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Full text of "Archivio glottologico italiano"

HANDBOUND 
AT THE 



UNUERSITY OF 
TORONTO PRESS 



ARCHIVIO 

GLOTTOLOGICO ITALIANO. 



DIRETTO 



DA 



Gr. I. ASCOLiI. 



VOLUME NONO. 




ROMA, TORINO, FIRENZE, 
ERMANNO LO ESCHER. 



ISSO. 



Riservato ogni clirltto eli proprietà 
e eli traduzione. 



re 
R7 



MILANO, TIP. BERNAEDONI DI C. REBESCHINI E C. 



SOMMARIO. 



La Passione e altre antiche scritture lombarde, edite da C. Sal- 

VIONI Pag. 1 

D'OvmiO, Ricerche sui pronomi personali e possessivi neolatini » 23 

Ascoli, retia, retiare, retiaculum » 102 

Ulrich, Annotazioni alla Susanna, testo ladino, varietà di 

Bravugn » 107 

IVB, L'antico dialetto di Veglia » US 

Salvioni, Saggi intorno ai dialetti di alcune vallate all'estremità 

settentrionale del Lago Maggiore » 188 

GUAENERIO, li dialetto catalano d'Alghero » 261 

Bianchi, La declinazione nella toponimia toscana » 365 

Morosi, Emendazioni e complementi alle sue 'Osservazioni e ag- 
giunte', concernenti la 'Fonetica dei dialetti gallo-italici 

di Sicilia di 6. de Gregorio' » 437 

Salvioni, Indici del volume » 441 



LA PASSIONE 

E ALTRE SCRITTUnE JLOMBA.n,DE, 

che si coutengono in un codice della Bibliot. comun. di Como; 



EDITE DA 



C. SALVIONI. 



Avvertenza dell' editore. 

Un codice membranaceo della Biblioteca comunale di Como contiene: 
a) una meditazione sulla Passione di N. S.; b) una esposizione del Decalogo; 
e) una Canzone d'argomento sacro, in nove quartine. Si compone il codice 
di 34 fogli scritti, più alcuni in bianco; il formato s'accosta a quello di un 
moderno dodicesimo; il carattere è il romano tondo, e la lezione non delle 
più scorrette. Tutto mostra che non andassero errati il Mocchetti, il Monti 
e il competentissimo bibliotecario della Comense, il dott. Francesco Fossati, 
facendo risalire il nostro codice al XV secolo. — La Passione va per 46 fo- 
sti, adorni di trentuna vignette. La facciata anteriore del 46» è tutta occu- 
pata dalla vignetta di chiusa; la posteriore è bianca. L'esposizione del Decalogo 
prende sette fogli intieri, più la facciata anteriore e parte della posteriore 
del foglio successivo. Non v'ha nessuna indicazione di tempo o di luogo, o 
d'autore o copista. Solo nella Passione [81, 90] vediamo alludere a sé stessi 
e chi ha ordinato e chi ha composto l'operetta; ma il fanno per modo che 
non se ne possa cavare alcun criterio circa l'esser loro. Qualche divergenza 
idiomatica, tra la Pass, e il Dee., permetterà bensì la supposizione che si 
tratti di due autori diversi. — Nei due terzi che rimanevano della facciata 
in cui finisce il Decalogo, e nelle due facciate susseguenti, è contenuta la 
rozza Canzone ; e il carattere e la lingua ne dicono con tutta evidenza che 
sia cosa aggiunta in età a noi più vicina. 

Nel 1836, Rosalinda Mocchetti, nata Cioffio, procurò, con intendimenti 
non altro che religiosi, un ristretto di versione italiana della Passione, con 
l'aggiunta di un' appendice, nella quale è detto del codice, e sono riprodotti 
dei saggi del Decalogo e della Canzone, portati però a forma italiana*. Della 



* Sì la traduzione, non sempre letterale e fedele, e sì l'appendice, son 
Archivio glottol. ital., IX. 1 



2 • Salvioni, 

Passione parla più tardi anche Pietro Monti, nel suo Vocabolario a pag. xxxu- 
xxxiii, e ne offre una mostra, ih. xli. 

Qui inlaulo si riproducono, con esattezza diplomatica*, le anzidette tre 
scritture. Le annofnzioni o illnstraz4oni, concernenti il loro dialetto, si com- 
prenderanno poi, con le debite distinzioni, tra quelle à-eW Antica parafrasi 
lombarda del ^ Neminem laedi nisi a se ipso' (VII 1-120), che avrò io me- 
desimo l'onore di aramannire ai lettori dell'Archivio. Subentrerò così al pro- 
fessore FoERSTER, che ne è stato distolto da altre sue cure e mi ha voluto 
proporre egli medesimo a codesto officio. 

G. S. 



veramente opera del marito della GiolBo, Francesco Mocchetti, dalla cui li- 
breria il ms. è poi passato nella Comunale di Como. Il libricciuolo, dedicato 
alle monache salesiane di Como, presso le quali la Cioffio era stata educata, 
è divenuto oggi alquanto raro, tirato come fu a soli 100 esemplari e forse 
non mandato in commercio. S'intitola: Meditazioni sulla Passione di JS. S. 
Gesù Cristo, tolte da un ms. del Mcccc, in pergamena, e dal dialetto co- 
masco recate in volgare italiano. 

* Si sono però sciolte le ^ legature ', sempre quando sicuramente si poteva; 
e così: ede e de, elnaueua el n aueua, chella che-Ila (che la), eo e o (io 
ho); ecc. 



Anlichi testi lombardi. 



[Tua Passione.] 

[1] Questa e una meditation de In passione del nostro segnar Jesu Criste 
in uulgare segondo le sete hore del di. In prima a matutin se de di. Anima 
ke [2] uore uegni a perfition se reduga al confanon zoe ala croxe in la 
quale morite lo nostro segnor per nu miseri pecaduri. In prima di andar 
con lo spirito ala cena amara e dolorosa a cena cum Juda traditore a date ^ 
amaystramento ke tu di perdona a zascnna persona. Or passa lo torrente 
Cedron in 1 orto consego ala oratione. E uedere lo to segnore sta in zenu- 
gion suspirando e tremando expectando responsione. L angelo donzello a 
•corto lo consola digando che el e de uolenta de deo padre cliel debia portare e 
sofrire pena e tormento per li miseri peccadu. Allora considera anima sancta ^^ 
spoxa de ybesu criste lo angososo sudore. [3] Possa cbel mondo fo mondo no 
lo ni mai sera cossi amaro sudor ke luto se conuerti in sangue ni fo may oyuo 
dir ni trouao scripto ke la persona sudando lo sudor se conuertisse in sangue 
seno al nostro segnore. Ma zo no fo altro seno [4] ke uedando la pena e 
lo dolore e la derrexion chel deueua portare su la soa bella persona ke 15 
lo sudor se conuertisse in sangue. anima sancta spoxa de lo segnor uà 
apresso de lo to segnor e domanda sego pianzando e suspirando. creator 
meo padre me allegreza mia. Quente pagura quente stremimento e questo? 
que[n]te sudore doloroso e questo. El te respondera filia mia pìanze comego 
insema li toy peccai che per ti debio sofri la più obscrura [obscura] morte la 20 
più soza la più dolorosa morte che may auesse nessun mal fatore ni nesun 
malendrin. E se tu planzare comego insema in questo orto tu te porre alegra 
comego insema in paradixo. Ueni sponsa christi lacrymis tuis lana faciem 
domini porrige [5] sudarium. Anima sancta lana de lagreme lo uixo del to 
6[e]gnor . suga la fagia soa con un pano e di con gran fiduxia. padre 25 
meo no abi pagura che uu uenzeri ben questa dura batalia. No si uu ben 
che lo padre porta fadìga e pena per li soi filioli in questo mondo. E uu 
segnor ani metudo nu peccaduri in questo mundo . et imperzo no uè spa- 
uente tosto passara questa lesnada tosto passara questa tronada no si uo 
ben uegando a impij la scriptura de profetie. Tuta la scriptura dixe ke aui 30 
uogluo nasse de la uergene maria per portar pena e doUor per nu. se- 
gnor no uè faza male questo tormento pensando lo guadagno che uu fé per 
nu. Aregordeue segnor ke uu si digio che uu [6] si uegnuo a cercha quello 
ke periua che uu uè compare ala dona ke aueua pcrdu la dragma soa. La 
pegora perdua uu la si uegua [uegnua] a troua . e mo ke uu 1 aui quaxe 35 
frouada uu uè stremi uu treme de pagura. [7] Ti spoxa pianzando no 



4 Salvioni, 

dorme coni fé li apostoli ni 1 alìandoiia fin cliel sia uiuo. Tu uedere li 
apostoli adormcntai pcrzo ke podio de amor erano intiaraadi ed imperzo 
tngi sen t'ugiu de pagura. Tu uedere ci-isto uegia e con tremor saspira. Or no 
abandona lo to segnor se tu uo esser consego crucificada domanda quen gratia 

5 fu uo e tuto lo aure dal to segnor. Or uà * prega deo per li toy morti e 
per li toy uiui coni te piaxe. Stando con lo to spoxo e sego pianzando te dira 
dorme un poclio filia mia sposa mia clie no me uo abandonare in questa 
grande angustia. Bormio un pocho a li so pey el te domanda con la uose 
tremando. spo.xa tu dormi cosi forte lo tractore [traitore] iuda no [8] dorme 

10 miga . ma inanze sa niaza de lueteme in man de li zudei maluaxij e cani 
inigi. Or basta no dorme più ma sta in oratione a zo ke tu non intre 
in teraptation. [9] Parlando criste contego insema el fu uegnuo una grande 
compagn[i]a de malandrini con grande uoxe cridaudo e biastemando con 
lanze e eoa lanterne e altre arme asse . ma ti anima e sposa di al to se- 

15 gnor. meser me bon que uà cercando questa compagnia elo te respon- 
dera digando tu lo saure ben tosto incontanente. E cossi digando el ariua 
iuda spixor de cristo e ze a dire paxe al so maystro con saludo doloroxo 
e falzo digando. De te salue maystro. Oye quello respose. Amigo aqu etu 
uenudo a far da questa ora cossi tarde. iuda tu pinsi ke no sapia zo 

20 ke tu uè fazendo el so ben. In questa paxe ke tu me de tu me traysi in 
man de [10] peccaduri Qoe dri gudei. sposa sancta attende le parole . el 
dixe a iuda amigo com elio amigo cliel ordena la soa angossosa morte doncba 
eralo inimigo no amigo. segnore amoroxo inamorao de li peccaduri . e 
che lo giama amigo che tosto robara lo limbo . unde erano li soy amixi . 

25 e lo giama amigo pero chel mena la molta de la nostra saluatiune. Adon- 
cha anima sancta di. iuda traditore tu no dixe nero ke tu no uè per ben 
nesuno ma uu pomo ben dir . che tu ey ben nostro amigo . no miga de 
cristo . ma nostro si. Che tu procuri la nostra redemptione no sapiando ti 
zo ke ti fazi . donde no ten samo grao nesun a ti. Or ascolta cristo par- 
so landò a questa mala compagnia digando. [11] Segnuri que andeuu zerchando 
da questa bora con tanto remore e tanto furore? Respo[n]den quilli mal- 
uaxi gudei. Nu uamo cercando un ladro un gioton uu cristo yhesu nazare[u]o 
ke se fa filio de deo nu gè uoremo dar la mara pasqua. Dixe cristo e sonto 
quello ke uu ande zercando . e in contanente cazeii per terra de grande 

35 tremor e pagura . dixe anchora meser yhesu cristo. Segnuri que andeuu 
cercando responden yhesu nazareno . dixe cristo . e u o za digio ke sonto 
quello que ne piaxe. Allora lo ligano per le mane e un sogeto gè meteno 
in la soa sancta gola . e desprexiadamente lo menen uia uerso la cita. 



1 Nel ms. si leggerebbe piuttosto mi o ni/. Ma uè l'una né l'altra di queste 
lezioni conviene al contesto. Confesso, d'altronde, che il supporre un errore 
del copista e legger uà, la è cosa alquanto forzata. 



Antichi testi lombardi. 8 

Meser san petro Io uosse un podio ayar . el segnor no uosse ma gè [12] 
comando digando gouerna lo gladio to . ke sem uouesse [uoresse] defende 
senza ti. No e tu ueduo com eli cazen porista per terra no cri tu ke me 
padre me daraue gente per defensione ma e no uolio ke uolio mori per 
saluar la liumana generation. Or intende la proheza de san pedro e de li 5 
apostoli . euau za prometuo de no abandonarlo e a[n]dar sego ala morte e 
im preson s el feua bexogno ma sen fuzin com prodomni [?]. spoxa fedele 
guarda mo se tu e caxon de piauze a ueder lo lo amor cosi abandonao da 
li soy compagnon e fi menao con tanto derrexion com el fosse un can e con 
tanfo dexnor fo menao denanze a auna. Gorre poxo e no 1 abandona e si 10 
oyre * ^ anna domandalo de la soa do[13]ctrina e de li so discipuli. No gè uare 
respoude sauia mente ke quello malandrino e sasin gè de una grande mas- 
selada digando. Gioton e ladro comò respondi tu a meser lo uesco. Dixe 
criste [14] per que m e tu dao ke digo ke sempre o predicao in manifesto 
e no may in occulto . la zente san quello ke o maystrao domanda loro e 15 
tu m e dao senza caxon e senza rexon. sponxa dolce guai'da lo to spoxo 
com el sta ligao denanze da anna in mezo de tanta mala zente ke cridano 
ala [alta] uoxe rao e tu criste in onde uoremo. Nu te dararao la mara pasqua e 
ti examinao com el fosse uno robao de strada. sapientìa de deo padre in 
chi mane e tu ligao. sapientia de deo padre da chi fi tu examinao. Con 20 
tanta uergo[n]za sleua in mezo de loro e no parlaua guardando se al fosse 
che per lu parlasse . no era nesun che la cognosse. Alora li zudei lo batano 
corno uno ladro . la fazia piaseure [15] e gratiosa fi spuazada e dexorada 
de omicha spuda e dexnor. Li ogij e la faza infiada le forte i)ugnade quello 
uassello de la diuinita fi cossi martellao e no dexeua negota ma suspirando lo- 25 
meutando torzandesse dexeua. Circondado son da li dolori de la morte . li doluri 
da 1 inferno m an circumdao. deo ascoso per què no fé tu aurir la terra ke 
sosten costoro ke t a[n] la toa bocha bella sanguanada. Le zenziue e li dingij 
con li ogij son endegi e infiadi. E cosi desprexiado uergonzado uituperado 
lo menen a caxa de cayfax digando. Lena suxo yliesu cristo . susu . el te 30 
fa bexogno uegni in altra parte ke tu aure la mala pascha. Alora spoxa sancta 
leuate e di. anna e te prego chel [16] te piaza de lassa andare lo meo 
spoxo . e que tal fagio. Fa kel no moria ke se tu fé kel scampa al ta 
sana ominca infirraita de caxa toa. No fo may medego cotanto perfeto a 
sanar ^ascuna persona . uo tu kel moyra senz remissione. Lu no de morire 35 
kel no a fato 1 iraperque . mi si et imperzo uize mi [lu] fa mori mi che 
sonto grande peccaor mi sonto degno de morte cento fiada. linde te prego 



^ Va da questo asterisco a quello che è sul principio della seguente pa- 
gina, lo squarcio pubblicato dal Monti; cfr. p. 2. 



6 Salvioni, 

Ice tu lassi scampar lu e tor mi a cruxificar e a dexorarc ke no [ne] son bene 
degno . e lassa scampare lo meo spoxo . e lo meo amor. No stan per le toe 
parole ma lo mcneno con grande dexnor dcna[n]ze a cayfax. [17] E tu 
pianze amaramente uedando lo menare per quella maynera . e che tu no 
5 e posuo uiar ne scampar lo to segnor. Gorre poso e ncdere cayfax * confor- 
toso e ateo de la presa . e uà incontra la soa famelia. di[18]gando mo i no 
fagio bene . ben uegne fangi. E pò dixe a cristo o criste tu sere pur lo male 
ariuado . che te darò pur la mala pascua. E unde son li toy apostoli . e 
onde son li toi miraculi. Unde son li toi amixi. Mo e tu unde e uolio . ne 
10 te partire quando tu uorre. Ueni testimoni falsi e cayfax dixe. E te scon- 
zuro da padre [parte] de deo omnipoteute che tu me dige se tu e criste fi- 
liolo de deo uiuo e benedegio. Respose criste al uescho . se tei digo tu 
noi credere . ni me lassare scampare perzo che tu m e zurao per la nome 
de deo. E te digo ke son flliolo de deo omuipotente . e se me uedere ue- 
15 nire a zudigare li uiui e li morti . de mi fa zo che tu uo . e sonto deo 
ueraxe . uenudo a saluare li peccatori. Oiando lo uesco el fende le ue[19]- 
stimente digando con criore. Blasfemauit . i uo ouido segnori zo kel dixe . 
que uen pare . tugi clamano alta uoxe el e degno de morte dolorosa . se- 
gondo la leze de moyses. lUora se leuano in contra lu gè dan per la boca 
20 quando [quanto] eli pon . 1 altro per li ogij . altri per la testa . altri per 
le spalle . zascaun s e satio de darge segondo ke 1 aueueno desidrao. a- 
nima sancta quente strepito e rumor e questo che tu sinti e ui che fi fagio 
su la persona del to amor. Qui pò tu pianze suspirare con lo to spoxo . fi 
metuo in la prexone in fondo. Uà tosto spoxa e fate sera dentro . e sede 
25 a prono de lu consolando e digando. padre meo . o segnor meo . o spe- 
ranza mia que e tu portao [20] per mi. belleza senza raesura . come e 
tu deturbata. alegreza deli angeli come e tu abassada. faza più bella 
kal sole corno e tu spudazada. Lì ogij più belli ka zafiri come in-li infiadi. 
spoxo meo tu m e tropo tosto cambiao. Tu e tanto i[n]riado che poco de 
30 men che no ta cognosco. creator meo que te dibie far a ti che tu le e 
tanto e fagio e portao per mi. In hora matuUna . parla criste a l anima. 
Responde criste. spoxa mia dolze compagnessa mia fin che nasci e sena 
che era nao per mori per li peccatori . e sempre ei-o abiudo questa pena 
e questo tormento denanze a li ogij mei . e tanto femore u o abiudo e pa- 
33 gura che mai no fu ueduo ridere . pianze si . no mai rire. Ei-o [21] quasi 
treatatri anni e de grande dolore che ho abiudo de la mia passion el pare 
che nbia ben zinquanta . e pairo uegio pur pensando questo dolor che porto. 
E tanto e amo li peccatori che per loro do la mia ulta . e do la mia eda 
florida . do la mia sustantia do lo meo iugenio . do la mia uolunta a portar 
40 e sustenire omincha pena . omincha dolore omincha angoxa per redemer li 
peccatori. Me uolio domenfegare lo dolor de la mia madre dolze. Me uolio 



Antichi testi lombardi. 7 

domentegare lo honor del mondo e li mei apostoli . e tuto lo mondo sola- 
mente per saluare lo mondo. dolze mia spoxa que t o e possuo far ke 
no t abia fagio. Oyudo lo to segnor responde e se di tu se dixe la uerita 
che tu e fagio tropo e tanto [22] che n o confusion . portata tanta uergonza 
per una stercora marza . per uno uasello de puza . adonclia amaramente 5 
suspira e pianze . e crida digando. Segnor dolze per que di tu porta cotanta 
angoxa . tu no pechesi may . donde tu no di fi punido. Mi si peccao 
omicha die . omicha nocte . donde mi son degno de mori e de li crucificao. 
E me sonto ornado de uestimente belle . e tu fi despoliado. Emo lauado 
la faza e tu fi spuazado. Ei-o dicto male de la mia boca . e la toa boca fi 10 
batuda. Eio dormo in lo bon lecto . e tu in la prexone si e ligao. Ei-o cercao 
honor e tu sia cossi despresiao. Eio cercao ben da mangar [mangiar] e 
ben da beuere . e tu de felle et aseo sie abeuerao. Unde te prego che tu 
me lassi [23] mori ke ne son ben degna . esse tu no uu ke moria per ti 
lassarne mori contego insema che senta le to angoxe più forte cha ti. Or 15 
domanda perdonanza de li toi peccai pianzando . lomentando te e suspirando. 
El dolze segnor omicha peccao te perdonara. Ode criste digando. Golumba 
mia spoxa mia dolze. Uà tosto alla [allo] albergo de la mia madre esse narra 
la conditione mia come sto. Esse la consora quanto tu porre e male la porre 
consola. La spoxa corre e fo alla porta de lo cenaculo e busta angososa- 20 
mente con grande remore. Como l anima narra ala nergene de lo so fiUo. 
[24] La uergene maria aurite la porta e quando ella ulte la spoxa tuta 
stremi. Lo core gè pica e dixe ben si tu uenuda filia mia . quente none 
me se tu di . tu m e fata tuta stremi . a odi picar cossi anxiamente. [2S] 
Respoxe. madre del meo spoxo . madre de yhesu criste . e u portao 25 
rea nouella e amara . corno dixe la uergene maria . und e lo meo caro litio 
e-lo san. Und eio anco predicare questa sancta pasca. Und al dormio questa 
nocte . filia mia tu ra e fata tuta stremi . no pianze di quello ke tu uo 
anche dime tute cosse. Respoxe la spoxa. madre mia e sonto ben grama 
de questa imbaxada ke uè debio fa el me 1 a cometuo e pregao . e possa 30 
kel gè piaxe e che-Ilo iiori e uel diro. Lo nostro fiolo benedeto beri da sira 
si fo traido da inda so spendor per dane che l a abiiido . e fo ligao e menao 
a casa de anna , con maior uergonza e deresione e uilania che mai fosse 
menao nesun peccator. Inlo fo uituperao [26] desorrao spuzao [spuazao]. 
ha negro li soi ogij belli . la faza infiada de le pugnade . li dinti sanguanai 35 
delle percussione. Madona mia . madre mia el no pare quello . uu no 1 i 
a cognosce tanto elio disflgnrao. Come criste fi menao a cai/fax. [27]. Po 
fo menao a caxa de cayfax e inlo sì g e fagio pezo. Madre mia el pare 
Icuroxo . tuto sangnanento . tuto mal conzo. E rao elio in la prexon in- 
bogao e ligao com uno ladro. Madona mia mi no 1 abandonao . ni lo 10 
uolio abandona cossi comò a[n] fagio li soi apostoli . ese mandao a uu a di 



8 Salvioiii, 

che domau da niatin el de fi morto. Uè uoraiie uede iuaiize che) morisse. 
Unde se uu lo uori uede da matin sie apparegiada cou quella compagnia 
che gè piaxe. Quando la uergene odi questa nona tu pò pensa se 1 aue do- 
lore . caze quasi morta in terra tute le interiore se reuerson in lo corpo . 
5 perde la loquella . la memoria li [lo] intelleto zoe la fauella e steua corno 
morta in terra. La magdaleua comenza [28] a suspirare e cridare alta uoxe. 
maystro meo que oie dir de ti speranza mia onde e tu , per certo tu e a 
re oste albregao. Te uedere inanze che tu mori. Te porto [potrò] eio parla 
in qual parte sere ta cruciticao . me lassara li zudei che te parla uno poco 

10 inanze che tu mori. deo padre omnipoente . e tu deo e lasse tu mori 
lo to tiolo a cotal morte. Dame gratia chel ueza che gè parla inanze la 
morte. E que ha l'agio lo meo maystro : chel de porta tanto tormento in 
questo doloroso mondo. La madre sta in terra strangossa in cosso [scosso] 
de la magdaleua . e-lle altre marie son in cercbo a fregar le man suspirando 

15 e digando. Ho deo que e questo che ne ti dito del uosti'o hou maystro. La 
madre no pò parla e le altre doue [29] tuta nocte no fen oltro che piauze 
e suspirare. spoxa retorna a la prexone e no abandona lo to caro amore 
yhesLi criste che sta in tanta aflictione e narra zo che tu e fagio a criste 
E comò la madre sta in tanta afflictio[n] e sta strangoxata oiando tal 

20 imbasata. Or ha yhesu criste dobio dolore quello de la madre el so. 
Parla criste e dixe. spoxa mia fedelle dorme uu poco e mi se to im paxe 
guarda , che per mi tu e molto afadigada in questa nocte. Mi no poreue 
dormi che tantor eyo e più naspeto che no poreue dormi. E poy t o do- 
manda quando e firo meuao a crucitìcare in lo monte de caluaria a grande 

25 torto e pecao senza raxon. Dixe criste. [30] spoxa dilccta leua suxo che 
li familij de cayfax s armano con grande furore e uenano ala prexon con 
grande remo digando. Und e tu yhesu criste. Ueni ueni che nu te uore[31]mo 
a prona se tu e deo come tu e dito. Or pensa corno el poeua sta cossi nizao 
tuta nocte no eua dormio negota. Comenza a trema comò una folla . lo 

30 meuo[n] ancora denauze a cayfax ligao comò un ladro. Deo omnipoente 
da chi fi tu examinao . da chi fi tu accusao da du ribaldi zugau da day. 
Da chi fi tu zudigao. Renouaueno iuiurie e uilanie . e pò cosi ligao lo man- 
dano a pillato cosi nizao. spoxa corre ala mia madre e dige a-lle e tuti 
che ben me uoreuo zo eh e determinao de fa de mi. In ìiora prima. [32] 

35 Or sta criste nizao li ogij mascarai . la boca e la faza tuto spuazao . e in- 
tìado denauze a pillato. La madre se leua con le altre marie e si dixe ala 
spoxa. fìlia mia dime melior [33] none ke no me fissi heri da sira . qu 
e fagio da lo meo caro amore to spoxo e-llo scampao. Respoxe a . . a . 
. a . . madre mia dolze no e miga scampao . Ma g an fagio pezo che de- 

40 nanze . e mo 1 an meuao a caxa de pillato a fa morire. E si may uu lo 
uori uedere lo nostro filio uegni in contanente. Inlora quela dolorosa 



Antichi testi lombardi. 9 

madre cria un crio uua uoxe cotanto amara . ke zascauu che 1 odi comea- 
zauo a piauze fortemente. E perzo che la no se poeua de dolore sostenire 
per man de mese san zoaune e de la magdalena eia fiua adiunada . e ue- 
niando disseua per la uia. filio meo. speranza mia. anima mia. 
conforto meo te uedero mai inanze ciie tu tizi morto. filio meo chi t a 5 
uenduo chi t a tradio . chi t a in balia anima [84] mia. Unde e tu ale- 
greza mia . quando te porro uede core del corpo meo. terra no m asconde 
la mia ulta . lasseme uede lo meo desiderio . ke senza lui no poreue uiue. 
trista la ulta mia que debie f a . . dolorosa 1 anima mia onde debie 
mo anda. E zascun che la odiua un che la uedeuauo plorare, più pianze- 10 
ueno lo dolore de la madre cha del tìlio yhesu criste. No era peccaor che 
ogisse che consego no pianzesse . zascauu se prouocaua a pianze. E crezo 
che lengua no poraue di . ni la mane porraue scribere lo dolore che por- 
tana questa orphana madre. El pariua che 1 anima e 1 corpo se conuertisse 
in lagreme e cossi peruene. Unde era lo so dolze tìlio. Flanctus. [33] Quando 15 
elio uite cossi squarsao . cossi intìado . negro e spuazado eridando eia disse. 
filio meo dolze più cha melle . que e questo che uezo eh e fagio de la 
toa pecsona [36] bella. E chi t a ligao tu no offendissi mai a persona. 
filio meo che e tu fagio a queste persone . e a questa zente maledeta . ehi 
t a sanguata eossi la faza che la no pare quella . chi t a battuo cossi dura 20 
mente. No t an mìa alagiado ni in lo so neutre portao . ni nudrigao coloro 
che t an eossi desfagio. filio meo chi me de mo consolar a chi me lassi tu in 
guarda. Tu me scuxeui filio . tu me scuxeni spoxo . tu me scuxeui padre . tu 
me scuxeui tuto. Tu eri lo meo conselio . tu eri lo meo solatio tu eri tute 
cosse. A chi debie mo anda . a ehi me debie mo torna. filio meo tu sivi ben 05 
tute cosse . perque t e tu lassao auilla cotanto . e desprexia per li pecca- 
turi. Lame[n]tamento de la uergene, [37] E chi me dira da mo indre lo to 
filio uà su per lo juare . a coma[n]dao anco a li uenti. Lo to filio a con- 
uertio 1 aqua in nino . a resuscitao li morti . sanao li leprosi . illuminao 
[38] li cegi. Ista no me fira più annunziao questa alegreza. E queste alegreze 30 
me son conuertì in grande grameza. Digando zo la madre e torzandose . criste 
alza la uoxe a deo padre e dixe suspirando. Oration de yhcsu criste. [39] deo 
padre omnipoente el pare che m abie abandonao . zaschaun pensa che no sia 
to fiolo uedando la penna che tu me lassi porta e che debio anchora porta. No 
uedi uo lo uetuperio e lo desuor che me fi fato . che expecto la uergonza de la 35 
croxe . zascun fa beffe de mi . e de le iuiurie e falsi testimoni] che ma acusauo. 
Mi no uolio parla se no a ti che no m abandoni. deo padre onde eri tu 
quando e fu prexo ligao batuo e desorao più ka homo che mai fosse . ni sera 
mai in questo mondo. Ampo deo padre e te prego che tu gè perdoni che li no 
san quello ke se fazano . e pò questa pena e uolio portare per aguadegua li 40 
peccatori] [-ri] perdui. Tu spoxa dorme se tu uo. licspoxc la spoxa. A scgnor 



10 Salvioiii, 

[40] come porrciie dormi a odi lo suspiro de la mia madre . corno debie 
dormi a uege tuta la mia speranza cotanto araazao de aniroxa e de ama- 
ritudene de core. Se uoresse dormi tu me deuisse desuegia corno tu desue- 
gisse san petro chi donnina. [41] Qui pò tu uede comò criste fo apresentao 
5 a pillato . e conio sta im pe la coliimpna del mondo . e fi accusao chel scia 
[scia?] morto. La madre gè uosse intra in caxa poxo lo filio No fa lassaa 
dal portane. Or sta de fora la madre dolorosa expectando ke la possa parla. 
Un almen che la lo possa uede. Tu spoxa intra in caxa e guarda tuto quello 
ke se fa co[n]tra criste saluator de mondo. El acusao kel contradixe a ces- 
io sarò imperator. Chel se fa re de li zudei . chel se fa filio de deo che tato 
lo mondo fin de galilea a conuertio molte zente. Pillato uedando che per 
inuidia 1 acusauano lo uosse scampa . etiam per la uision de la dona de pillato 
che la eua abiado la nocte perzo lo uoreua scampa. E per una scuxa lo 
mando [42] ad hcrodex eh era uegnuo a la festa de pascha. Or fi menao 

15 yhesu criste con grande romor. La madre guarda che lo possa uege un 
parla . no g e remission zascun crida moria lo ladro moria 1 inimigo no- 
stro . moria lo gioton . Como cristo parla ali zudei. [43] Ilora criste parla 
alo pouoro de li zudei. pouero meo que t o e fagio per que tu eri che 
moria. E te mene de la seruitudene de faraon . e tu m e ligao qui senza 

?o caxon . e te illuminaua de nocte . e de di te refrcgaua [refregiaua] . e tu 
tuta nocte in obscurita e in dolore tu m e tenuo anxiao. E te passi qua- 
ranta anni in lo deserto de omnina delitie . e tu m e aparegao [aparegiao] 
felle e aseo. E flagelle faraon per ti . e tu m e flagella mi. E t o sempre 
seruio e honorao e tu m e più desprexiao che mai fosse nesun tristo e cat- 

25 iuo. deo padre aida me de man da herodex und e fizo menao con tanto 
remor. E de man de pillato tractor [traitor] perzo kell-a ben achomenzao 
ma all-a mal compio zascun se fa beffe de mi e derision. [44] madre mia 
perque m e tu inzcnerao a porta tanta uergonza e despiase . tuto lo mondo 
e centra mi e nesun parla per mi. Come al /? menao a herodex. [45] El 

30 presentao a hererodex [re herodex] e ueda[n]dolo cosi infìado e sanguaneuto, 
nizao scarpao li capilli e la faza spuazada e chel fiaa duramente acasonao. 
Lo domanda de alcune cosse. Uoiiandu chel faza alcun miraculo. No re- 
spondeua a herodex negota . perque no respox elio . a herodex . che 1 au- 
raue scampao de la morte . e . alora no era tempo de scampare ma de 

35 morire perzo chel piaxeua a deo padre. Etiamde herodes no era degno de 
odirlo parla . e uedando chel no respondeua penso questo e un mato . e 
segondo le usanze de li mati lo fen despresia e bate . azonze delo ferro 
ala caza . dolore soura dolore . e pò lo mando a pillato digando chel no 
se irapaga chel ne fesse quello chel uoreua. Como criste fi menao jìer la cita 

40 dc.rprexiadamente [46] a pillato. spoxa amada guarda con quanta uer- 
go[n]za el fina menao per la cita. Un gè tra prede. El oltro gè tra baston . 



Antichi testi lombardi. 11 

oltri spua e pantan e dere[47]xion . e eoa la faza uà inginao e no dixe ne- 
gota. spoxa irate a pc de Ja madre e ascolta quelo chela dixe . che co- 
luro ke choloro che la odiueno gè passaua lo core de compassion . e dixeua 
la madre. fìlio me dolce per que fi tu cossi desprexiao. Tu e sanao co- 
storo e li so filio e guarido esse te dan cotal pagamento . perque fi spuzao 5 
[spuazao] la toa amantissima e gratiosa faza . fìlio meo questa e soza ias- 
siua da laua la faza toa bella. Per que fi tu tanto desprexiado etiarade da 
li fantin. uu madre refreue li nostri fìlio abie compassion a questa pouera 
pelegriua e forestera. Pur 1 oltre di che [ghe] ziui incontra con rame de 
oline laudando lu e cantando. Benedeto sia costu che uene e fi raandao da io 
deo padre [48] nostro segnor . e mo lo desprexiano cossi e co[n] tanfo roraor 
el no a miga caxon de fa questo imperzo ke pianzeua questa e grande com- 
pasion. E a uede pianze questa dona cossi amaramente e cossi angossosa- 
mente. fìlio me bello per li peccaor tu fussi bandezao e metuo in confine 
sete anni tu e sostenuo nudila . fregio fame sede . persecution . uelanie 15 
senza nomerò . e ancora no e satio de porta pena per nu e uo per nu mori. 
E cossi suspirando e pianzando peruene yhesu criste a caxa de pillato. La 
madre uosse intra in caxa lo portane no lasso. Ad terHain. [49] Or sta donclia 
a pe dela pianctorenta madre e dige. madona mia. alegreza mia tome 
a caxa azo che uu no fìze morta con lo nostro filio e che perdamo la luxe 20 
no solamente [30] del sole ma etiarade de la luna. Se uu ste qui madre 
mia el uè faran desnor madre mia e uelania. Donde ell-e per lo melio che 
uu ande a caxa con queste done che son qui a compagnaue. Respoxe la 
madre tu dixe de bon amor fìlia mia quelo che tu dixe. Ma sapij ben che 
no me poreue parti da cholui che amo più che mi instessa . cha lei anima 25 
che porto in del corpo meo . ell-e la mia ulta. Or fosselo nero che fisse 
morta sego insema . questo e quello che desidero e che certo [cerco]. 
fìlia mia uà di a pillato chel me faza mori mi inanz cha lo meo filio ke sei 
more lu inanze e morirò uedando la morire. se[g]nur zudei uu no per- 
done al filio meo . no perdone etiamde ala trista madre toy me tosto la [31] 30 
uita azo che no ueda la mia ulta a peaare. deo padre omnipoeute feme 
questa gratia uu . che me done le meo filio san e saluo . on che un me 
lasse sego insema morire . perzo che senza lu no poreue uiue . e digando 
queste parole con tanto sgiexo pertusaua lo core de quanti la odiua . za- 
scaun che la uedeua . on che la odiua pianze dexeuano . per certo questa 35 
dona a mori ancho de grameza e de dolor. Dixeua alcun oitri tu dixi nero 
per certo ella consuma inanze che lo filio . e ben ueduo jnadre ase pianze 
la morte de filio . e de mario . e padre e fradilli . mi no uili may pianze cossi 
dolorosa mente . el pare che lo corpo cou lo spirito se dcbia conuerti in 
lagreme. Tute le membro de [32] questa doua orfana pariueno che pianzes- 40 
seno. E zascun eua compassione più a le cha al so filio yhesu criste. Fo 



12 Salvioni, 

alcun che disse al serauc l)on che questa donna fisse mcnada in qualche 
cha azo che la no moria ucdando lo filio a penare. Ma no se uosse parti 
da inlo fin chat no io inandado fora da caxa de pillato. Tu spoxa prega Io 
portane che te lassa intra in caxa e uedere yhesu criste inanze da pillato 
5 con grande uergouza. E quamuix de que pillato sauesse che criste no era 
degnao de morte anpo per tenior mondana el lasso baraban ladro e criste 
comando che fisse flagellao . cossi era usanza de li romani . che colu che 
deuiua fi crucificao impruraeramente inanze fiua flagellao. pil[53]lato de 
chi e tu pagura , la mosca te fa maior pagura ka lo throne , e tu pagura 

IO d uno homo terreno più cha de deo creatore segnore de tute creature. 
Quando criste fo despoliao haue grande uergonza che quella carne uergene 
fo descoperta al mondo . che may fo uedua seno alora. Or ne . comò forte 
el fo ligao e più fortente el fiua flagellao. Le rene ghe pioueueuo sangue 
incerco incerco . la terra se sanguanaua. Lo corpo roto si infiaua . dal 

15 cho fin in til pei fo roto e scauezao. Cinque milia cinque cento scuriade 
che [ghe] fo dao in quella domauada per disnarello in caxa delo biastemao 
pillato. El n aliena ben abiudo dele oltre in caxa de ana e de cayfax la 
note pasada. [34] carne sanctissima corno poeua esse nizada . negra e 
mascarada. Illora criste alza la soa uoxe tremando e dixe. Or deo padre 

20 glorioso que [5S] me lassi tu fa a quisti peccaor . da tuti e sonto aban- 
donao . e corno lion afamai illi criano contra mi , e ancora no son satij 
de fame apena. Lo spinao m an roto che no me posso driza a questa 
columpna . asse posso guarda . asse posso suspira che no trono chi m abia 
compassion. Tu spoxa uà de fora poxo la compasion de lo to segnon [se- 

25 gnor] e uedere la madre de fora pianzando e mi ogiande la uoxe de criste 
dixe. In hora de tertia parla la uergene. [S6] spoxa filia mia lo me 
core passa de dolore dime nero . e quella la uoxe che trema cossi forte 
angossosa del meo dolze filio. filia mia dime-Ilo se-ll-e quella. Responde 
la spo[o7]xa. Madona mia madre mia si e ben quella la soa trista uoxe . perzo 

30 chel fi tanto tormentao el tra quello doloroso crio. Dixe la madre. Ho spoxa 
de la mia alegreza cerca mo se tu me pò fa anda dentro da la porta a 
nedc lo meo filio inanze chel sia consumao e morto. ladron zudei uu lo 
fari ben mori inanze chel ueda ni che gè parla. Coni criste fi flagellao. 
[58] Tu spoxa prega lo portane digando. piazate de fa una grafia a questa 

35 dona pouera peicgrina de lassara anda dentro da questa porta . che questo 
segnor che fi batuo si e so filio esse lo uoraue ueder inanze kel [o9] fiza 
sententiao. E si gè di e te promcto se 1u gè auri la porta eia t a auri la 
porta delo sancto paradixo . ke questa dona che te pare cossi pouera pele- 
grina si a le giaue de lo paradixo. [60] lUora intra dentro la madre. San 

40 zoane euangelista e la maldarena e u edando criste cossi tormentao cossi 
squarzao dele scuriate e la carne smenuzada ala columpna ella dixe. 



Antichi testi lombardi. 13 

ilolze ine filio, dolze anima mia. dolze uita e spera[n]za mia . no me 
credeua miga che tu fussi cossi desfagio comò e uezo. tilio meo caro comò 
tu m e cambiao tosto inanze. E chi t a cossi forte ligao e batuo . queste 
legame no son someliaute a quilli che te fassaua quando tu eri pizini[n]. 
Tu fussi ligao heri da sira in 1 orto. Possa fussi ligao in caxa de anna . 5 
possa In caxa da cayfax . possa in la prexon. Ista e ligao pezo che sia an- 
cora fagio. E ancora tu uo fi ligao su la croxe. Lamento de la uergene. [61] 
anima mia e te prego che tu no abij tanta compassion d oltru che tu 
uogli abandona mi trista madre . que debie fa speranza mia se tu [62] me 
abandoni a chi me debie pò torna. maldarena sero mia chi me de mo io 
più consola. La mia anima me fi tolegia . la mia uita se more . la mia spe- 
ranza se profunda. segnuri uu uori fa mori lo dolze me tllio fé mori sego 
la madre. Uu no uori perdona a lu do no perdone ni ancha mi. filio meo 
caro no me distu qualche cossa . no parli tu ala toa madre . criste no re- 
spondeua che lo core de la uergene maria seraue delenguao. Zaschun che 15 
la uedeua . che la odiua pianzeua consego insema digando loro . questa 
dona cazera morta de dolore in contanente. Com el fi incoronao de spine. 
[63] Qui no se pò fa oltro seno pianze . con la madre . e con lo filio . e to 
del so sangue e rubricare 1 anima e lauarte in quella fontana uiua. Stando 
cossi tu odire [64] uenire la zente a desligarlo . e uestirlo de una uestimenta 20 
rosa con un bastone in man. E una corona de spine in testa infica iin alo 
celebro con tuta conuerta de sangue la faza . e la barba e li capilli sonar 
la rengo e criste innocente fi coudempnao ala morte sodissima de la croxe . 
con du ladrone corno s el fosse uno ladro da fi apicao per Ja gora che auesse 
robao e scakao e morto luto lo mondo. Como e data la sententia. [60] 25 
deo padre unde e tu ascoxo que lassi tu far al to filio carissimo . que la- 
sare tu far a mi trista catiua piena de tanti peccai chel pare a zascun che 
tu 1 abij abandonao [66]. ^ascun criaua tolle tolie moria moria lo ladro sia 
tosto crucificao . oltrì gè da masselae digando. criste tu e un grande 
profeta . profetiza chi e quello che t a dao questa squanzaua [sguanzaua] 30 
e cossi fen un grande tempo . che no sen poreueno satiare de dage cossi 
netamente. terra maledeta comò pò tu sostenire quilli peccaor che tanto 
an franzelao . despresiao e uergonzao lo to creator . lo to segnor. angeli 
e donzeli quente amor porte uo al nostro segnor . si uo contenti de questo 
dolore che porta lo nostro creator . perzo chel piaxe allo padre nostro deo 35 
e segnore . tute le creatore [creature] seraueno contro li peccaturi. madre 
senza fiado e senza spirito chi poraue dire ni [67] scribere lo to dolore ni 
la toa pena. La madre dixe ne pò dire ni pò parla ni pò taxe. dolze 
meo filio li no oifendisse mai a nessun e a ti fi offenduo da tuti. Mo de 
pugne . mo de spua. Mo de huraicha deresion se tu fussi de ferro tu de- 40 
uissi esse roto e speza tutu. E me do marauelia comò tu pò tanto porta. 



14 Salvioni, 

Tuta nocle tu no e dorniio . ni heri ni ancho tu no e maugiao . e tu e 
tanto debile e catiuo che tu no e tuto desfagio. E ino fi lucnao alo maior 
tormento de la croxe. Ad sestam. apostolo de criste chi deuera consola 
la dolorosa madre. tilio quente trauo e cossi crosso [grosso] e tu in 
5 spalla. Tuto lo feua de rene perzo che le spale e le rene erano rote da le 
scuriade. [68J La zente secoreuano . diuano [odiuano] la madre pian- 
zando . e consego pianzeueno. iìlio . hlio iìlio lassami il cruciticada per 
ti . un fa che moria inanze che ti che no te ueda mori ti. creator o se- 
gnor que debie fa che la mia ulta me fi toleta . la mia anima me fi inuo- 

10 rada . la mia luxe me fi asmorsada. trista. trista . trista unde debie 
più anda. Unde debie più sta . que debie fa . la maio alegreza che poreue 
aue seraue che moi'isse. Planze la madre. filio . lilio filio meo no me 
abandona. Respoxe criste. maria madre e dolorosa pezo me fa de ti cha 
de mi . più me torze lo to dolore cha del meo. Mo certamente ere in deo 

15 padre e in mi che domenega ho rescuscita glorifi[69]cao esse n auri grande 
conforto e alegreza. Como criste fa menao ala itistitia. Or lì menao fora da 
la porta alo logo de la iustitia. E ogiando criste lo pianzio de le done 
che [70] zeueno posso la zente se uolze digando. done no pianzi soura 
mi lo meo dolor. Ma pianzi soura uu e soura li nostri fìlio che me fan 

20 mori a questa morte a torto e a peccao . fon . a monte de caluaria. 
spoxa qui ta strenze e ne comò la uestimenta gè fo strepada de dosso 
la se teueua con la carne rota tuto lo corpo incrostao comenza a pione sangue. 
Le osse poreueno ti anomerade. Ancora gè den bene felle e asedo azo che 
più tosto el morisse. Fo destexo sur la croxe e ingodao [iugiodao] e suxo 

25 leuado. Le man rote . li pei squarzai. La testa inspiuada tuto lo corpo pio- 
ueua sangue . qual marauelia che tute le uene del corpo erano rote donde 
lo sangue ensiua. Ad sestam . come el e in croxe. [71] Or mo sta crucificao 
lo nostro segno yhesu criste de mezo de du ladron. Per lo corpo che pe- 
xaua le mane se rompano più. La testa tor[72]zeua mo in una parte mo in 

so una oltra . no troua logo kel se possa un pocho repossa. deo padre e 
questo lo to fìlio che pende sur la croxe. E questo quello iìlio tanto amao 
da lo padre con tanto dilecto. Ueraxraente no pare miga kel sia amado mare 
[pare] cliel te sia in desgratia. T al fagio cossa che te despiaza che tanta 
angossa al porta . etiamde crio credando quello che pare a mi digando. 

35 Deo deo meo padre meo m e tu abandonao. Segnor no odi tu quante beffe 
e squergue [sguergue] el fan al to caro filio. Or spoxa to una scara e uà 
suxo la croxe e odi quello che te dixe yhesu criste. spoxa fedelle pensa 
se tu pò pensa e comprende quanti [quanto] e lo meo dolor che porto per ti e 
[73] per tuli li oltri peccaor. Bixe criste a l anima. filia mia te digo nero 

40 e fato tuto quanto e o sapindo e possudo fa per saluar ti e li oltri peccaor. 
Lo meo sangue ho dato im prexio de trenta dane . le spalle ali fanti che 



Anticlii testi lombardi. 15 

m au cossi guastao comò tu pò uedere. Ali zugaur da day la uestimeuta 
che me de la mia madre. Lo sudor delo sangue ali infirmi. Lo lado aperto 
a amar zascun e pregar per coUor che m an cossi couzio. L anima a lo 
limbo . la ulta a li morti. La madre alo discipulo . a simon la croxe . tuto 
me son dao a sanare li peccaor. Allora la spoxa pianzando to de lo sangue a 
e te lana digando. Una gota de questo sangue [74] si e suffitiente a pur- 
gare 1 anima da ominca peccao . e questa confession t a laua tuta da li 
toi peccai e di. Com criste a amado l anima spoxa soa. Reminiscens beati 
sanguinis quem profundit amator hominis fonde lacrimas. Hec est locus in- 
gratitudinis , nisi torrens tante dulcedinis. Atlingit anima, yhesu dulcis cur io 
tanta pateris . cum peccati uihil commiseris. Flos innocentie. Eo latro tu 
cruce moreris . ego reus tu pena plecteris. Nostre nequitie. Pro re uilli cur 
tantum pretium . quid lacrimas per hoc supplitium. Uiuis in gloria. Ante 
fecit amor sic obrium . nec penam crucis non putes. Obprobrium amoris gratta.^ 
[73] segnor raxon se uore che chi pecca sia punido. Mi o peccao e in perzo 15 
e debio porta pena . donde e te prego che tu me die le to piage che le 
porta per to amor . e perzo l anima spoxa de yhesu criste. Esse n o la purità 
de la toa madre che senza quello gladio in lo meo core corno ella sen- 
tina. E che li peccai de lo ladro che te domando penitentia. E se no sonto 
tempio che fenda de dolor e sonto sepultura de humincha peccao e de desnor, 50 
Ko son sole che me debia obscura . ma inferno che tu uo spolia. E se no son 
san tliomaxe che te meta la man in lo costao . e sonto peccatrix corno 
la malda[76]rena a chi fo per ti yhesu criste perdonao. segnor meo no 
te domando honore . ma te domando lo to dolore. No te domando le delltie 
del mondo ni le to richeze. Ma e te domando per misericordia le to angoxe 25 
e le to dolore. Inanze uolio esse sur la croxe ingioado di e nocte . cha com 
peti'o . iacomo zohanne esse tego a uederte in la .montagna tranfìgurao. 
speranza da me questa toa grameza . qualche cossa lassa lo spoxo ala spoxa. 
lo padre alo Alio . no te domando oltro se uo che tu me dai le to piage e lo 
to dolore . azo che sempre sia crucificao ingiouado tego insema. Odi che 30 
te responde lo to amor. Bixe criste a l anima. spoxa mia columba mia 
se tu [77] desidre de esse cruciiìcada continuamente e t abraza comò e 
abrazao la croxe. Se tu desidri de infregiate e t scalda del meo amor. 
Se tu uo laua la mia faza cosi spuaza . e t baxa con la mia boca in 
segno de paxe. Se tu uo porta le me piage che tu domandi e t dotare 35 
in meo lilio. Se tu desidri de porta pena e grameza e t impi de humicha 



1 Infine d'ognuno dei precedenti versetti, si viene a capo; e negli spazj 
che così restan liberi, si leggono le seguenti parole: pero che l a spanduo. 
Lo so sangue preiioso per li miseri peccaduri. 



16 Salvioni, 

honor e alegreza. Se tu pianzi de omicha peccao . e t o absolue. Se tu no 
esse n\cg;o des|)[r]exiao . e te faro honorare da li angeli de ulta eterna. Se 
tu desidri bene felle e aseo e te faro inebria de lo nino de paradixo. Se tu 
uo portar tego la mia croxe e o habitare in mezo del to core. Se tu no esse 

5 coronada de spine e t o incoronar de gloria et [78] honor perpetuo. Se tu 
uo ruminar e pensar de la mìa passion e pena . e t o tranforraa in mi. Com 
el dixe a l anima ha la togla la croxe e seguir lu. Adoncha to la croxe 
seguerni . corno fa questo ladro che no guarda . ni angonza ni a despiaxe 
che me sia dicto ni facto ma con speranza pianze li soi peccai . e expecta 

10 la morte donde el sera mego im paradixo ancho. E cossi faro fare a ti spoxa 
mia se tu no me abandoni sur la croxe. Dicto zo. de criste crida ad dee padre. 
deo padre e segnor in le to man e me meto e que i uo padre glorioso pensao 
de fa de mi. Fé zo che uè pare tuto son ala nostra obedientia in luto. E 
ho criao e de di e de nocte e sonto infregia [7 9]to no e che me daga un poco 

15 d aqua da bene e da lauarme la faza e la boca conuerta da scarculi. E o 
domandao da bene el m a dao felle e aseo questa e rea beuanda e amara. 
Zascun cria zascun me blasfema. U» prego padre meo gè [che] un gè per- 
done che! no san quello chel se fazauo . e che in le nostre benedete man 
uu receue lo spirito meo. Lo sol se obscura la terra trema . le prede se 

20 rompano . lo terremoto e grande per tuto lo mondo . tute le creature an 
compassione al so creatore seno li zudei che seran ben pagai de le so oui*e 
tosto. In liora de uesporo. [80] Or quando tu uedere chel e morto desmonta 
zo e uà und e la madre straugosada facta quaxe morta . quando ella ulte 
mori la [81] soa uita cara . e iulo pianze lo to spoxo lo to p.idre lo to se- 

25 gnor e di seguramente. apostoli . o Cristian . o anime saucte uo fuzi. No 
a[n]demo a mori con lo nostro segnor. No uedeno la madre quassi abando- 
nada . e crezo certamente che zascun che la compagna ell-a odi quello che 
fo dicto a san zohanne euangelista. Questo e lo to fìlio . e questa e la toa 
madre. Tu uedere che longin pertusa lo costao e insi sangue e aqua . 

30 tu di corre a bene de questa beuanda . e sentire tanta dolzeza quanto 
te uora dare lo to amor yhesu criste. E allora tu anima sancta l'rega 
deo per quello peccaor che ha ordinao questo libreto in questo passo prega 
per lui. To la scalla e ascende suxo alo lado aperto chel gè pa[8^]riua 
lo core e di. Questa oratione de dire l anima al segnor in croxe. Pie pel- 

35 licane domine jesu criste. Me infirmum sana tuo sanguine. Cuius una stilla 
saluum facere potest. Totum mundum ab orani scelere. Plagas tuas quasi 
Thomas intueor. Te uerum deum et hominem confìteoi'. Ambo nere cre- 
dens et confi teus Peto quod petiit latro penitens Como l anima fi ornada 
del sangue de criste. Et insi orna la toa anima in lo sangue de 1 angelo 

40 yhesu criste . e qui seutire tanto de dolzeza e de consolation corno sa co- 
loro che 1 an proado souenzo. In fiora completorij. [83] La madre ste fin 



10 



Antichi testi lombardi. 17 

compieta quasi com morta strangossada in le man de la maldarena e de 
le altre marie che pianzeueno amaramente e dolorosamente. Ali-ora. de com- 
pieta [84] uene la compagnia de criste. losopo sancto e nicodemo e meten 
Tina scala ala croxe. E comenzano a desgioua lo corpo desfagio e desformao. 
Tu spoxa corre alar quisti segnuri e uà per zascuna piaga digando. Pater 
noster . et una aue maria et una nenia azonzando. Adoramus te christe et 
hymnum dicimus tibi quia per crucem luam redemisti mundum jesu fili 
dauid miserere mei. Tuam crucem adoramus domine . tuam gloriosam reco- 
limus passionem qui passus es prò nobis miserere nobis . amen. Aida porta 
lo corpo cruentao suxo lo lecto o uedere la madre lena suxo da terra andar 
con un lomento che passaua lo core a quanti la uedeua ni odiua . a modo 
de la leone quando ell-a perduo lo Alio rugiua [85] digando. filio meo. 
Alio meo. fìlio meo que he questo che uedo de ti. anima mia com 
tosto tu m e inuorao e no so corno. E queute piage son queste in mezo 
delle to man. Speranza mia 'guarda la madre andar per tute le piage ha- !•> 
xando e sanguan la soa faza baxando quella de criste sanguanada. Alla faza 
dixeua. boca mia infiada e deturbada tu no e possudo aue un poco de aqua 
da beue e da lauarte la toa faza e la toa sanctissima boca conuerta de tanto 
desnor. Or beue Alio meo de le lagreme de la toa trista madre. E no te 
poi da miga d aqua poristu or to de questa da li mei ogij quanto ten piaze. 20 
cor meo corno e tu cossi fortemente aperto senza colpa. man me [86] 
com si uo squarzae. testa mia comò e tu pertusada. pei mei comò si 
un ruti e infiadi. terra piaaze o celo lomentate . o aqua fa la toa que- 
rimonia contra li zudei de zo eh e facto al uostro creator. apostoli . o 
Cristian acompagne la madre in questa soa grameza che uè imprometo che 25 
color che 1 au acompagna in la soa grameza . ei r an accompagna in la 
alegreza. Adoncha most[r]e corapassiou a questa .orfana abandonada. Lo 
tempo passaua e ioseph uoleua sepeli lo corpo e la madre no lassaua di- 
gando. Joseph amigo meo e te domando una gratia che tu me lassi sta 
un poco con lo meo iilio e uo 1 o possuo uede ni aue uiuo . almen lasse- ^^ 
melo uede [87] morto. Respondcua yoscph e-lle oltre done. Madona la note 
uene uu no ste ben qui uoriuo romagni qui morta aliuen se nu amo perduo 
lo filio . nu no uorauemo perde la madre. Madona giiarde quello eh e de 
uostro honor, yoseph perque me uo tu separa da colu che amo più cha 
tuto lo mondo. Almen se tu uo sepelli lo meo filio . do lasseme lo abraza e 35 
strenze un poco lassame to comiado da si oltramente seterra me sego in- 
sema senza lu no posso uiue. Da 1 una parte yoseph lo couriua e lo legaua 
da 1 oltra parte la madre lo desugaua con tanto pianzo che no crezo che 
lengua al mondo no lo poraue pensa ni dire . el pariua che 1 anima con 
lo corpo se deuesse conuerti in lacreme. [88] Qascuu che la uedeua si pian- 
Archivio glottol. hai., IX. 2 



40 



18 Salvioni, 

zeua . e iiiaior conipassiou euano de le clia de lu che era morto. Criste 
sepeìlido. Sepelin criste a grande pena fo nienada la madre a caxa. E do- 
manda [89] la angelo gabriello. donzello tu me dixisse salutando che era 
piena de gratia . crezo chel no fosse me . ni mai sera madre cotanto de- 
5 sgratiada. Tu dixisse che serene benedicta soura tute le done . e son la più 
biastemada. Tu dixisse che lo me lìtio fructu del me neutre seraue bene- 
dicto . or quarda [guarda] corno el sta in la sepultura roto e scauezado. L 
angelo respoxe aregordando le profezie corno el deua mori e resuscita . e 
cossi digando si fé taxe la dona. Le marie no se incallauo de pianze azo 

10 che la dona no consuma pianzando. Tu spoxa uà de fora alla sepultura 
pianze con la maldelena fin che in forma de ortoran tu lo uedere. Se tu 
troui angeli che te consola no sta perzo de pianze fin che [90] yhesu criste 
uedere glorioso e resuscitao. Gorre ala madi-e e di. Madona mia alegreue 
che so di per certo che yhesu criste e resuscitao più bello e più lucente 

15 che mai lo uedesse. E digande zo criste uene digando. Pax uobis. E consola 
li sol apostoli e tuti li oltri. Ma im prima la madre. Or in quisti passi pò sta 
tanto quanto uu pori. E domanda a criste sopra maystre che te redriza e 
informa corno el che [gè] piaxe. E quando tu e ben e consolation arecordate 
de lo tristo peccaor che questo libreto ha componudo per duca tego a sal- 

20 uation. Prestante domino nostro Jesu Cristo qui uiuit et regnat in secula 
seculorum. Amen. 



ì 



Antichi testi lombardi. 19 



[Esposizione del Decalogo,] 

[93] Fides slne operibus mortua est . Et sicut corpus sine spiritn mortuum 
est . Ita fides sine operibus mortua est in semetipsa. 

Meser sancto iacob si dixe ke la fé e morta senza 1 cura. Et si comò Io 
corpo e morto senza lo spirito. Cosi la fé senza 1 oura e morta in si medesma- 
E cossi corno lo corpo senza spirito e morto e no può auere nesuno deleto 5 
carnale. Cossi la fé senza 1 oura e morta e no pò auer nesun deleto spirituale. 
Et si corno lo corpo quando lo spirito e morto e no pò auer la ulta di 
questo mundo. Cosi la fé senza 1 opra no pò auer ulta eterna. Et si corno lo 
corpo senza lo spirito e morto corporalmente. Cosi 1 anima con la fé senza 
1 oura e morta spiritualmente. Et quilo si da ad intendere ke in dui modi io 
uiue 1 anima spi[94]ritualmeute e uaturalme[n]te. Do spiritualmente lo uiue 
de 1 anima si e a cognoscerc deo dritamente senza erore . e . amarlo feruen- 
temente senz simulatione. E-llo naturai uiue de 1 anima si e ke deo 1 a 
creada immortale duncha uiuerala in eterno. E tuti quili ke seran degnai 
in inferno si au[r]an eterna nita e eternai morte. Eternai ulta ke eter- 15 
ualmente illi uiueran per natura. Eternai morte ke li sentiran in merauele 
e terribele penne. Doncha si e neccesseure cossa de sauere quelle cosse per 
li que 1 anima possa scliiuare le eternai penne e euenire ala eternai gloria. 
E queste cosse si e li comandaminti de deo. Cossi comò dixe criste in tello 
cuangelio ki uore auere ulta eterna si obserua li comandaminti. E li coman- 20 
daminti de deo si in dexe . de li que dexe li tri perteueno a deo e li sete 
perte[95]neno alo proximo. E de quili tri ke perteneno a deo. Lo prume se 
perten al padre. Lo segondo alo fìlio. Lo terzo allo spiritu sancto. E lo prume 
comandamento ke perten spiritualmente al padi*e si dixe no dora seno uno 
deo. Dominimi deum tuurn adorabis et UH solli seruies. Zo si e a dire ke 25 
nu demo ere kell-e pur un deo soUo. Lo qua no a abiudo comcnzamento 
ne no aura fin. Et e posscente e sauio . et e bon et e creator e guberuator 
de lo ce e de la terra. E de quelle cosse ke se pò uedere e de quelle ke 
no se pò uedere. Et per questo deo se demo afadigare a cogiiosce e amarlo 
e delectasse in lu medesmo. E questo comandamento se rompe in cinque 30 
modi. Lo prume si e a ere kcl no sia pur uno deo. Lo segondo si e a far di- 
[96]uixion de la trinità cum zo sie cossa ke lo dixe intro quicumque. Talis 
pater talis filìus talis spiritus sanctus. Lo terzo si e a da fé a indiuin . ne 
a preganti . ne . arlie. Lo quarto e a dexidra segnoria sur li homini del mundo 
senza raxon. Lo cinquene si e seguire la uaritia la qual e radixe di tuti li 35 
mali. E in questo comandamento si e uedada la superbia la qua no e oltro 



20 Salvioni, 

seno a dexidra scgiioria sur li oUri. E qailo si bexognia domandare un 
don . zoe lo teinore de deo a la qua e ligao una uirtue zoe la pouerta e la 
humilita . la qual merita una beatitudene zoe lo reguamo del celo . donde 
dixe crisle in tei uangelio. Beati pauperes spiritu quonlatn ipsorum est 

5 regnum celorum. Lo segondo comandamento ke perten spiritalmente alo filio 
si dixe no prende lo nome de deo in[97]uan. Non assummes nomem dei in- 
uamim. Zo si e a dire ke nu no demo zura per la nome de deo senza oltrita . 
doncha quando e oltrita ke nu zuramo possemo ben zurare senza peccao . 
deo non a uedao corno no possa ben zurare quando e oltrita com zura per 

10 lo so nome tanto . lo n a uedao comò dcbia zurare per Io nome de nesuna 
persona. E quando tu zuri per alcuna creatura e ke tu zuri boxia illora e 
tu la nome de deo in uan. E in quatro cosse zoe modi se prende lo nome 
de deo in uan. Lo prume si e a zurare per male usanza e per descorra- 
mento de parole. Lo segondo si e quando 1 omo si zura da far alcun ben 

15 lo qua ben e bon e discreto e tu desprexi lo znramento ke tu no uo fare 
zo ke tu e zurao. Illora si no pecchel miga quando al zura aze peccha 
quando el [98] no uore fa zo kell-a zurao. Lo terzo si e quando tu zuri 
de fa alcun male illora no pecchi tu miga quando tu no fé zo ke tu e 
zurao . anzi pecchi pur quando tu zuri. Lo quarto si e a ere ke-llo fìlio de 

20 deo segondo diuinita sia creatura. E quitto si e da ueder ke quatro si e 
quelle cosse . ke fa omicha promissione e omicha zuramento fermo Lo 
prumer si e ke 1 abia suffitiente cognoscimento. Lo segondo kel sia libero. 
Lo terzo ke quello kell inpromete sia ben e discreto e bello. Lo quarto kel 
imprometa con 1 anima deliberamente. Lo terzo comandamento ke perten 

25 spetialmente allo spirito saucto si dixe. Memento ut diem sabbati sanctifices ^ 
sex diebus operaberis et faties in eos omnia opera tua . septimo aiifem die 
sabbati est domini dei tui. Regordeue [99] de sanctificare lo di del sabbato. 
E da la resurrectione de criste in za si e da fi sanctifìcao lo di de la do- 
menega. E questo comandamento si dixe tre cosse. La prima si dixe ke nui 

30 demo cessa da tugi li peccai. La segonda da tugi li lauor tempore . tolendo 
fora tri caxi. E prume si e caxone de necessita. Lo segondo e la miseri- 
cordia. Lo terzo per fuzi alla accidia la qua no e altro seno auer in fastidio 
le parole de deo. E da un don zo si e la forteza . a la qua e ligao una 
uirtu zoe auer fame e sede de la iustisia . la qua merita una beatitudine 

85 zoe une sauor [fauor] eterno donde dixe criste in tei uangelo. Beati qui 
exuriunt et sitiunt iustitiam qiioniam ipsi saturabuntur. La terza cossa 
ke dixe lo comandamento si dixe ke nui se demo adourare in lauori spi- 
ritue li que [100] si intende in sex modi. Lo prime si e orare. Lo segondo 
parla de deo on odi parla. Lo terzo aministra li sacraminti de la sancta 

40 ecclesia e questo pentene [pertene] ali prcuidi. Lo quarto e a uisitar e a 
confortare li infirmi . e quitti ke fosseno tributai. Lo cinquen e me pax 



Antichi testi lombardi. 21 

intre quilli ke fosseno tribolai e in descordia. E lo sexen uisitare li loxi 
sancti. E in questo comandamento si e uedada la insidia. Lo primer coman- 
damento de li sete ke perten alo nomen del proximo si dixe. Eonora patrem 
tuum et matrem tuam ut sis longeims super terram quam dominus deus dahit 
tibi. Honora lo to padre e la toa madre. E quillo si se intende 1 ono eli-amor ^ 
d amare lo padre e la madre. Per lo padre e per la madre se si intende omica 
omo. [101] E donca no e oltro a dire honora lo padre to e la madre toa seno 
amar lo proximo to si corno ti medexmo. E quatro si e quelle cosse per le que 
nu demo amar lo proximo. Dilectio dei amor proximi comtemptlo sui et 
comtemptio sui. La primera cossa dexidra che [ghe] uita eterna si comò a ^^ 
si . e pregar deo per lu si com per si. Lo segondo si e perdonage tute le 
iniurie ke auessemo receuude da si . si comò nu uorauemo ke deo perdo- 
nasse a nu. Lo terzo amaistrarlo in tella leze de deo azo kel sia saluo. Lo 
quarto soruenillo in tute le necessile sicomo nu uorauemo ke fisse fagio a 
nui. E in questo comandamento si e uedada la inuidia la quale no e oltro '^ 
seno auer dolore del ben del proximo. Et in do parte sta 1 amor del pro- 
ximo. [102] Lo primer si e in zouarge . lo segondo in no noxere. El zoua- 
uiento ke nu demo da al proximo si a mo dicto in questo prumer coman- 
damento. Et no nocimento si e deuedao in quisti sex ke segueno comò el 
dixe in questo no fa omicidio. Non oecides. Non loqiieris contra proximum -^ 
tuum falsum testimonium. Non concupisces domiim proximi tui . nec desi- 
derabis uxorem eius Non seruum non ancillam. Non bouem non asiniim 
nec omnia que in ilUus sunt. Et omicidio se fa per dexe modi. Lo prime 
si e per odio. Lo segondo per da rea fama. Lo terzo de dage reo conselio 
alo proximo per lo quale al se parte da le oure de deo. Lo quarto a torge 25 
quelle cosse donde al de uiue e omia aitorio per lo qua la soa uita [103] 
se pò couserua. Lo cinquen si e a no gè da de quelle cosse per li que el 
possa uiue e omicha aitorio per lo qua lo soa uita se possa conserua. Lo 
sexeno si e a conselia kel sia morto. Lo seteno si e a dage aitorio kel sia 
morto. Lo nouen si dixe olzilo con la propria uolunta. Lo dexeno si e ol- "^^ 
cirlo segondo k e ordenao per la leze de deo. E questo si ap[er]tene pui- alli 
segnori de terre . e se ilio fan segondo k e ordenao per la leze de deo illi no 
peccano miga anzi gè meritano. L undexena si e defendendo si segondo k e 
ordenao per la leze de deo. Lo dodexen per auegnimento. E in questo co- 
mandamento si e deuedada 1 ira la qua no e ortro seno a desidrar desue- ^^ 
sigea de 1 ingurie [ingiurie] ke gli in fagie. Lo terzo comandamento ke perten 
spetialmente al amor del proximo se [104] dixe no fa fornication. E in questo 
comandamento si e deueda tugi li delecti carne ke desce[n]deno da la hu- 
mana natura li que descendono per zinque modi. Lo primer si e per ueder. 
Lo segondo si e per odire. Lo terzo per odorare. Lo quarto per gustare. ^^ 
Lo zinquene per locare. Et auegniake naturalmente 1 umana natura se de- 



22 ■ Salvioni, 

lecta in quisti zinque modi spetialmente ella se delecta ilio uitio de la golia. 
Et in lo peccao dra golia e in lo uitio dra luxuria. E lo uitio dra gola no 
e oltro seno tropo mangiar e tropo bene. E lo uitio dra luxuria si se co- 
mete per zinque modi. Lo primer si e fornication. Lo segondo si e adul- 
5 terio. Lo terzo si e stup[r]o. Lo quarto incesto. Lo zinqucn si e peccao contra 
natura. E in questo comandamento si e deuedao [lOS] lo uitio dra gora e 
lo uitio della luxuria. Lo quarto comandamento ke perten al proximo si 
dixe no fa furto. Non flirtimi faties. E furto non e oltro seno a tor cosse 
contro lo uolenta de quilli ke le possedeno. E furto se fa per sexe modi. 

10 Lo prime si e quello deli ladroni . ke inuolano al proximo occultamente. 
Lo segondo si e quello de li robau ke robano lo proximo paresraente. Lo 
terzo si e quello delli usurarij ke soto spetia de pietà toUeno la roba al 
proximo. Lo quarto si e quello dri falsi mercadanti li que soto spetia de 
mercantia corapremo [compreno] e uendeno contra raxon. E-llo zinqaene si 

15 e quello delle false segnorie li que no stan suso lo so sciarlo auze tolleno 
la roba al proximo. E-llo sexen si e quello deli richi auari ke uè lo pouero 
destregio [106] allo uecesso e no lo uoreno aidarlo e souenirlo. Lo cinquen 
comandamento ke perten allo nome del proximo si e no dir falso testemonio. 
Non loqueris contra proximum tuuni falsum testìmonium. E falzo testimonio 
se fa per quatro modi. Lo prime si e per odio. Lo segon per amor de la 
contraria parte. Lo terzo per peccunia. Lo quarto per temore. Et in questo 
comandamento si fi uedai tugi li peccai de la lengua li que si hin sedexe. 
Lo primer si e pai'la parolle otiose. Lo segondo si e lonxengare. Lo terzo 
si e simulare. Lo quarto laudare. Lo cinquen si e a impremete e no atende. 

25 Lo sexen menti. Lo sete[n] zura. Lo seten sperzura. Lo nouen infama. Lo 
dexen maledir. Lo undexeu seminar discordia. Lo dodexen me[107]uazare. Lo 
tredexen excussasse. Le quatordexen mormora. Lo quindexen biastema. Lo 
sedexen si e falso testimonio com e digio denanze. Lo sexen comandamento 
ke perten ala nome del proximo si dixe no desidra la mulier del proximo. 
Nec desideraberis uxorem proximi tui. E lo seten si dixe no desidra le sq 
cosse. Non concupisces domum proximi tui . non seruum . non ancillam . 
non boues . non asinun . nec omnia quae illius sunt. La sententia de quisti 
dui comandamenti se pare ke sia una pur una con quilli dui ke no fornica 
no inuola. Non mechaberis non furtum faties. Ma al gè quillo tante diuision 

35 ke quilli parleno dra oura e quisti parleno dra uorenta. E no soramente a 
fornica e inuoUa e peccao morta. [108]. Ma etiamde a uege la uolonta de- 
sponuda a fornica e inuola che intro peccao morta senza 1 oura. E cossi 
ben e da intender de tugi li oltri peccai k in intri li comandarainti. 



Antichi testi lombardi. 23 



[C anz on e,] 

Partete core e vate a lo amore 
Vate a icsu che in croxe si more 
Piange dolente e anima predata 
Ke stai vedoata de christi amore 

Io volto piangere ke ami azo invito 
Ke ago perduto padre e marito 
Christo piangendo gilio fiorito 
Essere partito per lo mio gran falore 

Pianze dolente e zita suspiri 
Ke tu hay perduto lo dolze tuo sire 
Forse per piancto lo faray venire 
Al sconsolato e tristo mio core 

iesu christo unde tu may lassato 
Infra li inimici cossi circundato 
Hano mi falito li molti peccati 
e resistenza non azo valore. 

Ogi mei de piangere non linate 

De piangere tanto che lume perdate 

Perduto havite la hereditate 

De resguardare alo polito splendore. 

oregie mee que ve delecta 

De odire piancto de cossi amara festa 

No rexentite la voxe delecta 

Ke ve ne faza cantare iabilatione. 

core mio que voristu fare 

Suxo la croxe voristu montare 

De no te incresca salire quelle scalle 

Ke le salute lo nostro grande segnore. 



Sj4 Salvioni, Antichi testi loiubardi. 



core mo che sei cossi duro 
Più che non e la petra de lo muro 
Vane a la croxe e vederay cristo nudo 
Li si fa lo pianto de la tua fallilion 

core mio che sei cossi indurato 
Che con la pesa me pare sigillato 
Vate a iesu e mirali el costato 
Chi gli fo fato solo per tuo amore. 



RICERCHE 

SUI 

PRONOMI PERSONALI E POSSESSIVI NEOLATINI, 



F. r>' o V I r> I o. 



Sommario: Esordio. — LI riflessi di ego. — II. Le vocali in iato; in ispecie 
quelle di *eo, raeus, tuus ecc. — IIL I riflessi enfatici di me e mihi, 
te e tibi ecc. — IV. I riflessi atonici di me e mihi ecc. — V. egli = 
ille. 



I rapporti tra le voci pronominali romanze e le latine, mentre 
sono, all'ingrosso, di un'evidenza tale, da non parer che vi sia 
neppure il bisogno d'indicarli, presentano però, chi si metta 
a volerli determinar con minuzia e precisione, difficoltà che non 
son-tra le più lievi in cui un romanista si possa abbattere. Ta- 
lora è il processo fonetico che non è chiaro. Come, p. es., da ego 
siasi venuto a io anziché a "^jego o ad *eggo', se il dittongo {ie = e) 
vi sia per avventura risonato un tempo anche in quelle lingue 
ove ora non appare (pg. eu ecc.); e se, dove appare (prv. ieu ecc.), 
esso sia davvero il normal continuatore dell' e o non piuttosto 
la semplice resultanza di una prostesi di 7-, ecc. : sono questioni 
d'interesse, se si vuole, scarso, specie se così circoscritte, ma 
pur difficili alquanto a risolvere. E la certezza stessa, si badi, che 
p. es. io d' un modo o d' un altro debba assolutamente risalire 
ad ego, è, in questo come in simili casi, la maggior croce per il 
fonologo ; il quale non può nemmeno, come per le 'parole' vere 
e proprie s'è fatto oramai più volte giungendosi p. es. a seque- 
strare lupus da l'j/.o; e deus da S^£>:, troncare la questione 
col negare, o col sospettarla meramente casuale parziale, la 



26 D' Ovidio, 

rispondenza fra i due termini che non si riesce a equiparare 
mercè le solite norme fonologiche. Tal altra volta la difficoltà con- 
siste nel rintracciare a quale precisamente de' casi obliqui latini 
risalga la voce obliqua romanza. Se p. es. il pg. sp. lomb. ven. mi 
{de mi ecc.) sia pur esso, come l' it. ine, la voce d'accusativo latino, 
con r è fatta «*, cioè con una alterazione fonetica, se non inaudita, 
certo infrequente, in quegli ambienti; ovvero se s'abbia a ricon- 
nettere col mi col mi hi; e se il tose, atonico mi sia un as- 
sottigliamento fonetico, che non par difficile in vocale atona, del 
me latino {uccidimi = oc eia e me), o una stretta continuazione di 
mi {dammi la mano-àa. mi illam manum) o mi hi (*mii), 
od un po' di tutt' e due le cose ; se lo sp. pg. lomb. ven. romanesco 
me dativo atonico {dame la mano) sia un incrassimento vocalico 
del lat. mi, od una estensione analogica del lat. me; ecc. ecc.: 
e' son tutti dubbj che si posson fare, essendovi per ogni ipotesi 
il prò e il centra. E può, tra l' altro, non esser nemmen certo che 
p. es. lo sp. me e il roman. me, pur essendo materialmente iden- 
tici, abbiano la stessa origine; e in tali casi può nascer dubbio 
se sia più prudente l'accondiscendere ad ammettere qualche al- 
terazion fonetica un po' insolita per qualcuno de' varj ambienti, 
pur di ottenere che le voci romanze d'identica funzione si ripor- 
tino dappertutto a un unico prototipo latino ; ovvero, pur d'evi- 
tare per ogni lingua ogni anomalia fonetica, persuadersi che le 
favelle romanze abbian continuato questa un caso e quella un altro, 
del pronome latino. S'aggiunge la picciolezza, per lo più, di queste 
paroline pronominali, che non dan presa ad una analisi che le vo- 
lesse investir da più parti; onde la questione che le concerne 
si raccoglie le più volte in un punto solo, su cui lo sguardo s'af- 
fisa lungamente invano e finisce col vacillare. 

Pure, non vogliamo dire che le difficoltà sieno addirittura insor- 
montabili; ed un accurato studio comparativo delle forme varie 
de' varj idiomi romanzi, e uno scrutinio così insistente di ogni 
singola forma, che non lasci intentata alcuna delle ipotesi cui 
essa può dar luogo, possono qui condurre in parte alla chiara per- 
cezione del vero , in parte almeno a quella netta circoscrizione 
del dubbio, alla quale spesso è forza acquetarsi anche per sog- 
getti più importanti che non sia questo assai modesto, di cui mo- 



Pronomi personali e possessivi. 27 

destamente qui tratteremo. E intorno al quale, intanto, voglio 
subito avvertire che a parer mio tre sono soprattutto non so se 
dire i risultati o i criterj dello studio che se ne faccia: - il bi- 
sogno di ricorrere anche qui con più confidenza alla azione delle 
spinte analogiche; - la convenienza di considerar bene gli effetti 
della funzione spesso atonica, sì proclitica {io so e sim.) e sì enclitica 
(dammi e sim.), dei pronomi, sopra le lor vicende fonetiche; - la 
ragionevolezza del convincersi sempre più che la declinazion pro- 
nominale romanza è, quanto e più che la nominale, lo assetta- 
mento alla buona, e un po' diverso secondo i diversi ambienti, 
delle sparse reliquie del naufragio della declinazion latina. A me, 
ad esse, a cui, a loro, mostrano, p. es. pareggiati nella funzione 
i continuatori di un accusativo, di un nominativo, di un dativo, di 
un genitivo: ad me, ad ipsae, ad cui, ad illorum; a quel 
modo che al corpo, alla moglie, al fulmine, ci danno il pareggia- 
mento di un accusativo (corpus), di un nominativo (mulier), di un 
ablativo (fulmine) \ 

Ed ora, chiedendo scusa dei troppi preamboli, vengo alle mie 
poche note. E incomincio dalla rassegna delle forme latine del 
singolare di prima e seconda persona e del riflessivo, che sono: 
ego, mei, mtht mi, me; tii, tui, ttbt, té; sui, stbì^, sé ^ 



1 A proposito della seconda delle massime or ora da me enunciate, cioè 
del doversi considerar la parola nella sua funzione effettiva nel discorso 
per bene spiegarsene le vicende fonetiche, voglio ricordare alcune acconce 
parole di uno de' più ingegnosi sostenitori di detta massima, il prof. Federico 
Neumann. Il quale, or son già alcuni anni, nel ' Literaturblatt fiir germ. 
und roman. Philologie' (ITI, n." 12), scriveva: " . . . . aus dem Princip der 
sogenannten Satzphonetik; das meiner Meinung nacli in der romanischen 
Lautlehre nodi nicht die gebùhrende Beriicksichtigung erfahren hat. Wir 
miissen stets einen Satz ira Auge behalten : ein Wort entwickelt sich nie 
an sich, sondern stets nur gemiiss der Stellung, die es in Satzzusammenhang 
einnihmt. So kann ein Wort ... in verscliiedenem Satzzusammenhange oft 
ganz verschiedene Betonung haben, es kann einraal den Hochton, ein auder 
Mal Nebenton oder gar keinen Acceut liaben, wodurch naturgemàss eine 
verschiedene Lautentwicklung bedingt isl. „ Ma queste savie parole rispon- 
devano, del resto, a criterj già applicati in Italia dai nostri migliori. 

- L' -0 di ego e V -i di mihi ecc. erano originariamente lunghi, ma di- 
vennero poi nell'uso interamente brevi, salvo che, per la solita tradizione 
arcaica che la poesia conserva e usufruita, si trovano non di rado misurati 
ancora come lunghi ne' poeti. 



28 D' Ovidio, 

E me, ti, se, erano accusativo e ablativo insieme; onde il neo- 
latino non fece qui che ereditare quella identità estrinseca tra i 
due casi (ad me, de me; per me, si ne me; in me conver- 
tite ferrum, in me situm est; etc), che nei nomi imparisillabi 
invece non ebbe se non per livellamento fonetico popolare (acc. 
amor e[m] = abl. amore). Una differenza, del resto, meramente 
cronologica, in fin de' conti; se è vero che il me ecc. accus. e abl. 
classico era risultato dal livellamento dell'abl. are. me d téd sid, 
quando perde il -e?, con 1' accus. me ti si, di cui la lunga ri- 
chiamerebbe quella delle forme asiatiche (sscr. mam tvàm, zend. 
mam thvam) o, forse meglio, delle corrispondenti enclitiche 
(sscr. z. ma; sscr. tvà, z. thvà)\ Comunque, di tutte le forme 
latine testé registrate, bisogna lasciar cadere solo quelle di ge- 
nitivo, mei tui sui, - che del resto scarsa vitalità aveano nello 
stesso latino, per via de' possessivi, che filius meus rendea inu- 
tile e stonato un filius mei T;aT; aou, e al più il genitivo era 
opportuno quand'era objettivo (raagnum desiderium tui reliqui- 
sti, etc.) e coi verbi (oblitus mei, etc.) ^- e tutte le altre (ego, 
me, ecc.) considerarle come continuatesi tutte in favella romanza: 
anche, beninteso, mihi tibi sibi, se non altro (ci basti questo 
per ora) in grazia del rumeno. Or vediamo d'ogni forma pronomi- 
nale latina le vicende romanze. 

I. ego. — Molti testi italiani arcaici % e anche molte va- 
rietà dialettali odierne ^, e il logudorese, e il còrso, ci danno il 
riflesso eo; che è pure nei 'Giuramenti di Strasburgo'. Sembra 



^ Quest'ultima ipotesi, me = ma ecc., che metto innanzi con la debita mo- 
destia, mi pare spiegherebbe l'assenza deli' -m flessionale in me ecc. e forse 
la stessa abbreviazione della vocale greca (f^s «ré e). — Intanto, que' casi 
in cui il latino arcaico ci dà med ecc. in funzione d'accusativo s'avranno 
a spiegare, col Corssen {Ausspr. II 456, Znr ital. sprachk. 599-605), come 
sporadici straripamenti, per ragioni eufoniche, dello ablativo nello accusativo, 
avvenuti quando, vacillando il -d ablativale, le forme de' due casi eran già 
quasi livellate. 

■" KiÌHNER, Ausfuhrl. gramm. d. lat. spr., II 434-6. 

•'' Veggasi, oltre i lessici, il Caix, Origini ecc., p. S0-S3. Per l'ant. venez., 
Ascoli, Arch. I 469-70, IH 263. 

* Per dirne una, una varietà dell'avellinese. 



Pronomi personali e possessivi. 29 

la più prossima continuazione della forma latina, dalla quale non 
differisce se non pel -g- dileguato *. Il qual dileguo è così fermo nei 
riflessi romanzi di ego ^, da doversi ritenere già seguito nel latino 
popolare; dove sarà stato agevolato, o addirittura provocato, dalla 
frequente proclisia del vocabolo ^ 

Ad eo si riconnettono subito, da un lato, la forma apocopata 
e' * ; dall'altro, la epentetica ejo pur dell'ant. venez., eju del córso 
e del sd. sett. ^. E vi si riconnette pur subito la forma eu^ che è 
portoghese, rumena, provenzale, bassoengadina {eug^ eu)^ leccese, 
calabrese, sicula '', e si trova anche nel 'Poema della Passione'. 
Come pur vi si riconuettono le forme prostetiche deo^ deu, di al- 
cune varietà sarde. 

Da eo nacque, con 1' é in i come in Dio mio ecc., Vio toscano, 
romano, marchigiano, umbro, avellinese \ ecc. Da io s' ebbe la 
forma apocopata i\ che è toscana e piemontese * e ancor più na- 



^ L'analogia migliore qui all'Ascoli par quella dei casi come fo = *fàug - 
fago-, ecc. 

^ Non dimentico l'ego, attribuito a qualche varietà logudorese, né V eiig 
basso-engadino. 

* Un po' diversamente considerava, più anni sono, la mancanza del -g- 
ne' riflessi neolatini 1' Ascoli, St. Crit. II 180 sg. 

* Si ha in dial. merid. (p. es. 1' ebolitano), in córso, nell' ant. venez. ecc. 
^ A codesto tipo s'avrebber par a ridurre le forme che il Dizionario del 

LiTTRÉ registra come ijiccarde: ege, ej', euj'. In massima però, i ragguagli 
del Littré circa forme dialettali moderne pare a me, e ad altri più esperto 
di me, che sieno da accogliere con circospezione. 

" S'intende che nominando certe regioni accenniamo solo a parti di esse, a 
loro varietà dialettali; onde le riavremo poi, le stesse regioni, pur per altre 
forme. Sarà poi inutile avvertire, e lo facciamo a ogni modo una volta per 
sempre, come noi teniamo sempre presenti, oltre altri libri che qua e là ri- 
corderemo, per il siciliano il Pitrè (Fiabe ecc., I ccx), per il leccese il Morosi, 
pel prov. e l'ant. fr, le due Crestomazie del Bartsch, per il ladino il primo 
volume dell'Archivio. 

' Negli altri dialetti meridionali, la finale è annebbiata, al solito : te, ije. 
Ed io, in, si hanno anche in varietà sicule. V è 1' io anche nei * Giura- 
menti' e nel 'Giona', e V iou in una prosa provenzale; ma non mi risultano 
sicuri quanto alla sede dell' accento, onde non oso ascriverli troppo risolu- 
tamente a questa categoria anziché alla successiva. 

* In piemontese si fa poi j' avanti a vocale {f avia e slm., accanto a * 
fasia e sim.). Ma ò poi sottinteso che nella posizione enfatica il piemon- 



so D' Ovidio, 

poletana, e anche, pare, di qualche dialetto francese (nivernese; 
V. Littré diz.), e di qualche luogo della Sicilia, la quale poi in 
altri suoi territorj ha svolta codesta forma con la epitesi di un 
-a (la). Da io, con una inversione d'accento assai facile a com- 
prendersi tra vocali attij^ue, e tanto più in voce frequentemente 
quasi proclitica, s'ebbe *èo * e quindi jo, ed è la fase rappresen- 
tata da qualche /o siciliano, dal ladino-centrale e friulano, dal 
i/o spagnuolo, dal valsoanino jo, go ^ dal jo del 'S. Alexis', e dal 
je comune francese ^. Circa 1' e muta da -0 in quest' ultimo, po- 
trebbe veramente nascere qualche perplessità. Certo, 1' e v'è sorto 
nella funzione atonica (e il francese moderno non ne conosce 
altra!), e s'è poi diffuso anche, in antico, alla enfatica. Ma se Ve 
muta = è normale in francese all'uscita, onde parrebbe regolare 
nel caso nel pronome affisso {ai-je e sim.), in sillaba protonica 
invece l'O si suol riflettere in francese per u (ou), come si vede p. 
es. in pouvoir jouer ecc., onde non parrebbe poi naturale 1' e nel 
caso del pronome che anteceda il verbo {je fais ecc.). Sennonché 
je appartiene a quel piccol drappello di voci 'sui generis', in cui 
entrano pure la negazione wg = no[n] (cfr. nenil) e ce = ciò *, 
le - ilio-, Us = illos ecc. ! 

La stessa fase jo, di cui stiamo raccogliendo ì rappresentanti, 
è da riconoscere, salvo 1' o assottigliato in m, nel Ju jou d'antichi 



tese dice mi come tutta 1' Alta Italia ; ed il toscano dice io senz' apocope. 
E per ciò io dico nel testo che ^' è ancora più napoletano; perchè in na- 
poletano può usarsi anche enfaticamente {songh' i', oltre songh' ije). ' Na- 
poletano ' qui poi ha il senso lato che gli danno i Toscani, e v' includo il 
pugliese, il saunitico, 1' abruzzese ecc. 

^ Potrebbe anche, però, la permutazione dell'accento essere seguita nella 
fase con l' e, cioè da éo essersi fatto eó e quindi io ; o potrebbe essersi 
verificato ciò solamente in certi ambienti (p. es. il francese), e in altri 
essersi avuto éo io io. 

^ NiGRA, Arch. Ili 9. Ivi si registra anche una terza forma gè, che non 
so se sia un alleggerimento di go, ovvero un je[o], oppure un francesismo 
(converrebbe saper qualche cosa di più circa i suoi limiti funzionali) ; e due 
altre foraie enfatiche ghigo ghjó, che soa desunte da 'eccum-ille-ego' ib. 44. 

* E j/e è anche la forma ladino-centrale: Arch, I 364. 

* L' ant. fr. accanto a ce che ci dà ancora ezo ceo qou chou iceo ìqo. Come 
acc. a je ci dà jo. Il parallelismo è perfetto, e toglie ogni dubbio circa la 
possibilità di je = jo. 



Pronomi personali e possessivi. 3t 

testi francesi e iou di provenzali, nel neoprov, you del bassoliino- 
sino', nel _/?< veglioto^ e ne\ ju di alcune parlate leccesi e sicule^; 
e negli ulteriori sviluppi che di questa forma troviamo, nel jua di 
alcune altre parlate siciliane (cfr. più sopra io) e nel jéi di qualche 
favella del leccese (Brindisi), cui sta accanto tùl (che ha riscontro 
nel sardo meridionale !). 

E qui forse dovremmo ascrivere lo forme enclitiche fossili del 
verbo interrogativo veneziano, cdntio, canterógìo, gógio, sóngio ecc. *, 
e del romagnolo-emiliano, hója^ cardénja (= crediam noi?), e del 
milanese, fussia, pòssia, sóntia ecc. *, che pajono essere un cànt-jò, 
fùss-jà ecc. Dove però si può dubitare se la voce pronominale , 
quando si addossò al verbo, fosse già^ó, o fosse ancora io\ poiché, 
anche dato quest'ultimo, il risultato enclitico sarebbe sempre stato 
lo stesso. E il dubbio, del resto, si può estendere anche ad altre 
delle voci più sopra enumerate, quando sono di ambienti ove poco 
nulla la voce nominativale è usata in funzione enfatica, e dove 
quindi anziché di un vero e proprio scambio d' accento pari a 
quello di filiólo-, e qual di certo v' è nello spagnuolo, 3/0, e' 
potrebbe invece trattarsi di una semplice sparizion d'accento da 
tutta la voce {io) per assoluta proclisia enclisia. Ma così siamo 
venuti in faccia a questioni sottilissime, di quasi impossibile so- 
luzione, e forse anche un po' 'di lana caprina'. Contentiamoci 
di concludere ora, che, se anche sotto a identiche voci romanze 
si nascondano forse talvolta processi fonetici lievemente diversi , 
i tipi sostanziali però, a cui si riportano più" meno tutte le va- 
rietà viste finora, sono quattro : éo, lo, jó, jo (atono). 

Ora, rifacendoci al primo di codesti tipi, che si può dire il tipo 



' Ghabaneau, Gramm. lemous., 174. 
^ Ascoli, Ardi. I 438. 

^ Per queste due ultime zone si può far questione cronologica circa il 
momento in cui sia sorto V w, cioè se si tratti di jo in Jii di iu in ju. 

* Ascoli, St. Crit. II 151 n. S'estende 1' -io anche alla 1.» pi., gavémjo ecc. 
(il bellun. più esattamente: cantóne noi? con OTe=noi); per cui cfr. lo 
scambio inverso nel voi avevi de' Toscani e nel /' avons, io ho, del francese 
plebeo, e lo identico scambio nel leudd-lu = lodaste, di varielà rumene (Mi- 

KLOSlCn). 

* Cfr. Salvioni, Fonetica del dial. moderno di Milano, Torino, Loscher, 
1884, p. 142. 



S2 ])' Ovidio, 

deWe conservato e mantenuto tonico, vi aggiungiamo infine il tipo 
ampliato ;ew, che occorre per larghe zone nel leccese, nel calabrese, 
in più luoghi di Sicilia*, nel provenzale moderno {yeou) e nel- 
r antico {ieu iieii yen Jiieii liyeu) e nel rumeno "' . E allo stesso tipo 
metteran capo di certo i geo^ zeo^ zeo, di diverse località di Sar- 
degna (Spano), col j- variamente modulato. Non v'abbiamo im- 
brancate anche le forme ladine ieu jou jau, perchè non sono, pare, 
se non pronunziazioni crasse del semplice tipo io, tostochè nello 
stesso ambiente si ha marieu = marito e sim. ; come pure a io si ri- 
duce il sottosilvano ja, tostochè gli sta accanto da un lato Dia, 
dall'altro a r dia = sly dito e sim. ^. Del gié, poi, che nell' a. fr. si 
trova talora, in rima p. es. con jugié e con changié *, è naturale 
si debba crederlo un jéo apocopato, da metter quindi in riga colle 
voci prov. cai. sic. etc. , anziché supporre che deva considerarsi 
come il solito je con Ve muta affinata in é (cfr. puissé-Je e sim.) 
per via della rima. Certo che, ad ogni modo, nell' a. fr, v'è anche 
Jeo addirittura, che assuona per es. con bien (Diez). E potrebbe 
anche sorgere l' ipotesi che lo stesso comune je sia una riduzione 
di jeo, anziché essere un jo con 1' o annebbiato ; il che però per 
me resta sempre la cosa più plausibile. 

Comunque, d'un modo o d'un altro, ci troviamo ormai d'avere 
messo in isquadra tutti, quasi, i molteplici riflessi romanzi di ego. 
Tutti, beninteso, quelli presenti alla mia mente; de' quali pure 
ho negletti alcuni , perchè mere pronunzie locali di qualcun dei 
tipi studiati ". Sarò grato a chi mi volesse fornir notizie, così di 
riflessi locali sfuggitimi, come di più precisa delimi tazion geogra- 
fica de' riflessi che ho registrati, e mi desse così modo di riuscir 
più completo altra volta. 



' Dove si ha anche apocopato: je'. 

^ Il Diez, gr. Il pronominalbiidg., cita anche ieu da testi ant. pg. 

3 Ascoli, Arch. I 16 21 126 130 171. 

* V. il Bartsch. 

^ Il dialetto, p. es., di Agnone (Molise) dice JeJJe, anzi quasi JoJJe; ma 
un orecchio esperto vi riconosce il semplice io, prollerito in quel modo crasso 
che in quell' ambiente era da aspettare. Ma non saprei che dire, invece, di 
aia, che da fonte altoengadinese dà il Gartner, nella 'Ràtoroman. Gramm.' 
(p. 92), che ora mi soprarriva. Si ridurrà a un ejo? 



Pronomi personali e possessivi, 33 

IL Ma il tipo ultimo considerato, jeu, dà luogo a dubbj fo- 
nistorici non lievi, ed apre la niente ad altri dubbj circa gli altri 
tipi tutti. Già se n'è toccato nell'esordio di questo scritto. S'ha 
egli a vedere in jeu un semplice eii con prostesi eufonica di y-, 
come fu asserito del jeu leccese^ e del rumeno^? o vi si ha a 
riconoscere il genuino dittongamento {ie) dell' è latino di ego? 
Che se davvero fosse così, non sarebbe questo un bell'indizio che 
r iato non impedisce all' e di correre le sue vicende solite ? E 
non verrebbe da pensare che le forme eo, eu, nonostante pajano 
così immediatamente collegate al tipo latino , sian passate pur 
esse per la trafila del dittongo ? di cui l' i sia stato, col tempo, 
' riassorbito ' ? E dello stesso io non viene il sospetto che sia 
passato per la trafila d'un '^ieol Non so se quest'ultima ipotesi 
l'abbia sinora accampata pubblicamente alcuno, ma di certo me 
l'ha accennata più volte il collega Monaci, il quale, condottovi 
da forme di quell' Italia centrale di cui egli è così solerte esplo- 
ratore, opinava appunto che anche mio Dio risalgano a meus 
Deus pel tramite di un mieo Dieo ecc. ecc. 

Ed appunto lo studio va esteso a tutte le voci romanze che 
riflettano in un modo qualunque un e latino in iato , anzi a 
tutti i riflessi di una qualsiasi vocale tonica in iato. Io non ho 
qui l'agio, però, di fare compiutamente un così largo studio, e 
mi devo contentare di un po' d'inventario e di ricerca, che mi 
conducano a formulare un' opinione probabile. Sarei ben lieto 
che uno studioso di buon volere trattasse in un apposito lavoro, 
in maniera, come gl'Inglesi direbbero, 'exhausting', questo sog- 
getto dell'iato ^. 

Formuliamo prima, intanto, i fenomeni, senza pensare per ora 
al procedimento storico onde risultino. L' effetto dell' iato pare 
si senta, dove si sente, in tre modi: o in ciò, die tira eoa chiu- 



^ Morosi, Arch. IV 124. 

- MiKLOsicH, Beitràge z. lautlelire d. ruraun. Dial., II 41-2. 

* Che esso non sia stato considerato abbastanza fiuquì, n' è prova anche 
il trovarsi tuttora, negli spogli fonetici di testi o nelle descrizioni di dialetti, 
considerate le voci ove la vocale tonica è in iato promiscuamente a tutte 
le altre. L'Archivio però le ha sempre accuratamente sceverate. 

Archivio glottol. ital., IX. 3 



84 D' Ovidio, 

dersi in i u: o in ciò, che impedisce il dittongamento d' e o; o 
in ciò, che impedisce a z u di farsi e o^ . 

Veniamo ora agli esempj veri o apparenti di ciò. 

C'è -«a = -iè [bj a m ecc. in sp., pg., prov., piera. % sardo, ca- 
labro-siculo-leccese. Ma, a prescinder che per quest' ultima zona 
(cai. ecc.) r / è il normal continuatore d' è anche fuori iato (aviri, 
mnnita. ecc.), per tutti gli altri territorj (sp. ecc.) è una giusta 
presunzione quella già accennata colla solita rapidità dal Diez , 
che 1' -ia sia effetto di conformazione analogica della 2.* e 3.* 
conjugazione alla 4." {vedla tenia ecc. fatti su udia venia ecc.). 
Dunque questo primo esemplare è meramente apparente '. 

Ve poi il condizionale in -ia \ Dove esso, come avviene in sp. pg. 
prov. cai. sic. lece, trovasi accanto agi' imperfetti in -m, dove in- 
somma si dice avia anche quando questa voce non è agglutinata 
coli' infinito, lì esso non presenta nulla di notevole: non è che 



1 Parlando così all' italiana, si intendono inclusi anche i fatti simmetrici 
delle altre favelle. L' u che non si fa o, per la Francia vuol dire, natural- 
mente, che suona il anziché u (ou), e via discorrendo — Assieme all' iato 
originario, consideriamo anche l' iato secondario, nato da dileguo di con- 
sonante. 

2 Non nel genovese, che dice vedeivo ecc. ; ne nel valsoanino, Arch. ITI 9. 
^ Al pretto toscano, che dice vedeva veden ecc. le dette forme analogiche 

vedia ecc. sono estranee. Non- pare però che fossero in tutto estranee al 
senese-aretino. Pure, se anche i poeti del toscano settentrionale le usarono, 
fu principalmente per, imitazione del siculo insieme e del provenzale. Dante, 
infatti, che le usò nelle Rime, le escluse affatto dalla Comedia (salvo mo- 
vléno, condoliémi, forme su cui c'è da far poco fondamento: cfr. Caix, Ori- 
gini ecc. 226). Il Petrarca ha solia nella canz. < S' il dissi mai', e nei son. 
^ Amor, natura ', e ' Sennuncio, io vo '. Non in tutto rettamente considerai 
io codeste forme (in quanto occorron nei toscani) ne' miei Saggi Critici, 
p. 525-6, S27-8 n, e neppur, forse, il Gaspary, Sicil. dichtersch. p. 184-o. 
Ma affatto fuor di strada era il rimpianto Cauello, quando poneva così sicu- 
ramente 1' -ia pel toscano pretto, da farne persin prender le mosse a fi or ere 
e sim, pel loro passaggio alla quarta (Ztschr. f. rom, phil. I 512-3): spie- 
gazione, ad ogni modo, troppo generale, d'un fatto circoscritto a pochi verbi. 
* Anch' esso estraneo al toscano pretto, e solo affacciantesi sul confine 
meridionale di Toscana. L' uso che ne fecero i poeti toscani, rimasto ben 
saldo anche nella lingua poetica posteriore, metteva capo alla solita imita- 
zione meridionale e provenzale, oltreché a contagio dell' Italia centrale. Cfr. 
Caix, op. cit. 234. 



Pronomi personali e possessivi. 35 

un'applicazione particolare di una nonna costante. Dove poi l'im- 
perfetto suona invece -éa o un suo nornial succedaneo (bellun. mi 
temèe, fi", je faisais ecc.), ma insieme il condizionale gli è omofono 
(bellun. mi temarèe, ime. je fairais; ant. aretino /area ecc., v. Caix, 
op. cit. 2o5, ove son ricordate anche altre favelle), colà per un 
altro verso neppur v' è luogo a notar nulla. Ma vi sono alcune 
zone, come già osservai altrove (o. e, 526-7), in cui l'imperfetto 
suona -em -ea -eja, ed il condizionale, invece, -la. Accenno par- 
ticolarmente al lombardo, e più ancora (giacché il lombardo usa, 
anche di più, certe altre forme di condizionale), al napoletano e 
ai dialetti che vanno con esso. In napoletano si dice poniamo: ie 
diceva ecc. e ie dicarrìa ecc. — Orbene costì e' sarebbe assurdo il 
supporre che solo Vavea in quanto fu agglutinato con l'infinito se- 
guisse un'analogia, quella della 4.^ conjugazione ! E Tunica inter- 
pretazione possibile del fatto mi par sempre quella che già nel 
citato libro diedi, che cioè V aveva in quanto divenne Voce ser- 
vile' potè soggiacere a un'alterazione fonetica da cui restò immune 
esso stesso in quanto era verbo a sé {aveva) con tutti gl'imperfetti 
suoi pari {faceva vedeva ecc.), al qual proposito già confrontai 
V ehhi con V-ei ài farei e sim. Come, agglutinandosi aveva coll'in- 
finito, vi perde V av- iniziale, e perde presto e difiniti vamente il 
secondo -v- (rimasto invece vivo, se non altro nella coscienza, 
negT imperfetti liberi ) , così questo servile -ea potè per eufonia 
farsi -ia, nel mentre aveva vedeva ecc. conservavano 1' e, sia per la 
maggii^r tenacità del loro -^-, sia anche per la simmetria colle altre 
voci del verbo {avere ecc.). Neil' -ia condizionale, dunque, del na- 
poletano, e forse del milanese e d'altri idiomi ancora, potremmo 
proprio risolverci a riconoscere un' e chiusasi in i per causa del- 
l' iato. 

E lo stesso s'avrebbe di certo a vedere nel die { = dee = deve ) 
di un antico testo forse fiorentino \ e nel dia per de(v)a di testi 
sanesi-aretini ^ 

L'importanza di questi due esemplari {-ia e die dia) non può 
sfuggire ad alcuno. Si tratta di tali e che non risalgono a e, e di 



1 V. i miei ' Saggi ', 526 n. 

» Caix, o. c. 219-20; Gaspahy, Sicilian. dichtersch., 18S-6. 



36 D' Ovidio, 

cui quindi non è lecito imaginare che si riducessero a i per la 
trafila di un ié\ i quali dunque pajon provare che l' iato possa 
essere diretta causa di chiusura di un suono più crasso in uno 
più sottile. 

Pure, si tratta di due casi sporadici, e proprj sol di speciali 
zone idiomatiche ; e son poi casi di iato non latino \ ma romanzo. 
E v'è di peggio ancora. Che è ben legittimo il sospetto che, poiché 
il verbo 'dovere' e le voci dei condizionali si usano molto più 
come ausiliari, e quasi in proclisia, che come voci indipendenti, 
il loro i per e si riduca iu fondo suppergiù a quello usualissimo 
che ha luogo nella atonia, come in commeatus commiato e 
sim. M Anzi se ben si guarda, codesto è meglio che un sospetto! 

Ma volgiamoci altrove, in cerca di altri i in iato da e, sia pur 
da e romanzo e seriore. 

Ci son due termini navali: galia per galèa galera, e saettia da 
sagittea sagittaria^ . Il Canello, come avea felicemente riconosciuto in 
prua un. genovesismo * , così ne scorse giustamente due altri in 
galèa ^saettèa, pel dileguo dell' -r-. Ma non vide né potea vedere 
impronta ligure nelle forme ulteriori saettia galla ^ Se mai un 



^ Ed è ben difficile, stante la norma latina ' breve è sempre la vocale 
innanzi altra', trovar molti esempj di e latino in iato ! Ci sarebbe qualche 
grecismo ostinato, p. es. Aeneas Medea ecc., ma i riflessi italiani con e 
sono evidentemente letterarj : cfr. platèa. Sarei ben grato a chi m' inse- 
gnasse se occorra in qualche testo romanzo un *Enia e sim. 

2 vorria fare da *vorrea,fàre ecc. Alti'a volta (' Altro contrasto sul Con- 
trasto di C. d'A.' nel Giorn. Napoletano, sett. 1879, p. 98 n) ho richia- 
mata l'attenzione sui condizionali di alcune varietà sicule, darra, farra, 
vurra ecc., e le ho spiegate appunto con la proclisia (vurra fari da viir- 
riafàri e sim.). Né allora avrei pensato di guardar piiì in là Ora dico che, 
come la proclisia spiegava la soppressione deli' -i- in iato, così può spiegare 
anche il fatto antecedente dell' e in i. Quanto al die = deve, sarà utile eh' io 
ricordi la proclisia, e la conseguente sincope, del tose, vernacolo bigna e 
'gna per bisogna, di cui già il Canello toccò (Aich. Ili 841) ed io ho ra- 
gionato in correlazione con altri fatti simili (Zeitschr. f. rom. phil.. Vili 105). 

8 Camello, Arch. Ul 301. 

* Arch. Ili 360. L' u da o iu genov. è affatto normale, né l' iato v' entra 
per nulla. 

^ Cfr. p. es. genov. ónéa fioraja, Ascoli, li US 116. — Giova per altro 
avvertire che le forme normali italiane sono galèa e saettia. 



Pronomi personali e possessivi. 37 

dialetto marinaresco dovesse venirci in soccorso per 1' i, sarebbe 
piuttosto il siciliano; sebbene in questo caso neanche il siciliano 
vorrebbe i. Ma il Canello vedeva nell' -ia per -ea un fatto che 
non uscisse dall'ambito della fonetica toscana. Il che però è per 
noi appunto quello di cui andiamo indagando; onde non vi ci po- 
tremmo acquetare senza cadere in una petizion di principio. E 
dovremo invece far luogo all' ipotesi, che molto spontaneamente 
ci si presenta, che -ea sia stato semplicemente attratto dalla ana- 
logia dell'altro suffisso -ia (nel quale eran già confluiti -iva e 
-1 a). La quale ipotesi ci dovrà parere tanto più inevitabile per 
abetia, che proprio non ci sentiamo di ricondurre col Canello ad 
abetaja, e per macia, la quale non derivò da macèria se non in 
quanto 1' -cria di questo fu percepito come un suffisso unico e 
primario e quindi asportato tutto e surrogato. E certamente dif- 
ferenza di suffisso v' è tra il toscano corsia , che giustamente il 
Canello (III 362) radduceva a corsiva, ed il napol. corséa, che è 
un ^corsera col secondo -r- soppresso per dissimilazione (cfr. 
sp. correo), o un francesismo de' soliti in -ea = -aia {limonèa ecc. : 
cfr. Canello, III 312 segg.). 

Le voci verbali dia stia, arcaicam. dea sfea, parrebbero darci 
un' e romanza, chiusa, tardivamente, in i, per l'iato. Le voci, 
intanto, con 1' -e-, a me pajono, come ne balenò già il sospetto 
al Neumann (1. cit. ), le forme latine de[m] de[s] de[t] ecc. 
con sovrappóstavi V -a congiuntivale che risultava dai congiuntivi 
di 2.* 3.* e 4.* conjugazione. Ora, che dea stea (le sole, si badi, 
usate nella Div. Cora.) si facessero dia stia per un processo, come 
ora s' è detto, fonetico, è cosa che è, o pare, possibile. Ma è stato 
però già notato (e non da un neogrammatico, bensì dal Diez), che 
possa trattarsi di un processo puramente analogico : dia stia mo- 
dellati su sia. 

Nessun certo esempio, adunque, ci occorre di e da é lat., o 
di e romanza qualunque, che si chiuda in i per l'iato. 

Piuttosto pajono innegabili gli esempj d' ^ in iato che non si 
fa e, in più voci e lingue. Accenno p. es. a dies, che in tutta 
la romanità dà tutti riflessi che serban 1' i: sp. pg. prov. leccese 
ant. ital. dia, ital. e ant. frc. die, ital. lomb. friul. ladino centr. 



38 D' Ovidio, 

altoengad, ant. frc. di e mocl. frc. -dl\ ant. frc. e pr. dis^ soprasilv. 
gi, rum. zi zio. Dove credo che a ognuno ripugnerebbe il sospet- 
tare che si tratti di un ritorno dell' i dopo una fase transitoria 
'^dea ^ ! E così del via ital. sp. pg. prov. soprasilv. altoeng. , vi 
valsoan., ecc *, nessun oserebbe asseverare che sia passato dap- 
pertutto per la trafila di un "^vea, nonostante che qui una tal 
fase sia realmente rappresentata dal frane, voie (oi=x). E del 
pari, sia ital. e prov., che è sT(m) sl(t) con aggiuntovi V -a con- 
giuntivale (e non senza forse influsso dì Jìa fìam fiat), avrà 
conservato l' i latino e niente più *, malgrado il frane, seie soie 
(ant.) sois '". E così pure, - lasciando da parte pio it. sp. pg., pius 
^vov.^ plus piz pix ant. fr., e l'architettonico stria it., estrìa sp. 
pg., strìes (plur.) fr. , da stria, della popolarità dei quali due 
vocaboli è lecito dubitare, - a me parrebbe troppo duro imagi- 
nare che pna prius sia passato per la 'crisi' di un *prea ^\ Né 
di tutta la serie degli astratti in -ia {poesia gelosia ecc. poesie 
jalousie ecc. ecc.) ci vorremo interamente dimenticare , sebbene 
sien certo di tradizione non affatto popolare ; come forse, del resto, 
sarà anche prìa. 

E così, se guardiamo all' ù, lo troveremo mantenuto, per l'iato. 



ecc., midi; e cfr. valsoau. di-ge dies Jovis (ib. e = ovum), di- 
merclo ecc., Ardi. HI 13 23. 

^ La quale non è poi punto attestata dal de sottosilvano (plur. deis, cfr. 
altoengad. dijs) il quale appartiene ad un ambiente dove si dice reiva amei 
fadeia ecc. da ripa amlcus fa ti g a- ecc. (Arch. 1 130), né dal bolognese 
de, cui sta accanto sé sic, amég ecc.! 

* Ne è diverso, per la ragione stessa or ora detta, il sottosilv. veja. 

* Nella Divina Gomedia si ha sempre sia, e per contrario sempre, come 
ho già detto, dea e steo.] il che conferma e quanto s'è già detto sull'ori- 
gine seriore delle forme dia stia, e l'anzianità dell' i di sia. 

^ Il sea di testi sanesi (Caix, o. c. 226) sarà puramente analogico su dea 
stea, e il sea di testi veronesi (Nannucci 295) potrebbe anche essere da 
sedere, come son di certissimo il sea sp., seja pg. 

* Nell'altro stria lomb. per 'strega' striga, l'è, se però non è dovuto 
a es-tensione analogica dell' i atono di striar striozz ecc., sarà dovuto an- 
ch' esso all' iato, determinatosi per la precoce caduta del -g-, e ci darà un 
nuovo esemplare del tipo che andiam rintracciando. Occorre anche tra i 
Ladini, Arch. I 22 n. 



Pronomi personali e possessivi. 39 

col suono di u, nell'ital. cui; nell'ital. rum. a. fi\ ftd \ mod. fr. 
fus: nell'ital. rum. a. fr. /;/- fiitt", mod. h. fui; e così in tutte 
le persone francesi ant. e mod. e rumene di codesto perfetto, e 
in tutte le persone francesi ant. e mod. di fuissem^ habuis- 
sem ecc.; nell' it. gru, pg. prov. a. sp. gnia, fr. grue^\ nell'it. 
due " , nel duos sardo e obliquo ant. fr. ^^ nel duas pg. ant. sp. 



' Gfr. Arch. VII 450 sg. Anche lo sp. fui è passato, naturalmente, per co- 
desta fase. 

' Fase anteriore italiana: fue; per cui passò anche lo sp. fué. 

' Il tose, fiissi accanto a fossi, lo credo analogico su fui ecc. Ma di vera 
tradizione fonetica, salvochè più effetto di 'umlaut' che di semplice iato, 
sarà invece il fussi dell'Alta e della Bassa Italia. Tra furono e forono poi, 
io non saprei ben dire qual sia la forma analogica (forse la seconda), o se 
non si tratti di differenze, in origine, dialettali del toscano. 

* Strana l'altra forma portoghese: grou\ Vou non solendo mai aversi, in 
queir ambiente, per diltongamento di o od m latini Che il pg. dous (donde 
l'attuale dois) non riflette punto un lat. dós con 1' « soppresso (il quale è 
invece riflesso dallo sp. e dall' antico obliquo fr. e prov. dos, dal soprasilv. 
t/ws, e dal fr deux), come neppure contiene un ó = u e un -iis = os, giusta 
parve al Forster e al Paris; bensì è un semplice invertimento di di'ios, na- 
turale in un ambiente dove eran tanti óu e nessuno ttó, e dove del resto 
gl'invertimenti abondano (eh: Jnrlho := geólhOj doestar = a.rc. deostar deho- 
nestare ecc.). E dei sei esemplari poi che il Diez manda assieme a grou^ le 
voci verbali dou estou sou saranno state in fase anteriore *doi ecc. (cfr, sp. 
day estny so;/), cioè d o con -» paragogico, e F oi poi vi si sarà fatto, al so- 
lito, ou (V. Diez gr., voc. pg., e la mia Gr. pg., 11-12); e soli touca cuffia 
(sp, loca), poupa upupa, chouvo populus, mi restano, assieme a grou, 
come altrettanti problemi fonologici. anche per choiipo sospetteremo 
una f. a. con -oi-, un *pioipo^ e per grou un *groi, con -i = -e come in boi 
bove ? 

* Il quale, in quanto feminile, risalirà a dune, ma, in quanto maschile, 
che sarà? In parte credo una estensione indebita della voce feminile, in 
parte un agguagliamento alla finale di cinque sette nove e perfm di tre. 

^Esistono pure duo, e l'analogico dui, e un dua, che è malagevole dire se 
sia mera varietà fonetica, con un -a di cui piìi giù toccheremo, o confor- 
mazione analogica a mia ecc. per 'miei mie' ecc., o se continui il neutrale 
latino dua, che Quintiliano biasimava (salvo nella locuzione duapondo) 
come un barbarismo. [Gfr. ora Arch. VII o23.] 

'■' In francese l'accento era già spostato, s'intende, sull' o (assuoua, p. es., 
con honors), com' è anche nel corrispondente riflesso ital. duoi (cfr. per V-i, 
oltre i tanti esempj ovvj , l'italo-rumcno irei trcs). La sinizesi, del resto^. 



40 T)' Ovidio, 

prov. ; uei riflessi di -struere^; nell' ital. tuo tua tue, suo ecc.", 
e nello sp. tuj/o tuija tuyos tmjas, suyo ecc., tu tus, su sus, nel pg. 
tua sua -as, nel logud. tua sua, nel rum. teu seu ^ 

D'altra parte però, è di una evidenza innegabile che codesti 
effetti dell' iato non si fanno sentire egualmente in ogni lingua, 
né in tutte le voci di ciascuna lingua, e anche appariscono con- 
dizionati, variamente bensì secondo le varie lingue, dalla natura 
della vocale atona che è cagion dell'iato. S'è visto già in fr. voie 
e sois, ove Vie trattato come fosse seguito da consonante. E 
fuit si riflette, in prov., ant. sp., ant. sicil. , ant. ven., ant. nap., 
ant. ital., per /o, in pg. per/o/*; mentre in prov. e pg. la prima 
persona suona, fui, ove Vu fu salvato dalla metafonesi (fuT). Nulla 
poi dico àeW ìt. fosti , pg. foste, pvov. fost, né àeìVìt. foste pg. 



in simili voci, era facilmente usata anche nel latino; v. Corssen, Ausspr. II 
760-1. 

^ In struggere (cfr. nap. stru-d-ere) V ii è dovuto all' iato e il -gg- al- 
l' influsso del perfetto e del partic. passivo (strussi -strutto : struggere : : 
lessi letto : leggere). 

^ In tui sui, acc. a tuoi suoi = tu ós suós, non so se s'abbiano a vedere 
degli assottigliamenti fonetici, o delle continuazioni popolari delle forme no- 
minativali latine, o meri latinismi, o mere formazioni fatte sul sing. tuo ecc. 
com' è mii. 

^ lì MiKLOsicH (Beitràge z. lautlehre d. rum. dial. : voc. Ili, 6, 8) scrive 
che teu seu devono essere plasmati sull'analogia di mieti e non possano de- 
rivare da tuus ecc. Ma sia lecito obiettare, che se davvero il possessivo di 
seconda e terza persona si fosse riconiato in rumeno sopra quello di prima, 
esso sarebbesi fatto tieu sieu, cioè si sarebbe pienamente conformato al pos- 
sessivo di prima, com' è seguito dappertutto dove simili riconiazioni analo- 
giche sono avvenute (cfr. pg. nieu teu seu, prov. meus teus ecc. o mieus 
tieus ecc.; a. fr. fem. meie teie seie, moie toie soie, mine tiue siue, campob. 
m. mie tié sié, f. mejja tcjja; e Arch. VII S49). E poiché vedo che invece 
l'onorandissimo glottologo non tiene speciale conto dell'iato, io ho osato 
mettere innanzi l'ipotesi che l'insolito e-u sia qui un semplice effetto del- 
l' iato appunto. — Ognuno poi capisce perchè tra le voci francesi io non mi 
son curato di suis sum, di fuis fugio, Ai pluie, puits e sim. : vi si può 
trattare d'un o (= anter. m) che siasi poi fatto u, come Va s'è fatto u in 
huit nuit huile ecc. Del resto, questa doppia serie appunto va pur essa no- 
tata tra gli effetti dell' iato, bensì però di queir iato specialissimo, fatto dal- 
l' i, che è stretto parente dell' ' umlaut '. 

* Di cui r -i = -e = rt, è secondario, come in boi bove. 



Pronomi personali e possessivi. 41 

fostes prov./ofe, né dell' ital. /oss/ ecc. pg. fosse ecc. prov. /os ecc., 
né del pg. e prov. fora ecc. (fueram ecc.); in tutte le quali voci 
trattasi di iato anticamente spento (fùisti quindi fù[i]sti e 
sim.) \ E piuttosto avvertiremo come duae si riflette per cloje 
nel napoletano, per dò nel milanese, che fu doe in Bonvesin '. 
Che se il maschile "^diil si riflette invece per duje in napoletano, 
per dil in lombardo, ciò é dovuto alla metafonesi, cui entrambe 
codeste favelle son sensibilissime ^ E il rumeno ci dà doi al 
maschile e doao al feminile; la qual ultima forma mette capo 
a un (7oye = duae, così come ploao risponde al nostro piove, e 
noao al nostro nove*. E così il lombardo dice to so tuus siius^; 
e al fem. tQva sQva, eh' é anche romagnolo. Il bologn. ha to sing. 
ambigenere, e pi. msch. tu (l'ù per metaf.), fem. tou, eoe, come 
dou duae®. II sardo sett. ha toju foja; che ben risponde al nap. 
ttfje tgja (dove nel masch. 1' -n- è dovuto a pura metaf. dell'-w : 
cfr. pile pilus ecc.) ; il piera. e il córso han to so, e l'aut. fr. il 



1 Vedasi, se piace, ciò che ne tocco nella 'Ztsclir. f. r. ph. ', Vili 100. 
In fummo e furono, ove l'iato potè durare più lungamente, è sempre V u. 
Non mancano però fommo e foi, e tanto meno forono {foro, fonno), né per 
converso fussi ecc.; dove però si tratterà di perturbazioni analogiche. Cfr. 
Blanc, Ital. gramm. 381. 

- Cfr. Salvioni, o. e. 81. 

^ Alla metafonesi o 'umlaut' son pur dovuti i nuje vuje del napoletano 
(cfr. ditìure pi. di diilpre, picciune pi. di piccione ecc.), i nùn vii di Lom- 
bardia, 1 nù vù di Bologna (cfr. boi. lù di contro al lomb. Hi), che metton 
capo alle basi italorumene noi voi, di iato romanzo. I ?iui vui del siculo- 
-calabro-leccese s' avrebbero ad ogni modo, ove occorresse, per metafonesi; 
ma quest'ultima non v'ha avuto campo d'esercitar l'azione sua, per ciò 
che in queir ambiente o si fa per norma u. — Quanto a nni vui dell' are. 
poesia, non posson esser che meridionalesimi, sebbene Dante gli usi anche, 
nella Comedia, ove fu più restio che nelle liriche ad usare forme meridio- 
nali, come se n' è avuto più su una prova. Eran promosse queste dalla rima, 
che facea usar perfm j9?«i per poi (Frescobaldi) se pur pui non suppone puoi-= 
post. Cfr. Gaspary, 161. 

* MiKLOSicH, op. cit., voc. II 39, cfr. 32 33. 

^ Sulla voce del singolare fu plasmato il pi. tó so, che poi funge anche da 
pi. feminile. Se continuasse direttamente il lat. lui ecc., direbbe tii ecc., 
come da =*dui. 

® Cfr. piem. doni, fem. doue (Diez). 



42 D' Ovidio, 

fera, toe soe (|)rov. toa soa), toue soue (cfr. campob. tomia ecc.) \ 
E tou soli abbiam dal loguJorese, e dall'are, sicil. ', e da antichi 
testi forse del Mezzogiorno continentale'. E toi soi abbiamo, e 
da quest'identica fonte ^, e dal prov., e dall' ant. venez. ^; e dal- 
l' ant. Venezia, come da quasi ogni regione, s' ha pur toa toe'^. 
Dice toH^ toa, toi (che è 'tuoi* e 'tue'), anche il leccese, che ha pur 
doi due, roi gru, fot (e perfino, terziariamente, fnei)^ ma, poiché 
dice anche zei = z\\ e sim. (Arch. IV 128 134), può trattarvisi di 
una alterazione dissimilativa affatto seriore. 

Da questa che è un'esemplificazione piuttostochè un inven- 
tario che aspiri alla compiutezza, degli u in iato che si fanno a 
come se fosser seguiti da consonante, abbiamo dovuto, ognun 
l'intende, escludere le così dette forme 'congiuntive' o atoniche 
de' possessivi, to, so (cui sta accanto mo), semplicemente perchè 
non fanno al caso nostro ^ Poiché han radice nella soppressione 
della vocale originariamente tonica, la quale, in quella mezza 



^ Non ci han che vedere toie soie, analogici su moie per meie (col solito 
oi da ei). Pel feui. possess. a. fr. ricordisi il buon lavoro di Forster, nella 
' Ztschr. f r. ph. ', II 91 segg. Egli poi considera le forme tene sene come 
pure varianti di toe ecc. con eu = o. E così il Paris , Rom. X 40, che con- 
sidera teu-e tua come gueu-le gùla. 

^ Vedasi il diligente studio del dott. Hììllen, Vokal. des alt- und neu- 
sicil., Bonna 1884, p. 35. 11 sicil. mod. ha to so. 

^ lo ventre tou si legge nel De Regimine Sanitatis, che da un antico ms. 
di questa Nazionale di Napoli ha pubblicato testé il prof. Mussafia (Mit- 
theill. aus rom, handschrr., Vienna 1884), al v. 627; accanto a lo so corpo 
del V. 93. 

* De Rcg. San., v. 89, 136. 

5 Arch. Ili 265; Tobler, Calo 23, Ugu^on 24. 

« Ibid. 

' S'accenna al fraielmo, sipnorso , dell'ani, ital. (Blanc, gramm. 278-9), 
e ai fraterne ecc. del meridionale ant. e mod. (Arch. IV, 419ft: in certi 
luoghi e casi la vocale si fa perfino -a: lece, fraima, basii, ta sira tuo padre), 
e ai mo ecc. dello sp. ant.; e ai prov. e fr. mon ion son = m(e)ùm t(u)ùm ecc., 
coi relativi plur. , prov. ìiios tos sos = m(e)òs ecc. e fr. mes tes ses , con 
-es = os come in /es = illos (e cfr. gli alti-i e = o addotti più sopra). I fem. 
ital. frane, sicil. ecc. di codesta categoria sono ma ta sa. Il pi. fem. fr. mes 
tes ses non lo credo derivato da m(e)às ecc. come il pron. e artic, fem. 
pi. Ics non lo deriverei da illas: sono i les mes ecc. del masch. estesi al 
feminile. Che me le ecc. per ma la ecc., sono specialità piccarda, di cui v. 



Pronomi personali e possessivi. 45 

atonia della proclisi e dell' enclisi, lasciò sdrucciolare il suo mezzo- 
-accento sulla vocale seguente, e quindi, indebolita, andò tra- 
volta. Già vi preludevano le forme are. lat. sam sos sis di 
Ennio \ e il frequente uso della sinizesi in tuos e sim. presso 
i poeti arcaici e talora anche nei classici ". 

Ora, ritornando ai tipi toiù tooa ecc., si potrebbe fare un'os- 
servazione. Ricordandoci di vedova vidua e sim., potremmo pen- 
sare che anche sotto l'accento Vù in iato si risolvesse in -uv- -ov-, 
e che così sian sorti *tuva tuvus, quindi tova e to(v}H. ecc., 
cioè dire che l'iato in tanto non abbia operato sulla tonica il 
suo effetto, per dir cosi, astringente, in quanto è stato ben presto 
estinto mercè il -v- '\ Né io nego ricisamente ciò. Solamente, voglio 
avvertire che io escludo che codesto *tiivo- ecc. s'abbia a confondere 
col tovo- ecc. del lat. are. \ né con questo stesso tipo in quanto 
è italico (osco-umbro), e avrebbe quindi dovuto sopraffare il tuo- 
del vero latino. Quanto a me, non piglio le mosse che dalla forma 
prettamente latina classica*, e sol da questa ammetto si cavi, se mai, 
il tìivo- ecc. Ma, si dovrà poi stabilire questa base per ogni o da 
u in iato? Anche il foi pg. starà per *fuvi(t)? Anche il soi prov. 



Neumann, Zur laut- und flexionslelire des altfranzos., Heilbronn 1878, p. 118; 
e Feilitzen, Li ver dei Juise, en fornfransk predikan, Upsala 1883, p. lxv; 
e soprattutto Paris, Rem. VI 617 segg. — In rumeno, ta e sa enfatici non 
sono che una estensione della voce atonica all' uso enfatico. Al Miklosich, 
il quale (1. cit.) li crede plasmati su mea, oso objettare, come dianzi, che 
allora tra il pronome di seconda e terza e quel di prima persona vi sarebbe 
piena conformità: s'avrebbe tea, sea. Del resto, anche l'italiano ci dà qualche 
esempio, sporadico bensì, di mo ecc. enfaticamente usato (p. es. Lorenzo de' 
Medici: 'Faccia il ciel il corso so: Però pensa al stato to'; presso Blanc, 
gramm. 279). 

1 CoRSSKN, Ausspr., I 777, II 847; Kììhner, o. c. 383. 

- CoRSSEN, II 760 seg. ; Kììhner, 94 sgg. 

* Non si può mettere al pari codesta epentesi con l' altra del J nel nap. 
tuje, sp. tiiyo, sd. toju ecc., che evidentemente è più tardiva e meno orga- 
nica. 

* CoRSSEN, Ausspr., I 368 668 670. 

* Lo farei qui, poi, ad ogni modo, anche per proposito deliberato, per dif- 
ferire ad altra occasione di trattare distesamente delle tracce italiche nel 
neolatino. Per ciò anche neppur cito più giù il bue eugubino, nò il mehe 
te fé umbro, sìfeì osco. 



44 D' Ovidio, 

starà per ''•su vi? Anclie il tou siculo e meridionale sarà passato 
per In trafila di un *-tìivu-? E il lombardo io non sarà che 
^tofiOo'? Certo, perchè no? Pure, non sarà male sospendere il 
giudizio \ e aspettar maggior lume da più minuta indagine. Io, 
intanto, mi contento di tirare una seconda somma parziale, e for- 
mulare i fatti che pajono risultarci. Vi sono degl' i in iato che 
serbano il suono i (dies ecc.), e ve n' è qualche altro che ha 
il normale sviluppo (fr. voie ecc.). Vi sono degli u in iato che 
serbano il suono u (ital. cui ecc., frc, fusse ecc.), e ve n'è molti 
altri che lo svolgono regolarmente (chi doe , soi soe ecc.), forse 
per avere collo sviluppo d'un -v- spento l' iato ^ Spesso, vera- 
mente, è la metafonesi che viene a intrecciarsi coU'iato, e spiega 
certe discrepanze (lomb. dii m., di e. a dò f. ecc.), talora anche le 
perturbazioni analogiche producono altre deviazioni {ìt.fussi ecc.); 
s'intravvedono anche tendenze locali delle singole lingue (sp. tm/a, 
nap. toja ecc.). Ma, alla fin fine, un'oscillazione, di cui non in 
tutto siam riusciti a darci ben conto, la c'è, bene spesso anche 
nell'ambito d'un' identica lingua (rum. cui e doi; frc. -di e voie, 
forse per la diversa finale?) ^ E bisogna anche usare altre cau- 
tele nello studio di questo soggetto. Giacché in primo luogo, può 
sotto una materiale uniformità esservi una vera disparità. Il so- 
prasilvano dice cui come l'italiano, ma l'Ascoli (ibid.) ci ricorda 
che, li sopras. rispondendo al nostro p, il cui di Sopraselva equi- 
varebbe solo a un *coi italiano, e al nostro cui sarebbe pari solo 
un sopras. ciii cii *. E, in secondo luogo, la più perfetta rispon- 



^ Altre cautele, pure, bisogna avere ; altre riserve fare. P. es. il tot soi. 
in quanto si trovi in lesti italiani, di qualunque regione, è proprio certo 
che metta capo a tui, o non piuttosto a tuoi tuos? È certo che si debban 
mettere alla pari il tot provenzale e il toi di Venezia ? ! 

^ Si badi bene però che, se anche è questa la causa, la discrepanza tra 
r it. e rum. cui e il rum. doi e sim. non è tolta, ma spinta solo un passo 
indietro. Poiché resta sempre da chiedersi: perchè anche cui non s'è fatto 
*c il V i *covi *c i ? 

^ Vedo con molta soddisfazione, dall'Archivio, VII, punt. 3% che mi so- 
praggiunge, come l'Ascoli si pronunzii in un modo altrettanto riservato in- 
torno ad un caso particolare di iato (p. 450-51). 

^ Anche il cui dell' ant. fr. non è pari all' italiano. Si trova difatto scritto 
pure coi, quoi. E così il fr. lui equivale a un nostro *loi. 



Pronomi personali e possessivi. 45 

denza fonologica dei due suoni di due diverse lingue può pur 
nascondere diversità di causa. L'm lomb. avanti alla fonologia è 
il perfetto equivalente dell' u toscano, onde Iti lomb. e lui tose, 
si posson dire fonologicamente identici; eppure, V ii di lil è dovuta 
a metafonesi (gli si contrappone, infatti, to tuus ecc.), e Vu di 
lui a semplice iato (gli va di pari, infatti, tuo ecc.), che la me- 
tafonesi è affatto ignota al toscano, salvo quella particolare forma 
di metafonesi che gli fa dir famiglia : con 1' ^, per influsso di llj\ 
non fatto e o rifatto i. 

Affinato così il nostro criterio, raccostiamoci ora alla questione 
del m/o = meus ecc. 

I riflessi dell' ^ (e s'intende, anche deWae) in iato, sono di tre 
maniere ; ossia, a parlar per esempj, suonano : mio, meo, mieo. Pro- 
viamoci a farne un po' di rasseajna. 

Tipo ìnio. — Ita), mio mia mie, mi', Dio\ rio ria^, cria creat 
(are). — Sp. 7nio mia mios mias, mi mis, Diós, cria (per 'al- 
levo'}. — Pg. mia (are), crio. — Prov. mia ^ — Corso mio ecc. 

— Friul. mio ecc., go^^Dió '. — Lad. centr. mie, Die, rie ^ . 

— Varietà sicule : miu, diu, riu^. — Ant. venez. Ho leone (leo) ^ 

— Judaeus dà lo sp. judìo, romanesco giudlo, sicil. jiidiu, so- 
prslv. gedlu, venez. zudlo^ friul. zugo, neopr. judiou, ixc. juif^. 

— Hebraeus in sicil. Arriu. — Aggiungiamo: Mathius ^ e Ber- 
tremius '^ del piccardo. Né dimenticheremmo genia, se non du- 



1 Bea è letterario. 

2 Ora non è d' uso che il letter. reo -a. 

* Di certe forme che ci son date da testi prov. e a, frc. (prov. Bios, fre. 
Bill) ma son varianti dialettali, o di certe forme di secondaria derivazione 
come 1' a. fr. mine mia ecc., non e' impacciamo qui. L' a. frc. mis meus pare 
anche al Forster (1. e.) analogicamente formato sul plurale, di cui più sotto. 

* Arch. I 490; cfr. Si 2. 
5 Arch. I 364. 

^ Pitrè, ccviii; Hiillen, 14. Il primo di questi dice che in qualche parlata 
si trova la forma abbreviata mi per tutti i generi e numeri. 

^ Arch. Ili 239. 

® Che sia da ultimo intervenuta auclie l'analogia di -Ivo- a ribadire 1' «? 

^ Feilitzen, op. cit. p. XXX. Quanto al nostro Mattia, ninno ignora eh' è 
un nome diverso da Matteo; cfr. Atti degli Apostoli, i is, 23, 26. 

^° Neumann, 0. e. 42. 



46 D'Ovidio, 

bitassimo troppo ch'esso, anziché risalire proprio a yzvzóf.^ sia una 
formazione analogica col suff. -ìa. D'altri esemplari si parlerà poi. 
Tipo meo. — Pg. meu meos meas, Dèos. — Varietà provenzali: 
meus ecc., Deus, Juzeus. — Varietà leccesi calabresi e sicule : 
meu, mei i = miei e mie: in codesta zona -e si fa sempre -e) '. — 
Varietà rumene: m.eìb ecc.". Abruzzese: me'. — E anche il tose. 
pleb. ha me' ambigenere , e meo è frequentissimo nella poesia 
del primo secolo, specie in Guittone ; e ia generale nei testi an- 
tichi ^, ed è del bellunese anc'oggi. — E notevolissimo è il lom- 
bardo, che dice m(i al singolare maschile (il fem. è mia) e mee 
al pi. (masch. e per estensione anche fem.), i quali me e mee * 
fanno proprio il pajo con j^e piede e pee piedi ^ — Allo stesso 
tipo spetterà il m.eie (donde poi ìnoie col solito oi - el d'ogni pro- 



^ Il fem. sg. però, che è pur mea nel lece, rustico, è mia in cai. sicil. — 
Il Pitrè ricorda anche un me' ambigenere di certe varietà sicule. Bisogne- 
rebbe sceverare bene però la qualità funzionale dì tali forme. 

^ E fem. mea; ma Miklosich (li 38) dice doversi partire, per questo, non 
dal semplice mea, sì da *m e-v-a. 

^ Caix 0. e. 50 52. Ivi son citate molte fonti, che sarebbe inutile richia- 
mare qui. Giova però osservare, che nel complesso degli esempj che i testi 
ci danno vi può essere un certo numero di casi, i quali, più che vero fon- 
damento dialettale, non abbiano altra ragione che il latinismo. Poteva, p. 
es., Dante, quando scrisse Beo in rima (Purg. xvi tos), pensare che una tal 
forma era usuale, normale, in più parlate d' Italia (cfr. Vulg. Eloq. i i*) e 
che s'era scritta tante volte da poeti d' ogni parte della penisola, ed avere 
anche presente il Beit di molti provenzali; ma insieme, quel che più lo di- 
sponeva a scrivere la forma voluta ddla rima, era certo il pensiero che 
questa era la forma latina. Pensiero che sarebbe anzi bastato da solo a fargli 
scrivere, occorrendo, Beo, anche quando nessun idioma o testo romanzo gliel 
suggerisse. Aggiungasi, che in più testi meo ecc. può essere la semplice grafìa 
tradizionale latineggiante, che mascherasse, non già rappresentasse, la ef- 
fettiva pronunzia degli scrittori e de' lettori. Senza questo non sarebbe spie- 
gabile come bene spesso lo stesso testo metta assieme forme diverse: p. es. 
neli'UguQon già cit. : Beu e Bie' (p. H), e così in infiniti altri testi. 

* Il primo ha Ve aperta e breve, quasi direi tronca; il secondo ha un' e 
chiusa e strascicata, che le grafie comuni rappresentano con ce, e il Salvioui 
con é. 

^ Il suono più chiuso del plurale è dovuto alla metafonesi prodotta dalla 
finale (mei, *pèdr per pedes), quando c'era ancora. In lomb., Bio è let- 
terario, come mostra anche 1' -o. 



Pronomi personali e possessivi. 47 

venienza) del fem. a. frc. , ove V -i- sarà epentetico. Del resto, 
varietà a. frc. ci danno Deus Dex ecc. ^ ; né ricordiamo mes = 
= raeus e sim, perchè forme proL-litiche. 

Tipo mieo. — Frc. prov. Dieu:, rum. Dieu Zieu Zen Zau~; 
^Yov . juzieii^ \ frc. Mathieu*; prov. mieu^, rum. mieii neu^, e mieu 
pure in varietà sicule \ mie' a Cam[)obasso * e in varietà mar- 
chigiane (GiANANDREA, Canti March, p. 109). E ora il frc. mien si 
radduce a "niié-en = me-um ' (il -n sarà la causa che non vi s'ab- 
bia 1' -u- che resta in Dieu] né mi garbano le sottigliezze, che mi 
soprarrivano, del Neumann , Ztschr. Vili 248); abbandonato 
l'etimo dieziano *meanus'", contro cui il Mussnfia ha aggiunto 
un'altra poderosa ragione ^\ — Bello esempio italiano, poi, del tipo 
che stiamo esemplando, è 7niei; tal quale la forma piovenzale e la 
rumena ^'. 



^ Gfr. Cliges von Christian von Troyes, z. e. ni. herausg. v. W. Forster, 
Halle 1884, p. lvi lxviii. Ivi anche Tobi. De; e insieme Greus Graecus, obi. 
Gre, Pere Petrum. Mentre altre varietà a. frc. ci danno, come s' è avvertito, 
JDius, e insieme Grius. 

" Miklosicb, III S, 8. È ovvio nel rumeno, che l' i del dittougamento mo- 
difichi anche la dentale o la sibilante che gli precede, e ne resti, anche, 
assorbito: cfr. tzare terra, zece zatse dieci, sapfe sette, ecc. 

^ Il z=:d in provenz. non è dovuto qui all' ^■ che seguiva il d: ognun sa 
che è normale (azorar e sim.). 

* S' adduce come forma secondaria di questo il pop. Mdcé; ma mi nasce 
il dubbio non sia questo l'altro nome Matthìas con l'accento spostato suU'a, 
fatta quindi e. Cfr. sp. Macias. 

* Che s' è poi trascinato appresso tieu ecc. e i fera, mieua ecc. L' ant. frc. 
fem. mieue tiene ecc. (donde mine tiue ecc.) suppone pure un msch. mieus 
su cui si sia plasmato, come già fu notato da altri; di mieus però non v' è 
esempio. 

« Miklosich, II 6. 8, 38. 
' Hullen, p. iS. 

* Ivi il fem., come si è visto, è mejja. Il napol. dice mie msch. sg. e pi., 
mia fem., pi. meje. 

'-• Quindi anai. tien ecc., primamente ^?<ew = *^?/-e« = tu-um ; cfr. Cornu, 
Romania VII 393. 

" Cfr. nostrano, e in un certo senso ricorderei anche il molisano ziane 
per 'zio', Arch. IV 158. 

1' Ztschr. f. r. ph,. III 267. 

'^ Questo m-ie-i=m-Q-ì niente ha che fare col lat. are. m-i-eis d' un' i- 
scrizioue (che il Diez dice del 600 circa U. C, e la traduz. frauc. rende, per 
svista, ffOO aprcs J. C), dove -ei- non è che i pingue; cfr. Schuchardt, vok. 



48 D' Ovidio, 

Ed ora, fra i tre tipi da noi esemplificati, che son mio meo 
mieo, che rapporto foiiistorico dovremo riconoscere? Io credo che 
la sola enumerai^ione d' esempj paralleli, che abbiamo fatta, sia 
bastata a far subito brillare, in tutta la sua verosimiglianza, l' i- 
potesi: che la base comune romanza sia stato il tipo mlen^ con 
r ie da è svoltosi nell'iato né più né meno di quel che si svolge 
fuori dell' iato ; che a codesta fase primigenia si siano poi fermate 
certe varietà di certe favelle ( prov. frane, rum. cai. sic. ecc.); 
che in altre varietà delle stesse favelle, ed in altre favelle (pg. 
lomb. ecc.), il dittongo si sia ridotto novellamente a e (meo), come 
però fa anche fuori iato (pg. dez, lomb. dee ecc.); che in altre 
favelle infine 1' ie per effetto dell' iato si sia invece chiuso in i 
(mio), salvochè in certe specialissime congiunture in cui da spe- 
ciali condizioni era favorita la preservazione dell' /e (it. miei, dove 
r -i per azione dissimilativa ha impedita la chiusura d' ie in i). 

Ma non sarebbe invece supponibile che, mentre alcune favelle 
fecero mieo senza badare all' iato, altre dall' iato fossero ab ori- 
gine impedite dal fare il dittongo {meo), e altre perfino ne fos- 
sero indotte a affilar Ve in i {mio)? e che questa discrepanza 
originaria avvenisse anche tra voci e voci di una singola lingua 
{mio, miei)? Certo, si può supporre. Ma quanto questa suppo- 
sizione disgregatrice non istà al di sotto dell'altra ipotesi, che ci 
lascerebbe bellamente concordi tra loro, nei primi passi, sì tutte 
le favelle romanze, e sì tutte le e in iato e fuori iato ! Né una 
tal concordia è solamente bella : è addirittura necessaria. Se la 
schiusa del dittongo avvenne, come par certo, neW è di decem 
ecc. ecc., prima che le singole lingue si determinassero, se essa 
é un fatto preromanzo insomma o del periodo unitario, e 1' iato 
l'avesse allora impedita in Deus ecc.; come poi sarebbe avvenuta 



II 331-2. Ed è singolare che il Diez credesse stabilire una cotal continuità 
tra esso e la voce romanza (voi. II), dopo la sua cauta nota (del voi. I) circa 
Dius mius arcaici. Circa il qual mius sarà anche bene avvertire, che ben 
s'induce esso dal detto ablativo arcaico e dal plautino rais e dal class, 
vocat. mi, ma non occorre effettivamente in altre forme; e il raio che ab- 
biamo è da un' epigrafe del s. II d. C. — Quanto agi' ital. Bel rei, e' non 
son che latinismi; come Bii rii mii non son che formazioni fatte sopra il 
singolare. 



Pronomi personali e possessivi. 49 

posteriormente in quelle lingue che dicono Dieu ecc.? Sarebbe 
stata una seconda schiusa?! 

Certamente, l'iato è sempre insomma la causa dell' l di mio: 
la questione è solo del modo come una tal causa agisse. Ora, è 
molto più semplice che agisse nel senso di chiudere posterior- 
mente, in certi idiomi, e date certe condizioni, 1' ie = e, sviluppa- 
tosi normalmente dappertutto (chiusura evidentemente motivata 
dal troppo iato triftongico del tipo mieo) ; anziché agisse nel senso 
di impedire ad alcuni idiomi quel che pure in altri non potè im- 
pedire, di produrre un affilamento dell' e in i, di cui niun vero 
esempio, come abbiam mostrato, non s' è trovato nemmeno per 
r è, che v'avrebbe dovuto essere tanto più vicino ! Né poi il pa- 
rallelo di tuo e di die con mio e con Dio, e sim., basta a sedurci 
ad ammettere che, come tuo die non passò per *too *fZee (il che, del 
resto, non si può dir veramente provato, sebbene io lo tenga per 
probabile), così mio Dio venissero immediatamente da meo- ecc. 
Le due serie di fatti non si possono metter perfettamente alla 
pari, altro essendo il mantenimento continuo del suono sottile 
originario, altro l'assottigliamento immediato dell' originario suono 
crasso. Eppoi, un tanto di conformità, soltanto però ridotta ai limiti 
del vero, ci resta sempre anche nell'ipotesi del mio da mieo; e 
consiste in ciò, che l' iato affilò qui il dittongo ie in ^■, come in 
tuo die ecc. operò preservando il suono sottile m, i. 

Ma per meglio coonestare l'equazione «2/0 = m?eo = me us, dob- 
biamo fare qualche speciale avvertenza. 

In primo luogo, abondano gli esempj romanzi di ie chiuso 
in i anche fuori iato, ed han riscontro neW u da no pur fuor 
d' iato. Senza punto pretendere di accennarli tutti, ricorderò la 
serie friulana candelir ecc. ', intìr^ ind piede, die ecc. ", cui sta 
accanto l'altra nuv nove, vul v\\o\e^ fazùl ecc.''; la serie a. frc. 



^ Ascoli, I 485. 

2 Id. ibid. 489. Il cRq fri. non va confuso col diz francese, dove 1' i ha 
lina peculiare ragione nella conson. successiva [cfr. Arch. Ili 72 nj. Questa 
serie frane, diz cerise ecc. non ajuta se non debolmente la nostra esemplifi- 
cazione, onde la sorvoliamo. — Nel venez. tivio tiepido, v' è metafonesi. 

» Id. ibid. 493. 

Archivio glottol. itdl., IX. 4 



80 J)' Ovidio, 

tranchie ^- tranchiée ^ ecc. ; la serie meridion. fannie fasulu ecc. ' ; 
le serie abruzzesi pide piedi, pinze tu pensi ecc., mure muori, 
purte porti, ncchie occhio^; la serie spagnuola siila hehilla ave- 
cilla ecc., cuchillo homhrecillo ecc., le voci nispola vispera siglo prisa 
Galicia ecc.*. Ma anche più che la Castilla (= castella), il paese 
classico dell'? = 26 è la regione emiliano-roraagnuola. Ivi è affatto 
normale dis, dri, intir, livar livra lepre, Pir^ pigura (cfr. ven. 
piégora) , prit, zivul cèfalo (ven. ziévoloì) , griv greve, ajir , zigh 
cieco, siv siepe, zil cielo, candlir, zug'lir giocoliere, manira, vlun- 
iira volontieri, zrisa ciliegia, gnint niente ecc. ^; come v'è normale 
zug giuoco, fag ecc. Or io domando, se il romg. emil. Tadi Muti 
Thaddaeus Mattbaeus ecc. si potran mai sequestrare da zigh 
caecus, Pir Petrus ecc., e se quindi potrà mai dubitarsi che non 
sien passati per la trafila di un *Tadieo Mattieo ! E quello che 
per una regione è provato, come mai non s' avrebbe a supporre 
anche pegli altri paesi? E bensì vero che di tanti begli esempj 
che abbiam potuto addurre di i = ie^ nessuno c'è venuto, p. es., 
dalla Toscana, onde pare p. es. che il toscano mio = mieo non abbia 
alcuno indigeno conforto. Ma questo fatto negativo non potrebbe 
mai aver valore dimostrativo in contrario, per ciò che in mieo si 
trattava della condizione specialissima àeWie seguito da altra vocale. 
Spesso avviene che un fatto fonetico, che in una lingua è generale, 
in un'altra si verifichi solo in modo speciale per una data serie, o 
anche per una data voce, per via di certe date condizioni della 
serie o della voce. Vuol dire che I' ie^ che a Bologna s'è chiuso 
sempre in «, a Firenze s'è chiuso solo nel caso dell'iato. forse 



1 Id. Ili 71. 

2 Arch. IV 405. 

^ Il dittongo, che in abruzzese si è per norma richiuso {peile piede, ecc., 
nove nuovo ecc.), era sopravvissuto solo dove la metafonesi di un -i finale 
d' un -i- postonico in iato lo sorreggeva (cfr. napol. campob. piede piedi 
di e. a pede pede sg., tu pienze di e. a i' penze ecc.), e poi si è chiuso 
in i, u. 

■* E bello è che s' han documentate dallo sp. are. le fasi anter. stella nie- 
spola sieglo priesa ecc. Nella serie -ili- la chiusura dell' -ie- può aver una 
ragione, metafonetica, nella natura della liquida jotizzata, com' io direi, che 
succede. Le altre voci sono da studiare. 

^ MussAFiA, Romagn. 8-9. 



Pronomi personali e possessivi. 51 

questo iato, dal far lui tutto (come sarebbe per chi lo credesse 
atto a render immediatamente « 1' e di m e u s), si vuol che passi 
al non essere più buono a far niente ? Esso dunque non fu che 
un incentivo a far succedere in poche voci anche a Firenze quello 
assottigliamento fonetico a cui Firenze non avea quella propen- 
sione che v'ha Bologna. 

In secondo luogo , v' ha qualche caso di i da ie, alla cui na- 
scita, si può dire, noi assistiamo, la cui evoluzione possiamo pram- 
maticamente dimostrare. Il venez. indrio suonava ancora alcuni se- 
coli fa indriedo \ onde la fase intermedia 'Hndrieo noi la tocchiamo 
quasi con mano. Nel medesimo testo che è uno dei testimonj 
àUndriedo, ad un rigo da piera pietra, coni' anche oggi dicono i 
Veneziani, troviamo una variante j?r?a^, che non potè certo risultare 
se non da una forma metatetica "^priea". Anche V arrla dietro, 
di una varietà siciliana, risalirà certo ad arrieri \ attraverso un 
^arnea-i con la finale (-/) volta ad -a, di che il siciliano è vago ^ 
e il -r- per dissimilazione soppresso (cfr. dietro, proprio ^ merid. 
arrete -tii^ sp. correo corriere). E bisogna partire da arrieri an- 
ziché dal più comune arreri, perchè V arria l'abbiamo da una di 
quelle varietà di siciliano che hanno il dittongamento ®. 

Ed ora riconfermiamo il nostro mio = mieo con un bel parallelo. 
Alla coppia mio miei risponde, pure in toscano, mirabilmente, 
l'altra coppia lue buoi. Ora, si oserebbe mai pensare che bue 
sia bo(v)e, con V o chiuso in u per l'iato? Ma così facendo si 
sequestrerebbe la voce italiana da tutte le corrispondenti neola- 
tine: sp. buey, pg. boi, prov. buon, valsoan. he (cfr. gè Jovis, ^e 



1 Ascoli, I 471-2 u, III 270-71. 

2 Ardi. Ili 248. 

' Agolia invece, accanto a Acquilea (Ardi. Ili 276) e ad Agulea Aulea 
Oleja (IV 334), ci dà da pensare (lat. Aquiléja); che parrebbe darci un' e 
direttamente chiusa in L fu influsso del y? 

* Hiillen, 14; 13.. 

^ Cfr. ia, jìia, già cit. ; pua poi, vua vuoi (ne' quali v' è stato anche chiu- 
sura, per l'iato, di uo in n); li judia. 

^ In arreri (o arrieri) già riconobbe I'Avolio (Introduzione al dial. sicil., 
B3) un antico gallicismo. La forma indigena è solo arretu; che non faceva 
però al caso nostro, non potendo in sicil. dileguarsi il -t-. 



S2 D'Ovidio, 

puote), a frc. buef\ Bisogna dunque proprio dire che origina- 
riamente il toscano avesse un sing. "^'buoe in piena simmetria col 
pi. buoi, e solo dopo, per colpa dall'iato, uo si chiudesse in n nel 
sing., restando però intatto nel plurale, sorrèttovi dall'-/. E ciò ri- 
badisce che in origine s'ebbe mieo miei, e solo dopo mio miei ^ 
E ritornando ora finalmente a jeu ecc., noi possiamo stabilire 
oramai sicuramente questo: - anche io deriva da un anteriore 
ieo, anzi questa derivazione ce la possiamo spiegare anche più 
agevolmente che non quella di mio, Dio ecc. , in quanto la fre- 
quente proclisia del pronome personale ne dovea certo promuo- 
vere vie più l'accorciamento ; — la forma jeo jeu, dove si trova 
accanto a Dieu, a mieu ecc. ^, è certamente una bella conserva- 
zione del più anziano riflesso di e(g)o : 1' ie- (je) vi è il vero 
dittongo romanzo dell' e, e sarebbe uno strano arbitrio voler ve- 
dere nel J- una mera prostesi * ; — la forma eu non è che ieu 
con r i riassorbito, sia poi che nella stessa lingua il riassorbimento 
sia avvenuto solo nella serie Deu ecc., o anche in altre o anche in 
tutte le parole aventi e (pg. ecc.); — quando je?( trovasi accanto a 
Deo ecc., allora, ma allora solo, si può parlar di prostesi ^ Si può; 
ma non direi che si debba. Poiché, se, come più su dicevamo, par 
certo che la fase del dittongam. di ogni e lat. sia stata attraversata 
un tempo anche da quegl' idiomi che più non ci mostrano il dit- 



^ Non cito il mod. hceuf, perchè da sé non direbbe nulla, ne il rum. bou 
clie Miklosich (II 39) dice dover risalire a un *bovum: altrimenti sonerebbe 
boao. L' -i delle forme iberiche è dovuto all' iato e alla dissimilazione : cfr. 
amdis = are. amades ecc. 

^ [Vedi già Flechia, Arch. VII 124 n; e l'esempio fu già ripetutamente 
confrontato col ven. rue *ruo[d]e, Arch. I 4S4 n. Pur qualche u da uo per 
la rima, come pui nel Cavalcanti, furi in Dante, non è in tutto da dimen- 
ticare. Cfr. p. 55, n.*,J 

^ Così è p. es. nel prov. 'Girardo di Rossiglione', ecc. ecc. 

■• Difatto il Miklosich, che per certe varietà rumene afferma, come vedemmo, 
la prostesi, per altre (Vok. II 9) non può disconoscere il dittongo. 

* Morosi, Arch. IV 124; Miklosich, Vok. II 41-2. Addurre esempj di pro- 
stesi Ai j non è necessario; ma pur sia lecito richiamarne i seguenti: pugl. 
jacqiia, basii. Jedda ella, brianz. jiin uno ; e dal dial. vegiioto (Ascoli I 438 
531), dove s' ha a serie intere: Jaqna, Jamna Hiiìma, Jaura ora, Jtialb albus, 
jonda ecc. Ivi l'Ascoli richiama anche lo slavo e l'albanese. 



