surare la distanza che intercede fra l'età in cui questa 'Cronica' è 
stata composta e quella a cui spetta l'apografo che qui si riproduce 
(p. 177). Tre note caratteristiche dell'antico veneziano si erano prin- 
cipalmente dovute menomare durante quel periodo; e sono: la seconda 
persona del singolare in -s (v. Arch. I 461-2), della quale due soli 
esemplari hanno qui resistito all'opera innovatrice (v. § 48); la prima 
singolare del verbo 'avere' nella forma di ai od e, che insieme importa 
la prima singolare del futuro in ai od e (v. Arch. I 464 n, 472 n, e cfr. 
ib. 432), del qual fenomeno qui piti non resta alcun vestigio*; e final- 
mente la conservazione dei nessi cl pl ecc. (v. Arch. I 460), circa i 
quali il vecchio qui si mescola col nuovo (v. § 15), Ancora può andar 
notato in questo luogo, che manchi al nostro testo ogni esemplare 
di -mentile = -mente nell'avverbio (cfr. Arch. I 459 541a), e in- 
sieme accennarsi ai §§ 24, 41 a e 43. 

Tuttavolta, gl'innovamenti che la mano del copiatore o de' copia- 
tori ha fatto subire alla primitiva forma dialettale della 'Cronica', 
non tolgono che il documento, come a noi viene, si possa annoverare 
fra i più cospicui dell'antico dialetto veneziano. S'aggiungeva poi, 
in me e in altri, il desiderio di annodare le osservazioni, alle quali 
questo documento dà motivo, con quelle che già stanno raccolte nel 
primo volume di questa collezione, e con altre, che altri testi vene- 
ziani non tarderanno a suscitarvi. Perciò, senza voler dare tutto quello 
che pur si poteva, sono nondimeno proceduto, in queste Annotazioni, 



* Il nostro testo ha mostravo 60% poro potrò 70% entrarò ecc. 73*; cfr. 
Muss. Cat. 13 15. 



Anuotaz. a iiaa Cronica veiiez.: lisordio. 245 

con una tal quale aliondanza, e ho spinto di continuo lo sguardo 
anche al di là della 'Cronica'. 

Il Mussafia è stato il primo, e per un pezzo il solo, che atten- 
desse a illustrare con metodo rigoroso gli antichi testi veneti o ve- 
neziani; e qui di frequente io mi riferisco, o alludo col pensiero, ai 
seguenti suoi lavori: Monumenti antichi di dialetti italiani (Muss. 
Mon., Mon.), Vienna 1864; Il Trattato De Regimine Rectoris 
di Fra Paolino Minorità (Muss. Reg., Reg.), Vienna 1868; Beitrag 
zur kunde der norditalienischen muìidarten (Muss. Beitr., Beitr.), 
Vienna 1873; Zur Katharinenlegende (Cat.), Vienna 1874. I testi che si 
producono nella prima e nell'ultima di queste scritture, son veronesi 
o al veronese s'accostano; e circa la ragione territoriale dei glossarj 
che sono spogliati nel Beitrag, mi riferirò per ora a quel che n'è 
detto nell'Arch. II 404-5. Cito insieme anche la bella descrizione che 
il Mussafia ha dato dell'antico milanese com'è nelle scritture di Bon- 
vesin da Riva (Bonv.), cfr. Arch. I 299 n, 302 n. I numeri che ac- 
compagnano le citazioni dei Mon., del Beitr. e della Cat., rimandano 
alle pagine degli estratti (quando per Cat. non sia espressam. citato 
il verso); quelli che seguono le citazioni del Bonv., richiamano al- 
l'incontro i paragrafi dell'anzidetta descrizione. Per 'Trist,' cito poi 
il saggio del Tristano in ant. dial. di Venezia, datoci anch'esso dal 
Mussafia (v. Arch. I 448). 

Allego inoltre esempj o riscontri dalle altre fonti che ora specifico: 
Pas.-Cecch. = Antichi documenti veneziani raccolti da L. Pasini 
e pubblicati da B. Cecchetti (v. Arch. I 448), Atti dell'Istituto Ve- 
neto, t. XV. Rimando coi numeri alle pagine di cotesto volume. 

Car. = La Cronaca di Raffain Caresini tradotta in volgare vene- 
ziano nel secolo XIV, Venezia 1876, editore il Fulin, che ha fatto 
egregiamente la sua parte. Citerò secondo la numerazione del codice, 
assegnato alla fine del 1300.- È questo pure un testo di non poca 
importanza per la storia del dialetto di Venezia, molto pregevole in 
ispecie per la nitida e costante sicurezza della sua lezione; e la so- 
lennità dello stile, che in parte dipende dalla solennità dell'originale 
latino, in parte dall'abilità letteraria del traduttore (uomo certamente 
ben più colto che non fosse l'autore della 'Cronica deli Imperadori '), 
non nuoce più che tanto alla schiettezza del vernacolo. S'ha un buon 
dato di seconde persone singolari nel curioso capitoletto: Inuectiua 
conlra li padoani (IG*-17*, cfr. 40); ma il -s non vi si vedo se non 



V40 Aucoli, 

iieììd combiuazioric col i^ronomo enclitico {metes-tu tu metti, penMes'tu 
[tdiiH] tu?; del resto: tu tof/i, tu rneti, tu uxaui ecc.), nella quale re- 
hiato ot'(ji ancora; e manca perciò \i\it nel tipo monoaillabico (<m a 
intidiad'j) e nel congiuntivo (iu possi] cfr. /^a c/ie fu inquiri la fjacre 
e skfjui queUx hO'), che ò cosa un poco strana. Dura all'incontro l'-c 
ant. vene/,, o padov. nella prima «ing. del futuro; jo par/artf 1, io 
descriuerd 15, io naren! e ni rnostrerd 'io*, io re ferire 50, io passere 
80, io uacerd ih., /"«r^f «o/a 101, allato a io poro potrò 15, io seró 41*. 
Di qualclio vestigio propriamente pa'Iovano che «la in questa scrit- 
tura, »i vegga la nota al § 1. 

Cori. » Addttamenia duo ad Chronicon CorfAmioruìn, unum ah 
anno MC'CCLLV. uaque ad annurn circiler MCCCLXV., alterum ah 
anno MCCCÌjIV. (recto -LIX) UHqae ad MCCCXCI., patavina dio- 
Unto scripta ah auctorihus anonyniin\ in MuuATOiii, Ker. Ital. Script., 
XII 9.50-88, Citerò il numero della colonna, omettendo il centinajo. — 
Dello 6 avvertire, come il Muratori preHontÌH«e le nostro indagini : 
•/lullo autom negotio patuvinilat<im, hoc ent patavinara dialectum, hinc 
•fcmovere potuissem; Hed primigenium colorem erunt fortasse, qui 
Miahere malint, quam emendatiorem linguam (057)'. Ma c'è da ridire 
circa la 'patavinila)*'. La intonazione del racconto o la qualità delle 
notizie ben ci prova olio questo scritturo [«rovengano da Padova; ma 
il loro dialetto, quando addirittura non italianeggi, ò pretto vene- 
ziano, o [)oco ci manca. ^Jii autori saranno Hlati padovani; ma hanno 
con molta cnra nascosto tutto quanto distingueva il loro proj^rio 
vernacolo da quel di Venezia (v. Ardi. I d20-'jri); e anzi aspirarono 
Il BollovarHÌ ancora di pilj, come p. cs. nel sostituire l'-ó toscano, 
di .'J. sing. perf. della 1. conjegaz. , alla desinenza propria allora a 
Venezia od a Padova'. Solo pochissime forme tradiscono il vero 'pa- 
vano', o megli') il tipo veronese-padovano; e anzi una sola ve n' ò 
d'insigne: clk ;jc, fo serre <7r/o, esso le furon chiuso dietro, 8.'i. 
S'aggiungono i due plurali: famii 02, Girardo de' Nigri 72; o pa- 
dovaneggia anche cavaijli 85 fcfr. 81)^. Ma del resto son continuo e 



' cerrM, tratt'i, lji, ar/itd 72, «on partic. fam. pi. PiuttoHto hì [lotrobbor 
cro'loro sfuggiti alla riduzion'i letteraria: doniand'i., nicf/'i, 7.3. Ma naranno 
Uivzn (Jl proHcnto (<lorii.''iH(la ni'',',';i), corno appunto Io rnOHtra la Htam[,a mu- 
raloriana. 

' Ancho y; por Mi' aco. pi., OJ (bia), na di 'pavano' { //': r yi, v. Arch. I 
i'32n). 



Aimolìvz. il UHM ('i.)iii>-.i \.<n.>/, : I-Iimm'.Iu). 217 

costanti lo coiitravvonzioiii allo nonno 'pavuno'; o oo.si : (»//»*, ìjhcIU, 
caste UiT2,'7i, questi^ todcscUHM, /uva-» ih., Li lato (W; uuimovia il».; ooo. 

Aco. » Atto (li aiKMisa, iti dial. (luasi prottamoiito voiio/.iauo, oho 
i cittadini (li Tol.i prosontano ii.l l;{[>;{ all.i Signoria di Vtìlltì/.la, Con- 
tro Ni(M»l(^ /iHio; (hIìIo da '!". IìUoiani ind t. vVl doW Archivio V<*mto, 

(■omm.'^ Michael is Sfoiis ilncis Vcmtiafum matidala. Hlommis- 
siono' olio risalo al prin(;ipio dol hoc. XV, o ora (> pnhMioata, mocoikIo 
un oHohiplaro iiin. di (luid hoooIo, da Aiit. Ivio, ii.d V v.d. iloir*Ar- 
choografo Triostino'. Cito Nooondo la nnmora/iono A,^^<;\\ Articoli ohtì 
ò iiolla (."onuiii.H.siono stessa. Man. a il v di .icoiida porsona: ./o.'/zoivi 
tu )i(ui pilli. Ili (!r/ii '.VA. 

Por MVol.t.' (< To/./.o' .il .ilaiio I t'onipniiiiiK'iili .ho ;Mà oraiu» 
cosi nlloKati n.d primo v.dnino; v. ili. I I.S. 

l'.v. •- 11 Cnitare di Ihiva d'AtifoìiK, pulddicato dal K,a.ina ii.''.iiioi 
Mvoali di l''i-ancia', iloh'it^tia 1872. 1 numeri elio apponK'(t, nono i|ii<dli 
(loi V(M'HÌ. — QiioHto (Cantare hi fa, ir» corti pa^r^i , ni(<7,7,o lVani'(>ri(\ o 
piti olio ni(V/,/.()-, ma <> un 'iliri.lÌHiiio* elio oriii.ii div(Mita lion r.iro; <\ 

HO a MK) aVV(Uiiio di iicrivoro «ho il 'Uovo' mi N.ii.ddio Ioitk» dovilln 
mandane col 'IJainanlo o ! ..<ri,.;:nii..' (,\r.-h. 1 IMii), oo.loil,;, m,.,! ■ 
tony.a, troppo Mlavorov.do al .lial.-tl.. .I.d 'i'.ov..'. .u romiav.i .-niH.i |.arto 
elio n'ò [lill inl'raiioioHata, la a. da «h.' i.i .liiora iiv(>:im1 p(tl,uto vodcn». 
Voro ò olio il molto Hagaco c.lil.oro n.tn Ir. Illa pili liiNÌn|-;lii(M'aiiionto 
il lingua|^KÌo (Idi rtuo t.>«to, «di'(*HH c'Hio.sc.na p.<r intiero, e rieUiiO U 
dirlo un //ov/o pinttoito elio un (liid(d,to (pp. Mii « ì'-'l). Ma lio ra- 
giono di crodi'ro clu il mio j^-.iu.li/.io Oì".hì aar.ddio inoli.) pid unte; o 
il l'atto (^, r\\n il 'I'.ov..' ò vorainont.i nn t.vito ' voii.'/.ian..', .hia/zat.» 
(|na o là ili roli.i li aiii<.o:io, i\ dio la critica iu\ no pu.> alioiid.'inl<>iii<<nto 
valere per la ntoria (hd dialetto di Vene/.ia, I (H'iterj «lial.-ll ili m'in 
durnddioro poi a rahliaMrtiiro l'etfl di (|uer«to 'Movo', .Ini il li ijua 
aMHCgna alla iind-ù (hd «oc. XIV. lo Io farei (hdla prima m«d,a del \ V. 

Un.'-' liiiiiutvdii e, Lrirtu/t-iìio, od. Tioza ; vediiK» Ar«di, I llil Un. 

vr. - // dnilrltn ,1, \','rn}ni. iii'l !ii'<;>l„ il, l),ni(r, por iiioiim. .■;iii. 
prof. Luìkì <UirKi(, llolo;-;iia lH7:i, e.-itratto .lai VI v.d .hi 'l'i..pii 
griutoro'. 

gtiv. " liirni: penoveni della fine del aer, sin e dfl iinunpin di'l 
xiVy edito da N. IjA(iumao«iioiik, An li. II IM-l-.'Jiy. HI citano lo pagine. 



218 Ascoli 



I. Vocali toniche. 

1. Effetto elio Vi atono finale eserciti sulla determinazione delia 
tonica (v. Arch. I 45on, 540-41): illi 20'' (cfr. § 41), che non m' ò 
esempio affatto certo; libre de tornisi 45 (ma: senesi, luchesi, 70''); 
orili (sing. creto, v. less. ) 19». È costante ortografia: Spoliii Spo- 
létum 43% 44'', GÌ"; dove è da notare, circa l'uscita, che si risale u 
'Spoleti', da mandarsi con 'Ascoli' Asculum, e altrettali. L'm che ò 
nel plur. duxi duci, duchi, 46% ò di solito anche nel siug. : duxe 58* ecc. 
(doxi una sola volta, se ho veduto bene; v. less.), diix § 8. Di 'lupo-' 
occorre solo il plurale: luvi 48'' (allato a lovi 5% in cui la scrittura 
ò ritoccata); e giova che sia qui notato, insieme con infirmi T. Ma 
franscischi 'Franceschi' 24'', non vale gran che, siccome s'accompagna 
con franceschi 20% 21'', 70'', ecc., e col sing. griesisco, § 27, Scarse, 
insomma, le vestigia del fenomeno; ma ancora si vegga il § 3.* 

2. L'è del caratteristico riflesso di 'sancto-' ("sàjnto; v. Arch. I 
456-57) è qui sopraffatto dalla forma letteraria. Rimane sen, quasi 
proclitico, in seti insto 10'', e sen zilio (v. less.); ma vengono insieme: 
san piero 24"', san Silvestro 42'', sani andrea ib., santo Andrea 60% 
santo Policarpo 10''. ^ 

3. Abonda il dittongo voluto dall'E breve e dall'^ {ié): I. una lie'vo- 
re lepre 57% pidr/ore 48^ ;- brìeve 5% 5.3% brievemente 70*, lieve 40'' (e 
così V analogico grieve 16*, grievemente 46'', 54*, 60% 68''); niega 35'', 
siegua 40% li priegi 28% 44*, 44", 64", prieghi 32*, 48''; diexe de- 
cet 5*;- intiegra 20'' (e anche alliegro 68''), piera IS"* (e gli starebbe 
allato: pria ib.), piere 69*. Il dittongo passato nell' atona, è in sos- 
tiegnerd 69''. All'uscita: un pe 40'*, ci pe 15% del pe 44'', iy pe SS'» 
im-pid 5'' {choli pei 32% xm pie 60*). — II. griego grasce- 8% 4S'', 
55*, griega 29", 54*, griegha 69", griexi 18*, 49", griesi 33", 53", 70", 
griege 10", 12*; siegoli 1"; ciesaro 10* ecc. (v. § 38), ciesari 3". 



* La 'fi'ott.' ha villi vidi, allato a vette vide, ma è un testo veneziano che 
sa di terra ferma. A ogni modo, la dilTerenza si riproduce in Bv.: vete pass., 
e vitti I87I.- Rn. parisi potresti 254. E occorrono sporadicamente ili, quili, 
in varj testi venez. 

" Car. : sen Marcho 16*, sen Blaxio 25*, 73, sen Z'anc 48, sen Vidal 91, 
allato a san Marcho 20% 23"^, san Polo 4«; ecc. 



Annotaz. a una Cronica veuez.: Suoni. 249 

Dall' e di antica posizione: pvievede prete (présbytcr) 38'', Ql'', 
prieve 57'' bis, prievcdi 19\* 

II dittongo è assai facilmente promosso dall'i clie apre l'iato nella 
sillaba seguente; e s' hanno, non solo matierie IS"*, impierio 19\ A&\ 
69'' [imperio pass.), Veniesia 65% siedia 62% 65^ (in altri passi : sedia), 
assiedio 27% nei quali si risale o si potrebbe risalire a un' e breve, 
raa ancora: monestiero tnonestierii monestieri, IP ecc., 45^, 30% 45% 
cimiiierii 19% nei quali si risale ad e (cfr. Arch. I 423-24, 488, 
541 a). 2 Si direbbe che possa bastare anche il solo -i a produr co- 
desto effetto, confrontato priesi 60'', 61'', GG'' [presi 68% 70'') con preso 
G3'', dove si risale ad -cv- = ENS (cfr. §1). S'aggiungono coli' «e, 
oltre impriexonddi 73'' (altrove imprejc., prexón), anche heriedo 62'' 
[herede 23'') e prociedere 59%^ malgrado Ve ài 'hered-' e 'cedere'; e la 
cosa può parere, a prima vista, alquanto singolare. Senonohè, pure 
il toscano devia, col darci Ve aperta, anziché la chiusa, in erède e 
cèdere procèdere; laonde pur qui si ritorna a quelle concordanze no- 
tevoli, per le quali le apparenti anomalie neolatine si risolvono in 
legittime continuazioni di pronunzie volgari romane, diverse dalle 
classiche'*. Anche zielo [gielo) C^Xo-, 39% ritrova 1'^ aperta nel to- 
scano zèlo; e rimane frieto (v. less.), pel quale non abbiamo la rispo- 
sta toscana, oltre Maìifriedo IQi^ allato a Manfredo IV. 

ÉO: zudio 8% cfr. 49* e 69"; lyo § 35. 

Il dittongo dall' e secondaria è nel noto esempio: missier 65' bis, 
70% 72% missir T2\ 72% ^ 

4. Abonda anche il dittongo voluto dall' o breve: puovolo 5'', 12% 
14% 15% 16% 64% puovulo 24'' [povuli 1%;- pruova 9% [truova 60"], 
muova 57", cuor 40% fuora 4", 8", 61% 74"; compuose 22% 29", 35% 
63", (?e/jwose 26% 36% ecc., sotopuose SO"", 31"- (e l'analogico respuose 32^ , 
col ditt. passato nel partic. : respuoso 42"); fuogo 7", 11", 22", 27% 
luogo 8% 16" bis, lungho 3" [logo 57"; e il dittongo passato nell'atona: 



* Ma: ruffino ^^reffi 13'', e aitane precede Preto Gianni 67'. 

* Anche Vi à' insigne ingenio- 2', 15% 21*, dovrà, ripetersi dall'i clic 
susseguiva nell'iato, Cfr. emigna e art Ro. 32G. 

» concieder Pas.-Cecch. 161.5, 1616, Car. G% 36*, Conim. S, procieda 58, 
sicccicde Car. 23*, heriedi 8'J*. 

' V. per ora: Arch. II 398-9, IV I48n. L' e aporta toscana di spèra spia- 
vano andava ricordata anche ib, li 441 e I 169. 

'' mcdiesimo Trist , lor mcdicximi Car. 30, mcdicxivio 4^1, SI". 

Ar.-liivio cl-'ttol. ilal.. III. '' 



lunga 2\ ma legando S' ; cfr. puoté § ICn); muodo V', 6'*, 16'', 23', 
23^ 27^ 3r, 35\ 38% 73» {modo 4"); iJitodo Rodi 10% v. § 38. Coi 
quali manderemo anche vuodo 56*, vuodì 37% 

Dall' di antica posizione: puoi post 52% allato a /)oi §§ 63, 64; di 
posizione neolatina: zuoba *jovja giovedì 19"; di posizione antica in- 
sieme e neolatina: suocle zoccoli 5% tuor torre togliere 31°, 36'', 70\'' 

Finalmente, l'wo dall' o che viene da au (cfr. § 7), nei soliti due 
esempj: puoco 10% puocho 3% 21% 24'% 04% 65'', 68'' (6P: a puocho 
puocho), puochi 30", 52% 54'' ecc.; puovri (povri) § 9. 

5. Per r 1 in e, nella posizione, son da notare (cfr. Arch. II 447-8) : 
veììse vinse 2% 6% 15% vento 7% 14% 20% 25" ecc., venti 15% venta 8% 
convento 6P; provencia 36'', 48% provencie 12'', 19'', 34»; cense 15''; 
costrense 16''; impento (ira-pi[n]cto-) 67% impenta 18''; lengua 21% 
lengue 69''; che son tutti esempj per uno stesso gruppo di formole (INC 
ING). S'aggiunge, ancora nella posizione latina: senestri 73»; ^ e in 
posizione tramontata: meio miglio (lega) 44^, per ploxor meia 69». 
Col quale esempio (cfr. melgia ecc. § 25), veniamo a rasentare questi 
altri, di posizione neolatina (cfr. Arch. I 177): famelgia 64% conselgio 
e conseio, 49% 4°, QQ*, maravelgia 59''. Ancora di posizione neolatina: 
maregna ecc., v. § 26. Ma è diverso il caso di vete, cioè di 'vid[d]e* 
nell'analogia di 'stette', 20'' ecc. (v. § 52). 

Per Tu in o, nella posizione, son da notare (cfr. Arch. II 448) : 
azónse 10», a'zonti 72», conzónse 69% con'zonto 12'', conzonti 6'' ; ónsc 
43*, onzere 9''. Qui va anche Perosa 30''.^ 



* Ma V uo di cuostumi, 15'', è certamente uu errore. In Car. è fuorsi 51*^ 
esempio di ant. posiz. sempre sentita, e v'è Y uà nella formola -drio: attuo- 
rio ajutorio 61, territuorij 15, notuoria 14*, aggiungendosi pure Antuonio 78, 
Ambruoxo 73, memuoria 34*, e anche custuode 20. Da ciò, considerato in- 
sieme il corrispondente lusso degli ié, viene a quel testo come una nota di 
'padovanesimo'. — Iscriz. : helemuosena -muosene. Gamba 16. 

^ Anche è, più d'una volta, cerca 'circa': cerca XL milia 70'', cercha xiv 
milia 71* {cercondddo 28*); ma: circha li libri 30', circha questi tempi 61'', 
circha et collo 4% e anche circhdndo2 6'', come piscóva 4^.- Car.:j mexe o 
cercha 49*, ccc de lor ouer cercha 55, cercha nona 58, ouer cercha 60, cer- 
cha LX 65, cercha el meio di 81*, cercha la hora 88*, 95, 96; ma circha 
85, 96*. Comm. : zercha 36, 38, air/un castelan over zercavexinj over altri 
de quele parte (circonvicini) 55. 

' Superfluo accumular citazioni, per questo paragrafo,, da altri testi vene- 
ziani veneti. Restringiamoci a questo poco: malegno Car. 4, benegno vr. 
34, no te i'cn^is-tu la sim Rv. 010, so c^ì'^a hi spa r>\3, vcrm<:io 1655, 2307; - 



Annotaz. a una Cronica venez. : Suoni 251 

6. Per l'i intatto nella posizione, son da notare: miro (intcì'; cfr. 
Arch. I 4G4n) 5^ 12% 15% 47% intra 14% 16% 46" (e fuor d'accento: 
intramhi intrambe v. § 46, oltre le forme verbali: intrare 34'', in- 
trar 27% intra infin. 34% intrado 1% intradi 33% intrando 23% 26% 
47% Ì7itrd perf. 22% 25% 26% 50")*; e dito detto 1% 3% dita 3". 

Per l'o intatto nella posizione: lonzi lungi 7% 27% 33% 36% 42% 4 1"". 

Per l'u intatto nella posizione : dutto 'ducto-' 40% dato per paura 
16% conduto 59% reduto 15% 53% induto 43% seduto sedotto 12% 40% 
introduto 58% produto 59"; corruti 59"; sepulchro 64''. 

7. È intatto I'au in ihesaiiro 32% 54", thesauri 32", 32\ 45% 68% 
cfr. Arch. I 500. Ma insieme: tJieèoro 58% 6S^. 

AUD, AUT, AUC, danno rispettivamente ald, al t, ale' (cfr. Ardi. I 
157-8 500-1 ecc.). Gli eseaipj, che nel nostro testo occorrono, son 
tutti di formola disaccentata; ma è tuttavolta ragionevole e oppor- 
tuno, ch'essi compajano in questo luogo: aldire udire 28", aldando 
udendo 28", 30% 40% 55" {oldando 40"), aldu udito 28% 52", aldudi uditi 
m\ alàuda 33% exaldida esaudita 11", aldi udì 1% 33% 56% 57-'^; 
laldare lodare 10% 72% laldada 50", laldevol 3", 42% 68*, chosse lal- 
devole 55" ;2 se aldegava osavano ('aud-ic-ahant, cfr. Muss. Beitr. 
25) 73"; allurio ajuto (*autório, v. Arch. I 456, Muss. 1. e. 26) 6'', 
24", 39", 41", 49", 59", 60", 64", 70", 71" ;5 alcidere uccidere (aucci- 
dore) 9", 16", 26", alcire, 36", aleideva 24", alcisc pass. 

V. ancora il § 4 in f. 

II. VOCALI ATONE. 

8. Dileguo di E 1 o all'uscita (cfr. Arch. I 427-8 457 467-8, Muss. 
Cat. 6-7, Beitr. 15): 



in quelo ponto Comm. 59, vni non de entrare ponto Pozzo 58, v. 59, ecc. Si 
cfr. Bonv. 15,16, 99n; 31; egnv.: verna 108, enpente 266, se destcnse 171, in- 
spense destrenze 290, malegno 181 e altr. — Del rinaauente, anche il napolet. 
dice depegnere cegncre astregnere, ogncre pognerc; e Celso Cittadini già 
notava: ^.... ponto, e onta, o gionto per o chiuso, come dicono i Sanesi con 
'tutto l'altro d'Italia da' Fiorentini in fuore, i quali, punto, e unto, o giunto 
'dicono: e così altri vocaboli simili'. Op , p. 1G7, 

' Ma: dentro 30^ bis, dcntrambi 05'', e sarebbe uno stento il voler di- 
videre de-'ntro ecc. 

- 50 laido suo laudo, Pas.-Cecch. 1599. 

' Anche si consideri Altcsiodorn Autissiodorum (Auxerre) 17'. Ma Anii/- 
siodoro ITi'. 



202 Ascoli, 

dux 36\ 39", 40% 42% 51% 55% 57% Gi% 03% 01% 05' (ma: duxe 
58% 01% 07*)^; 

cos( com li dirave 0'', quasi coni si fosse sta 31% si chom se leze 
64*, si chom ven dito 5*, 48", si chom una 33^, si con cercondado 
28"; per hom {ho) 67";- 

de lor 37% con molte hoste lor 01% theodosio menor 23% 24"; ecc. 
(cfr. § 36); 

umhigol (v. less.) 33% laldevol 08% de avril 05' (cfr. § 36); 

Milan 21% 2P, 22% Millan 19\ 31% 65% 05% de Ocean 21% 
Gracian 22% Jastin pass, (ma Justino 28'', 29''), Constantin pass., e 
così di più altri nomi proprj in -no; io imperio roman 38% nobile 
roman 11"", roman imperio 16% 24'' (ma: romano imperio 30'), re 
arrian 28', /aio /<) arzVm 19'', siando arrian 21'', volchan 29', 5o>z 
38'', /m 31% um 37', m prgron 46% m 5e>2 22% fato ben 29', ii Fri- 
xon 40', Ze rcgion 44'', /g diverse religion 49', Je Zi Z^en iZgZ comwn 
32% 34' (ma: de li beni del comun 36', pleyio de beni 37'); ecc. (cfr. 
§ 36). 

9- Dileguo dell' E di penultima (cfr. Ardi. I 424-5 455): ovra 9% 
IS"", ovre 3", 53", povri puovri 34', 51% 32', e forse alcire^^alcidere 
(§7)5, Qui ancora il caso congenere del dileguo dell'e di protonica 
interna: reenvrare, v. less. 

Dileguo dell'i di penultima: inedesmo IS*", 21'' ecc., medesma 4% 
5*, 16'', 19''; e qui anche batesmo 28% comunque Vi non ispetti alla 
base originale. 

Ddll'o [u) di penultima: suocle zoccoli 5''. '' 

ÌO. L'i di penultima passa in e: humele 40', 45', simele 18', 26% 
32'' (6" bis e 23*: simile; 42': debile), utele 23', 32% nobele 4% 34% 



• [Acc: si fes caregar], dux Bv. 20, 63 ecc., plax 427, 457 {plaxe 536, 
849), 15!0, 1515, meltris meretrice 145, 1529, pong 221, 568; cfr. Marchese 
di Est Cort. 70, 71, 74, 80 {Este 84, 8G, 87), 

- Cfr. Reg. 149, Mon. 9; si de gente con de arme Pas.-Cecch. 1604, cfr. 
Bv. 1802, 1960, con sa Rti. 191, con po-tu 199, cfr. 252, 263; hon nado Bv. 
630, algun hon se genga ecc. 643, cfr. 825, 1310, 1357, vu non ave hon in 
tuta ecc. 961, cfr. 1160. L-om pò far, ant. iscriz., Gamba 11. 

' Più facilraenta si concede il dileguo dell'e nella base degli ant. mil. olclr, 
rive ridere, Bonv. 127, cfr. ib. 12, 23. Rq.: anclr 254, cfr. 711, perf. onci 313, 
317; gnv. onciró 235. 

* Cfr. il 1). 1. jUIo Aiolo, Car. 5*, 7. 



Annotaz. a una Cronica venez.: Suoni. 253 

57'', 7P, noiaheU TO'" (pi.), martere (y) IT, 43% 46"', 55% li novi mar- 
tere C4\ decerne 42\ anema 42\ femene 16'', SS**, domenegha 61''> 
portegho 62^; mitege § 55; reriene 8'", 17^ {verzine 2^), ordene 4% 
41% 45% 62% 68% 70% ymagene 39'' {ymagine 40% 4P), moUetudene 
60% moUitadene 59'', 04% 65% 71" (ma: moUetudine 53", moltitudine 
59% 70"), similitudene 49% soletudenc 5G% soliludene 69% E cosi di 
protonica interna: femenile 43^, smenemd4^', alia termendl'Z^, mera- 
velgioso ecc. 23% 59'', 29'', 26'' (base peraltro clie ha Te anche .sotto 
l'accento, § 5). E di protonica iniziale: menor 23", 21^, 59'', segnai' 
pass., segnarla 36\ serene sirene 33", senestri 73% besavo 37", saiz 
remore 63", verta 34"'.- Cfr. Reg. 142, Mon. 9, Bonv. 17; Car.: si- 
mieiiele sinoiglievole 70*, ecc., Comm. : inviolevelmente 55, 56. * 

11. È un a per Te primaria, o secondaria, di protonica, in pia- 
toso 32% 48% 73*^ (32*^ e 46=^: pietoso), piatosi 51", piathoso 9% 9", 
piathose 53% rayna [rojina] regina 52", 54* bis, alimenti elementi 
45% alesse 39"; trabuto 38", 41*, manazdndoli 20", manazà 28", ma- 
nazasse 33* (allato a mindce 31*); impara imperò, pass, (allato a 
impera). Cfr. Reg. 141, Beitr. 15, 92, Bonv. 5.2 



' Questa dell'/ atono di penultinaa in e, rimase perennemente una proprietà 
distintiva del dialetto veneziano ; e si adattano a codesta riduzione anche le 
parole nuove, come obedendo a una norma analogica delle piti stringenti. Cosi, 
introdottasi Velice nella navigazione a vapore, si senti subito dire a Venezia: 
l'éleze, ed è come dire che la nuova parola vi subì immediatamente l'alte- 
razione che le voci tradizionali hanno subito secondo il presente paragrafo 
e secondo 1118'' (cfr. p. e. Monséle'ze ~ Monselice, ecc.). Molti si maravigliano 
della regolare costanza che s'avverte nelle evoluzioni fisiche della parola, o, 
in altri termini, dell'esistenza delle leggi fonetiche. Ma le cause delle prin- 
cipali riduzioni son veramente etniche, cioè dipendono da predisposizioni orali, 
le quali inducono a divariazioni costanti di quell'entità fonetica che uno strato 
etnico assume dall'altro; e alla difScoltà orale o alla dissuetudine, che s'op- 
pone a una data forma fonetica, vien poi ad aggiungersi anche un'operazione, 
quasi istintiva, di coerente riduzione fonetica, di uormal distinzione fra il 
proprio e l'altrui. La trasformazione tradizionale o connaturale si afforza e si 
continua mercè l'energia del principio analogico, la cui potenza, cosi mani- 
festa nella morfologia vera o propria, va attentamente esplorata anche nel 
giro delle mere evoluzioni del suono. 

* Più ancora dell'a di piatoso, è fermo quello di raina. Cosi in Trist. e Cat. ; 
e Car. raine 34, Bv. rayna Gi6, 1742. Circa alesse, cfr. p. 187n (li"), Mon. 
104 e Cat. 4 (v. 506: allesse). Pozzo 56, Bonv. Ili, 112, 121, 133. Nel Voc. 
it. : aleggere e alleggere. 



$54 Ascoli, 

12. Resiste anche fuor dell' accento la prima e di 'debere': clever 
35% deveva 20% 20% 01% 09% 71% 74'' {doveva 51'^, devesse 73\ e 
così Car. : dener 27% deuesse 30% ecc. 

13. Favorito il conservarsi o il prodursi dell'a finale negli inde- 
clinabili: cantra 30% 37% ecc., in-contra 34% 71=* (v. 70''), cha uncha 
altra §§ 84, 09, 79; -fina § 77; fuora § 4; adonca 37% adoncha 59\* 
Non ispetta propriamente a questa categoria morfologica, ma può 
qui ricordarsi anche ogna chossa 27'^, agna generacian 48'' [da ogni 
parte 32''), malgrado la spinta analogica del genere 09. ^ 

III. CONSONANTI. 

14. LJ. -L'esito di questa formola oscilla continuamente fra Ig e 
j. Così molgiér 3% 38% moier 4"; batalgia 14'', hataia 51"; conselgio 
49% conselgieri 7% conseio 4'; fylgiol 1", fyastro 2'', fyo fio 2'', 4% 
fya 3% 11''; pavaZ_$^toni e paviani 37'; volgianda 11% voidndo-la 30''; 
famelgia 7°, meravelgiaso 23'' ecc. (meraueiioso 29''); cZ-oio 2% Zt«o 
00'', metór 7'', pyando 25". Qui riviene, per /Ji a LI, anche assalgi 
assali 25'' ecc., allato ad assa?/, cioè 'assaji% 51% assaJj 02'', l-assaij 
04% assaysse 47'' (Bonv. : assalie assale 109; Reg.: so/e arsair 147 
151); e a formola atona: Fercci; 19'', allato a FerceZ/t 50\- Cfr. 
Reg. 145, Mon. 10, Bonv. 35, 40. 

15. CL PL ecc. -La formola intatta si avvicenda con la riduzione 
italianeggiante, e per cl questa affatto prevale (cfr. Arch. I 303-4n, 
452). 

cl: darà 10'', 13'', clarissimi 23% chiaro 12'', chiare 13''; chia- 
ma 1% 15'', chiamada 31% chiamada 0'' ; chiesia 1% 12% ecc., chiesie 
10"; e a formola interna (clo tlo): otchi 1% 33% 39% 43% 55% no- 
ichieri 54'', pedotchi 59'', vetchio 10% 14'', vetgio 47'. ^ 

gl: glaza 47% gladio 28" bis, 33% 69\ 

^l: più 10" ecc. {più e pili, 4.0^), pio xor v. § 36; pianto 0% 2)Za>z- 
ieya ib.; ;)iew 17% implidi Bl^, implida 25'', complido 52% complidi 



' Cfr. Reg. 142, Cat. 4, Beitr. 15, Bonv. 6, e guv. pass.- Rn.r unda unde 
408, 409. 

» Cfr. Mon. 113, Reg. 145, vr. 36, Car. pref. Fui. 

' tch tgj esprimono e. La scrittura lascia dubbio talvolta fra te e ce. — 
L'esito j = Ij - CL s' ha nella continuazione di 'ad-pariclare' pur col signif. di 
'apparecchiare': appaviada Cort. 82, Pozzo 83, aparid Bv. 2040, ecc. 



Anuotaz. a una Crouica vene/.: Suoui. 255 

11'' (ma: compirlo compisse ò2% o pieno 22'); plac/a 50% 71'', plagha 
implegado 58% implagada 69% ecc. ; plezarie 'pieggierle' 9" ; tempio 
5'% 6^ 15% templi 22\ 

fl: fiori pass., fioriva 23''; flado 3% //ac^ór 10% fiume 22'', 23% 
25" ; infiamma . . . , fiamma 24'' ; fiandra 60% flandria 63'', fiandra 49% 

bl: ^'itXMCO 10'; hlastemando 20'', biastemando 27'', blasfeme 23% 
òiastemava 43^ ; - sablonegna § 26, allato a. sabión 73°. 

16. Circa la digradazione di sorda interna in sonora (fra vocali, di 
solito), ò da avvertire, sulle generali, che il fenomeno investe, come 
per spinta analogica, anche molta parte di quelle parole che mal si 
potrebbero attribuire al dialetto, e perciò non lasciano presumere che 
l'alterazione vi provenga dalla evoluzione storica vera e propria^. 

17. Per la digradazione della sorda gutturale, citeremo: piégore 
48''; zugando giocando S*»; algun 11", l?"*, alguni 25'', alguna 18% 
alglmna2o'^\ inighamente iniquamente 5P;2 vendegarse\2^^ vendegasse 
20'', scomunigare scomunagado 6P, 62"; degolado decollato 13% 26";^ 
gramadego 29*', cherigo 26'' ; ecc. Strani e non credibili esempj di con- 
servazione: lachi laghi 63^, e sequaci (spagn. sccuaz) 46". Cfr. § 18. 

18. Se al e delle formolo ce ci, precedute che sien da consonante, o 
a quello della formola cj, si risponde per z (sordo; venzedor venzidor 
l'', 22% braze braccia 1'', glaza 41")', precedute all'incontro che sieno 
da vocale, s* ha pure in queste, di solito (come per varj morii si ri- 
prova), il digradamento di sorda in sonora, e così s'ottiene z, ^ che 
la scrittura esprime, quasi indiflferentemente, per z {g) o x o s. Ci- 
tiamo: paxe e pasi, 1% 8% 38* ; faxelle 27''; axerbo 9" ; zazesse gia- 



' Appena occorre notare il caso inverso, di qualche sorda sporadicamente 
rimessa dove pur correva la sonora del vernacolo; come in rcfutasse 21"; 
puoté 45'', 59% 2J0té 59% desiderala 68''. Il p ò costante nel letterario so- 
perchiare 38*, cfr. 45'', 49'', 58*, allato a de sovra 39'; e cosi: soperclerd 
Pas.-Cecch. 1602, sopercli Reg. 145, soperclaoa Cat. v. 13, per soperchia so- 
licitudene Car. 23*; sopergiar soperr/io Bonv. 37; e pur gnv. : soperjhar 185, 
saper jo 248, soperzhar 239, soperzha 297. Notevole il e etimologico in colfo 
Comm. 61. 

^ enegamente Cat. 6, inigo Bonv. 04, gnv. 105 ecc.- Cfi-. less. s. scalore. 

' degold Bv. 305, gnv. 105 ecc. 

* La distinzione tra sorda e sonora (-, i), estranea naturalmente al codice 
(che sempre ha j;), s'introduce nel presente spoglio, quando cautamente si 
possa, per conseguirvi una maggiore evidenza. 



?50 Ascoli, 

cesse 34'', zazando giacendo •13\ zascre V; nosere •IS''. Ma il -ci ili 
plurale farà come una categoria di per so: mónexi mónesi mónisi, mo- 
naci, 21'', IP, 41^ , griexi f/riesi greci § 3, immisi 9'', SP, 67% chierisi 
30% heretìxi (allato a catholici) 28% ÒT.- Cfr. Reg. 144, Mon. 10, 
Beitr. 18, Bonv. 65, 74, 75, 76, 77, 82, 108. 

19. Lo i {z -X — S-) poi, appena occorre avvertirlo, ha insieme 
tutte le normali funzioni del r/ italiano^: zeììte 2% Zennani 44'', 46' 
{Germani 49'', Germania 49''), fuèire 17% vérzene 8'', 17% manza S';- 
zezuno ecc. v. less., zugno 58'', zudei 3% aioni:a»Trfo aggiungendo 
44'', mazo maggio 58"*, mazor 25'', GP, pezorando ..',- chozin cu- 
gino 8% raxon 56% caa;on 55% ^'J'cicon 46'*, apresiado aprcxiado -pre- 
giato 9% 9''. — L' antico dileguo del ^ è in maystro 3% maistro 4'', 
7'', amaistrd 3\ 

20. La dentale sorda e digrada e si dilegua: senado 12% marido 
4*, imperador ecc.; refudado 49'', refuando P; 2)0(ieya S?'*", poesse 47'» 
(cfr. § 56); commudd 56^, wwà 57*-; /?ada 1% 8% 12% 25% /^a 47% 
50% 74*, fpd 23''; spuando 22''; reonda, mesceado e amia, v. less. 
Il qual doppio fenomeno va in ispecie osservato nell'esponente del 
partic. perfetto. Così avremo: portado 22% 45% portadi 5'', perigli- 
lado 3'', pregado 12% JatZo 6% s^acZi 35% cZacZa 7% dade 32'', ornada 
2'; vegnudo 44'', recc^wcZo 45% cressudi 2% confondudi 23'', nassudo 
P ecc., nassudi 17% nassucZa 47% renduda 23''; sculpida 32'';- dormio 
&", scolpiti 32''; aèi<a avuta 62'', nasswa nata 68';- manda 8", reco- 
?;m ricuperato (-a) 45% /osse s^a fossero stati 31% em sia foi^g 62% 
condanna condannata 24% occupa occupata 45''; vegni'i 36'', 41'', j^er- 
vegnu 27% adevegnù 44% nassii 16" bis, 17% 35% percoli S**. - Cfr. Arch. 
I 458, Reg. 148 n, Mon. 11, Beitr. 15, Bonv. 116. 

21. TR. Il t di questa formola sempre è perduto nelle voci schiet- 
tamente vernacole: pareV, 3% 5% mare 61% so frar 36% ecc., fgo 
del frar 23% tre frar 47" {fradetli 6^)% li frar menor P; piero 4"; 



* Ond'è che senza certo equivoco si adopera il solo g anche per la pro- 
nunzia gutturale innanzi ad e ed i: le spige SP, griege § 3, large e longe 3P, 
largeza 5% 47% longeza 47''; wife^re § 55; luogi 40=^, 25ne<7i 44% 44% 64'*. 
Cfr. Reg. 144. 

^ Cfr. § 36. - Porre che frar sia il nomin. 'frater' (v. Beitr. 59), torna come a 
dire che l'antico -r si conservi, ed è cosa molto arrischiata (cfr. priévede ecc. 
§ 3). Vero é che anche ponendo frar = «fratre' s'incappa nella difficoltà della 



Aunotaz. a una Cronica venez. : Forme. 557 

piera piere § 3; laroni (?) 34''-, imperarixj 5i^, 57'' bis, GÌ''; poro 
potrò 70\ Cfr. Arch. I 458, 469 a, 528 n. Resta all'incontro la 

esplosiva dentale, allo stato di sonora, in nudrirjare 20'', nudrigado 
67'' (se nodrigaua Car, 61, nudrigarlo 91*), a tacer di desfamadrixs 
11" e altrettali ^. 

22. Dileguo di d primario, è in confìandose 22^ Circa desgraeremo, 
si vegga il less. 

23. La sorda labiale in v: cavo 4% 12% \t)^, 16% carelli 31"; re- 
covrd V. less.; ovra 18", adovrd 12% 39% adovrado Q^'^',^ percevesse 
34"; rivese 'ripense-' 15"; liévore lepre 57% Icvra lebbra 17", 18'. — 
B in y: fevra 43", fcvrar 68". 

24. Dileguo di v primario, è in zod giovò 59", 61"; cfr. vc'doe 51"; 
e pel fenomeno in generale: Arch. I 458-9, Beitr. 17. Doppio il 
riflesso di w, e sarà come dire che il nuovo qui ancora si mescoli 
col vecchio (cfr. Reg. 144): guarda (serbò, tenne con sé) 15*, guar- 
dando (considerando) 27"'', 28% guardador (custode) 72", allato a var- 
dado (osservato) 24". Insieme si può mandare: guasta 24", guastava 
guastacion 40% allato a vastado 35\ Guallengi 33=* dirà Vallesi, cfr. 
less., s. vagando. Finalmente: Ulgelmo 51% cfr. Vielmo Car. 73. 

B. Note morfologiche. 

I. SUFFISSI E PREFISSI. 

25. -ARIO. Doppio, come suole, l'esito di codesta base (-aro; 
-iero, -ero, cfr. Arch. I 484-5): tu para de buo 22^^; solaro v. less. ;' 
melgiar, pi. melgìar melgiara, 5% 12", 36", 'milliario-' nel senso di 



mancanza dell' -e che resta normalmente in pare e mare. Ma c'era il doppio 
tronco sor e sor ór (v. less.), che potea facilmente promuoverò la perdita dell'-e 
di *frare. 

' Cfr. Reg. 144, Mon. 11, Beitr. 17; nelle quali fonti ò anche norigar, no- 
rir, noriga, cfr. Arch. I 458; norigado Bv. C29, cfr. 1405, 2009, pugno quarà 
395, quarado 619; e 'nperarixe Cat. v. 271. Gav.: norio 172, norigda 178, ecc., 
inperarixe guiarixe 164, desiparixc guastarixc 300, porroo 172 ecc. 

* recovrado Pas.-Cecch. 1G18, adovrar, ovre, 1G25; uoura Car. I, 3*', uoure 
93*, aduoura 46; recovrd Pozzo 77. Gnv. : ovre 287, avere 306. 

^ Questo esempio s'accoglie qui per l'identità della base fonetica, ma ognun 
sa che non vi si contiene un suff. -a rio od -aria (par-ia). E insieme giova 
che sia addotto ara aja Rn. 582 sgg., che è sempre del venez. 



258 Ascoli, 

'miglio miglia'';- lavorkro 20'', templicri 02'; mcìeni 'luilliaria* 
73% nel senso di 'migliaja'^. Entrambi gli esiti in uno stesso nomo 
proprio: Berengaroh2\ Derengkro -gero 50'', 51°, -gier 58''. ^ — Un 
terzo esito: -a'rio -e rio, del quale ritocco altrove (cfr. per ora il 
fem. -cria Arch. I 485 e IV 359), è qui rappresentato da fulmine- 
rio fulmine (cfr. mil. fulminc'ri, fulmine di gente o sim.) 15'' ecc., 
V, Icss. '» 

26.- -INEO (-injo). Oltre maregna maregnia matrigna 13^, 30'' ecc., 
ancora i due aggettivi marmoregna{la cita marmoregna città di marmo, 
di pietra, contrapposta a la cita lateriza) 2% e sablonegna 73% quasi 
'sabulon-inea', sabbionosa^. 

27. -ISCO: griesischo grechesco d^, franscischi 'franccschi' Fran- 
cesi 24'' (v. § 1), cfr. hungaresco Cort. CO. -ISMO: sorrasinesmo 
73". « 

In luogo della base verbale 'affrictare' (affrettare), è pur qui la ])ase 
'affrict-iare', v, less. s. affrezasse. 



28. DIS-: se dislongd 56''; se despaìHi 5^, se despartisse 28% des- 
partido 37^; descazisse § 56 (cfr. descazudo, che elio mori non ecc. 
62''); desgraeremo v. less.; desmontando 59''; desfamado diffamato, 
desfamadrixe , 11''; desposto deposto 68'', desposicion disposicion de- 
posizione 69'' (allato a deponudo, p. e. 68''); desventurosamente 28^; 
deshonestado (vituperato) 62'\ Cfr. Reg. 150 153, Bonv. 133; desme- 



* E insieme il semplice meio § 5, melgia : xil melgia 9% ploxor mela 69*. 

" E insieme il semplice milia, v. § 46. Cort. 73: miara miglia e migliaja; 
Pozzo: miera de mie migliaja di miglia 82. 

' Curioso è torniero torneo Cort. 83. ^ elemosinarlo, 34% è voce letterata. 

' Per -ANEO non trascurerò capilaino 39% comunque gli stia allato ca- 
pitanio 59''.- Il solito radegare *err-atic-are ( v. less.) mi porta poi, per 
-ATICO, a paxenadego Comra. 42 ter, 51, che deve significare un compar- 
timento territoriale o amministrativo, e ha una base per me incerta. Ritorna 
questo suff. in parentadcgo Bonv. 132; e la forma femin. ci appare in live- 
raiga fine, incomemaiga incominciamento, gnv. 232 (vegarao che liveraiga 
segue questa incomenzaiga; cfr. liuerai finiti, 274), cui nelle stesse Rime 
stanno accanto i mascol. viazaigo 210, marchesaigo 253. Finalmente sia ci- 
tato, per [-ETJ-ICO, l'aggett. venodhega Acc. (megena venedegha, una mi- 
sura di grano), che ritorna nel /Sevérf/.ov zecchino, cioò 'moneta veneziana% 
sempre vivo fra i Greci e gli Albanesi. 

' residio resto (residuo) 40% sembra un errore. 



Annolaz. a una Cronica venez.: Forme. 259 

ritd Car. 8*, desposenti impotenti 57, 61*; descreserave Cort. 01, des- 
tegnudo 63, desmontando 82; gnv. : deslavorai, ridotti senza lavoro, 
279; e il fri. 

29. DE-: deruinadi 23% demonstrandosc mostrandosi 24^. — AD- 
DE-: adevene avvenne 54*, 56'', 57*, l-adevene 74*, adevegnù 44% 
adevegnude 46'', allato a devegnudo 48'', devegnuda 59^. 

30. AD-: atrovd 32''; atestimoniando (?) 46''; atemperado v. less. ; 
amezando 71*, che deve dire 'tramezzando', 'intervenendo% civ. per 
amezamento di alguni Cort. 79, azó che le galie de li inimixi non 
mezasse le rj galie Car. 81, mezando iustixia (l'orig. lat. : mediante 
iustitia) 4% 10, mezando el diuin alturio 22*, mezando le conforta- 
cion 88. Ancora sien citati: zuogo auento ludum victum Car. 62% lo 
la aiieme egli la vinse 72% semo atradidi òQ., che pure vengono da 
tal testo in cui è improbabile la mera prostesi dell'a. E v. il § 29. 

31. IN-: impento dipinto 67-"^ ecc.; impensd pensò 3'', impensado 26*, 
impensd 49% im-pensando 31^ \'^ inzenerd 49^ his^ inzeneradoòl% inze- 
nerada 53% allato a zenerd 53*; in fuga 50% infugado 55*, 63»; in- 
saldo salito 64''; incluso in un monesliero 42''; in-s-paurido 31*. Cfr. 
inlassada nelle note lessic; e Reg. 150, Beitr. 22, Bonv. 133, Bv. 779. 
Pozzo 85: questa legenda fo insemplada. Gnv.: enpente 266. 

32. RE-: se resforzd de renovare, 63*. 33. SUPER-: sovra- 
-ordend 62*. 34. EX-: scombatù 31*, scombatudi 34" ecc. 2 

II. FLESSIONE DEL NOME. 

35. Figure nominativali sono statio'^ stazione, stanza, 19*, e des- 
sensio 66'' (cfr. Arch. II 436), oltre il solito nievo, di cui v. il less. 
Pur qui sono poi gli obliqui sorór sorella (v. less.) e mdrmore 32'', 
33*, 36*, 58* (v. Arch. II 427). E insieme occorrono il rotto e l'obli- 
quo di 'leo' nella funzion di n. pr. : lyo 39% 43*" ecc., lyon 39*, 41''. 



* die in-pensar deve pensare, ant. iscriz., Gamba II. 

* Car. 34*: scaminando da li suo progenitori (declinans). 

' È tuttora del dial. venez. (vedine il Boerio) e sempre masc, come l'it. 
stasso. Car. 71: lo lion monta suxo del so stasio. Altro esempio congenere 
può parere grande offeso Cort, 9G3, secondo T'Archiv fùr òsterreich. ge- 
schichte', voi. nv, p. 420. Ma non dov'essere se non uà errore curioso, poiché 
la stampa muratoriana, a cui ivi senz'altro si ricorre, porta a/fesion, e in 
quel passo e altrove. Piuttosto giova ricordare en lo possessio, Gamba 31. 



260 Ascoli , 

La qual doppia forma ci conduco a OtAo Ottono 51, 52 ecc., col cu- 
rioso plurale Otti 55% allato a Otton 50*^ e Eudon Elide 42'\ * 

S'ha die (dies) così al sing. comò al plur. : in un die 17-'', 01=^, ci 
nono die 18% de mezo die 71% el die de san picro 21-'', ituochi die 74'', 
li die suoi 32% in xxx die IG** (accanto a in lo di 17*, per xii di 30'", 
per xrii di 44", in questi dt 49"); ma non vorremo vedervi una par- 
ticolar figura tematica, malgrado che nel nostro testo si stenti a 
trovare altro esempio d'epitcsi {con sie § 41)-. 

36. In -e fa puro il nostro testo il plurale dei sostantivi ferainili 
di terza latina: potentissime vertude 4*, de tute vertude 5'', altre ci- 
tade 49% iustissime leze 9", rede reti 4'', le veste 11'', de tute parte 
20% in le parte 22% a le parte 25% le confine 47% 54% 71% 72'' {le fine 
de India 7% cfr. 38*)% le ymagine 4P. E per l'aggettivo si potreb- 
bero citare: le nobele femene 4", chosse notabele 70"*, le vestimente 
resplendente 10", le calze era pendente 32*, e pur con forte mane 43", 
o le quale 4% 4P. ^* Ma qui s'entra nell'incerto; s'arriva cioè a quella 
generale oscillazione fra l'-s e V-i nel plurale dei nomi di terza lat., 
la quale ben ritorna, in qualche misura, anche altrove, ma in questa 
regione può anche avere, in ispecie per l'aggettivo, una sua ragion 
particolare. Poichò un antico strato idiomatico qui andava spoglio an- 
che dell'-e (dava, p. e., fort ambigenere, allato a car cara) e il 'rive- 
stimento' delle antiche forme poteva perciò portar seco e incertezze ed 
intrecci d'ogni maniera. Di che ritocco altrove, e noto qui intanto : 
dormiente fradelli 25% solenne legati 28*, molti grande homini 63^] li 
fiume 63% tre mese 7P, doe zovene masc. 15", cfr. 13'', de li suoi ma- 
dore 40'', li divini honore 8^ ; le quale [cita] era a elio repelli 34% ^ 



' Dinanzi al friul. nigisse (*necéstas, Arch. II 437), ora assumerebbe nuovo 
aspetto anche un venez. necesso: e qiielo che fosse de necesso Coram. 18, s-el 
sera, necesso ib. 48. Ma il necesse di Dante ne andrebbe sempre disgiunto. 
Ancora nella Comm. : biava a sócedo, biava a sózedo, e là che sono li suoi 
sósedj, 29. 

" lo die Pas.-Cecch. 1609, /// die 1607, ecc.; lo di 1619 (ter). 

' sulle confine Cort. 59 {de' confini 68), le fine vr. 37. 

* Cfr. Reg. 145, Beitr. 19, Bonv. 85. E qui riviene anche delle carcere 68\ 
in le charcere iscriz. Gamba 16, comunque sia di masc. lat. 

* Con Vi nel singolare: pasi pace 78^ [paxe 8» ecc.), la quali 5''; e anche 
quelli medesmi 69^. Cfr. i §§ 52 e 55. E di plur. femin. in sost. di terza 
lat.: sor òri § 46. 



Aunotaz. a uua Cronica venez.: Furine. 261 

È ancora privo di desinenza il plurale dell' un genere o dell'iiUro, o 
nel sostantivo o nell'aggettivo, o in entrambi insieme, negli esempj che 
seguono: li frar menorV' (cfr. § 21), in li canyon 19', le circumstante 
ìrf/ionlS^, le [li] fin T, [de li wan 53''], li qualSQ'', in li qual tempi 44°, 
le qual IS*", U qual chose tute 45", le qual lettere 45*", quelli che era 
non nosevol nocevoli (va però notato che la parola susseguente inco- 
mincia per i) 2^; ai quali s'aggiungono quelli che adduce il § 8, e 
anche buo boves 22''. Cfr. Cat. 19-20. S'aggiunge, come suole, che 
sia costantemente senza desinenza Vaggeit.ploxor, serva esso al plur. 
mascolino o al ferainile, preceda esso al sostantivo o gli sussegua: 
ploxnr anni 40'', ploxor monestieri 45'', ploxor leze 26'', ploxor pro- 
tende 34*, lombardi e toschani ploxor 72", de vertude ploxor 12*; 
ploxor da quelli 24^, ploxor dubitando 60*; ecc. (unico esempio, che io 
mi sia notato, per l'appiccicarsi della desinenza: elettore ploxore 69^)*. 
Che se usciamo dal tipo di terza latina, la oscillazione si riduce 
a pressoché nulla. Molte done molti doni, 53^ {do-7Ì IO''), rappresen- 
terà il neutro Mona' (cfr. Cat. v. 996, 1335), e andrà perciò coi nor- 
mali le come 7'', le soe braze 1'', le osse 2% 7^, 8'',^ e pur con ale 
caldamente 1Q\^ Le ydole SP, alle ydole 7'', 16'', 20^ dele ydole 22% 
deli ydole 22% ali ydole 21% alli ydoli IG**, è anch'esso un esempio 
che rientra in quella categoria (sTòoAx, e cosi va dichiarato anche le 
ydole in Fra Paolino). E non mi restano, oltre l'esempio 'sui generis* 
clwli proprie humeri ÒP, se non le oscillazioni nel plurale dell' ar- 
ticolo, che anch'esse potrebbero avere un lor motivo 'ante-veneziano': 
li piegare 48% in le fondamenti 47*, alli imperiali lettere 33% li suoi 
malitie 4'', le venerabili luoghi 34''. 

37. Circa ii fìada 5% allato a doi fìade 5% trenta fìade ib., v. Muss. 
Beitr. 54. — 'Scisma' ferainile, in grazia dell'-a: la qual scisma 70*, 
ed è ambigenere pur nel Vocab. it. ''' 

38. Qui pure la tendenza a fare in -o i maslfelini che andrebbero 



' pluxore fiae Cat. v. 314, pluxori ib. v. 1141. 

' Cfr. Reg. 145-6, Beitr. 19, Bonv. 86; in le intimo del cuor (l'orig. lai.: ab 
intimis) Car. 29; donne doni gnv. 165, osse 181, mcnbrc ib., pome 267. 

' Ma con V -a: melgia meia melgiara e meiera, di cui v. il § 25. 