Pronomi personali e possessivi. SS 

tongo in deus (leccese ecc.) né in se rum pedes ecc. (pg. pieni. 
gen. mìlan. abruzz., il più delle parlate sicil., ecc.), il jm dunque 
potrebb'essere ivi una pura e semplice reliquia di quella transi- 
toria fase dei dittonghi; una reliquia salvatasi sol perchè la po- 
sizione iniziale favorisce il ;. Lo favorisce tanto da poterlo far 
sorgere anche dove non era né dovea essere (jacqna ecc.) ; tanto 
più dovea poterlo sorreggere dove c'era (jeu). Allo stesso modo 
va inteso forse anche il j- del milan. jer (accanto a l'altrer, me 
mio, pe piede, deg ecc.), dove altri ha invece risolutamente vista 
la prostesi ^ Può del resto esservi anche stata differenza di pro- 
cedimento da lingua a lingua, cioè in taluna il jeu originario esser 
rimasto intatto mentre gli altri dittonghi, interni, perdevan 1' i, 
e in altra essersi fatto eii seguendo la perdita generale e poi esser 
tornato jeu per prostesi ^. 

Prima di lasciar questo argomento dell'iato dobbiamo toccare 
ancora delle forme ladine Dieus ecc. L' Ascoli le fa risalire a 
DÌHS ecc. per le ragioni già accennate più su {marieu marito ecc.). 
Ma è quasi inutile avvertire che ciò, ad ogni modo, non turba 
punto le nostre conclusioni , poiché Dius ecc. alla sua volta ri- 
salirà a un anteriore Dieus ecc.; onde il Dieus attuale non sarà 
che un ricorso ^ 



' Salvioni, 1. e. S3 169. E he ri è una delle poche voci che possan far 
compagnia a ego: altri esempj di e- ae- non ahondano. 

^ Fra gli esempj di forme fonetiche che, tramontate in massima da una 
lingua, vi si sian serbate solo in qualche singola 'saldatura', ricorderò il piem. 
arcéde requaerere, dove, il ce piem. genov. supponendo *chie, troviamo so- 
pravvivente ne' suoi effetti il dittongo le da a e, che del resto il piem. non 
ha pili (Ascoli, II 116). 

^ Qualcosa di simile ho da notare per certe curiose forme che trovo in 
certi madrigali riferiti dal Carducci negli 'Studj Letterari' : nn mie' sparvier 
(p. 415 427), '/ mie' gentil amore (437), 'l mie' diffetto (428), la mie' donna 
<437), 'n mie' compagna (408). Potre])bero esse parere una preziosa con- 
ferma del mio-mieo; eppure, lo attribuir loro una vera anzianità, mentre 
già Dante non aveva usato altro che mio ecc., sarebbe una solenne impru- 
denza. Vi s'avranno a vedere semplici forme analogiche fatte sopra 7niei (pel 
feminile ajutava pur la tendenza fonetica che determinò fieno, sie = sia ecc.). 
Dalla stessa fonte ho: stio' tana (428), di tuo' hiltate (435), ogni suo' pena 
(436), suo' penne (425), le stw' ali (442) ; che del resto s' hanno anche per 



S4 D'Ovidio, 

III. La voce enfatica dell'obliquo. — 11 toscano, 
romano, napoletano me te se con e stretta, il me ecc. romagnuolo 
con e aperta, il mei mai ina' ecc. di dialetti pugliesi, molisani, 
abruzzesi, il me mei ecc. del prov., il mei mot ecc. del frane, riflettono 
così correttamente Ve lungo di me te se, da non potersi dubi- 
tare che questa sia la base latina che è continuata in quelle zone. 
Il rumeno invece ha un dativo mie tzie sic e un accusativo mine 
Une sine. E se quest'ultimo riflette evidentemente me ecc., con 



altre vie: le suoi in testi umbri (v. Tobler , Ztschr. f. r. ph., Il, nella Vita 
di Jacopone), le soi in veneti (id., UguQon 24); e di tuo suo per ttta ecc. si 
possono vedere esempj toscani, anche nei lessici (p. es. in 'Bellini e Tom- 
maseo'). Il punto di partenza di tutte queste strane formazioni, analogiche 
senz' alcun dubbio, è stato il masch. plur. tuoi suoi; il quale, adoperato 
anche pel feminile, è stato causa che vi si formasse su un singolare tuo' 
ambigenere, e magari un lem. tuoa toa. Il pi. fem. suoe del Da Buti (ad 
Inf. XIX 1; cit. dal Blanc, gramm. 278) rappresenta il primo passo di questo 
procedimento. — Non vo' poi chiudere questa nota senza toccare d'un'altra 
importante forma pronominale. Ognun ricorda i plurali ambigeneri mia tur^ 
sua (p. es. : i figli tnia, i fatti sua, le tua sorelle, e sim.) del toscano an- 
tico e moderno : forme popolari, comparse solo sporadicamente e timidamente, 
in tutti i tempi, nella lingua colta, e pur di vita tenacissima (anche in Sicilia: 
li frati mia ecc.; in romanesco: a li nipoti sua, in Belli, 'Er testamento'). 
Io vi ho sempre riconosciuto una bella continuazione del neutro plurale la- 
tino (confortatovi anche dai miei merid. tanta, quanta, per ' tanti -e ecc.', 
Arch. IV 172), ed ebbi poi il piacere di sentire dal prof. Flechia come an- 
ch' egli li tenesse per reliquie del neutro e li confortasse con queir ogna 
(= omnia) ambigenere, che non è estraneo al glossario italiano (cfr. Arch. 
VII 126), e di cui ora vedo altri cenni dell'Ascoli (Arch. VII 441), che 
tocca anche d'altre reliquie neutrali. Piìi su vedemmo dua; e anche di trea 
gli esempj son ormai da tante parti che mi confermo sempre più nel vedervi 
il lat. tria che vidi nel trejja campb. (Arch. IV 151), salvochè l'influsso 
del riflesso di tres avrà contribuito sulla determinazione della vocale tonica. 
Una ipotesi, fonetica, potrebbe sorgere a contrastare la nostra spiegazione, 
morfologica, dei pi. mia ecc. La grammatica neolatina, e la dialettologia 
italiana in ispecie, ci dà copiosa messe di -a epitetici oppur sostituentisi ad 
altre atone finali. Già finora ne slam venuti dando, a piìi riprese, parecchi 
begli esempj, e qui possiam aggiungere il milan. indóva (dove), lad. nua, 
abruzz. donna (donde), leccese //•«»/«« (fratelmo), & jìla (=pue = poi) soprasL, 
datoci or ora dall'Ascoli (VII 542); e più giù ne daremo anche altri saggi. 
Or, data questa tendenza all' -a, niente, si potrebbe dire, di più naturale che 



Pronomi personali e possessivi. 55 

un -ne epitetico che è ovvio (cfr. tose, mene^ il rene., romanesco 
quine quane, e il turie di tanti paesi, e il córso amdni araa[re] ecc.) 
e che il Diez confortava anche d'esempj geograficamente contigui 
(bulgaro, serbo, méne; neogr. sy.sva) , e con un affilamento di é 
in i che in rumeno è affatto ovvio per é di qualunque provenienza 
che si trovi avanti n o m (Miklosich, II 13-4: arine arena, bine 
bene, clinte dente, minu meno, per 'muovo', minte mente, pìinu, vine 
vena, vintu vento, vindu vendo, vinnira venerdì, tsine cena, pe- 
rinte parente, timp tempo, tsine chi = quem, ecc.); il dativo in- 
vece {mie tzie ecc.) continua altrettanto evidentemente il dativo 
latino. E il Diez infatti riconobbe subito in mie il mi hi; però, 
tzie e sie gli parvero plasmati su mie. Tuttavia è da veder bene 
se questi anche non possano continuare addirittura tibi e sibi. 
La caduta di -è- -y-, si può dire che a nessun territorio romanzo, o 
ad un altro solo, sia tanto usuale quanto lo è al rumeno, il paese dei 
cai cavallo, del seu sego, del soh sabucus, dello scriu scrivo ecc., 
il qual paese fu anche quasi il solo a osar di spingere la soppres- 
sione del -h- dell'imperfetto sino alla prima cónjugazione: leudàm- 
= laudabam, laudabamus ^ E dato dunque che codesta caduta av- 
venisse in epoca molto antica e determinasse cosi un antico iato 
(*tT-i ecc.), quest'iato potea salvare Vi (cfr. zi dies); e cosi 



i pi. fem. mie tue ecc. direttamente, e i msch. miei tuoi ecc. mercè l'apo- 
cope dell' -i e la ritrazion dell'accento fattisi *mie' .tuo' ecc., si riducesser 
tutti a mia tua ecc. *. Sennonché, appunto la tendenza all' -a per ogni altro 
paese è stata dimostrata che per la Toscana! E se mie' ecc. si fosse per 
semplice vezzo fonetico fatto mia ecc., non si capirebbe come questo rezzo 
non attaccasse anche le voci del singolare! L'essere semplici plurali quelli, 
è prova che l'origin loro è schiettamente morfologica. 

^ V. Diez. Gramm. I, s. V, e meglio assai Miklosich, Consonantismus, II 
25-6 32. Il Mikl. giunge a dichiarar non popolare ìeudàver laudabile, per 
amor del -v- : e cosi via. 



* Begli esempj di accento ritratto nel dittongo ié sono i venez. s/e = manto v. sié = 
= tosc. s(i)ei sex, ine piede; il venez. are. e fri. lie = iosz. liei lei; e insiem d'accento 
ritratto e d' -e in -a, il marchig. e aro. venez. lia, il venez. culia, ctistta, il valsoan. 
jna piede, lad. centr. sia sei. Cfr. anche venez. ancwo hanc hodie, amplio (are.) = toso, 
in p(u)oi, ma ruota (cioè *ruoa), valsoan. Uet otto, fùa lila fuoco luogo; sottosilv. 
Ita luogo, f/o, già giuoco. Si scorrano soprattutto il I e il III voi. dell' Arch. 



86 D' Ovidio, 

poteva aversi ti-e ecc. al pari di mi-e = miT-i '. Però il dileguo tanto 
antico del -b- in tibi ecc., da esser anteriore all'epoca dell' 2 
in e, potrà forse parere ipotesi abbastanza stentata, e rimaner 
quindi preferita la dichiarazione del Diez ^ Ad ogni modo, al 
singolare fa bel riscontro in rumeno il plurale ; che accanto all'ac- 
cusativo noi voi=nos vos, ci dà il dat. noao, vocio, in cui il 
Miklosich ha ben riconosciuto nobis vobis^. 

Anche il logudorese poi ci dà un genitivo-ablativo me te ecc. 
(de me, dai me ecc.) che è la voce accusativale latina, ed un dati- 
vo-accusativo a mie, a tie ecc. che continua ad mi hi, ad tibi ecc. *. 
Farei torto a qualsivoglia lettore se m'indugiassi a mostrargli come 
codesta combinazione di ad con mihi ecc. non abbia nulla d'in- 
verosimile, e non sia punto più strana di quella che giace sotto ad 
a cui e sia poi meno strana di quella eh' è sotto ad a loro. E piut- 
tosto avvertirò come anche in questo ambiente la caduta del -b- 
o -V- sia affatto normale {nue, nenia, fa fava ecc., e, notevole a 



^ Il Miklosich vede nelF -e un' epitesi, a guanto pare, seriore, e pone che 
la fase anteriore fosse ti ecc. Se anche è così, per noi non guasta. L' -e al- 
lora sarebbe come un ricorso: Ue, — ti-\\Qa)\ ecc. 

^ La quale potrebbe anche ricevere una lieve modificazione, facendosi 
punto di partenza il mi delle Epistole di Cicerone, dei Sermoni di Orazio, 
delie commedie di Plauto e di Terenzio ecc. (cfr. nll), da cui regolarmente 
*mi, e, per analogia, *ti si, e quindi, con 1' epitesi voluta dal Miklosich, 
mie tie sie. 

^ Vok. II, 39 44 49. Da uobis nove, e quindi noao; come da 'Spiove, ploao, 
da nove[m] noao, da duae dove doao. Vuole l'illustre glottologo che si 
parta da un ^nobis anziché nobls, perchè quest'ultimo, dice, avrebbe dato 
un *noi. Né alcuno, credo, vorrà negargli che s'abbreviassero i due soli -bis 
che la flessione latina avesse, e che ad ogni modo soggiacevano all'influsso 
del -Vi del singolare. 

* Il sardo seti, ha la sola voce accus. , me; il sardo merid. pure, ma 
la pronunzia mei, come dice tui tu. Al sardo ccntr. mie, poi, cfr. il pur 
centr. tue tu. — Di una variante mimmi, che lo Spano (Ortogr.) ci dà per 
qualche luogo di Sardegna, non saprei ben che mi dire in questo momento. 
Che vi si abbia una forma geminata? di cui il latino stesso avrebbe dato 
la fase anteriore o almen il modello, in méme tete sese (Kiihn. o. e. 
381)? dovrem pensare a mémet mihimet (ib. 383)? Comunque, co- 
desta voce sarda mi fa ripensare al pg. mim, che da alcuni (v. la mia Gr., 
pp. 28 S6) fu spiegato come un vezzo fonetico (la nasale iniziale potendo 
aver promosso la nasalizzazion dell' -«': cfr. pg. nem nec, lomb. niin acc. a 



Pronomi personali e possessivi. S7 

noi anche per un altro rispetto, nie nYve-)\ ed osi attaccare 
l'imperfetto di prima {cantaia cantabam). E anche qui s'avrà il 
bel riscontro del plurale col singolare, poiché il log. nois, bois, 
altro non è, a parer mio, se non il continuatore di nobis vobis, 
esteso perfin al nominativo ; non già come potrebbe alla prima 
sembrare, un *>?o''s=nos ecc. Si han pur nos Los (=nos ecc.), 
ma sol nella funzione atonica. 

Ma non dappertutto le cose precedono con tanta evidenza. Ab- 
biamo, p. es., mie tie sie nel leccese, mia Ha sia nel calabrese e 
nel siculo e in certe varietà còrse. Costituiscono essi la unica voce 
dell'obliquo in codeste favelle, come l'è me ecc. pel toscano e 
pel napoletano, come l' è moi ecc. pel francese, e via dicendo ; e 
non già si contrappongono ad un'altra voce obliqua, come fanno 
il 7nie ecc. del rumeno e del logudorese. Inoltre, nella zona si- 
culo-calabro-leccese e nel còrso 1' è tonica latina si continua nor- 
malmente per /. Per tutto ciò, la spiegazione che subito s'è pre- 
sentata per codeste forme, è che continuino il lat. me ecc. E 
davvero che non si può imaginar niente di più semplice: anche 
quegli -e ed -a epitetici sono assolutamente ovvj, e solo per un 
di più si potran ricordare i tose, noe^ sie, tree (Dante, Paradiso 
xxviii 119), mee (Inferno xxyi 15), tiscie (Inferno xxvii 78 ), del 
quale ultimo però, e pei simili, si dovrà ammettere pure una 
concausa analogica (per via di fue, e fece e sim. ); e il logud. 
quie e l'engad. quia', entrambi per 'chi' (e questa coppia fa un 
bel parallelo al lece, mie, cai. sic. mia); e ^'ckia 'jè?^ si dice nel 
Molise e nell' Abruzzo, e altri -a a più riprese si son avuti già 
in questo scritto. Pure, senza voler propriamente infirmare 1' e- 
quazione mie mia -me, la quale ha anche appoggio dalle forme 
non ancora epitetiche mi ti si d'antichi testi siciliani *, a noi corre 
veramente 1' obbligo di considerare se altra voce latina non si 
possa anche annidare nelle dette forme vernacole. E difatto, mi hi 



vii ; ma però in pg. auclie sim sic), ma ad altri, se non ricordo male, parve 
pure una figara geminata (certo fu detto ciò del lomb. niin, e come d'una 
eredità ideologica dei Celti: Ardi. Vili 107). 

^ Ascoli, Arch. II 145. 

2 Asc, Arch. VII 543 a. 

« Cfr. Ilullen, 1. e. 19. 



58 D' Ovidio, 

tibi ecc. che altro sarebbero divenuti nell'ambiente leccese e ca- 
labro-siculo se non giusto tnie He ecc. come in sardo, o mia 
tia ecc *?. Tutt'al più, siccome son paesi ove -ì suol farsi i {can- 
tati = csintsiiXs, e sim.), cosi si dovrebbe supporre una fase inter- 
media mivi tivl slol o mii tii sii, o mi ti si. — Bisognerà dunque 
ammettere che in codeste forme, per così dire, meridionalissime, 
che son mie mia ecc., abbian potuto confluire insieme e il con- 
tinuatore di me ecc. e quello di raihi ecc. E del resto, che en- 
trambe le voci oblique latine persistessero, come potevano, anche 
in codesta che tornerò a chiamare meridionalissima parte d' Italia, 
è cosa, a ben pensarci, assai conveniente al carattere idiomatico 
di essa. Oramai nessuno ignora come e per la tendenza all' i e 
all' H ^ e pel del da ll, e per altro, una strettissima affinità corra 
fra le tre grandi isole italiane (Corsica, Sardegna, Sicilia), le tre 
Calabrie, e la penisola sallentina. Formano esse, come forse di- 
rebbe l'Ascoli, una zona isotermica ; e ogni nuova congruenza che 
si discuopra tra il sardo e il calabro-siculo-leccese, come sarebbe 
questa della non perdita del dativo pronominale latino, trova, 
per così dire, il suo posto già preparato nel pensier nostro. 

E se inoltre noi riuscissimo a additare negli antichi testi me- 
ridionali le tracce delle forme dativali? 

Son note le forme meve teve seve che occorrono in cotali testi. 
Ve ne sono, delle due prime, esempj nel contrasto di Cielo Dal- 
camo (vv. 6 44 47 65 98 109 111), pur trovandosi ivi, senz'al- 
cuna differenza funzionale, il me te (4 26 37 40 60 76); e nei 
siculi Trattati di Mascalcia (ediz. Romagnoli) c'è asseve (p. 15); 
e seve è nel De Regimine Sanitatis (v. 45), pur essendovi insieme 
mene tene sene (vv. 119 157 483 498); e mehe tehe sebe, e perfino 
l'analogico vebe, a voi, son nel Ritmo Cassinese (lin. 4 6 40 42) ^, 
dove pur v' è un tia (lin. 23); e nel canzoniere del primo se- 



^ E v'è qualche varietà rumena che dice njìa in luogo del comune mie: 
Mikl. I 32. Quanto poi al dileguo di -b- -v-, se non è tanto normale quanto 
pel rumeno e pel sardo, è pur frequente, specie nel leccese: Arch. II 148, 
IV 418 b. Sono questi i paesi del parila partiva, del faidda favilla, caddu 
cavallo. 

^ Dove però non dico che il sardo stia proprio alla pari del siculo ecc. 

' Cfr. Navone, nella 'Rivista di lilol. romanza', II, specialm. p. 109. 



Pronomi personali e possessivi. 5^ 

colo v'è da spigolare altri esempj (D'Ancona e Campaeetti, R. 
A., II 128 141; e Caix, Origini ecc., 210). I copisti toscani, come 
quest'ultimo avverte, le cambiano volentieri in 7nene ecc. 

Ora, sulla precisa provenienza di tutti codesti testi, e sul ca- 
rattere di quella lingua che nella stessa Sicilia scrivevasi, non 
mancano dubbj e dispute, che non sarebbe ora il momento di 
ricordare. Certo però, e' son testi schiettamente meridionali, che, 
se anche vengou in parte più su della zona sicula ecc. , non la 
escludono però menomamente. 

Comunque, in quanto all' etimologia, per dir così, di codeste 
voci pronominali, io non ho alcun dubbio. Tutti quelli che hanno 
avuto sin ora occasione di ricordarle, compreso l'ultimo di essi, 
il rimpianto Caix, non vi han fatta alcuna speciale considerazione ; 
e, attirati, senza pur bene accorgersene, dalle forme come mene 
mee ecc., hanno creduto di poterle mettere in un fascio con queste, 
e ritenere quel -ve come uno strascico, una sillaba epitetica, del 
genere di -ne. Senza però pensare che di -ne ed -e gli esempj abon- 
dano da ogni banda, e anche di -je (molis. móje mo, faje., fa' = 
fare ecc.) , ma di -ve epitetico non si troverebbe invece alcun 
altro esempio, né per la stessa regione, né, eh' io sappia, per altre. 
Io vedo ora molto semplicemente in teve seve il regolare continua- 
tore di i~i\n SI br \ e in meve una formazione su di essi! 

Volgiamoci ora ad altre regioni cioè ad altri problemi. Il por- 
toghese, lo spagnuolo, il galloitalico, ci danno mi ti si. Donde 
queste forme derivano? Ad altri e a me stesso^ parve molto na- 
turale veder riflessa in codest' / 1' è della voce accusativale la- 
tina. Sennonché, è egli davvero così naturale un tal riflesso in 
quegli ambienti idiomatici? 

Gli esempj sporadici, d'i da e che lo spagnuolo e portoghese 
ed anche l' italiano e il francese e il provenzale ci offrono, sono 
stati in gran parte dilucidati ^ Mi sia lecito qui insisterci un po' 



^ La Sicilia avrebbe in vero richiesto tivi ecc., come avevamo già accen- 
nato; ma i testi antichi ci danno spesso una lingua che, quali che ne siano 
le ragioni, prescinde più o meno frequentemente dalle ragioni dello stretto 
vocalismo siculo. Onde teve ecc. si collegano a intere serie. 

^ Manualetto spagnolo, p. 26-7. 

* Vedi soprattutto Ascoli, Arch. I 169-70, II 116 n, III 72; e Camello, 
Zeitschr. f. r. ph., I 510-11. 



€0 TV Ovidio, 

di proposito. Prima di tutto, parecchi son comuni a più lingue 
insieme. Il Saracino itul. ha riscontro noli' ant. sp. sarracin (ri- 
masto nel sost. sarracina zuffa), fr. sarrasin^ pi'ov. sarazi. Pulcino 
ritrova il jpoussin tre, il poiici prov. E il venino are. sp. s'im- 
batte nel venin di Francia e di Genova e di 'Bonvesin' e del 
contado milanese, vinin dell'Alta Engadina, veri di Provenza. E 
al nostro pergamina sta acjcanto lo sp. pergamino^ il pg. perga- 
minho, il frc. parchemin. il prov. pargami pargamina. E al no- 
stro racimolo risponde il frc. raisin, prov. rasim, lo sp. pg. racimo. 
E il frc. p>ags va col pais di Provenza e delle due lingue iberiche' 
6 di tanta parte della zona ladina orientale \ Ora codeste coin- 
cidenze, accennando a una base comune preromanza ci partano 
fuori del campo delle lingue singcle, e non provan più nulla per 
quest' ultime ^ E s'aggiunge, che per le più di codeste voci l'o- 
scillazione ha una ragione molto evidente nella efficacia attrattiva 
del suffisso -ino; oltre, s'intende, altre ragioni peculiari che per 
alcune di esse possan valere ^. E consimili attrazioni possono spie- 
gare anche deviazioni di singole lingue, come il frc. hrebis, prov. 
òerhitz (Forster, 'Umlaut' 495), e il napol. alice] i cui etimi ver- 
ve e e- h ale ce-, i soli che in latino avessero un tal finimento, 
erano molto naturalmente attratti nell'orbita di radice- per- 
dio e- cervice- e poi felice- ecc.* Né alcuno vede più oggi un 
fatto fonetico in fiorire pentire ecc., fi ore re ecc. Per Messina, il 
soccorso che il Diez giustamente credea potersi chiedere alla forma 
greca itacistica è anche superfluo, per ciò che, data la base *Mes- 



^ Ascoli , Ardi. I 547 a. Non credo che tenga il sospetto del Diez (less. 
I s. paese), che la voce iberica sia un francesismo. 

^ pergamina occorre già nelle Note Tironiane. 

' Lo sp. che oggi dice veneno, usa però venino come aggettivo, ed è questa 
come una conferma della facilità con cui fu visto in cotal voce il suff. -ino. 

* E colla solita influenza di -ino avranno spiegazione il frc. cimine ca- 
tena, la cui f. a. è cha-ine, e 1' a. frc. se'ine grossa rete = sagena (purché 
non v'influisse anche la pronunzia itacistica di aay^vyi), e l'a frc. seri, e 
il nap. serine. Ma le coppie sp. barrena, it. verrina (trivella), e prov. ver- 
mena, fr. vermine, che il Diez ricorda (suff. -enus), possono darci uno scambio 
affatto contrario. — E non voglio dimenticare l' it. dozzina (eniil. duzeina), 
di fronte allo sp. docena (e lomb. donzenna, ven. dozena, neoprov. dnugena); 
dove è tanto piìi evidente lo scambio meramente suffissale, iu quanto v' è 



Pronomi personali e possessivi. 61 

sena ', la fonetica locale non ne |)oteva cavar che Messina, come 
già accennò il Canello. Quanto h mantile, il latino stesso lo ha, ac- 
canto a mantéle^ Del frc. tep/s, mit. frc. sp. pg. tcqnz, è stato 
già riconosciuto che risale a *tapetiuiu, e ha Vi per metafonesi 
(Forster, 1. e. 496); e larghi tiloui di i di identica ragione s'hanno 
così, presso più lingue, nelle forme ver})ali (je fis, pris ecc., yo 
hize ecc., ant. frc. criu crévi ecc., napol. tu pise cride ecc.) e in 
forme nominali {misi= mesi ecc.) e in voci singole (frc. ivre, eglise^ 
sp. vendimia, it. biscia, Corniglia, ecc.) ^. Di un altro filone fran- 
cese, merci ciré e plaisir e verbi are. luisir gesir ecc., ci ha data 
ragione l' Ascoli con l' lutlusso della attigua consonante palatile. 
Pel popol. tose, nimo uemo, oltreché v'è, pare, nimo in Donato *, 
si può pensare anche agli effetti della proclisia in cui esso talora 
si trova ^. Ad ogni modo, restano bensì talune voci inesplicate, 



anche il tipo dozzana (uapol. ; frc. douzaine). Vedasi anche Ascoli, III 319 n. 
Quanto ad amoscino damasceno-, vi può avere influito anche il greco (->?-); 
come poi solo col greco mi pare spiegabile la forma collaterale proparossi- 
tona amoscino (di cui v. Storm, Ardi. IV 387), che sarà stato prima *amo~ 
scino *amascinó (oauaTzv/jóv), con pronunzia itacitistica (cfr. accidia, effimero} 
e l'ossitonismo serbato come nel nap. vasinicóla (basilico-) e in qualche altra 
voce (Arch. IV 138; Giorn. di fil. rm., I 72 73), e quindi ritratto l'accento 
(cfr. basilico, Agapito ^AyarrtìTÓQ). — Quanto al merid. alice, potrebbe esso 
parere normale nella fonetica di dialetti che dicon sire sebum (napol. cam- 
pob. ecc.); ma, se ben si guarda, 1' i da é nel Mezzodì (eccetto la zona ca- 
iabro-leccese-sicula) non si ha se non con antico -u od -i tinaie (Arch. IV 
148, e Indici 416 a); e anche il nap. cummiche ecc. cum mécum ecc., entra 
in questa categoria degl' -i- promossi da -u. Eccezioni apparenti son chileca 
clerica, ove Vi è dovuto al j che ha sorrogato l, e cita acetum ove la finale 
sarà stata solo posteriormente alterata. E col campob. chileca manderemo il 
romagn. cisa ecclesia, sulla scorta del Mussatìa (p. 9). 

^ Che è jonizzante; mentre la classica Messana era dorizzante. 

^ Degli intrecci medioevali di questa fortunosa voce latina con altra con- 
simile greca bizantina, ho già toccato altrove: 'Di alcuni docuineuti greci ecc.', 
p. 3 (estr. dall' Arch. Stor. Napol., a. VII, fase. 3.°). Il lomb. mantin ne de- 
riverà pure, con suffisso mutato. 

^ Forster I. e. 494 segg. — La sola forma di metafonesi cui il toscano 
non sia estraneo, è codesta di i per influsso dì un susseguente -nnj- -llj- : 
cfr. famifjlia ecc. 

* ScHucHARiiT, vok. I 308. 

^ Si hanno dizioni come in nimo loco (Guitlone) e simili. Quanto al nime 



62 IV Ovidio, 

come il pg. sìso (sp. seso) sensus, pg. sp. sisa taglia, imposta, ri- 
taglio = e e n s a, dove pure però sarebbe ben da vedere se Vi non 
sorgesse prima nella posizione protonica (pg. s/'sudo sisudamente 
sisudeza sisorio, sp. sesudo sesudamente ; sp. pg. sisar sp. sisador 
sisero pg. sìseiro) ; e come i frc. pris preso (attratto dal per- 
fetto?), marqms\ il roraagn. si sèbum (Muss. 8) di fronte al boi. 
sei, lomb. sev. ma son pochi esempj sperduti, insomma, e son 
dei problemi da risolvere, non dei suffragi da invocare ! Come 
dunque si potrà dire altro che inaspettato e anomalo 1' i del mi 
ti si nello spagnuolo, nel portoghese, nel veneziano, se veramente 
codeste forme risalgono a me ecc.? E si badi anche questo, che 
di tutti gli esempj sporadici d' è in i che or ora si son passati 
a rassegna e chiariti più o meno con ragioni speciali, il maggior 
numero, dato che valesser qualcosa, tocca alla Francia, che poi 
dice moi, e mi non dice se non in una zona speciale ! 

Lo sp. e pg. hanno veramente un esemplare che parrebbe di 
grande efficacia dimostrativa, e la cui omissione sarà parsa strana 
ai lettori che ci avessero pensato: voglio dire lo sp. coìimigo contigo 
consigo, pg. comtigo ecc. =-mécum ecc., che trova 1' i pur nelle 
corrispondenti voci degli ant. docum. dialettali dell'Alta Italia. Ma 
appunto la strettissima loro parentela coi tre monosillabi che sono 
in questione, ci rende ben esitanti ad appellarci a loro; potendo 
la identità della vocale essere effetto di semplice accomodamento 
delle tre voci composte alle tre semplici. Come semplice imitazione 
dell' i di -migo ecc. sarà 1' u di comisco, nobiscum, dell'ant. sp., 
cui risponde il pg. con comnósco, e l'ital. con un nosco (che forse 
il Canello avrebbe giudicato come un are. ngsco^ dimenticato nel- 
l'uso e poi letterariara. pronunziato male). 

Nel lombardo, veramente, parrebbe che il mi = me avesse mag- 
gior conforto da paralleli locali. Ognun sa che vi si dice candita 
candela, tila tela, ziìa cera, sira sera. Ninno però, ch'io sappia, 
ha osservato, nemmeno il Salvioni (o. e. 56), né io prima d'oggi \ 



rumeno, esso non ci riguarda, per ciò che l'-em- in rumeno si sarebbe ad 
ogni modo fatto -im-, come s' è visto poco fa. 

^ Cfr. Manuale Spagn., p. 26. [Ma il bergam. dice sempre: siila, ailt, slf 
sev^o, ecc.l — G. I. A.] 



Pronomi personali e possessivi. 63 

clie codesti esempj si riducon tutti (in milanese) alla formula e + cons. 
liquida ; o addirittura solo a e + r, ove si consideri che le forme più 
prettamente vernacole metton volentieri un r anche dove era l 
(^candirà, tira; oltre shri cera) e le più colte estendono il l più in 
là del giusto (zUa)^ che è segno di artificiale ripristinamento di 
esso l. A conferma di ciò va addotto, che anche altri / da e non 
risalente a é, o di i protonici per e (cantir, mestir, bandir^ e la 
serie harchir'ó barcaiuolo ecc.), hanno un -r- '. In pidria (ven. 
'pirla ecc.) è stata già vista la ragione speciale dell' i {pi- =pje- - 
= pie-, cfr. mil. pitanza^ tose. Chimenti Clemente), dal primo vero 
dichiaratore di codesto vocabolo (Ascoli, Stud. Crit. II 96-7). Di 
tri trés, il Salvioni stesso, 1. e. 88, ha avvertita la ragione, che 
è la metafonesi, la fase anteriore dovendo essere stata *trei^; 
ed è inutile aggiungere che la stessa causa operò anche più lar- 
gamente in antico (-ivri = -èhì\i per -èbiles). E finalmente in 
tanas'ia tanaceto, fr. tanaisie, l'etimo è incerto, e ad ogni modo 
v'è l'iato. E in botia, che si riscontra col biitia sopras., butt'ia al- 
toengad. (Arch. I 170 n), pur d'iato si potrebbe pensar che si 
trattasse, se non s'avesse 1' i pure nel frc. boutique^ prov. botiga, 
sp. pg. botica, romagn. e perugino butiga ^ ant. senese buftiga^, 
e quindi assai probabilmente la pronunzia itacistica dell' etimo 
greco *. 



^ Cfr. Salvioni, 60-61. Il pìs che egli cita potrebbe risalire a un *pe(u)s-i-o. 
Al Salvioni la serie barchiro ecc. par contrariare. la tendenza milanese al- 
l' a atona av. r (di cui tratta a pp. 104-6 123-4 134 144 148). Pure, biso- 
gnava avvertire che le più volte si tratta di a av. r + cons., come in par- 
nónzia sparpósit cardenza marca mercato ecc., o av. -rr- scempiato secondo 
l'inclinazione deli' organo norditaliano (taramótt, faravost ferragosto, fare 
ferrajo, sarà serrare, dare *darretro, e anche Montarobbi, che sarà come 
un 'Montarrobbio'. E a fronte di codeste due serie, lunghissime, non si hanno 
che ben pochi esempj di a seguita da r anche originariamente scempio: qua- 
rella querela, masard macerare, saron sierone, sarizz *silicio-, arétig (che 
è a iniziale). La serie vedaró vedrò ecc. sarà anche analogica su portare 
ecc. nonostante qualche indizio contrario. 

^ Cosi in tasi (ibid.) tacete, e sim., vi sarà pur metafonesi, da una f, a. 
*taséi per *tasé(d)e. Cfr. canté cantate in f. a. cantai (p. 87), e de sté ecc. 
dai stai ecc. (p. 1.S2). 

* V. il dizion. di Tommaseo e Bellini. 

* M' accorgo che, ad ogni modo, di questa voce avrei dovuto parlare prima; 



64 D'Ovidio, 

Concludo, che in lombardo non meno che in veneto, in ispa- 
gnuolo ecc., l'equazione ml = me è fonologicamente poco plausibile. 
L'ipotesi, ora, che più facilmente ci si presenta per evitar l' /= e, 
è, che in codesto mi ti si si continui mihi tibi sibi. Codesta 
ipotesi però non è senza difficoltà. Come mai, delle fasi che a- 
vrebber dovuto essere intermedie tra la voce latina e la romanza, 
cioè mie Uè sie, non sarebbe rimasta niuna traccia negli antichi testi 
lombardi, spagnuoli ecc. ' ? Come poi da Lisbona a Venezia s' a- 
vrebbe, latitudinalmente, il solo continuatore di mihi, interrom- 
pendosi così la linea longitudinale dei continuatori di me, che 
sen/a ciò correrebbe diritta dalla Normandia insino a Bari e a 
Napoli? E che n'è poi stato del me, in quella zona del mi? Giac- 
ché, quando le due voci latine non si continuano, come in rumeno 
in sardo e forse in siculo ecc., tutt' e due, pare allora naturale 
che l'unica superstite sia, come in toscano, in francese, ecc., la 
voce accusati vale (de me, ad me, per me ecc.), e non l'altra! 

Pure, in simili cose non v'è nulla di assoluto. E alla fine, come 
in siciliano il pronome interrogativo non è che il già dat. cui 
(cu esti? chi è?), mentre in ispagnuolo non è che il già accus. 
quem {rjuien es?), e' si può ben concepire che il pronome per- 
sonale sia solo mihi in Lombardia mentre è solo me in Toscana. 
E fra l'altro, è ben possibile anche questo, che per un certo tempo 
lo spagnuolo, il lombardo ecc. seguissero a dire e mi e me in fun- 
zione enfatica^, ma infine, fissatosi, nel modo che più giù diremo, 
per la funzione atonica una forma me, delle due voci enfatiche 
prevalesse allora quella suonante mi, sol per antinomia alla non 
enfatica, e per imitar l'unicità di questa ^. 



e aggiungo che anche il romagu. e il pieni, hanno un eira (Muss. 8) sìra, 
che non mi so spiegare. Che sia cerea? 

^ Nel testo antico venez. della S. Caterina, pubbl. dal Mussafia, si trova 
mie Uè, ma sempre, com'egli nota, in rima con voci desinenti in e {fé')', 
e si tratta di un testo ove la rima, in quanto alla vocale tonica, è sempre 
perfetta. 

^ Neil' ant. testo venez. or ora citato si trova difatli continuamente me 
mee te, in rima; oltre il mie ecc. che pur sembra mascherare un me ecc. 

* Ho escluso fin qui, a bella posta, dal mio ragionamento, il mi ecc. 
di certe varietà provenzali e di certe varietà francesi (piccardo), sul quale 



Pronomi personali e possessivi. 65 

Se per ragioni subiettive ho escluso dal mio discorso il pie- 
cardo ecc., come dico nella nota, ho poi per ragioni objettive dif- 
ferito fin qui ogni cenno del ladino; del quale m'è parso bene 
parlare a parte da ultimo, per il vantaggio che se ne può trarre 
a ribadire l'ipotesi che abbiam messa in campo per ispiegarci le 
voci pronominali del lombardo e del veneto, coi quali idiomi esso 
è in istretta affinità. Il ladino adunque, in questa come in altre 
cose conservatore di forme originarie, ha comune col rumeno e 
col sardo la netta continuazione di entrambi gli obliqui latini : 
dice mei tei sei (soprasilvano), mai tai sai (bassoengadino), me te se 
(sotti)S., altoeng.), per l'accusativo ' ; dice a mi, a ti (sopraslv. a 
ci: cfr. sparcir spartire ecc.), a si, pel dativo ^. Piglio da un sil- 



non osavo pronunziarmi. Gli altri esempj piccardi di i da é, come yèir sèir 
vedere sedere, e sim., mi parevano inconcludenti, perchè evidentemente 
analogici, onde sospettavo che anche pel piccardo si dovesse ricorrere alla 
forma latina dativale; ma d'altra parte temevo che a me potessero sfuggire 
altri fatti che forse coonestassero un picc. mi per moi. Avendone chiesto a 
persona ben più esperta di me quanto ad antico francese, al Neumann, egli m'ha 
incorato con queste parole: « Pik. mi halle ich schon seit lauger Zeit nicht 
" mehr fiir einfach lautgesetzlich entwickelt. Dann musste auch sonst franz. 

> oi ein pik, i entsprechen. Dies ist zwar der Fall in Infln. wie veir u. s. 
» w., und diese Tnfìn. werden in der That auch von den meisten Romanisten 
» mit mi zusammen als Beispiele eines pik. Uebergangs von lat. e: i angefiigt. 
» Allein, Avie ich meine, sehr mit Unrecht. Dann musste auch jeder sonstige 
» e i vor einf. Cons. ergeben liaben; es heisst aber pik. espoir, spero, nicht 

> espir , croi credo, nicht cri etc. Veir etc, erkiàre ich als ebenso zar 
■> lat. 4. Conjug. iibergetreten , Avie tenir etc, nur dass sich bei den zuerst 
T) genannten Infin. dieser Uebertritt locai auf der Pikardie beschrankt. "Was 
» mi anbetrifft, so freut es mich, von Thnen zu hòren, dass auch Sie diese 
» Form mit mi niihi identifìcieren wollen, wie ich im Colleg und Seminar 
» seit einiger Zeit thue. » Credo, del resto, che anche un terzo, a Upsala, 
ci abbia pensato: il Feilitzen (op. cit. p. xxvi n); se son riuscito a capir 
nulla del suo svedese. Quanto poi al mi del provenzale, credo che la fone- 
tica di questo idioma contrasti ancor più risolutamente un i da é. 

* Tutte codeste voci rifletton bene l'è, secondo la norma del proprio am- 
biente. Cfr. sopraslv. reif rete ecc., basseng. tazdir ^tacere ecc., altocng. 
fé fides. 

2 Ascoli, I 14 54 126 169 191 (dove son ricordati altri dativi pronom.: 
agli- Sia illT, ad um = aà unì ecc.), 230; VII 454. Cfr. Gartner, lliitor. 
Gramm., p. 92-.S. Non so poi se l'Ascoli mi lascerà applicare all'/ lad. le 
ragioni che ho più su esposte per 1' i rumeno. 

Arrhivio i^lottol. ital., IX. 5 



66 D' Ovidio, 

labario ' questa frase che esemplifica entrambe le voci : Il hien 
Dleit dal a mi la scniadatj lascila mei viver e guder biars plaschérs. 
Ora, io domando, è credibile che, quando il Veneziano dice a 
ini, dica altra cosa da quel che suona sulla bocca del montanaro 
di Disentis? Non sarà anche in questo il ladino come il mirag- 
gio del vetustissimo veneziano? 



IV. La voce dell'obliquo atona. — Nel latino parlato 
si dovè di necessità avere in funzione atonica, sì proclitica e si 
enclitica, tanto il dativo quanto l'accusativo del pronome. Quattro 
tipi serie di formule doveano potersi avere, che, per via di 
esempj, enumereremo così: a) pórta-me adcasam; b) 

pórta-mi v. pórta-mTh"i unumlibrum; e) me-pórtet 

ad casam; d) mi -pò rtet v. mt ht-pór tot unum librum. 
Ora, questo schema di forme è potuto rimanere tal quale, salvo le 
alterazioni fonetiche locali, in qualche fortunata favella neolatina ; 
ed è appunto il caso del rumeno, che dice me te se per l'accu- 
sativo, mi tsi si pel dativo ; e cosi può distinguere ancora netta- 
mente porte me da porte mi, me porte da mi porte, che noi con- 
fondiamo nell'unico ^por^mm, lìti porti'. 

Anche nel ladino le forme atoniche si distinguono in due serie, 
di cui l'una, ma ta sa, mette capo all'accus. latino ^, l'altra, mi ti 
(sprslv. ci; cfr. l'identico fri. ci, Arch. I 512) e si, al dativo. E 
così si dirà ci dai ti dà, accanto a ta veza ti vede *. Che se nel- 



1 Emprim cudisch de leger per scolas ruralas dil Cantun Grischuu; Frau- 
enfeld 1860. 

2 Quanto alla genesi fonetica di mi ti si, si riproduce qui la questione 
che s' è fatta per le forme enfatiche, cioè se ti si sieno analogici su mi, o 
diretti continuatori di. tibi ecc. Ad ogni modo, data pur la base tibi ecc., 
la fase intermedia sarebbe sempre un *ti-r ecc. Voglio dire, che nn tsi da 
tr[bij abbreviato o apocopato, uno si da sr[bi], sono inconcepibili, perchè 
ti si' avrebber dato te se, e lo ts- s- non si sarebbero punto sviluppati. 

8 L' a da e * protonico è molto usuale in queir ambiente: cfr. soprasilv. 
sa'girs se e uri, dasiert, taner, banadeus heneàetto, fanestra, masira misura, 
o=et (Ascoli, I 42); saniester sinistro, plaga plicavit ecc. (44); mademm 
medesimo. 

* Ascoli, VII 454. 



Pronomi personali e possessivi. 67 

l'uso le forme pronominali atoniche si son rese in quest'ambiente 
alquanto rare, come gli esperti e' insegnano, e se finalmente anche 
qui i limiti tra l'accus. e il dat. si sono alquanto perturbati, specie 
per la prima persona, che preferisce volentieri mi in ogni funzione, 
non è, cosa questa che qui c'importi molto; o, se mai, ci serve 
anzi a farci osservare nel suo 'divenire' quella unificazione della 
voce pronominale, che altrove troviamo già consumata. Consu- 
mata è, p. es., nel sardo, che in funzione atonica non ha se n^n 
mi ti si. Ivi, del resto, si capisce perfettamente come l'unica forma 
atona sia rimasta quella dativale. Poiché il sardo, come lo spa- 
gnuolo e il portoghese, come il napoletano e il siciliano, come il 
marchigiano e l'umbro, dice 'a me' anche per l'accusativo ('hai 
visto a me?' e sim.): è naturale quindi che mi, che è l' atono 
di a mie, valga anche, come questo, per accusativo. Che già il 
pronome atono, è superfluo ricordarlo, dappertutto non è che o 
dativo o accusativo. 

Ma mi ti si è la forma unica del pronome atonico anche in to- 
scano, dove però la ragione additata pel sardo non può menoma- 
mente sussistere. Sennonché, anche senza quella ragione così spe- 
ciale e così impellente, la generalizzazione di una forma dativale 
è sempre cosa possibilissima, e basti ricordare che cui lui ecc. 
hanno in toscano stesso anche la funzione dell'accusativo ^; e nulla 
insomma vieta di supporre che in toscano si limitasse alla formula 
atona quella usurpazione del dativo sull'accusativo che in ispa- 
gnuolo e in napoletano è stata generale nel pronome, ed è andata 
anche al di là del pronome ^ Sicché è possibile, ripeto, ammettere 
quel che sembra alla prima, che cioè mi ecc. sia anche in toscano 
il dativo generalizzato^; che, a parlar per esempj, dammi, mi 
pare, sian forme originarie, ed ammazzami, mi chiamano, siano 
estensioni, per dir così, analogiche, abusi inveterati. 

Si noti però questo, che l'Italia umbro-romanesca dice damme 
e ammazzame, me pare e me chiamano', ed in questa contrappo- 
sizione del suo unico me all'unico mi toscano ha il romanesco una 



' 'E caddi come l'uom cui sonno piglia', luf. iii 13G; ecc. 

'^ Sp. yo he veido à Francisco; nap. i' agrje viste a Ffrangische; ecc. 

^ Cosi dovè intenderla, p. es., il Blang, gr. 244. 



86 D'Ovidio, 

delle sue più spiccate caratteristiche. Or, che s' ha a dire? che 
viceversa nel romanesco fosse la forma accusativale a usurpare il 
posto anche del dativo? Certo, anche quest'altra usurpazione è da 
riconiiscer come cosa in sé possibile, e basti ricordare il donne- 
-moi del francese e il s'il vous plait, e via discorrendo. Ma è egli 
poi plausibile che le due belle favelle dell'Italia centrale, così 
strettamente affini tra loro, si mettessero in una così aperta an- 
tinomia morfologica, da serbare l' una esclusivamente i dativi, 
l'altra i soli accusativi? Non sarebbe più naturale che tutto si ri- 
ducesse invece a diverso vezzo di pronunzia ^ ? Non basta il solo 
confronto del segnacaso tose, di col romanesco de a fare indovi- 
nare la diversa tendenza fonetica dei due linguaggi, e a far rico- 
scere in me, mi, due varianti dialettali d'un' identica base latina? 
Ho spogliato il lessico latino, prendendo nota di tutte le parole 
che comiuciano con una consonante seguita da é, ?, y , oe, od e, 
ae, alla quale non segua vero gruppo di consonanti, le voci in- 
somma come temone-, bituraen, me dui la, caepulla; e il 
toscano ci dà Ve, e, quel eh' è più, l'è, sistematicamente fatti i: 
bisaccia, biroccio, bigoncia, bilancia, bitume, bisaute, cipolla, cicala, 
cimentare, ciliegia, citrullo, cicatrice, cicerchia, cipiglio (superci- 
lium, CaiX), cicindello, cicigna (Diez II a), cicogna, cicoria, ci- 
cuta, cilizio, cilindro, cimelio, cinancia (/.'jvàyyv), cimitero, cipresso, 
chitarra, chimera, diciassette . . . diciannove ^, finestra, finocchio, fi,- 
gura, Filippo, ginocchio, ginestra, libidine, mignano m a e n i a n u m, 
mignatta miniata, migliore, midolla, misura, minaccia, minore, 
minestra, Minerva, minugia, minuto, pigione, prigione, pidocchio, 
pipistrello, pitaffio, picciuolo petiolus, ribelle, ritroso, Sicilia, si- 
lenzio, signore, sinistro, timone, timore, vicenda, ecc. ^. E vi sono 



^ Svi questa via si misero già lo Storji (Voyellcs Atones, p. 28) e il Gatx 
(Vocalismo italiano, p. 18); e di loro mi gioverò; però, non esaurirono essi 
r indagine sul pronome, anzi accennarono a questo solamente di volo. 

^ Ivi però r i poteva anche risultar dalla semplice chiusura del dittongo, 
eh' è in dieciassetùe ecc. 

^ Mi son limitato quasi interamente alle voci di fonte diretta latina, omet- 
tendo le latine indirette (scimunito ecc.), le germaniche (bidello ecc.). Che 
se no r elenco si potea far ben piìi lungo. Solo per eccezione ho citato 
qualche pri- e sim. 



Pronomi personali e possessivi. 69 

forme oscillanti, come dicembre, dimonio, hldollo betulla, nicistà, 
nimico, nipote, cilestre, cirimonia, cisoje, disio, limosina, ligume, mi- 
ticoloso, sicuro, Grigorio, Girolamo, Vinegia eco \ dove non ista- 
remo a scernere le voci in cui è più saldo 1' i [nipote ecc.) e quelle 
dove più i'e {demonio ecc.!. Come non istaremo a sceverare i com- 
posti di de- e re- che si rifletton per di- ri- [divorare, difendere, 
ricetto, ricovero, rinascere, rimedio, ripudio ecc.), da quelli che 
tengon l' e [derivare, religione ecc.), e le oscillazioni continue tra 
i due tipi, anche, spesso, net^li stessi verbi; né ci fermeremo a no- 
tare come in massima 1' i sia nelle lor forme più popolari (cfr. 
disegnare a fronte di designare ecc.) ^ Piuttosto ci affretteremo a 
confessare che non son rarissime le parole, in genere, ove 1' -e- 
tien solo il campo; né soltanto tra quelle voci ove l'atona, si può 
dire, si con'bnua alla tonica, quali fedele, pesare, sedile, hevone, 
benigno, bevanda, seguace, p>eloso, venerdì ecc., che seguon fede, 
peso ecc. eco. ; ovvero tra le voci più n men letterarie, come pe- 
nuria, fecondo, mecenate, melanconico, metallo, medaglia, memoria ^ 
penidtimo, fenomeno, senato, secondo \ severo, decano, denaro ecc., 
cancelleresche, come sequestro, relegare ecc., o ecclesiastiche, 
come Gesù, o non toscane in origine come Perugia, Venosa, Ve- 
suvio ^ ; bensì anche tra parole di cui proprio io non intendo 



1 PerfiQ binigno nella 'Tancia'; cfr. Storni, 32. 

2 Cfr. Canello, Arcli. Ili 332. 

8 Lo mostra non popolare anche il gruppo -rj- conservato. Popolarmente 
sarebbesi avuto *ini>noJa. L'uso di 'mente' nello stesso senso ('non l'ho in 
mente', e sim.) spiega in parte come potesse esser men popolare 'memoria'. 

* Può parere strana la non popolarità originaria di secondo, ma è messa 
fuor di dubbio da nono nonus, da ve.nieslmo e sim. = -e sim us. Di qu sto 
soggetto toccammo già il Canello ed io: Ztschr. f. rom. ph., I .^13; Giorn. 
di fil. rom., 1 74. Anche i superlativi hanno l'aria d'essere semilettcrarj, 
sebbene ciò pure apparisca alla prima strano. L'Osthoff, in uno scritto, 
forse non ancora pubblicato, sul 'ss- e -s- in latino', di cui io devo la co- 
noscenza al prof. Cocchia, sostiene che debba supporsi -issimus, non, se- 
condo si crede generalmente, -Issimus, e si libera della difficoltà che par 
venire dall' it. -issinio (che vorrebbe -i-), appunto col dichiararlo mm po- 
polare. Io mi permetto suggerirgli, a prò della sua tesi, il confronto dei 
suddetti numerali ordinativi. 

'•' Ho fatta però ogni analoga soppressione nell'elenco degi'-»-. 



70 D' Ovidio, 

perchè mai si snttragfgano alla solita les^e dell' e prntonica in ^, 
cioè (lire befana, felice, Felice, cesello, ferire, feroce, letame, mede- 
simo, negozio, pericolo periglio, sereno, segreto, tesoro, veleno, veloce, 
veruno, geloso '. Ma queste poche vere eccezioni, che restano da 
studiare, non ci toj^lieranuo di ripetere con piena fiducia che pel 
toscano è norma mettere nella prima sillaba protonica 1' i dove a 
priori s' aspetterebbe 1' e (e, ì, e, ecc.) ; e norma, si badi, tanto 
generale, da dileguare interamente il sospetto che alla determina- 
zione dell' ^ contribuisse la qualità della consonante antecedente 
successiva ^. Onde si può concludere che dalle formule me- 
-pùngit, te-pù Ugo ecc., toscanamente doveva aversi mi punge, 
ti pungo ecc. E inutile poi dire che nelle formule come il virgi- 
liano si me-àmas, come te-amo, e sim., se non s'andava a finir 
coU'elisione {m' ami ecc.), dovea finirsi pure, secondo un' altra 
norma generale (commeatus commiato ecc.), a. mi-ami ti-dmo ecc. 
Posta dunque per un momento l'ipotesi, che dalla sola voce ac- 
cusativale latina dovessimo cavare la voce atona toscana, essa ci 
basterebbe, fonologicamente, a spiegarci il mi ti si; in quanto è 
proclitico, però. In quanto enclitico, siccome in tose. Ve finale 
normalmente resta immutato (su che tra poco torneremo), così 
da a ma- me, crédit-se e sim. non si sarebbe dovuto avere amami, 
crédesi ecc. Nulla però ci vieta di supporre che, sorti nella posi- 
zione proclitica, mi ecc. passassero quindi anche alla enclitica ^ 



^ Tanto più singolare è 1' e di cerusico, leticare, ove risale a t. 

^ Le consonanti attigue si fan piuttosto sentire in quanto frastornano 1'/, 
proraovendosi dalle labiali 1' o, u. come in dovizie, domani, domattina, do- 
mandare, diventare, giumelle, niofetn, Mugnone, popone, rubello, rovistare. 
La tendenza all' -«- fu tanta, da attirare perfino qualche o, w, come p. es. 
in bifolco bubulcus. ginepro, nicciuola, pricissione, sirocchia ecc. 

* GII aitarme, parme ecc. poet. (unico es. nella D. C. è il d'altro non calme 
del Purg. vili 12), non so se possan tenersi strascichi d' una fase anteriore, 
non piuttosto si riducano a semplici applicazioni della forma tonica (cfr. 
dissi lui, lor dissi), agevolate dall'esempio del me ecc. di altri dialetti (roman., 
pugliese ecc.) ed anche dalle frequenti alternative d' -i ed -e ne' nomi e 
verbi {tu gride = gridi ecc.). — E sarà il caso di ricordare qui le forme 
composte : melo mela, telo tela, ecc. Era una goffa spiegazione quella dei vecchi 
grammatici che dicevano essersi *milo mila ecc. cambiati per eufonia (?) in 
melo ecc. (se qualche rarissimo mito ecc. si trova in aut. testi tose, sarà pura 



Pronomi personali e possessivi. 71 

Ma, se la sola voce accusativale potrebbe a rigore bastare, a 
fortiori sarà ammissibile la confluenza di quella e della voce del 
dativo; sicché insomma, mentre mi 'punge, amami, risalgono a me 
p u n g i t, ama m e, invece mi dai la mano, dammi la mano ecc. 
risalgano a mi das ecc., das mi ecc. Il dammi, qui pertetta- 



riformazione sopra mi ecc.!). Neanche però io posso ammettere, che s'abhia 
a dividere me lo ecc. e vedervi il me originario (lat, me), come voleva p. es. 
il Caix, Vocal. 18-9. Codesta dissezione si trova bensì nell' uso letterario, 
specialmente poetico, ma non dà indizio d'altro se non del concetto che gli 
scriventi si fecero di codesti pronomi composti, e non ha più valore storico 
di quel che n'abbia il nol-o ecc. del portoghese, nel quale gl'indigeni rico- 
nobbero nos-o con s in l (cfr. la mia Graram. p». , p. 28-9)! To tengo fer- 
mamente, e ho sempre tenuto, che in codeste crasi pronominali Ve appartenga 
al secondo pronome, e la vera dissezione sia m'elo m'ela m'eli m'ele, t'elo ecc., 
s'elo ecc., m'ene t'ene s'ene, c'elo ecc., v'elo ecc., glj'elo ecc. glj'ene. Queste 
ultime voci, che risalgono a illi-illum ecc. e ili i-inde, e che non avreb- 
bero come cavar l'è dal primo membro (il IT), mi son la più chiara conferma 
della verità di ciò che io dico. Lo scempiamento di -II- -nn- è dovuto alla 
proclisi e all'enclisi; e non ha avuto luogo, p. es. , nei merid. portam-iUe 
portam-élla, vatt-enne. Se poi il m di m'elo ecc. sia mihi o me, non si vede 
di qua, naturalmente. — Anche nelle preposiz. articolate dello nello ecc., 
io, checché ne paresse al Caix (Giorn. di fil. rom., II 1 segg. , Origini 197 
segg.), vedo molto semplicemente d'elio d'ella d'egli d'elle, n'ello ecc. Se gli 
scrittori scrissero facilmente de lo, ne lo ecc. (rimasti ora alla poesia), vuol 
dire che -II- potè sonare anche scempio, per via della proclisi, e delo poi 
parve da suddividere in de + lo, e ìie lo gli andò appresso. Ma la suddivi- 
sione era falsa (la fonetica toscana, se no, avrebbe dato di lo; in ispagnuolo 
sì, può a iimettersi che il neutrale de lo couteng-a de tutto intero!); come 
è falso che dello sia da delo per reduplicazione della consonante ex-iniziale, 
come in dappoi ecc., che il da e V a 1' hanno il valore re luplicante, ma il 
de (di) no: cfr. difatto acc. ad affitto ecc. E la vecchia questione se del 
sia tronco di dello, o un composto d'el, è una questione che non ha luogo, 
trattandosi di due evoluzioni fonetiche, parallele, della identica voce latina, 
dovute alle due diverse situ ;zioni di essa nel discorso. Vale a dire che d(e)- 
-illo-stùdio e d(e)-illo-pàtre, p. e., si trovarono ridotti, ognun per conto 
suo, a delio-stùdio e del-pddre , essendo nel secondo caso favorita, dalla 
struttura sillabica del complesso arlic. -t-nome, la sincope della seconda vo- 
cale protonica, non favorita invece punto nel primo caso. Ma d(e)-i]l a-m atre 
e d(e) il la-stàtua ecc. davano estrambi della- perchè, come ha già no- 
tato il Caix, né il peso fonico del !'-«-, né la sua importanza morfologica qui, 
ne potean permettere la sincope. Quanto poi all'aversi e in dello del ecc. 
mentre l'articolo sciolto è il, il Caix stesso ha già benissimo osservato che 



72 D' Ovidio, 

mente regolare anche sotto il rispetto fonetico, avrebbe agevolato 
l'anormale amami da ama me\ Anche l'antitesi al me enfatico 
potè ribadire, ajutare, se ce ne fu bisogno, la fissazione del solo 
mi per voce atonica. Già la stessa azione antitetica, benché in 
senso inverso, c'è venuto fatto più su di supporla esercitata sulla 
fissazione dell'enfatico mi iberico, galloitalico, piccardo, dall'ato- 
nico me delle stesse favelle. 

Ora, tornando agl'idiomi dell'Italia centrale umbro-romanesca, 
marchigiana, e anche toscana meridionale (Arezzo), è cosa ora- 
mai notissima a tutti come essi tendano, sì a conservare 1" e pro- 
tonico, e sì a mutare in e perfino, si badi, 1'/ risalente ad z, tanto 
in protonica quanto in fin di parola. Non mi estenderò in esempj 
come ho fatto per il toscano. Fo bensì voti che un qualche stu- 
dioso ben disposto si metta allo spoglio grammaticale dei testi e 
alla ricerca delle parlate di quella importantissima regione, e ci 
dia un compiuto inventano, cronologicamente e geograficamente 
ordinato, dei suoni e delle forme di essa. Qui rimando ai beagli ac- 
cenni dell'Ascoli ^ del Caix ^, e solo ne traggo megliore^ segnare, 
pregioni, nepocchi nipoti, ecc., e capeglie capelli, vilegne villani, dei 



in il V i è determinato, nel fiorentino, dalla sua protonia e iuizialità insieme, 
e La ribadito il perfetto confronto di il con la prepos. in. Se poi de-illo 
ha dato d'elio, e *da-illo ha dato da' Ilo, la differenza nasce dalla diversa 
natura della vocale del segnacaso, cedevole in de, prepotente in *da. Quel 
mezz'accento che pur nella proclisi restava all' i di ilio si spostò sulla vo- 
cale antecedente quando questa era nientemeno che a. Allo stesso modo ho 
spiegato altrove (Ztschr. f. rm. phil. YIII, p. 103) il dilferente trattamento 
della penultima vocale delle voci numerali delle decine: v(ig)rnti venti, 
quadra(g-i)ii ta quaranta. Per allo al, poi, ci s'aggiungeva, oltre la ragione 
detta per dallo, anche quest'atra, che *aéllo avrebbe fatto troppo iato, e 
volendosi sacrificare Va, anziché l'è, il segnacaso sarebbe stato tutto travolto. 
Si deve però avvertire, che il punto di partenza di dallo allo potrebbe anche 
essere dad-lo ad-lo (cfr. «^^é = ad te). Ad ogni modo, la differenza tra da-'llo 
e d-ello resta sempre spiegata. Di degli ecc., e dei ecc., si toccherà più giù. 

^ Invece di mi potrebbe aversi a porre *mii. Quanto a tibi sibi, non 
so se si avrebbe a supporli apocopati, *tr si, o rifatti analogicamente su 
mio sn *m i i. 

2 Arch. Il 449-50. 

8 Vocalismo, 19; Orig ni, 56-63. Cfr. anche Storm, Voy. At., 33, che ri- 
corda nn fenito flnitus, da fonte senese. 



Pronomi personali e possessivi. 73 

pagne vecchie, dei pesce, puoie poi ; e v'aggiungo, da numerosi miei 
vecchi spogli d' una preziosi raccolta di antichi testi perugini \ 
questi pochi esempy. scegiirtade, nier olla, g enocchio, revello ribelle, 
deiettare, desonesfo, recevere, cepolle, cetà cetade cetadino lei vi- 
tate-), e peifin Pedestà [e = o), li principi adunate. Ricordo anche 
il notissimo cerasa di Roma ecc., fenestra, menestra, e cecdla, sce- 
munita; e ce, ve, je = g\ì (il 11): i quali tre ulumi esempj, a dir 
vero, parrebbero da soli bastare a coonestare il me ecc., se contro 
di loro non valesse il sospetto che potessero essersi appunto con- 
formati su me ecc. ^ ! Ad ogni modo, il lettore, ne son certo, non 
esigerà da me altre prove per lasciarmi conchiudere che la tendenza 
dell'Italia centrale all' e protonico e all' -e finale è così evidente, 
che, anche se la voce pronominale atona superstite fosse stata 
unicamente la dativale, mi ecc., si capirebbe benissimo come si 
fosse ridotta a suonare unicamente me ecc. Tanto piiì, dunque, sarà 
facile ammettere che il me ecc. vi risultasse dal livellamento del 
dat. mi ecc. e dell'acc. me ecc.; e, all'occorrenza, questo tne ben 
conservato potè pur contribuire a consolidare il ine da mi. 



^ 'Quattordici Scritture Italiane ecc.', edite da Adamo Rossi, Perugia d859; 
un voi. di 458 pp. in 8.° Colgo questa occasione per render pubbliche grazie 
all'operoso erudito umbro degh ajuti onde mi fu largo negli studj che potei 
fare, il luglio del 1880, nella Comunale di Perugia; specialmente sul bel 
co lice intitolato Specchio dell'ordene menore (altri esempj di e!). 

'^ Qui non posso omettere un'avvertenza. Chi, guardando ai dialetto odierno 
di Roma, e spogliando p. es. i Sonetti del Belli, s'argomentasse di far gran 
messe d' e, si troverebbe stranamente deluso. Salvochè in pochi casi, quasi 
lutti or ora da me citati (recala ecc.), vi troverebbe 1' i come in toscano, 
anzi di più (dilitto, pricissione. fiUce, Filice, Grigorio, binidizzioìie; e così 
gì'-/ (amichi, Giudii ecc.). Quasi quasi i soli monosillabi de, me, te, ecc., 
ce ecc. restano, come sporgenze non potute livellare, ad attestare il vecchio 
fondo del vocalismo dell'Italia centrale! Ma gli è che appunto le 'città' di 
tal regione, p. es., la stessa Perugia, e tanto piìi Roma, hanno, per la loro 
stessa attiuità idiomatica col toscano, così potentemente risentito l'influsso 
letterario di questo, da non aver più se non una 'lingua provinciale', carat- 
terizzata da certe pronunzie, da un certo 'accento' o cantilena, da certe 
parole o frasi o costrutti; ma non più veri dialetti. Questi si trovano solo 
nel contado. Per Roma poi, mi fa osservare il Monaci, come il gran con- 
corso di Toscani venuti appresso ai papi toscani (Leone X ecc.), e 1' esiguità 
numerica a cui si trovava d'esser discesa la popolazione indigena, produces- 



74 D' Ovidio, 

E quel che s'è detto del me te se dell'Italia centrale si applica 
egiialineute, e perfino a fortiori, alle stesse forme in quanto son 
venete. Che il veneto in un modo ancor più tenace (sebbene an- 
ch'esso qua e là abbia pur ceduto all'influsso toscano), ama Ve 
in protonica anc'ojTjri. To'go allo Storm, 1. e. 38-9, questi esenipj 
veneziani: deventar, remedio, recordo, rezever, desegnar, zenochio, 
preson, segare, nevódo, de. V'aerai un grò : hereckin, desanemar, desàsio 
(cfr. desmentegar ecc.), dezim,fenestra,fenócio, ledine, méoìa séola^, 
peócio pidocchio, rebombo, reciamo, refredo ecc.; e cfr. regasso re- 
mengo ragazzo ramingo. E in antico ancora dicevasi: mesura, beso- 
gnar, ves'm vicinus, fegurarse,fenir, fi ni re ^. In una tal favella 
era naturale che le formule me-portas ecc. e anche me-amas ecc. 
serbassero l'è; che mT das ecc. so lo procacciassero. Solo, sic- 
come r -i v' è normale come in toscano (cfr. ameni ecc.), così da 
da-nu ecc. non s' aspetterebbe dame ecc. Ma in questa unica serie 
Ve potè esservi insinuato diH' influsso delle serie proclitiche, e 
dell'altra serie enclitica a ma-m e ecc. 

Ancor più spicce corrono le cose per il lombardo, che encliti- 
camente non usa se non forme apocopate {damm, fegilret, f^g^' 
rass ecc.), e le forme proclitiche me ecc. le giustifica ampiamente 
Col mostrarci e protonico da quiilunque e ■• i. anche da z. Tolgo 
allo Storni, 1. e. 49-50: besogna, denanz, deventj, ^Y\^•ev\ii^,fenestra, 
genòcc, mesura, presoìi, regordass, resegà, rezév, segilra, segli scure, 
feni, ves'm. Al Salviotn ^ \<t:^o: Tesin, trebi'dà, trebimal, pedrio, 
mezidi omicidio, melltar, vegilia, beliett ecc., Jg = li (acc. pi.), se = ci. 
E l'è è tanto usuale in prima protonica, o, che è lo stesso, in 
proclit ca, che s'introduce anche al posto di o, il, a: el le sa=ei 
lo sa, setil-sutil, serór tare.) sor ore-, meneman di mano in mano, 
negotta una-gutta, mereSall, secrista sacrestano, reson; e perfia 
le talora per la, e quasi sempre de per da^. Cfr. anche cose fa? = 



sero alriiiii secoli fa ima vera mistura di linguaggi. Cfr. anche Ascoli, nel 
Proemio all'Archivio, I xvi. 

^ Naturalmente la f. ant. fu *meóla ecc. 

2 Storm, 39-40. E nelle pp. successive dà esempj anche d' altri dialetti 
veneti: p es. padov. deiubio diluvio. 

3 0. e. 126. Gfr. 144 137 93 96. 

■* A proposito del lomb. el le clama egli lo chiama, voglio avvertire, che 



Pronomi personali e possessivi. 75 

= cosa fa? — In tale ambiente, era naturale che a me dovessero 
riuscire *me o mi, e restarci me ecc. S 

E abbiamo me ecc. anche nel leccese, mentre anche lì è co- 
mune Ve protonico: telarti, semigghiu simiglio, cepiidda, dec'ia di- 
ceva, ecinu vicino, cetà città ecc.; ed è normale che l'antico -e 
atono resti intatto ( piggklare ecc., cride crede ecc.). Anche ivi 
dunque è naturale che in proclisia mi e me ecc. si confondessero 
nell'unico me^ e per l'enclisia il dat. niT che avrebbe dovuto ser- 
bare il sunno i ha dovuto parificarsi alla forma prevalente in ogni 
altra situazione, me ecc. Lo stesso pareggiamento supponevamo 
più su del -me tose, accus.; in senso inverso bensì, quanto alla 
vocale ^. 

Eppure v' è un paese, ove il me ecc. da m e e da mi o *ni~it ecc. 
quadra ancora più squisitamente che in ogni altro: la penisola ibe- 
rica. Ivi pure la norma della vocale protonica è rappresentatn dallo 
sp. betun, cebolla, ceniza, ceresa, cetrino, de, decir di e ere. defender 
(cfr. desmentir Q co,., desordenar ecc.), derecho, AeJ«7/« = *fl he 1 1 a, 



nello sp. él le llama, che par così perfettamente rispondergli, il le è mate- 
rialmente ma non storicamente identico. Poiché in lombardo è pnra a]te- 
razion fonetica per lo, ma in spagnuolo egli è il dativo atonico (/e = illT, 
col solito -t finale in -e) che funge pure da accusativo, conformemente alla 
voce tonica, à él, che è insieme dativo e accusativo. Dalla stessa causa pro- 
cede il fatfo inverso che ha luogo nel feminile, che In si trovi abusivamente 
anche per dativo. Poiché a yo la llnmo è equivalente yn llamo a ellir , è 
potuto parer naturale che a yo day mi mnno à ella equivalga yn la dny mi 
mano invece di yo le doy ecc. (fem. ?e = fem. il lì). "Così, se in francese les 
è foneticamente derivato da illos, in sp. invece l'abusivo Ufi accus. {yn les 
llamé = yo los llamé) è semplicemente il dat. les (=ilirs) fungente com'ac- 
cusativo al pari del tonico à ellos. 

1 Una percezione simile, in fondo, alla mia, pare essere balenata anche 
al Salvioni, p. 127. Quanto ai casi come ti ha per 'te li ha', cioè in f. a. 
te J(e) ha (p. 108 127), è evidente che si tratta d'un'evoiuzione affatto par- 
ziale: ti= tej e sini. 

- Notevole che il Morosi, IV 1.S8-9, già accennasse a questa confluenza. 

' Sui dialetti affini al leccese, i calabri cioè e i siculi, non ho agio di fer- 
marmi. Basti questo, che i più di loro hanno mi ti si, d'accordo con la 
tendenza generale, che loro è propria, ai suoni sottili. Ma non vi mancano 
dialetti che han me ecc.: p. es., il cosentino; senza però che sieno, come 
in leccese, suffragale codeste voci da molte altre voci con e. In un certo 
Benso, il cosentino fa l' impressione d(5l romanesco. 



76 D' Ovidio, 

mejo); nienor, meoUo, mesura, nepofe, senor, temor, vecino ecc. ^ ; 
dal pg. betmne, ceòóla, cerèja, de, senhor ecc. ; e insieme v' è in- 
fallibile la nonna ^ die ogni -i finale (e -is) preceduto da conso- 
nante vi si fa e^ Ond' è che tutte le formule da noi più su esem- 
plificate conducevano all' -e ; da nn non meno di ama me; mi 
dicis non meno di me portat. La formula me amat non la 
computo, perchè, se non altro per conformità agli altri casi. Ve 
vi dovea pur restare incolume: cfr. ad ogni modo de amor ecc. 

Del genovese, perfettamente conforme al lombardo-veneto nelle 
forme pronominali atone e nelle loro ragioni, non era necessario 
si parlasse. Dell' emiliano e del romagnuolo, dove tutto è ridotto 
alla consonante, m, t, s, puntellata poi, se altro manca, dalle vo- 
cali epentetiche o dal famoso a risalente a 'ille', come si vede 
in la m da la mi dà, a n am par brisa e' non mi par mica, ecc., 
nulla è da indagare, mancandovi la 'materia prima' dell'indagine, 
la vocale*. Come il me te se del gruppo napoletano-campano-a- 
bruzzese-sannitico-pugliese, ove in e s'annebbia del pari e V e e V i 
atono, neppur si presta a ninna analisi. In francese pur s' ha me 
ecc. con e, nella sola proclisia (in enclisia funge l'enfatico : donne- 
-moi ecc.), e pur questo non è disforme dalle tendenze di quel- 
r idioma, che così tratta, p. es., la vocale della preposizione de. 
Né è inutile ricordare anche i tipi come menu nnnutus, melon 
melone-, mesure\ e come moelle miflolla, evidente invertimento 
d'un *meolle (quale il pg. joelho=jeoIho ginocchio), e come voisin, 
ìli fase anter. veisin, anch'esso dun(iue con e da i. Del proven- 
zale non saprei parlare con precisione, e me ne passo; ma non 
mi pare che ne venga turbamento al mio discorso. 



' Intanto m'accorgo di non essere stato troppo bene ispirato, in un mio 
recente scritto (Zeitschr. f. roin. pli., Vili 87), riaccampando l'ipotesi dieziana, 
che dove la tonica è -i- come in vecino ecc., 1' e protonico sia promosso da 
spinta dissimilativa. La tendenza all' e è tanto generale e risoluta da non 
aver bisogno di un simile ajulo, che, al più, può aver portata una certa con- 
ferma. 

■^ Ne ho discorso nello scritto cit. nella n. auteced. 

* Esempj se ne son già citati in queste pagine. Soprattutto richiamerò, per 
la sua particolare convenienza, lo sp. le les pg. Ihe Ihes, da illl illls. Cfr. 
sp. pg. amaste = -asti, sp. veinte, pg. viiite,z= viginìl ecc. 

* Il piemontese tramezza in certo modo tra le condizioni emiliane e le 
genovesi. 



Pronomi personali e possessivi. 77 

Toccando poi anohe delle forme atoniche del plurale, noi per- 
sisteremo risolutamente a credere, che l' it. ne per 'noi, a noi', 
o vi per Voi, a voi', sieno semplicemente gli avverbj (inde, ibi); 
malgrado che il rumeno, il qual dice ni vi pel dativo, ne ve per 
l'accusativo, che sono riformazioni analogiche di nos ecc. sopra 
mi ecc. me ecc. ^, inviterebbe ad aggradire la supposizione del 
Caix che faceva discendere ne vi da no' vo' atonicamente usati, e 
ricordava il noi piace, vo' piace e piace vo ecc. di Guittone e d'altri 
antichi '\ Sennonché, è già troppo tardiva l'età di codesti vo' ecc., 
perchè si possa vedervi attestata la fase anteriore di vi ecc. Negli 
stessi testi che hanno vo' ecc., c'è insieme vi ecc.; cosicché vo' non 
rappresenta che l'uso momentaneo della forma pesante al posto 
della leggiera; come Dante dice io dissi lui oltreché io gli dissi 
e sim., senza che per questo se ne possa trarre che gli sia deri- 
vato da luil Le forme gnittoniane , dunque, possono al più dar 
una nuova prova, che il riflesso dell' accus. plur. latino può essere 
adibito qual forma atonica di dativo-accusativo, come già si sa- 
peva dallo sp. {nos, os), dal pg. (^nos, vos), dal sardo (nos, bos), dal 
frane, {nous, vous\ dal prov. {ns, ns), e come anche a priori s'a- 
vrebbe a tener per possibile; ma altro non posson provare. 

Ma ciò che assolutamente mostra falsa la spiegazione non av- 
verbiale è la differenza di vocale tra ne e vi. Non avrebbero po- 
tuto codeste voci suonare altro che ni vi, quando davvero fossero 
plasmate analogicamente su mi ti si gli. Questa difficoltà non potè 
non balenare alla mente del Caix, ma egli credette disfarsene con 
supporre che il primo grado di formazione fosse stato ne ve., e 
che dal fare il secondo passo , quel dell' i, il ne fosse impedito 
dalla somiglianza sua col ne avverbio. Supposizione quanto mai 
arbitraria e inverosimile; poiché questo è un di quei casi in cui 
è più facile ammettere il più che il meno: è più facile che esso 



' Il Miklosicli (li 62) dice che non sa risolversi a dedurre ne ve diret- 
tamente da nos vos: io credo sia anzi il caso di negare risolutamente una 
tal deduzione. Nos vos non han fornito, all'azione plastica della lingua, se 
non la cons. iniziale. 

^ Giorn. di fil. rom., 1 43. Già il Diez gli avea aperta malamente la via 
coll'esitare a vedere l'avverbio in ne e col rammentare il nis = nol)ls del 
lat. ax'c. cit. da Feste. 



78 D' Ovidio, 

l'avverbio diventasse pronome, anziché venisse tardivamente a di- 
sturbare il concorde procedimento di tutta una schiera di pro- 
nomi \ D'altro lato, negando 1' origine pronominale a ne e vi, si 
renderebber discordi questi da ci, con cui fan sistema, e del quale 
ninno dubita che sia un avverbio (eco' hi e), e dallo stesso ne 
in quanto ha valor di genitivo pronominale (^'ne dirò il nome', 
'non ne so nulla' e sim.), nel qual caso non vi sarebbe pronome 
a cui collegarlo. Né bisogna poi fermarsi ti'oppo alla difficoltà che 
il Diez metteva innanzi: non essere in inde espressa l'idea di 
S'erso qui', così da potervi vedere il 'verso noi'. Non v'é espressa 
esplicitamente, ma vi è ammessa, implicitamente, e quasi sottin- 
tesa: 'movendo da codesta parte (e venendo verso questa)'. Non 
è la prima volta che nelle lingue il meglio d'un concetto é ap- 
punto quello che resta semplicemente sottinteso. E di spostamenti 
ideologici de' pronomi, poi, la grammatica neolatina ci dà quanti 
esempj vogliamo. Il riflesso di ipse nel Mezzogiorno d'Italia e 
neiriberia ha assunto perfettamente il senso di iste; e l'iste 
ha dappertutto preso il senso di hi e, che é disparito. E l'avverbio 
ci or ora citato, che in tutta Italia vale 'noi, a noi' (roman. ce, 
nap. ce, nordital. se; sardo settentr. zi, cfr. zelu cielo; emil. rmg. 
z), insieme nel Mezzogiorno stesso, e nella 'lingua provinciale' 
dell' Alta Italia (non nel dialetto), vale altresì come terza per- 
sona, in cambio di gli le loro (p. es. 'ce l'ho detto' per 'gliel ho 
detto' ecc.). Tanto elastica è dunque stata l'idea di 'qui' che è 
in ci, da prestarsi a far germogliare dalla stessa frase, nello stesso 
linguaggio, due così diversi significati come p. es. 'dillo a noi' e 
'dillo a lui', che entrambi sono normalmente espressi, in napole- 
tano, con dingelle ^ 



1 Del resto anche ne avvb. dovrebbe, iu quanto proclitico, farsi ni, in 
fonetica toscana! Ma è pur certo che resta ne. perchè forse più usato 
encliticauieute, e, come enclitico non avendo ragione di farsi ni, restasse 
così anche nella proclisi : l' inverso insomma di ciò che abbiam supposto per 
l'enclitico me. perchè per gran tempo seguitasse a suonar ende, e così non 
cadesse sotto la solita norma di cons. iniz. + e in coas. + i Ad ogni modo, 
è bene avvertire che questo piccolo problema fonologico non ha nulla che 
fare col problema se ne pronome sia l'avverbio o no. 

- Del resto, in Toscana stessa non solo c'è forse chi, parlando trasandato, 



Pronomi personali e possessivi. 79 

Aggiungo, in fine, che se ne fosse un derivato di noi, avrebbe 
avuta ben altra vitalità, e sarebbe rimasto sempre in pieno vigore; 
non avrebbe tanto ceduto al ci, che oramai è il solo atouo popolare 
di prima persona, in gran parte d'Italia. E concludo, che come 
l'avv. ci assunse certamente il senso pronominale di prima plu- 
rale e insiem di terza sing. e plur., cosi l'avv. ne assunse quello 
di prima plur. e insiem di genitivo d'ogni persona, e vi quello 
di seconda plur, ed anche, in qualche dialetto, di terza sing. e 
plur. '. La casuale identità della iniziale tra ne e noi, e tra vi e 
voi, agevolò la fissazione del ne per la prima e del vi per la se- 
conda : solo di tanto e' entrarono i pronomi noi e voi. Al più, 
l'estremo della concessione che si potrebbe fare ai fautori del- 
l'origine pronominale, ma che neppur voglio fare, è d'ammetterla 
solo per vi; che questo cioè si formasse su voi per anal. di mi ecc., 
mentre per la prima persona si usavano invece gli avverbj ne e ci. 



usa ci per la tei'za. ma normale v'è il ci in certi usi quasi pronominali (7o 
hai visto? - ci Ilo parlato!' ecc.). Riscontri ideologici molto estesi si possono 
vedere presso Ascoli, Studj ariosem., §§ 11 e 12. 

1 II glie del lombardo-veneto, che vale insieme 1' avv. vi o ci tose. (mil. 
mi glie voo io ci vo), e gli, le, lor (mi g' oo dit, dagliel daglielo ecc.), è 
notoriamente il 'j;e = ibi (e go habeo, p. e., è veramente 'vi ho', 'ci ho'): 
il cui V tanto più facilmente passava in g- (cfr. gómet vomito, golzd osare, 
Asc. St. Cr. I 29 n), in quanto si trovava, per la giustaposizione con altre 
parole, ad avere spesso il v tra vocali (cfr. lomb, -uga, pagilra, regolza 
rialza, ecc.) Una splendida conferma a codesta dichiarazione del Flechia e 
dell'Ascoli, a me par che ce la dia il sardo, il quale dice dahilu per 
'daglielo', biV hap a nan'er gliel ho a dire, gliel dirò (Spano). È uno di 
quei casi di cui direbbe l'Ascoli che la Sardegna anticipa il tipo dell'Alta 
Italia (li 154 segg.). Né è poi a dire, che la ipotesi del glie — ve sia mo- 
strata vana dal fatto die gli stessi idiomi dicono ve per 'voi, a voi' col v- 
inlatto. Che a mantenere incolume questo ve di seconda piar, contribuì ap- 
punto l'influsso di '2;oi'. Mentre niun freno ebbe il ve in quanto avverbio 
terza persona. Sono due veri allotropi insomma, e danno una nuova prova 
della elasticità del concetto avverbiale a lasciarsi tirare ai più varj usi pro- 
nominali. 



80 D' Ovidio, 

V. Egli^. — Che il sing. nominativo egli debba, d'un modo 
d'un altro, metter per forza capo ad i 11 e, per me è cosa che non 
ammette dubbio. Contro l'illic, che fu messo innanzi, sta, oltre 
ragioni peculiari che più giù toccheremo, una ragione sommaria, 
la quale in lintrua molto alla buona si può formular così : e di 
iUe che cosa n' è stato? dove s'è andato a cacciare? come una 
voce ciisì vegeta, così salda nell'uso, cedette il campo a una po- 
vera voce di cui appena qualche timido esempio fa capolino nei 
poeti comici? 

Eppure €gìi = \\\Q fonologicamente è strano! Sarebbe come se 
il pi. fem. bellae {-ae=-e) si volesse farlo divenir ^beglil Certo, 
il pi. fem. il la e, che si può considerar come omofono a il le, 
non ha dato altro che elle. Che dal nora. plur. il li sia venuto 
egli, si capisce: fa il pajo con capegli = ca,pi\\1. Ma il le! Al 
massimo, dovea fare ^ eglie, come togliere = to\\ e re. 

Ma neppure, a guardar bene! Il Diez, è vero, dà togliere ed 
alcuni altri casi toscani di //=LL avanti a, o, e; sicché parrebbe 
potersi proprio formulare questo teorema: " quel rammollimento 
(io soglio dir ' jotizzamento ') di LL, che in ispagnuolo è normale 
e costante, a segno che il nesso // è potuto lì diventar l' espe- 



^ Questo capitolo era già scritto, quando ho scoperto che le conclusioni a 
cui giungo in esso sono conformi a quelle d'un articolo del Gròber, Gli 
egli oijni, inserito nella 'Zeitschrift' da lui diretta, II 494 segg. ; articolo 
che m'era, lo confesso, sfuggito. È facile oggi, nella grande conformità dei 
metodi, incontrarsi senza saperlo; come è facile, nel gran numero delle pub- 
blicazioni quotidiane, che ci sfugga giusto quella che meno si vorrebbe. 
Ed è curioso che al Gròber stesso sia capitato per l'appunto in questi giorni 
il caso inverso, di scrivei'e cioè intorno al ('Donato Provenzale', ib. Vili 
112 segg., senza venir a sapere, se non troppo tardi, d'un mio studio sul 
medesimo argomento (Gior. Stor. d. Leti Ital., II 1 segg.), in parte conforme 
al suo. Egli è dunque più che mai il caso di dire 'hanc veniam damus vi- 
cissim'. Intanto, io non lascio di stampare questo mio capitolo, per ciò che 
la disformità di condotta tra i nostri due ragionamenti è tanta, che, non 
dico fa fede com' io alle stesse conclusioni sia giunto davvero per conto 
mio, che questa è cosa di nessun interesse, ma è una non dispregevole ri- 
prova della verità di esse. Senza poi dire, che alcune digressioni eh' io fo 
dal soggetto principale, mancano affatto nel bell'articolo del mio egregio 
collega, dove s'insiste invece molto su un punto sul quale io sorvolo. 



Pronomi personali e possessivi. 81 

diente grafico per rappresentare lo llj d' ogni altra provenienza 
{hatalla ecc.), si verifica talvolta anche in toscano; solo spora- 
dicamente e molto di rado, ma si verifica: l'ital. vaglio = \ a.Wvi's, 
per nulla diff'erisce dallo sp. mòa^^ = caballus, ossia ne diffe- 
risce solo in quanto il primo è un individuo isolato, mentre il 
secondo rappresenta una specie. „ 

Pure, non è così. Basta confrontare caperjU, begli, degli, agli ecc. 
co' rispettivi singolari, capello, hello, ecc., e co' rispettivi feminili, 
Iella, belle ecc., per intendere come la condizione che rende possibile 
in tose, lo llj debba essere che a LL succeda un -i. Gli altri casi, 
dove non vi sia i, devono essere illusorj. Dilatto, togliere toglieva ecc. 
non sarà spontanea continuazione di tollero tollebam ecc., 
bensì sarà modellato su togli togliamo, vale a dire sopra quelle 
voci del verbo che contengono un -i {togli = folli) o, che è anche 
meglio, un -/- in iato (J'tolliamo). E così dicasi di scegliere = svel- 
lere^. E vaglio testé ricordato non continua regolarmente val- 
lus ', bensì ha risentito l'influsso del verbo, vagliare (*vall-i-are: 
cfr. ingliare, rovesciare, ammorzare, afforzare, ecc.). E argiglia per 
argilla, il solo che ormai ci resti degli esempj del Diez, e che non 
occorre, secondo pare dai lessici, altroché in Palladio (con argi- 
glioso in Crescenzio), si eliminerà pur esso facilmente conside- 
randolo come una delle tante formazioni aggettivali ('argillea, 
se. terra), e sarà tanto buon attestato di llja da LLA, quanto 
'pigna (pine a) lo è di na da NA (pinus, pina), o il nap. funge 
il tose, faggio lo sono di -go da GO, o il dantesco Inmaccia per 
lumaca lo è di éa da ka in toscano! Il Caix, st. et. 17, adduceva, 
però senza citar la fonte, una forma aferetica 'giglia. Ed aggiunse 
all'elenco un suo cmc^y/Zo^ cingi llum: etimologia molto felice, 
al parer mio, ma che vuol essere spicciolata appunto con la sup- 
posizione d'un intermediario aggettivale (*-illeum) senza di che 
anche Vi da i resterebbe inesplicato. In sostanza, lo llj, quando 



^ Le forme proprio spontanee sembran esser le sincopate e assimilate: 
tórre, svérre. 

" Cke si continua invece bene nell' emil. vali, come già notava il Dicz, 
less. II a. E il verbo li è vallar. Anche il ìomh. vali, oltre vauìì, vannus: 
Salvioni 204 206. 

Archivio glottol. ital., IX. 6 



sa -U' Ovidio, 

non nasce da -llj- addirittura, non lo vediam nascere se non da 
-Ili {begli ecc.). 

Dunque, per avere il sing. egli^ bisogna prima di tutto crearsi 
r -«; bisogna porre che il le cominciasse dal diventar illi elli. 
Né quest' elli^ del resto, è un mero supposto * ; ed ha poi, si badi, 
accanto a sé, non che quelli quegli, anche esli questi codesti =iste, 
ess/s^ess* = ipse, e altri (cfr. Flechia, II 5-6 n). Di quest'ultimo, ve- 
ramente, s'ha forse a dire che fu foggiato analogicamente sopra gli 
altri (cfr. ib,). Ed il simile poi si potrebbe sospettare pur di questi, 
stessi ecc., cioè imaginare che dal solo egli movesse la corrente 
dell' -^ e quindi si propagasse agli altri pronomi; ma il sospetto 
può esser fallace, specie per questi. Ad ogni modo, il certo é che 
quest' -i da -e si trova poi anche fuori d' Italia. L'ant. sp. ci dà 
elli esti essi (oltre otri), e l'ant. pg. eli (oltre outri), come già no- 
tava il Diez. Anzi, a ben considerare il frc. il egli (prov. el), e 
gli ant. frc. cil icil, cist icist, nomin. singolari, omofoni ai rispettivi 
nomin. plur., si vede che anch'essi suppongon de' nomin. singol. 
*illi isti, fattisi identici ai plurali; perchè solo Y -i finale può 
spiegare, così nel singolare come nel plurale, l' i tonico in luogo 
dell' e, per metafonesi ^ S'aggiunge, che e in frane, e in prov. il 
nom. sing. dell'articolo è li come al nom. plurale. In conclusione, 
la serie ital. elli questi ecc., la ant. sp. elli esti ecc., ci mostrano 
un generale tralignamento dell' -è del nom. sing. pronom. in -/, e 
la serie frane, il cil ecc. ci mostra codest' -i già tramontato sì, ma 
pur sopravvivente, come al plurale, nei suoi effetti. 

Ma donde codest' -e? 

V'è la spiegazione del Forster (1. cit). Il sing. si sarebbe pa- 
reggiato al plurale; cioè l'-i, segno della noniinatività nel plurale, 
avrebbe finito coll'essere concepito come il contrapposto dell'o- 
bliquo, in genere, e così applicato anche al nominativo singolare. 
Ognun vede, senz'altro, lo stento di questa ipotesi. 

Né sarebbe migliore quella che ponesse l' -è fattosi -/ per dif- 
ferenziare il sing. masch. dal plur. fem., terminante pur esso in 



* Blanc gr. 246, Gaix orig. 211. 

2 Cfr. Forster, 'Umlaut' 493. E si pensi all'obl. frc. ant. sg. cel, pi. ces 
(mod. ceiix), ecc. Il mod. ils è analog. plasmato suU' il del sing. : altrimenti 
non avrebbe 1' i-. 



Prouoiui personali e possessivi. 83 

-ae, che è come dire in -è. Sarebbe davvero curioso, che per at- 
tenuare la sua conformità estrinseca con una voce di senso diverso 
per numero e per genere, il sing. masch. si facesse identico con 
un'altra voce diversa solamente di numero, con la quale quindi 
la possibilità della confusione era vie più grande! Né è a dire che 
V-e potesse riuscire una stonatura nel sing. raasch.; ognun ricorda 
il forte, il ponte, il cavaliere ecc. ecc. Ad ogni modo, l'ipotesi della 
differenziazione di iUe iste da illae istae non potrebbe poi 
riferirsi 'che al solo italiano, lo spagn. e il frane, avendo al nom. 
pi. fem. la voce in -s, d'origine accusativale : ellas^ elles ecc. 

V è poi la spiegazione, già accennata, del Diez, rinfrescata dal 
Cornu, che cioè riprevalessero illic isti e arcaici. 'Ma oltre la 
ragion di massima già da noi allegatale contro, ed oltre le buone 
objezioni del Forster (1. cit.), e' v' è a ridire che codeste voci 
arcaiche, dovendo essere il IT e ecc., non ci darebbero punto V -i 
che andiamo cercando, ossia lo fornirebbero solo all'occhio! Poiché 
ì finale, come or ora ridiremo, o quasi finale, viene ad essere, 
romanzamente parlando, né più né meno che -e. 

V'è infine la spiegazione del Flechia ^ ; il quale, ricordando il 
fiorentino domani, stamani, lungi ecc., Ateni, Fiesoli, calendi ecc., 
argomentò che in elli questi ecc. potesse essersi esercitata la ten- 
denza fiorentinesca a mutare 1' -e in -i. Ma questa spiegazione, 
prima di tutto darebbe ragione delle forme elli ecc., solo in quanto 
son fiorentine, negligendo afi"atto le forme congeneri di tant'altra 
parte della romanità; ed in secondo luogo, si fonda sopra un 
fatto, a parer mio, vero soltanto in apparenza. Nego, cioè, che 
vi sia nel fiorentino una tendenza 'fonetica' a cambiar -e in -i, 
ed oso affermare che egli stesso, l'onorando Nestore della glotto- 
logia italiana, il quale ha l'animo sempre aperto a ogni progresso 
ragionevole, non parlerebbe oggi così facilmente, come dieci anni 
fa, di quella cotal tendenza; dopo che la grammatica storica s'è 
venuta persuadendo sempre più della rigorosità delle norme ve- 
ramente fonetiche, e sempre più alienando dall' ammetter mere 
tendenze nel modo di alterarsi de' suoni. 

Enuncio qui tre affermazioni, che potrebber anche esser rite- 
nute come a priori, ma pur si fondano sulla esperienza diretta, 



1 Ai-cli. Il o-G u.; e cfr. lliv. di iil. cl:i:^s., 1 2Co u. 



84 ir Ovidio, 

Prima: le vocali atone i, è, quand' eran finali, o quando lo son 
divenute per l'apocope della consonante final {-t[sj ecc.), hanno, 
di regola, quella stessa continuazione, in toscano, che v'hanno le 
medesime «, é, in quanto sono toniche: finiscono cioè a -e stretta. 
E così -ù^ -0 ritoni finiscono a -o. Cose, queste, da nessuno mai 
propriamente negate ; pure, non riconosciute esplicitamente se non 
da pochi \ e non sempre sottinte^re da tutti all'occorrenza: non 
inutile quindi l'insistervi ^ 

Seconda: le atone -e -ae, ed -o, si continuano pur esse per 
r, o, vale a dire che discendono d' un grado, mostran un grado 
di assottigliamento, rispetto a quel che sono le stesse vocali in 
quanto toniche (che sono f, o). Ma restano, ad ogni modo, nel- 
l'ambito del suono e o. 

Terza : l' atono -t finale resta -/, come l' i tonico. Cosicché in- 
somma i riflessi di z, -z, sono equidistanti da quelli à't, -i. 

Veniamo agli esempj, pel solo suono p, i. L' -ìs della 2.* plur. 
dei verbi dà sempre -e: amate vedete leggete udite ecc. da ama- 
tTs videt'ìs ecc.; amavate vedevate ecc. da amabatls ecc.; ve- 
diate udiate facciate ecc. da vi dea ti s ecc.; ed amaste vedeste ecc. 
da a mas US vidistts ecc., che sta in bel contrapposto ad amasti 
vedesti ecc. da amasti vidistì ecc. 

h'-ìt della 3."' sing. (dove non va travolta come in amau amò ecc.) 
si continua sempre per -e: legge da legtt; vide fece scrisse ecc. 
da vidtt ecc., e l'arc./ne da fui t; bei contrapposti tutti a vidi feci 
scrissi fui uscii amai &0Ù. da vidi feci . . exi(v)i ama(v)ì ecc.; 
ode dorme ecc. da audìt ecc., pur questo un bel contrapposto 
a tu odi dormi ecc. da a u di s d o r mT s ecc. 

E siccome j9ff«e e sim. risultano dal livellamento fonetico dell'acc. 
panem, abl. pane, nom. panTs, così i nominativi de' parisil- 
labi di 3.* declin. costituiscono un altro cospicuo filone di -e- -is. 
Vi s'intende, naturalmente, inclusa anche la categoria aggettivale 
/arfe=fortts fortera ecc. neut. forte, e sim. Ma se ancor v'è 
chi seguita a cavar jìane ecc. dal solo panem (tutti i gusti son 



1 Gfr. la mia 'Unica forma flessionale' 25 segg.; e Ascoli, Arch. Il 418. 
^ Tanto più che fra quelli che piìi confusamente ne han toccato v'è nien- 
temeno che il Dicz: 'Yoc. atone fuori iato', ultimo alinea. 



Pronomi personali e possessivi. 85 

gusti!), ci abbiamo in riserva altri -e = -?s nominali, che sono in- 
negabili anche dai più coraggiosi negatori. Son le voci d'origine 
nominativale j;o/ò;e = p u 1 vt s, sangue sanguis^; o i genitivi fos- 
sili come Monselice Mons silicis, Monte Vergine Monte- Virgi- 
nls, Porto Venere Portus Veneris. acquavite'^ e sira. Cfr. mar- 
te-di giove-di Mart'Ts dies, ^/^/re-coy^s^^/^o juri sconsul t us ecc. 
E fan tutte codeste forme un bel contrapposto all'immensa serie 
dei plurali nominali, aggett., pronom. lujpi, 'peli, muricce : buoni ecc. 
esse ecc. da lupi ecc. boni ecc., ipsi ecc., e al pron. cui=c\x\. Cfr. 
anche Forlimpojmli = F . Popiliì (mercoledì =ìtler curii d., è anal.). 

Di -e = -é, -és abbiam j9H7*e = purè, e la corta serie fede, die 
(are.) ecc. dal nom. fidés, abl. fide; confluitovi però Taccus., 
fidem ecc.; e la serie lunga, non molto popolare però, dei gre- 
cismi, Achille Ulisse Anchise Oreste Pelide Demostene ecc. 

Numerosi gli esemplari e le serie di -e da -e, -m, -er , -en, 
talora confluenti {-è ed -èm ne' nomi) : male bene repente, chiunque 
qualunque ecc. % amare vedere ecc., certamente ecc., mille cinque, 
mare, fulmine genere ecc., sette nove, morte notte amore felice 
amante ecc., pepe cece frate, lume nome ecc. 

Ci troviamo dunque, né abbiamo ancora riferito tutto, alla pre- 
senza di numerose voci o coppie di voci, e di sterminati filoni 
di forme grammaticali, ove esattamente si verificano tutte e tre 
le norme che abbiamo più sopra formulate ; e senza mai, si badi, 
alcun segno di ribellione neppur momentanea : che mai non si 
trova, poniamo, un beni per be)ie, un amaii, un chiunqui, o che 
altro so io. È giusto dunque a priori presumere, che quelle altre 
voci poi forme, che abbiano -i dove noi aspetteremmo V-e, sieno 
state divelte alla regola generale da perturbazioni speciali, so- 
prattutto analogiche. Esaminiamo una per una tutte le eccezioni. 



^ Escludo affatto ormai la forma are. ueut. sanguen ('Unica forma fless'. 
54 ; Ascoli, II 429), perchè per massima lascio da parte gli arcaismi, e parlo 
sempre dal 'solito Ialino'. Sarebbe da aggiungere per -t affatto finale il bel- 
l'es. senape sinapi, se non valesse il dubbio che discenda dalle forme si- 
napis sinapim. 

^ Se è aqua vitis, e non a. vitae, com'è egualmente plausibile. 

^ Il Diez vedeva neW -unque l'unquam. Io ci vedo un'estrazione, alla 
buona, di -unque da quicunquc ecc. Al più potrei consentire la conta- 
minazione delle due voci, che parrebbe favorita dall' e di ìinquemai. 



Sf) ' D' Ovidio, 

Abbiamo, in prima, vedi, da vides, leggi da legts ecc. Ma 
r -/ in codeste due conjug. v'è stato portato dall'analogia della 
4.*: f/orm/= dormi s; a quel modo che analogico è ineluttabil- 
mente ami da a mas. Senza questa riconiazione di tutte e tre le 
altre conjug. sul tipo della 4.*, le seconde persone continuanti 
direttamente le voci latine sarebbero riuscite *ama vede legge^ cioè 
si sarebbero confuse con le terze. Le lingue occidentali, che non 
perdono il -s, avendo dunque in esso un così sicuro distintivo della 
seconda persona, han potuto continuare senza pericolo le forme 
latine (sp. pg. prov. sardo cantas^iv. chantes; sp. pg. prov. vendes^ 
fr. vends ^ sd. times ecc.). D'altro canto, la invasione della 4." 
sulle altre conjug. è cosa tutt'altro che strana. La si vede altrove 
in limiti ben altrimenti indiscreti! In abruzzese, p. es., il perfetto 
tutto, anche di L*, si è modellato su quel di 4.*, coinè se in ital. 
si dicesse 'io parili tu parlisti ecc.', e verbi di L* son caduti af- 
fatto nella 4.*: teram. suspiri, cucini ecc.! Cfr. merid. vedite ecc. 
su audìtis (non per Umlaut dell' z di videtYs!!). 

In secondo luogo, si hanno gl'imper. vedi, leggi ecc. da vide, 
le gè ecc. Anche qui è la 4." che ha straripato {dormi = dor mi ecc.) 
e invaso la 2.^ e la B.""; tanto più che con 1'-/ si veniva a con- 
formare l'imperativo con l'indicativo. Al qual proposito ricorderò 
gl'imperativi dell'odierno toscano: fai dai sfai, in cambio dei più 
antichi, letterariamente stabiliti, fa da sta = f ac ecc. 

Inoltre, si ha fu amassi vedessi leggessi dormissi ecc. da amas- 
sès ecc., mentre poi egli amasse vedesse ecc. continua regolar- 
mente amasse t ecc. Ma ognun ricorda che anche l'impf. indie, 
dice tu amavi vedevi ecc. che nessuno mxai penserebbe a dedurre 
foneticamente da amabàs ecc., e ognun riconosce analogico. E 
analogico è pur amassi ecc. Ma donde venne a entrambi la spinta 
analogica? Dal perfetto, certamente (amasti ecc.). Di vedi leggi 
dormi non direi che c'entrassero, o al più come un piccolo ajuto. 
Ognuno poi sa che la tendenza di ta amassi ecc. verso tu ama- 
sti ecc. è tanta, che v'è chi dice addirittura nel congiuntivo: che 
tu amasti ^ ! È bensì vero che a questa confusione fu certo d' in- 
centivo anche la identità delle seconde plurali : amaste ecc. da 



1 E (li questo spro])osit,o v'è esompj anplie nnlichì: Elanp, .Sfin, 



Pronomi personali e possessivi. 87 

amastts ecc. e amaste ecc. da amàss(e)tì's ecc. Ma anche 
questa conformità stessa è forse segno dell'influsso del perf. ind. 
snll'irapf. cong. ; che, abbandonato a sé, amàssetTs sarebbe forse 
divenuto *amàssìte. Ad ogni modo, l' identità delle seconde plu- 
rali era, comunque determinatasi, un incentivo ad agguagliare, 
se non altro per la vocal finale, le seconde singolari. 

E dal perf. indie, certamente partì pur la spinta che cambiò il 
regolare io amasse vedesse ecc., continuatore di amassem ecc., in 
io amassi ecc. Il cambiamento è qui avvenuto, per dir così, sotto 
gli occhi della storia ; che i nostri toscani antichi dicevano tut- 
tora io amasse ecc., e anche, si badi, in prosa (Caix, orig. G2). 
Oli esempj danteschi son celebri \ 

Ma 1' 'i ha invaso poi anche un po' la terza persona. Ce n' è 
qualche raro esempio antico ^ e e' è 1' uso vernacolare odierno 
toscano (Caix or. 217). Certo, l'esservi più voci oscillanti tra -i 
ed -e, e la uniformità della finale anche in altri tempi affini (ch'io 
ami, che tu arai, ch'egH ami; ch'io faccia, che tu faccia, ch'egli 
faccia ecc.) poterono promuovere codest' -i esteso anche alla terza 
persona. Ma il modello più diretto dell'impf. cong. è sempre il 
perf. indie, cosicché l'uso fermo, normale, di tutta l'Italia colta, 
è: io vedessi, tu vedessi, egli vedesse, ecc., proprio come: io vidi, 
tu vedesti, egli vide, ecc. 

Un' altra sola forma verbale ci resta da considerare, il cong. 
pres. di 1.' conj. Da amem amés amet non poteva venir se 
non ame per tutt' e tre le persone; e si trova così difatto in an- 
tico (Blanc 366-7; Caix 217). Ma infine s'è venuto all'unico ami, 
evidentemente per influssi analogici. Sennonché, quale delle tre 
persone avrà risentita per prima la infezione analogica? Ce lo di- 
ranno le altre conjugazioni. Queste hanno, di regola, veggia-vì- 
dea[m] videa[s] videa[t], %^a = lega[m] lega[s] lega[t], 
^orma = dorm[i]a[m] dorm[i]a[s] ecc. Però, la sec. pers. 
mostra anche una forma secondaria in -/ (anal. sul pres. ind.) ; se- 



* '. . . così coni' io morisse^ Inf. v 141. Cfr. Piirg. ii 85, vni 40. Già 
presso Blanc 368. 

^ Dante, Inf. iv 64: . . . per eh' ei dicessi; ix 60: Cì>c con le site ancor non 
mi chiudessi (egli). Cfr. Blanc gr. 368. 



88 ])■ Ovidio, 

coiido i verbi or più uguale [che tu abbi) or meno (che tu facci). 
Anche la terza veramente si trova con 1' -i, in testi anche clas- 
sici '; ma l'infezione qui non ha attaccato bene: la lingua colta 
non l'ha ammessa, e dice insomma: io faccia, tu faccia o facci, 
egli faccia, e sim. È dunque naturale, che la seconda persona 
fosse, per dir così, la breccia, per la quale V-i penetrò nel cong. 
pres. di 1.' conj. Si sarà preso a dire io cime, tu ami, egli ame, e 
sim.; si sarà finito con dire io, tu, egli ami, modellato sopra io, 
tu, egli ficaca. 

E l'avremmo finita coi verbi, se non ci rimanesse un'altra av- 
vertenza. Dante, Inf. i 94, adopera tu gride per tu gridi indie, 
pres. ; e anche diche lunghe attinghe vegne nel senso di Ui dica ecc. 
(Blanc 367). E V uso di Dante vuol dire, a fortiori, l'uso di altri 
(Caix 217). Orbene, e' bisogna ben rappresentarsi alla mente 
l'impasto eterogeneo e screziato di quella lingua poetica arcaica, 
dove il confluire di diversi usi dialettali, il dissidio tra le grafie 
latineggianti e la pronunzia effettiva volgare, la consuetudine 
di avvalersi di tutto ciò per appagar comecchessia le esigenze 
della rima, le incertezze nella grammatica non ancora discipli- 
nata rigidamente e non ancora registrata in trattati, davano allo 
scrittore una libertà grandissima; bisogna, dico, considerar tutto 
questo, per comprendere quanto dovea riuscir facile, al poeta so- 
prattutto, di scambiare un -i con un' -e. Senza dire che in questo 
caso l'oscillazione tra «me e ami nel pres. congiuut., di amasse 
e amassi nell' imperf. ecc. poteva indurre una certa perplessità 
anche nella determinazione delle voci d'altri tempi: che tu diche 
e sim. poteano parer analoghi a che tu cime ecc. Insomma, io 
credo che quando Dante scrivea i^erchè gride?, facesse semplice- 
mente una variazione tollerabile del gridi, che era ed è la forma 
normale ; non già che venisse così ad usare una forma che fosse 
stata veramente intermedia tra l'-as latino e 1'-/ moderno ita- 
liano. Se è vero che alle volte certe rade forme, che appariscon 
solo qua e là nei testi, rappresentano come le reliquie di una fase 
anteriore tramontata, e son perciò preziose per ispiegarci le forme 
usuali posteriori, non è però a credere che ogni rarità che si trovi 



' 0"s\ l'usano costantemente gli Emiliani, parlando italiano: ch'el radi ecc. 



Pronomi personali e possessivi. 89 

nei testi abbia sempre un valore, per così dire, preistorico, po- 
tendosi trattar bene spesso di momentanei tentativi analogici, 
di provvisorj espedienti, e che so io. Le forme che sono divenute 
normali e definitive possono sì essere niente più che abusi inve- 
terati e sanzionati dal tempo, ma in massima hanno per sé la pre- 
sunzione che fossero esse le forme più vitali, e le più corrette, sia 
foneticamente, sia ideologicamente. Le esplorazioni grammaticali, 
quindi, nei testi antichi, saranno sempre una bella e buona cosa, 
ma a patto che una curiosa illusione ottica non c'induca a per- 
cepire come 'vere' forme quelle che si scovano in essi, e sprezzare 
invece come una artificiosa futilità nientemeno che la secolare 
grammatica italiana! 

Passando alle forme nominali oramai, s' hanno i plurali in -i 
dei nomi e aggettivi di 3.% cioè la serie cani azioni ecc. forti fe- 
lici ecc. Raddurre codeste forme direttamente alle latine canes 
fortés ecc. non avrei mai osato; riannodarle alle latine arcaiche 
in -1 s (hi fon ti s ecc.), come altra volta feci \ mi pare oramai 
un assurdo: ed è fuor di dubbio che cani ecc. sono formati ana- 
logicamente su mulT, boni ecc. ^ La appartenenza di molti ag- 
gettivi, di tutti i partic. pass, e dell'articolo, ai temi in -o, con- 
tribuiva a render più potente l'attrazione. Il lì boni canés o 
illi fortés muli o illi canes sunt boni erano dei 'trinomj' 
che dovean naturalmente tendere a livellarsi, estendendo V-i dap- 
pertutto. Ai feminili di 3.', per verità, come pars ecc., non può 
dirsi fosse altrettanto naturale l'accessione dell' -2, cui era dive- 
nuta quasi inerente la mascolinità ^; né mancano anzi tentativi del- 
l' -e, cui pareva, dalla 1." declin., inerente la feminilità, per in- 
sinuarsi nei plurali femm. di 3.", onde p. es. si trova nel Cellini 
e in altri : le parte, grande opere ecc. come il Flechia c'insegna *. 



1 Unica forma fless., 4S-G. Ero stato precorso dal Nannucci, Teorica dei 
Nomi 238, e forse da altri ; ma non ricordai alcuno, perchè non sapevo. 
^ Ascoli, Lingue e Naz., p. 95. 

* Difatto, p. es., 1'-/ s'insinuò nei soli masch. di 1.- declinaz. (poeti ecc.); 
nonostante qualche rimasuglio dell' e tradizionale: eresia l'che (latevno ix 
127) ecc.; se pur questi non son meri latinismi artificiali. 

* Riv. di lìl. class., I 91. Io altrove (Unica ecc, 47) avvertii anche un pi. 
prece in.Purg. xx 100 (in rima), ma in Dante, piii che una concessione al- 
l'analogia, come in Cellini. sarà un latinismo (preces), almeno in parte. 



no W Ovidio, 

Pure, alla fin fine, la piena conformità del singolare tra i masch. 
e i fem., tra padre e madre ecc., dovea di necessità portare l'u- 
guaglianza anche al plur. (padri, madri ecc.). Nei nomi di 5.* più 
tenace fu la tradizione dell' -e s latino, e s'ebbe le specie ecc. Pure, 
le speci ecc. si trova, e i Toscani ora non dicono che le superfici ecc. 

Né fa poi specie che 1' -?, una volta fattosi proprio di tanti 
plurali feminili di 3.*, invadesse sporadicamente anche qualche 
plurale di 1.*, le porti, le spalli, le veni, le ondi, le calendi Purg. 
XVI 26, le valigi ecc. \ Di tutta codesta corrente analogica son 
rimasti poi consolidati le armi, le ali, le redini, oscillanti però 
anche nel singolare; e v'è chi dice volentieri le pagini (forse per 
anal. dei tanti nomi in -agine). Ma, lo ripeto, il dare a codeste 
aberrazioncelle analogiche, in gran parte non riuscite nemmeno 
ad attecchire, il valore di schiette manifestazioni della fonetica 
toscana (che avrebbe, si dice, voluto veni da *vene=:venae, e 
sim.), e tener per foneticamente anormale l'infinita serie rose = 
rosae, ò?<one = bonae ecc., e' sarebbe un invertire le propor- 
zioni reali delle cose. 

Quanto poi ai nomi di città notati dal Diez, Acqui Aquae, 
Al'ìfi A 1 n f a e '^ , Capri C a p r e a e , VeUetri V e 1 i t r a e , Vercelli 
Vercellae, Veroli (locat. ) Verulae, Chieti Teate, Rieti 
Re a te, non sono che assimilazioni ai tanti nomi locali dei tipi 
di Chiusi, Bari, Assisi, Bimini, Ascoli ecc. Quanto poco 1'-/ di Acqui 
e d'altri nomi, non toscani del resto, sia prova di tendenza fio- 
rentinesca all' -i da -e, lo prova Firenze, che il Diez stesso radduce 
al locativo Florentiae'. 

Le forme vernacolari Aleni, Fiesoli, Figghini = Figline Figu- 
linae, ricordati dal Flechia, e il dantesco Creti^ Creta, e 



^ Vedi, oltre i già cit. luoghi del Flechia, il Nannucci, Teor. dei Nomi, 
259-76. 

* Veramente, io non ho mai sentito altro che Alife. 

^ E a locativi, Arimi ni, AusculT ecc., radduce il Flechia i nomi 
Ascoli ecc., Riv. di fil. ci., IV 348. Assai felicemente, a parer mio; giacche 
le ragioni peculiari che spiegherebbero singoli nomi (Bari, Assisi ecc. po- 
trebbero avere l'assottigliamento à' -io in i che è in Dionigi ecc.; Rimini ecc. 
assimilazione della finale alle altre vocali della parola), non varrebbero mai 
a dar ragione di tutta le serie. 



Pfonoiui personali e possessivi. 91 

Aquisgrani Cipri ecc., pr. Nannucci, Teor. 87-8, altro sono certo 
che tentativi non ben riusciti della stessa assimilazione analogica 
dei nomi in -e (da -ae locat. o da -ae nom. plur.) o in f/, o, ai nomi 
in -i (da -l locat.). Creti, il Salviati lo spiegava con 1' -x. 

Di Napoli, Costantinopoli ecc. nessuno ha parlato; ma saranno 
grecismi studiosamente rispettati (cfr. sintassi, diocesi ecc.), e il 
solito esempio del filone Ascoli ecc. può essere stato, forse, d'ajuto. 
In C'a^//on = Calari s questo ajuto è ancor più incerto, che 1'-/ 
era strettamente voluto dalia fonetica sarda, Asc. II 134 137. 

Quanto ai due begli esempj di nomi proprj Chimenti Clemente, 
Cresci Crescens, insegnatici dal Fiechia (cfr. invece serpe), devon 
aver ceduto anch'essi, soprattutto per aver smarrito ogni sentore 
del loro pristino valore radicale e morfologico, all'analogia di altri 
nomi in -i come sono Luigi Gigi, Dionigi, Giovanni Nanni Vanni, 
Zanohi Bobi, Benci Benghi, Buggeri Geri, Guarnieri Nieri, Ranieri 
Neri, Diotisalvi Salvi, Santi ecc. \ La ragione di codesti -i (o per 
assottigliamento di -io come in Luigi ecc. ; o per troncamenti 
gergali, Benci = BencivengJii ecc.) non ci riguarda qui; fuor che 
quella dell' -i di Giovanni Ioannès, che o ripercuote la pro- 
nunzia itacistica dell' -f,; greco, o, piuttosto che tra gli esemplari 
attrattori, sarà da collocar tra gli attratti, con Chimenti ecc., e 
con Céseri Marti che pur si trovano. Né più vale il Siri = Sire; 
dove concorsero l'origine straniera, la proclisia frequente, l'assi- 
milazione tra le due sillabe, l'influsso de' nomi come Neri ecc. 

Tirando una prima somma :*tra le voci verbali e nominali non 
v' è alcuno -i da -e che non trovi la sua ragion sufficiente, e spesso 
anche abondante, nella attrazione analogica esercitata da altre 
voci ove r -i è normale. Resterebbero soli ogni, di cui mi si per- 
metta che ragioni dopo che sarò tornato a il le, e pari. Quanto 
a quest'ultimo, che ebbe però accanto l'altra forma meno usuale 
ptare, si può credere che la voce ablativale pari avesse una così 
forte consistenza da dar luogo a un suo proprio succedaneo, pari, 
alternantesi col succedaneo dell' accus. parem, ^«r^. Anche la 
situazione in cui spesso trovasi nel discorso (pari-a-me, e sim.) 
poteva ajutare la preservazione del succedaneo ablativale e pro- 
curargli la prevalenza definitivii; e potrebbe anche essere bastata, 



1 CIV. FLKcrriA, Hiv, di 111. VII 1-20. passim. 



02 IT Ovidio, 

del resto, a trasformare il ^are, dato pure die fosse stata questa 
l'unica prima forma romanza, in pari, nelle formule come quella 
testé esemplificata, dalle quali poi facilmente potea passarsi alle 
altre. 

E or veniamo agl'invariabili; parte addotti da altri più volte, 
parte omessi. Sono: parimenti altrimenti, oggi domani stamani, 
tardi lungi, volontieri, dieci undici dodici ecc.. quinci costinci linci, 
quid costici liei, indi quindi ivi quivi, avanti innanzi anzi, quasi 
rsfoi. 

Ora in parimenti, per jjan'mm^e = p a ri mente, v'è assimila- 
zione della finale del secondo elemento a quella del primo. E su 
di esso si plasmò il suo antitetico altrimenti per altramente \ — 
0^^^= ho die si plasmò sul suo correlativo jm herT; e su en- 
trambi si modellò, in epoca più recente, domani per domane de 
mane, e, ancor più di recente, su tutte e tre, stamani per sta- 
mane ista mane^ E tardi tarde e lungi (oltre lunge) longé, 
possono bene essersi conformati a codesta serie di avverbj tem- 
porali, di cui jeri è il tipo e oggiìl primo ectipo. Ma forse insieme, a 
promuovere, o a ribadire almeno, V-i, poteron contribuire certe date 
formule ove il concetto avverbiale trovavasi latinamente espresso 
con l'aggettivo al plurale; formule sul gusto del virgiliano 'tardi 
venere bubulci'. Che pare fosse in parte il concetto del Diez (gr. 
advrb.-bld.), il quale vi ricollegava anche il -s avverbiale francese. 
E così, volontieri metterà capo a voi untarli, come il fr. volon- 
tiers a voi unta rio s. Il che del resto non vuol dire che voi un- 
tarle non potesse foneticamente produr volontieri (eh. leggieri = 
leggiero ecc.), o che non abbia confluito effettivamente a produrlo- 
— L' are. it. avea diece regolarmente da decem (sono notorj gli 
esempi danteschi), in perfetto accordo con cinque sette nove; ma, 
mentre questi sono rimasti incrollabili, esso solo s'è fatto dieci'. 
Don, certo, quindi, per una generica tendenza rW-ì, bensì per ragioni 
sue speciali. Le quali potrebbero consistere nella natura della 
consonante attigua (e), e allora dieci anderebbe con oggi e hmgi, 



1 [V. ora Arch. VII 583-6.] 

* Con un lat. are. mani faccio quel che coi morti si deve fare: lo lascio 
in pace. 



Pronomi personali e possessivi. 93 

come fu sospettato anche per IV di cilestre ginocchio ecc. Ma, come 
vedemmo invece normale 1'/ protonico dopo qualsivoglia consonante, 
così ora vediamo V-i, sebbene sporadico, tanto frequentemente pro- 
mosso da ragioni d'analogia, che più supponibile ci pare una ra- 
gione di tal fatta. E consisterà qui nella attrazione dei numeri 
successivi, undici dodici tredici ecc. e fors'anche venti, sopra diece. 
Del resto, undici stesso ecc., da undect m ecc., è pure un problema 
fonetico. Poiché 1' -hn dovea esso pure dar -e, e lo dà difatto in 
mentre, are. domentre, da dum intertm*; e nel tose, merid. e 
neir umbro ecc. si ha appunto undece dodece ecc. , nel venez. 
ìindeze ecc. Ma 1' -èc- non potea non volgere toscanamente ad 
-ic- (cfr. Adige, e v. Caix, voc. 16-7; dove però non ogni esem- 
pio è a posto; cfr. anche giovine ecc.), onde si dovè aver prima 
subito ^nndice ecc., dal quale poi, per uniformazione della finale 
alla prima postonica, undici ecc. ^ Se ciò non piacesse, potrebbe 
anche supporsi il fatto inverso a quel che pili su abbiamo ima- 
ginato, che cioè undici ecc. si conformassero a dieci, al loro sem- 
plice, e dieci si fosse già conformato a solo venti vi gin ti. Contro 
di che però sta il fatto che si trova detto imdici ecc., e non al- 
trimenti, in un'epoca in cui ancora si diceva diecel Comunque, 
il dieci e le sue annesse unità costituiscono un gruppo 'sui ge- 
neris', che ha certo ragioni sue particolari, come pur le si vo- 
gliano intendere. 

Anche negli avverbj quinci^ costinci ecc., da ^eccum-hincce 



^ Anche parte nel senso pronom. e avverb., non so se non rivenga più o 
meno a partim. Del rimanente, non è facile sperimentare largamente le 
vicende dell'-tm, perchè questo o resta evitato per la soppressione di certe 
voci (velim ecc.), o è messo in questione dalla possibilità delle unifoi'mazioui 
analogiche, potendo nave p. es. venir piuttosto da navèm che da navim. 
Pure, di sete da sitis si tira, p. es., non dubiterei. 

^ Nessuno, credo, ci obietterà giudice podice codice ecc. ove V-e è intatta. 
Bisogna considerar la natura morfologica di quest' -e, che V ha guarentita. 
Tutt' altro è il caso di una voce amorfa come *iindice ecc. Curiosa intanfo che 
anche le basi stesse latine undecim ecc. sono un problema per la fono- 
logia latina, AI Corssen, Ital. sprachk. 439, che li confrontava con enira 
(nempe) e con specimen ecc., era il caso di domandare perchè allora 
non si ha anche *decira, e coni' ei non facesse distinzione tra la prima po- 
stonica in regimen e la seconda quasi finale di undecim, e così via, 

' Pare occorra in qualche testo anche qnince, 



94 D'Ovidio, 

-istincce ecc. \ credo che la finale si sia conformata alla tonica; 
la quale alla sua volta doveva essere -i- in tutti i modi, sia cioè 
che in lat. fosse hi ne, sia che fosse htnc (cfr. vùico lingua ecc.), 
e anche aveva un forte appoggio nel normale i = l di qui ecc um 
hi e ecc. Chi poi credesse all'efficacia anche in toscano del e ecc. 
nella determinazione dell' atona seguente, potrebbe riconoscerla 
anche in quinci ecc. — I danteschi quid e liei ' danno un po' di 
briga, poiché ripugna riconnetterli a forme arcaiche *hr-ce ecc. 
non ancora apocopate, e da un *hic-ce non si capirebbe il -c- 
scempio. Credo che il meglio sia, per la eccessiva rarità di co- 
deste due voci, ritenerle fatte da qui U, col -ci estratto dal co- 
munissimo quinci. — E la estrema vitalità che appunto quinci 
ebbe in antico, quale non s' argomenterebbe certo dal languido 
uso che se ne >fa oggi, potrà render forse persuasiva un'altra mia 
ipotesi, che appena enunciata parrà un po' strana: che cioè quindi 
si sia più o meno fatto su quinci. L' -l- che in quinci è pienamente 
normale anche se risale a -i-, come s'è testé detto, è invece af- 
fatto strano in quindi = e e cu. m. tnde, giacché in toscano il suono 
i è guarentito all' t dal gruppo n + guttur., non già da n -t- dent. 
Proprio, non si sarebbe dovuto aver se non *quendel Peggio è il 
caso di indi=^nàe, perchè il regolare ende si può dire che ad- 
dirittura esista, sebbene ormai nella sola forma accorciata ene 
(vatt-ene ecc.). Il nostro rimpianto Canello, di cui nessuno è stato 
mai più fino nella indagine del vocalismo toscano, già s'era accorto 
della anomalia dell' -i-, e nel registrare quindi indi non potea 
trattenersi dall'aggiungervi la risèrva: *se pur sono voci fatte dal 
popolo' ^ E chi badi all' uso stilistico, sempre molto letterario, 



'■ La presenza del -ce è spiegata da ciò, che se uo hiuc ecc. neolatina- 
mente avrebbero perduta, non potendo reggersi lo -ne finale, ogn' indivi- 
dualità. L'enclitica puntellò il gruppo consonantico e gì' impedì di 'franare'- 
[Cfr. Arch. VII S27-8.] 

^ Il secondo occorre anche, una sol volta, in rima, presso il dantofilo 
Boccaccio; ma il primo si trova una volta anche in un testo popolare, la 
Vita di S. M. Madd. — Il costici, poi, si trova registrato nel lessico, ma ca- 
vato solo da un luogo di grammatici (Deputati al Decam.), dove mi par 
proprio foggiato per simmetria agli altri due, 

■' L' i, p. 14 = Riv. di fil. rom., I 220, 



Pronomi personali e possessivi. 95 

di indi, non tarderà a riconoscere che veramente dev' esser di 
provenienza non popolare. Ma la popolarità di quindi mi pare, 
guardando all'uso che se ne fa anche nella più familiare con- 
versazione, men soggetta a dubbio ; onde le difficoltà fonetiche che 
esso presenta le eluderei piuttosto, come dicevo, col supporlo 
coniato riconiato su quiìici, e influito anche da qui\ o, se ad- 
dirittura si volesse postulare una base latina, penserei a sostituire 
a quella solitamente accettata l'altra eccum hi e inde [cfr. 
Arch. VII 553 GOO]. Certo poi, che, dato in qualunque modo un 
quindi, V indi ne fu agevolato. E di quivi =ecc\im ^\n e ivi=^\n, 
neanche si può dir che corran lisci, che se ne vorrebbe ""queve ^eve. 
L' ipotesi del Forster (Uml. 496), che si parta da ibi, e si spieghi 
r ^- mercè la metafonesi dell' -t, sconviene affatto all' ambiente 
toscano, e si fonda sopra una base in sé stessa inverosimile, un 
ibi che stonasse con -\x\n ecc. Mi pare invece più che mai che 
desse nel segno il Canello, 1. e. 9, postulando per quivi un ec- 
cum hT e ibi, e dichiarando Vivi non popolare, come del resto 
anche il suo uso molto scelto lo mostra. Né dimenticheremo an- 
cora l'ajuto che ivi potè aver da quivi. In conclusione, in quindi 
quivi indi ivi V-i- tonico d'un modo o d'un altro si spiega, ed è poi 
da esso che si spiega, per la solita assimilazione, 1'-/ finale per 
-e. E quanto inverosimile sia l'ipotesi di un -e fattosi spontanea- 
mente -/, lo mostra il confronto con ove dove, onde donde, ove il 
regolare -e = -^ od -è, vive d' una vita così rigogliosa e così im- 
perturbata. 

Arriviamo a ante e suoi composti abante (già in epigr. lat.), 
*inante, *d eante; di cui son noti gli oscillanti riflessi cinti 
anzi, avante avanti, innante innanti innanzi, dianzi, lo lascio anche 
di cercare quanto d'ajuto codeste voci, che hanno senso non men 
temporale che locale, possano aver pure avuto dal filone degli 
avverbj temporali jeri oggi ecc. studiato più sopra. Mi fermo piut- 
tosto a considerare che spesso oltre 1' -/ per -e noi troviamo anche 
l'assibilazione del t: anzi ecc. Ora, il toscano non è di quei lin- 
guaggi, in cui, data l'asciutta formula cons. -t- /, facilmente dall'-e si 
sviluppi un -j- parassitico che infetti la consonante. Niente di più 
assurdo che attribuire al toscano una tale elaborazione p. es. del 
lat. totì, da uscirne in fine un "^'tuzzi alla rumena, o un '^'tucci 



96 D' Ovidio, 

alla ladina o alla lombarda! attribuirgli un *gice = dice^ alla 
ladina, o un zice alla rumena \ o un ^megi per mesi alla campo- 
bassana ^ Quando l'infezione della consonante e' è, vuol dire che 
si è passati per la formula consonante + i atono + vocale (-//"-, -tj-, 
-sj- ecc ) ; e così p. es. alzare = ^ Si\t-ì-a,re, di contro al pi. alti. 
Se dunque troviamo innanzi, bisogna supporre si sia passati per la 
trafila di formule come innanti-a-me e simili (cfr. avanzare *abant. 
-i-are). Insomma, è qui uno dei tanti fenomeni di 'fonologia sintat- 
tica' (avvertito tra noi, come ora sento, da un pezzo), e cioè -te-Aì 
che dà normalmente -tj-ai, onde -zj-ai. Per estensione, s'usò poi 
il -i/', -zi, anche avanti consonante ; come d'altro lato il -te, man- 
tenutosi intatto nei luoghi ove era avanti consonante, restò per 
gran tempo vivo, e non lasciò se non lentamente generalizzarsi 
il -ti -zh E anche il -zi non si sostituì interamente alla f, ant- 
-ti, perchè alla fin fine non era un z, per così dire, interamente 
tranquillo, nato cioè nell'ambito di un'unica parola (come in 
puzziamo puteamus p. es.), bensì i parlanti dovevano avere 
un certo ritegno verso un vezzo che in fondo nasceva dal mano- 
mettere l'autonomia della parola: la tendenza fisiologica dei suoni 
trovava qualche ostacolo nella coscienza psicologica della funzione 
ideale. 

Più duro scoglio è quasi, che dovrebbe invece esser *quase 
(quasi; padov. squase, Storm), e di cui non so ben che mi dire. 
Ripescare l'are, quasei, non è prudente, e in me sarebbe in- 
coerenza; credere non popolare la voce, mi ripugna alquanto. Ad 
ogni modo però, se c'è voce la qual non provi nulla per il vo- 
luto -i tose, da -e, è giusto questa che più siamo imbarazzati a 
spiegare! Poiché, si badi, il problema fonologico che la concerne 
è un problema romanzo-comune ; che dappertutto questo avverbio 
devia dalle norme fonetiche dell'ambiente; e altrove anzi stride 



* In testuggine uon è *testudjlne, ma 1' assimilazione sporadica di -ucUne 
al suff. -uggirle (cfr. il pg. -agem da -aticum, rifatto sopra -agine); e così 
verzura, per verdura, è fatto su verza verziere (vir'dia vir'diarium); 
arzente, per ardente, è *ardiente (cfr. pezzente = *pet-i-ente). Né penzolo 
è sol pendulus, bensì pure pensilis (donde pesalo). I casi poi come zio 
(sp. tio), profezia ecc. sono un po' diversi, perchè all'-j- segue altra vocale. 

2 camp, m/c'e = *mesji : Arch. IV 160. Il sing. meise = mese. 



Pronomi personali e possessivi. 97 

molto più che non in Toscana. Lo sp. e pg. casi è qualcosa di 
pressoché incredibile in un clima idiomatico ove 1' -i finale dopo 
consonante non esiste in nessuna voce popolare M E se il gallego 
dice caixe, rientrando, per 1' -e, nella norma iberica, non è men 
certo che quell' -/ì;- suppone un'infezione dell' -s- latina, che solo 
dal contagio d' un -/ può essere stata prodotta ^ Lo stesso dicasi 
dell'ant. catal. quaix, del prov. cais quaish. Forse 1' -i fu salvato 
dalla quasi costante proclisia del vocabolo. L'Ascoli ha l'ipotesi, 
che nel popolo fosse un quà-sTc (cfr. eccu-slc ecc.), a far le 
veci di quasi. 

Quanto a /orsi, che il Bembo (Prose, 2, 220) biasimava come 
un cattivo neologismo, e che non è mai riuscito a spodestare il 
regolare forse = (orsi t, l'esempio appunto di quasi può averlo ge- 
nerato. — E, finalmente, assai ad satls (ven. assae), mai magts, 
sono esempj 'sui generis', e citarli a mostrar 1' -i = -e sarebbe come 
giudicare da assai che il toscano possa far cadere il -T-, o argomen- 
tare il simile del leccese dal snofraima = fraterno. Sono forse assai 
mai forme, apocopate dapprima (^"assd' ecc.). poi ampliate con 
un -i epitetico? o forme sincopate {^assàs, mas), per via della 
loro frequente proclisia, e finite poi col solito -i = -s, che è in 
crai, poi, noi, set (*sess sex), ei= est^ ecc.? Credo proprio in questo 
secondo modo ^ — Comunque, ripeto quel che altrove già dissi, 
e che del resto ognuno sa: povere, sparse voci, bisognose esse di 
chiarimento, non son quelle che possano essere consultate sulle 
questioni generali ! Né mancano poi casi interamente contrarj. 
Accanto a fiiora f o r a s, e fuori f o ri s, e' è un fuore, a cui dav- 
vero non si sa che ragione trovare; se non fosse una cotal ten- 
denza del r all' -e, come in oltre ultra. 

Concludo, che elU es^/ da il le iste non possono essere spiegati 



^ Intanto m'accorgo d'avverlo omesso dove ho trattato di codesto soggetto: 
Zeitschr. f. r. ph., Vili 87. 

- un i prettamente romanzo, cioè ; o, ed è la massima, un antico -l-. 
JliTcrebbe p. es. chi credesse che V -t di credis fecit potesse in nessuna 
linij;ua produr nietafonesi come V -l di feci. 

'■^ L' ci occorre pure nel De Regim. Sanit., vv. 255 327 383 388; oltre 
esli, 330. 

* V^ ora Arch. VII 598. 

Archivio glottol, ital., IX. 7 



i)3 D' Ovidio, 

con una generale tendenza del toscano all' -i, che non esiste, bensì 
con ragioni affatto speciali, del genere di quelle che ci hanno 
spiegati i parecchi casi d' -i per -e. E, per dirla finalmente, come 
s'è visto per innanzi ecc., 1'/ risulterà anche nei due pronomi 
dalla frequente loro postura avanti a parole incipienti per vocale. 
Date queste formule: ille-àmat, iste-hàbet, e così via, V-e- non 
doveva egli far visi -i- come in valeamus valiamo ecc.? Così s'ebbe 
eUi-dma, esti-ha ecc., anche in ant. sp. e pg. e in frc. ; e in ita- 
liano s'arrivò fino a egU-dma, cioè eUJ-dma. Da tali formule Vegli 
poi si estese alle altre; e cosi 1'-/ di questi ama e sim. passò a 
questi fa ecc. ^ Che anche iste non arrivasse alla estrema evolu- 
zione, qual sarebbe stata esci-ama e sim. a mo' di posc?« = postea, 
non fa meraviglia, poiché la coscienza che alla fin fine iste era 
una parola a sé potè ben essere di freno in un caso, se anche 
non lo era stato in un altro ^ S'aggiunge poi la minor frequenza 
di s = stj, nella lingua ; e si osservi che questi ecc. è rimasto sempre 
men saldo di egli^ poiché presto è stato sopraffatto dal riflesso 
dell'obliquo, questo. — E altri seguì gli altri pronomi; salvochè 
non facesse anch'esso alter habet ^ altre ha (cfr. sempre) altri ha. 
Ed ora è il tempo di risalire un poco anche alle voci ove -gli 
risulta da -LLI originario, come hegli^ e egli plur, ecc. Noi ci af- 
faticammo a mostrare come di lìj da LL avanti altra vocale che 
i non ve ne siano effettivamente, e così vaglio non continui di- 
rettamente vallus ecc., e stabilimmo essere veramente sincera 
solo la serie rappresentata da begli. Ma ora possiamo chiederci, 
perchè -LLI può finire a gWì forse perchè da -/ (-^) si sviluppi 
un -j- parassitico, come nello glimma = \ima. dei Ladini? e così 
l'are, e merid. saglire sarebbe *saljire? No di certo. In toscano, 
intanto, llj suppone un -i- che si consonantizzava per l' iato : egli 
amano, begli uomini, degli amici ecc., sono illj-àmant ecc. Una 
volta nato V egli in simili congiunture s'è poi esteso naturalmente 
alle formule come egli sanno e sim. Indagare minutamente le grafie 



1 Mi sopraggiunge, mentre rivedo le bozze, un lavoro del Neumann (Ztschr. 
f. r. ph., Vili 243 sgg.), che s'iucontra con me in ])m cose. 

2 Perciò slesso non fa maraviglia clie riinauesse incontaminato e//e = illae, 
ove suir -e puntava tutta la distinzione del numero e del genere. Senza dire 
che codcst' elle naturalmente era d'uso men frequente. 



Pronomi personali e possessivi. 99 

dei codici anticlii * e le pronuncie odierne dei Toscani, sarebbe 
una bella cosa, ma non ne abbiamo il tempo ; e solo vogliamo av- 
vertire, che nonostante gl'inevitabili abusi e straripamenti di una 
forma fonetica anche nella funzione in cui non è nata, la vera 
norma però che l'uso toscano c'insegnerebbe pei riflessi di belli 
è quella che risulta da questi esempj : begli iiomini, bei figli, uomini 
belli^. Che conferma perfettamente la derivazione da me tracciata; 
ma insieme non toglie che si trovi scritto anche belli uomini ecc. 
Quanto a bei e così ei dei ecc., che si usano av. consonante, non 
ne so parlare senza qualche perplessità. Certo, son forme emi- 
nentemente proclitiche (niun direbbe ^^/ uomini son bei e sim.), come 
le corrispondenti tronche del singolare (bel figlio, del cane ecc.); e 
son nate, dunque, da una profferenza affoltata, precipitata, della 
proclitica; ma di qual forma di questa? di belli, elli, delli ecc.? 
di begli, egli ecc. ? In tutti i modi non si tratta certo d' un 
fatto fonetico normale, che si possa verificare al di fuori di 
questo caso specialissimo ; e tanto è strano ei da elli, quanto ei 
da egli, nonostante però questo abbia un addentellato estratoscano 
almeno, poiché tanta parte d'Italia dice fio fiÒlo T^er figlio ecc. 
Onde io inclinerei più all' ei da egli ^ Ma non bisogna dimenti- 
care clie il quesito si complica per via di animai = animali, figlimi, 
lacciuoi, tai, quai, ecc. Anche a questi plurali rispondono i singolari 
tronchi animai, figUnol, tal ecc.; i quali, si badi, riescono perfet- 
tamente identici ai tronchi da -Ilo, come cavai stornei ecc. Cre- 
dere dunque che si tratti di -ali sincopato senz'altro in -a^? o di 
'''animagli ecc. ridotti al modo solito? o di pura conformazione 



^ Veggo ora che il Gròber l'avea tentato, e in parte, eseguito, da un pezzo. 

^ Se si bada, llj non è normale se non in voci possibilmente proclitiche, come 
son appunto l'articolo, il pronome, e l'aggettivo. Se si trova anche qualche 
sostantivo, come frategli ecc., è affar d'estensione analogica. Del resto anche 
il sostantivo può aver del proclitico pure: cfr. capegli mirati e capei d'oro, 
e sim. E anche il verbo. P. es. togli = tolti si può spiegare anche solo col- 
r influsso di togliamo; ma pure nel tolti esto cottel novo di Ciclo Dalcamo, 
e in simili altre dizioni, ognun sente com' era facile sdrucciolare in togli 
C'ito ecc. 

^ V^edo che allrimcuti vuole il Grober, che molto si ferma su questo punto. 
Ma egli non mi persuade interamente. 



100 D'Ovidio, 

analogica del plurale di animai al plur. {cavai) di cavai? Differisco 
qui ogni risoluzione*. 

Certo, intanto, che il toscano moderno come l'antico dice e 
per articolo plurale (e libri, e lumi ecc.). Quest' e sarà certo e' ei, il 
nominativo insomma di dei de' {d'ei) ; il gemello di ei fanno, e' fanno ; 
il semplice sincopato insomma, av. cons., del solito egli, o elli che 
debba dirsi, nato av. vocale. L' /, che ha trionfato nell'uso letterario, 
è il plurale fatto su il, come abbiam visto 1' ils pron. frc. (non els) 
fatto sul sing. //. Il quale il è nato (e vi resta difatti circoscritto 
nell'uso, nonostante straripamenti parziali, sporadici) nella com- 
binazione col sostantivo incipiente per consonante (illecànis 
ilcàne ecc.). Il plur. dell'art., gli, è nato pur esso nelle congiun- 
ture come ili i-ami ci ecc. donde s'è poi esteso ai casi come gli 
spiriti ecc., per eufonia ^ e per parallelismo al singolare, lo spirito 
ecc. E anche lo gli per 'a lui, a lei' è della stessa origine, a cosi 
dire, paratattica : gli ornano il crine = llf ornano ecc. = i 1 11 o r- 
nant ecc. E anche gli accusativo plur. {io gli amo -io li amo 
ecc.) è della stessa origine. Ed è notevole, che, mentre la sele- 
zione grammaticale ha in certo modo fissato che gli sia il dat. 
sing. e li l'accusativo plur., dimodoché a scrivere io gli amo c'è 
del vezzo, e a scrivere p. es. // dico il vero e' è del bizzarro, la 
pronunzia toscana nel fatto resta molto più fedele alla ragion 
fisiologica, e pel dativo dice gli ho detto e li dissi, e per l'accus. 
io li nomino e io gli amo. 

E ora ritornando a ogni, che in un momento di fretta abbiam 
dovuto tenere a bada ; che altro sarà egli pure, se non onni onne 
addossato a vocale iniziale : onneamico, onniamico ognianiico ^ ? 
Poi è passato di lì ad altre formule, come o(/ni cosa ecc. Che del 
resto uno n da NN, MN, non ha luogo mai in toscano, ma solo, 



^ Anche questo tratta in modo notevole il Grober, ma non facendomi in 
tutto persuaso. — Ricordo qui, per quel clic può servire, che il mil. dice 
tal, pópoi popoli ecc. come cavai ecc.: Salvioni, 130-31. 

2 II Grober suppone illj -ispiriti, colla prostesi originaria, comune romanza 
secondo lui, e quindi riadduce anche questa alla formula fondamentale. È un 
bel tentativo, degno di molta considerazione. 

^ N' avea un certo sentore vago il Diez, less. II a, quando pensava che 
ogni fosse primamente sorto in ognuno ■:: oniìxìnno. 



Pronomi personali e possessivi. lOl 

appunto, da -NNI-, -MNI- avanti vocale, cioè con un j non pa- 
rassiticamente sviluppato, ma nato da risoluzione di i vocale. Cosi 
si ha sogno somnium, acc. a sonno somnus\ Ben altrimenti 
dallo spagnuolo, che come fa ìlj d'ogni LL, così fa n d'ogni -nn- 
e dice sueno sonno, ano anno ecc. Il lombardo non è a codesto 
punto, di cavare lo j dal nn stesso, ma almeno lo cava facilmente 
dall' -/ successivo, e dice pan = panni, di contro al sing. j;«ww ' ; 
come, per citare un parallelo, gajinna da galUna. Ma il toscano 
neanche questo; e dice panni, anni, vanni, sonni, autunni, inni, 
scanni ecc. Solo dunque il contatto con vocale iniziale della 
voce seguente potea dare all' -/ di onni il valor di j, e così allo 
-nn- valor di u', e, risalendo più dietro, all' -e di onne il suono 
di -i. Poiché è vero che si può pensare che onni continuasse la 
voce ablativale omnl {con onni c?<rrt = cum omni cura), e s'al- 
ternasse così ab origine con onne da omnis omnem, neut. 
omne, sicché in ultimo confluissero entrambi noiV ogni che si 
determinava avanti vocale; ma é vero pure che basta V onne a 
dare, av. vocale, 1' onni medesimo, come primo passo all' ogni. E 
forse infine, come la proclisia ci spiega lo n di questo pronome, 
così ce ne spiegerà l'o stretto nel toscano (in pisano perfino w«m; 
ma ital. merid. ogni) anziché l'o aperto che forse sarebbe richiesto 
dalla voce latina, che però non é di certa origine. 



* stagno^ acqua, non è continuazione di stannum, ma o di stagnum 
che occorre come forma collaterale, o di stanne us, che è già classico. 

^ IS^on ignoro clagn danno, scagn scanno, cologna; ma pur non li metterei, 
corno par faccia il Salvioni (p. 16o), alla pari delle voci spagnuole. In scagn 
vedo facilmente uno *scamniam, tanto più che scagno si ha pur in testi 
toscani; e anche negli altri due vedrei una formazione ulteriore con -«-. In 
sogli sonno, poi, e' era proprio la via fatta, grazie a sogn sogno. 



EETIA RETIAEE RETIACULUM. 



Alcune voci francesi, in cui si contiene rete o retis, o sono tuttora 
non scevre di difficoltà, o non si rallegrano peranco di una dichiarazione ben 
ferma. Il Diez, IP 7, vedeva senz'altro in rets un antico nominativo, e l'a- 
veva per esempio di S intatta, P ISO. Dell'antica forma rois, non so che il 
Diez mai toccasse; e il Littré volea trovarci reti a, cosa affatto impossibile, 
come ognuno vede, poiché il riflesso francese di re ti a non potrebbe non 
uscire per -se. Non meno strano resulterebbe 1' errore pel quale lo stesso 
Littré portava il frc. réseau a retiolum; dove però egli s'è forse confuso 
tra l'etimo di réseau e quello di rèsemi, voce quest'ultima ch'egli cita come 
adoperata da Cartesio e che il Diez appunto riportava, com'è giusto, a re- 
tiolum, IP 322. Il Diez, dal suo canto, poneva réseau ■=*retic elio, come 
uno degli esempj in cui -cello succedesse all'antico -ciò (reticulum); IP 
368, less. IP s. V. Di résille (espèce de filet qui enveloppe les cheveux), 
diceva il Littré che fosse 'autre forme de réseau'. Il Diez non sa di questa 
voce; ma il Brachet, che nel suo dizionario riproduce l'equazione réseau = 
reti cello, viene poi a dirci anch' egli che réseuil réseau e résille altro 
non sono tutt'insieme se non allotropi di retiolo (Mém. d. 1. Soc. d. Lin- 
guist., I 3S9). 

L'ant. frc. roi-s altro non dev'essere se non l'obliquo (mroi = rete-), no- 
rainativato al solito (cfr, II 420); e circa rets si può sempre chiedere, se non 
vi si continui direttamente, come pensava il Diez, l' antico nominativo, per 
guisa che nell'ordine fonetico s'abbia un caso da mandare con quello (non 
abbastanza conclusivo, per vero) di aues = habetis e nel morf>.logico uno 
analogo in qualche modo a quello del prov. serps allato a serpents, II 438. 
Taluno potrebbe pensare a retio- (retiu-m), cui stesse rets come ptiits a 
puteo-; ma si oppone la ragion della vocale, poiché da retio vorremmo 



retia retiare retiaculum. 103 

reÌQ anzi rig '. Guglielmo Meyer (Schicksale des lat. neutrums, 98) vuole 
senz' altro che il fre. rets sia voce accattata, e intenderà dal provenzale. 
Dovrebbe però essere un accatto bene antico, e io non sentenzierei intorno 
a rets senza prima esser ben chiaro intorno a réseau (e résillé). Il ricon- 
durre senz'altro la qual voce, col Diez, a Veti e elio, equivale ad am- 
mettere tal cosa che nessuno dovrebbe ammetter di leggieri: che cioè il t 
vi tacesse quando ancora vi risonava 1' i; poiché, altrimenti, t-c o d-c dovea 
dare f e non i; cfr. racine radicina, allato a voislne vicina^. Chi invocasse 
un'influenza del sinonimo resemi = retiolo, proporrebbe uno spediente an- 
ziché una dichiarazione effettiva. E chi poi ricorresse a un supposto *re- 
tiello, da contrapporsi a retiolo così a un dispresso come vitello a 
vitulo, si darebbe a un'ipotesi molto infida, poiché l'accentuazione re- 
tiolo è antica, e antica perciò la riduzione del t j ; e nessuno così, io credo, 
vorrebbe porre un *lintello per succedaneo di linteolo lintiólo. Vero 
è che il Meyer, nel luogo citato, riconduce il rumeno refzea a *reti-ella; 
ma questa è una ricostruzione affatto arbitraria, alla quale pare trascorso, 



^ Cfr. FoERSTER in Groeber's Zeitschr., Ili 496. Il t di puits è un'aggiunta 
dei grammatici che etimologizzavano; la resultanza effettiva era pulQ=pozzo 
(cfr. puiser). Analoga intrusione in mets, cfr. Diez less. IP s. v.; e sono 
csempj da aggiungersi a gr. P 444, Nessuno inviclierà, io credo, l'ardimento 
del Brachet, che manda puits tra le forme nominativali, gr.^ 183, contrap- 
ponendogli un obliquo puit. Gfi\, p. es., Biirguy nel gloss. s. v. e i suoi 
esempj. 

^ Anche lo Joret, nell'utile suo studio Du C dmis les langues romanes, 
pone senz'altro réseau, ant. ro/se/, = r eticello, p. Ì23 (cfr. Nedmann, Zur 
laut- u. flexionsl., 83 89). Sarebbe tra gli esempj in cui e si continua per 
sibilante sonora. Ma quali sono le analogie che rendau lecito affermare i = 
cons. +c, ponendo cioè resel = *retcel, quando *radcina Ak racine, come *nav- 
cella dà nacelle, e così via? Il caso del e nell'ultima dei proparossitoni che 
si rappresenta per onze - *uìidce, non vale per il nostro tipo. Superfluo dire 
che affatto non vale il caso di demoiselle = *donimiceUa dominicella, dove 
l'ingombro delle consonanti (mn-c) salvava il secondo degli i protonici (v. 
Dakmesteter, Roman. V 149), o quello di oiseau = *ai(cell(), it. augello. Può 
all'incontro sedurre cousiii, zanzara, ricondotto che sia, col Diez, a cu liei no. 
Ma cui e ino, che e del resto una forma ipotetica e senz' altri riflessi neo- 
latini, avrebbe dato alla Francia: kulgin ecc., come pulceno le dava j3m/- 
Qin ecc. In cousin non avremo già il diretto continuatore di un lat. culi- 
cino, ma bensì una derivazione francese da *cons (couz) = culs = cui e \. 
cioè da una figura nominativale fossilizzata (v. il testo più in là), la quaU- 
avrebbe i suoi paralleli nello sp. e pori, cai calx, rum. mde judcx. — L' Ilon- 



104 Ascoli, 

nella fretta, il molto valoroso alemanno, poiché basta rotella per darci il 
rum. rctzca; cfr. Mikl. rum. lauti.: t. Resterebbe di ricorrere alla ipotesi, 
che il francese si formasse egli medesimo nn nuovo diminutivo, sul tipo 
di bandeau da bande, dal nominativo antico e come fossilizzato {reQ), dove 
sarebbe specialmente da confrontare, ncU' ordine morfologico, poussière II 
423 n, e nel fonetico: puiser allato ti puits (*puic). Questa soluzione tanto 
più quadrerebbe, in quanto ne andrebbe insieme risolto il problema di résille 
(rcs-ille, cfr. chenille), per la qual voce non so vedere qual altra dichia- 
razione organica si potrebbe escogitare. 

Ma lasciando, per ora, la vena francese, si può chiedere inollre se l' it. 
rezzuola rifletta direttamente l'ant. retiolum -la, o non sia piuttosto una 
derivazione italiana da rez-zff = r etia, che ricorre pur negli antichi scrittori 
toscani. Lo z (non g) protonico in rezzuola non sarebbe valido argomento 
contro la diretta corrispondenza rezzuola ^v&ìiola., poiché coesisteva il 
termine in cui lo tj era postonico (cfr. tizzone, allato al sin. Uzzo e alle 
voci verbali attizzo ecc.)^ In favor della molta antichità del vocabolo par- 



NiNG {Zur gesch. des lat. C vor E wid I, Halle 1883) non era condotto dal 
suo ragionamento alla considerazione del quesito e degli esempj che più 
particolarmente son qui toccati. 

^ Si veggano intanto : Neumann 1. e. 81-98, Schuchardt nella ' Zeitschr. ' 
di Gròber, IV 143 n, W. Meyer ib. Vili 302. E si tolleri, in questa occa- 
sione, che io segni qui brevemente alcune cose, che non m'è dato per ora 
di sviluppar per le stampe con quell'ampiezza che ci vorrebbe. Siccome, 
dunque, per ^ = tj pi'otonico non si tratta mai di formola iniziale, così in 
effetto siamo sempre a quella disposizione tonica delle antiche basi che s'è 
detta 4o sdrucciolo rovescio', cioè con due protoniche (ratióne-)j disposizione 
che produce sulla seconda protonica effetti analoghi a quelli che sulla prima 
postonica produce la disposizione dello schietto sdrucciolo o proparossitono. 
Nel tipo ratio ne s'ebbe anticamente il t della seconda protonica volgente 
a (Z, e da radjóne si ripetono ragione raison ecc. Un avvouimenlo analogo 
per la prima postonica è quello per cui da placito si arriva a plaid 
piato ecc., circa il quale avvenimento non mi può piacere quanto viene 
imaginando o ripetendo lo stesso Meyer, ib. 217. La mia teoria è, in poche 
parole, questa che segue. Nel proparossitono, il -g- (schietta esplosiva pa- 
latina!), passa con particolare facilità in / (fricativa palatina), onde i; p. e. 
fragile jrajile frdile (cfr. piangere planjere ecc.); e il -c'^ (schietta 
esplosiva palatina!) passa alla sua volta in -g-, e coincide poi con le 
fasi del g primario; p. e. placito plagito plajito ecc. Questo fenomeno di 
-e- in -g- doveva più facilmente avvenire se la esplosiva era preceduta e 



retia retiare rcllaculnin. lOo 

lerebbe anche la sua diffusione: p. e, nap. rezzòla allato a rezza ^^ e più 
genuinamente, nel sardo logudorese : rezzólu allato a rezza; senza più dire 
del fr. réseuil. Lo stesso retiolum va, del resto, pressoché sicuramente 
derivato da retia (o retio-), anziché da reti- o rete, tanto più che 
esiste, e ben viva, la forma diminutiva che normalmente spettava a rete 
reti-, come a tema in i, e cioè reti culo. Il sardo cagliaritano ha pure 
il verbo rezzài in-rezzdi, di cui si può similmente chiedere se sia deriva- 
zione sarda da rezza, che è comune a tutta l' isola, o non piuttosto la diretta 
continuazione dell'antico retia re. 

Questo antico verbo era giustamente resuscitato dallo Schmitz, come base 
del retiaculum della 'Vulgata', rete e fig. inganno, e gli era poi confor- 
tato dalla fenestra retiata che il Rònsch ancora pescava nel latino bi- 
blico ^ Ma è da aggiungere, che retiaculo vive sempre. Occorre così nei 
dialetti liguri: genov. regàggu, giacchio, rete tonda, onde l'astratto: re- 
QUffgd, quasi retiaculata, 'tutta la quantità di preda che si piglia cac- 
ciando, uccellando, o pescando (Olivieri)'; sanrem. : reQÙju^. Ed è pari- 
menti nel sinonimo siciliano rizzdgghiu. Con 1' -aggu di Genova, -dju di 
Sanremo, si risale normalmente ad -a e lo, II 123 n. Il riflesso siciliano {riz- 



seguita da i, cioè andava circondata da due elementi acutamente palatini e 
sonori; e s'è compiuto, in tali coudizioni, sin da molto antiche età; così 
in digito-, allato a in-dex in-dicis, e in vigiliti etx.a-t allato a v i- 
c esimo-; poi man mano s'è venuto estendendo anche ai tipi gràcile 
fràcido- cócere ecc. L'italiano, dal suo canto, mal tollera gli ài ói che 
per tal via egli aveva conseguito, essendo questi, e pochi altri congeneri, i 
soli casi per cui gli venissero, nell'interno o al principio della parola, sif- 
fatte combinazioni di vocali, e perciò egli riuscendone alieno. Se ne libera 
egli dunque col venirne espellendo il secondo elemento: e pardo plaito piato, 
fraile frale, ecc. È lo stesso fenomeno, quanto alla riduzione d' di ecc., pel 
quale 1' italiano ebbe ajutare aitare atare, e venne da meietd (medietas) 
a meitd metd- o anche a ma da mai = magis, quando si trattava di 'magis' 
proclitico e perciò di un ai come interno. 

1 L' i fermo nel sic. rizza (che, del resto, nel Mortillaro non ritrovo) e 
riapparente nel pi. nap. rizze, è altro bell'esempio per il nitido riflesso delle 
pure in antica posizione romanza; cfr. II 14S-6. 

^ Schmitz, Beitr. z. lat. sprachk., 143 sgg. ; dove si relega nel mondo delle 
favole il rete-jaculum dei dizionari latini. 

^ Pongo f, e non i, così nel termine genovese, come nel sanremano (seb- 
bene il vocab. gcn. paja col suo resaggiu accennare a i), confortato come 



106 Ascoli, rclia retiarc retiaculuin. 

zàgghiu, non -dcchiu) accenna però a quella risoluzione di -aclo, per la 
quale italianamenle si sarebbe avuto rezzaglio anziché rezzacchio; cfr. te- 
li a cu la, it. tanaglia, sic. tindgghia, it. pendaglio, sic. pinndgghiu^. Quasi 
superfluo avvertire, che un *retiatico, il quale mal converrebbe anche nel 
rispetto della signiiicazione, è affatto escluso dalla fonologia, poiché ci con- 
durrebbe a un sicil. rizzaggiu (cfr. viaggili ecc.), o a un sanrem. reqaggn. 

Così, dunque, come il lat. jaculo-, in quanto diceva 'rete', vive sempre 
nel giacchio jacchio dell' Italia mezzana e dell'australe, vive pur sempre il 
lat. retiaculo nel vocabolario dei pescatori liguri e dei siciliani; e son 
testimonianze sempre notevoli anche in ordine all'assoluto impero del les- 
sico latino tra tutti i volghi romanizzati. 

G. I. A. 



sono dalla seguente letterina del bravo Lagomaggiore : « I riflessi di re- 
« tjàculo-, da me uditi, hanno f : sanrem. regdju, chiavar, rigdggu. E tengo 
« che l'abbia anche il genovese ; poiché F editore della * Qittara zeneize ' 
« (1745) scrive resaggi (rime marinaresche, canz. tu, str. 8), resaggio (Ballin 
« ambasciou, str. lu), e, secondo le sue regole d' ortografia, s si pronuncia 
«'sempre aspro alla toscana', laddove z si pronunzia dolce, 'ovvero come 
« la s dolce dei Francesi'. Parimenti nella edizione del 1663: ruoeze rose, 
« o^ffeiza, amoroza ecc., ma felise, desperase, ecc. » 

^ Nei dim. di nn. d'animali, l'italiano è fermo al tipo -acchio; il siciliano 
oscilla ti-a questo e -agghiu {=-aljo): lupacchiùni, gurpagghimi. 



ANNOTAZIONI 

di G!^. XILK^ICH 

alla 

SUSANNA', TESTO LADINO, VARIETÀ DI BRAYUGN 
(Vili, 263-303). 



I. Auszer der Susanna, die icli Arch. VITI 263 ff. herausgegeben habe, 
findet sich in der biindnerladinisclieu Litteratur uoch eiue andere, die aber 
mit der uuserigen gar nichts zu thun hat. Ueber dieselbe vergleiche man 
Fldgi, Zi'itschr. f. rom. Pbil., II 517. 

II. Uusere Susanna bildet niit dem Opfer Abrahams unter den engadi- 
nìscheu J^i'amcn cine besondere Grappe, iudem sie nàmlich Singdramen siud. 
Man vergleiche dariiber Flugi, Zeitschr. fiir rom. Pbil., IV 5. 

III. Das Singdrama Susanna ist uns, so viel icb weisz, in zwei Mss. 
ùberliefert: 

a) Das Ms. Egerton 2101 des Britischen Museums (L) ist von Varnhagen 
in Bòhmers Rom. Studien IV 478 besclirieben Avorden (vgl. dazu Sturzinger 
Roman. X 246). Am Titel unseres Dramas ist Arch. VIII 263 die S. Augusti 
in die 5 Augusti zu besscrn. De ist vor Juventilnna zu stellen und gewiss in 
dediehiceda aufzulòsen. Auf dera Verso des Titelblattes steht ein fragmeuta- 
l'ischer Prolog in Prosa: 

lìg S. Apoastel Paulus als Rom: cap: lo. v. 4 tschauntscha davard ilg 
fritz, et iìttel chi s' tira dalla Scritziira S. uschea: Tuottas chiossas chi 
sun vivaunt scrittas, sun scritias in nossa dottrina, per chia nus trces la 
patientzchia, et ilg confilert della scritziira hadzen la sprauntza, onr dal- 
l'histoargia da Susanna contgnida in ilg 13. cap: miss vi tiers alg Propihst 
Daniel (srja ch'nschea seja dvantó, ù eh' e vegnia miss inguml per Un exeim- 
pel <&c.) pann bimameintz tutts stcedis dilg muond prender bgliers bials avi' 
sameints. 

Generielmeintz s'pò londar aura veir et amprender 



lOS Ulrich, 

i," ehia tmair Dieu seimper riuschescha, et butta oura an bein. 

2.0 E belli dna ila fidels haun co irces sur terra lìoUxra cruscli, e 
JaiUa. 

3." Amparò cJiia Dicu nun lascha mie angiun gnir tento sur ilg seis 
pudeir, ma ansemmal cu' Ig tentameint detta el eir la riuschida chi s'possa 
sustegner. 1. Cor. cap. 10. v. 13. 

à." E pertaunt ch'amilnchia fidél s' dess an tutta erusch . . . 

Es fehleu am Anfang die Strophen 1-39 und ira Verlaufe 3S7-398. 

b) Das Ms. K. 10. 8 dei* Kantonsschulbibliothek von Gliur (C) euthiilt un- 
ger Stùck auf pp. 52-148. Auf pag. 52 steht der Titel: Ulstoargla da Susanna, 
plgllceda our dllg cap. 13 miss vi fiers alg prophet Daniel e fatta a chlari- 
icer in la notta dllg Psalin 100 dllg Lobrasser. Item eau bunas notivas 
voelg chiantcer. E descritta trces me Ana de Raspar i In ilg ami dllg segner 
1764 die S Martlus. Von Strophe 381 an beginnt eine spàterc Hand, die 
aneli gewisse spracliliclie Eigentiimliclikeiten hat: suffrlgr 428-'', dlgr 442% 
vigs 454% vugs 483=» (vgl. Arch. I 158 £f., 225 f.). Ich tlieile nacli dieser Hs, 
die in L fehlenden Strophen mit, die zu gleiclier Zeit ein Blkl der Ortho- 
graphie von C geben werden: 



Actus 1. lls duos vilgs anflammos de amur vers Susanna 
s'scovran Ig'un Ig oter. 

i. vilg. 

Susanna an senn eu salmper he, — L'amur cli'eu Ig pori nu s' perda 
me; — Quaist sto bain easser un grand fatz — Ch'eu d' Jantascliia metz 
m' amatz. 

Scha ditz Susann' an sen m' valn, — D'amur m' saint eu piglio aint, 

— Ne sun plr bun me da pudalr — • Tranquillitcet e pós giudair. 

Dalungla ch'eu a chiessa iuorn, — Schi sun eu mlatz fantaschk e 
stuorn; — Daletz nun he d'anguot sii 'Ig muond — D'que ch'els an chimsa 
mia zuond. 

litro els ilg més senn e cor, — Ilg chierp dadelntz, Ig imelnt dadour. 

— Sun huossa bi gnl dilg marchiò — E sto turncer allò darchió. 

Susanna a tscherchicer eu veng — Scha gnlr pudess alg mels deseng, 

— Sch'as praschanlass foarza sur hura — Saschun d'havalr la sia amure. 

ti meis schiazzi e thesór, — A liuntsch sur tuot ardzlent et ór, — 
Exodame e ven dastrusch, — M' azikla larg da qualsia erusch. 

Ma j^erche vezz eu qulst vlgluord — Turnond darchlo usche ancuort, 

— Ch' zleva m' vein da pè an pè, — Ch' ais huossa jeu davend da me ? 



Annotazioni alla 'Susanna'. 109 

El zainza fall la voul eir bain, — El à tscTierchier Susanna vain; — 
Perche vain eu qui bod ù tard, — Sch' eis ér preschaint co qiiist vigluord. 

Eu vi beiti gnir our da quist buonder, — Elg dumandér ch'el fatsch, 
ù nuonder — El vegnia, chie el' quia viglia, — Ch'el dzeia fadschand ù 
à maun piglia. 

TU més Amich e chiér cumpuoing, — Parduna, sch' eu t' dumand in 
puoinch. — Siond anguél sto qui cun me — Perche est til darchio aqui? 

Nuli hauns miss sii d' ir à dzanter? — Di gratzchia dzi : co pò 'Ig 
dvanter, — Ghia ti darchio tuornast schi bot — E vainst currond qui tuott 
a sots? 

2. vilg. 

Mu, chier, ti dzi, che fest mei viers — Da que chia ti min odza tiers. 

— Clile prendasi ti pisier d' mes fatz, — Siond eh' eu dils tés anguot 
m' ampatz ? 

Ti est ér qui schi bain sco eu — Ne he ampro buonder da que. — 
Dzi chi V ho qui schi speri mano — U che est ti lische chianó? 

Schi à mi plescha da esser qui, — Schi che vo que pò tiers à ti? — 
Sun eau culpaunt bi da zir our — A ti eh' eau he eint ilg cour ? 

i. vilg. 

Nun easser gritt, o chier Amich ! — Donn tschert min t' poaria que 
chia f dzich, — Eis e a ti sto schi dalced — Ch' eu sul t' he dumandó 
in pla'd? 

Amichs nus eran traunter pcer, — Anguotta nus sulaiven fer — Lg' 
un saintz lg' oter, tutt cummin — Traimter nus era alla fin, 

2. vilg. 

Chia eu ilg plced an buochia maschk — Dvainta parque chia eu min 
nschk — A ti la mia nardét scuvrir — El's més pissiers, que craja piir. 

chier Amich, eu nun sun brich — Irò sun te niaunch un zick. — 
Sch' ti voul, schi ns leins dzir saintza dzia, — Perche nus vegnian an 
quist He. 

d. vilg. 

Cun buna viglia eu ilg patz — Pilg sii chia ti hest huossa fatz. — 
Ampro cun que our da nun dzir — E cun angin que da scuvrir. 

Scha la vardet nus ns cunfessain, — Schi eschans qui bi per in esser. 

— Pertaunt bain anandretz f ampeintza — Et a quintér dilg fatz scu- 
ìueintza. 

2. vilg. 
Que fatsch eu bricch, che vi udzir — Da te ilg prim, che ti srest dzir. 

— Alhura vi ér eu dzir our — Que chi da fair dat gli més cour. 



no Ulrich, 

?:.' Ti In partzhla hést bitta Ig prlin — Da leir dzir our, perque eu stiin, 

— Ti sajast er pai'tel ciilpant — A radschuncr dilfj Jatz avaunt. 

-3 Schi sto pir esser, sdii via sii ! — Eu à Susanna fitz bain vi — Ch' 

eis dilg honest prus Joachim — lUufjteir chiarischma sco eu stini. 
21 El ais dilg sés travsch e mastier — Quists ons passùs sto ilg nos hu- 

stier — Annua nus sco ti sest tegnen — Bretz, e suventz ansemmel ve- 

gnen. 
25 Sés Bab Chialchia hot sés noni, — Un inavaunt fitz da bein hum — 

Chi tartza l'ho einten la flur — Ba sia cetét an tuott' hunur. 
23 La sia bellezz' ais chiaschun — Da que chia eu a ti radschun, — Ch' 

eau sun d' amur fitz anflamo — Et he lung temp Susann' amo. 
•27 Mu nulg aschiond mner adimieint — Quaist fatz ch'eu metz cngniuosch 

e Saint — Trid esser, stun eu qui, els vilgs — B'sprauntza pascheint bnna 

Is més ilgs. 

28 Perche Susanna silg metzdi — Adiuina vo a spas aquì; — Enten quist 
hiert s' leva suventz, — Ctor nus d' sia chiesa vaun duvend: 

29 Partaci schi stun eu qui e guard — Sche gniss sur hura boi u tard, 

— Sch'aun[c] elg adatt, da pudeir — Desideri d'amur giudeir. 

i. vilg. 

30 Per dzir a ti ilg fatz trés or — Mcdem piser ho ilg mais cor ; — Ilg 
més cor arda sco d'in fie, — Per que schi sj^ess veng an quist He. 

2. vilg. 

31 Schi dzi dimena chic lains fer, — Ch' nus possen alg nos deseng river. 

— Ti est pli vilg et ér pli scoart — Schi do in bim cusseilg bein spert. 

i. vilg. 

32 Chia ti a mi et eu a ti — Dett' iin cusseilg, schi tedia me. — Amln- 
chia dzi Susanna vo — Qui an quist hilert, lo [l. e] biiong lo fo. 

33 Schi leins iin dze qui liadzér — E qui la schantza vuidzér, — La der 
huns pleds e la ruver — U alla mela er pruvér. 

gj Qui hauns dilg muond ilg pli bel dzie ; — Sula resta qui in quest Uè; 

— Lg'hom eir davent, ilg He d'in marni, — Angin min vezza chic nus faun. 

2. vilg. 

35 Ilg tés cnssailg eis beli e bìin ; — Ampro an temm' e pisser stun — 
Chia cura nus pruvo haun tuot, — Nun hadzan ne condzist 'n anguot. 

36 Perche Susanna temma Dieu — E porta fé gli ses marieu; — Tuot 
la citét Susanna tein — Per in exeimpel da tuot bein. 

37 Sch' nus nu pudessen que gurbir — E eh' ilg fatz vess a glisch da. 
gnir, — Gnissen nussez ans svergugnicer, — An tuotta tuorp à rumagnier. 



Annotazioni alla 'Susanna'. Ili 

i. vilg, 
^^ Ti narr, sch' ti temasi, schi drè a itti (tré aint?) — Bein speri à 

ti 'na giirgimainia ; — Ilg vilg proverbi aunch' nun smst: — Chi min 

vucedza min fò cessas. 
39 Lascila fer me, eii vi bain veir — Si 'Ig temp e quel fer à saveir; — 

Scha f dun Un cloni, schi ve bain speri, — Ghia niis saschiin e temp min 

perdan. 

Actus 2. Nun vuliand Susanna sg under ils 2. vilgs, sch'lg 
tlran els oura ina mela tschontscha. 



357 Ilgs Soinchs chi sun stos qui davauni — Haun eir udzi per [tur] in- 
faunts — Pissier, cuntuerbel et ditliir — Ed' Una pari eir mand' htmur. 

358 Adam haveiva sul duas fiìgs ; — El ho stil vair sez ciin seis mlgs — 
Hg pitschen gnir mazzo dilg grand, — Kg saiing da Abel prus gnir spons. 

359 Er Abraham quel inavaunt — E 'l gni cun Isaac seis infaiint, — Cun 
chiè dulur pisso da steir — Isaac schianer et ujferir. 

390 lacob da dudesch fiìgs eh' el veiva — Et il lìlil bein a Joseph leiva, 

— Et ampro sòl (= s' hòl) lascho der sii — Ch' el d' un meli bieschz seia 
purto vi. 

391 Amram nun ho'l Mosem sies filg — Selz stuvi metter an un bùìg — 
Elg avier per ouva oura ? — Ditz cuschidrè eir cun chic coure ! 

392 Sumgliaiiìit er da oiars Uzains — Et our dal pled da Die ancUzains. 

— Cuntuot nun esches vus, o bap, — Ilg prini chi stapch' {-stopcWì) ir 
an que zap. 

393 Cuntuot an mnnn da Bieu s' rendè, — Patziainiamaing eir sii prende, 

— E 'l Bieu nun vain a 's metter sii — Plii co chi possas purter vi. 

394 Con que a Bieu stez , chiera mamma, — Tuchie maun a vossa Su- 
sanna. — Eu less dzìr plii, ampro min poass, — Ch' a mi da dzir vain 
il cor gross. 

Mamma. 

395 Susanna dutscha, chiera, ameda, — Susanna prusa, costiimeda, — 
JS^ìin pò 'Ig esser per atra via — Co der la viltà, filgia mia ? 

396 Schi lascila, ansemel lejn mis igr — Ba compagnia a murir ; — Meilg 
eis e chia cun te eu moura, — Che schiappa uschiglo il meis cor. 

397 JSiin aveir otar eh' iinna filgia — E stair veir huossa chia sun viglia 

— La gliedt zieva ella a curir, — Cun crappa per la fer murir ! 

298 Avaiint tu sciasi steda sii, — Schi he eu taunt e tanni mito vi — Pis- 
ser, dolur, fadia, breja, — Ghia chi nu prova, tschert nu crtja. 



112 Ulrich, 



IV. Bei der Herausgabe der Susanna biu idi dea von Foeuster, Cliges 
XLix, aiisgesprochcneii Principien gefolgt, die noch vici nielir auf biindner- 
ladin. Texic als auf altfranzusisclie anzuwcndcn sind: raòglichst geuaue Wie- 
dergabe der àltesten handschriftlichen Niederschrift. « Gestattet, sagt Forster, 
« ist cine Eineudation der sinnverdorbeuen Stellen, nicht aber cine Regu- 
« larisicrung der grammatisclien Formen oder eiuzelner Laute, am allerwe- 
« uigsten etwa eine Uniformierung blosz der im Reime beflndlichen Wòrter 
« oder Silben. » Ich habe also das Ms. Egerton (L) tale quale abgcdruckt 
und gebe hier zunachst die Variauten von C, die entscLiedeu Besseres als 
L bieten: 

lOS." C d' mis = L nus d'. 

186.» C chialun = L chirlun. 

347.'' C saschimo = L guvernó. 

423.* C vcf/nia = L vegnis. 

453.d C eZs = L Ig. 

465.* G sparzirs = L spardùtzs. 

S18.* G ampelan = L anscelan. 

Orthographische Yarianten von G und solche, die den Tcxt von L nicht 
bessern, fuhre ich nicht an; es sei nur erwàhnt, dasz i^l^-'^ in G felilcn. 

V. Eigentliche Drnckfehler dùrften sich nicht viele vorfiuden. Als solche 
erwiihne ich 72"= nietza fiir metz a, 93* hoel fùr ho el, 94'^ vilj fiir vilgs, 
dio* d' chiappo fiir dchiappó^ IH'' ett' tur et f, 127'' 'n zachi fùr 'nzachi, 
137^ trauschó fur travschó, lo7* el fiir els , 227'= qui (?) un fùr qui an, 
241*= vaisameint fùr avisameint, 299* sumglió fùr siunglió, 329'' vers fùr 
vess, 334'' crekca fùr creich, 377'= pertschert fùr per tschert, 428'' clamar 
fùr clamcer, 471"= de fùr des, 508'' haueir fùr haveir, 509<= (ett fùr eau, 
513'' spraunitra fùr sprauntza *. 

Anstatt des (e der Hs. ist m gesetzt worden, weil sich jener Buchstabe 
nicht in der Druckerei befand. 

Niclit ganz consequent, doch consequenter als in der Hs., ist der Ge- 
brauch des Apostrophs durchgefùhrt worden**. 

Die Interpunction stammt von mir und lasst noch vielerorts zu Avùn- 
schen ùhrig. So setze man zb. 62"= nach sdrir, 117* nach adachmr, 2ìb^ nach 



* 4Uo'= ist Schei wahrscheinlich in Sch'er zu bessern; ebenso 438.'= Aucli 
485'' dùrfte ei fùr er stehen. 
** Gegen die Hs. ist oft che stati ch'e zu lesen, so 116'', 139*, 163''. 



Annotazioni alla 'Susanna' 



113 



scoduH, 298" nach amprescha, 339» nach mmin, 421^ nach andiira, 437« nach 
Vilffs cin Komma; iM^ nach vizzis, 201'^ nach maun, cin Fragezeichen ; 
441'^ nach schiarpaun eincn Piinkt. - 238'' ist das eingeldanimcrte Frage- 
zeichen zu tilgen, da sbirlós sicher ist. 



VI. Glossar. 



ampatz = oberi. anu)ai:j 198"= verle- 
geuheit. 

anfandsclmria 288"^ verslelleng. 

anguertz 199'' vorwurf. 

arditz = ardili 209^ 

artezza 79"^ kiihnheit. 

oscriang 278'^ unreinlichkeit. 

azever 124'' eiuholen, erreichen, 
vgl. Arch. I 210. 

ir//a 105'^ geschwatz. 

baschlér 211"= blòcken. 
■ &^^/»^ 101'' 501'' gut, vgl. Archivio 
VII 556. 

hrcja 298'^ anstrengung. 

clecch 409' zartlich. 

dotar 269^' falle. 

cnntezza 134'' kenntnisz. 

chialun 186' hiifte. 

cMaveìg, à - 137'' 307"' sorgfaltig. 

dchiappér, s'- 110* sich creigucn. 

draschiun 103"^ qual, elend. 

<^set;«r 367'^ = f/iemr Ulr. II 80, 
Ulr. Texte II 14. 

etta 177<= lage, Ulr. II 33. 

fichió 103'' eigensinnig. 

filrlér, s'- 238" zornig werdcn. 

gratidzér 457'' geraten, gelingcn, 
vgl. Arch. VII 563. 

Archivio glottol. ita!., IX. 



guchal 166" weibcl. 

giattinér 343^ zanken. 

giatz 205''? 

ierr 161*= irrtiini, vgl. Arch. VII 
492 528. 

inaspir 231'=? 

iss, der - 150* hculen, weinen. 

Jet za = eng. Ietta, auswahl 115% 
vgl. Arch. VII 533. 

liadzér = lagegicr 41'' lauern, vgl. 
Arch. VII 567. 

lucch 146'^ los, lottcrig. 

malviertz 110*^, viers = geheul. 

mlout 466"^ p. p. von moie)' nialen. 

7nocJi 122'' = schwzd. vìocke, stiick, 
klunipen? 

ììiìiossa 473'^ bewegung. 

oblig 512% verbaladj. von ohligiér. 

partscheivel 284* niòglich. 

patacliiér 99'' befleckcn. 

^jet5, metter our d'-, 159'^ auf die 
scile schaffen, vgl. Arch. VII 542. 

puozza 374"= stùtze. 

rappló 57"= ninzelig. 

raseina 493'' streichholz. 

rldzaleint 439"= schrcier. 

sfls//«T 224'=? 

saschun, ciin- 95' zur rechlen zeit. 



114 



Ulrich, Annotazioni alla 'Susanna'. 



sbirlcr SSS** schmeiszen. 

scrizzl 141" unreinlichkeit. 

scurniglicr 211'' mit dea borncrn 
stoszen. 

seurzér 122» scliurzen. 

s-chiasér 344", trennen?, vgl. der 
forni nach, it. scasare. 

s-chiertz 115", s-chiears 152», spàr- 
lich, wenig, sehlecht. 

sdesclmdzius 493'^ jiimmerlich, 
schmaclivoll. 

sdiesch 130* 374'' verachtung, un- 
gebiihr. 

sdrapper 111° zerreiszen. 

sfio 102'' 115'' treulos? 

sguardin 43'' unordnuug, vgl. Ar- 
chivio I 61. 

sgiout 98''? 

snaridziér 473'' zum narren halten. 

srang 22 1« (sra)ig) schranke. 

starschinér 400» quàlen. 

starsching 399» qual. 

stip 42" schwùl. 

stosch 222» stosz. 



strunchier 71'' vcrsturameln. 

.90?», o?<r a - 148'' ganz drauszeu. 

surasen, fer - 80'' (ibersicht halten, 

schinadziér 479» schoneu, vgl. Ar- 
chivio VII 497 n. 

schurér 138'^ verduften, sich davon 
machen, vgl. Arch. I 328 854, Muss. 
beitr. 108. 

travsclier 137'' unigang haben. 

tildi 108'= berùiirt, verbaladj. za tii- 
cliiér. 

turschér 261"= trùbeu, vgl. Arch. 
VII 582 n. 

iscJiarplus 57'' triefend. 

tscliunc 206'' abgeschlagen, verba- 
ladj. za tscliunchiér. 

vearcla 234'' ausflucht, *ciivercla = 
coopercula. 

veissas, à - 211» mit miihe, cf. vess; 
Arch. VII 601. 

voi 102''. 

vsein 167» grusz (=Deus vos si- 
gnet?). 

vungia 379'' ekel. 



VII. Grammatische Berne rk un g. Zu antretz intravi 249», allem 
Perfect (Arch. VII 473), vergi. Bifrun Marc. 8, 19 arumpich fregi; untereng. 
und nidwald. Beispiele bei Asc. a. a. 0. 



L'ANTICO DIALETTO DI VEGLIA. 



^.. I ^ E. 



Sommario: — I. Cenno preliminare. — II. Raccolte del Cubich. — III-V. 
Raccolte del Petris, dell' Adelmann e del Celebrini. — VI. Raccolte 
mie proprie. — VII. Spoglio fonetico. — Vili. 'Varia'. 



I. In questo medesimo Archivio, l 435-446 n, il prof. Ascoli ha par- 
lato «d'un dialetto 'morente' dell'isola di Veglia», richiamando per il 
primo sopra di esso l'attenzione dei dotti. Il lavoro presente, che muove 
dalle indagini preziose, istituite dal Maestro, si propone di portare, col sus- 
sidio di materiali nuovamente raccolti, qualche ulteriore conferma alle re- 
sultanze ch'eran da lui presagite. 

Per 'veglioto', o 'antico dialetto di Veglia', s'intende il dialetto che mi 
giorno era proprio della città di Veglia e contado, e spiccatamente si di- 
stingue da quella varietà di rumeno la quale si parlava a Poìjica (Poglizza) 
e a JDobasnica (Dobasnizza), contrade della stessa isola di Veglia, e sempre 
ancora si parla in Val d'Arsa nell' Istria ^ Sono però ben intime le atte- 
nenze che corrono tra il veglialo e codesta parlata rumena. 

Il primo a dar dei saggi del vegliato fu il dottore Giambattista CcBicn, 
che a Veglia ebbe a passare molti anni della sua vita. Li pubblicava egli 
nel giornale L' Istriano, num. 13, 14, 16, 17, dell' anno 1861, e nelle No- 
tizie naturali ecc., già qui in nota citate. Altri saggi furon poi raccolti da 
me, che in varie escursioni a Veglia venivo cercando nuove fonti, orali o 
scritte, di questo prezioso parlare. 



' Di questa varietà rumena, in quanto si parlava nelle dette due contrade 
dell'isola di Veglia, ho io dato qualche sagginolo nella Romania IX 32G sg. 
Sopravvive ancora 1' Orazion Dominicale, riferita dal Cubich, nel giornal 
L'Istriano, num. 16 del 1861, e nelle Notizie naturali e storiche sull'isola 
di Veglia, Trieste 1874, p. 118. Cfr. Asc. Studj crit., I SO = 328. — E vedine 
ancora al § VIII del presente lavoro. 



Ii6 Ivo, 

Le mie iiidai^iui cnui coronate da buon successo, secondo che ora io de- 
scriverò. Quanto a fonti orali, oltre a qualche sagginolo modesto e talora 
non abbastanza sicuro, che potei raccogliere qua e colà, una di assai abon- 
daute me n'era schiusa in Antonio Udina, detto Burbur, d'anni 59, l'ultimo, 
se cosi ò lecito esprimersi , di una generazione ormai spenta, V ultimo dei 
Vcglioti. L' Udina mi raccontava, come da fanciullo sentisse i proprj geni- 
tori usar di quella parlata singoiare, che egli chiamava veclisùn, quasi di 
una lingua sussidiaria al veneto, che, più o meno puro, fu per lo addietro, 
come è oggidì, il parlare di tutto il paese. Serviva il vecUsiin ai genitori 
dell'Udina come di linguaggio secreto, ^jer non farsi intendere (egli diceva) 
dai filinoli. A forza di attenzione e di pazienza, egli era riuscito a ren- 
derselo famigliare e stava ora pronto a mettermi a parte del tesoro dei suoi 
ricordi. Devo a lui, e qui gliene rendo amplissime grazie, oltre alla curiosa 
sua biografia, anche gli altri principali saggi che più innanzi qui oft'ro tra 
le raccolte mie proprie. Allato al nome suo, mi sia però lecito ricordare 
pur quello di altri due più modesti miei ausiliari : Antonio Yassìlich fu Fran- 
cesco, d'anni 79, e Antonio Rimbaldo fu Giovanni, d'anni 69, pescatori, più 
sicuro nelle sue riminiscenze il secondo, che non fosse il primo. 

Passando alle fonti scritte, qui tengono il primo luogo le raccolte del 
dott. Gubich. Un fortunato accidente jui fece capitare tra mani e il ms. di 
quella porzione che il Gubich aveva pubblicato, e insieme quello delle raccolte 
da lai posteriormente istituite e ancora inedite. Del primo mi son valso per 
collazionare quanto c'era d'edito, e questa parte ora così ricompare, riveduta 
sull'originale. La porzione inedita la stampo pur tutta (II), con piena fedeltà, 
coordinandola, nel vocabolarietto, con l'altra, ma sempre distinguendo le due 
diverse parti con carattere diverso, che è il corsivo per le cose inedite e il 
tondo spazicgrjiato per le edite. 

Alle raccolte del Gubich s'aggiunsero: alcuni brevi saggi fornitimi dal 
canonico Pietro Petris (III); un elenco di voci 'schiettamente vegliote' 
che m'era favorito dal sign. Antonio Adeljiann (IV), e uno di nomi locali, 
che mons. Mattia Gelebrixi (V), ora decano di Veglia, ha avuto la bontà 
di spigolare per me da un libro catastale, incomincialo il 19 settembre 1677. 

Quanto alla trascrizione, nulla dovevo io naturalmente alterare nelle rac- 
colte altrui. Per quelle che direttamente a me provengono da fonti orali, ho 
adottato un modo di trascrivere, che, pur riuscendo nella sostanza secondo 
le norme generali ù.q\V Archivio ^ si conciliasse il più possibile con quello delle 
fonti scritte. 

Del metodo, finalmente, che ho seguito nello spor/lio fonetico, tocco a suo 
luogo (VII); e qui più non mi rimane se non di tributare particolari rin- 
graziamenti ai signori Marcantonio Tmpastari e Adolfo Pacifico Della Zoxca, 
Che si compiacquero di ajutarmi, con viva cortesia, nella non facile impresa 
della raccolta di questi cimclj. 

A. L 



Il dial. vedioto: Raccolte del Gubich. 



Ili 



II. Raccolte del Cubicii. 



a. Vocabolario. 



a lics vicino. 

a la luórga alla larga, lontano. 

acàid aceto. 

advidnt, el, l'avvento. 

agóst agosto. 

alai te f. pi., budella. 

altra m i a n t e altri men ti 

altùr altare. 

alzudrse alzarsi. 

alzfir còle ixilàiire^ leggere. 

amàur amore. 

amudr amare. 

ancésene incudine. 

andiìar andare. 

ancluàr sòis per el plóiv in sóis 
salire, lett. ' andare su per il 
piovere in su '. 

anidl anello. 

anincs innanti. 

ajjidr aprér aprire. 

aprdil aprile. 

ardàre ardere. 

ària aria. 

arzidnt argento. 

ascdun chiodo. 

as-cidnts assenzio. 

ascóndro ascondere. 

avaràus avaro. 



aura ora. 
bacco cavalletta. 
halluàr ballare. 
har bere. 

barbussi, el, mascella. 
basfoìutdrmese bastonare. 
batdr bàter battere. 
bdud voce. 
beccaréja beccheria. 
becliir beccajo. 
bescudr beccare, 
biss, pi. hiss, bacio. 
bisudgn bisogno. 

blàire, volere, blàja vo- 
leva, blàite volete; blare vo- 
lere, che bìiàj che voglio, se te 
bude se tu vuoi. 

blasmur blasmudre bestem- 
miare. 

bondudnza abondanza. 

basca bugia. 

boss, el, coscia. 

botdun bottone. 

brdhia briglia. 

braz, pi. i braz, braccio. 

buàì'ba, el, zio. 

budrca barca. 

budsc bosco. 



118 Ivo 

biiàssa boccia. 
bìu'a bora. 
buso buco, caverna. 
caddi' cadere. 
cadriàl quadriàl mattone, 
e a i p t a r e guardare, càipta 
guarda; v. caup-. 
càira cera, 
cai f., calle. 
calcàin calcagno. 
caldira caldaja. 
caliyhlr calzolajo. 
calzéte calzoni. 
camdin camino. 
camdissa camicia. 
cdmha cantina. 
camisót gonnella. 
campandid campanile, 
cami'istre catene del focolajo. 
canàissa cinigia, 
canapiàl fune. 
cand quando quando. 
canidstro canestro. 
cantudr cantare. 
cdnuDO canape. 
caplzzola cappa di mare. 
caprdina capra, 
carbàun carbone. 
carcstéja caristia. 
carnassudl carnasciale. 
carnóid vipera, 
carviale f. pi., cervella, 
castial, \A.i castiàl, castello. 
caldina catena, 
catriéda sedia. 



catudr cafór trovare. 

cafrdm catrame. 

cauc qui, qua. 

(iauda coda. 

caiiptòte guardate; v. caip-. 

céja f. sng., ciglio. 

cem/'fiér cimitero. 

certàin certuni 

certjóin certuno. 

cJienur cenare. 

chiamiidr chiamare. 

eIndro chiaro. 

cJu'ól culo. 

ciàirt certo. 

eie n e cinque. 

etneo cimice. 

ciócs, pi. i cióes, cittadino. 

clóne cinque. 

ciónco quindici. 

cionquànta cinquanta. 

clstlénia cisterna. 

coJHOììdìri burla. 

col quello, col te ddls, cosa 
ti dice. 

comandiidr comandare. 

conilo gomito. 

comparére comparire. 

compertlànde da mal, proteg- 
gere. 

compudr compare. 

con conno. 

contrudt contratto. 

conzudrme condire. 

còpia cappello. 

coprér coprire. 



Il dial, veglioto: 

corésma quaresima. 
corsalo corsetto. 
cóssa pialla. 
cossér cucire, 
e est questo, 
cràsero crescere. 
cratóire creature, 
crédro credito, 
criss, pi. i cn'ss, ciliegio, 
cróit crudo. 
cuàdì'o quadro. 
cuóntra contro. 
cttcidina cucina. 
cicero cuocere. 
cùma comare. - 
cumprudr comperare. 
cuómp campo, 
cuón caini, cane -i. 
CHÓj) capo. 

ciiómacHotta, carne cotta, les- 
sa, cuómo carne. 
cuórta carta. 
dir cuore, 
da càuc, di qua. 
da dì'l da dietro. 
da lich davanti. 
da Ucs lontano. 
da Ime di là. 
dapù dopo. 
dai di. 
Dal Dio. 
dàmno danno, 
de pie, troppo, 
de bèta f. sng., debito, 
decedere la càusa, decidere. 



Raccolte del Cabich. 119 

defenddr difendersi. 

depentduy dipintore. 

depiàndro dipingere. 

depidndrete dipingerti. 

desmùn m. e f., dimane. 

desóì'den disordine. 

despondr disporre. 

desprezidja disprezzare. 

détco, pi. ddcli, dito. 

dezùn digiuno. 

diànt, pi. didncs, dente. 

didul diavolo. 

die dieci. 

dichisdpto diciassette. 

dichiddpfo diciotto. 

dichiné diciannove. 

distengudja distinguere. 

dói due. 

dolc dolce 

dormér dormire. 

dótco dodici. 

dramudre macellare, dramudt 
macellato, ammazzato. 

drànte dentro. 

dui duole. 

duói doiòi , diiónne , dare , 
duót dato. 

duóteme datemi. 

dupllr doppiere. 

el il. 

entruanne entnidr entrare. 

espojàrmese spogliare. 

faddiglie faticbe. 

fàica, la, fico. 

fàid fede. 



120 

falla fila. 
fàin fine. 
fastdide fastidio. 
fdvro fabbro. 
féssa fascia. 
fassiU fagiuolo. 
fanldr favellare. 
febniàì' febbrajo. 
fecudt fegato, 
féil figlio. 
fidr ferro. 

fi asta (coli.) festa, qualsias 
passatempo. 
jìcliiéra l'albero del fico. 
fièri fieno, 
flóim fiume. 
fòlss fuso. 
fond fondo. 
fonddcce f. pi., feccia. 
fórno forno. 
fosc nero. 

fahricudr fabbricare, 
fruatru fratello. 
fuàja foglia. 
fuàrfa f. sng., forbici. 
fuòrma forma. 
faòrme faremo, 
fu re fuori. 
fusdina fucina, 
ganére? 
gaudàre godere. 
gdula gola. 
generàus generoso. 
genir gendro gennajo. 
glas ghiaccio. 



Ive, 



gola US goloso. 

gótta goccia. 

(jì'dbla, la, rastrello. 

grass grasso, sego. 

gril grillo. 

grun grano. 

fjuadagmidre guadagnare. 

guadàigìi guadagno. 

impendr implére, empire. 

imperafdur imperatore. 

imprdndro el fuc accendere 
fuoco. 

ì)i collant sdite, odiare, lett. 
'essere in collera'. 

incidnts incenso. 

inciodudr inchiodare. 

infidnio inferno. 

ingannar ingannare. 

ingkidstro inchiostro. 

intràrghe co i che te hlaj, sce- 
gliere quello che vuoi. 

isiidrse istruire. 

istdlla stalla. 

jdcqiia àqua, acqua. 

jàrba (coli.) erba, fieno. 

jdsca tavola. 

jduca oca. 

jdiir, el, oro. 

jaura, la, ora. 

jédma settimana. 

jéin anni. 

jól uno. 

jóin jóina, uno -a. 

jóiva uva. 

jómnoyómm, uomo -ini. 



jónco undici. 

jónda del muàr, onda del 
mare. 

jongàrine ungere. 
jóngla -e, unghia -e. 
jòrden ordine. 
jost giusto, 
juàc f., ago. 

juàrbul albero. 

]n],jalju, egli, gU. 

juIfrO; jUtri, Jultre, altre -i -e. 

juncòra ancora, 

jùnda càuc, vieni qua. 

juòlb bianco. 

jnv, r, uovo. 

juópa ape. 

lac lago. 

lacidrch sgomberi. 

la in lino. 

lambéc lambicco. 

lamentuàr lamentarsi. 

lapuàr lampeggiare. 

laudare lodare. 

lavudr lavare. 

lébra lira. 

léhro libro. 

lenziU lenzuolo. 

UH letto. 

lìyuàr legare. 

lipro lepre. 

lóin, la, lume. 

lóine lunedì. 

lóur loro. 

hi lui. 

luàng lungo. 



Il dial. veglioto: Raccolte del Giibich. 

Imnga lingua. 
Inànza lancia. 
liiòc là. 



121 



làgio luglio. 

lumièra luminaria. 
macnuàr macinare. 

mail miglio. 

nidiss messo. 

mdisscc tavola, mensa. 

mani nonno. 

manciùr mangiare, mandica 
mangia. 

ra a r a i t marito. 

marangàuìi marangone. 

mardun marrone. 

marcus amaro. 

inaridnda merenda. 

martidl martello. 

mdssa miidssa, messa. 

massirco sorgo. 

ìnat metto, mdis misi. 

matrimuni matrimonio. 

màur màuro -«, maturo, 
grande. 

me mi. 

médco medico. 

medcuàr medicare. 

medésem medesimo. 

mejatóiva urina; cfr. miùr. 

mei mille. 

mesdira miseria. 

tnescudr mescolare. 

mcssHÓre misurare. 

mezùl bicchiere. 

mi, me, miei. 



122 

miniàstra minestra. 
moie martedì. 
missédìna mercoledì, 
miùr 'mingere', cfr. mejt 
tóira. 

móffa muffa. 

mah' muro. 

moletuine moUettine. 

moluàr lasciare, ven. 'molur 

monàita moneta. 

moràus amoroso. 

tnost mosto. 

muànt monte. 

muàrt morte. 

onuàrz marzo. 

mùi mai. 

mul male. 

m ù 1 i e r moglie. 

muón mano. 

m u ó s t r maestro. 

micói maggio. 

mùver muovere. 

ìidi neve. 

nascóit nato. 

nàuri lillà ìiiidn, non. 

ne né. 

nencjóin nessuno. 

néolo nuvolo. 

nepàu t nipote. 

ìiidr nervo. 

ìiólia, nója, niente. 

nonuanta novanta. 

novèmbre novembre. 

nu noi. 

nu nove. 



Ive, 



una, v. nàan. 

n u a s t r nucister nostro. 

mc'Jt notte. 

71UÓS naso. 

ohbedér ubbidire. 

obligiiàrse obbligare. 

occiài occhiali. 

ócto otto. 

octóhre ottobre. 

octuanta ottanta. 

offenddre offendere, no me of- 
fiàndro non mi offendere. 

oléja uliva. 

n i'i u r onore. 

orfjàin aratro, 'organo'. 

imcùr pagare, te imcuóra ti 
P'gheió. 

Inaila pila. 

pàina penna. 

pàira pera. 

Ijol-da palletta. 

paradàis paradiso. 

lìarturér parto, sost. verb. 

passeràin (coli.) uccello. 

pasìiùr jóin juóì'bul, piantare 
un albero. 

pcdrinin padrone. 

pàuc poco. 

pàuper povero. 

pécla pece. 

yedòdo pidocchio. 

péltro peltro. 

imisuàrme pensare. 

pentaur pittore. 

l)entisu'drse confessione. 



Il dial. 

pépyo pepe. 
peràun forchetta, 
per co perchè, 
pernàica peruice. 
jjesuàre pesare. 
inàcno pettine. 
2nàl pelle. 
inàt piatto. 
2nàrder perdere. 
inch {-e?) piedi. 
2)tre pecore, 
p i t r a pietra. 
Ijlacàro piacere. 
flanóira pianura. 
liìant pianto. 
plàssa piazza. 
pie più. 
2)lòlv piovere, 
pìomb piombo. 
pliiuja pioggia. 
plmHena scodella. 
pUickia polmone. 
Ijlàìigre piangere. 
I)óin pugno. 
■polfrdim poltrone. 
polluastro pollastro. 
2)om pomo, 
pò pio popolo. 
potare potere, point 
pranclàr pranzare. 
premàre premere, te 
ti preme. 

lirendàr prendere. 
prezàim prigione. 
imnsep principe. 



vcglioto: Raccolte del Culjich. 123 

puàrc, pi. puàrcs, porco. 

imàrta porta. 

Ionico pulce. 

piUvro polvere. 

puóscro pascere. 

puósta pasta. 

pùpola polpaccio. 

purgatòri purgatorio. 

pitta potta. 

qualunque jóin, qualun- 
que. 

q u a r a n t a quaranta. 

quciter quattro, quattro. 

quattudrco quattordici. 

racle orecchie. 

rad ài e a radice. 

racuordàr ricordarsi. 

ràid rete. 

ràipa riva. 

rampegàim arpagone. 

ras sa un ragione. 

ree ricco. 

recidila orecchino, 

rédre, riso e ridere. 

regiàina regina. 

re ligia un religione. 

respuàndre rispondere, 

restitnàrme restituire, 
potuto. riànder conto render conto, 

rlngràdme ringraziare. 
premjja robuAr rubare. 

r ostar rostire, co rostàid? che 
cosa arrostite? 

rovàina rovina. 

ruàm rame. 



Ive, 



ruass rosso. 

mòsse rose, ogni sorta di fiori. 

sajéta saetta. 

salhàuìi sabbia. 

salili' salare. 

saluta salata. 

samhàun saviezza, savio. 

samlì' somaro. 

sàmno sonno. 

sante contiànt , contentezza , 
'esser contento'. 

sapàun sapone. 

sapàre sapere. 

sàpto sette. 

satudr saltare. 

sdul sole. 

schm zampogna. 

sberlót schiaffo. 

scàina schiena. 

scalda el lidt, scaldaletto. 

schiopét schioppo. 

s-cióì' f. pi., 'scuri', imposte. 

scliiri) scarpe. 

scluàv de tóich, servo di tutti. 

scader riscuotere. 

scoliro scolaro scolare. 

scomùter scomettere , scome- 
tàirme scometteremo. 

scomensìidr cominciare. 

scótta ricotta. 

scrlóra scrivere. 

scuòle scale. 

sculiéra cucchiajo. 

sedarùl fazzoletto. 

sèdia secchia. 



séga sega. 

sentemidnt sentimento. 

sentóre sentire. 

sentérme colle racle, u- 
dire colle orecchie. 

sepoltóira sepoltura. 

septuanta settanta. 

sermiànt, sermidìitu, ser- 
mento. 

scruàr chiudere. 

sessuànta sessanta. 

sétco sedici. 

setémbro settembre. 

si sei (num.). 

sidla sella. 

siàmpro sempre. 

signmr -a, signore -a. 

sóo suo. 

sòglo collo. 

soldildt soldato. 

sonudr sonare. 

sot asciutto. 

spacudrme spaccare. 

spdina spina. 

spdisa spesa. 

spartér spartire. 

spidch, el, lo specchio. 

spidnder spendere , spiànf 
spende, spanddi spendéi. 

spidnza milza. 

splóima spuma. 

spóit sputo. 

sposudr (sost. verb.) sposalizio. 

sptidg spago. 

spiidla spalla. 



Il dial. vegliolo: 

spudta spada. 

squadrhàr squartare. 

stàign stagno. 

stassdun bottega. 

statàira stadera. 

stàura stuoja. 

stentuàr stentare, lavorare. 

stlcll stivali. 

stopàiìi stoppino. 

stopdir stupire. 

stuàfa staffa. 

studrme stare. 

studiiwe 'studiare', affrettarsi. 

stKÓpa stoppa. 

stiitudrme el fuc, spegnere il 
fuoco. 

sudi sale. 

sudng sangue. 

siihatu sabato. 

sùbito subito. 

suòldr zuffolare. 

suhlót zuffolo. 

sìirco sorcio. 

sussdne susino. 

tacàre tacere, imperat. tics 
taci. 

fq/Hf, tajitàrme, tagliare. 

tate mammelle. 

tditn tonno. 

faviàrna taverna. 

temindsta tempesta. 

iendja tenaglia. 

tendre tenere. 

tervldla trivello. 

tidmi) tempo. 



Raccolte del CuLich. 125 

tidta zia. 
tiérch tardi, 
to tuo. 
tocs tutti. 
fotiìh'o tonare. 

se fonnentiidrme tormentare. 
tornudr tornare. 
tos tosse, 
tra tre. 

traviérsa grembiule, vec. 'tra- 
vèrsa'. 

trécico tredici, 
triànta trenta. 
tì'oc -a, ragazzo -a. 
tnub' gettare, trich gitta. 
tu al tale. 
tuóta padre, 
uàclo -i, occhio -i. 
uà il tiàl, olio. 
ultra oltre. 
iiófto otto. 
vdida vite. 
vaila vela. 
vdin vino, 
vàina vena. 
I vàita vita. 
vai valle. 

va levudr, va prendere. 
valdro valere. 
vdnder vendere, 
vencs venti (num.). 
venchjóin ventuno. 
venchidój ventidue. 
venero venire, vendjo vengo, 
vestemiànt vestimento. 



126 Ive, 

vestér^ .se, vestire, 
vet, el, biadfi. 
viànt vento. 

vidntì'O {mcduT) pancia, ventre. 
viard verde. 
viàrm verme. 
vicidiìi cugino. 
Vida città. 
villa villaggio. 
v'indre venerdì. 
vóita sentinella. 



VU VOI. 

vuàstro vuàster vostro. 

zdime andare, zdime a spassa 
andare a passeggio, zdime in 
sóte scendere. 

zérme andare (gire). 

ziànt gente. 

zocudr giocare. 

zùa giovedì. 

zùgno giugno. 



avàr avere. - ju jài io ho, te jii tu hai, jal jàit egli ha^ 
nu jiltri jàime noi abbiamo, vo jàite voi avete, j-àju lora 
hanno; jàime l'avóit (lo?) abbiamo avuto; jù l'avara io 
l'avrò. 

sàite essere.- ju sài io sono, te sante tu sei, jal sant 
egli è, nu jiltri sàime, vu sàite voi siete, jài sant loro 
sono; ju ga fóit io sono stato; ju fera io sarò. 



h. Nomi locali *. 

Avàinch Verbenico, Basalchiàla (Bassalciàla ad.), Basca Bésca, 
Baziil, Boìi de la Pitra, Bon de Negrità Bottezzine, Brusca!, Can- 
zolài (Calzolàit gel., ad.), Camhòn, Ccmàit, Cancul (Cancóul ad., 
Canchùl gel.), Cccrtéz, Cassión, Castelmiisclo, Checheràine , Co- 
coréccie, Dobrin, Dróscolo, Fontagndne (Fontagnàle ad.), Gherbezàin 
(Gherbezàit ad.), Gherbine (Garbine gel., ad.), Golubdz, Gramazùl, 
lariagùl, Lac de mur, Lac de la Pissàica, Lac Martin, Lónghe 
(Luànghe ad.), Loquetàine, Lènta, Macarón, Magnakis, Mando- 



* Sono aggiunte, ira parentesi, le varianti che ho potuto desumere dalle 
raccolte Celebrini e Adeliuanu. 



Il dial. veglioto: Raccolte del Ciibich. 127 

liéra, Manganèllo, Monchidl (Monciàl ad.), Nerezine, Orlachét, Pa- 
radàis, Plzzigó (Pizzigóle ad.), PizziU, Polltin, Pomibo, Pòrto Imne, 
Pi'mta Negrito, Rabazàl (Rabezài gel. , Rabassài ad.) , Radagàra 
(Redagàra gel., ad.), Remàur, Sadóre, Sansài, Saracàit, Torcine 
(Turchine gel.), Tórcolo, Tràina, Val Bisca, Val de CopHa, Vcd 
de dèca, Val de Mordi (Valdemóur ad.), Val de son, Val de vàit, 
VaMnta, Vignale, Zàine (Zàini ad.). 



e. Testi. 



El anduàr fo bun en pàuc; sàint (sàin) tot strac. 
Il camminare un poco fa bene ; sono tutto stracco. 

Me ferrauàr (fermuóra) a càuc jóin momiànt. Mi fer- 
merò qui un momento. 

Potàite zer anincs, se blàite. Potete andar avanti, se 5 
volete. 

En cai basàlca (bassàlca) zérme? In qual chiesa andremo? 

Va siàmpre (siàmpro) drat per non fallar la cai. Va 
sempre dritto per non fallare la strada. 

Fenalmiant jàime arivuat. Finalmente siamo giunti. 10 

Blàji (òlàjo) lane de boss. Voglio legna di quercia. 

Dàiteme lane [e lana; ms. : lane] debuàrca vetruó- 
na, que ciimpra i pàuper. Datemi legna di barca vecchia, che 
comperano i poveri. 

Blàj me scùtro jóin diant. Voglio levarmi un dente. 15 

Blàj dormér tota la desmùn. Voglio dormire tutta la 
mattina. 

Decàite al mi jómno, que me venàja destruàr a 
bon aura. Dite al mio uomo che mi venga a svegliare a buon'ora. 

No jài potàit dormér, que jéra el liàt mal fat. Non 20 
ho potuto dormire, perchè il letto era mal fatto. 

Sant crepuàta la peslatória. È rotta la serratura. 



* Le varianti del ms. son fra parentesi. 



128 Ivc, 

Metàrme jóin carassuun en téla puarta. Metteremo 
un catenaccio nella porta. 

La cuórne, que se manàica, sant gbelaùta {fjheluàta). 25 
La carne, che si mangia, è fredda. 

La jàrba sóint {sant) moiciàrno. La erba è bagnata. 

El cuón blàja me moscuàr, Il cane voleva mordermi. 

El priénz sant en màissa: saime prandàr. Il pranzo 
è in tavola, andiamo a pranzare. oq 

Domuànda cont que te bùie. Domanda quanto vuoi. 

Co facassàite in viàssa maja? Che fareste in vece mia? 

El tiamp se moitùro. Il tempo si cangierà. 

Infloràja i juàrbul. Fioriscono gli alberi. , 

La sudàur pézla dal fruant. Il sudore goccia dalla fronte. 35 

Nàun fero da baila. Non sarà assai. 

Sai resolùto a stuàr néla vicla l'inviamo. Sono so- 
lito (?) di star l'inverno in città. 

Dàime {dame) el sedariil, quel el sant en scarsella 
nùva. Dammi il fazzoletto, che è nella saccoccia nuova. 40 

Capta, que el fièro en tiara. Guarda che sarà in terra. 

El jéra spuàrc e fosc. Egli era sporco e nero. 

Nàun sant {è) tiàmp de stuàr en liàt; jùlzete; no te 
siànte que tonàja e fulminàja? Non è tempo da stare a 
letto; alzati; [non senti] che tuona e fulmina? 45 

Sta nuàt el fóit en màur gheluàt, que tòta la jà- 
cqua jói glazàit. Questa notte fece un gran freddo che tutta 
l'acqua s'è (ha?) ghiacciata. 

Mi credàja che te sante muàrt, tot tiàmp que no 
te à ve dai t. Io credevo che fossi morto, tutto il tempo che 5) 
non t'ho veduto. 

La cai sant segàura de dai e de nuàt; nàun se 
siànt no de làder {ladre) ne sassàin. La strada è sicura di 
giorno e di notte; non si sente né di ladri né di assassini. 

Da pessùnt quo te catàure {catuàre) la cai en tei •''^ 
dermùu. Difficile troverai la strada nel bosco. 

làime de vàin vetrùn, juàlb, fosc, ruàss, dolc, garb. 
Abbiamo vino vecchio, bianco, nero, rosso, dolce, garbo. 

làmna raàja, jùnda càuc. Anima mia, vieni qui. 



Il dial. veglioto: Raccolte del Cubich. 129 

Jùnda con màic; sàime vedàr co que i fói i nuàstri. eu 
Vieni con me; andiamo a vedere cosa fanno i nostri. 

Jére jài sàit tiércs dormér. Ieri sono andato tardi a dor- 
mire. 

E per cost ne jài potàit alzùr se nincs. E per questo 
non ho potuto alzarmi prima. 65 

Dapù la càina co i jù (y/) fait (fiiàt)'? Dopo la cena cosa 
hai fatto? 

Jàime se piàrs in palàure; jàime faulàt de nuàstri 
affuàr. Ci siamo (abbiamo) perduti in parole; abbiamo parlato 
dei nostri affari. 70 

Jóina mùlier màura. Una donna grande. 

El féil pie màuro. Il figlio maggiore. 

El grun sant màur. II grano è maturo. 

Che jò lo màis pur médco. Che io lo misi per medico. 

Che jó spandài drénte. Che io spendei dentro. 75 

Che miniàstra blàite? Che minestra volete? 

Ciiànt blàite de salàrio? Quanto volete di salario? 

Duóteme de rize. Datemi dei risi. 

Domuànda cent che te bóle. Domanda quanto che tu vuoi. 

Duórte el cup en tei móir. Dare il capo nel muro. sa 

El cil sant tot copiàrt. Il cielo è tutto coperto. 

El tiàmp que sant pesàint a la vàita. Il tempo è pesante alla 
vita. 

El tiàmp se desponàja a la pluvàja. Il tempo si dispone alla 
pioggia. 85 

El viànt caluóro. Il vento calerà. 

Fói la Ulna fiàa. Fa la luna nuova. 

Insiàra el balcàun; Vària que passa per le s-ciopatóire sant pe- 
ricolàussa da baila. Chiudi la finestra; l'aria che passa per le 
fessure è pericolosa assai. 90 

Jài bisuàgn d'ima còpia. Ho bisogno d'un cappello. 

Jài stuàt en pàuc al fuc e blàja zer a cuóssa. |Sono stato un 
po' al fuoco e voglio (o voleva?) andar a casa. 

Javàime avòit vài desmùn jóina màura bressàina. Abbiamo avuto 
questa mattina una grande brina. 95 

Jàime la lòina plàina. Abbiamo la luna piena. 

Archivio glottol. ital., IX. 9 



130 Ive, 

L'aria de niiàt no stài bun. L'aria di notte non sta bene. 

La lòina vói calànd. La luna va calando. 

La pluvàja jòit duót la póulver. La pioggia ha bagnato la pol- 
vere. 100 

Le stalle que le lòie. Le stelle che (le) brillano. 

Non fuor ne cuóld ne gheluàt. Non fare né caldo né freddo. 

Non m' intréguo in cóist affuór ; non vói sapàr de nólia. Non 
m' immischio in questo affare ; non voglio saper di nulla. 

Sài {sàin) jóit (jóint) fénta le uàsse. Sono bagnato fino alle ossa. 105 

Saline al préin cuórt. Siamo al primo quarto. 

Sàinie en tei cur de la instiiàt. Siamo nel cuore della state. 

Ve sài ohliguàt. Vi sono obbligato. 

Vis a còsa {ciióssa) màja, catór le màj cratóire. Vo a casa 
mia (a) trovar le mie creature. 110 

Zàime copuàr en végna. Andiamo (a) lavorare in vigna. 

Zàime a spuàss a Puànt. Andiamo a passeggio a Ponte. 



In ciély Signàur mi, i liàt mi cóissa in gràja màja, se mi catéte 
véi. Ve recumàn la jàmna màja. Sèi mónda me la jàite duót, sèi 
mónda ve la putàt restituàr. Amen, Seignàur. — In cielo, signore 115 
mio, in letto mio come in sepoltura mia, se mi trovate vivo. Vi 
raccomando l'anima mia. Sì pura me l'avete data, così pura ve 
la potete restituire. Così sia, Signore. 

3. 

In cast munchiàl, che fói éna bassalciàla, missa copiarla e missa 
discopiàrta, chi jéra drànte la nièna di Dio; a denócli nóide la 120 
priegua Dio. 

Chi u passuàt da liióc (?)... el su fuiél santàusso; — « On 
niéna màja, còrno fòite chiàicu ?» — 

— « féil mèi, ne duàrmu ne vegliàju, che sólo de vói na ràja 



* Di questo saggio e del seguente ebbi io stesso altra lezione, che più 
innanzi riproduco. 



Il dial. veglioto: Raccolte del Petris. 131 

revisión che (de ?) vói jà fato. Chi quini de Jodéi che vi ju pràisso, 125 
i vi minéa da Ru e da Pilato, e da Pilato féina li colàune, a 
làin de Sunta Cràuc (e luóc ?) chi v' inchiodila. E -la vàstra senta 
baca da bar la vi dimandùa, col fiél e col acàid ve la intoscn'ia. 



(Frammento.) Cóissa se le mat tot a cónto co l'ai spiànt in tei 
giardin le spàise; e sei computa a tot che se spiànt drénte de iso 
Mlenoriéra, i ómni i gnidi, e s'el vién fura còlle spàise (drant in 
col jardin) .... Così se le mette tutte a conto (ciò) che egli 
spende (?) nel giardino le spese; e se lo computa a tutto (ciò) 
che si spende dentro di Mlenoriéra gli uomini, gli agnelli ; e s'egli 
viene fuori colle -spese (dentro in quel giardino) .... 135 



. Raccolta del Petris *. 



a. 



agniàl agnello. 

arùr arare. 

balcàun balcone. 

bu bue. 

cai strada, via. 

càvul cavolo. 

cuórne carne. 

cuósa casa. 

fazMji fagiuoli. 

formentàun frumentone. 

fràtre fratello. 



grun grano, frumento. 

kis cacio. 

lavoratàur lavoratore. 

màigl miglio. 

màuro -i, grande -i. 

niàpta nipote. 

niéna madre. 

yàre padre. 

pask pesce. 

pélo -i, piccolo -i. 

pira pecora. 



* Mous. Petris mi riferiva di aver raccolto questi saggi dalla viva voce di 
Francesca Vassilich, vedova Marassich. 



132 Ive, 

puàrta porta. 1 seder falciare. 

IMÓn pane. seràur sorella. 

sapùr zappare. | nàrz orzo. 

sarazàiìi grano saraceno. | vart orto. 

sarg sorgo. | vacca vacca. 



Commìta màja, ve domùnz perdonànz; vói jàite fàits mal a me e 
JH mi a vói. Cognata mia, vi domando perdono; voi m'avete fatto 
male ed io a voi no. 

Còsta cuósa sani pie Mala de cóla jàltra. Questa casa è più 
bella di quell'altra. no 

Scuntùte, scìintute, cumàre: la me féja min manch'ir e mm pis- 
si'ir . . . Co hlàime fur? Sentite, sentite, comare: la mia figlia 
non mangiare, non pi- . . . Che vogliam fare? 

Tik, samùr d'Avàink. Taci, asino da Verbenico. 

Zàime pri jàqtia. Andiamo per acqua. 145 



e. 



Suónta niéna, móna Eloisa, niéna, avòita plaghe da scuòla (?), 
che el Signàur il mandàssa jóina màura plovdja *. Santa madre, 

madonna Elisabetta, madre , che il Signore gli 

mandasse una grande pioggia. 



* IJue altri frammenti del Petris sono varianti dei due testi che nel ma- 
teriale del Gubicli portano i num. 2 e 3. Le più importanti differenze sa- 
ranno annotate alla lezione che offro come udita da me (Raccolte mie pro- 
prie: e. 1. 2; p. 136). 



Il dial. vcglioto: Raccolta dell' Adelmann. 



IV. Raccolta dell'ADELMANN. 



a. 



abastràin sorta d'uva nera. 

biscaciól, pi. -iólj bacca del 
rosaio selvativo. 

cacàcie cavalcioni (portar a 
cacécie). 

camàrda capanna. 

camhàlla galla del rovere. 

camistro tritume di paglia. 

cidàl uovo di gallina, ciottolo 
ovale. 

dermóne -i, bosco -chi. 

drécno uva duracina. 

glàiha -e, gleba -e. 

gòmbro vomere. 

manzélla manipolo di spiche. 

mazón ovile. 

nàfo nappo, scodella di legno. 

nàid nido. 



pezéniga pezéghma, lucertola. 

pezenighér pezeghinér, lucer- 
tolone. 

piciéta sorta d'uva. 

pignàlla sorta d'uva. 

pilli strada in declivio. 

s-ciàla erba mangereccia in 
genere. 

specola specole, pallottoline 
di marmo da giuoco. 

stàhia -e, stoppia. 

S'ama soma, fascio d'arbusti, 
viti ecc. 

viàla donnola. 

zuma zumar, fischiare (detto 
di pietra lanciata, di vento e del 
fruscio delle vesti). 



b. Nomi locali*. 

Bozàite (n. di bosco), Bruscàit (id.), Castelliér, Cornicia, Drò- 
scio **, Ghérnof, Moscatàour, Posnùk, Penta Chiàz. 



* Sono riportati quelli solamente che non figurano nella raccolta del 
Cubieh. Cosi per l'elenco del Celebrini. 
"'* drosclo, oltre esser nome di regione, vale 'acero' e pur 'gianduia'. 



134 



Ivo, 



V. Raccolta del Celebrini. 

Nomi locali: Alle Zuéche, Blodóbra (?), Bàbula, Buchiél, Ca- 
racorizza, CarcanUla, Cherzina, Cherz Sbiégovf^ Chiérnoga Bénza, 
Chiérnoga Stènta^ Chiublinca, Chiurlin, Chiana, Comardizza, Cràsa, 
Fmitére, Gal delle mérque, Gher de làchi, Grdbbia, Lila màura, 
Lucacini, Lucherini, Merchocichéni, Murlachét, Plsàica, Polina, 
Passe, Bùnca, Renzi, Taliàn, léne. Turchine, Vàros, Zóli dólci, 
Zumàngie. 



VI. Raccolte mie proprie. 



a. Singole parole. 



agàiin cheppia. 

àil aglio. 

argùst aragosta. 

bardilo laveggio, barattolo. 

barbami grossa triglia. 

bocuàla f., boccale. 

bosàun boccione. 

bransàin branzino. 

bras braccio. 

buàlp volpe. 

buàt botte. 

buca bocca. 

cagnàis pesce cane. 

calamiér calamajo. 

capàun cappone. 

capuót cappotto. 

cosubràina vicina. 

cràid -e, credo -e. 

cuàr corre. 



cuarp corpo. 
cuàste coste. 
cucér cucchiajo. 
ctduànb colombo. 
cuólsa calza. 
curtiàl coltello. 
dentis dentice. 
destinuàt destinato. 
destinar destinare. 
dik dieci. 
dikcink quindici. 
dikdà dodici. 
dikduàt diciotto. 
dikjónco undici. 
dikmà diciannove. 
dikquàter quattordici. 
diksàpto dieciasette. 
diksis sedici. 
diktrà tredici. 



Il dial. v^eglioto: Proprie raccolte. 



135 



domiénca domenica. 

farsàura padella. 

fiàiir fiore. 

fikir m., fico (albero). 

fuàlp polipo. 

fiik fuoco. 

funtuóna fontana. 

fuós faccia. 

fur fare. 

fur fuori. 

galdina gallina. 

garuàf gherofano. 

griiàng grongo. 

gruns granchio. 

giiàt bicchiere. 

leviir levare, prendere. 

liànt lente. 

lóik luce. 

miàrla f., merlo. 

milàun mellone. 

wmes«:^Z,il pesce'sparusMoena'. 

mid nasello. 

muore mare. 

nàuca noce. 

piér pajo. 

piersiguót pesco. 

plàin pieno. 

pudls polso. 

puàyn pomo. 

quider quadro. 



ravaniàl ravanello. 
rez razza. 
róca conocchia. 
róca che i fàila, conocchia che 
essi filano. 

salvatdur salvatore. 
sardidla sardella. 
scarpis scorpena. 
seda falcetto. 
semidnsa semenza. 
siàjJ seppia. 
sielgdjo scelgo. 
stimàjo stimo. 
studàjo studio. 
suddjo sudo. 
sufldjo soffio. 
suspirdjo sospiro. 
tacàjo taccio. 
tidk tegghia. 
tidsta testa. 
tocdjo tocco. 
tossàjo tossisco. 
tot tólc, tutto -i. 
tremdjo tremo. 
viàrz verza. 
vidula viola. 
viéclo vecchio. 
viu vivo. 
vuàrb orbo. 
vuàt otto. 



b. Nomi locali. 



Carnassiól, n. di 1. dove c'è approdo; Carnàussa, n. d'una secca; 
€iàly n. di bosco; Mattane, n. della spiaggia di Veglia (città); 
Murai. 



136 Ivo, 

e. Testi. 

1. Signàur mi, jà vis còsta sarà in (Petr. : i) lidi mi; jii zàivoO 
durmér cóisa in gréja (Petr. : griiha) màja. Ji'i min sài se còsta 
nuàt me catara vi. Vói, Signàur, che sapàite, ve recomuónd la 
jàmna màja, percó desmiìn min sài se me levava. M ve prik e ve 
recomuónd (Petr. : ricomùnz) la Jàmna màja. 

2. In col muncàl eljéra una basàlca, missa copiarla e missa ir,5. 
discopiàrta. Che el Jéra drànte ? La niéna de Di; a denòcle 
(Petr.; zenòcle) nòide (Petr.: dótte), che la priegua (Petr,: prieguó) 
Di. Passe (Petr. : passilo) de luòk el su féil (Petr. : vu sunte 
contésse) santàico: — «Ma, niéna màja, co vo fòite calco (Petr. : 
chiàicu) ? » — « Ah ! féil (Petr. : fuiél) me, ne duàrmo, ne velgàjo, i6o 

che éna ràja rivisión de vói jài fato ( Petr. : on juónziuol 
de Di ga gassa piarlo); Qui cu'ini di Judài ve àju pràiso; j ve 
minila (Petr. : ména) da Rude e da Pilato, e da Pilato fégna le 
hilàune; da le kilàune (Petr.: chelàuna) fégna le perjàune (Petr. : 
la prigiàuna) ; da le perjàune a làtik (Petr. : a làin) de la sùnta los 
cràuk. J ve inkiodiìa. La viistra stinta Mica da bar la doman- 
dila, e col fiàl e col acàid j ve la intosct'ia. 

3. Bibliografia dell' Udina, dettata da lui stesso. 

M sài Ttiòne Udàina, de saupranàum Bàrhur, de Jéin sincuònta 
siàpto, féilg de Frane Udàina, che, cun che el sant miiàrt el tuòta, 
el avàja setuònta siàpto Jéin. no 

Jé Jài nascòit in téla ciiósa del nuòmer triànta, de la cai che se 
venàja a la basàlca, e nàun fòit tuòni a luntiin la màja cuòsa. 
Fòit dik piiàs a limtim. Cun che Jà jéra jàiin de dikduàt jéin, 
jà jài diiòt el prinsiàp de zar fure de la màja cuòsa, a spuàs con 
certjàn tróki e tróke; nu stujàime in cunpanàja alegdr e Juciir- ns 
me luòk co le buóle. 

Dapii Jà jài lassuòt cost jiìk e jà jài diiót el prinsiàp de zar 
in ustaràja a bar el meziìl de vàin, e a Juciire a la màiira; e 
féinta la missa nuàt e calco cai féinta el dai, tòta la nuàt stu- 
jàime in cunpanàja féinta dik e dikdii tróki. iso 



Il dial, veglioto: Proprie raccolte. 137 

Dapé zajàime fere de la ustaràja; zajàime catitiir séte le finià- 
stre de la màja muràuca. Jiì cantàja in cunpanàja de i tròhi còsta 
cansàun : 

Jiì jài venóit de nuàt in còsta cai, 
Jù viàd le moire e la puàrta inseruòta: is» 

E Di la méndi su la halcunuòta, 
Nu viàd cóla che me a pràiso el cur. 
Amàur, amàur, ji'i hlàj che se culàime, 
Se nàmi avràime ràuha, stantariàime. 
Se nàun avràime cuòsa andéa stw% i9o 

Jòina de pàja nói la férme fur; 
Se nàun avràime cuòsa ne cusàta, 
Nói dui fàrme la vàita benedàta. 

Dapiì i dikduàt jéin jiì jài gudòit quàter jéin féinta i vene dòi; 
dapé se jài spusuót; ma ju nu jài baduót che sài spusuót. Jii jài i95 
zàit /l'ire de la màja cuòsa tòce le sàre e tòce le niiàte. 

La màja muliér me decàja: — « Percó zàite fare de la cuòsa tòce 
le sàre? Duóteme de sapàr percó zàite fare tòce le sàre? Vói cre- 
dassàite che sàite cun pràima e percó me ajàite leviiót per muliér 
vuàstra e me lassàite sàngla a cuòsa? Vói nu conossàite pie la 200 
vuàstra muliér, che vói zàite tòce le sàre fure a spiiàs; vói ajàite 
de nòsco calco jMtra muliér. » — 

M li decàja: — « Sapàite, cara la me midiér,jiì vis f Are de la cuòsa 
tòce le sàre, percó venàro el traghiàt e jà purtàra el cuntrabuànd; 
e tu creda) che ju vis tòce le sàre e nuàt per nòlia in ustaràja? ^^^ 
Jé vis in ustaràja, pere) luók me truvassài el patràun del tra- 
ghiàt, che venàro còsta sarà e me décro : — « Tuóne, ju jài de la 
ràuba lassuòt fure in cóla puònta de Pornàib; e fero còsta ràuba, 
che jé jài màis in còla camuòrda, dik fuós de ràuba. Zàite cun 
che blàite, levùte còsta ràuba, vói sànglo in cunpanàja de calco ^^^ 
trok. » — 

Jii alàura li decàja : — « Sapàite, mi patràun, con me blàite vói 
duór de biéc per còsta ràuba per levùrla? yercò ju nu vis pràima, 
se no se justuóm, siànsa vedàr. » — 

— « Zàite, zàite, vói purtàr; se justàrme nojiltri dói. » — M ghe 21^ 
dumandéa siàpto fioràin, per levilr còsta ràuba. Cand jé venàja, el 



J38 Ive, 

desmùìij a cuòsa, me dumandùa la màja muliér: — « Andàa fóite 
vói tòta la niiàt ?» — « Nu credassàite che ju jéra a spuàs còsta 
nuàt; ju jài capiiH siàpto fioràin còsta nuàt. » — « Miitju nu li 
viàd intéle vuàstre niuóne cóist biéó, che vói decàite che jàite ca- 220 
piiót in cóla nuàt; cand li vedàra in cóla cai crederà. » — 

Dapi'i qnàter, cink jéin, jà jài lassuót cost affuòr de nuàt; jA 
stua a cuòsa co la màja patràuna, co i me féilgi e féilge : cink 
féilge e dói féilgi. El féilg pie màuro jàit triànta quàter jéin, e 
mut el sant a le manàure a Pisàin; la féilga vetruòna sant spu- 225 
suòta sant dik jéin; vas avàr quàter féilgi. 

Dapà jà se jài màis lavorar a jurnuóta in jòina cuòsa che i 
frabicàa; jà stua luók a jurnuóta siàpto miàs lavoriir. Dapi'i jà 
jài fuòt tra jéin per muore; jà jài purtuót la piiàsta de Vida 
féinta a Smuàrg. Dapà se jài stufuót, percó el muore el me facàja 230 
tàima. Jà jài stuót pescuór jòina stajàun, co la truóta di lacàrts 
e capuàime tóic i squàrts de la lóina tuónta ràuba in jòina cai che 
mut no se vedàja ìiólia nànca jóin. Fero dói jéin che min li ve- 
dàime. 

Dapà che nojUtri avàime capiiòt li lacàrts, zajàime dal patràun 233 
a cuòsa^ e luók avàime fuót jòina màura mariànda che sturme tóic 
aléger. 

Venàro le biàle fiàste de la suònta Puósk. La màja muliér me 
décro: — « Tane, cojàime da cósser còste fiàste? » — « Fùrme un 
pàuk de pun juàlb e un pàuk de niàr: el juàlb per mancar nói; 210 
e col niàr che venàro calco pàuper a la puàrta a precàr, e ghe 
dàrme calco biscàun de pun. » — 

Venàja jóin pàuper e jàit comensuòt precàr Jdi. Jà li jài duòt 
jòin biscàun de pun e li jài duòt jóin mezàl de vàin de bar. Jài 
me dumandùa jóin biscàun de cuórno, che el jéra fiàsta màura. 245 
Jà me la jài levuót de la màja baca e ghe la dàa al pàuper. 

Dapà jà jài fuòt jòin lavàur su la cai, fare a Sun Dunuót; 
e jà jài inpieguót quàter miàs de lavàur. Tóic i dai me jàju ve- 
nóit quàter lébre. 

Dapà che jà jài fuòt cost lavàur su la cai jà jài zàit a sapùr 250 
le vàite, el tràunk a muànt; e dapà nói le jetànie de sóle. E dapà 
che le jàime jetàt de sòie, vedajàime tuónta jòiva che nu el jéra 
dapu muli jéin. 



Il dial. veglioto : Proprie raccolte. 139 

Còsta càusa jéra nascóìta intél jàn mei vuàt sidnt e sincuònta 
cink. Dapii de cost jàn jàit venóit la malatàja intéle vàite: se Jdit 215 
vedóit dapu panca jóiva. Dapu de cost jàn ajdime siànpro le in- 
truàde péle. El dai de Siiónt Piar del Jan mei vuàt siànt setuónta 
quàter jàit venóit la tenpiàsta cóisa màura, che purtila vàja el 
formiànt, el vuàrz, el formentàun, la jóiva, le fàike; se jàit secuót 
le fiklre; per féinta le lane del dermuón fóit maltratuót. 26O 

In cóist jóiltimi jéin, fero tra quàter jéin che ju tiràjo le can- 
puónCf e sài un pàuk suàrd, percó le canpuóne me levita le ràde. 
Nu potàjo capar tot co favlàja i jómni. Ju vis in basàlca tóce le 
fiàste e le domiànke ; jù tiràjo i fui de V urgano e ju guadagnàju 
tra fìoràin al màis. 263 

4 *. Jntél jàn mei vuàt siànt e triànta tra, jù avàja jónko 
jéin e ju zàja mentir le pire a fare a pascolar. In col desmùn, 
cun jé jéra fiire de le moire de Vicla jù jài vedóit jóin pélo, che 
avàja cink jéin, tot vestiàt de blank. Ju me jài custuót a Uè dik 
puàs, e mut nu jài vedóit pie nólia; càusa che jài jàit satuót en 270 
sóis, per cóla cai nu lu jài vedóit pie. 

Jù jài stuót un pàuk farm ; me jàit venóit tàima dapu che nàun 
lu vedàja. Ai dai del miàs de muàrz fero cost che ju jài vedóit. 
Cost pélo jéra vestiàt de blank: el avàja la baréta ruàssa atuàrn 
el bragàun; la baréta jéra ruàssa, el bragàun blank. 275 

Ju nun sapàja co che el jéra col. La ziànt me jàit dàit dapu, che 
el jéra per siàrt el Mamallc. Se jil avàs pruntuót i macaràun, 
che potàja purtiir luók, jài me purtiia i biéc, dapu che el man'óùa 
cóist macaràun. 

5 **. Sfàuria che jàit tocuót intél tiànp vetrùn a jóin siàrt -^o 
trok Frane Lusàina de Vida, e che ju jài sentàit de la su pa- 
rentuót. 

Jóina cai jéra jóin trok, e cost trok jàit zàit a fure a Val- 
demàur; e, venàndo vàja de la s,óa canpàgna , jàit vedóit jóina 
tróka vestiàt de blank col copio viàrd in tidsta, che la durmàja 2S5 



* La seguente avventura ci narrava 1' Udina come toccata a lui stesso. 
** Narrate dallo stesso Udina. 



140 Ive, 

sdupra jòina macera al semi. Cost trok, vedàndo che la dicrmdja, 
jàl taljila de le sìàp e glie le metàj'a atuàni che el sàul nu la bru- 
sàja. Dapiì che el vendja vdja, el vedàja che ghe vis da dri jóin 
pélo cuón hlank e còsta tróka lo clamila per ndum: — « Frane, 
Frane, spiata jóin momidnt, che ju hldj favlur cim te. > — 290 

Jàl el se ferniAa tot spasimiiót de la tàima, e ghe dumandùa 
càusa che la biile. Jdla ghe decàja se el jéra jàl col che jàit co- 
puót le sidp. Jàl ghe respóndro de sdì, chejdl le avàja muds atuàrn 
le sidp, che el sàul nu la hrusdssa. Alàura jàla ghe décro: — « Cun 
che el buie 'capar per cost che el le jàit fuót còsta fadàiga ? » — Jàl 295 
ghe respóndro che el nu buie nólia, per cost affuór che lu jàit fuót. 
— « Co) fero còsta càusa?» — E cóisa Jàla jàit tornuàt in dri 
andéa che la jéra prdima intél buàsTc; el trok jàit tornuót a cuósa 
e el jdit mudrt anca de la tdima. 

6. Stduria che jdit nascóit intél tidnp vetriln, co jóin pel pa- 3, 
stdur pascolila un pduk de pire. 

Jóina cai el jéra jóin pastdur intél budsk de Basca, e jdl pa- 
scolila un pduk de pire. Cost pélo, jóina jurnuóta, se jdit muds 
a dormér. Co j'il se jdit desmissiuót, el vidd de la rduba bianca; 
jdl la jdit pràisa, el la jdit inpieguóta e la jdit cuólta vdja. Alàura 305 
ghe jdit venóit jóina tróka : la ghe conpardis e ghe domùnda se el 
jdit vedóit còsta rduba che fòit luók distiruóta. Jdl ghe respóndro 
che la rduba fero pruònta; el la jdit ^capuót el ghe la jdit ntdisa 
intéle mime. Alàura la tróka ghe domùnda càusa che el fói luók. 
Jdl ghe respóndro : — « Jù pascolàjo le pire càuk. » — La jàuna ghe 310 
decàja : — « Cùnte che el ne avds ?» — Jdl, cóle pduke ghe le jdit 
ìmistruót. Cóla ghe respóndro: — « Zdj a cuósa cun còste pduke che 
jii e clam : Jóina biàla, jóina 'càrna » — e jàla jdit zàit vdja. 

El pélo jdit zàit a cuósa e jàit clemut cóisa che jàlqt j jdit dàit. 
Siànpro jdl jdit sentàit che, cun che el clamim, ghe vendja tot 315 
pie pire. Cun che el jéra sul muànt Triscavàts, el se jàit vultuót 
in dri, e vedàja tùnte tiàste de pire blànke e niàre, che le venàja 
fùre del muore. Cun che jàl se jàit vultuót, in col momiànt jàle 
se jàju fermuòt de venàr; mài istiàs j jàit restuót jóina sàuma 
màura; e jàl se jàit fuót un signàur màuro, e mut, in cost tiànp, 3:0 
fero al muònd de la sóa dessendiànsa, persàune e biàste. 



Il dial. veglioto : Proprie raccolte. 141 

7. Proverbj, modi di dire, ecc. 

Biàla la vàigna e panca la jóiva. Bella la vigna e poca la uva. 

Biàle fiàste, hiàl vestér. Belle feste, bel vestire. 

Biàle fiàste, hiàl maìiciir. Belle feste, bel mangiare. 

Biàle fiàste, biàl durmér. Belle feste, bel dormire. 325 

Chi fo mul, miil piàns. Chi fa male, mal pensa. 

Cuón nu manàica de cuòri. Cane non mangia di cane. 

Cuósa néa, chi nàun puàrta, nàun catàja nólia. Casa nuova, 
obi non porta non trova nulla. 

Dapù la plovàj'a venàro el bun tiànp. Dopo la pioggia verrà 330 
il buon tempo. 

Dòir cim dóir nu facàja bun mòir. Duro con duro non fa buon 
muro. 

El fróit nu potàja casciir che a Uè del jàrbul. Il frutto non può 
cadere che accanto dell' albero. 335 

El prat jàit faluòt calco cai su l'altùr la màissa. Il prete ha 
fallato qualche volta sull'altare la messa. 

La lig veclisùna duràja jóina setemùna. La legge vegliesana 
dura una settimana. 

La lig kersàina duràja da la sarà a la desmùn. La legge cher- 340 
sina dura dalla sera alla mattina. 

Le fiàste de Naduàl al fuk, cóle de Puósk in plas. Le feste di 
Natale al fuoco, quelle di Pasqua in piazza. 

Lóina plàina el gruns sani svdud. Luna piena il granchio è 

vuoto. 315 

Lóina svàuda el gruns sani plàin. Luna vuota il granchio è 
pieno. 

Mul nàun fere e tàima nàun avràs. Male non fare e tema non 
avrai. 

Nencjóin sùbatu siànsa sdul e nenójóina tróka siànsa amàur. 350 
Nessun sabato senza sole e nessuna ragazza senza amore. 

Pràima cuàr el lévuar e dapù el cuón. Prima corre il lepre e 
dopo il cane. 

Ruàs de la sarà, biàl tiànp se speràja; ruàs de la desmùn ri 
tiànp e plovàja. Rosso della sera, bel tempo si spera; rosso della 355 
mattina brutto (reo) tempo e pioggia. 



142 Ive, 

Siànt pinsamidnt nàun pacua jòin debetiàn. Cento pensieri non 
pagano un debito. 

8. Singole frasi e testi minori. 

BàitBj bàite cosi mezùl de vàin. Bevete, bevete questo bicchiere 
di vino. 36» 

Che Hànp furo còsta desmùn? Che tempo farà questa mattina? 

Cóst dai jù jài bun apetiàt, perca còsta desmùn nàun jài man- 
cùt nólia. Oggi (questo dì) io ho buon appetito, perchè questa 
mattina non ho mangiato nulla. 

Cosi Jan, se fuàs de la biàla jòiva, jù fura vene botàile de 36s 
vàin. Quest'anno, se fosse della bella uva, io farò venti bottiglie 
di vino. 

Cost vàin sani bun che zàit sòte che sant un piasir. Questo vino 
è buono che va giù che è un piacere. 

Còsta desmùn furo biàl tiànp. Questa mattina farà bel tempo. 370 

Còsta jùltra setemùna jù speràjo de zar a fùre levùr un pàuk 
de jòiva, par fur un pàuk de bar. Quest'altra settimana spero 
d' andar fuori (in campagna) a levare un poco d' uva, per fare 
un po' di bere. 

Còsta nuàt sant cascùta la ruzùda. Questa notte è caduta la 37S 
rugiada. 

Còsta nuàt vedàrme: se levùrme; se el tiànp fero bun, capùrme 
i laéàrts. Questa notte vedremo: ci leveremo; se il tempo sarà 
buono, piglieremo gli sgomberi. 

Còsta sarà, de co jù jài de càina ? Questa sera, cosa ho da sso 
cena? 

Cùnte jàure jàime? Quante ore abbiamo? 

Dapù che vu jàite zàit fùre de la cuòsa, jù jài henùt: jù jài 
manéùt jòin biscàun de pun e jòin pàuk de pask ruàst, e dapù 
le nuf jàure jài zàit vedàr d tiànp, se el sant bun. Dopo che voi 385 
siete andato fuori della casa, io ho cenato: ho mangiato un boc- 
cone di pane e un poco di pesce roste, e dopo le nove ore sono 
andato a vedere il tempo, s'egli è buono. 

De co la parecùa per còsta sarà? Cosa apparecchiava ella per 
questa sera ? 39» 



Il dial. veglioto: Proprie raccolte. 143 

El jàt che sani in cuósa sani pélo. Il gatto che è in casa è 
piccolo. 

El me cunpér el me jàit tenóit a batàiz el me féilg pràùno. Il 
mio compare egli mi ha tenuto a battesimo il mio primo figlio. 

El sàul sant cuóld, perca i miàs sani ri. Il sole è caldo, perchè 395. 
i mesi son tristi (rei). 

El viànt vcìiàro de Mira còsta sarà. Il vento verrà di borea 
questa sera. 

Favlùme en veclisùn nojiltri. Favelliamo in vegliesano (veglioto) 
noi altri. 400 

Fero a fùre siànt 'piànte de ulàiv. Saranno fuori (in campagna) 
cento piante di ulivi. 

In liàt sant el stramuàs, el cussàin, el linzàul, le copiarle. Nel 
letto sono il materasso, il cuscino, il lenzuolo, le coperte. 

Jàl nàun ghe pluk mancùr còste Male viàrze. [Egli] non gli 40& 
piace mangiare queste belle verze. 

Jù jài bevòit el café; jù jài fuòt mariànda jòin biscàun de cuòrno. 
Io ho bevuto il caffè; ho fatto merenda (di) un boccone di carne. 

Jù jài catuòt de picùrke intél dermùn. Io ho trovato dei funghi 
nel bosco. 410 

Ju jài dot al me féilg che el se fàrme a fùre còsta sàra^ per 
vedàr el tiànp co che el piàns. Io ho detto a mio figlio eh' egli si 
fermi fuori questa sera, per vedere cosa pensa il tempo. 

Jù jài zàit recòlgro cost dai dapù el prinz dòi caniàstri de 
fàike, e jù le jài jetùt su le macere al sàul,' percò le se sak; dapù 4i& 
jù jài vedóit el sii che el sant saràn, e jù ,ài zàit dormér. Io sono 
andato a raccogliere oggi dopo pranzo due canestri di fichi, e li 
ho gettati sulle macerie al sole, perchè si secchino; dopo ho ve- 
duto il cielo che è sereno, e sono andato a dormire. 

Jù me metàra sentùr càuk a lic de vu. Io mi metterò a sedere 420 
qui allato a voi. 

Jù nu manàico nòlia, percò nàun jài vóli. Io non mangio nulla, 
perchè non (ne) ho voglia. 

Jù min sapàjo mut cuntkr nòlia féinta sùhatu; sùhatii ju ve 
cuntùra jóina bidla stàuria. i< non so ora contar nulla fino a 425 
sabato; sabato vi conterò una bella storia. 

Jù vis in canpanàid tòte i dai. Io vo nel campanile tutti i dì. 



144 / Ive, 

La muliér jàit meióit el hragàun. La donna ha messo i calzoni. 

La scafa sant fiióta par lavar i plàc, le moletàine che no se 
scuót le muóne, la palata par levur el fuk, le péle lìuàrte che zàime 43» 
fur a la maràln. L'acquajo (ven. scafa) è fatto per lavare i piatti, 
le mollettine per non sbottarsi le mani, la paletta per levare il 
l'uoco. le piccole porte perchè andiamo fuori alla marina. 

La tenpiàsta sant tiànp ri, perca ne faro stiiór miil. La tem- 
pesta è tempo rio, perchè ne farà star male. 435 

Nàim fero mut siàpto jàure e m'issa. Non saranno ora sette 
ore e mezzo. 

Perca par cost jàn nàiin avaràime nólia de formentàun ? Perchè 
per quest'anno non avremo niente di frumentone? 

Perca el semi lo jàit pràis tot, perca el jéra de pie ciióld. Perchè 440 
il sole r ha preso tutto, perchè ej<li era troppo caldo. 

Pruntàja el caldér che furme la ptulidnta drénte, la farsàura 
che frizùrme un pàuk de pask. Appronta la caldaja che faremo 
la polenta dentro, la padella (ven. fersóra) che friggeremo un 
poco di pesce. 445 

Puàrta càuk un pàuk de bràud, perca còsta sarà jù jài di scale 
de mancùr, e jù jài tàima che le me facàja mul còsta nuàt. Porta 
qui un poco di brodo, perchè questa sera ho dell'erbe mange- 
recce da mangiare, e ho tema che elle mi facciano male questa 
notte. 45 

Restuòte un pàuk juncàura càuk. Restate un poco ancora qui. 

Sant miiàrt el véski a Vida, e col jùltro jàn jàju fuòt jòin nuf 
véski. È morto il vescovo a Veglia, e quell'altro anno hanno fatto 
un nuovo vescovo. 

Signàur mi, de co jàite pruntuót de prinz ? Se fero de hun, jù 455 
venàra in cunpanàja sòa. Signor mio, cosa avete approntato di 
pranzo? Se sarà del buono, io verrò in sua compagnia. 

Sima la canpuòna màura; sùna el viàspro. Suona la campana 
maggiore; suona il vespero. 

Tacàite, signàur mi, jù bàjo la màja puórt, ma jù nu viàd che 46o 
^ojiltri bàite la vuéstra. Tacete, signor mio, io bevo la mia parte, 
ma 10 non vedo che voi altri bevete la vostra. 

Zàime al fuk in camàin. Andiamo al fuoco in camino. 

Zàime càuk a cuòsa nói tra in cunpanàja, che bàrme jòin mezùl 



Il dial. veglioto: Proprie raccolte. 145 

de vàin e fero bun. Andiamo qui a casa noi tre in compagnia, 465 
che beremo un bicchier di vino e sarà buono. 

Zàime drénte in camuórda, perca Denaro la plovàja. Andiamo 
dentro nella capanna, perchè verrà la pioggia. 

Zàime copudr (potùre) le lane intél dermùn^ perca la lóina del 
miàs de genir la inpenàja el Unir. Andiamo a tagliar la legna 4-0 
nel bosco, perchè la luna del mese di gennajo empie il tino. 

Zàime levùr jóin fiiós de suma. Andiamo levare un fascio di 
frasche. 

Zàime levùr un pduk de ràuba in sfassdim: dóje lébre de r'ize. 
Andiamo (a) levar un poco di roba in bottega : due libbre di riso. 475 

Zàite de còsta puórt, a mun dràta, par ndim falùr la cai. An- 
date da questa parte, a mano dritta, per non fallare la strada. 

Zdite in cunvidnt kenùr eòi frats. Andate in convento (a) cenare 
coi frati. 

Zdite levùr del vàin in cdnba. Andate (a) levare del vino in 48o 
cantina. 

Pélo mdjuy zàj a fare, legàja le biàste che le zàja mancùr 
féinta còsta sarà. Càuta el bu, le pire, la capràina. Se tiàun jH le 
cuòlse, màtele, per co miit le scale fero màure, e jù jài tàima; càia 
per te, che calco biàsta nàun te furo del mul a te, spisialmiànta 485 
el carnòid. Piccolo mio, va fuori (in campagna), lega le bestie 
che vadano a mangiare fino a questa sera. Guarda il bue, le 
pecore, la capra. Se non hai le calze, mettile, perchè ora l'erbe sa- 
ranno grandi, e io ho tema; guardati, che qualche bestia non 
ti farà (faccia) del male, specialmente la vipera. 490 

Muàssa sùna. — Chi la sùna? — El Signàur la sùna. — 
Chi l'adoràj? — La dona l'adoràj? — Chi passa (passù)? — 
Còla jàtma Maria lassù. — Chi la custodi? — // gninedi (igneldl, 
gilgnidi). — Nòstro Signàur in cràuk a ine. Messa suona. — 
Chi la suona? — 11 Signor la suona? — Chi l'adora? — La 495 
Donna l'adora. — Chi passa (passò)? — Quella giovane Maria 
lassù (?). — Chi la custodì? — L'agnel di Dio. — Nostro Signore 
in croce a me. 

Sendur mi, jù ve rlngràdme. Jù vis in cur màj ; e se venésse da 

Archivio {jlottol. it., IX. 10 



146 Ive, 

dessér^ ve rìcomuànd la santùt màja, el misero cur e la misera 500 
jàmna màja. Signor mio, io vi ringrazio. Io vedo (vo?) nel cuor 
mio ; e se venissi a mancare, vi raccomando la salute mia, il mi- 
sero cuore e la misera anima mia. 

Sant Antùne del quartùn, 
Sante, sante, spiritu tun; 50s 

Ne de lik, ne de àqua curiànta, 
Disputa Taliànta, 
De féilgi de Rude. 

9. Orazioni. 

Padre nostro. — Tuòta niiéster che te sante intél sii, sdii san- 
tificuót el ìiàum to, vigna el ràigno to, sdii fiiót la volmituót tóa, ^^^ 
còisa in sii, cóisa in tiara. Duóte cost dai el pim nuésfer cotidiùn, 
e remetidj le nuéstre debéte, còisa nojiltri remetiàime a i nuéstri 
debetudr, e ndun ne menùr in tentatidun, miii deliberidjne dal mul. 
Cóisa sdii. 

Ave Maria. — Di te salvés, Mardja, pldina de grets, el Si- 515 
gndiir sant con tdik; te sdnte beneddta infra le muliér, sdit beneddt 
elfròit del vidntro to Jesù. Suónta Mardja, niéna de Di, precute 
per nojiltri pecatdur, mut e intéla jdura de la nuéstra mudrt 
Cóisa sdit. 

Salve Eegina. — Di te salvé% regidina, niéna de misericudr- 020 
dia, vdita, dulsdssa e speridnsa nuéstra. Di te salvés. A te recuridime 
nói sbandditi féilgi de Ava- a te susperidime, jemànd e plan'gànd 
in còsta lacrimdusa vai. Orsóis dudnk, avucuòta nuéstra, i tòi udcli 
misericurdidusi revid'gdj a nói, e dapii cost esdilg muéstra a nói 
Jesù, f'ut beneddt del vidntro to, clemidnt, pdja, dólsa vir- 525 
gina Mardja, predite per nojiltri pecatdur, suónta niéna de Di, 
che sdime fuót dignuót de le inpromissidun de Crasi. Cóisa sdit. 

Credo. — Jù cràid in Di tuóta onipotidnt, cratdur del sii e de 
la tidra, e in Jesù Crast su féiìg, sdnglo signàur nuéstro, el col fóit 
consepóit da lu spiritu suónt; jdit nascóit da Mardja virgina, jàit 530 
patiàt di sóte Pónsio Pilato, fóit crocefdis, mudrt e sepudlt, jdit 



Il dial. veglioto: Proprie raccolte. 147 

dessendóit intél infiàrn, el irato dai jàit resussituóf da mudrf, jàit 
zàit sóis intél sii, sidd a la diàstra de Di tuóta onipotiànt, da luók 
venero judicùr i vi e i muàrts. Jù cràid intél spiritu suónt, intéla 
stianta basàlca católica, la comuniàun de i sudnts, la remissiàim de i 535 
pecàts, la resuressiàun de la cnórno, la vàita etèrna. Còisa sàit. 

I dieci comandamenti. — Pràimo: Jii sài jóin Di sànglo, 
nàun avaràs jùUro dai an'mcs de me. — Secuàndo : Nàun numinur 
el nàum de Di pur nólia. — Tràto : Recùrdete de satitificùr le 
fiàste. — Cuórto : Onuraràs el tuóta e la niéna, si te bùie vivar 540 
luàng tiànp e avàr bun sàupra la tiara. — Cincto: Nàun massùre. 
— Sisto : Nàun furnicùre. — Siàptimo : Nàun rubùre. — Vuàtvo : 
Nàun decdj fuóls testimùni incuóntra el tu vicàin. — Nvfto: 
Nàun desideràj la muliér de i jlltri. — Dicto: Nàun desiderdj 
calco jùUra càusa del io vicàin. 545 

10. Canto. 

Jóina; — La me muràuca sant vestiàt de bróina. — Percó de 
sàta nu la potàja andùre. — Ire, ùre. — Cur mi bun, nu me 
bandunùre. 

Dot; — La me murduca la me jdt dat de nói. — E jù per 
cost la jdi lassuóta sture. — Ire, ùre. — Cur mi bun, nu me ^so 
bandunùre. 

Tra; — La me muràuca fo el amàur cu- un ra. — E jù de 
cujàun la jài lassuóta fùre. — Ire, ùre. — • Cur mi bun, nu me 
bandunùre. 

Quàter ; — La me murduca me jàit tratuót de muàt. — E jù 555 
de mudi me jài lassuót tratùre. — Ire, ùre. — Cur mi bun, nu 
me bandunùre. 

Cink; — La me muràuca fo el amàur cu un prinz. — E jù 
de muàt la jài lassuóta fùre. — Ire, tire. — Cur mi bun, nu me 
bandunùre. 56o 

Sis; — La me muràuca jàit miuàt in pi. — E jù de muàt 
la jdi lassuót miùre. — Ire, 'are. — Cur mi bun, nu me bandu- 
nùre. 

Siàpto; — La me muràuca fo el amàur cu un prat. — E jù 
da muàt la jài lassuóta fùre. — tre, ure. — Cur mi bun, mi me 565 
bandunùre. 



148 Ive, 

Vuàt; — Sant màj amuàr la tróka che no el gwH. — Percó 
del guài nu sapàjo càusa fare. — Ire, ùre. — Ciir mi bun, nu me 
bandunùre. 

Niif; — Dismim fero hiàl tiànp, se nu pluf. — Percó se pluf 
nu se potàja andùre. — tre, ùre. — Cur mi bun, nu me bandu- 570 
niire. 

Dik; — La me muràuca jàit un caniàstro de sariz. — E spiasse 
cai jù ghe le zàj man'cùre. — Ire, ùre. — Cur mi bun, nu me 
bandunùre. 

Dikjónco; — Venero la stajdun del pedòclo. — E spiasse cai jù 575 
ghe le zàj massùre. — Ire, ùre. — Cur mi bun, nu me bandu- 
nùre. 

Dikdój; — I miàs del jàn sant dikdój. — Cusài de la cansàun 
jù sài fùre ? — Ire, ùre. — Cur mi bun, nu me bandunùre. 



Il dial. vegiioto: Voc. toniche; a. 149 



VII. Spoglio fonetico. 

Avvertenza preliminare. — Questo spoglio è regolato, generalmente par- 
lando, per maniera, che nei diversi riflessi dei singoli elementi si muova 
da quelli che piìi sono caratteristici del vegiioto, e resultino perspicue, man 
mano, le particolari congruenze col dial. rovignese e il dignanese. È sempre 
da aver occhio al capitolo 'Istria veneta e Quarnero' del I voi. dell' Archivio. 
Dalle considerazioni che ivi si leggono, si fa chiaro il perchè in questo 
spoglio, per tutto quanto è delle vocali, si parta solitamente dalla base ita- 
liana veneta, anziché dalla latina. — La provenienza delle singole voci, 
seconde le raccolte diverse, è distinta per la diversa foggia della stampa, 
il tondo spazieggiato indicando le cose edite del Cubich, il semplice 
corsivo le inedite del Cubich stesso, e il corsivo spazieggiato la 
messe mia propria. La traduzione delle voci vegliote diventava, a rigor di 
termine, sempre superflua nello spoglio, poiché s'ha di continuo nell'Indice 
lessicale, al § Vili. Ho creduto tuttavolta di agevolar l'uso del presente 
studio, largheggiando, qua e colà, con la traduzione. — Lo spoglio fonetico 
non segna i luoghi dove si trovan nelle diverse raccolte le voci o forme 
vegliote che vi sono studiate; ma le citazioni sono all'incontro costanti nel- 
V Indice lessicale (§ Vili) e nelle Note morfologiche (ib.), indicandosi con 
la semplice numerazione arabica la riga dei 'testi', e all'incontro la pagina 
del volume col numero arabico preceduto dalla sigla 'p'. 



Vocali toniche. 



A. 
1. In ud, uó, u (I 438-9 n) : scuòle scale, tuàl, sudi, carnassudl 
carnesciale, Nadudl Natale, ho cu di a f. boccale, mul male, fuor 
fùre fare, duór duórme dare, muàr muore mare, messuóre misu- 
rare, pescuór, catudr 'cattare' trovare, affilar, pi. affuàr, affare, 
compudr compare, stuàr studrme stuór stur stare, sposudr, amudr, 
chiamudr (cfr. clemùt), sonudr, cantudr cantar, anduàr andùre, 
comandudr, ligudr, tornudr, scomensudr, robudr rubùre, bescudr 
beccare less., zocudr giocare, moscuàr morsicare, destruàr destare, 
lavudr, lapudr lampeggiare, alzudrse alzùr, satudr saltare, macnudr 
macinare, medcudr medicare, squadrudr, dramudre macellare, stu- 
fttarme 'stutare' , conzudrme 'conciare', bastonudr, blasmudre bla- 



dSO Ive, 

smiìr bestemmiare, pentisudrse pentirsi 'confessione' S salùr, kenùr 
cenare, menùr, destinùr, sentur sedere (vnt. sentdr-se), man'éùr 
mangiare, miur urinare (prtc. miudt; cfr. Diez gr. P 20 e less. s. 
sp. mear), levùr, sapur zappare, ^acwr pagare, seclùr falciare 
[seda falce), studiure, alter altare, salterio, cuóssa còsa casa, nuòs 
naso, cuón cane, puón pun pane, muón mun, pi. muóne méne, 
mano, vetruón -a (vetrùn I 438) vecchio -a, funtuòna, grun 
grano (I ib.), quartun stajo, luntùn, cotidiùn, veclisùn *ve- 
gligiano', di Veglia, veglioto, desmùn domani, canpùna, pi. can- 
puón e, rudm rame, fu dm, luóc là, juàc f., ago, spudg spago, 
mùi mai, duòt dato [duòteme datemi), secuót seccato, tratuót, 
spusuót, haduót badato, lassuót lasciato, vultuót, Dunuótf 
tuóta padre (rum. tata), voluntuót volontà, instudt estate, fecudt 
fegato, soldudt, destinudt, arivuàt, gheluàt gheludta I 439, 
e Zemwi chiamato (rum. istr. cZ/ema), k e nut censito, crepuàta, saluta, 
spudta, cascata, ruzùta rugiada, jurnuóta giornata, precute 
precamini, catùte captate trovate, s cu n tu te ascoltate, intrudde 
entrate sost., juópa ape, intoscùa attossicava, pascolua, frabi- 
cùa; — juólb juàlb bianco, cuólsa calza, fuòls, cuóld, jùlzete 
alzati, jùltro, f. jultra, altro, trudr trarre, cuor ne cuórno carne, 
cuórta, a la luórga, hudrha zio (vnt. barba), buàrca, camuórda 
camdrda capanna, juàrbul a\hevo, puósta pasta, muóstro mae- 
stro, puóscro pascere, fuós fascio, faccia, stramuds materasso (vnt. 
stramdgo), polludstro, ludnza, sessuànta, septuànta, suòni -a, 
stinta, pi. sudnts, santo, juònziuol (!) angelo, domudnda, do- 
mùnz domando, recomuónd -tnudnd -mùnz raccomando, sudng 
sangue, ^rttns granchio {yoi. grdngo), plùngre piangere, tùnte tante, 
da pessùnt 'da pesante' difficile (cfr. ted. schwer), j u n d a *anda vieni, 
mundi, cuòmp campo, sùbatu sabato, ir nòta rete, 'tratta', fruàtru 
fruire fratello, muòi maggio. 

2. In o: col quale (cfr. cai n. 5), vòita guardia, 'guaita', cfr. n. 51; 
stòi stat, vói vadit, jói jàit ha, fói fo facit, dòi duói dat, fòite 
fate. 

3. In i, iè, e (I 438 n): prinz priénz pranzo, ani'ncs innanzi, 
da lics lontano ('-lati late?); j litri altri v. less.; lik latte, tik, iuf. 
tacàre, taci (cfr. trik, inf. trudr, getta), schirp scarpe, mìrie martedì 
(vnt. marti), tiércs tardi, grets grazia, rez razza, biss, pi. biss, 
bacio, kis cacio, Magnakis ni., criss ciliegio; ai quali uniremo la 



^ copudr lavorare, srb. Jcopati scavare. 



Il dial. veglioto : Vocali toniche ; e. 181 

serie dell' -arto: piér pajo (rov. dign. piér), calamièr calamajo, 
sculiéra f., cucchiajo (vnt. scw^ieV), fikir e fichiéra, albero, 'ficaja', 
Mandolièra ni., caldira e m, caldér (vnt. caldiéra caldiér caldér), 
scoliro 'scolajo' scolare, samir [samur] somiero, calighir^ bechir. 
Qui ancora stivil stivale (-alio?). E resta: cunpér compare ; cfr. n. 5. 

4. -ANJo -din (I 444 n): calcdin, guaddign, stdign, orgdin aratro 
(cfr. vnt. argano macchina); e ancora: certàin allato a certjdn 
certjóin certuni, dove par che si tocchino: 'certa ni e 'certuni 
num. 19. 

5. Intatto: odia guarda I 357 372, laudare, fauldr (prtc. faulàt), 
subldr zuffolare (vnt. suhidr), caipt are cdipta capta edotta num. 64, 
zuma zumar fischiare, cara, chidro, clam. chiama;- vai valle, 
cai, camhdlla galla del rovere (rov. diga, ganbdla), lacidrch pesci 
sgomberi (vnz. langardi), pdre padre (cfr. n. 1, e 3 in f.), cumdre, 

Jdn anno, glas, braz, grass , fdssa fascia cfr. n. 1, pidt, strac, 
dàmno, cdnuvo canape (vnt. cdnevo), cdmba less., jàmna anima, 
plani pianto, fdvro, vdcca, bdcco cavalletta, dil aglio, cand. 

E. 

6. In di (I 443 n): vdila vela, càira cera, pàira pera, siatdira, 
mesdira, ndi neve, prdiso -a, spdisa, màissa mensa (vnt. mésa), 
va in a vena, catdina, brdina freno (vnt. bréna), càina, tdima tema, 
acàid aceto, monàita, crdid credo, fàid fede, ràid rete. Si ag- 
giungono gli esempj flessionali dei num. 76, 77, 80, 82; facassàite 
fareste, credassdite credereste; ciàirt certo. 

7. In a: sdra sera. Ava Eva, sardn, sdta, prat prete, ra re, 
tra tre, valdro valere, Rotóre, sapdre , tacàre, gaudàre, bldre 
blàire volere, avàr, vedàr, caddr, bar bere, veddro vedrà; e con 
l'accento risospinto: ardàre it. àrdere, premdre premere, prenddr, 
venddre, offenddre (cfr. offidndro), defenddr, batdr ali. a bdter, 
metdr [metdra metterò), jongàrme ungere; creddra crederò; - 
stalle, etdrna, fdrme, egli fermi, pask pesce, dulsdssa, lane 
legna, vdnder vendere, drànte dentro, sak secco, racle orecchie, 
mat meite, paldta paletta, cusdta casetta, tdte mammelle, beneddt 
benedetto (cfr. ddit s. i). 

8. In i, ié (cfr. rov. dign., I 442): cil cielo, piasir piacere, prik 
prego, lig legge, pira pecora (cfr. rum. ìsiv. pire), dik dieci, pz, pi. 
pich, piede I 443; virgina, missa mezza, sisto num, 71, vigna 
venga, Vida Veglia, si num. 71, vindre venerdì, da dri di dietro, 
pitra, li prò lepre (cfr. lévuar), catriéda, cemitiér; niéna madre 
,(vnt. néna balia). 



152 Ive, 

9. In id: nidr nero, mids mese, vidd vedo; viàssa vece, hid- 
stia, infìdrno, vìdrz verza, viàrd verde; - fidi fiele, midi miele, 
sidd siede, sidp siepe; bidl, anidl, agnidl, cadridl quadrello (mat- 
tone), mun'cdl num. 57 n, castiàl, car viale, tervidla, sardidla, 
hassalcidla num. 57 n, sidla, pidl, fldr, tiara, insidra serra, chiudi, 
midrla merlo, nidr nervo, inviamo, tavidma^, vidrm, pidrder 
(prtc. piàrs), jdrba, tidsta, fiàsta, tempidsta, didstra, minid- 
stra, canidstro, vidspro, incidnts incenso, as-cidnts assenzio, des- 
sendidnsa, vestemiànt, sermiànt sarmento, momiànt, al- 
tramiànte, fenalmiànt, spisialmidnta, diànt (pi. diàncs), 
ziànt gente, lidnt, vidnt, ciinvidnt, arzidnt, spidnt spende, 
sidnt, se siànt, iTÌAnia, pulidnta, spidnder, ridnder, offidndro, 
maridnda, vidntro, tidmp, siàmpre, spidch specchio, tzdk tegghia 
(vnt. teca), liàt il letto, spidta aspetta, pidcno n. 58, sidp seppia, 
sidpto, sidptimo nn. 64, 71, nidpta n. 64. 

10. Intatto: muliér mùlier, me, séga, macera (pi. macere) 
maceria I 489, el egli, il, péltro, véskì vescovo, setémbro, crédro, 
sèdia situla, jédma hebdomas cfr. VII 531-2, médco, trédco, sétco n. 
71, pépro pepe, [deb et a]. 

I. 

11. In di: fdila ella fila, essi filano, campandid campanile, aprdil, 
pdila orciuolo (vnt. pila), stopdir stupire, paraddis, uldiv {oléja 
uliva, cfr. rov. uleia), làin, vàin, fdin fine, sassàin assassino, 7na- 
rdin marina, passera in 'passerino', ogni sorta uccelli (così il rum. 
pdsere), regidina, rovàina, cucidlna, fusdina, spdina, hressdina 
brina (rov. briseina), caprdina capra, cosubrdina 'consobrina', vi- 
cina (fri. consovrin vicino), moletdine mollettine, prdimo prèin 
primo, ddic dico, radàica, pernàica, faddighe , vàita vita, 
vdida vite (ni. Val-de-vdit), zdit 'gito', andato, sbandditi, maràit, 
ndid nido, dai di Dio, mdj màja mie -a, vdja via, rdja rea, 
Mardja Maria, cunpandja; mdil mdigl miglio, esdilg esilio, 
botdile, croce fdis, conpardis comparisce, cagndis pesce cane 
(cfr. vnt. cagnizzo cagnesco), vdigna véglia vigna, scdina schiena 
(vnt. schina), camdìssa, e a nà issa cinigia, ddit detto (vnt. dito), 
fastdide fastidio. Con solo a, anziché di: apidr ali, a aprèr, aprire, 
zdrme ali. a zérme, gire, rostdr arrostire, impendr empire (vnt. im- 
penire). 



e ama nera, si. — Caso sui generis è in spidnza milza, I 510. 



Il dial. veglioto : Voc. toniche; i, o. 15$ 

12. In éi, e (cfr. rov, dign., I 442): sèi così, sì, carestéja, hecca- 
réja; féil, f. féilga, pi. m. féilgi, figlio, famèilg a , féina 
fé iuta fénta fino a (rov. dign. féina féinta);- dormér, spartér, 
coprér , ohbedér, venero, comparére, sentérme sentire, vestérse, 
cossér cucire, aprér (cfr. apidr n. 11), zérme (cfr. zdrme n. 11); mei 
mille, lambéc, ree, rédre, lébra lira, lébro libro. 

13. Intatto: rechina orecchino, viu (rum. id.) vivo; villa, gril, 
etneo cimice, camistro tritume di paglia, quasi 'calmistro'. 

0. 

14. In àu (I 445): gdula gola, jdun, f. jduna, giovine, che- 
Iduna colonna; trdunk tronco, tdun tonno, sdiipra sopra; àura 
ora, jàura (la) l'ora, al dura, fidur, sudàur, onàur, amàur, 
signdur, salvatdur, pentàur pittore, pecatdur, pastdur, se- 
rdur (e sàur I 445 n), stduria storia, far sdura padella (vnt. 
fersòra), golàus, genera us, avaràus *avaroso, pericoldnssa , 
nàun (acc. a nud) non, patrdun padrone, rassàun ragione, stassdun 
bottega 'stazione', mila un mellone, bosdun boccione, religiàun, 
agdun cheppia (vnt. agón), prezdun, ^\. p erj dune, prigione, sal- 
bdun sabbione, sa.'pàu.n, poltrdun, persa una; ndum nome; crduk, 
nàtica; nepàut; linzdul lenzùl lenzuolo, ut àw ?«, stóttra stuoja, 
sdun zampogna (rov. sona). Solo a in sarg sorgo, vari (dign, vdrto 
I 443) orto, sdmno, inghidstro. 

15. In ud (I 496): budlp volpe, fuórma, spuàrc, sudrd, ruàss,. 
budsc, secudndo, culudnb, pludja, fudja, budj blàjo voglio 
(cfr. rum. voiu e vreu), fud Ip, pudls, cudr corre, atudrn, dudrmu 
dormo, puàrc, quattudrco num. 71, mudrt sost., puàrta, miseri- 
cudrdia, udrz, cudrp, vudrb, garudf gherofano, udsse ossa, 
cudste coste, nuàstro vuàstro (accanto a nuéstro vuéstro), 
bisudgn, ludng (vnt. longo), fruànt, mudnt, Pudnt ni. 

16. In uó: pruònta, cuótta cotta, scuòt scuòta scotta, capuót 
cappotto, piersiguót persico. Si aggiunge, fuor di posizione, mòsse 
fiori, 'rose'. 

17. In w: pùlvro,viìira, and uve dove, argùst aragosta, buca; 
bu bue, buie bóle vuoi, dui, cur cuore, fùre, bùra 'borea' (vnt. 
bòra), nuf nu n. 71, bun bùna, fuc, inut adesso, 'modo', meziil 
bicchiere, 'mediolo', sedar ùl fazzoletto, 'sudariolo', fassùl, pi. fa- 
ziilij, fagiuolo, matrimùni, testimùni, Anticne, Tùne, fui 
folle (mantice), ùrgano, sùrco sorcio, recùrdete, dapù di poi, 
ciimpra cóinpera[no], cùcro (ali. a còsser) cuocere, zùa 'jovia' gio- 
vedì, j linda *anda, vieni. 



154 Ive, 

18. Intatto: fórno, most, agóst, fosc nero, 'fosco\ jungla unghia, 
jónda, mónda, fond, plomb, cómio gomito, róca, denócle ginocchio, 
pedóclo , dolc dólsa dolce, sóglo collo, 'soggolo', so te sotto, flótta 
goccia ; purgatòri, jórden ordine, desórden, còsser cuocere, ascóndro 
nascondere, jómno uomo, ócto n. 71, octóbre, scótta ricotta (trent. 
scótta). 

U. 

19. In ói: chiói culo, móir, planóira, sepoUóira, mejatóira urina, 
cratóire, s-ciopatóire fessure (vnt. scopadùre), fóiss fuso, sóis suso, 
jóin jói jóina uno -a, certjóin, pi. certàin, certuno, nencjóin 
nessuno, lóina luna, lóine lunedì, bróina, lo in f. lume, pò in pugno, 
flóim, spio ima spuma I 547 e, lòie luc[ono], spóit sputo, avóit, 
nascóit nSito, 23otóit (accanto a potàit), vedóit vedàit, carnóid 
V. less., cróit crudo, nóide nude, fróit frui ivniio ; jóint jóit ba- 
gnato, 'unto' (cfr. rum. unt uns); - nói no mi, non no (cfr. uàun). 

20. In o: móffa muf£-à, jóst, sot asciutto, jónco n. 71. 

21. Intatto: dezun digiuno, \_medùl ventre, cfr. rum. medular 
membro], pulco, buso buco, hlgio luglio \ 

Vocali atone. 

22-23. A. Intatto: arur arare, arzidnt, avàr, affuór, amudr, 
aprdil, ecc.; a làura, palàure parole, ìnaridnda, dimandua do- 
mandava, ecc. Assimilato alla labiale in cdnuvo (vnt. cdnevo) canape. 
— 24. Dilegui, a formola iniziale, in conformità del vnt. e del rov. 
dign.: spiata aspetta, murduca amorosa, massure ammazzare, 
bandunure, scuntùte ascoltate. Ancora custuót accostato, 
gnidi (ali. a agnidl) agnello, bondudnza. 

25. E. Intatta ordinariamente, massime se in prima sillaba: etèrna, 
pernàica, serudr serrare, nencjóin nessuno, sentemidnt , penti- 
sudrse , pecdts, regidina, septuànta, ecc. — 26. Passata in a: 
carvi àie, racuorddr (ali. a re curde te); e pochi altri. — 27. Assot- 
tigliata in i, davanti a nasale e palatina: pinsamidnt (cfr. dalm. 
rag. pinsaminto I 434 n, e vnt. rust. 2^i^siéro pisiéro), spisial- 
midnta, ricomùnz (ali. a recomuónd recumdn), mildun 
mellone ^ Lo spoglio è negativo per la riduzione ad i « nella antica 



^ pie ùrie e funghi (serbo peciirka), plùchia polmone (slov. pitica)] sùma 
fascio di frasche (serbo suma selva). 



Il dial. veglioto: Yoc. ton. ; u. Yoc. atone. ISS 

penultima dell'infinito » ; cfr. rov. dign. e piran., I 437. — 28. Ridotta 
ad all'uscita (cfr. rov. dign,, I 440). Negli infiniti: venero venire, 
placàro, valdro, e raserò crescere, crédro ecc. Meno frequentemente 
nelle altre forme: vidntro, setémbro, sidmpro sàpto. Cfr. I 307 
424. — Va poi qui insieme considerato l'importante fenomeno della 
sincope di e atona interna (I 441 424-5): plungre, rédre, crédro, 
cùcro cuocere (ant. ver. cógro), puóscro pascere, ascòndro (ant. ver. 
ascóndro), imprdndro, depidndro , offìdndro, respudndre ecc.; e 
nei sost. e num. : pulvro, pépro, cinco cimice, pidcno n. 58, dot co 
irédco sétco n. 71. — 29. Costante il dileguo all'uscita singolare del 
nome (I 444): mudrt, ndi neve, fàid, ràid, nuàt, hudt botte, btidlp^ 
n epa ut, vidrm, mudut, pudnt, fruànt, sudng, rudm fu dm, vai, 
cai, ecc. Nel verbo, le forme apocopate si alternan colle piene. — 
30. Raramente V i lat.: ligudr legare, veglidju io veglio; cui si ag- 
giunga: miiir mingere. 

31. I. Alterato in e: fecudt [xni. flgd) fegato, lenzùl (vnt. linziòlo)^ 
perduri [vni. piròn) forchetta II 316, finidstre (vnt. fen-), denócli 
ginocchi (ven. zen-), dezùn, desórden, despondr (vnt. rust. desjjo- 
ndre) disporre, ecc.; medésem; fiire fuori, fastdide fastidio (rov. 
fasteidio), ecc.; e nella seconda sing. : no te siànte non senti (cfr. 
cador. no te siente? I 405). — 32. Alterato in a: ancùsene (vnt. an- 
cùzene) incudine, andica (vnt. indóve andòve, cfr. I 67), anincs 
(rum. indinte) innanzi, canàissa, e alcuni altri. Qui s'abbia ancora: 
cóissa così. — 33. Dilegui d'i at. lat.: Talidn n. 1., nincs (rum. 
ndinte) innanzi; jàmna anima, pidcno n. 58, drùcno, médco, cinco 
cimice, domiénca, pùlco, surco sorcio, ecc. E nei verbi: macnudr, 
medcudr, bescudr less. 

34. 0. Intatto: obbedér, comjìarére, copidrta, rovàina, mnrdus 
(vnt. moróso), f. murduca. — 35. Solitamente riflesso per u (cfr. 
rov. dign., I 445): ustardja (rov. ustareld), uldiv ulivo, ali. a 
oléja uliva (rov. uleìa, dign. oléja), curtidl, cucidina^ funtuóna, 
curidnta corrente, numinur, durmér; cdvul cavolo; ecc. — 
36. Dilegui: racle (vnt. réce) orecchie, rechina (vnt. rechi) ovq- 
c\iino^ ; jédma hebdomas, missédma mezzedima, bardilo, ecc.; senza 
dir della uscita, per la quale pajon quasi superflui gli esempj : muòn 
mano, poìn, priénz pranzo, budsc, dil, cudrp, cuòmp , ecc. ecc.; 
nella 1. persona singolare pres. : crdid, vidd vedo, mai maiio; cfr, 
nn. 75, 76. 



* ^ro A ragazzo (slov. otrok), vet biada, avena (slov. oves). 



156 Ive, 

37. U. Di regola intatto; sudàiir, stutudrme (vnt. studdre stuàre) 
spegnere ; ^ar^ttrÉiV , muliér. sculiéra (vnt. sculiér) cucchiajo, ecc. 
— 38. iy\h'^m\ jungla ungula, pò pio, só(jlo collo, pécla (rov. pi^wte) 
picula, senza dir di pedóclo, denócli, uà eli oculi. 

39. Dittonghi in laudare, gaudàre godere; au seriore in fauldr, 
cfr. fri. feveld, sp. hablar. 

Continue. 

40. J talora intatto a formula iniziale: jóst giusto, jduna gio- 
vine^; ma è pure riflesso per è, come nei parlari veneti: jucàre 
ali. a zocudr; zugno giugno, zua 'jovia', Zuéche ni. (cfr. vnz. Zuèca 
Giudecca) dezun. 

41. J complicato. — LJ (-LLJ): miìlier, vóli voglia, nòlia ali. 
a nója, nulla, VII 609 e ; esdilg, faméilg a, féilgi pi., ali. al 
sng. féil; dil aglio, uàil ali. a udì, ìnóil e mdigl, botdile; riflesso 
semplicemente per j, come nel rov. dign. ecc.: fudja, céja, ecc. — 
RJ: attrazione in mesdira miseria; dileguo in macere macerie I 489. 
Cfr. -ARIO s. num. 3. — VJ: dileguo in zùa jovia. — SJ: ridotto a 
k, -Q'. rez razza, mazón, ruzùda, fazùlji ali. a fassul, prezdun 
ali. a. prigidiina e per j dune pi.; biss bacio, kis cacio, Magnakis 
ni. — NJ : spidnza milza. E vanno suddistinti: 1.° njo ecc. di an- 
tica base: calcdin, stdign I 13, [orgdin aratro], guaddign, v dign a; 
signdur ali. a sendur; 2° nj da. n + i di pi.: certàin certuni, jéin 
anni; 3." nj da n che preceda l'i del dittongo: anidl anello, finid- 
stre, minidstra, nidpta, ecc. — DJ: [mis ericudrdia, miseri- 
ciirdidusil; riflesso per z -z in mezùl I 511, udrz, vidrz^ 
priénz. Viene poi il fenomeno seriore di e (cfr. TJ) ^ per c?+i all'u- 
scita, per lo più di pi., I 439 n, 512: tiércs tardi, pick (e) piedi, 
lacidrch sgombri (vnz. lanzdrdo). — TJ. Superfluo fermarsi alle 
riduzioni come s'hanno in lenzùl, alzùr, rassàun; e passiamo sen- 
z'altro a t + i all'uscita (cfr. DJ e I 512): vencs venti, anincs in- 
anti ; diàncs denti (rum. dinzi), tocs e tóió tutti, da lics "da 
latj (?); alla qual serie non si possono ascrivere, né grets grazia, 
né as-cidnts assenzio. 

42. L. Generalmente intatto: lac, lèvuar lepre, juàlb, dolc, 



^ Jane Giovanni, è lo si. Jànez. 

^ Il Cubich scrive -cs (e talvolta -eh), per -e, -g; e io ho mantenuto le 
sue grafìe. 



Il diul. veglioto : Gonsou, couliiiue. 157 

fuóls, sii, ecc.; LL : vai, cai, piai, gril, medul, ecc. La solita dis- 
similazione in curii al. Strano il d in campandid. Sarà analogico in 
se te bude 'se vuoli', benché non ci sia dato un *pùde puoi. Taciuto 
in satudr saltare. 

43. CL. A formola iniziale é spesso conservato, clemidnt, da- 
mica ecc., cfr, scludv; ma la resoluzione ven. e it. è in chiaro, chia- 
■mudr [cfr. capiir, capurme chiappare]. A formola interna, per lo 
più intatto: uàclo, racle I 323, pi^*^^^ pece, denócli, pedóclo (ma: 
spidch specchio); Castelmusclo n. loc. Ridotto a semplice e in mescudr 
mescolare; cfr. ascduìi saliscendi, chiodo, se è *ascolone = astulone 
(tl), cfr. bologn. stlon asse. — 44. TL. Segue generalmente le norme 
di CL: vie e lo, dàcli diti I 438 n, e Vida Veglia, 'la città di Veglia' 
e anche genericamente 'città' ^ (onde veclisùn vegliesano, 'veglioto'), 
sebbene altri abbia presunto che rivenga a Vigilia^, presunzione 
alla quale contrasta anche la ragione dell'accento; e di varia età: 
^édla situla; hard tic — 45. GL: glas, gldiha gleba, ecc.; jóngla 
unghia I 323, sdnglo singolo [sòglo 'collo']. Parrebbe riflesso per -e 
in tidk (cfr. n. 58) tegghia (anche tid'éa, cfr. vnz. teca). — 46. PL: 
jpldssa, pldina, plomh, plùngre, plani, pludtena (vnt. piddena), 
pluk piace, pfói'u piove, p /Maja, pie più, dupllr, implére. Di ragion 
veneta: spidnza. — 47. BL: blasmudre I 514, blank; subldr, su- 
hlòi. Metatesi in salbdun sabulone- I 57. — 48. FL: flóim, inflo- 
ràja fioriscono, sufldjo io soffio. Con la riduzione: fidur, fiordin, 
e altri. 

49. R. Resiste pur nell'uscita degli infiniti, così determinandosi 
un'antitesi tra veglioto e rov. dign., I 436. Dileguato in apidr, ali. 
ad aprér. Di lieve momento i fenomeni che sono in perj dune pri- 
gioni, frabicudr, catriéda; palàure parole, juàrbul (fri. drbul), 

50. V.- Si mantiene, al solito. È b, come nel rov. dign., in budlp 
volpe, oltre che in bldre volere nn. 7, 15. 11 ^ ài g ombro vomere, 
ha il suo riscontro nell'ant. it. gémere, vnt rust. gomiéro. All'uscita, 
passa facilmente in f: nuf (e nu) nove, muf, plóif (Udina) piove. 
Assorbito o dileguato in zùa 'jovia', bu bove, nua (e nùva) nuovo -a, 
véi viu vivo; ndi neve, nidr n^irvo. — 51. Quanto a to iniziale, gli 
stessi riflessi che nell'ital. o nel vnt., ma con l'eccezione di vóita guar- 
dia, 'guaita'. 



* Nelle Memoriae Veglenses, dal 1382 al S7, anche Véglia. 
^ G. Vassilich, Appunti stor.-etnogr. ■ suW isola di Veglia, Trieste 1882, 
p. 5 n. 



158 Ive, 

52. S. Nulla di notevole, tranne i resti del -s di sec. pers. sgn,, di 
che vedi il num. 76. Illusorio il -s che vediamo nei plurali puàrcs 
{^pudrc), mudrts squdrts e simili, nei quali in realtà si continuano 
i tipi di plural rumeno in -ci e -zi (cfr. TJ e DJ al n. 41). — 53. 
SCE allo stato di -sk apparirebbe m pask pesce; cfr. I 64 e il num. 57. 

54. N. Nulla di notevole, se forse non sia il caso che taccia finale 
in nu no nùa non (rum. nu, vnt. no) ali. a nàun. — N'M: jàmna, 
cfr. I 544 b. — NR: vindre venerdì, 'venere' (ant. ver. e rover. mod.: 
véndro). — NS: notevole pensudr ali. a pesudre. 

55. MN M'N: sdmno sonno, dàmno, jómno uomo hom'ne-. 

Esplosive. 

56. C intatto nelle formole ex e co: cauptòte num. 64, cuóp, kis 
cacio, schirp, zocudr, ddic dico, fàica, fuc; vacca, buca, budsc, 
fosc, ecc. La sonora dell'italiano ritorna in séga, segàura, p riedita, 
ali. 2l precùte. Singolare è lo e dinanzi airoi = u, in sciòr imposte 
delle finestre (vnt. scuri), e n e n e j ó i n nec unus ; e cimelio impor- 
tante apparirebbe odia guarda (friul. 'odia), v. n. 5, cui s'appajerà, 
per G- (*c-), g j: jdt gatto. 

57. Ma la gran caratteristica del consonantismo veglioto è nella 
gutturale che risuoni pur nelle formole CE CI (e conseguentemente 
in quelle di sonora GÈ Gì num. 61): càina chenùr, carvi ài e I 437, 
canàissa, acàid, placdro, tacàre, cùcro; macnudr; drùcno; dik 
dieci ecc. num. 71; crduk, nduca, lòik; pècla pece; tik taci, 
pluk piace; ciuco cimice, pùlco. — Occorre la palatina o la sibilante, 
secondo il tipo italiano o il veneto, in cistiérna, certjóin, vicidin; 
sii ali. a cil ciél, sidri ali. a cidrt ciàirt, prinsidp, dò Isa, 
fusdina, e altri ^ 

58. CT. 11 riflesso alla rumena è neìV -apio (-uapto) di dikiddpto 
num. 71 (cfr. Asc. I 437 n, St. Cr. 1 61 = 339), allato ad ócto octóbre. 
Resta il e e tace il t, susseguito che questo fosse da altra consonante, 
o venuto all'uscita: pidcno pectine-, lik lacte-. Del resto: liàt, nuàt, 
beneddt ecc. 

59. QV: que che; qudter, quider, [cotidiùn], allato a ca- 
dridl, cand ali. a qudndo, e dico, cont. 

60. G. Analogamente al num. 56: g aldina, inganudr, [faddighe], 
ludng, sarg, juàc ago; cui s'aggiungono per GV: ludnga; sudtig. 



^ Entra sicuramente la ragion del dittongo (t-ià t-ja; h-id k-ja) nel e di 
muncdl munchiàl monticello, e bassalciàla chiesa e n. loc. 



Il dial. veglioto: Cons. esplosive. Accid. generali. 1159- 

61. GÈ Gì. In analogia al nam. 57: gheluàt ghelàuta, jón- 
gàrme, recólgro, plùngre. Riflesso italiano o semi-italiano nei non 
popolari generàus, regidina, j emdnd; riflesso veneto in ziànt, 
arzidnt, zérme ecc. Col d [= ir) ven.-istr. (cfr. I 439 ecc.): denócle 
ali. a zenócle, e depidndro. 

62. T. Senza dir di t iniziale, notevole che la sorda perduri in ca- 
tdina, patrdun, fruàtru, scutro, vedóit ecc., ali. a vdida, vite, 
acàid, ràid. Di -#, v. il num. 76. 

63. D. Nulla di notevole, poiché non c'è nulla di singolare nel com- 
parir che fa la sorda, nelle sue veci, all'uscita (cróit ali. a fàid) o nel 
nesso D'C: dótco, sètco, ali. a trèdco, mèdco. D'R in rédre, ascón- 
dro, respudndre, imprdndro ecc. Mal si crederà che dessér, morire, 
sia veramente il lat. decedere, ostando, per non dire del resto, il di- 
leguo, che andrebbe così presunto, del d di d'r. 

64. P: pàuper ecc. Notevole che si regga, come nel rumeno, il 
p di PT: sàpto, nidpta; cui s'aggiunge, per pt da vt: caiptàre^ 
capta cdipta càuta (rum. caut-, cfr. Asc. St. Cr. I 69 = 347). Non 
fa specie la mancanza del p in cónto, p mónta. 

Accidenti generali. — 65. Parecchi esempj di accento che si 
RisosPiNGE in verso alla fine della parola, erano ai num. 8, 14, ed 
altri. Singolare è vii divo ottavo num. 71; ma ancora più singolare 
alegdr allegri. — 66. Prostesi. Di v; scarsi esemplari e non specifici 
(vudt e ócto, vari, vtcdrb, vudrz e udrz). Ned è mera pro- 
stesi quella di s in squdrts quarti, svdud vuoto, ecc. Ma è fre- 
quente il caso di j prostetico (cfr. 1 438): jàmna, jduca, jàura, 
jdur, j acqua ali. ad dqua, jdn pi. jéin, jóin jóina [certjóin], 
jédma, jóiva uva, juàc, jàl, juàrbul, juàlb, jùnda vieni (*ànda),. 
jùltrn, jiilzete, juónziuol, juópa, juv, ^ómno, jórden, jónda, 
jóngla, jónco, jóst, jongàrme. \n jdrba erba (rum. jarhà, rov, 
gièrba) si tratterà del dittongo. 



IGO Ivo, 



Vm. Varia. 



a. Note morfologiche. — 6. Indice lessicale. — e. Cimelj ru- 
meni dei territorj di Poglizza e Dobasnizza nell' isola di Veglia 



a. Note morfologiche. 

Nome. — 67. Di ragione nomitiativale, oltre ladre 53, il solito 
tìserapio sàur sóror, ali. a serdur p. 132, soróre. — Per la dilfu- 
sione analogica delle desinenze caratteristiche dei generi, si notino: 
ciuco, pulco, nduca, pernàica, radàica; màuro 72 (ali. a màur 
73, rum. mare) màura 71, dólsa. — Il fem. alla latina in la j uàc, 
I 439; col quale esempio può starsene per avventura la falca p. 119. 
— Un collettivo abbastanza notevole (cfr. VII 439-40): la debéta 
p. 119. Ma la céja p. 118, col sentimento di uno schietto singolare, è 
di dialetto veneto. — 68. Molto notevoli, per la ripercussione interna 
dell' -i di plurale, gli esempj seguenti: jdn, pi. jèin p. \2{}\ jùltro ^ 
^l. jiltri (cfr. jùltre) p. 121; tot, pi. tóió tòich p. 124''*'; certàin 
p. 118, plur. di certjóin; cost, pi. edisi 220; cuón, pi. cuini 
p. 119; de ciò e détco, pi. dà eli *daicli; cfr. 1 438. Del rimanente, 
i pi. d'ambo i generi, alla foggia it. e vnt,, quando si eccettui una 
breve serie che non fa il pi. diverso dal sng., o, meglio, non ci lascia 
più discernere la differenza tra i due numeri: criss p. 119, biss p. 117, 
braz ib., puds 173, castiài p. 118, curtidl p. 134 (cfr. ancora: 
canapiàl p. 118, juàrbul 34; affuàr 69, pàuper 13, alegàr 
175 e alèger 237; sassàin 53, pinsamidnt). 

Articolo e pronome. — 69. L'articolo determ. non differisce dal 
venez.: el 1, 20, 39, 72, 73 ecc., del ecc., en tei 55, 80, 107; i, 
de i ecc.; la, de la ecc., en téla 23 e nel a 3/; le, de le ecc. — 
Indetermin.: jóin Ib, jói p. 120\ jóina (cfr. § VII 19, 6t>). — 70. 
Pronomi personali: ju p 126, j'd 74, 75, tne, a ine 136, con màio 
60; tu 205, te 31, a te, per te, con tdik; jàl p. 126 e jiil 
p. 121, fein. jdla;- pi. uujiltri p. 126; vu allato a vo vói; lu 



Il dial. veglioto: Note morfologiche. J61 

p, 121; jài p. 126; j, i, eglino, lóur p. 121, f. jdle. Per le forme 
congiuntive: me 3, 15, 18, 28, mi p. 121, te 50, se 33, ve 108, el, 
l', il, ju p. 121. j, ga 162. — Pronomi possessivi: me mèi 124 e 
mi 18, mdju mio, me e màja 59, mia, mi miei p. 121, mdj [mdj 
cratóire 109) mie; to p. 125, pi. tói; sóo p. 124, su, so a 284, sua; 
nudster e nuàstro p. 122, vudster p. 126, vu astro I 146. — Di- 
mostrativi: cost p. 119, pi. cóist n. 68; còsta 139, sta 46; col 
p. 118, cóla, cóle-, qui 162, chi 125, quei. Interrogativi e relativi: 
que [che), cai, co (che cosa, come), 32. Indefiniti: certjóin, pi. 
certàin p. 118, nencjóin -a-, qualunque jóin p. 123, tot 49, pi. 
tocs tóich tóic n. 68, cont e cùnte; el tuàl. 

71. Numeri. — Cardinali: jóin, f. jóin a, 1; dói (p. 119) dóje (474) 
2; tra (p. 125) 3; qudter quattro 4; cink ciénc 5; si sis 6; 
sapto sidpto 7; ócto vudt 8; nu nuf 9; die 10; jónco (e 
dikjónco p. 134) 11; dótco (e dikdù ib.) 12; trédco (e diktrd) 
13; quattudrco (e dikqudter) 14; ciónco (e dikcink) 15; dik- 
si[sj 16; dichisdpto 17; dichiddpto 18; dichinù 19; vencs 20, ven- 
chjóin venchidój, ecc.; triànta 30; quaranta; cionquànta; ses* 
suànta; septuànta setuónta 170; octuànta; nonuànta; ciani 
sidnt; mei (p. 121). Ordinali: prdimo préin 106; secudndo; 
trdto; cuórto; cincto; sisto; sidjotimo; viidtvo; nùfto; 
dicto ecc.; jó il timi. 

Verbo ^. — 72. Quanto ai tre tipi della conjugazione neolatina, 
qui abbiamo i turbamenti già da noi riconosciuti nello spoglio fonetico. 
Ripassiamoli rapidamente; I conjug.: fauldr, subldr, blasmudre, chia- 
mudr, catór 109, massùre; II conjug.: ridnder, spidnder p. 124, 
vdnder, rédre p. 123, plùngre, respudndre p.. 123, ascóndro p. 117, 
depidndro p. 119, imprdndro p. 120, crédro p. 119, cùcro, puóscro 
p. 123, recólgro, scùtro 15, offidndro p. 122, cràsero p. 119, 
mùver p. 122; [tacàre Rotóre]; III conjug.: stopdir^ venero p. 125, 
comparére, aprér, coprèr p. 118, vestér p, 126, zér-me e zdr-me 
p. 126. 

73. L'infinito, specie della prima conjugazione, si trova di spesso 
accompagnato da un -me enclitico, senza che ne venga alcuna modi- 
ficazione del significato; e al -me talvolta s'aggiunge, come per seconda 
enclisi, -se, ancora senz'alterazione del significato. Notiamo: conzudrme 



* Il Cubich avvertiva {Istr., n. 16, p. J21, Notizie ecc., p. 113), che i 
verbi veglioti 'sono in gran parte diffettivi e irregolari, spinosissimo labirinto 
'per chi osasse percorrere e notare le singolarità di stato, di tempo', ecc. 

Archivio glottol. it., IX. 11 



162 Ive, 

p. 118, entrudrme ali. a entruàr p. 119, pensudrme p. 122, resti- 
tudrme p. 123, ali. a restitudr 115, spacudrme p. 124, stutudrme 
p. 125, jongarme p. 121, sentérme^; bastomidrmese p. 117, espo- 
jàrmese, cfr. se tormentudrme p. 125. Circa il -me, s' è pensato al- 
l'albanese (Asc. I 440), 

74. Nell'uso dell'infinito in funzione di sostantivo, traluce l'abitudine 
rumena: pentisuàrse p. 122, confessione, sposudr p. 124, sposalizio, 
debetudr debito, crédro 'credito', rédre p. 123, riso. 

75. Tema del presente. Frequente, specie nella prima conjugazione, 
quell'accrescimento nelle quattro persone critiche, che pel rovignese si 
determina nel tipo -i-o 1^ ps. sng, (p. e. harufio, carighio), -i-i 2^ ps. 
sng., -i-a 3^ ps. sng. e pi. ; e conseguentemente pel veglioto in -di-o, 
'àj {-idj), -di-a ^ Ecco i miei esempj : 

1*^ ps. sng. guadagndju 264, pascoldjo 310, sperdjo 371, 
stimdjo p. 135, studdjo ib., suddjo ib. , sufldjo ib,, suspi- 
ràjo ib,, tirdjo 261, tocdjo p. 135, tremdjo ib., velgdjo 160; 
sapdjo, potdjo 263, sielgdjo p. 135, tacdjo ib,, tossdjo ib., 
vendjo p. 125. 

2^ ps. sng, desiderdj; - revulgdj. Dove potranno stare an- 
che gli es. di 2* ps. sng, imperat. : adordj , de liberidj; creddj 
205, decdj, remetidj. 

3* ps. sing. catdja 328, desprezidja p, 119, durdja, 338, ful- 
minàja 44, sp e rdj a 354, tonàja 44; - despondja 84, distengudja 
p. 119, facdja 332, potdja 334, premdja p. 123; inpendja. 

3^^ ps. plur. favldja 263, infloràja 34;- facdja. 

76. Desinenze personali del presente. L'-o della 1^ pers, sng, 
può anche mancare: blàjo e blàj; cfr. n. 36, Del -s di seconda sono 
avanzi, in parte tralignati (cfr. Asc. 1 461-3, 518), al num, 82, in vas 
'vai' e 'va' (?), vis 'vado' (?), oltre che al n. 78. Del salvés, che è nelle 
preghiere (p. 146), non saprei bene qual giudizio portare. Il -t di 3^^ 
sng, è forse in jàit habet, fóit fuit. Quanto alla l'^ e alla 2'^ plur., 
come nel rovignese s'introducono V -émo e V -ide pur nella 1 conjug.. 



^ Più che mal notevole, e forse un vero cimelio morfologico: ringràdme 
ringraziare. 

2 V. per questo fenomeno: Asc. I 440, II 151 u, VII 60S a, Vili 112-13; 
Muss., Zur pràsensbild. ini roman., Vienna 1883; Schuch., Literaturbl. f. 
gemi. u. rora. philol., 1884, num, 2. La differenza, che sarebbe nel rovignese, 
tra il congiuntivo {-i-o anche per la 3* sng. e pi.) e T indicativo, cessa di 
apparire nel veglioto, che non ha mai alcuna differenza tra i due modi del 
presente. — Esempj senza l'accrescimento, sono al num. 36. 



Il dial. veglioto : Note morfologiche. 163 

così nel veglioto le desinenze corrispondenti -dime -dite (cfr. I 439): cw- 
Idime 188, togliamo, las sdite 200, ali. a de cài te 18. S'aggiunge, 
per la 1^ ps. pi., anche -i<dm = *-AM: justuóm 214; e per la 2^ ps. 
pi., -wd<e = *-ATE: duo te-ine 198. 

77. Imperfetto. Allato all' -wa t= *- ava di I conjug,, è V-dja'=* -eia 
di altra conjugazione (cfr. I 440), che finisce per apprendersi anche 
alla prima: stùa 228, claynùa 315, priegiia 121, frabicùa 228, 
inchiodùa 127, minùa 126, dimandila 128, intoscùa ib., pasco lùa 
301, purtùa 278, mancùa ib., fermùa 291, parecùa 389, #a- 
0"m« 287, ?evim 262; - mctdja 287, decdja 197, facdja 230, 
credàja 49, veddja 288, potdja 278, blàja 28, sapdja 276; 
avdja, vendja 288, durmdja 285; - eantdja 182, brusdja 
287-88. Prime plur.: vedajdime 252, zajdime 181; stujdime 
175, 179, V'hanno coincidenze fortuite col presente accresciuto (num. 
75; cfr. I 440). 

78. Futuro. Con l'accento sull'infinito (I 440-41): we fermuóra'ò, 
fura 365, pacuóra p. 122, purtùra 204, catùra 152, veddra 
221, creddra ib., catudre 55, vendro 207, se moituro 33, caluóro 
86, andurme andremo, s^tirme 236, ^ev^rme, (^e) justùrme 
215, furine 191, veddrme, metàrme 23, frizùrme, zérme 
zar me. Col -5, come nel vnt. ant. alla 2^ sng.: onur ards, avrds. 

79. Perfetto. Forte: fóit fuit, waw 74, misi. Debole: prieguó 
^^pregà (cfr. Asc. II 268) 157, passuó 158, passu ib.; spanddi 
75. Perifrastico, che è il solito, e sempre 'habere' per ausiliare: j ai 
purtuói, jài potàit 20, jai c/a^; jài sàit 62, a vedàit 50, 
jàime arivuàt 10, Jm prdisso 125, u passudt 122. 

80. Congiuntivo. Circa il presente, già è detto, in nota al num. 75, 
che non difierisca dall'indicativo. Il congiuntivo latino di piuccheperf., 
in funzione di condizionale (I 442): facassàite 32, credassdite 
198-99, truvassdi troverei (?) 206. Esempj diversi: fuds 365, gdssa 
162, avesse, manddssa 147, mandasse, brusdssa 294. 

81. Imperativo. Son da notare alcune alterazioni della tonica: 
j linda num. 82, 3; tics ib., 9; e trich getta!, che ricorda fonetica- 
mente il rum. trece, ma non bene si appaja con questo nella signifi- 
cazione, né ben s' appaja nei suoni col proprio infinito, che sarebbe 
trudr, = trarre. 

82. Singoli verbi: 

1. sdite essere (v. Asc. 1 442) cfr. p. 126; pres. ju sài o sdin, 
te sante, jal sant, nu jiltri sàime, vu sàite, jài sant; imprt. 
sdii; imperf. jéra 20, 42; imperf. cong. fuds 365; fut. ju fera, 
jal fero 36 o fièro 41; perf. fóit 172; partic. fóit: ga foito.>«i 
fóit sono stato. 



164 Ive, 

2. avàr avere (v. ib. 441) cfr. p. 126; pres, jài, jii o j u, jàit 
jói (41) jóit,.(99) w; jài me, j a ite o aj dite, ^à^u; imprf. avdja, 
avdime-, imprf. cong, gdssa; fut. ju avara, te avrds 348 e 
avards, j al avaro, avardime 43S o avrdime 189; ptc. avóit, 
j à im e r a v ó i t, j avdime avóit 94. 

3. anduàr 1, andùre andare, zdrme zérme p. 126, zar 174, 
zar 5; pres. ju vis 109, vas 'vai' e 'va', cfr. num. 76, vói 97, va; 
imprt. va 7; zdime sa ime 29, 60, zdite 209; j linda 59-60, zdj; 
cong. prs, zdj a; imperf. Jm zdj a 267, zajdime 181; fut. zérme 
7; ptc. zdit sàit; jài sàit 62. 

4. studrme stuàr 37, 43, sture stur stuór 434, stare; pres. 
3^ sng. stài 97; imperf. 3^^ sng. stùa, 1^ pi. stujdime; fut. 1^ pi. 
s tur me 236; prtc. stuót 231; jdi studi 92. 

5. bldre e blàire volere (v, I 444); pres. budj (cfr. § VII 15) 
o blàjo 11, blàj 15-16, blàji 11, o bldju; [se te) bude (cfr. § VII 
42), bùie 31, bóte 79, bldime, blàite 5; imprf. blàja 28,92. 

6. duórme p. 119, duór duórte 80, doiói e duói p. 119, dare; 
prs. 3'^ -ps. jdl dòi o duói', imprt. dàime ddme 39, dàiteme 12, 
duòteme 198; imprf. dùa 246; fut. dùrme 242; prtc. duót 114. 

7. fuor 102, fur p. 135, fare; prs. 3* sng, fo 1, fói 87; 2^ pi. 
fóite 123; imperf. facdja 230; imperf. cong. facassàite 32; fut. 
fura, jdl /uro, fuórme p. 120, furine 191; perf. fóit 46 (?), ji 
fudtm, jdi fuót 229, 247; prtc. fàit e fudt 66, fat 20, fdits 136. 

8. potare potere; T^res. potdjo 263, jdl pò tdj a, potàite 5, 
putdt 115; imprf. pò tdj a- prf. jài potàit 20, 64; prtc. potóit. 

9. tacàre tacere; prs. tacdjo p. 135; imper. tics e tik 144, 
tacdite 460. 

10. venero p. 125, venire; pres. ju vendjo p. 125; cong. prs. jdl 
yenàja 18, vigna; imperf. jdl vendja 288, 315, 317; fut. e perf. 
jdl vendro 204, 238; prtc. venóit 306, ger. vendndo 284. 

83. AvvERBJ in -a: ultra p. 125, spisialmidnta; cóisa cóissa 
113, così, and ti a dove, da baila 36, assai. 



Il dial. veglioto : Indice lessicale. 



16S 



h. Indice lessicale. 

[NB. I numeri tondi rimandano ai numeri dei §§ VII e Vllf, 
quando non sieno preceduti dalla sigla p. (spagina); i cor- 
sivi, al numero progressivo delle righe dei testi.] 



ahastràin p. 1.33, sorta d'uva 
nera. 

acàid 6, 57, 62, aceto. 

adoràj, 75. 

advidnt m., p. 117, avvento. 

affuór, pi. affuàr, 1, 22-23 e 
68, affari, 

agàun 14, 'cheppia'; cfr. vnt. 
agón. 

ag n ià l, ^]. gnidi, 9, 24, agnello. 

agóst 18, agosto. 

dil 5, 36, 41, aglio. 

a Idin 126-127. 

a lai te pi. f., p, 117, budella. 

a la luòrga 1, alla larga, lon- 
tano. 

a Iduk 165. 

al dura 14, 22-23, allora. 

aléger alegdr pi. na., 65, 
68, allegri. 

a lic a lics, cfr. 3, a lato, 
vicino. 

al trami ante 9, altrimenti. 

altùr 1, altare. 

a luntun 172. 

alzuàrse alzur se 1, 41, al- 
zarsi. 

dlzur còle paldure p. 117, leg- 
gere. 

amànr 14, amore. 

amudr 1, 22-23, amare. 

anca 299, anche. 



anelisene 32, incudine; cfr. vnt. 
ancuzene. 

andùa 32, 83, andùve 17, 
dove. 

anduàr andùre 1, 82, andare. 

anidl 9, 41, anello, 

anincs 3, 32, 41, innanti. 

Aniline Tiene Tuòne 17, 
Antonio; cfr. srb, Antùn, Tune. 

apetidt 362, appetito. 

apidr aprèr (prtc. pidrto) 11, 
12, 49, aprire. 

aprdil 11, 22-23, aprile. 

dqua p. 120, v. jàcqua. 

ardàre 7, ardere. 

argùst 17, aragosta. 

dria 88, aria, 

arivuàt 1, arrivati. 

arùr 22-23, arare. 

arzidnt 9, 22-23, 61, argento. 

ascdun 43, chiodo ; *asclone = 
astlone?, cfr. boi. stlon asse. 

ascidnts 9. 41, assenzio. 

ascóndro 18, 28, 63, 72, ascon- 
dere. 

a tic dm 15, attorno. 

àura, pi, dure, 14, ora; vedi 
jàura. 

Ava 7, Eva. 

Avdinch p. 126, n.l., Verbenico. 

avàr 7, 22-23, 82, avere. 

a vara US 14, avaro. 



186 



Ive, 



avucuóta 522, 'advocata'. 

bacco 5, cavalletta. 

haduót 1, badato. 

halcàun 88, balcone. 

halludr p. 117, ballare. 

bandtinùre 24, abbandonare. 

bar (1* sng. prs. bdjo, 2* pi. 
bàite; 1* pi. fut. barine; ptrc. 
bevóit) 7, bere. 

bardilo 36, 44, barattolo. 

barbdun^A^A, pesce barbone. 

barbùssi sng. m., p. 117, ma- 
scella; cfr. vnt. barbùzzo mento. 

basa le a bassdlca bassalcidla; 
Basalchidla Bassalcidla ni., 
9, chiesa, 'basilica, -cella'. 

Bdsca p. 126, ni., Besca. 

bastonudr bastonudrmese 1, 
73, bastonare. 

baiar bdter 7, battere. 

bdud p. 117, voce. 

beccar èj a 12, beccheria. 

bechir 3, beccajo. 

heneddt -a 7, 58, benedetto. 

bescudr 1, 33, beccare 'bezzi- 
care'. 

bidl biél,{. bidla,]^\. bidle, 
9, bello. 

bid la f., 313, bianca; srb. biela. 

bidstia, pi. bidsie, 9, bestia. 

biéc 213, denari; cfr. veneto 
bezzi. 

biscaciól, plurale biscaciòi, 
p. 133, bacca del rosajo selvatico 
e bacca in gen. 

biscdun 242, 244, 245, 384, 
boccone. 

biss, pi. biss, 41, 68, bacio. 

bisudgn 15, bisogno. 

blàire bldre 7, 15, 17, 42, 50, 
82, volere. 



blank, f. b lanca, pi. bldnKe, 
47, bianco. 

blasmudre blasmùr 1, 47, 72, 
bestemmiare. 

bocudla f., 1, boccale. 

bondudnza 24, abbondanza. 

bosdun 14, boccione. 

basca p. 117, bugia. 

boss 11, quercia. 

boss m., p. 117, coscia; cfr. 
srb. bok fianco. 

botdile 11, 41, bottiglie. 

botdun p. 117, bottone. 

bragdun sng. m.,275, calzoni. 

brdina 6, briglia. 

bransdin p. 134, branzino. 

brdud 446, brodo. 

braz, pi. braz, 5, 68, braccio. 

bressdina 11, brina; cfr. rov. 
briselna. 

bróina 19, bruna. 

Bruscdit p. 133, ni. 

brusdja brusdssa 77, 80, 
bruciava, bruciasse, 

ìm 17, 53, bue. 

budlp 15, 29, 50^ volpe. 

budrba m. , 1, zio; cfr. ven. 
barba. 

buàrca 1, barca. 

bicdsc 15, 36, 56, bosco. 

budssa p. 118, boccia. 

budt 29, botte. 

buca 17, 56, bocca. 

bun 17, bene; hun bùna ib., 
buono -a. 

buòle 176, palle. 

bùra 17, bora. 

Bùrbur soprann., 168. 

buso 21, buco, caverna. 

cacti eie (a) p. 133, (a) caval- 
cioni; cfr srb. na krhace. 



Il dial. veglioto: Indice lessicale. 



167 



cadàr 3, cadere. 

cadridl quadridl 9, 59, mat- 
tone; efr. rover. quadrél. 

cagndis 11, pesce cane. 

e din a 6, 57, cena. 

caiptàre (2^sng. imper. cdipta 
p. 118, capta 41, cauta 483, 
2'"^ pi. cauptóte p. 118) 5, 56, Q4, 
guardare . 

e air a 6, cera. 

cai pr. interr., 70, quale, 

cai sost. f., 5, 29, 42, strada. 

cai 179, volta; calco cai 
179, 336, qualche volta; cóla cai 
221, quella volta, ^Xìovo.; jóina 
cai 283, 302, una volta. 

calamiér 3, calamajo. 

calcdin 4, 31, calcagno. 

e dico 59, qualche. 