^ Così è pur di 'diadema'; e ia Car.: de la soa diadema 20, Nel qual testo 
«anche notevole: ci rede la rete 84, pi. li redi 50*; ma pur questo ma- 
schile, che ò latino, ha esempj nel Voc. it. 



262 Ascoli , 

in -e (cfr. Beitr. 18; ecc.); ma gli cserapj sono tuli, per la massima 
lor parte, che mal si possano considerare come di schietta lingua del 
popolo: herieclo 02'' { herede 23"^), ahbado abate 35% 46% l-ahhado 
42^ 43% [l-abade IP, 65^), ciesaro 16% 20% 25% 33% 45", cesavo 
3", 9% 12% 13% 15% principo 27% 34% 35% 39% 4P, 46% 51% 52% 
58% 59", osto esercito 14* (ma: oste 5", questo hoste 59'', I-oste 13» 
ecc., dal oste 23% e: I-oste soa 66^, 70"), éiganto 58% pontifico 55% 
63% interpredo 8", IP, 12% san demento 6"; e insieme può man- 
darsi thevro Tevere (Tebro) 2% 36", 53", e pur Ruodo Rodi 10%'» — 
Una schietta voce popolare, che dovrebbe andare in -o, va all'incon- 
tro, pressoché sempre, in -e (cfr. § 36): zéner genero 25% kenere 4% 
9% 56", 57" (24^: zenero). — Assai notevole 1' -i da -o, alla friulana, 
in poli Paolo: piero e poli 4" {piero e polo 22"); e insieme può es- 
sere considerato, per l'-i da -io: san Zorzi 65", Car. id. 56*, 87*, 90* 
(friul. Zorz-, cfr. Arch. 1 507). Sono esemplari onomatologici, che 
s'aggiungono bellamente a quelli di cui era toccato a p. 465 del I voi. 
(cfr. Tornado nel less.). 

L'-o dell'avverbio cJiomo lOt, si chomo 9% IP, tal corno 13", ecc., 
potrebb* essere il diretto continuatore del secondo o di 'quó-modo'. 

39. L'articolo. — a. lo libro 47% in lo tempo 33", 35", in lo so 
tempo 49% in I-anno 34" ecc., in I-inferno 40", in I-alto 47', li tempi 
29", in li pradi 58% in le alpe 49% 

b. el = e'l: e-l fyo 12% el novo e-l vetchio 22% e-l capellan 60% e-l 
imperador 60", ecc. 

C. el^en'l: el chuor nel cuore 7", el martiro 37% el solsticio 47", el 
so alturiOy nel suo ajuto (in suo ajuto), 54", el qual 56", 57", el prin- 
cipio 69*', el primo anno 14% cfr. Mon. 12 (Reg. 148), Cat. 11 (agg. 
V. 732, 1027), Bonv. 79, 79 n. 

d. Dove dice el arziveschovo 64', si vorrebbe a-l; cfr. altra e li 
reteni monti bO^, rettfuncid el mondo 47", e Mon. 18, Pozzo 52, 59. ^ 



• Car.: principo ], pontifico 28, san CUmento 47,71*, Tergestolò^, Ruodo 
Rodo, 10% 77*. Iscriz. : ahado, principo. Gamba 17, 18. 

' Altro è se nel friulano troviamo riolotto ad e il dat. sg. fem. dell' artic, 
e ad es il dat. pi., come avviene ne' seguenti esempj, che tutti sono nei *Te- 
sti' pubblicati dal Joppi (Arch. IV 185 sgg.): e fc di Crtst alla fé 229 (bis), 
e lez alla legge 230, e volte alla volta 252, e fie alla figlia 259, e soa tor- 
nade alla sua (oinata 259, rs mans alle mani 237, es donnis 256; cfr. Pir. 

XI.VI. 



Annotaz. a una Crouica venez,: Foruie. 233 

e. elio ecc. •= et lo ecc.: elio re 48", ella licéntia 50", ella vita TI*", 

eia sarraxini 85', elli altri 43% elle osse 2", elle vigne 6V; cfr. chello 

imperador 49", siila scombati C" (v. § 95); e all'incontro: clioli 6^ 51'. 

40. È caratteristica la frequenza di da con l'articolo per la fun- 
zione genitiva, specie nel plurale; e sa di friulano. Così: lo primo 
da li imperadori 1T\ in lo cathalogo da li santi 18*, dela forteza 
dati suoi 70'', sangue da li cristiani 7P, a la possanza da li cristiani 
72'', patriarcha da li Jacohiti SS**, per priegi da li romani 44^ la 
sentenza da li romani 50'', segnoria da li romani 36", segnoria da li 
ihartari 67", re dali vandali 24^, de san Mauricio e da li suoi com- 
pagni 30''. Per la combinazione con l'articolo al singolare, non ho 
pronti se non questi due esempj, uno dei quali ò doppio: le come da 
un cervo 1^, da la polver da un monte 69-^ (cfr. dal imperador com- 
menzà a vaccare 69''); ma col pronome, o immediale col nome o l'in- 
finito: centra da elio 25^ 49% in contra da lui 5'' [centra de si 46'), 
come contra da quelli 21" (cfr. denanzi da si 61", denanzi da li prin- 
cipi 51'); esser da elio devegnudo, essere avvenuto di lui, 48'', coverti 
da ferro 71' , folminerio da cielo 15'', da fede fo catholico S?*" , da 
(di) Constantin ven dito 17'', per caxon da saludarli 7', el se sforza 
da rompere SS*". In questa condizione di cose, non farà meraviglia 
che s'abbia anche all'inverso: del e de, per 'dal' e 'da' (p. e. del im- 
perador, de san Zorzi, 65''). 

41. Pronomi personali. — a. e me confido io mi confido 32'', 
segondo che... e poro, io expicheró 70', io te mostrare 60'; pur qui, 
il vecchio in lotta col nuovo (v. l'esord. e Arch. I 471-2n);- fa 
nui 72'', nu te volgiemo 1'. 

b. tu SS"*, in ti V\ a ti 33''; te volgiemo V, non te andareve 1''. 

C. el nomin. masc: elio (nomin.)... el preghd54^, questo (nomin,)... 
el fé... el recovrd 12'', el qual... el fo chiaro 12'', el cernesse 4'', el 
move 34'; accus. masc: el depuose 40% el possa laldare 10''.— Solo 
e': e' mori 22% e in qualche altro passo, più o meno incerto; cfr. 
plur. 

el imperson.: che-I non fosse tojadi 16'', daspò che-I fosse destruti 
li campi 61% che-I fosse fato canonicha election 62'', che-I fosse dada 
la terza persecucion 7', quando el se lese 56*, el non plax3sse 57' ; 
èra-I 58'; cfr. elio, e Mon. B. v. 137, Car. : el se podeua andar 72, 
Pozzo: se non é-l per purgar 56. — Como ridondante, riferito a fe- 
mina: che-I fo accusada 8''. 



264 Ascoli, 

elio: elio l-ìmperador 54% elio li de IT, elio la appella IT, elio 
tu manda 38\ elo et fé 45\ la mare de elio 26\ a elio 6% 8% 13''» 
34", 41% dricdo elio 28", da elio 34*; imperson. : elio e quella re- 
ginn mollo sahloncgna 73*. 

lu norain.: 3% 4% 9% ecc. 

lo norain.: lo aveva 2*, lo alcise 4'', lo ave 12'', lo dona 45''.* 

l-é più alto el qual, quegli ò piìi alto, il quale... 10* (ma forse 
manca un 'quello' o altro consimile pronome). 

elli nom. pi. : 34% 35% UH 20'' (cfr. § 1);- a elli 6% 33'",- e' dise ei 
dicono 13'', cfr. sing. 

li nom. pi.: li quali... li parlava 54", li Goti,., li fuzi 30'', li ca- 
valieri... li crea 33% li no poesse 47'', li sente mal 35''; cfr. 67% e 
li uete, li fo, videro, furono, Car. 82, li lo menci Pozzo 68. Solo 
i: i no sacrificava T; Cort.: i savea 60, ecc. , accus. i fé chiamar 62, 
i pose 64. Lor in funzione dì nomin. pi.: 71*, 71'\ 

ella: da ella 57". 

Ha-, de per Ha (lei, cfr. Arch. I 529 n. Il 444 n) 38\ 

le nom. pi. enei. : fo-le furono esse 23'' ; cfr. -lo in n. 

gè -giù in funzione di dat. : ddri-ghì 4"; el qual gè [gè foì] mon- 
strado IT; cfr. Mon. 12, e altre citazioni son superflue 2, 

d. con sie 2*, con si 30'', 45", a si 42% 48% assi 66'',^ per si (da 
solo) 43'',^ cantra s' 16'', intro si AT, a presso da si (fra se) 57*, so- 
vra de si 33'', si medesimo se alcise 3°, si esser chiamado 6'', si aver 
vezudo 18*, SI... elio avea cognoscudo 18"; elio se de 6*. 



' che lo scampa che egli scappò, Pas.-Cecch. 1603, cha-lo scampa 1 cha- 
deera daladhi {cha de era da ladhi, che ne era dallato a) la nostra prison, 
ib., che lo de cognose che egli deve conoscere, ib., cfr. 1613; lo la auense 
Car. 72*. Enclitico; tanto iera-lo longo Pozzo 64, se féoa-lo scherni 6o,'^qiii 
iére-lo 80; an servirà-lo Bv. 400, d-lo 1356; cfr. il pi. fem., e Reg. 146, 
Mon. 12, 13 n, Bouv. 90. 

* Biuttosto addurremo per il solo i in codesta funzione: digàndo-i dicen- 
dogli Pas.-Cecch. 1614, i-fosse gli fosse ib. e 1615; i-podesse 1615; i avesse 
permesso Car. 3*, manchdndo-i 6, che non i pertien 35, elo i comanda 71* ; 
i abiando avendo-ci 76*; disse-i frott., se i fese davanti ib. In Cort., con 
le sembianze di una figura intermedia, Je:J(3 apparechiava 60, je fo comanda 
62, el se je no piaserà 64, ecc , allato a i andò incontra 66, i era rimase 11 ^ 
l fosse tolta 78, i desse la fé 80, ghe de ordene 67, fdtto-ghe ib., ecc.; cfr. 
p. 246 n. 

=> assi Car. 12; con si Bv. 896, 1097. 

* per si e per li suoi frari, Pas.-Cecch. IGOO, ctV. 1619. 



Aimotaz. a una Crouica venez, : Forme. 265 

42. instesso lo re 72'', iustessa Jerusalem 34". * 

guestù 1', peraltril 10', cfr. Reg. 146 ; zascadun, qualuncha,%% 46, 69.'^ 

43. ne, en (inde): ne fa morti da elio 34", en fosse più 40''; sen al- 
legrasse 73°; cfr, § 59 a, b, Mon. 12, Reg. 146, eli sendanda (se-nd- 
-andu) se ne andarono, Pas.-Cecch. 1604. Fra gl'indizj dell'esser la 
'Cronica' un testo ammodernato, non è 1' ultimo il mancarvi ogni 
esempio di de proclitico per 'inde' (ne). 

44. Pronomi possessivi. — lo nome to 1^^, el nome to ih., in 
caxa toa 73*. 

da un so servo IS'';- doxe so 15", in cavo so 15'', fyo so 17", del 
nome so 39°, del priìicipado so 42', e in Iranno x so 38'', ci corpo 
so de quello 58°. So, suo, sua (e anche: suoi, sue), rimane all'odierno 
veneziano nella proclisi, ma non vi rimane, com'è qui e nel friulano, 
pur col proprio suo accento. La stessa avvertenza vale anche per il 
pronome di seconda. 

da li soi 6% 57'; li soi soldi 2';- so soieti 34';- li discipidi soi 48\ 

da li suoi compagni 30'', suoi filgioli 44'';- li die suoi 32°. 

da li suo 29°, i suo pare 50''. 

la soa vita 13'', la soa passion 3', soa fya IP, de soa morte 6', da 
soa mare 43'', e soa molgier 44"*; la sua morte e li soi fati 18';- de 
la vita soa 2^ de la passion soa 51'', a la morte soa 35';- circlia la 
fin so 38". 

soe brace P, de le soe batalgie 23''; a tute li suoi malitie 4'', dele 
suoe terre 70'', li suoa colpe e peccadi SO*";- in le Cronice suoe 18°.^ 

45. Comparazione. — Circa, bellitiss ima P, v. per ora Diez less. 
s. bellezour, Mussaf., Legg. d. legno della or., 214-15. Ploxor è 
addotto nel less. 'Piti.... che' si rende qui pure par pia... dia 
(= quam, cfr. § 13 e Zeitschr. f vgl. sprackf, XVI 12 1), 10°, 40'', 70''. * 



* Cfr. Reg. 145, Mon. 108; in stessa (instessa) la humana fragilitade Pas.- 
Cecch. 1605, l'anema che pecherd instessa morirci (ipsa raorietur) Car. 4*, 
intanando si instessi 9*, alguni de lor instessi 10*, ed eli savesse instessi 
scriver Pozzo 78. 

* colù Bv. 722, 839, 2174, del allrii 1146. 

' le tuo importune incurie Car. 17*, li compagni tuo Comm. 31 ; del nome 
so Car. 1, di suo predecessori ib., de li successori suo ib., ii micriti suo 89* 
la soa ititention 27*, de la excellenlia soa 1, le suo uisende vicende 24, le 
suo insidie 84, le suo uertude 89*, loldeuele uoure suo 4, de le suo 82. 

' Car.: più charo cha la vita 2*, più desiderosi de scampar cha de ber 

Areliivio gloUol. itili.. Ili IS 



$66 Ascoli, 

46. Numeri. — un die GÌ", cadun 45'', zascadun pass,, iti casca- 
dune parte 1^, tiessune aversita 72''; doi ponti 44*", de doi regni 64'', 
doi secretarli 57", doi fradelli suoi 4'7'', con doi suo sorori (sorelle) 3", 
doe fye 23^ doe voluntade SS*", doe iovene (raasch.) 15*, do fradelli 
45'', do cardenali 68", con duo soi eunuchi IP, dentramhi doi 65'', 
intrambi 16", 45'', intrambe 47", v, § 6; de tri anni 27", per tri anni 
47" (Car, 71*: trixento), tre frar 47'', tre di e tre notte 48" ; per se 
mese 4'7"; setti fradelli 12", seife zovene (raasc.) 13''; nove die 37''; tre- 
decci 22''; con tre milia 23'', ;5Ìit de r mi7ia 49", «rew^a miVfa 21'' {cin- 
que millia Car, 71, cento millia Cort. 73, doa milia Bv. 1097, 1127); 
Lxxxx fia ccc milia et lxxx milia (90x300,000 + 80,000, vorrebbe 
dire ventisette milioni e ottantanaila); ploxor meiera 73", 

III. FLESSIONE DEL VERBO. 

47. La terza del singolare ha anche la funzione caratteristica di 
terza plurale: a hanno 21'', ven trovade 18^^; elli se meravelgiava 
P, le forze se consumava 19"; heretisi fo 22'', vn... se messe 25% li 
romani li disse 1% iv generacion . . . passa 2P; li manzasse 50*; ecc.* 
— Tuttavolta occorrono: fon produti 22'', fun-dd furon date 43% il 
secondo dei quali esempj non è però affatto certo. 

48. Il -s dì sec. pers. non è se non in tu troveras 69'' e seras 72'' 
(v. l'esord.). Rimane tuttavolta con 1' -d caratteristico (cfr. Arch. I 
463): tu a [tu a vento 20''), e analogamente: tu sera 14'^, tu me tederà 
43''. Ai quali si aggiungerebbe tu fa SO''; ma il passo è confuso, e 
anche vi si contiene ai fato. 

Altre sec. pers. sing. : perdoni (congiunt.) 33'', debi 59^; e non con- 
tiamo rendi 33'', che è d'imperativo. 

49. I gerundj di tutte le conjugazioni si fanno per -andò, e an- 
che vi si riporta, quasi sostanza radicale, quella forma tematica che 

(bere) 82, cfr. per altra uia cha per le bastie 21'^. Pozzo: pia fredo ca glaga 
70, cfr. altra penilentia ca quella 56, un'altra vita ca quela 81, piiì tosto 
per veder cosse nuove ca ecc. 84, avanti ca dio 11. Gnv.r anti cha mi 179, 
pu ca tute 193; ecc. 

* La 3. sg. è costante pure in fuiiz, di 3. pi. anche nel Reg, (147) e uè' 
Mon. (13); ma altrove si oscilla: Cat. 13, 14, 15, Beitr. 19, Circa il Rn., v- 
Arch. I 452, Esem[j di 3, pi, son nel Bv.: en vegnudi 374, eno alosegd 1003, 
eli no é se-no vi chi eno a guardar 1079; coméngano o piuttosto comengòno 
1142, se prexeno 1436, se ferino 2357, oltre fono 1900 (rozzo 73, 83). 



Auuolaz. a una Crouica veiitz.: Fuiiae. 267 

ha la sua vera ragion d'essere nella flessione del presente. Cosi: cre- 
zando credendo 54* {:rezo 43''), vezciyido vedendo 1'', 26" (vezdndo-lo 
bl"), volgiando volendo 12% 21", 6P, 68" (voidndo-la 36''), dojdndo-se 
54'% vaiando valendo 45''; aliando 4% 12^, ecc., [$apiando 6^], stando 3', 
16", ecc.; condugando 30", (rugando 43", 48", digando 1", 3% 6", 32% 
stagando stando 1", 8", dagando dando 16", 42^ {dagàndo-li 64"), v. 
Arch. ISln. Tanto piti facilmente: vignando (infin. vegnir2Q^ ecc.) 
15% 17% 44", revignatìdo 48'',^ legnando (infin. tegnir 57") 1", 27% 
sustegnando 34'; o anche: remagnando romagnando 5", 15'"^, 47", 56", 
assalgiando 27% a tacer di tolgiando 52", 67" [tolgìdndo-la 29''). Per 
altri verbi in -ere -ire, s'abbian finalmente: fatando 4^^, H'*, 15", 36", 
volzando 54% 71% 72% ozonzando 44", infen'zdndo-se 2", 37^, rezando 
15% fuzando 19", 38% 56", themdndo-se 19", aldando udendo v. § 7, 
arddndo-se 4% metando 15% 7)ari!a>2cZo-se partendosi, dipartendosi, 4% 
11", parlando partendo, spartendo, 22", avrando aprendo 57", ino- 
rando 11*, 30% apparando 71". 2 

50. Anche nel participio perfetto (v. § 20) si vede assunta, come 
testé notavamo nel gerundio, la forma tematica che vien dalla flessione 
del presente: vezudo veduto 18% 57% 68% vezudi 9", vezude 33", voiù 
voluto 70% sapiù 41% ^ abiudo 5% fo abiù 19" [fo abic 12% 22", abiando 
abù 60"; abùa 62"), abiando abiù 11% 30", 64". Cfr. Bonv. 77 f., 119. 

L'-é-sto, caratteristica veneta, della cui genesi è discorso nel se- 
gueate volume, qui appare oltre che in movesta 10", ìnovesli 57% pro- 
moveslo 62% 67", cfr. 48", anche in loleslo tolto 37".'' 

Notevoli questi esemplari del tipo forte: avesse respiioso (respon- 
sum) 42'', romasa (remansum) 18", ramasi 33° (ma: romagnado 60"); 



* Più va badato al n-j di venjo ecc., che non al n-j della base vcìiiens ecc. 
(cfr. morando ecc.), malgrado l'ant. tose, supplendo. Valga l'avvertiraento an- 
che per qualche altre esempio analogo. 

* Cfr Mon. 14-15, Reg. 148, vr. 34, Bonv. 122-23; e similmente nelle Rime 
genov. : vegnando 193, legnando 182, 192, toiando 183, vegando 193, digando 
195, descorrando 194, restiluando 189, scrivando 193, odando 193, ecc. Di 
questa livellazione de' gerandj può anche risentirsi il part. pres. Cosi nella 
Comm., allato a fazando 38, é contrafazanli 35, 48; digantc vr. 39. Quanto 
all'apparalo che dal presente finito passi al gerundio, cfr. eziandio il tipo 
ital. reggendo (veggente). 

' Qui si può annotare: senga saipuda all'insaputa Acc, allato ad a sapuda 
e sapiando nel dee. stesso. 

* Acc: plascsto allato a plas'i. 



268 Ascoli, 

(luto, (li cui V. il § G; crcto (creditum) 18% GO'S 02^', 73''; e il neo- 
latino sparlo 15", 25°, sparti 21°. — E tra quelli di tipo debole: 
aldii udito, ecc. v. § 7, possudo 61^, viva 63''; nassudo § 20, metudo 
58^ o;)on(t 16\ imponudi 13^, deponuda 19'. — Cfr. Bonv. 120, 121, 
Reg. 148; respoa-o li a Bv. 998, 1187, romaso gnv. 270. 

51. La terza del perfetto indicativo di 1." conjugaz. esce sem- 
j)re nel caratteristico «*: manza 13'', guarda 15", domanddV^ scusa 
13"', impara impera pass., orci 11", adora 1'*, danna G'', suiugd 17% 
assemblasse 24^; ecc.^ 

52. Per le altre conjugazìoni, sono da notare i seguenti esemplari 
di terza del perfetto indicativo. 

pi tipo forte: dve ebbe {heòe 70^) 1% 45% 63% ave vento ebbe vinto 
30% ec;. (cfr. § 53), fo fu 1% fo hatezado 11% averto fo 1% ecc.; se 
de si diede 6% li de 53% de licencia 17% 20% fé fece 6^ 8% /li far[e] 
17% 57"; romase 29% 38% 50% 56% 64% cfitsse 34% 40% retrasse 3P; 
e i neolatini: respuose ecc. §4, sfesse 31% messe IS*», 35% comesse 
46^^ (cfr. sottometesse 5''), uefe vide (cfr. §5)1% 25% 29% 42% 54% 
7P; d!"s/)arse 71''; aderse {se aderse et apozd) 60''; coi quali mande- 
remo anche andé 4% 7% 37% 42% 48% 60% come a dire 'andiede% 
cioè 'andare' attratto pur qui dall'analogia di 'dare'. ^ — Escono per 
"i: scrissi scripsit 13'' {scrisse ib.), e dissi dixit 3'', cfr. §§ 36 e 55. 

E del tipo debole'*: kassé giacque 13'', zasé 3^\ nasce 57'', nasci 
17'', nassi 13'', 17% 35'', 46'''; cognoscé 3^ e cog>wsci 67% cresce 73% 
acrescé 44*"; bevi 13''; piove 4S''; rompe 2"", SS'; tegn{ 26^ e iegné 21^ 
(ma véne 30% venne 1\^)\ romani 21^^ e romagni 56^^ (cfr. romase qui 
sopra); se oppone 13'' (cfr. partic); recheri v. less.; ven^J 15'', 44'', 
venzi 12*- bis, W (cfr. yjnse § 5); ?;2r^ 2% 3% 10% 13% 15% 21% 26"; 
mové^i'^; descendi l'' {descese l'-"; e così il partic. descese calate, 4''); 



' Cfr. Reg. 148, Mon. 14, Beitr. 20; all' incontro è in -d nel milan. di Bonv., 
03. L'-« verameute si rintraccia anche sul territorio lombardo e si )'itrova 
fermo ancora più a occidente (cfr. gnv. 300 ecc.); ma nell'ani. Venezia ap- 
par come una prosecuzione del tipo friulano. 

' S'eccettuano, di certo per alterazione d'amanuense: clarificò 42 ', intró GÌ'». 

' dee, fo, vele Reg. 148, cfr. Mon. 14, Beitr. 20; haue, fo Bonv. 130; vele 
Trist., Bv. 162, 163 ecc., velie frott , vite ecc. Cat. 15; haxie Car. 2, 101, uele 
82 ecc., el sope 39*, 95, non sape responder frott., crete Bv. 1107, 1392, si 
créte Pozzo 67. 

' Cfr. Reg. 148, Mon. Il, Bonv. 112; ciò ca^cle Pozzo SO bi.-. 



Annota/., a una Cronica venez.: Forme. 269 

retìdé SS"^ e rencl/i^2^\ concedi SV^, 49'', soccedi succedi 33'', ST"», 31'', 
e succede 40*, recevé 28\ 29% 31\ 37% 45-^ e recedi 28% 63'', 74'% 
combatt 50'^, scombati 6"', IV'. Di c/iai/ cadde, 47-'', v. la nota al § 56. 

53. U ave (=ebbe), che già incontrammo nel perfetto, riappare, 
come suole, qual fattore del condizionale: averdve avrebbe 32% 
serdve sarebbe 56'', 73'', far ave 65'', dirdve 6'', tordve 39^, venzerdve 
&', guasterdve 28% alciderdve ucciderebbe 28''; andareve V' (1. an- 
derdveì). Cfr. Reg. 148, Mon. 15, Bonv. 128. 

54. Pur qui par che occorra un esemplare di piuccheperfetto 
(cfr. Muss. Reg. 147): se lyopardo algun homo morderà, inconti- 
nente par che vegna. Bisognerebbe tradurre 'abbia raorso% e potreb- ' 
b' essere un cimelio ben prezioso, anche nell'ordine della funzione. 
Ma, per ora, non me ne fiderò pienamente. 

55. Presente. — Il presente è poco usato nella ^Cronica', e poco 
è da dirne. Circa le sec. pers. sing. , può rivedersi il § 48; e qui 
segue la scarsa messe che l'indicativo ancora ci offra. Una terza 
sing. in -i ò renasci 4% allato a vive ib. (cfr. § 52 e Beitr. 19). La prima 
del plur. va in -emo : volgiemo vogliamo 1^, recevemo 58'', demati- 
demo 72'', acquistemo 32''. Singoli verbi: crezo credo (cfr. § 49, e 
Arch. I 311 429) 43% caze cade (cfr. Arch. I 429) 41"; de 7% 32% che 
de vegnir e che die vegnir, deve, 33''. Ora gli esempj del congiun- 
tivo: che io siegua 40''; mitege 59'', che dev'essere una 3. di pres. 
cong. di 1. conjug. (parrebbe da tradursi 'mitighi*; ma forse doveva 
dire medige medichi); e ancora di 3. pers. : vegna ib., muora, sia dada, 
57'', abia órdenado IS**, abia termend 72''.* 

56. Imperfetto indicativo: le solite forme analogiche sta- 
xeva 19*, staseva 30'', stava, daxea 32% daxeva 72'', dava, sul tipo 
di faxea 72"; e ancora possera (cfr. l'irapf. cong. e il partic.) 14'', 
63% allato a poc?ea 50*. Imperf. congiuntivo. L'abuso del tipo 
di quarta, che già vedemmo nel perfetto [rendi ecc., § 52), s'avverte, 
per altri verbi, anche in questa formazione: l-avisse 18% alcidisse uc- 
cidesse 39"^ [t-alcidesse 57''), posscdisse 53'', infenzisse 74% ^ accanto 
a zazesse (che nel ms. è stato malamente ridotto a chazesse) 34'', per- 



• Cfr. Reg. 147, Beitr. 20, Arch. I pass., Car.: ebia menado 20. 

^ Ma descaiisse decadesse 65% dipenderà da un infinito 'des-caiir^ (cfr. 
Mfss. Mon. 106); e chazi (§52) andrà analogamente considerato come il 
perf. di ^cazir\ — Pozzo 72 : sol fere che ardisse. 



270 Ascoli, 

cevesse {^pergéver') 34^ tolessQ 71% oltre possesse (v. qui sopra, e il 
§ 20) 11% daesse desse 3% 33% fesse facesse 19% 33% 57^ 74'' {feze 
12="); tutti eserapj di terza persona. 

57. Modi di esprimere il passivo: fi dito, si dice, 56'"' bis, 58'', 
71'^ {ve7i dito 31% 71'^ pr.); fi letto, si legge, 17" (se leze 14"); fi mon- 
strado, si mostra, 31% cfr. Mon. 16, Reg. 147, Bonv. 131; ^-e^ fo da 
esser comparado, fu imitabile 5'^, li quali era da no poder esser scom- 
batudi, erano invincibili, 59".- 

IV. AVVEREJ, PREPOSIZIONI, CONGIUNZIONI. 

58. Sempre -mente nell'avverbio, non -mentre (v. l'esord.): altra- 
mente 7", ampliamente amplia 1", dextramente 57"; ecc. 

59. a. li luorjo, li luogho, ivi: 27% 30" bis, 45^ A prima vista, par 
modo singolare; ma va sicuramente congiunto con l'ant. milan. illor/a, 
sicil. ddocic (alloco), ecc.; cfr. Diez IP 467, Arch. II 434 446, Mon. 
116. È tuttavolta una combinazione particolare (Rn. 374: Zi aloga), 
e par che le stia accanto, con significato non diverso: ine luogo 60".' 
Si aggiunge poi: 

b. dende luogo (de-inde-illoc), di là; in relazione allo spazio: dende 
luogo fuzaìido 19", dende luogo tolse 40^, 53"; cfr. 51", 55% 65"; e in 
relazione al tempo, quasi *di là poi': dendo luogho 35", 53^ (di làimpoi), 
dendo luogobO^, dende luogo 43% 64^, dende luogo inanzi di là impoi, 47*. 

60. za (pa, ecce-hac): de za del thevro di qua dal Tevere 2^ 

61. chi, qui, SS''. 

62. driedo (de-retro). — a. In quanto è preposizione, dice Mietro% 
ovveramente 'dopo', in ispecie nell'ordine del tempo: l-una driedo 
I-altra 23% driedo so pare 44", driedo Neron 6% driedo elio 70% driedo 
el qual 51^, driedo lo terzo di 1", driedo la natività 1*, driedo la vit- 
toria 10", driedo lo assiedio 21'^, driedo la passion 2", 3% driedo la 



* È 'fieri' che vien limitandosi a questa funzione. Aggiungiamo : fi ponto 
è punto, fi alligado, fi involto, Pas.-Cecch. 1605; é da fir prolungado Car. 1, 
molto da fir recomandade 15, firae tegnudo sarai tenuto Cat. v. 708, firai 
clamao v, 711, fird averta v. 1002, fi fate Rn. 66 (ma fi, ib. 285, é 'feci', cfr. 
Bonv. 114);- fideva dito Gamba 32. — Gnv.: de fir sugao dee esser giudicato 
189, fi venzuo è vinto 192, fir tentao 220, da fir taxue 221, ecc. 

* el seraue de esser scuxado Car. 35. 

' Nella stessa colonna, siìbito prima, si legge; non ne in quel medesma 
luogo. Qui ìxtogo è 'Incus', come ognun vede; ma non intendo il ne. 



Aunotaz. a una Cronica venez : Forme. 271 

morte 3'', 9", driede (sic) queste chosse 4Q^, Di tempo o grado insie- 
me: driedo li apostoli 13". 

b. la quanto è avverbio, dice ancora 'dietro' nel senso di 'dopo', a 
così accenna al futuro : puoco driedo 3^ pocho driedo 21% no inolio 
driedo 37", e driedo 58''. Ma in-driedo, che non occorre se non accom- 
pagnato ad altro avverbio significante il punto di partenza, diventa 
un 'addietro' che accenna al passato: da U indriedo 16", 35", de qua 
indriedo 37", 41% 57", 68", 70% 71% 72" f.* Strano modo appare: Co- 
radin de qua indriedo niévo de federico (quasi si dicesse: Corradino 
per lo innanzi nipote di Federigo) 72" pr., raa pur trova il suo riscon- 
tro in Biasio da Grigno fiolo in qua in drio di Antonio da Castel- 
novo, Cort. 79. 

63. daspó (de-ex-post). — Dice 'dipoi', ed è allo stato assoluto in fo 
instituido daspó 55''. Di solito si combina: daspó che 9", 14% 31% 32% 
61", 63% 68*'; daspoi che 02,'^. Ma insieme: da pò che 47% da poi che 
14% 46''. Cfr. Beitr. 48; daspuó che Pozzo 55 ecc., e prepos. : daspoi 
la morte 55, daspuó de so retorno 84-5. 

64. ampò. — Il significato di 'tuttavolta' 'nondimeno' (cfr. Muss. 
Reg. 149) è manifesto in presso che tutti gli esempj : 6", 8% 10", 14% 
15% 15'', 23'' [ampó fo-le apaxade nondimeno furon quelle acquietate), 
47*», 51" bis, 33% 55% 63% 73"; ampoi 30". 2 Ma qualche po' di dif- 
ficoltà s'incontrerebbe in questi due: 8'', 10'', nei quali pare che an- 
cora si senta il proprio valore del '-poi'. 

65. al pestuto 18% 42% 54% 56% 61% cfr. Muss. Mon. 114. ^^ 

66. alla fìada tal fiata 60% 

67. in lo tempo, in quel tempo (?), 47*'. 

68. mo ora: 6% 12% 18% 37% 49", 55% do-é mo, dove ora è, 1%-» 

69. uncha mai no... 12% uncha mai non... 12", 13" ter, 50", 66"; 
cfr. qualuncha 56% 59", 73% s 



• de qua indriedo Pas.-Cecch. 1618, en qua dredo (per l'addietro) 1601-2 
pass. Circa Yen del secondo modo, v. per ora Arch. II 409-10. 

' si ampuo Comm. 66, tuta fiada ampuo Gamba 44. Circa il primo ele- 
mento della combinazione, cfr. né amperquesto, né an per questo, Car. 63*. 

' al-pestuto Car. 6, 13, 13*, 25*, 56, 64, 67*, 77* 82, 85*, 91*. Cfr. gnv. 
a bestuto 184, ma a bostuto 172, 273, a lo bostuto 242. 

* damo (da mo) avanti Pas.-Cecch. 1618. 

' en qualuncana modo Pas.-Cecch. 1601, ognxmcana dolgor Mon. 31. Cosi: 



272 Ascoli , 

che a pena se trova uncha mai 25'; a pena che mai^ a stento av- 
veniva mai che, 2'». 

70. niente... se no el nome 42% aliente al pestuto.. se no 42-''. 

71. chomo come, v. § 38. 

72. insiemhre Q^^ 30^ 64'', insiembremente 2'', 21*^, insemhremente 
A\ 34^ 54^ 63-\ Cfr. Reg. 153, Mon. 108. 

72". dentro, intro, § 96. 

73. oe ove: Q" bis, 25", 60" bis, Gl'^; doe 9^ 55% 60% 72% doe ch-el 
prese 44" {dove che ven dito 31")'. 

74. in ver da eia 44"; cfr. § 40. 

75. inanti al fyo 4'', inanti nona 64'»; innanzi ch-el fosse 43'', de~ 
nomi da si 64'\ Cfr. ananti Reg. 149, an[n]anti Pas.-Cecch. 1602, 
1620, ananzi ib. 1598, 1624.2 

76. suso: el remesse suso 57'', suso un monte 73''. 

77. in fine ecc. (cfr. §§ 13 e 36): in fine al anno 2", in fina a lo 
mare 12", infina al territorio 64", in fina alla monarchia 9''; a le per- 
fine, alle per fine, ali perfine, 12", 19", 36", ecc.^ 

77". don fina a tanto che 7", don fina tanto che pass., 'dum', v. 
§ 92; in tanto che § 94. 

78. de: de la terra santa procedando, dovrà intendersi 'nella terra' 
(inte-lla?) 65"; cfr. de le carcere 68% de freukenvorch, in Francoforte, 
63", e fors'anche: de la santa fonte 49% dela moltitudine ecc. 70". 

79. oltra mare 66% 68% 68% de olirà mare 63% oltra li monti 68% 
olirà e li... monti 50% oltra Secana 49''. 

80. dastier, v. less. 

81. per, 'mediante' 'da' : per lo so prefeto 33% per la chiesia si 



ognucTiana noximento gnv. 167, ognuchana omo 187, ognuchana inequitae 
191, e più correttamente: ognunchana tormento 218, ecc., ogmmchana aver- 
sitae 248, ecc., cfr. certanna (agg.) 239, certannamenti 246, -te 256. 

' o: là ome (a me) parerà Pas.-Cecch. 1620, altr-ó ib., là ho che xe 1624, 
là ho che-I sera 1625; o che sconfìsse Car. 38. 

* Per 'anzi', col valore di avverbio avversativo: ììia ananci tu he tegnudo 
Comm. 27; se non che, Yan- ha qui per avventura una ragion diversa. Cfr. 
an iera anzi era, Pozzo 60, an se féva-lo anzi egli facevasi 65, e Bv. 400. 

' a le perfin Car. 43*, 60, 64% a le fin 66*; a la per fin gnv. 286, 294, 
in la per fin 168, 172, 307, cfr. 268. 



Anuotaz a una Cronica venez. : Frase. 273 

chomo per mai^e fo nodrigado Ql^\ 'in luogo di': impera per quello 
38'', constituando per quello 59\ 

82. im per quello ch-elH, imperocché essi, 43''. 

83. imperzó perciò 86^ 39=», 47^ 70' (dunque), cfr. 2% 43", 48\ 49^ 

84. cha •= 'quam', § 45. 

C. Note fraseologiche. 

85. Affatto caratteristico è l'abuso del gerundio nella costruzione 
del periodo, ed è superfluo che se ne adducano esem[ij. Citerò tutta- 
volta questi due passi: In questi tempi ecc., 37''^-37''; In I-anno iv 
de lyo ecc., 40^ 

Anche si nota il gerundio in tali funzioni che si confondono con 
l'aggettivale del participio presente o almeno la rasentano, e sa di 
francese^. Così: una letera fabricada d-oro, vaiando più... 45'', siluada 
in montagne, non aliando ni fontane ne selve QQi^, de immisi cantra 
st vegnando 21'', alo re, dormando, per vision aparse 5P; aldi una 
vocce digando 1''. 

86. confessa sé aver letto 13'', pensando... si esser differente 22'', 
commandd in zaschadun luogo esser deponude e arse 40''. 

eciandio ploxor altri patti fo, li quali a esser metudi che longa 
chossa serave 73''. 

né ima né doe da esser confessar (confessaeì) 36'\ 

87. tanta fame fata fo (s'ebbe) 30\ fata fo mortalitade 29^ 

88. siando lu presa la fevra 43\ par da doversi tradurre: essen- 
do-si egli ecc.; e similmente: siando laldada si esser vérzene 50% 
essendo-si ella lodata ecc. E fosse morto 4'' dice 'avesse morto'? 

per lo tempo che deveva vegnire 20% gran judicio che deveva ve- 
gnir 26'', che de vegnir 33'', che die vegnir ib, ^ 

89. fahian fo revciado Fabiano fu fatto segno d'una rivelazione 14*; 
magi e astrologi domandava (interrogava) 19'' ;5 el fiume retornando 
(restituendo?) 23». 



• Cfr. Bonv. 122n. 

* Pas.-Cecch, e che sera per lo tempo he devignir (de vignir) 1598; ad 
exemplo de quelì che de vignir Car. 3*; alla meza quaresema, che dovea 
vegnire Cort. 78; cfr. avosto prossimo che venne ib. 88. 

^ andé domandar culli Pas.-Cecch, 1603; la mare lo demanda Reg. 76. 



274 Ascoli, 

adora usato intransitivamente 37"; cfr. il Vocab. it. 

pervegnù raggiunto 57\ Implica l'uso transitivo di 'pervenire'; ve- 
dine il Vocab. it. 

che era stado in prexon cativado 34''; v. 'cattivare' nel Voc. it. 

princijpd ebbe il principato 35'; v. 'principare' nel Voc. it. 

fo perigiiladi 41^, era stada predicada 64', implicano l'uso tran- 
sitivo di 'pericolare', 'predicare'; vedine il Voc. it. 

90. levare => alzarsi, cfr. Diez gr. IIP 193, e l'uso 'pavano', friu- 
lano, ecc. : elli leva su 25'', li levava essi alzavansi 1^, una stella... 
chon gran splendor levava 71", levando dal sonno SP. * Ma insieme: 
Macometo se leva 34''. 

91.- a. fo de zudea a affrica passò di Giudea in Africa 29''; elio 
se muda alli lombardi passò ai Lombardi 31\ 

lu afferma alli imperiali lettere 33*. 

la comenzasse d-avere male 9^, comenzd de diversi libri compo- 
nere 13% comenzd de perseguir 20'^',^ prese de andare 72'\ 

temandose de la croxe temendo per la croce 35^ 

avea disfato Sardegna de puovolo 40^ 

coronado in re 48% cfr. 52", in imperador fo levado 48'', in sena- 
dor lu era stado eleto 71'', ordend quello in prievede 39'', fo tondudo 
in chierigo 42=^. 

recevesse in nave, recevudo in nave, 54*. 

con excomunegaccon fo renovado ebbe una seconda scomunica 68". 

b. abiando invidia a li soi ati SP. 
in li puovri donador 32*. 

92. don fina tanto che {don fina a tanto che) dice 'dum' nel senso 
di 'mentre*, quando s'accompagni col congiunt. imperf. : don fina tanto 
ch-el regnasse, mentre egli regnava, IP, don fina a tanto che la messa 
se cantasse 6P; cfr. 7% 19% 21% 24* {don fina tanto ch-el prome- 
tesse promettendo), 27% 28% 33*, 34% 36% 37% 41% 48" bis, 49% 59% 
67% Dice all'incontro 'dum' nel senso di 'in sino a che% quando s'ac- 
compagni all' indicativo : don fina tanto ch-eli li presenta 53'' , don 
fina tanto che... fé 55% don fina tanto che... priva 68% 

93. con zo fosse ch-elo aprestassel3\ ecc.-, e azo che... guarnissel2^. 



* verso oriente, dove Uva lo sol. Pozzo 63. 

'■' Gnv.: comenzd de tremar 195, e g-emconmenzai de dir 214. 



Annotaz. a una Ciouica venez. : Frase. 275 

94. in tanto che tanto chel2\ 33% 61% 64'' ; in tanto che nessuna.,., 
fosse 13"; in tanto desordenada... che BO'^; in tanto la regna quieta- 
mente, che... 9^, in tanto I-imperio desirava, che... 20% in tanto fosse 
stato cressuda... che 73'', in tanto fo fortemente comhatù... che 24-25, 
in tanto fo plen... che 17^; in tanto aver merchado... che IS'^. * 

95. Abonda pur in questo testo il si pleonastico: si renasci 4% la 
si alzise 6% siila scombati &° (v. § 39 e), elio si li fé alcidere 2\\, si 
mena 21^, si anathemd 36^; ecc. 2 Può talvolta a prima vista parere 
che si tratti piuttosto della ridondanza del riflessivo proclitico; ma 
questo proclitico qui è se e non si. Cfr. elio se de 6% se aveva op- 
ponù 16'', ecc. 

96. dentro, intro, nella funzione di /"m (cfr. il frane, entre): 
dentro li romani elli sarraxini 35^, dentro li angeli e li demoni 47'', 
dentro morti e presi 70''; dentro suoi filgioli 47'', dentro de si 47'';- 
fe pacce intro si 47'', intro si se alcìse 5^ ; intro li divi 7^, 9", 10'', 
intro li principi 66'', intro li quali 12% 20^;- intra: intra li scritori 
14% intra homini e femene 16''.- Cfr. Reg. 149; el naxie paxe den- 
tro lor Car. 54, concoresse dentro da si cum gram forze 56; dentro 
Vun oglo e Valtro Bv. 552, dentro el pomo e l'elgo la spada pia 1016. 

97. componudi de belli costumi IS'^, dexevole in volto 21^. 
de natura servo di nascita servo 12''. ^ 

con grieve man a mano armata \&-, cfr. con -potente man 49'', 
72'' (Car. 23: cum possente man); con seco pe a piede asciutto 24*; 
Tìomo de gran tempo \2^. 

el sole nassudo il sole oriente SS**. 

batalgia de campo SO"*, 69^, ecc., batalgia da non perdonare 35* ; 
assaji de batalgia 70''. 



* Car.: in tanto teribelmente smania, che ecc. 1*, in tanto durissima 
che ecc. 2, in tanto fo fata uiril defension, che ecc. 14, in tanto che nesum 
seraue romaxo 56*, cfr. 63*. 

* Superfluo accumulare esempj da altre scritture; e ci limitiamo a questi 
pochi: cum nui silo (si lo) fard Pas.-Cecch. 1613; et quelo corpo si cologà 
Car. 3, SI '/ manda ib., cfr. 15*, si che 'l dicto misser Zan Miani si lo 
tolse 101 ; Cristo si li dona un libro Pozzo 52, ecc. - Codesto 5^ ridondante, 
è pur nelle antiche scritture toscane; e agli esempj del Vocabol., se ne pos- 
sono aggiungere anche dalle novelle del Bocaccio. 

' Altra significazione il contesto non sembra ammettere; ma la verità sto- 
rica ne ò offesa. 



270 Ascoli, 

a fuogo e a ferro 43", 49'' e altrove; ma : a ferro e a fuogo 4G\ 
47" bis, 51\ 

alghuna chossa o ver podio romagnado rimasto alcun poco GO"*. 
Di 'alcuna cosa', adoperato a mo' d'avverbio per 'alcun poco', è citato 
un es. del Boc. 

headamente 'felicemente', dotto di operazione di guerra 11=^, l?""; 
ma nel proprio signif. di 'beatamente': 18=*, 52'', cfr. T2^ .^ 

intrando per ligeró (facilmente) 47'', cfr. era entradi in Britagna 
fortemente 33"; de novello 33^. 

etiandio irata fuora la gloria pur prescindendo dalla gloria IS*"; 
excepto li altri oltre gli altri 13'', excepto le epistole ib. 

del cavo de zaschadun demandando censo (imponendo un testa- 
tico) 43». 

siando grami 47'; ahiando molesto 74'. 

demorasse in la via stesse[ro] in viaggio 28''. 

el cognoscé del peccado 36''. compii libri 29''. 

ordend conselgio fermò un partito 31'^, cfr. ave so conseio 12^. 

una fontana roìnpé (erupi t) 2'\ 

JD. Note lessicali. 

aheverado avvelenato 49^; cfr. il mod. ven. bevarin liquore avvele- 
nato, l'it. 'beverone' e il frc. poison potione-. 

afrezasse affrettasse 7P, da una base -frict-iare; cfr. Mon. 109, 
Reg. 154, Beitr. 60; Car. se afrezaua 2, ecc., e gnv. 175, 200. 

Agolia Aquileja 25", 38'', 52" (in un altro luogo, è la forma non ver- 
nacola: Acquilea), cfr. Arch. IV 334. 

agoya aquila 4% cfr. Ardi. I 544, Beitr. 24. 

agudo aguto, chiodo, 45% cfr. Beitr. 66 (guo). 

aidare aitare 50^, aidava 50'', aidado SQ"', aidadi 71''; cfr. Mon. 103, 
Arch. II 406, Cort. 81. E proverrà dai Veneziani l'àiòàpoj, io 
ajuto, che è nel dial. romaico di Creta (Philist. IV 508). 



* Car. : el doga headamente 3*, procurar el ben de la republica e biada' 
mente accreserlo 7*, queli arsaltà el champo nostro più audazcmente cha 
biadamente 10, el biado exercito 14, cfr. 22* ^ 25, de la biada armada 88* 
{el felice exercito 18, ?a felize armada 78*, el felicissimo extolio 50), del 
biado zonzer 51*, che dee dire 'del felice arrivo' (zónser giugnere); insi 
fuora biadamente 80*; ma insieme: del biado Zoane euangelista 22*. Cfr. 
bià compagnia gnv. 178, 225. 



Annotaz. a una Crouica veuez.: Lessico. 277 

aieilo 16% ò tradotto dal lesto medesimo per 'sovranome'. 
aiugnimento 70'' dice forse 'congiungimento* nel senso d' 'alleanza' ; 
altrove dice T'aggiungersi' senz'altro: 73% 73''. 

aldegava, v. § 7. Altesiodora ib. alturio ib. 

amezando, v. § 30. 

amia amita 24", e la medesima voce riproducevasi nella colonna suc- 
cessiva (24''), dove un amanuense o un lettore, che non la inten- 
deva, l'ha malamente ritoccata per trasformarla in amiglia. Cfr. 
Arch. I 544, Beitr. 26. È voce ancor viva. 

amiraio 74", sinonimo di miro 'amlr' emiro, ib. ; cfr. Diez less. s. 
almirante. 

anathemd anatematizzò 68". Cfr. anathemare anathetnatus ecc. in Du- 
cange; e gnv. 214: marcilo e inathemdo, maledetto e 'anatemato'. 

ancJiosi 18'', sembra un mero sbaglio per ancJwi, ancoi, oggidì, che 
è nella stessa colonna, e 19^. 

annuncia 60"; è forse un 'notificare' nel sìgnif. d' 'intimare', quasi il 
sommer dei Francesi ? 

apresiado 'appregiato' 9", cfr. despresiado dispregiato 49'', ecc. 

assefyade {-tijade) assottigliate 47'', cfr. Reg. 143, Mon. 119, Bonv. 33. 

assunodi radunati 64'', 71'', assundndO'se 47"; v. Arch. II 406-7. 

atemperado 'attemperato', moderato, parco, 6% 21% 22% 37'', 44''. 

augusto: mare augusto 40'', 71-'*; è detto, entrambe le volte, del mare 
che passano i Saraceni per condursi dall'Africa in Ispagna. So 
deve intendersi il Mediterraneo, è denominazione per me nuova. 
è lo Stretto, Yangustoì Una Glossa mi dà: 'fretum, mare an- 
gustum'. 

bandezd sbandeggiò 19''. 46-'^, un òandezado 39'', bandizamento 7% 
36% 52". Cfr. Reg. 152, Beitr. 32, Comm. 53, 59; gnv. 190, 275. 

besogna: per farne e per ba^ogna 60''. 

Bonivento 3P, 36", 39S 44'', 53'', Benevento 31", Boniventani 51% 
Benevento 55% Beneventani 37". 

cadechie caviglie 32'': ca-échia Arch. I 459; e con la stessa epentesi 
che rimedia all'iato, il friul. 'cadile ecc., ib. 532, 383 f., 404. 

cavi: se cavi 10% dice forse 'vennero a capo' (cfr. frc. chcvir), 'si 
compirono'. 

caie chazi, §§ 55 52. 

ceeado acciecato 43" {cecadi acciecati 26"?), acechado 50", acieghd 
acciccò 48"; ciegazon 41% azegaxón 4 i\ 



§78 Ascoli , 

cielo {gielo), v. zielo. 

clarifìcd risplendette, venne in rinomanza» in santa rinomanza, 9% 
2P, 22% 25\ 62% clarifichd 26\ 

códego codice 29''. 

coltivada venerata 48% cfr. il Voc. it. 

coraa 35"^, sembra voce manchevole o erronea; e commando, 28*, die 
può parere il gerundio del medesimo verbo, altro non sarà che 
il sost. 'comando', adoperato ellitticamente. 

comhiado commiato 50*; v. Arch. I 308 n, 409, Beitr. 45. 

cometes cometa 71% 7P, l'integra forma greco-latina. 

comun affabile 22^\ un esempio di 'comune' in cotesto signif. si cita 
dal Volg. delle vite dei SS. Pad. 

conditor de raxon conditor iuris 13*. 

congelasse 28''; conciliasse? 

co7itendeva considerava[no] 47''. 

conversado: religiosamente [é] conversado 42''. 

criti 19^, il sing. sarebbe creto (v. § 1), rupe nuda e scoscesa, friul. 
crett-, cfr. Beitr. 47. 

daltrecavo v. recavo. 

dastier che eccetto che 7''. Riviene a 'de + exterius', cfr. prov. e ant. 
frc. estiers, Diez gr. IP 484, less. IP 294-5. È la prima volta, 
se non erro, che s'incontri codesta combinazione preposizionale; 
ma Vestiers, che testé si citava, ha poi il suo esatto riflesso cis- 
alpino neWaster delle ant. Rime genov. : aster se tu lociesi tran- 
neché se tu l'uccidessi 186, aster le dee tranne le due 187, aster 
mi 193, aster un 215. 

deniava 14% dirà: 'divertivansi', cfr. il friul. duned, donneare, spas- 
sarsi, divertirsi, Pir. xcix, Beitr. s. duniar. 

desfamadOf desfamadrixe, v. § 28. 

desgraeremo, può parere che sia 'digraderemo', per 'narreremo', 41'' 
(cfr. §§ 22 e 28), e ricordare l'uso ital. di 'declinare' per 'narrare'. 
Ma ci vorrebbe qualche diretto argomento che suffragasse codesta 
significazione traslata del 'digradare'. non riabbiamo qui piutto- 
sto quella stessa base lessicale che è nel friul. disgreded, strigare? 

desirava desiderava 20*, desirando 56*, 56*". Ancora sien citati : de- 
sira Cat. v. 968, Car. 14*, deccirado 70*, allato a dexideraua 62, 
ecc., dexirosi desiderosi 81-2; gnv. : tu dexlri 175, ecc. 

desmesceadi risvegliati 25*; 'dis-misc-it-ati', v. Beitr. 40. 



Auuotaz. a una Cronica venez. : Lessico. 279 

desmédega domestica 48'' {domestigo 74"); cfr. Ardi. I 530, Beitr. 50. 
destreta: in deslreta prigione 53^:, cfr. i due es. d' 'in distretto' che 

il Vocab. it. ha dall'Ariosto. 
destrur2i^, cfr. Mon. 108; ma destruxerST. Qui ancora raccogliamo: 

construr 30^ cotistrure 52*, construere 55''. 

diexe decet 5^ cfr. Reg. 153, Mon. 103, 107. Car. : seraue dexado 

decuisset 20*. Gnv. : te dexz decet 194, a noi se dex3 220j corno 

se dexe 227, se dexe 292, 297, no se dexe 286, dexeiva decebat 175. 

domane: la doman la mattina &, de domane 56-57, da domane dalla 

mattina 33" ; cfr. Reg. 153. 
doxe generale (duce) 15% pi. li duxe 19*; cfr. § 1. 
dredan: el dredan di il giorno estremo 49"^, la dredana batalgia l'ul- 
lima battaglia 12''; cfr. drean Mon. 108, driano Beitr. 52; e 
driedo § 02. — Gnv. lo me dereal torno 260. 
dusse condusse, portò, 34''; ecc., v. § 6, e Reg. 150, Beitr. 53, Car.: 
fo dato 78, darla ad effecto 88*, Coram.: s-el dito vin sera duto 
36, dw le contraletere 45. 
Edissa 13% 64% Edissam 64% Edessa "Eoeaffx, 

Edonater trascrizione costante, ma erronea, del nome di Odoacre, 26* 
bis, 27^ ter. Sarà prima stato scritto Odouacer Edouacer. Il e 
e il f si confondon facilmente in codesta scrittura; cfr. § 15 n. 
ensando esse ecc., v. insi. 

flador odorifero \0^. Non pare che fludor qui possa altro dire che 
'alito', 'flato'. E flador, che starà a flato- come lucore e tene- 
brore a luce e tenebra^, si combinerà sicuramente col /latore del 
Vocab. ital. Contro la derivazione di fìalore da faetóre-, già 
stava il dittongo nell' atona e anche la stessa forma del dittongo; 
ma ora il venez. flador finisce di togliere ogni probabilità a co- 
desta ipotesi. Vero è che (latore direbbe 'lezzo'; ma anche il sem- 
plice fla viene a dire ai Roraagnuoli 'fiato cattivo', puzzo, fetore; 
e lezzo e olezzo fanno capo entrambi a 'olerà'. 
frieto 19'', 21'', e anche dev'essermi occorso in qualche altro testo 
congenere. Non si saprebbe staccare dal lat. fretus', ma, a tacer 
dell' le = e (vedine il § 3), osta anche il t incolume. Voce forse 
non schiettamente vernacola. 



' Di codeste derivazioni per -or abondano le Rime genov.: }eIor 208, 279, 
ìeror 237, 'gelorc', relugor 237, 264, crior 'gridore' 175, 262, e da agget- 
tivi: amaroì- 186, 193, 268, asperor 203, grcvor 279. Sa di provenzale. 



280 Ascoli, 

fulminerio (v. § 25): fohninerio da cielo 15^, per fulminerà 23\ de 

pisolo fulminerio el peri 16'. 
gladio v. § 15; ò pure in Car. 19, 55, 71, e nella frott.; cfr. r/iadio 

Bonv. 37, jao gnv. 168, 195, 300. 
fflaza 'ghiaccia' 47^ cfr. giaza Bonv. 37, vr, 37, e il friul. la glaze. 

Cosi gnv. iaza, le iaze, 208. 
grevissime hataìgie 34% grevissimamente scandalizd 41''. 
Grigolo Gregorio 17% IT, 32% 40% 55% 59% 01% Gregolo 68% Cfr. 

Grigol Bonv. 11, Grigor Reg. 159, Griguol Car. 28, e il friul. 

Grivór (=Greguóp Ardi. I 525). Anche sia citato san Grigor, 

Grigo (-(5), gnv. 280, 306, 278. 
imbrigar 'irabrigare', impacciare, impedire, 41", imbrigdndo-lo 26% 

imlrigamento 72*'. 
impensd ecc., v. § 31 e il Voc, it. 
impento ecc., v. § 31. 

induto inducimento, 'indotto', 22^; cfr. § 6. 

indtixia 'la indugia' P, voce registrata anche dal Boerio; ò all'in- 
contro la terza del perfetto: induxid 28''. 
inguale 7% inguai 10% eguale; cfr. Arch. I 222 398, Beitr. 69. 
iniuriadi: inivriadi de vin inebbriati, ebbri, 37''. 
inlassada lassa 4-'', dove si rende il noto passo: 'lassata viris, nec 

dum satiata'. Cfr. § 31. 
in oio, V. aio. 
insi uscì 47'', insidi usciti 50% insimento (uscita, esito, fine) 68'', en- 

sando uscendo 25% 53''; ma: essi 34'', essudo 70''. Cfr. Mon. s. 

ensir, Cat. 10; gnv. insi 177, enssi! 181, exe 209. 
instesso, v. § 42, 

instinto istigazione 4V ; sa di latino. 
intendudo 62=" f., e si tratta di 'contesa'. 
intentor 36% deve dire 'promotore', 'autore'. 
istade estate 47% cfr. Arch. I 222, Beitr. 71. 
lagd 54% laghd 9^, 45'', lagava 5'', lagando 46''; lasciato, lasciò, ecc.; 

cfr. Mon. 110, Arch. I 546 6. Verbo registrato pur dal Boerio. 
lanturgio, v. la n. 2 a p. 236 (66''). 
manda mandò a chiedere 42''. 
mesceado mescolato, cfr. Mon. 113, Beitr. 79, Arch. I 44 521; Car. 

81*: icolerse mexedar in hataia. 
miro v. amiraio. 



Annotaz. a una Crouica venez, : Lessico. 281 

nievo nepos 1% 3^ S\ 19^ 20% T2\ ^ 

Noverili : li Normani, li quali era una chossa medesma che Noterni 46''. 

oio: el fosse in aio, in odio, a noja, 36^. Ne viene nuova e bella 
conferma a quell'etimologia di 'noja' ecc. che il Diez ha adot- 
tato. È anzi, se non erro, la piti nitida conferma che se ne sia 
avuta in sino ad ora. Cfr. Diez less. s. *noja' e Mon. 108. 

pagada 'appagata' 23% cfr. il Vocab. it.; e quasi si renderebbe per 
'tranquillata'. 

pago pagus: in lo pago de Altesiodora 4"^% in pago de Parixo 31\ 

passionado: fo passionado fu martirizzato 6^, T, S^, 12% ecc. {fo mar- 
turizadi li)^)', cfr. Cat. vv. 586, 828, e v. 'passionato' nel Tramat. 

pediculi pidocchi 50''; un latinismo. 

peizord 8"? 

penlure 30'', cfr. impento ecc., § 31. 

percevesse scorgesse (percepisse) 34'^; cfr. friul. im~pargévi-si Arch. 
I 523. 

pizido picciolo 25% pizol tempo 49'', 52'', Q^^, pizolo fuhninerio 16% 
cfr. in ispecie il friul. pizzul, e il Bocrio s. pizzolo. 

Plaido 1^; se dice, come pare, 'Placido', è riduzione dialettale che 
anch'essa favorisce quel che è detto neWArchivio {l 83 n) circa 
l'esatta ragione di piato ecc. = placito. 

ple'zarie 'pieggierie' 9"; cfr. Beitr. 89. 

pluxor plures, pass., v. § 36 e cfr. il friul. plusor-s Arch. I 514. 

prieve ecc. § 3; cfr. Mon. 115. 

prospera 63'', prosperando 62% non mi sono chiari. 11 signif. di 'ar- 
rivare' può parer conveniente in entrambi i luoghi; ma come si 
legittima per codesto verbo? Se in 'approdare' si combinano 
r 'aver profitto' e 1' 'arrivare', non per questo ne viene al caso 
nostro alcuna luce sicura. 

radegando: in quella selva radegando errando 57% cfr. Reg. 156 (er- 
r-atic-are), Beitr. 02. 

ragnuda-nudava 31'', sarà da leggere: ragnudava (r-a-njod-ava, cfr. 
Arch. I 454 n) rannodava? 

recavo. Questa voce veramente non occorre, o almeno non occorre 



' V. § 35, e il Boerio. Il fem. ne:a, che vive sempre, ò in Cort. 84; e la 
sua base lat.: neptia, che i romanologi avevano ricostrutto, ora ci sta di- 
nanzi in due epigrafi latine; v. Momms , Corp. inscript, latin., t. V, p. 1203. 

Archivio felottol. ital., III. 19 



282 Ascoli 

schietta, nella 'Cronica'; ma noi moviamo da essa per sciogliere 
l'enigma d'una curiosa combinazione, che il nostro testo ci offre ben 
tre volte: dal tre cavo el veti recitado 39% conzo fosse chossa 
che daltre cavo fosse anxio 56'', oltra mare d altre cavo 
prese de andare T2\ Ora, il 'di ricapo' (frc. derechef), per 'di 
nuovo', è sempre ben vivo fra i Ladini e i Veneti ladincggianti 
(Arch. I 404: derecdu, 521: darecd, 205: darchau ecc. ^); e il 
daltrecavo del nostro testo altro di certo non significa egli 
pure se non 'di nuovo'. Nel terzo dei tre passi, questo valore è 
affatto manifesto; la traduzione del secondo, è data a suo luogo 
(p. 227 n.); e se il primo è alquanto oscuro o guasto, non per- 
ciò v'è men sicuro cotesto significato della nostra combinazione 
avverbiale^. Ma daltrecavo può egli poi essere, tra per di- 
pravazione dialettale (p. es. d'recavo dedrecdvo) e tra per igno- 
ranza dei copisti, non altro che una trasformazione dell'antico 
'de recavo'? Io noi vorrei di certo affermare; e crederò piuttosto a 
un 'd-altro-capo', come a un parallelo ideologico del 'di-ri-capo' ^. 

rechert richiese, ridomandò, H"", rechirando 73''; cfr. 'recherere' nel 
Voc. it. - Car. 66: e desarmadi, perché el tempo non recheriua\ 
gnv. requero 260, requer 183, 233, 300. 

recovrare ricuperare 71'', 72% recovrd 15% 39% recovrada 70''; v. § 23. 

remitta eremita, romito, 29'; remitorio 56''; cfr. Beitr. 29. 

)-emor 'romore' (cfr. Arch. II 453 n) nel signif. di 'tumulto', 13' {ru- 
mor ib.), 16% remore 64'', fé remore algun 40''. Acc. : allo rimor 
deli soldadi. 

reonda rotonda 0"', cfr. Mon. 117, Bonv. 28, Beitr. 93, Arch. 1 430 (458). 

resposi 55''. Vorremmo piuttosto rcspusi. 

reuma: goza de reuma goccia di scolo (§£U[Aa) 39'. 

revelado: aveva revelado, s'era[no] ribellati, 6% 8% 35'', 65'; revelando 
50''; cfr. Gamba 30. Ma insieme: revelado rivelato 14' (§89), ecc. 

rexia IT, 21'', 35'', rixia 13% resia 26', eresia, resia. 

ridzulo 25', deve dire 'rigagnolo'. S'incontra collo spagn. riachuelo; 
ma la voce venez. risale veramente a riv-àci-ulo, laddove la 
spagn. a riv-aci-ólo. Un altro diminutivo ò riello Car. 53. 



' Anche nell'od. ven.: da recà[o]^ dcrecdo; Boerio. 

' Intenderei: 'nuovamente per l'imperio [si] vide invitato (ricitato o ri- 
cettato)'. 

• Car. da diano elo retornd 41, cfr. 61*, da chano schampar 84. 



Annotaz. a una Cronica venez : Lessico. 283 

rivese: Dacia rivese Ripensis Dacia 15^. 
romasa ecc. § 50, cfr. Boerio s. romagnir, Mon. 117, romagnise Pas.- 

Cecch. 1600; ecc. Anche gnv. : roman 188 ecc. 
salassadura de vena A^. 
sayta de fungo saetta (fulmine) 1^, sagita de celo 28% cfr. Mon. 110, 

Reg. 156-7, Arch. I 472 n, Beitr. 106. 
scaloreQ^^. 'Squallore' non s'adatterebbe molto bene col contesto; ma 

quanto al fenomeno fonetico, son prortte le analogie di Secana 

Sequana 49*", e inighamente § 17. 
serór v. sorór. 

serva 28% dirà piuttosto 'osservò' che non 'serbò', cfr. Reg. 150. 
sforze forze 27'. 
smaniado in..., infuriato, esasperato contro..., 30°. Car. : ima pe- 

stelentia in tardo teriòelmente smanici che ecc. 1*; cfr. 36, dove 

smaniasse dee rendere un lat. 'desaeviret' (non 'deserviret'); tanta 

tempesta smania 57. 
smenemd s-menomò, 's-menimò', 4'', cfr. § 10. 
solaro 32'' (v. § 25) ha il semplice signif. di 'pavimento', 'suolo'. 
someiente simigliante 69% cfr. Mon. 120, Arch. I 308 ecc. (544: -ènte), 
sorór 23% serór 56% sorella, pi. sorori 3'; cfr. Arch. II 410 435-6. ^ 
spensarie 'spenserie', spese, 72\ Cfr. Reg. 157, 'Test, fri.' Arch. IV 

340, Bonv. 132; gnv. spesario (in rima con aversario) 175, cfr. 

208, 278, 279. 
spianadór explanatore-, dichiaratore, espositore, 3\ 
studade spente (detto di guerre) 24' ; cfr. Arch. I 36, Beitr. 52. 
titulo epigrafe 58% alla latina, e ha esempj anche nel Voc. it. 
Tornado 61' {Thomaso 65''), cfr. § 38. È pure in Car. 55, Comra. 58; 

e a questa forma riviene anche Tliomao gnv. 206. 
Tonisto Tonixto Tunisi 72'', 73''; curiosa forma, che mal si vorrà 

credere composta di moderno e d'antico (Tunis-, Tunet-). Ma 

effettivamente latineggia: Toleta Toledo 69. 
Toschana de Ytalia 70'', curioso modo, e massimo in quel passo. 

Aveva forse presente il nostro autore la Toscheria albanese 

(v. St. Crit. I 87-8)? 



' fradelo né seror, ^SIlss. Anal. aus d. Markusbibl. (Johib. Vili £09), sc- 
rore Cat. v. G49, seror Moa. 119, due so sorore Cort. 70, una mia seror 
Bv. 790 {da fo sor 956); Bonv. 28,- Gnv.: eram mee soror 193 {ni frai ni 
sor 30G). 



23-1 Ascoli, Annotaz. a una Cronica venez : Lessico. 

(re cavo, v. recavo. 

irivisina trevigiana 52''. 

(rapo molto ì^ bis, 12^] cfr. ancora più tropo Pozzo 60, ancora tropo 
mogor dolor 65, tropo più che non fa lo sol 77; e gnv. 216, ol- 
tre il fri. 

umligul 52**, umbigol 33>', ombellico, 'urab'lic-ulo'; è forma abba- 
stanza importante, alla quale si connette l'aforetico Lìgol di tanti 
dial. dell'Alta Italia. 

vagando 57% ripugna al contesto. Sarà prima stato scritto vagando 
{vazando), cioò 'vagendo', cfr. il § 49 e il friul. vaji. Lo stesso 
errore di trascrizione si riproduce in Yrengo (v. Yrenza)', e an- 
che cfr. Gualhngi § 21. 

vardado guardato, per 'osservato' (del giorno di un santo) 24'", v. § 24. 

veneno 70'', venenado 74^ venenadi 38\ Cfr. venenoso Cat. v. 1154, 
gnv. vcnim 227, 306, inveninai 190, 229. 

verasio vero (verace) 57'', verasia 21'', 22% verasie 18% verasiamente 
63"; cfr. Mon. 121. 

Volgaria 27% Volgari 37''; Bulgaria 38% Bulgari 39'; Buldegari 38\ 

Vicenza Irene 43'' bis, 44% Yrengo Yrengho Ireneo 11% 12^.- Yrenza 
ci conduce alla base Irénia Irénja (cfr. p. e. spienza = splenja 
Arch. I 547 e). Yrengo, alla sua volta, dev'essere erronea tra- 
scrizione d' Yrengo {Yrenzo; cfr. vagando), che dà la base Ire- 
neo Irénjo. Il mascolino comunicò al feminile il proprio suf- 
fisso (-60 -ea); e il feminile al mascolino il proprio accento. 

zcziinio jejunium 22% 45% zezund 26, zezuna7ido 20'' (ma: dezunando 
47% Car.: dezunij 67); cfr. Beitr. 121, Bonv. 77, Arch. I 6iQb. 

zielo (§ielo) zelo, v. § 3. 

Zilio: sen zilio, 60% sarà Sant'Egidio. Questo nome entra fra gli 
esempj di l per d innanzi all'i nell'iato fuor d'accento; cfr. re- 
mielio ecc. Arch. I 528. Il Tramater ha le seguenti forme: Egi- 
dio, Giglio, Gillo, Egidiuolo, Ziliolo. 

zovo giogo 50'; v. Arch. I 91, Beitr. 122; od. ven. zoo. 



GLI ALLOTROPI ITALIANI. 



U. A. CANELIO, 



Introduzione. 

I. Definizione e nomi.- II. Origini varie degli allòtropi.- III. Tentativi di cias- 
sazione.- IV. Metodo di questo lavoro.- V. Bibliografia degli allòtropi. 

I. Anche l'italiano, come tutte le lingue derivate, presenta 
con frequenza, e a serie intere, il fenomeno di due o più voci, 
che risalgono ad un'unica voce originale'. Cosi, fragile e frale 
risalgono a fr agili s; selvatico, salvatico e selvaggio a sil- 
vaticus; siìlculo, spìgolo, spicchio, spillo e squillo a spi- 
culum^ 

Queste voci possono essere sinonime; ma più spesso differi- 
scono più meno di valore, acquistando in tal caso uno spe- 
ciale interesse per chi studia le evoluzioni ideologiche della 
parola. 

A seconda del modo, in cui il fenomeno è stato prima rile- 
vato e si è poi tentato di spiegarlo, è venuto anche variando 
il suo nome^ Il presente lavoro, già da tempo in preparazione, 
era stato prima annunciato col titolo: Il polimorfismo nella 



^ Chiamiamo originali, rispetto all'italiano, le voci del latino, del greco, 
del tedesco, del celtico, ecc. Risalendo più in su, si uscirebbe dal campo della 
filologia romanza. - Cfr. i nn. 58 59 99. 

' Doppioni^ doppie forme, dittologie, in francese douhlets, doubles for- 
mes, in tedesco doppelformen sono stati i termini più comuni. Ma poichò da 
un'unica forma originale possono muovere fin dieci e più voci, è stato pro- 
posto dal BuTET (seguito poi dal Coelho e da altri) di chiamarle forme di- 
vergenti, forme s divergentcs. Adolfo Tobler, Liter. Centralblatt, 1876, p. 1086, 
le disse polimorfie, ricordando che i cristallografi chiamano polimorfia l'at- 
titudine di certe sostanze a cristallizzare sotto più forme. Il Diez parla di 
doppelformen e di schcideformen: il qual ultimo termine, ambiguo per" dir 
vero, è stato prescelto da Caroline Miciiaelis. 

Archivio glottol. ital., III. 20 



286 Canello, 

lingua italiana; e più tardi con l'altro: / divariati italiani. 
Ci siamo alfine risolti di adottare i termini di allòtropo e al- 
lotropia, seguendo l'esempio dei chimici e dei fisici, i quali mo- 
strano pensano che certe sostanze, più o men diverse fra di 
loro, altro pur non sieno se non altrettanti stati allotropici di 
un'unica sostanza iniziale. Analogamente per noi, fragile sarà 
un 'allòtropo' rispetto a frale', e d'entrambi si dirà che sieno 
'allòtropi' italiani, rispetto al latino fragilis onde provengono. 

II. Stabilito il nome, veniamo a studiare più da vicino la na- 
tura del fenomeno, entro l'ambito della lingua italiana. Nel- 
r istituire questa ricerca, noi saremo condotti a tracciare per 
sommi capi tutta la storia della nostra lingua. 

La lingua italiana si è venuta svolgendo e foggiando sul dia- 
letto fiorentino del secolo XIII, che era una particolare evo- 
luzione della parlata volgare romana. Questo dialetto fiorentino 
aveva già degli allòtropi. I diversi esiti, o le diverse evoluzioni 
della sostanza di una medesima parola, sono, infatti, il prodotto 
delle diverse abitudini e attitudini dell'orecchio e della glottide 
di chi se ne serve e la insegna agli altri. Questa diversità di 
evoluzioni può verificarsi non solo da provincia a provincia o 
da paese a paese, come l'esperienza frequente ci mostra; ma, 
per ragioni di coltura o di razza, può trovarsi anche nella 
stessa contrada, in una stessa famiglia, tra nobili ed ignobili, 
tra servi e signori. Anche dentro lo stretto àmbito di Firenze, 
la stessa parola romana avea dunque potuto diversamente tras- 
formarsi: e macula (che diceva ai Latini e 'macchia' e 'ma- 
glia'), ridotto a macia maclja, si era potuto risolvere da un 
lato in macchia, dall'altro in maglia; e similmente speculum 
speclum, in specchio e speglio; vetulus vetlus veclus, 
in vecchio e veglio'. 



* In codesta classe d'esempj, e in altre classi congeneri, s' hanno veramente 
due esiti diversi, o meglio due riduzioni diverse *di un antico volume fonetico, 
che tutt'e due ricorrono, per effetto di elaborazioni ugualmente indigene, an- 
che altrove. Fra lo schietto kl (ci) latino, p. es., e le risoluzioni neolatine, 
s'interpone, com'è ormai riconosciuto, un antico klj (kljamare, okljo, ecc.), 
il quale si semplifica in due modi, secondo che perda o assimili la prima o 
la seconda delle tre consonanti che vi sono complicate (kjamare Ijamare, 



Gli allòtropi ital.: Introduzione. 287 

Più difficile è determinar la ragione per la quale questi al- 
lòtropi volgari di Firenze vi sieno venuti assumendo, nel mag- 
gior numero de' casi, valore diverso. La naturale tendenza, di 
chi parla, a schivare gli equivoci, deve già avere spinto ad as- 
segnare, per inconscio accordo, di due sensi che avesse la pa- 
rola originale, l'uno ad una e l'altro all'altra delle sue tras- 
formazioni volgari. Ma è anche possibile che maglia e mac- 
chia. sieno sorti in ambiente diverso; e che, mentre macchia 
era la parola di tutti, la forma più comune, a cui spettava 
quindi il senso più volgato del macula latino, ìnaglia invece 



okkjo oljo). Così, nel francese, kl ecc., che si mantengono intatti a formola 
iniziale [de f, plus), si risolvono, a formola interna, in Ij (=[k]Ij, [p]lj): 
oreille ecc.*;- e nello spagnuolo, la riduzione in Ij, com'è costante a for- 
mosa iniziale {llamar ecc.), cosi è anche stata pressoché normale a formola 
interna, onde poi vi passò 'm j ( = %; oreja ecc.), al modo che avveniva di un 
Ij etimologico {ajo allium, ecc.; cfr. Stiidj Crii., I 34 = 312n). Non manca 
però allo spagnuolo anche la risoluzione -e- (= -k[l]j, -p[ljj)**, la quale è con- 
genere alla risoluzione solita o costante che s'ha di kl nell'italiano e nel 
rumeno, così a formola iniziale, come a interna. 

Perchè, dunque, l'italiano risolve sol di rado in Ij un klj ecc. di fase an- 
teriore a formola interna, e lo spagnuolo all'incontro ha fatto ciò ben di 
frequente e il francese Io fa di continuo? E perchè lo spagnuolo vien di con- 
tinuo a questa stessa risoluzione anche a formola iniziale, laddove l'italiano 
non mai? perchè da codesta riduzione il castigliano non passa poi &. j se 
non a formola interna? 

Questi perchè si potrebbero moltiplicare all' infinito, e non sono punto oziosi. 



* Questa risoluzione non è però, come il Diez diceva (I' 212), il solo modo 
in cui nel francese si continuino -ol- ecc.; poiché l'antica formola rimane 
intatta se le precede consonante: onde avunculus, coucerde cooperculum, 
cerde circulus, sarder sarculare, sangle (prv. singla) cingula, sanglier singu- 
laris iio-Jió;, ongle ungula, tutte voci sicuramente popolari (cfr. Arch. II 123 n); 
uè basta di certo il so.spetto di qualche intrusione letteraria per negare ogni 
fede alla conservazione tradizionale di m+pl: simple, tempie, exemple, ampie. 
Anche abbiamo, dietro a vocale: seigle secala, aigle aquila, ed altri, che però 
sono, per ragioni diverse, esempj d'indole particolare; cfr. p. 294-5 n. 

** Fra i dieci eseraiij che il Diez adduce per e spagn. = kl pl (I- 211-12), 
in cinque era o s'è avuta una consonante dinanzi al volume fonetico di cui 
parliamo: sadio sarculum, mandia macula, andio amplus, henchir implere, 
indiar inflare (cfr. ib. 213, portogh ). E qui credo che trovi la sua dichiara- 
zione, sébben per via indiretta, anche lo .«pagn sendllo semplice; di che ri- 
tocco altrove. 



288 Canello, 

fosse una peculiare evoluzione di macula in bocca alle donne 
in bocca agli arraajuoli, le une e gli altri lavoratori di maglie. 
Ma una causa ben più efficace di allòtropi è da cercare nel- 
l'azione dei letterati e in genere delle classi colte sullo svol- 
gimento della lingua italiana comune, che sorgeva sul dialetto 
di Firenze, e già prima sullo stesso fondo dialettale fioren- 
tino. — Quest'azione de' letterati sulla formazione della lingua 



né ormai pare indiscreta o priva di speranza una curiosità qualsivoglia che l'in- 
dagine sempre più rigorosa venga in noi suscitando. Ma è chiaro, che l'acume 
e il rigore che or sono adoperati nell' interrogare la storia, devono poi eser- 
citarsi con vie maggiore energia intorno a quei responsi, piii o meno dubbj, 
coi quali la storia ci suol tormentare prima che s'arrenda a svelarci i suoi 
segreti. 

Ora, l'ammettere, a cagion d'esempio, che i due diversi esitivfiorentini del 
lat. macula (maglia, macchia) vadan ripetuti da una diversità di disposizioni 
abitudini glottiche che fosse tra servi e padroni, o nobili e plebei, o in- 
somma fra ceti diversi di una cittadinanza medesima, non sarà egli un in- 
terpretare in modo troppo largo, od anche erroneo, le mezze confidenze che 
la storia ci viene facendo? Gli esiti congeneri, e con la medesima ripartizione 
de' due significati latini, s'ha, per limitarci a un solo riscontro, negli spa- 
gnuoli malia {malja) e mancha {màca)\ cfr. Arch. II 123 n. Se veglio e spe- 
glio si volessero imaginar più 'nobili' che non vecchio e specchio, quanto va- 
lido resulterebbe poi codesto criterio della 'nobiltà' maggiore di lj, spe- 
rimentandolo sopra maglia allato a macchia, o sopra origliare accanto a 
orecchio ? 

Una ragione che meglio s'incominci ad afferrare, è, in certi casi, la ra- 
gione cronologica. Così, se il lat. rotulus ci dà rocchio e rullo, noi abbiamo due 
elaborazioni diverse, entrambe popolari, d'una medesima base latina; la prima 
delle quali presume una molto antica riduzione dello sdrucciolo (rot'lo) e con 
ciò quell'evoluzione di ti, che deve addirittura dirsi romana (come in vello 
veklo vehljo ecc.), e la seconda, per contro, accenna a una riduzione molto 
più tarda dello sdrucciolo stesso, e con ciò a un rót[u]lo o ruót[u]lo neo- 
latino, che poi, per la mera assimilazione neolatina di il in II (v. qui, al 
num. 59), passi in rullo; cfr. frullo frug'lo al num. 87. Locchà in altri ter- 
mini viene a dire, che sin da antichissima età romana uno di codesti sdruc- 
cioli poteva insieme offrire, anche per la distinzione di significati diversi, la 
forma piena e la ridotta (rotule rotlo). 

Se, del resto, questa nota può parere non affatto supeiflua, è chiaro insieme 
che al discorso del Canello non ne possa venire alcun sensibile disturbo. 

G. I. .\. 



Gli allòtropi ital.: Introduzione. 289 

italiana è un fatto così notorio, che riesce quasi superfluo qual- 
siasi commento. Quando i dotti fiorentini, seguiti poi da quelli 
del resto d'Italia, vollero esprimere nel dialetto di Firenze pen- 
sieri e cose superiori alla comune portata, e che quindi tra il 
popolo fiorentino non avevano nome, essi ricorsero natural- 
mente alla lingua della coltura, a quel latino, che a ragione 
riguardavano come fonte e prototipo del volgare. Per tal modo 
è potuto avvenire che immettessero nella nuova lingua lette- 
raria tali voci latine, che già vi si trovavano, ma con suono 
e con significato fiorentinamente modificati. Così taluno scrisse 
e disse macula macola, mentre il fiorentino avea già dato mac- 
chia e maglia; altri scrisse copula, mentre i Fiorentini dice- 
vano coppia; disse fragile e flebile, mentre la parlata vol- 
gare offriva già frale fraile e fievole fìevile. E potè anche 
accadere, che in tempi diversi, o con diversi criterj, i dotti o 
le persone colte introducessero con forma diversa uno stesso 
vocabolo del latino. Per tal guisa l'italiano venne ad avere, 
uno daccanto all'altro, specie 'qualità' e spezie '^àvo^hé', pallio 
'mantello pontificale' e palio 'panno' che si dava ai vincitori 
nelle gare di corsa. Cosi daccanto a ministerio s'ebbe mini- 
stero; daccanto ad ufficio s'ebbe offlzio ecc. 

Meno chiara e poco studiata fin' ora è l'azione dei letterati e 
delle classi colte di Firenze su quel dialetto volgare che vi è esi- 
stito ben prima che alcuno sentisse il bisogno di scriverlo e 
l'avviasse così a diventare lingua letteraria. E poiché l'argo- 
mento, oltre che presentare qualche novità, ha, come vedremo, 
una speciale importanza per il nostro lavoro, ci si concederà 
d'insistervi alcun poco. 

Tra le classi superiori e le classi inferiori d'una società, c'è 
ricambio continuo sia d'idee che di parole e frasi. Ma mentre 
nelle età di coltura decadente la quantità di parole e di modi 
che le classi superiori comunicano alle inferiori si va facendo 
sempre più piccola, e sempre più grande si fa invece quella che 
le inferiori comunicano alle superiori; l'opposto avviene nelle 
età di coltura crescente. Ai due estremi di massima coltura e 
di massima barbarie può parere che una stessa e identica lin- 
gua serva per tutti, e cessi quindi lo scambio; lo che avver- 
rebbe veramente se si desse il caso d'un assoluto conguaglia- 



290 Canello, 

mento intellettuale fra le diverse classi d'una società. — Ai bei 
tempi della civiltà romana, le classi dirigenti hanno comuni- 
cato alla gran massa del popolo molte voci da loro create per 
analogia o desunte dal greco; e quando le antiche classi diri- 
genti della vita romana cominciarono ad assottigliarsi e a sva- 
nire, vi sottentrarono con analoga aziojie gli ecclesiastici; i 
quali, per le loro idee nuove, nuovi nomi crearono anch'essi 
di proprio o desunsero dal greco e dall' ebi^aico. Un po' per volta 
anche gli ecclesiastici perdettero della loro cultura; ma, al 
tempo stesso, sempre più grave si faceva la barbarie della massa 
popolare, cosi che la distanza rimaneva sempre press' a poco 
la stessa: tutta la differenza consisteva nel fatto ch'erano di- 
scesi e gli uni e gli altri, e che la proporzione tra dotti ed 
ignoranti era notevolmente mutata in danno dei primi. L'an- 
tica cultura non s'ecclissò però mai del tutto; e la vecchia let- 
teratura latina non ha mai cessato, nel medio evo, di produr 
nuovi frutti: la notizia del latino vi si è sempre mantenuta 
vivace. V'è anzi di più: quel latino, che vi si scriveva e an- 
cora assai tardi si parlava, almeno nelle circostanze solenni, 
rivela per più modi una sua vitalità propria, certe sue speciali 
movenze, certe parole e frasi, e significati di parole, che non 
gli venivano dall'antico parlare di Roma, e non erano nean- 
che ricalchi di voci e frasi delle parlate volgari tra le quali esso 
viveva. Questo latino, p. es. , diceva belliim, voce che manca a 
tutti volgari neolatini, per praelium'; né il fatto parrà insigni- 
ficante a chi ripensi che in que' tempi ogni jpraelium si prolun- 
gava in bellum, e il hellum diventava una werra, una barba- 
rica mischia, una confusione. Diceva miles V eques dei la- 
tini, ora che il soldato a cavallo, il cavaliere, era quello che 
più importava in battaglia; creava, sull'analogia di adripare 
'giungere a riva', rimasto alle lingue neolatine, un adlittare 
'giungere al lido', ora che, stanti le accresciute difficoltà de' 
viaggi per terra, per il deperimento delle antiche stratae , si 
giungeva più comunemente per acqua, per quella dei fiumi e 
per quella del mare, il vecchio ^on^os =via. Per la stessa ra- 



^ bellum per praelium ha già un esempio in Virgilio (lìn. II v. 439), e 
comincia a «.liventar frequente in Giustino. 



Gli allòtropi ital. : Introduzione. 291 

gione, il classico applicare 'giungere a riva' era venuto a dire 
'giungere' in generale. La frequenza dei passaggi delle Alpi e 
del Po, specie da parte degli eserciti imperiali, faceva nascere in 
quel latino un transalpinare e un iranspadare ' ; e i viaggi 
di Terra Santa davano origine a un transmarinare. 

Le parlate neolatine, adunque, fin da quando cominciarono 
a svolgere e delineare la loro propria personalità, si trovarono 
da lato, anzi sul capo, una lingua letteraria bassolatina, che 
ne era come la naturale maestra e tutrice; e conservava tutto 
il prestigio dell'antico latino. Il dialetto di Firenze non potè 
in questo aver sorte differente dagli altri. Anche a Firenze la 
gran massa popolare, mentre di certo comunicava ai non molti 
clerici una gran folla di parole e flessioni, non può non aver 
accettato alla sua volta di tempo in tempo talune di quelle voci 
e di que' modi che dai clerici sentiva ripetere nelle chiese, nei 
tribunali, nelle scuole, o che leggeva nelle carte e nei libri del 
tempo. Noi ci possiamo rappresentare ciò che sia avvenuto in 
quell'età, ricordando i mutui prestiti e la reciproca influenza 
attuale tra la lingua, presunta italiana, che un buon parroco 
maestro rurale adopra nelle circostanze solenni, e il dialetto 
rozzo de' campagnuoli che stanno a sentirli. L' influenza di co- 
testo bassolatino letterario si venne facendo- sempre più note- 
vole, allorquando, col rinascere della cultura, esso si venne a 
mano a mano purgando dalle voci e dai modi che avea comuni 
colla parlata volgare e procurò di ritornare a quelle voci e a 
quei modi che vi corrispondevano nel buon latino antico. L'amor 
della coltura eccitava anche i volgari a seguitare i migliori in 
questo ritorno verso il meglio: e le idee, che le persone colte 
disseppellivano di tra i libri, richiedevano l'uso di parole nuove 
dimenticate, che il volgo si veniva un po' per volta appro- 
priando insieme con le relative idee. Le dighe furono aperte 
all'immissione di latinismi nel volgare fiorentino allorquando, 
come dicemmo, si cominciò a scriverlo, quand'esso fece i primi 



' Manca al Ducange. Io l'ho incontrato più d'una velia negli Scriptores 
del Muratori, ma, non supponendolo ignoto, non me ne segnai i luoghi. Del 
resto, mancano al Ducange anche esempj espliciti di applicare per 'giungere' 
in generale; e questa dei nuovi significati di antiche parole, è la parte meno 
buona del grande lavoro. 



292 Canello, 

passi per diventare lingua letteraria. I latinismi vi furono im- 
messi spesso per bisogno, non poche volte per capriccio: i let- 
terati, già avvezzi al latino, volevano dare alla nuova lingua 
tutti gli ornamenti e gli andamenti solenni della vecchia ma- 
dre. Questa immissione accompagnò tutto lo svolgimento della 
nostra lingua; e non è ancora cessata. Ma mentre, prima del 
compiuto nostro' rinascimento nel quattro e cinquecento gli scrit- 
tori s'illudevano d'attingere al latino, anche quando attinge- 
vano a quel bassolatino letterario di cui abbiamo discorso, d'al- 
lora in poi la fonte dei latinismi fu soltanto il latino classico. 

Ognun vede pertanto quanto inesatta sia l'opinione comune, 
secondo la quale i latinismi avrebbero cominciato ad entrar 
nell'italiano e nelle altre lingue neolatine solo dopo che esse 
cominciarono ad essere scritte. Alcuni latinismi possono risa- 
lire ai primordj stessi della costituzione delle parlate neolatine: 
alcune voci possono essere uscite dall' uso popolare per pochis- 
simo tempo, ed esservi poi state ravvivate dalle persone colte; 
altre possono non essere uscite mai del tutto dall' uso parlato, 
ma esser rimaste in corso tra ristrettissime classi sociali, le 
quali stesse ne usavano assai di rado; e di qui esser poi tor- 
nate nella corrente del parlare comune: così che si deva restar 
incerti se dirle di tradizione interamente popolare o di tradi- 
zione in parte letteraria. — E come antichissimi o recentissimi 
possono essere i latinismi, antichissimi o di jeri possono essere, 
per conseguenza, gli allòtropi che la lingua italiana possiede per 
influenza letteraria. 

Nuove specie di allòtropi entrarono nella nostra lingua nel suo 
successivo svolgimento. Già il dialetto fiorentino, prima di di- 
ventare il fondamento della lingua italiana, poteva aver attinto 
da dialetti contermini o da lingue e dialetti stranieri tali voci 
che altro non fossero se non peculiari trasformazioni di parole 
latine già da esso possedute. Ma il caso dovette farsi molto 
più frequente dal momento che il fiorentino diventò la lingua 
comune degli Italiani. Questi, scrivendo o parlando, aveano con- 
tinue occasioni di aggiungere al fondo fiorentino voci desunte 
dal loro proprio dialetto, ben diverso dal fiorentino, o da 
qualcuna delle lingue neolatine che aveano preceduta la nostra 
nel diventare strumento d'una letteratura, o dalle altre lingue 



Gli allòtropi ital.: Introduzione. 293 

dei popoli più culti d'Europa, coi quali ci fosse scambio di idee 
e di cose, e quindi anche di parole. Cosi, per esempio, è po- 
tuto avvenire che il chiaito de' Napoletani venisse a incontrarsi 
nella lingua comune col inato de' Fiorentini, e col jplacito de' 
letterati; che \\ pregadi(jiQnd.iov\) de' Veneziani si mettesse dac- 
canto al pregati (partic.) del fiorentino; e che Vabào, nome 
d'una specie di 'console' presso gli antichi Genovesi, venisse 
scritto daccanto ad abbate. In simil guisa il francese ostello 
{hotel hostel) è venuto a far coppia con ospedale; lo spagnuolo 
borsìglio {bolsillo) con borsello ; il tedesco funto {pfunt) con 
pondo (=lat. pondus)\ e l'inglese cabina [cabin) con capanna. 

E potè anche darsi il caso che una stessa voce straniera 
entrasse nell'italiano, o già prima nel dialetto fiorentino, sotto 
due più forme diverse. Cosi da un germanico fondamentale 
tapy che resta tap nei dialetti basso-tedeschi, e diventa zapf 
negli alto-tedeschi, noi abbiamo tratto tappo e zaffo. E dal fran- 
cese soie hanno tolto i nostri antichi soia per 'seta'; mentre 
da saie, 'setolino', allòtropo di soie (=:lat. seta), tolsero i nostri 
orefici il loro saja. In questi casi l'allotropia s'era già prodotta 
nell'ambito della lingua o dei dialetti d'una stessa lingua, a 
cui l'italiano attingeva. In giuria, invece, daccanto a giurì, 
tutti e due dall' inglese Jwr?/, o piuttosto dall'anglicismo fran- 
cese Jwry, come mostra l'accento, vediamo un'unica base stra- 
niera promuovere due forme nostrane, una un po' meglio ita- 
lianizzata dell'altra. 

III. Quest'esposizione delle occasioni che hanno promosso nel- 
l'italiano il fenomeno dell'allotropia, contiene già in sé una specie 
di classificazione razionale di tutti gli allòtropi. Ma poiché essa 
avrebbe il grave difetto di disperderli in troppe categorie, gio- 
verà vedere se non fosse possibile escogitarne qualche altra più 
comprensiva, e che meglio serva a rivelare a un tratto le va- 
rietà fondamentali del fenomeno. 

Una netta e larga classazione sarebbe quella che, pigliando 
a criterio fondamentale il modo e la via per la quale l'allò- 
tropo si produce, mettesse da un lato gli allòtropi di forma- 
zione integralmente orale o popolare, e dall'altro gli allòtropi 
di formazione letteraria totale o parziale. In questo caso noi 
metteremmo nella seconda categoria non solo tutte quelle forme 



294 Cangilo, 

di origine latina, che per qualche segno mostrassero d'essere 
state obbliate per tempo anche non lungo dal popolo parlante, 
ma anche quelle di origine non immediatamente latina, che si 
potessero arguire introdotte nella lingua per opera dei letterati. 
Tale, crediamo, sarebbe il caso di giuri giuria, o di ostello e 
di non poche altre che dobbiamo all'influenza delle letterature 
d'oc e di oU nel secolo XIII. 

Adottando, invece, il criterio della fonte onde sono derivati i 
nostri allòtropi, si potrebbe ancora dividerli in due grandi ca- 
tegorie, mettendo nell'una gli allòtropi indigeni fiorentini, e nella 
seconda tutti gli altri considerati come d'origine straniera. Stra- 
niere, infatti, rispetto al nucleo fiorentino primitivo, sono da dire 
non solo tutte le voci che esso prima e poi la lingua italiana 
hanno adottato da altri dialetti italiani, o da lingue straniere, 
ma ben anco quelle molte voci che di mano in mano esso ha ac- 
cettate prima dal bassolatino letterario, poi dal latino de' classici. 

Augusto Brachet, il primo che scientificamente investigasse 
i fenomeni dell'allotropia, divise, invece, tutti i douhlets fran- 
cesi in tre grandi categorie: mise da un lato i douhlets d'ori- 
gine straniera; e fece poi due classi speciali dei douhlets d'ori- 
gine latina, distinguendoli in 'doppioni' d'origine popolare, e 
'doppioni' d'origine letteraria. E questa sua tripartizione è stata 
poi in generale accettata da tutti, quantunque essa pecchi fon- 
damentalmente in ciò, che è determinata da due criterj diversi: 
quello della fonte, e l'altro del modo di formazione. 

Ma e le nostre due bipartizioni e questa tripartizione brache- 
tiana, sono per ora praticamente inattuabili; e però noi siamo 
costretti a rinunciarvi. Ciascuna di esse suppone, a torto, che 
si possa ormai con sicurezza e costantemente distinguere le voci 
di formazione letteraria dalle voci di formazione popolare. In 
pratica si vede che noi siamo ancora discretamente lontani da 
questo bell'ideale; e se il Brachet ed altri hanno creduto di 
poter attuare questa distinzione, i loro errori devono togliere 
a noi ogni simile illusione'. — Noi siamo ben persuasi, che 



^ Citiamo ed esaminiamo pochi casi nei quali il Brachet s'è ingannato. 
Sono stampati 'en italique', e però dichiarati di formazione popolare, nel suo 
'Dictionnaire étymologique": siede, diable, liorc. — Siede, infatti, ha popolar- 
mente ié - ]?,, e ha perduta la postonica (saednm'), secondo le norme già 



Gli allòtropi ital.: Introduzione. 295 

uno studio attentissimo della struttura fonetica del tesoro les- 
sicale italiano o francese o d'altra lingua romanza, ci dovrà 
condurre, quando che sia, a scernere in ciascuna lingua uno 
strato di parole perfettamente omogeneo, diremmo quasi per- 
fettamente logico nelle sue evoluzioni, e quasi tutto riferentesi 
a cose ed idee della vita comune; strato di parole che ci rap- 
presenterà abbastanza da presso quel tanto di elementi volgari 
romani, che anche nelle età di massima barbarie sono rimasti 
vivi e vitali presso ciascuna nazione neolatina. Dopo questa 
prima cerna di voci interamente popolari, istituendosi una mi- 
nuta analisi di tutte le rimanenti, che, senza uno speciale mo- 



del volgare romano. Ma esso conserva intatto il -CL-, mentre è pur costante 
che nel francese un -cl- preceduto da vocale si l'isolva in Ij {oreille ecc.). 
D'altra parte, l'antico seule (in Eulalia) è anch'esso anormale, mostrandoci 
tanto salda la postonica, che n'è dovuto cadere il e fra vocali. E i riscontri 
coir italiano secolo (e non secchio o 5^17^10 e nemmeno segolo), e collo spa- 
gnuolo siglo, anticamente sieglo (e non già siejo siello, come viejo viello 
da veclo= vetulus), ci persuadono ancor più trattarsi qui di voce che il 
popolo una volta scordò, e poi di nuovo apprese dagli ecclesiastici, i quali 
in Francia hanno dovuto insegnare seculo-, e probabilissimamente seci'ih (e 
non già sedo), come mostra seule, che ha il suo perfetto risconto in teule, 
ora tuile, da tegula, e non tegla. Anche gli argomenti ideologici starebbero 
in favore dell'origine ecclesiastica di siede. — Diable ha giusto l'accento; 
ha perduto la postonica; ma esso conserva impopolarmente intatto il di- dj-, 
e rivela così la sua provenienza da quegli ecclesiastici, che con di- intatto 
lo leggevano nei loro libri. Vero è bene che il bassolatino ci offre per tempo 
uno zahulus; ma questo zabulus sarà probabilmente una proferenza greciz- 
zante (E. Du MÉRiL, Poésies pop. lat. ant. au douzième siede, p. 149 n. 2), 
ci proverà tutto al piti che il popolo già cominciava in qualche provincia ad 
assimilarsi quella voce, senza poi riuscire a far prevalere la forma sua con- 
tro quella insegnata dagli ecclesiastici. Il diavi e di Eulalia, e il diable dù'able 
comune nell'antico francese non possono essere popolari; come impopolare é 
la forma del nostro diavolo, e non giovalo giolo, e lo spagnolo diablo. — 
Livre da ti-bro- è anch'esso anormale; mentre dovrebbe essere popolarmente 
leiore loivre: lo scadimento di br a ir prova solo che la voce già da tempo 
corre per le bocche del popolo. L'impopolarità originaria di livre è confor- 
tata dal nostro libro, e non già lebbra e levo, come vorrebbe Vi, e l'ana- 
logia di libbra e lira. Il nostro arcaico livro, se non è un francesismo, rap- 
presenterà un tentativo primo di popolarizzare la parola dei derid, tenta- 
tivo che si vede anche nel liberi per libri d'un testo veneto-toscano del 
sec, XV {Romania, 1878, p. 73), e nel livero d'un testo umbro del 1339 {Rio. 
di filol. rom , I 258). — E si voglia vedere ciò che su libro, e poi su Bieu 
ed esprit, ho scritto nel Giornale di fil. rom., I 8 e segg. 



296 Canello, 

tivo di eufonia o di analogia, si trovino discordanti nella loro 
evoluzione dalle voci dello strato popolare, potrà riuscire col 
tempo al filologo di ripartirle in tante serie, sempre più grosse, 
di struttura sempre più latineggiante, così che, se nella prima 
staranno le voci quasi popolari, nell'ultima entreranno i più 
crudi latinismi; e ci presenteranno nella loro successione una 
specie di storia delle singole colture nazionali, che dalle classi 
superiori si trasmettono alle masse popolari. Ma anche quando 
tutto questo sarà fatto, e per ora è tutt' altro che fatto, noi 
non saremo ancora giunti a poter distinguere costantemente le 
voci popolari dalle letterarie. Quando, infatti, si passa dalle 
voci fondamentali a quelle derivate con suffisso ben sentito, noi 
ne incontriamo non poche, che risultano d'elementi parte popo- 
lari e parte letterarj. Nessuno, p. es., crederà popolare intre- 
pido od efferato; eppure intrepidezza ed efferatezza hanno 
un' uscita popolare. Massajo e masseria hanno certo l' impronta 
popolare; eppure la lingua ne ha tratto masserizia con suffisso 
sicuramente letterario. Lo stesso si dica di lugliatico,- compa- 
natico e simili, voci che tutto farebbe presumere di creazione 
popolare: eppure esse hanno un suffisso -atico, che per il po- 
polo diventa normalmente -aggio, come si vede in selvaggio, 
viaggio ecc. Come si spiegano questi fatti? Gli è che i lette- 
rati considerano come cosa propria le forme popolari, e con 
suffissi del popolo traggono nuove derivazioni da voci più o meno 
latineggianti immesse nella lingua da loro; e il popolo alla sua 
volta si viene appropriando e le voci e i suffissi dei letterati, 
e con questi deriva nuove voci da basi di formazione orale. Que- 
sta lingua italiana s'è svolta e si svolge sotto la doppia azione 
del colti e degli incolti; e l'attività degli uni s'incrocia spesso 
colla attività degli altri, e la elide, o la trasforma. Cosi, men- 
tre da un lato il popolo cerca assimilarsi le voci che impara 
dai dotti, i dotti alla lor volta tentano, e spesso con fortuna, 
di riaccostare al latino le voci che sentono in bocca del popolo. 
Il popolo di Firenze avea ridotto, p. es., il lat. patronus a pa- 
drone; ma questa pareva agli scrittori dell'Italia superiore nel 
cinquecento una forma corrotta; e però il Castiglione, il Bembo 
e l'Ariosto scrissero assai spesso pa^ro?2(?\ a ciò forse confortati 



^ Vedi il Coriegiano del Castiglione, lib I. 



Gli allótiopi ital.: Introduzione, 297 

anche dal imtron! saluto rispettoso nei dialetti veneti. Padrone 
ha vinto; ma loatrone convive con lui nel dizionario storico 
italiano. Un caso più curioso dell' incrociarsi di queste attività 
e del loro cospirare od elidersi, è in convoglio ^ che prima è 
stato convojo, dal francese convoi. Convojo non parve ai To- 
scani, ai letterati dell'Italia superiore, abbastanza italiano; e 
poiché al fojo e 2')aja di quassù corrispondeva a Firenze foglio 
e paglia, ecco trasformato convojo in convoglio. Analogamente 
il Bojardo scrisse noglia e gioglia. 

In conclusione questa distinzione tra voci popolari e voci let- 
terarie, che altri imaginava di una straordinaria agevolezza, a 
noi pare per ora difficilissima in molti casi, in altri impos- 
sibile. 

Ma quand'anco essa fosse attuabile, metterebbe poi conto di 
farla come base d'una classificazione degli allotropi? Certo im- 
porterebbe assai alla storia della cultura italiana il poter de- 
terminare quante e quali voci della nostra lingua siano sempre 
esistite nel fondo dialettale fiorentino, e quante e quali, di 
mano in mano, ve ne abbia fatto entrare la crescente cultura, 
prima dei Fiorentini stessi, e poi di tutti gli Italiani; distin- 
guendo anche, tra le voci tolte da dialetti o da lingue stra- 
niere, quelle che son venute per via letteraria dalle altre adot- 
tate direttamente dal popolo. Ma questo lavoro di cernita, per 
avere una reale importanza, dovrebbe estendersi a tutto il te- 
soro lessicale; o per lo meno abbracciare tutte le voci riferen- 
tisi a qualche speciale soggetto. Se non che i nostri allotropi, 
né sono tutta la lingua, né si riferiscono ad alcun determinato 
ordine di cose e d'idee. Essi non rappresenterebbero se non una 
porzione meschina di codesti spogli; né permetterebbero alcuna 
conclusione sicura in ordine alla storia generale delle idee. 

IV. Resta adunque che noi abbandoniamo l'idea d'ogni cas- 
sazione generale; e che troviamo un ordine perspicuo secondo 
il quale distribuire, aggruppati quando sia possibile in serie 
omogenee, tutti quanti i nostri casi d'allotropia. E quest'or- 
dine ci viene suggerito alle prime dalla fonologia italiana. Noi 
seguiteremo, quasi in tutto, lo schema che per lo studio de' no- 
stri dialetti fu proposto dal Direttore àeVC Archivio e seguito 
poi da tutti i collaboratori diretti e indiretti : e intorno a ognuno 



298 Canello , 

dei principali fatti fonetici schiereremo i casi d'allotropia che 
ne dipendono. Già i nostri predecessori, pur mantenendo la 
divisione in tre classi, avevano poi suddiviso gli allòtropi di 
origine latina in altrettanti gruppi, quanti erano i fenomeni 
fonetici a cui si riferivano. Noi invertiremo l'ordine: e per 
ogni caso d'allotropia, e più ancora per ogni serie di allòtropi, 
tenteremo di determinare quali siano entrati nella nostra lingua 
per via orale e quali per via in tutto o in parte letteraria: la 
ricerca etimologica ci dirà poi senz'altro la fonte ond'essi ci 
sono derivati. 

Accennato in generale il disegno del lavoro, passiamo ad al- 
cune avvertenze speciali, che si riassumono tutte in questa: ab- 
biamo escluso dai nostri elenchi tutte quelle forme che rigorosa- 
mente non rispondono alla definizione degli allòtropi veri e pro- 
prj ; e veri allòtropi diciamo noi solo « quelle parole che, diffe- 
rendo nel significato, derivano da una stessa base lessicale ». Non 
abbiamo quindi registrati qui gli allòtropi di pura forma, quali 
giudicio e giudizio e simili, che pur avevamo in buona copia rac- 
colti nei nostri spogli del Vocabolario italiano, del Vocabolario 
dell'uso toscano di P. Fanfani, e del Rimario di G. Rosasco (Pa- 
dova 1719). Un po' di lassezza abbiamo usato per i casi in cui 
l'un termine e l'altro risalgono alla stessa base, ma l'uno n'è 
venuto per evoluzione fonetica, l'altro per evoluzione morfologica. 
Strillo sost. è sostanzialmente identico con stridulo agg. ; ma 
stridulo riviene a stridui us; e strillo è all'incontro un nome 
estratto da strillare, che riviene ad uno *stridulare. Crotalo 
è identico a crocchio 'risuono de' vasi fessi'; ma l'uno muove 
da crotalus, l'altro da crocchiare. Lo stesso abbiamo fatto 
per i casi in cui da un unico verbo si estraggono due nomi, 
diversi solo per l'uscita che ne determina il genere, come grido 
e grida àa. gridaì'-e = quirìisLV e; e negli altri in cui l'una forma 
deriva dal singolare d'una base nominale e l'altra dal plurale, 
come in foglio e foglia da folium e folla; oppur quando 
un maschile e un ferainile italiani si ricavano da un solo ma- 
schile da un solo feminile (caso assai raro) della lingua ori- 
ginale: come modo e moda da modus ecc. Ma poiché in questi 
e simili casi si vede cospirare l'attività morfologica colla fone- 
tica, noi non li abbiamo voluti mescolare cogli allòtropi veri 



Gli allòtropi ital.: Introduzione. 299 

e proprj, dovuti solo a diversità di sviluppo fonetico; e ci siamo 
contentati di darne un saggio in appendice. — Sull'esempio dei 
nostri predecessori abbiamo poi esclusi i nomi di luoghi e di 
persone. 

Abbiamo infine creduto opportuno di soggiungere qua e là 
alcuni schiarimenti sul valore specifico dei singoli allòtropi, par- 
ticolarmente quando la differenza avrebbe potuto parere meno 
evidente. E qui confessiamo il timore d'aver usato troppo ri- 
gore nel rigettare come allotropi indifferenti molti che pur sva- 
riano tanto quanto nel senso. Cosi p. es. parrebbe a prima giunta 
che specchio e speglio non differissero punto; pur sta il fatto 
che i dizionarj assegnano a specchio significati traslati che 
mancano a speglio. In queste distinzioni di significati abbiamo 
seguito quasi sempre il Nuovo Dizionario dei sinonimi della 
lingua italiana di N. Tommaseo, 4' ed., Napoli 1859, che ci- 
tiamo per ToMM. 

V. Ricorderemo infine coloro che ci hanno preceduto nel trat- 
tare particolarmente dell'allotropia. Vien primo Nic. Catherinot, 
Lcs douhlets de la langiie frangoise, Bourges 1683: il quale 
opinava che 'cette recherche servirà pour entendre les origines, 
les différences et les énergies des mots, et à quelques autres 
usages: enfin e' est une curiosité." Augusto Brachet, da un 
diligente studio sulla sorte delle vocali atone nel francese, fu 
portato a riesaminare tutto l'argomento dei doublefs francesi, 
che hanno appunto il loro motivo principale nelle sorti dell' a- 
tona; e pubblicò un Dictionnaire des doublets ou doubles for- 
mes de la langue frangaise, Paris 1868; al quale fece tener 
dietro nel 1871 un importante Supplément, con giunte e cor- 
rezioni. Ad onta delle non poche mende particolari, già rile- 
vate dai critici del Ceniralhlait (1868 p. 1426, e di nuovo 
1871 p. 1086; Ad. Tobler) e della Revue Critique (II, 274 
segg.), e più minutamente poi dalla signora C. Mìchaklis nel 
libro che tosto citiamo; e ad onta di quel difetto generalo di 
chissazione, del quale già abbiamo toccato, il libro del Bra- 
chet ebbe, come meritava, bonissime accoglienze dagli studiosi, 
e giovò moltissimo a promuovere altri simili studj. Ad. Coeluo 

' Cfr. Brachet, Doriblets, p. 49. 



300 Canello, 

dava, nella Romania (II, 281-94), un elenco ragionato di For-^ 
mes divergentes dcs mots portiigais; e Mich. Bréal esami- 
nava gli allòtropi latini nei Mémoires de linguistique (I, 162- 
170). Nel tempo stesso che noi stavamo raccogliendo il mate- 
riale per questo lavoro, un nostro ottimo amico, Alessandro 
De Colle, giovane di maravigliose speranze, morto a diciott'anni, 
preparava uno studio sulle Dittologie italiane, che fu in parte 
pubblicato postumo nei Nuovi Goliardi (Firenze 1877, fase. 
III e V-VI). Ma il lavoro più compiuto, più esatto e più per- 
spicace che sia stato scritto sugli allòtropi è quello della si- 
gnora Carolina Michaelis, Studien zur romanischen loortschò^ 
pfung (Lipsia 1876); dove si rivedono, si correggono e si au- 
mentano le liste del Brachet e del Coelho, e si offre una lar- 
ghissima messe di allòtropi spagnuoli. Anche le considerazioni 
generali vi sono bonissime; e sarebbero ancor più utili, se la 
distribuzione delle singole parti del lavoro fosse più chiaramente 
divisata. Noi non possiamo entrar qui in un esame particola- 
reggiato di questi studien; solo vogliamo notare che la signora 
Michaelis avea già notato l'incongruenza della tripartizione del 
Brachet (p. 164); ma non ha poi saputo risolversi ad abbando- 
narla. Or vada adunque anche il nostro studio, e tenti riempiere 
quel vuoto, che per l'italiano era sentito dalla Michaelis, e che 
la raccolta del De Colle, frutto d'uno spoglio diligente delle 
opere del Diez, non poteva togliere del tutto. 



I. Allòtropi 
dipendenti dagli esiti delle vocali toniche. 

1. -ARIA -ARIO. Queste formule latine hanno esiti molto variati, sia perchè 
r d ora vi si possa conservare, ora passi in ie e i, e sia perchè il nesso -ri- 
{ì-j) vi rimanga intatto, o si risolva in più modi distinti. Noi facciamo 
la rassegna dì quelli fra gli esiti di -aria -ario che importino al nostro sog- 
getto, e accompagniamo i men comuni o inesplorati con qualche dichiara- 
zione. 

Di -ÀRIA abbiamo ben sette esiti certi, che danno occasione ad allòtropi, 
ed uno dubbio. Sono: -aria -ara -aja -iera -era -ea -io -eria {-aria). Sui 



Allòtropi: Vocali toaiciie, A. 301 

primi tre nou importa fermarsi; -iera ed -era sono già stati spiegati (Asc. 
I 48-1-5 n) da un -^ra per -aria con i repaginato e fuso coll'ó; e basterà 
qui aggiungere che il tipo -era è sempi'e vivo in altera per altiera, in bu- 
fèra (cfr. DiEZ less. I' lo), e in galera. Degni di maggiore attenzione sono 
-ea ed -ia. - Abbiamo -ea nell'are, primea primiera (Bocc, Tes., e. ii, st. 5, 
in rima), in civéa Arch. I 486 n, in scalda (cfr. scalerà e fr. escalier), e in 
altre simili forme, che nell'ambito toscano parrebbero sorte da un 'eja^-ce~ 
ria = -aria, con i che al tempo stesso si repagina, fondendosi con Va, e si 
mantien vivo al suo posto, cfr. Asc. Ili 258. Il fatto è quasi messo fuori d' ogni 
dubbio dagli esiti toscani dell' -creo -trio originale: capisterium dà capi^ 
stero capistejo capistéo; papyrio- (da papyrus) è nel sen. papejo papéo , 
a Montepulc. papio (lucignolo); e un vomeri a- (o vomaria-) é nell'aret. 
gomcja goméa Asc. II 448n.- Abbiamo -ia, per ulteriore evoluzione di -ea 
(cfr. rio da reus o avia per avea) in galia daccanto a galea, e in saettia; 
esemplari che meritano particolare commento. Su galera galea sono incer- 
tissimi gli etimologi (cfr. DiEZ less. P 196 e Littré dict. s. galèe), ai quali 
è sfuggito il calarla 'navis quae ligna portat' registrato dal Ducange con 
un unico esempio tolto dal Catholicon di Johannes de Janua. Non c'è dub- 
bio che calaria sia un etimo sufficiente per tutte le forme neolatine, e a 
noi par anche probabile che calaria sia derivato da xà)>ov 'legno' Megno da 
costruzione' e 'nave' nel lacedemone, secondo la bella congettura del Bergk 
al lib. I, I, 23 degli Ellenici senofontei. Che anche saettia risalga ad una 
base in -aria, è reso quasi certo dal sagittea assai frequente negli Annali del 
Caffaro (v. Murat., Ss. VI 261 è 2S2b ecc.) e dal sagittaria che con lo 
stesso valore è in Saba Malaspina (Murat., Ss. VIII 815 &). E il fatto che 
sagittea sia la forma propria dell'annalista genovese, mentre il romano scrive 
sagittaria, ci fa arguire che Genova sia la patria prima di saettia, come 
anche di quel galea galia, che il lessicografo genovese verso il 1SJ86 (vedi 
Hist. litt. d. 1. Fr., XXII 13) sapeva ancora ricondurre alla forma originale 
calaria. Calaria, infatti, nel genovese normalmente sì faceva gale[r]a galea 
(cfr. Asc. II 115). La forma galera potrebb' essere un arcaismo genov., o 
esserci venuta di Provenza o di Spagna, o anche da Napoli, Palermo, Ve- 
nezia ecc. Questo esito -ia da -aria par si veda anche in abetia che sta dac- 
canto ad abetaja; e ad ogni modo è dimostrato possibile e probabile anche 
nell'dmbito toscano da. macìa = maceria. — Molto incerto, o illusorio, ò infine 
-aria -erta da -aria, coli' accento portato innanzi, come suole avvenir di fre- 
quente nel suffisso -ia (Diez, Gram. Il', Deriv. nom., ia). Parrebbe ragione- 
vole di vedere quest'esito in pregheria prcgaria daccanto a preghiera, da 
precaria agg. o in pescheria da piscaria n. 37; ma poiché non è dubbio, 
nella grande maggioranza de' casi, trattarsi di nuove derivazioni per -ia^, 
noi escluderemo, per norma, gli allòtropi che ne dipenderebbero, salvo il caso 
tutt' affatto speciale di galleria (p. 305). 

Di -ARIO abbiamo sette esili certi, e quattro raen certi, da tutti i quali 



' Cfr. G. Paris, Ètude sur le rOle de l'accent etc, p. 87. 

Archivio glottol. ital , IH. 21 



302 Canello, 

dipendono o dipenderebbero casi di allotropia. I corti sono: -arto -aro -ah 
-ajo -iero -e -i -ero -eo; i meno certi sono: -aglio -arra -erro -io. Sui primi 
sette non accade altrimenti fermarsi: la loro evoluzione è affatto analoga a 
quella di -aria -aja ecc. Solo per -ale gioverà ricordare ch'esso si svolge 
specialmente in basi che abbiano un r, cioè per dissimilazione, cfr. breviale 
da breviarium, corsale da corsario-. Gli altri quattro hanno bisogno di 
qualche commento. — Sicuro vorremmo dire -aglio in sbaglio sbagliare, voci 
che risaliranno a ex-vario- ex-variare, come fanno arguire per la forma 
l'are, svaliare 'variare', e per il significato svarione sproposito. Sbaglio è 
propriamente una 'svista', un 'error d'occhi'; e questo suo senso si conviene 
perfettamente con quello di varius - poù.iQ<; 'cangiante' e quindi 'abbagliante'. 
[Con s-bagliare ah-bagliare starà anche abbar-bagliare che nel bar- della 
radduplicazione conserva meglio il tema var-.\ La stessa evoluzione di -rj- 
in Ij- si ha forse anche in quoglio (Soldani, in rima) per cuq/o = corium; 
V. però qui sopra, p. 297. — Più disputabili sono gli altri tre. Un -arro per 
-aro fu sospettato dal Flechia, Arch. Ili 1C2, in ramarro. Ed analogamente 
-erro per -ero noi vedremmo in sgherro (onde scherano), che il Diez, less. 
11-^66, trae dubitando dall'a. a. ted. scarjo, e che a noi pare invece, insieme 
colla voce tedesca, da sicarius. — Ancor più dubbio è -io, che tuttavia è 
alquanto confortato dall'analogo -ia, e da lavorio polverio formicolio dac- 
canto a lavoriero polverojo -riera formicolajo. Vero è bene che quest"-JO 
può anche avere origine diversa. 