Calder caldira 3, caldaja. 

calighir 3, calzolajo. 

calzéte p. 118, calzoni. 

caluóro (ger. caldnd 98) 78, 
calerà. 

camdin p. 118, camino. 

camdissa 11, camicia. 

camdrda camuórda 1, ca- 
panna. 

cdmha 5, cantina; cf. vnt. cd- 
neva. 

camhdllah, bacca della quer- 
cia, rov. ganhdla. 

camisòt p. 118, gonnella. 

camistro 13, tritume di paglia 
rimasto sulUaja dopo la trebbia- 
tura; cfr. rov. dign. cdìna pula; 
e per la formazione: rov. hulei- 
stro, brage e cenere commiste. 

campandid 11, 42, campanile. 

camùstre p. 118, catene del fo- 
colajo. 



canàissa 11, 32, 57, cinigia. 

canapiàl 68, fune, 

cand qudndo 5, 59, quando, 

canidstro 9, canestro. 

canpdgnù 284, campagna. 

canpùna canpuóna, plur. 
canpuòne, 1, campana, 

cantudr cantùr (1* sng. imprf. 
canta j a) 1, 77, cantare. 

cdnuvo 5, 22-23, canape. 

capdr 263, capire. 

capdun p. 134, cappone, 

capizzola p. 118, cappa di mare. 

caprdina 11, capra. 

e a può t 16, cappotto. 

cara 5, cara. 

carassàun 23, catenaccio. 

carbàun p. 118, carbone. 

carestèja 12, carestia. 

carnassudl 1, carnasciale. 

Carndussa p. 135, ni. 

carnóid m., 19, vipera am- 
modytes, 'cornuta'. 

e ar viale pi. f., 9, 26, 57, cer- 
vella; I 437. 

cascùr (prtc. e ascèta) 1, ca- 
scare. 

Castellièr p. 133, ni. 

Castelmùsclo 43, ni. 

castiàl, pi. castiàl, 9, (S^, 
castello. 

caldina 6, 62, catena. 

catrdm p. 118, catrame. 

catriéda 8, 49, sedia, 'cà- 
treda*. 

catudr catór (3* sng. prs. ca- 
tdja, 2* pi. catùte; 1* sng. fut. 
calura, 2* catdure catudre; 
prtc. catuót) 1, 75, 78, trovare, 
'cattare'. 

e due 59, e di co 139, chidicu 



168 



Ive, 



123, qui (v. da cduc p. 119, di 
qua); I 439 n. 

càuda p. 118, coda. 
càusa p. 119, causa, cosa. 
cavici 35, cavolo. 
cala 5, 56, guarda; I 357, 372. 
capùr (1^ plurale presente ca- 
p udirne; P pi. fut. capùrme; 
1* sng. T^vf. jù j di capuót) 43, 
chiappare. 

è dm a 9 n, nera; srb. cèrna. 
céja sng. f., 41, 67, ciglio. 
cemitiér 8, cimitero, 
certjóin, pi. certàin cer- 
tjdn, 4, 19, 41, 57, 66, 68, 70, 
certuno. 

che che 79, pron. rei. interr. 
e congiunz,, che; cfr. que. 

chelduna, plur. coldune ki- 
Idune, 14, colonna. 

chenùr kenùr (prtc. kenùt) 
1, 57, cenare. 

chi interr., 122, chi. 
chi 125, quei ; cfr. s. qui. 
chiamudr (3* sng. prs. clam; 
3* sng, imperf, elamica; partic. 
clemùt) 1, 5, 43, 77, chiamare. 
chiaro 5, 43, chiaro, 
chiói 19, culo. 

ciàirt cidrt sidri 6, 57, 
certo. 

ciànt sidnt 71, cento. 
cidàl p. 133, uovo, ciottolo 
ovale. 

cièl cil sii 8, 42, 57, cielo, 
ciénc cink ciane 71, cinque. 
ciuco 13, 28, 33, 57, 67, cimice. 
cincto 71, quinto, 
ciócs, pi. ciócs, p. 118, citta- 
dino; cfr. srb, coek uomo. 
ciónco 71, quindici. 



cionquànta sincuònta 71, 
cinquanta. 

cistièrna 57, cisterna, 
culdime (partic. cuólta) 76. 
togliamo; 1 499. 

clemidnt 43, clemente, 
co interrog., 32, 70, che cosa, 
quando; co que 60, cosa che, 
co 304, come. 
co con; cfr. s. con, 
coi p. 120, quello, che cosa? 
còissa còisa e usai 32 83, 
così; cóisa sdii cosi sia. 
cojuondra p. 118, burla. 
col 128, col. 
col [et] 2, il quale, 
col, f. cóla, plurale cóle, 70, 
quello. 

comandudr 1, comandare. 
comensuót 243, cominciato. 
cómio 18, gomito. 
comnùta 136, cognata. 
cóyno 123, come (?). 
com^jarére (3^ sng. pres. e o ri- 
par di s) 11, 12, 34, 72, compa- 
rire. 

compertzdnde da mdi p. 118, 
proteggere. 

compudr 1, compare. 
compìutd 130, computa. 
comunidtm 534, comunione. 
con p. 118, conno, 
con cun 60, con; cfr. s. co, 
con cont cuónt cudnt e uni, 
f. pi. e lini e, 59, 70, quanto. 
conossdite 200, conoscete. 
cosepóit 529, concepito, 
contésse 159, contessa (?}. 
contidnt p. 124, contento. 
cónto 64, conto. 
contrudt p. 118, contratto. 



Il dial. veglioto : 

conzuàrme 1, 73, condire. 

còpia copio p. 118, cappello. 

coprér (prtc. copidrt, copìdrta, 
in funzione di sost. pi. copiar te) 
12, 34, 72, coprire. 

copudr (prtc. copuót) 1; cfr. 
srb. kopati zappare. 

corèsma p. 119, quaresima; cfr. 
srb. korizma. 

corsdto p. 119, corsetto. 

cassa p. 119, pialla; cfr. srb. 
kosa falce. 

còsser 18, cuocere; v. s. citerò, 

cossér 12, cucire. 

cost -a còist i03, pi. m. cóist, 
68, 70, questo. 

co suor din a 11, vicina. 

cotidiùn 1, 59, quotidiano. 

e ras ero 28, 72, crescere. 

Crasi 526, Cristo. 

Cratdur 527, creatore. 

cratóire 19, creature. 

crduk crduc 14, 57, croce. 

crédro (1* s'mg. pres. crdid, 
2^ creddj; 1^ sng. imperf. cre- 
dàja; l'^ sng. fut. creddra; 2^ 
pi. imprf. cong. credassdite) 6, 
7, 10, 28, 36, 72, 74, 75, 77, 80, 
credere, 'credito'. 

crepuàta 1, rotta, 'crepata'. 

cri ss, pi. criss, 3, 68, cilie- 
gio; cfr. srb. krihija e I 437, e 
sariz. 

croce fdis 11, crocefisso. 

cróit 19, 63, crudo. 

cuddro p. 119, quadro; v. s. 
quider. 

cudnt 77, quanto; v. s. con 
cont. 

cudr 15, corre. 

cudrp 15, 36, corpo. 



Indice lessicale. 



169 



cu aste 15, coste. 

cucér p. 134, cucchiajo; cfr. 
sculiera. 

cucidina 11, 35, cucina. 

citerò 17, 28, 57, 72, cuocere. 

cujdun, coglione. 

culudnh m,, 15, colombo. 

cùma cumdre 5, comare; cfr. 
srb. kuma, rov. cumdre. 

cumprudr (3^^ pers. cùmpra) 
17, comperare. 

citw i69, 173, i99, come, 
quando. 

cicn, V. s. con. 

cunpandj a 11, compagnia. 

cu il per 3, compare. 

cùnte quante; v. s. con. 

cuntrabudnd 204, contrab- 
bando. 

cuntùr (1* sing. futuro cun- 
tùrà) 424-25, contare. 

cunvidnt 9, convento. 

cuóld 1, caldo. 

cuó Isa 1, calza. 

cuòmp 1, 36, campo. 

cuón, pi. e nini quini, 1, Q^, 
cane. 

cuóntra, v. s. incuóntra. 

cuóp cup 56, capo. 

cuórna e u ó r n e cuórno 1 , carne. 

ctiórt 106, quarto. 

cuòrta 1, carta. 

cuóssa cuó sa còsa 1, casa. 

cuótta 16, cotta. 

cur cure 17, cuore. 

curidnia 35, corrente, 

curi idi 35, 42, 68, coltello. 

cusdta 7, casetta. 

cussdin 403, cuscino. 

custodi 493, custodì. 

ciistuót 24, accostato. 



170 



Ive, 



d a 36, 55 ecc., da. 

da baila 30, 83, assai; cfr. 
srb. vele. 

da càuc p. 119, di qua. 

da dri 8, di dietro. 

dai 11, di. 

Dai 11 e p. 119, Dio. 

ddic (3* sing, pres. ddis; 2^ 
sng. imper. decdj, pi. de cài te; 
3* sng. imprf. decdj a; 3* fut. e 
perf. décro; prie, ddit dat) 11, 
56, 75, 77, dico. 

da lich, da lics, 3, 41, lontano. 

da luóc p. 119, di là. 

dàmno 5, 55, danno. 

da pessunt 1, difficile; cfr, 
*schwer'. 

dapù 17, dopo. 

de il, 43, 52, 53, 57, ecc., 
di, da. 

de bèta f. sng., pi. debéte, 
10, 67, debito. 

dehetidn, 357. 

debetudr 74, debiti. 

decedere [la causa] p. 119, 
decadere. 

defenddr 7, difendersi. 

del, de la, pi. de i, de le, 69, 
del, della, dei, delle. 

deliberidj[ne] 7^, libera[ci]. 

denòc le denócli zenóc le 18, 
31, 38, 43, 61, ginocchio. 

dentis p. 134, dentice. 

depentdur p. 119, dipintore. 

depidndro depidndrete 28, 61, 
72, dipinger[ti]. 

de pie p. 119, troppo. 

dermùn 50, devinone pag. 
133, dermuón 200, bosco; srb. 
drmun pascolo boschivo. 

desidera] 75, desideri. 



desmissiuót 304, svegliato; 
cfr. rov. dismissid. 

desmiin m. e f., 1, dimane. 

desórden 18, 31, disordine. 

despondr [2,^ sng, pres. despo- 
ndja) 31, 75, disporre. 

desprezidja 75, disprezza. 

dessendidnsa 9, discendenza. 

desse ndóit 531, disceso. 

d esser 63, mancare, morire. 

destinùr (prtc. destinndt) 
1, destinare. 

destruàr 1, destare. 

détco, pi. dàcli, 44, 68, dito; 
I 438. 

dezùn 21, 31, 40, digiuno. 

Di Dio 120-121, Dio. 

d i à n t , pi. d i à n e s, 9, 41, dente. 

di astra 9, destra. 

didul p. 119, diavolo. 

die dik 8, 57, 71, dieci. 

dicto 71, decimo. 

dikcink 71, quindici. 

dikdu 71, dodici. 

dikdudt dichiddpto 58, 71, 
diciotto. 

dil-jónco jónco 71, undici. 

diknù dichinù 71, diciannove. 

dikqudter 71, quattordici. 

diksdpto dichisdpto 71, di- 
ciassette. 

diksis 71, sedici. 

dik tra 72, tredici. 

discopidrta 120, 156, scoperta. 

distengudja 75, distingue[re]. 

distiruòta 307, distesa. 

dói dóje 71, due. 

dò ir 332, duro. 

dò ite 157, nudi. 

do le, f. dólsa, 18, 42, 57, 67, 
dolce. 



è 



Il dial. vcgliolo: Indice lessicale. 



471 



domiénca, pi. domidnke, 
33, domenica. 

domùnz (3'*^ siug. pres. do- 
muànda domùnda] 3* sing. 
imperf. dimandua dumandùa 
domandua) 1, 22-23, 77, do- 
mando. 

Dona, donna. 

dormér durmér (P sing, 
prs. dudrmo dudrmu; 3^ sing. 
imperf. durmàja) 12, 15, 35, 
77, dormire. 

dot co 28, 63, 71, dodici. 

dramudre (prtc. dramudt) 1, 
macellare; cfr. srb. drmnuti, scuo- 
tere, squassare, 

drànte drant {in) 7, dentro. 

drat 8, f. drdta 476, drit- 
to -a. 

dròsclo p. 133, 'glandule', 
acero e ni. 

drùcno 33, 57, uva duracina. 

dudnk 522, dunque. 

dui 17, duole. 

dulsdssa 7, dolcezza. 

Dunuót 1, Donato, 

duór duórme duórte duói doiói 
1, 2, 82, dare. 

duòt 99, bagnato. 

duplir 46, doppiere. 

durdja 75, essa dura. 

e 42, e. 

el art. e pron. 10, 69, il, egli ; 
el tu ài 70, il tale. 

Eloisa 146, Elisabetta. 

en i, 46, 92, un. 

entrudr entrudrme 73 , en- 
trare. 

esdilff 11, 41, esigilo. 

espojdrmese 73, spogliare. 

et dm a 7, 25, eterna. 



faddiga, pi. faddighe, 11, 00, 
fatica. 

fai e a, pi. f. fdike, 56, 67, 
fico (frutto); v. fìchiera. 

fàid 6, 29, 63, fede. 

fdila 11, fila[no]. 

fdin 11, fine. 

fall li r (prtc. faluót 336) 8, 
fallare. 

famèilga 12, 41, famiglia. 

farm 272, fermo. 

far sdura 14, padella; vnt. 
fersóra. 

fdssa 5, fascia. 

fassùl , pi. fazùlji, 17, 41, 
fagiuolo. 

fastdide 11, 31, fastidio. 

fauldr (1^ pi. prs. favilline; 
3^ pi. imperf. flavdja; partic. 
faulàt) 5, 39, 72, 75, favellare. 

fàvro 5, fabbro. 

fehrudr p. 120, febbrajo. 

fecudt 1, 31, fegato. 

féil féilg fuièl, fem. féja 
fé i Ig a, pi. m, fé i Ig i, f. fé il gè, 
12, 41, figlio -a, 

fèina fégna féinta fénta 12, 
fin(i a; per féinta perfino. 

fenalmiànt 9, finalmente. 

fermua (3* sing. cong. pres. 
fdrme; 1^ sng. fut. fermuàra 
fermuóra; partic. fermuót) 7, 
77, 78, fermava. 
fidi fiél 9, fiele. 
fidr 9, ferro. 

fiàsta (coli.), pi. fi aste 9, fe- 
sta, passatempo. 

fidur 14, 48, fiore. 
fìchiera, m. fikir, pi. f. fi- 
kire, 3, fico (albero); v. falca. 
fìén p. 120, fieno. 



172 Ive, 

finidstre 31, 41, finestre. 

fi or din 48, fiorino. 

fi óim 19, 48, fiume. 

fòiss 19, fuso. 

fond 18, fondo. 

fonddcce pi. f, p. 120, feccia. 

formentdun p. 131, formen- 
tone. 

formidnt 259, frumento. 

fórno 18, forno. 

fosc 18, 56, nero, 'fosco'. 

frabicudr (3^ pi. imperf. fra- 
bicùa) 1, 49, 77, fabbricare. 

Frane 169, Francesco; srb. 
Frane. 

frats 478, frati. 

frizùrme 78, friggeremo. 

fròit frut 19, frutto. 

fruànt m., 15, 29, fronte. 

fruàtru fruire 1, 62, fra- 
tello. 

fudja 15, 41, foglia. 

fudlp 15, polipo; vnt. folpo. 

fu dm 1, 29, fame, 

fudrfa sng. f., p. 120, forbici. 

fuc fuli 17, 56, fuoco. 

fui pi. m., 17, mantice. 

fulminàja 75, fulmina. 

funtuóna 1, 35, fontana. 

Funtùre p. 134, ni. 

fuóls 1, 42, falso, 

fuor fu re 1, 2, 6, 80, 82, fare. 

fuor ma 15, forma. 

fuós 1, fascio e faccia. 

fur fura fure 17, 31, fuori. 

far ni cu re 541, fornicare. 

fusdina 11, 57, fucina. 

ga ghe 70, a lei, a lui; vnt. ghe. 

g aldina 60, gallina. 

ganere?, voce data dal Cubicli 
per nitidamente latina. 



garb 57, acido; vnt. garbo. 

gariidf 15, gherofano. 

gaudài'e [^vic. gudóit) 7,39, 
godere. 

gdula 14, gola. 

generàus 14, 61, generoso. 

genir gendro p. 120, gennajo. 

gbeluàt sost., gheludta g be- 
la uta agg. f., 1, 61, freddo -a. 

giardin 130, jardin 132, giar- 
dino. 

gldiba -e, 45, gleba. 

glas 5, 45, gbiaccio. 

glazàit 47, ghiacciata. 

gninedi igneldi gilgnidi 
493, agnel di Dio. 

golàus 14, goloso. 

g ómbra 50, vomere. 

gótta 18, goccia. 

grdbia f., p. 120, rastrello; srb. 
grablje. 

grass 5, grasso, sego. 

grets 3, 41, grazia. 

gril 13, 42, grillo. 

grudng p. 135, grongo. 

grùba 151, grùja 113, sepol- 
tura; srb. grobje grablje. 

grun 1, grano; I 438. 

gruns 1, granchio. 

gicadagnudre (1^ sng. ^rs. gu a- 
dagndju) 75, guadagnare. 

guaddign A, 41, guadagno. 

gudt p. 135, bicchiere, gotto. 

i art. pi. 69, i. 

Idi 243, Iddio. 

il 70, gli = a lui. 

impendr i m p l é r e (3* sng. prs. 
impendja) 11, 4Q, 75, empiere; 
cfr. vnt. impenir. 

imperatdur p. 120 , impera- 
tore. 



Il dial. veglioto: 

imprdndro [el ftic) 28, 63, 72, 
accendere. 

in en 7, 29, 39, 41, in; in 
cóllara sdite p. 120, 'essere in 
collera', odiare. 

incidnts 9, incenso. 

inciodudr (3^ pi. imprf. inchio- 
dùa inhiodùà) 11, inchiodare. 

incuóntra 542, incontro. 

in fi dm infìdmo 9, inferno. 

infloràja 48, 75, fiorisco[no]. 

infrd 515, fra. 

inganudr 60, ingannare. 

ingìiidstro 14, inchiostro. 

injiieguót 248, 305, impie- 
gato. 

insidra (prtc. inseruóta) 9, 
serra, chiudi. 

instudt 1, estate. 

intél intéla en tei eu téla 
né! a 69, nel, nella. 

intoscua 1, 77, attoscavano. 

intrdrghe [co i che te hlaj) p. 
120 scegliere (quello che vuoi). 

intrèguo 103, intrigo, immischio. 

intrudde 1, entrate. 

inviamo 9, inverno. 

istalla p. 120, stalla. 

istids 319, istessamente. 

isudrse p. 120, istruire; cfr. 
srb. izuciti addottrinare. 

jàcqua j dqua dqua 66, 
acqua. 

j al j ul, pi. j ai j i, i.jdla, pi. 
jdle, 66, 70, quello, quelli ecc. 

jàmna 5, 33, 54, 66, anima. 

jdn, pi. jéin, 5, 41, 66, 68, 
anno. 

Jdne 40 n, ni.; cfr. srb. Janes. 

jàrba 9, 66, collett. , erba, 
fieno. 



Indice lessicale. 178 

jdsca p. 120, tavola; cfr. srb. 
daska assis. 
jdt 56, gatto. 
jduca 66, oca. 

jdun, f. jduna, 14, 40, gio- 
vine. 
jdur 66 e p. 120, oro. 

j àura 14, 66, ora. 

jédma 10, 36, 66, settimana. 

jemdnd 61, gemendo. 

j ère 62, jeri. 

jetùme (partic. jetùt 252) 
251, gettammo. 

Jodéi 125, Juddi 162, Giudei, 

jóiltimi 71, ultimi. 

j ó i n jói n [161), un, f. j ó i n a 
l'ina, 19, 66, 69, 71, uno. 

jóint jòit 19, bagnato, 'unto'. 

jóiva 66, uva. 

jómno, pi. jómni, 18, 55, 66, 
uomo; cfr. omni. 

jónco 20, 66, 71, undici. 

j ónda 18, 66, onda. 

jongàrme 7, 61, 66, 73, ungere. 

jóngla 18, 38, 45, 66, unghia. 

jorden 18, 66, ordine. 

jòst 20, 40, 66, giusto. 

j u jò 70: io ; gli = a lui. 

j uàc f., 1, 60, 66, 67, ago. 

juàlb juòlb 1, 42, 65, bianco. 

juàrbul, sng. juórbul, 1, 49, 
66, 68, albero. 

juciire (1^ pi. impf. [o fut. ?] 
jucùrme 175) 40, giocare; cfr. 
zocuar. 

jùk 17 7 y giuoco. 

jultro, f. j ili tra, pi. jiltri, 
f. jùltre, 1, 3, 66, 68, altro ecc. 

jiilzete 1, 66, alzati. 

juncdura 451, juncora p. 
121, ancora. 



174 



Ive, 



j linda, V. s. anduar. 

juónziiiol 1, QQ, angelo. 

juópa 1, 66, ape, 

jur nuota 1, giornata. 

justuóm (l* pi. flit, jus tur- 
ine) 76, 78, giustiamo. 

jùv V p. 120, l'uovo. 

kersdina 340, chersina (di 
Cherso). 

kis 3, 41, 56, cacio. 

la art. 69, la. 

lac 42, lago. 

lacidrch lacdrts 5, 41, sgom- 
beri; vnt. langardi. 

lacrimdusa 522, lagrimosa. 

ladre làder 67, ladri. 

làin 11, lino, 

lamhéc 12, lambicco. 

lamentudr p. 121, lamentarsi. 

lana lane 7, legna. 

lapudr 1, lampeggiare. 

lassdite (prtc. lassuót) 1, 
lasciate. 

laudare 5, 39, lodare. 

lavdur 247, lavoro. 

lavoratdur p. 131, lavora- 
tore. 

lavorùr 227, lavorare, 

lavudr 1, lavare. 

le 69, le. 

lébra 12, lira (moneta). 

lébre 474, libbre. 

lébro 12, libro. 

lenzùl Un z dui Un z i du l 
14, 31, 41, lenzuolo. 

levur (2^ pi. prs. levùte; l^ 
e 3^^ imprf. levùa; 1* sing. fut, 
levùra, P pi. levurme; prtc. 
levuót) 1, 77. 

li 203, 244, le = a lei, gli = a lui. 

lidnt 9, lente. 



liàt 9, 58, letto. 

lig 8, legge. 

ligudr (2^ sng. imper. legdja) 
1, 30, legare. 

lik 3, 58, latte. 

li prò lèvuar 8, 42, lepre. 

lóik f., 57, luce. 

lòie 19, brilla[no]. 

lóin f,, 19, lume. 

lóina 19, luna. 

lóine 19, lunedi. 

lóur 70, loro. 

lu 70, lui. 

ludng 15, 60, lungo. 

ludnga 60, lingua. 

ludnza 1, lancia. 

lùgio 21, luglio. 

lumièra p. 121, luminaria. 

luntiln, V. s. 'a luntun'. 

luóc 1, là. 

luórga, v. s. 'a la luorga'. 

macardun m. pi., 277, mac- 
cheroni. 

Macaròn p. 126, ni. 

macera, pi. macere, 10, 41, 
maceria; I 489. 

macnudr 1, 33, 57, macinare. 

Magnakis 3, 41, ni, 

mdi 319, ma. 

mài e 70, meco. 

mdil mdigl 11, 41, miglio. 

màissa 6, mensa. 

màja, pi. f. mdj, 11, 70, mia. 

mdju 70, mio. 

mal mul 1, male. 

malatdja 255, malattia. 

maltratuót 260, maltrattata. 

mam p. 121, nonno. 

Mamalic cogn. 277 (= ven. 
Massariól). 

man dure 225, manovre. 



II dial. veglioto : Indice lessicale. 



17S 



manciur mancur mancure 
(1^ sng. prs. man dico, 3^ ma- 
il àie a; 3^ sng. imprf. man cu a; 
prte. m,ancùt) 1, 77, mangiare. 

manddssa 80, mandasse. 

Mando liéra 3, ni, 

manzùlla p, 133, manipolo 
di spighe, 

Mardja 11, Maria. 

mardin 11, marina, 

maràit 11, marito. 

marangdun p. 121, marangone, 

mardun p. 121, marrone. 

marcùs p. 121, amaro; cfr. rov. 

maridnda 9, 22-23, merenda. 

martidl p. 121, martello. 

mdssa mudssa p. 121, mdissa 
336, messa; cfr. metàr. 

massirco p, 121, sorgo. 

mas sur e 24, 72, ammazzare. 

matrimuni 17, matrimonio. 

màur màuro, f. màura, pi. 
mduri, 67, maturo, grande. 

mdura 178, mora (gioco). 

ma^oJi 41, ovile. 

me mi mèi, pi. me, 70, mio, 
miei. 

me 70, me. 

ine 70, mia, mi (acc). 

médco 10, 33, 63, medico. 

medcudr 1, 33, medicare. 

medésem 31, medesimo. 

medùl 21, 42, ventre; cfr. rum. 
modular membro. 

mejatóira 19, urina; cfr. miur. 

mei 12, 71, mille. 

menùr (3* pi, pres. ména; 
3^ pi. imprf. minùa) 1, 77, me- 
nare. 

mesdira 6, 41, miseria. 



mescudr 43, mescolare. 

messuóre 1, misurare, 

m etdr (3^ sng. prs. mat-, imper. 
mate le; 3* sng. imprf. metdja; 
1^ sng. fut. metàra, 1^ pi. me- 
tàr me; partic. màis muds [f. 
mdssa mudssa] metòif) 7, 36, 
77, 78, mettere, 

mezùl 17, 41, bicchiere. 

mi 70, mi, me, mi. 

mi 2i2f mio. 

midi 9, miele. 

mi d ria f., 9, merlo. 

mids 9, mese, 

mildun 14, 27, mellone. 

ìnine su l p. 135 , ' sparus 
Moena'; cfr. ven. ménola. 

minidstra 9, 41, minestra. 

mirte 3, martedì. 

misericudrdia 15, 41, mi- 
sericordia. 

tnisericurdidusi 41, mise- 
ricordiosi. 

ìnissa 8, mezza. 

missédma 36, mezzedima, mer- 
coledì. 

miùr miùre (prte. miudt) 
1, 30, 'mingere'; cfr. Diez gr, P 
20 e less. s. sp. mear. 

móffa 20, muffa. 

moiciàrno 27, bagnata; cfr. 
srb. moóaran -ma umido. 

móir, pi, f. in air e, 19, muro. 

moitùro 33, 78, muterà. 

moletdine 11, moUettine. 

moludr p. 122, lasciare; vnt. 
molar. 

momiànt 9, momento. 

móna 146, madonna. 

monàita 0, moneta. 

mónda 18, monda. 



176 Iv 

mordus, f. murditca, 24, 34, 
amoroso. 

moscuàr 1, morsicare. 

most 18, mosto. 

mudnt 15, 29, monte. 

muàr muore 1, mare. 

mudrt 15, 29, la morte. 

muàrt, pi. mudrts, 52, morto. 

mudrz p. 122, marzo. 

muds, V. s. metàr. 

mudi 554, matto, 

miii 1, mai, ma. 

mul p. 135, nasello, 'galus Mor- 
langus'; vnt. molo. 

mùlier muliér 10, 37, 41, 
moglie. 

muli 253, molti. 

mun'cdl munchidl; Monchidl 
Mone idi ni., 9, 57 n, monti- 
cello. 

mundi 1, mandi. 

muói 1, maggio. 

muòn tnun, pi. muòne mime, 
1, 36, mano. 

muònd 321, mondo. 

murdtica, v. moraus. 

mu astra 523, (partic. mu- 
struót 312) egli mostra. 

muóstro 1, maestro. 

mut 17, ora 'modo'. 

mùver (3^ sng, prs. muf) 50, 
72, muovere. 

Nadudl 1, Natale. 

ndfo p. 133, scodella di legno; 
cfr. rum. nap ecc. 

ndi 6, 29, 50, nove. 

ndid 11, nido. 

ndnca 233, neanche. 

nascùit, f. nascòita, 19, nato. 

natica 14, 57, noce. 

ndum 14, nome. 



nàun nu min; nua nnd 
nudn; non no nói ne {64); 14, 
19, 54, non, no. 

ne, V. naun. 

ne p. 122, né. 

nel a 70; cfr. Intel. 

nencjóin 19, 25, 56, 70, nes- 
suno. 

néolo p. 122, nuvolo. 

n epa ut 14, 29, il nipote. 

nidpta 9, 41, 64, la nipote. 

nidr 9, 50, nervo, 

nidr, f. pi. nidr e, 9, nero. 

niéna nidna 8, madre; cfr. 
slav. bosn. nena madre, vnt. nena 
balia. 

nincs 33, innanzi; cfr. rum. 
ndinte. 

nóide 19, nudi. 

no j litri nujiltri 70, noialtri, 

nòlia nója 41, nulla. 

nonuànta 71, novanta. 

novèmbre p. 122, novembre. 

nu 70, noi. 

nu nuf 17, 50, 71, nove. 

mia nuva, m.nuf, 50, nuovo. 

nudster n nastro nuéstro, 
pi. nuàstri nuéstri, f. maè- 
stre, 15, 70, nostro. 

nuàt, pi. nudte, 29, 58, notte, 

mi fio 71, nono, 

numinùr 35, nominare. 

miòmer 171, numero. 

nuós 1, naso, 

obbedér 12, 34, obbedire. 

obligudrse (prtc. obligudt 108) 
p. 122, obligare. 

occiài p. 122, occhiali. 

ócto 18, 58, 71, otto. 

octùbre 18, 58, ottobre. 

octuànta 71, ottanta. 



11 dial. veglioto 

offenddre cffidndro 7, 9, 28, 
72, offendere. 

oìéja 11, 35, uliva; cfr, rov. 
uleia, dign. oléja. 

òmni pi., 131, uomini; cfr, jomno. 

onàur 14, onore. 

onipotidnt, 527, onnipotente. 

onurards 78, onorerai. 

orgdin 4, aratro ; cfr. vnt. or- 
(jdno. 

orsòis 522, orsù. 

pacùr (3* pi. pres. paczra; ì^ 
sng-, fut. pacuora) 1, 78, pagare. 

palla 11, orciuolo; vnt. pi7a, 

pdina p. 122, penna. 

pàira 6, pera. 

pdja 524, pia. 

paldla 7, paletta. 

p a làure 22-23, 49, parole. 

par pur per 5, 74, per. 

paraddis 11, paradiso. 

pare 5, padre; v. tuota. 

parehua 11, apparecchiava. 

parentnót28 1-82, parentado. 

parlurér 37, il partorire. 

pask 1, 53, pesce. 

pascoliir (P sìv^. pasco là- 
jo; 3* sing. imperf. pascolna) 
1, 75, 77, pascolare. 

^as?iwr (Jdi/i juórbul) p, 112, 
piantare. Ne è troppo rimoto il 
srb. posaditi piantare *. 

pdssa (3^ sng. T^rf.passii pas- 



Indice lessicale. 



177 



swd; prf. perifr. u passudt) 79, 
passa. 

passeràin 11, collett., uccello; 
così il rum. pdsere. 

p a stali r 14, pastore. 

2)atidt 530, patito. 

patrdun, f, patrduna, 14, 
62, padrone. 

]}ò.\xc,i. pduca, p. 122, poco. 

pàuper, pi. pan per, 64, 68, 
povero. 

pecatdtir 14, peccatori. 

jìecdts 25, peccati. 

pécla 38, 43, 57, pece. 

pedóclo 18, 38, 43, pidocchio. 

pélo, pi. -i, p. 131, f. pi. péle, 
430, piccolo. 

péltro 10, peltro. 

pensudrme (3^ sng. prs. pian s) 
73, pensare. 

pentisudrse 1, 25, 74, confes- 
sione, 'pentirsi'. 

pépro 10, 28, pepe. 

perduti 31, forchetta. 

percó p. 123, perchè. 

perdondnz i36, perdono. 

pericolà-ussa 14, pericolosa. 

j) e rj d u n e, \. prezaun. 

pernàica 11, 25, 67, pernice. 

persduna , pi. persàune , 
14, persona. 

pesdint 28, pesante. 

pescuòr 1, pescare. 



* Questa riniiniscenza slava, alla quale il nostro Ive non sa rinun- 
ziare, era veramente respinta da me; né io del resto vorrei star ra.d- 
levadore per qualche altro confronto ch'egli istituisce tra veglioto e 
slavo. Il vegliato pasnùr (e pastiiar) è un bel cimelio, perchè ci dia 
anche al Quarnero la continuazione veramente popolare del lat. class. 
e medie v. pastinare fodere, plantare, conserere (cfr. Ducange; e 



Archivio glettol. iUl., IX. 



12 



178 Ive, 

picil 9, 42, pelle, 
piànte 401, piante. 
Piar 257, Piero, 
pidrder (prtc. p i a r s ; prf. pei-if r. 
jàime se pi ars) 9, perdere. 
pi a s ir 8, piacere. 



peslatória 22, serratura; 
cfr, lat. pessuhim. 

2)esuàre p. 123, pesare. 

pezéniga p e z è g li, in a p. 
133, lucertola. 

pezenighér pezegfiinér 
p. 133, lucertolone. 

pézla 35, ei goccia. 

2ìi, pi. pick (e), 8, 41, piede. 

pidcno 9, 28, 33, 58, pettine. 



pidt, pi. pi dà, 5, piatto. 
picùrke 21 n, funghi; cfr. 
srb. pecurha. 
piciuta p. 133, sorta d'uva. 



aggiungi Glossar, lat, ed. Mai Vili 473: pastinare colere vel palos cir- 
cumfigere; Glossae ed. Mai VI 538 e Lat. gloss. ed. Thomas: pastl- 
nantes plantantes). 11 qual verbo si riproduce, oltre che nel vocabolario 
italiano, nel fri. pastand im-pastand, porre dentro terra le piante 
giovani acciocché vi si appicchino, vegetino e fruttifichino (unum bear- 
zum bene fossalatum et pastanatum; instr. d. 1401, ap. Pirona), nel 
piac. pastand rompere o lavorare un terreno per la prima volta, genov. 
pastenà rivoltar la terra profondamente, napol. pastenare piantare, 
trapiantare [pastenature piantatoio). Mi pare anche assai probabile, 
che una riduzione ben consimile a quella del vegl. pasnùr («pastnàr) 
siasi avuta regolarmente, per la medesima sostanza etimologica, pure 
in Francia, e stia come latente nel frane, panais pastinaca; la qual 
forma risponde bensì materialmente a p anace-, ma secondo il signi- 
ficato riviene piuttosto a *pasnaie *j)anaie = pastinaca (e già altri 
si sono senz'altro provati a ricondurre panais a un *pastinaco-). La 
pastinaca, la quale ha una radice principale che si getta perpendi- 
colarmente entro terra, ripete di certo il suo nome da pastinum, 
onde pur viene pastinare fodere ecc. (cfr. lingulaca; suffissi di- 
versi, nel semifranc. pastenade, fri. pastanale; e forme più estese, 
nel T^ìs. pastiìtaccini, gì, lat. pastinacuU Hld. 91, neopr. past3nailles\ 
Con questo antico pastinare viene poi a coincidere foneticamente 
un pastinare pascere, donde il pastinatico, che per la stessa via 
di normal riduzione è nel frc. panage. E se è ancor lecito qui ritentare 
un'altra voce francese, che consuona, cioè panard (il se dit d'un cheval 
dont les deux pieds de devant sont tournés en dehor.s), dirò che s'in- 
contrerebbe col paniscus qui pedibus in diversis tendentibus ambulat, 
Glossar, lat. ed. Mai VIII 538, al quale potrebbe stare, per la forma- 
zione, così pressappoco come montagnard all'it. monianesco. 

G, I. A. 



Il di;iJ. veglioto: 

piér 3, pajo. 

piersiguòt 16, 'pesco', per- 
sico. 

pigna Ila p. 133, sorta d"uva. 

Pilato 126, Pilato, 

pinsamiànt 27, 68, pensieri. 

pira, pi. pire, 8, pecora; rum. 
istr. pire. 

Pi s din 225, n. pr,, Pisino. 

pi tra 8, pietra. 

piacérò {3^ sng. prs. 2J luk) 28, 
46, 57, piacere, 

pldin, f. 2^làina, 46, pieno. 

planóira 19, pianura. 

ylant 5, 46, pianto. 

plus pldssa 46, piazza. 

pie 46, più. 

pie màuro 72, 224, maggio- 
re, anziano. 

p lóiv jìlóifpluv pilli 46, 
50, piovere, piove. 

plomh 18, 46, piombo. 

plovdja pluvdja pludja 15, 
46, pioggia. 

pludtena 46, scodella; vnt. pùi- 
dena. 

plùchia 21 u, polmone; cfr. slov. 
pljuza. 

plùghe 146, preci. 

p lui p. 133, strada in declivio, 
•piovere'. 

plùngre (ger, plangdnd'j 1, 
28, 46, 61, piangere. 

pò in 10, pugno. 

pollùastro 1, pollastro. 

poltrdun 14, poltrone. 

pom pudm 36, pomo. 

pò pio 38, popolo. 

Pornibo p. 127, P a r n- d i b 
208, ni. 

potare 7, 82, potere. 



Indice lessicale. 



17t> 



potare 460, tagliare, 'potare'. 

póulver pùlvro 28, polvere. 

ptrdiìno préin, f. prdima, 
11, 71, primo. 

p r a n d a r 29, p. 123, pran- 
zare. 

prat 7, prete. 

p recar [l^ sing. pres. prik, 
2'^ pi. precùte; 3^ sng. imperf. 
2yriegùa; 2>^ sng. prf. prieguó) 
1, 8, 56, 77, 79 pregare, 

premure (3^ sng. prs. te pre- 
mdja) 7, premere. 

prenddr (prtc. pjrdisso prdis 
-0, f. prdisa) 6, 7, prendere. 

prezdun prigiduna, '^ì.per- 
jdune, 14, 41, prigione. 

pri 145, per (cfr. rum. pre 
apà). 

p r i é n z pr in z 3 , 36 , 41 , 
pranzo. 

prinsep prinz p. 123, principe. 

2Jrinsidp 57, principio. 

pr ti ónta 16, 64, pronta. 

pruntdja (prtc. ptruntuòt) 
iraper. -^^fP, appronta! 

pudls -15, polso. 

Pliant 15, 29, ponte. 

puàrc, pi. puiircs, 15, 52, 
porco. 

puàrta 15, porta. 

puds 68, passi. 

pudsta 229, posta. 

2nUco 21, 33, 57, 67, pulce. 

pulidnta 9, polenta. 

jìuón pun 1, pane. 

jì li ónta 208, Punta ni., punta. 

2ìuórt 460, parte. 

Può sii 238, 342, Pasqua. 

puóscro 1, 28, pascere. 

■puósfa 1, posta. 



180 



Ive, 



ptìpola p. 123, polpaccio; vnt. id. 

purgatòri 18, purgatorio. 

purtùr [3^ sng. itvs. puórta; 
3^ sng. ìmprf. e prf, piirtita; 1^ 
sng. fut. pwrf?fra; prtc. pìir- 
tuót) 2 io, 278, portare. 

pùta p. 123, potta. 

qualùnque jóin 70, qua- 
lunque, 

quaranta 71, quaranta. 

quartùn 1, quartano (misura). 

qudter quattro 59, 71, quattro. 

quaitudrco 15, 71, quattordici. 

que [che) 59, 70, che pron., 
le quali. 

que che, cong. 

qui chi 70, quei. 

quid e r 59, quadro; cfr. cuàdro. 

ra 7, re. 

racle 7, 36, 43, orecchie; I 
323. 

racuordàr (2^ pi. imper. re- 
curde te) 17, 26, ricordarsi. 

radàica 11, 07, radice. 

rója, m. ri, pi. ri, 11, 'rea', 
brutta, tri-te, 

ràid 6, 29, 62, rete. 

rdigno 509, r?gno. 

ràipa p. 123, riva. 

rampegdun p. 123, arpagone. 

rassàun 14, 41, ragione. 

rduha 208, roba. 

r a vani di p. 135, ravanello. 

ree 12, ricco. 

rechila 13, 36, orecchino; cfr. 
vnt. recin. 

recólgro 61, 72. raccogliere. 

recomuónd r ic o mudn d 
ricomùnz recumdn 1, 27, rac- 
comando. 

recuridime 520, ricorriamo. 



rédrc (prtc. ridz) 12. 28, 63, 
74, ridere, il ri?o. 

regidina 11. 25. 61, regina. 

religiàuii 14, religione. 

remetidime, 'dimiltirans*. 

reme ti dj, 75, 'dimitte'. 

remissidun 534, remissione. 

resoluto 37, solito (?]. 

respudndre (3* sing. perf. [?] 
respóndro 293 307) 28, 63, 
72, risp indere. 

restitudrme restifudr 73, resti- 
tuire. 

restuóte (prtc. restuót 319) 
451, restate. 

resuressidun 535, risurre- 
zione, 

resussifuùt 53L risuscitato. 

revisióii 125, rivisión 16i. 
visione (?). 

r e Vili g di 75, rivolgi. 

rez 3, 41, razza. 

ridnder 9, 72, rendi^re. 

ringràdme (1* sing, pres. rin- 
grddme) 73 n., ringraziare. 

rlze 78, ri'^o. 

robudr rubùre 1, rubare. 

ròca 18, cnnoccliia. 

rostdr (2" pi. prs. rostdid; prtc. 
rudst) 11, rostire. 

rovàina 11. 34, rovina. 

ruàm 1, 29, rame. 

riiAss, f. rzidssa. 15. rosso. 

Rude 103, Ru 126, Erode. 

mòsse 16, ogni sorta di fiori; 
cfr. fri. rosis. 

ruzùda 1, 41, rugiada. 

sdi 292, sei 114, 12, si, così. 

sài te 82, essere, 

sojéla p. 124, saetta. 

sak 1, secco. 



Il dial. veglioto: 

sak (se) 415, seccano. 

salhdun 14, 47, sabbia. 

salùr (prtc. f. saluta) 1, salare. 

salùrio 1, salario. 

salvatdur 14, salvatore. 

salvès 76. 

sambàun p, 124, saviezza, es- 
ser ['] savio. 

samir samur 3, somaro. 

sdmno 14, 55, sonno. 

sdnglo sdngla 4.o, sola 'sin- 
gola. 

Sani' a- sante; cfr. suoni. 

santdico 159, santdusso 122, 
santissimo. 

sante contidnt p. 124, conten- 
tezza, 'essere [sei] contento'. 

santi ficùr (prtc. s anti fi- 
eno t) 53S, s:\ntificare. 

san tilt 499, salute. 

sapdrc snjuir (1^ sng, prs, sa- 
pdjo e sdì, o^ sapdja, 2^ pi. 
sapdite;3^ sng. inoprf. sapdja) 
7, 75, 77, sapere. 

sapàun 14, sapone. 

sàpto sidpto 9, 28, 64, 71. 
sette, 

sapùr 1, zappare. 

sdra 7, sera. 

sarda 7, sereno. 

sarazàin p. 132, saraceno 
(grano). 

sardidla 9, sardella. 

sarg 14, 60, sorgo. 

sariz 572, ciliegie; cfr. criss. 

sassàin 11, 68, assassini. 

sàia 1. seta. 

satudr (prtc. satuót) 1, 42, 
saltare. 

sdul p. 124, sole. 

sdii ina 319, soma. 



Indice lessicale. 



181 



sdicn 14, zampogna, rov. sona. 

sdupra 14, sopra. 

sauprandnm 168, soprannome. 

sàur ali. a serdur 14, 67, 
sorella; I 446 n. 

sbandditi 11, sbanditi. 

sberlòt p. 124, schiaifo, rove- 
scione; vnt. sherloto. 

scafa 429, pila dell'acquajo; 
vnt. id. 

scdina 11, schiena. 

scdlda el lidi p. 124, scalda- 
letto. 

scarpis p. 135, scorpena. 

scarsella 39, saccoccia. 

schiopét p. 124, schioppo. 

s?.hirp 3, 56, scarpe. 

shidla, pi. sedie, p. 133, 
ogni sorta d'erbe selvatiche man- 
gerecce. 

sciopatùire 19, fessure; vnt. 
scopadilre. 

sciar pi. f., 56, imposte; vnt. 
scuri. 

scludv [de tòich) 43, servo (di 
tutti). 

scader p. 124, riscuotere. 

scolaro SCO Uro 3, scolaro. 

scomdter (s. pi. fut. scometdir- 
me) p. 124, scommettere. 

scomensudr 1, cominciare. 

scótta 18, ricotta; cfr. trentino 
scótta. 

scrióru p. 124, scrivere, 

sculiéra 3, 37, cucchiajo; cfr. 
vnt. sculiér; cfr. cucér, 

scuntilte 1, 24, ascoltate. 

scuòle 1, scale, 

scuót scuòta 16, ei scotta. 

scùtro 6?, 72, levare, *scu- 
tere, I 441. 



182 



Ive, 



se 5, se, cong. 
se 25, si. 

seda 1 e p. 135, falcetto. 
seclùr 1, falciare. 
seca anelo 15, 71, secondo. 
secuót 1, seccato, 
sedar li 1 17, fazzoletto, 'suda- 
riolo'. 

sèdia 10, 1 1, secchia. 
séga 10, 56, sega, 
sega lira 56, sicura. 
semidnsa p, 135, semenza. 
senteniidnt 25, sentimento. 
sentóre sentérme (2'^ sng. prs. 
te siànte, 3* se siànt; prtc. 
sentdit) 9, 12, 71, sentire. 

sentùr 1, sedere; cfr. vnt. sen- 
tdr-se. 
sepoltòira 19, sepoltura. 

sepudlt, sepolto. 

septuànta setuònta 1, 25. 
71, settanta. 

sermiànt sermiàntu 9, ser- 
mento. 

serudr 25, serrare, chiudere. 

sessuànta 1, 71, sessanta. 

sètco 10, 28, 63, 71, sedici. 

setémbro 10, 28, settembre. 

s et emù n a 338, settimana. 

si sis 8, 71, sei (num.). 

sidd 9, siede. 

sidla 9, sella. 

siàmpre sìdmpro sidnpro 
9, 28, sempre. 

si ansa 214, 350, senza. 

sidnt 71, cento; cfr. ciant. 

sidp 9, siepi. 

5 i dp 9, seppia. 

sidp timo 9, 71, settimo. 

sidri 57, certo; v. ciart. 

sielgdjo 75, scelgo. 



signdxir seigndur sendiir. f. 
signdura, 14, 41, signore. 
sii 42, 57, cielo; cfr. ciel. 
Sisto 8, 71, sesto. 
sòglo 18, 38, collo, 'soggolo'. 
sòis su 19, su. 
soldudt 1, soldato. 
sólo 124, solo. 

sonudr [Z^ sng. prs. sùna) 1. 
sonare. 

sóo p. 124, su 122, f. so a. 
70, suo -a. 

sot 20, asciutto. 
so te 18, sotto. 
spacudrme 73, spaccare. 
spdina 11, spina. 
spdisa, pi. spdise, 6, spesa. 
spartèr 12, spartire. 
spasimuòt 291, spasimato. 
specola -e, p. 133, pallottolina 
di marmo con cui giocano i fan- 
ciulli. 

sperdjo (3* sng. prs. spe- 
rdja) 75, spero. 

speridnza, speranza. 
spidch [k) 9, 43, specchio. 
spidnder (3* sng. prs. se spiani; 
1^ sng. prf. spanddi; prtc. spiani) 
9, 79, spendere. 

spidnza 41, 40, milza ; veneto 
spiénza. 

spiasse cai 575, spesse volto. 
spidta imper., 9, 24, aspetta. 
spiriiu 504, spirito. 
spisiahnidnia 9, 27, 83, 
specialmente. 

spio ima 19, spuma; I 547 e. 
spóit 19, sputo. 
sposudr (part. spusuòt) 1. 7 1, 
sposalizio, 'sposare". 
spudij 1, spago, 



Il dial. vcglioto: 

spudla p. 124, spalla, 

spuàrc 15, sporco. 

spudss 112, passeggio; veneto 
spasso. 

spudta 1, spada. 

squadrudr 1, squartare. 

squdris 52, QQ, quarti. 

sta 70, questa. 

stdÀfjn 4, 41, stagno. 

stajdun 231, stagione. 

stdlle 7, stelle. 

stassdun 14, bottega, 'stazione". 

statdira 6, stadera. 

stdura 14, stuoja. 

stduria 14, storia. 

stentudr (1'^ pi. fut. stenta- 
ri dime) p. 125, stentare, lavo- 
rare. 

stimdjo 75, stimo. 

stivil 3, stivale. 

stopdin p. 125, stoppino. 

stopdir 11, 72, stupire. 

strac 5, stracco. 

stramiids 1, materasso. 

studfa p. 125, staffa. 

studrme stuàr stuór stitre 
stur 1, 2, 82, stare. 

stuòia -e, p. 133, stoppia 

studiùre (1^ sng. prs. studdjo) 
1, 75 e p. 135, studiare, affret- 
tarsi. 

stufuòt 230, stancato. 

stuópa p. 125, stoppa. 

stiUudrme 1, 37, spegnere, 'sta- 
tare*; cfr. vnt. studi', rov, destudd. 

sudi 1, sale. 

sudng 1, 29, 60, sangue. 

sudrd 15, sordo. 

siibatu 1, sabato. 

subito p. 125, subito. 

suhìdr 5, 47, zuffolarc. 



Indice lessicale. 183 

suhlót 47, zuffolo. 

suddjo 75 e p. 135, sudo. 

sudàur f., 14, 47, sudore. 

sufldjo 48, 75 e p. 135, soffio. 

s urna 21 n e p. 183 fascio d'ar- 
busti; cfr. srb. siuna selva. 

suna, ei suona. 

suntificuòt, santificato. 

suòni, suónta sùbita, pi. m. 
sudnts, 1, santo ecc. 

sùrco 17, 33, sorcio. 

suspirdj o [ì^ pi. pres. sic- 
speridime) 75 e p. 135, sospiro. 

sussdne p. 125, susino. 

svdud -a 344, 346 e 66, vuoto. 

tacàre 3, 7, 57, 82 e p. 125. 
tacere. 

tdik 70, teco. 

tajudrme tajiir (3^^ sng. imprf. 
taljùa) 77 e p. 125, tagliare. 

tdima 6, tema. 

Talidn 33, ni. 

talidnta, italiano (?). 

tdte 7. mammelle. 

tdun 14, tonno. 

tavidrna 9, taverna. 

te, a te, te, per te, 70, tu, a 
te, te, per te. 

temjìidsta 9, tempesta. 

tenàja p. 125, tanaglia. 

tendre (prtc. tenóit) p. 125, 
tenere. 

tentatidun, tentazione. 

tervidla 9, trivella. 

te stimùni 17, testimonio. 

t idk tidca 9, 45, tegghia ; 
vnt. teca. 

tidmp 9, tempo. 

t tasta 9, testa. 

tidta p. 125, zia. 

tiércs tiérch (cf) 3, 41, tardi. 



184 Ive, 

finir, 470 tino. 

tirdjo 75, tiro. 

to, pi. tói, 70, tuo. 

to cdj o ^ (prtc. tocuòt] 75 e 
p. 135, tocco. 

tonùro (3^ sng. pres. tonàja) 
75 e p. 125, tuonare. 

tormentudrme se 73, tormentare. 

iornuàr (partic. tornuót) 1 e 
p. 125, tornare. 

tos p. 125, tosse. 

tossdjo 75 e p. 135, tossico. 

tot, f. tòta, pi. m. tocs tóich 
tóic, f. tace, 68, 70, tutto. 

tot pie 315-16, tanto più. 

tra 7, 71, tre. 

traghidt 204, traghetto. 

trdto 71, terzo. 

tratùre (partic. tratuót) 1, 
555, trattare. 

trdunk 14, tronco (sost,). 

traviérsa p. 125, grembiule; 
vnt. traversa. 

trédco 10, 28, 63, 71, tredici. 

tremdjo 75 e p. 135, tremo. 

triànta 9, 71, trenta. 

troc, fem. tróca, pi. tròki, fem. 
tróke, 36 n, ragazzo; cfr. slov. 
otrok, 

trudr (2^ sng. imper. trich) 3, 
81 e p. 125, gettare, 'trarre'. 

truóta 1, rete, 'tratta'. 

truvassdi 80, troverei (?). 

tu 70, tu. 

tu al 1, tale. 

tuónt, f. tuónia, pi. f. tùnte, 
1, tanto. 

Tiene ecc., v. Antùne. 

tuóta 1, padre; cfr. rum. tafà. 

uàclo, pi. uàcli, 38, 43, oc- 
chio; 1 437. 



uà il udì 41, olio, 

udrz 1.5, 41, 66 e p. 132, orzo. 

udsse 105 e 15, ossa. 

Uddina 168, cogn., Udina. 

uldiv 11, 3"), olivo. 

ultra 17. 83, oltre. 

un, f. una, 91, uno; v. jóin. 

uòtto vudt 66, 71, otto; cfr. 
s. octo. 

giurano 17, organo. 

ustardja 35, osteria. 

va 82, imper. va; va levitar 
p. 125, va a prendere. 

vdcca 5, 56, vacca. 

vai 94, questa. 

vdja 11, via. 

vdida, pi. vdite e vdit (Val 
de), li, 62, vite. 

vdigna végna 11, 41, vigna. 

vdila 6, vela. 

vàin 11, vino. 

vàina 6, vena. 

vàita 11, vita. 

vai 5, 29, 42, valle. 

valdro 7, 28, valere. 

Valdemdur 282-83, ni. 

vdnder venddre 7, 72, ven- 
dere. 

vart 14, orto. 

vas 76, 82; v. s. anduàr. 

ve 70, a voi, vi. 

veclisùn, f. v eclisùna, 1, 
44, vegliesano 'veglioto'. 

vedàr (1^ sng. prs. vidd, 1* 
pi. ve daini e; l'^ sing. imperf. 
veddja, 1* t^\. vedajdime; 1^ 
sng. fut. veddra, 1^ pi. vedàr- 
me; \^ sng. perf. tea vedàit 
50; prtc. vedòit; ger. veddn- 
do) 7, 9, 19, 36, 62, 77, 78, ve- 
dere. 



Il dial. veglioto: 

véi 50, vivo; v. s. viu. 

vegliai u velgdjo 30, 75, ve- 
glio. 

venero 8, 12, 28, 75, 77, 82, 
venire. 

venkdòj venchidòj 71, ven- 
tidue. 

V e n Jij ó i )i venchjó vi 7 1 , ven- 
tuno. 

vencs vene 41, 71, venti. 

véski 10, vescovo. 

vestemiànt 0, vestimento. 

vesiéi-se vestér (partic. ve- 
stidt) 12, 72, vestire. 

vet m., 36 a, biada; cfr. slov. 
oves. 

vetruón vetrùn, fera, ve- 
truóna, 1, vecchio; I 438. 

vidla p. 133, donnola; cfr. 
Arch. II 49. 

viàat 9, vento. 

vidntro 9, 28, ventre. 

viàrd, f. v iarda, 9, 67, verde. 

vidrm 9, 29, verme. 

vidrz, pi. vidrze. 9, 41, 
verza. 

viàssa 9, vece. 

vidspro 9, vespro. 

vicidin vie din 57, cugino, pros- 
simo. 

Vida 8, 44, "Veglia. 

viola, pi. vide. p. 126, città 
in gen.; I 437 n. 

v.iéclo 44, vecchio. 

villa 13, villaggio. 



Indice lessicale. Ì8S 

vìndre 8, 54, venerdì. 

vlrgiiia 8, vergine. 

vis vado; v. s. anduàr. 

viu, véi, vi, pi. vi, 13, 50, 
vi vo. 

vivar 539^ vivere. 

vói 82, va; cfr. s. anduàr. 

vòlta 2, 51, sentinella. 

vóli 41, la voglia. 

voluntuót 1, volontà. 

vu vo vói 70, voi. 

vudrh 66, orbo. 

vudrz 66, orzo; cfr. uarz. 

vudster v nastro, f. vudstra 
vuéstra vùstra, pi. f. vudstre , 
15, 70, vostro. 

vudt 66, otto. 

vudtvo 65, 71, ottavo. 

vultuót 1, voltato. 

zdime zanne zar zérme 
zer 11, 12, 61, 82, andare. 

zenócle 61; v. denocle. 

ziànt 9, 61, gente. 

zocudr 1, 40, 56, giuocare. 

Zóli dólci p. 134, ni. 

zùa 17, 40, 50, giovedì. 

Zuéche 40 e p. 134, ni.; cfr. 
venez. Zuèca. 

zùgno 40, giugno. 

zumd zumar 5, fischiare, si- 
bilare ; cfr. slov. siirnètì , esser 
ebbro; e per le varie accezioni, 
il ted. 'rauschen'. 

Ziimdngie p. 134. ni.; cfr. 
srb. zurnance. * 



* Per l'ultimo riordiuaracnto di tutto il presente lavoro, ma in ispecie per 
la compilazione di qaesV Indice lessicale, io devo e professo volentieri non 
poca gratitudine al dottore Luigi Stoppato. 



186 



Ive. 



C. ClMELJ RUMENI E VOCI DIVERSE, 
DEI TERRITORJ DI POGLIZZA E DOBASNIZZA, NELL'ISOLA DI VEGLIA. 



1. Singole parole. 



are egli ha; rum. istr. [d]re. 

basilica chiesa; cfr. rum. bi- 
sericà, e Tlnd. less. s. basàlca. 

bejùt bevuto; rum. istr. bejùt. 

bóu bue; rum. istr. bóu. 

caca solco ; cfr. slov. kaza serpe? 

cine cinque; cfr. rum. cinci e 
r Ind. less. s, ciénc. 

coptóru forno; rum. istr. ho- 
ptùru. 

cuturdn interjez. (cfr. srb. cu- 
tura bottiglia di legno ?). 

dèvet (srb. id.) e nopt, nove. 

fan fa pane. 

m n i é 1 u anjèle agnello ; cfr. 
rum. istr. mljélu. 

olla pecora; cfr. rum, istr. ója. 



opt otto; daco-rum. opf. 

pàtru quattro; rum. istr. id. 

sdpte sette; rum. istr. sdpte. 

sase sei; rum. istr. sdse. 

tréi tre; rum. istr. id. 

ur uno; rum. istr. id. 

caca vacca; rum. istr. id. 

vifcl vigèl vitello ; rum. istr. 
vltsèlu. 

zdce dieci, daco-rum. zece, rum. 
istr. zótsi. 

zdci wr undici; rum. istr. wr- 
prezetsi. 

zdci dói dodici; rum. istr. dói- 
prezetsi. 

zdci tréi tredici ; rum. istr. tréi- 
prezetsi. 



2. Singole frasi. 



Caco zutd? Come va a casa? 

C'è face ? Che cosa fai ? 

Da càia fare. Da quella [cosa] 
fiìori. 

Data ba. Date [da] bere. 

Dégno o zutd. Ancora non [sei] 
a casa? 

Drdcu te via. 11 diavolo ti porta. 

Juvój? [Che] volete? 

Juvój maruìicd? Volete man- 
giare? 

Juvój cu dómno? Volete [ve- 
nire] col Signore? 



Juvói puro? Volete [del] puro 
[vino]? 

Mers a càza. Va a casa (cfr, 
rum. istr. merge mere). 

Mers cu dómno. Va col Si- 
gnore. 

Numan cele. Non sa quello che 
parla (?). 

Pak cacdts maruncd. Va [a] 
mangiar e ... ! 

Sorbdite Idpte, sparinjdte pira. 
Sorbite il latte, risparmiate la pe- 
cora. 



Cimelj rumeni di Poglizza e Dobasnizza. ^87 

3. Frammento dell'orazione dominicale. 

C'dóe nóstru Mie jdste . . . prepemint . . . svètit nùmele tev , se 
(lane hlibu nóstric de svdha zi... dona vede (?) ; cfr. Miklosich, 
Ueber die wanderungen der Rumunen etc. , XXX voi. delle Mem. d. 
Ac. di Vienna, p. 8-9. 

4. Nomi locali^. 

Baùha, Bergùt, Bigllna, Bortlóvi, Bresfdn, Buina, Camindle, 
Canti, Cantili, Ceresgnina, Ceròcca, Chitrici, Cressevdn, Cristonòf, 
Decorine, Doglini, Duordn, Givancdla, GUùtic, Gomdgna, Gorsini, 
Gorzigna, Gtrlbiavi, Grddina, Gric , Jdno, Kernétic , Legilgie , 
Mdmos, Missérova, Mogdnika, Mudila, yùncole, Oblighi, Pèzzo, 
Pogdnke, Rébra, Samaria, Senliévi, Stròclevi, Stùblezi, Ùbrig, 
Valla, Valpèr, Vércore, Vldssic, Zulicév. 



* Questi uomi locali son tratti, per buona parte, da un libro catastale, 
che va dall'anno 1679 al 1804. 



INTORNO AI DIALETTI 

DI ALCUNE VALLATE ALL'ESTREMITÀ SETTENTRIONALE 

DEL LAGO MAGGIORE. 



I. Annotazioni fonetiche e naorfologictie, 
IL Effetti dell' -i su-lla tonica. 



DI 



Esordio. 



La regione, delle cui parlate io intendo occuparmi in questi Saggi, pende 
verso l'cstreniità di nord-est del f^ago Maggiore. Goniiircnde essa la valle 
della Vei-zasca, a nord di Locamo, le valli del bacino delia Maggia ^ cioè 
la Valmaggia propriamente detta, la Valle Onsernoue, le Centovalli, e infine 
la Valle.,yii£ezzo, la quale, da Re fino a Uruojj;no, forma un altipiano- che 
può considerarsi come una diretta continuazione delle Centovalli ^ 



^ Questa denominazione potrebbe per avventura spiacere ad un geografo, 
poiché in realtà le acque della Melezza e dell' Isornio non confluiscon prima 
tra loro, e poi più in giìi con quelle della Maggia, che nelle cosi dette Terre 
di Pedemonte, un antico seno del lago, riempito dai depositi dei ti'e fiumi, 
e non prendono unite il nome di ' Maggia ' che ad un pajo di chilometri 
dalla foce. 

2 Cfr. Cavalli, Cenni statistico-storici della Valle Vigezzo (S voi., Torino, 
1845) voi. I, 20-21. — In quest'altipiano hanno le sorgenti, e quel Melezzo 
che lo traversa quasi intiero, come attraversa intiere le Centovalli (dove 
tramuta il suo nome in Melezza), per scaricarsi nella Maggia, e l'altro Me- 
lezzo, che ne scaturisce alla estremità meridionale, e bagnata la sezione di 
Val Vigezzo (da Druogno in avanti) che pende verso la Toce, si scarica in 
questa. 

' Di queste valli, solo Val Vigezzo è anche politicamente italiana (prov. 

di Novara); le altre, con l'intiero Canton Ticino, di cui fanno parte. 

aspettano ancora. 



Dial, a settentr. d. Lago Magg. : Esordio. 189 

Di queste valli, la più importante, sia per estensione, sia per popolazione, 
è la Valmaggia propriamente detta; per noi è poi la più importante anche 
per ciò, che in essa, principalmente a Ccvio ed a Mcnzonio, ci fu dato di rac- 
cojriiere la maggior somma di materiale. 

Va questa Valle dal Ponte Brolla diritta fino a Gevio, donde si dirama la 
valle di Campo o della Rovan i, che mette da un lato nell'Onsernone, nella 
Formazza dall'altro. Continua poi, per pochi chilometri, fino a Bignasco, dove 
si biforca, formando a sinistra di ciii risale il fiume la valle Buvona, a destra 
la valle Lavizznra, che nella mente del popolo sarebbe la vera continuazione 
della Valmaggia, poiché le sue acque portano, e forse prevalentemente, anche 
il nome di 'Maggia'. E la Lavizzara mette da una parte nella Levcntina, 
dall'altra nella Vcrzasca. 

Delle altre valli, non importa al nostro assunto che se ne dica più minu- 
tamente. Solo importa, che nel seguente elenco si comprendano anche quei 
loro villaggi, che a me (in molto varia misura) fu dato esplorare '. 

Incominciamo dunque dalla Vallemagj^la, e diamo per tutte, tra parentesi, 
le sigle per cui si citano i rispettivi luoghi nel e irso del lavoro ^ Avremo, 
dalla Va He maggi a (vm.): per la Lncizzarn (lav.). Feccia (pc.) e Men- 
zonio (mnz.); per la Vaile Bavona, Cavergno (cav.); per la Rovana, Campo 
(cmp.) e Cerentino (cer.), infine, per la Valmaggia in senso ristretto, vale 



^ Devo in ispecie alla bella e preziosa amicizia, onde m' onorano i pro- 
fessori Giacomo Bontempi da Menzonio e Antonio Janner da Cevio, se mi 
riesce ahondante e sicura la notizia che per lunghi e frequenti interrogatorj 
ho potuto conseguire delle varietà di ({uei due paesi. Ma dappertutto io 
m'incontrai in cortesi persone, che secondarono con molta bon'à le mie ri- 
cerche. Tra i nomi, che tutti non posso dare, come la viva gratitudine vor- 
rebbe, mi sia ancor lecito di scegliere i seguenti: la signorina Adel.ide 
Bagnovini, maestra a Feccia; la signora Celestina Sonognini-Fratessa, mae- 
stra a Sonogno; la signora Janner-C isserini da Cerentino; il sijnor Giacomo 
Pontoni, maestro a Campo ; il signor ispettore Michele Fatocchi da Feccia; 
il m. r. signor G. A. Feretti, parroco alle Villette; il prof. G. B. Janner da 
Cevio; il prof. Giuseppe Nizzola dal Loco; il signor Manfrina, maestro a 
Borgnone; i quali tutti mi procurarono dei saggi scritti, quali più, quali 
meno copiosi; finalmente l'ispettore L.ifranchi da Goglio e il segrctyrio 
Luigi Magetti da Intragna, che subiron la tortura di intei'cogatorj i on brevi. 

* Occorre appena avvci'tire, che la sigla coli' iniziale minusc ila è per l'ag- 
gettivo tratto dal nome locale, e quelli con la majuscola è all'inconlro per 
questo stesso nome. Cjsì cv. dirà 'cevicsc', e Cv. dirà 'Ccvio'. — In gene- 
rale, la sigla s'inleule valere pel solo esempio che immediatamente le segue; 
e accadendo che si su-!se.j;u:ino più esemplari d'uno stesso luo.j;o, sarà essa 
perciò preposta a ciascun esemplare, ijuando per altra maniera ogni dubbio 
non sia escluso. La sigla s'omette, o perchè la evidenza la renda superflua, 
perchè la particolare provenienza non importi all'assunto. 



l'jii Salvlojii, 

a (lii'c da Follie Ei'olla a lìignasco, Ccvio (cv.) e Coglie (cgl.), quello nella 
parte alfa, questo uella bassa della valle. — Ter l'Onsernone (oas.) 
avremo notizia della varietà di Loco (le.) e Mosogno (mos.) nella Val d' in 
fora; di Craua (cr.) e Gomologno (crai.) nella Val d'in ent. Per le Cento- 
valli, avremo Intragua (int.) al principio e Borgnone (borgn.) al fondo 
della valle; per il territorio di confluenza delle tre valli, Losone (Is.); per 
Valle Yigezzo, Villette (vi); e per la Verzasca (verz.) : Sonogno (son.), 
che è in fondo alla valle, Gerra (g.) Lavertezzo (Iv.), e Vogorno (vog.). 

I documenti dialettali, che per questa regione sieno in poter degli studiosi, 
si riducono a ben poco. Non v'ha nulla, ch'io mi sappia, per Valle Algezzo 
e per le Ceutovalli. Della Valmaggia e della Verzasca s'ha la solita parabola 
nelle due versioni dello Stalder (St) e del Monti (Mt); e il Monti con- 
sidera le due valli pur nel suo 'Vocabolario'; scarsa però e malsicura ma- 
teria, con la quale l'Archivio (I 2o7-o9) ha pur saputo egregiamente edificare. 
Più recenti son le due traduzioni, onsernonese (varietà di Loco) e verza- 
schese, nell'opera del Papanti (Pap.). Alla Valmaggia è poi fatta la parte 
del leone in un lavoretto pubblicato dal prof. Antonio Janner (Alcune noie 
intorno ai dialetti ticinesi, nell' 'Educatore della Svizzera italiana', voi. 
XXIV, num. 4, S, 1, 8); il quale professore io debbo nuovamente qui ringra- 
ziare, per avermi egli gentilmente ceduti i quaderni, onde quelle sue note 
erano estratte. 



La più spiccata caratteristica di questi dialetti, presi iu comune, ò 
senza dubbio quella a cui dedico il secondo de' presenti 'Saggi'. L'in- 
fluenza dell' -i sulla tonica si manifesta nelle nostre valli con una lar- 
ghezza e una costanza che non hanno esempio altrove. Implica poi 
questo fenomeno un particolare argomento di connessione coi dialetti 
della valle dei Po. 

Dei rapporti che corrono tra i dialetti della nostra regione e i di;> 
letti lombardi, non accade qui toccare. Il fondo ne appare lombardo; 
e perciò vai meglio ricercar le affinità con altri sistemi dialettali. 

Di caratteristiche ladine che manifestamente qui si protendano, si 
hanno le seguenti: a) la solita alterazione di Ji e g, num. 78 sgg., 
91 sgg.; risultando però caratteristica delia nostra zona la restrizione 
di cui si tocca a num. 78, 91; p) il dittongo per l'è di posizione. 
num. 14; y) il dittongo [ò e] per Vó di posizione, num. 25; S) 
V d che s'altera in e, preceduto che sia da suono palatile, num, 4; e) 
r ù per ù, fenomeno però comune anche al lombardo, al pedemontano 
e al ligure. Meno spiccate sono le convenienze col ladino che si con- 
siderano ai num, 37, 23, 28, Particolari concordanze lessicali avremo 
in spleca num. 61 n, méltra num. 31, nesela ecc. num. 32, joio mini. 
104, cura num. 90, verz. pus p'ùsd bacio baciare. 



Dial. a settentr. d. Lago Magg. : Esordio, 191 

Di alcuni fenomeni può esser dubbio se sian di continuità ladina o 
non piuttosto pedemontana. Tra questi V i per u num. 42, che è di 
Sopraselva, ma che è anche una caratteristica monferrina ^; il dileguarsi 
del g delle formolo GO GU num. 99 (cfr. i monferrini e alessandrini 
privic pericolo, péjora pecora, arjordéssi ricordarsi). Ma è di sicura 
continuazione pedemontana, e particolarmente monferrina, il num. 33, 
specie per la prostesi dell' a; e saranno pure di continuazione pedo- 
montana le risoluzioni di AL OL a Villette, num. 9, 57; il j per -j- 
pure a Villette, num. 93; V -é dell'infinito a Gerra, num. 5, e l'-w per 
-li'o, num 59. 

Fenomeni peculiari alla nostra regione, vale a dire indipendenti da 
ogni diretta connessione con altri sistemi dialettali, pajonmi poi essere: 

a) il volgersi di è in i - nella formola e + nas. + cous. ; num. 15. 

p) il ridursi di i ad e, seguito che sia da j, g, n; uura. 20. 

v] il non alterarsi dell' w a Le. e Ls. ^; num. 27, 

S) il cadere di -a in parole sdrucciole; num. 44. 

e) l'epitesi di -n; num. 118. 

C) il passare del n di -ón in m\ num. 77; cfr. però Arch. 1 165 u, 
202-3. 

7]) l'invertirsi di djr in arj; num. 121. 
Ricordo qui inoltre i num. 105, 110"*; e per le caratteristiche mor- 
fologiche, i num. 129^ 132, 133, 134, 135. 

Lessicalmente notevoli sono i riflessi popolari di locusta num. 97, 
di sorore- num. 33, di quterere par, VI, di rejicere 87; le voci 
hhePi num. 33 n. slavi num, 104, ed altre. 



La sigla 'num.', seguita da cifra arabica, rimanda al primo di questi Saggi; 
la sigla 'par.', o §, seguita da numero romano, al secondo. 



^ Giova però notare, che Sopraselva e Monferrato hanno 1'*' anche per Vii 
tonico, e Intragna all'incontro solo per 1' atono. 

^ Se poi r i qui rappresenti una ulterior riduzione dell' éi che è p. e. nei 
riflessi emiliani di EXT, ENS, EMP, mal si potrebbe decidere. Rimarrebbe 
sempre peculiare alla Valmaggia il fatto della riduzione. 

" S'ha anche, per dii- di una varietà non lontana, nella Mesolcina. 

* Il fenomeno dell'enti, è da una parte anche nel contado bellinzoncse 
e nella Mesolcina, dall'altra in varietà canavesane; - il -Ti per in è di tutta 
l'alta valle del Ticino e di parecchie varietà verbanesi; - gli schietti è q g, 
e e- if come al num. 61, testo e nota, ricorrono pure largamente in varietà 
verbanesi e valsesianc; - '• e ìj anche a Carasso presso Eollinzona. 



lOJÌ Salvioni, 

X. 

ANNOTAZIONI FONETICHE E MORFOLOGICHE. 



1. Annotazioni fonetiche. 

Vocali tonich.e. 

A. 

1. Per effetto fieli' i rli iato in sillaba postonica, s' ha 1' alte- 
razione di d in é ^ nelle seguenti parole: mnz. ons. speri (cv. 
cgl. spFvi) ombroso (del cavallo), 'pavi[d]o-', vm. erbi mangia- 
toia 'alveo-', ninz. alesi ^ adagio, quasi 'a-I-ngio', cfr. fr, à 
Vaise, vm. le. scea (mnz. s-'cen, or. s-cdn) sgabello ^ gesa (e gesa) 
ghiaccio, esemplare questo comune a pressocliò intera la zona. 
Per r identica ragione , il cv. pare * abbia alterato in e Va di 



^ Si ('ice e si dirà ancora altrove, in modo alfatto generale, 'e', sebbene 
il valor qualilativo di questa vocale varii nella risposta d' una slessa base 
latina, secondo i diversi paesi. L'indicazione precisa è poi data nei ^ingoli 
esempj. Circa l'aversi nello stesso paese, a Cv., s.eà accanto ad erbi, che 
vuol dire due diversi effetti d'una stessa causa, si consideri la diversa natura 
dei suoni che in quelle parole seguono all'è, e si paragonino tra loro i pai'. 
I e H (asmi emn, ma z'jari zberi). 

^ Per questo esemplare potrabbc forse valer l'analogia del n. 2. 

* Taluno forse penserà che l'è di questi tre esemplari vada piuttosto ri- 
petuto dall'influenza dcll'-i, che non da quella dell'i di iato: ma, a tacer 
d'altri argomenti, la mia collocazione si legittima pel cr. pevij num. 63, il 
quale non può non risalire a *pPvi-o. 

* Mi esprimo in modo dubitativo, perchè accanto a questi verbi ve ne 
sono degli altri, che in sillaba postonica non contengono Vi di iato e nella 
cui radicale pur occorre questo stesso e al posto di d. Così fe'i -a salo -a. 
imfe't -a, a m' n eH mi ammalo, le-i-a (in quest'esemplare Ve s' ha anche 
ad Int., leic Ig-a lavo -a, e qui deve avere una ragione sua speciale), je^sl 
-a, ìe;si -a (e Inssi -a), (jresil -a (e guasli a), iveidl -a (e mandi -a), 
ye'll -n, :c'ci -a ecc. Ora, ben potrebbe darsi the i molti verbi, in cui Ve 
del tema vien legittimamente da à secondo il num. 4, sieiio andati asso- 
ciandosi gli esemplari come ìq'ì ecc (la spinta associativa poteva qui essere 
favorita dalla circostanza che uell' 'Umlaut' verbale la 2' pers. sing. dell'indie, 
e del cong. pres. risponde per e tanto all'è che all' a delle altre voci rizo- 



Dialetti a seltentr. d. Lago Maggiore : a. 193 

tutte le voci rizotoniche d' un certo numero di verbi : tesi tes ^ 
taceo tPvCet tace, veli vel (e vedi vai) valeo -t, hesi -a (e basi -ci) 
bacio -a, stresi -a straccio -a, spezi -a spazzo -a, beni -a, cim- 
tefn -a multo -a, num. 106 , teji -a taglio -a, ed altri ; ma pari 
imr pajo pare, vanzi ecc. 

2. Seguito che sia da / (/), e (e) o n, V a s'altera in e : nella 
risposta di -A[T]I primario o secondario, e così porte] mandéj 
portati ecc., 2)rej prati, frej frati ^; vi. mangéj voi mangiate^; 
vm. asséj, pisséj ' plus-satis ' Arch. VII 591 n *; - in Zec latte, e 



toniche : perdi perdi e zòari zberi), e che tra i verbi attrattori si aggiunges- 
sero pur besi, spezi ecc. ; ma anche potrebbe darsi, che questi, anziché con- 
tribuire ad esercitarla, abbiano subita 1' attrazione come gli altri, e che il 
loro e, come foneticamente così storicamente, per nulla differisca dall' e 
di lessi guesti ecc. A proposito del quale e, gioverà ancora non perdere 
di vista r -i di 1* pers. sing. indie, pres., comunque si voglia spiegarlo, né 
r -i del sing. cong. pres. 

1 Nella risposta di tàceo tacet tace, Ve non è solo di Cv., ma è di 
gran parte della regione; e perciò lo attribuirei sicuramente all'influenza 
dell' / di iato. Non mi dissimulo però le obiezioni che questa sentenza può 
sollevare; le quali non si elidono se non ricorrendo a un processo di livel- 
lamento, alquanto complicato. Ma è pur tutt'altro che inverosimile, e si de- 
scriverebbe così: la risposta normale di -cj- è s (raen fregucnte s), come 
è 1 la risposta normale di e fra vocali; perciò, ammesso Ve per a nelle 
forme rizonotiche in cui entra l' i di iato e prescindendosi dalle ultime mo- 
dificazioni dell'uscita, si possono teoricamente stabilire i due tipi *teso taceo, 
tesa taceam -s -t da un lato, e *taze taces tacet tace dall' altro, riuscendo 
a quest'ultimo anche la quasi totalità delle voci non rizonotiche. Ora il li- 
vellamento tra i due tipi si sarebbe compiuto nel senso, che le forme del 
secondo tipo avrebbero imposto a quelle del primo il loro i, mentre queste 
alla lor volta avrebbero esteso alle forme del secondo tipo il loro e. — 
L'identico ragionamento può farsi anche a proposito di veli vel che però, 
come vedemmo, è solo di Gv., e a cui perciò si attagliano le considerazioni 
della nota precedente. I due tipi concorrenti sarebbero qui stati *veio e *vale. 

* int. porte}, Is. sfide num. 118, verz. sete. 
' Nel resto della regione, mandé ecc. 

* int. pissén num. 118; comunemente, del resto: plissé. — Altri ci da ài: 
ons. qiieic- qualche, mnz. (jeida (cv. iieda] pieni, gajda, v. Diez less. s. 
ghiera). Rimane poi dubbio, se ne' plur. della specie di mos. sej sani, int. 
massej messali, seossei grembiali, s'abbia e = a per influenza dello j, o non 
piuttosto, come io crederei, per 1' 'Umlaut'. Cfr. nura. S2 u. 

Archivio glottol. it., IX. 13 



494 Salvioni, 

nei prtc. fec fatto, trec tratto ^ cfr. num. 133; - nei vm. cen 
cane, pien piano, gren grano (mnz. cen ecc.) ^, ai quali va forse 
aggiunto scen, cfr. num. 1 ^ 

3. -ARIO -ARIA. Per la più gran parte della regione, ci ri- 
duciamo al semplice -é {e e e secondo i luoghi) pel masc, con 
-èra {-era) al fera. Ma l'ons. ha -éi (niulinéi, lenaméi, feréi^ soléi 
camera , pei pajo) ; e restiamo incerti se 1' -éi corrisponda ad 
*-e7r, se vi s'abbia, cioè, l'identico dittongo che ivi s'inferisce pur 
dal feminile o pi. neutro {stadéria, muUnéria^ pèrla paja * ; -eria 
= *-eira, v. num. 121), o non piuttosto una special risoluzione 
di un -è secondario; cfr. Arch. I 261. Schietto V -èira = -A'RIA 
nel pc. ^: vigèira alveare '^api cui aria, lavandèira, manéira, 
caldéira, Ucéira lettiera, stadéira, intèira volentieri '^'ontéira^. 
Ugualmente: peira pajo, vigeira, anche nei paesi dell' Ons. che 
men si risentono degli effetti del citato num. 121, e così p. es. 
dicono anche peira =péria pecora. La risoluzione poi di un -Amo 
(-^r) di antica fase, sarà, nell' Osernone, -ie (i), -iera {-ira)^: 
candelie, pi. candeliér, lavaìidiera, caldlera, voloncira volentieri; 
cfr. num. 14, 54, 55. 

Andrà finalmente considerato a parte 1' -ARIO delle basi bisil- 



^ cr. fdc, iut. fao, Idc; e parrebbe aggiungersi anche vidj viaggio, se non 
v'andasse considerato anche 1' i che precede alla tonica. 

^ Is. cheti gren, son. cen, cr. cdìì scdn; ma int. scan, can, pian, vi. cnn 
pian gran, Iv. e g. can can, pian, gran, scafi. — Sbaglierebbe di certo, io 
credo, chi cercasse la ragion del fenomeno nella formola AN. 

^ Non parrà superfluo notare, che sia sempre finale il suono onde qui si 
ripete l'alterazione, eccetto in qiieic e geida, che non sono limitati a queste 
valli. S'aggiunge, quanto a e (e) e n, che si tratta di soli monosillabi. 

* Ma il vuntéria volontieri, di VI. al qual paese non s' estende l' azione 
del num. 121 , sarà di spettanza del num. 1 ; e così il pc. filéria la veglia 
nelle stalle durante l'inverno, 'filaria' (cfr. beli, firóiia e il ted. 'spiunstube'). 

^ A Cer. s'ha vugeiròw agorajo, *acuculariólo-; ma si tratta di -ario atono, 
che può quindi aver ragioni sue proprie; cfr. verz. simairo stromento con 
cui si colgono le castagne, *cimariólo. 

® Una forma di pi. neutro sarebbe stéira stajo, cioè la forma di pi. este- 
sasi al sing. ; cfr. mil. on dida, pi. do dida ; pn brazza, do brazza. 

■^ È in tutto parallela a questa di -ARIA la risoluzione di -A'SEA, nel 
raos. serisa ciliegia; quella di -A'NEA, nel le. castina castagna; e quella 
di -A'BEA, nel cr. ibia habeam. 



Dialetti a settentr. d. Lago Maggiore: ci. 195 

labe *pario- *clario- '^rario-, poiché, in generale, si svolga 
altrimenti che non l'-ARIO d'antica e schietta ragione etimolo- 
gica. L' i è sempre attratto, e si hanno le tre risposte -dir -éir 
ed -ér: pc. ceir pdim (sing.), rdir; ons. rdriit num. 121; int. 
peir ceir reir\ cgl. ceir peir; vog. ce//-, pdjar, ràjar *pàjr ràjr; 
vi. plur. réjar (qui l'è forse per 1' ' Umlaut ' ; sing. rar)\ cmp. 
cer., per. — Qui ancora s'aggiunge il mnz. geira ghiaja, 

4. Ma la più estesa e più costante alterazione dell' à è nel 
dial. di Cv. e delle sotto-varietà di Val di Campo e di Cavergno. 
Vi passa egli in e (a Cer. in e), preceduto che sia da e, g, d, g, 
^7 ^1 jì ^^ ' • cenva cantina, ' canepa ' , cena canna, cewra capra, 
cenii canape (^cdngw, cfr. bellinz. cànuf), ceni, ce, certa, pacew 
peccato, marceio mercato, sace seccare, pasce pescare, mascè mi- 
schiare, prtc. -céiv -cèda'", get gatto, gel gallo, gemha, gena al- 
lato a gana frana, zgef schiaffo (cfr. mil. zgaff), zlarge allar- 
gare, partic. -géw, -goda; cew chiave, cepi -a acchiappo -a (cfr. 
mil. càppi), cerni chiamo (cer. scew seccato, mascè mischiare; 
cfr. num. 61, 80 n); genda ghianda, gè cucchiajo num. 33, vagesa 
vecchiaccia, spassageda, range, mange, prtc. -gèio -géda; set = m\\. 
satt rospo, sempa zampa, 5e = lomb. sci qua *ecce-hac, marseiv 
merciadro, num. 59, x^aseda = \omh. pesàda calcio, strase strac- 
ciare, prtc. -séw -seda; ze già, zeld giallo, nianaze maneggiare, 
prtc. -zéiv -zéda\ Jecum Giacomo, pe^/a piaga, pieza, hieva biada, 
a riena a rigagnoli (della pioggia) *r Ivana, fied fiato, dievuly 
vieg viaggio, fijestra figliastra, mi-enea anch'io, ali. ad anca mi, 
prajè pregare, ziijè giocare, piajè piegare, carie caricare, rassie 
segare, cajè cacare, Smaje somigliare, tajè tagliare, partic. -jéw 
-jeda; nenca neanche, znen num. 33a, raìieda ragnatela, ciineto 
-neda cognato -a, banè, guadane, prtc. -iléio -néda^. 



* Cmp. manca talvolta all'appello, avendosi colà gànda piai, diévn, mira. 
59, ed altri esempi analoghi. Ma iu gciUÌ, gald, cah, dove 1' a appare rein- 
tegrato, par. Ili, la ragione dell'anomalia risulta chiara dalla natura del nesso 
che segue air«. — Cav. dà ìjal che si potrebbe considerare come un es. da 
aggiungere ai precedenti, ove non s'avessero, d'altra parte, celd e eelz. 

2 Di clienti -a ecc., v. al num. 78. 

8 Per ulteriori esempj, v. i num. 78, 80, 91, 93, e il par. Y. AH' infuori 
di questo territorio, il fenomeno non ritorna se non sporadico. Si direbbe in- 



ire Salvioni, 

5. Solo a Gerra s'iia -e indistintamente per V -d (-are) del- 
l'infinito: aide ajutare, trove, mande ecc. I\Ia, col pronome encli- 
tico: aiddl, aidàg ecc. \ Cfr. num. 10. 

(}. Per la formoia AN^, citerò brilsént 'bruciante', rimandando 
ai par. II, III. Non ho poi trovato, per quanto n'abbia chiesto, 
\\ fent registrato per vm. dal Monti. 7. Di d alterato per m 
che gli preceda, non ho se non il cer. dimo = lomb. dgmd o nQmd 
soltanto, 'non-magis'. Ma non manca il solito piihia pialla. 

8. -A[TJO: mnz. cv. cmp. portdw ecc. (salvi per cv. e cmp. 
gli effetti di cui al num. 4); cgl. vi. porto; mos. portQiv\ le. cr. 
cml. poHctv; son. setó; int. portón, Is. cunò cognato, num. 118 ^ 

9. AL^. Solo Vi. riduce 1' al ad au: dut altro, dut alto, fduc 
falce, mi a sdut io salto; autor ^. 

10. Lo strascico nasale (num. 118) porta con sé che il Iv. 
intorbidi in e V -d (-are) dell'infinito: trovè^ porte ^ zilghè , 
sircè, ecc. 



cipiente nell'ini, sì per la scarsezza degli esemplari, e sì per l'oscillar della 
vocale che sottentra adrf: hdio chiave, cìiijdn cucchiajo (borgn. cJùgée), e 
forse vidj num. 2 n. Dall' Ons. ho il raos. chlfje, e di tutta la valle: pienz 
piangere, hjinl bianco (bienj, num. 14). Ma qui va forse considerata la spe- 
cial formoia 'AN-. 

1 Questo fenomeno è anche in Levcntiua, ma con la differenza, che vi di- 
penda dalla qualità della consonante iniziale del pronome. Così: laude, lan- 
de] - lomb. lodàg lodargli (lodare a lui q. e), laude f= lomb. lodaf lodarvi ; 
ma laudani lodarmi, laudai lodarlo, laudàri lodarne, lauddj lodarli. S'ha 
dunque Ve in quei casi nei quali il lomb. allunga 1' -a, cioè quando il pron. 
cominci per una media. In lauddj = lodaJ si tratta di lauda-Ili. 

^ Ritengo, con l'Ascoli, erronea l'asserzione del Mt., che in Verz. s'abbia 
-ó = -à (-are). Non ho io almeno saputo trovare alcun esempio che la con- 
forti. 

^ Sia qui considerato Veit che Ous. ci dà per plur. maschile di alt altro 
(pi. fera. àit). È una forma, che si ritrova largamente rappresentata nella re- 
gione verbanese, da questa valle ingiìi, e nell'ambiente pedemontano, nel 
quale il sing. dà normalmente V da-. Così eil a Yì., dit a Varallo, diti a 
Rovello (prov. Cuneo), et (=*dit, cfr. tiiit tutti) e etre (=*ditre) nel cana- 
vese, àitri e àitre su quel di Torino ; e 1' Ascoli, Arch. I 294 n, ben vide che 
.si trattava dell'-/ ripercosso dietro alla tonica. Che se l'asserto non par valere 
per le forme di plur. fem., nelle quali 1' -e ben si conserva, è facile rispondere, 
che un aitr-, dapprima proprio del solo plur. masc, debba essersi a poco 
a poco esteso anche al plur. lem.; e dutre di contro ad et s' ha ancora p. 



Dialetti a setfcnti-. d. Lago Maggiore: é. 197 

E\ 

Breve. 11. S'ba in pressoché tutta la zona il dittongo, mo- 
nottongizzato in /, per Ve nella risposta di tepido: mnz. vi. 
tivi (femm. tivia) mos. tit'ìd ^ , cr. cwi ^ (ma le. cv. tévi). A que- 



es. a Piveroue, il loco natio nel nostro venerando professore Flechia, come 
pili sotto io troviamo anche a Morazzano. Ora, non può esser dubbio che 
V eit d'Ons. sia una sola e stessa cosa coi suoi equivalenti pedemontani; 
ed è quindi necessario, che di quello e di questi si dia un'identica dichia- 
razione. La quale non torna possibile, quando si parta dal tipo di singolare, 
che neirOns. dà al- e nel piera. du-. Ma noi dobbiamo considerare: 1° che 
la zona pedemontana, attigua alla Liguria, ha comune con la Liguria Va = Ai,-; 
2° che l'esemplare savia = s a 1 v i a è largamente rappresentato pur nel resto 
dell'ambiente pedemontano; 3"* che gli antichi documenti dialettali subalpini 
hanno al plur, masc. atre (ed aytre), di fronte al sing. àutr àotr, e anche 
danno atresi altresì {Gallo -ita! io che predigten, ed. Foerster, 49, 61); 4° che 
il casalese ha àt o dter sing. e pi. (rustico pi. ac) di contro ai normali caud, 
diif alto; e che ac altri, di contro ad dtttr altro, dtitre altre, s'ha a Moraz- 
zano (circ. di Mondovì), il quale ac non si distingue da dit et ecc. se non 
per la non avvenuta attrazione dell' -i. Tutto dunque persuade, che si risalga 
a un plurale atri. Saranno senza dubbio coesistiti, un tempo, il tipo con V alt- 
aut-, da una parte, e con 1' at- dall' altra, per entrambi i numeri. Per alcun 
tempo il tipo A'LTR od A'UTR da una parte e il tipo A'TR dall'altra va- 
levano indifferentemente tanto per il plurale che pel singolare. Più tardi, 
in qualche varietà non rimase se non un solo tipo; e cosi in alcune parti 
del canav.: sing. dut, plur. due; e all' incontro nel casalese: sng. at, pi. àt 
od oc. Li altre, il doppio tipo valse a ottenere un piìi forte distacco tra sing, 
e plur.; ed è la condizione dell' Ons. e di gran parte delle parlate piemon- 
tesi, -Non chiuderò questa nota, senza ricordare V ék altri {dk altre) d' In- 
tragna. La stranezza del fenomeno non deve, io credo, interdirci di affermare, 
che il k qui provenga da o (cfr. num. 61 n.) : ek = 6^ = ''ai-tj. Il pi. fem. è 
poi rifoggiato di pianta sul masc. (come l'ons. dit su eit) mantenendo cioè 
la sola antitesi della tonica; cfr. se/ì sani, eit alti, saù sane, alt alle. 

^ Per l'è, in quanto rimane, cambiando solo di colorito secondo i diversi 
paesi, rimando ai par. IV, V, VI. 

^ Questa forma, col d conservato, toglie ogni dubbio circa la vera natura 
del dittongo; poiché esso vi risponde manifestamente ad e e non ad un e 
che si risenta di i nell'iato (tevi-o), come si potrebbe supporre per tivi ecc. 

' Non va certamente considerato, alla stessa stregua del nostro civi, il 
cìmepp di Valle Anzasca, Arch. I 2S4, che si trova in Piemonte (Valduggia 
ce/), Mondovì cep) e che tuttalpiù potrebbe essere un esempio, sempre anor- 



i98 • Salvioni, 

st' esempio, l'ons. aggiunge: mie mio miei, sìp. tu sei \ dies dieci 
(e cosi sies sei), liez leggere. 

Lungo. 13. Oiis. (là éi nei pron. enfatici mèi tèi rciè te (mil. 
miti)'. 13. È i per e (e ecc., cfr. nn. 15, IG) nei soliti sira^ 
sira (però or. séra)\ pc. butija (cv. cmp. butej'a) , velia, pah; 
maisiar maestro, maistra siero acido; vm. Falci Falda ni. fre- 
quente, = fageto -a; verz. {Vk?.) pianzind (ma viiiend, sentend)', 
pc. tari'i terreno; esempj tutti, meno sira, nei quali va considerata 
la consonante o il nesso che segue o seguiva all' e. Qui pur forse 
il Iv. son. cadri'ga (vog. cadrega e insieme intreg intiero); ma turba 
alquanto il cadrlga di Gerra ^ 

In posizione. 14. L'Ons. ci offre il dittongo per Ve di po- 
sizione*, come già ce l'offriva per -£erio e per e; ed è, per 



male però d' ìe = é di posizione (nel -jìp- vorrei io vedere la risultanza di 
uno -vj- seriore, cfr. mil. fop2)a = {ov ea, dove l'iato è però antico, anziché 
il ^ latino, al quale l'Asc. si fermava). Ho detto ' tuttalpiìi', perchè io vera- 
mente preferisco l'opinione che udii dal Flechia, secondo la guale in crp ecc. 
s'avrebbe a cercare un tepulo- (cfr. tepula aqua nei diz.), ridottosi a 
quella condizione per la via di teplo tlepo clepo. La vera risposta di tepido- 
s'avrebbe poi nel tor. t§M, casal, tiìbi, valdugg. tebi, raondov. tepi (*tebio o 
"^tepio da tevio; cfr. gabbia e capia = c?iv ea). A Vald. e a Mond. i due al- 
lotropi sono messi a profitto per distinguere due differenti gradi di tepore. 
^ Del plur. pi piedi (sing. pe) è diffìcile dire se rappresenti un piel. S'ha 
però piei nella versione verz. della parab. data dal Monti; e sarebbe, se è 
genuino, l' unico esempio a me noto d' un ie verz. che risponda ad é. La 
ragione ne andrebbe cercata, come per l'ons. U = *Ue lei, nell'i che imme- 
diatamente sussegue o susseguiva all' é. 

^ Di éi che pigli il posto dell'?, s'hanno due altri casi nei pc. céira ciera, 
primavéira. Ma per céira sarà lecito aver ricorso alla base cerea resa molto 
verosimile dall'Ascor-i. Arch. IV 119-22 n, e ammettere senz'altro l'attrazione 
dell' * (cfr. vals. féjra fiera, Arch. ITI 8: ma pc. ha fera); e primavéira ri- 
manendo così del tutto auoi'male, ci vedrei un -èra che s' imbranca tra gli 
-èira- -ària nuin 3. 

' Si può chiedere, se nel vi. pi pieni, e simili (cfr. num. 52), s'abbia V-éi 
ridotto ad -i per mero procedimento fonetico {-éj -ij -l) o non c'entri piut- 
.tosto la ragione del solito avvicendarsi di é al sing. ed i al pi. ; come già 
il dubbio analogo si sollevava per -§j = -oj al num. 2. Ne s'ha maggior si- 
curezza circa l'-t a cui riesce l'-etis -e te di 2. plur. {scrivi, vandi), dove 
si chiede se l'i sia da é, da é...i, o se non invalga piuttosto l'analogia 
biella quarta. 

^ Unico esempio che mi sia occorso fuori d'Ons., il pc. spiec specchio. 



Dialetti a settcufr. d. Lago Maggiore: é. d99 

quanto si sappia, l'unico territorio nell'anfizona lombarda che 
offra questa considerevole congruenza con la zona ladina. Es. : 
tiemj}, client, vieni; miedni modano 'metro', viedru con dittongo 
terziario (/, e, ie), Pletru (il dittongo avrà qui promossa 1' ado- 
zione della piena forma letteraria); avieri aperto, piersig pesca; 
'vediel, ferdiel fratello, comissiel gomitolo, martiel, aniel, cortiel 
(ma vedela, sorela, borela treccia di paglia, ecc.) ' ; vieó vecchio 
(fem. vega), spiec specchio; lieo letto, piec le mamme delle be- 
stie 'pectiis', Sjjiec io aspetto spieca aspetta ind. e imprt., piecen 
pettine"; niiez (fem. meza)\ miei meglio (e conseguentemente ^j/e^: 
peggio; cfr-. Arch. I 488 ecc.); bedieja betulla % cioè *bet-ell-ia, 
cfr. int. bidéta, cv. audéja; stierni ?>\io\o *sternio\ mestie, monastie*. 

Il clii.t>iigo ie, qual pur sia la sua provenienza^, può ridursi ad 
i^ o addirittura ad i in proporzioni che variano secondo i luoghi: 
cml. vi^lru, mi^dru; le. m meglio, li lei, castina; mos. serisa, 
stimi; or. cimp, gint, voloncira, concini, cfr. num. 54-55, ibia 
num 3, vjint, vidrii, midru. V. ancora par. VI n. 

15. È normale a Cgl. Cv. Cmp. Cer. Cav. 1' alterazione di e in 
i nella forinola EN, EM + cons. (cfr. num. 13): dint, vint vento, 
zint gente, a mini a mente, contint -inta, frmnint, spavint, sinti 
sint sento sente, pinsa egli pensa, vind vendere, cildinda chiu- 



^ La diversa determinazione della tonica, secondo l'uscita diversa (feno- 
meno già tanto studiato pei dial. merid. e i ladini, e riccorrente pur nei 
settentrionali, come p. e. nei piem. net ma neta^ verd ma v^rda, Jìochet ma 
fiocìieta), ritorna, nei limiti della zona che stiamo studiando, anche fuori 
dell' Ons.: Isu, verz. véc tega, méz meza, vedél vedela, cr. murné inumerà; 
cfr. num. 24, 2S. 

^ Ma lec stalla (cfr. anche cgl. tee di fronte a lec), che è 1' esempio per 
cui non siamo nelle condizioni d'un antico e, ma in quelle d'un antico t 
(cfr. ScHUCH. I 333); onde, se qui mi si concede un po' di ripetizione: fr. 
toit (cfr. étroit) acc. a Ut; it. tetto (cfr. stretto) acc. a letto petto; nap. 
tutu (cfr. strittu) ali. a lietu; piem. teit (cfr. streit) ali. a Jet. 

* Sarebbe questo l'unico esempio per il dittongo in parola uscente per -a; 
ma dobbiain considerare 1'/ (jj nella postonica e gli csempj paralleli féja 
méja ecc., num. 25. 

* Per veti lèneo tenet, cenen tenent ecc. vieù veiiio veait vietìen ve- 
niunt ecc., non so se invocare questo num., o il uuiii. 11, o entrambi. Circa 
il -ù, cfr. num. 77. 

* Qui pure i le. pins, bin"; cfi\ num. 4 n. 



200 Salvioni, 

denda, marìnda, sminza semente, cradinza\ timp, stimòri settemhre, 
novinibri, dasimbri. \'i risalterà prodotto terziario nei sef^. es. : 
int dentro (innz. ent) , strinz , tinz , strino stretto (mil. strenó), 
simpi semplice; cfr. par. III. Ui=e in posizione seriore: trindu 
tenero nn. IIP, 121, zlndni genero, sindra cenere. Però: seni 
(accanto a diliint trazint) ' e sémpru. 

16. ENS (cfr. num. 13): verz. téis satollo 'tenso'; è poi da 
notarsi IV che si ragguaglia all'è da ì: cv. cmp. tes, pes, mes. 

17. Cr. òtand distendere (ma stendeva ecc.); col quale man- 
deremo il verz. scmza (a = e = i) senza, non limitato a essa valle 
(cfr. ant. lomb. e ant. tose, sanza, frc. sans). 

18. A Pc. e a VI. s'ha o per é (= ^) di posiz. nella desinenza 
-éss = habuissem , del condizionale": pc. var'óss avrei avrebbe, 
tazaross, vi. coregaròss (però vusaréss, mandariss). — 19. E nella 
stessa desinenza, s lui u a Ls., il a Mnz. e a Son. ; Is. cantarùss (e 
cantaréss) ; son. savrìlss saprei, avriis-ba avrei, mnz. sarus-ba sarei *. 

I^ 

20. E legge costante del dial. di Le, che un i vi si debba 



^ La contraddizione tra seni e duzint ecc., è solo apparente; diizint ecc. ci 
rappresentano in realtà delie forme di plur. : *duceuti *treceuti e stanno a 
seni come il plur. timp al sing. temp ; cfr. par. VI. 

' Senza entrare a discutere se il fenomeno di e in 6 abbia sempre la me- 
desima storia, e ricordato quanto si adduce in Arch. 1 364 n, mi farò lecito 
qui avvertire, come in Arbedo, che è del contado bellinzoneso, e perciò 
in una zona molto vicina alla nostra, abondi 1' 6 per 1' e primario o secon- 
dario, in posiz. no, quando preceda a e {g), I, n, n, m: spòc specchio, viJc 
vecchio; ìoc letto, jooc, toc, spòci ecc. io aspetto; vedliì, restai, por sol (pi. 
-6j; feni. sorela; vedala sarà livellato a vedòl); mòna egli mena, piina penna, 
sona ceaa, pecóna = mi\. pecenna egli pettina; ^òw/ peggio, lavòìiz, Ióììz leg- 
gere; fòli fieno, sdii seno e segno (anche, per altra via 'sonno' e 'sogno'), 
tarda terreno, bòri bene, tòn tiene, vòù, viene, castòn = mi\. casleà castagne; 
tòma timore; -ò/»=-émo, che s'infiltra pur nella città di Bellinzona; fòm 
noi facciamo, som siamo, nòm noi andiamo, mandòm mandiamo, imprt. 

' [È 'sub judice' il quesito se il condiz. in -ess contenga il piuccheperf. 
di ha bere, cfr. Muss. beitr. 21 n, Arch. VII 474 n. Ma qui, a ogni modo, 
le vocali ò u il, e specie le due ultime, altro pur non saranno se non echi 
fonetiche di forme ausiliari come fuss fiiss ecc. — G. l. A.] 

* Per le solite e normali risoluzioni di i in e, si rimanda ai par. IV, V, VI. 



Dialetti a scttentr. d. Lago Maggiore: ó. 201 

convertire in e, ove gli seguano y, g o n: véja via, méja mia, 
Maréja, chisesséja chicliessia, stréja *stria strega; /e^ fico, deg 
dico, panég p-Mììco , fadéga , spega, vességa; ven vino, fefi fino, 
vesefi vicino, galefi pliir. di galina, num. 77. Una bella conferma 
di questa legge, anziché un'eccezione alla regola del par. VI, 
s'ha poi nei plur. se>ì leu (di fronte a sliì Un nel rimanente della 
regione). Si tratta di un e, che identico materialmente a quello 
del singolare (Ieri sefi), ne è però storicamente ben diverso; poiché 
questo è un prodotto secondario (é=e), e quello quaternario 
(é = i= é = i), surto com'è dall'? specifico del plur. liiì sin. 

Breve. 21. cv. cmp. iieiv neve, bew bevere, sed sete, neivra 
nube ("nibula Arch. Il 440 ecc.); ded dito. 

In posizione. 22. verd, net, vescuf, sep, len (ons. leh) ecc. 
S'hanno pur qui i soliti esempj di i conservato, parecchi fra i 
quali {urizi temporale, curizi diarrea, alnis alno, ecc.) hanno Vi 
incolume per effetto della susseguente palatile o d' i nell' iato. 
Ma non sarà esempio per i intatto il cv. cgl. cavi capii lo (cfr. 
badi batillo), che è veramente il legittiuio plur. d'un sing. 
"^cavél, e n' ha, qui come altrove, facilmente usurpato le veci. 

0. 

23. A VI, Cv. Cav. Cer. Cmp. s'ha w per ó negli stessi casi 
in cui a Milano e nel rimanente della nostra regione s'ha o: su 
sole, vùs voce; bramus, piengus piagnolone ; spus;fiu, lavù, diduì\ 
cacadil^ cv. sru 'sorore'; vi. prasun, cavalun, biin\ mimt punt\ 
ciirt, stazione alpina, quasi 'corte'. AU'infuori di Vi. s'ha però 
sempre V o nella risposta di -óne : frgni num. 99, capalgm, prasQm ; 
e va con questi boni buono. 

Breve. 24:. S'ha di regola il dittongo, cioè l'esito suo; purché 
all'o non segua nasale, nel qual caso s'ha g {bgm bun, sgh, gnij 
mgni', ma verz. trom tuono); e l'esito del dittongo è dappertutto 
0, meno che a Le, dove s'ha e. Nella risposta di -ólo, la Vra. 
ha -010^. Es.: ndiv nove, nuovo, da-prow da vicino, cv. sosar 



1 Non va confuso con \'-uw da -olo, V-òio del cmp. fow fuoco. Qui è piut- 
tosto l'-u di *fdfjìf, che si ripercuote dietro la tonica; cfr. fóiic di Giornico 
in Valle Leventina, e Arch. I 27. 



202 Salvioiii, 

suocero, mod Diodo, int. /0/7, log, zug, cmp. ho, pi. bòi, col quale 
esempio vanno, primario o secondario che 1' ò vi sia: t'ó so, pi. 
toi sol; -olo: int. chinó-h num. 118; cr. pisol pera, vm. inn'ów 
pino, caiì'dw tarlo, jow capretto num. 104 '. Le: new, feg, leg, 
cher, chinél, fasél ecc. 

Ripugnano al dittongo ed hanno in vece sua o, le parole che 
escono per -a, cfr. num. 14 n, e le forme verbali: nova, roda, mola, 
nisola ([)lur. now, rod, mot, nisoj); fora fuori ^ ; - mow muovere, 
movi muovo, mgio muove, provi provo, co'z cuocere, cozi cuoco; 
jpiow {o^it) piove, piovere^. 

In posizione. 25. Abonda il dittongo, nelle stesse condizioni 
del numero precedente (0 e) % con questo però di diverso , che 
qui meno vi ripugnano le fi)rme verbali o pur le voci uscenti per 
-a, sempie però che queste contengano o abbiano contenuto un 
i in iato nella sillaba che segue alla tonica. Es. : pc. c'òf correre, 
dasc'ór, cv. dromi dr'òm dormo -e (^dòrmi), còrt corto {scòrti ac- 
corcio), ort, mori sost., smort, cv. j^ort i)()rtico, tori, stori {storti 
storta nel verbo), orb, pòro (quindi mnz. Spòì'c sporco), corn, òr 
'^orl, ali. ad oriti orlo ^ ; col collo; long; oss, gròss, ad'óss, int. 
tossig (vm. tossi), poss possura, noss, voss', n'óst, vóst, poh nella 
locuzione dà post dar ordine, tòst (ma tosti io tosto), p>^iostj 
m'óst mosso, cv. culóstru primo latte dopo il parto, 'colostro'®; 



^ Dal saggio di Pc. ricavo cinéw 'cuneólo' (ma al pi. hiùòj), e sta, molto 
verosimilmente, per un'intera serie. 

^ Tiitlavolta: cer. cova covone, sòzra suocera, cv. scòla scuola. Manca 
per anomalia il dittongo anche al vm. cor cuore (1. cher). 

^ Tuttavolta: cv. zoji io giuoco ecc., dove forse influisce il sost. zòj. 

* Una speciale risoluzione è nei seguenti esempj, in cui la sillaba seguente 
ha \' i di iato consonante palatile: cv. cùns ia.cì\e, arrendevole, liinz lungi, 
mnz. sciirpi =he\Vmz. scòrpi scorpio, coi quali manderemo, pel -n, anche 
il pc. trun tuono ; tutte parole, meno sciirpi, in cui si parte da p ; ond' è 
da consultare il par. XI. Del cmp. tiié, tolto, è incerta la ragione (cfr. iiiva 
toglieva, tilss togliessi, tilró toglierò), come sono oscuri tee tic, che s'hanno, 
sempre per 'tolto', a Mnz. e a Pc. Occorrerebbe aver sott' occhio l'intera 
conjugaz. del verbo to togliere. 

* verz. revoeult (Mt.) svolta di via. 

" La posiz. s + cons. s'ha di certo anche nel cv. eosp, termine irriverente 
per 'genitore', se pur l'etimo ne sia incerto. 



Dialetti a settentr. d. Lago Maggiore: ó. 203 

wo^ = bellinz. mot mucchio, bot vuoto, verz. hagaròt lombrico; 
toc = mil. toc pezzo, eòe = mil. cgc ubbriaco, òrde (mnz. bròc) no- 
dosità delle piante, cfr. Diez less. 6S; zop, trop; (job; - toro ^ 
torchio; dg, piòg (ma dappertutto zinog [-ug]); eoe cotto, scdca 
= mil. scoca (v. Arch. VII 501) scotta; mnz. flos floscio; porti"' 
(ons. pòrtig) portico, cgl. cv. ordì (mnz. orz) orzo , lònz lungi, 
int, còìis manievole, amorevole (ma cgns sporco) ; mòja le molle, 
vòja voglia (int. voi, ma cv. voj io voglio), fòja (cgl. int. fola), 
verz. bedóla betulla num. 60, smòj ranno, BroJ ni., Broglio, to 
togliere (int. toi io tolgo) ; Cambi Canobbio ; cv. fav'ón favonio, 
cv. con cuneo, s'ón sonno e sogno (int. m'inson io sogno), bzon 
{zona bisogna), Sono'i, Camulon, Mosòn, nuli, (e qui forse pure 
il mnz. trbn, ma cfr. tròm num. 24); monz *mòz moggio, incò) 
oggi; bòz scodella (cfr. ital. boccia), ròz cavallaccio, che si pone 
qui pel suo -z, nonostante l' etimo incerto, cgl. cr. gòz ramarro ^ 
barbòz mento, verz. baròz truogolo; tossi; cer. arvòira ali. ad 
arv'òra rovereto *robur-ja cfr. Arch. I 255, cv. cul'òr nocciuolo 
selvatico *colur-jo*, int. mòr io muojo; vòjd vuoto, verz. bòjta 
ventre (cfr. mil. botàs ventre, e Diez less. s. 'botta' 'bozza'). — 
Le. : ert^ chern, però, erb, zep ecc. ; ed, féja, méja, sen, Comolen. 

Ma in voci per -a: storta, orba, zopa, mota ali. a mot ecc., 
Gong, possa ali. all' indie, pòss; boza ali. a boz, roza fem, di ròz, 
mnz. baroza mangiatoja. 

26. S' ha il per ó di posizione spenta, nel pc. ciisi cucisco, hus 
cucisce ecc.; forme che si combinano con le it. cucio cuce ecc. 



^ Quest'esempio e tort, che prima ci occorreva, mi richiamano il cv. tàrza 
■(torza) fascio di covoni, *torqaea o *torct-ia?, clie dà V u, di cui v. Arch. 
I 133 n. 

* Qui porti, e anche tossi, sebbene il dittongo non vi dipenda da i in 
iato (cfr. lìurt portij e tòssig). 

* Se il mil. ghez (mnz. [ie:i), ramarro, è voce non diversa dall' it. ghezzo, 
nero, l'etimo che di questo si dà (aìyvTrm?) avrebbe ora da goz una par- 
ticolare conferma; poiché ghezzo risponde pur sempre in modo anormale 
a una base che dovrebbe piuttosto dar *gozzo o *gezzo (cfr. num. 98 n.); 
laddove il nostro goz è il normale continuatore di *gozzo. 

* Avevo pensato di tenermi a colurnus; ma ben me ne distolse il Flechia, 
Nomi locali d'Italia derivati dal nome delle piante, p. 11. Il nostro culòr 
si ragguaglia perfettamente al boi. clur 'colurio'. 



204 Salvioni, 



u. 



27. Le. e Ls. non conoscono il suono ii, e rispondono con Vu 
siìVu degli altri dialetti: /?^w, nesun, mur, dur, pun. 

28. 1 paesi a cui si riferiva il nuin. 23, hanno pur u in ri- 
sposta dell' « breve (fuor di pos. o in pos.), che altrove si con- 
tinua per o: niis, crùs; nmnd, vulp ^ iirs, rut rotto, vi. lavùsta 
cavaletta, cv. crusta, mùsca, ecc. 

Lungo. 29. S'ha il solito il (od u; cfr. num. 27) \ 30. E Vii 
anche in liif, nella solita analogia (piena, liiv, it. lupo). 

In posizione. 31. Suppergiù alle condizioni lombarde. Re- 
golare r g nel cgl. lav. voga (= cv. vilga, lomb. gìlga), trattandusi 
di u\ com'è legittimo Vii del mnz. criist (iin toc de criist un cro- 
stellino; ma crosta), la base avendo Vu, cfr. Vanicek^ 63. Ma 
fanno maraviglia : brgz sporco *briit-io, per un verso ^, e cv. saUla 
satolla, cml. Uglista (altrove con l'o o Vu normale), per l'altro^. 
— Per 1';^ di pos. che passi in o, v. il num. 25; per wé^^ra = mulctra, 
vase di latte, v. Arch. 1 39 n, e sarà voce importata (valsass. id.). 

"Vocali àtone. 

32. L'aferesi non è più frequente di quello che nel milanese. 
Es. : verz. veri aprile, num. 115, cv. nel agnello, nesela ali. a 
aniela capra giovane, anni ce Ha, cfr. Arch. VII 515, mnz. va- 
riiss avrei, verz. vì'óba avrò num. 134, bii avuto. 

33a. Abonda all'incontro in VM. e a Vi. l'elisione di prima 
protonica: cv. vde vedere; srén sereno, sru 'sorore', sriida siero 



^ Nel crai, firn, fiume, s' avrà una special risoluzione di jiì. Ma è oscuro 
il cgl. cv. cito (cfr. inùl). culo, e per 1'/, e più ancora pel -w; non offrendo 
alcun probabile riscontro r-o«^ = -olo del num. 24. — Del sinonimo cav. co, 
V. par. XIII n. 

^ broz è voce affatto diversa da brodi che pur dice 'sporco'; cfr. mil. bor- 
degà ecc., Ardi. I o45 a, VII 503. J^on improbabile, tuttavia, che brodi abbia 
influito sulla tonica di broz. 

* sailla sta certamente per saviila, e forse il v ha potuto determinare Vii. 
Quanto a ligiìsla, varrebbe l'it. locusta, se fosse voce di popolo. Il Vanicek 
vede in locusta una formazione del genere di venusta s augustus e 
vori'ebbe dire con 1' u. 



Dialetti a setteutr. d. Lago Maggiore: Vocali atone. 205 

'seruta', smini semente, smaje somigliare, sméj ni. Someo, scè 
seccare, sti (onde il fem. stija) sottile, stlmhri settembre ; zmind 
guardare attentamente, esaminare, zné gennajo, cv. znen due 
*geminiànae ^; cv. do -chilo qui; \\. fnéstra, fré =feré fabbro- 
ferrajo, cv. /ni = lomb. /am, castagne lessate col guscio; prìin per 
uno, i^laiv calvo, 'pelato', plisa pellicola, plandin abitino; mnz. 
Brinzóna Bellinzona; cv. dmandà, dnian domani, Dmindia np. 
Domenica num. IIG; mnz. lovd nn. 89, 90, se è deliquari, 
come io credo, piuttosto che liquari (ma cfr. Arch. I 546 e); 
zgt di sotto, zgm di sopra; bzdn bisogno. Qui ancora: cv. sminzà 
^scminzà, ' s-cominciare '. 

33b. L'elisione importando nessi di consonanti mal tollerati, 
vi si rimedia per una di queste due maniere: V col lasciar cadere 
la consonante iniziale: ni ^vni venire; cav. mini *cmint come, 
ranz. gà *cgà cucchiajo, vi. nussl *cnussi voi conoscete; cgl. dola 
betulla (cfr. verz. bedòla), cer. zona *bzdna bisogna; cer. ziéda 
■■pzijéda pizzicotto, 'pizzicata'; — 2.'' con Va prostetico: alvdw 
lievito 'levato', alcéra lettiera, arvora ^rohur-ja num. 25, vi. ar- 
gordàss ricordarsi, arzadiw accanto a rasadlw guaime; aude ve- 
dere (vi. alighe), audél vitello, aule volere, vi. avni venire, austi 
vestito ^; cmp. admandd, adman ; ad-siU di sotto, ad-siìra di sopra; 
cv. audéja betulla num. 14 ^. 

34. Molto men frequente l'ettlissi di seconda protonica: cimsél 
= lomb. comigell gomitolo, anzela num. 32, caldrin pignattino; 
cusne consegnare num. 76, airgél stazione alpina, quasi 'corticello', 
znen num. 33a n, baivrd abbeverare, intamnà intaccare. 

35. Circa l'ettlissi di postonica, siamo suppergiù alle condi- 



1 La corrispondenza tra znen e geminianae risulta fonologicamente 
perfetta, secondo i num. 34, 4, 52, 77, 101. Circa il pi. masc. ziìm, si cfr. 
il par. Y; e per la formazione, il np. Gimignano. 

^ Cfr. auréga num. 43 n. 

» Un a- dello stesso genere è nelle proclitiche vm. ai = de, aZ = le (e 
anche = la; cfr. al me part la mia parte, St.), in comhinazioni come biicér 
nd fin, patì ad zejrt, al pelvi le pecore al me srU le mie sorelle. Similmente 
iu Verz. pan ed biava, pùjer ed calzai (ed = ad, num. 36); e va così spiegato 
pur Ver od ar che ivi risponde a la: er pianta la pianta, e passa dai tipi 
in cui era legittimo, ad ogni fem.: er agra l'acero, ecc. Ma Ver masc. sarà 
legittimo continuatore di el; num. 5G. 



206 • Sai V ioni, 

zioni milanesi : verz. Idrza larice, sdrza salice, mnz. màn^a ma- 
nica, lujànya (cfr. mesolc. mànga lugànga)\fémma, calizna, màzna 
macina, ^iiZi-'m, newra "nibula, hedra 'betula', lóp-a accanto a 
Igpola lucertola, sbzra suocera, Iv. scùtra scatola, cv. sespd *cae- 
spite', mnz. zélt gelato, quasi 'gelito', peira 'pej[o]ra', cfr. 
num. 99 n. 

36. In alcune varietà della Verz. occorrono alcuni casi di e da 
a in protonica interna : chesiéna castagna, ferdél fratello, ne = una 
(art. indet.): nemota-una mota cioè 'un mucchio', passato poi 
a dir 'molto' in ogni genere e numero (jiemota vin molto vino, 
nemota fcmen molte donne, nemofa sess molti sassi), ne fesa uno 
spicchio ecc. Cfr. num. 33b n, e er = ar = aì, St. 29. 

37. In tutta la regione son casi sporadici di e od i, protonico 
interno in a ' ; ma una tendenza ben pronunciata non se ne av- 
verte se non a VI., Int., e in Vm. , specialmente a Cmp. e Cv. 
In Vm., la tendenza è prossima a diventare una legge; e a rat- 
tenerla non vale l'altra tendenza a livellar tra loro le forme 
flessionali, né l'attiguità di suoni palatili; o anzi si direbbe che 
questi la promuovano, quasi per salvare Ve dai danni che la 
palattile gli minacci : piaje piegare, praje pregare, snaje anne- 
gare, raje = \omh. regà, smajè somigliare, sarcew cercato, sacè 
seccare , pacew peccato , vagesa vecchiaccia , paseda calcio, tani 
tenere, spassageda, manazè, scapa - lomb. séepà, curagu corretto, 
pascè pescare, mascè mischiare, vi. lagi leggete, fragur raffred- 
dore, onadiin ognuno, trasint trecento; savundà cfr. Arch. I 89, 
tiaviid nipote, cer. fawré febbrajo, bawrd, havil bevuto, dawld di- 
leguare num. 90, lavenz, davantàtv; cmp. kmzii', taìizit, langér 
leggiero, smantijè dimenticare, indrumantàtv, manéstra, fanéstra, 
dastandu, spandii', vandi'i (inf. dastind spimi vind, num. 15), «/•- 
danàw, vi. pansé, \evz. pansècc (Pap.), tarén, dasparàda; ca- 
paìgm capellone; trama tremare, banadi benedire, sadela, mas- 
sadàw = lomb. messedd, insad'i, tasurdw ' tensulato ', delle poppe 



1 I pochi esempi di o, u, in a, si ripetoii forse tutti dalla ragione dissi- 
milativa (cfr. Ardi. I 46 ecc.): vi. callo- colore, scarpiun scorpione, lavùsta, 
int. saportàn sopportare, siyarqt=*slgurot scure. Il cv. prafunda dipende 
assai probabilmente da un *prefimdà. 



Dialetli a setteutr. d. Lago Maggiore: Vocali alone. 207 

di bestia che stia per partorire; dadà-h ditale, massà-n messale, 
satass sedersi, inatti' messo, cradeva credeva, pvasQnij crassii' cre- 
sciuto, vi. nagd negare, ecc. ecc. Qua e là s'odono nella nostra 
regione anche al = il, da = de. Diffusissimo vi è poi 1' a da e od 
i in postonica interna: càlas, pécan, ténnan, fràssan, àsan, féman 
femine, Oman uomini, pillas pulce, pplas arpione, 'pollice', zévan 
giovine \ borgn. lilgdnag pi. (sng. lìlgàniga), g. mànaga^, notevoli 
gli ultimi esempi, per ciò che di solito Vi delle desinenze -Ico ed 
-telo [-ito] rimanga: gumòid gomito, tivid, Unipi (ma pc. siibat); 
int. tossig, piersig, vi. cdrìg ecc. 

38. Sono esempj di i da e, per effetto di consonante palatile: 
cgl. Itcà leccare, vi. cind cenare, cmp. spice aspettare, pc. licéira 
lettiera; int. sircd-n cercare, cv. zinàg ginocchio, Iv. chisténa (cfr. 
chest- num. 36); vi. nijà annegare, cv. disnie negare, sie segare; 
pc. linamé {i = e = {), verz. (Pap.) vinénd. Nella formola EN + cons. 
(cfr. num. 15): int. sinti-h sentire, ptinsé-n pensiero, pindént orec- 
chini, cv. dlsmintie, linzu letto. E s'aggiungono: int. bidéla, si- 
garot scure, cv. pidi't pedule, mnz. Uvénz laveggio. 

39. Per l'attiguità di consonante labiale, i, e, a riduconsi a 
vocal labiale nei seguenti esempj : vi. puirùs *puvirùs pauroso, 
int. cJiivil capello, cioè *cuvil num. 42, verz. (Pap.) soporcro se- 
polcro , cmp. somnà seminare, cv. wnmo = ]omh. animo anc-nio 
ancora; mnz. lovd dileguare *dlevà num. 33a, coll'o che s'estende, 
come per somnà, alle forme rizotoniche; cgl. mossQm messe, Is. 
bndéja e cml. bildieja betulla num. 14. S'aggiungono: mnz. Bron- 
zóna Bellinzona, verz. silrésa ciliegia, Is. sugiirot scure; ed ol, 
or, ul, u artic. o pronom. proclitico di 3. pers. sing. in molta 
parte della nostra regione ^ In postonica: verz. GdspQr, lélQr 
édera, àgor '"agr\ cv. cenu da *cengw canape; e principalmente 
V-um di 1. pers. plur. : màngum, véndimi, sintum, manddviim, man- 



^ Ma son. pàmpen, 2)ì'§vet, fràssen ecc., g. m^neg. 

^ Nell'epentesi: alégar, pajar, ràjar; ma g. pdjer, son. dj/er *agr. 

^ Qui ancora l'int. chiri-n, 'querire', che risponde al qtiér di par. VI n. 
Nelle voci rizotoniche s'ha Vii (mi a ciir ecc.). Vii delle rizotoniche prov- 
verrà dalle voci a desinenza tonica: *cilriva *ciiri-n, cfr. num. 42. — Cgl. 
ha co col egli, 'quello'; e V o = ue andrà ripetuto dalla condizione di pro- 
clitica, in cui è spesso quel pronome. 



20S Salvioni, 

dàssum; e Vu {=Qw) di 2. plur.: mnndhit = mW. tnandàvef man- 
davate, vandissH = m'ù. vendesse/, ibiu = mW. àbief abbiate, ecc. 
Ancora sia ricordato l' u che precede alla labiale di pronome 
enclitico nei tipi seguenti: màndiim mandami, sintum sentimi, 
vhidiim vendimi; v'mdmn vendermi, c[uént (=-uw) pettinarvi, 
par. VI n \ 

40. Il saggio di Cmp. scrive costantemente ti per o atono; e 
di II si tratta, in realtà, per gran parte della regione, sebbene 
da noi si scriva più di solito o. Es. : curdln spago , furtiina, 
prumet, cuntint, ussà osare {ossi io oso), tuHà tostare, ^^«/ri^a 
{porti io porto), truvà, spitsàss, gudè {godi io godo), muveva mo- 
veva (ìnovi muovo), ecc. 

4:1. S'ha i per o nel v\. figdéa (cv. fesa) focaccia, ra\\. fiìgàsa\ 
e nel cr. Ugiista (cmp. livQstri), cfr. lue usta Schuch. vok. I 39; 
nel le. chingw cognato, cfr. mil. cima, e cer. dimo = lomb. doma. 

42. L'« per il, che occorre, dove più dove meno, pur nel resto 
della regione (cmp. bitèr burro, liendia luganiga num. 116, Is. 
lima'rja\ vi. lisàrt ramarro), è di assoluta regola ad Intragna : 
sido-n sudore, rimQr rumore, ali. a r/(w = rumor tuono', miràs 
muraccio ali. a milr, biseca, chigàn cucchiajo, chinoh cuneo, ecc. ; 
e Vi si mantiene costante anche nella flessione verbale, di contro 
all' M delle voci rizotoniche: zghird-n, zgJiiro-n, zghiràva {mi a 
zgiir, ecc.), bità-n (ini a bili), chintà-h {mi a cllnt), zigà-h giuo- 
care (jni a zilg) ; ecc. 

43. Dittonghi atoni e contrazioni. — Dio? = AU s'hanno 
traccie in idzél, ussà osare, imssà riposare. Di auréga dico in 
nota*; e del mnz. airdm, al num. 113. — Contrazioni; a for- 



^ Sta di contro a qucst' ?/, Va, quando segua f, s, l: metat mettiti metterti 
metas mettersi, metal metterlo mettilo; e Vi, quando segnai oj: metig 
mettergli (a lui) mettigli, meli, cioè *méti-J, metterli mettili. 

- Considerato il num. 27, riescou singolari e questo esempio e il chinpio 
di num. 41. 

^ Onde riimd e rùniadd far temporale, riimdda temporale, segni forieri 
del temporale, e altre consimili derivazioni, che s'odono frequente nelle Alpi 
lombarde. Notevole che rilm in Yerz. (Mt.) si riduca a dire 'acqueruggiola, 
pioggerella'. 

* Nella contermine Leventina s'hanno per au incolume i sicurissimi esempj 
aiirizi bufera (cv. iirizi) e laude-, ma non perciò mi fiderei di affermare 



Dialetti a setteatr. d. Lago Maggiore: Vocali àìone. 209 

mola atona: verz. pudè e pid'}, tetto (cfr. bellina, pi'óda, lastra di 
pietra, e valraorobbiese pcodè \ tetto), verz. piimàs guanciale, pc. 
2nlet scure, di contro a piolet della stessa Vm. (Mt.), pióla piolét 
pedemontani; le. qnichiàn (Pap.), verz. queciin e quaciin='^K[usii- 
cliiùno, mnz. regoz, cv. ravoza radice, cfr. cav. raìoza e mira. 99 ; 
cmp. hincéta, giubbino donnesco di color bianco ^ Di atona e to- 
nica: cmp. pc. è/* = ons. bià avuto, pc. sii "sjii' *sijii scure, cer. 
co *cjò *cijd qui, cfr. lajo là, cv. piira paura, frgm *fraom 
num. 99, cara quando, 'qua-hóra'. 

Atone all'uscita. 41. Di regola, incolume Va dappertutto^. 
Ma Val Lav. avviene che lo perda nello sdrucciolo: to'm luganiga, 
mani manica, àqtia tivi, rdbi, sàbi sabbia, indivi, alni ali. ad alnia 
pioppo '^alni[cja, tic stri *locusti[c]a num. 99; ànim anima; Du- 
ménic np. Domenica.; scrdtul scatola, lodili allodola, róndul * 
*rondula. 



l'antico dittougo nel vm. auréga orecchia. Ci vedrei piuttosto *v-oréga, cfr. 
num. 114, ridottosi ad auréga per la via di *vrega (cfr. monf. vronté au- 
ronté), l'adesione dell'-ffl dell'articolo: la-oréga, l'aorega. 

* Questo esempio di pc da pj, mi porta a confortare di ulteriori prove il 
fenomeno già toccato dall' Ascoli, per la Mesolciua ecc., I 271, II 157, e a 
assodare in ispecie la fase con la labiale persistente anche a formola iniziale. 
Il fenomeno è circoscritto a parte della Mesolcina (è p. es. a Soazza, donde 
provengono gli esempj da me raccolti, e non è più a Roveredo), e a parte 
del contado bellinzonese. Qui lo incontrai sulla riva sinistra del Ticino, a 
Arbedo, che giace a nord di Bellinzona, al confluente del Ticino e della 
Moesa, e in Valle Morobbia, Moròbga, le cui acque motton nel Ticino un 
pajo di chilometri a sud di Bellinzona; e sulla riva destra, a Montecarasso, 
che pur giace a sud di Bellinzona, sulla strada che mette all'imboccatura 
della Verzasca, e a Locamo. Valgano dunque come saggi d'intere serie: 
pcii (Soazza jpc'«) , pcan, pcat, pcof piovere, pcomb ; càjjcci = lomb. cdpia ; 
bgpt =:lom'}. bint, bgond, bg'inc; rdhga, sdbga, Ighga = ìomh. lobia balcone. 
E V. ancora il num. 129b n. 

^ Ove il dittongo dell'e si continui nell' atona, è di solito nella condi- 
zione d'i: spicd, vini, , ^m ali. a reiìi. 

* Nella versione verz. della parabola presso Stalder, trovansi esempj di 
-e = -a: robe, buseghe, una sgiache (ma campagna corobia). È un Saggio 
mal fido; ì miei danno sempre -a; ma è pur vero che io mi sovvengo d'a- 
vere udito uscite consimili da contadine verzaschesi. Il fenomeno oltrepassa, 
del resto, quella valle, e si trova ancora a Montecarasso : ter a, il'gd ecc. 

* Per ciò che è di -ùla, partecipa del fenomeno anche Cerentino ; cfr. 
num. 59. 

Archivio glottol. ital., IX. 14 



210 Salvioni, 

45. U-e cade. Dì -ce s'avrebbe una continuazione, forse indiretta, 
in forme plurali come rdj coro) nisoj] cioè "rani ^coroni, *nuceóli, 
num. 50, 52. Di certo poi non è di continuazione istorica 1' -i 
che risuona dopo un nesso di conson. mal proferibile, come in 
novimòri càwri capre, pejri pecore, màjri magre, fanéstri, verz. 
alni plur. di dina alno. 

46. L'-/si vede o rivede all'uscita di nessi difficili: nigri, mefri, 
tinti quinti ecc. ; nella continuazione di -ATI num. 2 \ e in alcune 
voci or monosillabe: j;e/, mej, bdj\ t'ój, soj, fei cioè *fàji, faggi 
num. 101, no/', vQj^ diij. Ne sono poi sicure traccie nei plur. come 
audéj hgj ecc., num. 50, 52 (ma la desinenza ^li di frequente lo 
smarrisce: ranz. cavel cavalli, int. vedil vitelli), e nei soliti tene 
quenc, en, eie altri, pors. — Del resto, non suol più rimanerne 
di quello che ne rimanga nel milanese ; e si può quindi affermare, 
che nel secondo di questi Saggi si studian veramente gli effetti 
d'una causa obliterata ^ 

47. L'-o pure è di solito perduto. S'eccettuerà il caso di -ATO 
num. 8, il tipo dove è nesso di cons. mal proferibile : ne/ru Ideine 
cejru ecc. Ancora sia ricordato : pc. cav. lu^ artic, e stu 'isto-' '. 

48. Appena vanno addotti: cv. pos-ti possa tu, int. a piirt-tii 
mija 'non porti tu?' (qui manifestamente vive 1'/^ in grazia del 
tu ben conservato nell'accento: vi-tiin vedi tu?), ecc. 

Consonanti contin^iae. 

J. 49. Iniziale: -se jam, zné gennajo, zévan giovane, ziln giugno, 
zòj zilje giuoco giocare, zivdìi Giovanni; giìnà digiunare {riìn-gilnd 
far colazione), ggva strumento di legno, biforcato in cima, che 
serve a coglier frutti, *j uga ; Jecum Giacomo. — Interno : maistru\ 
penz peggio, manz maggio, cfr. num. 116. 

J complicato. 50. LJ: Si continua per i ad Int. Cgl. Soo. 
Lv. Vog. : tald-h tagliare, pdla^ vola, liii, grit, ecc. Altrove, come 
in Lombardia, si riduce ay\ Nel cr. séla (acc. a le. séja) sarà 



^ A VI. anche di -UTI: godiij ecc.; e si può credere che s'abbia V -ili 
anche nell'-w di Vm. (audu). 

^ Per l'-i nella conjugaz., cfr. le Annotazioni morfologiche. 

^ Il pc. velénu e il cinp. alménu sanno di letterario. 

* Giova, specie pel secondo Saggio, spender qui due parole intorno a -li 



Dialetti a settentr. d. Lago Maggiore: j. 211 

un -IJ- seriore, cfr. num. 102, non ancora bene assimilato. — 
L' ons. risponde per l al 1/ in cui il / provenga dal primo ele- 
mento del dittongo ie: iez, iec, candeii^. 

51. SJ. Cfr. num.* 86 n. — Notevole nel vog., l'esito di uno 
sj d'incontro sintattico: zé = ^s'fé 'se eglino sono'; p. e. zé hoj 
se son buoni. Si aspetterebbe 5, anziché z. 

52. NJ. Notiamo imprima: neuca, znen *geminianae num. 
33, ons. anel annello, int. en anni; e vada insieme ngla mi- 
dolla (mj nj). — Indi passiamo a ini; la quale uscita si riduce 
a semplice -/, per essersi trovato il -«-, dopo che 1' -i si fu pro- 
pagginato accanto alla tonica, come stretto e assorbito dalle due 
palatili (cfr. Arch. I 378 n); ed è vicenda in tutto analoga a quella 
che più sopra notavasi per -li (num. 50 n). Così per -ani: mnz. 
caj cani, vi. vildj ^ manàj magnani, piaj piani; maj mani; tusàj 
ragazze, cv. raj rane ^, mos. saj sane ^ ; -éni (primario e da 



(-LLi). Se ne ottiene -j, non solo dove un altro esito farebbe specie, ma 
pur dove parrebbe voluto l (int. scosse j grembiali, cgl. fradéj ecc., ali. a 
grii grillo ecc.). S'aggiunge, che in Yni. il plur. di -él (=-ello) non è mai 
-il od -?/, come vorrebbe il par. VI, ma costantemente -éj; il che tanto più 
fa meraviglia, quando si consideri che gli antichi documenti lombardi molto 
amino 1'* appunto nella risposta di -elli, e il milanese lo continui fin quasi 
ai nostri giorni. Ma la doppia stranezza non è se non apparente, e si ri- 
solve in ciò, che 1'-/, ripercosso accanto alla tonica (-*éjlj), anziché pesar 
su questa e ridurla, come di solito avviene, si stringa invece al l, che ri- 
juane spento tra i due J. In altri termini il -f; di Int. e Cgl. non risponde 
già a ilj, che avrebbe dovuto darvi ì, ma a jlìIJ (-jlj). E ad lilj risponderà 
ugualmente il -J del cv. cmp. mnz, audéj, mnz. gej cucchiaj, sebbene qui 
basti -ìj per dare j. La prova che pur qui si tratti di J^ilJ è fornita, se io 
veggo bene, dall' é che rimane intatto ; poiché, a parlare per via d'csempj, se 
mis mesi è da *méj-s[i] (cfr. int. vedil da *vitéj-l[i], rail, fradt=fradij da 
*fratéj-lj), audéJ, all'incontro, è da *vité-jlj. L'evoluzione è in tutto analoga 
a quella che avremo per -ni al num. 52. Circa Ve di massej ecc., che par- 
rebbe fuor di luogo quando si partisse da *>nissd-jlj, anziché da *missàj-lj, 
V. num. 2 n, 52 n. 

^ In qualche varietà ons. occorrono tuttavia degli esempj come u Jec il 
letto. 

^ Su raJ s'è poi foggiato il sng. raja; e grì, briciole, che si cita in una 
delle seguenti note, vieue del canto suo alla funzione di singolare ('briciola'), 
greii rimanendo nel solo significato di 'grano'. Siamo così al caso dì fgnz, 
sparg, denc, cavi; ed è sempre il prevalente uso del plurale, che oblitera 
la forma del singolare. 

* B'-gJ di pi. che risponde ad -diì od -dn di sng., ho i seguenti esempj: 



"212 Salvioni, 

-ani): vi. jyi pieni; lo. cej cani \ grej grani, cmp. pi piani, cmp. 
cgl. sci 'scanni'^; -óni (la cui riluzione è immancabile dap- 
pertutto): hgj^ vi. buj buoni, vi. suj suoni, cv. /ro/ uum, 99, pitoj 
pitocchi, hordcj radici, Iv. mozój talpe, capaloj cappelloni, vi. ba- 
sta) \ cgl. mossoj {temp di mossgj tempo delle messi), prasgj ^ 
resgj ecc., ranz. corgj 'corone', detto di una particolare configu- 
razione del suolo (sng. corona)^', vi. troj tuoni, coll'o del sng. 
tròn. 

53. CJ. Lo s è qui ancora più gradito che nello stesso mila- 
nese: sedds, cadends, gesa, mil. sedàz cadenàz, gaz * \ -cj : pòrs 
porci, — N\.: fijoc figlioccio, ^^dc'a focaccia. 

54. TJ: cr. criscah cristiano, verz. cer. bésca; e la serie di 
c = TJ s'aumenta di molto nell'Ons., per via del dittongo ié (Je): 
cr. cimp tempo, concini, voloncira, civi num. 11, mesci mestiere, 
monasci, marcel martello, cascel castello; -tj: Is. verz.: eie altri. 

55. DJ: cr. gint dente, fergel fratello, calgera, hegeja num, 14 ^ 
Ridotto a y, oltre che in incój, nel Jav. piijàss appoggiarsi ®. Ma 
la normal risoluzione di dj lat. è pur qui i: zìi, Manza Maggia, 
('Madia' nelle carte latine), ynonz moggio, marenzà num, 116, 
vog. sponzàss appoggiarsi, 

L. 56. L in r è meu frequente che nel milanese: moUnéra, pai, 
calimdh, folaga (rail. mornéro. par canmà fogorà). Solo Vog. e 
quella varietà della Verz,, cui spetta la traduzione del Pap., 
prediligono grandemente questa riduzione: vog. «;mil veleno, co- 
róna colonna, servàdi selvatico, vindru num. 08, niigru num. 65 ; 



le. p/g/ (sng, pian), vi. int, cJieJ (sug, : hit. cafi, vi. can), vi. yrej (sng. gran), 
mos. sej (sug. saii sano). Circa Ve, cfr. num. 2 in u, 

^ A Sonogno si conserva il prezioso 'ilélii. La fase del ^Jù occorre aboudante 
tra le varietà dialettali del Verbano e della Val Sesia: macioign mangioni, 
poreacioiffìi, nella citata scrittura del Rusconi ; testoign cavaloign nei miei 
Saggi di \'arallo. A Valduggia (Sesia): mangòn (sing. manggn); e altrove 
il tipo tistóin. Cfr. Arch. II 397. 

^ Per V -t, ultima riduzione di -éni (-ani), cfr. anclie cmp. cgl, ci cani, 
cv. grl granelli, briciole. Circa questo i (= y), cfr. num. 13 n. 

^ Cfr. Menz(^j Menzoni[o]. 

* Sia qui notato, sebbene cstraueo a questo numero, 1' int, tasa tazza. 

^ Nella risposta di tjé djé, Cml. ha un suono che oscilla tra t/ dj e e g. 

* cv. na a puina andare appoggiandosi. 



Dialetti a setteiitr. d. Lago Maggiore : l. 213 

Pap.: maiiiiconica, jjortrom, possihro, consoraziom, ortregiada, vo- 
rontera. Cfr. er per la, num. 33b n. ; cui s'aggiungono, qua e colà, 
gr = *ol=el, il, e ar al \ 57. OL + cons. : vi. micg *mòlg 'mul- 
gere', voutà, sovul*sOuld num. 105-6; ma nel mQss della Lav. sarà 
piuttosto Is (uiulso-), assimilato in ss. 58. Quanto a zl, siamo 
suppergiù alle condizioni lombarde. Tra gli esempj in cui cade, 
sien citati: p, pron. di 3* pers., e cQ 'quello'. Loco conserva il -l di 
-ÒLO :fasél chinél ecc. — rl : òr *òrl, cfr. Arch. I 262. 59. 
Esempj di -u da -ULO -olo -ole (= -ile) nello sdrucciolo: mnz. 
diaw '^diavu, niiv nuvolo, cv. marsew *merciàvolo merciadro, cer. 
débii debole ■', farti fu (cmp. tartiful) patata, zgaràmpu (cv. zga- 
ràmpid). A Cer. il fenomeno comprende anche sdruccioli in -ula, 
cfr. num. 44: la cédii-Q,'^. cedida (circa il significato, cfr. Mi. s. 
'càdora'), la médu = cy. mediila falce da mietere; e potrà esser 
fem. anche il débu sopra addotto. 00. ll in Ij ha forse nuovo 
esempio nel Iv. bedòla (g. hedòja) betulla, se pur non sia *b e- 
tuU-ia. 

61. L complicato. Condizioni lombarde ^ Per la sua im- 
portanza lessicale, sia citato il cer. Spiena milza (splene-, cfr. 
il sardo su spreni) \ notevole anche per il genere mutato (cfr. 
la liim, la firn, Bonv. la nom, ed altri). — La risoluzione di cl 
GL è a Intragna e g : camàn, caw ; chi'gdn, vega, ganda, gira ^ ; 
come è sé in Ons. Vin. la risoluzione di sol: scop, mascè mi- 
schiare, masc (cer. scop ecc.). Di GL seriore, v. il num. 102. 

R. 62. All'uscita, suol cadere: dolo, pes cado, fio ecc., ini. fión^ 
dulpn, ecc.; verz. Ig loro; ucù num. 108; senza dire degli infiniti 
e dei sost. in -ARIO. — 63. LTR: alt altro. — STR: nost vòst, 
Is. noss voss, verz. mossa mostrare; int, nos vos. 



^ Los.: aniìnari animale; cfr. Arcli. I 6o. 

* Da Cer. anche moréoi amorevole, che piuttosto andrà con miràbe nobe 
di Bouvesin. 

' Il cv. blandiìra blandizie sa di letterato. 

* Il sinonimo cv. è spiega, che si combina coli' eng. spleóa Arch. I 195, 
cfr. VII 884. Ma sarà importato; e spleu-ja, a ogni modo, qui di certo 
non poteva dare spleca. 

^ lutr. veramente, risponde sempre per é ìj ai lomb. e g : làc latte, fàc; 
tene, qnenc] greHj; viàj , furmàij; manydn. 



2J4 Salvioni, 

V. 64. Verz. grp volpe, ó vuole, o = vos proclitico, cv. gul'p, 
gumità vomitare. — 65, Altri dilegui: pc. ri 'rivo', onde cv. 
riena num. 4, mnz. quenta bisogna *co[n]venitat ', e dì v secon- 
dario: cv. naùd nipote, traostà, cambiar di posto a un oggetto, 
'trapostare'. Per -v- in g: verz. nilgru (int. niivul) nuvolo; pevig 
num. 1 n, cv. uga ugola, notevole altresì per apparirvi il positivo 
del termine italiano, cfr. Diez. less. s. luette. Qui ancora il mnz. 
regoz ecc., cfr. nn. 43, 99 \ — 66. Primario o secondario fattosi 
finale, dà quasi dappertutto -w; il quale iv, ove gli preceda u (o), 
ne rimane assorbito: ca^^ chiave, catiw cattivo, ons. mandiu 
*mandiv[i] mandavi, new, hew, now, mow muovere, int. prìlw 
ons. prù tu provi; cenu ^cenQw canape, véscu vescovo, geru (pel 
significato, cfr. Mt. s. gàrof) ; mand'wu - *mandivuw (mil. man- 
dàvef) mandavate, ibiu (mil. dbief) abbiate, ecc. 67. Ons. 
véscul vescovo, cfr. Arch. I 520. 

W. 68. G. varde, vadane, vari guarire, v'mdru bindolo; cgl. 
z-vers guercio; coi quali stieno, sebbene di base latina: g. vaste 
guastare, cv. va eguale, nella locuzione in va, a livello. 

S. 69. Iniziale davanti a vocale: int. sòl suolo; e assimilazione 
nel cv. sarsela sarchiello. — 70. Iniziale o interno davanti a 
consonante, ogni g di fase anteriore è qui s, come ogni z è z: 
sta, spada, pasta, pasce, èren, smint, slavi num. 1 04, dasfà zbrage, 
verz. zgamel, ecc.; ma davanti a m, Cgl. preferisce s: iismà odo- 
rare, sminza semente, ecc. 71. Non infrequente z da. s che 
sussegua a liquida: pérzi pesca, urz, falz, sconzà num. 116, ecc. 

72-3. se e CS: int sigàn asciugare, j?e5 pesce; cer. silé asciutto, 
sorà 'ex-aurare', pc. insadisi io innesto (-i5/, per l'-isco rifog- 
giato suU'-iscis ecc.). 

M. 74. Nulla di notevole. Il Saggio di Cv, mi dà banéga ac- 
canto a manéga, traducendoli pel fr. 'flandrin'. MN : znen 
gem'nianae num. 33 n; verz. zgamel sgabello. 

N. 75. Int. fiisola nocciuola. 76. NS: verz. teis satollo; vm. 



* Notevoli per sv- in sf- e *s:iv- (onde skv-): mnz. sfeta civetta; cmp. 
sfera, cv. squéra, nei quali è la stessa base che nel fr. civicre, it. civeo ecc., 
e per la stessa nostra regione in suera, swera (anche masc. swe), siiéra; cfr. 
cilvéra a Varallo. 



Dialetti a settentr. d. Lago Maggiore: n. 215 

pes, tes; ma nel cv. ctisne, consegnare, s'ha riduzione seriore di 
-nsil,-. 77. Di N che venga all'uscita, preceduto da vocal to- 
nica, si posson dare ben cinque risoluzioni: 1. rimane inalterato: 
cg\. ^son tron^\- 2. si riduce, dopo vocal labiale, a -m: bgm, 
lìrasQm^ resQm, padrgm, pitgm pitocco, hordQm rapa, padroni, 
capcdgm, ecc., vog. viiìn; trom; - 3. s'altera costantemente in n 
dopo vocal palatile, tavolta anche dopo ii ed o, e più di frequente 
dopo a : viii,, più, fin, veslii., mnz. cosiil 'cugino' e 'cugine', ladiH 
agile; veriil, tarili; fefi fieno, ben, sarefi, taren, pien. tefi tenet, 
ven venit; pien piano, greìi grano, cen cane, znen num. 33 n; 
viln , nissiln\ mnz. tròn\ man, san, can-, pan, pian, va'i molle 
Vano', dman domani^; - 4. passa qua e là in -n: cgl. bordpn; 
crap. curdin spago; vilan, manan ecc., e in Vi. è anzi questa 
la riduzione costante: bun, prasuh, pien, vih, gran ecc. ^;- 5. 
tace nell'uso pleonastico di bene: sùii be Mo so'; ma sii ben la 
lezigm. Di NJ v. il num 52; di NN, il 112. 



1 Non cito feminili pi. come vildn ecc., nei quali si continua maniiesta- 
mente il n del sng. vilana ecc. 

'■' Metto a parte: galiiì pi. di gaUna, e Is. tusaù pi. di tosa ragazza. 

* I prodotti che si consideravano sotto 2 e 3, dipendono manifestamente 
dalla qualità della vocale che precede. L'a così vorrebbe n, che certo è la 
nasale che più gli si confaccia ; e in realtà si accompagnano il piìi delle 
volle. Gli esempi in -àìì son quasi tutti monosillabi; e non sarà del resto 
superfluo notare, che n propenda a n pure in altre parlate. Così tra le va- 
rietà pedemontane, il n, che in quella regione è costante per la formola m'^, 
tanto volge a n, che l'orecchio non esperimentato mal sa distinguere, a tutta 
prima, se si tratti di questo suono o deiraltro; anzi il Rusconi, o. c, dopo 
avere addotto bricogn halossogn pagn della Riviera d'Orta, soggiunge 'come 
avviene dell' n intermedia del dialetto di Novara' ; e firogn, pirogn, carogn, 
ne sono esempj leventini, Arch. I 263. Né esiteremo a dichiarare da mina 
{n = nn = ng), forma che sempre occorre, il mina di Bellinzona. — Sia an- 
cora aggiunto, che nel Novarese e nella Bassa Valsesia è sempre molto ga- 
gliarda la nasal gutturale, a qualsiasi vocale essa tenga dietro, sì che ad- 
dirittura può passar nella corrispondente esplosiva, media e sonora.: paecìc 
pane, baeck bene, vick vino, snich asino, quasi 'asinino', lubbioch loggione, 
vuck uno; compagh compagno 'compan[i]o', vugh uno, instigli nessuno. 



216 Salvioni, 

Con.sona.nti esplosi^^e. 

C. — Presso che tutta la nostra regione ^ offre, in varia misura,, 
le solite digradazioni franco-ladine di o nella forraola ca; e vuol 
dire e a forinola iniziale ^ e interna dopo consonante, e g j & 
formola interna precedendole vocale. 

78. CA iniziale. Qui si parla della sola Val Maggia ^ , il cui 
dialetto presenta un fenomeno costante e importantissimo, estra- 
neo affatto, per quanto io sappia, a ogni altro idioma che in 
ordine alla formola CA siasi finora esplorato; e cioè, che l'al- 
terazione di CA iniziale non abbia luogo se non a formola 
tonica. Avremo così: mr caro, m casa, mnu canape, calca, 
Cam, cawra, camp, cap (verz. cap) calvo, cenva, certa, cena ecc. 
num. 4 e § V; ma cavai, campana, cadréja, camisa, cavan, calizna, 
cadéna, camin, cair'òw tarlo del formaggio, 'cariólo-' capita ecc. *. 
A cald, calz, camp, mnz. caa, si contrapporranno nitidamente: 
caldrin, calze scarpe, 'calzari', campana, cand mordere. Che se, 
nella flessione verbale, le più numerose forme col ca- atono hanno 
per lo più attratte a sé le altre men numerose, pur non vi manca 
la riprova del fenomeno; e in tre verbi almeno la distinzione è 
sempre conservata: mnz. mjl -ja -jgm ecc., ma cajà, cajava ecc.; 
mrji -ja -jgm ecc., ma cairà cairàva ecc.; cav. centi -ta ecc., ma 
canta ecc. S' aggiunge da Cevio una prova indiretta, ma non meno 
sicura: Ve costante nelle voci rizotoniche di questa formola, il 
quale è manifestamente un effetto che permane dopo obliterata 
la causa {ch.e-=^ce--ck-, cfr. num. 4). Così: chevi -va, cheli -la, 



^ Le Centovalli sempre serbano intatte le gutturali, e VJ. non conosce 
alterazione di ca iniziale o di e dopo consonante. 

^ Non ho potuto riscontrare in nessuna parte: ciènva cielz, registrati dal 
Monti. 

* Fuori della VM., l'alterazione è molto circoscritta. In Ous. e Vérz. non 
me la mostrarono se non i ritiessi di capra casa e cane. Certe varietà ver- 
zaschesi devono però averla più frequente e risentirsene anche a formola 
atona ; cfr. chiopitó nel Pap. 

* I soli esempj di « atono a me occorsi, sono i mnz. euri capelli (ma 
è da considerare la relasyone antitetica tra cavi e eap calvo), e oajaret sterco 
di capra (cv. carìet num 121), quasi 'caculetto' (cfr. cajaìet di V. Vigezzo). 

* Eccezioni: mnz. cor carro, copia, cdnu, cald, caria, cgl. cai. a. 



Dialetti a settcntr. d. Lago Maggiore: e. 217 

cheti -fa, cheni -na ; clienti -ta ; cheji -ja, chemhi -ia ; cherji -ja \ 
diesi -sa, diesi -sa *caseare, ecc.; ma canta caje cambie ecc. '. 

79. ^CA, ^C^ Il e interno tra vocali suol passare in ^; e queste 
formole perciò confluiscono con quelle di media, e con queste le 
mandiamo. 

80. -CA: 'pacew peccato, lied leccare, vaca, biiséca, harsaca 
valigia ; scala (mnz. scala), Scarz scarso, scarp (cmp. scarp) rot- 
tura d'abiti, mn/5. scapiis discolo, tasca, mesca, crilsca' ', scen 
(ons. sdieft): incàri ciirico, spalanca, strunce (lomb. struncà) , 
manca, cgl. manco *-'càu, banca, [anca anche, cfr. Ardi. VII 528 n]; 
sercà, marcdw, forca, calia calca ^. 

81. -C dà pure il e in e: sec, sac, strac stracco, bislac; bgscy 
tudes'c: porc, cv. spore; bianc, Jìenc*. 

82. 83. 81. La tenue gutturale passa in e anche per moderno 
effetto d' e od i, che sussegua, o per effetto d'w; e va con Vii 
anche il dittongo dell' o (o), in quanto risale a *iie (cfr. Arch. I 
75 182-3 ecc.): parce perchè; scena schiena (mil. schenna), scerpa 
corredo di nozze (mil. sdierpa schirpa), cgl. bacéta bacchetta; 
sHvi schifo; Iv, cilo qui, cer. cò = ^cijò id. (cfr. lajò); - scilr oscuro, 
scilma (mil. scibnma), scilsà, incilzna incudine; cgl. cv. ciw culus 
(cav. co, § XIII n), mnz. cìl, ciina cilnéta, ciuiaio cognato, cilrd cu- 
rare, cilnt ciìntà, pc. ciisi, Iv. ciirt, quacUn qualcuno (singolarmente 
anche a Intr. : queciim); scola (cmp. scola) scuola, incoi còl còrt 
corn cons ade scòca nurn. 25 e 110; i riflessi di 'cuneo-': cv. con, 
mnz. cino (cgl. cilnò, le. chinel, cfr. chingiv cognato); cer. cova". 



^ A Campo, la livellazioae per ca è quasi sempre intieramente consumata: 
canti càji càmbi cdrji; ma chesi diesi. 

2 Circa lo se a- è notevole, che nel verbo, ove se ne eccettuino ì lav. 
seaì'jà e scampa, nei quali lo ih persiste in tutte le voci, sempre si ritrovi 
se-, non sh-: e che a Cevio s'abbia qui pure costante Ve per !'-« {srhe- = 
*sce-) : seTiepi -pa, scheni -na, schessi -ssa, schenzi -za, schempi -pa, scheldi 
-da, scherpi -pa. A Campo s'ha bensì schevi -va, schempi, scherpi; ma in- 
sieme: scassi scànzi srdlzi. — A Corentino poi, la riduzione di se è sic (ctV. 
num. 61): mùsca, crirsca; e similmente scéiv seccato. 

' Ons.: rffca crùscri (schen), incdrij; verz. : sircè. Campo reintegra il e 
in spalancheu\ nmrchew ed altri. 

* Ons. seh, finse, bine num. 4 n. 