Esaminati i vari esiti di -aria -ario, c'importerebbe determinare la loro par- 
ticolare provenienza. Ma qui le difficoltà, già accennate a p. 296, s'accumu> 
lano in modo singolare. E per cominciare dalle formule con d alterato, e che 
perciò si mostrano di sicura elaborazione popolare, diremo che, se -iero -re 
-iera ci rappresentano la più comune risposta popolar fiorentina di -ario 
-ARIA, -ero -era all'incontro possono essere di natura diversissima. In altero.^ 
infatti, si potrebbe vedere un arcaismo fiorentino, tenuto in vita dalla lette- 
ratura; galera potrebb' essere e provenz. e spagnuolo, e siciliano e napol. 
ecc.; di postero mostreremo a suo luogo la origine lombarda (p. 309); -eo 
-ea sarebbero normali nell'aretino (Arch. II 448n.), ma, come vedemmo per 
galea, anche nel genovese; e batlistéo capistéo sono fiorentini. Pari o mag- 
giore l'incertezza rispetto ad -ia e -io. — Né minori sono i dubbj rispetto 
alle formule con d intatto. Noi stentiamo a credere che -ajo ed -aro sieno 
schiettamente popolari fiorentini; e vorremmo spiegarli ammettendo che il po- 
polo, quando aveva già ridotto ad -cerio -aero I'-auio primitivo (il quale si 
conservava sempre vivo in bocca ai letterati o alle persone colte, che par- 
lavano ancor latino, o tendevano a latineggiare, pur usando il linguaggio vol- 
gare), dai letterati ripigliasse intatto quest' -drio, e, fattolo suo, lo trasfor- 
masse, non però tanto quanto avea trasformato e seguitava a trasformare 
V -ario delle parole rimaste sempre vive nella parlata. Analogamente, più 
tardi, allorché quest' -drio semipopolare era già -a[r]jo od -ar[i]o, dagli 
stessi letterati il popolo imparava di nuovo anche V -ario originale, e lo 
conservava intatto. Degli altrj esiti: -aglio -ale (e àeW -adio che abbiamo 
in armadio) nulla si può dire con certezza. Essi sono dovuti a una spinta 



Alli5tropi: Vocali toniche, A. 303 

dissimilativa (s-bagliare: variare:: c/ijedere : quaerere); né par possibile de- 
terminare a qual età questa dissimtlazione si sia determinata. Giova in- 
fine ricordare che, quand'anco si sapesse la provenienza e la natura di cia- 
scuna di queste formule, noi non potremmo già dire di conoscere sempre 
la provenienza o la natura delle parole in cui queste formule s'incontrano, 
poiché, trattandosi qui, tranne per il caso di sbaglio^ di formule-sufBssi, 
bisogna sempre ricordare che gli Italiani, dotti ed indotti, che parlano o scri- 
vono la loro lingua comune, trasferiscono i suffissi dalle parole colle quali 
dapprima si sono svolti ad altre di natura diverse ; cosi che può accadere 
che il suffisso di origine letteraria si trovi in parole di formazione popolare, 
e viceversa (p. 296). 

Facciamo ora seguire l'elenco dei cento e un gruppi di allòtropi occa- 
sionati dagli esiti di -aria -a' rio. Partiamo sempre dalla base reale, che 
scriviamo tal quale, o da quella ricostrutta, che distinguiamo con una trat- 
tina finale. Dove la ricostruzione a tipo latino presentava troppi inconvenienti 
o difficoltà, ci siamo contentati di una forma volgare, che potesse esattamente 
rappresentare il comune prototipo. Così per carozzajo e carozziere mettiamo 
qual base un carrozzarlo-, e non un carrotiario o un carr+uti+a rio 
e sim. 

Aciario- (cfr, Diez. less. P6): aceiajo, are. aciero acciale; 
e acciaro spada. Che anche acciale risalga ad aciario- e non 
ad un aciale- è mostrato da accialino sinonimo di acciarino. 

Adversarius: avversario agg. e sost. ; e are. avversaro 
avversiere -o od aversiere il diavolo. — Da adversaria: av- 
versaria; e versiera, are. aversiera diavolessa. 

Apothecario-: bottegajo dotfegaro chi tien bottega, e l'av- 
ventore d'una b, ; e apoticario farmacista. Il ^ è raddoppiato 
per influenza di botte. 

A rea rio-: arcajo chi fa archi, lat. 'arcuarius'; e arciere sol- 
dato armato d'arco, attraverso il fr. archer, che risale ad 
arcarlo-, mentre da arcuarius muove il prov. arquier. Ar- 
ciere non può venirci direttamente da arcuarius arcuserio, 
sull'analogia di torcere da torquere, però che non si co- 
nosca alcun caso in cui la gutturale volga a palatina it. di- 
nanzi ad -a^rio, v. Asc. IV 120 n. 

Area: area; ed aja. — Da areola: areola; e ajuola, cfr. Diez 
less. IP 4. 

Argentarius agg. e sost.: argentiere, are. argentalo, sost. 
chi lavora l'argento, T'argentarins faber' dei latini; e argen- 
tiero argentario collo stesso signif., e anche aggettivi, il primo 
col signif. di 'argentifero', il secondo col quello di argentifero' e 



304 Cunello, 

'degli argentieri/ - Da argentaria agg. e sost, : argeniaria 
agg. ; e argentiera agg., e sost. 'miniera d'argento'. 

Armentari us: armentario sost. e agg.; e armenliere -o 
pastore. 

Asinarius: asinario agg.; e asinajo chi guida gli asini. 

Avicellaria-: uccellaja frasconaja, inganno, tresca; e uc- 
celliera luogo da tenervi uccelli vivi. 

Bacarlo-, da laco = hombax (Flech. II 39): hacajo chi cura 
i bachi; hacldero agg. di medicinali. 

B agalla rio-, dal gael. hag pacco (Diez less. I" 44-45): ha- 
gagliajo carrozzone per i bagagli; e bagagliere bagaglione. 

B arabi nari a-: bambinaja bambinaggine, donna che custo- 
disce i bambini; e bambinéa 'cosa dolcissima e soavissima da 
bambini' (Fanf.) 

Ballistarius: balestrajo chi fa balestre; e balestriere sol- 
dato armato di bai. 

Bancario- dal germ. banc n. 100: bancario agg.; e ban- 
chiere sost. 

Bestiarius: bestiario, col valore della voce latina; e be- 
stiajo chi governa il bestiame grosso. 

Bilanceario-, da bilanx: bilanciajo chi fa bilance; e bi- 
lanciere ordigno per ottenere l'equilibrio nei movimenti. Ma 
resta dubbio se veramente il primo non sia da bilancia + ario, 
e il secondo da bilance + ario. 

Cab aliar io-; da caballus: cavallaro staffetta e chi guida 
cavallacci; cavallojo, nel fior., chi mercanteggia di cavalli; ca- 
valiero chi monta o combatte a cavallo, Tomm. 1430; e cava- 
liere cavaliero, e chi appartiene a un ordine cavalleresco, gen- 
tiluomo. Lo sdoppiamento del l par dovuto all'influenza del fr. 
chevalier: fino a tutto il cinquecento si oscillò nella nostra 
letteratura fra cavaliere e cavalliere. 

Caepullario- da caepulla: cipollaro chi vende cipolle; e 
cipollajo cipollaro, e luogo piantato a cipolle (Rigutini). Cipol- 
lajo -ro venditor di e. postulerebbe veramente una base cae- 
puUarius, mentre cipollajo luogo messo a e. un neutro cae- 
pullarium. Ma in questo e in tutti i casi simili, in cui dob- 
biamo partire da una base ipotetica, che, secondo ogni ragio- 
nevole presunzione, sarebbe da collocare in età in cui il latino, 



Allòtropi: Vocali toniche, A. 305 

trasformandosi in neolatino, più non sapeva distinguere tra neu- 
tro e maschile, noi consideriamo come allòtropi perfetti tutte le 
voci che ora rappresentano una base siffatta. 

Calamarius: calamajo -ro; e calmiere -o (voce ripro- 
vata) tariffa de' coraestibili. Il passaggio ideologico è da cala- 
mus 'canna' a 'misura', indi tariffa. 

Calarla-, da -/.XXov (p. 301): galèa galla nave da guerra; 
e galera galea e luogo di pena. — E galleria non sarebbe un 
allòtropo della stessa base? Gallerìa viene a noi dal francese; 
e si trova per la prima volta nell'autobiografia del Cellini, lib. ir, 
cap. XLi: 'galleria. Questo si era, come noi diremmo in Toscana, 
'una loggia, o si veramente un androne: più presto androne si 
'potria chiamare, perchè loggia noi chiamiamo quelle stanze che 
'sono aperte da una parte'. L'esempio più antico che di galérie 
rechi il Littré è del sec. XIV, e propriamente del Berciieure 
nella traduzione di Tito Livio, piena di latinismi. E noi cre- 
diamo che il galerie gallerie del fr. altro non sia che un ri- 
calco letterario del bassolat. galeria, del quale si ha un esera- 
pio già nel sec. IX, e che alla sua volta sarà un riflesso d*un 
popol. galceria = calarla. Il passaggio ideologico da legno (/.x- 
Vjv) a 'costruzione in legname', 'loggia', non offre difficoltà; e 
lo spostamento dell'accento è affatto consentaneo alle norme delle 
voci francesi di formazione letteraria. 

Cali dar ium: caldajo caldaro', e calidario la 'cella cali- 
daria'. 

Camerarius: camerario titolo d'ufficio alla corte imperiale 
e papale; are. camerajo camerlingo; e cameriere. 

Candelario-, da candela', candelajo chi fa candele; e can- 
deliere candelabro. - 

Cane vario-, da un bassol. canava canipa (Diez less. IP 17): 
canovajo canavajo cantiniere; e canoviere in antico chi teneva 
rivendita di sale. 

Capillaria-, da capillus: capellaja 'capigliatura per lo più 
lunga e disordinata' (Fanf.); e capelliera capellaja e parrucca. 

Cappellaria-, da cappello cappa (cfr. Diez less. V 110): 
cappellaja la moglie del cappellajo, donna che vende cappelli 
(ToMM. Diz. it.); e cappelliera custodia da riporvi il cappello. 

Capsarius: cassnjo chi fa casse; e cassiere chi tien la 
cassa. 



306 Canello, 

Carbonarius: carhonajo -aro -iere chi prepara o vende 
carbone; carbonaro anche chi apparteneva alla società polii, 
de' Carbonari. — Da carbonaria: carhonaja carboniera buca 
o stanza per il carbone, catasta di legna disposta per farne 
carbone, la moglie del carbonajo; e carbonara la catasta di 
legna da ridurre in carbone, e agg. di una specie di rena (B^anf.; 
manca al Tomm.). 

Carcerarius: carcerario agg., come in lat.; e carceriere. 

Carnarium (o -us agg.'?): carnajo luogo da riporvi la car- 
ne, e sepoltura comune; e carniere -o borsa da caccia, indi 
borsa in genere. 

Carraria-, da carrus: carraja; e carriera. 

Carro zza rio-, (da carrozza e carrus): carrozzaio chi fa 
o vende carrozze; e carrozziere chi fa, noleggia, e piìi spesso 
chi guida carrozze. 

Caveario-, da cavea n. 41: gabbiajo chi fa gabbie; e gab- 
biere -e chi sta a vedetta nella gabbia delle navi. 

Centenarius: centenario solennità che si ripete ogni cento 
anni; centinajo somma di cento; e quintale peso di cento lib- 
bre, attraverso lo spagn. quintal, che è l'arab. quintdr, il quale 
alla sua volta risale al lat. centenarius, v. Diez less. P 338. 

Chartularius 'archivista': cartolajo -ro chi vende carta 
o libri da scrivere; cartolavo -re libro di memorie; e il ripro- 
vato cartolario archivio, il quale però postulerebbe piuttosto 
un chartularium, e dovrebbe quindi passare tra gli allòtropi 
imperfetti, al n. 124. 

Cibaria (neutro pi.): cibaria comestibili in genere; civaja 
legumi, con evoluzione ideologica molto notevole per la carat- 
teristica della dieta toscana; e civéa civéra portantina, in ori- 
gine portantina da cibi. — Da cibarium: cibario sost. ciba- 
ria; civéo lo stesso che civea; e cibrèo manicaretto, che il Caix, 
St. d'etim. 99, ricava invece dal b. lat. cirhus. Anche cibare 
cibo può avere la stessa base. 

CI a vario-, da clavis: chiavajo -ro chi custodisce le chiavi, 
e chi le fa; e chiaviere chi tiene le chiavi (Tomm. Diz. it.). 

Columbarium: colombario sepolcreto a foggia di colom- 
baja; e colombajo colombaja. 

Coquinarius: cucinario agg. spettante a cucina; e cuci- 



Allòtropi: Vocali toniche, A. 307 

niere ciicinajo il cuoco delle società religiose o quello de' soldati. 

Coronarius: coronario agg. ; e coronajo coroniere chi fa 
corone. 

Cursario-: corsiere -o nobil cavallo da corsa; e corsaro, 
are. corsale corsare chi, autorizzato dal suo sovrano, pirateg- 
gia i nemici dello Stato, Tomm. 4338. 

Datiario-, da dazio =lat. daiio -nis: daziario agg.; e da- 
ziere chi riscuote i dazj. 

Dentaria- da dente: dentaria specie di pianta; e dentiera 
rastelliera di denti posticci. 

Finantiario- : finanziario -iero agg.; e finanziere sost. 

Focaria: focaja agg. di pietra, sost. selce; e focara stru- 
mento di ferro fuso per far fuoco sotto la caldaja. 

Foristario- (cfr. Diez less. V 185-6): forestiere -o; e fore- 
staro soprastante delle foreste. 

Formicario-: formicajo mucchio di formiche ; e formichiere 
quadrupede che si pasce di formiche. — Di formicolio daccanto 
a formicolajo v. più sopra a p. 302. 

Frumentarius: frumentario agg.; frwnentiere chi porta 
i viveri all'esercito. — Daccanto a frumentaria agg. c'è an- 
che l'are, frumentiera grano acconcio ad uso di minestra. 

Gemmario-: gemmajo il luogo dove si trovano le gemme; 
e gemmiero -e il giojelliere. 

Granatario-, da granata: granatalo chi fa granate (da 
spazzare); e granatiere soldato che in antico lanciava granate, 
cioè palle che spazzano via i nemici, o fatte forse a guisa 
di mele granate. 

Grondarla-, da gronda: gronda ja\ e are. grondéa gronda 
(Bocc. Ninf. fies. 387). 

PI aereditaria: ereditaria agg. ; ed ereditiera ( voce so- 
spetta ai puristi) donna che aspetta eredità. 

Hastario-: astario il 'miles hastatus'; e astajo chi fa aste. 

Herbarius (-um?): erbario libro che tratta delle erbe me- 
dicinali; ed erbajo luogo dove ci sia molta erba fresca. 

Hospitalario-, da hospitalis : spedaliere cavaliere geroso- 
lomitano, o servente d'ospitale; e l'are, ostelliere osteria ed 
oste, cfr. il n. 2. 

Lancearius: lanciajo chi fa lance; e lanciere soldato a 
cavallo e armato di lancia, 'i lancieri' specie di ballo. 



308 Canello, 

Legendario-, da legenda 'cose da leggere': leggendario 
agg. spettante a leggenda, e sost. raccolta di leggende; e leg- 
gendajo chi recita e vende leggende. 

Leporarius: leprajo la persona a cui nelle cacce si conse- 
gnano le lepri ; e levriere -o il can da lepri, il bracco. Cfr. il 
n. 124. 

Librarius: librario agg.; e librajo libraro chi vende libri. 

Litterarius: letterario agg.; e letterajo cattivo letterato. 

Lucernario-: lucernario (in alcuni dizionarj) abbaino; lu- 
cernajo chi fa lucerne; e lucerniere specie di sostegno per le 
lucerne. 

Lumario-, da lume: lumajo chi fa lumicini; e Tare, lu- 
méro lumiera, lume. 

Luminaria- (cfr. luminaris): lumindra -ria festa con grande 
illuminazione; e l'are, luminiera lucerniere. 

Manuaria: mannaj a mannara accetta maneggevole (Diez) 
da usare a due mani (Murat.ì; e maniera quasi il modo di 
tenere le mani, e poi il modo di contenersi in genere. I nostri 
antichi ebbero anche maniero agg. di falcone, agevole, che si 
lascia portare in mano. Il n in mannaja è raddoppiato in forza 
deirtt estruso, cfr. gennajo, battere ecc. 

Met ali cario-, da ìnetallum o metallea-: medaglia] o ven- 
ditor di medaglie o di monete antiche; e medagliere collezione 
di medaglie e monete, e il luogo dove si conservano. 

Ministrarlo-: minestrojo chi mangia ingordamente mine- 
stra, chi ne vende; e l'are, ministriere minestriere ministro, 
servo di corte, menestrello. 

Minutario-: minutario raccolta di minute di lettere; e mi- 
nutiere orefice di fino. Minutario manca ai nostri dizionarj; 
ma lo usa di frequente il Villari ('Nicc. Machiavelli e i suoi 
tempi'), che così italianizza il minutarium delle cancellerie me- 
dioevali. 

Monetario-: monetario agg. e sost.; e monetiere sost. l'uf- 
ficiale della zecca. 

Novenario-: novellalo chi è vago di saper tutte le nuove; 
novelliere -ro chi conta o scrive novelle, in antico anche il 
corriere che portava le nuove. 

Operarius agg. e sost.: operario operajo agg. e sost.; e 
l'are, operiere ovriere ovrero solamente sost. 



Allòtropi: Vocali toniche, A. 309 

Ossario-: ossario (manca ai vocabolarj; ma, manco male, 
c'è a S. Martino!) tempietto per riporvi ossa venerate; e os~ 
sajo chi fa lavori in osso. 

Ostiarius: ostiario chi ha il primo dei tre ordini sacerdo- 
tali minori; e usciere. Anche usciale portiera, confrontato con 
usciaja, mostra di risalire a un ostiario-, e sarebbe quindi al- 
lòtropo imperfetto di ostiario e usciere, cfr. n. 124. 

Pan ari um: paniere cestello, in origine il cestello del pane; 
e panajo agg. L' allotropia è esatta, però che V-ajo di panajo 
agg. continui tanto un -arius quanto un -arium. 

Pario-: pajo sost. due cose, le quali stanno naturalmente 
insieme, 'un pajo di buoi,' 'un pajo di scarpe' ecc.; j9aro solo 
in 'a paro' ; e par sost. due cose simili in generale 'un par 
d'orette', 'un par di tordi' ecc.- La base parfo- è ricavata dal 
plurale neutro paria, cfr. Asc. I 275, e qui più innanzi al n. 122. 

Pensarlo-: pensiero -e, are. penserò l'atto del pensare, 
l'idea; e pensiere -o anche il cappiettino con cui le filatrici 
assicurano il manico della rocca, e ricorda il pensum delle fila- 
trici romane. 

Petrario-: pieirajo chi lavora di pietre, una massa di pie- 
tre; e l'are, petriero -e mortajo da scagliar pietre. — Da 
petraria-: petraja massa di pietre; petriera cava di pietre; 
e l'are, periera (fr. perrière) mortajo da lanciar p. 

Pi scari a agg.: pescaja riparo che si fa nei fiumi per ri- 
volgere il corso dell'acqua a' mulini o simili edifizj, chiusa 
d'acque per farvi la pesca; e peschiera piscina, e anche pe- 
scaja. 

Poenitentiario-: penitenziario casa di correzione, il con- 
fessore cui sono riservati certi casi; e penitenziere con questo 
secondo significato. 

Postarlo-, da posta: postiere maestro di posta, postiglione; 
e postero ufficiale della posta per le lettere (Fanf.; manca al 
Tomm). Quest'ultima voce ha un'aria spagnuola; ma lo spagn. 
non ha un postero. E poiché le poste furono introdotte fra 
noi da Omodeo Tasso, uno degli antenati di Torquato, nel 1290 
(V. Cantù, Storia degli Jtal., IIP 260 410, e P. A. Serassi, 
Vita di T. Tasso, V 8-9), par molto probabile che postero al- 
tro non sia se non un postar postàe di Lombardia, accostato 
al tipo toscano. 



310 Canello, 

Precari US : precario agg. ; e l'are, freghiero prece. 

Primarius: primario primo di condizione; 'primiero an- 
tico, quasi pristino ; e l'are, primajo primo. Abbiamo inoltre il 
Po di Primaro. — Da primaria: primaria ecc.; e il primea 
prima del Boccaccio (p. 301). 

Pulveraria-: polveraja agg.; e polveriera sost. 

Quartarius: quartario la quarta parte d'un barile; e quar- 
tiere la quarta parte d'uno scudo con stemma, o d'un palazzo, 
d'una città, ed ora anche l'alloggio de' soldati. 

Rama rio-, da rame = aeramen: ramajo ramiere chi lavora 
in rame; e ramarro la lucertola color di rame. Ma v. il Fle- 
CHiA, Arch. Ili 162, il quale porrebbe qual basa di ramarro 
piuttosto ramo, che rame. 

Riparia: riparia agg.; e riviera il paese che si stende 
sulle rive del mare. 

Rosarium: rosario certa serie di preghiere, e la corona per 
farne il computo ; e rosajo pianta di rose. 

Sagittarius: sagillario il segno dello zodiaco; e saetliere, 
are. sagittiere, l'arciere. 

Salaria: salaja il luogo dove si vende il sale; e saliera 
il vasetto per il sale. 

Sagmario-, da sagma n. 94: somajo agg.; somaro asino; 
e somiere animai da soma. 

Saponaria-, da sapone: saponària saponaja pianta medi- 
cinale; e forse savonéa specie di medicamento. 

Scalarium: are. scalare^ scalinata; e scalèo scala a mano 
semplice o doppia, 'un mobile o di legno o di ferro che riposa 
sulla propria base, con larghi ripiani per comodo di tenervi vasi 
di fiori' (Fanf ). 

Scutarius: scudajo lo 'scutarius'; e scudiere chi portava 
lo scudo del suo signore. 

Sextarius: sestario sestajo la sesta parte del cóngio ; se- 
stiere la. sesta parte d'una città, e anche una misura da vino; e 
stajo (cfr. il n. 114) una misura di granaglie. — Da questa base 
provengono pure, per modo non ben chiaro: stajóro il campo in 



* Così il Fanf.; ma nel Diz, it. del Tomm. nou troviamo che scalere sost. 
fem. pi., che postulerebbe quindi scalerà. 



Allòtropi: Vocali toniche, A. 311 

cui si semina uno stajo di grano; e stioro (cfr. n. 26) la quarta 
parte dello stajoro e una misura legale fior, di 1541 1/3 brac- 
cia quadrate. Stando al Rigutini, ora stioro sarebbe sinonimo 
di stajoro. 

Sicarius: sicario; e sgherro (p. 302). 

Tabularium: tabulario archivio; e tavoliere tavola da gioco. 
L'are, tavoliere banchiere è allòtropo imperfetto, venendo da 
tabularius computista, cfr. il n. 124. 

Tamburario-, da tamlturo, pers. tambùr [TiiEz less. P 408): 
tamburajo chi fa tamburi; e tamburiere chi fa una specie di 
valige dette anche tamburi, 

Tertiarium: terziario il triplice piovere degli antichi templi 
toscani ; e terziere la terza parte d'un fiasco di vino, d'una città. 

Usurarius agg.: usuriere sost.; e usurajo usurarlo che 
sono anche aggettivi. 

Varius: vario, are. raro; e vajo machiettato di nero, ne- 
reggiante, un animale simile allo scoiattolo colla pelle bigia 
e bianca, e la sua pelle stessa. Il pi. varj s'usa anche per 'pa- 
recchi'. — Da ex-variare (0 dis-var.): svariare; e sbagliale 
(p. 302). 

Ver min aria-: verminaria semenzajo di vermini che si fa 
nel letame; e verminara aggiunto d'una specie di lucertola. 

Vitraria: vetraria agg.; vetraja fornace per far il vetro; 
e l'are, vetìnera vetrata. — Da vitrarius: vetrajo chi fa il 



2. a' in e, iutatto. Anche fuori delle formule -ària -cirio. Va originale ci 
viene innanzi pur sotto la forma di e, dando cosi occasione a forme allotropi- 
che. Ne abbiamo una lunga serie, in cui l'un termine ci è venuto dal fran- 
cese, nella qual lingua I'a' in sillaba aperta, a contatto di un suono palatile, 
diventa normahuente e ai. S'aggiungono altre tre coppie, in una delle quali 
il secondo termine con e ci viene attraverso il tedesco; nella seconda attra- 
verso un dialetto italiano; e nella terza è prodotto da spinta analogica. Ne 
facciamo la rassegna, secondo l'ordine ora accennato. 

Adsimilata-, da simul: are. assembrata assemblata sost. e 
prtic. ; e assemblea, are. assembrea, dal fr. assemblée. Cfr. 
n. 116. 

Butyrata-, da butyrum: burraia agg. unta, spalmata 
intrisa di burro ; e bure specie di pera detta anche burrona, 
dal fr. beurrée. 



312 Cauello, 

C a minata-, da camìnus: caminala stanza fornita di ca- 
mino, che anticamente serviva da salotto ; e sciaminea camino 
(Caix St. d'etim. 150), sen. cimineja caminetto e cappa del 
camino (Fanf. voc. u. tose). — 11 nap. ceniìnenéra è stato 
attratto dall'analogia dei tanti derivati per -aria, cfr. torniedo 
(frequente nel Bojardo) per torneo, prov. iornci-s. 

Commeatus: commiato, are. comhiato congiato', q congèdo 
are. conglo (G. Vili, xi 86), dal fr. congé, ant, congier congiet 
congié. Congedo è commiato assai brusco, o la licenza definitiva 
che si dà ai soldati; Tomm. 2378. 

Consummatus: consumato; consummafo ; e consumè con- 
some brodo ristretto, dal fr. consommé.— A consummare, 
'compiere' e quindi 'finire', piuttosto che a consumere, cre- 
diamo risalga, insieme con consummare, anche consumare. 

Disj ejunata-: desinata sost. , prtic. transit. 'mangiata a 
desinare' (Tomm. Diz. it.); are, desinéa sost. il desinare, dal fr. 
disnée; e sdigiunata prtic. L'identità di queste tre voci ci 
pare sicura; e ci facciamo a dimostrarlo, cominciando dalle 
due prime, cioè dall'etimologia di desinare, fr. diner. Il Diez, 
less. I^ 152, trovava assai difficile che dis-jejunare si potesse 
ridurre a desinare, pr. disnar, fr. disner. Ma veramente d i s- 
jejunare s'era già per tempo ridotto dis-junare (v. Diez less, 
I^ 214-5 e Muss. Beitr. 121-2 s. zezunar), sia che la prima sil- 
laba di je-junare paresse una reduplicazione ridondante, o sia 
che cadesse Ve protonico e s' avesse così j'junare junare. Ora 
da dis-junare potè venir l'it. desinare, come da ad-jutare 
s'è avuto aditare (Fatti di Cesare, Boi. 1863, p. 53) e aitare 
atare; e potè venirne il fr. disner, come da adjutare è venuto 
aider. La più bella controprova di questa etimologia è nelle 
glose vatic. : disnavi me ibi; disnasti te hodie? (Diez l. e), 
e nel se disner quasi 'sdigiunarsi' dell'a. francese. — Riguardo 
poi al significato, si ricordi che il desinare si fa tutt'ora in 
alcuni paesi del trevigiano tra le otto e le nove del mattino, 
e che anche i gentiluomini di due secoli fa desinavano ancora 
a mezzogiorno, l'ora del nostro dcjeuner. E il vecchio prover- 
bio francese dice: 'Lever à six, diner à dice, Souper à six, 
coucher à dix, Fait vivre 1' homme dix fois dix'. — L'identi- 
ficazione di sdigiunata e desinata si fonda sulla spiegazione 



Allòtropi: Vocali toniche, A. 313 

di digiunare da jejimare, con j in d (Schuch. vok. Ili 25 298), 
a un di presso come nel volg. tose, diacere da jacere;- e sdi- 
giunata, come mostra il fr. déjeuner e lo sp. desayunarse, 
starebbe quindi per dis-digiunata"^ . — Il neologismo digiune 
(fr. déjeuné déjeuner) è anch'esso un allotropo di desinato 
desinare ecc. 

Deauratus: dorato; e dorè di colore aurino o rancio, fr. dorè. 

Fumata-: fumata sost. e partic. ; e fumea fumo, in ispecie 
i vapori che lo stomaco manda al cervello, fr. fumèe. 

Liberata: liberata n. 101; e livrèa l'abito (anticamente 
anche il vitto e l'alloggio) che il padrone 'livre', dà gratis ai 
suoi famigliari, fr. livrèe; cfr. Diez less. P 252. 

Mandicata-: mangiata prtic. e sost.; e are. mangéa sost., 
fr. mangèe. — Similmente da bla neo-man dicare: bianco- 
mangiare vivanda di farina e zucchero cotti in latte; e bra- 
mangiere manicaretto in genere, fr. blanc-tnanger. 

Mis culata-, da miscere: mescolata prtc. e sost.; meschiata 
mischiata prtc ; e are. mislèa mellèa melèa mischia, zuffa, fr. 
mélée meslèe. -- Notevole è che gl'Italiani, i quali, al pari de' 



* Credo io pure, che noa sia punto grave l'obiezione che dal significato il 
Diez traeva contro (?esmare = *dis-[ je]j un are; cfr. 'gustare', 'gusto', che 
dicono in varie favelle neolatine 'colezione', 'pranzo' : frc. goùter, dial. sardi 
gusiari bustare bustu, friul. gusta, St. Crit. I 27 (305) n. Ma anche per quello 
che s'attiene alla legittimazione fonetica di codest'etimologìa, giova avvertire, 
in favore del Canello, che anche l'ant. fr. ha juner, oltre jeuner ecc; la prima 
delle quali forme può coincidere coll'it. giunare (diali, sundr), laddove la se- 
conda è jeijjunare, come il prov. ^"eonar, il logudor. ieunar ecc. Arch. 1 508n. 
È dunque ammissibile una combinazione antica, cioè una base italo-franco-pro- 
venzale: disjunare (disiunare); che insieme vuol dire, per la Francia, la 
doppia base dis-junare e dis-jejunare\ e si rintuzza con ciò l'altra obiezione 
del Diez, che la continuazione legittima degli elementi, onde si vorrebbe com- 
posto disner, ci sia effettivamente in déjeuner. Piuttosto stonerebbe Ve del- 
rit. desinare; ma si potrà ripetere dall'accento neolatino di desino ecc., tanto 
più che c'ò il correttivo nello stesso lessico italiano: disinare. 

Circa digiunare, poi, il processo fonetico al quale torna a ricorrere il Ca- 
nello (processo che forse meglio si definirebbe col dir che digiunare rivenga 
a ì/igunare = àìaW. zeSunar, col primo g dissimilato), incontra, a tacer d'altro 
(cfr. Arch. 1. e), la grave difficoltà delia molta diffusione di codesto d- (prov. 
dcjunar ecc.); perciò sdigiunala, che continueremmo a dividere, col Diez, in 
s-di-giunata, non sarà un allòtropo di (:?e5inató = dis-junata. G. I. A. 



314 Canello, 

loro fratelli neolatini, aveano già sostituito al hellum regolare 
de' Romani la werra confusa de* Tedeschi (cfr. wirren ver-ioir^ 
ren), adottassero poi, almeno per qualche tempo, questo rneslea di 
Francia, il quale ben caratterizza la furia del soldato francese. 
Il Guicciardini, infatti (St. d'It. lib. IV, e, 4), narrando la bat- 
taglia di Fornovo, dice che entrarono 'da ogni parte nel fatto 
'd'arme gli squadroni alla mescolata, e non secondo il costume 
'delle guerre d'Italia, ch'era di combattere una squadra con- 
'tro un'altra': dove quell' 'alla mescolata' ha tutta l'aria di 
ricalcare idealmente, e in parte anche materialmente, il fr. à 
la mélée. 

Nominata: nominata prtc. e sost. ; e nomèa fama alquanto 
spregevole, che pare uno scorcio del fr. ré-nommée. I nostri 
antichi dissero anche rinoméa, che fa coppia col prtc. rino- 
minata. 

Palmata-: palmata colpo di palma, regalo, cfr. mancia da 
manus; epalméa convenzione, mercato, a, fr. palmée (Manuzzi). 

Pirulato-, da pirum (cfr. Diez less. P 311): iicrlato agg.; e 
perle certo fregio a intaglio, dal fr. perle fatto a guisa di perla. 

Quadratus: quadrato agg. e sost.; e carré un quadrato 
di soldati, dal fr. carré. 

Raspato-, da raspa (cfr. Diez less. P 343): raspato prtc. 
di raspare, e sost. una qualità di vino fatto con uva spiccio- 
lata e raspi triti; are. raspéo il vino raspato, fr. rdpé, vin 
rapè] e rapè una specie di tabacco detto anche 'rapato', in 
fr. tabac o^dpé, cfr. il n. 76. 

Vallata-: vallata paese chiuso tra due linee parallele di 
monti; e vallea valle, dal fr. vallèe. 

Frater fratre-: fratre fratello, crudo latinismo; e are. 
frere freri friere fratello, e chi appartiene a una religione, fr. 
frère friere. 

Ho spi tali s: ospitale agg. e sost.; ospedale spedale sost. 
ricovero per i malati; e ostello albergo, dimora, dal fr. hotel 
hostel: che è tuttavia allòtropo inesatto a cagione dell'o fi- 
nale. L'are, ostale 'ostello' potrebbe venirci attraverso il pr, 
ostal'S, ma anche direttamente dal latino.— Il fr. mod. hotel 
è pur esso in via di farsi italiano. 

Par pare-: pari; e l'are, peri titolo di nobiltà, dal fr. 
joair, ant. per. 



Allòtropi: Vocali toniche, A. 315 

Sanguinai sanguinare: sanguina sanguinare dar san- 
gue; e l'are, segna segnare salassare, dal fr. saigner. Vai 
di saigner da a in posizione è prodotto dal contatto del suono 
che segue: sangnare sa'njnare. 

Gratella-, da oratesi gratella; e grétola, attraverso Ta. 
a. ted. erettili cestino, Diez less. IP 37, e Schuch. vok. I 192. 
Occorre appena ricordare, che nel ted. l'è da a è fenomeno di- 
verso dell' e ai da À nel francese. Nel ted., il motivo è nel cosi 
detto 'umlaut', che in questo caso vuol dire nell'effetto dell'i 
della sillaba susseguente suU'a della tonica o radicale. 

Tegame-, per teg{u)men: tegame; e ^«t^mo coperta di carro, 
dal ferrar, tiem, Flech. II 56-7. L'allòtropo, del resto, non è 
perfetto, risalendo tiemo a legamo-; cosicché dovrebbe passare 
al n. 121. 

Gravi s: grave; e greve, assimilato a lieve. Grave è pur 
sost. ; greve solo agg., e con valore puramente materiale. 

3. A in i, intatto. Si ha i da d in due voci venuteci dall'inglese; alle 
quali se ne aggiungerebbe una terza, venutaci, pare, dal dialetto del Vallese 
(gruppo franco-provenzale). Ne otterremmo, con le corrispondenti di forma 
italiana, in cui Va è intatto, tre gruppi di alWtropi. 

Gapanna-, dimin. celtico di capa, in cimbrico cah-an (Diez 
less. P 109): capanna; e cabina stanzina d'un bastimento, 
dall' ingl. cabin, e più precisamente dall'anglicismo francese 
cabine, come mostra l'accento. — La stessa ha.se èìn g{ibbana\ 
— Allòtropi sono quindi anche: capanno e gabbano; gabinetto 
e gabbanetto. 

.Turata: giurala; e giuri giuria, dall' ingl. ;Mn/ pi. juries 
(raro). Questo jury è poi dal fr. jurée sottint. cour 'corte giu- 
rata'; si confronti armi/ da armée e assembli/ da assemblée. 
Giuri per noi è il corpo dei giurati, sia giudiziali che privati; 
giuria V istituzione. Anche qui la fonte immediata di giuri è 
l'anglicismo fr. junj. 



' Il Diez, less. P 109, nega ogni connessione fi-a cappa, ch'egli deriva da 
capere, e capanna. A noi pare che gabbana -o non si possa formalmente 
staccare dal cimbr. caban, col quale il Diez stesso collega capanna. Il nesso 
ideologico tra capanna e gabbano ó mostrato dall'a. sp. e dall' a. mil capa. 
che riuniscono ambedue i significali. 



316 Canello, 

Christianus: cristiano; e cretino stupido, dal fr. crétin. 
Il LiTTRÉ (Dict. s. V.) deriva crétin dal ted. kreidling , e re- 
spinge r etimo christianus proposto dal Génin. Il Brachet, nel 
Dict. àtym. (s. v.), si limita a dirla voce 'du patois des Gri- 
sons', mentre nel Supplément al Dict. des Douhlets (p. 10) lo 
avea identificato con chrétien, attribuendolo 'au patois de la 
Suisse romande'. Crétin da christianus potrebb' esser regolare 
in un dialetto del gruppo franco-provenzale, con l'i per a pre- 
ceduto da suono palatile; ma non ci è riuscito di trovare que- 
sto esemplare negli spogli dati dall' Ascoli (Arch, III 81 segg.)'. 
L'evoluzione ideologica sarebbe da 'cristiano' ad '^uomo', 'uomo 
purchessia' (cfr. Arch. I 10 n). Secondo un luogo del Bonnet, 
citato dal Littré s. v., i cretini abonderebbero nel Vallese e 
nelle Wallées voisines'; e non è improbabile che il nome, ivi 
abituale per uomo, abbia significato per i paesi vicini l'ebete. 

4, a' in 0, davanti ad ne, o intatto. Ne abbiamo un solo caso d'allotropia; 
e il fenomeno vi appare svolto a formola atona. 

Mancus: manco; e monco. Si confronti moncone monche- 
rino. 

5. É lungo in e e i. L'c vien continuato normalmente nel fiorentino da un e. 
Ma i letterati, che leggono aperti tutti gli e tonici del latino, hanno immesso 
nella lingua italiana molte voci in cui l'è si continua per r. In alcune forme, 
invece, venuteci dai dialetti meridionali e in qualche altra presa dal francese, 
Ve appare i. Di qui ebbero occasione cinque gruppi di allòtropi. 

Arena: arena rena sabbia fine; e arena anfiteatro (Ri- 

GUTINl). 

Quietus: cheto chi non si move e non parla; queto collo 
stesso significato, ma d'uso meno frequente; e (/it?<?/o interna- 
mente tranquillo. Ve di quieto non basterebbe a provarne 
l'origine letteraria, potendovi Vie essere stato assimilato ai 
tanti ié da é\ ma vi si aggiunge il qu- intatto. Queto è forma 
semipopolare. Da quietus, secondo il Dikz less. P 124, sa- 
rebbe anche chiotto, nap. cuoto; attrav. il fr. coit. Ma chiotto 
sarà piuttosto il nap, chiugte 'lento', che il D'Ovidio, Arch. IV 
163, spiega da 2^lotus. — Da quietare: chetare, quetare , 



^ [crctin, -na, idiot, imbécile de naissance; ce mot est une corruption de 
chrétien (Bas-Valais). Bridel, 90 j 



Allòtropi: Vocali toniche, E lungo. 317 

quietare, quiiare e cintare, i due ultimi probabilmente attrav. 
il fr. quiiter. Ricordiamo ancora: acquietarsi; e acchitarsi 
(al gioco del bigliardo). 

Halec: alece, v. lett., una specie di salsa usata dai Romani; 
e alice acciuga, che par ci venga dal napoletano, cfr. D'Ovi- 
dio li 87. Dalla stessa base, attraverso Fa. a. ted. harinc, sa- 
rebbe, secondo il Diez less. P 31, aringa. Ma Y-a toglie la per- 
fetta allotropia. 

Saraceno-, cfr. Saraceni: saraceno, v. lett.; e Saracino 
agg. e sost., voce d'origine sicula, con i normale in quel dia- 
letto, cfr. Asc. II 145. 

Gaudere: godere; e gioire godere internamente, dal fr. 
jouir joìr. 

6. -ÉRiA -ÉREA in iera, o intatti. L'è di queste formule è trattato nelle voci 
popolari come Yè. Sulle ragioni del fenomeno, v. Zeitschr. f. rom. phil. I 511, 
e cfr. Giorn. di fil. rom. I 78-9. Ne abbiamo due casi d'allotropia. Nel se- 
condo termine d'un terzo, vi ha iere iero da -ere, ma probabilmente per in- 
fluenza analogica. 

Cerea: cerea agg., voce lett., notevole per il suo r, invece 
di e\ dovuto all'influenza del pop. cera; e ciera cera' viso, 
aspetto, V. Asc. IV 119 segg. — Da cereus è cèreo agg., e in- 
sieme cereo sost. grossa candela. Anche cero, ad onta del suo 
e, dovuto a influenza di cera, sarà dalla stessa base, cfr. fr. cierge 
sp. ci-rio pr. ciri venez. giro, e Diez less. IP 257. 

Feria: feria iestsi, vacanza; e fiera mercato Diez less. P 179. 

M anere: are. manére rimanere; e maniere maniero ca- 
stello feudale, attraV. l'a. fr, maneir-s, prov. raaner-s, cfr. Diez 
less. P 266. Il raffronto di imperieri frieri da emperere frere 
(anche -iere) potrebbe far credere che anche in maniere Ve prov. 
si fosse dittongato nell'italiano. Ma molto più probabile è, come 
mostra in ispecie maniero, che s'abbia qui un'assimilazione ai 
tanti sost. in -iero da -ario -erio. 

7. L'H' greco è rappresentato ora da e e ora doricamente da a'. Ne ab- 
biamo un caso d'allotropia. 



' Con e lo segna il Fanf. nel Voc. pr. tose ; con « invece nel Yoc. il. 
- Cosi lo dà. il Fanf.; il Rigutini ha cera anche per 'aria del viso'. 
■"' II latino, per norma, dorizza, e dà a per vj greco comune. Cosi (jrr^wux 
vi diventa sacoma, onde il nostro sdcoma sàgoma- Un caso importante di v 

Archivio slottol. ita!.. IH. V."' 



318 Canello, 

Serica: serica agg. ; e sàrgia specie di panno lino o lano 
di varj colori, che serviva per cortinaggi. Questa voce ci viene 
attrav. il fr. sarge o il prov. sarja, che riflettono un bassolat. 
sarica per serica, cfr. Diez less. P 365 e Scnucir. vok. I 221. 
Va di sarica apparisce anche in sargina e sargano. 

8. e' breve dinanzi a vocale passa popol. in i; resta intatto nelle voci let- 
terarie. 

Reus: reo colpevole; e rio cattivo. 

9. e' di pos., ma breve per natura, dà normalmente e; nja apparisce i: 1." in 
parecchi diminutivi, venutici dallo spagnuolo, nei quali -ello -ella regolar- 
mente è divenuto -ilio -illa attraverso -iello -iella, cfr. sp. siila ant. siella 
da sella e Castilla da Castella^-, 2." in pochi altri esemplari, probabilmente 
indigeni, forse per influenza analogica. Passiamo in rassegna prima i sette 
gruppi d'allòtropi, nei quali l'un termine ci viene di Spagna; poi i tre in cui 
ambedue i termini sembrano indigeni. 

Byrsello-, da hyrsa: borsello; e borsiglio sacchettino di 
odori, cassetta particolare, spillatico, sp. bolsillo. 

Camerella-, da camera: camerella piccola camera; e ca- 
marilla specie d'alta camorra, le persone che avvicinano il re, 
lo sp. camarilla. Questo esemplare è assai notabile perchè mo- 
stra, col doppio l conservato, d'essere entrato nell'ital. per via 
letteraria. 

Chartello-: cartello; e cartiglio cartellino, quello spazio 
nella facciata degli edifici ove si mettono stemmi, bassorilievi 
iscrizioni, sp. cartillo. — Da eh art ella-: cartellale car- 
tiglia cartellino, al gioco di calabresella 'quantità di carte dello 
stesso seme', sp. cartilla. 



rappresentato con a è forse in quel cara 'caput', sul quale è a vedere il Diez, 
less. V 711. Dato ch'esso rappresentasse, non •/.cf.px o xa^rj , ma bensì x>j/5Ó? 
cera, col valore di 'faccia' che 'cera' ha assunto nei linguaggi romanzi, noi 
avremmo in cara car-ea due basi che bene spiegherebbero il fr. chère^ sp. 
prtg. pr. cara ecc. e. nap. càjera, e farebbero giusto riscontro a cera cerea, coi 
quali r Ascoli, IV 121 n, ha così bene spiegati l'eng. caira e l'ital. ciera 
cera ecc. [Sarebbe veramente un parallelo sin troppo giusto; e giova ripe- 
tere, che non v'ha alcuna testimonianza storica di codesto feminile greco 
»xvj/ov3, = lat. cera. G. I. A.] 

1 Quest'esito speciale dell' e in pos., che per norma è rappresentato nello 
sp. da un ie (cfr. n. 10), pare dovuto al nesso palatile II (= Ij) che gli sus- 
segue. 



Allòtropi ; Vocali toaiche, E di pos., ecc. 319 

Faldella-, da falda, germ. fall (Diez less. P 170): faldella 
piccola falda; e faldiglia specie di soltana intirizzita, guar- 
dinfante, dallo sp. faldilla. 

Granateli a- da granum: granatella piccola gr. ; grana- 
tiglia legname nobile per impiallacciare tavole e simili; e gra- 
nadiglia il fior di passione, dallo sp. granadillo granadilla. 

Quadrello-, da qiiadrum: quadrello arma con punta qua- 
drangolare, e saetta in genere; e quadriglia gioco di carte che 
si fa in quattro, sp. quadrillo. — Da quadrella-: quadrella 
grossa lima quadrangolare; e quadriglia combattimento in quat- 
tro, e ballo con raggruppamenti a quattro, sp. quadrilla. 

Directus: diretlo; e diritto dritto, che risalgono veramente 
a una nuova base dirictus ricavata da dirigere, con i in- 
tatto. — Su diì^itto si foggiò poi anche 7ntto (se pur non n'è 
forma aferetica), che vive daccanto a retto. 

Despectus; dispetto ira sdegnosa; e despitto disprezzo, per 
influenza di despicere, o piuttosto del fr. dépit, o d'analoga 
forma dialettale nostrana. 

Respectus: rispetto; e respitto, resquitto n. 99, indugio, 
riposo, per influenza di respicere o dell'antico fr. respif o simili. 

10. e' di pos., ma breve per natura, dà ie ia una voce venutaci di Spagna. 
Sexta: sesta agg. num.; e siesta sost. il riposo meridiano, 

all'ora sesta, sp. siesta, cfr. Diez less. IP 179. 

11. 1 lungo normalmente si conserva; in pochissimi esemplari passa in e. 
Ne abbiamo due soli casi di allotropia e non certi del tutto. 

Dodi Cina-, da dodici: dodicina; e dozzena forma ripresa 
per dozzina. 

Quarantina-: quarantina; e quarantena. — Ma e per 
quarantena e per dozzena nasce il sospetto che si tratti di 
due francesismi : douzaine quarantaine, che risalgono ad -anea 
-ana, a cui riviene anche il nostro quarantana. E per le no- 
stre due voci potrebbe anche trattarsi del suffisso -eno, che è 
nelle corrispondenti spagnuole, cfr. Diez gr. IP 447'. 

12. I breve in e r^, oppure intatto. La risposta normale nelle voci popol. 
fior, à Ve; ma si ha e in alcune voci di formazione popolare, che, dimenticate 



' Qui non dimenticherei i dial. italiani, e in ispecie addurrei le forme ve- 
nez.: deii'na dobéna qiiarantrna. Q. I. A. 



320 Canello, 

dal popolo, furono poi ravvivate dai letterati, e proferite con e, cfr. n. 5. L'i 
si conserva intatto invece nelle voci che i letterati direttamente tolgono dal la- 
tino. Da questi diversi esiti dell't ci sono provenuti sette gruppi di allòtropi. 

Gap ib ile-: capihile intelligibile; e capevole atto a conte- 
nere, atto a comprendere e ad es.sere compreso, abbondante. 
Ma il primo si connetterà al neolat. capire, il secondo al lat. 
capere "^■. 

Gibus: ciho] e gelo capro, cfr. sp. chilo chivo capretto. Il 
DiEz, less. V 449, riaccosta felicemente il nostro zeba (rica- 
vato da gelo *zedo) colle citate voci sp., col ted. volg. zibbe 
e con somiglianti voci albanesi; ma gli sfugge poi l'etimo, che 
a noi pare accertato da gebo, preferenza letteraria d'un pop. 
ant. gebo. — Dal lato ideologico, gioverà ricordare che la carne 
di capro era il cibo più usuale nel medio evo, come fanno fede 
il nostro beccaio da becco, e il fr. boucher da bone, quasi 'ma- 
cella-becchi'. 

M a r i t i m a : marittima agg. ; e maremma {- marit'ma) quasi 
campagna a mare. 

Minare: menare, e minare. E dai due vb.: mena, e mina^ 
cfr. DiEZ less. P 277. Mina e minare sono venuti tra noi nel 
secolo decimosesto a surrogare 'cava' 'far cave'. Secondo il Guic- 
ciardini {St. d'It., lib. VI, e. 1), la mina a polvere sarebbe stata 
usata in Italia la prima volta nel 1487, dai Genovesi. Gran 
maestro ne fu poi nel secolo decimosesto Pietro Navarro, spa- 
gnuolo. La parola pare sorta dapprima nel francese; e sarebbe 
stata introdotta come latinismo tecnico : ciò che ne spieghe- 
rebbe Vi intatto. Un altro allòtropo di mena mina è moina 
muina carezza affettata, dal fr. (borgogn.) moigne per mine, 
cera, gesto, cfr. Littré dict. s. mine. 

Minimus: minimo, minima aggettivi e sost. ; e menomo 
soltanto agg., che potrebbe essere pronuncia letter. di un ant. 
pop. menomo. — Menimo , il calo della cera che si presta a 
logoro, sarà novamente estratto da menimare. 

Patibilis: patibile passibile e paziente; e patevole tolle- 
rabile. Si riveggano le osserv. a Capibile-. 

Stilus: stilo, stile; e stelo, che sembra stare per un ant. 
pop. stelo. Ora nell'uso parlato è surrogato quasi sempre da 



* [Cfr. DiEZ IP 330, Asc. I 14 ecc.] 



Allòtropi: Vocali toniche, I breve ecc. 321 

'gambo': stelo tuttavia si dice talvolta del gambo gentile del 
frumento, e di persona assai magra. Curiosa è la deviazione 
morfologica di stilo in stile; cfr. il n. 122.- A stylus (cioè 
a stillo-) - stihis faremmo poi risalire stollo stile del pagliajo 
e 'stolto', quasi 'palo'; cfr. il n. 23. Diversamente spiega que- 
sta voce il Caix, St. d'etim. 161. 

13, i' breve in a od ai. II fenomeno ha luogo in voci che ci arrivano at- 
traverso il francese. Due di queste s'incontrano con voci corrispondenti in- 
digene che danno Vi intatto o passato normalmente in e. 

Ad-minare: ammenare; e ammainare raccoglier le vele, 
avvolgerle, dall' a. fr. amainer , ora amener. Il Flechia, IV 
372, propone dubitativamente di ricondurre ammainare, attra- 
verso il napol. 'mmainare ecc., ad un invaginare; e certo 
è seducente l'idea che questa parola marinaresca ci venga dalla 
patria di Flavio Gioja. Pure, a noi sembra che, non bastando 
quest'etimo alle forme francesi, meglio convenga attenersi alla 
spiegazione che il Diez (less. P 20) accennava, ravvicinando 
la nostra voce e lo sp. prt. amainar al fr. amener. E vedi 

LlTTRÉ s. V. 

Dominium: dominio, are. domino dimino ', e demànio il do- 
mìnio del re o dello stato, dall' a. fr. demaine ora domaine, 
italianizzato al modo di daino danio da dain. Il Viani (Voc. 
pret. frano, s. demanio) crede che questa voce apparisca tra 
noi la prima volta nelle Fayn. nob. nap. di Scip. Ammirato, 
Fir. 1580, p. 155; ma, per tacere dello Pseudo-Spinelli, che 
usa demanio (Murat., Ss. vii 1073 a ), occorre più volte de- 
maniiim nei cronisti napoletani del secolo decimo terzo; anzi in 
una lettera dell'imper. Federigo II ai Lombardi (1229), pare che 
si voglia distinguere fra il dominium 'dominio imperiale' quasi 
latino, e il demanium o demaine francese-normanno: 'quod.. 
'occupaverant.. recuperavimus et revocavimus ad demanium et 
'dominium nostrum', Murat., Ss. vii 1015 d. 

14. i di pos. in f, intatto. Nelle voci pop. fior. Vi in pos. volge ad e se 
era breve per natura; resta i se era lungo. Nelle voci letterarie ò intatto in 
ambedue i casi. Ne abbiamo quindici casi di allotropia. 

Balista: balista-, e balestra. Ve per e di balestra è do- 
vuto alla speciale posizione, cfr. minestra maestro ecc. 
Cippus: cippo colonna tronca; e ceppo troncone d'albero. 



322 Canello, 

Circus: circo specie d'anfiteatro; e cerco cerchio. Ma cerco 
potrebbe anche essere ricavato dal pi. ccrc/if = ci re' li. 

Dieta: dilia casa commerciale (latinismo^ di bassa sfera, 
dovuto ai ragionieri, simile a hihita dovuto ai farmacisti o ai 
caffettieri), buona fortuna, cfr. sp. diclia\ e detta prtc, e sost. 
'detto' 'accordo'. 

Philtrura: filtro bevanda magica e setaccio da filtrare; e 
feltro specie di panno non tessuto da farne cappelli, e eolatojo. 
— Diversamente spiega feltro il Diez less. P 175. 

Firmare: firmare sottoscrivere; e fermare arrestare. — Da 
confirmare: confinnare\ e confermare. 

Impetus: im'peto; ed empito, eh' è un 'impeto violento o 
continuato con foga da rapir seco i corpi che incontra', Tomm. 
2329.- L'2 di impeto è dovuto alla special posizione, o ad in- 
fluenza letteraria'? Gli esemplari che seguono fanno propen- 
dere alla seconda ipotesi. 

Index: indice; ed endice il guardanidio. 

Nirabus: nimbo l'aureola dei santi; e nembo temporale. 
Anticam. nimbo ebbe anche questo secondo significato. 

Rixa: rissa baruffa; e ressa folla. Anormale sembra Ve; 
ma si tratterà veramente di pronuncia letteraria di un ant. 
pop. ressa. Sentiamo, infatti, che questa voce non è più in corso 
tra i Toscani. 

Sigillum: s/^27^o; e suggello. La ragione dell' e per -^j o sarà 
quella stessa che adducemmo per ressa, o starà nel ragguaglia- 
mento ai tanti sost. in -elio, legittimi continuatari d'un -èllus. 

Stirps: stirpe razza; e sterpe, ora sterpo, ramoscello mal 
vivo. 

Strictus: stretto partic, agg. e sost.; e strinto aggiunto 
perlopiù di vesti, schietta voce fior., da uno strincto, rifog- 
giato su stringere, cfr. Arch. Ili 251 n. 

Vacillare: vacillare essere in procinto di cascare; e va- 
gellare vacillar colla mente. L'è per e in vagello vagelli ecc. 
è dovuto a un conguagliamento con forme quali puntello -i ecc., 
in cui Ve è legittimo. 

^ Non dimentichiamo tuttavia che dictus è riflesso neolatinamente in al- 
cune regioni come dictus, in altre come dTctus. Ma ditta 'casa commer- 
ciale' pare neologismo. 



Allòtropi: Vocali toniche, 1 di pos , ecc. 323 

Virgula; virgola segno ortografico; e vergola verghetta, 
e una specie di seta addoppiata e torta. 

15. I di pos. in a. Ciò ha luogo soltanto in voci arrivateci attraverso il 
francese, in cui l't diventa a per influenza dei suoni nasali che gli vengono 
dietro. Ne abbiamo tre casi di allotropia. 

Chamarlinc a. a. ted., da camera ■>!■ line : camarlingo ca- 
marlengo; e ciam'berlano ciambellano, attrav. il fr. cham- 
bellan, antic. chamhrellanc ecc. 

Fimbria: fìmbria', e frangia, dal fr. frange, Diez less. V 189. 

Hring a. a. ted. 'circolo' 'adunanza'; aringo', e rango ordine, 
ceto, attraverso il fr. rang. Dalla stessa base è anche il rancio 
de' soldati. Gli Spagnuoli, infatti, dal se ranger de' Francesi, 
hanno tratto rancharse 'mettersi in fila'; e di qui ricavarono 
il sost. rancho il pranzo d'ordinanza, onde il nostro rancio. 

IG. lungo in o nelle voci popolari, e in m in pochi esemplari speciali. 
Ne abbiamo un sol caso di allotropia. 

Corona: corona; e cruna il foro nella testa dell'ago, Diez 
less. IP 23-4. Forse la testa dell'ago fu dapprima concepita 
come una testa chiercuta: corona disse e dice infatti anche 
'chierica'". 

17. lungo in o nelle voci dei letterati, in oic in un esemplare venutoci 
dall'inglese. 

Colon US : colono', e clown pagliaccio, il rustico del teatro. 

18. breve in «o o. Il primo esito è proprio delle voci popolari ; il secondo, 
non estraneo alle popolari [nova novem, ecc.), è proprio delle letterarie. Abon- 
dano per questa doppia continuazione dell' c5 lat. gli allòtropi sinonimi; due 
fide coppie ne abbiamo in cui anche il senso differisca. 

Focus: fuoco; e foco che ha accezioni speciali, p. e. il foco, 
non il fuoco, dell' elisse. 

Tonus: tuono quello del cielo; e tono quello della musica, 
co' suoi traslati; ma la difièrenza non sempre si osserva, cfr. 
ToMM. 1379. 



* corona^ cerchio, cerchiello, anello (cfr. rjli anelli delle forbici, e anello 
'specie di chiodo con un foro in luogo di capocchia'}; questa, e non altra, é 
la serie ideologica in cui s'incontrano la cruna, cioè la testa anulare del- 
l'ago, e la corona, oioè il cerchio che orna il capo o il cerchio raso nel 
capo. ^'. I A. 



324 Cauello, 

19. o di pos. in 0, oa. La prima evoluzione è la normale italiana; la se- 
conda s'incontra in un solo esemplare che ci viene d'Inghilterra, e fa cop- 
pia col corrispondente nostrano. 

Tostus: tosto avv., agg. e part. 'tostato'; e toast brindisi 
politico, eh' è Tingi, toast brindisi in generale, e propriamente 
il crostino abbrustolito da intingere nel vino da deserre al 
momento de'brindisi. — Altri spiega l'avv. tosto da toto-cito 
tot'g'to; ma se cosi è tolta ogni difficoltà ideologica, s'affaccia 
in ispecie la difficoltà fonetica dell' o aperto da lat. 6. Tosto 
passò a dir 'subito' forse dapprima nel linguaggio della cucina 
e del tinello; e la progressione ideologica sarà stata da 'ab- 
brustolito' 'caldo' a 'pronto' 'presto'-. 

20. u lungo intatto, ovvero in o. II primo caso è il normale: il secondo in 
alcune voci di dubbia natura, probabilmente venuteci da qualche dialetto in 
cui Vu possa volgere ad o**. Ne abbiamo due gruppi di allòtropi. 

Acumina, neutro pi. di acumen: gómena, e anticamente 
ggmona gùmina cùmina acumina il grosso canapo da legar le 
navi, cfr. cavo, sp. calo, che ha lo stesso valore ed analoga 
evoluzione ideologica; e gómbina, are. combina, quel cuojo o 
cordicella che unisce la vetta del coreggiato col mànico, laccio, 
vincolo. — Il Flechia, IV 386, e Riv. di filolog. class., II 195 
e seg., deriva gómena da un ligumiyia per ligamina; ma que- 
st'etimo non ci spiega le forme col e [cumina). Né meglio ac- 
cettevole ci sembra la spiegazione di gómbina da copula pro- 
posta dal Caix St. d' etim. 50. ' 

Luridus: lùrido, voce letteraria, come mostra anche la pos- 
tonica conservata; e lordo sporco, Diez less. P 254.- Da lu- 
rida potè aversi anche loja (quasi luri[d\a lurja) sucidume 
della persona, che sarebbe un allòtropo di lurida e lorda. Di- 
versamente spiegano loja il Diez less. IP 42, e il Caix St. 
d'etim. 32-^*. 



* [Cfr. caldo caldo sùbito sùbito.] 

** Dei due esempi, uno è controverso [ggìnena ecc.), l'altro (lordo) 
può ripetere il suo g dalla molto antica posizione volgare, cfr. Arch. I 37 
(550) n. ' G. I A. 

^ Da combina comina-, piuttostochè da comminar i (Caix St. d'et. 40), sarà 
anche sgominare are. sgombinare disordinare, sbaragliare, iu origine 'slegare'. 

*** ^i?i« fu anche riportato a lùrdja, e così sarebbe doppiamente analogo 



Allòtropi: Vocali toniche, U breve. 325 

21. u' breve in p o, o intatto. Il primo è l'edito normale popol.; il secondo in 
alcune voci speciali; resta intatto nelle voci di formazione letteraria. Ne ab- 
biamo sette casi di allotropia. 

Cubitus: cùbito misura di lunghezza; e gomito, anticam. 
gòmhito, oltre govito. 

Dubitare: dubitare essere in dubbio; e l'are, dottare te- 
mere, cfr. fr. ré-douter. — Dubitare, benché comunissimo nel- 
l'uso parlato, si rivela d'origine letteraria, oltreché per Vu 
intatto, anche per la postonica conservata {dubito)'^. — Da un 
dubitanti a-: dubitanza dubbio; e dottanza timore ecc. 

Fuga: fuga; e foga, Diez less. IP 30. — Anche qui Vu di 
fuga ci fa arguire di origine lett. questa parola d'uso tanto 
popolare'"". Vero è tuttavia che il popolo dice più volontieri 
'scappare' che non 'fuggire'. 

Lupa: lujpa l'animale; lova la meretrice. 

Putare: 'putare stimare, nella frase 'puta il caso'; q 'potare 
tagliare i tralci inutili degli alberi, in ispecie delle viti. 

Tuba: tuba; e trgmba, Diez less. V 428. 

Tunica: tùnica, term. scientif. , ora anche una sopravve- 
ste da signora o quella de' soldati; e tonaca tonica l'abito dei 
frati. 



a crq/o = crùdjo (Diez). Solo rimarrebbe la differenza dell'essere il d prece- 
duto da cons. in una delle due basi e da vocale nell'altra. Per questo parti- 
colare, /o;a = lìirdja s'accosterebbe a /"i/jo = furvjo (Diez), che è però un 
esempio pioblematico. G. I. A. 

* L'affermazione del Diez (P 1G6), che Vu di terzultima soglia rimanere 
intatto nell'italiano, e altre consimili, vanno ora di certo chiarite con le op- 
portune distinzioni fra voci dotte e voci popolari; e il Canello è molto bene- 
merito di questa parte della fonologia italiana. Ma la contrazione dell'antico 
sdrucciolo ha pur confini diversi secondo le diverse favelle neolatine. Cosi, 
nel tipo francese, s'estende a tutt'intiera la serie degli infiniti di terza {ceindre 
cinj're, moudre mol're, ecc.\ laddove nell'italiano non vi occorre se non in 
molta scarsa misura (toff lieve torre e simili; cfr. n. 25). Avremo poi a dir 
senz'altro, che subito, a cagion d'esempio, non sia voce popolare? Io di certo 
non l'oserei; e pur v'è conservata la postonica e intatto Vn, tal quale come in 
dubito. G. I. A. 

** Circa Vii di fuga ecc., cfr. per ora Arch. I lS5n. E pur Vù di lupo 
non va così senz'altro considerato come criterio di voce non popolare; cfr. 
Arch. I 262, e i berg. Ir'if Iva di contro ai roil. lof ha. G. I. A. 



220 Cune Ilo, 

22. u' di pos. in j) o, ovvero intatto. Passa in o, raramente in 0, nelle vocr 
popolari, quando era breve per natura. Resta intatto nelle voci letterarie, 
quando era lungo per natura. Alcune allotropie provengono dall' incontrarsi 
di forme letterarie colle rispondenti popolari; un gruppo speciale d'allòtropi 
è dovuto alle diverse sorti d'un u celto-germanico. 

Cult US {cui-): culto agg.; e colio, anche sost. , campagna 
coltivata. — Da incultus inculto eh' è del morale; e incòlto 
che riguarda propriamente la coltura fisica. 

Punctare-, da punctum : puntare punteggiare e far forza 
contro un dato punto ; e pontare con quell'ultimo senso e 'pon- 
zare'. Puntare e pontare sono due varietà dialettali: propria 
la prima del fior., l'altra del sen. e in genere della maggio- 
ranza dei dialetti toscani, v. Arch. Ili 251 n. 

Supplex: supplice-, e, secondo il Diez less. IP 67-8, soffice, 
cfr. fr. souple. 

Sur gito- (per surrectus): surto uscito fuori, fermo, diritto 
(de' cavalli); e sorto prtc. da sorgere, agg. ristorato, sollevato 
(Ariosto, Cinque Canti, iv 75). — Notevole è surto, voce evi- 
dentemente letteraria, e ricavata da surgere, come diritto da 
dirigere. Dalla stessa base bassolatina, e non già dall'are. 
sorctus per surrectus, ricordato da Festo, è anche sorto. '^ 



* Circa il 'bassolatino' mi permetterò di riferirmi all'Indice del IV voi., 
424 a. Non credo a un surgìtus, che non è lecito porre per nessun' età la- 
tina. Si trovano sincopati, nel latino classico: sorgere pòrgere (sur-rigere 
por-rigere; sùr-rigit surgit), conformi a' quali poi si vedono: èrgere^ comune 
all'ital. e al prov.; -córgere {ac-corgere ecc.), comune all'ital. e al lad.; dér- 
gere, comune al prov, e al lad. (cfr. Diez W 218, Arch. I 94 u, 233n). L'are. 
sorctus proverrebbe, secondo il Corssen, da surrectus, ripetendo la sincope 
dalla ragione dell'antico accento: surrectus (vok. II- 893). Checché ne sia, 
surgere ecc. ben più facilmente entravan poi nell'analogia di spàrgere sparsus, 
mérgere mersus, tèrgere tersus, pdrcere parsus, mulgére mulsus, mulcére 
mulsus, che non in quella di mulgére mulctus (sost.), arcare arctus (agg.). 
Onde siamo al tipo sorso, che si continua nel prov. sors (cfr. ers); e il tipo sorto 
porto, che è dell'italiano e del ladino, rappresenterà un'ulteriore deviazione, 
alla quale invitava, oltre l'etimologico tòrcere torto, anche la serie abbastanza 
antica in cui entrano i tipi volvere {\6\jere) volto^ tollere (tóljere) tolto, col'gere 
(cóljere) colto. Analogie più decisive, per questa deviazione di sorso in sorto^ 
parrebbe, a prima vista, di dover riconoscere negli ital. spandere spanto, mun- 
gere munto, e specialmente in spargere sparso sparto; né di certo sono esempj 
cotesti da trascurare. Ma son troppo specificamente nostrali (cfr. eng. m,uns. 



Allòtropi: Vocali touiche, Y. 327 

Vulva: vulva terra, d'anat.; e volva borsa o calice de' 
funghi. 

Kruppo-, cfr. l'a. nord, kryppa gobba e il gael. crup rag- 
gruppare (DiEZ less. P 224): gruppo riunione di più oggetti; 
e groppo nodo. Di qui anche il grup o crup angina, attra- 
verso il fr. croup, eh' è il gael. crup, passato anche nell'in- 
glese. 

23. Y in e t. h'y delle voci greche entrate nel latino classico o seriore, 
pur sempre scrivendosi ?/, fu profei'ito « od i a seconda che l'introduzione 
era fatta per via popolare (orale) o per via letteraria. Ne avvenne, che nel 
popol. fior, questo y venisse continuato, o come un u latino, eh' è il caso più 
frequente, o come un f. Nelle voci letterarie invece, Vy della scrittura fu 
sempre reso con ». Di qui cinque gruppi di allòtropi. 

Crypta: grotta; e cripta o, come vogliono i vocabolarj, 
critta cella sotterranea nelle chiese ad uso di sepolcreto. 

Cymbalum: cembalo; e cimbali cimherli nella frase 'es- 
sere in cimberli' esser allegro, esser brillo, allòtropi del pi. 
cemhalL L'allotropia, del resto, non è esatta, se è vero, come 
par verissimo, che la frase 'in cimbali' sia un latinismo de' preti, 
e ci venga dal Salmo cl [in eir/ibalis bene sonantibus ; in cym- 
balis jiibilaiionis]: si avrebbe qui il continuatore d'un abl.pl,, 
là quello del solito tipo di singolare; cfr. il n. 125. 

Martyrium: martirio, are. martiro martire, pena sofferta 
per la fede, pena angosciosa; e martorio, are. ^nartòro mar- 
tore, anche uno strumento da martoriare e l' atto del marto- 
riare. Ma in questo significato, martóro ecc. si direbbe piuttosto 
novamente estratto da martoriare. 

Pyxis acc. pyxida, da tt-j;;? scatola: pisside vaso sacro; 
e busta. Ma veramente pisside è da pty^^de-; e busta non 
dovrà certamente il suo -a alla base greca, ma bensì alla ten- 
denza di chiarire il genere. — Da un pyxido-: bòssolo 'bosso' 
'vasetto'; e bussilo bùssolo vasetto. 



sopras. muls, prov. mols; eng. spans, sopras. spons). Del resto, punto non ri- 
pugnerebbe, in massima, che fra i Neolatini si continuasse l'are sorctus (swr- 
ctus}^ o un *porclus ecc.; ma se, a cagion d'esempio, l'ital. porto sarebbe 
la continuazione legittima e necessaria pur di codesta base, nel ladino di So- 
praselva, all'incontro, porcto- avrebbe donito piuttosto darci pirrc che non 
piert. G. I. A. 



32S Canello, 

Thyrsus: tirso il bastone delle baccanti; e torso il gambo 
de' cavoli, il busto d'una statua mutilata. Secondo il Diez, less. 
P 418-9, verrebbe dalla stessa base anche toso, voce dell'Italia 
superiore per 'ragazzo'. Ma l'etimologia da intonsus o tonsus 
non è da rifiutare così sicuramente come fa il Maestro. Usa- 
vano i ragazzi nel medio evo, più che non usino ora, di la- 
sciare i capelli lunglii come allettativo a lascivia; e tra le ri- 
forme del Savonarola troviamo anche l'accorciamento delle chio- 
me ai fanciulli (Guicciardini, St. fiorent., e. xvii). D'altra parte, 
'ragazzo' e 'servo' sono idee che spesso hanno in comune il nome: 
già il puer latino ha i due sensi; tutti e due li ha il nostro 
ragazzo; e mozzo è per noi servo di stalla e di nave, mentre 
onozo è giovinetto per gli Spagnuoli e i Portoghesi. E nota 
essendo l'usanza medievale che i servi portassero i capelli mozzi, 
si potrebbe arguire che il nome avesse detto prima 'servo to- 
sato' indi 'giovinetto'. Anche ragazzo pare connesso col ragar 
[quasi radicare] 'radere', 'tagliare', che è in più d'un dialetto 
dell'Alta Italia; e il mozo stesso che il Diez, less. IP 157, trae 
da mustus, potrebbe piuttosto risalire, insieme col nostro mozzo 
agg. e sost., a quel mutius che abbiamo come prenome, dac- 
canto a mutilus \ 

24. a'u in o, intatto. Il primo esito è proprio delle voci popolari; il se- 
condo delle letterarie. Il corrispondente germanico aw au ha esiti alquanto 
più complicati, che danno anch'essi occasione di allotropia. 

Aura: aura quasi soltanto al traslato, favore; ed ora, v. 
poet. per vento leggero e fresco. 

Causa: causa; e cosa. 

Fauces: fauci, degli animali; foci, de' fiumi; e froge la 
pelle al disopra delle narici, Caix St. d'etim. 109. 

Pausa: pausa fermata; e posa riposo, quiete. — Da pau- 
sare: pausare; e posare. 

Raucus: rauco aspro e forte; e roco di suono debole. Dalla 
stessa base, secondo un'ipotesi del Diez, less. IP 29, sarebbe 
anche fioco. 

Blaw blào a. a. ted.: Mavo biado voci antiq. per turchino 
chiaro; e blu, attrav. il fr. bleu, come dice anche il bl intatto. 



^ Anche il Caix, St. d'et. 137-8, respinge l'etimologia di toso da thyrsus, e 
si attiene a tonsus in quanto dicesse 'imberbe' 'sbarbatello". 



Allòtropi; Vocali atone, dileguo della peault. 329 

-Raubón got, (in hi-rauhòn). D'accanto all'unico rubare, 
al quale tuttavia i dialetti contrappongono anche robar, ab- 
biamo due sost.: ruba rapina, saccheggio; e roba, in origine 
le cose rubate, quindi le possedute. E questa evoluzione ideo- 
logica, e la patria primitiva di queste parole, non sono senza 
importanza per la storia civile. Un altro allòtropo di ruba è 
ropa batuffolo, Caix St. d'etim. 143. 



IL Allòtropi 

DIPENDENTI DALl' ESITO DIVERSO DELLE VOCALI a'tùNE. 

25. Dileguo della penultima. Ha luogo facilmente nella voci popolari, 
quando la consonante dell'ultima sillaba non sia r n [correre^ tenero, corrono, di- 
cono) altra consonante che non potrebbe facilmente adagiarsi con quella a cui 
riuscirebbe attigua quando la vocale si perdesse. Le voci letterarie hanno, in ogni 
caso, intatta questa vocale mediana; e ne vengono ventidue gruppi di allòtropi. 

Anima: anhna; e alma, che manca dei traslati materiali 
di 'anima'. 

Calaraus: càlamo penna, dardo ecc.; e calmo marza. 

Calidus: calido agg. di temperamenti o di medicine, Tomm. 
798; e caldo. L'allotropia formale era già nel latino, v. Quint. I, 6. 

Cognitus: cògnito conosciuto; e are, co?zto (Diez less. P 137) 
conosciuto, che conosce, pratico (Tnf, xxxiii, 31). 

Computus: computo calcolo alquanto complicato; e conto, 
Diez less. P 137. Dalla stessa base sarà probabilmente pure 
compito 'lavoro assegnato', il quale tuttavia potrebbe anche 
risalire a un compiilo- (cfr. compiere) per completus, come spe- 
cialmente farebbe credere la frase 'portare al cóm]9i7o' = portare 
a compimento. 

Comparare comparo: comparare paragonare; e compe- 
rare comprare acquistare. 

Compositus: composito -a; e composto -a.~ Gruppi ana- 
loghi formano: deposito deposto; preposito preposto prevosto ', 
proposito proposto provosto profosso n. 98. 

Crepitus: crepito scoppiettio; e cretto fenditura, screpola- 
tura. — Da crepitare: crepitare; e crettare. 



330 Cantrllo, 

Debita: débita agg. dovuta, sost. debito (Dall'Ambra, Co- 
fanaria, in C; manca ai Voce); e detta sost. debito, debitore. 

Erigere erTgo: erigere erigo mettere in posizione verti- 
cale; ed èrgere drizzare in alto. — Analogamente: eretto ed erto. 

Extollere: estollere innalzare; ed estorre eccettuare. 

Frigidus: frigido che indica qualità abituale; e freddo 
che indica stato, Tomm. 2054-5. 

Hospes: òspite chi dà e chi riceve ospitalità; ed oste chi 
dà vitto od alloggio per quattrini; nelle campagne toscane 'il 
padrone' di cui i villani lavorano i fondi a metà prodotto, si- 
gnificato che ricorda gli hospites hostes di P. Diacono (De g. 
Long., II 32), e rende assai probabile l'etimologia di óter ho- 
ster da hosp itare proposta dal Lvcumo, Die dllcst. fr. mund. 
Beri. 1877, p. 151. 

Limpidus: limpido; e liìido pulito e logoro (di tele), Diez 
less. P 250. 

Meritum: merito; e merlo più ristretto di senso che non 
merito, cfr. Tomm. 1373. 

N i t i d u s : ìiitidó ; e netto. 

Opera: opera; ed opra, in antico ovra, con sen.'^o pii^i ri- 
stretto. Non si direbbe, in fatti, un opra in musica; ed opere, 
non opre, sono gli operaj. 

Putidus: pùtido; putto, Diez less. P 336; e puzzo -a, Diez 
less. IP 56. 

Rapidus: rapido; e ratto, Flech. II 325 n. 

Rigidus: rigido; e il sen. reddo intirizzito, cfr. fr. roide 
raide, dal quale 'certamente' lo fa venire il Fanfani [Voc. 
dell' u. tose, s. V.), certamente a torto. 

Solidus ('salidus): solido agg. e sost.; soldo sost. moneta, 
paga; saldo agg. che resiste, salda agg. e sost. la colla d'a- 
mido; e sodo duro, e modesto. — Analogamente: soldare e sal- 
dare; soldato e saldato; solidezza e saldezza. — Il passaggio 
dell'o m a èi affatto eccezionale; e trova riscontro appena nel 
fr. dame = domina'"' . 



* Codesti due singolari esempj di d neolatino per (^ lat., non sono, in effetto, 
£6 non eccezioni illusorie. Il Canello pone, col Diez, che saldo venga diret- 
tamente da solidus. Ma non pud essere così. L'o di solidare saldare deve 



Allòtropi: Vocali alone, dileguo della penult. 331 

Tympanum: timpano; e timbro, attrav. il fr. timóre. Per 
l'evoluzione del significato, v. Littré dict. s. v. 

26. Dileguo della protonica. La vocale che immediatamente precede 
la sillaba accentata può venire popolarmente estrusa, fosse lunga o breve. I 
letterati invece, e spesse volte anche il popolo, la conservano. Di qui nove 
casi di allotropia. 

Adjutans: ajutante che ajuta; e aitante vigoroso. 

Beryllus: berillo specie di zaffiro; e brillo falso brillante. 

Capitano-, da caput: capitano; e cattano {=cap'tano) ca- 
stellano, titolo di nobiltà. 

Cassettone- {caps^itt+on): cassettone canterano; e ca- 
stone legatura di pietre preziose, Diez less. P 116. — Castone 
ci viene di Francia, cfr. il fr. chciton per chaston e il pr. en- 
castonar. L'origine francese è provata anche dal valore dimi- 
nutivo che nel nostro castone ha, contro le norme italiane e 
secondo le francesi, il suffisso -on, 

Cerebellum: cerebello il cervelletto, alla latina; e cer- 
vello, in ant. ciaravello, il 'cerebrum'. 

Cucitura-, da cucire -consuere: cucitura termine gene- 
rale; e costura cucitura doppia che fa costola. Ma costura po- 
trebbe venirci anche direttamente da consutura. 

Matutinus: matutino agg., e sost. una parte dell'uffizio 
religioso; e mattino -a, are. maitino sost. 

Medietas: medietà, presso i geometri, l'esser medio, la 
proporzionalità ; e metà, are. incita (da *mejetà *mejtà, cfr. il 
n. 49) una delle due parti in cui fu diviso l'intero. 

Mi nisterium: ministerio ministero; e mestiero -e me- 



primamente esser passato in a nelle foi-me in cui non portava l'accento (cfr. 
Arch. 1 105); e saldo altro non può essere se non un participio seriore, che muove 
da saWctre, sul metro di co?7ipro da comprare ecc. (cfr. Arch. II 451). Ugualmente 
deve ripetersi dall'atonia Va di dame dom'na, cioè dal frequentissimo uso che 
di codesto vocabolo naturalmente s'è fatto in condizione proclitica (donna- 
-Marla ecc.), da quell'uso, vale a dire, che ci porta al na-Maria de' Catalani 
(v. Diez s. donno). Codest'a l'abbiamo pur nel mascolino, oltreché nell'ant, 
francese, anche nel provenzale, ma solo in proclisi: damli-dcits damrideus 
allato a dompnedeus dominus-déus; dico nel provenzale, il quale pur si man- 
tiene costantemente all'ó, ne' suoi don e domna. Di questa ragione della pro- 
clisi va tenuto conto in più altri casi congeneri; p. e. nell'accorciamento di 
séjnre 'sènior: sejnrebarón ecc.) in sire; cfr. il n. 45. G. I. A.. 



332 Canello, 

siieri {=min sterio). Di qui è anche mistero misterio sacra 
rappresentazione, v. A. D'Ancona, Origini del teatro in Ita- 
lia, I 300-1. 

Paviraentum: pavimento; e 'palmento il pavimento sul 
quale gira la macina del molino. La controprova di questa 
etimologia è in palmienlo che si trova per 'pavimento' nella 
Hist. rom. presso il Murat., Antiq. it, III 309: 'tutto lo pal- 
miento della sala era coperto di tapiti'. — Palmento s'è svolto 
àa. pav'mento, paumento, con V au in al, come in aldace lai- 
dare, cfr. Asc. I, 157. 

Positura: positura; e postura, che meglio si dice delle 
cose inanimate, cfr. Tomm. 3796. 

Sporo a. a. ted., al dat. e acc. sporon: sperone; e sprone 
che ha anche sensi traslati.. 

27. E in i, intatto. Le particelle de- e re- sogliono ridursi popolarmente 
a di- ri-, mentre i letterati le conservano intatte. Ne abbiamo sei gruppi di 
allòtropi. 

Degradare-, da grado: degradare togliere da un grado 
od ufficio onorevole; e digradare scendere di grado in grado. 

Demandare: demandare commettere; e dimandare doman^ 
dare chiedere, in origine affidare un servigio. 

Designare: designat^e indicare, proporre; e c^zse^nare trac- 
ciare le prime linee d'un quadro, proporsi. Dissegnare, forma 
ripresa, ha la sua ragione nel lat. dissegnare che conviveva 
con designare. 

Devotus: devoto e divoto. L'o le dice tutte e due forme 
letterarie. Per le sottili differenze di significato si vegga il 
Tomm. 1457-8. — Analogamente: devozione e divozione. 

Rescribere: rescrivere rispondere per iscritto a una pe- 
tizione; e riscrivere scrivere di nuovo. — Da rescriptus: 
rescritto eh' è anche sost. ; e riscritto prtc. 

Restare: restare; e ristare. Ma qui, anche la forma con 
e intatto può essere popolare. Nelle voci del pres. sing. e terza 
plur., che hanno dato la norma alle altre, si tratta di e to- 
nico. Ristare {risto ristài ecc.), più presto che un continua- 
tore di restare, è da dirsi un nuovo composto di ri + stare-, 
cfr. n. 128. 

Restaurare: restaurare rimettere a nuovo; e ristorare 



Allòtropi: Vocali atone, I. 333 

riconfortare, in ispecie lo stomaco.- Dai due verbi: restauro, 
ristaiiro; e ristoro. 

28. JE in i, intatto. L' ce, come Ve, volge di frequente ad i nelle voci po- 
polari, mentre suona e nelle voci letterarie. Ne abbiamo parecchi allòtropi 
sinonimi {eguale iguale, ecc.), e un caso di vera allotropia. 

Quaestio: questione', e quistione. Il Tomm. (Diz. it.) li fa 
sinonimi, e dice quistione un'inutile varietà fonetica. Il Ma- 
Nuzzi, più cautamente, definisce quistione per 'rissa' 'riotta' 
'contesa'; e di questione dice: 'lo stesso che quistione, ma non 
si userebbe forse in tutti i sentimenti di quistione', e lo rag- 
guaglia al lat. quaestio. Né i grandi problemi della filosofia o 
della politica, finché non degenerino in litigi, si direbbero qui- 
stioni, sibbene questioni; né quistione si direbbe ora più, ben- 
ché sia stato scritto, per interrogazione, semplice domanda.- Tut- 
te e due le forme sono, del resto, letterarie, come mostra lo stj 
intatto. 

29. I in e, intatto. L' t, specialmente se breve, può passare popolarmente 
in e, quasi sempre per influenza delle analoghe forme in cui esso i è tonico, 
e quindi normalmente dà e, cfr. il n. 12. Nelle voci dotte Vi si mantiene, 
per norma, intatto. Ne abbiamo quattro coppie d'allòtropi. 

Continens: continente agg., e sost. la terraferma; e conte- 
nente che contiene.- Da incontinens: incontinente', e l'avv. 
incontenente incontanente. Ma nel primo Y in è negativo, negli 
altri è la solita preposizione. 

Ligamentum: ligamento, termine anatomico; e legamento 
il ligam., e ogni altro legame. 

Mix tur a: mistura', e mestura. 'Nel proprio, mestura', nel 
'traslato, mistura piuttosto. Cosi l'uso moderno. L'Alfieri, par- 
' landò della famiglia d'Edipo:- Di nomi orribile mistura E 
'di morti e di sangue,- Orribile mestura, suonerebbe strano'. 
Così il Meini, presso Tomm. 1170, 

Pilosus: piloso agg., e una specie d'animale (Fanf.); e pe- 
loso soltanto agg. 

30. ic poston. in ac, o intatto. Ne abbiamo tre coppie di allòtropi. 

Canonicus: canònico sost. e agg,; e canònaco calònaco sost. 
Chronica: crònica agg. e sost.; e crònaca sost. 

Archivio glottol. ital., IH. 23 



334 Cauello, 

Indicus: indico indiano, e una specie di colore; indaco 
soltanto il colore. 

31. Influenza dei suoni labiali. Oltre le sorti già descritte, Ve ae ed 
t, a contatto immediato o anche mediato con suoni labiali, possono passare 
popolarmente in o od u. Ne abbiamo dieci casi allotropia. 

Aequalis: eguale, are. iguale; e uguale liscio, levigato. 
Anche l'are, aguale avale 'subito' è dalla stessa base; si con- 
fronti per l'evoluzione ideologica il ted. gleich 'eguale' e 'subito'. 

De-post dipoi; e dopo per '■^dopó. 

Eremites (propriam. eremita-): eremita chi vive in un 
eremo ; e l' agg. romita. Ma l' allotropia non è del tutto esatta, 
Va di romita fem. avendo natura diversa dell' a della forma 
mascolina. 

Ex-pensulare-: spenzolare ciondolare, sospendere in modo 
che ondeggi; e shonzolare esser cascante, rovinare ecc. 

Gemella: gemella agg.; e giumella. 

Officina: officina; e fucina (con influenza di fuoco) l'offi- 
cina del fabbro. Da focus traggono direttamente questa voce 
il MuRAT. e il DiEz, less. IP 32. 

Revisitare: rivisitare; e rovistare frugacchiare, special- 
mente fra carte e libri. — Anche rivista parrebbe un allòtropo 
di rivisita; ma esso è veramente il partic. di rivedere e tra- 
duce, in odio ai puristi, il fr. reviie; mentre rivisita è ricavato 
direttamente dal vb. 

Ribaldo-, d'orig. incerta (cfr. Diez less. P 348 e Littré 
diet. s. ribaud): ribalda agg.; e rubalda specie d'elmo che 
portavano i rubaldi ribaldi ribauds, fantaccini, i quali, man- 
cando loro il soldo col cessar della guerra, si davano al bri- 
gantaggio. In rubalda Vu può essere dovuto, come vuole il 
Diez, a influenza di rubare. 

Debilis: debile; e debole. - E analogamente: debilezza e 
debolezza. Debile e debilezza sono molto più ristretti nell'uso 
e nei significati, cfr. Tomm. 1329. 

Si mila: simila fior di farina, eh' è il valore della voce la- 
tina; e sémola crusca. Dalla stessa base è anche semel panino 
da caffè, attrav. il ted. semmel. Notevole per la storia della 
dieta medievale è la variazione de' significati in questi allò- 
tropi. Il senso primitivo di semola traluce ancora in semolino 
pasta fine da minestra. 



Allòtropi: Vocali alone, 0. 335 

32. IL poston. in ol, o intatto. Già in semola e debole si è incerti se at- 
tribuire la mutazione dell'? in o (u) alla labiale che precede, o al l che 
sussegue, il quale di per sé può promuovere il fenomeno, cfr. il lat. exsul 
dacc. a exilium. Ne abbiamo un caso di allotropia. 

Ventilare: ventilare esporre al vento, discutere; e ven- 
tolare esporre al vento, e ondeggiare al v. 

33. o in «, ovvero intatto. Due gruppi d'allòtropi. 

Focile-, da focus: focile acciarino e schioppo; fucile sol- 
tanto schioppo, e propriamente quello de' soldati. 

Officium: officio offizio; e ufficio uffizio. - Analogamente: 
officiale uffiziale ecc. Tutte voci di formazione letteraria, al- 
cune delle quali alquanto popolarizzate. Per le sottili differenze 
di significato, v. Tomm. 4990. 

34. in 2, od intatto. L'alterazione in i è dovuta a influenze analogiche. 
Se ne hanno tre coppie di allòtropi. 

Domesticus: domestico agg. e sost. ; e dimestico agg. — 
Qui il do- passò in di- per l'illusione che si trattasse di un do- 
da de- (cfr. Arch. I 530) come in domandare, dovere ecc. Lo 
stesso è avvenuto nell'are, diminio per dominio e nel corri- 
spond. fr. demaine, cfr. il n. 114. 

Voi u meni volume \ e vilume confusione, farragine, per in- 
fluenza di vile, quasi ammasso di cose vili. 

Atomus: àtomo; e attimo, are. atamo, istante. E neppur 
qui diremmo puramente fonetica la evoluzione, ma che si tratti 
d'un' assimilazione a finitimo, marittimo, o anche a massimo 
bellissiìno ecc.*; e cfr. halsiìuo da balsamo. 

35. u in 0, ovvero intatto. Ne abbiamo tre casi di allotropia. 

Bajulus: bajulo, voce lett., facchino; e baggiolo o sobbag- 
giolo sostegno. Dalla stessa base è bailo balio ajo, in origine 
'portatore' di bambini. 

Pendulus: pendulo agg. di forra, lett.; e pendolo, voce se- 
mipopol., agg. e sost. 

Supponere: supporre fare un'ipotesi; e sopporre metter 
sotto. Supporre, con I'm intatto, par voce di formazione letteraria. 



* Piuttosto ricorderei l'analogia di menomo allato a minimo; comunque 
in effetto il rapporto delle vocali sia in questa coppia l'inverso di quello che 
in atomo attimo. G. I. A, 



33(3 Canello, 

36. II dinanzi a voc. in ov, o intatto. Ne abbiamo due coppie di allótroi)!. 

Manualis: manuale agg., e sost. 'libro che contiene il ri- 
stretto d'una scienza od arte'; e manovale bracciante che 
ajuta il muratore, e anche agg. col valore di manuale. 

Ruina: ruina\ e rovina. La differenza di significato, che 
è appena sensibile tra ruina e rovina, meglio si mostra tra 
minare 'andar in rovina', e rovinare 'andare o mandare in r.' 

87. AR in cr, o intatto. L' evoluzione er è propria del fior., mentre il sen. 
ed altri dialetti di Toscana e dell'Italia sup. mantengono l'ar, o mutano in 
ar anche Ver originale. Ne abbiamo due casi di allotropia. 

Barellina-, da bara, a. a. ted. bara (Diez less. P 52): ba- 
rellina piccola barella; e probabilmente berlina gogna, quasi 
bar'lina, ossia la 'carretta' sulla quale si conducevano intorno 
a vitupero i malfattori \ Diverso da berlina gogna, eh' è già 
nel Pulci (Morg. xxviii, 7), sarà berlina 'cocchio scoperto a 
quattro ruote', che apparisce per la prima volta nel Forte- 
guerri (Ricciard. xxx, 25), e che, insieme col fr. berline, avrà 
avuto il nome da Berlino (Littré s. berline). 

Piscar-ia-: pescarla piscina, luogo dove si vende il pesce 
(ToMM. Diz. it); e 'pescheria pescagione, la presa che si fa pe- 
scando, l'arte della pesca, ed ora comunemente il luogo dove 
si vende il pesce, col quale significato, che spettava anche al 
lat. piscaria (Varr.), la nostra voce fu usata già da Fr. Sac- 
chetti. Ma ad onta della convenienza del significato, sarebbe 
molto arrischiato credere pescherìa pescarla il diretto conti- 
nuatore del lat. piscaria, e farne quindi un allòtropo di pe- 
scaja peschiera (p. 301). 



' Sulla charrette carro di vergogna per i cavalieri, v. P. Rajna, Le Fonti 
dell' 0. F., p. 234-5. - E il fr. pilori, prtg. pelourinho (Diez less. IP 400), 
non starebbe esso in connessione, ad onta del prov. espitlori, col nostro herlinaì 
Il &-del germ. Mrapotea normalmente essere rappresentato tra i Neolatini sia 
da un b- che da un p- (n. 100); e in tali voci, uscite probabilmente dai tribunali, 
non può far meraviglia qualche storpiamento, anche grave, che soffrissero in 
bocca al popolo. La connessione storica e ideale fra il pilori e la charrette appa- 
risce da un luogo di Chrestien de Troyes: 'De ce servoit chm-rete lors- Dont li 
'pilori servent ors; - Et en chacune boene vile - Ou or en a plus de trois 
'mìle - N'en avoit a cel tans que une - Et cele estoit comune - Ausi com li 
'pilori sont - A ces qui murtre et larron sunt.' Hist. liti. d. Fr. xv 256. 



Allòtropi: Consonanti continue, H, J. 337 

III. Allòtropi 

DIPENDENTI DALL'ESITO DIVERSO DELLE CONSONANTI CONTINUE. 

38. H germ. sì dilegua, o ò rappresentato da f. Una coppia d'allòtropi. 

H arai do- (Diez less. P 28): araldo; e, attraverso il fr. hé- 
raut e lo sp. faràiUe, farabutto, na.T^.frabbiitto frabbotto, Caix 
St. d'etm. 106. 

39. LI (lj) in gì, od intatto. Due coppie d'allòtropi. 
Folium: folio, term. di bibliogr.; e foglio. 

Mirabilia {neutr. pi.): mirabilia; e meraviglia maraviglia. 

40. RI (rj) in ^' r, o intatto; v. il n. 1. Sette gruppi d'allòtropi. 

Captiatoria-, da captio 'presa' onde cacciare; cacciatora 
abito e canzone da cacciatore; e cacciatoja specie di scalpello 
per cacciar dentro i chiodi. 

Conservatorio-: conservatorio luogo di ricovero o di edu- 
cazione per lo più musicale; e conservatojo magazzino. 

Destillatorio-: destillatorio agg. ; e distillatojo strumento 
da distillare. 

Lacrymatorius: lacrimatorio lagr. agg. ; lacrimatoio -a 
sost. eminenza rossigna posta nel grand'angolo dell'occhio, dalla 
quale sgorgano le lagrime (Fanf.); e lagrimatojo -a canto 
fra il naso e la guancia sotto l'angolo interno dell'occhio 
(Fanf.). 

Furia: furia ardore, foga in generale; e foja ardore amo- 
roso. — Da furiosus: furioso; e fojoso. 

Piluria-, da pilus: peluria la prima lanuggine degli ani- 
mali; e pelli) a peluria, la buccia interiore delle castagne. 

Scriptorius: scrittorio agg. e sost.; e scrittojo sost. 

41. -VI (vj) in -hbj- -yg- -j-, o intatto. Tre gruppi d'allòtropi. 
Cavea: càvea la parte del teatro romano dove stavano gli 

spettatori, un gabbione per le bestie feroci (Tomm. Diz. it. , 
giunte); gabbia; gaggia la gabbia delle navi, e 'nave'; e gaja 
gaje 'i luoghi nella stiva che rimangono da ciascuna banda 
fra il bordo e la cassa delle trombe' (Fanf.), Dalla stessa base 



338 Canello, 

sarà anche guelfa (cfr. venz. cheta da calva-) gabbia, pri- 
gione, e muro, bastione: il lat. cavea diceva anche luogo mu- 
nito. Un maschile di questo gueffa bastione dev'esser poi l'are. 
gueffo sporto, terrazzo, cfr. a. fr. caive loggia.* 

Serviens: serviente agg. e sost. ; e sergente sost., nell'uso 
moderno, un grado dei sottofficiali nell'esercito. 

Trivium: trivio il luogo al quale fanno capo tre vie, piazza; 
e trébbio trivio, luogo di convegno, trattenimento. 

42. -PI- (pj) in ^pj ùcy intatto. L' esito ce è normale nel napoletano e 
siciliano; e nasce quindi il sospetto che i pochi esemplari tose, con ce da pj 
siano stati importati dal mezzodì. Ma ogni recisa affermazione sarebbe arri- 
schiata, V. D'Ovidio Saggi crit. 521-2. Due gruppi di allòtropi. 

Pipio: pippione giovine colombo, e al trasl. sciocco; e 'pic- 
cione il colombo domestico. 

Sapiens: sapiente chi ha sapienza; sappi'en^e di odore troppo 
acuto; e saccente saputo. — Da sapius, già per tempo ri- 
dotto a "savius, abbiamo, secondo il n. 41: savio (are. sapio); 
e saggio. 

43. SI SE (sj) in «7 {z) s, intatti. Ne abbiamo quattro casi di allotropia. 
Caseo- + ìna: caseina la sostanza principale del cacio; e 

cascina il luogo dove si prepara il cacio o cascio. La prima 
voce fu derivata dai dotti da caseus, l'altra dal popolo da 
cascio. 

M ansio: mansione fermata, stanza; e magione casa, palagio. 

Occasio: occasione opportunità; e cagione, are. accagione, 
motivo di fatto, e poi motivo in genere, cfr. Diez less. IP 17, 
Il senso di 'cagione' spettava già anche al lat. occasio (cfr. 
Plauto, Epid. v, 1, 38); e lo sp. ocasion vale anche 'cagione': 
'el duque no sabia la ocasion porque no se pasaba adelante 
' la batalla'. D. Quix., II 56. 

Pensio: pensione; e pigione. 



* 9<^99^<^ ecc. provverranno dai marinaj liguri e meridionali; cfr. Arch. 
II 121 147. Circa gueffa gueffo (cfr. nap. gaffio pianerottolo nelle scale, 
che forma una specie di verone), non vedo bene come il nostro autore speri 
di combinarli con cavea. Di certo, non gli giova nulla il venez. cheta, che è, 
dal canto suo, molto sicuramente chiarito, Arch. I 46 In, cfr. 510. 

G. I. A. 



Allòtropi: Consonanti continue, J implicato. 339 

44. STI (sTj) in s, intatto. Ne abbiamo due gruppi di allòtropi. 

Angustia: angustia strettezza, affanno; e angoscia do- 
lore afiannoso. - Similmente: angustioso\ e angoscioso. 

Bestia: bestia; e, secondo il Menagio, biscia. Questa eti- 
mologia non piace al Caix St. d'etim. 10-12, che prima avea 
messo innanzi un piscea-, poi ricorse a bombycia-; ned era 
piaciuta al Diez (less. IP 12), il quale preferiva un a. a. ted. 
bìzo, ed obiettava che bestia nell'it. si dica propriamente solo 
dei mammiferi. A noi pare che l'etimologia del Menagio sia 
irreprensibile dal lato formale; e per l'evoluzione ideologica 
ricordiamo il plautino: 'bisulci lingua, quasi proserpens bestia' 
(Poen. V, 2, 74), e l'a. fr, 'Je ne cuit pas que serpens, N'autre 
beste poigne plus Que fet amours au desus' {Jahrb. f. rom. u. 
engl. litt., X 97)"". — Da bestia, mutato il genere, abbiamo: 



* Credo anch'io a biscia = bestia, e mi permetto un po' di comento. 

Incomincio dal notare, che Ve dell'it. bestia è chiuso, malgrado che sia in 
posizione, e va perciò aggiunto, insieme con più altri, agli esempj del Diez, 
P 334. Basterebbe questo per far presumere che fosse lungo di sua natura; 
ma la cosa è accertata, con singolare evidenza, dalle pronunzie dei Celti. 
L'ant. irland. béist e il gallese bioijst provano nel più sicuro modo (é, wy, = é) 
che si proferisse béstia, come ha acutamente avvertito Io Stokes, Cormac' s 
gloss., p. 17. Con ciò si toglie la diflBcoltà dell'i che è così fermo nelle ela- 
borazioni popolari dell'Italia: biscia biscia ecc.; cfr. Diez V 153, Arch. II 
145-6. 

L'i sarebbe legittima e diretta continuazione dell'é lat. pure nei corrispon- 
denti vocaboli spagn. e portogh.: bicha bicho; poiché, se per lo spagnuolo è 
pensabile una diversa storia di codest'i {ie, i), il portoghese all'incontro non 
l'ammetterebbe; e Vi delle voci portoghesi non si potrà disgiungere dall' t 
delle spagnuole, né Vi di queste e di quelle dall'i delle italiane. Il Diez cre- 
deva manifestamente che bicha bicho fosser voci italiane entrate nello sp. e 
nel port. (cfr. I' 3GS e l'art, 'biscia' nella parte ita!, del less.); ma io in- 
clino a stimarle indigene pur delle Spagne. Nel paragrafo dedicato allo ST 
latino, non si vede veramente, presso il Diez (P 231), alcun eh spagnuolo o 
portoghese. Ma quanti esempj ivi sono per STJ? Forse nessuno; poiché uxier 
(ugicr), ostiario, è manifestamente voce importata [usciere), non essendo -ier 
un prodotto spagnuolo di -ario; e cosi non restano se non gli 'antiquati' uzo 
ostium, angoxa angustia. Andava insieme e piuttosto citato congoxa (con- 
goja), angustia, che lo spagnuolo ha comune col portoghese; ma siccome lo 



340 Canello, 

déscio hesso sciocco (Diez less. Il' 10); e hiscio verme che na- 
sce fra pelle e pelle. 



spagnuolo ha angostar allato a angustiar, cosi congoxa {-goja) potrebbe an- 
che andare fra gli esempj di ST anziché fra quelli di stj, con quexo [quejo) 
questus ecc. D'altronde abbiamo nelle Spagne sicure prove di tj in e, che 
rasentano il caso nostro o quasi si confondono con esso. Cosi gli ant. port. 
chrischào ( = criscano) Diez P 184, chi-a =ti-a IP 96 (Mussaf.), cfr. Arch. I 
55 512, egli sp. hecho mucho ecc. da faitjo muitjo ecc. Arch. I 83-4. Per eh 
da se di fase anteriore, si cfr. il port. acha = asca ascia astula. Ed ò curioso che 
appunto ritorni c = sé nel non. bieca che tosto rivediamo. — Non è poi punto 
vero, che il port. hicha s'allontani, pei significati, dall' it, biscia; e anche la 
■voce port. dice appunto 'serpe' 'biscia'. 

La elaborazione popolare, che da bestia, passando per besca, arriva a bisa, 
la riabbiamo inoltre fra' Ladini; intorno a che nessun dubbio mi par più am- 
missibile, dopo quanto se n'é visto nel I voi. dell'Arch., pp. 55, 127, 172 f., 
196, 237, 329 {bieca), 358-9 {bisa), 369. E il significato pur qui si viene re- 
stringendo; tende a limitarsi alla 'pecora' (ib. 172 f., 329, 358-9). 

Ma sorge facilmente una doppia obiezione. Dall' un canto si opporrà, che 
il lat. bestia significando ogni animale, poteva naturalmente avvenire, come 
appunto è fra' Ladini avvenuto, che se ne facesse il nome d'un determinato 
animale, dell'animale 'per eccellenza', il più caro, il più utile, il più comune, 
il più familiare (cfr. il romaico oàoyo-j cavallo; ecc.); ma sembrare troppo 
strano che codesto animale 'per eccellenza' dovesse mai essere il serpente o 
la biscia. Dall'altro canto, può parere che la difficoltà s'accresca, appunto 
per le cosi diverse limitazioni: la biscia e la pecora. 

Senonchè, la. proserpens bestia, che il nostro autore cita da Plauto, dice 
più ancora che a lui non paresse (laddove il passo francese, ch'egli pur cita, 
non so veramente quanto dica). Bestia significò più propriamente ai Latini 
V animai feroce o nocivo; e nessun animale nocivo era di certo più noto, più 
familiare alle plebi latine di quel che fosse il serpe, il verme velenoso. Il 
serpe così diventava, latinamente, la bestia 'per eccellenza'; e se è vero che 
nel 'quasi proserpens bestia' (tradotto nel Forcellini: come una biscia) va 
tenuto conto del proserpens, c'è d'altronde da notare, che questo di proser- 
pens bestia è come un modo stereotipo, il quale ritorna in Plauto non meno di 
tre volte (v. i less.), sempre per dire: 'l'animai nemico, o il mostro ferino, che 
sbuca a' nostri danni, eoa la lingua doppia o le due lingue'. Un'antica ela- 
borazione popolare di bestia, col significato di 'biscia', non ha dunque nulla 
di strano. E fra i Ladini, poi, è lo schietto bestia, nel senso pur latino di un 
qualunque animale, che torna, quasi sotto agli occhi nostri [bestja besca ecc.) 
a subir la stessa evoluzione fonetica, e viene anche, non meno legittima- 
mente, a significar la 'bestia per eccellenza' de' pascoli alpini. G. I. A. 



Allòtropi: Consonanti continue, J implic. 341 

45. NI NE (nj) in n n, intatti. Ne abbiamo sei gruppi di allòtropi. 

Junior: giuniore juniore l'opposto di seniore; e gignore 
il garzone che apprende un mestiere. 

Laniare: laniare stracciare; e lagnare [lagnarsi) lamentare. 

Sanguineus: sanguineo', e sanguigno. Per le sottili dif- 
ferenze di significato, v. Tomm. 4420. 

Senior: seniore; e signore, Diez less. P 382-3.- A una 
base seniore- risale anche il proclitico tose, sor, insieme col 
ven. sior e il fr. sieur : forme scorciate secondo le norme spe- 
ciali delle voci infantili'^, e di poche altre tritissime nell'uso; 
si confronti il tose, higna per bisogna, e Bitta Dante Bice per 
Battista Durante Beatrice^. — Dal nom. senior ci viene di- 
rettamente sere^; e, attrav. il fr. sire, ci vien sire, are. siri. 
Nella anormale riduzione fr. e ital. di senior può avere in- 
fluito la proclisi, e più la tendenza rilevata in sor sieur ecc. 

Suppedaneus: suppedàneo panchetto da posarvi i piedi, 
vangile; e soppediano soppidiano suppcdiano (per metatesi, da 
*suppedanio) una specie di madia da tenervi la farina di ca- 
stagne. 

Vinea: vinca macchina da guerra; e vigna luogo piantato 
a viti. 



* V. l'annot. apposta al uum. 25 in f. 

^ Anche monna per madonna si spiega più facilmente con queste analogie, 
che non supponendo estruso il -d- e poi fuse in una le due vocali ; e lo stesso 
diremmo di cugino, fr. cousin ecc., da consobrinus, — E pure il tante de' 
Francesi, in cui affatto anomalo appare il t iniziale (v, Diez less. IP 434, e 
LiTTRÉ diot. s. tante), potrà essere spiegato colle tendenze del linguaggio 
infantile. Noi diciamo, infatti, Beppe Peppe per Giuseppe e Nanna per Gio- 
vanna ed Anna: omettiamo, cioè, quando sia il caso, tutta la parte della pa- 
rola che precede la vocale accentata, ed a questo residuo della voce prefig- 
giamo la consonante della sillaba finale. La seconda parte di questo procedi- 
mento ci porterebbe, dall' a. fr. ante ( = amrta), al piccardo nante (Littré), 
e al comune tante, per l'impronunciabile ntante. 

- II Diez, less. P 333, trae anche sere, insieme con sire, dal fr. sire. Ma 
sere e messere sono troppo diffusi nei dialetti italiani per poterci esser ve- 
nuti dal di fuori ; nò poi si capirebbe bene il passaggio dell'i fr. in q. Mes- 
ser messier mecier è entrato come italianismo anche nel provenzale (v. Diez, 
Leben v. xcerke der Troub., p. 118 171): i due esempj, infatti, che il Ray- 
NOUARD ne reca nel Lex. rom , V 2, stanno dinanzi a nomi di personaggi 
italiani (Corrado di Monferrato e Corrado Malaspiua); nò ciò pare adatto a 
confortare l'ipotesi che messere o sere ci sieno venuti di Francia. 



342 Canello, 

4C. NDi (ndj) in n ng, o intatto. Ne abbiamo due casi di allotropia, ima 
certo, l'altro incerto. 

Fundia-, da fundus: fòngia la radice degli sparagi (Fanf.); 
e fogna -o condotto sotterraneo per le immondizie.- Ma una 
base più probabile di fogna fognare è in fundicare- fundiare-, 
analogo al fodicare onde il fr. fouger, v. Asc. Ili 89-90 n. 

Verecundia: verecondia; e vergogna. Il tose, comune 
sguerguénza malestro, fallo contro qualcuno, verrà dalla stessa 
base, ma attrav. lo sp. verguenza. 

47. TI (tj) in Z3 ^, 2i. I due esiti g zz {s dopo consonante) sembrano 
ugualmente popolari; mentre proprio delle voci dotte è zi. Giova poi richiamar 
qui l'osservazione fatta a p. 296 303; che, cioò, siccome queste evoluzioni 
diverse hanno luogo specialmente nel suff. -itia, non basta la presenza d'un 
-ezza od -if/ia per dichiarar popolare una parola, o la presenza d'un -izia per 
dichiararla letteraria, essendo non raro il caso che i suffissi di forma popo- 
lare vengano aggiunti a parole di forma letteraria, o viceversa. Raccogliamo 
dapprima in tre serie i casi d'allotropia in cui si tratti del suffisso -itia, 
-itio -tione\ e facciamo poi seguire gli altri. 

Alteritia- {= alt + arto ^- itia): alterezza qualità d'un animo 
che non inescusabilmente sente alto di sé; e alterìgia più pros- 
simo a superbia, con odiosa manifestazione dell'animo altero, 
ToMM. 4717-9. 

Cupi diti a-, da cupidus : cupidigia desiderio che si rivela 
negli atti e riguarda specialmente gli onori e più gli averi; e 
cupidezza cupidità interna e generale, Tomm. 5271. In antico 
si scrisse anche covidigia, c^e potrebb' essere schietta forma 
toscana; e convitigia convotigia convotisa, forme che rical- 
cano il fr. coìivoitise covoitise , e risalgono quindi, come mo- 
stra convoiter da *cupiditare, ad un *cupidititia. Curioso ri- 
mane cupitizia, che tramezza fra le forme ital. e le francesi, 
e pare dovuto all'ignoranza di qualche dugentista. 

Frank itia-, dal germ. frank : franchezza libertà nel dire 
e nel fare; e franchigia esenzione, privilegio, e riguarda il 
gius positivo, mentre la libertà riguarda il naturale. - Ed è no- 
tevole che il nome popolare della 'libertà' medievale sia stato 
tratto dal nome d'un popolo dominatore, i Franchi, i quali 
della libertà aveano fatto un loro privilegio. Né libero libertà, 
né il fr. libre liberti, hanno schietta forma popolare. La li- 
bertas romana è stata per qualche tempo dimenticata dai po- 
poli neolatini. 



Allotropi: Consonanti continue, J impiic. 343 

Gentilitia-, da gentilis: gentilezza nobiltà di sentire e 
di operare, cortesia; e gentilizia gentiligia nobiltà di sangue. 

Granditia-, da grandis : grandezza astratto di grande; e 
grandigia alterigia. 

Iramunditia: immondezza il contrario di pulizia e mon- 
dezza; e immondizia sudiciume. 

Justitia: giustizia la virtù morale per la quale si dà a 
ciascuno il suo; e giustezza esattezza, convenienza. 

Pigritia: pigrizia, eh' è nel non volere; e pigrezza, eh' è 
nella naturai crassezza, Tomm. 3438. 

Tristitia: tristizia malvagità, cosa da tristo; tristezza 
melanconia, e sta con triste. 

Salvitia-, da salvus: salvezza; e salvigia franchigia, asilo. 

Novitius: novizzo sost. il fidanzato; e novizio, sost, e agg., 
propriamente chi è nuovo in qualunque esercizio, e in ispecie 
chi da poco è entrato in convento. - Similmente si distinguono 
novizza e novizia. 

Servitium: servizio lo stato in cui si serve all'altrui au- 
torità volontà; e servigio atto con cui si serve all'altrui 
desiderio o bisogno, Tomm. 5004. — Da un servitiale-: ser- 
vigiale servitore, ora propriamente la conversa del chiostro; e 
serviziale in ant. servente, ed ora clistere. 

Bibitio: hevizione bevimento; e l'are, bevigione bevanda. 

Ratio: ragione; e razione, voce ripresa dai puristi come 
francesismo, e che s' usa nel linguaggio militare per 'porzione'. — 
A un rationare- risalgono razionare raziocinare, e ragio- 
nare discorrere ragionatamente. 

Statio: stazione, are. stazzone, fermati va, abitazione; e 
stagione, Diez less. P 396. — Similmente: stazionare , e sta- 
gionare. 

Traditio: tradizione trasmissione, leggenda; e are. tradi- 
gione tradimento. 

Varnitione-, dall' anglosass. varnian (Diez less. P 230): 
guarnizione fornitura; e guarnigione presidio. 

Martius: marzo, il mese; e marzio agg. di Marte. 

Minutia: minuzia cosa di nulla; e minugia budello e corda 
di budello, Diez less. IP 47. 

Palatium: palazzo; e palagio, voce più ristretta di signi- 
ficato, e riserbata ora ai poeti, Tomm. 1727. 



344 Canello, 

Pretiura: prezzo; e pregio. Le due voci si scambiarono 
in antico; ma ora veramente prezzo è il valore mercantile 
computato in denaro, e pregio il valore intrinseco o ideale 
d'un oggetto, Tomm. 5108. — Analogamente si differenziano le 
coppie allotropiche: prezzare pregiare, disprezzare dispre- 
giare ecc. 

Spatium: spazio; e spazzo pavimento, suolo. 

Vitium: vizio; e vezzo, Diez less. P 447. — Da vitiosus: 
vizioso; e vezzoso. 

48. TTi (ttj = ctj) in zz ce, o zi. I due primi sono esiti popolari, il se- 
condo è proprio delle voci letterarie. Ne abbiamo quattro casi d'allotropia. 

Directio: direzione; e dirizzone (raasc.) andata quasi cieca 
e irrefrenabile*. 

Factio: fazione: e are. fazzone modo di fare e di conte- 
nersi, sembianza, cfr. Diez less. IP 298. 

Punctio: punzione pungiraento, compunzione; e punzone 
(masc.) forte pugno, e una spranga d'acciajo che serve a im- 
prontare le monete e i caratteri**. 



* Di certo, dirizzone, fatta solo qualche riserva circa il secondo i, con- 
sta della stessa materia che è in direzione. Ma non vorrei aflfermare che si 
tratti della stessa parola. Il genere diverso è, in questo caso, una diflScoltà 
tutt' altro che lieve (cfr. la nota che segue). Il secondo i ci riporta poi al 
tipo diritto ecc. (cfr. p. 319), e ritorna nelle voci che hanno per base di- 
rect-ia-re ecc., quali sono i lomb. drizz drizza^ o Vìi. in-dirizzare ecc. 
Credo perciò, che un "^dirizzo o dirizza drizza, che è come dire il suo in- 
granditivo dirizzone, stia a dirizzare drizzare così a un di presso come 
indirizzo indrizzo a indirizzare indrizzare. G. I. A. 