' Verz.: quaeùiì. Lv. : có7, ma corn. Ls. : incó. Ons.: cher cuore, chern, 
chec. Il e del le. cusina cugina, è da e, e questo è importato da altri co- 
muni della Ons., dove s'ha regolarmente ciisina. 



21 S Salvioiii, 

CE CI. 85. Iniziale: seni, ser, sesp cespuglio, servis mestolo, 
quasi 'cervice', sircàn cercare, sinclra cenere, sira cera, sena 
cena, ranz. senca cintura, cmp, sep sgabello, quasi, 'ceppo', sinqu, 
sigàda cicala, svéra e sfeta num, G5 n, sivgla\ per dissimilazione 
di s-c, s'ha a Pecia sercl cerco ; come per assimilazione di 5-i, a 
Cerentino sarvis. — Rimane intatto il e- a VI.: cinà, cent, 
carco ecc. \ — 86. Interno fra vocali, il e di queste formolo si 
riduce generalmente a i, né occorrono eserapj. Solo Pc. m' offre 
mazard macerare ^ — 87. Interno dopo consonante: cv. falz 
falce, mnz. fals, pc. stors (ptcp. storsii') torcere, sarsela num. 
69, orsél; mnz. res recere, rejs ^rejc-\ vi. fauc, vm. olcél. 

88. CT, La solita risoluzione lombarda, cioè e (int. e) : cv. uéu 
ottobre ^ , ucéna ' mezza quartina ', cioè una ottava (cfr. Bonv. 
ogìen), frilcéja, il ricavo d'una bestia, *fructilia, dric, fràca riparo, 
'fracta', stranéura *strinctura, senca num. 85, pi'inca punta; e 
s'aggiungano mnz. laréc, n. 1., 'lariceto' (v. Flechia, Nomi locali 
d' Italia derivati dal nome delle piante, p. 4), e feléc, che però dice 
'felce' non 'felceto'. — 89. CS: lassa, ass, tass ecc.; v. però il 
num. 72-3. — Di CR, il 102. 

QV. 90. Iniziale , che si riduca a k : verz. cand Pap. , ons. 
calcossa Pap., int. chirln num. 39 n; cfr. per eccu-illo ecc.: chel 
chela, chi quelli, cgl. cg colui, Iv. cilo, cer. co. num. 82. La solita 
contrazione di qua-hora: cv. dira quando, incùra quando?. 
Interno, passato in -gu-, e quindi in -tv-: cv. dawlà dileguare 
(déwla dilegua), mnz. lovà num. 33 a, cfr. num. 122, e Arch. I 
47 210. 

91. GA-. Solo la VM. altera ga. a formola iniziale; e vi pro- 
cede con quella stessa distinzione, tra formola atona e formola 
tonica, che vedemmo per ca-. Così garb immaturo (beli, garò), 
gat, gamba, gel (mnz. gal), geru num. 66, gena (beli, gana ; pel 
signif., V, Mt. s. gana); ma all'incontro: gatéza {nà in gateza 
dicesi dell' andare in amore dei gatti), galina, ganùs, aggett. da 
'gana'. Non m'è occorso nessun verbo con ga- radicale. 



* Notevole: vi. cat = siit sciatto, dove si tratterebbe di s = x (ex-aptus). 

* Circa taze tacere, coz cuocere, le voci col -cj- (iàzi taceam) ci avver- 
tono di proceder cauti. Cfr. briizec bruciato, vozà gridare (mil. vozà) cazd = 
casa *caseare. Ma a Po. la normal risoluzione di cj è s. 

* Il verz. dico è al num. 119. 



Dialetti a setteutr. d. Lago Maggiore: g. 219 

*GA e -G (*^G^) ; dove insieme confluiscono pur le basi di tenue 
(v. num. 79). Del a di queste forinole son pur nella nostra re- 
gione due esiti diversi : g, j. Il primo è nell'Onsernone, nella Ver- 
zasca ^ e a Losone; il secondo, nella Valmaggia e a Villette. A 
Villette rimanendo estranea ogni altra riduzione palatina di e, 
è lecito dubitare se il fenomeno non sia, piuttosto che di conti- 
nuità ladina, di continuità pedemontana; senza perciò negare che 
le ragioni del fenomeno siano in effetto identiche tra Zona ladina 
e Piemonte (cfr. Arch. II 128 n). Delle Centovalli già s'è detto, 
che ignorino qualsiasi alterazione delle gutturali ^ 

92 ^. Fase di g. Ons. : fadfga, vessiga, spiga, diga dicam -t (le. 
vességa ecc., num. 20); verz. : riga, cadriga, cui s'aggiungono 
tutti i congiuntivi foggiati secondo il num, 120b; los. : miga mica; 
— ons. : màniga, luyàniga, duniéniga, ijértiga', — ons.: limàga, 
staga, daga; verz. ilga. Di -ga- tonico sono esempj : Iv. Ul'gdniga, 
zilge, nel secondo dei quali potrebbe essere influenza di zdg; ma 
dall' Ons. non ho nessun esemplare per -gà- in ga (biigàda, lu- 
gàniga), come non ne ho nessuno per essa formola, tonica o no, 
di verbi in -care -icare: mastigà rampigà, prega, mastigàva ecc. 
{mastég mastico, ecc.). Ora a ^G riuscito finale: fig , pani'g , dig 
dico {\c. feg ecc.. num. 20); Iv. intrég '•"intrego * ; spa'g spago, 
lag ; verz. fo'g, log, z'óg (le. feg leg) ; pórtig, piersig, stòmig, verz. 
monig sagretano; pevig num. G5. 

93. Fase di /. La messe è più larga, non solo perchè a me 
fosse dato di meglio esplorare la parte della nostra regione cui 
è proprio quest'esito, ma anche perchè il fenomeno di riduzione 
qui risulta molto piiì esteso. Esempj valmaggini: rassid segare, 



^ l>\el bel mezzo della Verzasca. Gerra mantiene costante il g; sì Vogorno 
confluiscono i due diversi riflessi di -ico: tossi imrti servddi per zi, mgnig 



^ mia mica (ncgaz.) mal si potrà dire un'eccezione. 

' Questo numero e il susseguente abbracciano entrambi, per una ngione 
di opportunità, due foi-mole essenzialmente diverse (gutturale seguita da a 
e gutturale che viene all'uscita); e basti questo avvertimento per lasciar 
salva ogni distinzione teorica. Le nostre serie vengono del resto a illustrare 
bellamente il quadro che è in Asc, Leti, glottol., I 36 sgg. 

* Jomb, intrég, e cfr. Arch. I 402 n. 



MO Salvioui, 

cajd, sofojd, spantejd, prajè pregare, piaj'c piegate, 2^aj7', raje (lomb. 
regà '), zbrissìje sdrucciolare (beli, zònssigà), mastijé, hnantije di- 
menticare, ecc. ecc.; fiàsa focaccia, cgl. liijània luganiga, fojà 
focolare, quasi 'focale'; cv. rialdà riscaldare, 'ricaldare'; fadija, 
vessija , furniija , clija dicat ; cadréja ; lihnàja , staja , vaja , faja ; 
lujània, mania, réssia sega (lomb. réssega), elidici (looib. codegcì), 
pértia (mnz. pérti num. 44), cv. dmindia, spàndici num. 116. Ora 
a ^G: /2 ^'fij fico, pam, Sorni Sornico; intréj; spcij , laj, hraj 
brache, vaj faj *vago vo ecc.; lòj,fòj. Di -CO nel proparossitono 
al vai maggese altro non resta se non la saldezza del precedente 
i: salvàdi, companàdi, ovi '^ópico (cfr. Arch. II 2-5), settentrione, 
fidi fegato (lomb. f'ideg^, pèdi (lomb. pédeg) , moni sagrestano 
'monico', porti, stomi, pérzi persico, mani, in'càn, tossi, brodi 
sporco (rail. hordéga sporcare), ecc. Esempj di Villette : caria, nià 
annegare; /ac?«a; limàja, vàja; mania', spai, lai, vai', fói\ mani, 
pèrsi, stùnii; ma liigàniga, nagà negare. 

94. -GA e ^G. Anche per la prima formola e' è assai poco: 
pc. stanga ' ; dacché i mnz. mànga manica , liijànga (jnanga lu- 
ganga in Val Mesolcina) e lo stesso cargà di Pc. (mil. cargo) ra- 
sentano il num. 91; per la seconda: larcj, long, liljéng 'lugliengo'. 

95-98. Sono i paralleli dei num. 82-84: mnz. geida, cv. geda 
(mil. gheda), mnz. gez (verz. ghez^)\ cfr. Mojàn ni. Moghegno; 
ginà (verz. ghind) ghignare; - giXz acuto; pc. sii num. 43, cfr. Iv. 
sigiret scure; zgilrd (mil. igiirà); - cv. gòb (cgl. mnz. gob) gobbo, 
cgl. cr. goz num 25 n. 

99. GO GU. Frequenti abbastanza gli esempj in cui g, primario 
secondario, si dilegui : cv. frQtn fragola dragone' (cfr. bergam. 
fregii) , cgl. avgst, nota niente, Iv. navgta, v(»g. agsi naQt, int. 
nostra, mnz. lióstri locusta (cr. ligpsta), vi. laviista, cv. savundd 
assecondare, cfr. Arch. I 89, cgl. lavordàss ricordarsi, ravoza ra- 
dice, num. 104, mnz. manijold, nome d'un' erba che altrove chia- 
masi manigold; cgl. lav. voga ago, cer. vugeirow agorajo, cgl. 



^ Mt. ; cfr. num. 104. 

^ Vrz. stàiija, zànija zoccolo. Campo reintegra qua e là la gutturale: 
slunghew, slargne nuiu. 116 n. 

^ Gnip. gez, forse con la risposta di yu- che s' ha da altra base nell' it. 
gesso ; v. num. 23 u. 



Dialetti a settentr. d. Lago Maggiore: g, t, d. 2£d 

pewra pecora, *pégra o ^pévora^. Esempj 'sui generis': mnz. /g 
faggio, cm]}. f'òiv fuoco, num. 24 n. — Nella risposta di acutio- 
e anche di acucula, s'ha frequente il dileguo del y di gii: vi, 
iiz aiiz, vog. vìiz; g. Iv. aiiga, cv. vilga (cfr. lomb. giiz^ gugci)- 

100, GV. dawlci num. 90; ggva num. 49, cioè *jugva, cfr. Arcli. 
I 91 211-12. 

101, GÈ Gì. Iniziali: zent. zindru, zingg^ zel, zeli num. 35, 
zerbi (mil. zèrhìd, cfr, Cher., s. sgèrb), znen num. 33a n. Ma Vil- 
lette, come ha schietto il e, così il g: ginùg, gent. — A formola 
interna, preceduta da consonante : strenz, spgnz pungere, tenz, 
mglz; cgl. mglz; cv. curgél 'corticello' {rg da rd, come s'ha ng 
da né nel mnz. cangél) ; vi. streng, teng, pung, miig num. 57 ; - 
preceduta da vocale: lefnjz, re[n]z\ ciirég. Assorbito il g di gi: 
mnz. fej *fagi, cv. cmp. faìs faggio "fagitio-, 

102, GR (cfr. Arch, I 95 n), GL, Son. màger magro ^mag'r 
(pi. mégri), àggr agro, àger acero. La riduzione jr occorre in VM., 
Ons. e VI.: vm. àiru agro e acero, màiru, néiru, cv. smairld sma- 
grito, sairàw cimitero, 'sagrato' ; vi. àjar acero, néjar\ le. màriu, 
nériu, àriu cfr. num, 121. Di jl da G'L, porrei questi esenipj : 
cgl. lav. séjla segale (cr. séta, cv. seja, num. 50, 121) '\ vi. f'ójlà 
focolare *foglare, con immistione di fói nella prima sillaba. 

T. 103. È costante la riduzione di ^T* in d\ le vicende del 
quale si contessono con quelle del d primario. — LT NT, n. 105. 

D. 104. Primario o secondario patisce dileguo, ma in misura 
limitata. Lo perde la terza del proparossitono: tlvi, Umpi, spevi, 
zerbi num. 101, ril'vi ruvido, s-làvi pallido. Curioso esemplare 
l'ultimo, nel quale non vorremo vedere quasi un ptc. pass, ar- 
caico di 'lavare', *1 avito-, onde lauto-; ma piuttosto uno 's-la- 



1 E a *péora *péjora (forma questa che occorre in varietà alessandrine) 
risaliranno il cv. peira e il le. péria, num. 3S. Si potrebbe anche pensare 
a *pegva (cfr. num, 102) ; ma il tipo pélru tanto è diffuso anche in paesi 
cui non conviene -jì'- da -gr- (p, es, in Mesolcina), che certo vai meglio la 
spiegazione che ne è qui proposta. 

^ Potrebbe se;7« spiegarsi da *.«e/fflte = segala; ma l'Ons. avrebbe riflesso 
questa base per séjjala. Sono bene estesi e perciò bene antichi i tipi sinco- 
pati scg'la (cosi a Novara; e ne proviene anche il piem. seU = *segl[e]) 
e segra (così a Milano, e ne proviene il séira di Valle Lev.). 



222 . Scilvioni, 

vato' (cv. slavato dilavato), tirato su 'pàvido' 'pallido'. Ancora : 
joiv capretto, se è 'hsedólo', j^idg, noia n. 52, cgl. m, niàda nidiata, 
regòza^ cav. raìoza radice, 'radicocea', raje = *reje n. 93, Arcb. 
I 285 n \ verz. savQl. cv. salila, pc. squda scodella, mnz. colore 
bosco di nocciuoli selvatici. Notevoli, e a me non bene cbiari: 
vi. aughé vedere, int. vey creg, ve';) crei), vej crej, cfr. num. 92, 
93. Del prt. pass, de' verbi deboli, v. i num. 2 e 8, aggiungen- 
dosi pel dileguo i riflessi di -àtae {trend tuoni 'tonate'), di -ut a 
a VI. (godila), di -ùti (vi. godili, cv. godìi), di -ùto (godu). 
Permane all'incontro il d nei riflessi di -àta, -ùta -ut a e, -ito 
-i -a -ae. 

105 106. LD LT ND NT. M'è data come caratteristica del 
dial. di Giumalio, villaggio cbe poco dista da Coglio, il profe- 
rirvisi mQn mondo e monte, gran, cai caldo, pQu ponte, tiUaqmn 
tutti quanti par. Ili, viel voialtri. Ma non confonderemo con 
questi esemplari il vi. sQvul soldo, dove si risale al nesso *-ivld, 
che a un dato momento è senza dubbio esistito *. — ■ Non sarà 
un caso fonetico quello di ND in nt nel cv. contane multare, 
condannare a una multa; ma sarà un incrociamento di parole, 
per via di 'contare' ecc. 

P. 107. ^P^ si riduce a y; e superfluo dare eserapj. — SP : 
zbgnga spugna, zbard sparare. — PR- : verz. bardèla (Mt.) scan- 
nello, cioè bradéla (forma che occorre nelle poesie del Porta) 
'predella'. PR, num. 108. 

B. 108. Cv. vadi badile. — Primario o secondario che sia, ^b^ 
passa in v. — BR: càwra, léwra, mnz. awri aprile; ma prece- 
dendogli vocal labiale, il tv ne è facilmente assorbito ^: iicu *ocgwr, 
sQra sopra, pora povera; e vada con questi anche il mnz. rgl 
*rgwl rovere. — BD: cv. audéj'a *abdéja betulla num. 33b. 



^ Il s- di *sra(Ugd mancherà piuttosto per essere parso superfluo, che 
non per mero dileguo. 

^ I nessi lìnienti per -t mi ricordano il cv. sesp cespuglio, che può parere 
un nominat., cfr. Arch. II 43S, ma allato al quale altri mi assicura che an- 
cora s'oda sespd (sespt). L'altra risoluzione di caespite- è qui rappresen- 
tata dal cer. sest. 

^ Il mnz. aro avrò, potrebbe risalire ad afvjaró. 



Dialetti a settentr. d. Lago Maggiore: Accidenti generali. 22S 

Accicienti g-enerali. 

109. Accento. In ordine alle voci proparossitone del verbo, si os- 
servano le stesse trasposizioni d'accento che già son note dal milanese. 
Noteremo ancora l'ons. fdis, di contro al /aìs del num. 101. — 110. 
Assimilazione transultoria: di c-e nel vm. eoe num. 83; ài s-'z 
nel cer. sarvis num. 85; di 5-s nel cv. sarsela num. 69. — 111. Dis- 
similazione transultoria: di l-l\ vog. voncél *olcél uccello; - 
di r-r: vi. rul *rgvul (pi. ru' oul) rovere, cfr. Arch. II 428-9; cgl. 
lavorddss ricordarsi ; cgl. lineo rgas, paragonato al rincórgas che qui 
svibito segue ;- di n-n : cgl. rincórgas cioè '^nincórgas, forma questa 
largamente documentata in Lombardia; - di n-m: cv. colomia econo- 
mia; - di s-c: sarcé; - di s-c: mnz. sere cerchio. V. inoltre il num. 74. 
— 112. Dissimilazione tra consonanti attigue: i 
soliti spanda e vand. — 113. Prostesi di vocale; v. num. 33b. 
È molto verosimilmente anche in air dm (masc.) rame ^ — 114. Pro- 
stesi di consonante. Occorrono suppergiù i soliti esempj milanesi 
per la prostesi di v (cfr. però il cmp. ussd osare); e vi s'aggiungono 
da Vog. varan ragno, vortlga ortica, e dall' Ons. vormdi ormai. Circa 
'^voréga, v. num. 43 n. — 115. Epentesi di vocale: vog. veri 
'^vri aprile; pc. forgj fragole, cfr. frgm num. 99. — 116. Epentesi 
di consonante. Precedono gli esempj, nei quali la ragione dell'e- 
pentesi è ben chiara. N'R è risolto per ndr nei diffusissimi esemplari 
sindra, zindru, trindu num. 121; e N'J per ndj in questi quattro 
esemplari di Cv. : lijendia ^ , spdndia spanna ^ , ìudndia manica e 
Dmindia np. Domenica * , nei quali sempre siamo a -nja da -nìja 
-nica. Di V o j, con cui si rimedii all'iato, superfluo ogni esempio, 
tranne forse il vog. avidd (Iv. aide) ajutare. Epentesi di r: X-)C. scrdtul 
scatola, vog. crapia gabbia; e forse nell' int. livgstra (mos. liggster 
m.), cmp. livgstri, locusta. Epentesi di n è nel cr. sconzà grembiule 



1 II Mt. adduce agé cucchiajo ; confrontata la qual forma col nostro gè 
gd, si chiede se Va vi sia prostetico, secondo il num. 33b {agé *acgé), 
oppure provenga dall'artic. la (gè è di gen. fem.). 

2 Anche lijenda, come per dissimilazione. 

3 Che spdndia uou derivi da spanda, è mostrato dallo spemja d'Airolo 
(Giornico spenga), che non può non risalire a *spann[ìjga. 

* La dichiarazione, che di questi quattro esemplari è data nel testo, m' ò 
stata suggerita dal prof. Flechia, il quale similmente spiega il canav. àndia 
*anja *dne[d]a anitra. 



224 Salvioni, 

(lomb. scossa]; ma in Mnz. l'avremo costante davanti a z, com'è per 
frequenti esempj nel milanese urbano e più nel rustico. Es. mnz., oltre 
lenz renz ecc., sono Manza Maggia, manz maggio, ganza gaggia, 
miJnz moggio, penz peggio, livénz laveggio, bodéaz subisso, baccano 
(mil. bodéz boéz), crusénza [in crusénza incrocicchiato, quasi 'in cro- 
ceggia'), marenzà *ineridiare (dicesi preponderantemente del riposo 
che prendon le bestie sul mezzogiorno; e siccome la bestia riposando 
rumina, anzi rumina solo riposando, così s'ha pure inarenzà nel senso 
di ruminare '); manénz manenzà maneggio maneggiare; ronzi, che 
dicesi del mormorio delle acque, e in cui è dubbio se si debba cercare 
rugire, o non piuttosto un derivato verbale da ronza torrentello, voce 
che qui spetta a ogni modo ('roggia') '. Nel resto della zona ' non ri- 
corre se non la minor parte di cotesti esemplari; ai quali Cv. aggiunge 
barinz pezzami (allato a bariz) e Vog. sponzdss appoggiarsi. — 117. 
Epitesi di vocale. A Cavergno si sviluppa im a dopo V-ù (p), in 
esempj come casadùa cacciatore, la.vùa lavoro. — 118. Epitesi di 
consonante. Intragna, Losone e Lavertezzo sogliono aggiungere un 
elemento nasale alla tonica uscente; il quale ora si limita a un lie- 
vissimo strascico, come a Ls. o a Lv. (Is. cuìig cognato, jì^y prato, 
sudè sudati, casadg, pisò pero, manda; lv. niande num, 10, mando), 
ora è un ^ spiccatissimo, come a Intragna •*, tanto spiccato, che, p. e., 
punto non si distinguano tra loro: taldn italiano, e taìdh tagliare. 
Di là s'abbiano ancora: chintdn contare, mandàn; folagà-n focolare 
num. 121, calimd-n calamajo, dadd-n ditale; vidé-n vedere, podé-n; 
ste-n tu stai, ste-n voi state, mandé-n voi mandate; vidaré-n vedrai; 
pinsé-n pensiero, mulinè-h raugnajo; sintl-h sentire, chiri-k num. 39 n; 
vi-h tu vedi, cri-n tu credi, vidi-n voi vedete; taìd-n tagliato, cant^-n; 
duló-n dolore, fig-h fiore, casadó-n; so-h sole; v6-n tu vuoi, chiho-n 
cuneo, fasò-n; cu-h culo, -tu'-n tu [a spir-tu'-h speri tu?, a zug-tu'n 
giuochi tu?; ma, ove il -tu più non sia in accento: a spir-tu mija 
non isperi tu? a zù'g-tu mija non giuochi tu?). Senonchè, almeno a 
Intragna, la cui parlata io ho potuto scandagliare con maggiore am- 



^ Non si pensi a merenda, onde marenda, che dicesi pur delle bestie. 

^ Mi sono per vero dettati, senza epentesi: miizà muggire, i}/?*e/ greggio 
ma senza escludere che da altri si dica miinza, z'jrenz. 

^ Sarà pure elemento epentetico il n che vediamo seguire a rg ng nei 
cmp. shrrjnè allargare, stàngna stanga. L' -e di slargne attesta ancora la 
fase *slar'ie. 

* Da Brione s. M., che giace a Nord sopra Locamo, ho similmente: car- 
navà-n carnovale. 



Dialetti a settentr. d. Lago Maggiore: Accidenti generali. 22a 

piezza che non quelle di Ls. e di Lv., il fenomeno non interviene se 
non quando la parola, atta a promuoverlo, occupi un posto ben rilevato 
nella proposizione, e specialmente quando chiuda la frase '. — 119. 
l'elementi concresciuti. Di l-, proveniente dall'articolo, sono esempj : 
cv. landa zia, ali. a anda, lata padre, ali. a ata [la me landa, lata 
lue padre mio), int. léler ellera, verz. lo *Viju num. 104. Di n-, resto 
dell'articolo indeterminato: Is. nò *n'ijo n. 104; e di d-, resto della 
preposizione de: verz. dico ottobre, *cf'wcó cfr. num. 88^. Qui ancora 
il emp. sasmajé assomifjliare, il cui s- dev'essere reliquia del pron. 
se, preposto ad ^asmaje num. 33b. — All'uscita concresce -io, spoglia 
del pron. enclitico, nelle 2.® pi. dell' imperf. indie, e cong., del pres. 
eong. e del condizion.: mandivii = *mandtvino (cfr. bellinz. manddvuf, 
mil. manddvef) ecc., num. 66. — 120. Dilegui: di atona iniziale, 
V. il num. 32; di consonante iniziale, il num. 33b; di l-, per l'illusione 
che vi s'avesse l'articolo, nel mnz. ingér leggiero (mil. Unger). — 
121. Metatesi. Costante nell'Onsernone l'invertimento della formola 
Jr+voc. in rj + voc. : péria num. 99 n, mdriu, drht, nérm num. 102; 
onde accade che si trovi ricollocato nel suo antico posto Vi di -àrie 
ecc.: rdriu raro, péria pi. paja; stadéria, mulinéria ecc., num, 3; 
cfr. cv. cariet *cajret num. 78 n. Analogo invertimento per la for- 
mola j7+cons. è nel cr. séta, le. séja, num. 102; e qui Cv. s'accom- 
pagna airOns. — Per l'invertimento di r nella sillaba stessa: ons. 
verz. ferdél [-gel] ecc. fratello, verz. bardcla n. 107; da una sillaba 
all'altra: ons. carva capra ^, parva povera, vm. tréndu num. 116. — 
Di consonanti che mutuamente si traspongano, sono esempj l'int. fo- 
lagd-h focolare, e il pure int, righildda salamandra, di contro al Is. 
ligurdda, cfr. Arch. Ili 161. — 122. Attrazione. Sia ricordato il 
num. 3, e si notino ancora: int. scù'ir oscuro (la forma coli' i, che è 
già in Bonv. : seteria, e in Besc. : sciàra, va probabilmente ripetuta 



^ L'antitesi caratteristica sarebbe: u casndp Ve rivo-n; Ve rivo u casa- 
dó-h. Ma d'altra parte son da confrontare: Va mija ras pira -n seinpru cheV 
aria; g' o pagar a a na-n da per mi si^la; ti vidaré-h che u mancarà mija', 
la s'è mitiida in ment da mi dal re. In molti casi l'epitesi non occorre affatto; 
cos'i nella 1» sng. del fui. (vidaró), nei ptcp. pass, in -ii (vidii'), in Id, chiió, 
su, re, ecc. 

* Il passare d' u (-ucl) in «, e quindi in *, non fa specie, ove si consi- 
deri la vicinanza di e. Persuadono il concrescere del d-, le frequenti locu- 
zioni 'd'ottobre' 'mese d'ottobre'; v. Arcb. I 2S8 u, 264, 553, II 130 u, e 
cfr. il mil. dacord accordo. 

^ S'aggiunge qui pure, attestato principalmente da nomi locali: crava, 
che va da un capo all'altro d' Italia. Così Craveggia, Cravairola ecc. 
Archivio glottol. it., IX. 15 



226 Salvioui, 

dall'antitetico clario), cer. arvòira a.\\. a. arvòra, verz. s hnairò num. 
3 n, cor. vugeiroic ^, int. vairoj vajuolo; mnz. caird cedrava ecc.^ 
di contro alle voci rizotoniche caria carica ecc. L'attrazione di to, 
analoga a quella di j, è nel cv. dawlà da '^dalioà num. 90, cfr. lev 
cJiéuna (Mt.) *chénica canova, vénda, Arch. I 265. 



2. Annotazioni morfologiche. 

a. Flessione nom.in.a.le. 

123. Ben più attiva, che non nel milanese, la predilezione per 
V -a di feminile in nomi di 3* lat., che già fossero feminili o il 
diventino: verz. la pessa pesce, la ngsa il noce (ma ngs la noce)', 
pc. tossa tosse, mnz. tQra torre, silva ^sil-a scure, n. 43, cgl. la 
fela fiele, cx.fornàsa^ verz. làrza larice, sàrza salice, cer. spiena 
num. GÌ; e analogamente accade dell'-o per V-e dei maschili di 
3* lat., specie quando abbiano bisogno di rimediare a un nesso 
di consonanti che riusciva finale: verz. brilséntii, [omnono omaccio 
'orninone'], véntru, setémbì'u, novémbrw, coi quali sia mandato 
anche sémpru. 

124. Movimento nella tonica dell'aggettivo. Per gli 
effetti della vocal finale di cui è toccato ai num. 14 (testo e 
nota), 24 e 25, e piiì ancora per quelli di cui discorre il secondo 
di questi Saggi, posson risultare nella flessione dell'aggettivo 



' Mi sìa qui concessa una breve digressione. Nella mia Fonetica milanese, 
[). 60-61 n, s'adducono numerosi escmpj dì -ir- atouo, =-ario, dandosi di 
quest'iV una spiegazione che nou ha mai ben soddisfatto lo stesso suo au- 
tore. Pure, la ragion di quel p^rodotto è ben evidente; tanto evidente, che 
ora non intendo come io non l'abbia sùbito veduta. E V ai disaccentato che 
si riduce ad i, passando per ei; e così il milan. gwjiro corrisponde perfet- 
tamente al vugeiroiv che si cita nel testo, e F ei di questo dW'ai del verz. 
simairo. Il milanese non ha poi quella riduzione, se è bisillaba la base clic 
porta l'-ario; onde: pairu pajuolo, cairo tarlo, vairol, niràda ajata, ed altri. 

'^ Altri nomi di alberi passati al fcm.: verz, agra acero, alna alno. 



Dialetti a setteutr. d. Lago Maggiore: Annotazioni niorfologiclie. 22 7 

le 'gamme' che non parrà affatto superfluo vedere qui riassunte 
per via dei seguenti tre esempj : 

1. msc. sng. véc, pi. vie; fem. sng. vega, pi. veg\ 

2. msc. sng. zej), pi. zip; fem. sng. zopa^ pi. zop; 
'à. msc. sng. orò, pi. orb ; fem. sng. orba, pi. orb. 

t). Flessione ^«^^erbale. 

Osservazioni generali. 125. Il normale atteggiamento 
della vocale secondo che sia tonica od atona, è ben mantenuto 
per tutta la flessione del verbo: la quale così resiste, per questo 
rispetto, a ogni impulso livellatore. Notiamo, per l'alternarsi di 
e con a: cerni camàva, eressi crasse va; di é con e: rèsti restava; 
di é con i: vég vidé-h , séni sinti-n; di é con a: pensi pansàva; 
di i con a: smija (somiglia) smajé, vinci vandéva; di ó con u: 
porti purtà; di ò con u: mnz. spgnz spunzìl; di i^ con /: bili 
bità-n. Con le quali alternazioni potrà stare la vicenda che si 
rappresenta per véj vedo, allato a aude vedere; d'is dice, ali. a 
giva diceva. — Fanno eccezione : somnà, lovà num. 39, e pochi 
altri, che hanno costante l'o; e i verbi coH'i^", num. 43 n. 

12G. In tutta la regione, la S'' pers. sng. ha assunto pur la 
funzione di 3* plur. ; ma alla voce verbale s'accompagna in moda 
indissolubile il pronome proclitico, per il quale si discerne il 
numero; così: u eanta (enfaticam. lui u eanta), i canta (enfaticam. 
lur i canta). 

127. La Verzasca e la Lavizzara posseggono quella particola- 
rità di flessione, alla quale il Flechia ha consacrato una sua 
Memoria ' ; ed è, a parlar per via d'esempio latino : 'cantamus' 
espresso per 'homo cantat' , e preceduto 'homo', ove occorra la 
forma enfatica, dal pronome di 1* pi. Così: gni canta (enfaticam. 
noi om canta), Qm cantava, om eantarà, gm canteréssa ; om ci, om 
se siamo, om uba avemmo, ecc. 

128. La Verzasca abonda in modo assai notevole di voci ver- 
bali in -a. Senza dire dei tempi, le cui persone escon tutte per 
-ba (num. 132 134-5), un verbo sulla stampa di porta ha nella 



^ Intorno ad una peculiarità di flessione verbale in alcuni dialetti lom- 
lardi, Rom-a 1876. 



228 Siilvioiii, 

Verzasca, sommato le voci dell' indicat. e cong. presente, delTin- 
dicat. e cong. imperf., dell' imperai., e contata per tre volte la 
voce che risale alla base 'portat', secondo i num. 126-7, ben 
ventidue voci uscenti per -a, e sole quattro uscenti per altra 
vocale per consonante, le quali sono: la 2^ pi. dell' imperat., 
dell' indicat. pres., dell' indicat. imperf. e del cong. imperf. Che 
se a quelle ventidue voci s'aggiungono le diciotto dei tempi uscenti 
per -ba, si otterranno quaranta voci in -a \ È manifesto, che 
V-a s'è analogicamente propagato da quelle voci abbastanza nu- 
merose in cui organicamente stava (imprf. indicat. ; imperat. sing. 
della V conjugaz.; cong. pres. di tutte le conjugaz., eccetto la 
l""), concorrendo anche l'effetto dei num. 126-7. La propagazione 
era agevolata anche per ciò, che le necessarie distinzioni si man- 
tenevano, sia per l'inseparabile pronome proclitico, sia per l'in- 
terna impronta (2* sng. e pi.). 

Singoli tempi e modi. 129a. Presente indicativo. Nella 
1* e 2" pers. sng., l'Onsernone, Intragna e Villette son prive di 
vocal d'uscita: 1" mancl seni pQnz^ 2" mend sint pilnz\ la Verzasca 
mostra così nudi solo i verbi forti, e negli altri ha V-a: V scriv 
porta senta, 2" scriv porta sinta; la VM. dà -/ per ambedue le 
persone ^ Nella o"' sng., rimane dappertutto V-a dei verbi della 
1" ; e le altre conjugaz. perdono, come regola vuole, l'antica vo- 
cale d'uscita. — La 1* plur. : màndum ecc.; la 2"^: vi. niangéj, 
e del resto : mangé, gudz, tasi, santi. 



1 A Villette si riduce ad -a pur quell'-?* d'uscita di 2" pi. che vederaiuo 
essere ultima risultanza di *-Qiv (aum. 66 119): cantiva = cantivu cantavate, 
cantissa {& cantiss)=.cantissu cantaste, cantìa = *cantiu cantiate. Ma del 
resto non ho modo di vedere come ivi suonino la 3'^ sng. (e pi.) e la 1" pi. 
dei varj tempi e modi; e la 1» e 2» sng. pres. ind. mi resulta che anzi vi 
perdano la vocal finale. 

' Nel^-^ di 1* pers., il quale, come ognun sa, è pur del milanese, gioverà 
alla fin fine che tutti riconoscano (compreso l' autor di queste righe, che 
nella Fonetica milanese tentava dichiarazione diversa), un resto dell' -io 
enclitico, parallelo al -t nell' 2* pers. {pàrlet parldvet) o al -l nella voce 
interrogativa di 3* (màndel mai}.da egli?). Il pron. è più che mai evidente, 
nella forma di -ta, in voci come soja, spntia, fiissia, limitate alla interro- 
gazione all'esclamazione, alle quali fanno hel riscontro, per l'-a, gli impe- 
rativi sista sii tu, jìQsta possa tu. Ck. Ascoli, St. crit. Il 150-51. 



])ja!ctti a scttentr. d. Lago Maggiore: Annotazioni morfologiche. 229 

129b. Presente congiuntivo. Nella VM. s'estende a tutti i verbi, 
per 3 persone del sng., V-i proprio della V conjiigaz., eccettuati 
solo, qua e h\, alcuni verbi come ve avere, save, di, fa, che danno: 
ÓJa óbia abbia \ fàja ecc. (ma alla 3* mi occorre anche fàji). 
L' -a, cioè l'uscita delle altre conjugazioni che prevale suU'-/ 
della V, è costante a Intragna e nell'Ons., ma sempre eccettuata 
la 2* pers., che esce per -u, passatovi dalla 2* dell' imperf. cong. 
dalla 2* pi. — La 1* pi. è in tutte uguale alla 1* dell' indicat. 
La storia della 2"^ plurale rientra in quella dell'intiero congiun- 
tivo presente, secondo che corre a Sonogno. Il quale è foggiato 
sul tipo che latinamente è dicat, e in Lombardia già si vede 
esteso a 'stare' 'fare' 'dare' 'andare' 'trarre' e anche 'togliere' 
{diga faga sfaga daga vaga fraga toga^. Nella nostra regione, altri 
se n'uniscono; e così da Gerra ho s>ga sia, óga (Iv. óga, cgl. ója, 
num. 92 93) abbia, sóga sappia (Iv. só'ga), da Lavertezzo vóga 
voglia; e qui forse pur créga creda e vé'ga (v. però il n. 104). L'uso 
tanto frequente della maggior parte di cotesti verb', avvalorato 
anche dalla coincidenza che seco portavano i verbi in -care 
-icàre, promosse a Sonogno la normale flessione di cui ora segue 
un esempio: portlga, porti'ga, portfga', noi Qm portiga, veli Q portiga, 
lo i porti'ga. E gli stessi verbi che pure avevano una forma di con- 
giuntivo propria e spiccata, anzi quelli stessi da cui era partita la 
spinta analogica, quivi s'assoggettano alla nuova livellazione, onde 
si hanno: voli'ga, slega (?), o'gìga, sog'iga, vo'giga'. — Ora sopra 



* In queste due forme di habeo, come in sóga sappia, che tosto incon- 
triamo, s'è intrusa la tonica della 1» pers. sng. dell' indicat.: o, so. 

^ Questo congiuntivo analogico non è circoscritto alla Verzasca; ma oc- 
corre anche in Val Mesolcina e in buona parte del contado bellinzonese 
(dove s'hanno anche tipi di 1» pers. ind. pres. come mdndig, crédig, portig, 
dislg dico; cfr. dng fag dig ecc.); con questa differenza però, che fatta astra- 
zione dalla 2» pi., la quale ha ragioni sue proprie, qui permane l'antico 
accento dello schietto congiuntivo; onde si viene a voci proparossitone, 
come resulta dal seguente paradigma, che è di Soazza, in Valle Mesolcina: 
che mi mdndiga, che ti ti màndiga, che lui al màndiga, che nei gm màndiga 
{che nei tdsigum, che nei séntigum), che vpii manddguf (taségtif scntigitf), 
che lo i màndiga; e insieme esemplari come dighiga stdghiga dòffiga, ali. 
a abga, sdbglga sappia, ecc. — Per la differente accentuazione da valle a 
valle, si confrontino il mil. rampéghi, m'arrampico, e simili. — Resulterebbe 



230 • Salvioiii, 

questo tipo, che in fondo vuol dire sopra ^dicatis (mil, dlghef)^ 
si forma in tutta la regione la 2* pi. del cong., in armonia però, 
quanto alla tonica, con la corrispondente voce dell'indicativo: 
g. cantéga {2*' pi. indicat. canté), cmp. rangéjìi, panséjii, cantéju, 
luun. 94; par'iju (2"' pi. indicat. pan)^ vidìju, pudiju\ nijii {ni 
venite), giju diciate, quariju, santlju\ ibiu (cgl. ijiì) abbiate, cmp. 
sipiii sappiate (2'' pi. indicat. : f, si) \ 

130. Imperfetto. S'ba nella VM., ma non però a Mnz., la 
propagazione analogica di -èbani ecc. ai verbi della V\ canteva 
lasseva; laddove a VI. -ébam cede all'incontro all'analogia della 
4": mativa imngiva. Tutta la regione, eccetto Ons. Int. e in parte 
VI., ha p )i riformato sopra -éss l'-àss del cong. imperf. della 
l": cgl. mandess mandassi. E analogamente a quello che vede- 
vamo per -ébam, VI. estende l'-iss della 4°' ai verbi della 2* 
e della 3": lagissa leggessi, ecc. — Passando ai particolari, e a 
incominciare dall'indicativo, noteremo circa la V sng., che in 
VM. 1'-/, già da noi riconosciuto all'uscita della 1" indicat. pres., 
s'estende anche a questa dell'imperf. : parlevi gudevl\ - circa la 
2* pers., che 1'-/ analogico, ma antichissimo, vi si conserva in 
VM.: parlivi scrivivi \ e nelI'Ons. e a Int. rimane nudo all'uscita 
il -V, il quale, secondo il num. 67, doveva farsi -w, ed è allo 
stato di -u : int. cantìu, e di -vu : ons. cantìvu, esteso per ana- 
logia questo -u anche a sint tu eri. La l'' pi.: -dvum ecc.; la 
2% ha il solito -ìi , e nella Verz. e a VI. il solito -a. — Nel 
congiuntivo, la P sng. è senza vocal d'uscita, tranne a VI. e 
in Verz., dove assume V-a: lagissa\ la 2°' esce a Cv. Cmp. Mnz., 
come nell'indicativo, per -i: lenzissi, e a VI. Pc. Son. per -a: 



poi fortuita ogni coiucideuza col coug. soprasilv., di cui è parlato iu Ardi. 
Yir 463-6, 489; come dovrebbe esser fortuita ogni coincidenza particolare 
in ordine a crei} ecc., ib. 520. 

^ Che veramente si tratti della vocale della 2" indicai., lo provino anche 
le seguenti serie soazzesi : 2* pi. indie, mandà-n, 2» cong. mandàguf ; 2* 
pi. indie, tasé-n, 2* cong. taséguf; 2* pi. indie, senti-n, 2* cong. sentifjuf, 
e lo confermino le serie belliuzonesi: mande mandégiif, tasi tasiguf, senti 
sentigitf. Tuttavolta, in non piccola parte della nostra zona, s'ha Vi per 
tutte le conjugazioni; onde guest' es. di 1*: int. mandigu, ons. mandiju 
mnz. portiju, son. ijortiìja, vi. cantia. 



Dialetti a settcntr. d. Lago Maggiore: Annotazioni morfologiche. 231 

scrivissa, laddove Ons. Int. estendono a questa voce V -u a cui 
vedevamo che riuscissero nella corrispondente voce dell'indicai., 
e hanno perciò cantissii] altrove finalmente la vocal d'uscita è 
caduta: mangiss. Nella 3% sempre del sing., Pc. VI. Son. costan- 
temente -a; nella 2* pi., il solito -n: cantissu, e V-a a VI. e Son. : 
cantissa. — Ancora sia notato , in ordine a questo tempo , che 
Sonogno comunica al plur. dell' impei-f. cong. dei due ausiliarj 
Y -i'ga del cong. pres.: noi gm vessiija, veli Q vissij/a^ iQ i vessiga; 
noi gm fiissiga, veli p fUssiga, Io i fiissiga \ 

131. Imperativo: 1" pi.: mangém, sentimi il tipo della 4.^ può 
valere anche per la 2* e 3": scnvhn^. 

133. Perfetto. L'antico perfetto pare intieramente tramontato; 
e non m'è neanche riuscito di cogliere le due voci giess disse, e 
-giè andò, che sono, presso lo Stalder, nella versione verzaschese 
della solita parabola. Ma Sonogno s'è creato un perfetto nuovo, 
alquanto curioso, il cui esponente consiste in un -ba. Eccone 
esenipj, e per la conjugazione 'anomala', e per la 'regolare' ; dove 
al perfetto, per maggiore evidenza, si pone allato il presente: 



PREDENTE. 

mi a f 6 
ti ti j' é 
là V a. 



pi. noi gm a 
velt g f l 
Ig f d. 

sng. mi a sgnt 
ti ti se 
Ih V e. 



l'I 



noi gin se 
velt g sì 
ig f 2- 



PERFETTO, 

sng. mi a j' uba 
ti ti j' óba 
là V ciba. 

pi. noi gm ciba 
velt g iba 
Ig f ciba. 

sng. mi a sgmba 
ti ti séba 
là V eba. 



P 



ngi gm se-ja 
velt g siba 
lo f qha. 



1 II mio Saggio non accentua queste forme; ma si tratterà di -i'ja. 

2 La 1» pers. pi. di cotesti imperativi lombardi, altro non è realmente se 
non la 1* pi. dell'indie, pres., differenziata nell'accento. Questa 1» pi. pro- 
veniva poi, nei verbi della 1% dalla 1" pi. del cong. pres. : é m us {mniKjém), 
e così ne è provenuto anche sim siamo, indie, che ben conliniia simus. 



232 



Salvioiii, 



pi. 



pi. 



snc. 



pi. 



mi a so (io soj 

ti te se 

In o sci. 

noi om sa 

veli g sì 

lo i sa. 

mi a poss 

ti ti p6 

lu p pò. 

noi gm pò 

veli g podi 

Ig i pò 

mi a veg 

ti ti vi 

lù o ve. 



ngi gm ve 
velt g vedi 
Ig i ve. 

sng. mi a canta 
ti ti chénta 
lù g canta 

pi. ngi gm canta 
velt g canta 
Ig i càuta. 

sng. mi a senta 
ti ti sinta 
lù g senta. 

\)\. ngi gm senta 
velt g senti 
lo i senta. 



sng. mi a sóla 

ti ti séba 

là g sàba. 
pi. ngi gm sàba 

velt g siba 

Ig i sàba. 
sng. vii a pòsseba ' 

li ti póba 

la g póba. 
pi. ngi gm pjoba 

velt g podiba 

Ig i póba. 
sng. mi a vegoba ^ 

ti ti viba 

là g véba. 
pi. ngi gm véba 

velt g vidiba 

lo i veba. 

sng. mi a cantóba 
ti ti chentóha 
là g cantóba. 

pi. ngi gm cantóba 
velt g cantéba 
Ig i cantóba. 

sng. mi a sentóba 
ti ti sintéba 
là g sentóba. 

pi. ngi gm sentóba 
velt g sentiba 
lo i sentóba 



Quanto alla storia di questa formazione, potrebbe taluno per 
avventura pensare alla propagazione analogica di im *óba da 
*àub = ha bui; ma vi s'oppongono, e l'o dove s'aspetterebbe o 
(= du), e la 2* pers. sing. e pi., le quali troppo chiaramente mo- 



' Di p'ósseba e veìjoha, non ho l'accento; ma il secondo di questi esem- 
plari sonerà molto probabilmente: vegóba* 



Dialetti a settentr. d. Lago Maggiore: Annotazioni niorfologiclio, 233^ 

strano trattarsi di un -ha che s'aggiunge alle voci del presente. 
Ed ecco, a parer mio, qual dev'essere all'incontro la dichiara- 
zione che cerchiamo. Cosi sont, come ó, formavano il perfetta 
perifrastico col ptcp. bil avuto (nel Saggio di Pecia: som bit; son. 
6 bil serie, f é bil scric, tradotti per 'ebbi, avesti scritto' ; circa 
'avuto' per 'stato', che ha larga diffusione, cfr. Arch. I 271 n). 
Il bil di spìn bil, ó bil, sarà divenuto enclitico: ^sómbil ^óbil; e V-il 
poteva allora volgere ad -a (cfr. mil. j^Qsta sitta, 'possa tu' ecc.), 
dov'è anche da considerare il num. 128; onde samba séba, óba 
éba. Ottenutosi così questo perfetto 'univoce' nei due ausiliari e 
continuandovi pur sempre perspicua la voce del presente aumen- 
tata di -ba, il tipo si sarà prima accomunato a certi verbi, che, 
come savé, già coincidevano in alcune voci con óba o con sQmha 
(così: saga so se, analogo in tutto ad ó'ga ó è) , e indi ad ogni 
verbo, con particolari adattamenti, che una serie d'esemplari, più 
abondante di quella che non sia in poter nostro, ci permette- 
rebbe sicuramente d'illustrare con miglior sicurezza che oggi non 
sia dato. Cfr. i num. 134-5. 

133. Participio passato ; cfr. num. 2, 8, 104. Una nuova forma 
di ptcp. proviene ai verbi in -are, per la diffusione analogica 
del tipo facto dicto ecc., num. 88, 2, al quale tutto indica che 
già di buon'ora si fossero adattati i verbi stare dare 'andare' 
e qualche altro; cfr. Arch. I 394 ^ Onde abbiamo, p. e.: pc. 
mandec, int. portdc, ecc. '^; e fiió venuto, allato a nec andato. 

131-135. Futuro. Sonogno ci fa nuovamente sentire il -ba, qui 
appiccicato alla forma normale del futuro: saróba saréba saràha^ 
Qm saràba, sariba, lo ì saràba; canteróba cantercba canterciha, pm 
canteràba, canteriba, lo i canteràha. — Condizionale. Sonogno 



* Questo tipo (li ptcp. si fa esclusivo a Pc, e sta a Mnz. accanto al tipo 
regolare in -àw. Onsernone e lutragua hanno pure i due tipi ; e la doppia 
forma s'applica a una distinzione morfologica affatto superflua, dandosi il 
tipo fonetico ai sng., e l'analogico ai pi.; p. e.: ons. sont rivpw, sim rivec; 
i m' a mandpto m' hanno mandato, i ni' a mandec ci hanno mandati. Dico 
affatto superfluo questo scernimento, poiché il pi. ha la giusta sua forma, 
che gli viene da -a ti. 

* Beilinzona, oltre ai soliti dare ecc., non dà a questa serie se non 'la- 
sciare': lassù) lasciato (cfr. faj fatto), nel contado: lassnc (cfr. Jac). Co- 
munissimo è in tutta la Lombardia: toé tolto. 



234 Salvioni, 

ritorna col suo -ha^ che però, in questo modo, è anche di Men- 
zonio. Es.: 1" pers. sentirùsba, 2°' sentirùsba, 2>^ sentiruba (ma 
scriverùsba vrùsha^ aUato a vrùba)\ V pi. om sentiriisba (ma 
canterilsseba), 2" velt p sentiriisba (ma vrùsseba)^ 'ò" lo i sentirùsba 
(ma ser'àha sarebbero) \ M'occorre una sol volta hi forma senza 
-ba nel sng. del condizion. di 'sapere', che suona savri'is per le tre 
voci. — Quanto alla ragione storica del -ba di condiz. e di fut., 
ove si consideri che il condizionale va sempre accompagnato, o 
quasi, dal riempitivo be bene (mnz. nariìss be 'andrei bene', mil. 
ghe l'avariss be da 'glie l'avrei [ben] dato'), sarà egli fuor di luogo 
il supporre, che il -ba ascitizio di codesti condizionali altro non 
sia se non lo stesso elemento pleonastico, ridottosi fuor d'accento 
a guisa di un'enclitica? Vero è che il futuro, il cui -ba non si 
può di certo separare da quello del condizionale, non suole ac- 
compagnarsi col riempitivo be; ma il -ba gli sarebbe provenuto 
dal condizionale, cui lo stringeva il vincolo comune della base 
infinitiva, estranea a tutte le altre forme del verbo {sar-ó sar-ùss). 
Ma non sarà poi uno stento il cercare a questo -ba un'origine 
diversa da quella del -ba di perfetto (num. 1 32), e non si dovrà 
piuttosto credere che dal perfetto egli passasse al condizionale, 
e da questo finalmente al futuro? 



^ Non posso io vedere se si tratti di z-ba o di z-ba. flia credo si possa 
indurre, clie sia z-ba. 



Dialetti a settcntr. d. Lago Maggiore: Ei'fetti dell'-/. 233 

Ilo 

EFFETTI DELL'-/ SULLA TONICA. 



Avvertimento piieliminaiie. 

Il fenomeno della tonica che s' alteri per effetto deli' * finale, è, come ognun 
sa, largamente esteso nell' Italia; cfr. Ardi. Vili 125. Sembra egli comune 
a tutti i dialetti della terraferma napolitana ^: e quanto all'Italia settentrio- 
nale, ripeteremo coli' Ascoli, I 310, che " con varia misura e efficacia ne 
percorre intiera la estensione dal Mediterraneo all'Adriatico „ *. Nell'Italia 
insulare, par che ne sappia la Corsica, Arch. II 151. 

Il presente Saggio non offrirà cosi al glottologo alcuna vera novità. Ma 
vi sarà mostrato, come nella valle dell'Eridano sia un'angolo di terra, dove 
l'azione dell'i si dispiega con molto maggiore intensità che non in 
qualsivoglia dei territorj finora esplorati, non esclusi il napo- 
litano e il romagnuolo, nei quali pur cotesta azione s' esercita con tanta lar- 
ghezza e coerenza. Quest'angolo di terra fa però parte di una regione, le 
cui parlate generalmente ben si risentono degli effetti dell'-». Senza dire 
che sempre ci troviamo in Lombardia, dove son numerosi esempj di e che 
nel plurale passi in i, vediamo la mera propagginazione dell' -i di plurale 
esser costante in. molte valli del Lago Maggiore e della Sesia, cioè in una 
regione che direttamente continua la nostra ^ Un Saggio di Varallo-Sesia, 
procuratomi dalla molta cortesia di due indigeni, gli egregi signori Pietro 
Cristina e G. G. Massarotti, mi dà le seguenti serie d' esempj : 'r?/ chiave, 
i.aif, gat gait, i^iat piati, rat rait, grass graiss, sass saiss, cacìanàc cada- 



^ Vedansi, oltre gli 'Indici' AqW Archivio, principalmente quelli del voi. 
IV, Wentrup, Beitr. z. kenntniss cler neap. mundart, p. 7, 22, 20, Diez gr. 
II' 62 n, Savini, La grammatica e il lessico del dialetto teramano, pp. 57-8, 
64-65, FiNAMORE, Vocabolario dell'uso abruzzese, pp. 2, 4-6, Scerbo, Sul dia- 
letto Calabro, pp. 16, 19-20, 21, 24. 

^ Una compiuta rassegna bibliografica dei lavori in cui si tocca del nostro 
fenomeno, è data dal Forster, nei Beitr. zur roman. laiitlehre (Grobcr's 
Zeitschr. III). Vedansi inoltre gli 'Indici' Aq.ìV Arcliivio. 

' Il Canavese, che a sua volta continua la regione della Sesia, offre egli 
pure il nostro fenomeno, v. gli 'Indici' del II voi. à.Q\V Archivio, e aggiungi 
esempj, pur canavesi, raccolti da me a Barbania (prov. e circ. di Torino): 
traf trave, tief, ca chiave, ce, critvdc, corvo, cruver, braQ breQ, rat ret, 
piat piet, Liane hieiic, banc bene; - Hit liiil; - man g un mangon, ecc. 



236 Salvioni, 

naie (ina e, non di, qnando siamo alle formolo an, A + nas. + con.: con chen, 
pian pien, camp dump, gran grend, tant tent, guant quanto [?], guent); - 
omet omcit, ticelet uceleii, net neit, tudosc tudeisc ; - poc poic, s]op 's'oip, 
gross groiss, pitoc pitoic; moé matto, moie, bosc buisc, colp coip (*coilp?, 
cfr. scuié ascoltate, voto io volto, infuéi = mi]. infoici), rabiós robióis, morós 
moróis, fio fioi (*-ójr; cfr. ■uei = *vejr vero), colò coloi, cacadó cacadói; - luf 
lupo, hiif, rut rotto, ruit; ??ò/ nuovo, noi/; e giusta il num. S2 : testón te- 
stóin, cnvalón cavalóiìi ^ Ma verso Nord, passata cioè la Verzasoa, siamo 
suppcrgiìi alle condizioni lombarde, avendosi tuttavolta nel contado bellin- 
zonese, nella Leventina, e anche in Elenio, la propagginazione ch'era de- 
scritta sotto il num. 52. La Leventina anzi ci porge, per -ani (-a e) maggior 
numero d'esempj che non la stessa nostra regione; e così ho da Giornico: 
cah chei {Ve, e in questo esemplare e nei seguenti, è di mera evoluzione fo- 
netica; cfr. ej aglio), gran grano, grei briciole, san sei, an anno, el, pan 
pei, vilan vUei, manan manei; mah mei; t/isel, rana rei, putana piltei, vi- 
lana vilei, sana ^ei; e da Airolo : fonlena fontei, satmena settimana, satmei. 



Nelle serie clie seguono, gli esempj, di cui non sia espressamente indicala 
la pi'ovenienza o di cui non risulti evidente la provenienza diversa, sono, 
nella maggior parte de' casi, di Menzonio. S'intende però, che potrebbero 
essere, in quanto rappresentino gli effetti dell' -i, di tutta la regione. — A 
rendere più manifesta l'attività del fenomeno, s'è sempre fatta precedere 
alla voce di plurale quella di singolare, e alla voce di 2» pers. quella di 1^. 



§ I. e da A . . . . /. Nella declinazione, è proprio que 
st'esito a presso che tutto il nostro territorio, ed è dappertutto 
costante. Vedi tuttavolta il § II. 

Esempj: sng. làras, pi. leras, vi. càrie cheric, càlas cJielas, sdlas 
selas^ tcivul fevul, dijàw clijew num. 59, marsàw mar se io , memi 
meni, saìvàdi scdvedi, capitani capiteni, sàvi sevi, àsan esan, cibat 
abito, ehat; mar amaro, mer, vi. car cer, car caro, cer, alta alte, 
animai animel, tal tei, pai pel, calimd calimé, scossò, grembiule, 
scosse, folagà-n folaglie-h, dadà-n dade-n, fraiv trave, tretv, aio 



' A Valduggia : mangoh manlòìi ecc. — Per ulteriori esempj da tutta 
questa regione, v. Ruscois'i, / parlari del Novarese e della Lomellina, pp. 

XVII, XXXII-llI. 



Dialetti a sctteutr. d. Lago Maggiore: Effetti dell'-/. 237 

nonno, fìw, vas ves, nas nes, capclz cajjez, paisàn imiseh, Cristian 
cristien. ram rem, sail se'i, iut. i)ia~i pien, laj lej, fra frate, fre, 
a ocàt avochet; àrhul erbul, vi. h. àrbi erbi, màrtur martora, 
mertur, fràssan fressan, àngui engul, chigal engal, borgn, pàmimn 
pempan\ car carro, cher, garb gerb niiin. 91, sart seri, tastàrd 
tasterà, busard buserd, ràirii reiri, c/al ghel, vai vnglio, vel, cavai 
cavel, alt alto, elt, alt altro, eli, sali self, gald geld, falz falso, 
felz, alp elp, cald cheld, vi. aut alto, eut, bass bess, pass pess, ass 
ess, grass gress, tass tess, sass sess, ons. /«ss fascina, /ess, basi 
best, an anno, en, ran ren, borpjn. scan schen, dan den, banc 
bene, bianc bienc, sant sent, quant quenc, tant tene, grand gren'g, 
Cam}) chemp, sac sacco, sec, vi. faó fec, sfac stec, int. magni megri, 
afra acero, ejri, mal met, rat ret, sat rospo, set, gal get, fat 
insipido, /ei, litràt ritratto, litret, quadra quedri, ladra ledri, 
cap calvo, hep, cadanàs cadanes, pajàs pajes \ 

Di feminili che vadano nelle ragioni di questo paragrafo, ho 
da I\Ienzouio i seguenti esemplari, tutti di 3"" declinaz. latina": 
fornàsfornes, da/" chiave, cef; vai valle, vel, fals falce, fels , 
carn cern *. 

Nella conjugazione, si riproduce costantemente quest'esito 
per la 2* pers. sng. dell'indie, e cong. pres., e la 2" pers,, sng. 
e pi., dell'indie, imperfetto dei verbi in -are. 

a) 2" pers. sing. indie, pres. Vanno nelle ragioni di questo §, 
^Inz. , Cgl. , Int., rOns. e VI. — Esempj: V pers. vali valgo, 
2* veli, sai sei, am mal m' aramalo, ti t' mei, pari peri, impari 
imperi, law lew, scaw schew, cani mordo, cheni, cam cem, pias 
■pies, fìàdi fìedi ; tali teli, salti selli, vérdi verdi, pari peri, scàrpi 
scerpi, lass less, mangi mengi, piànti pienti, canta cnenta, pianz 



^ Nomi di famiglia : i Grenrli Grandi, i Chemes Gamesi, i Sohleli (ma al 
sor Soldati) ; e dove la famiglia chiamasi del nome di battesimo del suo capo: 
i Bernerd, i Miclieìengul, i Cherll, i zireii (cfr. la parentela Giovenni). Av- 
viene poi, che la caratteristica s'estenda analogicamente anche a nomi che 
non hanno V-i: i Meza Mazza, i Chenva Canova; ipenza, nomignolo, 'i pancia'. 

- Rimangono costantemente inalterati i fem. della 1": grassa grass, màjra 
mójri^ sana san, ecc. 

^ Occorre questo pi. nella locuzione save di lem ' saper delle carni ', e 
dicesi del latte che si trovi in certe condizioni. 



238 Salvioiii, 

pienz^ vàndl io vaglio, vendi, scampi scempi, bàli heti\ màzni ma- 
cino, mezìii. — Si aggiungano i seguenti esemplari, in cui 1' d 
è (la e: masàri io macero, maseri, mnz. cràpi crepi, ons. stand 
distendo, sfend. 

,S) 2* pers. sing. cong. pres. Vanno nelle ragioni di questo §, 
le stesse parlate che si citavano per a). — Esempj: 1" vali, 2^ 
oeli, scila selu, am mala ti 't melii, pari peri, impari imperi, lava 
levit, scava schevu, cani cheni, cdma cemu, piàsa piesu, fiàdi fiedi\ 
int. stàga stegu, Is. vaga vecja, int. àhia, ehiu, mnz. àja eja, sdpi 
sepi; tati teli, sditi selfi, vdrdi verdi, scàrpi scerpi, parla perla, 
lassa lessu, mangi ìnengi, pianti pienti, canta chenta, pidnza pienzu, 
vàndi vendi, scampi scempi, hàti heti, màzni mezni. — E qui pure, 
in analogia a quanto vedevamo per a) : masari maseri, cràpi crepi, 
stènda stenda. 

y) 2" pers. sing. e pi. imperi', indie. Qui sta solo Menzonio. 
Esempj : sng. mandava mandevi, portava portevi ecc. ; pi. portàvum 
portevi!, lavàvnm lavevu ecc. 

§ II. é da A . . . . /. La d eclinazio ne dà questa figura 
a Son. e Gerra, che altro non importa se non una differenza nel 
colorito dell' e; es. : cisan ésan, sindl segno, sinél, animai anitnél; 
arai ragno, arai, alt élt, gat ghét, rat rét, sat set, grass gréss, 
màgru mégri, agur ègri ^ — Ma una ragione più profonda avrà 
a Mnz. e Pc. IV che occorre al posto di e nella formola A + nas. + 
cons. ^ : mnz. tant tenti, quant quénti, grand grandi', pc. hiancbiénc, 
camp cémp; mnz. pempan sng. e pi., cfr. § 111 n. Qui stia anche 
Iv. can chen (ma gat ghet), benché vi si tratti di solo -àn+^. 

Nella conjugazione, vale questa forma per le solite persone 



^ Dal Saggio di Sonogno si aggiunge, unico esemplare nel suo genere, 
ménig, pi. di mànija. 

2 Va qui confrontato il § III. Il fenomeno, del resto, non si limita alle 
nostre valli; anche a Varallo-Sesia s'ottengono da una parte te7it pien, e 
(jait ecc. dall'altra; uè si scompagnano dalla nostra serie gli esempj tene 
quenc greng, che occorrono per ampia distesa nelle Alpi lombarde e pie- 
montesi, sng-. tant quant grand. — Bisognerà supporre, o che l'alterazione 
dell'a, per gli effetti dell'-», sia cronologicamente diversa in questa serie da 
quello che è in tutte le altre, oppure che vi s' abbia una speciale altera- 
zione dell'», la quale però perduri solo nel caso di a i; cfr. Arch. I 293-4. 



Dialetti a settentr. d. Lago Maggiore: Effetti dell'-/. 239 

del presente, non solo a Son. e G. , ma anche a Cv. Cmp. Pc. 
VI., cioè in luoghi, dove in ordine alla declinazione si seguon le 
ragioni del § I. Cogli esempj del pres., vanno poi a Son. quelli 
del perfetto, num. 132. A VI. sta nelle ragioni di questo § anche 
l'imperf. cong. 

y.) 2* pers. sing. indie, pres.: zbarl io sparo, zberì\ pari peri, 
impari imperi^ cali cheli, lava levi, cv. sali io volo (^salare da sa- 
lerei, seli, cani cheni, caji cheji, tas tes\ cargi chergi, vardi verdi, 
parla iberici, scaldi scheldi, sdiit scut, lassi lessi, passi pessi, bani 
beni, adinandi admendi, cambi chembi, pianz pienz, vand io va- 
glio, vend, scamp, scliemp, smagi io macchio, smegi, scapa schepa. 
Nel perfetto di Son. (num. 132): cantóba chentòba, lavóba levòba, 
parlóba perlóba, scapóba schepóba, invale o permane la vocal ca- 
ratteristica di 2* pers., pur non essendo più in accento. 

(^) 2" pers. sng. cong. pres. : zbari zberi, pari peri, impari im- 
peri, cali cheli, sali seli, cani cheni, caji cheji, tasa tesa; car'gi 
cher'gi, vardi verdi, scaldi scheldi, scìnta senta, lassi lessi, passi 
pessi, bani beni, admandi admendi, cambi chembi, scampa schempa, 
smagi smegi; cui si aggiungono i seguenti congiuntivi di verbi 
anomali: cmp. ahi ehi, vaja veja, staja steja, son. faga feìja, e i 
congiuntivi secondo il num. 129, i quali, come i perf. or ora ad- 
dotti, offrono disaccentata la vocal caratteristica di 2^" persona: 
laviga leviga, vandi'ga vendiga, pianzi'ga pienzi'ga, scapila sche- 
piga. 

Y) 2* pers. sng. del cong. imperf. ; soli due esemplari del Saggio 
di VI.: 1* vusdss, 2* vuséss, pimddss, pundéss \ 

§ III. 2 da A ... . i. Nella declinazione, le ragioni dell'/ 
sono evidenti. Per gli effetti del num. 15, Ve di tenti ecc., ond'è 
parola in principio del precedente paragrafo, deve ridursi ad i a 
Cgl. Cv. e Cmp.: tàntu tinti, qnàntu quinti, grand grind, cgl. 
hianc bjinc, camp cimp ^ — Anche ccdd cild, gald gild, di Cmp., 
si potranno spiegare dalla furmola speciale in cui era Va; ma 



^ Per e da «, che passi in e, v. il § IV. 

^ Strano il mnz. limp, dove s'aspetterebbe 'emp come a Pc. — Del cv. 
pimpan panipiuo (sng. e pi.) uon esito a dire che vi s'abbia a vedere il pi., 
diffusosi al sng., il quale doveva suonare *panipan (efr. anche iut. i^empan 
sng. e pi.; ma sng. pdmpan, pi. jiempau a Borgn.). 



240 Salvioni, 

l'osservazione concerne piuttosto il singolare che non il plurale, 
poiché cild e gild valgono a inferire, come forme di sng. oblite- 
rate : *'celd *gdd\ cfr. n. 4 n. 

Per la conj ugazione, il presente a me non dà se non il or. 
slpia 'che tu sappia' (l" pers. sàpia) ; ma l' imperf. indie, e cong. 
stanno nelle ragioni di questo paragrafo a Villette, nell' Onser- 
uone, e a Intragna, l'indie, anche a Lavertezzo \ 

a) 2"' pers. sng. e pi. dell'indie, imperf. dei verbi in -are; 
sng. : ons. mandava mandivu, int. cantava cantiu, vi. vusava vusiva, 
\w. portava portiva\ - pi.: mandivu, cantiu, portivu, vusiva. 

[i) 2'^ pers. sng. e pi. del cong. imperf. dei verbi in -are; sng.: 
ons. portàss portissu, int. cantàss cantissu, vi. cinàss ciniss ; - 
pi. : portissu, cantissu, ciniss '\ 

E. 

§ IV. 6^ da E (e) ... . i. Il fenomeno è nella sola conju- 
gazione, e occore a Cv. Cmp. Pc, per le solite persone del 
presente, cui per Cmp. s'aggiunge la 2^ sng. dell' imperf. indie. 

a) 2°' pers. sing. indie, pres. : pleji piego, pieji, crepi crepi ; - 
^erni scelgo, semi, perdi perdi, scherzi scherzi, eressi eressi, resti 
resti, ani seti mi seggo, ti t seti; - bevi bevi; - am fermi ti t 
fermi, mesci mischio, mesci, pesti pesti, meti meti, prumeti prumeti, 
neti neti; - cherji carico, cherji, cheli cheli, levi levi, cevi cevi, 
cheni cheni, centi cerni, tesi tesi, peji peji, cheji cheji, fìedi fiedi; 
scherpi scherpi, selvi scivi, teji teji, chenti chenti, rengi rengi, 
schempi schempi, schessi schessi, spezi spezi, cheti cheti, cepi cepi. 

p) 2"' pers. sng. cung. pres, — Nella VJ\I. la 2" indie, e la 2* 
cong. concorrendo in una sol forma, gli esempj dianzi addotti per 
la 2" indie, possono valere anche per la 2"' cong. 

Y) 2* pers. sing. indie, imperf. : feva fevi, pareva parevi; sera 
seri, cotnune l'ultimo esempio anche a Cevio. 

§ V. i da E (e)....i. Nella declinazione, va per la 
zona intiera. 



^ Quest' i si deve molto probabilmente alla diffusione analogica dell' i fo- 
neticamente regolare che è nelle voci corrispondenti di 2», 3» e 4» coujuga- 
zione; e così esso a rigore non ispetterebbe al presente §. — Cfx'. i § V e VI. 

- Per e da a, eli e passi in /, v. il § V. 



Dialetti a settcnlr. d. Lago Maggiore: ElTcUi dcU'-i. 241 

Esempj: cv. prevat prioat^ vi. prev prio^ cv. red rete, rid, 
cv. tare'i tariil] - ?2e/-6 nervo, nlrh^ leró lire, verz grido, virz^ 
ser Cerro, sir, vi. zerb acerbo, i^VZ», inaz. sterili bestia cbe non 
dà latte [cfr. Arch. VII 409 560], stirli, cv.-cinp. mes viis, pes 
2ns, tes tis, cv. lavenz lavinz, tee tic, lec lic, soelt svili, sesp 
cespuglio, sisp, falcet folcii, pilet pilit num. 43, verz. panel faz- 
zoletto, panii; - verd vird, stess stiss, chest chist, vesciif viscuf, 
lefi Uh, sefi siti, vi. sec sic, ded dito, did, net nit, gez giz num. 
25 n, cmp. sep sgabello 'ceppo', sip\ -fare fari, cer caro, cir, 
cer chiaro, cir, inceri carico, inciri, pevi pivi; - erbi irhi num. 
1, gel gii, geld gild, celd cild, scen scin, cen cane, cin, pien 
piano, pjin, znin (feni. znen), cfr. num. 33a n, bienc bjinc, fieno 
fjinc, lemp cimp ^, scerz scarso, scirz, gerb girb num. 91, fiesc 
fiasco, fjisc, gei gii, pici pjii, set sii ^ 

La conjugazione dà quest'esito, nelle solite persone del 
pres., a VI., Int., nell'Ons. e nella Verz.; e Sou. aggiunge il suo 
perfetto. È inoltre nella 2^ pers. sng. e pi. dell' imperf. indie, 
e cong. dei verbi in -ere -ere; e pur di quelli in -are, là dove 
questi hanno modellato il loro imperf. su quello della 2* e 3* 
conjugaz. In ordine all' imperf., l'esito è comune a tutta la zona, 
eccetto VI. Int. e TOns. 

a) 2* pers. sng. indie, pres. : crep crip ; perd pird, seni sirn, 
vi. spen spiumo, spin, resi risi, ani sei ti f sii; - ani ferma ti 
t firma, pesi pisi, tnet mit, nei nit', - ons. tes taccio, tis; - pjenz 
pjinz'^. Son.: setóba sitóba, fermóba frmóba. 

{i) T pers. sng. cong. pres.: crepa cripu; perda pirdu, sema 
sirnu, spena spina, resta ristu, seta siiti; - pesta pista, meta 
mitu, neia niiii ; - tesa tisii ; - pjenza pjinzu. Son. : fermiga fir- 
mi'ga, meti'ga mitiga, p)erdiga pirdi'ga. 

y) T pers. sng. e pi. dell'indie, imperf.; sing. : cv.-cmp.-mnz. 
vandevi vandivi, evi aveva, ivi, seri siri (per Cmp. è però da ve- 
dere anche il § prec); cv.-cmp. parlevi parlivi, steva stivi; cgl. 
sera siru, vindevi vindivu; mandevi mandivu; pc.-verz. lenzeva 



* Ifjiii', fjin- e cimi) potrebbero auclic dipeiulcrc dal § III priac. 
2 Fem. : èerha zerb, scelta scelt, bienca bienc, ecc. 

* Ma int. tes tes, tesa tesu, e così leio Jeir, leva leoìi; cfr. uum. 1 n. 

Archivio glottol. ita!., IX. 16 



2i2 Salvionl, 

lenziva, sera sira; verz. canteva cantiva; - pi. : cv.-cmp. vandevum 
vancUvH (mnz. -uf), evum ivu, serum siru, parlevum parlivu ; cgl. 
vindevum vindivu, loortevum portivu\ pc.-verz, scriv'wu, verz. ccm- 
tivu (pc. cantiva), verz. ini eravate. 

()) 2" pers. siiig. e pi. del cong. imperf. ; sing. : cv.-ranz. vmi- 
dessa vandissi; cantessa cantissi\ cinp. vandess vandiss\ purtess 
purtiss, fess fiss ; cgl. viride ^s vindissit] cantess cantissic; pc. fa- 
zessa tazissa ; verz. scrwessa scrivissa ; cantessa cantissa ; - pi. : 
cmp.-cv.-cgl. scrivessum scrivissu; cantessum cantissu, fessimi fissu 
(mnz. scrivissuf ecc.); pc. verz. scrivissu', cantissil; son. vissiga 
num. 130. 

§ VI. i (la E..../. Vale per la declinazione. 

Esempi': morcvul morivul, déhid dibul, zéndru zindri, Is. ^;/en 
2)Jiì^, meste mesti, quei quii ; bel hil, int, vedcl redil, martél martil, 
fradél fradil, hindél nastro, bindil; zeli gelato, zilt num. 35, pèrsi 
pesca, pirsi, veri aperto, viri, guers guirs, vi. destar distar, cv. 
camédru modano, camidri, vent vint, vi. pandent pandint, cmp. 
nuvenf nuovissimo, nuvint, temp timp, p>es peso, pis, mes mis, veó 
vie; -pel pil; int. quel quii (verz. chi, ons. qui), chivil nuui. 22, 
sere cerchio, sire, cr. pess piss, quest quist, majéstru maistri, sa- 
néstru sanistri, tene tino, sirene strinò, sec secco, sic, négru nigri, 
védru vidri, freg frig, feléó i'elce, felic ; - grew griw', alégar aligar, 
Unger lingir, moline niolinl, fare fari, sole camera, soli, candele 
candell, \evz. piìdé pildl num. 43; cmp. brùsent brùsint, vi. tajent 
tajint; - new nuovo, niiv, cher cuore, chir, feg fìg', ert irt, stert 
stirt, meri mirt, erb irb, chern chirn, però pire, sen sogno, siil ' • 

Di feminili di 3", ho parét parit, red rid, preséf mangiatoja 
'presepe', presi/ (verz. praséiv prasiw) ~. 

Per la conjugazioae, il fenomeno occorre nelle solite forme 
del pres., a Vi., Int., nell'Ons. e a Son. (che aggiunge, al solito, 
il suo perfetto); e ancora è, negli stessi luoghi, eccetto Son., della 
2* sng. e pi. dell' imperf. cong. 



^ Non mancano esempj analoghi a quelli addotti in n. al § I. Così i Pon- 
cita Poucetta, i Poìiiita Pometta, i Zi/ita Zenta; cui s'aggiunge i povUa i 
poeti. Cfr. ancora i Mllcar ' i Melchiorre ', i Zip, i Pidrì ecc. 

^ Pur qui rimangono estranei al fenomeno i fem. di 1": bela bel, rega 
veg, alégra alégar; e similmente: nova now ecc. 



Dialetti a sctlcutr. d. Lago Magi,nore : EiTctti dell'-/. 243 

a.) 2'' pers. sng. indie, pres. : spcr splr , verz. quer qitir ^ , lez 
liz, seg sig, creg cri-h, vi. lev lii\ cen cin, pen peno, più, ciirég 
curig^ treni trini ; sfend sfind, vend vind, pens pins, son. setita sinta, 
ven vin, cress criss, he lecco, Ile, spec splc\ - bew biiv, men min, 
vi. veg vedo, vig^ fen tin, tenz tinz, strenz strinz '\ Son. : spe- 
róba spiróòa, treniòba trimóba, sentóba sintéba, vegoba viba. 

,S) 2* pers. sng. cong. pres. : spera spiru, leza lizii, sega sigu, 
creda cridu, leva Uva, cena dna, pena pina, ciirega curiga, trema 
trinm; stenda stindu, venda vindu, pensa pinsu, vena vina, cressa 
crissa, leca lica, speca spicii; - beva bivu, mena mimi, vega viga, 
tena Una, tenza tinzu, strenza strinzu. Son. : vegtga vi'gi'ga, 
queriga quiriga, beviga biviga, speriga spiriga, sentiga sintiga, 
vendi'ga v indiga. 

y) 2^ pers. sing. e pi. del cong. imperf. ; sng. : int. vidéss vi- 
dissu; vi. satéss satiss, stess stiss (ma cfr. il § II); ons. saréss sa- 
rissu. - pi.: vidéssum vidissu; satiss, stiss; saréssum sarissu'^. 

ludi, vocale e, sebbene si riduca assai frequentemente ad i, secondo 
che i §§ V-VI ci hanno mostrato , è pur quella che maggiormente 
si sottrae agli effetti dell'i finale. — Cosi la VINI, (in parte della quale 
pur si regge il § IV) dà inalterate le solite persone del presente : 



^ Quest' esemplare, che è anche della VM., è, per la forma, nobilmente 
latino (quaerere), ma avvilito nella sua funzione lessicale, significando 'cer- 
care pidocchi', e indi 'pettinare'. 

^ S'aggiunge, con e da e at. (e questa da ?): int. saiuéii io semino, somin, 
cong. soména sominu. Ma nell'Ons. : mi ani desmentéff ti ti f desmentég. 

^ Sia qui toccato anche del modo e della misura, onde il dittongo ie 
(num. 3, 11, J4) si risente alla sua volta del^-^■; e sarà fenomeno, s'io male 
non m'appongo, d'ordine meramente analogico. Abbiamo dunque frequente 
r i di contro a ie, nella solita vicenda di sng. e pi., di 1* e 2* pers. ; dove 
si può tuttavolta notare che la tendenza a ridurre Vie ad i, della quale si 
parla al nura. 14, sia stata messa come a profitto dall'istinto grammaticale. 
Es. : pc. spiec spjic, num. 14 n; le. viec vie, vediel vedi (qui \!-i è forse, 
secondo che accenna la mancanza del -l, il prodotto di *-iéj), accanto a 
plurali come biel martiel ecc.; cr. volcel volcì,- veìjel ve!jl (cml. -djel -dji) 
ali. a pi. come viec, fergel, anel ecc. ; - er. vieti io vengo, viii, cml. vjeria 
vji/ìa, cr. ceti eiii, cml. fjena tjitìa (cr. heiìa heiìa), cr. ìez liz (cml. ìes 
lez), cr. spjeé spjic, congiunt. spjeca spjicu. Anche il dittongo éi, co- 

munque surto, può ridursi, per ij, ad i: verz. teis tis, vm. nejru nifi, mnz. 
cejni. chiaro, etri. 



2J41 . Salvioui, 

speri speri, maz. nnti nati ecc. Nella declinazione occorron poi fre- 
quenti le anomalie, ma certo di sola apparenza, dipendenti da norme che 
la scarsità della materia a noi non lascia scoprire; ed ecco a ogni modo 
un po' di rassegna. Fa quasi eccezione generale la formola è + nas. + 
eons.; e Mnz. p, e. offre bensì i pi. timp, vint, ma insieme ha detit, raso- 
nament, turment, content, scotent; Int., Pc, la Verz. v'hanno costante 
Te; Is. m'offre dine denti, ma ha d'altra parte temp veni; VI. e Cmp. 
(per Cmp. è però da vedere il num. 15) hanno V -i- solo in alcuni 
esemplari; ma è comune a tutta la zona sirene strine. Io presumerei 
che Ve di codesta formola si sottraesse in origine all'influenza dell' -i 
(alla qual presunzione pur mi conforta qualche antico documento dia- 
lettale dell'Alta Italia), e che solo per diffusione analogica qualche 
esemplare or ne risulti affetto. Nella Verz. è costantemente inalterato 
l'è di -elio: sng. e pi. vedél ferdél; quanto ad -ty=-élli, cfr. però 
il num. 50 n. Sono largamente usati i pi. leó vec spec, ed è comune 
2ìécen pettini. Altri plurali anomali : ons. nerb, verz, int. pes, pérsig, 
cmp. merli, scherz, alégri, bicér (mnz. bùci^), langèr, vi. mez. Circa 
i le. Uh seiì, V. il num. 20. Quanto all'è secondaria da a, cfr. is. chen, 
2')ieìi, pc, greh, pieh, ons. scàh, cdn. Solo a Pc. è piu« = pavidi num. 1. 
Se finalmente, all' infuori di Mnz. e della Verz., non s' ha al pi. l'i 
per Yé del sng. che è l'ultimo esito d' -àrio, ci vedremo, piuttosto 
che la mancanza di un avvenimento fonetico, la mancata livellazione 
analogica. 



§ VII. 6>' da o i\ In ordine alla declinazione, 

l'esito è costante nella Lavizzara, e occorre in maggior o minor 
copia per tutta la regione. 

Esemp i : garofnl garòfid, ccdolic católic, popid 2)opul, mohil mòbil, 
crovat abete, cròvat ; apostul apòstul., int. portig pòrtig ; om òmen ^ ; 
soci soci, vi. cor cuore, cor; fortforf, sold sòld (vi. sovul sòvid num. 
105-6), corp còrp, por porro, por, mol molle, mòl, foss fòss, baloss 
balóss, noss nòss, voss vòss, post post, Qst òst, pravost pravóst, fioc 



^ Due altre fasi, che pajono anteriori, son qui rappresentate da un pajo 
d'esempj ciascuna: la fase oi nel verz. poic pochi (St.), e nel mnz. * cois, 
nome proprio d'una stazione alpina (cfr. mi), coz riciuto) ; e la fase oi, nei 
pc. coil chiodo, cóid, piod tetto, piòid. 

^ Jyel resto della regione: om oinan. 



Dialetti a setteiilr. ci. Lago Maggiore: Effetti dell' -/. 24^» 

fiòc^ cv. patòc stracci, cenci, vi. jìjoé figlioccio, fijuc, pitoc intòc^ 
zbioc zbiòc, eros corvo, eros, int. sigarot scure, sic/aròf, Is. salotru 
locusta, quasi 'sal-ott-ulo' [cfr. Arch. VII 500], salotri, regoz ra- 
dice, regóz, zop zop, scop scòp, trop trdp\ - povar p6var\ cod còcl; 
poc póc^ co ss cóss 'chiuso' \ 

In ordine alla conjugazione, il fenomeno s'avverte per le 
solite voci del pres., in tutta la regione, eccetto Le. ed Int. '^ 

a) 2* pers. sing. indie, pres. : cr. pì-Qw prów, cml. ìnow mòiv, 
vi. eos cuocio, cos, cmp. rodi ròdi; pc. nodi nòdi; trovi trovi; volti 
vòlti (vi. vOìit vòut), son. porta pòrta, sforo stòrc, pc. am mncorzi 
ti f nlncòrzl, vi. argord argòrd, cgl. mordi mòrdi, vi. smorz spengo. 
smòrz, seot scòt, cgl. tosti tòsti, cmp. scopi scopi; - pc. scodi scodi 
(ex-cutere); - godi godi, cmp. lodi lòdi, ossi oso, òssi; rohl ròhi.- 
Son.: portóha portóha, trovóba tr'òvòha. 

p) 2'' i)ers. sug. cong. pres. : mova mòvii, prova pròvu, cosa còsa, 
rodi rodi; nodi nòdi: trovi trovi; volti vòlti (vi, vouta v'óuta', am 
nincorzi ti t'' nlncorzi, argorda argòrda, mordi mòrdi, smorza 
smorza, scota scòta, tosti tòsti, scopi scopi; - scodi scodi; - godi 
godi, lodi lodi, ossi òssi; robl ròbl. Sun.: porti'ga portiga, stor- 
ciga Stòrcl'ga, volti'ga vòltiga. 

§ Vili. il da q....i. Questa risoluzione, che s'avverte 
a Le. e nella conjugazione sola, non è in effetto diversa da 
quella che si considera nel paragrafo seguente (v. il num. 27). 

a) 2" pers. sing. indie, pres.: ìnow mii, cioè ^muw num. 66, 
2)roiv pril, troiv tru; regord regiird, port puri, mord nmrd, nin- 
corz nlncurz, storz starz, son sim; - scod scud; - god giid; 
rob rub. 

P) 2* pers. sng. cong. pres. : mova miivii , prova pruvu , trova 
truvu; regorda regiirdii, porta purtu, morda murdu, nlncorza nin- 
ciirzu, storza sturzu, sona simii; - scoda sciidu; - goda gudii; 
roba rubli. 

§ IX. il da o . . . . l. Occorre a Intragna, nella conju- 
gazione (cfr. il § Vili). 



^ Fem.: viola mg\ povava pgvar, ecc. — Qui pure i soliti nomi di fami- 
glia : i Lot Lotti, i Zop Zoppi ecc. 

* Da Son. un esempio della propagazione analogica dell' o alla 2' sng. del 
touA'moìx.:- pórteru s-ba porteresti. 



240 ■ Salvioai, 

a) 2* pers. sng. indie, pres. : mnw niiwu, pww pruvii (-vu - -?<7); 
nod nild ; volt vùU, regord regùrd, storz stiirz, sfort stùrt, moni 
mibrl, incorz incùrz, scoi sciit', - scod scnd\ - rob ruh\ god gud. 

p) 2' pers. sing. cong. pres.: mova mi'wu ; prova ])rmu\ noda 
nìidu; volta vultu, regorda regilrdu, storza stllrzu, storta stiìrtu, 
morda miirdu, incorza incilrzii, scota sciitu, possa pùssu ; - scoda 
scudu\ - roba rilbu; goda gùdtt. 

§ X. é=o (p) . . . . i. Questa risoluzione ò in fondo la 
stessa che è data nel § seg.; e s'ha nella declinazione a Le. 
e a Ls., per virtù del nura. 27. 

Esempj : fior fiur, sor sur, sarto sartu, Is. lavo lavu, casado ca- 
sadu, bosios bosius, dispresips dispresius', spps spus] nps nus', ìn- 
gprd ingurd, rpt riit, rpss russ. 

Ancora è a Loco, nella conjug azione, per le solite voci del 
presente. 

a) 2* pers. sng. ind. pres.: lovpr lavur; vos grido, vus; ppnd 
depongo, p)wid, risppnd rispund, spps spus ; - fpt fut\ scplt scult, 
mplg mitlg; spore spurc, cpr cur, discpr cliscur. 

P) 2^ pers. sng. cong. pres.: lavpra lavitnc; vpsa viisu; ppnda 
pundu^ risppnda rispundu, sposa spimi; - fpta ftitu; scplta scultu, 
mplga miilgu; sporca spurcu, cpra curii, discpra discuru. 

§ XL u da (p) ....?. Quest' esito risponde da una 
parte a quello del § che procede e dall'altra a quello del § che 
segue. Invale, per la declinazione, in tutta la zona, eccetto 
Le. Ls. VI. Cv. Cmp. Cav. 

Esempj: brodi sporco, briidi, mpni sacrestano, mimi, stpmi 
stìÀmi, dampni damimi, int. ròvul riìviil; navpd naviid, so sole, su 
{viin de qui su!, lett. 'uno di quei soli'); — óre: fio fili, sarto 
sartu, casado casaclu, boscadp boscadu, dulpr diilùr, spr siìri, int. 
fìp-n fiiì-h , sartó-n sartii-n , casadp-n casadiÀ-n ; — oso: morps 
moriis, daspresips daspresiils, pienzps piagnolone, pienzi^is, bosips 
bosms; - polas arpione, ])iilas, cplp ciUp, fQrn f'àrn, cprt, la por- 
zione di prato che contorna la cascina alpina, ci^irt (inasc), mpnt 
mìÀnt, ppnt pilnt, spps spus, mpstro miistri. Mot bmt, rgss riìss, bpsc 
buse;- lipstri liiistri, gòvin gi'win, gómbad gihiibad; nps iiiìs, bolz 
biilz, gprd ahondante, giird, halprd baliìrd, prs iirs, sppfc spilrc, 
fpnz fiìnz, ppnc punto, pane, vpnó unto, viìnc, tpnd tiind, zinpg 



Dialetti a setteutr. d. Lago Maggiore: Effetti dell'-/. 247 

ziniig, rpt rilt, int. sangot sangiit, brpz sporco, briiz num. 31, ppz 
pùz \ 

Di fera, della 3", che stieno nelle ragioni del presente §, ho 
7'p rovere, rii\ cod cote, ciìd, eros crùs; - volp viìlp; cui aggiungo, 
benché d'etimo incerto, cps scojattolo, ciÀs '. 

Nella conjugazione, è quest'esito, per le solite voci del pres., 
a Int. Cml. Cr. e in Verz. ^ 

a) 2* pers. sind. indie, pres.: lavor lavar, vos vits', cofipss co- 
iìùss, ppnd piìnd, risppnd rispimd, scpnd scùnd, am cpns m'acco- 
modo, ti t' ciins, tpnd io rado, tùnd, èpos s^iils;- cpr dir, sopita 
scùlta, spore spilr'ó, ppnz pùnz, rpmp rlimp, mpng màng. Son. : 
vpsóba, vùsóba, scpltóba scultóba. 

{i) 2* pers. sn». indie, pres.: lavpra lavùru, vpsa vusu\ conpssa 
conùssu, ppnda pùndu, risppnda rispùndu, sepnda scùndtc, cpnsa 
cunsu, ipnda tihidu, sppsa spilsu; - epra eilru, sporca spùrcu, 
ponza pihizti, rompa rilmpu, int. mplza miìlzu. Son.: sepndi'ga 
seundi'ga, pongiga pungi'ga, mpngi'ga miìngija. 

§ XII. u da U . . . . /. Considerati i num. 23 e 28, questa 
resultanza torna identica a quella del § XI. Occorre nella de- 
clinazione, a VI., Cv.-Cmp., Cav. 

Esempj: stùml stami, rul (^riivul) riwiil; culur colore, culiÀr, 
fragiir raffreddore, fragiìr, cacadur eacadùr, siur siiir, bramus 
bramùs, puiriis puiriìs, disprisiii'^ disprisiiìs; biut biiit, punt pi'mt, 
miint mùnt, spus splìs; - giwin g'ùvin; spurc spiìrc, riitùnd rutl'md, 
giniig ginùg. Feaiinili della o"': cv. sru sorella, sru; crus criis. 
Nella conjugazione, occorre solo a VI. 
y.) 2"" pers. sng. indie, pres.: vus vùs, adnuss conosco, idniissi?)^ 
rispund rispùnd, scund sciliid; - slang sliìng, mug {*mpug) miig, 
pung piuig, fiind affondo, fùnd, rump rlimp, eur ciir. 

fi) 2" pers. sng. cohjlt. pres.: viisa vilsa, adnussa idnùssa, ri- 
spunda rispibida, sciinda sc'ànda; - slunga sliinga, muga m'ùga, 
punga piinga, funda f àlida, runipa rampa, eura etìru. 

§ XIII. o da (p u) . . . . i. Scarsissimi, nella declina- 



1 Komi di famiglia: i Ciint Conti, i Dalpilnt Delpoiite, i Tunl''j,\ì Antonio'. 

2 Del resto : hroza broz-, g^oina gpcin, ecc. 

' La YM. s'astiene, nella conjngazione, da qualsiasi alterazione di p od 
ti. V. tuttàvolta il § Xlir. 



218 Sai V ioni, 

zioue, gli esempj di questa figura: mnz. long long, cav. ziwau 
zòvan; cav. cacadùa cacado, lavùa lavo, sebbene gli ultimi due 
pajano rappresentare una serie intiera ' ; cfr, vm. servitoèu (Mt. 
Parab. 17, 22). 

Più numerosi gli esempj, dalla Lavizzara e da Coglio, per la 
con jugaz ione, nelle solite forme del presente. 

a) 2* pers. sng. indie, pres. : brodi io poto, bròdi, vpzi vòzi, 
sposi spòsi, bpji abbajo, bòji, dobi piego, dòbi, brozi sporco, bròzi, 
mondi mondi, molzì mòlU, rompi rompi [ma scondi scondi, torni 
torni, cQnsi consi, e così molti altri]. 

^) 2" pers. sng. cong. pres. Siamo in VM., e già sappiamo che 
2* d'indie, e 2" di cong. qui coincidono in una forma stessa. 

§ XIV. li da ò....^^ Nella declinazione, occorre 
a Menzonio per tròn trùn, eòe clic, spòre spiìrc, bròc brille num. 25. 
Per la conjugazione, pochi esempj da Intragna : 2* pers. sng. 
pres. ind., m' insòn ti V in san, tòt tolgo, tili, mòr muojo, mitr\ 
2* pers. cong., insòna insùnu, tòla tidu, mòra miÀru. 



^ L' -0 vi è forse la ridazione dì uii'-d riuscito finale; cfr. cav. co cnlus» 
^ Questa formola nou la direi 'organica'. Nelle voci verbali, potrebbe l'ó 
esser succeduto ad o in età recente, e Vii della 2* pers. così rispondere 
ad 0, secondo il § IX. Circa i quattro esempj nominali, noto che a Pc, cioè 
poco lungi da Mnz, è triin, anche sng.; che per eòe s'ha in Lombardia eoe, 
non eoe come richiederebbe esso eoe, e eoe darebbe un pi. ciìc; che spòre 
è analogico, foggiato, forse di recente, su pòrc, e spùrc sarebbe il pi. re- 
golare di *spore. Rimane hróc, in cui è legittimo Vó, poiché risponde ad o. 



Appendice ai prccedcnlt 'Saggi'. 249" 



APPENDICE AI PRECEDENTI 'SAGGI'. 



Erano già state licenziate le bozze dei Saggi, quando in Torino ini fa 
dato interro::are il signor dott. Giac. Pollini da Malesco (mal.), e il signor 
prof. Gius. De Magistris da Santa-Maria-Maggiore (snim), in uno con la 
colta e gentile sua consorte, la signora Bertolina De Magistris-Sotta, da 
Malesco. La notizia della parlata di Valle Vigezzo s' allarga per effetto di 
questi interrogatorj e si fa più sicurn, come ora si vede da quest'Appendice; 
la quale, insieme collo studio de' nuovi materiali, darà anche i risultati 
d'un più diligente spoglio del Vocabolario del Monti, e qualclie altra ag- 
giunta e correzione. 



/ 



I numeri naturalmente si corrispondono tra Saggi e Appendice, e stanno 
—in carattere nero quando se ne formano particolari citazioni dei Saggi. 

II testo dell' Appendice si riferisce così al testo come alle note dei Saggi. 
"Quando si tratta di note ai Saggi, le quali non abbiano col testo se non 

una relazione incidentale, il rispettivo passo dell'Appendice sta tra paren- 
tesi quadre; e così sta anche ogni nuova aggiunta, che importi solo indi- 
rettamente al relativo passo dei Saggi. 



AL 'SAGGIO I. ' 



2n. Aggiungasi V'xwi. panàga zangola; e saremo così pienamente ras- 
sicurati circa Vii di vìàg ^ — Il mal. éjer^ agro, riproduce al sing. la 
vocale del pi., e ciò nell'intento di meglio distinguere djer acero, da 
^àjer agro ^. Mal. piirtej ' portati ' e ' voi portate ', prej prati, ej 
tu hai. 

3. Mal.: fre fabbro ferrajo, lihame, miiliné ecc.; ma, al plurale. 



^ Cr. ììeas nascere. 

' Nel mal. éjen, abbiamo, cong., accanto alle altre voci rizotoniche con 
r a-, ravviseremo un *ùjen foggiato sull'uscita -éjen, alla quale, in questo 
dialetto, può giungere la 1* pi. del cong. pres. della 1* e 2» conjugazione. 
Cfr. anche f^éjen siamo (ma sia ecc.), e v. num. 129b. 



2j0 Salvioni, 

froj ecc. Si tratta qui dello stesso -èi dell'Ons., che nel sing. s'è ri- 
dotto ad e, ma s'è mantenuto nel plur,, grazie all'analogia delle serie 
in cui sono: sing. merté, pi. -ej, siag. fesè, pi. -ej. — Per -A'RIA, ha 
Mal., come l'Ons., -éria '=*-éira, num. 121: chewlèrie caldaja, num. 
105-6 n, mulinérie, p fèrie gerla, num. 65 n, velerie vallata, ecc. 
Cr. manjéra. Per le basi bisillaba: mal. parie pajo, rdjer raro. 
3 n. Cr. casce ha castagna. 

8. Mal. ha purtóv; ^jro'u, fióv fiato; ma Smm. ha già lo schietto 
•li: sidù sudato- 

[8 n. Oltre bordigò, nota il Mt. un altro infinito, dove parrebbe 
aversi -ó = -are, ed è ghignò ridere. Nondimeno, ciò ancora non mi 
convince; tanto più che quella confusione nelle risposte, alla quale 
accenna l'Ascoli, Arch. I 268 n, l' ho potuta io stesso e con molta 
frequenza notare.] 

9. Mal.: aict alto, aict altro (pi. eó), cdwtse calza, faicp (smm. fduc) 
falce, sdwti io salto, caìol caldo, gdvul giallo, num. 105-6; aictsd 
alzare, chewpine calce, eionitse alno ^ 

11-16. Mal. fé yi tiepido; cr. amiel miele, ]ìie piedi; cr. ajèr ieri; 
mal. credije sgabello; cr. intrig, cadriga ; mnz. amil m\e\e; smm. ci- 
spad, cr. sìst (se pur non è "^sjesfj cespuglio, mnz. strazil allato al cv. 
trazél gelicidio, 'tra-gelo", mal. chcjne catena, '^cajlna (cfr. cainna 
-e, costante nell' Ant. Par. lomb.) e péjle padella, '^pajllla^. Esempj 
di i da e, cui preceda j, son poi anche le voci verbali in. 'essi sono', 



^ Curioso ed isolato il cr. coidd caldo. 

^Entrambi gli esemplari (chejna , in quanto è pedemontauo, potrebbe 
tattavolta rappresentarci *ca[d]éina; eh', canav. avéina avena) ricorrono in 
Piemonte; dove però il fenomeno di el da ai si documenta per un numero 
d'esempj molto maggiore; e cosi s'avranno: mejst maestro, rejs radice, vejl 
badile, num. 108, paréis (nell'AlIione) paradiso. Esempj mouferrini, in tutto 
analoghi, sono i seguenti, nei quali Vai risale ad ail' (cfr. mil mulo ecc^): 
Mintéj, ni., Montacuto, -e7rffi = -atùr a : rangéira 'arrangiatm'a', sanguinéira 
sanguinai ui'a, marméira diminuzione, 'minimatura', sguréira feccia del vino, 
'sguratura' (da sguré; cfr. Arch. Ili 137-8), tnjéira taglio, ferita, tagliatura' 
(per tutti i quali esemplari, cfr. Ferraro, Glossario monferrino), casal, la- 
véjra rilavatura. — E, poiché ci siamo, mi si consenta far qui notare, che 
il Piemonte, come in ai, può invertire l'accento anche nei gruppi vocalici 
nii' (ridotto pi-ima ad e'ì') ed aù (fio); di che valgano i seguenti esempj, 
raccolti in diverse parti del Piemonte: àu àur àura ora, adesso (cfr. sp. 
ahóra), pd'i paura paura, -màur -maggiore, nei nnll. Vaìmùur Valmaggiore, 
Cavalermdur Cavallermaggiore; -atóre: mùràu muratore, pescali, cagàu, 
predicàu,puàur 'potatore', mziirdur misuratore, stràu becchino, 'sotterratore' ; 



Appendice ai precedenti ' Saggi '. 2S1 

che è anche del mil. [Inn] e che sta per eano (cfr. tose, enno, bellinz. 
en; enno: e:: hantio: lui), ed iren 'essi erano'; trattasi cioè del pro- 
nome proclitico,/ (=i = illi; cfr. heWmz. f en sto j 'sono stali', J' eVaw 
staj; ma i disan, perchè la voce verbale incomincia per consonante), 
abbarbicatosi alla voce verbale per modo da alterarne la tonica \ ENS: 
verz. tis (Mt.) satollo, 'tenso-'; cfr. bellinz. fisa (mil. fesa) spicchio, 
' fensa '. 

[11 n. La possibilità, che nel x>P di clnaepp s'avesse la fignra -pp- 
'= -vj-, era del resto già avvertita dall'Ascoli stesso, Arch. I 553, giunta 
a p. 254.] 

14. Cr. ojèrman termine, vjérmin verme, fjérva febbre; fòìeó felce, 
num. 88; l'ó si spiega dalla immistione di fòja foglia. — G'wc^ piez, 
cfr. Forster, Rhein. Museum, XXXllI 296, e Seelmann, Aussprache 
des Latein, 104. 

[18 n. Tolgasi toc. — Risulta quindi manifesto, che Y 6 per é s'ha 
solo quando questo si trovi nella vicinanza di labiale, di nasale o di l.] 

20-22. Ons. meghia (Pap.), cioè mega mica, fachen ^. Circa il mal. 
séjen, cfr. num. 2 n. — Pel verz. gèra (Mt.) ghiro, che si ragguaglia 
al berg. ^?er, fr. ?o^>, cfr. Meyer, Schicksal des lai. neutrums im rom., 
p. 16. — Pel vm. issa, mal. iste adesso, cfr. Arch. VII 553, s. 'ussa'; 
pel verz. pissa (Mt.) pesce, il num. 52 n. Sarà poi, con molta pro- 
babiUtà, terziario Vi del cv. cajls cispa, quasi 'cachiccio', avendosi 
anche la forma cajés. 

24-25. Vm. paltoeucc (Mt.) pozzanghera, verz. zagoeutt (Mt.) ca- 
stagna che non allignò il frutto e non è che la scorza, verz. liffioeutt 
(Mt.) labbra, esempio questo in cui potrebbe anche aversi una forma 
di solo plurale, cfr. par. VII. 

L' e, qual ultima risultanza del dittongo dell' e', è pure di Mal. ^: fej, 
dej giuoco, med, nev (f. ìicfoe; nov novera), piev aratro, ^-plu vo-'', fìé 



-atório: seda camera dove si fanno essiccare i grani, 'seccatojo,' scnhiur 
colatojo; - casal, làura laborat, dove però potrebbe essere il lau- (Imo-) di 
voci che accentuano la desinenza, propagatosi a quelle che accentuano il 
tema; -atùra: ressiéiira segatura, gàsté'dra 'aggiustatura', tajéiira 'ta- 
gliatura' ecc.; méiiru maturo. 

^ Incsplicato il cr. canìjila candela; non giova l'analogia di -ella, poiché 
V -a suol qui appunto impedire il dittongo. 

^ Il le. dei, dì, ci avverte che anche in mei tei del u. 12 si tratti di mi ti. 

* Singolare è favéà favonio, a Muz., dove suolsi avere costante V ci. Cfr. 
però tee, num. 2.5 n. 

* Occorre la ba;-e piovo- in più dialetti dell'Alta Italia, e così nel berg., 



2B2 Salvioni, 

figliuolo [t fì^le], fesé fagiuolo; ev; se suo, te; -meri, ert, ei''h,perCr 
chern, ess, gress, tsep zoppo, trep, nest, vest; bets vaso (cfr. hoz), 
chea, seTi, biséTi, eg occhio, pieg pidoccliio, smej ranno, méje le molle, 
véje, féje, dèbie. — In voci verbali: mo'ves muoversi, mar *mórere; 
piov \ 

27-31. Saldo a Mal. il n. 28 (e cosi pure il n. 23: vus, pr«5im). Ma 
per V ìV, comunque surto, v'è costante l'i; onde v'è piena quella ca- 
ratteristica, di cui neir Esordio mal sapevamo decidere se fosse di 
continuazione monferrina o soprasilvana: in, indes undici, line, din 
giugno, brin prugna, chi culo, mil, lì '^lij luglio, dir, sighire sicura- 
mente, sjir scure, n. 43, fìm, brhne autunno ^ 'bruma', cliirt corto, 
(lomb. cùrt), dì *dij io giuoco (lomb. g'àghi), frite 'frutta', trite trota, 
(lomb. truta), vits acuto, gist, sic asciutto, rie rutto, fiss fossi ecc. 
(lomb. fùss), mit xanio, -id = -\\io: eicgliid veduto, ^ey^V? saputo, gudid-, 
- livì lupo, n. 30; - per i='ii di pi., v. par. XII. Il mnz. crust del 
n. 31 è forma di plurale. 

33. Vm. giva dicebam -t, '^d'ziva (per g'=dz cfr. anche ggra=d'kgra^ 
'di-sopra', in qualche varietà pedemontana), mal. tnàge, recipiente per 
l'acqua, ^tinacicla, vm. pnau (Mt.) siero del burro pannato, vm. dsóo 
forse, '^nsòo^no sòo 'non so ' ^, vm. cristla (Mt. Par., 14) carestia, 
mnz. scravdg scarafaggio, mal. fruséte forbici (mil. foresetta); - mal. 
ewtsije vescica, ercérie lettiera, n. 36, vm. lamnagia (Mt.) zangola, 
'^avnagia = '^apnagia (cfr. audéja ° '^abdeja), con vn assimilato par- 
zialmente in mn, come nel piem. rimi = *yni venire, e nel berg. zumna 
^'^zuvna giovane; cfr. n. 119. 

34. Verz. gentà (Mt.) figliare, 'genitare', cr. sirvin n. 121. 



nel bresc, nel tridentino, nel mant., nel parin,, nel boi. ecc., e occorre dap- 
pertutto coll'o. Vorrà dire, almeno per quei dialetti che non ricusano il 
dittongo dell' 0, che piev si contrappone fi pio, come Jo, bue, e to so di certi 
dialetti si coutrapjìougono a b'ó to so di certi altri (cosi berg. tg, mal. te). 
Per l'etimo della nostra parola, cfr. Diez less. s. aratro, e Schmeller, Rom. 
volJiSnmndnrten, p. 163. 

1 A Ronco s. Ascona, villaggio situato sull'orlo della nostra zona, cioè al 
versante hicoano della catena di Centovalli, la risultanza ultima del dittongo 
dell' è p: fpg, npf (cfr. nova), pisrj pero, fas^; pò poi; trop, orb (f. orba), 
vpja. Lo stesso fenomeno è nel dialetto di Lodi, dove dicesi: vul vvlQÌq, pul 
può 'puole', bruci (mil. brbd), mud, fiala, scala; vui voglio, ecc. 

2 Curioso rincontro del nostro brlme, che è di schietta evoluzione popo- 
lare, col brumaire, dotta elaborazione dei riformatori francesi del calendario. 

^ Potrebbe però anche essere il caso di 'n soo, cioè di 'n, risultanza elittica 
di non. 



Appendice ai precedenti * Saggi '. 253 

35. Mal, s(fzre suocera, vra. mèdia (Mt.) falce fìenaja, vm. porta- 
pisfri (Mt.) chiaccherone, 'porta-epistole' (cfr. lev, jnstri Mt,, rap- 
porti), verz. sosémbra semente, dov'è di certo, comunque s'interpreti 
il so-, -sémina o -sé mula; cfr. anche i soliti sindra ecc., n. 116. 
[Circa il vm. zelt zelta, cfr. geld (Mt.) di Valtellina, forma questa 
che risponde bene a gelido. Ora da gelido si potrebbe forse dichia- 
rare anche la forma vm., ponendo che -Id, ridottosi all'uscita a -It, 
abbia poi portata questa riduzione anche nel fem.; cfr, il frc. veri verte.] 

36. Cr, segroio sagrato, redisa radice. Caratteristica spiccata di 
Mal. mi risulta poi questa : che vi si riduca ad e ogni a protonico, 
quando la vocale tonica sia i od e ^ : credije sgabello. Merle, fedije 
fatica, vei badile, n. 108, cJiewplne calce, eionitse alno, gheline, chevi 
capelli, redls, ewri aprile, feits faggio, ebid avuto, sevid saputo, eictsije, 
n. 33, 33; - ercérie lettiera (ma alvóv lievito), chmolèrie caldaja, 
ewghé vedere, e'zéd aceto, merté martello, perpé sarchiello, eiodé vi- 
tello, emU miele (cfr. mnz. amìl), fesè fagiuolo, chesténe, velerie 
vallata, vele valere, seve sapere, mejésfer maestro, ebiéje abbiate, 
evéd abete; - colla tonica preceduta da due a: tsevetin ciabattino, 
revenin ravarino, selemin salamino (ma salamun); - chevelé caval- 
lante (ma cavalànt), segrement; e qui andranno pure registrati bele- 
rine, Cheteline, Mergherlte, cfr, n. 37, — Giova inoltre riconoscere 
la costanza della nostra legge anche nella flessione nominale e verbale. 
È la norma per cui s' hanno i pi. chetsedir, peschedir, pestir, sunedir, 
cheredir, - bestérd, meféts, ghelSts, selém, meJévi, pereclìer, chevelets, 
ìneteréts, di contro ai sng, catsadur, pescadur, pastur, sunadùr, ca- 
radur, - hastdrd, matdts ragazzo, gatdts, salàm, malàvi ammalato, 



* I materiali, che ho in pronto per Mal., non mi consentono di formulare 
la legge con maggior precisione; non posso, cioè, sapere se là dove due o 
più a protonici appajou ridotti ad e, si tratti sempre della sola e diretta azione 
dell' ^' dell' é, o non piuttosto dell' e (=«) che immediatamente precede 
alla tonica, il quale, assimilatosi prima esso stesso, si sia poi assimilati gli 
altri a che gli precedevano. Di a che riducesi ad e anche davanti ad e od 
i atoni sono esempj cherimd calaraajo, revetin strumento che serve ad af- 
fettare le rape, 'rapettino', federe (cfr. bellinz. fiadlro) queli' apertura che 
si lascia alla botte perdio abbiano sfogo i vapori della fermentazione del 
vino, 'fiatajuolo'; d'altra parte: a curin, di fronte ad e perlerén, parrebbe 
avvertirci che gli effetti della tonica non sogliano manifestarsi quando tra 
questa o, Va interceda un'altra vocale che non sia e od /, e avvertirci in- 
sieme che in esempj come HecremSnt (per il primo e, s'intende) ecc. e 
quindi anche in cherimd, si tratti non d'altro che dell'influenza dell'* o 
dell' e atoni che susseguono ali' a. Ma, ripeto, gli esempj sono troppo scarsi 
per concederci una conclusione sicura. 



231 Salvioiii, 

paracdì\ cavaldts, matardts; e nel verbo: mandóv di contro a mendej; 
parla paridsseìt, ma. per Uss 'voi parlaste', cong. ; sfracassa, ma sfre- 
chesséj voi fracassate; parlard parlard parlardn, vaa, per Ieri parle- 
rete, perlerén parleremo. Ancora notinsi e perjerén, dove è il caso di 
tre a protonici [a parlarèm), e zberén spariamo; ma, col pronome 
nella solita forma ài a: a manddve io mandava, a citrin noi corriamo. 

37. Verz. sairòt (Mt.) scure, cr. naséla n. 32, vm. padagn (Mt.) 
pedule, calò (Mt.) qui, iut. panàga n. 2 n, mnz. marlóta merlo, cmp. 
quari, par. VI n, vm. santèi (Mt.) sentiero. Il fenomeno occorre in larga 
misura anche a Mal.: parcóv cercato, mand, satdss, sedersi, salvddi, 
prasiin, saddts staccio; ma qui l'attività sua trovasi apparentemente 
limitata per gli effetti di cui si tocca nel precedente numero; e dico 
'apparentemente', perchè, ove si considerino esempj come seféj allato 
a satóv, menéj 'voi menate' allato a mand, parlard allato a. per Ieri, 
si concederà facilmente che joevide pipita, seredire serratura ecc., sien 
da tenere per dirette provenienza da '''pavide '^saradire ecc. 

38. Mnz. sirvéj cervella. 

39. Verz. sgiumèla (Mt.) gemella, sciovéra (Mr,), mnz, luvina lavina, 
mal. sluvd dileguare, num. 33, 39, 100; verz. sugura (Mt.) scure. 

40. Saldo Y it anche a Malesco. 

41. Verz. shid (Mt.) allato al vm. sbojd (Mt.) lavare i vasi dal latte 
nell'acque fervente (cfr. cer. zbiijé), mal. bildche sterco di vacca, pa- 
rola derivata da 'bollo' (cfr. bellinz. bojdca; J= II). Qui ancora il verz. 
diciÒQ (Mt.) ottobre '^-'ùcó, n. 119 \ 

41 b. e^o protonico: mal. cumedevire 'accomodatura', verz. sesé'i 
molto (vm. mil. sosén\ cioè a-so-sen 'a suo senno' (cfr. anche il verz. 
asasèn Mt.) -. 

42. Verz. brinèta grillo bruno, smra. sidù sudato; e superfluo soggiun- 
gere che Vi per u atono è saldo anche a Mal.: lisdrp ramarro, biravùrie 
zangola, 'burratoria', limdje, jidd ajutare, dijd giuocare, chigd, ecc. 



1 Nel sinonimo verz. inciò (Mt.), o è n epcntetico, o la diretta sostituzione 
di in- ad i-; cfr. tiran. insét (Mt.) eccetto, lomb. instess, insir, Imbriug ecc. 
Arch. Ili 442 sgg., I 5S3. 

^ Spetta a questo num. anche il verz. vetas (Sx., 20) buttarsi, lezione confer- 
mata dal Mt., che registra e traduce vetta pel com. 'volta via'. — bete mettere 
(cfr. piem. hiXté), è anche dell'Alto Monferrato, ma il nostro esemplare ha in 
proprio il V-, che forse conferma 1' etimologia che suol darsi di buttare. 

^ Usàri risponde al fr. lézanl; e come in questa forma s'ammette lo 
scambio della uscita -erto (Incerto) col suffisso -ardo (*lt(éarcIo), così ve- 
dremo nel nostro esemplare un ulteriore scambio di -arci (ridotto forse ad 
-ar , cfr. num. 105-6) con -drio. 



Appendice ai precedenti ' Saggi '. 25S 

43. Verz. piron (Mt.) calderone '^pairòne-, sbniroéu (Mr.) n. 1 22 n, 
ma minairola mattarello della zangola; mal. frel fratello, treni tri- 
dente, n. 103-4 (cfr. mi), triènza), pùrie paura "^pavoria \ 

[43 u. Sulla riva destra del Ticino , a mezzogiorno del ponte di 
Bellinzona, mi venne fatto di udire anche la risoluzione di fj in s c\\e 
suole andare parallela a quella di pj bj in e g ^•. su fiore, sur Ida fio- 
rita, sadd fiatare, sdma fiamma, ecc.] 

44-48. Costante a Mal. 1' -e ^ per -a : piante, femne, spine, védue, 
hewle, chessine, sire, pire cera, sozre , nore^ sede, pene, lavùste, 
urégge, crée creta, vnunée moneta, cheiclérie n. 105-6 n, pùrie n. 43, 
parie pajo n. 3; mije mica, sighire sicuramente, iste adesso; trente, 
qtcarante; quente bisogna, porte portat -a, portdve portabam -t, 
purféje num. 129 b, tese taceat, ere eram -t, sie sia, ecc. 

Al posto dell' -o, dopo nesso mal pronunciabile, s' ha -i nel verz. 
forni (Mt. s. 'rosti'), cui s'aggiunge il cer. culostri n. 25. Il vezzo 
è anche di più d'una varietà pedemontana; e sarà 1' -it=>-e, di parole 
come stlmbri ecc., estesosi a parole come forno ; il contrario di quello 
che è avvenuto per setémbru ventru ecc. 

Di -a, desinenza di parole indeclinabili, si hanno suppergiù i soliti 
esempi lombardi; ma è nuovo il vm. minta, n. 33b *. 

49. Mal. : dej giuoco, dije ei giuoca, da già, dùven giovane, dina 
digiunare, débie giovedì, din giugno; cfr. n. 101. 

50 n. Mal.: cava -aj, gal gaj, pjal paj ; merté -èj ; fesè -ej, ecc. 

52. Mnz.: cabdn -aj , funtdj, ni., 'fontane', setmdna -aj , susdna 
donna civettuola, sìisdj, p'àtdna -aj; mal. ìuatdj ragazze; mal.: pah 
pane paj, gran grej, pian piej, cah cJiej, san sej, Cristian -aj, peisdh 
-aj ; - mal. pte;* pieno, pi. Costante poi anche a Mal. V -ùj = -ónì: 
putlùn piagnolone, -ùj, ecc. 

[52 n. Agli esempj di forme di pi., estesesi al sng.j aggiungasi il mal. 
tnùnes sagrestano, esemplare che ci rassicura pienamente anche intorno 



^ purie ci avverte che nel iniirùs del u. 39 sia *pavot'ius, non *puvirùs. 

2 Mi si conceda aggiungere, a proposito di g da bj, che ho sentito da 
gente di Roraagnano-Sesia: genca = h\&nc^; esemplare non indegno di nota, 
poiché spetti a regione intermedia tra le Alpi e la Liguria. 

^ E un -e che volge assai chiaramente ad -e. 

* Registra il Mt. anche minte; e si spiegherà, come si spiegano i lombardi 
come cose., per mini, più la 3» pers. sng. ind. pres. del verbo sostantivo. Da 
modi di dire, tuttora in uso, come cuse eh' el g' a 'cosa è che egli ha', come 
eh' el sta 'come è che egli sta', cuse cume minte son passati a far le veci 
di come cosa mini in modi come ctisé 'l r/' a, cnmé 'l sfa ecc., nei quali 
l'-e non è punto legittimo. — Lo stesso ragionamento valga per (Iure dove. 



236 Salvioui, 

ad aììils. E da un antico plurale '^piss avrà sua ragione il verz. 
pissa pesce, regi.strato dal Mt. — Che se è concesso oltrepassare d'al- 
quanto i limiti della nostra regione, ricorderemo anche il tor, c'imu.j 
che il Sant'Albino registra come plur. di óm uomo, ma che nel contado 
tor. odesi indifferentemente per entrambi i numeri, e il lomb. pisèlli, 
parola importata certamente, ma che pure vale come es. del processo 
di livellamento che è qui considerato.] 

53-55. Quando nel rimanente della regione s' abbiano s e z, z e z 
rispondenti a tj dj cj gj, Malesco suol offrirci un suono ch'io non 
so meglio esprimere che per ts ds ': ewnitse alno fcfr. cr. aniisa), 
matats ragazzo, gatats gattaccio, mustats viso, catse tajza (cfr. il 
chaga dell' Ant. par.) ^, pitsd accendere, smurtsd spegnere, matsd, cat- 
sadur; curedse correggia, leveds laveggio, meds mezzo, ecc. 

56 n. a ni mallo occorre nella Mostra del Catechismo offerta dal 
Mt., Voc. XXXV, 

57. Mal. : sowl n. 105-6, vowt svolta [vnftd voltare n. 66), mud 
mungere, pure polvere ^, dup dolce. Ma culp, vulp. 

58. Mal.: cavd cavallo, pé cielo, su sole, fé fiele, -elio: merté, 
perpé (ma frel fratello), -ólo: lentsé lenzuolo, fesè ecc.; mnz. stl 
sottile, porsi porcile, e anche ' sterco umano '. 

65 n. Mal. : pfete, pfèrie ^. 

66. Per il io (v) assorbito da precedente vocal labiale, vedi anche il 
n. 1 08, e aggiungi : cr. frosa le forbici '"froivza '^fróhice, mal. fru- 
sete (cfr. però il mil. foresetta), cr. gùdi n. 109, mal, dup dolce, 
mii^d molgere, dune f., giovane (cer. zona), cr. nu'ru nuvolo, dove V-u 
ci attesta la fase -vru. È doppio l'assorbimento nel mal. pure polvere, 
*pgio-vra. Rimane il ■?(?, perchè preceduto da o, in soiol soldo, vowt', 
ma vuftd a Mal., dove l'analogia àeW oio delle voci rizotoniche impedi 
r assorbimento, a condizione che il io si tramutasse in f. 

67. Cr. védula vedova. 



' Cioè tQ dz, e s' intende che ciascun elemento v' è pronunciato distinto, 
onde un proferimento diverso che non pegli schietti z z. — Mal., del resto, 
risponde cosi a tutti gli z / del rimanente della regione, che non risalgano 
a e; e perciò: tsep zoppo, tsat rospo {sat), schitsd schiacciare, ts$vetin cia- 
battino (savatin); e anche ewtsije vescica, *avsija; cfr. n. 71. 

* Int. tosa, forse per influenza d'un *casa. 

^ pora polvere pirica, di Grana, sarà forse parola importata. La giusta 
forma pólvar dice 'polvere' nel significato più generale. 

* È es. in tutto analogo il monf. pfta pipita (casal, pwija). A Mnz. il / 
■di sfeta ha un suono eh' io definil'ei, per non saper di meglio, la tenue di w. 



Appeudicc ai preccdculi ' Siiggi '. 257 

70. Manca que.^to num. a Mal. e a Sram.; e perciò, molto verosi- 
milmente, anche a VI. 

71. E nella combinazione sintattica: mnz, a savevi 'io sapeva', ma 
ol zavevi 'lo sapeva', el zg 'il sole', per zdlit ecc. 

72-73. ]\Inz : sord, suga, sala volare 'ex-alare' (non "^salare, come 
mi suggeriva il cv. sala, § II); sàmen sciame. 

74. A Malesco s'ha costantemente -k per -m all'uscita verbale, tanto 
ossitona che parossitona (cfr. Ardi. II 397) : purtén ' noi portiamo ', 
seh 'noi siamo', eh 'noi abbiamo'; purtdveìi 'noi portavamo', teséjen, 
cong., 'noi tacciamo' n. 129b, purtdssen 'noi portassimo'; éjeHj cong., 
'noi abbiamo', séjen, cong., 'noi siamo', éreh 'noi eravamo*. MN: 
verz. sonno, (Mt.) seminare; pel or. fé (ma, v. il n. 121. 

75. A'erz. nap (Mt.) scodella, 'nappo', cr. nìlza milza (rail. nilza). 
11. Mal. riduce a -h anche il -n di parole sdrucciole: dùveh ^ìo- 

\a,iie, "vérmen, ònmen, férnmen; po'rt§n i)ortsLno, purtdveh, purtdssehj 
ireh erano, ecc. ; e diverge dal vezzo generale della nostra regione, eh' é 
anche il vezzo lombardo, pel mantenere che fa il in dei pi. fem. di 
contro al m- del sng.: ghelin galline, ran. Ha inoltre in per di in 
voci verbali sul genere di in sono, an hanno, vezzo questo che ricorre 
anche in varietà pedemontane. 

78. Ym. cela (mnz. cala), la strada tagliata nella neve, 'calle'; e 
con 'calle' si connette certamente card, stradicciuola selciata, 'callata'. 

78b. Mal. sgurddss ricordarsi; cr. cgnga (mnz. conca), vaso del latte, 
'conca'. 

82. 83. 84, Cr. c'ùsiri cugino. — Ma l'intr. quectlm rappresenterà 
"iiualkjùno ^qualche-ùno ; altrimenti non s'avrebbe il le. quichiim (Pap.); 
cfr. n. 27 e i le. cJter chern chea, *cuérn ecc., -non *cuern ecc. 

85. Mal.: pé cielo, pire cera, parcóv cercato, pésped cespuglio, 
pene, peni, pinq, pentire cintura, peadra cenere, pfete, pférie. — In- 
tatto il 6 a Smm: cispad, cent ecc. 

87. Mal.: chewpine calce, faicp falce, dup dolce, pe^pé sarchiello, 
'sarcello' n. 110. — Costante il e a Smm. caucina, fané ecc. 

88. Mnz. zone aggiunto, cr. fóìéó n. 14. 

90. Mal. chelchevrin qualcheduno (vm. quacavrìVn) ^ 



' Non so resistere alla tentazione di citare il cv. sjidsè schiacciare, che va 
coi grig. sqjiicctr ecc. e col lomb. scliisd (in qualche parte scusa). Si tratta 
certamente della parola gerra. che ancora si continua nel ted. quetschen. Il 
klahjan, da cui l'it. schiacciare, avrebbe dovuto dare in Lombardia, e nella 
nostra regione, scisd, e più regolarmente ancora: scasa. Cfr. Muss. bcitr. 102. 

Archivio glottol. ital.. IX. 17 



2f)8 Salvioni, 

91. Mnz. ganivcl sparviere (lomb, ganivél); esemplare anomalo, e 
per l'alterazione di ga- atono, e per la fase dell'alterazione. 

91b, Mal. calùn coscia. Il c-°g-, in quest'esemplare, ó anche nel 
lev. e tra i Ladini. 

92. Cr. : ficUg, salvcidig, campanddig ecc. 

93. Mnz.: lajcta palude, haj '^•bago ^, che dice rettile in genere (cfr. 
valt. verni Mt., rettile, biscia, serpente), hajarò't lombrico, pijà ac- 
cendere *pic-are (pic-s), codi, f., terreno coltivato, cfr. bellinz, cgdiga 
e il n. 44. A Mal. il -g- ci appare nelle stesse condizioni che a VI, : 
pajd pagare, smantijd, sijd mietere, dijd giuocare, fedìje, credije, 
ewtsije, limdje, mije, dej giuoco, fej, laj, spaj, stdmmi, persi, salvddi, 
cumpanddi, c^sti 'ostico', nella locuzione meni <^sti vomitare, 'venir 
ostico'; cfr. il n. 129b. 

94. Qui due esemplari in cui s'ha ne da ng, e pei quali varrà la 
dichiarazione che di zelta si dà al num. 35: vm. mazlnca formaggic) 
che si fa di maggio, 'maggenga', e cr. reménca, capra che é giunta 
al terzo anno senza figliare, 'raminga'. 

95-98. Mal. sjir scure; cr. sigurtd, spaguroio pauroso 'spaurato'. 

100. Mal. sluvd dileguare. 

101. zenziva; - mal.: dent gente, déner genero, dinùg ginocchio; 
led leggere; piand piangere, strend stringere, tend tingere, miid 
mungere. — Intatto il ^ a Smm. 

102. Mal. : mdjer, néjer, djer, éjer num. 2 n, sariov num. 121 ; - 
séjle segale. 

103-104. Mnz. madgm mattone. — Molto più frequenti, che non nel 
resto della regione, i casi di dileguo a Mal.: cliejna, pejla n. 11-16, 
munée moneta, cree creta, quee voglia (cfr. lev. queda, Arch. I 266j, 
re rete, gudts padrino, cfr. il lomb. g'ùddz, frél fratello (quest'esem- 
plare registra il Mt. anche per la Vm.), miùlle midolla (vm. noia), 
prew prete, vei n. 108, treni n. 43, maldvi ammalato, cfr. Arch. VIII 
367, héiole betulla; hiravùrie n. 42. cumedevire n. 41b; cr. puvija 
pipita. Di quasi intera la regione: sdhu sabato. 

105-106. sQicl è pure a Mal. e a Smm., e s'aggiungono cciìol caldo 
e gdvul giallo (lomb. gald) ^. — Cr. gal. 

107. PN: vm. lamnagia (Mt.) zangola; cfr. n. 33. 

108. Mal. vel, cr. vadil; il v- = b- é, in questa parola, anche per gran 
parte del Piemonte [véj véjl vejr; ma canav. béjl, cfr. n. 11-16 n). 



^ Cfr. Arch. II 3o-6 ; il tipo *h a e o sarebbe così provato anche per la 
Lombardia; e il verz. bagarot ecc. ne sarebbe una derivazione. 

^ Sono poi calcati sul mascolino i feminili càwìe gàicle e i derivati del 
genere di cheiolérie caldaja. 



Appendice ai precedenti 'Saggi'. 2o0 

109. Cfr. il n. 11-10. — Cr. gùdi giovedì n. 06, forse per infiuenza 
di jovia. 110. Mal. Jìerjjè n. 87. IH. Verz. sencia (Mt.) cinta, 
n. 88; cr. sist cespuglio, cr. lavarln, mal. remnln ravarino. 11-1. 
Cr. vuldc allocco (cfr. mil. orde]. 116. sosémbra n. 35; cr. amhiéz 
abete (cfr. lomb. ahiez). 119. Vm. lamnagia n. 33, verz. lucena 
(Mt.) n. 88. 120. Cr. npula lucertola ^ 121. Comune anche a 
Mal. l'invertimento di Jr + voc. in rj + voc: parie pajo ; primevérie 
n. 12 n; chewlérie n. 105-6 n, mulinérie, pférie n. 65 n; e saranno 
da *pùire ecc.: pùrie n. 43 (cfr. vi. pwi>?«s = mal. pHr?«5\ biravùrie: 
sariòv sagrato (cfr. cv. sairdio) ''. — Normale, o quasi, a Crana il 
passare alla sillaba iniziale dei r di seconda sillaba, il quale si trovi 
dietro ad altra consonante, specie a v: fjérva febbre, arvéga orecchia ^, 
fervéj febbrajo, slrvin gerla, ^civrìno ^civermo ; mal. credije sga- 
bello (lomb. cadréga); - frèsa n. QQ. Qui stia ancora il cr. /cima fe- 
mina, che può essere o '^femla '^flema (cfr. fùmra e fruma in varietà 
pedemontane) o '^fcnma •= fèmna. 

123. Aggiungi cala n. 78, cr. redlsa radice, frosa n. 66. 

128. La desinenza -a [-e; cfr. n. 44-8) è gradita anche a Mal. nella 2"^ 
pi.: jjurtìve portavate, sire eravate, inirteje n. 129 b. Ma purtlss 
'che voi portaste'. 

129 a. Anche Mal. perde V -o della l''^ sng. indie, pres. r^^prf, mand, 
seni; per la 1*^ pi. s'ha uniformemente -émo in tutte le conjugazioni: 
purfén tesén senfén; cfr. n. 74. 

129 b. Il tipo 'dicatis', esteso analogicamente a tutta la conjugaz., 
ricorre anche a Mal.: purtéje portiate (2^ ìnA. purtej\ tesije (2* ind. 
tesi), sentlje; e a Mal. può aversi anche l'estensione di 'dicamus': 
teséjen 'che noi tacciamo', dove, per la tonica, va considerato l' indie., 
oltre le forme di cong. purfén sentén; cfr. anche éjen séjen n. 2n. 

132. Cfr. i seguenti esempj dell'uso di hù: dapós che l'aa bù consu- 
mèc 'poi che ebbe consumato' (Mt. par. verz., 14), l'è bit 'fu', cand 
re buda (Pap.) 'quando fu'. 

133. Cfr. num. 2n, 8. Per via dei n. 27-31, a Mal. coincidono -ito ed 
-lito: sevid saputo, sentid sentito. 



' S'ha cioè nel rimaueule della regione: loppa (Mt.), lapida, lopra, mnz. 
làpul (V. Anz, rapala, mal. tardpule). Ma l'etimo è incerto, e queste forme 
forse presentano l'agglutinazione dell'articolo. 

^ Ma màjre, rdjre, ìic-jre, certo per influenza dei masc. majer ecc. — 
Mal. f<ejle. 

' Cioè *acréga, cfr. n. 43 n. La provenienza di quest'esemplare vieta che 
si pensi a *orega secondo die in quel luogo si propone. 



2G0 Salvioni, Appendice ai precedenti ' Saggi '. 



AL 'SAGGIO ir '. 

§ I. Mal.: car cer, ìuar amaro, oncr, ram rem, rdjer réjer; dseh 
'sen; rat ret, gat ghet, sass sess , matdts metéts n. 36, fac feó; 
qicant quenc, tant tene, grand greag, camp chemp\ y. n. 36. 

§ Un. Il ranz. zimp è uno sbaglio della mia fonte. S' ha in realtà 
quello che s'aspetta, cioè cemp ; cfr. anche mnz. pérapan pampino, 
sng. e pi., cr. grand greng, camp chemp. 

§ ITI. Mal: 1^ ^\. purtdven portavamo, 2'' ])\. purtive; l^' pi. pur- 
tdssen 'che noi portassimo', 2^ pi. purtiss"^. 

§ V-VI. Mal.: muréoul ìnurivul, prev priv uum. 103-4, iévi tivi; 
pé^si pirsi, pecóen pìccen; ferm firm, verd vìrd, tene tino, strenc 
strine; - cr. hrèvad gelato, intirizzito, hrivad. 

\^ pi.: teseven tacevamo, 2^ tesive, é^en eravamo, sire: teséssen 
tacessimo, tesiss ^. 

§ VII. Per gli effetti del n. 24-25, la formola di Mal. sarebbe: e da 
O....Ì; ma ho per ora il solo esempio: sng. scop, pi. sóep. 

§ XII. Per il ridursi che fa a Mal. 1' « ad i (cfr. n. 27-31), la for- 
mola di questo § qui suona: t da v . . . . i. Es. : cuhb\ pi. culir, dulùr 
duUr, fiur fjir, murus muris, purius purjls num. 121; spiis spis; 
dàven dlven, stèmmi stimmi, mùnes mines num. 52 n; culp chilp, 
dup dip, russ riss, top oscuro, tip, limg ling, punt ^nnt, punó pine; 
cfr. n. 36 ^ 



> A Mal., l'inlluenza dell'-i s'attenua; la declinazione ancora se ne risente 
in larga misura, ma la conjugazione vi si sottrae pressoché intieramente. 
■-' Ma l'' sng. jncrtdve, 2'' purtàvet. 

^ Sng.: 1* teìéoe, 2* iesecet : 1" ère, 2'' S>'§i', !■* teséss, 2^ tesésset. 
^ Ma i fem., pur di 3% rimangono inallcrati: sng. e pi. vulp, sril sorella. 



IL DIALETTO CATALANO D'ALGIIKRO. 

S AGOIO 

DI 

I*. E. GXJAHlNEFtlO. 



Sommario. — Avvertenza preliminare. — § I. Cenni storici. — g II. Testi 
catalani d'Alghero: A. Testi provenienti dall'Archivio di Algliero; B. 
Testi a stampa; C. Testi popohari. — § lif. Spogli fonetici. — § l\. 
Aiipnnti jnorfologicl. — § V. Riassunto comparativo. 



AV-VERTENZA PRELIMINARE. 

Mentre due anni or sono mi trovava a Sassari per ragione d'ufficio, 
mi venne a notizia che neirArchivio comunale di Alghero esisteva un 
abondante raccolta di documenti antichi; ond'io, che già m'era posto 
a qualche ricerca sui dialetti sardi, reputavo a gran fortuna di potere 
por sopra le mani a un tesoretto inesplorato, presumendo che mi sa- 
rebbe dato condurre sopra quelle carte uno studio critico del dialetto 
catalano d'Alghero, che si intromette come cuneo tra i vernacoli della 
Sardegna. Fornito di una commendatizia per le Autorità locali, gen- 
tilmente concessami dal Ministero dell'Istruzione Pubblica, mi recai 
due volte in Alghero, passandovi complessivamente oltre un mese. Le 
ricerche nell' Archivio mi furono agevolate dalla squisita cortesia di 
queir onor. sindaco, cav. Michele D'Arcayne, al quale qui rendo vive 
grazie ; e ben presto ebbi penetrato il segreto di quelle carte, tanto 
([uanto mi occorreva per convincermi che esse non avevano l'impor- 
tanza che io me ne ripromettevo per la mia modesta indagine. 

Era cioè mio scopo determinare, mercè un' analisi metodica dell'al- 
gherese, come e quanto il catalano vero e proprio si fosse alterato 
nella sua nuova sede, a contatto dei linguaggi sardi. Ma quei docu- 
menti, come appare dai saggi che qui ne riporto (§ II, A), non sono 



2G2 t! uanicrio, 

che privilep:!, decreti, ordinamenti, relazioni ecc. \ per lo più redatti 
in Catalogna o in Ispagna, e, se in Alghero, compilati per mano di 
notaj e scribi catalani; e perciò non potevano rispondere al mio desi- 
derio. Mi davano il catalano letterario o semi-letterario, non già lo 
schietto algherese, ossia la parlata catalana del popolo d'Alghero. 

Compresi allora, che V unica fonte, a cui dovevo attingere, era la 
parlata viva, e che quei documenti mi avrebbero giovato solo come 
termine di confronto. Mi diedi pertanto a raccogliere, con la miglior 
diligenza che sapessi, dalla bocca dei marinaj e dei contadini, più te- 
nacemente attaccati al loro volgare, canzoni, fiabe, storielle, proverbj 
(§ II, C), facendo insieme ricerca di quanto si fosse stampato in quel 
dialetto. Ma di cose a stampa, Talgherese si può dire che non ne pos- 
siede, se ne togli il catechismo e qualche canzoncina volante '"'. 

Raccolto questo materiale, non mi fu difficile tracciare una descri- 
zione del catalano d'Alghero, alla quale sempre s'accompagnava il 
duplice intento di spiar le influenze dei vernacoli sardi sulla favella 
di questi coloni e d'indagare da qual parte della Catalogna essi vera- 
mente provenissero ^. 

Mi furono validi sussidj, rispetto alla comparazione coi dialetti sardi, 
la breve ma pur sufficiente descrizione che ne dà TAscoli (Ardi. Il), 



^ Dei documenti dell' Ai'chivio d' Alghero,' do qualche notizia generale 
in nota al § IT, A. 

^ Breve Compendi de la doctrina Christiana imprimida per ordra dell' illfa. y. 
revJ" Monsenor Don Fra Gioacqi [sic] Radicati, bisba de Alguer y Unions, ecc. 
ecc., Cagliar MDCCXC, An la empretita reni amba permissiò. È nella Biblio- 
teca del R. Ginnasio d'Alghero. — Breve Compendi de la Doctrina Cristiana 
reimprimit amba ahjunas correcions y adjunctas del Catcchismu Roma ecc. 
ecc., Cagliar, Ea la emprenta Tiinon, 1850 ; favoritomi da uno scolaro. — Altro 
liln-o a stampa, pure della Biblioteca del Ginnasio: Quincti Tyberii Angelerii 
Ectypa pestilentis status Algheriae Sardiniae, ad illm. D. D. Michaele^n 
A. Moncada, Regni Proregem. Accedunt ejusmodi materiae Tucididis historia, 
nec non Andreae Lacunae tractatus, cum diversorum Authorum additionibus 
ad curationem necessariis ; nec non institutiones regiminis eo ydiomate quo 
fuere receptae. Catari, typis haeredum Reverendissimi quondam D. D. Nicolai 
Ca,nelles Episcopi Bosanensis. Excudebat Franciscns Guarneriiis, 1588; in 
cui sonvi in catalano le norme da seguirsi in occasione della peste, una 
specie di regolamento sanitario; e queste riproduco, insieme con un saggio 
della 'Dottrina', sotto il § II, B. 

* Nella Catalogna si distinguono tre grappi di dialetti: 1» l'occiden- 
tale (Valenza e Catalogna di S. 0.); 2» l'orientale (Catalogna d'Est e 
Rossiglione), cui si collegherehbc l' algherese; 3" il balearico. Cosi il 



Il Catalano d'Alghero: Esordio. 203 

e insieme le proprie mie postille, fatte nell'isola, alla grammatica e 
al vocabolario dello Spano. Rispetto ai confronti col catalano antico, 
mi giovarono, oltre che la grammatica del Diez (nella trad. fr.), i 
documenti dell' Archivio comunale, i testi che indico in nota, e principal- 
mente il lavoro del Mussafia sulla versione catalana dei Sette Savj 
(Mem. dell'Acad. di Vienna; 1876); pel catalano moderno poi, la rac- 
colta delle novelle popolari e in particolar modo il recente dizionario 
del Saura; e infine, per la varietà di Barcellona, il prezioso, per quanto 
non rigorosamente metodico opuscoletto del Mylà y Fontanals ^. 

Non devo chiudere quest' 'Avvertenza' senza rendere pubbliche grazie 
ai professori Camparetti e Rajna, i quali mi fornirono di libri, che al- 
trimenti non mi sarebbe stato agevole procurarmi, e senza ricordare 
con schietta riconoscenza il mio egregio scolare Antonio Andreone di 
Alghero, che mi ha procacciato la maggior parte dei materiali e mi 
fu quasi collaboratore, di tante giudiziose osservazioni e di tante notizie 
avendomi egli giovato in tutto il corso della, mia indagine intorno al 
dialetto della sua città natale *. P. E. G. 



Mila y Fontan'als a pag. 436 del volume del Papanti, I lìarlari italiani in 
Certaldo. E così ripete egli nella prima pagina del fascicoletto sul catalano 
contemporaneo, che annovero tra i libri consultati. 

1 Omesse quelle che già il testo sufficientemente indicava, ecco le mie fonti: 
PoRRU, Bizionariu sardu-italianu (sardo meridionale); — Meyer, Traités 
catalans de grammaire et de poétique ecc., nei voi. Vili e IX della 'Ro- 
mania'; — Alart, Bocwnents sìir la langue catalane des anciens comtés de 
Roussillon et de Cerdane; nella 'Revue des Langues Romanes' del 1872-3; 

— ToRRA, Bictionarium seu Thesaurus Catalano-Latinus verborum ac phra- 
sium ecc., Rarcinone, ex typ. R. Figuerò, 1701; — Rallot, Gramatica y 
apologia de la llengua cathalana ecc., Rarcelona Ì814; — Rofarull y Rlanch, 
Gramatica de la lengua catalana, Barcelona 1867; — Saura, Novissim Bic- 
cionari manual de las llenguas catalana- castellana ecc., con una copiosa 
raccolta di proverbj, Barcelona 1883 ; — Maspons y Labròs, Lo Bondallaijre, 
quentos pojìulars catalans, Rarcelona, segona serie 1872, tercera 1873; — 
Camboclin, Essai sur l'histoire de la littérature catalane ecc., Paris 1838; 

— Pers y Ramona, Hisforia de la lengua y de la literatura catalana desde 
su origen hasta nuestros dias, Rarcelona 1837 (privo d'importanza scientifica, 
ma contenente una copiosa raccolta di vocaboli, disposti fantasticamente, 
secondo la loro origine) ; — Mylà y Fontanals, Be los trocadores en Espana, 
estudio de lengua ij poesia provenzal, Rarcelona 1861; e dello stesso: Estudios 
de leìigua catalana; catalan contemporaneo, lenguage de Barcelona, opu- 
scoletto di 16 pagine, senza frontispizio, come fosse un estratto, con la sola 
indicazione: Barcelona, Enero, 1873. 

* Stavo riordinando per la stampa il mio lavoro, quando il prof JIorosi 



26 i Ciinrncrio, 



§ T. CENNI STORICI. 

La sarda Alghero, con una popolazione di circa 8030 abitanti, ca- 
poluoy:o di circondario nella provincia di Sassari e sode vescovile, sorge 
sulla costa occidentale dell'isola, sopra una sporgenza che a levante 
è attaccata alla terra per un largo istmo e dalle altre parti è ba- 
gnata dal mare. In causa però dei bassi fondi e degli scogli, la città 
non offre accesso alle navi che da nord-ovest, dove, tra il capo del 
Giglio [cajì del Lliri) e il capo Caccia, è la bocca del famoso Porto 
Conte, uno dei più vasti e sicuri porti naturali d'Italia. 

La posizione è allegra e pittoresca. Dalla parte di terra, leggiere 
e ridenti colline; e tutto attorno al golfo, la corona delle fosche mon- 
tagne della Nurra. Alghero un tempo era fortezza e di qualche conto; 
ma ora è del tutto disarmata, e i bastioni che restano son ridotti 
a passeggio. Né solo come piazza forte, ma pur come città di mai^e 
ha perduto ogni importanza, poiché il commercio col continente ita- 
liano si fa ora presso che tutto dalla costa orientale dell'isola; e Al- 
ghero, rannicchiata all'estremità occidentale, non allacciata ancora dalla 
ferrovia al capoluogo della provincia, rimane come abbandonata, e va 
immiserendo ogni giorno più, anche per lo scadimento del mercato 
del corallo, la cui pesca un giorno l'arricchiva. 

La fondazione d'Alghero ò dovuta ai D'Oria di Genova, e risale al 
secolo XII; anzi, gli scrittori più riputati di cose sarde, come il La Mar- 
mora \ l'xVngius ^ il Manno ^ per citarne alcuni, con mirabile concordia 
riferiscono tutti la data precisa del 1102, che desumono, non da do- 



mi comnnieò il suo stadio snW Odierno dialetto catalano d'Alghero, estratto 
dalla Miscellanea di Filologia in memoria di Caix e Canello. Identico il di- 
seguo, identiche le conclusioni, com'era naturale per Ja bontà del metodo 
dell' ArcJiicio, al quale entrambi ci attenevamo. Va però notalo, che nel 
saggio del Morosi è assai scarsa la comparazione coi dialetti sardi, e vi 
manca affatto quella con la varietà catalana di Barcellona. Comunque, io ne 
farò tesoro, segnando quel che ora mi accada di aggiungere e in quali 
punti si discordi. 

'■ La Mar.mora, Vogaje en Sardaigne, Paris 18o9, parte I, p. 31 segg. : 
Itinéraire de V ile de Sardaigne, Torino 1860, voi. II, p. O.^?. 

2 AxGius, nel Dizionario geogr. storico del Casalis, Torino 1833, voi. I, 
p. 232 scgg. 

^ 3Ia.\xo, Storia della Sardegna, Torino IS2'o, voi. If, p. 2i2. 



Il catalano d'A'ghero: Cenni storici. 265 

cumenti, ma dal Fara, annalista sardo del sec. XVI *. Anche questi 
però afferma, non per coscienza propria, ma soltanto sulla autorità 
degli scrittori spagnuoli, che non cita. E quali siano questi scrittori 
e da quali fonti essi attingano, non mi venne fatto di vedere ^. Se si 
dovesse prestar fede a un frammento di un antico cronista pisano, 1 
D'Oria avrebbero posseduto Alghero fin dal sec. XI ^; ma della divi- 
sione della Sardegna, di cui egli tocca tanto esplicitamente, tacciono 
tutti gli altri annalisti, e pisani e genovesi, pur tutti concordi nell'am- 
raettere che nel secolo undecimo la Sardegna fosse più volte invasa 
dai Saraceni, guidati da un Capo di nome Museto o Musato; che più 
volte fosse liberata dai Pisani, ora soli, ora collegati coi Genovesi, e 
che varie terre cadessero allora in dominio delle più cospicue famiglio 
pisane e genovesi, le quali avevan preso parte all'impresa *. Cilecche 



1 IOANNis Francisci Far^e, l)e Chorographia Sardiniae libri duo; De rebus 
sardois libri qiiatuor; Augastae Taurinomm 1835. IN'clla Corografia (p. 64) 
scrive: Alfjherium, insignis civitas, fuit olini oppidum in regione diocesis 
Turritanae, JSurrensi coliaerente, ab Aurensibus, ut Hispani referunt Anc- 
tores, anno 1102, ad liti/s maris, Inter arenam et scopulos conditiim, ubi 
adfluit Aìgha, ex qua nomen mutuasse creditur ; e poi nel De rebus sardois 
(p. 19o) ripete la notizia quasi con le stesse parole. 

^ In ispccie mi duole non aver potato vedere l'antica cronaca catalana 
del MusTANER (sec. XIV), né quella dello slesso re, conquistatore d'Alghero. 
D. Pietro, il Cerimonioso, ne infine gli Annales de la corona d'Aragon 
del C.UR1TA (sec. XVII), che da quelle trasse la sua narazione. 

^ V. lìerinn ital. script., t. IH, p. 40J, note di Costantino Cajetano alla 
vita di papa Gelasio 11, dove è detto (n. 30): Laurentium Bonincontrum 311- 
niatensem Tuscum, qui ante ducentos et amplius annos annales suos scripsit, 
ea de re testem habeo (qnem nos in seqq. toni, primitm in liiccm emittemus) 
sub anno millesimo quinquagesimo primo, quo demum eam Sardiniae Insiilani 
supradictorum Nobilium ope et opera, in Pisanorum jjotestatem devenisse, 
eorumque juri adjudicatam, confirmatamque fuisse, dato Diplomate a Leone 
LY, Rom. Pontifice certum est. Verba Bonineontri snnt... Qui riferisce tutto 
il racconto delle spedizioni, e finisce: Is Insulae civiiates et agros ita par - 
titur: ut Calaris, uti in fide perstiterat Pisanorum, ita restaret : Comitibus 
vero Gerardescae .... agrum Catari adjaccntem, et quacdam ignobilia oppida 
illi agro finìtima; Cajetanis Orisetum; Arborea Regio Sardorum familiae 
nobili .... ; Petra Auriae Gemiensi Algaria civitas, ecc. Al quale proposito, 
vedi le osservazioni del Manno, op. cit , voi. II, p. 181 segg. 

* Cfr. Breviar. pisanae historiae ad ann. 1002 e segg., nel Rerum ital. 
script., voi. VI; lo stesso Muratori negli Annali all'anu. lOoO; il Sismondi, 
Storia delle republ. italiane, cap. 5, ad id. ann. ; e principalmente il Foglietta, 
Historiae Genuensium, nel Thesaurus aiitiquit. et itisi. Italiae del Crevio, 



2GG Giianicrio, 

dunque sia del preciso terapo della l'onda/àone d'Alghero, sta il fatto 
che essa compare nella storia come feudo dei D'Oria e tale rimane fino 
al sec. XIV, in cui cade sotto la dominazione aragonese. 

Fin dal 1297, Bonifacio Vili aveva con bolla speciale ^ concesso 
r investitura della Sardegna a Giacomo II re di Aragona ; ma la bolla 
era rimasta senza effetto '\ perche né i Pisani né i Genovesi, che se 
ne dividevano il dominio, erano disposti ad accondiscendere al desiderio 
del Pontefice, e anzi erano pronti a difendere con le armi i loro diritti. 
Difatti, soltanto sotto Pietro, detto il Cerimonioso, divenuto re d'Ara- 
gona nel 1336, il pericolo per la Sardegna si fa incalzante. E per ciò 
che riguarda Alghero, i D'Oria, signori come vedemmo di quella con- 
trada, all'annuncio dall'imminente spedizione cedono nel 1353 al comune 
di Genova il pieno dominio della città, con patto di lega offensiva e 
difensiva contro gli Aragonesi e i Catalani ". Genova accetta, e nello 
stesso anno scoppiano le ostilità. La battaglia decisiva avviene nel 
Porto Conte, tra la flotta aragonese, ajutata dai Veneziani, e la ge- 
novese, condotta da Antonio Grimaldi. Questa ha la peggio, e Alghero 
apre le porte all'ammiraglio aragonese Bernardo di Cabrerà, che vi 
lascia una guarnigione *. Ma appena egli è partito, scoppia la rivolta. 
Il re Don Pietro allestisce una nuova spedizione, e nell'anno appresso 
muove in persona contro Alghero; l'assedia egli per terra, mentre il 
Cabrerà la cinge per mare ; e dopo replicati assalti, si viene a proposte 
di accordi. Le dissensioni tra il Giudice d'Arborea, alleato degli Al- 
gheresi, e il re Don Pietro, s' erano composte, e Alghero deve cedere 



tomo I, parte I, col. 23o, dove narra le spedizioni dei Pisani e dei Genovesi 
contro Musato re dei Saraceni, ma non tocca della divisione della Sardegna, 
né della fondazione di Alghero. Anche lo Scioppio, Boriarum gemiensium 
genealogia et ex iis imjjeratonim et regum origo, Ausburgo 1631, non fa 
cenno d'Alghero in particolare, e ricorda solo che il Qnrita, ne' suoi annali 
aragonesi, discorre delle guerre, che la famiglia D' Oi'ia sostenne per cento 
e pili anni coi re di Spagna, per la difesa del regno di Sardegna. 

^ V. Codex diplomaticiis Sardinlae, nei 3Ion. Iilst. patr., voi. I, p. 4o6. 

2 V. la lettera del Papa Bonifacio Vili, ib., p. 503. 

8 Cfr. i Documenti num. 37 58 87 88, ib., pp. 723 724 750 753. 

* Cfr. La Marmora, nella prima delle op. cit., p. 53 segg., e nell'altra, p. 93 
segg ; Angius, op. cit., alla voce Logudoro; Manno, op. cit., voi. IH, p. 75 
segg.; ToLA, Dizionario biograf., voi. TI, p. 231 ; Muratori, Annali d'Italia, 
ad ann. 1353; e infine il Foglietta, op. cit., lib. VII, col. 450, il quale, dopo 
aver detto del numero delle navi dei confederati catalani e veneti e delle 
genovesi, conchiude che queste erano in minor numero e quindi minores 
vires majoribus cedere necesse fuit. Aggiunge il Foglietta che la battaglia 



Il catalauo d'Algliero : Ceuui storici. 267 

e vedersi definitivamente aggregata alla corona d'Aragona \ Ad as- 
sodarvi la propria signoria, Don Pietro proibisce che altri possa cona- 
prare e vendere a minuto in Algliero, tranne Catalani e Aragonesi 
È il primo passo a stabilirvi la nuova colonia catalana, la quale vi è 
definitivamente fissata nel 1372, quando Don Pietro ingiunge ai Sardi, 
abitanti in Alghero, di uscirne e vendere le loro possessioni, con di 
vieto perpetuo di più abitare in essa città o possedervi beni stabili " 
Diventò da allora xllghero la prediletta dei Catalani, che la tennero 
come importante punto d'appoggio per le loro relazioni con la Sardegna 
e col regno di Napoli. E non solo il linguaggio sardo, ma anche l'ita- 
liano vi fu interdetto*, e non é dunque meraviglia che ess' abbia fi- 
nora conservato quasi intatto il parlare dei nuovo coloni ^ 



fu come terrestre, avendo i Catalani attaccate le navi con catene; confessa 
che nunquam majorem plagam Genuenses acceperunt; una enim et guadra- 
(finta triremes amissae siint ; partìm depressae, partim captae; e finisce: 
/anta clfides audita nrhem et totani ligusticam oram luctu et lamenta- 
tionihiis implevit. 

^ V. Codex dipi. Snrd., 1. e, p. 763 (doc. num. 97). 

2 V. il relativo privilegio nel Codex dipi, ib. p. 767 (doc. iium. 99). 

^ Y. il reale decreto, ib, p. 811 (doc. num. 140). 

* V. Dexart, Gapit. di Corte, lib. I, tit. IV, cap. XI, in La Marmora, Vo- 
yage ecc., voi. I, p. 69. 

^ Circa il nome di Alghero, è opinione comune che esso derivi da aliga; 
sulla spiaggia del suo golfo l'alga veramente si accumula in grande quan- 
tità. Non sapremmo badare ad altre etimologie; e solo noteremo, che nelle 
carte latine si legge Allagar ia, Allegeria o Allaglieria e anche Algaria, 
laddove nelle catalane è Lalguér, e Salighera nel sardo; nelle quali due 
forme è notevole la fusioue dell'articolo col sostantivo. Saremmo così a un 
nome comune s'aligliera, luogo dell'alga, assunto poi a funzione di proprio; 
•donde vila de l'algué, bidda de s'alighera, e poi vila de Lalgué, bidda de 
Salighera. La concrezione deve essere ben antica e diffusa, poiché anche 
Jiel Dittamoudo di Fazio degli liberti, m 12 (ed. di Vicenza, 1474), abbiamo 
Ligera : 

Sassari Buoxa Callari e Stampace 
Arestan[o] Vilanuova et la Ligera 
Che le sue parti più drente al mar giace. 



2G8 . (.Jiianierio, 

§ II. TESTI CATALANI D'ALGHERO. 
A. TESTI ANTICHI \ 

N. 1. Deliberazione dei Consiglieri d'Alghero, di far trascrivere un 
libro di copie dei Privilegi. 

Ann. MCCCCLVI. 

[Dall' orirjiìiale, nel voi. I dei Privilegi, Archivio Comunale 

d' Alghero ^.) 

[fol. 1, r.] In nomine de nostve senyor deu Jhesu del qual totes Ics coscs 
be fetes proceeren e dela gloriosa verge madona santa Maria mara sua e del 
beneyt sant Miqnel Archangel del Gel Capita de tots los non ordens dels 
angells Gap e protector dela present vila del Alguer los molt honorables 
en ffracensch mayol Anthoni ierret Johau boil Miquel prats e Barthomeu 



' Le carte antiche dell'Archivio comunale d'Alghero, raccolte tutte in uno 
scaffale, consistono in alcuni pacchi di pergamene, che sono gli originali 
dei Privilegi largiti dagli Aragonesi, in tre volumi di copie dei Privilegi 
stessi e in codici cartacei di tempi diversi. Non sono ordinate secondo un 
criterio storico, ma soltanto enumerate e sommariamente descritte in un 
Inventario di tutto l'Archivio del Comune. Cominciano dal sec. XIV e ven- 
gono fino alla caduta della dominazione spagnuola. 