** Anche il Diez (less. P 335, s. punzar) riconduce punzone, sp. punzon, 
fr. -poingon, a punctio, dicendo che se ne sia avuto un mascolino mercè 
r^applicazione concreta', e confrontando il caso di tosone tonsio. Se l'e- 
strema sobrietà, congiunta a una modestia estrema, non avesse fatto al Mae- 
stro come una regola di citar sé medesimo quanto meno poteva, egli qui ci 
avrebbe primamente rimandati alla sua grammatica (IP 345), nella quale, 
del resto, manca appunto V esemplare che promuove questa nota. Ma in tutta 
codesta materia c'è, se io vedo bene, qualche bisogno di nuove cure. E per 
incominciare da un'obiezione un po' indiretta, dirò imprima che non vedo 
alcun altro esempio di un fera. lat. in -io -ionis, il quale diventi maschile 
in tutti gli idiomi neolatini che lo ripercuotano. La dizione, non molto felice, 
che il Diez adopera in un luogo, parlando dei continuatori di titio (IP 19), 



Allòtropi: Consonanti continue, J implic. 345 

Suctiare-, da ''suctio (Riv. di fil. rom. I 274 e cfr. Flech. 



ha fatto credere a qualcheduno che questa voce offrisse un altro esempio di 
comune alterazione del genere; ma il Diez non può mai aver dimenticato 
che titio é maschile anche in latino (cfr. ib. 344-5, Arch. II 436). Quanto 
poi all'insegnamento, che il processo ideologico, per il quale la significazione 
astratta si riduca o raffermi alla concreta, possa insieme importare che il 
genere passi di feminile in maschile, egli è, senza dubbio, degno del Mae- 
stro; ma non persuaderà, mi pare, se non in quanto si veda che il concreto 
si faccia individuale o personale. Così, è naturale e perspicuo l'avvenimento 
ideologico pel quale tonsio 'tosatura' venga a dire 'roba tosata', 'quel che 
si ricava tosando ciascun agnello' {la toison; l'it, tosone e lo sp. tuson non 
so del resto quanto validi esempj essi comunque siano); e per questa via 
si poteva anche venire all'equazione 'tante tosature' = 'tanti agnelli' (tosa- 
tura = agnello). Così, e anzi più chiaro, è il caso di prehensio 'cattura', 
'presa', che venga a dire 'roba catturata', 'persona catturata'; e s'abbia, 
per es., dieci prigioni decem prehensiones per 'dieci prigionieri', onde 
poi (sempre ajutando anche l'ambiguità esteriore della desinenza ambige- 
nere -one -on) il prigione, ant. frc. (Littré) le prison. Ma questo, e qual- 
che altro esempio congenere, non ci mostrano punto il perchè punctio 'pun- 
tura' dovesse diventare piuttosto la 'cosa che pugne' che non la 'cosa che 
è punta', né, in ispecie, il perchè ne dovesse uscire un mascolino comune 
alle diverse favelle romanze, che vuol dire un antico mascolino. Fra gli 
esemplari in cui si combini il doppio fenomeno dell'astratto in concreto e 
del feminile in maschile, pone il Diez anche ^oison potio; ma questo esem- 
plare, proprio al solo francese com'è soupgon suspicio, ci offre una de- 
viazione affatto moderna (ant. frc. la poison, la soupegon), da attribuirsi 
perciò a mera spinta analogica (cfr. flacon ecc.), dove in ispecie sarebbe da 
ricordare la deviazione frc. di oignon m. un io (dato sempre che unio, in 
quanto è 'cipolla', fosse veramente feminile fra i Latini), sull'analogia di 
champignon ecc. La serie d' esempj che si può rappresentare coli' it. stazzo 
m. statio (cfr. Arch. II 436), ha dal canto suo, e occorre appena avvertirlo, 
un motivo di 'degenerazione' affatto peculiare e d'un' indole affatto estrin- 
seca; il quale sta nella esterna coincidenza di codesta breve serie di figure no- 
minativali colla serie infinita dei mascolini in -o. Non abbiamo dunque nes- 
sun' analogia, la quale davvero ci conforti ad ammettere che punctio 
punctione ci desse codesto 'punctione' mascolino, che è franco-italo-ispano. 
Al qual masc. 'punctione' ora più specialmente rifacendomi, noterò imprima, 
che l'italiano non è punto limitato, come dal Diez parrebbe, ai verbi dimi- 
nutivi punzecchiare punzellare, ma ha egli pure lo schietto ponzare = pun- 
ct-ia-re. Or da questo comune e perciò antico punct-ia-re può corretta- 



346 Canello, 

IV 374): suzzare asciugare imbevendo un corpo asciutto; e suc- 
ciare ritrarre l'umore da un altro corpo, ed ha molti sensi 
traslati; Tomm. 4615. 

49. DI (dj) in g^ ii j', o intatto. L' esito J, entro T ambito toscano, paro 
abbia luogo soltanto in protonica'. Ne abbiamo sette gruppi di allòtropi. 

Diurnus: diurno agg. e sost.; e giorno. — Da diurnale-: 
diurnale agg. ; e giornale agg. e sost, 

Medius: medio; e mezzo.- Da medianus: mediaìio 3i<;g.; 
e mezzano -a agg. e sost.- Da mediato-: mediato agg.; e 
mezzado mezza, voce veneta per studio d'avvocato o commer- 
ciante, mezzanino.- Per gli allòtropi di medie tas, v. il n. 26. 

M eri d lare: meriggiare, e meriare porsi all'ombra o dor- 



mente ricavarsi un mascolino pu net ione, cosi come dallo schietto pun- 
ctare es-punctare, piuttosto che direttamente da puncta, si può ricavare 
Tit. s-puntone (sp. ecc. esponton); cfr. piagnone spione ecc., e per altre 
formazioni congeneri, comuni e perciò antiche, moltone (montone), bastone, 
ed altri. G. I. A. 

* DJ proton. in j tose, si ha in Friano {Frediano), metà meitd [medie- 
tate-), meriare fmeridiare), e ajutare aitare (adjutare). — Degli esempj che 
si citano per la postonica, nessuno è ben certo. Gioja (gaudia) ci viene di 
Francia, v. Diez less. P 216*; noja (in-odia) parrebbe anch'esso francese, 
quando si pensi alla sua relazione antitetica con gioja; bajo (badius), l'are. 
rajo (radius), vio [video) e simili, ci sono venuti in parte di Francia e in 
parte del mezzodì d'Italia, dove il DJ si può risolvere anche in J, v. Asc. 
II 140 147 e cfr. gavju (gaudium) nelle Cì'on. sicil., Bologna 1865, p. 55; 
merio, che il Fanf. dà nel Voc. it , sarà un esempio illusorio, cfr. mério nel 
Voc. d. pr. tose., e l'analogo méria. 



* La derivazione del \irov.joia, 'gaudio' e 'giojello', da gaudia paro a noi 
men sicura che comunemente non si creda. Di fronte a joia i\ prov. 
non ha un jauja e meno ancora un gauja, mentre pur ha gang jaxizir, 
in cui a vicenda si mostra Yau e il g-\-a intatto. Si dirà adunque che 
joja sia dal ir.joie, goie (S. Alex.), il quale e per il significato e per 
la forma ben risponde a gaudia ì Ma il fr.joic non dice 'giojelio', come 
pur dice il pr.joia; né par probabile che la voce prov. svolgesse indi- 
pendentemente questo secondo significato, che nel fr. spetta a joiel-s 
(h. \. jocalis). Tutto ci porta a credere, che il prov. joja 'giqjello', e 
probabilmente anche in quanto dice 'gaudio', altro non sia che il lat. 
joca, col e in j come in lojar da locare. Per l'evoluzione ideologica, 
notiamo da un lato, che un \)VOv. joja 'giojello', ricondotto a joca, 
risponde esattamente al fr. jojel-s da jocalis; e dall'altro lato ricor- 
diamo, che il prov. joia joi-s 'gaudio' significa veramente il gaudio 
del gioco amoroso, e che l'antica nostra frase 'stare in gioco e in 
riso' vai quanto 'stare in gioja e in riso'. 



Allòtropi: Consonanti continue, J iiuplic. 347 

mire sul mezzodì, il primo più frequente degli uomini, il se- 
condo degli animali. Meglio dei due verbi si distinguono, an- 
che per il significato, due coppie di sostantivi che se ne sono 
ricavate: da meriggiare, meriggio e meriggia in quanto dicono 
'ombra', 'rezzo', Muogo da passarvi il mezzodì, {meriggio -a -e 
'mezzogiorno' sono da meridies); e da merlare: mério 'luogo 
dove si riduce il bestiame a merlare' (Fanf.), e maria 'ombra 
d'un albero', 'aria fresca della notte', mérie nel fior, 'luoghi 
ameni, deliziosi ed aereati'. — Da meridianus: meridiano -a 
agg. e sost. 'circolo massimo terrestre', 'orologio solare'; e me- 
riggiano agg., meriggiana anche sost. il mezzodì. 

Odia (neutro pi.): uggia odio, avversione, cfr. Diez less. IP 
77; e probabilmente sen. marem. uzza 'frescura che sul far 
del giorno e della sera si sente con impressione dolorosa nella 
pianura della Maremma' (Fanf. Voc. u. tose). — Da odiosus: 
odioso, e uggioso. 

Radius: radio un osso del braccio; raggio emanazione lu- 
minosa; e razzo una parte della ruota, girandola. 

Stadium: stadio; e staggio, Asc. I 52-3 n. 

Stiidium: studio; e sloggio carezza, lusinga. Di qui molto 
probabilmente anche astuccio, are. stuccio, attraverso il prov. 
estug il fr. étui estuy. Il Diez, less. P 38, obbietta che lo 
sp. estuche e l' it. astuccio non s' accordino, per la forma, con 
studi um; ma la difficoltà sarà tolta ammettendo che la voce 
sia sorta in Francia e di là sia passata poi in Spagna e in 
Italia. L'are, sp. estui rivela ancor meglio la sua provenienza. 
La fonte immediata del nostro astuccio sarà il prov. estug, col 
-g proferito -e, 

uO. -ATico -ATiCA in -aggio -aggia [-agio -a), o intatto. L'esito -àggio -ùggia 
fu già benissimo spiegato da -àtjo -ddjo (Asc. I 78 n.), col e intaccato ed 
estruso nello sdrucciolo dall'i che lo precede. È -agio in poche voci venuteci 
di Francia; -atico nelle voci letterarie. E ne abbiamo sette casi di allotropia. 

Li n gnatico-, da lingua: linguatico linguacciuto; e lin- 
guaggio. 

Obsidatico- (cfr. Diez P 297): stàtico persona data in pe- 
gno; e ostaggio staggio pegno, con senso più generale. 

Silvaticus: sa/t^a^fco contrario di domestico, propriamente 
degli animali; selvatico, delle piante; e selvaggio, eh' è anche 
sost., ToM.M. 4508. 



348 CaDello, 

Stallatico-, da stalla: stallatico \QÌa.mB; e stallaggio quel 
che si paga per l'alloggio delle bestie, e stallo. 

Viaticum: viatico il sacramento che si porta ai malati; 
e viaggio T'iter' dei Latini, quasi che il 'viaticum', cioè le prov- 
viste per viaggiare, fosse la cosa più importante per chi nei bassi 
tempi si metteva in via. 

Vii 1 a ti cu s: villatico agg. ; e villaggio. 

Volaticus: volatico volubile, volatile; volagio, dal fr. vo~ 
lage, volubile; e il sost. volatica empetigine. 

51. CI CE (cj) in ce zz zi, o intatti. I due primi sono gli esiti popolari, 
il terzo è nelle voci semidotte; intatto resta il nesso nelle voci letterarie. 
Ne abbiamo sei gruppi d'all(jtropi. 

Coriacea-, da corium: coriacea agg. (manca a molti dizio- 
narj); e corazza specie di usbergo, che in origine sarà stato 
dì cuojo. 

H erba ce a: erbacea agg.; ed erbaccia mala erba. 

Setaceo-, da séta : setaceo agg., che ha apparenza e qua- 
lità di seta; e setaccio staccio vaglio fine, quasi un tessuto di 
setole seta. 

Socius: socio; sòzìo sòcio, ma con accezione quasi sempre 
burlesca; e sóccio accomàndita di bestiame a metà guadagno, 
e chi piglia il bestiame in accomandita, eh' è il significato pri- 
mitivo; cfr. Arch. IV 340. 

Speci es: specie qualità; e spezie aromi, droghe. — Da spe- 
cialis: speciale particolare; e speziale che come agg. vai quanto 
'speciale', e come sost., chi vende spezie, il farmacista. 

Terraceo-, da terra: terr accio terreno smosso, nel Pataffio 
il mezzule della botte; e terrazzo.- Da terracea-: terr accia 
pegg. di terra; e terrazza. 

52. Gì (gj) in gj zz, o intatto. Ne abbiamo due gruppi d'allòtropi. 
Gregio-, cfr. e-grègius: grezzo grossolano, e si dice anche 

degli uomini; e greggio non lavorato, solo delle cose mate- 
riali. A una base materialmente identica risale anche il sost. 
greggia, are. greggio, armento. L'è per e da un e lat. sarà 
dovuto al suono palatile che segue, Arch. Ili 72 n; in grezzo 
all'analogia di greggio. Diversamente spiega i due aggettivi 
il Caix St. d' etira. 29. 



Allòtropi: Consonanti continue, L. 349 

Regia: regia agg.: e reggia sost. la 'doraus regia'. 

53. L in r, o intatto. Tre casi di allotropia. 

Collocare: collocare porre a luogo; e coricare corcare 
porre disteso. Dalla stessa base, attrav. il fr. coucher (- co l'c are), 
pare sia cucciare, cucciarsi {cuccia), se pure non è uno scor- 
cio di ac-covacciarsi. 

Dactylus: dattilo; e dattero, Diez less. P 150. 

Qalìb arab. 'fontana', 'pozzo', qàlab 'forma', 'stampo' (Diez 
less. P 100): calibro il vano delle canne delle armi da fuoco; 
e caribo are, misura, e specie di danza o canzone da ballo 
(Purg. XXXI, 132). Ma queste etimologie dieziane non pajono 
ben sicure. 

Ululare: ululare urlar lungamente e con interruzioni; e 
urlare gridar forte e incomposto. 

54. L nella terza del proparossitono in w, o intatto. Ne abbiamo due casi 
d'allotropia. 

Gerula: gerla; e gema 'cesta, oppure vettura. Caporali' 
(ap. Fanf.). 

Modulus: modulo modello, forma; mòdano módeno módine 
certo modello di cui si servono gli artefici nei loro lavori. — 
Notevole è in modine la vocal finale, dovuta forse a una base 
plurale, moduli, passata a funzioni di singolare, cfr. il n. 122.- 
Di qui anche molo'^. V. Arch. IV 360 n [ma, in questa ipotesi, 
dovrebbe esser voce venutaci di Francia]. 

55. ALT ALP OLT in a"lt a"lp o"lt, indi ot, op, ot ut, o intatti. Ne abbiamo 
tre gruppi di allòtropi. 

Maltha: malta cemento, melma; e mota {da. ìnauta) fango, 
cfr. DiEZ less. P 282. 

Talpa: talpa; e topa are, la femina del topo (Fanf.). 

Volvitare- voltare-: voltare rivolgere; buttare gettare, 
cfr. per l'evoluzione ideologica il ven. butar butarsc, eh' è pro- 
priamente l'incurvarsi e inarcarsi delle assi e delle travi ; e dot- 
tare percuotere, dar botte, cfr. il ven. bota 'colpo' e 'volta '(fiata). 
Diversamente spiega buttare buttare il Diez, less. P 78.- Data 
l'identità etimologica di codesti verbi*, resulterebbero allotropici 



* Ancora ben problematica, che s'intende. A. 

Archivio gloUol. ital.. III. 



3o0 Canello, 

i seguenti gruppi di sostantivi, che ne sono estratti : volto muro 
in arco, botto, e butto; volta fiata, volto, botta, e l'are, otta 
'volta', 'ora', specialmente nel composto talotta talvolta. Il si- 
gnificato di 'ora' potè svolgersi in otta come nel ven. boto, che 
dice appunto 'ora', mentre bota è 'fiata'. — Secondo un'ipotesi 
del DiEZ (less. IP 80-1), a voltare- risalirebbe anche vuotare 
votare; ma il Fleciiia, con maggiore probabilità, deduce questo 
verbo da un vocitare- per vacitare- (IV 370-71). 

56. -ELLUS in p, od elio. La prima evoluzione ha luogo in parole venuteci 
dal francese; secondo le norme fonetiche del quale, -ellus passa in -el-s -iel-s 
■ial-s -ea"l-s -eau-s, ora proferito q. Ne abbiamo tre casi d'allotropia. 

B urei lo-, da burrus byrrus (Diez less. V 94): burello spe- 
cie di panno detto così dal colore scuro, cfr. burella 'caverna' 
in Dante, Inf. xxxiv, 98; e burò, dal fr. bureau burel-s, che 
significò dapprima un panno grosso e scuro, poi lo scrittoio 
dei pubblici offici coperto di bureau, e infine un pubblico of- 
ficio agenzia. Buró 'officio' diventa sempre più raro tra noi; 
ma prosperamente vive il suo composto burocrazia. 

Mantellum: ìnantello; e manto, fr. manteau, veste as- 
settata e lunga per donne. Ha esempj del Fagiuoli e del Ma- 
galotti, ed è voce sempre viva, per sopravveste ricca ed am- 
pia (Fanf. Voc. u. tose). 

Rot un dello-, da rotundus (cfr. il n. 105): ritondello agg.; 
e rondò (rondeau) aria musicale in cui di tratto in tratto si 
ripete un dato motivo. Il fr. rondeau rondels è una poesia a 
ritornello, musicata o no. I nostri compositori ne limitarono il 
significato ad 'aria che accompagna il rondeau', e con questo 
nuovo significato restituirono rondò al francese, v. Littré dict. 
s. rondeau. 

57. LL in Ij {Il spagn.), o intatto, cfr. il n. 9. Un caso d'allotropia. 

Olla: pignatta, latinismo o lombardismo; e oglia, nella frase 
ogiia podrida, specie di vivanda farcita, sp. olla podrida. 

58. CL TL in chj Ij, o intatto. Si ha chj a formola iniziale, o interna pre- 
ceduta da consonante {chiamare, inchinare); cchj o Ij da cl tl interno, pre- 
ceduto da vocale; intatto resta il ci. nelle voci letterarie. Cul e tml pas- 
sano popolarm. in cl tl e vengono poi trattati come cl tl originarj; men- 
tre nelle voci letterarie, o si mantengono, o danno col tol (speculare, capi- 



Allòtropi: Consonanti continue, L impl. 351 

tolo ecc.). Da questi esiti diversi di cl tl dipendono trentadue gruppi d'al- 
lòtropi. Noi faremo la rassegna prima di quelli la cui base classica dà CL tl, 
poi degli altri, più numerosi, la cui base classica dà cul t«l. — Di un'al- 
tra speciale evoluzione di cuh tml ci riserbiamo di toccare nel numero se- 
guente. 

Clausura: clausura, dei conventi; chiusura l'atto del chiu- 
dere, e il luogo chiuso. 

Inclinare: inclinare essere propenso; inchinare fare un 
inchino, e abbassare. — Analogamente: declinare, e dichinare. 

Nucleus: nucleo; e nocchio la parte dell'albero indurita 
per la pullulazione de' rami, osserello ecc. Per la metatesi del 
j, nocchio, secondo il Caix, St. d'et. 27, diede gnocco [njocco). 

Reclamare: reclamare far lamento, richiamarsi; e richia- 
mare chiamar di nuovo. - Di qui : reclamo lagnanza ; e richiamo 
il richiamare, e l'uccello che si tiene in gabbia perchè can- 
tando richiami gli altri. — Da clamare: chiamare; e cla- 
mare gridare, crudo latinismo. 

Scloppus stloppus: schioppo; e scoppio (da scoplo-). — 
Da sciupare che è nella Lex sai.: schioppare , e scoppiare, 
Djez less. IP 64. - Scoppio e schioppo furono sinonimi in antico ; 
ora scoppio è l'atto e il rumore dello scoppiare; schioppo hW 
fucile, propriamente quello da caccia. Scoppiare e schioppare 
sono rimasti invece sinonimi, mentre una differenza di signifi- 
cato, analoga a quella tra scoppio e schioppo, s'è svolta nei 
diminutivi scoppiettata scoppiettio, colpo di scoppietto, e schiop- 
pettata colpo di fucile. 

A cu cu la-, da acus (Diez less. P 11) : agucchia ferro da cal- 
ze; gucchia palo di ferro appuntito; agocchia infilacappio, e in 
antico anche ago; aguglia ago, in ispecie quello della calamita, 
e obelisco; e guglia obelisco, punta, vetta di monte, cfr. Tomm. 
1268. 

Articulus: articolo; e artiglio unghione.— Da articu- 
lare: articolare; e artigliare. 

Auricula: auricule, term. anat., le orecchiette del cuore; 
e orecchia, are. oreglia, T'auris' latina.- Analogamente: orec- 
chiare accostarsi per ascoltare, e origliare star di nascosto a 
sentire gli altrui segreti; orecchiante chi canta ad orecchio, 
e origlianfe chi origlia. 

Baculus: baculo bacolo bastone, e una specie di misura; 
e bacchio la pertica da abbacchiare, 



352 Canello, 

Capitulura: capitolo; e capecchio 'materia grossa e liscosa 
che si trae dalla prima pettinatura del lino avanti alla stoppa; 
detta capecchio perchè si leva dai due capi del lino, cioè barbe 
e cime', Tomm. 222. 

Carbunculus: carbuncolo carhoncolo specie di pietra pre- 
ziosa; e carbonchio la pietra preziosa e anche una malattia 
do' bovini. 

Circulus: circolo figura geometrica, adunanza solenne; e 
cerchio stromento di forma circolare. — Da circulare: cir- 
colare andare in giro ; e cerchiare munire di cerchi. 

Clavicula: clavicola osso del petto che sostiene la spalla; 
caviglia un osso della gamba; e cavicchia lo stesso che 'ca- 
vicchio', piuolo, cfr. DiEZ less. I'' 120. 

Cuniculus: cunicolo cava sotterranea, e l'animale; e co- 
niglio l'animale. 

Fistulare: fìstolare suonar la fìstola; e fischiare fistiare 
mandar fischi. — Da fistula; fistula stromento musicale, e 
fistola malattia; fistolo malattia, malanno, e fischio fistio si- 
bilo. Ma quest'ultima coppia non dà una rigorosa allotropia, 
fischio venendo da fischiare, e fistolo da fistula, con genere 
mutato. 

Jaculum: jàcolo dardo; e giàcchio rete pescatoria, il 'rete 
jaculum' dei Latini. I lessicografi non sono ben certi se jacu- 
lum sia sost. o agg., v. Forcell. 

Inoculare: inoculare annestare, ed ha sensi traslati; e 
inocchiare annestare gli alberi ad occhio. — Da oculatus: 
oculato attento, avveduto; e occhiato pieno d'occhi. Simil- 
mente: oculata agg.; e occhiata sost. l'atto del guardare, e li- 
vidore agli occhi. 

Lenticula: lenticola specie di crostaceo; lenticchia 1' 'er- 
vum lens' e una specie di moneta; e lentiglia lentiggine. 

Macula: macula macola piccolissima macchia, specialmente 
morale; macchia tacca, tratto di bosco; e maglia punto o tes- 
suto a calza, senso che spettava anche al lat. macula. — Da 
maculare: macolare, ^macchiare, e magliare. 

Manicula: manecchia il manico dell'aratro; maniglia il 
manico della sega, manetta; e maniglia smaniglia vezzo ai 
polsi, Arch. IV 163. 



Allòtropi: Consonanti continue, L impl. 353 

Masculus: mascolo masculo agg., e sost. 'stantuffo' e 'una 
parte del petriere'; e maschio mastio agg. e sost. 

Mentula: mentula pene, pinco marino; e minchia pene, 
pesciolino detto anche cazzo di re, e 'minchione' nella frase 
'fare la minchia fredda'.- Alla stessa base, con genere mutato, 
risalirà anche il fior, ménchero (da menomo- mencio-) min- 
chione. 

Miraculum: miracolo; e are. miraglio specchio, che pro- 
babilmente ricalca il prov. miralh-s. 

Misculare: mescolare, meschiare, mischiare, mistiare, 
quasi sinonimi. Si distinguono invece, anche per il significato, 
i nomi che si estraggono da questi verbi : méscola mestolo e 
cazzuola da muratore; mischia mistia combattimento corpo a 
corpo, quistione ardente; e mischia vino con mele infuso 
'mulsum'. 

Pari cu lo-, da par (Diez less. P 306): are. pareglio agg. si- 
mile; e parecchio molto, alquanto. A un paricula-, piuttosto 
che a parìlis parìlia, risalirà anche pariglia coppia di ca- 
valli simili, contraccambio; — e apparigliare pareggiare, met- 
tere in coppia, sarebbe quindi un allotropo di apparecchiare, 
are. apiiaregliare, preparare; cfr., per l'evoluzione ideologica: 
combinare 'accoppiare' e quindi 'accomodare'. 

Ranunculus: ranunculo ranuncolo il 'ranunculus'; e ra- 
nocchio la 'rana* o 'ranula'. Ma la mancanza del n fa sospet- 
tare in ranocchio una nuova derivazione da rana. 

Speculum: speculo specolo stromento per osservare l'in- 
terno del corpo animale ; specchio', e are. speglio, che manca d'al- 
cuni sensi traslati di 'specchio'. — Da speculari: speculare 
specolare fare speculazioni filosofiche, economiche ed astrono- 
miche; e specchiare {specchiarsi). 

Spiraculum: smiracolo spiraculo; e s2nraglio ])icco\a. aper- 
tura per la quale venga aria e luce. 

Torculum: tòrcalo ; e torchio, che dice anche grosso cero, 
torcia. 

Vasculum: vascolo piccol vase; e fiasco (da vlasco- va- 
scio-) vaso grande e panciuto, Diez less. P 178. 

Ventriculus ventricolo lo stomaco degli animali in ge- 
nere; e ventricchio ventriglio il ventricolo carnoso dei vo- 
latili. 



354 Canello, 

Vetulus: vecchio agg. e sost., che ha molti anni; & veglio 
sost. uomo venerando per età. 

59. XML cuL, anche in //. Questo esito ha luogo, a formula preceduta da 
vocale, in alcuni esemplari speciali. Non ò facile determinare le fasi inter- 
medie. Per T«L si può supporre un dui d'I, onde poi II, come in strillare 
da stridulare-. Per cìjl è lecito supporre un primo scadimento a r/ul (ana- 
logo a quello di tùl in dìil), onde poi ff'l, che potè dare II attraverso d'I*. 
Abbiamo tre basi con xml, e due con cììl, dalle quali derivano forme allo- 
tropiche. Una terza base con cul troveremo al n. 87. 

Spathula: spatola; e spalla. Un intermedio spad'la è qui 
suggerito dal soprasilvano spadlas Arch. I 58, dal prtg. espa- 
doa e anche dallo sp. espalda che sta per *espadla. Dalla stessa 
base, attraverso l'a, a. ted. sj)dlo spuolo, è spola, v. Asc. III. 29 n. 

Rotulus: rotolo ruotolo 'volumen'; rocchio tronco cilin- 
drico, pezzo di salsiccia; e rullo cilindro pesante, birillo. Dalla 
stessa base, attraverso il fr. ròte, è ruolo rolo elenco de' soldati, 
elenco in genere, voce che apparisce tra noi solo nel sec. XVII. 
Rollo, che ha esempj già della fine del sec. XVI (v. Viani, Diz. 
d.pret. francesismi, s. ruolo), benché, rispetto alla fonetica, nul- 
r abbia di specificamente francese, ci si mostra venuto di Fran- 
cia, per il suo significato identico a quello di ruolo. — Da ro- 
tula: rotula la rotella del ginocchio; e rulla tmWo, e fandonia, 
cfr. 'balla'. — Da cura-rotulus: crocchio adunanza, circolo; e 
crullo grosso cilindro, Caix St. d'et. 52. 

Ad-titulare-: attitolare intitolare; e attillare acconciare, 
vestire con cura, Diez less. P 38. 

Spiculura: spiculo punta della saetta, crudo latinismo del 
Sannazzaro; spigolo il canto vivo dei solidi; spiccldo una delle 
particelle che compongono il bulbo della cipolla e simili ; e 
spillo ago con capocchia, zipolo, cfr. fr. épingle , che ha la 
stessa base, come chiaramente ha mostrato 1' Ascoli, IV 141. 
Il Diez, less. P 394, s'atteneva a spintila, con g epentetico. 



* Confesso di non vedere alcun bisogno delle ipotesi fonologiche alle quali il 
nostro autore qui è ricorso. Avutosi modernamente l'ettlissi deirM(v. p. 288n), s'è 
riparato alla diflScoltà delle due consonanti che s'urtavano insieme {t-l), assimi- 
lando, come di solito, la prima alla seconda (cfr , nel lat. ste£so,viUa - vic-la,ecc., 
ed anche latum - tlatuni^ ecc.). 11 caso di spat\ii,\la in spalla non è punto diverso 
da quello di marit[i\ma in maremma; cfr. Diez I' 300. G. I. A. 



Allòtropi: Coaconanti continue, L impl. 355 

Jocularis: giocolare giocoliere; e giullare chi nel medio 
evo andava intorno per le piazze e per le corti facendo giuochi 
e recitando versi, Diez less. P 213.- Come si spiega l'anomala 
riduzione à\ jocularis a giullare, e insieme quella di spicu- 
lum a spillo^ Noi crediamo di vederci l'effetto d'una elabo- 
razione dovuta in parte ai letterati, in parte al volgo. Spiai- 
lum sarebbe stato rimesso in corso come latinismo tecnico, e 
come termine d' arte sarebbe entrato jocularis nella parlata 
popolare: si confronti il prov, joglar-s (e non jolliar-s, come 
vorrebbe l'analogia di ahelha miralh ecc ), e il fr. jongleur 
(joculaiore-) in perfetta concordia con épingle.- Un caso, del 
tutto simile, di elaborazione mista, è nel fr. aveugle, pie. aveule 
avugle, vb, aveugler, da ah-oculare- 'disocchiare', termine che 
il popolo francese imparava dai barbari suoi giudici criminali 
del medio evo, ed elaborava poi come voce propria, senza tuttavia 
trasformarla al modo che avea trasformato oculus, divenuto 
oeil. 

60. GL in gghj Ij^ o intatto; Ij solo a formola interna, preceduta da vo- 
cale. Gi<L nelle voci popolari si riduce a g'I, e divide quindi le sorti del gl 
originario; nelle voci letterarie dà invece gol o resta intatto. Ne abbiamo 
otto gruppi di allotropi. 

Gleba: gleba zolla, suolo; e ghiova, are. ghieva chiova 
(ToMM. Diz. it.), zolla. L'o per e in ghiova chiova par dovuto 
alla labiale che segue. Il chj- per ghj si dovrà poi all'analo- 
gia dei numerosi esemplari con chj-, di fronte ai rari con ghj-/^ 



* Il Canello s'attiene, circa ghiova, all'opinione del Diez, less. IF 35, il 
quale però avvertiva che questo sarebbe il solo esempio di o da e tonica. Si 
tratta, per giunta, di un' e?, cioè d'un' e volgente ad i; e di tal voce, per la 
quale non si vede, nò si può imaginare, che l'o si determinasse iu una o più 
d'una forma collaterale, la quale avesse avuto Ve disaccentata e tanto pre- 
valesse da imporre l'o anche a quella forma in cui l'è portava l'accento. 
Del rimanente, non è bastato l'o di dovére dovete doveva dovessi dovrò ecc., 
perchò italianamente si dicesse dóvo dóvi. È dunque affatto inammissibile che 
ghiova sia gleba, quando non si voglia ancora procedere con un raziocinio 
come questo: 'l'avvenimento manca d'ogni prova, e gli manca insieme ogni 
probabilità; quindi ò provato'. Se poi la fonologia deve assolutamente respin- 
gere l'equazione /jr /i toua = gleba, mi par che sia facile vedere quale altra 
parola latina qui si immischii. Dev'essere globus, la cui riduzione popolare 
era correttamente ghiovo (e anche era facile la serie morfologica: il ghiova. 



356 Canello, 

Glossa: glossa glosa spiegazione d'una parola in un libro 
antico; e chiosa breve interpretazione d'un passo. Chiosa àìcQ 
anche 'macchia', e il 'piombo col quale si saldano le rotture 
delle pentole'. Il primo significato potrebbe essersi svolto da 
glosa in quanto dicesse quasi sgorbio o scrittura marginale, e 
quindi macchia d'un libro; ma il secondo accenna apertamente 
ad un clausa chiusa, stagnatura. E l' influenza di chiQsa = claiisa 
spiega il chj per ghj. 

Cingulum: cingolo la cintura del sacerdote parato per ce- 
lebrare; e cinghio circuito, cerchio. 

Mugulare: mugulare mugolare, propriamente del cane; 
mugghiare, propriam. del leone, ed è un urlare per furore e 
dolore; e mugliare, delle vacche. 

Singularis: singolare agg. ; e cinghiale cinghiare cignale 
(Flech. Il 22) il porco selvatico, che vive solitario, Diez less. 
P 127-8. Ma il fr. sanglier ricorda la possibilità che la base 
di cinghiale ecc. sia singulario-. A singularis risale di certo 
il prov. senglar. 

Tegula: tegola tegolo, voce che l'uso volgatissimo farebbe 
credere, ma a torto, di formazione popolare ' ; e teglia tegghia 
vaso di rame ad uso di cucina. 

Ungula: ungula ungola membrana sottile che talvolta si 
stende sopra la tunica dell'occhio ; ed unghia ugna tanto V 'un- 
guis' quanto P'ungula' dei Latini. 

Vigilare: vigilare invigilare, stare attenti; e vegliare 
vegghiare vigilare, star desti.- Veggiare, per vegliare, se- 



te ghiova, la ghiova, cfr. il frutto, le frutta, la frutta). La 'zolla' è 'massa', 
e 'massa' è 'materia conglobata'. Nelle lingue germaniche, klot {hlosz) riu- 
nisce i significati di 'zolla' e 'palla', e sempre ancora l'alto ted. klosz dice 
'gleba' e insieme 'gnocco' (cfr. Adelung e Grimm, s. klosz). L'alto ted. klotz, che 
è un esito diverso della base medesima, si traduce, nel diz. di Grimm, per trun- 
cus, massa, globiis, gleba. E l'alto ted. klump hlumpen,ch.e dice 'massa' ecc., 
e dà l'aggett. klumpig gleboso, zolloso, dà insieme il diminutivo hlumpchen, 
che dice 'gnocchotto' (latinamente globidus), 'grumo' 'grumolo', 'zolletta'. 
Anche nel gr, /5w).o; stanno insieme la 'gleba' e la 'massa conglobata'. 

G. L A. 
^ D'origine non popol. è pure il fr. tiiile, anticamente teule, quasi da te- 
gula proferito tegula (cfr. p. 295). E si tratterà anche qui, come per spillo^ 
d'un latinismo tecnico. 



Allòtropi: Consouanti continue, L irapl. 357 

condo la fonetica dell'Italia superiore, scrisse l'Ariosto (Or- 
lando Fur. X, 19, ed. 1532). 

CI. PL in p; ppj pr bl br chj, o intatto. Si ha pj a formula iniziale, o 
interna preceduta da consonante; ppj a formula interna preceduta da vocale, 
pr bl br in alcune voci semidotte, venuteci in parte di Spagna; chj in voci 
venuteci, o dai nostri dialetti meridionali, o dal genov., o dallo spagnuolo; 
intatta resta la formula nelle voci letterarie. Pml postonico si riduce popo- 
larmente a PL e vien trattato poi come il pl originario; nelle voci letterarie 
è ptd pol\ in un esemplare venutoci di Provenza, boi. Da questi esiti diversi 
di PL PML, dipendono dieci gruppi d'allòtropi. 

Platea: platea {de. per l'accento il n. 113); spiazza.- Ana- 
logamente: plateale agg.; e piazzale sost. 

Plebs: plebe; e pieve parrocchia che ha sotto di sé parec- 
chi Tillaggi. 

Plico- da plicare: plico pacchetto propriamente di lettere; 
e piego pacchetto di lettere e d'altri fogli, Tomm. 3489.— Da 
plica-: are. plica 'tavoletta incerata in cui scriveasi la spesa 
giornaliera' (Fanf.); e piega.- Tra gli allòtropi delle basi com- 
poste con plicare, notiamo: complicare e compiegare; are. 
displicare e dispiegare; implicare e impiegare; implicato e 
impiegato; replicare e rinnegare; supplicare e soppiegare. 

Plorare: plorare lamentarsi; e piulare lamentarsi ingiu- 
stamente (Fanf. Voc. u. tose). 

Compiere: complire complimentare, soddisfare, dallo sp. 
ciimplir; compire finire; e compiere, che s'usa per lo più al 
traslato: 'compiere un dovere', 'compire un lavoro'.- Ma que- 
sti tre allòtropi non sono esatti, essendo la divariazione di ra- 
gione analogica e non fonetica: complire e compire furono at- 
tratti dall'analogia dei verbi in -ire; compiere da quella dei 
verbi in -ere. — Da complementum: complemento, compli- 
mento (sp. cumplimiento), e compimento. — Da compiè ta: com- 
pleta agg., compieta sost., e compita prtc, con deviazione anche 
morfologica. — Da supplere: supplire farle veci; e sopprire 
sopperire (cfr. n. 116) bastare, provvedere. 

Duplus: duplo sost.; e doppio sost. e agg. — Da dupla: 
doppia agg., e sost. una moneta d'oro; e dohla dohbra, dallo 
sp. dobla, la moneta. — Similmente: doppietto, e dobletto dob- 
bretto una specie di tela, dallo sp. doblete; doppione, e doblonc 
una moneta, dallo sp. dobìon. 



358 Canello, 

Plato- (DiEZ less. P 317-8) : 'piatto agg. e sost. ; e chiatto agg. 
piatto, basso, e si dice propriamente di barche, cfr. sp. prt. chata, 
gen. cattu, Arch. II 124, lucch. ciatto 'spianato' 'schiacciato', sic. 
chiattn (agg.) 'piatto', nap. chiatte 'che ha molta carne', Asc. 
St. cr. I 31. Chiatto pare importato in Toscana, insieme con chiat- 
ta 'barca piatta' a cui subito arriviamo. Ma di dove è venuto? 
La fonetica indica indifferentemente Spagna, Napoli, Palermo, 
Genova; ma se badiamo al ciaHo lucchese, potremmo scorgervi 
un accenno abbastanza aperto alla Liguria, vale a dire al paese 
che già vedemmo aver dato alla lingua marinaresca d'Italia an- 
che galea e saettia (p. 301), e cfr. i nn. 64 e 87. — Da piata-: 
piatta term. milit. la massa o fondo di cassa de' reggimenti , 
probabilmente dallo sp. piata 'argentum'; piatta agg., e sost. 
'barca di fondo piano che serve per trasporti'; e chiatta agg. più 
ristretto di significato che non 'piatta', e sost. 'barca a fondo 
piatto', sp. chata. Secondo il Caix, St. d'et. 173, dalla stessa 
base sarebbe anche zatta zàtt-era 'piattaforma di tavole galeg- 
giante'. Lo eh sp. o frane, [chatte), o il e gen., vi sarebbe rap- 
presentato da un lato con chj, dall'altro con z, come in ciain- 
dra zarahra dal pr. chambra, fr. chambre. 

Plantare: piantare, e chiantare (Varchi)^ in 'chiantarla 
a uno' accoccarla, cfr. are. acchiantare 'allignare', usato da 
Fra Jacopone. - Da pianta: pianta; e cianta nella frase 'scarpe 
a cianta', equivalente all'altra 'scarpe a pianta', e anche as- 
solutamente per 'scarpa messa a ciabatta', pist. ciantella 'cal- 
zare da casa' (Fanf. Voc. u. tose). 

Placitum: plàcito sentenza, e beneplacito; piato (Asc. I 
81-2 n) lite, discussione litigiosa; e chiàito lite, intrigo, voce 
meridionale, cfr. nap. chiajete, e chiaci 'piaci' in Giulio d'Al- 
camo. 

Copula: còpula -ola; e coppia pajo. La stessa base ha 
l'are, cobola cobbola gobola, che probabilmente ricalcano il prov. 



^ Il sen. chiantare rimbrottare è invece da clamitare; e da ex-clam, è 
il luccli. schiantare lamentare. E schiantare 'scoppiare' sarà esso da man- 
dare col DiEZ, less. P 370, insieme con schiattare, fr. éclater, o piuttosto non 
scenderà anch'esso da ex-clamitare? L'evoluzione ideologica vi sarebbe si- 
mile a quella di crepare, sp. quebrar, da crepare far rumore, lamentarsi, 
cfr. DiEZ less. V 114. 



Allòtropi: Consonanti continue, L impl. 359 

cabla, voce semi-letteraria, come joglar-s giullare n. 59.- Di 
qui anche il montai, guhbia 'coppia di muli', Caix St. d'et. 114, 
e cfr. ven. cubia pariglia di cavalli, oltre il sic. cucchia, sem- 
pre con Vu-Ò, Asc. II 146. 

02. FL- in fi- bj- fì\ intatto. Ne abbiamo quattro gruppi di allòtropi. 

Flatus: flato il 'flatus ventris'; e ftato alito, antic. anche 
puzzo. — Da un flautare- per flatu-are- deriva il Diez, less. 
r 182, attraverso l'a. iv./la-uter /laute, l'it. flàuto-, e da flau- 
tare- flauto- direttamente fiutare fiuto. E questa spiegazione 
è confortata dal fatto che fiuto dice tanto 'odorato' quanto 'flauto' 
(ToMM. Diz. it.). L'Ascoli, St. cr. II 184 n, deriva invece /zt^tor^ 
fiuto da un flavitare- frequent. di flavare-, che andrebbe col 
calabr. hhiavuru = flavòr- odore, ecc. 

Flebilis: flebile', e fievole, are. fievile, Diez less. P 179. 

Fluctus: flutto forte andata; fiotto il flusso e riflusso ma- 
rino, e il suo rumore; e (rotto (Pataffio) folla, frotta. — Da un 
flucta-: frotta fiotta folla, quasi ondata di gente; e flotta ar- 
mata di mare, attrav. il fr. flotte, cfr. Diez less. P 182. 

Flocculus: fioccolo piccolo fiocco di neve; e bioccolo fiocco 
di lana, Diez less. IP 12. 

Fluxus agg. : flusso agg. passaggero, caduco; e floscio (con 
fl integro per evitare il doppio io) snervato, morbido. Dalla 
stessa base è probabilmente anche bioscio malandato; bioscia 
sost. materia sciolta, fluida, Caix St. di etim. QQ; e fiosso 'la 
parte inferiore del calcagno del piede' e la parte più stretta 
della scarpa vicino al calcagno', quasi la parte manchevole 
del piede e della scarpa, che i Trevigiani dicono il falso del 
piede e della scarpa. 

63. BuL in bj -bbj- (da bl-) boi, o intatto. Ne abbiamo quattro gruppi di 
allòtropi. 

Ambulare: ambulare camminare; e ambiare 1' andare dei 
cavalli a un certo passo. Dai due verbi i sostantivi allòtropi : 
ambulo nella frase 'pigliar l' ambulo' andarsene; e àmbio. 

Fibula: fibula l'osso più sottile della gamba, una fibbia 
antica; e fibbia fermaglio d'osso o di metallo. 

Nebula: nebula nebulosità, macchia; e nebbia nuvola vi- 
cina a terra. — Da nebulosa agg.: nebulosa agg., e sost. 
(term. astron.); e nebbiosa agg. 



360 Canello, 

Stabulare; stabulare fare stabbio, porre le bestie nello 
stabbio; e stabbiare che, come intrans., dice 'sgravarsi il ven- 
tre (delle bestie)', e, come trans , 'concimare', e 'ingrassare un 
terreno, tenendovi fermo quasi in stalla il bestiame'. 

Tribù lare: tributare soffrire e far soffrire; tribolare far 
soffrire; e trebbiare tribbiare battere il grano per separare 
i chicchi dalla paglia. 

C4. R ia d (per dissim.) o estruso, o intatto. Due gruppi di allòtropi. 

Prora: prora prua la parte anteriore della nave; e loroda 
il luogo d' approdo, e per estensione sponda, orlo. Il Diez, less. 
F 334, creJe solo possibile l'identità di proda 'riva d'approdo' 
con prora; e ritiene che proda 'orlo' 'sponda' rappresenti l'a. 
a. ted. proth prort prora ed orlo; ma veramente non vediamo 
la necessità, né ideologica, né fonetica, di cercare per proda 
un etimo germanico. — Notevole é la forma prua, col r estruso, 
per ragioni eufoniche come vuole il Diez (1. e), o forse con- 
sentaneamente alle leggi di quel dialetto in cui la parola s'è 
svolta, per poi passare negli altri. Questo dialetto potrebb' es- 
sere il genovese; e prua avere le stesse ragioni di galea 
(p. 301). Il fr. prone appare soltanto nel sec. XV.* 

Rarus: raro, che si riferisce al pregio, 'uomo raro' 'bestia 
rara'; e rado, che si riferisce al tempo e allo spazio, 'pettine 
rado', V. Tomm. 4180. 

C5. R in ^ w, intatto. Ne abbianao cinque gruppi di allòtropi. 

Aridus: àrido; e àlido arido, tiglioso, senza denari.- Analo- 
gamente : aridire alidire; aridezza alidezza; aridore e alidore. 

Cancer (-cri -ceri s): cancro uno dei segni dello zodiaco, 
e specie di malattia; canchero malattia, e persona o cosa 
molto uggiosa; e granchio (da c[r]anclo- per c[r]ancro-, cfr. 
Diez less. P 220) animale crostaceo, errore madornale. Dalla 
stessa base é molto probabilmente anche gànghero 'mastiet- 
tatura in metallo', che il Diez, less. IP 33, riaccosta col Me- 
nagi© a un sinonimo y.xyycù.oq esichiano. — Dal nom. cancer 
sarà, come sembra voler dire anche il Diez, less. P 220, gran- 



* prua avrebbe doppio il suggello genovese: « = », e -r- fognato, Arch. II 
117 122; e pur gli esempj del Vocabolario italiano non risalgono più in .su 
del sec. XV. ' G. I. A. 



Allòtropi : Consonanti continue, R. 361 

ciò strumento uncinato, per similitudine col granchio; e in- 
sieme gaìicio uncino per lo più di metallo, voce, della quale 
il DiEZ, less. P 200, vedeva la connessione con Io sp. gancio 
e col fr. ganse [gance, v. Littré), senza poi poterne dare una 
spiegazione che lo sodisfacesse. Il eh nello sp. gaucho è come 
in chinche = e i m i e e. 

Mara-scale germ. (Diez less. P 26-1) : marescalco mari- 
scalco chi governa e ferra i cavalli; e maniscalco manescalco 
maliscalco, che per i nostri antichi dissero anche 'chi coman- 
dava un esercito e propriamente la cavalleria'. Dalla stessa base, 
attrav. il fr. maréchal, è maresciallo. 

Peregrinus: peregrino agg. insolito, squisito; q pellegri- 
no agg. e sost. chi va pellegrinando; loellegrina specie d'abito. 

Varicare: varcare passare; e valicare passare alti monti. - 
Dai due verbi: varco, e vàlico. Da valico- vai' co- potreb- 
b' essere anche il tose, bacco il salto che si fa per passare un 
rigagnolo, e il sasso che serve a varcare, cfr. Caix St. d'et. 65. 

CO. RS in s s, intatto. Ne abbiamo due gruppi di allòtropi. 

Morsus: morso; e muso, Diez less. P 286. — Similmente 
i derivati: morsello bocconcello, e muse Ilo il labbro inferiore 
dei cavalli; morsino, e musino; morsetto piccola morsa, e 
musetto piccolo muso. 

Reversus: riverso agg. gettato a terra, sost. manrovescio 
disgrazia; e rovescio (are. riverscio rivescio) agg. supino, ri- 
voltato, contrario, e sost. nelle frasi 'un rovescio di pioggia' 
'un rovescio di bastonate' ecc. - Di qui i verbi : riversare ver- 
sar di nuovo, versare, sbaragliare; e rovesciare riversciare 
rivesciare ribaltare, mettere sossopra. — Da sub versus: sov- 
verso partic, e sovescio soverscio scioverso sost. il seppelli- 
mento delle biade per ingrassare il terreno. — Da un ex-ver- 
sato: sversato vadAcvediio, e forse svesciato, cfr. svesciare quasi 
'versare i segreti'; ma l'è di vescia 'fungo' 'flato' e di svesciare 
{io svescio) rende più probabile l'etimo germanico con i (m. a. 
ted. vist fìst) proposto dal Caix, St. d'et. 172. 

67. V-, -V-, in b, o intatto. Quattro gruppi di allòtropi. 

Nervum: nervo, nervi, quelli del corpo animale; nerbo 
quello da picchiare, al trasl. vigore. 



362 Canello, 

Servare: servare mantenere, salvare; e serbare tenere o 
mettere in serbo. — Da roservare: riservarle far delle ri- 
serve; e riserbare serbare. 

Vians: viante viaggiatore; e biante vagabondo, Diez less. 
IP 11. 

Votum: voto promessa religiosa; e boto imagine, statua e 
propriamente quella messa per voto, nel fior, e sen. persona 
melensa, scimunita, che sta lì quasi a modo di statua. Diver- 
samente spiega boto 'stupido' il Caix, St. d'etim. 85-6. 

08. V-, -V-, in f, o intatta. Tre gruppi di allòtropi. 

Skiuhan gerra. foggiatosi romanamente in skivan (Diez 
less. P 372) : schivare evitare; e schifare evitare, aver a schifo. - 
Similmente: schivo agg, riguardoso; e schifo schifoso, sost. fa- 
stidio. 

Via: via strada; e fia, nella frase 'due fia quattro otto' e sim., 
fiata, volta, Diez less. P 443 ; ma cfr. Caix St. d'et. 21 segg. 

Volata-: volata il volare; e folata 'buffo' di vento, 'volo' 
di uccelli, cfr. Diez less. IP 30, il quale crede che il f per v sia 
dovuto a influenza di folla. Altrimenti spiega questa voce il Caix, 
St. d'et. 24. I nostri antichi scrissero 'di boléa' per di volo, di 
colpo, dove boléa ricalca il fr. volée volo, cfr. il n. 2. 

69. V- in gu g, o intatto. Tre gruppi di allòtropi. 

Vagina: vagina il canale uretrale della femina, o fodero; 
guaina fodero, e propriamente quello della spada. — Da un 
vaginella-: guainella piccola guaina, carrubo; e vainiglia va- 
niglia, attrav. lo sp. vainilla, cfr. Diez less. P 138, e i nn. 9 e 57. 

Vagire: vagire, dei bambini; e guaire, dei cani percossi. 

Vulpes: volioe, l'animale; e golpe malattìa del grano, che 
lo rende color di volpe, robigìne. 

70. V tra vocali estruso, o intatto. Tre casi di allotropia. 
Aestìvus: estivo, dì estate; e stio aggiunto d'una specie di 

lino, Diez less. IP 71. 

Cursiva-, da cursus : corsiva agg.; e corsia agg. corrente, 
e si dice solo di acque, sost. la corrente dell' acque de' fiumi, e 
uno spazio sgombero sulle navi per passare da prora a poppa ecc. 
L'essere corsia anche agg. mostra che abbiamo qui una base 
cursfiva e non già curs + la. » 



Allòtropi: Consonanti continue, V W ecc. 363 

^ativus: nativo oriundo, originale, quasi sempre di per- 
sone; e natio ingenuo (fr. naif), naturale, e si dice anche delle 
cose, ToMM. 3007. 

71. w- germ. in gu {gh) o h (»). Ne abbiamo tre gruppi dì allòtropi. 
Wifì'a guiffa longob, 'segno per limitare la proprietà', che, 

secondo il Diez, less. IP 3, sta insieme coli' a. a. ted. loifan tes- 
sere: biffa pertica che si pianta per segnale, o per fare i ri- 
lievi dei fondi; e gueffa matassina, cfr. guaffìle arcolajo e ag- 
gueffare, Djez 1. e. Di qui anche il lucch. giffa 'segno che cir- 
coscrive una proprietà', sebbene gi da loi- sia affatto anormale, 
cfr. Caix St. d'et. 47. 

AVinde ted. 'guindolo' e 'argano', a. a. ted. '?om(?cm 'voltare' 
(DiEZ less. P 209): guindolo {guindo in Varchi, La Suocera, 
atto IJ, se. 5) mulinello; e bindolo molinello, imbroglione. An- 
che ghingheri nella frase 'essere in ghingheri' essere abbi- 
gliato con molto studio, e ghinghero ornamento, sembrano al- 
lòtropi dello stesso tema, v. Caix St. d'et. 112. — Direttamente 
da winde è pure la binda de' carrozzieri, menive gliinda 'l'atto 
del ghindare' è ricavato dal verbo. 

72. F- dileguato, o intatto. Il dileguo ha luogo in una voce venutaci dallo 
spagnuolo. 

Faci en da, da facere: faccenda affare, briga; e azienda, 
sp. hacienda, amministrazione. 

73. SPH- continuato per sp e sf. Un caso di allotropia. 
Sphaera: sfera corpo o figura rotonda; e spera sfera, 

specchio, imagine resa dallo specchio, diamante lavorato a 
sfera ecc.; Nel Trevigiano, spere sono le piccole vetrate ovali 
rotonde che s'usavano in antico e tuttora s'usano in cam- 
pagna*, sperin la vetrata. 

74. -SPH- in sf st s. Un caso di allotropia. 

Blasphemare: blasfemare biastemare offendere a parole 
cose idee sacre; e biasimare biasmare, are. blasmare, rim- 
proverare, disapprovare, in origine 'dir male'.- La forma in- 



* Sarebbe irregolare IV di codesto spere, tanto più che i Veneti hanno,'col- 
Vià normale: spiera impannata, spiera del sole, spierar e guardar in spiera 
sperare (cioè: opporre al lume ecc.). G. I. A. 



364 Caiiello, 

termedia fra blasfetnare e biasimare sarà biast'mare.- Da 
biasmare si viene poi a biasimarle, come da /.p'^cry.a a cresima, 
e simili, 

75. -s- in z {(j\ o intatto. Un gruppo d'allòtropi. 

Vasello-, da vas: vasello vaso, piccolo vaso, antic. anche 
vascello; e vagello caldaja, caldaja grande per uso de' tintori, 
un colore, anticamente anche vasello, arnia. Ad onta del fr. vais- 
seau 'vaso' e 'vascello' e di vaisselle 'vasellame', noi crediamo 
si debbano tener distinti vasello vagello da vascello bastimento 
da guerra, che rappresenta il bassol. vascellum, dim. di va- 
sculum. — Da un v asellar io-: vasellai o -aro -ier e il fabbrica- 
tore di vasi; e vagellajo -aro tintor di vagello, e anche 'va- 
sellaio'. 

7G. s interno dinanzi a consonante si è dileguato in voci venuteci dal 
francese; è rimasto, invece, intatto nelle corrispondenti di stampo italiano. 
Tre casi d'allotropia. 

Bosc- + itto: boschetto piccolo bosco; e bucché bocche msizzo 
di fiori, quasi un boschetto, dal fr. bouquet, anticam. bousquet, 
DiEz less. P 78. 

D is-t al ear e: distagliare intersecare, dividere ; e dettagliare 
particolareggiare, dal fr. détailler, antic. des-tailler. 

Stik + itta-: stecchetta piccola stecca; ed etichetta ceremo- 
niale, cartellino con su qualche indicazione scritta, dal fr. éti- 
quette estiquette stecchetta, segno, indicazione precisa, v. Diez 
less. IP 297 e Littré dict. s. étiquette. 

Raspare- (Diez less. P 343): raspare; e rapare in quanto 
significa 'ridurre in polvere', ricalco del fr. rdper, antic. rasper. 

77. s finale cade normalmente nell'ital., si conserva invece in alcune voci 
venuteci dal francese. Un caso d'allotropia. 

Corpus + itto: corpetto una specie di farsetto da portare 
sopra la camicia; e corsetto busto, camiciuola da notte, corsa- 
letto, dal fr. corset, derivato per et^ìiio da cors' = corpus. 
— Dal fr. corselet è corsaletto 'il corpo della corazza'. 



Molto curiosa è una confusione che i nostri rafFazzonatari di cose pro- 
venzali e francesi nel sec. XIII e XIV hanno fatto tra il fr. cors 'corpus' 
e il prov. cor-s nom. sing. di cor 'cuore'. Nel Novellino (v. p. e. nov. 16 e 



Allòtropi: Consonanti continue, S ecc. 365 

78. NS in n^, o intatto. Un caso d'allotropìa. 

Mansues: manso agg. mansueto; e manzo giovine torello 
ancora mansueto o reso tale colla evirazione. Il Diez, less. I' 
263, spiega queste e le corrispondenti voci romanze, quali scorci 
di mansuetus. 

79. RS in rz, o intatto. Una coppia d'allòtropi. 

Ex-carpso- (Diez less. P 369): scarso manchevole; e scarzo 
sottile di persona, lesto, leggiadro. 

80. Bs in s, ss. Un caso d'allotropia. 

Absolvere: assolvere, are. asciogliere, liberare; e asciol- 
vere, anche sost., far colazione, quasi sciogliere il digiuno, Diez 
less. IP 5. 

81. X in s s, ss. Solo il primo esito pare certamente popolare fiorentino. 
Cinque gruppi d'allòtropi. 

Ex amen: esame prova, eh' è da examen in quanto diceva 
'linguetta della bilancia' quasi 'indizio del peso e valore'; e scia- 
me, are. esciame, la frotta delle api. 

Exemplum: esempio, are. assembro assemplo assempio 
esempro essempio con notevole oscillazione di forma, che ri- 
vela la non piena popolarità della parola; e scempio punizione 
esemplare, strage. 

Ex hai are: esalare; asolare alitare, pigliare il fresco; e 
scialare fare vita splendida, sfoggiare, in origine 'buttarsi 
fuori', cfr. Diez less. IP 64. 

Fixus: fìsso fermo, stabile; e fìso intento cogli occhi.- Da 
fi X are: fissare fermare, rendere stabile; e fisare guardare at- 
tentamente. 

Relaxare: rilassare; e rilasciare. 

82. z greco in g, o intatto. Un caso d'allotropia. 

Z al OS US : zeloso pieno di zelo; e geloso pieno di gelosia. 



19, ed. Sonzogno), più d'una volta cuore traduce un fr. cors; e nell'Ugone 
d'Alvernia franco-veneto è detto: 

Si li vien la contessa dal cuor avinant 

(Bibl. sem. patav., ms. 32, f.» 37 r.). 
Che più? L'antica confusione si perpetua in giustacuore, ch'ò ìì justaucorps^ 
cioè justau-corps, de' Francesi. 

Archivio gloftol. ital., HI. 25 



36(5 Caaelio, 

83. NS in ò', intatto. Cinque gruppi di allòtropi. 

Ansula: ansula anello da fermar le cortine; anso^a anello 
a cui s'attacca il battaglio delle campane; ed asola occhiello. 

A scensa: ascensa sost. la festa dell'Assunzione; e ascesa prtc, 
e sost. salita. Ma a5C(?nsa potrebb' essere anche da ascensi o. 

Dispensa-, cfr. disiiensare : disjpensa stanza da tenervi le 
cose da mangiare, distribuzione, parte d'un' opera che si viene 
stampando, dispendio, ecc.; e dispesa spesa. 

Incensus: incenso 'thus', voce ecclesiastica; e mces^o acceso, 
e sost. cauterio. Incenso 'thus' risale veramente diincensum; né 
ciò toglie l'esattezza dell'allotropia, v. p. 309 s. panarium. 

Pensare: pensare; e pesare. Pensare è voce di formazione 
letteraria ( v. G. Paris, Mém. d. 1. soc. d. ling., 1, 161 ), ma per 
tempissimo entrata nell'uso popolare. Lo stesso si dica del fr. 
penser allato al quale sta panser curare. Meglio assimilato, ma 
non del tutto popolare, è il prov. pessar, e lo sp. pensar (pienso 
piensan). I volghi neolatini hanno espresso dapprima l'idea di 
'pensare' con cogitare (it. coitare, sp. pg. pr. cuidar, a. fr. cuì- 
dier, DiEz less. P 132) e con sommare (fr. songer e soigner^). 
Pensare 'cogitare' è parola probabilmente uscita dei conventi. 

84. M in V (sul modo dell'evoluzione, v. Asc. St. crit. II 266), o intatto. Un 
sol gruppo di allòtropi. 

Numerus: numero; e novero 'il numero fatto, calcolato', 
ToMM. 3100. — Da numerare: numerare; e noverare. 

85. M- in n, intatto. Un caso d'allotropia. 

Mytilus: mitilo un genere di molluschi; e nicchio conchi- 
lia, guscio, nicchia, cappello da preti, natura della femmina. 

86. um (mn) in nn m, o intatto. L'Ascoli, IV 400, a proposito di tarma 
da tdrmina tarm'na, sostiene l'italianità dell'evoluzione mn in m, e cita 
in appoggio lama da lamina. Ma l'esempio non ci pare sicuro, e in tarma 
sarà da tener conto della speciale posizione. Abbiamo due gruppi d'allòtropi 
in cui la base ha MtN, e un altro in cui si viene a m?n da din. 