^ Questo primo volume dei Privilegi è così classificato a pag. 103 del- 
l'Inventario sopradetto: "Un libro di copie delle Carli reali e Privilegi, 
" concessi dai Sovi'ani d'Aragona alla città d'Alghei'o, i di cui originali sono 
" le pergamene e carte, che trovansi in vari pieghi. In questo libro vi esisle 
"la relazione della venuta in Algliero dell'imperatore Carlo V nel 7 ot- 
" tobre 1541. „ — È un grosso volume, rilegato in legno e cuoio, molto lo- 
goro e scucito, composto di fogli cartacei e membranacei mescolati insieme. 
Apre il volume un fascicoletto di 14 fogli, non numerati, evidentemente 
aggiunto più tardi, dei quali il primo e l'ultimo sono di pergamena e così 
pure quello di mezzo, gli altri di carta; il primo foglio è bianco, il secondo 
non contiene se non la noticina: Esent Conseller en Crip. Jaime Bonfill ha 
tret una copia de la entrada q feii lo Einperador Carlos quinto. - en lo 
an i66i Jaime Bonfill. I fogli 3-10 sono occupati dall'indice dei Privilegi; 
e i fogli 11-14 son bianchi. Dopo questo fascicoletto, incomincia il libro, 
con una grande intestazione, a fregi in inchiostro nero, e seguono i Privi- 
legi, ciascuno dei quali ha l'iniziale grande, a fregi pure in nero; ogni foglio 



Il catalano d'Alghero: Testi anliclii. 269 

astany ^ Cousellers 1 anj' MCCGCLYI dela dita vita coiisiderants que los Illu- 
strissims Reys d'Arago d' immortai recordacio e lo Illustrissim senyor don 
.Tolian per la gracia diuina Rey d'Arago ara felicissimament reguant lian 
atorgats ala uniuersitat e singiilars dela dita vita molts iiriuilegis gracies 
franqueses e libertats dels quals la uniuersitat predita e los singulars d'a- 
quella son decorats prosperats e insignits e per aq?<ells speren hauer molt 
niajor prosperitat e beneffìci veents que .los regidors dela dita uniuersitat 
continuament han soffcrt grauds [fol. 1, v.] traballs en cercar en la cava 
arxiu dela uniuersitat los pr/uilegis necessaris segons los cassors ^ raque- 
rien e encara que los dits prniilegis lian passai periti de perdres e guastar 
se e ab gran diffìcultat se porien recobrar clarament processar e releuar los 
regidors de la dita uniuersitat qui deciauant seran de traballs e de periti de 
perdre dits prùiilegis e la uniuersitat de dans que hauria a sostenir per 
cobrar semblants prmilegis han fet fer lo present libre en lo qual lian fets 
scriure los dits pr/uilegis segons per los dits lUustrissims Reys de Arago son 
stats atorgats seguiut 1 orde del primer al derrer e aq?/ells han fets auitenticar 
per so que del present libre puven hauer los que haura?^ mester pus facil- 
ment e pus prest los quals préuilegis son del tenòr seguent. 



è numerato, in sino al CCXL. Chiude il volume la relazione della venuta 
di Carlo V, in cinque fogli non numerati. — Come si rileva dal primo do- 
cumeuto. il volume è stato incominciato l'anno 1456, allo scopo di trascri- 
vervi i Privilegi originali e averli alla mano, senza pericolo di perdere o 
guastar gli originali, conservati nelle pergamene ; però non di tutti i pri- 
vilegi, trascritti nel volume, si conservano gli originali, che sono in molto 
minor numero. — Il volume non è scritto da una mano sola; la massima 
parte, la più antica, è di un bel gotico, nitido e chiaro; poi segue altro 
gotico, posteriore al sec. XV; nell'ultima parte è scrittura corsiva di diverse 
mani e tempi. — Dei privilegi, altri sono scritti in latino e sono i più, altri 
in catalano; io pubblico qualche saggio di questi; ed è superfluo avvertire, 
che ne do la trascrizione rigorosamente diplomatica, senza pur correggere 
l'ortografia o compire la punteggiatura. Mi limito a sciogliere le abbrevia- 
zioni, segnando in corsivo le lettere aggiunte. 

* non ben chiaro questo nome. ^ così dà il ms., ma evidentemente è er- 
rore dcH'araanuensc per cusos. 



270 Giiarnerio, 



N. 2. Privilei^ào del Re Ferdinando, per l'elezione di un Assessore delle 
cause civili e criminali in Alghero. 

Ann. MCCCCXIV. 

[Dall'apografo, nel voi. I dei Privilegi, Archivio Comunale 

d' Alghero ^.) 

[fol. XXXIII, V.] Xos en ferrando per la gracia de deu Rey d arago de 
Sicilia de Valencia de Manorq««es de Serdenia et de Corsega, Genite de Bar- 
climoua, duch de Athenes et de Neopata e encare Comte de Rossello, et 
de Cerdanya. Pergo que eu la vila nostra del Algiier sia mils daciaua»t 
obseruada justicia, e los liabitaus e habitadors en aquella sien p/-ese/-uats 
de calunmies e opp?'essious dels nostres officials, volem prouehim e ab la 
present carta nostra, la qual volem que hage efeete e forga de prmilegi 
a beniplacit de nostra prelieminencia Real draador, ordonam que deciauant 
sia en la dita vila ^ (del Alguer un assessor elegidor e douador per nos de 
ciuch en cinch ayus q«e en les causes ciuils e criminals occurre?its a les 
corts dels aGguer e solsueguer dela dita vila) de e ministre consell als 
vaguer e sotsueguer d aquella vila preseuts e sdeuenidors sens lo qual los 
dits veguer e sotsueguer no fa^en ne puxen procehir en les dites causes 
altres actes jurisdiccionals per ells fahedors. E que los dits veguer e sots- 
ueguer sien de ciuch en cinch anys remoguts dels lurs officis e altres posats 
e elegits en aquells e axi ells com lo dit assessor de ciuch en ciuch anys 
hagen e sien tengo ts lenir taula de totes les causes e de tots los actes per 
ells e caseun d ells fets execM^ats diflinits espetxats, eu les dictes lurs corts 
fora aquelles, en qual se noi manera, e per la forma o manera que s[e] fa o 
es acustumat fer per los officials assessors del castell de Caller, exceptades 
enpero les coses que per nos ter mauame«t o de nostre primogenit o del 
general [fol. XXXIIII, r.J Gouernador o Vis rey qui per nos fos posats en 
la dita ysla seran fetes . manants ab seria e tener d aquesta matexa 
carta o d aq^est nostre priuilegi durador segons dit es a beniplacit de 
nostra Real dignitat al Jnclit don Alfonso prmcep de Gerona e pràuo- 
genit nostre molt car e eu tots nostres Regnes e terres general goueruador 
e apres nostres beueueuturats dies legictim succehedor en aquells sois 
obteuiment de nostra benedicio paternal e als Gouernador veguer e sotue- 
guer e Consellers dela dita vila qui ara son o per temps seran que la 
present nostra ordìuacio e prouisio o pr/uilegi tiuguen e obseruen e lenir 
e obseruar facen juuiolablement taut com sera placent a nostra dignitat 
Real segons dit es e no y coutrauenguen ni permetew esser per altres cou- 



* Lo stesso Privilegio è anche trascritto nel voi. II, fol. So r. 
^ Le parole seguenti, che da noi si chiudono tra parentesi, sono aggiunte 
tra le righe da altra mano. 



I 



Il catalano d'Alghero: a. Testi antichi. 271 

trafet per alguna causa manera o raho. En testimoni dela qual cosa manam 
la present esser feta e ab nostre segell pendent segellada. dada en ^aragoga 
a vini e quatre de ffebrer en 1 ayn dela nativitat de nostre Seuyor miJ 
quatrecents qaatorze e del nostre Regne terg. — Rex Ferrandus i Sardin. 
j. do. rex. ma. m. p. margayl et uidit eam Michael denaners. p. rsta. 



N. 3. Regolamento del Re Pietro, intorno agli obblighi e agli incarichi 
spettanti al Governatore e agli altri suoi officiali in Sardegna. 
Ann. MCCC. 
[Dall'apografo, nel voi. I dei Privilegi, Archivio Comunale 

d' À Igliero.) 

[fol. GII, r.] Nos Petrus dei gvàfia Rcy Aragonuw Valencie Maiorice Sar- 
dinie et Gorsice Gomesque Bàrchinone Rossillionis et Geritanie actendcntes 
que ubi gubernaculuw regule mature ac digesto ordinac«onis deest resfat ut 
religio naufragetur ideo gubernaculuwi ips?/m apponere cupientes in Insula 
Sardinje supinfrascripte ne valeat naufragari et ne aliquid ex nostrìs juribus 
vel al«s enorme fiat seu viciosum per officiales nostros in eadem sed damnuM 
et peruiciosum actenus obseruatum in ipsa Insula ad metodum et justum 
reducatur ac in segetem ubere terre restet ex qita flores honores boniq?<e 
status diete insule in ubertate subcrescant preuio maturo et digesto Consilio 
infrascripta tenenda inantea et obersuanda in eadem cum presenti ducimus 
ordiuanda. 

Primerameut ordonam que alguu officiai no presumesca tenìr offici per 
substituhit mas que cascuJ^ baia a seruir son offici personalment empero 
volem que cascun stant en la illa pugue per quatre meses substituhir 
qualqua persona aconeguda del gouernador. 

[fol. GII, V.] Ite?» ordenam que aìgan officiai no pasque peudra seruey 
sino segons la ordinacio de casa nostra sots pena de cent lliures la qual 
pena si alga» hi caura volem quo sia conuertida en las torres del Orifany 
e del Icho e de Sant brancbas aconeguda del administrador. 

Item ordonam que algun officiai personalme/it no pusque usar de meixa- 
deria sots pena de perdre lo oflici. 

Item ordonam que algun officiai no dega esser paguat de son salari sino de 
quatre en quatre meses que es una terga apres empero qu els haiaw seruits. 

Item ordonam que 1 Gouernador no dega pendra mi fer pendre en alguna 
manera ne tochar o alguns diners ne altres coses delas nostres rendes o sde- 
uenime?tts ^ Reyals coni nos baia»» ordonat a lo nostre administrador que 
aquellas rendes drets sdeuenimc?its ^ vulla/» que cuUigua et pre«^ua de tot 
hom de qualseuol condicio sia. 

[fol. Gin, r.] Item ordonam quo 1 Gouernador en alguna manera no puscka 



272 . Gnariicrio, 

ne (lego Inuiru de sou ol'Iici alcun officiai per nos fot r.c inelrc allra cu lodi 
(1 aqucll sino en cais que s.qneU fos niort e 1 offici vaguas. En aqiic.il cas fos 
legai, a elide acomcnar lo dit offici fins qae nos hi aguessem provehit noti- 
ficant a nos la vaguacio del' offici. 

Ilein ordonaui que 1 Goucrnador no pascila fer doiis de nostre patrimoni 
moneda ne drels de la cort si donchs special nianainewt no hauia nostre. 

Iteni ordonaw que 1 Gouernador no dega entremetre del offici del admini- 
strador en res et que aquell no dega cnipatxar en alguna cosa ans dega 
donar al admi^^/stradoi' tota i'anor que niestcr li fassa per cullir o fer cullir 
Ics rendes e drets Reyals. 

Item ordonani e volem que 1 Gouernador -no puscha fer alguna coinposiclo 
sino ab lo adrainistrador ensemps ^ present lo assessor e feta la composicio 
que lo dit administrador puxe e dega pendre los diners qnon exira. 

[Ibi. CHI, V.] Item ordonam que lo Gouernador baia cascun any son qual 
salari volem que li sia paguat per lo administrador dels diners dels nostres 
rendes per terges segons que damu)?t es dit. 

Item ordona?» que lo Goucrnador haia la conoxe?i?a dela mar axi del' 
spetxamcnt dels navjlis coni d altre? coses per que dag.o nos prenguem alguns 
drets de segell nj de albaraus sino tant solament Vii alfonsi axi co/)i anti- 
guame?^t solia esò^er dat per que si daco exìcn emolumeHts que lo adraini- 
strador dega aquclls pendra. 

Item que delas questious dels cossaris mentre que a nos plagia que y 
puxe» armar segons lo pr/uilegi a eli dat lo qicdì nos recorde que es a 
beniplacit conegua e sfassa couexer lo Gouernador sumariamet sens negun 
jubi ab co?zsells de liomens de mar. .E ago volem que dur aytant coni a nos 
plagia. E absent lo Gouernador que ago sia l'et per lo veguer e en tots altres 
coses sien seguits los capitols. 

Item ordonam que 1 Gouernador no dega empalxar lo veguer en lo Regi- 
ment de son offici sino segons los capitols damu»t ordouats. 

[fol. Cini, r.] Item que 1 assessor del Gouernador per nos en lo dit offici 
ordonat no dega fer comissions alguns'dins Castell de Caller o altre seruej 
de neguna res que en la cort del dit Goucrnador [no] se baia concxer ne 
determenar. 



^ cat. mod. 'avvenimenti'; qui però intenderemo 'proventi'. 
^ cat. mod. ensemble. 



Il catalano d'Alghero: Testi auticlii. 273 

K. 4. Lettera del Re Pietro a Raimondo Gay, capo della Dogana d'Al- 
ghero, intorno alla franchigia dai diritti di dogana, concessa alla 
città d'Alghero. 

Ann. MCCCLV. 
{Dall'apografo, nel voi. II dei Privilegi, Archivio Comunale 

d'Alghero \) 

[fol. XI, r.] Eu Pere, per la grada de Deu Rey D'Arago, de Valencia, 
de Jlaliorqucs, de Sardenya, et de Corsega, et Coni te de Bargalona, de 
Rosselo, et de Sardanya. Al feel nostre Ramon Gay Duauer de la Duana 
del loch del Algiier, salut et gracia. A liumil et denota snpplicacio per part 
de la Uuiuersitat del dit loch à uos feta, vos diem e us mauam, que no 
coutrestant, que la data de la letra que han obtenguda de nos, de la fran- 
quitat del dret de la Duana, sia darrera que la data del Priuilegi, que nos 
los haueni atoi'gat de les altres frauquctats, la dita franquitat de dret de 
Duana, de la data del dit Priuilegi en ga, e d aqui auant coutinuaraent 1 us* 
obseruets, segons la continentia et tenor de la letra d aquells obtenguda. 
ManffiWì a cautela vostra per la present a qualque qual de vos de Ics demunt 
dites coses, compie oidor, que per la dita rahon centra vos ne [centra] vo- 
stres beus alcun uotament fer no deia: Com nos sobre ago eu fauor dels 



'■ Questo secondo volume dei Privilegi è meno antico del primo, ch'era 
incominciato, come vedevamo, nel 1436, laddove il secondo porta la data 
del 1613. — È questo un grosso volume, dello stesso formato dell'altro, e 
pure rilegato in legno e cuoio; tutto però di fogli cartacei, e meglio con- 
servato. Precedono 12 fogli in bianco ; sul 13° leggesi a grandi caratteri, 
e fregi in nero, questo frontipizio : Privilegia \ A Serenissimis Aragonum \ 
Regibus Celebris memoriae. \ Magnificae Civitati Alguerij \ concessa, denuo 
descripta, existentib. | Consiliarijs, Nobile, et ìlagnificis \ Don Francisco 
Amai. 1 Simone Olivas. \ Francisco Sabba. | Joanne luUano et Soler. \ Sgl- 
vestro Pistis \ Anno A Nativitate Domini \ M. DG. XIII. | Antonio latime 
Secret.° | . Sul f. 14» è lo stemma della città, disegnato a inchiostro nero. 
Al 15° comincia l'indice: Tania \ o repertori \ dels Privilegis, gite los Se- 
reìiiss."'^ I Regs de Arago han concedit, à la Ma | gnifica Ciutat de l'Alguere 
e continua per sedici fogli, scritti recto e verso. Dopo altri quattro fogli 
in bianco, incominciano i Privilegi; i fogli allora sono numerati per cifr; 
romane e proseguono in sino al GGX, quinterni D d 2. I Privilegi sono così 
distribuiti: 68 del Rey Pedro, 13 del Rey luan, 7 del Rey Marti y del Pringip 
Marti son fili Rey de Sicilia, 3 del Rey Ferdinando, 6S del Rey Alfonso, 
19 del Rey luan, S del Rey Ferdinando lo Gatholich, 8 del Emperador 
Carlos Y y dela Reyna Juana sa Mare. 

^ per vos la. 

Archivio glottol. ital., IX. ^8 



274 Giiarnerio, 

habitants en lo dit locb, liaiara de certa sciencia prouehit, sots la inanera 
damont dita. Data, en Castel de Caller a xxlij de Juliol, en 1 ayn de la nati 
uitat de nostre seuyor, Mil CCCL ciuch. 



N. 5. Lettera del Re Pietro, con cui proibisce al Vegiier d'Alghero 
di abbandonare la città, quando ne escano le truppe per ragioni 
di guerra o d'altro. 

Ann. MCCCLXXXI. 
[Dall'apografo, nel voi. II dei Privilegi, Archivio Comunale 

cV Alghero.) 

[fol. Lini, r.] En Pere per la grada de Dea Rey D'Arago, de Valencia, 
de Mallorques, de Serdeiìya e de Corcega e Comle- de Bargelona, de Rossello, 
e de Cerdafiya. Al feel nostre En Benigne de ruideperes Veguer de la Villa, 
vinents vers lo terme de la dita vìla, o en altra manera, come a les vegades 
.... 1 q?<e nostres gens d armes han exir d aquella vila per contrastar als dits 
enemichs, ò aquells offendre, vos exits e anats ensemps ab lo Gouernador 
lexant sola la dita vila de quens marauillam molt, car porla sen seguir, 
go que Deus no vulla gran periti e escandel. Perque us dehim et mauam 
fort expressanient, e sots pena de la fealtat ala qual sois tengut, que de 
aqui auaut, com les dites nostres gentz d armes de la dita vila per qual se 
voi raho exiran, Vos per res no lexets sola aquella, ans romanits aqui, e 
si mester sera retenits vos alguns homes per guardarla de tots escandels e 
perills, com a vos e a vostre offici pertanya la guardia de aquella, manants 
per les presents als feels nostres Cousellers e prohomens de la dita vila, que 
si vos asseiassets de l'er lo contrari, go que no creem de preseut nos en cer- 
tifìquen per lurs letres, per tal que y puxam prouehir de iusticia. — Dada 
sots nostre segell secret, En Saragofa, a tres dies de Ottubre del auy Mil 
trecents LXXXI. — Rex P. — 



N. 6. Lettera del Tesoriere del Re al Governatore della Sardegna, 
con cui ordina che lascino trasportare grano e vettovaglie da 
Cagliari in Alghero, senza pagare diritti di dogana. 

Ann. MCCCXCn. 

[DalVajìografo, nel voi. II dei Privilegi, Archivio Comunale 

d' Alghero.) 

[fol. LXVII, V.] Al Gouernador et Baile general del Regne de SardeSya, 
e al Veguer, Duaner, e als altres officials del Senor Rey, qui ara son, o 

1 illeggibile. 



Il catalano d'Alghero: Testi antichi. 273 

per aaa?it seran, en lo Castell de Caller, de part d en Julia garrins, Gonseller 
e Tresorer del dit sefiyor. Com lo dit sefiyor Rey ab letra sua dada en 
Barcelona à vini dies de Decembre de, ayn M. GGG. LXXXI. liaga atorgats 
als officials Gonsellers, Rectors, e aucara a la uniuersitat de la vila de lal- 
guer que per dos ayùs comengadors del dit XX dia de Decembre, e de aqui 
auant siguents, puxeu Iraure del dit Castell de Caller, e a la dita vila de 
lalgner aportar sens pagar algun dret al dit seùor pertanyeut quals se vulla 
blats, et altres vietualles, que ab raonedes lurs en lo dit Castell de Caller 
poran comprar. Et ab la dita letra, lo dit seìiyor man a vos altres que no 
contrestants qual se voi inhibicions per lo dit seùyor fetes, lexets als dits 
officials, Gonsellers, Rectors, e a la uniuersitat de la dita villa del Alguer 
los dits blats, et vietualles, del dit Castell traure segons que en la dita 
Carta es largament contengut. Pergo de part del seùor Rey vos die, e us 
man, e de la mia vos prech. que 1 manament del dit senyor conplistats segons 
coutinenga et teuor de la dita letra sua. Scrita, eu Barcelona, a XXIX dies 
del mes de Marg, anno a natiuitate Domini M. GGG. XG. secundo. 



N. 7. Carta reale del Re Ferdinando, con cui slahilisce che le opere 
militari della città d'Alghei^o siano pagate colle rendite dei di- 
ritti reali. 

Ann. MCCCCXIV. 
[Dall'apografo, nel voi. II dei Privilegi, Archivio Comunale 

d' Alghero.) 

[fol. LXXXYT, r.] En Ferrando per la gracia de Deu Rey d'Arago, de 
Sicilia, de Valencia, de Mailorques, de Serdeìiia, e de Gorsega, Gomte de 
Barcelona, Duch de Athenes, e de Neopatria, e anoara Gomte de Rossello, 
e de Cerdanya. Al feell nostre en Guillem catrilla ^ procurador general en 
la Isla de Serdenya, salut e grafia. Segons hauem entes per humil exposicio 
a nos feta per N anthoni suny, missatger à nos tremes per la vila del Alguer, 
acustumat es stat en temps passat per nostres predecessors, que les obres 
del murs, e dels valls de la dita vila, e los soldats qui y eren per custodia 
d aquella, se paguen de les rendes, emoluments, e drets reyals de la dita 
vila, perque a nos liumilraent supplicai, que nos sobre les despeses fae- 
dores per raho de les ditcs obres, e dels soldats per custodia de la vila, 
deguessem ^ segons la forma e mancra del temps passat dcgudament pro- 
uehir. Nos la dita supplicacio benignamcnt admesa, vos deliira e us monam 
expressament, e de certa scientia, que si rebuda per vos inforraacio diligente 
trobarets nos esser tengut segons lo costum, a nos del temps passat per lo 



* per Qatrilla. ^ ripetuta per errore questa parola. 



276 GiiariH'ilo, 

dit missatgei" allegai, e pretes a pagar les dites despcses de obres de miirs, 
e valls, e dels soldats de la dita villa, pagaets aquelles, e aquells delesrendes, 
cmolmiients, e drets reyals a nos pertauyents cn la Jsla dessus dita, reduynt 
cnipcro, temperali I, e moderaut aquells segoiis que la qualitat del temps, 
CO es de guerra, o de pau reguerra, e iiioiiestara ^ e a vos sera be vist faedor, 
car uos remetem les dites coses a discrecio e prouidencia vostra, la qual 
eucarregam estretaraeat sobre ago. Pero si veurets que sia faedor, ab vostres 
letres de les coses dessus dites nos cousui tets, per^o que nos clararaent, e 
distincta»ie«i puxam prouehir sobre aquelles, e a^os enuiem mauat lo que 
sobre aco deurets fer. Dada ea Qaragoga a XIX. dies d abrii, eu 1 ayù de la 
nat.« de nostce seàyor M. GGCC. XIIII. — Rex Ferdiuaiulus . 



N, 8. Carta reale del Re Alfonso, con cui proibisce al Procuratore Ge- 
nerale del Regno di Sardegna di esigere dalla città d'Alghero 
più dei due ventesimi stabiliti per diritti di decima. 
Ann. MCCCCXXII. 

[Dall'apografo, nel x-ìol. II dei Privilegi, Archivio Comunale 

ci' Alghero '^.) 

[fol. CHI, r.] Nos Alfonso per la gracia de Deu Rey D'Arago, de Si- 
cilia, de Valencia, de Mallorques, de serdenya e de Gorsega, Conile de Bar- 
celona, Duch de Atbenes, e de Neopatria, e encara Gomle de Rossello, e 
de Gerdania. Al feel Procurador nostre en lo Regne de Serdeiìya, eu Jolian 
fìneller, o, a son l>oc}\Unent salut e gracia. Notificam vos que lo feel nostre en 
Jacme de font de Boreller syndicli de la vita de Lalguer, ha exposat dauant 
nos ab clamor que vos volets, o vos sforgats exhigir dels habitadors de la 
dita vila del Alguer, contra dret e Justicia per raho de delme un vinte 
ultra los dos vintens que paguen, lo un a nos, o a vos, en nome nostre, e, 
1 altre al Rector de la dita vila, la qual cosa redunda en gran dan[y] e preiuhi 
dels habitadors de la dita vila. Perque supplicai a nos per lo dit syndich 
que en les dites coses, deguessem de remey de Justicia prouehir vos mauam 
expressaraent, e de certa scìeucia, sots incurriment de nostra Jra e indi- 
gnacio e pena de dos milia florins d or d' Ai-ago, a noslres coffres si contra- 
farefs applicadors, que si los habitadors de la dita vila pagaran un vinte 
a vos, e altre al Rector, no exegestats altre vinte algu dels dits habitadors 
cn alguna manera, si donchs alcuna causa insta e honesta no s[e] moslrara 
cn contrari, de la qual nos certifiquels per vostra tetra per tal que infor- 



^ per menestera, sarà necessario. 

2 È trascritta anche nel voi. I dei Privilegi, fol. lxi, v. e lxii, r. 



Il catalano d'Algliero: Testi auticlii. 277 

mais, vos puxam scriure de qo que ordenarem esser fahedor. e ac^o no mudets, 
ò differats, car uos volem que axi s[e] faga. Dada eu lo Gastell non Eeyal de 
Napols, sots nostre segell secret a XXXI. dies de Janer del ayu de la na- 
tiuitat de nostre senyor, Mil quatreceutz XXII. — Rex Alf. 



N. 9. Relazione della venuta in Alghero dell' Imperatore Carlo V. 

Ann. MDXLI. 

[Dall' originale j nel voi. I dei Privilegi, Archivio Comunale 

d' Alghero \) 

In nomine Illius per quem omnia gubernantur, et ejus almae Yirginis 
Mariae Montisserrati. Amen. 

Tenintse noticia que lo Invictissimo y Catolicli Don Carles per la divina 
clementia Emperador de Romans sempre august y Rey nostre Sefior havia 
de pasar de Italia én Barbarla de migjorn per ala enprcsa de Alger apres 
de esser arribat de Flandes y entes en les coses dels lluferans y esserse 
vist ab sa Santedat en Lucha ab gran exercit parti de la Specia ribera de 
genova, Nostre Seiaor Deu fondi servit, que a tres de Octubre mil cincli 
cents quaranthu ab quaranta y tres galeres, que 1 altra armada per temps 
s era despartida, arriba en lo port de bonifassi del rtsyue de corsega qual 
liavia partii com cs dit de la specia ribera de genova, del qual loch de bo- 
nifassi escrigue sa ma*^ als mag.= Consellers lo present any de la Ciutat del 
Alguer huna letra fermada de sa ma dela sua junta en dit loch de Bonifassi 
y com entenia venir en està present Ciutat de lalguer, la qual letra a dits mag.® 
Consellers fonch trasmesa per lo noble don diegx» desseua gouernador y 
refTormador del cap de lugudor de Sasser en fora migensant lo alguatzir Joan 
denorra dimecres a cinch de octubre a les quatre hores apres migjorn, qual 
es del tenor seguent: "A los amados y fìeles miestros los Jurados de ntiestra. 
" Ciudad del Alguer. — Elrey. = Amados y Fieles n?<es^ros = Nos hemos legados 
" eu està hora al puerto de Bonifassi y pensamos con ayuda de n«e6/ro Seùor 
" ser presto en està Ciudad del alguer, y porque despues que partimos de 



^ Questa l'elazione occupa, come già notammo, cinque fogli non numerati, 
e aggiunti, più tardi, in fine del I voi. dei Privilegi. Sul primo foglio 
sta, con grandi ghirigori e lettere maiuscole, 1' intestazione : La memoria . 
fela . de . tot . loq . sa . w' . ha . fet . en . lalguer . y del q se ha fet . 
per sa . vifjuda. — Il documento è già pubblicato dal Tola, nel Codex diplom. 
Sardi)?., voi. II, p. 198 segg. ; ma non era da lui trascritto con sufficiente 
esattezza^ e non è inutile, anche per ciò, Che qui si ripubblichi. 



278 Guarncrio, 

" la specia uo sahcmos ci viage que havran celio las uaos de miestra. armada 
" quo partieron delaule y dcsearaos scr de elio avisados, encargaiuos vos y 
" mandamos que' luego que està recibicredcs nos aviseys de los navjos que 
" havran aportado eu este puerto y assi de la miestra armada, corno otros qual- 
" sequiera, y que via levavan. y de lo que supiercdcs de ellos : y assi mismo 
" darcjs ordeu que eu està Ciudad uo falteu las vitoallas que fucren me- 
" nester para refresco y provehimiento de miestca casa y corte, liazieudo eu 
" elio la diligencia que de vosotros coufiaiuos. = Dat eu lo puerto de Boui- 
" fassi a tres de octubre auo MDXXXXC = Yo EI rey Idaguès secret." = „ 
E subitament rebuda dita letra per dits magnifichs consellers ab aquell 
lionor y reverenda qu es perlanyent entenguei'en en donar orde en lo que 
convenia, y en la matexia nit del dimecres arriba en Ciutat dit uoble go- 
vernador, qual y lo Mag. Veguer luossen Miguel olives menor y dits consel- 
lers enlenguere^i eu fer fer hun pont de lenyam en mar molt larcb y ampie, 
y en fer pastar molt pa blandi per prese?itar a sa ma.* y fer guè per la terra, 
a les portes de les cases y tendes bi hagues abundancia de pa; se traguessen 
axibè per les portes gallines, capons, pollastres, ogues, anedes, colomins, 
OLis, rahims, formatges, fruytes, y altres refreschs, a talqne la gent pogucs 
comprar sens auar cercant prohibint ab crides negu no venes a mes preu 
del solit: manaren fer moltes tavernes de vins blanchs y negres: p/-oveyren 
que les vagues y moltons del terme entrassen dins Ciutat y que Ics car- 
nesaries stiguessen abnndants: proueyren que lo? pescadors dels caligues ' 
y altres lochs acudissen ab peix y que tot stigues per places a talq?fe sa ma.* 
y sa cort rebessen algun refresdì en està sua pobre Ciutat y conegues la 
innata fidelitat de sos Yassalls que eu ella stan y habilan, y axi mateix dit 
noble gouernador y veguer y raag.^ consellers consertaren per sa ma* una 
caga de porcli al port del compte^; coni de fet eu la mateixa nit anaren 
los mag.s mossen gueran de Cetrilla y mosseu Perot Amat Cavallers d està 
Ciutat y lo mag. mossen auge! Torralba conseller segon y altros Ciutadans 
y proliomens de Ciutat y servidors d ells ab molt aparell de cavalls, cans, 
jagaradors y altres. Y en dit port del compte speraren a sa ma.* per cagar 
dos uits finsque de fet arribaren les galeres al port del compte lo dijous 
circa migianit a sis de dit mes de octubre : y lo cndcraa diveudres ans del die 
lo dit noble governador acompanyat de quatre cavallers quals eren don Johan 
Mancha, don angel Manclia gerraans, don Jaume Manca y don Johan Cariga 
sassaresos, que s[e] trobaren aposta cu ciutat per la vinguda de sa mat.* ab 
liiina barca armada ana al port del compte y arriba a bora que sa ma.* no era 
llevada, y apres de esser Icvat besa Ics mans de aq?<ella tant per part sua 



^ Caìicli è chiamato anche oggigiorno uno stagno d'acqua dolce, formato 
da torrenti che vi si scaricano, e avente comunicazione col mare, il quale vi 
si introduce dalle arcate del Ponte dello Stagno. Abonda di angnille, muggini, 
orate ecc.; e vi tengono continua dimora le anatre e le folaghe. 

2 L'attuale Porto Conti. 



Il catalani d'Alghero: Testi antichi. 279 

coni de la Cintat, y dìgue la alcgria qac, tcuien tots de la jiinfa de sa ma.* 
y com pesava als consellers lo podi tenips qiie harien agut per proveir del 
necessari ab nies abundancia de la que tenian, y la que mes convingue, y 
sa ma* lo rebe ab molt voluntat, y digue qu'estava certificat de la voluntat 
de tols. Y veyent gent de cavali y a pea en terra, y dientli eran casadors 
de la Giutat, qui staven aparellats peraque si sa ma.* volgues casar, lo pogues 
i'er, lo stima molt, y los dits Cavallcrs, Consellers y lo noble Don laumc 
ramon cetrilla qui y era arribat y altres casadors ja dit:^ muntaren eu galera 
y besaren la ma a sa ma.* quals rebe ab molta voluntat, y de fet devalla 
ab hun squifet cn terra sens guardia ne altres, sols ab tres o quatre grans 
(le sa cort, quals eren el duch de camerino net del papa paulo tercer son 
gendre el princep de salinona don luys davilla comenador mayor d'alcan- 
lara, lo princep de macedonia, y lo embaxador de Inglaterra, y metens en 
mig de dits Cavallers casadors, oyda primer missa, qual se digue al locb 
que s[e] diu la dragonaya *, que digue hun capella de sa ma.* apres munta a 
cavali, y los altres grans de sa cort tanbe, y casaren, y sa ma.* mata hun 
porch que li vingue a la posta ab hun gos de dit mossen gueran de ce- 
trilla: y apres volgue sa ma*, que los dits conseller y cavallers mu?itassen 
ab eli en la sua galera propya, y ab aquells arriba en lo port de la dita 
present ciutat divendres a set de dit mes de octubre, quasi a bora de ve- 
spres ; y mentres sa ma.* casava dit noble governador sen torna eu ciutat, 
y reffery als dits A^eguer y consellers y cintadans lo sobredit, y les galeres 
per lo semblant sen vingueren al port molta part d'ellas ara liuna ara altra, 
talnient que sa ma.* vingue ab molt pogues, no curant dites galeres de 
servar guardia a sa magestat, e ja desdelmati quatres fregattes havien pres 
jjort, no curant star per les puntes com solen. 

Lo pout que la ciutat feu fer per devallar sa mag.* era de bigues, taules, 
y cabirons molt larch que passava des sobre de les segues ^ dins mar, al 
cap del guai, a la volta del mar stavan pinlades les arnies de sa mag.* molt 
snmptuosame«t, quals pinta mestre Jolianet spert ciutada. Stava cubert dit 
pont de draps lìns de Barcellona, vermells, grochs, y altres colors de molta 
valor, y staven sperant a sa mag.* dit noble governador y mag.^ veguer y 
consellers acompanyats ab molts cavallers ciutadans y prohomens de ciutat 
y fora, eutre Is quals era d" Bernal dessena gerraa. de dit noble governador, 
el alcayt capata ^ de Caller, d'^ Franco rebolleda conscller en cap de Sasser, 
d" lohau manca y altres que per brevetat se dexen, vcstits honraderaent, 
y lo mag. couseller eu cap portava les claus de la Ciutat en les mans ab 
SOS cordons y llocbs de seda fina vermella y groga, y stant axi sperant ja 
les galeres havien pres port, y la gent de aquelles sen estava passeyant y 



^ Oggi Tragonaja; piccola spiaggia di Porto Conti, alla quale ora mette 
capo la strada che conduce al Faro di Capo Caccia. Prende nome da una 
sorgente sotterranea, alla quale si disccnle con molta difficoltà. 

^ le secche del porto. " l'Alcaide Rapala. 



280 Guai-aerio, 

aposentatla per cases, quo neguiia guardia sperava a sa iiiag.* Y la Ciulat 
desquc arribarcn Ics primeres galere?, fins quo sa mag.' fondi eii palacio 
no cessa de tirar senpre artillaria, carrecli de la qual tenia mossen laurae 
valldellas; y sa ma.' leu posar totes les banderes y standart en la sua ga- 
lera y niaua saludar la Ciutat de la sua "p/'opya galera ab quatre tirs de 
bombarda, quals tirats deseubarca ab sun squifet a soles ab lo princep doria 
y los gai vogaven y ans de venir al pont per desanbarcar cu terra aua ab 
dil squifet y dit princep doria arrodar y mirar la Ciutat de la banda de 
la mar, qo es des de sant Elm ^ fins a la torre del spero ^ o adabayx ; y 
dubetant los dits noble governador y mag.^ veguer y consellers que sa mag.* 
no entras per lo portai real sen anaren del pont y no foren tant prest fora 
que ja dit pont fonch sag^ejat, y donat a boutti los draps de aquell per 
los soldats de sa mag.* e altres, de gue sa mag.* pres plaer segons mostra. 
Y apres de haver be rairat sa magestat torna ab dit squifet y desanbarca 
al dit pont, y mana a la guardia ([ue sen anasse gue no era mestcr, gue 
stava en sa casa, y axi la guardia no serva orde negu, come se sol en altres 
parts en palacio dins ni de fora, sinoque sen anaren a passejar abont volien. 
En lo qual pont los dits governador, veguer y consellers y ciutadans ca- 
vallers y prohomens engenollats li bcsareu la ma, y sa mag.' ab raolt amor 
los rebe, y donantli las claus dits mag.^ consellers, ut decet, sa magestat 
les accepta y apres les torna ad aquells, dient en lengua castellana: " lu- 
rados teueldas en bonora gue d'esto somos contentos, y assi hos mandamos 
y rogamos que tengais acquellas y mireis por el bieu de la terra, comò 
sois obligados, y vuestra fidelidad requere „. * Perloque altra volta dits Magni- 
fichs Consellers li besaren la ma, y apres ramina fins al cap del pont, aliont 
en terra staven los Reverendissims Bisbe de Ampurias, que v'^[e] troba present 
en Ciutat vestit de Pontificai, y Don Fedro Yaguer Bisbe del Alguer y del 
Consell de Sa Magestat, que ja ans era entrat en Ciutat, y lo bavien rebut 
segons se acosturaen rebre los Prelats, qual no stava vistit de Pontificai, y 
acompanyats del Vicari M. Francisco Guio y Duran Arcipreste del Alguer, 
Canongies, Capellans, y Frares ab les Creus, segons es solit, teniut la vera 



^ È una torre, detta di Sant' Elmo, che nei tempi passati serviva di pol- 
veriera, posta dirimpetto all'Ospedale Civile, già Monastero di Santa Chiara, 
dove, prima dell' erezione del monastero, eravi la Porta della città per al 
mare. 

^ Questa torre, chiamata ancora dello Sperone, è la piiì forte ed elevata 
nel giro dei bastioni della città. In questa torre, il 6 maggio del 1412, fu- 
rono dagli Algheresi, coH'ajuto delle loro donne, rinchiusi ed arsi i Fran- 
cesi, capitanati dal Visconte di Narbona, come vedremo nel documento che a 
questo sussegue. 

^ Fin qui ho trascritto io stesso dal codice; il resto è trascritto dal 
sign. Celestino Fiori, del Municipio d'Alghero, che mi fornì anche le uoterelle 
storiche. 



Il catalano d'Alghero: Testi antichi. 281 

Creu en la ma lo dU Revercndissini Bisbe de Ampurias, stant ya aparellats 
dos cadires (erau de Mossen Francisco Bosquets), y dos coxins de seda verda 
que dexa Donna Isabel Amat y Dessena, y lo palli de brocat forrat de tafetta 
girasol de la Seu K Sa Mag.* se engenoUa sobre dits coxins, y besa en mans 
de dit Reverendissim Bisbe de Ampurias la vera Creu, y apres cavalca sobre 
un cavali, castany molt ben guernit, que stava aparellat, que era del Noble 
Don .fohan Manca; y estaut sot del palli digue al Bisbe del Algucr: " Obispo, 
passadme „ y anava aquell ab los que portaven lo palli, y ab solemuitat y 
processio entra Sa Mag.* en la sua Ciutat del Alguer dit die divendres a set 
del predit mes de Octubre mil sinchcents quarantahu a hora quasi de vespres, 
y portaut lo palli los Magni fìchs Mossen Perot Castilla Donzell Conseller eu 
cap, Mossen Angel Torralba Gonsellersegon,y Mossen TohanGaleasso ConselJer 
quart, los nobles Don Fedro de Ferrera, Don lohan Manca, y lo Maguiflch 
Mossen Gueran de Getrilla, y entrant eu Ciutat ana a ter oracio en la Seu Ca- 
tadral de dita Ciutat, y apres de haver fet oracio torna a cavalcar, y arribat 
a la posada de dit noble Don Fedro de Ferrera en la Plaga qu estava 
aparellada, mana Sa Mag.' que no fos portat mes lo palli, perque ans de 
descavalcar volia que anasseu a veure lo restant de la Ciutat, que restava 
a veure de la part de terra, puex havia vist la part de la mar, com de 
fet ana Sa Magestat, y seguiren lo noble Governador, Magnifichs Veguer y 
Consellers, los Gavallers que portaven lo palli, Don Bernart Dessena, Mossen 
Francisco de Busquets, y altres Gavallers, y Ciutadans de Ciutat, y exint 
pel Portai Real fora de Ciutat digue Sa Mag.* als Consellers " lurados? està 
es la Iglesia ^ que derribasteis quando venieron los Franceses ? „ y dits 
Consellers digueren que sy, y arribat a la torre del Spero, y parentli be 
la fabrica de ella munta encara fins a hun pedraste y terra cavallera que 
y ha al pou de la Roque ^ de hont se veu quasi la Ciutat, y sent hally 
mira be Sa Mag.*^ la Ciutat y la Torre del Spero y digue: " Bonita por 
mi fé y bien assentada!,, y girantse al Governador y Consellers digue 
" Esto es de poca importangia, alzat el llienzo de la muralla y la torre 
" asta la altura de aquellos dos horabres, y fluid la obra. „ dieut ho per dos 
homes que cstavan drets sobre la muralla velia de dita torre del Spero. Y 
toruantsen Sa Magestat en Ciutat, essent en mig del trast de la torre del Spero, 
y de la torre del Portai Real que respou devaut San Miguel, digue Sa Magestat 
" lurados, aqui sera bien se haga una casamatta, que del resto lodo està bien „ 
y retenent son carainar, y essent entre lo Portai nou y veli, Sa Mag.* arresta 
lo cavali per mirar les sues armes qu estaveu alli pintadcs, y los Consellers 
li digueren que en semblants fabriques se despenevan los dines que Sa Ma- 



^ sede, cattedrale. 

2 Piccola chiesa della Madonna degli Angioli, fuori delle murn, che fu 
dagli Algheresi demolita quando i Francesi tentarono l'invasione d'Alghero, 
nel 1412. 

^ È un pozzo sottostante alla strada nazionale che da Alghero va a Rosa. 



282 . Guarncrio, 

gcstat feja inerced a la Ciutat, qual respongue : " Bien lo veyo, y plasome de 
elio „ y entra en Ciutat, y entrai en la posada de dit Don Fedro, descavalca 
y sen monta en la Sala, aliont lo Prlucep Doria, y altres grans lo esperaveu, 
y Sa Mag.t parla un poch en peus ab dit Princep Doria de la aruiada de 
juar, que per letra que tenia dit noble Governador se sabia aliont havia 
aportat, y sen entra en la cambra, y tot lioiu sen ana en ses cases. Y 
apres de ser en la cambra Sa Mag.* se posa a la finestra ab lo Princep 
de Macedonia, lo Princep de Salmona, lo Ducli de Camerino net del Papa 
y gendre de Sa Mag.* y don Luys Davila comeuador mayor de Alcantara, 
stant rient ab aquell?, mirant la plaga y veyent les vagues y bous que 
embarcaven, los soldats com corrien per la plaga y les mataven a coltellades. 
Y essent ja quasi nit los dits mag.^ consellers acompanyats ut supra anaren 
a palacio y verbo suplicaren a Sa Mag.' fos servit de arrecordarse de aquesta 
sua Ciutat, puex nostre Senyor Deu nos havia fet mercet que Sa Mag.* era 
vinguda en ella per star en hun scoli de rogues luny de poblat, y en con- 
tinua punya de enemichs, que sols tenian lo noni de ser vassals fielissims de 
Sa Magt.^ al que aquella respongue dient: " lurados, la gana que teniamos de 
" velier l'Alguer iios ha hecbo venir en Serdena, que otraniente no venjamos, 
" y pues hemos vista la Qiudad y la importancia de ella, al presente no po- 
" demos proveher nada, por estar de camino, embiadnosle a quedar en 
" Espana, que de alli lo provehiremos y niandaremos, comò mejor faere 
" nuestro servigio, y la importang.ia de la Qiudad requiere, y vuestra fide- 
" lidad meresse, y quissa antes de mucho nos vehereis aqui ottra ves, si 
" Dios faere servido. „ Del que dits Consellers besaren la ma a Sa Mag.^ 
fent gracies ad Aquella de la bona volontat y amor [que] los mostrava, y sen 
anaren, y ancara que stigues fet lo preparatori en palacio de sopar, Sa 
Mag.* no sopa, salvo que la nit mengia certes rosgucs de bescuit blanch y 
begue aygua canyellada, y axo feu per trobarse indispost del pit: y ans de 
posarse Sa Mag.' al lit, digue al Conseller quart, que en tot era stat y era 
presenti " lurado, vayanse todos, no hemos menester de nada, que ya esta- 
„ mos en casa nuestra. „ Al que respos un al.ibarder de Sa Magestat ano- 
menat Rodrigo, y digue: " Seùor, los lurados no han proveliido de colchones 
" por nosotros, baeno sera que descolguemos estos panyos y nos echemos 
" en ellos „ Y Sa Magestat sen rigue y digue al dit Conseller quart : " lu- 
"rado, mira que no hagan dafio estos.,, Y dit Conseller respongue: "No 
haran Senor „ Y tot hom sen ana y Sa Magestat se posa al lit que la Ciutat 
havia aparellat y dit alabarder no digue per falla de lits, que tothom stava 
ben aposentat, sino per les strenes que la Cintai lis dona axì als alabar- 
ders, com als alecayos, guardarobbas, forncrs, porters, dispensers y coch, que 
dit Conseller quart per pari de la Ciutat los sirena a tots en circa de set- 
tanta ducats segons la qualitat del offici requeria y cobra lo palli y draps, 
de lo que restaren moli conlents de la Ciutat. Y lo endema levada ya Sa 
Mag.t se feu preparatori de missa en la sala del palacio, ahont Sa Mag.* y 
niolls priuccps, duchs, marquesos, comtes, prelats y grans Sefiors de la 
cori, dit noble Governador, y mag.« Yeguer, Consellers, Cavaliere, cinta- 



I] catalano d'Alglicro : Testi antichi. ' 283 

(ìans y altrcs del Alguer oyren missa, qual digue hun Capella de Sa Mag.* 
Y sent hora de dinar, tothom sen ana eu lurs posades, y Sa Mag.* san 
toi-na a la cambra, abont dina ab tot aquell aparell y provicio que Sa 
Mag.* requeria a la cambra secreta, per trobarse indispost del pit com es 
dit, y a cap de un pocb Sa Mag.* raana fer crida que tothom se enbarcas, 
y essent ja quasi dos hores. Sa Mag.* mana partir y exint de la cambra a 
la sala per anarsen a enbarcar, eu dita sala, en presencia dels sobredits 
Princeps, Duchs, Comtes, Prelats y grans senors de la sua cort y del dit 
noble Governador don Diego Dessena, y de molts altres cavallers y ciuta- 
dans de la present Ciutat, Sa Mag.* arma cavallers als mag.^ mossen lohau 
Galeasso conseller quart ya dit y a mossen Duran Guio del Alguer, a mossen 
Fedro Pilo, a mossen Cano, y a mossen Yirde de la Ciutat de Sasser, y a 
mossen lolian Delsgrcxio de castell aragones, y prengue carta de la milicia 
y cancelleria lo secretar! de sa mag.* mossen lohan Peralongo, y devallant- 
scn per la scala del dit palacio, dit conseller quart fet cavaller com es dit 
demana a Sa Mag.* licencia de anar a servir Sa Mag.* en està enpresa de 
Alger, y Sa Magcstat respongue : " lurado, harejs vuestro ofTicio por ahora, 
y assi hos los mandamos. „ Y volent exir Sa Magestat de la porta del pa- 
lacio, lo noble don Pedro de Ferrera se acosta y suplica a Sa Magestat que 
tingues per be y fos servi t de aceptar en soa lodi a son germa don Miguel 
de Ferrera, qual era alli present, puix eli per sa indisposicio no podia anar 
a servir a Sa Mag.* eu està enpresa, y Sa Mag.* lo acepta, y girantse Sa 
Mag.* al dit conseller quart, que rapresentant la Ciutat li anava al costat 
squerre, com los altres companyons no se trobareu preseuts, per star occu- 
pats ab los hostes y gran Senors [que] tenien en casa, desde la porta del pa- 
lacio fìns a la porta del mar li anava parlant, demanantii Sa Mag.* del assento 
y trast de la Ciulat, y dit conseller li dona complida raho de tot. Y essent 
intrat al dit portai de la mar Sa Mag.* mana desenbarsassen lo pont de la 
gent que y era, y munta en aquell y ya estava aparellat lo squifet de la 
sua galera y besat priraer la ma de Aquella los dits Governador y Con- 
seller quart, y molts altres Cavallers, Ciutadans y Prohomens de ciutat, Sa 
Magestat se enbarca y touch disapte a huit del uies de Octubre, y parti- 
rense totes Ics galeres segiiint a Sa Magestat y anaren al port del compie, 
y apres en lo Ter del die del domengie ab molt bonissim temps feren lur 
via per ala ciutat de Mallorqaes, aliont tota l'armada se bavia de juntar, segou 
Sa Magestat digue y de alla havien de partir per Alger. Nostre Senor li 
doue Victoria peraque reduesca los princeps pagans al gremj de la santa 
mare Iglesia. Amen. 

Ala qual Cesarea Magestat los dils mag.^ consellers per part de la ciutat 
per renfresch de la sua casa y cort feren present de moltes vagues, de molts 
moltons, de moltes gallines y capons, y de molts rasers de pa blanch fet a 
cocorrois *, de moltes botes de vy vermell, y de malvasia, de moltes do- 



* È un panello di farina di semola bianchissima, fatto a guisa di serto, 
«he usano tuttora nella Pasqua di llisurrezioue. 



2S4 . Guaruerio, 

tzencs ile antorclics, y vclas de cera gi'oga, y de moltcs friiitcs y ortallet:, 
y alfres refreschs, de quo Sa Mag.* ne resta molt coutentn, no obstant que 
y hagues podi iutervall de teinps, que sols foreu trenta Jiores, talmeut que 
la Giutat no pugue fer lo que haguera volgut ab ines compliment, ultra 
que tots Ics cortesans en general y en particular sen sou anats molt cou- 
tents, tant de lo aparell de les posades, peraque tots foren molt ben aposentats 
per cases, com encara per lo compliment de las vitualles y recapte [que] 
havien trobat en Giutat ab molt amor y cortesia. Y Sa Mag.* mana al dit 
conscller quart que tenia carrech de dit refresch, que lo dispensas en la sua 
casa y cort a orde de Francisco Duarte provisor general de Sa Magestat, 
com de fet dit conseller et'fectua y compii, segons consta en les polices que 
aquell li feja, una de les quals se inserex a tenor d ella, y les altres per 
prolixitat se dexian de insertar, qual es del tenor seguent: " Muy magnifico 
" Seìior lohan Galeasso lurado de la Giudad del Alguermande vuestra mer^ed 
" que se consigne para la galera capitana, en que viene Sa Magestad seis 
" vacas y veinte carneros, y quatro botas de vino bianco, y dos de tinto, 
" y ciuquenta aves, y seis sacos de pan fresco para provision de los gen- 
" tiles hombres y criados de Sa Mag.*^ que van en ella, demas de lo que 
" por ofra parte se da ala propria galera, y que sea del scogido. Heclio en 
" Alguer a VII de octubre MDXXXI. Assi mismo se den por està galera tres 
" gestas de uvas, y una de naranjas. Al servigio de Vuestra Merged, Fran- 
" cisco Duarte. „ Y ultra lo sobredit tots los grans y altres no dexiaren do 
comprar moltons y vagues, pa, vins y altres vitualles per haverne ab abuu- 
dancia, y mes saquejaren y donaren a boti y a fìl de spasa per a dosentes 
vagues del dit noble governador, de mossen Galceran Ferret, de niossen 
Bertbomeu Castanier y de altres seQors de bestiar de Giutat, de que Sa 
Magestat preugue plaier y mana al dit Francisco Duarte les pagas, dient 
" pagheuse, pagheuse, no se reciba tanto dauyo „. y axo mana Sa Magestat 
motu proprio, sens que ningu tal li suplicas, peraque la Giutat entenia tot 
pagarlo, com de fet ha pagat, y pagara y farà la contenta a tothom. Y 
peraque es raho que de tant gloriosa venguda y visita de Sa Magestat sen 
fassa espressa memoria en los registres de la casa del Gonsell de aquella, 
peraque tots los que vindran lo veyeu, de manament de dit noble gover- 
nador y raag.s Veguer y Gonsellers se fa la present y se recondex en lo 
archivi de dita Giutat, y axo per haver la major part de la cosa passada 
per ells, y altx'a refenda, y publicament vista per tot Giutat. 
• Y apres de la partida de Sa Mag.' los dits mag.^ Gousellers per mes me- 
moria y bo/ira de la Giutat, y dels que vindran en aquella, manaren affigir 
y sculpir les armes de la dita Magestat Cesarea, y sola de ellas les de la 
Giutat, y de dit noble governador, y a sots de totes un retol o epigramma^ 
manifestant dita viuguda tant gloriosa, lo die, mes y any y los que gover- 
navan la Giutat en lo modo y forma que siguex. 

GAROLVS QVIXTVS | Divina favente clementia | Imperator Koma- 
norum semper Augustus | Hyspaniarum Aragonum Sardiniae etc. Rex | 
Septima die Octobris anni 'dDXXXXT | cum quadraginta tribus triremibus 



Il catalano d'AIgliero: Testi antichi. 28^ 

I Ad portimi hiijiis Civitatis Algarii | feliciter pervenit et in ea duabus 
■iliebas perznansit. | Nobili D '^ Didaco Uessena | Praesens Caput Lugudori 
Gubernante | et Maguifìcis | Petro Castilla Domicello Angelo Torralba| 
Augustine Pont et loanne Galeasso Milite | Gonsiliariis existentibus | ac 
Augusto Torralba Pro | clavario | in cujus rei memoriam hoc epigramma 
scriptum est. | MDXXXXI. 

Loco ^ sigilli. 

Signum nieuui Ioannis Galeassi quarti Consiliarii hujus Civitatis Alguerii, 
Apostolica et Imperiali per totiim orbem auctoritatibus Notarli Public! per 
omnes teri-as et ditiones Sacrae Cesareae et Catolicae Majestatis, quia prae- 
missis omnibus et singulis, dum sic ut praemittuntur fierent et agerentur 
praesens interfui, caque omnia et singula fieri vidi et audivi et a fidedignis 
testibus relatum fixit, ideo hoc praesens compendium ac memoriam rei ge- 
stae, manu mea propria scriptum, exinde confeci, subscripsi, publicavi, et 
in liane publicam l'ormara redegi, signo et nomine meis solitis et consuetis, 
una cum praelibatse Civitatis Alguerii minoris sigilli in fronte signavi, in 
fidem et testimonium omnium et singulorum praemissorum rogatus et re- 
quisitus mandatu diclorum nobilis Domini Gubernatoris et Magnificoruni 
Conciliarorum Alguerii qui supra die, mense, et anno jam superins adnotatis. 



N, 10. Relazione della vittoria che gli Alglieresi riportarono nel 1412 
contro i Francesi, guidati dal Visconte di Narbona. 
[Da un codice del secolo XVI; Archivio Comunale d'Alghero ^) 

En noni del onipotent Deu deia Gloriosa Vergie Maria y dels Benaueu- 
turats Arcangiel s.* Miquel, y Apostol y euangelista S.* luan Patrons d està 
ciutat de Alguer. 

Memoria sia per lo cs de Venidor, cora en lo ayn 1412 en semblant die 
de Aaii essent està ciut.^ coni vui es, dcls serenissims Rey d'Aragó, de imortal 
recordassio, y gouernant de Gouernador en està ciutat y eu tot lo present cap 
de Logudor, Mossen Ramon Satrillas; vengueren los francesos, enemichs de 
la Corona de Aragó, y per llur Caps y capitans, lo Bisconde de Narbona y 



^ È un codice cartaceo, legato in pergamena, composto di varj fascicoli 
e fogli di diversa scrittura e di varia data ed argomento, rilegati più tardi 
insieme. È registrato nell' Inventario dell'Archivio, a pag. 79, con le parole : 
" Libro legato in pergamena intitolato Cerimonie dei Consiglieri. „ Il titolo 
del libro è difatti il seguente: Copia auctentica del libre deles scrimonics 
dels consellers de la ciutat de Barcellona en lo q al principi stan conti- 
niiades algunes cosses q son necessaries saber ah consellers desta ciutat 
de lalg q fins assi se son Inuiolablement obseruades . io86. A fol. 73 r. di 



286 Gaarncrio, 

lo Bastart de Saboya ^, los quals volentse ensegnorir d està ciutat, en tal iiit 
coni està viuguerca ab taiit sileusi, y secret qae escalaren las morallas, 
del que esscutse aiiìsts les seutinelles y guardies, tocareu al Anna, y coni 
los Moradors y abitadors estauau apersebits, per teuir coiu teuiau los enc- 
michs à prop, l'oren eucontiueut à puut, ab sas Arnias, Ballestres, y vergucs, 
y trobaren ya los enemichs que Haiiian entrada la terra, y resistiutlos ab gran 
valor y esfors, daren cu eli y, apres de gran pelea, los retirareu, y astri u- 
gieren ^ en la torre del espero, siguint lo esfors y A^alor del llur capita, y 
gouer««dor lo qual axibe estaua nafrat, no per 50 afluxia, ni desamparà la 
Batalla, ni dexià de fer tot go y quant à bou capita conuenia, appellidaiit 
Aragó, Aragó, Muiren Muiren los Francesos, y los traydors deh . . . y po- 
saren foch en la torre del espero à hont se eran retiràt, en lo qual coufliet, 
les dones ab gran coragie y varonil anim del que merexien per tot temps 
gran ll«or, agiudaren ab fexios de rama y brandons en las mans, acudiren 
per a posar foch en dit llocb, y al ultiui fonch nostre seàor seruit, dar Vi- 
ctoria als nostres ab gran mortaldat dels enemichs, entre los quals resta 
presoner lo Bastart de Saboya llur capita, al qual li fondi lleuàt lo cap, 
lo endemà dela Assenció del Seiior, de dit ayn, en la Plassa que se din 
de sant esteue en lo carrer de sant Antoni, per la qual viteria hauentla 
coneguda de mans del ouipotent Deu y seùor nostre, hauentli fetes grasies 
com à bons cristians, votareu la festa del Glorios Apostol y euaugielista 
sant luan de la Porta llatina, essent estada en son die, lo qual es de creure, 
fonch Intercessor, deuant del seiìor, per alcansarla, y de festegiar lo tal dia, 
y cantar en versos algunes de les coses memorables, e insignes, susehides 
en aquesta giornada, à tal reste memoria de tal vitoria, y per que reste 
fama dela asagna y valor dels nostres antichs moradors d està Gin.*; la qual 
nos sia semper per espili, de volerlos imitar, en ser fiels y lleals al nostro 
Bey, y senor, y defensar ab lo matex valor y esfors, la nostra Patria y ciutat 
contra los que semblant atreuime»^ voldràn lenir, fent grassias, y dant llaor 
al seìior, y al Apostol, y euaugielista sant Juan, per hauerla lliurada en tal 
dia, de tal Inuasió, suplicantlo humilment, nos vulga ser aduocat, e, In- 
tersesor deuant la diurna Magestad, que la vulla guardar à ella, y tots sos 
ciutadans, de tot perill, y sinistre. Amen. 



questo codicetto, leggesi la relazione della vittoria ottenuta dagli Alghe- 
rtesi contro i Francesi, essendo loro capo il Visconte di Narbona e il Ba- 
stardo di Savoja, nel giorno dell'apostolo S, Giovanni, il 1412. Questa re- 
lazione è pure pubblicata dal Tola, insieme con la canzone che segue, nel 
Cedex dipi. Sard., voi. Il p. 46 seg. 

* Figlio naturale di Amedeo VII, il Conte Rosso. 

^ Così nel ms., per -giieren. 



Il catalano d'Alghero: Testi antichi. 2S7 

N. 1 1 . Canzone che ricorda la stessa vittoria degli Algheresi. 

Cobles dela conquista del fransesos. 

{Dallo stesso codice; Archivio Comunale d'Alghero.) 

[l"ol. 79, r.] visconte de narbona 
Be haueu mala Raho 
De uos escalar la terra 
Del molt alt Rey de Arago. 

cohla 
Escalada la aueu sens falhx 

raes lo Alguer be hos ha costat 
los millors homes de armcs 
los llurs caps y han dexiat 
ab molta balleslraria 
y vergadas ab baldo 
dieut Mairau los frangesos 
que nos han fet la traigio 
del molt alt Rey de Arago. 

colila 
Lo monseùor del altura 
que n es uouell capita 
aquell que a pres la eapresa 
ab mossen sissilia 
de toklra a nos la terra 
falsament à traysio 
[fot. 79, V.] gran fore estada la mengua 
dela casa de Arago 
Muiran Muiran los francesos 
que n an fet la tralcio 
al nostre Rey de Arago. 

dobla 
Defensada nos han la terra 
los Albcrgans ab gran vigor 
quant veeren lo Mur combatre 
Cetrillas Goueruador 
aquell que nefrat estaua 
mostra gran esfors y bo 
dient muiran los francesos 
que uos han fet la traicio 
al nostre Rey de Arago. 

coito 
La bandera haueu dcxada 
visconte mal vostre grat 



2SS Guarnerio, 

Virgili quc la poiiaiia 
de bona n es escapat 
ferit fonch de un colp de glati 
y nefrat de un virato 
ibi. 80, r.] prestament salta la escala 
a sercar son Compano 
ma Ivan, muiran 
cobla 

La trompcta que aportaunn 
pocb li ualgae son sonar 
nel asalt que atocauan 
ca sert 1 no hi gosan montar 
ans fugi ab lo visconte 
quan eli veti la destrugio 
que faieau dels francesos 
en la torre del esparo 
muiran, muiran 
cobla 

En io Bastart de Saboya 
no hos y cai pas esperar 
que già mes Castells ni uiias 
no veureu pas escalar 
pulx que en lo Alguer sens falla 
pengiat io bau com un lladro 
y tolta li han ia testa 
lo cndema dela a^ensio 
Muiran, muiran 
cobla 
[ibi, 80, v.J De ies dones vos dire 

diiias son de gran llaor 
quals tlngueren gran coragie 
defensant al liur seùor 
aportaaan totas llena 
cascuna ab son brando 
por metre foch ala torre 
que se apella lo esparo 
dient muiran ios francesos 
que han fet ia traigio 
al nostre Rey rie Arago. 
cobla 

O traidors de Sassaresos 
ara no hus caldra Itamar 



* ca di negazione : no certo. 



Il catalano d'Alghero: Testi antichi. 2S9 

qua Ics vostres amichs frangesos 

sou yinguts a uisitar 

franga franga haueu cridada 

molts francesos baueu vist 

y per tota vostra vida 

per traidors sereu tenits 

muiran muiran los francessos 

yls traidors de Sassaresos 

que han fet la traycio 

al niolt alt Rey de Arago. 
[fol. 81, r.] cobla 

Visconte de uarboua 
no lios y cai pus a tornar 

que en la Isla de Sardella 

no porreu res heretar 

mas tornauen en malora 
en narbona a fer traigio 
si no voleu que hos lleue la testa 
lo molt Alt Rey de Arago 
Muiran, muiran 
cobla 
Grans llaors li sian donadas 
al Apostol S.* Joan 
lu dela porta Ratina 
femli festa cascun aiiy 
aquell que per nos pregaua 
tots fasamli oracio 
que suplique a deu lo pare 
que nos guarda de traigio 
Muiran muiran los frangesos 
yls traidors de Sassaresos 

que han fet la tralcio j 

al molt alt Rey de Arago. 
finis. 



Archivio glottol. ita!., IX. 19 



290 Guarncrio, 

N. 1 2. Ricevuta di un tal Nicolò Canu, per aver fatto il fantoccio, 
rappresentante un francese, che nel giorno di S. Giovanni ante 
Portam Latinam abbruciavasi nella piazza di Alghero, in memoria 
della vittoria riportata in detto giorno dagli Algheresi contro i 
Francesi. 

Ann. MDCLXXVIII. 

[Dall'originale; Archivio Comunale d' Alghero \) 

He rebut yo Nicolao Cauo pintor de Mr Fran.'» Saillas Conseller quint - 
quatre llures treze sous diuse 4 11. 3 ss. per la fatura y menester per lo frances 
eseptuat la tella que la te dada lo ueg.'" don Gaui Olives y perque constìa fas 
fer lo present de ma de altri y fermada de la mia, Algucr a 2 de Maig 1678. 
— Nicolffiu Canu. 



B. TESTI A STAMPA. 

È da vedere quel che se ne disse nell' ' Avvertenza preliminare'. 
Qui stieno due saggiuoli della 'Dottrina', e, a titolo di curiosità sto- 
rica piuttosto che filologica, la parte catalana del libro concernente 
la peste. 

a. Breve Compendi de la Doctrina Christiana ecc., ed. del 1790. 

P. Qai cosa es obligat a saber lu Christià? 

R. La Doctrina Christiana. 

P. Que deu de fer hi Christià? 

R. Deu servir a Deù fent obras bonas, exersitansa en lus Actas de Fé, 
de Esperanza, y de Charitat. 

P. Qui cosa es obligat a creura de fé lu Christià? 

R. Lu que creu la Santa Mara Iglesia Gatolica Apostolica Romana. 

P. Que creu la Santa Mara Iglesia? 

R. Principalment lu que sa cunten [sic] eu lu Credo que es lu Synbol de la 

P. Digas lu Credo. || Fé. 

R. Creo en Deù Para Omnipotent, Creador del Cel, i de la Terra; y en 
Gesuchrist seu Fili Unic Senor nostra, lu qual fonc consebit per obra del 
Espirit Sant; es nat de Maria Vergia, patì bax lu puder de Poncio Pilato; 
fonc crusificat, mort, y sepultat, devallà a l'Iufern: lu tercer dia resussità 



* Registrata a pag. 85 dell'Inventario dell'Archivio. 



II catalano d'Alghero : Testi a stampa. 291 

de entra lus morts, munta al Gel, y es segut a la ma dreta de Deù Para 
onnipotent ; de analli ha de venir a giudicar lus vius, i lus morts. Cree en 
l'Espirit Sant. La Santa Iglesia Gatolica. La communio de lus Sants. La 
remissiò de lus peccats. La vida eterna. Axì sigui. 

P. Qual es la mes perfecta de totas las oracious? 

R. Lu Para Nostru. 

P. Digas lu Para Nostru. 

R. Para Nostru, que ses en lu Gel, sia santifìcat lu tcu nom. Venghi a 
nusaltrus lu tou regu. Sia feta la tua voluntat, com en lu Gel axì en la 
Terra. Donanus avui lu pa nostru de cada dia, y perdonanus lus nostrus 
peccats, axì com nusaltrus perdunem a lus nostrus enemics. No nus dexis 
caura en la tentaciò, ma llibranus de cada mal. Axì sigui. 

P. Perquè lu Para Nostru es l'oraciò mes perfecta de totas? 

R. Perquè 1' ha cumposta Gesuchrist. 

P. Que cunten [sic] lu Para Nostru? 

R. Tot lu que pudem demauar, y esperar de Deù. 

P. Qui oraciò y solan aggiunir lus Ghristians al Para nostru? 

R. L'Ave Maria. 

P. Digas L'Ave Maria. 

R. Deù te Salvi Maria, piena de gragia, lu Seiior es en tu: tu ses beneita 
entra totas las donas, y beneit es lu fruit de las entranas tuas Gesus : Santa 
Maria, Mara de Deù prega per nusaltrus peccadors ara, y en la ora de la 
nostra mort. Axì sia;ui. 



b. Quindi Tyherii Angelerii Ectypa ecc., Calari, 1588 ^ 

Instrvctions del mates avctor 

dades axì al principi, com engot lo progres dela sobredita Pesta: als Ma- 
gnitichs Senors lurats del regiment dela Giutat de Lalguer, 1 any MDLXXXIl 
y LXXXIIL 

I. Primerament, a tal que nostre Seiìor Dev sia seruit hauer misericordia, 
y a placar la ira de sa insta indignacio que te sobre la dita Giudat; procu- 
raran los habitadors de aquella de emplearse en fer deiunis, almoines, 
vols, y exercitarse en obres pies. 

II. Item, que se fa^a electio de deu persones, de mes respecte, y gouern 



^ Il ToL.A., nel suo Dizionario biografico degli uomini illustri di Sardegna, 
alla voce Angelerio Quinto Tiberio, parla di questo medico, fiorito sul de- 
clinare del secolo XVI, ricordandone la descrizione della peste d'Alghero, 
del 1382-83. Ma aggiunge erroneamente, che non fu stampata e che solo se 
ne conserva un testo a penna, secondo che il Manno riferisce. 



292 Giiariicrio, 

de dita Ciudat, y aqnella diuidir en allres deu trast, perque cascu tinga soli- 
citut, y cuidado del seu trast, y de lo qae occorrerà eu dita Ciudat; als quais 
deputats se lis done, y conferesca pie, y bastant poder, y facultat que pugan 
liberanient castigar las persoues desobedients, sens altra consultacio: axi en 
cremar las robes suspettoses, tancar cases, posar guardies, y fer lo demos 
que lis parerà necessari, per rao de salut. 

HI. Item, que se notifique ab veu de grida publica a qual seuol persona 
que tindra algu malat en casa, o sabes ahont ni agues altre, lo baien de 
reuelar, y denunciar dius termini de sis hores, als dils morbers, o als Ma- 
a;nifichs Gowsellers, o als deputats dela Sanitat. 

IIII. Item, que durajit dit suspecte, per non succehir dany a las persones, 
que ningu dega anar a visitar, y mesclarse ab algun que sia amàlat, si 
primer no sia reuist de los Doctors, y declarat, per aquells si tal mal fos 
de sospita, o no, y a(;o per euitar maior dany. 

Y. Item, que se dega tancar l'Hospital, y posar guardies suffients, a tal 
que las persones que se M troben, no isquen, y mesclen ab los altros, 
puix que es lloch de suspita, y mala salut, y ad aquellas ab gran mirament, 
y saluedat darlis tot lo necessari, tanl del A'iure, com de las medicines. 

TI. Item, que los morbers, y deputats per la salut se degan trobar dos 
vegades del dia en la casa dela Ciutat, per tractar lo que occorrira, y farà 
menester per rao de lo que se suspita del mal contagios, y darne rao als 
magnifìcs Consellers, ab Interuencio de los Doctors. 

VII. Item, que la casa liout estan los matalas fo??t de la monicio *, ab tot lo 
que dius si trobara se dega cremar; ja que de alli se preten che sia insurta 
tal sospita, y mal contagios, y que se faga ab tot mirame?it, y saluedat 
deguda. 

YIII. Itera, que si algun pobre vingues a caure malat, y hagues meuester 
de anar en l'Hospital, que no essent de mal de tal sospicio, la Ciutat li 
faQa dar recapte en sa casa de tot lo necessari, com farla si tal persona 
estigues en l'Hospital, y ago per euitar lo periti de la aumentacio de dit mal. 

IX. Item, que no se faga, ni se baia de fer ninguna manera de aplechs, 
y ajuntaments, com son jochs, balls, ni de altro modo, perq?/e non ne suc- 
celiesca major dany. 

X. Item per lo duple que se te, que los qui al present moren, no moren 
de pesta, per lleuar tot suspecte, y que tot bora reste desengaiiat, se fassa de 
manera, que no se baia de sotterrar ningu mori per lo entratant, que primer 
no sia reeonegut dels metges, y solurgians, y hauer parer de aquells; y quanl 
se reconesceran, los matexos de casa los degan abaxar al corrai, o porta, 
per manco periti, y sospita. 

XI. Itera, que se elegescan dos llocbs appartats de la Ciutat, per que lo v 
seruersca als erapestats, y 1 altre per los couualescens, y entretant que dits 
llocbs non se depuren, las tals persones suspitoses, porran estar en llurs 
cases nb guardies, y appartats dels altros de casa quaut fora possible. 

XII. Item, que se faga electio de sotterradors per sotterrar los cossos 



'i materassi, causa del bando'? 



Il caìalauo d'Algliero : Testi a stampa, 293 

morts, y que los dits sotterradors estiguew apartats, y cjue no haien de ixir 
sens la assistencia de un depiitat que los guie; y si se podrau hauer per- 
soaes que sien estades coutagiades en altre temps y lloch de pesta, seria 
molt millor, y mes segur, y de manco perill. 

XIII. Item, perque la dita Ciiidat, y habitadors de aquella no resten ab 
tant de dany per causa de las robes, y mobles de casa: se notifìque que 
las robas las quals no se vseu, abaHS que la contagio passe auant, que las 
p.redeu, perque no se tracteu, ni se puguen contagiar; y alli baien de 
estar fìns que la Ciudat sia desospitada, a tal que no se cremen, y no uè 
seguesca magior delriment, y dany en vniuersai, y en particular. 

XIIII. Item, ia que per mi com es notori, y manifest del principi dela 
dita contagio foren auisats los Seiiors Virey, y altres persones del goucrn 
del prtesent Regne dela mala salut en que se troba aquesta Ciutat, per 
obuiar encara a altro dany que podria succehir yo so de parer que puix 
està de prompta partida la sagetia per San Feliu, que de aquesta mala salut 
se deguesse^t auisar los Seiìors Consellers, y lurats dela magnifica Ciutat de 
Barcelloua, de manera que las lletres non sien defraudades, a tal que per 
lo trafìcb que se te no lis susseliesca desastre, que vltra que es degut, se 
sap quanta bona correspondeucia teneu, y sempre ban tingut ab aquesta 
magnifica Ciutat. 

XV. Item, que no se dega vendre budells, ventres, frexures de animais 
vells, ni carn de alguu animai que fos mort de alguna enfermedat, ni tam- 
pocli peix de stany, ni altres males carns. 

XVI. Item, que los Morbers, degan cada dia ab los Doctors visilar las 
cases sospitoses y tener compte de las persones de aquellas; a tal que tro- 
bantse persona contagiada se puga separar, y los demes resten en casa ab 
gran mirament, eutretant, que no se done lloch apartat per aquells. 

XVII. Itera, se mane, que niuguna persona de casa sospitosa puga ixir 
de aquella, y anar per la Ciutat sots graues penes : per no ne succehir iu- 
conuenients, y danys; y que las guardies le haien de seruir, y dar tot lo 
recapte necessari. 

XVIII. Item, sempre y quaut se contagiera alguna persona, los sotterra- 
dors haien de portar aquella a l'Hospital, o tancat, iuntament ab lo Hit 
ahout haura dormit. Empero si tal persona sera de calitat, y podra estar 
en sa casa separat, essent aquella ia suspecte hi puga estar; pero esseut 
encontrat en altre lloch, no se permitte, si no que vaia ab los altros con- 
tagiats a star al tancat. 

XIX. Item, que en la casa sospita, y contagiada se dega fer vna cren 
vermella ala porta, a tal qne cascu paga saber que es casa coutagiada, y 
suspitosa, per poderseu guardar. 

XX. Item, que los solurgians estigan en lo tancat y l'Hospital, axi per 
curar los contagiats com encara per effectuar lo que los metges ordenarau. 
y que no pugan ixir de dits llochs, que per curar los altres co?itagiats, y 
ago ab assistencia de los morbers, y ab guardia. 

XXI. Item, que se faga electio de algunes persones de confianc^'a, pera 



294 Guarnerio, 

que haien de estar dius ' lo tancat, y dar recapte als lualaLs, y en lo de 
mes que farà mestener ', a tal que las persoiies que dins seran, tingan go- 
uern y seniici, com cs degut. 

XXII. Item, que als pobres se degan dar luedecines per preservarse eu 
llurs cascs, teiient los apoticaris compte de lo que se pendra, y de las 
persones, a effecte que si los tals tindrau bens las haien de pagar, y si no 
tiudra«, que la Ciutat sia obligada de pagar tals medecines a son gasto. 

XXIIII. Item, que cada seinana se liaia de netteggiar tota la Ciudat de 
straccios, y coses mortes, y fer traure los cuiros que no son adobats, y 
la liana eufardellada que està pera hi traurese, y que se poseu en lloch 
appartai, y eucara fer matar los gossos, y gats, y ferlos lleugar en la mar. 

XXIII. Item, que axi bè se degan netteggiar los pous los quals se vsan; 
y ia que eu lo territori de la present Ciutat se hi troba cantitat de Bo- 
liarmini^, que de mes en mes seu dega posar vn sac dius cada pou, y tambe 
posarne vna cantitat dins las bottes del vi, quant voldran posarles a ma 
per beure; y a^o per preseruar los humors dela mala calitat, y corruptio, 
a effecte dela mala salut, y contagio en que se està, 

XXV. Itera, quo se faga provisio de molta legna, y rama pera fer molts 
fochs per la Ciutat, y encara de las cases lo demaiti, y axi matex ala nit 
se haien de fer fochs, y profums, y profumarse las persones, pera lleuai', y 
mitigar la mala qualitat de alguu desaire que se pogues pendre, y tambe 
per magior seguretat de las persones. 

XXVI. Item, que las robes de vs empestades de poch valor, se degan in- 
contiuent cremar y las altres robes de respecte se degan desospitar ab bu- 
gades, y xorinarles al uent, o encara passarles al caliu del forn que sarà 
mes segur. 

XXVII. Item. que se haien de reconoxcr las botigues de los apoticaris, y 
procurar de altres lloclis medecines de las que faltan, y ago per lo gran 
menester que nos menala en lo deuenidor. 

XXVIII. Item, se faga grida que ninguna persona no se dega mudar de 
vna casa en altra sots graues penes y de cremar las robes, sens hauer 
primer licencia dels Morbers, pera que no ne succehesca algun dany. 

XXIX. Item, que se degan fer tirar alguus tirs de artelleria, y mascles, 
y arcabusos per dins de la Ciutat, y fer sonar las campanes, y tot ago se 
haia de fer pera purificar 1 ayre. 

XXX. Item, que quant los Metges visitaran alguna persona nouament 
encontrada, haien de darne rao als Morbers, peraque puga» prouehir a llur 
gouern, y menester. 

XXXI. Item, que quant se porterà, y passera alcun malat al tancat, y 
lazaret, o algun cos mort pera enterrar, que se haien de tancar las portes, 
y fineslres delas cases per ahont passara, y que se fassan profums : y tambe 



^ per menester. ^ fossile che si trova principalmente in Armenia, 

donde trasse il nome, terroso, grasso al tatto e rossastro; cat, mod, bolar- 
meni, -menich. 



11 catalano d'Alghero: Testi a stampa. 29S 

que se baia de portar vna carapaneta que sone, perque cadau estiga auisat, 
y se puga guardar del disaire per no contagiarse. 

XXXir. Item, que los cossos que serau morts de mal contagios, se haien 
de enterrar dins termini de sis hores, en los cemiteris appartats, y fora de 
las Yglesies, per duple de algun disaire, per esser llocli frequentai, y que 
las fosses sien molt fondes, a tal que no exhalen, y corrumpen 1 aire; so- 
breposant calcina viua. Y las persones que morra» fora de la Giutat sien 
enterrades fora de aquella en llocli apartat. 

XXXIIT. Item, que Inter missarum solemnia, en lo dar la pau que se faga 
de manera que no ne suseliesca magior contagio. 

XXXIIIf. Item, que las persones vagabundes, y traballadores que no ban 
altre trateniraent, haian de estar lo die fora Giutat per obuiar lo coutractar, 
y perque non ne succehesca mayor dany a los de mes. 

XXXV. Item, que totes las altres persones estiguen retirades en llur cases, 
y que de aquelles non ne degna ixir si no v de cada casa per comprar, y 
portar rccapte, qual baia da portar boUeti del Morber de son trast. 

XXXVI. Item, que cada persona que baura de ixir, aia y dega portar 
vna cagna en la ma de sis pams llarga, y que tant com es llarga la cagna 
no se dega acostar 1 u ab 1 altre, per la sobredita rao. 

XXXVII. Item, que los Doetors, y solurgians degan curar a tots los que 
tindraM menester y los qui no tiudran llauons ^ bauent possibilitat per pagar 
axi las visites, com las medecines tindran compte particular dits Metges, y 
solurgians y apotecaris, per qo que coneguda per los Magnificbs Gonsellers 
la possibilitat, tengaw cuydado de ferlos pagar ; y de los que non bauran la 
possibilitat, que los dit Magnificbs Gonsellers, y Giutat haian de pagarlo?, 
a tal que ningu reste seus remei, y tambe que ningu reste fraudat de sos 
traballs. 

XXXVIII. Item, que se baia de tenir deuant de las carnasseries vna pa- 
rabauda llarga, a tal que los que compreran no se aiunten, y que estiguen 
mes desseparats, y axi bè a las botigues abont se vent pa, y vi, y altres 
robes, y que donen, y cobren los dines ab vinagre. o aigua ardent. 

XXXIX. Item, que se haien de fer dos forns com los de coure raioles, y 
qne de la part de baix se faga foch tant que baste a scalentar lo demunt, 
fet a manera de vna cambretta, y que dins de aquelles se scalewtien for- 
temewt las robes, y tancar lo porteli ago que no se suente, y en dits forns 
posar totes las robes suspitoses de tota la Giutat ab orde, y mirament dels 
Morbers, y millor sera fer passar primer dites robes per la bugada, per 
maior segurtat, y per leuar tot respecte. 

XL. Item, que se dega fer vn co?ifessionari portatil que hi puga estar dins 
vn Cappella ab tres finestres, vna dauant, y vna per cade costai, y en a- 
quelles posar vidres o christalls, de que no puga esve?itar, y perque per a- 
quells puga veure lo peniteli. Y quant farà menester profumarlo, y posarse 
dins lo Gapclla, y taJicarse, y aquell ab dos estangues fersclo portar dels 
flotterradors ahont sera lo pacient, per ministrarli los Sacraments, per maior 

1 'biade, grani'. 



296 Guarncrio, 

■«egurctat del Confessor;' y dcsprcs que haura fet soa offici, lo halen de 
tornar cn lloch scgnr, hi se liaien cadati de retirar en sas cases fius a 
altre mencstcr. 

XLI. Itera, que lo Morber maior dela scmana, baia, y dega fer dar tot lo 
necessari a las pcrsones del tancat, y lazaret; y axi be los altres Morbers 
a tots los altres que estan contagiata, y enserrats y ab guardies eu llur cases. 

XLII. Itera, que las robes entraraw al dit tancat, o lazaret, dlt Morber 
raaior baia ab tota saluedat fei'ne inuentari, axi dels llits, coni encara de 
totes las demes robès, y dexara las millors per vs, y raenester dels que 
son diiis, y 1 altra feria creraar, perque no sia defraudada, y cause maior 
dany. 

XLIII. Itera, que los malalts que no se podran guardar, ne sastentarse 
coniodament en Ihirs cases, se haien de portar al tancat, y lazaret ab guar- 
dies peraque la gent de hont passera se dega apartar, y que no posen dingu 
malat en Hit ab robes, que primeraraent no sia feta la debita diligetela, y 
encara profumar la cambra, y tarabe ferlii bon fochs. 

XLIin. Itera, que lag robes del lazaret de ma, en ina se liaien sempre 
de passar per la bugada, y apres per lo caler del forn, com demuut es dit. 

XLV. Itera, iaque sera al teraps calent, al derredor, y appendici de nionts, 
y lloch eraboscats, que se faga posar fochs de manera que no faga dany a 
particulars, y a?o per mitigar, y lleuar la mala qualitat de 1 aire. 

XLVI. Itera, que se faga prouisio de algunes cabres parides, per dar a 
raainar als noys contagiats que no tindran mare, o dida, y tenirles en lo 
tancat, o lazaret, y darlis recapte, y gouern coni es degut. 

XLVIT. Itera, que las personas que seran encontrades de Bubons, o Antracs 
qui tenen necessitats que se lis obren, o que se lis donen cauteris de foch 
conforrae lo consell dels Doctors, y que no volguesscn, que las tals per- 
sones se degan lligar, y que los sulurgians esequescan lo consell dels Metges, 
per la salut de aquells. 

XLVIII. Itera, que las persones sospitoses, y couualessents no degan pra- 
ticar ab ningu, sens que priraer haien feta la quarantena, coes passat lo 
pie, y l'altro minuant de la Lluna. 

XLIX. Item, que per desospittar las cases de dita Giutat, ia que la furia 
del mal per gracia del Sefior Dev va minuant, se degan portar gran can- 
titat de cabrons, y cabres, y aquelles repartir cada nit en las cases, per 
algun temps; y per maior seguretat emblanquinarles de carcina, ab niestres 
que sian estats contagiats, y las que no seran de tanta sospita, bastara xo- 
rinarles ab las finestres y ventanes obertes, y dcspres rusciarles ab uinagre, 
y profumarles ab molts fochs. 

L. Item, que las persones quals estan fora, y al derredor de dita Ciutat, 
ia que han patit de mala salut, que no degan entrar dins la Giutat, que 
priraer no conste de llur salut, y constantne, que no se degan posar en 
casa sens consentiraent del Morber del trast, per no entrar dins casa que no 
sia desospittada vt supra; y tambe que no degan entrar dins la Giutat, se 
priraer totes las llurs robes no sien passades per la bugada, y per lo calor 



Il catalano d'Alghero: Testi a stampa. 297 

del forn, ab assistencia de un Morber; y aposentats qnc sera?/, estiguen fe- 
tirats per alguns dies abans que pratiquen ab ningu. 

LI. Itera, que los amos ', y seQors de las casas, axi de dins, com fora de 
la Ciutat degSLìi fer desospitar aquelles, fentlas emblanquinar, y de?cobrir, 
exorinar, y rusciar, com dalt es dit; y ea desidi de aquells, a llurs de- 
speses ho farà fer la Miignifìca CiutaL 

LII. Item, que eu niiiguna mauera ningu baia de vendre robes de Ili 
liana, y seda, y cote sens llicenga del Morber de son traste pcrque no sia 
contagiada, y no ne baia de succehir mes dany. 

Llir. Item, que primer los morbers ab los demes deputats haien de de- 
sospiltar la dita Ciutat, y cadau en son traste casa per casa, y las cases 
quals son oscures y sot'fegades emblanquinar, y terbi dins molts fochs y 
perfuras: las altres rusciar ab vinagre, y ferhi fochs, y lo matex faran als 
guadamaxilles y a las parets ; y las altres robes, goes de Ili, liana, coto, y 
seda, que ultra las bugades se haien de passar per la calentura del forn. 

Lini. Item, fcta que sera la sobredita diligencia, los Magnifichs conse- 
llers deputats, ab los enfermers, y Doctor, ia que l'altre es mort, haien 
de fer visita geuex'al de casa, en casa per tota la Ciutat, y se enforraeran, 
y darà?» iurament al Morber de aqucll traste si haura feta la deguda dili- 
gencia, vt snpra, de descontagiar la tal casa, y robes de aquella, y si li pa- 
regues que faltas alguna diligencia de fer, que se lis done sis dies de temps 
per effectuar lo predit ordre. 

LV". Item, que per mes seguretat, que cascu baia de xorinar las robes de 
sa casa per deu dies, y cn Uoch alt, perque puga passar lo vent, a tal que 
los Magnifichs Comissaris que hauran de esaminar per dar la pratica, no 
troben cosa ninguna de sospicio de fer, que noìi sia feta; y encara per protit, 
y seguretat de la Ciutat, y habitadors da aquella. 

LVI. Item, que se faga grida publica, que aqual se vulla persona que 
sabra ahont hi haura robes sospitoses a las quals no se haia feta la de- 
guda diligencia segows 1 orde demunt dit, lo haien de notificar als Magnifichs 
Consellers, y Morbers, quo ultra que tal persona sera tinguda secreta, se 
lis donara sinch lliures de strcncs. 

LVII. Item, que axi mateix se haia de desospitar lo tancat, y lazaret 
qual es fora de la Ciutat, ab lo raodo, y manera sobredita, y demes que se 
cremen totes las robes las quals se trobara» dins de aquell. Y las persones 
que dins seran, feta que haien la quarantena entren ab robes noues, y 
descojitagiades, dins la Ciutat. Y encara se haia de tornar a reparar, y or- 
denar l'Hospital del Benauenturat Sant Antoni dins la Ciutat, segon estaua 
de primerabans de la pesta, puix que nostre Sefior Deu se ha a piedat do 
finir tal tribulacio, y dar salut als habitadors de aquella. 

Finis. 



^ voce spagn. : proprietario, padrone di casa. 



29S Guarnerio, 



C. TESTI POPOLARI MODERNI \ 

I. FIABE. 

1. Rnudalja de Belindn In mostra 2. 

Una volta i eran marit i muljé, i tanivan tres filjas Mas beljas mino- 
nas. Lu para era maleant, ma avia fet bancaruta i sa la campava proba 
assai. La patita anava a culji frols i feva buclietucus i lus vaneva. Un dia 
achesta minona anant a culji frols, avansant, avansant, sa li es fet nit. 
Alura elja veu achèi gran parau ; s' es acustara i veu che lu pultó era 
uhelt i a dit : " Ma rafugiré art anchi fins a fé dia, „ palchi s' era paldura. 
Dasprés no antanent aschimugu, es muntara adamùn, i troba la polla ubelta, 
i veu achesa belja apusentu antapasara i ben amubiljara ; entra a un'altra 
polla i na veu un' altra miljó i miljó amubiljara ; entra a ìin' altra i veu 
una belja apusentu ben muntara ama un belj Ijit i osi a trubàt doza a- 
pusentus ben niuntaras. Però elja era cuntenta de irubà un bon Ijit de sa 
rapusà, ma taniva apatitu, ch'era tot lu dia sensa mangà. Finalment entra 
a tm' apusentu i veu achesa meza ben aparaljara ; a mie de la meza una 
supera de prata, lus prats de prata, tassas i pusadas tombe de prata. Era 
propriìi una meza principesca. Elja dastapa la supera i troba achesa belja 
minestra ; dasprés i avia un puljastra i prats an doQ. Elja a mangat che 
sa n'es cunsurara, i a bagut bon vi sensa veura mai gent, sempra plurant 
la famiria, che s' era paldura. Dasprés astraca, tot lu dia caminant, s' es 
culgara. L'andamà sa n' es alsara i a trubàt la vasia ama l'algua per sa 
rantà, la curazie pronta i un pane ama tanta trabals an racdm de or i 
de prata ancumangats. A vist una finestra, V obri palchi no subiva aón 
tucava, i veu achés belj galdi: "Ai! chi beljas frols ! „ elja alura a dit: 
" Si pughessi dabasd a na culji/,, Ma com a dit achés galdi es d' achés 
parau, es manasté de calca la polla. Finalment dasprés che a giràt totas 
las pusentus a trubàt la polla. Alura es dabas'ira al galdi i s' a fet un 
gran biichét. Mentras sa n' astava fent lu buchét, veu achés gran mostru 
an terra tot ancaranàt, eh' elja n' a pres un gran assustu. Elj li a dit: 
"No t'assustis, no ta mancarà arrés. „ I alura elja li a dit: "Io ma'n vulj 
and on la famiria mia.,, Elj li a dit: " On la famiria tua, io no ta può 



* Sono tutti raccolti dalla viva voce, da me direttamente, con l'ajuto 
del già ricordato mio scolare, Antonio Andreone, d'Alghero. Indicherò poi, 
volta per volta, a chi dobbiamo la narrazione. Riguardo alla trascrizione, 
superfluo notare che seguo le norme A&W Archivio. 

* Raccontata da Maria Grazia Bardino, contadina d'Alghero; luglio 1883, 



Il catalano d'Alghero : Testi popolari r.iodenii. 299 

pultà ; io ta donc achés diamant, che tu am'asó veuràs tot aìjó che fan an 
casa de la famiria tua. „ Elja a pì'es ìu diamant i a visi lu lìara i la mara 
i las galmanas plurant la mancanQia d'elja. Elja cara dia truhava lu Ijit 
fet, lu pransu prapardt ; la nit la gena també aparaljara ; i al inaiti la 
GuraQìó praparara ; a elja no li mancava arrés, che astava com una prin- 
cipesa. Matti i talda mirava a lu che feva la famiria, i s' an dahasava al 
galdi a raiinà ama 'l mostru, che sa dieva Belindti. Un dia sa n'aseca, va 
a la finestra ama lu diamant per mira la famiria, i veu an casa de V a- 
chesa munta i dabasà lu dutó, las galmanas plurant: preti ^ elja, dabasa 
al galdi i din a Belindu che an casa del para i avia geni mararta, che 
las galmanas eran plurant i che lu dutó muntava. Alura elja li din: " Bé- 
sama and.,, 3Ia elj li a rasposi: " Si tu vas, no i vens mes. „ Basprés de 
tanta amprefjìis d'elja, alura elj li a dit: "lo ta dungaré nn cavaljucu 
che ta pultard fins an casa tua ; però passdt lus tres dias, tens de vani. „ 
Elja sa praparava per and an casa deipara, i elj li a dunàt una scatura 
de cunfilura i li diu : " Mira, achesa scatura de cunfitura, es per duna a 
mangà al cavaljucu, che ta polla an achesus tres dias che ses an casa de 
tun para ; no ta n' ulviris de li duna a mangà.,, A elja li ha dal nna 
bassa de munera per da a la famiria. Cuant es dabasara a dabàs, troba 
lu cavdlj proni dret ^ a sa scura, che V a pultara an casa del para. Achés 
era a Ijit muribundu, ma tota la famiria apena V a vista, li s' es gitara 
adamùn de V alagria. " Ai ! galmana mia ! Maria mia ! filja mia ! „ Tots, 
finsa lu piar a sa Va abragara. Alura lu para li a dit : " Filja mia, mancu 
mal che prime de muri e tangùt achesa cuntentega de ta veura, palché t'avia 
pluràt per molta. „ Alura elja li s' a racuntdt tot lu fet com era suggait' 
Basprés che li a dit tot, es dabasara dabàs per pusà la cunfitura al cavdlj. 
L'andamd lu para dasprés de tanta cuntentega diu a la flja : " Vina, filja 
mia, doma l'ultim abrag ch'io so anant a l'altru man. „ I es moli an bragus 
de la filja. L'andamd li a fet un belj anterru, li n'a dasàt la bossa de la 
mnnera, i a dit: "Marna mia, io manasté che ma' n vagì, che mes de tres 
dias no puc asta.,, La mara: "Filja mia, astata! „ Las galmanas plurant, 
ma no es astàt ramej de pughe'la fe'la asta. Bona a mangà la cunfitura 
al cavai j, i sa'n tolna a palli al parau de Belindu lu mostru. Era de nit; 
a trubdt la gena aparaljara, lu Ijit fet. L' andamà es muntàt Belindu lu 
mostru, i elja li a dit: "A veus, Belindu, a lus tres dias t'e dit che vaniva, 
i so vangura. „ I Belindu li a dit: " Achesn volta as fet de bona minona. „ 
A elja no li mancava arrés; feva una vira com una raina, ma era anfa- 
rara de asta sempre sora. Asi sa n'es passai mie an, che elja feva achesta 
vira de asta cara dia mirant an casa de la mara. Un dia veu las galma- 
nas plurant i lu dutó muntant. Elja sa posa a plurd i va on Belindu i li 
diu: " Bésama and, che li es gent mararta; „ i elj a dit: "Si vas, no i 



^ 'prende', intercalare, come se dicesse 'allora'. 
^ 'pronto, diritto', ripetizione della stessa idea. 



300 Giianicrìo, 

vens mes. „ " G'a venràs che com so vangura l'altra volta a lus tres dias, 
asl vene achesa. „ Basprés che Va ampraffdt tant, li a cllt che si. Li a dai 
un'altra scatura de cimfitura per duna a mangà al cavalpicu i li a dat 
un'altra bossa de munera. Seu a cavdlj i va on la mara, che troba muri- 
hunda. Elja sa gita a lus bruQus de la mara, che li diu : " Ma resta poca 
mumentus de vira, riia muir cuntenta, che t' e tulnàt a veura. „ Basprés 
de poc oras es molta la mara. Elja ama las galmanas acumenQan a plurà: 
"Ai galmana mia! no ta vajém mes; ara no tanim mes ni para ni mara. „ 
Las galmanas alnra li an dit: "No fan vagis mes, che si no astém totas 
duas soras.f, Eran passats lus tres dias i elja no s'era arracurdara de da 
a mangà al cavaljucu. A lus tres dias de bajuneta ^ va a Vastalja i no 
troba mes tu cavaljucn, che sa n' era andt on Belindu lu mostru. Alura 
elja a dit: " G'almanas mlas, dasàuma and. „ Sa dispiri i sa posa an carni 
a peti. Caminant, caminant, li fa nit; dasprés de tanta caminà a trubat lu 
parati de Belindu ; però lu pultó era tancàt. Cmnenga alura a pica achir- 
rant: Belindu meu, óbrima! „ finsa che lu pultó s' es ubelt. Es muntara 
adamùn i no a trubat ni la Qcna ni lu Ijit aparaljdt. Alura elja sa posa 
a plurd dient : "Belindu meu, tsi!„ Basprés de tanta achirrd elja a dit: 
"Basta che isis, Belindu meu, io t'aspós f „ Alura antén tot achesas ramols 
de carenas, i era elj c'antrava a V apusentu d'elja, i li a dit: "Ara ga 
es acabara la mia penifenga, io so un filj de rej, i achesa casa es una 
Colt ancantara, che finsamenta che una mifiona no m'aghessi dit che m'a- 
spusava, lu meu ancantésimu no s'acabava. Ara tu, ma tens de treura achesa 
pel) che io polt, la tens de pultd al galdi aljiln i la bruzas che io no an- 
tenghi l' uro. „ Basprés che elja ni li a tret achesa pelj , sa n' es antrdt 
drins de una funtana eie algua i es islt un bclj gova com una goja. Meirieo 
dasprés che a brnzdt la pelj, va ont es Belinelu lu mostru, i veu eichés belj 
gova che li diu: "Tu ses ma muljé. „ Alura achélj parau es vangura uneo 
colt eimà lus pagas, las gualdias, i las damas eie colt beljas com lu sol. 
Elja legu l'an vistira de veljùt com una raina, i lu capaljd de la colt matés 
lus a ehspuiats. Basprés passats lus tres dias de las muvialjas, san anats 
an carrossa a sa'n prenela las galmanas, che sa las a pultaras a la colt 
eimà elja. Las eluas galmanas sa son casaras una ama un conta, l'altra 
ama un meilchés, i son eisteireis sempra ansiema alegras i cuntentas. 



^ modo di dire popolare, comune ad altri dialetti, che significa digiuno. 



Il catalano d'Alghero : Testi i^opolari modcrui. 301 



2. Rundalja de ^ìniri \ 

Una volta i avia un vinate che taniva una grossa famiria, che abitava 
sempra a la vina. Bons iin filj sol d'una saiiora anava a caga als bels 
dias de anveln per sa aspassd, che sa santiva poc he. Asi com es andt a 
sa aspassd, s'es girai lu dia an mal; feva trans i Ij'ans ; gran burrasca. 
Cam fé? No sabiva com ahigarsa. Alura son antrats an casa de acliést 
vinate. Da che eran tots banats, sa son cambiats; i an galcdt che munga. 
Alura lu vinate a molt duas galjinas i altras cosas che taniva. Basiìrés 
che an mangdt, son cumparits tots lus mifions i las minonas patitas. Ba- 
sprés una che taniva chini' ans, era amagara, palelle era mal arramunira. 
Sa n'es abigdt achés gova i Va vista i Va feta isi per folga. Elja li a dit: 
"No i vene, no i vene! „ Ma alura na V a tirara ama la capa per folQa. 
Lu para i la mara V an feta isi per folga. Ba che a vist asó, lu cap de 
casa a fet cap de meza achesta minona i li a dit de dividi la galjina. Elja 
a la fi s'es pusara a taljd la galjina. Lu cap Va dat al para com cap de 
casa, i lu cos a la mara, i las aras a elja, i lus peus al sano che Vania 
feta vani, quasi vulghessi diura che sa pranghessi la polta, eh' eljus eran 
geni ijroba, i ama sanórs no i puriva asta. Ba que a fet achesta divisió, 
his cunvirats an dit cosa vuria diura asó. Alura elja a asplicàt com lus 
peus eran dats als furistels per sa n' and, i lu cap al babu coni cap de 
casa, i las aras che eran per elja, ma che li salvian per las facendas de 
casa, che tania de viird de un Ijoc a V altru. Passai asó, vangura la nit, 
s' es astài a drumi an alji, i V andamd achés gova sanór al para de la 
minona li a dit sensa cumpUmens, che elj era vangùt per damand la filja. 
Lu para alura arrabidt, s'es tangut per befdt i pansant che an casa d'elj 
no i taniva de manca Vtinó, li a dit che si no sa n'anava legu, lu praniva 
a bastò o a rastdlj, i asi era asidt un bon poc ragheljant. Alura lu gova 
a dit: " Cunteni ses, si io fa poli an anchi lu bisba'i Valchibisha, i veurds 
clarament com io so fidi al gurament. „ I palché la minona era sensa vi- 
stits, li a dit de da'ti un vistit, che anava al pais i li feva fé un vistit 
per pudé cumpari; i asi a fet. L' andamd achest gova a pultdt tanta vi- 
stits de sera de la mara per masuralsas i duna'lus a la gova. Alura Van 
vistira; lus vistils li son anats be, i dasprés es andt lu bisba i an aspuzdt 
i sa r' a pultara an casa. La mara del gova legu che V a vista, li a cun- 
sandi totas las eraus i V a feta diiena de casa. An feta una gran festa a 
la vora de la marina ama tots lus cumpanons i amics. An poc tens elj avia 
ampardi la muljé a sund la ghiterra frauQesa i asi la muljé sunava an 
achelja festa la ghiterra franQesa. An achesa festa pali de la cumitiva 
s'es aspargira per lus ascóls a sa divalti i per aculji palgaridas, da che 
eran ben prezus del vi. An achélj mentras passa una balca de tulcs Ija- 



Raccoiitata dalla stessa. 



302 Gaarncrio, 

dras de marina, i s' an pres tots lus govas i marits i an dasdt totas la» 
donas. Alura da che an visi achesta campanora che sa n'astava sunant la 
ghiterra, sensa sa prenda tanta fastiri de la példita del marit, palché elja 
ga l'ama avaltit a no sa aljargà assai aljùn; tota la gent l'a acusara a 
la sagra, palché no s'avia pres santlment aìgù de la példita del marit, che 
era una trairora i osi li an fet un belj prat ^ Asi la sogra na Va cacava 
de casa. Prime de na la caca, elja a damandt a la sagra de li fé una 
graQia, i la sogra, basta che sa n' anessi, li a dit de si. Elja li a dit che 
li fiilnissi un bastiment ama V equipagu d'achèi} matés pais a prajé sou. 
Elja s' es pusara per capita, s' es vis tir a de ama ama la baìha falsa. Lu 
bastiment es paltit per Balbaria. Arribara an Balbaria da che a pres tarré, 
l'a vista lu filj del rej tuie i sa li es fet cumpam, che no lu crajeva che 
fossi ama; ma dieva ch'era dona. Vulghent fé ima prova, sa l'apultara a 
las butigas de pistoras, fuQils, per veura si sa praniva almas de orna; i 
elja s' a pres una piistureia i un astirét. L' a pultara a una biitiga de or, 
i no a pres arrés; la pultara al guidi i li a fet un mas de frols com una 
rora de carru; ma achés amie n'a pres una sor a fror. Achei gova tuie sa 
n'era anamurdt, i dieva che era dona i a dit al para com de achestas 
provas che feva, paraseva orna, ma tantu vuriva sempra diura che era dona. 
Lu para d' achés minò li dieva che era orna ; a V ultim, da che a visi che 
lu, filj n'anava maccu per sabé s'era orna o dona, li a dit: " Vols fé mia 
prova ? pollala a sa band a ban ubelt i vaurds s'es orna o dona. „ Es ma- 
nasté a diura che achés gova travistira de orna s' avia pusdt lu nani de 
Capita Qiruri, i asi sa feva achirrd de caraù. Alura sa l'a pultara a band. 
Ma achés cumpanó a dit che era tanta tens sensa sabé de la gent d'elj, i 
asi ancumanQava a trubà ascusas per no and a sa band. Elja prime de 
and a sa band, era anara an balca i avia avaltit a un orna des mes vels, 
i a dit asi: ''Mira, io tene de and a ina band, ani' al filj del rej, i tu amd- 
gata andrera de un ascólj, i cudn veus che io so per ma'n treura la camiza, 
tichirria:- Capita Qiruri ! Capita Qiruri! tun para mar i tu an anchi?- „ 
Asi s'es fet; lu velj amagdf a l' ascólj a tichirriàt per tres voltas com 
tania olda. Alura elja a dit al cumpanó ch'era olda del f;el i asi s'es sai- 
vara de sa dosa veura s' era dona o orna. Alura a dit che sa'n tania de 
and a trubà la famiria i l'andamd li a dit che li facessi una grafia, che 
li facessi veura lus ascrdus, che an mie i era gent d'elj ; i lu filj del rej 
l'a cuntentara i li a dat tot lu che vuria. Elja sa n'a pres tra lus ascrdus 
lu marit sensa sa fé cunesar i també tots lus altrus omas, ch'eran astats 
prezus lu dia. Alura ama tata la gent s'es cungedara del tuie dienni che 
tulnava a vani legu i a pultdt tata la gent i es tulnara ont era la sogra, 
che na Vania cacara, i asi caraù rangraQiava lu capita Qiruri; ma anca/ra 
no s'era fet cunesar. Caraù rangraQiava lu capita ; ma lu gova de achesta 
Qttlcava la muljé i frastumava a la mara, palché na Vavia cacara de casa, 



^ modo di dire, clic significa ironicamente ' un bel servizio '. 



Il catalano d'Alghero : Testi popolari moderni. 303 

i sa pusava a pìurd che vurioa a la muljé. Alura In capita Qiruri a da- 
manàt lii primis de sa n'anà sol sol a im'apusentu, i dasprés es isit vistit 
de dona a mie de tots, com era elja la guvaneta campaùora. Ara lus abragus, 
lus elogis l'afogan; es una cunfusió. Gran astima de tots, gran ricunu- 
Qenga, i la sogra li a dunàt mils abragus i Va feta duena de tot, i sa son 
vivits an pan i an amor. 



3. Rundalja de Gr'uuiyeldana '. 

Una volta i avia marit i mulJé, però eran de basi gsnt i la muljé era 
pranara, i vuria mango, sempra gunivelt. Eran pobras i no sa puriva 
cumprd achelja cttantitàt che tania prajé de mangà, i sa n'anava sempra 
per lus olts i per las campaiias si na puriva trnbà. Un dia asi caminant, 
veti achés oli de gunivelt; a elja no li es parasàl ver, i sa n' es antrara. 
AncumenQa a mangà i sa n'a fet un'astitnpanara. Cuant era per sa n'anà, 
li isi achés Olcu, che li a dit: "Chi fa dat Volda de vani a manna gu- 
nivelt a Volt meu? „ Elja a dit per caritàt no ma faQi arrés che so pra- 
nara, i tene dasic de mangà sempra gunivelt. " Ibé, li a rasposi VOlcu, 
basta che tu ma donghis dasprés che tu' paresjs a ta filja, orna o dona 
facis, vina cara dia i mengas tot aljó che vols. „ Achesa dona cara dia 
anava a mangà gunivelt a Volt de VOlcu. Eccu che era ga pranara grossa, 
i un dia li isi V Olcu i li diu : " Mira, si fas dona i tens de pusà G'uni- 
veldana, si fas orna G'univeldanu. „ Eccu che pares achesj, biduina ^ i fa una 
dona i li posa G'univeldana. Achesa minona ve graneta i Vanviava a custtira. 
Un dia li isi a G'uniceldana, cuant anava a custura, VOlcu i li diu: ''Di- 
ghiri a ta mara che sa racoldi d' achelja cumissió „ i li dona una bucaca 
de cunfitiira. Ta on la mara i li diu: " M' es isit VOlcu i m'a dit che sa 
ralordi d'achelja cumissió, i m'a dat una bucaca de cunfitura. „ La mara 
li a dit: " Acahàt es de mangà gunivelt, si aspera asó ga te àsiu. „ Da- 
sprés de poca dias li isi a G'univeldana VOlcu i li diu: "Dighiri a te mara 
che sa racoldi de achelja cumissió, che si no, es mal per elja „ i li dona 
un'altra bucaca de cunjìtura. Achesa, minona va an casa i diu a la mara : 
" M'es isit tolna VOlcu, i m'a dit che si no ta racoldas, es pigó per a tu. „ 
Alura li a rasposi la mara: " Tu dighiri che no ta ses raculdara de ma 'l 
diura. „ Troba VOlcu che li din: "Ibé, dit Vas a ta mara? „ "No ma so 
raculdara „ li raspón G'univeldana. Alura li a dit VOlcu: "Dighiri a ta 
mara che sa'n racoldi, si no es mal per elja „ i li dona duas bucacas de 
cunfitura. La minona va an casa i diu a la mara com VOlcu li a dit de 
li diura, che sa raculdessi de achslja cumissió. La mara li a dit che on la 



Raccontata dalla stessa, ^ moglie di contadino^ che dicon biduinu. 



304 • Guanicriu, 

troba che sa la prenghi, i li gidi la filj'i lìer la por che no ìtialessi a clja, 
al marii i a la filja. La mara s' a fet un pror, sa V a hazura, i achesa 
miiìona es anara a ciistura; la troha V Olcu i li a dit: "Cosa fa dit ta 
mara? f, "Che on la troba, che sa la prenghi,, li a rasposi G'univeldana. 
" Da aliira vina ama mi „ lì a dit V Olcu. Achelja minona plurant no li 
vurica and. Li a dal dulgis i Va pultara an casa d'elj. Acliesj, pultara da 
rOleu an achei gran parati, no li mancava arrés, astava be, mangam be 
i vistiva miljó ; i dona las craus de totas las pusentus. Elja astava cun- 
tenta an alji, suUant plurava sempra, palchi no vajeva la mara. Girant 
totas las pusentus, veu un aìmari tancdt i elja a dit: "Cosa secreta i an 
anelli; l'Olcit m'a dal totas las craus i ahesa no ma Va darà. „ Es muntàt 
VOlcu i elja li a dit: " Coni m'as dat totas las craus i achesa de achei 
almari no ma Vas darà? „ Elj li a dit: " An anchi es un secret, i la crau 
no ta la può duna. „ Alura elja V a pragdt de li daid veura cosa i era, i 
aii VOlcu Va ubelt i li a mustrdt tres ampuljetas; i elja li a dit: "Cosa 
son achei u tres ampuljetas? per ai} tanivas tanta secretega? cosa i es 
drint? „ Elj a dit : " Si ta'l die, tu ma traeiis. „ Alura elja a dit: " Babai, 
Olcu meu, noi traéi, dijhimal. „ L' Olcti, aii li a dit: "Si sa gita achesa 
an terra, iii una gran pranitra de algua; si sa gita un' altra de achei is, 
iii una gran pranura de repas i de rasóls; jìnalment si sa gita acheia, 
iii una gran pranura de foe. „ Elja a dit: "Per aio era? che cosa na fuQ 
io? „ Pren VOlcu i li deia la crau de achèi almari. Elja feva an alji una 
vira isulara; en aahéi tens s'era feta gran, taniva gì chinz' aùs; s' era 
feta una beljissima minona. L' Olcu cuàn vuria munta, j^alohé astava tot 
lu dia a Volt, Vavisava; "G'univeldana! G'univeldana! dabaia las tricas, 
che m'an vulj muntd. „ Un dia un filj de rej astava anant a caga i ta veu 
achei 1 belja minona a la finestra, i anté.i VOlcu che Vachirra coni lu sorit 
per sa'n muntd. Alura elj s'es irattés cagant an acheia, si paria veura 
and acheia minona. G'univeldana es anara com lu sorit a passagd an acheia 
campana, cuant eccu veu achei gova, che li dia: " On vas, hslja miriona, 
an acheia campana sora? „ 1 elja li diu: "Per carildt vàgisan che noi 
vegi babai Olcu.,, I elj li diu: "No ma'n vac , tu ma tens de diura 
com ta trobas an acheia campana. Alura G'univeldana li a racuntdt tot, 
i elj li diu: " Prenta tu acheias tres ampuljetas i cudn VOlcu es drumit, 
tu dabaia che vens ama mi che io so un filj de rej, che del prime tnu- 
mentu che fé vist, ma so anamurdt de tu, i tu sigards ma muljé, che io so 
vuit dias an acheia campana per ta'n prenda. „ La nit elja dasprés che 
VOlcu era ben drumit, sa pren las tres ampuljetas, dahaii al pultó; lu 
filj del rej ga Vera asparant amd un belj cavdlj ; sa la seu a cavdìj i 
sa'n son anats. Dasprés che avian fet tanta carni, elja va a mira i veu 
VOlcu che a la gran culsa lus astava sighint. Lu diu legu al gova, che la 
cunselja a gltd V ampuljeta de V algua, i sa fa legu una gran pranura de 
algua, i VOlcu a poc a poc sa Va bagura tota. Alura tolna a curri per 
cunsighi a eljus. Acheljus dasparats an gltdt V ampuljeta del foc, i sa folma 
acheia gran pranura de foc; alura VOlcu ancumenga, aii com curriva, 



Il catalano u'Àlgliero : Testi popolari moderni. 303 

gitava adamùn del foc tota Valgua che avia bagùf, i asi lu a daspagàt tot. 
L'Olcu asi era a prop de lus fugitius, i alura achestus vist lu pcrilj an 
dit. " No i a mes che gita l'ampuljeta de las arepas, craus i rasols „ i asi 
an fet. Alura elj va a camind i tot la cai s' asyarrava, sa fariva an mil 
modus, i asi elj vista l'ampussibiritàt de sighi' lus, a dit: '' G'a m'as trait; 
ga so che achés che es ama tu a cavalj es tm filj de rej, ma no arribaràs 
a spusa'lu, che lu prime bas che li dungaràn, no sa raculdarà mes de tu. „ 
Alura Ili filj de rej Va p)ultara an casa de la panatera del rej, finsa a 
vistila de priuQipesa, i elj es anàt an casa sua. A pena la mara Va vist, 
li a dit: " Ont eras, filj meu, che i mancavas vuit dias?,, i la mara sa'l 
vuria baia, i elj no a vulgut, palché s'es raculdàt de la maradigió de 
VOlcu. Elj dasprés s'es rapusdt un poc ch'era astrae, per dasprés anà a 
prenda Vaspoia. Cudnt era drumit, la mara es anàt i sa V a baiai. Elj 
dasprés che s'es daspaltàt, com era la maradÌQÌó de VOlcu, no s'es raculdàt 
mes de la gova. Busém lu priuQip alecr i cuntent, che no sa raculdava 
mes de la gova i vanim a. G'univeldana. G'univeldana era, com s'es dit, an 
casa de la panatera, asparant Vaspós che vanghessi a la prenda. Achesa 
minona dasprés che avia asparàt tanta dias, astava seria per Vaspós che 
no vaniva i a dit: " Ba, ga sa Va baiàt la mara,, palché elja també avia 
antés la maradÌQÌó de VOlcu. La panatera feva trabaljà achesa minona i 
Vanviava a pultà Valgua del pou. Un dia mentras era umprinsa la gerra 
de Valgua, veu achesa dona velja che li diu: " Dius tu, belja minona, de 
chi ses filja ? „ Alura G'univeldana sa posa a priirà i li diu : " Io no tene 
ni para ni mara, ma te una dona per caritàt. „ Achesa dona velja era una 
farà i Va f arada, i li a dit: " Ves, asta alegra, che no plurards mes. „ Pren 
achelja minona sa n'es anara an casa de la ptanatera. Astava sempra però 
seria. Lu para del prinQip a vulgut che lu filj sa casessi i li a damanàt 
la filja del rej de set curonas. Eccu che tanian de aspuià i an dit a la 
panatera che fuQessi ben fet lu pa de Vaspuiori, che lu filj del rej taniva 
d'aspuid. G'univeldana a damanàt a la panatera si. li dasava fé duas cu- 
romas per pusd a la meia del rej, i la panatera no li a danagàt achés 
prajé, i an pusdt las duas curomas una an cara cap de la meia. Lu 
mie dia an fet lu pransu, palché la nit tanta d'aspuid. Eran tots sagùts a 
la meia i carati racuntava la propria astoria, dasprés che avian mangdt. 
Cuàn tot avian dit la propria astoria, las duas curomas sa son pusaras a 
diura : " Ara caraù a dit la propria astoria, ara toca a nus altrus. „ Alura 
ancumenga a parla una curoma i diu a l'altra che era orna: ^ A ta racoldas 
lu dia che ses anàt a caga i che t'e vist passa soia la finestra ?„ I lu curóm 
li raspón: "No ma racolt. „ I la curoma: "A ta racoldas cuàn G'univel- 
dana dabasava las triéas i VOlcu sa'n muntava? „ Lu curóm a raspóst: 
"Ma'n racolt i no ma'n racolt.,, La curoma li a dit: "Ben ta'n fagi ra- 
culdà, „ Ala meia tots ancantats ascultant achesa curoma i achés curóm. 
Al filj del rej ancumengava a vani'li al cap carchi cosa de aljó, che li era 
suggait. La curoma li diu: "A ta'n racoldas cuàn ses munfdt an casa 
de VOlcu per ta'n prenda a G'univeldana i elja no li vuria vani, i tu li as 

Archivio glottol. it., IX. 20 



306 Gaar;ierio, 

dit che la foras aspnzara? „ Lu curom raspón: " ÀncumenQ a ma' n ra- 
culdd. „ La curoma siglava : " A fa racoldas ctidn tu eras a cavalj ama 
G'nniveldana i che l'Olcu ta sighiva, i tu li as gitàt las amjmìjetas de 
Valgila i del foc i dasprés achelja de las arepas?,, Raspón lu curóm: 
"0 altru che ma'n racolt ! „ La curoma a dit che l'Olcu alura a gitdt la 
maradigió che la primeva volta che ta bazavan, no ta foras raculddt de 
G'univeldana, i a dit: "A ta racoldas cudn m'as dat l'anelj an par aura 
de matrimoni? „ Lu curóm a rasposi: "Altru che ina' n racolt!,, Alura 
lu filj del rcj s' a pagdt un cop a la front i a dit: "A che venghi legu 
chi a fet achesas curomas „ i a achirrdt legu lu paga per sabé chi avia 
fet achesas curomas. Lu paga li a dit che las avia fetas la panatera, i 
a anvidt a achirrà la panatera. Achesa dona es vangura tramuransa com 
la fulja de la por i a dit: " Sua Attesa, cosa cumana?,, Lu pringip a 
dit: "Diurna chi a fet achesas duas curomas ? „ "Las e fetas io „ raspón 
la panatera. Lu pringip però li a dit: "Tu, no las as fetas.,, Alura la 
panatera li a dit com las avia fetas una minona che taniva per caritàt 
an casa, palelle no taniva ni para i ni mar a. Alura li a dit a la pana- 
tera: "Dighiri a achesa minona che sa visti, che vangare io a la pirenda. „ 
Alura achelja dona es anara an casa i li diu com vaniva lu filj del rej a 
la prenda. G'univeldana s' a rantdt la foca, palelle astava sempra ama la 
faca tinira per no fé veura la sua beljesa. Era branca com la neu, i 
culurira com lu curàlj ; lus uls negras com duas perlas. Lu pringip a 
racuntdt tot a V aspoza, che era la fìlja del rej de set curonas i li a dit 
com no la puria asjnizd, palelle avia dat paraura de matrimoni a G'univel- 
dana. La pringipesa alura s' es pitsara monga , lu pringip a aspuzdt a 
G'univeldana i achesa a ratirdt la mara i lu para a la colt, che lus ascults 
la astavan sempra plurant per molta; a la panatera li an dat una bassa 
de mimerà; son astdts tots a la colt ama lu rej i amd la raina sempra 
alets i cuntens. 



4. Bnndalja de Don Nicora*. 

Eran marit % muljé i eran negusiants i eran tanta rits che sa son fets 
cavaljers. Tanivan un filj, che sa dieva don Nicora, un beljissim gova, 
che anava per tots lus paizus an diveltiment. Achesa fama de achesta ri- 
chesa i beljesa de achèi gova era per tot lu mon aspargira. La fìlja del 
rej a dit che vuria cunesar achés don Nicora, numbrdt tant per la beljesa. 
Un dia la pringipesa es anara a V igresia, cudn veu achés beìj gova i la 
gent dieva : - Es don Nicora ! - Elj també sa n' es anamurdt de la prin- 



Raccontata dalla stessa. 



Il catalano d'Alghero : Testi popolari moderui. 307 

fipesa, che era una belja gova. Totus dos sempra miransa, cuant isiva la 
pringipesa elj li piisava sempra a fatu. Pren don Nicora i anvia una Ijetra 
a la pringipesa dienni com elj na era anamurdt d'elja. La pringipesa na 
li fa nn'altra, i li ascriu dienni che elja tnmbé na era anamurdt d'elj. 
Aliira elj li ascriu de galea hi mezu de sa'n pudé fugi, eh' elj la astimava 
palduramenf, i che sabiva che Iti rej no li dunava, che elj ga era rie ha- 
stantament, che an ciialsavól Ijoc vulcjhessi and, che elj la pulfava, che 
elj ga taniva un vapó sempra a sou olda. Alura elja li a ascrit che. la nit 
sa trubessi al galdi, che elja dabasava de la polla segreta. Don Nicora a 
niiga nit es a/nàt al galdi de la coli travistit, palché era una palsona cu- 
nusiira de caraii : elja es dabnsara amd una dama de coli. Legu sa son 
prezus an brageta i son muntats al vapó che lus asparava al polt. Son 
palUts i son anats an un pais aljunt assai del rej. Lu rej l'anda,md aspera 
las non crajent che la filja sa n'alsessi; aspera las deu i ni mancii; fi- 
nalment a dit : " Ma filja te carchi cosa. „ Legti es andt a V apusentu de 
la filja i no troba a ningù. A cumandt legu che sa fagessi rigelca de la 
filja i s'a pansdt che sa n'era fu gira amd don Nicora, che l'antaneva 
sempra che sa n'era anamurara; i fa mird si al polt i era lu vapó, i diun 
che era paltlt la nit. Alura lu para s'es assagiirdt che sa n'era fugira amd 
don Nicora. Alura lu rej a pres dos vapols i lis a pusats tantas vedutas 
i cavals i paldals i altrus animals , che fevan tots lus gots, i diu che 
anighessi an tots lus paìzus per fé veura achesas vedutas de bada , i 
dona lu ritratu de la filja al sou ciinfident, dienni che cudn la filja ani- 
ghessi a veura acheljas vedutas, che legu paltissi i na la imltessi an casa 
del para. Achesus dos vapols van an girti per tots lus paizus; an cara 
pais che sa falmavan tota la gent s' aspupulava per veura achesas rari- 
tats. Eccu che va al pais ont era don Nicora i tota la geni anant a veura, 
i la pringipesa a dit a don Nicora : " Aném nus altrus també a veura, che 
e antés che i son beljas i raras vedutas. „ Don Nicora li a rasposi che no 
li vuria and; ma elja tant Va pragdt che son anats, i elja per rassicura' lu 
a dit asi : " Son ga sis mezus che lu babu no mus a trubdt, ara no i a 
mes por. „ Alura eljus son anats al vapó per veura achesas beljas vistas. 
Cuant era elja mirant achesas raritats i che lu marit no era mancu antrdt, 
legti fan vela i sa'n paltesan, dasant a don Nicora sol adamtin de la balca. 
Arribats on lu rej, la pringipesa anctimenga a prurd i lu rej li diu: "Filja 
angrata che ses astara; t' as vulgét prenda a don Nicora, sane redi com 
ses tu ? Tu acabards lus dias an fondu de una torra. „ 1 elja li diu : " Si, 
don Nicora es mun marit, avém asptizdt dal prime mamentu che so paltira 
de casa; mancari tu ma matis, tantu io so muljé de don Nicora. „ Alura 
Iti para li diu; " ìsitan, che ma fas abrevid Itis dias „ i diti al sou ctinfi- 
deni che la pusessi al fondu de la torra per acabd an alji lus dias. Alura 
lu cunfident asi a fet. An alji cara dia una dama de colt li dabasava lu 
mangd; elja astava sempra plurant, asparant lu marit. 

Parlém ara de don Nicora. Elj cuant es andt an casa, s'es tancdt an 
un'apusentu, s'a fet una gran Ijibraria i astava sempra astudiant de mis- 



308 Guarnerio, 

siunista. Basprés de dos ans de astudi, che li era crisira la halha fins' a 
la cintura, s'es visti f de missiunista i anava per tots lus paisus a praricd. 
La geni sa aspupulava per antrcnda achcs sant ama. Caraù sa ctmfassava 
ama elj. Era ga un ari che cìj feva acJicsa vira anant de un pais a l'altru 
an ciimpania de un Ijet',. Finalment va al pais ont era la pringipesa, i In 
rej che a antés che achés era un sant orna, Va achirrdt per veura si na 
pudessi treura a la filja l'idea de don Nicora. Lu para fa and achèi mis- 
siunista a la Colt i li a ractmtdt tot lu conta de la figlja, i li a dit che 
miressi si na pudessi fé treura achesa idea de don Nicora; i elj a dit: 
" Desi fé a mi, che io la cunvaltiré. „ Lu reJ anvia a diura a la filja che 
i avia tm missiunista, un sant om,a, che V andamd sa sigaria cunfassara. 
1/ andamd va lu missiunista amd lu Ijec a la coìt, i es dabasdt ama lu 
Ijec a la torra de la pringipesa. Elj cuanf es antrdf a la terra, l'an dasdt 
sol, palelle tania de cunfassd; alura sa Va abragara i li a dit: " Cuant e 
f et per ta veura, muljé mia ! „ Alura elja de la cuntentesa s'es dasmajara. 
Elj li a dit : " Feta curaga, che no i a tens de pelda. „ Pren, daspulja lu 
Ijec i visti elja amd la roba de achelj, i visti lu Ijec amd lu vistit de sera 
de la pringipesa. Sa'n son isits amd lu capucu pusdt i sa'n son anats al 
polt, on lus asparava lu vapó d'elj, i Icgu son paltits. La nit achelj Ijec 
moli del fret, acustumdt amd la roba de pannu, amd la sera tanta fret, 
i li baljavan las deus del fret. La dama de colt che sempra vigiliva la 
raina che no avisessi per carchi manasté, a aseultdt i a antés achés tun- 
chiu che isiva de la terra; legu va on lu rej i li diu com la raina tania 
de trenda cosa palché tunchiava. Alura lu rej a dit : " Achés es cosa che 
s'es paìitira de aljó che a fet, ara che s' es cunfassara. amd lu missiuni- 
sta. „ A uldandt a la dama de colt che dabasessi per veura si vulghessi 
carchi cosa. Dabasa la dama de colt i sa troba amd un orna vistit de dona. 
Munta legu on lu rej tota assustara i diu : " Sua Attesa, altru chi panti- 
ment; la pringipesa es lu Ijec che pultava lu missiunista amd lu vistit de 
sera, che pultava la raina 1 „ Lu rej a rasposi a la dama : '^ Ma tu as 
girdt lu galvelj ; no es pussibra. „ Alura a anvidt lu cunfident per veura 
si era ver. Lu cttnfident li raspón com era verissim, i lu rej a vulgùt che 
muntessi legu lu Ijec, che munta tramuransa com la fulja del fret i li diu 
che elj era lu salviró Ijec del missiunista. Alura lu rej s'a pansdt la trama 
i che lu missiunista era don Nicora. " Af ga ma Va feta „ a dit. Li munta 
la sane al cap de la rabia, i del dasprajé li entra achesa carantura che 
no dava mes sanals de vira. Alura avisan tots lus dutols, an fet cunsultu 
i an guricdt che li rastavan pocas oras de vira. Lu rej a dit : " Lo ma na 
abic die so murint i asi vulj veura un' altra volta ma filja. Sa giti un 
banda che an cualunca Ijoo sa trobi che venghi che io la paldón, che donc 
paraura de rej. „ Legu son paltits quatra vapols per tots lus paizus gi- 
tani achés bandu. Acdpita che son anats al pais de don Nicora, i antén 
la filja achés bandu del para che sa gitaca. Alura diu al marit ch'elja 
vuria veura la para, che anighessin, che lis avia dat paraura de rej. Son 
paltits amd lus vapols i san arribats on lu rej. Van a la colt; sa san gi- 



Il catalano d'Alghero : Testi popolari luoderui. 309 

tats totiis dos a lus peus del ìjit del rej damananni paldó. Alura lu para 
sa Ins a hazats totus dos i che lus pakhinava, i che dasava tots Itis bens 
a la fiìja i che elja era la areva i a don Nicora II a dal In tltiil de duca. 
Sals' a abragdl. Us a dunàt la banarigió, i a aspirai lu rej. Totus dos del 
dasprajé i an fet nu gran pror, i sa son astats a viura a la coli ; i soìi 
vlvits asi alets i cunlens, no mancanni mai arrés. 



5. Bundalja del Magu '. 



Una volta i avia dos priuQips galmans i u de achesus pativa la picun- 
dria, i no i avia mai chi fe'lu ralagrd. Sempra sa n'anava a las passa- 
garas mes ramotas. Un dia mentras era passagant veu achesta pedra 
branca i a tacas valmeljas; eìj sa la cuntempla i diu: "Sì tanghessi una 
muljé asi branca i asi culurira i ama lus uls neyras, folsi ma passa- 
riva achesta pieundria che io tene.,, Sa r atira an casa i diu al galmd : 
" Avuj ga e vist una pedra asi belja, branca i culurira. che si io tanghessi 
muljé asi, folsi ma jìassariva la pieundria. „ Lu galmd a dit : "Si es per 
asó, poca mal; io m'anibalcaré i fare de tot per na tnibd una asi coni tu 
la vols. „ Lu galmd legu pren lu vapó i s'atnbalca i va an giru, cnant 
mi dia antén un gran chimentu an una pruQa, i era un orna che pultava 
un paldàl, che feva tots lus gots, i carau sa'l vuria ciimprd; ma ningù 
sa 'l cumprava palelle era car. Pren elj i sa 'l compra, i dieva: "Ara e 
ti'ubdt achesi palddl, ma no e trubàt ancara la gova, che mun galmd voi. „ 
Un dia antéìi achest altru chimentu i legu es andt a veura cosa era; i veu 
lu matés oma, che li avia vanit hi paldàl, che taniva un eavaljucu, che 
feva tots lus gots. Pren elj i sa 'l compra. Taniva ga lu paldàl i lu ca- 
vai) per fé divaiti lu galmà, ara li vuria la aspoza. Un dia lu salviró 
antén pica, obri i era una pobra, che vuria parla lu pringip per fe'li 
Ijimosina, i lu salviró li diu: " Véstatan, che lu pringip es de mar umó i 
no voi parla a tu. „ A la jì Va ampragat tant che Va dasara antrd, i 
parla a lu pringip i li diu: "Pringip, cosa te ch'es asi de mara umó ? „ 
Ma elj li raspón : "No son cosas de diiira a tu.,, " I dighimal ; chi sa che 
io lu pugili sulavà. „ Alura lu pringip li a dit com elj era vangùt per galea 
un'aspoza al galmà, che fossi branca i culurira, i che tanghessi uls negras. 
Alura elja li diu : " No sa'n prenghi dasprajé che io ni fag veura una 
ch'es branca i culurira, i es una beljissima gova, che es una mia bcnrfa- 
tora. „ " Ma coni fag io per la veura ? „ " Desi asta che cara dia ma fa la 
Ijimosina, i sa fa a la finestra per ma gita la mimerà. Lu pringip sa 
trobi al carré a las nou del maiti, cuant io pie lu pultó i asi la veu. ,y 



^ Raccontata dalla stessa; ottobre ISS."}. 



310 Guarncrio, 

L'andamà In pringip a las non era al carré; la pohra jìica Ih puìtò i 
aehesa gova sa fa a la finestra. Lu pringip ciidn Va vista, es astdt mara- 
vil/àt d'achesta rada beljesa. Va V andamà la proba an casa a damana'U 
si li es agradara, i lu prinQìp li raspón de si; ma voi sabé coni fé per 
parla'la. Alura li a dit la pobra : " Elja es gran amanta de la chincaljeria 
i passi al carré, tichirriant - o las beljas chincalferias .' „ Passa al carré 
tichirriant, i elja legu Va achirràt. Elj tot danni a hon preti i dienni : 
" Aehesa s son arrés an confronta de acheljas che son al vapó, palché na 
iene de tanta géneres, i es ampitssibra a las piiltd totas a la casefa. „ 
Alura elja li a dit; " Coni fag io a vani al vapor?,, I elj li a dit: " Lu 
vapó ga es al polt, sì te prajé de vani.,, "Ma sarà no pue vani; mar a no 
na tene, che es molta, lu babu no ma desa and a Ijoc sensa d'elj ; si no es 
che venghi io ama la mamatita de magdt del babu. „ Alura an cumbindt 
de and l'andamd mniti a las deu, che asi lu babu de achelja gova no i 
era. L'andamà la gova es anara amd la mamatita al vapó, cWelj ga era 
asparanna. Alura elj ancumenga a mustra'li totas achesas chincaljerias 
che n'avia de cara manera. Elja era tanta dastraira mirant che no sa'n 
raculdava mes del para. Lu pringip però amd la balcheta a fet pultà la 
mamatita al polt, i legu fa vela i hi vapó paltés. Elja era tanta dastraira 
mirant las chincaljerias, che no sa n' abigava d'arrés. Citdn s'alsa achesta 
burrasca i alura a dit : " La mamatita aont es, che miis aném, palché no 
sa ratiri lu babu an casa, che ma vulj trubà prime. „ Alura elj li diu : 
"Miri, la mamatita no i es, che io na Ve anviara an casa d' elja. „ Alura 
elj li a racuntàt tot lu conta, che no s'assustessi, che elj Vavia preza per 
essar aspoza del galmd, che no craghessi che Vanganava, che no era un 
chincaljista, ma era un filj de pringip. Alnra li a dit elja: "Ai, che ses 
iirruindt, che lu babu es un magu ! „ Alura sa veun achest magu adaniùn 
del vapó. "Ai lu babu!,, a dit elja. Lu magu a dit: "Tu as pres lu meu cavai;'; 
la primera volta che tun galmd la tucard, niurird, i si tu lu digards, de 
mabra deventards ! Tu as cumprdt lu meu jjalddl; la primera volta che tun 
galmd lu tucarà, murird, i si tu lu digards, de mabra deventards ! Tu as 
pres la mia filj a per aspoza de tun galmd; la primera volta che la tucard, 
murird, i si tu lu digards, de mabra deventards!,, Lu pringip sa trubava 
an un brut impicu. Ascumparés lu magu; eccu che arriban aont es lu 
galmd. Lu galmd pren lu palddl i li fa fé tots las gots. Mentras fa tanta 
gots, pren lu pringip i lu mata, per no tuca'lu V altru galmd. Pren lu 
cavalj, li fa fé tots lus gots, i dasprés Va molt. Lu pringip: "Ai chi 
Ijdstima! i palché lus as niolts ? „ Lu galmd no a raspost. La nit an aspu- 
iàt. Eccu che la nit lu pringip s'es amagdt a sola de lu Ijit de lus aspozus 
amd Vaspara. Lu galmd astava anant a sa baSd Vaspoòa i astava isint lu 
magu. Alura isi lu galmd de sota del Ijit amd Vaspara. L'aspós nel veura 
lu galmd s'a cragùt che era per matd a elj i per sa' n prenda V aspoza, i 
li a dit: "Ai galmd angrdt! no t'es abastdt che m'as molt lu palddl i lu 
cavaljìicu ; ara vurias matd a mi per fan prenda V aspoza. „ Alura lu pringip 
li a dit: "Ai galmd meu, no era per fan prenda V asposa, che ara ta ra- 



Il catalano d'Alghero : Testi popolari moderni. 311 

cimiaré tot In conta, lo e cumpràt In palddl del para de la tua aspoza i 
es magu i m'a dit che si tu lu tucards, foras moli. Si io ta 'l dieva, fora 
deventàt de mabra. Eccu mirama che poli lus peus de mabra. M'a dit 
die io li avia cumpràt lu sou cavaljucu, che si tu lus foras tucdt, foras 
molt; si io ta l'avia dit, che fora deventàt de mabra, Eccu che poli ga 
las cambas de mabra. M' a dit che io li avia pres la filja per aspoza de 
mun galmà, i la jyrimera volta che tu la foras tucara, foras moli. Io ma 
Ve pansàt che citdn foras andt a tuca'la elj fora isit per ta mata, i io ma 
so amagàt ama V aspara per mata'lu, cuant elj isiva. I cudn so isit, era 
per mata lu magu, che ta astava matant. Eccu che so tot de mabra!...,, 
Lu galmà ancumenga a prurd: ''Ai galmà meu, che io so astàt un angrdt; 
ma tu as fet de veru galmà f „ Alura s'a fet un gran Ijicu de cristalj i an 
alji posa lu galma. Sa 'l posa a l'apusentu on drumiva elj. Cara dia sa 
ianiva de fé un pror ; astava sempra seriu. Un dia dasprés de quatra ans, 
elj era seriu, cuant antén pica la polta, fa ubri i li diu che era un gran 
■ sanór. Entra i sa posa a raunà ama 'l pringip. "Cosa es achesta astatua 
asi aspressiva? „ "Ai per caritàt no ma 'l nombri, che ma fa massa da- 
sprajé!,, Alura li diu: " Racùntamal che tene prajé de l'antrenda. „ "A 
es un conta che si V antén, li fa dasprajé! ma ga che lu voi sabé, li die. „ 
Alura li diu tot lu conta i achelj sano li diu : " Miri, a mi ma basta l'animu 
de fé' li tulnà a sun galmà com era prime; no i voi una gran suma, i voi 
la sane de una de achestas criaturas, che son a l'apusentu,,, che i eran duas 
criaturas del pringip. Alura li raspón : " M'es dulurós la molt de una filja 
mia, però per tulnà a mun galmà de un sacrifigi che a fet per a mi, man- 
cari ma'n daspraghi tanta, sacrifichés a ma figlja. „ "Vàgissan; an tens de 
migora te a sun galmà.,, Cosa fa achei} orna? Amaga una criatura i fa 
tulnà lu pringip. Alura fa antrà lu galmà ama la muljé i li diu: "Eccu 
sun galmà!,, Sa son bazats. Alura li diu: " G'a so cuntenta, però ma'n 
dasprau de la- criatura molta!,, Eccu lu sanor obri la polta, i treu la cria- 
tura i diu,: "Io so tun para; de mi no tangareu mes por, die sigareu 
trancJiiljus ; astau an lìau tots ansiema. No tangareu mes por, che Ve fet 
per la dasubadiengia de mia filja. Des de fé del magu i ma pos an un 
cunvent per fé una vira santa. „ Dasprés son astats tots aìets i cuntens. 



6. Rundalja de un rej i de lus sous tres flls *. 

Una volta i avia un rej che taniva tres fils i taniva un galdi i cara nit 
ni arrubavan las rosas. Eccu che lu para cuant era a la mesa diu a lus 
fils: "Fils meus, viis altrus no seu bons a trenda conta lu meu galdi, si 



^ Raccontata da Isabella Manai, d'Alghero; ottobre 1883. 



312 Guarncrio, 

irubava carchiù, io dava la curona per ma trenda conta hi galdi.,, Alura 
ht filj gran li dm : " babu, al galdi ma ga astio io, i tantaré chi sa'n 
prcn las frols. „ Lu para li diu: " Fils meus, no seu bons per asó „ i lu 
filj gran li raspón: "Asta nit ma ga astio iò,„ Bavalja lu filj gran al 
gnidi j}er trenda conta las frols. Bavalja la farà Carina i na li mega las 
frols. Alura sa daspelta i veu las frols aculjiras; chi sa matava i chi sa 
finiva era elj. Ascuìnenga a damand asousa al para. Lu para li raspón: 
" Fils meus, no seu bons per asó. „ Raspón lu miga: "Asta nit ma ga 
astio io, si a mi ma la fardn oom a elj. „ La nit davalja lu miga : i a 
miga nit li ve una gran son. Bavalja la farà dir ina i na li moQa las 
rosas. Eccii che sa daspelta elj i veu las rosas magaras i ascumenQa a 
damand ascusa al para. Raspón lu para: " Fils meus, no seu bons per 
asó. „ Raspón lu patii: "Asta nit ma ga astio io „ I lu para: "L'an feta 
a itim galmans lus grans, che sigard a tu ohe ses lu patit? „ Rasjìón lu 
filj: " babu, si l'an feta a eljus, no la fdnan a mi.,, La nit davalja al 
galdi i sa posa a passagd. A miga nit s'amaga i veu una dona davaljant 
de la parét, i maQanna totas las rosas. Ba che las avia ma^aras sa n'era 
muntant de la parét; isi elj i li aganca la gunelja, i li diu : " Si l'as feta 
a mns galmans, no la fas a mi.,, I raspón achelja dona: " Bésama and, 
Antoni, ohe carchi dia sigarà biara per a tu, idamà trubards lu galdi mes 
pre de frols, i tu an ouara neQessitdt ohe tu tens, avisa la farà Curina, 
che sards agurdt. „ Lu maiti sa daspelta i veu lu galdi pre de frols, i munta 
a lu para i li diu: "0 babu, fàgisa a la finestra del galdi i vatird las frols.,^ 
Li raspón lu para: "Filj meu, ta Ve dit che l'an feta a tiim galmans lus 
grans i che sigard a tu che ses hi patit. „ " babu, si l'an feta a mus gal- 
mans lus grans, no l'an feta a mi che so lu patit. „ Sa fa lu para a la 
finestra del galdi, i li diu: " Brau Antoni, la curona es la tua.,, Lus dos 
galmans grans da che an vist che la curona era de Antoni, an dit : " A mun 
aném a curri mon. „ Muntan on lu para, i li diun: "0 babu, dónghimus la 
santa banarigió, che mun aném a curri mon. „ Mentras eran ansaljansa 
lu Qavalj, ve Antoni i lis i diu: " G'almans meus, aont anau? „ I acheljus 
li diun : " Ara ohe la curona es la tua, mun aném a curri mon. „ Raspón 
Antoni: " Ama pultau ami també. „ I li diun lus galmans: " Vina. „ Munta 
aón lu para e li diu : " babu, dónghima la banarigió che ma'n vac a curri 
mon paris ama mns galmans. „ Li raspón lu para : " Aón vas Antoni, che 
la curona es la tua? „ "No, sanor, raspón Antoni, che ma'n vao a curri 
mon paris ama mus galmans. „ Lu para ama gran dasprajé li dona la ba- 
narigió i lina bona bossa de munera. Paltesan de la Quitàt, i sa'n vànan an 
un altru renu, i sa posan pagas. Aohelj rej chi astimava de mes de lus tres 
galmans, era Antoni. Lu dos galmans grans prezus de anviria diun: " A 
lu aspaldasém!„ Lu gran diu a tots che Antoni s'es dami de diura che 
ga li basta l'animu de pultd la farà Mulgana. Lu rej, che a antés achés ar- 
raunament, s'avisa Antoni i li diu : " Antoni, si tu ma poltas la farà Mul- 
gana, io ta fuQ dunagiò del meu remi.,, Raspón Antoni i diu: "Altesa, com 
mai io puc prenda achesa farà Mulgana ? „ " Antoni, raspón lu rej, si 



Il catalano d'Alghero: Testi popolari moderni. 318 

tu no ma la jyoltas, i sigarà pena de la vira. „ Bavalja Antoni al pultó 
prurant i achirra a la farà Curina i din : " lèi a ma ayurd ! „ Ui la farà 
i li diu: " Che tens, Antoni, che ses prurant?,, " Mus galmans li an dif 
al rej che a mi ma basta Vanimu de pultd la farà Mulgana. „ Raspón a- 
chelja : "Calja i munta adamunt i li dius al rej che ta dowjhi una selja de 
or i dos asparons de or, si voi la farà Mulgana, i da che ia la dona, da- 
valja an anchi i achirra a la farà Curina. „ Munta Antoni on lu rej i li 
diu: " Altesa, si voi la farà Mulgana, ma te de fé una selja de or ama la 
brilja i lus asparons fambé de or.,, Raspón lu rej: "Legu, Antoni, es feta. „ 
Al mamenfa avisa a lus pratels i li diu: " Féuma una selja de or ama la 
brilja i lus asparons, ma che sighi prestu feta.,, L' andarne lus pratels pol- 
tan al rej lu che lis si avia cumissiunàt. Legu s' achirra Antoni i li diu: 
" Es tot proni. „ Antoni pren aljó i davalja al pultó i achirra a la farà 
Curina: " IH a ma agurà! „ lèi achés cavaljuéu i li diu: '' Antoni, ansé- 
Ijama i pósama la brilja i las astafas i séuta adamùn meu i aném. „ Pas- 
sant a la vora de la marina i veun un pes acabant de muri, i li diu lu 
cavaljucu: "Antoni, davàljanta i pren achés pes i yital ala marina.,, Ra- 
spón Antoni: "Mirate, si no ma'n davaljava per elj ! „ Li raspón lu ca- 
valjucu : " Antoni, davàljanta che carchi dia sigarà Mara per a tu. „ Sa'n 
davalja de cavalj, pren achelj pes i lu gita a la marina. lèi una veu : " An- 
toni, an cuara negcssitàt che tu tenghis, achirra lu rej de lus pesus che sa- 
ràs ragaidt. „ Sa seu al cavaljucu i ancumenQa a caminà, i troba un palddl 
che no puria vurd de l'abra, i li diu lu cavaljucu: " Antoni, davàljanta, das- 
ganca achelj palddl i felu vurd. „ Raspón Antoni : " Mirau, si no ma'n da- 
vagliava per elj ! „ Li diu lu cavaljucu: " Antoni, davàljanta che carchi dia 
sigarà biara per a tu. „ Sa'n davalja Antoni i munta a Vabra i fa vurd 
achelj palddl. lèi una veu : " Antoni, an cuara neQessitdt che tu tenghis, 
achirra lu rej de lus paldals che tu saràs sarvàt. „ Sa seu al cavaljucu i 
auQumenQa a caminà, i troba una tana de frumiguras baraljansa , che no 
purivan antro a la tana. Li diu lu cavaljucu: "Antoni, davàljanta i da- 
sfurngàrisi la tana, che carchi dia sigarà biara per atu.„ Raspón Antoni: 
"Mirau, si no ma'n daoaJjava I „ "Davàljanta, li diu tolna lu cavaljucu, 
i fes lu che ta die io. „ Sa'n davalja Antoni i dasfùruga la tana de las fru- 
miguras i las fa antrà totas adrins. lèi una veu i li diu : " Antoni, an cuara 
neQessitdt che ta trobis, achirra lu rej de las frumiguras che saràs raga- 
tat. „ Sa seu al cavaljucu i ascmnenga a caminà, i li diu: "Antoni, sem 
arribats al parau i dona atangió a lu che ta die io: tu amàgata andrera 
del galdi ar arerà de una mata i io astigaré anghiriànma lu g aldi finga che 
sa seghi elja, i tu sighis pront a ta l'abragà i no la deèis and. „ Arriban 
al parau i Antoni s'amaga, i lu cavaljucu anctimenga a anghirid lu galdi 
i sa fa una dama de coli i diu a la farà: "Altesa, che belj cavaljucu che 
i a al galdi! altesa, pringipesa com es, no na te.,, Sa fa la farà a la fi- 
nestra del galdi i veu achés cavaljucu ama la selja de or, la brilja i lus 
asparons, i entra on lu para i li diu: "0 bahu, io davalj al galdi, i ma 
sec al cavaljucu i vac passa gant per tot lu galdi. „ Alura lu para pren una 



314 Guarnerio, 

trupa de snidar ia i la jìosa an giru per lu galdi, fa davaljà la filja i la fa 
seura al cavaljucu, che la polla passagant per tot lu galdi. Antoni proni 
iU i sa l'abraga. Lu cavaljucu cara pas fava ima miria. La farà Miilgana 
passant a mie de las matas sa'n tira hi vel de la faca i lu gita a una mata. 
Cuant era passant a custàt de la marina sa'n tira lu diamant del dit i lu 
gita a la marina. Antoni mancu per aèó la desa and finga che no es arri' 
bàt aón lu rej. Lega che lu rej Va vista : " Brau Antoni, li din, tu invece 
de paga sigaràs lu hrassé d'elja. „ Lus galmans fan alura una mancangia 
i lu rej na daspaca a totus dos. Lu rej entra a l'apusentu de la farà i li 
diu: " JSo aspuié?n?„ "No; li raspón ; si vois che io asposi, Antoni ma deu 
de prenda lu diamant che es a mie de la marina. „ Lu rej s'achirra An- 
toni, i li diu : " Antoni, ara la farà no voi aspuzà, si tu no li poltas lu diamant 
che elja agitai a la marina i legu asposa. „ Raspón Antoni : " Attesa, com voi 
che io luprenghi de mie de la marina?,, Li raspón lurej : " Si tu noi prens i a 
pena de la vira.,, Bavalja Antoni prurant al pultó i avisa al cavaljucu: " Isi 
ama agurà l„ lèi lu cavaljucu i raspón: "Che dius, Antoni? paìché ptroras? 
Anséljama a mi i séuta adamùn meu i aném al prenda. „ Arriban a la ma- 
rina i li diu: "Antoni, davàljanta i avisa lu rej de lus pekis i damànali 
si Va trnbàt.,, Sa'n davalja Antoni ì asQumenfa a tichirrià: " rej de lus 
pesus I „ Achés isi i li diu: " Cosa vols, Antoni?,, I Antoni li din si a tru- 
bàt un diamant. Elj li raspón : " No, ma aspera che avisaré tots lus pesus 
i li damanaré.,. Fa un folt siurét i aeurrin tots lus pesus i diu: " Aveu 
trubàt un diamant?,, i acheljus raspónan: "No, sanor. „ Lus conta i ni 
mancava u topu i li diu: "Falche no ses vangùt al siurét che io t'e fet?„ 
"Attesa, li raspón, cumpatésima, che era acuì j ini aché< diamant. „ " I per 
asó ta viiria „ li diu lu rej. Lu rej lu pren a mans i lu dona a Antoni i li 
diu: "Te, Antoni^ cudl manasté tu tenghis, gélcama!,, Pren Antoni i sa seu 
al cavaljucu i polta lu diamant al rej. Presta lu rej gran cuntent entra on 
la farà Mulgana, i li diu: " Eecu lu diamant: ara no aspuzém? „ "No, ra- 
spón ; si vols che io aspoii, Antoni ma tangarà de pultà lu vel che io e gi- 
tàt a las matas.,, Lu rej s'achirra Antoni i li diu: "Antoni, ara la farà 
no voi aspuzà finga che tu no li poltis lu vel che a gitdt a las matas, i 
legu asposa. „ Raspón Antoni. " Coni voi. Attesa, che io a mie de las matas 
trobi lu vel?,, "Pena de la vira, li din lu rej, si noi trobas. „ Antoni legu 
davalja al pultó i achirra al cavaljucu i li diu: "Ara la farà no voi aspuzà 
finga che no tenghi lu vel che a gitdt a las matas.,, Raspón lu cavaljucu: 
"Anséljama i séuta adamùn meu, i ta pultaré a las matas che Va gitdt. „ 
Antoni sa seu al cavaljucu i lu polta a las matas i li diu: "Antoni, davà- 
ljanta i achirra lu rej de lus paldals i diuri si a vist un vel. „ Sa'n davalja 
Antoni i ancumenga a tichirrià: "0 rej de lus paldnlsl,, Achés isi i li diu: 
"Che vols, Antoni?,, I achés li diu si a trubàt un vel. Lu rej li raspón: 
" No na e trubàt, però aspera che fuQ lu siurét. „ Fa lu siurét i aeurrin 
tots lus paldals i diu si an trubàt un vel. Li raspónan che no Lus conta 
i ni manca u a un ulj; fa lu siurét i ve. I li diu: " Tu no antens mai a 
la primera. „ " Ascusi, Attesa, li raspón, che era aculjint achés vel. „ " I 



Il catalano d'Alghero: Testi popolari luoderui. 315 

per aso ti vuria, li din In rej, donala a Antoni.,, Antoni pren lu vel, sa 
seti al cavaljucu, i ancumenQa a caminà i arriba on lu rej ; munta ama lu 
vel, i li diu : " Altesa, eccu lu vel, che ga Ve truhàt. „ " Brau Antoni, li 
raspón lu rej, ara t'astim de mes de Ijó che f astimava. „ Pren lu rej i en- 
tra on la farà Mulgana ama lu vel a mans i li diu: "Eccu lu vel: no a- 
spuHm ara?,, "No, li raspón, si voi che io aspozi tu tens de davaljà al 
mazzéu i deus de mascrà totas las Ijavons, i Antoni an una nit lu deu de 
pusà tolna coni era, i io lega aspós. „ Lu rej s'achirr a Antoni ili diu: "Ara 
la farà no voi aspuid finga che io no davaìji al mazzéu i mescri totas las 
Ijavons, i tu an una nit las tens de trià tolna coni eran. „ RasjJÓn Antoni: 
*' Altesa, coni voi che io an nna nit fagi achés trabalj? „ I raspón lu rej: 
^ Pena de la vira si tu noi fas. „ Antoni sa'n davalja al pidtó i achirra lu 
cavaljucu che isi i li diu: "Che vols, Antoni? „ Achés li diu: " La farà Mul- 
gana no voi aspiizà finga che lu rej no davalji al mazzéu i mescri totas las 
Ijavons, alura aspoia ; io an una nit tene de trià cara cosa al sou postu. „ 
Li raspón lu cavaljucu: " Anséljama i senta adamùn meu i anéni aón lu 
o'ej de las frumiguras. „ Arriba a la tana de las frumiguras i hi cavaljucu 
diu a Antoni: " Davdljntita i achirra lu rej de las frumiguras, i diuri lu 
conta che elj ta agurarà, „ Sa'n davalja Antoni i ascumenQa a tichirrid: 
*' rej de las frumiguras, isi che la farà Mulgana novolaspuzàfingacheno 
davalji lu rej al mazzéu i mescri totas las Ijavons i io an una nit tene de 
trid tot.,, Raspón lu rej de las frumiguras i diu: " Antoni, asta tranchilju, 
-ves i romita che dama inaiti trubaràs tot a posfu. „ Sa'n munta Antoni al ca- 
valjucu i arriba alparau. La nit venan totas las frumiguras; chi praniva un gra 
de frument, chi un gra de Qiì(r6, chi un gra de Ijantia, anfi, che caraù un gra de 
cara cosa, an pusàt an la nit tot a postu com era prime. Munta Antoni i diu al 
rej: "Altesa, l'olda che m'a dai es fet. „ Entra lu rej on la farà i diu: 
^'Antoni ga a fet tot; ara no aspuzém? „ Raspón la farà: "No, si vols che 
io aspozi tens de fé un gran fol de duas bocas i deu de asta tres dias an- 
ganent i legu aspós: Antoni però deu de antrà de una boca e na deu isi 
de l'altra. „ S' achirra lu rej a Antoni i li diu : " Antoni, ara la jara no 
voi aspuSd finga che no fagi un fol ama duas bocas i astighi tres dias an- 
fanent, i tu deus de antrà de una boca i na deus de isi de l'altra. „ Ra- 
spón Anioni : Altesa, es lu matés che vusté ma donghi la molt. „ Lu rej 
li raspón. " Lu tens de fé, i pena le la vira si no'l fas. „ Davalja Antoni 
al pultó i achirra lu cavaljucu i li diu: "Ara la farà Mulgana no voi a- 
spuzà finga che no fagi un fol che astighi tres dias anganeìit i che io en- 
tri demi cap i na isi de l'altru. „ Raspón lu cavaljucu : " Pren a mi, ifemma 
fé una gran currida, da che cor ma gitards an terra, tu pre7is lu rasò i 
óbrima i premma tot l'ori che tene, i ùntatan tot de lus peus al cap i en- 
tra sensa por al fol, che antrards de una boca i na isirds de l'altra. „ Ra' 
spón Antoni: "No, per muri tu, miljó la molt la prenc io. „ Diu la cava- 
ljucu: "Antoni, jes lu che ta die, che an fi io talj Vancantament. „ Pren 
Antoni i sa seii adamùn del cavaljucu, li ja fé una gran currida; pren lu 
cavaljucu i cauan terra molt. Antoni ama gran dasprajé i durò de cor pren 



SI6 Guamerio, 

la rasò i l'obri i ni li pren tot l'ori. Lesa lu cavaljucu an alji i sa'n va 
an casa i troba lu fol che era dos dias anQanent. L'andamà munta aón lu 
rej i li diu : " Altesa, si sa voi fé a la finestra ama la farà che a las deu 
io entr al fol, ma fa prajé. „ Pren Antoni achelj ori i ascumenQa a sa'n 
unta he com li avia dit lu cavaljucu; va a isi i troba lu rej ama la farà 
a la finestra. Antoni pront entra de una boca i na isi de l'altra mes belj 
de com era. Legu matés ascumeuQnn a li fé las manas-manetas, i tots die- 
<o:in: " Brau Antoni!,, Lu rej alura diu a la farà: "No aspuiém? „ " No,^ 
raspón, si vols che io asjìozi lu che a fet Antoni, lu deus de fé tu i legu 
aspós. „ Pren lu rej i s'avisa Antoni i li diu: "Antoni, ara la farà no voi 
aspuzà, che voi che com ses antrdt tu al fol, entri io; cosa t'as untàt, che 
eras asi Ijuent?,, Antoni li diu : " Attesa, so antrdt a la dispensa i m'e taljdt 
una fila de Ijardu del mes gros che i era. „ Lu fol anganent sempra, cudn 
lu rfj fa fé la farà a la finestra ama Antoni i sa unta achèi Ijardu, i en- 
tra al fol. No era tant antrdt lu cap, com eran brnzats lus peits. La farà 
legu diu, a Antoni: " Vina, Antoni, che chim'a triburàt ses tu i no elj, che 
aspuzém. „ Pren alura i fa isi lu Cardandl i lus asposa. Antoni s'es daclaràt 
che no era paga, che era filj de rej com elja, i asi son campats alets l 
cuntens. 