^ L'etimo somnium sommare, proposto dal Ducange per il fr. soin soi- 
gner, ci pare ben accettabile, quantunque abbia contro di so l'autorità del 
Diez (less. P 387). Sommare disse prima 'sognare' e 'pensare' in songer, e 
passò a significar 'curare' in soigner, con evoluzione identica a quella di 
panser da penser. L'a. fr. resoigner, dice 'temere' quasi 'darsi pensiero', e 
essoigner 'scusarsi', quasi 'cavarsi d'un pensiero'. 



Allòtropi: Cousouauti continue, M. N. 367 

Domina: donna; e dama nobil donna, e nome di un gioco, 
a Firenze la donna o ragazza colla quale si fa all'amore, dal 
fr, dame. — Tra i derivati e i composti di donna e dama 
ricordiamo le seguenti coppie: donnina e damina; donnuccia 
e damiiccia; donzella e damigella; madonna monna mona 
(cfr. p. 341 n) e madama; madonnina 'imagine della Madonna', 
'fanciulla o donna di fattezze delicate e gentili', e madamina 
'giovinetta che vuol far la signorina' o 'femminetta che con- 
traffa donne d'alto affare', Tomm. 1526. — Da dominus: dò- 
mino signore, padrone; dòmine dòmin che s'usa come escla- 
mazione di meraviglia e rappresenterà probabilmente un voc. 
domine; don proclitico, semplice titolo, venutoci di Spagna; 
donno signore, usato da Dante come il nostro proclitico don (Inf. 
XXII, 88: 'usa con esso donno Michel Zanche'); damo l'amante, 
non direttamente dal fr. dame 'dominus', ma ricavato da da- 
ma^; dominò maschera con cappuccio, gioco che si fa con ven- 
tiquattro tessere con una faccia bianca e l'altra nera, dal fr. 
domino, in origine un cappuccio nero che i preti usavano d' in- 
verno portando il 'Signore' ai malati, v. Littré s. v. (il quale 
tuttavia pare voglia tirar domino da dominicale). - Aggiun- 
giamo una coppia di derivati: donzello eh' è ancor vivo in To- 
scana per 'servo del magistrato comunale', e damigello. — Da 
domi nari: dominare signoreggiare; e damare termine del 
gioco della dama, [che però è manifestamente una derivazione 
seriore]. 

Lamina: làmina term. scientifico; e lama lastra d'acciajo 
ridotta tagliente, di spada, di coltello, di sega, cfr. Tomm. 
2473-74. Lama appare nell'ital. solo nel cinquecento, mentre 
lame è nel fr. fino dal sec. XIII; e perciò, e per il m da imi 
normale nel francese, noi crediamo che la nostra voce sia ve- 
nuta di Francia. 

Consuetudine : consuetudine; e costume, attrav. l'a. fr. 
costume (fem.)". Pure questa coppia d'allòtropi non è del tutto 



' Mentre, infatti, dama è tra noi fioo dal sec. XIII, damo apparisce la 
prima volta iu Lorenzo de' Medici (Fanf. Toc. u. tose. s. v.); uè il fr. dame 
ha il valore del nostro damo. 

- Il DiEZ, less. I' J43, credeva che il fr. coutume (ant. costume), sp. co- 
stumbre ecc. fossero da un e onsuetumine- per consuetudine- con suffisso 



368 Canello, 

sicura, essendo possibile che la base del fr. coutume (fem.) sia 

la stessa del prov. cosdumna, vale a dire consuetudina-*. - 



mutato. Ma il Cobnu mostrerebbe {Romania 1878, p. 365-6) che da consuetu- 
dine si venne per assimilazione a consuetitnine-, e di qui per dissimilazione a 
consuetumine- consuetum'ne {costumne) onde poi regolarmente costume coutu- 
rnc, e così in amertume enell'ant. suatumc s\ia\itudìne-. L'Havet (2vom. 1878, 
p. 594) vorrebbe mettere invece, come fasi intermediarie, -ubine -ubne^ onde 
poi -timne. A noi par più probabile la spiegazione del Cornu.* 
1 [Vedi ora l'accompagnamento della nota che precede.] 



* Senz'offesa di nessuno dei valentuomini il cui parere s'è ora sentito, mi 
sia lecito dire, che le ipotesi, da loro imbandite o discusse, non solo 
importano, per sé stesse, dei gravissimi e incredibili stenti, ma in- 
sieme contravvengono, in singoiar modo, ai principj generali della 
storia comparata degli idiomi neolatini. E senza pretendere di dar 
qui sùbito una dimostrazione propriamente apodittica, mi permetterò 
d'indicar sommariamente la via per la quale a me sembra che s'illustri 
e confermi la divinazione del Maestro. 

Il lai -■Udine si è sùbito dovuto sincopare nella Gallia, come ogni 
altro sdrucciolo; e lo stesso avveniva assai facilmente nella Spagna 
(cfr. nomne nomine, ecc., Arch. II 430). Così se n'ebbe -iidne^ che 
naturalmente si riduceva a -unne (altrove mostro, perchè non mi 
seduca l'ipotesi à'wii assimilazione imperfetta, che desse mn = dn, 
come nel rumeno s'ha mn dirimpetto all'etimol. gn);- ed è tale evo- 
luzione, che andrebbe senz'altro affermata, quando pur non s'avesse 
alla mano alcun particolare argomento di prova. Ma oltre all'esserci, 
pel mero fatto dell'assimilazione nw = DN, testimonianze addirittura 
latino {annorzad + no, ecc.), c'è poi conservata tutt' intiera la storia 
pel nostro esemplare medesimo. AU'ant. ital. gioventudine, per esem- 
pio, si risponde fra' Ladini, secondo i varj dialetti, per goventidna 
(= * -iùdna) , guventéna (= * -tinna -tùnnaX juventunna, cfr. Arch. 
I 38-9, 113. 

Ma il tipo che così si otteneva di sostantivi in -unne {-tunne), era 
molto singolare e interamente isolato; e perciò doveva cedere, con 
molta facilità, all'attrazione analogica del tipo in -umne, sorretto come 
questo era dai tipi congeneri in -amne -imne, oltreché dai singoli 
esemplari in -omne -omna ecc.; tanto piìi che l'applicazione dei lat. 
-ììmen ecc. si veniva indefinitamente estendendo fra i Neolatini e 
per significazioni che rasentavano quella di -t-udin o anzi si con- 
fondevano con questa. Il processo, che qui si delinea, assume un'evi- 
denza affatto particolare sul territorio spagnuolo, comunque ivi appunto 
scarseggi l'applicazione seriore dell' -umen. La serie, a cui attri- 
buiamo l'energia attrattiva, è quella in cui entrano lumen legumen, 
e anche culmen, col tipo seriore *putridiimen (it. putridume) , e 
insieme entrano aeramen vimen, coi tipi seriori *ossamen *ordi- 
men\ onde in antica fase spagnuola: lumne cumne legumne podre- 
dumne, alamne urdimne ecc. (v. Arch. II 430 segg), Il tipo man- 



AlWtropi: Consonanti continue, M-N. 369 

Notevole è poi che il nostro costume, col significato di 'abito o 
decorazione proprj d'una data persona, tempo o luogo', signi- 
ficato che gli spettava fino dal secolo XVI (v. P. Viami, Diz. 
pr. frane, s. v.), entrasse, ossia rientrasse, come termine del- 
l'arte pittorica nel francese (sec. XVIII), e vi diventasse co- 
stume (masch.), pronunciato sulle prime costume (Littré). 



sedurrne (mausue-tudne) livellandosi al tipo podredumne (putrid-umne), 
ne veniva così un mansedumne; e poi davano entrambi l'esito mo- 
derno che è normalmente in mansedumbre podredumbre. Ora, se nello 
spagnuolo il processo appar cosi evidente, la verità del processo ha poi 
nuova conferma dal fatto che lo spagnuolo sia appunto quel linguag- 
gio che offre di gran lunga più numerosa la serie degli esempj di 
-unne (-udne) in -umne (-umbre), e insieme in molto maggior copia 
il tralignar di -umne ecc. al genere di -unne; v. Diez IP 341, Arch. 
II 431-2. 

Il provenzale e il francese non pajono, a prima vista, dar suffra- 
gio a codesta dichiarazioue, e pajono anzi contrastarle. Si può obiet- 
tare: 'Il m del frc. amertume ecc. provverrà, è ben vero, da un mn 
'di fase anteriore (*ainartumna), com'è mostrato dai prov. cosdumna 
^costuma e largamente consentito dalla fonetica francese; ma dove 
'son poi le serie organiche, di Francia o di Provenza, nelle quali si 
'vegga V-umne ecc. che avrebbe attratto V -unne di -t-unneì'' Or 
qui imprima si risponde, che il tipo morfologico legum[i]ne vi- 
-m[i]ne ecc., che si ritrova e in Ispagna e in Italia, non può esser 
mancato alla Provenza e alla Francia, ma vi si ò poi reso indiscerni- 
bile per la successione fonetica -mne -mme -m (cfr. l'artic. già ri- 
petutam. cit. del II voi. dell'Arch., in ispecie a p. 433). Nella forma 
analogica si sarebbe mantenuta una fase che nelle organiche più non 
sogliamo vedere, per la ragione che in quella s'è unito, come fra' 
Ladini, il mutarsi dell' -e lat. in -a, onde ottenere la espressione più 
spiccata del genere (prov. -mna -ma - frc. -me), e perciò il mn ve- 
niva ad averci una particolare e immancabile difesa (cfr. prov. au- 
tomne autom\ ecc.). Del rimanente, basta egli V-a per mandar sen- 
z'altro il prov. ordumna orduma fra gli esempj di -tudine come il 
Diez propone, slaccandolo cosi affatto dallo spagn. urdimbre, che è 
come dire *ord-i-mine ? Qui potremmo avere un mn organico pur nel 
provenzale; e se proprio si tratta di *ordi-itcdine, bisognerebbe pur 
sempre dire che l'influsso di -umen vi si senta almeno nella sincope: 
or[di]dumna, ord-umna. Ma un altro caso di sincope mi par finalmente 
divinato, con singolarissima felicità, dal Maestro, quando poneva, fra 
gli esempj di -tudine, anche il prov. vilhuna, ant. fr. vieillune. È 
questo un esemplare che tramezza assai bellamente fra -utnìte -urne 
e unne (-udne), quasi in sé compendiando l'ital. vecchiume e il lad. 
viìjadidna {=*-tudìia) vcljadina {^'^-tiìina -tilnna), vefjdùna, e 
anche veljdùm (= vet'1-t-uraen) , Arch. I 39, Car. s. vegl. - Intorno 
al fr. enclume, che anch'esso vale per -udne -ndna nell'analogia di 
-umne, v. ancora la nota al num. 116. G, I. A. 



370 Canello, 

IV. Allotropi 

DIPENDENTI DAGLI ESITI DIVERSI DELLE CONSONANTI ESPLOSIVE. 

87. e in ^, intatto. Ne abbiamo tredici gruppi di allòtropi. 

Acro- {acer): acro pungente; ed agro agg., e sost. il sugo 
de' limoni. 

Acutus: acuto; e aguto acuto, e sost. chiodo. 

Con flatus: conflato composto, messo assieme; e gonfiato. 

Crassus: crasso grossolano, materiale; e grasso pingue, 
la parte grassa de' corpi.- Identico con grassa agg. è gra- 
scia grassa untume, sugna, e ora i comestibili in genere, con 
s da ss come in prescia da pressa (vedine, per la ragion ge- 
nerale, AsG. I 85, col molto opportuno riscontro del soprasilv. 
an-gras). Il Caix, St. d'et. 28, s'affatica indarno a tirarlo dal- 
l' a. fr. granché per grange (granea); mentre il Diez, less. Il' 
37, pur accennando ad àyopaaLa 'incetta' come buon etimo di 
grascia 'derrate', metteva sulla via del vero, ricordando la pos- 
sibilità che grascia 'sugna' fosse dal fr. graisse. L'evoluzione 
ideologica sarà stata da 'unto' a 'cibo condito' 'cibo'. 

Dux: duce capo, capitano: e doge, are. dogio, capo della re- 
pubblica a Venezia {doze) e a Genova. Dalla stessa base, ma 
attraverso il basso greco Soj; (acc. SoO/.a) o Soòxa; 'capo mi- 
litare d'una città o provincia', è duca, Diez, less. P 159. — 
Da ducatus: ducato il territorio e la dignità d'un duca, e 
una moneta; e dogato l'ufficio e dignità del doge. 

Furcare-, da furca: frucare cercare tentando con bastone, 
mestare; e frugare (Diez less. V 191) con molti più sensi tra- 
slati. — Da furcata: forcata agg. forcuta, sost. forcatura 
dell'uomo, colpo di forca, e quanto fieno o strame si può por- 
tare sulla forca; frucata partic, e sost. colpo, percossa (Tomm. 
Fanf.); e frugata particip., e sost. l'atto del 'frugare'. — Da 
furculare- fruculare-: frucchiare 'metter le mani, per isma- 
nia di darsi faccenda, in più diverse cose, o anche in una sola, 
ma con gran moto, senza senno né gravità, e senza che le 
cose nelle quali si raetton le mani ci appartengano gran fatto' 
(Fanf. Voc. u. tose); frugolare andar frugando; e frullare 
(con ci gì in U, cfr. il n. 59) dimenare col frullino, e quindi 



Allòtropi: Consonanti esplosive, C. 371 

il romoreggiare di corpo che si muova rapidamente, 'frullare 
uno' spingerlo violentemente ad operare, 'frullare' assolut., nel 
senese, 'usare il coito' (Fani<\). — Da questi verbi si estrag- 
gono i nomi: frugolo che frugola, e si dice per lo più dei bambini 
che non possono star fermi; e frullo arnese da frullar la ciocco- 
latta ecc. - Manca un frucchio da frucchiare, ma abbiamo friic- 
cliino chi frucchia molto e volontieri, che è perfetto allòtropo 
di frugolino bambino curioso e irrequieto, e di frullino. 

Intricare: intricare rendere difficile; e intrigare imbro- 
gliare, brogliare. - Analogamente si distinguono: intrico e in- 
trigo', districare semplificare, chiarire, e distrigare sbrogliare 

Lacuna: lacuna vuoto, mancanza specialmente ne' mano- 
scritti; e laguna mar basso presso terra. Ma negli scrittori 
le due forme si trovano usate scambievolmente. 

Locus: luogo; e loco luogo, e anticamente anche avv. 'su- 
bito' (cfr. lo sp. luegó). 

Pacare: pacare acquietare; e pagare mettere in pace i cre- 
ditori. Il senso originario di pagare meglio si sente in appagare. 

Sacer: sacro agg.; sagro agg., e sost. una specie di fal- 
cone e un pezzo di artiglieria, Diez less. P 363; e sagra agg., 
e sost. festa campagnuola di qualche santo. — Da sacratus 
sacrato agg. prtc, e sost. cimitero; e sagrato, che significa anche 
'bestemmia', 'non valere un sagrato' = non valer nulla, 'avere 
i sagrati' = essere inquieto. 

Secare: secare tagliare, latinismo; segare dividere colla 
sega, tagliar colla falce, fendere l'onda, e tagliare, interse- 
care; e sciare (are. assiare, siare, fr. scier) tagliar l'onda a 
ritroso. Quest'ultima voce pare sia dovuta ai marinaj geno- 
vesi; certo è per lo meno che fino dal sec. XII essa era co- 
mune a Genova. Scrive infatti l'annalista genovese Oberto 
(verso il 1172): jussit ut galea nostra, ut vulgo dicitur, retro- 
sciaret (Murat. VI Ss. 304 h). - Da segarle siare i due nomi: sega 
'serra', e scia solco che lascia la nave sull'onda. — Da rese- 
care: resecare risecare risegare ricidere, rimuovere; e risi- 
care mettere e mettersi a rischio (Diez less. I' 352)'. 



' L'evoluzione del significato di risicare da quello di resecare è spiegata 
dal Diez mediante lo sp. risco (scoglio) quasi 'rupe tagliata' a picco, e quindi 



372 Canello, 

Theca: teca custodia, astuccio: e tega baccello, resta (ToMìM. 
Diz. it.). 

88. co- iu qu e, o intatto. Due casi d'allotropia. 

Coagulare: coagulare; e cagliare quagliare che propria- 
mente si dicono solo del latte, Tomm. 4212. 

Coactus: coatto costretto; e quatto ristretto in sé, acco- 
colato, DiEz less. P 337. 

89. c+a iniziale, o interno preceduto da cons., in e (s z), o intatto. L'e- 
voluzione e ha luogo in voci venuteci di Francia; e ne abbiamo quattro gruppi 
di allòtropi- 

Camera: camera; e are. ciambra zambra che non ha po- 
tuto svolgere i sensi traslati di camera. 

Cancellare: cancellare cassare lo scritto con righe tra- 
versali, incrociare p. es. le braccia o le gambe, barcollare; e 
l'are, ci'ancc^^are barcollare, attrav. il fr. chanceler, Diez less. 
I^ 107. 

Canicula: canicula canicola nome d'una costellazione, la 
stagione in cui il sole è in canicola; e ciniglia cordone vel- 
lutato, attrav. il fr. chenille 'bruco vellutato come cagnetta', 
e ciniglia, v. Littré, Hist. d. 1. lang. fr. P 63. 

Marcare- (da marcus martello, cfr. marculus): marcare 
contrassegnare, segnare quasi con un colpo; e marciare cam- 
minare (de' soldati), andar via, attrav. il fr. marcher che disse 
in origine 'batter col piede' e quindi il procedere rumoroso 
de' soldati. Il Diez, che accetta (less. IP 370) questa etimolo- 
gia di marcher, proposta dallo Scheler, ricorre poi per mar- 
care, fr. marquer, al got. marka confine, m. a. ted. maro se- 



'pericolo per le navi' e Spericolo' in generale. Più conveniente ci sembra 
partire dal verbo resecare, che, come sciare, avrà dotto prima 'vogare a ri- 
troso', poi 'vogare pericolosamente', 'mettersi a rischio'. - I nostri dizionarj 
notano inoltre la frase: andare a scio, andare in rovina, perdersi interamente, 
■■presa la figura da una armata, che andando alla impresa di Scio, isola del 
Mediterraneo, vi si perde' (Fanf.). Ma noi non vediamo a quale impresa di 
Scio possa alludere questa frase, come non vediamo a quale impresa sfor- 
tunata possa alludere l'altra che il Tomm. (Diz. it.) vi raffronta: andare a 
Patrasso. 'Andare a Patrasso', 'morire', sarà un andare 'ad patres' ravvi- 
cinato al nome d'una città (cfr. andare a Legnago 'essere bastonato', marh- 
dare in Piccar dia ecc.); e 'andare a Scio' sarà un 'andare a scio\ a ritroso 
■vogando, e quindi mettersi a rischio di andare a picco, di naufragare. 



Allòtropi: Consonanti esplosive, C. 373 

gno ecc. (less. P 263). Ma la presenza dell' it. marchiare, che 
risponde a marculare- , come marcare a marcare-, rende as- 
sai improbabile l'etimo germanico. Tutt'al più si potrà con- 
cedere che in marcare marquer sieno confluite due voci di 
lingue diverse. 

90. -tcare, attraverso i-are, può dare -care (are.) -éggiare, o rimanere in- 
tatto, cfr. Asc. I 78. Ne abbiamo parecchie coppie di allòtropi sinonimi; tre 
casi di allotropia vera e propria. 

Albicare: a/&icare biancheggiare; q albeggiare farsi l'alba, 
tendere al bianco. 

Corticare-, da corte: corteggiare fare la corte, prestare 
onori e servigi di cerimonie a un potente; e corteare far cor- 
teo agli sposi. - Similmente si distinguono: corteggio l'atto e 
la cerimonia e l'abito del corteggiare, le persone e le cose che 
vi si adoprano; e corteo accompagnamento degli sposi, del 
bambino che si porta a battesimo, e in antico 'solenne invito 
a corte'. Corteare corteo sono forme arcaiche, sopravvissute 
con accezioni speciali e ristrette. Ciò è provato anche dall' e 
per e in corteo, cfr. il n. 12. 

Dominio are- (da domina, n. 86): are. donneare vagheggiare, 
vivere in ispasso tra le donne; donneggiare donneare, e si- 
gnoreggiare; e dameggiare uccellare ad amori, andar a ritrovi 
di donne per far pompa di sé. 

91. CH + t j od e, in e ce, o intatto. Quattro gruppi d'allòtropi. 

Brachialis: brachiale agg. (term. anat.) di braccio; e brac- 
ciale sost. armatura del braccio. 

Chirurgicus: chirurgico agg.; e cerusico, are. cirugico 
cirusico, chirurgo. 

Machina: macchina; e macina macine (da machinae n. 
pi.? V. il n, 122) la pietra che serve a tritare il grano (Diez less. 
IP 43), la macchina per antonomasia. — Da machina ri: ma- 
chinare; e macinare. Un'evoluzione ideologica nel senso inverso 
ci presenta il lat. moliri 'macchinare' da mola 'macina'. 

Scheda: scheda pezzetto di carta da notarvi indicazioni; e 
sceda (sen.) 'mostra, saggio o di una pezza di panno o di un 
abito di altra simil cosa' (Fanf.), anche 'abbozzo', 'modello 
in piccolo'. Sceda smorfia, scherzo, sarà forse cosa diversa. 



374 Caaello, 

02. SCH + i in s e e. Uu caso d'allotropia. 

Scliisraa: scisma separazione religiosa; e cisma discordia 
e malumore (Buonar, Fiera 3. 2. 11), anticam. quanto 'scisma'. 

93. G iuteino, preceduto o seguito da e i può dileguarsi, ovvero restare*. 
la un esemplare, che ci viene di Francia, è svanito anche nella formola 
-agr, 

Digitalis: digitale agg., e sost. pianta medicinale; e ditale 
anello da cucire. 

Fragilis: fragile facile a rompersi e a danneggiarsi mate- 
rialmente e moralmente; e fidale, are. fraile, debole, che si usa 
più spesso in senso morale, anche sost. 'salma' la parte fragile 
e caduca dell'uomo. Nelle campagne toscane, frale si usa per 
fragile, Tomm. 1321. 

Magistralis: magistrale agg. eccellente, da maestro; mae- 
strale agg., e sost. nome d'un vento, quasi il vento dominante 
che spira fra tramontana e ponente. 

Quadragesima: quadragesima agg. e sost.; e quaresima. 

Regio: regione', e rione quartiere d'una città. 

Alligare: alligare legare una cosa con un altra; allegare 
alligare, citare a comprova, alleghire (de' denti); e alleare, 
francesismo dell'uso (allearsi = s' allier), far lega politica e mi- 
litare. - Analogamente da alligatus: alligato, allegato e al- 
leato. - Inoltre: alleganza citazione, ed alleanza. 

Legalis: legale di legge, secondo legge, e sost. 'uomo di 
legge' ; e leale conscienzioso e schietto, quasi ligio alla buona 
legge, - Analogamente: legalità e lealtà. 

Regalis: regale agg. più solenne di 'reale'; e reale, an- 
che sost. nome d'una moneta spagnuola, che è la ventesima parte 
della piastra; al pi. i reali i membri d'una famiglia reale. 

Niger: nero; e negro agg., e sost. moro d'Africa, nel quale 
significato è dallo sp. negro. 

Sìgnum: segno; e sino avv., Diez less. IP 67. La caduta del 
g potè qui essere ajutata dalla proclisi, o, come vuole il Caix, 
St. d'et. 197, dall'influenza del sinon. fino. 

Sacramentum: sacramento sagramento; e are. saramento 



* [Qui s'ha, come ognun vede, un'indicazione sommaria, e non un precetto 
fonologico.' 



Allòtropi: CoQSonaati esplosive, G, P. 375 

giuramento, fc. serment, ant. serement sairement. - Similmente: 
sacramentare sagr.; e saramentare giurare, obbligarsi, a. fr. 
sermenter, ora assermenter. 

94. Sorti afiatto speciali ha avuto il g di una base greca. 

Sagma (Gày{/.a): soma 'carico quanto ne può portare una 
bestia atta a tal uso', o 'ogni grave e non onorevole peso'; e 
salma in antico lo stesso che 'soma', ora 'cadavere umano' e 
una misura napoletana, cfr. Tomm. 2253-4. - Tanto salma quanto 
soma presuppongono una fase intermedia sauma (cfr. prov. sau- 
ma asina, a. a. ted. sau7n peso, Diez less. P 364), la quale alla 
sua volta par venire da sag-u-ma con u epentetico come in au- 
gumento da augmenium. Un'evoluzione simile abbiamo in un'al- 
tra base greca, caàpaySo:, onde il nostro smeraldo, pr. esme- 
rauda, iv.émeraude (fem.). Il Diez (less. F 385 364) ammette 
senz'altro un passaggio di ^ in ^, e vi confronta Baldacco da 
Bagdad. 

95. G in e (per influenza analogica), o intatto. Un caso d'allotropia. 
Mitigare: mitigare render mite; e miticare carezzare, cfr., 

per la forma, faticare da fatigare, ridotto anch'esso all'analo- 
gia dei molti vb. derivati per -ic-, 

96. P tra vocali in y, o intatto. Ne abbiamo sette gruppi di allòtropi. 

Episcopato-, da episcopus: episcopato il complesso dei ve- 
scovi, l'ufficio episcopale; e vescovato vescovado comunem. la 
residenza del vescovo. 

Pipa-, da pipare: pipa anticam. una specie di botte (fr. 
pipe), ora un boccinolo con cannuccia per fumare; e piva can- 
nuccia da suonare, Diez less. P 325. 

Recuperare: recuperare ricuperare ntornsir e in possesso 
di cose perdute, impegnate o tolte; e ricoverare ricovrare an- 
ticamente quanto recuperare, ora, come neutro pass., rifuggirsi. - 
Dai due verbi: recupero, e ricóvero. 

Ripa: ripa 'proda o sponda che sia munita per arte con pian- 
tagioni difese', Tomm 2832; e riva. 

Separare: separare dividere, staccare; e sceverare (più ra- 
ram. scevrare sevrare) distinguere. Lo s- farebbe supporre una 
base ex-sep., ma v. Asc. I 63n. 



376 Canello, 

Stipare: stipare circondar di stipa, condensare, chiudere, 
rimondare i boschi dalla stipa; stivare mettere strettamente in- 
sieme, 'stivare uno' assediarlo perchè faccia questa o quella cosa; 
e stiare tenere in istia. — Abbiamo poi gli allotropi sostantivi: 
stipa, che in quanto dice stoppia, arbusti minuti diseccati e af- 
fastellati, sarà il lat. stipa, onde poi è venuto stipare, ma in 
quanto significa 'porcile', quasi 'stia', sembra estratto da sti- 
pare 'chiudere'; stiva il fondo della nave, dove si stivano le 
mercanzie, da stivare', e stia chiusura per animali, gabbia gran- 
de, da stiare. Diversamente spiega stia il Diez, less. W 71. 

Supranus: soprano agg. superiore, sost. la voce più alta 
della musica e chi canta con voce di s.; sovrano agg., e sost. 
il re, e fu usato per soprano; e sovrana agg. e una moneta d'oro 
austriaca. 

97. P proto-germauico (corrispondente a un b greco-latino), mentre è p nel 
gotico, nel nordico, nel dialetti basso-tedeschi e nell'inglese ecc., trova al- 
l'incontro le legittime riduzioni pf ff f nei dialetti alto-tedeschi, e per con- 
seguenza anche nella lingua letteraria nazionale della Germania. Ora, siccome 
l'italiano ha attinto i suoi elementi germanici da dialetti diversi, o da fasi 
storiche diverse d'uno stesso dialetto, si è dato il caso che la stessa base les- 
sicale venisse accolta sotto la forma gotica o basso-tedesca con p proto-germ. 
intatto, sotto la forma alto-tedesca con f ff pf. Gli allòtropi, che per questa 
guisa l'italiano è venuto a possedere, sarebbero a dire piuttosto tedeschi che 
italiani, in quanto che il differenziamento fonetico era già avvenuto nel campo 
germanico. Li notiamo tuttavia, seguendo l'esempio del Brachet e della si- 
gnora MicHAELis. Ne abbiamo cinque grupppi importanti. 

Rapen basso-ted. e ol., sved. rappa, alto-ted. raffen, bavar. 
rampfen 'tirar a sé', 'afferrare' (Diez less. P 339 340 342 e 
MussAF. Beitr. 65) : rapare tagliare i capelli fino alla cotenna, 
probabilmente attraverso lo sp. rapar radere e rubare ^ ; arpare 
rapire, Caix St. d'et. 72; '-rappare, forma che s'induce da. rap- 
padore 'predone' e da. ar-rappare ; rampare arrampicarsi, ferir 
colle rampe od unghioni; e raffare rapire, arrappare. — Ac- 
canto a questi semplici, abbiamo i composti con ad: arrapare, 
arrappare, arrampare e arraffare. — Da rampare raffare sono 
i sost. rampa branca, e raffa rapina, nella frase 'fare a ruffa 
raffà" e simili. Direttamente dal m. a. ted. e ol. rappe è invece 



^ Nasce tuttavia il sospetto che lo sp. rapar 'radere' e il nostro rapare rap- 
presentino il fr. ràper rasper (v. il n.76) in quanto dicesse quasi 'grattar via'. 



Allòtropi: Consonanti esplosive, P germ. 377 

rappa fenditura al pie del cavallo (Diez less. P 342). — Notiamo 
infine che in riffo robusto (cfr. lorren. raffe aspro, Diez P 339), 
in riffa violenza, daccanto al già notato raffa, e in ruffa che in più 
frasi s'accompagna a raffa, sembrano riflesse tre forme germa- 
niche d'un unico tema il cui a passi per T'ablaut' in i ed u. La 
stessa base con vocale rinforzata abbiamo probabilmente nell'a. 
a. ted. roub, i cui riflessi it. vedemmo al n. 24. 

Tap basso-ted., a. nord, tappi, a. a. ted. zapho, m. a. ted. 
zapfe, a. ted. mod. zapfen turacciolo (Diez less. P 409, IP 435 
eFiCKvgl. wtb. IIP 117): tappo turacciolo; e z<2^o tappo grosso 
di ferro o di legno. Dalla stessa base, che nel m. a. ted. è anche 
zepfe, inclina il Diez, less. IP 82, a derivare zeppa 'piccolo cu- 
neo di legno', e di là quindi, seguendo il Diez, noi vorremmo 
ricavare zeppo sost. 'stecca con cui i battiloro rimendano i pezzi' 
(Fanf.) ; mentre spiegheremmo l'agg. zeppo come uno scorcio di 
zeppato, con base quindi diversa da quella di tappo^ ecc. — Dac- 
canto agli allòtropi sostantivi fin'ora discorsi, stanno gli allo- 
tropi verbali: tappare, zaffare, zeppare. — Aggiungiamo: tap- 
pata agg. prtc; zeppata prtc; zaffata prtc, e sost. 'il colpo 
che danno i liquidi sgorgando con forza', 'detto pungente', 'sbuf- 



^ A questa stessa base tap, arricchita da m (cfr. fr. tampon daccanto a 
tapon), vorremmo ricondurre anche tanfo puzzo per lo più di mucido, pro- 
prio delle botti e delle piccole stanze, quasi odore di luogo 'tappato', osser- 
vando che tanfata ha in comune con ^ra/fafa il significato di 'ondata di tanfo', 
e non parrebbe quindi doversene etimologicamente staccare. Ora il Diez stesso 
(less. 1' 409) riconnette zaffata con zaffo* e tappo; mentre invece (less. IF 74) 
deriva tanfo dall'a. a. ted. tamf. Ad ogni modo tanfo, più tosto che diretta- 
mente da ta-m-p ta-n-f, ne sarebbe venuto attraverso un vb. fanfare 'tap- 
pare' 'chiudere', analogo al trev. s-tanfàr 'metter dell'acqua ne' vasi di legno 
troppo asciutti affinchè le commessure si rinchiudano perfettamente', cfr. vnz. 
tonfarse 'riempirsi di cibo'. Qualche difficoltà sembra opporrà alla nostra de- 
rivazione l'aversi in tanfo la dentale basso-tedesca e gotica di fronte alla la- 
biale alto-tedesca. Ma siffatte sconcordanze non sono rare, sia nel tedesco stesso 
(cfr. a. ted. zappeln daccanto al b. ted. tappe) e sia nelle voci neolatine di 
origine germanica, cfr. zampillo imparentato con saffo^ il lorab. taffiada dacc. 
al tose, zaffata (Diez less. I' 409), il fr. toupet daccanto a touffc, e gli altri 
casi analoghi, a cui subito giungiamo. 



Il Caix (St. d'et. 62), stacca invece zaffata mil. taffiada 'colpo' 'percossa' 
da tappo zaffo, e lo ravvicina a zampa zampata e fr. tape 'colpo della 
mano'. 



378 Canello, 

fata di malo odore'; e forse (v. la nota della pag. preced.) tanfata 
con quest'ultimo significato. 

Tappe basso-ted. zampa, ingl, tap colpo leggero (Diez less. 
IP 435), cfr. a. ted. mod. zapp-eln sgambettare : *stampa, eh' è 
fatto arguire da stampella gruccia, bresc. tampéle trampoli, 
e da stamp-one gambo delle piante di tabacco; zampa ciampa 
piede d'animale; e probabilmente anche zappa, come ha sospet- 
tato il MussAFiA (Beitr. 123, n. 3) raffrontandovi per l'evolu- 
zione ideologica il sardo marra che significa 'zappa' e 'zampa' \ - 
Dalla stessa base pare ci venga anche una coppia di sostantivi 
maschili: ceffo, tose, ciaffo, viso grande o brutto, coro, zaf muso, 
quasi lo strumento per afferrare o 'ceffare'; e zaffo (anche cm/"- 
fero) birro, chi acciuffa i malfattori (Diez less. IP 19), cfr. ted. 
tappen er-tappen afferrare, — Da un fondamentale tap par e- 
tampare- sarebbero quindi: zampare percuotere colla zampa; 
are. ciampare (sempre vivo nel lucch. per 'ingannare') 'inciam- 
pare', di cui potrebb' essere forma aferetica, come fante da in- 
fante; ceffare afferrare; e zappare smuovere la terra colla zap- 
pa. — Da tap-ic-are- tamp-ic-are-: ciaìnpicare incespicare; 
zampicare cominciare a muovere le gambe, zampettare; zam- 
peggiare percuotere il terreno colle zampe; e zappicarc sca- 
vare e smuovere come con zappa, cfr. ven. zapegàr pestar col 
piede. 

Toppr a. nord, 'estremità superiore d'una cosa, ciuffetto sulla 
fronte degli animali', anglos. ingl. top punta, vetta, oland. top 
cumulo, a. a. ted. zoph. a. ted. m. zopf ciuffo (Diez less. P 417 
e FicK 0. e. IIP 117): toppo pezzo di grosso pedale; e ciuffo (Diez 
less. IP 22) capelli più lunghi sul fronte, e anche 'cespo', cfr. fr. 
touffe. — Inoltre, con genere mutato: toppa serratura, pezzo di 
panno o simile che si cuce sulla rottura del vestimento (v. la 
nota della pagina seguente); e zuffa (Diez less. IP 82), che però 
ne viene attraverso un vb. -zuffare ted. zupfen. — Abbiamo 
poi gli allòtropi diminutivi delle citate forme maschili: top- 



^ Il s- del ven. sapa 'marra' daccanto allo - di sapaì- 'mettere il piede' 
non costituisce troppo grave difficoltà. Si può trattare di voci accolte in età 
diversa. — La parentela di zappa e zampa fu sospettata anche dal Boerio, 
Diz. ven. s. zapa. 



Allòtropi: Consonanti esplosive, P germ. 379 

petto piccolo toppo; ciuffetto piccolo ciufifo; e toppe tuppè, voce 
dell'uso, dal fr. toupet. — Da un to[ra]p-are-: tappare 'tener 
la posta' term. di giuoco, e dar delle busse; e tonfare (per il t 
bassoted. daccanto al f altoted , v. più sopra p. 377 n) dar delle 
busse, e cadere facendo un tonfo, cfr. vnz. stonfar dar delle 
busse. Anche zombare 'dar delle busse' pare abbia la stessa pro- 
venienza, cfr. anglos. tumhjan, ingl. tumble; e lo stesso vor- 
remmo dire di zuhbare 'saltare' 'giocare de' ragazzi', cfr. Caix 
St. d'etim. 174. — Ricordiamo infine la bella coppia: azzuffare 
e acciuffare ^ 

Soppe basso-ted. zuppa, a. a. ted. supphan sorbire (Diez less. 
P 388) : zuppa, are. siippa (Dante, Purg. xxxiii 3G) ; e zuffa 
'polenta di gran turco tenera che si prende col cucchiajo', Caix 
St. d'etim. 174. 

9S. 1 dialetti alto-tedeschi, come mutano in f il p proto-germanico, così 
posson fare anche del p delle tocì che hanno preso dal latino. Alcune di 
queste voci latine, trasformate alla foggia alto-tedesca, sono rientrate in Ita- 
lia, e convivono, col loro f da p^ accanto alle corrispondenti venuteci diret- 
tamente dal latino, con p intatto o trasformato secondo le norme del n. 96. 
Cinque gruppi d'allòtropi. 

Caput: capo; cavo grosso canapo e propriamente T'estre- 
mità del canapo grosso dell'ancora', Tom.m. 5053; co estremità, 
principio (Dante, Inf. xxi 64, Purg. in 128, Par. ni 96); e caffo 
l'uno, l'unico, il più eccellente, il primo, il numero dispari. 
Il Diez, less. Il' 16, crede che caffo sia nato in bocca 'der 
spielstichtigen Deutschen'; ma a noi pare che il significato di 
'numero dispari' sia secondario e ricavato da quello di 'uno', il 



^ Questo tema ?o^> sof- deve toccarsi radicalmente con l'altro tema tap- 
zaf- studiato più sopra. La unità fondamentale si sente in parecchi derivati 
tedeschi e neolatini: cosi toppa 'serratura' rivela la sua afBnità con tappo 
zaffo tappare chiudere ermeticamente; e con tappo s'accordano anche il piem. 
topon, ant. fr. toupon turacciolo (Diez less. I> 417). Così acciuffare s'accosta 
a ceffare. — Anche una terza variante dello stesso tema con t {e) si trove- 
rebbe rappresentata nell'italiano. Già il Diez, less. 11^' 82, ravvicinava zipolo 
'piccolo zaffo' all'a. ted. 5ip/l'/, b. ted. tip punta; e noi siamo inclinati a ve- 
dere una base analoga in zcffare (Fanf. Voc. it. s. tonfare) 'picchiare', are. 
jsebellarc 'saltellare', e nel suo allòtropo tempellare battere, scrollare. Se cosi 
è, d'un unico radicale proto-germanico tap noi avremmo le seguenti varianti 
italiane: top- zaf- ianif-; top- tonf- zomb- zvf- zìib ; e zip- zeb- temp-. 



380 Canello, 

numero dispari per eccellenza; né allora avremmo più motivo 
di tirar in mezzo l'amor de' Tedeschi per il gioco, pur dovendo 
ammettere influenza di proferenze germaniche. sarebbe il cafjò 
di Toscana un ricalco del cavo cct/" dell' Italia superiore? — Dac- 
canto a cajjetto capolino, uomo rissoso, abbiamo caffetto (Fanf.) 
bel colpo di fortuna, quasi chi dicesse 'cosa unica'. 

Panicum: panico', e fènici centesimi, parola burlesca, d'uso 
specialmente tra i Veneti, dal ted. pfennig. La stessa base ab- 
biamo in penni soldo inglese, da jpenny. 

Pondus: pondo peso, libbra; pondi i contrappesi delle bi- 
ìancie, mal di pìondi o del pondo dissenteria; e funto libbra 
tedesca di quattordici once, ted. pfimt. 

Stuppa: stoppa; e stoffa materia, pezzo di drappo, ted. sfo/f, 
DiEZ less. P 399 400. 

Propositus: propòsito proposto n. 25; e profosso term. mi- 
lit., l'ofiiciale cui spetta provvedere al buon ordine del campo e 
del quartiere, dal ted. 2'>i^ofoss, che del resto provverrà da pre- 
vosto anziché da proposto. 

99. SPA- spo- SPI- in sca- sco- squi-, o intatti. Ne avremmo tre casi di 
allotropia, assai notevoli per la rarità dell'evoluzione fonetica; ma non li vor- 
remo ancora dire affatto certi. 

Spasmus spàsimo spasmo; e scàsimo 'lezio, dimostrazione 
di contrarietà a far checchessia' (Fanf.). I Toscani conoscono 
anche il sost. scasimoddeo scasimoddio, che usano specialmente 
nella frase 'fare lo scasimoddio' applicata a chi fa 'il gonzo, lo 
gnorri, lo svogliato, mentre poi, sotto sotto, é più furbo, più 
informato, più voglioso degli altri', Tomm. 5273; e la voce, nella 
prima sua parte, sembra il nostro scasimo. 

S poli a neutr. pi.: spoglia quello dì cho altri è spogliato, 
preda, cadavere, la pelle che ogni anno getta la serpe ; e sco- 
glia con quest'ultimo significato, e guscio di testuggine. Sco- 
glia fa veramente pensare a cx.Olov 'spolium', e anche a culleus 
sacco, cfr. culleolum 'guscio di noce', ed a corium. Ma la con- 
venienza di spoglia e scoglia nel significato di 'pelle di ser- 
pente' rende quasi certa anche l' identità della base. 

Spiculum: spigolo spillo n. 59; e squillo strumento da spil- 
lare le botti. Lo scrisse il Davanzati, dandolo come voce an- 
tica; e in antico abbiamo infatti squilletto (Novellin. 78) per 



Allòtropi; Consonanti esplosive, B. 381 

spilletfo, zipolo. Identica evoluzione fonetica si ha in resquillo 
risquitto indugio, riposo, da rcspillo n. 9. 

100. B- gerra. è rappresentato fra noi ora da b ora da ^j. Il n- gotico, infatti, e 
basso-tedesco vuole a rigore un p a. ted. E del pari un b- di voce latina diventa 
p nel più pretto a. ted., di guisa che una voce latina ci può tornare di Germa- 
nia con p per b. Quattro gruppi d'allòtropi. 

Balla palla a. a. ted. (Diez less. P 48): gialla un solido di 
forma sferica; e dalla un involto piuttosto grosso, che abbia for- 
ma di palla, e grossa fandonia. 

Banch a. a. ted. 'scanno' (Diez less. P 50): banca una spe- 
cie di tavolino, ed ora anche un istituto di credito ; e panca 
sedile in legno da starvi in più persone. Un a. a. ted. 'pandi non 
è attestato, ma è lecito supporlo sull'analogia di palla ecc. 

B icario-, da [iUo; 'orcio' (Diez less. P 66): bicchiere -o; e 
peccherò bicchier grande, attrav. Ta. a. ted. pehhar (cfr. ted. 
mod. becher), come mostra anche l'accento. 

Turba: turba; truppa tropa corpo di soldati, moltitudine 
(attrav. il bassol. troppus [troppa-] ch'è nella lex al., e par prefe- 
renza tedesca di turba, Diez less. P 429); e troppa agg., Diez ib. 

101. B tra vocali, o preceduto da voc. e seguito da r, può scendere a u, 
e quindi farsi u (il quale talvolta si fonde colla vocal che gli precede), o sva- 
nire. Nove gruppi d'allòtropi. 

Libellus: libello', e livello censo che si paga per uno sta- 
bile, in orig. il contratto d'obbligazione scritto in un rotolo 
apposta. 

Liberare: liberare mettere in libertà; e are. liverare li- 
brare ultimare (cfr. Arch. Ili 258n.: gen. liverai 'finiti'), e 
sempre vivo col valore di 'consegnare', cfr. fr. livrer. 

Turbare: turbare \ e trovare, Diez less. P 430-1. Ma l'eti- 
mologia dieziana non piace più ai migliori. L'Ascoli ha pen- 
sato a truare amptruare\ e recentemente G. Paris e P. Meyer 
spiegavano il fr. trouver, prov. trobar (onde poi sarebbero ve- 
nute le corrispondenti voci degli altri idiomi romanzi), da un 
bassolat. tropare 'trovar de' tropi o variazioni musicali {Ro- 
mania, 1878, p. 418-9). 

Libra: libra la costellazione; libbra il peso; e lira, are. 
livra, la moneta. 

Bibere: bevere bere; e birra, attrav. l'a. ted. mod. bier, a. 

Archivio gloUol. ital., HI. -<^ 



382 Cauello, 

a. t. iior bcor, che vien ricondotto a hiherc, cfr. Diez less. I' 60 
e Grimm s. bier. Ma V-a rende imperfetta l'allotropia, 

Phlebotoraus: flehòtomo; e fiatano lancetta da salassare 
gli animali, Caix St. d'etim. 50. 

Fabrica: fàbbrica; e forgia fucina, che sarà il piem. forga 
o il fr. forge {=faur'ga), cfr. Diez less. I' 187. Dalla stessa base 
trae il Caix, St. d'etira. 23-4, anche foggia; e non a torto, 
ci pare, specialmente se si pensa che il ven. foia, citato dal Diez, 
less. IP 30, a conforto dell'etimo fovea, non si trova nel Boa- 
rio. - Da fabricata: fabbricata; e, secondo il Diez, less. P 
190, fregata. 

Fabula: fabula favola storiella, apologo, il contesto d'un 
dramma o poema; fola, are. faida, storiella fantastica senza 
scopi educativi; e fiaba (da fiaba per fab'la) fola e fandonia. 

Parabola: parabola la curva descritta da un progetto, nar- 
razione dalla quale per via di raffronto si ricava un insegna- 
mento morale; e parola, are. paravola paraola paraida, Diez 
less. P 306. 

102. B tra vocali può anche trovare in vece sua un f, talvolta per effetto 
di antiche forme o preferenze osco-umbre, cfr. più innanzi, sotto 'sibilare'. 
Ne abbiamo cinque gruppi d'allòtropi. 

Bubulcus: bobolco contadino che ara la terra; e bifolca 
anche uomo di rozze maniere (Tomm. Diz. it.). 

Praebenda: prebenda rendita ferma di cappella o canoni- 
cato, vendita, lucro, profenda; e prefenda (M. Vili. 8, 103) ren- 
dita di canonicato. - Accanto a queste forme con e da ae, ne ab- 
biamo altre con o, che può essere dovuto od a confusione di 
prae- con prò-, oppure a influenza labiale: provenda vettova- 
glia, vitto, cfr. fr. provende; e profenda propriamente la quan- 
tità di biada che si dà alle bestie, e un'antica misura di biade. 

Scarabeus: scartì^&eo genere d'insetti; q scarafaggio la spe- 
cie più comune degli scarabei, e nome d'un pesce, cfr. Diez less. 
P 368 e ASC. St. cr. II 140. 

Sibilare: sibilare sibillare, are. sublare (=vnz. subiar), 
fischiare; subillare sobillare subbillare instigare, metter male, 
quasi 'soffiar sotto', con evidente influenza d'un presunto suh- 
prelisso, cfr. suggello soddisfare; e sufolare ciufolare zufo- 
lare zufulare, are. suftlare, fischiare dolcemente, con i in o 



Allòtropi: Coiisonauti esiilosive, B T. 383 

II, prima in sillaba atona poi anche nella tonica, per inlluenzu 
della labiale. — Le forme con f non sono veramente da sibi- 
lare ma da un sifìlare che Nonio (12, 19) ricorda come 'voce 
vile', e che par dovuto ai dialetti osco-umbri, nei quali è nor- 
male un -f- di c^ontro a -b- latino; cfr. Ascoli Fon. comp I 
173-4 e CoRSSEN Ausspr. I' 147. 

Tabulare: tavolare coprir di tavole, perticare, far tavola 
patta al gioco di dama o scacchi; e tafjìare mangiar bene e 
ingordamente {taffio banchetto), forse attrav. il ted. tafel-n 'tafel 
halten' 'speisen', o piuttosto, come ben ha sospettato il Flechia, 
III 155, da un umb/'ico talare-, cfr. umbr. tap.a = tabula. 

103. T- proto-germanico può essere rappresentato in italiano da t (forma 
gotica basso.tedesca], o da ^ (forma alto-tedesca), onde t-, cfr. il n. 97. Un 
eoi gruppo, ma importante, d'allòtropi. 

Tékan got. 'afferrare', 'toccare', m. oland. tacken 'afferrare', 
'attaccare', anglosass. tacan, ingl. take pigliare (Diez less. V 
406 e Pick o. c. IIP 115): attaccare, Diez 1. c; e forse ac- 
ciaccare ammaccare, pestare, cfr. sp. achacar imputar •, quasi 
'attaccare' 'offendere' \ Qui ancora dovrebbe stare azzeccare 
'toccare attaccando', 'colpire', 'investire'; ma Ve per a, che non 
può per verun modo rappresentare Ve del got. tékan, accenna 
a un tema diverso, con i, seppure non è sorto dapprima nel- 
r atona, per poi mantenersi anche nella tonica. — Da un ana- 
logo tema nominale tak- tek- zak-, che abbiamo nell'ingl. 
iach, ted. zacke zacken, sembrano muovere i seguenti gruppi 
allotròpici: /acca piccolo intaglio, vizio, macchia materiale e mo- 
rale; taccia pecca, accusa, attrav. il fr. iache; lecca piccolis- 
sima macchia; are. tega (Vili.) taccia, attrav. l'a. fr. tc'que teche 
'vice' 'defaut'; - inoltre: tàccola viziO, magagna; taccola piccola 
tecca; zàcchera (che il Diez, less. IP 81, deriva, dubitando, dal- 
l'a. a. ted. zahar goccia) pillacchera, caccola attaccata alle lane 
degli animali; e zéccola con quest'ultimo significalo (Fanf. s. v , 
e s. dizzeccolare). Ma anche qui le forme con (•, di fronto alle 
altre con a, sembrano accennare a una base diversa; e il Caix, 

' Il Diez, less. II 84, deriva lo sp. achaque malessere, pretosto, e pitg. 
acliaque accusa, dall'arabico. Dei verbi non tocca. Che li abbia voluti stac- 
care dei nomi? Acciaccare 'soppestare' meglio si riconnetlerebbe con ad- fiac- 
care-, cfr. nap. laccare 'rompere", Asc. St. crit. I 32. 



384 Canello, 

St. d'etim. 164, stacca, infatti, tàccola lecca tàccola macchia, 
neo, difetto, da tacco attaccare ecc. a cui il Diez li congiun- 
geva, e li deriva dal got. taikn-i-s, anglos. tdcen, ted. mod. 
zeichen segno. — Noi ci siamo attenuti all'etimologia del Diez, 
che meglio soddisfa dal lato ideologico, non essendo ben chiaro 
come taccola avrebbe potuto passare dal significato di 'segno' 
a quello di 'vizio' 'magagna', mentre più facilmente si poteva 
andare da quello di 'intacco' 'vizio' all'altro di 'macchia' 'tacca'. 
Crediamo inoltre che le forme con e possano rappresentarci una 
base ték tik ottenuta per 'ablaut' da tak; mentre la terza 
fase tuk toh ci sarebbe anch'essa rappresentata tra noi da toc- 
care a. a. ted. zuchón (Diez less. P 416). 

104. T fra vocali, o preceduto da vocale e seguito da r, in d, o intatto. 
Ne abbiamo otto gruppi di allòtropi. 

Datus: dato prtc. e sost. ; e dado, Diez less. P 149. 

Gratus: grato agg. riconoscente, sost. gradimento; e grado ^ 
sost. gradimento, specialmente in modi avverbiali, quali a grado 
malgrado ecc. 

Latinus: latino agg. e sost.; e ladino agg. scorrevole, trop- 
po sollecito nell'operare, lubrico nel parlare (Tomm. Diz. it.); 
«-ir. Diez less. P 245. 

Matronalis: matronale; e madornale grosso, solenne. 

Palatinus: palatino agg. di palazzo; e paladino sost. 

Patire- per 'pati': patire soffrire; e divc. padire patire, di- 
gerire. Con quest'ultimo significato, e con quello di 'scontare', 
la voce vive ancora in parecchi dialetti dell'Alta Italia, cfr. Muss. 
Beitr. 85. 

Patronus; patrono v. lett. ; patrone, in diritto marittimo 
'colui al quale sono affidati la condotta e il governo d'un ba- 
stimento mercantile' (Tomm. Diz. it.), ed ha esempj del Bembo 
(St. ven. I, 4, 161) e dell'Ariosto (Ori. Fur. xviii, 135); e pa- 
drone signore. L'isolato esemplare in -ono passò nell'analogia 
dei tanti in -one\ e il passaggio è stato forse agevolato dall'an- 



^ Il Fani?, nel Voc. it., non contento di confondei'e, nel modo più deplore- 
vole, questo grado con l'altro che risponde al lat. gradus, manda poi in- 
sieme grato gradimento con grato graticcio {crates)'. Già il nostro Flechia 
ha incominciato, in questo Arcb. (II 361 n. III 129n 132u 157 n), la lista degli 
strafalcioni fanfaniaui; in quanto a finirla, sarà faccenda un po' lunga. 



Allòtropi: Consonanti esplosive, T. 385 

tico vocativo: patrone, che potè sopravvivere come saluto {pa- 
drone!, yen. patì'on!, pargn!)] cfr. domin a p. 367. 

Potestas: potestà facoltà, potere; e p)odestci potestà, e, come 
sost. mascli., il capo degli ordinamenti giudiziarj e militari nelle 
città medioevali, il capo de' grossi municipj sotto il regno ita- 
lico, e delle città principali sotto il governo austriaco. — Da 
potere- per 'posse': potere vb. e sost.; e podere sost. pro- 
priam. possessione di più campi con casa. 

Precati: pregati prtc; e pregadi pregai i senatori della 
repubblica di Venezia. 

105. T tra vocali si dilegua in voci che ci vengono dal francese, cfr. il 
n. 2. Ne abbiamo otto gruppi di allòtropi. 

Auratura: oratura indoratura; e orura (in Cellini) oreria, 
dal fr. orure, ant. oreurc- Similmente: doratura; e dorura 
(fr. dorure) quantità d'oro lavorato, doreria. 

Cathedra -/.aOiSpa: càtedra cattedra il seggio del profes- 
sore e delle somme autorità ecclesiastiche; cadr^ga seggio reale, 
usato dal Cecchi (Fanf.) ; are. carriéga cajera ciajera seggiola 
(Fanf.). Cadréga carriéga sembrano forme dialettali italiane, 
la seconda è propria dei Veneti, cfr. Muss. Beitr. 42; cajera cia- 
jera ricalcano l'a. fr. chaiere pie. caìiière.- Si cita anche un 
cannerà carrozza, usato da Fr. da Barberino, e potrebb' essere 
un caldère mal rifatto italiano, seppure non rappresenta un car- 
raria-. 

Craticula: graticola Graticola gradella; e griglia infer- 
riata graticolare, dal fr. grille, ant. greille. 

Montatura-: montatura l'armamento d'un ordigno, d'una 
officina ecc., voce sospetta ai puristi, che vi scorgono un ri- 
calco ideale del fr. monture; e montura divisa e corredo dei 
soldati, voce anche questa sospetta ma ammessa nel Voc. del 
F.A.NF. e difesa dal Viani [Voc. pret. frane, s. militare), il quale 
difende anche montatura. Montura ricalcherebbe materialmente 
il fr. monture, a.nt. monteure, ma non già sotto l'aspetto ideo- 
logico; poiché mo?i<wre è 'cavalcatura' 'montatura' 'carico d'una 
nave', non assisa, in fr. tenue. E tutto fa credere che il no- 
stro montura sia stato irregolarmente derivato, per -ura\ da 



' Per -ura non si ottengono nuovi derivati neolatini se non da aggettivi 
participj; non mai da verbi. 



386 Cancllo, 

montare pquipaggiare, for.^e da tali olie pillavano un italiano 
infranciosato. 

Rotunda: rotonda agg. e sost.; e ronda sost. pattuglia not- 
turna, fr. ronde, ant. reonde, quasi guardia 'circolare'. 

Seta: s-da; e are. soia saja' seta, una specie di stoffa [No- 
vellin. 88: 'gli calzò brune calze di saia ovvero di seta']. Saja 
è anche un setolino da orefici, e ricalca il fr. saie, allòtropo 
(sfuggito al Drachet e a C. Michaelis) di soie. 

Tractatore-: irattatore negoziatore; e trattore chi dà da 
mangiare verso pagamento, fr. traiteur. Trattore tiratore, e chi 
dai bozzoli fa trarre la seta, è parola diversa, risalente a un 
trac-tore- da trahere. Sul neologismo trattore ostiere, ha un 
bello e dotto articolo il Viani, Biz. pret. frane. 

Tritare-, da tritus: tritare pestare finamente, esaminare 
sottilmente; e ti-iare in Brun. Latini col significato di 'scegliere', 
e nel Genuini per 'macinare', dal fr. trier, prov. triar, che non 
mostrano quest'ultimo significato, cfr. Diez less. li' 44i. 

106. CT in tt, in t. La secondri evoluzione ha luogo in pochi esemplari 
venutici di Francia e dal Portogallo. Due gruppi d'allòtropi. 

Factitius: fattizio manufatto, artificiale; fatticcio ben com- 
plesso, di solide membra; fattezza sost. forma delle membra, cfr. 
fatta; e feticcio fetiscio idoletto de' Negri (Tomm. Diz. it), e 
quindi 'stupido adoratore d'idoli', dal prtg. feitigo incantamento, 
filtro, idolo de' popoli della Guinea, voce che il Bluteau crede 
derivata da un afric. fetiche, ed è invece una normale trasfor- 
mazione del lat. factitius, cfr. Diez less. P 173. 

Jactus; getto gitto; e geto coreggiuolo che si lega ai pie 
degli uccelli di rapina, fr. jet, prov. gct, Diez less. P 207. Il 
nesso ideologico tra getto e geto non è ben chiaro; ina. jac tu s 
dice già in latino anche 'retata', e di qui potè venire a signi- 
fare 'rete' e 'ritegno'. Da ricordare è anche balzo 'salto', dacc. 
a balza, che nel ven. dice 'pastoja' 'ceppo'. 

107. PT in tt^ intatto. Un gruppo d'allòtropi. 

Captivus: captivo pvìgìonìero; e ca^//fO prigioniero, misero. 



^ Il Diez, less. I' 363-4, manda saja 'una specie di stoffa' insieme con sajo, 
e deriva l'uno e l'altro da sagum. L'esempio che nel testo citiamo dal No- 
vellino, toglie, ci sembra, ogni dubbio sull'identità di saja e seta. 



Allòtropi: Consonanti esplosive, D. 387 

malvagio, Diez less. V 119.- Analogamente: captivare far pri- 
gione; e cattivare far prigione, e procacciarsi ecc. 

lOS. D proto-gerna. ò rappresentato ora da d (gotico, basso-ted., ingl.), ora 
<la t (alto-ted.). Una coppia d'allòtropi. 

Bollar ingl., basso-teJ. daler: dòllaro] e tàllero {i^à. thaler). 

109. D è rappresentato con d normale, ora con ( anormale, in due esem- 
plari 'sui generis'. 

Braco: dragone-, etargone un'erba odorifera, probabilmente 
attrav. l'ar. farchùn, cfr. Biez less. P 410. 

Soldano- sultano- (voce semit.): soldano voce storica; e 
sultano l'imperatore degli Ottomani.- Se la voce sta veramente 
insieme coU'arab. salit dominare (Littré dict. s. sultan)*, la 
consonante radicale sarebbe stata, non d, ma t. Ad ogni modo 
si tratta di evoluzione straniera. 

110. D tra vocali in l^ o intatto. Due gruppi d'allòtropi. 
Caducus: caduco che cade, che presto finisce; e caluco (nel 

Pataffio) meschino, Biez less. IP 17. 

Odor: odore; e olore con t.raslati alquanto diversi, per lo 
più odore buono, Tomm. 3201. Ma quest'allotropia, rispetto alla 
forma, esisteva già nel latino: odor, olor, cfr. olcre.- Sorta 
nell'it. è invece la coppia: odorare olire, rendere odoroso, fiu- 
tare, aver sentore; e olorare olire, e, secondo il Fanf., anche 
'ungere con unguenti odorosi'. 

111. D tra vocali passa in z nel provenzale. Abbiamo una coppia d'allòtropi 
in cui questo z prov. è rappresentato da un lato con a-, dall'altro con e. In un'altra 
coppia si ha il provenzalismo con z, e la schietta forma nostrana con d. 

Ad-aestimare, pr. azesmar ordinare, assestare: azzimarc 
(anche cesmare) adornare con cura, abbigliare; e accismare 
conciare, preso in mala parte, Diez less. P 164. Ma V accismare 
dantesco (Inf xxviii, 37) accenna piuttosto a scisma, come già 
notava il Blanc (voc. dant.), riferendosi alla variante ascisma 
e al fatto che Dante ivi parla di punizioni di scismi e dissen- 
sioni. 

Gradire- per gratire-, da ^ra^ws: r7rac?^^<:' aggradire, ren- 

* [E l'ar. sulf/in, che appunto viene da sali'.] 



388 Canello, 

der grato, piacere ; e are. rjrazirc (pr. grazir) ringraziare, met- 
tere in grazia, concedere in grazia. 

112. n tra vocali, specialmente in seconda postonica, e preceduto da i, può 
cadere. Tre gruppi d'allòtropi. 

Frigidus: freddo n. 25; e frizzo quasi 'motto fresco' 'ra. 
pungente". Tuttavia frizzore, bruciore, fa sospettare che qui 
s'abbia un frigidus, il quale si riconnetta, non già a frigère, 
bensì a frigere. Il Diez, less. P 191, vi cerca un etimo germa- 
nico, che richiederebbe sordo lo zz, anziché sonoro com'è in 
frizzo frizzare. 

Marcidus: màrcido Q\\e tende a marcire; e màrcio già mar- 
cito, e sost. 

Stridulus: stridulo agg.; e strigolo 'grido acuto e pro- 
lungato' (ToMM. Diz. it.), 'uccelletto di fischio acutissimo' (Fanf.), 
cfr. strillozzo altro nome d'uccello. L'evoluzione sarà stata 
stri-olo strivolo.- Abbiamo poi strillare, e insieme strigolare 
'mandar strigoli' (Tomm. Diz. it.). 



V. Allòtropi 

DIPENDENTI DAGLI ACCIDENTI FONETICI GENERALI. 

113. Accento. Gli spostamenti dell'accento, o da soli, o collegati con 
altri fenomeni fonetici, danno occasione a ventidue gruppi d'allòtropi. I casi, che 
qui occorrono, sono: a) in alcune coppie di base greca, l'un termine ha l'ac- 
cento originale, e l'altro ha l'accento che gli sarebbe spettato secondo la 
prosodia latina; p) in alcune coppie con base latina, l'un termine ha l'ac- 
cento del latino classico, e l'altro ha l'accento che è proprio o del lat. popol. 
o del romano seriore (lat. ci. filiolus, lat. popol. e romano ser. filióto-); 
y) in altre poche coppie, con base latina od altra, l'un termine ha l'accento 
italiano, e l'altro l'inglese; in una coppia, infine, l'un termine ha l'accento 
normale italiano, l'altro il francese. 

Acacia à/.y./.t-/. : acacia acàzia albero spinoso; e gaggia V'à- 
cacia farnesiana' di Linneo, e il suo fiore, cfr. C. Michaelis Stu- 
dien p. 70. 



^ IIFlechia, IV 375, preferirebbe, al caso, una base frigid-io-, però che 
frigi-o avrebbe dato in Toscana piuttosto friggio che frizzo. Noi, al n. 52, 
proponemmo anche grezzo = -gregius. 



Allòtropi: Accid. fon. generali, Accento. 389 

Cithara -/-'.Oàpa: c'itera cèjera cetra, con ^ da t, che fa sup- 
porre un ant. popol. altera, di cui cetera non sarebbe che l'o- 
dierna pronuncia letteraria, cfr. n. 12; e chitarra, Diez less. 
P ]24. 

Cholera yoùi-^y.: colera, raramente colera, il morbo asia- 
tico; e còllera ira improvisa, trasferendo l'irritazione dagli in- 
testini (/(ò).ov) all'animo. 

Despota- (ìtn-ó-r,;: dèspota padrone assoluto, tiranno, chi si 
comporta come tiranno; e despóto nome di principe greco nel me- 
dio evo. Ma l'allotropia non è del tutto esatta, in causa dell' -o. 
E pi ph a ni a è-i'paviz: epifania 'pifania befania la festa del- 
l'apparizione; e befana donna brutta, e prima un fantoccio che si 
portava in giro la vigilia dell'epifania, e fu scritto per 'epifania'. 
Manta p.avia: smania brama ardente che si mostra negli 
atti; e manìa furore, pazza fissazione. 

SymphonTa aw/pcovia : zampogna sampògna piva rusticale; 
e sinfonia concerto, preludio d' un'opera. 

Capreolus: capréolo viticcio; e capriòlo cavriólo giovine 
capro. 

Malleolus: ma^/^o^o l'estremità inferiore della tibia; e ma- 
gliuòlo 'tralcio che serve a riprodurre le viti', significato che 
spetta anche alla voce latina. 

Nuceolo- da nuceus: nocciuolo l'albero che fa le noci avel- 
lane; e nòcciolo l'involucro osseo dei semi nelle frutta. Ma l'ac- 
cento sulla prima fa supporre che si tratti piuttosto d'un nuovo 
derivato di noce, nel quale si riabbia il prodotto del cj {nocjolo, 
noce). 

Sedi ola- (cfr. unciola ecc.) sedinola piccola sedia; e seg- 
giola sedia, portantina. Ma seggiola sarà veramente una de- 
rivazione seriore, propriamente italiana, di sedia, ottenuta per 
-o^a == lat.-iila, cfr. bòzzolo e sim. 

Cloaca: cloaca, voce stor., condotto sotterraneo di grandiosa 
struttura; e chiàvica, sen. chicca, fogna, smaltitojo. Clauaca 
eloca è già per tempo nel bassolatino, v. Schuch. II 516, Caix 
St. d'etim. 98 e Diez less. IP 20. 

Intcger: integro {integro in verso) comunem. al morale 'chi 
non ha difetto' 'incorrotto'; e intiero intero agg. che non manca 
di alcuna delle sue parti, e sost. il tutto. 



300 C anello, 

Magister: ma(^st)-o; e mastro con significati ed usi più ri- 
stretti. Circa la contrazione delle prime due sillabe, v. Diez less. 
V 257. Ma qui pure va considerata la ragion della proclisi (ma- 
stro-Raffaele ecc.); cfr. p. 330-1 n 341. 

Pituita: 2^ituita flemma, catarro nasale; e jìip'Ua malattia 
de' polli, sfilaraento della pelle delle dita presso l'unghia. Per 
la riduzione di hi tv in p, v. Diez less. P 323, Asc. II 344 n. 

Proli ibTtus: proibito agg. ; e proibito agg. e partic, Tomm. 
3922. L'allotropia non è, del resto, perfetta. Lo spostamento 
dell'accento proviene in realtà dalla conjugazione mutata: il 
primo termine dipende da prohibere, il secondo da proibire. Lo 
stesso dicasi della coppia seguente. 

ExhibTta: esibita 'presentazione d'un atto qualunque di- 
nanzi alle autorità' (Fanf.); ed esibita prtc. di esibire. 

Bulgea + itta (Diez less. I^ 72): bolgetta valigia di cuojo; e 
budget bilancio, stato di cassa, attrav. Tingi, budget, ch"è l'a. 
fr. bougette, identico col nostro bolgetta. 

Billet fr. (secondo il Diez, less. P 73, da bulla + itto; secondo 
il LiTTRÉ, il fr. billet verrebbe, insieme con bill, dall'inglese): 
biglietto viglietio; e bill schema di legge, eh' è Tingi, bill, scor- 
cio di billet, come cab di cabriolet. 

Mag istra + issa: maestressa maestra, padrona; miss si- 
gnorina, dall' ingl. miss scorcio di mistress, ch'è Ta. fr. mai- 
stresse ora maitresse, identico col nostro maestressa. 

Tonnel-s fr. ant., dim. di ionne 'botte' (Diez less. 1' 417): 
are tortello misura da olio e da vino (Tomm. Diz. it.); e il neo- 
logismo tùnnel iùnnele galleria, traforo, attrav. Tingi, tùnnel, 
ricalco dell' a. fr. tonnel-s botte, cfr. tonnelle 'pergida a botte'. 
— Dato poi che il bassolat. iuna, botte, sia identico, come ha 
supposto il Diez, less. I 407 e 400 s. stoppia, col lat. iiìia 'vas 
vinarium', ipotesi avvalorata dalla grafia bassolatina tyna per 
tina, un'altra forma allotropica di tonello ecc. sarebbe tinello 
'piccolo tino', 'stanza dove si mangia' (forse in prima la stanza 
dove si beveva) e il vitto stesso. 

Paragraphus (-acàypa'po;) : paragrafo; e paraffo la cifra 
ghirigoro che i notaj appongono ai loro atti, dal fr. parade 
par affé. 

114. Aferesi, L'italiano è tra le lingue neolatine quella che più fa uso 



Allòtropi: Accie! . fon. gemiali, Aferesi. 391 

dell'aferesi (cfr. C. Michaelis Studien 70 e segg.); e ben cinquantaoinque 
gruppi d'allòtropi hanno in essa il loro principale motivo. L'aferesi è dovuta, 
oltreché alla tendenza generale delle vocali atoue a dileguarsi, a uno dei quat- 
tro motivi speciali che seguono: a) la vocale iniziale più facilmente cade 
quando possa venir confusa con la vocale dell'articolo; cade poi normalmente 
nelle voci popolari Ve- dei composti con ex-', — /5) cade l'intera sillaba ini- 
ziale quando essa sia o sembri una reduplicazione del tema, o una particella 
compositiva indifferente al valore ideale della parola: il caso più frequente 
è la caduta del di- de- nei composti con de- dis-; uè è sempre facile e nem- 
men sempre possibile distinguere le forme aferetiche di composti con dis 
da quelle dei composti con ex o anche con a&'; — y) in parole di uso fre- 
quente in proclisi o in enclisi, cade tutta la sillaba che immediatamente 
non s'appoggia ad altra parola. — Noi distribuiremo tutti i casi d'allotropia 
dovuti all' aferesi nelle tre serie ora indicate; e aggiungeremo in fondo i casi 
non facili o impossibili a classificare. 

Amorosus: amoroso agg. e sost.; e moroso solamente sost. 
'l'innamorato'. 

Anatomia: anatomia la scienza del dissecare i corpi ; e ììo- 
tomìa strazio, scarificazione inutile. 

Apozema (y.-ó^sy.a): apózzima apózzcma 'decozione di mate- 
rie vegetabili, ordinariamente forti ed aromatiche, addolcita con 
miele e zucchero' (Diz, d. Crusca, ult. ediz.''); bòzzima intriso di 
sego e di cruschello che usano i tessitori, mescuglio in genere ; e 
bózzina bozzina (Fanf.) nel Pataffio per 'cocitura'. 

Arancio-, del pers. narang (cfr. Diez less. V 28); arancio 
l'albero e il frutto; e rancio il colore. 

Aranea: arànca ragnatele, una delle tuniche dell'occhio detta 
anche 'aracnoide'; ararjna ragno; q ragna ragnatele, una spe- 
cie di rete. 

Arista: arHsta aresta; e resta con molti più sensi traslati, 
p. es. una resta di cipolle ecc. 

Attonitus: attònito stupito; e tonto stupido, melenso, cfr. 



^ Chi p. es.può dire, se stendere sia da distendere o da extend-? se slog- 
giare sia da dis+loggiare o da ex+log- ? o sestratto stravagante sia da di- 
stractus extractus, ovvero da abstractus? Molto ajuto in alcuni casi dà 
il raffronto col fr. e collo sp., che non usano siffatte aferesi. Mediante questi 
raffronti raccogliamo p. es. che sfogliare non è da disfogliare ma da exfoL, 
cfr. effeuiller. 

- Gli Academici della Crusca hanno anche additato l'etimo a7ró?£fxa, che 
il proto ha loro sformato in àro^saa. Il Fanf., nell'App. al Voc. it., ricopia 
fedelmente la Crusca, e, naturalmente, anche ì'i-xò^,£ux. 



392 Cauello, 

DiEz less. Il' 185. Tuttavia l'^^* da ò fa sospettare che la voce 
sia importata, e ricalchi lo sp. tonto. 

Aur-ic-o-, (la auricarc- ( cfr. Diez less. P 39-40): orezzo 
Greggio soffio d'aria fresca, luogo ombroso ed aereato, fragranza; 
e ri'zzo^ coi due primi significati di orezzo oreggio e con quello 
di 'freddo' 'bujo', 'mandare al rezzo' = uccidere. — Un'altra coppia 
abbiamo in orpzza orezzo, e b-rezza con b prostetico, o piut- 
to'sto da a-urczza vrezza, cfr. Diez less. P 84. 

Epitaphium: epitafìo epitaffio iscrizione sepolcrale; e pi- 
taffio un'iscrizione qualunque, e per lo più burlesca. 

Epithé ma (2-'9r,ax): epitèma eplttima fomento; e pittima an- 
che 'uomo taccagno', 'persona nojosa', che quasi sta attaccata 
addosso. 

Haeraatites: ematite amatita il minerale; e matita il toc- 
calapis. 

Idioticus: idiòtico ebete; e zotico rozzo. 

Obliquus: obbliguo; bieco; e sbieco. Cosi il Diez, less. IP li. 

Olid-ia-re da olidus odoroso (Flech. IV 375): olezzare msm- 
dare buon odore; e lezzare mandare odor cattivo. - Dai due 
verbi i sost. : olezzo e lezzo. — Il Diez, less. IP 42, partiva 
per queste voci da una base oletio- analoga ad aiiritio- da 
aura ; ma lo zz sonoro esclude questa base, tanto nell'uno quanto 
nell'altro caso. 

Umbilicus: umbilico ombelico ombiltco; e bollico che manca 
dei traslati di umbilico ecc. — Bilico ha la stessa base, ma ne 
viene attraverso bilicare, cfr. il n. 127. 

Exagium: esagio 'peso d'una dramma e mezzo' (Fanf.); e 
saggio prova, esame, Diez less. P 362. Exagium disse per i 
latini stima, peso, e il peso della sesta parte di un 'solidus'. 

Excavatio: escavazione terra, degli idraul. 'scavo' 'spurgo 
de' fossi e de' canali', e lo scavare; e scavazione lo scavare. 

Expedi re: especlire mandare, spacciare, sciogliere; e spe- 
dire mandare, spacciare. — Similmente da expeditus: espe- 
clifo, e spedito che dice anche 'dato per morto'. 

Explanare: esplanare dichiarare, render piano e accessi- 



* Lo zz di rezzo è segnato dal Fanf. sonoro nel Voc. it. , e sordo nel Voc. 
pr. tose. 



Allòtropi: Accid. fon. generali, Aferesi. 393 

bile all'intelletto; e spianare render piano materialmente, ab- 
battere e ridurre al piano. 

Exponere: esfonere csiiorre metter fuori, dichiarare; e 
sporre anche partorire. — Similmente da exponens: esponente 
che echi espone, e terni, di calcolo; e sponente. - Da exposi- 
tus: esposto anche sost. cosa esposta, fanciullo abbandonato; 
e sposto prtc. - Da expositio: esposizione mostra, dichiara- 
zione; e sposiz4one dichiarazione, commento. 

Expressus: espresso prtc. e sost. 'uomo mandato a posta 
per portar qualche cosa'; e spresso prtc. 

Expurgare: espurgare nettare, e si dice specialmente di 
libri dai quali si escludano errori o sconcezze; e spurgare che 
propriamente vale liberarsi dal catarro o da altra materia in- 
comoda che aderisca alle fauci, Tomm. 4000. 

Exstirpare: estirpare distruggere fino dalle radici, esi usa 
al traslato o come termine scientifico; e stirpare sterpare sbar- 
bare, svellere. 

Extractus: estratto prtc, e sostant. essenza, sunto ecc.; 
stratto prtc. cavato, sost. 'libretto ove si nota checchessia per 
ordine d'alfabeto'; e stratta grande strappata. 

Extraneus: estraneo di fuori, non appartenente a una data 
cosa; stranio stràngio straniero; e strano straniero, e comu- 
nera. straordinario, fuori del comune. 

Extravagans: estravagante agg., e sost. una costituzione 
pontificia raccolta nel corpo canonico dopo la compilazione dei 
decretali; e stravagante agg. bizzarro, strano. 

De-scendere: discendere venir giù, provenire, e far calare 
(fr. descendre)] e scendere sempre intransitivo, e senza traslati. 
-Da descensa-: discesa; e scesa, che dice anche 'catarro'. 

De-struere: distruggere ridurre al nulla, disfare, e come rifl. 
att. liquefarsi; e struggere distruggere, liquefare, struggersi 
liquefarsi, desiderare ardentemente, cfr. Diez less. IP 72. 

Dis-barcare-: disbarcare trar di barca, uscir di barca; e 
sbarcare disbarcare, anche scendere dalla carrozza, e passar- 
sela, vivere. 

Dis-car ricare-: discaricare; % scaricare, che dice anche spa- 
rare un fucile altra arma da fuoco. - Dai verbi, i sostan- 
tivi: discàrica discarico: e scàrica scàrico. Per la differenza 



394 Gaudio, 

di significato fra discarico e scarico, v. Tomm. 2261. - Il fr. de- 
chargcr dàchargc, a cui non sta dallato un écharger ecc., mo- 
stra che anche il nostro scar. è da discar. 

Dis-cernere: discernere distinguere, riconoscere, e riguarda 
l'intelletto; e scernere scegliere, e riguarda l'atto; cfr. To.mm. 
1395-G. 

Dis-cludere: dischiudere; e schiudere in quanto dice an- 
ch'esso 'aprire' 'spiegare'; schiudersi sbocciare. Ma il fr. éclore 
(DiEZ less. I'' 124-5) farebbe credere che schiudere in quest'ul- 
timo significato sia da ex-cludcre, dal quale certamente è schiu- 
dere 'rimuovere' 'escludere'. 

Dis-cooperire: discoprire; e scoprire che ha più sensi tra- 
slati, cfr. ToMM. 1234. 

Dis-d ignari: disdegnare; e sdegnare sprezzare, sdegnarsi 
montar in collera, — Dai verbi, i sost.: disdegno sprezzo, e sde- 
gno ira. 

Dis-fidare-; disfidare chiamare l'avversario a battaglia; e 
sfidare (Diez less. P 154) d'uso più comune e con accezioni 
speciali ; 'sfidare uno' = 'pronosticare disperata la sua guari- 
gione'. Dalla stessa base è anche diffidare non aver fiducia, e 
intimare. — Similmente: disfidato prtc. 'provocato'; diffidalo 
spacciato dai medici; e sfidato provocato, spacciato, uomo che 
non si fida, cfr. Tomm. 2348. — Da disfidare e sfidare, i sost. 
disfida, sfida, e il fanciullesco spida sospensione del gioco 

Dis-formare: disformare difformare; e sformare con valore 
meno intenso, Tomm. 1342 1352. 

Dis-legalis: disleale; e sleale che dice meno. 

Dis-locare: dislocare; dislogare che è anche il contrario 
di allogare, appigionare; e slogare che si dice quasi esclusi- 
vamente delle ossa. 

Dis-montare: cZ/5monte>*e scendere; e smontare scendere, 
perdere la vivacità del colore, 'smontare una macchina' = scom- 
porla pezzo per pezzo. 

Dis-mittere: dismettere cessar per sempre; e smettere ces- 
sare a un tratto, Tomm. 1992. 

Dis-pactiare- (cfr. Diez less. I' 299): dispacciare cavar 
d'impaccio; e spacciare dar la via, spedire. — Da un dis-pi- 
ctiare- sostanzialm^^nte identico con dis-pactiare (cfr. impac- 



AUdlioid: Accid. fon. generali, Aferesi. 395 

d'are e impicciare), ricavato, cioè, da dis-pictus per dis-pactus, 
sono: dispicciare spedire, mandare; e spicciare sbrigare — 
Da dispacciare e spacciare, i sost. dispaccio e spaccio. 
Dis-piacere: dispiacere vb. e sost.; e spiacere vb. 
Dis-sipare: dissipare, are. discipare, disperdere i proprj 
beni; e are. scipare, ora sciupare, rovinare, conciar male. L'^t 
di sciiip. è già nel lat dissiipare, Diez less. IP 65. 

Deli ci a: delizia; e, secondo il Diez (less. IP 41), lezio, are. 
lezia, vezzo affettato e eccedente*. - Similmente da deliciosus: 
delizioso; e lezioso attoso, smancevole, anticamente anche pre- 
zioso (ToMM. Diz. it.). -In lezio lezioso il de- potè cadere però 
che si credesse vedervi la prep. de, cfr. Arch. I 530, e trev. a 
stin = a destino, a caso. 

Infans: infante bambino, il principe ereditario di Spagna'; 
e fante uomo a pieli. servitore, D[Ez less. II'' 27- 

Rotundus: rotondo ritondo agg. , rotonda anche sost.; e 
tondo agg., e sost. piattello. - Rotundus passò prima in ritondo 
(cfr, tose, rimore ecc. = rumore, Arch. II 453 n), però che il ro- 
vi fosse scambiato col ro- da re di rovistare [revis.) e sim.; 
quindi il re- fu abbandonato come prefisso indifferente. 
Secessus: secesso; e cesso, Diez less. IV 20. 
Verecundia: vergogna n. 46; e gogna, secondo il Diez, 
less. IP 36. Ma Vo di gogna daccanto all'o di vergogna, e il 
significato di 'cerchio o collare di ferro', 'catena', non favori- 
scono la spiegazione del Maestro. Quando essa si reggesse, la 
perdita del ver- andrebbe cercata nell' illusione che vi si avesse 
ver da versus o verus. 

Qu inquina-: cinquina; e china doppio cinque al gioco dei 
dadi, cfr. Flech. II 261 n. Il Tomm., Diz. it., vi scorge un quina-, 
sing. di quini. 



* Non vedo, veramente, perchè lezio lezia s'abbia a staccare da illiciura 
il liei a. Il significato vuole manifestamente che questa combinazione si man- 
tenga, e l'aferesi n'è insieme spiegata in modo più facile e ben più sicuro. 

G. I. A. 

' Quest'uso spagnolesco è tra noi fino dal sec. XIII. Nic. Specialis, siciliano, 
scrive: 'anno domini 1295 Bonifacius pontifex, Fredericum, tunc vocatum in- 
fantem, lacobi regis fratrem, magnis Jani sollicitatum pollicitis, Roman vocat.' 
^luRAT. Ss. X 961 a. 



396 Caaello, 

Zinzilulare: zinzihdaì^e fare ì\ verso della rondine; e zir- 
lare il fischiare de' tordi, Diez less. P 451. 

Ibi: ivi: e vi con senso avverbiale meno spiccato, anzi tal- 
volta usato pleonasticamente. Vi avv. s'è poi venuto a confon- 
dere con ve vi scorcio di voi enclitico o proclitico, come in 
più scuole italiane da piìi anni s'insegna, e or v. Caix Giorn. 
di fil. rom. I 43-4. 

Inde: indi avv.; e ne avv. atono con valore meno spiccato. 
Ne da inde s'è poi venuto a confondere con ne da 7ioi, cfr. 'ibi' 
qui sopra. 

Ille: egli pron.; e il art. — Similmente da illa: ella pron., 
e la pron. ed art. 

Leb etico-, da lebes (cfr. Diez less. IP 41): lavaggio specie 
di pentola, vaso da tenervi il fuoco; e veggio col secondo signi- 
ficato. Qui il la- potè cadere in due volte, ottenendosi prima Va- 
veggio come V usignuolo da lusciniolo-, e poi veggio come in 
moroso da amoroso. 

Larabicare- (voce greco-arab., cfr. Diez less. P 241): larn- 
biccare passare per il lambicco, esaminare attentamente, lam- 
biccarsi il cervello 'sottilizzare', 'fantasticare'; e beccare in bec- 
carsi, beccarsi il cervello 'fantasticare'. L'aferesi non vi è 
più forte che in dulia da fanciulla =^ ini a. ni., e sim." 

11.5. Metatesi. Può essere semplice o doppia: a) semplice, quando una sola 
consonante, per norma una liquida, scambia il suo posto colla vocale cui 
era attigua; /5) doppia, quando due consonanti d'una stessa sillaba, o di sil- 
labe diverse, scambiano il loro posto: il fenomeno ha luogo più facilmente 
quando almeno una delle due consonanti sia liquida; in due casi però esso 
avviene anche fra esplosive. Ne abbiamo dodici gruppi d'allòtropi. 

Kr ira man a. a. ted.: ghermire afferrare, artigliare, Diez less, 
IP 37; e gremire che, secondo il Fanf. direbbe lo stesso di 
'ghermire' e secondo il Tomm. (Diz. it.) 'riempiere'; cfr., per la 
evoluzione ideologica, fitto, da fìggere, che dice 'conficcato' e 
'spesso', 'folto'. "■■^^' 



* [E cooperava beccare^ quasi si trattasse di un insistere col becco, d'un 
'rodersi' il cervello. Anzi si direbbe piuttosto un toccarsi e confondersi di 
due parole diverse, che non una vera allotropia.] 

** Ma altro è 'ghermire', altro è •ficcare"stipare'(fictus fixus, fitto fisso, 
spesso, molto}; o gremire gremirsi e gremito, in quanto dicano 'riempiere, 
riempiersi, e folto', vanno sicuramente staccati da ghermire. G. I. A, 



Allòtropi: Acciiì. fon. generali, Metatesi. 397 

Urguol-t a. a. ted.: orgoglio are. argoglio; e rigoglio, Diez 
ìess. P 29G. 

A n bela re: anelare tirare il fiato lungo, aspirare moralmen- 
te; e l'are, alenare tirar il fiato. — Da alenare ì due sostan- 
tivi allotropici: alena anelito, ansima; e lena antic. anelito, ora 
forza, vigore. 

Gluton-er-ia-, da gluto: ghiottoneria avidità di cibi deli- 
cati; e ghiottornia cibo o cosa gbiotta, v. Flech. IV 377. 

Leecon-er-ia-, dal ted. lecken (cfr. Diez less. P 246): lecco- 
neria golosità; e leccornia cibo ghiotto, Flech. 1. e. 

Cu lei tra e: coltre coperta da letto; e cgltrice materazzo. 
Per il plurale passato a fungere da sing., v. il n. 122. 

Cumulus: cumulo; e rauccìdo, Storm IV 391. Fa specie tut- 
tavia Vu da lat. u (cfr. in-gomhro) in voce di forma popolare 
com'è mucchio. Ma probabilmente mucchio altro non sarà che 
il letter. cumulo, il cui u seriore entrava nella voce popolare 
a far serie cogli u,. — Diversamente spiega mucchio il Diez, less, 
IP 49. 

Biroufan a. a. ted.: baruffare, Diez less. P 360; e, seconda 
il Caix St. d'etim. 138, anche rabbuffare, in quanto dice 'scom- 
pigliare' 'disordinare'. 

Supercilium: supercilio sopracciglio; e cipiglio increspa- 
mento della fronte, guardatura d'adirato, Caix St. d'et. 101-2. 
Scorcio di cipiglio sarebbe, secondo il Caix 1. e, piglio aspetto 
severo e cruccioso. Ma vi sarà stata probabilmente influenza 
dell'altro piglio da pigliare. 

Spathulo-, da spathula n. 59: spalto 'quel terreno sgom- 
bro da qualunque impedimento, che circonda la strada coperta 
la controscarpa, e dall'estremità superiore del parapetto o 
della controscarpa va ad unirsi alla campagna con dolce pen- 
dio' (ToMM. Diz. it.), cfr. sp. espalto (antiquato) = 'esplanada'; 
e spaldo sporto, ballatojo in cima alle torri o alle mura, vallo, 
cfr. sp. espaldon 'valla artificial de altura y cuerpo correspon- 
diente para resistir y detener el impulso de algun tiro o rechazo, 
lat. agger' (Die. Acd.). Rispetto all'evoluzione ideologica di spaldo 
e spalto da spathulo-, masch. di spathula 'spalla', basterà osser- 
vare che spalla stesso ha un significato molto vicino a quello di 
spalto, e che da 'spalla' 'sostegno' era facile venire a spaldo 

Archivio gloUol. ital., III. 27 



398 Caaello, 

'aporto' 'ballatojo' ecc. Rispetto all'evoluzione fonetica, ci si pre- 
senta subito il sospetto che le due nostre voci vengano di Spa- 
gna, dov'è normale la metatesi di d'I in Id (cfr. espalda tilde 
rolde, come quella di ìi'r in r?i {ticrno tenero ecc.)'. Una ri- 
duzione nostrana di d'I VI a Id vede tuttavolta il Caix, St. d'et. 
52 82, in hiroldo 'salsicciotto', daccanto a harocchio 'salsicciotto' 
e 'treccie avvolte al capo', tutti e due da bis-rotulus. 

Stagnare: stagnare; e stancare, Diez less. I' 397-8, cfr. 
Flech. Ili 147. 

Fracidus: fràcido; fràdicio con traslati che non ha o più 
non ha fràcido, Tomm. 500 507; e frazio 'odore spiacevole spe- 
cialmente di cose mangerecce', Caix st. d'et. 108. Per lo z sonoro, 
e non sordo, come si attenderebbe da é, v. Flecii III 325-6 n. 2. 

Sucidus: sùcido; sudicio; e sozzo da. sud' ciò, v. Flech. 1. e. 

116. Epentesi. Danno occasione ad allòtropi sedici casi di epentesi, ora di 
Tocali (t e), ora di consonanti {r n l b d). La qualità del suono che viene im- 
messo nella parola è sempre determinato dalla sua affinità coi suoni attigui. 

Chris ma: crisma l'olio consacrato; e cresima cresma il sa- 
cramento. Notevole in questa voce ecclesiastica l'^per ^ da 2 in pos. 

Phantasma: fantasma; e fantasiyna che, come vuole la sua 
forma popolare, non ha l'accezione filosofica di 'fantasma'. 

Asthma: asma asima specie di malattia; e ansima (con in- 
fluenza di ansia) passaggera difficoltà di respiro. 

Cifr voce arab. (cfr. Diez less. P 126): cifra numero grosso, 
scrittura segreta; e cifera coli' ultimo significato. 

Mitra: mitra mltria il berretto episcopale; e m'itera mitra, 
un berrettone di carta che si metteva in capo ai condannati, 
e quindi 'uomo da forca'. 

luxta: giusta avv., voce dei lett. ; e giostra, Diez less. P 210. 
Ma probbailmen te p^'os?r« non viene direttamente da. juxia, bensì 
attraverso giostrai^e. 

Caelestis: are. celesto^er 'celeste"; e cileslro color di cielo. 

Aditus: àdito accesso; e àndito androne, cfr. gombito da 
cubito, rendere da reddere. 



* Il Diez, less. IF 68-9, ravvicina dubbiosamente spaldo e spalto al ted. spalc, 
come già avea fatto il Blanc (Voc. dant.). C. Michaei.is (Studien p. 70) iden- 
tifica invece, senz'altro, spalto (forse in quanto dice pavimento; con asphaltur^. 



Allótroj-'i ; AcciJ, fon. generali, Epeutosì. 30% 

Flaccus: fiacco agg.; e fianco quasi la parte più debole del 
•corpo, secondo la spiegazione del Diez, loss. P 177. 

Encaustura: encàusto; e inchiostro, Diez less. P 236. La 
doppia epentesi di l ed r (enc-l-ost-r-o) è dovuta probabilmente 
all'influenza di claiistrum chiostro, il luogo dove nel medio evo 
s'era rifugiata l'arte dello scrivere ''. - L'ant. it. ha incosto che 
il Fanf. battezza alla lesta per corruzione à' inchiostro. 

Facula: facola terna, astron.; fiàccola (da facula); e l'are. 
fai cola face, candela. 

Rememorare: rimemorare richiamare alla memoria; e ri- 
nieinbraiyi (da remeni'rare) ricordare. 

Simulare similare: similare simulare; e sembrare, Diez 
Itìss, P 377-8 e Asc. II 406-7. — Molte coppie d'allòtropi danno i 
derivati paralleli e i composti di questi verbi, quali: simulante, e 
sembiante prtc e sost.; assimilare, e assembrare ecc Cfr. p. 31 1. 

Opaous: opaco agg.; e òmbaco sost. luogo a tramontana, 
luogo ombroso, ombra, v. Flech. II 4. 

Fehu a. a. ted., longob. -fu (Diez less. P ISO-Sl): fio che 
anticam. disse anche 'feudo' 'tributo', ed ora significa 'pena' nella 
frase 'pagar il fio' ; e fèudo. 

Clavus: are. cluvo chiavo cliiovo (da clau-o); e chiodo (da 
chio-o) con sensi traslati cho mancano alle forme arcaiche, p. e. 
chiodi 'debiti'. 

117. Prostesi. Dà occasione ad allòtropi la prostesi di s, difficile per lo 
prìi a distinguere dal s-=-ex; e quella di a-. Sei gruppi d'allòtropi. 

Cocio -nis: co'zzone sensale di cavalli; e scozzone chi doma 
cavalli ; v. Diez less. I' 144, che in scozzone vede un composto 
con ex. 

Pilorcio- (da pillisi): 'pilorcio avaro, pilorci ritagli di pelle 
che si adoperano come concime (Fanf.); e spilorcio taccagno. 



* È un'ipotesi n>olto graziosa, ma non aKro. Tutti sappiamo «he il passar di 
-sto ecc. in -stro ecc. è quasi un vezzo di lingua italiana: balista bale- 
stra ecc. Quanto poi all'epentesi del l {encos- enclos-)^ c'entrerà veramente 
claud claus-tro; raa non per il vincolo civile che sia fra il 'chiostro' e T'in- 
chiostro"; bensì per l'influsso fonetico che la frequentissima forma o ridu- 
zione radicale claud- ciuci- claus- clus- esercita sopra vocaboli di etimologia 
non chiara per il volgo, nei quali sia il nucleo citrf- cits- caus-. Cosi avviene 
che ine u due incunne tMcwmne (v. p. 3G9n, e Arch. II 432n) diventi includae, 
re enclume, cat. enchtsa. G. J. A. 



400 Canelio, 

Portello-: portello; e sportello. 

Quadri] s: quadro -«; e squadro -a. 

Lares: laìH gli dei domestici, la casa; salari (con influenza 
di ala), tose, arali, i capifuoco. 

Laurus: lauro; e alloro (l'alloro = la-loro = illa-laurus). Lau- 
ro entra in espressioni dotte, come lauro ceraso, lauro cas- 
sia ecc., nelle quali alloro non starebbe; e viceversa alloro in 
frasi popolari, dove non potrebbe essere surrogato da lauro. 

118. Apocope. Intacca specialmente il de finale, cfr. bontà citta, dove tut- 
tavia ci può essere stata influenza dei corrispondenti nominativi bontà- citta- 
da bonitas civitas, Asc. II 438. In altre voci, che si usano procliticamente» 
l'apocope è solo apparente. Nove casi d'allotropia. 

Merces -edis: mercéde premio, compenso; e mercé grazia 
(cfr. merce-iua merce-mìa ecc.). 

Fides: fede\ e fé (cfr. af-fe-mia af-fe-di-Bio, ecc.), che manca 
di parecchi significati traslati di 'fede', p. es. fede, e non fé, 
di nascita ecc. 

Pes: piede sost.; e pie che s'adopera in frasi avverbiali. Il 
-de sarà forse imprima caduto nelle combinazioni proclitiche, 
come appie-del-mònte ecc. 

Classicus clàssico agg. e sost.; e chiasso rumore, attrav. 
il prov. clas, Diez less. P 124. Ma l'apocope sarà solo apparente,, 
dovendosi classico normalmente ridurre in Francia a clas- 
si-o class] clas. 

Sanctus: santo agg. e sost.; e san agg. In questo, e negli 
esemplari che seguono, è affatto chiaro che l'apocope sia solo 
apparente. In Santo-Pietro ecc. è caduto prima l'o protonico, 
cfr. n. 26, e dovette quindi tacere anche il t. 

Soror: suora, are. suoro, sorella, monaca ; e suor, proclitico, 
monaca. 

Frater: frate (che può essere tanto da frater quanto da 
fratre-, cfr. deretano da retro) fratello; monaco; e fra., pro- 
clitico, monaco. Cfr. il n. 2. 

Pre sbyter: prete, are. preite priete, sacerdote, e una spe- 
cie di scaldaletto; e pre, proclitico, prete. 

Magis: mai; e ma, congiunz. proclitica, cfr. Diez less. P 259- 

119. Sdoppiamento e raddoppiamento di consonanti. I cinque casi che 
d anno occasione ad allòtropi, mal si possono ridurre a categorie determinate. 
Palli um: pallio il mantello degli antichi Greci e Romani e 



Allòtropi: Accid. foa. generali, Sdoppiam. e Raddopp. 401 

il mantello pontificale; e palio il panno o bandiera che si dona 
ai vincitori delle corse equestri, e la gara alla corsa. Palio par 
voce semi-letteraria, con l scempiato dal popolo. 

Co Ila ti o: collazione conferimento, raffronto, conferenza; « 
colazione colezione colizione il mangiar leggermente che si fac- 
cia fuori del pranzo e della cena. Secondo il Littré (dict. s. col- 
lation, 2), collatio sarebbe stata dapprima una 'conferenza' che 
i frati facevano la sera, dopo la quale prendevano qualche rin- 
fresco; e tanto il fr. collation (\nd,nio ì\ nostro collazione (e non 
colazzone) hanno forma non popolare, qual'era da attendersi in 
una voce uscita da' conventi.' — Abbiamo anche collazionare 
rafrontare, dacc. a colazionare far colazione. 

Birr-ett-ino- (cfr. Diez less. P 62 94): berrettino piccolo ber- 
retto, e agg. bigio, malizioso; e berettino agg. bigio ecc. 

Brutus: bruto agg. grossolano, brutale, e sost. animale; e 
brutto. Il raddoppiamento qui è normale, come in venni legge da 
veni lège- e serve a compensare la lunghezza originaria della 
vocale. 

Agio- (d' etimo incerto): agio; e aggio, onde il fr. agio agiot, 
Djez less. P 10. È però singolare questo gg. 

120. Vocali assorbite e fuse. In due casi la vocale più forte assorbe 
la più debole, in un altro le due vocali danno origine a un suono intermedio. 

Aerea: aerea agg.; ed aria sost. - L'accento sembra op- 
porsi recisamente a questa spegazione di aria, già proposta dal 
Diez less. P 7; ma bisognerà supporre, che aere- si fosse già ri- 
dotto ad are'y prima di ricevere il suff. -ìa\ e cosi si spiegherebbe 
anche il perchè ci manchi la riduzione che sarebbe voluta da un 
a[e]rea d'antica, età [ara o aja). Ne resulterebbe però che aria 
consti della stessa materia, ma pur non sia coevo di aerea. 

Brogilo- broilo- (Diez less. P 88): brolo; e broglio. 

Tram a. fr. (cfr. Diez less. P 42 1 ) ; tràino; e treno (fr. mod. train). 



' La mancanza d'un ital. collazione merenda, e la quasi costante grafia 
fr. ant. colation per collation colazione, fa sorgere il sospetto che l'etimo 
vero sia colatione- quasi brodo, zuppa, cfr fr. souper da soupe. Più tardi i 
frati, specialmente in Francia, avrebbero confuso colatio con collatio confe- 
renza, però che le due cose si facessero consecutivamente. 

- Esiste realmente un ant. ital. are; Dante, Vita nuova, cap. xxiii: Radergli 
augelli volando per l'are'. (Nel Diz. it. del Tomm. si cita questo luogo, ma con 
J'erronea indicazione: V. N. cap. 28.) 



403* Caneiro'» 



VI. Saggio di allòtropi 

DOVUTI A RAGIONI MORFOLOGICHE. 

Oltre gli allótrojii fiu'ora discorsi, altri no abbiamo, che, pur non rispon- 
dendo esattamente alla nostra definizione (p. 298), non pare si possano esclu- 
dere del tutto dal nostro studio. Si tratta di tali coppie di parole, che noa 
risalgono veramente a un'unica forma d'una data base, ma bensì a due di- 
verse sue forme, le quali dipendano o dall'antica sua flessione o da nuovi 
impulsi analogici e ideali. Di questa specie di allòtropi imperfetti, ci con- 
tentiamo di dare un qualche saggio. 

121. Passaggiodalla terza al)a prima o alla seconda deeliuazione. 
Il motivo di questo passaggio è per lo più doppio. In primo luogo, ai sost. 
e agg. maschili delia seconda veniva dal gran numero la forza di attrarre 
nella loro analogia i maschili della terza; e similmente la gran serie dei fe- 
minili della prima attraeva nella sua analogia i feminili della terza. In secondo 
luogo, sostituendosi all' -e della terza V-o o ì'-a della seconda e della prima, 
si otteneva una più sicura determinazione del genere. 

Alacer àlacre: e allegro. 

Caespes: cespite; e cespita specie d'erba. 

Callis: calle; e calla callaja. 

Comes: conte cómitc; e còmito il comandante della ciurma 
navale. 

Con sul: cònsole; e consolo comunem. quello delle repubbli- 
che medioevali. 

Crinis: crine; crino quello de' cavalli, preparato per usi 
industriali; e crina la cresta (quasi la criniera) de' monti. 

Fustis: fusto; e fusta specie di navilio, Diez less. V 192. 

Glans: glande ghiande; e ghianda. 

Laus: laude lode; e lauda loda. Lodo 'collaudo' è novella- 
mente estratto da lodare. 

MoUis; molle agg.; e molla sost. 

Nux: noce; e nuca, Diez less. P 292. Ma nuca, più facil- 
mente che da nuce-, si spiegherebbe da nux, come radica da 
radia:, v. Asc. II 435. 

Sors: sorte; e sorta qualità. 

Vestis: veste; e vesta. 

122. Forme plurali passate a fungere da singolari. Si tratta, per 



Altótropi imperfetti. 403 

Qorraa, di neutri della seconda e della terza, che cosi entrano nell' analogia 
dei femioili della prima; v. Diez gr. Il-' 23. Si hanno, però, anche esempj di plur. 
maschili della seconda, o fem. della prima, passati a funzione di singolare. 

C la US t rum: claustro chiostro; e chiostra. 

Ficum : fico; e fica. 

Folium: foglio, l'artificiale; e foglia, quella di natura, o 
sottil lamina di metallo. 

Granum: grano; e grana. 

Odium: odio; e uggia n. 49. 

Pomum: pomo; e poma mela e forse testa in 'poma piatta' 
gioco fanciullesco d^tto anche 'rimpiattino'. 

Spolium: spoglio n. 90; e spoglia. 

Velum: velo; e vela. 

Mirabilis: mirabile; e meraviglia. 

Mobil is: mobile; e mobiglia, onde poi anche mobiglio. 

Ala: ala pi. ale; e da alae il sing. ale, pi. aii. Per lo 
sottili differenze di significato, v. Tomm. 4960-1. 

Hora: ora; e da horae l'are, ore (sing.), del quale pajon 
sussistere le tracce in ancore tuttore ancor tuttor, daccanto ad 
uncora ecc. Tuttavia era possibile che ora mutasse il suo -a 
in -e, e poi lo perdesse, in qualità di avv. proclitico. 

Arma (neutr. pi.): arma anche 'insegna' 'blasone'; e dal suo 
pi. arme, il nuovo sing. arme, pi. armi. 

Poma (neutr, pi.) :^oma s. fera.; e dal suo ^X.pome., il nuovo 
sing. pome pomo, e un ballo contadinesco, una specie di lotta 
in partita che si faceva a Firenze. 

123. Dietro l'esempio dei molti fem. in -a ricavati da plur. neutri di sin- 
golari in -0, che in ital. sono maschili, altri femiiiili in -a si sono ricavati 
anche da nomi di qualunque natura uscenti in -o. Per un ju-ocesso inverso, 
s'ebbero anche pochi casi, in cui dai fem. in -a si ricavarono dei maschili 
in -0. 

Circulus: cerchio n. 58; e cerchia, che tuttavia potreb- 
b' essere anche novellamente ricavato da cerchiare. 

Fructus: frutto; e frutta i frutti che si portano in tavola. 
Il pi. 'le frutta' farebbe veramente credere che il sing. frutta 
sia da un fructa- neutr. pi. di fructum per fructus. 

Modus: modo; e moda. 

Murus: tnuro; e mura, che però si sarà svolto da murus 
-come frutta da fructus, cfr. il pi. 'le mura'. 



404 Cunello, 

Ramus: ramo; e rama, cfr. 'le ramora'. 

Rhythrau s: ritmo ritimo \ e rima, cfr. tuttavia il Diez, less. 
V 351-2. 

Titio: tizzo stizzo; e stizza rabbia, quasi animo ardente, 
cfr. Diez less. P 416. 

Vapor: vampo, 'menar vampo' insuperbire; e vampa fiam- 
mata, cfr. Diez less. IP 78. 

Causa: cosa n. 24; e coso. 

Coxa: coscia; e coscio la coscia dell'animale, preparata per 
vendere o cuocere. 

Cuppa: coppa; e coppo, Diez less. P 138. 

124. Talvolta l'italiano è riuscito a distinguere foneticamente due forme 
latine, una in -us e l'altra in -um, che si venivano a confondere nel basso- 
latino d'Italia. Tal altra l'italiano riesce a divariare due basi sostanzialmente 
identiche, l'una delle quali già esisteva nel lat. con -mn od -its, e l'altra le è 
sorta accanto in età in cui il neutro e il maschile non si distinguevano più, 
cfr. p. 304-5. 

Aquarius aquarium: aquario acquaiolo; e acquajo. 

Apiarius a pia ri um: apmjo chi ha cura delle api; e aj9i(2- 
rio alveare, arniajo, e anche apiajo, cosicché la distinzione non 
è riuscita che a metà. Lo stesso si dica dell'esemplare che segue. 

Cellarius cellarium: cellario cigliere cantina, celliere 
-i -0 cantina, dispensa; e cellajo cantiniere, ma anche cantina. 

Armarium armario-: armario armadio; e armiero fab- 
bricatore d'armi, soldato. 

Leporarium leporario-: leporario leprajo parco; e le- 
vriero cane da lepri'. 

125. Reliquie della flessione per casi. Abbiamo dei casi isolati, come 
ogni da omnis, daccanto al moderno latinismo omnibus omnibus *a tutti'; 
egli il da ille, daccanto a loro illorum; e sim. Più abondanti sono gli 
allòtropi da basi di sostantivi imparisillabi della terza, in cui l'un termine 
riflette il nom. o nom.-acc. sing., e l'altro una forma comune che risultava 
dal conguagliamento fonetico dei casi obliqui o di parte di essi; vedine Ascoli, 
II 434 segg. Ma solo in poche di queste coppie i due termini vanno distinti 



^ A p. 308, seguendo il Diez, less. P 248, abbiamo dato per latino senz'altro 
un leporarius; ma il Diz. lat. non ha veramente che leporaria, attributo d'una 
specie di vite (Serv., ad Virg. Georg. 2, 93). Per trovare il leporarius 'ha- 
senhund' del Diez, bisogna venire alla lex sai. che ha 'canis lep,' (v, Ducange- 
Henschei. s. canis). 



Allòtropi imperfetti. 405 

anche per significato. Citiamo: cespo e cespite da caespes; vampo e vapore 
da vapor; duolo e dolore da dolor. 

126. Da uno stesso verbo si estraggono due o più sostantivi, che si distin- 
guono per la vocal finale, che determina il genere, ed altrimenti. 

Gridare {quiritare): grido; 6 grida. 

Chiamare [clamare)', chiamo; e chiama. 

Chiappare (cfr. Diez less. IP 20 e Caix St. d'et. 16): chiappo 
guadagno, presa; e chiappa guadagno, e prominenza deretana. 

Restare: resto avanzo; e 7'esta, della lancia. 

Retinere: ritegno; e rédina, are. rètina, dei cavalli. — 
La stessa base parrebbe avere la retina dell'occhio, che taluni 
proferiscono rètina, altri retina. Ma questa voce apparisce assai 
tardi nell'italiano, e par ricavata da rete, e collegata poi, per 
saccenteria etimologica, con retinere. 

127. Da un sost. agg. o avv. latino, che ha il suo normale riflesso in un 
sost. agg. avv. italiano, è stato derivato un verbo, dal quale poi si estrae 
un nuovo sost., di somma fonetica identica a quella del sost. o agg. od avv. 
primitivo, V. p. 298. 

Crotalura crocchiare (Diez less. IP 23): crotalo; e croc- 
chio in quanto dice Tumore di vaso fesso'. 

Cura-rotulus crollare (Diez less. P 145): crocchio circolo, 
adunanza, Caix St. d'et. 52; e crollo scotimento, rovina. 

Stridui US strillare (Diez less. IP 72): stridulo agg.; e 
strillo sost., cfr. n. 112. 

128. Di frequente si riproduce nell'italiano la combinazione che già c'era 
in un composto latino, il quale ha pur esso nell'ital. il buo continuatore. 

Commendare: commendare; e comandare (per com-man- 
dare). 

Ex-primere: esprimere; e spremere. 
Receptare: ricettare; e ricattare. 
Acceptare: accettare; e accattare. 



INDICE 

DEGLI ALLÒTROPI ITALIANI.' 



acacia 388. 
acchitarsi 317. 
accìajo 303. 
acciaro 303. 
acciuffare 379. 
acquietarsi 317. 
acro 370. 
acuto 370. 
adito 398. 
aerea 401. 
aggio 401. 
agio 401. 
agocchia 35 L 
agro 370. 
agucchia 35L 
aguglia 351. 
aguto 370. 
aja 303. 
ajuola 303. 
ajutante 331. 
aitante 331. 
alari 400. 
albeggiare 373. 
albicare 373. 
alece 317. 
alenare 397. 
alena 897. 
alice 317. 
alidezza 360. 
alidire 360. 



alido 360. 
alleanza 374. 
alleare 374. 
alleato 374. 
alleganza 374. 
allegare 374. 
allegato 374. 
alligare 374. 
alligato 374. 
alloro 400. 
alm^ 329. 
alterezza 342. 
alterigia 342. 
amatita 392. 
ambiare 359. 
ambio 359. 
ambulare 359. 
ambulo 359. 
ammainare 321. 
ammenare 321. 
amoroso 391. 
anatomia 391. 
andito 398. 
anelare 397. 
angoscia 339. 
angoscioso 339. 
angustia 339. 
angustioso 339. 
anima 329. 
ansima 398. 



aasola 366. 
ansula 366, 
apparecchiare 353. 
apparigliare 353. 
apoticario 303. 
apozzima 391. 
aragna 391. 
araldo 337. 
arancio 391. 
aranea 391. 
arcajo 303. 
arciere 303. 
area 303. 
arena 316. 
areola 303. 
argentario -a 303-4. 
argentiera 304. 
argentiere -o 303. 
aria 401. 
aridezza 3G0. 
aridire 360. 
arido 360. 
aringo 323. 
arista 391. 
armentario 304- 
armentiere 304. 
arpare 376. 
arraffare 376. 
arrampare 376. 
arrappare 376. 



^ Sono stati esclusi da quest'indice gli allòtropi inesatti, e tutti quegli 
esemplari la cui identità etimologica non paja sicura o per lo meno grande- 
mente probabile. Vanno contraddistinte con asterisco poche coppie che nel trat- 
tato furono scordate. 



Indico degli allotropi italiani. 



407 



articolare 351. 
articolo 351. 
artigliare 351. 
artiglio 351. 
ascenaa 366. 
ascesa 366. 
asciolvere 365. 
asinajo 304. 
asinario 304. 



asola 360. 
asolare 365. 
assemblea 311. 
assembrata 311. 
assolvere 365. 
astajo 307. 
astario 307. 
astuccio 347. 
atomo 335. 
attillare 354. 
attimo 335. 
attitolare 354. 
attonito 391. 
aura 328. 
auricula 351. 
avale 334. 
aversiere 803. 
avversario -a 303. 
azienda 363. 
azzuffare 379. 

bacajo 304. 
bachiero 304. 
bacchio 351. 
baculo 351. 
bagagliajo 304. 
bagagliere 301 
baggiolo 335. 
bajalo 335. 
balestra 321. 
balestrajo 304 
balestriere 304. 
balio 335. 
balista 321. 
balla 381. 
bambioaja 301 



bambinéa 304. 

banca 381. 

bancario 304. 

banchiere 301. 

*barco (Diez less, V 305). 

baruffare 397. 

befana 389. 

bellico 392. 

berettino 401. 

berillo 331. 

berrettino 401. 

bestia 339. 

bestiajo 304. 

bestiario 304. 

bescio 340. 

bevigione 343. 

bevizione 343. 

biancomangiare 313. 

biante 362. 

biasimare 363. 

biavo 328. 

bicchiere 381 

bieco 392. 

biffa 363. 

bifolco 382. 

biglietto 390. 

bill 390. 

bindolo 363. 

bioccolo 359. 

bioscio -a 359. 

biscia -0 339-40. 

blasfemare 363. 

blu 328. 

bobolco 382. 

bocchd 364. 

bolgetta 390. 

borsello 318. 

borsiglio 318. 

boschetto 304. 

bossolo 327. 

boto 362. 

bottegajo 303. 

bozzima 391. 

bozzina 391. 

bracciale 373 

brachiale 373 



bramangiere 313. 
brezza 392. 
brillo 331. 
broglio 401 . 
brolo 401. 
bruto 401. 
brutto 401 
budget 390. 
buró 311. 
burello 350. 
buró 350. 
burraia 311. 
bussolo 327. 

cabina 315. 
cacciatoja 337. 
cacciatora 337. 
cadréga 385. 
caduco 387. 
caffetto 380. 
caffo 379. 
cagione 338. 
cajéra 385. 
calamajo 305. 
calamo 329. 
caldajo 305. 
caldo 329. 
calidario 305. 
calido 329. 
calmiere 305. 
calmo 329. 
calonaco 333. 
caluco 387. 
camarilla 318. 
camera 372. 
camerajo 305. 
camerario 305. 
camerella 318. 
cameriere 305. 
camerlingo 323. 
caminata 312. 
cancellare 372. 
canchero 360. 
cancro 360. 
candelaio 305. 
candeliere 305. 



408 



Canello, 



canicola 372. 
canonico 333. 
canovajo 305. 
canoviere 305. 
capanna -o 315. 
capecchio 352. 
capellaja 305. 
capelliera 305. 
capetto 380. 
capitano 331. 
capitolo 352, 
capo 379. 
cappellaja 305. 
cappelliera 305. 
capréolo 389. 
capriòlo 389. 
captivare 387. 
captivo 386. 
caibonajo -a 306. 
carbonaro -a 306. 
carbonchio 352. 
carbuncolo 352. 
carcerario 306. 
carcei'iere 306. 
carnajo 306. 
carniere 306. 
carraja 306. 
carré 314. 
carriera 306. 
carrozzajo 306. 
carrozziere 306. 
cartello -a 318. 
cartiglio -a 318. 
cartolaio 306. 
cartolare 306. 
cascina 338. 
caseina 338. 
cassajo 305. 
cassiere 305. 
cassettone 331. 
castone 331. 
catedra 385. 
cattano 331. 
cattivare 387. 
cattivo 386. 
causa 328. 



cavaliere -o 304. 
cavallajo 304. 
cavallaro 304. 
cavea 337. 
cavicchia 352. 
caviglia 352. 
cavo 379. 
celesto 398. 
centenario 306. 
centinajo. 306. 
ceppo 321. 
cerchiare 352. 
cerchio 352. 
cerebello 331. 
cereo -a 317. 
cero 317. 
cerusico 373. 
cervello 331. 
cesso 395. 
cetra 389. 
chetare 316. 
cheto 316. 
chiàito 358. 
chiamare 351. 
chiantare 358. 
chiatto -a 358. 
chiasso 400. 
chiavajo 306. 
chiavica 389. 
chiaviere 306. 
china 395. 
chiodo 399. 
chiosa 356. 
chirurgico 373. 
chitare 317. 
chitarra 380. 
chiusura 351. 
ciambellano 323. 
ciambra 372. 
ciancellare 372. 
cianta 358. 
cibario -a 306. 
cibo 320. 
cibrèo 306. 
ciera 317. 
cifera 398. 



cifra 398. 
cilestro 398. 
ciraineja 312. 
cinghiale 356. 
cinghio 356. 
cingolo 356. 
ciniglia 372. 
cinquina 395. 
cipiglio 397. 
cipollajo 304. 
cipoUaro 304. 
cippo 321. 
circolare 352. 
circolo 352. 
cisma 374. 
ciufFetto 379. 
ciuffo 378. 
civaja 306. 
civéo -a 306. 
clamare 351. 
classico 400. 
clausura 351. 
clavicola 352. 
davo 399. 
cloaca 389. 
clown 323. 
co 379. 

coagulare 372. 
coatto 372. 
cobbola 358. 
cognito 329. 
colèra 389. 
còllera 389. 
collocare 349. 
colombajo 306. 
colombario 306. 
colono 323. 
cplto 326. 
coltre 397. 
coltrice 397. 
commiato 312. 
comparare 329. 
compiegare 357. 
compieta 357. 
compimento 357 
compire 357. 



compito 329. 
completa 357. 
complicare 357. 
complimento 357. 
complire 357. 
composito -a 329. 
composto -a 329. 
comprare 329. 
computo 329. 
confermare 322. 
confìrmare 322. 
conflato 370. 
congedo 312. 
coniglio 352. 
couservatojo 337. 
conservatorio 337 
consomé 312. 
consumare 312. 
consumato 312. 
consummare 312. 
consummato 312. 
contenente 333. 
continente 333. 
conto 329. 
coppia 358. 
copula 358. 
corazza 348. 
corcare 349. 
coriacea 348. 
corona 323. 
coronajo 307. 
coronario 307. 
corpetto 364. 
corsaro 307. 
corsetto 364. 
corsiere 307. 
corsia 362. 
corsiva 362. 
corteare 373. 
corteggiare 373. 
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