7. Rundalja de Mestra Fran^iscu^ 

Una volta i avia un sabaté i taniva tres fiìjas, i era viùt, i sa la pas- 
sava assai de pobra, palché era un capi; astava sempra nit i dia trabaljant 
i cantant, i an fata d' elj astava un duca. Lu duca dteva : " Com inai va 
che io ama tanta richesa so pre de afans, i elj un tinós asta sempra can- 
tant.,, Avisa un salviró i li diu: " Ves aón mestra Frangiscu i dighiri che 
venghi che lu vulj ió.„ "Ai ascura de mi?,, sa posa a diura mestra F., 
cudn veu lu salviró del duca; " eosavulgardmaidemi? che mavidgaràpusà 
an praéó palché astic sempra barràni ? dighiri che no cani mes.„ Lu sal- 
viró va on lu duenu i li diu: "Buca, mestra F. no i munta, palché 
te por che lu posi an pra'só.,, Lu duca anvia lu salviró on mestra F. 
a li diura che munti che no es per posa' lu an prazó. Mestra F. vajent 
che no puriva fé de mancu, sa prasenta tramuransa com la fulja on lu 
duca i li diu: "Cosa voi, missanór duca?,, "Io no ta vulj, raspón he 
duca, per ta pusà an prazó, ina per sabé che tu puvaritu ses asi alecr, 
io rie sempra pre de anfarus. „ Alura li diu mestra F. : " Duca meu, tot 
aljó che guaran gast ; cudn guaran un rial, gast tot lu rial; cuàn no, astic a 
miéventra i cant lu matés tot lu dia. „ "Ma diurna, mestra F., li diu lu duca. 



' Raccontata da Maria Grazia Bardino; ottobre 1883. 



11 catalano d'Alghero: Testi popolari moderni. 817 

palché gnaruTias asi poc?„ Lu sabati liraspón: "Cosa voi, duca meu, che 
ningu ma cumana,palché no tene cabdl. „ Alura lu duca treu una bassa i li 
din : " Te, mestra F., an anchi i a Qens ascuts, pósat cabdl, no ta vuìj intarés, 
ciiàn tangaràs cabdl foli i guaran assai, ma liis dungai'às. „ Mestra F. 
legu li diu : " Missafior meu , cosa fa miste che io no lus pitgaré mai 
tulnà. „ Diu alura lu duca: " Préntatals che io no ta lus Qalcaré; m'es ba- 
sta che cantis sempra, asi ma faràs asta de bon umó.„ Ilestra F. cuntent 
i baljant a un'anca li diu: "Buca meu, tanta sariU i vira tenghi; „ ipreSa 
la bucaca de la muhera sa'n va. Arribàt an casa mestra F. dasprés de ave 
astripifjàt de l'alagria, sa posa a sa fé tots lus contas del com tania de 
gastà la munera i sa pusava: " Vini ascuts de pelj, vint de sora, sis ascuts 
de aspau, quatra ascuts de pega.... Ma no, miljór es che prenghi demés fol- 
mas i barrinas i suras, tot nou.... Ma i tantas, ma alura no ma basta la 
munera ; manasté afe de nou lus contas,, i asi astava tot lu dia fent i das- 
fent i s'a passai asi tres dias, nit i dia sensa libri barra. Lu duca che li 
avia diinàt la munera s'es pusàt a pensa : " Com ara che li e dunàt la 
munera per canta, i ara che te de asta mes cuntent, te de asta com un 
mulmutoni? „ Achirra lu salviró i li diu: " Ves aón mestra F. i dighiri 
che venglii. „ Lu salviró va legu al cumandu uklanàt i achirra mestra F. 
Lu proba sabaté pren la bucaca de la munera i va on lu duca i a pena lu 
duca lu veu li diu : "Com, mestra F., son tres dias che fé dunàt la munera 
per canta i tu per crepu na vols libri mai boca? „ " Te, raspón mestra F., 
prenghi la sua munera, che astava nit i dia femma lus contas i no gusava 
pau; miljór es a essar proba i alecr che rio an pansam,ens. „ Lu duca li 
diu: " Achesa munera es tua, io no lavulj, però tens de canta.,, "Ifo, mu- 
nera no na vulj , duca meu, diu mestra F. ; miljó , missanor , ma don- 
ghi casa franca an una apusentu de achelj parau che te vusté, che es tot 
buit. „ Lu duca, Vascùr che era un bon orna, li diu: " BasgraQiàt de tu! 
aón vols and a ta mura an una casa on caraù che i entra na isi molt de 
lus assustus, palelle i son duendus, i tu para de famiria vols anà an alj'i 
a muri. „ " No, duca meu, sa posa a diura lu sabaté; io de lus duendus 
no i tene por; per lus primels dias vac sol, i asi tanint casa franca, tot 
aljó che ma guaràtì ma'l mene, i asi astic barrai tota la giilnara. „ Lu duca 
dasprés che la pragàt tant, li a dit che anighessi. Mestra F. cuntent sa'n 
carra legu lu banchét i la sura an casa del duca i sa posa a trabaìjà i a 
canta. Ciiant era miganit ta antén achesas ramóls de carenas alsostra, che 
paraseva un anfél, i che na tanghessi de caura la casa. Mestra F. sensa 
sa duna per antés, bativa la sora i cantava. Dasprés de tanta chimentu 
antén: " Mestra FrauQiscu I Mestra Franqiscul,, " Chi dimoni vureu? „ ra- 
spón lu sabaté. "Mi che ma'n giti „ raspón la matesa veu. " Mancara che 
la gitis lus peus „ li diu mestra F. i cdun achesus dos peus. Mestra F. ba- 
tiva sempra la sora i cantava, cuant antén tolna achesas ramóls de care- 
nas i la veu primera sa posa a diura: " Sii che ma'n giti,, "Mancara che 
ta'n gitis las ctisas ! raspón mestra F., si astàs a pitti meu ga tens àsiu „; 
i cdun legu las duas cusas che sa unesan ama lus dos peus. Eccu che ta 



318 Guaruerio, 

antén un'altra ramurara de carenas i elj sempra fissu al trabalj i can- 
tant. " Mestra Frangiscu, mi che ma'n glt! „ s' antén che diu la veu. "Man- 
cari che ta'n gitis lu cos „ sa posa a raspondra lu pobra sdbaté; i legu 
cau achés cos de orna gros coma un tronc i sa%mésamà las cusas. Mestra F. 
trabaljant antén tolna acheia gran ramò de carenas i una veu che diu : 
"Mestra Frangiseli, mi che ma'n giti „ " Mancari che ta'n gitis lu capi,, 
li raspón lu sabati; i eccu che cau achés cap che sa unés ama lu restu i 
folma un gran palsonaga. Mestra F. che a visi asó era ga mie assustàt, cudn 
per mes dasgragia lu mostru li daspaga la candera i sa'l pren a baljd. 
Mestra F. no na pudia mes, astrae i molt de las pistaras, i muhit de la suor, 
però lu duendu Va astracàt de mes, alura lu mostru li diu: "Mestra F., 
ara vec che ses un orna varantiós, che no tens por a lus duendus, vina ama 
mi che ta fare rie „ i sa lu tira, l'ascùr, an un sutarraneu. Mestra F. tra- 
murant com la fulja, crajeva che lu matessi, i l'assutar ressi i dieva : " A- 
chesta ga es l'ultima mia!,, Dasprés che lu mostru, l'entra an achés su- 
terraneu ascùr ascùr, li a dit: " Mira achés baùl, aljó che i es adrinta es 
roba tua. „ S' antén achesa ramò de carenas i ascumparés lu duendu. Me- 
stra F. com a pugùt sa carrega lu baùl che delpes cuasi l'aschicava i sa'l 
munta a V apusentu. Angén legu. la candera i obri lu baùl. Mestra F. cau 
dasmajdt al veura tanta mimerà de or che umbriva lu baùl, i legu pensa 
de sa l'amagà. Eccu che era ga dia i lu duca achirra lu salviró i li diu : 
" G'usép, ves aón mestra F. a veura si es molt. „ Lu salviró corri legu al 
parau i ta troba lu sabaté baljansa sol che paraseva un maccu. " Mestra 
F., li diu G'usép, m'a anvidt lu duenu per veura com asta. „ 1 lu sabaté ra- 
spón rient : " Dighiri al duca che io so viu. „ Alura lu salviró tolna an casa 
i diu al duenu, " Buca meu, mestra F. es alecr asi che no Ve vist mai. „ 
Lu duca li diu : " G'usép, ves i diu a mestra F. che venghi che lu vulj parla. „ 
Eccu che mestra F. che lu baùl ga sa Vavia amagdt, sa tanca la polla i 
va on lu duca, che li diu: "Com es, mestra F., che tots son molts, i tu sol 
ses viu de la geni che es antrara an achelja casa ? „ Lu sabaté alecr li ra- 
conta tot, ma no li diu arrés del baùl de munera. Lu duca de Valagria che 
mestra F. no era molt i asi li tolnava la fama, che tots dievan che era an- 
tragdt ama lu dimoni, palché tots murivan si li antravan, li diu: "Mira, 
mestra F., prime tots ma miravan de mar ulj per achés parau ; ara tu m'as 
tulndt Vunór, i io ta'l ragàr. „ Mestra F., tot alecr va an casa de las filjas 
i diu : " Filjas meas, ara vus allrus seu sanoras, astati cuntentas che la 
cutilja no la passareu mes. „ Alura sa n'a piiltdt la famiria al parau del 
duca, sa Va fet ambrachind i banai per fé fugi lus duendus i sa Va ben 
mubiridt; a pugàt la capeljina i vistits de sera a las filjas i las a casaras 
totas tres, una amd un malchés, una ama un conta, i una ama un barò i 
son vivits tots cuntens. 



II catalano d'Alghero : Testi popolari moderni. 319 



8. In paldàl yelt ». 

Una volta achesa filja de rej era a un daselt i taniva un galmà, i achest 
galmà era patii i anava d la caga. Mentra cli'elj cagava, elja es astara ar- 
riibara. Lu palit no trubant la galmana an casa es anàt a curri mon. La 
minona era astara arrubara de un filj de rej, i achés sa l'avia asjmsara ; 
i dasprés che an aspuzdt, lu marit es anàt a la gherra, i a dasàt la muljé 
pranara, i es vangura a pari i a fet un minò i una minona. La mara del 
pringip che non astimava la nora, ascriii al filj dienni che avia fet dos 
cuciis ; i lu pringip raspón che a cucus o gatas li fossin dasats fin tant 
che vanghessi elj. La mara li tolna a 'scriura che era una gran valgona 
de trenda dos cucus a la coli. Ve l'olda del marit che la fossi daspacara i 
che fossin molts los dos cucus, che vuriva la sane i 'l cor de totus tres. 
Alura la raina a anviàt un calnigé che fossi molt a elja i a lus fils, i che 
li fossi pultàt la sane i 'l cor. Alura son anats a un gran bosc per las 
mata. Lu calnicé pres de Ijàstima i cumpassió vajent achesa dona am' a- 
cheljas criaturas al pit, no lus mata i lus desa an una cabana danni pru- 
vistas per tres dias. Altru no taniva i li diu : " Filja mia, aljàlgatan de 
an anchi che no venghi ascuviàt, palché la raina nia'n prangariva la vira.,, 
I elja sa n'es anara dienni: " No tenghis por, che io caminaré nit i dia i 
tu ves a la colt i dighiri che ga m'as molt, i anigaràs a un cuiri i pran- 
gards tres angones i pultards tres cos ama la sane i lus dungaràs a la 
raina i de mi no sa'n parlare mes. „ Ara caminant caminant achesa dona 
ama las duas criaturas al pit, sa troba an un daselt i feva nit, i troba 
una dona velja che li diu: "Filja mia, on vas? i cùntama lu fet tou che 
fes suggait.,, Dasprés che tot lu pas li a cuntàt, achesa velja ch'era una 
farà, i folma un gran parau, i lu, dona a la minona. Dasprés de un poca de 
tens, i passa tm' astrega i elja era a la finestra. Achesa astrega era anviara 
de la sogra ch'era la muljé del rej, per daspaldasa'la, i li diu : " Belja ga 
ses tu i miljó es lu castelj.; si i era Z'algua rient, mes belja eras tu. „ Lu 
galmà che dasparàt sempra cagant girava per lus boscus si pulia trubd 
la galmana, un dia finalment la veu a la finestra, i li diu : " Com ses van- 
gura an anchi? Io era sempra caminant per mons i per vals, Deu m'a da- 
stinàt a vani ama tu. „ La galmana li canta tot lu fet i li diu : " 1 no sas 
tu, galmà meu, cosa es suggait P una dona i es vangura a ina pusà an pan- 
sament i achesa cosa m'a dit, che belja era io i miljó es lu castelj ; si i 
era Valgua rient, mes belja era io. „ Ara ve achesa dona velja, che li a 
fet lu castelj, i li diu : " Cosa ses dient a ton galmà ? lo ga Ve pansàt che 
es vangura un'astrega per ta daspaldasd. Ara si tu ses bon galmà, tens 
de anà a galea l'algua rient; ves che Irubaràs una funtana, on l'algua gira, 
i tu tens de pansà a umpri achesa tasa, che am'una volta basta, i fan 



* Raccontata dal marinajo Raimondo Pisu, d'Alghero; ottobre 1883. 



S20 Guaruerio, 

toìnas a vani. 1 da che V as puUara, io vene an anchi a la banai. „ Lii 
gaìmà sa posa an carni an gelca de achesta funtana i fa aJjó che avia dit 
la veJJa. Basprés tolna l'asirega i troba l'aìgua rient i cambia ■pansament, 
i diu: " Belja ga ses tu, i miljó In castelj ; ga i es Valgila rient, ma si i 
era la poma baljant, 7nes belja eras tu. „ Ara la minona es purrant, che 
no sa com fé, i li dasprau de fé pelda lu galmà. La velja, che era nostra 
Saiiora, s'anvia i va a la casa i la troba tramurosa, i li diu : " Cara asposa, 
cosa tens ama mi ? diurna com va che tu ses daspragura ? „ Elja raspón : 
" Es vangura achelja ascura de la bruta astrega un'altra volta an anchi. „ 
1 la velja li din: "Ara es manasté che tun galmà vagì a ta pultà la poma 
baljant. „ I diu al galmà: " Tu tens d'anà an achelj gran cam i tens de fé 
com un Ijam a prenda acheìja poma, si no restas ancantàt i asó es una 
dasgragia pe tan galmana; tu no miris com es l'abra a cult o Ijonc ; vista 
la poma baljant, gitata com un Ijam a l'aguantà. „ L'orna prestu va a la 
vurara, la poma Va aguantaì-a i an casa s'an tolna. Basprés ve Vastrega 
per olda de la raina che vuriva che la nora a tot lus costus i dasessi la 
vira i sa posa a canta: " Filja mia, belja ga ses tu i miljó lu castelj, ga 
i es l'algua rient i ancara la poma baljant, ma sì era lu paldàl velt, no i 
avia com a tu. „ La jìatita sa fa a la finestra i Vastrega li diu : " La Viltùf 
sultant te achesus cosas; si tu las tanghessis, aìura eras com una raina 
del gel i de la terra i pulivas fé gherra ama tots lus rejs i lus ampera- 
dols. „ La belja nostra Sanora tolna al castelj i diu a hi galmà: " Filj 
meu, ara ta toca de anà a prenda lu paldàl velt che a dit Vastrega; asó 
es mes difigil de tot lus altrus ancarits che fa dunàt, però no tenghis 
por che io t'aguraré. „ Ma lus fils de la galmana che eran vanguts granets 
diun al ciu, che achesa volta tucava a eljus a anà an gelca de lu paldàl 
velt, i asi sarvd la mara. La mara però no lus desa anà, i alura la velja 
diu al galmà com tanioa de fé i li dona una gabia i una veltigheta, dienni 
che hi paldàl velt sa trubava culgàt an un bosc assai aljunt. " Tu a pena 
ta n'abigas, li prasentas la madalja i legu lu paldàl antrarà a drinta de 
la gabia ; toca achesta ama la veltigheta i la gabia sa tancarà. „ Lu galmà 
sa posa an carni i posa an obra lus avaltimens de la velja. Ara la galmana 
es cuntenta, palchi no i manca arrés ; l'algua asta rient, la poma asta 
baljant i la paldàl velt es cantant. 

Ma tulném al filj del rej che era tulndt de la gherra. Un bel dia isi a 
caga, non avia trubàt ni una Ijebra, ni una paldiu, ni ancara un paldàl 
de niu nu mi; asi s'era avansdt assai aljun del pais sensa sa n'abigà che 
ascurigava i che lu tens era anuvoràt. Basprés de un poe ascumenga a fé 
trons i Ijans i gran algua che paraseva un infél. Un cagaró a la vista 
d'un Ijam, a visi achelj gran castelj i diu al rej : " Sacra Curona, venghi 
an anchi a sa alugd, palchi seni tricci tricci, i vusté na pugard trenda 
mal. Al fi no sigardn brigans an achés gran parau che mus matardn : sa 
fagi curaga che ga tanim tot lus pagas. „ Tocan lu pultó i damànan alogu 
per ìjassà la nìt. Lu pultó s'obri i véun tota achesta Ijumanaria che de 
nit paraseva un'igresia i i dabasa tanta gent per fé lus antrà. " Bona nit, 



II catalano d'Alghero: Testi popolari moderui. 321 

brava geni i chi seu? Nus aUrtis no crajém che sigheu brigans; a la ve- 
fìtmenta vaj'ém che seu de la coli del rej. Muntali tots citàn seu, no pansau 
a lus cavals che tangaràn de mangà i sigaràn ben arramunits. Ara vus 
nltrus pansau a vus mura i dasprés anau a la gran sarà, che i es la meza 
praparara rei per mangà. „ Lu rej cuntent ama tots lus cagarols munta 
a la gran sarà. La taura es arramunira, i Nostra Sanoì-a diu a lus dos 
fls : " Achelj es vóstrun para ; u sa pusarà a la reta, i l'altru a l'ascherra 
d'elj. „ TiU rej vajent acheljas duas criaturas, no mangava del daspraghé, 
pansant che elj no na tatiiva; i vajent l'algua rient i la poma baljant i lu 
paldàl velt parlant, astava maraviljàt. Ara che tots an mangat, lu rej diu 
a lusfils: "Ont es vostra mara? „ I lus fils : "La mania es culgara i no pot 
iU, che vangare dama malti a li pulid lu café: ara vagì a rumi.,, Ma lu 
rej i ripiti che la vuria veura i che s' era rumira, sa daspaltessi che la 
vuria cunésar. Alura Nostra Sailora Va pultara a la sua prasenQia i la 
minona li diu: '' Eccu io so an anchi, cosa voi vusté de mi, che ma vuria 
cunésar ? Bamàni al paldàl velt, che i digard chi so io i totas las mias 
dasgraQias. „ Alura lu paldàl veli sa posa a diura an un cantu tota l'a- 
storia: "Sua Attesa cuant es anàt a la gherra, a dundt massa ascultu a 
las mantiras, che sa mara sempra dascuntenta d'achest matrimoni li feva, 
palelle vuria daspaldasà lU nora, che no era de sane reàl. No era mai pus- 
sibra che ta muljé belja com un poni d'or aghessi parit dos cucus ; i tu 
fics astdt massa angandt, palché ta'n tanias de cura i fé rigelca si no de 
lus fils, almancu de la muljé, che ta mara avia cunsanara a un calnigé 
per daspaìdasa'la, i achés Va dasara an vira amd Ics dos anugens. Achesta 
rhe ta asta adavant es ta muljé, che dasprés de tanta dasgragias es ascam- 
par a per Nostra Sailora; i achesas duas criaturas che te al custdt i che 
vusté anvidiega, son lus fils che elja dieva cucus i lus vuria molts. „ Lu 
rej maraviljàt che aghessi trubàt la muljé i lus fils, cuntent sa lus a abragdt 
i li damana ]jfMó del mal che sensa sabe' lu i avia jet. Lega son anats a 
la coli; Va feta racunésar de tots com era la muljé, ila mara, del daspraghé 
de veura anats an terra tots lus altifigis che avia pusdt an obra, cau de 
un agident. Lu rej uldéna tres dias de festas an tota la colt i son vivits 
alets i cuntens. 



9. Lu calbunaju 



Bons sa imbava un rej com diura a Pultugàl, i a la guitàt d'achelj rej 
dabasava distant un miriu fora del pais iin salpent de seti cats, i cara dia 
vuriva una gova de Vitdt de sez' ans, che si no la imbava, an guitàt an- 



* Anche questa mi fu raccontata dal marinajo Raimondo Pisu. Egli era 

Archivio glottol. it., IX. 21 



322 (juarucrio, 

trava i legu la divitrava. No cs astàt nigù garrié che ojjl Ijnvdt aches 
salpent; ma pel yragia sa troia un calbimaju lu dia, che incava a la filja 
del rej. Achés calbunafu ve a passa i veu la cuUdé de luta i tucani las 
campanas de moli, i alura pragonta a una dona: "Cosa i a an anelli?,, I 
elja li dm che i a un salpent de seti cats, che sa te de mango, la filja del 
rej. I li din lu calbunaju a achesa dona a veura ont es, i a mustra'li ho 
carni. Basprés sa posa a camino, ont' era la filja del rej i li pragonta da 
che Va trubara : " I cosa fas an anchi ? „ Elja li din ; " Véstatan che si 
no ta'n menga a tu també i a 'l cavai j. „ I li diu: "No tene por, che cuàn 
ve 'l salpent mus arangerém. „ I li diu: " Fema 'Ipraghé, mirama 'l cap, 
che pultaré carchi polj „ i asì li a pusàf lu cap a la farda de la filja del 
rej, i rumit s'es. Eccu che ve 'l salpent i elja sa posa a purrà, i las Ija- 
grimas a la faca del calbimaju li an bandt. Alura s'es daspaltdt i li diu: 
"Cosa tens?,, " Mi'l ch'asta vanint achelj brut salpent. „ Elj munf a cavalj 
i li diu: "No tenghis por, i susségata de purrà.,, Eccu che ve 'l salpent i 
diu: "Chi belja molt fare avùj ! Che ont de na mangà u na mangaré tres. „ 
Alura lu calbunaju li diu: "Si na mengas tres, ta tens de cumbatra.,. Ili 
raspón lu salpent: "A un cop eh' io ta dono, mangaré a tu i a 'l cavalj.,, 
1 'l calbunaju li diu: " Avansa an anelli al duél!,, i sa tira la sabuleta i 
a lu prime cop cli'elj li a dunàt, cuatra cats al salpent li a taljdt. Lu 
salpent li a dit che vuriva rapusà, i lu calbunaju li a dat quqtra manutus 
. de tens. Alura lu salpent s'a apaéigdt lus cats, i lu calbimaju gran mtil- 
tificdt li diu: "Avansa al duél.,, Lu salpent sa ptosa a garrd, i al cavalj 
una gamba li a truncàt. Ma la calbunaju al cop che li a dat, Qinc cats li 
a taljdt, i a l'altru cop che li a dat, tots lus altrus li a taljdt. Alura la 
filja del rej li a dit: "Tu ses lu meu Ijibratór i tu sards mun marit. „ Lti 
calbunaju li a damandt un mucaró, i la filja del rej li a dundt. Elj a Ijcvdt 
al salpent las vuit Ijetigas i astogaras sa las a. Anant a rint a la guitdt, 
a trubdt un cavaljé i li diu: "Aón vas tu, calbunaju, amd la filja del rej?,, 
"A putta' la al para, ch'io 'l salpent e matdt. „ Lu cavaljé li diu: "Tolna 
anrera ch'io vulj veura lu salpent. „ Ba che a trtibàt lu salpent sa n'a 
preéus vuit cats i alura li a dit: "Tolna anrera che lu salpent l'è molt 
io „ i li a pnsdt pe la vira à la filja del rej che dighessi com die io i si 
no la matava. La filja del rej li a dit che gurava pe la fé de Beu che 'l 
salpent l'avla molt lu cavaljé. Alura lu calbunaju sa n'es andt al carni 



un assai cattivo novellatore; poiché, oltre il non saper seguire il filo del 
racconto, aveva le pretensione di ridurre in versi e in rima le sue parole, come 
si vede chiaro dalla precedente storiella e da questa, che è delle più scon- 
clusionate tra quante egli mi recitasse e che io riferisco nella sua scor- 
retta integrità. Ciò non di meno, e questa e la precedente, che è la mi- 
gliore, e così parecchie altre che conservo manoscritte, mi riuscirono preziose 
per la schietta forma del vernacolo che egli usava, non diverso da quello 
che corre tra il volgo d'Alghero. 



Il catalano d'Alghero: Testi popolari luotlerni. 323 

d'elj. Als tres dias es anàt a la Quitàt i a trubàt Vaspusori de la filja 
del rej ama 'l cavaljé. Lu calbunaju es anàt a la coli, i la santinelja li 
diu: " Aón tu vas, calbunaju? „ "Tene de parla a sua maistd. „ La che la 
ijova lu veu antrà, tot lu coi' li a alegràt, dienni: "Avansa, avansa ! „ Lu 
rej li a parlai i lu calbunaju li raspón: "Cosa vus a cuntdi? „ Sua maistd 
li diu: "Io vulj veura lus vuit cats i pranim l'asperiment che bon garrié 
ses astàt. „ I lu calbunaju, : " Achés nobil cavaljé, che a tangùt gran cu- 
ra f/u de mata achei salpent, faqi veura las vuitas Ijengas de lus vuit cats.,, 
Alura an visitai ch'era una grossa mantira. Lu 'cavaljé sa'n vuriva and 
de la por che taniva, ma la santinelja Va falmàt che no sa puriva esi fins 
a l'ora del palament. Alura lu calbunaju diu: " Achés es lu mucaró ama 
las vuitas Ijengas „ i al cap li a pusdt una per una, i totas anavan be, 
che 'l calbunaju taniva raó. Lu rej li a dai lu do de s'asptisà la filja, i 
lu cavaljé lu sandedamd l'an bruzàt a mie de pra^a. Lu calbunaju es astdt 
tot cuntent, la puporagió sempra dient: " Achelj vurém per rej che mus a 
daljibrdt i tota la Quitdt.,, Da che an aspusdt, lu rej la curona li a dal; i 
lu calbunaju da che rej es astdt a la puporagió un an de paga li a pai- 
dunàt del dagi che pagavan, i an fetas de las grans festas i a probas i a 
rits an cunviràt; io ch'era sulddt una bastunara m'an dundt. 



10. Maria Antaurara '. 



Una volta i avia un rej, com'era achés rej eran marit i muljé, i taniaii 
una filja che sa dieva Maria, ma era tanta belja che no sa puria amagind. 
Aehesa minona vivia sempra ratirara a un'apusentu ama la mara, an moru 
che ni mancu lus de la colt la cunasevan. falda no manca, cau mararta 
la mara ; era a punt de muri i s'anvia a avisd lu marit i li diu : " Mira, 
aspós meu, ga ma veus che so paltint de achés mòn, no m'ampolta però 
tant de muri coma de Maria; per asò ta racumdn a la trenda conta, a 
no dasgusta'la an arrés, a daèa'li fé una vira ratirara coni acJieèa ch'es 
fent, i prinQipalment a no da>a'la fé cunfàlfara ama lus de la colt. „ "An 
asò ses pansant? li a rasposi lu marit, pensa a ta sarvd l' anima tua, i 
desa a Maria.,, Mori la muljé i li fan tots lus funararis che i paltucavan ; 
i lu rej sa tanca a un'apusentu i ì astd un an. Finii l'an es anàt a visita 
la filia, che a pena Va visi, s'es pusara a prurd. Lu para Va cunfultara 
dienni: "Cosa vols fé, filia mia, sanai che aehesa era la vttruntàt de Ben, 
i manasté a trenda puQenQia. „ Eran passai un parelj de ans che al rej i 
es vangura Videa de sa casa, i palelle la muljé prima de muri i avia dat 
un anelj, dienni che sa casessi am'achelja che i astava he, era pansierós 



Comunicatami dall'amico e collega prof. Felice Cariola, che la raccolse 
da un suo scolare. 



324 (Iiiarncrio, 

vajent che achelj anelj no vania he a ningù. Un dia de dasasparàt sa n'es 
anài a passayà a l'astrarór. Camina, camina, troba un sanò, che vajennu 
asi trist i a damanàt cosa tania: " I cosa vols che tenglii? i a rasposi hi 
rej ; son ga dos ans ch'es molta ma muìjé, i no puc truhà una gova che 
i vagì be achés anelj, palehé ma muljé m'a dit : - Aspóza acheija che i 
astava be achés anelj. - „ " Iper asò tu ses an pansament ? li raspón achelj 
sanò, che no Cì-a altru che hi dimoni travistit, tens an casa la dona che 
^elcas i no ta'n sas aprufità ; masura, masura achés anelj a ta Jilja i vauràs 
com i asta be. „ Al rej achesa cosa i es antrara de un'urelja i de l'altra 
no i es isira, raìigragiega achelj sanar, i sa'n tolna an casa. Arrihàt al 
parau va ret aont es la Jilja i li din,: "Filja mÀa, masùraf achés anelj, 
che m'a dasdt ta mara, a veura si ta asta be. „ La Jilja sa lu masura i 
astava coma pintara. Alura lu rej tot cuntent li diti: " Tu saràs ma muljé.,, 
Antanent asó acheija minona ascumenga a priirà che no na puria mes, 
dient al para: "Ma cos'es achesa idea che s'a pusàt al cap, sua Altesa? 
m'a ganardt i voi che io sighi sa muljé; mes prestu muri che acitnsanti 
an achesa cosa; tréghisan achesa idea mara del cap i aspósina carchi altra.,, 
Lu rkj però vuria che a mara gana elja V aspusessi i per asó li a dat tres 
dias de tens per sa pansé. A pena sa n'es anàt lu para, acheija minona 
s'es pusara a prurd i a damanàt cunselj a Nostra SaFiora de las gragias, 
che tania pangara a cazzai del Ijit. Basprés de tanta prurd. Nostra Sanora 
li a parlai i li a dit.: " Ascóltama, Maria, da che ve tun para mostrata 
alegra i cuntenta, i diuri che ga l'aspoSas, ma però che vols un visti de 
sera an curò de aria. „ Passats lus tres dias, lu rej sempra am' acheija 
idea al cap, es tulnàt aont es la Jilja i lì a dit: " Ibé, Maria, ta ses ptan- 
sara? „ "Si sanar, i a rasposi la Jilja a cuant a pugni, però vulj un visti 
de sera an curo de aria. „ Lu rej che de pringipiu s'era mustrùt assai 
cuntent, a pena che a antés lu visti che vuria, s'es ratristdf i li a dit: 
" Ibé, Qalcaré de iruhà lu visti „ i sa n'es anàt. 3Ia per cuant agi galcàt 
achelj visti, no Va pugùt trubà an ninguna pali del mon. Arrabiàt per 
asó sa n'es anàt a passagà a l'astrarór, aont a trubdt lu matéè sanò, che 
vajennu arrabiàt i a dit: " Pussibra, a rej, che no sighis mai cuntent! 
Cosa tens ara ? diumal a mi. „ " 1 cosa vols che tenghi, li raspón lu rej; 
ma Jilja ga ma voi aspuzd, ma voi un visti de sera an curò de aria;, e 
galcdt an cara Ijoc, ma no Ve pugùt trubà. „ " Tot achesa es la causa 
che ta cuntristega? i a rasposi lu dimoni; vina an anchi dama a la 
falda i trubards lu visti. „ Lu rej tot cuntent sa'n tolna al parau, i lu 
sandedamà a la laida va a l'astrarór i troba achelj sahór ama lu visti. 
Lu rangragiega i va aont es la Jilja i li dia: "Te lu visti; ara diuma 
cuant aspusarém. „ "Dama inaiti sabarà la rasposta,, li a rasposi Maria. 
A pena sa n'es anàt lu para, s'es pusara a prurd, a Jet un'ascramengia 
adavant del cuadru de Nostra Sanora: "Mara mia astimar a, astimara, 
dieva elja, eccu che m'a pultàt lu visti, com Jag io achesa volta, che no i 
a manera de i Je'li antrà al cap che no va be che un para aspozi la Jilja; 
com fag io, mara mia de las gragias, aguràuma vusaltus, i si no ma 



Il catalano d'Alghero : Testi popolari moderni. 325 

mat.„ "Ascolta, Maria, li raspón N. S., dighiri a tun para da die ve, che 
vols un altru, visti de sera, an curò de la marina ama tots lus peè'us ca- 
minans. „ Asi a fet aclielja minona, i da che es vangili lu para, li a dit 
che vuria un altru visti de sera an curo de la marina ama lus pesus ca- 
minans. Lu rej s'es arrabiàt da che antén achesa rasposta, ma pansant 
che falsi achei j sanò lu tangaria, li a dit: " Ibé ta dungaré achés altru 
cuntentu. „ Basprés arrabiàt sa n'es anàt a passayà a l' astrarór. I era 
sempfa lu mates sanò, che vajennu arrabiàt li a damanàf cosa taniva. 
" I cosa vols che tenghi, li a rasposi lu rej ; ma filja voi un altru visti 
de sera an curò de marina ama lus pesus caminans. „ " La cosa es un poc 
diffÌQira, a dit lu dimoni, però vina dama a la talda, i tangards lu visti.,, 
Ve lu sandedamd a la talda, i lu rej taniva lu visti. Tot alecr va aont es la 
filja, i li dona lu visti, damananni a veura ctiant aspuiava. "A dama a la 
talda la rasposta, a raspost Maria.,, A pena anàt lu rej, s'es pusara a prurà, 
damanant cunselj a N. S. che i a raspost: " Dighiri che ga sa che las nuvia- 
Ijas duran tres dias, i che però vols un visti de sera cara dia, che ta'n 
compri u a campanetas de or. „ Ratulnàt lu rej. Maria a dit coma l'avia 
cunsaljara N. S. Lu rej sa dava als diahras antanent cuals vistits i da- 
manava, i vuria sabé chi la cunsaljava. Finalment i a prumés che li pul- 
taria l'altru visti ama batas i cundagions però che no i muntessi al cap 
altras ideas. Dasprés sa n'es anàt a passagà a l' astrarór, pansant che 
trubaria achelj matés sanò, coma infatti l'a triihàt, palché lu dimoni cuàn 
sa posa a tanta un'anima, no sa n'astà finsa che no la vegi paldura del 
tot. Dons a pena lu dimoni a vist al rej li a dit: " Ascumit che ta filja 
fa damandt carchi altru visti. „ " Si, i a raspost lu rej, na voi un altru 
a campanetas d'or, i si no ma aguras tu, io no se com fe.„ Lii sanò ch'era 
lu dimoni a pansàt un poc; dasprés i a dit : "Basta, vina dama a la talda, 
i tangards lu visti. „ Lu sandedamd a la talda lu rej va al postu astabilit, 
i li dona lu visti. Alecr, alecr va aont es la filja dienni che lu sandedamd 
al malti vuria sabé la rasposta de cuant aspuzavan. Maria no li a raspost, 
ma legu che sa n'es anàt lu rej, s'a dabasàt lus cabels i a fet tma gran 
ascramenQia adavant del cuadru de N. S. dient: "Mara mia astimar a, 
Vergina santissima, com faQ io acheéà volta? ansanduma vos com tene de 
fé ama man para, ch'es a.H ancagàt del dimoni! com fag io che dama 
maiti voi sabé lu dia che aspuzém? Vergina mia, no ma parlau vos també? 
m'aveu abandunara ? dàuma carchi cunselj, i si no ma mat. „ " No, Maria, 
raspòn N. S. tu no ta tens de mata, palché io ta donc un bon cunselj si 
'l vols pusd an obra; i si no, fes com vols. Lu cunselj che ta donc es de 
tOi fé fé un'astatua de Ijena ama un caràs che i astighin lus tres vistits; 
éntratan arins i fugitan de la colt ; altru mezu de ta sarvà no i a. Per 
asó tu dighiri a tun para che fra vuit dias aspusau ; intant ta fas fé l'asta- 
tua i ta'n fugis. „ Maria l'a rangragiara de achelj bo cunselj, dasprés a 
aspardt che lu sandedamd maiti tulnessi lu para. A pena lu rej es tulnàt. 
Maria s'es mustrara tota alegra, i li a dit che aspuzarian dasprés de vuit 
dias. Lu rej vuria che aspuSessin rnes legu, ma Maria i a fet cumprenda 



326 Guarnerio, 

che sa tanlva de cunfassà, praparassa al matrimoni i altra cosa, che fi 
nalment a cnnvinQit lu rej. Legu che sa n'es anàt lu rej, Maria s'a avisàt 
un mestra de Ijena i U a racumanàt de li fé, tens de tres dins, iin'astatua 
de Ijeha ch'i i astessi arins eìja, ama un cards pe tres vistits, pena la vira 
però che digitassi arrés. Lu mestra da Ijena tot cuntent de salvi la filja 
del rej, sa n'es anàt i dasprés de tres dias, a dasora de nit, de la polla 
falsa, Uapultàt l'astatua. Maria Va benpagàt i na Va daspacàt raimmananni 
teina pena la vira che di'jhessi arrés a ningù. Pasats lus tres vistits arins 
del cardi, a amagàt Vastatua, asparant la nit prima del dia de Vaspuia- 
rigi pe sa'n pughé fugi. Finalmenta es vangura: Maria Antaurara sa posa 
arins de Vastatua i sa'n fugi de la polla falsa. Lu dama matti lu rej sa 
n'aseca an tens asparant che sa n'asachessi Maria. Ma Maria no sa n'a- 
sacava mai; tocan las vnit, i no; tocan las non, i no; tocan las deu, i no; 
tocan las onza, i no. Aliira lu rej a dat l'ordra che sa'n gitessi la polla 
i sa miressi cosa tanica Maria. Lus salvirols an ubait, ma a pena iibelta 
Vapusentu, sa son abigats che Maria no i era. Tot arrabiàt lu rej la fa 
Qalcà pe tota la coli i no la trùbana; per asó lu rej la fa galea pe tota 
la gnitàt, mani mancu Van truhara; per asó lu rej a anviàt una curunna 
vnrant a galca'la pe la campana, ma ni mancu Van trubara ; per asó lu 
rej s'es tancàt a un'apusentu. 

Ara dasém'a elj i pranim a Maria Antaurara. Legu ch'es isira de la 
gnitàt, s'es pusara a curri i a caminà Ijestra fins a na isi de lu renu 
del para. Canina, camina finsa che arriba a una guitàt de un altru rej. 
Va i sa posa a la polla del parau; la gent de salvigi a pena Van vista s'es 
pusara a ritira i Van dit a la raina, che a cumanàt che la fagessin munta 
aont es elja. A pena che la raina a visi achelj mostru, ses pusara a riura 
i li a dit: " I cosa vols? „ ''Si ma voi a salvirora,, li raspón Maria. "Si,, 
i a dit la raina, i Va pusara a da atangió a las galjinas. Maria era tanta 
tens ap, achelja casa, cuant un dia lu filj del rej li a dit: "Maria, póltama 
las astafas che tene de and a una festa. „ " A ma polla ? „ li diu Maria, 
i lu filj del rej li ascuri un cop de astafas. Sa'n paltés ; isin las faras i 
faran a Maria, ch'es vangura mes belja i mes belja de lu che era. Pusàt 
s'a lu prime visti de sera che li avia dat lu para i arins de una carrossa 
che camaniva de parelj d'elja, es anara an achelj pais aont era lu filj del 
rej. A pena che tots an vist arriba achelja carrossa am'achelja belja gova, 
son rastats a baca ubelta, Lu filj del rej legu che Va vista es anàt a i fé 
lus cumprimens, si che an fet amigigia i an baljàt sempra ansiema. Vangura 
la falda. Maria sa n'es anara, dasprés de ave dit al filj del rej ch'era 
del pais de Astafas. Lu filj del rej tulnàt an casa, a trubàt Maria aspa- 
rannu a V astala, i li a dit: "Ma ga i avia una belja gova a la festa 
del halj, che io ascumit si sa na trobi una mes belja, „ " Ma no sigarà 
mes belja de mi,, li raspón Maria, i lu filj del rej li a dat un'ascavanara, 
i s'es ritirai a Vapusentu a galea aón sa trubava lu pais Astafas. Ma pe 
cuant agi pugùt galea, no Va trubàt. Tot arrabiàt aspera Vandamà maiti, 
i dahasàt a V astala de Maria s'a fet pultà la brilja. "A ma polla?,, i 



Il catalano d'Alghero: Testi popolari moderni. 327 

diu Maria, i lu filj del rej li dona un cop de hriìja i sa'n paliés. Legu 
isin las faras i feta visti Maria ama lu sagons visti che li avia dai lu para, 
la fan pusd an carni, cunsaljanna che si lu filj del rej li anviava a fatu 
lus salvirols, lis i gitessi una farrancara de munera i legu sa'n fugissi. 
A pena arribara al Ijoc, lu filj del rej li a dit che l'avia bullat, che lu pais 
de Astafas no asistia. Maria sa posa a ritira i li diu : " No so del pais 
de Astafas, ma del pais de Brilja. „ Lu filj del rej tot nmltificàt per achelja 
rasposta, a baljàt tot lu dia de mal gust. Yangura la talda. Maria sa n'es 
anara, i lu filj del rej li anvia lus salvirols a fatu pe veura aonf anava. 
Ma Maria lis i gita una farrancara de munera i l'ora che acheljus son 
astats aculjint, sa n'es fugira. Tulnats aont es lu rej li an dit lu che era 
suggait i lu rej lus a baraljats. Marcutent sa'n tolna an casa, i dasprés 
de ave dat un'ascavanara a Maria, sa'n va a l'aptisentu a galea aon sa 
trubava lu pais de Brilja i no trubannu s'es arrabidt. Vangùt l'andamà 
malti va a l'astata i s'a fet putta de Maria la selja, i a la dumana de 
achesa si la pultava, ni ascuri un cop i sa'n va. Maria legu sa posa an 
caini. Lu filj del rej l'era ga asparant i a pena Va vista, li a dit palelle 
lu bullava asi. Maria sa posa a riura i li diu : " No so del pais de Astafas, 
ni del pais de Brilja, ma del pais de Selja.,, Ln rej li diu: "Ma achesus 
paisus no asistin. „ "Si sanór, li raspón 3Iaria, damàni al para i vaiirà.,, 
Frimé de sa'n palli Maria s'a cambiai ama lu filj del rej lu diamant. A pena 
paltira, lu filj del rej li anvia lus salvirols a fatu, pena la vira che no 
miressin aont anava. Ma Maria li a gitdt un' ambosta ,de gendra i sa n'es 
fugira. Tulnàt on lu duerni, li an dit com era astara la cosa. Tot arrabidt 
lu filj del rej va an casa i sa posa a galea lu pais de Selja. No l'avent 
trubdt, pres de dasprajé sa colga a Ijit i sa dona mai-art. La mara sempra 
galcava de cunfulta'lu. Finalmenta un dia Maria Antaurara diu a la raina: 
" Bésima fé una sopa a mi pe lu filj. „ La raina li a cunsantit i Maria a 
feta la sopa i a pusdt a mie lu diamant, che li avia ragardt lu filj del 
rej. La mara li polta la sopa, ma a pena lu filj troba lu diamant sa posa 
a tiehirrid : "0 mama, chi m'a fet achesa sopa?,, La raina crajent che 
fossi marcutent li diu: "lo, o filj meu. „ Ma lu filj li raspón: "No es 
veru ; o dighima la verità t o ma mat. „ Alura la mara li diu: " Ta Va feta 
Maria. „ " Fd^ira antrd.,, Maria entra vistira com Vultim dia che era anara 
al balj. Lufilj del rej saltdnsan dal Ijit diu: "So curàt ; eccu la mia asposa.,, 
La raina tota maraviljara s'a fet ditira lu fet de Maria, i elja li raconta 
tot. Alura lu filj del rej vtiria aspuzà legu; ma Maria li raspón: "No, 
finsa che no lu sabi lu babu, io no aspós. „ Alttra lu filj del rej a ascrif 
al para de Maria, che legu es anàt, i prurant a damandt paldó a la filja. 
Maria a aspuidt ama lu filj del rej, i lu para sa n'es tulndt a la coli. 
Eljus son vivits tranchilus i ciintens, i a mi m'an dat un barrai de vi, i 
Ve paldùt an cami. 



328 Guarnerio, 



II. CANZONI 



1. Chesas del caparó. 

Prime de antrà an Quitùt 
Ascutim un poc lus biilzaghins ; 
Ama tant algua che i a dahasàt 
La terra es tot fané, 
Ni travigd sa poran lus camins. 
Ga a l'Alghe nostra es sempra astdt asi, 
Cuàn s' espara a fé sec, s'angén la pedra; 
Si las asetas Deu ancumenga a ubri, 
De las tanca no s'arracolda mes, 
I tot a daìi del proba 
Che vili de la gurnara. 
Ai chi tens ! ai chi vira dasdicara ! 

L'orna es ver che an achest mon 
Dias de be mai no na troba ; 
Massim si es taljàt a proba, 
Viurd sempra ama la tina. 
Ta posas a prantd vina, 
Ta la pren la marartia. 
Si ta munta la mania 
Be sembra un poc de frument 
Si no 'l mata l'algua o 'l veni, 
Isi a pigu 'l tiribrichi, 
I asó an terra Verna fichi 
I 'l fa prestu dasparà. 

Mun bisaju sempra dieva: 
No era asi In tens antic, 
Mancari u no fossi rie, 
Proba an terra no era mai; 
Be arimens sa 'n feva assai; 
Ln frument a mie ascùt 
Elj no avia mai cunasùt; 
Vi mes car de una vuitina ; 
Per un rial una galjina; 
1 la cai finsa a sisé. 
Ara invece i voi un be 
Per cumpra'ta sol In pa. 

Ai Beu meul no i aura acabameni, 
Sempra, sempra achest tens durard ? 



Il catalano d'Alghero : Testi popolari moderni. 

Ma si anguan ma va he lu frument 
Vulj pusa'ma a fé carchi asparan, 
I as'i anant de guaraii an guaran 
Dels massajus mes rits vangare; 
Vulj cuinpra'ma una vina, un parati, 
La vaìjesa ma vulj ])(issà he. 



2. Cau^ó de amor. 



De la rosa superiór 
Deu fa vulgùt pinta. 
Jj'U modu, 'l tratn i 'l parici 
Ancantan a chicassia ; 
I no hasta a VaspUcà 
Ljengua i mamoria mia; 
Dunosa, venghi achelj dia 
Tu an lu mon a cumanà. 
De la rosa superiór 
Deu fa vulgùt pinta. 
Venghi achelj dia anugent, 
Chi no voi pughi crepa. 
lo ga vulgaria asta 
Arins del tou antendiment, 
Sol lu ta veura al inesent 
Lu trist lu fas alagrà. 

De la rosa ecc. ecc. 
Lu moli tu fas tulnd an vira, 
I asó ta 'l die perché hi, se. 
I una palma ben tisira '■ 
I a carati donas prajé; 
lo per a tu tamhé 
La vira i tene de ptisd. 
De la rosa ecc. ecc. 
Altrtf, de cuntd no tene ; 
No es arrés lu che io e dit, 
I aljoghis un bon partii 



Com lu che tens al pensameni, 
Prenetant contintiament 
Sensa ma'n pughé iilvird. 

De la rosa ecc. ecc. 
Continuament prenetant, 
Dumengas i dias de festa. 
La tua persona es unesta, 
Chensa trenda ningu dan; 
I asó no ta 'l die per mal. 
Che es un vantaga a ta da. 

De la rosa ecc. ecc. 
Achesa rosa atangió 
Del meu cor astitnara, 
Ta tenghis ben raguardara ; 
1 ama gran atuasió 
De Ijale s'antén l'uro, 
Che caratai fas apra^id. 

De la rosa ecc. ecc. 
lo faQ l'acabament; 
I tólnama la r asposta. 
Da che se che tu ses molta, 
Io g<^ fd'ì'é testament, 
1 alura na so cuntent 
De acJie's mon a mun and. 

De la rosa superiór 

Deu fa vulgùt pinta. 



^ 'e [sei] palma ben tessuta', per dire 'donna aita e ben fatta', alluden- 
dosi alle candide palme, alte quasi due metri, che qui s'iutessono con or- 
namenti d'oro e d'argento per la Domenica delle Palme. 



S30 



Guarnerlo, 



3. Cau<2ó de Nostra Sauora de Vaivelt '. 



I eccu hi miracra evident 
Che a visi lu popid de l'Alghe; 
Cuàn sa prega santament 
Semjìra la gragia sa te. 

De brunzu paraèeva l'aria 
Cuàn islva lu maiti, 
I a pena arribava an alji 
Sa mustrava tota varia; 
1 era gusta la pregarla 
Che achelj ver anava a fé. 

Cuàn sa prega santament 

Sempra la gragia sa te. 
Muienna^ del soìi aitar 
I ama popul present, 
Bascambiava lu sol ardent; 
S'es pusàt lu vent de mar. 
Lu miracra es gust i dar 
Be pultà Maria a l'Alghe. 

Cuàn sa prega ecc. 
J)e pultà a l'Alghe Ilaria 
Lu cleru a fet l'iinió, 
Le pulta'la an jjulgagió 
I lu popul an cumpania; 
I la nit matés del dia 
Lu miracra a vulgùt fé. 

Cuàn sa prega ecc. 
Lti popul gran afligit 
Tanint por de anaras maras 
Tens asùt i gran garara 
Che mun treu cara fruii; 
1 a pena che a fet nit 
S'es visi lu cambiament. 



Sempra la grafia sa te 

Cuàn sa prega santament. 
Lu vintisis de fabré 
S'es feta achesa pregarla; 
Finga an tota l'Itaria 
Era un gran manasté. 
Virgen de Vaivelt i de l'Alghe, 
Mara de l'Uniputent, 

Sempra la gragia ecc. 
mara de Vaivelt, 
Be las campanas sarùt, 
An general a prugùt ; 
Caraù lu toca i lu veu; 
Vos la prutatora seu 
Per Saldena i 'l cuntinent. 

Sempra la gragia ecc. 
mara de un veru Ben, 
Bitul nostrit de la campana, 
Lu popul ve i VHS aciimpana 
TJmiliàt i a cor iihelt: 
Lu miracra es gust i gelt, 
Che vivint cuntentament 

Sempra ecc., ecc. 
Lu nostru Vicari de l'Alghe 
Mus fa l'aspiegagió ; 
Lu popul, grans i minóns, 
Tots l'ascuUavan be; 
Lus sous disipuls també 
L'adoran frequentament. 

Sempra ecc., ecc. 
Es passai lu tragens ans 
Che an pultàt Maria a V Alghe, 



^ Composta da un povero cieco per la siccità del 1882, e recitatami da 
Isabella Manai. — Valverde, santuario presso Alghero. 
2 per muienla movendola, cioè Nostra Signora. 



11 catalano d'Alghero : 

Lu cunaseif tanta be 
Che lu miracra es a mans, 
I a cunsurà lus cristians 
Che vivivan de prime. 

Ciidn sa prega ecc. 
iVo na seu ineresirols 
Del gran miracra tangùt, 
De Maria aoém rabùt 
Assai gragias i favols ; 
I mis altrus pecarols 
De ciintinuu l'afaném. 

Sempra ecc., ecc. 
1 al sou filj salvaró 
I eìja assai rangragiava : 
Dascambia achesta anara, 
Tenna un poc cumpassió. — 

marna, sa che lu pecaró 

De continua m' es iifanent. — 

Sempra ecc., ecc. 
Deu es gran airdt 
Centra tots lus pecarols ; 
De asutols i de frarols 
Mus avia managat, 

1 elja es la che a pregai 
A sulevà achéè trument. 

Sempra ecc., ecc. 
I es culucdra Maria 
1 an lu sacr aitar magò ; 
La missa i henedigió 
Sa Qelebra cara dia, 
1 altras laudas de Maria 
Sa cantari divotament. 

Sempra ecc., ecc. 
I es tota la chinsena, 
Finga elja a sa'n patti, 
La missa cara malti 
I la talda la nuvena 



Testi popolari moderni. 

Lu Vicari sempra diena ^ 
I In popul antanent. 

Sempra ecc., ecc. 
Lìi dia doza de malp 
1 acabara es la chinzena 
Ane'm tots i anumpanena - 
A l sou propriu aitar, 
Ammusir emits Ijiberals, 
Che elja sa mostra també. 

Cudn sa prega ecc. 
Ln dumcnga al maiti 
Una sulena fungió 
I dasprés la pulgagió 
Finsa a sani Agnsti; 
L' acumpanament de Iji 
Es tulnàt a l'Alghe. 

Cudn sa jyrega ecc. 
Sigili an pulgagió Maria 
Del carni de on Van pultara ; 
Tres canongas Van tulnara 
I lu popul an cumpania; 
I cantant l'ave Maria 
S'anava divutament. 

Sempra ecc., ecc. 
I Maria es arribara 
De l'aitar de on sa n'es piresa, 
I ama tota la- cuntentesa 
Lu popul Va acumpanara ; 
Lus canongas che Van pultara 
An fet un veru rangragiament. 

Sempra ecc., ecc. 
Virgen de Vaivelt Maria, 
Seu lu nostru cunfolt; 
Finga a l'ora de la moli, 
Tenimiis an cumpania; 
Finga a Vnltima agunia 
Tenimus semjrra present. 



331 



^ per dienna. ' per acumpanenna accompagnandola, cioè N. S. 



8S2 Guarnerio, * 

Sempra ecc., ecc. I pultamus a la gloria 

Finis, cuncluira es V astoria I a gusa'la eternament. 
L'an mil vuit gens i vuitanta dos; Sempra la gragia sa te 

La nostra avucara seu vos, Cudn sa prega santament. 

Tanimus sempra an mamoria 



III. PROVERBI. 



1. Palddl a ma d'un minò, patita a ma d'un velj, cavalj a ma d'un /rara, 

tota roba martratara. 

2. Chi va a poc, va sa ; i chi va folt, va a la moli. 

3. GaJjina negra fa bon brou. 

4. Lu manasté fa curri la velj a. 

5. Donas i gots, cosas chi dasfdn lus Ijots. 

6. Miljó l'ou avùj, che la galjina dama. 

7. No tangards mai be, — Si de altri no ta ve. 

S. Monga de sani Agusti, — Bos cats an un cusi. 

9. An drinta de la castana, — I es la magana. 
10. Las negras gragiosas, dinas de las parla, — Las brancas pivirinosas, 

la foG las pugili bruzà. 
il. A bon antendiró, — Pocas paranras. 
i2. menga aehesa minestra, — salta achesa finestra. 
13. Algua i sol, — Frument a bujól '; — Algua i neu, — Frument arreu. 
li. Chi te vifia, — Te la tina ; — Qui te parau, — Es a im lau ^ 
45. Chi trabaJja una saldina; — Chi no trabalja una galjina. 

16. Lu proba che no es attafu, — No pof pusd mai a fatti ^ 

17. Lus astracus van a l'aria. 

18. Sac buit no asta dret. 

19. Chi va ambora ambora *, — Va a caiira a una cora \ 

20. La primera algua ta bana. 

21. Mi, ch'es passàt lu tens de Maria Castana. 

22. No es tot or aljó che Ijiiés. 

23. Cavalj dunàt no sa m,ira an foca. 

24. Si no i es foc, no isi fum. 



^ 'tinozze'; come a dire 'in quantità'. 

^ è a un lato, cioè appoggiato e non teme. 

^ chi non è sazio, non può tener dietro, seguitare. 

•* chi va a zig-zag. ^ gora, rigagnolo allato alla strada. 



Il catalano d'Alghero : Spogli fonetici. 333 



23. CM te cor pierós, — Sa troia dasprés afanós. 

26. Lu cucu ascaddt de l'aìgua carenta, fvgi la frera. 

27. Dona basara, — 3Hga casara. 

28. A l'orna sabùt no i manca os de rusagd. 

29. Ni per nas ni per boca, la dona sa dnspregia. 

30. Tot es carabassa, tant la Ijonga, la rudona i l'aspanora. 

31. Ljenga mara, — Voi afitara. 

32. Vigi de natura, — Sa desa an sapultura. 

33. Pe nasar proba, miljó molt. 



§ III. SPOGLI FONETICI. 

AvvESTiMENTO. — I Seguenti spogli sono per avventura più co- 
piosi di quello che una semplice caratteristica del catalano d'Alghero 
avrebbe richiesto; ma gli studj intorno al catalano non essendo gran 
fatto copiosi, né tutti facilmente accessibili, è parso non inopportuno 
di ammannire in questa occasione un lavoro descrittivo, che insieme 
potesse valere per la varietà algherese e per quella del linguaggio 
della madre patria. Le voci del 'catalano di Catalogna', quando suo- 
nino comunque diverse da quelle del 'catalano algherese', sono, di re- 
gola, aggiunte tra parentesi; p. e. ara {ala). 

Vocali toniche. 

A. 1. Sempre intatto: ara [ala), aseara [escala) scala, sai, aspalja 
[espalja) spalla, vnar, crau [clau) clave-, has basso, ma mano, sa sano, 
an anno, pau pace, hrag, aspara [espasa) spada', caie cadit; asta [estar) 
stare, ama [amar), and [anar); ptc. amdt, andt; ecc. — 2. Qui pure 
le solite apparenti eccezioni: alecr [alegre), greu [grave, ma antic. e 
sempre nel barcell.: greu), mela malum. Sono poi tanti e da di di fase 
anteriore {hes basio; ecc.), ai num. 44 72 73 93 94 100, e altrove. 



* Risponde aspara veramente al sardo ispada, v. num. 104 107. 



334 Giiarnerio, 

3. -ARIO -aria: tare (telér), culjera, iiljeras occhiali, Ijugèr ìjugèl 
{ìjeiigér) leggero (col -r dissimilato), rase [rasèr] *rasario, dhiè [dinér], 
tinte [tintèr] calaraajo, ganò fabré o frahé {ganér febrér^, 'prime targèr 
(primér terger), calnigè [carnigér) macellajo, panate [panadér), sabato 
[sabatèr) Ardi. Ili 169, vìTiaté {vinadér) ^ — 4. La serie col j in g, 
proviene dal sardo: crabalgu [cabrér] caprajo, frairalgu (ferrér) *fa- 
brilario, murinalgu (molinér), ecc.; cfr. sardo mer. : crabargu frai- 
largu ecc. Escono pure dalla ragione catalana: landàr (glanér) glan- 
dario, urivàr arivdr (olivera) olivete, che ritornano a landari olivariic 
(sassar. aribari) del sardo mer. Ancora fuor della norma: caìnpandr 
(id.) campanile (ali. a campane campanaio) e nutari [notari); ma il primo 
si foggia sullo spagn. campanario, e il secondo è voce non popolare. 

E. 5. La lunga si continua per e piuttosto chiusa: tera [tei] tela, 
ave agile (aver), arena, carena {cadena), pena, vena^ pre [pie] pieno, 
vare [veri; veneno, sp.), tarré (terreno, sp.), sarenu [serena 'serenità'), 
mimerà (ononeda), sera (seda) seta, areu [ereu) erede, creo credo, seti 
sebo-, dee debeo. E invece e piuttosto aperta, nell' -es = -ens: meza 
mensa, mes, pes, pres ; ma pais, cui s'aggiunge, per ce in '"ci, il solito 
63. raJiim racemo, prav. razim -. — 6. -Erio -éria : fira mercato, 
munasti [ìnonastir). — 7. Breve, non rompe mai in dittongo, e si 
continua normalmente per e: fel, gel [il volgo preferisce garada ge- 
lata], ni^l, d_u decem, p'2u pede-, sni sedit (di contro a seu sego, n. 5). 
Ma se finale, per dileguo di N, suona piuttosto chiusa: be bene, te 
tenet, ve veuit ; e cosi in ansems [sems ensemble) insieme, deu deo-, 
meu meo-, era eram -t, nec nego, prec precor. — Qui pure qualche 
caso di i'. ahir -beri, Ijic Ijigis lego -is, sic sequor, carira [cadira) ca- 
thedra. — ERIO: masté [menestér). — 8. In posizione, latina o re- 
manza, dà e piuttosto aperta: anelj^ belj, pelj, varema (verema) vin- 
demia (-émia), mega [mege) medico, velj vetulo-, newra nebula, terra, 
inveln (ivern), pressa/ì (pressec) persico, pelt (peri) perdit, elba [erb], 
festa, sei septem, Ijebra lepore-. — 8'^. Ma se il primo elemento del 
nesso è una nasale, viene ad e: geni, meni, punent (ponent), salpenta 
(serpent), veni, ventra (ventre), satembra [setembre), tems tens (temps), 
sempra [sempre), prenc prehendo (ali. a pres n. 5), vene vendo, tendra 



^ Notevoli, tra le voci che aggiunge il Morosi, 1. e, n. 1: guljé agorajo, 
aqér acciajo, gutera grondaja, caqera caccia, tna&sera messe, pirera pero, 
dona finestrera donna che sta sempre alla lìnestra. 

* L' 6 di frasìijtu frastuma blaspherao blasphemia (sardo frastima frasti- 
mare) dipenderà da qualche forma coli' o protonico {* frastuma). 



Il catalano d'Alghero: Spogli fonelici. 335 

ufenclra [tenir oféndrer) tenere offendere ; ma gmdra {gendré) genero. 
— 9. Esempj con Vi, per manifesto effetto della qualità del nesso o del 
suo esito, sono: Une, ma anche tenc^ teneo, vino venie, mie miga medio 
-a; cris cresco, is [isc, ma nel barcell. iso ises is) exeo, tis texo; sis 
sex; cfr. n, 94. 

I. 10. Lungo, intatto: vil^ carni cammino, vi vino, riu, hisul (pesol) 
pisulo-, amie, figa fico, nia nido, vira [vida], ascric (eseric) scribo. — 
11. Breve dà e piuttosto stretta: pel, pera piro-, neu nive-, fem fimo, 
pega pice-, frec frico, plec plico, astrega striga, set sete, fé fide, veu 
videt. Ma anche i, per effetto del suono attiguo: fe'm iimés (temo), si 
sino, IJic ligo; senza dire di dit digito- e astil [estil) stilo-. — 12. In 
posizione, latina o romanza, dà e: gelja, maravelja, anvega [envega] 
invidia, cabelj, eìj -a ilio -a, parelj coppia, urelja, uvelja (ovelja) ovic'la, 
fehn fremu (ferm), velt [veri), verga [verge) virgine-, pes pesce, 
achest -a eccu'ist-, achés -a eecu'ips-, matès -a *met'ips-, Ijetra, preba 
[pehré) pipere-, beiira [beurer) bibere; e qui porremo anche net nitido- 
e fret frigide-. — 1 Z''. Ma analogamente al n. 8'': dumenga, Ijengua 
e più e mune Ijenga [Ijengua, barcell. Ijenga), trenta, entr intro.; ma 
gmdra (".nere-. — 13. È qui pure Vi nei seguenti esempj [l ecc.): /ilj 
fìlio-, ìnil, ginc, cuint, vint, Ijibra [Ijibre] libro, Ijiura libra, Ijiri lilio-, 
batisma [batisme), bisba [bisbe) episcopo, e il sardeggiante izura [isla) 
insula. — 14. Uu, che proviene dalle voci non accentate sulla prima 
è pur qui in umpr impleo, inf. umpri (barcell. omple implet), unfr inflo, 
inf. unfrà [inflar unfiar], cfr. sardo log. umpire unfiare, mer. umpriri 
unfldi. 

0. 15. Lungo, dà o schietto nella continuazione di -ORE; aniór^, 
curar [color), duxàr [dolor], ramòr {rumor remòr), unòr [onòr onra), 
pastòr, cagaròr [cassadòr), miljór, pigór; e similmente in quella di 
-ONE : agio, IJaó (IJeó) leone, multò [molto] montone, rahò ratione-, 
tiò titione-. Ma al fem. e al pi., o: la cagarora, la pastora, magargra 
*messatora mietitrice, rantarora [rentadora) *recentatora lavandaja, 
lus ramQrs, lus tions. — 16. Piuttosto chiuso è Vo anche in sol sole- 
e solo-, ora, com coma quomodo, poma, nabót nabora, tot, pi. iQts; 
addirittura u in nu nodo, cui si può aggiungere aia coda. Invece è 
p, in fror [fior], pror [plor) ploro-. — 17. L'ó di -omo, quando Vi 
rimane, si continua per o: aspuzQn [espozaljas) sponsorio-, drumitgri 
[dormitori); ma se cade pur Vi, si continua per o: mucar^ [mocadòr]. 



^ Tace, di regola, il r di -or; v. n, 6S. 
^ Di veu vox, V. al n. 92. 



336 Guarncrio, 

fr. mouchoir, ì^aso; fem. astizgra tizQra [estizora) "-ex-tonsoria forbice, 
mangargra {meng adora). — 18. Breve, si continua per o piuttosto 
aperto: ascora {escola), voi *volet, cor, mori moritur (ali. a muir mo- 
rior, muira moriar), foras [fora; cfr. sardo foras), hou, non novo- e 
novem, moc raoveo, bo bona, so suono, orna [om ome), foc, IJoc, goc 
il giuoco, groc gloc [groc) croco- giallo, eoe coura {courer) coquo co- 
quere, poi potest, rora (roda), popul, prop; e qui pure passi prou 
proura (plou plourer) piove -ere, dove è d volgare. Schietto o nella 
serie fdjól (usato solo per figlioccio), guriól {guliòl) quasi 'juliólo' 
luglio, Ijibeóol leggero libeccio, IJangól {IJengól), pindl nocciolo, osso 
dei frutti; e d'importazione sarda algora areola, v. num. 41, càbiról 
capriuolo. — 19. È t^ nelle voci verbali come ^mc jocor, puc possum; 
in pruga [plugo) pioggia, oltre che in buit [vuit) *vocito vuoto, Arch. 
IV 370-71, dove non porta più l'accento (cfr. muir muira al n. 18). 

— 20. In posizione, latina o romanza: dohn dromi [dormo dorm 
dormio -it), polo [porc\ molt (mort) morte e morto, polla [porta), colda 
{corda), olda [orde) ordine, oidi [ordì) hordeo-, eos corpo, la son somno-, 
lu somiu [somni) somnio-, sogra [sogre) socer. — 20''. E anche qui: 
frgnt, cgnt [conte compie) computo, cgntra, raspgn [respón) respondet, 
aspgnga [esponga) spongia, in analogia ai num. 8^ IS''; IJun longe 
[volgarm. più usato aljunt], come nell'it.; e si aggiungono adamuni 
*ad montem' sopra, mussic [ìnossec morsico, mossegar morsicare), idj 
oculo-, culj colgo, vidj volo [vols voi n. 18), fulj foglio, vuj avùj hodie. 

— Cfr. n. 94. 

II. 21. Lungo, inalterato: ascùr [escur) scuro, dur, gur, mur, 
pur, fus il fuso, ìjuna, u uno, /km, Ijum, pruma proma [ploma), asùc 
exuco, m.ut, ascùt [escùt) scudo, nu nudo. — 22. Bre^ve, si rende per 
o piuttosto chiuso: gora [gola), gova [gove) juvene-, Ijop lupo; ma 
ngu noce [creu croce v. 92), pou puteo-. — gu jugo- è dal sardo mer. 
(cat. gou). — 23. Breve in posizione, si continua di solito per g: 
fanglj [fenolj fonolj), pglj peduclo-, ganglj [genolj), sgfra [sofre] sul- 
phur, pgls polso ^, ali. a pois pulvis, dgg dglg, ascglt (escolt), sangrgt 
[singlot) singulto, sglt [sort) sordo, tgs, aggst, valggna {vergono), gnga, 
sgnga exsungia, agni gnt ab-unde, m,gn, gna unda [volgarm. unara], 
rudd rudgna [rodò -ona) rotondo, prgm [plgm) piombo, bgca, rgt rutto, 
ggia, sgta, dgbra [dobla), co zar [colse) cubito 118''. — 24. Intatto u 



^ Volgarm. btdcu,_ donde bulconi pugno, che sono del sardo mer. Il Morosi, 
]. e, n. 25, registra so fra x>ols e parecchie delle voci che seguono, con o 
schietto; ma dalle mie note, prese alla viva parlata, risultano con o. 



Il catalano d'Alghero : Spogli fonetici. 337 

nella posizione, oltre che negli esempj dove u è 'necessario', perchè 
proveniente da u [gust, guga [guge] judice-, guTi^ puga pulce, coi 
([uali non sarà scorretto mandare: agulja, cult (curi) e fuc fugio], 
anche in alcuni altri, dove Vu è specifico: curpa {culpa), culsa (curs), 
punt, ungra (ungla). 

Y. 25. In quanto si continui conae I: amella mella amygdala, 
pape [papér), gius gesso; - in quanto si continui come U: tros thyrso-, 
hgssa byrsa, gruta, multa (murtra; sp. e srd. murta) myrto-. 

Dittonghi. 26. JE., (E: gel, gena (cat. ant. id.), secul [sede], gegu, 
feu foedo- (cat. ant. id.); cfr. n. 2. — 27. Al: Ijec laico; e per AI se- 
condario, oltre gli es. del n. 2: mestra [mestre] magistro-. — 28. AU: 
col caule-, or, Ijor lauro, irasòr [tresòr), cosa, poc, o, pobra proba 
[póbre) povero; - tran (tor) è voce del sardo log. Per AU secondario: 
cQga calcio n. 55; intatto in paraura parabola e simili del 118. 

Vocali atone. 

A. 29. È la sola ben salda; e piacerà vedere fasd [fasar] ali. a 
fes, hazd [bazar) ali. a bes ecc. - In u, per la labiale cui sussegue: 
niusti (masti). 

E. 30. Protonica diventa a, ed è fenomeno caratteristico, cfr. 
§ Y; innumerevoli gli es. già veduti: areu 5, fabré 3, ganglj 23, IJaó 
nabòt nabora 16, rantargra 15, rasp^n 20^, salpenta, trasór, vare 5, 
varema 8, ecc.; e così nella flessione, per il tramutarsi dell'accento: 
bec beus beu bajòm bajéu bèun bevo bevi ecc. Così nella prostesi : 
ascara 1, ascric 10, aspgnga 20'', aspuzori 17, ascùr ascici 21 ecc. 
E nelle voci pronominali, proclitiche e pure enclitiche: com ta diu 
(com te diu) come ti dice, no ma dol (me), sa cren (se) si crede, di- 
sama (désaìne) lasciami. Nei prefissi: dama (demo) dimane, damano, 
(demanar) domandare, dasbuird (desbotar), cfr. buit 19, dascubri (de- 
scobrir), dasfé (desfer), dascuzi (descuzir), astizgra 17, ecc. — 31. Al- 
l' uscita, abbiamo già veduto: mega 8, gmdra 8^, batisma bisba Ijibra 
13, preba 12, orna 18, gova 22, guga 24, mestra 27, ecc., cui aggiun- 
giamo: para (pare), mara (ìiiare), frara (frare). Pera (Pere) Pietro, 
Ijadra (IJadre); nell'inf. in -ere: essar (esser), cunésar (coneser), ndsar 
(naser); beura 12, coura 18, caura (caurer) cadere, creura (creurer) cre- 
dere, deura (deurer) debere, proura (plourer) pluvere, treura (treurer) 
trahere; antendra vendra ufendra S''. — 32. In i dinanzi a vocali, o 
per particolari ragioni della consonante cui segue (g = e) o precede 
[Ij, ng, s,7i): criatura, istiu aestivo- estate (cfr. sassar. istiu, sp. estio)'^ 

Archivio glottol. ital., IX. 22 



338 Guariierio, 

gilera {girerà) ciliegia; miljór pigór 15, tinghé vingliè 3® pers. perf. 
antiquate di trenda vani [tenir venir), di cui già vedemmo la 1^ pers. 
ind. Une vino 9, esempj questi comuni al cat.; ma l'algh. ha inoltre: 
crisi {creser), isi (esir), tisi [tesir) cfr. n. 9, tisirò [tesidòr) tessitore, 
tiTii (tenir) tingere. — 32^. In te accanto a lab. numuru (numero); 
cfr. il cat. fonolj e il n. 5 n, e Muss. p. 9, n. 9. 

I. 33. Intatto o ripristinato dinanzi a vocale: cristid, chiét (quiet), 
diàbra (diable), diacra (diaca) diacono, niara (niada) nidiata, siurét 
siuretd (siular) sibilare, viaga (viage), viura (viùda) vidua; dient rijent 
dicendo ridendo; - e similmente per altra vocale o cons. pai. attigue: 
calnigè vinate 3, Ijisiu (IJesiii) lisciva, ecc. * — 34. Per la via di e, 
viene ad a (cfr. n. 30) : anvéga 12, angan angand (engaTi), ansems 1, 
antér (entér), manasté mas té (menestér) ministeri o-, nel modo 'far di 
mestieri', manut (menùt), vagada (vegada) fiata, bagùt (hegùt) bevuto, 
sangròt 23, IJanggl 18, pressac 8 .^ — 35. Isolati i casi di I in u: unfrd 
unfr, umpri umpr, e già se ne toccava nelle toniche, n. 14. In bastu- 
naga (pastinaga, bare, pastanaga) è influenza di bastone, per via della 
forma delle 'pastinaca', come nel sardo fustinaga è influsso di fuste, 
cfr. Arch. IX 178. . 

0. 36. Si riflette normalmente per u, ed è pure fenomeno carat- 
teristico, cfr, § V : nutari 4, mimerà 5, mimasti 6, punent ufendra 8^, 
curòr 52, multò 15, drumitoH 17, rudg 23, cimésar 31, ecc. Ma no- 
rania nonaginta; e falnés fornisco. 

U. 37. Intatto. Esempio isolato e di molto larga ragione: ramar y 
pi. ramóls, n. 15. 

Dittonghi. 38. AU: ascglt, agpst; in urelja (oreìja) è la digra- 
dazione au o u, num. 28 e 36. — fiE. in i: dim,oni, istiu 32. 

Consonanti continue. 

J. 39. J- e -J in ^: gané 3, guTi, gur, guriol 18, guga 24, gust, 
gova 22; digous jovis dies; dagù digiuno, inagòr (e tnac con la sorda, 
perchè all'uscita), pigòr. — 40. LJ: taljà (taljar), muljé (muljér), mi- 



* In vinagra (vinagre) e simili, si mantiene l' i delle voci iù cui è tonico ; 
e in quest'occasione si voglian gai tollerare i giorni della settimana: di- 
Ijuns, dimais (dimars), dimecras (dimeeres), digous, divendra (divendres), 
dissala (dissapte). 

2 Qualche es. di 1 in a pur nel cat. lett, : maraveJja 12, garhelj cribello> 
cfr. it. ant, garhello, Caix st. et. 106. 



Il catalano d'Alghero: Spogli fonetici. 339 

Ijór, papaljó papilione-, alj, palja, gelja 12, cunselj (conselj), maravelja, 
filj fìlja fìljól, familja\ fulj fulja 20^. — 41. RJ: cfr. n. 3 6 7 17. - 
Alla ragione del sardo mer. ci riconducono per quanto è del ^: algora 
18, Ijigarolga ^ligatoria, edera, oltre gli es. del n. 4; — orri horreum, 
granajo, è dal sardo mer. orriu. — 42. NJ: ban, campana, castana, 
cumpan cwnpaTió, guaran, muntaTia [montana], vina vinate, gun, 
valgona (ndj). — Anche qui la serie col g proviene dal sardo mer.: 
astrangu [estran] extraneo-, carcangu [calcano], angoni [àhelj] *agnone. 

— 43. MJ: frastuma 5 n, varema 8. — 44. SJ riesce a z'. caìniza 
camisia, caz caseo- [non si usa se non in caz cavalj, cacio cavallo], 
bes bazd bacio -are, bas, pi. lus bazus {bes bezos], prazó {prezó] pre- 
liensione-; - non popolare: igresia [iglesia] ecclesia. — 45. TJ ; in 
protonica, preceduta la formola da altra cons.: agio, cangó, IJangol; 
non preceduta da altra cons.: rahó, ito; in postonica: folga (forga), 
praga [plaga], m,alg [mars], vigi, cagh caga cagavo (ptj). All'uscita: 
parau [palau] palatio-, 2'^ì^6'ì^ pretio-, pou puteo-, dove l'w par corri- 
spondere a -g, cfr, 92 (e Arch. X 101 sgg.). — 46. CJ: fagi faciat, 
carga [calga], cpga 55, managa [am^enaga], vinaga vinacea, miga, brag. 

— 47. DJ in g, e e all'uscita, cfr. 123: anvega 12, vec vegi video 
-eam (degli analogici vaé vado, ecc., v. il 'verbo'), abió abigd ad video, 
clasió dasigd [desiò desigar], Diez less. s. disio, mie miga medio- a, 
tramuga, aguTii [aguntar] adj ungere, agùt agurd [aguda -ar]. L'uscita 
fa j, in raj e sardescamente rajii [rac] radio-, raméj [remej], vuj avùj 
20''. Circa odi e oidi [ordi], v. Arch. I 359. Non assimilati: diabra e 
diacra 33. — 48. VJ, BJ: gabia, rabia, rgbia [rubia roga], sarvia 
[salvia] ; ma agi habeam, roc roga rubeo- -a, pruga [plugo] pluvia. 

— 49. PJ intatto: apiu, sipia; - pica è il sardo piccone. 

L. 50. L- costantemente IJ: Ijalc [Ijarc], Ijana, IJec 27, Ijet lacte-, 
Ijatuga, Ijadra, Ijaò, Ijit letto, Ijej lege-, Ijió Ijigis ^, Ijebra 8, Ijiri 13, 
Iji lino, Ijic Ijigarolga 41, Ijangcl 18, Ijetra, IJiura 13, IJoc, Ijop, 
Ijuna, Ijum, Ijor 28; e qui pure diljuns dies lunae. Sono d'importa- 
zione sarda Idndel laudar [agld glanér] ghianda -eto, 59'^. — 51. "L-, 
ridotto finale si regge bene: dirdl, nardi [naddl], sai, gel, fel, gol, md, 
pel, asili, vii, col, fdjcl, guriól, piTicl, sol, voi, secicl, bisul, pópul ecc. 
È r in cuiri (sardo cuile) covile e vagar regalo. — 52. All' incontro 



• ^ Nel testi vivi: famiria, e cosi mina miibiria\ cfr. n. S2. 
* Morosi, 1. e, n. 46, nota che Ij davanti ad i è cosi debole, da ridursi 
talvolta a j, e p. e. nel riflesso di 'lego legis' suona propriamente j'tó -jzV/i'*" 
piuttosto che Ijic Ij'xjis. 



840 Guarnerio, 

-L-, che non è ridotto finale, passa in r: vurd [volar], tare (telér), vuré 
ali. a vxilghò (voler), carantura [caleniura] febbre, burét boleto, muri 
murinalgu [moli molinér), curar [color], durar (dolor], ara [ala], ascara, 
tera, vira [vila] villa, vira de l'Alghe città d'Alghero, flra [fila], firgsa 
[filosa) connocchia, ori [oli], Arch. I 359, Ijiri lilio-, sora sola e suola, 
gora, parau 45, paraxira 28 ecc. ; e i sardismi : inèrura [rnerlòt), ^nurendu 
molente, asino da mola, izura. Il fenomeno deve dipendere dall'attiguo 
sassarese, dove -L-, e anche L-, è costantemente r in bocca del volgo, 
e in ispecie dei 'zappadori', cioè dei contadini di Sassari, che dicono: 
ra filjora la figliuola, firn filo, laura tavola, ra runa e ru sori la luna 
e il sole, ecc. (cfr. le mie 'Novelle pop. sarde' nell'Are/?, trad. pop. 
del 1883). — 53. LL sempre Ij: capaljd [capeljd] cappellano, galjina, 
ampolja, cavalj, galj, trabalj, valj, anelj, helj ~a, castelj, cahelj, elj 
-a, acJielj -a, garbelj Sin, polj a pulj astra, ecc. ^ — 54. L + cons.: aitar, 
sapultura [sepultura] alt, ascglt, pois 23, ecc.; i pi. lus animals cavals 
fils uls ecc.. — 54''. Ma è r nelle formole LC LG LP LV: carcangu 
[calcarlo), carchiu [qualcun), carga dascarg [colga descalg), curpa [culpa), 
arhra abra [arbre], sarvia [salvia); cfr, n. 52. — 55. Esempio d'p •= 
au[l] = AL- è in cgga calcio ^; col quale s'accompagnano abbastanza 
facilmente: cop colpo, pop polipo, sgfra [sofre) solfo, dgg dgga (dolg), 
puga [pussa] pulce; ma non così: pam palmo, sam [salm]^. Per sou 
soldo, ci complichiamo col n. 109; e resta che qui si raccolga: vaivelt 
Valverde (v. p. 330). — 56. Casi inversi (Arch. I 157), e cioè di l 
che si produce da u, sono: dehna [delme] decima, cfr. deu decem 92; 
marart [inalali] *marauto malato; algua [aigua] ^augua aqua, cale 
[caie) *cauc cado (cfr. caus cau, cadis -it). 

L implicato. 57. CL- resiste, tranne che riduce l a r, quando 
la parola non contenga un altro r: dar, crau [clau] clave e clave, 
ascrau [esclau] schiavo, cloura [clourer] chiudere, clos luogo chiuso; 
ma IJoca chioccia, cfr. sp. clueca llueca. E così a formola interna, 
preceduta da cons. : amascrd mescra [tnesclar mescla) mescolare -anza, 
masera [mascle] maschio. — 58. -CL- si riduce a IJ: miralj specchio, 
abelja belja apicula, euljera, parelj 12, balmelj vai. [bermelj] vermiglio, 
urelja, uvelja, parilj [perilj], umbrilj e Ijombrigul umbiliculo, astrilja 



^ mil, pi. mils, è pur del cat. com.; e vira {mia) esce dalle ragioni del 
LL pur nel cat. com. 

^ La fase dell'ai è in paupera taup taupa del cat. com., ali. a palpebra 
talp talpa. 

' Il Morosi, num. 50, pone senz'altro *saum ecc. 



Il catalano d'Alghero : Spogli fonetici. 341 

[estrìgol estrigoladora] striglia, fannlj^ ganolj^ PQlJy 'ì-^IJ uljeras, agulja\ 
e qui rivengono (CL da tl) ancora: velj^ e il bellissimo palpelja = pai pa- 
lla, cfr. hvesc. 'palpeéa ecc., Asc. St. cr. II 35-6; ma aspalla (espatlla) 
spatula. In IJantia [IJentilja] lenticula, è dissimilazione. — 58''. Di prove- 
nienza sarda: cobu *clopo laccio (sass. gobu) Arch. II 5; tolcii {torcul) 
torchio (sass. tolcu); cuce cucca succhio -lare (srd. mar. succu sucódi), 
con l'assimilaz. di s- in e-; e hijii vitulo- (log. biju). — 59. "GL: 
gingra {gingia) cinghia, ungra [imgla) unghia, sangròt 23; ma -G'L-: 
velia valla [vetllar] vigilia -lare, e insieme (gl da dl): amella mella 
*amigla amygd'la. — 59*^. Sono accattate dal sardo: Idndel landdr 
50 (srd. mer. Idndiri laudari), angùr auguri [englutir), srd. mer. in- 
gurtiri. — 60. BL: brano [blanc), brau {blau) bleu; diabra (diable), 
umbrilj 58; e colla metatesi: ulvird [olvidar; sp. id.) *oblitare. Dal 
sardo: frastóm frastuma 5 n. — 61. PL-: praga, prand (planegar) 
piallare, pranta {pianta), prajé [plalier pler) il piacere, praga {plaga), 
prat {plat), pre prend pranara plen-, prec precor (ma p/ec plico), prom 
{pioni), pror {plor), prou pruga, proma {ploma), ecc. Interno dietro 
a cons.: raspraneva risplendeva, tiynpr mnpri 14, cumpri {co?nplir); 
dietro a vocale: ascolj {escolj) scopulo, ma dgbra (doble) doppio. — 
62. FL: frama {/lama), froc {fioc) fiocco, fror {fior), fros [flus) floscio 
[cutó fros bambagia] ; unfr unfrd 14. 

R. 63. 'R" intatto: arena, areu 5, tnarit, muri {morir); gilera 
{girerà) 32; ma R- passa in l: IJalc {IJarc), galdi (gardi), galt {cari), 
malcdt malcant {mercdt mercant), malg {v)iars), inveln {ivern), galvelj 
(gervelj), daselt (desert) , colda (corda), dolm (dormo) ecc.'; asutols 
Hampi di siccità', dal sardo asuttore. S'aggiungerà la spinta dissimi- 
lativa in frols, pi. di fior, urols di uro (odor); e qui ritornano: algora 
18, Ijigarolga 41, crabalgu frairalga 4.^ — 64. Dilegua in abra (arbre), 
m/xbra (m.arbre), dimecras (diinecres) mercoledì, per evitare la triplice 
consonanza, in cui era un altro r, e cosi in sastra (sastre) sarc'tor; 
senza dire di gurigd (girurgd; e nei nostri testi a stampa, p. 293: so- 
lurgians) *cirurgiano. — 65. Suol tacere il -E, negli inf. in -dr -èr 
-ir: amd (amar), sabé (sabér), isi (esir); nei sostantivi in -ér -ór: 
gané (ganér), prime (primér), manasté (tnenestér), cagare (cagadòr)^ 
curò (color), durò (dolor), ecc. ^ Più saldo é in altre uscite: urivdr 



^ Nei testi vivi : bulldt burlai ; palament parlament. 
' Anche tra vocali: midiva per muriva; cui sia lecito qui aggiungere 
puliva per puriva n. 104. 

* Non mi risulta esatta l'affermazione del Morosi, num. 58, che il -r non 



342 Guarnerio, 

aitar, dar, air, ascùr, gur, mur ecc. Nell'inf. può tacere pur nella 
combinazioae col pron. enclit.: aspukalu (aspuzarlu), vistila (vistirla) 
e simili. E -R in l per dissimilazione: Ijugél {Ijeugér) leggiero, mere- 
siról meritevole. — 66. RS in ss: hgssa 25, niussic morsico, coi quali 
va pur cos corpus. Metatesi in pressac persico, tros tyrso. — 67. RN, 
secondo il num. 63: caln (cairn), foln fulnera {forn fornér), falnés S6; 
Dal sardo: corni (corn). All'uscita può tacere il n: cai infél inveì fol. 

V. 68. Iniziale, di solito intatto: vaca vare varema, ecc.; di rado 
in h: halmelj (bermelj) vermiglio, buit {vuit) vuoto. Provengono dal 
sardo: biju SS*", abió abigà Al, dasbuirà 30. — 69. ^V-: paó pavone, 
por pavore. — 70. -V si vocalizza: crau ascrau 57, nau, greu, istiu 
32, ì'iu, viu, Ijis'm 33, bou, mou movet, nou, ou. 

S. 71. Nessuna alterazione da notare circa S iniz. med. e fin. 
(cfr. n. 134). — Della prostesi per S + cons., v. il n. 30. — 72. -SS- 
in / (cfr. 96): bas adabàs gres ali. a gi^as, come essar (esser), tgs. — 
73. Lo se di SCE sci dà s: nas ndsar (^naser), pes, fasa fes fasd, 
cunésar (coneser), cnsi (creser). — • 74. ST sempre intatto: achesi, 
festa, aggst, gust, castelj, castana, postar ecc.; e colla nota epentesi 
astrelja {estrelja, ma estel), cui si aggiunge IJestr (Ijest)) dal sardo 
com. lestru. 

N. 75. Iniz. e med. intatto: nau nec net, ecc.; IJana arena ànara 
(anec anac, quasi da 'anica') anata, ecc. — 76. N'M e N...M di fase 
anteriore si dissimilano in Im e r-m: vilma {yimen vini) *vinme vi- 
mine, varéma (verema) *vinéma vindemia. Di più larga ragion dia- 
lettale son le dissimilazioni di noranta, vare {veri; vertano sp., barcell, 
Vereno). E qui stia ancora diacra (^diaea) diacono, ali. a cofa cova (cofre) 
cophino. — 77. Diventato finale, cade: capaljd (pi. capaljans), gurigà, 
galmà, '>na, pa, sa, be, te, ve, carni, bo, paò, asparó [esperò] sperone, 
agio, tió ecc.; -INE, -ENE si riducono di regola ad a: marga {marge), 
verga (verge), gova (gove), orna (oìne), olda (orde). Per lendine- 
si aspetterebbe IJena, ed è all' incontro IJema {IJeìnana). L'esito di 
vimine era considerato al n. 76. — 78. NN: a7i aTiara (aJiada) 
annata, afaTi, angan inganno, ratapiTiara (ratapinada o penada) ratto- 
pinnato, caTiigu, [caTiig] graticcio, con la desinenza sarda (mer. can- 
nizzu). — 79. Similmente da -MN-: daTi damno; ma solito però lo scem- 
piamento: dona domina, son sorano, allato a somiu sumid somnio -are. 
— 80. NR : gmdra, divendra die-veneris, gmdra, tendra trenda ecc. 



cada se non 'quando non sussegua parola incominciante per vocale' ; cfr. 
i testi rivi, § II, C. Non cade mai, p. e., in amor, unòr, pastór ecc. 



Il catalano d'Alghero: Spogli fonetici. 343 

— 81. NS dà z, e all'uscita s (cfr. 123): mes, dos mezus due mesi, 
tneza mensa, pes, pres, pais, prazó, aspuzori, aatlzgra *extonsoria; 
e qui stia pure cus cuzi cucire. — 82. ND si assimila in nn, e si 
scempia: and andare, cumand (comanar), damand [demanar), varema 
cfr. n. 76, urinelja {oreneta) quasi *hirundella (cfr. Muss. p. 10, n. 3), gna 
unara onda -ata, rudgna rotonda, valggna (-ndj). All'uscita è natural- 
mente più saldo il N daND, che non lo schietto N (num. 77): gran grande, 
raspgn respondet, mgn mundo. Nel gerundio, deve essersi avuto -nt, 
ma oggi l'esplosiva mal si sente: antanen[t] intendendo, dienftj dicendo, 
njenft] ridendo, ascrivùift] scribendo; e col pron. enei.: dienli [dien- 
tli) ecc. ^ Similmente: gn agn (ont aont) unde ab-unde. Non assimilati: 
candera {candela), vandicd {vendicar). — 83. NT inalterato a formola 
interna: ynuntaTia, ma pantéé mi pento, antér, Ijantia 58; anterramols 
sepoltore, ecc. Ma a formola uscente, il t è assai debole (cfr. n. 82): 
anfan[t] infante, gen[t], menft] , punenft] , adamunflj 20^; e i pi. suo- 
nano cuntens dens gens ecc. In multò {molto) montone, è un fenomeno 
che va molto di là dai confini catalani. 

NI. 84. Sola alterazione da notare: barena harand (id.) merenda 
-are, v. Muss. p. 14, n. 5. — 85. MB : curgma columba, pargma {pa- 
loma), IJgm, prgni {ploìn); ma camba {gamba); MB'L: umbrilj 58. 

Consonanti esplosive. 

C. 86. C- av. a u: cara xapcc cera, caln {carn), cavalj, ca cane, 
carni, cap, cor, curila ecc.; qualche sonora: galt {cart), gabia cavea. 
— 87. ~C- in g: pagd, bastunaga 35, vagada {vegada) vicata, fraga 
fricare, asiigd {esugar), gegu, sagùr {segur), aspiga {espiga), dighi 
dicam, pega pice-, figa, agulja, liatuga (cfr. n. 90). — 88. All'uscita: 
IJec prec amie die frec foc IJoc eoe guc, ecc. — 89. -TICO -DICO 
-NICO -Lieo nello sdrucciolo : viaga {viage) , frumagu {formagé), 
arega {eregé) eretico, fega {fege) *fitico fegato; ìuega {mege) me- 
dico, guga [guge) judice^; dumenga {domenga), canonga {canonge) 



^ Poi con r assimilaz. progress. : dienni, e così fenni {fenili) , maganni 
■{magantli), asparanna (esperantla), tnuienna (muientla); e con la regress.: 
f emina (fentma). 

* Cfr. Arch. X 92 n. — Nella grafia del cat. coni., il ^f è preceduto da 
un t, che forse non è un semplice espediente ortografico, ma 6 legittima 
continuazione della esplosiva dentale che era nella base. L'algh. ha spiccata 
la palatina, come fosse doppia: aregga fegga ecc. 



344 Guarnerio, 

canonico, monga {monr/o -a) monico -a; foga fulica; coi quali man- 
diamo anche mango, {mengar), cfr. Arch. I 77 n. - Ma si discosta 
da questa ragione : asculgd ascolga {escorsar escorsa), it. 'scorzare, 
scorza'; jìolóii (porso), portico, sarà poi di ragione francese-spagnuola 
pel cat., aggiun.i^endosi per l'algh. uno spruzzo di sardo; cfr. prov. 
porge, sp. porche, srd. mer. porcu. — 90. Ritornano, per contro, 
al n. 87: màniga (manega), pressac {pressec) persico; senza dire di 
carga cargo, [carrega -àr), mastio mastigà, mussic mussigd [ìnossegar], 
ascultagà scorticare, amburicà *involicare, onde amburicós menzo- 
gnero (emboUcar -cós); ascurigd {escurar; logud. iscwigare); ma 
aspurigà sbucciare, non so bene dove collocarlo. — 91. C- dà g: gel, 
gelja, galvelj (gervelj), geli (peri), gena, gmdra, geni dogens, geba caepa, 
gilera (girerà); guitdt (giutdt) ci vitate, gurigd (girurgd) 64. E così 
interno, dietro l r n: cargina (calgina), dgg dglg, puga (pussa) pulce, 
polga [polgé) pollice, sastra sarcitore, angenc angés angendra {engenc 
enges engendrer), cungapi (congebrer) concipere, cungai (congedir), 
ginga cimice. — 91''. Ma D'C dà z: gnza undecim, doza, treza, ca- 
forzo, chinza (quinze), seza ecc. — 92. Anche all'uscita, in qualche 
proparossitono che serba Yi mediano, é g: carig {calig cdlger) calice, 
sarig {salig sdlger) salice; ma la serie specifica per -C, è quella in cui 
-e, o un suo succedaneo, cede il posto ad un u (cfr. n, 45 e Arch. X 101 
sgg.): pau pace-, c^jm decem, paldiu (perdili) per dice-, giuì'ó cicerone- 
cece, veu voce-, nou nuce- creu cTxxce-; — prau praura [plau plaurer) 
placet ecc., diu diura (diurer) dicit ecc., cous cou coura (courer) 
cuoci ecc. — 93. C tra vocali non dà g, se non in voci male assimilate: 
maragina (medigina) S suggait suggai [suggeit suggeir) succedere, r agita 
ragd (regitar). Ma le evoluzioni caratteristiche ci portano, dall'un canto, 
a J i, assorbito, per coalescenza di vocali, e dall'altro a, h (t= p = ir frc.) 
in protonica (cfr. n. 45): fer fevan fent facere faciebant faciendo, plet 
placito, rent rantd (rentar) recento, cfr. vantar or a 15, vep rébra (re- 
brer) recipio; - pro/'é praJié^ (plahér pler) il piacere, rohim racemo, 
vahi vicino. — 94. CT dà jt it, con le solite coalescenze dell' i, salvo 
il caso che questo si attragga l'accento: Ijet lacte-, fet facto-, tret 
tracto-, IJit il letto, pit petto, suspita {sospita) sospetto, nit notte ; cuit 
cotto, cuitd cuidaru [cuytar; ant. sp. coitar, onde il srd. com. eoittare) 
*coctare, far presto, fretta, cfr. Diez less. s. v., vuit vuitanta octo 
octoginta, fruit fructu-. Senza traccia del e : dret directo, rgt ructo. 



^ maizino. Morosi, nura. 75. , 

^ Ma nella parlala bassa: praghé, daspraghé, come nell'infinito, v. n. ISl. 



Il catalano d'Alghero: Spogli fonetici. 345 

asùt exsucto. Dal sardo è trota (tncita) trucia. — 95. CR intatto: 
crec credo, crisi crescere, cristid, creu croce, crii crudo ecc.; con la 
sonora: gras grasso, grida, magra [magre], vinagra (vinagre), sogra 
(sogre) socer; col r in l: gloc (groc) croco. Sciogliesi la formola, per 
metatesi, in garbelj cribello-; s'ottiene per ettlissi in cravelj {clavelj) 
caryophillo-; per epentesi in ancruza [enclusa] incudine, cfr. prov. 
encluget. — 96. CS dà /: sisanta (sesanta), is isi exeo -ire, tis tisi 
[tesir], bus (bos), casa, fros [flus], Ijisiu (IJesiu); ex- dinanzi a s o voc: 
asuc asùt asutols exsuco ecc., asóc *exacquo; ma all'incontro: ascolga, 
{escorsà), astizgra (estizora), astrangu (estran), asci'tt batto (mi che 
t'ascùt guarda che ti batto, srd. log. iscudere). 

Q. 97, QVA : cual, cuant quando e quanto, cicart, cuatra (qicatre]; 
- casi (id. e quasi), catorza [catorze e qiiatorze), carchiù {qualcun). 
Di algua aqua, v. n. 56. - QVI (QVE): dcchira (aliga per metatesi) 
aquila, cliinza (quinze), cJiiét, sighi cunsighi (segliir conseghir). Di 
coq[u]'jre, v. 92. - kve secondario: achest achés 12, ananclii. 

6. 98. Gir av. a o u: galj, gora ecc.; praga, astrega, aggst; Ijigd ecc.; 
dilegua nei due sdruccioli fraura fragola e teura [tenia) tegola. Circa 
l'uscita, V. 123. — 99. GV: anghira ianghila) anguilla, ijenga lingua, 
sane sangue; cfr. per gv da io: gherra. — 100. G'- si riflette per 
g: gel, gendra, geni ecc.; e così mediano dietro r: a^pargi [espargir) 
spargere, verga (verge) virgine-. Tra vocali: fugint, Ijigi 7, cunfigi 
{confegir) conflgere, nel senso di sillabare; e coi soliti assorbimenti: dit, 
fret, m£s magis, ecc.; raina (rehina). — 101. GR: gran grandis, ecc.; 
magrana melograno, negra (negre) ^. — 102. GN: IJeu IJeTia, pim, 
cundt. EcosiNG': IjuTi longe, astrini [estrener) stringere, agim'ìy niuTd; 
ma angal 'angel), aspgnga (esponga), oltre i sardeschi angoni songa^ 
log. anzone assunza. Per dissimilazione: ganiva (geniva) gingiva. 

T. 103. T- che è sempre intatto, pur si dissimila in ditul (titul). 
Appare incolume anche se viene all'uscita (cfr. 123); e angùr, iuglutio, 
ripete il suo r dalle voci in cui t era interno. — 1 04. -T- è intatto 
in voci non bene assimilate, come panate sabaté vinate, util ecc.; ma 
la norma è, che digradi in sonora: breda {bleda) betula v. 131, pudéy 
rudg, vagada ecc., e il d, nella parlata viva, passi in r (cfr. 107): 
anara [aTiada], farà (fada), niara [niada), piara (peada), ratapiTiara 



^ S'illuderebbe chi mandasse rap rapa, graffio -are, col raffìu -are del 
8iu:do (dove è normale gk in r: ramen gramine, randine grandine, rattare 
grattare, ràida gravida; v. Arch. II 143); cfr. cat. rapar radere male (ep, 
rapar). 



346 Cuariierio, 

(l'otapiTiada), munera (moneda), nabora {nehoda^, sera (seda), farira 
(fenda), dirai (diddl), nardi (naddl), sards (gedds) staccio, carena (ca- 
dena), jiarelja (patelja) patella, inarù marura (madur -a) ecc.; amara 
anara huira ecc. (amada anada buida ecc.). E Hn malassa (madesa) 
metaxa, che ha lo -ss- it. o sardo; esempio che ricorda quello di d 
in l, che sarebbe comune alla madrepatria : ealavra cadavere (calavéra 
carcame). — 105. TR- intatto. S'ottiene per epent. o metatesi in trasór 
{tresòr), trenda tendra (lenir), tros; tran (tor) è sardo. Interno è dr: 
IJadra (Ijadre), pedra, pedrigd prendere a pietre, vidra (vidre) ; o con 
l'assimilazione: jìerra, virra, più usati che non i precedenti, e insieme 
burroni = logud. hudrone botryone ^ Finalmente con la scempia : frara 
{frare) frate, para (pare), ìnara (-mare) ^, araru (arada aradra) aratro, 
Pera (Pere) Pietro. — 1 06. -T + -s, nel pi. del nome, dà z, poiché ve- 
ramente si tratta di -d+-s; e così: andz paltiz, ascuz nabòz ecc., pi. 
di andt paltit ascùt nabòt. Lo T'S, all'incontro, delle 2^ pers. pi. dei 
verbi (-atis -etis -itis) dà -au -eu -iu (cfr. n. 45): amau amatis, 
òajeu bibitis, drumiu dormitis, ecc. 

D. 107. D- intatto. Tra vocali, passa in r (cfr. 104): arins (dins) 
ad-intu-!, maragina (medigina), praricd (predicar), uro (odor), viùra 
(viùda) vidua; quando non cada: sud suor suardt sudare ecc., niara 
{niada), piava (peada), pglj peduclo, pruaga (poagra) podagra, banai 
inarai (benehir malehir), prui (pruliir) prudere ^, suggai (suggeliir) suc- 
cedere, ubai (obeliir). — 108. Qui si collega l'epentesi ài j in cajeva 
cajent (cheja calient) cadebam cadendo, crajeva crajenl (creja crehent) 
credebam credendo, sajeva sajùl, rijeva rijent, ecc. — 109. All'uscita 
è M al suo posto (cfr. 92): areu, f. ereva (ereu), pm, feu foedo-, niw, 
e s'aggiungono a forraola interna (cfr. ih.) : caus cau cadis -it, clous 
clou claudis -it, creus cren credis -it, S2us sm sedes -et, rius riu rides 
-et, veiis veu vides -et, cogli inf. caura (caurer), cloura (clourer), creura 
(creurer), seura (seurer), riura (riurer), veura (veurer). — 110. Di- 
legua all'uscita (ma cfr. Arch. X 103) in fé fide, nu nodo, cru crudo, 
nu nudo, tebiu tepido; e in -DR-: carira (cadira) cathedra; cfr. nei testi 
vivi: ì-et reta per dret dreta, e romita per dròmita dormiti. 

P. 111. Sono illusori, si può dire, i casi di p- in b. Di bastunaga 
(pastinaga) v. il n. 35, bisul (pesol) è esempio di larga ragione, e 



^ Morosi, n. 88, aggiunge Ijarra latro, pujerru puUitro. 
^ Non può pensarsi alle figure nominativali frate[r] ecc., perchè, a tacer 
d'altro, non se ne otterrebbe il r che è nelle voci della madrepatria. 
^ È esempio di -d- neolatino; v. Arch. X 83 n ; e anche dicesi prurì. 



Il catalano d'Alghero: Spogli fonetici. S47 

hisha (bisbe), vescovo, è aferetico. — 112. -P' passa in b: acabd (acabar), 
arribd (arribar), cabdl capitale, sahé (sabér), regibi, sabi [ali. a saviu 
dal srd, sabiu], cabelj, ahelja, nabòt, geba, tebiu. Non bene assimilati: 
cajdaljd, sapultura, pape; e popul {poble) è dal sardo. — 1 1 3. Se riesce 
finale, pare intatto, v. 123; ma di -MP resta solo -m: cani {camp), 
IJam (IJamp), rgm {romp) da rumpi (^romprer); e qui passi pure 
tms {temps) tempus. — 114. -PR- : Ijebra, rebra 93, sgbra, ubri [obHr), 
ma opr V^ pars, pres., dascubri ecc. Sono metatesi sarde: craba {cabra) 
crabit crabalgu, préba [pebre] pipere, proba {pobre) paupere-; e sardo 
pure polcavru porco-apro, cinghiale. — 115. PS dà /: acliès matés 
12, casa, ghis. — 116. PT : sef, batisma, grufa ecc. In samana setti- 
mana {setmdna semdna), è il solito caso di un PT protonico, del quale 
più nulla rimanga. Cfr. sp. semana, piem. smana ecc. 

B. 117. Per B- nulla di notevole. Per -B- sono esempj 'sui ge- 
neris' sabota sabotò (sp. zapata), ubai (frc. obeir); e la norma è che 
passi in v: cavalj, cuvd {covar), ave {aver), maravelja, ascrivi [escriu- 
rer), Ijavó [Ijavor) semenza, che deve pur essere labore (cfr. Arch. 
I 453), nùvuro', amava rijeva ecc. È assorbito in saùc sabuco, siurét 
Sluretd 33; e in cuiri cubile e triurd tribulare, entrambi dal sardo, 
cfr. srd. triulas giugno, mese in cui si trebbia ^ 118. Vocalizzato è in 
seu sebo; deus deu debes -et, inf. deura (deurer), irapf. dajeva, denta 
debito; beus beu bibis -it, beura {beurer), bajeva; Ijiura libra ali. a 
Ijibre libro; coi quali si possono anche mandare IJaurd {Ijaurar) labo- 
rare arare, paraiira {paroula) parabola, tauro {iaulo), neuro {neiUa) 
nebula. — 118^. Esempio non facile è il riflesso di cubito-. Il cat. 
com. dice colse, e il Morosi, num. 110, argutamente lo riporta a 
coud- di fase anteriore, con d in. z e il l sviluppato dall'w, come ve- 
devamo al n. 56, e non rimarrebbe se non di chiarire il -r della forma 
algherese, che è co zar, il quale potrebbe essere la stessa epitesi che 
nel cat. com. ci offrono sdlgor (salser) salice, cdlger (calser) calice. 
Senonchè, non è facile ammettere, dall' un canto, il fenomeno del d 
in z in una base come coud-, o per il catalano o per lo stesso pro- 
venzale; e, dall'altro, l' algherese non 'ha altro esempio per codesto 
fenomeno, e così lo ignora pur nel caso di espasa spatha {d sec.). — 
119. BR intatto: bt^ag, breu, fabré, ecc.; cfr. abra 64. — 120. B'T 
assimilato: dissata [dissapte] dies sabati, sgta. 



* È 'sui generis' pur cùnam (canem, sp. capiamo) cannabis. 



34S Guarnerio, 



Accidenti generali. 



121. Rispetto all'accento, sono da notarsi: viut viura vidua, 
vuit ecc. 94, io ego (Ardi. IX 29), carréc, io carico, per analogia dei 
molti pres. in -éc. — 122. Assai rara la geminazione: bgca, gota^ 
frama, vaca ecc., e cons. scempia pur dopo l'assimilazione, v. 124; 
ma però: terra tarré, gherra, arribà; ferru, ecc. — 123. Sempre 
sorda la consonante finale; e cosi bes ali. a bazd, mes mezuSy 
frec fraga, ciis cuzi, ecc. e in tutti i casi accennati ai nn. 47 81 98 103 
110. Qui porrei anche opr allato a ubri. — 124. Assimilazioni ca- 
ratteristiche sono ai nn. 66 82 85 105 120. Tra parola e parola, nella 
parlata viva, queste assimil. progr.: caun nus peus'^caun lus peus^ 
con nu sol'^com lu sol. Da sillaba a sillaba: sisanta 96, cuce cucca 58"^. 
— 125. Dissimilazioni: gilera 63, noranta varema vare 76, ditul 103, 
Ijantla 58, ganiva 102. — 126. Dileguo di vocale iniziale: mello- 
25, valjana [aveljanà) avellana; di mediana: eravelj 95; coalescenze: 
reni vanta roga rep rebra 93, ecc. — 127. Dilegui di consonanti 
sono avvertiti ai nn. 55 59 64 79 98 100 101 107 110 117. — 128. 
Per la prostesi, oltre Va costante del n. 71, non indegni di nota: 
amascrd 57; ardm, se pure Va qui non riflette V ae di aeramen. Di 
cons.: vuit divuit ecc. 94. — 129. Es. di epentesi sono ai nn. 56 
74 80 95 108; e ora aggiungiamo: pindura {pindola) pilula (cfr. sp. 
pildora); pant'in pantind paltind {pentin) pectin-, ningù nec-uno; nombri 
numbrd, numeri cong. ecc., sambrd seminare, cfr. sp. ; ascombra (escoìn- 
bra), scopa, se veramente è 'scopula'; moldra (moldrer) moìere ; cu^ 
gombra cugrombra {cogombre) cocomero. — 130-131. Metatesi più 
notevoli: ruaza = '^rudaza [rosada); brera {bleda) bet'la betula; guitdt 
{giutat) ci vitate-. Nei testi vivi pass.: purrd purrant <= prurd pru~ 
rant n. 61. 



Il catalano d'Alghero: Appunti morfologici. 349 



§ IV. APPUNTI MORFOLOGICI. 

Articolo. 132. Deterra.: lu (lo), el, 'l, la; Itts (los), 'Is, las; 
del, al, dela, ala; dels, als, de las, a las. — Indeterm.: un, una; 
uns, unas. 

Nome. 133. Sieno ricordati gli ant. neutri in -s: cos, tens; i 
fera, in -dì^a dai masc. in -ór del num. 15; e il gen. fera, di fri gel 
mil, mar, fror curar, son somno-, sane, dens, Ijum. — 1 34. Normale 
il -s per il pi. ^ ; efr. 54 63 77 81 83 106. Ora notiamo come anche 
nei nomi in -7i, al pari di quelli in -IJ, il s di pi. spenga quasi affatto 
il j: ans piuttosto che a7is. Notevole inoltre, che i pi. dei nomi, in 
gutt. in lab., entrano nell'analogia di quelli in t (v. 106), e così 
vengono a i : goe gots go'z {gocJis), rie 'rits riz (ricìis), aleer alets 
alè'z {alegresf), cap cats caz {eapsi). — 135. Oltre il solito fruita, 
sono reliquie del neutro pi. tanta, cuanta, poea;- tanta trahals tanti 
lavori ; cfr. Arch. VII 412. 

Pronome. 136. Personali: io, a mi; tu, a tu [a ti); eìj, elja, a 
elj, a elja, li; nusaltrus -as {nosaltres, bare, nosaltros); vusaltrus -as 
{vosaltres, bare, vosaltros) ; eljus [eljs], eljas, a eljus, lis, lus, ecc. Forme 
in elisi: ma, ta, sa, mus: desama lasciami, ta diu ti dice, sa creu si crede, 
dighimal me lo dica, dònghimus ci dia ^, vdgisan se ne vada, véstatan 
vattene, ecc. — Possessivi innanzi al sostantivo e senza articolo; 
mun (mon), tun (ton), sun (son), ona, ta, sa; niuns tnus (mos), tuns 
(tos), sunsì (sos), mas, tas, sas; prima o dopo il sost., e se prima 
con l'art.: meu, tgu (teu), spu {seu), mia {meva-mia), tga {teva tua), 
sna (seva sua); meus, tous (teus), soiisì (seus), mias (mevas mias), 
tuas {tevas), suas {sevas); nostru -a [nostre), vostru -a (vostre), Ijur. 
— Dimostrativi: aehest -a questo -a, aeliés -a, codesto -a, aehelj -a 
quello -a; neutri: asó ciò, aljó Ijò 'quella cosa'. — 137. Agettivi 
pronominali: altru -a, altu [altre -a), altrus -as; cara [cada): pe cara 
die per ogni giorno; carau carù [cadati); earcliiù [qualcun)', ningù 
(bare, dingù), cuant, tant; molt, poe, tot -a. Qui stia anche arrés niente 
(bare, re res; no hi ha res que di non v'è niente da dire, no tinc re 
non ho niente). 



* Notevole il pi. Ijavons (§ IT, B e C, pp. 291) 315) ; cl'r. barccll. nljavons, 
Mylà 1. e, p. 6. 

* mustfemus mostriamoci; e ìnun proclitico: mun treu, ci trae. 



350 Guaruerio, 

Verbo. 138. Tipi delle tre conjugazioni: I. puUd; IL sabè (sabér); 
heura (beiirer); cunòsar (conéser); III*, drumi (dormir); IIP. agrai. 
— 139. Frequente il passaggio dei verbi in -ere alla classe in -ere: 
riura {riurer, bare, riuré) ridere, seura {seurer, bare, seure) sedére, 
veura [veurer, bare, veure) vidére, trenda tendra [tenir] tenére ecc.; 
e similmente il passaggio dei verbi in -ere, e qualche volta in -ère, 
alla classe in -ire: suggai [suggeliir] succedere, ascrivi [escriurer] seri- 
bere, gidi [gedir) cedere, mimi {munir) mungere, regibi [rebrer') reci- 
pere, pari (parir) parere, timi {temer) temere, tini (tenir) tingere, ecc. ^ 
Giova poi notare, che a volte il passaggio si limita solo ad alcune 
forme: vivit ptcp. di viura, che è pure antico, v. Muss. p. 23. — 140. 
Desinenze pers. Nella 2"' pers. sng. è ben saldo il -s; nella 2* pi. e 
-du -éu -ili per -ats -ets -its, v. 106, La 1'"^ sng. ind. pres. va priva 
sempre, nell'-o. 

141. Pres. indie. Caratteristica del catalano è la molto estesa 
propagazione della gutturale del perf. debole (143) alla 1* pers. del 
pres. : bec bibo, cale (caie) cado, scc sedeo, trec traho, tene teneo, vene 
venio, ecc. ^. Anche allato a vec vac mene, ho raccolto vec vac m,ene. 
E insieme si propaga codesta gutturale, sempre più largamente, anche 
ad altre forme verbali: bec, bagut [begut), bagaré [beurè), beghi [bega), 
baghessi {bejés), bagariva (beuria). — 142. Per la conjug. dei verbi 
in -SCO di ragion latina, si considerino: cunés cunésar (conéc conéser^ 
bare, coneso), nas ndsar [nase naser, bare, naso) nasci ecc.; e per 
lo -sco accessorio di ragione neolatina: cumparés cumpari {comparése, 
bare, compareso), agraès agrai [agrahesc, bare, agraheso), timés timi 
(temo temer), cubrés cubri (bare, cubrés), traés trai ^. Ma altri danno 
piuttosto -éó -ic: mantéc mentisco, ma pantéó mi pentisco, ma van- 
dichéc mi vendico, simic somiglio^. Rasentiamo così gl'impersonali col 
■g-: Ijampega, grandinega (granisar), pruega (plovisca). 



^ In questo frequente passaggio da -ere a -ire, è evidente l'influenza 
del sassarese (cfr. iscribi, ri'sibì, timi, zedì). Le forme di 3* si avvicendana 
ancora con quelle di 2*: ascrivi e escriura, regivi e rebra, ecc. 

^ Nel barcell. arriva persino all'ausiliare : soc sum. 

^ cunésar: ind. pres. cunés cunesas cunés, cunasém cunaséu cunésan, 
impf. cunaseva, perf. e cunasùt {cuneglù, e cimegùt), fut. cunasaré', cong. 
pres. cunesi, impf, cunasessi; cond. cunasariva; - ndsar: ind. pres. nas, 
nasìs, ptcp. nasùt (nasciti) ; - agrai (agrahir): ind. pres. agraés agraesas 
agraès, agraim agraiu agraesan, impf. agraiva, fut. agrairé; cong. pres. 
agraesi. 

* Il Morosi a questa serie aggiunge notevoli es.: sumw o sumiéc somnio. 



Il catalano d'Alghero: Appunti morfologici. 3S1 

143. Perfetto. Di forte, a stento s'ottiene l'unica forma fai 
feci; e a stento qualche forma debole: aghè ebbe, tingile tenne, vinglié 
venne, calghé cadde, astighé stette. Domina il perf. composto con gli 
ausil. essar o aghè'. so astàt, e pultdt; e il perifrastico con and (an- 
dare) e r infinito : vac vas va anéìn aìzdu van puUd portai ecc. ; dove 
anzi il volgo sostituisce var vado, varas, va, vardm o varém, varéu, 
vdran; e cosi : io var a cantd io cantai. 

144. Pres, cong. L' ^ caratteristico del modo, comune, per la 1.* 
conj., e al barcellonese e al majorchino, qui si estende, come nel bar- 
cellonese, anche alle altre conjugazioni, ed è proprio pur della 1^ e 
2=^ ps. pi.; cfr. 148-9. 

145. Condiz. La desinenza -iva (-ia) è ormai la prevalente: sariva 
sigariva sarei, agariva avrei ; però non del tutto spenta l'altra for- 
mazione [-era), e ho raccolto, tra i vecchi in ispecie: agliera avrei, 
pughera potrei. 

146. Imperat. La 2'^ pi. è eguale alla stessa pers. dell' ind. pres. 
Notevoli: ves va tu, véstan vattene; fes fa tu; vina vieni tu. 

147. Gerundio e participio. Oltre ciò che ne vedemmo al 
num. 82, notisi Vi per analogia dell' inf.: ascrivint scribendo, drumint 
dormiendo, ecc. Solo es. di ptc. pres.: ati viJienl anno vegnente. 

148. Ausiliari. — L 'esse": essar [esser ser); ptc. astdt [sigut); 
ger. essent {seni); ind. pres. so (bare, soc), ses [ets), es, sem [som], seu 
[sou), son o so, imperf. era, eras, erdm, erdu e più usato eru, eran, 
perf. so astdt o vac essar ecc. [fug o vac ser, fores o vas ser, fon 
o va ser ecc.), fut. sarò o sigaro [sere), sards o sigards, sard o sigard, 
sarém o sigarém, saréii o sigaréu, sardn o sigardn; cong. pres. sia e 
più usato sighi [sia, bare, sigili), sigliis, sigili, sigjiém, sighéu, sigliin, 
impf. fos o fgssi e più usato sigliessi, fgssis o sigliessis ecc.; cond. 
sariva o sigariva [fora o seria), sarivas o sigarivas ecc. — II. 'habere* : 
agile o ave [aver); ptc. agùt; ger. aglient; ind. pres. e, as, a, avém^ 
avéu, an, impf. aviva avivas ecc., e pur si sente talvolta aveva -as ecc.^ 
perf. e agùt [aghi, ant. ac), fut. avrò o agaré [aure); cong. pres. agi 
aghi [aga, bare, aghi), impf. avessi p aghessi [aghés); cond. auriva 
agariva [auria e aghera). — III. 'tenere': trenda (tenir), che si 
sostituisce comunemente ad aghé, come nello spagn. e nel napolit. ; 
ptc. tangùt [tingùt); ger. tanint [tenint); ind. pres. tene e tino, tens 
e tins, te, tanim e tangliéni (tenim), taniic e tanghéu [tenui), ténan 



consuméc, siuletéc sibilo. Ma bade batlezzo ('battigie') ha ragiono alquanta 
diversa. 



352 Guarnerio, 

[tènen], impf. taniva e tangheva {tenia), perf. e tanrjùt {tùir/hi), fot. 
tangaré {tindre); cong. pres. tenghi [tinga), impf. tanghessi [tinghés); 
cond. tanganva (tindria). 

149. Paradigma delle tre conjup:azioni. — I. 'portare': 
puUd (portar); ptc. pultdt; ger. pultant; ind. pres. poli [amo), poltas, 
piolta, pultém [amdm, bare, cantém), pultdu (bare, cantéu), póltan, 
imperf. pidtava, perf. e pultdt [ami o e amdt), fut. pultaré; cong. pres. 
polii, jyoUis, poìti, pultìéìn, pultiéu, pòltiun [ame -es ecc., bare, canti 
-is ecc.), impf. pultessi [amds -asses ecc., bare, cantés -essis ecc.); 
cond, pultariva [amama). — IL Vedi 'tenere' trenda al n. 148. — III.^ 
'dormire': drumi [dormir); ptc. drumit [dormit); ger. drumint; ind. 
pres. drom [dormo), dromis [donns), droìni, drumim, drumiii, dròmin 
{dòrmen), impf. drumiva, perf. e drumit [dormi, e dormit), fut. drumiré; 
cong. pres. dromi [dorma), impf. drumissi [dormis); cond. drumiriva 
[dormirla). — IIP. Vedi il num. 141, testo e note. 

150. Verbi notevoli, la cui 1^ pers. pres. ind. non as- 
sume il -e analogico, o almeno non fermamente (v. num. 141): 

'andare': and [anar); ind. pres. vaé e vac, vas, va, aném, andu, 
van o vdnan, impf, anava, perf. so andt, fut. anigaré [aniré); cong. 
pres. vagi o vaghi (vaga), impf, anighessi; cond. anig ariva [aniria). 

- 'facere': fé (fer); ind. pres. fag [fac), fas, fa, fem, feu, fan o fdnan, 
impf. feva [feja), perf. e fet [/tu), fut. fare; cong. pres, fagi {fassa), 
impf. facessi e fessi (fes); cond. f ariva. 

'sapere': saJjé (sabér); ind. pres. se, sas (cat. e bare, saps), sa o sap 
(cat. e bare, sap), sàbém, sahéu, san (sdòen), impf. sabeva e sahiva 
[sàbia), perf. e sabùt (sabi), fut. sabaré [sabre); cong, pres. sfl5^■ [sapia, 
bare, sdpiga), impf. sabessi [sabés); cond. sabariva [sabria). — 'volere': 
?;Mré e vulghé (voler); ind. pres. ■??m?;' woZ^ ?;oZ, vurém vuréu vòran, 
impf. vuriva (volia), perf. e vulgùt (volghi), fut. vulgaré e vugaré 
(voldre); cong. pres. vulghi (vulja), impf, vulghessi (volghés); cond. 
vulgarìva (voldria). 

'vedere': veura (veurer); ind. pres. vec e i?ec, vews, ?5eM, vajèin [vehèm, 
bare, vejèm), vajèu [vehéu, bare, vejéu), veun (veuhen), impf. vajeva 
(veja), perf. e uzsi o vagut (vegi), fut. vauré (veuré); cong. pres. «jg^? 
o ve^/it (ve gei), impf. vagessi o vaghessi (vejès); cond. vauriva (veuria). 

— 'dire': diura (dir); ind. pres. cZic c?ìms c?m, (Ì2ém (dihém), diéu 
(dihéu), diun (diuhen), impf, c??e?;rt (deja), perf. e c?«f (dighi), fut. digaré 
(diuré); cong. pres, c?«V//« (c??'^a, bare, dighi), impf. dighessi (digliés); 
cond, digariva (diuria). — 'vivere': wmra (viurer); ind. pres. ij/c (viso), 
vius, viu, vighém (vivim), vighéu (viv'iu), viun (viuhen), im]){. viveva (vivia), 
perf. e vivit (antiq. viscùt e vischit); cong. pres, vighi (visca, bare, vischi). 



Il catalano d' Alghero : Appunti inorfologici. 353 

'leggere': IJigi {ìjegir)', ind. pres. Ijió {Ijig o ljegesc\ Ijigis, impf. 
Ijigiva [Ijegia), perf. e Ijigit; cong. pres. Ijigi o ìjighi {Ijiga o Ije- 
gesca). — 'ricevere': regibi e vagivi (rebrer); ind. pres. rep, rebas, rep, 
ragivim, ragiviu, ragivin; perf. e ragivit o rabùt. — 'aprire': ubri 
(obrir) ; ind. pres. opr (obr), obris, obri, ubrhn ubriu òbrin, imperf. 
vòriva {obria), perf. e ubelt, fut. ubriré; cong. pres. obri (obra), impf. 
ubrissi; cond. ubalg ariva e ubririva. 

151. Verbi notevoli, la cui 1.^ pers. pres. ind. assume 
costantemente il e analogico (v. n. 141): 

'stare': asta [estar); ind. pres. astio asids asta, astèm astdu astàn 
[esile ecc.), impf. astava, perf. so astdt (estighi), fut. astaré e astigaré 
[estare); cong. pres. astighi e astagln (estighe), impf. astigliessi e astessi 
[estés o eslighés); cond. astigariva (estaria). — 'dare': da [dar); al più 
delle forme supplisce duna; ind. pres. dono das da, duném dundu 
dònan, fut. dungarè; cong. pres. donghi [donga). 

'potere': purè e pughé (poder); ind. pres. può pots pot, purèm e 
pughém [podém), puréu [podéu), pòran [poderi), impf. pureva e pu- 
gìieva, puria e pulia [podia), perf. e pugut [poghe], fut. pugaré [padre); 
cong. pres. pughi [puga), impf. pughessi {poghés); cond. puganva [po- 
dria). — 'solere': sulghè [soler); ind. pres. sole sols sol, sitrém surèu 
suren, impf. sur èva [solia). 

'cadere': caura (caurer); ind. pres. cale [caie), caits, cau, cajkm 
[cahém, bare, cajém), cajéu [caliéu, bare, cajéu), caun [cauhen), impf. 
cajeva [cheja), perf. so calgùi [caighi, so caigùt), fut. cauré [cauré); 
cong. pres. caighi {caiga, bare, caighi), impf. calghessi (caighés); cond. 
calgariva [cauria). — 'piacere': praura prajé e praghé (plaurer); 
ind. pres. prac praus prau ecc., impf. prajeva,, perf. e pragut. — 
'trarre' : treura [treurer) ; ind. pres. trec, travis e treus, trau e treu, ecc., 
fut. trauré e tragaré; cong. pres. treghi. — 'bere': beurà [beurer); 
ind. pres. 5ec Jei<5 Jew, bajèm [bejém), bajéu {bejéu), beun [beuen), 
impf. bajeva [beja), perf. e bagut [begh't), fut. bagaré [beure) ; cong. pres, 
ie^rM [bega), impf. baghessi [bejés); cond. bauriva e bagariva [beuria). 

— 'credere': creura [creurer); ind. pres. crec crew^ crew ecc., impf. 
crajeva, perf. e cragùt, fut. cragaré; cong. pres. creghi. — 'dovere': 
c^ewra [deurer); ind. pres. (iee «iews c?eM ecc., impf. dajeva, perf. e dagùt. 

— 'sedere': seura [seurer); ind. pres. «ee seus seu ecc., impf. sajeva, 
perf. e sagiit e sajùt. — 'ridere': rmra (riurer); ind. pres. ne nw^ 
j'm, ne/w o rijém ecc., impf. r?eua o rijeva. — ' cuocere ' : coura [courer) ; 
ind. pres. eoe cous couj cujém cujéu coun; cong. pres. coghi. — 'chiu- 
dere': cloura [clourer); ind. pres. clouc clous clou ecc. — 'muovere'; 
moura [mourer); ind. pres. moc mous mou ecc., impf. mujeva, perf. e 

Archivio gioito 1. ital., IX. ' 23 



3o4 Guarnerio, 

mugùt. — 'piovere': proura {plourer); ind. pres. proc prous prou ecc. 
flit, prugarà, perf. a prugni; cong. pres. progìd. — 'prendere' : prenda 
(pendrer); ind. pres. prenc prens pren, pranim praniu prénan [pre- 
nen), impf. praniva, perf. e pres, fut. pr angore; cong. pres. prenghi 
(prengà), impf. pranghessi (prenghés); cond. prangariva. — 'inten- 
dere': antrenda (entendrer); ind. pres. ante ne. — 'incendere': angendra 
(engendrer); ind. pres. angénc. — 'vendere': vendra (vendrer); ind. 
pres. vene, ptcp. vanùt. — 'rispondere ' : raspgndra {respondrer) ; ind. 
pres. raspò ne. 

'venire': vani {venir); ind. pres. vine vene, vins vens, ve, vanim {ven.), 
vaniu (ven.), vénan (vénen), imperf. vaniva, perf. so vangut (vinghi), 
fut. vangare (vindré); cong. pres. venghi [vinga), impf. vanghessi (vin- 
ghés); cond. vangariva [vindria). — 'scrivere': ascrivi [eseriurer); ind. 
pres. ascric ma anche ascrif, ascrius, ascriu, perf, e aserivìt [escrighi^ 
e escrib) ; cong. pres. ascrighi. 

Preposizioni. 152: a; ama (che nell'ortografia comune scrivesi 
amba, senza però che il b sia mai sentito nella pronuncia), per 1' ab 
del cat. (bare, am o amb); cantra; de; an (en); fins fìnsa, e sarde- 
scamente finga (fins) fino; per o pe; sens sensa; sgbra (sohre) sopra; 
sgta sotto. 

Congiunzioni. 153: ^ [J] e; també pure; che; o; ni ne; ancara 
che, mancar a -i che, quantunque; si se; sino se non; palchè; per asó 
(perso); dons (doncs) dunque. 

AvvEEBJ. 154: agnt gnt (ahoni) dove; de gnt donde; an anchi 
(en achi) qui ; an aìji [en anlji) lì ; an aljà (en aljd) là ; anrera amma- 
rerà ararera (enrera, en arerà) dietro ; arins, rins, an drinia (adrins) 
dentro; anvant (endavant); adamunt (dam.) sopra; adabàs (deb.) sotto;: 
dasprés (desp.) dopo; aljunt (Ijun) lungo; 'foras (fora) fuori; alura 
allora; ara ora; ancara ancora; ga; air (ahir) ieri; avùj vuj oggi; 
dama (demd) domani; legu (luego, sp.) sùbito; sempra (sempre); mai;, 
cuant quando; asi così; casi (quasi); si; no; il sardesco fglsis; assai; 
massa soverchio; poc; mes 'magis'; mancu; tant; arrès (res) nulla; 
ansems (sems, ensemble) e an paris, insieme. 



li catalano d'Alghero: Riassunto comparativo. 3S5 



§ V. RIASSUNTO COMPARATIVO. 

Nei seguenti tre numeri, si descrivono o riassumono le divergenze 

dell' ALGHERESE DAL CATALANO COMUNE ^ 

155. Concordanze speciali dell' algherese col barcello- 
nese (cfr. Mylà, opusc. cit. pp. 3 6 7 10-13 e passim): I. « da E pro- 
tonica, 30. — II. a da e atona all'uscita, 31. — III. « da i atono, 



^ Le concordanze tra il cat. com. e 1' algherese son così numerose, che 
s'estendono, si può dire, a presso che intiero l'organismo; e poiché risaltano 
dagli spogli che precedono e sono per altra via ribadite, nel presente §, 
mercè l'enumerazione delle divergenze, sarebbe affatto superfluo che qui si 
riassumessero. Meno superflua, per avventura, o più facilmente tollerata, 
potrà riuscire la seguente serie di voci spiccatamente 'catalane', comuni 
alla madrepatria e a questa colonia, nella qual serie si comprendono e se- 
gnano anche voci specificamente spaguuole, ma entrate a far parte del les- 
sico dei Catalani di Spagna. Noto dunque: alahà (pur del srd.) lodare; 
anfani anf arara, fastidio, infastidita (sp. enfado ecc.); anguan (enguan), 
cfr. Diez s. unguanno e Arch. VII 527; arróp rop (sp. arropé) vino o mosto 
cotto; apuscntu (sp., onde pur srd.); arreii (sp., onde pur srd.) di séguito; 
aseherra (eschér, sp. izquierdo) sinistra; aseta cannella; ascupinara {escupina 
saliva, sp. escupir) sputo; assustd (sp. e srd.) spaventare; àburòt (avalót; 
cfr. srd. mer. avolotdi ecc.) tumulto; hardissa siepe; barrai barile; barrina 
(sp. barretta') trivella; biga bigarons (sp. viga) trave travicelli; boti ammac- 
catura; brassòl (bressol) culla; brasssé (brassér; sp. bracero) ordinanza, 
giornaliero; bre (blé) lucignolo; bufeta vescica; bujól tinozzo; caljà. (cfr. sp. 
e srd.) tacere; carabassa (srd. log. id., sp. calabaza) zucca; caràs {calde; cfr. 
Spano s. calasciu) tiretto; carré (carrér; cfr. sp. e srd. carrela) strada; casali 
(casal; cfr. srd.) dente molare; diesa querela; cup tino; currdl (corrdl, sp. id.) 
cortiletto; custura (costura, la casa ahont s'educa à las noyas) scoletta; cutilja 
(cotilja, sp. e srd.) busto, passa la cutilja passare le strettezze; dasdicara 
(desdica infortunio, disdetta, sp. srd.) sfortunata; daspacd (anche sp.) mandare 
a male; daspaltd (despertdr, anche sp. ) svegliare; de bada (sp. e srd.) 
gratis; dunosa (sp. e srd.) cara, gentile; frarols (fredòr) frigidori; gerra 
vaso di terra, giara; gunivelt (gulioert) prezzemolo; guSd (gasar, cfr. sp. 
e srd.) ; Ijdstima (sp. e srd. Idstimn) compassione, ai che Ijastima che pec- 
cato!; mata (anche sp. e srd. mrd.) arboscello, macchia; miiió mifiona ra- 
gazzo -a; morru (sp. e srd.) muso, ceffo; pards parassd (padas padassar, 
cfr. sp. pedazo) rattoppo -are; patìt -a (petit -a) piccolo -a; pudl (podi, 
cfr. sass. buàli; podi sta a pou pozzo, come lo sp. pozal a pozo) secchio; 



356 Giiarnerio, 

34. — IV. ic da o atono ^ 36. — V. eliminazione di -r, 65; cfr. di 
-r-, 64. — VI. -t in dileguo nel nesso -nt (-nts), 82, 83. — VII. par- 
ticolar frequenza del dileguo dell' u di qv, 97. — Vili, j epentetico 
in voci verbali, 108, 150-1. — IX. assenza del r epitetico negli inf. 
del tipo veurefr], 139. — X. perifrasi del perfetto con 'andare' e l'in- 
finito (ma cfr. n. 148, e Mor. n. 123, I). — XI, L' i caratteristica del 
cong. pres. in tutte e tre le conj., 148-51. — XII. -/nella 1^ pers, sng, 
pres. ind. in -sco, 142 — XIII, singole voci nei parad. verbali, 148-51 
passim, — XIV. singole coincidenze lessicali, come abì'a, IJavons, Ijenga, 
am o amò, dgns. 

156. Divergenze speciali all'alglierese, — I. r da -d- prira. 
e second., 104 107. — li. a per 1' e prostetica, 30, e per 1' e atona 
all'uscita dei verbi-, 31. — III. -l da Zw = R]sr,*67; -w = pm, 113; r = DR, 
110. — IV. qualche caso di l da u di fase anteriore, 56; e le altera- 
zioni che occorrono in CM?n, ragàr 51, angùr 103, Ijugél 65. — V. più 
facile conservazione dell' i atono che precede s n, 32. — VI. i casi di 
t« da A od E atone, 29 32"^ 35, e di « da o atono, 36. — VII. qualche 
caso peculiare, tra gli 'accidenti generali', 126-31, 58, 82, 103; e qui 
passino ancora: farralga [farrage] farragine, orzo fresco; pulsaljana 



pragària {i^regaria, srd. id., sp. piegarla) preghiera, supplica; prata jìraté 
{piata plater, cfr. sp.) argento -iere; rabassa ràbassó ceppo, radici secche 
da ardere; rundalja (rond-) fiaba, quasi 'racconto fatto in. giro'; sago crusca; 
sandamd, lu sandedamd (al sandemà), l'indomani; sisé, un sesto, piccola 
moneta d'argento; smnbreru (sp.) cappello; sostra (sostre) solajo; taca tacci 
macchia -are; tanca (anche srd.) chiudere; varò varonil (pure sp.) maschio, 
gran personaggio, virile, nobile; vora (bora; srd. mrd. vora) orlo, riva [come 
prepos. : vora la mar lungo il mare; e ancora 1 derivati vurelj vuraljd 
orlo -are]; nomi d'animali: ascarabàt (escarabdt) scarafaggio; ghineu 
ghilja volpe [oramai solo dei vecchi, essendo invalso macconi, srd. sett. 
■inazzoni]; gas gossa, cane cagna; granata rana; palddl (parddl passero; 
sp. id.) uccello; salgantana (sargantana) lucertola; altri verbi: agafd af- 
ferrare (pur del srd.) ; alcansd conseguire (pure sp. e srd.) ; atuagd, de 
amagdt, nascondere, di nascosto; amard inaffiare; asacd levarsi; ascramantd 
{escarmentar ; sp. id., onde pur nel srd.) esperimentare; asmulsd (esmorsar, 
sp. almorzar; cfr. Sp. s, ismurzare) far colazione; aspard (esperar sperare, 
^.spettare) aspettare; baraljd rimproverare; dasmajd (desmajar, sp, e srd.) 
svenire; dispiri (dispidir e srd.) congeda, imperai.; gastd spendere (pure sp., 
onde pur srd.); matd (sp.) uccidere; mird (pur srd.) spidocchiare; trid sce- 
gliere. 

* Le alterazioni dei numeri i il iv hanno anche riscontro nel cat. aut.; 
cfr. Muss, 0. e, pp. S e 6. ^ Pur del cat. ant., ib. ih. 



Il catalano d'Alghero: Riassunto comparativo. 357 

(pugeljana) pozzolana; falmelja (femelja) femella. — Vili, z al pi. 
dei temi in gutt. e lab., 134. — IX, le reliquie del neutro pi. che sono 
al num. 135. — X. trenda (tenir) nella funzione dell' ausil. 'avere', 
148. — XI. molto larga diffusione della gutturale accessoria, nella fles- 
sione verbale, 141, 148-51. — XII. le doppie 1® pres. ind. e cong. del 
num. 141, e qualche 1^ pres. speciale, come fag (fac), ascrif {escric). 

— XIII. qualche irapf. ind. con la desinenza it. -èva, 148-51. — XIV. 
voci catalane divariate o rifoggiate: ambosta (cat. almosta) manciata; 
dcchira 97, astrilja 58, hisul 111, ìjema 76, malassa 104, palpelja 58, 
somiu 20, umhriìj 58; — ascaruga 'ciò che è dimenticato dai vendem- 
miatori', cfr. cat. asco, cosa vile, da sprezzarsi (sp.), srd. mer. ascu e 
ascherosu; astimpanara scorpacciata, cfr. cat. estimbarse riempirsi; 
astogaras involti come in un astuccio, cfr. cat. estoc astuccio, estogdt 
nascosto; cosar 118^; daspdc daspagd [apagar, sp. id.) spengo; daspal- 
dasd rovinare, che è il risultato di una fusione di 'disperdere' con 
despachar; gremii società, in ispecie religiosa, di cui il bre o ìnaggurdl 
è il capo, cfr. cat. gremì collegio; mulgund propagginare, mulgwiera 
propaggine (cat. ant. morgunar morgó); vilma 76. — Voci spagnuole 
che vedo comuni al solo algherese: bubbina rocchetto, sp. bobina', 
guria fagiuolo, sp.judia; vazia catino, sp. bacia ^. 

157. Influenze del sardo. — 1. g dal J di E.J, 4, 41; cfr 89. 

— IL ng da NJ, 42, ng' gn, 102. — III. r da L, 52 54^^ 57 59 61 62. 

— IV. l da R-, 63 67. — V. esiti di cl ecc., 58^ 59''. — VI. metatesi di 
R, 114 e pass. — VII. numero maggiore di verbi in -igare, 89 90, e fre- 
quenza di quelli in -i da -ere -ere, 139. — VIII. impf. cong, in -èssi 
148-51, e qualche singola forma flessionale, come ses tu sei, 148. — IX. 
elementi lessicali: dnara 75; arivdr 4; asutols 63; ascut -ziti 96; aspara 
1; biju 58*^; bulcu bulconi 23 n; burroni 105; caTiigu 78; corru 67; 
cuiri 51; fìnga 152; fglsis 154; foras 154; fremu 12; gu 22; istiu 32; 
izura 13; Ijestr 74; tnèrura mureìidu 52; orri 41; picò 49; popul 112; 



^ Si tolleri ancora un manipoletto di voci algheresi, che non m'è venuto 
fatto di riscontrare nel catalano o nel sardo: afuljà abortire; halb'mgul pas- 
sero, che ricorda curiosamente il bulbtil, rosignuolo, degli Orientali; bulddl 
ramoscello; cunsighelja solletico; Ijicu nicchia (cfr. sp. leclio letto?); manas- 
-manetas battimani; mazzén magazzino, granajo (cfr. sp. ahnacen, srd. sett. 
camasinu); mureju ginepro (cfx'. cat. morella morella; srd. mudeju cistio); 
nuvialjas feste nuziali (cfr. sp. novia sposa); palgarira patelle; ragheljant 
brigando; rastalj scure (cfr. cat. rastelj 'linguetta', frc. curette; log. rusfalju 
rustralju ronca). E ancora si vedano quelle che registra il Morosi alla fine 
del suo Saverio. 



355 Guarnerio, 

polcavru 114; ray'w 47; savia 112; trau 28; triurà 117; ^ro^a 94. 
A cui si aggiungono dai nostri testi: accheta cavallina; achirrd e ti- 
clìirrid gridare; amhufà (log. imhiiffaré) soffiare; amhora (mer, im- 
bodcjidi avvolgere ?) a zig zag ; ayighirià (log. inghiriare) rigirare ; anterru 
(srd. coin. interni) sepoltura ; arramunira (log. arremonire conservare) 
vestita ; ascahassdt (log. iscahittare, sett. iscabizzd) scapestrato ; asca- 
vanara (log. iscavanada, cavana guancia) schiaffo; asmultit [%vdi. com, 
ismurtiddu) tordo ; azìu affanno ; ascùr -a ascults (log. iscuru) meschino 
-a -i ; ascuvid (log. iscohiare) scoprire ; asgarrava (log. isgarraré) lace- 
rava; aspupulava (log. ispohularé) far ressa; astrarór (srd. istradane); 
attatu sazio ; barra mascella, barrd smascellarsi, gridare ; béltula bi- 
saccia da sella; bic (srd. com. biccu) becco; bistentu -d indugio -are^; 
bruzd bruciare; bucaca (mer. id.); bulzaghins (srd, com. burzighinu) 
gambiere di cuojo, ghette; carra trasporta, imper. (srd. carrara); ca- 
siddu alveare; chensa senza; capi (srd. com. ciappinu) ciabattino, gua- 
stamestieri; chimentu chiasso; cota (log. cotta) zeppa, bietta; crepu (log. 
creoli) crepacuore, rabbia, dispetto; cucus cagnolini; cunfdlfara (log. 
cunfdnfara, sass. cunfdfara) chiacchiera; dasfurugd (log. forrojare, 
mer. forrogai) frugare foracchiando; farrancdra (mer. fàrrancada 
manata, farrunca branca, zampa) brancata, manata; a fata (srd. com. 
infata) dopo, dietro; f risarà frittura; iscra frutteto, Arch. Ili 458; 
jaju -a avolo -a; laniori rugiada; tnaccu matto; ìnamatita balia; 
ìnassaju contadino; onubnutoni (log. mur mutane) mutulone; muninca 
scimia^; paris insieme; pie piccone; pivirinosas (sass. pibirinosa) len- 
tigginose; repas, arepas (srd. com. lepaV) coltellaccio, daga; sacana 
(log. e sett. siccaTia) siccità; sarà (srd. com. sala) ; susségata (log. 
sussegare) quietati; talda (log. bonos tardis buona sera) sera; tiringoni 
verme; tiribrichi (sett. tilibricu) cavalletta; topu (log. toppu) zoppo; 
travigd (srd. com. travigare) frequentare, trafficare; triéci-tricci (sass. 
trióóa-tricóa) bagnato; tadda setola; ianchiu tunchid, gemito gemere; 
tupunela (log. tapponella, mer. tupponi, turacciolo) foro per ispillare 



^ burina [budinà] piovigginare; cfr. sass. moddina moddinà, pioggerella 
piovigginare, se non osta il porre r = dd. 

^ È dallo sp. mono, ma il suffisso, che gli s'aggiunge, ha aspetto sardo, 
e ritorna anche in patronimici sardi, come Bosincu abitante di Bosa, Sos- 
sincu ab. di Sorso, vicino a Sassari (cfr. nel corso: Curèinche le donne di 
Cursica, Tomm. 205-6). Per altro nome d'animale coli' -INC, mi sia lecito 
addurre lo sp. podenco (port. podengo) 'chien qui cliasse aux lapins'; e con 
-ONC: corronca *cornonca, cornacchia, da me sentito nel Nuorcse. Cfr. Diez 
IP 377, Asc. Arch. VII 494-5. 



Il Catalano d'Alghero: Riassunto comparativo. 3o9 

il vino; veltigheta (log. bertigliitta, gallur. vèltica) pertichetta; - e 
come gruppo d'esempj in cui si affermino ulteriormente le equazioni e 
algh. = z srd., e g algli. = z srd. * : apacigdt (log. appizzigare) appic- 
cicato; aschimugu (log. iscliimuzu) rumore; astripigat (log. istripiz- 
zare) strepitare; cantelgu (log. canterzu) guancia; cajìa óaparó, zappa 
zappatore; isi a pigu (log. isi a pizu) uscir di mezzo; trica (log. 
tipizza) treccia; valgia (mer. varzia rondone) rondine; valmuóct (log. 
jpahnuzza, cfr. gen. varma) malva. Spagnolesimi, finalmente, che pro- 
vengono dal sardo: duendus spiriti folletti; frungit (mer, frunza ruga, 
sp. fruncir corrugare) rugoso; ventana finestra. 

158. La conclusione è facile e pressoché superflua. L'algherese 
differisce di poco dal cat. com,; e le divergenze sono tali, che da una 
parte mostrano l'ognor crescente influenza del sardo attiguo, dall'altra 
offrono una bella riprova circa l'origine della colonia. Infatti, se le 
caratteristiche algheresi, come V a e V u per e e o fuori d'accento, 
ricorron sempre nella parlata viva di Barcellona, ciò conferma che 
da Barcellona provenissero i primi coloni, trapiantati da re D. Pietro 
il Cerimonioso nella città di Alghero (1354); la quale, anche per questa 
ragione, non a torto fu designata, dagli antichi, col nomignolo di *Bar- 
celoneta'. 



159. Indice lessicale 2. — abelja 58 112, ab'ió ahigd 47 68, 
ncabà l\2, achelj 53 136, achés 12 97 115 136, achest 12 74 97 
136, àccMra 97, agio 15 45 77, adabds TI 154, adamunt 20" 83 154 
afan 78, aguJd 47 102, agùt agurd Al 104, agost 23 38 74 98, 
agraés agrai 142 e n, agulja 24 58 87, air 7 65 154, alecr 2, algora 
18 41 63, algua 56, alj 40, aljò 136, aljunt ìjvm 20" 83 102 154, alt 
54, altdr 54 65, amd 154, amd amdt 1 65, amascrd mescila 57 128, 
amburicd -còs 90, amella ìnella 25 59 126, amie 10 88, mwór 15, 
ampolja 53, and 1 82 150, analjd 154, ananchi 97, dnara 75, angenc 
angendra 91 152, ancruza 95, anelj 8 53, anfani 83, angan 34 78, 



* Qui va forse pur ciu eia, zio -a. 

^ Non si comprendono in quest'Indice le voci considerate ai uum. 15S-7. 



860 Guarnerio, 

anghira 99, angal 102, angoni 42 102^ angur -uri 59 103, a7i dnara 
1 78 104, ànima 33, anrera anrarera 154, ansems 7 34 154, antér 

34 83, aritene antrenda 151, anlerramols 83, anvega 12 34 47, aowt 
ówt 23 82 154, apm 49, ara 1 52, ara ancara 154, aram 128, araru 
105, arhra abra 54** 64 119, arega 89, arena 5 63 75, «rew arava 
5 30 63 109, arm5 c?nws 107 154, arré^ 137, arribd 111 122, ascara 
1 30 52, aio 1M6, a/pc 96, asùc asugà 21 87 96, asùt 94, asutols 63, 
ascolga 89 96, ascnlt 23 38 54, ascolj 61, ascombra 129, ascora 18, 
ascrau 57 70, ascHc ascrivi 10 30 82 117 139 151, ascultagà 90, 
a5ci»' 21 30 65, ascurigà 90, ascwt 21 106, ascwt ascuri 96, aspalla 
1 58, aspara 1, aspargi 100, asparò 77, aspiga 87, asponga 2(S° 30 

102, aspurìgà 90, aspuzQri 17 30 81, asiic astó 1 143 151, as^i'Z 11, 
astizora 17 30 81 96, astrangu 42 96, astrega 11 98, astreìja 74, 
astriìja 58, astriTii 102, aué af/7ié 5 48 117 143-5-8, aw/J viy 20^ 47 154. 

bahnelj 58 68, banai 107, èarz. 42, barena barano, 84, bastunaga 

35 87 111, 5a/ 1 72, ^»afema 13 31 116, 6e 7 77, ie(y" 8 53, èec ^'ewm 
12 31 34 118 151, &es èaia 2 29 44 123, èw^-a 13 31 111, èm(^ 10 51 
ili, &i> 58" 68, 5o 18 77, baca 23 122, ^-ossa 25 66, bou 18 70, èrap 
1 46 119, branc 60, brau 60, 6rec?a 104 131, breu 119, èutf 19 68, 
hulóu 23 n, J^réf 52, burroni 105, Jm/ 96. 

ca 86, cabdl 112, cabelj 12 53 112, caipa cagaró 15 45 65, calavra 
104, cafc caw caura 1 31 56 108-9 151, cal[n] 67 86, calnigé 3 
35, cam 113, camba 85, cam^ 10 77 86, camiza 44, campanàr 4, 
campana 42, cànam, 117 n, cawpó 45, candera 82, canigu 78, canonga 
89, caj3 86, capaljà 53 77 112, cara 86, cara caraw 137, carantura 
52, carcangu 42 54'*, carjja 46 54'', cargina 91, carcliiu 54" 97 137, 
careria 5 104, can'p 92, carira 7 110, carréc cargo, 90 121, ca/a 115, 
case 97, castana 42 74, castelj 53 74, catorza 91" 97, caya^' 53 86 
117, cai- caua^' 44, co5m 58", cMce 58" 124, c/itéf 33 97, chinza 97, cZar 
57 65, cZoMC cZowra 57 109 151, eoe eowra 18 31 88 92 151, cofa 76, 
coZ 28 51, colda 20 63, eom coma 16, cgnt 20", cgntra 20" 152, eop 
55, cor 18 86, corru 67, cos 20 66 133, cosa 28, cp5sa cgga 28 46 55, 
cp'irar 23 118", c7-aba -U cabirdl 18 114, crabalgu 4 63, craveìj 95 126, 
craw 1 57 70, crec creura 5 31 95 108-9 151, cren 92 95, criatura 32, 
cristià 33 95, cris crisi 9 32 73 95, cru 95 110, ewa 16, cubrés cubri 
142, cm'n' 51 117, cuit 94, cwzfa 94, culj 20", cuìjera 3 58, cwZsa 24, 
ewZt 24, cugrgmba 129, cumand 82, ciimpaJi 42, cumparés 14.2. cumplert 

103, cuynpri 61, cungapi 91, cwnpaz 91, cunflgi 100, cunés cunèsar 31 
S6 73 142 e n, cM^at 102, cunselj 40, cunteni 83, curgma 85, curar 
15 36 52 65, cwrpa 24 54" 86, cm5 cmì-ì 81 123, cw/a 96, cwm 117. 

pafoe/J 63 91, geba 91 112, pe^w 26 87, gel 26 51 91, gelt 91, feZ;a 



^ 



Il catalano d'Alghero: Indice lessicale. 361 

12 40 91, gena 26 91, p_w?m 12^^ 80 91, gmt dogens 91, gidi 139, 
gilera 32 63 91 125, ginc 13, ginga 91, gingra 59, giurò 92, guitdt 91 
131, fwn^a 64 77 91. 

<fa^w 39, dama 30, damanà 30 82, <irtr«. 79, dasbuird 30 68, c?a- 
scuòri 30, dascuzi 30, daselt 63, £Za5/"é 30, <iasic dasigà Al , dee 
deura 5 31 118 151, delma 56, c?enf 83, (Ì_m decem 7 9:^, (/ett deo- 
7, (deaera 33 47 60, diacra 33 47 76, die diura 33 82 87 88 92 150, 
digous 39, diijuns 33 n, dimais 33 n, dimecras 64, dimoni 38, c/mé 
3, <iw'a^ 33 51 104, (imafa 120, (^«f 11 100, ditul 103 125, dwmdra 
80, dghra 23 61, c?9p c^pZ^ 23 55 91, cZona 79, donc duna 151, c^ows 
153, dos 22, cfoira 91^*, dret reta 94 110, cZro/?i drumi romita 20 63 
110 n 149, drumitnri 17 36, dummga \2^ 89, c^^r 21, c/«rór 15 52 65. 

eìba S, elj -a ecc. 12 53 136, entr \2^, essar ser 7 31 72 148. 

fabré frabé 3 30 119, fag fagi fet fé ecc. 46 82 93 94 150, falnés 
36 67. fals 54. famiìja 40 e n, fanglj 23 58, farà 104, /"arù-a 104, fé 

11 Ilo. /e^a 89, fd 7 51, /eZm 12, fem 11, /e/'rw 122, /^es 146, festa 
8 74, /ei' fasd 29 73. /e«< 26 109, figa 10 87, /?{;" 13 40, filjol 18 
40 51, fira 6, ^ros« 52, fìu 143, /oc 18 88, foga 89, /bZ/"rt7 67, /bZpa 
45, folsis 154, /or«5 18 154, frairalgu 4 63, franta 62 122, /rara 31 
105, frastdni frastuma 5 n 43 60, fraura 98, frec fraga 11 87-8 123, 
fret 12 100, /"roc 62, front 20^ />'(?r 16 62, fros 62 96, /rmY 94, 
fruita 135, frumagu 89, /'«e /•ò<^t;ii 24 100, /'w/;' 20^ 40, fulja 40, 
/wm 21, fus 21. 

^rtJm 48 86, galt 63 86, ^a/J 53 98, garbelj 34 n 53 95, galdi 39 
63, galmd 11, gané 3 39 65, ganiva 102 125, ganolj 23 30 58, ^f;Z 
7 51 100. gmdra 8" 31 80 100, gmt 8"^ 83»^ 100, goe 18, ^oy« 22 31 
39 77, gu, 22, gue 19 88, guga2A 31 39 89, ^^7^ 24 39 42, gur 
21 39 65, guriól 18 39 51, ^u^f 24 39 74, gherra 99 122, ghis 25 
115, ^o?*a 22 52 98, ggta 23 122, gran 82 101, grandinega 142, ^res 
^ras 72 95, greu 2 70, ^roc ^'toc 18 95, gruta 25 95 116, guaran 42. 

igresia 44, infelfn] 67, invelfn] 8 63 67, io, a ?m', ecc. 121 136, 
wiiM 32 38 70. izura 13 52, w isi 9 32 65 96. 

laudar làndel 4 50 59'', legu 154. 

Ijadra 31 50 105, Ijale 50, /;'am Ijampega 113 142, /;'ana 50 75, 
Ijangcl 18 34 45, Ijantia 58 83 125, ^'oó 15 30 50, Ijatuga 50 87, ^zaw 
Ijavons 117 133 n, ZJawra 118, Ijebra 8 114, ZJec 27 50 88, Ijej 50, 
Ijema 77, IJenga 12^^ 99, /y^r^ //erm 102, Z/'e^fr 74, IJet 50 94, Z/'efra 

12 50, Iji 5Ó, Zj6ra 13 31, IjibecQl 18, Z;Vc O'^^a 11 50 98, IJic Ijigi 
7 50 100 150, Ijigarolga 41 50 63, Ijiri 13 40 50 52, Ijisiu 33 70 
96, Ijit 50 94, ZJkra 13 50 118, Ijoc 18 50 88, Ijoca 57, //"om 85, Ijop 

^ 50, Zjor 28, Ijugér Ijugél 3 65, /y'wm 21, Ijuna 21, Z/wr^ 20'^ 102. 



862 Guarncrio, 

ma 1 77, inahra 64, maó magar 39, magargra 15, ìnagra 95, ma- 
grana 101, malassa 104, malcàt malcant 63, ma/p 45 63, managa 
40 128, nianasté niasté 7 34 65, manr/argra 17, mdniga 33 90, mantéé 
• 142, mawMi 34, ;nar 1, mrtra 31 105, maragina 93 107, maral 107, 
marart 56, maravelja 12 34 n 40 117, marga 11, marit 63, wam -ra 
104, mascra 57, massa 154, mastio mastigd 90, matés 12 115, tnega 
8 31 89, mf^ 7 51, meZa 2, mene wewe mangà 89 141, mewf 8^ 83^, 
meresiról 65, mérura 52, wes mezus 5 81 123, wzes 100, meia 5 81, 
mestra 27 31, weit mww ecc. 7 136, wze m/^a 9 47, mz7 13, miljór 
15 32 40, TYiiracra 33, miralj 33 58, mma 40 n, moc moura 70 151, 
moldra 129, woZ^ 20, /won 23 82, m,onga 89, m,orim.uri 18 63, mw- 
carcC 17, muljé 40, tnidta 25, multò 15 36 83, onunasti 6 36, munera 
5 36 104, mw~w 102 139, ìnuntaJia 42 83, mwr 21, tnurendu 52, mMri 
murinalgu 4 52, mussie mussigd 20*^ 66 90, ww5fl 29, mw^ 21. 

wtóói nabora 16 30 104 106 112, wam^ 51 104, wa/ m/ar 31 73 
142, w«t< 70 75, wec 7 75, negra 101, wef 12 75, wew 11, neura 8 
118, m«ra 33 104 107, ningù Ì29 137, nil 94, nm 10 109, nombri 
129, nora 22, noranta 36 76 125, wow novo- novena 18 70, nou nuce 
22 92, nu nodo 16 110, nu nudo 21 110, numuru 32^^, nusaltrus noslru 
ecc. 136, nutari 4 36, tiiwura 117. 

oc^i 47, oZc^a 20 77, o^c^^ 20 47, orna 18 31 77, gna 23 82, gnga 23 
46, oni-a 91\ opr ubri 114 123 150, or 28, om 16, on 40 52, orri 
41, ot( 70. 

prt 77, pa^a 87, pais 5 81, pald'iu 92, p«^'« 40, palpelja 58, pam 
55, panate 3 104, pantéc 83 142, ijanthi 129, paó 69 77, papaljò 40, 
pope 25 112, para 31 105, parau 45 52, paraura 28 52 118, parelj 
12 58, parelja 104, parès pari 139, parilj 58, pargma 85, pastór pa- 
stgra 15 74, pau 1 92, pedra perra 105, pe^ra 11 87, peZ 11 51, pe^' 
8, pe^f pelda 8, pena 5, pera 11, Pera 31 105, pes 5 81, pe/ 12 73^ 
jpew 7 109, pfara 104 107, picò 49, p/^J-ór 15 32 39, pvndura 129, 
innól 18 33, pz^ 94, plec 11 61, pfef 93, i^obra proba 28 114, poc 28 
135, polo 20, polcavru 114, po^pa 91, po^5 23, pgls 23 54, polca 89, 
po^'a puljastra 53, ppZ; 23 58 107, po^to 20, poma 16, pop 55, por 69, 
popul 18 51 112, poi^ 22 45, praga 45 61, praga 98, pro^e praghé 
61 93, pranà 61, pranta 61, praricà 107, praf 61, prazó 44 81, praw 
^raura 92 151, pre pranara 5 61, preba 12 31 114, prec pragd 7 
61 88, prenc prenda 8'' 151, pre^ 5 81, pressac 8 34 66 90, prew 45, 
prime 3 33 65, projn 23 61 85, prop 18, 2Jror 16 61, prow proura 
18 31 151, pruga pruega 19 48 61 142, prwi 107, pruma 21 6], 
jpruaga 107, prurd purrd 61 131, pwpa 24 55 91, pi^c pM(fé pughé ecc. 
18 19 104 140 151, pujerru 105 n, puZtó 149, punt 24, punent 8^ 
se 83", piui 102, pwr 21. 



i 



Il catalano d'Alghero: Indice lessicale. 363 

rabia 48, rarità ragd 93 126, ragàr 51, raUm 5 93, raina 100, raj 
raju 47, raméj 47, ì^amór ramgls 15 37, rantarora 15 30, rahò 15 45, 
rap 101 n, rase 3, rasd' 17, raspane raspgndra 20^ 30 82 151, raspra- 
neva 61, ratapiTiara 78 104, rej 50, reni rantà 93 126, rep rehra 93 
112 126 139 150, rie riura 33 82 108-9 139 151, riu 10 70, rghia 48, 
roe ro^« 48, rgm rumpi 113, rora 18, rgt 23 94, rwaira 130, ì^udo 
-gna 23 36 82 104. 

sa 1 77, sabaté 3 104 117, sai/ 112, sagùr 87, saZ 1 51, salpmta 
8^ 30, sam 55, samana 116, samòrdr 129, sawc 99, sangrgt 23 34 59, 
3apultura 54 112, sams 104, sarenu 5, sar?? 92, sar?;ia 48 54^, sasiz-a 
64 91, satembra 8*^, sawc 117, se sab sabè 112 150, sf e seura 7 
108-9 139 151, seeul 26 51, xemiJm 8^ sera 5 104, set 8 116, set 
sitis 11, 5e« sebum 5 118, st 11, sie 7, s/^Ai 97, smic? 142, sipia 49, 
^25 9, sisanta 96 124, «Wéi 33 104 117, so 18, 5o5m 114 152, sgfra 
23 55, sogra 20 95, so? 16 51, sole side 151, 59?^ 23, somiu 20 79, 
^ow 20 79, sgnga 23 102, sora 52, sofà 23 120 152, sou 55, soi^ 
^w/^ ecc. 136, sua suor 107, suggai 93 107 139, suspita 94. 

teré 3 52, te/'pér 3, tarré 5 122, tewra 118, tebiu 110 112, tene 
trenda 7 S'' 9 77 80 105-39-43-48, tens 8^ 113 133, tera 5 52, terra 
8 Ì22, tewra 98, timés timi 11 139 Ì42, tìTii 32 139, fe'nfé 3, tió tigns 
15 45 77, tis tisi 9 32 96, tisiró 32, toZew 58\ fps 23 72, tot tgts 16, 
trabalj 53, traés irm 142, tramuga Al, trasór 28 30 105, trau 28 
105, fo-ec treura 31 151, Trento 12'', treza 91^", trei 94, irmm 117, 
tros 25 66 105, trota 94, fi* fow ecc. 136. 

u 21, wèai 107 117, ufendra 8" 31 36, ulvird 60, wZJ 20" 58, uljeras 
3 58, umbrilj 58 60 85, wmjDr umpri 14 35 61, ww/r mw/)'^ 14 35 62, 
Mìigra 24 59, wwór 15, urelja 12 38 58, urinelja 82, urivdr 4 65, wrór 
63 107, Mfe7 104, wveZ> 12 58. 

vaca 68 122, vae vec 141 150, vagada 34 87 104, va/ii 93, Vaivelt 
65, valggna 23 42 82, ?;af/ 53, valjana 126, vandichéc vandicd 82 
142, ?;aré 5 30 68 76 125, mre?wa 8 30 43 68 76 82 125, velt 12, veZ/ 
8 58, ■yeZto t;a?tó 59, vena 5, vene vendra S'^ 31 151, t?ent 8'', ventra 
S\ verga 12 77 100, ves 146, vew ?;eMm 11 47 109 139 141 150, veu 
voce 92, vi 10, viaga 33 89, m/ra uw-ra 105, vigi 45, ui'Z 10 51, vilma 
76, tjma 146, vinaga 46, vinagra 33 n 95, um« viJiaté 3 33 42 104, rmc 
a;e uam ecc. 7 9 32 77 143 151, vini 13, to'« villa 52, vira vita 10, 
viv viura 150, um 70, viùt viiira 33 107 121, vuU vuitanta 94 128, uwZ/ 
^uré vulghé ecc. 18 20'' 51 52 150, vurd 52, vusaltrus vostra ecc. 136. 



364 Guarnerio, Il catalano d'Alghero: Correzioni. 



CORREZIONI. 

Il signor Andreone (v. p. 263) non avendo potuto rivedere in tempo i 
primi fogli di stampa, sfuggirono parecchi svarioni nei testi vivi ; i quali 
ora correggo, non senza chiederne scusa al lettore, e insieme aggiuugeuda 
qualche altra emendazione e avvertenza. 

p. 263, 11, leggi: Comparetti; - p. 266, 12, 1. dell'imminente; - p. 270, 13, 
1. durador; - p. 272, 1, 1. altre; ib. 4, 1. del offici; ib. 17-18, 1. del spetxa- 
ment. - p. 218, ?, 1. sapieredes; - p. 292, 23, 1. los matalassos de la monicio 
(cioè *i materassi della munizione, del casermaggio'); - p. 296, 23, 1. cichs 
contagiats (cfr. sp. cicho); - p. 298, 12, 1. apititu; - p. 299, 6, 1. mirava lu^ 
ib. 8, 1. de achesa; ib. 14, 1. passats; ib. 18, 1. li a; ib. 29, 1. lis a; - p. 300^ 
6, 1. mamentus; ib. 11, 1. astala; ib. 31, 1, nuvialjas; - p. 301, 17, 1. jjtenuan; 
ib. 26, 1. son astdt; ib. 38, 1. palgarira; - p. 302, 30, 1. mori; - p. 303, 26, 
1. racordi; - p. 304, 17, 1. drins; ib. 3S, 1. mamentu; - p, 305, 6, 1. se; - 
p. 30o, 13, 1. es anara; ib. 3S, 1. tots; ib. 48, 1. no i; - p. 307, 4, 1. ana- 
m,urara ; ib. 22, 1. anighessin; ib. 30, 1. rassagiira'lu; - p. 308, 7-9, 1. piigliessi; 
- p. 309, 5, 1. sa an; ib. 15, 1. uìia m.uljé; ib. 23, 1. vanùt; - p. 310, 21, 
1. TTiun; - p. 311, 25, 1. daspraghi^ tantu sacrifìchéc; ib. 31, 1. tranchilus; 
ib. 32, 1. dasubariengia de m.a; - p. 312, 2 e altrove: per ma ga astic, 1. ga 
ma astic; - p. 313, 10, 1. mamentu; ib. 10, 1. lis din; ih. 41, 1. chi helj; - 
p. 314, 22, 1. lus damanaré; - p, 315, 1, per ti, 1. ta; ib. 1, I. donai; ib. 
6, 1. vols; ib. 7 e altrove: per mazzéu, 1. mazzén; ib. 22, 1. tranchilu; - p. 
317, 13, 1. tantas cosas; ib. 22, 1. no vols; ib. 33, 1. barrant; ib. 34, 1. Va 
pragàt; ib. 44, 1. asiu; - p. 318, 20, 1. umpriva; ib. 39, 1. pusàt\ - p. 319, 20, 
1. angonis; ib. 20, 1. cors; ib. 36, 1. tun; - p. 333, 24, 1, aspalla (espatUa); 
ib. 28, 1. greu e più comune grevu; ib. 29, 1. mela, ma non usasi che nella 
voce m,elacotò; - p. 334, nota 1, 1. gutera goccia, non grondaja, che dicesì 
gualnisa; ib. cagera non sostantivo {caga), ma aggettivo; p. e. cucca cagera^ 
cagna abile alla caccia; - p. 335, 12, 1. anvega (più comune anviria, cfr. 
n. 107); ib. 14, verga (sardescara. virgina); - p. 342, 29 (num. 77), aggiungi: 
ma qualche rara volta lo riassumono; p. e. ben pagàt, un bon cunselj; cfr. 
p. 325-6 e Morosi n. 68; - p. 358, 1. 3-4. Ambora ambora significa anche 
'spingi-spingi', e c'è il verbo amburà spingere; perciò va piuttosto confron- 
tato il logud. imbudadu, spinta, urto, senza poi dire che l'altro confronto 
importava la difficoltà di r algh. = del srd. 



LA DECLINAZIONE 

NEI NOMI DI LUOGO DELLA TOSCANA. 



B. BIA.NCHI. 



SoMMAEio. — Avvertenza preliminare. — § I. Varj casi mantenuti 
in nomi personali e comuni; accusativi plurali in -a. — § II. Nomi 
di luogo in -{ a -1 lat. di ragione locativa. — § III. Nomi di luogo 
in -z = lat. -io. La stessa corrispondenza in nomi comuni; e spe- 
cialmente di -ieri di contro ad -a rio. — § IV. L' -2 nei nomi 
proprj e nei comuni, di contro all' -i tematico del latino, e sua 
ragione flessionale. — § V. Nomi di luogo e nomi comuni in -i, 
la cui base latina è in -ae di nom. pi. — § VI. Genitivi di nomi 
personali romani in costrutto classico. Nomi in -aula ecc. — § VII. 
Genitivo di nomi personali romani in costrutto volgare. — § Vili. 
Genitivo di nomi latino-volgari d'età incerta. — § IX. Genitivi 
nei tempi cristiani. — § X. Nomi latini e teutonici, volti in 
genitivo a tempo dei Longobardi e dei Franchi. — § XI. Ge- 
nitivi di età certa, tra il sec. vili e il xiii. — § XII. Nomi mo- 
derni in forma di genitivo. — § XIII. Scarsi avanzi di genitivo 
plurale. Di -oro che s'incontri con -ario. — § XIV. Cenno intorno 
ai suffissi -asco^ -c^go-, -ina, -éna, -énna. Finali e accenti stra- 
vaganti. — § XV. Appendice. 



30G Bianchi, 



AVVERTENZA PRELIMINARE. 

La mìa prima intenzione fu quella di toglier titolo, per questo scritto, 
solamente dal genitivo; ma veduto nel processo del lavoro, clie nella vocale 
caratteristica di questo caso venivano a confondersi le riduzioni di altre forme 
flessionali o creazioni affatto nuove, che molte erano le questioni risolute 
tentate, le quali richiamavansi dalla principale^ e che rimaneva così illu- 
strata una buona parte della lingua arcaica, somministrataci dai nomi di 
luogo, ho dovuto preferire, come più comprensivo, il titolo che qui so- 
prammetto. Il genitivo, nondimeno, rimane sempre come il principale argo- 
mento, nel modo che è stato la causa e la occasione di questo studio. Difatti, 
stando sempre in Toscana, dove il popolo ben conserva le vocali della ter- 
minazione, non potevano mancare di risvegliare la mia attenzione tanti nomi 
di luogo, che tutti i giorni mi percotevano le orecchie, e che non solo hanno 
la desinenza del genitivo latino, ma quel che piìi monta, l'evidente signi- 
ficato di questo caso, e la forma tutta italiana, o la sostanza storicamente 
moderna, nel corpo della parola. Un tal fatto mostràvami chiaramente che 
il genitivo durò ancora in vita, quando già il latino non era più la lingua 
del popolo; onde io, muginando nella mente alcuni di questi nomi, potetti 
intuire che col sussidio dei nomi personali, con cui essi vanno general- 
mente congiunti, si avesse modo di tesser la storia del detto caso fino al 
tempo in cui l'italiano ebbe il battesimo letterario. Fatto il piano sopra questo 
concetto, restava a riempirne il disegno con pruove storiche ; ma un tal com- 
pito, pei nomi e nomignoli dei luoghi di Toscana, veniva fortunatamente più 
che facilitato dalla grande opera del Repetti ^, della quale bastava all'uopo, 
con nn po' di pazienza e molta riflessione, fare un ampio spoglio. Questo 
io feci, non solo pel genitivo, ma anche per aver materiali da trattare, quando 
si presenti la occasione, altri argomenti. 

Toccando il merito dell'opera che ci serve di principal fondamento, diremo 
che non solo il naturalista e lo storico, ma anche il filologo ha un grande 
obbligo di gratitudine verso l' illustre Autore ; il quale tuttavia, di fronte 



* Dizionario geografico fisico storico della Toscana, contenente la descri~ 
zione di tutti i luoghi del Granducato, Bucato di Lucca, Garfagnana e Lu- 
nigiana, 6 volumi in-4.'' a due colonne; Firenze 1833-46, Il sesto volume 
contiene l'appendice, che manca in molti esemplari. 



Toponomia toscana: Esordio; 367 

all'ultimo, ha scemato di due terzi le sue benemerenze. Imperocché, alle sue 
vaste cognizioni di scienze naturali e di statistica, egli congiungeva una 
grande erudizione storica ed un criterio acutissimo, cauto e sicuro, che gli 
fece sfruttare all' uopo suo e ben digerire una gran parte della gigantesca 
mole degli archivj toscani; ma sebbene egli siasi mostrato abile nello asse- 
gnare il vero senso ad alcuni nomi di luogo, nondimeno è stata tanta la sua 
incuranza filologica, che ha esiliato, forse per sempre, dagli scaffali della 
Crusca, un testo che non era difficile comporre italianamente, con grande uti- 
lità del vocabolario ; ed ha fatto uso di una ortografìa che è una vera scellera- 
taggine agli occhi del linguista. L'unico pregio che egli abbia in questa parte, 
è quello di aver mantenuto, come segno di pronunzia distinta, lo j tra vocali 
(per es. in Pian- Castagnai 6) , condannato dalla sordaggine dei grammatici 
nostri. Nel resto, nessuna distinzione, od indicazione di 5 e ^ sorde o sonore, 
di e ed strette o larghe, abbandono quasi totale del dittongo z«o, e quel 
che è peggio, bando generale agli accenti; dimodoché, per es., essendovi più 
luoghi di nome Castagnolo o -oli, tu non rilevi quale sia, e dove dicasi Ca- 
stagnolo ^, quale e dove Castagnòlo o -nòlo; essendovi più Campoli , non 
puoi saperne quale venga dal basso lat. càmpulus, e quale da campus Pauli. 
Ci è di più r inconveniente, che essendo la maggior parte piccoli luoghi 
e senza commercio, dei quali nessuno profferisce il nome dopo poche miglia 
di distanza da essi, anche un toscano rimane spesso incerto sulla reale pro- 
nunzia de' loro nomi; e chi non vi presta attenzione, come gli agenti di 
governo toscani e non toscani, gli sciatta anche dopo avergli uditi, e spesso 
con la consueta stupida pretensione di correggere il popolo ignorante. 11 
Repetti, il quale non era uè un disattento né uno sciolo (se non per la sop- 
pressione dell' M di tiò, che probabilmente credette illegittimo perchè man- 
cante, a regola di grammatica, nelle carte latine), e che frugò per molti 
anni ogni cantuccio della Toscana, avrebbe potuto con la medesima spesa 
e senza perdere altro tempo che d'un tratto di penna, risparmiare ai posteri 
un lungo e costoso lavoro. Maggior risparmio, ugualmente senza allungar 
tempo né accrescere la sua spesa, ci avrebbe procurato, se nello spogliare 
una massa enorme di antiche carte ^, ci avesse sempre chiaramente indicato 



^ Nelle carte lucchesi, anteriori al mille, incontrasi non di rado la forma 
Castagnulo, che prova l'accento sdrucciolo; ma questo è tutt' altro che co- 
mune a tutta la Toscana; cfr. il pis. e lue. muricciolo contro il fior, mu- 
ricciiiòlo. 

2 Gli archivisti da me interrogati mi dicono invece che per lo più egli si 
valse di spogli fatti già dai loro predecessori, o sopra informazioni da lor 
avute; ma ben si rileva che fece anchfe molto da sé. 



S6S Bianchi, 

quali erano le forme dei nomi scritte in quelle; poiché il lettore spesso ri- 
mane incerto se egli abbia inteso di presentare la forma volgare, o quella 
scritta nel monumento da lui citalo, o se sia questa ridotta all'italiana; e 
non di rado apparisce che egli traduca in latino sopra una semplice presun- 
zione, e qualche A'olta al contrario e' non registra la vera forma latina, o 
più originale, che talora si rintoppa a caso, e per fortuna, in articoli disparati. 
Così per citare un solo fatto, all'art. Gusciana, od Usciana, ci dà l'antica 
variante Jusciana, e tra parentesi le fa corrispondere un lat. Juxiana, che 
non si sa se egli abbia trovato in qualche carta non citata, od in qualche- 
duna di quelle citate, delle quali parlando pone in corsivo sempre la forma 
Usciana; ma tornandovi sopra, all'art. Pachile di Fucecchio, fa credere che 
Juxiana si legga in carta lucchese del 949, contenuta nel t. V. par. S.^ 
delle Mem. Lue. (vedi sotto), dove invece (p. 226) altro non si legge che 
prope fluvio Juscana, così scritto, come in altri casi somiglianti riscontrasi, 
in luogo di Jusciana. In nessun luogo poi nota come in altra carta più an- 
tica, da lui senza dubbio veduta (ib. V. 2.» S92, an. 887), si legge Ucciana 
prope fluoio Arno et prope rivo Fabula (così spesso, oggi Evola). Quello 
che forse piìi importava di notare, dimentica, sotto l'art. Gusciana, che una, 
delle carte da lui citate, e che è la più antica (an. 754), era stata già posta a 
contribuzione sotto l'art. Arsiccioli, e gli avea dato la forma Auctiana {prato 
juxta paludem Auctiane) ^. L'egregio uomo ha trascurato inoltre di notare, 
dove l'uso lo ha posto, un elemento importantissimo, com'è l'articolo; il quale, 
tranne quanto ai fiumi, è un criterio sicuro per conoscere la età relativa 
di molti nomi di luogo: per es. Arno e FArno, Chiana e la Chiana, ma 
sempre solo Fiesole, Cortona ecc., nomi etruschi, Albiano, Bibbiano, Cascia 
(Via Cassia), nomi romani, e via discorrendo; di fronte ai quali abbiamo 
per es. l'Incisa o V Ancisa (= la ^ncisa, cioè taglio fatto dall'Arno), nome 
che non potrebbe essere stato applicato ad un castello prima, a dir poco, 
dell' ottavo secolo dell' era volgare ^, se pure l' articolo non vi fu aggiunto 
posteriormente per la ragione etimologica sempre sentita. 



^ Sotto il citato art. Padule ecc., il Repetti avverte che la carta del 754 
ha veramente Auctione, ma che egli intende Auctiane, perchè non può esser 
VUgione, fosso che attraversa il suburbio settentrionale di Livorno. Tra le 
carte lucchesi di quell'anno o de' più vicini, e, se ho avuto buon occhio, in 
tutto il secolo vili, non ce n' è una che faccia menzione dell'Usciana. Ritrovo 
quella carta nel Cod. Dipi, del Brunetti (parte 1.% p. 552), dove prima si 
legge prato vel padule Uctioni, e 'poi juxta padule Auctioni', ma è tratta 
da una copia dell' Arch. Fior., a dir poco di due o tre secoli posteriore. 

^ La lettura di più centinaja di carte toscane di quel secolo, la maggior 
parte rozzissime e quasi volgari, mi fa credere che neppure allora rimanesse 



Toponimia toscana : Esordio. 369 

Per rimediare alle disattenzioni del Repetti, volli ricorrere direttamente, 
quando già era innanzi questo lavoro, alle due principali raccolte delle carte 
toscane più antiche, dalle quali egli attinse la maggior parte delle sue piìi 
importanti notizie. La prima è il Codice diplomatico toscano di Filippo Bru- 
netti in tre volumi (Firenze, 1808-33) con dissertazioni, dei quali il secondo, 
che forma col precedente la prima parte, contiene 83 carte longobardiche, 
ed il terzo (parte 2.») ne ha 91 dei tempi di Carlo Magno, giungendo al- 
l' an. 813; ma essi hanno molte carte comprese nella raccolta seguente. Queste 
ed altre il Brunetti trasse dall'Ughelli, e più dal Muratori, disgraziatamente 
senza riscontrarle sopra gli originali, perchè non gli aveva a suo comodo 
nell'Arch. Diplom. fìoreatino. Il più degli originali, che si riferisce quasi 
sempre al territorio di Chiusi ed a grandissima parte della Maremma, viene 
dal celebre monastero del Mont'Amiata, ben noto agli eruditi per i preziosi 
codici di qaesta provenienza. La seconda è compresa nelle Memorie e Do- 
cumenti per servire alla storia del Ducato e della Diocesi di Lucca, e riempie 
quattro volumi in 4.°, stampati in Lucca dal 1818 al -38, e cosi indicati: 
t. IV. (1818), t. IV. parte 2.=^ (1836), t. V. parte 2.» (1837), t. V. parte 3.' 
(1838). Tale raccolta è tratta dall'archivio arcivescovale di Lucca, che è il più 
ricco d'Italia nel rispetto complessivo dell'antichità e del numero delle carte, 
quasi tutte originali; poiché essa comprende tutte le carte anteriori al mille, 
avendone 130 dell'epoca longobardica, con le quali e le seguenti giunge al 
n.° 293 nel sec. viii, al n.° 1046 nel sec. ix, e chiude il mille col n.° 1757; ma 
arriva anche a 2000 con una scelta delle posteriori fino all'an. 1201, e con 
altre anteriori sparse nelle appendici ^ Accresce importanza alla raccolta il 



stabilmente fermato 1' uso dell' articolo ; tanto più che in una funzione in- 
termedia vi si trova spesso usato, specialmente in quelle lucchesi, il pron. 
ipse (cfr. r art. sardo). Ancor più dovette ritardarsi a fissarlo in certi nomi 
di luogo. Come tali, nel senso in cui gì' intendiamo, non possono considerarsi 
le seguenti designazioni, che solo trovo nel Brunetti: in ilio ortu ad ilio fini 
suhtu casa in carta maremmana del 774 (parte 1.", 630), illa cetina da illi 
noccli in e. mar. del 787 (parte 2.% 275), castello.... qui vocitatur sulla pina 
in e. amiatina del 790 (ih. 283). Per quanto sappia, le molte Cetine che sono 
lungo il corso dell'Arno, non hanno articolo, ma neppure vi se ne intende 
il significato ; tuttavia lo ha il Cetinale. Avremo a suo luogo occasione di 
spiegare il valore di queste voci (§ IV). 

^ Al linguista non possono queste scelte andare troppo a sangue; e fa- 
rebbe molto comodo aver tutte le carte fino al 1200; ma se egli è discreto 
nel caricar di robuccia le spalle degli eruditi e le sale delle biblioteche, 
può contentarsi, per i secoli posteriori, degli scritti volgari, e quanto alle 
carte latine, di buoni estratti. 

Archivio glottol. ital., IX. 24 



870 Bianchi, 

fatto che Lucca fu, prima del mille, la principale città della Toscana, e che 
i suoi lambardi estendevano lo possessioni per gran parte dei territorj, che 
poscia furou dominio di altri Comuni. I due primi dei detti volumi furon 
pubblicati dal Bertini, e gli altri due dal Barsocchini, che ci diede anche 
le varianti e le correzioni delle carte messe alla luce dal suo predecessore. 
Non ho agio, e per ora, nemmeno pratica sufficiente per fare un esame di- 
plomatico; ma credo poter dire che alla critica filologica mal reggono l'U- 
ghelli ed il Muratori, o piuttosto i suoi corrispondenti toscani ; più si sostiene 
il Bertini ed il Brunetti, e meglio di tutti il Barsocchini. Tuttavia quest'ul- 
timo, e molto più il Brunetti, non di rado confondono Va e Vu, la s e la r, 
assai somiglianti nelle carte più antiche, e come vedremo in fine, leggono 
in qualche asta prolungata una l che dalla fonologia non può essere ammessa. 
Per le carte che non sono contenute in queste principali raccolte, mi affido 
all'autorità del Bepetti, e ricorro alle altre fonti ond'egli ha attinto, ed agli 
originali degli archivj, soltanto quando trattasi di fatti decisivi nei principali 
problemi che mi sono proposto. E quanto a queste ultime ricerche debbo pub- 
blicamente ringraziare, degli ajuti prestatimi, Cesare Guasti, soprintendente 
all'Archivio Centrale di Stato in Firenze e segretario dell' Academia della 
Crusca, e il prof. Cesare Paoli, addetto al medesimo archivio; i quali coti 
molta cortesia mi hanno prestato libri, ed hanno per me estratto dalle per- 
gamene i passi relativi alle questioni che loro proponeva ^. 

Ho voluto premettere quanto sopra per iscusarmi delle imperfezioni di 
questo mio scritto, ed in parte per avvertire altri, specialmente stranieri, 
di non fidarsi troppo nel disugare, a scopo filologico, un'opera celebre e di 
merito altissimo, qual è il Dizionario del Repetti, ma che per noi deve ri- 
farsi da capo a fondo ^ Essendo oggi fuori di commercio, e ridotta rara, fac- 



^ Il Paoli sta ora preparando la pubblicazione delle carte dell' viii secolo, 
conservate nell'archivio fiorentino, dov' egli è professore di paleografìa. È 
desiderabile che un uomo così esperto nella lettura e nella critica delle carte, 
e sul quale il filologo può affidarsi tranquillo, estenda questa pubblicazione 
anche a quelle contenute negli altri archivj toscani. La sua carica gli dà 
un certo diritto di farsi mandare gli originali, per non istarsene all'Ughelli, 
al Muratori e ad altri, che hanno badato al senso più che alla forma scritta 
degli atti. Quando così egli facesse, aprirebbe un bel campo da sfruttarsi 
pei nostri studj. 

2 Anche le carte, riprodotte con troppo gretta fedeltà, possono recar con- 
fusione cosi allo straniero, come a chi non è della provincia a cui si rife- 
riscono; poiché mantenendovisi le iniziali minuscole ai nomi di luogo e di 
persona, questi non di rado mal si distinguono dai nomi comuni. Si potrebbe 
salvare la fedeltà e la chiarezza, ponendo per iniziale un carattere di forma 
diversa. 



Toponimia toscana: Esordio. 371 

ciarao voto che diasi mano ad una nuova edizione, non da uno, ma da una 
società di dotti ; perchè le odierne esigenze non permettono ad un solo opere 
più meno enciclopediche, e perchè il Repetti fu un lavoratore così pode- 
roso che tornerebbe oggi a stancare, per piìi e più anni, un filologo, uno 
storico e diplomatico, uno statista ed un naturalista riuniti. Ancor più desi- 
dereremmo che ogni regione italiana avesse già un dizionario degno di porsi 
accanto a questo della Toscana, ed atto ugualmente a somministrare un buono 
e ricco materiale alla storia della lingua e de' varj dialetti, non che a spie- 
gare la origine di molte cose; ma Sventuratamente non ne conosco altro che 
sia principalmente compilato con lo spoglio di antichi monumenti '. 

Il tema che ho scelto può, in gran parte, svolgersi bene senza questi de- 
siderati, perchè, nel presentarci le finali dei nomi, aveva un limite l'arbitrio 
del Repetti, e perchè i fatti raccolti, e bene accertati, sono più che bastevoli 
a provare le mie conclusioni. Si può fare di meno anche dei nomi di molti 
loghicciuoli, non registrati da lui perchè non sono vocaboli di parrocchie, 
perchè non ne fanno menzione gli storici o gli antichi documenti, e che 
sono però meno confacenti alla nostra ricerca; e ciò tanto più che la maggior 
parte ripetono nomi già noti, o sono tratti dalla lingua vivente ^ Indico la 
origine immediata dei nomi personali, che occorrono quasi sempre in quegli 
di luogo, lasciando il compito di svolgere questa parte della scienza alla 
mano ben più abile del prof. Flechia, che se lo è già assunto ad onore del 
nostro Archivio. Nondimeno, ad illustrazione del lavoro, do in appendice uno 
scelto spoglio di accorciamenti e diminutivi teutonico-latini di tali nomi, 
anteriori al mille. Per le voci comuni, e per i soprannomi che se ne sono 
formati, rimando ai noti vocabolarj, ancor quando non ne diano una defini- 
zione troppo esatta; soltanto mi soffermo sopra quelle, di cui non è facile 
trovare sufficiente spiegazione. 

Il modo di citare, da me usato, è questo: indico con Rep. (Rep.) 
il dizionario del Repetti, con M. L. (= Memorie Lucchesi) la raccolta delle 



1 Rammento che nel Congresso geografico internazionale, radunatosi io 
Venezia nelle vacanze del 1881, quando avevo già steso, ma non compiuto 
questo lavoro, fu espresso il voto per la compilazione di un dizionario geo- 
grafico italiano dell'età di mezzo; ma, oramai che non abbiamo né questo 
né quegli regionali, gioverà, per far meglio, aspettare che ne siano fissati i 
criteri con buone monografie; poiché la erudizione storica va ancora, in 
Italia, troppo disgiunta dalla linguistica, e non è nemmeno per sé preparata 
ad un'opera tale. Chi avrà la bontà di seguirmi, vedrà che la scienza nostra 
esige molto da simili dizionari, e sempre rimane di difficile contentatura. 

2 Pare che la serie che più soffra per la mancanza di una lista completa, 
sia quella dei nomi di origine etrusca. 



sii Bianchi, 

carte lucchesi, ma poi mi limito a porre, senz'altro, IV. o V., parte 2.» o 3.', 
per accennare il numero del tomo, la parte seconda o terza di esso, le quali 
formano per sé stesse tanti volumi, mentre, citando la raccolta del Brunetti, 
prèmmetto sempre 'Br.' a 'par. 1." o 2.»'. I numeri che seguono, indicano la 
pagina del volume o della parte, e quegli posti tra parentesi, gli anni della 
carta, quando lo stile, ossia la enunciazione del fatto, non richieda di ac- 
cennare prima 1' anno, e poi di porre tra parentesi le altre indicazioni. La 
raccolta lucchese mal distribuita, mi obbliga anche a citare con Dissert. e 
con app. le carte riportate nelle note delle Dissertazioni e nelV appendice al 
tomo IV. Le altre opere, che ho posto a contribuzione, verranno indicate di- 
stintamente volta per volta che ne avremo l'occasione. 

Per render ragione in generale delle varie forme dei nomi di luogo, non 
ho qui uopo di disegnare i rispettivi confini delle parlate toscane; poiché, 
la fissazione della presente forma di quegli, risale per lo più ad un' epoca 
anteriore alla divisione del toscano in sottodialetti. Difatti, per dire soltanto 
delle parlate pisana e lucchese, un esame critico delle carte non varrebbe 
a distinguerle dalla fiorentina nei secoli anteriori al mille; solo negli ultimi 
decennj del secolo x appare nel lucchese qualche incostante alterazione, 
che lentamente si fa normale e fissa nei due secoli posteriori, mentre il fio- 
rentino si tiene fermo all'antico tipo comune. Piuttosto le carte d'Arezzo e 
di Chiusi, ed un po' meno quelle di Siena, accennano qualche deviazione 
anteriore; ma questa si limita a vocali alone, o brevi toniche, che il fior, 
e quindi l'italiano, per eccezione, conserva intatte ^ Sopra tale argomento 



^ Tuttavia la critica s' indurrà difficilmente ad ammettere che certe forme 
fussen proprie del luogo a cui si riferiscon le carte. Per es., la celebre 
carta arretina del 715 (Brun. p. 1.», 430 segg.), contenente un lungo esame 
di testimonj , ha più forme dialettali, che uno non saprà se attribuire ad 
essi testimonj, se al notajo od al suo copiatore dell' xi secolo. Tra quelle vi 
è Basélica e Baseleca, che potrebbe essere stata arretina fin d' allora , se 
Baselia, inadodinos (=raatuti-) e Oradorius (quattro volto), non ne fa- 
cesseu fare tutto un mazzo per assegnarle al notajo Guntheramo misso domni 
Liiitprandi Regis, che vorrebbe dire un lombardo. Entrerà in questo mazzo 
anche l'arret. possibile Tedolus, titolo della chiesa, santo da cui prende 
nome, spiegato a vanvera per oraculus dal Brunetti. Più sicuramente se- 
nese, più esattamente, di Toscanella, è concia per cuncta (cfr. sen. j^onto 
T^eT punto) in Br. ibid. 488 (736). Per i posteriori cambiamenti del lucchese, 
cfr. qui Capannori = -ole al § V, Basirica per Basilica in V. 3.* 352, 488 
(975, 985), Vico Aiiseressore, cioè della Serézzola, in IV. 2.* app. 108 (1068, 
e mi pare anche un po' prima), dove, per ss da z (*AuseritiuIa, dimin. 
di A user, 'Serchio'), cfr. il lue. e l'ant. pis. pesso, piassa e simili, per 
pezzo, piazza ecc. 



Toponimia toscana: Esordio. 373 

tornerò, se avrò agio e materiali bene acconci, in un separato lavoro, e qui 
invece mi contenterò di toccare solamente quello che occorre caso per caso. 
Pili che esporre una geografia dialettale che in questa trattazione non ha 
sede opportuna, gioverà indicare la posizione delle valli toscane (che ac- 
cenno con 'V.'), le quali sono mal distinte e sì possono confondere, o che 
per la loro poca importanza sono mal note a chi non si picca nella minu- 
scola geografia. Il Valdarno Superiore (Vaici, siqh) da presso Arezzo giunge 
alla bocca della Sieve, comprendendo anche la Val d'Ambra; il Valdarno 
Fiorentino (Vaici, fior.) va dalla bocca della Sieve fino a Montehipo, e com- 
prende le valli secondarie della Greve, di Marina e del Bisenzio ; il Valdarno 
inferiore (Vald. inf.) si distacca dal secondo e si estende fin presso a Pon- 
tedera, e potrebbe comprendere ie valli della Pesa, dell'Elsa e dell'Evola a 
mezzodì, e della Nievole e della Pescia a settentrione; la Versilia rimane 
tra le bocche della Magra e del Serihio, la Fine tra Livorno e la Cecina; 
e quindi succedono a mezzodì la Cornia, la Pecora e la Bruna, e dopo 
Grosseto, i'Albegna e la Fiora. Valli secondarie interne sono quelle della 
Lima, influente del Serchio, dell'Orda, della Merse e dell' Arbia, influenti 
dell'Ombrone, e della Paglia, che entra nel vecchio stato papale e finisce 
nella Chiana. In tutte queste vallate si distendono dialetti della medesima 
famiglia, ma se ne distaccano notevolmente quegli della Valle di Magra e 
della Vara, che ne fa parte, e più ancora quegli della Bomagna toscana, 
compresi nelle valli del Reno, del Sauterno, del Lamone, del Montone e del 
Bidente i. 



* Questa indicazione, come cenno generalissimo, non si dirà opposta al 
vero; ma recentissime informazioni pervenutemi intorno alle parlate delle 
più alte valli del Montone, del Savio, della Marecchra, e perfino della Fo- 
glia, mi attestano che vi prevalgono i caratteri del toscano, e quegli appunto 
c'ie contrastano col gallo-italico. I lettori AgIV Archivio non saranno tenuti 
a digiuno di queste notizie. 



374 Bianchi, 



§ I. Si sa che il toscano, e conseguentemaate l'italiano, ha fatto 
man bassa sulle consonanti finali della flessione latina, ed ha distrutto 
confuso anche i casi che erano distinti per la vocale. Quindi riescirà 
gradito il sapere (e sarà quasi una sorpresa) che, a questa regione 
dialettale, è rimaso, per virtù di particolari condizioni fonetiche o di 
singolari combinazioni sintattiche e semasiologiche, qualche 'caso fossile', 
che ben si discerne per la consonante, o per la vocale di desinenza, 
dalle forme comuni. Son noti i nomi personali Niccolos-o e Tommas-o, 
dove la persistenza della s dovrà attribuirsi all' accento suU' ultima 
(cfr. p. 376, e § XIV fine); e senza contare il poetico speme e spene 
da spem, voce e forme che ora non sono, e probabilmente mai non 
sono state toscane, debbono prendersi in considerazione le bestemmie 
che si odono nel contado fitn^entiuo, e che sono per die, per dieni e 
per diane e per los deo, i quali esempj chiaramente ci manifestano un 
accusativo singolare ed uno plurale. La prima e la seconda non può esser 
altro che il nome di Lio scambiato con diem, per iscrupolo religioso e 
per decenza; ed un parroco di campagna che spesso esclamava « per diem 
et noctem!» rientrava, senza avvedersene, nel sentimento degli antichi 
che creavano il per dieni ^ Per los deo, nel modo in cui si pronunzia, 



^ Hon può dirsi che -eni ed -ani siano sillabe qualunque, messe lì tanto 
per isfigurare la vera voce, come potrebbe credersi di diamine; poiché ueppur 
qui le ultime sillabe son poste a casaccio, avendovisi una mistione di diavolo 
con domitie, fatta per la detta causa. Nemmeno potrebbe sospettarsi che la 
n non siavi succedanea di una m tradizionale, ma invece sia corruzione di 
una m accattata da preti e da letterati: perocché in Toscana, e credo nella 
maggior parte d'Italia, sia nelle scuole sia nelle chiese, si ha il modo ba- 
rocco di pronunziare le consonanti finali del latino, raddoppiandole ed aggiun- 
gendovi un' e, dicendosi per es. Deummc, e diemjne, il quale non s'in- 
debolirebbe in die>ii. Tale pronunzia non è moderna, come lo mostrano i 
nomi proprj ridotti da antichi scrittori in forma volgare, quali Minosse q.-osso, 
Febusso, Anniballo, Palamidesse Ilot.lxu.YiSyì?, Parisse e Parissi Uàpii; (cfr. Nan- 
Nucci, Tcor. nomi lin. it., pp. 128131208); ma gli esempj popolari, e più 
antichi, di Davidde, Melchiorre e Marchionne, che hanno una storia speciale, 
non m'inducono a crederla anteriore di troppi secoli alla nostra letteratura. 
La più antica vocale ausiliare, per la pronunzia delle consonanti 'finali, do- 
vette essere i (cfr. la prostesi a st- sp- ecc.\ che nel sentimento dell'italiano 
■è il minimo di suono vocale, come si vede nei nomi delle lettere bi ci di 
ecc.; e da prima non si raddoppiarono le dette consonanti. Ciò mostrano i 
nomi longobardici in -frid, che poi divien -frodi al nominativo ed agli altri 



Toponimia toscana: § I. Varj casi che sopravvivono. 37S 

potrebbe anche scriversi per lo sdeo; ma che la s sia parte organica 
dell'articolo, e non disfigurativa per religioso timore, lo mostra la in- 
tegrità della vocale tonica, poiché deo vi sta, secondo la regola schiet- 
tamente toscana, che a dio (pron. ddio) fa corrispondere gli dei \ a rio 
rei, a mio miei, ed in modo analogo, a tuo tuoi, a suo suoi, a bue buoi, 
a due duoi ^. D'altra parte, lo sfiguramento di x>er Dio è per zio, che 
è zio {z sordo) assimilato, per il metallo della consonante, a dio. Il 
Nannucci (o. e. 321-24) trova alcuni esempj di plurali in -o-^-os, 
ma n'andrebbe fatta una vagliatura (cfr. in fine del §). Un altro bel- 
l'esempio di accusativo plurale si ha nel proverbio contadinesco : « le 
sono», ed anche «l'è terras Dei, a seminar otto si raccoglie sei», lo 
che dicesi per ischerzo di terre sterili. Neppure questo terras Dei può 
essere, come il sizio, il passio, il de profundis ed altri, un latinismo 
tolto alle sacre funzioni, perchè i preti da me interrogati non ram- 
mentano che nei canti e nelle lezioni ecclesiatiche s' incontri tale dizione, 
la quale non si trova tampoco nelle Concordantiae della Volgata. In 



casi. Così nelle Mem. Lue: Wilifrit e Wilifrid (t. V. par. 2.% pp. 6 e 7, 
an. 720), Gaidifrid Gaidofrid e Gudofrid per la medesima persona in carta 
del 723 (ibid. p. 10), Sintifrid in e. del 740 (p. 19), Teutfrid del 746 (23); 
ma Gaufridi in e. del 722 (9), Sichifridi del 737 (14), Ermifridi 771 (76), 
e tanti allri, quindi le forme it. Gottifredi Nann. 194, Manfredi (Mainfridi 
in e. del 975), Soffredi da Seifridi del 767 (Mem. cit. p. 61), o dal più fre- 
quente Sicliif'idi e Sighifridi; mentre Tancredi è dal fr. Taìicrède. Per que- 
sto -/, con essi vanno gli anticati Davitti da David, e Maométti da Moliammed 
giustamente pronunziato Mahometto (cfr. il flacone dei poeti) dai contadini 
toscani. Pare un po' strana la mutazione di -d in -t (Davit è già in e. del 
773, ibid. 85), mantenuta dopo la epitesi di i, per l'appunto in questi due 
nomi orientali, mentre non apparisce in tal caso nei nomi longobardici, nei 
quali avrebbe dovuto aspettarsi; poiché, se si hanno, oltre il citato Wi- 
lifrit, Alifret e Tunifret (leggi Tan.) figli di Magni fr et in e. del 772 (ib. 
78), e simili altrove, allorché sopraggiunge 1' -i si mantiene il d, né que- 
sto mai si raddoppia. Del resto, vedi Nann. 194 210, la nostra Append., e 
qui il § IV, dove si ha una coincidenza flessionale. 

' Cosi dea. Chi scrive dii qua non va col popolo, almeno con quello non 
sverginato da una falsa coltura ; sola eccezione i per-dii e simili, che è 
quanto dire 'le bestemmie'. — [Veramente, 1' i di dìo, comunque si rifaccia 
la sua genesi intrinseca, dipende dalla qualità dell'iato (-éo -éa -éae danno 
-io -ia -té) ; e perciò anche il rillesso o almeno il diretto riflesso italiano 
di deos avrebbe ad esser dio. Non saranno poi popolari la dea e le dee; 
cfr. ria rie, ecc. — G. I. A.] 

' [L'analogo di huoi sarebbe veramente "dici. — G. I. A.] 



S76 Bianchì, 

essa è da notarsi ancora la conservazione del gen. Dei, che nei monti 
del Vald. sup. ho anche udito nella esclamazione fede Lei alternata 
col fé dde Ddio! Questo è un prezioso cimelio, ma più curioso di tutti 
è il Hre vias quattordici fa quarantadaa', che si ode nel contado fio- 
rentino, e probabilmente altrove. Quello che par singolare si è, che 
vias si usi soltanto dinanzi a quattordici e non ad altri numeri, per quanto 
ho potuto indagare; ma che la s sia elemento flessionale di via, e non 
una giunta puramente fonetica al nome numerale, si accerta dal fatto, 
che, fuori di quella locuzione moltiplicativa, non si aggiunge la s né 
al nome del 14 né a quello di ver un altro numero, e che la s prefìssa 
ha sempre, nel dialetto, un valore preposizionale o rinforzativo, che lì 
non ha luogo ^ — Tra i nomi di luogo, di consonanti finali del latino 
trovo conservata la -s in due soli, nei quali tuttavia è rimasta interna 
come nel nome di festa Ognissanti da Omnes Sancti^, e sono essi: 
Fontisterni, casale nel com. di Reggello (Vald. sup.), che è chiaro essere 
fontes terni o t e r n a e ('Fontesterni' in e, 3 lug. 1039, Rep.), essendo 
più luoghi detti la Fonte, le Due Fonti ecc., come la Badia delle Tre 
Fontane a Roma; e Montisonda, volgarmente anche Monte dell'Onda 
(Rep. ad v.) ^, casale in V. di Sieve presso S. Gaudenzio, nel qual nome 
si ha conservato l'unico genitivo in consonante. Finalmente conservasi 
la consonante finale dell'acc. in Monten-Domini (v. il § X, e cfr. ug- 
e unguano, hoc e hunc an.). Abbiamo dunque già veduto, come ci- 
melj di varia specie, due nominativi sing.: Niccolos-o, Tommas-o; coi 
quali vorrei terzo l'arret. dusi dux*; e un quarto ne mandiamo al 



^ Tale s è ancor più curiosa per ciò, che in vias, secondo io credo, non 
è originaria ma analogica, ossia conflgurativa. Poiché la originazioue di via 
'volta,' da via 'strada' già rigettata da altri per diversa ragione (v. Caix, 
St. etim., num. 528), non la stimo accettabile, essendo un coutrosenso; ma 
stimo all'incontro che s' abbia a risalire a vicis, e porre vice *vige 
vie (p. e. septe vie-sépte; cfr. Arch. IX 104-5 n), e così legittimarsi 
Vi it. = « lat. per via dell'iato assai antico. Da me (fiata', che sempre rimane, 
si passò a via, che vuol dire all'analogia della 1.^ deci. Digià anche il Nan- 
nucci (p. 310) avea riconosciuto in via la forma di un accus. plur., per le 
analogie che tosto vedremo. 

2 Non dubito che qui la tradizione non sia spontanea. All'incontro jion 
così nella pronunzia Spiritos-santo , troppo frequente nelle orazioni della 
Chiesa. 

' Persone vicine al luogo mi assicurano che la forma Montis- è sem- 
pre viva. 

* [Ma non passerà, poiché ne verrebbe uno i = e s, senza dir dell'i epitctico ; 



Toponimia toscana: § I. Varj casi che sopravvivono. 377 

§ XIV; due gen. sing. : Dei, Montis-^, due accus. sing. : dien-i, Monten-; 
due nomin. plur.: Ognis-, Fontis-; e due accus. plur,: terras, vias. 

Sappiamo che i plurali feminili della 1.^ deci, vengono dal nominativo 
latino *, ma ve ne sono anche in -a, cioè in accusativo senza la -s la- 
tina. Il Nannucci (303-14)^ ne porge più esempj, ma senza fare quelle 
opportune distinzioni che per brevità ci vogliamo risparmiare. Riporto 
i più conchiudenti: le coppia zona polpa balestra guancia fiuinana 
mina tnusa maglia saetta, che sono in rima, e non tutti popolari; le 
persona mina terra mascella giuntura orecchia unghia o ugna, che 
sono in prosa ed anc'oggi più in uso via via che si scende agli ultimi 
notati. Bella coppia da aggiungersi: le tegola, le tetta, del suburbio fio- 
rentino. Della 4.* deci, lat, ci dà le mano, con cinque esempj in rima, 
ed uno in prosa di dial. romanesco (*Framm. stor. rom. '), e pone a 
confronto lo spagn. las ìnanos; ma la nostra forma rimane incerta 
tra due casi *. Circa i pi. in -a della 1.^ deci., va notato che i nomi 
delle membra ( le guancia mascella orecchia ) erano come confortati 
dall'-a dei pi. neutri (le braccia tempia ginocchia). Quanto poi alle 
ulteriori attinenze tra i plur. neutri e il feminile, è ora da considerare 
la storia che ne è fatta dal direttore di questo Archivio (VII 439 sgg.). 
E poiché al tipo la corna si arriva pur in regioni neolatine che hanno 
il pi. fem. in -as, non vorremo sostenere che la conformità dei fem. 
pi. it. in -a coi neutri pi. pure in -a valesse a estendere a questi l'ar- 
ticolo e il genere feminile; e piuttosto noteremo che in scritture del 
sec. XIV, appartenenti a Città di Castello (sottodial. arrotino), tali nomi 
hanno sempre l'art, masc.; ad esempio, i nomina, i quattro tempora^ 
i ìnembra', ma le sante vagnieli (cfr. § V). 



e continueremo a vederci la riproduzione della voce altoitaliana, che vene- 
tamente è dgze ; cfr. Arch, II 452. — G. I. A.] 

^ Due, s'intende, di ragion particolare; cliè, del resto, è tutta piena di 
genitivi la presente Memoria. 

* Non si dimentica la diversa opinione del Tobler (Goti g. a., 1872, pag. 
1903 sgg.), la quale pei*ò non ha trovato séguito, né a dir vero ne poteva 
trovare. 

^ L'opera che di lui spesso citiamo, per lo più nei primi §§, è la Teorica 
dei nomi della lingua italiana, Firenze 1847, 

* Un acc. plur. è manifesto nella frase 'aver tra mano', che equivale ad 
'aver tra le mani'. E poi frequente le mano nei 'Ganti popolari umbi'i', rac- 
colti dal Mazzatinti, Bologna 1883. 



878 Bianchi, 

§ li. Prima di venire a trattare di proposito del genitivo, che 
termina quasi sempre in i per tutti i nomi di luogo di ogni genere e 
declinazione, fa d'uopo toglier di mezzo Vi finale di ogni altra pro- 
venienza. Il Diez cita (IP 11), tra gli avanzi di casi perduti: Ascoli 
Asculnm, Cingoli Cingulum, Rimini Ariminum, Tràpani Drepanum, ed 
altri aventi il nom. e Tace, in -ium, ai quali tosto verremo; più con 
-i di contro ad -a, Asti Asta, Cori Cora, Novi Nova. Tra i primi ag- 
giungeremo Girgenti Agrigentum ed Ofnco&' Ocriculum; tra i secondi, 
Limi Luna \ e anche Firenze, che il Diez accoglie altrove (P 177), 
accanto ai nll. che danno -i di contro ai lat. -e -ae {Chieti; Acqui ecc.) ^. 
In tutti i quali esemplari (come già il Diez faceva, quasi inavvertita- 
mente, per i^i'ren^e = Florentiae) bisogna risolversi a riconoscere la 
permanenza del locativo latino, estrinsecamente non diverso dal ge- 
nitivo, e non già dubitare col Diez che vi si possa avere anche il ge- 



^ Una forma più antica è in e. hic. dell' 843, de Lune civitate (IV. 2^ ap- 
pend. 5U). E ancora si aggiunga: Terni Inter ani na. In una carta deirS09 
(Br. 2^ 381-3) è scritto tre volte interquini, ed un'altra -ino, cioè 'in Tar- 
quinia'; ma è dubbio se non vi si debba vedere piuttosto uno strascico del 
lat. Tarquinii, abl. locat. Tarquìniis (Livio I 34). Somiglianti sarebbero : 
Capri Capria, Narni Narnia, Anagni Anagnia, Segni Signia, e Atri, 
che in lat. fanno Atria; ma questo -i^-ie da -iae s'incrocia con -i da -io 
del § IH e con -i= -e del § V. Per Lipari Lipara, è da considerare che 
s'ha Lipare, Ainipri (cfr. Agathi, § XIV in f., ma v. anche Giovanni in u. 
al § IV). Merita attenzione, del resto, l'-i ant. ital. in più nll. greci (Nanu. 
87, 169, 197). Ateni Athenae, entra con Acqui in questo § ed anche in 
relazione col V (v. ivi n." 1); e per Greti Kp-hr-ri, s'invoca la pronunzia 
itacistica dell'-*? (cfr, Arch. IX 91). Rodi da Bhodos, come anche nome 
di città, potrà essere locat. lat. (§ II), ma con questo mal si spiegano, SeW^ 
Seriphos, Cipri Gypros, che sono isole, né il significato consente ricor- 
rere ai derivati Seriphius ecc. Il popolo chiama 'vetriolo di Ciprio^ il 
■solfato di rame, ed è Ciprio la forma più comune per l'Italia centrale nella 
raccolta del Papanti; ma Vi vi dev'essere anorganico come in nutria (del 
resto, per -i = io, v. il § seg.). Pari Paros e Antipari si risentiranno dell'it. 
pari e dispari. Il più strano è Patrassi (Nann. 193) da Patrae, che ac- 
cenna l'acc. ìlxTpx; (-uC,i non darebbe ss). 

^ Oltre Recanati che in lat. si fa Recinetum (?), il Nann. mostra (192) 
borrenti (Surrentum), ma è in rima, e non è per lo meno la forma comune. 
Nella stessa posizione è Aquisgrani (87), di cui fa egli, col solito sistema, 
una eteroclisia di Aquisgrana, mentre sarebbe il genitivo-locativo di Aqui- 
sgranum. In ogni modo vi è da far poco conto di forme che non sono 



Toponimia toscana: § II. L'-t locai. — § III. L'-i da -io. 379 

nitivo con 'civitas' sottinteso \ La stessa ragione vale per Tivoli, il quale, 
novantanove su cento, è il loc. abl. Ti buri, ma tuttavia compenetra 
in altre serie di nomi proprj e comuni (§§ lY e Y). Foneticamente sano, 
in quegli di l.*^ deci., non sarebbe se non Firenze; e 1'-?' per -e della 
serie Asti Astae ecc. andrebbe ripetuto dalla serie amplissima Ri- 
mini ecc. 

§ III. Dai suindicati vanno distinti i nomi in -i, che in latino hanno 
il nom. e Tace, in -ium. Questi potrebbero considerarsi in forma di ge- 
nitivo, inteso come sopra, ma il più delle ragioni induce a riconoscervi 
una desinenza comune a più casi, tra i quali il genitivo abbiavi, o nulla, 
o la parte minore. I più noti sono: Alatri Alatriura, Assisi Asisium, 
Bari Barium, Brindisi Brundisiura, Chiusi Clusium, Trevigi Tarvisium, 
meno celebre Sutri Sutrium ^; ed in letteratura, meno comune di Spoleto 
Spoletum, la forma Spoleti o Spiil. Spoleti[u]m, la quale è in Nann. 
p. 193, ed è ancora quasi la sola usata dai barocciaj e mercanti che 
vanno e vengono tra l'Umbria e la Toscana ^. Ora in quasi nessuno di 
questi nomi si riscontrano gli effetti del doppio -^ che il genitivo doveva 
aver sopra l'accento o sulle consonanti precedenti; poiché l'accento di 
Brindisi non accenna a Brundisii, Spoletii sarebbe divenuto 
Spolezj o -zi, CI u sii Chiuzi, ed A si sii Assizi*, e non potevano ri- 
manere indiflferenti se non Bari, perchè non é di Toscana (dove "^Barii 
avrebbe dato Baji o Bai), Alatri e Sutri, che nondimeno in quel caso 
sarebbonsi piuttosto pronunziati Alairj e Sutrj con J -^Ji. Resta d'in- 
ciampo Trevigi, ma questo non dee venire direttamente da Tarvisii, 
ed apparisce piuttosto formato, in epoca posteriore, da Trevigio con 



sanzionate, od autenticate dalla tradizione popolare. Per ì'-i di contro ad 
-3, agli esempj dieziani s'aggiungono: Esti Ateste, Triesti Tergeste; che 
però non sono comuni, ma l'uno è di Dante e l'altro di Machiavelli, citati 
dal Nannucci (208), che insieme riporta Strati Soracte (Dante, luf. xxvii 95), 
la cui popolarità si rende incerta dal nuovo nome: 'Monte S. Silvestro'. 
» V. già il Picchia, iu Rio. di filol., IV 348, e cfr. D' Ovidio, Arch. IX 90. 

* Citato però questo pure dal Diez, P li; e il Flechia, 1. e, aggiunge 
Compiobbi Com|iluviura, Jesi Aesium. 

^ Assai notevole, e a me non chiaro: Giannutri, lat. Dianium, greca- 
mente 'Artemisia' Plin. Ili, 12, 2, isola nel mar toscano. 

* Nessuno vorrà vedere un effetto di questo z (-g-) nello scò delle lonnc 
antiche Ascesi e Scesi per Assisi. Altro buon esempio sarà qui Pomponi, 
che fu casale in Casentino, dietro il monte della Consuma. Il genit. -onii 
avrebbe dato -oni. 



380 Bianchi, 

apocope di -o, nel modo che si hanno in qualche testo le antiche forme 
letterarie Bizanzi e Lagi (Nann. 191-95; cfr. Flechia, Riv. di filol., 
II 199), e quella popolare, e più importante, di Montici, anticamente 
Montisci o Montiscio (Rep.), contrada nel Vald. fior. La vera ragione 
di queste figure di nomi sta nell' assorbimento dell' -o od -u della base 
-10, fenomeno di larga storia, i cui effetti suWi, che rimaneva all'uscita, 
domanderanno attente osservazioni e potranno riuscir varj secondo la 
varia età della riduzione. La qual riduzione si presenta, com'è noto, 
nell'antico latino, in npp. come Aurelis, Caecilis, Clodia, Ftdvis, ed è 
normale nell'umbro, per es. Fisim, Jovi Jovium, tertim ecc., e nell'osco: 
Pupidiis Popidius, Stenis Stenius, ecc. (v. in ispecie: Bùcheler, De- 
clinazione latina, nella trad. di Havet, pp. 37-9). Ma noi corriamo a 
congeneri esempj italiani, che escludono affatto l'idea del genitivo. 

Il fenomeno che si osserva in Clodis ecc. continua, cioè, nel basso 
latino (v. qui in nota), si fìssa in nomi latini di luogo, e seguita a vivere 
in nomi comuni. Abbiamo difatto, presso Firenze, S. Salvi da Salvi us\ 
e il molto importante esemplare S. Vincenti ossia S. Vincenzio a S. Vin- 
centi, casale in Val d'Ambra, che portava il vocabolo di Bonus Pagus, 
com'è indicato nel processo del 715, e poi di S. Vincenti (Rep.). Il Nan- 
nucci (196 n) cita il P. Ildefonso, il quale attesta di avere udito dire 
S. Vincenti per S. Vincenzio, e prima (169) il Nannucci medesimo aveva 
allegato S. Vincente dal Machiavelli (che lo usa in rima), e confron- 
tato (173) lo spg. S. Vicente e S. Borente, che hanno le apparenze di 
caso obliquo di 3.^ deci. ^, Si hanno poi, sempre in uso, Nóferi Onofrio, 
Zanohi Zenobio, ed altri (cfr. Fleohia, R. d. f., Il 199). Di formazione 
posteriore al latino, abbiamo già veduto Montici e Trevigi, ed il Nan- 
nucci raccoglie Bizanzi, Lagi ed Ovidi (prov.), che son letterarj ^, 



* Questo non esclude che l'ordinario Salvi sia più spesso accorciamento 
di Diotisalvi, come ha ben visto il Flechia. 

^ Oltreché in Spoleti, si ha dunque la integrità del t anche in questi due 
esemplari, i quali tanto più son concludenti, in quanto non ricorra né un 
S. Vincens né un S. Lanrens nel martirologio del Baronie. Del resto, tro- 
vasi già ego Vincenti in e. lue. del 764 (V 2^ 52), tre volte in e. dell'SoS 
(ib. 421-22), e Vicenti incontrasi in altre, ma al genitivo, che è meno con- 
cludente per noi. Si ha poi ego Vincentis in due carte di Chiusi ap. Br. 
2* 224-4Ì (anni 773-80). Di nuovo in e. lue. trovo Teudosi al nomin (V. Ili; 
an. 783), ego Georgi IV. 170 (791) ed ego Grechori IV. 2^ 6 deH"append.' 
(802), dove la seconda gutturale è ridotta, per la pronunzia longobardica, 
da sonora a sorda. E si vegga -endus nell'Appendice. 

* Bisonte per 'solidus' o 'aurens', fatto bgzantius nel barbaro latino, è pro- 
babilmente estratto da bgzantinus. 



Toponimia toscana: § 111. L'-i da -io, S81 

Abruzzi, che ignoro se sia una licenza del Sacchetti (ibid. 191-2), e da 
testo romanesco: Anastasi e Dionisi, che stando accanto a Parisci (■= -gi 
°i = -sii), parrebbero di fase più antica (195-6), mentre più moderno 
sarebbe il comune Dionigi, se pure in questo ed in Trevigi non si ha 
una riduzione all'italiana della pronunzia settentrionale, per la normale 
corrispondenza a ^ di 5 sonora (cfr, Luigia Alvisio tv. Louis) \ Ma quegli 
che più chiaramente dimostrano la viva continuità del fenomeno, non 
solo nella decadenza del latino ed alla nascita del volgare, ma anche 
dopo il pieno svolgimento di questo, sono i nomi comuni che furon già 
in -io. Così: ingegni '^ in genio, usato in rima da Fra Jacopone (Nan- 
nucci 176); gnorri, ignarus (183), sul quale ritorneremo al § XIII; 
nesci, comune col provenzale (190), da nescius, che dicesi anche sneci 
e snecio, e in qualche parlata (specialmente nella senese) ned (183); 
ant. it. acordi (prov. \à.) adi axicordio, a scJiitnbesci ° a schitnbeseio 'a 
sghembo' (Crusca, 'Gloss. "); e ancora fi ^ fio ° figlio (180) e zi ^^ zio 
(183), i quali per l'uso loro hanno poco valore dimostrativo, entrando 
quasi come parti di voci composte (cfr. n = ?no = r i v u s in Rimaggio ^ 
ed altri). 

Ma un esempio d'antica radice, che diventa una serie numerosa e 
come una regola fìssa per certi dialetti, anche in ordine al perpetuarsi 
dell' -i, è -ieri {-iere) od -eri da -àri[o] ^. Il Nannucci fece una buona 



^ Tra i nomi di luogo toscani, si potrebbe qui annoverare Scandicci e Ri- 
stonchj nel contado fior, e altrove, ì quali nelle antiche carte, nell'uso di- 
verso de' luoghi, variano con Scandiccio e Ristonchio ; ma gli tralascio in- 
sieme con altri, perchè dovendosi, a spiegarne la ragione, ricorrere a con- 
getture, tra queste non sarebbe la più assurda quella che ammettesse il 
contrasto tra il singolare e il plurale. 

^ Ancora ha il Nannucci: mi da medio, anch'esso componente nell'ani. 
miluogo, che può parere di dubbia toscanità (fr. milieu), ma ha accanto a sé 
il rum. mijl'oc (dove allo slato isolato anche il rum. ha miez); gli antichi 
mei e jjei 'meglio' e 'peggio', che non sono toscani, e vengono da mej e mei 
dell' alta Italia, e dal prov. jjeis, se non dal meridionale pejo. Del resto, egli 
allega anche il romagn. croi per crojo, che cita anche come provenzale, e 
di questa lingua cita molti altri esempj, come puoi podio, savi ecc., cui 
si potrebbero aggiungere i gallo-italici come servizi tee, ma sempre avver- 
tendosi che nel provenzale ecc. il dileguo dell' -0 è un fenomeno generale! 
Piuttosto, e per la Gallia transalpina e per la cisalpina, sarebbe da studiare 
la permanente nitidezza dell' -z che proveniva da -10. 

^ [L'idea di ragguagliare 1' it. -ieri -iere col lat. -ario per via di 
un'antica forma contratta [-ari), già era messa innanzi dal D'Ovidio 



382 Bianclii, 

raccolta di voci che qui spettano (miste però con altre la cui desinenza 
in -i meglio si spiega in diverso modo), ricorrendo a scrittori che vanno 
dalle Alpi al Lilibeo (175-98), e distinguendo i testi di prosa da quegli 
di verso. Tale distinzione è giusta sotto lo aspetto letterario, perché 
più scrittori, o per imitazione o per bisogno del verso, hanno deviato 



nella sua 'Unica forma flessionale' (cfr. Arch. II 416 ^^^.)j p. 32-3. 
Non era proposta matura o ben rinfiancata, e la critica severa non 
ha trattato bene il giovane che osava accamparla. Ma io credo per 
fermo che esso giovane (il quale oggi è l'aorao che tutti sanno) indo- 
vinasse il vero, e molto mi compiaccio che ora il nostro Bianchi riesca 
alla medesima affermazione e la corrobori così felicemente. L'argomento 
mio proprio, per il quale mi son venuto confermando in questa sentenza, 
sta nelle vicende di alcuni nomi comuni, che per ora sono oleo cuneo 
hordeo, o veramente, come per la base popolare va posto, olio cunio 
hordio (ne ritocco, tra altre percezioni congeneri, in Arch. X 98-104). 
Non pretendo di aver maturato, per ogni parte, la questione che qui 
sollevo, specie lo studio della vocal che si determina all'uscita degli 
esiti neolatini; ma credo tuttavolta di poter dire, che le numerose 
continuazioni, alle quali alludo, non si spiegheranno se non per 1' an- 
tica riduzione di óliu[m] ciiniu[s] órdiu[m] in óliifm] óli[m], 
cùnii[s] cùni[s], órdii[m] órdi[m]. Da un pezzo VArchivio tiene in 
particolare osservazione, e ricorda con parecchi rimandi, gli esiti la- 
dini uéli òli ole, còni, iidrdi ordì orde (1 359 ecc.), cfr. piem. òli\ 
coni, ordi; i quali contrastano alle norme costanti che danno fuej 
folio, codoTi cotonio, miez medio, ecc. Sin che restiamo alle Alpi, 
ci può distrarre l'ipotesi che il tipo oìxli rivenga a *h or di co (cfr. 
porti portico); ma, a tacer d'altro, l'ipotesi più non si regge sul 
territorio provenzale e catalano, dove è ugualmente ordi, e d'altronde 
lo stesso italiano devia per olio e conio dalla norma che s'osserva in 
foglio cotogno ecc. Saremo dunque a ragione fontalmente diversa, tra 
il prov. ordi, p. e., e il frc. orge, questo risalendo a ór dio come l' it, 
orzo, quello a ordì, come il piem. ordi; e se per la Valraaggia (Ti- 
cino) ritroviamo insieme ordi e òrz (IX 203), sarà talquale il caso 
della toponimia toscana, che ci offre Vincenti allato a Vincenzo. Lo 
stesso contrasto si ripete tra il prov. oli'^oU (cfr. oli piem. o lad.) 
e oljo [ojo ecc.), a cui rivengono tante forme dialettali italiane; né 
sarà ormai troppo audace il pensare che i tose, olio conio presup- 
pongano antiche forme toscane *o^t '^coni che s' a'ternafsero con oljo 
conjo. Arriviamo così all'it. -ieri -iere ecc. di contro ad -ario, dove 



Toponimia toscana: § IH. U-i da -io. 383 

dall'uso natio, ma non è necessaria per mostrare la realtà d'un fatto 
che, per un pratico di più dialetti, non ha bisogno di pruove. La ita- 
lianità del fenomeno non è contraddetta da qualche voce di origine 
straniera che è tra le seguenti: arcieri in verso, balestrieri ver., bar- 
bieri prosa e v,, bicchieri pr,, cancellieri pr., cavalieri pr, e v., cervieri 
pr. e V., cimieri pr. e v,, consiglieri pr., corrieri v., denieri v. (prov. 
e ant. fr. denier; Fra Guittone), destrieri v., dispensieri v., forestieri 
pr., forzieri v., gemmteri v., giustizieri pr., gonfalonieri pr., grossieri 
V., guerrieri v., imperieri in v. del Pulci (ma sarà dal nomin. ant. fr. 
empereres), lanieri in poet. sic. "'sordido' Wile' (ant. fr. lanier o Zam.), 
levrieri v. (fr.), luMnghieri v., mercieri v. (sic. vnirceri), messaggieri v. 
(orig. fr.), ostieri v., parlieri v., pensieri v. e pr., e malpensieri pr., 
pregheri v. di Giulio (voce merid. da precari um), quartieri e sew- 
cZien' V. e pr., sentieri r., someri = sic. su- pr. di Fra Guittone (p. 747), 
sparvieri v., taglieri v., tavolieri v., tesorieri pr., usurieri pr. ; agget- 



il principale e duplice problema stava o sta nel mancare o nell'assot- 
tigliarsi, contro ogni valida analogia, di un -o latino nei riflessi toscani, 
siciliani ecc., e nel doppio tipo popolare, che largamente s'incontra, 
il quale può rappresentarsi per queste coppie toscane : argentiere {-i), 
operajo; pensiere (-{), granajo. Orbene, il problema si dovrà pur risol- 
vere con la doppia base latina, ponendosi, da un lato: -arius -arium, 
-airiis -airiim, -seri, sardo -eri, tose, -ieri (dove si collocherà un ac- 
cessorio o analogico, ma antico: -jero, it. -iero, frc. -ier, fri. -ir); e 
dall'altro: -airio -arjo, sardo -arzu, tose. -ajo. E possiamo anzi inol- 
trarci e domandare: le doppie figure, come sarebbero granosri granarjo, 
oli oljo, coni conjo, ordi ordjo, rappresentano esse direttamente due 
antichi filoni dialettali diversi, nell'uno dei quali invalesse la disposizione 
osca od umbra della riduzione dell' -io, o non rappresentano piuttosto 
(come io credo) due diverse figure che eran venute a alternarsi nella 
declinazione del volgare romano, di guisa che si dicesse: ad hordi[m], 
de hordjo; ad grana'ri[ni\, de grana'rjoì — Mi devo io però qui fer- 
mare, tanto più che le difficoltà o le affermazioni, opposte alla rapida 
ipotesi del D'Ovidio da critici insigni (Tobler in Gott. g. a. 1872, 
pp. 1889 sg.; Mussafia in Romania I 498-9; cfr. Schuchardt, KZ. XXII 
172-4), or mi pajono tramontare senz'altro. Ma bel tema sarebbe, per 
UQ giovane romanista, una storia generale di -aeius -aria -arium. 
Il qual pensiero non esclude il giusto apprezzamento di quanto già s'è 
fatto, specie per merito del Thomsen (Mém. d. la soc. d. ling., I 122-3) 
e del Neumann (Zur laut- und flexionslehre, pp. 26 sgg.). — G. I. A.} 



38i Biauclii, 

tivi ' : derrieri 'ultimo' (prov. derrier) in v., diriilurieri pr., ingegneri 
V., leggien v. e pr., lusinghieri pr. (vedi sop.), menzogneri pr., pri- 
mieri V., verteri '= veritiero 'vero' in v, di Bandino Padovano; nomi 
proprj : Berenghieri in rima, Cesari °Caesarius in pr., Ulivieri in 
rima e fuori di rima, e per assimilazione Asideri in pr., da Esidero 
e Isideri per Isidoro ^ Gli esempj poetici sono quasi il doppio di quegli 
prosastici, lo che mostra che gran parte di queste forme sono il pro- 
dotto di una comoda imitazione. Aggiugne il Nannucci (184) che questa 
desinenza è tuttodì in uso nel Pistojese, nel Pisano, nel Bolognese, in 
Sicilia (con -eri- = -ieri), e « tra '1 nostro volgo che dice camerieri, bic- 
chieri, gonfalonieri, mestieri, barbieri ecc.». Il volgo, di cui parla 
l'insigne filologo in questo luogo, parrebbe che fusse, come altrove, 
la plebe della città e contado fiorentino; poiché egli era nativo di 
presso Signa, e condusse la maggior parte della sua vita in Firenze; 
ma in questa città non ho mai udito al sing. camerieri e simili, che 
è la forma non solo dominante, ma esclusiva dello schietto dialetto 
pisano e lucchese, e si estende in tutta la bassa vallata dell'Arno fino 
al Monte Albano, inoltrandosi ancora nella valle superiore dell'Ombrone 
pistojese^. Il Nannucci dunque, o non ha badato alla patria de' varj 
parlanti, o non ha ben distinto quel che siavi altronde introdotto nella 
vallata di sotto Firenze. Anche il Gigli, che aveva in odio i Fiorentini 
e la loro loquela, rimprovera ai medesimi (Vocab. cater. s. 'pronunzia') 
questo uso àoiV-ieri al sing.; onde rileviamo che non era, come non é 
vizio del dial. senese; ma egli probabilmente deve aver giudicato dalle 
propaggini del dial. fior, nella Val d'Elsa, dove s'incrociano alcuni ca- 
ratteri del pisano e del lucchese *. Dalle informazioni che ho potuto 



^ S'aggiungono per -erio -ério: mostieri pr., mosteri mona- in v. di Giulio 
(ant. fr. e prov. 'master mostier). 

2 Ì!i eli' Ajìjìendice vedremo questa variazione di forma in qualche nome 
teutonico, siccome, del resto, vedremo il lat. -arius incrociarsi col germ. 
-hari. 

* Il personale Ranieri è stato imposto, in questa forma, alla Toscana ed 
all'Italia, dai Pisani, dei quali è protettore rinomato il santo di questo nome. 
Una car. lue. del 989 (V. 3^ 644) ha tre volte Ragineri al nominativo, ed 
una sola volta -ius. Di qui Rainerius, un vescovo di Lucca del sec. XI, 
si chiamò Ragin. e Rangerius (IV. 2^ 161). 

* Nella parte orientale del contado fior, una sola volta ho udito ib-bicchieri 
= il b., da un lavoratore; ma che tale non sia la regola fissata dal dialetto, 
lo mostra anche la lingua comune, che in questa parte, come in tante altre, 
lo ha seguitato. 



Toponimia toscana: § III. L'-i da -io. 38o 

attingere, rilevo che la detta desinenza non è in uso in tutta la To- 
scana orientale e meridionale, come è nelle parti vicine, fino al Piom- 
binese compreso '. L' -^ del riflesso siciliano non conchinderebbe, perchè 
l'antica -e si confonde in quel tipo dialettale con l'antica -i; ma è al- 
l'incontro ben notevole V -ièri del leccese (Arch. IV 119, cfr. ib. 137), 
del quale dialetto giova ricordare anche Vrasi Blasius, Ntoni An- 
tonius^. Quanto al fiorentino, se teoricamente deve ammettersi che 
in epoca anteletteraria egli pendesse incerto tra le due forme -iere 
ed -ieri, della quale ultima fanno testimonianza pel fiorentino alcuni 
esempj citati dal Nannucci, egli è certo tuttavia che ben presto si de- 
terminò per la prima, in contraddizione con la tendenza, da alcuni 
attribuitagli, ^di cambiare Ve finale in i, mentre all'inverso la seconda 
rimase costante in parlate che in altri casi pajono mostrare una ten- 
denza contraria. Ora, 1' -e che poi invale nel fiorentino, per lasciar 
1' -i al plurale, è egli meramente analogico, secondo la distribuzione 
che s'ebbe per la 3.* deci, {forte forti), o non ce ne sarà qualche ra- 
gione più recondita e importante'^ Sia lecito dire: 'sub judice lis est' 
(cfr. § IV). 

La tendenza a eliminare Vo di -io in uno stadio posteriore, della 
quale abbiamo veduto qualche esempio (p. 381), si manifesta pure in 
qualcuno dei nomi in -ajo, che è il rappresentante italiano (tose.) il 
più caratteristico di -ari o; ma è scarsissima cosa. 11 Nannucci (188-90) 
reca testi di poeti, dove migliajo, primajo, Uccellatojo (Dante), 'pajo 
(Berni), debbono, per la misura del verso, profferirsi migliai, frimai ecc.; 
ma sbaglia, però, dicendo che non sono troncamenti 'come comune- 
mente si crede', ma voci intere ridotte alla desinenza in i. Aggiugne 
ancora le forme analoghe : pai, stai, cuoi, ma non arreca esempj scritti 
che di quelle ritroncate in cuo' (Fazio Uber.), sta' (Pucci), pa' (Buonar.); 
delle quali pa e sta', = pajo stajo e paja staja, trovo ancora in uso 
nel contado, ma soltanto in mezzo a proposizione senza che pausa in- 
terceda. Quivi si diee, sempre nella stessa condizione orale, anche pai e 
si raddoppia la prima consonante che segue, per es. pai ddi scarpe, ma 



1 Tuttavolta ritorna -ieri nell'alta valle del Tevere, dove si mutò e si 
muta anche in -ivi. Insistenti ricerche sopra questo -i- = -ie- mi hanno 
fatto ritrovar V-iri- anche nel contado d'Arezzo (per es. enfermiri 'infer- 
miere' fu ed è comune alle due valli); ma aspetti il lettore prima di 
credere clie la contrazione in -i- sia corsa, nelle due parlate, per la me- 
desima via di successione fonetica. 

2 [Più ancora importante F -eri del logudorese.] 

Archivio glottol. ital., IX. 25 



S8G Bianchi, 

nell'altro caso si pronunzia pa' di scarpe^ sta' di grano^. Egli ammette 
la medesima riduzione nei feminili in -ja, e reca esempj (83, 84) di gioi 
e noi, prov. joi, enuoi enoi, e cita senza esempj d'autore: Pistoi e vec- 
chiai; ma il fr. prov. Jot viene da gaudio, e com'egli stesso annota 
senza trarne conclusione, è mascolino, e per noja egli stesso (684) ci 
dà l'ant. it, nojo, a cui raffronta il prov. msc. enuoi accanto al fem. 
enueia ecc. (cfr. Arch. IV 371-72), mentre Pistoi, che anch'io ram- 
mento d'aver sentito in antico verso, verrà da *Pistojo = Pistorium, 
e vecchiai, sia forma vera o supposta, starà per '^veccMaJo, forma che 
certamente deve aver preceduto quella comune (cfr. per es. gineprajo 
con poponaja, orticajo con ortica] a). 

§ IV. Dai nomi di luogo potrebbe arguirsi che l'italiano, in epoca 
anteletteraria, mandasse in -{ tutti, o quasi, i nominativi singolari mia- 
scolini e feminili della terza, i quali naturalmente vanno distinti dai 
genitivi in -i, sebbene esternamente coincidano. Così si hanno : Anghiari, 
terra in Val di Tevere, 'Anglarium già Castrum Angulare ' (Rep.), di 
cui l'origine sarà piuttosto campus o via angularis, che difatti 
vi è tortuosa; Campestri ('S. Romolo a...'), casale in Val di Sieve, da 
campestris masc. (ForcelL); Monte Scalari, già detto anche 'Monte 
Scalajo', tra il Vald. sup. e la Greve; Monte- Feg atese o -esi, m. sulla 
sinistra del torrente Fegana^ in Val di Lima; Monte- Silvestri (silve- 
stris = silvester Nannucci 207), casale in Casentino; Monteverdi, 
castello tra la Val di Cernia e quella di Cecina. Sonovi poi di sostan- 
tivi : Calumala e Cali-, callis mala, più luoghi, e strada in Firenze 
(cfr. § Vili) ; Torri, 12 luoghi sparsi nel dominio di tutte le parlate 
toscane, dei quali la maggior parte, se non tutti, dev'essere in singo- 
lare, variando alcuni con Torre; e del pari Valli, quattro luoghi, in 
Maremma, sopra Firenze, in Val d'Era e Val d'Arbia, e più Vallibuona 
sul Cesto, nel confine tra Greve e Figline; quindi Calci, contrada di più 
borgate sotto il calcarlo Monte Pisano ; e più notevoli -fonti, monti, ponti, 
avendosi Fonti-buona presso l'Incisa, Semifonti, Semi- e Sommofonte, 



1 II raddoppiamento accenna un paj di fase anteriore, cfr. fior. rust. ajtto 
cajddo ecc. = alto, caldo ; e qui tralascio, per ora, una questione che an- 
drebbe ampiamente svolta. 

* 11 Repetti dice che, probabilmente, ha preso nome dal color di fegato 
delle masse argillose diasprine ; m^, sebbene si abbia anche un luogo Fega- 
taja, è anche più probabile che stia per Feganese o -esi, e che la detta 
circostanza abbia dato occasione ad una etimologia popolare. 



Toponimia toscana: § IV. L'-i di noni. sing. 387 

cast, distrutto in Val d'Elsa (Nann. 208, 210); Monti-Marciano presso 
Loro in Vald. sup., e probabilmente altri che il Repetti riduce alla 
forma comune; Ponti {^S. Pietro a'), grosso borgo sulla ripa destra del 
Bisenzio, poco distante 'dal ponte' che attraversa il fosso reale (Rep.), 
altro Ponti che fu casale in Val d'Ombrone pist. (secc. xii, xin), Pon- 
tifogno o -i, villaggio sul Resco presso Reggello nel Vald. sup,, Pun- 
lirosso, per 'Ponte-rosso', a Figline*. Vanno sopra queste analogie: 
Castiglioni, che tra tanti di questi nomi, è la forma più comune, Mon- 
teroni o Montar-, talvolta -one, borgo in Val d'Arbia, Moncione o -onij 
due casali vicini nel Vald. sup. (dove tuttavia si dice sempre -oni), 
del qual vocabolo, già scritto in ce. degli an. 1078-84, la forma an- 
teriore sarebbe Montioni, e -oìi£, con cui si appella una torre e borgata 
in Val di Pecora (Mar.), da esaminarsi in seguito (§ VII); Portiglione 
-oni, scalo sul littorale di Searlino (Mar.) ^; Ozzori o Os0n" = Auser, 
il fiume Sarchio. Sono dubbj : Giovi ('Castello' e 'Borgo di...'), presso 
Arezzo, alla confluenza dell' Arno e della Chiassa, Marti, villaggio nel 
Vald. inf., Velieri, castello in Val di Nievole, i quali potrebbono an- 
ch'essere stati genitivi^; CJiifenti '(ad Confluentes), borgata alla con- 
fluenza della Lima e del Serchio, nome così alterato fino dai primi secoli 
dopo il mille' (Rep.), Gonfienti o Gon., casale in Val di Bisenzio ('in 
loco Confluenti', car. del x e xi sec.), e così altri due luoghi nel Se- 



^ Non vi è da nascondere che la concludenza delle ultime tre voci, in 
composizione, viene un po' allegrgerita dallo es. di Coltibuono, cioè ' colto- 
buono', casale nel Vald. sup. — Si possono agli esempj del testo, e quel 
che più monta, fuori di composizione, aggiungere: Lerici, nel golfo della 
Spezia, Elei, tre luoghi (a Viareggio, V. di Cecina e Valle Tiberina), da 
ilex ilice, e al]ìi. Si noti che quest'ultima voce (= Alpes), nell'Appennino, 
e ne' suoi principali contrafforti, è nome comune, e significa la parte di 
montagna superiore alla regione della vite e dell'olivo, e che nell'inverno 
rimau coperta di neve (cfr. la Crusca e meglio il Rep.). Lessi, or sono venti 
anni e più, alcuni statuti di comunelli montani del sec. xv (nel Pratomagno, 
tra il Vald. e il Casent.), e non mi rammento se vi si trovi Alpi al nom, 
sing., ma son certo che vi prevaleva la dizione in Alpi, e così ancora sì 
dicono i nll. S. Miniato e «S. Trinità in Alpi. Sull'uso vario di questo nome, 
cfr. de Alpe in e. citata in n. al § VII n.» 15. 

^ Si avverta che questi ultimi quattro, come plurali, avrebbero preso l'ar- 
ticolo, il quale non hanno. 

^ Il dubbio sorge da ciò, che può esservi stata la ellissi di 'aedem' o 'fa- 
num', come nelle dizioni latine 'ad Apollinis', 'ad Vestae' e simili; meno 
probabile 1' ellissi di 'borgo', 'casale' od altro, se non vi è prova nelle carte. 
Ho uditoli primo nominarsi Borgo a Giovi, che potrebb' essere ad Jovis. 



SS8 lìianclii, 

nese, nei quali vocaboli si avrà più probabile il singolare, comechè il 
classico latino usi anche il plurale. — Sono figure speciali: Montagliari, 
casale in A^al di Greve, Monte-Pescali e Monte-Pozzali, l'uno castello 
e l'altro poggio in Val di Bruna (Mar.), dei quali il secondo compo- 
nente può essere in nominativo od in genitivo ^ Il loro suffisso richiama, 
i seguenti: Linari, quattro luoghi (uno per ciascuna contrada, in Ro- 
magna, Val di Magra, Val di Merse, Vald. inf.); Migliavi, tre luoghi, 
de' quali uno in Val d'Ambra, l'altro in Val d'Arbia, ora perduto, il 
terzo in Val di Sieve; Porcari, cast, nel Lucchese (an. 780, 942^); 
iSfeg'a^aK ('Segalarium' Rep.), cast, nella Mar. pisana (car. dei 1137-58), 
altro che fu luogo del Vald. sup. (sec. x), ed ora è nomignolo di po- 
dere presso Figline ^, ed un terzo che fu nel vallone della Cascina in 
quel di Pisa. Questi nomi non si concilian facilmente con le forme co- 
muni, stabilite dall'uso reale delle parlate toscane; perocché, se trag- 
gonsi da neutri in -arium od *-arim (§ III), per es. Segalari da 
*secalarium 'seminato di segale', si ha una contraddizione con -ajo, 
-ieri od -iere, delle voci comuni; e se traggonsi da neutri in -are, 
fratello di -ale, s'inciampa nella regola e letteraria e popolare, che 
tali sostantivi di loro natura neutrali, come altare cartolare casale ca- 
stellare filare luminale [e lupinule, che va con canapule favule; cfr. 
anche -ile] panicale sagginale Cetinale ecc. ^, dei quali alcuni servono. 



^ Nel primo caso sarebbono adiettivi, col significato di 'piantato di peschi', 
'd' agli', 'sparso di pozze', nel secondo sostantivi, che varrebbero 'del terreno 
piantato di ecc.' A favore dell' adiettivo avrebbe qualche valore una e. del 
1080 nelle M. L. IV. 2=^ 15S, dove si legge « Actam loco in Monte infra ca- 
stello ilio, que dicitur Monte Pescale». Non mi par conveniente il dis- 
sociar Pozzale, quanto al senso, dalla famiglia volgare dei nomi in -ale, 
per richiamarlo direttamente al lat. puteal 'sponda di pozzo' o 'difesa di 
luogo sacro'. Tutto dipenderà, in ogni caso, dalla storia e dalle naturali 
condizioni de' varj luoghi. 

^ Nelle carte lucchesi, degli anni indicati dal Repetti, non trovo questo 
Porcari; ma incontro un castello di questo nome in Marem, (contado di Ro- 
selle) in e. del 1051 (IV. 2* 131). Del resto, son tutti nomi di chiaro signi- 
ficato, e questo dev' esser sinonimo di j'^orcile (cfr. le Porciglie, villa in Vald. 
sup.); in Migliavi si combina milium e milliarium, che di nuovo in- 
contreremo (§ X, num. 86 n). 

^ Ci ho ritrovato ancora in vita segalave 'seminato di seg.', ed analoga- 
mente mocale (v. moco nel Voc), che serve del pari qual nome di luogo. 

* Celina, ed anche il Cetinale, a cui forse connettonsi Ciética o Ce. e Co- 
tona, è nome di più luoghi sparsi in tutta la Toscana. Il Repetti dice che 
« significò, siccome tuttora nelle nostre Maremme la parola colina equivale, 



Toponimia toscana: § IV. L'-i di nom. sing. 389 

come rultimo, quali nomi di luogo, terminano, conforme alla origine 
loro, costantemente in e, nelle parlate stesse che sembrano mutare in 
i questa finale*. Io mi terrei fermo ad -arium, ed attribuirei la per- 
sistenza di -ari a causa semasiologica; nel senso, cioè, che l'uso con- 
comitante e speciale alla 'res agraria' del suff. sinon. -are, lo infre- 
nasse a quest'ultimo, e così lo sottraesse alle vicende a cui nelle altre 
serie lessicali va incontro. 

Anche dei singolari in 4 della 3.* deci, fece il Nannucci abondante 
raccolta (198-212). Di questi tralascio quegli irrilevanti, che vengono 
da' poeti siciliani o da' loro imitatori , o che possono avere una spie- 
gazione diversa. Tra i sostantivi usati in poesia, ma fuori di rima, 
egli ci dà fonti (Sacchetti), citando anche il lat. fontis al caso retto, 
conclavi (Berni), ed in esempj di prosa, dugi^ preti, sementi (lat. -is), 



a un campo senz'alberi, dove, fatta la messe, quindi bruciata la stoppia, suol 
lasciarsi a pastura o a maggese», e cita la carta della Bad. Amiatina deir812, 
nella quale, secondo lui, si tratterebbe di una cetina per il pascolo di animali. 
Il Brunetti spiega 'vasca o conserva de' pesci' (da cete!). Mi sono accertato 
che la cetina (in Mar. e nell' Arretino) è un bosco ceduo, od un boscaticcio, 
che ogni tanti anni si taglia e se ne brucia i frutici e le minute legna, per 
ingrasso, e vi si semina la segale o il grano. Altrove dicesi nrroncato, e salve 
le circostanze, non ha che fare propriamente e direttamente col pascolo ne 
col maggese; che altrimenti sarebbe un pleonasmo inutile nelle carte. Di 
queste la più antica è di Toscanella del 739, che ha : « casa cum vinea clausura 
oitiua terra ciillum etc. » (Brun. 497); e seguono poi; dell' 800, dal Monte 
Amiata, con « simul et pratis cetinis selbis terre etc. » (ib. 2» 320); dell'SOO, 
eod. 1., « pratis cetinis campis etc. » (32'3); lo stesso- in altra dell' 801, eod. 
1. (329); dell' 804, eod. 1. «simul et pratis cetinis selbis terre etc. » (34o) ; 
deirSOe, eod. 1., «prati silbis cetinis pascuis » (364); detto an., da Soana, 
« silbis cetinis pasquis » (3o6); dell' 808, da Chiusi, « pratis cetinis campis» 
(374); id. id. in e. Amiat. dell' 809 (386); in altra id. eod. « prati silbis ce- 
tinis pascuis» (384); altra id. eod. « vineis pratis cetiais campis» (388); del- 
l' 810, eod. 1., « bineis e id. id. » (393); dell' 8H, eod. 1. « biueis pr silb. ce- 
tinis pasc. » (394); dell' 812, da Colonnata (Toscanella), «davo tibi cetina... 
ad motiorum decem pasculi » (401). Quanto all'etimologia di ce^mfl', non ho 
che una mera ipotesi, per ora, la quale però mi conduce imprima a regi- 
strare un fatto sicuro e nuovo, ed è che a caedua (silva) risale regolar- 
mente Gedda ('S. Pietro a...'), casale in V. d'Elsa. Or sarà egli lecito porre: 
*céddita (cfr. funditare allato a fusiis; Canello, Riv. di fil. rom. I 14) *cedi- 
tina cetina (cfr. peto = p e d i t o) ? 

' È da osservarsi, che nei nomi di luogo toscani man a il suff. -ieri od 
-iere -«ero,, salvo qualche tigura di più moderna applicazione ai luoghi, quale 



3P0 Bianchi, 

siri {ov'ìg. fi'.), vincitori; tra gli aggettivi registra ubbidienti (Brun. Lat.) 
e naturali (Firenz.) in rima, ed in prosa iguali, simili, crudeli, quali, 
stanti, sufficienti, pan e dispari (i due che sono sempre in uso) ; e pone 
in questa serie anche penzoloni, carponi, ginocchioni, cavalcioni, bac- 
chilloni, girelloni ecc., quasi aggettivi che sieno in funzione d'avverbj. 
Dei nomi proprj tralascio Capresi, che è adoperato solo in rima dal 
Pucci, e non è conforme all'uso vivo, siccome sopra ho lasciato al Re- 
petti Candolesi, casale in Casentino, che potrebb'essere un plurale come 
Vallesi [le, alle), casale in Val di Chiana, mentre Monte Vallesi, villa 
in Val di Magra, può contenere tanto un nominativo quanto un ge- 
nitivo \ Degli altri, quegli più popolari, e quindi più conclusivi, sono 
Chinienti, una volta comune per Clemente, Céseri o -ari, Marti (cfr. 



abbiamo nel Monte delV Uccelliera nell'Appen. pistojese. — I nomi in -ale 
hanno avuto tutti vita nel volgare; e vano quindi sarebbe il cercarvi misteri 
preistorici. Per -ali non ho se non Narnali, conti ada in Val d'Ombrone pist., 
ed è voce oscura. Si potrebbe ricorrere a marna, ma questa, in luogo di 
Galestro o galestro, è di dubbia toscanità; poiché importa molto lo avvertire 
che quasi tutte le voci dei dizionarj latini, le quali, come marga o maria, 
hanno certa la provenienza celtica, non si riscontrano nell'uso popolare to- 
scano. È vero che sotto Vallombrosa vi è un luogo detto la Marmia e Mar- 
ma, dove poco più oltre, verso Pontassieve, sono allo scoperto grossi strati 
di galestro turchino cupo ('marga columbina, eglecopala' dei Galli; Plinio 
XVII 6); ma lì in quel punto è invece una cava di alberese fortissimo (cal- 
carlo siliceo). Il Targioni, seguito dal Repetti all' art. Monsoglio, villa nel 
Vald. sup. verso Arezzo, dice che vi è una qualità di terra detta margone, 
che essi spiegano 'schisto marnoso' ; ma so per certo che vi significa tutto 
r opposto di marna, poiché il margone è un duro pancone di rena silicea 
e di minuta ghiaja d' alberese forte, generalmente non più grossa di un uovo, 
depositata in un altipiano quaternario. È uno smalto naturale, simile nella 
forma al sansino, e per la qualità identico al greto d' Arno , che in quel 
luogo dicesi parimente margotte. È quindi più facile che questo si connetta 
con mergo e mergus. Trovo finalmente, mentre si stampan queste righe, 
sotto r alpe tra la Sieve ed Arezzo, ed altrove, che margone s' usa anche 
per 'gora' o 'colta' d' un mulino, e lo rivedo in tal senso ne' campioni ca- 
tastali; siamo dunque sempre all'idea di (terreno) 'sommerso'. 

' Tra i nomi, la cui significazione m'è oscura o in cui m' è dubbia la fun- 
zione dell' -z, cito ancora: Cieceri o Ciesceri, vico perduto sotto Firenze (e. 
del 1107); Chiani o Chianni, paesetto nel Vald. arret., Chianni, cast, in V. 
d'Era ('castrura Ciani, Clanum' nel latino del Rep.), ed altro in V. d'Elsa; 
Chianti, nome noto che riunisce più monti e più vallate contermini. 



Toponimia toscana: § IV. L'-i di nom. sing. 391 

sopra), *S^. Pulinari (= Apoll-) e S. Vitali \ ed altri in cui l'analogia 
dei nomi in -i = -i s s' incrocia con cause diverse ^ 

Ho già accennato al pensiero che quest' -i rappresenti effettivamente 
il nominativo singolare della terza declinazione; il qual pensiero im- 
porta, che fonti fonte, a cagion d'esempio, o forti forte, da pareggiarsi 
a fonti-s (arcaico o ripristinato) fonte[m], fortis forte[m], co- 
stituissero il correlativo italiano della declinazione provenzale o ant. 
francese: foìis font, forz fort. È tale idea questa, che già avrà fatto 
inarcare le ciglia al lettore dèli' 'Archivio', perchè sembri andare contro 
il dogma che l' ì latino, sia egli in accento o fuori, non debba avere 
altro riflesso neolatino, o anzi volgare romano, che non sia e (cfr. in 
ispecie, Arch. IX 84 sgg.). Senonchè, il dogma io naturalmento lo ri- 
spetto, e sono perciò convinto, come tutti gli ortodossi del sapere, che 
p. e. gli spagn. vendes e jueves siano le esatte risposte di vendis e 
J o V i s. Ma non sono punto disposto a giurare che l' e it. di giovedì 
e martedì (cfr. lunedi lunae-) sia il diretto continuatore dell' ^ di 
J o V i s ecc. , e punto non credo che l' -i dell' it. tu leggi non sia 1' i 
di legis e provenga senz'altro, come in ispecie vuole il D'Ovidio nel 
luogo teste citato, dal tipo di quarta (audis). Ma credo, all'incontro 
(per tacer d'altro), che siamo al caso di badare all'effetto 'del suono 
che era attiguo', distinguendo cioè tra quegli idiomi che serbino questo 
suono attiguo e quegli che lo smarriscano. In altri termini (cfr. Toblee, 
Gòtt. g. a. 1872, p. 1904), se nos, pos post, cras, das, sess sex, 
hanno dato in sillaba tonica: noi poi crai dai sei (di contro a ciò sto 
dà ecc.), cosi vendis o fortis, nom. e gen., avranno portato a sil- 



^ Il Nannucci ha tralasciato, come troppo noto e comune, il nome di Gio- 
vanni, -es, della cui forma abbiamo documenti fin dall' viii secolo: per es. 
ego Joanni in e. di Chiusi ap. Brun. 2^ 223 (775), ed in altre. Si ha poi 
Natali al nom. in M. L. V. 2.^ 130 (788). — Circa Giovanni, non mi sono 
sfuggite le giuste riflessioni che fa il D'Ovidio (Arch. IX 60 61 63 91) intorno 
agli effetti della pronunzia itacistica dell'v) sulle voci italiane portate dai 
Greci; ma non se ne può far conto che per quelle introdotte in età ben 
più tarda dei tempi apostolici. Come pronunziassero la v gli Ebrei éXX»j- 
vtì^Qvret, e per qualche secolo almeno i loro successori, lo vedremo con 
Giuseppe ed Agnese sotto il § XIV. 

^ Particolare considerazione merita c^w^z, poiché a regola duce dovea, nel 
volgare, dar doce, che difatti ci fu, come lo dimostra una e. lue. del 753 in 
IV. 87, dov'è Alpert doci (in funzione d'accusativo). Il Redi (Voc. aret.) 
porge dusi 'duca', qual forma usata nel contado d'Arezzo; della quale s'è 
già toccato al § I. 



392 Bianchi, 

laba atona un'eco di s; e porremo, alle prime origini dell'italiano: 
vénde* fòrte', che distano assai poco da véndi fórti^. Con questa con- 
siderazione comparativa, avvalorata dai documenti che qui addussi e 
addurrò, si legittima sin d'ora, o almeno si coonesta, io spero, la mia 
opinione che il tipo fonti forti possa direttamente continuare il nomi- 
nativo (oltre che il genitivo) singolare del latino; e al fonti fonte di 
antica declinazione singolare italiana io appunto alludeva nel § III, 
toccando di un' intima ragione per cui similmente si disciplinassero 
-ieri e -iere nella continuazione di -arius. 

§ V. Dall' -i che reputiamo etimologico (e sempre ancora all' in- 
fuori del vero genitivo), passiamo all' -z da -e = -ae; e serbando a poi 
gli esempj in cui si risalga all' -a e del genitivo di prima, ora chia- 
miamo a rassegna quegli per cui si risale all'-ae di nominativo plurale 
della declinazione stessa, i quali ricorrono in maggior numero ^ : 

1. Acqui, pieve nel Lucchese. Si legge in Aqqui IV. 2.* append, 35 
(ann. 823), in loco ad Aquis ib. 47 (840) e 'casirum quod vocatur 
AcquV ib. 149 (1194); cfr. Acqui = Aquae in Piem., recato al § II'. 

2. Aniraccoli, scritto 'Interaculas' nel sec. vili'*, borgata nel su- 



^ Se legitis, meglio tenetis e auditis, non si riflettono per teneti 
ecc., dovremo dire che la forma dell'imperativo qui facilmente s'insinuasse 
anche nell'indicativo, non sussistendo quell'ambiguità che si sarebbe avuta 
al singolare {tiene per tenes e tene t), dove è anzi l'imperativo che in 
parte ricorre all'indicativo (tieni per tene). — E anziché dare a audls 
la miracolosa forza da fargli assoggettare e tenes e legis e amas, il 
vero sarebbe che s' avessero tre tipi con 1' -i, o quasi -i {òdi, tene', légf), 
ai quali finiva per unirsi anche *àma^. V. ancora Tornine ecc. al § XIV. 

2 Scarseggiano gli esemplari dell' -ae di genitivo, perchè i genitivi, in 
massima parte, son di nomi proprj maschili, come indicanti i possessori dei 
luoghi. 

^ La costanza di forma, nell'uso e nelle carte (in parte anteriori allo 
-i = ae), potrebbe far presumere piuttosto un abl. loc. Aquis nel tose. 
Acqui; presunzione molto piìi probabile per quel di Piemonte. In Plinio 
(III 7) leggo, per l'ultimo, Aquis accanto al nom. Asta, ma non so quanto 
questa lezione possa reggere. Non è poi storicamente verosimile la conti- 
nuità tradizionale, per noi, dell'abl. Athenis (§ II n). La presunzione sto- 
rico-morfologica starebbe pur contro l'ammissione dell'abl. plur. (tranne 
forse qualche eccezione) negli esempj che seguon nel testo; al che confrad- 
dicono ancora le stesse varie forme, accertate cou l'uso vivo e con le carte. 

* Così il Rep. per rispetto alla sintassi latina; ma in verità mi son sempre 



Toponimia toscana: § V. L'-i di uom. pi. fem. 393 

burbio orientale di Lucca; e varrebbe 'tra le acquette', cioè in mezzo 
ad acque basse palustri, acquitrini, guizzaj (cfr. Tremedcue e simili^ 
Arch. I 521). 

3. Capannoli, paesetto del Pisano in Val d'Era {de Capannule, in 
e. del 1051 in IV. 2.^ 132); CapannoH id. a oriente di Lucca («in 
fìnibus Lucensis loco dicto Capannole», del 745, Rep. ^). 

4. Casi ('Casium', Rep.) in Val di Bisenzio, che sarebbe in e, del 
1164; Casi e Cassi in Val di Sieve, casali distrutti, che hanno preso 
nome da ca.sae, piuttostochè da Cassi us, onde sarebbe venuto Cascia 
e Casci. — 5. Casale^ forma registrata dal Rep. per varj luoghi del 
Casentino e delle valli della Greve, Sieve, Ombrone pist.. Era, Vara 
ed Orcia; mentre egli ci dà Casali o -ole per uno della Val di Lima 
ed altro presso Camajore (Lue), e Casore, già Casale 'Casulae' in Val 
di Nievole. — 6. Caselle, stando al Rep., direbbesi di più luoghi nelle 
valli della Chiana e della Sieve, e così nel Pist., dove uno solo varie- 
rebbe con -li, mentre si avrebbe -li e -le pei medesimi casali nelle valli 
della Cecina e dell'Évola (Vald. inf.), e rimane fisso Caselli nella Vald. 
sup. presso Reggello. 

7. Celli, è dato dal Rep. per un casale distrutto in Val di Cecina 
e per una villa in Val d'Era, ma soltanto Celle per più casali posti in 
Romagna, Val d'Ombrone pist., Val di Paglia, Chiana, Sieve, e nel Vald. 
sup., nel qual ultimo luogo si dice anche Celli, che anzi prevale nei 
monti; lo che ci fa la spia della non curanza dell'insigne erudito versa 
queste variazioni di forme ^. — 8. Celiale, casale in Val d' Arbia, ed 
altro in Val di Pesa; CJlere {Celleri, posto tra parent. dal Rep.), 



imbattuto nella forma del nom. plurale, come: Intracule IV. 6o (an. 718), 
Interaccule ib. 91 (759, cfr. V. 2^ 36), -acchula 102 (764), -achulehì?, a 151 
(786). C'è anche Insula Interacculise in V. 2.^ 309 (831). 

* Importa stabilir l'età delle variazioni di forma. L'ultima carta citata è 
veramente del 725, ed ha: «in loco qui vocatur Capannule, ^o^'dwm m Ga- 
stellione », e ripete « liic Tuscia tinibus Lucensis... in Capannule », che così 
è scritto altre due volte nella relativa concessione del vescovo in V. 2.^ 11. 
Le altre da me vedute hanno: «loco et finibus Capannure i> IV. 2.* appen. 
104 (1059); Capannule quattro volte nel placito di Matilde del 1099 in IV. 
(J, 7; -ore ed -ole IV. l.^ 124 (an. 1102), -ole ib. 149 (dipi. d'Enrico VI del 
1194), -ore ed -ole IV. 204 (1198). Quell'-orc è di pronunzia lucchese, seb- 
bene applicato da Lucchesi anche al castello pisano. Per questo si ha CapaU' 
noli ('curtem de...') in IV. 2 ^ le? (1119). 

^ Quanto al valore lessicale di queste Celle, così sparse in Toscana e fuori, 
deve dirsi che siano le 'cellae oleariae, vinariae, fruincntariac' dei Romani, 



394 Bianchi, 

casale perduto in Val di Greve (an. 1009-37); Celloli o Cellori, bor- 
gata in Val d'Elsa presso S. Gimignano; altro -oli nella medesima 
valle '. — Con questi afFamiglio: Ceula, pieve perduta nella Lunigiana; 
Cyoli, villa nel Vald. pis. ^; C'yoli, già Ceoli 'Castrum de Ceulis', cast. 
in Val d'Era ^ ; cfr. Celle dei Fabbroni, già Ceule in e. del 944 (Rep.), 
villa presso Pistoia *. 



depositi dei frutti campestri, ed abbiano un significato parziale e meno 
comprensivo delle grance senesi, e delle comuni ìnasse, masserie e fattorie; 
piuttosto che credere col Rep. che siano state cappelle dedicate a qualche 
divinità ('sucella, cellae'), o grotte servite di ricovero ad eremiti; i quali 
casi non mancheranno, forse, ma saranno i più rari. 

. ^ Si esiterebbe a mandar tra questi: Cedri (?) o Ceddri, già 'Villa Ced- 
dre', villa in V. d'Era (e. del 1161, Rep.), da Celleri, che passasse in *Celri 
poi *Celdri ecc.; cfr, ChiusdÀno, nelle antiche carte 'Glusiinum', che sarebbe 
chiusolino, terra nel Senese, che prese nome da una chiusa secondaria della 
V. di Merse. penseremo a *Ceddole da Gedda = e a ed uà (v. p. 389 n)? 

^ Questo Cevoli, crede il Rep. che sia così chiamato dalla nobil famiglia 
pisana dei Ceuli. Ma sarà piuttosto la famiglia che avrà preso nome dal feudo. 
Di nomi personali, che qui si possano comunque adattare, non ne conosco, 
da Celialo in fuori, cosi scritto cinque volte, ed una volta Cellulo, in una 
donagione del 760 (IV. 92), e 'Ursus fil. Celiali' (che è il medesimo) è in 
un simile atto del 778 (ib. 13); con la qual forma è da confrontarsi Tendalo 
per Téudolo (ib. 94, an. 761), Cristo falò = -^ph oro, frequente nel sec. viii, 
poi Cristofanus in V. 2.^ 172 (an. 800), ed altre simili. Celialo sarà stato 
accorciamento-diminutivo di Domnicello (Rr. 2.^ 388, an. 809), come Cillo 
e Cillulo, frequentissimi nei ss. viii e ix, da D omni cillo, trovandosi una 
casa cou terre «iu loco Murriano > detta 'Cella Domnicilli' in e. del 937 
(V. 3.a ISl). 

^ Sotto questo secondo Cevoli, rimanda il Repetti a Cigoli, al qual luogo 
pone tra parentesi 'Ciculum, già Gastrum de Ceulis', cast, nel Vald. inf., e 
cita una carta del 1194, la quale però, stando alla sua lezione, darebbe 'Ci- 
culum' (cfr. Moncigali, al § X). Superfluo dire che tra cevoli e cigoli non 
può cori ere alcuna parentela. Un diploma di Enrico VI in IV. 2.^ 149, che 
è appunto di queir anno, e deve esser quello allegato dal Rep., ha precisa- 
mente « curtis de Ceuli », a cui fa un bel riscontro (ibid.) « curtem de Col- 
leuli », il quale evidentemente sta per -elli. Più di tre secoli innanzi si trova 
« casa et res illa in loco Cieule » V. 2.* 487 (an. 867), che non saprei quale 
sia tra gli antichi possessi della Chiesa lucchese; ma bastami sapere che nelle 
carte da me vedute manca la finale -is, appiccatavi da uotari più recenti, se 
non dallo stesso Repetti. 

* Intorno a questa forma di nome, cioè ad -eul- = -ell-, dee considerarsi 
che incontrasi unicamente in quella parte della Toscana, nella quale si 



Toponimia toscana: § V. L'-i di noni. pi. feni. 39o 

9. Chiusi^ 'Clusium già Clusa' Rep., castello in Casentino. Non 
ostante che chiusa sia nell'origine un neutro plurale, il nome locale è 
certamente un feminile di questo numero ' ; poiché il Rep. ci attesta 
che ne' primi secoli dopo il mille si appellava Clusa, essendo situato 
tra le valli del Tevere e dell'Arno, e cita un istrumento del 1119, 
in cui si legge « actum in castro Clusae » , ed « Orlando de Cluse » 
in car. dei 1261, 1272 2. 

10. Cincelli 'Centumcellae', paesetto nel Vald. arretino, detto, cioè 
'scritto', Centocello nei primi secoli dopo il mille (e. del 1071, ed al- 
tre), Rep. 



aveva la tendenza a mutare in u la l seguita da consonante, per es. ant. 
lue. antro caudano fauce, ant. pis. sondo mouto caucina auto aufare, per 
altro soldo ecc. (Gaix in 'Nuova Antolog.' sett. 1874). I quali riscontri non 
parrebbero dir molto, per ciò che non vi si tratti del nesso ll. Ma Ceula 
o Cieula sarà esempio assai meno isolato che non sia il frc. Gaule, col quale 
intanto manderemo: « fil. quondam Gaiili » in e. lue. dell' 848 in V, 2.^ 392, 
evidentemente per Galli, non facendo ostacolo il n, persan. Gaudulo, che 
per la fognazione del d sarebbe rimasto fermo a Gavolo, cfr. Aivaldu = Ai- 
duald. E ancora in V. 2.^ 133 Amanteulo (an. 788), fil. Gimeuli e Radeuli 
(789) per * Gunello e *Radello , accorciamenti e diminutivi di Guniperto , 
Radualdo, Widerado e simili, mentre Alateulo ibid., da Alateu, è normale. 
Presso, e nella medesima regione, sono molti: Casteoli o Casteooli, 'Casteulum' 
in e. del 1077, castelletto in V. di Magra (cfr. Repetti agli artic. Tresana e 
Castiglion del Terziere e t. VI. app.), Pozzévoli o Pozzeveri, Tutheolum', 
borgata nel plano orientale di Lucca presso il già lago di Sesto; de' quali 
il primo viene evidentemente da castelli, ed il secondo da *pozzelli o -elle 
^pozze', non già direttamente da puteus e Puteoli, che anche alla To- 
scana avrebbe dato Pozzuoli. — Noterò in quest'incontro, per la serie co- 
mune in cui entrano mota ra a 1 1 h a, gogolo g a 1 g u 1 u s : sodo s o 1 i d u s, o 
piuttosto da saldo; che in e. di Soana (Marem. ; del 787 ap. Br. 2.^ 275) è 
aprati! cum saudó'. — La Chiana poi ci porgerà Camporsevoli da -elli (§ Vili); 
e confronteremo -aula nel § seg. 

^ [Ma qui, e altrove, sorge il quesito se non si tratti del tipo di sing. 
fem., secondo l'analogia di cui era toccato in principio del § II: Asta ecc.] 

2 II Rep. dice che Chiusa o Chiuse, fino dai tempi longobardici, indicava 
una stretta e profonda gola di monti, per cui si serra una valle, e fin dalla 
stessa età valse termine custodito di frontiera; quindi ancbe bandita o parco 
circondato da siepi ecc., e steccato, argine, riparo delle acque (cfr. la Cru- 
sca). Tuttavolta la sinonimia generale delle carte fa credere che sia stato 
ancor più frequente il significalo di 'colto ricinto', a cui rispondeva il lon- 
gob. gahagio, come poscia vedremo. Altre forme sono C/uoso = clan sum, 
Cliiosi, Chiusura -e; ed ora vedremo il sinonimo serra. 



396 Bianchi, 

11. Colo gitole o -oli, paesetto nei Monti Livornesi. Di queste Co- 
lognole se ne ha parecchie, specialmente nel dominio del dialetto pisano- 
lucchese. Il Rep., avvezzo a trattar le cose romane troppo alla grande, 
per eccesso di cautela, ne attribuisce l'origine a poderi 'che fino dai 
tempi longobardici solevano darsi a colonia' ; ma veramente questi nomi 
risalgono appunto ai tempi romani, nei quali colonia aveva anche 
un significato assai modesto ^ 

12. Combiate, Combiati nel Malespini (Nann. 88), cast, tra la Val di 
Marina ed il Mugello, bene spiegasi per ^cumfbjlatae ° cumu\'dia.e. 
Il Rep. dà anche la forma Cambiate, che accennerebbe origine diversa, 
ma non ci dir-e se sia la più antica. 

13. Crete o Creti, tenuta in Val Chiana, voce ben nota. Un pos- 
sesso in Crete è rammentato in e. lue. dell' 897 (IV. 2.^^ appen. 71); 
ma è già Creti in e. dell' 875 (V. 2.'' 527), e «Cellari prope Creti» 
è in altra del 991 (V. 3.^ 549). 

14. Filettori, parrocchia nella valle inferiore del Serchio. Si legge 
«de loco Filectule» in e. dell'SSG (IV. 30), «in loco et fundo Fìletuli» 
in altra del 901 (V. 3.^ 639). Correrebbe subito alla mente fila o filetta 
di piante, ma invece è il lat. filictum, in codd. anche fi le et um, 
che sta a fllicito (leggi -eto), cioè felceta, di una e. del 762 (IV. 96), 
come sali et um a salceto. Il nome locale è dunque sinonimo di Fili- 
caja e Filigare (cfr. § VI princ. in nota). 



^ La piccolezza e poca importanza dei hioghi ci accerta che non può trat- 
tarsi di colonie in grande, intese come istituzione politica ed amministrativa, 
ma solo di case e terreni assegnati 'colono deducto', ed è altrettanto certo 
che presso i Romani 'colonia' significò anche la casa del contadino col po- 
dere annesso.'Ha questo senso appunto nella Tavola Vellejate' spesso citata 
dal Rep., la quale concerne in gran parte la regione lui-chese, dov'è il mag- 
gior numero di Colognole (od -ore, con pronunzia posteriore). Il medesimo 
potette seguitare anche dopo, o piuttosto risorgere nei secoli posteriori, meno 
presso il popolo che presso i legisti e letterati; ma il 'dare a colonia', nel 
senso legale, è troppo antico e troppo moderno pei Longobardi, che lasciarono 
1 coloni dove gli trovarono, rendendo comuni contratti da quello diversi. È vero 
che casa et colonia, che oggi dicesi 'casa e podere', si legge in e. pisana del- 
l' 804, che il Brunetti {±^ 342) ricopia dal Muratori; ma non parmi d'aver 
letto, in altre carte toscane di quei tempi, questa dizione, e se è facile che 
in qualche raro caso mi sia sfuggita, è altrettanto difficile che fusse d' uso- 
comune. Sotto di loro, e fin molto dopo, casa e podere si disse massa (ed 
anche casa comprese 1' una e l'altro); ìnassarius e aldio si disse il lavora- 
tore addettovi. Contratti allora comuni furono l'affitto ed il livello, con an 
nue prestazioni, parte in natura ed in denaro, e parte di opere manuali. 



Toponimia toscana: § V. Jj'-i di noni. pi. feni. 397 

15. Forci, casale in Val di Serchio, parrebbe da furcae, ma veg- 
gasi Monte-Forcoli sotto il § Vili. 

16. Frósùii^, 'castrum Frosinae' Rep., villa, già castello in Val 
di Merse (ann. 1004). Anche il Baronio ('Martyr.') dà soltanto la fe- 
mina, ma fu frequente Fruosino Euphrosynus. 

17. Gavisern, già 'Gaviserra', casa torrita in Casentino (an. 1039-54); 
da Gabii *serrae (se ree), chiuse di Gabio. Ci torneremo nel § se- 
guente. 

IS.Gì'oppo, Groppoli o -ole, più luoghi in Val di Magra; Grop- 
poli, già Grappare (fino al xv sec. almeno), castellare in Val d'Ombrone 
a tre miglia da Pistoja, del quale la più antica carta citata è del 1043. 
È l'it. groppo gruppo, applicato a rilievi di terreno; e vi si ha il 
solito incrociamento del neutro col feminino, per causa del plurale. 

19. Macinìi e Macciuoli {Maciiiole, Rep.), antica pieve (e. del 941) 
col titolo di S. Gresci, presso le sorgenti della Garza ('Capo Garza") 
in Val di Sieve, a sette miglia da Firenze, nella quale ufiziò quel ce- 
lebre burlone che fu il piovano Arlotto de' Mainardi. Evidentemente 
è diminutivo di macia da maceja^^ maceria, per I da ei (è loco Ma- 
ceja in e. lue. deir848, V, 3.^ 399) ^. Le Macie e la Maceraja, da me 
conosciute in Valdarno, sono terreni che hanno strati di pietra scoperti, 
non compatti ma sconnessi e rotti in modo da parer rovine di fabbricati. 

20. Nocchi, luogo del Lucchese, scritto Noccle in e. dell' 810 (V. 
2.* 22) ed in altra deir818 (IV. 2.^ 23); italianamente dovrebbe scriversi 
Nocchj, cfr. l'it. nocchia e nocciuola, avellana, e qui 1' 'Esordio' p. 368 n. 

20.'' Norcenni, villa presso Figline, sia *Nurtiénnae? Cfr, 
Nortia o N urti a, dea etrusca. 

21. Novale [Case...) in Val d'Omb. sen., poi Novali; Nuovoli, più 
luoghi nel Fiorentino {-ali anche in e. del 981). Credo affini Navegigola, 
o -oli, e Novegiiia, casali in Val di Magra, da *Nov-esio, ecc. 



' Avrebbe dovuto precedere: Fgrli ('S. Niccolò a...'), già a Forle, casale 
nel Yald. sup. (Reggello). Forle, che non potrebbe dirsi posto arbitrariamente 
dal Rep., e che avrebbe origine da un neutro plur., distoglie dal ricorrere 
a Furnuli, che occorre anche nelle carte lucchesi. Per più ragioni non con- 
viene foruli, 'armadj' e paese della Sabina, e forum sarebbe di troppo 
per quel posto; ma la vocale potrebbe spiegarsi come in torlo -tuorlo. Non 
avrei di meglio che l'it. foro. 

2 Altri esempj, per ora, di ì da ei ed ai: Salutìo = S. Eleuterio (per -(y'o), 
pieve e torrente in Gasen. ; Palla {Apulia delle carte), che dev'essere 
Apuleja, contrada presso Lucca: Fontia (parrebbe -ia), presso Carrara, 
da Fonteja; Fostìa (Rep. art. 'Dicomano') sarà fustaja; Lupìa sarà lupaja 
(Vald. sup.), e Stia e Staggia nel Gas. furon certo *Stn.ja. 



398 Bianchi, 

22. Pianézzole -oli cas. nel Vald. iuf. (1194); -ssole -li Tlanesulae' 
Rep., cas. nel Vald. pis. (1153), dove è mantenuta l'antica pronunzia locale 
(ant. pis. e lue. piassa spiazza); da planities, la cui desinenza, pur 
di singolare, poteva determinare un incrocio col plur. della 1.^ deci. * 

23. Piantravigne, contrada nel Vald. sup., che dai villani dicesi più 
spesso Piantraigni, e vale 'pianura intra vineas'. 

24. QuaracchJ, 'ad Quaraclas, quasi Aquaraculae' Rep., borgata 
presso Brozzi sotto Firenze, luogo un dì paludoso. Se mai, è pi. neutro, e 
le carte offrirebbero la solita riduzione del n. plur. al fem. sing.; poiché 
quelle citate dal Rep. ci danno: ad Quaracle nell'866 (Lami 'Mon. 
Eccl. fior.' p. 602), Quaracule nel 1055, e digià Quaracchi nel 1079 
(carte dello Spedale di Bonif.). 

25. Ripole, 'Ripulae' Rep., casale in Val di Chiana (ann. 1010); 
Ripoli, o -ole che oggi non si ode, ('Badia a..') nel Vald. sopra Firenze; 
Ripoli ancora: un cas. nel Vald. inf, presso Cerreto-Gruidi ('ad Ripule' 
in e. lue. del 902); una contrada nel Vald. pis.; un cas. in Val di Pesa; 
e uno in Val Tiberina (1188). C è anche Surripa, contrada che fu a 
^ Ripoli del Vescovo' presso la Pesa (1140-74); id. sul monte di Cetona 
(1030); e quindi Sorripole o Surr., cas. perduto in Val d'Elsa; Sur- 
ripoU Sarr. (sub Ripulis), cas. in Val d'Ombr. pist. (1162), nel 
qual nome si ha tuttavia il diretto avanzo d'un abl. 

26. Roti Ruoti, cas. in Val d'Ambra (Vald. sup.). All'art. 'Badia 
a Ruoti' dice il Rep. che fu fondata dai Ruoti d'Arezzo nel 1076; ma 
questi signori potrebbero invece aver preso nome dal detto luogo di 
Val d'Ambra ^, poiché vi sono altri due casali di nome Ruoti in Val 
Tiberina, ed un terzo, detto Rota o Ruota, nel Vald. sup. 

27. Selvole, e -oli, due castelli nel Chianti; altro Selvoli, cast, nel 
Chianti alto in Val d'Arbia ; tuttavia cfr. il § IX, num. 4. 

28. Tatti, 'Tactae' Rep., cast, in Val di Bruna in Marem. (an. 1069, 
Tatte nel 1188). Sarebbe facile il trarre questo vocabolo dal partic. , 
di tango, ma diffìcile spiegarne esattamente la ragione dell'appli- 
cazione. 



^ In V. Tiberina è un cas. Pianezza; e uno Pwnc^fófe, «che ritorna in Val 
d'Era (117S). 

2 Se dal cognome Ruoti avesse tolto il vocabolo la Badia, a quello avrebbe 
dovuto preceder l'articolo {ai o a); Roti cogn. viene da un accorciamento di 
Biionarrota, come ha ben visto il Flechia; ma arrogere e derivati, tra cui 
arrota, non ebbero mai, ne hanno presso chi sa scrivere, il dittongo -uo-. Se 
i documenti anteriori al passato secolo hanno veramente il dittongo nei no- 
stri nomi di luogo, la questione parrebbe risolta a favore di rota. 



Toponimia toscana: § Y. L'-i di uom. pi. lem. 399 

29. Tocchi, 'Toclae Castrum' Rep. , due Casali in Val di Merse 
(1179-87). Può supporsi un primitivo Totlae, da congiungersi col 
seguente : 

30. Tglle, 'Villanuova a..., o Villa Tolle', fu casale tra la Val di 
Chiana e la Val d'Orcia, sul poggio di Tglle, altrimenti detto Toto- 
nella; Villa a Tglli di Montalcino, villata in Val d'Ombr. sen. (1205)» 
L'identità del luogo ci spingerebbe a congiungere etimologicamente 
Tolle con Totoriella, risalendo per il primo a *totulae, che anche 
sarebbe la base di Tocchi (num. 29). Circa la doppia evoluzione, come 
in rocchio e ì^uUo da rotulo, cfr. Arch. Ili 288. Totula potrebbe 
poi essere il diminutivo di un italico tota (osco tauta e tonta, umbr. 
tota), e valere 'cittaduzza' o 'comunello', quindi anche 'castelluccio'^ 
'paesetto'. Ma, se questo fusse, bisognerebbe vedere in Tolle {Tocchi), 
piuttosto il loc. sng. (§ II), che non il nom. pi. ^ 

31. Toppole o -oli, cas. in Val Tiberina. È formato dal plur. d'un 
neutro, il quale, che sia l'it. toppo, grosso tronco d'albero atterrato, 
rilevasi dall'articolo che è in Pieve al toppo della Val di Chiana. 

32. Torsoli o -ole, cas. nel com. di Greve (non 'Valle di...', com' ha 
il Rep.), verso le sorgenti del Cesto nel piviere di Gaville (1050-80). 
Il Rep. avrà incontrato la seconda forma nelle antiche carte, poiché 
non l'ho mai udita. Non v'è da far conto dell' it. tórsolo; il lat. può 
darci torsus = tortus, avendo il sup. torsum e il comp. detorsus; 
ma non può stabilirsi il perchè fu imposto un tal nome (vie torte ?). 

33. Tregole, o Tregoli del Chianti, cas. in Val d'Arbia (1003). 
Tregola si lega con altre voci toscane ed italiane, che richiedono non 
breve illustrazione. Per ora mi basti il dire che il significato originario 
di questa voce deve esser quello à" intreccio formato di rami, frasche^ 
giunchi o stecche, cioè 'graticcio', 'steccato' e simili. 

34. Trecase -asi, o Trica- e Triccasi, cast, distrutto in Val di 
Cornia (Marem.). Parrebbe dal Rep. che leggasi T ricasi in carte degli 



' Ne va, a ogni modo, distinto 'S. Frediano di Tolte' nel Lucch., scritto 
due volte Tomle in IV. 2.^ 4 37 (an. 1091), Tolte due volte ivi in append. 
127 (UH), de Tolti tre volte ibid. 143-46 (1181), e che probabilmente sarà 
lo stesso che Tomaie ibid. 149 (1194); ma ignoro se sia il loco Tumolo in- 
dicato in e. lue. del 722 (V. 2.=^ 8). Le varie forme si spiegano con tumulum 
fatto neutro, quale si trova in iscrizioni, e quale è fatto presumere dalla 
sua riduzione ncll' it. tomba (bas. lat. tumba=: tumbnla), che di lì verrà, 
piuttosto che dal gr. rup/So?. Tuttavia, la voce originaria è oggi rappresen- 
tata da tombulo e -oto nel contado pisano, e da tombttro in quel di Lucca. 



I 



400 lìianciii, 

anni 754-93, 1099; ma la prima ha Trìcchase ('M. L.' IV. 82), e quelle 
sotto le altre due date non contengono questo nome, che è scritto Tre- 
case in V. 2J^ 43 (an. 761) e Tricase ivi 385 (an. 847) \ 

35. Vaglie o Vagli, villata in Val Tiberina; Vaglia 'Vallea' Rep., 
borgo in Val di Sieve (an. 1024-37-G6). 'Vallea' delle carte è un lati- 
namento notoriale, da non confondersi con vallèa, che è un gallicismo ' ; 
ma per la posizione del luogo, quel nome non potrebb' essere che un 
derivato divallisi. Ci sono altri nomi somiglianti che , almeno in 
parte, accennano origine diversa, 

36. Vallicelloli 'di Chiusdino', casale perduto in Val di Merse, da -le. 

37. Vaccaie o -oli, villata in Val di Serchio, quattro miglia a ostro 
da Lucca. È Vaccaie in carte degli anni 713 (V. 2.^ 5), 719, 798 tre 
volte (IV. 67, 180), 806, 837 (IV. 2.^ 11, 32). Avrà preso nome da 
una pastura, o meglio da una cascina. Credo analogo il seguente: 

38. Vecoli o -ole, casale in Val di Serchio. Credo da ovecula 
(ovis) che è già in qualche testo, e di cui, secondo me ed il Caix 
(opp. cit.), fu variante *o v a e u 1 a, onde il fr, ouaille e il tose, bacchio. 

Ora, qual è la sicura storia di cotest'-i nei plur. di 1.^ declin.? Che, 
per certi esempj, ci entrasse la ragione dell'ablat.-locat. (p. e. Aquis, 
in Acqui), non si vorrà negare; ma è scarsa vena. L' -i di pi., come 
ognun sa e meglio noi ricordiamo qui appresso, ha del resto abondato 
e abonda pure tra' nomi comuni della 1.*; e che sia, generalmente 



* Deve 'avvertirsi che nelle antiche carte non sempre si raddoppiano le 
consonanti, e quando son doppie si ha sempre la più corretta lezione, come 
è il caso del e in quella posizione; poiché il toscano piìi schietto pronunzia 
tré ccase = tTes casae. Non sarei però così lesto a dire che il raddoppia- 
mento che ne nasce sia prodotto dalla -5 precedente, come sicuramente 
avvenne dopo -t e -d delle proclitiche et e ad. Sono questioni da riserbarsi. 

2 Deve ritenersi tale, col Canello (Arch. Ili 314), finche non se ne hanno 
esempj sicuramente popolari. Come voce toscana verrebbe da vallaja, che 
qual nome di luogo si legge in carte fìesolane che citeremo. 

® Vaglia si formò direttamente dall'i tematico [valli + a], come sedia da 
sedi-, cagna da cani- (*cani-a). Qualche dubbio può sorgere rispetto al 
Vaglie della V. Tiberina, potendovi essere una tendenza locale a far -Iji di 
-li; poiché a città di Castello si dice hacegli budegli stivagli per baccelli ecc. 
(cfr. Arch. II 449); ignoro poi se questa disposizione fonetica si estenda alla 
parte già toscana di quella Valle ; ma non parmi, ed in ogni maniera deve 
esser moderna. [Recentissime informazioni (ott. 1886) mi confermano, che 
alle sorgenti del Tevere (comuni di Caprese e Pieve S. Stef.) siamo nel 
pretto toscano, come già ne avevo avuto sentore]. 



Toponimia toscana: § V. L'-i di nom. pi. fem. 401 

parlando, d'ordine analogico, nessuno oserà dubitare. A parlar per via 
d'esempj : le personi 'personae' s'è di sicuro foggiato sopra le fonti. Ma 
sorge incidentalmente qualche altro quesito. Allato al tipo le fonti vi 
ebbe le fonte. È egli analogico, alla sua volta, anche il tipo le fonti, e 
cosi i piedi [padrì madn\ e tutto per attrazione del tipo boni, come 
oggi si propende a insegnare (cfr. Arch. IX 89-90), ed era egli storico 
il tipo le fonte fontes? 

La lingua comune dei primi tre secoli spesso, dunque, presenta ter- 
minati in i i feminini plurali della prima deci. , come lo ha mostrato 
con gran numero d'esempj il Nannucci (op. cit. pp. 259 a 281). Di questi 
bisognerebbe al solito fare una buona vagliatura, scernendo quegli che 
a comodo del verso furon foggiati sul siciliano o sopra modelli toscani 
realmente usati, o che si spiegano per ragioni diverse; e badiamo in- 
tanto a scegliere i più sicuri e più conchiudenti. Sono in poesia, ma 
fuori di rima, i sostantivi : le costi scali spini ; ed in prosa : asti bat- 
tagli eròi lanci orecchj palmi polipori porti selvi unghj veni', aggettivi: 
alti (che accorda con 'torri' e 'voci'), altrettanti 'voci', biondi 'spighe 
risprendenti e..', ferrati 'porte', gelati 'valli', 'i mali dì e le inali notti', 
^poveri genti., ricchi e mondani genti' (senza articolo), parecchj 'pen- 
tole ecc.', radi 'volte', le santi 'fonti', 'tanti serpenti di tanti ragioni', 
'le torti funi', 'parti tutti contente', vaghi (che è lungi dal relativo). 
Questa desinenza, benché non applicata affatto a tutte le voci, è ancora 
in uso nel contado fiorentino, e sempre più via via che ci allentiamo 
dalle città, dalle grosse terre e dalle strade principali, udiamo alle 
vojtti 'a volte', le spesi, l'ori, le porti, le personi, le carti e simili; 
così ancora, ed anzi con maggior frequenza, nell'Arretino, nell'alta valle 
del Tevere fino a Città di Castello e più oltre.. Della medesima, più 
esemplari che altrove abbiamo incontrato tra i nomi locali del Luc- 
chese e del Pisano, sebbene in quelle parlate io non abbia avuto occa- 
sione di sentirla viva; più rara è nei nomi della regione senese, ma 
tale differenza dee dipender da ciò, che questa parte ha somministrato 
minor numero di articoli, antichi e moderni, al 'Dizionario' del Repetti, 
il quale avrà anche trascurato di notar le varianti. I fatti addotti ba- 
stano a provare che questa oscillazione tra -i ed -e, nei nomi della prima, 
si estese un tempo a tutta la Toscana, e più oltre, a gran tratto del- 
l'Italia centrale, ed era appunto in quei luoghi dove oggi predomina 
siffatto la -e pur nei plurali feminili delia terza. Anche di questa de- 
sinenza, che oggi prevale quasi senza eccezione lungo la parte piana 
nel corso dell'Arno, il Nannucci ha raccolto (pp. 241-59) un gran numero 
d'esempj , i quali , eccezion fatta de' poeti siciliani , appartengono giù 
per su ai medesimi autori che terminarono all'opposto (cioè in -i) i fe- 

Archivio glottol. ital., IX. 26 



402 Bianchi, 

minili plurali della prima sopra recati. Ne riporto soltanto alcuni, fra 
le voci più usuali: le forbice carcere 'parte vite gente chiave noce ron- 
dine', e parimente ai piar. fera, gli aggettivi: feroce felice molle celeste 
presente vile utile. Ora le parlate vive che hanno, d'accordo coi gram- 
matici, le viti fonti fedi ecc., hanno, al contrario, alle volti, le spesi, 
le personi ecc. ; e dove si dice a regola alle volte, le spese, le persone, 
si sgarra con le vite, le fonte, le fede; cosicché può dirsi che un dia- 
letto, uniforme anche nei minimi particolari, è venuto da questo lato 
a dividersi in due. Il tutto però si spiega con la tendenza alla unifor- 
mità di cadenza tra i congeneri, sia che questa si configuri sulla prima, 
ovvero sulla terza deci., come apparisce a vista d'occhio in molti esempj, 
quali poveri genti, le santi fonti. Nelle parlate del piano, che sono in 
complesso di carattere più moderno, allo istinto confìgurativo si accoppia 
la spinta dissimilativa, che in tal caso si spiega nel differenziamenta 
del feminile dal mascolino: per es. le fonte contro i fonti. 

La regola grammaticale che stabilisce, per la prima declinazione, la 
schema «la persona, le persone», e per la terza «te vite, le vitit^ 
non ha perciò riscontro, qual'è così fissata, nell'uso presente del dia- 
letto fondamentale, e di quegli che in parte minore contribuirono a 
formare la lingua comune, e neppure, come si è visto, nei loro monu- 
menti storici e letterarj. I materiali ci erano, e ci sono, per questo 
schema come per un altro, ed i grammatici non crearono nulla di nuovo; 
ma tanto questi, quanto i più accurati scrittori che gli precedettero, 
determinarono la scelta, e fissarono quello che era incerto ed oscillante, 
ma, di sicuro, non senza l'ajuto di una certa prevalenza quantitativa 
nell'uso stesso del popolo. La nostra grammatica, disgraziata in più 
punti, riuscì, in tal parte, felice; e, senza avvedersene, ritrasse la lingua 
ad uno stadio, che questa aveva percorso prima della sua letteratura. 
Questo fatto costituisce uno dei termini di confine meglio distinti tra 
la lingua parlata e quella scritta, e può insieme somministrare un cri- 
terio per render meno vaga, che è quanto dire meno falsa ed assurda, 
la dottrina che ammette una lingua scritta non mai parlata. 

Che poi vi sia stata un' epoca in cui la stessa plebe toscana distin- 
guesse i feminini plurali della prima [persone) da quegli della terza 
[viti], rilevasi dal fatto della coesistenza delle due desinenze tra luoghi 
vicinissimi, in corpo ai medesimi dialetti, le quali non possono spiegarsi 
che per una origine diversa, cioè morfologicamente distinta ; e lo ab- 
biamo veduto dalle antiche carte che ci presentano -e, laddove poi tro- 
viamo -i, come ad esempio in Capannon da Capannole ^ Non può in 



Il fatto potrebbesi verificare anche meglio dai nomi comuni contenuti 



Toponimia toscana: § V. V-i di nom. pi. fem. 403 

alcun modo revocarsi in dubbio che il plur. fem. sia stato una volta 
costantemente in -e, poiché le persone, per es., è il lat. personae 
pronunziato nel modo volgare. Dunque personi è tipo tralignato, por- 
tato all'analogia di viti ecc. Qualche dubbio può all'incontro sorgere 
rispetto al tipo le vite, le fonte ecc. della terza deci., voci che potreb- 
bonsi presumere direttamente provenute dalle latine vites fontes ecc. 
Senonchè, io pure tengo per fermo che la corrispondenza tra Ve it. e 
Ve lat. sia qui del tutto illusoria, e che il tipo le vite altro non rap- 
presenti se non un'assimilazione ai feminini plurali della prima ; poiché, 
a tacer d'altro, avremmo avuto altrimenti anche i monte i piede ecc., 
di che non è alcuna traccia. 

Ma viti, alla sua volta, sarà egli meramente analogico, sullo stampo 
di buoniì Questa sentenza a me pare idealmente incongrua e storica- 
mente superflua. Lo spiegare viti per l'analogia dei mascolini plurali 
della seconda, è uno sconoscere affatto l'istinto popolare, che, al contrario, 
tende a dissimilare i generi, come lo mostrano, entro le medesime par- 
late, i fonti monti ponti pendenti, gli amanti ecc., contro le fonte vite 
vetrice radice ròmbice, le son donne piacente, e via discorrendo. Quanto 
poi alla ragione o alla fonte storica dell' -z di viti ecc., io imprima con- 
fesso di non sapere stimar trascurabile, e peggio, il nom, ed acc. plur. 
in -Ts ■=> -eis della terza deci, nel latino antico, come in finis fineis, 
ovis oveis, omnis omneis, docenteis ed altri, e noto insieme che 
1' -is, da noi incontrato in ognissanti ed in Fontis-terni (§ I), dovette 
essere l'esito fissato nel latino usuale della Toscana, e di gran parte 
almeno dell'Italia centrale, siccome quello che prevale nelle carte lon- 
gobardiche, dove il plur. della 3.^ deci, si modella generalmente sul 
tipo partis h eredi s. Ma più e meglio vale ancora per noi la con- 
siderazione, che un -és latino doveva dare, per esito italiano, -e\ cioè 
un esito che naturalmente coincideva con quello che ponemmo per -ìs 
(p. 392), e tale che rasentava 1' -i ^ 



nelle carte anteriori all'xi secolo, facendo pur conto dell'influsso gramma- 
ticale. Il pili antico esempio di -i è dell' 87S, in Creti (13), ma Crete del- 
l' 897 e gli altri esempj mostrano che l'assimilazione alla terza era rarissima 
allora, ed appena cominciava a spuntare. 

^ Superfluo ripetere, che anch' io eseludo la tendenza meramente fonetica 
a cambiar l'-e in -i, da alcimi attribuita al fiorentino (e bisognerebbe ag- 
giungerci il pis. e il lue, per lo meno), il quale troppo spesso si contrad- 
direbbe. Sono dunque, per questa parte, in perfetta concordanza col D'Ovidio 
(^rch. IX 83 sgg.), e circa i noti avverbj (of/gi ecc.) aveva io a questo punta 



I 



404 Bianchi, 

§ VI. Arriviamo finalmente al genitivo vero e proprio, dì 
numero singolare, per fermarvici un pezzo (§§ VI-XII); e gioverà pre- 
mettere, circa la forma o la fonetica, che noi non separiamo il 
genitivo di seconda da quello di terza, perchè la separazione, incomoda 
sotto altri rispetti, non varrebbe, secondo il nostro concetto, a distin- 
guere tra forme storiche e analogiche, storico essendo per noi V-i di 
un ììionti = monti s (v. p. 392), non meno o poco meno dell' -^ di un 
nuovi '^ novi. Anche i non numerosi genitivi di prima, o assimilati che 
sieno a quegli di seconda e terza, o variamente discernibili, non for- 
meranno categoria distinta. 

Di nomi di luogo, contenenti un genitivo \ ne abbiamo un tal numero, 
che possiamo tesser la storia di questo caso per tutte le età che esso 
ha percorso. Quantunque presi uno per uno, raramente possa stabilir- 
sene la età precisa, tuttavia possono distribuirsi in tante serie 
successive, ciascuna delle quali, per la sua intrinseca formazione, 
per impronta fonetica, o per le condizioni storiche tra le quali è nata, 
e che sono indicate dai nomi personali, rappresenti uno strato crono- 
logico diverso. Andando dal più al meno antico, noi cominceremo dunque, 
col presente §, dalla serie che meglio presenta i caratteri 
del classico latino, che sotto il nostro aspetto è il primo stadio 
onde si è mossa la lingua. 



una nota, che ora quasi parrebbe una ripetizione di certi suoi ragionamenti^ 
Mi limiterò a serbar di quella nota la modesta osservazione, che, per 1' -i di 
indi inde io mi giovava anche dell'attrazione della proclitica di. 

^ Nel § I si vedeva qualche esempio di genitivo in voci comuni, scempie. 
Parecchi altri se ne aggiungono facilmente, rimasti punto o mal distinti in 
composti di voci comuni. Ma per ritornare imprima agli esempj in 
voci scempie, ne vedrei uno tra le forme che il Nanuucci considera ete- 
roclite, ed è nella voce ette, usata uelle locuzioni 'non ne sa un' ette', 'non 
ti stimo un' ette' e simili, la quale egli (p. 60) ricondusse, prima del Caix, 
al lat. betta di Feste, che ci dà l'esempio di 'non hettae te facto' (cfr. 
fio e ci fa ciò). Se a questa etimologia potrebbe far concorrenza la parti- 
cella et [cfr. 'non ne sa un acca' (h lettera), ristretta però al verbo sapere], 
il genitivo è indubitato in porte per porte (pp. 62, 63), che deve avere talora 
sconfinato da certe locuzioni, qual' è quella da lui riportata di via porte 
Sante Marie; di che è da tener conto per la nota nell'Arch. IV 174. Que- 
sta mi richiama le Sante Marie, cosi detta nel contado fior, la festa del- 
l'Assunzione, per la Sante ecc.; cfr. in fr. la Saint Barthélemy. Parimente 
ho per un genitivo hore (onde il troncato or), che il Nann. (64) riporta da 
una iscrizione del Camposanto di Pisa. Imperocché, secondo il mio sentire 



Toponimia toscana: § VI. Genit. in costr. classico. 405 

Qui abbiamo una serie di nomi, i quali, stando in gran parte al 
Repetti, sarebber composti di personali romani e di aula. Aula vi 
avrebbe significato 'casa signorile di campagna', senso molto naturale, 
piuttostochè 'stalla' o 'stabbiato', valore che pure ha nel greco e nel 
latino. A tempo dei Longobardi, quando già era o divenne impopolare 
la voce aula, le sarebbe stato surrogato, nel primo senso, il germanico 
sala col suo dimin. saletta (Rep. ad v. '). Hanno questo significato anche 
il Palagio e la Palagina, con Palazzuolo (senza art.), e Petrgjo da 
praetorium. Ora ecco la miglior parte della serie, nella quale con- 
tesseremo qualche esemplare congenere, contenente un elemento diverso. 

1. Albdvola, Albaola, 'Albania' nelle carte, luogo sul Serchio nella 



ora ha un senso così generico e mal determinato nella successione del tempo 
da non potere da sé convenientemente rappresentare il lat. nunc; e lascia 
supporre che sia la riduzione di una dizione complessa, o di voce composta 
che potrebbe essere stata *a-ora ha e ora \ag-ora ant. spg. e portg.) ; cfr. 
la mia *Prep. A' p. 396 e Arch. VII 527-8. Quindi anche ore^ che quale ge- 
nitivo di partizione di già limita il tempo, sarà l' abbreviazione d' un modo 
di dire, quale potrebbe essere nunc bora e, analogo a tunc temporis. 
Passando ai veri composti, il Diez dovea certo riconoscere un genitivo in 
terre-moto, e ne' nomi de' giorni, lune-dì ecc.; ma trattando, nella sua 
'Gram.', dei nomi composti, ne parla in modo da lasciar supporre che egli 
intendesse la funzione di genitivo, in uno dei componenti, come una pura 
combinazione logica, indipendente da una causa formale. Agli esempj che 
il Maestro adduce, aggiungo per ora: otyello, fr. ori-peau, da a uri pellis, 
'piedi- stallo, sala-nwja da sali[s]-mu ria? , ant. terri^ fine e terria- (non 
si creda terrea) nel Simintendi da Prato, terra-fine nella Crusca e nel- 
r'Orosio' del Giamboni, in terre fini in e. del 785 (v. qui n° 15); capo-scala 
piè-scala, e fa-legname, reso nel barbaro latino per fa ber lignaminis 
(quindi *fave- *fae- fa-), e non inteso per colui che fa (facit) legname, 
che sarebiiesi detto del tagliaboschi. Terra-pieno contiene un ablativo (cfr. 
§ V, 1, in n.), il quale si ha pure nella dizione « minestra, carne ecc. amara 
sale » . 

^ Tra i luoghi di questo nome, dei quali si conservano i più antichi do- 
cumenti, il Rep. cita Sala di Garfagnana, fortilizio ridotto a villa, che fu di 
Walpiando vescovo di Lucca (sec. viii); Sala di Lari, casale nella vallecoia 
della Cascina (877); Saletta dietro Fiesole, già Sala (890, 984). A questi egli 
congiunge Saletto, nome comune a tre luoghi della bassa Toscana; ma qui 
è cer' amente il lat. salictum, come rilevasi da più carte, delle quali ci- 
terò una dell' 854 (M. L. IV. 2.^ 47), che ha « terra que dicitur ad Salicto », 
e più sotto «casa et capanna cum... terris, vincis, salectis et pratis ». Cfr. 
il § prec, n." 14. 



406 Bianchi, 

pianura pisana. Verrebbe da Albi o Albii aula, e non da Alberti a, 
come vuole il Rep. Troveremo nell'Appendice Albus e Albinus, come 
nomi di Longobardi o Franchi, ma non sono entrati in formazioni di 
questa specie (cfr. u° 3) ^ 

[2. Arcidosso, terra nel Montamiata, posta sulla cima d'un poggio 
spianato; arcis dorsum.] 

3. Bignóla, già 'Albignaula' (an. 1079), casale in Val di Pesa; 
Albini aula^ Il Rep. cita un' altra forma in 'Albini aula', sotto l'art. 
'Montalbino', castelletto, ora villa in Val d'Elsa, il quale a ragione 
egli connette col vicino casale or nominato di 'Bignola' ^. 

4. Casciàvola, ^Casciaula, quasi Cassii o Cassiani (!) aula' dice il 
Rep., che cita una carta del 970 {Casciaula in e. del 1173); è una 
borgata nel Pisano, a tre miglia da Cascina, e i due nomi hanno ma- 
nifestamente una base comune. 

5. Celiaula 'Coelii aula', casale e pieve in Val di Pesa. Il Rep. 
ci presenta le forme Coeliaula, ortografìa poco probabile nelle antiche 
carte, e Celicciaula, ed ha Celiziaola in carte deir893 e 1003; da un 
dim. Co elici US. 



* Avrebbe dovuto essere Albjavola; ma la disparizione dello -ji., per dis- 
similazione, doveva essere avvenuta in una forma concorrente ed oscillante 
Albnjola, legittimamente ammissibile sugli esempj di Ca- e Gabàjole, con- 
trapposte agli altri di condizione diversa nel n." 7. 

^ 11 Flechia, che è stato il primo in Italia ad aprire alla scienza questo 
nuovo campo di studj sui nomi locali, ed a stabilirne i criterj con due 
classiche memorie ('Di alcune forme dei nomi locc. dell' It. sup.', Torino 
1871; 'Nomi locc. del Napol. ecc.', ibid. 1874), si vale di nomi geutilizj in 
-ius, per es. Albinius. È questa, di certo, una spiegazione ragionalissima; 
poiché è più facile che la permanenza d'uno stipite nel possesso d'un fondo 
valesse a fissarvi il proprio nome. Tuttavia, sopra questo fatto possono in- 
sorgere molte questioni storiche: sul come, per es., gl'indigeni trattassero 
i nomi romani, scegliendo nella scala del 'praenomen nomen cognomen a- 
gnomen', od i proprj nel ridurgli a forma latina; se anche un nome di sin- 
gola persona, ripetuto ad intervalli nel medesimo stipite, ed anche senza 
questa ripetizione, potesse bastare fin d'allora, come bastò do[io; se, avutosi 
Albianus da Albius, potesse imitarne la forma anche il 'fundus Albi'. 
Io, indicando in questo § la forma della base più comune, non ho inteso 
minimamente di risolvere tali quistioni, tanto più che qui sono pochissimi 
i nomi che vi darebbero luogo. 

® Ma egli si arrischia troppo a trarne l' origine dalla gente Albinia, po- 
tendo venire da un Albino qualunque. La prima sillaba disparve, perchè 
confusa con la prep. articolata. 



Toponimia toscana: § VI. Genit. in costr. classico. 407 

[6. Curicalle, popolo nel comune di Greve; ben si spiega con Curii 
callis 'via d, Curio' ^] 

7, Gabbiavola e -li (^lae), già Gahbiaula e Gàbajole (che sarà 
stato -àjole), villa in Val di Pesa; Gahbiòla ('Caviaula o 'Gabii aula', 
Rep.), casale nella medesima valle, detto Gabiaula in e. del 1075. Il 
Rep. ha ancora l'art. Cabajole, Cabiaula, oggi Gabbiavola, vico nella 
vicina Val d'Elsa ^. 

[8. Gaviseì-ri, Gabii o Gavii *serrae, chiuse di Gabio o 
Gavio; v. § V, n.° 17.] 

9. Gresciaula -avola, o Griciavola, fu una delle 45 ville del di- 
stretto di Prato, in Val di Biseazio (an. 1213). C'è anche Gì^eeiola, 
villata in Val di Magra. Il primo elemento sarà per avventura stato 
Crassi- ^; cfr. Picchia, Nomi. loc. del Nap., 1. cit. in n. 

10. Magliola, casale in Val di Magra, accennerebbe Manlii aula. 
Hanno il nome di Magliano, talora Mu., 5 casali nel 'Diz.' del Repetti. 

11. Marciola, casale in Val di Pesa, sarebbe Marci aula (cfr. 
Marciano, che è frequente). Il Rep. dà come forma latina 'Marcillula', 
che ha l'aria di essere artefatta, quale traduzione di un presunto di- 
minutivo. Questo in ogni caso non sarebbe stato che un aggettivo, poiché 
non parrai che vi siano nomi di donne nei fondi romani della Toscana ^. 

12. Marola, paesetto sul golfo della Spezia (1208), potrebbe essere 
Marii aula. Si guardi al luogo, poiché nella vera Toscana, secondo 
la regola ordinaria, avrebbe fatto Majaula e Majola (cfr. Majano 
4 luoghi, se riviene, come credo, a Marius, piuttosto che a Majus). 



1 Vorrebbesi, a rigore, l' esito Cuji- o Cojicalle. Ma si ammetterà di leg- 
gieri la disparizione dello j di ji in protonica di un composto, e quindi la 
conservazione dell' r che gli precedeva. 

* Trattandosi di carte posteriori al ix secolo, cioè di quando era cessato 
l'influsso longobardico, che preferiva la tenue, le forme col e- debbono es- 
sere saccenterie di notari o di copiatori, che credettero di latinare il nome 
volgare, come si farebbe mutando gastigare in casti- ; poiché tra i nomi pro- 
prj romani non trovo né Gabio né Cavie, o simili, e di piii contrasta 
l'uso vivente; cfr. anche gabbia = caivea. 

* Gricciano, all'incontro, che fu luogo del Lucchese (IV. "2.^ append. 42, 
an. 834), peggio scritto altrove Gridano, accennerebbe pel doppio e a *Grac- 
chianum od a *Graecianum; cfr. Flechia 'Nomi locali JNapol.' 31. Per 
lo scrupolo che m'inspira gragnuola da grandine, tralascio a questa iniziale: 
Gragnola, casi, in V. di Magra, che ben legherebbe col seguente, per la 
forma dialettale, e con tanti Gragnano ecc. (ivi ed altrove) da Granius. 

* Questa è in ogni modo una questione da riserbarsi. Del resto, vedi un 
-alula, accolto per abbaglio dal Rep., al n." 12.''. 



408 Bianchi, 

[13. Montisonda, cas. presso S. Gaudenzio, mentis unda; cfr. 
nella medesima valle Onda e Londa, e v. il § I.] 

14. Nebiola, anticamente Nebiaula, cas. in Val di Pesa, sarebbe 
Naevii aula; cfr. Nebbiano e Nibbiano, più luoghi. 

[15. Ten^afìno, luogo nel Vald. inf. in com. d'Empoli; cfr. ivi anche 
Limite ^] 

Sopra queste forme di nomi, inchiudenti il riflesso di aula, devesi 
osservare, prima di tutto, che s'incontrano in una regione relativamente 
ristretta e continuata ; che al confine del dialetto ligure col toscano, 
onde sono tre esempj, si ha -ola (cfr. Arch. II 119); che nel Pisano, 
onde ne abbiamo due, e via su su nella Val d'Elsa, ch